Dal 1959... Goccia a Goccia
Storie di Avis
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Un grosso grazie a Chiara Occhipinti per la copertina,
a Titti Gallazzi per le illustrazioni create ‘ad hoc’ per
ogni racconto e a Marina Gianello per la pazienza e la
cura con cui ha impaginato questo libro.
Breve cronistoria della Sezione AVIS
di Gorla Minore
(A cura di Dott. Bruno Nicola, Presidente Onorario della Sezione,
intervenuto durante i festeggiamenti del 55° anniversario di fondazione)
La nostra sezione, fondata dal compianto Dott. Tagliabue, ha avuto in
questi anni dei validi collaboratori nei Presidenti che mi hanno preceduto fino al 1975 (Rag. Vittorio Colombo, Cav. Bruno Crespi e Sig.
Adolfo Schmeider) i quali, con i rispettivi consigli direttivi, hanno
consentito che il piccolo seme gettato nel 1959 facesse crescere rigogliosamente la pianta della nostra AVIS.
55 anni sono dunque trascorsi da quella sera del 24 ottobre del 1959 nella quale un gruppo di generose persone si riunì in un pubblico locale di
Gorla Maggiore per fondare la nostra associazione. Fare solo la cronistoria di questi anni mi sembra superfluo: vorrei solo proporvi alcune
considerazioni.
La nostra sezione è rimasta sempre autonoma e si è gradualmente data una
struttura dirigenziale, tecnica ed organizzativa che le ha permesso di esprimere, anche in campo provinciale, un’attività molto efficace, come è dimostrato
dai 250 donatori che la compongono e
che le consentono di essere tra le più numerose della provincia. In secondo luogo mi sembra importante sottolineare
che la nostra AVIS raggruppa sotto
il suo labaro donatori di tre paesi: Marnate, Gorla Minore, Gorla
Maggiore (o più precisamente di
5 campanili, considerando anche
Prospiano e Nizzolina) che, seppure
confinanti, sono diversi per le loro origini socio economico culturali.
Eppure sotto il simbolo dell’AVIS i donatori hanno dimenticato i ‘campanilismi’, accomunandosi e coagulandosi
in quella che oggi viene considerata la
Dott. Cesare Tagliabue
maggiore delle aspirazioni cui tende la Fondatore dell’AVIS Comunale di Gorla
società moderna: l’interscambio conti- Minore (1959)
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nuo di opinioni e di esperienze
come mezzo per conoscersi e
riconoscersi.
La vitalità della Sezione è comunque merito dei donatori
che svolgono, con grande generosità, l’impegno che volontariamente si sono assunti.
Nei primi anni le donazioni
venivano fatte esclusivamente
per l’Ospedale di Prospiano, dove venivano effettuate
anche le visite mediche annuali
e i controlli ematochimici.
In seguito, dai primi anni ’70,
i nostri iscritti hanno donato il
proprio sangue al Centro trasfusionale di Varese, tramite l’autoemoteca che veniva periodicamente (otto volte l’anno) nei nostri tre comuni.
Dal 2003, per motivi tecnici ed organizzativi, questo ‘privilegio’ non ha
più potuto avere un seguito.
Considerato ciò, la nostra AVIS, in maniera democratica, con voto espresso in un’assemblea straordinaria all’uopo convocata, ha deciso di rivolgersi, per motivi esclusivamente logistici, al Centro Trasfusionale di
Tradate, con il quale attualmente collaboriamo.
Questa decisione ha sciolto un rapporto che da circa trent’anni ci legava
all’Ospedale di Varese e, in particolare, al Dott. Saturni (ora Presidente
di AVIS Nazionale).
Poiché la nostra associazione non può permettersi il lusso di invecchiare,
l’impegno maggiore è sempre stato ed è quello di rivolgersi ai giovani
facendo propaganda a tutti i livelli, iniziando dalle scuole medie.
L’appello è stato raccolto in misura davvero notevole, tant’è che nel 2009 è
stato eletto Presidente un giovane, Maurizio Rogora che, con il consiglio
direttivo formato prevalentemente da giovani, pur seguendo il solco precedentemente tracciato, ha portato nuovo entusiasmo, nuove idee e proposte
che molto bene si adeguano agli orizzonti che si stanno aprendo.
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Anni ’60 - Festa AVIS a Gorla Minore
Anni ’70 - Corteo AVIS a Gorla Minore
Anni ’80 - Corteo AVIS a Gorla Maggiore
1976 - Cerimonia premiazione AVIS.
Da sinistra: Sig. Nunzio Fusè e il sindaco di
Gorla Maggiore, Sig. Giampiero Mari
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1976 - Cerimonia premiazione AVIS (al microfono Genesio Colombo, Sindaco di Marnate e
segretario dell’AVIS comunale di Gorla Minore)
1989 - AVIS compie 30 anni.
Da sinistra: Sig. Romolo Scozzi, Dott. Bruno
Nicola e Cav. Renato Crenna
1976 - Cerimonia premiazione AVIS.
A sinistra il Sig. Romualdo Colombo
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1994 - AVIS compie 35 anni
2004 - AVIS compie 45 anni.
Da sinistra: Sindaco di Marnate Sig. Celestino Cerana, Sig. Luigi Banfi, Presidente Avis Dott.
Bruno Nicola
1999 - AVIS compie 40 anni.
Da sinistra: Sig. Maurizio Rogora e Dott. Bruno
Nicola
2009 - AVIS compie 50 anni.
Da sinistra: Dott. Bruno Nicola, Sig. Romualdo
Colombo, Sig. Alberto Vanetti, Sig. Maurizio
Rogora, Sig. Ernesto Bernasconi
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Incontro
Sono un po’ stanco, mi siedo su una roccia all’ombra di un albero.
Lascio vagare lo sguardo e assorbo il silenzio quasi irreale che,
nel corso di una passeggiata in montagna, è impossibile evitare.
Alzo la testa verso il cielo; il sole scioglie una lacrima di sudore
che parte dalla mia fronte e termina nella curiosità del mio occhio.
Mi asciugo, sorrido e guardo nuovamente:
ora vedo la cima della vetta che è ancora lontana.
Poiché non voglio che i miei muscoli si raffreddino mi alzo in piedi
e getto un’occhiata distratta al sentiero da dove provengo.
Dal verde del bosco spicca ora la sagoma di un altro scalatore che
a capo chino, con passo esperto ed energico, si accinge a raggiungermi.
Quando alza il viso e si accorge di me esclama:
“Ciao!”
“Ciao!”
“Bello qui, vero?”
“Bellissimo, è stata dura arrivare sin qui, ma l’entusiasmo e la tenacia
non mi mancano...”
“È da molto che sei in cammino?”
“44 anni... e tu?”
“Con oggi sono 50 anni esatti!”
“Allora auguri!! Ma tu come ti chiami?”
“AVIS TRADATE... e tu?”
“AVIS GORLA MINORE.”
“Vieni allora, continueremo insieme.
È bello incontrare un amico lungo
la strada!”
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Dono... e non abbandono!
Il 24 ottobre 1959 era uno di quei giorni in cui l’estate strizzava l’occhio
all’autunno, per rimanere ancora un poco e concludere le storie ancora
in sospeso. Di una di queste, un po’ per caso, fui testimone. La giornata
nei campi era stata dura, ma ero soddisfatto. Il raccolto era quasi tutto al
sicuro, io avevo appena finito di cenare e, nel patio del bar della Dina, mi
attendeva oziosa una sedia a dondolo che avrebbe cullato la digestione ed
i miei progetti, ormai rivolti alle lunghe serate invernali.
Buona sera, signor Sindaco!
La voce squillante della Dina fece sobbalzare i miei pensieri: che ci faceva
il Sindaco lì a quell’ora? Quando si vive in un piccolo paese, dove l’abitudine scandisce il tempo, s’impara in fretta a interpretare i segnali della
natura, del cielo e… della Dina!
-- Buona sera, Don! Buona sera, signor..., ragioniere..., dottore..., professore...
Pigramente provai a scacciare l’idea di origliare, ma subito, in barba al
famoso proverbio ‘la curiosità uccise il gatto’, li spiai. Così li vidi: erano
dieci in tutto, seduti attorno al tavolo centrale della sala, il tavolo di lusso, quello riservato alle occasioni importanti. Fedeli alla ‘cultura del fare’
parlarono poco, alzarono la mano, come a dire ‘noi scegliamo’ e firmarono qualcosa. Il tutto durò poco più di mezz’ora. Più tardi, mentre mi
dondolavo, cercai inutilmente il legame esistente tra quelle persone ma,
più ci pensavo, meno mi raccapezzavo…
-- Allora, ci svegliamo o no? Forza che devo chiudere!
La mano della Dina sulla mia spalla comunicava un’urgenza tutt’altro che
amorevole. Lasciai bruscamente i pensieri sulla sedia, mi ricomposi alla
bell’e meglio e misi velocemente mano al portafoglio per pagare ciò che
avevo consumato quando, senza neanche rendermene bene conto, con
una voce impastata dal sonno, chiesi:
- I signori che erano qua prima, cioè,
voglio dire, il Sindaco, il
Don... cos’erano qua a fare?
- Fanno 180 lire. Ma
come, non hai visto
i manifesti in giro
per i paesi? Hanno fondato l’Avis
e oggi han fatto la
prima riunione.
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Ah! L’AVIS. Va beh, e cosa fanno?
Come che cosa fanno? Donano il sangue.
Il sangue!? Perché? Li pagano?
Questa poi, cosa mi tocca sentire! Senti Luciano, sono le undici. Io
devo ancora pulire tutto e domattina alle cinque devo dar da mangiare
alle galline. Il problema è che tu passi la vita sul trattore: scendi ogni
tanto, benedetto figliolo! Ti fai un giro fino all’Ospedale di Prospiano:
lì ti danno tutte le informazioni che vuoi. Comunque, anche se non me
l’hai chiesto, ti do ugualmente il mio parere: donare sangue significa
amare gli altri e se stessi; e tutti dovremmo farlo!
Ma pensa te che bella associazione: io dovrei dare il mio sangue (gratis)
a qualcuno che magari mi sta pure sull’anima!? Poi li conosco i volontari:
capaci anche di chiederti una mano per organizzare, per fare…
E tutto questo perché? Per solidarietà, per senso civico, per altruismo o
chissà cos’altro... Ma per piacere! Siamo seri: sono solo belle parole, fiori
destinati a morire in un deserto di cinismo! Ho altro a cui pensare: io
devo lavorare!
Un sabato mattina di aprile però sono sceso dal trattore e sono entrato
nella storia dell’Avis di Gorla Minore. Me lo ricordo bene quel giorno,
perché indossavo una maglietta gialla con una scritta nera: “Potranno
tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera (P. Neruda)”
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Il cerchio
Piove. Mi sembra giusto: anch’io piangerei se dovessi affidare il delicato
compito di spiegare che cos’è un’associazione di volontariato a uno come
me. Per di più occorre spiegarlo ad alcune classi di ragazzi dodicenni che,
nella migliore delle ipotesi, mi guarderanno fisso negli occhi pensando:
“Beh?! Cosa cavolo vuole questo spilungone?”. Per fortuna non sarò solo:
insieme a me ci sarà il Dott. Nicola, ‘storico’ ed attuale presidente e direttore sanitario dell’Avis Gorla Minore. Mentre preparo la colazione penso
a quando avevo dodici anni ed un’ondata di malinconico entusiasmo mi
assale. Tento di mettere a fuoco com’ero in classe, ma, d’istinto, ricordo solamente quello che facevo ‘dopo’ la scuola: pomeriggi interminabili
passati a sbirciare, allungando il collo, incerto e curioso, sulla porta del
mondo. Provavo invidia per i ragazzi più grandi di me e pensavo: “Motorino, giubbetto ultimo grido, ragazzina... Loro sì che hanno capito tutto
della vita!”. Calmavo l’ansia di crescere con l’uso e l’abuso del verbo ‘giocare’; se qualcuno diceva: “Vieni a giocare a...”, non faceva in tempo a
terminare la frase che io già avevo inforcato la bicicletta ed ero pronto a
seguirlo in capo al mondo. Avevo poche, pochissime idee, ma tutte estremamente chiare!
