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MEMORIA FRAGILE DA CONSERVARE
i luoghi della Deportazione e della Resistenza in Piemonte
ATTI DEL CONVEGNO
a cura di
Ezio Montalenti e Maria Vittoria Giacomini
Borgo San Dalmazzo 24 maggio 2013
Cuneo 25 maggio 2013
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INDICE
• Prefazione (ANPI regionale Piemonte)
P.
6
Messaggio del Presidente della Camera Laura Boldrini
P.
7
• Prima giornata del convegno
P.
8
Intervento di apertura (Ezio Montalenti)
P.
8
Presentazioni (Roberto Placido, Claudio Dellavalle e Carla Nespolo)
P. 10
• Prima Parte - Memorialistica
P. 14
La memoria fragile e l’ex campo di concentramento
di Borgo San Dalmazzo (Luisa Giorda)
P. 14
Territorio e memoria della Resistenza nel Torinese: alcune riflessioni (Nicola Adduci)
P. 15
I luoghi della memoria della deportazione e della Resistenza in Provincia di Cuneo
(Michele Calandri)
P. 20
Oltre alla tutela e alla coservazione dei luoghi della memoria (Adriana Muncinelli)
P. 23
Luoghi della memoria nell’Astigiano (Mario Renosio)
P. 28
“Le person dij partigian” a San Maurizio Canavese (TO)
e altri luoghi della memoria resistenziale in Val di Lanzo:
recupero e valorizzazione di un patrimonio storico (Franco Brunetta)
P. 35
Luoghi della memoria, memoria dei luoghi: il percorso della rete
degli istituti storici della Resistenza italiani (Luciana Ziruolo)
P. 42
I luoghi della memoria del Biellese, del Vercellese e della Valsesia (Enrico Pagano)
P. 49
• Seconda giornata del convegno
P. 55
Intervento di apertura (Ezio Montalenti)
P. 55
Architettura e Resistenza – Aspetti di metodo e di ricerca aperti
P. 56
Considerazioni sulla fragilità della memoria dei luoghi (Elena Pirazzoli)
P. 56
Memoria fragile. Testimonianze di architettura e paesaggio tra materiale
e immateriale (Guido Montanari)
P. 57
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La salvaguardia dei luoghi della memoria in pericolo (Maria Vittoria Giacomini)
P.
66
La rinascita del Rifugio Paraloup (Daniele Regis)
P.
76
Comunicazione e didattica a scuola
P.
80
Ribelli in montagna (Alessandro Orsi)
P.
80
Preservare la memoria del passato con uno sguardo al futuro
(Michele Piasco e Fabio Malagnino)
P.
82
La legislazione vigente sui siti di memoria della II guerra mondiale:
proposte operative
P.
84
Lo stato dell’arte della legislazione sui luoghi della memoria della II guerra
mondiale in Italia (Maria Vittoria Giacomini)
P.
84
Per una corretta valorizzazione dei Luoghi della Memoria (Massimo Carcione)
P.
88
La fragilità della memoria (Chiara Gribaudo)
P. 102
Interventi
P. 104
Alcuni luoghi simbolo della Resistenza cuneese (Ughetta Biancotto)
P. 104
Benedicta: recupero, valorizzazione e fruizione di un luogo simbolo della
resistenza ligure-piemontese (Andrea Foco)
P. 105
Tracce fragili e pesi imponderabili: la memoria del Nazismo e della guerra
(Elena Pirazzoli)
P. 108
Il Ciabot della Capoloira (Sergio Beccio)
P. 113
• Conclusioni
P. 116
La lotta teorica e pratica per la memoria.
Antifascisti, storici, restauratori e politici: un unico compito
P. 116
Alcune riflessioni sul valore della memoria oggi (Diego Novelli)
P. 120
Allegato
Disposizioni per la tutela del patrimonio storico della guerra di Liberazione e
della lotta partigiana
P. 122
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P. 122
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Prefazione
Con la pubblicazione degli atti del convegno, che porta a termine il nostro impegno,
riteniamo doveroso ringraziare a nome dell’ANPI regionale Piemonte e dei Comitati
Provinciali di Cuneo e Torino, promotori ed organizzatori del convegno “Memoria
fragile da conservare: i luoghi della Resistenza e della Deportazione in Piemonte”, quanti
hanno creduto nel nostro intento: le istituzioni, gli enti privati ed i volenterosi amici, che
hanno sostenuto il progetto sia finanziariamente che sotto altre forme.
Quindi, un grazie sincero ai relatori, agli studiosi e professionisti, ai ricercatori e funzionari
istituzionali ed associativi, in particolare Claudio Dellavalle, Roberto Placido, Livio
Berardo e Ughetta Biancotto; grazie al Consiglio Regionale del Piemonte, al Comitato
della Regione Piemonte per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della
Costituzione repubblicana, alle Città di Borgo San Dalmazzo e Cuneo, alla Provincia
di Cuneo, ai sostenitori privati quali la NovaCoop Piemonte, l’Unipol – Unisind di
Avigliana, la cooperativa Astra di Torino e, non per ultimi, gli Istituti storici della
Resistenza di Torino, Asti, Alessandria, Cuneo, Biella e Vercelli che hanno partecipato ai
lavori del convegno.
Un grazie anche a Maria Vittoria Giacomini, che ha recentemente discusso una tesi di
dottorato sul tema del convegno, sotto la supervisione dei professori Carla Bartolozzi e
Guido Montanari del Politecnico di Torino, per il coordinamento scientifico e a Massimo
Carcione per la collaborazione redazionale al presente volume.
Infine un ringraziamento particolare è riservato al Presidente della Camera l’on. Laura
Boldrini, che volle essere partecipe con un suo messaggio di apprezzamento all’iniziativa,
definendola importante per la memoria storica della nostra nazione.
In sintesi, un impegno dovuto, che l’ANPI regionale ha ritenuto doveroso sostenere non
solo per celebrare il 70° Anniversario della Liberazione, ma per affrontare il problema
memorialistico contro ogni formulazione revisionistica e critica di parte, rilanciando la
discussione dell’identità nazionale sui valori della Resistenza.
Quindi siamo convinti di aver portato a termine un lavoro impostato sin dall’inizio con
impegno e serietà, utile alla collettività ed alla cultura storica. Ora lasciamo il giudizio
alla pubblica valutazione, per ogni critica e riflessione di merito, nella speranza che il
significato ed il valore del convegno sia recepito e approfondito e si espanda in campo
nazionale, quale contributo non solo per la memoria, ma per quella parte così significativa
della storia nazionale che si chiama Resistenza.
ANPI regionale Piemonte
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Prima giornata del Convegno
Borgo San Dalmazzo, ex campo di concentramento
24 maggio 2013
Intervento di apertura
Ezio Montalenti *
A distanza di settant’anni dall’evento della Liberazione, purtroppo vengono a mancare
i diretti protagonisti e testimoni della Resistenza e della Deportazione; certo, restano i
luoghi e le tracce materiali che sono scenario di questi fatti.
Con tutto ciò, col trascorrere del tempo e grazie al dialogo con il pubblico, in particolare
con i giovani, si denota da tempo una separazione tra storiografia e cittadini. Tale
situazione, offre uno spazio alle matrici revisionistiche, in particolare a quei soggetti
pseudostorici del revisionismo di comodo e di parte, senza rimarcare la costante tendenza
filofascista che si presenta spesso sul territorio nazionale ed europeo.
A questo punto, considerando questo triste quadro generale che tenta di rendere
“obsoleta” la memoria storica della Resistenza e dell’antifascismo, rispetto al quadro della
storiografia nazionale della prima guerra mondiale o delle epiche battaglie ed avvenimenti
del nostro regio esercito nel secondo conflitto bellico, l’ANPI Piemonte, consapevole di
questa lacuna storica preoccupante, si è posta delle domande: sono questioni reali, che
interessano in particolare chi è stato protagonista o testimone del passato, per recepire gli
errori che mettono a rischio la procedura della trasmissione della memoria.
Una serie di domande all’ordine del giorno si possono così identificare:
- quanti sono i legami che intercorrono tra il passato che coinvolse una intera generazione ed i nostri
giovani?
- in quali modi e con quali immagini si identifica il passato di chi lottò contro l’oppressore per la
libertà?
- quali ideali permangono in chi oggi vive nella e della libertà?
- quali sono i punti critici, i passaggi problematici attorno ai quali si articolano i giudizi, ma anche
i pregiudizi verso il passato cosi come verso il presente?
- quali sono i percorsi della memoria, che creano storia condivisa per mezzo della comunicazione
intergenerazionale?
Ebbene, attorno a queste domande e a tante altre, che di norma suscitano critiche e
pregiudizi, piuttosto che giudizi condivisi, l’ANPI regionale ha deciso, dopo un’ampio
e approfondito confronto interno, di dare risposta con questo convegno sulla memoria,
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sempre più fragile, che deve essere conservata, ponendo come fonti testimoniali i luoghi
stessi ed i siti della Resistenza e della Deportazione, che considera fonti di insegnamento
e percorso storico culturale, chiamando a discuterne un ampio gruppo di studiosi,
operatori storici e di cultura, non solo a livello territoriale ma anche nazionale. Si tratta
di un percorso che riteniamo utile per il presente, per capire quello che il passato ci ha
consegnato e come preservare e rinnovare la conoscenza e la memoria stessa.
Quindi ancora una volta, l’ANPI si impegna a coniugare e cercare attraverso la parola,
la storia e l’attualità, coinvolgendo e cercando un dialogo tra le diverse generazioni per
capire quali siano le metodiche di conservazione da adottare per i luoghi di interesse in
questo campo; anche perché, più che mai, è indispensabile la conservazione di queste
testimonianze materiali per non perdere la memoria della nostra storia.
Certamente, come è possibile evincere dal programma, i temi individuati e proposti non
sono solo teoria, ma costituiscono un percorso concreto, ben delineato con dei principi
e delle linee di attività; iniziando dalla sezione “Memoristica” con la presentazione
dei luoghi prioritari e secondari della memoria nella sua valorizzazione e negli aspetti
storici, si passerà poi alla sezione “Architettura e Resistenza”, un percorso tra il nesso della
espressione delle idee e la creatività architettonica, la storia dell’architettura resistenziale
e la disciplina del restauro.
Successivamente si affronterà “la questione legislativa”, sullo stato dell’arte della
legislazione italiana di tutela dei luoghi della memoria – a partire dalla proposta di
legge presentata nella XV legislatura (aprile 2006) dall’on. Valdo Spini – evidenziando
e valutando la possibilità di riproporre una nuova iniziativa legislativa finalizzata non
solo alla conservazione dei siti della memoria, ma alla didattica scolastica e pubblica.
In quest’ottica, si discuterà di promuovere una rete di conoscenza territoriale per la
valorizzazione e la tutela dei siti della memoria (banca dati informatizzata) che possa
servire al cittadino ed in particolare all'istruzione scolastica.
Gli interventi conclusivi, potranno essere di critica, di suggerimento o di apertura di
un ulteriore dibattito sul tema. La conclusione dei lavori sarà affidata a Livio Berardo,
Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo e in chiusura ci saranno i saluti
di ringraziamento di Diego Novelli per l’ANPI regionale.
Questo cari amici, è il nostro convegno. L’ANPI ancora una volta si è impegnata
fattivamente perché ritiene che: “la memoria deve battere nel cuore del futuro nazionale”.
* Coordinatore regionale ANPI Piemonte e Vice Presidente vicario ANPI provinciale di Torino.
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Presentazioni
Roberto Placido
(Vice Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte)
Il Piemonte è l’unica Regione, e non a caso, ad avere una legge specifica, la n. 41/1985,
che finanzia il restauro, la cura, la manutenzione conservativa dei monumenti della
Resistenza. Una legge che, nel tempo, ha messo a disposizione importanti risorse
destinate a questo scopo, gestita dall’Assessorato alla Cultura della Regione, con il parere
del Consiglio regionale espresso tramite il nostro Comitato della Regione Piemonte per
l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della costituzione Repubblicana.
Non è un caso che si affermi, in questo modo, il ruolo del Comitato che ha sempre
operato proficuamente a prescindere dalle maggioranze politiche che si sono avvicendate,
secondo la logica e la prassi della democrazia. Le risorse sono sempre state messe a
disposizione anche se quest’anno, in ragione delle difficoltà finanziarie più generali, si
è reso necessario ridurle sensibilmente. Il Comitato Resistenza e Costituzione, istituito
nel 1976 con legge regionale, allo scopo di mantenere e valorizzare la memoria storica
della Resistenza, nel tempo non è mai venuto meno a quest’impegno, legandolo alla
promozione della conoscenza dei valori che stanno alla base della nostra straordinaria
Carta Costituzionale. Il senso del concetto che sta alla base della tutela e della
conservazione della “memoria fragile” è in linea con quest’azione, tesa a preservare le
testimonianze dei luoghi e delle tracce materiali che rappresentano il teatro della storia
della Resistenza. Una memoria importantissima soprattutto d’ora in poi, considerando
che i testimoni diretti, non potendo sconfiggere l’anagrafe, stanno scomparendo. La
Resistenza in generale e particolarmente in Piemonte non è patrimonio di una sola parte
politica, poiché fu un movimento unitario di popolo. I valori della libertà, del riscatto
morale, della giustizia coinvolsero donne e uomini appartenenti a differenti classi sociali,
motivati da una pluralità di fedi e convinzioni politiche. La Resistenza ha visto insieme
comunisti, socialisti, cattolici democratici, azionisti, repubblicani e monarchici, laici e
anche preti e suore. In tanti anni abbiamo lavorato, attraverso il Comitato Resistenza e
Costituzione, affinché quello spirito che consentì di riconquistare la libertà, spezzando
il giogo nazifascista, resti come tratto distintivo di quel fatto fondativo dell’identità
democratica del nostro paese che è stata la Resistenza. Quest’impegno deve continuare,
valorizzando le storie, i luoghi e le architetture di questa memoria. E’ questo lo spirito
che ha motivato la stipula delle convenzioni con la Casa della Resistenza di Verbania
Fondotoce , il Colle del Lys, la Benedicta, la Casa museo di Vinchio, il museo Diffuso
della Resistenza di Torino. Lo stesso spirito che si esprime nelle collaborazioni, tanto
strette quanto proficue, con gli Istituti storici della Resistenza. E’ una scelta netta, la
nostra. La scelta di chi non dimentica il valore di una stagione straordinaria che, nella
lotta partigiana e nell’impegno popolare, ha ridato la libertà e consentito di far nascere la
Repubblica, scrivendo e adottando la più bella delle Costituzioni del mondo.
