Supplemento a: "La Voce
di Montefiascone (VT)
01027 MONTEFIASCONE (VT)
Organo dell'Associazione
degli ex alunni del Collegio
0761/826070
2 4 AGOSTO 1 9 9 6
300° Anniversario dell'edificazione
della Chiesa di S. Bartolomeo
Come ogni anno, dopo il pigro ferragosto, il cuore
grigio del paese antico si anima quasi improvvisamente di luci, colori, suoni: è la festa di S.
Bartolomeo.
La sera del 23 agosto tornano allegri dalle loro
case, interrompendo i giochi e le vacanze, i seminaristi per accogliere i nuovi entrati che ricevono
l'abito durante la suggestiva cerimonia della
vestizione presieduta dal Vescovo.
Quest'anno S.E. Mons. Vescovo ha paternamente
abbracciato con la Sua omelia i 4 nuovi seminaristi (2 di Graffignano, 1 di Tuscania e 1 di Viterbo). Il Vescovo ha ammonito i numerosi fedeli
presenti ai Vespri, che il futuro della società
dipende dai Seminari, dalle loro capacità di accogliere e far fruttare come terreno fecondo i semi
che Dio getta sempre nell'animo dei giovani. Il
seminario è esperienza di amicizia, sereno ascolto, disponibilità. Per ogni ragazzo che intraprende
questa avventura è certo l'intervento di Dio così
come l'infinito rispetto della libertà umana. Ai
ragazzi, che lo ascoltavano compunti ed emozionati, il Vescovo ha ricordato i tre punti di riferimento della vita in Seminario: il colloquio con
Gesù, l'aiuto degli amici seminaristi, poiché crescere è migliorarsi insieme, e la fiducia negli educatori. Il Vescovo ribadisce "Non vi dico obbedite ai vostri educatori, ma di più: affidatevi a loro,
fidatevi più di loro che di voi stessi, poiché essi
vogliono il vostro bene più di quanto possiate
volerlo voi". Parole estranee alla nostra mentalità
che sembrano voler scendere dall'alto del paese
verso le case e i cuori di pietra, come novità fuori
del tempo, come annuncio che lo scorrere dei
secoli non corrode, anzi esalta.
Appena si è acceso il caldo mattino del 24 numerosi "canestrari", di Montefiascone e dei paesi
vicini, hanno occupato il cortile del Seminario
con i loro cesti dalle più varie fogge e dimensioni. I fedeli all'uscita dalla S. Messa, si sono uniti
al vario pubblico che osservava, fotografava,
commentava ed acquistava canestri e ciambelle.
Alle 10:30 è stata celebrata la Messa Solenne dal
Vicario Generale Mons. Pietro Concioli con la
partecipazione, assai apprezzata, della Schola
Cantorum di S. Margherita. Si è poi svolta la premiazione dell'autore del miglior canestro. Infatti
quest'anno, per celebrare il 300°, il Comitato ha
organizzato un concorso "Il Canestro d'Argento".
Difficile la scelta, tutti bravi i partecipanti, ma fra
tutti ha ricevuto il canestro d'argento lavorato a
mano, donato dalla Orificeria Menichelli, Silvano
Gianlorenzo.
Nel pomeriggio ha riscosso grande successo la
gara di Carrozzette con itinerario Via Bandita e O.
Borghesi valida per il Campionato Interregionale.
Segnalati alcuni protagonisti e premiati i vincitori: il primo è risultato Roberto Sciamannini, che
nel tardo pomeriggio è stato premiato con qualcosa sicuramente più saporoso di una fredda coppa:
un bel prosciutto! D'altronde tutto intorno aria di
festa: i suoni esaltanti della banda cittadina, il
profumo invitante di salsicce e bruschette che
alcuni componenti del Comitato, con spiritosa
capacità d'improvvisazione e allegria, provvedevano a preparare ai numerosi presenti, che accompagnavano il tutto con qualche sorso di vino.
Solo le lunghe azzurre ombre della sera estiva
hanno spento le braci e il vocio e nel Cortile del
Seminario è tornato il silenzio.
Ma tra un anno, un altro giorno si sveglierà: una
Domenica di festa che già attendiamo.
Paola Sacco
1996
BONITATEM, DISCIPLINAM
ET SCIENTIAM DOCE ME
ORGANIGRAMMA
DIRETTIVO
DELL'ASSOCIAZIONE
Presidente
Enzo SERAFINELLI
Presidente onorario
Francesco RANUCCI
Assistente:
Mons. Antonio PATRIZI
Ministro-economo
Guglielmo CRUCIANI
Rettori:
Don Giampaolo GOUARIN
Don Domenico SEVERI
COMITATO
DI
COORDINAMENTO
Chierici:
Agostino BALLAROTTO
Fabio FABENE
Antonio PAPACCHINI
Luigi PICOTTI
Laici:
Elio GIRALDO
Girolamo MERLO
Alvise ZINI
ANIMATORI
DI
ZONA:
Acquapendente:
Enzo SERAFINELLI
Montefiascone:
Nazzareno FANTERA
Tarquinia:
Lamberto CROCCHIONI
Valentano:
Giustino D'ASCENZI
Civitavecchia:
Giuseppe FINORI
SOCI
COOPTATI
NEL
COMITATO
gli ex Rettori:
Don Alfredo CENTO
Don Sabatino CORDOVANI
Mons. Luigi MOCINI
ed inoltre:
Peppino CAMILLETTI
Girolamo D'ERAMO
Pietro CONCIOLI
Arturo FABI
Manfredi MORNERI
Ennio PICCIONI
Carlo PILERI
Giovanni PILERI
Cesare TACCONI
ASSEMBLEA ANNUALE:
25 aprile 1996
È il giorno... atteso un anno! Il Seminario
Barbarigo spalanca di nuovo le sue porte a
tutti gli ex-alunni, che possono così incontrarsi e stare insieme, anche se solo per poco
tempo.
Dalle 9 alle 10 il cortile si riempie di macchine e si rallegra con lo scambio di effusioni e saluti; si chiedono e si danno informazioni varie sugli avvenimenti che ci hanno
coinvolto dall'ultimo incontro! È sempre
così, tra amici: ogni anno però, purtroppo,
manca qualcuno...
Alle 10 S. Messa nella Chiesa di S.
Bartolomeo: l'attenzione e la partecipazione
sono sempre le solite; fa veramente piacere a
tutti un momento di raccoglimento e di preghiera nel luogo che è stato tanto importante
per la formazione del nostro carattere. È proprio qui che sono state gettate le basi per il
nostro futuro fatto di impegno, carità e disponibilità verso gli altri.
A seguire, il Convegno nel salone.
Il presidente saluta gli intervenuti ed illustra
10 statuto dell'Associazione ai nuovi (ancora
pochi., nonostante i 200 inviti spediti!). Si
sofferma un po' sull'art. 2 "L'associazione ha
11 suo fondamento nella promozione dell'amicizia tra i soci ed ha il fine di sviluppare
tutte le iniziative che facilitano la crescita
della reciproca conoscenza e dell'affetto,
nonché lo scambio di fraterno aiuto...!"
Possibile che uno non senta il desiderio di
rivedere gli amici con cui ha vissuto uno dei
periodi più spensierati, felici, ed importanti
della sua vita?
È assurdo un silenzio, menefreghismo durato
decine di anni...
Dovrebbe smuoverci, farci attaccare al
telefono (perché ormai sull'elenco dei soci,
degli ex-alunni, c'è anche il numero telefonico!) e sentire la voce dei nostri amici dell'adolescenza e della giovinezza, anche la sola
curiosità di sapere dove e come vivono...
Un pensiero ed un ringraziamento particolare
per "gli animatori di zona", che rappresentano l'Associazione nel Territorio. Questi
hanno dei compiti importanti: - accrescere e
potenziare l'organizzazione sollecitando le
adesioni, le partecipazioni all'assemblea
annuale, ecc.
- mantenere i rapporti con i soci, facilitando i
collegamenti, promuovendo gli incontri e le
riunioni di gruppo.
- informare il presidente dei fatti e delle
situazioni particolari emergenti nel territorio
- prestare aiuto e portare fraterno soccorso a
quanti ne avessero bisogno
Legge poi la lettera del Vescovo, mons.
Tagliaferri, assente giustificato, spiacente di
non essere fisicamente tra gli amici a causa di
impegni pastorali, ma presente in spirito.
Anche don Angelo Ercolani in un suo breve
scritto si scusa di non poter partecipare,
adducendo ragioni anagrafiche (96 anni!
Auguri...)
Il presidente a nome del rettore don Gian
Paolo (in gita a Tivoli con i seminaristi), ringrazia per le offerte Pro Seminario inviate,
tramite conto corrente, da alcuni ex alunni:
certo le spese da sostenere sono molte, però
siamo molti anche noi... e un pochino per
uno...!
Parla poi degli eventi accaduti nell'anno,
quelli tristi (le morti di Vittorio Fanelli, di
Don Lino Barzi, di Don Oliviero Temperini e
di Mons. Osvaldo Belardi. Per tutti una preghiera dal profondo del cuore), e quelli lieti
(la guarigione di Alvise Zini, salutato con
gioia e commozione, dopo una lunga e fastidiosa malattia; i libri sul "Casti": quello già
pubblicato, di Don Domenico Cruciani, e
l'altro, in ...dirittura di arrivo, di Mons.
Antonio Patrizi).
Invita tutti, presenti e non, per la festa di S.
Bartolomeo, il 24 Agosto, (3° centenario
della Consacrazione della Chiesa), a fare una
visitina in Seminario, durante le varie manifestazioni, religiose e civili; quindi esorta a
scrivere articoli per il nostro giornale, che
deve essere più vivo, attuale e interessante.
Gli ex alunni devono sentire il desiderio di
scrivere per gli amici, su qualunque argomento: storie personali, personaggi importanti, chiese, monumenti, feste dei nostri
paesi... poesie, racconti, ecc. La parola passa
quindi al Presidente "Onorario", che, "more
solito", intrattiene gli amici con la sua erudizione e i suoi concetti profondi: è veramente
un piacere starlo ad ascoltare (la sua relazione si può leggere su questo giornale).
È la volta poi degli storici e degli scrittori: a
turno, don Domenico Cruciani e Mons.
Antonio Patrizi, ci illustrano i loro ultimi
2 Il Barbarigo
lavori sul 'Casti". Questi sono pozzi di scienza! Ma come faranno a sapere tante cose...!
Si registrano a questo punto interventi di ex
alunni. Elio Giraldo, vulcanico e innovatore,
ipotizza tante possibili destinazioni per l'edificio del Seminario, ed incontra alcuni che
condividono le sue teorie. Pensionato per ex
alunni, luogo di incontri culturali, di associazioni di volontariato, corsi estivi in collaborazione con l'Università della Tuscia,
Mostre....Le proposte sono interessanti, porterebbero ad un'utilizzazione importante di
un luogo famoso in Italia e in Europa. Ma noi
possiamo far poco... Il potere decisionale
spetta ad altri! Interviene Guido Rossi, ingegnere specializzato in termo-idraulica, che
scoraggia tutte le ipotesi: servono troppi
soldi per tutti gli impianti a norma di legge...
Meglio non sognare!
Gioacchino Costantini, presente per la prima
volta, sente questo incontro come "Giornata
di Ringraziamento", molto vicino agli ideali
dell' Associazione...
Dopo una breve analisi della situazione economica, sempre sotto vigilato controllo da
parte del Ministro Cassiere e del Presidente,
si versano le quote sociali per il 1996 e via...
di corsa a pranzo. Il ristorante scelto per questa occasione è in riva al lago "Da Corrado";
dire che siamo stati bene è forse riduttivo...
Tra una portata e l'altra, un goccetto ogni
tanto e le solite conversazioni. Il tempo è
volato: quando si incontrano gli amici e si sta
insieme, succede sempre così...
L'appuntamento è per tutti il 25 Aprile 1997!
Arrivederci... e con salute!
Enzo Serafinelli
Il presidente attende l'ispirazione dal ...cielo!
3 Il Barbarigo
ELENCO EX-ALUNNI
CHE HANNO VERSATO
LA QUOTA SOCIALE
PER IL 1996
Acciari Palmiro - Bartolaccini Italo - Bazzuoli
Citti Rita - Berni Don Giovanni - Contadini
Angelo - Consalvi Alberto - Costantini
Gioacchino - Cruciani Mario - Cruciani Memmo
- D'Ascenzi Giustino - D'Eramo Girolamo - Di
Francesco Franco - Ercolani Don Angelo - Fabi
Arturo - Fantera Nazzareno - Finori Giuseppe Galeotti Augusto - Giraldo Elio - Marinelli Don
Emilio - Merlo Girolamo - Montanucci Massimo
- Morneri Manfredi - Mugnaini Don Giuseppe Nicoletti Pietro - Olimpieri Giuseppe Papacchini Don Antonio - Patrizi Mons. Antonio
- Piccioni Ennio - Picotti Don Luigi - Ranucci
Francesco - Rossi Guido - Rossi Don Pompeo Serafinelli Enzo - Stefanini Alessandro - Tacconi
Antonio - Tacconi Cesare - Tannozzini Elio Trapè Don Giuseppe - Trapè Don Luciano - Zini
Alvise
Il momento è solenne... fuori la grana! Sotto a chi tocca!
AVVISO AI SOCI
II Comitato di Coordinamento dell'Associazione
si riunirà sabato 22 marzo 1997 alle ore 10 presso il Seminario Barbarigo a Montefiascone per
discutere i problemi organizzativi. Tutti possono
partecipare. Come sempre... potremo approfittare della cortese e ospitale accoglienza di Don
Gian Paolo. Seguirà lettera di convocazione da
parte del Presidente. Saluti!
IMPORTANTE
PER TUTTI
4 amici in allegria!
Negli elenchi dei soci, allegati al giornale "Il
Barbarigo" 1996", sicuramente ci sono inesattezze o mancano dei nomi.
Ognuno di noi può contribuire a renderli più
esatti, apportando qualche correzione, e più
completi, segnalando qualche amico... dimenticato, con una lettera o una telefonata al
Presidente. Lo stesso vale, purtroppo, per gli
inevitabili decessi...
E scrivete qualche articolo per il prossimo giornale, su qualunque argomento.... Grazie!
SITUAZIONE FINANZIARIA
Il maestro, la "scienza" parla... l'allievo ascolta!
ENTRATE
Rimanenza gestione al 25/4/95
Quote sociali riscosse al 31/12/96
totale
USCITE
Stampa giornale
"II Barbarigo '95" 400 copie
Spese postali
e cancelleria al 25/4/96
Stampa giornale
"II Barbarigo '96" 400 copie
totale
1.500.000
3.226.000
ENTRATE
USCITE
r i m a n e n z a gestione
3.675.000
3.226.000
449.000
1.700.000
1.975.000
3.675.000
1.500.000
226.000
4
ASSEMBLEA DEI SOCI BARBARIGO
Montefiascone 25/04/96
Il Barbarigo
LA PAROLA AL ....PRESIDENTE "ONORARIO"
Il Presidente mi ha invitato a prendere la
parola per un breve intervento. Ossequiente
agli ordini dell'autorità costituita, obbedisco
(come Garibaldi!) e mi rivolgo a voi con questa veloce allocuzione.
Ecco: io son vecchio di anni anche se -dicono- son giovane di portamento e giovanile di
idee (grazie del complimento!)
Comunque sia - più vecchio certamente che
giovane - penso che sia arrivato il tempo di
tirar le somme: non tiro ancora, però i remi in
barca!
E qualche somma tiro adesso, qui, davanti a
voi, per una riflessione sui nostri problemi
esistenziali. Io comincio con una confessione
che non vuol essere atto di superbia: ci mancherebbe !
Ho fatto una lunga esperienza nella vita, ed è
stata una grande esperienza, dalla quale sono
uscito uomo maturo, disincantato: storico
miniaturizzato più che cronachista della
società.
Questa esperienza l'ho fatta cominciando a
tirar la carretta più di 50 anni fa: solo, senza
antenati; buttato in mezzo ad una gabbia di
leoni: io, nato e cresciuto (come tutti voi, del
resto) in un piccolo ambiente, povero di
mezzi; allevato ed educato qui da grandi
maestri che esaltavano le idee e i valori.
Mi son trovato improvvisamente catapultato
in un mondo fatto di cultura, di affari, di uffici, di gerarchie, di invidie, di pettegolezzi
malevoli; in una civiltà sconosciuta che scoprivo giorno dopo giorno con meraviglia, con
paura, con ammirazione; in una società povera di valori ma ricca di mezzi.
Finché si è trattato di libri, di studi, di esami
non mi tremavano né vene né polsi; ma gli
uomini mi terrorizzavano. E ho incominciato
a guardarli, a capirli, a giudicarli.
Mi ci son trovato male: io, acqua e sapone;
quelli, volpi e lupi la più parte. Poi ho capito
e non mi son fatto travolgere.
Sono arrivato ai vertici della carriera amministrativa ed ho avuto un piccolo, ma non
insignificante ruolo nella pubblica amministrazione.
In questo contesto ho conosciuto da vicino
tanta gente, tanti uomini: della politica, del
sindacato, dei ministeri; e poi imprenditori
professionisti, artigiani, tecnici , operai. Ho
visto gente con molti difetti, ma anche gente
con grandi meriti. Ho conosciuto uomini
superbi o semplici; altri affabili o scontenti;
altri mansueti, odiosi, distratti, biliosi; altri
ancora costruttori o inconcludenti; taluni sensuali e sessuali fino al ridicolo; non pochi
audaci, la maggior parte timidi; chi si piazzava imperterrito in prima fila, chi aveva la
vocazione della piccionaia; moltissimi gli
sfaccendati, i perditempo, i nauseatii.
Pochissimi uomini ho incontrato affascinanti
zione nella programmazione e nella gestione
dei progetti. Mi ci hanno portato anche i miei
collaboratori e i miei dipendenti che, in mio
favore, hanno lottato e, qualche volta, anche
combattuto. -Io ho solo messo le basi della
mia carriera: con gli scritti, i documenti, la
capacità propositiva, la correttezza, l'onestà
e perché no?- con un pizzico di fantasia.
Ho passato non poco tempo della mia vita a
"raccomandare" gli altri: per un lavoro, una
casa; ad aiutare i giovani. Ho fatto il "raccomandatore" e non mi pento di averlo fatto
anche se di gratitudine ne ho trovata poca.
Ho provato una volta a raccomandare me
stesso ma... mal me ne incolse.
Ne ho viste tante: di tutti i colori. Ho visto
anche gente che ha provato sulla propria
pelle la triste esperienza dell'avviso di garanzia. Ho visto la faziosità, l'acrimonia, la cattiveria di un giudice istruttore il quale, formulato il suo teorema, è andato avanti,
imperterrito e sconsiderato, come un toro
nell'arena avendo il solo obiettivo di rinviare
a giudizio: senza ascoltar ragioni, senza esaminare le prove contrarie al suo teorema.
Ho visto le sofferenze fisiche e psichiche di
Ranucci, presiednte "onorario", tiene la conferenza...
quella gente, le spese, la tristezza: e capisco
e trascinatori. Il più delle volte sono stato io bene, oggi, chi lamenta l'accanimento indagativo.
volano e motore.
Governare gente con queste caratteristiche
fisiopsichiche non è stato facile; spingere e Ho visto comportamenti corretti e scorretti.
motivare quello, frenare quell'altro; far da Ho visto gente che si approfittava di tutto. Io
paciere, fare il giudice; premiare e punire: non mi sono mai accostato ai profittatori.
bastone e carote; più frequentemente questa, Ho vissuto onestamente e decorosamente del
raramente quello... Insomma...; ogni giorno mio lavoro. E debbo rivolgere un grande elola sua battaglia, ogni mese una guerra.
gio a mia moglie che ha saputo amministrare
10 sono stato forte nei confronti di tutti; anzi, con intelligenza e accortezza la nostra piccofortissimo; solamente, però, per le mie cer- la fortuna. I nostri risparmi li abbiamo tutti
investiti sui nostri figli: i libri, gli studi, la
tezze interiori.
Ma non è che non sentissi dentro di me i cultura. I nostri figli a 10 anni erano già, d'emorsi del dubbio, l'angoscia delle incertezze: state in giro per l'Europa a vedere il mondo e
e non è che non mi mancassero costanti e a imparar le lingue.
pesanti preoccupazioni. E ho pagato nel mio Oggi, quando incontro le persone con le quali
corpo le sofferenze dello spirito: stomaco, ho avuto rapporti di lavoro magari 30 anni fa,
sorrido loro e loro pure mi sorridono. Io non
coronarie...
Mi fermo un momento, adesso, e tiro la scappo né mi nascondo davanti a nessuno:
prima somma. Gli uomini si dividono in due molta gente, però, ho visto scappare. Guardo
categorie: gli intelligenti e i furbi. Questi ulti- tutti negli occhi e... pago il caffè: anzi il più
mi, nei tempi brevi, prevalgono su quelli. Ma delle volte lo pagano loro, felici di potermi
11 tempo... la storia... è equa giustiziera. La manifestare simpatia.
ragione, nei tempi lunghi, torna sempre a chi
pensa, a chi ragiona, a chi programma, a chi Perché dico queste cose? Ve l'ho detto prima:
sa prefigurare il futuro costruendo tempi, non per vanagloria ma per arrivar velocemezzi, strumenti. E la prima somma dice: mente alla seconda somma.
