La Mostra
di Claudio Magris
diretto da Antonio Calenda
Vito Timmel - “Autoritratto”
per gentile concessione del Museo Revoltella di Trieste
lo spettacolo
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Conversazione con Antonio Calenda
«Un testo che è libretto d’opera, e contempora-
di Ilaria Lucari
nali…
neamente commedia surreale, dramma, e letteratura, ma una letteratura in movimento, perché la
«In questo spettacolo, l’irrazionalità (un’irrazio-
parola di Claudio Magris sulla scena diventa atto,
nalità pensata, ovviamente) è il fondamento di un
con forza. Un testo in cui attraverso generi e lin-
sogno che ho voluto gli attori creassero e vivessero
guaggi diversi, si dà voce a emozioni struggenti,
assieme al pubblico. È lo stesso autore a sottoli-
come a momenti di fantasiosa ironia, e che proce-
neare come per La mostra non sia stato possibile
de per flash, tasselli di memoria, immagini, sogni,
seguire una struttura ipotattica, esprimere una
come se il tempo e lo spazio, per questo racconto,
consequenzialità, un mondo di pensieri organiz-
non fossero categorie plausibili... La mostra offre
zati secondo logica causalità. Per raccontare Vito
induzioni e spazi amplissimi per diventare mate-
Timmel è stato necessario invece ricorrere a una
ria teatrale, e ciò nel momento della messinscena
scrittura notturna, vitale, non filtrata. Proprio
va assecondato, liberando il respiro creativo, la
perché al centro del testo è l’universo interiore del
fantasia, la poesia».
protagonista, ricco d’emozioni, vibrazioni, con-
Antonio Calenda ha amato fin dalla prima lettura
traddizioni, animato di ricordi, voci, sogni, dolen-
La mostra di Claudio Magris, testo che per il
ze. Lo spettacolo fa propria questa dimensione e
Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia è diventa-
si evolve come se ci si inoltrasse nel mistero di
to punto di partenza di un rilevante impegno pro-
una coscienza, nella mente di Timmel, fra le luci
duttivo, e che giunge ora al palcoscenico della
e le ombre di un “Io” che sta precipitando nella
Sala Bartoli.
follia».
«È stato emozionante allestire La mostra – continua infatti il regista – innanzitutto perché rappre-
Vito Timmel è simbolo di una particolare
senta un incontro bellissimo e importante fra il
condizione esistenziale.
nostro Teatro e un grande autore qual è Claudio
Magris. Poi per i talenti e le energie che abbiamo
«Il personaggio di Timmel ha una notevole
potuto comporre nella compagnia d’interpreti,
dimensione teatrale e ci permette di portare in
che ritengo adatta a dar corpo a un progetto
scena una condizione esistenziale molto affasci-
inconsueto come questo, e che trova due maestri
nante: l’incapacità di sopportare la forza dei sen-
di rilievo in Roberto Herlitzka e Mario
timenti e delle passioni, da cui egli resta quasi
Maranzana»
accecato, a causa di un’acuita sensibilità.
In effetti è di questo tema, che si sostanzia la tra-
Interpreti che l’hanno seguita lungo linee
gedia: l’impossibilità di affrontare l’incongruenza
registiche che si scostano dal naturalismo e
dell’esistere (un tema che trova forti assonanze
che hanno affrontato i personaggi senza
con quel filone novecentesco, che a teatro denun-
rimanere rigidamente legati a percorsi razio-
cia dolorosamente l’assurdità della vita), l’inca-
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pacità di resistere alle proprie inadeguatezze,
non riesce ad affrontare. E poi ci sono Damone e
come pure alle proprie potenzialità... In un estre-
Pizia, Armodio e Aristogitone: in essi è trasfigura-
mo tentativo d’autodifesa Timmel vorrebbe essere
ta quell’amicizia piena che lega Timmel a Cesare
un oggetto – ci racconta un “coro di sedie”, che
Sofianopulo, a Marcello Mascherini, ad altri arti-
l’autore surrealmente inserisce nel testo – senza
sti triestini... Sono la rappresentazione di una
possibilità di sentire nulla, né gioia né dolore.
“disciplina del sentimento”, di una condivisione
È significativa una sua splendida battuta: “...un
profonda delle emozioni e della vita, che il nostro
punto, ecco. Io sono un punto, Io è un punto. Un
tempo non conosce più (e che sulla scena, abbia-
punto non ha estensione, non c’è, non è niente”.
mo cercato di restituire attraverso un finissimo
Preferirebbe dunque confondersi col resto del
velo di nostalgia) e allo stesso tempo di un modo
mondo percepibile, non essere evidente, “abdica-
di vivere la cultura – anche alta, raffinatissima –
re” per non soffrire la propria limitante condizio-
nella quotidianità, che pure ormai abbiamo per-
ne. E invece la coglie fino alla fine, fino all’ultimo
duto. La nostra società solitaria, passiva, ha scel-
dei suoi “mille giorni” di reclusione all’Ospedale
to altri tessuti connettivi: nel passato (e – per
psichiatrico di San Giovanni (paradossale suggel-
come la conosciamo dalle testimonianze di altri
lo ad una vita anarchica e randagia): solo la
artisti importanti, Svevo, Slataper – probabil-
morte lo libererà, facendolo cadere, dissolvere
mente nella Trieste del passato, con particolare
quasi – come gli fa dire Magris – “...in tanti punti
intensità) esistevano preziose “cellule” di intellet-
luminosi, tanti petali di un sorriso, una margheri-
tuali, che anche nelle piccole cose della vita si tro-
ta che si sfoglia nella notte”».
vavano uniti, e sulla base di motivazioni culturali
forti, fondavano certezze e legami esistenziali
Eppure è profonda la capacità d’amare di
eterni.
Timmel, che per la moglie Maria rivive senti-
Non sono dunque parallelismi casuali, o peggio
menti delicatissimi e un dolente senso di
gratuiti, quelli che coinvolgono le figure mitologi-
colpa, attraverso le parole che Euripide
che. Il climax culturale in cui Timmel visse e
pensò per Admeto…
operò, era decisamente segnato dalla presenza del
mito: Hoffmanstahl ne fece materia di studio e di
«Si tratta di uno dei momenti più commoventi
creazione artistica, Richard Strauss da un suo
dello spettacolo, che adombra accenti autobiogra-
libretto – l’Elettra – trasse una delle opere più
fici dello stesso autore: come Admeto, Timmel
belle e innovative della musica dell’ultimo seco-
evoca la sua Alcesti perduta, una donna che ha
lo... Possiamo allora essere certi che Timmel sen-
dato senso alla sua vita e al cui ricordo si appiglia
tisse fortemente il legame con il mondo della
con tutte le forze e con grande struggimento. Ma
mitologia.
Timmel non è solo Admeto: se vogliamo, si riflette
Admeto, Pizia, Aristogitone, Morfeo, l’Ade...
pure in Edipo, che deve conoscere un destino che
Risonanze meravigliose per noi che facciamo tea-
tro: una moltiplicazione di echi, di chiavi di lettu-
e grandi protagonisti, basti pensare al pirandel-
ra, di prospettive che rendono il testo mosso e
liano Enrico IV, ma anche molti stereotipi) con
intenso.
originalità. In tutto il testo non sentiamo mai la
Tali tensioni drammatiche e liriche – prosegue
caratterizzazione “bassa” della follia: e nel prota-
Calenda – sono spesso interrotte, anche in modo
gonista, potremmo affermare che proprio non c’è
violento, da sciabolate di banalità, da filastrocche
follia (almeno secondo le convenzioni a cui siamo
e nenie in dialetto (linguaggio riservato soprattut-
abituati). C’è invece una creazione poetica della
to ai matti ricoverati assieme a Timmel), da altre
follia. Il manicomio offre uno sfondo “immanen-
contaminazioni. Un duro controcanto all’espan-
te” a ogni sofferenza e paradossalmente – proprio
sione del senso poetico dei protagonisti: tutto ciò
in quel mondo di dolore e costrizione – Timmel
ci ha reso possibili decisi momenti di straniamen-
trova una propria plausibilità, una serenità legge-
to, ma ci ha imposto anche un sottile lavoro di
ra che gli fa vedere bontà e pace in chi popola
calibratura... Ognuno di questi tasselli d’espres-
l’Ospedale di San Giovanni.
sione infatti deve contribuire in propria misura
Questa “caduta agli Inferi” di Timmel non è defi-
alla creazione di un universo di sensazioni, che
nibile secondo vecchi stereotipi, o secondo gli
ho ritenuto fondamentale peculiarità de La
schemi della vecchia o della nuova psichiatria...
mostra.
sembra impossibile cogliere scientificamente le
Prezioso in questo senso è stato il lavoro di
profonde complessità e le contraddizioni di
Germano Mazzocchetti che ha ricreato per lo
un’anima fervida e creatrice. Ciò alimenta
spettacolo un pathos musicale fra echi della tradi-
un’ulteriore e affascinante opposizione, nel testo,
zione e accenti mitteleuropei».
fra la figura del protagonista e quella del direttore
del maniconio (e dell’allestimento della mostra
La dimensione della follia ha nel testo uno
pittorica, da cui il testo prende titolo): una sorta
spazio rilevante…
di suo “alter ego” se vogliamo, sinceramente
impegnato a ricordarlo e capirlo, ma attanagliato
«I matti che circondano Timmel nei “mille gior-
costantemente da un senso d’inadeguatezza, di
ni” sono uno sfondo tragico e dolente che a volte
leggera incapacità, una dimensione che trascolora
appare anche stranamente surreale, lieve. Ho
– nel personaggio – fra accennata ironia e malin-
chiesto agli attori di non pensare ai cliches della
conia.
rappresentazione della follia, ma di far sentire –
Il direttore è uomo di forme, ama illustrare le
in ogni gesto, nella voce, nell’espressione – la
cose, creare ossature certe, spiegare... resta diso-
paura e la profonda solitudine della pazzia.
rientato davanti alla misteriosa assolutezza di
Un merito che va certo riconosciuto all’autore, è
Timmel, alla sua nobile rinuncia, al suo quieto
poi quello di aver dipinto la follia di Timmel (in
annientamento. Ai discorsi necessariamente reto-
un teatro che ha costruito sulla pazzia grandi testi
rici sulla realtà, proposti dal direttore, Timmel
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risponde gettando i suoi “frammenti” di vita
leria infatti lo introduce alle atmosfere de La
vera, fatta di storie, di flash, di sensazioni anche
Mostra, fra voci e immagini che troveranno il loro
incomprensibili, ma vive e assolutamente reali. E
pieno significato nello spettacolo. Che si svolge in
mettendo a nudo l’incapacità del direttore a capi-
una sorta di caverna platonica, uno spazio men-
re il decadere delle sicurezze che appartiene al
tale nero in cui prendono forma le immagini del
mondo dell’inferiorità.
passato e del presente di Vito Timmel.
Interessante è infine la dialettica che si attua fra
Un universo stilizzato, in cui lo spazio del passato
folli e sani, fra reclusi e coloro che vivono “nel
di Timmel (le osterie, la vita d’artista e di bambi-
mondo di fuori” – come appare evidente da alcu-
no) sfuma in quello del manicomio, in quello del
ni scambi di battute fra Timmel e l’amico
presente (con gli amici che lo piangono, con il
Sofianopulo: chi appare più matto? Il pittore
direttore che lo ricorda). Uno spettacolo in cui lo
emarginato Timmel o il direttore? Una dialettica
spazio degli attori sfuma in quello degli spettatori
che vorrei si estendesse anche fra attori e pubbli-
e si apre violentemente sulla realtà.».
co».
Il pubblico sarà molto coinvolto in questa
messinscena, posto a distanza minima dagli
attori, quasi “immerso” in una scena concepita per lo spazio raccolto della Sala
Bartoli…
«C’è un’attinenza “architettonica”, di epoca e di
stili fra gli edifici storici dell’Ospedale di San
Giovanni e quelli della zona del Politeama
Rossetti, gli stessi finestroni di Sala Bartoli... e
questo fin dalle prime ipotesi di allestimento mi
ha regalato interessanti suggestioni. La messinscena – per il tipo di scrittura e di struttura usate
da Magris – non avrebbe potuto rifarsi a canoni
realistici: richiedeva invece un forte coinvolgimento del pubblico, ritmi serrati. Sul piano degli
spazi, abbiamo lavorato assieme a Pier Paolo
Bisleri, che ha creato una scenografia che supera i
confini dello “spazio degli attori” e avvince lo
spettatore fin dalla sua entrata a teatro. Una gal-
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Conversazione con Claudio Magris
di Ilaria Lucari
Mentre alla Sala Bartoli La mostra di Claudio
cioè trattiamo un problema dando un giudizio,
Magris sta trovando voce, fisicità, la propria
sulla base di una visione globale, esprimendo
dimensione scenica – “tradotto” dalla pagina al
anche quelle che sono le nostre dirette concezioni
palcoscenico, dal fervido lavoro del regista
del mondo. Tutt’altro è invece se facciamo i conti
Calenda, di Roberto Herlitzka, Mario Maranzana
con certe esperienze nostre o altrui, capaci di pro-
e degli attori e collaboratori dello Stabile regiona-
vocare pensieri e sentimenti che emergono senza
le – l’autore ci regala qualche riflessione sul testo
che li controlliamo o analizziamo: non esprimia-
e sull’esperienza di questa messinscena, che ha
mo allora le nostre “risposte”, ma le nostre
seguito “da vicino” assistendo spesso alle prove.
domande. Il teatro è la forma più adatta a dar
«È molto bello – commenta – veder nascere lo
voce all’elemento che chiamo “notturno”, a que-
spettacolo, un po’ come vedere un figlio che va
sto “fluire della vita” che non raccontiamo per
per la sua strada...»
dare un giudizio morale, ma che “ascoltiamo”
quasi e registriamo...
Per quale motivo, per raccontare la storia di
Timmel ha sentito necessario esprimersi in
Una scrittura più dell’anima che della
forma teatrale?
mente?
Il primo motivo, forse meno rilevante, è che Fabio
È una scrittura che non nasce da quanto voglia-
Nieder mi chiese di scrivere assieme un’opera su
mo dire responsabilmente sul mondo. Sono piut-
Timmel, e dunque avrei dovuto concepire La
tosto brandelli di vita, di emozioni: per me la
mostra come un libretto d’opera. Dapprima
forma teatrale è strettamente legata a questa
rifiutai, poi questa figura mi rimuginava dentro e
scrittura selvaggia, meno analitica, meno ideolo-
ho scritto. Però ognuno di noi è andato per la sua
gica, più vitale. Espressione delle inquietudini,
strada e credo che alla fine le nostre opere siano
delle domande che ci si pone quando si è sbattuti
molto diverse: ci siamo reciprocamente debitori
faccia a faccia col grado zero dell’esistenza, con la
per lo scambio d’idee, d’intuizioni. Ci sono invece
Medusa. Il teatro può testimoniare quel momento,
ragioni più profonde. Intanto credo che uno scrit-
proprio perché gli appartiene l’hic et nunc, in
tore, se ha un minimo di autenticità, non scelga
ogni gesto, in ogni battuta, in ogni attimo.
mai a priori: fa quello che può. Non ho scelto di
scrivere Danubio in quel modo, è nato così: ogni
Ha potuto seguire le diverse fasi della “gene-
storia nasce indissolubilmente legata alla propria
si” dello spettacolo. Come ha vissuto questa
forma.
esperienza?
Ci sono poi due tipi diversi di scrittura. Un conto
è quando scriviamo un articolo per il giornale,
Mi ha molto interessato, ho seguito diverse prove,
oppure per una ragione politica o morale: quando
fin dall’inizio. Devo dire che mi sono sentito
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molto capito. Sono intervenuto quando mi hanno
re insostenibile: mi ha affascinato questa sua
chiesto qualcosa, ma non ho sentito mai di dover
“regale abdicazione”. Tutto forse è nato da una
spiegare.
frase, in cui dice di cercare di dimenticare tutto,
Il testo certo è mio, lo spettacolo però è un po’
quando invece stava dimenticando per malattia:
mio, un po’ di Calenda, di Herlitzka, di
trasfigura un sintomo clinico, in un desiderio di
Maranzana. Io agisco da autore, la messinscena è
libertà...
compito loro. Lo stesso mi accade con i tradutto-
È talmente anarchico da non voler nemmeno
ri: do qualche chiarimento, poi il lavoro è loro.
impegnarsi nella vita, vuole essere “una cosa”.
Mi riconosco in pieno nell’impostazione dello
Perciò ho inserito nel testo un “coro di sedie”: a
spettacolo, nelle idee registiche, nel lavoro di
volte si desidera essere oggetti, per non soffrire,
Herlitzka che sta interpretando Timmel in modo
per non sentire nulla. Ecco mi colpiscono le per-
straordinario, in quello di Maranzana, che ha
sone che “sentono” in modo così intenso, da esse-
colto a fondo la parte fra il fraterno e lo scurrile
re costrette a rinunciare alla vita vera. Timmel
di Sofianopulo. Poi accade che nel corso della
arriva a desiderare la schiavitù. Un’aspirazione
messinscena, si scopre sempre qualcosa di nuovo
incondivisibile in cui c’è però qualcosa di molto
e questo è affascinante. Sono colpito dal fatto che
commovente: una brama di essere bambini, di
solo per il tono con cui l’attore dice certe cose, il
dipendere, per essere felici... Così in questo “no”
lavoro acquista un ritmo, una dimensione che
alla vita reale, si sente un immenso amore per la
non solo rende giustizia al testo, ma anche gli dà
vita. Come se per chi ha troppa sensibilità,
senso, lo arricchisce... Mentre seguo le prove, sono
l’unica soluzione fosse quella di ottundersi: solu-
portato a riandare non solo al libro, ma a qualco-
zione sbagliata, ma che contiene una grande
sa di più conturbante per me, ed è il momento in
verità esistenziale.
cui l’ho scritto, il vissuto che si è metabolizzato
nelle pagine de La mostra. C’è allora un’emozio-
Timmel nel suo “abdicare” non è affatto apa-
ne autentica, perché non riguarda la piccola
tico...
vanità d’autore, ma l’intensità del vissuto. Il vissuto, i sentimenti a teatro possiedono una forza
La sua vitalità non è quella banale, trionfante e
speciale, diventano storia, voce, corpo, movimen-
“muscolosa”, ma quella interiore e sempre così
to...
insidiata, scalcagnata, minacciata da tutto, da noi
stessi, dal mondo di fuori, dalla nostra debolezza
Che cosa l’ha affascinata del Timmel uomo e
fisica e psicologica... In Timmel c’è pure un che di
artista?
riottoso, quindi la dimensione dell’osteria,
dell’amicizia. Invece non è mai rabbioso: mi
Più d’ogni cosa mi ha colpito il fatto che Timmel
incanta che cerchi fino all’ultimo di dire che tutto
vivesse così intensamente la vita da poterla trova-
è bellissimo, che l’Ospedale di San Giovanni è
meglio di Vienna. Qualche volta ha durezza, pro-
Timmel, il funerale nel giorno di capodanno, la
testa, ma in modo nobile, includendo se stesso fra
buffa e profonda amicizia con Sofianopulo: non
coloro che vorrebbe criticare.
sono mie invenzioni. Questo è il punto: la vita
può permettersi quegli ardimenti d’invenzione
Spesso usa nelle sue opere personaggi real-
che farebbero apparire l’autore esagerato.
mente esistiti: qui Timmel ma anche Sofianopulo e Mascherini, che ha conosciuto
Alla delicata figura di Maria, prima moglie di
direttamente. È più difficile operare creativa-
Timmel è dedicato un commovente canto
mente su figure storiche?
d’amore espresso attraverso le parole di
Euripide. Perché questa citazione?
Ho conosciuto poco Sofianopulo, Mascherini
invece era un caro amico di mio padre. Più che
È la storia di Alcesti, che muore affinché il marito
difficoltà ci può essere un po’ di pregiudizio verso
viva e della colpa dell’uomo che ne approfitta.
chi scrive di personaggi veramente esistiti. A mio
Alcesti è simbolo di tutte o molte donne, che
parere, che si scriva di figure reali o inventate, ciò
hanno vissuto meno, affinché il loro uomo potesse
non ha alcuna attinenza col risultato finale: un
vivere di più. Sento molto questa parte d’ombra...
libro può essere comunque bello, brutto, capola-
La citazione d’Euripide avviene pure per altri
voro... Da sempre personaggi veri popolano la let-
motivi. Dovevo raccontare una grande figura
teratura e il teatro: ne hanno scritto Schiller,
femminile, un amore immenso e contemporanea-
Manzoni, Tolstoj... Un personaggio che ha una
mente colpevole, perché mescolato alla debolezza
collocazione storica pone solo alcuni limiti
struggente e anche ignobile dell’uomo. È talmente
all’invenzione (Tomizza, ad esempio, non avrebbe
forte in ciò il richiamo ad Alcesti, che sembrava
potuto dare un lieto fine a Gli sposi di via Rossetti
sciocco dimenticarlo. Poi la citazione è anche un
perché si sa che gli sposi furono assassinati), però
argine: forse temevo scrivendo, di essere travolto
credo che arte sia anche conciliare libertà con
dall’emotività, poiché nel testo ho metaforizzato
limiti di genere, di forma. Ci sono personaggi che
cose estremamente e violentemente personali.
interessano molto per il complesso della loro figu-
Infine ritengo che esistano preziose e rare versioni
ra nella storia, e altri che uno prende perché col-
poetiche d’altri, che dicono sulla nostra vita più
pito da un dettaglio. Per esempio Sofianopulo,
di quanto possiamo con le nostre parole: è un po’
qui, mi interessava proprio per la combinazione
come la preghiera, per un religioso l’Ave Maria
positiva di creatività, fraternità, bizzarria anche
non è meno forte e personale delle sue proprie
gigionesca: non c’è la pretesa di raccontare tutto
parole. Il mio scopo non è suscitare ammirazione
il personaggio.
per me scrivente, ma che il testo dica ciò che mi
Come diceva Svevo, la vita è originale, più di ciò
sta a cuore. Meglio se una citazione mi aiuta.
che posso inventare... Basta guardare la storia di
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Usa filastrocche, nenie, il dialetto, affastel-
messo retorico in tutto ciò che facciamo. Il diret-
lando tante frazioni di linguaggio. Il testo
tore però ha anche la sua nobiltà. Attraverso di
possiede una forte musicalità...
lui non intendo certo irridere la critica figurativa
Ho pensato molto alla musica. C’è nel testo una
o la psichiatria, e men che meno l’opera di
babele di linguaggi che rivela lo spappolarsi
Basaglia che ho seguito con passione (del resto
dell’“Io” di Timmel nella follia. Timmel deve
proprio assieme a Franco Basaglia, Michele
dunque possedere linguaggi diversi, deve parlare
Zanetti e Anita Pittoni pubblicai il Magico Tac-
alto, sublime, folle, cattivo... Il dialetto è fra que-
cuino di Timmel): desidero però ricordare che
sti, e non ha nulla di folclorico, non è espressione
tutte le cose – perfino queste – hanno un lato un
calda della familiarità. È inteso come ventre della
po’compromissorio e retorico. Il direttore dunque
vita, quando si è messi faccia a faccia con lei. Le
deve essere così: ha scadenze, responsabilità,
filastrocche – in parte riprese, in parte inventate –
impegni. Io stesso, mentre scrivo un libro, mi
rappresentano il “non senso” della vita brada,
sento un po’ falso rispetto qualunque accattone
fatta dall’accostamento non mediato di diversi
che si presenta in strada senza schermi... Il diret-
piani. La cultura alta cerca sempre una mediazio-
tore non è un personaggio assoluto, è uno di noi
ne, usando un registro stilistico preciso... Per
altri.
