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Inediti e Rari
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“Il Secolo” 6 gennaio 1922
La liquefazione dell’Universo
Quindici secoli or sono la Germania distruggeva l’Impero Romano con
il martello delle invasioni. Ma ai terribili
colpi l’Occidente devastato rispondeva mandando agli invasori, turbolenti e
famelici di preda, santi e missionari, che
insegnavano loro con il cristianesimo i
primi rudimenti di un nuovo ordine morale e sociale.
Otto anni fa la Germania assaliva e
invadeva non più soltanto l’Occidente,
ma l’Occidente e l’Oriente insieme; e in
quattro anni distruggeva mezza Europa. L’impero russo è caduto; l’impero
inglese vacilla e non pare probabile che
debba sopravvivere a lungo ai colpi che
il nemico gli ha inferto; la Francia, l’Italia, il Belgio si reggono come possono.
Dei paesi sorti sulle rovine dell’impero
austriaco non parliamo neppure. Ma
l’Occidente assalito risponde, come
quattrordici secoli or sono, insegnando
a questa formidabile forza, che ha precipitato l’Europa nell’anarchia, lo spirito dell’ordine, il rispetto del diritto, il
senso della stabilità e della misura, le discipline di un ideale che non trascendna
i limiti dell’umano?
All’opposto. Questa volta la Germania, dopo gli eserciti che hanno a colpi
di cannone diroccato dalle fondamenta
l’ordine politico e sociale dell’Europa,
manda i filosofi a distruggere quel po’ di
ordine spirituale, che resta ancora nelle
menti.
Adriano Tilgher, in un suo denso,
chiaro, luminoso libretto su i “Relativi-
sti contemporanei” studia questa nuova
offensiva filosofica - io la chiamerei proprio così - che la Germania ha intrapresa contro l’ordine spirituale della civiltà
occidentale. Ecco il Vaihinger, il creatore
della “filosofia del come se”, il quale porta alle ultime conseguenze un indirizzo
filosofico da venti anni in fervore, cercando di dimostrare che tutti i concetti del
nostro spirito, tutte le leggi delle nostre
scienze, tutte le categorie dei nostri sistemi, non sono che miti, simboli, finzioni,
pieni di contraddizioni, senza consistenza
reale, mutevoli da epoca a epoca, da luogo a luogo, da persona a persona. Ecco
l’Einstein, il maestro dell’ora che volge, il
quale distrugge anche nella fisica il concetto dello spazioo e del tempo obiettivi,
esistenti in sé, indipendentemente dalle
cose che li riempiono; e nega addirittura
il fondamento della scienza galileiana e
newtoniana, l’esistenza di una realtà fisica,
che lo spirito possa contemplare e conoscere dal di fuori. Ecco lo Spengler, l’autore di un’enorme opera sulla Decadenza
dell’Occidente, popolarissima in Germania,
per il quale tutte le civiltà si equivalgono,
sono irriducibili l’una all’altra e destinate
ugualmente a nascere e a perire; onde dall’una all’altra parte non c’è progresso; e il
compito del genere umano rassomiglia al
tormento di Sisifo: creare per distruggere,
distruggere per creare.
Adriano Tilgher, Relativisti contemporanei, con
prefazione di Mario Missiroli (3. edizione),
Roma 1922.
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Per ora, di queste dottrine, soltanto
quella dell’Einstein è conosciuta e, in un
certo senso, popolare in Italia. Ma a giudicare della rapidità con cui le dottrine
dell’Einstein si sono diffuse, non è temerario supporre che né l’Italia né la Francia
non avranno la forza di resistere neppure
alle altre. Il libro stesso del Tilgher prova,
che v’è nell’aria una specie di mania suicida, la quale, aspettando e preparando le
catastrofi politiche, a cui queste filosofie
precorrono, si diletta di distruggere l’universo con l’immaginazione.
***
Il Tilgher è, insieme con il Rensi, uno
degli spiriti più vivi e acuti apparsi negli
studi filosofici da un pezzo in qua. Meno
robusto, come dialettico, del Rensi, è più
fine, più artista e direi quasi animato da un
intimo senso poetico, che al Rensi manca.
