LA NOTTE
DI PRAGA
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Philip Kerr
LA NOTTE
DI PRAGA
Traduzione di
Elena Orlandi
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Titolo originale dell’opera:Prague Fatale
Copyright © 2011 by thynKER ltd
Questo romanzo è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni
dell’autore o hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.
Realizzazione editoriale: Elàstico, Milano
ISBN 978-88-566-3032-9
I Edizione 2013
© 2013 - EDIZIONI PIEMME Spa, Milano
www.edizpiemme.it
Anno 2013-2014-2015 - Edizione 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10
Stampato presso ELCOGRAF S.p.A. - Stabilimento di Cles (TN)
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Prologo
Lunedì e martedì, 8-9 giugno 1942
Era una bella giornata di sole, quando arrivai in treno
da Praga alla stazione di Anhalt a Berlino insieme al
generale delle ss Reinhard Tristan Eugen Heydrich,
Reichsprotector di Boemia e Moravia. Indossavamo entrambi le uniformi dell’sd ma io, a differenza del generale, avevo slancio nelle gambe, una melodia in testa e
un sorriso nel cuore.
Ero felice di essere di nuovo a casa, nella città dov’ero
nato. Pregustavo l’idea di una serata tranquilla in compagnia di una buona bottiglia di Mackenstedter e di
alcuni sigari Kemals, che avevo sottratto dalla riserva
personale di Heydrich nel suo ufficio al castello Hradschin. Non mi preoccupavo che potesse scoprire quel
furto insignificante. A dire il vero, non mi preoccupavo
di nulla. Ero tutto ciò che Heydrich non era. Ero vivo.
Secondo i quotidiani di Berlino, lo sfortunato Reichs­
protector era stato ucciso da una squadra di terroristi
provenienti dall’Inghilterra e paracadutati sulla Boemia.
Era più complicato di così, ma non riuscivo a spiegarlo.
Non ancora almeno. E per un bel po’. Forse per sempre...
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È difficile immaginare cosa accadde all’anima di
Heydrich, ammesso che ne avesse mai avuta una. Forse
solo Dante avrebbe potuto indicarmi la via giusta per
trovarla, se mi fossi mai sentito in vena di andarla a cercare, laggiù, da qualche parte all’inferno.
Viceversa, ho un’idea piuttosto chiara di cosa successe
al suo corpo. Un bel funerale piace a tutti, e i nazisti di
certo non fecero eccezione: donarono a Heydrich il miglior finale d’opera che uno psicopatico omicida potesse
mai desiderare. L’intero evento era stato organizzato
così in grande da far pensare fosse morto un satrapo
dell’Impero persiano, caduto sul campo dopo aver vinto
un’importante battaglia. Sembrava non si fossero fatti
mancare nulla, tranne il sacrificio rituale di qualche
centinaio di schiavi (anche se, considerato quello che
accadde nel piccolo paese di minatori cecoslovacco di
nome Lidice, a questo proposito mi sbagliavo).
Dalla stazione di Anhalt, Heydrich fu trasportato
nella sala conferenze del quartier generale della Gestapo,
dove sei guardie d’onore in uniforme nera piantonarono
la camera ardente. Molti berlinesi colsero l’occasione per
cantare Ding Dong! La strega è morta!, mentre in punta
di piedi si intrufolavano nel palazzo Prinz-Albrecht per
dare un’occhiata circospetta. Era bello potersi vantare di
averlo fatto, come ci si vanta di altre gesta rischiose, tipo
arrampicarsi in cima alla vecchia torre radio di Charlottenburg, o guidare sulla virata dell’autostrada Avus.
Quella sera alla radio il Führer elogiò il defunto
Heydrich, descrivendolo come “l’uomo dal cuore di
ferro”, che immagino volesse essere un complimento.
D’altronde, è possibile che il nostro meraviglioso Mago
di Oz avesse semplicemente confuso l’Uomo di Latta
con il Leone Codardo.
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Il giorno seguente, indossando abiti civili e sentendomi nell’insieme un po’ più umano, mi unii a migliaia
di cittadini fuori dalla Nuova Cancelleria del Reich.
Finsi una tristezza consona quando l’intero formicaio
di seguaci di Hitler traboccò dalla Sala dei Mosaici per
seguire l’affusto da cannone che trasportava la cassa di
Heydrich avvolta nella bandiera. Dapprima sfilò verso
est lungo Vossstrasse e poi a nord in Wilhelmstrasse,
verso il luogo deputato per il riposo finale del generale
nel Cimitero degli Invalidi, accanto ad alcuni veri eroi
tedeschi come Gerhard von Scharnhorst, Ernst Udet e
Manfred von Richthofen.
