A cura di:
Anna Maisto
Federica Gissi
Cecilia Rossi
FAMIGLIA OLTRE LE SBARRE
Con la collaborazione di :
Associazione Incontro e Presenza
Associazione CIAO ONLUS
Associazione Il Girasole
FAMIGLIA OLTRE LE SBARRE
INDICE:
Prefazione
pag. 3
Per cominciare
pag. 4
Diamo i numeri
pag. 6
Esigenza dell’uomo: la relazione
pag. 7
Cosa è una famiglia?
pag. 8
Perché è importante l’unità famigliare?
pag. 9
La famiglia è risorsa
pag. 12
Chi aiuta la famiglia ?
pag. 14
Chi non ha una famiglia
pag. 17
Cosa non funziona?
pag. 19
Il vero volto del Carcere
pag. 21
Lettera di un detenuto
pag. 23
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1. PREFAZIONE
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2. PER COMINCIARE…
Questo libretto vuole essere il risultato di un progetto realizzato da Anna, Federica e Cecilia, tre
future assistenti sociali, ancora in formazione.
Non si ha pertanto la pretesa di essere esaustive, ma di ricostruire quanto abbiamo imparato dalle
persone incontrate lungo il percorso.
Perché abbiamo deciso di occuparci di famiglia?
Nella nostra esperienza personale ci siamo accorte di quanto la famiglia sia luogo di affetti e
legami fondamentali per la crescita e la formazione dell’identità della persona: la famiglia è il luogo
in cui il bambino viene a contatto con il mondo per la prima volta e dove cresce, immerso in
relazioni importanti, forti e assicurato da una presenza affettiva.
Nella cultura occidentale una famiglia normalmente è definita come un gruppo di persone
accomunate da legami di sangue o legali, come il matrimonio o l'adozione.
Ma la forma del legame tra persone non può bastare a definire la famiglia, l’elemento
caratterizzante rispetto qualunque altro insieme di persone è il fattore educativo.
In ogni famiglia è necessaria una forma di amore, di interesse particolare, tra i componenti dove
viene tramandata una cultura, un modo di vivere; è quindi possibile definire l’educazione familiare
come l’aiuto a entrare in rapporto con la realtà sviluppando e valorizzando le caratteristiche di ogni
singolo componente.
Non sempre l’aspetto educativo ricopre la giusta importanza nelle famiglie dei nostri giorni; infatti,
nella confusione dei valori che caratterizza la società attuale, il modo in cui crescono i figli dal
punto di vista umano è diventato secondario rispetto ad altre preoccupazioni: la salute, il successo
nel lavoro, l’aspetto economico. Anche la società è caratterizzata da queste preoccupazioni, tanto
che l’aspetto educativo può passare in secondo piano, e se non si riescono a raggiungere le mete
prefissate attraverso le proprie capacità, può essere utilizzato qualunque mezzo.
Se concepiamo la famiglia come un unico soggetto allora anche questa necessita di relazionarsi
con altri soggetti fino a costituire la società. Quindi risulta evidente come il compito educativo della
famiglia sia identico a quello della società per la società, specialmente nel contesto attuale dove la
famiglia perde sempre più di vista la propria funzione.
Il modo di guardare alla famiglia, alla luce del suo compito sociale, è fondamentale in tutti i campi
del lavoro dell’assistente sociale perché ogni persona è parte di un insieme, è, per usare le parole
di Mirella Bocchini, “nodo di vita e di rapporti, e se tu stai davanti alle persone per scoprire il volto
umano, non puoi non entrare in rapporto con tutti i suoi rapporti, a 360 gradi.”
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E quando le relazioni famigliari sono vissute come negative?
Le persone, generalmente, non rimangono indifferenti di fronte a quanto accade ad un
componente del nucleo familiare. Il nostro interesse nasce dalla curiosità di comprendere se e
come l’esperienza famigliare possa essere utile e positiva anche nei momenti di crisi.
Come mai abbiamo scelto l’evento critico del carcere?
Il carcere è una istituzione che crea, indirettamente, la rottura dei legami all’interno del nucleo
familiare. In questo momento alla famiglia serve la forza e il sostegno per reagire, per capire
quanto può essere importante riconoscersi come nucleo ed essere riconosciuta come risorsa.
Qui inizia il nostro progetto.
Durante i nove mesi del nostro stage abbiamo incontrato alcune famiglie che hanno vissuto e che
vivono l’esperienza della detenzione di un loro membro. Il nostro percorso è stato ampliato
attraverso dialoghi con professionisti e volontari che dedicano la loro vita al lavoro nelle carceri o
nei servizi collegati ad esse.
In queste pagine vengono raccontate alcune esperienze che sono significative perché
testimonianza di persone che sono state aiutate, non solo attraverso l’erogazione di un servizio,
ma attraverso dei rapporti affettivi.
Chiave di lettura:
Siamo partite dall’esigenza dell’uomo di avere relazioni e poi abbiamo provato a definire cosa sia
la famiglia alla luce dell’esperienza vissuta e degli incontri fatti.
Il percorso si è sviluppato seguendo alcuni concetti chiave: l’importanza dell’unità famigliare, il
riconoscere la famiglia come risorsa e l’individuare chi aiuta la famiglia a rimanere unita in un
momento di crisi. Ci siamo poi chieste: su cosa e su chi poggia chi è privo del supporto famigliare?
Quali aspetti, sia a livello strutturale che di lavoro con i detenuti sono carenti e quindi, si potrebbero
migliorare?
Abbiamo sviluppato questi punti utilizzando diverse voci narranti: detenuti (voci dal carcere),
famigliari ed ex detenuti (chi l’ha vissuto) e tutti coloro che gravitano a vario titolo attorno al mondo
del carcere (voci degli esperti). All’interno di ogni punto abbiamo pensato di inserire alcune
riflessioni nate da ciò che ci è stato testimoniato.
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3. DIAMO I NUMERI
Casa circondariale di Monza
Detenuti : 718
Uomini : 666
Donne : 52
Casa circondariale di San Vittore
Detenuti : 1680
Uomini : 1570
Donne : 110
In Lombardia:
Detenuti : 9412
Uomini : 8837
Donne : 575
Casa di reclusione di Bollate
Detenuti : 1146
Uomini : 1074
Donne : 72
Casa di reclusione di Opera
Detenuti : 1271
Uomini : 1269
Donne : 2
Dati raccolti dall’associazione Antigone risalenti al 31/01/2012.