Senonché l’uno e l’altro mi sembrano due
vigorosi esploratori, che in mezzo allo
smarrimento universale degli spiriti hanno trovata la buona direzione per arrivare
alla verità; ma che, strada facendo, sono
arrivati ad un lago incassato tra i monti;
e dovrebbero attraversarlo in linea retta
per arrivare alla meta: operazione facile, a
cui una piccola barca basterebbe. Il Rensi
invece rischia addirittura di perdersi sulle
pendici boscose del lago; e di ritornare sui
propri passi verso gli errori, a cui avevano volto le spalle, credendo di continuare
nella buona via. Il Tilgher non perde di
vista l’acqua; ma invece di imbarcarsi e tagliar diritto vagabondeggia lungo le rive...
Il Rensi ha capito e dimostrato, massime nei Lineamenti di filosofia scettica, di cui
ora la seconda edizione vede la luce, che
G. Rensi, Lineamenti di filosofia scettica (2.
edizione) Bologna, Zanichelli.
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il mondo moderno è una immensa anarchia, alimentata da filosofie e da dottrine
sofistiche, le quali sotto i bei nomi di assoluto, di spirito, di diritto, di progresso,
di giustizia, di libertà, moltiplicano gli
stimoli e gli incoraggiamenti a tutte le
passioni e a tutti gli interessi nemici di
ogni vera disciplina morale e politica. Ma
a questo punto si è fermato e, preso da
un grande odio del disordine presente,
l’ha maltrattato come una malattia, le cui
origini rimontano niente meno che alla
battaglia di Salamina; e che merita solo il
ferro. Chiamare responsabili della nostra
anarchia i Greci e i Romani, che, vincendo i Persiani e i Cartaginesi a Salamina
e al Metauro, hanno imposto all’Europa
la “concezione politica individualista”
mi pare una esagerazione. Quanto alla
dottrina della forza, a cui tutta la filosofia del Rensi mette capo, essa mi sembra
un po’ campata in aria. Se il mondo occidentale è matto da più di venti secoli,
chi fabbricherà e applicherà la camicia di
forza? Il Tilgher a sua volta, posto dinanzi a queste filosofie relativiste, si direbbe
che non sappia non ammirarle, come una
grande conquista edl pensiero umano, e
maledirle, come un segno mortale della
malattia che travaglia il mondo. Di lodi,
in cui vibra il consenso ammirativo, il
piccolo libro è pieno. Ma il libro finisce,
affermando che il relativismo può soltanto annientare; e che perciò esso è “l’ultimo
atto della crisi mondiale”. L’ultimo accesso
di una malattia mortale, dunque; perché il
Tilgher nella crisi mondiale vede il disfacimento dell’ordine presente di cose.
A me pare che il Rensi rischia di
smarrire la strada e il Tilgher di fermarsi
a mezza via, perché né l’uno né l’altro si
rendono conto che l’anarchia presente di
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tanta parte del mondo è l’ultimo effetto
di un grandioso movimento storico, incominciato circa due secoli fa, e che ha spinto la civiltà occidentale alla conquista della
terra e dei suoi tesori. In nessuna epoca il
genere umano aveva computo uno sforzo
più grande di creazione e di distruzione.
Ma perché potessero compiere questo
sforzo i popoli dell’Europa e dell’America
dovevano svegliare e eccitare tutte le energie sonnecchianti da secoli nello spirito
umano; e perché queste energie potessero svegliarsi e muoversi bisognava che le
qualità delle cose si confondessero nello spirito del
mondo. Gli uomini non avrebbero potuto
compiere uno sforzo così veemente, così
affannoso, così affrettato, se fossero stati
impacciati da una morale troppo rigida e
precisa, da gusti artistici troppo raffinati
ed esigenti, da tradizioni, da costumi, da
istituzioni troppo rigorose, da autorità
troppo imperiose, così nell’ordine spirituale come nell’ordine politico.
Chi considera da questa specola la storia del XIX secolo - la filosofia, la politica, l’arte, l’economia, il costume - può
spiegarsi, senza ammettere che il mondo
è impazzito, come da un secolo abbiano
sempre trionfato le dottrine, i partiti, le
scuole che accrescevano il disordine del
mondo; ed abbiano trionfato al punto che
il mondo comincia a smarrirsi nella nuova confusione delle lingue. Intende come
a racconciare il caos presente la forza, che
l’ha creato, non serva a nulla e sia tempo
perso citare innanzi al tribunale della storia i vincitori di Salamina. E non è sorpreso, perché se li spiega, dai presenti trionfi
della filosofia relativista. Questi trionfi
provano soltanto che con la guerra mondiale il disordine dei tempi non ha ancora
toccato la vetta; che non avendo trovato
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la forza di risalire verso un ordine più stabile, noi dobbiamo precipitare verso un
disordine più grande.
