Una terra complessa. Una storia da scoprire. Viaggio studio in Ucraina 21-31 agosto 2011
A cura di Pro Forma Memoria – www.proformamemoria.it
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Tracce per gli incontri di
approfondimento
a cura di Francesco Maria Feltri
UNA TERRA COMPLESSA. UNA STORIA DA SCOPRIRE
Viaggio studio in Ucraina
I edizione
21-31 agosto 2011
A cura di:
www.proformamemoria.it
Questa dispensa fa parte del materiale che viene fornito ad ogni partecipante al
viaggio-studio.
Le letture scelte dal prof. Francesco Maria Feltri integrano le conversazioni di
approfondimento che, abbinate alla visita ai luoghi, rendono il viaggio studio
unʼesperienza emotivamente coinvolgente e, al contempo, di alto profilo scientifico.
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Una terra complessa. Una storia da scoprire. Viaggio studio in Ucraina 21-31 agosto 2011
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LO STATO NORMANNO DI KIEV
La più antica testimonianza della storia russa antica riguarda Kiev, che nellʼalto Medio Evo
fu il centro di un importante stato mercantile. Fondato da mercanti svedesi, esso prosperava grazie
alla sua capacità di mettere in collegamento il Nord scandinavo con il Mediterraneo bizantino e
musulmano.
Verso lʼ882, il principe Helgi (Oleg) riunì sotto la sua autorità i due punti estremi della via
greca, Holmgard (Novgorod) e Kiev. Kiev divenne allora capitale nonché centro
dellʼorganizzazione commerciale. La scelta di questa città fu dettata dal fatto che i normanni non
incontravano alcuna difficoltà nel trasportare per fiume le merci riscosse come tributi in ogni parte
della Russia e destinate a Costantinopoli, in quanto tutta la zona occidentale della Russia si
trovava sotto il loro controllo. Il viaggio da Kiev al mar Nero, invece, presentava maggiori pericoli,
perché le merci dovevano attraversare una steppa infestata da predoni nomadi. Ogni primavera,
non appena i ghiacci dei fiumi si rompevano, i tributi venivano atti confluire a Kiev dai vari punti di
raccolta locale. In maggio veniva allestita la grande flottiglia annuale, e in giugno le navi, cariche di
mercanzie e di schiavi, salpavano da Kiev e, sotto scorta, discendevano il corso del Dnepr. La
parte più rischiosa del viaggio era rappresentata da un tratto di rapide tra massi di granito, 40-105
km a sud di Kiev. Come racconta lʼimperatore [bizantino – n.d.r.] Costantino VII Porfirogenito, i
normanni avevano imparato a passare le prime tre rapide, ma quando arrivavano alla quarta,
erano costretti a scaricare le merci e procedere a piedi. Le navi, per alcuni tratti, venivano in parte
trainate e in parte portate a spalla. Alcuni normanni aiutavano a trasportare le merci, altri
sorvegliavano gli schiavi e altri ancora stavano allerta, pronti a sventare eventuali attacchi nemici.
La flotta poteva dirsi in salvo solo dopo avere superato lʼultima rapida e reimbarcato uomini e
merci. Lʼimportanza di Kiev e la ragione per cui era stata scelta come capitale dei commerci
normanni in Russia è dunque evidente: Kiev svolgeva la duplice funzione di deposito principale dei
tributi raccolti in tutta la Russia, e di porto da cui le merci venivano trasbordate sotto scorta fino alla
destinazione finale.
Così, il primo stato di slavi orientali si costituisce quasi come sottoprodotto del commercio
tra due popoli stranieri, i normanni e i greci. Il potere supremo sulle città fortificate e i territori
circostanti venne assunto da una dinastia che affermava di discendere dal principe scandinavo
semileggendario Hroererekr o Roderick (per le cronache russe Rjurik). Il capo della dinastia, il gran
principe, svolgeva le sue funzioni a Kiev, mentre i suoi figli, i parenti e i membri principali del suo
seguito controllavano le città di provincia. Nonostante lʼespressione stato di Kiev evochi
unʼimmagine di entità territoriale familiare nella storia normanna in Francia, in Inghilterra o in
Sicilia, non è niente di simile. Lo stato normanno in Russia, invece, ricordava piuttosto le grandi
imprese mercantili europee del XVII e XVIII secolo, come la Compagnia delle Indie Orientali e della
Baia di Hudson, fondate a scopo di lucro, ma costrette ad assumere responsabilità pressoché
governative per lʼassenza di strutture amministrative nelle aree in cui operavano. Il gran principe
era un mercante par exellence, e il suo regno era essenzialmente unʼimpresa commerciale,
composta da città affiliate ma prive di vincoli stretti, le cui guarnigioni riscuotevano i tributi e
mantenevano lʼordine pubblico in maniera approssimativa.
(R. Pipes, La Russia. Potere e società dal Medioevo alla dissoluzione dellʼancien régime, Milano,
Leonardo, 1989, pp. 49-50. Traduzione di R. Martinotti)
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IDENTITÀ NAZIONALE, RELIGIONE E POLITICA IN UCRAINA
Dopo il crollo delle ideologie, e in una fase delicata come quella attuale, in cui vari stati
stanno cercando di rafforzare le basi della propria politica, la religione svolge un ruolo
determinante nelle diverse identità nazionali. Il patriarcato di Mosca non accetta lʼidea che nasca
una Chiesa ucraina autonoma e indipendente da quella russa: anche se Kiev è stata la culla
storica dellʼortodossia russa, agli occhi delle autorità ecclesiastiche moscovite è la città degli zar
lʼerede di Costantinopoli; quindi, lʼUcraina dovrebbe restare subordinata alla Russia.
Il territorio ucraino nellʼultimo decennio è stato lʼepicentro di tensioni interconfessionali nelle
quali il patriarcato di Mosca è stato direttamente coinvolto. I problemi religiosi si sono intrecciati a
quelli identitari piuttosto complessi del nuovo Stato ucraino. LʼUcraina è un paese multinazionale,
in cui sono state registrate, come presenti, più di 40 nazionalità. Si può parlare a buon diritto non di
unʼUcraina ma di più Ucraine, facendo riferimento non solo alla classica divisione fra lʼUcraina
della riva destra del Dneprʼ (pravobereznaja) e lʼUcraina della riva sinistra (levobereznaja), ma
considerando anche lʼesistenza di altre regioni ucraine con una loro identità particolare, come è il
caso della Galizia, della Transcarpazia, della Bucovina, della Crimea. Inoltre non si può ignorare la
consistente presenza di popolazione etnicamente russa, radicata in modo compatto in alcune
zone, soprattutto in Ucraina orientale e meridionale. La sostanziale affinità etno-culturale fra russi e
ucraini costituisce un ulteriore elemento di complessità. Infatti ai più di 10 milioni di russi etnici,
vanno aggiunti diversi milioni di ucraini russofoni. La questione identitaria è particolarmente
complessa. Dʼaltra parte lʼesistenza dellʼUcraina pone questioni di identità, come nessun altro degli
Stati nati dalla dissoluzione dellʼUnione Sovietica, anche alla Russia. Kiev, luogo di nascita della
Rusʼ e <<madre di tutte le città russe>>, è oggi la capitale dellʼUcraina. È un paradosso storico che
rappresenta simbolicamente la complessità della questione.
LʼUcraina ha conosciuto negli ultimi anni numerosi conflitti interconfessionali. Come è noto,
la rinascita in Galizia della Chiesa greco-cattolica ucraina, soppressa e forzatamente incorporata
nel patriarcato di Mosca nel 1946 in seguito alla realizzazione di un piano elaborato dalle autorità
sovietiche, ha generato forti tensioni fra la Chiesa cattolica e il patriarcato di Mosca. Tuttavia, la
rinascita dei greco-cattolici [= cristiani che seguono lʼortodossia, per quanto riguarda i riti e la
liturgia, ma nello stesso tempo riconoscono il papa di Roma come autorità suprema – n.d.r.] non è
lʼunica e forse nemmeno la principale delle difficoltà con cui la Chiesa ortodossa russa si è
misurata in Ucraina. Le divisioni che hanno interessato direttamente la Chiesa ortodossa
costituiscono, infatti, la sfida più importante per lʼortodossia in questo paese slavo. Tra la fine degli
anni Ottanta e lʼinizio degli anni Novanta, sono sorte in Ucraina due Chiese scismatiche: la Chiesa
ortodossa ucraina autocefala [= indipendente sia dal patriarcato di Costantinopoli che dal
patriarcato di Mosca – n.d.r.] e la Chiesa ortodossa ucraina-patriarcato di Kiev, guidata dallʼex
esarca [= vicario – n.d.r.] ucraino del patriarcato di Mosca, Filaret (Denisenko), scomunicato dalla
Chiesa russa. Queste due Chiese non sono riconosciute canonicamente legittime da nessuna altra
Chiesa ortodossa. Le due Chiese autocefale hanno goduto, in chiave antirussa, dellʼappoggio del
governo ucraino, in particolare del primo presidente ucraino, Kravcuk. Lʼobiettivo delle autorità
politiche ucraine è stato a lungo quello della costituzione di una Chiesa nazionale. <<Lʼautocefalia
– ha notato Viktor Elenskij – è considerata dallʼélite politica come un attributo necessario
dellʼordinamento statale>>. […] Il metropolita di Odessa e Izmailʼ, uno dei più fieri oppositori dei
tentativi di dividere la Chiesa ucraina dal patriarcato di Mosca, ha invece affermato: <<La Chiesa
ortodossa ucraina, che è una parte indivisibile della Chiesa ortodossa russa, costituisce una forza
seria, che lega lʼUcraina alla Russia e impedisce la trasformazione dellʼUcraina in uno Stato
antirusso>>.
Nel gennaio 2004 vi è stato un episodio significativo, che rivela quale sia il valore
geopolitico della questione ortodossa in Ucraina. Durante la visita ufficiale a Kiev, Putin, insieme
con ol presidente ucraino Kucma, ha visitato il grande santuario e monastero della città, la Lavra
delle grotte, e si è incontrato con i vescovi della Chiesa ortodossa ucraina-patriarcato di Mosca.