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4. ESIGENZA DELL’UOMO: LA RELAZIONE
Per comprendere l’esigenza naturale di relazione dell’uomo abbiamo pensato all’immagine del
nido.
Il nido è la nostra casa, il luogo in cui si nasce e si cresce protetti nelle relazioni. Dentro ogni uomo
c’è il bisogno di nutrirsi ed essere al sicuro, ma anche il desiderio di scoprire il mondo e di poter
ritornare ogni volta accolti nel nido, fino ad essere capaci di costruirne uno proprio.
La persona è l’equilibrio tra bisogni e desideri. I bisogni sono normalmente identificati con beni
materiali, mentre i desideri sono le esigenze più profonde dell’uomo.
Non sempre tuttavia le relazioni dentro al nido sono positive, e mai sono sufficienti all’uomo, allora
si possono cercare all’esterno, per tentare di star bene e raggiungere la felicità, attraverso il
rapporto con le cose, con il mondo e con gli altri.
L’uomo infatti non basta a sé stesso, è “dipendente” dal legame familiare che lo ha educato, ma
sente sempre la necessità di aprirsi a nuove relazioni che rispecchino i valori morali e umani
appresi in famiglia pur sentendosene libero, come una rondine che di giorno esplora il mondo, ma
la sera fa ritorno al nido.
Ma perché l’uomo ha bisogno di incontrare e di confrontarsi con altre persone?
Quanto più l’uomo prende coscienza della sua natura relazionale, non condizionata dalla società
attuale, tanto più si sente realizzato. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, diviene uno
strumento per realizzare noi stessi.
Ma per arrivare ad avere questa coscienza è necessario che la famiglia o, quantomeno, l’ambito in
cui si vive trasmetta dei valori, dei principi: un’educazione.
L’educazione imparata in famiglia costituisce parte dell’identità della persona emergendo nelle
relazioni extra familiari e fonda la cultura della società.
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5. COS’È UNA FAMIGLIA?
“La famiglia è un’organizzazione complessa di relazioni di parentela che ha una storia e crea
storia” ( Eugenia Scabini)
Questa citazione a nostro parere riassume il significato di famiglia: un insieme di relazioni, legate
da un filo attraverso cui si dà e si riceve. Un filo elastico, per comprendere le diversità delle
persone che ne fanno parte e per consentire alle persone di allontanarsi, avendo sempre
un’opportunità per tornare indietro.
All’interno di quel legame è stata condivisa una storia comune (la tradizione), che caratterizza ed è
la base per l’educazione della famiglia senza appiattire le differenze tra i componenti ma
permettendo che questi possano elaborarla ed adattarla alle proprie esperienze personali.
L’educazione trasmessa dalla famiglia può essere secondo principi morali ed eticamente coretti
oppure una educazione alla trasgressione e si ripropone in parte simile nelle relazioni che si hanno
con l’esterno e quindi anche in una possibile nuova famiglia.
Nella famiglia cominci fin da piccolo a costruire chi sei, la tua identità attraverso la relazione con le
persone a cui sei legato.
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6. PERCHÉ È IMPORTANTE L’UNITÀ FAMIGLIARE?
Voci dal carcere:
“Io lo so che lei (la moglie) sta vivendo delle difficoltà, non riesce a risolvere alcuni problemi senza
di me. Però da questa esperienza lei è cresciuta; anche io lo sono.” (Peter)
“Il carcere ha salvato il rapporto con mia moglie. Quando ero fuori, eravamo separati, ma in buoni
rapporti. Appena sono entrato in carcere la mia compagna mi è venuta a trovare e adesso non
manca a nessun colloquio. Anche mia figlia mi ha sempre aiutato e non mi ha mai abbandonato;
anzi la notte che mi hanno arrestato mi è venuta a cercare. La sento tutte le settimane e la vedo
due volte al mese. Io so che loro ci sono sempre; sono un sostegno.” (Giuseppe)
“A volte invidio chi non ha famiglia. Da un lato è positivo averne una, perché senza i miei famigliari
non so cosa farei, non so come fanno quelli che non hanno famiglia, e che non viene nessuno a
trovarli. Dall’altro però sarebbe meglio non avere nessuno; tutte le volte che la mia ragazza viene
su da Napoli sono molto in pensiero per lei, mi faccio sempre mandare i telegrammi quando arriva
a casa. Sono in pensiero per lei anche perché da quando mi hanno messo dentro, l’hanno
licenziata: lavorava in nero e non l’hanno più voluta. Viene ogni due settimane, e inoltre ci
sentiamo al telefono. Si può avere con lei solo un rapporto emotivo.” (Dario)
“Sto bene se so che i miei famigliari stanno bene.” (Dimitri)
“Lei mi ama e io la amo: quello che semini quando sei fuori poi lo raccogli.” (Peter)
Chi l’ha vissuto (ex detenuti e famigliari):
“Mio marito è stato un sostegno per affrontare la situazione. Quando sono uscita dal carcere, io e
mio marito, abbiamo cercato in tutti i modi di riavere a casa i nostri figli, che erano stati affidati ad
una comunità.” (Franca)
“Mia figlia F. stava in comunità volentieri, fino a quando non è riuscita ad avere un rapporto
migliore con me. D.,il mio secondo figlio, invece non è mai riuscito ad accettare il distacco dalla
famiglia, tanto che in comunità andava “fuori di testa” e c’era bisogno di calmarlo con dei farmaci.
(Franca)
“Mio papà sapeva cosa facevo ma mi ha lasciato libero pur dicendomi che nonostante non fosse
d’accordo, sarebbe sempre stato presente. Lui però non voleva avere niente a che fare con quello
che combinavo. La famiglia è famiglia. Il problema viene dopo, quando sei in carcere.” (Pierluigi)
“Non c’è famiglia che abbandona il detenuto. È la persona che deve capire di aver sbagliato e se
quando esce non ha fatto il salto di qualità rimane il marcio dentro.” (Pierluigi)
“Bisognerebbe non mettere le persone in carcere, soprattutto una donna con dei figli piccoli;
bisogna dare la possibilità di avere delle alternative.” (Salvatore)
“Se uno crede alla famiglia la porta avanti. Senza famiglia sarei tornato a delinquere.” (Salvatore)
“Io insieme alla mia famiglia sono più felice, è per questo che ho deciso di restare con mia moglie,
le voglio bene. Cosa farei da solo? Mi perderei.” (Salvatore)
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“La famiglia ti dà uno scopo per vivere, è quella che ti dà la forza per inserirsi nella società. La
famiglia è lo scopo per vivere felicemente. Per i figli ci vogliono per forza un padre e una madre.