Abbandono i ricordi e cerco di raccogliere i punti essenziali del discorsetto che ho preparato per l’occasione: inzuppato di parole come sono,
galleggerò forse per un minuto e poi, come un pezzo di brioche nella tazza
del cappuccino, affonderò inesorabilmente. Guardo l’orologio e mi rendo
conto che ho i tempi di reazione di un bradipo: se non mi muovo riesco,
nonostante la sveglia anticipata, a fare tardi! Scendo le scale di corsa e,
dietro di me, nella scia del dopobarba, si infila l’immagine di un ragazzino
che, seduto al primo banco di fronte alla cattedra, attende con il braccio
alzato che l’insegnante gli dia la parola. Mi lascio sfuggire un sorriso: in
termini scolastici ero sicuramente un vivace rompiscatole! Il punto però
non è come ero io, ma come sono loro: non sono tranquillo, non ho molte
occasioni di interagire con preadolescenti. Mentre guido l’auto ho la sensazione che sarà un po’ come cercare una strada differente per recarsi sul
luogo di lavoro: in ogni caso potrò sempre dire di averci provato! Eccolo
lì: il dottore mi sta già aspettando fuori casa sua.
“Salve, dottore! Come va?”, esordisco con l’entusiasmo di chi vuole nascondere il proprio ritardo.
“Tutto bene, e tu?”. Mentre si accomoda sul sedile gli rispondo sorridendo con un cenno del capo. Il tragitto è talmente breve che facciamo in
tempo a malapena a scambiare quattro parole, probabilmente le stesse
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che si scambiano due giocatori di tennis che per la prima volta giocano
un doppio insieme.
A scuola ci accolgono bene e, senza neanche rendersene conto, è già tempo di rompere il ghiaccio. Vado in battuta e comincio a parlare a ‘braccio’
di associazione e spirito di squadra, di volontariato e condivisione degli obbiettivi... Dall’altra parte della rete non stanno certo a guardare e,
dopo qualche palleggio di riscaldamento, arrivano domande da tutte le
parti. Gioco in attacco: praticamente non mi muovo dalla rete e rispondo
prontamente alle domande alla portata della mia racchetta (Come si fa
a iscriversi all’AVIS? Ogni quanto si dona il sangue? L’AVIS c’è in tutto
il mondo?). Il dottore copre il resto del campo: i pallonetti (Il plasma a
che cosa serve?), le palle ad effetto (Perché un uomo può donare solo fino
a 65 anni?) ed i lungo linea (Perché le donne donano meno volte degli
uomini?).
Questa disposizione tattica mi permette lunghe pause da spettatore e durante una di queste assisto a uno di quei colpi che, da solo, vale l’intero
prezzo del biglietto. Il dottore va all’attacco e tutti trattengono il fiato
intuendo nell’aria il momento decisivo. Con un tono di voce confidenziale
dice: “Viviamo in una società difficile: accendiamo il televisore e sembra
che ci sia solo il ‘male’. Non crediate che sia così, neanche per un momen14
to. Ci sono molte associazioni, di cui non si sente mai parlare, che fanno,
che costruiscono il ‘bene’. Non fate del bene perché ve lo dice qualcuno o
per avere qualcosa in cambio. Fatelo solo perché vi sentite di farlo”.
La forza delle parole imprime alla pallina una velocità incredibile ed una
traiettoria tendente a infinito. La partita finisce così: tutti vincitori e con
il naso all’in su a osservare un messaggio di solidarietà.
Un paio di mesi dopo decido di passare a scuola per fare gli auguri di
Natale ma, come arrivo nel parcheggio, mi rendo conto di non aver avuto un’idea originale: visto il numero di auto presenti, probabilmente c’è
qualche evento. È infatti in corso uno spettacolo organizzato dagli alunni,
alla presenza dei genitori e delle autorità. Con ingiustificato ottimismo
mi tuffo nella folla e cerco di trovare il preside o qualche professore che
ho conosciuto. Circondato da visi, stanchi per la frenesia prenatalizia,
ma felici per la vicinanza del traguardo, lascio lentamente evaporare la
speranza di trovare qualcuno nella cappa calda che avvolge l’atrio della
scuola. Mentre guadagno mestamente l’uscita sento una mano che, da
dietro, mi afferra il giubbotto:
“Ciao AVIS! Buon Natale!”. Mi volto ed i miei occhi si devono abbassare
per incrociare lo sguardo di un ragazzino. Mentre mi sorride sicuro, con
la mano destra lancia per aria una pallina.
“Buon Natale anche a te!”, rispondo sorridendo e, come un Babbo Natale
soddisfatto, in cerca della slitta mi dirigo verso il parcheggio.
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Social dream di una notte d’inverno
Ecco che arriva il momento. Proprio non lo sopporto: ‘pronti via’ e subito mi volgono le spalle. Tutto questo ‘nuovo che avanza’ mi fa venire
nostalgia della tradizione... pazienza, vedrò di farmene una ragione. Non
mi resta che ascoltare e pensare. Quello lo so fare bene: se esistesse la
specialità olimpica, sarei sicuramente una campionessa! Oggi si parla
di volontariato, un argomento proibitivo: già mi vedo la mano alzata di
qualcuno che, così innocente da sembrar colpevole, chiede: “Sì, va beh,
va bene tutto... ma io che ci guadagno?”
A dir la verità poi, il tizio che parla, visibilmente emozionato e maldestro,
mi sembra che la stia prendendo un po’ troppo alla lontana: i ragazzi
gli stanno prestando l’attenzione ‘istituzionale’, quella cioè solitamente
riservata al telefono che squilla nel momento più inopportuno della giornata: “... e ora chi cavolo è?”
E vai! Stasera ci si vede tutti a casa di Alice.
Dopo cinque minuti di lavoro duro in facebook (messaggi su messaggi),
finalmente una buona notizia. Eh già, sempre cari mi sono questi ultimi
banchi e questa siepe di compagni che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo (altrui) esclude.
Ora metto a cuccia l’iphone nello zaino e fingo interesse a questo dinosauro che, con indosso la felpa dell’AVIS, sta timidamente cercando di
catturare l’attenzione generale dimenandosi come Alberto Angela. Ha
tutta l’aria di voler rifilare un ‘affascinante’ viaggio filosofico nel passato: ma pensa te se nel 2013 mi devo sciroppare ancora queste menate! “Stay foolish, stay hungry”: di questo bisognerebbe parlare! Per
fortuna il tizio rappresenta una specie in via d’estinzione: sicuro che
fra qualche anno lo rivedo in un museo, rinchiuso in una bacheca, tra
le mani un notebook di ultima generazione e lo sguardo supplichevole,
perso nell’infinita ricerca di un libretto di istruzioni...
Improvvisamente cala il silenzio e s’impenna l’imbarazzo. Succede sempre così, anche ai migliori oratori... figuriamoci se non capitava a questo
qui che ha imparato la parte a memoria! Proprio mentre un paio di api,
incuranti dell’inverno che avanza, accennano una baldanzosa samba davanti al mio campo visivo, ecco che il malcapitato, chiuso all’angolo da
sguardi compassionevoli e facce di circostanza, in uno scatto d’orgoglio e
fortuna, riesce a piazzare qualche buona domanda e portarsi nuovamente al centro del ring: “Dunque, secondo voi, i volontari sono una banda
di fessacchiotti ammalati di buonismo? Perché lo fanno dunque?” e via
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di questo passo... Praticamente la lezione informale diventa, se possibile,
ancor più informale e assume i contorni, un po’ inquietanti, di un’anarchica intervista collettiva... Quello che lascia senza fiato è però l’inaspettato entusiasmo con cui partecipano i ragazzi. Ma, onestamente, quando
si parla con sincerità del mondo degli uomini e l’aria profuma di idee,
come si fa a rimanere impassibili? Che voglia di accodarmi alle api e fare
il trenino: pe pe pepe pepe!
Tutto sommato, il mestiere di parolaio non è difficile: se ci riesce questo
qui! Basta fare l’amicone con un po’ di faccia tosta, condire le parole con
un po’ di citazioni rubacchiate qua e là da qualche cantautore (De Andrè, Ligabue, Gaber...) e voilà: il pesce si butta da solo nella padella ed è
subito pronto. Come si fa a dar credito a certi anacronistici personaggi
da bar sport veramente non lo capisco. Basterebbe così poco per riportare sulla terra questa banda di idealisti senza arte né parte! Dunque
vediamo, quest’anno, per esempio, abbiamo studiato Machiavelli: “Conoscere il passato per comprendere il presente e progettare il futuro”.
Così, d’istinto, se penso al passato (e anche al presente) dell’umanità, mi
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vengono in mente senza sforzo esempi contrari e incontestabili ai valori
del volontariato (la civiltà dei pescecani, homo homini lupus, si vis pacem, para bellum...), ma li tengo per me. Mai discutere con un matto:
chi guarda potrebbe non capire la differenza. E poi non ce n’è proprio
bisogno: lo spettacolo volge al fine e, tra poco, sarà costretto a rivelarsi
per ciò che è: uno squallido spacciatore d’idee usate in cerca di proseliti!
Va bene che un’ora passa in fretta, che bisogna sintetizzare e fissare i concetti, che occorre andare incontro e semplificare... ma possibile che tutte
le volte che inizio a divertirmi qualcuno ferma la musica? È la dura legge
della scuola. Stop alla samba, dunque, e via col liscio:
-- “Ragazzi vi ringrazio: per me è stata un’ora spesa bene, mi sono divertito ed ho imparato molto. Non vi chiedo di iscrivervi all’Avis o a
un’altra associazione di volontariato. Naturalmente, se doveste decidere di farlo, ne sarei contento, ma mi farebbe ancora più piacere se
vi domandaste perché non farlo e che vi deste una risposta ‘vostra’...”
Mamma mia, questo è da ricovero! Colpito dalla sindrome di Marzullo:
“Ora si faccia una domanda e si dia una risposta!”. Quel che è peggio
però, è che vuole contagiare tutti quanti!
-- “...non è facile infatti mantenere intatto il proprio ‘senso critico’ e non
cedere alle lusinghe dei pareri già pensati da altri: frequentare una
scuola significa anche imparare a farsi un’opinione, riconoscere i limiti
di essa e, spesso, modificarla. I principi e i valori invece no, quelli non
si cambiano con il passare delle stagioni, quelli rimangono. Proprio
per questo è importante che vi facciate domande e decidiate da che
parte stare: dovete essere i protagonisti della vostra vita, non gli spettatori annoiati di una banale telenovela! Scusate se ho abusato della
vostra pazienza. Ciao a tutti e grazie ancora!”
Una cosa è certa: costui non venderebbe una bottiglia d’acqua in un deserto! Tuttavia devo ammettere che qualche barlume di lucidità nel suo
delirio finale c’era. Anche la scienza (Darwin docet), devo ammettere, è
dalla sua parte: se una associazione esiste da 86 anni (visto il marketing ‘avventuroso’ a cui ho appena assistito, sarebbe forse più corretto
dire ‘resiste’), qualche solido fondamento dovrà pur averlo. Tutta questa
faccenda poi, di un mondo non regolato da rapporti economici, m’incuriosisce assai: quasi - quasi mi iscrivo. Aspetta un po’ che guardo...
incredibile, non l’avrei mai detto: anche i dinosauri sono in facebook!
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Si spengono i rumori, la musica è finita e anche l’ultimo volontario, gongolando, se ne va e mi abbandona. Se chiudo gli occhi posso immaginare
la scena. Nel quadriportico del Collegio Rotondi, dove sono passate migliaia di persone, posso vedere ora i volontari e i professori che si salutano idealmente, come in un quadro dell’800, togliendosi il cappello in segno di rispetto e continuando per la loro strada, forse sorridendo un poco
di più perché consapevoli di non essere i soli a tentare di scrivere il futuro
nel vento. Già, però io invece sono qui, con un cuore traboccante di idee e
d’entusiasmo, prigioniera di un’aula sorda al mio dolore. Ma che succede,
chi ha acceso la luce? Sarà qualche bidello che si è sbagliato...e invece no:
è una supplenza dei bimbi delle elementari! Il professore lo conosco: è un
tipo tosto. Eccolo che avanza verso di me, appoggia il registro, si sistema
bene con la sedia, poggia i gomiti formando una v rovesciata, mette il
mento sui pugni chiusi e, con autorevolezza, inizia:
“Ok bambini, ora fate silenzio, per favore! Oggi parliamo della favola di
Pinocchio... qualcuno di voi la conosce e vuole provare a raccontarla?”
Anch’io, seppur afona, mi unisco all’entusiastico coro di “Io! Io!” di risposta e sorrido di speranza: in qualità di scrivania dell’aula informatica
quale miglior lezione avrei mai potuto desiderare?
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Assemblea Avis Gorla Minore
ovvero
cronaca di un’elezione annunciata
“...ventotto e ventinove.” Cavoli, ventinove è un bel numero: se non è un
record, poco ci manca! Poi ci sono anche il nostro Presidente Onorario
(Dott. Bruno Nicola), la rappresentante dell’Avis Regionale (Marantelli Sonia) e la rappresentante dell’Avis Provinciale (Giuli Natascia). Mia
madre aveva ragione: avrei dovuto sbarbarmi e, già che c’ero, preparare
anche un discorso.