Il Tilgher mi pare aver ragione, quando, sia pur con parole più velate, dice che
tutte queste filosofie sono anarchiche,
perché facendo di ogni uomo la misura
dell’universo, del bene e del male, del vero
e del falso, del bello e del brutto, gli riconoscono il diritto, potendo, di far ciò che
gli piace. Tutte: anche quelle che sembravano occuparsi soltanto dei movimenti
degli astri in fondo allo spazio.
La credenza nella realtà obiettiva del
mondo è necessaria alla stabilità spirituale, politica e sociale di un’epoca. Chi potrà
mai credere che ci sia alcunché di fermo
e di fisso nelle leggi e nella morale degli
uomini, se pensa che perfino la forma
dell’universo non è che una mobile fantasmagoria dello spirito umano? La Chiesa
cattolica l’ha capito da un pezzo; e perciò
ha messo la realtà del mondo come fondamento di tutta la filosofia.
Prepariamoci dunque, dopo tanti imperi e regni e stati e leggi e fortune che
sono caduti, a veder tutta la fabbrica dell’Universo rotolare in un gigantesca rovina, con il tempo e con lo spazio, con la
materia e con la forza, giù giù per i burroni dell’infinito. È una catena. Ma presto o
tardi, il giorno in cui, dopo tanto distrugere, occorrerà ricominciare a costruire,
verrà. E quel giorno l’uomo, nel tempo
stesso in cui sentirà più solido il terreno
sotto i piedi, sentirà anche più ferma la
volta del cielo sul suo capo. L’universo,
che oggi si sta liquefando, a mano a mano
che la società si dissolve, si rapprenderà
di nuovo in forme solide, quando l’ordien
sociale si ricostituirà.
Guglielmo Ferrero
Libro Garibaldi
o
superiorità e sentimento comunitario
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“Il Secolo” 13 gennaio 1922
Fra due disperazioni
Lettera aperta a Guglielmo Ferrero
Caro Ferrero,
Le considerazioni che giorni fa, con
una cortesia di parole nei miei riguardi di
cui Le sono infinitamente grato, pubblicava nel Secolo a proposito del mio volumetto sui Relativisti Contemporanei mi
suggeriscono in risposta alcune riflessioni
che chiedo il permesso di esporre ai lettori del Secolo.
Ella è d’accordo con me nel giudicare
l’inaudito dilagare delle dottrine relativista in Germania e, di là, in tutta Europa,
come ultimo atto, per ora, nel mondo delle idee della crisi mondiale aperta nel fatale agosto 1914, crisi alla quale ha messo, e
doveva logicamente metter capo, la civiltà
capitalistica. Civiltà essenzialmente dinamica volontaristica attivistica, dico io, civiltà la cui anima profonda è la volontà di
potenza, la sete è frenesia di azione, onde
l’uomo considera il mondo come docile
materia della sua attività, grazie alla quale
egli va lentamente rimovendo sempre più
lontano da sé ogni limite che lo serra e costringe, approssimandosi così sempre più,
se pur senza giungervi mai, all’assoluta e
divina onnipotenza. Civiltà quantitativa,
dice Lei, come quella che ha rovesciato e
distrutto tutte le qualità create dalle civiltà precedenti, cioè tutti i limiti, principii,
convenzioni, tradizioni, autorità, regole,
elaborati in un secolare travaglio dalle anteriori civiltà, ed ha rotto ogni diga dinanzi all’infinita attività e libertà dello spirito.
Come vede, nel giudizio sulle caratteristiche essenziali della civiltà contemporanea
noi andiamo abbastanza d’accordo, solo
che, mentre io la considero come una
civiltà animata, al pari di tutte le grandi
ed originali civiltà fiorite sulla terra, da
un principio sui generis, che, man mano
ch’essa avanza nella sua storia, si va facendo sempre più chiaro, evidente e trasparente a sé medesimo e perciò stesso si va
realizzando sempre più in tutta la purezza
della sua natura, Ella considera o dovrebbe logicamente considerarla come degenerazione e negazione di civiltà, civiltà
consistendo per lei essenzialmente in un
sistema di principii, convenzioni, regole,
autorità, cioè qualità, elaborati ed imposti
da una volontà grande, cioè da una volontà collettiva che riassorbe in sé la volontà
individuale e la forza di piegarsi.
