Supplemento a: "La Voce di Montefiascone (VT) 01027 MONTEFIASCONE (VT) Organo dell'Associazione degli ex alunni del Collegio 0761/826070 2 4 AGOSTO 1 9 9 6 300° Anniversario dell'edificazione della Chiesa di S. Bartolomeo Come ogni anno, dopo il pigro ferragosto, il cuore grigio del paese antico si anima quasi improvvisamente di luci, colori, suoni: è la festa di S. Bartolomeo. La sera del 23 agosto tornano allegri dalle loro case, interrompendo i giochi e le vacanze, i seminaristi per accogliere i nuovi entrati che ricevono l'abito durante la suggestiva cerimonia della vestizione presieduta dal Vescovo. Quest'anno S.E. Mons. Vescovo ha paternamente abbracciato con la Sua omelia i 4 nuovi seminaristi (2 di Graffignano, 1 di Tuscania e 1 di Viterbo). Il Vescovo ha ammonito i numerosi fedeli presenti ai Vespri, che il futuro della società dipende dai Seminari, dalle loro capacità di accogliere e far fruttare come terreno fecondo i semi che Dio getta sempre nell'animo dei giovani. Il seminario è esperienza di amicizia, sereno ascolto, disponibilità. Per ogni ragazzo che intraprende questa avventura è certo l'intervento di Dio così come l'infinito rispetto della libertà umana. Ai ragazzi, che lo ascoltavano compunti ed emozionati, il Vescovo ha ricordato i tre punti di riferimento della vita in Seminario: il colloquio con Gesù, l'aiuto degli amici seminaristi, poiché crescere è migliorarsi insieme, e la fiducia negli educatori. Il Vescovo ribadisce "Non vi dico obbedite ai vostri educatori, ma di più: affidatevi a loro, fidatevi più di loro che di voi stessi, poiché essi vogliono il vostro bene più di quanto possiate volerlo voi". Parole estranee alla nostra mentalità che sembrano voler scendere dall'alto del paese verso le case e i cuori di pietra, come novità fuori del tempo, come annuncio che lo scorrere dei secoli non corrode, anzi esalta. Appena si è acceso il caldo mattino del 24 numerosi "canestrari", di Montefiascone e dei paesi vicini, hanno occupato il cortile del Seminario con i loro cesti dalle più varie fogge e dimensioni. I fedeli all'uscita dalla S. Messa, si sono uniti al vario pubblico che osservava, fotografava, commentava ed acquistava canestri e ciambelle. Alle 10:30 è stata celebrata la Messa Solenne dal Vicario Generale Mons. Pietro Concioli con la partecipazione, assai apprezzata, della Schola Cantorum di S. Margherita. Si è poi svolta la premiazione dell'autore del miglior canestro. Infatti quest'anno, per celebrare il 300°, il Comitato ha organizzato un concorso "Il Canestro d'Argento". Difficile la scelta, tutti bravi i partecipanti, ma fra tutti ha ricevuto il canestro d'argento lavorato a mano, donato dalla Orificeria Menichelli, Silvano Gianlorenzo. Nel pomeriggio ha riscosso grande successo la gara di Carrozzette con itinerario Via Bandita e O. Borghesi valida per il Campionato Interregionale. Segnalati alcuni protagonisti e premiati i vincitori: il primo è risultato Roberto Sciamannini, che nel tardo pomeriggio è stato premiato con qualcosa sicuramente più saporoso di una fredda coppa: un bel prosciutto! D'altronde tutto intorno aria di festa: i suoni esaltanti della banda cittadina, il profumo invitante di salsicce e bruschette che alcuni componenti del Comitato, con spiritosa capacità d'improvvisazione e allegria, provvedevano a preparare ai numerosi presenti, che accompagnavano il tutto con qualche sorso di vino. Solo le lunghe azzurre ombre della sera estiva hanno spento le braci e il vocio e nel Cortile del Seminario è tornato il silenzio. Ma tra un anno, un altro giorno si sveglierà: una Domenica di festa che già attendiamo. Paola Sacco 1996 BONITATEM, DISCIPLINAM ET SCIENTIAM DOCE ME ORGANIGRAMMA DIRETTIVO DELL'ASSOCIAZIONE Presidente Enzo SERAFINELLI Presidente onorario Francesco RANUCCI Assistente: Mons. Antonio PATRIZI Ministro-economo Guglielmo CRUCIANI Rettori: Don Giampaolo GOUARIN Don Domenico SEVERI COMITATO DI COORDINAMENTO Chierici: Agostino BALLAROTTO Fabio FABENE Antonio PAPACCHINI Luigi PICOTTI Laici: Elio GIRALDO Girolamo MERLO Alvise ZINI ANIMATORI DI ZONA: Acquapendente: Enzo SERAFINELLI Montefiascone: Nazzareno FANTERA Tarquinia: Lamberto CROCCHIONI Valentano: Giustino D'ASCENZI Civitavecchia: Giuseppe FINORI SOCI COOPTATI NEL COMITATO gli ex Rettori: Don Alfredo CENTO Don Sabatino CORDOVANI Mons. Luigi MOCINI ed inoltre: Peppino CAMILLETTI Girolamo D'ERAMO Pietro CONCIOLI Arturo FABI Manfredi MORNERI Ennio PICCIONI Carlo PILERI Giovanni PILERI Cesare TACCONI ASSEMBLEA ANNUALE: 25 aprile 1996 È il giorno... atteso un anno! Il Seminario Barbarigo spalanca di nuovo le sue porte a tutti gli ex-alunni, che possono così incontrarsi e stare insieme, anche se solo per poco tempo. Dalle 9 alle 10 il cortile si riempie di macchine e si rallegra con lo scambio di effusioni e saluti; si chiedono e si danno informazioni varie sugli avvenimenti che ci hanno coinvolto dall'ultimo incontro! È sempre così, tra amici: ogni anno però, purtroppo, manca qualcuno... Alle 10 S. Messa nella Chiesa di S. Bartolomeo: l'attenzione e la partecipazione sono sempre le solite; fa veramente piacere a tutti un momento di raccoglimento e di preghiera nel luogo che è stato tanto importante per la formazione del nostro carattere. È proprio qui che sono state gettate le basi per il nostro futuro fatto di impegno, carità e disponibilità verso gli altri. A seguire, il Convegno nel salone. Il presidente saluta gli intervenuti ed illustra 10 statuto dell'Associazione ai nuovi (ancora pochi., nonostante i 200 inviti spediti!). Si sofferma un po' sull'art. 2 "L'associazione ha 11 suo fondamento nella promozione dell'amicizia tra i soci ed ha il fine di sviluppare tutte le iniziative che facilitano la crescita della reciproca conoscenza e dell'affetto, nonché lo scambio di fraterno aiuto...!" Possibile che uno non senta il desiderio di rivedere gli amici con cui ha vissuto uno dei periodi più spensierati, felici, ed importanti della sua vita? È assurdo un silenzio, menefreghismo durato decine di anni... Dovrebbe smuoverci, farci attaccare al telefono (perché ormai sull'elenco dei soci, degli ex-alunni, c'è anche il numero telefonico!) e sentire la voce dei nostri amici dell'adolescenza e della giovinezza, anche la sola curiosità di sapere dove e come vivono... Un pensiero ed un ringraziamento particolare per "gli animatori di zona", che rappresentano l'Associazione nel Territorio. Questi hanno dei compiti importanti: - accrescere e potenziare l'organizzazione sollecitando le adesioni, le partecipazioni all'assemblea annuale, ecc. - mantenere i rapporti con i soci, facilitando i collegamenti, promuovendo gli incontri e le riunioni di gruppo. - informare il presidente dei fatti e delle situazioni particolari emergenti nel territorio - prestare aiuto e portare fraterno soccorso a quanti ne avessero bisogno Legge poi la lettera del Vescovo, mons. Tagliaferri, assente giustificato, spiacente di non essere fisicamente tra gli amici a causa di impegni pastorali, ma presente in spirito. Anche don Angelo Ercolani in un suo breve scritto si scusa di non poter partecipare, adducendo ragioni anagrafiche (96 anni! Auguri...) Il presidente a nome del rettore don Gian Paolo (in gita a Tivoli con i seminaristi), ringrazia per le offerte Pro Seminario inviate, tramite conto corrente, da alcuni ex alunni: certo le spese da sostenere sono molte, però siamo molti anche noi... e un pochino per uno...! Parla poi degli eventi accaduti nell'anno, quelli tristi (le morti di Vittorio Fanelli, di Don Lino Barzi, di Don Oliviero Temperini e di Mons. Osvaldo Belardi. Per tutti una preghiera dal profondo del cuore), e quelli lieti (la guarigione di Alvise Zini, salutato con gioia e commozione, dopo una lunga e fastidiosa malattia; i libri sul "Casti": quello già pubblicato, di Don Domenico Cruciani, e l'altro, in ...dirittura di arrivo, di Mons. Antonio Patrizi). Invita tutti, presenti e non, per la festa di S. Bartolomeo, il 24 Agosto, (3° centenario della Consacrazione della Chiesa), a fare una visitina in Seminario, durante le varie manifestazioni, religiose e civili; quindi esorta a scrivere articoli per il nostro giornale, che deve essere più vivo, attuale e interessante. Gli ex alunni devono sentire il desiderio di scrivere per gli amici, su qualunque argomento: storie personali, personaggi importanti, chiese, monumenti, feste dei nostri paesi... poesie, racconti, ecc. La parola passa quindi al Presidente "Onorario", che, "more solito", intrattiene gli amici con la sua erudizione e i suoi concetti profondi: è veramente un piacere starlo ad ascoltare (la sua relazione si può leggere su questo giornale). È la volta poi degli storici e degli scrittori: a turno, don Domenico Cruciani e Mons. Antonio Patrizi, ci illustrano i loro ultimi 2 Il Barbarigo lavori sul 'Casti". Questi sono pozzi di scienza! Ma come faranno a sapere tante cose...! Si registrano a questo punto interventi di ex alunni. Elio Giraldo, vulcanico e innovatore, ipotizza tante possibili destinazioni per l'edificio del Seminario, ed incontra alcuni che condividono le sue teorie. Pensionato per ex alunni, luogo di incontri culturali, di associazioni di volontariato, corsi estivi in collaborazione con l'Università della Tuscia, Mostre....Le proposte sono interessanti, porterebbero ad un'utilizzazione importante di un luogo famoso in Italia e in Europa. Ma noi possiamo far poco... Il potere decisionale spetta ad altri! Interviene Guido Rossi, ingegnere specializzato in termo-idraulica, che scoraggia tutte le ipotesi: servono troppi soldi per tutti gli impianti a norma di legge... Meglio non sognare! Gioacchino Costantini, presente per la prima volta, sente questo incontro come "Giornata di Ringraziamento", molto vicino agli ideali dell' Associazione... Dopo una breve analisi della situazione economica, sempre sotto vigilato controllo da parte del Ministro Cassiere e del Presidente, si versano le quote sociali per il 1996 e via... di corsa a pranzo. Il ristorante scelto per questa occasione è in riva al lago "Da Corrado"; dire che siamo stati bene è forse riduttivo... Tra una portata e l'altra, un goccetto ogni tanto e le solite conversazioni. Il tempo è volato: quando si incontrano gli amici e si sta insieme, succede sempre così... L'appuntamento è per tutti il 25 Aprile 1997! Arrivederci... e con salute! Enzo Serafinelli Il presidente attende l'ispirazione dal ...cielo! 3 Il Barbarigo ELENCO EX-ALUNNI CHE HANNO VERSATO LA QUOTA SOCIALE PER IL 1996 Acciari Palmiro - Bartolaccini Italo - Bazzuoli Citti Rita - Berni Don Giovanni - Contadini Angelo - Consalvi Alberto - Costantini Gioacchino - Cruciani Mario - Cruciani Memmo - D'Ascenzi Giustino - D'Eramo Girolamo - Di Francesco Franco - Ercolani Don Angelo - Fabi Arturo - Fantera Nazzareno - Finori Giuseppe Galeotti Augusto - Giraldo Elio - Marinelli Don Emilio - Merlo Girolamo - Montanucci Massimo - Morneri Manfredi - Mugnaini Don Giuseppe Nicoletti Pietro - Olimpieri Giuseppe Papacchini Don Antonio - Patrizi Mons. Antonio - Piccioni Ennio - Picotti Don Luigi - Ranucci Francesco - Rossi Guido - Rossi Don Pompeo Serafinelli Enzo - Stefanini Alessandro - Tacconi Antonio - Tacconi Cesare - Tannozzini Elio Trapè Don Giuseppe - Trapè Don Luciano - Zini Alvise Il momento è solenne... fuori la grana! Sotto a chi tocca! AVVISO AI SOCI II Comitato di Coordinamento dell'Associazione si riunirà sabato 22 marzo 1997 alle ore 10 presso il Seminario Barbarigo a Montefiascone per discutere i problemi organizzativi. Tutti possono partecipare. Come sempre... potremo approfittare della cortese e ospitale accoglienza di Don Gian Paolo. Seguirà lettera di convocazione da parte del Presidente. Saluti! IMPORTANTE PER TUTTI 4 amici in allegria! Negli elenchi dei soci, allegati al giornale "Il Barbarigo" 1996", sicuramente ci sono inesattezze o mancano dei nomi. Ognuno di noi può contribuire a renderli più esatti, apportando qualche correzione, e più completi, segnalando qualche amico... dimenticato, con una lettera o una telefonata al Presidente. Lo stesso vale, purtroppo, per gli inevitabili decessi... E scrivete qualche articolo per il prossimo giornale, su qualunque argomento.... Grazie! SITUAZIONE FINANZIARIA Il maestro, la "scienza" parla... l'allievo ascolta! ENTRATE Rimanenza gestione al 25/4/95 Quote sociali riscosse al 31/12/96 totale USCITE Stampa giornale "II Barbarigo '95" 400 copie Spese postali e cancelleria al 25/4/96 Stampa giornale "II Barbarigo '96" 400 copie totale 1.500.000 3.226.000 ENTRATE USCITE r i m a n e n z a gestione 3.675.000 3.226.000 449.000 1.700.000 1.975.000 3.675.000 1.500.000 226.000 4 ASSEMBLEA DEI SOCI BARBARIGO Montefiascone 25/04/96 Il Barbarigo LA PAROLA AL ....PRESIDENTE "ONORARIO" Il Presidente mi ha invitato a prendere la parola per un breve intervento. Ossequiente agli ordini dell'autorità costituita, obbedisco (come Garibaldi!) e mi rivolgo a voi con questa veloce allocuzione. Ecco: io son vecchio di anni anche se -dicono- son giovane di portamento e giovanile di idee (grazie del complimento!) Comunque sia - più vecchio certamente che giovane - penso che sia arrivato il tempo di tirar le somme: non tiro ancora, però i remi in barca! E qualche somma tiro adesso, qui, davanti a voi, per una riflessione sui nostri problemi esistenziali. Io comincio con una confessione che non vuol essere atto di superbia: ci mancherebbe ! Ho fatto una lunga esperienza nella vita, ed è stata una grande esperienza, dalla quale sono uscito uomo maturo, disincantato: storico miniaturizzato più che cronachista della società. Questa esperienza l'ho fatta cominciando a tirar la carretta più di 50 anni fa: solo, senza antenati; buttato in mezzo ad una gabbia di leoni: io, nato e cresciuto (come tutti voi, del resto) in un piccolo ambiente, povero di mezzi; allevato ed educato qui da grandi maestri che esaltavano le idee e i valori. Mi son trovato improvvisamente catapultato in un mondo fatto di cultura, di affari, di uffici, di gerarchie, di invidie, di pettegolezzi malevoli; in una civiltà sconosciuta che scoprivo giorno dopo giorno con meraviglia, con paura, con ammirazione; in una società povera di valori ma ricca di mezzi. Finché si è trattato di libri, di studi, di esami non mi tremavano né vene né polsi; ma gli uomini mi terrorizzavano. E ho incominciato a guardarli, a capirli, a giudicarli. Mi ci son trovato male: io, acqua e sapone; quelli, volpi e lupi la più parte. Poi ho capito e non mi son fatto travolgere. Sono arrivato ai vertici della carriera amministrativa ed ho avuto un piccolo, ma non insignificante ruolo nella pubblica amministrazione. In questo contesto ho conosciuto da vicino tanta gente, tanti uomini: della politica, del sindacato, dei ministeri; e poi imprenditori professionisti, artigiani, tecnici , operai. Ho visto gente con molti difetti, ma anche gente con grandi meriti. Ho conosciuto uomini superbi o semplici; altri affabili o scontenti; altri mansueti, odiosi, distratti, biliosi; altri ancora costruttori o inconcludenti; taluni sensuali e sessuali fino al ridicolo; non pochi audaci, la maggior parte timidi; chi si piazzava imperterrito in prima fila, chi aveva la vocazione della piccionaia; moltissimi gli sfaccendati, i perditempo, i nauseatii. Pochissimi uomini ho incontrato affascinanti zione nella programmazione e nella gestione dei progetti. Mi ci hanno portato anche i miei collaboratori e i miei dipendenti che, in mio favore, hanno lottato e, qualche volta, anche combattuto. -Io ho solo messo le basi della mia carriera: con gli scritti, i documenti, la capacità propositiva, la correttezza, l'onestà e perché no?- con un pizzico di fantasia. Ho passato non poco tempo della mia vita a "raccomandare" gli altri: per un lavoro, una casa; ad aiutare i giovani. Ho fatto il "raccomandatore" e non mi pento di averlo fatto anche se di gratitudine ne ho trovata poca. Ho provato una volta a raccomandare me stesso ma... mal me ne incolse. Ne ho viste tante: di tutti i colori. Ho visto anche gente che ha provato sulla propria pelle la triste esperienza dell'avviso di garanzia. Ho visto la faziosità, l'acrimonia, la cattiveria di un giudice istruttore il quale, formulato il suo teorema, è andato avanti, imperterrito e sconsiderato, come un toro nell'arena avendo il solo obiettivo di rinviare a giudizio: senza ascoltar ragioni, senza esaminare le prove contrarie al suo teorema. Ho visto le sofferenze fisiche e psichiche di Ranucci, presiednte "onorario", tiene la conferenza... quella gente, le spese, la tristezza: e capisco e trascinatori. Il più delle volte sono stato io bene, oggi, chi lamenta l'accanimento indagativo. volano e motore. Governare gente con queste caratteristiche fisiopsichiche non è stato facile; spingere e Ho visto comportamenti corretti e scorretti. motivare quello, frenare quell'altro; far da Ho visto gente che si approfittava di tutto. Io paciere, fare il giudice; premiare e punire: non mi sono mai accostato ai profittatori. bastone e carote; più frequentemente questa, Ho vissuto onestamente e decorosamente del raramente quello... Insomma...; ogni giorno mio lavoro. E debbo rivolgere un grande elola sua battaglia, ogni mese una guerra. gio a mia moglie che ha saputo amministrare 10 sono stato forte nei confronti di tutti; anzi, con intelligenza e accortezza la nostra piccofortissimo; solamente, però, per le mie cer- la fortuna. I nostri risparmi li abbiamo tutti investiti sui nostri figli: i libri, gli studi, la tezze interiori. Ma non è che non sentissi dentro di me i cultura. I nostri figli a 10 anni erano già, d'emorsi del dubbio, l'angoscia delle incertezze: state in giro per l'Europa a vedere il mondo e e non è che non mi mancassero costanti e a imparar le lingue. pesanti preoccupazioni. E ho pagato nel mio Oggi, quando incontro le persone con le quali corpo le sofferenze dello spirito: stomaco, ho avuto rapporti di lavoro magari 30 anni fa, sorrido loro e loro pure mi sorridono. Io non coronarie... Mi fermo un momento, adesso, e tiro la scappo né mi nascondo davanti a nessuno: prima somma. Gli uomini si dividono in due molta gente, però, ho visto scappare. Guardo categorie: gli intelligenti e i furbi. Questi ulti- tutti negli occhi e... pago il caffè: anzi il più mi, nei tempi brevi, prevalgono su quelli. Ma delle volte lo pagano loro, felici di potermi 11 tempo... la storia... è equa giustiziera. La manifestare simpatia. ragione, nei tempi lunghi, torna sempre a chi pensa, a chi ragiona, a chi programma, a chi Perché dico queste cose? Ve l'ho detto prima: sa prefigurare il futuro costruendo tempi, non per vanagloria ma per arrivar velocemezzi, strumenti. E la prima somma dice: mente alla seconda somma. Io vorrei lasciare a voi, amici carissimi, e a l'intelligenza batte la furbizia. quelli che dopo di noi verranno, un messagIo non ho frequentato i salotti né i luoghi gio che è un messaggio di amore alla vita, di dove si combinano gli affari, o si program- attaccamento ai valori che reggono e guidano mano concorsi e carriere. Dove sono arriva- la nostra esistenza: la Fede, la famiglia, il to, ci sono arrivato da solo. O meglio, mi ci lavoro, i poveri. Un messaggio di fratellanza, hanno portato i miei superiori ai quali ho dato di disponibilità, di pace con Dio, di amicizia sempre preziosa e disinteressata