“Allora... cominciamo?”. Un bisbiglio di sottofondo proveniente dal fondo della sala interrompe i miei pensieri. Inizialmente un brusio delicato e
leggero, una piacevole brezza primaverile. Poi, con il passare dei minuti,
cresce di intensità e, come il vento di Tramontana che spazza la gente
nelle case all’imbrunire, si abbatte impietoso sul sottoscritto. Guardo
l’orologio, che indica le 21.10. “Ancora cinque minuti!” annuncio in tono
sicuro, cercando di convincere, tra gli altri, anche me stesso. Dalla porta vedo entrare Filippo e Stefano che, ancora trafelati, prendono posto.
Dopo i convenevoli di rito, attacco a parlare e, senza neanche rendermene bene conto, con mio stesso stupore, dipingo un bicchiere quasi pieno.
Credo che per avere buoni frutti occorra anche avere una buona terra
(la Fondazione Raimondi), un buon clima (la collaborazione dei Comuni,
delle Parrocchie, delle scuole, delle altre associazioni...) e, ultimo ma non
meno importante, l’entusiasmo dei volontari. Lascio la parola ad Alfredo
Sessa che, dopo 40 anni di AVIS, dirige i numeri del bilancio con la stessa
abilità e passione di un direttore d’orchestra. A lui succede poi il nostro
Direttore Sanitario (Dott. Mohsen Anbarafshan) che, nella foga di elencare i dati degli aspiranti donatori, si lascia sfuggire che sarà disponibile
anche per i prossimi anni. Con questo voto di fiducia anticipato in tasca,
affronto la discussione sulle relazioni molto più sollevato. Dalla discussione all’elezione del nuovo Consiglio il passo è breve, anche se importante. Il resto dell’ordine del giorno scivola facile, come una passeggiata
sul lungo lago.
Prima di chiudere la riunione, con lo sguardo indagatore dell’allenatore scruto i volti dei veterani e dei neofiti, alla ricerca di quel dettaglio
che li ha spinti ad indossare la maglia dell’AVIS per i prossimi quattro
anni. Alla fine mi arrendo: quello che so per certo è che AVIS Gorla Minore parteciperà ancora, insieme a innumerevoli realtà di volontariato, al
campionato della solidarietà.
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18-02-2013 Consiglio AVIS Gorla Minore:
Albé Giovanni, Allemini Oscar, Banfi Mario, Bernasconi Ernesto, Bombolini Simone,
Brumana Gianluigi, Caldiroli Silvia, Cerana Giuliano, Cerutti Alessandra, Cinzia Terzi, Ciulla Giacomo, Colombo Elena, Delcarro Adolfo, Filippo Mari, Frontini Marco,
Perin Barbara, Rogora Maurizio, Sessa Alfredo, Sgarbossa Stefano, Vanetti Alberto,
Vanetti Francesco.
2013/2016 Consiglio Direttivo AVIS Gorla Minore
2014 - La squadra sanitaria.
Da sinistra: Sig.ra Antonella Guzzetti, Dott. Mohsen Anbarafshan e Sig.ra Stefania Castiglioni
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Accade, succede sempre così.
Ogni volta che finiamo di montare il gazebo, indipendentemente che ci
troviamo a Gorla Minore, Marnate o Gorla Maggiore, si avvicina qualcuno un po’ in là con gli anni e comincia a raccontare:
“Ah! L’AVIS... Non è più l’Avis di una volta: quando c’ero io erano altri
tempi! Io ho fatto 100 donazioni: ho a casa ancora la medaglia. Si andava
a donare tutti insieme, di solito la domenica, dopo la messa. Praticamente
era come essere in famiglia. Poi facevamo le gite: che belle gite che facevamo... 3-4 pullman carichi di persone felici di passare del tempo insieme!”.
Di solito il volontario di turno prova a ribattere che abbiamo semplicemente voltato pagina e che il vento della solidarietà soffia però ancora
molto forte: da qualche anno non riusciamo a organizzare una gita, è
vero, ma, a modo nostro, continuiamo a viaggiare...
A spasso con Avis
Un cielo plumbeo che si confonde all’orizzonte con l’asfalto della strada non è di per sé una vista molto incoraggiante. Per un attimo rimango così, aggrappato come un naufrago alla cinghia della tapparella della
stanza, sospeso tra il desiderio di andare incontro al nuovo giorno e la
forte tentazione di tornare a letto. Con la vitalità di un orso appena uscito
dal letargo supero lo stallo e mi dirigo in bagno. Lì, mentre l’acqua fredda
mi violenta il viso, d’istinto guardo l’orologio e, d’abitudine, inizio a pigiare sull’acceleratore: la barba può aspettare, lo zelante Filippo no! Così,
in preda alla tipica agitazione del ritardatario cronico, abbandono il pigiama sul divano e mi vesto in un lampo, chiudo la porta d’ingresso e mi
catapulto giù per le scale. Sorpreso dalla mia stessa agilità, gioco a saltare
sempre un maggior numero di scalini prima di ogni pianerottolo. Quando giungo al pianterreno, mi accorgo di aver saltato anche la colazione.
“Poco male”, penso, mentre mi fermo un istante nel cortile a controllare cos’altro ho dimenticato: la sera precedente ho stipato caoticamente
nell’auto il gazebo e l’occorrente per una giornata d’informazione in piazza. Con terrore metto le mani nelle tasche dei jeans e trovo, rassicuranti,
le chiavi dell’auto e della sede AVIS.
“Woof ! Woof !!”.
Un latrato simile ad un ultimatum interrompe bruscamente il mio fugace
relax. Guardo con odio puro il boxer del vicino di casa fisso negli occhi e,
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approfittando vigliaccamente della recinzione che ci separa, ricambio la
cortesia con un gestaccio e qualche simpatico epiteto. Carico come una
molla, salgo in auto e accendo il motore: l’orologio sul cruscotto indica le
8.30.
Luca dice di no, ma io ci spero. In fondo mi ha chiesto lei dove avremmo suonato l’indomani: perché farlo se non avesse avuto poi intenzione
di venire? E ora sono qua, a risicare e a sfogare tutti gli interrogativi
possibili sul mio sassofono. Certo che, se dovesse venire, avrò il mio bel
da fare a inventarmi come impressionarla: alla sagra del paese, dopo
che hai fatto un paio di volte avanti e indietro tra le bancarelle, cos’altro
puoi fare? La fregatura è che ci dovrò stare praticamente tutto il giorno: suoneremo prima di mezzogiorno, nel pomeriggio e, gran concerto finale, alle 21. Per fortuna, almeno quest’ultimo esula dal repertorio
classico: i Beatles, i Rolling Stones, gli U2, i Queen... Su questo ha ragione Luca: dobbiamo proprio provare a mettere su noi una band, così
potremo suonare ciò che ci pare. “Va beh, l’importante è che comunque
lei ci sia” concludo ostinatamente, mentre smetto di suonare e bevo del
succo d’arancia che, come un balsamo, scivola nella gola provata dagli
eventi della serata precedente. Guardo, illuminato da uno sprazzo di
sole, l’orologio della cucina che fa solo le 9.30 e mi consolo pensando che
sarà una bella giornata. Ho un sussulto d’orgoglio e decido all’istante
che è stupido e poco virile starsene qui a sfogliare un’immaginaria margherita. Metto il bicchiere nel lavello, il sassofono nella custodia e, prima
di ‘mettermi’ nel mondo, do una controllata nello specchio dell’anticamera. Sistemo meglio il ciuffo e la cravatta della divisa della banda musicale, infilo gli occhiali da sole e, già che ci sono, ripasso il mio mantra
personale:
“Mi chiamo Alberto, ho 20 anni, la vita è bella e... va bene così!”
Mentre chiudo a chiave la porta d’ingresso, realizzo di aver mentito
spudoratamente: ho disperatamente bisogno di sentire ancora la sua
voce calda che, in bilico tra il serio e il faceto, mi ripeta: “Non hai la
faccia di uno che suona il sassofono”.
“Mi raccomando: alle 8.30 puntuali. Magari prima, ma non dopo!”. Con
quelle precise parole mi sono congedato la sera precedente da Stefano e
Filippo e ora, con una decina di minuti abbondanti di ritardo, mi accingo
a raggiungerli. Dopo aver raccontato a un paio di responsabili dell’organizzazione della festa chi sono e perché devo entrare in auto in una via
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non autorizzata al traffico e dopo aver faticosamente zigzagato tra le transenne, li intravedo appoggiati ad un muro. Decido di giocare all’attacco
e, avvicinandomi e tentando di far passare il mio ritardo sotto silenzio,
abbasso il finestrino e incalzo:
“Avete già chiesto dove ci dobbiamo mettere?”.
“Siamo mica qua dalle otto e mezza a pettinare le bambole, o a smacchiare i leopardi, noi!” risponde pronto Filippo, spostandosi di lato e indicando platealmente con la mano un cartello a caratteri cubitali con la
scritta: “Posizione 38 - Avis Gorla Minore”. Mentre Stefano e Filippo si
scambiano un’occhiata complice e divertita, simile a quella dei bimbi che
ad Halloween suonano i campanelli e chiedono “Dolcetto o scherzetto?”,
tiro il freno a mano, apro il bagagliaio, spengo il motore e... accuso il
colpo. Prendo tristemente atto che ciò che valeva per Napoleone (la miglior difesa è l’attacco) non è valido per il sottoscritto. In una manciata
di minuti, con l’efficienza di un team specializzato, allestiamo il gazebo.
Quando ritorno dal parcheggio dove ho lasciato l’auto, un pallido sole
occhieggia tra le nubi e semina speranza tra gli organizzatori della manifestazione. Mi siedo accanto a Filippo e insieme lasciamo che Stefano
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si accanisca, con ingegneristica precisione, nella disposizione ideale del
materiale di propaganda sul tavolo.
“Ma secondo voi è meglio così o come era prima?” chiede improvvisamente Stefano.
Dall’occhiata imbarazzata di Filippo intuisco che neanche lui ha prestato
molta attenzione e, scaltro come un coyote, fuggo la domanda ribattendo
con entusiasmo:
“Che ne dite di far colazione al bar di fronte?”
Per fortuna sono venuto a piedi: se avessi usato l’auto avrei perso
mezz’ora solo per parcheggiare!
È proprio bello passeggiare in questo cantiere a cielo aperto: praticamente è come attraversare le quinte di un teatro dove a breve andrà in
scena una commedia! Il primo che incontro della banda è (non avevo
dubbi) Celestino. Mi fissa divertito e io noto ancora una volta i suoi occhi azzurri che, come scoiattoli nella neve, giocano con entusiasmo tra
le rughe di un volto rasato di fresco. Abbiamo appena festeggiato i suoi
‘cinquanta anni di squilli’ (chilo più, chilo meno, anche il suo peso non è
lontano da quella cifra) e, mentre come un rabdomante cerco di stabilire la sua età, con un sorriso imperfetto ma gioioso, lui mi dice:
“Visto che stamattina sei caduto dal letto, perché non vai da quelli della
Pro Loco e ti fai prestare un paio di tavoli?”. La mistica serenità che
emana quando parla, simile a quella di una statua di Buddha, mi mette
sempre un po’ a disagio. Comunque faccio un cenno d’assenso col capo
e mi tuffo nella folla, felice di avere un’incombenza a cui pensare. Nel
marasma generale urto la bandiera verticale di un’ associazione. Mentre sotto gli sguardi riprovevoli degli astanti, un po’ imbarazzato, mi
chino e la rimetto in piedi, leggo che si tratta di AVIS e sento una voce
squillante alle mie spalle che domanda:
“Ciao! Mai pensato di iscriverti all’AVIS?”. Mi alzo e mi giro verso la
voce. Ho il sole negli occhi e fatico a vedere con chi ho a che fare. Superato lo smarrimento visivo, focalizzo un tizio che, con indosso una giacca sportiva rossa, mi guarda divertito. Pur avendo un’aria sbarazzina,
ha la faccia seria e pulita, fisico atletico e, dietro gli occhiali, una capacità d’ironia fuori dal comune. Gli altri due, che arrivano quasi simultaneamente alle sue spalle ed indossano la medesima giacca, potrebbero,
viste le dimensioni, tranquillamente essere le guardie del corpo. Mentre mi rialzo, i tre mi sottopongono, lì, seduta stante, a un trattamento
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intensivo di buone ragioni per diventare donatore di sangue. Quando
sono sotto pressione, di solito, prendo tempo e butto la palla in fallo
laterale: “Ora sono di fretta, ci vediamo dopo. Tanto sono qui tutto il
giorno, ok? Ciao!”
