Dicembre 2015, n.1
GIVE PEACE A CHANCE
1
Eureka, Dicembre 2015
"Give Peace A Chance"
3 La Pace può entrare nel
mondo
4/5 Origine dell'Isis
6/7 Occhio per occhio e il
mondo diventa cieco
8 Bombardare è la
soluzione?
9 Per la Pace perpetua
10 Le vittime dimenticate
11 C'era una volta il calcio
in Siria
12/13 Una voce che grida
PACE!
14/15 Paese che vai armi che
compri
16 Battito di speranza
In copertina : Beatrice Rollo, Martina
Caciani
Capo Redattore : Michele Trasatti
Referente : prof.Cristina Quintavalla
Collaborazioni : prof. Mariano
Vezzali, prof.Rosanna Spadini,
GDRadio
Grafica : Carla Costa, Guido Roveri
“Immaginano il terrore, noi rispondiamo con la
cultura”
(Gandhi, cioè no, Matteo Renzi, 24 novembre 2015)
Perché un'edizione straordinaria sulla pace?
Bella domanda.
Perché nelle ultime settimane la redazione del nostro
redivivo giornalino scolastico si è messa a scrivere sulla
pace? Perché gli studenti del Liceo Ginnasio Gian
Domenico Romagnosi si sono sentiti in dovere di dire la
loro sugli avvenimenti che hanno sconvolto il mondo?
Perché noi studenti, in particolare noi del classico, fieri
depositari di una cultura millenaria, abbiamo deciso di
scommettere sulla pace.
Dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre il dibattito
internazionale si è scatenato sparando a zero su tutto e
tutti: intervenire in Siria, allearsi con Putin, aspettare gli
Stati Uniti, radere al suolo al-Raqqa e Mossul.
Tutto il mondo si è fermato in quella notte e solo ora
sembra ricominciare a muoversi. È finito il tempo dei
pianti, dei tweet. Ora che cosa c’è? C’è la guerra.
La guerra è la risposta più facile, più ovvia, quella che
si aspettano tutti. C’è un nemico che ci minaccia e
bisogna distruggere lui prima che lui distrugga noi.
Dobbiamo farlo per i nostri bambini. La guerra è quello
che vogliono tutti. La guerra sembra sempre l’unica
soluzione: quando ci sono le guerre si vendono più
armi, i confini cambiano, le economie crollano e si
riparte da zero.
Ormai sembra inevitabile.
Sono sempre di più quelli che dicono: “io di chi non
mangia il maiale non mi fido”.
Ma noi no! Noi non ci fermiamo alle apparenze.
A noi piace il kebab. E anche la pace.
Questo numero, queste poche copie sono una
dichiarazione, la dichiarazione degli studenti di una
scuola che hanno deciso all’unanimità che non ci
stanno, che dicono no. No alla guerra, no
all’estremismo, no alla violenza, no alle
discriminazioni.
In queste pagine cercheremo di capire cosa c’è stato
alla base degli attentati di novembre in Francia,
cercando di individuare quali sono gli interessi che
armano i jihadisti ed hanno condannato il mondo al
terrore. Tutto questo per capire se davvero un processo
di pacificazione è ancora possibile, in un momento in
cui la guerra sembra davvero troppo facile.
Ma a noi piacciono anche le cose difficili…
Riccardo Ghioni
2
La Pace può entrare nel
mondo
è l'uomo che deve saper aprire la
porta
Il periodo che stiamo
di 300. La crudeltà non
vivendo è tutt’altro che
ha pietà di nessuno,
facile, così come assai
neanche delle persone
difficile è riuscire a
che si trovavano nel
parlare di pace. Una
posto sbagliato al
parola che ha la sua
momento sbagliato.
radice nel sanscrito “paç
– pak – pag” che vuol dire
Ormai siamo
fissare, legare, saldare.
consapevoli che così
Pace, quindi, è quella
non si può andare
condizione che dovrebbe
avanti. Dobbiamo aprire
portare individui, persone,
gli occhi di fronte alla
popoli ad unirsi,
violenza e al disprezzo
superando le divisioni.