collabora- con gli uomini. Se poi qualcuno mi chiedes- 5 Il Barbarigo se (ed io me lo chiedo spesso) di sintetizzare in un motto, in una parola, questo messaggio che è poi il filo conduttore e il fondamento filosofico della mia vita quale io ho cercato di attuare nel corso di 70 anni... e passa..., ebbene questo è il mio concentrato... doppio o anche triplo: la generosità. E si, perché dal contatto e dal confronto con gli uomini ho visto che una stragrande maggioranza di loro sono egoisti, gretti... guardano anche alle mille lire! Poche persone ho trovato generose. E per generosità intendo non solo quella di metter mano al portafoglio ma anche, e soprattutto, generosità nel dare se stesso, nell'aiutare chi ha bisogno, chi soffre nel corpo e nello spirito; nello star vicino a chi è solo, a chi è tri- ste^ chi non ha neppure il conforto di una parola. Io penso che noi tutti ci dovremmo qualificare, come singoli e come associazione, nella generosità; e sulla generosità dovremmo confrontarci con Dio e con gli uomini. Se tutti dessimo generosamente qualcosa di nostro, avremmo un mondo migliore. Perché -vedete- il mondo vive per le leggi che regolano la vita sociale; ma nessuna legge può imporre le regole dell'amore. E senza amore, le società vivono male: "amatevi come fratelli" disse Gesù 2000 anni fa e quello fu il più grande messaggio che l'umanità abbia mai ricevuto. Francesco Ranucci L'Argenteria di MASTROIANNI Mastroianni, il grande attore del cinema e del teatro, ha raccontato che, durante l'ultima guerra, quando le sirene suonavano l'allarme aereo, la sua mamma allertava la famiglia e tutti insieme correvano al rifugio. Non dimenticavano mai di portar con sé tutta l'argenteria di casa, e cioè, sei cucchiaini d'argento...massiccio! RICORDO di SUOR INES PELATELLI - Maestra Pia Filippini Una vita che si spegne lascia sempre un grande vuoto nella Comunità, ma quando viene meno una vocazione missionaria, il dolore per la perdita oltrepassa i confini della patria e tocca il cuore della gente fra la quale è vissuta ed ha operato. Suor Ines nacque a San Lorenzo Nuovo (VT) il 23 aprile 1935. Venne accolta nell'Istituto nel marzo del 1971, dopo un'esperienza di vita religiosa in altra Congregazione. Nello stesso anno vestì l'Abito di Maestra Pia ed emetteva l'Oblazione perpetua in Africa nel 1974. Ancora giovane, poteva realizzare il suo desiderio di recarsi in Missione; partiva infatti per Adigrat (Etiopia) nel 1972 e vi rimaneva fino al gennaio 1995. La sua permanenza in Africa coincideva con il periodo bellico durante il quale non mancarono anche calamità naturali quali: la siccità, la fame, le epidemie. L'attività di Suor Ines, però, continuava ad essere intensa e non conobbe stanchezze. In Adigrat iniziò lavorando in un laboratorio di taglio e cucito. Ben presto, però, la sua opera si allargava in tante altre iniziative rivolte alla promozione della donna e alla riabilitazione di un folto gruppo di disabili per la quale la Missione aveva predisposto anche un Centro di Accoglienza. Oltre al vitto e alloggio, esse avevano la possibilità di un lavoro e di specializzarsi nella tessitura di stoffe, nella confezione di costumi locali, nel ricamo in oro di preziosi pannelli ispirati alla cultura etiopica. Suor Ines aveva avviato anche una Cooperativa per la lavorazione delle pelli, dando un lavoro a molte persone. I prodotti finiti: scarpe, borse, valigie venivano anche esportati altrove. Dall'Epaca di Adigrat, aveva ricevuto il delicato compito della distribuzione degli aiuti ai poveri, compito che ella svolgeva con impegno e dedizione, non tralasciando di dispensare ad essi anche la parola della fede. Aveva un carattere gioioso e aperto che la portava ad accogliere tutti senza distinzione. averla rivista. Come in realtà avvenne! Il Signore chiamò a sé Sr. Ines il 13 aprile 1996, giorno in cui cadeva il Sabato Santo della Liturgia Etiopica. Durante il rito funebre, partecipato da numerose consorelle, i Sacerdoti del Collegio Etiopico in Roma, hanno voluto salutarla secondo il rito Copto, mentre i presenti hanno provato momenti di intensa commozione. Il gesto dei giovani sacerdoti indigeni voleva essere un grazie a colei che aveva speso gli anni più belli della sua vita nella Missione Etiopica tra i poveri più poveri. Dopo una seconda Messa di suffragio nel paese natale, le spoglie mortali di Suor Ines sono state tumulate nella tomba dell'Istituto in Bolsena. REGIONE "MATER BONI CONSILII', ADIGRAT Adigrat in memoria di Sr. Ines Pelatelli, m.p.f. Un inesorabile male veniva a colpirla proprio nel pieno della sua attività missionaria. Trasferitasi in Italia per i necessari interventi, subito ha compreso la gravità del suo male. Da qui inizia il suo calvario! Dopo una breve parentesi che lasciava intravedere un barlume di speranza, la situazione si è aggravata e Sr. Ines alternava lunghi periodi di degenza in ospedale alla sua definitiva permanenza nella Casa Volto Santo, dove le consorelle, fino all'ultimo istante, si sono amorevolmente prodigate per lei. Sr. Ines era pienamente consapevole della gravità del suo male e soffriva, specie negli ultimi mesi, con serenità e generosa rassegnazione, offrendo la sua sofferenza per l'incremento dell'Istituto e per il bene della sua Missione. Attendeva con vivo desiderio il ritorno dall'Estero della Madre Generale presagendo che non sarebbe morta prima di La Comunità di Adigrat ha voluto ricordare Sr. Ines con una solenne Concelebrazione Eucaristica di 24 Sacerdoti, presieduta dal Vescovo, mons. K.M. Teklehailmanot, con una larga partecipazione di popolo. Nella Cattedrale di Adigrat, gremita di gente, erano infatti presenti soprattutto donne, handicappati, poveri, ammalati, che Sr. Ines aveva beneficiati. La loro presenza commossa voleva esprimere la gratitudine verso Colei che aveva speso nella Missione gli anni più belli della sua vita. Per le Consorelle di Adigrat, la morte di Suor Ines è stata la prima perdita di una vocazione Missionaria. Ne avvertono molto la mancanza, ma, aperte alla speranza cristiana, ne continuano l'opera con altrettanto impegno, certe che Sr. Ines ora vive in Dio ed implora nuove benedizioni sulla Missione da lei tanto amata. Il Padre spirituale del seminario "Barbarico Il Barbarigo 6 Un anno fa il Vescovo S. Ecc. Mons. Fiorino Tagliaferri mi chiese la disponibilità per fare il Padre Spirituale nel Seminario Minore di Montefiascone. Vedendo nella chiamata del Vescovo un segno della Divina Volontà ho accolto volentieri questa nuova missione. Mi è stata di grande aiuto l'opera e la testimonianza del mio Padre Spirituale durante gli anni trascorsi nel Seminario Maggiore di Viterbo. A questo sacerdote, Don Luigi Mignani, che ora è parroco a Vetralla e che continua ad essere il mio padre Spirituale, devo molta riconoscenza e gratitudine. Ai ragazzi che si trovano nel Seminario di Montefiascone ho cercato di offrire ciò che a mia volta io ho ricevuto. Il compito del Padre Spirituale, nel Seminario Minore, è quello di aiutare i ragazzi a scoprire qual'è la missione che Gesù affida loro nella chiesa. Affinché questa scoperta avvenga e, successivamente, ci sia anche la risposta del ragazzo alla chiamata di Gesù, si cerca di aiutare il giovane seminarista a capire l'importanza della preghiera, sia personale che comunitaria. Sapendo inoltre che, soltanto con le proprie forze o capacità personali, non è possibile realizzare ciò che Gesù chiede, si aiutano i ragazzi a comprendere la grande ricchezza dei sacramenti, in modo particolare la Penitenza e l'Eucaristia. Posta questa solida base si dà molta importanza al colloquio personale con i seminaristi. Settimanalmente i ragazzi hanno la possibilità di parlare con il Padre Sp., parlando del loro rapporto con Gesù, di se stessi, delle gioie e delle difficoltà del cammino che stanno facendo. Spesso anche i problemi familiari dei ragazzi diventano materia di colloquio don il Padre Sp. Ai seminaristi è offerto un grande aiuto anche dalle testimonianze dei santi. Già dallo scorso anno si è cercato di dare importanza alla lettura spirituale. E bene che i ragazzi sappiano che ciò che loro stanno facendo, già altri lo hanno fatto. Le gioie e le difficoltà che loro incontrano già altri giovani le hanno incontrate. Dalla vita e dalla testimonianza dei santi i ragazzi apprendono che amare Gesù non è qualcosa di straordinario, di fuori del normale. A coronamento di tutto questo lavoro viene poi coltivata nei ragazzi del seminario una solida devozione verso la SS.ma Vergine Maria. A Lei si affidano i giovani seminaristi attraverso le preghiere della tradizione cristiana, l'Angelus e il S. Rosario. L'esperienza che sto facendo, come P. Spirituale, presso il Seminario Minore mi è stata di grande aiuto anche nella pastorale Parrocchiale. Sia nella Parrocchia di S. Martino V. in Graffignano sia nella Parrocchia dei SS. Pietro e Callisto dove ora sono parroco ho visto che la gente ama il Seminario, è contenta che vi sono dei ragazzi che rispondono alla chiamata del Signore. I nostri fedeli diventano anche oltremodo generosi verso il Seminario se si parla e si fa conoscere questa realtà. Ringrazio il Seminario e i cari seminaristi per tutto ciò che mi hanno donato come ricchezza per la mia vita sacerdotale. Don Tancredi Muccioli "La Comunità del Seminario esprime riconoscenza e gratitudine a tutti gli ex-alunni, che sensibili all'appello del Presidente, hanno offerto un loro contributo per le necessità del Seminario, per una somma complessiva di L. 1.545.000" Elenco Ex- Alunni donatori nel 1995! Spadaccia Luigi Galeotti Augusto Contadini Impero Ranalli Giovanni Motti Angelo ZappatoreUgo Piovani Dino Antolini Evelina Bernardini Pietro Montanucci Massimo Ballarotto Pietro Basili Luciani Mario D'Eramo Girolamo Raggi Augusto La Rosa Rodolfo Ranucci Francesco Serafinelli Enzo La nuova crusca! I "famigliologi" = gestori di agenzie matrimoniali I "tuttoIogi"= quelli che sanno (o presumono di saper) tutto Considerazioni filosofiche Seminario Barbarigo - La Campanella! 1 ) Arturo Fabi, filosofo e grande conoscitore degli uomini, ha detto: "Io per l'Associazione degli ex-alunni mi sacrifico, ma non ci posso mica morire?!" -Ben detto: Chi vuole un martire!? Vogliamo solo un ...confessore! 2) Proverbio Sabino: Accompagnati sempre a quelli che son migliori di te e pagagli pure... le spese! Il Barbarigo 7 IL SEMINARIO OGGI: "RESTAURATA ET...RESTAURANDA!" Seminario Barbarigo - La Biblioteca IL SEMINARIO: UN DONO DI DIO PER NOI Tempo di Avvento, di Attesa, prima dell'evento che dà significato alla storia dell'uomo; tempo di riflessione per scorgere i segni della presenza di Colui che viene nella realtà che viviamo ogni giorno, nella condizione che siamo chiamati ad animare e quindi la mia meditazione ha come argomento "il ruolo del Seminario Minore", la cui necessità è stata messa in dubbio in questi ultimi anni, perfino, negli ambienti di Chiesa. L'Esortazione Apostolica di Giovanni Paolo II "Pastores dabo vobis" ribadisce: "come attesta una larga esperienza, la vocazione sacerdotale ha un suo primo momento di manifestazione spesso negli anni della preadolescenza... La storia della Chiesa è una testimonianza continua di chiamate che il Signore rivolge anche in tenera età e questo ci fa capire come Dio ami in modo speciale coloro che si danno al suo servizio fin dalla prima giovinezza". I Seminari svolgono una preziosa opera educativa finalizzata a custodire e sviluppare i germi della vocazione sacerdotale, affinché gli alunni la possano più facilmente riconoscere e siano resi capaci di corrispondervi. È proprio la consapevolezza della preziosa opera educativa che sostiene e incoraggia nei momenti difficili, quando il cammino appare arduo e solitario, e c'è bisogno di tutta la pazienza, l'umiltà, la volontà che dona lo Spirito per continuare a rimanere al proprio posto. Non si ama il Seminario a parole, non lo si apprezza soltanto come suggestiva coreografia dei bei visi adolescenti e compiti nelle circostanze eccezionali, occorre un interessamento quotidiano, un'attenzione costante alle esigenze del Seminario, un amore che sappia tradursi in gesti, in presenza continua come senza sosta sono le richieste della vita spirituale, culturale, materiale dei ragazzi. Il Seminario Minore custodisce i germi della vocazione sacerdotale, proteggendoli da una società che considera i propri figli oggetto e soggetto di consumo, da esibire e possedere, placare con cose, ma evita il loro sguardo, disattende alle cure di cui bisogna un'età delicata e ricca. Proprio i ragazzi hanno ancora gli occhi puri, non offuscati dalla schiavitù dei beni terreni, liberi dalle paure che crescono con gli anni, con semplicità gioiosa sono più pronti a rispondere "eccomi". La felicità non è la conquista dei colti, dei potenti del mondo, ma del figlio che obbedisce al Padre. Il Seminario dunque, curando l'aspetto vocazionale educa e forma gli uomini, consegna ai ragazzi il segreto della felicità: compiere la volontà di Dio, nella serena libertà dell'obbedienza, accogliere il Suo Progetto. Il pastore conosce le sue pecorelle, sa la meta che ognuno può raggiungere e le attende. Il mondo degli uomini, offrendo false immagini di felicità, può deviare la linea di una anima adolescente, costringe l'ansia di amore e verità in schemi troppo angusti per creature di Dio. L'aspetto culturale nel Seminario minore coglie e privilegia i valori morali che animano la cultura che si traducono in disciplina di studio e atteggiamento di vita. Il progetto educativo del Seminario, mira, attraverso la formazione umana e cristiana alla educazione, alla generosità. Il Concilio, nel Decreto "Optatam Totius" invita a: "prepararsi a seguire Cristo redentore con animo generoso e cuore puro". La generosità è il tratto distintivo del seminarista, il suo modo di essere nel mondo, di sperimentare l'umanità, di vivere la famiglia, di incontrare gli amici. Don Gian Paolo Gouarin Rettore Seminario Barbarigo Quando si è adolescenti gli anni sembrano inerpicarsi lenti su un pendio, poi quando l'orizzonte della vita si apre, gli anni fuggono in discesa e ciò che amammo trascolora, muta, a volte si disperde, altre volte si trasforma, ma vive. È così per gli ex-allievi, per quelli che furono ragazzi vivaci e vitali giovani in queste austere sale, il loro Seminario nel suo interno lentamente, faticosamente muta, anche se le sue sobrie strutture permangono come un monito al fugace, leggero fluire dei tempi della storia. Il cuore del seminario è vivo, sia perché i ragazzi continuano a correre ridenti nei severi corridoi e corrono verso la stessa direzione per la quale il Cardinale Barbarigo lo istituì, sia perché nel suo interno si rinnova, e anche gli antichi quadri si risvegliano come da un lungo sonno di polvere e tornano a vivere coi forti colori di una volta. Infatti, nella quieta ombra della chiesa di S. Bartolomeo due tele sono nate a nuova vita, opera di Pietro Lucatelli, prestigioso pittore dell'Accademia di S. Luca e che vantava rapporti di committenza con le più importanti famiglie romane dell'epoca (1675-1678) i Barberini, i Chigi, i Colonna. La tela rappresentante La Vergine e i SS. Carlo Borromeo e Filippo Neri è stata restaurata da Roberto della Porta grazie ai contributi della Soprintendenza dei Beni Artistici del Lazio, sotto la direzione della dottoressa Egidia Coda; quella raffigurante "Angelo Custode" è stata restaurata invece da Antonello Proietti, il quale essendo zio del Seminarista Mauro Fringuelli, ha offerto al Seminario la propria esperta professionalità. Uno dei tesori più preziosi è certamente la Biblioteca e in essa, grazie sempre alla Soprintendenza dei BB. AA del Lazio, è stato restaurato lo scaffale, ad opera dell'artigiano Roberto Sugaroni di Acquapendente. Sicuramente gli ex-seminaristi ricorderanno i lividi cieli d'inverno, quando la tramontana falisca penetrando sottile e acuta attraverso gli ampi spifferi delle "vetuste" finestre... ora invece, questa "rigida" tradizione è stata interrotta: gli infissi delle camere, dei bagni, dei corridoi dei seminaristi sono nuovi e quindi chiudono ermeticamente. Ma risolto un problema, ne rimangono sempre altri e altre spese necessarie devono essere sostenute: quella riguardante la ristrutturazione a norma CEE dell'impianto di riscaldamento e quella relativa all'acquisto di un pulmino che "ripieno" del suo vociante contenuto, garantisce la presenza del Seminario presso le diverse strutture della diocesi per le varie attività di tipo vocazionale, culturale e sportivo. Certo, una volta, tanti anni fa, si poteva vedere nelle vie del paese, una lunga teoria di pretini dalle nere piccole talari, ma oggi le esigenze sono diverse, la presenza dei ragazzi nelle varie realtà e pienamente conforme alla formazione che i seminaristi di fine millennio devono ricevere perché essi sono parte integrale della società in cui vivono, non gruppetto di esclusi. Anche l'organo della chiesa, il cui valore è ampiamente descritto nell'articolo di Roberto Bracaccini, aspetta di essere restaurato per offrire ancora i suoi suoni melodiosi; ma la ricchezza del seminario è religiosa, morale, culturale, però dal punto di vista economico, l'unica sua fonte è la disponibilità, la generosità dei Benefattori. Paola Sacco 8 RESTAURO DELLA CHIESA PARROCCHIALE DI SAN GIUSEPPE MONTEFIASCONE: LE MOSSE "Va e restaura la mia Chiesa", disse il Crocifisso a San Francesco, parlandogli nella chiesetta di San Damiano ad Assisi. Il Signore intendeva il "rinnovamento interiore e spirituale della comunità cristiana". E questo è anche ciò che ogni sacerdote cerca di fare con i suoi fedeli. Infatti il popolo cristiano, adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, è il tempio vivente e spirituale del Signore, è la vera Chiesa. Ma fin dall'antichità il nome «chiesa» è stato esteso all'edificio in cui si radunava la comunità dei fedeli. I libri liturgici prescrivono che «la Chiesa deve essere adatta alle sacre celebrazioni, deve essere quindi un edificio dignitoso, che si distingua non tanto per sontuosità di costruzione, quanto per nobiltà di linee e si presenti davvero come simbolo e segno delle realtà ultraterrene» (Dal «Pontificale Romano»), Non si può negare che la nostra Chiesa parrocchiale non abbia necessità di un restauro generale [pavimentazione nuova, intonaci, tinteggiatura, qualche elemento decorativo adeguamento "a norma" impianto elettrico, nuova disposizione delle immagini dei Santi (messi più "a portata " della devozione dei fedeli), unità di stile tra ambone, altare, fonte battesimale e sede del celebrante, la "cappellina" messa più in vista (con apertura di un arco grande) e che si trasformi in altare del SS. Sacramento]. Ho affidato il progetto generale di restauro agli architetti Bonafede Lamberto e Cappa bianca Lucio, esperti in questo (hanno lavorato per il restauro e per la costruzione di altre chiese) per dare al tutto uno stile unitario, non tanto nella "sontuosità di costruzione", ma nella "nobiltà di linee" e di decoro che rendono "il tempio" segno delle realtà ultraterrene", come appunto prescrivono i libri liturgici. E penso che, nella semplicità e nella nobiltà di elementi decorativi e artisti- camente preziosi, la nostra chiesa parrocchiale si trasformerà in un vero "santuario" moderno e