“Dovevate lasciarmi parlare solo a me: in questo modo l’abbiamo fatto
scappare...” esordisce con disappunto Stefano mentre ci avviciniamo alle
sedie del nostro stand. So che non dovrei dirlo ma, con il sole alto nel
cielo e cappuccio e brioche nello stomaco, è più forte di me. Mi siedo,
sbottono la giacca, assumo un atteggiamento papale e dichiaro: “Vedrete
che torna!”.
“Come no! - mi fa eco pronto Filippo - Comincio a mettere da parte la
domanda d’iscrizione... nel caso rimanessimo senza.”
“Sì, hai ragione, mettila insieme alle altre, nella cartelletta con la scritta
‘le sparate di Mao’” rincara la dose Stefano.
Sto ancora cercando una pigra difesa d’ufficio, quando arriva Silvia tutta trafelata che, un po’ a fatica, solleva una borsa il cui contenuto tende
all’infinito e la appoggia sul tavolino. Sono un grande falso quando fingo
la gentilezza e, occhieggiando la borsa, butto lì:
“Se me lo dicevi, ti venivo incontro...”. Lei mi fissa con i suoi grandi occhi, tranquilli come l’orizzonte dopo la tempesta, scopre il mio bluff e,
elegantemente, ci passa sopra: “Ma va, figurati! Non pesa poi tanto...”
risponde. Nel frattempo, come Eta Beta nelle pagine di ‘Topolino’, estrae
dalla borsa di tutto e di più. Io e Filippo ci scambiamo un’occhiata interrogativa: tutta questa concentrazione di addobbi e decorazioni non finirà
per fare a pugni con lo stile ‘minimalista’ di Stefano? La preoccupazione
rientra all’istante quando i due, con l’allegra esuberanza di Cip e Ciop,
attaccano a complottare e saltellare insieme intorno al gazebo. Un po’
perplesso, dinanzi a un conflitto preventivato e mai avvenuto, mi domando se l’equazione ‘diversità’ uguale a ‘ricchezza’, oltre a essere uno slogan,
non sia anche una verità. Dopo una quindicina di minuti di spostamenti
vari (‘questo di qua!’, ‘tira indietro quello!’, ‘non così, più a destra!’ etc.
etc.) i due, guardando me e Filippo, con evidente soddisfazione negli occhi, domandano, quasi all’unisono: “Beh... allora!?”. Messi con le spalle
al muro, sia io che Filippo tiriamo fuori tutto il nostro coraggio da Ponzio
Pilato e nicchiamo qualcosa di intellegibile. Dall’imbarazzo questa volta
ci toglie Elena che, arrivando in bicicletta e arrestandosi praticamente sui
piedi di Stefano, esclama: “Ragazzi è bellissimo! Però non si vede l’albero
dei palloncini: dai, Stefano, spostalo più avanti!”
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Sono le 15.00 e tutto va male: il sole è alto nel cielo e sto suonando il
sassofono già da un po’, ma di lei ancora nessuna traccia. Come se non
bastasse, il maestro della banda si ostina a lanciare occhiatacce verso
di me: quello, quando gli vengono le paturnie, se la prende sempre con
i soliti! Devo essere visibilmente contrariato perché Celestino, mentre la
tromba riposa, mi fa una smorfia e strizza l’occhio. A stento trattengo
una risata che, abbassando gli occhi, finisce dritta-dritta nel sassofono. Quando li alzo nuovamente incrocio lo sguardo di Maura che mi
fissa divertita. Una perentoria gomitata di Luca conferma che non sto
avendo una visione. Gongolo tra le ultime note di una canzone che non
scorderò e galleggio raggiante nei miei pensieri, equamente divisi tra
innocenza e desiderio. Quando terminiamo di suonare, metto a nanna
il sax, mi precipito accanto a lei e, come il più classico degli imbranati,
dopo il rituale ‘ciao’, rimango intrappolato in un imbarazzante silenzio,
causato dall’ingorgo di parole che mi passano per la testa. Per fortuna
Maura risponde prontamente:
“Ciao! Te l’hanno mai detto che sei buffo quando suoni?”
“No, ‘buffo’ mai. Di solito mi dicono che sono bellissimo!” ribatto atteggiandomi un po’ e sperando che la spacconata abbia il suo effetto.
“Io direi ‘modesto’ soprattutto!” aggiunge Maura sorridendo e fissandomi intensamente, tanto da costringermi a nascondere lo sguardo dietro
gli occhiali da sole. Da quel momento tutta la tensione svanisce: il tempo scorre come le note di una canzone e noi giochiamo a punzecchiarci
nel pentagramma della conoscenza reciproca. Nel frattempo, un altro
me stesso registra spiccioli di realtà: la presentazione di sua sorella
Laura (un tenero scricciolo con tanta voglia di crescere), Luca che chiede delle sue amiche, l’arrivo di quest’ultime... Fare avanti e indietro tra
le bancarelle è tutt’altro che noioso: in loro compagnia io e Luca veniamo salutati in continuazione e, devo ammetterlo, un po’ di sana invidia
nell’aria è piacevole come il formaggio sulla pasta al ragù. Nel mezzo
della passeggiata, una ragazza con i capelli neri, il viso abbronzato, la
felpa con la scritta AVIS e l’entusiasmo negli occhi, interrompe le nostre
chiacchiere:
“Ciao! Mi chiamo Elena, posso rubarvi un attimo?”
Oggi è una di quelle giornate da incorniciare. Attorno al nostro gazebo
c’è interesse: la gente chiede, si informa e, alla fine, qualcuno compila
anche la domanda di iscrizione. La giornata non è ancora terminata ed il
risultato è il seguente: SOLIDARIETÀ 12, INDIFFERENZA 0. È un risul28
tato da pallavolo ed, effettivamente, proprio come una squadra ci stiamo
comportando. La prima linea, composta da Elena e Silvia, palleggia cultura
della salute con sicurezza e macina gioco e punti con determinazione. La
seconda linea, composta da me, Filippo e Stefano, difende a memoria e si
occupa in scioltezza dei gadget e delle domande di iscrizione. Perfino Alberto, il ragazzo che abbiamo conosciuto stamane, è stato di parola e si è
iscritto. A dir la verità lo ha fermato Elena ma, immediatamente, lui ha assunto il ruolo di ‘facilitatore’ e, oltre al suo amico, ha fatto iscrivere 5 ragazze: come se n’è andato, gli abbiamo conferito ad honorem il titolo di ‘Mickey Rourke della Valle Olona’. Verso le 19 la luce crepuscolare interrompe
l’idillio e si abbatte sulla manifestazione: i gazebo delle associazioni che al
mattino erano spuntati come funghi tornano mestamente nelle auto dei
volontari. C’è ancora tempo per il bicchiere della staffa e, insieme agli amici di Emergency e della Pro Loco, ci rechiamo al bar di fronte. Così, in mezzo ai programmi della serata e qualche blando accenno alla vita privata, si
tirano le somme di una giornata, ma più spesso di una vita di volontariato.
Stanchezza e soddisfazione fanno sì che i volontari lascino scivolare senza
remore sul tavolo i progetti futuri, anche quelli più impossibili, strampalati
e divertenti. Nonostante il clima ludico e un po’ surreale, alla fine ognuno
ha la sensazione di partecipare a qualcosa di costruttivo e, prima di lasciare il tavolo, con la stessa avidità con cui un giocatore di poker rastrella le
fiches prima di abbandonare il gioco, raccoglie le idee presenti nell’aria.
Neanche il tempo di lasciarci alle spalle lo stand dell’Avis che ci imbattiamo in Celestino.
“Allora, ti sei iscritto?” chiede senza neanche darmi il tempo di salutare.
“Sì, mi sono iscritto. Mi sembra una cosa giusta da fare, voglio dire.
Francamente non capisco perché non lo facciano tutti, chi può naturalmente.” rispondo pronto.
“Ora, se non sbaglio, sei iscritto a tre associazioni: la banda, l’Avis e
Emergency. Attento a non prenderti più impegni di quelli che puoi seguire.”
“Non ti offendere, Celestino, ma, detto da te, che sei dentro in una decina
di associazioni, suona un po’ come la storiella del bue che dice cornuto
all’asino...”
“Va beh, ora non ho tempo di spiegarti, mia moglie mi aspetta. Ciao!
Comunque lo sai come la penso: volontario una volta, volontario per
sempre!”. Così dicendo Celestino se ne va e, con un passo atletico inso29
spettato, si dirige verso un’arzilla signora poco distante e la prende per
mano.
“Tipo tosto il vecchietto, eh?” sussurra Maura entrando in punta di piedi
nei miei pensieri.
“Già, non finisce mai di stupirmi...” rispondo, rimuginando sull’arrangiamento del motto dei Marinai che Celestino mi ha appena rifilato con
nonchalance.
“Senti, volevo dirti, a proposito di stasera...” continua Maura, mentre io
scommetto già su quale scusa accamperà per abbandonarmi.
“...non mi fermo a cena.”
“Ecco, ci siamo. La musica è finita!” penso intensamente mentre lei si
avvicina per darmi un bacio sulla guancia.
“ Però torno e, se vuoi, dopo che hai finito di suonare, beviamo qualcosa insieme” aggiunge Maura dopo il bacio. Devo avere una particolare
faccia da pesce lesso perché lei, un po’ intristita e con lo sguardo interrogativo, è costretta a chiedermi ancora: “Ok?”
“Certo! Ti aspetto allora!” dico, aprendomi in un sorriso che presumo
ebete. Dopo qualche secondo inspiro forte e, avvertendo il suo profumo
nell’aria, mi rendo conto che già mi manca.
Oggi è una di quelle giornate da dimenticare. È dicembre inoltrato, fa
freddo e la nebbia avvolge i pochi temerari gazebo che hanno osato affacciarsi sulla piazza. Come se non bastasse, le poche persone che escono
da Messa ci evitano con la stessa determinazione con cui uno sciatore
scende tra i paletti di uno slalom speciale. Il nostro gazebo non genera
interesse, tuttalpiù un po’ di pietà.
Quando l’umidità proveniente dal selciato mi arriva al cervello; ho un conato di reazione e, impietosito anche dai volti dei miei compagni, scolpiti
dal gelo, esclamo:
“Ok, ragazzi, per oggi è abbastanza! Vado a prendere l’auto, carichiamo e
ce ne andiamo.” Ho appena chiuso il portellone posteriore e mi accingo a
salire al posto di guida, quando una voce femminile, mi dice:
“Ciao! Non mi riconosci?”
La guardo avvicinarsi e noto che è molto giovane. Decido di essere onesto:
“No, veramente non mi ricordo...”
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“Sono Laura. A settembre ho compiuto 18 anni e mi sono iscritta all’Avis
presso il vostro gazebo. Settimana scorsa ho effettuato la prima donazione.”1
“Bene, complimenti!” rispondo con tutto l’entusiasmo che la temperatura mi consente.
“Volevo chiederti se per favore potevi darmi quattro/cinque domande
d’iscrizione...”
“Non c’è problema: te ne do quante ne vuoi... ma, che te ne fai, se sei già
iscritta?” le domando mentre cerco sull’auto le domande d’iscrizione.
“Sai, le mie amiche mi hanno domandato che regalo volevo per Natale
ed io ho chiesto che mi regalassero la loro iscrizione all’Avis. Tre sono
convinte, la quarta ha detto che ci pensa...”
“Wow! Complimenti per l’idea e grazie di cuore, da parte mia e di Avis!”
le dico mentre lei, afferrate prontamente le domande, sparisce nella nebbia da cui è arrivata.
E rimango così, intontito, a guardare, qualche cosa che, forse, non saprò
raccontare.2
1 ‘Laura’ non è, ma il fatto è realmente accaduto!
2 Liberamente tratto dal testo “Una nuova canzone per lei” di Vasco Rossi
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Da sinistra:
Sig. F. Mari, Sig. G. Ferioli, Dott. L. Frontini e Sig. M. Rogora
Da sinistra:
Sig. M. Banfi, Sig. S. Colombo, Cav. R. Crenna, Sig. M. Rogora, Sig.na N. Giuli, Sig. L. Pinciroli
(Presidente Avis Provinciale Varese), Sig. E. Bernasconi, Sig. F. Mari, Sig. G. Brumana
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Telethon in Valle 2013
Per la prima volta anche Gorla Minore
si è unita alla raccolta fondi Telethon e
l’ha fatto alla grande: a dicembre 2013
si è tenuta all’Auditorium di Gorla Minore la prima “Telethon in Valle” con
due serate dedicate alla raccolta fondi
per la ricerca scientifica per le Malattie
Neuromuscolari, Genetiche e Rare.
