Il nuovo “verbo” berlusconiano nell’eterna lotta del Bene contro il Male
Il partito dell’amore “contro” chi diffonde odio
Articoli pubblicati dalla rivista MicroMega (1/2010) e altri contributi
Illustrazioni web di Edoardo Baraldi
INDICE
Orwell e il partito del rancore
di Giuseppe Giulietti
pag. 2
Riforme condivise, ovvero: qui comando io
di don Paolo Farinella
pag. 2
Le parole di Brunetta e l’assalto alla Costituzione
di Emilio Carnevali
pag. 5
Cicchitto e la loggia dell’amore
di Giuseppe Giulietti
pag. 7
Il partito unico dell’amore
di Marco Travaglio
pag. 8
Berlusconi e la dittatura delle parole
di Pierfranco Pellizzetti
pag. 15
Appendice: Dal ‘94 ad oggi l’infinita serie di insulti
di Peter Gomez e Marco Travaglio pag. 17
del premier e dei suoi
Appendice: Il “Partito dell’Amore”
di Marco Travaglio
e il “mandante morale” dell’odio di rimessa
1
pag. 19
Orwell e il partito del rancore
Giuseppe Giulietti
(7 gennaio 2010 - MicroMega)
Non sarà stato il primo, ma sicuramente è stato tempestivo e originale il lettore, si firma Giuseppe da
Roma, che ha inviato alla rubrica delle lettere dell’Unità un messaggio che, più o meno, suona così:
andatevi a leggere il libro di George Orwell e scoprirete che il ministero addetto alla rieducazione
forzata degli animali riottosi portava già allora il significativo nome “di ministero dell’amore”...
Come avrebbe detto Renzo Arbore: meditate gente, meditate gente e nel frattempo andiamoci a
rileggere il libro dello scrittore inglese, quelle pagine erano una spietata critica delle degenerazioni dei
regimi comunisti e della rivoluzione bolscevica, ma potranno rivelarsi di grande interesse anche per tutti
noi.
Alle nostre lettrici e lettori chiediamo, infine, di segnalarci altre perle e altre citazioni, perché nei diversi
secoli e sotto diversi cieli e regimi si sono sempre sprecati i riferimenti all’amore, all’armonia, alla bontà;
generalmente, salvo poche eccezioni, le citazioni e le invocazioni sono sempre state funzionali alla
copertura di nefandezze e alla diffusione dell’odio e del rancore contro i propri oppositori.
In realtà, in tutte le lingue e in tutti i continenti chi invoca il partito dell’amore è quasi sempre un fiero
sostenitore del partito del rancore e del disprezzo di ogni diversità.
Riforme condivise, ovvero: qui comando io
di don Paolo Farinella, prete di Genova
(7 gennaio 2010 - MicroMega)
Il discorso ecumenico di fine d’anno del Presidente della Repubblica ha dato la stura alla feccia e alle
fogne. In un tempo normale, sarebbe stato un discorso sereno e di respiro pacificante con uno stimolo
alla speranza. Sarebbe stato … se non fosse …! Infatti, così fu.
Il Presidente non aveva ancora chiuso la sua augusta bocca che subito cominciano i botti di capodanno,
specialmente sulla sponda destra del Paese, per festeggiare il grande equilibrio, lo spirito unitario e
specialmente il richiamo alle riforme che la ministra Carfagna, esperta in materia, vorrebbe anche che
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fossero fatte «con amore» e magari fissate su calendario finto Pirelli. Detto e fatto. Bisogna fare subito
le riforme: lo dice anche il Capo dello Stato. Al convito di nozze delle riforme bisogna invitare anche
l’opposizione. Quale opposizione? Non certamente quella che c’è, ma solo quella che la Destra
vorrebbe e vuole, anche a costo di comprarla al mercato. Berluskonijad infatti domenica 3 gennaio,
sistemate le bende, va al supermercato a comprare un par di chili di «manzo condiviso». Com’era bello
il vostro presidente, con le bende del martirio!
Si dice che la cantina di Arcore sia piena di poster formare 6x6 con la sua faccia sanguinante che dai
muri delle città «colpirà» a morte, ma sempre con amore, i distributori dell’odio per le prossime elezioni
regionali. Una commissione sta già lavorando per le prossime politiche: invece dell’album di foto di
«Una famiglia italiana», distribuirà «porta-a-porta» una reliquia fatta con le bende e specialmente con la
camicia che in tutto il parapiglia non si è sporcata nemmeno di una goccia di sangue. E’ stato un
miracolo! Don Verzè glielo aveva anticipato: Tu sarai miracolato sulla via del Duomo. Tocchetti di
malta e silicone che ricoprivano la guancia sinistra colpita (ah! la sinistra fonte di perenne dolore!),
verranno messe all’asta e il ricavato andrà in beneficienza al sereno, mitico, sano partito dell’Amore. Lui
lo dice sempre: chi ama deve pagare!
Dal canto suo la sinistra – ohibò, non esageriamo! –, ma sarebbe meglio dire la destra che gira tanto su
se stessa che qualche volta si trova per caso a sinistra e si confonde, fa di tutto per facilitare l’en plain.
Chi fosse incredulo faccia un pellegrinaggio in Puglia o in Lazio e si accorgerà che tutto è pronto per
incoronare Berluskonijad 1° presidente a vita dei resti archeologici della ex sinistra, ora riformista, forse
centrista, probabilmente destra che non disdice di svoltare a sinistra quando si tratta di fare riforme
condivise.
Bersani è coccolato da tutta la destra e Berluskonijad manda ogni sera Bonaiuti, Bondi e Brunetta a
rimboccargli le coperte, a cantargli la ninna-nanna e a suonargli il serpente a sonagli per incantarlo. Con
Bersani, sì che si può parlare: è persona seria, non disdice il salvataggio del capo da quei cattivi dei
giudici, e poi anche lui vuole «più potere al premier» perché così qualche volta può andare a pescare a
Piacenza tranquillo e coltivare gli affetti «condivisi» in famiglia; tanto di là c’è lui che comanda sia la
maggioranza che l’opposizione. Meno male che non siamo al tempo di Troia perché allora si diceva che
«Timeo Danos et dona ferentes – Temo hgli sciacalli berlusconiani anche quando portano doni». Ma
no, Bersani è come il gas, «gli dà una mano».
La Moratti si chiama Letizia ed è così lieta del centenario di Bettino che ad ogni costo gli vuole
intitolare una via, ma ha un problema: «Via Bettino Craxi» potrebbe essere equivocato e tutti
potrebbero intendere «Fuori Bettino Craxi». Che fare? Come onorare uno «statista» che tanto fece per
l’Italia e per la «Milano da bere»? Gli si potrebbe dedicare il carcere di Opera con un cartiglio: «A
Bettino Craxi che questo carcere non ospitò perché da ladro di Stato, corruttore e corrotto, per il rotto
della cuffia riuscì a scappare a spese degli Italiani, fregandoli anche da latitante. Al grande Ladro, donna
Letizia pose in memoriam». Oppure si potrebbe optare per mettere una targa a Montecitorio: «In questa
casa del popolo espresse l’arte sua migliore di politico socialista e sognatore del sol dell’avvenire: qui fu
maestro di furto con destrezza, di corruttela con garbo, di politica con amore a pagamento. Monito
d’esempio perenne ai nuovi inquilini. Devoti posero i figli naturali, il figlio prediletto Berluskonijad e
tutti i delinquenti latitanti. Una prece».
Un mio amico prete con delicatezza mi ha fatto osservare che le mie note trasudano «astio», parola
ripetuta più volte e solo due volte ha detto anche la parola «odio», dichiarandosi preoccupato di
dovermi poi difendere anche di fronte a chi dà giudizi negativi. Siccome stimo questo mio amico, ho
riflettuto molto sulle sue parole e ho fatto anche un radicale esame di coscienza, andando a rileggere
qualche nota precedente. Mi sono detto: chissà che leggendo a freddo no venga fuori anche da me
questo sentimento di «astio». Devo però dire che non ho trovato in me e nei miei scritti tracce di «astio»
e tanto meno di «odio». Non conosco questi due sentimenti che non mi appartengono per natura, né
per formazione né per lavoro di profondità fatto in me per anni e anni. Ho controllato di corsa anche le
migliaia di e-mail ricevute da uomini, donne, anche preti, credenti e non credenti e alcuni hanno da
eccepire sul «tono» (a occhio il 5%), mentre il restante 95% condivide in tutto o in parte. Solo tre lettori
(un uomo e due donne) mi hanno chiesto «perché odio così tanto Berlusconi». Altre due persone mi
hanno chiesto di essere depennati dalla lista che comprende circa un migliaio di nomi.
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A questo punto, tiro io una conclusione. Se qualcuno percepisce sentimenti che io non nutro e non ho,
vuol dire questi ha un problema che deve risolvere e forse non è un problema di astio, ma di altro
genere che bisogna indagare e chiamare per nome. Voglio dire che forse sotto c’è dell’altro, situato a
livello d’inconscio che non viene a galla o gli si impedisce di venire a galla. Molti mi scrivono: «lei ha
coraggio». Io rispondo, ed è la verità: non è coraggio, ma solo coerenza con la propria coscienza e con
la fede. La materia poi non rientra tra quelle definite della dottrina, ma deve essere illuminata dalla
dottrina, altrimenti noi predichiamo in un modo e viviamo in un altro e questo non sta bene. Se
criticare il governo e i comportamenti personali del presidente del consiglio e i le sue leggi che cozzano
alla grande con i principi cristiani che lui dichiara «essere al centro dell’azione del suo governo» dà
fastidio alla gerarchia cattolica, il vescovo mio ha un solo obbligo di coscienza: dimettermi da parroco.