Timmel la vita pone un corto circuito violentissimo fra il sublime e il basso, fra la vita e la morte.
Marginalità: per Timmel una dimensione
È là che il dialetto, distruggendo il decoro, espri-
totale e drammatica. In quale misura un
me una specie d’infanzia, oppure certe fasi estre-
intellettuale può vivere la marginalità, nel
me della vecchiaia, dove la vita si riduce all’osso,
confrontarsi con la realtà attuale?
non ha più mediazioni e procede sul filo fra
dipendenza e assoluta libertà.
Ritengo che nessuno sia più al centro del mondo:
anche chi vive a New York, nella Quinta Strada,
Molte “mediazioni” connotano invece il
che è forse il posto più importante del pianeta,
direttore...
per capire il mondo deve sentirsi un periferico.
Così sentiva Joseph Roth. Guai però ad avere il
All’inizio il direttore era per me un espediente per
compiacimento della marginalità, che è interes-
“tenere assieme” la storia, ma è diventato un per-
sante solo se chi la vive cerca disperatamente di
sonaggio complesso. Da un lato è l'alter ego di
capire la realtà e di portarsi al centro. È come il
Timmel e dunque dell’autore. Ma è anche un
piccolo: non è che “small is beautiful”. Il piccolo
uomo retore, come lo siamo tutti quando – a dif-
non è né brutto né bello: è la nostra condizione. Il
ferenza di Timmel che può stare silenzioso,
cortile dove ho giocato da bambino non era il
accucciato a terra – dobbiamo “fare”, vivere nel
giardino di Versailles, ma non per questo era per
mondo reale. C’è sempre un elemento di compro-
forza più bello di Versailles. Il fatto è che anche in
un piccolo cortile un bambino trova il gioco, la
Abbiamo infine chiesto a Claudio Magris,
cultura, l’amicizia, trova cioé il grande. Trova il
un’impressione a caldo dopo la prima del 26
Mondo. Penso poi che il dedicarsi a certe forme
marzo...
d’espressione anziché ad altri tipi di lavoro non
sia di per sé garanzia di capire meglio il mondo:
Sono felice, e quasi turbato. A parte il mio testo,
la marginalità rispetto alla vita, il sentirsi in
sul quale non spetta certo a me dare giudizi, mi
disparte, è una disposizione umana. Timmel è un
riconosco in pieno in questa splendida messa in
caso un po’ particolare: la sua marginalità coesi-
scena, che – nell’interpretazione, nelle scene,
ste col fatto che egli è stato un vero artista. Ma
nella musica e nel ritmo musicale di tutto lo spet-
non l’ho scelto per questo. Nel testo ho dato poco
tacolo – dà voce a tanti strati, echi, risonanze
spazio alla sua grandezza d’artista: m’interessa
della storia che ho cercato di scrivere. L’interpre-
infatti non tanto la sua arte, ma il modo in cui la
tazione di Herlitzka è di una ricchezza, di una
vive.
varietà, di una intensità incredibili, perfette;
Maranzana dà straordinaria, possente voce e
corpo a un personaggio fondamentale e difficile,
credo, da portare in scena, nel dialogo con un
interlocutore – il protagonista – che è dall’altra
parte della vita; trovo molti bravi tutti gli altri, a
cominciare da Marco Casazza (che interpreta un
altro personaggio essenziale come il direttore),
agli altri, che spesso, anche solo con un gesto, con
una battuta, con una mossa di ballo giungono al
cuore.
Non credo che il mio giudizio sia parziale. È
ovvio che io sia felice che Calenda abbia messo in
scena con tanta maestria e poesia il mio testo, ma
semmai un autore è più facilmente sospettoso,
criticone, incontentabile, viziato da come ha
immaginato i suoi personaggi quando li inventava
sulla carta, insidiato dal narcisismo sempre
insoddisfatto. Posso esprimere liberamente la mia
ammirazione perché la bellezza di una rappresentazione è una creazione a sé, che può riuscire o
fallire indipendentemente dal testo. In certi
momenti, taluni gesti di Herlitzka, inflessioni di
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voce o espressioni del viso mi hanno fatto scoprire
nuove sfumature, nuovi sentimenti e lati del personaggio – di un personaggio tanto diverso da me
ma che ha tanto di me. È emozionante sentire le
proprio parole che, dette e vissute da altri, appartengono anche a loro, s’incarnano in forme
nuove, fanno la loro vita con fedeltà a chi le ha
pensate la prima volta ma anche liberamente, un
po’ come accade con i figli. Tanto più questo
tocca il cuore, quando si tratta di un testo che,
come La Mostra, è strettamente legato, pur nella
totale invenzione di situazioni e figure, al profondo sentimento e vissuto di chi l’ha scritto.
Sono stato fortunato e sono assai grato a tutti gli
autori di questo nostro spettacolo. Cercherò di
rivedere lo spettacolo il più spesso possibile. Ho la
sensazione di vivere un’avventura comune a tutti
coloro che lo hanno realizzato, mi sento insieme a
loro, parte dello stesso equipaggio, come in quei
romanzi di Conrad, in cui i marinai, in ogni traversata, attraversano insieme la vita.
note dei collaboratori
Bozzetto di scena
di Pier Paolo Bisleri
Note sulla scenografia e sui costumi
di Pier Paolo Bisleri
Lo spazio, in cui si sarebbero dovuti muovere gli
viene sepolto l’Artista divengono sculture/oggetto,
attori/personaggio immaginati dall’autore, divie-
rappresentano tautologicamente se stesse, sono
ne per me, il luogo mentale, la stratificazione dei
neroblunero, come il colore amato da Timmel.
ricordi che accompagna il percorso drammaturgico di Timmel.
Luogo mentale che, successivamente, si aprirà
all’azione, per farci approdare alla realtà, con i
Immaginare questo spazio, la collocazione tridi-
fantasmi – Baconiani – del periodo della segrega-
mensionale della scena all’interno della Sala
zione presso lo psichiatrico triestino.
Bartoli, luogo non convenzionale, del Politeama
Rossetti di Trieste, si è dimostrata subito un’interessante sfida ed una giustissima scelta da parte
del regista. Era necessario immaginare e realizzare un luogo in cui il pubblico non era solo spettatore distaccato, ma sarebbe dovuto divenire parte
fondamentale e partecipe all’azione drammaturgica, con la propria presenza così vicina alla
scena. Essere parte della scena.
Dall’ingresso, lo spettatore, è accompagnato
attraverso un corridoio museale, labirintico spazio oscuro, in cui appaiono immagini, i primi
quadri di Timmel e che introduce alla sala della
rappresentazione.
Lo spazio è semplice, minimale. È un rettangolo
nero, buio, collocato frontalmente al pubblico. È
il luogo dei ricordi, la mente, lo spazio neroblunero di Timmel. Un pavimento di pietra, una zona
rialzata – il palcoscenico/stanza – con le grandi
finestre della cella manicomiale di Timmel.
La mia necessità era quella di de-strutturare i
luoghi dell’azione. Ecco così, che la trattoria “da
Erminio”, la stanza con il letto/macchina dello
psichiatrico di San Giovanni e il Cimitero in cui
19
Note sulla composizione
delle musiche
di Germano Mazzocchetti
L’osteria “da Erminio” e gli echi della cultura
posizioni degli anni Quaranta, dall’aura leggera
mitteleuropea, i cori popolari e i valzer trasfigu-
un po’ da Trio Lescano. Gli altri interventi delle
rati secondo stilemi novecenteschi… Ne La
sedie sono invece costruiti come una sorta di sol-
mostra, la musica possiede - fin dal momento
feggio ritmico su un’armonia di sapore strawin-
della concezione strutturale del testo – un ruolo
skiano.
significativo, una presenza che oltrepassa i limiti
Differente è il pathos dei brani che riguardano la
della funzione di commento.
rievocazione di Alcesti, strettamente legati alla
E fin dall’inizio appare naturale che essa – coe-
tragedia euripidea: abbiamo scelto di trattare i
rentemente all’intero dramma, costruito ed
cori come quelli di una tragedia greca, trasmet-
espresso attraverso un affastellarsi di brandelli di
tendo emozioni profonde. Gli interventi cantati di
ricordi, citazioni, memorie popolari, momenti liri-
Timmel-Herlitzka invece tendono a straniarsi da
ci – si sviluppi lungo diverse direzioni.
tale clima: basta pensare alla piccola romanza
Quella ad esempio del recupero e della riproposta
ironica “O viso, o corpo”, che si richiama al
filologica di musiche della tradizione triestina,
melodramma ottocentesco, o al Lied finale “Sì
citate dall’autore; quella dell’invenzione di musi-
dimenticar”.
che sulla falsariga delle canzoni popolari, un’ope-
Dettata da questa duplicità fra musiche d’ispira-
razione à la mianière de; quella infine che guarda
zione popolare e stilemi colti, è anche la scelta
alla tradizione colta mitteleuropea, e a tutto un
degli strumenti usati: la fisarmonica e il violino,
universo di forme compositive, affini al climax
che pur essendo di derivazione popolare permet-
della Trieste fra Ottocento e Novecento, che fa da
tono di trascolorare facilmente nell’ambito di lin-
sfondo alla vicenda di Vito Timmel.
guaggi musicali d’estrazione diversa.
Oltre alla dimensione legata alla tradizione popolare dunque, ho proceduto nella composizione
isolando alcuni contesti, nodi di particolare tensione drammatica: il contesto del manicomio, ad
esempio, tutto caratterizzato da una musica quasi
esclusivamente ritmica, che permette ai malati di
scandire alcune filastrocche. Particolarmente suggestivo nell’ambito del manicomio è il coro delle
sedie: un momento originale, tutto giocato nella
dimensione della surrealtà. Mi ha divertito creare
una partitura che rendesse plausibile un coro di
sedie, che improvvisamente si animano, si muovono e soprattutto cantano... Il loro ingresso asseconda il clima della sorpresa e ricorda certe com-
21
La Mostra
fotografie di Tommaso Le Pera
24
diretto da Antonio Calenda
Roberto Herlitzka
La Mostra
di Claudio Magris
regia di Antonio Calenda
con la partecipazione di Mario Maranzana
scene e costumi Pier Paolo Bisleri
luci Nino Napoletano
musiche Germano Mazzocchetti
suono Carlo Turetta
personaggi e interpreti
Direttore Marco Casazza
Vito Timmel Roberto Herlitzka
Sacerdote Manuel Fanni Canelles
Cesare Sofianopulo Mario Maranzana
Marcello Mascherini Maurizio Zacchigna
Avventore Igor Pison
Professor Campitelli Maurizio Soldà
Professor Baroni Alessandro Mizzi
Coro dei Matti
Stefano Bembi, Laura Bussani, Manuel Fanni-Canelles
Antonio Kozina, Alessandro Mizzi, Igor Pison, Maurizio Zacchigna
Inserviente
Fisarmonica
Violino
Maurizio Soldà
Stefano Bembi
Antonio Kozina
Voce fuori campo e suggeritore Guido Penne
Aiuto regista Roberta Torcello Assistente ai costumi Serena Boccardelli
Assistente ai movimenti coreografici Luciano Pasini
Direttore di scena Giuliano Gionchetti Capo macchinista Massimo Tatarella
Attrezzista Flavio Dogani Capo elettricista Alessandro Macorigh
Fonico Borut Vidau Sarta Benedetta Schepis
Direttore d'allestimento Paolo Giovanazzi
La scena è stata realizzata dal Laboratorio del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, Daco srl, Starc Enterprise
Capo costruttore Giorgio Zardini Costruzioni in ferro Radivoi Zobin
Decorazione pittorica Flavio Dogani
Elettricisti d'allestimento Massimo Carli, Roberto Starec, Antonio Di Giuseppe
I costumi sono stati realizzati dalla Sartoria Arrigo srl e dal Laboratorio del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia
Capo sarta Benedetta Schepis Sarta Marina Kobau
Calzature Epoa Tele Peroni Trasporti Nuova Cooperativa Alfa1
Riproduzione quadri Technograph foto di scena Tommaso Le Pera
Si ringraziano la Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” e Antonio Sofianopulo
prima rappresentazione Trieste, Sala Bartoli, 26 marzo 2003
25
Roberto Herlitzka
il “coro dei matti”
Stefano Bembi
Laura Bussani
Manuel
Fanni Canelles
Antonio Kozina
Alessandro Mizzi
Igor Pison
Maurizio Zacchigna
da sinistra
Maurizio Zacchigna
Alessandro Mizzi
Roberto Herlitzka
Maurizio Soldà
Mario Maranzana
Roberto Herlitzka
Mario Maranzana
Laura Bussani
Roberto Herlitzka
Roberto Herlitzka
Mario Maranzana
Maurizio Zacchigna
Igor Pison
Marco Casazza
Alessandro Mizzi
Roberto Herlitzka
Mario Maranzana
Maurizio Zacchigna
Manuel
Fanni Canelles
Maurizio Zacchigna
Igor Pison
Laura Bussani
Alessandro Mizzi
Stefano Bembi
Antonio Kozina
Vito Timmel - “Fochi”
collezione Museo Revoltella - Trieste
al di là della “finzione”:
i personaggi della “Timmel & Co.”
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Vito Timmel - “il viandante”
collezione privata
I cinque personaggi
della “Timmel & Co.”
di Guido Botteri
Fino ad almeno due decenni dopo la fine della
dell’umorismo manderà tutti due i suoi figli, e
seconda guerra mondiale, gli artisti triestini –
collaboratori, a fare il servizio militare nei vigili
soprattutto quelli figurativi, pittori e scultori –
del fuoco). Rimaneva aperto fino a notte inoltrata
avevano mantenuto la tradizione di ritrovarsi in
e i giornalisti che uscivano dalla tipografia di via
“santuari” benevolmente – e generosamente –
Silvio Pellico, per un “piatto caldo” e l’ultimo
accoglienti.
bicchiere di vino vi ritrovavano i rappresentanti
L’ultimo, forse, è stata quella “spezieria” che
della più fertile stagione dell’arte figurativa, a
Velic aveva aperto in via della Geppa e dove –
Trieste: Nino Perizi, Federico Righi, Dino
attorno ai pochi tavoli e sulle pareti – si ritrovava
Predonzani e quello che ormai era diventato il
quella che allora era l’ultima generazione, dei
“guru” dell’Arte a Trieste, lo scultore Marcello
pittori Livio Rosignano e Marino Sormani e dello
Mascherini. Le altissime pareti del “Ristorante
scultore Marino Carne. La “spezieria” aveva
alla luna” erano tutte tappezzate o da fotografie
introdotto una caratteristica ignota a Trieste, ma
con autografo e dedica di cantanti lirici e attori di
largamente diffusa in tutto il Friuli, di tenere solo
prosa (quello di piazza Goldoni era uno dei pochi
vino di qualità e di aprire una bottiglia anche per
ristoranti aperti “dopoteatro”) o di opere firmate
servire soltanto un bicchiere (non pagato – nel
dagli artisti triestini, alcune delle quali nate pro-
caso degli artisti).
prio sulle tavole imbandite (dove è andato a fini-
Meno raffinato il panorama enologico di un’oste-
re questo patrimonio di memoria e d’arte?), a
ria, tra le due gallerie, in via Risorta, dove la per-
“saldo” delle consumazioni.
sonalità di maggiore spicco era quella del musici-
Se nel secondo dopoguerra i “santuari” erano
sta Mario Bugamelli con i “sodali” Glauco Del
rappresentati da più o meno prestigiose osterie, a
Basso, pianista e critico musicale, e Fabio
cavallo della prima grande guerra – come ci dice
Todeschini, poeta, figlio dell’autore del libretto de
Giani Stuparich, nel suo Trieste nei miei ricordi –
Il trittico musicato da Antonio Illesberg. Anche
gli artisti, pittori e scultori, ma anche scrittori e
Del Basso e Bugamelli avevano scritto e musicato
poeti si ritrovano al mitico “Caffè Garibaldi”,
una “commedia musicale” intitolata “Luluria”
aperto al pianterreno del municipio, in Piazza
(c’è qualcuno che pensa di recuperare questo
Grande (nel dopoguerra “dell’Unità”), per poi
spartito di uno dei maggiori compositori triestini
passare tutti al vicino “Bar Nazionale”, per col-
di tutti i tempi?).
lettiva solidarietà con un cameriere ingiustamente
Ma il ritrovo più rinomato – e celebrato –
– secondo gli artisti – licenziato dal gestore. Il
nell’immediato primo dopoguerra era il ristorante
“cenacolo” del “Caffè Garibaldi” vede presenti,
“Venturi alla luce”, nella centralissima Piazza
oltre agli Stuparich, Italo Svevo, Umberto Saba,
Goldoni (ove vi è subentrata una grande torrefa-
Virgilio Giotti, Bobi Bazlen, lo scultore Ruggero
zione): il “maitre” era celebre per i suoi piatti
Rovan (che Stuparich, nel suo volume uscito nel
“alla fiamma” (non so con quanto senso
1948 giudicava non adeguatamente apprezzato)
55
Vito Timmel - “Disegni dal labirinto”
per gentile concessione di Antonio Sofianopulo e Nadia Bassanese
Gian Matteo Campitelli
qualche decennio dopo, nel 1925, e in altra sede
– la sua prima personale.
Magris configura una sorta di “sodalizio” intorno
a Timmel formato oltre che da Sofianopulo (di
cui è storicamente assodata l’attenzione che ebbe
nei confronti dell’infelice collega, specialmente
negli ultimi anni della sua esistenza, dal 14 luglio
del 1946, quando viene ricoverato per l’ultima
e il pittore Giorgio Bolaffio. «Anche Timmel –
volta al manicomio di San Giovanni, sino alla
aggiunge Stuparich – si sedeva spesso al nostro
morte, avvenuta alle ore 9.45 del primo gennaio
tavolo sfoderando violenti paradossi nel suo gergo
del 1949), anche da due altri docenti di storia
scolorito e sboccato». Può essere che Timmel
dell’arte-pittori come Gian Matteo Campitelli e
abbia incontrato Saba nelle sale del caffè: nel
Renato Baroni ed un artista della nuova genera-
1919 si ritroveranno nello splendido, restaurato,
zione: lo scultore Marcello Mascherini, che è nato
“Cinema Italia”, Timmel come autore della deco-
a Udine nel 1906 ed è più giovane degli altri
razione e dell’eccezionale ciclo delle “Maschere”,
quattro di 18-20 anni.
Saba come gestore del nuovo cinematografo,
Uno dei luoghi d’incontro – prima dell’interna-
incarico che gli aveva affidato il cognato, l’impre-
mento – è l’osteria “La Sardella”, in via Delle
sario Wölfer-Lupi.
Vecchie Beccherie, citato da Timmel nel suo
Fino all’avvento del Fascismo gli artisti triestini
Magico taccuino, che scrive tra la metà degli anni
avevano anche una sede “istituzionale”-corpora-
Venti e il 1936 (e sarà pubblicato, nel 1973,
tiva, dove si ritrovavano: “Il Circolo Artistico”.
dallo Zibaldone di Anita Pittoni, con saggi di
Fondato nel 1884 da tutti i maggiori pittori e
Claudio Magris, dei coniugi Basaglia e di Michele
scultori triestini dell’epoca, ma anche dall’èlite
Zanetti).
degli architetti, dal 1891 ha sede nell’elegante e
Anche se è impensabile che alla “Sardella” abbia-
spaziosa “sala Fenice” progettata da Ruggero
no mai messo piede lo “snob” Sofianopulo o il
Berlam (che diviene anche presidente del
“baciapile” Campitelli, il delineato “sodalizio
Circolo). In quegli anni ha più di 600 soci.