bello, a gloria di Dio e onore di San Giuseppe. Vi presento così il progetto... dovrà avere il benestare e l'approvazione della Commissione Diocesana per l'Arte Sacra. Quanto verrà a costare tutto questo? Quando si realizzerà? Sarà possibile farlo? Non si possono fare le previsioni, perché è tutto in gestazione, ma mi sembra di potervi dare due indicazioni: I ) Nutrire fiducia nella «provvidenza» divina ed umana; 2) Pregare San Giuseppe perché la nostra comunità si rinnovi interiormente e anche nel decoro del tempio. Tutti possiamo e dobbiamo pregare secondo queste indicazioni. Chi vuole collaborare economicamente si metta in comunicazione con la Parrocchia. Intanto continuiamo a frequentare la nostra chiesa parrocchiale, perché il tempio può essere anche il più bello e artistico, ma senza la partecipazione dei fedeli "non ha vitalità". L'obiettivo finale sarà di fare della nostra Chiesa Parrocchiale un centro di culto e un Santuario in onore di San Giuseppe, e promuoverne la devozione: - per la formazione di famiglie cristiane; - per l'incremento delle vocazioni sacerdotali e religiose; - per invocare il dono di una buona morte nella grazia del Signore e la perseveranza nella fede. Con ogni augurio di bene II Parroco - Don Giuseppe Trapè. PS. Il nuovo altare vorrebbe essere dedicato alla memoria del Parroco defunto DON GIOVANNI FIRMANI, che tanto a lungo e bene ha lavorato alle Mosse. L'ambone e il fonte battesimale alla memoria di altri sacerdoti nativi delle Mosse. Il Barbarigo La parola agli Architetti Essere stati chiamati da Don Giuseppe a progettare una sistemazione organica della sua chiesa è stato per noi un grande piacere ed onore. Questa sensazione deriva dal fatto che una progettazione di adeguamento funzionale ed estetico, da eseguirsi su un luogo di culto, è di rilevante importanza, implica un grande sforzo di pensiero e stimola la creatività più che in altre progettazioni. La presenza di quanto già esistente inoltre ci ha spinti alla ricerca di una metodologia che tendesse alla sua salvaguardia, e che contemporaneamente creasse una variazione dando qualità e nobiltà allo spazio liturgico in modo da renderlo degno dei misteri che in esso si celebrano. Una delle principali preoccupazioni avute nell'approccio progettuale, è stata quella di consegnare un intervento che potesse essere attuato a più riprese, senza peraltro pregiudicare il normale uso della chiesa e dilazionando l'impegno economico totale. Punto dipartenza è stato il riordino dell'area presbiterale con la nuova sagomatura della gradinata che, unendosi all'abside, completa la figura geometrica dell'ottagono. Seguono: la trasformazione della cappella delle messe feriali in cappella del Sacramento, con il Tabernacolo, inglobando lo spazio attualmente occupato dalla sacrestia ed aprendo due archi tra la cappella e la navata e lo spostamento della sacristia in locale baricentrico alla chiesa, la sistemazione delle due entrate laterali, in modo da consentire la realizzazione di un deposito e di una scala fissa di accesso alla cantoria, la ripavimentazione della navata centrale. Questi sono gli obiettivi più immediati, ad essi dovrebbero fare seguito la realizzazione di una cappella sul lato destro della navata, in modo da completare la forma a croce, é tutta una serie di interventi complementari che serviranno all'arricchimento di tutta la chiesa. L'obiettivo è ambizioso, ma siamo ormai alla soglia del secondo millennio e l'Anno Santo può rappresentare lo stimolo giusto per intraprendere quest'opera che avvierà la comunità parrocchiale verso gli anni duemila. Architetti: Lamberto Bonafede Lucio Cappabianca LE ETIMOLOGIE Abbacchio = "ad baculum" gli antichi avevano l'abitudine di legare il piccolo agnello da latte "ad un bastone" piantato per terra onde non si movesse Chiesa di S. Giuseppe (Le Mosse): Presbiterio e lato frontale Monte Antenne = "ante amnem" era una piccola città sabina posta, sulla riva del Tevere, "davanti al fiume" 9 Il Barbarigo BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO 1997 A TE ED AI TUOI SOTTO LA PROTEZIONE DELLA SS.MA MADRE DI DIO ***** Stella Natalis renitens in orbe nuntiet Christi populis saluterai corda et illorum repleat serenae munere pacis. La Stella di Natale splendente nel mondo annunzi ai popoli la salvezza di Cristo e riempia i loro cuori del dono d'una serena pace. STORIA E POLITICA "Che cos'è mai la Storia senza la Politica? Una guida che cammina, cammina con nessuno dietro che impari la strada, e, per conseguenza, butta via i suoi passi; come la politica, senza la storia, è uno che cammina senza guida!" A. Manzoni ( da "Ipromessi Sposi") E G I D I O DA V I T E R B O Il Concilio Lateranense Quinto, diciottesimo ecumenico, fu convocato, da Giulio Secondo, e durò fino al 6 marzo 1517. La predica d'apertura fu tenuta dal Generale degli Agostiniani Egidio da Viterbo, il quale affermò che "gli uomini debbono venir trasformati dalle cose sante, non le cose sante, dagli uomini". GHIRIBIZZO NATALIZIO1 Don Sigismondo, Rotai Uditore, fu curiale di stampo pacelliano; nell'uno e l'altro iure gran dottore, assiduo studioso di Graziano. Non diceva mai: "Il Papa" ma: " Il Sovrano", e nel dirlo toglievasi il cappello. Con accento talor napoletano se n'usciva in "mammà" e in "guaglioncello". Per indol pio, retto, cauto e mite, faceva fuoco e fiamme se, ahimé, udiva che qualcun dalla Chiesa dissentiva. Dovevan piover sul malcapitato e richiami e interdetti e sospensioni perché rimettesse a buon posto il capo. E guai se quello poi non si pentiva: "L'avrebbe fatta pinza sì! 'na bella sfulminata de scommunica e via..." . 2 Sonetto caudato, per dirla col Giusti, "alla casalinga": con versi qua e là "ipo" o "iper" metri e con due assonanze. 1 Figura storica-idealizzata, nella quale vengon delineati anche altri personaggi. Ottimo sacerdote; di natura, come di già accennato, bonario: le sue "folgori" duravan poco. Lettore de L'osservatore Romano e de La Civiltà Cattolica; ascoltatore delle Radio Vaticana e Maria; "aficionado" a Telepace (emittente benemerita, interessante e obiettiva nell'informare - quante "fanfaluche" raccontano alcuni mass-media!-; la quale però è proclive all'uso della "anadiplosi" riguardo a certi films e documentari come quelli su antiche pievi in Valpolicella ed in Val Venosta). S'abituò sin da giovane alla "pennichella" del dopo pranzo e alla passeggiata vespertina, che soleva, per lo più. fare in quell'ire e venire di Via della Conciliazione (due antiche e sagge ricette, coteste, per vivere in forma, specie a Roma). Ferreo purista di nostra lingua, non scrisse, neanche una volta: l'erbe; attenendosi alla regola grammaticale (dai più disattesa e quasi obsoleta) secondo la quale l'articolo femminile plurale le non s'ha a apostrofar mai (in prosa). 2 R.l. n. 4 5 6 società cooperativa a.r.l. cod. fise. n. 0 0 0 9 2 9 1 0 5 6 1 c.c.i.a.a. Viterbo n. 6 0 2 2 "CI SCRIVE MONS. REMIGIO RAGONESI" Egregio Prof. E. Serafinelli, da troppo tempo sono in debito con Lei, che spero - vorrà essermi indulgente accettando i miei tardivi ma sentiti ringraziamenti per la calorosa menzione (accompagnata pure da illustrazione fotografica) riservata da "Il Barbarigo" al mio 50° di sacerdozio. La commemorazione è risalita inevitabilmente ai remoti antefatti, dove sono stato collocato e celebrato come "giovane brillante nel campo degli studi e modello di spiritualità, il miglior frutto di quel Seminario Regionale!" Nientemeno, povero me! In realtà, la mia storia è molto più semplice e comincia da lì dove rimanda la citata foto, che mi ritrae nel gruppo dei chierichetti del mio paese, Bagnaia, ragazzo di dieci anni ma già deciso a diventare un giorno come il suo Parroco, (che figura nella foto) e in procinto di intraprendere il lungo cammino, dalle pendici Cimine deviato ad un certo momento, non per mire o mene calcolate ma per fortunose circostanze, ai Sette Colli, dove quel "frutto" della Quercia sicuramente piuttosto acerbo, lungi mille miglia dall'essere "il migliore", maturò per legge di natura e dono di grazia, senza acquistare mai un sapore particolarmente squisito e prelibato. Che invece di diventare come il mio Parroco Arciprete di Bagnaia sia finito col diventare Arcivescovo titolare della vicinissima Ferento con qualche incombenza a Roma, quanto ci abbia guadagnato lo vedrò chiaramente lassù al termine ormai non lontano della mia vicenda di quaggiù. Intanto è già chiaro e certo che io non potrò lasciare quel ricordo in benedizione che lui ha lasciato tra la sua gente. Lui, sì, Don Egisto Fatiganti è stato tra i frutti migliori del Seminario Barbarigo che lo preparò al Sacerdozio e lo donò, fresco della sacra unzione, al mio paese, dove egli mi accostò all'Altare della Prima Comunione, mi aggregò come chierichetto al piccolo clero, con quel che seguì... Perciò, come suo figlio spirituale, mi riallaccio anch'io, genealogicamente, al Barbarigo, naturalmente a tutto vantaggio e onore mio! Con ogni migliore augurio cordialmente e rispettosamente t Remigio Ragonesi Montefiascone FONDATA IL 31 MARZO 1928 Mcattolica b a n c O c o o p . Tutte le operazioni di Banca alle migliori condizioni Credito Agrario di ESERCIZIO • Crediti all'Artigianato ASSOCIATA ALL'ISTITUTO CENTRALE DELLE BANCHE POPOLARI ITALIANE ASSOCIATA ALLA SOC. ITALIANA PER IL LEASING MONTEFIASCONE - Via Indipendenza n. 4 - Tel. 826080 - 825464 GROTTE S. STEFANO - Via Asmara - Tel. 417611 MARTA - Piazza Umberto I - Tel. 870622 ONANO - Via S. Giovanni - Tel. 78529 IOANNI PAVLO PP. II SVMMO ROMANO PONTIFICI ET VNIVERSALI PATRI QVI GRATISSIMO SANE ANIMO IN AETERNAM TRINITATEM CELEBRAVIT FEL1CITER QVINQVAGESIMVN ANNVM SACERDOTI SVI SIT PAX ET VITA AC SALVS PERPETVA VT DIVINO SVFFVLTVS SPIRITV DE CAELO AVSPICE SANCTA DEI GENETRICE TAMQVAM VICARIVS CHRISTI AC BEATI SVCCESSOR PETRI APOSTOLORVM PRINCIPIS SOLLICITA QVA FVLGET CARITATE PERGAT CATHOLICAE PRAEESSE ECCLESIAE IN BONVM GREGIS DOMINICI SIBI CREDITI TOTIVSQVE PARITER GENERIS HVMANI Don Tonino Pelosi Auguri Pasquali eRoma,felicitazioni Domenica delle Palme '96 10 Carissimo Francesco, praeses emerite, ho appena finito di recitare Vespero (con quel toccante inno "Vexilla regis prodeunt" che mi ricorda due grandi latinisti: l'ottimo Don Acaste, che conobbi "in senectute sua", il quale per la festa del SS.mo Crocifisso, a S. Lorenzo, l'intonava con voce baritonale e "maschia", ed il carissimo maestro mio di "Cursus Latinus", il monaco Anselmo Lentini, di Montecassino, anche lui poeta latino, -iussu Summi Pontificis Pauli VI Liturgiam Horarum (vel Breviarum) instauravit) - (o, come dissero malignamente ed ingiustamente alcuni acerrimi e troppo "laudatores temporis acti", in un Latino folenghiano, "massacravit")', scusa tutte 'ste parentesi! Finito, dunque, Vespero, sento il bisogno di scriverti per ringraziarti dell'invio dell'annuale pubblicazione dell'Associazione nostra; pubblicazione attesa, ormai, come il Calendario di Frate Indovino, e che non smentisce la fama, che s'è acquistata, di rivista ben curata, anche tipograficamente, interessante, varia e ricca di begli articoli, di profondi pensieri, di ispirate poesie, di umorismo, di sapienti adagi (anche in vernaco- lo!): insomma, un Pozzo di S. Patrizio culturale! Gratulor, gratulor tibi ex corde; qui non solum eidem publice edendo sollicitam diligentissimamque (fave longitudini vocabuli!) das operam, sed etiam in eodem libello et apte et ornate et expedite et acute scribis, legentes docens, delectans, movens (cfr. Cic. Brutus 49, 185). Ti ringrazio, anche, per il posto che hai cortesemente dato alle mie "nugae " e, per quanto riguarda la "domanda interessante" dell'allora prof. Leonetti, qui per qui non so che rispondere, chiederò, appena ho tempo, a P. Foster. Avrei voluto telefonarti per dirti tutto ciò a voce, ma, a casa, non ho il telefono, e, in ufficio, siamo (per usar ed abusar di Dante, "dalla cintola in sù" e... dalla cintola in giù, oberatissimi di lavoro), (hai visto l'ultimo documento, l'Esort. Ap.ca sui Religiosi? Ben 1900 e più pagine..!). Buona e felicissima Pasqua a te, alla tua signora, alla tua suocera, ai figli ed a tutti i nepoti. A presto. Ajf.mo e dev.mo, nel Risorto, Don Tonino. Quando io ero bambino e andavo, a Valentano, in Chiesa grande, a servir messa all'Arciprete, in sacrestia, c'erano alcune cose che destavano la mia curiosità. C'era anzitutto la "clessidra", collocata sopra la grande credenza dove il celebrante indossava gli abiti da cerimonia. E il celebrante, pronto per entrare in chiesa a dir Messa, rigirava quella clessidra, il cui contenuto di sabbia finissima cadeva lentamente nella parte inferiore, in mezz'ora esatta. Noi ragazzini, appena finita la Messa, correvamo subito a vedere se la sabbia era caduta tutta. Quando diceva Messa Don Sante, di sabbia, nella parte superiore, ne rimaneva ancora un po'; ma quando celebrava l'Arciprete, la sabbia era caduta tutta da un pezzo! Don Sante celebrava velocemente; l'Arciprete era più lento! C'era poi "l'Ordo Missae" e cioè quel piccolo libretto che i preti controllavano per vedere quale Messa dovevano celebrare, quali commemorazioni, quali preghiere... Nella prima pagina del libretto c'erano anche molte indicazioni sulle feste liturgiche e l'elencazione delle date in cui sarebbe caduta la Pasqua negli anni successivi. A quei tempi c'era chi era capace di calcolare la data della Pasqua di ...50 anni dopo! Io ricordo che una mattina di domenica venne in sacrestia un contadino... addottrinato, Giovanni Trippacorta, il quale mi fece ricercare, in quel libretto, il numero "de patta" (diceva lui) e cioè il numero di "epatta", conoscendo il quale e facendo non so più quali calcoli, era possibile calcolare la data della Pasqua. E Trippacorta non ne sbagliò uno, di calcolo, meravigliando me ed il suo amico che lo accompagnava. C'era anche una scansia canonicale dove erano conservati gli oggetti preziosi per le cerimonie religiose: ricordo un ostensorio tutto tempestato di gemme, un calice d'argento massiccio tutto lavorato a mano, una grande pisside... E poi, in un ripostiglio della Sacrestia, c'era una batteria di candelabri, in legno dorato, che venivano posti sull'altare maggiore in occasione delle feste solenni. Palaminelli, il Sacrestano degli anni '30, diceva che quei candelabri li aveva acquistati l'Arciprete Sperapani (Don Checco), che era di Grotte di Castro dove, poi, morì Arciprete. In un'altra delle scansie canonicali, dove venivano conservati gli oggetti sacri preziosi, la cui chiave gelosamente conservava l'Arciprete, e che raramente veniva aperta, c'era incollata, sul battente della porta lignea, una scritta che mi è rimasta impressa e di cui allora non capii bene il significato. Erano W PIO IX! Il Barbarigo Il somaro potatore! Dicono, a Valentano, che il primo potatore della vigna sia stato il somaro. Così una volta, un contadino lasciò il somaro in mezzo alla vigna; quando andò a riprenderlo, si accorse dello scempio che il somaro aveva fatto: aveva morsicato la metà dei tralci! Lì per lì, arrabbiato, riempì di botte quella povera bestia. Però; passarono i mesi... le vite morsicate germogliarono...crebbero tanti grappoli d'uva...! Il contadino s'accorse che le viti, rosicchiate dal somaro, avevano prodotto maggiore uva e di migliore qualità. Da quel momento, il contadino diventò potatore: affinò il mestiere e dettò le buone regole della potatura. Dunque; quando io, in febbraio, vado a Lavinio a potare le mie 20-30 piante di vite (il cui prodotto, però, se lo mangiano sempre e tutto i merli!) ricordo a me stesso di essere simile a quel somaro. Poto, taglio, scorcio...senza rispettar le regole, proprio come quel somaro della storia. Ma l'uva viene bene ed abbondante... per i merli, però! E io che credevo di produrre uva per me, per i figli e per i nepoti...maledico tutti i merli del mondo! Ranucci MASSIME ETERNE! Haec meminisse iuvabit!, "Graecia, capta, ferum victorem coepit!"...; "SolitudoL. Vera beatitudo!"... poche striscioline, di carta bianca, incollate sul legno, che dicevano: W Pio IX! Ricordo, anche, che l'ultima strisciolina del W era penzoloni. Perché quel "W Pio IX", nella sacrestia di Valentano, che durava lì da circa un secolo? (Papa Mastai era stato eletto il 16 Giugno 1846). Certamente perché anche a Valentano arrivò notizia del favore popolare con cui quella nomina era stata accolta, dagli uomini liberi dell'epoca, e delle speranze di libertà e di rinnovamento che essa lasciava intravedere. Il discorso del 10 Febbraio, in cui il Papa disse la frase famosa "Benedite, Gran Dio, l'Italia", fece crescere le speranze di un mondo migliore! Ma perché proprio in Sacrestia c'era quel "W Pio IX", ed in tanti decenni trascorsi, nessuno l'aveva eliminato? A me piace ricordare che tra i canonici della Chiesa Grande ce n'erano sicuramente, in quegli anni, alcuni conservatori, ma c'era, pur anche, il canonico Romagnoli che non ebbe timore di dichiararsi liberale, contrario al potere temporale del Papa, e, per queste sue idee rivoluzionarie, punito e sospeso. Oh che forse era quella la scansia del canonico Romagnoli? Ranucci 11 Il Barbarigo Una domanda imbarazzante Avevo dieci anni: era d'estate, il mese di Luglio. A Valentano, faceva un gran caldo. Io stavo in casa a leggere non sò più quale libro. All'improvviso ci fu una voce nota che, dalla strada, chiamava mia madre:"Margherita! Margherita!". Io mi affacciai alla finestra. Per strada c'era "zio Meco" e cioè Don Domenico, allora seminarista in Anagni, studente al Liceo. Era vestito con la tonaca nera di pretino, aveva una sgargiante fascia rossa che lo circondava sulla vita ed un cappello a cilindro accupolato, sulla testa. Mi invitò ad andare da lui, ed io scesi per strada così come stavo: un paio di calzoncini, una camicetta, un paio di scarpe di cuoio, quelle che faceva, a mano, Giorgio, uno dei tre o quattro calzolai del paese. -"Dove andiamo?" - domandai io. -"Su al monte , a prender aria fresca"rispose zio Meco, o più semplicemente, "Mecuccio", per gli altri familiari. E andammo. 1 Lui sapeva tante cose che io, allora, neppure immaginavo esistessero, però non è che fossi completamente sprovveduto! Ad un certo punto della faticosa ascesa, il discorso cadde sulla Geografia. "Zio Meco" mi fece delle domande sull'Italia: i mari, le città, i fiumi, i monti. Io mi difendevo abbastanza bene; ma, quando eravamo quasi arrivati sulla vetta del monte, col fiatone ed accaldati, mi fu posta una domanda traditora: questa: "-Al mondo, sono più le salite o le discese?" Io, stanco ed accaldato, non ebbi dubbi sulla risposta, e secco risposi: -"Le salite!"