per la vita, non
E invece nel corso dei
dobbiamo temere chi
secoli, ci sono stati tanti
vorrebbe piegare il
miti che hanno portato
mondo intero alle
l’umanità a lacerarsi:
proprie convinzioni
# all’inizio del Novecento
“religiose”, dobbiamo
nel mondo, in Europa, in
rispondere con la
Italia, nella nostra stessa
consapevolezza che ci
scuola, si diffondeva
viene dalla cultura
l’ideologia nazionalistica,
illuministica, dalla
che fu alla base della
tolleranza, da secoli di
prima guerra mondiale;
lotte per la libertà e
# poco dopo si diffuse il mito del sangue e della l’eguaglianza.
razza, fondato su presunte basi “scientifiche”,
che fu all’origine della seconda guerra
Dobbiamo diffidare da coloro che ci indicano un
mondiale.
nemico assoluto, esaltano la guerra e
promettono di raggiungere soluzioni con la
Oggi le antiche divisioni stanno rinascendo
scorciatoia della violenza. Tutto questo è già
dalle ceneri dei nazionalismi, del fascio, della successo, la storia non deve per forza ripetersi
svastica, come una fenice che non muore mai, uguale a se stessa. Oggi dobbiamo essere
come uno dei “ricorsi storici” di cui parlava nel cittadini della Terra, nelle nostre vene scorre il
Settecento il filosofo Giambattista Vico.
sangue dell’Uomo, i nostri confini devono
Le tensioni in Medio Oriente, l’attacco
essere le stelle.
all’America del 2001 , gli attentati in Africa, … :
la violenza si allarga ed ora anche il cuore della Chiara Conciatori
Francia è stato spezzato dai kamikaze che
Sharon Guareschi
hanno ucciso 1 30 persone e ne hanno ferite più Isabella Galasso
3
Alle origini dell'ISIS
1 . Aprile – maggio 2003: Stati Uniti ed Inghilterra sconfiggono l'Irak di Saddam Hussein ed il
Paese di fatto si frammenta in tre aree: curda a nord, sunnita al centro, sciita al sud (quella
sunnita, maggioritaria con circa il 90% dei credenti, e quella sciita sono le due principali
“confessioni” dell'Islam). La leadership è espressa dagli sciiti, repressi durante il regime di
Saddam Hussein.
2. Le primavere arabe all'inizio
del 2011 : movimenti popolari si
ribellano ai leader politici di
Tunisia (Ben Ali, al potere dal
1 989), Libia (Gheddafi, al potere
dal 1 969), Egitto (Mubarak, al
potere dal 1 981 ) e Siria (Assad,
al potere dal 2000). In Tunisia si
attua una transizione
democratica completa, mentre in
Egitto finiscono per prendere il
potere le forze armate. In Libia
Gheddafi viene rovesciato con il
supporto determinante di
attacchi aerei francesi ed inglesi,
ma il Paese si frantuma tra movimenti
contrapposti. In Siria una prolungata e
sanguinosa guerra civile frammenta il
Paese.
3. A questo punto, in Irak, Siria e Libia l'assenza di un
potere centrale rende possibile l'estensione di
movimenti terroristi. Tra Irak e Siria, nell'estate 201 4,
si afferma l'ISIS, o IS o Daesh, di matrice sunnita.
Movimenti islamisti antioccidentali egemonizzano
anche la zona occidentale della Libia.
Cartina diffusa
nell'estate 2014,
raffigurante l'area
nella quale vorrebbe
espandersi l'IS (Stato
Islamico) o ISIS
(Stato Islamico
dell'Iraq e della Siria)
o ISIL (Stato Islamico
dell'Iraq e del
Levante) o Daesh
(nel corrispondente
acronimo arabo).
4
4. Sempre nell'estate 201 4 l'Iran, a maggioranza sciita e con la presidenza del moderato
Hassah Rohani, eletto nel 201 3, comincia a riavvicinarsi all'Occidente, mentre tra Irak e Siria a
fronteggiare l'avanzata dell'IS sono tanto gli sciiti irakeni appoggiati dall'Iran quanto i Curdi.
5. Rifacendosi al
principio “il
nemico del mio
nemico è mio
amico”, l'Arabia
Saudita, Paese
sunnita che
aspira alla
leadership
nell'area
mediorientale, è
tentata di
appoggiare l'IS
per contrastare il
nuovo
protagonismo
dell'Iran sciita; #
anche la Turchia
è tentata di
appoggiare l'IS per impedire che curdi irakeni e curdi siriani, in caso di vittoria contro l'IS,
possano premere sui curdi delle zone turche per dare vita ad uno Stato curdo indipendente.
Per altro verso, le minacce dell'IS sono avvertite dall'Europa, dagli Stati Uniti e dalla Russia.