Timmel & Co.” ha comunque tutte le caratteristi-
All’allestimento della nuova sede partecipano, tra
che delle tradizionali aggregazioni degli artisti
gli altri, anche i pittori Vito Timmel e Cesare
triestini: pluralismo di culture e di identità nazio-
Sofianopulo, i due protagonisti della Mostra di
nali (Timmel è un tedesco, nato a Vienna,
Magris, anche nella versione teatrale allestita dal
Sofianopulo è di nazionalità e di cittadinanza
Teatro Stabile di Prosa della regione Friuli-
greca, Campitelli è un istriano – è nato a Valle, a
Venezia Giulia, per la regia di Tonino Calenda. Al
pochi chilometri da Pola con ascendenti
Circolo Marcello Mascherini presenterà – ma
dell’Italia centrale, Baroni è un trentino della Val
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Vito Timmel - “Le tre carrozze”
collezione privata
Marcello Mascherini
con l’attore Ottorino Guerrini
durante le prove di
“Assassinio nella Cattedrale”
farli sentire “affini”, soprattutto per i tre quasi
coetanei (Timmel è del 1886, Campitelli ha due
anni meno di lui e Sofianopulo tre): Timmel frequenta, a Trieste, dal 1901 al 1905, la celebrata
“Scuola per capi d’arte”, che così profonde tracce
lascerà in intere generazioni di artisti e di artigiani triestini; nella stessa prestigiosa “scuola”
Campitelli vi entra come allievo (probabilmente
Lagarina e Mascherini è un friulano, che a quat-
nella stessa sezione per “pittori e decoratori”,
tro anni si trasferisce, con la famiglia, a Trieste);
scelta da Timmel, e diretta da Eugenio
pluralismo di tendenza artistica (Baroni, come
Scomparini) e quindi vi ritorna come insegnante,
presidente del Circolo Artistico “assorbito”
di disegno e di storia dell’Arte; analogo il percor-
dall’“Associazione fascista delle Belle Arti” e
so di Sofianopulo e nelle stesse aule approderà –
quindi ritornato al vecchio nome, è il catalizzato-
ma ormai siamo nel 1919 – anche Mascherini.
re delle posizioni più conservatrici, mentre
Come tutti gli artisti giuliani di quegli anni
Campitelli presiede il sindacato democratico
(prima cioè della caduta dell’Impero austro-
costituito dagli artisti più “progressisti”; Timmel
ungarico) anche “Timmel & Co.” completano e
fa parte a sé, richiamandosi piuttosto ai suoi
perfezionano gli studi nei maggiori centri cultu-
maestri austriaci, Klimt in testa; Sofianopulo –
rali tedeschi, Timmel e Campitelli a Vienna,
che, come fantasia creativa potrebbe essere il più
Sofianopulo a Monaco di Baviera (ma anche a
vicino al pittore nato a Vienna – non fa testo per-
Parigi), Mascherini sarà allievo di uno scultore
ché la famiglia gli proibisce di vendere i suoi qua-
formatosi nella capitale austriaca.
dri); pluralismo religioso (Sofianopulo, malgrado
La consuetudine artistico-professionale è altro
il suo irriverente scettiscismo fa parte della comu-
terreno d’incontro tra i cinque: anzitutto il sinda-
nità religiosa greco-ortodossa, partecipando ai riti
cato, retto prima da Campitelli e poi da
nella chiesa di via San Nicolò, che si trova vicino
Mascherini, che non è solo l’organo di rappresen-
alla sua abitazione; Campitelli, che era partito da
tanza corporativa, ma anche – e soprattutto –
posizioni ateiste, approda ad un’intensa religio-
promotore ed organizzatore di mostre e rassegne
sità cattolica e promuove, negli anni Trenta, le
collettive; Campitelli e Sofianopulo esercitano
prime Mostre d’arte sacra; Mascherini nel secon-
anche la critica militante, il primo per il quoti-
do dopoguerra si avvicinerà alla massoneria).
diano promosso dal Governo Militare anglo-ame-
Anche i percorsi formativi dei cinque hanno tutta
ricano, Il Giornale Alleato, che esce a Trieste, e
una serie di coincidenze, che possono essere servi-
l’altro sulle pagine triestine del quotidiano udine-
te, se contemporanee, ad approfondire l’amicizia
se, Messaggero Veneto.
e la solidarietà, artistica ed umana, e comunque a
Malgrado tutte queste “coincidenze” e affinità,
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Vito Timmel - “Commedia”
per gentile concessione del Consorzio Culturale del Monfalconese
Cesare Sofianopulo
rientamento e fatti demenziali; i suoi dipinti
dell’ultimo tempo hanno l’impronta dell’infantilismo; cambia rapidamente di proposito, associa
molto superficialmente».
Personaggio altrettanto ricco di risvolti è Cesare
Sofianopulo. Figlio di un greco commerciante di
“zibibe” (anche Demetrio Carciotti aveva fatto
fortuna, a Trieste, con il commercio dell’uva
restano fortissime le caratterizzazioni dei singoli
passa, fino al punto di costruirsi il magnifico
personaggi (s’intende della loro reale identità).
palazzo neoclassico sulle Rive) che volendo accre-
Anzitutto Vito Timmel, o meglio Vittorio von
scere di prestigio era passato all’export-import.
Thümmel (e non c’è bisogno di Freud per spiega-
Un genitore così rigido aveva “accettato” che il
re perché i suoi “sogni” dipinti negli anni 1943-
figlio Cesare studiasse, in Germania ed in
44, durante il primo ricovero all’ospedale psi-
Francia, da artista, a patto che non si piegasse al
chiatrico siano firmati con il cognome originale,
commercio “poco dignitoso” dei suoi lavori pitto-
scomparso in tutta la produzione precedente).
rici. Evidentemente questo rigido genitore non
Figlio di un nobile tedesco e di una contessa friu-
considerava “indecoroso” che uno dei redditi più
lana, che a Trieste (dove la famiglia si trasferisce
sicuri per Cesare gli provenisse dagli affitti della
da Vienna, quando il piccolo Vito-Vittorio ha
sua casa in Cittavecchia, in via del Fortino, paga-
quattro anni) apre un’atelier di moda. Alla
ti dai gestori delle case di tolleranze.
meningite avuta da bambino sarà attribuita
La fedeltà alla nazionalità greca gli darà il van-
anche la malattia mentale che lo porterà alla
taggio di un posto sicuro alla Biennale di Venezia,
morte. Il primo matrimonio dura soltanto quattro
nel padiglione del Regno di Grecia, ma gli costa il
anni, perché la moglie muore di tbc. L’unico
mancato incarico di docente perché straniero, sia
figlio emigrerà in Cile, dove diventerà coreografo:
sotto l’Austria che sotto l’Italia, e il mancato
in manicomio una delle ossessioni di Timmel è
matrimonio con un’insegnante triestina con la
rappresentata dal desiderio di raggiungere il
quale conviveva da anni e che, sposandolo,
figlio in Sud America.
avrebbe perso il posto di lavoro, perché diventata
La “scheda sanitaria” compilata nel novembre
cittadina straniera.
del 1945 al manicomio triestino (e pubblicata nel
Considerava, come suo modello, anche d’elegan-
prezioso volumetto Vito Timmel, edito nel 1985
za, Gabriele D’Annunzio. Eleganza che gli era
da Nadia Bassanese) ne dà un ritratto, che non è
valso – così credeva, in un primo momento –
solo sanitario: «ha condotto sempre vita sregola-
l’applauso dei colleghi dell’Accademia di Parigi,
ta; si dava al bere smodatamente; da un anno
che lo accoglie al grido di “Voilà le comte!”.
progressivo indebolimento della memoria e diso-
Sofianopulo pensava che lo paragonassero a un
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Vito Timmel - “Arlecchino”
per gentile concessione del Consorzio Culturale del Monfalconese
Una veduta del Teatro del Cantiere Navale
Triestino di Panzano.
Le tavole di Vito Timmel, che si credevano
perdute, sono state ritrovate nell’autunno
del 2000. Attualmente è in corso
il restauro delle opere a cura del
Consorzio Culturale del Monfalconese,
che ne ha acquisito la proprietà
colo – ha anche il merito di aver posto l’accento
su questa struggevole amicizia tra due grandi
artisti.
nobile, un conte appunto, mentre i suoi colleghi
l’avevano definito un “con”. “Ecco el mona!” è la
traduzione che lo stesso Sofianopulo dava al saluto, raccontando l’episodio.
Intelligente, raffinato e poliglotta Sofianopulo è il
primo traduttore, in versi italiani, dei Fiori del
male di Baudelaire e di alcuni poeti greci contemporanei.
Celebri sono rimasti i bigliettini che aveva appiccato, di notte, sui muri del centro città e fatto
“volantinaggio” al teatro Verdi, scritti con la sua
inconfondibile scrittura “liberty” e riferiti al
generale inglese, governatore militare di Trieste:
“Airey is money”.
Sono questi due – Timmel e Sofianopulo – che
negli ultimi tragici anni del pittore austriaco
danno vita a quella che Magris definisce una
“buffa e profonda amicizia”.
È Sofianopulo che va a visitarlo, quasi quotidianamente, a San Giovanni; che lo riporta al manicomio dopo un’avventurosa fuga dallo
Psichiatrico; che tiene informati figlio e moglie
(la seconda, sposata nel 1922); che gli porta cibi
e indumenti.
E Timmel contraccambia, dedicandogli “con
saluti cordiali” i disegni dei suoi “sogni”.
La Mostra di Claudio Magris – il libro e lo spetta-
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i commenti sul testo
Daniela Giovanetti
Colloquio su “La mostra”
di Claudio Magris
e Daniele Del Giudice
Claudio Magris: [...] Come è nato questo libro?
rebbe essere. Rendere opaca la vita, per soffrire
Come ricordava Daniele, nella mia ossessiva
un po’ di meno della mancanza della vita vera.
fedeltà mi sono ripetutamente accostato, negli
Sono esistenze, come quella di Timmel, anarchi-
anni passati, alla figura di Timmel, quel notevole
che; l’anarchismo di chi cerca disperatamente un
pittore, diciamo grosso modo liberty, nato a
ordine per venir liberato dal peso della libertà e
Vienna e morto a Trieste nel 1949 in manicomio,
della responsabilità. Così Timmel, assolutamente
il quale ha scritto un geniale e delirante taccuino
anarchico, finisce per esaltare perfino il fascismo,
(trascritto, in certi casi quasi “tradotto” dalla sua
per vagheggiare un’infanzia in cui si è beati per-
viva voce da Anita Pittoni, che gli era vicina)
ché si obbedisce, perché si è liberi dal peso delle
mentre stava venendo disgregato psichicamente,
libertà e ci si abbandona ai propri sogni. Anche il
taccuino da cui ho preso qualche frammento. Mi
coro delle sedie nasce da questo sentimento, dal
interessava questa figura di randagio, di fuggia-
desiderio di essere una cosa: una cosa - come una
sco, questo “io” sempre in bilico fra il disgregarsi
sedia - anche quando la si sbatte non soffre, gli
e il tenersi insieme, tra il non essere più nessuno
spigoli della realtà non le fanno male, come fanno
(o essere soltanto una manciata di atomi, di fran-
male a chi vive. C’è come un desiderio di essere
tumi disgregati che si perdono nel niente) e l’esse-
stati piuttosto che di essere, per soffrire di meno,
re invece ancora una personalità forte, riottosa,
cercando di amputarsi di ciò che fa soffrire di
caparbia. Soprattutto mi interessava e mi interes-
più.
sa il suo destino (un po’ come quello di Enrico
A parte i lunghi anni in cui, di tanto in tanto,
Mreule, il protagonista di Un altro mare, che sono
come è stato ricordato, mi sono occupato di
molto grato a Daniele di aver ricordato), Timmel
Timmel (scrivendone all’inizio degli anni Settanta
è una di quelle personalità che cercano di difen-
sul “Corriere della Sera”, pubblicando insieme a
dersi dalla difficoltà o talora dall’insostenibilità di
Franco Basaglia, Anita Pittoni, e Michele Zanetti
vivere rifugiandosi nell’apatia, in una regale e
il suo Magico taccuino e scrivendone l’introduzio-
anarchica autodistruzione.
ne, facendolo apparire di scorcio pure in
Personalità troppo sensibili che cercano di spe-
Microcosmi), il libro è nato da una spinta, da
gnere questa sensibilità che li fa soffrire: come
un’occasione precisa. Io ho sempre bisogno, in
qualcuno che chiudesse gli occhi di fronte allo
qualche modo, di qualche stimolo esterno, anche
splendore di un mare troppo intenso, che gli
occasionale, che funga per così dire da levatrice,
ricorda come la vita dovrebbe essere e che dun-
che porti alla superficie qualcosa che certo c’era
que gli risulta insostenibile. Allora si chiudono gli
già prima in me, ma forse magari solo oscura-
occhi, ci si ottunde; si cerca l’apatia, la sottrazio-
mente, e che altrimenti forse non sarebbe giunto
ne, l’insignificanza, quasi la non esistenza, per
all’espressione. Anche Danubio, Un altro mare,
non soffrire troppo sentendo sulla propria carne
Microcosmi, o Le voci sono nati da questa mesco-
quello che si potrebbe, che si dovrebbe e si vor-
lanza di un interesse profondo e di una causa
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prossima, di un’occasione stimolante. Più di due
prio conto, tanto è vero che io ho scritto questo
anni fa, Fabio Nieder, musicista triestino che vive
testo e lui sta componendo un’opera, in cui utiliz-
e opera fra Trieste e la Germania, dove fra l’altro
zerà come crederà quello che io ho scritto, traen-
la sua musica incontra un particolare successo,
done un libretto che potrà conservare tali e quali
mi ha cercato (prima ci conoscevamo poco, credo
alcune mie battute o scene, ma modificarne altre
che ci fossimo incontrati solo una volta o due bre-
o tralasciarne altre magari per me fondamentali.
vemente) e mi ha proposto di fare insieme a lui
Credo del resto che ogni collaborazione realmente
un’opera su Timmel. Lui avrebbe scritto la musi-
creativa sia paritetica, un dialogo che avviene
ca e io il testo.
quando ci si pone, con apertura e disponibilità al
Gli ho risposto subito di no; ho ribadito poco
rischio, l’uno di fronte all’altro. Per quel che
dopo il no, ma ho cominciato a pensarci, a girare
riguarda questa atmosfera creativa, senza la
dentro di me questa idea e tutto questo ha fatto
quale tante cose di questo libro non sarebbero
emergere con violenza, dentro di me, la storia e il
nate, sono anche debitore a Paolo Bozzi, a Pino
destino di Timmel e un particolare significato che
Roveredo (quanti incontri con Fabio Nieder e
esso mi sembrava assumere, in qualche modo,
Paolo Bozzi, nelle osterie e birrerie triestine!) e a
quale specchio, nonostante le enormi dissomi-
qualche amico e amica cui ho fatto leggere il testo
glianze e antitesi, di me steso.
finito e che mi hanno dato preziosi suggerimenti,
Sono molto grato a Nieder, e non soltanto per
soprattutto mi hanno suggerito preziosi tagli.
questa spinta iniziale, ma perché nei numerosi e
Qualche consigliere e/o consigliera segreta è
sempre più intensi e fraterni incontri che ho
anche presente in questa sala.
avuto con lui ho imparato molte cose; dalla
Ho scritto, come sempre mi succede, questo testo
nostra conversazione, dallo scambio di idee, è
di getto, in modo selvaggio, senza un piano preci-
nata una certa tensione fantastica, una specie di
so, tranne l’idea generale; personaggi, scene, epi-
ribollente laboratorio creativo, senza il quale non
sodi mi sono anche nati via via, mentre scrivevo,
avrei scritto questo libro. La nostra collaborazio-
senza che mi fossero presenti prima. Ho finito
ne è stata singolare, in quanto ognuno è andato
questa stesura, diciamo così selvaggia nel Natale
per la sua strada, diversamente da ciò che succe-
1999, l’ho lasciata riposare per molti mesi, poi è
de di solito. Abitualmente, quando un musicista e
cominciato il lavoro puntiglioso di correzione,
uno scrittore collaborano, l’uno fa da spalla
controllo, rifinitura, potatura; un preciso lavoro
all’altro; il musicista si mette al servizio di chi
razionale dopo il momento selvaggio. Finché,
scrive il testo, componendogli magari le musiche
pochi giorni fa, è uscito il libro.
di scena, oppure, cosa ben più frequente, chi scri-
Questa è la sua storia esterna. Alla scrittura del
ve il libretto si pone al servizio del musicista e gli
libro hanno concorso pure dei fattori curiosi,
scrive le scene o le parole di cui egli ha bisogno.
anche ambivalenti. Il destino, la vita, il modo di
Noi invece abbiamo proceduto ognuno per pro-
essere, di sentire e di pensare di Timmel mi sono,
ovviamente, lontanissimi; sono anzi, sotto molti
questo testo, che è molto diversa da quella della
aspetti, l’opposto di me. Ma in qualche modo è
maggior parte delle cose che ho scritto. Forse
stato come se avessi trovato uno specchio deforme
ricorda un po’, per certi versi, Stadelmann, o
o deformante, in cui mi sono riconosciuto e che
ancora di più Le voci, per qualche aspetto anche
mi ha permesso di dire certe cose che altrimenti
Un altro mare. Ma La mostra ha una scrittura
forse non sarei riuscito a dire. Talvolta si scrivono
molto più violenta, dura e visionaria, spezzata, in
libri che sono come la nostra fotografia; rileggen-
certi momenti forse anche ardua, difficile. Ci
doli, uno si riconosce in essi, trova in essi ciò che
sono, in quello che scrivo, come due scritture. C’è
egli pensa del mondo, la sua concezione e il suo
quella che cerca di capire il mondo, di rendersi
sentimento della vita. Ma ci sono dei libri che si
ragione dei suoi fenomeni, di collocare i singoli
scrivono e che sono un po’ come il negativo della
destini, anche dolorosi, sullo sfondo della totalità
nostra fotografia. Libri che non dicono le nostre
del mondo, e del suo significato, che dunque in
risposte ai problemi della vita, ma che fanno sen-
qualche modo li media. È una scrittura avvolgen-
tire intensamente le domande su quei problemi
te, con periodi ipotattici ben costruiti, gerarchiz-
che noi ci poniamo nel nostro profondo, anche se
zati, che pongono le cose importanti nelle frasi
diamo loro risposte diverse; libri che dicono non
principali e quelle secondarie nelle subordinate,
solo quello che siamo, ma quello che potremmo,
mettendo per così dire al loro posto gli aspetti del
vorremmo o temiamo di essere; che dicono le
mondo. Questo è il tipo di scrittura che ho prati-
nostre ossessioni, cui magari non indulgiamo
cato di più, sia nella narrativa, sia nella saggisti-
nella nostra vita pratica e nella elaborazione della
ca; una scrittura che vuole dare senso alle cose,
nostra visione del mondo. Libri che esprimono
collocare ogni singola esperienza, anche dolorosa,
una visione del mondo che non potremmo certo
in una totalità che la comprenda e che, solo per il
firmare, come se fosse la nostra, ma in cui sentia-
fatto di comprenderla, può conciliarla, ovvero
mo risuonare, magari indirettamente, tante possi-
inquadrarla in un contesto più ampio.
bili, sognate, temute, esorcizzate o represse visioni
C’è invece la scrittura (soprattutto, ma non solo,
del mondo nascoste dentro di noi. Io credo di
quella teatrale) che mi sembra dia la possibilità
assomigliare un po’ al protagonista di Danubio e
di rendere giustizia a certe esperienze brucianti,
a quello di Microcosmi, vorrei assomigliare a
dirette. Una sofferenza grande, anche la nostra
quello del Conde, non assomiglio affatto nel mio
morte, se collocata nella storia del mondo, per il
comportamento e nei miei sentimenti (a parte
solo fatto di esservi collocata, assume un senso
l’amore per il mare) a Enrico Mreule, ma le
che non sminuisce certo la sua tragicità ma in
domande che egli si pone nel suo intimo le sento
qualche modo la mitiga. Quest’altra scrittura
fortemente, sono le mie domande, anche se le mie
invece cerca di non sottrarsi alla bruciante imme-
risposte sono radicalmente diverse.
diatezza, di confrontarsi con l’assolutezza di certi
Un altro problema è costituito dalla scrittura di
istanti. Ci sono dei momenti, delle sofferenze, che
69
70
vengono sentite come un assoluto, come un dolore
disordine del mondo, in un pensiero filosofico.
terribile. Se qualcuno ci tortura con le tenaglie
C’è proprio un punto che è il punto di maggiore
roventi, in quel momento non ci interessa, non
violenza di questo testo ed è vero che mai Claudio
può interessarci il significato del mondo, ma
ha trattato in maniera così violenta una situazio-
viviamo l’assoluto di quel dolore fisico, e altret-
ne esistenziale di dolore. È un momento che è
tanto vale per certi dolori morali; talvolta, per
introdotto anche questa volta dal direttore, inteso
rendere giustizia a un fenomeno, bisogna mettersi
qui come direttore della mostra, il quale parla
faccia a faccia con la Medusa della vita - senza
della crisi di Timmel che a un certo punto smette
trarne una filosofia né un’ideologia della catastro-
di dipingere, ma soprattutto smette di far mostre
fe, un pessimismo compiaciuto, una retorica della
per quasi una dozzina d’anni. Non ci sarebbe
negatività. Ma collocandosi appunto faccia a fac-
niente di male in questo, fa parte del percorso; il
cia, a distanza zero dalla Medusa della vita.
fatto è che la deriva che ne risulta, cioè il suo
È soprattutto il teatro che sa sbattere in faccia
vivere nelle osterie, il suo vendere schizzetti fatti
quello che viene direttamente fuori dalla voce, dal
nelle osterie in cambio di vino, il suo dipingere i
cuore, dal corpo, dal gesto. E allora la scrittura si
muri delle osterie in cambio di cibo, è una deriva
fa spezzata, rotta, come se raccogliesse delle
totalmente di abbandono, di indegnità; finché c’è
schegge, di oggetti fatti a pezzi a colpi d’ascia,
un momento di riscatto, ma questo riscatto è
frantumi d’esistenza, di sentimenti, di vite disgre-
ancora più indegno ed è un pezzo straordinario.
gate. Non avrei saputo scrivere La mostra in una
Accade che la moglie di Timmel muore e questa
forma di scrittura diversa, perché l’ho vissuta in
sua deriva, questa sua impotenza trova, in qual-
un certo modo dall’interno dei personaggi. Ho
che modo, prima di tutto una nuova dignità, nel
l’impressione come se questo libro fosse un libro
senso che può avere un motivo [...].
scritto dopo un diluvio; come raccogliendo relitti
portati dal mare sulla riva, cose bellissime e
[...] C’è dunque un riuso dell’indegnità trasfor-
meravigliose, porcherie, frammenti [...].
mata in una nuova dignità per la malattia e la
morte della moglie. Questo è anche un altro trat-
Daniele Del Giudice: [...] L’altra parte a mio
to, ma non ne parlo in senso di tradizione lettera-
avviso fortemente drammatica, fortemente vio-
ria ma di tradizione esistenziale. Anche Emilio
lenta a cui fa riferimento Claudio è un vero vorti-
Brentani, in Senilità, è bravissimo nel misurare la
ce, un vero gorgo che sta nel cuore del libro, dove
propria indegnità, conoscere la propria indegnità
c’è proprio una scrittura dell’essere preso con le
e riutilizzarla, passare dallo stato di vergogna
tenaglie, dove maggiormente emerge l’essere
profonda, trovando motivi che in qualche modo
preso con le tenaglie, dove il dolore personale
la nobilitino.
scrive direttamente e non trova più conforto in
C’è poi, nel momento della morte della moglie,
una messa in ordine o messa in caos o messa in
questo notevolissimo e anche qui assai catastrofi-
co, assai drammatico vortice che riguarda appunto il tema di Alcesti, della donna che va nell’Ade,
prendendo su di sé questo compito e sottraendolo
invece al proprio uomo.