- -"E no, corresse zio Meco, e no! Tante son le salite e tante son le discese, perché il punto di partenza è il livello del mare, e tanto sali e poi altrettanto scendi!" Io capii l'errore e ci rimasi male soprattutto, perché, se ci avessi riflettuto con calma, avrei potuto dare la risposta giusta; ma in quel momento vidi soltanto la fatica dell'ascesa, e sbagliai! II monte, che sovrasta Valentano, è detto, nelle carte geografiche, "Monte Stamina", ma il vocabolo non è esatto; deve chiamarsi "Monte Starnini". Perché? Ecco di che si tratta. Quando, sulla fine del secolo scorso, il Regio Governo ristrutturò il catasto dello Stato Pontificio, mandò a Valentano un perito, come allora si chiamava il geometra, che operasse l'aggiornamento agronomico dei terreni. Quel Perito fu accompagnato nelle sue operazioni, per le necessarie indicazioni toponomastiche, da un membro della famiglia "Starnini", di Valentano, il quale fu al perito molto utile nel realizzare il lavoro, e gli fece, poi, tanta compagnia per tutto il tempo che si trattenne in paese. Al momento di dare il nome a quel monte che allora, come adesso, nel comune linguaggio paesano, è chiamato semplicemente "Monte", volle ricordare, esprimendogli gratitudine, il suo accompagnatore, e dal suo cognome lo denominò. Ci fu poi chi corresse, errando, quel cognome, per cui, oggi, l'errore si ritrova sulle carte geografiche locali, senza che alcuno abbia mai richiesto, all'Istituto Geografico Militare, la dovuta correzione. 1 RANUCC1 F I L A S T R O C C A DELLA C I C A L A D'ESTATE ...Trita, e trita la formica! La formica è una ladra!... È una ladra... della vita!... Trita e mieti... e porta a casa! "FESTONE" in onore del S.S. Crocifisso San Lorenzo Nuovo: 14 Settembre 1997 Il Crocifisso, che si trova in una cappella della Chiesa Collegiata dedicata a S. Lorenzo Martire, situata sull'ampia piazza ottogonale, è una delle più antiche sculture in legno della regione e risale al XII secolo. E una bella immagine di Cristo Giudice del mondo e della storia più che un'immagine di Cristo sofferente; infatti pure avendo le mani e i piedi bucati da 4 chiodi (i piedi non sono sovrapposti), tuttavia ha gli occhi aperti da giudice severo... Il Crocifisso, prima di essere sistemato nella Chiesa Parrocchiale, si trovava nella Chiesa rurale di S. Ippolito, nel Paese Vecchio. Ogni anno, il 14 settembre, in onore del SS. Crocifisso si celebra una festa, alla quale partecipano i cittadini e anche i Sanlorenzani residenti fuori, con grande devozione. Però ogni 15 anni viene celebrato il "Festone": e ci sarà proprio nel 1997! È una manifestazione collettiva, che sintetizza pubblicamente i sentimenti individuali di ringraziamento e di affetto verso questo Crocifisso, solenne e severo, che è venerato e invocato ormai da molti secoli, lutti i cittadini si impegnano e raccolgono fondi per regalare, agli abitanti del paese, ai residenti fuori che però ritornano per questa festa, ai parenti e tali ospiti, un'occasione da trascorrere insieme, partecipando alle manifestazioni programmate, varie e numerose. Nella liturgia delle tradizioni e del folclore di S. Lorenzo Nuovo è la ricorrenza più importante. L'Amministrazione comunale, la Parrocchia, la Pro Loco, ciascuno nel proprio ambito di competenza, sottolineano l'importanza di questa festa, cercando di interpretare il significato, adeguandolo alle esigenze della nostra società e alla realtà che ci circonda. Questa festa, che raggiunge il punto più alto di commozione nella processione finale del 14 settembre, quando il Crocifisso viene portato per le vie del paese, ornati in modo eccezionale (E una vera gara tra i cittadini per avere la via più bella...!), ci riporta il ricordo della fede dei nostri padri, che nei tempi passati, ogni 15 anni, celebravano in forma molto solenne, quell'appuntamento che ogni anno li portava a pregare ai piedi del Crocifisso. Enzo Serafìnelli Processione del SS. Crocifisso durante il festone del 1982 (ProJ. (Enzo gerajineffi Cgucossi Antonietta CONSULENTI EDITORIALI DI ZONA (Enciclopedie ~ Grandi opeve ~ Atlanti ~ Dizionari...) Pev Le case Editrici DE AGOSTINI - GARZANTI - UTET SCONTI - OMAGGI - PAGAMENTI RATEALI Abitazione e Agenzia: 01020 S. LORENZO NUOVO (VT) Via Turchetti, 25 • Tel. 0763/77155 12 CULTURA STORICA VITERBESE: I PAPI A VITERBO Viterbo è conosciuta come la città dei Papi: c'è il Palazzo dei Papi, ci sono tante memorie storiche che ai Papi si rifanno. Dal Papa andavano tante persone e ciascuna a Viterbo ha lasciato qualcosa di sé. Qualcuno ci ha lasciato molto, troppo, a Viterbo: anche la vita; come quell'imperatore che fu pugnalato ed ucciso nella Chiesa del Gesù, quella della Piazza del vecchio mercato, dove, in dì festivo, assisteva alle Messa. Nella Chiesa di S. Francesco ci sono i sepolcri di alcuni Papi; altri papi sono sepolti nella Cattedrale. Gli anni, che correvano dopo il mille, videro spesso il Papa e la sua corte trasmigrare da Roma a Viterbo, quando le violenze ed i sovvertimenti dell'aristocrazia e della plebe di Roma rendevano... l'aria irrespirabile. A Viterbo, alcuni Papi morirono ed altri furono eletti. Numerosi ed importanti documenti pontifici furono emanati in Viterbo. Velocemente ricordo adesso i Papi... viterbesi: Innocenzo II. Non sembra abbia avuto residenza a Viterbo: ma, nella guerra tra quel Papa e l'antipapa Anacleto, si ricorda l'Imperatore Lotario che riceve, in Viterbo, un'ambasceria di Anacleto il quale richiedeva il suo riconoscimento. Lotario, invece, riconosce, come Papa, Innocenzo e, nell'aprile del 1132, Papa ed Imperatore fanno il loro ingresso a Roma. Eugenio III. Si insedia nel Laterano, ma i suoi nemici ne impediscono la consacrazione in S. Pietro. È costretto a fuggire da Roma ed è consacrato Papa nell'Abbazia di Farfa il 18-2-1145. Egli, in attesa degli eventi, trasferisce la sua sede a Viterbo; di là lancia la scomunica contro il "Patricius" Giovanni Pierleoni che, assumendo quel titolo, aveva rivendicato la costituzione repubblicana di Roma. Eugenio III, ritornato in Roma dopo aver ottenuto la pacificazione degli animi, è costretto di nuovo, nel marzo del 1146, a fuggire ed a rifugiarsi in Viterbo dove si trattiene per circa un anno e donde parte per andare in Francia a confortare il Re Luigi VII che stava organizzando la seconda crociata. A Roma crescono le turbolenze con Giordano Pierleoni, gonfaloniere delle milizie cittadine, quando arriva Arnaldo da Brescia improvvisamente rientrato dal suo esilio. Il papa Eugenio, poco tempo prima, in Viterbo, aveva sciolto dalla scomunica lo stesso Arnaldo, a patto che facesse atto di sottomissione e promettesse di vivere in penitenza. Le promesse di Arnaldo, però, durarono poco. Appena il Papa raggiunse la Francia, Arnaldo rientrò a Roma e qui promosse la rivoluzione. Finita la sua missione in Francia, il Papa ritorna in Italia, ma non può entrare in Roma, e, tra la fine del 1147 e l'inizio del 1148, risiede in Viterbo, in attesa che si definiscono i problemi politici romani con accordi ed interesse tra l'Imperatore Corrado, il Re di Napoli, Ruggero, e l'amministrazione civica repubblicana di Roma. Nel 1151, Eugenio, aspettando l'arrivo dell'Imperatore, "vaga nell'Alto Lazio"... L'Imperatore Corrado, poi, muore e gli succede Federico Barbarossa, con il quale l'avventura della Repubblica Romana di Arnaldo da Brescia volge rapidamente al termine. Adriano IV. Fu il papa che gestì la fine della Repubblica Romana: lanciò l'interdetto contro la città di Roma, e, poco dopo, la tregua fu conseguita tra Papa e civici amministratori, i quali mandarono in esilio Arnaldo. I soldati di Barbarossa lo ebbero facilmente nelle loro mani, e la triste sorte di Arnaldo fu segnata: fu impiccato... e le sue ceneri furono gettate nel Tevere. Il Papa nel 1155, mentre lentamente la situazione evolveva verso la tragica fine, stava a Viterbo, in attesa di concordare, con il Barbarossa, l'azione politica per la restaurazione del potere papale in Roma. Alessandro III. Egli è celebre, nella storia della Chiesa, per aver organizzato il Concilio Lateranense III, nel 1179, e per aver instaurato le norme, secondo le quali, il Papa dove- Panoramica della città di Viterbo Il Barbarigo va essere eletto da almeno due terzi dei Cardinali. Ma anche lui ebbe vita difficile e travagliata in Roma. Finì gli ultimi anni del suo Pontificato in esilio: nel 1181, era a Viterbo e il 30 Agosto di quello stesso anno morì a Civita Castellana. Innocenzo IV. E ricordato per una tragicomica vicenda militare che ebbe, in Viterbo, il suo epicentro. Era allora Imperatore Federico II: tra il Papa e l'Imperatore c'era un lungo e difficile contenzioso. L'Imperatore era stato scomunicato e minacciava la libertà dei Comuni Lombardi. Mentre trattative laboriose erano in atto, accadde, a Viterbo, un fatto che minacciò seriamente la loro felice soluzione. Viterbo era, allora, città dominata da Federico e presidiata da una guarnigione militare imperiale. Un certo Cardinale Ranieri, battagliero avversario della famiglia degli Svevi, fomentò, in Viterbo, una rivolta contro gli imperiali. Questo erano asserragliati nel Castello, ma le truppe pontificie avevano in mano il resto della città. Federico corse in aiuto dei suoi, pose l'assedio a Viterbo, ma non riuscì ad espugnarla. Si arrivò ad un accordo: l'Imperatore avrebbe levato l'assedio e sarebbe stata garantita l'incolumità della guarnigione. Il Cardinale Ranieri, però, non stette ai patti: aggredì gli imperiali e li sottopose a "maltrattamenti". Il Papa Innocenzo IV condannò il vergognoso comportamento del Cardinale, minacciò Viterbo di censure ecclesiastiche, ma i prigionieri non furono liberati. Alle proteste dell'imperatore, il Papa si giustificò dicendo che Viterbo era una città dello Stato della Chiesa, e male aveva fatto l'Imperatore ad occuparla. Sotto il papa Innocenzo IV, andarono avanti le trattative per risolvere il problema della scomunica e la minaccia alla libertà dei Comuni Lombardi. Federico II chiese un incontro personale con il Papa, e, dal 13 Il Barbarigo momento che l'Imperatore risiedeva, allora, a Terni, il Papa arrivò fino a Narni; poi ritornò indietro fino a Civitacastellana, da dove mandò un Cardinale per risolvere i problemi; ma non se ne fece niente: la pace non fu raggiunta. Morì Federico II, il Papa rientrò a Roma, ma Brancaleone, il Senatore, appoggiato dalla borghesia repubblicana, portò lo scompiglio in città con scontri fratricidi tra aristocrazia e borghesia: fu Brancaleone che fece abbattere, in quel tempo, le splendide, innumerevoli torri (circa 140) che abbellivano la città. Nel frattempo il Papa era stato costretto di nuovo a fuggire da Roma: si recò prima in Anagni e, successivamente, a Viterbo: era il 1255. Dopo un ulteriore breve soggiorno a Roma, tornò nuovamente a Viterbo, dove morì il 25 maggio 1261 e ivi fu sepolto, nella Cattedrale di S. Lorenzo. I Cardinali riuniti a Viterbo, dopo tre mesi di... disaccordo, alla fine elessero un Cardinale francese, allora patriarca di Gerusalemme, il 20 Agosto 1261; fu consacrato, a Viterbo, il successivo 4 settembre, e prese il nome di Urbano IV. Non avrebbe mai messo piedi a Roma! Clemente IV. È ricordato, perché, dal Palazzo dei Papi, in Viterbo, scomunicò Corradino di Svevia, estendendo, poi, la scomunica a tutti i capi Ghibellini. A Viterbo, Carlo d'Angiò, rientrante a marce forzate verso Napoli per lo scontro decisivo con gli Imperiali, si incontra col Papa: era il 1267. Corradino, sconfitto a Tagliacozzo il 23 agosto 1268, fuggiasco verso Roma, respinto dalla città, fugge verso Nettuno, si imbarca presso il Castello di Austura ma i Frangipane lo bloccano al largo, lo imprigionano, lo consegnano a Carlo D'Angiò, che lo fa impiccare sulla Piazza del Mercato, a Napoli. Clemente IV morì, a Viterbo, il 29 novembre 1268, e fu sepolto nella Chiesa di S. Francesco. Adriano IV. Appena eletto, (11-7-1276), si trasferì a Viterbo per sfuggire, dicono, il caldo afoso di Roma. E a Viterbo morì, senza essere stato incoronato, il 18-8-1276. Pure lui fu sepolto in S. Francesco. I Cardinali, presenti a Viterbo, non riuscivano a mettersi d'accordo sulla nomina del nuovo Papa. Il Podestà della città li fece chiudere in conclave, secondo le norme allora vigenti. I Cardinali protestarono, perché quelle norme erano state abrogate. Carlo d'Angiò, che stava nei pressi di Viterbo, fece diffondere la voce che il Papa precedente, in punto di morte, aveva sospeso quella abrogazione. Nacquero, in città, gravi tumulti, sedati, i quali, i Cardinali si radunarono, e, in quello stesso giorno (15 settembre 1276), elessero il nuovo Papa che fu coronato il 20 settembre successivo col nome di Giovanni XXI. Giovanni XXI morì a Viterbo il 20 maggio 1277 e fu sepolto nella Cattedrale. Nicolò III viene ricordato, perché fece costruire, a Soriano del Cimino, uno splendido Palazzo per suo nepote Orso Orsini; lì questo Papa morì, il 22 Agosto 1280, colpito da apoplessia. I Cardinali, riuniti in Viterbo per nominare il successore, erano in contrasto tra di loro: un gruppo era filoitaliano, un altro gruppo filofrancese. Carlo d'Angiò era venuto a Viterbo per far eleggere un Papa che gli fosse amico. C'era poi lo scontro tra gli Orsini e gli Annibaldi. Questi ebbero la meglio con l'aiuto di Carlo: tolsero ad Orso Orsini la carica di Podestà. I Viterbesi tumultuarono e, guidati da Carlo, assalirono il Palazzo Episcopale, segregarono, in una stanza, i due Cardinali Orsini impedendo loro di partecipare all'elezione. E così fu eletto un Papa francese: Martino IV. I Romani gli rifiutarono il piacere di essere coronato a Roma; egli, allora, dopo aver lanciato l'interdetto su Viterbo, per i tumulti verificatesi durante il Conclave, andò ad Orvieto, dove fu consacrato il 23-3-1281. Benedetto XI fu costretto a lasciare a Roma per la situazione caotica in cui versava la città, a causa delle lotte tra le famiglie dei Caetani e dei Colonna. Si rifugiò a Montefiascone, poi ad Orvieto, e quindi a Perugia. A Perugia, scomunicò Guglielmo di Nogaret e Sciarra Colonna per l'aggressione fatta, in Anagni, a Bonifacio Vili. Benedetto XI morì a Perugia, forse avvelenato, il 7 luglio 1304. Pare che il suo avvelenamento fosse provocato dai due predetti scomunicati. Narrano che, un giorno, mentre il Papa era a tavola, arrivò in Palazzo un giovane che portava un bacino d'argento pieno di "fichi-fiore", mandato da certe suore. Il Papa, che ne era ghiotto, ne mangiò subito, senza la preventiva, tradizionale degustazione dell'assaggiatore, cadde ammalato e in pochi giorni morì. Urbano V. Egli fu il Papa che riportò la sede papale da Avignone a Roma. Ordinò, al suo Vicario in Roma, di preparargli una buona residenza, ed il 30 Aprile 1367 partì da Marsiglia, accompagnato da una flotta di 23 galere napoletane, veneziane, pisane, genovesi. Sbarcò a Corneto il successivo 3 giugno, accolto dal Card. Albornoz, che stava mettendo ordine nello Stato Pontificio. Un Corteo lento e trionfale si snodò da Corneto a Viterbo; qui il Papa dovette fermarsi, a causa "delle febbri epidemiche" che infestavano il Lazio, la cui vittima più illustre fu proprio l'Albornoz. Il Papa andò poi a Roma, ma vi si trattenne poco. Nel maggio del 1368 si trasferì a Montefiascone per cercarvi "aria più salubre"; nel mese di Ottobre era in Viterbo, e poi, in compagnia dell'Imperatore Carlo IV, rientrò in Roma. L'avventura italiana di Papa Urbano durò poco: egli non riuscì a coagulare i principi cristiani per una nuova crociata contro i Turchi, vide scoppiare rivolte e ribellioni in molte città dello Stato Pontificio (tra cui anche Viterbo), si nauseò presto della situazione invivibile di Roma, e decise di rientrare in Avignone. Le suppliche dei Romani non gli fecero cambiare parere; a nulla valsero le suppliche neppure di S. Brigida, la quale si recò personalmente a Montefiascone a raccontare, al Papa, la visione da lei avuta, secondo la quale, il Papa sarebbe morto, se fosse tornato in Avignone. Urbano V, il 5 di settembre del 1370, si imbarcò a Corneto, ed, il successivo 24, era già ad Avignone, dove si ammalò subito, e morì il 19 dicembre di quello stesso anno. Gregorio XI fu convinto da S. Caterina da Siena a ritornare a Roma. Via mare, arrivò a Genova, poi a Pisa (6-11-1376) e quindi, a Corneto (5 dicembre) dove la Curia sostò, per più di un mese, in attesa che si concludessero i negoziati per il suo ritorno a Roma. Innocenzo VII, ebbe, in Roma, un pontificato breve e travagliato dalle insanabili lotte, tra Orsini e Colonna, aggravate dallo scisma e dall'antipapa. Un fatto tragico si verificò nell'agosto del 1405. Il Papa accolse, in udienza, una delegazione di 14 personalità della politica romana, intenzionate a richiamare la Sua attenzione sulla situazione. La delegazione offese ed insultò il Papa accusandolo di inettitudine. A quegli insulti rispose un nipote del Papa, violento ed insolente, facendo uccidere 11 di quei personaggi, i cui cadaveri furono poi gettati sulla pubblica strada. Ci fu una violenta reazione popolare: il Papa ed i Cardinali furono costretti a fuggire. Ripararono a Viterbo dove si trattennero per circa un anno. Eugenio IV. È ricordato, oltre che per le sue fughe rocambolesche da Roma, (nascosto nel fondo di una barca, corse rischio di essere speronato, ma riuscì a navigare il Tevere fino ad Ostia, e di là, a Pisa), anche perché nominò suo Vicario, in Roma, il Card. Giovanni Vitelleschi, Cornetano, uomo d'armi, rigoroso ed autorevole. Alessandro VI. La sua figura è rimasta come la più vergognosa nella lunga e travagliata storia del Papato. Qui ricordiamo che, appena fu eletto Papa, assegnò, agli Orsini, il Castello di Soriano nel Cimino ed, ai Salvelli, Civitacastellana. Si ricorda, anche, la sua morte che dicono, avvenne così: C'era allora, nel sacro collegio dei Cardinali, un cardinale Cornetano, Adriano Castellesi, molto ricco, i cui beni facevano gola a Cesare Borgia, il Valentino della Storia. Un giorno quel Cardinale invitò il Papa nella sua villa sul Gianicolo, a pranzo. Ai danni del Cardinale invitante, fu ordito un complotto mortale. Il coppiere del Cardinale, corrotto dai Borgia, versò in una coppa di vino, destinata allo stesso Cardinale, una potente dose di arsenico. Ironia della sorte, però, quel vino avvelenato, per un fatale disguido, finì nello stomaco del Papa, che in breve tempo morì. Di Leone X, si ricordano i festosi cortei e le grandi battute di caccia organizzate anche in Provincia di Viterbo, (o meglio come si diceva allora, "il Patrimonio di S. Pietro in Tuscia): falchi in pugno, mute di cani, pesanti bagagli, turbe di servi, cardinali, baroni e principi... un chiasso che raffigurava quasi una compagnia di baccanti! Innocenzo X (Papa Panfili), viene ricordato perché sua cognata, Donna Olimpia Maidalchini, agì, consenziente il Papa, da vera papessa: niente si faceva senza il suo consenso. Il Papa le fece grazioso omaggio del Palazzo di Piazza Navona e del Castello di S. Martino al Cimino. Il Barbarigo 14 IL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO PER GLI STUDI GIURIDICI IN S. APOLLINARE DI ROMA E L'ANNESSO PONTIFICIO LICEO-GINNASIO Momenti di vita comune, legami e contatti con la Chiesa Viterbese. Il culto di S. Apollinare, già nella Roma del sec. VI", si collega alla funzione svolta dagli Esarchi bizantini che, quali rappresentanti diretti dell'Imperatore, oltre a godere di un'ampia autorità sull'amministrazione civile, avevano anche un diritto di controllo sugli affari ecclesiastici ed in particolare sull'elezione del Pontefice. La figura di questo Santo, Vescovo e Martire, fondatore della chiesa ravennate, entra così nel culto e nella pia devozione dei fedeli romani. Il palazzo di S. Apollinare, con annessa la Chiesa REGINA APOSTOLORUM, la cui immagine veneratissima fu incoronata dal Capitolo Vaticano nel 1652, sorge su quell'area che fu la "Statio rationis marmorum", il La Chiesa e il Palazzo Pontifìcio di S. Apollinare punto cioè ove venivano depositati i vari tipi di marmo, rari e pregiati, provenienti