Non c’era da dubitare del coraggio di Heydrich: ne
era un esempio il suo frenetico servizio part-time per
la Luftwaffe, mentre la maggior parte dei pezzi grossi
se ne stava al sicuro nelle ridotte da lupi e nei bunker
foderati di pelliccia. Immagino che Hegel avrebbe potuto riconoscere nell’eroismo del generale la perfetta
incarnazione dello spirito del nostro tempo dispotico.
Ma per quanto mi riguarda, gli eroi dovrebbero mantenere rapporti professionali con gli dei e non con le forze
titaniche delle tenebre e del caos. Soprattutto in Germania. Ecco perché non ero per niente dispiaciuto di
vederlo morto. Ero diventato ufficiale dell’sd per causa
sua. E stampate a fuoco sul distintivo d’argento ossidato
del mio cappello, simbolo ripugnante della mia lunga
frequentazione con quell’uomo, portavo le impronte
dell’odio, della paura e, dopo il mio ritorno da Minsk,
della colpa.
Tutto questo accadeva nove mesi fa. Per la maggior
parte del tempo cerco di non pensarci, ma come disse
una volta un altro celebre pazzo tedesco: se scruti a
lungo l’abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.
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Settembre 1941
L’idea del suicidio è un vero conforto per me, a volte è
l’unico modo in cui riesco a superare una notte insonne.
In notti del genere, e ce n’erano parecchie, ero solito
smontare la mia Walther automatica e oliare meticolosamente il puzzle di pezzi metallici. Avevo visto fin
troppe pistole fare cilecca, e troppi suicidi falliti per
colpa di un proiettile entrato nel cranio con un angolo
sbagliato. Mi mettevo addirittura a svuotare la minuscola rampa del caricatore e lucidavo ogni proiettile,
allineandoli in fila come piccoli soldatini di ottone. Poi
sceglievo quello più pulito, più brillante e più affilato e
lo inserivo sopra gli altri. Volevo che fosse il migliore a
perforare quel muro di prigione che era il mio spesso
cranio, per poi scavare un tunnel attraverso le grigie
spirali di disperazione del mio cervello.
Questa potrebbe essere la ragione di tutti quei suicidi “involontari” che finiscono nei rapporti di polizia.
«Stava solo pulendo la pistola ed è partito un colpo»
dice la moglie del defunto.
Ovviamente le pistole sparano di continuo e a volte
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uccidono addirittura le persone che le maneggiano; ma
prima ti devi puntare la canna fredda contro la testa
– la nuca è il punto migliore – e premere quel fottuto
grilletto.
Una o due volte ho perfino infilato due asciugamani
piegati sotto il cuscino e mi sono sdraiato con la ferma
intenzione di andare fino in fondo. Da un foro in testa, anche piccolissimo, fuoriesce un sacco di sangue.
Solo che poi me ne restavo steso lì a fissare il biglietto
d’addio – scritto sulla carta più bella, comprata a Parigi – appoggiato sul caminetto e indirizzato a nessuno
in particolare. Nessuno, anche se nella tarda estate del
1941 avevo una relazione piuttosto intima.
Dopo un po’, a volte mi addormentavo. Ma i miei
sogni erano inadatti ai minori di ventun anni. Probabilmente lo sarebbero stati anche per Conrad Veidt e Max
Schreck. Una volta mi svegliai da un sogno talmente
terrificante, realistico e angoscioso che, sedendomi di
scatto sul letto, sparai davvero un colpo. L’orologio
della mia stanza – un orologio da parete in noce, ereditato da mia madre – non fu mai più lo stesso.
Altre notti mi limitavo a restare là sdraiato e ad
aspettare che la luce grigia diventasse più forte oltre
i bordi delle tende polverose, in attesa dell’ennesimo
giorno e della sua totale insensatezza.
Il coraggio non era più sufficiente. E nemmeno mi
facevo forza. Il perenne interrogatorio del mio io miserabile non produceva ormai più alcun rimorso, soltanto odio verso me stesso. Allo sguardo esterno, ero
sempre io: Bernie Gunther, commissario della polizia
criminale di Alexanderplatz. Eppure ero solo l’ombra
di una volta. Un impostore, un groviglio di sensazioni
percepite a denti stretti, con un nodo in gola e una spa11
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ventosa caverna che risuonava a vuoto alla bocca del
mio stomaco.
Dopo il ritorno dall’Ucraina, tuttavia, non ero solo
io a sentirmi diverso, anche Berlino era cambiata.
Eravamo quasi a duemila chilometri dal fronte, ma
la guerra era ovunque nell’aria. E ciò non dipendeva
dalla Royal Air Force britannica. Certo, nonostante il
Grasso Hermann andasse promettendo a vuoto che
nessuna bomba sarebbe caduta sulla capitale tedesca,
l’aviazione inglese era riuscita a fare apparizioni irregolari e comunque distruttive nei nostri cieli notturni.
