BOLLETTINO N° 18
MESE DI FEBBRAIO-MARZO
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ARTICOLI CONTENUTI:
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STUDENTI TUTOR: POTENZIALITA' E VALORI
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4 IN GRECO: MNEMOSYNE E RI-FORMA DEL SE'
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ERA POST ALFREDO
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DESIGN: DIVERSAMENTE SPLENDIDI
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AMORE DI-VERSO E CON-SONANTE
…CONSIDERAZIONI ULTERIORI INTORNO AL MEDESIMO TEMA
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STUDENTI TUTOR : POTENZIALITA' E VALORI
Nelle lezioni all'interno del Laboratorio Montessori, viene valorizzato il ruolo di tutor che gli
studenti rivestono nei confronti dei loro compagni con difficoltà cognitive, psicologiche e
relazionali di varia entità.
Il paradigma che caratterizza questo ruolo non è, principalmente, quello di affrontare i limiti della
persona disabile, analizzandone, integralmente, le ragioni eziologiche, né, tanto meno, quello di
focalizzare l'interesse intorno ai suoi difetti, ma, è, piuttosto (e in senso prioritario), quello di
spostare il campo dell'attenzione dall'ambito del problema, all'ambito della soluzione.
Bisogna aiutare il compagno nell'elaborazione di obiettivi significativi di realizzazione,
valorizzando, in lui, le caratteristiche più positive e gli elementi di forza: ogni problema, in ambito
scolastico, determina, in lui, un certo malessere, che ostacola/inibisce l'espressione del suo essere a
scuola.
Affinché l'intervento dello studente tutor sia efficace, è necessario che, anche in lui, si determini
una trasformazione nelle forme che andiamo ad esaminare.
Si cerca di valutare le potenzialità già esistenti – a livello culturale generale e specifico (in campo
socio-psico-pedagogico) e di capacità di incidere virtuosamente nell'attività didattica in Laboratorio – e di indicare un percorso di sviluppo e approfondimento delle stesse, che faccia leva, anche,
sul patrimonio etico-valoriale degli allievi e sulla gratificazione che questi sperimentano nel veder
applicare contenuti già appresi, realizzare istanze ideali, vivere relazioni significative, provare
emozioni e sentimenti intensi.
Far leva sull'espressione e sull'esercizio del tesoro di potenzialità espressive, culturali e
comportamentali (spesso in nuce), in situazioni concrete, equivale a tramutare le stesse
(potenzialità) - da caratteristiche embrionali che erano - a strumenti vivi, validi ed efficaci, in grado
di incidere significativamente la/sulla realtà.
Equivale, inoltre, a orientare (e ri-orientare) il significato dell'agire scolastico, ad accrescere la
consapevolezza del ruolo attivo da esercitare e l'apprezzamento dei contenuti appresi al mattino
(nelle singole discipline), a mettere a fuoco le capacità competenziali.
La riflessione - intorno alle proprie potenzialità (rigenerate, emerse, individuate, nell'ambito
delle attività - interdisciplinari, multiformi e poli-espressive - svolte nel Laboratorio) - invade,
conseguentemente, il campo dei propri valori e determina un agire eticamente consapevole e
fondato (lontano dal vacuo moralismo prescrittivo, come, pure, da un mero atteggiamento oblativo).
In Laboratorio, non si paventa il rischio d'esser sminuiti: ognuno dà nella propria misura; si insegna
ad apprendere; si elaborano idee e strumenti d'apprendimento alternativi/integrativi; si gusta la
bellezza dei saperi; si esplorano le risorse comuni (umane e intellettive); si nutre la relazione
comunicativa; si cura l'articolato aspetto cognitivo; si sostiene l'area psichica e quella sensomotoria; si cura l'espressione verbale e non verbale; si impara ad ascoltare ed essere ascoltati e a
creare efficaci azioni d'aiuto reciproco; si apprezza il valore della responsabilità verso gli impegni
assunti; si affina l'intero percorso culturale; si svolgono azioni finalizzate al raggiungimento di
obiettivi visibili; si incrementa il pensiero divergente; si compie il riconoscimento dei valori
costitutivi dell'essere umano.
