G. L. Navicello
L’età ingiusta
© Giovanni Luigi Navicello - 2007
© Edizioni A.Car.s.r.l. - 2007
Edizioni A.Car.s.r.l.
V.le Rimembranze 43/B
20020 Lainate (MI)
Fax 02 93570317
www.edizioniacar.net
P r o p r i e tà L e t t e r a r i a R i s e rvata
ISBN: 978-88-89079-XX-X
I edizione: febbraio 2008
Collana: Brividi & Emozioni
Impaginazione e grafica: Edizioni A.Car.s.r.l.
Distribuzione Nazionale: A.L.I. srl - www.alisrl.com
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L’età ingiusta
G. L. Navicello
Giovanni LUIGI NAVICELLO
l’etÀ ingiusta
romanzo
L’età ingiusta
G. L. Navicello
Il presente racconto è solamente un’opera di fantasia.
Luoghi, personaggi o situazioni sono del tutto inventate, pertanto
ogni riferimento a cose, fatti o persone è da ritenersi del tutto casuale.
L’età ingiusta
G. L. Navicello
A Monica
L’età ingiusta
G. L. Navicello
L’età ingiusta
G. L. Navicello
PREFAZIONE
Alda Merini
Se guardiamo al titolo di questa raccolta narrante di Giovanni Luigi Navicello e di questa vicenda molto adescante diciamo che l’età ingiusta per uno scrittore è la vita. Dall’inizio
della vita fino alla conclusione dei suoi messaggi pubblici o privati il poeta narrante, cantastorie illustre, becero o mago che dir
si voglia cerca di porgere il suo dire... in questo caso in modo
mirabile, mirabile perché semplice. Se noi guardiamo a quanto
l’arte è complicata dobbiamo anche pensare che, malgrado le
fatiche onuste dei nostri artisti, l’arte nasce con un’idea, un
punto, una cosa minima e questo ragazzo, che per me si tratta
di un ragazzo, sa scrivere, sa scrivere senza dare nell’occhio. Mi
viene in mente un bellissimo titolo “Un oboe sommerso”, uno
che canta sotto le acque spesso gelide della vita o comunque
antropomorfe.
Io ho conosciuto nomi illustri come Maria Corti, Mario
Luzi, e anche, nel passato, Rainer Maria Rilke il quale in un suo
mirabile libretto raccomandava ai poeti di non scrivere e così ai
narratori, perché i padri e le madri della poesia non vogliono che
i loro figli si facciano male e allora non vadano incontro ai disinganni, a delle voci false, a dei reclami anche degli invidiosi.
Comunque non voglio sostituire gli illustri miei colleghi
ormai lontani e certamente non farò come Maria Corti, però
una parola benevola per questo autore io la spendo, anche perché è un amico dei miei amici, e colui che fa volentieri il suo
lavoro è già un benemerito della scrittura.
L’età ingiusta
G. L. Navicello
Non auguro niente a questo ragazzo se non di continuare
nel suo impegno sereno e con poco dolore. E’ tutto quello che
può augurare una donna ormai alla soglia della chiaroveggenza
che vede molto lontano, ma vede anche i triboli di questi momenti e speriamo che questi che Quasimodo chiamava “operai
del pensiero” possano costruire con le loro parole, i loro racconti,
un dialogo di pace perché la scrittura deve anche servire agli altri, deve diventare una mano che si tende verso gli altri e quindi
una cosa facile da leggere e che invade il nostro profondo.
Con augurio,
L’età ingiusta
Alda Merini
G. L. Navicello
Prologo
L’alba. Una smorta prima ora luceva. Tra le sterrate fangose si camminava ogni notte a sentire i ciuffi del riso che a
moltitudini strusciavano sui polpacci il virgulto. La fredda aria
della sera, svanita da una settimana, era il ricordo dell’inverno.
Le mani di mio padre tenevano le mie sul sentiero giacchè di
luci solo le stelle erano e, non distante, il Panaro lento andava
per l’Emilia.
La second’ora del mattino avanzava con malinconiche sfumature vermiglie che accennavano una quercia, una rondine,
un nebbioso marzo ancora acerbo. Me seduto su un troncone
spezzato poggiato all’erba. Mi sedeva lì il padre mio, sempre.
Era rifugio d’allodole riparato dai venti poiché rimaneva al lato
estremo del podere, contro una stacciata di legni usati per bruciare nei camini ed anche perché non mi potevo spostare poi
di molto mentr’egli sbarbava il trifoglio per le vacche. Quello
mattutino era il momento migliore per tagliare l’erba. Usava
una falce con manico di legno e una grossa mezzaluna terminale affilata, lunga all’incirca un metro.
L’acqua torbida a Campolongo in ottobre cresceva con le
piene e non poche volte ci obbligava a ritrarci annegando i
campi da coltivare. Il Panaro lo sentivi nei muggiti dalle stalle
che salivano lamentosi e tutti a pregare, tra le biade ed i vitelli,
che piovesse meno e che gelasse sui tetti e sulla terra. L’acqua
si malediceva e si adorava come una donna capricciosa che ti
L’età ingiusta
G. L. Navicello
promette, come quegli zoccoli duri fatti con le rubinie che ti
obbligavano ad abituare i piedi al legno e non ti scaldavano che
poco più.