La UILDM, Unione Italiana Lotta alla
Distrofia Muscolare, nel 1990 ha dato vita a Telethon affinché fosse potenziata la ricerca sulle Malattie cosiddette “orfane”, cioè le malattie alle
quali pochi scienziati si dedicavano per il basso numero di malati e lo
scarso interesse commerciale e farmacologico.
Dopo anni di studio faticoso e costoso i primi risultati si cominciano a
vedere: ad alcuni bambini con malattie rare è stata applicata la terapia
genica e sono guariti. Altre malattie sono state tanto studiate da consentire il miglioramento della qualità della vita dei malati.
Ma c’è ancora molto da fare per trovare la terapia per gran parte delle
malattie genetiche! E molti TELETHON dovranno venire!
L’esibizione all’Auditorium del Coro Joyful Singer (7 dicembre) e lo spettacolo teatrale “Fiocco e Nuvola”(14 dicembre), hanno regalato al pubblico momenti piacevoli ma, soprattutto, hanno consentito di parlare di tematiche difficili, dei risultati ottenuti dai ricercatori Telethon e di quanto
ancora serve studiare per aumentare questi risultati.
La piccola Elena, affetta da malattia genetica con delezione del cromosoma 22, grazie ai suoi genitori, Monia e Davide, è stata la migliore testimonial che si potesse trovare.
Nonostante la scarsa partecipazione dei gorlesi, i risultati sono stati molto positivi: siamo riusciti a devolvere ben 700 euro a Telethon.
Un grande ringraziamento a Domizio Ricco, Assessore ai Servizi Sociali
di Gorla Minore, alle amministrazioni comunali di Gorla Minore, Gorla
Maggiore e Marnate, ai sindaci di Gorla Minore, Gorla Maggiore e Solbiate Olona, per la presenza durante la serate, ma soprattutto al CDA e
a tutti i volontari delle associazioni che sono il cuore operativo di tutte
le attività e le manifestazioni che vengono proposte, perché “...due formiche sono due formiche, un’idea di solidarietà; c’è ben poco da fare di
fronte alle montagne, ma se possono contare su tutte le compagne, quelle
formiche smuovono le montagne.”
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Per non dimenticare
Il primo Febbraio 2013, presso l’auditorium comunale, Avis e Pro loco
Gorla Minore hanno promosso ed organizzato una serata dedicata al
giorno della memoria, in collaborazione con l’associazione Italia Israele
Varese Alto-Milanese, nella persona del presidente, Rossano Belloni, con
il Collegio Rotondi e con l’amministrazione comunale.
L’idea di organizzare quest’incontro è nata dalla considerazione che il ricordo è tutto e che, durante la seconda guerra mondiale, milioni di uomini, donne e bambini sono stati perseguitati con leggi razziali, poi strappati alla loro vita e portati nei lager, da dove solo in pochi sono tornati. È un
pezzo agghiacciante della nostra storia ed è importante non dimenticare,
perché soltanto ricordando il passato possiamo cambiare il futuro, un
futuro in cui quelle atrocità non si ripetano mai più.
Anche nella nostra zona, in Valle Olona, sono state vissute storie drammatiche, storie che non devono essere dimenticate, storie su cui riflettere
e da cui trarre esempio.
La dott.ssa Anna Maria Habermann, medico chirurgo, nata il 25 Marzo
del 1943 a Busto Arsizio dal secondo matrimonio con la signora Rosa
de Molli da parte del padre Aladàr, stimato medico internista operante
in città dal 1933 fino alla sua scomparsa, ha raccontato l’esperienza di
vita sua e della sua famiglia. Grazie ad un dettagliato ed impegnativo
lavoro, Anna Maria è riuscita a realizzare il libro “Il Labirinto di carta”
sulla scoperta, solo dopo la morte del padre nel 1974, di avere un fratello.
Di questo suo fratello, di nome Tamàs e figlio del primo matrimonio
del padre con una connazionale, la dottoressa Anna Maria Hàbermann
ricostruisce nell’opera gli anni di vita prima della sua deportazione ad
Auschwitz, avvenuta nel maggio del ’44 e della sua scomparsa nel nulla.
Racconta della vita di una famiglia e di Tamàs, che fra l’altro visse
anch’egli per qualche anno a Busto (dal 1933 al 1936, dall’età di 4 sino ai
7 anni), nel periodo buio delle persecuzioni razziali in Europa e in Italia
e induce a riflettere sulla diversa sorte che il destino assegna ai singoli
individui.
Come si può evincere da quanto accennato, questa è una vicenda profondamente legata alla nostra realtà sia perché alcuni protagonisti sono
vissuti a Busto Arsizio, sia perchè dobbiamo ricordare che il Dott. Aladàr
Hàbermann ha salvato decine di persone durante la guerra ed è stato
conosciuto anche in molti dei comuni della Valle Olona. Inoltre Anna
Maria, nata a Busto Arsizio, è ancora oggi legata alla realtà della sua città
e della nostra Valle, in quanto vi esercita la libera professione medica.
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È importante segnalare che questa vicenda è stata seguita anche in Ungheria, terra d’origine dei protagonisti, sia con la pubblicazione di un libro dedicato a Tamàs, che con la realizzazione di un film-documentario
intitolato “Terra di morti”, girato dalla televisione RTL e proiettato durante la serata.
Dopo la visione del filmato, è stato possibile accendere un vivace dibattito circa la persecuzione razziale, all’esperienza della dottoressa ed alla
sua visita in Ungheria, dove questo argomento è ancora considerato tabù.
È stata una serata commovente, ricca di significato e ci sentiamo in dovere di ringraziare la dottoressa Habermann per la disponibilità e la toccante testimonianza.
Un ultimo grazie, forse quello più importante di tutti perché porta in sé
un messaggio di speranza affacciato direttamente sul futuro, va ai bambini delle scuole elementari Parini che hanno preparato una mostra all’entrata dell’Auditorium riguardante la Shoah.
“ Noi tutti sappiamo che la buona volontà non basta a frenare la sete di
potere e di predominio di coloro che mantengono acceso il fuoco dell’odio,
basato sull’ignoranza e sulla povertà di tante genti. Per contrastarli abbiamo solo l’arma della conoscenza.”
Cit. Anna Maria Habermann
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Miracolo a Natale
Gorla Minore è uno dei molti paesi che, come funghi selvatici e fuori
stagione, si ostinano a crescere lungo le sponde del fiume Olona. Qui la
gente è semplice e diretta e, nel solco della tradizione, ha attraversato la
storia credendo ciecamente nel motto comune della valle: ‘Pane, nebbia
e lavoro!’.
Da qualche tempo della nebbia non si hanno più notizie e così, allertati quotidianamente dagli echi dei vari telegiornali, si sopravvive appesi
all’idea di un futuro che, un po’ come le stagioni, non è più quello di una
volta.
In un sabato sera di un mite dicembre è comunque piacevole scivolare
all’interno del bar del paese, sedersi, ordinare un caffè e osservare la vita
e il tempo danzare lentamente sulle note di una moderna e sconosciuta
melodia...
Caterina posa i bicchieri nel lavello e passa con rabbia la spugna sopra
il bancone del bar. Incrocia le braccia e fissa ancora una volta l’orologio
sulla parete che segna le 20.30 e, con il pensiero, corre a casa. Si toglie le
scarpe, indossa le ciabatte, mette un po’ in ordine e, finalmente, si dedica
ai regali di Natale. Il suo film viene però interrotto bruscamente dalla
realtà:
“Caterina ci fai un altro giro, per favore?”
Caterina sorride, un po’ per professione, un po’ per affetto e, con una voce
allegra che al momento stenta a riconoscere sua, risponde:
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“Certo ragazzi: due minuti e sono da voi!”. All’inizio questo lavoro non le
piaceva affatto. Ora però, passati molti anni, deve riconoscere che è anche divertente. Per esempio adesso, anche se suo marito tarda ad arrivare
e a darle il cambio dietro al bancone, è contenta di servire gli aperitivi a
quei ragazzi che, rispetto ad una manciata di anni fa, hanno solo qualche
chilo e ruga in più e pochi capelli in meno.
Se chiude gli occhi li vede ancora lì, su quegli stessi tavoli, con la rabbia
e l’entusiasmo dei vent’anni a festeggiare e a cantare a squarciagola: “E
poi ci troveremo come le star, a bere del whisky al Roxy bar...”. Mentre
appoggia gli aperitivi e le tartine sul loro tavolo pensa che è naturale che
siano cambiati: in fondo la vita è cambiamento!
“Non c’è niente da fare: passano gli anni ma tu continui a rimanere sempre lo stesso juventino! Come due domeniche fa a San Siro, quando ci
avete rubato il rigore e la partita!”, esclama esagitato uno dei ragazzi.
Caterina deve ritornare ai propri pensieri e correggerli: non tutto cambia
nella vita! In alcuni atteggiamenti le persone rimangono sempre le stesse, soprattutto gli uomini quando si parla di calcio. È una vita che li ascolta sparlare in lungo e in largo di quello sport e ancora non si capacita:
cosa ci sarà mai di così atavico e divertente nell’osservare 22 bimbi un po’
cresciuti in pantaloncini correre dietro a un pallone? Se lo è domandato
molte volte e, anche ora, mentre sta preparando i panini, non riesce a
trovare una risposta. Tra una spalmata di salsa cocktail e una fetta di prosciutto crudo sbircia fuori dalla cucina e registra che suo marito Antonio
è arrivato: era ora! Passano minuti interminabili prima che, lenta come
una tartaruga, metta di nuovo la testa fuori dalla cucina: incredula fissa
Antonio gesticolare e pontificare di calcio insieme ai ragazzi che aveva
servito poco prima e che si stanno avviando all’uscita. In una frazione di
secondo afferra la giacca, la indossa e passa accanto ad Antonio ignorandolo e sibilando: “Ciao a tutti, i panini sono nel forno!”.
Ad Antonio la frase suona un po’ come un avviso di garanzia e, all’istante, assume quell’espressione da cucciolo innocente che spesso gli uomini
usano con le donne per uscire dall’impasse. Non serve a nulla: Caterina
tira dritto e ad Antonio non rimane che incassare il colpo, abbassare le
orecchie come un cocker e filare in cucina.
Salita in auto, Caterina si accorge con uno sguardo che andarsene non
sarà semplice: stasera all’Auditorium Comunale che sta li accanto ci sarà
uno spettacolo a favore di Telethon e, per uscire dal parcheggio, occorrerà usare lo sterzo dell’auto con la stessa abilità con cui Valentina Vezzali ha utilizzato il fioretto alle olimpiadi. L’ansia di arrivare a casa e il
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pensiero della calma serafica di Antonio le scatenano addosso una furia che, nell’arco di un minuto, la portano a complicare la situazione: se
prima andarsene non era semplice, ora è oggettivamente difficile. Così,
tra gli sfottò degli avventori del bar che già stanno organizzando un giro
di scommesse sulla sua abilità di guidatrice (ce la farà? Se sì, in quante
manovre?) e una crisi di sconforto, si arrende. Proprio in quel momento
getta lo sguardo nello specchietto retrovisore e intravede ancora i due
ragazzi che aveva servito poco prima, indecisi e perplessi a fissare il manifesto della pubblicità del Telethon. Così, d’istinto, a Caterina viene da
pensare che non entreranno mai. Un po’ le dispiace perché (ri)conosce il
lavoro d’organizzazione dei ragazzi della Pro Loco e di Avis ma, se dovesse scommettere, non punterebbe certo su un loro ingresso. Non sa bene
perché, ma il suo bar e l’Auditorium Comunale, sono un po’ come delle
chiese di religioni diverse. Poi accade che una bimba si avvicina ai due
e, con la tenerezza dei suoi pochi anni, inizia a dar loro degli innocenti
calcetti alle caviglie. All’inizio lo fa con leggerezza e poi, con il desiderio
naturale che hanno tutti i bimbi di sperimentare le loro capacità, sempre
con maggiore vigore.
“Elena, ma che fai? Lascia in pace i signori!”
La voce squillante della madre arriva chiara e forte dentro l’abitacolo dell’auto di Caterina che non può fare a meno di iniziare a sorridere.
Dopo un breve conciliabolo con la madre, vede entrare i ragazzi e, a quel
punto, Caterina s’abbandona a una risata che la riconcilia con il mondo.