Dapprima gli Stati Uniti, poi la Francia e l'Inghilterra iniziano nell'estate 201 4 a bombardare con
l'aviazione le forze dell'IS; a settembre 201 5 si aggiunge l'aviazione russa, che però prende di
mira tutte le formazioni contrarie al governo legittimo siriano, volendo sostenere appunto il
potere di Assad.
Novembre 201 5
# gli attacchi a Parigi mostrano ancora una volta come il
terrorismo sia radicato anche all'interno dell'Occidente, e come le
crisi nell'area mediorientale costituiscano soltanto un aspetto di
un problema più esteso;
# la precaria convergenza contro l'IS viene messa in crisi
dall'abbattimento di un bombardiere russo Sukhoi 24 da parte
dell'aviazione turca.
Mariano Vezzali
5
Occhio per occhio e il
mondo diventa cieco
l'importanza di educare alla pace
Educarci alla pace: ecco l’azione etica da
compiere ogni giorno. La pace è un concetto
semplice, se facciamo buon uso della ragione
e se siamo in grado di essere umani.
Siamo quasi assuefatti dalla guerra e dalle
violenze, ce le raccontano i libri di storia e i
telegiornali, ma non ne siamo colpiti nel
profondo: prendiamo la guerra come dato di
fatto, meglio se il più distante possibile da noi.
Ma se si
analizzasse
davvero ciò che la
guerra è stata e
continua ad
essere, si
comincerebbe
presto a pensare in
un’altra
prospettiva.
La guerra per
alcuni filosofi
antichi come
Eraclito era
fisiologica ed
indispensabile, una
forza cosmica che
consentiva il divenire, ma allora la guerra
aveva connotati ben diversi da quella odierna
e già durante l’impero romano si teorizzava la
necessità di una pace fra i popoli. Con la
diffusione delle tre grandi religioni monoteiste
il concetto di pace diventa diffuso, non solo
come “assenza di guerra”, ma come periodo
prospero per lo sviluppo, che, secondo, l’islam
crea l’ambiente adatto nel quale lavorare per
la giustizia.
Oggi la guerra è vista dai grandi poteri come
efficace strumento per ottenere vantaggi
economici e per controllare meglio le masse,
un’ottica davvero cieca e poco lungimirante
perché spesso non considera le conseguenze
catastrofiche e il caos che la guerra porta con
sé. Eliminare la guerra significa eliminare le
logiche che muovono ad essa, quindi
l’egoismo, l’utilitarismo, il desiderio di auto
celebrazione e il desiderio di potere.
Per permettere lo sviluppo di una cultura della
pace è necessario quindi porre al centro la
ragione perché grazie alla ragione cogliamo
l’irrazionalità e le contraddizioni della guerra e,
come afferma il teologo Enzo Bianchi, “la
ragione umana è contraddetta alla radice dalla
negazione dell’umanità del proprio simile”.
Facendo appello alla ragione, facciamo
appello anche alla necessità di conoscere ciò
che è stato scritto e teorizzato sul concetto di
pace. Ernesto Balducci pone il seguente
interrogativo: “come c’è stata l’età della pietra
e poi quella del bronzo e del ferro, non
potrebbe esserci, dopo la civiltà della guerra,
la civiltà della pace?”. Quel che
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manca è, appunto, una cultura che sia al suo
livello, una cultura della pace che succeda alla
cultura della guerra di cui noi siamo figli.
Alla base della pace c’è la fede dell’uomo
nell’uomo e, in generale, la fede dell’uomo
nelle risorse della sua specie, specie razionale.
Kant e Voltaire, durante l’Illuminismo, giunti
alla conclusione che fosse un bene per tutta
l’Umanità, cercarono di creare i presupposti
per una “pace perpetua”, basata sulla
tolleranza e sul cosmopolitismo.
Il desiderio di pace è troppo
radicato negli uomini per
scomparire con la scomparsa
dell’età dei lumi: esso si incarna
ancora una volta nella figura di
Gandhi che metterà in pratica
ciò che gli illuministi avevano
solo osato sognare: una
strategia di lotta non violenta
come unico mezzo di
opposizione, un monumento
all’idea di pace, che ha
insegnato all’umanità l’unico modo per portare
avanti una causa senza alimentare il ciclo
dell’odio.
La disobbedienza civile e la
resistenza non violenta hanno una
loro forza, perché spiazzano
l’aggressore, lo rendono muto, gli
pongono innanzi l’assurdità delle sue
azioni.