via fiume anche dalle regioni più lontane, a disposizione degli Imperatori e dei Papi per rendere Roma sempre più bella. Siamo infatti nei pressi del fiume Tevere, a fianco della famosa piazza Navona, nel rione Ponte, nell'antica regione di Campo Marzio. L'attuale edificio, sobrio, severo ed imponente, è la derivazione, attraverso modifiche strutturali e sovrapposizioni, dei primitivi edifici, di dimensioni assai più ridotte. Senza inoltrarci nella storia alquanto complessa di questo edificio, sappiamo che dal 1575 al 1773 è sede del Collegio GermanicoUngarico e, a seguito della soppressione della Compagnia di Gesù, da parte di Papa Clemente XIV, è adibito a vari usi e, per alcuni anni, lasciato anche nell'abbandono. Soltanto nell'anno 1823 viene concesso al Seminario Romano di occupare gli edifici ed ivi stabilire la sua sede. Nell'anno 1848, durante il periodo della Repubblica Romana, il palazzo diventa la sede del Ministero delle Finanze. Ma la vera fisionomia di facoltà giuridica "piam doctamque" che doveva assurgere a tanto splendore e divenire gloria ed onore della Chiesa, appare soltanto intorno agli anni 1870 sotto il pontificato di Pio IX. In quegli anni al Seminario Giuridico viene aggiunto anche il Liceo-Ginnasio, caratterizzato da una enorme affluenza di allievi. Il successore Leone XIII, dotato di vastissima cultura classica, istituisce anche un Istituto superiore di alta letteratura per lo studio di Dante e dei classici latini e greci, che prende il nome di Leoniano. E attorno agli anni di fine secolo (18951902), Don Cesare Mercatelli di Valentano frequenta la facoltà giuridica dell'Apollinare, conseguendo la laurea in Diritto Canonico. Ordinato sacerdote il 13/8/1899 dal Vescovo di Montefiascone Mons. Rinaldi, è allievo dei corsi di alta letteratura del Leoniano, conseguendo la laurea che gli consente negli anni successivi di insegnare Letteratura italiana nella prestigiosa Università "Of Mount Saint Vincent" di New York, presieduta dal Card. Hayes al quale succede nel 1939 il Card. Spellmann. E Don Mercatelli ha quale compagno di corso Don Eugenio Pacelli con il quale gareggia nei "Certamina Latina" per i quali Papa Leone, da vero mecenate, offre premi e riconoscimenti apprezzabili. Ancora sotto il Pontificato di Leone XIII l'Apollinare diviene sede anche dell'Accademia Storico-Giuridica creata dopo il trasferimento dell'Università "La Sapienza" e costituisce il secondo ramo della facoltà giuridica per cui, da allora, viene insegnato non solo il Diritto Canonico ma anche il Civile con il conseguente rilascio di lauree in "Utroque iure". E a proposito di questi due grandi Papi, non tutti forse sanno che al trasporto della Macchina di S. Rosa, la sera del 3 settembre 1857, alla finestra del Municipio di Viterbo era seduto Papa Pio IX ed il Card. Pecci, suo successore che prenderà il nome di Leone XIII, allora Cardinale e Vescovo di Perugia. Nel 1903, a seguito della riforma dei Seminari, da parte di Pio X, il palazzo dell'Apollinare rimane nuovamente vuoto per il trasferimento del Seminario e la chiusura del Liceo-Ginnasio ed ospita la Congregazione della Missione dei Lazzaristi. Ma nel 1920, ad opera di Papa Benedetto XV si riapre l'Apollinare come Liceo-Ginnasio e dopo varie peregrinazioni vi ritorna la facoltà Giuridica, Rettore Mons. Tito Paffetti di Caprarola il quale, "corde magno et animo volenti" merita le più lusinghiere benemerenze nel reggere il timone del Seminario. Preside del Liceo-Ginnasio viene nominato Mons. Enrico Salvadori, Canonico Vaticano e validissimo insegnante di lettere. A Mons. Salvadori, alcuni anni prima, è affidata da Papa Pio X l'importante missione di assistere, come coadiutore, il pio Vescovo di Viterbo, Mons. Antonio Maria Grasselli, francescano, in età avanzatissima. Nella sua modestia accetta l'incarico e tra difficoltà ed amarezze, promuove importanti ed artistici 15 Il Barbarigo Nel cortile la fontana del Bernini lavori al Santuario di Santa Rosa. Viene inoltre reso interdiocesano il Seminario ed il Collegio Vescovile retto dai RR Gesuiti nel quale figura come allievo il futuro papa Leone XIII, viene trasferito nel palazzo Ruspoli, sito in Via Mazzini, quale sede più idonea e decorosa. Nell'anno 1921 don Domenico Brizi di Tuscania consegue all'Apollinare la laurea in "utroque iure". Parroco di San Giovanni di Tuscania prima, viene poi nominato Rettore del Pontificio Seminario della Quercia. Nel 1939 gli viene assegnato l'incarico di Rettore del Pontificio Collegio di Propaganda Fide e nel 1945 consacrato vescovo di Osimo e Cingoli. Le sue spoglie riposano nella pace di Cristo nella cripta della Cattedrale di Osimo. La memoria del suo operato è ancora viva tra quelle popolazioni, toccate dal suo sapere, dal profondo equilibrio interiore, dalla bontà, umiltà, zelo. Ancora nell'anno 1924 Don Antonio Taffi, della Diocesi di Acquapendente viene insignito del titolo accademico di Dottore in "Utroque iure", compagno di corso all'Apollinare del futuro Papa Montini. Si dice, nella nativa Farnese, che fin da ragazzo avesse una particolare abilità ed una accorta delicatezza nell'agire, doti che gli consentono poi di approdare nella Nunziatura Apostolica. Nominato giovanissimo Rettore del Seminario di Acquapendente, è chiamato alla Nunziatura quale Segretario e successivamente designato Nunzio di Cuba e successivamente dell'Honduras e Nicaragua. Dopo un così lungo peregrinare attraverso i paesi dell'America centrale, tornato in Patria, viene proposto quale Canonico della Basilica di Santa Maria Maggiore. Nell'anno 1925 Don Luigi Cruciani di Valentano porta a compimento gli studi giuridici al S. Apollinare, conseguendo la laurea in Diritto Canonico. Seminarista, partecipa alla guerra del 15-18 con il grado di Tenente, riportando sul monte Vodice di Gorizia una ferita molto limitativa al braccio destro. Ordinato Sacerdote nel 1921, svolge la sua opera pastorale quale parroco di Capodimonte. Sceglie in seguito la strada di Cappellano Militare, seguendola fino alla pensione, raggiungendo un grado elevato nella gerarchia A ricordo del ritorno di S. Apollinare a palestra di studi, sullo sfondo del primo rampante del magnifico scalone è stata apposta la seguente marmorea epigrafe: BENEDICTO . XV . PONT. . MAX. QUOD PONT . SEM . ROM . ALUMNOS . IN . IURIS . DISCIPLINA . ERUDIENDOS EIUSQUE. ATHENAEUM IN . HAS . AEDES . AD . SANCTI. APOLLINARE ANNO.MCMXX SAPIENTI. CONSILIO . REVOCAVERIT IN . EISQUE . LYCAEUM . ATQUE . GYMNASIUM IUVENTUTI . ROMANAE . LITTERIS . ET PIETATE . EXCOLENDAE RESTITUERIT PATRI . ET . PRINCIPI. MUNIFICENTISSIMO MODERATORES . MAGISTRI. ET . DISCIPULI ANNO.MCMXXX dell'Ordinariato Militare e meritandosi per la sua apprezzata opera negli ospedali militari di Ancona, Zara e Celio di Roma, quale "bonus miles Christi inter milites" la medaglia al merito della Sanità Pubblica. Viene poi nominato Prelato Domestico di S.S. e Canonico della Perinsigne Basilica di San Marco in Roma. Negli anni 29-30 figura alunno dell'Apollinare Don Sergio Guerri di Tarquinia ed ivi consegue la laurea in diritto Canonico. Completati gli studi, viene chiamato in Vaticano e nominato Pro-segretario dell'Amministrazione dei Beni della Santa Sede e membro del Consiglio di amministrazione del Pontificio Liceo-Ginnasio. Viene successivamente elevato alla dignità cardinalizia ed il Suo ritratto sorridente e bonario fa bella mostra di sé nel salone del nostro Seminario. Voglio ricordarLo come devoto ex alunno del Barbarigo, munifico sostenitore della nostra Associazione, alla quale si sentiva onorato di appartenere e come caro amico di tanti di noi. E tra i tantissimi alunni dell'Apollinare "doctores creati" intorno agli anni 20-30, figurano anche altri Sacerdoti della nostra terra: Don Sbarra Francesco della Diocesi di Orte, Don Donati Valerio di Acquapendente, Don Sposetti Roberto di Viterbo, Don Domenico Galletti della Diocesi di Corneto. Non sono purtroppo riuscito a reperire elementi certi per poter compilare la loro scheda personale e tracciarne un sia pur breve profilo biografico. Dopo gli anni '30, a seguito di ulteriori riforme dei Seminari, la facoltà giuridica dell'Apollinare viene trasferita definitivamente alla nuova sede del Laterano. Nel grande palazzo rimane il Ginnasio-Liceo con il suo attrezzatissimo gabinetto di Fisica ed il ricco museo di Storia naturale, sotto la diretta amministrazione della Santa sede. E per concludere, anche io sono un ex alunno del Pontificio Istituto di S. Apollinare ove, intorno agli anni '50, conseguii la licenza ginnasiale e successivamente la Maturità classica e mi sento onorato di aver frequentato questo Istituto dalle tradizioni gloriosissime. Furono miei illustri Presidi Mons. Pericle Felici, e Mons. Filippo Caraffa. L'uno fu nominato Pro-Presidente della Commissione per la revisione del Codice di Diritto Canonico e creato Cardinale da Papa Paolo VI nel 1967 per i Suoi meriti particolari nella preparazione e promozione del Concilio Vaticano II. L'altro, eminente Agiografo, diresse la stesura di quell'imponente opera che è la "Bibliotheca Sanctorum". Fu per me la continuazione della vita del Seminario Barbarigo. Anche lì respirai aria permeata di "Bonitatem-Disciplinam-Scientiam" e ritengo doveroso tenere altro il prestigio e la fama di quell'Apollinare che dette una formazione non comune a schiere di Sacerdoti e giovani che ebbero la fortuna di frequentarlo e che rifulsero nella vita ecclesiastica e civile. Memmo Cruciani Il Barbarigo 16 UN ORGANO SENZA VOCE 1. Contributo alla Memoria Percorrendo quel tratto dell'antico borgo di Montefiascone che va dalla Cattedrale fin al Belvedere, proprio sul limitare di viale Trento, si apre l'ingresso del cortile del Seminario voluto dal Cardinal Barbarigo più di trecento anni fa. Il cortile è delimitato ad oriente e a settentrione dal fabbricato del Seminario, a ponente dal muro di cinta e a mezzogiorno dalla facciata della chiesa dedicata all'apostolo Bartolomeo. È, questa, la chiesa forse più sconosciuta e dimenticata di Montefiascone; una volta, ai tempi gloriosi del Seminario, era sempre officiata, oggi, in tempi moderni, viene aperta soltanto in rare occasioni, tra cui il giorno della festa del Santo: il 24 agosto. Ogni volta che varco il portale di ingresso di una Chiesa, dopo un'occhiata generale all'interno dell'edificio, è per me spontaneo voltarmi sempre verso la controfacciata per cercare se lassù, nella quasi immancabile cantoria, trovi posto un organo, e una volta trova- FESTA DI S. BARTOLOMEO APOSTOLO 1996 SEMINARIO BARBARIGO PROGRAMMA RELIGIOSO Venerdì 23 Agosto ore 18,30 Primi vespri con la Vestizione dei nuovi seminaristi presieduta da Mons. Vescovo Sabato 24 Agosto Ore 7.00, 8.00, 9.00 S. Messe Ore 10,30 S. Messa Solenne celebrata da Mons. Pietro Concioli, Vicario Generale Ore 18,30 Secondi Vespri to, piccolo o grande che sia, avverto una sensazione di tranquillità, come se dall'alto quella creatura dell'arte e dell'ingegno umano possa proteggere il luogo sacro dalle insidie del tempo. Anche nella Chiesa di San Bartolomeo di cui parlavo prima ho trovato nella cantoria un bellissimo organo, dalle fatture molto gentili e ben proporzionate, ma il sentimento che ho provato qualche anno fa alla sua vista non è stato certamente quello di compiacenza o di felicità, bensì di terrore e di rabbia. A quest'organo è toccata la peggior sorte possibile: è diventato muto! Oggi rimane inerte lassù, come un vecchio abbandonato, dimenticato da tutti, offeso e violentato nel suo intimo, corroso dal tempo ma soprattutto dall'incuria dell'uomo. Testimone di un tempo glorioso, reduce-protagonista di mille e mille prestazioni durante solenni celebrazioni e sacre funzioni, aspetta pacatamente che qualcuno si accorga di lui, e nel silenzio austero che avvolge tutto il complesso architettonico nel quale si trova, la sua presenza grida incessantemente: «Ho ancora un cuore che batte!». 2. Alcune notìzie storiche L'organo della chiesa di San Bartolomeo in Montefiascone è un pregevole strumento del XVIII secolo. Il suo costruttore è Giovanni Corrado Verlé, organare tirolese vissuto dal 1701 al 1777. Il Verlé è un nome molto conosciuto nell'ambiente musicale, o meglio nell'ambiente organologico, per la sua fama dovuta non tanto alla copiosità delle opere che ci ha lasciato, quanto invece alla perizia, alla maestria e alla meticolosità con le quali espletava la sua arte, e se oggi la maggior parte delle sue creazioni non sono funzionanti non si deve certo a lui, bensì alla devastan- PROGRAMMA CIVILE Sabato 24 Agosto Ore 7,00 Fiera dei Canestri Ore 11,00 Premiazione con canestro d'argento al più bel canestro e omaggio a tutti i partecipanti Ore 15,30 Corsa delle carrozzette Ore 17,30 Concerto della Banda Cittadina Ore 19,30 Altezza del Prosciutto *** INVITO A TUTTI GLI te opera degli uomini. Non ritengo questo il luogo più adatto per fornire notizie-spigolature sulla vita del Verlé che sono facilmente reperibili consultando dizionari e riviste specializzate, ma vorrei piuttosto fermarmi un po' sulle opere da lui progettate e costruite, prima di passare al nostro organo. Innanzitutto bisogna mettere in chiaro una cosa: Corrado Verlé era di origini tirolesi e la sua giovinezza che ha coinciso con il periodo di formazione artistica l'ha proprio trascorsa nell'ambiente di Augusta, quindi risente di tutti gli influssi nordici. Nella costruzione di organi, infatti, è molto importante il luogo geografico (intendendo con questo termine non solo il singolo Paese ma tutta un'area omogenea per cultura, tradizioni, lingua etc...), ecco perché oggi si parla di organi italiani, organi tedeschi, organi inglesi... Ora il Verlé venne in Italia probabilmente nel 1733 , periodo al quale appartiene quasi sicuramente il primo organo da lui costruito e oggi conservato presso il museo degli Strumenti musicali in Roma, quindi il suo modo di costruire organi era per sempre segnato dalla formazione nordica e questo lo si vede dai registri che usa, dal modo in cui distribuisce il materiale fonico, dal materiale di costruzione, dagli accessori etc... Tutti gli organi di Corrado Verlé hanno delle caratteristiche costanti che li accomunano: • Accanto al Principale c'è sempre un Flauto tappato in legno; • dietro i Principali di stagno di trovano sempre i Ripieni: XXII e/o XXIX a seconda della grandezza dello strumento; • oltre al Flauto tappato aggiunge un flauto in stagno in Ottava e uno in Quinta; • negli organi più grandi trova sempre posto il Cornetto; • la Vox umana non sempre è presente, ma in compenso viene introdotta in Italia la Viola da Gamba. • a volte si trovano registi d'effetto come l'Usignolo e la Zampogna. Tutte queste caratteristiche, anche se esposte in grandi linee, sono proprie dell'arte organarla tedesca e conferiscono agli organi che sono costruiti secondo queste regole una originalità ed una singolarità che nemmeno i nefasti interventi ottocenteschi, che interessarono pressoché tutti gli organi del nostro Paese, possono cancellare. Rispetto ad altri organari del suo tempo, Verlé ha, sotto questo aspetto, un certo primato: le sue opere si sono conservate in un numero davvero notevole, soprattutto i positivi. Di Corrado Verlé, infatti, ci sono rimaste una ventina di strumenti disseminati in quasi tutto quello che era lo Stato Pontificio. Non tutti sono ancora funzionanti: alcuni (come quello di San Bartolomeo) versano in stato pietoso, altri, dopo vari rimaneggiamenti ottocenteschi, riescono ad emettere qualche suono; altri, infine, dopo un attento restauro 1 2 Vestizione dei nuovi seminaristi EX-ALUNNI Perché non incontrarci anche per la prossima festa di S. Bartolomeo, il 23 e 24 Agosto del 1997, nei locali a noi tanto cari? Potremmo fare corona ai giovani seminaristi, riscoprire tradizioni particolari (canestri intrecciati, ciambelle...) e fare quattro chiacchere nel cortile o in un ristorante del posto! Arrivederci in estate. A 3 7UJ 4 Il presidente Fiera dei Canestri Il Barbarigo 17 danno una dimostrazione fedele di quello che doveva essere il suono originale dello strumento. Come già ho accennato il primo organo che ha costruito in Italia è conservato presso il Museo degli strumenti musicali di Roma: in esso sono concentrate tutte le caratteristiche nordiche della fabbricazione di organi, a cominciare dalle decorazioni lignee della cassa armonica, per finire a tutto l'impianto fonico e alla notazione a penna tedesca. Il secondo strumento costruito da Verlé due anni più tardi è il grand'organo per la Chiesa di S. Maria Maddalena, pagato ben 500 scudi e dotato di una quindicina di registri, comprese anche le ance (trombe e trombone) e un registro di colore, l'Usignolo. Anche quest'opera, purtroppo, è stata oggetto di ampliamenti e trasformazioni ottocenteschi. Di altri due organi firmati Verlé è rimasta soltanto la descrizione, in quanto andati perduti e sostituiti in questo secolo da strumenti moderni: si trovavano presso il Conservatorio delle Zitelle di S. Giovanni in Laterano e presso la chiesa di S. Paolo alla Regola, sempre a Roma. Si trovano ancora al loro posto, invece, l'organo costruito per l'Oratorio del Crocifisso in Roma (risalente al 1744), quello acquistato nel 1830 per la chiesa di S. Maria in AraCoeli, quello del convento di S. Eusebio e quello della Chiesa di S. Eustachio, tutti a Roma. Sempre a Roma troviamo organi di Verlé nelle chiese dei SS. Vincenzo e Anastasio, di S. Callisto, dei SS. Nereo ed Achilleo. Fuori dell'ambiente romano bisogna ricordare: l'organo di S. Maria Assunta ad Otricoli (TR), quello della Chiesa di S. Giuseppe da Leonessa a Leonessa (RI), un bellissimo monumentale ricco dal punto di vista fonico, l'organo di S. Pietro a Supino (FR) e il suo fratello, quasi gemello, della Chiesa di S. Giovanni Evangelista a Montecelio, in provincia di Roma, e quello per la chiesa di Notre Dame de l'Annonciade della città di Corte, in Corsica. Infine, ultimo soltanto nel mio elenco, trova ancora posto nella cantoria della Chiesa di S. Bartolomeo di Montefiascone, l'organo Giovanni Corrado da Verlé facente parte di quello che era l'asse ereditario dell' organare. Infatti è l'unico rintracciato dei tre che costi4 5 6 7 8 tuivano il nucleo rimasto sprovvisto di collocazione alla morte del costruttore. L'organo di S. Bartolomeo è arrivato a Montefiascone nell'anno 1778 grazie all'interessamento dell'esecutore testamentario di Corrado Verlé, il sig. Giovanni Mimmi, che vendette ai Canonici di Montefiascone, il grande organo stimato 250 scudi. Esso è "...di altezza palmi 16 col cesolfaut o sia 9 in mostra di Principale di 7 piedi, contenente 12 registri tutto terminato con i suoi ornamenti e cassa, tutto nuovo..." Esternamente lo strumento appare racchiuso in una cassa dai fregi dorati dagli influssi barocchi; la mostra è divisa in tre campate di 7 canne ciascuna con il DO^ come canna centrale più grande e le labbra a scudo. E dotato dei seguenti registri: • Principale 8' • Ottava •XV • XIX • XXII •XXVI • Tre file di ripieno: XXII+XXVI+XXIX • Flauto 8' • Vox umana • Cornetto [XII+XV+XVII] Anche in questo organo durante l'Ottocento si sono fatte delle aggiunte: Bombarda, Tromba e Contrabassi. Attualmente questo strumento è insuonabile. Lo stato in cui versa è a dir poco disastrato: a guardarlo dall'esterno si direbbe che stia in piedi per forza di inerzia, tanto tutta la sua struttura lignea è deteriorata. La mostra è gravemente mancante: quelle poche canne che si vedono stanno lì per un pietoso atto del rettore del seminario, il quale vedendolo del tutto spoglio ha pensato bene di ricoprire quel vuoto con delle canne che ha trovato lì in cantoria. A fianco dell'organo trovano ancora posto un mucchio di canne e altro materiale in pessimo stato; altro materiale è andato sicuramente perduto nel corso degli anni, durante i quali forse è stato usato dai ragazzi per giocare o ancora peggio è stato usato per altri fini poco nobili... Si potrebbe ipotizzare un lavoro di restauro, ma certamente il lavoro sarà lungo e faticoso in quanto interesserebbe tutto il complesso dello strumento. 