Lui però sa che non può fare a norma di diritto. Io penso che quando il presidente del consiglio scrive
pubblicamente al papa che «i principi cristiani sono al centro del governo da me presieduto», i preti, i
parroci, i vescovi, le suore, i cardinali, il papa, i santi e le sante, atei e non credenti dovrebbero sorgere
come una sola cosa e rovesciare il suo palazzo come una calza e buttarlo nella spazzatura non
riciclabile, magari in un inceneritore che lui stesso ha fatto finta di inaugurare. Io so e vedo che
l’apparato ecclesiastico tace e disorienta il suo popolo. Voglio sapere se per interesse o per complicità di
altro genere.
Per gli stessi motivi che io scrivo, nel 1977 il cardinale di Milano, Giovanni Colombo, ridusse allo stato
laicale un prete, Don Marco D’Elia, che criticava ferocemente la dc milanese (oggi confluita nella Lega
e nel pied-à-terre berlusconiano), Comunione e Liberazione e una parte della chiesa ambrosiana per gli
illeciti affari immorali «condivisi». A distanza di 33 anni, oggi quel prete viene riabilitato da un altro
cardinale, Dionigi Tettamanzi, che lo ha riammesso nel clero milanese. La cosa tragica è che nella Messa
di ringraziamento con lui hanno concelebrato il Decano che si è operato per riammetterlo e tre preti.
Solo tre preti su circa un migliaio di preti milanesi. Hanno fatto bene perché si sarebbero sentiti a
disagio (per non dire altro). E’ meglio che il mio vescovo non faccia nulla perché mi costringerebbe a
vivere almeno altri 33 anni in attesa che un altro cardinale, dopo di lui, ripeta la riparazione. E’ meglio
lasciare le cose come stanno.
Ai preti che mi telefonano e mi scrivono per incoraggiarmi ed esprimermi in privato la loro solidarietà,
dò la mia gratitudine, nulla pretendendo da loro e niente chiedendo, nemmeno che mi difendano
perché non so da cosa debbo essere difeso. Si vuole dire che sono pazzo? Lo si dica! Si vuole dire che
sono strano? Non equilibrato? Poco sacerdotale? Io garantisco la libertà di pensiero e di espressione.
Nessuna paura! Pongo a tutti, però, una semplice domanda che non può essere elusa: le cose che dico
«sono vere o sono false»? Il resto è pula che il vento disperde.
Verrà un giorno, in cui a noi verrà chiesto conto di dove eravamo in questi tempi, in questi giorni.
Ebbene, io non voglio essere nel mucchio degli ignari e degli ignavi. Sbaglio o indovino, io voglio
rispondere all’appello: «Presente. Io c’ero e ho dato del mio».
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Le dichiarazioni di Brunetta sulla Costituzione vanno prese sul serio perché rispecchiano una cultura assai diffusa nella maggioranza
di governo. Ma la difesa della Costituzione non può limitarsi a declamazioni retoriche ed, in fondo, inoffensive.
Le parole di Brunetta e l’assalto alla Costituzione
di Emilio Carnevali
(4 gennaio 2010 - MicroMega)
Ha ragione Antonio Padellaro (il Fatto di oggi) quando afferma che le dichiarazioni del ministro
Brunetta sulla necessità di cambiare la Costituzione a partire dall’articolo 1 (“l’Italia è una Repubblica
democratica fondata sul lavoro”) vanno prese sul serio. Come ha scritto Libero presentando l’intervista
pubblicata lo scorso 2 gennaio, Brunetta è uno che dice “a voce alta, sulle riforme da avviare nel 2010,
quello che tanti si limitano a pensare”.
Un mese fa “il popolo viola” ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone con parole d’ordine
tutte centrate sull’attualità e la difesa del testo costituzionale (il numero di MicroMega appena uscito in
edicola è proprio dedicato al racconto e all’analisi di questo movimento).
Tuttavia è necessario evitare un rischio concreto che può correre chi si propone, giustamente, di
assumere la Costituzione come bastione principale dell’opposizione al governo Berlusconi: quello della
inoffensiva declamazione di valori talmente vaghi che tutti, alla fine, possono dire di riconoscervisi
(finanche i superfalchi della riforma costituzionale); il rischio di rivendicare come titolo di merito un
certo atteggiamento naif e sprovveduto. L’equivoco consiste nel pensare che il presentarsi
“ideologicamente disarmati” possa servire ad aggregare un maggior consenso contro un avversario che
culturalmente e ideologicamente disarmato non è affatto, anche e soprattutto quando fa strame dei
valori fondamentali del patto di convivenza civile. Anche alcuni osservatori assai smaliziati ritengono
che un certo “analfabetismo politico di ritorno” possa salvarci dalle responsabilità storiche
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dell’opposizione: ma così si rischia di lasciare la politica a chi non la sa fare o a chi – per consapevole
calcolo dell’ingenuità altrui – ha prodotto già troppi danni.
La nostra è una delle Costituzioni più avanzate del mondo, frutto dell’elaborazione di grandi forze
popolari di cultura cattolica, liberale e socialista-marxista. Contiene fra le altre cose un amplissimo e
sistematico catalogo di diritti sociali che sancisce il superamento delle basi oligarchiche su cui si reggeva
la prima incarnazione dello Stato moderno di diritto. Ma questa non è un’acquisizione definitiva e
immutabile: quando Brunetta dice che la parte valoriale della Costituzione è “figlia del clima del
dopoguerra” e “ignora temi e concetti fondamentali come quelli del mercato, della concorrenza e del
merito” non dice cose campate in aria, purtroppo.
Ad esempio, nell’edificio giuridico europeo (rispetto al quale non possiamo imputare responsabilità al
governo Berlusconi) è più che evidente l’impronta rilevante di quella controrivoluzione liberista che ha
segnato il mutamento del clima politico e sociale dagli anni Ottanta in poi. Il principio di uguaglianza
sostanziale sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione (“è compito della Repubblica rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”) non trova riconoscimento nella Carta dei
diritti fondamentali dell’Unione Europea (proclamata a Nizza nel 2000 e integrata nel diritto
comunitario primario con la recente entrata in vigore del Trattato di Lisbona). Nella stessa Carta di
Nizza le norme in materia lavoristica sono inserite nel Capo IV (“Solidarietà”) per effetto di una
assimilazione dei temi lavoristici alle politiche di welfare che dice molto sul salto culturale intervenuto
rispetto alla prospettiva dei nostri costituenti.
In Italia difendere la Costituzione può voler dire anche assumere, su alcune grandi questioni, una
“parzialità” di punto di vista difficilmente compatibile con quel disincarnato appello ai buoni ed onesti
cittadini con il quale a volte si confonde il patriottismo costituzionale: quante forze politiche
attualmente presenti in Parlamento (anche all’opposizione) sarebbero ad esempio disposte a
sottoscrivere (comportandosi conseguentemente) l’art. 33 comma 3 della Costituzione (“enti e privati hanno
il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”)? O l’art. 11 (“l’Italia ripudia la
guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali”)? O l’art. 32 comma 2 (“Nessuno può essere obbligato a un determinato
trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti
imposti dal rispetto della persona umana”)? E si potrebbe continuare ancora a lungo con questo
elenco… Eppure la maggioranza dei cittadini italiani, come attesta da ultimo l’indagine pubblicata lo
scorso 29 dicembre da Il Sole 24 Ore, ritiene che la Costituzione non abbia bisogno di modifiche.
Intervenendo nel burrascoso dibattito di questi giorni sulla figura di Bettino Craxi ha scritto molto bene
Michele Serra: “Possibile che tocchi proprio al socialista Brunetta criticare l’articolo 1 della
Costituzione, che perfino nella sua retoricità è quanto di più socialista sia stato scritto dai padri della
Repubblica?”. Dal dibattito su Craxi a quello sulla Costituzione sarebbe davvero necessario tornare a
dare un senso compiuto alle parole, per non affogare tutti nella melassa di un ecumenismo insostenibile
da un punto di vista semantico prima ancora che politico.
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Cicchitto e la loggia dell’amore
di Giuseppe Giulietti
(4 gennaio 2010 – MicroMega)
Il presidente Napolitano aveva appena finito di pronunciare il suo appello alla riforme condivise, il capo
supremo aveva finto di manifestare le sue lodi e, dopo pochi minuti, sono arrivate le minacce dei suoi
bravi.
Lo scatenato Brunetta ha chiesto di picconare la Costituzione, tanto per non sbagliare ha proposto di
partire dall’articolo 1, così si evita il rischio di dimenticare qualcosa o qualcuno.
Il fido Feltri, quello che aveva annusato per prima la necessità di dare qualche bastonata mediatica alla
signora Veronica, al presidente Fini, alla Corte ostituzionale, al direttore dell’Avvenire Boffo, ha
preavvertito Napolitano esibendo la sua noia per le parole del Presidente della Repubblica.
Probabilmente a farlo sbadigliare è stata quella parte del discorso di fine anno dedicata alla intangibilità
della prima parte della Costituzione, quella, ma guarda un po’, che non piace nè a Brunetta nè al
ministro Calderoli, che al posto della Carta fondamentale preferirebbe, come è noto, una porcata in
salsa padana.