Nellʼoccasione il presidente russo, rivolto ai vescovi, ha pronunciato parole di rilevante valore
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politico: <<Noi sappiamo come sia difficile per voi vivere quello scisma di cui avete parlato. Non
interferendo in ciò che avviene allʼinterno della Chiesa, posso dire che con il cuore e con lʼanima
noi siamo con voi>>. Ha poi aggiunto: <<Certo in seguito alle brusche svolte storiche, in cui si sono
imbattuti i nostri popoli allʼinizio degli anni Novanta, sono sorti molti problemi e molte difficoltà. Ma
devo dire che in tali condizioni sono molto cresciuti ai nostri occhi il ruolo e il significato
dellʼortodossia per la vita spirituale dei nostri popoli>>. Nel quadro di un tale riconoscimento del
ruolo dellʼortodossia, lʼunione canonica tra la Chiesa ortodossa ucraina e il patriarcato di Mosca
svolge, secondo Putin, una funzione rilevante da un punto di vista geopolitica, come
<<componente molto importante dellʼunità dei popoli>> di Russia e Ucraina: <<Forse – ha
aggiunto il presidente russo – è quel poco che è rimasto di assolutamente unito, quel poco che noi
dobbiamo custodire con particolare attenzione, che noi dobbiamo conservare per il futuro dei nostri
figli e nipoti>>.
(A. Roccucci, <<Lʼortodossia cemento delle Russie>>, in I Classici di Limes, 3/2010, pp. 91-93. In
una prima edizione, lʼarticolo era stato pubblicato in Limes 6/2004, pp. 235-247)
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LA CATASTROFE DEL REATTORE DI CORNOBYLʼ
Il disastro di Chernobyl (in lingua russa; Cornobylʼ in lingua ucraina) segna un passaggio decisivo
nella vicenda della crisi dellʼURSS. In un primo tempo, la gravità dellʼaccaduto fu minimizzata e
tenuta nascosta, per timore che il prestigio del regime fosse colpito e compromesso. Questo
atteggiamento provocò un colpevole ritardo nellʼassunzione di misure di sgombero delle zone
colpite e nella somministrazione di cure mediche alle popolazioni.
Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986 unʼavaria nella centrale nucleare di Cornobylʼ, località
di cui in italiano si è affermato il nome russo Cernobyl, a circa tre chilometri dalla città di Pripjatʼ,
nella regione di Kiev, provocò una catastrofe ambientale che colpì lʼUcraina, la Bielorussia e la
Russia. La catastrofe fu causata da un errore umano, unito a difetti costruttivi e a dispositivi di
sicurezza inadeguati. Il fattore scatenante fu un test durante il quale il reattore 4 venne fatto
funzionare in condizione di instabilità al di fuori delle procedure previste. Quando si tentò di
spegnere il reattore, la potenza prodotta aumentò esponenzialmente, provocando un
surriscaldamento, unʼesplosione chimica e quindi la distruzione del reattore. Il rilascio di sostanze
radioattive proseguì fino al 6 maggio; la pioggia e il vento trasportarono il pulviscolo radioattivo in
Europa occidentale, dove venne rilevato. Tra luglio e novembre 1986 il reattore venne ricoperto
con un sarcofago di cemento armato. Il numero delle vittime è difficile da quantificare e il calcolo
varia da istituzione a istituzione. Le stime vanno da diverse migliaia a centinaia di migliaia di
decessi: se per lʼOMS [= Organizzazione Mondiale della Sanità – n.d.r.] sono 4mila, Greenpeace
ne stila 90mila. Decine di migliaia di bambini si sono ammalati di tumore alla tiroide. Si prevedono
inoltre migliaia di decessi per le conseguenze tardive delle radiazione, ma anche a causa di stress,
ansia, alcolismo e suicidio. Allʼincidente nucleare vengono altresì attribuite immunodeficienze,
patologie del sistema nervoso e malattie neonatali.
Nel quadro della politica energetica sovietica la centrale nucleare di Cornobylʼ, con i suoi
reattori ad acqua bollente moderati a grafite, era un simbolo di prestigio. Lʼintento era di ampliarla
e trasformarla in un impianto modello ad alte prestazioni. Il tragico evento, che impedì la
realizzazione del progetto, contribuì a inasprire fortemente la politica di informazione sovietica, per
nulla incline allʼautocritica. Inizialmente Kiev e Mosca non fecero parola dellʼincidente. Una
settimana più tardi, a Kiev, nonostante la fuga radioattiva, si tenne persino la parata del Primo
maggio, organizzata dal partito e da Scerbycʼkyj [= Volodymyr Scerbycʼkyj, segretario del Partito
comunista ucraino dal 1972 al 1989 – n.d.r.]. Anche da alcuni resoconti intenzionalmente occultati
si evince la portata dellʼincidente, che andò ben al di là delle immense devastazioni ambientali e
fece vacillare il sistema sovietico e la sua stabilità in Ucraina.
Responsabile della gestione della crisi fino al disfacimento dellʼUnione Sovietica fu il
governo di Mosca, la cui politica dellʼinformazione fino al 1988 fu improntata alla segretezza.
Mentre in Finlandia, Norvegia e Svezia era già stato registrato un aumento dei livelli di radioattività,
lʼautorità sovietica per lʼenergia atomica il 28 aprile negò lʼaccaduto. Solo la sera dello stesso
giorno la TASS, lʼagenzia stampa dellʼUnione Sovietica, riportò la notizia dellʼincidente di Cornobylʼ.
Non venne data comunicazione alcuna sulle misure da adottare per proteggere la popolazione,
sebbene il politbjuro [= lʼufficio politico, cioè il ristretto gruppo di uomini che aveva il controllo del
Partito e quindi, in URSS, dello Stato – n.d.r.] di Mosca fosse tenuto costantemente informato sulle
radiazioni fuoriuscite e le relative conseguenze. In una lettera segreta Scerbycʼkyj definì le
dichiarazioni dellʼOccidente sulla preoccupante diffusione delle sostanze radioattive <<menzogne
della propaganda borghese>>. Nel maggio 1988 vennero resi noti per la prima volta i valori di
radioattività dei generi alimentari. Solo il 20 marzo 1989 la Pravda [= il quotidiano del Partito
comunista sovietico – n.d.r.] pubblicò una mappatura raffigurante lʼentità della catastrofe e i territori
contaminati. Fra le innumerevoli responsabilità del potere politico in questa vicenda vi fu anche
lʼenorme ritardo con cui venne fatta evacuare la popolazione. I circa 45mila abitanti di Pripjat
furono evacuati solo 36 ore dopo lʼincidente, il 27 aprile 1986. La città, a 5 chilometri da Cornobylʼ,
che era stata realizzata come modello sovietico di insediamento destinato ai lavoratori della
centrale nucleare, venne completamente sgomberata. Ancora oggi è disabitata ed è ormai una
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città fantasma. Si aspettò il 2 e il 3 maggio per evacuare altri 45mila abitanti dai territori nel raggio
di 10 chilometri attorno al reattore. Il 4 maggio fu la volta di 116mila persone nel raggio di 30
chilometri. Negli anni successivi vennero trasferite almeno altre 200mila persone. Un intervento
tardivo dal punto di vista medico, se si pensa che i preparati contro lʼassimilazione di iodio
radioattivo da parte della tiroide vennero distribuiti solo il 23 maggio. […] Secondo i dati ucraini, il
numero complessivo delle persone registrate come vittime permanenti di Cornobylʼ passò da 200
nel 1991 a 64 500 nel 1997 e a 91 219 nel 2001. Eppure, nonostante lʼaccaduto, Cornobylʼ rimase
in funzione. Per gli addetti alla centrale atomica che avevano vissuto a Pripjat venne edificata la
sittà di Slavutyc, a circa 40 chilometri da Cornobylʼ. Lʼabitato è considerato una città modello,
sebbene il livello di contaminazione del suolo sia ancora molto elevato. Dopo aver concluso i lavori
di sgombero, i tre reattori ancora in attività vennero rimessi in funzione. […]
Lʼincidente nucleare scosse la vita pubblica e privata dellʼUcraina a tal punto da scatenare
profondi cambiamenti a livello politico. Lʼevento divenne il simbolo della svolta decisiva in Ucraina,
poiché lʼindifferenza dimostrata dalla nomenklatura [= lʼapparato dirigente del sistema sovietico –
n.d.r.] verso le vittime aveva messo in luce il disinteresse del potere nei confronti della
popolazione. La catastrofe di Cornobylʼ divenne quindi il catalizzatore dei movimenti di
indipendenza nazionale in Ucraina.
(K. Boeckh – E. Völkl, Ucraina. Dalla rivoluzione rossa alla rivoluzione arancione, Trieste, Beit, pp.
204-207. Traduzione di P. Budinich, R. Sandrigo e G. Bossi)
UNA TESTIMONIANZA DA CHERNOBYL
Svetlana Aleksievic (autrice di Preghiera per Chernobyl, pubblicato per la prima volta nel
2001) ha passato tre anni a interrogare persone che, a vario titolo, sono state coinvolte nella
catastrofe provocata dal reattore nel 1986. Il testo seguente è tratto da unʼintervista rilasciata da
una donna anziana, che tenacemente si ostinava a vivere in villaggio completamente deserto, a
causa della contaminazione.