Non deve essere imposta la nozione
“guerra per la pace”, perché è una
contraddizione in termini: la pace è
un principio che deve affiorare nelle
coscienze come esigenza
indispensabile. Pace non significa
solo assenza di conflitto, deve
diventare desiderio di aiuto reciproco
e di convivenza solidale e questo è
possibile se ognuno si impegnerà
ogni giorno a costruirla nella sua vita
quotidiana, rifiutando la via della
violenza, delle armi e della guerra.
“La pace esiste quando tutti sono
liberi di sviluppare sé stessi nel modo
che desiderano, senza dover lottare per i
propri diritti.”
Giungere ad uno stato di pace significa
giungere ad un nuovo stato di evoluzione
dell’uomo, perché vuol dire che l’uomo è
riuscito a superare i conflitti e i pregiudizi
ideologici senza l’uso della violenza, quindi
senza arrecare danno ad altri suoi simili.
Ciascuno di noi deve assumersi le proprie
responsabilità e dare il suo contributo nell’
opporsi alla guerra: Gandhi
ha dimostrato che la forza di
un singolo individuo può
diventare la forza di un
popolo intero e la pace,
essendo legata alla crescita
della coscienza umana, può
nascere solo dall'impegno
unitario di tutti gli uomini.
Solo in questo modo, solo
guidati dal lume della ragione
e dalla lucidità, potremo
sperare in un mondo
pacificato.
Giungere ad uno
stato di pace
significa giungere
ad un nuovo stato
di evoluzione
dell’uomo
Irene Serra, Chiara Dadini
7
BOMBARDARE
è la soluzione?
Dopo i sanguinosi attacchi parigini e la
puntuale rivendicazione da parte dello Stato
Islamico, è tornato in voga un argomento che
dal lento sciogliersi dell’isteria post-Charlie
Hebdo non riempiva le prime pagine dei
giornali, ovvero il terrorismo di matrice islamista
( o ciò che vi si nasconde dietro) di Isis, Isil,
Daesh o come dir si voglia.
Già all’albeggiare dell’indomani dei fatti è
sono “tollerabili”? Certamente non bisogna
essere esperti di terrorismo per capire che
bombardare sistematicamente non è la
soluzione. Francia, Italia e tutti i membri della
coalizione anti-ISIS dovrebbero piuttosto
concentrarsi su altri aspetti, tra cui spicca
sicuramente la questione del finanziamento del
Califfato, che ormai si stima possieda un
patrimonio di 2 miliardi di dollari. Oltre ad
estorsioni, “riscossione
tasse” e furti (alla Banca
Centrale di Mosul sono stati
sottratti 430 milioni di
dollari), l’autoproclamato
Stato fonda la propria
sussistenza
sull’esportazione di petrolio
greggio dagli ex pozzi di
Assad a prezzi bassissimi,
che porta nelle casse di alBaghdadi e compagnia
milioni di dollari (il Financial
Times valuta più di un
milione al giorno) e sulle
donazioni provenienti da
tutto il mondo e in
particolare da paesi del
partita l’ondata dei “chiudiamo le frontiere” ,
Golfo come Qatar e Arabia Saudita (che sono
“controlli su tutti gli islamici” ma soprattutto
coalizzati e sostenuti militarmente da Stati
“bombardiamoli tutti”, da parte di noti sciacalli come Usa, Francia e Italia, che addirittura ha
demagoghi, magari per rodare gli F-35 nuovi
verso l’A. Saudita la sua massima esportazione
fiammanti (sperando perlomeno che non
di armamenti).
prendano fuoco da soli). Ma, come questi ben Il petrolio viene venduto sul confine turco e
sanno, provvedimenti del genere ( alcuni dei
acquistato spesso da nazioni occidentali, tra
quali già effettivamente presi da Francia e
cui in primis i diretti interessati, i turchi, mentre i
Russia, mentre altri Stati sono in procinto di
finanziamenti arrivano attraverso il permissivo
fare lo stesso) sono spesso improduttivi,
sistema bancario del Kuwait. La lotta contro
moralmente scorretti o semplicemente ipocriti: l’Isis non durerà certo una giornata ma ci sono
ci scandalizziamo per i morti di Parigi ma le
altre misure che possono e si devono adottare
migliaia di morti provocate dai raid aerei in Siria per riuscire nell’impresa senza compromettere
8
l’ “umanità” di cui ci facciamo spesso superbi
portatori: un’efficace guerra a coloro che
comprano il greggio estratto in questi territori,
ai contrabbandieri di armamenti e ai
finanziatori, colpevoli quanto i tagliagole; un
attento e capillare lavoro di intelligence per
fermare gli arruolamenti dei miliziani e
prevenire che accadano eventi analoghi, ma
senza ovviamente ledere i diritti dei cittadini;
infine un maggiore programma di integrazione
rivolto agli immigrati (essendo l’alienazione
sociale una delle cause che spingono, come
accaduto a Parigi, giovani sradicati ad
arruolarsi in cerca di qualche paradiso o
riscatto dalla propria situazione ). Gli Europei e
gli Americani dovrebbero anzitutto imparare
dai propri errori: si ricorderà qualcuno di
Afghanistan, Iraq, Libia,...?