Io vorrei lasciare a voi, amici carissimi, e a
l'intelligenza batte la furbizia.
quelli che dopo di noi verranno, un messagIo non ho frequentato i salotti né i luoghi gio che è un messaggio di amore alla vita, di
dove si combinano gli affari, o si program- attaccamento ai valori che reggono e guidano
mano concorsi e carriere. Dove sono arriva- la nostra esistenza: la Fede, la famiglia, il
to, ci sono arrivato da solo. O meglio, mi ci lavoro, i poveri. Un messaggio di fratellanza,
hanno portato i miei superiori ai quali ho dato di disponibilità, di pace con Dio, di amicizia
sempre preziosa e disinteressata collabora- con gli uomini. Se poi qualcuno mi chiedes-
5 Il Barbarigo
se (ed io me lo chiedo spesso) di sintetizzare
in un motto, in una parola, questo messaggio
che è poi il filo conduttore e il fondamento
filosofico della mia vita quale io ho cercato
di attuare nel corso di 70 anni... e passa...,
ebbene questo è il mio concentrato... doppio
o anche triplo: la generosità.
E si, perché dal contatto e dal confronto con
gli uomini ho visto che una stragrande maggioranza di loro sono egoisti, gretti... guardano anche alle mille lire!
Poche persone ho trovato generose. E per
generosità intendo non solo quella di metter
mano al portafoglio ma anche, e soprattutto,
generosità nel dare se stesso, nell'aiutare chi
ha bisogno, chi soffre nel corpo e nello spirito; nello star vicino a chi è solo, a chi è tri-
ste^ chi non ha neppure il conforto di una
parola.
Io penso che noi tutti ci dovremmo qualificare, come singoli e come associazione, nella
generosità; e sulla generosità dovremmo confrontarci con Dio e con gli uomini.
Se tutti dessimo generosamente qualcosa di
nostro, avremmo un mondo migliore. Perché
-vedete- il mondo vive per le leggi che regolano la vita sociale; ma nessuna legge può
imporre le regole dell'amore.
E senza amore, le società vivono male: "amatevi come fratelli" disse Gesù 2000 anni fa e
quello fu il più grande messaggio che l'umanità abbia mai ricevuto.
Francesco Ranucci
L'Argenteria di
MASTROIANNI
Mastroianni, il grande attore del
cinema e del teatro, ha raccontato
che, durante l'ultima guerra,
quando le sirene suonavano l'allarme aereo, la sua mamma allertava la famiglia e tutti insieme correvano al rifugio. Non dimenticavano mai di portar con sé tutta
l'argenteria di casa, e cioè, sei cucchiaini d'argento...massiccio!
RICORDO di
SUOR INES PELATELLI - Maestra Pia Filippini
Una vita che si spegne lascia sempre un grande vuoto nella Comunità, ma quando viene
meno una vocazione missionaria, il dolore
per la perdita oltrepassa i confini della patria
e tocca il cuore della gente fra la quale è vissuta ed ha operato.
Suor Ines nacque a San Lorenzo Nuovo (VT)
il 23 aprile 1935. Venne accolta nell'Istituto
nel marzo del 1971, dopo un'esperienza di
vita religiosa in altra Congregazione. Nello
stesso anno vestì l'Abito di Maestra Pia ed
emetteva l'Oblazione perpetua in Africa nel
1974.
Ancora giovane, poteva realizzare il suo
desiderio di recarsi in Missione; partiva
infatti per Adigrat (Etiopia) nel 1972 e vi
rimaneva fino al gennaio 1995. La sua permanenza in Africa coincideva con il periodo
bellico durante il quale non mancarono anche
calamità naturali quali: la siccità, la fame, le
epidemie. L'attività di Suor Ines, però, continuava ad essere intensa e non conobbe stanchezze.
In Adigrat iniziò lavorando in un laboratorio
di taglio e cucito. Ben presto, però, la sua
opera si allargava in tante altre iniziative
rivolte alla promozione della donna e alla riabilitazione di un folto gruppo di disabili per
la quale la Missione aveva predisposto anche
un Centro di Accoglienza. Oltre al vitto e
alloggio, esse avevano la possibilità di un
lavoro e di specializzarsi nella tessitura di
stoffe, nella confezione di costumi locali, nel
ricamo in oro di preziosi pannelli ispirati alla
cultura etiopica.
Suor Ines aveva avviato anche una
Cooperativa per la lavorazione delle pelli,
dando un lavoro a molte persone. I prodotti
finiti: scarpe, borse, valigie venivano anche
esportati altrove.
Dall'Epaca di Adigrat, aveva ricevuto il delicato compito della distribuzione degli aiuti ai
poveri, compito che ella svolgeva con impegno e dedizione, non tralasciando di dispensare ad essi anche la parola della fede. Aveva
un carattere gioioso e aperto che la portava
ad accogliere tutti senza distinzione.
averla rivista. Come in realtà avvenne!
Il Signore chiamò a sé Sr. Ines il 13 aprile
1996, giorno in cui cadeva il Sabato Santo
della Liturgia Etiopica. Durante il rito funebre, partecipato da numerose consorelle, i
Sacerdoti del Collegio Etiopico in Roma,
hanno voluto salutarla secondo il rito Copto,
mentre i presenti hanno provato momenti di
intensa commozione. Il gesto dei giovani
sacerdoti indigeni voleva essere un grazie a
colei che aveva speso gli anni più belli della
sua vita nella Missione Etiopica tra i poveri
più poveri.
Dopo una seconda Messa di suffragio nel
paese natale, le spoglie mortali di Suor Ines
sono state tumulate nella tomba dell'Istituto
in Bolsena.
REGIONE "MATER BONI CONSILII',
ADIGRAT
Adigrat
in memoria di Sr. Ines Pelatelli, m.p.f.
Un inesorabile male veniva a colpirla proprio
nel pieno della sua attività missionaria.
Trasferitasi in Italia per i necessari interventi, subito ha compreso la gravità del suo
male. Da qui inizia il suo calvario!
Dopo una breve parentesi che lasciava intravedere un barlume di speranza, la situazione
si è aggravata e Sr. Ines alternava lunghi
periodi di degenza in ospedale alla sua definitiva permanenza nella Casa Volto Santo,
dove le consorelle, fino all'ultimo istante, si
sono amorevolmente prodigate per lei.
Sr. Ines era pienamente consapevole della
gravità del suo male e soffriva, specie negli
ultimi mesi, con serenità e generosa rassegnazione, offrendo la sua sofferenza per l'incremento dell'Istituto e per il bene della sua
Missione. Attendeva con vivo desiderio il
ritorno dall'Estero della Madre Generale presagendo che non sarebbe morta prima di
La Comunità di Adigrat ha voluto ricordare
Sr. Ines con una solenne Concelebrazione
Eucaristica di 24 Sacerdoti, presieduta dal
Vescovo, mons. K.M. Teklehailmanot, con
una larga partecipazione di popolo. Nella
Cattedrale di Adigrat, gremita di gente, erano
infatti presenti soprattutto donne, handicappati, poveri, ammalati, che Sr. Ines aveva
beneficiati. La loro presenza commossa voleva esprimere la gratitudine verso Colei che
aveva speso nella Missione gli anni più belli
della sua vita.
Per le Consorelle di Adigrat, la morte di Suor
Ines è stata la prima perdita di una vocazione
Missionaria. Ne avvertono molto la mancanza, ma, aperte alla speranza cristiana, ne continuano l'opera con altrettanto impegno,
certe che Sr. Ines ora vive in Dio ed implora
nuove benedizioni sulla Missione da lei tanto
amata.
Il Padre spirituale
del seminario "Barbarico
Il Barbarigo
6
Un anno fa il Vescovo S. Ecc. Mons. Fiorino
Tagliaferri mi chiese la disponibilità per fare
il Padre Spirituale nel Seminario Minore di
Montefiascone.
Vedendo nella chiamata del Vescovo un
segno della Divina Volontà ho accolto volentieri questa nuova missione.
Mi è stata di grande aiuto l'opera e la testimonianza del mio Padre Spirituale durante
gli anni trascorsi nel Seminario Maggiore di
Viterbo.
A questo sacerdote, Don Luigi Mignani, che
ora è parroco a Vetralla e che continua ad
essere il mio padre Spirituale, devo molta
riconoscenza e gratitudine.
Ai ragazzi che si trovano nel Seminario di
Montefiascone ho cercato di offrire ciò che a
mia volta io ho ricevuto.
Il compito del Padre Spirituale, nel
Seminario Minore, è quello di aiutare i ragazzi a scoprire qual'è la missione che Gesù affida loro nella chiesa. Affinché questa scoperta avvenga e, successivamente, ci sia anche la
risposta del ragazzo alla chiamata di Gesù, si
cerca di aiutare il giovane seminarista a capire l'importanza della preghiera, sia personale
che comunitaria. Sapendo inoltre che, soltanto con le proprie forze o capacità personali,
non è possibile realizzare ciò che Gesù chiede, si aiutano i ragazzi a comprendere la
grande ricchezza dei sacramenti, in modo
particolare la Penitenza e l'Eucaristia.
Posta questa solida base si dà molta importanza al colloquio personale con i seminaristi. Settimanalmente i ragazzi hanno la possibilità di parlare con il Padre Sp., parlando del
loro rapporto con Gesù, di se stessi, delle
gioie e delle difficoltà del cammino che stanno facendo.
Spesso anche i problemi familiari dei ragazzi
diventano materia di colloquio don il Padre
Sp.
Ai seminaristi è offerto un grande aiuto
anche dalle testimonianze dei santi. Già dallo
scorso anno si è cercato di dare importanza
alla lettura spirituale. E bene che i ragazzi
sappiano che ciò che loro stanno facendo, già
altri lo hanno fatto. Le gioie e le difficoltà
che loro incontrano già altri giovani le hanno
incontrate. Dalla vita e dalla testimonianza
dei santi i ragazzi apprendono che amare
Gesù non è qualcosa di straordinario, di fuori
del normale. A coronamento di tutto questo
lavoro viene poi coltivata nei ragazzi del
seminario una solida devozione verso la
SS.ma Vergine Maria. A Lei si affidano i giovani seminaristi attraverso le preghiere della
tradizione cristiana, l'Angelus e il S.
Rosario. L'esperienza che sto facendo, come
P. Spirituale, presso il Seminario Minore mi è
stata di grande aiuto anche nella pastorale
Parrocchiale. Sia nella Parrocchia di S.
Martino V. in Graffignano sia nella
Parrocchia dei SS. Pietro e Callisto dove ora
sono parroco ho visto che la gente ama il
Seminario, è contenta che vi sono dei ragazzi che rispondono alla chiamata del Signore.
I nostri fedeli diventano anche oltremodo
generosi verso il Seminario se si parla e si fa
conoscere questa realtà.
Ringrazio il Seminario e i cari seminaristi per
tutto ciò che mi hanno donato come ricchezza per la mia vita sacerdotale.
Don Tancredi Muccioli
"La Comunità del Seminario esprime riconoscenza e gratitudine a tutti gli ex-alunni, che
sensibili all'appello del Presidente, hanno offerto un loro contributo per le necessità del
Seminario, per una somma complessiva di L.
1.545.000"
Elenco Ex- Alunni donatori nel 1995!
Spadaccia Luigi
Galeotti Augusto
Contadini Impero
Ranalli Giovanni
Motti Angelo
ZappatoreUgo
Piovani Dino
Antolini Evelina
Bernardini Pietro
Montanucci Massimo
Ballarotto Pietro
Basili Luciani Mario
D'Eramo Girolamo
Raggi Augusto
La Rosa Rodolfo
Ranucci Francesco
Serafinelli Enzo
La nuova crusca!
I "famigliologi" = gestori di agenzie
matrimoniali
I "tuttoIogi"= quelli che sanno (o presumono di saper) tutto
Considerazioni filosofiche
Seminario Barbarigo - La Campanella!
1 ) Arturo Fabi, filosofo e grande conoscitore degli uomini, ha detto: "Io
per l'Associazione degli ex-alunni
mi sacrifico, ma non ci posso mica
morire?!"
-Ben detto: Chi vuole un martire!?
Vogliamo solo un ...confessore!
2) Proverbio Sabino: Accompagnati
sempre a quelli che son migliori di
te e pagagli pure... le spese!
Il Barbarigo 7
IL SEMINARIO OGGI:
"RESTAURATA
ET...RESTAURANDA!"
Seminario Barbarigo - La Biblioteca
IL SEMINARIO:
UN DONO DI DIO PER NOI
Tempo di Avvento, di Attesa, prima dell'evento che dà significato alla storia dell'uomo; tempo di riflessione per scorgere i segni
della presenza di Colui che viene nella realtà
che viviamo ogni giorno, nella condizione
che siamo chiamati ad animare e quindi la
mia meditazione ha come argomento "il
ruolo del Seminario Minore", la cui necessità
è stata messa in dubbio in questi ultimi anni,
perfino, negli ambienti di Chiesa.
L'Esortazione Apostolica di Giovanni Paolo
II "Pastores dabo vobis" ribadisce: "come
attesta una larga esperienza, la vocazione
sacerdotale ha un suo primo momento di
manifestazione spesso negli anni della preadolescenza... La storia della Chiesa è una
testimonianza continua di chiamate che il
Signore rivolge anche in tenera età e questo
ci fa capire come Dio ami in modo speciale
coloro che si danno al suo servizio fin dalla
prima giovinezza".
I Seminari svolgono una preziosa opera educativa finalizzata a custodire e sviluppare i
germi della vocazione sacerdotale, affinché
gli alunni la possano più facilmente riconoscere e siano resi capaci di corrispondervi.
È proprio la consapevolezza della preziosa
opera educativa che sostiene e incoraggia nei
momenti difficili, quando il cammino appare
arduo e solitario, e c'è bisogno di tutta la
pazienza, l'umiltà, la volontà che dona lo
Spirito per continuare a rimanere al proprio
posto.
Non si ama il Seminario a parole, non lo si
apprezza soltanto come suggestiva coreografia dei bei visi adolescenti e compiti nelle circostanze eccezionali, occorre un interessamento quotidiano, un'attenzione costante alle
esigenze del Seminario, un amore che sappia
tradursi in gesti, in presenza continua come
senza sosta sono le richieste della vita spirituale, culturale, materiale dei ragazzi.
Il Seminario Minore custodisce i germi della
vocazione sacerdotale, proteggendoli da una
società che considera i propri figli oggetto e
soggetto di consumo, da esibire e possedere,
placare con cose, ma evita il loro sguardo,
disattende alle cure di cui bisogna un'età
delicata e ricca.
Proprio i ragazzi hanno ancora gli occhi puri,
non offuscati dalla schiavitù dei beni terreni,
liberi dalle paure che crescono con gli anni,
con semplicità gioiosa sono più pronti a
rispondere "eccomi".
La felicità non è la conquista dei colti, dei
potenti del mondo, ma del figlio che obbedisce al Padre. Il Seminario dunque, curando
l'aspetto vocazionale educa e forma gli
uomini, consegna ai ragazzi il segreto della
felicità: compiere la volontà di Dio, nella
serena libertà dell'obbedienza, accogliere il
Suo Progetto. Il pastore conosce le sue pecorelle, sa la meta che ognuno può raggiungere
e le attende. Il mondo degli uomini, offrendo
false immagini di felicità, può deviare la
linea di una anima adolescente, costringe
l'ansia di amore e verità in schemi troppo
angusti per creature di Dio.
L'aspetto culturale nel Seminario minore
coglie e privilegia i valori morali che animano la cultura che si traducono in disciplina di
studio e atteggiamento di vita.
Il progetto educativo del Seminario, mira,
attraverso la formazione umana e cristiana
alla educazione, alla generosità. Il Concilio,
nel Decreto "Optatam Totius" invita a:
"prepararsi a seguire Cristo redentore con
animo generoso e cuore puro".
La generosità è il tratto distintivo del seminarista, il suo modo di essere nel mondo, di sperimentare l'umanità, di vivere la famiglia, di
incontrare gli amici.
Don Gian Paolo Gouarin
Rettore Seminario Barbarigo
Quando si è adolescenti gli anni sembrano inerpicarsi lenti su un pendio, poi quando l'orizzonte
della vita si apre, gli anni fuggono in discesa e ciò
che amammo trascolora, muta, a volte si disperde,
altre volte si trasforma, ma vive.
È così per gli ex-allievi, per quelli che furono
ragazzi vivaci e vitali giovani in queste austere
sale, il loro Seminario nel suo interno lentamente,
faticosamente muta, anche se le sue sobrie strutture permangono come un monito al fugace, leggero fluire dei tempi della storia.
Il cuore del seminario è vivo, sia perché i ragazzi
continuano a correre ridenti nei severi corridoi e
corrono verso la stessa direzione per la quale il
Cardinale Barbarigo lo istituì, sia perché nel suo
interno si rinnova, e anche gli antichi quadri si
risvegliano come da un lungo sonno di polvere e
tornano a vivere coi forti colori di una volta.
Infatti, nella quieta ombra della chiesa di S.
Bartolomeo due tele sono nate a nuova vita, opera
di Pietro Lucatelli, prestigioso pittore
dell'Accademia di S. Luca e che vantava rapporti
di committenza con le più importanti famiglie
romane dell'epoca (1675-1678) i Barberini, i
Chigi, i Colonna. La tela rappresentante La
Vergine e i SS. Carlo Borromeo e Filippo Neri è
stata restaurata da Roberto della Porta grazie ai
contributi della Soprintendenza dei Beni Artistici
del Lazio, sotto la direzione della dottoressa
Egidia Coda; quella raffigurante "Angelo
Custode" è stata restaurata invece da Antonello
Proietti, il quale essendo zio del Seminarista
Mauro Fringuelli, ha offerto al Seminario la propria esperta professionalità.
Uno dei tesori più preziosi è certamente la
Biblioteca e in essa, grazie sempre alla
Soprintendenza dei BB. AA del Lazio, è stato
restaurato lo scaffale, ad opera dell'artigiano
Roberto Sugaroni di Acquapendente.
Sicuramente gli ex-seminaristi ricorderanno i lividi cieli d'inverno, quando la tramontana falisca
penetrando sottile e acuta attraverso gli ampi spifferi delle "vetuste" finestre... ora invece, questa
"rigida" tradizione è stata interrotta: gli infissi
delle camere, dei bagni, dei corridoi dei seminaristi sono nuovi e quindi chiudono ermeticamente.
Ma risolto un problema, ne rimangono sempre
altri e altre spese necessarie devono essere sostenute: quella riguardante la ristrutturazione a
norma CEE dell'impianto di riscaldamento e
quella relativa all'acquisto di un pulmino che
"ripieno" del suo vociante contenuto, garantisce
la presenza del Seminario presso le diverse strutture della diocesi per le varie attività di tipo vocazionale, culturale e sportivo. Certo, una volta,
tanti anni fa, si poteva vedere nelle vie del paese,
una lunga teoria di pretini dalle nere piccole talari, ma oggi le esigenze sono diverse, la presenza
dei ragazzi nelle varie realtà e pienamente conforme alla formazione che i seminaristi di fine millennio devono ricevere perché essi sono parte
integrale della società in cui vivono, non gruppetto di esclusi.
Anche l'organo della chiesa, il cui valore è
ampiamente descritto nell'articolo di Roberto
Bracaccini, aspetta di essere restaurato per offrire
ancora i suoi suoni melodiosi; ma la ricchezza del
seminario è religiosa, morale, culturale, però dal
punto di vista economico, l'unica sua fonte è la
disponibilità, la generosità dei Benefattori.
Paola Sacco
8
RESTAURO DELLA CHIESA
PARROCCHIALE DI SAN GIUSEPPE
MONTEFIASCONE: LE MOSSE
"Va e restaura la mia Chiesa", disse il
Crocifisso a San Francesco, parlandogli nella
chiesetta di San Damiano ad Assisi. Il
Signore intendeva il "rinnovamento interiore
e spirituale della comunità cristiana". E questo è anche ciò che ogni sacerdote cerca di
fare con i suoi fedeli. Infatti il popolo cristiano, adunato nell'unità del Padre, del Figlio e
dello Spirito Santo, è il tempio vivente e spirituale del Signore, è la vera Chiesa. Ma fin
dall'antichità il nome «chiesa» è stato esteso
all'edificio in cui si radunava la comunità dei
fedeli. I libri liturgici prescrivono che «la
Chiesa deve essere adatta alle sacre celebrazioni, deve essere quindi un edificio
dignitoso, che si distingua non tanto per sontuosità di costruzione, quanto per nobiltà di
linee e si presenti davvero come simbolo e
segno delle realtà ultraterrene» (Dal
«Pontificale Romano»),
Non si può negare che la nostra Chiesa parrocchiale non abbia necessità di un restauro
generale [pavimentazione nuova, intonaci,
tinteggiatura, qualche elemento decorativo
adeguamento "a norma" impianto elettrico,
nuova disposizione delle immagini dei Santi
(messi più "a portata " della devozione dei
fedeli), unità di stile tra ambone, altare, fonte
battesimale e sede del celebrante, la "cappellina" messa più in vista (con apertura di
un arco grande) e che si trasformi in altare
del SS. Sacramento].