La prima volta ci hanno detto che qui da noi cʼera la radiazione e noi abbiamo pensato:
sarà una malattia, chi si ammala muore, punto e basta. No, ci hanno spiegato, è una cosa che
finisce sul terreno e si infila anche sotto, ma non si può vedere. Per gli animali è diverso, la vedono
e la sentono, lʼuomo no. E invece non è vero! Io lʼho vista… Questo cesio [= elemento chimico
radioattivo, prodotto di risulta di una reazione nucleare; lʼesplosione del reattore di Chernobyl ne
disperse grandi quantità nellʼatmosfera – n.d.r.] era finito nel mio orto e cʼè rimasto finché non lʼha
inzuppato la pioggia. Ha il colore dellʼinchiostro… Era lì per terra e luccicava, a pezzetti
iridescenti… Ero venuta via un momento dal kolchoz per dare unʼocchiata al mio orto… Era un
pezzetto così, tutto blu… E duecento metri più in là, ancora un altro… Grande come il fazzoletto
che ho in testa. Ho chiamato la vicina, le altre donne, siamo corse qua e là. Per gli orti, i campi
vicini… Un paio di ettari… Solo di pezzi grossi ne abbiamo trovati quattro… Uno anche rosso…
Lʼindomani ha cominciato a piovere. Fin dalla mattina. E allʼora di pranzo erano spariti tutti. quando
sono arrivati quelli della milizia non cʼera più niente da far vedere. Abbiamo potuto solo
raccontarglielo. Erano pezzi così… (Ne mostra le dimensioni a gesti.) Come il mio fazzoletto. Blu e
rossi…
Questa radiazione non ci faceva molta paura… Se non lʼavessimo trovata nellʼorto, se non
avessimo visto comʼera, magari ci avrebbe fatto più paura, ma ormai non era più il caso. Gli agenti
della milizia e i soldati hanno messo dei cartelli davanti ad alcune case e sulla strada, e cʼera
scritto: settanta curie, sessanta curie… E a noi che da una vita campavamo delle nostre patate,
delle nostre buone cipolle, di punto in bianco sono venuti a dire che non si poteva più! Da non
sapere se ridere o piangere… Per i lavori nellʼorto ci hanno consigliato di mettere mascherine di
cotone e guanti di gomma… Ed è anche venuto uno scienziato di quelli importanti a tenere una
conferenza al circolo del villaggio per dirci che dovevamo lavare la legna… Cose dellʼaltro mondo!
Non credevo alle mie orecchie! Ci hanno ordinato di lavare le lenzuola, le federe e le tende, anche
se erano pulite… Ma se si trovavano dentro casa! nei canterani [= mobili dotati di grandi cassetti –
n.d.r.] e nei bauli! Come poteva essere entrata dentro casa questa radiazione? Dentro una casa
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con le finestre? Con tanto di porta? Da non credere! Ma andate a cercarla nella foresta o nei
campi… Hanno messo il lucchetto ai pozzi, li hanno coperti con teli di plastica... Lʼacqua è sporca,
dicevano… Ma dovʼè che è sporca, se è lʼacqua pura di sempre! Hanno detto un sacco di
scemenze. Morirete tutti… Bisogna andar via… Cʼè lʼordine di evacuazione… La gente sʼè
spaventata… Sʼè presa paura… Alcuni hanno cominciato a sotterrare i loro beni. Anchʼio ho fatto i
miei preparativi… I diplomi di merito per i tanti anni di onesto lavoro e i pochi soldi che avevo
messo da parte. Ma provavo una pena! Una pena che mi rodeva il cuore! […] Perché partire poi?
È un bel posto! È tutto un germogliare e un fiorire. Dal moscerino al grosso animale, tutto vive.
Per lei, cercherò di ricordare ogni cosa… Gli aerei vanno avanti e indietro. Tutti i giorni.
Bassi sulle nostre teste. Volano verso il reattore. Verso la centrale. Uno dopo lʼaltro. Da noi è in
corso lʼevacuazione. La migrazione. I soldati danno lʼassalto alle nostre case. La gente si è chiusa
dentro, si nasconde. Il bestiame muggisce, i bambini piangono. La guerra! E il sole splende
placido… Io aspetto in casa senza uscire, ma non chiudo a chiave. I soldati bussano: <<Allora,
padrona, sei pronta?>>. Io chiedo loro: <<<<Mi porterete fuori legata mani e piedi?>>. Restano un
poʼ lì, senza dire più niente, poi se ne vanno. Erano giovani giovani. Dei ragazzini! Le donne si
erano buttate in ginocchio davanti alle case, li avevano supplicati, ma i soldati le avevano prese
per le braccia, una dopo lʼaltra, e caricate sugli autobus. Io però li avevo minacciati, a ogni buon
conto: il primo che mi avesse toccato o avesse tentato di afferrarmi, si sarebbe preso una
bastonata. Li avevo anche insultati! E pesantemente! Ma senza piangere. Quel giorno non avevo
pianto.
Me ne sto seduta in casa. prima gridavano. E come se gridavano! Poi sʼè fatto silenzio… E
tutto è diventato calmo… Quel giorno io… Io quel giorno non sono uscita di casa… Me lʼhanno
raccontato: una colonna di persone… Una colonna di bestiame. Come in guerra! […] E tu, tesorino
mio, hai capito la mia tristezza? La porterai alla gente, ma forse io non ci sarò già più. Mi
troveranno sotto terra… Sotto le radici.
Zinaida Evdokimonva Kovalenko, residente non autorizzata
(S. Aleksievic, Preghiera per Chernobylʼ, Roma, Edizioni e/o, 2007, pp. 45-53. Traduzione di S.
Rapetti)
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LA GRANDE CARESTIA DEL 1932-1933
Lo storico russo Viktor Kondrashin ha esaminato a fondo le principali fonti che permettono
di ricostruire il terribile holdomor, lo sterminio per fame che le autorità sovietiche attuarono per
piegare i contadini delle regioni in cui lʼopposizione alla collettivizzazione delle campagne era stata
più forte. Oltre ai materiali conservati negli archivi di Mosca, Kondrashin ha consultato i documenti
di 65 archivi di uffici anagrafici (indicati nel testo con la sigla ZAGS) ha raccolto la testimonianza di
617 superstiti.
La fame colpì i principali granai del paese e fu accompagnata da tutti i suoi orrori.
Innumerevoli documenti dipingono il quadro terribile della sofferenza di milioni di contadini. Gli
epicentri della fame si concentrano nelle zone cerealicole, zone di intensa collettivizzazione, dove
la situazione della popolazione affamata fu grosso modo identica. Di questo si può giudicare sulla
base dei bollettini dellʼOGPU [= la polizia politica – n.d.r.], delle relazioni dei reparti delle Stazioni di
macchine e trattori, della corrispondenza delle amministrazioni locali con il centro, delle
testimonianze personali. In particolare, abbiamo verificato che nel 1933 in Povolia alcuni centri di
popolazione della regione del Basso-Volga, come il paese di Ivlevka della provincia di Atkarsk, il
villaggio Staryje Grivki della provincia di Turkovsk, il kolchoz Sverlov del comune di Semyonovo del
cantone di Fedorovo rimasero quasi totalmente disabitati. Abbiamo scoperto numerosi casi di
cannibalismo e di seppellimento in fosse comuni delle vittime della fame nei villaggi delle regioni di
Saratov, Penza, Samara, Volgograd. Come è noto, questo avvenne nello stesso modo in Ucraina,
nella regione del Don e in Kuban.
Esistono dei dati ufficiali registrati dagli Uffici di ZAGS [= Registrazione degli atti di stato
civile – n.d.r.] sulla mortalità per fame della popolazione rurale negli anni 1932-33. Noi non
condividiamo lʼopinione diffusa nella storiografia sullʼassenza di informazioni affidabili sulla
mortalità nelle province soggette alla fame dellʼURSS, dovuta allʼopera falsata degli organi di
registrazione. Lʼanalisi da noi condotta sulla documentazione primaria di 65 archivi di ZAGS
provinciali e di 4 regionali, sparsi sul territorio che nel 1933 faceva parte delle regioni del BassoVolga e del Medio-Volga, dimostra convincentemente il dato di unʼalta mortalità per fame e
malattie ad essa conseguenti nel periodo osservato sul territorio in questione. Lo stesso fatto viene
attestato dalla presenza di un calo del livello di natalità nel 1932-34 nelle regioni studiate. Lʼanalisi
di libri di registrazione degli atti di stato civile contenuti negli archivi di ZAGS relativamente alla
morte in 895 comuni rurali nel periodo dal 1927 al 1940 dimostra che il livello di mortalità della
popolazione registrato nel 1933 nel Basso-Volga superò il livello del 1931 di 3,4 volte, di 3,3 volte
quello del 1932, nel Medio-Volga rispettivamente nel 1931 di 1,5 volte, nel 1932 di 1,8 volte. Il fatto
che il brusco rialzo della mortalità nel 1933 e la caduta della natalità della popolazione rurale
fossero determinati dalla fame presente, è attestato dalle note scritte negli atti di morte sulla causa
del decesso, direttamente o indirettamente riguardante la fame. Innanzi tutto nei registri degli atti di
morte si trovano dirette attestazioni sulla morte dei contadini nel 1933 per fame. In particolare, alla
voce dellʼatto di morte Cause della morte si trovano note del tipo: morto per fame, per sfinimento,
per affamamento, e così via. Negli archivi di ZAGS studiati abbiamo trovato 3296 annotazioni di
simile contenuto. Sulla presenza della carestia e sul livello delle difficoltà in cui si trovano le
campagne testimoniano le note esistenti negli atti di morte del 1933 sulla morte dei contadini per
malattie agli organi dellʼapparato digerente. In particolare, alla voce causa della morte sono
ampiamente diffuse annotazioni del tipo: sfinimento dello stomaco, infiammazione dellʼintestino,
dissenteria di sangue, avvelenamento da surrogati, e così via. Esse illustrano in modo convincente
un tratto caratteristico della calamità della fame: la morte degli affamati a causa dellʼutilizzo come
cibo di vari surrogati. I documenti degli archivi di ZAGS fissano innumerevoli casi di contadini morti
nel 1933 per malattie quali tifo, dissenteria, idropisia, malaria, costante corollario delle carestie. In
tal modo, la statistica demografica di ZAGS univocamente testimonia dellʼenorme sciagura della
fame su grandissima scala, confrontabile per le principali regioni agrarie dellʼURSS.
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Come mostrano le fonti studiate, la carestia nei suoi epicentri allo stesso grado colpì i centri
con popolazione russa e non russa e non ebbe una particolarità nazionale, ovvero non si indirizzò
contro un solo popolo. […] Il grado di acutezza della fame dipese dalla disposizione territoriale dei
villaggi nella regione e dalla sua specializzazione economica. Innanzi tutto nellʼepicentro della
carestia finirono i villaggi distribuiti nelle regioni che si erano specializzate nel commercio e nella
produzione cerealicola. In essi la fame colpì in egual misura russi, mordvini, ucraini e altre
popolazioni.
