domenica 24 aprile 2005 ❖ L’INDIPENDENTE
DI
P
G IANCRISTIANO D ESIDERIO
ROVATE a fare questo simpatico e stra-
vagante esercizio: contate quanti
Ape vedete nel corso di una passeggiata. Cosa è l’Ape? Suvvìa, che lo
sapete benissimo. Avete capito perfettamente. Intendo proprio quell’Ape lì:
quello strano mezzo di locomozione e
trasporto che gli italiani (contadini, artigiani, commercianti, ma anche professionisti) hanno imparato a usare nel corso dei decenni, fino a farne una sorta di
casa viaggiante o un’altra stanza della loro abitazione. L’esercizio che vi propongo, naturalmente, l’ho fatto anche io. Nel
breve tragitto da via dei Cappellari (una
traversa che si diparte da Campo dei Fiori verso il Vaticano) a Piazza del Gesù ho
contato la bellezza di ventitré Ape: da
quello più piccolo, l’Ape 50, a quello familiare, il cosiddetto Apecar. Il primo
l’ho visto dopo aver fatto dieci passi
uscendo da casa. Era stracarico di fiori coloratissimi che nascondevano l’Ape fino
a farlo sembrare una sorta di giardino
mobile. Il secondo era vicino al primo:
piccolo, riverniciato con un colore indefinibile a metà strada tra l’indaco e il verde, trasportava bombole che, insieme,
dovevano senz’altro pesare più del piccolo Ape. Arrivato a Piazza della Cancelleria ne ho visto tre parcheggiati uno di fila all’altro. Subito dopo c’erano macchino di ogni tipo. Ma chi li ha visti? I miei
occhi erano tutti per questi stranissimi e
bellissimi animali viaggianti su tre ruote.
Come diavolo è possibile che l’Ape cammini veramente su tre ruote? Un tavolino
con tre gambe è sempre instabile. Possibile che la Piaggio sia riuscita a mettere su
strada un veicolo con tre ruote capace di
spostare tutto: piante, animali, uomini,
materiali, cose? Lo confesso: l’Ape mi ha
sempre affascinato e ho sempre ammirato quei vecchietti del mio paese, Sant’Agata dei Goti, che riescono a guidarlo con
disinvoltura, sia in stato di coscienza che
in stato di ebrezza. Che spettacolo.
Direte. Questo è pazzo. Perché mai?
Perché mi affascina l’Ape? E allora che
cosa direte mai di Franco La Cecla e Melo Minnella che hanno appena pubblicato un libretto originalissimo con la casa
editrice Elèuthera proprio sull’Ape? Titolo: La Lapa e l’antropologia del quotidiano. Sì, proprio così: La Lapa. Un nome
che è una favola. Non lo conoscevo, ma
mi piace. Ne sapevo un altro, invece: L’Apetiello. Come se fosse un diminutivo o il
nome confidenziale che si dà a un componente della famiglia. In fondo, l’Ape,
per chi ce l’ha, fa proprio parte della famiglia. Un Ape non si abbandona mai. Lo
si passa di generazione in generazione.
Un Ape invecchia con il suo padrone o,
magari, ringiovanisce con i suoi figli e nipoti. Un Ape ha infinite risorse e infiniti
usi. Prendete il caso di Valentino Rossi.
Grande pilota su due ruote. Ma ha cominciato con le tre ruote dell’Ape. Ne faceva un uso, diciamo così, sportivo. Ma
l’Ape, anche se concepito per il lavoro, ha
in sé una filosofia dello sport e della vita
all’aria aperta. Qual è il precedente immediato della Lapa? Beh, il carretto siciliano o calabrese. La somiglianza tra il
carretto e La Lapa è evidentissima. Non
solo nell’uso, ma anche nella forma. Perfino nei cani. Il carretto ha il cane attaccato a seguire con pazienza, mentre nella Lapa il cane, fedelissimo amico del lapista, è a rimorchio che controlla la situazione (altre volte, invece, viene fatto
accomodare accanto al lapista e ci sono
anche dei casi in cui si racconta che a guidare La Lapa sia proprio il cane, mentre
il lapista si limita ogni tanto a dire dove
andare).