Nell’estate del 1941, però, ci faceva a malapena visita.
A dir la verità, era la Russia che ormai incideva su
ogni singolo aspetto delle nostre vite, da quel che si
poteva trovare nei negozi, a come si passava il tempo
libero (per un po’ fu proibito ballare), a come ci si spostava per la città.
La nostra disgrazia sono gli ebrei titolavano i giornali
nazisti, ma nessuno credeva veramente agli slogan di
von Treitschke nell’autunno del 1941; non quando si
poteva fare il confronto con il più evidente e autoinflitto
disastro della campagna di Russia. L’avanzata sul fronte
orientale stava perdendo slancio; per colpa di quel
conflitto e dei bisogni prioritari dell’esercito, Berlino si
sentiva come la capitale di una repubblica delle banane
che aveva giustappunto finito le banane, oltre a essere a
corto di quasi ogni altra cosa a cui si potesse pensare.
C’era poca birra in giro, spesso non ce n’era affatto.
Taverne e osterie iniziarono a chiudere un giorno alla
settimana, poi due, a volte tutte assieme, e dopo poco
ci furono solo quattro locali in città dove si potesse
regolarmente trovare un boccale di birra. E quando
la trovavi non sapeva di birra. Quell’acqua acida, mar12
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roncina e salmastra che sorseggiavamo tristi dai nostri
bicchieri mi ricordava più che altro il liquido dentro
i buchi delle granate e le pozzanghere stagnanti della
Terra di Nessuno, dove a volte eravamo stati costretti
a cercare riparo. Per un berlinese era quella la vera
disgrazia. Era difficile trovare i superalcolici e questo
significava che era quasi impossibile ubriacarsi e sfuggire a se stessi. Ecco perché a tarda notte finivo spesso
a pulire la pistola.
Non meno deludente era la razione di carne per una
popolazione che aveva fatto della salsiccia in ogni sua
forma uno stile di vita. In teoria ognuno di noi aveva
diritto a mezzo chilo di carne alla settimana, ma anche
a patto di trovarla era più probabile riceverne solo cinquanta grammi per un buono da cento.
In seguito a un cattivo raccolto, scomparvero del
tutto le patate. Così come i cavalli che trainavano i carri
del latte (non che importasse poi tanto, dato che non
c’era latte da trasportare). C’erano solo latte in polvere e uova in polvere, ed entrambi avevano il sapore
dell’intonaco che veniva giù dai nostri soffitti a causa
delle bombe della raf. Il pane sapeva di segatura e
molti giuravano che fosse fatto proprio con quella. Con
i buoni per acquistare vestiti ci si potevano permettere
giusto gli abiti nuovi dell’imperatore o poco altro. Non
ci si poteva comprare un paio di scarpe ed era quasi
impossibile trovare un calzolaio che riparasse quelle
vecchie. Come chiunque altro sapesse fare un mestiere,
la maggior parte dei calzolai berlinesi era arruolata.
I prodotti d’imitazione o di scarsa qualità invece
erano dappertutto. I lacci si spezzavano quando cercavi
di stringerli. I bottoni nuovi si rompevano tra le dita
mentre ancora tentavi di cucirli. Il dentifricio era gesso
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mischiato ad acqua con un vago aroma alla menta, e si
schiumava di più a far la coda che a usare quel misero
pezzo di sapone sbriciolato, grande come un biscotto,
distribuito per lavarci. Un pezzo per un mese intero.
Anche chi di noi non era membro del Partito cominciava a puzzare.
Visto che tutti gli artigiani erano ormai nell’esercito,
non c’era nessuno che facesse la manutenzione di tram
e autobus, e di conseguenza furono soppressi interi
percorsi – come quello del numero 1 che scendeva per
Unter den Linden –, mentre metà dei treni di Berlino
veniva letteralmente spostata per aiutare a rifornire la
campagna di Russia con la carne, le patate, la birra, il
sapone e il dentifricio che non si riuscivano a trovare
in giro.
E non erano soltanto i macchinari a essere trascurati.
Ovunque si guardasse, la vernice si scrostava dai muri e
dalle rifiniture in legno, i pomelli delle porte restavano
in mano, i sistemi idraulici e di riscaldamento si rompevano, le impalcature degli edifici danneggiati dalle
bombe diventavano permanenti perché mancavano i
costruttori di tetti in grado di eseguire le riparazioni.