Contemporaneamente i documenti che sono a disposizione dei ricercatori spingono a
supporre che negli anni di forte collettivizzazione e di holodomor il regime staliniano ebbe una
motivazione particolare in rapporto allʼUcraina: lʼintenzione di sopprimere definitivamente in essa il
movimento nazionale. LʼUcraina, che si trovava nella zona di forte collettivizzazione, saltava agli
occhi nel generale complesso dellʼURSS per lo storico movimento di liberazione nazionale ed
anche per la sua posizione di frontiera. […] Tuttavia, a nostro parere, il fattore nazionale non fu il
motivo principale nella politica di Stalin in Ucraina nel 1930-33. Alla base della crisi della fame
nella Repubblica, così come nelle altre regioni cerealicole dellʼURSS, fu la politica di
collettivizzazione e di requisizione. Il fattore nazionale fu accessorio. Il regime staliniano
semplicemente sfruttò la situazione per risolvere anche questo problema. Esattamente così era
stato nel periodo della carestia del 1921-22, quando la dirigenza bolscevica, sotto pretesto degli
aiuti agli affamati, punì i ministri del culto dissidenti, che si opponevano alla confisca del patrimonio
delle chiese.
(V. Kondrashin, <<La carestia del 1932-33 in Russia e in Ucraina: analisi comparativa (cause, dati,
conseguenze)>>, in G. De Rosa – F. Lomasto (a cura di), La morte della terra. La grande
“carestia” in Ucraina nel 1932-33, Roma, Viella, 2004, pp. 61-64)
APPELLO ANTISOVIETICO UCRAINO
In data 18 febbraio 1932, il Vice-Console italiano a Kharkov, in Ucraina, scrisse ai suoi
superiori di aver ricevuto un anonimo appello di aiuto alle potenze straniere da parte di un gruppo
di ucraini disperati per la gravissima situazione economica creatasi nel Paese a seguito della
collettivizzazione delle campagne.
Il giorno 15 corrente [= febbraio 1932 – n.d.r.], nella cassetta per lettere dirette al Consolato
Generale di Polonia in Kharkov, situata allʼesterno della palazzina da questa occupata, è stato
rinvenuto, manoscritto, un appello, diretto evidentemente a quel consolato, ma non recante alcun
indirizzo. Lʼappello dice:
<<Noi Russi, ci siamo decisi a rivolgerci a voi, gente di altri Paesi, per aiuto. Non siamo
sicuri che questa lettera arriverà in vostre mani e perciò non possiamo firmare, perché se dovesse
finire in altre mani arriverebbe la Censura “libera” del “paese della Libertà” e allora addio vita,
addio famiglia. Le parole che seguono sono profondamente sincere. Vi preghiamo di trasmetterle
ai vostri compatrioti a nome di centinaia di migliaia, che la pensano come noi. Essi sono come noi,
ma più schiacciati, più terrorizzati e perciò incapaci di farsi vivi anche così, con una lettera. [...]
Noi siamo in un sacco e non possiamo slegarci da soli. Aiutateci. Siamo pronti a marciare a
fianco di chi vorrà essere il nostro salvatore (Qui lʼappello anche se non indirizzato alla Polonia,
assume un carattere indubbiamente politico, dato che fu imbucato al Consolato di quella Rep. –
nota del Vice console). Siamo pronti a cospargere di fiori il suo cammino; anzi siamo pronti a
gettarci sotto i suoi piedi, affinché egli abbia a marciare sui nostri corpi. Meglio morire sotto i piedi
del liberatore, che del carnefice. Camminate sopra i nostri corpi, ma salvate i nostri figli.
I nostri apparenti successi, decantati dalla stampa, non sono che menzogna. Non crediate
alla maschera di tranquillità che ci è stata applicata dai nostri carnefici e che dobbiamo portare.
Non siamo comunisti che in quanto tale maschera ci sta inchiodata sulla faccia con le baionette.
[...] Fate cader a terra le maschere che siamo costretti a portare, slegate il sacco in cui siamo
chiusi. [...]
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Una terra complessa. Una storia da scoprire. Viaggio studio in Ucraina 21-31 agosto 2011
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Noi che scriviamo queste righe, siamo parecchi, ma rappresentiamo milioni, che invocano
da voi la salvezza. Fate in modo che questo appello sia inteso dal mondo e che la gente che ha
ancora qualche sentimento umano ci salvi da questa vita dʼincubo.
Tutto ciò che la stampa scrive è menzogna. Nei villaggi noi moriamo di fame. Il bestiame ed
i cavalli crepano per mancanza di foraggio. Agli uomini portano via fino allʼultimo copeco [=
centesimo – n.d.r.]. Le lacrime delle nostre mogli e figli vi ripagheranno, assieme alle nostre
lacrime di riconoscenza.
Basta che andiate fuori di Kharkov, per persuadervi della verità di quanto abbiamo qui
esposto.
Non crediate che questa lettera sia stata scritta da gente che ha perduto qualche cosa
causa la rivoluzione. Noi siamo alcuni poveri maestri di campagna, alcuni operai, provenienti da
poverissime famiglie, ed un gruppo di contadini che vi scrivono quanto, volendo, potete constatare.
Salvateci noi saremo con voi. Dateci un capo e liberateci, se non per noi, per i nostri figli. Fate in
modo che questa nostra lettera disinganni il mondo. Vi preghiamo per i nostri figli. [...]
Il R. Vice Console Sergio Gradenigo
(A. GRAZIOSI (a cura di), Lettere da Kharkov. La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord nei
rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33; Torino, Einaudi, 1991, pp. 86-90)
RAPPORTI DELLʼAMBASCIATORE ITALIANO A MOSCA
Negli anni 1930-1934, i diplomatici italiani tennero costantemente informato Mussolini della
situazione politica, sociale ed economica dellʼURSS. I due testi che riportiamo sono del 1933,
lʼanno della grande carestia che investì soprattutto lʼUcraina e la regione del Caucaso
settentrionale.
Ambasciata dʼItalia
N. 2769/1388
Mosca, 20 giugno 1933 – Anno XI
Reputo opportuno far seguire alle notizie di dettaglio inviate a proposito della carestia
nellʼUrss per questa o quella regione un quadro generale della situazione.
Come già nello scorso anno, ma in proporzioni assai più vaste, la carestia si fa sentire in
questi mesi che precedono il raccolto con particolare intensità e, benché non ufficialmente
proclamata, costituisce lʼelemento dominante dellʼattuale situazione sovietica. [...]
A parte lʼampiezza del territorio colpito (è relativamente salvo questa volta soltanto un
piccolo tratto del territorio superiore del Volga, perché più intensamente industrializzato), occorre
rilevare per rendersi conto della gravità della situazione odierna, della diversità delle sue origini da
quella del 1921. Si trattava allora infatti di contadini che, costretti a tralasciare ogni coltura durante
lʼimperversare della guerra civile oppure spossessati, si erano trovati poi nellʼimpossibilità di ridare
vigore allʼagricoltura. Domato il flagello, al che non poco contribuirono le spedizioni straniere di
soccorso, il contadino si trovò finalmente di fronte alla speranza di lavorare la propria terra quale
gli era stata promessa dai bolscevichi fin dal 1917. La ripresa fu infatti rapida e pressoché
generale sicché già nel 1923 la Russia poteva riprendere le esportazioni di grano.
La ragione prima della carestia attuale va invece ricercata nel disinteresse del contadino a
lavorare una terra non più sua [a seguito della collettivizzazione delle campagne – n.d.r.] e nella
sua resistenza a dare allo Stato il frutto del proprio lavoro. Le promesse del 1917 non sono state
mantenute e il governo bolscevico si trova ora, a detta dei suoi stessi organi, di fronte ad una
opposizione sorda ed invisibile che forse soltanto con lʼavvento di nuove generazioni educate alla
comunista potrebbe essere del tutto domata e sconfitta.
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I rapporti dei RR. [= regi – n.d.r.] Consoli [= funzionari incaricati di tutelare allʼestero gli
interessi di un determinato Stato, in questo caso lʼItalia; a differenza degli ambasciatori, che
risiedono in una capitale straniera, i consoli operano in città periferiche – n.d.r.] in Kharkov e
Novorossijsk [città dellʼUcraina e del Caucaso settentrionale – n.d.r.], che ripetono le identiche
visioni riferite in pari tempo dagli altri Consoli stranieri ai loro governi, sono di una apocalittica
semplicità. La popolazione muore falciata dalla <<malattia della fame>> resa tanto più crudele e
terribile dalla assoluta, voluta mancanza di qualsiasi soccorso.
La carestia, ho già detto, non esiste ufficialmente e pertanto le torme di donne, di bimbi, di
uomini, che cercano di che sostentarsi, sono ridotte a frugare fra i rifiuti più indescrivibili quanto
possa loro ricordare il cibo. Paglia, corteccia dʼalbero, foglie, sterco persino vengono adoperati
senza che nessuno possa sperare nel soccorso e neppure nel compianto dei suoi simili e dello
Stato. Gli affamati infatti non vengono considerati vittime di una tragedia, ma vittime della loro
stessa colpa in quanto nemici della nuova costruzione socialistica. [...]
Nellʼattuale momento adunque, più di un terzo del territorio della Russia Europea, e
precisamente la parte più fertile di esso, è in piena, gravissima carestia, che minaccia direttamente
50 milioni di persone, mentre i rimanenti due terzi, senza potersi dire <<tecnicamente>> affamati,
vivono una vita misera e grama.
Secondo i calcoli dellʼufficio agrario di questa Ambasciata di Germania [= dellʼambasciata
tedesca a Mosca – n.d.r.], nei primi sei mesi del 1933 la carestia avrebbe ucciso [...] almeno tre
milioni di persone e, fenomeno molto più impressionante, il ritmo dei decessi tenderebbe a
diventare più celere in considerazione della minore resistenza offerta dagli organismi alle difficoltà
dellʼesistenza.