Il rapporto tra potenzialità ed obiettivi che confermino e ricostituiscano le ragioni dello studio è
evidente: l'espressione più libera e profonda delle proprie caratteristiche agevola il raggiungimento
degli obiettivi di crescita umana e culturale e la verifica delle proprie potenzialità, rafforzando, nel
contempo, la capacità di portare a termine un compito con positività.
La conferma di un buon lavoro di squadra – insegnanti e studenti di tutte le abilità – offre la
possibilità di arricchire una metodologia didattica fatta di competenze trasversali.
Facilitare l'apprendimento, per meglio apprendere.
Aiutare per auto-aiutarsi.
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4 IN GRECO: MNEMOSYNE E RIFORMA DEL SE'
Raccontare e scrivere un segmento della storia individuale è lo strumento per ricostruire, nella
propria mente, ponti di collegamento e di senso tra i tempi vissuti .
Ricomporre ciò che kronos, avidamente, inghiotte, e accomodare le parti indigeste del lauto pasto,
con un pharmakon narrativo, è l'azione avviata dall'autrice, Margaret Maggitti, in un libretto, il cui
titolo ricorda episodi di una realtà scolastica intransigente: '' 4 in greco - La narrazione
immaginativa come risposta pedagogica'', edito da Lampi di Stampa, nel 2011.
Il testo è stato recentemente acquisito dalla Biblioteca Montessori e richiesto, per il prestito, da
diversi studenti.
Un 4 in greco è – per la (allora) studentessa – il senso di un fallimento, quasi un lutto che tocca
l'intera famiglia; è un limite che osa estendersi per l'intera persona, contaminando, d'inefficienza,
ogni grado della vita quotidiana; capace di creare una prigione, ove il condannato – nonostante la
buona condotta – non agguanta nessuno sconto di pena; quel numero genera una pianura interiore,
deserta (e desertificante) e riduce la persona a un vaso svuotato del suo contenuto.
La cura tarda ad arrivare e si arena in usurati e infruttosi percorsi: marziali medicamenti di lezioni
private, vaghe strategie d'apprendimento e pomeriggi spesi in esercizi di traduzioni.
Energivore le pratiche, ancora molto magri i risultati, e un senso del sé inabissato, oltre ogni umana
sopportazione.
Il clima muta nel momento inatteso di una disorientante proposta: uscire fuori dalla bolla, per
accedere al recupero del sé (oramai lacerato), attraverso un veicolo antico, la praxis aristotelica:
''Chiunque produca qualcosa, la produce per un fine, e la produzione non è fine a se stessa''.
Con uno straziante 4 in greco, è possibile anche interpolare lo studio con un segmento temporale
lavorativo in una libreria.
La rigenerazione del “malmesso sé” è repentina: nuova vitalità, possibilità di interpretare le
proprie competenze, compensazione dei limiti, inedita capacità di ricucire un lacerato tessuto e di
ridisegnare un fresco modello, un rinnovato senso comunitario e un riscatto complessivo
significativo.
Quella praxis -- costituita da variegate e impegnative mosse comportamentali, adeguate al ruolo
lavorativo – conferisce luminosità, e bilancia un'asimmetria identitaria.
Il seguito dell'avventura è il recupero rigoglioso delle potenzialità e la messa a fuoco di un progetto
di vita e di studio che consentono di pervenire a un brillante risultato: la Maggitti, attualmente,
tiene laboratori di educazione formativa per le difficoltà di studio e di apprendimento: una sensibile
restituzione del suo processo di restaurazione.
Il nesso delle vicende biografiche della Maggitti, colla dimensione del fare, del ri-pensare e del
prendersi cura, attuata nel laboratorio Montessori, risulta naturale: la positiva ri-visitazione del sé
è messa in moto da un nuovo modo di intendere le discipline – colla possibilità di gustarle, senza
l'incombenza di un giudizio valutativo -- e dall'occasione preziosa di imparare ad insegnare.