9 A grandi linee il lavoro potrebbe essere questo: smontaggio di tutte le canne e loro catalogazione (da tenere presenti quelle attualmente montate sullo strumento e quelle depositate nel ripostiglio accanto); - Verifica ed eventuali spurie registro per registro. - Rimontaggio canna per canna dopo una adeguata pulitura, ripristino, riporto in tondo evitando altri squarci per poter ritrovare l'originale temperamento. - Smontaggio di tutte le canne in legno e relativa pulitura (comprensiva di trattamenti anti tarlo); verifica dello stato di mantenimento del legno. - Smontaggio del somiere e del pedale per controllo (sicuramente dovranno avvenire delle sostituzioni delle pelli, delle valvole e delle molle): forse converrà addirittura sostituire tutta la parte meccanica della trasmissione. - Sostituzione della manticeria e installazione di un elettroventi latore da posizionare in una cassa di acustica (Per fare un lavoro più rispondente alle attuali richieste organistiche sarebbe bene mantenere un doppio azionamento della manticeria: manuale ed elettrico). Tutto il restauro della parte meccanica e fonica dovrà avvenire in laboratorio e durante questo periodo di lavoro la cassa lignea dello strumento dovrà essere anch'essa restaurata, consolidata ed integrata di qualche particolare mancante. Questo lavoro potrà essere facilmente svolto da un bravo artigiano locale dopo alcuni accordi presi con l'organaro. Questa potrebbe essere la linea da seguire nel recupero dello strumento. Certamente data la delicatezza del lavoro ci si deve affidare a persone tecnicamente capaci e preparate, non ci si improvvisa organari... ma il lavoro oltre ad essere lungo è assai costoso e il Seminario di Montefiascone, da solo, potrebbe coprire al massimo le spese per il restauro della cassa armonica. Ma vale la pena fermarci a questo? E giusto declassare un organo di questa importanza ad un semplice apparato scenografico? Che queste domande possano servire da pungolo alla coscienza di ognuno. Roberto Bracaccini UNA SCENETTA, DEI TEMPI PASSATI, R I F E R I T A D A L DOTTOR CESARE TACCONI Quanno scurrea il conte FANI de Veterbo, -"Prosit e ...favorisceteve, Vossia!" Ma quanno scurreamo nuantre villane, -"Furmini e ...sacramente e chiode pinzute ma ar buco der culo, porco villano!" "La vita è bella!" dice Umberto. "Alle preoccupazioni provvedano papà Cipolla Daniele e mamma Silvia Tacconi (figlia di Cesare Tacconi)". Il Barbarigo 18 LE OPERE DI DIO E LE OPERE DELL'UOMO Matteo 15.13 <Ed egli rispose: "Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre Celeste, sarà sradicata".> 2 Maccabei 7.19 <"Ma tu non credere di andare impunito dopo aver osato di combattere contro Dio".> Nella storia dell'Umanità si sono verificati molti sradicamenti dovuti ad ideologie diverse; di conseguenza anche le opere e le attività dell'uomo legate ad esse sono crollate: non erano segno della presenza di Dio nel Mondo. Siccome il diavolo esiste sul serio, di nuovi ne sono nati e ne nasceranno. Negli Atti degli apostoli viene detto di lasciare questi uomini a se stessi e di non preoccuparsi perché, se non c'è Dio con loro, tutto sarà distrutto. Vivere nella continua speranza che Dio è con noi, è con me, non mi è facile perché sento su di me il peso del male che mi fa soffrire e non ho la pazienza nè di accettarlo nè di aspettare che venga distrutto. Dio (ne sono sicura) ha messo in me tanti semi che devo far crescere e sviluppare ma io faccio crescere di più quei semi che credo mi siano più utili per vivere in questa società. Sono fortemente impegnata nell'educare i miei alunni alla "Mondialità", al rispetto delle cose e penso che sia Lui a darmi la forza di prendermi tanti grattacapi perché questa grande pianta dell'Umanità possa in seguito portare buoni frutti. Sono impegnata anche con i bambini che preparo per lo prima comunione. In queste attività sono spinta quasi sempre dal desiderio forte di costruire il suo Regno. Ho detto "quasi sempre": perché, purtroppo, ci sono i momenti duri della prova quando il Signore distrugge le opere e le idee che non sono sue: per fare ciò si serve delle persone che sem- pre, senza badare a mezzi termini, con offese e prese in giro mi fanno capire che io per prima ho preso la strada sbagliata; perciò mi ritrovo anche nella prova a dover ringraziare Dio di avermi messo vicino quelle persone. Si serve del tempo che limita e che mi fa riflettere su tutte le cose che penso e che faccio siano giuste o da buttar via. Il desiderio di compiere il bene si confonde o viene superato dal desiderio egoistico del far prevalere la propria persona. Mi difendo dicendo che non potevo fare altrimenti, che sono stata costretta dalle circostanze, che dovevo dimostrare che ero capace: è il mio peccato. Signore perdonami gli errori che compio e quando nel mio cammino distruggi ciò che non è Tuo, donami il coraggio e la lealtà di ammetterlo e di riconoscere la TUA PRESENZA. Baccelloni Maria Selide OTTIMISMO! Ci son cento, mille modi di essere ottimisti. Io ne ricordo due molto significativi. Il primo riguarda Alfonso D'Ascenzi che fu Sindaco, a Valentano, nell'immediato dopoguerra: mio successore, dopo breve esperienza; entrambi nominati dal Governatore Americano nel 1944. Alfonso era uomo gioviale, allegro, spiritoso, grande barzellettiere. Ad una mia domanda: "Come va la salute?" Rispose che lui aveva deciso di rifarsi la camera da letto e, per aver una qualità di legno buono a rifar questa camera, ci voleva la noce! Allora lui aveva seminato una decina di noci, in non so più in quale suo terreno! Perché queste piante di noci raggiungessero una dimensione da farne legno da falegnameria, occorrevano almeno cinquant'anni; ce ne volevano, poi, circa dieci, per una buona stagionatura e almeno un paio, per il lavoro del mobiliere. Insomma dovevano passare non meno di sessantanni. Alfonso così concluse: "Io aspetto, con pazienza, la nuova camera da letto, non ho fretta!!" E questo è il primo esempio di grande ottimismo. Il secondo non è meno significativo. Era un pomeriggio d'estate degli anni '60, a Lavinio. Passeggiavo, con i miei figli, tra le strade circonvicine alla mia casa. Ad un certo punto, mi fermo ad ammirare, dal cancello di una villa, uno spettacolo straordinario. Sui due lati del viale, che da quel cancello portava alla villa, erano state, di recente, messe a dimora alcune piantine di cipresso non più alte di cm. 30. C'erano due vecchi, marito e moglie, capelli bianchi, bastone in mano, passo incerto, che innaffiavano quelle piantoline: lei teneva in mano un piccolo innaffiatoio, che ogni tanto andava a riempire alla fontana; lui prendeva dalla mano della moglie l'innaffiatoio e versava l'acqua sulle radici dei cipressi. Quei due vecchi cadenti stettero più di mezz'ora a completare l'operazione. Un cipresso, per diventare albero, impiega almeno cento anni. Quelli erano due vecchi ottimisti! RANUCCI L a g o di Bolsena LE NOZZE DI CATONE! lo non so se la storia della letteratura latina ha qualche riferimento alle nozze di Catone: forse che sì, forse che no; più no, forse, che sì. Un fatto però è certo: che esse non furono affatto festose, anzi, se proprio dobbiamo dire la verità, furono drammatiche. Non è facile ripercorrere, in retromarcia, le vicende storiche; ma, se la tradizione é credibile, qualche traccia di quel matrimonio si è perpetuata attraverso i secoli, ed è rimasta ancorata in un detto celebre che sinteticamente ne riassume l'oggetto. Dunque, a Valentano, quando un fatto, un episodio, una vicenda volge verso un epilogo tragico e, comunque, non favorevole, si dice: "Va a finir come le nozze di Catone!" Se tu, poi, domandi a qualcuno come finirono quelle nozze, tutti ti rispondono, unanimi e seccamente: "A legnate!" Su questo tragicomico riferimento storico, ci sono molti dubbi e non poche perplessità. Di qual Catone si tratti, anzitutto. Forse del vecchio Catone, quello che la letteratura latina celebra come "il Censore", quello, per intendersi che, in Senato, ripeteva "delenda Chartago" e che era ritenuto il "Bastian contrario" del Senato Romano? O forse dell'altro Catone, quello ricordato come l'Uticense, per via che si uccise ad Utica, quando vide essere la Repubblica arrivata ormai al capolinea? Se quel Catone fosse uno dei due, allora bisogna concludere che qualche cittadino di Valentano era presente a quelle nozze e, forse, si prese pure lui qualche randellata in testa. Ipotesi, questa, che lascerebbe intendere l'origine di Valentano essere antichissima. Detta ipotesi non è peregrina poiché, a Valentano, c'è un cippo funebre, su pietra, antichissimo, dove si ricorda un certo Mecio "Sabatina tribù" (ed in effetti il territorio di Statonia era stato assegnato a quella tribù)... "Quoius neque mors satis laudari neque vita potest". Quel Mecio doveva essere stato un personaggio importante, e a me piace pensare che fu lui stesso che partecipò a quel matrimonio e, ritornato in patria con qualche costola rotta, abbia raccontato ai "villici verentani" come si svolsero quei fatti, donde poi nacque il detto che, a distanza di duemila anni, ancora si ripete! Ma rimane il dubbio! E se quel Catone che prese le legnate, non fosse da individuarsi in nessuno di quei due personaggi storici e fosse stato magari un povero Catone paesano che, si fa per dire, ordinò un pranzo di 200 coperti e, poi, non aveva i soldi per pagarlo suscitando così la furia omicida dell'oste che si ripagò a suon di tortorate? Anche questa ipotesi non è peregrina! Che dire? Contentatevi delle notizie e ringraziate Dio che, a voi, a quel matrimonio, non vi invitarono. Ranucci Il nero perdente! Il Barbarigo Io non so se il nostro modello di civiltà è il migliore che l'umanità possa proporre a se stessa. Questo modello è sostanzialmente ancorato a due valori: l'accumulo ed il consumo. Mi spiego. Noi lavoriamo, produciamo, guadagniamo, ed abbiamo il nostro conto in banca. Quel conto poi lo consumiamo, più o meno lentamente, per i nostri bisogni quotidiani, per realizzare i nostri progetti di divertimento, di vacanze... È certamente un buon modello, frutto di plurisecolari esperienze, che consente a noi, uomini di razza bianca, di vivere bene, di goder la vita. È un modello, però, che ha il suo retroterra culturale nell'emulazione. Noi, cioè, siamo alla continua rincorsa di sopravanzare gli altri o, almeno, di stare al loro passo. Una lotta continua non per la sopravvivenza, ma per non rimaner... fregati! Le conseguenze di questo modello di vita, negli aspetti negativi, sono i seguenti: stress, insonnia, disturbi digestivi o circolatori, diabete, alta pressione... Questo modello noi bianchi l'ab- biamo esportato nel mondo, e ad esso tutti ormai fanno riferimento. C'è anche un altro modello, però, non ampiamente diffuso, in verità, ma non meno interessante: il modello del mondo nero, quello, per intenderci, che non sa cosa siano né accumulo né consumo! Il nero vive alla giornata; produce quel che gli serve, al presente, tanto quanto gli basta per vivere; lavora quel tanto che gli assicura un .. pezzo di pane; non eccede nel mangiare, anzi nuota più nella fame che nell'abbondanza. Egli non ha mezzi di locomozione meccanizzati; cammina a piedi o a fianco del cammello o del somaro. Il nero veste quel tanto che è necessario a coprire le parti intime; abita nella capanna. E quando (diceva un mio cugino colono a Tripoli negli anni '30) i pidocchi hanno infestato la sua 'zeriba', lui non se la prende: la brucia e ne costruisce un'altra, cinquanta metri più in là! Chi ha ragione? Io, da vecchio, sto dalla parte dei negri!... Peccato però, che il nero è sempre perdente!!! RANUCCI ASSEMBLEA ANNUALE: 25 aprile '96. 19 Le grandi definizioni! Moravia ha detto (o, meglio, Io disse in giovinezza; poi si vergognò di averlo detto): "Io sono per il 50% ebreo, per il 100% fascista!" De Marsanich (il Segretario del MSI degli anni '50) disse: "Non rinnegare! Non restaurare!" Bismark (il grande cancelliere tedesco) disse: "Se vuoi vivere felice, non chiedere come son fatte le salsicce e... le leggi!" Tutti ascoltano con attenzione! L'unica eccezione è ...Don Luigi Picotti, il solito simpaticone! Il Barbarigo 20 entriamo nel soggiorno. "Francesco, dov'è la campanella?" Lui guarda verso l'angolo, vede la campanella e sorride festoso, sgambetta ed allunga le manine per tirare la catenella. Io l'aiuto a collo, camminando per casa, cantando e scher- prenderla. Lui la prende, la tira, ascolta il suono; zando. E così, in braccio a me, per un po' ; in brac- poi la lascia, si riavvicina, la prende ancora, la cio a mia moglie, per un altro po'... passano le rilascia... ed il gioco dura un bel po' ...la campaore, le giornate. Son già passati dieci mesi, e nella intanto suona, e Francesco ripete: "Da... Francesco comincia a puntare i piedini... e tra da... da...". Ieri sera, 20 febbraio 1996, è successo un fatto poco camminerà per casa. Ogni giorno che sta con me, accade sempre qual- strano. Si era fatta quasi notte, e papà e mamma cosa di nuovo, ed io questo nuovo lo racconto, a di Francesco erano in ritardo sull'orario per venisera, alla sua mamma, al suo papà, ed essi, in cuor re a prendersi il bambino. Io trastullavo Francesco loro, si rallegrano per queste piccole cose, perché per casa: siamo andati nel soggiorno a suonare la Francesco dà chiare indicazioni d'intelligenza. campanella. Abbiamo acceso la luce, ed io non ho Ecco: ricorda tutto. Se qualcosa gli è gradita, fatto caso, lì per lì, che la catena della campanelaccetta volentieri di ripetere l'esperienza; se qual- la proiettava la sua ombra sulla parete. Abbiamo cominciato il solito gioco: Francesco afferrava la cosa non gli piace, si rivolta dall'altra parte. Ad esempio: a casa mia, nel soggiorno, c'è, appe- campanella, la tirava, la lasciava, la riprendeva, sa ad un muro, vicino alla porta, e, tra questa e ed intanto la campanella suonava, mentre una grossa credenza, una campanella con una pic- Francesco, a quel suono, festosamente sorrideva e cola catena ad anelli di ferro. È una campanella sgambettava. dal suono argentino e squillante che, tanti anni fa, All'improvviso, dopo qualche attimo di pausa, mia moglie acquistò al mercato e l'appese a scopo Francesco ha allungato la sua manina per afferraornamentale. Quella campanella serviva anche a re di nuovo la catena, ma, anziché mettere la chiamare a tavola i miei figli, in particolari circo- mano sulla catena di ferro, è andato a metterla stanze: a Pasqua, la Vigilia e il giorno di Natale, i sull'ombra che la campana proiettava sul muro. compleanni... Quel suono, quasi il gong di una Sull'ombra, però, la manina sua non afferrava nave, era il segnale che il pranzo era pronto: e, a niente. Ha provato, ha riprovato a stringere, ad quel suono, i miei figli smettevano i giochi e si acchiappar la catena; niente da fare, la sua manisedevano a tavola. Quella campanella, dunque, na afferrava invano. Io ho capito subito il suo piace a Francesco: la ricerca, la guarda, l'ammira inganno; l'ho lasciato fare a modo suo per qualper quel suono squillante. Quando lo vedo stanco che momento, poi ho visto la sua reazione. Ha ed annoiato, gli dico: "Francesco, sù, andiamo a smesso di ridere, si è rivoltato dalla parte opposta, suonare la campanella.... Come fa la campanella? non ha voluto più giocare. Din don... din.. dan..." E lui fa: Ho cercato di fargli ripetere l'esperimento, aiu"Da...da..."Sorride, poi, e mi apre le braccia per tandolo a prendere la catena, gliela ho messa in andare a suonare. Io lo porto in cucina e gli dico: mano. Niente da fare! Si era offeso. Aveva capito "Francesco dov'è la campanella?" Lui gira gli che lì sotto c'ra un inganno, e lui allo scherzo non occhi verso l'angolo dietro la porta, ma non vede ci sta! E chissà se, nel suo intimo, ha dato a me la la campanella. Mi guarda quasi a dirmi che non è colpa di averlo ingannato. Io spero di no... perché lì. Lo porto, in camera, e ripeto la domanda: lui voglio continuare ad aver la piena fiducia di queguarda nell'angolo, non vede la campana, e mi sto bel bambino! guarda con lo stesso risultato, e, alla conclusione, RANUCCI FRANCESCO E L'OMBRA Francesco è l'ultimo dei miei cinque nipoti.