Francesco Zaccaron
PER LA PACE PERPETUA
“Per la pace perpetua” è un libretto pubblicato
da Immanuel Kant nel 1 795 in cui il filosofo
Tedesco espone il suo progetto di pacifismo
giuridico. Questo progetto, che trova le sue
basi nella storia e nell’ etica, non può e non
deve essere considerato un’utopia in quanto
non era nelle intenzioni dell’autore arrivare a
un tale risultato: egli credeva infatti possibile la
costruzione di un ordinamento giuridico che
mettesse freno alla guerra e allo stesso tempo
assicurasse una condizione di pace perpetua.
E’ proprio in momenti storici come quello che
stiamo attraversando, in cui la parola guerra
sembra drammaticamente tornata di moda,
che dovremmo accostarci a veri e propri
classici come questo e, nonostante le
oggettive difficoltà, tentare di ricavarne consigli
e insegnamenti poiché, come disse Calvino:
“Un classico è un libro che non ha mai finito di
dire quello che deve dire” ( Italo Calvino,
Perché leggere i classici, 1 991 ).
In particolare, ritengo che Kant in questa opera
abbia analizzato tre situazioni che risultano
essere di stringente attualità: 1 ) La necessità
della formazione d’una federazione di popoli,
indicata come l’unico mezzo di sostituire, con
uno stabilimento giuridico, lo stato di pace allo
stato di guerra. 2) La necessità di un diritto di
ospitalità universale, che non è un diritto di
accoglienza ma un diritto di visita da parte
dello straniero. 3) La necessità della pace,
attuabile tramite un ordinamento giuridico
sovranazionale.
L’ Europa odierna, alla luce di quanto accaduto
a Parigi, sembra essere in grave difficoltà e in
profonda divisione sulla scelta e sul modo di
reagire non solo ai conflitti esterni ma anche a
quelli interni causati da enormi problematiche
come quella dell’immigrazione che affliggono i
rapporti tra gli stati Europei da almeno un
decennio. Nonostante il fatto che la proposta di
Kant possa sembrare irrealizzabile, penso che
proprio in situazioni di disordine come quella
presente, la risposta politica debba essere
quanto più forte e decisa. L’ attuazione almeno
parziale delle linee politiche e giuridiche
indicate dal filosofo dovrebbe dunque partire
dal conferimento di maggiore sovranità e
indipendenza delle istituzioni sovranazionali e
internazionali che possano poi garantire ai
cittadini diritti umani e politici.
Tutto ciò potrebbe inoltre aiutare a realizzare
quello che forse è l’obiettivo più alto e nobile
inseguito dall’ Unione Europea: la Pace interna
che però non è raggiungibile se non anche
attraverso la pace esterna ai suoi confini, tra
l’altro in continua espansione. E’
inimmaginabile e inaccettabile pensare di
tornare a un’Europa divisa e martoriata dalle
guerre e dai conflitti che hanno funestato la
sua storia e la storia mondiale.
Jacopo Attolini
9
LE VITTIME
DIMENTICATE
Gli attacchi terroristici a Parigi dello scorso 1 3
novembre hanno suscitato una forte reazione
da parte della comunità internazionale, che ha
condiviso con la Francia l’orrore e la
sofferenza causati da questi atti disumani.
Tuttavia, non è la prima volta che gruppi di
jihadisti fanatici compiono azioni terroristiche:
solo durante il 201 5 le vittime dell’ISIS sono
state più di 975, massacrate in Kenya, Tunisia,
Egitto, Libia, Arabia Saudita, Libano, Yemen,
Turchia, Afghanistan, Bangladesh e
Danimarca. Eppure, gli eccidi avvenuti in
Africa e in Asia non hanno provocato
eccessivo turbamento nel resto del
mondo. Telegiornali e quotidiani hanno
parlato solo di alcune di queste stragi,
per di più in modo piuttosto distaccato.