Quarantatré famiglie erano tutto il paese di Pradello, frazione tra Modena e Bologna. Trenta vivevano in un cascinale
sopra la collina e tredici avevano preferito casette robuste sparse
qua e là. Erano case di contadini con gli anni troppi, rattoppate
tra le muffe dei muri e quell’immacolata continuità di pater et
filius, uxor et mater e nuove nascite che le stanze grandi contavano un letto unico. Al servizio delle levatrici si copriva di
corpi piccoli e mani ancora di più. Accresciute avrebbero poi
preteso la terra.
“A sò brota e burnitela, an so brota e an so bela, a pas el
mare senza nave, a rap el monte senza scala, a so piò brota do
te e a vegh a magner a la tevla de re. ”
Mio fratello Giovanni mi affissava smarrito e non capiva
che la risposta all’indovinello gli stava proprio sopra la testa.
Appiccati al soffitto mazzi di capraggine imbevuti di latte. Sgocciolava, ma poco. Il resto suggeva nelle bocche delle mosche.
Il ronzio crepitava a fuoco le notti. Questo da sempre,
anche quando sull’aia mio padre Giacomo tenne per la prima
volta in braccio Naigher . Era un cane da pagliaio, un cucciolo con le orecchie pendenti, la coda arricciata ed il pellame macchiato di chiazze scure. Con lui Ruggero che lo aveva
portato e regalato. Un cane da pagliaio non valeva nulla ed era
Padre e figlio, moglie e madre.
Sono brutta e brunetta, non son brutta e non son bella, passo il mare senza
nave, mi arrampico sul monte senza scala, sono più brutta di te e vado a mangiare alla tavola del re. Soluzione: la mosca.
Nero, in dialetto bolognese.
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L’età ingiusta
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uso si desse via alla nascita, più che altro per pietà. Servivano
solo ad abbaiare ai foresti ogni qual volta si avvicinavano e
per addestrarli, ancora piccoli, si fingeva di farli buttare con
rudezza da uno sconosciuto dentro a un forno acceso. Quella mattina scoppiettava e vermigliava ed i guaiti di Naigher,
mentre Giacomo lo stringeva verso il fuoco, erano ansanti
suppliche adatte ad un mare che sta per infrangere, ad un
fiume ostacolato alla foce che scoppia sè stesso perendo sulle
radiche e sulle prode.
“At mett in te foran, parchè ttan cnossa insun d’intoran. ”
Si mescolavano la lingua e l’ululo, la voce scossa e il corpo
tremulo, la forza imposta e l’esilità del piccolo, tant’è che, lasciato, come ogni bastardo corse celandosi tra porte da porcile
a salivarsi il corpo latrante. La sera mia madre mescolò del pane
masticato e qualche pelo nostro e glielo diede in pasto. Sbranò
il corpo come i discepoli con Cristo.
Le stagioni si posavano su noi con scorrere da natura, sugli
animali, quelli buoni e quelli cattivi. V’erano gesti e usi che
ricordavano ad ognuno primavere o inverni tant’è che se fosse
lunedì o venerdì, il primo di ottobre o il trenta di aprile, poco
importava. La luna, la pioggia, i santi, le formiche, il vento...
questi erano i contatori della vita, gli ammonitori di sbagli o
riuscite. Il primo di maggio d’ogni anno era uso preparare la
majè, una sorta di corona composta da rami di pioppo intrecciato e fiori. Andava posta sui davanzali delle finestre dei locali
da proteggere dalle brighe . Le formiche onnipresenti vaganti
si arrestavano sui maggiociondoli oppure Giovanni, con mio
Ti metto nel forno, perché non devi riconoscere nessuno intorno.
Formiche.
L’età ingiusta
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G. L. Navicello
padre, all’orto benediceva la terra tracciandovi croci cristiane ai
lati delle zolle scosse dove poche piante e qualche seme erano
il nostro avere. Ai primi tuoni di primavera si pestavano i piedi
alle galline affinché producessero uova con la continuità dei
canti delle francesine .
Mia madre Elvira mescolava il suo sapere da maestra elementare con quello delle credenze popolari trovandole a tratti
utili, a tratti ingenue e per brevi attimi lo stupore, solo questo, le faceva capire che una cosa per stupida che fosse poteva
funzionare. Tra Sant’Andrea e Sant’Antonio, una volta l’anno,
tutto Pradello uccideva il maiale. Legato per il grugno, vicino
all’acqua calda, al paranco e ai coltelli, due uomini lo tenevano
stretto. Io me ne stavo distante, ma il suo piangere disperato
non potevi non sentirlo. Strappava singhiozzi anche ai neonati
che lo confondevano per quello dei fratelli rivolti alle madri ed
era senza fine. Si pensava che la lentezza del morire portasse
sangue migliore. Il ciabattino era lì pronto a prendersi le setole
del porco con le mani, sfregando destra e sinistra. Dal sorriso
capivi se erano di qualità. Il parroco e il podestà zagagliavano
dei fatti loro che non erano i nostri solo a brevi tratti e già si
gustavano con gli occhi le frattaglie perché loro, quelli ricchi,
mica ce l’avevano l’nimal. Non si doveva uccidere nel primo
quarto di luna e nei giorni del 7, del 13 o del 17. S’era preso
dal malocchio, perché magro e malato, gli si tagliava un pezzetto d’orecchio o di coda e, fatto bollire, si gettava poi nel
letamaio.