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Claudio Dellavalle
(Coordinatore Istituti storici della Resistenza piemontese)
Il Convegno affronta un tema con cui nei prossimi anni dovranno misurarsi tutti coloro
(associazioni, istituti, enti culturali e istituzioni, oltre che singoli cittadini) che hanno a
cuore la salvaguardia della memoria collettiva che si è costruita nel tempo attorno alle
vicende della seconda guerra mondiale e della guerra di liberazione. Per una ragione
semplice e complessa nello stesso tempo: il rarefarsi dei portatori “naturali” di memoria.
Il susseguirsi delle generazioni per un arco di tempo che si avvicina ormai al secolo
produce un effetto di distanza, che la memoria dei singoli non è in grado da sola di
contrastare. Siamo cioè di fronte ad una questione che richiede da un lato di essere
definita nelle sue dimensioni e implicazioni e dall’altro la disponibilità di risorse umane
e materiali per poterla affrontare. Mi sembra che l’aggettivo fragile, che è stato utilizzato
nel titolo del convegno, colga esattamente questa fase di passaggio che ci coinvolge tutti.
Memoria fragile perchè l’erosione del tempo mette a rischio il significato e dunque le
ragioni per cui per tanti anni abbiamo ritenuto di dover lavorare alla costruzione e alla
salvaguardia di quella memoria. Ma memoria fragile perché avvertiamo che in qualche
modo vadano rivisti e forse rifondati alcuni aspetti che la fanno vivere nel nostro tempo.
La domanda che ci dobbiamo porre è prima di tutto se quella memoria vada salvaguardata
confermando la scelta che in questi anni ci ha guidati. Può apparire una domanda retorica,
perchè se siamo qui, è proprio perchè siamo coinvolti e condividiamo la preoccupazione
per le sorti di una memoria che è anche costitutiva di identità. Ma del tutto retorica quella
domanda non è perché ci rendiamo conto che il rischio di indebolimento di memoria
non è solo l’ effetto della “distanza” temporale, ma è anche il risultato del generale e
profondo mutamento che ha investito in questi anni le nostre società. Dunque non è così
scontato riflettere sulle ragioni che oggi alimentano la nostra “necessità” di memoria. Per
un verso sappiamo che essa si fonda in primo luogo sulla rilevanza del passaggio storico
di cui vogliamo conservare traccia. Il nostro paese, dall’unità in poi, da quando cioè ha
provato a ridefinirsi come un soggetto unitario, ha conosciuto tre passaggi cruciali: le
vicende risorgimentali, che portarono all’unità; l’impatto della prima guerra mondiale,
che verificò in modo traumatico la solidità delle ragioni dell’unità e vent’anni dopo, lo
sconvolgimento prodotto dal secondo conflitto e dentro di esso l’esperienza resistenziale.
Senza approfondire questi passaggi, che richiederebbero una riflessione complessa,
possiamo dire che è nell’ultima di queste esperienze che si configura, sia pure in termini
differenziati e diversificati nei tempi e nei luoghi, uno scarto forte rispetto al passato
per quanto riguarda il coinvolgimento diretto di parti rilevanti della società italiana. E’
indubbio che la guerra, nelle sue forme di guerra totale, ha toccato in profondità ed
estensione parti della società che per tante ragioni erano rimaste estranee, escluse dalla
vita del paese per non dire dal potere e dallo stato, confinate entro un’idea di cittadinanza
incompleta e spesso limitata. Ed è anche indubbio che proprio nella guerra di liberazione
si produce un percorso di maturazione, che porta una minoranza certo, ma una minoranza
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di massa, formata da quote importanti di ceti subalterni, in primo luogo operai e contadini,
a sperimentare un percorso di emancipazione sociale e politica come conquista diretta.
Nella guerra di liberazione tra società e politica si produce una tensione che si trasforma
in attese e in scelte che nell’immediato dopoguerra si manifestano e producono effetti
di lunga durata. La società si mobilizza ed è esattamente questa tensione, che produce
responsabilità e autonomia, l’eredità che vorremmo conservare come esempio e come
pratica di emancipazione e di costruzione di cittadinanza. Come nucleo della memoria
da conservare e trasmettere perché è quanto ci pare rilevante di quell’esperienza.
La seconda è la questione del come trasmettere quella memoria perché la memoria non si
chiuda su se stessa, ma continui a produrre degli effetti nel presente. Per cui accanto al
necessario momento pubblico della conferma periodica dell’impegno di memoria, del rito
identitario simbolicamente necessario, si pone l’urgenza altrettanto e forse più rilevante
di una memoria attiva, che produca significati per il presente. Una memoria che da un
lato agisca come stimolo alla conoscenza, ad esempio al come si produce la transizione
da un regime totalitario a un sistema di democrazia, e dall’altro una memoria che si
rapporti e misuri con le questioni del nostro presente, una memoria che sia generativa di
futuro. Non è un discorso velleitario, né un qualcosa di lontano dalla realtà. Per mettere i
piedi per terra basta chiedersi quanto si è veramente realizzato di quel progetto di futuro
rappresentato dalla carta costituzionale. Di come la domanda di democrazia che settanta
anni fà si pose in modo tumultuoso e però ineludibile, sia stata tradotta non solo dalle
regole, ma anche dai comportamenti reali, dalle scelte di un paese, che usciva da una
guerra devastante e doveva reinventarsi il futuro. Quella tensione tra società e politica di
cui si diceva non sempre ha trovato le risposte migliori, come oggi possiamo verificare.
Il fatto che resti ancora molto da fare è la motivazione più forte perché il nostro sforzo
di salvaguardia di quella memoria continui e trovi le forme e i linguaggi per mantenere
aperto il rapporto tra un presente problematico e quel passato.
Le domande sul come si costruisce e conserva una convivenza civile e democratica sono
ancora attuali, e il richiamo a quegli uomini e donne che si sono fatti liberi e ci hanno
fatti liberi ci sembra non solo un impegno a cui non possiamo sottrarci, ma un esercizio
di dignità civile, che conferma quel rapporto necessario tra storia e società, tra politica e
cultura.
Carla Nespolo
(Vice Presidente Nazionale ANPI)
Il titolo di questo convegno evoca temi importanti scientificamente e moralmente. Si
tratta di un convegno che ha indetto l’ANPI, ci tengo a ricordarlo, e costituisce una
delle prime iniziative all’interno del calendario del 70° Anniversario della Resistenza, che
durerà tre anni e che avrà varie tappe. Una di queste fasi, a livello regionale e nazionale,
è proprio quella che riguarda il tema della memoria, della sua conservazione e della sua
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trasmissione.
Il nostro incontro è quindi utile per dibattere su questi temi e non è un esercizio
accademico, lo sappiamo tutti. E’ un fatto culturalmente e moralmente fondamentale. E’
l’essenza stessa dell’agire dell’ANPI e degli Istituti storici della Resistenza.
La memoria è fragile per tanti motivi, primo fra tutti per ciò che ci hanno insegnato gli
storici: la memoria passa attraverso tre generazioni e c’è il rischio concreto di perderla.
Io non vorrei che succedesse. E’ un assillo che abbiamo tutti, come ci ha ricordato
Zagrebelsky in occasione dell’apertura del Congresso Nazionale ANPI di Torino 2012, in
coincidenza con le celebrazioni per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia.
C’è una generazione che concquista la democrazia, una generazione che lotta per
realizzarla, conservarla e migliorarla e una generazione che la perde.
No, non deve essere così nel nostro Paese e in Europa.
Entrando in questo luogo, che ci ospita nella prima giornata del convegno, l’ex campo di
concentramento a Borgo San Dalmazzo, una serie di pannelli ci ha ricordato la memoria
di tante persone che sono passate di qui e che non sono più tornate.
Ricordo quanto è stato bello ed appassionante lavorare con tutti gli Istituti storici del
Piemonte, al Progetto “Memoria delle Alpi” (2002-2007), grazie al quale abbiamo sentito
la vicinanza di un’Europa di popoli e non di un’Europa di mercato. So che quella è la
strada giusta.
Per quanto riguarda poi la legislazione sui luoghi della memoria, la via che è stata intrapresa
dalla Regione Piemonte, con la legge regionale n. 41, già precedentemente citata, e che
va in alcuni casi organicamente tracciata e sempre percorsa, è quella di considerare in un
progetto unitario tutti questi luoghi.
Non è accettabile che ancora oggi, a quasi 70 anni dalla Liberazione e dopo quella lotta
straordinaria di popolo, quella pagina indelebile della nostra storia, base della nostra
convivenza pacifica attuale, i luoghi della memoria della Resistenza e della Liberazione,
della II guerra mondiale non vengano ancora tutelati, così come oggi lo sono quelli della
I guerra mondiale.
Ci deve essere una nuova iniziativa legislativa, ricordando che c’era stato il generoso
tentativo dell’On. Valdo Spini: il riferimento da cui partire è proprio tale proposta di
legge, per inserire questi luoghi nel quadro della tutela a livello nazionale.
Per lavorare concretamente sono certamente necessarie iniziative mirate, con l’impegno
dell’ANPI e delle varie associazioni di volontariato; ma accanto a questi esempi positivi
ci deve essere l’impegno nazionale, organizzato dello Stato.
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Prima parte: Memorialistica
La memoria fragile e l’ex campo
di concentamento di Borgo San Dalmazzo
Luisa Giorda*
Mi fa particolarmente piacere dare il benvenuto agli intervenuti al convegno in questo
luogo, l’ex campo di concentamento di Borgo San Dalmazzo, che è diventato davvero il
simbolo della memoria nel nostro territorio, ciò che resta del campo che ospitò gli ebrei
dal settembre del 1943 al novembre del 1944 e la cui memoria rischiava davvero di andare
perduta per sempre.
L’avere voluto conservare tale memoria, con la creazione del memoriale alla deportazione
presso la stazione di Borgo è stato uno dei primi progetti della nostra Amministrazione,
supportata dall’Istituto storico della Resistenza di Cuneo, con la preziosa collaborazione
della dottoressa Adriana Muncinelli, che oggi abbiamo il piacere di avere con noi.
Molto si sta facendo per mantenere i luoghi della memoria. I lavori nel dettaglio saranno
raccontati dagli specialisti che seguiranno, ricordando che occorre un passaggio cruciale
per ciascuno di noi: da fatto singolo, celebrazione di un evento ad una responsabilità
corale del territorio nel farsi carico del ricordare un dato evento per quella che è l’emozione
dell’evento, ma anche lo studio puntuale di quell’evento, per passare la memoria in modo
corretto alle generazioni future, in una fase storica in cui i testimoni diretti cominciano
a mancare.
* Assessore alle Attività Culturali della Città di Borgo San Dalmazzo.
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Territorio e memoria della Resistenza nel Torinese:
alcune riflessioni
Nicola Adduci*
Il concetto di luoghi della memoria è stato via via elaborato a partire dalla metà degli
anni Ottanta in Francia da Pierre Nora e poi ripreso dalla storiografia italiana con Mario
Isnenghi. È una definizione ampia che va ben oltre quella dell’ambito resistenziale su cui
mi soffermerò brevemente.
Credo che in questa sede sia importante concentrarsi su una domanda e cioè che cosa rappresentano
questi luoghi?
Essi sono innanzitutto il risultato visibile, la forma di rappresentazione concreta della
memoria della Resistenza, così come è venuta delineandosi e trasformandosi nel tempo.
Nel corso di questi settant’anni la memoria della Resistenza ha attraversato diverse
stagioni e ognuna di queste ha avuto il suo riflesso, la sua influenza nelle scelte di volta
in volta attuate per darne una rappresentazione monumentale. In tutto ciò la comunità
ha avuto un suo ruolo ai vari livelli.
È per questo che oggi troviamo in forma diffusa luoghi della memoria poco noti e talvolta
sconosciuti e altri con una valenza più ampia: si tratta in quest’ultimo caso di Ossari,
Sacrari, Fari, Torri e Parchi. Tutti insieme costituiscono il patrimonio, il lascito di modi
diversi di tramandare il ricordo e il senso profondo della Resistenza.
Se proviamo a volgere il nostro sguardo sui luoghi principali del Torinese non possiamo
fare a meno di considerare l’Ossario di Forno di Coazze, il cui progetto risale già alla fine
del maggio 1945, la Torre monumentale posta sul Colle del Lys, inaugurata nel settembre
1955 e il Faro della libertà di Prarostino del giugno 1967.
A Torino, i luoghi della memoria sono invece due: il primo è il Martinetto dove già nel
luglio 1945 si tiene una cerimonia davanti ad una folla immensa; dal 1950 il sito viene
riconosciuto come d’interesse nazionale e posto sotto un vincolo che ne rende possibile
la destinazione a sacrario.
Il secondo è il sacrario del Pian del Lot, poco distante dal Colle della Maddalena sulla
collina sovrastante la città. Si tratta di un luogo della memoria edificato a spese dei
familiari e degli amici dei caduti e poi ceduto al Comune.
I vari casi citati sono accomunati essenzialmente da quattro elementi: la coincidenza
fra il luogo di memoria e uno o più eventi verificatisi in quel punto, il lutto, il ricordo
dolente e l’esaltazione del sacrificio. Questi ultimi aspetti sono in piena continuità con
la tradizione ereditata dopo la Grande Guerra, quando nelle comunità - in maniera
spontanea - si edificavano piccoli monumenti o si apponevano lapidi in ricordo dei
propri caduti. In seguito, con l’intervento dello Stato viene istituito il culto del milite
ignoto (1921) che avrà i suoi sviluppi nella costruzione dei sacrari militari durante gli anni
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Trenta (Asiago, Redipuglia etc.).
Questo legame con la tradizione è evidente nell’Ossario di Forno che raccoglie i resti di 98
resistenti uccisi in luoghi e tempi diversi dai nazifascisti. Al Colle del Lys, invece, la Torre
monumentale commemora i 2024 partigiani caduti delle Valli di Susa, Lanzo, Sangone
e Chisone ma al tempo stesso si richiama al brutale rastrellamento del 2 luglio 1944 in
cui si contano oltre 30 morti fra i partigiani. Il Faro della libertà di San Bartolomeo di
Prarostino intende ricordare i 600 caduti fra i resistenti del Pinerolese traendo spunto
anche qui dal primo sanguinoso rastrellamento avvenuto nella frazione San Bartolomeo.
Il Martinetto, per parte sua, ricorda ai torinesi i fucilati in quello che era il Tiro a segno
della città mentre al Pian del Lot si commemorano i 27 partigiani trucidati dai tedeschi
per rappresaglia all’alba del 2 aprile 1944.