Con un paio di manovre veloci e precise, degne di un chirurgo, lascia senza fiato il pubblico degli scommettitori e, mentre guida verso casa, ancora
sorridendo, cerca di non dimenticare anche il ritardo di Antonio. Dopo
qualche minuto Elena sfugge nuovamente alla madre e si pianta sulla
soglia dell’Auditorium a fissare la luna piena. Mette le mani sui fianchi e
pensa forte: “Questo è ancora niente: vedrete quando sarò grande e avrò
le gambe lunghe!”.
Nel stesso istante, da qualche parte dell’universo, una voce domanda:
“Allora, come va?”
“Mah, francamente eravamo in difficoltà. Dalla panchina i volontari hanno fatto entrare questa ragazzina, Elena si chiama... che ti posso dire? Il
suo è stato un esordio con il botto! Adesso stiamo a vedere, secondo me
ce la possiamo fare: siamo solo al 2013, è l’inizio del secondo tempo, ci
restano altri 1987 anni da giocare... a proposito, hai portato il popcorn?”
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Lettera a un volontario
(Chi è al coperto quando piove è ben matto se si muove)
Il malumore comincia qualche giorno prima e s’insinua strisciando
nell’insostenibile leggerezza dell’essere: proprio lì, in mezzo a quello che
stai facendo e quello che hai detto che farai.
La sera guardi la TV con la speranza nel cuore, ma quest’ultima si schianta
inesorabile sul sorriso del presentatore del meteo che, cordiale come un
muro, ti dice quello che va ripetendo da tutta la settimana: sabato pioggia!
Il mattino del 19 aprile 2014 ti svegli e, nel buio della tua stanza, ancora
nel dormiveglia, scopri che a Gorla Minore la realtà ha superato le previsioni: il ticchettio della pioggia è coperto solo dal rumore del vento che
s’infrange sui serramenti; un tempo da lupi!
Così, ancora sospeso tra sogno e realtà, decidi di giocarti il tutto per tutto.
Afferri il telefono e componi il numero:
-- Pronto? Allora si fa? Non si può proprio rinviare?
Dopo un’interminabile attesa durante la quale dubiti fortemente di aver
sbagliato numero, una voce ancora impastata dal sonno risponde:
-- Pronto... ciao! Eh no, purtroppo oggi è l’unica data disponibile: di rinviare neanche se ne parla. Al limite montiamo un solo gazebo... dai, ci
vediamo alle 8.30 al bar!
Di fronte a tanta energica decisione ristai un attimo con il ricevitore in
mano e poi, come Garibaldi, ti dici:
-- È un po’ folle, ma facciamolo: obbedisco!
Con uno slancio generoso abbandoni il tepore del letto e ti avventuri nella
ricerca concitata dell’equipaggiamento invernale che speravi non ti servisse più e, alle 8.30, bardato come un alpino e puntuale come un cucù
svizzero, arrivi al bar e parcheggi.
Mentre ti avvicini intravedi da lontano alcune giacche a vento rosse (volontari AVIS) e nere (volontari Pro Loco). Per un istante hai la sensazione che di lì a poco vedrai anche spuntare un pullman con la scritta
“Champoluc” e dovrai tornare a casa a prendere gli sci. Per fortuna è solo
un attimo fuggente che annega nel veloce giro dei saluti e nella delicata
schiuma del cappuccino. Quando esci dal bar prendi atto che la pioggia
non è cessata ma, insieme all’acqua, piovono anche i volontari: siete già
più di una decina!
Io ero lì con te e ho visto.
Ti ho visto scaricare il materiale dall’auto e allestire il gazebo a tempo di
record.
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Ti ho visto cantare a squarciagola:
“Sotto questo sole è bello lavorareee... ma c’è da sudare!”
Ti ho visto posare per la foto di
gruppo.
Ti ho visto guardare compiaciuto il
gazebo che, con tutte le sovrastrutture e le sicurezze, assomigliava a un
bunker.
Ti ho visto farti piccolo per fare spazio ad un altro sotto il gazebo.
Ti ho visto sorridere con i capelli arruffati dal vento e dalla pioggia.
Ti ho visto... e non ho capito.
Devi però sapere che io, per mia natura, sono un tipo molto riservato,
molto ‘ZEN’ insomma. Di solito mi limito a pensare che cosa può essere
‘yin’ e cosa ‘yang’, a meditare sull’universo... Non sono abituato a tutta questa gente, tutto questo movimento e questo rumore. Quando però
sono rimasto lì da solo, nel mezzo, senza un amico, senza una prospettiva, senza niente... ho avuto paura e mi sono lasciato prendere dalla sindrome di Calimero:
-- Perché sono rimasto solo io? Eh, che maniere! Qui tutti ce l’hanno con
me perché io sono piccolo e fragile... è un’ingiustizia però.
È stato allora che ho capito l’importanza di fare qualcosa in questo eterno
naufragare che si chiama vita.
Prima che Cristina dicesse ‘Lo voglio!’, salvandomi così dal triste ritorno
in uno scatolone buio in compagnia delle mie sole scomode domande,
avevo già deciso di scriverti. Volevo dirti che avevo capito e che ora anch’io condivido il tuo entusiasmo, la tua voglia fare e di credere in un
domani migliore... fosse anche un sogno matto! Per questo e per avermi
trovato una casa ti voglio sussurrare una parola: grazie!
L’ULTIMO BONSAI
PRO LOCO GORLA MINORE e AVIS GORLA MINORE ringraziano coloro
che la vigilia di Pasqua hanno adottato 40 bonsai.
Il ricavato delle offerte (€ 656) è stato devoluto a favore dell’ANLAIDS, l’associazione nata in Italia per fermare la diffusione dell’infezione da HIV.
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Intervista nel vento
(Cerimonia di premiazione ‘Sole d’Oro’ 2014 – CESVOV)
-- Te lo ripeto: tu vai al Salone Estense a Varese e fai il pezzo sulla cerimonia di consegna del premio Sole d’Oro! È inutile che insisti: non c’è
nessun altro e quindi ci vai tu, ci siamo capiti?
-- Ok, ok, va bene, ho capito!
Faccio un ambiguo cenno di saluto (giusto a metà tra un saluto e un ‘vaffa’) ed ingoio il boccone a denti stretti.
Non mi sembra tanto normale: il 10 maggio 2014 tutto il mondo sta parlando di Genny ‘a carogna ed io, cronista sportivo della Padanina da quasi 30 anni, vado a Varese a vedere il volontariato che celebra se stesso!
Già mi immaginavo seduto alla scrivania ad adoperare la penna come
una spada per mostrare a tutti che esiste un fitto sottobosco di tifoserie
che strizzano l’occhio alla criminalità... e invece eccomi qua: imbottigliato nel traffico, in attesa di assistere ad una sfilata di Babbi Natale fuori
stagione!
Quel che è peggio è che non trovo neanche l’accendino!
Eccolo lì, sul tappettino del passeggero: mi allungo un attimo per arrivarci e, ancor prima di raggiungerlo, un assordante clacson mi spacca i
timpani e qualcos’altro.
Di solito reagisco male alle provocazioni del traffico quotidiano.
Oggi no.
Papale mi accendo la sigaretta e osservo con distacco nello specchietto
retrovisore la faccia di chi, insieme a me, vagherà per l’eternità nel girone
dell’inferno riservato agli automobilisti incazzati.
Allora avremo tutto il tempo per
dirimere la questione, adesso non
posso: sono già in ritardo!
Non provo neanche a cercare un
parcheggio libero e mi dirigo rassegnato a quello a pagamento.
Anche se la giornata è tiepida,
prima di abbandonare l’auto afferro la giacca: un po’ per abitudine, un po’ per strategia (comodissima per nascondere il lettore
MP3).
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Già che ci sono, metto anche gli occhiali scuri: così mi assicurerò una
presenza discreta e anonima, mentre con la fantasia viaggerò spedito sul
treno dei fatti miei.
Arrivo con un tempismo perfetto: come immaginavo, la cerimonia è già
iniziata ma, per fortuna, c’è ancora uno di quei libretti riassuntivi, completi di nomi e buone intenzioni che, per un giornalista un po’ navigato,
rappresenta il blocco di marmo da cui ricavare l’articolo che scriverà.
Lo afferro al volo, lo metto nella tasca interna della giacca e, come il Barcellona, una volta messo al sicuro il risultato, mi accingo a fare un po’ di
melina: mi appoggio a una colonna, metto l’auricolare, mi rilasso e faccio
partire il lettore MP3.
“Niente dura, niente dura. E questo lo sai. Però non ti ci abitui mai...”.
La voce roca e disperante di Vasco è un balsamo sopra i miei pensieri tesi
ma, nemmeno il tempo di iniziare a filosofare sulla relatività della vita, ed
ecco che qualcuno mi tocca la spalla.
Chi sarà che rompe?
Mi tolgo l’auricolare e, mentre giro il capo, da dietro gli occhiali scuri
lascio partire uno sguardo iniettato di sangue... mi sento un po’ come
Goldrake Ufo Robot che, al grido “Lame rotanti!”, si appresta a dar battaglia. Un tizio alto, dinoccolato, dall’aria casual e stropicciata, mi fissa con
convinzione e, puntando un dito, mi dice:
-- Mari? Mari... Stefano? Giusto?
Il momento è imbarazzante... il problema è che mi capita sempre più
spesso: chi cavolo è questo qui? Comunque ha l’aria inoffensiva e così, a
pelle, decido di essere sincero:
-- Sì, salve! Chiedo scusa, però io non mi ricordo...
-- Ci credo che non ti ricordi: sono passati più di 40 anni! Eravamo compagni di banco alle scuole elementari: sono Giovanni!
Rimango per un attimo appeso a quelle parole, fino a quando colgo nello
sguardo lo sbiadito ricordo di due bimbi che, seduti negli ultimi banchi,
erano sempre in competizione tra loro per costruire l’aereoplanino di
carta perfetto.
Diamo vita all’istante a un sussurrato e simpatico siparietto dove ci aggiorniamo reciprocamente sulle nostre esistenze: studi, famiglia, lavoro...
A quel punto lui sgancia una realtà che supera la fantasia: ora è un collaudatore di aeroplani veri!
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Ci scherziamo sopra, fino a quando gli astanti non iniziano a guardarci
in malo modo. Allora azioniamo l’interruttore e, come facevamo a scuola,
facciamo i seri.
Mi lascia dicendo di contattarlo in facebook perché ora deve assistere alla
premiazione della madre, Cristina, che riceverà uno dei dieci premi “Sole
d’Oro”.
Gli dico di indicarmi sua madre e che domani metterò la sua voto foto
sulla Padanina.
Lui lo fa e mi ringrazia.
Ormai sono troppo di buon umore per tornare al mio pessimismo cosmico e così mi metto a seguire la cerimonia (inaspettatamente sobria).
Da cronista sportivo faccio un po’ fatica a seguire il senso delle parole
e della modestia dei volontari: Cristiano Ronaldo quando ha ritirato il
Pallone d’Oro non ha colto al volo l’occasione per smarcarsi e parlare dei
problemi del Real Madrid! Qui invece lo fanno tutti:
‘Sì, va bene, grazie del premio. Ora però parliamo dell’associazione e di
cosa ha bisogno per crescere...”.
È un susseguirsi continuo di pubblicità progresso: un clima surreale al
quale non sono abituato!
2006 - Premio Sole d’oro attribuito alla signora Giorgietti Piera (a destra dott. Bruno Nicola)
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Neanche Cristina fa eccezione:
“Ringrazio la mia famiglia, le associazioni di cui ho fatto parte, le amiche che mi sono sempre state vicine... ringrazio anche tutte le persone
che ho aiutato perché ognuna di loro mi ha insegnato e lasciato qualcosa”.
Con consumato mestiere e scaltrezza mi faccio largo tra folla per arrivare
in zona foto. Lavoro di zoom per inquadrare questa donna minuta, dallo
sguardo fiero e sicuro che, con a lato Sindaco e Vicesindaco di Gorla Minore, lascia che, per una volta, sia il mondo ad occuparsi di lei.
Oltre a loro, per un istante, nell’inquadratura, mi sembra di vedere anche
i volti di tutte quelle persone di cui lei parlava prima e lo zoom improvvisamente non mi basta più.
Il clic della macchina fotografica interrompe il flusso dei miei pensieri:
controllo com’è venuta la foto e, con un’alzata di spalle, penso che la redazione se la farà bastare.
Guadagno l’uscita e il parcheggio a tempo di record.
Dopo neanche mezz’ora che sono al giornale, ho già finito di scrivere il
pezzo: l’ho scritto di getto, senza neanche pensare troppo.