Perché l’antropologia si interessa dell’Ape? E perché me ne interesso anche io
(anche noi, l’io non è usato dal bravo
giornalista, ma tanto non sono bravo)? Il
treruote più famoso al mondo non è roba
da intellettualizzare. E’ mondo. Fa mondo. E’ un prodotto dell’esperienza e non
della ragione. Ma proprio per questo motivo l’antropologia del quotidiano s’interessa alla quotidianità della Lapa. Gli antropologi non credono nelle statistiche,
nelle interviste, nei campionamenti, nei
sondaggi. Credono in Trilussa e nella poesia (ma anche nella prosa). Credono nel
primato dell’esperienza. Niente ideologia. Molto meglio le cose, le case, gli usi,
i costumi, il lavoro, le abitudini, i luoghi,
le memorie, i volti, gli amori, le sofferenze, le speranze. Per esempio: si vorrebbe
che il mondo fosse così e così e così. E’ la
solita storia: il mondo così com’è non va
bene, meglio cambiarlo perché dovrebbe
essere in un altro modo. Ma se volete conoscere il mondo dovete anche avere l’umiltà di confrontarvi con il mondo e mettere in conto che, magari, il mondo vi
possa dire qualcosa che non sapete, che
non avete mai visto, né sentito, né gustato. E’ un principio semplice: ascoltare
prima di parlare. La Lapa è così. Vi racconta un mondo, più mondi. Perché la La
Lapa è un essere anti-ideologico. Se fosse dipeso dalla Lapa non avremmo mai
avuto i totalitarismi perché le storie sono
l’esatto contrario della filosofia della storia. Le storie degli uomini non si lasciano
ingabbiare in nessuna Ideologia. Invece,
fanno saltare in aria tutti i castelli di carta di chi crede di avere messo le mani una
volta e per sempre sulla natura umana. Figurarsi. ma fatevi un giro in Lapa e la-
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l’APE
IL MONDO VISTO
E RACCONTATO
SU TRE RUOTE
sciateci in pace.
La Lapa o Apetiello ci parla di personaggi. Ne voglio ricordare due: uno vivo
e uno morto. Entrambi sconosciuti. Inziamo dal morto. Si chiama Alfonso e
aveva un “contrannome” o soprannome
o nomignolo: il merlo. Detto per esteso il
nome suonava così: Fonz ‘o mierul
(Alfonso il merlo). Nella vita non ha mai
fatto un cavolo, pur facendo un sacco di
cose. Non ho mai capito di chi fosse figlio
e quanti figli avesse. Viveva con la moglie,
i figli e altri parenti. Tutti degli sciagurati. Si arrangiavano e a volte neanche questo. Avevano difficoltà a mettere insieme
il pranzo con la cena. Non erano belli, né
curati. Stavano solo al mondo. Il merlo
aveva solo una cosa: l’Ape. Di colore
arancione, piccolo, con pezzi mancanti,
ma comunque sempre su strada. Ci faceva di tutto, tranne che lavorare. Negli
spostamenti da un paese all’altro, da
Sant’Agata ad Airola o a maddaloni, ma
anche nei viaggi più lunghi, fino a Napoli e dintorni, caricava tutta la prole a bordo e a rimorchio e si spostava. Come un esodo. La sua
vera casa era l’Ape.
Perché una casa vera
non l’ha mai avuta.
Quella che avevano
giù alla villa comunale, sotto un bellissimo portico con sopra una finestra catalana che farebbe
la felicità di archietti e di snob alla Daverio, l’avevano ridotta a
una grotta. Una stamberga. Mia nonna,
donna dall’energia
titanica pur essendo piccolina, e dal
cuore più grande, in
pratica dava loro da
campare. ma tra soldi e cibarie ho sempre avuto il sospetto
che tutto andasse a finire nel serbatoio dell’Ape. Che strana storia è quella di Alfonso e della sua Lapa.
Una storia fuori dalla
storia. Una storia senza storia. Una storia
vinta. Come quelle di
Verga o di Sciascia.
Una storia priva di coscienza: tutta natura e
chissà se c’era dolore.
O forse Alfonso, il povero Alfonso che un
brutto giorno fece un volo da sopra a sotto di oltre trenta metri giù dalla villa comunale e si ruppe la testa e diede addio
alla vita che lo aveva sconfitto, era così
come appariva: sorridente, con la gioia
nel cuore anche se aveva la miseria che gli
usciva dalle orecchie. Cosa lo rendeva
così inutile e spensierato? L’Ape. Chissà
che fine avrà fatto La Lapa ora che il suo
merlo non c’è più.