Ho affidato il progetto generale di restauro
agli architetti Bonafede Lamberto e Cappa
bianca Lucio, esperti in questo (hanno lavorato per il restauro e per la costruzione di
altre chiese) per dare al tutto uno stile unitario, non tanto nella "sontuosità di costruzione", ma nella "nobiltà di linee" e di decoro
che rendono "il tempio" segno delle realtà
ultraterrene", come appunto prescrivono i
libri liturgici. E penso che, nella semplicità e
nella nobiltà di elementi decorativi e artisti-
camente preziosi, la nostra chiesa parrocchiale si trasformerà in un vero "santuario"
moderno e bello, a gloria di Dio e onore di
San Giuseppe.
Vi presento così il progetto... dovrà avere il
benestare e l'approvazione
della
Commissione Diocesana per l'Arte Sacra.
Quanto verrà a costare tutto questo? Quando
si realizzerà? Sarà possibile farlo?
Non si possono fare le previsioni, perché è
tutto in gestazione, ma mi sembra di potervi
dare due indicazioni:
I ) Nutrire fiducia nella «provvidenza» divina
ed umana;
2) Pregare San Giuseppe perché la nostra
comunità si rinnovi interiormente e anche nel
decoro del tempio.
Tutti possiamo e dobbiamo pregare secondo
queste indicazioni. Chi vuole collaborare
economicamente si metta in comunicazione
con la Parrocchia.
Intanto continuiamo a frequentare la nostra
chiesa parrocchiale, perché il tempio può
essere anche il più bello e artistico, ma senza
la partecipazione dei fedeli "non ha vitalità".
L'obiettivo finale sarà di fare della nostra
Chiesa Parrocchiale un centro di culto e un
Santuario in onore di San Giuseppe, e promuoverne la devozione:
- per la formazione di famiglie cristiane;
- per l'incremento delle vocazioni sacerdotali e religiose;
- per invocare il dono di una buona morte
nella grazia del Signore e la perseveranza
nella fede.
Con ogni augurio di bene
II Parroco - Don Giuseppe Trapè.
PS. Il nuovo altare vorrebbe essere dedicato
alla memoria del Parroco defunto DON GIOVANNI FIRMANI, che tanto a lungo e bene
ha lavorato alle Mosse.
L'ambone e il fonte battesimale alla memoria
di altri sacerdoti nativi delle Mosse.
Il Barbarigo
La parola
agli Architetti
Essere stati chiamati da Don Giuseppe a progettare una sistemazione organica della sua
chiesa è stato per noi un grande piacere ed
onore.
Questa sensazione deriva dal fatto che una
progettazione di adeguamento funzionale ed
estetico, da eseguirsi su un luogo di culto, è
di rilevante importanza, implica un grande
sforzo di pensiero e stimola la creatività più
che in altre progettazioni.
La presenza di quanto già esistente inoltre ci
ha spinti alla ricerca di una metodologia che
tendesse alla sua salvaguardia, e che contemporaneamente creasse una variazione
dando qualità e nobiltà allo spazio liturgico
in modo da renderlo degno dei misteri che in
esso si celebrano.
Una delle principali preoccupazioni avute
nell'approccio progettuale, è stata quella di
consegnare un intervento che potesse essere
attuato a più riprese, senza peraltro pregiudicare il normale uso della chiesa e dilazionando l'impegno economico totale.
Punto dipartenza è stato il riordino dell'area
presbiterale con la nuova sagomatura della
gradinata che, unendosi all'abside, completa
la figura geometrica dell'ottagono.
Seguono: la trasformazione della cappella
delle messe feriali in cappella del
Sacramento, con il Tabernacolo, inglobando
lo spazio attualmente occupato dalla sacrestia ed aprendo due archi tra la cappella e la
navata e lo spostamento della sacristia in
locale baricentrico alla chiesa, la sistemazione delle due entrate laterali, in modo da
consentire la realizzazione di un deposito e di
una scala fissa di accesso alla cantoria, la
ripavimentazione della navata centrale.
Questi sono gli obiettivi più immediati, ad
essi dovrebbero fare seguito la realizzazione
di una cappella sul lato destro della navata,
in modo da completare la forma a croce, é
tutta una serie di interventi complementari
che serviranno all'arricchimento di tutta la
chiesa.
L'obiettivo è ambizioso, ma siamo ormai alla
soglia del secondo millennio e l'Anno Santo
può rappresentare lo stimolo giusto per
intraprendere quest'opera che avvierà la
comunità parrocchiale verso gli anni duemila.
Architetti:
Lamberto Bonafede
Lucio Cappabianca
LE ETIMOLOGIE
Abbacchio = "ad baculum" gli antichi avevano l'abitudine di legare il piccolo agnello da latte "ad un bastone" piantato per
terra onde non si movesse
Chiesa di S. Giuseppe (Le Mosse): Presbiterio e lato frontale
Monte Antenne = "ante amnem" era una
piccola città sabina posta, sulla riva del
Tevere, "davanti al fiume"
9
Il Barbarigo
BUON NATALE
E FELICE ANNO NUOVO 1997
A TE ED AI TUOI
SOTTO LA PROTEZIONE
DELLA SS.MA MADRE DI DIO
*****
Stella Natalis renitens in orbe
nuntiet Christi populis saluterai
corda et illorum repleat serenae
munere pacis.
La Stella di Natale splendente nel
mondo
annunzi ai popoli la salvezza di Cristo
e riempia i loro cuori del dono
d'una serena pace.
STORIA E POLITICA
"Che cos'è mai la Storia senza la Politica? Una
guida che cammina, cammina con nessuno dietro
che impari la strada, e, per conseguenza, butta via
i suoi passi; come la politica, senza la storia, è uno
che cammina senza guida!"
A. Manzoni ( da "Ipromessi Sposi")
E G I D I O DA V I T E R B O
Il Concilio Lateranense Quinto, diciottesimo ecumenico, fu convocato, da Giulio Secondo, e durò
fino al 6 marzo 1517. La predica d'apertura fu
tenuta dal Generale degli Agostiniani Egidio da
Viterbo, il quale affermò che "gli uomini debbono venir trasformati dalle cose sante, non le cose
sante, dagli uomini".
GHIRIBIZZO
NATALIZIO1
Don Sigismondo, Rotai Uditore,
fu curiale di stampo pacelliano;
nell'uno e l'altro iure gran dottore,
assiduo studioso di Graziano.
Non diceva mai: "Il Papa" ma: " Il Sovrano",
e nel dirlo toglievasi il cappello.
Con accento talor napoletano
se n'usciva in "mammà" e in "guaglioncello".
Per indol pio, retto, cauto e mite,
faceva fuoco e fiamme se, ahimé, udiva
che qualcun dalla Chiesa dissentiva.
Dovevan piover sul malcapitato
e richiami e interdetti e sospensioni
perché rimettesse a buon posto il capo.
E guai se quello poi non si pentiva:
"L'avrebbe fatta pinza sì! 'na bella
sfulminata de scommunica e via..." .
2
Sonetto caudato, per dirla col Giusti, "alla casalinga": con
versi qua e là "ipo" o "iper" metri e con due assonanze.
1
Figura storica-idealizzata, nella quale vengon delineati anche
altri personaggi. Ottimo sacerdote; di natura, come di già
accennato, bonario: le sue "folgori" duravan poco. Lettore de
L'osservatore Romano e de La Civiltà Cattolica; ascoltatore delle Radio Vaticana e Maria; "aficionado" a Telepace
(emittente benemerita, interessante e obiettiva nell'informare
- quante "fanfaluche" raccontano alcuni mass-media!-; la
quale però è proclive all'uso della "anadiplosi" riguardo a
certi films e documentari come quelli su antiche pievi in
Valpolicella ed in Val Venosta).
S'abituò sin da giovane alla "pennichella" del dopo pranzo e
alla passeggiata vespertina, che soleva, per lo più. fare in quell'ire e venire di Via della Conciliazione (due antiche e sagge
ricette, coteste, per vivere in forma, specie a Roma). Ferreo
purista di nostra lingua, non scrisse, neanche una volta: l'erbe; attenendosi alla regola grammaticale (dai più disattesa e
quasi obsoleta) secondo la quale l'articolo femminile plurale
le non s'ha a apostrofar mai (in prosa).
2
R.l. n. 4 5 6
società cooperativa a.r.l.
cod. fise. n. 0 0 0 9 2 9 1 0 5 6 1
c.c.i.a.a. Viterbo n. 6 0 2 2
"CI SCRIVE
MONS. REMIGIO RAGONESI"
Egregio Prof. E. Serafinelli,
da troppo tempo sono in debito con Lei, che spero - vorrà essermi indulgente accettando i miei
tardivi ma sentiti ringraziamenti per la calorosa
menzione (accompagnata pure da illustrazione
fotografica) riservata da "Il Barbarigo" al mio 50°
di sacerdozio. La commemorazione è risalita inevitabilmente ai remoti antefatti, dove sono stato
collocato e celebrato come "giovane brillante nel
campo degli studi e modello di spiritualità, il
miglior frutto di quel Seminario Regionale!"
Nientemeno, povero me!
In realtà, la mia storia è molto più semplice e
comincia da lì dove rimanda la citata foto, che mi
ritrae nel gruppo dei chierichetti del mio paese,
Bagnaia, ragazzo di dieci anni ma già deciso a
diventare un giorno come il suo Parroco, (che
figura nella foto) e in procinto di intraprendere il
lungo cammino, dalle pendici Cimine deviato ad
un certo momento, non per mire o mene calcolate ma per fortunose circostanze, ai Sette Colli,
dove quel "frutto" della Quercia sicuramente
piuttosto acerbo, lungi mille miglia dall'essere "il
migliore", maturò per legge di natura e dono di
grazia, senza acquistare mai un sapore particolarmente squisito e prelibato.
Che invece di diventare come il mio Parroco
Arciprete di Bagnaia sia finito col diventare
Arcivescovo titolare della vicinissima Ferento
con qualche incombenza a Roma, quanto ci abbia
guadagnato lo vedrò chiaramente lassù al termine
ormai non lontano della mia vicenda di quaggiù.
Intanto è già chiaro e certo che io non potrò
lasciare quel ricordo in benedizione che lui ha
lasciato tra la sua gente.
Lui, sì, Don Egisto Fatiganti è stato tra i frutti
migliori del Seminario Barbarigo che lo preparò
al Sacerdozio e lo donò, fresco della sacra unzione, al mio paese, dove egli mi accostò all'Altare
della Prima Comunione, mi aggregò come chierichetto al piccolo clero, con quel che seguì...
Perciò, come suo figlio spirituale, mi riallaccio
anch'io, genealogicamente, al Barbarigo, naturalmente a tutto vantaggio e onore mio!
Con ogni migliore augurio cordialmente e rispettosamente
t Remigio Ragonesi
Montefiascone FONDATA IL 31 MARZO 1928
Mcattolica
b a n c O c o o p .
Tutte le operazioni di Banca alle migliori condizioni
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AC SALVS PERPETVA
VT
DIVINO SVFFVLTVS SPIRITV
DE CAELO AVSPICE
SANCTA DEI GENETRICE
TAMQVAM VICARIVS CHRISTI
AC BEATI SVCCESSOR PETRI
APOSTOLORVM PRINCIPIS
SOLLICITA QVA FVLGET CARITATE
PERGAT CATHOLICAE PRAEESSE ECCLESIAE
IN BONVM GREGIS DOMINICI SIBI CREDITI
TOTIVSQVE PARITER GENERIS HVMANI
Don Tonino Pelosi
Auguri Pasquali
eRoma,felicitazioni
Domenica delle Palme '96
10
Carissimo Francesco,
praeses emerite, ho appena finito di recitare
Vespero (con quel toccante inno "Vexilla
regis prodeunt" che mi ricorda due grandi
latinisti: l'ottimo Don Acaste, che conobbi
"in senectute sua", il quale per la festa del
SS.mo Crocifisso, a S. Lorenzo, l'intonava
con voce baritonale e "maschia", ed il carissimo maestro mio di "Cursus Latinus", il
monaco Anselmo Lentini, di Montecassino,
anche lui poeta latino, -iussu Summi
Pontificis Pauli VI Liturgiam Horarum (vel
Breviarum) instauravit) - (o, come dissero
malignamente ed ingiustamente alcuni acerrimi e troppo "laudatores temporis acti", in
un Latino folenghiano, "massacravit")',
scusa tutte 'ste parentesi!
Finito, dunque, Vespero, sento il bisogno di
scriverti per ringraziarti dell'invio dell'annuale pubblicazione dell'Associazione nostra; pubblicazione attesa, ormai, come il
Calendario di Frate Indovino, e che non
smentisce la fama, che s'è acquistata, di rivista ben curata, anche tipograficamente, interessante, varia e ricca di begli articoli, di
profondi pensieri, di ispirate poesie, di umorismo, di sapienti adagi (anche in vernaco-
lo!): insomma, un Pozzo di S. Patrizio culturale!
Gratulor, gratulor tibi ex corde; qui non
solum eidem publice edendo sollicitam diligentissimamque (fave longitudini vocabuli!)
das operam, sed etiam in eodem libello et
apte et ornate et expedite et acute scribis,
legentes docens, delectans, movens (cfr. Cic.
Brutus 49, 185).
Ti ringrazio, anche, per il posto che hai cortesemente dato alle mie "nugae " e, per quanto riguarda la "domanda interessante" dell'allora prof. Leonetti, qui per qui non so che
rispondere, chiederò, appena ho tempo, a P.
Foster. Avrei voluto telefonarti per dirti tutto
ciò a voce, ma, a casa, non ho il telefono, e,
in ufficio, siamo (per usar ed abusar di Dante,
"dalla cintola in sù" e... dalla cintola in giù,
oberatissimi di lavoro), (hai visto l'ultimo
documento, l'Esort. Ap.ca sui Religiosi? Ben
1900 e più pagine..!).
Buona e felicissima Pasqua a te, alla tua
signora, alla tua suocera, ai figli ed a tutti i
nepoti.
A presto.
Ajf.mo e dev.mo, nel Risorto,
Don Tonino.
Quando io ero bambino e andavo, a
Valentano, in Chiesa grande, a servir messa
all'Arciprete, in sacrestia, c'erano alcune
cose che destavano la mia curiosità. C'era
anzitutto la "clessidra", collocata sopra la
grande credenza dove il celebrante indossava
gli abiti da cerimonia. E il celebrante, pronto
per entrare in chiesa a dir Messa, rigirava
quella clessidra, il cui contenuto di sabbia
finissima cadeva lentamente nella parte inferiore, in mezz'ora esatta. Noi ragazzini,
appena finita la Messa, correvamo subito a
vedere se la sabbia era caduta tutta.
Quando diceva Messa Don Sante, di sabbia,
nella parte superiore, ne rimaneva ancora un
po'; ma quando celebrava l'Arciprete, la sabbia era caduta tutta da un pezzo! Don Sante
celebrava velocemente; l'Arciprete era più
lento!
C'era poi "l'Ordo Missae" e cioè quel piccolo libretto che i preti controllavano per vedere quale Messa dovevano celebrare, quali
commemorazioni, quali preghiere... Nella
prima pagina del libretto c'erano anche molte
indicazioni sulle feste liturgiche e l'elencazione delle date in cui sarebbe caduta la
Pasqua negli anni successivi. A quei tempi
c'era chi era capace di calcolare la data della
Pasqua di ...50 anni dopo! Io ricordo che una
mattina di domenica venne in sacrestia un
contadino...
addottrinato,
Giovanni
Trippacorta, il quale mi fece ricercare, in
quel libretto, il numero "de patta" (diceva
lui) e cioè il numero di "epatta", conoscendo
il quale e facendo non so più quali calcoli,
era possibile calcolare la data della Pasqua.
E Trippacorta non ne sbagliò uno, di calcolo,
meravigliando me ed il suo amico che lo
accompagnava.
C'era anche una scansia canonicale dove
erano conservati gli oggetti preziosi per le
cerimonie religiose: ricordo un ostensorio
tutto tempestato di gemme, un calice d'argento massiccio tutto lavorato a mano, una
grande pisside... E poi, in un ripostiglio della
Sacrestia, c'era una batteria di candelabri, in
legno dorato, che venivano posti sull'altare
maggiore in occasione delle feste solenni.
Palaminelli, il Sacrestano degli anni '30,
diceva che quei candelabri li aveva acquistati l'Arciprete Sperapani (Don Checco), che
era di Grotte di Castro dove, poi, morì
Arciprete.
In un'altra delle scansie canonicali, dove
venivano conservati gli oggetti sacri preziosi,
la cui chiave gelosamente conservava
l'Arciprete, e che raramente veniva aperta,
c'era incollata, sul battente della porta lignea,
una scritta che mi è rimasta impressa e di cui
allora non capii bene il significato. Erano
W PIO IX!
Il Barbarigo
Il somaro potatore!
Dicono, a Valentano, che il primo potatore
della vigna sia stato il somaro. Così una
volta, un contadino lasciò il somaro in mezzo
alla vigna; quando andò a riprenderlo, si
accorse dello scempio che il somaro aveva
fatto: aveva morsicato la metà dei tralci! Lì
per lì, arrabbiato, riempì di botte quella povera bestia. Però; passarono i mesi... le vite
morsicate germogliarono...crebbero tanti
grappoli d'uva...! Il contadino s'accorse che
le viti, rosicchiate dal somaro, avevano prodotto maggiore uva e di migliore qualità. Da
quel momento, il contadino diventò potatore:
affinò il mestiere e dettò le buone regole
della potatura. Dunque; quando io, in febbraio, vado a Lavinio a potare le mie 20-30
piante di vite (il cui prodotto, però, se lo
mangiano sempre e tutto i merli!) ricordo a
me stesso di essere simile a quel somaro.
Poto, taglio, scorcio...senza rispettar le regole, proprio come quel somaro della storia. Ma
l'uva viene bene ed abbondante... per i merli,
però! E io che credevo di produrre uva per
me, per i figli e per i nepoti...maledico tutti i
merli del mondo!
Ranucci
MASSIME ETERNE!
Haec meminisse iuvabit!,
"Graecia, capta, ferum victorem
coepit!"...;
"SolitudoL. Vera beatitudo!"...
poche striscioline, di carta bianca, incollate
sul legno, che dicevano: W Pio IX! Ricordo,
anche, che l'ultima strisciolina del W era
penzoloni.
Perché quel "W Pio IX", nella sacrestia di
Valentano, che durava lì da circa un secolo?
(Papa Mastai era stato eletto il 16 Giugno
1846).
Certamente perché anche a Valentano arrivò
notizia del favore popolare con cui quella
nomina era stata accolta, dagli uomini liberi
dell'epoca, e delle speranze di libertà e di rinnovamento che essa lasciava intravedere.
Il discorso del 10 Febbraio, in cui il Papa
disse la frase famosa "Benedite, Gran Dio,
l'Italia", fece crescere le speranze di un
mondo migliore!
Ma perché proprio in Sacrestia c'era quel "W
Pio IX", ed in tanti decenni trascorsi, nessuno l'aveva eliminato?
A me piace ricordare che tra i canonici della
Chiesa Grande ce n'erano sicuramente, in
quegli anni, alcuni conservatori, ma c'era,
pur anche, il canonico Romagnoli che non
ebbe timore di dichiararsi liberale, contrario
al potere temporale del Papa, e, per queste
sue idee rivoluzionarie, punito e sospeso.
Oh che forse era quella la scansia del canonico Romagnoli?
Ranucci
11
Il Barbarigo
Una domanda imbarazzante
Avevo dieci anni: era d'estate, il mese di
Luglio. A Valentano, faceva un gran caldo. Io
stavo in casa a leggere non sò più quale libro.
All'improvviso ci fu una voce nota che, dalla
strada, chiamava mia madre:"Margherita!
Margherita!". Io mi affacciai alla finestra.
Per strada c'era "zio Meco" e cioè Don
Domenico, allora seminarista in Anagni, studente al Liceo. Era vestito con la tonaca nera
di pretino, aveva una sgargiante fascia rossa
che lo circondava sulla vita ed un cappello a
cilindro accupolato, sulla testa. Mi invitò ad
andare da lui, ed io scesi per strada così come
stavo: un paio di calzoncini, una camicetta,
un paio di scarpe di cuoio, quelle che faceva,
a mano, Giorgio, uno dei tre o quattro calzolai del paese. -"Dove andiamo?" - domandai
io. -"Su al monte , a prender aria fresca"rispose zio Meco, o più semplicemente,
"Mecuccio", per gli altri familiari.
E andammo.
1
Lui sapeva tante cose che io, allora, neppure
immaginavo esistessero, però non è che fossi
completamente sprovveduto!
Ad un certo punto della faticosa ascesa, il
discorso cadde sulla Geografia. "Zio Meco"
mi fece delle domande sull'Italia: i mari, le
città, i fiumi, i monti. Io mi difendevo abbastanza bene; ma, quando eravamo quasi arrivati sulla vetta del monte, col fiatone ed
accaldati, mi fu posta una domanda traditora:
questa: "-Al mondo, sono più le salite o le
discese?" Io, stanco ed accaldato, non ebbi
dubbi sulla risposta, e secco risposi: -"Le
salite!"- -"E no, corresse zio Meco, e no!
Tante son le salite e tante son le discese, perché il punto di partenza è il livello del mare,
e tanto sali e poi altrettanto scendi!" Io capii
l'errore e ci rimasi male soprattutto, perché,
se ci avessi riflettuto con calma, avrei potuto
dare la risposta giusta; ma in quel momento
vidi soltanto la fatica dell'ascesa, e sbagliai!