Nessuno ha manifestato la propria
solidarietà con minuti di silenzio e di
riflessione, fiaccolate e manifesti contro
la violenza. E perché le carneficine in
Francia (quella del 1 3 novembre e del 7
gennaio alla redazione di Charlie
Hebdo) hanno suscitato tanto
scalpore? Sembra che alcune vite
valgano più di altre, come se
esistessero morti di serie A e morti di
serie B. Le vittime di Paesi vicini al nostro,
anche culturalmente, generano un interesse
umano nelle persone che vogliono sentirlo,
mentre i morti di Paesi più lontani si riducono a
cifre. Il mondo dovrebbe capire che la vita
umana è sempre la stessa, indipendentemente
dalla nazionalità, e che la qualità delle notizie
non deve essere condizionata dal luogo da cui
provengono. Spero che le persone riescano ad
aprire gli occhi non solo alle tragedie che
avvengono nei Paesi europei, ma anche alle
catastrofi che ogni giorno sconvolgono la
Terra.
Perciò, oltre ai martiri di Parigi, onoriamo
anche tutte le vittime che, nel resto del mondo,
sono state oppresse dalla violenza.
Francesca Orlandini
◄ Le vittime dell’ISIS
dall’inizio del 201 5
10
C'era una volta il calcio in
Siria
Storie di sport e di guerra
Abdel Basset Sarout, nato il primo gennaio
del 1992, per alcuni è divenuto un membro
dell'ISIS, per altri è invece divenuto un'icona
della rivoluzione che chiama a raccolta contro
il regime siriani di ogni religione, dai cristiani
ai drusi; a noi tuttavia piace ricordarlo
semplicemente come il secondo portiere dell'
Al­Karamah e delle "aquile di Quason"
(sopprannome attribuito alla nazionale siriana
dal monte che domina Damasco). Sarout però
non può più essere considerato un calciatore. Come molti suoi compatrioti nel 2011
prese le armi: alcuni sostengono che sia stato ferito, altri addirittura che sia morto.
L'unica cosa certa è
tuttavia che il Sarout
portiere appartiene
ormai al passato, a una La pace è stare insieme con allegria e felicità, dice un bambino di
7 anni.
Siria che, comunque
La pace è l’abbraccio di tutte le nazioni del mondo, dice un
finisca la guerra, non
sarà più la stessa.
ragazzo di 15 anni.
La pace, variazioni sul tema :
La pace? Il sorriso dell’umanità, dice un uomo di 50 anni.
Un discorso analogo può essere fatto per il più anziano estremo
difensore della nazionale siriana, Mosab Balhous, arrestato su ordine
delle autorità del regime per il possesso di quantità sospette di denaro
e accusato di essere il capo della fazione di fuoriusciti dalla squadra di
Al­Karamah. Balhous , tuttavia, prima di essere espulso dal regime,
fece in tempo a vincere la coppa d'Asia occidentale, una sorta di
"coppa del Medio Oriente", tra i
pali delle aquile di Quason.
Durante i festeggiamenti finali un
suo compagno, Omar al-Somah,
sventolò sotto la curva la bandiera
della rivoluzione: la TV di stato siriana si limitò ad oscurare il tutto
per qualche minuto. Omar, centravanti tutt'altro che disprezzabile,
forse anche adatto a livelli superiori a quelli del calcio del Golfo,
come facilmente prevedibile non scese mai più in campo con la
maglia della nazionale siriana
Filippo Pelacci
11
Una voce che grida
PACE!
Poche notti fa ho
acquistato un
biglietto per un
concerto. La
stessa mia felicità
provavano decine
e decine di
persone a Parigi,
al Bataclan, ignare
del fatto che
sarebbe stata
l’ultima volta nella
loro vita, che la
luna a cui io
sorridevo loro non
l’avrebbero mai
più vista. E
quando al mattino,
al mio risveglio, ho
sentito la notizia,
ne sono rimasta
sconvolta. Quante
persone come me,
quante ragazze
che di quel
concerto avevano
fatto il regalo per il loro compleanno… In quella
folla di cadaveri ce n’erano sicuramente. Il mio
primo impulso è quello di tutti: odio, guerra e
genocidio.
Ma poi, con calma, ci ripenso. Hollande ha
dichiarato che siamo in guerra, e ormai questo
non si può più nascondere, non si può più
mettere da parte il problema. Mi informo sui
retroscena, sugli attentati sventati in
precedenza. Sì, è chiaro che siamo in guerra.