Nel corso dei decenni, la scelta di edificare forme monumentali di tipo celebrativo
non sembra più interpretare pienamente il sentimento comune. Una tappa di questo
percorso – complice anche il clima culturale e sociale del Sessantotto - sembra essere il
caso assolutamente unico di Cudine, una frazione di Corio Canavese. In questa piccola
località, teatro di una strage che il 17 novembre 1944 vede la fucilazione di 27 partigiani,
il monumento prescelto per ricordare quell’episodio si carica di una valenza doppiamente
simbolica, che sembra recepire la tensione morale esistente in quel momento. Viene
infatti stabilito dalla sezione Anpi di Torino e di Lanzo di dare vita ad un luogo della
memoria completamente diverso da quelli fino ad allora esistenti. Si costruisce così una
piccola scuola intitolata ai “Martiri del Cudine”, per risparmiare ai bambini della frazione
alcune ore di cammino sulla mulattiera e sulla strada.
L’iniziativa è resa possibile da una sottoscrizione tra i partigiani che hanno combattuto
in quelle vallate e nel 1973 si giunge così all’inaugurazione dell’edificio scolastico
costituito da due aule, una biblioteca, una palestra ed una camera con servizi per ospitare
l’insegnante1.
Il caso di Cudine, pur nella sua esemplarità, non riesce però ad affermarsi come modello
per diverse ragioni: da un lato per la complessità di operazioni di quel genere, dall’altro
perché nonostante un cambiamento nella percezione e nelle finalità di un luogo della
memoria resta molto forte il legame tra la dimensione celebrativa espressa dalle forme
monumentali e le singole comunità del Torinese.
Una vicenda completamente diversa è quella riguardante invece il Parco della Resistenza
e della Pace di Chiaves, una frazione di Monastero di Lanzo, inaugurato nel settembre
1992.
In questa vicenda si rispecchiano abbastanza bene le trasformazioni e i conflitti via
via registrati nella percezione del fenomeno resistenziale e dunque nelle forme di
rappresentazione della memoria prescelte nel corso del tempo.
Anche il Parco, come l’esempio del Cudine, sembra costituire – sia pure con alcuni
evidenti limiti – l’inconsapevole tentativo di andare oltre i modelli tradizionali più vicini
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alla sensibilità dei decenni precedenti. La scelta del Parco è per il Torinese un momento
di transizione verso una dimensione che anticipa la concezione degli ecomusei in cui il
territorio diviene esso stesso luogo di memoria. Tra le sue peculiarità vi è quella di non
essere stato un luogo teatro di eccidi o stragi nazifasciste, dunque un luogo della memoria
slegato dalla dimensione emotiva fino ad allora alla base delle varie forme monumentali.
L’idea di Isacco Nahoum, “Milan” - ancora molto abbozzata – è quella di edificare
nell’area destinata a parco pubblico un monumento dedicato alla Resistenza nelle Valli di
Lanzo e nel Canavese in cui tutte le formazioni possano riconoscersi. La proposta suscita
interesse e trova immediatamente il sostegno delle associazioni partigiane che iniziano
così a discuterne in periodiche riunioni cui prendono parte i rappresentanti delle varie
sigle in cui si articola l’universo dei combattenti per la libertà, tra i quali oltre a quelli
già citati, vengono ricordati «Ciro della “Matteotti”, Marisa Scala, Lucia Testori, Gino
Cattaneo, Vincenzo Osella, Beppe Migliore»2�.
Dal canto suo, il sindaco di Monastero di Lanzo si rende conto che occorre affiancare alle
organizzazioni partigiane anche i soggetti istituzionali, indispensabili per la realizzazione
di un progetto così impegnativo che non ha più le caratteristiche dell’iniziativa spontanea,
ma ha ormai assunto una dimensione ufficiale.
A partire dal maggio 1984, i vari soggetti riuniti in un Comitato si incontrano più volte,
avviando un confronto e uno scambio di idee sul progetto. Ed è proprio nel corso delle
discussioni che inizia lentamente a maturare una nuova e più ambiziosa idea, ispirata in
parte dal modello di Bossolasco, nel Cuneese, dove fin dal 1968 – unico in Piemonte –
sorge il Colle della Resistenza3 voluto dalle formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà”.
Quell’esempio si intreccia con le nuove concezioni che a partire dalla metà degli anni
Ottanta, su impulso delle esperienze francesi, stanno iniziando a circolare anche nel nostro
Paese nell’ambito della riflessione sul rapporto tra comunità, forme di rappresentazione
della memoria e musealizzazione del territorio. Un orientamento nuovo che sembra
trovare un sostegno deciso ed un contributo di idee anche da parte dell’amministrazione
di Monastero di Lanzo sempre più orientata a voler fare di Chiaves, e dunque di tutto
il territorio comunale, un luogo-simbolo della memoria della Resistenza, un punto di
riferimento per le valli di Lanzo e il Canavese in grado di proporsi come sede di iniziative
pubbliche non solo di carattere commemorativo ma anche culturale, nonché meta per le
scolaresche.
Tutte queste idee confluiscono in un progetto che prevede la creazione di un’area
in cui sia superato il vecchio concetto dei parchi della rimembranza trasferendo al
territorio – tra l’altro in una posizione suggestiva – il compito di comunicare i messaggi
tradizionalmente affidati ai monumenti e alle lapidi. Questa anticipazione del concetto
di ecomuseo è ovviamente parziale e la proposta di costruire un unico monumento
simbolico collocato al centro dell’area deve confrontarsi anche con altre esigenze che
si cerca di soddisfare. La mediazione fra istanze diverse finisce così con il portare ad un
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compromesso ancora oggi visibile nell’assetto del Parco che ha una simbolica stele ma
anche due pietre commemorative: una in onore dei caduti della 80^ Brigata Garibaldi
e l’altra a ricordo di don Bartolomeo Rolle, il prete che in molte circostanze aiutò i
partigiani e la sua comunità.
Tra il 1988 e il 1989, dunque, il progetto è ormai definito e pronto per entrare nella fase
esecutiva.
Nel corso delle discussioni, oltre all’assetto da dare all’opera, si è fatta strada anche
un’altra istanza proveniente da alcuni settori del mondo politico che probabilmente
temono la connotazione troppo “ideologica” del termine Resistenza, ossia quella di
dedicare il futuro parco anche alla Pace, un concetto da tutti condiviso e che dovrebbe
controbilanciare l’altro4.
Alla fine confluiscono in questo progetto tutte le diverse istanze: dalla salvaguardia
individuale della memoria della 80^ alla riconoscenza pubblica della comunità nei
confronti del parroco di Chiaves, dall’idea di un monumento collettivo avanzata da
Nahoum ad un’anticipazione sia pure parziale e intuitiva del concetto di ecomuseo che
sembra permeare l’intera iniziativa.
Su tali basi, il progetto viene predisposto e infine presentato dall’architetto il 15 luglio
1989 per essere sottoposto all’esame dei vari soggetti chiamati in causa, che di lì a breve
si esprimono positivamente.
Il parco, ormai completo nella estensione prevista, ammonta a questo punto a circa 10
mila metri quadrati; al suo interno – come anticipa «La Stampa» - «si snoda un percorso
punteggiato da panchine tra lari e faggi, con tre gruppi marmorei: il più grande è un
masso di granito grezzo, alto 4 metri e mezzo del peso di 180 quintali, dedicato ai morti
della Resistenza»5.
Il 20 settembre 1992, si tiene l’inaugurazione solenne con il patrocinio della giunta e
del Consiglio della Regione Piemonte, della Provincia di Torino, nonché il plauso del
Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro che fa giungere un proprio messaggio.
Alla cerimonia sono inoltre invitati tutti i comuni della provincia, tutti i partiti, le
associazioni e i sindacati, gli istituti della Resistenza e i centri studi.
Alla presenza di alcune migliaia di persone, tra cui molti ex comandanti partigiani,
nonché numerosi gonfaloni di città piemontesi, tra cui spicca quello di Torino, ha inizio
in mattinata la cerimonia con il taglio del nastro inaugurale ad opera del sindaco, mentre
la fanfara degli Alpini intona l’inno nazionale 6.
Questa nuova fase, ormai evidente, trova un suo primo momento di riflessione con il
convegno internazionale “Memoria dei luoghi, luoghi della memoria” 7 che si svolge tra il 7 e il
9 maggio 2001 a Torino, a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della
società contemporanea, e in cui sono gettate le basi per una più stretta collaborazione fra
i tre paesi transfrontalieri, ossia Italia, Francia e Svizzera, al fine di giungere alla creazione
di una rete diffusa di musei della guerra, della resistenza e della persecuzione ebraica.8
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* Studioso e ricercatore dell' “Istituto Piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea Giorgio Agosti”,
Istoreto.
1
AA. VV., Cudine 1944 – 1974, a cura del Comitato per le onoranze ai caduti partigiani delle Valli di Lanzo e
Ceronda, Anpi, 1974, p. 34. La costruzione dell’opera costa quasi 25 milioni di lire. Sulla facciata, una grande
lapide riporta 36 nominativi preceduti da un’epigrafe introduttiva: “Qui dove l’amore per libertà e giustizia
fu offeso dal fascismo, nel martirio di giovani vite partigiane, l’amore dei compagni di lotta fatto solidarietà
volle questa scuola”.
2
Paolo Vottero, intervista, 7 aprile 2010, in Archivio privato Adduci.
3
Cfr. Archivio Istoreto, Fondo Marisa Sacco, f. Colle della Resistenza.
4
Questo concetto, abbinato alla Resistenza, torna spesso nel corso degli anni. Ancora nell’aprile 1992, il
sindaco di Torino, la repubblicana Giovanna Incisa Cattaneo, dichiara che il 25 aprile è anche la festa della
pace e della libertà. (Cfr. Festa della libertà ma anche della pace, «La Stampa», 24 aprile 1992).
5
Ai caduti per la libertà, «La Stampa», 26 luglio 1992.
6
Un parco dedicato alla Resistenza e alla pace, «Patria indipendente», 25 ottobre – 8 novembre 1992.
7
Cfr. Ibidem.
8
Nell’ottobre 2003, verrà infatti avviato il progetto europeo Interreg “Memoria delle Alpi / Mèmoire des
Alpes”, con l’obiettivo di realizzare una rete transfrontaliera di ecomusei dedicata al territorio alpino, inteso
nella sua unitarietà storico–geografica. In particolare, la sezione storica che si occupa del periodo della guerra
è quella denominata“I sentieri della Libertà”.
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I luoghi della memoria della deportazione
e della Resistenza in Provincia di Cuneo
Michele Calandri *
Questa comunicazione parte obbligatoriamente dal cosiddetto censimento dei “cippi
e delle lapidi” in provincia di Cuneo, promosso dall’Istituto storico della Resistenza di
Cuneo negli anni 1981-1985 e conclusosi con la pubblicazione del volume fotografico
dei due autori del laborioso censimento stesso, Guido Argenta e Nicola Rolla, Le due
guerre: 1940-1943, 1943-1945, stampato nel 1985 (40° della Resistenza) e comprendente
ogni manufatto relativo alla memoria della seconda guerra mondiale in provincia: cippi,
lapidi, stele, monumenti. Alla memoria, cioè, di due guerre, l’una il contrario dell’altra,
secondo una storia ormai consolidata più passa il tempo.
Il mai cessato interesse per il ricordo di alcuni momenti della seconda guerra mondiale
nel Cuneese, in particolare della guerra al fronte russo e della Resistenza, porta ancora
oggi alla inaugurazione di cippi, lapidi, monumenti, in qualche modo per tradurre gli
avvenimenti fissandoli nel marmo e nella pietra. Tutto questo grazie anche alla maggiore
istruzione e alla conoscenza della storia locale, ignorata dai libri e dai manuali. Un
storia locale che è anche una saga famigliare che si svela pudicamente, con un brivido di
curiosità intellettuale per una storia così vicina che diviene palpabile e di cui possiamo
appropriarci.
Un progetto esaustivo di enumerazione dei “luoghi della memoria” nel Cuneese, non
dovrebbe limitarsi a censire le lapidi, i cippi, le stele, le croci, i monumenti e i sacrari
commemorativi esistenti, ma dovrebbe integrarli con i toponimi urbani, le decorazioni
al valore civile e militare assegnate agli enti locali, i paesaggi e le costruzioni portatrici di
storia.
Tuttavia, il già censito per la nostra terra, è immenso e una pietas popolare o istituzionale
non ha lasciato quasi un palmo di territorio del Cuneese indenne da manufatti:
sono 24 i sacrari;
222 i monumenti;
14 le stele;
144 i cippi;
20 le croci;
622 le lapidi;
per un totale complessivo di 1046 memorie di pietra, di legno o di metallo.
In certi paesi, sulla pietra che ricorda i caduti della 1ª guerra mondiale si è aggiunto
semplicemente l’elenco dei morti della 2ª e della Resistenza, una operazione che – da
un punto di vista storico – quasi confonde, o annebbia, o rimuove la memoria di ciò
che sono stati fascismo, antifascismo, Resistenza nel passato della nostra nazione, per
la continuità che si attribuisce agli avvenimenti, quasi che la lotta di liberazione non
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sia stata una profonda rottura con il passato. Peggio ancora se la pietra raccoglie anche i
nomi dei caduti nella guerra d’Abissinia.
Come ha giustamente osservato Alessandro Galante Garrone, nella prefazione al volume
citato, «restiamo colpiti dalle caratteristiche di questi cippi e di queste lapidi (così per brevità
indicati) messi a confronto con i monumenti ai caduti della guerra ’15-’18. Generalmente
constatiamo una maggiore semplicità, e, nelle iscrizioni, una quasi assenza di retorica. E
questa – là dove par di coglierne qualche traccia – è per lo più ingenua, dimessa, appena
accennata. Mancano i toni alti e alati, lo stile infiammato, trionfalistico, turgido; e, nei
monumenti, la mancanza di fregi, le ridondanze di stile, le volute, le palme della vittoria, i
gesti troppo solenni ed enfatici.»