È un bel bambino: bravo, buono, svelto, intelligente. Capisce tutto: davanti alle novità, ha un momento di esitazione, di dubbio, di incertezza, ma poi si adegua con facilità. E festoso: ride felice e comincia a dire già qualcosa: mm... mm...ppp... ppp... ps...ps; manca poco che non dica P.P.I.! Confesso che ho un debole per lui: perché porta il mio nome e perché è il più piccolo, il più indifeso. Con me, lui si trova bene. Quando mi vede, ride festoso, allarga le braccia, le protende verso di me e mi invita prepotente a prenderlo in collo. Che debbo fare? Starebbe sempre in collo a me. E ci sta volentieri poiché io lo faccio muovere per la casa, gli faccio vedere le cose, gliele faccio toccare. Lui guarda, osserva, tocca; allunga la manina, poi la ritira; ora sta serio, ora sorride. Talora ha improvvise esplosioni di gioia: sgambetta e agita le manine con un sorriso disarmante. Ha un buon appetito; mangia tutto quel che la sua mamma gli prepara: la crema di riso, le minestrine, gli omogeneizzati di carne e di frutta; si fa certe bevute di acqua "Uliveto"... mozza fiato! Di notte dorme poco: si sveglia spesso, si rigira nel letto, piange, poi si riaddormenta, poi si risveglia: insomma, i suoi genitori li fa dormire poco. Quando, però, sta con me, dopo pranzo, dorme, e dorme di un sonno profondo: lo porto a letto con me, la nonna gli mette due cuscini ai lati, di protezione contro le cadute, io mi metto al suo fianco, in silenzio assoluto, riducendo al minimo i movimenti, e lui dorme tranquillo, ciuccetto in bocca, ogni tanto si rigira cambiando posizione, ma dorme profondamente un paio d'ore. Io sto lì, accanto a lui, in silenzio, immobile, ascoltando il suo respiro leggero che è come una musica, una melodia ritmata su tempi binari. Quando si sveglia, comincia a mugugnare lentamente; io gli prendo la mano, lo accarezzo, lui non si sente solo, si tranquillizza, si rivolta verso di me, sorride; poi mugugna ancora...e chiaramente fa intendere che vuole alzarsi. Inutile insistere che stia lì buono: bisogna prenderlo in collo e portarlo a rivisitare la casa, gli oggetti. Francesco è un giocone, gioca con tutto. La sua mamma gli ha comprato alcuni oggetti adatti per i bambini; mia moglie ha tirato fuori da un armadio alcuni giocattoli, con cui, trenta o quaranta anni fa, giocavano i miei figli, e lui gioca con tutto; giocattoli nuovi o vecchi... non fa distinzioni, questo l'addenta con i suoi due piccoli dentini, quell'altro lo stringe, quell'altro ancora lo tiene alzato sopra la testa, poi si annoia e tutto butta per terra. Io, pazientemente, tutto raccolgo e tutto ricolloco sul seggiolone; lui non li vuol più vedere e butta ancora tutto per terra. È inutile insistere, cambio gioco. Gli dò un pezzo di giornale. Lui pian pianino, rompe il giornale, lo fa a pezzetti e, poi tutto butta a terra. Gli dò un altro pezzo di giornale, e lui continua a strappare e a gettare per terra. Mi accorgo che il gioco del giornale da strappare è il più gradito. Si scoccia, poi, di tutto, e bisogna toglierlo dal seggiolone e riprendere il giro della casa, riveder le stanze, le finestre, gli oggetti: vedere e toccare. Francesco, però, pesa! Pesa dieci chili. Tenerlo in collo così e fargli girar la casa è faticoso, allora mi siedo vicino al tavolo, in cucina, lo metto a sedere sul tavolo, gli faccio qualche verso, qualche smorfia... lui ride, si rallegra... guarda, mi acchiappa i capelli, mi tira le orecchie e mi fa pure qualche piccolo graffio in faccia, perché... le unghie gli crescono a vista d'occhio! A Francesco piace la musica: non quella della radio, no! Quella non lo affascina. Gli piace la musica mia: quella che canto io! Mi provo, allora, a cantargli, le canzoncine che a me bambino cantava mio madre; lui ascolta attento, guarda, mi mette le mani in bocca quasi a vedere che cosa mai c'è lì dentro. La musica lo fa star buono, ma la fatica non è poca. Quando la mia compagnia non è più per lui stimolante e dà segni di insofferenza, allora interviene mia moglie che fa la sua parte tenendolo in Istantanea dal pranzo: 25 aprile '96 "Da Corrado". I presidenti salutano... le "presidentesse" parlano... Qualcuno...controlla il menù...! Altri...se la ridono! Il Barbarigo 21 ^^angofo della poesia L'ARRIVO DELLA PRIMAVERA VERSO IL GIUBILEO DEL DUEMILA Che fu celibe Cristo ci assicura il Vangeli Gesù d'essere immolato, non di prolificare avea premura, però poteva il prete esser sposato. Disse Gesù: "Ci sono eunuchi, in cura del Regno... quelli a cui sol fu dato!" L'uso dei sensi è secondo natura, se dallo spirito vien governato. Dunque, di castità esiger voti non è secondo Dio, anche se i preti fossero ovunque troppi: "Non giustifica il fine i mezzi"! Ormai tutti i devoti del Duemila il Giubileo letifica, e anomali abolire chiede veti. CADUTA A RUZZOLONI L'Olmata di Genzano, che ad oriente guida al Palazzo Sorza Cesarmi, quando ormai sempre più là t'avvicini, s'apre, a sud, a due strade a sbocco assente; dietro al Comune è la zona, l'ambiente. Per chi va a piedi, le due strade affini unisce una ventina di scalini... E qui mi mancò il piede, e di repente la scalinata feci a ruzzoloni: rimasi in terra al fin della china, ero ridotto in brutte condizioni ! Dio ascoltò le mie invocazioni! Di giorni all'ospedale una dozzina, mi fecero incontrar dei cuori buoni. Genzano di Roma, 30/6/96 (Dr. Augusto Galeotti) Sul volto di Augusto Galeotti, guarito e rigenerato dopo la rovinosa caduta son tornati serenità e sorriso. Certo la sua caduta fu meno celebre di quella del Parini. Però, su entrambi i volti è tornata "a fiorir - ovunque sia - la rosa!" Auguri! Or ecco che già i prati in ogni dove, sotto, di zeffiro, il soffio, incominciano di fiori belli a rivestirsi, a Roma e nei dintorni!... Riveste la cupola, di San Pietro, la luce del fulgente sole. L'aria serena e senza nubi profuma di viole;... scorre lieto il Tevere;... Al di sopra, di sant'Angelo, il Ponte, svolazzando va la rondine;... abbastanza le piazze fan rumori!... Ora giocosi van ridendo i giovani e godono d'andare al Lido d'Ostia!... L'anima attraggon, del notturno cielo, le stelle, se d'intorno c'è silenzio, ed a cercar di spingono le cause profonde delle cose, al cuor la pace arrecar!... Piace a noi, riconoscenti a Dio, ogni anno così celebrare di primavera l'arrivo e godere di nuovo d'ore tranquille: la pace dolce or lenisce i corpi, e siam felici! CHI SONO? Meditabondo son da dubbi oppresso; la mente turbano alcune questioni!... Chi sono? Che è l'umana specie? Il Mondo?... Forse che tutto e polvere,... solo ombra, cenere?... Niente altro sono?... Perché ci sono i mali e i dolori? Perché la morte?... Attendo una risposta, ma invano m'affatico, anzi m'opprime incertezza molesta, nausea quasi della vita stessa! Quand'eccoL. vedo una madre per via che, con amore, allatta, in braccio, il figlio suo tenerello; a lui, i capelli alliscia, con la mano, benignamente, e, nello stesso tempo, lo ricolma di baci! (Don Tonino Pelosi Trad. dal Latino di Augusto Galeotti) LA CORONA DEGLI SPOSI! Pieni di vita sono e sposo e sposa; son dell'ambiente loro re e regina.... a cinger la lor testa ecco... si posa la corona più bella e sopraffina! i figli son la corona preziosa! Ché, è ver che son costosi... la mattina, ti sveglian, voglion te, niuna altra cosa!... Ma fan capir che la vita è divina, sentite, o sposi, che concreatori diventate, con Dio, e generate a Dio insieme... a crear date mano! Se Dio vi dà salute, non tardate a dar vita ai figli, che tesori son per voi, ma... godran di Dio l'arcano! Genzano di Roma 4/7/1996 Dr. Augusto Galeotti Il Barbarigo 22 LE ANTICHE CITTÀ DELLA TUSCIA Che la regione posta al nord di Roma, compresa tra il mare e il corso del basso Tevere, sia una delle regioni più celebri, sotto il profilo storico, lo sanno tutti. Qui abitarono gli Etruschi, la cui civiltà, distrutta dai Romani invasori, rivive per le monumentali tombe scavate nel sottosuolo, dove gli Etruschi hanno affidato all'eternità il loro ricordo. Non tutti sanno, però, che, quando, in epoca storica immemorabile, ebbe inizio la toponomastica delle città dell'antica Tuscia, tutte quelle città erano dette e nominate non con un nome specifico, ma con un nome, generico certamente, ma pregnante di significato: "città vecchie"! Si guardi per un momento la carta geografica e si osservi il quadrilatero (o, forse meglio, il romboide) che racchiude Civitavecchia, Viterbo, Orvieto, Civitacastellana. Che cosa significhi Civitavecchia lo dice il nome stesso: era la vecchia città! E Viterbo? È pur essa la vecchia città. Infatti Viterbium non è altro che "Vetus urbs". E Orvieto? È anche essa città vecchia: "Urbs vetus". Analogamente, Civita Castellana: esalta, nel suo nome, la città fortificata, ma è pur essa "città vecchia". Se poi si va ad esaminare la ricorrente toponomastica della Tuscia, si vede che il vocabolo "Civita", o il suo diminutivo "Civitella", è dovunque disseminato: Civitella d'Agliano e Civitella Cesi tutti le trovano sulle carte geografiche, e, nelle carte medesime, trovano anche Civita di Bagnoregio. Non c'è paese, quasi, che, in provincia di Viterbo, non ricordi, nel suo territorio, una località chiamata "Civita" o "La Civita": località dove originariamente si trovava la primitiva città, distrutta la quale, nelle sue vicinanze, poi, sorse la nuova: così Tarquinia ha "la Civita", Tuscania ha "Civita". Conclusioni? La Tuscia è la regione storicamente più antica d'Italia... e i Viterbesi non lo sanno! RANUCCI DOGMI E ... FIAMMIFERI Quando il Concilio Vaticano primo, ventesimo ecumenico, dopo le lunghe e animate discussioni approvò il 18-7-1870, il dogma dell'infallibilità del Papa in materia di "Fede e di costumi", il disagio di una parte dell'Episcopato e in modo particolare di quello francese, fu così riassunto da una Pasquinata: "il Concilio ha decretato che infallibili due sono: Moscatelli e Pio nono". Che c'entra, direte, questo Moscatelli? E chi era costui? Un Cardinale? Un Gesuita? Macché! Senti. A Viterbo, in quegli anni c'era una celebre fabbrica di fiammiferi che così recitava nella sua etichetta: "Moscatelli: fiammiferi infallibili!" A parte l'irriverenza del paragone, certo la Pasquinata era efficace! Ma chi era questo Moscatelli? Io non ne so di più. Chi ne sapesse, ce lo dica! OSCENITÀ Papa Benedetto XIV, il celebre cardinal Lambertini, fu eletto Papa il 17 Agosto 1970 e regnò (come si diceva allora) per 18 anni. Era uomo piacevole, arguto, scherzoso, allegro, amante della buona tavola, come si addiceva ad un Bolognese tutto d'un pezzo quale lui era. Dicono che fu nominato Papa a seguito di una semplice dichiarazione. Questa: "Se volete - disse, rivolgendosi ai Cardinali riuniti in Conclave,- un Papa santo, allora nominate il Card. X; se volete un Papa politico, nominate il Card. Y; ma se volete un Papa semplice, nominate me!" Detto fatto, lo presero in parola, e lo fecero Papa. Istantanea del pranzo: 25 Aprile *96 "Da Corrado" Del Papa Lambertini se ne raccontano tante: tutte spassose e talune anche impertinenti. Sentite questa. Da buon bolognese aveva il malvezzo di intercalare, nei suoi discorsi, il vocabolo "cazzo"; ne usava ed abusava. Chi A Roma esistono tanti musei storici delle Quis ultra? lo lo conosceva no ci faceva più caso: le sue varie armi dell'esercito italiano. Tra i più pre- (Chi al di la' - e cioè "Chi meglio di noi?") eccelsi doti di uomo di fede e di cultura facestigiosi c'è quello dei Bersaglieri che ha la In flammis fiamma vano tollerare questa piccola intemperanza sua sede a Porta Pia, all'interno della vecchia (Fiamma tra le fiamme) verbale. Diventato, però, Papa, il discorso era Invicte, fortiter, celerrime costruzione daziaria. diverso: il Papa parlava a tutti, non solo ai Son pochi quelli che lo hanno visitato, e tra (Invincibilmente, fortemente, velocissima- Cardinali, che lo conoscevano, ma anche ai questi c'ero, fino a poco tempo fa, anche io mente) diplomatici e a tante personalità, che non lo che, pur avendo lavorato per circa 30 anni a Celeritate ac virtute conoscevano, e se ne meravigliavano altanon più di 500 metri di distanza, mai avevo (Con sveltezza e coraggio) mente. Ci fu chi disse al Papa che ormai quel colto l'occasione di una piccola distrazione Velox ad impetum termine scorretto non lo poteva usare più, e (Veloce fino all'impeto) lavorativa per andare a curiosar là dentro. quindi lo bandisse dal suo vocabolario. Ci sono andato recentemente e sono stato Certamina victurus adeo Glielo dissero una volta, due, tre, quattro felicemente sorpreso per le cose interessanti (Vado al combattimento sicuro di vincere) volte!... Lui continuava imperterrito ad che ho visto là raccolte a dicumentazione Nulla via impervia infiocchettare il suo dire con quel vocabolo (Nessuna strada è impraticabile) della storia e della civiltà dei Bersaglieri. inusuale in un successore di Pietro. Glielo Ci sono tante cose: armi, decorazioni, cime- Nulli secundus (A nessuno, secondo) dissero ancora, e lui... sbottò! Sapete che li...: tutto raccolto con cura, ben conservato, Ictu impetuque primus disse? Avrebbe concesso l'indulgenza a tutte ordinato, catalogato. (Primo per lo slancio e l'impeto) quelle persone che, nell'arco di una giornata, avessero detto almeno 10 volte quella riproQuei pochi visitatori con i quali ho avuto Maiora viribus audere ventura di incontrarmi, quel mattino della (Osare cose sempre maggiori con tutte le vevole parola. Però... però... si guardò bene dall'emanare il decreto di indulgenza. stagione estiva incipiente, erano particolar- forze) Peccato! Chissà quanti bolognesi, napoletani, mente attenti ad osservare le armi e i cimeli. Vis - Animus - Impetus romani, dotti o incolti, nobili o plebei, a furia Li ho osservati anch'io, con interesse e con (Forza - coraggio - impeto) di guadagnare indulgenze, si sarebbero salvaviva curiosità. Ma hanno attirato la mia par- Omnia me ipsum superare contendo ticolare attenzione le iscrizioni che ho visto (Mi sforzo di superare me stesso in tutte le ti l'anima..?!! cose) collocate qua e la' al piano terra. RANUCCI IL MUSEO DEI BERSAGLIERI Il ruolo dei laici nella chiesa Il Barbarigo "Africa docet!... Quando, 30 anni fa, si concluse il Concilio Vaticano Secondo, ci furono tanti consensi e molte intelligenze si aprirono alla speranza in un futuro di Chiesa più aperta, più libera, meno dogmatica; ma non pochi furono anche i dissensi. Dissentì, ad esempio, Lefèvre, e la sua dolorosa vicenda commosse molte coscienze; ma dissentirono anche molti africani, in prevalenza laici. Dicevano: il Concilio Vaticano non è l'espressione della Chiesa universale, ma è l'espressione della Chiesa dei bianchi. Vescovi Africani, partecipanti al Concilio, erano, in effetti, prevalentemente vescovi missionari, e cioè avevano civiltà e cultura dei bianchi. Essi avevano una buona conoscenza dell'etnografia, dell'antropologia, della lingua e della civiltà africana; ma non erano neri; non avevano cioè, nel sangue, la cultura della "negritudine". I pochi vescovi conciliari, di razza negra, erano accompagnati da teologi missionari di razza bianca, e poca voce fecero sentire nei dibattiti. L'insoddisfazione delle chiese più impegnate provocò la reazione della "Società Africana di cultura", organizzata e gestita dai laici. Tanto ha fatto questa società che, nell'aprile del 1994, si è tenuto, a Roma, il Sinodo dei Vescovi Africani, i cui risultati sono stati buoni, anche se non completamente soddisfacenti. La strada è aperta verso un vero Concilio Africano, da tenersi in Africa, da gestirsi dagli Africani, che soddisfi le esigenze di quei popoli, che hanno una visione antropologica diversa da quella dei bianchi. Un aspetto di questa nuova antropologia è sintomatico! Dicono: nel vocabolo "legione" (che è quasi la loro parola d'ordine) si sostanziano gli "insieme", le "entità" dell'uomo nero. Ad esempio, ogni cosa, ogni essere vivente, ogni pianta, ogni foresta, ogni ombra... costituiscono una rete di forze invisibili, impalpabili, ma reali. Ciascuna di queste realtà è occasione di crescita o di diminuzione dello spirito. Così tutti gli esseri raziocinanti o, comunque, viventi, interagiscono tra loro, son collegati gli uni agli altri, e tutti insieme producono una serie di forze che sviluppano la crescita dello spirito. Questa è la "legione", in estrema sintesi. Noi bianchi siamo disabituati a leggere nella natura la "legione", e questa è forse una delle principali cause della nostra aridità spirituale. Non sarà il caso di ripensare questo particolare negativo aspetto della nostra cultura e diventare tutti "legionari"? Io son già "legionario"; chi vuol farmi compagnia si faccia vivo! RANUCCI Diceva Giobbe, l'uomo della sofferenza, che ha lasciato, nella Bibbia, alcune pagine di straordinaria umanità: "Quid est homo?" e poi aggiungeva, rivolto al Dio degli eserciti - "quia magnificas eum?" La domanda fondamentale, per chiarire il senso e il mistero della vita, è proprio quella iniziale: "Quid est homo?" Che cosa è l'uomo? E solo, forse, un ammasso di carne e di ossa, tenuto insieme da nervi, da muscoli, da tendini; vivificato da un apparato circolatorio, respiratorio, digerente, ....; guidato da quei pochi ettogrammi, di materia grigia, collocati all'interno della scatola cranica rapportato così, con la realtà che lo circonda, attraverso i cinque sensi; destinato a morire, a ridursi in polvere, al termine della sua breve storia? O è qualche altra cosa ancora? Orazio diceva di sé: "Non omnis moriar, multaque pars mei vitabit Libitinam ( la dea della morte)"; e diceva anche che l'uomo: "Etiam si fractus illabatur orbis, impavidum ferient ruinae!" Altri, prima o dopo di Orazio, hanno parla- to dell'uomo e del suo destino mortale o immortale. Diogene, il filosofo greco, lo cercava con la lanterna! Un altro filosofo ha definito l'uomo, semplicemente, "animale bipede implume!" Io vorrei rivolgermi a qualche collega, esperto in filosofia, perché ci faccia una elencazione delle definizioni che dell'uomo hanno dato i vari filosofi e le loro scuole per vedere come attraverso i secoli il concetto di uomo è stato interpretato e razionalizzato. Io sto fermo a due definizioni del Catechismo di Pio X: 1) "L'uomo è l'essere ragionevole composto di anima e di corpo"; 2) "L'uomo è stato creato da Dio per conoscerlo, amarlo e servirlo, in questa vita, e per goderLo, poi, nell'altra, in Paradiso!" Concetti molto semplici e facili da intendersi. Ma non tutti la pensiamo allo stesso modo. Nel corso della storia, l'uomo è stato definito, in vari modi, dai letterati: homo sapiens, homo philosophus, homo novus, homo hereticus, homo heroticus Recentemente è stata coniata la definizione 23 CENTRO STUDI PRESA D ' A T T O MINISTERO P I . KE!%I\ED\ di ZINI prof. ALVISE RECUPERO ANNI SCOLASTICI Ragionieri Geometri Licei Magistrali Maestre d'Asilo STENODATTILOGRAFIA PROGRAMMATORI OPERATORI (Autorizzazione Regione Lazio) LEZIONI PRIVATE Per tutto l'anno VITERBO RIETI Via Saffi, 14 • Tel. 0761/236893 Via Pellicceria, 25 - Tel. 0746/481769 LICEO LINGUISTICO " P E T R I N I " QUID EST HOMO? (legalmente riconosciuto Min. P . I . ) 0746/43311 RIETI - Via S. Agnese, 4/D - Tel. dell'"homo sovieticus", la cui caratteristica, sarebbe: uomo senza iniziative, senza responsabilità, senza moralità, senz'anima! Un uomo obbligato al compromesso, sospettoso anche dei parenti più stretti, costretto ad arrangiarsi, abituato ad aspettare tutto dallo Stato, impreparato a vivere nel contrasto delle idee... Sarà vero? Se lo fosse, quel tipo di uomo potrebbe definirsi non "homo mortuus", che sarebbe troppo, ma "moriturus"! Non è vero, però! La gente vede sempre rosso o nero. Io, da parte mia, sono abituato a veder bianco, e allora dico che "l'homo sovieticus" è l'uomo del futuro, perché ha esperimentato la sofferenza, i sogni di grandezza, le delusioni, le vittorie e le sconfitte, le prepotenze, la fame... Egli ha capito tutto della vita, egli sarà il prototipo su cui si modelleranno le future generazioni dell'umanità! Se è vera questa ipotesi, l'"homo sovieticus" sarà anche l'"homo problematicus"! E ti par poco? RANUCCI 24 VETRIOLO - Il Campanile Dopo tre mesi di lavoro il Campanile è terminato! Iniziato ai primi di Luglio è stato inaugurato solennemente il giorno 11 ottobre 1964 dal nostro Ecc.mo Vescovo. La costruzione del nuovo campanile è stata voluta dal desiderio di commemorare il Concilio Ecumenico Vaticano II. Mi si permetta di esprimere da queste colonne un sincero ringraziamento a tutti coloro che, con la collaborazione e con il contributo, ne hanno resa più spedita la realizzazione. Ali'Ing. Francesco Pietrangeli Papini innanzi tutto, perché, come progettista e come benefattore, ha saputo caratterizzare il nostro paese con un'opera veramente adeguata alla semplicità della nostra popolazione, allo stile della nostra zona, ma soprattutto alla volontà di emergere da un burrascoso e misero passato nella ricerca di un migliore avvenire. Un particolare ringraziamento anche al Rev.mo Can. Righi Don Oscar che offrendo la somma di L. 100.000 è stato il benefattore più insigne. All'Ili.mo Signor Sindaco, che è stato uno dei primi a rispondere al nostro appello, la nostra riconoscenza. Agli operai di Vetriolo che durante l'offertorio della Messa di Pasqua hanno deposto nelle mani del Sacerdote la somma di L. 231.800, frutto di una giornata lavorativa; agli agricoltori che nel giorno di S. Lorenzo hanno donato alla Chiesa Kg. 1245 di grano; ai Vetriolesi residenti fuori parrocchia che ci hanno inviato L. 115.500; agli amici di Vetriolo che hanno messo a nostra disposizione la somma di L. 239.000. Per non essere indiscreto non citerò la generosità di manovali, di