Loro mi danno la forza per continuare.” (Salvatore)
“Io non lo amo più, ma sono legata a lui. Come faccio ad abbandonarlo? C’è una bambina di
mezzo. Per lei è importante, gli è legata, e inoltre quando crescerà, cosa dirà? che sua madre è
una prostituta? Deve sapere chi è il padre. Cosi ogni tanto porto la bambina a trovarlo, anche se la
strada è lunga, perchè lui è detenuto ad Ancona.” (Kabira)
Voci degli esperti:
“Per il detenuto mantenere il rapporto con la sua famiglia è uno stimolo per migliorarsi e cercare di
trovare un senso a ciò che era, per migliorare ciò che sarà.”(Volontario associazione Il Girasole)
“Ogni persona ha bisogno di relazioni, proprio per questo il detenuto mantiene, o tenta di farlo, il
rapporto con i propri famigliari.” (M. Parisi, Direttore carcere Bollate)
“Mi capita di vedere i bambini che vengono con le loro mamme a ritirare il pacco alimentare. Alcuni
sono molto piccoli. Per i bambini è una cosa nuova, che non riescono fino in fondo a comprendere.
Questi bambini hanno bisogno di affetto e anche del genitore che è detenuto, perché anche lui è
membro della famiglia. È necessario tenere vivo il rapporto.” (Volontario associazione Il Girasole)
“I rapporti famigliari sono fondamentali perché contribuiscono a rendere meno afflittiva la
carcerazione.”(Agenti di polizia penitenziaria San Vittore)
“La famiglia è un punto di riferimento a 360 gradi per il detenuto, è una risorsa sotto tutti i punti di
vista: economico, morale e burocratico. Ci sono differenze tra casi e casi. Dipende molto dalle
dinamiche presenti tra i membri e dai reati commessi dai detenuti. Chi non ha una famiglia è più
disperato. Vivere la carcerazione da soli è più difficile, manca un punto di riferimento importante. Il
“pacco” che le famiglie portano a colloquio una volta a settimana è simbolo di un aiuto, un
sostegno anche morale fondamentale.” (Educatrice San Vittore)
“La detenzione crea un allontanamento forzato. La coppia tendenzialmente resta unita alla prova
del carcere, o meglio, dipende molto dalla realtà famigliare e dalla storia della coppia prima della
detenzione. E’ il contesto di provenienza che fa la differenza. Dipende dal tipo di relazione che
c’era prima.”(Educatrice San Vittore)
“Le compagne dei detenuti tendono a mantenere il rapporto soprattutto per i figli.” (Agenti di polizia
penitenziaria San Vittore).
“Anche la cultura di provenienza influenza la resistenza dei rapporti alla prova del carcere; ad
esempio le persone del Sud Italia hanno, tendenzialmente, un senso maggiore dell’unità famigliare
rispetto a quelle del Nord.” (G. Brambilla, Magistrato di sorveglianza)
E noi?
L’unità famigliare può essere importante anche in un momento di rottura, sia per la famiglia che
per il detenuto. E’ emerso, infatti, che i famigliari, fuori dal carcere, mantengono il rapporto per
motivi affettivi, culturali e di relazione con i figli:
Affettivi: più volte è stato riferito quanto il sentimento che lega i famigliari al detenuto sia
ancora talmente forte da resistere alla prova del carcere;
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Culturali: alcuni famigliari hanno un forte senso della famiglia, le attribuiscono un
significato profondo;
Di relazione con i figli: ci è stato testimoniato come sia necessario per il figlio mantenere
il rapporto con entrambi i genitori; infatti, il legame di coppia a volte continua ad esistere per
consentire al bambino di mantenere la relazione con il genitore detenuto.
Per il detenuto la famiglia può essere il punto di riferimento, il sostegno per sopportare la prova,
trovare un senso alla vita dentro al carcere e uno stimolo per il cambiamento o per riflettere sul
proprio ruolo in famiglia. Capita a volte che l’evento carcere offra opportunità per ritrovare il senso
del legame precedentemente perso o deteriorato, il carcere infatti può essere luogo di riflessione.
E al contrario può succedere che sia il punto di rottura definitivo del legame.
Spesso è necessario una grossa sofferenza o una grande fatica perché l’uomo sia costretto a porsi
domande sulla propria vita e sull’educazione impartita in famiglia.
Anche la società, infatti, ha un ruolo educativo tanto che l’Art. 27 comma 3 della Costituzione
Italiana prevede che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e
devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Dalle varie testimonianze è emerso che la famiglia è importante per un detenuto anzitutto
perché è risorsa.
Ma cosa vuol dire essere risorsa?
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7. LA FAMIGLIA È RISORSA:
Voci dal carcere:
“La famiglia è una risorsa fondamentale, è quella che dà la forza di andare avanti e di sperare in
questa condizione.” (Lorenzo)
“Lo stare lontano dalla famiglia provoca sofferenza però è una risorsa fondamentale, proprio per
questo mi viene da dire che le donne sono tutte sante, perché mia moglie dovrebbe rimanere con
me anche se ho sbagliato? Io sono nonno e sono sposato da molti anni con la stessa donna. Noi
ci vogliamo bene. Lei continua a volermene.” (Martino)
Chi l’ha vissuto (ex detenuti e famigliari):
“La famiglia è una risorsa, le vere persone che vivono il carcere non siamo noi, ma sono i famigliari
fuori. Loro sono fuori e non sono liberi, si “fanno un mazzo” sia a livello di lavoro, che per venire a
trovare me detenuto che spesso ho molte pretese senza riconoscere la fatica che stanno vivendo.
Paradossalmente io in carcere ero libero, ho trovato la libertà attraverso il rapporto con i volontari
dell’associazione. Così quando sono uscito ho deciso di diventare socio dell’associazione.”