II monte, che sovrasta Valentano, è detto, nelle carte geografiche,
"Monte Stamina", ma il vocabolo non è esatto; deve chiamarsi "Monte
Starnini". Perché? Ecco di che si tratta. Quando, sulla fine del secolo
scorso, il Regio Governo ristrutturò il catasto dello Stato Pontificio,
mandò a Valentano un perito, come allora si chiamava il geometra, che
operasse l'aggiornamento agronomico dei terreni. Quel Perito fu
accompagnato nelle sue operazioni, per le necessarie indicazioni toponomastiche, da un membro della famiglia "Starnini", di Valentano, il
quale fu al perito molto utile nel realizzare il lavoro, e gli fece, poi,
tanta compagnia per tutto il tempo che si trattenne in paese. Al momento di dare il nome a quel monte che allora, come adesso, nel comune
linguaggio paesano, è chiamato semplicemente "Monte", volle ricordare, esprimendogli gratitudine, il suo accompagnatore, e dal suo
cognome lo denominò. Ci fu poi chi corresse, errando, quel cognome,
per cui, oggi, l'errore si ritrova sulle carte geografiche locali, senza che
alcuno abbia mai richiesto, all'Istituto Geografico Militare, la dovuta
correzione.
1
RANUCC1
F I L A S T R O C C A DELLA
C I C A L A D'ESTATE
...Trita, e trita la formica!
La formica è una ladra!...
È una ladra... della vita!...
Trita e mieti... e porta a casa!
"FESTONE"
in onore del S.S. Crocifisso
San Lorenzo Nuovo:
14 Settembre 1997
Il Crocifisso, che si trova in una cappella della
Chiesa Collegiata dedicata a S. Lorenzo
Martire, situata sull'ampia piazza ottogonale, è
una delle più antiche sculture in legno della
regione e risale al XII secolo. E una bella immagine di Cristo Giudice del mondo e della storia
più che un'immagine di Cristo sofferente; infatti pure avendo le mani e i piedi bucati da 4 chiodi (i piedi non sono sovrapposti), tuttavia ha gli
occhi aperti da giudice severo...
Il Crocifisso, prima di essere sistemato nella
Chiesa Parrocchiale, si trovava nella Chiesa
rurale di S. Ippolito, nel Paese Vecchio.
Ogni anno, il 14 settembre, in onore del SS.
Crocifisso si celebra una festa, alla quale partecipano i cittadini e anche i Sanlorenzani residenti fuori, con grande devozione. Però ogni 15
anni viene celebrato il "Festone": e ci sarà proprio nel 1997! È una manifestazione collettiva,
che sintetizza pubblicamente i sentimenti individuali di ringraziamento e di affetto verso questo Crocifisso, solenne e severo, che è venerato e
invocato ormai da molti secoli, lutti i cittadini
si impegnano e raccolgono fondi per regalare,
agli abitanti del paese, ai residenti fuori che
però ritornano per questa festa, ai parenti e tali
ospiti, un'occasione da trascorrere insieme,
partecipando alle manifestazioni programmate,
varie e numerose. Nella liturgia delle tradizioni
e del folclore di S. Lorenzo Nuovo è la ricorrenza più importante. L'Amministrazione comunale, la Parrocchia, la Pro Loco, ciascuno nel
proprio ambito di competenza, sottolineano
l'importanza di questa festa, cercando di interpretare il significato, adeguandolo alle esigenze
della nostra società e alla realtà che ci circonda.
Questa festa, che raggiunge il punto più alto di
commozione nella processione finale del 14 settembre, quando il Crocifisso viene portato per
le vie del paese, ornati in modo eccezionale (E
una vera gara tra i cittadini per avere la via più
bella...!), ci riporta il ricordo della fede dei
nostri padri, che nei tempi passati, ogni 15 anni,
celebravano in forma molto solenne, quell'appuntamento che ogni anno li portava a pregare
ai piedi del Crocifisso.
Enzo
Serafìnelli
Processione del SS. Crocifisso durante il festone del 1982
(ProJ. (Enzo gerajineffi
Cgucossi
Antonietta
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12
CULTURA STORICA VITERBESE:
I PAPI A VITERBO
Viterbo è conosciuta come la città dei Papi:
c'è il Palazzo dei Papi, ci sono tante memorie storiche che ai Papi si rifanno. Dal Papa
andavano tante persone e ciascuna a Viterbo
ha lasciato qualcosa di sé. Qualcuno ci ha
lasciato molto, troppo, a Viterbo: anche la
vita; come quell'imperatore che fu pugnalato
ed ucciso nella Chiesa del Gesù, quella della
Piazza del vecchio mercato, dove, in dì festivo, assisteva alle Messa.
Nella Chiesa di S. Francesco ci sono i sepolcri di alcuni Papi; altri papi sono sepolti nella
Cattedrale. Gli anni, che correvano dopo il
mille, videro spesso il Papa e la sua corte trasmigrare da Roma a Viterbo, quando le violenze ed i sovvertimenti dell'aristocrazia e
della plebe di Roma rendevano... l'aria irrespirabile. A Viterbo, alcuni Papi morirono ed
altri furono eletti. Numerosi ed importanti
documenti pontifici furono emanati in
Viterbo.
Velocemente ricordo adesso i Papi... viterbesi:
Innocenzo II. Non sembra abbia avuto residenza a Viterbo: ma, nella guerra tra quel
Papa e l'antipapa Anacleto, si ricorda
l'Imperatore Lotario che riceve, in Viterbo,
un'ambasceria di Anacleto il quale richiedeva il suo riconoscimento. Lotario, invece,
riconosce, come Papa, Innocenzo e, nell'aprile del 1132, Papa ed Imperatore fanno il
loro ingresso a Roma.
Eugenio III. Si insedia nel Laterano, ma i
suoi nemici ne impediscono la consacrazione
in S. Pietro. È costretto a fuggire da Roma ed
è consacrato Papa nell'Abbazia di Farfa il
18-2-1145. Egli, in attesa degli eventi, trasferisce la sua sede a Viterbo; di là lancia la scomunica contro il "Patricius" Giovanni
Pierleoni che, assumendo quel titolo, aveva
rivendicato la costituzione repubblicana di
Roma. Eugenio III, ritornato in Roma dopo
aver ottenuto la pacificazione degli animi, è
costretto di nuovo, nel marzo del 1146, a fuggire ed a rifugiarsi in Viterbo dove si trattiene per circa un anno e donde parte per andare in Francia a confortare il Re Luigi VII che
stava organizzando la seconda crociata. A
Roma crescono le turbolenze con Giordano
Pierleoni, gonfaloniere delle milizie cittadine, quando arriva Arnaldo da Brescia
improvvisamente rientrato dal suo esilio. Il
papa Eugenio, poco tempo prima, in Viterbo,
aveva sciolto dalla scomunica lo stesso
Arnaldo, a patto che facesse atto di sottomissione e promettesse di vivere in penitenza. Le
promesse di Arnaldo, però, durarono poco.
Appena il Papa raggiunse la Francia, Arnaldo
rientrò a Roma e qui promosse la rivoluzione.
Finita la sua missione in Francia, il Papa
ritorna in Italia, ma non può entrare in Roma,
e, tra la fine del 1147 e l'inizio del 1148,
risiede in Viterbo, in attesa che si definiscono
i problemi politici romani con accordi ed
interesse tra l'Imperatore Corrado, il Re di
Napoli, Ruggero, e l'amministrazione civica
repubblicana di Roma. Nel 1151, Eugenio,
aspettando l'arrivo dell'Imperatore, "vaga
nell'Alto Lazio"... L'Imperatore Corrado,
poi, muore e gli succede Federico
Barbarossa, con il quale l'avventura della
Repubblica Romana di Arnaldo da Brescia
volge rapidamente al termine.
Adriano IV. Fu il papa che gestì la fine della
Repubblica Romana: lanciò l'interdetto contro la città di Roma, e, poco dopo, la tregua
fu conseguita tra Papa e civici amministratori, i quali mandarono in esilio Arnaldo. I soldati di Barbarossa lo ebbero facilmente nelle
loro mani, e la triste sorte di Arnaldo fu
segnata: fu impiccato... e le sue ceneri furono
gettate nel Tevere.
Il Papa nel 1155, mentre lentamente la situazione evolveva verso la tragica fine, stava a
Viterbo, in attesa di concordare, con il
Barbarossa, l'azione politica per la restaurazione del potere papale in Roma.
Alessandro III. Egli è celebre, nella storia
della Chiesa, per aver organizzato il Concilio
Lateranense III, nel 1179, e per aver instaurato le norme, secondo le quali, il Papa dove-
Panoramica della città di Viterbo
Il Barbarigo
va essere eletto da almeno due terzi dei
Cardinali. Ma anche lui ebbe vita difficile e
travagliata in Roma. Finì gli ultimi anni del
suo Pontificato in esilio: nel 1181, era a
Viterbo e il 30 Agosto di quello stesso anno
morì a Civita Castellana.
Innocenzo IV. E ricordato per una tragicomica vicenda militare che ebbe, in Viterbo, il
suo epicentro. Era allora Imperatore Federico
II: tra il Papa e l'Imperatore c'era un lungo e
difficile contenzioso.
L'Imperatore era stato scomunicato e minacciava la libertà dei Comuni Lombardi.
Mentre trattative laboriose erano in atto,
accadde, a Viterbo, un fatto che minacciò
seriamente la loro felice soluzione. Viterbo
era, allora, città dominata da Federico e presidiata da una guarnigione militare imperiale.
Un certo Cardinale Ranieri, battagliero
avversario della famiglia degli Svevi,
fomentò, in Viterbo, una rivolta contro gli
imperiali.
Questo erano asserragliati nel Castello, ma le
truppe pontificie avevano in mano il resto
della città. Federico corse in aiuto dei suoi,
pose l'assedio a Viterbo, ma non riuscì ad
espugnarla. Si arrivò ad un accordo:
l'Imperatore avrebbe levato l'assedio e
sarebbe stata garantita l'incolumità della
guarnigione.
Il Cardinale Ranieri, però, non stette ai patti:
aggredì gli imperiali e li sottopose a "maltrattamenti". Il Papa Innocenzo IV condannò
il vergognoso comportamento del Cardinale,
minacciò Viterbo di censure ecclesiastiche,
ma i prigionieri non furono liberati. Alle proteste dell'imperatore, il Papa si giustificò
dicendo che Viterbo era una città dello Stato
della Chiesa, e male aveva fatto l'Imperatore
ad occuparla.
Sotto il papa Innocenzo IV, andarono avanti
le trattative per risolvere il problema della
scomunica e la minaccia alla libertà dei
Comuni Lombardi. Federico II chiese un
incontro personale con il Papa, e, dal
13
Il Barbarigo
momento che l'Imperatore risiedeva, allora,
a Terni, il Papa arrivò fino a Narni; poi
ritornò indietro fino a Civitacastellana, da
dove mandò un Cardinale per risolvere i problemi; ma non se ne fece niente: la pace non
fu raggiunta. Morì Federico II, il Papa rientrò
a Roma, ma Brancaleone, il Senatore, appoggiato dalla borghesia repubblicana, portò lo
scompiglio in città con scontri fratricidi tra
aristocrazia e borghesia: fu Brancaleone che
fece abbattere, in quel tempo, le splendide,
innumerevoli torri (circa 140) che abbellivano la città.
Nel frattempo il Papa era stato costretto di
nuovo a fuggire da Roma: si recò prima in
Anagni e, successivamente, a Viterbo: era il
1255. Dopo un ulteriore breve soggiorno a
Roma, tornò nuovamente a Viterbo, dove
morì il 25 maggio 1261 e ivi fu sepolto, nella
Cattedrale di S. Lorenzo.
I Cardinali riuniti a Viterbo, dopo tre mesi
di... disaccordo, alla fine elessero un
Cardinale francese, allora patriarca di
Gerusalemme, il 20 Agosto 1261; fu consacrato, a Viterbo, il successivo 4 settembre, e
prese il nome di Urbano IV. Non avrebbe
mai messo piedi a Roma!
Clemente IV. È ricordato, perché, dal
Palazzo dei Papi, in Viterbo, scomunicò
Corradino di Svevia, estendendo, poi, la scomunica a tutti i capi Ghibellini. A Viterbo,
Carlo d'Angiò, rientrante a marce forzate
verso Napoli per lo scontro decisivo con gli
Imperiali, si incontra col Papa: era il 1267.
Corradino, sconfitto a Tagliacozzo il 23 agosto 1268, fuggiasco verso Roma, respinto
dalla città, fugge verso Nettuno, si imbarca
presso il Castello di Austura ma i Frangipane
lo bloccano al largo, lo imprigionano, lo consegnano a Carlo D'Angiò, che lo fa impiccare sulla Piazza del Mercato, a Napoli.
Clemente IV morì, a Viterbo, il 29 novembre
1268, e fu sepolto nella Chiesa di S.
Francesco.
Adriano IV. Appena eletto, (11-7-1276), si
trasferì a Viterbo per sfuggire, dicono, il
caldo afoso di Roma. E a Viterbo morì, senza
essere stato incoronato, il 18-8-1276. Pure lui
fu sepolto in S. Francesco.
I Cardinali, presenti a Viterbo, non riuscivano a mettersi d'accordo sulla nomina del
nuovo Papa. Il Podestà della città li fece
chiudere in conclave, secondo le norme allora vigenti. I Cardinali protestarono, perché
quelle norme erano state abrogate. Carlo
d'Angiò, che stava nei pressi di Viterbo, fece
diffondere la voce che il Papa precedente, in
punto di morte, aveva sospeso quella abrogazione. Nacquero, in città, gravi tumulti, sedati, i quali, i Cardinali si radunarono, e, in
quello stesso giorno (15 settembre 1276),
elessero il nuovo Papa che fu coronato il 20
settembre successivo col nome di Giovanni
XXI.
Giovanni XXI morì a Viterbo il 20 maggio
1277 e fu sepolto nella Cattedrale.
Nicolò III viene ricordato, perché fece
costruire, a Soriano del Cimino, uno splendido Palazzo per suo nepote Orso Orsini; lì
questo Papa morì, il 22 Agosto 1280, colpito
da apoplessia.
I Cardinali, riuniti in Viterbo per nominare il
successore, erano in contrasto tra di loro: un
gruppo era filoitaliano, un altro gruppo filofrancese. Carlo d'Angiò era venuto a Viterbo
per far eleggere un Papa che gli fosse amico.
C'era poi lo scontro tra gli Orsini e gli
Annibaldi. Questi ebbero la meglio con l'aiuto di Carlo: tolsero ad Orso Orsini la carica di
Podestà. I Viterbesi tumultuarono e, guidati
da Carlo, assalirono il Palazzo Episcopale,
segregarono, in una stanza, i due Cardinali
Orsini impedendo loro di partecipare all'elezione.
E così fu eletto un Papa francese: Martino
IV. I Romani gli rifiutarono il piacere di essere coronato a Roma; egli, allora, dopo aver
lanciato l'interdetto su Viterbo, per i tumulti
verificatesi durante il Conclave, andò ad
Orvieto, dove fu consacrato il 23-3-1281.
Benedetto XI fu costretto a lasciare a Roma
per la situazione caotica in cui versava la
città, a causa delle lotte tra le famiglie dei
Caetani e dei Colonna. Si rifugiò a
Montefiascone, poi ad Orvieto, e quindi a
Perugia.
A Perugia, scomunicò Guglielmo di Nogaret
e Sciarra Colonna per l'aggressione fatta, in
Anagni, a Bonifacio Vili. Benedetto XI morì
a Perugia, forse avvelenato, il 7 luglio 1304.
Pare che il suo avvelenamento fosse provocato dai due predetti scomunicati. Narrano
che, un giorno, mentre il Papa era a tavola,
arrivò in Palazzo un giovane che portava un
bacino d'argento pieno di "fichi-fiore", mandato da certe suore. Il Papa, che ne era ghiotto, ne mangiò subito, senza la preventiva, tradizionale degustazione dell'assaggiatore,
cadde ammalato e in pochi giorni morì.
Urbano V. Egli fu il Papa che riportò la sede
papale da Avignone a Roma. Ordinò, al suo
Vicario in Roma, di preparargli una buona
residenza, ed il 30 Aprile 1367 partì da
Marsiglia, accompagnato da una flotta di 23
galere napoletane, veneziane, pisane, genovesi.
Sbarcò a Corneto il successivo 3 giugno,
accolto dal Card. Albornoz, che stava mettendo ordine nello Stato Pontificio. Un
Corteo lento e trionfale si snodò da Corneto a
Viterbo; qui il Papa dovette fermarsi, a causa
"delle febbri epidemiche" che infestavano il
Lazio, la cui vittima più illustre fu proprio
l'Albornoz. Il Papa andò poi a Roma, ma vi
si trattenne poco.
Nel maggio del 1368 si trasferì a
Montefiascone per cercarvi "aria più salubre"; nel mese di Ottobre era in Viterbo, e
poi, in compagnia dell'Imperatore Carlo IV,
rientrò in Roma. L'avventura italiana di Papa
Urbano durò poco: egli non riuscì a coagulare i principi cristiani per una nuova crociata
contro i Turchi, vide scoppiare rivolte e ribellioni in molte città dello Stato Pontificio (tra
cui anche Viterbo), si nauseò presto della
situazione invivibile di Roma, e decise di
rientrare in Avignone.
Le suppliche dei Romani non gli fecero cambiare parere; a nulla valsero le suppliche neppure di S. Brigida, la quale si recò personalmente a Montefiascone a raccontare, al Papa,
la visione da lei avuta, secondo la quale, il
Papa sarebbe morto, se fosse tornato in
Avignone. Urbano V, il 5 di settembre del
1370, si imbarcò a Corneto, ed, il successivo
24, era già ad Avignone, dove si ammalò
subito, e morì il 19 dicembre di quello stesso
anno.
Gregorio XI fu convinto da S. Caterina da
Siena a ritornare a Roma. Via mare, arrivò a
Genova, poi a Pisa (6-11-1376) e quindi, a
Corneto (5 dicembre) dove la Curia sostò,
per più di un mese, in attesa che si concludessero i negoziati per il suo ritorno a Roma.
Innocenzo VII, ebbe, in Roma, un pontificato breve e travagliato dalle insanabili lotte,
tra Orsini e Colonna, aggravate dallo scisma
e dall'antipapa. Un fatto tragico si verificò
nell'agosto del 1405. Il Papa accolse, in
udienza, una delegazione di 14 personalità
della politica romana, intenzionate a richiamare la Sua attenzione sulla situazione. La
delegazione offese ed insultò il Papa accusandolo di inettitudine. A quegli insulti rispose un nipote del Papa, violento ed insolente,
facendo uccidere 11 di quei personaggi, i cui
cadaveri furono poi gettati sulla pubblica
strada. Ci fu una violenta reazione popolare:
il Papa ed i Cardinali furono costretti a fuggire. Ripararono a Viterbo dove si trattennero per circa un anno.
Eugenio IV. È ricordato, oltre che per le sue
fughe rocambolesche da Roma, (nascosto nel
fondo di una barca, corse rischio di essere
speronato, ma riuscì a navigare il Tevere fino
ad Ostia, e di là, a Pisa), anche perché
nominò suo Vicario, in Roma, il Card.
Giovanni Vitelleschi, Cornetano, uomo d'armi, rigoroso ed autorevole.
Alessandro VI. La sua figura è rimasta come
la più vergognosa nella lunga e travagliata
storia del Papato.
Qui ricordiamo che, appena fu eletto Papa,
assegnò, agli Orsini, il Castello di Soriano
nel Cimino ed, ai Salvelli, Civitacastellana.
Si ricorda, anche, la sua morte che dicono,
avvenne così: C'era allora, nel sacro collegio
dei Cardinali, un cardinale Cornetano,
Adriano Castellesi, molto ricco, i cui beni
facevano gola a Cesare Borgia, il Valentino
della Storia. Un giorno quel Cardinale invitò
il Papa nella sua villa sul Gianicolo, a pranzo. Ai danni del Cardinale invitante, fu ordito un complotto mortale.
Il coppiere del Cardinale, corrotto dai Borgia,
versò in una coppa di vino, destinata allo
stesso Cardinale, una potente dose di arsenico.
Ironia della sorte, però, quel vino avvelenato,
per un fatale disguido, finì nello stomaco del
Papa, che in breve tempo morì.
Di Leone X, si ricordano i festosi cortei e le
grandi battute di caccia organizzate anche in
Provincia di Viterbo, (o meglio come si diceva allora, "il Patrimonio di S. Pietro in
Tuscia): falchi in pugno, mute di cani, pesanti bagagli, turbe di servi, cardinali, baroni e
principi... un chiasso che raffigurava quasi
una compagnia di baccanti!
Innocenzo X (Papa Panfili), viene ricordato
perché sua cognata, Donna Olimpia
Maidalchini, agì, consenziente il Papa, da
vera papessa: niente si faceva senza il suo
consenso. Il Papa le fece grazioso omaggio
del Palazzo di Piazza Navona e del Castello
di S. Martino al Cimino.
Il Barbarigo
14
IL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO
PER GLI STUDI GIURIDICI IN S. APOLLINARE DI ROMA
E L'ANNESSO PONTIFICIO LICEO-GINNASIO
Momenti di vita comune, legami e contatti con la Chiesa Viterbese.