La superstizione era forte tra la povera gente anche in quella istruita. “Che te ne fai del cervello se poi non riesci a pensare
Galline piccole e battagliere.
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L’età ingiusta
G. L. Navicello
per la fame?” diceva mia madre. Ma fuori la fortuna della terra
era ancora sufficiente, tra i sorrisi decrepiti dei vecchi e il profumo delle puerpere.
Pradello più che paese era a tratti famiglia, a tratti collina, a tratti piane e pascoli. Qualcuno conosciuto lo trovavi
sempre e sempre curvo, o ritto e teso, a sforzarsi di vedere il
giorno dopo. Nei giorni del Signore passavano per Pradello
strascichi di fiere e mercati grandi con utile ed inutile a fare
mostra di sè, con i loro guaritori abilitati, con i loro domatori
di pulci. I primi erano di solito settimini, ma andavano bene
anche i maschi nati settimi figli della stessa madre o quelli con
la camicia . Curavano le vacche e gli uomini con forza
d’esperienza che, in alcuni casi, portavano a mo’ di segni sulla
pelle propria. Si pagavano quando con un prosciutto, quando
con altro. Per gli uomini bastava un favore restituito. Il tempo
per farlo era tutta una vita e la garanzia la parola di chi giurava
la sua gratitudine. I pazienti stavano con le croci dalla bocca
all’ombelico e poi impacchi di portulaca tritata per il verme
solitario, pidocchi per l’itterizia. Alla bisogna anche pentolini
d’acqua fredda e piombo fuso, sacchetti di spicchi d’aglio da
tenere nelle tasche e quant’altro quelli prima di loro avessero
sperimentato. Se qualcosa andava male c’era sempre il dottore, ma lontano.
I domatori di pulci rimanevano alla fine dei mercati. Possedevano un tavolino con sopra carrozzette trainate da eserciti
ordinati tenuti e obbligati dalle cere colate sui corpi per impedirne fughe dalle arene romane. L’era dei gladiatori, terminata,
diveniva l’era delle pulci, vigorose, colme di sangue e pronte ad
Nascere con la camicia significa nascere avvolti nel sacco amniotico.
L’età ingiusta
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G. L. Navicello
essere schiacciate con un “Ave Caesar, morituri te salutant ”.
Perire portava presagi di cielo acquoso e sereno.
La sera tutto tornava campagna, ora da pasto. Mia madre
insegnava a noi libri e antilibri, verità e bugie, con la stessa vigoria. Giacomo, zittito dalle parole sue, udiva e probabilmente
imparava quanto noi, ma senza dire, tacendo anche la fatica
rimandata alle ore della notte... e già le mucche nelle stalle perdevano il latte pronte alle mani dell’uomo.
Vissuta a Roma parte d’infanzia e poco d’adolescenza, mia
madre s’era poi trasferita a Bologna città, dove già da anni,
ormai, sua cugina Apollonia aveva preferito vivere. In piazza
Maggiore incontrò, il 12 maggio del 1922, mio padre Giacomo, nato a Sasso Marconi, di anni venticinque, contadino. Lo
aveva presentato Apollonia. In città le confraternite religiose
processionavano con i lantarnon per i sagrati e mio padre,
10
nonostante socialista riconosciuto, si portava con il zingian
il crocefisso... “Tutto il resto te lo puoi pure dimenticare, Duccio, ma che Gesù fosse bolscevico, questo no”. E poi anche
perchè tra i timorati di quelle pie confraternite pochi trovavi
disposti alla fatica immane del trasporto della croce. Elvira fece
accompagno. Lo lasciò in via delle Asse, vicino a Ravaldoni, un
raccoglitore di rottami che Bologna tutta conosceva, in particolare quelli poveri che il mattino, pioggia o sole, stavano con i
loro pezzi di latta a lucidare per vendere quattro cinque soldi.
Mia madre saliva il palazzo. L’ultimo piano, una casa poca,
ma ogni dove era lei con il suo ordine, il suo viso latteo, la
Salve Cesare, coloro che stanno per morire ti salutano.
Fanali processionali.
10 Il cinghione era una tracolla in cuoio che terminava con una scatola in cui
poggiava la base della croce.
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L’età ingiusta
G. L. Navicello
vitalità sfumata che si faceva baldanzosa al tramonto quando i
corpi accettavano proprio tutto, anche la felicità scoppiante di
un sorriso. Amava i fiori gialli dei campi, i girasoli che seguono
con quel collo cignoso la luce, appassendo lentamente e dignitosamente la fine, chiusi tra braccia petalo. Per prime le mura e
poi i libri. Questo era il suo abitato, un circondario di protette
parole a volte futili o sgraziate, mai tanto brutte da essere sconsiderate o gettate. Anche a Pradello li volle i suoi libri quando
la rinuncia a insegnare fu per mio padre e solo per lui. Io e mio
fratello venimmo dopo che scelte e rammarico s’erano ormai
affezionati al lento vivere.