(Antonio)
“La famiglia è una risorsa già solo per il fatto che c’è. Questo è quello che ho vissuto. Se non fosse
stato per il marito e i figli non ce l’avrei mai fatta.” (Franca)
“La famiglia è risorsa. È l’unica cosa che ti rimane dopo aver commesso un reato. Il carcere
deteriora i rapporti familiari: l’istituzione li reprime.” (Pierluigi)
“La famiglia è una risorsa per andare avanti e così lo è stata mia moglie dal carcere, lei è stata una
risorsa, mi sosteneva e mi tranquillizzava nei momenti di maggiore rabbia e difficoltà, io sarei
andato per avvocati quando i servizi sociali mi hanno tolto i figli.” (Salvatore)
“Il volere bene a mia moglie vuol dire un ricevere, un capire che la famiglia è una risorsa per me,
un insieme di rapporti che mi aiuta e mi è utile nella vita. Il problema del voler bene non è legato al
dare delle cose materiali.” (Antonio)
Voci degli esperti:
“La principale risorsa dei detenuti per i propri famigliari è il lavoro. Le risorse dei detenuti vengono
stimolate in carcere attraverso la loro attivazione. Ad esempio qui a Bollate c’è uno sportello legale
e uno della salute gestito dagli stessi detenuti.”( M. Parisi, Direttore carcere Bollate)
“La famiglia è una risorsa nel momento della detenzione di un suo membro. Devo dire che le
famiglie italiane rimangono molto unite alla prova del carcere. Per me almeno il 70%. Molte donne
rimangono “fedeli” al marito. Portano i figli a trovarlo…”( M. Parisi, Direttore carcere Bollate)
“Per il detenuto la famiglia è una risorsa, essere detenuto è diverso da essere carcerato, il primo
ha un futuro verso cui dirigersi, il secondo no, poichè fuori nessuno lo aspetta. In genere gli
stranieri sono risorsa per la loro famiglia, soprattutto se riescono a lavorare e a mandare i soldi al
loro Paese. In generale: se c’è un legame affettivo il detenuto è una risorsa per la famiglia, se no è
solo fonte di vergogna e problemi.” (A. Pedrinazzi, ex Direttrice dell’UEPE)
“La famiglia è una risorsa per la detenuta, e la detenuta è una risorsa affettiva per la sua famiglia.”
(Educatrice San Vittore)
“Le donne che rimangono fuori e che hanno il marito in carcere hanno una forte capacità di
reazione. Sia dal punto di vista fisico che emotivo. Quando vengono a ritirare in associazione i
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pacchi alimentari, si ingegnano e trovano tutti i modi possibili per andare via cariche di cose.
Hanno tanta forza fisica. Inoltre si devono occupare di tutta la gestione della casa, dei bambini, dei
soldi, dell’alloggio e a volte anche del compagno che in carcere sta male.” (Volontario Il Girasole)
“Secondo me è anche una prerogativa della donna quella di aspettare. La donna che aspetta il
compagno che è detenuto accetta la situazione e pur con tutte le difficoltà la vive e la supera. Le
donne su questo sono forti e fedeli, sono risorse. Sono tante le donne che perdonano; è qualcosa
di innato che hanno dentro.” (Volontario Il Girasole)
“Per il detenuto la famiglia è una risorsa perché è un sostegno; inoltre è fondamentale per la
rieducazione. Il detenuto contribuisce a sostenere la famiglia tramite il lavoro.”(Agenti di polizia
penitenziaria San Vittore)
“Le reazioni al carcere sono le più diverse e le relazioni famigliari se sono significative, alla lunga
sono una risorsa.” (Don Fabio Fossati, cappellano del carcere di Bollate)
“A volte la famiglia è una risorsa per il riscatto, per il miglioramento e per il ravvedimento, ma è
anche risorsa quando il detenuto si trova a fine pena e deve rientrare in società. Spesso chi è solo
ha più difficoltà a rimettersi sulla buona strada ed è “vittima” della recidiva, mentre chi ha una
famiglia, ha anche delle risorse personali e la volontà di migliorarsi, ha più possibilità di
reinserimento nella società.”(Volontario Il Girasole)
“La famiglia è la risorsa prioritaria per vivere la carcerazione e cambiare la propria vita una volta
uscito dal carcere.” (Don Fabio Fossati, cappellano del carcere di Bollate)
E noi?
Abbiamo voluto focalizzarci sul tema della risorsa perché è stato il filo conduttore del nostro
progetto.
Ma cosa vuol dire risorsa ?
Per definizione la risorsa è il mezzo che consente di affrontare necessità e difficoltà. In termini
informatici invece ogni componente è definito come risorsa per il tutto (sistema di elaborazione).
Dalle testimonianze ascoltate, infatti è emerso come ogni componente familiare rappresenti uno
strumento di aiuto per l’altro.
E’ stato, inoltre, evidente come non solo la famiglia sia risorsa per il detenuto, ma è valido anche
che il detenuto è risorsa per la sua famiglia. Sia per quello che riguarda la risoluzione dei bisogni
materiali, ma anche e soprattutto per il desiderio di relazione e affettività insito nell’uomo.
Persona è risorsa sempre anche quando quel legame viene vissuto negativamente. Risorsa
perché ogni legame lascia il segno, ti fa interrogare. Sei costretto a farci i conti, altrimenti
perderesti una parte di te, e proprio per questo, sia che la persona ti abbia segnato positivamente
sia che abbia avuto su di te un segno negativo, da essa puoi trarre qualcosa di utile per te, per
comprendere fino in fondo la tua identità.
Ciò è stato evidente nelle persone incontrate come, ad esempio, Pierluigi, che è sempre stato
rifiutato come padre perché le figlie erano arrabbiate per i suoi errori. Pierluigi è cambiato grazie al
rapporto con alcuni volontari da cui è stato guardato come uomo e sostenuto nelle sue relazioni,
ed è cosi riuscito a riallacciare il rapporto con la sua famiglia. Ora Pierluigi fa da nonno ai suoi
nipotini.
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Parlando con la moglie di un detenuto, ci ha raccontato di come, pur nella fatica di sostenere il
rapporto con il marito, non potesse far a meno di riconoscere come significativo per sé e per la
figlia l’importanza di quel rapporto.
Per i detenuti la famiglia o la persona amata rappresenta spesso la ragione di vita, per affrontare
la fatica del carcere. La risorsa dunque diviene ciò che da speranza nel momento di fatica.
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8. CHI AIUTA LA FAMIGLIA?
Voci dal carcere:
“Ci sono i volontari, ma io ho una famiglia e quindi non cerco i volontari perché non ne ho bisogno.
Mentre so che molte altre persone si affidano molto a loro e veramente vengono aiutati.”(Armando)
“Mi aiuta il gruppo della trasgressione e il dottor Aparo, lui è la mia guida.” (Peter)
“Per fortuna lavoro in biblioteca e vedo spesso i volontari e il prete, anche se tendono a dare più
attenzione a chi è appena entrato.” (Bernardo)
Chi l’ha vissuto (ex detenuti e famigliari):
“Ciò che permette di restare uniti alla prova del carcere è il sostegno di un terzo nel rapporto, di
una terza persona che mostra cosa significa volere bene senza avere la pretesa di dovere dare.