Qui c’è una coincidenza, in senso di autobiografia
rovesciata; qui c’è una partecipazione di te
Claudio come narratore molto forte la cui spia,
tra l’altro, è proprio l’abbandono del dialetto, il
passaggio alla lingua.
71
Magris, storia del pittore
che attraversò la notte scura
72
di Ermanno Paccagnini
È un testo che viene da lontano, La Mostra.
all’ieri dell’immediato postmortem del pittore,
Almeno dal 1973 della pubblicazione del Magico
all’altrieri presentificato dello stesso Timmel,
taccuino di Vito Timmel (1886-199) morto nel
all’oggi della mostra di suoi quadri organizzata
manicomio di San Giovanni a Trieste. Di sicuro
da un direttore di manicomio in cui s’affaccia il
dall’11 settembre 1980 quando Magris alla
Franco Basaglia prefatore anche al Magico tac-
Fondazione Cini tiene una conversazione su
cuino. Figure che dicono di un’altra costante di
L’accidia del superuomo: il viandante di Vito
Magris: l’operare creativamente su personaggi
Timmel e il suo taccuino magico, entro un ciclo in
reali, come già col romanzo Un altro mare; e, qui,
cui affronta i temi a lui cari del Viandante, del
anche con lo scultore Marcello Mascherini e
Fuggiasco e dell’Io diviso. Un Timmel «randagio
soprattutto il Cesare Sofianopulo già ricordato in
pittore nato a Vienna e venuto a completare la
Microcosmi come «pittore, poeta, traduttore di
sua autodistruzione a Trieste» di lunga sedimen-
Baudelaire e devoto ai tramonti sulle rive, i cui
tazione, richiamato in Microcosmi col suo «miscu-
raggi inclinati a suo dire rendevano trasparenti i
glio di folgoranti epifanie liriche e di singulti ver-
vestiti delle donne»: battuta che qui torna messa-
bali prossimi all’afasia e sbriciolati dall’amnesia,
gli direttamente in bocca. Un operare con fedeltà
ch’egli chiamava nostalgia, desiderio di cancellare
– ciò che con Timmel significa appoggiarsi anche
tutti i nomi e tutti i segni che irretiscono l’indivi-
alle parole del suo “magico taccuino” (e ne è spia
duo nel mondo». Ed è a quelle pagine che mi vien
il «bisogna assolutamente dipendere per raggiun-
spontaneo rinviare il lettore che voglia riassunta
gere l’atmosfera beata» citato in Microcosmi e
con rapida intensità la figura del «viandante
riproposto nella Mostra). Ma anche con una rilet-
ribelle» Timmel, un «viandante dell’anima» che
tura del personaggio (in Utopia e disincanto, scri-
nella Mostra Magris ripropone nella cangiante
veva di viandanza e di «esperienze di frontiera
eppur unitaria forma di racconto e struttura tea-
perduta o cercata» da ricostruire «nella realtà e
trale e da libretto d’opera tesa a rievocarlo in un
nel cuore»). Qui: un Timmel – uomo anche del
gioco di visivi piani spaziali attraverso incroci di
“disincanto” – che egli appoggia e stringe a sé per
brandelli discorsivi di amici, personale e compa-
riviverlo dall’interno: appropriandosene; per tra-
gni di manicomio, avventori d’osterie, voci di
sferirvisi, e per parlare in prima persona attraver-
passanti colte dal fondo, cori e semicori di perso-
so di lui. Intellettualmente, come in passato. Ma
ne e oggetti (le sedie) che si trovano pure a scam-
qui, nella Mostra, soprattutto emozionalmente.
biarsi i ruoli: il tutto chiamato a contrapporre lo
Una emozionalità che fa a braccio di ferro con la
spezzato monologo di Timmel, che nel trascorrere
razionalità.
del testo si fa via via sempre più visionario, incre-
Ed è tale abbraccio che carica di densità di per-
pandosi anche di cadenze dialettali triestine. Un
corsi tematici questo testo. Per raccogliere solo
contrappunto sviluppato anche su più piani tem-
talune sollecitazioni: i rapporti sanità-follia e
porali: appartenendo i vari personaggi in scena
arte-follia; la follia (in passato: il suicidio) come
rifugio estremo; fuga fisica e mentale; rapporto
sentimenti: a tratti da grido mistico di noche
tra “nostalgie” e “desmentegar”, ricordo e rimo-
scura.
zione; prigionia nella libertà e libertà nella prigio-
Interrogazione sul diritto a trovare una concilia-
nia; quella “responsabilità” che impregna le pagi-
zione salvifica e facilitante tra “libertà” e “neces-
ne più recenti di Utopia e disincanto; la colpa
sità” (la morte d’una persona cara).
orginaria; il male e la sua necessità. Ma pure con-
Un’interrogazione al limite (ma anche oltre)
trapposizione tra espressività libera e senza
d’uno straziante senso di colpa. Non tanto
mediazioni (Timmel) e mediazioni devianti, come
dell’essere stato: ossia dei sentimenti; dell’aver
quelle del direttore-interprete o dell’amico
succhiato la vita “da quel seno che si spolpava e
Sofianopulo, che s’esprime soprattutto per cita-
sfasciava”. Quanto: senso di colpa del continuare
zioni e stilemi classicheggianti (spesso in versi)
a “essere”. A “vivere”. Anche creativamente.
riversati pure nelle sue versioni da Baudelaire,
così narcotizzando il bohème per eccellenza.
Senza dimenticare il linguaggio: i felicissimi
incroci tra espressività ora dotte (come lingua, e
come continui calchi e citazioni: di parole e
forme), ora di parlato (o cantato), ora dialettali:
distribuiti per diversi stilemi tra vari personaggi e
invece fusi in Timmel.
Insomma: tanti i possibili percorsi di lettura. Tutti
però a fare alone quasi protettivo attorno
all’aspetto «più straziato e sincero». Da libro-confessione. Che ha scelto di misurarsi «con la demonicità della vita», a partire dall’aspetto più
profondamente personale. Ed è questo che fa
della Mostra un atto e insieme un canto d’amore:
e Timmel parla anche col Cantico dei cantici (ma
pure col Qohèlet), mentre altre sue espressioni mi
ricordano Giotti e Marin e altre ancora passi di
Marisa, la moglie e fine scrittrice. Un canto –
attraverso Timmel – per una moglie, Mari(s)a,
che non c’è più: riletta come Alcesti, la sposa «che
muore per lui», per salvarlo dalla conoscenza
«dell’orrido niente». In cui si deposita un’interrogazione scarnificata e scarnificante sui propri
dal “Corriere della Sera” del 10 maggio 2001
73
Magris: l’oscuro
riflettersi nell’“altro”
74
di Enzo Golino
Radicato nella precoce convinzione che l’unico
al di là del limpido specialismo del germanista
modo di parlare di sé, della propria esperienza,
(cattedratico prima a Torino dove ha studiato e si
consiste nel parlare degli altri raccontandoli con
è laureato, poi a Trieste dove è nato nel 1939, e in
gli occhi della propria identità, l’impulso a scru-
giro per le più importanti sedi universitarie non
tare negli oscuri cunicoli della Storia, attratto da
solo italiane) con un piglio narrativo di cui già si
individui le cui vicende, non solo letterarie, meri-
poteva intuire l’ambiziosa promessa. Ernestina
tavano di essere meglio illuminate, Claudio
Pellegrini nel saggismo di Magris avvertiva la
Magris l’aveva già manifestato e assolto, agli inizi
presenza di “uno scrittore in esilio imprigionato
della sua smagliante carriera, nei saggi dedicati
in una gabbia saggistica (...) schiacciato contro le
alla cultura mitteleuropea. Scrittori noti appena
sue frontiere intellettuali, ma che avrebbe sempre
per qualche frettolosa riga di manuali accademi-
lottato perché non avvenisse una separazione
ci, o per sporadiche traduzioni, nelle sue pagine
radicale all’interno di questa “visuale doppia”.
hanno trovato un rilievo degno della loro com-
(Epica sull’acqua. L’opera letteraria di Claudio
plessa umanità, del loro valore estetico.
Magris, Moretti e Vitali, Bergamo 1997).
Acuto storiografo della disarmonia, stratega della
Magris infatti aveva dato alle stampe un breve
dissonanza, rabdomante di sontuose apocalissi di
racconto Illazioni su una sciabola (Garzanti,
corpi e di anime, questo fascinoso vociano post-
Milano, 1984) accolto da critiche per lo più favo-
moderno armato di Etica e di Stile si era rivelato-
revoli, poi ristampato in varie sedi editoriali. Non
ai suoi lettori e forse anche a se stesso – in libri
fui molto persuaso da questo debutto e neppure
felicemente ispirati. Penso soprattutto a Il mito
dalla successiva prova narrativa in forma di
absburgico nella letteratura austriaca moderna
romanzo, Un altro mare, pubblicato sette anni
(Einaudi, Torino 1963 e 1988) e a Lontano da
dopo sempre da Garzanti. Anche perché nel frat-
dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico orienta-
tempo, il mio interesse per il Magris saggista era
le (Einaudi, Torino 1971), libri in cui le frontiere
stato ulteriormente arricchito dalla lettura di
geografiche venivano assunte in trasparenza al
Danubio (Garzanti, Milano, 1986): libro senza
dettato letterario sia come realtà antropologiche e
etichette, incrocio quasi perfetto di miti e di
geopolitiche sia come ferite esistenziali e storiche.
realtà, di Storia e di storie, geniale ibrido di sen-
La propria scrittura Magris ha saputo diagnosti-
sazioni individuali e di sensibilità collettive
carla con icastica efficaci, quel “periodare ipotat-
costruito come una metafora ideale e materiale
tico che cerca di inseguire e di avvolgere le con-
dell’esistenza sull’eterno tema del viaggio.
traddizioni del mondo” (Fra il Danubio e il mare,
L’acqua del fiume, testimonianza di una diffusa
con videocassetta, Garzanti, Milano, 2001). Il
“idrofilia” dell’autore, e qui onnipresente e onni-
sinuoso andamento e la ricchezza lessicale dello
comprensivo simbolo da sviscerare secondo i det-
stile, l’esegesi critica di intellettuali e scrittori
tami di una psicoanalisi degli elementi primordia-
campiti sullo sfondo storico-culturale, andavano
li alla Gaston Bachelard.
La scrittura polifonica e inquieta di Danubio, un
bile la conoscenza della sua galleria di “uomini
fluttuante mobile di parole, mi conquistava pro-
senza qualità”, parte irrinunciabile del mosaico
gressivamente – e con me ha conquistato tanti
letterario europeo. Per le cure affabulatrici del
lettori, anche stranieri – dispiegando i suoni delle
paleontologo, di frammento in frammento Vito
sue multiple sirene stilistiche; e trasmetteva quasi
Timmel diventa il protagonista di quell’oratorio
medianicamente una dote precipua dell’autore: la
laico che è La Mostra. Il percorso della ricostru-
capacità tecnica di orchestrare temi, personaggi,
zione è stato individuato da più d’un recensore,
scritture come se stesse dirigendo una grande
ma il più attento e circostanziato credo sia stato
orchestra. Idea di cui devo ringraziare l’orecchio
Ermanno Paccagnini (Corriere della sera, 10
musicale di Luigi Baldacci che nel suo recente
maggio 2001). Prima tappa 1973, pubblicazione
Trasferte (Rizzoli, Milano, 2001) l’ha applicata a
del Magico taccuino di Vito Timmel nelle triesti-
Hector Bianciotti, narratore franco-italo-argenti-
ne Edizioni dello Zibaldone di Anita Pittoni,
no. Per mio conto, da profano, quel gesto largo e
vestale della triestitudine, testi introduttivi di
imperioso dello scrivere di Magris in Danubio l’ho
Magris, dall’indimenticabile Basaglia (pioniere
letto, ascoltato, vissuto come se fossi immerso nei
italiano dell’antipsichiatria) e di sua moglie
colori e nelle sonorità di una sinfonia di Gustav
Franca. Seconda tappa 11 settembre 1980, con-
Mahler.
ferenza di Magris a Venezia, Fondazione Cini, sul
Altri libri ha scritto Magris prima e dopo Danubio
tema L’accidia del superuomo: il viandante di
fino agli ultimi titoli Microcosmi (Garzanti,
Vito Timmel e il suo taccuino magico. Terza tappa
Milano, 1997) e Utopia e disincanto (Garzanti,
della lunga incubazione è il 1997, con le pagine
Milano, 1999). E ha inaugurato il nuovo secolo
di Microcosmi in cui appare la figura di Timmel
con La mostra (Garzanti, Milano, 2001), testo
devastato dai fantasmi della follia, intriso di una
singolare felicemente anomalo della genesi tripar-
disperata poesia dell’esistenza che trova sbocco
tita in quanto nasce – dietro sollecitazione di un
lancinante soltanto nel delirio. Infine, quarta
musicista triestino, Fabio Nieder – come ipotesi di
tappa, 2001: La Mostra.
un libretto d’opera, e si distende in frastagliate
Vito Timmel è un altro dei personaggi realmente
pagine dal respiro ora teatrale ora narrativo, ani-
vissuti che Magris ha evocato nelle sue invenzioni
moso e sperimentale concentrato dei temi cari
narrative proiettandone le distonie esistenziali
all’autore.
sull’orizzonte storico, intellettuale, sociale. Nato a
A cominciare dal fondatore storico, artistico, let-
Vienna nel 1886 “quasi scolaro di Klimt”, era
terario della civiltà mitteleuropea di cui Magris
rimasto precocemente vedovo. Nel suo ossessivo
ha raccolto e ricomposto amorevolmente, grazie
monologare ricorda la moglie con parole tenere e
ai suoi abili strumenti di paleontologo di quella
straziate, oppresso da un senso di colpa per
cultura, i brandelli più significativi. Un’addizione
l’“osceno scambio”: lui vive e Maria non più.
di perspicacia che ha reso attraente e indispensa-
Vibrano in questo epicedio intarsiato di immagini
75
76
barocche risonanze dell’analogo lutto vissuto da
sagi, quel vuoto oscuro generato dalla perdita del
Magris con la scomparsa della moglie Marisa
centro, motore di ogni decadenza, grandiosa o
Madieri.
infima che sia.
“Bohémien da strapazzo”, Tmmel incarna il rifiu-
Perdita di cui anche Timmel patisce, vittima del
to degli agi borghesi, del conformismo sociale e
lutto e della demenza, di una Storia troppo
familiare, la ribellione dell’anarchismo. Vende i
schiacciante per le sue gracili spalle, per la sua
suoi quadri per una cena o un calice di vino,
tempra evanescente. Con la strenua lucidità che
riducendosi a patetico zimbello di osteria.Si con-
lo distingue, Magris ha chiarito in una intervista a
sidera un pittore finito per almeno quindici anni,
Franco Marcoaldi la fase creativa di quest’ultimo
ma nel 1941 torna ad esporre. Il direttore del
periodo e quindi anche la fase che ha presieduto
manicomio triestino dove Timmel è stato a lungo
alla scrittura di La Mostra. Ho come l’impressio-
ricoverato (fino alla morte avvenuta nel 1949), si
ne che per me, in questo momento, l’unica possi-
ispira alle idee di Franco Basaglia, ma appare
bilità di scrivere inventando consista nel racco-
piuttosto un suo replicante imbecille, una carica-
gliere schegge di cose fatte a pezzi con l’ascia. Si
tura dell’originale. E proprio nel manicomio –
va sulla riva del mare e si vede che alcune di
improvvisandone una funzione museale – orga-
quelle schegge sono meravigliose e altre delle por-
nizza la prima mostra postuma di Timmel per
cherie. E le si mette insieme. Naturalmente sono
ricordare l’artista che invece ha voluto vivere
consapevole del fatto che tutto ciò fa a pugni con
nella dimenticanza di sé. L’intreccio di almeno tre
un’altra parte della mia natura: morale, intellet-
livelli temporali, la babele linguistica di voci sin-
tuale, sistematica. (La Repubblica, 6 giugno
gole e di intermezzi corali, tracciano via via e
2001).
commentano la vicenda di Timmel evocando
Natura che Magris aveva già delineato in “due
nomi, date, amicizie, versi di Baudelaire e di
componenti molto diverse, antitetiche e contrad-
Euripide, filastrocche e proverbi, gemme lessicali
ditorie” in una lettera a Ernestina Pellegrini pre-
in dialetto triestino assai espressive (“infogonà”,
cisando la componente epica [...] omerica e tol-
“desmentegar”), estasi e rabbie.
stoiana: il senso, nonostante tutto, dell’unità della
Artefice di questo magma eruttato da una ispira-
vita del mondo […]. E, all’opposto, il senso
zione densa di pathos, Magris percorre il confine
kafkiano, il senso del negativo, del frammento,
tra ragione e follia sul qual vive, in bilico, il suo
del nulla; il desiderio di sparire, la sensazione di
protagonista; nutre di storie e memorie l’amalga-
non poter rappresentare, il silenzio, l’assenza,
ma quasi onirico di fantasia e realtà; esplora il
l’oblio”. (Epica sull’acqua).
difficile crinale che separa e unisce amore e
Non vorrei eccedere i simbolismi né produrre
morte. Lo sguardo fisso a ogni sorta di margina-
oscure glosse dov’è chiara sentenza. Comunque,
lità esistenziale, geografica, culturale, Magris
non si potrà negare che persino nell’intervista che
scruta com’è suo costume, per trarne indizi e pre-
ho citato Magris senta il bisogno di parlare del
mare a proposito di un libro, La Mostra, dove il
tutte le forme letterarie organizzate” (Marcoaldi),
mare, sia pure incidentalmente, è di nuovo pre-
un punto in cui tutto è finito, l’io, la storia, il
sente, evocato dal pittore Cesare Sofianopulo,
Mondo. Mai come in La Mostra, nella sua etero-
amico di Timmel e autore di una brutta traduzio-
genea e ancorché imperfetta drammaturgia,
ne dei Fiori del male, da Timmel medesimo, dal
Magris ha filtrato in piena autonomia la lezione
coro nel suo ultimo intervento rivolto appunto a
di Nietzsche e di Musil che da prospettive diverse
Timmel: Tu, uomo libero senza nome – Niente ha
enunciano l’assenza di “un soggetto unitario che
nome, miliardi di atomi senza nome, i punti non
possa abbracciare, selezionare e unificare il mol-
hanno nome, sei entrano nel mare, le gocce non
teplice da una prospettiva superiore e dunque
hanno nome, grande addio di nessuno a nessu-
afferrare il modo nell’unità della frase”. Un pen-
no….