Di Bologna mio padre conosceva tutto. Aveva per lei il sentimento che si riserva solo alle donne poco cresciute, bambine
capricciose e pronte alla dialettica delle bocche acerbe, dello smaliziato gemito di corpi irresponsabili. Frequentava la città anche
quando noi e i campi scrutavamo l’orizzonte e lì la sua figura ci
pregava il perdono per le continue chiamate di popolo con l’idea
del socialismo prima e del fascismo poi. Erano il ceppo da ghigliottina dove la testa preferiva cadere. In via delle Casse a L’Usta11
ri di Landrino conobbe ancor giovane troppi uomini. Insensati
sognatori di crepuscoli anarchici, posseduti avventurieri che fa12
cevano il giorno tra vino e l’umidaci , solidi cuntaden come lui,
vecchi vernacolieri timorati di rime, armigeri della prima guerra
morti dentro, malfamati esseri prossimi alla resurrezione.
Dopo le parole di notti venivano i giorni limpidi a crepare
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le vie tra venditori ambulanti di paste con la cavatina e bat11Osteria.
12 Intingolo tradizionale di alcune antiche osterie bolognesi.
13 Specie di lotteria adottata anticamente dai venditori ambulanti di paste.
L’età ingiusta
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G. L. Navicello
tesimi alla Metropolitana di San Pietro con i dodici soldi in
mano e la sicurtà d’avere figlio legittimo e moglie fedele. Profanavano l’ardore i brancaleoni nei boschetti di San Michele.
Giacomo prima di mia madre scorreva fiume con affluenti di
dame e veneri a lode di:
Fu all’ombra dei tuoi viali, o San Michele
ch’io trovai la donna del mio cuore
la giovinetta che mi fu fedele
14
quasi ventiquattr’ore.
Quest’era il padre mio prima del maggio amoroso quando lasciò sè stesso ad Elvira. Tornò e tradì Bologna solo per
quel meandro d’inferi che era il suo credo rivoluzionario. Elvira cercò, per quanto le fosse possibile, di rendermi padrone
di lingua, italiana, di dialetto, latina nei motti, silente dove
sguardo e occhi potessero dire. Studia adolescentiam aiunt se15
nectutem oblectant. Giacomo, al contrario, volle farmi provare l’irrefrenabile godimento della fatica atta all’obiettivo.
Che fosse la terra, le bestie o l’uomo, per lui l’ideale valeva
più che l’istruito. Così mi scontrai con intelletto e corporalità, sapere e conoscere, volare et manere. Dividendo me stesso,
le notti ed i giorni, tracciavo la terra con impronte del volgo.
I buoi, innanzi, pativano il greve del cielo sui colli poderosi, tendere corpi aprendo ferite con corvi baccaglianti le ultime reste del frumento. Era tutto il loro giorno, calpestato di
pianura quasi tacendo la condizione dello schiavo che lavora
14 Poesia di Olindo Guerrini.
15 Lo studio fa crescere i giovani e diletta la vecchiaia. Cicerone, Pro Archia VII
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L’età ingiusta
G. L. Navicello
e muore a occhi bassi su sè stesso. Quell’era il momento di
libertà maggiore: potevo pensare, immaginare, concretizzare
poche voglie. Dovevo limitarmi a seguire la bestia che sapeva
il cammino traghettando lo Stige.
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
16
gridando: “Guai a voi, anime prave!
La lontananza rendeva la nebbia un girone acheronteo
dentro il quale le anime conosciute vagavano curve sotto le biade. Mio padre era tra esse, nei pressi dei fossi, tracciava le rive
per pulirle. Giovanni, attaccato a lui, con occhi di bragia, tutto
raccoglieva. La fatica, il corpo sudato e gelato dell’inverno o assetato di pioggia l’estati, era obbediente e poco parlava. Questo
per mio padre.
Nella casa, al contrario, il verbo non aveva barriere. Qualsivoglia pensiero, domanda, accezione, stupidità era concessa.
Elvira poneva, chiedeva, rispondeva, accennava o lasciava a noi
stessi il compito di sapere. La scuola io l’avevo terminata ormai,
Giovanni non ancora iniziata. Tra noi il patto ch’io m’occupassi del suo corpo e di quello che già conoscevo perché “con17
tra potentes nemo est munitus satis , tranne la parola Duccio!”.
Sentivo ogni cosa a mia madre dovuta. Non capivo la fatica di
renderla felice dove fosse. L’aria calda delle stanze nulla d’altro
era che bocche di camini ove gettavamo alberi e sopra d’essi
bollivano per l’eternità i cibi e l’acqua taciti. Elvira cullava tutti
16 Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno III 82-84
17 Nessuno è forte a sufficienza contro i potenti. Fedro , II,6
L’età ingiusta
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G. L. Navicello
al termine del giorno. Le sue mani sui volti allisciavano la durezza e l’inganno delle folgori che in un breve attimo si prendevano ogni nostro sfinimento. Questo per mia madre.