Appunto perché nella civiltà quantitativa Ella, più che una civiltà sui generis, vede la degenerazione e corruzione di
una civiltà, Ella spera, e Le è lecito sperare, in un rinsavimento degli uomini, in
un ritorno ai principii di limitazione che
furono proprii di vecchie civiltà qualitative e che ora sembrano morti per sempre,
e sono invece, Ella pensi, semplicemente
latenti. Menoottimista sono, e debbo necessariamente essere io, che nella civiltà
capitalista e nella fase presente di essa
che volentieri caratterizzerei come quella
dell’imperialismo democratico in politica
e dell’attivismo assoluto in filosofia, vedo
non già la corruzione di una civiltà, ma la
necessaria fase di sviluppo per principio
profondo da cui è animata la civiltà capitalistica. È su questo punto che il dissen-
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so fra Lei e me è veramente profondo e
insanabile. Ella crede (e deve crederlo, se
lo va invocando) che si possa tornare indietro. Io credo, invece, che si andrà avanti, sempre più avanti, e con ritmo tanto
più accelerato, quanto più netta e precisa
è la coscienza che lo stato d’animo, che
è alla base della civiltà capitalistica, va assumendo di sé, fino a che questo si sia
consumato ed esaurito per intero. Deriva
da questa persuasione profonda quello
che Ella chiama il mio vagabondare sulle
rive del lago senza risolvermi mai a traversarlo ed a scampare sull’altra riva. Gli
è che, per me, quello che a Lei par lago è
un oceano in tempesta, tempesta che si va
facendo sempre più alta e tremenda, ed io
non vedo riva a cui riparare, né zattera su
cui avventurarmi.
***
Quanto a Lei, crede, evidentemente di
essere al sicuro dall’uragano e di sentirsi
la terra ferma sotto i piedi. Mi consenta,
l’illustre e caro amico, anche se ciò possa
recarle dispiacere e sembrarle nera ingratitudine, di disingannarla completamente.
La sua filosofia della vita e della storia,
quella filosofia di cui il libro Fra i due
mondi contiene l’esposizione migliore
che ella ne abbia dato, di cui gli altri libri
La vecchia Europa e la nuova e Memorie e confessioni di un sovrano deposto
sono le conseguenti applicazioni, quella
filosofia – dico – è, in fondo in fondo – lo
crederebbe? – niente altro che la filosofia
dell’illimitato di cui il secolo XIX si alimentò così abbondantemente e di cui le
filosofie relativiste oggi in fiore sono, per
ora, l’ultimo avatar. Stringi stringi, tutta
la filosofia enunciata in quel suo libro si
riduce a questo: lo spirito umano è avvolto da tutte le parti dall’infinito, ma per la
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sua limitazione fondamentale, non riesce
a prenderne possesso che per frammenti successivamente cumulatisi. Lo spirito
è, sì, sempre serrato e stretto in un limite, ma non in un limite fisso immobile,
bensì in un limite che esso va spostando
all’infinito, benché non possa mai del tutto rimuoverlo. Il suo progresso consiste
appunto nello spostamento graduale del
limite, nell’accumulo successivo e graduale di principi di modelli di tradizioni che
mutino, sì, ma con un moto lento e regolare, sì che si conservino e si organizzino
senza distruggersi reciprocamente, realizzando sempre più riccamente le infinite
possibilità che lo spirito umano porta nel
seno.
Ma, di grazia, non è forse questa la filosofia del Progresso inteso come superamento, come negazione che è conservazione ed inveramento, di cui, da Fiche in
poi, si è nutrito tutto il secolo XIX, di cui
la filosofia della pratica di Croce è la più
chiara formulazione che se ne sia fatta qui
da noi. Questa filosofia del Progresso o,
se piace meglio, della Vita come Storia o
Progresso (e niente altro che questo vuol
dire, in fondo la famosa identità crociana
di storia e filosofia, in cui Storia sta per
Progresso e Filosofia per Spirito) non è
che traduzione idealogica della fase riformista ed evoluzionista degli Stati occidentali di Europa: è la filosofia dell’azione,
ma di un’azione lenta, cautelosa, che si
muove col passo di piombo e non vuol
perdere nulla dei risultati già conquistati,
ma conservarli, accumularli, farne boule
de neige e valanga. È la filosofia che corrisponde alla pratica collettiva ed in grande stile del risparmio, ad una concezione
borghese della vita, per la quale il pregio
e la dignità dell’esistenza sono riposti nel
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lavoro, e il lavoro si misura dal risultato,
e i risultati valgono tanto più quanto più
hanno forza di far mucchio, di collettivizzarsi e spersonalizzarsi. Ferrero, come
Croce, vorrebbero restar fermi a questa
dottrina, che essi considerano come la verità morale assoluta, come il codice eterno
della vita morale, e, in realtà, è la morale
che corrisponde ad un determinato periodo della storia dei popoli europei, periodo
che – come tutti vedono – è ormai finito
o, se piace meglio, superato.