E la domanda è: chi? Chi potrebbe essere in
grado di uccidere così, a freddo, giovani, non
importa di che religione? Associamo i
musulmani ai terroristi, ma un tempo i genocidi
religiosi venivano dai cristiani. Non pensiamo
che, prima di uccidere, quegli assassini
abbiano chiesto a ogni persona il suo credo. I
capi delle moschee lo dicono in TV, lo ripete
l’hashtag “NotInMyName” che dilaga su Twitter
e Facebook. Chissà quanti musulmani c’erano,
quella notte, a gridare di felicità e esaltazione
in mezzo alla musica, poi di orrore e terrore in
mezzo agli spari.
Siamo in guerra, lo dicono tutti. E allora, come
in ogni guerra, il popolo inizia a chiamare
“PACE!” Nessuno ha il diritto di togliere una
vita, nemmeno dalla distanza di quel cielo da
cui la pioggia scende di piombo. Chi c’era lì,
dentro quella casa, quella baracca, quella
capanna che ora non esiste più? Non lo
sapremo mai. Ma chiunque fosse era vivo.
Ce lo insegnava anche Tasso cinquecento anni
fa: “L’onta irrita lo sdegno a la vendetta / e la
vendetta poi l’onta rinova…” e come si chiude?
Entrambi i duellanti sono sfiniti e se uno muore
di spada, l’altro quasi per dissanguamento.
Qualcuno verrà sconfitto, ma chi vince non
12
che ci verranno mandati (non dico certo che si
debba star buoni ad aspettare il prossimo
attentato, ma che non si risponda a bombe), ci
verrà la tentazione di restituirli, ma dobbiamo
resistere. E alla fine ne varrà la pena, sapete
perché? Perché siamo
uomini, e siamo vivi,
accomunati da
quell’umanità che è
tanto difficile da
comprendere, che ci
si chiede se davvero
esista, ma che
Terenzio per primo,
Cicerone più
profondamente,
hanno cercato di
afferrare già duemila
anni fa.
E io perciò andrò a
quel concerto, e il
musulmano che
siederà accanto,
davanti, dietro di me
non avrà un fucile,
nessuna parola di
metallo. No. L’unica
arma di quel ragazzo
sarà il sorriso che
userà per sparare alla
paura e la sua voce
canterà con la mia solo e
semplicemente quella
Margerita Hack
passione che ci unisce, e
che sarà più forte di quella
"Cerchiamo di vivere in pace, che ci separa. E la mia
domanda non sarà: “Sei
qualunque sia
musulmano?”, bensì:
la nostra origine, la nostra
“Piace anche a te?”. E lui si
fede, il colore della nostra
volterà e riderà: “Sì.”
pelle, la nostra lingua.
Non sono un presidente,
Impariamo ad apprezzare le
un cancelliere, un papa o
chissachì… sono una
differenze.
voce, piccola, ma che ci
Rigettiamo con forza ogni
prova.
forma di violenza e di
E che grida “PACE” mentre
sopraffazione,
tutti sembrano chiamare
la peggiore delle quali è la
alla guerra.
guerra"
rimarrà in piedi a lungo. È stato così per
millenni, considerando la pace come una
chimera, desiderata ma irraggiungibile, ogni
guerra che si chiudeva lasciava lo spazio a
una terza potenza che apriva un'altra guerra
con lo stremato
vincitore. Finché non si
è imparato che la pace
esiste davvero,
parlando,
confrontando,
cercando di capire,
stipulando patti.
Non è facile, anche nei
contesti quotidiani lo si
vede. Per un bullo,
prendere a pugni è più
comodo per ottenere
ciò che vuole, ma se si
provasse a capirlo,
qualcosa si potrebbe
fare. Bisognerà cercare
di parare tutti i pugni
13
Paese che vai
(533 milioni di dollari), seguito
dalla Cina (204 milioni di dollari),
dall’Arabia Saudita (1 75 milioni di
dollari) e dagli Emirati Arabi Uniti
(1 22 milioni di dollari).
4. Regno Unito: Riad in testa, poi
l'Indonesia
Principale acquirente di armi dal
Regno Unito (1 ,7 miliardi di
dollari) è l’Arabia Saudita (705
milioni).
Segue l’Indonesia con 541 milioni.
I principali fornitori di armi :
1 . Stati Uniti: un mercato da 1 0 miliardi di
dollari
Gli Usa nel 201 4 hanno esportato armi per
1 0,1 9 miliardi di dollari (8,96 miliardi di euro).