Il culto di S. Apollinare, già nella Roma del
sec. VI", si collega alla funzione svolta dagli
Esarchi bizantini che, quali rappresentanti
diretti dell'Imperatore, oltre a godere di
un'ampia autorità sull'amministrazione civile, avevano anche un diritto di controllo sugli
affari ecclesiastici ed in particolare sull'elezione del Pontefice.
La figura di questo Santo, Vescovo e Martire,
fondatore della chiesa ravennate, entra così
nel culto e nella pia devozione dei fedeli
romani.
Il palazzo di S. Apollinare, con annessa la
Chiesa REGINA APOSTOLORUM, la cui
immagine veneratissima fu incoronata dal
Capitolo Vaticano nel 1652, sorge su quell'area che fu la "Statio rationis marmorum", il
La Chiesa e il Palazzo Pontifìcio di S. Apollinare
punto cioè ove venivano depositati i vari tipi
di marmo, rari e pregiati, provenienti via
fiume anche dalle regioni più lontane, a
disposizione degli Imperatori e dei Papi per
rendere Roma sempre più bella.
Siamo infatti nei pressi del fiume Tevere, a
fianco della famosa piazza Navona, nel rione
Ponte, nell'antica regione di Campo Marzio.
L'attuale edificio, sobrio, severo ed imponente, è la derivazione, attraverso modifiche
strutturali e sovrapposizioni, dei primitivi
edifici, di dimensioni assai più ridotte.
Senza inoltrarci nella storia alquanto complessa di questo edificio, sappiamo che dal
1575 al 1773 è sede del Collegio GermanicoUngarico e, a seguito della soppressione
della Compagnia di Gesù, da parte di Papa
Clemente XIV, è
adibito a vari usi
e, per alcuni anni, lasciato anche
nell'abbandono.
Soltanto nell'anno 1823 viene
concesso al Seminario Romano
di occupare gli
edifici ed ivi stabilire la sua sede.
Nell'anno 1848,
durante il periodo della Repubblica Romana, il
palazzo diventa
la sede del Ministero delle Finanze.
Ma la vera fisionomia di facoltà
giuridica "piam
doctamque" che
doveva assurgere
a tanto splendore
e divenire gloria
ed onore della
Chiesa, appare
soltanto intorno
agli anni 1870
sotto il pontificato di Pio IX. In
quegli anni al Seminario Giuridico viene aggiunto anche il
Liceo-Ginnasio,
caratterizzato da
una enorme affluenza di allievi.
Il
successore
Leone XIII, dotato di vastissima
cultura classica, istituisce anche un Istituto
superiore di alta letteratura per lo studio di
Dante e dei classici latini e greci, che prende
il nome di Leoniano.
E attorno agli anni di fine secolo (18951902), Don Cesare Mercatelli di Valentano
frequenta la facoltà giuridica dell'Apollinare,
conseguendo la laurea in Diritto Canonico.
Ordinato sacerdote il 13/8/1899 dal Vescovo
di Montefiascone Mons. Rinaldi, è allievo
dei corsi di alta letteratura del Leoniano, conseguendo la laurea che gli consente negli
anni successivi di insegnare Letteratura italiana nella prestigiosa Università "Of Mount
Saint Vincent" di New York, presieduta dal
Card. Hayes al quale succede nel 1939 il
Card. Spellmann.
E Don Mercatelli ha quale compagno di
corso Don Eugenio Pacelli con il quale
gareggia nei "Certamina Latina" per i quali
Papa Leone, da vero mecenate, offre premi e
riconoscimenti apprezzabili.
Ancora sotto il Pontificato di Leone XIII
l'Apollinare diviene sede
anche
dell'Accademia Storico-Giuridica creata
dopo il trasferimento dell'Università "La
Sapienza" e costituisce il secondo ramo della
facoltà giuridica per cui, da allora, viene
insegnato non solo il Diritto Canonico ma
anche il Civile con il conseguente rilascio di
lauree in "Utroque iure".
E a proposito di questi due grandi Papi, non
tutti forse sanno che al trasporto della
Macchina di S. Rosa, la sera del 3 settembre
1857, alla finestra del Municipio di Viterbo
era seduto Papa Pio IX ed il Card. Pecci, suo
successore che prenderà il nome di Leone
XIII, allora Cardinale e Vescovo di Perugia.
Nel 1903, a seguito della riforma dei
Seminari, da parte di Pio X, il palazzo
dell'Apollinare rimane nuovamente vuoto
per il trasferimento del Seminario e la chiusura del Liceo-Ginnasio ed ospita la
Congregazione della Missione dei Lazzaristi.
Ma nel 1920, ad opera di Papa Benedetto XV
si riapre l'Apollinare come Liceo-Ginnasio e
dopo varie peregrinazioni vi ritorna la facoltà
Giuridica, Rettore Mons. Tito Paffetti di
Caprarola il quale, "corde magno et animo
volenti" merita le più lusinghiere benemerenze nel reggere il timone del Seminario.
Preside del Liceo-Ginnasio viene nominato
Mons. Enrico Salvadori, Canonico Vaticano
e validissimo insegnante di lettere.
A Mons. Salvadori, alcuni anni prima, è affidata da Papa Pio X l'importante missione di
assistere, come coadiutore, il pio Vescovo di
Viterbo, Mons. Antonio Maria Grasselli,
francescano, in età avanzatissima. Nella sua
modestia accetta l'incarico e tra difficoltà ed
amarezze, promuove importanti ed artistici
15
Il Barbarigo
Nel cortile la fontana del Bernini
lavori al Santuario di Santa Rosa. Viene inoltre reso interdiocesano il Seminario ed il
Collegio Vescovile retto dai RR Gesuiti nel
quale figura come allievo il futuro papa
Leone XIII, viene trasferito nel palazzo
Ruspoli, sito in Via Mazzini, quale sede più
idonea e decorosa.
Nell'anno 1921 don Domenico Brizi di
Tuscania consegue all'Apollinare la laurea in
"utroque iure".
Parroco di San Giovanni di Tuscania prima,
viene poi nominato Rettore del Pontificio
Seminario della Quercia. Nel 1939 gli viene
assegnato l'incarico di Rettore del Pontificio
Collegio di Propaganda Fide e nel 1945 consacrato vescovo di Osimo e Cingoli. Le sue
spoglie riposano nella pace di Cristo nella
cripta della Cattedrale di Osimo.
La memoria del suo operato è ancora viva tra
quelle popolazioni, toccate dal suo sapere,
dal profondo equilibrio interiore, dalla bontà,
umiltà, zelo.
Ancora nell'anno 1924 Don Antonio Taffi,
della Diocesi di Acquapendente viene insignito del titolo accademico di Dottore in
"Utroque iure", compagno di corso
all'Apollinare del futuro Papa Montini.
Si dice, nella nativa Farnese, che fin da
ragazzo avesse una particolare abilità ed una
accorta delicatezza nell'agire, doti che gli
consentono poi di approdare nella
Nunziatura Apostolica.
Nominato giovanissimo Rettore del
Seminario di Acquapendente, è chiamato alla
Nunziatura quale Segretario e successivamente designato Nunzio di Cuba e successivamente dell'Honduras e Nicaragua.
Dopo un così lungo peregrinare attraverso i
paesi dell'America centrale, tornato in Patria,
viene proposto quale Canonico della Basilica
di Santa Maria Maggiore.
Nell'anno 1925 Don Luigi Cruciani di
Valentano porta a compimento gli studi giuridici al S. Apollinare, conseguendo la laurea
in Diritto Canonico. Seminarista, partecipa
alla guerra del 15-18 con il grado di Tenente,
riportando sul monte Vodice di Gorizia una
ferita molto limitativa al braccio destro.
Ordinato Sacerdote nel 1921, svolge la sua
opera pastorale quale parroco di
Capodimonte.
Sceglie in seguito la strada di Cappellano
Militare, seguendola fino alla pensione, raggiungendo un grado elevato nella gerarchia
A ricordo del ritorno di S. Apollinare a palestra di studi, sullo sfondo del primo rampante
del magnifico scalone è stata apposta la seguente marmorea epigrafe:
BENEDICTO . XV . PONT. . MAX.
QUOD
PONT . SEM . ROM . ALUMNOS . IN . IURIS . DISCIPLINA . ERUDIENDOS
EIUSQUE. ATHENAEUM
IN . HAS . AEDES . AD . SANCTI. APOLLINARE
ANNO.MCMXX
SAPIENTI. CONSILIO . REVOCAVERIT
IN . EISQUE . LYCAEUM . ATQUE . GYMNASIUM
IUVENTUTI . ROMANAE . LITTERIS . ET PIETATE . EXCOLENDAE
RESTITUERIT
PATRI . ET . PRINCIPI. MUNIFICENTISSIMO
MODERATORES . MAGISTRI. ET . DISCIPULI
ANNO.MCMXXX
dell'Ordinariato Militare e meritandosi per la
sua apprezzata opera negli ospedali militari
di Ancona, Zara e Celio di Roma, quale
"bonus miles Christi inter milites" la medaglia al merito della Sanità Pubblica. Viene
poi nominato Prelato Domestico di S.S. e
Canonico della Perinsigne Basilica di San
Marco in Roma.
Negli anni 29-30 figura alunno
dell'Apollinare Don Sergio Guerri di
Tarquinia ed ivi consegue la laurea in diritto
Canonico.
Completati gli studi, viene chiamato in
Vaticano e nominato Pro-segretario
dell'Amministrazione dei Beni della Santa
Sede e membro del Consiglio di amministrazione del Pontificio Liceo-Ginnasio. Viene
successivamente elevato alla dignità cardinalizia ed il Suo ritratto sorridente e bonario fa
bella mostra di sé nel salone del nostro
Seminario.
Voglio ricordarLo come devoto ex alunno del
Barbarigo, munifico sostenitore della nostra
Associazione, alla quale si sentiva onorato di
appartenere e come caro amico di tanti di noi.
E tra i tantissimi alunni dell'Apollinare "doctores creati" intorno agli anni 20-30, figurano
anche altri Sacerdoti della nostra terra: Don
Sbarra Francesco della Diocesi di Orte, Don
Donati Valerio di Acquapendente, Don
Sposetti Roberto di Viterbo, Don Domenico
Galletti della Diocesi di Corneto.
Non sono purtroppo riuscito a reperire elementi certi per poter compilare la loro scheda personale e tracciarne un sia pur breve
profilo biografico.
Dopo gli anni '30, a seguito di ulteriori riforme dei Seminari, la facoltà giuridica
dell'Apollinare viene trasferita definitivamente alla nuova sede del Laterano.
Nel grande palazzo rimane il Ginnasio-Liceo
con il suo attrezzatissimo gabinetto di Fisica
ed il ricco museo di Storia naturale, sotto la
diretta amministrazione della Santa sede.
E per concludere, anche io sono un ex alunno del Pontificio Istituto di S. Apollinare
ove, intorno agli anni '50, conseguii la licenza ginnasiale e successivamente la Maturità
classica e mi sento onorato di aver frequentato questo Istituto dalle tradizioni gloriosissime. Furono miei illustri Presidi Mons.
Pericle Felici, e Mons. Filippo Caraffa.
L'uno fu nominato Pro-Presidente della
Commissione per la revisione del Codice di
Diritto Canonico e creato Cardinale da Papa
Paolo VI nel 1967 per i Suoi meriti particolari nella preparazione e promozione del
Concilio Vaticano II.
L'altro, eminente Agiografo, diresse la stesura di quell'imponente opera che è la
"Bibliotheca Sanctorum".
Fu per me la continuazione della vita del
Seminario Barbarigo.
Anche lì respirai aria permeata di
"Bonitatem-Disciplinam-Scientiam" e ritengo doveroso tenere altro il prestigio e la fama
di quell'Apollinare che dette una formazione
non comune a schiere di Sacerdoti e giovani
che ebbero la fortuna di frequentarlo e che
rifulsero nella vita ecclesiastica e civile.
Memmo Cruciani
Il Barbarigo
16
UN ORGANO SENZA VOCE
1. Contributo alla Memoria
Percorrendo quel tratto dell'antico borgo di
Montefiascone che va dalla Cattedrale fin al
Belvedere, proprio sul limitare di viale
Trento, si apre l'ingresso del cortile del
Seminario voluto dal Cardinal Barbarigo più
di trecento anni fa.
Il cortile è delimitato ad oriente e a settentrione dal fabbricato del Seminario, a ponente dal muro di cinta e a mezzogiorno dalla
facciata della chiesa dedicata all'apostolo
Bartolomeo.
È, questa, la chiesa forse più sconosciuta e
dimenticata di Montefiascone; una volta, ai
tempi gloriosi del Seminario, era sempre
officiata, oggi, in tempi moderni, viene aperta soltanto in rare occasioni, tra cui il giorno
della festa del Santo: il 24 agosto.
Ogni volta che varco il portale di ingresso di
una Chiesa, dopo un'occhiata generale all'interno dell'edificio, è per me spontaneo voltarmi sempre verso la controfacciata per cercare se lassù, nella quasi immancabile cantoria, trovi posto un organo, e una volta trova-
FESTA DI
S. BARTOLOMEO APOSTOLO 1996
SEMINARIO BARBARIGO
PROGRAMMA RELIGIOSO
Venerdì 23 Agosto
ore 18,30 Primi vespri con la Vestizione dei
nuovi seminaristi presieduta da Mons.
Vescovo
Sabato 24 Agosto
Ore 7.00, 8.00, 9.00 S. Messe
Ore 10,30 S. Messa Solenne celebrata da
Mons. Pietro Concioli, Vicario Generale
Ore 18,30 Secondi Vespri
to, piccolo o grande che sia, avverto una sensazione di tranquillità, come se dall'alto
quella creatura dell'arte e dell'ingegno
umano possa proteggere il luogo sacro dalle
insidie del tempo.
Anche nella Chiesa di San Bartolomeo di cui
parlavo prima ho trovato nella cantoria un
bellissimo organo, dalle fatture molto gentili
e ben proporzionate, ma il sentimento che ho
provato qualche anno fa alla sua vista non è
stato certamente quello di compiacenza o di
felicità, bensì di terrore e di rabbia.
A quest'organo è toccata la peggior sorte
possibile: è diventato muto!
Oggi rimane inerte lassù, come un vecchio
abbandonato, dimenticato da tutti, offeso e
violentato nel suo intimo, corroso dal tempo
ma soprattutto dall'incuria dell'uomo.
Testimone di un tempo glorioso, reduce-protagonista di mille e mille prestazioni durante
solenni celebrazioni e sacre funzioni, aspetta
pacatamente che qualcuno si accorga di lui, e
nel silenzio austero che avvolge tutto il complesso architettonico nel quale si trova, la sua
presenza grida incessantemente: «Ho ancora
un cuore che batte!».
2. Alcune notìzie storiche
L'organo della chiesa di San Bartolomeo in
Montefiascone è un pregevole strumento del
XVIII secolo. Il suo costruttore è Giovanni
Corrado Verlé, organare tirolese vissuto dal
1701 al 1777. Il Verlé è un nome molto
conosciuto nell'ambiente musicale, o meglio
nell'ambiente organologico, per la sua fama
dovuta non tanto alla copiosità delle opere
che ci ha lasciato, quanto invece alla perizia,
alla maestria e alla meticolosità con le quali
espletava la sua arte, e se oggi la maggior
parte delle sue creazioni non sono funzionanti non si deve certo a lui, bensì alla devastan-
PROGRAMMA CIVILE
Sabato 24 Agosto
Ore 7,00 Fiera dei Canestri
Ore 11,00 Premiazione con canestro d'argento al più bel canestro e omaggio a tutti i partecipanti
Ore 15,30 Corsa delle carrozzette
Ore 17,30 Concerto della Banda Cittadina
Ore 19,30 Altezza del Prosciutto
***
INVITO A TUTTI GLI
te opera degli uomini.
Non ritengo questo il luogo più adatto per
fornire notizie-spigolature sulla vita del Verlé
che sono facilmente reperibili consultando
dizionari e riviste specializzate, ma vorrei
piuttosto fermarmi un po' sulle opere da lui
progettate e costruite, prima di passare al
nostro organo.
Innanzitutto bisogna mettere in chiaro una
cosa: Corrado Verlé era di origini tirolesi e la
sua giovinezza che ha coinciso con il periodo
di formazione artistica l'ha proprio trascorsa
nell'ambiente di Augusta, quindi risente di
tutti gli influssi nordici.
Nella costruzione di organi, infatti, è molto
importante il luogo geografico (intendendo
con questo termine non solo il singolo Paese
ma tutta un'area omogenea per cultura, tradizioni, lingua etc...), ecco perché oggi si parla
di organi italiani, organi tedeschi, organi
inglesi...
Ora il Verlé venne in Italia probabilmente nel
1733 , periodo al quale appartiene quasi sicuramente il primo organo da lui costruito e
oggi conservato presso il museo degli
Strumenti musicali in Roma, quindi il suo
modo di costruire organi era per sempre
segnato dalla formazione nordica e questo lo
si vede dai registri che usa, dal modo in cui
distribuisce il materiale fonico, dal materiale
di costruzione, dagli accessori etc...
Tutti gli organi di Corrado Verlé hanno delle
caratteristiche costanti che li accomunano:
• Accanto al Principale c'è sempre un Flauto
tappato in legno;
• dietro i Principali di stagno di trovano sempre i Ripieni: XXII e/o XXIX a seconda
della grandezza dello strumento;
• oltre al Flauto tappato aggiunge un flauto in
stagno in Ottava e uno in Quinta;
• negli organi più grandi trova sempre posto
il Cornetto;
• la Vox umana non sempre è presente, ma in
compenso viene introdotta in Italia la Viola
da Gamba.
• a volte si trovano registi d'effetto come
l'Usignolo e la Zampogna.
Tutte queste caratteristiche, anche se esposte
in grandi linee, sono proprie dell'arte organarla tedesca e conferiscono agli organi che
sono costruiti secondo queste regole una originalità ed una singolarità che nemmeno i
nefasti interventi ottocenteschi, che interessarono pressoché tutti gli organi del nostro
Paese, possono cancellare.
Rispetto ad altri organari del suo tempo,
Verlé ha, sotto questo aspetto, un certo primato: le sue opere si sono conservate in un
numero davvero notevole, soprattutto i positivi.
Di Corrado Verlé, infatti, ci sono rimaste una
ventina di strumenti disseminati in quasi
tutto quello che era lo Stato Pontificio. Non
tutti sono ancora funzionanti: alcuni (come
quello di San Bartolomeo) versano in stato
pietoso, altri, dopo vari rimaneggiamenti
ottocenteschi, riescono ad emettere qualche
suono; altri, infine, dopo un attento restauro
1
2
Vestizione dei nuovi seminaristi
EX-ALUNNI
Perché non incontrarci anche per la prossima festa di S. Bartolomeo, il 23 e 24 Agosto
del 1997, nei locali a noi tanto cari?
Potremmo fare corona ai giovani seminaristi, riscoprire tradizioni particolari (canestri
intrecciati, ciambelle...) e fare quattro chiacchere nel cortile o in un ristorante del posto!
Arrivederci in estate.
A
3
7UJ
4
Il presidente
Fiera dei Canestri
Il Barbarigo
17
danno una dimostrazione fedele di quello che
doveva essere il suono originale dello strumento.
Come già ho accennato il primo organo che
ha costruito in Italia è conservato presso il
Museo degli strumenti musicali di Roma: in
esso sono concentrate tutte le caratteristiche
nordiche della fabbricazione di organi, a
cominciare dalle decorazioni lignee della
cassa armonica, per finire a tutto l'impianto
fonico e alla notazione a penna tedesca.
Il secondo strumento costruito da Verlé due
anni più tardi è il grand'organo per la Chiesa
di S. Maria Maddalena, pagato ben 500 scudi
e dotato di una quindicina di registri, comprese anche le ance (trombe e trombone) e un
registro di colore, l'Usignolo. Anche quest'opera, purtroppo, è stata oggetto di
ampliamenti e trasformazioni ottocenteschi.
Di altri due organi firmati Verlé è rimasta soltanto la descrizione, in quanto andati perduti
e sostituiti in questo secolo da strumenti
moderni: si trovavano presso il
Conservatorio delle Zitelle di S. Giovanni in
Laterano e presso la chiesa di S. Paolo alla
Regola, sempre a Roma.
Si trovano ancora al loro posto, invece, l'organo costruito per l'Oratorio del Crocifisso
in Roma (risalente al 1744), quello acquistato nel 1830 per la chiesa di S. Maria in
AraCoeli, quello del convento di S. Eusebio
e quello della Chiesa di S. Eustachio, tutti a
Roma.
Sempre a Roma troviamo organi di Verlé
nelle chiese dei SS. Vincenzo e Anastasio, di
S. Callisto, dei SS. Nereo ed Achilleo.
Fuori dell'ambiente romano bisogna ricordare: l'organo di S. Maria Assunta ad Otricoli
(TR), quello della Chiesa di S. Giuseppe da
Leonessa a Leonessa (RI), un bellissimo
monumentale ricco dal punto di vista fonico,
l'organo di S. Pietro a Supino (FR) e il suo
fratello, quasi gemello, della Chiesa di S.
Giovanni Evangelista a Montecelio, in provincia di Roma, e quello per la chiesa di
Notre Dame de l'Annonciade della città di
Corte, in Corsica.