siero frequente nell’opera di Magris – qui ricavato
Simbolo “della prova, della sfida”, il mare per
dalla sua lezione inaugurale al Collège de France,
Magris “è soprattutto legato all’immagine
Parigi, 25 ottobre 2001 (Corriere della Sera, 26
dell’eros, dell’amore, della posizione distesa oriz-
ottobre 2001) – e che scolpisce il tema dominante
zontale, in abbandono”. (Fra il Danubio e il
del libro: il naufragio dell’Io nel mare della vita,
mare). Tutto nasce dal mare, acqua in continuo
sbattuto in quello sfasciume che è la Storia. Non è
movimento, e tutto ritorna al mare, immagine
dunque un paradosso il fatto che la creatività let-
della vita e della morte di cui La Mostra è una
teraria di Magris, nelle pagine non strettamente
serrata rappresentazione dialettica. Siamo
saggistiche, si esprima in modo più convincente
nell’ambito largamente praticato di valori mitici
in un testo per così dire fratturato, sparso nelle
accertati e codificati. L’ascia anche, strumento di
mille schegge di uno specchio rotto come La
lotta e di lavoro, ha numerosi significati simboli-
Mostra, anziché in altri titoli dall’andamento nar-
ci: usata dagli dei del cielo e della tempesta per
rativo e stilistico più lineare. L’occasione marca-
combattere le forze nemiche: attributo di San
tamente letteraria di questo incontro fiorentino
Giuseppe in quanto falegname; gli Indiani del
sollecita a non lasciare in ombra la figura del
Nord America, dissotterrandola, manifestavano
Magris politico e intellettuale, anzi intellettuale
così la decisione di entrare in guerra; deposta alla
politico: definizione che non significa certamente
radice di un albero è il simbolo del Giudizio
organicità a un partito, a uno schieramento, alla
Universale… e il catalogo non finisce qui. L’ascia
politica politicante dei corridoi di Montecitorio,
si avventa sulle cose e le riduce in frantumi di
dei teatrini mediatici. Magris è stato in
Magris, una funzione che nella sua fantasia miti-
Parlamento, eletto al Senato “quale rappresen-
ca potrebbe rappresentare la storia, motore di
tante di un movimento inventato” di cui era
creazioni e di rovine, di significato e di nonsenso,
l’unico iscritto. Lui stesso ha raccontato la singo-
del tutto e del Nulla. Non a caso La Mostra rac-
lare vicenda (La rivista dei Libri, n.2, febbraio
conta allegoricamente, con la “frantumazione di
2000) che la dice lunga sul suo modo di parteci-
77
78
pare ai destini della cosa pubblica. Magris si è
glio di tutte le attività umane. Nel fare questo vi
schierato, dentro e fuori l’istituzione parlamenta-
sono evidenti pericoli, ma pericoli anche maggiori
re, sia pure lavorando in sintonia con il
vi sono nel non farlo. Se non insistiamo che la
Centrosinistra, sempre e solo con le proprie idee,
politica è immaginazione ed intelligenza sono
animate da spiriti liberaldemocratici, o socialde-
fatti politici, e d’un genere che non gradiremo
mocratici non collocabili in schemi precostituiti.
affatto”. (Lionel Trilling, La letteratura e le idee,
E lo dimostra un caso macroscopico, il suo inter-
Einaudi, Torino, 1962).
vento del 1975 contro l’aborto, come aveva fatto
Si sarà capito, da questa lunga citazione, che
Pasolini, con argomentazioni ben diverse per
l’idea di politica che a mio giudizio unisce Magris
finezza, grazia, intelligenza e responsabilità civile
e Trilling non è quella che abbiamo sotto gli occhi
da quelle molto più rozze d’impronta talebanica
quotidianamente né quella praticata negli ambu-
manifestate da alcuni fronti politici d’allora.
lacri vespeschi di Porta a porta. Del resto, analiz-
Altro esempio: le riflessioni sul terrorismo, la
zando il linguaggio etico-politico di Magris, risul-
paura, il coraggio dopo l’attentato dell’11 settem-
ta senz’ombra di dubbio la sua distanza dalle for-
bre 2001 alle Twin Towers le ho interpretate
mule correnti del gergo politico. E credo sarebbe
come un’alta lezione di neoumanesimo occidenta-
d’accordo l’autore di Utopia e disincanto
le che deve fronteggiare i demoni da esso stesso
(Garzanti, Milano 1999) nell’apprezzare l’opinio-
creati. Infine, la denuncia (Corriere della sera, 30
ne di V.S. Naipaul incastonata nel discorso
novembre 2001) che non si può essere indifferenti
d’accettazione del Premio Nobel 2001 per la
al Male, così motivando l’intenzione di togliere la
Letteratura: “Là dove il gergo trasforma le que-
sua foto dalla parete del caffè triestino – il glorio-
stioni vive in astrazioni e là dove il gergo finisce
so Caffè San Marco, “arca di Noè della Mittel-
per competere con il gergo, il popolo non ha una
europa” – dove ha passato ore e ore a scrivere i
causa. Ha soltanto nemici”. (Leggere e scrivere,
suoi articoli, i suoi libri, a parlare con gli studen-
Adelphi, Milano, 2002). Vorrei terminare, e chie-
ti, perché il locale avrebbe ospitato un dibattito a
do licenza, con un ricordo personale che riguarda
cui partecipava una ex SS della Divisione
il mare, ancora il mare, amniotico protagonista
Charlemagne. Per definire l’atteggiamento di
delle narrazioni di Magris, culla primordiale in
Magris verso la politica ricordo volentieri un pen-
cui le marginalità da lui narrate cercano di riac-
siero di Lionello Trilling, un intellettuale america-
quistare il senso del centro perduto. Nel novem-
no di tendenze liberali […] il nostro destino, bene
bre 1991 (Millelibri n.47, ora in Sottotiro, 48
o male, è politico. Non è quindi un destino felice,
stroncature, Manni, Lecce 2002, pag, 26, e a
anche se può suonare eroico, ma non v’è modo di
pagina 189 la replica di Magris dieci anni dopo)
sfuggirlo, e l’unico modo di sopportarlo sta
pubblicai una severa recensione di Un altro mare
nell’introdurre a forza nella nostra definizione
e ho già detto che il romanzo non mi aveva per-
della politica ogni attività umana ed ogni detta-
suaso. Per due volte nel corso dell’articolo sba-
gliai il titolo: scrissi L’altro mare. Ai redattori
Peraltro, all’uscita di Un altro mare, intervistato
della rivista Millelibri il lapsus sfuggì e io stesso
da Giulio Nascimbeni (Corriere della sera, 15 set-
me ne accorsi solo quanto un giornalista del setti-
tembre 1991), Magris spiegò il significato del
manale Il sabato mi accusò dell’errore dopo aver-
titolo senza alcun riferimento alla Dickinson. Il
mi incluso tra i cospiratori di un complotto edito-
mio nodo mentale di trasferì in un lapsus e arbi-
riale anti-Magris, campione della concorrenza
trariamente venne fuori L’altro mare, cioè il mare
giornalistica. Cercai di ricostruire i motivi del
di Magris. E mi sembra d’obbligo a questo punto
lapsus e trovai una plausibile spiegazione. Nel
dedicare a voi, pubblico, e a Magris, dopo aver
periodo in cui mi accingevo a scrivere la recensio-
derubato spazio a La mostra e al suo mare, i versi
ne di Un altro mare riguardavo alcuni libri di
di Emily che sono all’origine del lapsus: “Come se
Magris e tra essi L’altra ragione. Tre saggi su
il mare separandosi/svelasse un altro mare/questo
Hoffmann (Edizioni Stampatori, Torino 1978):
un altro, ed i tre/solo il presagio fossero/d’un infi-
questo titolo può avermi indotto a scrivere L’altro
nito di mari/non visitati da riva/il mare stesso al
mare. Ma più ancora il lapsus può essere stato
mare fosse riva – questo è l’eternità”. Sarebbe
provocato dal fatto che in quel medesimo tempo
troppo cercare in questi versi tra “mari”, “presa-
leggevo e rileggevo le poesie di Emily Dickinson,
gio”, “infinito”, “eternità”, la cifra nel tappeto
la segregata del New England. Mare e fiumi non
che distingue la ricerca di Claudio Magris?
mancano nelle sue liriche: ne cito una, bellissima:
Sarebbe una forzatura indebita allineare quelle
«Il mio fiume corre a te -/azzurro mare, mi vorrai
quattro parole al lessico che scorre nel tessuto
ricevere?/ Il mio fiume è in attesa di risposta - /Ti
verbale dello scrittore triestino? Certamente: le
prego mare, accoglimi benigno! /Ti porterò
parole sono di tutti, quali più e quali meno o per
ruscelli/ dai nascondigli umbratili – Mare, ti
nulla fraterne, vanno e vengono, partono e ritor-
prego – prendimi!».
nano in circuiti insondabili, mosse da ragioni
Ero sicuro che Magris fosse consapevole di questa
spesso imprendibili. Ma quelle parole, in cui
dimensione acquatica dickinsoniana, di grande
Magris riconoscerebbe un suono fraterno oltre le
forze simbolica, anche senza averne scritto. Tanto
parole stesse, richiamano uno sguardo sul mondo
sicuro da non cercare tra i suoi testi se vi fossero
– il suo – che di libro in libro costruisce un’epica
pagine su Emily. Non pensai invece che il titolo
laicità della finitudine.
Un altro mare potesse derivare letteralmente da
un testo della Dickinson, che pure avevo sotto gli
occhi. E inconsapevolmente saltai l’ostacolo anni-
da “Il Piccolo” del 13 settembre 2002. Il testo è
dato come un fantasma nei miei andirivieni
stato scritto da Enzo Golino per la presentazione
Magris-Dickinson-Magris. Se l’ispirazione ci sia
de “La mostra” di Magris alla Biblioteca
stata non lo so, e quando ho interpellato Magris
Comunale Centrale di Firenze.
lui ne aveva negato recisamente l’eventualità.
79
Magris si rivela
abbacinante poeta del dolore
80
di Cesare De Michelis
La mostra, l’ultimo libro di Claudio Magris, è dif-
nostro tornò più volte con accenti più comprensi-
ficile da descrivere: è scritto come un testo teatra-
vamente complici.
le, nel senso che i personaggi parlano ciascuno in
Tuttavia è qui, nella Mostra che la prospettiva
prima persona e all’autore resta lo spazio delle
radicalmente si capovolge in un’adesione presso-
didascalie, ma il lettore sente di trovarsi di fronte
ché totale, in una sorta di stralunata identifica-
a qualcosa di più che a una rappresentazione,
zione dell’autore nel personaggio, libero – il
perché doppio è il tempo e il luogo in cui subito
primo – finalmente di svelare la faccia ombrosa,
precipitiamo.
sulfurea e lunare.
Per un verso c’è un presente che si interroga su
Insomma, La Mostra non senza sorpresa, segna
un’esperienza, forte di una sapienza intellettuale
con nettezza una svolta nella scrittura di Magris,
che pretende di interpretarla e persino di giudi-
una svolta che con il senno di poi avremmo potu-
carla, ma alla fine è costretto a riconoscere il suo
to intuire in certe sue pagine improvvisamente
patetico scacco, non senza qualche sottile ironia
turbate, ma che sinora era sempre puntualmente
sulla funzione liberatrice dell’intelligenza e della
evitata nel primato di una luce solare e di una
cultura; per l’altro c’è un passato che riconquista
sapienza magistrale.
a sprazzi la scena, forte soltanto di un’intrinseca
Qui la parte del dio sole tocca al patetico Diret-
vitalità, di un’insopprimibile effervescenza, di
tore, che non solo pretende di ordinare le opere
una lacerante drammaticità.
del pittore nell’itinerario dell’esposizione, ma per-
Persino strutturalmente il testo è compreso tra un
sino di definirne il senso, prima di rassegnarsi ad
prologo e un epilogo che stentano a contenenrne
ammettere, quando già il sipario è lì per calare,
la dirompente liricità, il disperato lamento esi-
che «una mostra, una vita, spiegarla…non si
stenziale, l’instabile resistere sulla soglia tra
può».
nostalgia e smemoratezza, tra razionalità e follia.
Se l’esperienza di Timmel non è possibile raccon-
Protagonista del libro è il pittore triestino Vito
tarla, non resta altro che lasciare a lui la parola,
Timmel, attivo nella prima metà del ‘900, desti-
che assistere stupefatti al suo sproloquiare, persi-
nato a perdersi nelle nebbie dell’autodistruzione e
no rispettando gli sbalzi di tono, gli scarti lingui-
a precipitare nel delirio della follia.
stici, dal sublime al colloquiale, comprendendo
Di Timmel Magris cominciò a occuparsi una tren-
anche il dialetto triestino quando improvvisamen-
tina di anni fa, non senza qualche diffidenza
te dilaga con la sua infantile e materna schietteza.
verso il suo inarticolato sproloquiare in un
È una maschera Timmel, che riassume i caratteri
Magico taccuino, allora amorosamente edito
dell’artista novecentesco, al tempo stesso omni-
dall’amica Anita Pittoni, che dell'interminabile
presente e pauroso, lucido ed ebbro, grandioso e
dopoguerra triestino fu operosa protagonista con
meschino: un “disgrazià” che odia i bohèmien
le sue Edizioni dello Zibaldone e uno straordina-
come lui, un pazzo lucido e sapiente che si strug-
rio salotto domenicale, e poi sull’argomento il
ge per la nostalgia ma vuole «desmentegar le
parole de sto porco mondo» per raggiungere
finalmente una quiete paradiasiaca.
E Magris, finalmente ilare e folle, indossa la
maschera carnescialesca del superuomo sconfitto
per svelare la sua vena dionisiaca, il suo disperato
agitarsi di fronte al dolore, i suoi tormentosi sensi
di colpa, il suo desiderio di esprimersi anche a
costo di non riuscire a spiegare o a spiegarsi.
C’è nella Mostra, liricamente espresso con dolorosa intensità, il rimpianto disperato della moglie
scomparsa, non solo evocata nei suoi tratti più
luminosi – dolce, tranquilla, libera, coraggiosa,
discreta, ferma, inappellabile, sorridente, intrepida, tenera… ma anche straziata dal maligno che
la assale e dalla sofferenza del coniuge che le
«succhia la vita!», novella Alcesti pronta a sacrificarsi al suo posto, consolandolo fino all’estremo.
E con Maria/Marisa si impone lo scenario del
mare, come l’unico che riassume felicità e bellezza, pienezza di vita e larghezza d’orizzonte, anche
se «l’ombra intersecante» è piombata giù malefica, e «da quel giorno la vita è una mela spaccata,
cicatrice che arde... piaga che brucia».
Saggista e narratore, dopo questo libro Magris è
soprattutto poeta, abbacinante poeta del dolore.
da “Il Giornale di Vicenza” e “L’Arena” del 4
luglio 2001
81
L’arte del santo bevitore
82
di Lorenzo Mondo
Non ho mai visto un quadro di Vito Timmel. Di
inavvertito dagli altri. La prima osservazione da
lui conosco soltanto quello che scrisse Claudio
fare sul dramma è proprio la compresenza e
Magris presentando, in Dietro le parole, un suo
l’incastro dei vari ambienti ed episodi, la caleido-
taccuino lirico-demenziale e richiamandolo tra i
scopica simultaneità degli eventi. Nell’ottica parti-
fantasmi triestini in Microcosmi. L’anima randagia
colare di chi è sottratto ai condizionamenti del
di un pittore di strada e di osteria, il piccolo, anni-
tempo e dello spazio, alla loro futile trama.
chilito superuomo che si sarebbe convertito a una
Una delle presenze più rilevate è Sofianopulo,
metafisica inerzia, all’accettazione dello stesso
anche lui pittore, e cattivo traduttore di
manicomio in cui finirà i suoi giorni, pago di “sen-
Baudelaire, che fino all’ultimo è stato affettuosa-
tirsi roteare insieme alla terra nel vuoto”, Nato a
mente vicino a Timmel. Rivendica la nobiltà della
Vienna e naufrago a Trieste, Timmel sembrava
sua arte, troppe volte avvilita dalla necessità di
finito per caso sui passi di Magris, nonostante la
elemosinare un bicchiere di vino. Parla volentieri
spruzzaglia di Mitteleuropa che si portava dietro.
per citazioni illustri che dovrebbero illuminare di
E tuttavia, di personaggi laterali, umbratili,
sbieco la figura dell’amico. E Timmel ammette di
Magris ha nutrito molti suoi scritti: il generale
aver aspirato un tempo al fare grande di
cosacco perduto in Carnia (Illazioni su una scia-
Michelangelo, agli ori secessionisti di Klimt, ma ha
bola), il servitore vissuto all’ombra di Goethe
finito per rattrappire quietamente la sua arte in
(Stadelmann), l’amico fuggiasco di Michelstaedter
disegni minuscoli e infantili, in umiliati “franco-
(Un altro mare). Ai qual si aggiunge ora, dopo un
bolli”. Si esprime in una lingua sboccata e vitupe-
lungo rodìo, il pittore Timmel, protagonista di un
rosa, la sua affettuosa contestazione di
testo teatrale, La Mostra, che vuole essere insieme
Sofianopulo solidarizza semmai con i cori dialetta-
racconto e libretto d’opera.
li di matti e inservienti, perfino con il ritmico cica-
Lo scenario si apre sul manicomio di Trieste, dove
leccio delle sedie battute sul pavimento.
si allestisce una esposizione di pittura: mentre al
Altro personaggio di rilievo è il direttore dell’ospe-
camposanto viene benedetta la bara dell’autore e
dale. Campione dell’antipsichiatria, pronuncia
all’osteria viene pronunciato il suo elogio fune-
solenni concioni sull’emarginazione paritaria di
bre(«Povero, el iera cussì bon»). È il giorno di
arte e follia ad opera della società borghese.
Capodanno, con sottofondo di botti e tappi di
Timmel dovrebbe essere la dimostrazione esem-
champagne, che sembrano annunciare (l’ospedale
plare del suo assunto. Ma lui sembra farsene beffe,
psichiatrico è intitolato a San Giovanni) una pic-
afferma che abdicare è «l’unico gesto da re», esal-
cola apocalisse o manifestazione di Timmel. Che
ta i suoi mille giorni di manicomio che lo hanno
osserva come da un inframondo, dietro un tra-
protetto dallo «scalpore della folla che sta intor-
mezzo d’aria, gli amici, il direttore del manicomio,
no». Al direttore che ama presentarsi come trafe-
le comparse penose dei reclusi, la canzonacce degli
lato burattinaio dell’ospedale, mostra compresa,
avvinazzati, e parla, interloquisce, commenta
contrappone ironicamente la figura distratta di un
Dio che, quando ha il raffreddore e starnutisce,
mato decisamente nelle filastrocche e cantilene
espunge da sé, come bacilli, le sue creature.
(che hanno tra l’altro la funzione di un ritmico
Nelle sue frustrazioni, che sembrano radicarsi in
collante) aderisce coerentemente a un mondo e a
un sentimento di generale insensatezza, c’è una
una cultura, a quello che vuole essere un atteggia-
ferita che lo tormenta, il ricordo della moglie
mento di arguto stoicismo. Aiuta a smorzare nel
morta. In un periodo di sterilità creativa e di
grottesco le pronunce troppo alte, fa da contralta-
cupezza esistenziale, lei ha offerto la propria vita
re a Baudelaire, Valery, Euripide e tutti gli altri
per salvarlo. Si è abbandonata docilmente alla
(così, a fronte della donna che dovrebbe sostituire
tubercolosi per dargli linfa e allontanargli la vista
Maria, si innalza il farnetico della reclusa che
“dell’orrido niente”. Come la mitica Alcesti, è
rivuole indietro la sua vecchia bambola). I temi di
discesa nel regno delle ombre al posto di Admeto.
fondo, affidati alla figura contrastata i Timmel, e
Il libro, che precipita in un gorgo di confessione
segnati da un bruciante graffio autobiografico,
straziata, è anche e soprattutto la storia di un
sono quelli che troviamo variamente nell’opera di
amore coniugale, e di un cocente rimorso (mentre
Magris: la dissociazione dell’io, la fatalità e l
nel sacrificio espiatorio viene adombrato casta-
responsabilità del male, il confronto tra vita e let-
mente, sotto il nome di Maria, quello di Marisa, la
teratura, il disincanto sempre incalzato da una
scrittrice che è stata moglie di Magris). Timmel
speranza più alta e sfuggente. Con in più, la sen-
avverte tortuosamente la sua indegnità: di avere
sazione vaga di uno spartiacque, di un punto di
accettato un vampiristico patto di morte, di essersi
non ritorno nella scrittura di Magris.
consolato con nobili sentimenti, di avere trovato
una seconda moglie che sembra ravvivare empiamente i tratti della scomparsa. Una indegnità che
non risparmia alla fine lo stesso esercizio dell’arte.
Nelle parole del coro “la dignità, la grazia, l’amore
senza paura” di Maria umiliano la presunta regalità dell’artista, spezzano le ali all’albatros, principe delle nubi. Quando suona per lui la tromba del
Giudizio (che è in realtà il clacson del netturbino)
Timmel si sente accolto, anziché nell’Ade, nella
distesa delle costellazioni, in una miriade di punti
luminosi, in cui è possibile avvertire “i petali di un
sorriso, una margherita che si sfoglia nella notte”
(la margherita interrogata a sorte dagli innamorati?).