Poiché, grazie alla pratica della vita di
cui quella dottrina era la teorizzazione,
venne su una nuova generazione, cui quel
movimento lento e cauteloso, quel non
muovere mai un passo innanzi senza prima essersi assicurati che il terreno fosse
ben saldo sotto i piedi, venne ben presto
a schifo e noia. Concepito lo spirito come
superamento eterno di un limite che più
oltre spostato più oltre perpetuamente risorge, perduta la speranza di arrivar mai
ad una meta in cui quel moto ascensionale
si fermasse e spirasse, era fatale che lo spirito volesse il moto per il moto, l’azione
per l’azione, senza preoccupazione alcuna
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del risultato cui moto ed azione mettono
capo. Agire solo è bello, e tanto più bello
quanto più intenso e potente, dove che sia
che l’azione vada a finire. Dallo storicismo
o attivismo prudente, moderato, legalitario, borghese, risparmiatore ecco necessariamente sgorgar fuori il mobilismo assoluto, l’assoluto attivismo e relativismo.
Ecco, in Italia, al giolittismo succedere il
fascismo, a Croce succedere Gentile, la
fortuna del quale, presso la giovane generazione, che ha fatto la guerra al fronte
ed ora fa la guerra civile in casa, si piega
col fatto che in Gentile è molto più vivo,
acuto e pungente che in Croce il senso
dell’attività dello spirito o dello spirito
come assoluta ed incondizionata attività.
Con quale diritto, caro Ferrero, condanna
quelle dottrine attiviste che sono la legittima filiazione del punto di vista storicista
che è anche il suo ed al quale Ella si vorrebbe fermare, ma al quale non si vuole
non si può fermare la Vita? La terraferma
sulla quale Ella crede di poggiare tranquillo, non è, in realtà, che una modesta
isoletta, cinta tutta intorno dalle acque di
un fiume che offre una certa sicurezza a
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chi vi sta sopra, finché il fiume scorre con
un corso moderato e tranquillo. Ma che
le piogge del cielo o un più abbondante
getto d’acqua dalla sorgente gonfino le
acque del fiume, e la isoletta sprofonderà
nei flutti in tempesta.
Se Ella vuole stare veramente al sicuro,
se vuol poggiare davvero i piedi sulla terraferma, sa cosa deve fare? Deve fare un
salto indietro, non di cinque o di sei ma di
venti secoli almeno e rifugiarsi sul terreno
della civiltà greca. Là si che davvero verità, bontà, giustizia, bellezza sono realtà
esistenti in sé, al di fuori dello spirito, prima ed indipendentemente dall’attività sua,
e di cui allo spirito non resta che prendere
atto ed inchinarsi sommessamente. Là sì
che davvero troverà quella oggettività di
cui va in cerca, e che, finché resta sul terreno della filosofia idealistica del secolo
XIX non troverà mai. Ma posto l’essere,
la verità la bontà come cosa esistente in
sé, fuori ed indipendentemente dall’attività dello spirito che la conosce e l’apprende, ne deriva necessariamente che lo
spirito non ne sarà mai in saldo e duraturo
possesso finché non si sarà confuso con
l’essere la verità in sé e totalmente negato
come spirito, ché, in quanto spirito, egli
è fuori dell’essere e della verità. Donde il
misticismo e l’ascetismo, nei quali, sviluppando il principio che è alla sua base, la civiltà antica va a finire. È disposto, egregio
amico, a spingersi fin là? Si, Ella ha ragione: il soggettivismo assoluto conduce alla
liquefazione dell’Universo. Ma l’assoluto
oggettivismo conduce alla liquefazione
dello spirito e di ogni sua attività.