Qualche altro energumeno, tanto per oliare il dialogo, ha ricordato alle opposizioni che se non
dovessero decidere di “obbedir tacendo”, potrebbero essere sempre messe al tappeto dalla forza dei
numeri e da qualche bel pestaggio a reti unificate.
Buon ultimo, infine, è arrivato il presidente dei deputati della Pdl che, con raro sprezzo del pericolo, ha
svelato i nomi della loggia scoperta che guida il partito dell’odio contro Berlusconi, Napolitano e il Pd;
non contento della clamorosa rivelazione, il deputato della destra ha voluto fare un passo in più e ha
indicato i loro nomi, fino ad oggi restati ignoti: Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, quella sinistra
che non si vuole arrendere, qualche giudice, e i soliti terroristi mediatici, da Eugenio Scalfari a Marco
Travaglio.
Le rivelazione ha colto in contropiede tutti i palazzi della politica e delle istituzioni.
Cicchitto, tuttavia, ha deciso di non fermarsi qui. Nelle prossime ore pubblicherà anche i nomi della
loggia deviata che sta tentando di prendere in ostaggio il partito dell’amore e di inquinare la vita politica
italiana.
L’elenco completo sarebbe custodito a Arezzo, nella casa di un materassaio, amico di Silvio
Berlusconi...
Pur di entrarne in possesso il prode Fabrizio avrebbe deciso di fingere una sua adesione alla loggia, ma
tra qualche ora ci stupirà tutti con effetti speciali, distribuirà tutte le carte in suo possesso e manderà a
casa quella compagnia di ribaldi che vorrebbe liquidare la legalità repubblicana e la carta costituzionale.
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Il partito unico dell’amore
di Marco Travaglio
(4 gennaio 2010 - MicroMega)
Buongiorno a tutti. Intanto: buon anno! Parlavamo lunedì scorso di inciuci e dell’uomo che da quindici
anni si occupa di intrecciare inciuci con Silvio Berlusconi, ossia Massimo D’Alema con la sua ampia
corte.
Non solo inciuci ad aziendam
Tra l’altro vi dicevo la settimana scorsa della figura di Gianni Letta, il quale è un po’ il trait d’union, in
ottimi rapporti non solo con Berlusconi, essendo un ex dirigente della Fininvest, ma anche con
Massimo D’Alema, che l’ha sempre considerato un punto di riferimento irrinunciabile. A questo
proposito vi segnalo che, proprio in questi giorni, è uscito un libro scritto da due giornalisti di Avvenire e
pubblicato da Editori Riuniti, si chiamano Filippo Barone e Giusy Arena su Gianni Letta, dove si
raccontano tutti gli scandali che hanno costellato la lunga vita giornalistica, aziendale e poi politica di
Gianni Letta, così avrete un altro spaccato di quali sono i protagonisti dei vecchi inciuci e del nuovo
inciucio che sta per arrivare e che speriamo si riesca a scongiurare.
Ma dicevo di D’Alema: D’Alema l’abbiamo lasciato alle prese con le questioni televisive, la settimana
scorsa abbiamo raccontato di tutti gli inciuci che hanno consentito a Berlusconi di tenersi contro i
principi della Costituzione, contro la legge sull’incompatibilità e ineleggibilità dei concessionari
televisivi, le sue tre reti televisive, facendo politica e facendo anche per tre volte il Presidente del
Consiglio. Ma non ci sono soltanto quegli inciuci ad aziendam, ci sono anche gli inciuci ad personam
per Berlusconi e i suoi amici, che hanno avuto la possibilità di evitare più pesanti guai giudiziari non
soltanto grazie alle leggi che Berlusconi e i suoi amici si sono fatti durante i loro tre governi, ma tutti
dimenticano le leggi che il centrosinistra ha fatto a favore della casta, ma soprattutto a favore di
Berlusconi, quando il centrosinistra governava e aveva la maggioranza, ossia tra il 96... anzi tra il 95 il
governo Dini e il 2001 e poi tra il 2006 e il 2008. Tutto comincia proprio nel 95, quando per la prima
volta il centrosinistra, inteso come i popolari e il PDS, va al governo tecnico, a sostenere il governo
tecnico di Lamberto Dini insieme alla Lega Nord e, in quell’estate, viene approvata la prima legge
contro la giustizia, che è una riforma della custodia cautelare che rende molto più difficile mettere le
manette soprattutto ai colletti bianchi, per una serie di dettagli tecnici che, naturalmente, non è questa la
sede per spiegare: lo dico, perché sto studiando questa materia, in quanto sto preparando un libretto
che si intitolerà o dovrebbe intitolarsi “ Ad Personam” o qualcosa del genere, che sarà pubblicato da
Chiare Lettere a fine mese e quindi lì troverete tutte le leggi vergogna, tutte le leggi ad personam, ad
castam, ad aziendam che sono state varate da destra e da sinistra nella seconda Repubblica, le troverete
sintetizzate tutte insieme una per una, con le ragioni per cui sono state approvate, con le conseguenze
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che hanno prodotto e poi, naturalmente, con una sintesi del loro testo, di modo che nulla rimanga
impunito, perché è molto facile ricordare le leggi che si è fatto Berlusconi, ma molti preferiscono
dimenticare le leggi che a Berlusconi, oppure agli amici propri e anche a lui, sono state fatte dal
centrosinistra, quando invece avrebbe dovuto fare quello che aveva promesso ai propri elettori, ossia
risolvere il conflitto d’interesse, approvare leggi antitrust, rompere il monopolio televisivo, sottrarre la
RAI al controllo dei partiti etc..
La prima è proprio quella della custodia cautelare nel 95, quando i colletti bianchi vengono di fatto
salvati, salvo casi eccezionali, dal rischio di finire in galera in custodia cautelare e poi arriva, nel 96, il
governo di centrosinistra, sulla tv abbiamo visto che cosa è riuscito a fare e a non fare l’Ulivo, grazie
soprattutto a D’Alema e ai suoi uomini che, già all’epoca, erano gli azionisti forti di riferimento del
centrosinistra, previa visita di D’Alema, naturalmente, a Mediaset, dove D’Alema disse che Mediaset era
un grande patrimonio del Paese, confondendo forse il patrimonio di Berlusconi con il patrimonio del
Paese, Mediaset è patrimonio di Berlusconi, il patrimonio del Paese sarebbero le concessioni che,
infatti, lui non potrebbe avere per tre televisioni, ma ha sempre ottenuto anche per la terza abusiva. E
poi ci sono le leggi contro la giustizia: all’epoca erano leggi ad personas, nel senso che di persone da
salvare ce ne erano parecchie anche del centrosinistra, visto che i processi di tangentopoli erano tutti
aperti. E allora fu approvata una serie di leggi intanto per rendere sempre più lenti i processi e sempre
più probabile la prescrizione: fu approvata una legge che modificava l’articolo 513 del Codice di
Procedura Penale, che cosa vuole dire? E’ una legge che cestina le prove: con il vecchio articolo 513
succedeva questo, l’imprenditore confessava di aver pagato una tangente a un politico, dopodichè, dopo
averlo confessato, patteggiava la pena, evitava il carcere, di solito, ottenendo una pena inferiore ai tre
anni e quindi o andava in affidamento ai servizi sociali, se la pena era sopra i due e sotto i tre anni,
oppure andava direttamente con la sospensione condizionale della pena e se ne restava a casa sua, se la
pena era addirittura sotto i due anni. Patteggiava, usciva dal processo, nel processo rimaneva soltanto il
politico corrotto, il quale invece sceglieva il dibattimento, proprio perché il politico ben conosce che
conviene tirare alle lunghe, perché intanto può sempre succedere qualcosa e poi comunque la possibilità
che il reato vada in prescrizione è molto alta, conseguentemente il politico si fa tutta la trafila: indagini
preliminari, udienza preliminare, primo grado, appello e Cassazione, con il vecchio 513 , quello che
l’imprenditore corruttore aveva confessato nel suo processo, dove aveva patteggiato la pena per aver
corrotto il politico, il verbale valeva, ovviamente, anche nel processo a carico del politico e il giudice
che giudicava il politico aveva il diritto di sapere che cosa aveva confessato l’imprenditore, visto che la
tangente era la stessa. Se un imprenditore confessa una tangente a un politico il giudice che processa il
politico avrà pure il diritto di sapere che cosa aveva detto quell’imprenditore, che quella tangente ha
pagato al politico. Invece con il nuovo 513 quello che ha detto l’imprenditore non vale più, se non nel
suo processo e quindi nel processo al politico il giudice non può neanche sapere quello che ha detto
l’imprenditore, a meno che l’imprenditore anni dopo non decida di andare a ripetere le cose che aveva
detto nel suo processo anche nel processo al politico, ma dato che la legge non obbliga l’imprenditore a
farlo, quello che si chiama tecnicamente l’imputato di reato connesso o collegato, che è già uscito dal
processo e, in ogni caso, essendo un imputato di reato connesso, anche se va in aula e si presenta può
sempre rifiutarsi di rispondere, ecco, se il coimputato di reato connesso, che ha già patteggiato la pena
(l’imprenditore corruttore) si avvale della facoltà di non rispondere, oppure non si presenta neanche in
aula, non gli succede niente e conseguentemente di solito fa così. Perché? Perché non ha voglia di
tornare in un’aula di Tribunale, perché non ha voglia di dare fastidio a un politico che tanto, visto che
non è uscito di scena, potrà continuare a essergli utile in futuro. Ergo, il silenzio, la scena muta o
l’assenza dell’imprenditore che ha corrotto il politico, nel processo al politico fa sì che il politico viene
di solito assolto per insufficienza di prove, perché le prove erano sufficienti finché valeva la confessione
del politico, ma se la confessione del politico viene cestinata per legge la prova diventa insufficiente e
quindi il corruttore è stato condannato, ha patteggiato la pena per aver pagato il politico e quest’ultimo
viene assolto dall’accusa di essere stato corrotto dal politico. Vi rendete conto che quindi abbiamo una
sentenza che dice che l’imprenditore ha corrotto il politico e un’altra sentenza che dice che il politico
non è stato corrotto dall’imprenditore. Questa legge che cestina le prove viene dichiarata
incostituzionale dalla Corte Costituzionale, perché è una follia, è un’ingiustizia clamorosa, le prove
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bisogna vedere se sono buone o meno, non bisogna cestinarle: se proprio si vuole che il coimputato di
reato connesso, che è già uscito dal processo e ha patteggiato, vada a ripetere le accuse in aula, bisogna
fare una legge che le obblighi a farlo o che lo punisca se non lo fa, di modo che chi ha lanciato la pietra
poi non nasconda la mano e vada a ripetere tutto anche nell’altro processo. Invece non fanno niente
per disciplinare il diritto al silenzio o al non presentarsi dei coimputati e quindi dichiarano chiaramente
quale è la ratio di questa norma, che non è quella di assicurare il contraddittorio tra le parti nel processo,
ma è quella di cestinare le prove a carico dei politici colpevoli.