Attolico
R. Ambasciata dʼItalia
Telespresso n. 3953/1494
Mosca, 11 luglio 1933 – Anno XI
Il Dott. Schiller, addetto alla locale Ambasciata germanica per le questioni agricole è
recentemente tornato da un viaggio in Ucraina durante il quale ha percorso in automobile più di
4500 km. Contemporaneamente è giunto a Mosca chiamatovi da questo ambasciatore di
Germania il dott. Dittlof Direttore della Concessione agricola tedesca della Drusag nella regione fra
il Kuban ed il Caucaso settentrionale.
Da essi ho potuto raccogliere interessanti notizie sulla situazione generale delle zone
agricole di maggiore importanza per lʼUrss.
Secondo il dott. Schiller la situazione alimentare in cui versa la popolazione ucraina ha
ormai raggiunto un minimo al di là del quale non potrà più scendere. Egli ha mostrato fotografie, da
lui prese, di villaggi in cui si scorgono per le strade i cadaveri ancora insepolti di abitanti morti per
fame, di interni di capanne con dentro cadaveri di bimbi abbandonati perché incapaci di fuggire ed,
orribile a dirsi, come già nel 1921, di corpi umani tagliati a pezzi.
Il numero dei morti e la fuga delle popolazioni, sono i due fenomeni che più colpiscono
lʼosservazione. Dal calcolo delle percentuali dei decessi raccolte nei distretti e nelle città di
Kharkov, Kiev, Orel e Kursk, nel periodo settembre 1932 – giugno 1933, si raggiungerebbe la
fantastica cifra, destinata ad accrescersi nei mesi ulteriori, di sei milioni di morti.
Quanto alla fuga delle popolazioni essa avrebbe già raggiunto il suo massimo nellʼautunno
scorso e sarebbe ormai in forte diminuzione. Le leggi sulla fissazione dei contadini della terra (13
sett. u.s.), quella sui furti agrari (8 agosto u.s.), quella infine sui passaporti (4 dic. u.s.) la
aumentata sorveglianza poliziesca nelle campagne ed i divieti di acquistare i biglietti ferroviari
avrebbero notevolmente arginato questo esodo senza meta.
Fermati nei loro villaggi e impossibilitati a ricorrere alla elemosina delle città ormai ridotte
esse stesse in pessime condizioni e assolutamente privati di ogni soccorso, ai contadini
dellʼUcraina non è stata lasciata altra scelta che quella di lavorare per il governo per ottenere un
minimo di cibo, o morire letteralmente di fame.
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In questo, secondo il dott. Schiller, starebbe il segreto della rinascita della agricoltura
ucraina che, ridotta nello scorso anno in condizioni deplorevoli per lʼincuria e il sabotaggio delle
masse rurali, si presenta questʼanno in buone condizioni e fa prevedere ottimo raccolto. Le cattive
erbe sarebbero state estirpate, il grano ben seminato, maggiori cure rivolte al bestiame che per
moltissimi piccoli proprietari ha finito per rappresentare lʼultima salvezza.
La grande abilità del governo è consistita dunque nellʼaver saputo usare lʼarma della
carestia. I contadini stremati di forze muoiono talvolta sul lavoro, ma rendono colla forza della
disperazione quel tanto che basta per aiutare lʼopera della massa. [...]
B. Attolico
(A. GRAZIOSI (a cura di), Lettere da Kharkov. La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord nei
rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33; Torino, Einaudi, 1991, pp. 174-180 e 192-193)
LE MEMORIE DI UN ATTIVISTA COMUNISTA IMPEGNATO NELLA REQUISIZIONE DEL
GRANO IN UCRAINA
Tratto dalle memorie di Lev Kopelev, il testo mostra con chiarezza la mentalità degli attivisti
comunisti russi, che nel 1932-1933 furono inviati da Stalin in Ucraina a requisire tutto il grano
disponibile. Il risultato fu una terribile carestia (holodomor), che provocò 5 o 6 milioni di morti. Dopo
il crollo del comunismo e lʼindipendenza del paese, la memoria dello sterminio per fame permesso
o addirittura voluto da Mosca è un elemento decisivo dellʼautocoscienza nazionale ucraina.
Come tutti quelli della mia generazione, credevo fermamente che il fine giustificasse i
mezzi. Il nostro grande obiettivo era il trionfo universale del comunismo, e per raggiungere tale
obiettivo era permesso tutto: mentire, rubare, distruggere centinaia di migliaia, e perfino milioni di
persone, tutti quelli che ostacolavano o avrebbero potuto ostacolare il nostro lavoro, chiunque vi si
frapponesse. Ed esitare o dubitare di ciò significava cedere alla <<schizzignosità intellettuale>> e
allo <<stupido liberalismo>> proprio delle persone che <<non distinguono una foresta
dallʼalbero>>. Questo è il modo in cui io e tutti quelli come me ragionavamo, anche quando [...] vidi
cosa significasse la <<collettivizzazione totale>>, come si <<kulakizzasse>> [= come si procedeva
alla individuazione di un kulako, da deportare – n.d.r.] e <<dekulakizzasse>> [= come si procedeva
alla liquidazione dei kulaki – n.d.r.], come si spogliassero i contadini senza pietà nellʼinverno 19321933. Io stesso presi parte a tutto ciò: ho battuto le campagne, ho cercato il grano nascosto,
percuotendo il terreno con una mazza di ferro per vedere se vi avevano seppellito il grano. Ho
svuotato le madie dei vecchi contadini, sordo alle grida dei bambini e ai lamenti delle donne. Ero
convinto di star compiendo la grandiosa e necessaria trasformazione delle campagne, che in
futuro la gente che viveva lì sarebbe stata meglio grazie a ciò, che i loro dolori e loro sofferenze
fossero il risultato della loro ignoranza o delle macchinazioni del nemico di classe, che coloro che
mi avevano mandato, e io stesso, sapessimo meglio dei contadini come essi dovessero vivere,
cosa essi dovessero seminare, e quando dovessero arare.
Nella terribile primavera del 1933 vidi la gente morire di fame. Vidi donne e bambini con il
ventre gonfio, che diventava blu; respiravano ancora, ma i loro occhi erano spenti, privi di vita. E
cadaveri, cadaveri avvolti in laceri pastrani di pelle di pecora, e miseri stivali di feltro; cadaveri nelle
capanne, tra la neve quasi sciolta del vecchio Vologda che scorreva sotto i ponti di Charʼkov [città
dellʼUcraina – n.d.r.] [...]. Vidi tutto questo e non uscii di senno, né mi suicidai. Né maledii quelli che
mi avevano mandato lì a portar via il grano ai contadini dʼinverno, e in primavera a persuadere
quella gente che a stento si reggeva in piedi, ridotta pelle e ossa o con le membra gonfie, ad
andare nei campi per <<realizzare il piano bolscevico per la semina con metodi da lavoratore
dʼassalto>>.
E non persi la mia fede. Come prima, io credevo perché volevo credere.
(R. Conquest, Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica, Roma, Liberal
Edizioni, 2004, pp. 269-270. Traduzione di V. de Vio Molone e S. Minucci)
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KIEV: LʼORDINANZA DEL 28 SETTEMBRE 1941
In previsione del grande eccidio di Babi Yar, i tedeschi affissero unʼordinanza che ordinava
agli ebrei di radunarsi, il giorno seguente, allʼangolo tra due strade di Kiev. Lʼordinanza fu
predisposta in fretta. Un testimone ricorda che era stampata su una brutta carta da pacchi grigia;
inoltre, mentre esistevano due strade che si chiamavano Melnikov e Degtjarev, nessuna via della
capitale ucraina portava i nomi presenti nellʼordinanza tedesca.
Tutti gli ebrei residenti a Kiev e dintorni sono tenuti a presentarsi alle 8 di lunedì 29 settembre 1941
allʼangolo tra via Melnikovsky e via Dokturov. Dovranno portare con sé i documenti, denaro e
valori, oltre a vestiti pesanti, biancheria, ecc.
Chi non osserverà queste disposizioni e verrà sorpreso altrove sarà fucilato.
Tutti i civili che entreranno nelle abitazioni lasciate dagli ebrei o ne asporteranno qualsivoglia
oggetto saranno fucilati.
(R. Rhodes, Gli specialisti della morte. I gruppi scelti delle SS e le origini dello sterminio di massa,
Milano, Mondadori, 2005, pp. 123-124. Traduzione di C. Lazzari)
LA PARTENZA DA KIEV E LʼECCIDIO, IN UNA RICOSTRUZIONE RUSSA
Allʼalba del 29 settembre, migliaia di ebrei si radunarono, convinti di partire per essere
reinsediati, e certo del tutto inconsapevoli dellʼintenzione nazista di eliminarli in massa. I testimoni
ricordano una fiumana enorme di persone, che lentamente uscì dalla città, diretta verso il burrone
denominato Babij Jar. Il passo seguente è tratto dal Libro nero, un accurato resoconto della Shoah
in URSS predisposto da V. Grossman e I. Erenburg. I passi in corsivo furono cancellati dalla
censura (che comunque, in un secondo momento, vietò la pubblicazione di tutto il testo).
Alle prime luci del 29 settembre 1941 gli ebrei di Kiev iniziarono a muoversi a poco a poco da ogni
parte della città in direzione del cimitero ebraico di via Lukjanovskaja. Molti si aspettavano che li
attendesse un trasferimento in qualche città di provincia. Ma alcuni lʼavevano ormai capito: Babij
Jar significava la morte. Per questo si ebbero quel giorno tanti suicidi.
Le famiglie avevano cotto il pane per il viaggio, cucito zaini a spalla, noleggiato veicoli e carri. I
vecchi, uomini e donne, procedevano sorreggendosi lʼun lʼaltro. Le madri tenevano in braccio i
neonati o spingevano le carrozzine. La gente trascinava sacchi, fagotti, valigie e casse. I bambini
seguivano da vicino i genitori. I ragazzi non avevano quasi nulla, mentre gli adulti avevano cercato
di portare con sé il più possibile. I vecchi, pallidi e gementi, venivano sorretti dai nipoti. Infermi e
malati, avvolti in coperte e lenzuoli, erano trasportati in barella dai congiunti.