Le pallottole invece funzionavano perfettamente,
come sempre. Le munizioni tedesche erano ancora
ottime; potrei testimoniare sulla persistente eccellenza
delle munizioni e delle armi. Ma tutto il resto era rotto, o
di seconda mano, o un surrogato, quando non era finito
o non disponibile o scarso. E il buonumore, insieme alle
razioni, era ciò che scarseggiava di più. Il tipico berlinese
cominciò ad assomigliare all’orso nero a forma di croce
sullo stemma della nostra orgogliosa città: ringhiava agli
altri passeggeri sulla S-Bahn, sbraitava contro un macellaio indifferente perché gli dava solo metà della pancetta
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cui aveva diritto secondo la tessera, o minacciava il vicino di casa millantando l’amicizia di un pezzo grosso
del Partito, uno che l’avrebbe sistemato a dovere.
Forse i più irascibili si incontravano nelle lunghissime code per il tabacco. La razione era di appena tre
sigarette al giorno, ma se eri abbastanza fuori da accenderne una capivi subito perché Hitler non fumasse:
sapevano di toast bruciato. Quando lo trovava, a volte,
la gente si fumava il tè, ma alla fine, se si riusciva a recuperarne un po’, era comunque meglio versarci sopra
dell’acqua calda e berselo.
Alla sede centrale della polizia in Alexanderplatz
– area che guarda caso era anche il centro del mercato
nero di Berlino; commercio che, nonostante le sanzioni
previste, era l’unico in città a potersi dire fiorente – la
mancanza di benzina ci toccò direttamente quasi quanto
quella di tabacco e alcol. Per arrivare sulla scena del
delitto prendevamo treni e autobus, e quando non ce
n’erano andavamo a piedi, spesso durante l’oscuramento.
Era una cosa non priva di rischi, visto che quasi un terzo
delle morti accidentali in città avveniva proprio nelle ore
di buio forzato.
Non che ci fosse qualcuno tra i miei colleghi alla
Kripo interessato a recarsi sulle scene del delitto, o
a risolvere qualche altro problema oltre a quello di
trovare una nuova fonte di salsicce, birra e sigarette.
A volte scherzavamo sul fatto che i crimini stessero
diminuendo: nessuno rubava denaro per il semplice
motivo che non c’era modo di spenderlo nei negozi.
Come molte delle battute che circolavano a Berlino
nell’autunno del 1941, anche quella era tanto più divertente perché era vera.
Ovviamente c’erano ancora un sacco di furti: buoni
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per la spesa, biancheria, benzina, mobili (i ladri li usavano come legna da ardere), tende (per farci i vestiti),
conigli e porcellini d’India (che la gente teneva sul balcone come carne fresca). Nominate una cosa a caso e
state pur certi che i berlinesi la rubavano. Con l’oscuramento poi, se si era interessati a cercarli, ci si imbatteva
nei crimini veri, crimini violenti. L’oscuramento era
perfetto per i violentatori.
Per un po’ ripresi a lavorare alla Omicidi. Anche in
città ogni tanto continuava a scapparci il morto, ma
trovavo ridicolo anche solo pensare che potesse essere
importante, visto quel che sapevo su quanto stava accadendo a Est. Non c’era giorno che non mi tornassero
alla mente le immagini di vecchi ebrei, uomini e donne,
radunati come capre davanti a fosse comuni, dove venivano eliminati da plotoni d’esecuzione composti da
ufficiali delle ss ubriachi e sghignazzanti. Eppure mi
sforzai d’interpretare la parte del vero detective, anche
se a volte mi sentivo come se stessi cercando di spegnere un fuocherello in un posacenere, mentre l’intera
città era teatro di un incendio ben più vasto.
Fu mentre indagavo sui vari omicidi di inizio settembre 1941, che scoprii tutta una nuova casistica di moventi alla base dei delitti. Non si trovavano sui libri di
giurisprudenza, bensì dipendevano direttamente dalla
mutata e bizzarra realtà della nostra capitale. C’era il
piccolo proprietario terriero del quartiere di Weissensee,
che prima si era sballato con la scadente vodka fatta in
casa e poi aveva ucciso la postina con un’ascia. Un macellaio di Wilmersdorf, che era stato pugnalato con il suo
stesso coltello da una guardia antiaerea locale durante
un litigio per una razione di pancetta. La giovane infermiera dell’ospedale Rudolf Virchow che, a causa della
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grave crisi di alloggi in città, aveva avvelenato una zitella
sessantacinquenne a Plotzensee per ottenere l’appartamento della vittima, a suo dire meglio arredato. Un sergente ss in licenza da Riga che, alienato dalle uccisioni di
massa in corso in Lettonia, sparò ai suoi genitori perché
non trovava alcuna ragione per non sparargli.
Di sicuro, però, i soldati che tornavano a casa dal
fronte orientale ed erano dell’umore di uccidere qualcuno finivano perlopiù con l’ammazzare se stessi.