Il dialetto triestino, utilizzato nei dialoghi e spal-
da “La Stampa” del 24 maggio 2001
83
Sconfitti
dal demone del tempo
84
di Luca Doninelli
La Mostra costituisce l’esempio più acuto di un
ria più sofisticata).
bisogno fisico d’intemperanza, che attraversa tutta
Attraverso la discontinuità di questi frammenti si
l’opera di Claudio Magris, non importa se saggisti-
dipana la continuità della vita di questo pittore di
ca, romanzesca o teatrale. Intemperanza, ossia
gran talento, ma governato da una forza autodi-
necessità di rompere le righe, affinchè le schiere
struttiva che lo condurrà, dopo tante traversie (di
degli Argomenti e dei Documenti, possano, in libe-
cui la più penosa è la morte della prima moglie,
ra uscita, mostrare meglio i caratteri individuali: i
Maria), all’ubriachezza, alla miseria e alla demen-
capelli biondi di Tizio, la camminata dinoccolata
za. Cinema, dunque. Perché il cinema è il teatro
di Caio, e così via. Pittore di civiltà, pittore di cul-
dell’anima e del tempo, ossia della memoria. È la
ture, Magris mi è sempre sembrato anche e
rappresentazione del cuore dentro il cuore. E in
soprattutto un pittore d’individui, e tutta la sua
questa rappresentazione, lasciando stare ogni
saggistica impagabile mi è sempre parsa premere
buona creanza, ogni pubblica virtù, Magris mette
drammi. Nessuno meglio di lui conosce il filo sot-
tutto se stesso (qui sta l’intemperanza massima),
tile che separa e unisce insieme fatalità e arbitra-
lo scrittore di successo non si vergogna di scoprirsi
rietà, inevitabilità e capriccio. I suoi ritratti non
uguale al pittore morto in miseria, abbandonando
sono mai esempi di un certo clima culturale, bensì
alla pagina frasi che non potrebbero essere scritte
figure uniche, che sommate ad altre figure uniche
se chi le scrive non ne conoscesse per esperienza il
possono dar ragione di un orientamento, di un
seno: «…me vergognavo vardandome in specio,
sentimento dominante.
un muso de spudarghe in boca, gnanca più me
Ne La Mostra Magris mette in scena, in una suc-
lavavo e tante volte, de sera, sentivo drento una
cessione rapidissima di sequenze cinematografi-
paura enorme, nera, spaventosa, schifo e paura».
che, l’esistenza di Vito Timmel, pittore triestino
Il testo de La Mostra è il più tormentato di
morto in manicomio. Dopo la sua morte, il diret-
Magris. Se ne avvertono persino le cancellature, le
tore dell’istituto allestisce una mostra con le sue
cicatrici: la traccia di un ordine più lineare (e più
opere, e mentre i quadri vengono sistemati ne illu-
insincero), la traccia di una naturale versificazio-
stra il senso. Sono presenti anche alcuni amici
ne, poi abolita, - nel passo appena citato si ricono-
dello scomparso: lo scultore Mascherini, due pro-
scono quattro ottimi endecasillabi. Ma scrivere è
fessori e, soprattutto, Cesare Sofianopulo, tradut-
anche cancellare.
tore di Baudelaire e pittore a sua volta.
Anche il meccanismo letterario s’inceppa talora, a
Ma è lo stesso Timmel a comparire, non come una
dimostrazione della durezza del cammino: come
madama Pace, s’intende, ma come in un film
quando “salta” il correlativo oggettivo tra Timmel
ritrovato in chissà quale archivio, che unisce spez-
e Magris a proposito della morte di Maria. Pagine
zoni (perlopiù un b/n) di altri film, ancora più
splendide e commoventi, ma che non traggono la
vecchi, in una giustapposizione volutamente stri-
loro materia dall’interno del testo.
dente di linguaggi (dal dialetto alla lingua lettera-
Quante lastre sconnesse, a malcelare morti, come
nella Venezia di Proust! Ma qui sta il fascino del
testo e il coraggio del suo autore, attore e regista.
Anche Baudelaire, la Bibbia ed Euripide appartengono qui, non più alla letteratura, ma al puro
dramma del vivere.
L’Alcesti euripidea assume qui caratteri cristologici, anche se la colpa – vero motore tematico
dell’opera (perché ci autodistruggiamo? Perché
siamo colpevoli) fa pensare più ad Anassimandro
che al Genesi («la colpa era là, prima di tutto –
fare è innocente, essere è colpa»), e lascia spazio a
una redenzione solo incompiuta.
Ciò che è compiuto è invece il piccolo capolavoro,
centro di tensioni enormi, che ne è uscito. Autore
di centinaia di pagine impeccabili, Magris avverte
sempre più, anno dopo anno, il bisogno di sacrificare ogni impeccabilità affinchè il dono di sé sia
totale. E la totalità di un uomo è sempre peccabile. Questo fa di lui l’unico vero maestro, forse,
della nostra cultura.
da “Il Giornale” del 24 maggio 2001
85
Nel dramma
la complessità della vita
86
di Giovanni Raboni
Pochi giorni fa, a proposito della riproposta edito-
natura un efficacissimo evidenziatore e semplifica-
riale del teatro di Pasolini, osservavo che negli
tore della complessità. Ciò che altri linguaggi
ultimi decenni l’unico contributo davvero vitale
devono costruire – la simultaneità effettiva di
alla drammaturgia italiana è venuto dagli outsi-
tempi e luoghi diversi, l’intreccio reale (e conti-
der, cioè da poeti e narratori (come Pasolini,
nuamente mutevole) di fisicità e astrazione – il
appunto, o come Testori) che hanno affrontato e
teatro lo fornisce, se così si può dire, gratis, per il
praticato il linguaggio teatrale con una sorta di
fatto stesso di prodursi, di avere luogo; e si direb-
geniale improvvisazione “dilettantesca”, ignoran-
be quasi che a noi fruitori non occorra, per goder-
do o addirittura disprezzando sia i precetti del
ne, la verifica della dimensione scenica, basta
buon mestiere tradizionale sia quelli, forse ancora
averla “in memoria”, riattivarla con la fantasia.
più aborriti, della cosiddetta modernità.
Ma è chiaro che si tratta di una gratuità ipotetica,
Dopo aver letto La Mostra, seconda e più sostan-
di un “dono” che il mediatore (l’autore) deve
ziosa prova drammaturgica di Claudio Magris,
sapersi meritare; e mi sembra che Magris dimostri,
sarei tentato di rovesciare o, meglio, di rendere
qui, di meritarselo appieno. Basti vedere con
simmetrico il discorso: se la passione teatrale di
quanta precisione, nel susseguirsi e combinarsi
alcuni grandi non-professionisti è stata una risorsa
delle scene, sia riuscito ad alternare gravità e leg-
preziosa per un teatro altrimenti anemico o routi-
gerezza, toni tragici e toni svagati o grotteschi;
nier, il teatro è – può essere – una risorsa preziosa
come tutti i conti che via via vengono aperti fini-
per i grandi professionisti della parola non teatrale
scono prima o poi col tornare; come ogni richiamo
quando il caso o l’ispirazione li metta di fronte a
o promessa tonale (dalle canzoni da osteria e dalle
una materia particolarmente densa e incandescen-
filastrocche infantili a Euripide, a Baudelaire)
te, una materia non del tutto riducibile, per una
trovi a suo tempo, nel maturare della rievocazione
ragione o per l’altra, alla linearità di un racconto
e più ancora nell’avverarsi della partitura simboli-
più o meno canonico o a una razionalità di tipo
ca, un suo naturale, fatale adempimento.
saggistico.
Il caso del testo di Magris mi sembra, da questo
punto di vista, paradigmatico. Con quale altro linguaggio, in quale altro spazio espressivo l’autore
di Danubio e di Lontano da dove avrebbe potuto
dare alla vicenda di Vito Timmel una collocazione
ambientale e storica così rapsodica e al tempo
stesso così corposa, una risonanza allegorica così
immediata, una profondità introspettiva (e persino, verrebbe voglia di insinuare, autobiografica)
così ineluttabile? Il fatto è che il teatro è per sua
dal “Corriere della Sera” del 10 maggio 2001
il Teatro Stabile
del Friuli-Venezia Giulia
dal 1954 al 2003
Teatro Stabile
del Friuli-Venezia Giulia
Le produzioni dal 1954
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
Accademici Intronati di Siena
Gli Ingannati
1963/64
Fulvio TOLUSSO
Adriana Innocenti, Lino Savorani,
Egisto Marcucci, Marisa Fabbri,
Vittorio Franceschi
Vittorio ALFIERI
Antigone
1960/61
Giuseppe DI MARTINO
Anna Miserocchi, Luciano Alberici,
Ottorino Guerrini, Marisa Fabbri
Antonio ANIANTE
La rosa di zolfo
1958/59
Franco ENRIQUEZ
Paola Borboni, Gianmaria Volontè,
Cesco Ferro, Ottorino Guerrini,
Enrica Corti
Jean ANOUILH
Leocadia
1954/55
G. Cesare CASTELLO
Laura Solari, Piero De Santis, Pietro
Privitera
Jean ANOUILH
Antigone
1999/00
Furio BORDON
Gabriele Ferzetti, Daniela Giovanetti,
Anita Bartolucci, Giampiero
Fortebraccio, Umberto Raho
Alexey ARBUZOV
Vecchio mondo
1978/79
Francesco MACEDONIO Lina Volonghi, Ferruccio De Ceresa
Luca ARCHIBUGI
La notte della vigilia
1995/96
Guglielmo Ferro
Federico Grassi, Fulvio D’Angelo,
Nicoletta Corradi, Maurizio Rapotec,
Luisa Vermiglio
John ARDEN
La danza del serg. Musgrave 1966/67
Luciano DAMIANI
Egisto Marcucci, Giampiero
Becherelli, Mariangela Melato, Lino
Savorani
ARISTOFANE
Le donne a parlamento
1963/64
Fulvio TOLUSSO
Marisa Fabbri, Nicoletta Rizzi,
Adriana Innocenti, Vittorio
Franceschi, Lino Savorani Giorgio
Valletta
Jean Pierre AUMONT
Incontro
1957/58
Carlo LODOVICI
Ottorino Guerrini, Antonio
Pierfederici, Enrica Corti
Alfredo BALDUCCI
I dadi e l’archibugio
1959/60
Sergio VELITTI
Leonardo Cortese, Pina Cei, Omero
Antonutti, Carlo Bagno, Lino
Savorani
Alberto BASSETTI
Le due sorelle
1996/97
Antonio CALENDA
Claudia Poggiani, Daniela
Giovanetti
Alberto BASSETTI
Sopra e sotto il ponte
1996/97
Maurizio PANICI
Ivana Monti, Bruno Armando
Alberto BASSETTI
Ma che c’entra Peter Pan?
1998/99
Antonio CALENDA
Gabriele Ferzetti, Daniela Giovanetti,
Riccardo Peroni
Samuel BECKETT
Beckett concerto
1987/88
Marco SCIACCALUGA
Vittorio Franceschi
Angelo BEOLCO detto Ruzante
Parlamento de Ruzante...
1955/56
Gianfranco DE BOSIO
Cesco Baseggio, Mario Bardella,
Marisa Mantovani
Angelo BEOLCO detto Ruzante
Parlamento, Bilora
1971/72
Francesco MACEDONIO Gianfranco Saletta, Mimmo Lo
Vecchio, Lidia Braico, Luciano
D’Antoni, Orazio Bobbio
Carlo BERTOLAZZI
Lulù
1956/57
Fernando DE CERESA
Laura Solari, Ottorino Guerrini,
Cesco Ferro, Giulio Bosetti
Carlo BERTOLAZZI
L’egoista
1972/73
Fulvio TOLUSSO
Mario Feliciani, Mimmo Lo Vecchio,
AngioIa Baggi, Lino Savorani,
Gianfranco Saletta
Ugo BETTI
Il paese delle vacanze
1954/55
Carlo LODOVICI
Laura Solari, Isabella Riva, Giuseppe
Caldani
Ugo BETTI
La fuggitiva
1955/56
Ottavio SPADARO
Pietro Privitera, Marisa Mantovani,
Mario Bardella, Lino Savorani,
Renato Lupi, Micbele Riccardini
91
92
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
Ugo BETTI
Una bella domenica
di settembre
1957/58
Sergio VELITTI
Enrica Corti, Antonio Pierfederici,
Carlo Bagno, Lino Troisi, Maria
Grazia Francia, Marisa Bartoli, Rina
Centa, Dario Mazzoli, Michele
Riccardini
Francesco Augusto BON
Il matrimonio di Ludro
1955/56
Gianfranco DE BOSIO
Cesco Baseggio, Lino Savorani,
Isabella Riva
Furio BORDON
Canto e controcanto
1966/67
Giovanni POLI
Mariangela Melato, Oreste Rizzini,
Werner Di Donato, Edda Valente
Furio BORDON (a cura di)
Il mio Carso (da S. Slataper) 1968/69
Francesco MACEDONIO Franco Mezzera, Mimmo Lo Vecchio,
Orazio Bobbio, Franco Jesurum, Cip
Barcellini, Marianella Lazlo,
Giampiero Becherelli, Lino Savorani
Furio BORDON (a cura di)
Il maggio francese
Furio BORDON
Furio BORDON
Le avventure di Fiordinando 1970/71
Francesco MACEDONIO Giorgio Valletta, Orazio Bobbio, Lino
Savorani, Mimmo Lo Vecchio, Lidia
Braico, Gianfranco Saletta, Saverio
Moriones, Elisabetta lonino
Furio BORDON (a cura di)
Teatro medioevale
1970/71
Furio BORDON
Elisabetta Bonino, Orazio Bobbio,
Lino Savorani, Ariella Reggio, Lidia
Braico, Mimmo Lo Vecchio
Furio BORDON
Amico Sciacallo
1970/71
Aldo TRIONFO
Giulio Bosetti, Mario Scaccia, Leda
Negroni
Furio BORDON (a cura di)
Per l’anima in tormento
che ci hai dato
1972/73
Francesco MACEDONIO Lidia Braico, Riccardo Canali, Elvia
Dudine, Franco Jesurum, Mimmo Lo
Vecchio
Furio BORDON (a cura di)
La commedia dell’arte
1973/74
Furio BORDON
Nico Pepe, Ada Prato, Franco Però
Furio BORDON (a cura di)
Lezione documento:
Trieste 1919-1945
Estate 75
Furio BORDON
Registrazione su nastro
Furio BORDON (a cura di)
Lontani da tutto
1975/76
Furio BORDON
Mimmo Lo Vecchio, Lidia Braico,
Daniele Griggio, Giorgio Valletta
Furto BORDON (testo)
Il viaggio incantato
Angelo BRANDUARDI (musiche originali)
1989/90
Francesco MACEDONIO Marionette di Podrecca
Furio BORDON
In confidenza
siamo marionette
1990/91
Furio BORDON
Nicoletta Corradi, Marionette di
Podrecca
Furio RORDON
Oblomov (da GONCAROV)
1991/92
Furio BORDON
Glauco Mauri, Tino Schirinzi,
Barbara Valmorin, Laura Ferrari,
Silvio Fiore, Giorgio Lanza, Beatrice
Visibelli, Claudio Marchione,
Nicoletta Corradi
Furio BORDON (a cura di)
Amici devo dirvi
1992/93
Poesie e prose di David Maria Turoldo
Furio BORDON
Roberto Sturno, Gianni De Lellis,
Stefania Barca
Furio BORDON
L’idiota (da DOSTOEVSKIJ) 1993/94
Glauco MAURI
Roberto Sturno, Massimo Do Rossi,
Miriam Crotti, Gianni De Lellis,
Elena Ghiaurov, Stefania Micheli,
Amerigo Fontani, Patrizia Burul,
Cesare Lanzoni, Nicoletta Corradi,
Giulia Monte, Matteo Chioatto
1969/70
Orazio Bobbio, Mimmo Lo Vecchio,
LinoSavorani, Giorgio Valletta,
Giampiero Becherelli
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
Giuseppe Antonio BORGESE
L’arciduca
1957/58
Ottorino Guerrini, Enrica Corti,
Antonio Pierfederici, Lino Troisi,
Carlo Bagno
Gianni BORGNA
Fin de Siècle
1999/00 Antonio CALENDA
Viaggio nella canzone italiana del Novecento
Piera Degli Esposti
Bertolt BRECHT
Un uomo è un uomo
1962/63
Fulvio TOLUSSO
Renzo Montagnani, Marisa Fabbri,
Lino Savorani, Oreste Rizzini,
Vittorio Franceschi
Bertolt BRECHT
L’Antigone di Sofocle
1963/64
Fulvio TOLUSSO
Nicoletta Ruzi, Marisa Fabbri,
Franco Mezzera, Massimo De Vita
Bertolt BRECHT
Baal
1985/86
Roberto GUICCIARDINI Giulio Brogi, Giancarlo Dettori,
Anna Teresa Rossini, Margherita
Guzzinati
Alexandre BREFFORT
Irma la dolce
1996/97
Antonio CALENDA
Franco ENRIQUEZ
Antonio CALENDA (a cura di)
Daniela Giovanetti, Fabio Camilli,
Paolo Triestino, Gian
Rappresentazione
1997/98 Antonio CALENDA
della Passione
dal Codice V.E. 361 della Biblioteca Nazionale di Roma, curato dalla copista Maria Jacoba Fioria
Piera Degli Esposti, Giampiero
Fortebraccio, Maximilian Nisi,
Giancarlo Cortesi
Andrea CALMO
Il Saluzza
1961/62
Giovanni POLI
Gino Cavalieri, Gina Sammarco,
Marisa Fabbri, Gianni Musy, Carlo
Bagno
Achille CAMPANILE
Un’indimenticabile serata
1996/97
Antonio CALENDA
Piera Degli Esposti, Stefano Galante
Albert CAMUS
I giusti
1966/67
Giuseppe MAFFIOLI
Germana Paolieri, Mariangela
Melato, Egisto Marcucci
Lino CARPINTERI
e Mariano FARAGUNA
La pignatta
1965/66
(da L’AULULARIA di Plauto)
Ugo AMODEO
Oreste Rizzini, Lino Savorani, Caria
Colosimo, Vittorio Francescbi
Lino CARPINTERI
e Mariano FARAGUNA
Le maldobrie
1970/71
Francesco MACEDONIO Lino Savorani, Orazio Bobbio, Ariella
Reggio, Giorgio Valletta, Mimmo Lo
Vecchio, Gianfranco Saletta, Lidia
Braico
Lino CARPINTERI
e Mariano FARAGUNA
Noi delle vecchie province
1972/73
Francesco MACEDONIO Lino Savorani, Orazio Bobbio, Ariella
Reggio, Giorgio Valletta, Mimmo Lo
Vecchio, Gianfranco Saletta, Lidia
Braico
Lino CARPINTERI
e Mariano FARAGUNA
L’Austria era
un paese ordinato
1974/75
Francesco MACEDONIO Lino Savorani, Giorgio Valletta, Lidia
Braico, Riccardo Canali, Franco
Jesurum, Luciano D’Antoni,
Gianfranco Saletta, Ariella Reggio,
Orazio Bobbio
Roberto CAVOSI
Il maresciallo Butterfly
1995/96
Antonio CALENDA
Virginio Gazzolo, Andreja Blagojevic,
Sergio Pierattini, Lucka Pockaj,
Silvano Torrieri
Anton CECOV
Il tabacco fa male,
1954/55
La villeggiatura, Il canto del cigno
Luchino VISCONTI
Memo Benassi
Anton CECOV
Ivanov
1968/69
Orazio COSTA
Giulio Bosetti, Ottavia Piccolo, Mario
Pisu, Massimo De Francovich, Lino
Savorani, Paola Bacci
Anton CECOV
Zio Vania
1970/71
Giulio BOSETTI
Ferruccio De Ceresa, Paola Bacci,
Mario Erpichini, Giulia Lazzarini
93
94
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
Dante CICOGNANI
Il gatto con gli stivali
1956/57
Spiro DALLA PORTA
Allievi Scuola di Recitazione e Maria
Grazia Spinazzi
Tonino CONTE e Aldo TRIONFO (Vedi Aldo TRIONFO)
Roberto DAMIANI
La vita xe fiama
(da Biagio Marin)
1991/92
Furio BORDON
Gastone Moschin
Ezio D’ERRICO
L’amante in città
1954/55
Carlo LODOVICI
Mimmo Lo Vecchio, Giorgio Valletta,
Gianni Mantesi, Laura Solari
René DE CECCATY
Pallido oggetto del desiderio 2001/02
Alfredo ARIAS
Pino Micol, Daniela Giovanetti,
Francesca Benedetti
Ghigo DE CHIARA
Un capriccio
1996/97
Nino MANGANO
Valeria Ciangottini, Andreja
Blagojevic
Salvatore DI GIACOMO
Assunta Spina
1958/59
Sandro BOLCHI
Lorica Corti, Gianmaria Volonté,
Ottorino Guerrini, Margherita
Guzzinati, Lino Savorani
Feodor DOSTOEVSKIJ
Delitto e castigo
1955/56
Riduzione teatrale di Gaston Baty
Fernando DE CRUCCIATI Lino Savorani, Giorgio Valletta, Lidia
Braico, Marisa Mantovani
Mario DRSIC-DARSA
I nobili ragusei
1969/70
Coita SPAIC
Friedricb DÜRRENMATT
Romolo il Grande
1983/84
Giovanni PAMPIGLIONE Mario Scaccia, Jerzi Stuhr, CarIa
Cassola, Lidia Koslovich
Massimo DURSI
La giostra
1958/59
Massimo DURSI
Carlo Bagno, Ottorino Guerrini,
Umberto Raho, Enrica Corti,
Gianmaria Volontè
Tbomas S. ELIOT
Assassinio nella cattedrale
1956/97
Franco ENRIQUEZ
Ottorino Guerrini, Giulio Bosetti,
Lino Savorani, Cesco Ferro, Lino
Troisi, Marisa Mantovani
ESCHILO
Prometeo incatenato
Estate 65
Aldo TRIONFO
Franco Mezzera, Egisto Marcucci.