La folla procedeva in colonne ininterrotte lungo la via Lʼvovskaja, mentre i marciapiedi erano
presidiati dai tedeschi di pattuglia. Dal primo mattino sino a notte inoltrata affluì sulla carreggiata
un così gran numero di persone che attraversare la Lʼvovskaja risultava problematico. Questa
marcia di morte durò tre giorni e tre notti. La città ammutolì. Da via Pavloskaja, via Dimitrievskaja,
via Volodarskij e via Nekrasov la gente si riversava nella Lʼvovskaja come affluenti che si gettano
in un fiume.
La Lʼvovskaja prosegue in via Melnik, da dove ha inizio un territorio desolato di colline brulle e gole
in ripida pendenza: Babij Jar. A mano a mano che la fiumana di gente si avvicinava a Babij Jar, il
mormorio cresceva, mescolandosi a gemiti e sospiri. Cʼerano delle scrivanie allʼaperto. La folla,
ferma in attesa alla barriera innalzata dai tedeschi al termine della strada, non poteva vederle. Dal
corteo venivano fatte uscire e condotte sotto sorveglianza a farsi “registrare” dalle trenta alle
quaranta persone per volta. Dovevano consegnare i documenti e gli oggetti di valore. I documenti
venivano buttati per terra (testimoni oculari raccontano che il posto era ricoperto da uno spesso
strato di cartacce, documenti dʼidentità e libretti di lavoro strappati). Quindi i tedeschi obbligavano
tutti, senza eccezione – anche ragazze, donne, vecchi e bambini –, a svestirsi completamente. I
vestiti venivano raccolti e impilati con cura. Dalle dita degli uomini e delle donne denudati venivano
strappati gli anelli. Poi i carnefici disponevano i condannati sullʼorlo di un profondo dirupo e li
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fucilavano alla schiena. I corpi rotolavano giù per il ripido pendio. I bambini piccoli venivano buttati
nel precipizio vivi Giungendo sul luogo dello sterminio non pochi impazzivano. Molti di quelli il cui
turno non era ancora venuto vennero a sapere che cosa accadeva a Babij Jar e si prepararono. I
vecchi indosarono abiti neri, si radunarono nelle case per pregare e solo in seguito si
incamminarono per via Lʼvovskaja.
La maggior parte degli abitanti di Kiev non seppe fino allʼultimo del massacro che i tedeschi
stavano consumando a Babij Jar.
(V. Grossman – I. Erenburg, Il libro nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici 1941-1945,
Milano, Mondadori, 1999, pp. 28-29. Traduzione di L. Vanni)
LʼECCIDIO DI BABIJ JAR, IN UNA RICOSTRUZIONE TEDESCA
In qualità di membro del Sonderkommando 4a, dellʼEinsatzgruppe C, Kurt Werner
testimoniò dopo la guerra e descrisse in modo particolareggiato le modalità con cui fu condotto il
massacro dei 33 771 ebrei uccisi a Babij Jar.
Lʼintero commando, ad eccezione di una sentinella, si mise in marcia quel giorno verso le 6
di mattina, diretto al luogo di queste esecuzioni. Io ero su un camion Si doveva portar via tutto
quello che era disponibile. Proseguimmo per venti minuti in direzione nord e ci fermammo su una
strada lastricata fino in aperta campagna, dove terminava. Là era riunito un grandissimo numero di
ebrei ed era stato anche disposto un luogo dove gli ebrei dovevano depositare gli abiti e il
bagaglio. Dopo un chilometro vidi una grande voragine naturale. Il terreno era sabbioso. La
voragine era profonda circa 10 metri, lunga circa 400, larga in alto circa 80 metri e in basso 10.
Subito dopo il mio arrivo sul terreno delle esecuzioni dovetti scendere con altri camerati in
questa conca. Non passò molto tempo che già i primi ebrei ci vennero condotti giù per le pareti
della voragine lungo le quali dovettero sdraiarsi faccia a terra. Nella conca si trovavano tre gruppi
di tiratori, in tutto 12. Gli ebrei venivano condotti di corsa, tutti assieme, dallʼalto verso questi
tiratori. Gli ebrei che seguivano dovevano sdraiarsi sui cadaveri di quelli precedentemente fucilati. I
tiratori stavano di volta in volta dietro gli ebrei e li uccidevano con colpi alla nuca. Mi ricordo ancora
oggi in quale stato di terrore cadevano gli ebrei che di lassù, sullʼorlo della voragine, potevano per
la prima volta scorgere i cadaveri sul fondo: molti gridavano forte per lo spavento.
Non ci si può nemmeno immaginare quale forza nervosa richiedesse eseguire laggiù quella
sporca attività. Era una cosa raccapricciante... Dovetti rimanere tutta la mattina giù nella voragine.
Lì dovetti continuare a sparare per un certo tempo, poi fui impegnato a riempire di munizioni i
caricatori della pistola mitragliatrice. Durante questo tempo furono impiegati altri camerati come
tiratori. Verso mezzogiorno fummo fatti uscire dalla conca e nel pomeriggio io, con altri, dovetti
condurre gli ebrei fino alla conca. In questo tempo altri camerati sparavano giù nella conca. Gli
ebrei venivano condotti da noi fino allʼorlo della conca e da lì correvano giù da soli lungo il pendio.
Tutte le fucilazioni di quel giorno possono essere durate all'incirca fino... alle 5 o alle 6 di sera. In
seguito fummo riportati nel nostro alloggiamento. Quella sera fu nuovamente distribuito del liquore
(grappa).
(E. Klee - W. Dressen, V. Riess, "Bei tempi". Lo sterminio degli ebrei raccontato da chi l'ha
eseguito e da chi stava a guardare, Firenze, La Giuntina, 1990, pp. 56-57. Traduzione di P.
Buscaglione Candela)
BABIJ YAR, DI E. A. EVTUSHENKO
Per molto tempo, nel dopoguerra, il governo sovietico si rifiutò di ammettere che migliaia di
persone erano state uccise dai nazisti per il solo fatto di essere ebrei. Pertanto, quando il
ventottenne poeta russo Evgenij A. Evtushenko (il 16 settembre 1961) lesse una lunga poesia
dedicata alle vittime di Babij Yar mettendo in chiaro innanzi tutto che erano israeliti, il suo testo
assunse valore polemico e, per certi aspetti, perfino eversivo.
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Nel dopoguerra Babij Jar divenne il simbolo dellʼatteggiamento minimalistico del governo
sovietico di fronte alla catastrofe ebraica. Per molto tempo non si fece pressoché allusione alla
sorte degli ebrei di Kiev. Nel 1959 lo scrittore Viktor Nekrasov denunciò con asprezza come non vi
fosse nessuna lapide a ricordare il luogo in cui erano state assassinate decine di migliaia di
persone. La sua proposta di erigervi un monumento era una esplicita protesta contro lʼintenzione
manifestata a più riprese dai poteri locali di costruire un mercato, uno stadio oppure un parco della
cultura che avrebbe ricoperto il burrone. <<A Buchenwald hanno collocato una campana, il cui
rintocco avverte che nulla di simile si deve ripetere. E a Kiev? Danze sulla tomba di chi è stato
fucilato?>>. Lʼintento di Nekrasov provocò reazioni favorevoli alla costruzione di unʼopera
commemorativa, ma è eloquente il fatto che, nel dibattito seguitone, mancasse ogni riferimento
diretto agli ebrei, mentre si parlava della necessità di rammentare il sacrificio dei cittadini sovietici
vittime del nazismo. Il comitato centrale del Partito comunista ucraino decise infine di coprire il non
luogo riempiendolo di fanghiglia, ma la diga di sbarramento cedette, il 13 marzo 1961, e lʼacqua si
riversò su alcune zone della città, causando ingenti danni e centinaia di vittime.
Il poema che il ventottenne Evgenij A. Evtushenko consacrò agli ebrei massacrati di Kiev è
lʼesempio più significativo delle tensioni in atto. <<Non cʼè nessun monumento a Babij Jar>>: è
così che il primo verso della composizione – letta per la prima volta il 16 settembre 1961 di fronte a
milleduecento studenti del Museo politecnico di Mosca – evocava i timori per lʼoblio e lʼabbandono
che circondavano il sito. Lʼopera era del tutto ortodossa dal punto di vista ideologico. Evtushenko
deplorava lʼodio razziale secondo i tradizionali dettami comunisti ed esaltava la Russia come il
paese in cui sarebbe risuonata lʼInternazionale allorquando fosse stato infine sepolto lʼultimo
antisemita sulla terra. Eppure i suoi versi, accolti come il <<grido>> di <<un giovane russo in
collera>>, sollevarono una delle bufere più gravi della storia della letteratura sovietica.
Lʼautore ricorderà in seguito, in uno scritto autobiografico, la reazione incontenibile dei suoi primi
uditori: <<Quando terminai [la lettura] cʼera un silenzio di tomba. Restai con il foglio tremolane,
preoccupato di sollevare lo sguardo. Quando lo feci, vidi che lʼintera sala si era alzata in piedi. Poi
scoppiò un applauso che andò avanti per dieci minuti buoni. La gente saltò sul palcoscenico e mi
abbracciò. Avevo gli occhi pieni di lacrime>>.
Il poema non solo riportava alla luce la persistenza dellʼantisemitismo in Russia, ma faceva vedere
gli ebrei, nel tempo e nello spazio, con un popolo e una cultura comuni, che li rendevano unʼentità
distinta. Riconoscendosi di volta in volta in un antico israelita, in Dreyfus, in un bambino di
Bialystok, in Anne Frank, Evtushenko assumeva su di sé lʼintera storia del popolo ebraico
perseguitato:
<<Oggi mi sento
Anna Frank,
limpida come un ramo in aprile.
E amo
A che servono le parole?
Mi basta
che ci si possa guardare negli occhi, tu e io.
Come sono poche le cose al mondo
Che ci è dato vedere, annusare!
Non ci sono foglie per noi,
non cʼè cielo per noi.
Eppure molto ancora ci è dato:
teneramente
abbracciarci nella camera al buio.
Qui vengono?
Non aver paura:
è il clamore della primavera
che viene.
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Avvicinati.
Presto, dammi le labbra.
Sfondano la porta?
È soltanto il disgelo…
Sopra Babij Jar non cʼè che la voce delle erbe selvagge.
Severi come giudici
Guardano gli alberi.