La guerra arrivò scivolando nei mesi. Io con mio fratello
si scendeva nei fossi svuotati che come trincee velavano, ma
senz’anima. Ognuno nei dintorni aveva un posto dove rimpiattare sè e chi gli stava caro. Noi speravamo sempre di trovarci
Luca e Giovanni, i figli di Giuliano Germini fabbro a Pradello.
Usavamo, se c’era, il fosso per baloccare là dove si adombrava
coperto di cespugli d’alti rovi che, mai rimossi, offrivano ripari
sicuri alla vista. Con le mani si scavava il terriccio l’estate e
l’autunno pezzi di legno raschiavamo in modo da farci piste per
sassolini e giocare alle corse.
Le campane della chiesa suonavano solo per avvisare inizio e fine della messa. Due campanucce di campagna squillanti
in una pieve arroccata ad un mulino stanco lungo le rive del
fiume. La chiesetta di Maria Immacolata, rimasta per qualche
mese chiusa, ospitava ora un giovane prete di Reggio Emilia
che era stato alpino e portava i suoi trentacinque anni qui a
Pradello. Don Defendente, così si chiamava. Occhiali spessi e
dalla montatura scura, un corpo piccolo e sottanato di nero,
una croce di ferro sopra e una collegiata con pochissimi privilegi se non quello d’esser nel mezzo del rumoroso fluire, dove
il mulino macinava.
Essendo l’unico della zona, il prete si trovò anche mugnaio
e la fila per molinare, sapendolo disponibile, si allungò ogni
giorno di più. Anche io andavo da lui... anche io.
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L’età ingiusta
G. L. Navicello
I
L’ansa del Panaro dalla chiesa riparava verso un terrapieno che calmava le acque facendole scorrere senza timore. Solo
pochi screzi indicavano piccoli pesci nuotatori nella corrente.
V’era la pala grande che affondava per tre quarti nel fiume e
sgranava le pannocchie macinandole alla pietra.
Defendente quel giorno chiese di mio padre e quando poteva trovarlo.
«E’ a casa con un altro.»
«E chi è ?» fece lui.
«E’ vecchio e non mi piace!» risposi io.
Mi si appese alle orecchie tirando. «Non devi giudicare!»
Il vecchio giunto presso la nostra casa di Pradello in quel
maggio del ‘43 si chiamava Ermanno Monti. Era ancora giorno quando arrivò e quel giorno mio padre lasciò il lavoro a sè
stesso. Capitò a me di scorgerlo per primo, saliva dal viottolo di
Caselle, una frazione dove spesso, prima della guerra, sostavano
i pastori che dagli Appennini transumavano a nord. La finestra
della camera abbracciava a mo’ di sguardo le vallate completamente e difficilmente un arrivo era una sorpresa. Giacomo aveva raggiunto quell’uomo già piegato nel corpo, mentre saliva
mostrando tutta la fatica che solo le responsabilità o l’inutilità
possono dare.
Don Defendente mi chiese d’accompagnarlo giacchè non
conosceva il sentiero che portava da Pradello alla mia casa.
L’età ingiusta
19
G. L. Navicello
«Si farà sera» risposi, «con il buio non è facile attraversare
i campi.»
Sorrise e non parlò più. Tentai di dirgli “Devo proprio
andare.” Tentai di non chiedere, tentai molte cose.
Al tramonto il prete si mise un pastrano grigio e con un
cenno mi indicò l’uscio dove su di un’aia da cascina molto
piccola i polli beccavano pochi e grassi. Il grano che beccavano era di quello buono: ma dove lo trovava questo prete?
Quello che portavo, come per altri, era quel che rimaneva
della resta stopposa. Chicchi magri e di nessun valore che si
lasciavano lì. La mattina, al primo che arrivava in sorte toccava qualche pannocchia, ma nel viavai ti perdevi già dal terzo
nella misera ricerca. Il buono lo si insaccava e Giulio lo portava con il carro a dieci chilometri da Pradello in un deposito
per l’esercito.
Con lui saliva sempre qualche ragazzo che stava attento a
che i sacchi non si sbuzzassero. Contava questi un venduto di
nome Simone che cercò di obbligarmi con gli schiaffi ad essere gentile, ma io non lo feci mai. Capitò che dalle bisacce ne
sparisse qualche manciata ed allora, allineati in un’unica fila, ci
passavano in ispezione e chi veniva trovato non poteva andare
più nei campi a raccogliere. Non denunciò che uno Simone,
dopodiché sparì: l’avevano sotterrato al bivio che porta a Parrizzi dove le vacche erano obbligate a scendere nel pascolo.
Defendente mi chiamò. I legni secchi del sottobosco scricchiolavano, un barbagianni immobile cacciava, il sole calava e
la sua vista non era ormai che un’ombra di luce lontana, affievolita, persa. «Attendimi Duccio!»