La conferma del ripristino motivazionale scolastico (già esplicitata nell'articolo precedente) è
soddisfacente testimonianza per diversi “studenti tutor” del Laboratorio.
Come sopra: aiutare per aiutarsi.
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ERA POST- ALFREDO
Gli aggettivi adottati da coloro che rievocano la figura di Alfredo – collaboratore scolastico,
''in trattamento di quiescenza'' , da pochi mesi – riempiono un canestro consistente: affabile,
sorridente, quasi mai imbronciato, simpatico complice degli studenti più birbantelli, gentile colle
colleghe, disponibile coi docenti, ligio ed efficiente nel lavoro, discreto, alle volte un po' caparbio,
sempre disponibile a 'interloquire' profusamente su questioni di diversa natura.
La parola di Alfredo è oggettivamente faticosa, a causa del suo sordomutismo; eppure, il suo
eloquio riflette la brillantezza e l'equilibrio di un mondo interiore composito e di un pensiero che
analizza il reale secondo un'ottica 'speciale' .
Le sue produzioni artistiche (cromatiche miniature naif, orgogliosamente mostrate) ci offrono un
lampo della sua quotidianità (extrascolastica) a noi ignota e di un vago bagliore illuminano le fonti
della sua profondità.
Il suo sorriso: giusto complemento allo sguardo suo affabile. Come nel Socrate del “Fedone”, ove il
sorriso diventa accettazione saggia di un destino, la conquista di un piano esistenziale armonioso,
che ha 'sistemato' una miriade di dissoluzioni.
Qui di seguito, il ricordo che ne traccia Roberto Gasperotti, della Segreteria della nostra scuola.
<< Con queste note voglio ricordare Alfredo, il signore collaboratore scolastico già presente al
secondo piano della sede di via Malfatti e ora in pensione.
Lo faccio volentieri, anche perché devo ammettere di aver parlato molto con lui, nonostante fosse
non udente: probabilmente ho parlato molto di più con lui che con altri.
Che cosa mi ricordo di lui e perché, per un po’ di tempo, ho coniato l’espressione di essere entrati
ora nell’era post-Alfredo?
Quello che posso ricordare di lui era la sua grande disponibilità e la sua capacità di capire quasi
immediatamente che cosa di non detto traspariva dall’espressione del volto dell’interlocutore e, una
volta che erano state individuate e formalizzate comunque le esigenze dell’organizzazione e del
personale, il suo impegno a fare in modo che queste potessero essere soddisfatte.
Lui, oltre ad avere bene presente e conoscere benissimo lo stato della struttura della scuola, sapeva
anche la situazione aula per aula del secondo piano, come di ogni armadio e scaffale presente sul
piano stesso.
Aggiungo, a questo, la sua grande competenza, acquisita nel lavoro della famiglia di origine, come
falegname e, per questo, per molte piccole sistemazioni e riparazioni in Istituto, mi sono rivolto a
lui, che, pure con mezzi scarsi a disposizione, riusciva a risolverle brillantemente.
Ricordo, come emblematico, un episodio riferito a un armadio presente in Biblioteca, l’anno scorso;
l’armadio non riusciva più a tenere i dizionari e i lati si erano come allargati, impedendone la
sistemazione interna.
Nonostante il funzionario si fosse memorizzata la cosa, ma fosse, magari, in tutt’altre faccende
affaccendato; nonostante qualcun altro avesse preso le misure delle ante, dopo più di un mese
l’armadio rimaneva comunque lì, con l’impossibilità di inserirvi i dizionari; quando l’ho saputo, ho
pensato immediatamente a lui come alla persona giusta.
Appena gli ho espresso il mio convincimento - che solo lui lì poteva sistemare quanto - e la mia
fiducia in merito, in un attimo si è messo al lavoro e, in una quarantina di minuti, con i pochi mezzi
a disposizione (ripeto pochi mezzi a disposizione) - colla Vinavil, lama, seghetto e mani per
prendere le misure velocemente, come forse solo i falegnami di una volta sapevano fare –, in una
quarantina di minuti, dicevo, l’armadio era nuovamente in grado di tenere - e bene - i dizionari che
da tempo restavano appoggiati sui tavoloni della Biblioteca.