Quando mi sono accorto che ero io che ci guadagnavo nel rapporto con mia moglie allora ho
capito che era un bene per me. Ho capito questo grazie al rapporto con i volontari
dell’associazione Incontro e Presenza, non perché loro mi dicevano cosa dovevo fare, ma perché
ci stavano nel rapporto con me, mi hanno fatto capire cosa significa volere bene, attraverso una
compagnia e un sostegno. Quando mia moglie veniva a trovarmi in carcere mi sono accorto di
cosa vuol dire fare fatica per la famiglia. Durante i colloqui si usa stringere le mani dei propri cari.
Quando ho stretto le mani di mia moglie aveva i calli; quando ero fuori, lei non aveva i calli sulle
mani. Lei lavorava e faticava per mandare avanti la famiglia.” (Antonio)
“Ho capito meglio il rapporto con mia moglie incontrando dei volontari che mi hanno proposto un
rapporto di amicizia, che mi ha sostenuto; così ho cominciato a capire che volere bene a mia
moglie non era portare a casa i soldi attraverso il mio “lavoro” (ero un rapinatore) quindi non era un
dare.” (Antonio)
“Ci ha aiutato avere dei rapporti di amicizia con i volontari dell’associazione. Ho cercato i volontari,
loro mi hanno dato una amicizia e mi hanno aiutato anche per la casa.” (Salvatore)
“All’inizio, appena ho ricevuto lo sfratto, mi hanno aiutato gli amici di mio marito, ora posso contare
solo su un mio compaesano che si è preso a cuore la mia situazione e mi fa lavorare alla sua
bancarella sul mercato ogni tanto, e a una mia ex vicina di casa.” (Kabira)
“Nel momento di difficoltà legato al carcere mi ha aiutata l’associazione e soprattutto i miei
famigliari, le mie sorelle che si sono anche offerte di tenermi i figli. Io preferivo che i miei figli
restassero insieme, ma uno è rimasto inizialmente una delle mie sorelle, l’altro figlio con l’altra
sorella.” (Kabira)
“Siamo stati sostenuti dall’associazione, ci ha aiutati a ricostruire il rapporto tra me e mio marito.”
(Franca)
“Il motivo per cui io e mia moglie siamo riusciti a restare insieme tutti questi anni alla prova del
carcere è legato alla possibilità di rapporto che ho avuto con i volontari. Con loro ho capito che c’è
una ragione profonda che lega me e mia moglie per cui ho deciso di restare con lei, anche se forse
non me lo merito.”(Antonio)
“Ho incontrate tante associazioni, ma quella che mi è stata più di aiuto è stata proprio Incontro e
Presenza, prima mi davano la mano, un rapporto di amicizia. Appena sono uscito dal carcere li ho
chiamati, così è continuata la nostra relazione. Così il rapporto continua.”(Antonio)
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Voci degli esperti:
“La famiglia è sicuramente d’aiuto quando i detenuti escono dal carcere, e tramite l’aiuto dei
volontari può diventare ancor più risorsa, in quanto vi è un accompagnamento alla quotidianità: i
detenuti devono imparare di nuovo a vivere in una famiglia, altrimenti tendono a ritornare agli
ambienti malavitosi, perché gli unici amici che hanno sono quelli. E’ importante avere accanto degli
amici, non dei singoli, ma una trama di rapporti, una comunità.”(M. Bocchini)
“Alcuni detenuti richiedono aiuto agli operatori penitenziari, questa non è una cosa scontata,
alcune invece alla famiglia allargata.” (A. Pedrinazzi, ex direttrice UEPE)
“Per quello che riguarda le famiglie dei detenuti, molte scoppiano, la maggior parte. L’equilibrio
della coppia dipende da tanti fattori, variabili. Il rapporto tiene perché le persone della coppia sono
consapevoli del sacramento (io cerco di fare questo lavoro con i detenuti di avere coscienza del
sacramento). Spesso sono i detenuti a dire alle mogli di non aspettare. E’ importante che anche i
detenuti abbiano un obiettivo qualcosa a cui guardare e in cui sperare anche in un rapporto a
distanza. Però è necessario aiutarle.” (Operatrice interna al carcere)
“Come cappellano del carcere incontro tanti famigliari, facilitando le relazioni, la comunicazione e
la riconciliazione. Anche attraverso il contatto telefonico con i famigliari fuori, è come se facessi da
tramite nel rapporto.” (Don Fabio Fossati, cappellano del carcere di Bollate)
“Cerco di dare tutte le informazioni sulle possibilità che i detenuti hanno: colloqui e telefonate.
Cerco di facilitare i contatti con le associazioni del terzo settore se ci sono delle difficoltà. Ad
esempio mi è capitato di alcune situazioni in cui le donne non volevano venire a trovare il marito e
non volevano far vedere i figli, ho contattato alcune associazioni che sono riuscite almeno a
portare il figlio al padre.” (Educatrice San Vittore)
“Sosteniamo i legami famigliari attraverso il reinserimento, soprattutto quando ci sono rapporti
interpersonali solidi. La sicurezza famigliare funge spesso da deterrente.” (Educatrice San Vittore)
E noi?
Come detto inizialmente, l’uomo non si “basta a se stesso” . Concependo la famiglia come unità,
anche questa non “basta a se stessa”. Necessitano entrambe di relazioni, di un terzo soggetto con
cui confrontarsi e mettere in pratica i principi educativi a cui si è stati formati.
La famiglia necessita di essere riconosciuta e sostenuta da persone esterne al nucleo. I membri
visti “come una cosa sola” possono trovare negli altri un’occasione per aprirsi al mondo, per
instaurare relazioni significative e per superare le difficoltà.
Nel momento di fragilità che la prova carcere rappresenta, abbiamo osservato il desiderio delle
famiglie di avere relazioni, non tanto con coloro che vivono la stessa problematica, ma con
persone che rappresentano un modello per un cambiamento positivo, che hanno uno sguardo
attento alle loro risorse.
Un volontario afferma: “Noi come associazione avevamo inizialmente pensato ad un progetto che
raggruppasse i detenuti usciti dal carcere in uno unico stabile...ci siamo accorti che in realtà il
desiderio di queste famiglie era di ricominciare a reinserirsi nella società, tramite rapporti di
vicinato estranei al mondo del carcere … avevano bisogno di respirare aria nuova..”