Mi calcai su di un pezzo erboso e fresco di erba menta. Defendente, arrivato, si raccomandò di andare piano che la luna
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L’età ingiusta
G. L. Navicello
era a un quarto e il sentiero smarriva qua e là nelle secondarie
stradine che portavano chissà dove.
«Ve l’ho detto che di sera era difficile!» e risi sonoramente
sapendo che non avrei ottenuto che il silenzio.
Per la mia casa ancora una buona mezz’ora avremmo dovuto camminare. Incrociammo sulla via conoscenti di Pradello
con le reti e le trappole. Era maggio finito, i passeri e le allodole
a decine arrivavano. Un pasto come un altro, una fame svanita,
un chiacchiericcio smorzato nello stomaco. Il cinguettare non
impietosiva che i bambini, ma alla fine, con il piatto vuoto, si
chiedeva ancora qualcosa.
«Dove vanno?» chiese Defendente.
«Scendono per la strada di Bersello e da lì ai boschi vicino
a Sassuolo.»
«E’ lontano?»
«Un’ora.»
Passandoci vicino tutti salutarono il prete, fecero il segno
della croce e chiesero di benedire le trappole. «Mo chi saggna
18
mé, al sparglén dl’acua santa? » disse Defendente, «E poi uccidono la vita.»
«E salvano la nostra», rispose l’altro. L’altro era Remo, il
più vecchio del paese. Sessantacinque anni. “Una bella età” diceva sempre mia madre.
«Puoi mangiare altro.»
«E cosa», fece lui, «i tuoi polli?» Remo era comunista, a
Pradello tutti lo rispettavano. «Sei un prete come gli altri, buono solo a dire messa!»
«E tu sei un uomo come gli altri, buono solo a giudicare.»
18 Mi hai forse preso per l’acquasantiera?
L’età ingiusta
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G. L. Navicello
Gli altri non parlavano. Un bisbiglio, questo era tutto
quello che rimaneva nell’aria ed era strano sapere che di dieci
uomini solo la codardia usciva a farsi sentire.
«E voi che avete da sussurrare?» gridò Remo.
«Non chiedono come fai tu, ma proseguono sulla loro
strada.»
«Io ho fatto la guerra, prete, ho visto i morti, gli ammazzati
e questa è la seconda per me e spero d’arrivarci alla fine.»
Il barbagianni, con un topo nei rostri, non si voltò una
volta a mirarli quegli uomini. Non erano che un passare nella
sua esistenza e con poche pretese si appollaiò al ramo distante
e scordò la notte.
«Duccio!»
«Si Remo.»
«Dì a tuo padre che al paese è arrivato Gesù Cristo.»
Defendente lo schiaffeggiò rabbioso e pensai ‘adesso lo bastona’. Remo restituì lo schiaffo e quando tutto sembrava sul
punto di finire, quattro tedeschi sbucarono dalla stradina di
Bersello. Defendente vedendoli a grandi passi si diresse a loro.
Uno era capitano e gli altri nulla, come tutti quei soldati capitati lì e privi di fazioni, stanchi, vogliosi di casa, esausti dalla
guerra.
Puntavano il mitra e avrebbero anche ucciso, solo per farlo.
I dieci di Pradello avevano lasciato le trappole a terra e Remo,
zittito, rintanava le sue paure nella vecchiezza. Il capitano, al
contrario, era giovane quanto un figlio. Scostò Defendente
e venne a noi spedito, ma non vide nessun uomo e neanche
bambino. Conosceva Remo e lo aveva già picchiato, umiliato,
sconfitto. «Remo Girotti!» disse solo questo.
Il viso del vecchio si sollevò solo un poco di più dell’im22
L’età ingiusta
G. L. Navicello
brunire, stette a mezz’aria con la brezza di maggio, arrampicò
sguardi su foglie di margherite.
«Remo Girotti, sei tu! Ancora ti trovo.»
Defendente si interpose tra i due con la consapevolezza
di poter morire. Ricevette invece qualche insulto e un calcio.
«Duccio!» mi chiamò e, traendomi a se, mi calò sul viso le mani.
Sentii due colpi, un tonfo, volare d’ali, cicaleggio di grilli muti
d’improvviso, lo scricchiolare di stivali e tintinnii... e cieco mi
portarono giù sulla strada di Bersello.
Gli altri tornarono alle case con la loro fame e la loro vita.
Defendente benedì pietre, trappole e un comunista.
«Benedici anche me, prete!» gli disse il capitano. E lui lo
fece, non so se per paura, per la sua vita o per la mia.
Andammo, e da Bersello risalimmo per il paese con le mani
mie aggrappate a lui, così.
«Puoi anche staccarti Duccio! Sono tanto lontani che non
li vedrai più.»
Non erano che parole, e il mio cuore lo sapeva. Non v’era
giorno ormai che non li scernevo. «Lontani o vicini, che differenza fa?» chiesi al prete.
«Qualcuno arriverà prima o poi a liberarla questa Italia»,
mi disse.
«Quando?»
«Quando non te lo chiederai più, Duccio. I miracoli arrivano sempre così, quando ci rinunci.»