Infine, ultimo soltanto nel mio elenco, trova
ancora posto nella cantoria della Chiesa di S.
Bartolomeo di Montefiascone, l'organo
Giovanni Corrado da Verlé facente parte di
quello che era l'asse ereditario dell' organare.
Infatti è l'unico rintracciato dei tre che costi4
5
6
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8
tuivano il nucleo rimasto sprovvisto di collocazione alla morte del costruttore.
L'organo di S. Bartolomeo è arrivato a
Montefiascone nell'anno 1778 grazie all'interessamento dell'esecutore testamentario di
Corrado Verlé, il sig. Giovanni Mimmi, che
vendette ai Canonici di Montefiascone, il
grande organo stimato 250 scudi. Esso è
"...di altezza palmi 16 col cesolfaut o sia 9 in
mostra di Principale di 7 piedi, contenente 12
registri tutto terminato con i suoi ornamenti e
cassa, tutto nuovo..."
Esternamente lo strumento appare racchiuso
in una cassa dai fregi dorati dagli influssi
barocchi; la mostra è divisa in tre campate di
7 canne ciascuna con il DO^ come canna
centrale più grande e le labbra a scudo.
E dotato dei seguenti registri:
• Principale 8'
• Ottava
•XV
• XIX
• XXII
•XXVI
• Tre file di ripieno: XXII+XXVI+XXIX
• Flauto 8'
• Vox umana
• Cornetto [XII+XV+XVII]
Anche in questo organo durante l'Ottocento
si sono fatte delle aggiunte: Bombarda,
Tromba e Contrabassi.
Attualmente questo strumento è insuonabile.
Lo stato in cui versa è a dir poco disastrato: a
guardarlo dall'esterno si direbbe che stia in
piedi per forza di inerzia, tanto tutta la sua
struttura lignea è deteriorata.
La mostra è gravemente mancante: quelle
poche canne che si vedono stanno lì per un
pietoso atto del rettore del seminario, il quale
vedendolo del tutto spoglio ha pensato bene
di ricoprire quel vuoto con delle canne che ha
trovato lì in cantoria.
A fianco dell'organo trovano ancora posto un
mucchio di canne e altro materiale in pessimo stato; altro materiale è andato sicuramente perduto nel corso degli anni, durante i
quali forse è stato usato dai ragazzi per giocare o ancora peggio è stato usato per altri
fini poco nobili...
Si potrebbe ipotizzare un lavoro di restauro,
ma certamente il lavoro sarà lungo e faticoso
in quanto interesserebbe tutto il complesso
dello strumento.
9
A grandi linee il lavoro potrebbe essere questo:
smontaggio di tutte le canne e loro catalogazione (da tenere presenti quelle attualmente
montate sullo strumento e quelle depositate
nel ripostiglio accanto);
- Verifica ed eventuali spurie registro per
registro.
- Rimontaggio canna per canna dopo una
adeguata pulitura, ripristino, riporto in tondo
evitando altri squarci per poter ritrovare l'originale temperamento.
- Smontaggio di tutte le canne in legno e
relativa pulitura (comprensiva di trattamenti
anti tarlo); verifica dello stato di mantenimento del legno.
- Smontaggio del somiere e del pedale per
controllo (sicuramente dovranno avvenire
delle sostituzioni delle pelli, delle valvole e
delle molle): forse converrà addirittura sostituire tutta la parte meccanica della trasmissione.
- Sostituzione della manticeria e installazione di un elettroventi latore da posizionare in
una cassa di acustica (Per fare un lavoro più
rispondente alle attuali richieste organistiche
sarebbe bene mantenere un doppio azionamento della manticeria: manuale ed elettrico).
Tutto il restauro della parte meccanica e fonica dovrà avvenire in laboratorio e durante
questo periodo di lavoro la cassa lignea dello
strumento dovrà essere anch'essa restaurata,
consolidata ed integrata di qualche particolare mancante. Questo lavoro potrà essere
facilmente svolto da un bravo artigiano locale dopo alcuni accordi presi con l'organaro.
Questa potrebbe essere la linea da seguire nel
recupero dello strumento. Certamente data la
delicatezza del lavoro ci si deve affidare a
persone tecnicamente capaci e preparate, non
ci si improvvisa organari... ma il lavoro oltre
ad essere lungo è assai costoso e il Seminario
di Montefiascone, da solo, potrebbe coprire
al massimo le spese per il restauro della cassa
armonica. Ma vale la pena fermarci a questo?
E giusto declassare un organo di questa
importanza ad un semplice apparato scenografico?
Che queste domande possano servire da pungolo alla coscienza di ognuno.
Roberto Bracaccini
UNA SCENETTA, DEI TEMPI PASSATI, R I F E R I T A D A L
DOTTOR CESARE TACCONI
Quanno scurrea
il conte FANI de Veterbo,
-"Prosit e ...favorisceteve,
Vossia!"
Ma quanno scurreamo
nuantre villane,
-"Furmini e ...sacramente
e chiode pinzute
ma ar buco der culo,
porco villano!"
"La vita è bella!" dice Umberto. "Alle preoccupazioni provvedano papà
Cipolla Daniele e mamma Silvia Tacconi (figlia di Cesare Tacconi)".
Il Barbarigo
18
LE OPERE DI DIO E LE OPERE DELL'UOMO
Matteo 15.13 <Ed egli rispose: "Ogni pianta che
non è stata piantata dal mio Padre Celeste, sarà
sradicata".>
2 Maccabei 7.19 <"Ma tu non credere di andare
impunito dopo aver osato di combattere contro
Dio".>
Nella storia dell'Umanità si sono verificati molti
sradicamenti dovuti ad ideologie diverse; di conseguenza anche le opere e le attività dell'uomo
legate ad esse sono crollate: non erano segno
della presenza di Dio nel Mondo. Siccome il diavolo esiste sul serio, di nuovi ne sono nati e ne
nasceranno.
Negli Atti degli apostoli viene detto di lasciare
questi uomini a se stessi e di non preoccuparsi perché, se non c'è Dio con loro, tutto sarà distrutto.
Vivere nella continua speranza che Dio è con noi,
è con me, non mi è facile perché sento su di me il
peso del male che mi fa soffrire e non ho la
pazienza nè di accettarlo nè di aspettare che
venga distrutto.
Dio (ne sono sicura) ha messo in me tanti semi
che devo far crescere e sviluppare ma io faccio
crescere di più quei semi che credo mi siano più
utili per vivere in questa società. Sono fortemente
impegnata nell'educare i miei alunni alla
"Mondialità", al rispetto delle cose e penso che
sia Lui a darmi la forza di prendermi tanti grattacapi perché questa grande pianta dell'Umanità
possa in seguito portare buoni frutti. Sono impegnata anche con i bambini che preparo per lo
prima comunione. In queste attività sono spinta
quasi sempre dal desiderio forte di costruire il suo
Regno. Ho detto "quasi sempre": perché, purtroppo, ci sono i momenti duri della prova quando il
Signore distrugge le opere e le idee che non sono
sue: per fare ciò si serve delle persone che sem-
pre, senza badare a mezzi termini, con offese e
prese in giro mi fanno capire che io per prima ho
preso la strada sbagliata; perciò mi ritrovo anche
nella prova a dover ringraziare Dio di avermi
messo vicino quelle persone. Si serve del tempo
che limita e che mi fa riflettere su tutte le cose che
penso e che faccio siano giuste o da buttar via. Il
desiderio di compiere il bene si confonde o viene
superato dal desiderio egoistico del far prevalere
la propria persona. Mi difendo dicendo che non
potevo fare altrimenti, che sono stata costretta
dalle circostanze, che dovevo dimostrare che ero
capace: è il mio peccato.
Signore perdonami gli errori che compio e quando nel mio cammino distruggi ciò che non è Tuo,
donami il coraggio e la lealtà di ammetterlo e di
riconoscere la TUA PRESENZA.
Baccelloni Maria Selide
OTTIMISMO!
Ci son cento, mille modi di essere ottimisti.
Io ne ricordo due molto significativi. Il primo
riguarda Alfonso D'Ascenzi che fu Sindaco,
a Valentano, nell'immediato dopoguerra: mio
successore, dopo breve esperienza; entrambi
nominati dal Governatore Americano nel
1944. Alfonso era uomo gioviale, allegro,
spiritoso, grande barzellettiere. Ad una mia
domanda: "Come va la salute?" Rispose che
lui aveva deciso di rifarsi la camera da letto
e, per aver una qualità di legno buono a rifar
questa camera, ci voleva la noce! Allora lui
aveva seminato una decina di noci, in non so
più in quale suo terreno! Perché queste piante di noci raggiungessero una dimensione da
farne legno da falegnameria, occorrevano
almeno cinquant'anni; ce ne volevano, poi,
circa dieci, per una buona stagionatura e
almeno un paio, per il lavoro del mobiliere.
Insomma dovevano passare non meno di sessantanni. Alfonso così concluse: "Io aspetto,
con pazienza, la nuova camera da letto, non
ho fretta!!" E questo è il primo esempio di
grande ottimismo. Il secondo non è meno
significativo. Era un pomeriggio d'estate
degli anni '60, a Lavinio. Passeggiavo, con i
miei figli, tra le strade circonvicine alla mia
casa.
Ad un certo punto, mi fermo ad ammirare,
dal cancello di una villa, uno spettacolo
straordinario. Sui due lati del viale, che da
quel cancello portava alla villa, erano state,
di recente, messe a dimora alcune piantine di
cipresso non più alte di cm. 30. C'erano due
vecchi, marito e moglie, capelli bianchi,
bastone in mano, passo incerto, che innaffiavano quelle piantoline: lei teneva in mano un
piccolo innaffiatoio, che ogni tanto andava a
riempire alla fontana; lui prendeva dalla
mano della moglie l'innaffiatoio e versava
l'acqua sulle radici dei cipressi. Quei due
vecchi cadenti stettero più di mezz'ora a
completare l'operazione. Un cipresso, per
diventare albero, impiega almeno cento anni.
Quelli erano due vecchi ottimisti!
RANUCCI
L a g o di Bolsena
LE NOZZE DI CATONE!
lo non so se la storia della letteratura latina ha
qualche riferimento alle nozze di Catone: forse
che sì, forse che no; più no, forse, che sì. Un fatto
però è certo: che esse non furono affatto festose,
anzi, se proprio dobbiamo dire la verità, furono
drammatiche. Non è facile ripercorrere, in retromarcia, le vicende storiche; ma, se la tradizione é
credibile, qualche traccia di quel matrimonio si è
perpetuata attraverso i secoli, ed è rimasta ancorata in un detto celebre che sinteticamente ne riassume l'oggetto. Dunque, a Valentano, quando un
fatto, un episodio, una vicenda volge verso un
epilogo tragico e, comunque, non favorevole, si
dice: "Va a finir come le nozze di Catone!" Se tu,
poi, domandi a qualcuno come finirono quelle
nozze, tutti ti rispondono, unanimi e seccamente:
"A legnate!" Su questo tragicomico riferimento
storico, ci sono molti dubbi e non poche perplessità.
Di qual Catone si tratti, anzitutto. Forse del vecchio Catone, quello che la letteratura latina celebra come "il Censore", quello, per intendersi che,
in Senato, ripeteva "delenda Chartago" e che era
ritenuto il "Bastian contrario" del Senato
Romano? O forse dell'altro Catone, quello ricordato come l'Uticense, per via che si uccise ad
Utica, quando vide essere la Repubblica arrivata
ormai al capolinea?
Se quel Catone fosse uno dei due, allora bisogna
concludere che qualche cittadino di Valentano era
presente a quelle nozze e, forse, si prese pure lui
qualche randellata in testa. Ipotesi, questa, che
lascerebbe intendere l'origine di Valentano essere
antichissima. Detta ipotesi non è peregrina poiché, a Valentano, c'è un cippo funebre, su pietra,
antichissimo, dove si ricorda un certo Mecio
"Sabatina tribù" (ed in effetti il territorio di
Statonia era stato assegnato a quella tribù)...
"Quoius neque mors satis laudari neque vita potest". Quel Mecio doveva essere stato un personaggio importante, e a me piace pensare che fu lui
stesso che partecipò a quel matrimonio e, ritornato in patria con qualche costola rotta, abbia raccontato ai "villici verentani" come si svolsero
quei fatti, donde poi nacque il detto che, a distanza di duemila anni, ancora si ripete!
Ma rimane il dubbio! E se quel Catone che prese
le legnate, non fosse da individuarsi in nessuno di
quei due personaggi storici e fosse stato magari
un povero Catone paesano che, si fa per dire,
ordinò un pranzo di 200 coperti e, poi, non aveva
i soldi per pagarlo suscitando così la furia omicida dell'oste che si ripagò a suon di tortorate?
Anche questa ipotesi non è peregrina!
Che dire? Contentatevi delle notizie e ringraziate
Dio che, a voi, a quel matrimonio, non vi invitarono.
Ranucci
Il nero perdente!
Il Barbarigo
Io non so se il nostro modello di civiltà è il
migliore che l'umanità possa proporre a se
stessa. Questo modello è sostanzialmente
ancorato a due valori: l'accumulo ed il consumo.
Mi spiego. Noi lavoriamo, produciamo, guadagniamo, ed abbiamo il nostro conto in
banca. Quel conto poi lo consumiamo, più o
meno lentamente, per i nostri bisogni quotidiani, per realizzare i nostri progetti di divertimento, di vacanze... È certamente un buon
modello, frutto di plurisecolari esperienze,
che consente a noi, uomini di razza bianca, di
vivere bene, di goder la vita. È un modello,
però, che ha il suo retroterra culturale nell'emulazione. Noi, cioè, siamo alla continua
rincorsa di sopravanzare gli altri o, almeno,
di stare al loro passo.
Una lotta continua non per la sopravvivenza,
ma per non rimaner... fregati! Le conseguenze di questo modello di vita, negli aspetti
negativi, sono i seguenti: stress, insonnia,
disturbi digestivi o circolatori, diabete, alta
pressione... Questo modello noi bianchi l'ab-
biamo esportato nel mondo, e ad esso tutti
ormai fanno riferimento.
C'è anche un altro modello, però, non ampiamente diffuso, in verità, ma non meno interessante: il modello del mondo nero, quello,
per intenderci, che non sa cosa siano né accumulo né consumo! Il nero vive alla giornata;
produce quel che gli serve, al presente, tanto
quanto gli basta per vivere; lavora quel tanto
che gli assicura un .. pezzo di pane; non eccede nel mangiare, anzi nuota più nella fame
che nell'abbondanza. Egli non ha mezzi di
locomozione meccanizzati; cammina a piedi
o a fianco del cammello o del somaro. Il nero
veste quel tanto che è necessario a coprire le
parti intime; abita nella capanna. E quando
(diceva un mio cugino colono a Tripoli negli
anni '30) i pidocchi hanno infestato la sua
'zeriba', lui non se la prende: la brucia e ne
costruisce un'altra, cinquanta metri più in là!
Chi ha ragione? Io, da vecchio, sto dalla parte
dei negri!... Peccato però, che il nero è sempre perdente!!!
RANUCCI
ASSEMBLEA ANNUALE: 25 aprile '96.
19
Le grandi
definizioni!
Moravia ha detto (o, meglio, Io
disse in giovinezza; poi si vergognò di averlo detto): "Io
sono per il 50% ebreo, per il
100% fascista!"
De Marsanich (il Segretario
del MSI degli anni '50) disse:
"Non rinnegare! Non restaurare!"
Bismark (il grande cancelliere
tedesco) disse: "Se vuoi vivere felice, non chiedere come
son fatte le salsicce e... le
leggi!"
Tutti ascoltano con attenzione! L'unica eccezione è ...Don Luigi Picotti, il solito simpaticone!
Il Barbarigo
20
entriamo nel soggiorno. "Francesco, dov'è la
campanella?" Lui guarda verso l'angolo, vede la
campanella e sorride festoso, sgambetta ed allunga le manine per tirare la catenella. Io l'aiuto a
collo, camminando per casa, cantando e scher- prenderla. Lui la prende, la tira, ascolta il suono;
zando. E così, in braccio a me, per un po' ; in brac- poi la lascia, si riavvicina, la prende ancora, la
cio a mia moglie, per un altro po'... passano le rilascia... ed il gioco dura un bel po' ...la campaore, le giornate. Son già passati dieci mesi, e nella intanto suona, e Francesco ripete: "Da...
Francesco comincia a puntare i piedini... e tra da... da...".
Ieri sera, 20 febbraio 1996, è successo un fatto
poco camminerà per casa.
Ogni giorno che sta con me, accade sempre qual- strano. Si era fatta quasi notte, e papà e mamma
cosa di nuovo, ed io questo nuovo lo racconto, a di Francesco erano in ritardo sull'orario per venisera, alla sua mamma, al suo papà, ed essi, in cuor re a prendersi il bambino. Io trastullavo Francesco
loro, si rallegrano per queste piccole cose, perché per casa: siamo andati nel soggiorno a suonare la
Francesco dà chiare indicazioni d'intelligenza. campanella. Abbiamo acceso la luce, ed io non ho
Ecco: ricorda tutto. Se qualcosa gli è gradita, fatto caso, lì per lì, che la catena della campanelaccetta volentieri di ripetere l'esperienza; se qual- la proiettava la sua ombra sulla parete. Abbiamo
cominciato il solito gioco: Francesco afferrava la
cosa non gli piace, si rivolta dall'altra parte.
Ad esempio: a casa mia, nel soggiorno, c'è, appe- campanella, la tirava, la lasciava, la riprendeva,
sa ad un muro, vicino alla porta, e, tra questa e ed intanto la campanella suonava, mentre
una grossa credenza, una campanella con una pic- Francesco, a quel suono, festosamente sorrideva e
cola catena ad anelli di ferro. È una campanella sgambettava.
dal suono argentino e squillante che, tanti anni fa, All'improvviso, dopo qualche attimo di pausa,
mia moglie acquistò al mercato e l'appese a scopo Francesco ha allungato la sua manina per afferraornamentale. Quella campanella serviva anche a re di nuovo la catena, ma, anziché mettere la
chiamare a tavola i miei figli, in particolari circo- mano sulla catena di ferro, è andato a metterla
stanze: a Pasqua, la Vigilia e il giorno di Natale, i sull'ombra che la campana proiettava sul muro.
compleanni... Quel suono, quasi il gong di una Sull'ombra, però, la manina sua non afferrava
nave, era il segnale che il pranzo era pronto: e, a niente. Ha provato, ha riprovato a stringere, ad
quel suono, i miei figli smettevano i giochi e si acchiappar la catena; niente da fare, la sua manisedevano a tavola. Quella campanella, dunque, na afferrava invano. Io ho capito subito il suo
piace a Francesco: la ricerca, la guarda, l'ammira inganno; l'ho lasciato fare a modo suo per qualper quel suono squillante. Quando lo vedo stanco che momento, poi ho visto la sua reazione. Ha
ed annoiato, gli dico: "Francesco, sù, andiamo a smesso di ridere, si è rivoltato dalla parte opposta,
suonare la campanella.... Come fa la campanella? non ha voluto più giocare.
Din don... din.. dan..." E lui fa: Ho cercato di fargli ripetere l'esperimento, aiu"Da...da..."Sorride, poi, e mi apre le braccia per tandolo a prendere la catena, gliela ho messa in
andare a suonare. Io lo porto in cucina e gli dico: mano. Niente da fare! Si era offeso. Aveva capito
"Francesco dov'è la campanella?" Lui gira gli che lì sotto c'ra un inganno, e lui allo scherzo non
occhi verso l'angolo dietro la porta, ma non vede ci sta! E chissà se, nel suo intimo, ha dato a me la
la campanella. Mi guarda quasi a dirmi che non è colpa di averlo ingannato. Io spero di no... perché
lì. Lo porto, in camera, e ripeto la domanda: lui voglio continuare ad aver la piena fiducia di queguarda nell'angolo, non vede la campana, e mi sto bel bambino!
guarda con lo stesso risultato, e, alla conclusione,
RANUCCI
FRANCESCO E L'OMBRA
Francesco è l'ultimo dei miei cinque nipoti.È un
bel bambino: bravo, buono, svelto, intelligente.
Capisce tutto: davanti alle novità, ha un momento
di esitazione, di dubbio, di incertezza, ma poi si
adegua con facilità. E festoso: ride felice e
comincia a dire già qualcosa: mm... mm...ppp...
ppp... ps...ps; manca poco che non dica P.P.I.!
Confesso che ho un debole per lui: perché porta il
mio nome e perché è il più piccolo, il più indifeso. Con me, lui si trova bene. Quando mi vede,
ride festoso, allarga le braccia, le protende verso
di me e mi invita prepotente a prenderlo in collo.
Che debbo fare? Starebbe sempre in collo a me. E
ci sta volentieri poiché io lo faccio muovere per la
casa, gli faccio vedere le cose, gliele faccio toccare. Lui guarda, osserva, tocca; allunga la manina, poi la ritira; ora sta serio, ora sorride. Talora
ha improvvise esplosioni di gioia: sgambetta e
agita le manine con un sorriso disarmante. Ha un
buon appetito; mangia tutto quel che la sua
mamma gli prepara: la crema di riso, le minestrine, gli omogeneizzati di carne e di frutta; si fa
certe bevute di acqua "Uliveto"... mozza fiato! Di
notte dorme poco: si sveglia spesso, si rigira nel
letto, piange, poi si riaddormenta, poi si risveglia:
insomma, i suoi genitori li fa dormire poco.