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FAMIGLIA OLTRE LE SBARRE
Dalle testimonianze emerge che la famiglia viene riconosciuta da volontari, operatori e famiglia
allargata:
“...mi è rimasta l’amicizia con Incontro e Presenza… Venivano a trovarmi e non mi chiedevano mai
cosa avevo combinato, ma venivano a scambiare due parole con me…” (Pierluigi ex detenuto)
Solo grazie a un’insieme di relazioni familiari ed amicali, il detenuto comincia a vedere in maniera
nuova quello che ha intorno perché sperimenta che la detenzione, e quindi la sua vita, ha un
senso.
Quando vengono supportate anche le esigenze materiali come il lavoro, la casa o il cibo, solo
allora è possibile registrare un drastico calo della recidiva.
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9. CHI NON HA UNA FAMIGLIA?
E’ importante costruire e promuovere i legami fondamentali, ovvero una compagnia di persone
significative, anche in assenza di famigliari. Un chiaro esempio di questo è la storia di P.: “Sono
sereno, sono contento, in Associazione mi sento a casa. Da quando sono morti i miei genitori io
non ho più nessuno, loro sono la mia famiglia.”
Nessuna persona è dunque mai “fuori rete”, tutti hanno almeno una persona che ha cura di loro.
P., da quando frequenta l’Associazione, sta riprendendo i rapporti con le figlie e i nipoti.
Chi vive l’esperienza del carcere ha un desiderio spiccato di attribuire un senso alla propria vita;
per coloro che hanno famiglia, questa necessità risulta più semplice, per chi non ha famiglia, è
fondamentale ritrovare l’appoggio di amici che lo aiutino in questa ricerca. Per chi si sente
completamente solo, è più difficile trovare un senso alla vita, come ci testimoniano i detenuti.
Voci dal carcere
“Forse allora è meglio essere soli così si soffre di meno? Io non ho una famiglia, ma ho un amico
che viene tutte le settimane a colloquio con me.” (Domenico)
“Non ho amici perché non mi fido, bisogna stare da soli nella vita, la gente ha ognuno le proprie
cose a cui pensare. Anche qui in Associazione di fatto le altre mamme sono tutte libere, mentre io
mi sento sola, soprattutto la domenica, e ho bisogno di parlare.” (Evelina)
“L’unico aiuto che sento di avere è il lavoro, vedi questa libreria? L’ho costruita e sistemata io, è
stato un lavoro lungo. Il fare qualcosa ti aiuta ad avere degli obiettivi, ti senti utile perché hai uno
scopo, così il tempo passa”. (Carlo)
Voci di chi l’ha vissuto
“E quando anche la famiglia non c’è più stata (i genitori sono morti) mi è rimasta l’amicizia con
l’Associazione: loro sono la mia famiglia, mi hanno aiutato e mi sono sempre stati dietro nelle mie
situazioni senza mai giudicarmi. Venivano a trovarmi e non mi chiedevano mai cosa avevo
combinato, ma venivano a scambiare due parole con me. Sono stati anche un sostegno all’uscita
dal carcere, io non avevo più nessuno. I miei genitori e la mia compagna erano morti, le mie figlie
non volevano vedermi e io non volevo più vedere mio fratello.” (Pierluigi)
Voci degli esperti
“La prima accoglienza che ho fatto di un detenuto in casa è stato un po’ di anni fa, per un bisogno
di un amico ex detenuto cinese. La sua famiglia era in Cina e lui non aveva un posto dove vivere
qui in Italia uscito dal carcere. Lui per me è come un figlio, per i miei figli è un fratello. Ora lavora in
Cina. E’ stata proprio un’esperienza molto interessante e bella.
La seconda accoglienza è stata più difficile e complessa: E. ha sempre avuto, dall’età di tredici
anni una vita di trasgressione. Quando è uscito dal carcere i suoi genitori non lo hanno più voluto
così, insieme alla mia famiglia, abbiamo deciso di accoglierlo in casa nostra. Ha combinato un po’
di pasticci, lui non faceva nulla in casa. Ora con un po’ di fatica gli abbiamo preso in affitto una
casa qui vicino. E. sta imparando un po’ a gestirsi le sue cose. Mi sono accorta che lui è la
possibilità della nostra conversione ultima. Lui è un segno. Ciò che ti fa stare in piedi non è la
perfezione ma il limite.”(Operatrice in carcere)
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“Per chi non ha famiglia la pena è molto più afflittiva e pesante, tanto da creare un problema
gestionale per la polizia. Ci sono altre figure tipo il cappellano che cercano di stare vicino a queste
persone.”(Agenti di polizia penitenziaria San Vittore)
“Seguo i ragazzi fino a 26 anni: la stragrande maggioranza di loro sono stranieri che non hanno
qua la famiglia (20 % ). Per loro i tempi sono molto più lunghi e la detenzione viene vissuta in
maniera molto diversa, perché sono consapevoli della minor possibilità di accedere alle alternative,
ed è anche più possibile che vengano trasferiti in altre carceri dopo la condanna definitiva, perché
sono slegati dal territorio. Vivono con maggiori incertezze.” (Educatrice San Vittore)
“La famiglia è un punto di riferimento per il detenuto a 360 gradi, è una risorsa su tutti gli aspetti:
economico, morale e burocratico. Ci sono differenze tra casi e casi. Dipende molto dalle dinamiche
presenti tra i membri e dai reati commessi dai detenuti. Chi non ha una famiglia è più disperato.
Vivere la carcerazione da soli è più difficile, manca un punto di riferimento importante. Il pacco
alimentare che le famiglie portano a colloquio una volta a settimana è simbolo di un aiuto, un
sostegno anche morale fondamentale.“(Educatrice San Vittore)
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10. COSA NON FUNZIONA?
“Particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli
internati con le loro famiglie.” (Art. 28, Ordinamento Penitenziario)
Durante gli incontri le persone hanno più volte sottolineato che, nonostante ciò che di buono già è
stato fatto per migliorare i servizi interni ed esterni delle carceri milanesi, sono purtroppo ancora
presenti numerose criticità.
Per questo motivo inseriamo questo capitolo riportando alcune testimonianze.
Voci dal carcere
“Sarebbe necessaria la possibilità di colloqui intimi. In altri paesi ci sono già.” (Peter)
“Qui dentro al carcere manca una persona che ti dica e ti spieghi realmente come stanno le cose,
c’è troppa discrezionalità da parte dei giudici. Uno entra e non sa nulla.” (Domenico)
“Io conosco perfettamente i bisogni della mia famiglia; sono tanti, ma io non riesco a rispondere. Io
mi sento una larva nei loro confronti, non posso fare nulla per loro perché dal carcere non me lo
fanno fare.” (Giuseppe)
“Secondo me voi assistenti sociali potete aiutarci nello spiegare bene in che cosa consiste la
detenzione, cosa si può e non si può fare. Alcuni ci arrivano da soli, altri proprio non lo sanno.”