Qui tutto, tacendo, grida,
e io mi scopro il capo
e lentamente
mi sento incanutire.
Questo interminabile urlo senza suono
Sui mille e mille qui sepolti
Io sono.
Io sono
ogni vecchio qui massacrato.
Io sono
ogni bambino qui assassinato.
Nulla in me
può dimenticarlo.
E tuoni, tuoni lʼInternazionale
quando sarà sepolto
lʼultimo antisemita della terra!
Non ho sangue ebraico nelle vene,
ma gli antisemiti
nella loro rabbia cieca
mi odiano come se fossi ebreo.
Ed è per questo che sono
Un vero russo>>.
Il poema non poteva non risuonare come una sfida allʼantisemitismo che allora serpeggiava
negli ambienti politici e culturali. I difensori furono pochi e si pronunciarono piuttosto timidamente,
dovendo accontentarsi di far circolare – seguendo una pratica del tempo – alcune composizioni
poetiche di supporto, manoscritte e anonime. I detrattori ebbero invece immediata risonanza
pubblica.
(A. Salomoni, LʼUnione Sovietica e la Shoah. Genocidio, resistenza, rimozione, Bologna, Il
Mulino, 2007, pp. 28-31)
LE RESPONSABILITÀ DELLA WEHRMACHT
Lo sterminio degli ebrei non fu condotto solo da un gruppo ristretto di fanatiche SS. Sul
fronte orientale (e in Serbia) lʼesercito svolse un ruolo decisivo: offrì supporto logistico ai reparti
operativi della polizia, oppure, in certi casi, portò a compimento operazioni lasciate interrotte da
altre forze naziste. Quello della Wehrmacht pulita è un mito storico post-bellico, da abbandonare
definitivamente.
Nei primi giorni di agosto del 1941, circa sei settimane dopo lʼattacco tedesco contro
lʼURSS, lʼeccidio degli ebrei in territorio sovietico si allargò dallʼuccisione di uomini allo sterminio di
intere comunità. Nella cittadina di Bjelaja Zerkov (lʼodierna Bialacerkiev), a sud di Kiev. occupata
dalla 295a Divisione di fanteria del Gruppo Sud, il comandante di zona della Wehrmacht, il
colonnello Riedl, dispose la registrazione di tutti gli abitanti di origine ebraica e incaricò il
Sonderkommando 4° delle SS, una sottounità dellʼEinsatzgruppe C, di ucciderli.
Lʼ8 agosto, una sezione del Sonderkommando, guidata dallʼObersturmfuehrer August
Haefner, giunse in città. Tra lʼ8 e il 9 agosto, una compagnia delle Waffen-SS (battaglione incarichi
speciali) aggregata al Kommando fucilò tutti gli ebrei locali, stimati intorno a 800-900 persone,
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tranne un gruppo di bambini di età inferiore ai 5 anni. [...] Il 22 agosto[anche] i bambini furono
giustiziati. [...]
Lʼuccisione di adulti e bambini ebrei avveniva pubblicamente. Durante una testimonianza
resa in tribunale alla fine della guerra, un ufficiale cadetto che era stato stazionato a Bjelaja Zerkov
allʼepoca degli eventi, dopo aver descritto in macabri dettagli lʼesecuzione di un gruppo
comprendente circa 150-160 ebrei adulti, formulò i seguenti commenti:
<<I soldati sapevano di queste esecuzioni e ricordo uno dei miei uomini dire che aveva
ricevuto il permesso di prendervi parte. [...] Tutti i soldati che erano a Bjelaja Zerkov erano al
corrente di quanto stava accadendo. Ogni sera, per tutto il tempo in cui rimasi là, si udivano gli
spari dei fucili, malgrado il nemico non fosse nelle vicinanze>>.
Eventi analoghi avevano luogo lungo tutto il fronte orientale. Ai soldati regolari della
Wehrmacht veniva spesso impartito lʼordine di assistere gli Einsatzkommando nello svolgimento
dei loro compiti oppure erano soldati stessi che si offrivano volontariamente. La volonterosa
partecipazione delle truppe regolari alla campagna di sterminio, per esempio, durante lʼavanzata
della Sesta Armata nelle aree polacche un tempo sotto lʼoccupazione sovietica – in particolare a
Leopoli e a Tarnopol – e successivamente in territorio sovietico, trova ampie conferme. In alcune
aree, i comandanti delle divisioni si assunsero lʼincarico, senza alcuna sollecitazione, di
rimpiazzare i Sonderkommando o i battaglioni di polizia quando queste unità non erano
immediatamente disponibili. Così nel Commissariato Generale della Bielorussia, il comandante
della Divisione di fanteria 707 decise nei primi giorni di ottobre del 1941 di agire di propria
iniziativa. La divisione uccise in maniera rapida ed efficace e i suoi uomini fucilarono 19 000 ebrei,
in prevalenza nei villaggi e nelle piccole città. Nelle città di maggiori dimensioni, il compito fu
suddiviso tra il Battaglione di polizia di riserva II, con lʼausilio delle milizie lituane, e le unità del SD
di Minsk.
I comandanti militari non si preoccuparono di spiegare le uccisioni di donne e bambini alle
loro truppe. E neppure il feldmaresciallo von Reichenau a giudicare dal suo famigerato ordine del
giorno del 10 ottobre 1941: <<I soldati devono manifestare piena comprensione per la necessità
della dura ma giusta espiazione della subumanità ebraica>>. Hitler elogiò lʼordine del giorno e ne
sollecitò la diffusione a tutte le unità impegnate in prima linea nellʼEst. Nellʼarco di poche
settimane, il proclama di Reichenau fu imitato dal comandante dellʼUndicesima Armata, von
Manstein, e dal comandantedella Settima Armata, Hoth.
Il numero di ebrei caduti vittime della partecipazione della Wehrmacht agli eccidi è difficile
da quantificare e una stima del numero di soldati e ufficiali coinvolti nei massacri risulta
impossibile. [...] Ma cancellare una precisa rappresentazione dellʼorrore [= tralasciare per intero il
ruolo dei soldati e dei civili tedeschi, attribuendo tutte le colpe ai burocrati e alle SS – n.d.r.]
potrebbe generare una deformazione del quadro complessivo e anche una visione distorta della
storia di una società che fu macchiata dalla dimensione criminale del nazionalsocialismo più di
quanto sia stato a lungo supposto.
La sequenza finale degli eventi di Bjelaja Zerkov fu descritta da Haefner al suo processo:
<<Andai nel bosco, da solo. La Wehrmacht aveva già scavato una fossa. I bambini furono portati
là con un camion del plotone. Gli ucraini stavano intorno e tremavano. I bambini furono tirati giù dal
mezzo, collocati al di sopra della fossa e fucilati, in modo che vi cadevano dentro. Gli ucraini non
miravano a una parte particolare del corpo, ma sparavano a caso. [...] Le grida erano indescrivibili.
[...] In particolare mi è rimasta impressa nella memoria una bimbetta bionda che mi prese la mano.
Poi hanno fucilato anche lei [...]>>.
Haefner, ricordiamolo, comandava il plotone di esecuzione.
In questʼultima rapida scena, in questa totale assenza di una qualsiasi traccia di umanità, è
possibile, al di là di ogni teoria, cogliere intuitivamente attraverso un simbolo minuto e una
terrificante realtà il male caratteristico del nazionalsocialismo e il nucleo profondo degli eventi che
chiamiamo Olocausto, lo sterminio degli ebrei dʼEuropa.
(S. FRIEDLAENDER, “Massacri e società tedesca nel Terzo Reich: interpretazioni e dilemmi”, in
M.CATTARUZZA-M.FLORES-S.LEVIS SULLAM-E.TRAVERSO (a cura di), Storia della Shoah. La
crisi dellʼEuropa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo. Volume I1. La distruzione
degli ebrei, Torino, UTET, 2005, pp. 15-30)
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VASILIJ GROSSMAN SULLʼODIO ANTIEBRAICO
Durante la guerra, Vasilij Grossman scriveva per un giornale di propaganda sovietico. In
questo racconto, “Il vecchio maestro”(pubblicato nel 1942) lo scrittore metteva lʼaccento sul fatto
che i tedeschi non erano riusciti ad eccitare gli ucraini contro gli ebrei.
[I nazisti] resuscitano le forze occulte, attizzano gli odi, fanno rinascere i pregiudizi. Eʼ
questa la loro forza. Dividete, eccitate e regnate. Far tornare le tenebre! Eccitare ogni popolo
contro il proprio vicino, i popoli asserviti contro quelli che hanno salvaguardato la propria libertà, gli
uomini che vivono al di là dellʼOceano contro quelli che vivono al di qua, e poi tutti i popoli della
Terra contro il popolo ebraico. Eccitate e regnate. Non che il mondo manchi di oscurantismo e
crudeltà, di superstizioni e pregiudizi! Ma si sono sbagliati. Hanno scatenato lʼodio, e ne è risultata
la compassione. Volevano suscitare una gioia malvagia, lʼaccanimento, offuscare la ragione dei
grandi popoli. Ora ho visto con i miei occhi, ho provato io stesso che lʼorribile destino degli ebrei
non fa nascere nei russi e negli ucraini che una profonda compassione; che trovandosi a subire
anchʼessi il peso del terrore tedesco, sono pronti a fare tutto quel che possono per venire in aiuto
degli ebrei. Ci proibiscono di comprare il pane, di andare a prendere il latte al mercato, e sono i
nostri vicini che si incaricano di fare queste commissioni per noi. Moltissime persone sono venute
a consigliarmi dove potermi nascondere. Molte altre mi mostrano simpatia. Certo, noto anche
lʼindifferenza. Ma lʼodio, la gioia di vederci morire, quella non lʼho incontrata tanto spesso; tre o
quattro volte in tutto. I tedeschi si sono sbagliati. I loro ragionieri hanno commesso un errore.
(V. GROSSMANN, Anni di guerra, Napoli, lʼancora, 1999, p. 23)
A distanza di tempo, riflettendo in modo più lucido sulla guerra, Grossmann mise in luce
che lʼantisemitismo era assai diffuso sia fra gli ucraini (molti dei quali si mostrarono disposti a
collaborare coi nazisti) sia fra gli stessi soldati sovietici. Riportiamo un passo della lettera che la
madre del protagonista di Vita e destino (completato nel 1960) scrive da un ghetto dellʼUcraina,
prima di essere fucilata.