Quando, però, sta con me, dopo pranzo, dorme, e
dorme di un sonno profondo: lo porto a letto con
me, la nonna gli mette due cuscini ai lati, di protezione contro le cadute, io mi metto al suo fianco, in silenzio assoluto, riducendo al minimo i
movimenti, e lui dorme tranquillo, ciuccetto in
bocca, ogni tanto si rigira cambiando posizione,
ma dorme profondamente un paio d'ore. Io sto lì,
accanto a lui, in silenzio, immobile, ascoltando il
suo respiro leggero che è come una musica, una
melodia ritmata su tempi binari. Quando si sveglia, comincia a mugugnare lentamente; io gli
prendo la mano, lo accarezzo, lui non si sente
solo, si tranquillizza, si rivolta verso di me, sorride; poi mugugna ancora...e chiaramente fa intendere che vuole alzarsi. Inutile insistere che stia lì
buono: bisogna prenderlo in collo e portarlo a
rivisitare la casa, gli oggetti.
Francesco è un giocone, gioca con tutto. La sua
mamma gli ha comprato alcuni oggetti adatti per
i bambini; mia moglie ha tirato fuori da un armadio alcuni giocattoli, con cui, trenta o quaranta
anni fa, giocavano i miei figli, e lui gioca con
tutto; giocattoli nuovi o vecchi... non fa distinzioni, questo l'addenta con i suoi due piccoli dentini,
quell'altro lo stringe, quell'altro ancora lo tiene
alzato sopra la testa, poi si annoia e tutto butta per
terra. Io, pazientemente, tutto raccolgo e tutto
ricolloco sul seggiolone; lui non li vuol più vedere e butta ancora tutto per terra. È inutile insistere, cambio gioco. Gli dò un pezzo di giornale. Lui
pian pianino, rompe il giornale, lo fa a pezzetti e,
poi tutto butta a terra. Gli dò un altro pezzo di
giornale, e lui continua a strappare e a gettare per
terra. Mi accorgo che il gioco del giornale da
strappare è il più gradito. Si scoccia, poi, di tutto,
e bisogna toglierlo dal seggiolone e riprendere il
giro della casa, riveder le stanze, le finestre, gli
oggetti: vedere e toccare.
Francesco, però, pesa! Pesa dieci chili. Tenerlo in
collo così e fargli girar la casa è faticoso, allora
mi siedo vicino al tavolo, in cucina, lo metto a
sedere sul tavolo, gli faccio qualche verso, qualche smorfia... lui ride, si rallegra... guarda, mi
acchiappa i capelli, mi tira le orecchie e mi fa
pure qualche piccolo graffio in faccia, perché... le
unghie gli crescono a vista d'occhio! A Francesco
piace la musica: non quella della radio, no! Quella
non lo affascina. Gli piace la musica mia: quella
che canto io! Mi provo, allora, a cantargli, le canzoncine che a me bambino cantava mio madre; lui
ascolta attento, guarda, mi mette le mani in bocca
quasi a vedere che cosa mai c'è lì dentro. La
musica lo fa star buono, ma la fatica non è poca.
Quando la mia compagnia non è più per lui stimolante e dà segni di insofferenza, allora interviene mia moglie che fa la sua parte tenendolo in
Istantanea dal pranzo: 25 aprile '96 "Da Corrado". I presidenti salutano... le "presidentesse" parlano... Qualcuno...controlla il menù...!
Altri...se la ridono!
Il Barbarigo
21
^^angofo della poesia
L'ARRIVO DELLA PRIMAVERA
VERSO IL GIUBILEO
DEL DUEMILA
Che fu celibe Cristo ci assicura
il Vangeli Gesù d'essere immolato,
non di prolificare avea premura,
però poteva il prete esser sposato.
Disse Gesù: "Ci sono eunuchi, in cura
del Regno... quelli a cui sol fu dato!"
L'uso dei sensi è secondo natura,
se dallo spirito vien governato.
Dunque, di castità esiger voti
non è secondo Dio, anche se i preti
fossero ovunque troppi: "Non giustifica
il fine i mezzi"! Ormai tutti i devoti
del Duemila il Giubileo letifica,
e anomali abolire chiede veti.
CADUTA A RUZZOLONI
L'Olmata di Genzano, che ad oriente
guida al Palazzo Sorza Cesarmi,
quando ormai sempre più là t'avvicini,
s'apre, a sud, a due strade a sbocco assente;
dietro al Comune è la zona, l'ambiente.
Per chi va a piedi, le due strade affini
unisce una ventina di scalini...
E qui mi mancò il piede, e di repente
la scalinata feci a ruzzoloni:
rimasi in terra al fin della china,
ero ridotto in brutte condizioni !
Dio ascoltò le mie invocazioni!
Di giorni all'ospedale una dozzina,
mi fecero incontrar dei cuori buoni.
Genzano di Roma, 30/6/96
(Dr. Augusto Galeotti)
Sul volto di Augusto Galeotti, guarito e rigenerato dopo la rovinosa
caduta son tornati serenità e sorriso.
Certo la sua caduta fu meno celebre di quella del Parini. Però, su
entrambi i volti è tornata "a fiorir
- ovunque sia - la rosa!"
Auguri!
Or ecco che già i prati in ogni dove,
sotto, di zeffiro, il soffio, incominciano
di fiori belli a rivestirsi, a Roma
e nei dintorni!... Riveste la cupola,
di San Pietro, la luce del fulgente
sole. L'aria serena e senza nubi
profuma di viole;... scorre lieto
il Tevere;... Al di sopra, di sant'Angelo,
il Ponte, svolazzando va la rondine;...
abbastanza le piazze fan rumori!...
Ora giocosi van ridendo i giovani
e godono d'andare al Lido d'Ostia!...
L'anima attraggon, del notturno cielo,
le stelle, se d'intorno c'è silenzio,
ed a cercar di spingono le cause
profonde delle cose, al cuor la pace
arrecar!... Piace a noi, riconoscenti
a Dio, ogni anno così celebrare
di primavera l'arrivo e godere
di nuovo d'ore tranquille: la pace
dolce or lenisce i corpi, e siam felici!
CHI SONO?
Meditabondo son da dubbi oppresso;
la mente turbano alcune questioni!...
Chi sono? Che è l'umana specie? Il Mondo?...
Forse che tutto e polvere,...
solo ombra, cenere?... Niente altro sono?...
Perché ci sono i mali e i dolori?
Perché la morte?... Attendo una risposta,
ma invano m'affatico,
anzi m'opprime incertezza molesta,
nausea quasi della vita stessa!
Quand'eccoL. vedo una madre per via
che, con amore, allatta,
in braccio, il figlio suo tenerello;
a lui, i capelli alliscia, con la mano,
benignamente, e, nello stesso tempo,
lo ricolma di baci!
(Don Tonino Pelosi
Trad. dal Latino di Augusto Galeotti)
LA CORONA DEGLI SPOSI!
Pieni di vita sono e sposo e sposa;
son dell'ambiente loro re e regina....
a cinger la lor testa ecco... si posa
la corona più bella e sopraffina!
i figli son la corona preziosa!
Ché, è ver che son costosi... la mattina,
ti sveglian, voglion te, niuna altra cosa!...
Ma fan capir che la vita è divina,
sentite, o sposi, che concreatori
diventate, con Dio, e generate
a Dio insieme... a crear date mano!
Se Dio vi dà salute, non tardate
a dar vita ai figli, che tesori
son per voi, ma... godran di Dio l'arcano!
Genzano di Roma 4/7/1996
Dr. Augusto Galeotti
Il Barbarigo
22
LE ANTICHE CITTÀ DELLA TUSCIA
Che la regione posta al nord di Roma, compresa tra il mare e il corso del basso Tevere,
sia una delle regioni più celebri, sotto il profilo storico, lo sanno tutti. Qui abitarono gli
Etruschi, la cui civiltà, distrutta dai Romani
invasori, rivive per le monumentali tombe
scavate nel sottosuolo, dove gli Etruschi
hanno affidato all'eternità il loro ricordo.
Non tutti sanno, però, che, quando, in epoca
storica immemorabile, ebbe inizio la toponomastica delle città dell'antica Tuscia, tutte
quelle città erano dette e nominate non con
un nome specifico, ma con un nome, generico certamente, ma pregnante di significato:
"città vecchie"!
Si guardi per un momento la carta geografica
e si osservi il quadrilatero (o, forse meglio, il
romboide) che racchiude Civitavecchia,
Viterbo, Orvieto, Civitacastellana.
Che cosa significhi Civitavecchia lo dice il
nome stesso: era la vecchia città! E Viterbo?
È pur essa la vecchia città.
Infatti Viterbium non è altro che "Vetus
urbs". E Orvieto? È anche essa città vecchia:
"Urbs vetus".
Analogamente, Civita Castellana: esalta, nel
suo nome, la città fortificata, ma è pur essa
"città vecchia". Se poi si va ad esaminare la
ricorrente toponomastica della Tuscia, si
vede che il vocabolo "Civita", o il suo diminutivo "Civitella", è dovunque disseminato:
Civitella d'Agliano e Civitella Cesi tutti le
trovano sulle carte geografiche, e, nelle carte
medesime, trovano anche Civita di
Bagnoregio. Non c'è paese, quasi, che, in
provincia di Viterbo, non ricordi, nel suo territorio, una località chiamata "Civita" o "La
Civita": località dove originariamente si trovava la primitiva città, distrutta la quale,
nelle sue vicinanze, poi, sorse la nuova: così
Tarquinia ha "la Civita", Tuscania ha
"Civita".
Conclusioni? La Tuscia è la regione storicamente più antica d'Italia... e i Viterbesi non lo
sanno!
RANUCCI
DOGMI E ... FIAMMIFERI
Quando il Concilio Vaticano primo, ventesimo ecumenico, dopo le lunghe e animate
discussioni approvò il 18-7-1870, il dogma
dell'infallibilità del Papa in materia di
"Fede e di costumi", il disagio di una parte
dell'Episcopato e in modo particolare di
quello francese, fu così riassunto da una
Pasquinata:
"il Concilio ha decretato
che infallibili due sono:
Moscatelli e Pio nono".
Che c'entra, direte, questo Moscatelli? E chi
era costui? Un Cardinale? Un Gesuita? Macché! Senti.
A Viterbo, in quegli anni c'era una celebre
fabbrica di fiammiferi che così recitava
nella sua etichetta: "Moscatelli: fiammiferi
infallibili!"
A parte l'irriverenza del paragone, certo la
Pasquinata era efficace!
Ma chi era questo Moscatelli? Io non ne so
di più. Chi ne sapesse, ce lo dica!
OSCENITÀ
Papa Benedetto XIV, il celebre cardinal
Lambertini, fu eletto Papa il 17 Agosto 1970
e regnò (come si diceva allora) per 18 anni.
Era uomo piacevole, arguto, scherzoso, allegro, amante della buona tavola, come si addiceva ad un Bolognese tutto d'un pezzo quale
lui era. Dicono che fu nominato Papa a seguito di una semplice dichiarazione. Questa: "Se
volete - disse, rivolgendosi ai Cardinali riuniti in Conclave,- un Papa santo, allora nominate il Card. X; se volete un Papa politico,
nominate il Card. Y; ma se volete un Papa
semplice, nominate me!" Detto fatto, lo presero in parola, e lo fecero Papa.
Istantanea del pranzo: 25 Aprile *96 "Da Corrado"
Del Papa Lambertini se ne raccontano tante:
tutte spassose e talune anche impertinenti.
Sentite questa. Da buon bolognese aveva il
malvezzo di intercalare, nei suoi discorsi, il
vocabolo "cazzo"; ne usava ed abusava. Chi
A Roma esistono tanti musei storici delle Quis ultra?
lo lo conosceva no ci faceva più caso: le sue
varie armi dell'esercito italiano. Tra i più pre- (Chi al di la' - e cioè "Chi meglio di noi?") eccelsi doti di uomo di fede e di cultura facestigiosi c'è quello dei Bersaglieri che ha la In flammis fiamma
vano tollerare questa piccola intemperanza
sua sede a Porta Pia, all'interno della vecchia (Fiamma tra le fiamme)
verbale. Diventato, però, Papa, il discorso era
Invicte, fortiter, celerrime
costruzione daziaria.
diverso: il Papa parlava a tutti, non solo ai
Son pochi quelli che lo hanno visitato, e tra (Invincibilmente, fortemente, velocissima- Cardinali, che lo conoscevano, ma anche ai
questi c'ero, fino a poco tempo fa, anche io mente)
diplomatici e a tante personalità, che non lo
che, pur avendo lavorato per circa 30 anni a Celeritate ac virtute
conoscevano, e se ne meravigliavano altanon più di 500 metri di distanza, mai avevo (Con sveltezza e coraggio)
mente. Ci fu chi disse al Papa che ormai quel
colto l'occasione di una piccola distrazione Velox ad impetum
termine scorretto non lo poteva usare più, e
(Veloce fino all'impeto)
lavorativa per andare a curiosar là dentro.
quindi lo bandisse dal suo vocabolario.
Ci sono andato recentemente e sono stato Certamina victurus adeo
Glielo dissero una volta, due, tre, quattro
felicemente sorpreso per le cose interessanti (Vado al combattimento sicuro di vincere)
volte!... Lui continuava imperterrito ad
che ho visto là raccolte a dicumentazione Nulla via impervia
infiocchettare il suo dire con quel vocabolo
(Nessuna strada è impraticabile)
della storia e della civiltà dei Bersaglieri.
inusuale in un successore di Pietro. Glielo
Ci sono tante cose: armi, decorazioni, cime- Nulli secundus (A nessuno, secondo)
dissero ancora, e lui... sbottò! Sapete che
li...: tutto raccolto con cura, ben conservato, Ictu impetuque primus
disse? Avrebbe concesso l'indulgenza a tutte
ordinato, catalogato.
(Primo per lo slancio e l'impeto)
quelle persone che, nell'arco di una giornata,
avessero detto almeno 10 volte quella riproQuei pochi visitatori con i quali ho avuto Maiora viribus audere
ventura di incontrarmi, quel mattino della (Osare cose sempre maggiori con tutte le vevole parola. Però... però... si guardò bene
dall'emanare il decreto di indulgenza.
stagione estiva incipiente, erano particolar- forze)
Peccato! Chissà quanti bolognesi, napoletani,
mente attenti ad osservare le armi e i cimeli. Vis - Animus - Impetus
romani, dotti o incolti, nobili o plebei, a furia
Li ho osservati anch'io, con interesse e con (Forza - coraggio - impeto)
di guadagnare indulgenze, si sarebbero salvaviva curiosità. Ma hanno attirato la mia par- Omnia me ipsum superare contendo
ticolare attenzione le iscrizioni che ho visto (Mi sforzo di superare me stesso in tutte le ti l'anima..?!!
cose)
collocate qua e la' al piano terra.
RANUCCI
IL MUSEO DEI BERSAGLIERI
Il ruolo dei laici
nella chiesa
Il Barbarigo
"Africa docet!... Quando, 30 anni fa, si concluse il Concilio Vaticano Secondo, ci furono
tanti consensi e molte intelligenze si aprirono
alla speranza in un futuro di Chiesa più aperta, più libera, meno dogmatica; ma non pochi
furono anche i dissensi.
Dissentì, ad esempio, Lefèvre, e la sua dolorosa vicenda commosse molte coscienze; ma
dissentirono anche molti africani, in prevalenza laici. Dicevano: il Concilio Vaticano
non è l'espressione della Chiesa universale,
ma è l'espressione della Chiesa dei bianchi.
Vescovi Africani, partecipanti al Concilio,
erano, in effetti, prevalentemente vescovi
missionari, e cioè avevano civiltà e cultura
dei bianchi.
Essi avevano una buona conoscenza dell'etnografia, dell'antropologia, della lingua e
della civiltà africana; ma non erano neri; non
avevano cioè, nel sangue, la cultura della
"negritudine". I pochi vescovi conciliari, di
razza negra, erano accompagnati da teologi
missionari di razza bianca, e poca voce fecero sentire nei dibattiti.
L'insoddisfazione delle chiese più impegnate
provocò la reazione della "Società Africana
di cultura", organizzata e gestita dai laici.
Tanto ha fatto questa società che, nell'aprile
del 1994, si è tenuto, a Roma, il Sinodo dei
Vescovi Africani, i cui risultati sono stati
buoni, anche se non completamente soddisfacenti. La strada è aperta verso un vero
Concilio Africano, da tenersi in Africa, da
gestirsi dagli Africani, che soddisfi le esigenze di quei popoli, che hanno una visione
antropologica diversa da quella dei bianchi.
Un aspetto di questa nuova antropologia è
sintomatico! Dicono: nel vocabolo "legione"
(che è quasi la loro parola d'ordine) si sostanziano gli "insieme", le "entità" dell'uomo
nero. Ad esempio, ogni cosa, ogni essere
vivente, ogni pianta, ogni foresta, ogni
ombra... costituiscono una rete di forze invisibili, impalpabili, ma reali. Ciascuna di queste realtà è occasione di crescita o di diminuzione dello spirito. Così tutti gli esseri raziocinanti o, comunque, viventi, interagiscono
tra loro, son collegati gli uni agli altri, e tutti
insieme producono una serie di forze che sviluppano la crescita dello spirito. Questa è la
"legione", in estrema sintesi.
Noi bianchi siamo disabituati a leggere nella
natura la "legione", e questa è forse una delle
principali cause della nostra aridità spirituale.
Non sarà il caso di ripensare questo particolare negativo aspetto della nostra cultura e
diventare tutti "legionari"? Io son già "legionario"; chi vuol farmi compagnia si faccia
vivo!
RANUCCI
Diceva Giobbe, l'uomo della sofferenza,
che ha lasciato, nella Bibbia, alcune pagine
di straordinaria umanità: "Quid est homo?"
e poi aggiungeva, rivolto al Dio degli eserciti - "quia magnificas eum?"
La domanda fondamentale, per chiarire il
senso e il mistero della vita, è proprio quella iniziale: "Quid est homo?" Che cosa è
l'uomo?
E solo, forse, un ammasso di carne e di
ossa, tenuto insieme da nervi, da muscoli,
da tendini; vivificato da un apparato circolatorio, respiratorio, digerente, ....; guidato
da quei pochi ettogrammi, di materia grigia, collocati all'interno della scatola cranica rapportato così, con la realtà che lo circonda, attraverso i cinque sensi; destinato a
morire, a ridursi in polvere, al termine della
sua breve storia?
O è qualche altra cosa ancora?
Orazio diceva di sé: "Non omnis moriar,
multaque pars mei vitabit Libitinam ( la
dea della morte)"; e diceva anche che l'uomo: "Etiam si fractus illabatur orbis, impavidum ferient ruinae!"
Altri, prima o dopo di Orazio, hanno parla-
to dell'uomo e del suo destino mortale o
immortale.
Diogene, il filosofo greco, lo cercava con
la lanterna! Un altro filosofo ha definito
l'uomo, semplicemente, "animale bipede
implume!"
Io vorrei rivolgermi a qualche collega,
esperto in filosofia, perché ci faccia una
elencazione delle definizioni che dell'uomo hanno dato i vari filosofi e le loro scuole per vedere come attraverso i secoli il
concetto di uomo è stato interpretato e
razionalizzato. Io sto fermo a due definizioni del Catechismo di Pio X: 1) "L'uomo
è l'essere ragionevole composto di anima e
di corpo"; 2) "L'uomo è stato creato da Dio
per conoscerlo, amarlo e servirlo, in questa
vita, e per goderLo, poi, nell'altra, in
Paradiso!" Concetti molto semplici e facili
da intendersi. Ma non tutti la pensiamo allo
stesso modo.
Nel corso della storia, l'uomo è stato definito, in vari modi, dai letterati: homo
sapiens, homo philosophus, homo novus,
homo hereticus, homo heroticus
Recentemente è stata coniata la definizione
23
CENTRO STUDI
PRESA D ' A T T O MINISTERO P I .
KE!%I\ED\
di ZINI prof. ALVISE
RECUPERO
ANNI SCOLASTICI
Ragionieri
Geometri
Licei
Magistrali
Maestre d'Asilo
STENODATTILOGRAFIA
PROGRAMMATORI
OPERATORI
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LEZIONI PRIVATE
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VITERBO
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Via Pellicceria, 25 - Tel. 0746/481769
LICEO LINGUISTICO " P E T R I N I "
QUID EST HOMO?
(legalmente riconosciuto Min. P . I . )
0746/43311
RIETI - Via S. Agnese, 4/D - Tel.
dell'"homo sovieticus", la cui caratteristica, sarebbe: uomo senza iniziative, senza
responsabilità, senza moralità, senz'anima!
Un uomo obbligato al compromesso,
sospettoso anche dei parenti più stretti,
costretto ad arrangiarsi, abituato ad aspettare tutto dallo Stato, impreparato a vivere
nel contrasto delle idee...
Sarà vero? Se lo fosse, quel tipo di uomo
potrebbe definirsi non "homo mortuus",
che sarebbe troppo, ma "moriturus"! Non è
vero, però! La gente vede sempre rosso o
nero.