Avrei potuto farlo anch’io, ma nutrivo la certezza
che non sarei mancato a nessuno, e la consapevolezza
che molti altri – per lo più ebrei – non mollavano pur
ricevendo assai meno dalla vita rispetto a me. Proprio
così: durante la tarda estate del 1941 furono gli ebrei e
quanto stava succedendo agli ebrei a dissuadermi dal
suicidio.
Ovviamente, a Berlino venivano ancora commessi gli
omicidi in vecchio stile (quelli che garantivano la vendita dei quotidiani). I mariti continuavano a uccidere le
mogli, proprio come prima. E ogni tanto le mogli uccidevano i mariti. Dal mio punto di vista, la maggior parte
dei mariti assassinati – bulletti dal pugno un po’ troppo
facile e dalla lingua lunga – se l’era voluta. Non avevo
mai picchiato una donna in vita mia, a meno che non ne
avessimo discusso prima. Le prostitute venivano sgozzate
o pestate a morte, come in passato. E non solo le prostitute; nell’estate precedente al mio ritorno dall’Ucraina,
un serial killer lussurioso di nome Paul Ogorzow fu
riconosciuto colpevole dello stupro e dell’uccisione di
otto donne e di tentato omicidio di almeno altre otto.
La stampa popolare lo ribattezzò Assassino della S-Bahn
perché quasi tutte le sue aggressioni furono compiute sui
treni o vicino alle stazioni della S-Bahn.
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Per questo motivo mi venne in mente Paul Ogorzow
quando, una tarda sera della seconda settimana del settembre 1941, fui chiamato per dare un’occhiata a un
cadavere rinvenuto vicino alla linea della S-Bahn, tra le
stazioni di Jannowitz Brücke e Schlesischer. Poiché era
in corso il coprifuoco, nessuno era in grado di stabilire
se si trattasse del cadavere di un uomo o di una donna,
difficoltà resa ancora più comprensibile dal fatto che il
corpo era stato investito da un treno ed era senza testa.
La morte violenta non è quasi mai pulita. Se lo fosse,
non ci sarebbe bisogno dei detective. Ma quella era la
cosa più sporca che avessi visto dai tempi della Grande
Guerra, quando in un battito di ciglia una mina o un
proiettile d’obice potevano ridurre un uomo a una massa
maciullata di vestiti sanguinanti e ossa sminuzzate. Forse
era per quello che ero in grado di guardarlo con tanto
distacco. O almeno lo spero. L’alternativa – ossia che la
mia recente esperienza nei ghetti della morte di Minsk
mi avesse reso del tutto indifferente alla vista dell’umana
sofferenza – era troppo terribile da contemplare.
Con me c’erano il sergente Wilhelm Wurth, pezzo
grosso del movimento sportivo della polizia, e Gottfried Lehnhoff, un ispettore rientrato dopo la pensione
all’Alex, la polizia di Alexanderplatz.
Wurth era nella squadra di scherma e l’inverno precedente aveva partecipato alla gara di sci di Heydrich
per la polizia tedesca, vincendo una medaglia. Non era
nell’esercito perché aveva uno o due anni di troppo.
Ma avrebbe potuto essere utile durante un’indagine
su un omicidio, se per esempio la vittima fosse finita a
sciare contro la punta di una spada. Era magro e tranquillo, con orecchie che assomigliavano a batacchi e il
labbro superiore ricoperto da baffi a tricheco. Una fac18
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cia adatta a un detective della moderna polizia di Berlino, anche se non era così stupido quanto sembrava.
Indossava un semplice vestito a doppio petto grigio,
portava un grosso bastone da passeggio e mordicchiava
il bocchino di una pipa di ciliegio che era quasi sempre
vuota, ma in qualche modo riusciva a farlo puzzare costantemente di tabacco.
Lehnhoff aveva il collo e la testa a pera, ma non dello
stesso colore verde. Come molti altri poliziotti era in
pensione ma, visto che tanti giovani agenti servivano i
battaglioni di polizia sul fronte orientale, era tornato in
servizio per ritagliarsi un angolino all’Alex. La spilletta
del Partito appuntata sul bavero del vestito economico
gli rendeva solo più semplice lavorare il meno possibile.
Camminammo verso sud lungo Dircksen Strasse,
diretti allo Jannowitz Brücke, e poi lungo la linea ferroviaria. Il fiume scorreva sotto di noi, c’era la luna e non
avevamo bisogno delle torce che ci eravamo portati, ma
ci tornarono utili quando la linea sterzò sopra l’officina
del gas di Holzmarkt Strasse e la vecchia fabbrica di
luci di Julius Pintsch: non c’erano recinzioni e sarebbe
stato facile inciampare e cadere rovinosamente sui binari.
Sopra l’officina del gas incontrammo un gruppo di
poliziotti in uniforme e di operai delle ferrovie. Riuscivo
a malapena a distinguere in lontananza la sagoma di un
treno nella stazione di Schlesischer.