La porcata
La porcata, come vi ripeto, viene dichiarata incostituzionale dalla consulta dopo che l’avevano
approvata Camera e Senato quasi all’unanimità: politici di destra e politici di sinistra, nel 1997. La Corte
Costituzionale la boccia nel 1998 e che cosa fanno destra e sinistra insieme nel 1999? Trasformano la
legge che la Corte Costituzionale aveva appena dichiarato incostituzionale in legge costituzionale, con la
maggioranza dei due terzi, con la doppia lettura Camera /Senato, Camera /Senato e così prendono una
legge incostituzionale e la infilano nella Costituzione all’articolo 111, che viene ribattezzato “ giusto
processo”. E’ quel giusto processo che vi ho detto prima, il corruttore ha corrotto il politico, ma il
politico non è stato corrotto dal corruttore, cioè c’è una tangente sicura, viene condannato chi l’ha
pagata, ma chi l’ha presa no e questo lo chiamano il giusto processo. Questa porcheria viene fatta da
destra e sinistra messe insieme, oggi c’è qualcuno che si indigna, giustamente, per il fatto che Berlusconi
vuole infilare nella Costituzione il Lodo Alfano, che la Corte Costituzionale ha appena dichiarato
incostituzionale. Ebbene, l’hanno già fatto destra e sinistra insieme nel 1999 e, dato che l’hanno fatto
tutti insieme, nessuno ha detto mai niente.Fanno un’altra cosa, sempre nel 1997: depenalizzano l’abuso
d’ufficio non patrimoniale; che cosa è l’abuso d’ufficio? E’ quando un pubblico ufficiale o un incaricato
di pubblico servizio commette un abuso durante la sua attività nella Pubblica amministrazione: dà un
appalto alla persona sbagliata, fa un favoritismo in un concorso, lottizza un’A.S.L., questi sono gli abusi
d’ufficio di solito. C’è quello non patrimoniale, nel senso che non si riesce a dimostrare quale vantaggio
patrimoniale, con il tuo atto abusivo, hai procurato alla persona che hai favorito o quale svantaggio
patrimoniale hai procurato alla persona che hai sfavorito, favorendo l’altra. Questo è l’abuso non
patrimoniale. Se si riesce pure a dimostrare che l’abuso d’ufficio ha finalità patrimoniali, ossia volevi
favorire patrimonialmente la persona che hai agevolato o volevi proprio sfavorire patrimonialmente la
persona che hai svantaggiato e allora l’abuso d’ufficio è più grave e si chiama abuso patrimoniale. Che
cosa fanno destra e sinistra insieme nel 1997? Depenalizzano l’abuso non patrimoniale, che è quello più
facile da dimostrare: l’atto è abusivo, punto, poi chi ci ha guadagnato e chi no non c’entra, l’importante
è che l’atto sia abusivo, illegittimo. Perché lo depenalizzano? Intanto perché ci sono intere Giunte
Regionali sotto processo per abuso d’ufficio, per avere lottizzato le A.S.L. in Lombardia, le A.S.L. in
Piemonte, c’è l’intera Giunta regionale dell’Abruzzo, che è stata addirittura portata in galera in blocco
perché si spartiva abusivamente fondi europei. Con questa riforma vengono cancellati i loro reati:
perché? Perché non era stato dimostrato il vantaggio patrimoniale, se nomino un tizio del mio partito a
direttore generale dell’A.S.L. di Gallarate o di Moncalieri o di Viterbo - che ne so? - vai a dimostrare che
l’ho fatto apposta per fare un vantaggio patrimoniale a lui e uno svantaggio patrimoniale a un altro: ho
nominato uno del partito, che poi naturalmente mi sarà grato quando dovrà nominare i primari e cose
del genere e terrà d’occhio il mio orticello elettorale, no? Vai a dimostrare il vantaggio patrimoniale.
Bene, tutto questo tipo di abusi, lottizzazioni, nepotismi, favoritismi, concorsi truccati, familismi etc.
etc., quelli che sistemano l’amante, la fidanzata, il figlio etc., è tutto depenalizzato: pensate soltanto ai
concorsi universitari, ai figli dei baroni, ai padri etc., tutto depenalizzato. Rimane reato l’abuso
patrimoniale, cioè quando riesci a dimostrare il vantaggio patrimoniale, ma le pene vengono dimezzate
e così non c’è più l’intercettazione telefonica o ambientale e, soprattutto, c’è una prescrizione talmente
breve che è quasi impossibile fare il processo nei tre gradi di giudizio in tempo, prima che cali la
mannaia della prescrizione e così, di fatto, l’abuso d’ufficio non c’è più. C’è anche una finalità aggiuntiva
in questo inciucio tra destra e sinistra che cancellano il reato di abuso d’ufficio: l’abuso d’ufficio era un
reato grimaldello che serviva per entrare in altri reati; se uno fa un abuso non lo fa perché gli piace fare
gli abusi, ma lo fa perché si aspetta qualcosa in cambio; poi a volte scopri che cosa ha avuto in cambio e
allora lì c’è anche la corruzione, se non scopri che cosa che c’è stato in cambio punisci comunque l’atto
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abusivo, ma se scopri l’atto abusivo e puoi fare delle indagini su quell’atto abusivo, spesso scopri che
poi dietro c’è la mazzetta. L’abuso d’ufficio era diventato un ottimo sistema, per i magistrati, per entrare
nel sistema della corruzione e andare a cercare le mazzette: se non puoi più processare le persone per
l’atto abusivo non puoi più neanche continuare le indagini e trovare le mazzette, quindi è molto più
facile che le mazzette restino nascoste, questo è un altro bell’inciucio e lo dico perché l’altra settimana
abbiamo fatto il tormentone di D’Alema che diceva “ quali sarebbero, in tutti questi anni, gli accordi
sottobanco che avremmo fatto con Berlusconi? Sarei curioso di sentire l’elenco”: ecco, per esempio la
depenalizzazione dell’abuso d’ufficio, votato da destra e da sinistra con la maggioranza di centrosinistra,
che avrebbe potuto impedire queste cose e invece le ha fatte insieme al centrodestra, riforma del 513
incostituzionale, trasformazione della legge incostituzionale in legge costituzionale e poi una serie
incredibile di altre leggi, per esempio quella che ha salvato Dell’Utri. Nessuno se lo ricorda, lo troverete
in questo libro che sto facendo, ma nel 1999 Dell’Utri rischiava di finire in galera, perché era stato
condannato in appello per false fatture e frode fiscale a Torino, a tre anni e due mesi: tre anni e due
mesi sono sopra la soglia dei tre anni, sotto la quale in Italia non si va in carcere, ma si va in
affidamento al servizio sociale. Quindi, se la Cassazione avesse confermato quei tre anni e due mesi a
Dell’Utri, quest’ultimo sarebbe finito dentro anche se era parlamentare, perché i parlamentari hanno
l’immunità dall’arresto preventivo, ma non l’immunità dall’arresto per scontare la pena quando è
diventata definitiva, per cui sarebbero andati a prenderlo e l’avrebbero portato in galera. E allora che
cosa fa il centrosinistra insieme al centrodestra? Ma la responsabilità maggiore ce l’ha il centrosinistra,
perché ha la maggioranza in Parlamento in quel momento: una leggina che consente a Dell’Utri di
patteggiare in Cassazione. Ora il patteggiamento in Cassazione è una follia, è un controsenso: perché?