Il crepuscolo ammantava di dignità le rovinose rimanenze
dei casolari lungo la callaia. Chiesi a Defendente di fermarci a
quello che era stato di mio padre. Lì, passata l’adolescenza, sicuramente avrebbe atteso la vecchiaia ed io con lui per qualche
tempo. Mi chiedo ancora perché la certezza di un posto nella
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G. L. Navicello
mia esistenza è sempre stata così importante. Amo le radici, il
sempre atteso abbraccio di una stanza conosciuta, amo il fermo
restare e non quel vagabondare errante che appartiene a tanti,
amo... amavo.
«Quanto per la tua casa?»
«Dieci minuti di buona lena», risposi, e lo tirai al pastrano
nell’imbocco che portava a quel che rimaneva. Cento pertiche
di terra grassa arginavano ai lati il casale.
«Questo è di mio padre!» e indicai le sbrecciate mura che
morivano caracollando giù mattone a mattone. Puntai su nidi
di travi scure e inservibili. Cenere alla cenere, polvere alla polvere, tornate alla terra. Orgoglioso apostrofai per mio l’unico
letto rimasto da tre anni in preda al cielo, ai turbini, ai piovaschi, ridotto a quel che già era, miserrimo bellissimo giaciglio.
Il parroco, infastidito dall’attendere, non prestava attenzione alle mie parole. «Duccio andiamo!»
«Questo è di mio padre, sarà mio!»
«Andiamo!» Mi scostai a lato cominciando a correre. Anche Defendente, e più correva e più lo sentivo vicino e rabido.
Ci mise poco ad afferrarmi, cademmo a terra tra l’erba alta un
palmo e i sassi. «Stupido ragazzino, ora ti do uno schiaffo che
te lo ricorderai e al resto ci penserà Giacomo!»
«Siamo arrivati!»
«Dove?» chiese guardingo, passando da destra a sinistra lo
sguardo.
«Qui non sono nè vicini nè lontani! Qui è l’unico posto
dove non li ho mai visti, Defendente.»
Non era che mansueto lo sguardo ora. «Non preoccuparti
Duccio, perché dei soldati non devi temere che la paura e dei
tuoi simili non devi temere che la fame.»
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L’età ingiusta
G. L. Navicello
Con mio fratello, da dove eravamo, qualche mattina, quando capitava di non trovare grano, andavo a due chilometri dove
c’era un magazzino con i sacchi della farina che venivano stesi
fuori ad asciugare. Si raschiava la iuta e quello che scendeva si
raccoglieva e si mangiava. Era nero e senza sapore. Era come
non aver mangiato. Si raschiava ancora e si mangiava anche la
iuta. Alla finestra il fattore ci guardava divertito tutte le volte e
lui non aveva nè fame nè paura. Anche Defendente, che parlava così bene, aveva i galli grassi e la farina buona.
Le rotaie di un treno disparvero lungo quello che i miei
occhi videro.
«Diventerò prete come te, così sarò vestito con le scarpe e
grasso.»
Sorrise, che altro poteva fare? E cos’altro gli rimaneva?
Nell’ultimo tratto prima della mia casa dovevi prestare attenzione perché il filo spinato ai lati della strada la chiudeva a
passo d’uomo e non si poteva spostare. Poco illuminata, spesso incespicavi negli spuntoni e ti ferivi ai polpacci e non rare
erano le volte che un topo, una lepre o un ratto rimanevano
imprigionati per ore a divincolarsi.
Se le lanterne erano accese allora i tedeschi passavano lì la
notte e non restava che allungare la via di un venti minuti girando attorno e salendo da dietro, ma in quella sera nessuno parlava,
nessuno si lamentava, nessuno si fece male, e salimmo.
Quando entrai mio padre stava per bastonarmi, ma vedendo Defendente si racchiuse nel mutismo, mi mandò a letto e
chiuse la porta in cima alle scale. Ermanno Monti sedeva alla
destra del camino, lo chiamò per nome Defendente e parlarono
fitto per la restante sera.
I vespri dell’Emilia non sono più che quelli nella mia meL’età ingiusta
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moria. Memori della storia, in un letto freddo dove non mi
movevo che per respirare, con l’uscio serrato per non udire che
il mormorio. Sere in cui l’abbaiare dei cani era presagio d’arrivi,
crepuscoli addobbati a stelle nelle estati e uno scrigno di furtive
nebbie negli inverni. Raggomitolato a mia madre così stavo,
quand’ella c’era, prendendo ogni suo profumo, o con mio fratello ad origliare dove la canna dei camini era vuota e portava
su le voci. Sere d’Emilia.
Giacomo ci svegliò che l’alba si doveva ancora fare. Giovanni, mio fratello, dormiva nel letto con me. «Duccio alzati!»
Mi prese ad un braccio. «Ascolta bene: tu e Giovanni dovete
andare con Ermanno a Roma.»
«Chi è Ermanno?» chiesi. Sulla porta la figura storta della
salita che avevo veduto dalla cima dov’era casa, divenne subito
familiare ed il gesto di mio padre non ebbe bisogno di altre
domande.