L’altro personaggio è vivo e vegeto, ma
non lo vedo da tempo. Forse è in giro per
il mondo con l’Ape. Il suo nome è Pupone e altro non ne conosco. Aveva una moglie e un’amante ufficiale meno bella della moglie. Figli in quantità incerta. Lavoro imprecisato. Unica cosa stabile l’Ape.
Il Pupone ne faceva un uso smodato. Era
sua abitudine quella di festeggiare il Carnevale come Dio comanda. Soprattutto la
morte del Carnevale. Pupone ricorreva a
tutta la sua fantasia e attrezzava il suo Ape
come una sorta di carro funebre (un uso
RACCONTINI
ROMANI
Era l’espressione
della libertà.
Un tempo la usavano
tutti per farci tutto:
contadini, artigiani,
professionisti.
Ora un libro
la celebra e ne tenta
un’antropologia.
Valentino Rossi ha
imparato a correre
proprio sulla “Lapa”
che nel libretto di La Cecla e Minnella
non si mensione e invece converrà tenerne conto), quindi portava in giro per il
paese, come in una sorta di processione
profana, il Carnevale ormai morto.
Pupone usò l’Ape anche per festeggiare i due scudetti del Napoli di Maradona.
In quell’occasione l’Ape cambiò colore:
era più meno arancione (come quello di
Alfonso: i due spesso facevano coppia) e
divenne azzurro. Un grande scudetto venne disegnato sulla faccia dell’Ape e Pupone stesso si vestì da giocatore. Cosa
che ha sempre fatto nella vita: ha sempre
giocato. La stravaganza dei personaggi è
uguale alla originalità dell’Ape. Chi guida un’Ape è sempre un “tipo”. I miei sono casi estremi, ma guardate chi usa l’Ape, chi viaggia in Ape, chi lavora con l’Ape, chi vive con l’Ape e vedrete che si tratta sempre di tipi originali. Non riconducibili al solito notissimo e pur sconosciuto italiano medio.
Cosa dire ancora? Il rumore e la partenza. E’ vero che il rumore della Lapa è
come l’acuto di un tenore di grazia?
Canta in falsetto ed è sempre riconoscibile. Sapete sempre
quando sta passando un’Ape.
Quanto alla partenza è sempra
garibaldina: l’Ape parte con
uno scatto, come se volesse
aggredire il mondo, come se
volesse dire “io ci sono, state attenti”. Perché l’Ape è
piccola e il mondo è grande,
ma un mondo senza l’Ape
sarebbe indubbiamente un
mondo più povero.
La Lapa ha preceduto
Andy Warhol. Si tratta di
un mezzo pop: «E’ l’avanguardia per cui ciò che
è pacchiano diventa invece linguaggio con cui si
capiscono gli spiriti eletti, è l’arte su tre ruote, la
vita quotidiana senza
ipocrisie. Peccato che
nessun Warhol abbia pensato a fare una Lapa decorata come una zuppa
Campbell». Ecco perché l’Ape è un mezzo popolare, dall’India alla Sicilia, dalla Romania alle Filippine «perché
ha l’anima multifunzionale
del popolo, ha l’idea che le cose non hanno una funzione
precisa ma possono averne
tante». Uno spirito creativo ha
creato l’Ape che è la creatività
della libertà umana su tre ruote.
Buon Ape a tutti.
DONNE
DI CLASSE
L
’
DI
F ERNANDO ACITELLI
ORA IN CUI il poeta Giorgio Vigo-
lo usciva di casa adagiandosi
non visto nella vita. Quell’imbrunire che proteggeva e che lo
faceva sentire ancor più un “eremita di Roma”. Era soprattutto d’estate che in lui la tristezza aveva un’impennata e il cuore pigliava freneticamente a percuotergli il costato.