Devo ammettere che vedendolo lavorare e vedendo soprattutto come la sua mente ragionasse sui
problemi, analizzasse le varie ipotesi e poi decidesse come operare al meglio, ho sempre pensato
che lui fosse stato, in parte, vittima del pregiudizio, prima, e delle poche possibilità sociali e
familiari, poi, così da non poter permettersi di studiare e pervenire a livelli di competenza più
consoni alle sue capacità.
Su questa parte e sulle critiche alla normalità sociale e alle vere e reali possibilità e opportunità
offerte – senza pregiudizi comunque latenti e molto presenti - preferisco qui non dilungarmi.
Resta, però, il termine che ho coniato - era post-Alfredo - e vorrei cercare, qui, di delinearne le
caratteristiche e il sentimento.
Ora, nella comunicazione anche faccia-a-faccia spesso non ci si guarda – non dico negli occhi – ma
non ci si guarda nemmeno; servono ordini-informazioni-concetti elaborati per esprimere sfumature
che non cambiano di fatto aspetti sostanziali del problema e che, spesso, si rivelano essere nuove
forme di cautela, mancanza di fiducia, oppure, semplicemente, nuove manifestazioni di un io
debordante, ecc., ecc.; ecco, con Alfredo questo sguardo non diretto non era possibile: lui leggeva
benissimo il labiale (tra l'altro, ha insegnato a me a perfezionare il linguaggio di base dei segni), ma
dovevi guardarlo per permettergli di farlo e, tuttavia, cosa fondamentale, non potevi fingere
interesse o disinteresse, piacere o dispiacere, tensione o rilassamento, perché era in grado di
cogliere le sfumature dal modo in cui ti ponevi.
Per questo, ho chiesto a molti, come si sentano nell’era post-Alfredo, nella quale, un un po’ tutti,
abbiamo di nuovo perso il confronto con questa capacità di guardare veramente l’altro e di
coglierne le sfumature>>.
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DESIGN: DIVERSAMENTE SPLENDIDI
E' necessario partire da un punto di vista alquanto diverso, per poter ri-vedere le cose del mondo:
separare, per ricomporre; annodare, per dialetizzare; individuare, per svelare.
E' il fascino delle eccezioni, degli errori, delle asimmetrie, dell'originalità irripetibile.
E' l'elogio dell'imperfezione: denominatore comune del forgiare oggetti d'uso quotidiano con
qualcosa in meno e qualcosa in più.
Eccoci all'ultima edizione della biennale portoghese “Experimenta Design”:
tavolo dalle zampe d'uccello, vasi sostenuti da radici, sedie che si reggono sullo schienale, scarpa
ospitante i piedi di due persone, lampada da tavolo e, contemporaneamente, contenitore di bevande,
bicchieri semoventi, stoviglie antropomorfe, divani sfogliabili come libri, ditali di ostia da intingere
nella crema al cioccolato, abiti che incorporano generatori d'energia, orologi liquidi, e molto altro
ancora.
Cose solite, insolitamente composte, apparecchiate all'uso, disorientanti, ammalianti e solleticanti
un subitaneo possesso.
Gli estrosi e audaci oggetti di design vantano un cromosoma in più.
Una piccola alterazione che produce un effetto distinto e nuovo: una sottrazione e, insieme,
un'addizione.
Le “artistiche anomalie” risvegliano l'attenzione sociale intorno alla disabilità e alla sindrome di
Down e alimentano (attraverso la vendita delle opere esposte) la raccolta di fondi per specifici
istituti di ricerca: una coniugazione diversamente splendente .
Strane consonanze, dialoghi insospettabili, forme ardite e funamboliche, imprevisti intrecci,
strutture poste a sfidare persino la forza di gravità: un'originalità ricercata, accattivante, esclusiva,
divergente dalla normalità, fonte di fresche suggestioni estetiche .
L'impossibile diventa possibile ed è destinato – quale pregiatissimo oggetto di design -- ad abitare
luoghi reali (non museali) ed essere dinamizzato e inglobato nella quotidianità.