Perché il patteggiamento ha un senso in quanto se tu, prima che inizi il tuo processo, decidi di
patteggiare la pena risparmi alla giustizia in sacco di tempo e di risorse, perché non vai a fare il
dibattimento e conseguentemente non impegnerai giudici, cancellieri etc. per i dieci anni che ci vogliono
a fare primo grado, appello e cassazione, patteggi subito e buona notte. E lo Stato in cambio ti dà uno
sconto di un terzo della pena, questo è il patteggiamento. Se invece tu ti fai tutte le indagini, tutta
l’udienza preliminare, tutto il primo grado, tutto l’appello e poi, alla vigilia della Cassazione, dici “
patteggio”, allo Stato non gliene viene in tasca più niente e quindi, se ti dà lo sconto di pena, te lo dà
gratis, nel senso che ci guadagni soltanto tu imputato, lo Stato non ci guadagna niente, ecco perché il
patteggiamento non ha alcun senso. Il patteggiamento va fatto subito in udienza preliminare, quando
inizia il processo non puoi più patteggiare e invece no: fanno una legge che consente a Dell’Utri di
patteggiare addirittura in Cassazione, quando ormai per lo Stato non c’è più alcuna convenienza a
accordargli il patteggiamento e così Dell’Utri ottiene di patteggiare la pena in Cassazione, il processo è
durato esattamente quello che è durato, perché ormai siamo arrivati all’ultima casella del gioco dell’oca,
ma intanto Dell’Utri ottiene lo sconto di un terzo della pena, che gli consente di scendere sotto i fatidici
tre anni e quindi di non andare in galera e di restare in Parlamento. Nessuno si ricorda queste cose, ma
non le ha mica fatte Berlusconi, le ha fatte il centrosinistra insieme a Berlusconi che, nello stesso
periodo, naturalmente gli ha fatto passare una legge pro /Sofri, anche di questo nessuno si ricorda, ma
lo stesso promotore della legge pro /Dell’Utri, l’Avvocato Giuseppe Valentino di Alleanza Nazionale, è
il primo firmatario di un disegno di legge pro /Sofri e cosa era successo a Adriano Sofri? Che l’avevano
condannato in via definitiva per l’assassinio del commissario Calabresi e era finito in galera, perché
doveva scontare 22 anni insieme ai suoi complici, Bompressi e Pietro Stefani. A un certo punto aveva
chiesto la revisione del processo, sostenendo che c’erano delle nuove prove che lo scagionavano. A
giudicare l’ammissibilità della richiesta di una revisione di processo, cioè se si può iniziare il processo di
revisione o meno, c’è un filtro che è costituito dalla Corte d’Appello del distretto dove sei stato
giudicato e conseguentemente, quando vengono presentate queste presunte nuove prove, la Corte
d’Appello di Milano si pronuncia e dice “ non è vero, non sono nuove prove, erano già note, non sono
prove e non sono nuove”, per cui niente revisione. Sofri ricorre in Corte di Cassazione e, mentre
ricorre in Corte di Cassazione, in Parlamento questo Valentino di Alleanza Nazionale, insieme al
centrosinistra ovviamente, presenta una legge che dice che, quando viene chiesta la revisione del
processo, una volta dichiarata ammissibile non se ne deve più occupare la Corte d’Appello, che ha già
giudicato nel processo principale l’imputato, ma se ne deve occupare la Corte d’Appello del distretto
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più vicino. Se sei stato giudicato a Milano, nel processo di revisione si va a Brescia: tutto questo lo
fanno per premere sulla Corte di Cassazione, infatti quest’ultima, guarda un po’, annulla la decisione
della Corte d’Appello di Milano, che aveva dichiarato inammissibile la revisione e rimanda le carte alla
Corte d’Appello di Milano, che però non può più occuparsene perché, nel frattempo, hanno cambiato
la legge e hanno detto che se ne deve occupare Brescia. E allora se ne occupa la Corte d’Appello di
Brescia, la quale decide però come quella di Milano e dice “ le prove non sono né nuove, né prove, per
cui non è ammissibile la richiesta di revisione”, nuovo ricorso degli Avvocati di Sofri alla Corte di
Cassazione, la quale per la seconda volta annulla la dichiarazione di inammissibilità della revisione del
processo principale. E a chi manda le carte per valutare per la terza volta l’ammissibilità della revisione
del processo? Non più a Brescia, ma ancora una volta alla Corte d’Appello più vicina, cioè è iniziato una
specie di gioco dell’oca della giustizia: quelli di Venezia, che sono i più vicini a Brescia, si occupano del
caso e, dato che hanno capito l’antifona, cioè che o si accetta la revisione, oppure quelli cambiano
nuovamente la legge, accettano di fare la revisione del processo che si celebra a Venezia, davanti alla
Corte d’Appello, la quale alla fine decide che non c’è nessuna prova nuova e che quindi vanno
ricondannati Sofri, Bompressi, Pietro Stefani e il solito Marino, che però non aveva fatto istanza di
revisione e aveva confessato. A quel punto gli Avvocati di Sofri si rivolgono alla Corte di Cassazione
contro la sentenza che li ricondanna e la Corte di Cassazione stavolta stabilisce che ha ragione la Corte
d’Appello di Venezia, ossia che, anche se era ammissibile la richiesta di revisione, nel processo di
revisione giustamente i giudici hanno ritenuto che non bisognasse cambiare la sentenza di condanna
definitiva. Quindi mette una pietra tombale sulla faccenda, o forse crede di avervi messo una pietra
tombale, perché poco dopo Sofri si rivolge addirittura alla Corte di Giustizia Europea, la quale un’altra
volta stabilisce che i giudici italiani hanno rispettato tutte le regole e che conseguentemente la condanna
di Sofri è legittima. Ma tutto questo, che ha impegnato i giudici per anni e anni ancora, non sarebbe
stato possibile se destra e sinistra insieme, mentre salvavano Dell’Utri dall’arresto, non avessero anche
fatto una legge per cercare di salvare Sofri, sottraendolo al suo giudice naturale, quello di Milano, che a
lui, come a tanti altri imputati eccellenti (vedi Berlusconi e Previti) non piaceva per niente. Ecco perché
poi è difficile, per il centrosinistra, opporsi alle leggi ad personam che si fa Berlusconi: perché quelli del
centrosinistra hanno fatto, a loro volta, delle leggi ad personam per Sofri, per Dell’Utri etc. etc..
Silenziare i pentiti
In quella legislatura 96 /2001, mentre D’Alema presiedeva la Bicamerale, Berlusconi pretende dal
centrosinistra che passi qualsiasi cosa e il centrosinistra gliele dà tutte vinte: per esempio la legge sui
pentiti, una legge che era stata chiesta espressamente da Riina nel papello, una legge che toglie quasi
tutti i benefici ai mafiosi che collaborano con la giustizia e in più impone loro anche di parlare di tutta la
loro carriera mafiosa nei primi sei mesi della collaborazione. Dopodichè, qualunque cosa dicano, non
vale più. Immaginate uno che è stato mafioso per 50 anni, che ha commesso decine di delitti, come fa a
ricordarsi in sei mesi tutto quello che ha fatto nella sua vita? A volte magari non dà neanche importanza
a certe cose che assumeranno importanza successivamente, quando magari salta su qualcun altro a
raccontare qualcosa, o quando magramente al giudice viene da chiedergli qualcosa: ecco, se loro non ne
hanno già parlato nelle dichiarazioni introduttive nei primi sei mesi, quello che diranno dopo non sarà
più valido. E a che cosa serve, a che cosa mira questa legge, se non a silenziare i pentiti? E’ evidente che
è così, vogliono tappare la bocca ai pentiti non perché raccontino balle, perché se raccontassero balle li
lascerebbero parlare per tutta la vita, ma perché raccontano la verità: molti di loro nel 96, 97 e 98
stavano cominciando a parlare dei rapporti tra mafia e politica, delle trattative tra lo Stato e la mafia ai
tempi delle stragi e, addirittura, dei mandanti esterni delle stragi, quindi tutta la classe politica di destra e
di sinistra, con la Legge Fassino sui pentiti, decide di cucire la bocca ai mafiosi, di modo che chi si è già
pentito torni indietro e si penta di essersi pentito e ritratti tutto, cosa che purtroppo accade dopo quella
legge e chi, invece, stava per pentirsi e per collaborare e aggiungere altri particolari è stato silenziato,
perché era meglio che non parlasse e che certi altarini non venissero fuori. Ecco perché poi qualcuno
oggi fa lo spiritoso e dice “ ah, chissà come mai Spatuzza parla dopo tanti anni!”: perché all’epoca,
quando i pentiti parlavano, i politici hanno pensato bene di farli stare zitti, creando un clima tale per cui,
per diversi anni, si è capito benissimo che non conveniva parlare di certi argomenti, perché la politica,
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invece di fare di tutto per far dire la verità ai mafiosi, aveva tutto l’interesse a che i mafiosi stessero zitti
sui rapporti con la politica.