«Ermanno vieni!» Si avvicinò a noi con l’aria seria di quello
che ti studia prima di parlare. «Questo è il cugino di tua madre,
Duccio. Altre cose non le hai da sapere.»
«Lui è troppo piccolo», disse Ermanno indicando Giovanni.
«Se la sanno cavare», rispose Giacomo, «è tutta la guerra
che sono vivi! Un viaggio a Roma che può fargli?» Anche il
prete era salito. «Defendente vi vuole salutare.»
Mi alzai poco convinto di partire e fuori parcamente il sole,
che di lontano sorgeva, sfumava tutte le cose care della mia vita.
«Allora vai a Roma?» Solo questo seppe dirmi e per risposta ci fu uno zitto cenno del capo, un “mio padre dice così” e
Giovanni già piangeva e chiedeva di mia madre.
«Vestitevi e fate in fretta che Ermanno ed io vi aspettiamo
sotto.»
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L’età ingiusta
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A porta chiusa, presi pantaloni e maglietta. Giovanni seduto sul letto allungò le gambe ed alzò le braccia.
«E’ ora che ti vesti da solo!»
Gli buttai sul letto le brache e il corpino. «Mettici poco»,
dissi «se no papà sale con la cinghia.»
Lo attesi e scendemmo le scale. Un letto sfatto di lenzuola
di stoppa caduche e la terra della collina ancora sul pavimento
della notte addietro. I vestiti, quelli di ogni giorno, spiegati
sulla seggiola, la brocca dell’acqua poggiata a lato, colma e dimentica... addio.
«Duccio, è arrivato prima il sole di te!»
Mamma stette con Giovanni giusto il tempo di mangiare
quel ch’era. Io, guardandola, la perdevo. Il giorno era uguale a
quello d’ieri. Non fece nulla per potermi obbligare al pianto,
ma si mosse e mosse ogni cosa nella casa alla stregua della normalità, dei gesti consumati per crescerci e poi, un poi brevissimo, si scese a Pradello. L’alba rossiva a fuoco lei, un momento
di sprezzante natura la bruciava sulla soglia e nei miei occhi.
Voltandomi non riconobbi che l’erba di fronte. Alle spalle tutto
era secoli prima d’immobilità.
Luigi sul carretto aveva già bevuto, fulvo, sanguigno, giovane, morato e forte. «Giacomo!» La voce traversò il corso del
paese, un viottolone di terriccio pestato giorno dopo giorno
dagli animali e dagli uomini, ma a quell’ora del mattino pareva
comodamente grande per una frazione così. All’attacco del carro un cavallo bolso, un castrone con il collo all’ingiù sull’erba
che si mosse appena quando salimmo. Luigi tirò le redini e
questo girò e prese per Bersello dove fermava il treno per Roma
un volta al giorno, e non tutti.
«Ermanno è un vero amico», mi disse mio padre, «e da
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oggi per te è come se fossi io.» Serio me lo disse, serio lo ascoltai. Giovanni ci provò ad essere un bambino, ma inutilmente.
Luigi, nel tempo che ci mise per Bersello, canticchiò e parlò
con il cavallo.
«Ermanno starà con voi a Roma per un po’, io e mamma arriveremo, ma prima devo accomodare un po’ di cose.»
Non era una buona cosa quando mio padre doveva accomodare, ogni volta tornava ferito o tornava e scappava o una volta
non era tornato neppure dopo una settimana coi tedeschi che
cercavano uno come lui, ma non era lui. Così aveva detto, così
avevano detto anche loro dopo averlo picchiato e doveva essere
proprio vero perché se n’erano andati e non lo avevano ammazzato.
Durò tutta una vita il passaggio sul carretto per la stazione,
almeno tutta la mia, in ogni tratto riconosciuto, in ogni curvone fatto, in ogni casa di chi conoscevo, in degradanti sentieri
giù per i prati. Durò quel poco che erano i miei anni e, per
meglio adattarmi, sorrisi ad Ermanno ed anche Giovanni gli si
avvicinò. A gambe strette strette stette tutto il tempo.
«Non ci possiamo fermare Giovanni», disse mio padre, «il
treno passa alle sette. Sopra la farai. Ora tienila, che pantaloni
non ce n’è.»
«Si papà!»
Luigi fischiò così forte al castrone che questo si fermò di
colpo. Ecco Bersello e la stazione con i suoi sbuffi di treno.
Eccolo lontano, vicino, sempre più... qui. Ermanno scese per
primo e mise me e mio fratello vicino al muretto. Il capostazione fischiò due volte. Giovanni stava col muso in aria a occhi
spalancati sulla locomotiva.
«Che hai?» gli chiesi e non mi rispose. «Giovanni!»
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Lui voltandosi mi disse: «Sarà un bel viaggio!»
«E’ solo un treno, di bello ha che non devi camminare.»
E mio padre era già da noi distante. Accennò un saluto, ultimo dietro il tratto in salita. La mano sua scomparve e lui con
essa.
«Papà è andato Giovanni!»
«Arriverà presto?»
«Forse.»
«Si, arriverà presto... lo ha detto.»
«Forse.»
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