(Francesco)
Voci di chi l’ha vissuto
“In carcere mi hanno privato e ho avuto più volte difficoltà ad avere dei permessi per andare a
trovare mio papà e mia mamma prima che morissero.” (Pierluigi)
“Bisognerebbe non mettere le persone in carcere, soprattutto una donna con dei figli piccoli,
bisogna dare la possibilità di avere delle alternative.” (Salvatore)
Voci degli esperti
“La ludoteca è molto piccola, d’estate si può utilizzare il giardino, ad esempio per la festa
dell’affettività (sia maschile che femminile). Questa è una giornata in cui si può mangiare e stare in
compagnia dei propri figli. Sarebbe una buona opportunità per il bambino.
Bisognerebbe creare delle situazioni di incontro più tranquille e stimolanti. Non c’è nessun
intervento specifico e mirato sulla relazione marito e moglie, ed anche manca un intervento sulle
relazioni sentimentali e affettive. Qui a San Vittore c’è un gruppo per le donne, tenuto da una
psicoterapeuta, servirebbero delle risorse per lavorare sul rapporto di coppia, anche perché
spesso ci sono delle situazioni molto complicate. Anche di violenza sulla donna.
Ci sono sia dei limiti di struttura che di risorse in denaro, infatti ci sono solo progetti proposti da
realtà esterne” (Educatrice San Vittore)
“La sala colloqui è un luogo caotico, non c’è privacy. Noi riusciamo raramente a parlare con i
familiari di cose che vanno al di la della burocrazia perché lo spazio è piccolo e ci sono tante
persone che attendono di entrare. Quindi noi non abbiamo una relazione continuativa con le
famiglie e per questo se non vengono direttamente loro noi non veniamo a conoscenza dei
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bisogni. Capita però che se la famiglia ci fa delle richieste,noi giriamo il caso all’associazione.”
(Volontario Il Girasole)
“Il paradosso della Lombardia è che ci sono molti servizi, però come faccio a fruirne? Sono difficili
da usare! Il lavoro dell’assistente sociale è legato alla esigibilità delle risorse: come si usa un
servizio? Bisogna conoscere i percorsi e accompagnare le persone nei percorsi, loro hanno un
ruolo di regia che è indispensabile. Le persone mancano di informazioni e di tecnologie e
strumenti. L’auto mutuo aiuto perché funzioni è necessario ci vuole che ci sia intorno una società
accogliente che non stigmatizzi. E’ un problema culturale!” (A. Pedrinazzi, ex direttrice dell’UEPE)
“Esistono molte variabili che influenzano l’unità della coppia alla prova del carcere: economiche,
tipologia di reato, durata della pena… Soprattutto quest’ultima tocca il livello della tenuta dei
rapporti (moltissimo sui figli). Un altro aspetto è legato ai conflitti pre-esistenti:in questi casi o c’è il
distacco e il carcere è un momento di transizione, oppure è un luogo dove è possibile rielaborare il
conflitto. Situazioni molto critiche riguardano quelle donne che si sono rifatte una vita mentre il
marito era in carcere, subentra la paura che il marito si possa vendicare, una volta libero.
Necessaria la tutela di queste donne. Aspetto della violenza domestica è molto presente,
soprattutto nei nuclei con un basso background culturale. Bisogna considerare che ogni famiglia è
un caso a sé. Io utilizzo sempre il modello ego network: considero la persona e in base ai suoi
problemi si costruisce la rete, si risolve un problema alla volta.” (A. Pedrinazzi, ex direttrice
dell’UEPE)
“C’è bisogno di un supporto alla famiglia che riaccoglie il detenuto, una volta che ha scontato la
pena; e all’interno del carcere servirebbero più colloqui e più momenti di vita famigliare.
Bisognerebbe andare incontro alle famiglie, dargli la possibilità di avere i colloqui nel week end,
cosa che ora non è possibile. Anche in un carcere all’avanguardia come Bollate al sabato e alla
domenica la vita si blocca”. (Don Fabio Fossati, cappellano del carcere di Bollate)
“Se aiuti il legame con la famiglia e lo agevoli, questo vuol dire meno intervento restrittivo sul
detenuto, meno servizi sociali impegnati con i famigliari.” (Don Fabio Fossati, cappellano carcere di
Bollate)
“Molto importante che ci sia comunicazione tra i vari operatori, che a vario titolo lavorano in
carcere.”(Don Fabio Fossati, cappellano del carcere di Bollate)
“La detenzione prova tantissimo. Il carcere può aiutare se da un senso alla pena, può rifondare il
gruppo famigliare. Può aiutare a porre le basi. Talvolta il carcere porta a riflettere sul proprio ruolo
in famiglia. Proprio per questo è importante essere attenti alla fase di accompagnamento del
detenuto al rilascio sul territorio. Questo deve essere fatto in modo graduale, ad esempio con i
permessi premio. La gradualità si inserisce nella logica dell’accompagnamento, molto importante il
raccordo con i servizi del territorio. Ci vuole integrazione!” ( M. Parisi, direttore del carcere di
Bollate)
“Il carcere può congelare la situazione dei rapporti famigliari, la persona non è più a casa, anche in
questo è necessario un accompagnamento.” ( M. Parisi, direttore del carcere di Bollate)
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11. IL VERO VOLTO DEL CARCERE.
Nel corso di questo lungo anno abbiamo potuto conoscere una nuova realtà, per noi oscura; tante
delle nostre precedenti conoscenze erano piene di pregiudizi. Attraverso l’incontro con le persone
abbiamo cominciato a scoprire il vero volto del carcere.
Abbiamo imparato a lasciarci sorprendere da chi abbiamo incontrato, desiderose di scoprire ciò
che all’apparenza rimane nascosto perché offuscato dallo stigma.
Il primo impatto con il carcere ci è servito per diventare consapevoli che queste persone sono
“innanzitutto uomini”!
Proprio per questo, il punto di vista da cui guardarli è la loro totalità: l’errore commesso e le
potenzialità. Vale a dire che l’errore non si cancella, ma che l’esperienza della pena da esso
derivata può essere occasione di cambiamento, se le persone che si incontrano in carcere non si
soffermano sul reato.