La sua posizione – mi consenta di dirglielo, illustre e caro amico - è equivoca e
contraddittoria ed esposta agli attacchi dai
due fianchi. Sentendo l’abisso sotto i pie-
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di, Ella vorrebbe fermarsi a mezza strada,
ma fermasi non si può. L’abisso chiama
l’abisso, in cui tutte le civiltà vanno a precipitare, spremuto che abbiamo fino all’ultima goccia il principio che le muoveva
ed animava: l’abisso in cui la nostra civiltà
precipita ormai visibilmente, a sbalzi sempre più rapidi e furiosi. Ma questa posizione equivoca e contraddittoria ha pure
il suo pathos, quel pathos che rende così
vive le Memorie e confessioni di un sovrano deposto, il libro letterariamente più
bello che Ella abbia scritto, quel pathos
che di Ferrero fa così caratteristica voce
del nostro tempo.
Quanto a me io sto a guardare, cercando di fissarne, come posso qualche
tratto, il dramma ideale di cui tutti siamo
gli attori e gli spettatori, sforzandomi di
comprenderlo e di abbracciarlo in tutta la
sua orrida e grandiosa bellezza. Posizione
di storico, se pure – questo sì – non freddo ed apata, ma commosso e palpitante.
Quanto a credere di poterlo arrestare non
ci penso neppure. Come ben disse il nostro amico Missiroli, nella prefazione al
mio libricino: - Accade e più ancora accadrà quello che è inevitabile.
Adriano Tilgher
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“Il Secolo” 20 gennaio 1922
Il trionfo di Alverighi
Lettera aperta a Adriano Tilgher
Caro Tilgher,
è dunque proprio vero che la civiltà
moderna vuole e deve agire per il solo
fine e bisogno di agire, “senza preoccupazione alcuna del risultato, a cui azione
e moto mettono a capo?”. Ma quel che
lei scrive con tanto vigore e con tanta chiarezza, io l’avevo già sentito dire,
quindici anni fa, a bordo del Cordova,
nelle solitudine dell’Atlantico, in quelle
grandi dispute di cui sono stato il fedele
stenografo, tra Arnaldo Alverighi e Emilio Rosetti. Alverighi avrebbe dunque
ragione…
Ricorda? Il vecchio savio, che tante
cose mi insegnò venticinque anni fa nella
sua casa ospitale di via Monte Napoleone
e nella sua villa di Belluria, prese un giorno in parola l’Alverighi, il fortunato filosofo che ritornava in Europa mutato in
milionario americano, il quale aveva affermato che ognuno è e deve essere padrone
di giudicare bello ciò che gli piace, brutto
ciò che gli dispiace. E concessagli questa
piena libertà, di ragionamento in ragionamento, gli dimostrò che la sua ricchezza
non gli poteva procurare nessun bene né
fisico né ideale, perchè non c’era nessun
criterio sicuro, per distinguere il bene
dal male, l’utile dal dannoso, il piacevole
dal doloroso, il vero dal falso, il bello dal
brutto; e che tutte le qualità delle cose potendosi scambiare e invertire, la ricchezza
non valeva né più né meno della povertà,
e non c’era differenza dall’essere ricco dal
povero. Acchiappato in questa rete dialet-
tica, l’Alverighi si svincolò per un pezzo
vigorosamente; sinché alla fine tentò liberarsi con uno strappo.
La ricchezza? Non c’era che un modo
serio e alto di desiderarla: in sé e non per
i beni che può procurare. Arricchire per
arricchire, senza inquietarsi dell’uso a cui
possono servire le acquistate ricchezze;
questa la vera saggezza!
Ma che cosa rispose il Rossetti? Se ne
ricorda?
Prendendo lo spunto da casi e da
eventi che avevamo sott’occhi, chiese all’Alverighi, se l’azione per l’azione poteva
essere ideale della vita, anche per le donne.
“Le donne – disse – sono su per giù la
metà del genere umano e il grande impiccio di tutte le filosofie dell’azione. Se fare
– la guerra, il commercio, il governo – è la
ragione unica della vita, quale è il compito
della donna, oltre al mettere al mondo dei
figli e divertire gli uomini a tempo perso,
sinché son giovani e belle?”. E Siccome
l’Alverighi non gli poté rispondere che
anche le donne, come gli uomini dovevano mettersi a produrre ricchezze per
produrle, agire per agire, il Rosetti a poco
a poco lo costrinse a riconoscere che la
ricchezza non vale e non esiste, se non
perché serve a procurarci certi beni; e che
perciò anch’essa si scolorisce, rinvilisce e
quasi si spegne in un pugno di cenere, se
la qualità delle cose, confondendosi nelle
menti, rinviliscono e si scoloriscono tutti i beni fisici e spirituali che l’uomo può
desiderare.