Ho cercato di raggruppare questi manufatti in cinque categorie, aggiungendo inoltre le
intestazioni di strade e piazze. Abbiamo così:
luoghi di memoria che riguardano sostanzialmente periodi, date ed eventi storici, come il
monumento alla Resistenza italiana, progettato dallo scultore Mastroianni e collocato sui
baluardi del torrente Gesso a Cuneo; come la lapide posta nella frazione Saretto di Acceglio
per mantenere la memoria degli accordi firmati dai partigiani di Giustizia e Libertà con il
maquis francese il 31 maggio 1944; come la lapide che riporta le parole di Duccio Galimberti
proclamate il 26 luglio 1943 dal balcone di quel palazzo sulla piazza principale di Cuneo: «sì,
la guerra continua, ma fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime
vestigia del fascismo»;
luoghi di memoria dei caduti partigiani e vittime civili, come la lapide in ricordo della
morte incidentale, il 15 novembre 1944, del maggiore inglese delle Missioni Alleate, Neville
Darewski “Temple”, durante il terribile rastrellamento nazi-fascista contro i partigiani del 1°
Gruppo Divisioni Langhe, posta a Marsaglia; oppure la lapide che ricorda le 18 vittime civili
del bombardamento a Roccavione l’8 agosto 1944; oppure la lapide che a Saluzzo ricorda la
morte in deportazione dei 22 cittadini ebrei e degli 8 antifascisti e politici, ma anche, davanti
alle abitazioni che furono degli israeliti, le recenti pose delle “pietre d’inciampo”;
i rifugi costruiti nelle località ove ebbero sede comandi di formazioni della Resistenza: sono
noti quelli della Margherita di Dronero, luogo elettivo della 2ª Divisione Giustizia e Libertà,
quello di Roccabruna, culla della 104ª Brigata Garibaldi “Fissore” e quello più recente, a
Somano, frazione Garombo, dedicato alla 3ª Divisione Giustizia e Libertà “Langhe”, accanto
al quale esiste anche un monumento precedente;
i sacrari: vere e proprie tombe collettive e/o contemporaneamente tombe simboliche
(magari per i dispersi, per gli ignoti). Il più grande e spettacolare, anche per la sua posizione
panoramica è quello di San Bernardo di Bastia che enumera oltre 800 caduti del Gruppo
Divisioni Autonome; segue per imponenza, austerità e ambientazione, quello della frazione
Certosa, nel comune di Chiusa Pesio, eretto in memoria del Gruppo Divisioni Autonome
Rinnovamento e, per ricordarne ancora due tipologie, il sacrario nel cimitero urbano
di Cuneo, dedicato dalla città a 64 – come dice la scritta – “Partigiani caduti per la sua
liberazione” e quello al Santuario della Madonna degli Angeli, tomba dell’eroe nazionale
Duccio Galimberti e della sua famiglia;
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luoghi della memoria simbolici possono essere considerati il sacrario ai caduti della Divisione
Alpina Cuneense sulla collina di S. Maurizio di Cervasca, dove non può esserci nemmeno
una salma; la lapide ad ignominia per la scarcerazione del criminale di guerra maresciallo
Kesselring, dettata da Piero Calamndrei, e posta nel 1952 sullo scalone del municipio di
Cuneo; e i marmi “graffiati” dall’incisore Francesco Franco per ricordare la ritirata di Russia
della divisione “Cuneense” e il contributo delle formazioni partigiane alla guerra di liberazione
affissi sul palazzo della Provincia di Cuneo, all’angolo tra Corso Nizza e Corso Dante.
Non possono essere dimenticati, infine, le centinaia di intestazioni stradali o di piazze sparse
in ogni paese della nostra provincia, ma anche costruzioni che portano su se stesse il segno
di cosa è stato. Pensate al muro di cinta del cimitero di Chiusa Pesio, ancora oggi con i
buchi della raffica di mitragliatrice che ha ucciso tre partigiani il 10 giugno 1944; pensate alle
carceri di via Leutrum a Cuneo, della Castiglia a Saluzzo, del Santa Catterina a Fossano; alle
caserme di Alba e di Bra, ove furono ammazzati dai tedeschi i primi soldati catturati dopo l’8
settembre 1943. E così via…per infinite volte.
L’osservazione principale che possiamo fare, soprattutto in un convegno che ha per titolo
Memoria fragile da conservare, è che i manufatti relativi alla guerra partigiana, una guerra
combattuta sulle nostre montagne, nelle campagne, sulle colline sono spesso dispersi in
luoghi impervi: sui greti dei torrenti, appiccicate alle rocce delle montagne, nei campi e
nei rittani, in luoghi ove avvennero i combattimenti di una guerra combattuta sull’uscio di
casa. Per questo, il censimento “cippi e lapidi” dell’Istituto storico della Resistenza, aveva per
scopo determinante quello di impegnare i comuni competenti di effettuare la manutenzione
ordinaria e straordinaria di questo immenso patrimonio della nostra memoria storica.
Ma vorrei concludere ancora con le parole di Alessandro Galante Garrone: «Si noti, la
frequenza con cui, in queste iscrizioni, si parli dell’ “ideale più grande” – della fratellanza dei
popoli”; di “unità e libertà della patria”; della lotta “per un mondo libero – per un mondo
più giusto”; di combattenti che “non aspirano a gloria – ma solo a libertà”; del sacrificio
“per ritornare la patria – dalla schiavitù alla libertà”; del “valore della libertà e della fraternità
umana”; e non si finirebbe più , in citazioni del genere. Ricordo solo la lapide in memoria di
Piero Bellino a Piozzo: “Qui cadde correndo incontro alla libertà”. Può valere per tutti i suoi
compagni.
E un altro motivo ancora torna insistente in queste semplici iscrizioni: l’invocazione alla
pace. C’è, sì, qua e là, la maledizione di “svastiche e fasci”, l’ “odio” per l’oppressore e le
sue stragi; ma predomina un sincerissimo anelito di pace fra tutti gli uomini. A Serravalle
Langhe, sulla base di un monumento (un faro) eretto su un mucchio di pietre, si leggono
queste parole: “erano contro la guerra”. Nient’altro. Questo sogno di guerra combattuta per
porre fine a tutte le guerre è realmente esistito; e non dobbiamo dimenticarlo. Il martellante
richiamo che si leva dalle lapidi e dai cippi voluti da tanti oscuri, anonimi superstiti è, prima
di tutto, un ineccepibile giudizio storico; ma è anche un terribile monito per tutti noi».
* Direttore “Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Cuneo Dante Livio Bianco”.
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Oltre alla tutela e alla corservazione
dei luoghi della memoria
Adriana Muncinelli*
Di per sé ogni memoria, e dunque anche, e forse più di altre, la memoria storica è fragile,
nella durata come nella qualità e nei contenuti.
Ogni memoria è fragile, sempre, perché vive, o muore, nelle persone che la portano dentro
di sé, la coltivano o la rimuovono. Dura quanto dura la loro vita, è modificata dalle vicende
della loro vita. Ogni persona si trova davanti il compito/il desiderio di coltivare la memoria
personale e sociale di pezzi del passato che le sta alle spalle per le più svariate ragioni: se vi
ritrova le radici di alcune sue convinzioni profonde, se vi si riconosce per affinità di visione
del mondo, o se quel passato richiama in qualche modo i problemi del presente. Ma anche
può sentire la volontà di rimuovere questi pezzi di storia, se quel passato è scomodo o
estraneo al presente in cui vive, se non vi si riconosce perché non coincide con le sue idee
sulla vita, sulla politica, se le costa fatica, dolore, magari vergogna.
Parlo sempre di “pezzi” di passato: è naturale che la maggior parte di ciò che è accaduto
nel passato venga dimenticato/accantonato, salvo poi essere talvolta ripescato quando,
improvvisamente, una fetta o una briciola di passato diventano interessanti o importanti
per un nuovo presente, per altre persone, per altri contesti sociali: è sempre il presente che
sceglie le memorie che vuole o non vuole avere, che si riconosce o meno in certi pezzi di
storia.
Tant’è vero che analizzare che cosa un contesto sociale rimuove o ricorda, il modo in
cui ricorda ciò che sceglie di ricordare, i mutamenti e i contrasti, i ripensamenti e i dubbi
che si manifestano in questo percorso, è uno dei modi più interessanti per comprenderne
l’anima.
Queste memorie storiche di volta in volta scelte o rimosse dai nostri presenti dovrebbero
poggiare comunque unicamente sulla storia, cioè sull’insieme di diverse ricostruzioni degli
eventi condotta sulla base di documentazioni, ipotesi, verifiche.
Noi oggi, sugli avvenimenti che riguardano questo incontro, abbiamo un patrimonio di
storia imponente, solido, vario. Analisi storiche generali, locali, monotematiche o a tutto
campo. Ricostruzioni in permanente evoluzione nel tempo, in permanente reciproca
revisione critica, ma che offrono ormai un nucleo di certezze fondamentali indiscutibili.
Alla costruzione di questo patrimonio, così come alla raccolta dei documenti che gli stanno
alla base, gli Istituti Storici della Resistenza hanno dato e continuano a dare un contributo
fondamentale. Da questo punto di vista dunque sarebbe certamente possibile costruire
su questo patrimonio storico una memoria forte, nazionale e locale. Se la conoscenza
della storia non fosse debole, perché non adeguatamente coltivata nella scuola e, più in
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generale, nella società.
E questa debolezza della conoscenza della storia rende la memoria, se possibile, ancora
più fragile, perché la rende distorta.
La memoria distorta poggia talvolta unicamente su testimonianze, racconti di protagonisti,
punti di vista individuali assunti impropriamente come “storia” anziché come memorie
personali da confrontare con altre fonti. Poggia talvolta su miti, costruzioni fantastiche
cristallizzatesi nel tempo a furia di ripetizioni, o eventi mai avvenuti creati dal nulla e
diffusi da chi manovra le leve della persuasione. Nei casi peggiori poggia unicamente su
slogan ripetuti ad occhi chiusi .
E il grave è che spesso questa memoria distorta è robustissima nella sua durata e nella
sua virulenza: le memorie costruite, le memorie ideologiche, le memorie non fondate, le
memorie superficiali, quelle che non si nutrono della fatica della ricerca e del ragionamento
che sono propri della storia seria, sono spesso più fortunate nella loro durata, proprio perché
facili, lineari, pronte all’uso. Anche quando non sono, come spesso avviene, costruite e
brandite per battaglie che nulla hanno a che vedere con la conoscenza storica, alla lunga
sono più dannose che utili. Rispetto a questo tipo di memoria, è certamente socialmente
più auspicabile l’oblio.
Noi oggi qui non abbiamo esitazioni sul fatto che vada conservata la memoria di questa
fetta di passato: Resistenza, guerra e persecuzione antiebraica.
Ma dobbiamo tutti aver chiaro, con disincanto, che anche la memoria di questi eventi,
per quanto ci adoperiamo, è di per sé esposta alle variazioni del sentire degli uomini, delle
generazioni che si succederanno, ai venti dei mille successivi presenti che verranno dopo
di noi: non è scontata, non è assicurata per sempre. La domanda che ci poniamo oggi qui è
quindi molto concreta e molto modesta : come far durare questa memoria il più a lungo possibile?
Il progetto Interreg Memoria delle Alpi è stato uno di questi tentativi, che ha offerto tra
il 2003 ed il 2007 un’opportunità unica ed irripetibile al rafforzamento nella provincia di
Cuneo della “memoria fragile” di guerra, Resistenza e persecuzione razziale.
Tra le sue numerose realizzazioni sono qui a parlare oggi del Memoriale della deportazione
di Borgo San Dalmazzo.
L’ex campo di internamento e transito di Borgo San Dalmazzo si impose da sè,
nell’economia del progetto Interreg, come luogo da valorizzare: è infatti un sito storicamente
rappresentativo della persecuzione antiebraica in Italia e in Europa. Nella prima fase del
campo vi è stato infatti rinchiuso una sorta di campionario umano della persecuzione
antiebraica europea e la seconda fase è un esempio, piccolo ma significativo, della politica
antiebraica della repubblica di Salò.
In entrambe le fasi del campo si manifestano gli esiti tragici della politica razziale del
regime fascista mussoliniano. I dati complessivi del campo fanno sì che la nostra provincia
figuri malauguratamente al terzo posto nella graduatoria italiana delle province per numero
di ebrei deportati .
Nel momento in cui, nel 2003, si prendeva in esame il luogo, risultava però evidente che la
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memoria che allora lo accompagnava appariva non solo fragile, ma distorta.
Fragile: ciò che restava del campo era ormai pochissimo e ormai scarsamente riconoscibile
da chi non ne conoscesse già l’esistenza.
Distorta: i segni di memoria esistenti collocati intorno ad esso nel tempo riguardavano
esclusivamente coloro che nel campo non erano stati internati e coloro che li avevano
aiutati. Solo una targhetta collocata in sito defilatissimo nel 1983 sulla scuola Media,
ricordava che lì, un tempo, c’era stato un Campo di Concentramento.
Due piccoli passi avanti erano stati compiuti poco tempo prima dell’esordio del progetto:
Nel 2000 l’Istituto era riuscito a far collocare, con inenarrabili sforzi solitari, tre vagoni
d’epoca nello spazio antistante la stazione, che stavano lì, spogli, muti ed enigmatici.
Ponevano comunque un interrogativo.
Nel 2003 la visita del Presidente Ciampi aveva indotto l’Amministrazione. Comunale a
collocare nella sala don Viale all’interno dell’ex campo un pannello con i nomi di tutti gli
internati.
La questione che si poneva era dunque quella di riequilibrare i segni di memoria
completando il quadro sulla base della verità storica. Far sapere che accanto agli ebrei salvati
dalla popolazione, circa altrettanti (357) erano stati internati nel campo e di lì deportati.
Con i fondi dell’Interreg il Comune di Borgo San Dalmazzo, sulla base di un bel progetto,
in seguito pluripremiato, dell’agenzia KUADRA di Cuneo e con la consulenza scientifica
dell’Istituto, portò a termine nel 2006 quel Memoriale della deportazione che tutti potete
vedere passando davanti alla stazione ferroviaria. Memoriale che ha reso visibile la storia
facendovi “inciampare” i passanti, attirandoli a fermarsi per sapere di che cosa si tratta. I
visitatori scoprono quindi che è esistito un campo in cui le persone con quei nomi, con
quelle provenienze, a quelle età, sono state internate e poi deportate, Che solo le persone
con i nomi in piedi erano (secondo quanto conoscevamo allora) ritornate dai campi.
Il Memoriale catalizza l’attenzione dei passanti sostituendosi in prima battuta al
campo semi- scomparso, ma ne ricorda l’esistenza e ad esso riconduce. La memoria del
campo è contemporaneamente rafforzata per chi vi entra inconsapevole fruendone
come ASL, da un - migliorabile - tabellone esplicativo collocato nell’androne.
Al Memoriale sono collegati inoltre quattro percorsi ebraici segnalati sul territorio: i due
alpinistici transfrontalieri che conducono a Saint Martin Vésubie, luogo principale di
passaggio dei circa 800 ebrei stranieri scesi in Italia attraverso i colli Finestre e Ciriegia per
sfuggire ai nazisti, quello escursionistico che scavalca l’altura di Madonna del Colletto
e scende a Festiona attraverso case e borgate dove molti ebrei provenienti dalla Francia
trovarono rifugio e salvezza, ed infine quello, automobilistico, che collega tra loro le
cittadine della provincia anticamente sedi di Comunità Ebraiche: Cuneo, Saluzzo,
Mondovì e Cherasco, alcuni dei cui componenti, segnatamente i saluzzesi, furono poi
internati e poi deportati dal cosiddetto “secondo campo” di Borgo.