«Sono il commissario Gunther, dell’Alex» dissi.
Non pensavo fosse necessario mostrargli il distintivo.
«Questi sono l’ispettore Lehnhoff e il sergente Wurth.
Chi ci ha chiamato?»
«Io, signore!» Uno dei poliziotti si avvicinò e fece il
saluto. «Sergente Stumm.»
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«Nessuna relazione, spero» intervenne Lehnhoff.
Un tizio di nome Johannes Stumm era stato obbligato
dal Grasso Hermann a lasciare la polizia politica perché non era nazista.
«No, signore» sorrise paziente il sergente Stumm.
«Mi dica, sergente,» ripresi io «perché crede che
questo sia un omicidio e non un suicidio o un incidente?»
«È vero, gettarsi sotto un treno è uno dei modi più
diffusi per uccidersi al giorno d’oggi» rispose il sergente
Stumm. «Soprattutto tra le donne. Io senz’altro userei
un’arma da fuoco se volessi uccidermi. Ma le donne
non sono a proprio agio con le pistole come gli uomini.
Ora, per quanto riguarda questa vittima, signore, tutte
le sue tasche sono state rivoltate. Non è certo una cosa
che fai se stai progettando di ucciderti. E nemmeno è
una cosa che si prenderebbe la briga di fare un treno.
Quindi questo escluderebbe anche l’incidente, no?»
«Forse qualcun altro ha trovato il cadavere prima di
voi,» suggerii io «e l’ha derubato.»
«Magari un piedipiatti» insinuò Wurth.
Saggiamente il sergente Stumm ignorò l’idea. «Poco
probabile, signore. Sono piuttosto sicuro di essere stato
il primo ad arrivare sulla scena. Il macchinista ha visto
qualcuno sui binari mentre il treno iniziava a prendere
velocità fuori da Jannowitz. Ha frenato, ma era troppo
tardi.»
«Va bene, diamogli un’occhiata.»
«Non è un bello spettacolo, signore. Anche al buio.»
«Mi creda, ho visto di peggio.»
«Le credo sulla parola, signore.»
Il sergente fece strada lungo i binari e si fermò un
attimo per accendere la torcia e illuminare una mano
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mozzata che giaceva al suolo. La guardai per un minuto,
o quasi, prima di proseguire verso un altro poliziotto
che attendeva pazientemente di fianco a un cumulo di
vestiti a brandelli e resti umani. Per un istante mi sembrò di guardare me stesso.
«Tenga la torcia puntata sul cadavere mentre diamo
un’occhiata.»
Sembrava che il corpo fosse stato masticato e poi
risputato da un mostro preistorico, le gambe ripiegate
erano a malapena attaccate a un bacino incredibilmente
piatto. Indossava una tuta blu da operaio con piccole
tasche, rivoltate all’esterno come aveva descritto il
sergente; erano girate all’infuori anche quelle della sua
giacca di flanella attorcigliata, che aveva l’aspetto di
uno straccio unto. Dove un tempo c’era la testa, ora
spuntava un arpione insanguinato d’osso e tendini. Si
sentiva un forte odore di merda, fuoriuscita dalle viscere schiacciate e svuotate dalla pressione delle ruote
della locomotiva.
«Non riesco a immaginare cosa possa aver visto di peggio di questo povero diavolo» disse il sergente Stumm.
«Nemmeno io» osservò Wurth e si voltò pieno di
disgusto.
«Scommetto che prima della fine di questa guerra
avremo visto tutti diverse cose interessanti» affermai.
«Qualcuno ha cercato la testa?»
«Ho un paio di ragazzi che stanno setacciando la
zona» mi rispose il sergente. «Uno sui binari e uno
sotto, nel caso sia caduta nei cortili dell’officina del gas
o della fabbrica.»
«Penso che abbia ragione» aggiunsi. «Questo sembra un omicidio bello e buono. Oltre alle tasche rivoltate c’è quella mano...»
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«La mano?» Era stato Lehnhoff a parlare. «Cosa
vuol dire?»
Li guidai di nuovo lungo il binario per dare un’altra occhiata alla mano mozzata. La raccolsi e la studiai
come fosse un reperto storico o una reliquia. «Questi
tagli sulle dita mi sembrano le tracce lasciate da un
tentativo di difesa» dissi. «Come se avesse afferrato il
coltello di qualcuno che cercava di pugnalarlo.»
«Non so come fa a sostenerlo, dopo che un treno gli
è passato sopra» obiettò Lehnhoff.
«Questi tagli sono troppo sottili per essere stati inflitti da un treno. E poi guardate dove si trovano: lungo
la pelle dell’interno delle dita e nella zona tra il pollice
e l’indice. Se questa non è una ferita da difesa da manuale, posso anche cambiar mestiere, Gottfried.»