Sempre a proposito di quali sono gli accordi sottobanco fatti da centrosinistra e centrodestra che
D’Alema ci chiede di ricordargli e di rammentargli, che dire della chiusura delle carceri di Pianosa e
Asinara, che è un altro punto del papello di Totò Riina, che è stato realizzato negli anni del
centrosinistra? Altro che 41 bis! Era un’altra cosa il 41 bis nelle isole, lì sì i boss non riuscivano
veramente a comunicare verso l’esterno e, guarda caso, sono stati riportati tutti nelle carceri
continentali, dove è molto più facile intrattenere rapporti anche stando al 41 bis. E che dire della legge
che ha addirittura abolito l’ergastolo per i mafiosi coinvolti nelle stragi? Nessuno se le ricorda, queste
cose, ma per alcuni mesi nel 99 il centrosinistra e il centrodestra insieme hanno abrogato l’ergastolo per
il reato di strage, consentendo l’accesso al rito abbreviato anche agli imputati di strage: il rito abbreviato
è quello che si fa subito davanti al G.I.P. in udienza preliminare, senza iniziare il dibattimento, con le
prove trovate dai Pubblici Ministeri. Su quella base si fa il rito abbreviato, che dura pochissimo: non si
fa il dibattimento e quindi, in cambio, hai fino a un terzo di sconto della pena. Se uno ha fatto una
strage prenderebbe l’ergastolo, quanto è in terzo dell’ergastolo? Trenta anni. Invece dell’ergastolo, i
boss mafiosi delle stragi del 92 e 93 improvvisamente potevano arrivare a prendere soltanto trenta anni,
che poi in Italia diventano venti con l’istituto della liberazione anticipata e, dato che erano tutti in galera
da una decina d’anni, avrebbero avuto dinanzi a sé solo più dieci anni da trascorrere in carcere e
avrebbero anche potuto ottenere i primi permessi premio, perché avevano già scontato quasi la metà
della pena. Questa è un’altra clamorosa defaillance del sistema antimafia e è, guarda caso, un’altra delle
richieste che Riina aveva scritto nel papello, che è stata soddisfatta, almeno per alcuni mesi, della
legislatura del centrosinistra, dopodichè le proteste dei parenti delle vittime di Via dei Georgofili furono
così forti che alla fine, per fortuna, almeno sull’ergastolo il centrosinistra tornò indietro e ripristinò
un’aggravante speciale che riportava quei trenta anni all’ergastolo e quindi neutralizzava l’effetto di
sconto che portava gli stragisti a avere trenta anni e non più la pena a vita. Inoltre ci sono le leggi sui
reati fiscali, le leggi che aboliscono alcune fattispecie di utilizzo di false fatture, che consentono a
Dell’Utri un ulteriore sconto di pena, senza neanche il rischio di dover chiedere l’affidamento ai servizi
sociali, ossia lo fanno scendere sotto i due anni, entro i quali è compresa la sospensione condizionale
della pena. C’è una serie di leggi impressionanti - e poi le troverete nel libro - che rispondono
perfettamente alla domanda che D’Alema ha posto: “quali sarebbero gli accordi sottobanco?”.
Dopodichè arriva Berlusconi nel 2001, perché ha fatto saltare la Bicamerale: Bicamerale dove il
centrosinistra si era venduto l’anima, aveva concesso le cose più incredibili, vi basti sapere che la bozza
sulla giustizia votata dalla destra e dalla sinistra in Bicamerale, eccetto Rifondazione Comunista, era
praticamente la ricopiatura del piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, che infatti ne reclamò il
copyright in un’intervista al sottoscritto e, alla fine, Berlusconi gliela ha pure fatta saltare, perché voleva
pure l’amnistia e, dato che le elezioni ormai erano vicine, l’amnistia non la volevano né il centrosinistra
né i leghisti, né Alleanza Nazionale, ne aveva bisogno lui insieme ai suoi compari. Non gliela hanno
data e lui gli ha fatto saltare la Bicamerale, ma tanto in quei cinque anni aveva ottenuto tutto quello che
voleva, che bisogno aveva di regalare a D’Alema la patente di padre costituente? E infatti la riforma
costituzionale Berlusconi se la è organizzata in casa, in quella baita del Cadore insieme a Calderoli e altri
grandi costituzionalisti: quella è la legislatura 2001 /2006, governo Berlusconi, maggioranza di
centrodestra, in cui nascono leggi ad personam, nel senso che Berlusconi se le fa per sé, non ha più
bisogno del centrosinistra, perché il centrosinistra si è dissanguato e adesso è in minoranza. Avrà
bisogno del centrosinistra nuovamente dal 2006 al 2008 e infatti dal 2006 al 2008 il centrosinistra
ricomincia a dargliele tutte vinte: l’ordinamento giudiziario Castelli, che era una serie di decreti delegati
su cui poi il governo avrebbe dovuto esercitare le deleghe, se il governo di centrosinistra non li avesse
voluti esercitare, quei decreti delegati, la riforma Castelli sarebbe stata cestinata e questo avevano
promesso in campagna elettorale quelli del centrosinistra e invece hanno fatto passare quasi tutta la
riforma Castelli, trasformandola in Mastella, con un cambio di vocale e un cambio di consonante, per
creare i presupposti di quegli incredibili procedimenti disciplinari contro magistrati scomodi, che hanno
portato alla cacciata di De Magistris e poi dei magistrati di Salerno, proprio grazie alla riforma Castelli
/Mastella e, quando si è scoperto che la security della Telecom raccoglieva dossiers su giornalisti,
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magistrati, imprenditori e politici, che cosa ha fatto il governo di centrosinistra? Una legge per imporre
l’immediata distruzione di quei dossiers e, in uno di quei dossiers, si parlava di un certo “ Fondo
Quercia”, sul quale si stavano scatenando i migliori spioni del mondo per andare a vedere se, per caso,
quella quercia aveva qualche parentela con la Quercia dei DS e è strano: prima ancora di sapere che
cosa c’è nei dossiers di Tavaroli fai già un decreto per dire che vanno distrutti? Destra e sinistra tutti
insieme? Voi capite perché poi uno parla di ricatti dietro alla politica degli inciuci, di ricatti incrociati e
trasversali: io distruggo i dossiers tuoi e tu distruggi i miei e poi l’indulto; l’indulto con il centrosinistra
in maggioranza, che salva Previti facendo un indulto di tre volte più ampio di quello che serviva per
sfoltire le carceri in quel momento: invece di fare un indulto con uno sconto di pena di un anno ai
detenuti, ne fanno uno con uno sconto di pena di tre anni, perché a Previti serviva uno sconto di tre
anni, altrimenti sarebbe rimasto agli arresti domiciliari, indulto che naturalmente viene allargato ai reati
di corruzione e anche di corruzione giudiziaria e perfino di voto di scambio politico mafioso,
evidentemente perché c’erano interessi per salvare imputati di corruzione giudiziaria e sappiamo chi
sono (Previti) e di voto di scambio politico /mafioso, quelli non sappiamo chi sono perché.. magari lo
scopriremo tra qualche anno, visto che l’indulto vale per tutti i reati commessi fino al 2006, che magari
verranno scoperti nel 2009, nel 2010 o nel 2011.
Non so se ho risposto alla domanda di Massimo D’Alema: “ quali sarebbero, in tutti questi anni, gli
accordi sottobanco che avremmo fatto con Berlusconi? Sarei curioso di sentire l’elenco!”. Credo che se
il centrosinistra fosse stato per un solo giorno antiberlusconiano, come viene accusato di essere stato
per quindici anni, Berlusconi non sarebbe più in politica, sarebbe stato dichiarato ineleggibile, gli
sarebbero state tolte le televisioni e non in base a leggi comuniste o estremiste, ma in base a leggi
liberali che già esistono: legge del 57 e sentenza della Corte Costituzionale 94 /2002. Il fatto che non si
sia voluto fare neanche il minimo dimostra non solo che l’antiberlusconismo nel palazzo, a parte Di
Pietro e pochi intimi, non è mai esistito, ma che il problema in Italia è proprio il centrosinistra
berlusconiano o berlusconizzato e questo spiega per quale motivo ancora una volta, non essendoci noi
liberati e non riuscendo mai a liberarci della classe politica che ci ammorba da trenta anni a questa parte,
siamo costretti a rivivere continuamente ogni giorno la stessa scena e oggi abbiamo nuovamente
Violante, abbiamo di nuovo D’Alema, abbiamo di nuovo Berlusconi, che rifanno le stesse cose che
hanno fatto per quindici anni e che tentano anche di negarle, quando ormai li si vede a occhio nudo
dalle facce, dagli ammiccamenti che cosa stanno facendo e che cosa vorrebbero fare. Ecco perché
penso che, per liberarci del berlusconismo e di Berlusconi, non ci si possa concentrare solo sulla figura
di Berlusconi, ma anche di quegli altri che, in questi anni, gliele hanno date tutte vinte e ecco perché,
dopo il “ no Berlusconi day”, penso che abbia ragione Pietro Rica quando, per il 6 febbraio a Milano,
propone di tenere un “ no D’Alema day”, magari più piccolo, magari più circoscritto, ma sarebbe un
segnale, perché i due si tengono su reciprocamente come le due carte che stanno in piedi sul tavolo fino
a quando non ne cade una e, dopodichè, cade anche l’altra. Ricordatevi quel detto di Petrolini che,
quando un contestatore, dal loggione lo fischiava durante i suoi spettacoli, lo fischiava una volta, lo
interrompeva la seconda e lo interrompeva la terza, a un certo punto Petrolini alzò gli occhi e disse “ io
non ce l’ho con te, ce l’ho con il tuo vicino, che non ti ha ancora buttato di sotto!”.
Passate parola e buon anno!
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Berlusconi e la dittatura delle parole
di Pierfranco Pellizzetti, da Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2009
(28 dicembre 2009 - MicroMega)
«Tutti gli animali sono eguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». Dal maiale Napoleone (dittatore
della orwelliana “Fattoria degli animali”) al Napoleone di Arcore, la parola si conferma uno
straordinario strumento di dominio dei corpi colonizzando le menti. Per cui la “neolingua”, forgiata da
abili rimaneggiamenti e piegature dei significati verbali originari, diventa strumento di potere e arma da
guerra. Il suo scopo - descritto sempre da George Orwell nel celebre “1984” - non è solo fornire un
mezzo espressivo a beneficio degli adepti che sostituisca la vecchia visione del mondo e le vecchie
abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero.