Ora questa rete strutturale innovativa, in quanto emergenza forte accompagnata da pannelli
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esplicativi, anche se abbandonata a se stessa, avrebbe certamente diffuso, come è avvenuto
e continua ad avvenire, un’ informazione importante di primo livello, suscitato curiosità ,
domande di approfondimento.
Ma la memoria, quella che poi dura, quella che cambia le persone e le comunità, quella che
le indirizza, ha bisogno poi di trovare risposte alle domande che quella prima esperienza
di incontro propone. Ha bisogno di offerta di piste di apprendimento, di messa a
disposizione di materiali, di incontri, di parole, di racconti, di immagini, di altri cammini
compiuti insieme, altrimenti quel primo passo compiuto, benché importante sul piano
divulgativo, resta anche l’ultimo ed è poco, rispetto allo sforzo di allestimento dispiegato.
Ora, nel caso di Borgo si è stati capaci di compiere alcuni importanti passi avanti: è
appena il caso di dire che la legge che ha istituito il “Giorno della memoria” ha avuto in
questo senso una funzione determinante.
- Progetti didattici sono stati ogni anno sostenuti dal Comune con le scuole del territorio
facendo mettere radici capillarmente alla memoria di questi eventi nelle Comunità locali,
nelle famiglie, e hanno sviluppato ed ampliato progressivamente la riflessione intorno ad
essi.
- Ogni anno, da 15 anni, continua a svolgersi all’inizio di settembre la “marcia della
memoria” italo-francese organizzata dall’associazione saluzzese Giorgio Biandrata
alternatamente ai colli Ciriegia e Finestre. Tale evento avvicina alla conoscenza di base
degli eventi un pubblico sempre più vasto, buona parte del quale è ormai “fidelizzato” e
avviato progressivamente su di un autonomo percorso di memoria.
- Ogni anno si svolge nel Comune di Borgo la “marcia dei lumini”, che illumina l’oscurità
e il freddo di gennaio, spesso innevato, nel giorno della liberazione da Auschwitz. Il paese
in quell’occasione si raccoglie al passaggio di queste luci per la memoria. Molti borgarini
sostano, in silenzio, intorno al Memoriale, che poco per volta cominciano a sentire “loro”,
appartenente alla propria storia. Sono i loro ragazzi, i loro figli, a leggere in quell’occasione
i nomi dei deportati.
Il Memoriale sta diventando così anche punto di riferimento e di incontro di quanti, anno
dopo anno, partecipano alle manifestazioni si riconoscono fra loro anche senza conoscersi,
come appartenenti a “quelli che ricordano”.
- Contestualmente all’allestimento del Memoriale, è nato nell’ambito dell’Istituto un
impegno di ricerca finalizzato al rafforzamento della memoria, quello di continuare a
cercare tutte le possibili notizie su ognuno dei deportati dal campo, a partire dai luoghi di
origine. Per sapere e far sapere chi erano, ricostruirne i percorsi e le storie di vita attraverso
la persecuzione. La ricerca, che abbiamo chiamato “Oltre il nome” e sta per concludersi, ha
raccolto storie di famiglie e storie individuali, immagini di volti, testimonianze e voci, un
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patrimonio prezioso di conoscenze, materiali, documenti, che renderanno possibile quella
sala museo multimediale che è da tempo “nei voti” e che sono certa un giorno qualcuno
realizzerà mi auguro in questi locali, a beneficio dei sempre più numerosi visitatori.
In attesa della sala-museo, ci si arrangia intanto, da volontari, tra collaboratori dell’Istituto
e appartenenti alla Comunità locale: ai visitatori che lo richiedono, si spiega il Memoriale,
si mostra ciò che resta del campo, si raccontano alcune storie di famiglie, li si accompagna
sulle montagne e nelle borgate, li si porta a visitare la piazza di Valdieri, le terme, pian della
Casa, e San Giacomo di Entracque, e il rifugio e i colli….
Tutte le energie del territorio hanno fatto dunque la loro parte in questo lavoro per la
memoria: il progetto Interreg con l’allestimento del Memoriale e della cartellonistica sui
sentieri ha avviato il processo. L’impegno didattico promosso dal Comune con le scuole
ha lavorato e speriamo continuerà a lavorare per far scendere in profondità le conoscenze
nella sua popolazione.
Le manifestazioni ricorrenti, hanno fissato una consuetudine collettiva di incontro intorno
ad un racconto storico di base.
La ricerca condotta dall’Istituto ha approfondito ed ampliato la conoscenza storica, ed ha
raccolto il materiale per il prossimo fondamentale passo della realizzazione di una sala museo.
La memoria di questi eventi a Borgo è cresciuta, ed è anche migliorata nella sua correttezza.
Non v’è dubbio che potrà/dovrà crescere ancora, ed allargarsi ed affinarsi. Ma possiamo
dire che l’investimento sulla memoria fino ad oggi compiuto e che ha tutelato il luogo sta
dando buoni frutti.
Con il Memoriale non avevamo voluto erigere un monumento in cui imbalsamare la memoria,
per toglierci una volta per tutte il pensiero. L’ “una volta per tutte” nella memoria non esiste.
Quando il Memoriale diventerà un luogo da cui partano anche attività diverse mirate tutte a
raggiungere l’obbiettivo che nessuno accetti mai, nel suo oggi, a partire dal piccolo mondo
che gli sta intorno, che un altro abbia diritti inferiori ai suoi, la memoria di cui è suscitatore
sarà forse meno fragile, perché il presente che avrà contribuito a costruire cercherà tra i
suoi fondamenti questa memoria, ne avrà bisogno, e la richiamerà spontaneamente.
Questa è, secondo me, la vera “tutela”, che nessuna legge o finanziamento potrà mai dare
(… ma nemmeno togliere).
La struttura materiale di un luogo della memoria non è insomma che un’occasione per
conservare, rafforzare, diffondere la memoria. Non è che un inizio. La sua funzione non si
esaurisce nella sua esistenza e nemmeno nella sua manutenzione nel tempo.
Se non diventa, ad opera di tutte le forze in campo sul territorio, ognuna per la sua
parte, luogo di incontro, occasione di studio, di promozione di iniziative culturali e di
aggregazione per l’affermazione oggi dei valori che quel luogo emana (e per cui lo
vogliamo appunto tutelare) non sarà che un guscio vuoto. E un investimento sprecato.
* Studiosa dei Luoghi della memoria, in particolare dell’ex campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo.
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Luoghi della memoria nell’Astigiano
Mario Renosio*
Chi si accosta allo studio della Resistenza in Piemonte, non dispone ancora di una efficace
sintesi regionale e deve quindi cercare di orientarsi nella vasta produzione storiografica
e di memorialistica locale, tessere sparse di un mosaico che non consentono una visione
complessiva1.
Se la fotografia quantitativa del movimento partigiano alla liberazione2 conferma la grande
e diffusa partecipazione alla lotta come uno dei tratti salienti della resistenza piemontese,
non ne rappresenta a sufficienza la dinamicità e le peculiarità locali, fondamentali
nell’esperienza resistenziale come nella formazione del successivo immaginario collettivo.
Il territorio, con la sua morfologia, le sue tradizioni politiche, economiche e socioculturali
rappresenta infatti una variabile essenziale per lo studio, la conoscenza e la valorizzazione
della Resistenza. Come affermava Guido Quazza, esistono infatti varie Resistenze [in]
un’Italia dalle cento città e dalle molte migliaia di villaggi di campagna3.
Diverse “storie della resistenza”, quindi, con marcate differenze nei tempi e nei modi di
sviluppo proprio in base alla variabile territoriale. E’ noto il lungo dibattito tra i comandi
partigiani sull’opportunità e sulla possibilità di condurre la guerriglia anche in collina e
in pianura: in teoria è difficile immaginare uno scenario meno favorevole allo sviluppo
di un movimento partigiano. Innanzitutto per la sua fisionomia economica e sociale:
[..] è una società di piccoli e piccolissimi proprietari che vivono di lavoro autonomo [..],
manca una tradizione di attivismo e di organizzazione politica [..]. Persino il paesaggio
sembra rifiutarsi alla pratica della lotta armata, con le sue medie e basse colline tutte
vigneti, povere di boschi e fitte di paesi, frazioni, cascine che moltiplicano i bersagli
delle ritorsioni nemiche, prive di sbocchi che consentano di defilarsi verso le montagne,
abbastanza dolci da facilitare la penetrazione dall’esterno4.
In questa realtà, infatti, il movimento partigiano si struttura spesso solo a partire dall’estate
del 1944, anche sulla spinta delle mutate condizioni strategiche generali: il successo della
leva partigiana estiva è infatti evidentemente influenzato da molteplici fattore esterni,
come l’avanzata degli Alleati dal Sud e lo sbarco in Normandia, che inducono a prevedere
la fine del conflitto entro l’inverno.
I dati statistici attestano però che l’84.3% dei partigiani piemontesi risulta essere tale
anche per nascita o residenza e che per l’86.5% dei caduti si registra una coincidenza
tra la provincia di morte e quella di nascita o residenza. Durante la lotta partigiana in
Piemonte si muore, in sostanza, molto spesso se non proprio sulla soglia di casa almeno
in un ambito territoriale ben noto. Il fenomeno della “diffusione della morte” coinvolge
in modo diretto gran parte del territorio regionale: sono ben 549 i comuni delle province
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di Alessandria, Asti, Cuneo, Torino e Vercelli5 in cui si registra almeno un partigiano
caduto e 83 quelli che, capoluoghi esclusi, devono contare più di dieci morti sul proprio
territorio6. A questi vanno aggiunte le vittime civili delle numerosissime rappresaglie
tedesche e fasciste, il cui sangue ha impastato la terra piemontese.
Potrebbero essere questi i due principali elementi unificanti per la costruzione di una
memoria condivisa sulla Resistenza in Piemonte: un partigianato sostanzialmente
autoctono e l’elevato prezzo in vite umane pagato dal territorio regionale per la conquista
della libertà e della democrazia. Ma se si volge uno sguardo obiettivo, depurato da una certa
retorica celebrativa, alle diverse realtà territoriali, ci si rende conto di come il problema sia
più complesso. L’esigenza di costruire attorno ai luoghi della lotta di liberazione, come
è stato fatto e si fa per il medioevo, il romanico, il barocco o il Risorgimento, proposte
di percorsi di turismo storico-culturale non rappresenta infatti ovunque un sentire
davvero condiviso dalle amministrazioni locali, prima espressione diretta del “sentire”
delle singole comunità. Ogni territorio ha una proprio storia particolare ed un modo di
raccontarla e di viverla: la memoria collettiva locale è spesso una memoria divisa e non
solo per gli aspetti di guerra civile che hanno lacerato il tessuto sociale del Paese dopo
l’8 settembre 1943. Basti pensare alle contraddizioni della memoria pubblica relativa alla
Grande guerra nel Trentino, nell’Alto Adige, in parte della Venezia Giulia dove, accanto ai
monumenti e ai mausolei che celebrano la vittoria italiana, si trovano lapidi con i nomi di
quanti sono caduti in guerra, ma nelle file dell’esercito austriaco. Non è un problema solo
italiano. Perfino il memoriale di Oradour-sur-Glane, villaggio martire della Francia centro
occidentale, distrutto da una rappresaglia tedesca il 10 giugno 1944, che provocò 642
vittime e dichiarato monumento nazionale già nel maggio del 1946, non ne è immune:
lo spettacolo dolente di Oradour rappresenta una condanna silenziosa della violenza
nazista che ha cancellato, nel modo più brutale, e in poche ore, un’innocua cittadina
[…] Eppure quei resti, proprio mentre esibiscono il martirio della Francia in guerra,
si prestano ad occultare la storia, non meno tragica, delle divisioni interne: le violente
lacerazioni maturate negli anni della Repubblica di Vichy, in seguito all’occupazione
tedesca, sotto la guida del maresciallo Pétain. Così da dissolvere, nell’evocazione di una
sofferenza corale, le ombre di una memoria divisa7.
Alle radici di questa complessità, vi è quindi proprio la centralità della variabile
territoriale, nella sua accezione più ampia: solo se si riparte dalla considerazione che
esistono molte “storie della resistenza” si possono affrontare i numerosi problemi che
una sua valorizzazione e divulgazione pone. A partire dalla sua conoscenza, che non può
prescindere da una ricerca storica scientificamente e metodologicamente strutturata, e da
una costante attenzione alle modalità della comunicazione, ai linguaggi e agli strumenti
usati, che devono essere in grado di raggiungere le nuove generazioni.
Anche la storia partigiana del cuore collinare del Piemonte, conosce tempi e modalità di
sviluppo particolari, in cui le citate peculiarità di isolamento e povertà delle comunità
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contadine appaiono decisive nel condizionarne l’espansione ed il radicamento sociale.
Non a caso, in certe zone, a risultare determinante è un elemento esterno come il processo
di pianurizzazione, cioè la discesa verso le colline di gruppi partigiani dalle vallate alpine
della tarda estate 1944. L’arrivo di formazioni provate da una lotta più aspra e di lunga
durata rispetto a quella sostenuta dai compagni della collina, favorisce infatti un vero e
proprio salto di qualità nel movimento partigiano locale, come sottolinea con orgoglio
una relazione di Giustizia e Libertà:
fino ai primi di ottobre 1944, la parte occidentale dell’Astigiano era rimasta tranquilla.
[..] Il vero tono partigiano lo diedero alla zona le formazioni agguerrite e veterane che
scendevano dai monti8.
La marginalità strategica del territorio in questione, lontano dai confini nazionali e dai
fronti di guerra, fa inoltre sì che su di esso vengano dislocate forze quantitativamente
e qualitativamente diverse da quelle impegnate nella repressione antipartigiana nelle
vallate alpine e nella fascia pedemontana9. Anche per queste ragioni, e per il costante
ruolo di mediazione svolto dal piccolo clero e dalla Curia astigiana, non si verificano
nell’Astigiano rappresaglie contro la popolazione paragonabili a quelle conosciute in
modo drammaticamente diffuso da altre zone, come ad esempio il Cuneese. Il controllo
partigiano del territorio astigiano nell’autunno 1944 è quindi certo il frutto di uno
stillicidio di azioni e duri scontri armati vittoriosi con i fascisti, ma anche della scelta,
obbligata e strategica, di questi di rinunciare a presidiarlo stabilmente, limitandosi a
controllare la linea ferroviaria e la parallela strada che da Torino porta ad Alessandria
e, di lì, a Genova o Piacenza10. Dopo lo stabilizzarsi del fronte sulla linea Gotica, la
reazione nazifascista si concretizza nell’autunno 1944 in una serie di duri rastrellamenti
che colpiscono l’intero Astigiano e pongono termine alla breve ma intensa esperienze di
autogoverno della zona libera dell’Alto Monferrato. Il fronte partigiano viene spezzato,
le formazioni si sbandano, alcune addirittura si sciolgono momentaneamente, in attesa
di riprendere l’attività con il ritorno di una stagione più mite e di un contesto più
favorevole11. Beppe Fenoglio riassume in modo esemplare quanto la sconfitta invernale
pesi sul rapporto con la popolazione contadina:
Tutta la gente stava cambiando, gradualmente, dappertutto. […] Per mesi e mesi avevano
dato e aiutato e rischiato, in cambio unicamente di assicurazioni di un progresso verso
la vittoria […]. Ora dovevano continuare a dare, aiutare e rischiare testa e tetto, nella
brumosa lontananza della vittoria e della liberazione. Per mesi avevano dato e aiutato
sorridendo, ridendo e facendo un mondo di fiduciose domande, ora dovevano cominciare
a dare in silenzio […] infine in muta e poi non più muta protesta12.