«Va bene,» assentì Lehnhoff, quasi a malincuore
«l’esperto di omicidi qui è lei.»
«Può essere. Ma di recente ho avuto una discreta
concorrenza. Ci sono un sacco di poliziotti, a Est,
giovani leve, che ne sanno molto più di me in fatto di
omicidi.»
«Non saprei» disse Lehnhoff.
«Credimi. Là fuori c’è un’intera generazione di
nuovi poliziotti molto in gamba.» Lasciai depositare
un attimo questa considerazione prima di aggiungere,
per salvare le apparenze: «Lo trovo molto rassicurante,
a volte. Che ci siano così tanti buoni uomini pronti a
prendere il mio posto. Giusto, sergente Stumm?».
«Sissignore» mi rispose, ma riuscii a percepire il
dubbio nella sua voce.
«Venga con noi» lo invitai, intenerito. In una nazione in cui l’irascibilità e la collera erano all’ordine del
giorno (Hitler e Goebbels sbraitavano con rabbia in
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continuazione per qualsiasi motivo), la calma del sergente era incoraggiante. «Ritorniamo verso il ponte. Un
altro paio di occhi potrebbe essere utile.»
«Sissignore.»
«Cosa stiamo cercando ora?» La voce di Lehnhoff
aveva un tono annoiato, come se facesse fatica a comprendere la necessità di approfondire le indagini.
«Un elefante.»
«Cosa?»
«Qualsiasi cosa. Una prova. Lo capirai di sicuro
quando la vedi» dissi.
Risalendo i binari trovammo alcune tracce di sangue
su una traversina e poi altre sul bordo della banchina
subito fuori da quella specie di rimbombante serra di
vetro che era la stazione di Jannowitz Brücke.
Giù in basso, da una chiatta che sbuffando passava
tranquilla sotto uno degli archi in mattoni rossi del ponte,
qualcuno ci gridò di spegnere le luci. Fu l’imbeccata
perché Lehnhoff cominciasse a fare il gradasso, quasi
come se stesse aspettando il pretesto per comportarsi da
stronzo, non importava con chi.
«Siamo la polizia» urlò giù verso la chiatta. Lehnhoff
era l’ennesimo tedesco arrabbiato. «E stiamo investigando su un omicidio quassù. Quindi, amico, fatti gli
affari tuoi o salgo a bordo e ti perquisisco solo perché
ne ho il diritto.»
«Sono affari di tutti se qualche bombardiere inglese
vede le vostre luci» replicò la voce, e aveva le sue ragioni.
Il naso di Wurth si arricciò stupito. «Non credo sia
probabile. Giusto, signore? È un bel po’ che la raf non
si spinge così a Est.»
«Probabilmente anche loro non riescono a trovare
benzina» dissi.
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Puntai la torcia a terra e seguii una traccia di sangue
lungo la banchina fino al punto in cui sembrava cominciare.
«Dalla quantità di sangue a terra è possibile che sia
stato pugnalato qui. Poi ha barcollato lungo la banchina
per un bel pezzo prima di cadere sui binari. Si è tirato
su e ha camminato un altro po’ prima di essere colpito
dal treno diretto a Friedrichshagen.»
«L’ultimo» aggiunse il sergente Stumm. «Quello
dell’una.»
«Fortunato a non perderlo» scherzò Lehnhoff.
Ignorandolo, diedi un’occhiata al mio orologio.
Erano le tre di mattina. «Be’, questo ci permette di stabilire più o meno l’ora del decesso.»
Ricominciai a camminare lungo il binario davanti
alla banchina e, dopo un po’, trovai per terra un libretto grigio-verde delle dimensioni di un passaporto.
Era un libretto di lavoro, simile al mio ma per stranieri.
Dentro c’erano tutte le informazioni che mi servivano
sul deceduto: nome, nazionalità, indirizzo, fotografia e
datore di lavoro.
«È un libretto da lavoratore straniero, no?» chiese
Lehnhoff, lanciando un’occhiata sopra la mia spalla
mentre studiavo i dettagli della vittima alla luce della
torcia.
Annuii. L’uomo si chiamava Geert Vranken, trentanove anni, nato a Dordrecht in Olanda, operaio di
ferrovia volontario, domiciliato in un ostello di Wuhlheide. La faccia nella foto era diffidente e aveva una
fossetta sul mento non rasato. Aveva le sopracciglia corte
e stava perdendo i capelli. Sembrava indossare la stessa
giacca spessa di flanella ritrovata sul cadavere e portava
una camicia senza colletto allacciata fino in cima.