I principali acquirenti, in ordine decrescente,
sono l’Arabia Saudita (1 ,2 miliardi di dollari),
l’India (1 ,1 3), la Turchia (1 ,1 ) e Taiwan (1 ,04).
L’Italia è 1 8esima.
5. Germania: Polonia in cima alla
lista dei clienti
La Germania (1 ,2 miliardi di
dollari) vende le proprie armi
principalmente alla Polonia (1 69
milioni) e all’Indonesia (1 35
milioni di dollari).
Tra i dati rilevanti si nota che l’Arabia Saudita
è il quinto Paese ad acquistare armi da Berlino
(65 milioni di dollari), subito sotto alla Grecia
(11 0 milioni di dollari).
Anche per lo Stato tedesco una cifra
abbastanza consistente è ricavata dalla
vendita delle armi agli Emirati Arabi Uniti (54
milioni di dollari).
2. Russia: l'India è il primo acquirente
Subito dopo gli Stati Uniti, il maggior
esportatore di armi nel mondo è la Russia
(5,97 miliardi di dollari), il cui principale cliente
è l’India (con 2,1 5 miliardi).
Tra i dati rilevanti c’è la vendita di armi alla
Cina per 909 milioni di dollari, all’Iraq per 31 7
milioni e all’Afghanistan per 203 milioni di
dollari.
3. Francia: armi a Marocco, Cina e Arabia
Per quanto riguarda la Francia (1 ,9 miliardi di
dollari ricavati nel 201 4 dall'export) al primo
posto tra i compratori d’armi si trova il Marocco
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armi che compri
Le spese dei Paesi in guerra :
1 . Iraq: finanziamenti per 627 milioni di dollari
Le armi irachene nel 201 4 sono arrivate
soprattutto da Russia e Stati Uniti (che hanno
incassato rispettivamente 31 7 e 272 milioni di
dollari), seguite da Iran, Bulgaria e Germania.
L’Italia non ha venduto armi all’Iraq nel biennio
201 3-201 4.
Il totale di finanziamenti per le armi nel 201 4 è
stato di 627 milioni di dollari, mentre nel 201 3
l’investimento era stato di poco più della metà
di questa cifra.
2. Nigeria: Usa, Russia e Cina i maggiori
fornitori
La Nigeria nel 201 4 ha avuto tre fornitori
principali di armi: Stati Uniti, Russia e Cina,
che hanno ricavato rispettivamente 62, 58 e 57
milioni di dollari dalla vendita di armi allo Stato
Africano. L’Italia non ha contribuito.
l’investimento è stato drasticamente ridotto (1 0
milioni di dollari pagati esclusivamente all’Iran).
4. Libia: armi per 3 milioni dall'Italia
In Libia la situazione è analoga a quella della
Siria, perché nel 201 3 l’ammontare
complessivo dell’investimento in armi è stato di
1 21 milioni di dollari (armi provenienti
soprattutto da Canada e Russia), mentre è
stato solo di 1 0 milioni di dollari per il 201 4
(armi provenienti esclusivamente dal Canada).
L’Italia ha venduto armi alla Libia nel 201 3 per
un totale di 3 milioni di dollari.
5. Arabia Saudita: spese per 2 miliardi nel
201 4
L’Arabia Saudita è al quarto posto nel mondo
per quanto riguarda le spese militari in
generale (80,8 miliardi di dollari che
corrispondono a ben 1 0,4% del Pil).
Nel solo 201 4 Riad ha speso in totale ben 2,63
miliardi di dollari (2,31 miliardi di euro). Le armi
3. Siria: investimenti in forte calo
sono arrivate principalmente dagli Stati Uniti e
Per quanto riguarda la Siria invece, mentre nel dal Regno Unito, mentre l’Italia non ha
201 3 la cifra investita per l’acquisto di armi era registrato alcun introito.
stata di 361 milioni di dollari, nel 201 4
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Battito di speranza
La pace è armonia,
è parte dell’anima.
La vediamo nelle lacrime delle
persone,
negli urli di gioia.
E’ un battito di speranza.
Accarezza gli uomini
come a sfiorarli.
Come una luce incanta gli spiriti.
Veronica Albertini
Quello che volevamo dirvi, l'abbiamo detto. Ora tocca a voi. Pensate, scrivete, costruite la
pace. Partendo da qui.
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Eureka 12-2015 - Gian Domenico Romagnosi