Per la sopravvivenza e lo sviluppo del movimento partigiano, sono infatti determinanti il
contributo e la collaborazione forniti dalla popolazione contadina, per la quale, tuttavia,
la preoccupazione per la difesa della «roba», tanto dalle razzie e dagli ammassi fascisti che
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dalle requisizioni partigiane, prende spesso il sopravvento su coscienti scelte di carattere
politico. La convivenza sul territorio con le formazioni assume quindi talvolta la
connotazione della coabitazione forzata, al punto da lasciare spesso un vivo risentimento
nella memoria e nell’immaginario collettivo per reali o presunti torti subiti:
hanno perdonato il tedesco e il fascista che gli ha portato via il figlio, non hanno perdonato
il partigiano che gli ha portato via il vitello13;
la critica ai partigiani parte sempre da lì. I partigiani avrebbero dovuto fermare i tedeschi,
far correre i repubblichini, e vivere d’aria14.
I contadini accettano e talvolta subiscono la convivenza con i partigiani, in un alternarsi
di atteggiamenti condizionati dall’andamento del conflitto. Infatti, il mantenimento
del delicato equilibrio nei rapporti tra partigiani e popolazione è legato non solo alla
fiducia di questa sulla reale capacità dei primi di garantire la difesa militare dei paesi,
ma anche al fatto che la loro presenza stanziale consente alle campagne di vivere in una
situazione quasi irreale di pace separata, che allontana, sia pure temporaneamente, la
drammatica realtà di una guerra che ha sconvolto i consolidati e rassicuranti ritmi della
vita comunitaria e del lavoro quotidiano.
Ancora oggi, la memoria collettiva della campagne astigiane conserva spesso più il
ricordo delle vessazioni subite che i vantaggi ottenuti dalla presenza partigiana. Molto
meno presente è la consapevolezza del fatto che essa ha oggettivamente consentito una
permanenza sicura e produttiva nelle proprie case e cascine a molti renitenti e sottratto
l’economia della zona alle sistematiche spoliazioni degli ammassi fascisti. Come rileva
con amarezza Nuto Revelli,
Senza la presenza attiva dei partigiani i tedeschi e i fascisti avrebbero stroncato il fenomeno
della renitenza nel giro di dieci giorni. [..] Il discorso delle requisizioni, così come lo
propone la campagna povera, è indicativo della solitudine intellettuale in cui vive da
sempre il nostro contadino. E’ nell’isolamento che l’episodio marginale, che l’episodio
della gallina rubata o del vitello requisito si ingigantisce, si pietrifica. Strappare un vitello
a un contadino povero era come strappargli un figlio, e non stupisce che la rabbia antica
persista ed esploda. Sono le sentenze dei contadini ricchi, sono le sentenze degli exborsaneristi, quelle che più offendono, che più feriscono15.
Raccontare e valorizzare oggi la storia locale della Resistenza ed i suoi luoghi-simbolo non
è quindi semplice. Occorre spesso fare i conti con memorie divise, in cui la requisizione
partigiana del vitello conta ancor oggi più delle razzie degli ammassi fascisti se non
del ragazzo ucciso nella vigna sotto casa durante un rastrellamento. In cui l’uccisione
sommaria in paese di una spia o di un fascista, siano esse avvenute durante la guerra o nei
convulsi giorni successivi alla liberazione, vengono vissute come una ferita ancora aperta
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nel corpo stesso della comunità.
Inoltre, il trascorrere inesorabile del tempo ha comportato un forte ricambio generazionale
nei paesi come negli amministratori locali, allentando i legami diretti o famigliari con
l’esperienza partigiana. A ciò vanno aggiunte le conseguenze negative sul sentire comune
prodotte dal celebrazionismo retorico della Resistenza, dalla progressiva diffusione di
una rilettura della storia in senso revisionista e da un diffuso “abuso” della memoria. Aver
privilegiato in più occasioni e circostanze il racconto che suscita emozioni, anteponendo
o addirittura contrapponendo la memoria alla ricerca storica, mediaticamente meno
appetibile e spendibile, ha comportato una pericolosa esaltazione acritica della memoria
individuale, una sorta di sacralizzazione del testimone in quanto tale. Ciò ha consentito
che le memorie, decontestualizzate e poste tutte sullo stesso piano storico, etico e ideale,
assumessero nell’immaginario collettivo valore in sé, contribuendo allo sdoganamento
e alla legittimazione di ogni memoria, in nome di una ambigua pacificazione. Così, a
ridosso del 70° anniversario della liberazione, il cittadino comune prova magari fastidio
o indifferenza verso una qualche manifestazione o evento legato alla Resistenza, ma trova
“normale” vedere esposti nelle vetrine di negozi e autogrill o sui banchetti dei mercatini
di antiquariato gadgets, icone, immagini, oggetti esplicitamente fascisti (dai gagliardetti ai
portachiavi, dai manganelli alle spille, dalle magliette ai busti del duce) e non si preoccupa
del fatto che organizzazioni politiche di ispirazione razzista, neofascista e neonazista
raccolgano ampi consensi in numerosi paesi europei, soprattutto tra i giovani.
Ciò detto, ritengo possa tornare utile nel contesto di questo volume, indicare sinteticamente
quali sono state le esperienze che l’Istituto per la storia della Resistenza e della società
contemporanea di Asti ha realizzato in questi anni sul tema della valorizzazione
degli eventi e dei luoghi della memoria della guerra, della lotta di liberazione e della
deportazione nell’Astigiano.
Censimento dei caduti
Una accurata ed impegnativa ricerca storica, svolta attraverso il reperimento, la
consultazione e l’uso incrociato di fonti diverse (fogli matricolari, documenti partigiani e
fascisti, atti di morte dei comuni, documentazione reperita negli Archivi di stato e presso
degli Istituti della Resistenza, bibliografia, memorialistica…) ha consentito di quantificare
il costo sociale ed umano pagato dall’Astigiano nella seconda guerra mondiale. Sono
stati infatti censiti 3.952 caduti astigiani o sul territorio astigiano, dal 10 giugno 1940 al
31 dicembre 1945; un volume raccoglie alcuni saggi di contestualizzazione storica, di
interpretazione dei dati quantitativi e di metodologia della ricerca16. La banca dati, che
comprende 2.353 soldati dell’esercito regio, 599 partigiani, 546 militi di Salò, 454 civili,
è consultabile anche on-line sul sito dell’Istituto (www.israt.it).
Censimento di cippi, lapidi, monumenti
Parallelamente, si è proceduto al censimento fotografico di monumenti, cippi e lapidi
presenti sul territorio provinciale dedicati ai caduti della seconda guerra mondiale. Spesso,
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i paesi ricordano sullo stesso monumento “i caduti di tutte le guerre”, accomunando in un
unico luogo fisico i caduti della Grande guerra, quelli delle guerre coloniali e di aggressione
fasciste, i partigiani, i militi di Salò e i civili. Solo in alcuni casi, le amministrazioni hanno
previsto un monumento dedicato ai caduti partigiani, spesso inaugurato in occasione del
ventennale della liberazione.
Al di là di alcuni luoghi simbolo in cui sono stati posti monumenti collettivi ai caduti
partigiani17, individuare e segnalare i singoli cippi ha rappresentato invece un’operazione
complessa, che ha dovuto fare i conti con un paesaggio profondamente trasformato, con
lapidi spesso abbandonate, inghiottite dal bosco e dal gerbido che hanno ridisegnato i
confini e l’aspetto dei luoghi e recuperate proprio in seguito al censimento, o ricollocate
quando non rimosse per le prioritarie esigenze di una selvaggia cementificazione del
territorio. Censiti anche due monumenti simbolo della memoria divisa, luoghi in cui
si ricordano militi della Rsi fucilati dai partigiani18. Da segnalare che in Piazza Campo
del Palio ad Asti, luogo dell’esecuzione delle prime cinque condanne a morte a carico
di rastrellatori ed ufficiali fascisti emesse dopo la liberazione dal Tribunale straordinario
di guerra, non è stata autorizzata la collocazione di alcuna lapide; nonostante ciò, in
anni recenti è stato in più occasioni luogo di commemorazioni neofasciste parallele e
contemporanee a quelle ufficiali del 25 aprile.
Anche questo censimento fotografico è consultabile sul sito dell’Israt, con il collegamento,
ove possibile, alle schede biografiche e alle fotografie dei singoli partigiani caduti.
Il progetto europeo “Memoria delle Alpi. I sentieri della libertà”
Si tratta di un progetto a cui hanno partecipato le regioni a ridosso delle Alpi che hanno
avuto ruoli diversi nella seconda guerra mondiale: di aggressore (l’Italia), di aggredito (la
Francia), neutrale, ma con un forte coinvolgimento per l’imponente richiesta d’asilo (la
Svizzera). Ciò ha consentito di affrontare la storia da diverse angolazioni e di confrontare
varie esperienze museali e di ricerca, con grandi potenzialità di valorizzazione turistica e
culturale del territorio e delle sue specificità locali. Nell’Astigiano sono stati strutturati otto
percorsi di turismo storico-culturale e didattico, due nel capoluogo19 e sei in provincia20.
E’ stato inoltre realizzato lo spazio museale multimediale Una finestra sulla storia del ‘900,
allestito presso la Sinagoga di Asti, in cui si propone un percorso storico e didattico dalla
fine della prima guerra mondiale al 1945, in cui il piano locale degli eventi si intreccia
con quello generale, seguendo un preciso filone tematico: l’Italia in guerra per trent’anni,
il progetto di società del fascismo, la voglia di pace e di libertà espressa dalla Resistenza.
I percorsi e la struttura del museo sono visitabili virtualmente sul sito dell’Istituto.
Complementari al progetto, sono la realizzazione di cinque documentari didattici21 e la
pubblicazione nella collana delle guide turistiche del Touring club, del volume I sentieri
della libertà. Piemonte e Alpi occidentali. 1938-1945. La guerra, la Resistenxza, la persecuzione
razziale, comprendente le guide a nove luoghi della memoria della resistenza astigiana22.
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La casa della Memoria di Vinchio
La Casa della memoria, trova la sua collocazione nell’ex Municipio di Vinchio, dove si
trovano anche la Biblioteca comunale ed il museo sulla vita e le opere di Davide Lajolo. Il
percorso museale della Casa ha come filo conduttore il rapporto tra il mondo contadino,
la Resistenza e la deportazione politica e civile, integrandosi con i percorsi realizzati con
il progetto europeo “Memoria delle Alpi. I sentieri della libertà” e il Museo multimediale
Una finestra sulla storia.
Sull’ampio terrazzo antistante i locali della Casa, viene presentata in dieci bacheche la
realtà economica e sociale dei paesi contadini del Basso Piemonte, caratterizzati dalla
piccola proprietà contadina, colpiti dalla guerra e attraversati direttamente dalla guerra
civile dopo l’8 settembre 1943.
I temi caratterizzanti della Casa della memoria sono:
1) la scelta di autodifesa di quei giovani che prendono le armi per proteggere le proprie
case e il proprio territorio;
2) l’alleanza che si stabilisce tra la popolazione e le formazioni partigiane;
4) le strategie nazifasciste per il controllo del territorio: in particolare, il rastrellamento
del dicembre 1944 viene per la prima volta letto attraverso la documentazione inedita di
parte tedesca.
5) la deportazione di partigiani, renitenti, sbandati e civili (325 dal solo Astigiano)
6) le loro memorie.
La Casa della memoria è allestita con installazioni, strutture tecnologiche e pannelli di
grafica, per offrire al visitatore suggestioni ed elementi multimediali di conoscenza degli
eventi rappresentati.
Due ambienti trasmettono particolari emozioni: la ricostruzione della tana in cui si
rifugiarono i partigiani durante il rastrellamento del dicembre 1944 ed il vagone merci
che conduce gli arrestati verso il lager. Un documentario intitolato Triangoli rossi, raccoglie
e racconta le memorie dei deportati non razziali dall’Astigiano. Per visitatori, studiosi,
insegnanti e studenti sono disponibili banche-dati e materiali di approfondimento su
supporto informatico.
E’ possibile visitare virtualmente la Casa accedendo al sito Internet www.casamemoriavinchio.it
Tra storia, territorio e letteratura
Da alcuni anni vengono proposti con successo alle scuole e a gruppi selezionati di
visitatori, piemontesi e non, percorsi sui luoghi partigiani dell’Astigiano e delle Langhe
che coniugano la storia della società contadina e della lotta di liberazione con le
trasformazioni del territorio. Durante le visite, letture di brani di Davide Lajolo, Beppe
Fenoglio, Cesare Pavese e Nuto Revelli raccontano la storia dell’epopea partigiana in un
mondo contadino tradizionale che va scomparendo.
L’aeroporto partigiano di Vesime
E’ in fase di allestimento un museo multimediale presso i locali del municipio di Vesime,
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dedicato al rapporto tra le missioni alleate e la resistenza, con particolare attenzione
alla realizzazione, nell’autunno 1944, di un campo di aviazione partigiano, unico caso
nell’Italia occupata. Costruito in collaborazione con la popolazione locale lungo la riva
della Bormida in soli undici giorni, l’aeroporto fu utilizzato per il trasporto di feriti e per
l’atterraggio di missioni alleate. Dopo il grande rastrellamento nazifascista che investì
tutte le Langhe a fine novembre 1944, la pista di atterraggio venne arata per impedirne
l’utilizzo. Con la ripresa partigiana dopo lo sbandamento invernale, l’aeroporto venne
riattivato e, alla fine del marzo 1945, era nuovamente in piena funzione. Lo spazio
museale verrà inaugurato il 17 novembre 2014, nel 70° anniversario dell’atterraggio del
primo aereo.
* Direttore “Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti”, Israt.
1
Non possono infatti essere considerate esaustive le pur fondamentali pagine contenute in E. Collotti,
R. Sandri, F. Sessi (a cura di ), Dizionario della resistenza, Torino, Einaudi, vol. I, Storia e geografia della
liberazione, 2000; vol. II, Luoghi, formazioni e protagonisti, 2001.