In questi ultimi tre lustri il dominio della parola è stato un punto di forza indiscutibile della strategia
berlusconiana per la presa del potere. Cui gli avversari si sono supinamente accodati, finendo per
giocare la partita sul terreno tracciato dall’avversario; pensando con le sue categorie linguistiche.
Si prenda l’orrida definizione del prelievo fiscale come «mettere le mani nelle tasche dei cittadini».
Insomma, uno scippo. Fin tanto che lo dicono un padroncino del Nord-Est, un fancazzista privilegiato
che campa di rendita o un tribuno della neoborghesia possessiva lo si può capire (e magari deprecare o
irridere). Tutt’altra cosa in bocca a un rappresentante del fronte riformista, che dovrebbe avere chiaro
come le politiche distributive siano il fondamento del patto sociale welfariano, per assicurare quei
servizi pubblici che Jürgen Habermas definisce «le stecche del corsetto della democrazia».
Purtroppo quello del «mettere le mani in tasca» è diventato tormentone trasversale, con un particolare
aggiuntivo: accredita la rivolta antifiscale cavalcata dalla Destra, non conquista un voto che sia uno alla
Sinistra e – al tempo stesso – ne disamora la base elettorale tradizionale. Intanto i berluscones incassano
e ringraziano; ridacchiando per l’assoluta dabbenaggine di questa opposizione.
Una strategia comunicativa vincente, che potresti pensare opera di menti eccelse. Ma non è così.
Trattasi di prodottini originariamente aziendali, messi a punto all’inizio degli anni Novanta (già prima
della “discesa in campo” di Forza Italia e del suo sponsor) nelle botteghe milanesi di consulenza, che
vendono banalità infiocchettate con l’etichetta “comunicazione promopubblicitaria”.
Infatti, vivendo in quegli anni all’ombra della Madonnina si percepiva l’intenso lavorio per costruire gli
armamentari linguistici della prossima “discesa” non ancora annunciata. Gli anni in cui si progettò la
trasformazione di “comunista” in una parola altamente emotiva quanto scissa dalla propria storicità,
virata a sinonimo di generica “infamia”: puro marchingegno deprecativo come “giudeo” in bocca al
nazista. “Giustizialista” perse ogni riferimento al Peronismo argentino diventando il marchio
inquietante di un uso strumentale e vendicativo dell’azione giudiziaria. Le bubbole su “etica degli affari”
e “propaganda etica”, con cui si turlupinavano i consumatori (se compri una mentina salvi un orso
polare…), furono riciclate in propaganda politica all’insegna dell’amore («loro odiano, noi amiamo»).
Nient’altro che l’elaborazione di propaganda mendace (tipo lo slogan «meno tasse per tutti»), studiata a
tavolino dai cosiddetti “creativi” e senza nessuna attinenza con la realtà: tanto l’obiettivo è agire sulla
sfera subliminale del potenziale acquirente.
Nel frattempo le sessioni di public speaking insegnavano alla manovalanza del boss l’arte del
trasformare un dibattito in caciara.
Ma anche opera mai smascherata e contrastata dalle controparti. Piuttosto inseguita ed imitata. Si narra
che il PDS d’allora ingaggiò un guru della consulenza di marketing chiamato Klaus Davi (uno svelto
giovanotto con la gommina nei capelli) per apprendere gli arcani dell’arte. E magari farsi spiegare
l’inclita sentenza klausdaviana che la politica «è un fustino di Dash, non una borsa di Gucci».
Al di là del folklore (risibile o avvilente che sia), ciò che più interessa è prendere atto di quali siano i
laboratori del pensiero che alimenta il regime berlusconiano: nient’altro – appunto – che semplificazioni
consulenziali all’insegna della banalizzazione.
Non soluzioni, semmai trucchetti per impacchettare l’interlocutore; azzerare i problemi troppo difficili
per essere risolti davvero. C’è la crisi economica? Si dipingano scenari color rosa, irreali ma anestetici. Il
Parlamento crea problemi? Lo si riduca a timbrificio. I magistrati disturbano? Li si anemizzi
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finanziariamente e insieme li si delegittimi. Il Fatto Quotidiano o MicroMega pubblicano verità sgradite? Li
si demonizzi.
Insomma, solo cavatine (seppure altamente venefiche) contro ogni forma d’opposizione.
Da qui la centralità della “neolingua”, funzionale all’acronimo TINA («there is no alternative»). Seppure
come questione rimossa.
Noam Chomsky sostiene che, dopo bolscevismo e nazismo, TINA è il neo-totalitarismo del XXI
secolo.
Appendice
Dal ‘94 ad oggi l’infinita serie di insulti del premier e dei suoi
di Peter Gomez e Marco Travaglio
(da Il Fatto Quotidiano del 16 dicembre 2009)
Il capogruppo dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ieri ha spiegato in Parlamento che dal 1994 è in
corso in Italia “una campagna d’odio” contro Silvio Berlusconi. Fortunatamente il premier è
intervenuto subito e dall’ospedale San Raffaele, dove è ricoverato dopo la vergognosa e ingiustificabile
aggressione subita domenica sera, ha ricordato che “l’amore vince sull’odio”. Lo dimostrano, tra l’altro,
le centinaia di interventi suoi e di esponenti del centrodestra che negli ultimi 15 anni sono sempre stati
improntati al buon senso e alla moderazione. Ecco dunque una necessariamente breve antologia delle
migliori frasi di quello che potrebbe essere chiamato il Partito dell’Amore.
Il bon ton con gli avversari
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“Veltroni è un coglione” (Berlusconi, 3/9/95). “Veltroni è un miserabile” (Berlusconi, 4/4/2000).
“Giuliano Amato, l’utile idiota che siede a Palazzo Chigi” (Berlusconi, 21/4/2000). “Prodi? Un leader
d’accatto (Berlusconi, 22/2/95). “La Bindi e Prodi sono come i ladri di Pisa: litigano di giorno per
rubare di notte” (Berlusconi, 29/9/96). “Prodi è la maschera dei comunisti” (Berlusconi, 22/5/2003).
“Prodi è un gran bugiardo pericoloso per tutti noi” (Berlusconi, 21/10/2006). “Prima delle elezioni ho
potuto incontrare due sole volte in tv il mio avversario, e con soli due minuti e mezzo per rispondere
alle domande del giornalista e alle stronzate che diceva Prodi”. (Berlusconi alla scuola di formazione
politica di Forza Italia, 2 luglio 2007).”Con Prodi a Palazzo Chigi è giusto dire: piove governo ladro”
(Berlusconi, 10/4/2008). “Il centrosinistra? Mentecatti, miserabili alla canna del gas” (Berlusconi,
4/4/2000).”Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di
concentramento nazisti. La suggerirò per il ruolo di kapò” (inaugurando la presidenza italiana
dell’Unione europea e rispondendo a una domanda del capogruppo socialdemocratico, il tedesco
Martin Schulz, sul conflitto d’interessi, 2 luglio 2003). “Sono in politica perché il Bene prevalga sul
Male. Se la sinistra andasse al governo l’esito sarebbe questo: miseria, terrore, morte. Così come avviene
ovunque governi il comunismo (Berlusconi, 17/1/2005).
Il rispetto per gli elettori
“Lei ha una bella faccia da stronza!” (alla signora riminese Anna Galli, che lo contestava, 24/7/
2003).”Non credo che gli elettori siano così stupidi da affidarsi a gente come D’Alema e Fassino, a chi
ha una complicità morale con chi ha fatto i più gravi crimini come il compagno Pol Pot” (Berlusconi,
14 dicembre 2005). “Ho troppa stima dell’intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così
tanti coglioni che possano votare facendo il proprio disinteresse” (discorso di Berlusconi davanti alla
Confcommercio il 4/4/2006). “Le nostre tre “I”: inglese, Internet, imprese. Quelle dell’Ulivo: insulto,
insulto e insulto” (27/5/2004).
L’armonia con gli alleati
Berlusconi: “Parliamo della par condicio: se non abbiamo vinto le elezioni, caro Follini, è colpa tua che
non l’hai voluta abolire”. Follini: “Io trasecolo. Credevo che dovessimo parlare dei problemi della
maggioranza e del governo”. Berlusconi: “Non far finta di non capire, la par condicio è fondamentale.
Capisco che tu non te ne renda conto, visto che sei già molto presente sulle reti Rai e Mediaset”. Follini:
“Sulle reti Mediaset ho avuto 42 secondi in un mese”. Berlusconi: “Non dire sciocchezze, la verità è che
su Mediaset nessuno ti attacca mai”. Follini: “Ci mancherebbe pure che mi attacchino”. Berlusconi: “Se
continui così, te ne accorgerai. Vedrai come ti tratteranno le mie tv”. Follini: “Voglio che sia chiaro a
tutti che sono stato minacciato” (Discussione con l’Udc Marco Follini, secondo i quotidiani dell’11
luglio 2004).