domestiche, di vedove, di persone tutt'altro che agiate che hanno offerto dalle cinque alle diecimila lire. Vorrei fare il nome di tutti coloro che hanno inviato la loro offerta, ma occorrerebbero molte pagine: basterà ricordare che delle 162 buste consegnate agli operai di Vetriolo solo 24 non hanno avuto risposta; di 50 piccoli sacchetti consegnati agli agricoltori per l'offerta del grano solo 2 sono stati respinti. La quasi totalità degli oblatori conferma la fondamentale bontà del nostro popolo e ci invita a bene sperare per l'avvenire. Del resto non si può dimenticare che una popolazione vissuta nelle grotte fino a qualche decennio fa, possa completamente dimenticare, in pochi anni, l'umiliante posizione sociale in cui visse per diversi secoli. Ci sono degli animi forti che ringraziano Dio delle migliorate condizioni economi- che e sociali e si sforzano di dimenticare il passato, ma ci sono anche delle anime deboli che non riescono a trovare il coraggio per redimersi dalla miseria del passato e credono di potersi sfogare attribuendo le conseguenze alla chiesa. Eppure la Chiesa con la parola, con l'esempio e con la chiarezza della sua dottrina sociale è sempre stata d'incentivo a bene operare. Quando essi abitavano nelle grotte fu la Chiesa che, erigendosi per prima alla luce del sole, li invitava ad uscire dalle tenebre; ed ora che le abitazioni sotterranee sono state abbandonate e sono sorte linde casette la Chiesa ha edificato, col generoso contributo di tanti suoi figli, un artistico cam< 0V* Il Barbarigo panile che, elevatosi al di sopra di tutti gli edifici, ricorda che la vera civiltà non si ferma ai beni terreni, ma esige la perfezione che si trova solo in Dio. Per questo il Campanile è prima di tutto un simbolo che si protende verso il cielo in cerca di Dio; è un richiamo continuo con la voce delle sue campane per ammonire gli uomini a non allontanarsi da Dio, ma soprattutto, con la voce della mamma, quella del campanile è la più dolce, la più disinteressata, la più sincera nei nostri riguardi perché è la voce di Dio. A chi dunque mi ha aiutato a far sentire più lontana, più chiara e più distinta questa nuova manifestazione della voce di Dio un sincero, riconoscente e Sacerdotale grazie. Il Barbarigo VETRIOLO - Le confraternite Dall'archivio conservato in Curia risulta che già dal 1614 esisteva la Confraternita di Maria Santissima del Santo Rosario. Il 27 Novembre 1827 Padre Agostino Bottaoni, Generale dei Servi di Maria in Roma, fondò la Confraternita della Madonna Addolorata o dei VII dolori. Sollecitato dal Parroco, Don Filippo Guidobaldi, che aveva intenzione di erigere l'altare della Madonna Addolorata. Tale opera fu compiuta tra il 1827 e il 1828. Il 28 settembre 1828 si recò a Vetriolo P. Anfossi dei Servi di Maria, accompagnato dal Cancelliere Vescovile Secondo Vezzosi e fece la canonica erezione, accordando alla Confraternita le indulgenze dell'Ordine e al Parroco la facoltà di aggregare Confratelli e Consorelle con la clausola che, nel caso in cui fosse costruito a Vetriolo un convento dei Servi di Maria, tali facoltà del Parroco avessero a cessare. Con un Messa solenne la Confraternita fu benedetta. La veste che indossavano i confratelli durante la processione consisteva in un sacco bianco con mazzetta cenerina. Fino a qualche anno fa le Confraternite erano due, una dedicata al Santissimo Sacramento con veste bianca e mozzetta rossa e l'altra con mozzetta azzurra veniva chiamata comu- Non tutti ricordano il Vescovo Vincenzo M. Strambi. Era di Civitavecchia, aveva passato qualche anno nel nostro Seminario, poi si fece passionista al seguito di S. Paolo della Croce e fu, infine, Vescovo di Macerata, dove morì il primo gennaio del 1824. È l'ex alunno più celebre per la santità, per lo spirito evangelico, per la ricchezza delle sue opere di bene. E stato proclamato Santo da molti anni. Non sarebbe male che il Rettore prendesse l'iniziativa di commemorarlo adeguatamente nel prossimo futuro. Io chiesi, qualche anno fa, alla Curia Vescovile di Macerata, che qualcuno scrivesse una nota per il Giornale associativo, nella quale ci venissero illustrate la vita e le opere del Santo; ma la mia richiesta non ebbe risposta. Mi fa, adesso, piacere ricordare, agli amici, un episodio poco noto della vita di S. Vincenzo. Il Papa Leone XII, che regnò dal 1823 al 1829, era molto amico del vescovo Strambi; il Papa era di Genga (An) e si erano frequentati a lungo. Il Papa era di salute cagionevole, tant'è che non voleva accettare nemente Confraternita della Madonna, senza specificare il titolo Addolorata o del Rosario. Queste Confraternite anticamente possedevano molti beni che in seguito sono stati venduti o affrancati. I beni esistenti ora sono intestati alle Confraternite del Santissimo Sacramento e del Rosario. Consistono in due piccoli terreni di cui uno è bosco ceduo, mentre l'altro è terreno agricolo, su cui sono state scavate alcune grotte concesse in affitto a famiglie del paese. Esistono molti verbali dei Consigli tenuti dalle due Confraternite, ma riguardano soltanto l'amministrazione. L'utile veniva utilizzato per acquistare oggetti sacri riguardanti la Confraternita stessa, croci, lanterne, lampioni, bastoni, candele e vesti o per aiutare la Chiesa parrocchiale. In questi verbali si parla ora di 25 ora di 12 Confratelli. Negli anni 60 questo numero è aumentato a circa 50 Confratelli. S. Vincenzo Maria Strambi BOTTA E RISPOSTA! Quando mi domandano: come stai? io invariabilmente rispondo: "Bene!", "Benissimo", anche se ho un dolore alla spalla sinistra che mi tormenta! Quando qualcuno, salutandomi, mi stringe la mano e, per manifestarmi affetto e simpatia, me la stringe troppo forte, io, che ho un dolore latente incentrato nelle vicinanze del pollice destro (non parliamo di quello sinistro che è meno ...latente), allora non posso nascondere il dolore con una smorfia o un istintivo: "Oh! Dio!, piano! piano!. Così raggiungo due risultati negativi, ma significativi. Quando dico: "Bene, benissimo!..., il mio amico si tranquillizza e sta bene pure lui. Se dice: "Piano! Piano!", il mio amico non è che si offende, ma si sente mortificato per avermi arrecato un certo dolore; e io soffro due volte: per il dolore che provo e per aver mortificato il mio amico. Che fare? Ho trovato una soluzione: non do' più la mano, ma solo un dito, e spiego: "Scusami! Ma sapessi quanto mi duole questa mano!" E così ottengo due risultati positivi: non sento il dolore, ed il mio amico, non mortificato, mi consola, dicendo che lui pure... "Sapessi quanto mi fa tribolare la sciatica!" Molti altri, però, alla domanda: "Come stai?" non danno la risposta che dò io. C'è chi dice: "Così, così!" Altri dicono: "Non c'è male!" - "Benino!" - "Discretamente!" Qualcun altro dice: "Ringraziamo Iddio!" E così pessimismo ed ottimismo si bilanciano. Recentemente due risposte mi hanno impressionato: uno ha detto: "Si vivicchia!" L'altro: "Respiro ancora!" Certo che, di allegria, questi due miei amici poca ne hanno dentro! E figurati quanta ne diffondono intorno a sé! RANUCCI 25 Silvia Scorsino la nomina: confessò, infatti, ai Cardinali la sua malferma salute e disse: "Voi eleggete un cadavere!" Dicesi che avesse ricevuto gli ultimi sacramenti 17 volte! Fu consacrato, in S. Pietro, il 5 ottobre 1823, ma gli strapazzi dell'incoronazione lo avevano ridotto in fin di vita. La vigilia di Natale, improvvisamente il Papa guarì. Che era successo? Il Vescovo Strambi offrì al Signore la sua vita in cambio della salute del Papa, e la sua offerta fu accettata: il Papa di Genga visse, e Strambi morì. RANUCCI Ottico Fobi: Contattologia, cine, foto-geodesia II servizio fotografico pubblicato in questo numero del Giornale è stato realizzato, con la consueta perizia professionale e con il solito gusto artistico, da Arturo Fabi, titolare dell'omonima Ditta in Roma, che assicura un trattamento economico molto vantaggioso a tutti gli ex-alunni. La Redazione del Giornale ringrazia per la gradita offerta, generosa e simpatica, ed esprime, a nome di tutti, complimenti e congratulazioni. Il Barbarigo 26 ACQUAPENDENTE CONTRO SOVANA Una disputa durata 70 anni per la permuta di Proceno e Onano con Manciano e Capalbio. Il 14 marzo 1785 a Pitigliano veniva firmato l'atto che sanciva lo scambio delle parrocchie di Onano e Proceno, appartenute fino a quel momento alla diocesi di Sovana, con quelle di Manciano e Capalbio, della Diocesi di Acquapendente. La permuta delle due parrocchie toscane con quelle laziali poteva sembrare cosa logica, perché, così facendo si portava a coincidere il confine della regionestato con quello della Diocesi. Ma i documenti dell'archivio storico di Pitigliano dimostrano quanto sia stata lunga e laboriosa questa operazione, contrastata dal Vescovo di Sovana, in quanto Manciano e Capalbio offrivano minori entrate alla Diocesi, e auspicata dal Granduca di Toscana e dal Vescovo di Acquapendente, che vedevano nella permuta rispettivamente un vantaggio politico ed economico. Dello scambio tra le suddette parrocchie si cominciò a parlare già nel 1713 come dimostra una petizione inviata al Papa Clemente XI dal Vescovo di Acquapendente che faceva notare innanzitutto la distanza di Manciano e Capalbio dal centro Diocesi, "remotissimi dall'occhio pastorale del Vescovo", e, appellandosi alle costituzioni del Concilio di Trento, auspicava una celere annessione di Onano e Proceno alla Diocesi acquesiana. Di altra opinione era il Vescovo di Sovana, mons. Salvi, che faceva presente al Papa i motivi della sua opposizione alla proposta di permuta: "i due luoghi (Manciano e Capalbio) sono senza numero, e comparatione inferiori non tanto per la palpabile, e manifesta sproportione della giurisditione, e diritti goduti in Proceno, e Onano ma anche per rimanere detti luoghi di Manciano, e Capalbio per la loro attuale consistenza e situazione di maggior incomodo al Vescovo di Sovana per il pericoloso accesso medesimi... con il di più che detti luoghi di Manciano e Capalbio sono nel suo essere miserabile, non tanto nelli edificij, Abitationi, e Chiese quanto poveri di Clero, e Popolo, manifestando molte parti squallore e miserie, e per le ruine dell'Abitationi e per l'affluenza di Malve, Cicute, Urtiche, ed Elleraccio che si vedono in più luoghi a i suoi tempi, con renderli maggiormente infetti oltre la situazione di profonda maremma..." Da parte loro, le comunità di Onano e di Proceno sembra non avessero gran voglia di passare sotto la giurisdizione di Acquapendente. Infatti, oltre a rifiutare sdegnosamente il paragone con Manciano e Capalbio, in un attestato al Papa affermano che "per quanto abbiamo inteso, tutto il popolo desidera per Pastore Monsignor Illustrissimo Salvi (Vescovo di Sovana) perché persona caritativa e vigilante nel suo officio di Vescovo". La questione della permuta si trascinò per anni durante i quali i successori di Mons. Salvi si affannarono ad ostacolare lo scambio delle parrocchie in tutti i modi. Da Pitigliano partirono alla volta di Roma prospetti comparativi che tendevano a dimostrare come la Parrocchia di Onano da sola valeva quanto quelle di Manciano e di Capalbio messe insieme. Inoltre "potendo di più noi asserire per verità haver inteso in più occasioni dalla viva voce di Monsignor della Ciaia Vescovo defonto di Sovana, che detti luoghi di Onano e Proceno erano l'ardire della sua Chiesa, e luoghi da trovarvi asilo in ogni persecuzione e travaglio". Non ci fu niente da fare. Il potere del Granduca deve aver avuto la meglio, portando sul piatto della bilancia il principio di distacco dalle Diocesi toscane di tutte le parrocchie appartenenti politicamente ad altri stati, principio accettato in pieno anche dalla Curia Romana. Per raggiungere questo scopo la corte di Firenze si dimostrò disposta a risarcire "lo scapito che soffre dalla permuta la Diocesi di Sovana" e in una lettera indirizzata al Vescovo da Firenze si comunica che "Si eseguisca la permuta se la Mensa Vescovile resterà troppo sprovveduta se ne renda conto a parte". Siamo nel 1784. L'anno seguente i confini delle Diocesi di Sovana e di Acquapendente vengono modificati con l'attuazione della permuta di Onano e Proceno con Manciano e Capalbio. Don Mario Brizi Supplemento a «LA VOCE» di Montefiascone (Viterbo) Direttore: Agostino Ballarono Autorizzazione Tribunale di Viterbo n. 272 del 4/12/82 Spedizione abbonamento postale n. 144 - inf. 70% Redattore: Enzo Serafinelli Stampato nel febbraio del 1997 Fotocomposizione e stampa: Tipo-Iito "Ambrosini" Zona Industriale Loc. Campo Morino Acquapendente (VT) Tel. 0763/711040 - fax 0763/732188 27 Il Barbarigo 1° ELENCO AGGIUNTIVO SOCI AGGIORNATO AL 1996 ATTIVITÀ PROFESSIONALE COGNOME E NOME INDIRIZZO TELEFONO ACCIARI Palmiro Via Mazzini, 11 01020 Celleno (VT) 0761-912454 BOCCHINI Sergio Corso Reg. Margherita 01020 Proceno (VT) 0763-710008 BRINCHI Roberto Via dei Colli Volsinii, 8 01025 Grotte di Castro (VT) 0763-797148 Pensionato CALISTI Baldovino Via G. Verdi, 8 0 1 0 2 0 Celleno (VT) 0761-912636 Impiegato Banca d'Italia CASTELLANI Alfiero 01027 Montefiascone (Vt) COSTANTINI Prof. Gioacchino Via F. Tumiati, 5 00128 Roma Autista A.T.A.C. Segretario Ist. Agrario Bagnoregio (VT) 06-5073621 Pensionato Comandante Guardie Municipali DI PIETRO Cesare 01011 Canino (VT) FABBRI Luigi Via della Madonna 0 1 0 1 0 Gradoli (VT) 0761-456217 Seminarista Lettore FRATINI Mario Via della Stradina, 4 / A 01018 Valentano (VT) 0761-453504 Commerciante GIGLIOZZI Edoardo Via dei Velieri, 83 00121 Ostia (RM) 06-56342652 MARIANI Enrico Via delle Ginestre, 4 0 6 0 3 9 Trevi (PG) 0742-780332 Medico Chirurgo MARRICCHI Giacinto Via Aula 0 1 0 1 0 Onano (VT) 0763-78028 Geometra MATTE 1 Don Luigi 58017 Pitigliano (GR) MIGNANI Don Luigi Via Cassia, 138 0 1 0 1 9 Vetralla (VT) 0761-477360 Parroco MOCINI Franco Via del Poagetto, 46 01027 Montefiascone (VT) 0761-825394 Direttore Casa di Riposo OLIMPIERI Giuseppe Via Polidori, 1 0 1 1 0 0 Viterbo 0761-220578 Sott.le A.L.E. PACELLI Serafino Via Guido Zamboni, 12 00165 Roma 06-11586119 Impiegato Ministero Poste PATASSI NI Giuseppe Via Cesare Fani, 74 0 0 1 3 9 Roma 06-84913428 Impiegato RAGONESI Mons. Remigio Vicariato di Roma Pza S. Giov. in Laterano, 6 / A - 00184 Roma ROCCHINI Alfredo Via Umberto 1, 42 01020 San Lorenzo Nuovo (VT) 0763-77158 SCIARRA Angelo Via Leopoli,9 00053 Civitavecchia 0766-5032230 SOCCIARELLI Padre Vincenzo Istituto Massimo 00144 Roma Eur ZANONI Antonio Via della Bella Rosetta 0 1 0 2 0 San Lorenzo Nuovo (VT) GALEOTTI Mons. Ferruccio i Arcivescovo 0763-77592 Agricoltore Commerciante Ortofrutticolo LA MADONNELLA Il Barbarigo 28 Il prof. Venturini, negli anni '40, a La Quercia di Viterbo, era il professore di Filosofia. Un'ora al giorno, per tutti i giorni della settimana: un impegno gravoso non tanto per lui quanto per noi che, sotto la sua guida, esploravamo, giorno dopo giorno, i segreti del pensiero umano e conoscevamo l'evolversi della riflessione filosofica sui problemi dello spirito e sul rapporto, non sempre facile, tra spirito e materia. Per cinque giorni alla settimana, Don Leopardo spiegava il programma lentamente, pazientemente, profondamente. Spiegava e ci interrogava per vedere se avevamo capito. Il sesto giorno (che poi era il lunedì), non faceva la consueta lezione, ma parlava di politica, di guerra; ci narrava i fatti della settimana precedente, li spiegava, li razionalizzava, ci aiutava ad interpretarli. A noi andava bene così: era un'ora di riposo intellettuale, un'ora di conoscenza profonda del mondo e dei suoi... misfatti. E sì, perché allora c'era la guerra! Noi vivevamo in un mondo ovattato, tutti intenti allo studio, ma... sapevamo quel che succedeva sui campi di battaglia, la fame e le sofferenze... dei popoli. Di quell'ora, che Don Leopardo dedicava all'attualità, noi, lì per lì, non comprendevamo il valore. Dicevamo che il nostro professore, dopo aver lavorato il sabato e la domenica in Parrocchia, a Tuscania, il lunedì non aveva voglia di far lezione, forse perché non aveva avuto tempo di prepararsi, forse perché era stanco. E invece, no. Don Leopardo ci faceva lezione di filosofia politica... e noi non lo capivamo! Don Leopardo veniva a Viterbo da Tuscania il lunedì col "postale" e poi, a piedi, da Viterbo a La Quercia: una bella passeggiata di mezz'ora, al fresco, in primavera; ma spesso sotto l'acqua o al freddo della tramontana in inverno. Un giorno, ci raccontò che quel breve tragitto lo aveva fatto in compagnia di un carrettiere, parlando e discutendo. Quando giunsero a quel Crocifisso, posto a metà strada tra Viterbo e La Quercia, il carrettiere confessò a Don Leopardo che lui era devotissimo di quella "Madonnella", perché lì, negli anni precedenti, c'era una bettola, e lui lì si beveva un paio di bicchieri di vino e faceva riposare il suo mulo. Don Leopardo commentava che quel carrettiere era devoto non dell'acqua santa, ma del... vin santo! RANUCCI GUERRA E PACE L'Italia dichiarò guerra all'Impero AustroUngarico il 24 Maggio 1915. E fu la Prima Guerra Mondiale. L'atteggiamento del popolo, fu, in genere, positivo, anche se poi ci furono reazioni imprevedibili dopo Caporetto (i disertori, i processi ai Generali...). Oggi, a distanza di 80 anni, quelli che vissero quella esperienza sono scomparsi quasi tutti; anche dei "ragazzi del '99"...se ne è perduta la razza! Poi la Guerra finì, scoppiò... la pace; l'Austria scomparve come potenza dominante dell'Europa... ma il verme della vendetta fece scoppiare, nel 1939, la Seconda Guerra Mondiale, e furono guai ancora più gravi. Risale agli anni della Prima Guerra Mondiale un fatto, per lo più ignorato dalla storiografia contemporanea e che vale la pena di ricordare. Il Consiglio Comunale di Monte Porzio Catone (Roma), formato da tutti liberali dell'epoca, appena l'Italia dichiarò la guerra all'Austria, fu subito convocato d'urgenza dal Sindaco, e all'unanimità, i bravi consiglieri non solo si associarono e plaudirono alla iniziativa del Regio Governo, ma fecero di più: dichiararono pur essi guerra all'Austria. Il fatto comico fu che la Giunta Provinciale Amministrativa dell'epoca approvò la delibera, e così la guerra tra Monte Porzio Catone e l'Austria divenne atto pubblico. La Comunale Amministrazione compì certamente un atto illegittimo, non rientrando nelle competenze della Civica Amministrazione la dichiarazione di guerra, ma la Giunta provinciale lo fece ancora più grosso non respingendo quella delibera. Nel contesto, però, dell'entusiasmo generale imperante, nella prospettiva di liberare Trento e Trieste e di raggiungere i confini naturali dell'Italia, i due fatti passarono inosservati e nessuno pensò a quel che poi sarebbe successo. Venne il 4 di Novembre del 1918: fu firmata la pace e, tra Italia e Austria, iniziarono nuovi rapporti di amicizia e collaborazione. L'Amministrazione di Monte Porzio Catone dimenticò di revocare la dichiarazione di guerra, la delibera patriottica fu ignorata, e lo stato di guerra, anche se non guerreggiata, continua ancora. È guerra aperta: peggio che la "Secchia rapita"!. Pare che di cittadini Austriaci, turisti in Italia, a Monte Porzio Catone non se ne vedano! "E che so' scemi gli Austriaci! Fusse che l'attuale Sindaco li fa arrestare e li tiene poi prigionieri di guerra soggetti alla normativa internazionale?" RANUCCI