Io, da parte mia, sono abituato a veder
bianco, e allora dico che "l'homo sovieticus" è l'uomo del futuro, perché ha esperimentato la sofferenza, i sogni di grandezza,
le delusioni, le vittorie e le sconfitte, le prepotenze, la fame... Egli ha capito tutto della
vita, egli sarà il prototipo su cui si modelleranno le future generazioni dell'umanità!
Se è vera questa ipotesi, l'"homo sovieticus" sarà anche l'"homo problematicus"!
E ti par poco?
RANUCCI
24
VETRIOLO - Il Campanile
Dopo tre mesi di lavoro il Campanile è terminato!
Iniziato ai primi di Luglio è stato inaugurato solennemente il giorno 11 ottobre
1964 dal nostro Ecc.mo Vescovo.
La costruzione del nuovo campanile è stata
voluta dal desiderio di commemorare il
Concilio Ecumenico Vaticano II.
Mi si permetta di esprimere da queste
colonne un sincero ringraziamento a tutti
coloro che, con la collaborazione e con il
contributo, ne hanno resa più spedita la
realizzazione.
Ali'Ing. Francesco Pietrangeli Papini
innanzi tutto, perché, come progettista e
come benefattore, ha saputo caratterizzare
il nostro paese con un'opera veramente
adeguata alla semplicità della nostra popolazione, allo stile della nostra zona, ma
soprattutto alla volontà di emergere da un
burrascoso e misero passato nella ricerca
di un migliore avvenire.
Un particolare ringraziamento anche al
Rev.mo Can. Righi Don Oscar che offrendo la somma di L. 100.000 è stato il benefattore più insigne. All'Ili.mo Signor
Sindaco, che è stato uno dei primi a rispondere al nostro appello, la nostra riconoscenza.
Agli operai di Vetriolo che durante l'offertorio della Messa di Pasqua hanno deposto
nelle mani del Sacerdote la somma di L.
231.800, frutto di una giornata lavorativa;
agli agricoltori che nel giorno di S.
Lorenzo hanno donato alla Chiesa Kg.
1245 di grano; ai Vetriolesi residenti fuori
parrocchia che ci hanno inviato L.
115.500; agli amici di Vetriolo che hanno
messo a nostra disposizione la somma di
L. 239.000.
Per non essere indiscreto non citerò la
generosità di manovali, di domestiche, di
vedove, di persone tutt'altro che agiate che
hanno offerto dalle cinque alle diecimila
lire.
Vorrei fare il nome di tutti coloro che
hanno inviato la loro offerta, ma occorrerebbero molte pagine: basterà ricordare
che delle 162 buste consegnate agli operai
di Vetriolo solo 24 non hanno avuto risposta; di 50 piccoli sacchetti consegnati agli
agricoltori per l'offerta del grano solo 2
sono stati respinti.
La quasi totalità degli oblatori conferma la
fondamentale bontà del nostro popolo e ci
invita a bene sperare per l'avvenire. Del
resto non si può dimenticare che una popolazione vissuta nelle grotte fino a qualche
decennio fa, possa completamente dimenticare, in pochi anni, l'umiliante posizione
sociale in cui visse per diversi secoli.
Ci sono degli animi forti che ringraziano
Dio delle migliorate condizioni economi-
che e sociali e si sforzano di dimenticare il
passato, ma ci sono anche delle anime
deboli che non riescono a trovare il coraggio per redimersi dalla miseria del passato
e credono di potersi sfogare attribuendo le
conseguenze alla chiesa.
Eppure la Chiesa con la parola, con l'esempio e con la chiarezza della sua dottrina sociale è sempre stata d'incentivo a
bene operare.
Quando essi abitavano nelle grotte fu la
Chiesa che, erigendosi per prima alla luce
del sole, li invitava ad uscire dalle tenebre;
ed ora che le abitazioni sotterranee sono
state abbandonate e sono sorte linde casette la Chiesa ha edificato, col generoso contributo di tanti suoi figli, un artistico cam< 0V*
Il Barbarigo
panile che, elevatosi al di sopra di tutti gli
edifici, ricorda che la vera civiltà non si
ferma ai beni terreni, ma esige la perfezione che si trova solo in Dio.
Per questo il Campanile è prima di tutto un
simbolo che si protende verso il cielo in
cerca di Dio; è un richiamo continuo con la
voce delle sue campane per ammonire gli
uomini a non allontanarsi da Dio, ma
soprattutto, con la voce della mamma,
quella del campanile è la più dolce, la più
disinteressata, la più sincera nei nostri
riguardi perché è la voce di Dio.
A chi dunque mi ha aiutato a far sentire più
lontana, più chiara e più distinta questa
nuova manifestazione della voce di Dio un
sincero, riconoscente e Sacerdotale grazie.
Il Barbarigo
VETRIOLO - Le confraternite
Dall'archivio conservato in Curia risulta che
già dal 1614 esisteva la Confraternita di
Maria Santissima del Santo Rosario.
Il 27 Novembre 1827 Padre Agostino
Bottaoni, Generale dei Servi di Maria in
Roma, fondò la Confraternita della Madonna
Addolorata o dei VII dolori.
Sollecitato dal Parroco, Don Filippo
Guidobaldi, che aveva intenzione di erigere
l'altare della Madonna Addolorata.
Tale opera fu compiuta tra il 1827 e il 1828.
Il 28 settembre 1828 si recò a Vetriolo P.
Anfossi dei Servi di Maria, accompagnato
dal Cancelliere Vescovile Secondo Vezzosi e
fece la canonica erezione, accordando alla
Confraternita le indulgenze dell'Ordine e al
Parroco la facoltà di aggregare Confratelli e
Consorelle con la clausola che, nel caso in
cui fosse costruito a Vetriolo un convento dei
Servi di Maria, tali facoltà del Parroco avessero a cessare.
Con un Messa solenne la Confraternita fu
benedetta. La veste che indossavano i confratelli durante la processione consisteva in un
sacco bianco con mazzetta cenerina.
Fino a qualche anno fa le Confraternite erano
due, una dedicata al Santissimo Sacramento
con veste bianca e mozzetta rossa e l'altra
con mozzetta azzurra veniva chiamata comu-
Non tutti ricordano il Vescovo Vincenzo M.
Strambi. Era di Civitavecchia, aveva passato
qualche anno nel nostro Seminario, poi si
fece passionista al seguito di S. Paolo della
Croce e fu, infine, Vescovo di Macerata,
dove morì il primo gennaio del 1824. È l'ex
alunno più celebre per la santità, per lo spirito evangelico, per la ricchezza delle sue
opere di bene. E stato proclamato Santo da
molti anni. Non sarebbe male che il Rettore
prendesse l'iniziativa di commemorarlo adeguatamente nel prossimo futuro. Io chiesi,
qualche anno fa, alla Curia Vescovile di
Macerata, che qualcuno scrivesse una nota
per il Giornale associativo, nella quale ci
venissero illustrate la vita e le opere del
Santo; ma la mia richiesta non ebbe risposta.
Mi fa, adesso, piacere ricordare, agli amici,
un episodio poco noto della vita di S.
Vincenzo. Il Papa Leone XII, che regnò dal
1823 al 1829, era molto amico del vescovo
Strambi; il Papa era di Genga (An) e si erano
frequentati a lungo. Il Papa era di salute
cagionevole, tant'è che non voleva accettare
nemente Confraternita della Madonna, senza
specificare il titolo Addolorata o del Rosario.
Queste Confraternite anticamente possedevano molti beni che in seguito sono stati venduti o affrancati. I beni esistenti ora sono
intestati alle Confraternite del Santissimo
Sacramento e del Rosario. Consistono in due
piccoli terreni di cui uno è bosco ceduo, mentre l'altro è terreno agricolo, su cui sono state
scavate alcune grotte concesse in affitto a
famiglie del paese. Esistono molti verbali dei
Consigli tenuti dalle due Confraternite, ma
riguardano soltanto l'amministrazione.
L'utile veniva utilizzato per acquistare oggetti sacri riguardanti la Confraternita stessa,
croci, lanterne, lampioni, bastoni, candele e
vesti o per aiutare la Chiesa parrocchiale. In
questi verbali si parla ora di 25 ora di 12
Confratelli. Negli anni 60 questo numero è
aumentato a circa 50 Confratelli.
S. Vincenzo Maria Strambi
BOTTA E RISPOSTA!
Quando mi domandano: come stai? io
invariabilmente rispondo: "Bene!",
"Benissimo", anche se ho un dolore alla
spalla sinistra che mi tormenta! Quando
qualcuno, salutandomi, mi stringe la mano
e, per manifestarmi affetto e simpatia, me
la stringe troppo forte, io, che ho un dolore
latente incentrato nelle vicinanze del pollice destro (non parliamo di quello sinistro
che è meno ...latente), allora non posso
nascondere il dolore con una smorfia o un
istintivo: "Oh! Dio!, piano! piano!. Così
raggiungo due risultati negativi, ma significativi.
Quando dico: "Bene, benissimo!..., il mio
amico si tranquillizza e sta bene pure lui.
Se dice: "Piano! Piano!", il mio amico non
è che si offende, ma si sente mortificato per
avermi arrecato un certo dolore; e io soffro
due volte: per il dolore che provo e per aver
mortificato il mio amico.
Che fare? Ho trovato una soluzione: non
do' più la mano, ma solo un dito, e spiego:
"Scusami! Ma sapessi quanto mi duole
questa mano!" E così ottengo due risultati
positivi: non sento il dolore, ed il mio
amico, non mortificato, mi consola, dicendo che lui pure... "Sapessi quanto mi fa tribolare la sciatica!"
Molti altri, però, alla domanda: "Come
stai?" non danno la risposta che dò io. C'è
chi dice: "Così, così!" Altri dicono: "Non
c'è male!" - "Benino!" - "Discretamente!"
Qualcun altro dice: "Ringraziamo Iddio!"
E così pessimismo ed ottimismo si bilanciano.
Recentemente due risposte mi hanno
impressionato: uno ha detto: "Si vivicchia!" L'altro: "Respiro ancora!" Certo
che, di allegria, questi due miei amici poca
ne hanno dentro! E figurati quanta ne
diffondono intorno a sé!
RANUCCI
25
Silvia Scorsino
la nomina: confessò, infatti, ai Cardinali la
sua malferma salute e disse: "Voi eleggete un
cadavere!" Dicesi che avesse ricevuto gli
ultimi sacramenti 17 volte! Fu consacrato, in
S. Pietro, il 5 ottobre 1823, ma gli strapazzi
dell'incoronazione lo avevano ridotto in fin
di vita. La vigilia di Natale, improvvisamente il Papa guarì. Che era successo? Il Vescovo
Strambi offrì al Signore la sua vita in cambio
della salute del Papa, e la sua offerta fu accettata: il Papa di Genga visse, e Strambi morì.
RANUCCI
Ottico Fobi:
Contattologia,
cine,
foto-geodesia
II servizio fotografico pubblicato in
questo numero del Giornale è stato
realizzato, con la consueta perizia professionale e con il solito gusto artistico, da Arturo Fabi, titolare dell'omonima Ditta in Roma, che assicura un trattamento economico molto vantaggioso a tutti gli ex-alunni.
La Redazione del Giornale ringrazia
per la gradita offerta, generosa e simpatica, ed esprime, a nome di tutti,
complimenti e congratulazioni.
Il Barbarigo
26
ACQUAPENDENTE CONTRO
SOVANA
Una disputa durata 70 anni per la permuta di
Proceno e Onano con Manciano e Capalbio.
Il 14 marzo 1785 a Pitigliano veniva firmato
l'atto che sanciva lo scambio delle parrocchie di Onano e Proceno, appartenute fino a
quel momento alla diocesi di Sovana, con
quelle di Manciano e Capalbio, della Diocesi
di Acquapendente. La permuta delle due parrocchie toscane con quelle laziali poteva
sembrare cosa logica, perché, così facendo si
portava a coincidere il confine della regionestato con quello della Diocesi. Ma i documenti dell'archivio storico di Pitigliano
dimostrano quanto sia stata lunga e laboriosa
questa operazione, contrastata dal Vescovo di
Sovana, in quanto Manciano e Capalbio
offrivano minori entrate alla Diocesi, e
auspicata dal Granduca di Toscana e dal
Vescovo di Acquapendente, che vedevano
nella permuta rispettivamente un vantaggio
politico ed economico. Dello scambio tra le
suddette parrocchie si cominciò a parlare già
nel 1713 come dimostra una petizione inviata al Papa Clemente XI dal Vescovo di
Acquapendente che faceva notare innanzitutto la distanza di Manciano e Capalbio dal
centro Diocesi, "remotissimi dall'occhio
pastorale del Vescovo", e, appellandosi alle
costituzioni del Concilio di Trento, auspicava
una celere annessione di Onano e Proceno
alla Diocesi acquesiana. Di altra opinione era
il Vescovo di Sovana, mons. Salvi, che faceva presente al Papa i motivi della sua opposizione alla proposta di permuta: "i due luoghi
(Manciano e Capalbio) sono senza numero, e
comparatione inferiori non tanto per la palpabile, e manifesta sproportione della giurisditione, e diritti goduti in Proceno, e Onano ma
anche per rimanere detti luoghi di Manciano,
e Capalbio per la loro attuale consistenza e
situazione di maggior incomodo al Vescovo
di Sovana per il pericoloso accesso medesimi... con il di più che detti luoghi di
Manciano e Capalbio sono nel suo essere
miserabile, non tanto nelli edificij,
Abitationi, e Chiese quanto poveri di Clero, e
Popolo, manifestando molte parti squallore e
miserie, e per le ruine dell'Abitationi e per
l'affluenza di Malve, Cicute, Urtiche, ed
Elleraccio che si vedono in più luoghi a i suoi
tempi, con renderli maggiormente infetti
oltre la situazione di profonda maremma..."
Da parte loro, le comunità di Onano e di
Proceno sembra non avessero gran voglia di
passare sotto la giurisdizione di
Acquapendente. Infatti, oltre a rifiutare sdegnosamente il paragone con Manciano e
Capalbio, in un attestato al Papa affermano
che "per quanto abbiamo inteso, tutto il
popolo desidera per Pastore Monsignor
Illustrissimo Salvi (Vescovo di Sovana) perché persona caritativa e vigilante nel suo officio di Vescovo".
La questione della permuta si trascinò per
anni durante i quali i successori di Mons.
Salvi si affannarono ad ostacolare lo scambio
delle parrocchie in tutti i modi. Da Pitigliano
partirono alla volta di Roma prospetti comparativi che tendevano a dimostrare come la
Parrocchia di Onano da sola valeva quanto
quelle di Manciano e di Capalbio messe
insieme. Inoltre "potendo di più noi asserire
per verità haver inteso in più occasioni dalla
viva voce di Monsignor della Ciaia Vescovo
defonto di Sovana, che detti luoghi di Onano
e Proceno erano l'ardire della sua Chiesa, e
luoghi da trovarvi asilo in ogni persecuzione
e travaglio".
Non ci fu niente da fare. Il potere del
Granduca deve aver avuto la meglio, portando sul piatto della bilancia il principio di
distacco dalle Diocesi toscane di tutte le parrocchie appartenenti politicamente ad altri
stati, principio accettato in pieno anche dalla
Curia Romana.
Per raggiungere questo scopo la corte di
Firenze si dimostrò disposta a risarcire "lo
scapito che soffre dalla permuta la Diocesi di
Sovana" e in una lettera indirizzata al
Vescovo da Firenze si comunica che "Si eseguisca la permuta se la Mensa Vescovile
resterà troppo sprovveduta se ne renda conto
a parte".
Siamo nel 1784. L'anno seguente i confini
delle Diocesi di Sovana e di Acquapendente
vengono modificati con l'attuazione della
permuta di Onano e Proceno con Manciano e
Capalbio.
Don Mario Brizi
Supplemento a
«LA VOCE»
di Montefiascone (Viterbo)
Direttore: Agostino Ballarono
Autorizzazione Tribunale di Viterbo
n. 272 del 4/12/82
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Redattore: Enzo Serafinelli
Stampato nel febbraio del 1997
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Tel. 0763/711040 - fax 0763/732188
27
Il Barbarigo
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LA MADONNELLA
Il Barbarigo
28
Il prof. Venturini, negli anni '40, a La
Quercia di Viterbo, era il professore di
Filosofia. Un'ora al giorno, per tutti i giorni
della settimana: un impegno gravoso non
tanto per lui quanto per noi che, sotto la sua
guida, esploravamo, giorno dopo giorno, i
segreti del pensiero umano e conoscevamo
l'evolversi della riflessione filosofica sui
problemi dello spirito e sul rapporto, non
sempre facile, tra spirito e materia. Per cinque giorni alla settimana, Don Leopardo
spiegava il programma lentamente, pazientemente, profondamente. Spiegava e ci interrogava per vedere se avevamo capito. Il sesto
giorno (che poi era il lunedì), non faceva la
consueta lezione, ma parlava di politica, di
guerra; ci narrava i fatti della settimana precedente, li spiegava, li razionalizzava, ci aiutava ad interpretarli. A noi andava bene così:
era un'ora di riposo intellettuale, un'ora di
conoscenza profonda del mondo e dei suoi...
misfatti. E sì, perché allora c'era la guerra!
Noi vivevamo in un mondo ovattato, tutti
intenti allo studio, ma... sapevamo quel che
succedeva sui campi di battaglia, la fame e le
sofferenze... dei popoli. Di quell'ora, che
Don Leopardo dedicava all'attualità, noi, lì
per lì, non comprendevamo il valore.
Dicevamo che il nostro professore, dopo aver
lavorato il sabato e la domenica in
Parrocchia, a Tuscania, il lunedì non aveva
voglia di far lezione, forse perché non aveva
avuto tempo di prepararsi, forse perché era
stanco. E invece, no. Don Leopardo ci faceva
lezione di filosofia politica... e noi non lo
capivamo! Don Leopardo veniva a Viterbo
da Tuscania il lunedì col "postale" e poi, a
piedi, da Viterbo a La Quercia: una bella passeggiata di mezz'ora, al fresco, in primavera;
ma spesso sotto l'acqua o al freddo della tramontana in inverno.
Un giorno, ci raccontò che quel breve tragitto lo aveva fatto in compagnia di un carrettiere, parlando e discutendo. Quando giunsero a quel Crocifisso, posto a metà strada tra
Viterbo e La Quercia, il carrettiere confessò a
Don Leopardo che lui era devotissimo di
quella "Madonnella", perché lì, negli anni
precedenti, c'era una bettola, e lui lì si beveva un paio di bicchieri di vino e faceva riposare il suo mulo. Don Leopardo commentava
che quel carrettiere era devoto non dell'acqua santa, ma del... vin santo!
RANUCCI
GUERRA
E PACE
L'Italia dichiarò guerra all'Impero AustroUngarico il 24 Maggio 1915. E fu la Prima
Guerra Mondiale.
L'atteggiamento del popolo, fu, in genere,
positivo, anche se poi ci furono reazioni
imprevedibili dopo Caporetto (i disertori, i
processi ai Generali...). Oggi, a distanza di 80
anni, quelli che vissero quella esperienza
sono scomparsi quasi tutti; anche dei "ragazzi del '99"...se ne è perduta la razza!
Poi la Guerra finì, scoppiò... la pace;
l'Austria scomparve come potenza dominante dell'Europa... ma il verme della vendetta
fece scoppiare, nel 1939, la Seconda Guerra
Mondiale, e furono guai ancora più gravi.
Risale agli anni della Prima Guerra Mondiale
un fatto, per lo più ignorato dalla storiografia
contemporanea e che vale la pena di ricordare. Il Consiglio Comunale di Monte Porzio
Catone (Roma), formato da tutti liberali dell'epoca, appena l'Italia dichiarò la guerra
all'Austria, fu subito convocato d'urgenza
dal Sindaco, e all'unanimità, i bravi consiglieri non solo si associarono e plaudirono
alla iniziativa del Regio Governo, ma fecero
di più: dichiararono pur essi guerra
all'Austria. Il fatto comico fu che la Giunta
Provinciale Amministrativa dell'epoca
approvò la delibera, e così la guerra tra
Monte Porzio Catone e l'Austria divenne atto
pubblico. La Comunale Amministrazione
compì certamente un atto illegittimo, non
rientrando nelle competenze della Civica
Amministrazione la dichiarazione di guerra,
ma la Giunta provinciale lo fece ancora più
grosso non respingendo quella delibera. Nel
contesto, però, dell'entusiasmo generale
imperante, nella prospettiva di liberare
Trento e Trieste e di raggiungere i confini
naturali dell'Italia, i due fatti passarono inosservati e nessuno pensò a quel che poi sarebbe successo. Venne il 4 di Novembre del
1918: fu firmata la pace e, tra Italia e Austria,
iniziarono nuovi rapporti di amicizia e collaborazione. L'Amministrazione di Monte
Porzio Catone dimenticò di revocare la
dichiarazione di guerra, la delibera patriottica fu ignorata, e lo stato di guerra, anche se
non guerreggiata, continua ancora. È guerra
aperta: peggio che la "Secchia rapita"!. Pare
che di cittadini Austriaci, turisti in Italia, a
Monte Porzio Catone non se ne vedano!
"E che so' scemi gli Austriaci! Fusse che l'attuale Sindaco li fa arrestare e li tiene poi prigionieri di guerra soggetti alla normativa
internazionale?"
RANUCCI
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