Lo rileggo compiaciuto e, prima di inviare la mail, mi sento soddisfatto
del mio lavoro, come non mi accadeva da tempo.
Nell’articolo sostengo a spada tratta la tesi che il cinismo odierno in cui
tutti viviamo non è la cura per sopravvivere, bensì la malattia.
Sono consapevole che è un’affermazione un po’ banale e molto discutibile... ma non me ne importa nulla: sto guardando volare l’aeroplano di
carta che ho appena costruito e che, tra una virata e l’altra, porta con sé i
miei sogni e le speranze per il futuro.
Per un attimo mi chiedo come mai, per quale strano caso del destino,
proprio oggi che volevo parlare di Genny ‘a carogna sia finito a scrivere di
volontariato... francamente non lo so!
Alla radio c’è però Bob Dylan che suggerisce ad alta voce: “The answer my
friend is blowin’ in the wind”* e penso proprio di non poterlo ignorare.
* “La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento”
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Corvo Rosso non avrai il mio scalpo
(Girinvalle 2014)
E venne il tempo del GIRINVALLE.
Da mesi le associazioni e i comuni della Valle Olona, come ragazze in attesa del ‘ballo delle debuttanti’, si pettinavano le idee in attesa dell’evento.
Così, una domenica mattina, poco prima delle 8.30, anche AVIS sedeva
emozionata nella zona dell’ex stazione e si consumava nella trepidante
attesa che qualche aspirante volontario la invitasse a danzare.
Trattenne a stento una smorfia di delusione quando per primo l’avvicinò
un anziano che, sorreggendosi sulle stampelle, le fece notare che le rotaie
del treno, inutilizzate ormai da diversi anni, necessitavano di una manutenzione straordinaria.
Tuttavia si commosse: negli occhi dell’uomo, velati dalla nostalgia, scorse
la saggezza di chi aveva amato profondamente il proprio lavoro (merce
rara di questi tempi) e la propria vita.
Lasciò dunque che i ricordi dell’uomo riaffiorassero da una memoria lontana fino ad arrivare là, dove solo la più sfrenata fantasia poteva arrivare:
“Lei è giovane e non può saperlo: una volta, nel fiume Olona, la gente
lavava i panni e ci faceva anche il bagno!”.
Anziché un valzer di Strauss il ballo iniziò dunque con un brano di Francesco Guccini (Il vecchio e il bambino) sulle cui note anche fare solo quattro salti sarebbe risultato un’impresa.
Nonostante ciò AVIS non si perse d’animo e continuò a scrutare l’orizzonte speranzosa.
A quell’ora però il sentiero veniva battuto solo dai volontari delle altre
associazioni che, indaffarati negli ultimi ritocchi, a tutto pensavano fuorché a danzare.
Poi, all’improvviso, spuntò il primo podista che, giunto nelle vicinanze
del gazebo, rallentò l’andatura e spalancò gli occhi come un cerbiatto curioso.
Annusò forte l’aria, consultò preoccupato il cronometro, salutò aerodinamicamente con un impercettibile cenno del capo e riprese a sgambettare
felice verso nuovi lidi.
Quello fu il primo di una lunga serie di educati quanto fugaci saluti. Verso
le 10.30, grappoli di componenti della Banda Musicale, brandendo gli
strumenti a tracolla come partigiani, iniziarono a scendere alla rinfusa
dalla valle per poi ricongiungersi vittoriosamente presso il punto di ristoro.
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Allo scoccare delle 11.07 ebbe inizio l’avanzata verso Olgiate Olona.
In testa al convoglio c’erano le autorità, seguite dalla Banda Musicale e,
a ruota, centinaia di biciclette che mordevano il freno per non investire
coloro che, in un eccesso ecologico di generosità, avevano rinunciato a
tutte e quattro le ruote di cui disponevano normalmente.
Da quel momento in poi fu come seguire la telecronaca del Giro d’Italia
in televisione: un continuo e frenetico passaggio di biciclette, persone,
passeggini... tutti equamente impegnati ad andare da un’altra parte!
La nostra debuttante s’accorse ben presto che in mezzo a quel marasma
i suoi sguardi languidi non avrebbero sortito alcun effetto e così, in uno
slancio coraggioso quanto disperato, provò a cambiare canale.
Si interessò alla flora locale e improvvisò eleganti passeggiate ai bordi del
percorso, in modo da favorire chi volesse rivolgerle la parola.
Per quanto antico e grezzo, lo stratagemma funzionò alla grande e, in un
battito di ciglia, AVIS si ritrovò involontariamente a dirigere l’allegro e
caotico traffico della manifestazione:
-- Vado bene per il ponte Tibetano?
-- Il passaggio in barca è vicino?
-- Di qui ci arrivo alla Casa di Alice?
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Alle due decise di prendersi una pausa da tutte quelle domande e ritornò
stancamente a sedere presso il gazebo.
Il sole splendeva alto nel cielo ma, nonostante tutti i suoi sforzi, di un
cavaliere che la invitasse a danzare nemmeno l’ombra.
Alzò lo sguardo verso l’infinito complesso industriale che con la sua presenza pareva aggredire la Valle e, colpita in fronte dal senso di colpa e nel
cuore dal rimorso, come una penitente sulla via di Damasco, tristemente,
lo abbassò. Fu proprio allora che udì una voce baritonale pronunciare:
-- Perdonate l’ardire, damigella dall’aria mesta, quale evento vi funesta
nel bel mezzo della festa?
Nella frazione di secondo che impiegò per abbinare una persona a quella
voce, valutò le seguenti possibilità:
a.Era una candid camera (doveva dire qualcosa di intelligente e ironico).
b.Era il rifacimento di una pubblicità di Carosello (doveva dire qualcosa
in rima).
c. Era il maniaco della Valle Olona (non diceva niente e scappava).
Il cappello dalle falde larghe con la piuma, l’abbigliamento ottocentesco,
il naso e i baffi posticci le fecero però subitamente ricordare che alla manifestazione erano presenti anche dei teatranti.
Fu così che AVIS aprì il proprio cuore ad un personaggio in cerca d’autore
e a lui confidò la delusione di non aver ancora ricevuto nessun invito a
danzare. Con garbo costui eluse la velata proposta, ma si offrì di portare
la notizia nei luoghi ove sarebbe stato e aggiunse che quella sarebbe divenuta la sua missione.
Salutò cerimoniosamente e s’incamminò verso il punto di ristoro agitando le braccia verso il cielo e cantando a squarciagola ‘Voglio vederti danzare come le zingare del deserto…’.
AVIS lo accompagnò con lo sguardo fino a dove l’occhio di una donna
poteva arrivare, poi ristette un attimo e pensò che il finale delle favole bisogna costruirlo nel tempo, proprio come avevano fatto gli abitanti della
Valle quando avevano smesso di inquinare il fiume e avevano iniziato a
tutelare il verde rimasto.
Con rinnovato entusiasmo si tuffò in pista e, tra lo stupore generale, si
scatenò nella danza.
Ricominciò a dare informazioni, ma lo fece con quel sorriso in più e quella gioia di vivere a cui era impossibile resistere.
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E così, tra una chiacchierata tra amici, un giro di valzer e qualche domanda d’iscrizione sfuggì al pericolo di diventare una sbiadita protagonista
del film ‘Io ballo da sola’ e arrivò a sera con i piedi dolenti ma soddisfatta.
E venne il tempo di andare.
AVIS assaporò a lungo quel momento: il tramonto nella sua valle. Chiuse
gli occhi, respirò profondamente ed ascoltò l’eco delle voci dei volontari
che ancora lavoravano nella vicina Pro Loco. Le voci e i rumori della Valle
si fusero in una canzone antica che, sospinta dalla brezza estiva, prese a
viaggiare fino a Gorla Maggiore, Fagnano Olona, Solbiate Olona e Marnate.
Ogni paese donò alla musica parte di sé e quando essa, cresciuta d’intensità e chiarezza, ritornò da AVIS, arrivò come una freccia dritta nel cuore,
senza chiedere permesso. AVIS riaprì gli occhi, sorrise e, tornando a casa,
un po’ commossa, continuò ad ascoltare quella canzone:
“Non abbiamo ricevuto la terra in eredità dai nostri padri ma l’abbiamo
presa in prestito dai nostri figli”.
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Come vorrei avere i tuoi occhi...
-- Cosa vuoi fare stasera: ci vai tu o ci vado io? Carlo con chi sta?
No, no e poi ancora no! Io a casa da solo con il papà non ci sto. Tutte
le sere è sempre la stessa storia! Prende la chitarra, si siede accanto a
me sul divano, si avvicina a 2 centimetri dal mio viso e attacca a cantare: “Come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte
assorbenti...”. Io gli voglio bene, è il mio papà, ma sono quasi sicuro che
la mia prima parola non sarà ‘papà’ o ‘mamma’, bensì un urlo: ‘basta!’
-- Non dici niente? Come al solito. Va bene, ho capito, decido io: questa
sera Carlo lo porto con me al corso di disostruzione pediatrica, domani
sera viene con te al concerto degli Slap e domenica mattina lo lasciamo
dai nonni e andiamo alla festa dell’AVIS insieme. Però stasera riassetti
tu la cucina, d’accordo?
Eh già, come se Carlo fosse un pacchetto della spesa che sta dove lo mettete voi... comunque devo dire che il programma non mi dispiace affatto: finalmente esco un po’ anche alla sera! Mi sono sempre chiesto che
cavolo fanno i grandi quando sono fuori da soli...
-- D’accordo, amore, però non vorrei che stasera Carlo ti fosse d’impaccio: se vuoi, puoi lasciarlo con me...
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Ti prego, non farlo!
-- No, dai, ormai sono già pronta. Buona serata!
E vai! La mamma alla guida ed io sul sedile posteriore: quanto mi piace
andare in auto! Fuori però è tutto buio, chissà dove stiamo andando...
Ma come, siamo già arrivati? Io questo posto l’ho già visto.
-- Ciao... uh, ma che bello, hai portato anche lui! Io il mio l’ho lasciato a
casa insieme al marito. Fa’ vedere: com’è cresciuto e che begli occhi
che ha!
Ci risiamo. I grandi devono avere qualche problema con la vista: ti
vengono sempre addosso e ti sbaciucchiano tutto perché sono felici di
trovarti! Non è una brutta cosa, solo che quando sono in tanti (come
stasera), sembra di fare il bagnetto! Va beh, però la mamma è contenta!
-- Buonasera a tutti e benvenuti! Vi chiedo una cortesia: prima di sedervi,
lasciate per favore il vostro nome all’ingresso, a Olivia e Paola, volontarie della Croce Rossa.
Ma io questa qui la conosco: è Lucia, la signora dell’Asilo! Questa poi
non me l’aspettavo: di giorno ci veniamo noi e di notte i genitori! Quando lo dirò agli altri bambini rimarranno a bocca aperta! E quel tizio lì,
grande e grosso, con la felpa con la scritta AVIS, che ci fa appoggiato al
mio armadietto?
-- Ora vedremo alcuni filmati che ci parleranno del fenomeno dell’ostruzione pediatrica in cifre.
Ma pensa te! Questi qui alla sera si trovano tutti insieme a vedere la TV
e a parlare di noi... usino pure le nostre seggiole, purché lascino stare i
nostri giocattoli!
-- Come vedete, il fenomeno non è da prendere sottogamba. Occorre fare
cultura: nell’eventualità bisogna sapere cosa fare ma, soprattutto, cosa
non fare.
Curiosi di conoscere il sapore del mondo lo siamo sempre stati, ma che
mangiassimo tutto quello che hanno fatto vedere mi pare strano pure a
me... bah! Vediamo dove vanno a parare.
-- Finora abbiamo parlato di cosa non fare. Ora Mario vi mostrerà cosa
fare e anche la famosa manovra di Heimlich.
Sarà come dicono loro, però a me tutto questo ‘prendere la mandibola’,
‘posizionare sul ginocchio’, ‘pacche sulle spalle’... mi ricorda tanto una
punizione (le vie di fuga laterali sono però una novità). L’importante è
che funzioni.
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-- Vediamo ora di fare qualche esempio pratico: quel signore dell’Avis
vuol venire a provare ad effettuare la manovra di Heimlich?
Bravo, ottima scelta! Almeno quell’orso si sposta dal mio armadietto...
-- Allora, adesso provi a fare come abbiamo detto... ecco, così no, la mano
non a caso! Deve prendere le misure, posizionare la mano, chiudere il
pugno e poi eseguire la manovra a cucchiaio... insomma, mi ascolta o
no!?
Grande performance! Ma l’avete trovato nelle patatine quello lì? Mi
raccomando: a quello l’attestato di partecipazione non glielo date, se
no, appena riesco a parlare, vi denuncio tutti al telefono azzurro.