La disabilità è l'impossibile che diventa possibile, unicità destinata ad abitare i luoghi della
normalità: l'essere speciali illumina il mondo e lo porta ad abitare un elevato piano etico.
Com'è produttiva la mente umana se ad essa si legano sensibilità e cultura!
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AMORE DIVERSO
E CON-SONANTE
Nell’immaginario collettivo, una persona con un problema fisico si concentra
e deve concentrarsi esclusivamente sulla sua malattia, lasciando tutto il resto
sullo sfondo. Eppure l’amore e la sessualità sono bisogni fondamentali
dell’essere umano, qualunque sia la propria condizione di salute. Certo,
accompagnarsi con una persona normodotata sarebbe l’ideale per chi soffre
di un disagio, perché potrebbe riceverne, oltre che amore, anche l’assistenza
e l’aiuto necessari alla vita quotidiana (in questa presenza d'amore e di aiuto,
spesso, ci sono, solamente, i genitori). Ma non sempre un normodotato è
disposto ad accompagnarsi a una persona disabile o malata. Anche se ciò
può sembrare scomodo e destare inquietudine, è inutile vestirsi di un finto
buonismo: il problema c’è e porta sofferenza.
I problemi principali, nell’incontro tra disabili e normodotati, consistono,
soprattutto, nella scarsa probabilità che il partner conosca e accetti la malattia
e sia disposto ad affrontare tutte le difficoltà e le limitazioni che essa
comporta.
Una delle principali difficoltà che una persona disabile o ammalata può
incontrare, nel conoscere un potenziale partner, è quella di dichiarare la
propria patologia, dovendo spesso affrontare, all’atto della dichiarazione, un
rifiuto o un allontanamento.
La società, nel tempo, si è costruita meccanismi di difesa automatici e
soffocanti. Tutti siamo pronti a immaginare la legittimità di una dimensione
sessuale e affettiva delle e per le persone disabili, ma quando vediamo o
tocchiamo con mano, allora le relazioni mutano e le idee di partenza vengono
smentite.
Mentre si può discutere di come garantire a una persona disabile il suo diritto
alla realizzazione nella sfera sessuale, è davvero sconfortante che da fuori
debbano prodursi sospetti e giudizi affrettati sulla persona del normodotato.
Tutti sono bravi a non discriminare, finché non è la loro figlia o
il loro figlio a innamorarsi di una persona speciale.
Aor Elisabetta e
Dortigatti Martina
classe 5^ Ba
….....CONSIDERAZIONI
ULTERIORI INTORNO AL MEDESIMO TEMA
Il pomeriggio trascorso al laboratorio Montessori ci ha permesso di comprendere
che l'attrazione e i sentimenti d'affetto sono presenti anche nelle persone disabili.
L'esempio ci è dato dal sentimento che F. prova per la sua amica di scuola D.
F. è un ragazzo molto estroverso, a differenza di D. , la quale si è mostrata discreta e
riservata anche coll'intero gruppo.
F. dichiara disinvoltamente il suo affetto, concretizzando il suo amore attraverso frasi
dolci, attenzioni, regali e poesie.
D., al contrario, essendo introversa, fatica a manifestare e ricambiare apertamente il
suo affetto per F.; ma si capisce dagli sguardi e dai sorrisi che le fa molto piacere
ricevere affetto e complimenti.
Aver partecipato a questa delicata ed esclusiva storia d'amore ci ha indotti a riflettere
sul fatto che queste problematiche nella nostra società non vengono molto
considerate, come se si desse per scontato che essendo loro persone disabili non
avessero diritto alla normalità sentimentale: la loro dimensione affettiva viene
occultata e ignorata.
L'incontro con i due ragazzi al Laboratorio ci ha consentito di comprendere che le
persone disabili provano, come tutti, una vasta gamma di sentimenti: loro hanno
bisogno di essere amati ed amare, per sentirsi vivi e sentirsi uguali.
Noi tutti facciamo il tifo per loro!
Martina Segata, Karin Piffer, Giovanni Aquilia
Classe 3^ BA
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