Mi ero sempre illustrato nell’animo
questo di lui. Munito di taccuino e
confidando nei versi che sarebbero
venuti con tutta quella quiete intorno,
egli s’avventurava per la città ed i suoi
luoghi erano i silenzi di vicolo Scanderbeg, un viottolo da secentesca fuga
d’amore dalle parti della Fontana di
Trevi, oppure piazza Margana, sotto al
Campidoglio; e ancora i luoghi attorno al Foro:“In che luce vidi ier sera/nello strano imbrunire senza lumi/la colonna Traiana.[…]
Il colore del giorno, precisamente,
era quell’arancio che sta scheggiandosi sollevando pure nello scenario
un violetto che poi si sarebbe mutato
in blu. Ad adagiarsi in cima alla Trinità de’Monti, si sarebbero ammirate
tutte le cupole e in esse immaginato lo
sguardo impaurito dello scaccino che
si preparava al buio; a quei pensieri,
un animo sensibile avrebbe allertato i
poteri di difesa avvertendo anche nei
rettangoli sacri la paura.
Era una sera d’estate ed io, tentando
di ricostituire i passi di Giorgio Vigolo e gioendo per quella che doveva essere stata la sua serenità serale, già
antica, dalla Fontanella di Borghese
mi inoltravo verso quelle vie solenni
che conducono a Piazza di Spagna.
Nel mio animo il sereno s’era ben disteso ma tentavo di controllare il più
possibile questo sentimento perché
avevo sempre ritenuto fosse buona cosa “vivere al riparo degli dèi”, rimanendo sempre cauto nel dipingermi
sul volto la gioia.
Desideravo raggiungere il Pincio
dopo crepuscolare scalata alla Trinità
de’Monti e così avevo imboccato via
de’Condotti svoltando poco dopo per
via Belsiana. I negozi stavano chiudendo e s’avvistavano soprattutto
donne in età, impaurite d’ogni tramonto. Si trattava di donne ricche, ingioiellate, che di lì a poco avrebbero
raggiunto i luoghi delle vacanze, la
costa tirrenica, il mare degli antichi
padri. Ignoravo perché le collocassi in
uno scenario classico: Ponza, il Circeo,
addirittura Capri.
Le vedevo custodirsi entro dimore
che, sebbene a picco sul mare, avevano leso poco il paesaggio. In quelle penombre, l’ambulacro, le statue, le vasche a zampillo avevano il compito di
sollevare quel silenzio che sa riparare
le crepe dell’animo. Agli angoli tra
via Belsiana e via Borgognona s’erano
posizionati venditori d’Africa, coloratissimi negli indumenti e con un
sorriso allarmato: temendo l’arrivo dei
gendarmi, essi erano con lo sguardo
sempre all’erta. In terra avevano sistemato un panno e su questo, allineate, stavano delle borse firmate, tratte da una enorme sacca.
Gli stilisti, distanti e felici nei loro
mausolei, pure sapevano di queste
vendite fuori legge ma in quegli istanti erano occupati con cantori, orafi e
incisori e non immaginavano quello
scorcio di Roma ove s’abusava d’un loro marchio. Nei loro tramonti custoditi, gli stilisti erano in posa per il
profilo: quel volto sarebbe stato effigiato su medaglie e così, accanto a
Traiano, Gallieno e Probo avremmo
ammirato anche…
Quell’insperato ben di Dio, apparso
d’improvviso agli angoli tra via Belsiana e via Borgognona, migliorò di
molto lo stato d’animo di quelle donne che non si risolvevano a far ritorno
a casa. Esse presero subito a venerare,
sebbene da lontano, quella mercanzia dal marchio contraffatto. Poi che
nessuna di loro – ne contai cinque –
desiderava esporsi in quell’acquisto
sotto lo sguardo delle altre, si delineò
in quell’angolo una fase di studio.
Che, forse, si conoscevano? Erano
forse d’un ramo collaterale della stessa Casata? Alla fine, vinta la presumibile vergogna, s’accostarono a quei coloratissimi venditori e definirono “al
volo” l’acquisto di borse che sarebbero state necessarie nello scenario delle loro ville a picco sul mare.
Quieto nel mio angolo e recitando
attenzione verso capi d’abbigliamento in una vetrina, registrai tre acquisti
da parte di quelle donne di classe.
Poi, nel violetto che stava cedendo al
blu, m’allontanai con i versi di Giorgio
Vigolo di nuovo a sostenermi:«Io sono
veramente uscito/dal mondo e quando sto/con gli altri vedo quanto/il mio
animo è lontano/e che parlo un’altra
lingua./[…]».
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