-- Come avete visto, non è proprio semplice effettuare la manovra correttamente: proprio per questo motivo proponiamo, a chi lo volesse, un
corso di tre incontri con esercitazioni pratiche. Lascio ora la parola a
Paola, che vi parlerà della parte del ‘sonno sicuro’.
Sicuro un accidenti: come si fa a dormire con a piede libero degli imbranati così? Mah, comunque c’è sempre la speranza che segua il corso. Tutto sommato però, questa serata è stata interessante: i grandi,
quando sono da soli, non fanno solo cose inutili o disastri: ogni tanto
fanno anche qualcosa di buono! Dunque domani sera vado al concerto
con papà e mi va bene (almeno non debbo ascoltare lui!) e domenica la
mamma ha detto che mi parcheggiano dai nonni: staremo a vedere!
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Caro diario
Gorla Minore, 26 ottobre
Caro diario,
finalmente a casa... stanco, ma felice!
È stato davvero un week-end impegnativo, ma davvero soddisfacente!
Trovare il tempo per scriverti è stato quasi impossibile: il lavoro, le partite
a calcetto e l’entusiasmante impegno dedicato all’Avis mi hanno fino ad
ora impedito di dedicarmi a te. Finalmente siamo soli e posso raccontarti
quanto di buono abbiamo fatto io, mia moglie Luana e tutti i miei amici
e colleghi del consiglio Avis e, perché no, anche i miei due figli Alessio e
Daniel (anche loro ci hanno aiutato in questi giorni).
Per dirla tutta, l’impegno più grosso non è aver partecipato alle varie
iniziative del 55° anniversario della fondazione Avis di Gorla Minore: la
lezione interattiva di venerdì, il concerto di sabato sera, la premiazione
di domenica di tutti quei donatori che hanno dato il loro sangue e il loro
prezioso tempo per meritarsi quelle medaglie. Quelli non erano impegni,
ma goal segnati in una partita di campionato che ti portano a fare punti
e balzare in testa alla classifica di tutti i tempi. Gli impegni grandi sono
stati i preparativi: allestire la sala per il corso in asilo, allestire l’auditorium per il concerto del sabato e preparare la palestra per il ricevimento
e le premiazioni. Veri e propri allenamenti per un campionato lungo e
faticoso. La fortuna è stata che a correre eravamo in tanti e le fatiche
si sentivano relativamente... Le battute non mancavano in quelle corse
lunghe e faticose: Stefano Sgarbossa, col sorriso tra le labbra “Dai Jack,
ce la puoi fare!”o Filippo Mari che, al nostro arrivo, dice la solita battuta
di sempre “Arriva la famiglia Brambilla!”. Poi ci sono quelli che parlano poco, ma si danno comunque un gran da fare, come Oscar Allemini,
Veronica Arcadi, Elena Colombo, Marco Frontini, Serena Amoroso che,
con la sua allegria, gonfiava palloncini e dirigeva la sua piccola squadra
impegnata a sistemare il tavolo delle iscrizioni... peccato che nessuno la
stava ad ascoltare e ognuno faceva un po’ come gli pareva! Silvia Caldiroli
che correva, e come correva! Ad un certo punto non si vedeva più; stare
dietro a lei è davvero faticoso: è davvero una forza della natura!
Infine Maurizio Rogora: l’allenatore-giocatore di questa magnifica squadra! La cosa che lo rende più felice è sapere che anche chi sta in panchina
è sempre pronto a dare il suo contributo non appena entra in campo!
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Un’altra cosa entusiasmante è che, a correre insieme a noi, c’erano anche
persone di altre associazioni perché, quando c’è da dare una mano, la si
dà e basta, senza pensare che quello che stai facendo lo sanno in pochi!
Vuoi sapere come è finita? Abbiamo segnato tanti di quei goal, che ho
perso il conto; abbiamo vinto ancora e siamo primi! Pronti per vincere la
prossima partita... insieme!
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Pesca forza tira pescatore...
(Telethon in Valle 2014)
Gorla Maggiore è una florida e piacevole cittadina situata a 254 metri
sopra il livello del mare e conta più di 5000 abitanti.
Tuttavia, se in un piovoso lunedì di dicembre verso le 9 di sera, nel bel
mezzo di una pioggia scrosciante, i fari della vostra auto illuminassero
a fatica il cartello che designa l’inizio del paese, non esitereste a fare
spallucce, alzare il volume dello stereo, pigiare sull’acceleratore e
ignorare la notte imminente che voracemente inghiotte le sparpagliate
luci dei focolai.
Io invece rallentai, segnalai l’intenzione di svoltare a sinistra e mi
diressi verso il centro del paese: quella sera dovevo incontrare tutte le
associazioni e verificare che per ‘TELETHON IN VALLE 2014’ tutto fosse
pronto.
- Allora, per domenica 7 dicembre non c’è problema: il coro ‘Voci del
Rosa’ ha detto che verrà a cantare gratuitamente al PalaGorla e
l’amministrazione comunale ha dato la disponibilità dell’impianto.
- Sì, va beh... ma dal lato pratico che si fa? Voglio dire, facciamo
qualcos’altro oltre a proporre i gadget di Telethon?
- Noi pensavamo di preparare anche del vin brulé...all’uscita la gente
magari si ferma a chiacchierare e fa freddo.
- Buona idea: e vin brulé sia!
Eh, che fretta! Non si può tardare di qualche minuto che subito
cominciano senza di te! Dunque, un attimo che prendo penna e checklist:
le associazioni che hanno aderito ci sono tutte, i comuni di Gorla
Maggiore, Gorla Minore e Marnate hanno concesso il patrocinio, le idee
non mancano, il clima della discussione mi sembra quello giusto...ecco,
lo sapevo: si sono dimenticati la cosa più importante, le locandine per
pubblicizzare l’iniziativa!
- Dunque, la locandina la faccio preparare a Marco, poi ne facciamo
stampare un ‘tot’ in formato A3 e A4 e le distribuiamo nei tre comuni.
- Quello è il meno: domenica 14 dicembre che si fa?
- Come che si fa!? C’è il mercatino di Natale in piazza!
- Ho capito che c’è il mercatino... ma cosa facciamo per raccogliere
fondi per TELETHON?
- Se siamo tutti d’accordo, noi pescatori facciamo da mangiare; il
clima è quello giusto: polenta e... cervo, cinghiale e bruscitt!
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- Ma allora c’è da preparare un sacco di cose: allestire una cucina,
comprare la carne...ma siamo poi sicuri poi di farcela, di non spendere
più soldi di quelli che raccoglieremo?
- Niente paura, ci pensiamo noi: certo che ce la facciamo, parola di
pescatori! In più aggiungiamo anche la slitta e qualcuno che si veste
da elfo e da Babbo Natale!
Che cosa!? Credono forse di essere in un romanzo di Harry Potter? Va
bene che ci vuole un po’ di fantasia, però qui mi sembra che si esageri!
Questi volontari non li puoi lasciare un attimo soli e subito si fanno
prendere la mano dall’entusiasmo. Per fortuna che sono già le 11, se no
qualcuno prima o poi avrebbe proposto anche di ridipingere il paese con
i colori del TELETHON...Ma che fanno adesso, non vanno a casa?
- Dai, venite a fare un giro anche nella nostra sede operativa. Cinque
minuti, solo per vedere dove siamo..
- Ok, però facciamo una cosa veloce: domani si lavora!
- Ehi, guardate qua... è questa la slitta di cui parlavate? E’ immensa:
come si fa a portarla in piazza?
- Basta svegliarsi presto per evitare il traffico: una volta attraversata
la circonvallazione, problemi non ce n’è!
- Ma quelle persone chi sono?
- Un po’ di soci della Pro Loco che stanno preparando la capanna del
Presepio. Adesso però basta perdere tempo: guarda il quadro elettrico
se è a posto e cerchiamo di ricordarci dov’è un pozzetto elettrico da 4
kW per chiedere di poterci attaccare con la cucina.
- Mi sembra che una volta...
Ma pensa te! Ecco che cosa sono quelle luci che brillano nella notte:
cantieri di solidarietà dove volontari, operosi come api, ancora stanno a
lavorare...Va beh, comunque io il mio lavoro l’ho fatto, ho preso nota di
tutto e tornerò a vedere se e come i sogni si tramutano in realtà. Questi
qua mi sembrano tutti un po’ matti: a mezzanotte inoltrata ancora
parlano di kilowatt, elfi e polenta!
Il 7 dicembre alle 21 sono andata al PalaGorla. C’era parecchia gente e il
coro ‘Voci del Rosa’ non si è certo risparmiato. Ha cantato a pieni polmoni
e concesso numerosi bis e, alla fine, dopo il passaggio di testimone tra
i comuni (l’anno prossimo ‘TELETHON in Valle’ sarà a Marnate), ha
commosso molti con l‘esecuzione dell’inno nazionale. Insomma, tra un
vin brulé e una chiacchiera, è stata proprio una gran bella serata. Anche
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il 14 dicembre ero al mercatino in piazza e, nonostante il freddo, ci sono
rimasta parecchio. Ad un certo punto, verso le 18, si è avvicinato uno dei
pescatori, Aldo, mi ha accarezzato la testa e sussurrato all’orecchio:
- Visto che ce l’abbiamo fatta anche questa volta?! Bisogna sempre
credere alla parola di un pescatore! Guarda che sulla slitta ti ho
messo il ricavato di entrambe le iniziative a favore di TELETHON e
ora vai, corri!
E così dicendo mi ha dato una gran pacca sul sedere: io mi sono impennata
sulle zampe posteriori, ho alzato lo sguardo verso il cielo e poi, soddisfatta
del mio lavoro, ho cominciato allegramente a correre!
LA RENNA DI TELETHON
AVIS Gorla Minore, UILDM (Unione Italiana Lotta Distrofia
Muscolare), Pro Loco, A.D.P.S. (Associazione Dilettantistica
Pescatori Sportivi) e l’Informagiovani di Gorla Maggiore
ringraziano tutti coloro che hanno collaborato alla buona riuscita
delle iniziative promosse. Grazie alla generosità dei cittadini di Gorla
Maggiore, al netto delle spese sostenute, per questa edizione di ‘Telehon
in Valle’ sono stati raccolti e devoluti a TELETHON €.......
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2007 - Gruppo di avisini in gita a Bergamo
2008 - Squadra di calcio AVIS Gorla Minore alla Festa delle Associazioni
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2008 - Festa degli auguri a Marnate
Punto AVIS alla piscina di Gorla Minore
2012 - Concerto “La mia banda dona il rock”
64
2013 - Punto AVIS alla manifestazione Botteghe
Aperte
2013 - Telethon
2014 - Punto AVIS alla Via dell’Amicizia
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2014 - Punto AVIS alla manifestazione Girinvalle
2014 - AVIS compie 55 anni. Serata all’Asilo San Carlo e Terzaghi, Gorla Minore
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2014 - AVIS compie 55 anni.
Da sinistra: Presidente Avis Provinciale Varese Sig. G. Badanai, Presidente Avis Gorla Minore Sig.
M. Rogora, Sindaco Marnate Sig. M. Scazzosi, Sindaco Gorla Maggiore Dott. F. Caprioli, Sindaco
Gorla Minore Sig. V. Landoni
2014 - AVIS compie 55 anni
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Indice
Breve cronistoria della Sezione Avis di Gorla Minore
Dott. Bruno Nicola
Incontro
Maurizio Rogora
Dono... e non abbandono!
Maurizio Rogora
Il cerchio
Maurizio Rogora
Social dream di una notte d’inverno
Maurizio Rogora
Assemblea Avis Gorla Minore,
ovvero cronaca di un’elezione annunciata
Maurizio Rogora
A spasso con Avis
Maurizio Rogora
Avis ora ha una casa e fa festa
La Prealpina
Telethon in Valle 2013
Silvia Caldiroli
Per non dimenticare
Silvia Caldiroli
Miracolo a Natale
Maurizio Rogora
Lettera a un volontario
Maurizio Rogora
Intervista nel vento
Maurizio Rogora
Corvo Rosso non avrai il mio scalpo
Maurizio Rogora
Come vorrei avere i tuoi occhi...
Maurizio Rogora
Caro diario
Giacomo Ciulla
Pesca forza tira pescatore
Maurizio Rogora
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pag. 3
pag. 9
pag. 11
pag. 13
pag. 17
pag. 21
pag. 23
pag. 32
pag. 35
pag. 37
pag. 39
pag. 43
pag. 45
pag. 49
pag. 53
pag. 57
pag. 59
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