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Inediti e Rari
Se il Rosetti vivesse ancora, applicherebbe e allargherebbe facilmente, caro Tilgher, il suo ragionamento ai nostri tempi
e alle sua dottrina, che è quella stessa dell’Alverighi, espressa e in forma generale.
Le direbbe: “Agire per agire? Sia pure. Ma
le forme dell’azione umana sono molte
ed opposte. Agiscono tanto il muratore e
l’architetto che edificano la casa, quanto il
guerriero e l’insorto che la bruciano. Agisce l’ufficiale che conduce fuori trincea i
soldati, quanto il pacifista, che predica tra
le turbe la diserzione, come un dovere.
Agisce tanto il fascista che rompe la testa
al comunista quanto il comunista che spara al fascista”.
“Or bene: un’epoca può, come spesso è accaduto, scegliere una tra queste
diverse forme d’azione – la guerra o il
commercio, per esempio – ed imporsela
ad esclusione di tutte le altre o come la
precipua. Ma per quale ragione farà questa scelta? Perché giudicherà che quella
particolare forma di azione le può procurare certi beni più preziosi di tutti gli
altri, o risparmiarle certi mali più funesti.
L’azione dunque non avrà più per scopo se stessa, ma quel bene desiderato o
quel male temuto. Supponiamo invece
che un’epoca, desiderando confusamente
molte cose opposte, non sappia scegliere: che cosa accadrà? Che agendo gli uni
contro gli altri, gli uomini si azzufferanno
senza tregua e dovunque; ed ogni gruppo
combattente, per giustificarsi dinnanzi a
se stesso e al gruppo nemico, cercherà di
dimostrare che esso vuole il bene e il nemico il male. Ossia assegnerà per fine alla
propria azione, quel tale bene o male, che
vuol conquistare o respingere”.
“Per esempio: fascisti e comunisti si
rompono oggi la testa a vicenda. Ma c’è
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un sol fascista o comunista, che pensi
o dica di farlo, così, tanto per fare qualche cosa, per non rimanere con le mani
in mano, per tenersi in esercizio? Se uno
solo osasse, il mondo lo giudicherebbe, a
ragione, un mostro o un pazzo. I fascisti
rompono le teste comuniste, perché vogliono salvare la patria, che a loro giudizio, è un bene, e distruggere il comunismo, che è un male. I comunisti rompono
le teste fasciste, perché, secondo essi, la
patria è una pericolosa menzogna e il comunismo la salvezza del genere umano.
L’azione degli uni e degli altri non ha per
fine sé medesima, ma un che estrinseco
all’azione stessa, vero o immaginario”.
***
Mi pare, caro Tilgher, che alle sue
obbiezioni avevo già risposto prima che
fossero fatte, nel Tra due mondi. Che molti, non riuscendo più a raccapezzarsi
nella propria coscienza e a sapere quel
che proprio vogliono, si consolino oggi,
dicendo che agiscono per agire, è verissimo. Che questo disordine sia per durare lungamente, è possibile. Che abbia
partorito e partorirà pessime filosofie, è
certo. Ma sarà uno dei tanti disordini e
smarrimenti, che hanno colpito l’umanità nella sua lunga storia; non una forma
nuova di civiltà. Una civiltà dell’“azione
per l’azione” non può sussistere, perché
“l’azione per l’azione” è contraria alla
natura stessa dello spirito umano, e può
essere al più, per i nostri tempi come per
Alverighi, una disperata scappatoia per
non confessare che non sappiamo quello che vogliamo. L’uomo agisce, perché
appetisce certi beni o perché teme certi
mali. Nessuna civiltà può agire, se non è
spinta all’azione da una dottrina del bene
e del male.
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Difatti il secolo XIX, che è stato il più
attivo dei secoli, è stato anche il più fecondo di queste dottrine. Le ha tutte abborracciate; ma ne ha abborracciate molte.