2
M. Giovana, Piemonte, in Dizionario della resistenza, vol. I, pp. 501-503. Cfr. C. Dellavalle (a cura di), Con le
armi, senza le armi. Partigiani e resistenza civile in Piemonte (1943-1945), Torino, Agorà, 1995.
3
G. Quazza, Prefazione, in G. Oliva, La resistenza alle porte di Torino, Milano, Angeli, 1989, p. IX.
4
A. Bravo, I partigiani e la popolazione contadina nell’Astigiano, in Contadini e Partigiani, Alessandria, Edizioni
Dell’Orso, 1986, p. 17. Cfr. O. Bo, Ambiente e campagne nella guerra di liberazione, in Istituto Alcide Cervi (a
cura di), Le campagne italiane e la Resistenza, Bologna, Grafis edizioni, 1995, p. 201.
5
I partigiani operanti nel Novarese e in parte della Valsesia sono stati smobilitati a Milano e non rientrano
nel campione statistico esaminato, che è quello di 5.471 caduti delle formazioni smobilitate in Piemonte.
6
Cfr. M. Renosio, Resistenza e resistenze: una lettura quantitativa e territoriale, in “Asti contemporanea”, n. 10,
2004.
7
A. Tarpino, Geografie della memoria, Torino, Einaudi, 2008, p. 138.
8
Relazione Gl, 13 febbraio 1946, in archivio Istoreto, b.39, f. h.
9
Cfr. M. Ruzzi, Presenza e attività delle forze della Rsi in provincia di Asti, in «Asti contemporanea», 6 (1999).
10
Su questi temi e, più in generale, sulla storia politica e militare della Rsi nell’Astigiano è in corso un’ampia
ricerca condotta da Nicoletta Fasano e Mario Renosio, sulla base di documentazione in gran parte inedita, la
cui pubblicazione è prevista per la primavera del 2014.
11
Cfr. M. Renosio, Colline partigiane, Milano, Franco Angeli, 1994 e N. Fasano, Frammenti di pace durante la
Giunta popolare amministrativa di Nizza Monferrato-Agliano in «Asti contemporanea», 5 (1997).
12
B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Milano, Mondadori-De Agostini, 1986, pp. 237-238.
13
Testimonianza di Giuseppe Rossanino, in N. Revelli, Il mondo dei vinti, Torino, Einaudi, 1977, p. CXXIV,
14
Testimonianza di Carlo Altare, ivi, p. 243.
15
N. Revelli, Il mondo dei vinti, cit., p. CXXIV.
16
Cfr. M. Renosio (a cura di), Vittime di guerra, Asti, Israt, 2009.
17
Tra questi si segnalano le aree monumentali collocate al cimitero di Asti, ai Caffi di Cassinasco, al Passo
della morte di Castello d’Annone, alla Madonna dei Monti di Grazzano Badoglio.
18
Collocati nel cimitero di Camerano Casasco e nei boschi di Vallunga di Piea.
19
Asti ebraica e Asti in guerra.
20
Essi riguardano la Resistenza nel Sandamianese e Roero, tra il Tanaro e il Casalese, nella Langa astigiana,
a cavallo tra i confini delle province di Asti, Cuneo e Torino, tra il Tanaro e la Val Tiglione e la Repubblica
partigiana dell’Alto Monferrato,
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I video, tutti della durata di 30’ circa e con un taglio divulgativo e didattico, sono basati su documenti
d’archivio e testimonianze di protagonisti: Asti in guerra, Asti ebraica, La guerra tra le case, Resistere in
collina, Pagine resistenti.
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Si tratta di Asti, Agliano Terme, Cassinasco, Cisterna, Moncalvo, Nizza Monferrato Rocchetta Tanaro,
Scurzolengo e Vesime.
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“Le person dij partigian” a San Maurizio Canavese e
altri luoghi della memoria resistenziale in Val di Lanzo:
recupero e valorizzazione di un patrimonio storico
Franco Brunetta*
Ringrazio gli organizzatori per avermi invitato a questo significativo Convegno , perché
mi offre la possibilità di far conoscere “le person dij partigian” (le prigioni dei partigiani)
a San Maurizio Canavese, oggi un Comune di 10mila abitanti della seconda cintura di
Torino, che diede un importante contributo alla lotta di Liberazione dalla tirannide e,
con le sue 34 vittime, ne fu profondamente segnato.
Ci avevano arrestati tutti pochi giorni dopo il Natale del 1944. Era stata una spia … la Mirella, una
donna che se la faceva con i paracadutisti repubblicani del battaglione “Nembo”. Ci portarono alle
scuole elementari, che i parà avevano adibito a caserma e prigione, e ci rinchiusero nello scantinato,
in un gelido stanzone completamente spoglio. Come giaciglio avevamo a disposizione un mucchio
di segatura, che, però, tutte le sere i fascisti venivano a bagnare con alcuni secchi d’acqua. Così
dormivamo sul pavimento di cemento, rannicchiati gli uni agli altri per scaldarci un po’.
Questa testimonianza del partigiano “Lothar” descrive con efficace sintesi l’ambiente
di cui vi voglio parlare. “Le person dij partigian” sono ubicate presso gli scantinati
dell’edificio scolastico di Via Lodovico Bò 4, usati come locali di detenzione da parte dei
paracadutisti fascisti repubblicani del Battaglione “Nembo” nel periodo più sanguinoso
dell’occupazione tedesca, tra il novembre 1944 e l’aprile 1945, si possono considerare
una vera e propria anticamera della morte e dei campi di sterminio.
Si tratta di una novità assoluta nella mappa dei siti sulla memoria resistenziale, la cui
nascita sorprende e contrasta - seppur emotivamente e simbolicamente - con la costruzione
del mausoleo in onore del criminale di guerra Rodolfo Graziani.
Un luogo per lo più sconosciuto agli studiosi e poco noto agli stessi sanmauriziesi, dato
che il tempo ha contribuito a fargli perdere l’originaria, tragica destinazione d’uso.Per tali
ragioni le prigioni sono un luogo ancor più “fragile” di altri già presenti.
Il nome, semplice quanto diretto, nasce dal modo con cui, in dialetto piemontese, é
sempre stato nominato dai testimoni. Non è stata facile, né rapida la sua realizzazione.
Tutto nasce dalla testimonianza e dall’idea e dalla volontà del partigiano Giuseppe “Lothar”
Brunetta - a quel tempo presidente dell’A.N.P.I. locale - di restituire alla collettività questo
luogo simbolo della memoria resistenziale.
Tuttavia, prima che trovasse attenzione presso gli amministratori pubblici, la proposta
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dovette combattere contro chi non riteneva particolarmente importante investire su quei
vecchi seminterrati.
Altro tempo ci volle perché il primo livello progettuale superasse gli sbarramenti
burocratici e i così detti diritti acquisiti e soltanto dopo ben 6 anni si concretizzò grazie
alla forza della ragione e della verità storica.
Nel frattempo Lothar s’era ricongiunto con i compagni di lotta, certo che altri avrebbero
continuato a sostenere e portato a compimento la sua idea.
Sul piano concreto si trattava, soprattutto, di procedere allo sgombero e alla pulizia
dei locali-prigione, declassati a deposito di oggetti inutili, e di operare una minima
ristrutturazione, perché il fine era proprio la conservazione delle caratteristiche originarie
degli storici ambienti, a cominciare dal pavimento in cemento, su cui erano costretti a
dormire i partigiani prigionieri, che risultava ricoperto da un tenace strato di colla per
linoleum.
Così, l’anno scorso, ottenuto finalmente il “via libera” dalle autorità competenti, grazie
all’impegno degli iscritti della Sezione locale dell’A.N.P.I., alla fattiva collaborazione con
gli Uffici comunali, con il recupero di materiali e un investimento modesto, dopo appena
un mese di lavoro, “le person” hanno potuto essere inaugurate e aperte alle visite.
Fin da subito sono state “adottate” dalla cittadinanza e non solo per semplice curiosità
dovuta alla novità, né con il rispettoso pellegrinaggio in un luogo di sofferenza, ma con
donazioni di importanti cimeli, fotografie e documenti dell’epoca, che continuano ad
arricchire il sito e, addirittura, con la fornitura di materiali e arredi necessari per attrezzare
dignitosamente i locali-prigione.
Una tale partecipazione attesta meglio di qualsiasi altra considerazione come - per usare
le parole di Pierre Nora, storico dei luoghi della memoria - la volontà degli uomini o il
lavorio del tempo (abbiano) reso “le person” un elemento simbolico della comunità.
Tutto ciò fa dell’esperienza sanmauriziese un caso emblematico in relazione proprio ai
temi del Convegno.
L’obiettivo non era, però, quello di creare un monumento, bensì mirava a un recupero
funzionale degli scantinati in forma espositiva: un ambiente strutturato utile alla
formazione di una coscienza civile e democratica dei giovani.
Per questo é stato progettato un percorso di visita guidata, che dura circa un’ora, perché si
snoda attraverso vari ambienti e sa suscitare profonde emozioni grazie alla documentazione
sulla storia dell’edificio scolastico poi divenuto prigione e alle drammatiche testimonianze
dei partigiani che furono tenuti in ostaggio e patirono violenze e torture.
“le person dij partigian” ospitano anche importanti cimeli sottratti all’oblio e le immagini
della mostra dedicata alla famiglia dei fratelli Pagliero, simbolo della Resistenza locale,
che ci aiuta a capire chi siamo e da dove veniamo.
Inoltre - unico sito sul territorio - conserva una preziosa testimonianza dei giorni festosi
della Liberazione.
Un secondo livello progettuale si é concretizzato, sempre in collaborazione con
l’Amministrazione comunale, a partire dallo scorso mese d’aprile e ora il sito museale
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dispone di servizi igienici e, cosa più importante ancora, é stato reso disponibile un
altro locale-prigione, che sarà destinato a sala incontri per riunioni, presentazioni ed
esposizioni.
Come quella allestita in occasione del 25 aprile, che ha dato un volto a numerosi
partigiani, “ospiti” dei parà del “Nembo” nella scuola-prigione.
Lo scopo é quello di “dare gambe” a questo luogo della memoria, rendendolo fruibile
non solo per il ricordo di una pagina fondamentale della storia recente, ma anche
proponendolo, in commisurazione alle possibilità, come luogo vivo di cultura.
In tal modo si pensa di scongiurare quanto, purtroppo, già accaduto in altre realtà, dove,
passata la curiosità del momento o in mancanza di risorse umane e materiali, le strutture
sono di fatto inutilizzabili.
La strategia é, dunque, quella di procedere per livelli e far crescere gradatamente la
struttura museale, con progetti intermedi, come quello che mira ad acquisire la stanzetta
in cui visse le ultime ore la Medaglia d’Oro Bruno Tuscano e vi scrisse l’ultima lettera ai
genitori prima della fucilazione.
Tutto ciò in vista dell’obiettivo più ampio.
Quello di far sì che “le person dij partigian” diventino il primo tassello del “percorso di
Lothar”, un viaggio attraverso le drammatiche vicende della Resistenza accadute in San
Maurizio Canavese, al fine di valorizzare quell’autentico patrimonio storico - costituito
da edifici, piazze, monumenti, scritte del regime, lapidi (tra cui quella dedicata al giusto
Carlo Angela) - che ancora sopravvive, soprattutto nel concentrico e che, nonostante
le vicende successive del dopoguerra, con le modifiche e le espansioni urbanistiche, si
é conservato sostanzialmente integro, conferendo al paese i tratti speciali di un museo
diffuso.
L’esperienza sanmauriziese é potenzialmente generalizzabile al più vasto territorio delle
Valli di Lanzo, cui ben si addicono le famose parole di Piero Calamandrei: “Se voi volete
andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne dove
caddero i partigiani...”.
C’é un legame stretto con “le person dij partigian”, perché quasi tutti gli ostaggi detenuti
a San Maurizio Canavese appartenevano alle formazioni che lì operavano.
Questi monti a ridosso di Torino, per venti mesi videro protagonisti uomini e donne della
2a e 4a Divisione Garibaldi e della Colonna Alpina di Giustizia e Libertà “Renzo Giua”
guidata da Bruno Tuscano, che, col loro attivismo, nell’estate 1944 diedero addirittura vita
a una sorta di repubblica partigiana con embrionali organismi di autogoverno, soffocata
nell’autunno dal tremendo rastrellamento dell’ “operazione Strassburg”.
Di quei fatti il tempo e gli uomini non hanno cancellato tutto e ancor oggi queste vallate
alpine conservano tante testimonianze, che, coniugando la memoria storica alla bellezza
paesaggistica, ci riportano indietro alle radici di quegli ideali di libertà e giustizia che
animarono i primi uomini liberi della nuova Italia e rappresentano un invito a visitarle,
come si va al Parco Nazionale della Pace di Sant’Anna di Stazzema, al Museo Cervi di
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Gattatico o al Parco storico di Monte Sole - Marzabotto.
La storia accaduta nelle Valli lanzesi é quella che i revisionisti tacciono, ma che lungo i
sentieri, di fronte alle “pietre della libertà” ci restituisce la consapevolezza di ciò che fu
quella guerra di popolo contro i nemici della dignità umana.
Tuttavia, a fronte di una ricchezza materiale di indubbio valore storico, si deve riscontrare
un diffuso disinteresse, che mette a rischio la conservazione di tante testimonianze
materiali, che raccontano – per dirla con il poeta partigiano Walter Azzarelli - nomi e
gesta di Eroi.
Si arriva in certi casi addirittura all’elusione dell’epopea partigiana, riscontrabile sui siti
internet dei principali Comuni della zona, dove si cita il completamento della linea
ferroviaria Torino - Ceres del 1916 o la presenza sul territorio di illustri personaggi, tra cui,
testuale, “il ministro del terzo Reich Goering”, ma non si spende una parola per ricordare
che qui é passata la Storia e fu scritta col sangue di circa 700 Caduti partigiani e civili.
In questo contesto non stupisce che vi siano luoghi della memoria che vivono una volta
all’anno: in occasione della commemorazione dell’evento.
Ne abbiamo un esempio a Piano Audi di Corio, che si anima la terza domenica di agosto.
Qui, all’indomani dell’8 settembre 1943, si formò un primo gruppo di un centinaio di
“ribelli” e poi, a partire dall’estate ‘44, divenne sede della IV Divisione Garibaldi e vi
furono organizzati un ospedaletto, un’officina e una sartoria. Un autentico “santuario”
della Resistenza che conserva ancora la casetta sede del comando divisionale.