Angela Cardile, Nicoletta Rizzi,
Enrico D’Amato
ESCHILO
Agamennone
2000/01
Antonio CALENDA
Mariano Rigillo, Piera Degli Esposti,
Roberto Herlitzka, Daniela
Giovanetti, Osvaldo Ruggieri,
Giampiero Fortebraccio, Pino
Michienzi, Giancarlo Cortesi,
Alessandro Preziosi
ESCHILO
Coefore
2000/01
Antonio CALENDA
Piera Degli Esposti, Alessandro
Preziosi, Daniela Giovanetti, Osvaldo
Ruggieri, Giampiero Fortebraccio,
Pino Michienzi, Giancarlo Cortesi
Diego FABBRI
Inquisizione
1997/98
Sergio VELITTI
Ottorino Guerrini, Antonio
Pierfederici, Enrica Corti, Lino Troisi
Diego FABBRI
Processo a Gesù
1962/63
Fulvio TOLUSSO
Fosco Giachetti, Marisa Fabbri,
Mario Pisu, Lino Savorani, Oreste
Rizzini
Mariana FARAGUNA e Lino CARPINTERI
Silvio FIORE
La coscienza di Ulisse
(Vedi Lino CARPINTERI)
1996/97 Silvio FIORE
Vittorio FRANCESCHI
1963/64
Pinocchio minore
Massimo de VITA
Gianrico Tedeschi, Franco Mezziera,
Giampiero Becherelli, Lino Savorani,
Gianni Musy, Nicoletta Rizzi,
Giulio Pizzirani, Fernando Pannullo
Vittorio Franceschi, Sonia Gessner,
Lino Savorani, Carlo Montagna,
Adriana Innocenti
Autore
Titolo
Stagione Regia
Vittorio FRANCESCHI
Gorizia 1916
1966/67
Francesco MACEDONIO Mimmo Lo Vecchio, Oreste Rizzini,
Lino Savorani, Vittorio Franceschi,
Nicoletta Rizzi, Alessandro Galante
Garrone
Vittorio FRANCESCHI
Scacco pazzo
1990/91
Nanny LOY
Alessandro Haber, Vittorio
Franceschi, Monica Scattini
Vittorio FRANCESCHI
Jack lo sventratore
1992/93
Nanni GARELLA
Alessandro Haber, Gianna Piaz,
Mariella Valentini, Nicola Pistoia,
Vittorio Franceschi
Carlo Emilio GADDA
Il guerriero, l’amazzone,
1996/97
lo spirito della poesia nel verso
immortale del Foscolo
Ma cos’è questa crisi?
1996/97
Virginio GAZZOLO
Virginio Gazzolo, Angela Cardile
Enrico PROTTI
Dodo Gagliarde, Sara Alzetta, Livia
Bonifazi, Paolo Fagiolo, Maurizio
Zacchigna
Vittorio GASSMAN
Anima e corpo
talk show d’addio
1996/97
Vittorio GASSMAN
Vittorio Gassman, Luciano Lucignani,
Attilio Cucari, Marco Alotto,
Emanuele Salce, Antonetta
Capriglione
Vittorio GASSMAN
Bugie Sincere
1997/98
Vittorio GASSMAN
Ugo Pagliai, Paola Gassman, Virgilio
Zernitz, Michela Cadel, Alessandra
Celi, Lamberto Consani, Paolo
Fagiolo, Gianluigi Fogacci, Paolo
Giovannucci, Tiziano Pelanda, Enzo
Saturni
Giuseppe GIACOSA
Tristi amori
1961/62
Sandro BOLCHI
Ottorino Guerrini, Marisa Fabbri,
Omero Antonutti, Carlo Bagno
Silvio GIOVANINETTI
Gli ipocriti
1956/57
Carlo LODOVICI
Giulio Bosetti, Ottorino Guerrini,
Laura Solari, Marisa Mantovani
Nikolaj GOGOL
L’ispettore generale
1959/60
Giacomo COLLI
Leonardo Cortese, Carlo Bagno,
Cesco Ferro, Pina Cei, Anna
Menichetti, Omero Antonutti
Carlo GOLDONI
La donna di garbo
1954/55
Carlo LODOVICI
Laura Solari, Luigi Almirante
Carlo GOLDONI
La donna di garbo
1978/79
Francesco MACEDONIO Lucilla Morlacchi, Gianni Galavotti,
Carlo Montagna, Franco Mezzera
Carlo GOLDONI
La bottega del caffe
1956/57
Carlo LODOVICI
Memo Benassi, Ottorino Guerrini,
Giulio Bosetti
Carlo GOLDONI
La vedova scaltra
1960/61
Giovanni POLI
Anna Miserocchi, Margherita
Guzzinati, Giorgio Valletta, Carlo
Bagno, Omero Antonutti
Carlo GOLDONI
Arlecchino
servitore di due padroni
1961/62
Fulvio TOLUSSO
Lino Savorani, Margherita
Guzzinati, Omero Antonutti, Marisa
Fabbri
Carlo GOLDONI
Arleccbino
servitore di due padroni
1972/73
Fulvio TOLUSSO
Lino Savorani, Giorgio Valletta,
Mimmo Lo Vecchio, Gianfranco
Saletta, Ariella Reggio
Carlo GOLDONI
Il teatro comico
1964/65
Eriprando VISCONTI
Franco Mezzera, Marisa Fabbri,
Nicoletta Rizzi, Egisto Marcucci,
Adriana Innocenti, Vittorio
Franceschi, Lino Savorani
Dodo GAGLIARDE
Enrico PROTTI
Interpreti principali
95
96
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
Carlo GOLDONI
Tonin Bella grazia
1966/67
Giuseppe MAFFIOLI
Lino Toffolo, Mariangela Melato,
Fulvia Gasser, Lino Savorani
Carlo GOLDONI
Il bugiardo
1967/68
Gianfranco DE BOSIO
Paola Bacci, Elisabetta Bonino, Leda
Palma, Gabriele Lavia, Giulio
Bosetti, Claudio Cassinelli
Carlo GOLDONI
Le massere
1970/71
Giovanni POLI
Giusy Carrara, Lidia Braico,
Donatella Ceccarello, Anna Maestri,
Lino Savorani, Ariella Reggio
Carlo GOLDONI
Sior Todero Brontolon
1975/76
Francesco MACEDONIO Corrado Gaipa, Elsa Vazzoler,
Umberto D’Orsi, Marina Dolfin
Carlo GOLDONI
La famiglia dell’antiquario 1976/77
Furio BORDON
Carlo GOLDONI
Le donne gelose
1977/78
Francesco MACEDONIO Maria Dolfin, Paolo Bonacelli,
Donatella Ceccarello
Carlo GOLDONI
Il mondo della Luna
1982/83
Francesco MACEDONIO Marionette di Podrecca
Carlo GOLDONI
I Rusteghi
1985/86
Francesco MACEDONIO Giulio Brogi, Valeria Ciangottini,
Anna Teresa Rossini, Margherita
Guzzinati, Giampiero Becherelli,
Alvise Battain, Riccardo Peroni,
Barbara Cupisti
Carlo GOLDONI
L’Arcadia in Brenta
1985/86
Francesco MACEDONIO Marionette di Podrecca
Carlo GOLDONI
L’adulatore
1986/87
Giorgio PRESSBURGER
Giulio Brogi, Anna Teresa Rossini,
Anna Campori, Franco Angrisano,
Riccardo Peroni
Carlo GOZZI
L ‘augellin belverde
1962/63
Giovanni POLI
Renzo Montagnani, Marisa Fabbri,
Oreste Rizzini, Lino Savorani
Carlo COZZI
Re Cervo
1965/66
Spiro DALLA PORTA
Allievi Scuola di Recitazione
Carlo GOZZI
L’amore delle tre melarance 1984/85
Francesco MACEDONIO Marionette di Podrecca
Franz GRILLPARZER
Medea
1994/95
Nanni GARELLA
Ottavia Piccolo, Gianni De Lellis,
Dorotea Aslanidis, Graziano Piazza,
Sara D’Amario, Riccardo
Maranzana, Valeria D’Onofrio
Claudio GRISANCICH
Alida Valli che nel
Quaranta iera putela
1996/97
Mario LICALSI
Orazio Bobbio, Ariella Reggio
Slavko GRUM
Avvenimento
nella città di Goga
1971/72
Francesco MACEDONIO Franca Nuti, Gina Sammarco,
Gabriele Lavia, Franco Mezzera
Dante GUARDAMAGNA
Delitto e castigo
(da DOSTOEVSKIJ)
1972/73
Sandro BOLCHI
Ugo Pagliai, Angiola Baggi, Lino
Savorani, Orazio Bobbio, Giorgio
Valletta, Saverio Moriones
Dante GUARDAMAGNA
e Maria Silvia CODECASA
La breccia
1963/64
Ruggero JACOBBI
Oreste Rizzini, Nicoletta Rizzi, Lino
Savorani, Franco Mezzera, Massimo
De Vita, Vittorio Franceschi, Marisa
Fabbri
Peter HANDKE
Attraverso i villaggi
1984/85
Roberto GUICCIARDINI Marisa Fabbri, Giancarlo Dettori,
Giulio Brogi, Regina Bianchi, Anna
Teresa Rossini
Regina Bianchi, Michele Abruzzo,
Gianni Galavotti, Anna Bonaiuto,
Geppy Glejeses
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
Peter HANDKE
L’ora in cui non sapevamo
niente l’uno dell’altro
1994/95
Giorgio PRESSBURGER
Livio Bogatec, Patrizia Burul, Stojan
Colja, Andreina Garella, Alojz Milic,
Lucka Pockaj, Riccardo Maranzana,
Monica Samassa, Maurizio Soldà, e
con Mariano Rigillo (voce recitante)
Vaclav HAVEL
L’opera dello straccione
1975/76
Fulvio TOLUSSO
Corrado Gaipa, Marina Dolfin,
Umberto D’Orsi
Hugo von HOFFMANSTHAL
La leggenda di Ognuno
1957/58
Franco ENRIQUEZ
Ottorino Guerrini, Umberto Raho,
Carlo Bagno, Mario Verdani, Lino
Troisi, Marisa Bartoli, Lidia
Lagonegro, Lino Savorani, Mario
Adorf
Arthur HONEGGER
e Paul CLAUDEL
Giovanna d’Arco al rogo
1995-96
Antonio CALENDA
Daniela Giovanetti, Virginio Gazzolo
Odön von HORVATH
Storie del bosco viennese
1977-78
Franco ENRIQUEZ
Valeria Moriconi, Corrado Pani, Pina
Cei, Micaela Esdra, Nestor Garay
Odön von HORVATH
Fräulein Pollinger
1984-85
Giorgio PRESSBURGER
Daniela Mazzucato, Sandro
Massimini, Franco Nebbia
Bohumil HRABAL
Una solitudine
troppo rumorosa
1992-93
Giorgio PRESSBURGER
Paolo Bonacelli, Patrizia Burul,
Paolo Meloni, Franco Noè, Tiziano
Pelandi
Albert HUSSON
La cucina degli angeli
1954-55
Alessandro BRISSONI
Laura Solari, Gianni Mantesi, Pietro
Privitera
Henrik IBSEN
Il piccolo Eyolf
1967/68
Aldo TRIONFO
Giulio Bosetti, Franca Nuti, Paola
Bacci, Massimo Gridolfi
Henrik IBSEN
Casa di bambola
1973/74
Francesco MACEDONIO Ludovica Modugno, Carlo Montagna,
Mario Maranzana, Delia Bertolucci,
Franco Mezzera
Eugene JONESCO
Sicario senza paga
1968/69
Josè QUAGLIO
Giulio Bosetti, Marina Bonfigli,
Alvise Battain, Josè Quaglio
Georg KAISER
Davide e Golia
1957/58
Sandro BOLCHI
Ottorino Guerrini, Enrica Corti,
Carlo Bagno
Georg KAISER
Il funzionario Krehler
1979/80
Paolo MAGELLI
Cecilia Polizzi, Flavio Bucci, Gianni
Galavotti, Micaela Pignatelli
Tullio KEZICH
La coscienza di Zeno
(da I. SVEVO)
1978/79
Franco GIRALDI
Renzo Montagnani, Marina Dolfin,
Gianni Galavotti
Tullio KEZICH
e Luigi SQUARZINA
Bouvard e Peuchet
(da G. FLAUBERT)
1982/83
Giovanni PAMPIGLIONE Mario Maranzana, Vittorio
Franceschi
Heinrich von KLEIST
La brocca rotta
1977/78
Giorgio PRESSBURGER
Pavel KOHOUT
Roulette
1976/77
Roberto GUICCIARDINI Regina Bianchi, Paolo Graziosi,
Lorenza Guerrieri, Daniele Griggio
Franz Xavier KROETZ
Renzo e Anna
1974/75
Furio BORDON
Orazio Bobbio, Ariella Reggio
Eugene LABICHE
La Cagnotte
1959/60
Giacomo COLLI
Leonardo Cortese, Omero Antonutti,
Lino Savorani, Pina Cei
Stefano LAURI
Hänsel e Gretel
(dai F.lli Grimm)
1967/68
Ugo AMODEO
Edoardo Zammarchi, Maria Pia
Bellizzi, Mimmo Lo Vecchio, Mariella
Terragni
Paolo Bonacelli, Marina Dolfin, Lino
Savorani, Franco Jesurum,
Francesca Muzio
97
98
Autore
Titolo
Stagione Regia
Vladimiro LISIANI
Un buso in mia contrada
1969/70
Francesco MACEDONIO Lidia Braico, Ariella Reggio, Cip
Barcellini, Franco Rossi, Giorgio
Valletta, Giusy Carrara, Fulvia
Gasser, Gianfranco Saletta
Interpreti principali
Giuseppe MAFFIOLI
del povaro soldato
(da RUZANTE)
1965/66
Giuseppe MAFFIOLI
Vittorio Franceschi, Oreste Rizzini,
Nicoletta Rizzi
Claudio MAGRIS
Stadelmann
1990/91
Egisto MARCUCCI
Tino Schirinzi, Barbara Valmorin,
Gianni De Lellis
Claudio MAGRIS
La mostra
2002/03
Antonio CALENDA
Roberto Herlitzka, Mario Maranzana
Curzio MALAPARTE
Das Kapital
1981/82
Franco GIRALDI
Mario Maranzana, Vittorio
Franceschi, Margherita Guzzinati
Libero MAZZI
Trieste con tanto amore
1968/69
Giulio BOSETTI
Cesco Baseggio, Giulio Bosetti,
Franca Nuti, Luigi Vannucchi
Libero MAZZI
Omaggio ai poeti triestini:
Camber Barni
1971/72
Arthur MILLER
Il crogiuolo
1974/75
Sandro BOLCHI
Marina Dolfin, Giorgio Valletta, Lino
Troisi, Ludovica Modugno, Franco
Mezzera
Sergio MINIUSSI
L’anno della peste
1959/60
Ugo AMODEO
Dario Mazzoli, Mario Licalsi, Giorgio
Valletta, Dario Penne, Franco
Jesurum
Sergio MINIUSSI
e Aldo TRIONFO
Dialoghi con Leucò
(da PAVESE)
1963/64
Aldo TRIONFO
Marisa Fabbri, Egisto Marcucci,
Nicoletta Rizzi, Franco Mezzera,
Oreste Rizzini
MOLIERE
Don Giovanni
1971/72
Giulio BOSETTI
Giulio Bosetti, Lino Savorani, Paola
Bacci, Giampiero Becherelli, Cesare
Gelli
Ferenc MOLNAR
La leggenda di Liliom
1959/60
Leonardo CORTESE
Leonardo Cortese, Anna Menichetti,
Lidia Lagonegro, Omero Antonutti,
Pina Cei, Lino Savorani
Robert MUSIL
Vinzenz e l’amica
degli uomini importanti
1963/64
Aldo TRIONFO
Marisa Fabbri, Vittorio Franceschi,
Franco Mezzera
Alfred de MUSSET
I capricci di Marianna
1956/57
Gianfranco DE BOSIO
Laura Solari, Giulio Bosetti, Cesco
Ferro, Ottorino Guerrini
Aldo NICOLAI
Gli asini magri
1960/61
Sandro BOLCHI
Luciano Alberici, Marisa Fabbri,
Anna Miserocchi, Margherita
Guzzinati, Omero Antonutti, Rino
Romano, Carlo Bagno
Clifford ODETS
La ragazza di campagna
1958/59
Franco ENRIQUEZ
Gianmaria Volontè, Ottorino
Guerrini, Enrica Corti
John OSBORNE
Motivo di scandalo
e riflessione
1965/66
Raffaele MAIELLO
Egisto Marcucci, Nicoletta Rizzi, Lino
Savorani, Vittorio Franceschi
John OSBORNE
Un patriota per me
1996/97
Giancarlo COBELLI
Massimo Belli
Alcide PAOLINI
Lezione di tiro
1973/74
Furio BORDON
Giampiero Becherelli, Antonella
Marchi, Stefano Lescovelli
Pier Paolo PASOLINI
Calderon
1979/80
Giorgio PRESSBURGER
Paolo Bonacelli, Marina Dolfin,
Gianni Galavotti, Francesca Muzio
Pier Paolo PASOLINI
I Turcs tal Friùl
1994/95
Elio DE CAPITANI
Lucilla Morlacchi, Fabiano Fantini,
Renato Rinaldi, Giovanni Visentin
Franca Nuti, Franco Mezzera
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
John PATRICK
Attimo fermati, sei bello!