Non c’è secolo che abbia promesso agli
uomini tanti e così diversi paradisi. Altro
che l’azione per l’azione! Il Progresso, la
Libertà, la Rivoluzione, la Civiltà, la Democrazia, l’Imperialismo, il Socialismo, il
Comunismo, sono altrettanti nomi, sotto
cui scuole e partiti ci hanno promesso la
felicità in terra, come premio della nostra
attività.
No, caro Tilgher, io non considero
punto i nostri tempi cone “la corruzione
e la degenerazione di una civiltà”. Non
amo punto, anzi ho in orrore, la compagnia filosofica in cui lei vuole cacciarmi. E
non credo di professare “una filosofia che
risponde alla pratica in grande stile del
risparmio, ad una concezione borghese
della vita, per la quale il pregio e la dignità
dell’esistenza sono riposti nel lavoro e il
lavoro si misura dai risultati, e il risultati
valgono tanto più quanto più hanno forza
di far mucchio, di collettivizzarsi e spersonalizzarsi”.
Il mio caso mi pare più semplice, che
lei non supponga. Ho sempre ammirato
la civiltà moderna come una grande civiltà, che ha compiuto meraviglie. Ma un
bel giorno, un po’ cercando quel che si
nascondeva dietro certe filosofie troppo
vantate, un po’ osservando gli uomini, un
po’ studiando il passato, un po’ riflettendo
sullo spirito umano, sulla sua natura, mi
sono accorto che questa civiltà era afflitta
da una debolezza incurabile. Era conformata in modo da non poter tolerare più
nessuna autorità stabile, antica, temibile,
seria, vera, né nell’ordine temporale, né
nell’ordine spirituale; da dover cercare
λeússein - n. 2 - 2010
di costituire dovunque delle autorità false, posticce, scadenti, mutevoli, spicciole,
giornaliere, che avessero paura di coloro
a cui dovevano comandare: era perciò
destinata a terminare in una confusione
universale, in cui non avrebbe saputo più
riconoscere non solo il diritto e il dovere,
il bene o il male, ma neppure il danno e il
vantaggio!
Ho passato quattr’anni, dal 1909 al
1913, a meditare, approfondire, esporre
questa verità, che poteva sembrare nel
tempo stesso una semplicissima scoperta
del senso comune, e una rivelazione apocalittica, capace di scuotere dalle fondamenta l’ordine della civiltà occidentale,
allora saldo come l’ordine cosmico. Debbo però confessare che esposi questa terribile verità molto serenamente, perché
non sospettavo punto che il disordine,
annunciato con matematica sicurezza,
era alle porte, e che avrebbe fatto irruzione come un uragano. Credevo porprio
che sarebbe entrato furtivamente, come
il ladro! Ma fosse una scoperta del senso comune o una rivelazione apocalittica, questa verità corrispondeva così poco
alla “concezione borghese della vita”, che
il libro, in cui l’esposi, fu ingiuriato, vilipeso, deriso, contraffatto con un furore
indicibile da tutte le scuole e da tutti i partiti. Oggi ancora esso non è stato capito
che in circoli elettissimi ma ristrettissimi,
composti per la maggior parte di cattolici
di alta cultura.
Che la mia “posizione” sia, come ella
dice, esposta agli attacchi, è vero. Che sia
equivoca e contraddittoria, almeno per
quanto concerne la diagnosi del male, di
cui il mondo muore, non credo. Ma lei
mi dirà, come mi hanno detto molti, che
è inutile studiare il male, se non si cer-
Inediti e Rari
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ca anche il rimedio. Ed io le risponderò
francamente che non sono alieno dall’attribuire a questa dottrina anche una
certa virtù di farmaco, nel senso che essa
possa indicare almeno la direzione in cui
potranno trovare le vie dell’avvenire. Ma
un giornale quotidiano è una specie di
fòro affollato e rumoroso, dove si possono scambiare soltanto brevi e affrettati
discorsi. Per discuter queste ardue questioni ci vorrebbero i recessi dei giardini
di Academo. Cercheremo, se non proprio i giardini di Academo, di cui Silla
rase al suolo i platani secolari per farne
- egli pure! - delle macchine da guerra,
qualche altro luogo meno turbolento del
fòro, per continuare questa discussione.
E cordialmente, in mezzo alla folla del
fòro, la saluto.
Guglielmo Ferrero
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(Ferrero)-Fra due disperazioni(Tilgher)