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Mentre stavamo leggendo gli scarni dettagli della
breve vita di Geert Vranken, un altro poliziotto salì le
scale della stazione di Jannowitz con quella che al buio
pareva una piccola borsa rotonda.
«Ho trovato la testa, signore,» riferì l’agente «era
sul tetto dello stabilimento Pintsch.» La teneva per
un orecchio, cosa che in assenza di capelli sembrava
un metodo come un altro per portare in giro una testa
mozzata. «Non mi andava di lasciarla lassù, signore.»
«No, hai fatto bene a portartela dietro, ragazzo»
disse il sergente Stumm e, afferrando l’altro orecchio,
appoggiò con attenzione la testa sulla banchina in
modo che guardasse verso di noi.
«Non è una cosa che si vede tutti i giorni» intervenne
Wurth e distolse gli occhi.
«Dovresti andare su a Plotzensee» commentai. «Ho
sentito che la ghigliottina va a pieno regime in questo
periodo.»
«Comunque è lui» disse Lehnhoff. «È proprio il tizio
della foto sul libretto di lavoro. Non trova?»
«Sì, sono d’accordo» risposi. «E immagino che
qualcuno debba aver provato a derubarlo. Altrimenti
perché frugargli nelle tasche?»
«Quindi pensa che questo sia un omicidio e non un
incidente?» chiese Lehnhoff.
«Sì, e proprio sulla base di questi indizi.»
Il sergente Stumm si lasciò scappare un verso di
disapprovazione, accompagnato da uno sfregamento
della mascella irsuta quasi altrettanto rumoroso. «Sfortuna per lui, ma anche per l’assassino.»
«Cosa intende?» gli domandai.
«Be’, se era un lavoratore straniero, immagino non
ci fosse nient’altro che polvere nelle sue tasche. È una
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bella fregatura uccidere qualcuno con l’intento di derubarlo e poi scoprire che non possiede niente di valore.
Voglio dire, questi poveri cristi non sono esattamente
ben pagati, giusto?»
«Hanno pur sempre un lavoro» obiettò Lehnhoff.
«Meglio un lavoro in Germania che nessuno in Olanda.»
«E di chi è la colpa?» replicò il sergente Stumm.
«Non penso di gradire la sua insinuazione, sergente»
disse Lehnhoff.
«Smettila, Lehnhoff,» mi intromisi io «non è il momento né il luogo per discutere di politica. È morto un
uomo, dopotutto.»
Lehnhoff grugnì e diede un colpetto alla testa con
la punta della scarpa, un gesto sufficiente a farmi venir
voglia di sbatterlo giù dalla banchina a calci.
«Be’, se qualcuno l’ha ucciso davvero, come sostiene
lei, Herr Commissar, probabilmente sarà stato un altro
operaio straniero. Vedrà che non mi sbaglio. È tutto
un mors tua vita mea in quegli ostelli per stranieri. Si
sbranano come cani.»
«Non c’è niente da criticare» dissi. «I cani sanno
quanto è importante farsi una bella mangiata ogni
tanto. E per quanto mi riguarda, se dovessi scegliere tra
mezz’etto di carne canina e un etto di niente, mangerei
senza dubbio il cane.»
«Io no» ribatté Lehnhoff. «Mi limito ai criceti. Non
mangerò mai un cane.»
«Una cosa è dirlo, signore,» osservò il sergente
Stumm «ma un’altra è distinguere il sapore. Forse non
l’ha saputo, ma la polizia ha dovuto mettere guardie
notturne allo zoo. I bracconieri entravano di nascosto
per rubare gli animali. Pare che siano riusciti a prendere soltanto il tapiro.»
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«Il tapiro? E che cos’è?» chiese Wurth.
«Assomiglia un po’ a un maiale» lo informai. «E immagino che anche un macellaio senza scrupoli lo stia
chiamando così proprio in questo momento.»
«Buona fortuna a lui» mi venne dietro il sergente
Stumm.
«Non parla sul serio» intervenne Lehnhoff.
«A un uomo per riempirsi lo stomaco serve più di un
entusiasmante discorso di quel Mahatma PropaGandhi
di Goebbels» dissi.
«Amen» concluse il sergente Stumm.
«Quindi farebbe finta di niente se sapesse di cosa si
tratta?»
«Non so» risposi, ritornando infine prudente. Potevo avere tendenze suicide, ma non ero uno stupido:
Lehnhoff era il tipo da fare rapporto alla Gestapo su un
collega solo perché indossava scarpe inglesi, e io non
avevo nessuna voglia di passare una settimana in cella,
lontano dalla consolazione degli incontri notturni con
la mia pistola. «Ma questa è Berlino, Gottfried. Siamo
bravi a far finta di niente.» E indicando la testa mozzata ai nostri piedi aggiunsi: «Vedi bene che non mi
sbaglio».
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la notte di praga