1954/55
Gianfranco DE BOSIO
Laura Solari, Pietro Privitera, Grazia
Migneco, Gianni Mantesi
Franco PERO’
Winckelmann: “Finalmente
verrà la quiete”
1996/97
Franco PERO’
Giulio Brogi, Massimo De Rossi
Aldo PERRINI
Non si dorme a Kirkwall
1955/56
Gianfranco DE BOSIO
Pietro Privitera, Isabella Riva,
Marisa Mantovani, Mario Bardella,
Lino Savorani
Harold PINTER
Tradimenti
1988/89
Furio BORDON
Paola Bacci, Giampiero Bianchi,
Paolo Bonacelli
Luigi PIRANDELLO
Lumie di Sicilia
1955/56
Ottavio SPADARO
Pietro Privitera, Marisa Mantovani,
Isabella Riva
Luigi PIRANDELLO
Ma non è una cosa seria
1956/57
Carlo LODOVICI
Ottorino Guerrini, Giulio Bosetti,
Marisa Mantovani, Cesco Ferro, Lino
Savorani
Luigi PIRANDELLO
Questa sera
si recita a soggetto
1958/59
Franco ENRIQUEZ
Paola Borboni, Gianmaria Volontè,
Margherita Guzzinati
Luigi PIRANDELLO
Questa sera
si recita a soggetto
1986/87
Giuseppe
PATRONI GRIFFI
Mariano Rigillo, Paola Bacci,
Leopoldo Mastelloni, nella ripresa
Vittorio Caprioli, Giovanni Crippa,
Laura Marinoni
Luigi PIRANDELLO
L’imbecille-La patente
La giara
1959/60
Fulvio TOLUSSO
Carlo Bagno, Dario Mazzoli, Lino
Savorani, Mimmo Lo Vecchio,
Giorgio Valletta
Luigi PIRANDELLO
Sei personaggi
in cerca d’autore
1960/61
Giuseppe DI MARTINO
Marisa Fabbri, Anna Miserocchi,
Margherita Guzzinati, Lino
Savorani, Carlo Bagno
Luigi PIRANDELLO
Sei personaggi
in cerca d’autore
1987/88
Giuseppe
PATRONI GRIFFI
Vittoriti Caprioli, Mariano Rigillo,
Ilaria Occhini, Giovanni Crippa,
Laura Marinoni, Caterina Boratto
Luigi PIRANDELLO
Così è se vi pare
1961/62
Sandro BOLCHI
Gianni Musy, Gina Sammarco, Mario
Pisu, Margherita Guzzinati, Marisa
Fabbri, Omero Antonutti
Luigi PIRANDELLO
Enrico IV
1966/67
Giuseppe MAFFIOLI
Renzo Ricci, Eva Magni, Mariangela
Melato
Luigi PIRANDELLO
Non si sa come
1969/70
Josè QUAGLIO
Giulio Bosetti, Anna Maria Gherardi,
Giampiero Becherelli
Luigi PIRANDELLO
Ciascuno a modo suo
1988/89
Giuseppe
PATRONI GRIFFI
Mariano Rigillo, Ilaria Occhini,
Giovanni Crippa, Laura
Marinoni,Vittorio Caprioli
Stefano PIRANDELLO
La scuola dei padri
1954/55
Ottavio SPADARO
Pietro Privitera, Carla Bizzarri,
Gianni Mantesi
PLAUTO
Anfitrione
1955/56
Ottavio SPADARO
Mario Mariani, Marisa Mantovani,
Mario Bardella
Giovanni POLI
La commedia degli Zanni
1967/68
Giovanni POLI
Franco Jesurum, Mimmo Lo Vecchio,
Orazio Bobbio, Giorgio Valletta,
Gabriele Lavia, Lidia Braico, Mario
Valgoi, Salvo Anselmo, Leda Palma
Giovanni POLI
L’alfabeto dei villani
1971/72
Giovanni POLI
Aldo Bonato, Daniela Foà, Michela e
Sandra Martni, Mario Zanotto
99
100
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
Marco PRAGA
Le vergini
1955/56
Ottavio SPADARO
Mario Mariani, Mario Bardella,
Marisa Mantovani, Lino Savorani
Giorgio PRESSBURGER
Karl Valentin Kabarett
1980/81
Giorgio PRESSBURGER
Vittorio Caprioli, Gianni Galavotti,
Paolo Rossi, Jole Si/vani
Giorgio PRESSBURGER
Eroe di scena
fantasma d’amore (Moissi)
1985/86
Giorgio PRESSBURGER
Carlo Simoni, Lea Padovani, Aldo
Reggiani, Claudio Gora, Lidia
Kozlovich, Gian Paolo Poddighe
Stanislawa PRZYBYZEWSKA
e Andrzej WAJDA
L’affare Danton
1982-83
Maciej KARPlNSKY
Mario Maranzana, Vittorio Franceschi
RECITAL di Paola Borboni
1958/59
RECITAL di Diana Torrieri
1959/69
RECITAL di Paola Borboni
Fantasia in nero
RECITAL di Paola Borboni
1959/69
1960/61
RECITAL di Marisa Fabbri
1963/64
Antonio RICCARDINI
L’ultimo de carneval
1971/72
Francesco MACEDONIO Mimmo Lo Vecchio, Orazio Bobbio,
Ariella Reggio, Giorgio Valletta
Franco Jesurum, Luciano Virgilio,
Marino Masè
Renzo ROSSO
Il pianeta indecente
1983/84
Roberto GUICCIARDINI Giulio Brogi, Leda Negroni, Anna
Teresa Rossini
William SAROYAN
I giorni della vita
1956/57
Franco ENRIQUEZ
Ottorino Guerrini, Marisa
Mantovani, Cesco Ferro, Camillo
Milli, Giulio Bosetti, Vittorio Congia,
Lino Troisi
Jean-Paul SARTRE
Nekrassov
1969/70
Ernesto GUIDA
Giulio Bosetti, Mario Pisu,
Marianella Laszlo, Lino Savorani,
Gianni Musy
Friedrich SCHILLER
Intrigo e amore
1993/94
Nanni GARELIA
Ottavia Piccolo, Dorotea Aslanidis,
Gianni De Lellis, Graziano Piazza,
Virginio Gazzolo
Eric-Emmanuel SCHMITT
(traduzione: Enzo SICILIANO)
Il visitatore
1995/96
Antonio CALENDA
Turi Ferro, Kim Rossi Stuart, Sabina
Vannucchi, Sergio Tardioli
Arthur SCHNITZLER
Anatol
1975/76
Roberto GUICCIARDINI Gabriele Lavia, Manuela
Kustermann, Virgilio Zernitz
Arthur SCHNITZLER
Anatol
1992/93
Nanni GARELLA
Roberto Sturno, Gianni De Lellis,
Sara Alzetta, Monica Bucciantini,
Nicoletta Corradi, Alvia Reale,
Stefania Barca
Arthur SCHNITZLER
Casanova a Spa
1987/88
Luca de FUSCO
Mariano Rigillo, Vittorio Franceschi,
Anna Teresa Rossini, Giampiero
Becherelli
William SHAKESPEARE
Molto rumore per nulla
1957/58
Franco ENRIQUEZ
Enrica Corti, Antonio Pierfederici
Lino Troisi, Ottorino Guerrini, Carlo
Bagno
William SHAKESPEARE
La bisbetica domata
1958/59
Franco ENRIQUEZ
Enrica Corti, Ottorino Guerrini,
Carlo Bagno, Gianmaria Volontè,
Lino Savorani, Cesco Ferro,
Margherita Guzzinati
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
William SHAKESPEARE
La dodicesima notte
1960/61
Giovanni POLI
Carlo Bagno, Ottorino Guerrini,
Marisa Fabbri, Anna Miserocchi,
Margherita Guzzinati, Omero
Antonutti
William SHAKESPEARE
Come vi garba
1964/65
Eriprando VISCONTI
Marisa Fabbri, Nicoletta Rizzi,
Franco Mezzera, Lino Savorani,
Vittorio Franceschi
William SHAKESPEARE
Otello
1965/66
Beppe MENEGATTI
Luigi Vannucchi, Nicoletta Rizzi,
Egisto Marcucci, Vittorio Franceschi,
Oreste Rizzini
William SHAKESPEARE
Otello
2001/02
Antonio CALENDA
Michele Placido, Sergio Romano,
Giancarlo Cortesi, Giorgio Lanza,
Rossana Mortara, Valentina Valsania
William SHAKESPEARE
Macbeth
1966/67
Tino BUAZZELLI
Tino Buazzelli, Paola Mannoni,
Egisto Marcucci
William SHAKESPEARE
Riccardo III
1989/90
Gabriele LAVIA
Gabriele Lavia, Monica Guerritore,
Dorotea Aslanidis, Gianni De Lellis,
Barbara Valmorin, Giorgio Crisafi
William SHAKESPEARE
Riccardo II
1991/92
Glauco MAURI
Roberio Sturno, Gianni Galavotti,
Ireneo Petruzzi, Donatello Falchi
William SHAKESPEARE
Riccardo III
1996/97
Antonio CALENDA
Franco Branciaroli, Lucilla
Morlacchi, Anita Bartolucci, Giorgio
Bonino, Gea Lionello, Antonio
Zanoletti
William SHAKESPEARE
Amleto
1998/99
Antonio CALENDA
Kim Rossi Stuart, Gianni Musy,
Osvaldo Ruggieri, Alvia Reale,
Gianfranco Varetto, Rossana
Mortara
George Bernard SHAW
L’uomo del destino
1956/57
Gianfranco DE BOSIO
Laura Solari, Giulio Bosetti, Cesco
Ferro
Georges SHEHADE
La storia di Vasco
1962/63
Aldo TRIONFO
Marisa Fabbri, Renzo Montagnani,
Vittorio Franceschi, Massimo De Vita
Valeria SISTO COMAR
La santa calce
1965/66
Anna GRUBER
Nicoletta Rizzi, Ottavio Di Donato,
Giorgio Valletta, Lino Savorani,
Tonino Pavan, Stella Migliore
SOFOCLE
Elettra
Estate ’64 Fulvio TOLUSSO
Marisa Fabbri, Fosco Giacchetti,
Adriana Innocenti, Franco Mezzera,
Egisto Marcucci, Nicoletta Rizzi,
Paola Boccardo
SOFOCLE
Edipo a Colono
Estate ’66 Edmo FENOGLIO
Tino Buazzelli, Roldano Lupi, Giulia
Lazzarini, Raul Grassilli, Paola
Mannoni, Tino Bianchi, Omero
Antonutti
SOFOCLE
scrittura rievocativa
di Ruggero CAPPUCCIO
Edipo a Colono
1996/97
Antonio CALENDA
Roberto Herlitzka, Piera Degli Esposti,
Ester Galazzi, Dodo Gagliarde,
Gino Monteleone, Paolo Fagiolo,
Stefano Galante, Antonio Tallura,
Maurizio Zacchigna
SOFOCLE
Edipo Re
1967/68
Orazio COSTA
Giulio Bosetti, Franca Nuti, Mario
Valgoi, Gabriele Lavia
101
102
Autore
Titolo
Stagione Regia
Interpreti principali
Marko SOSIC
Ballerina Ballerina
1996/97
Branko ZAVRSAN
Lucka Pockaj
Luigi SQUARZINA
Tre quarti di lana
1961/62
Fulvio TOLUSSO
Marisa Fabbri, Gianni Musy, Omem
Antonutti, Mario Maranzana, Omera
Lazzari
Luigi SQUARZINA
Romagnola
1964/65
Eriprando VISCONTI
Adriana Innocenti, Vittorio
Franceschi, Franco Mezzera
Luigi SQUARZINA e Tullio KEZICH (Vedi Tullio KEZICH)
August STRINDBERG
Il pellicano
1980/81
Gabriele LAVIA
Gabriele Lavia, Lea Padovani, Carlo
Simoni, Paola Pitagora
Italo SVEVO
Inferiorità
1955/56
Ottavio SPADARO
Filippo Scelzo, Mario Bardella
Italo SVEVO
Un marito
1960/61
Sandro BOLCHI
Luciano Alberici, Anna Miserocchi,
Omero Antonutti, Marisa Fabbri,
Margherita Guzzinati
Italo SVEVO
L’avventura di Maria
1968/69
Aldo TRIONFO
Franca Nuti, Gianni Galavotti,
Massimo De Francovich, Paola Bacci
Italo SVEVO
Terzetto spezzato
1973/74
Furio BORDON
Giampiero Becherelli, Stefano
Lescovelli, Antonella Marchi
Italo SVEVO
Caro bonbon
1990/91
Marco SCIACCALUGA
Massimo De Francovich
Italo SVEVO
L’avventura di Maria
1995/96
Nanni GARELLA
Gabriele Ferzetti, Patrizia Zappa
Mulas, Gianni De Lellis, Giorgio
Lanza, Umberto Raho, Stefania
Stefanin, Riccardo Maranzana,
Barbara Trost, Daniele Bonnes
Italo SVEVO
Senilità
adattamento di Alberto BASSETTI
1997/98
Francesco MACEDONIO Roberto Herlitzka, Lucka Pockaj, Alvia
Reale
John Milhngton SYNGE
Il furfantello dell’ovest
1961/62
Fulvio TOLUSSO
Gino Cavalieri, Gianni Musy, Carlo
Bagno, Gina Sammarco, Marisa
Fabbri, Omero Antonutti
Carlo TERRON
Avevo più stima dell’idrogeno 1959/60
Mario MARANZANA
Pina Cei, Omero Antonutti, Dario
Penne
Charles THOMAS
Jenny nel frutteto
Ottavio SPADARO
Marisa Mantovani, Mario Bardella
Sergio TOFANO (Stò)
Una losca congiura
1955/56 Spiro DALLA PORTA
ovvero Barbariccia contro Bonaventura
Sergio TOFANO (Stò)
L’isola dei pappagalli
1956/57
Spiro DALLA PORTA
Maria Grazia Spinazzi, Cesco Ferro
Sergio TOFANO (Stò)
Bonaventura,
veterinario per forza
1957/58
Spiro DALLA PORTA
Allievi
della Scuola di Recitazione
Fulvio TOMIZZA
Vera Verk
1962/63
Fulvio TOLUSSO
Paola Borboni, Fosco Giachetti,
Marisa Fabbri, Edda Valente, Renzo
Montagnani, Lino Savorani
Fulvio TOMIZZA
La storia di Bertoldo
1968/69
Giovanni POLI
Franco Mezzera, Marina Bonfigli,
Alvise Battain, Lino Savorani
Fulvio TOMIZZA
L’idealista (da I. CANKAR) 1976/77
1955/56
Allievi della Scuola di Recitazione
Francesco MACEDONIO Corrado Pani, Leda Negroni, Carlo
Cattaneo, Nestor Garay
Aldo TRIONFO e Sergio MINIUSSI (vedi Sergio MINIUSSI)
Aldo TRIONFO
e Tonino CONTE
Sandokan, Yanez e i tigrotti 1969/70
della Malesia alla conquista
della Perla di Labuan (da Salgari)
Aldo TRIONFO
Giulio Brogi, Claudia Giannotti,
Lino Savorani, Franco Mezzera,
Antonio Francioni, Franco Jesurum,
Orazio Bobbio, Saverio Moriones,
Mimmo Lo Vecchio
Autore
Titolo
Aldo TRIONFO
e Tonino CONTE
Margherita Gautier:
1970/71
la dame aux camelias (da Dumas)
Stagione Regia
Aldo TRIONFO
Valeria Moriconi, Lia Zoppelli,
Gianni Agus, Ennio Balbo, Rodolfo
Baldini
Interpreti principali
David Maria TUROLDO
Il martirio di Lorenzo
1965/66
Giuseppe MAFFIOLI
Egisto Marcucci, Vittorio Franceschi,
Enrico d’Amato
Heinrich von KLEIST
Anfitrione
2001/02
Shahroo KHERADMAND Roberto Herlitzka, Giorgio Lanza,
Rossana Mortara
Franz WEDEKIND
Il Marchese von Keith
1979/80
Nino MANGANO
Luigi Diberti, Valeria Ciangottini,
Pietro Biondi, Gianni Galavotti
Tennessee WILLIAMS
Zoo di vetro
1979/80
Tatiana PAVLOVA
Tatiana Pavlova, Marisa Mantovani,
Paolo Privitera, Mario Mariani
Tennessee WILLIAMS
Lo zoo di vetro
1989/90
Furio BORDON
Piera Degli Esposti, Franco
Castellano, Diego Ribon, Beatrice
Visibelli
Carl ZUCKMAYER
Il capitano di Köpenik
1973/74
Sandro BOLCHI
Renato Rascel, Lino Savorani, Elio
Crovetto, Nino Pavese
103
Teatro Stabile
del Friuli-Venezia Giulia
104
Le pubblicazioni
«Teatro Copioni»: la prima collana di volumi del Teatro Stabile
Del Bianco Editore
1. “Il
piccolo Eyolf”
di Henrik Ibsen. Versione di Gennaro Pistilli. Note di Francesco Macedonio alla regia di Aldo Trionfo
2. “La
storia di Bertoldo”
di Fulvio Tomizza (da Giulio Cesare Croce). Note di regia di Giovanni Poll
3. “Il
mio Carso”
di Scipio Slataper. Riduzione per le scene di Furio Bordon. Note di regia di Francesco Macedonio
4. “I
nobili ragusei”
di Marino Darsa. Prima versione italiana di Lino Carpinteri e Mariano Faraguna
5. “Sandokan
Yanez e i tigrotti della Malesia alla conquista della Perla di Labuan”
di Aldo Trionfo e Tonino Conte (da Emilio Salgari)
6. “Margherita
Gautier la Dame aux camélias”
di Aldo Trionfo e Tonino Conte (da Alessandro Dumas figlio).
Note di Alessandro Giupponi alla regia di Aldo Trionfo
7. “Don
Giovanni”
di Molière. Traduzione di Giulio Bosetti.
8. “Amico
sciacallo. Canto e controcanto”
Due commedie di Furio Bordon
9. “Delitto
e castigo”
da Dostoevskij.
Riduzione teatrale in 2 tempi di Dante Guardamagna
10.
“Il capitano di Köpenick”
di Zuckmayer.
Versione italiana di Lino Carpinteri e Mariano Faraguna
I «Quaderni» pubblicati dal Teatro Stabile
12. Svevo
“per noi” oggi
La coscienza di Zeno
13. Arbuzov:
la santa ingenuità del teatro
Vecchio mondo
14. Carlo
Goldoni “Una donna di garbo”
15. Georg
Kaiser
Il funzionario Krehler: alla ricerca dell’tiomo nuovo
16. Franz
17. L’uso
Wedekind “Il marchese von Keith”
della vita
Calderon di Pasolini
18. August
Strindberg: la bellezza tragica della vita
Il pellicano
19. Karl
Valentin “Cabaret”
20. Eduardo:
21. Le
vita di un attore comico
marionette di Vittorio Podrecca
22. Curzio
Malaparre “Das Kapital”
23. “L’affare
24. Le
Danton” di Stanislava Przbyzewska
marionette di Podrecca
Il mondo della luna di C. Goldoni
25. “Bouvard
e Pouchet” di Tullio Kezich e Luigi Squarzina (da Gustave Flaubert)
26. Dürrenmatt
27. “Il
“Romolo il grande”
pianeta indecente”
28. “L’amore
delle tre melarance”
29. “Fraulein
Pollinger”
30. “Attraverso
31. “I
i villaggi”
Rusteghi” di Carlo Goldoni
32. “Eroe
di scena fantasma d’amore (Moissi)”
33. “Baal”
34. “L’adulatore”
35. “Questa
sera si recita a soggetto”
36. “Casanova
37. “Beckett
38. “Sei
a Spa”
concerto”
personaggi in cerca d’autore”
39. “Ciascuno
40. Harold
a suo modo”
Pinter “Tradimenti”
41. “Riccardo
III”
I «Quaderni» del Teatro Stabile - Art& e Arti Grafiche Friulane
42. America
del ‘900
Lo zoo di vetro
43. “Il
viaggio incantato”
105
106
44. Vittorio
45. Il
Franceschi “Scacco pazzo”
pianeta degli ultimi anni
Stadelmann di Claudio Magris
45 bis. “Caro
bonbon”
dall’Epistolario e dall’Album di famiglia di Italo Svevo
46. William
Shakespeare “Riccardo II”
47. “Oblomov”
48. “Jack
di Ivan Goncarov, adattamento teatrale di Furio Bordon
lo sventratore”
di Vittorio Franceschi
49. “Una
solitudine troppo rumorosa”
di Bobumil Hrabal, versione teatrale di Giorgio Pressburger
50. “Anatol”
di Arthur Schnitzler, versione italiana di Furio Bordon
51. “L’idiota”
di F. M. Dostoevskij, adattamento teatrale di Furio Bordon su un’ipotesi drammaturgica di Padre D. Maria Turoldo
52. “Intrigo
e amore”
di Friedrich Schiller, traduzione di Aldo Busi
53. “Medea”
di Franz Grillparzer, traduzione di Claudio Magris
54. “L’ora
in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro”
di Peter Handke, testi di Mario Brandolin, Peter Handke, Giorgio Pressburger, Sabrina Morena, Rolando Zorzi
55. “I
Turcs tal Friúl”
di Pier Paolo Pasolini, testi di Pier Paolo Pasolini, Gianfranco Contini, Novella Cantarutti, Nico Naldini, Elio De
Capitani
56. “L’avventura di Maria”
di Italo Svevo, testi di Antonio Calenda, Nanni Garella, Franca Nuti, Ruggero Rimini, Italo Svevo, Patrizia Zappa Mulas
I «Quaderni» del Teatro pubblicati dal Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia
57. “Anima
e Corpo” (2 ediz.)
di Vittorio Gassman, testi di Antonio Calenda, Roberto De Monticelli, Giacomo Gambetti, Vittorio Gassman, Maria
Grazia Gregori, Rita Sala
58. Gigi
Proietti: un attore e il suo teatro
testi di Mario Brandolin, Antonio Calenda, Roberto De Monticelli, Rita Sala
59. “Un’indimenticabile serata ovvero gli asparagi e l’immortalità dell’anima”
da Achille Campanile, testi di Carlo Bo, Antonio Calenda, Oreste Del Buono, Franco Quadri, Enzo Siciliano
60. “Edipo
a Colono”
di Sofocle, scrittura rievocativa di Ruggero Cappuccio, testi di Antonio Calenda, Ruggero Cappuccio
61. “Bugie
Sincere”
di Vittorio Gassman, testi di Vittorio Gassman, Ruggero Cappuccio, Peter Brown
62. “Irma
la dolce”
di Alexandre Breffort - Marguerite Monnot, testi di Rita Sala, Danilo Soli, Didier C. Deutsch
63. “Senilità”
da Italo Svevo, adattamento teatrale di Alberto Bassetti, testi di Italo Svevo, Alberto Bassetti, Daniele Del Giudice,
Mario Brandolin
64. “Riccardo
III”
di William Shakespeare, traduzione di Patrizia Valduga, testi di Mario Brandolin, Alessandro Serpieri, Giovanna
Mochi, Patrizia Valduga
65. “Amleto”
di William Shakespeare, traduzione di Agostino Lombardo, testi di Mario Brandolin, Agostino Lombardo,
Alessandro Serpieri, Roberta Gefter Wondrich, Renzo S. Crivelli, Giuseppina Restivo, Guido Botteri
66. “Ma
che c’entra Peter Pan?”
di Alberto Bassetti
67. “Rappresentazione della Passione”
elaborazione drammaturgica di Antonio Calenda, testi di Odoardo Bertani, Guido De Monticelli, Angelo Mandorlo,
Renzo Tian
68. “Antigone”
di Jean Anouilh, versione italiana di Furio Bordon, testi di Furio Bordon, Antonio Calenda, Ilaria Lucari
69. I
Piccoli di Podrecca
70. “Agamennone” e “Coefore”
di Eschilo, traduzione di Manara Valgimigli, testi di Antonio Calenda, Caterina Barone, Ilaria Lucari
71. “La
Mostra”
di Claudio Magris, testi di Guido Botteri, Ilaria Lucari
“Teatro/Università” - Edizioni Clueb Bologna/Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia
1. “Tradurre/Interpretare Amleto”
a cura di Giuseppina Restivo e Renzo S. Crivelli
Edizioni speciali
“Il nuovo vecchio Rossetti”
a cura di Guido Botteri e Stefano Curti
107
Teatro Stabile
del Friuli-Venezia Giulia
Le produzioni 2002-2003
109
COEFORE
di Eschilo regia di Antonio Calenda
con Piera Degli Esposti, Daniela Giovanetti, Alessando Preziosi,
Osvaldo Ruggieri, Giampiero Fortebraccio, Giorgio Lanza, Giancarlo Cortesi
in collaborazione con Istituto Nazionale del Dramma Antico Fondazione Onlus
OTELLO
di William Shakespeare regia di Antonio Calenda
con Michele Placido, Sergio Romano
PALLIDO OGGETTO DEL DESIDERIO
di René De Ceccatty dal romanzo La femme et le pantin di Pierre Louÿs
regia di Alfredo Arias
con Pino Micol, Daniela Giovanetti, Francesca Benedetti
LA MOSTRA
di Claudio Magris regia di Antonio Calenda
con Roberto Herlitzka, Mario Maranzana
VARIETÀ
con I Piccoli di Podrecca
Teatro Stabile
del Friuli-Venezia Giulia
L’organigramma 2002-2003
Arnaldo NINCHI
Antonio CALENDA
presidente
direttore
Rodolfo CASTIGLIONE
vicepresidente
Tiziana BENUSSI
Francesco MARANGON
Piero MARTINUZZI
Antonio PAOLETTI
Rossana POLETTI
consiglieri
collegio dei revisori
Cosimo CECERE
presidente
Giuseppe DI BARTOLO ZUCCARELLO
Paolo MUSOLLA
soci
Comune di Trieste
Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia
Provincia di Gorizia
Provincia di Pordenone
Provincia di Trieste
Provincia di Udine
Camera di Commercio Industria
Artigianato e Agricoltura di Trieste
Unicredit Banca Spa Divisione CRTrieste
Sergio DOVGAN
responsabile amministrazione
Paolo GIOVANAZZI
responsabile tecnico
Stefano CURTI
responsabile marketing e comunicazione
Roberta TORCELLO
responsabile produzione
Lucia DUSSI
Diego PECAR
Daniela SFERCO
ufficio amministrazione
Massimo CARLI
Flavio DOGANI
Giuliano GIONCHETTI
Rosaria SCHIRALDI
Roberto STAREC
Massimo TATARELLA
Carlo TURETTA
Giorgio ZARDINI
Radivoi ZOBIN
ufficio tecnico
Emmanuele BONNES
Oriana CRESSI
Monica FAVARETTO
Marzia GALANTE
Ilaria LUCARI
ufficio marketing e comunicazione
Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia
Viale XX Settembre, 45
34126 TRIESTE
tel. 040.3593511
fax 040.3593555
www.ilrossetti.it
e-mail [email protected]
Giampaolo ANDREUTTI
Alida PECCHIAR
ufficio produzione
Ada D’ACCOLTI
Bruno BOBINI
ufficio segreteria
111
Scarica

La Mostra - Il Rossetti