La sacralità delle toghe
“I giudici sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana... Se fai quel mestiere, devi
essere affetto da turbe psichiche” (Berlusconi, The Spectator, 10/9 2003). “In tutti i settori ci possono
essere corpi deviati. Io ho una grandissima stima per la magistratura, ma ci sono toghe che operano per
fini politici. Sono come la banda della Uno bianca” (Berlusconi, dopo l’arresto del giudice Renato
Squillante, 14/5/96. Ma il riferimento è per quelli che l’hanno arrestato). “I Ds sono i mandanti delle
toghe rosse. Noi non attacchiamo la magistratura, ma pochi giudici che si sono fatti braccio armato
della sinistra per spianare a questa la conquista del potere” (Berlusconi, 1/12/99). “I giudici di Mani
Pulite vanno arrestati, sono un’associazione a delinquere con licenza di uccidere che mira al
sovvertimento dell’ordine democratico” (Vittorio Sgarbi, “Sgarbi quotidiani”, Canale5, 16/9/94).”Gian
Carlo Caselli è una vergogna della magistratura italiana, siamo ormai in pieno fascismo: si comporta
come un colonnello greco, in modo dittatoriale, arbitrario, intollerante. I suoi atti giudiziari hanno
portato alla morte” (Vittorio Sgarbi, 8/12/94). “Nelle mie televisioni private non ci sono mai state
trasmissioni con attacchi, perchè noi siamo liberali” (Berlusconi, 21/ 5/2006). “Silvio Berlusconi,
durante l’ufficio di presidenza del Pdl ancora in corso, secondo quanto riferito da alcuni partecipanti, ha
parlato di una vera e propria persecuzione giudiziaria nei suoi confronti , che porta il paese sull’orlo
della guerra civile” (Ansa, 29/11/09)
La fiducia nella democrazia
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“Si è messo mano all’arma dei processi politici per eliminare l’opposizione democratica. Non siamo più
una democrazia, ma un regime. Da oggi la nostra opposizione cessa di essere opposizione a un governo
e diventa opposizione a un regime” (Berlusconi, dopo una condanna in primo grado tangenti, 8/8/98).
“La libertà non si può più conquistare in Parlamento, ma con uomini lanciati in una lotta di liberazione.
Senza la devoluzione, da qui possono partire ordini di attacco dal Nord. Io sono certo di avere dieci
milioni di lombardi e veneti pronti a lottare per la libertà” (Umberto Bossi al “parlamento padano”,
presente Berlusconi, Ansa, 29/9/2007). “Boicotteremo il Parlamento, abbandoneremo l’aula, se
necessario daremo vita a una resistenza per riconquistare la libertà e la democrazia” (Berlusconi,
3/3/95). “In Italia c’è uno Stato manifesto, costituito dal governo e dalla sua maggioranza in
Parlamento, e c’è uno Stato parallelo: quello organizzato in forma di potere dalla sinistra nelle scuole e
nelle università, nel giornalismo e nelle tv, nei sindacati e nella magistratura, nel Csm e nei Tar, fino alla
Consulta. Se si consentirà a questo Stato occulto di unirsi allo Stato palese, avremo in Italia un regime
vendicativo e giustizialista, mascherato di legalità e ostile a tutto ciò che è privato” (Berlusconi,
5/4/2005). “Adesso diranno che offendo il Parlamento ma questa é la pura realtà: le assemblee
pletoriche sono assolutamente inutili e addirittura controproducenti”.(Berlusconi, 21/5/2009)
Il galateo istituzionale
“Il presidente Scalfaro è un serpente, un traditore, un golpista” (Berlusconi, La Stampa, 16/1/95).
“Altro che impeachment! Scalfaro andrebbe processato davanti all’Alta Corte per attentato alla
Costituzione. E di noi due chi ha maneggiato fondi neri non sono certo io. D’altra parte, Scalfaro da
magistrato ha fatto fucilare una persona invocandone contemporaneamente il perdono cristiano. Bè,
l’uomo è questo! Ha instaurato un regime misto di monarchia e aristocrazia” (Berlusconi 18/1/95). “Io
non sono in contrasto con il capo dello Stato, non ne ho nessun motivo, anzi sono un suo sostenitore
convinto. Ho con lui un rapporto molto cordiale” (Berlusconi, 28/2/95). “Ma vaffanculo!” (Berlusconi,
accompagnando l’insulto con un gesto della mano, mentre il presidente emerito Scalfaro denuncia in
Senato il «servilismo» della politica estera del suo governo nei confronti degli Usa sull’Iraq, 27/9/2002).
“Italia vaffanculo” (Tre eurodeputati leghisti, commentando in aula a Strasburgo l’intevento del
presidente Carlo Azeglio Ciampi, 5/7/05). “Questi signori, che hanno vinto delle elezioni taroccate,
hanno arrogantemente messo le mani sulle istituzioni: il presidente della Repubblica è uno di loro”
(Berlusconi, riferendosi al presidente, Giorgio Napolitano, 21/10/06).
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Appendice
Il “Partito dell’Amore”, e il “mandante morale” dell’odio di rimessa
di Marco Travaglio
(Il Fatto, 16/12/2009)
Iniziamo con la prima parte: Il Complotto, i Mandanti, il Partito dell’Odio e dell’Invidia
Ebbene sì, han ragione Cicchitto, Capezzone e Sallusti, con rispetto parlando. Inutile negare l’evidenza,
non ci resta che confessare: i mandanti morali del nuovo caso Moro siamo noi di Annozero e del Fatto,
in combutta con la Repubblica e le procure rosse. Come dice Pigi Battista sul Corriere, abbiamo creato
“un clima avvelenato”, di “odio politico”, roba da “guerra civile”. Le turbe psichiche che da dieci anni
affliggono l’attentatore non devono ingannare: erano dieci anni che il nostro uomo, da noi selezionato
con la massima cura (da notare le iniziali M.T.), si fingeva pazzo per preparare il colpo.
E la poderosa scorta del premier che si è prodigiosamente spalancata per favorire il lancio del souvenir
(come già con il cavalletto in piazza Navona) non è che un plotone di attivisti delle Brigate Il Fatto,
colonna milanese Annozero. Siamo stati noi. Abbiamo spacciato per cronaca giudiziaria il racconto dei
processi Mills, Mondadori e Dell’Utri, nonché la lettura delle relative sentenze, mentre non era altro che
“antiberlusconismo” per aprire la strada ai terroristi annidati nei centri di igiene mentale. Ecco perché
non ci siamo dedicati anche noi ai processi di Cogne, Garlasco, Erba e Perugia: per “ridurre l’avversario a
bersaglio da annichilire” (sempre Battista, chiedendo scusa alle signore).
Seconda parte: le carinerie del Presidente del Partito dell’Amore
Ci siamo pure travestiti da leader del centrodestra e abbiamo preso a delirare all’impazzata. Ricordate
Berlusconi che dà dei “coglioni” alla metà degli italiani che non votano per lui, dei “matti antropologicamente
diversi dal resto della razza umana” ai magistrati, dei “golpisti” agli ultimi tre presidenti della Repubblica, dei
fomentatori di “guerra civile” ai giudici costituzionali e ai pm di Milano e Palermo, dei “criminosi” a Biagi,
Santoro e Luttazzi, che minaccia Casini e Follini di “farvi attaccare dalle mie tv” perché “mi avete rotto il
cazzo” e invoca “il regicidio” per rovesciare Prodi? Ero io che camminavo in ginocchio sotto mentite
spoglie e tre chili di cerone. Poi, già che ero allenato, mi sono ridotto a Brunetta per dire che questa
“sinistra di merda” deve “morire ammazzata”. Ricordate Bossi che annuncia “300 uomini armati dalle valli della
Bergamasca”, minaccia di “oliare i kalashnikov” e “drizzare la schiena” a un pm poliomielitico, sventola
“fucili e mitra”, organizza bande paramilitari di camicie verdi e ronde padane perché “siamo veloci di mano
e di pallottole che da noi costano 300 lire”? Era Santoro che riusciva a stento a coprire il suo accento
salernitano con quello varesotto imparato alla scuola di dizione.
Ricordate Ignazio La Russa che diceva “dovete morire” ai giudici europei anti-crocifisso? Era Scalfari
opportunamente truccato in costume da Mefistofele. E Sgarbi che su Canale5 chiamava “assassini” i pm
di Milano e Palermo e Caselli “mafioso” e “mandante morale dell’omicidio di don Pino Puglisi”? Era Furio
Colombo con la parrucca della Carrà. E chi pedinava il giudice Mesiano dopo la sentenza Mondadori
per immortalargli i calzini turchesi? Sandro Ruotolo, naturalmente, camuffato sotto le insegne di Canale5.
Chi si è introdotto nel sistema informatico di Libero e poi del Giornale di Feltri e Sallusti per accusare
falsamente Dino Boffo di essere gay, Veronica Lario di farsela con la guardia del corpo, Fini di essere un
traditore al soldo dei comunisti? Quel diavolo di Peter Gomez. Chi ha seviziato Gianfranco Mascia, animatore
dei comitati Boicotta il Biscione? Chi ha polverizzato la villa della vicedirettrice dell’Espresso Chiara Beria dopo
una copertina sulla Boccassini? Chi ha spedito a Stefania Ariosto una testa di coniglio mozzata per
Natale? Noi, sempre noi.
Ora però ci hanno beccati e non ci resta che confessare. Se ci lasciano a piede libero, ci impegniamo a
non dire mai più che Berlusconi è un corruttore amico di mafiosi. Lui è come Jessica Rabbit: non è
cattivo, è che lo disegnano così.
(di Marco Travaglio - Il Fatto)
P.S.: Travaglio dimentica di essere stato anche e sempre lui, travestito da Berlusconi, ad aver dato del
kapò a Shultz, dell’abbronzato a Obama, e di aver detto a noi che non riusciamo né ad apprezzarne la
grandezza, né ad amarlo, che, oltre ad essere coglioni, siamo anche maleodoranti, e persino malvestiti.
Ebbene, su questo, come dargli torto? Normalmente non vestiamo Caraceni. Tafanus.
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Il partito dell`amore