Ci ha molto colpito l’affermazione di un volontario: “Il carcere è come una cassa di risonanza, tutti i
bisogni e i desideri dell’uomo vengono amplificati”. Nella drammatica esperienza della detenzione
si rendono maggiormente evidenti, poi sta alla libertà del singolo muoversi per accogliere una
proposta di cambiamento offerta dal rapporto con l’altro.
“Se lo vuoi puoi cambiare. Per me il carcere è stato utile. E’ stato l’origine, il punto di partenza del
mio cambiamento. Ho capito e mi sono riscattata. Ognuno ha le sue occasioni, sta lui decidere se
accoglierle.”(Franca ex detenuta).
Il progetto è stato molto formativo per la nostra crescita personale e di future operatrici.
Di fronte a questa realtà non siamo rimaste indifferenti, sia per il nostro ruolo di cittadine sia per
quello di future assistenti sociali.
Ci troviamo di fronte ad un bivio, le strade percorribili sono due:
limitarci a svolgere solo quanto è richiesto dal ruolo professionale e di cittadine, senza
avere la consapevolezza della responsabilità educativa che abbiamo nei confronti delle persone e
della società;
riconoscere la “corresponsabilità sociale”. Cioè, non ignorare l’esistenza del carcere e di
tutto quello che è collegato a questo “mondo”, un reato è frutto della libertà di ogni uomo, ma in
parte anche delle condizioni in cui si trova il suo “pezzetto di società”.
Poiché tutti facciamo parte di questa società, ognuno di noi è chiamato a chiedersi di fronte agli
eventi: dove sono io? Quale è la mia responsabilità?
Solo così è possibile tentare di diventare una società accogliente e consapevole anche del male
che deriva dalle azioni dell’uomo. Tendenzialmente i detenuti riconosciuti per la loro totalità hanno
minor rischio di recidiva.
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La società deve fare i conti con questa realtà, non isolandola, ma riportandola al centro della
scena. Come dice il Dott. Parisi, Direttore della Casa di Reclusione di Bollate: “Il primo limite è
culturale, per esempio molte carceri non sono accessibili facilmente, non c’è una fermata
dell’autobus. Questo limite è evidente anche nella struttura, dà un forte impatto,come se la società
dicesse: tu meriti questo! Bisogna cominciare un processo di cambiamento culturale. Il carcere
deve essere considerato come un servizio.”
Per concludere, il nostro compito è quello da una parte di responsabilizzarci, dall’altra di
accompagnare il detenuto e la sua famiglia nel percorso di vita.
Perché anche la sua famiglia?
Perché accompagnare il detenuto coincide con l’accompagnare la famiglia. Per aiutare una
persona bisogna anche aiutare i suoi legami fondamentali.
Cosa vuol dire accompagnare?
Non sostituirsi ad essa, ma renderla consapevole della propria centralità nella vita delle persone.
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«Quando esco da qui (carcere di San Vittore) non farò più cazzate, ho capito che amo mia moglie
così tanto che non sbaglierò più».
Così mi ha detto il mio nuovo compagno di cella, così mi hanno detto altri detenuti con cui parlo.
Giusto, ma cosa c’è che può andare oltre lo sforzo dell’io, al lavoro per avere sostegno al proprio
impegno? Davanti al dolore (il carcere è una struttura dedicata al dolore non fisico), alle
contraddizioni così grandi che ti portano anche a sbagliare (famiglie, parentele, povertà, droga)
cosa può sostenere uno sforzo, un proponimento? Quando faccio questa domanda c’è
smarrimento.
Cosa c’è più della famiglia? È la coscienza di essere voluto! Fatto, nato perché voluto da qualcuno,
voluto per un senso e uno scopo che la vita ti porta a scoprire dentro fallimenti e drammi. Sapendo
che chi ti ha voluto e chi ti vuole è la possibilità che non tutto dipenda da te, dalla tua incapacità di
essere giusto. Anzi, questa impossibilità a essere giusti aiuta ad attaccarsi a chi ti ha voluto e mi
vuole.
Cose comprensibili qui, dove le sovrastrutture della “vita normale” sono meno presenti nei sette
metri quadrati della cella, dove si sta quasi nudi per il caldo e nudi per capire cosa sei e farai.
E l’essere voluti da Dio passa necessariamente dal volto della sua storia, della Chiesa, dal volto di
chi ti ama, scrive, prega per te, ti aspetta.
Lettera di un detenuto dal carcere di Milano San Vittore
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FAMIGLIA OLTRE LE SBARRE
RINGRAZIAMENTI:
Ai detenuti ed ex detenuti, e alle loro famiglie, delle quali non possiamo citare il nome per ragioni di
privacy, perché con la loro testimonianza hanno reso possibile questo lavoro e hanno accettato di
raccontarsi a noi.
A Don Fabio, il primo che ha creduto in noi e nel valore del lavoro che stavamo tentando di
realizzare.
A Emanuele, perché ci ha accompagnato nella conoscenza di ex detenuti e famigliari, ci ha seguito
in tutto questo nostro lavoro e più di tutti ci ha aiutato a stendere questo “libretto”.
A Mirella, che ci ha dato la possibilità di incontrare ex detenuti e famigliari, attraverso la sua
testimonianza ha cominciato a svelarci il vero volto del carcere, accrescendo il nostro interesse e
la nostra curiosità nel continuare questo percorso.
Ai nostri amici che in questo anno ci hanno sostenuto: Andrea, Fabio, Luigi, Lorenza, Paola,
Claudia, Tecla, Beatrice, Cristina, Federica, Silvia, Anna, Giulia…
Alle nostre famiglie che sono state il punto da cui siamo partite.
Alle docenti di Stage e guida allo stage V. Castelli e F. Valentino, che ci hanno sempre
incoraggiato a non arrenderci.
Ai docenti M. Farina, W. Binda, C. Mazzucato, G. Argentin e N. Pavesi perché ci hanno fornito la
bibliografia necessaria alla conoscenza teorica della realtà carcere.
A tutti gli “esperti” che abbiamo intervistato con i quali è stato possibile aprire un dialogo
interessante e profondo: Dottor M. Parisi, A. Pedrinazzi, G. Brambilla, L. Formenti, Patrizia…
Agli operatori del carcere di San Vittore: educatori e agenti di polizia penitenziaria e agli assistenti
sociali Bochicchio e Salaris , dottoresse Longo e Corrao.
Alle Associazioni: Incontro e Presenza, CIAO e Il Girasole, che ci hanno offerto un’opportunità di
entrare in relazione con il mondo del carcere.
A tutti quelle persone che ci hanno sostenuto ed aiutato che ci siamo dimenticate di citare.
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Famiglia oltre le sbarre