Quella stessa mattina mi venne ricordata una cosa che avevo dimenticato durante gli anni
del potere sovietico, che sono ebrea. I tedeschi attraversavano la città sui camion e urlavano:
<<Juden Kaputt!>>.
Nel frattempo me lʼavevano ricordato i vicini. La moglie del portinaio era in piedi sotto la
finestra e diceva a una vicina: <<Grazie a Dio è la fine per i giudei>>. Ma perché? Suo figlio ha
sposato unʼebrea; la vecchia andava a trovare il figlio, mi raccontava dei nipoti.
La mia vicina, una vedova con una bambina di sei anni, Alenuska, dagli occhi azzurri
meravigliosi (una volta ti ho scritto di lei) venne da me e disse: <<Anna Semenovna, la prego per
questa sera di raccogliere le sue cose; io mi trasferisco nella sua camera>>. <<Va bene, allora io
mi trasferisco nella sua>>. <<No, lei si trasferirà nello stanzino dietro la cucina>>. Mi rifiutai, là non
ci sono né finestre né stufa.
Andai al Policlinico, e quando tornai risultò che avevano forzato la porta della mia camera,
le mie cose le avevano gettate alla rinfusa nello stanzino. La vicina mi disse: <<Mi sono tenuta il
divano; tanto non entrava nella sua nuova camera>>.
Ciò che stupisce è che aveva terminato le tecniche, e il marito morto era un uomo buono e
tranquillo che lavorava come contabile a Ukopspilk. <<Lei è fuori legge>> mi disse, con un tale
tono, come se questo fatto le creasse un gran vantaggio. Pensare che la sua Alenuska se ne stava
da me tutta la sera ed ascoltava le favole che le raccontavo. Questa era la sua nuova casa, la
bambina non voleva andare a dormire e la madre doveva portarla via in braccio.In quel periodo,
Vitenʼka, avevano riaperto il nostro Policlinico, avevano licenziato me e un altro medico ebreo. Io
andai a chiedere i soldi per quel mese di lavoro, ma il nuovo amministratore mi disse: <<Che vi
paghi Stalin per quello che avete guadagnato sotto il potere sovietico, scrivetegli a Mosca>>.
Lʼinfermiera Marusja mi abbracciò lamentandosi sottovoce: <<Signore, mio Dio, cosa sarà di voi,
cosa sarà di tutti voi>>. E il dottor Tkacev mi strinse la mano. Io non so che cosa ci sia di più
penoso, se la gioia maligna o gli sguardi compassionevoli con i quali si guarda un gatto rognoso
agonizzante.
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Non avrei mai pensato di provare niente di simile.
Molta gente mi stupì. E non solo gente ignorante, incattivita, analfabeta. Ecco un vecchio
pedagogo, un pensionato di 75 anni, che mi chiedeva sempre di te, mi diceva di mandarti i suoi
saluti, sosteneva <<è il nostro orgoglio>>. In quei giorni maledetti, incontrandomi, per non
salutarmi si voltava dallʼaltra parte. Poi mi riferirono che durante lʼassemblea che aveva avuto
luogo nella sede del comando militare, aveva dichiarato: <<lʼaria è diventata più limpida, ora non
puzza di aglio>>. A cosa gli serviva questo – sono parole che sporcano. E nella stessa assemblea
quante calunnie furono scagliate contro gli ebrei... Ma, Vitenʼka, certo non tutti parteciparono a
questa assemblea. Molti si rifiutarono. E sai, nella mia esperienza dellʼepoca zarista,
lʼantisemitismo era legato al patriottismo di bassa lega di gente che faceva parte della Unione
dellʼArcangelo San Michele. Ma qui ho visto che quelli che proclamano la liberazione della Russia
dagli ebrei, si umiliano davanti ai tedeschi, si comportano come dei miserabili lacché, pronti a
vendere la patria per trenta denari dʼargento. E questa gente miserabile che viene dai sobborghi, si
impossessa degli appartamenti, di coperte, vestiti; simile gente, di certo, uccideva i medici
allʼepoca dei tumulti per il colera. E poi cʼè la gente apatica, che dice di sì a ogni malvagità, perché
non si supponga che sono in disaccordo col potere.
(V. S. Grossman, Vita e destino , Milano, Jaka Book, 1998, pp. 83-84. Traduzione di C. Bongiorno)
LA LIQUIDAZIONE DEI GHETTI IN UCRAINA, NELLA RICOSTRUZIONE LETTERARIA DI V.
GROSSMAN
Nel suo imponente romanzo Vita e destino, Grossman immagina che la madre del
protagonista riesca a fargli arrivare unʼultima drammatica lettera, in cui racconta la propria
uccisione da parte dei nazisti.
Oggi è un giorno drammatico. [...] Abbiamo saputo da un contadino che passava vicino al
recinto del ghetto che gli ebrei mandati a raccogliere patate stavano scavando delle fosse
profonde, lungo la strada per Romanovka. Vitja, ricordati questo nome; là troverai la tomba di
famiglia; là giace tua madre. [...]
Dicono che i bambini sono il nostro futuro, ma che dire di questi bambini? Non è per loro
diventare musicisti, calzolai, tagliatori. E questa notte mi sono immaginata con chiarezza che tutto
questo mondo rumoroso di papà con la barba, indaffarati, di nonne brontolone, di mamme che
fanno il pan pepato al miele e cuociono colli dʼoca, questo mondo di usanze di nozze, di proverbi,
di sabati di festa, se ne andrà per sempre sotto terra, e dopo la guerra la vita ricomincerà con i
suoi rumori, e noi non ci saremo, saremo estinti, estinti come gli aztechi. [...]
E ho immaginato in modo chiaro come, quando qualcuno accanto al recinto dirà:
<<Ricordi? Qui una volta viveva un ebreo, lo stufaio Boruch; le sere di sabato la sua vecchia
sedeva sulla panchina, e intorno a lei giocavano i bambini>>, il suo interlocutore dirà: <<E là, sotto
quel pero selvatico, di solito sedeva una dottoressa (ho dimenticato il suo nome), una volta mi
curava gli occhi, dopo il lavoro portava sempre fuori la sedia di vimini e si metteva a leggere un
libretto>>. Sarà così, Vitja.
Poi una specie di alito di terrore ha attraversato i volti di tutti: abbiamo sentito che il momento era
vicino. [...] Questa lettera non è facile interromperla, è il mio ultimo discorso con te; spedendola io
me ne vado definitivamente da te; e tu non conoscerai le mie ultime ore. Questo è il nostro
definitivo distacco. [...] Vitenʼka... Ecco lʼultima frase dellʼultima lettera della mamma indirizzata a
te. Vivi, vivi, vivi per sempre.
(V. S. Grossman, Vita e destino, Milano, Jaka Book, 1998, pp. 91-94. Traduzione di C. Bongiorno)
TRA I PRIGIONIERI SOVIETICI: LA TENTAZIONE DI ARRUOLARSI NELLʼESERCITO
ANTISOVIETICO
Sia pure tardivamente, i tedeschi decisero di organizzare un esercito di volontari russi
anticomunisti, disposti a combattere contro Stalin, agli ordini del generale Vlasov. La tentazione di
arruolarsi, fra i prigionieri di guerra sovietici, era molto forte. Alcuni, semplicemente, desideravano
uscire dal lager, ma altri avevano fresca memoria dei crimini di Stalin. Il protagonista della pagina
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seguente (tenente Ersov) è figlio di un kulak deportato. Malgrado ciò, continua a ritenere che la
guerra contro la Germania devʼessere combattuto senza compromessi, pena la fine
dellʼindipendenza russa.
La notte si confidò. Parlava pacatamente. Quello che raccontava poteva essere espresso
solo con calma, si poteva dire solo in sordina. Tra le lacrime non sarebbe stato possibile arrivare
fino in fondo.
Su una cassa coperta da un giornale cʼerano le cose che aveva portato suo figlio e mezzo
litro di vodka. Il vecchio parlava e il figlio seduto accanto ascoltava.
Il padre raccontava della fame, della morte dei compaesani, e delle vecchie impazzite, dei
bambini i cui corpi erano diventati più leggeri di una balalajka, più leggeri di una gallinella.
Raccontava dellʼurlo della fame sospeso sul villaggio giorno e notte; raccontava delle casupole
inchiodate, delle loro finestre accecate.
Raccontava al figlio dei cinquanta giorni di strada percorsi dʼinverno nel carro merci col tetto
bucherellato, dei morti che erano rimasti nel convoglio giornate intere in compagnia dei vivi.
Raccontava come gli immigrati coatti andavano a piedi; le donne con i bambini in braccio.
Anche la madre malata di Ersov si era trascinata per quel tratto a piedi alla ricerca di riparo, con la
mente che già cominciava ad annebbiarsi. Raccontava che li avevano condotto in pieno inverno in
un bosco dove non cʼera né un rifugio né una capanna e che lì avevano cominciato una nuova
vita, tagliando canne e preparando giacigli con rami di pino, squagliando la neve in pentolini,
seppellendo i morti...
<<È la volontà di Stalin>> disse il padre, e nelle sue parole non cʼera né odio né offesa;
così parla la gente semplice di un destino potente che non conosce incertezza. [...]
Alle volte si chiedeva perché gli fossero tanto odiosi gli adepti di Vlasov. I manifesti di
Vlasov proclamavano quello che suo padre gli aveva narrato. Certo, lui sapeva che quella era la
verità. Ma sapeva anche che quella verità messa in bocca ai tedeschi e ai reparti di Vlasov si
trasformava in menzogna.
Sentiva, gli era chiaro, che lottando contro i tedeschi lottava per la vita russa libera, che la
vittoria su Hitler sarebbe diventata la vittoria su quelle morti da lager che avevano sterminato suo
padre, sua madre e le sue sorelle.
(V. S. Grossman, Vita e destino , Milano, Jaka Book, 1998, pp. 312-314. Traduzione di C.
Bongiorno)
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