Altri luoghi hanno esaurito la loro funzione originaria, come la scuola del Cudine, dedicata
ai Martiri dell’eccidio avvenuto il 17 novembre 1944, da anni chiusa per mancanza di
alunni.
Parecchi sono sconosciuti o quasi, come la Cappella del Bandito, teatro di un sanguinoso
scontro armato o “il muro del sacrificio” scheggiato dai proiettili fascisti di frazione Vietti
a Coassolo o ancora la sede della Colonna GL “Renzo Giua” al Fé di Ceres e quella del
Comando della II Divisione Garibaldi a Mondrone.
Altri ancora risultano inaccessibili, perché siti su proprietà private, come la lapide che
a Corio ricorda la fucilazione di 7 partigiani nell’aprile 1944 o la miniera Fragné a
Chialamberto, che spesso diede rifugio ai “ribelli”.
Alcuni versano in una poco ottimistica situazione di degrado.
Su tutti Villa Cibrario a Margone nell’alta Val di Viù, dove fu allestito un ospedale
partigiano con 60 posti letto, gestito dal dott. Attilio Bersano Begey, che curò oltre 300
tra feriti e malati.
Lo stesso Centro di Documentazione di storia contemporanea e della Resistenza nelle
Valli di Lanzo, dedicato a Nicola Grosa, é stato inaugurato ben tre volte, ma attende da
anni di essere regolarmente fruibile alle scuole e agli studiosi.
Occorre, dunque, intervenire per salvaguardare questo patrimonio, prima che vada
perduto e con esso la memoria che custodisce.
Come sempre la sua salvaguardia passa attraverso la volontà di uomini giusti.
E - si é già visto per “le person dij partigian” - una soluzione non può che venire dal basso,
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tramite il coinvolgimento della parte più sensibile delle comunità, come può essere il
mondo della scuola, evitando i progetti faraonici, ormai difficili da realizzare o da gestire,
per puntare su iniziative “possibili” e di valore.
In tal senso perché non sensibilizzare bambini e ragazzi ad adottare un cippo o un monumento?
Invitarli a togliergli la polvere, ripulirlo dalle erbacce, offrirgli un fiore.
Sarebbe un gesto gentile che non costa molta fatica, ma dal grande significato per
dei giovani: il primo consapevole atto di coscienza civile e democratica a contrastare
l’indifferenza, che genera oblio.
Chissà che il loro esempio non possa indurre le istituzioni a rendersi conto che, per il
territorio, le numerose testimonianze materiali, tuttora presenti, legate alle vicende della
Resistenza in Val di Lanzo, sono da considerare uno straordinario valore aggiunto alla
bellezza di un paesaggio in buona parte ancora incontaminato.
Chissà che attirando l’attenzione su questa valenza, riescano a guardare con più
consapevolezza ciò che raccontano queste presenze di libertà e siano spronate a fare di
più e meglio in questo campo.
Si sentano responsabilizzate a preservare e valorizzare - magari potenziando la segnaletica
dei siti e fornendo informazioni essenziali - le tracce di una memoria collettiva, che
potrebbero diventare altrettante tappe di un processo di conoscenza attraverso un
appassionante percorso museale immerso nella natura. Ringraziandovi per l’attenzione,
con piacere vi aspetto tutti a “le person dij partigian”.
* Maestro di scuola e giornalista, si occupa soprattutto di storia e cultura.
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Luoghi della memoria, memoria dei luoghi:
il percorso della rete degli istituti storici
della Resistenza italiani
Luciana Ziruolo*
E’ un titolo impegnativo quello scelto per questo intervento: la doppia declinazione
dei luoghi implica questioni strategiche. I luoghi della memoria infatti sono una risorsa
straordinaria ma “fragile”, da trattare con estrema cautela. La seconda declinazione,
Memoria dei luoghi, può essere la chiave d’accesso per iniziare ad affrontare la complessità
dei problemi che i luoghi di memoria presentano, più o meno palesemente, ogni volta
che andiamo a indagare le relazioni tra la storia (le storie) e la memoria (le memorie)
che li attraversano, questioni incastonate l’una nell’altra come scatole cinesi. Proverò ad
estrarne qualcuna, a cominciare dalla definizione.
Al di là dei segni monumentali e della toponomastica, che cosa si intende per luogo della memoria?
Si fa riferimento, in accordo con il contributo dell’istituzione tedesca della Topografia
del Terrore degli anni Ottanta, ai luoghi di memoria come luoghi fisici? O si accoglie la
definizione più estesa che ne diedero, in Francia a metà degli anni Ottanta, Pierre Nora in
Les lieux de de mémoire e in Italia Mario Isnenghi nei volumi omonimi degli anni Novanta?
Vale a dire una definizione dei luoghi della memoria non solo come spazi fisici ma anche
come spazi simbolici: luogo della memoria può essere un canto, una data, un’istituzione,
ad esempio il liceo classico, purché in essa si condensi la memoria di un popolo.
In secondo luogo memoria dei luoghi che cosa indica? Che ai luoghi della memoria si affiancano i
luoghi dell’oblio? Che ancora regnano Mnemosyne e Lete, le divinità, coppia di opposti inseparabili,
ancor prima che antitetiche, quasi complementari? Ancora, i luoghi dell’oblio sono solo dimenticati
o sono luoghi della memoria rimossa? L’oblio, infatti, indica la scelta delle comunità o delle
istituzioni o, forse, la presenza di più memorie antagoniste. Al contrario, tornando a
Mnemosyne, nel caso di un luogo affollato di memoria (ad esempio le aree memoriali) siamo di fronte
a una memoria ufficiale che si contende lo spazio con le memorie delle comunità locali? Ancora,
certi eccessi monumentali in aree che non furono teatro di eventi significativi – penso ad esempio ai
grandi monumenti di epoca fascista a ricordo della Grande Guerra, in Sud Tirolo – rappresentano
precoci usi pubblici, o meglio politici della storia? Infatti, a partire dal 1938, vennero costruiti
al Brennero, in Val Venosta e nella Val Pusteria monumenti mastodontici, gli ossari, dove
venivano sepolti i soldati italiani caduti in guerra. Spesso però, i soldati erano caduti
su campi di battaglia lontani, per essere poi spostati nella terra di confine altoatesina;
si cercava in questo modo di giustificare l’annessione del Sud Tirolo all’Italia dopo la
Grande guerra. La presunta memoria ai soldati, caduti per la “conquista dell’Alto Adige”,
era mendace propaganda fascista. Ora su quei luoghi, è il caso ad esempio dell’imponente
Ossario sulla strada che conduce al Passo Resia, sono stati collocati pannelli che illustrano
quella manipolazione della storia, segno dell’elaborazione della memoria da parte delle
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comunità successive.
Siamo così giunti alla terza considerazione: di fronte a ogni testimonianza, e a maggior
ragione di fronte a testimoni muti o troppo loquaci come abbiamo visto possono essere i
luoghi, bisogna essere consapevoli che si tratta di esiti stratificati e sedimentati nel tempo,
particolarmente fecondi anche perché ancor prima che il nostro passato ci mostrano
il nostro presente: la cultura sociale, politica e storiografica del tempo in cui la fonte
di testimonianza ci parla. La memoria è in continua costruzione, può trasformarsi in
ragione delle sollecitazioni più disparate. Porterò un’esemplificazione.
Alla fine degli anni Novanta (in seguito al decreto Berlinguer del 1996) partecipai ad
Arona a un corso di formazione di storia organizzato dal Miur e dall’Insmli (Istituto
nazionale per la storia del movimento di Liberazione); negli incontri di laboratorio,
un gruppo di docenti individuò Arona come luogo della memoria diffusa degli eventi
resistenziali, sollecitata anche dai segni monumentali e dalla toponomastica, mentre
a pochi chilometri era un luogo dell’oblio: Meina. L’eccidio di Meina, perpetrato dai
nazisti nel settembre 1943, era praticamente sconosciuto: l’albergo Meina, dove furono
rinchiusi gli ebrei rastrellati nella zona, abbandonato e diroccato, non recava alcun segno
degli eventi, della strage nazista, compiuta con l’aiuto di italiani e delle soffiate, non solo
di repubblichini.
Su questa vicenda ha scritto Giuliana Bertacchi nel 1999: “eccidi che innescano processi
di memorie diverse, di lutti non elaborati e non elaborabili, di complicati rapporti
tra memoria e oblio. E noi, a nostra volta, non dobbiamo dimenticare che su tutto il
capitolo chiave delle leggi razziali e della persecuzione antiebraica in Italia, sugli ebrei
deportati dall’Italia nei campi di sterminio, ha pesato negli anni del dopoguerra, fino a
tempi relativamente recenti quella cortina di silenzio e di sostanziale disinteresse che ha
condizionato la stessa produzione di memoria dei sopravvissuti” 1.
Tenuto conto di come nei ragazzi (e non solo) l’attenzione si risvegli quando passa attraverso i
mezzi di comunicazione di massa, si può oggi ancora parlare di Meina come luogo dell’oblio dopo
il caso mediatico della stagione cinematografica 2007/2008? Il caso coincise con il “Giorno
della Memoria” del 27 gennaio e fu suscitato dall’uscita del film di Carlo Lizzani “Hotel
Meina”, ispirato al libro di Marco Nozza Hotel Meina la prima strage di ebrei in Italia, cui
seguirono le dichiarazioni di Becky Behar – nel 1943 figlia quattordicenne dei gestori
dell’albergo - per contestare pesantemente l’immagine che di lei veniva data in ragione
delle “licenze filmiche”? E’ un esempio di come siano complicate e talvolta accidentali
le tappe dei percorsi di costruzione della memoria e della storia. In proposito, ha scritto
Anna Rossi Doria: “la memoria può e deve porre nuove domande alla storia, la storia può
e deve rispondere”2.
Questi temi sono ben presenti agli Istituti per storia della Resistenza italiani fin dagli
anni Ottanta del secolo scorso. Nadia Baiesi (presidente del Laboratorio nazionale per
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la didattica della storia) nel ricordare il volume uscito nel 1996 a cura di Tristano Matta
(Istituto storico di Trieste) Un percorso della memoria3 ha recentemente scritto: “[quel
libro] rappresenta l’esito di un percorso interno agli Istituti storici della Resistenza che
parte da lontano e che intreccia il piano educativo con quello della ricerca storica. Esso
pone al centro il tema della memoria e del suo rapporto con la storia, caro da sempre
alla ‘filosofia’ degli Istituti, che, pur riconoscendo una obiettiva distanza tra storia e
memoria, hanno da sempre compiuto la scelta di coniugarle insieme […] la novità di
quel volume è che […] pone sì al centro la memoria, ma non più soltanto quella dei
sopravvissuti, la fonte orale dunque, come gli storici esperti della contemporaneità ci
avevano insegnato a chiamarla, ma sceglie ‘testimoni muti’, come sono i luoghi, che
divengono da quel momento, un soggetto privilegiato, rivelandosi fecondi di molte
potenzialità educative”4.
La memoria del luogo, in molti casi correlata a centri di documentazione e a segni
monumentali, implica la responsabilità nei confronti del passato e, al contempo, nei
confronti del presente e nella progettazione del futuro e dunque facilita percorsi di
educazione alla cittadinanza attiva e responsabile, un’altra costante dei percorsi di ricerca
didattica della rete degli istituti storici, un impegno scientifico e civile.
Un altro libro che ricorda Baiesi è Insegnare Auschwitz5, esito di un convegno organizzato,
tra gli altri, dall’Istituto storico piemontese. Un’apposita sezione è dedicata a una
riflessione critica sui viaggi della memoria in Europa con gli studenti e con la guida di
storici e testimoni: l’impatto emotivo, proficuo di ricadute didattiche, della testimonianza
sul luogo è indubbio.
Nel primo decennio del ventunesimo secolo, il progetto europeo “La memoria delle
Alpi” (collaborazione transfrontaliera tra Italia, Francia e Svizzera) ha rappresentato una
grande occasione per gli Istituti storici piemontesi, ha consentito un ampio lavoro sul
territorio (ripristino dei sentieri della libertà) e la stampa di numerose pubblicazioni
cartacee e multimediali (l’elenco è disponibile sul nostro sito www.isral.it e sul portale
di Memoria delle Alpi), il nostro Istituto ha pubblicato un volume I luoghi, la storia, la
memoria6 in cui, oltre all’indicazione e alla descrizione di tutti i sentieri resistenziali della
nostra provincia, i temi prima indicati vengono ripresi e, in alcuni casi, ampiamente
approfonditi e articolati.
In questa seconda ed ultima parte della mia relazione, mi soffermerò su alcuni contributi
della rete degli Istituti storici della resistenza relativi alla “didattica dei luoghi” che mi
paiono significativi.
Il primo contributo adotta la nozione di luogo della memoria come luogo fisico, nasce
dall’esperienza del Landis (Laboratorio nazionale della didattica della storia che fa parte
della rete Insmli) e si distingue per la chiarezza espositiva con cui vengono sintetizzati
i principali aspetti metodologici. Marzia Gigli e Maria Laura Marescalchi7, segnalano
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tre principali tipologie: il luogo-evento, cioè il luogo autentico dell’accadimento; il luogorappresentazione, cioè i segni monumentali; il luogo-raccolta di materiali (luogo per la
storia e per la didattica) con un rimando più che ai musei, ai centri di documentazione.
Naturalmente le tre tipologie spesso possono coincidere, e sempre, comunque, il luogo
è segnato dall’essere ponte tra presente e passato.
Le autrici introducono quindi l’operazione di decostruzione del luogo. Vale a dire che, come
tutte le fonti di memoria, il luogo va sottoposto al vaglio della critica, un tema che
abbiamo già affrontato ma che val la pena ribadire: “nessun luogo si può considerare
intatto; lo stato in cui si trova non è più quello originario, ma è sempre frutto di interventi
che sono da decodificare (spesso ospita una stratificazione di memorie, che rappresentano
il modo in cui è stato vissuto nel corso del tempo), sia che si trovi in stato di abbandono.
Anche l’oblio è frutto di una scelta delle comunità o delle istituzioni”8.
Vengono poi richiamati gli ambiti distinti della storia e della memoria e l’utilità, di fronte
a fonti come il luogo, a maggior ragione se la visita avviene con la presenza del testimone,
di ragionare sull’uso pubblico della storia.
Si passa poi al ruolo centrale della mediazione dell’insegnante che deve lavorare su tre
poli distinti ma complementari. Sono noti, ma li richiamiamo. Il contesto: il tempo e
la storia (le storie) che il luogo ricorda o celebra, il momento: il tempo e la cultura (le
culture) che lo hanno prodotto; il presente: il tempo del visitatore. “Occorre trovare il
modo di colmare la distanza, il senso di estraneità tra il luogo e il fruitore, in modo che
in quest’ultimo avvenga un cambiamento conoscitivo ed emotivo, pena l’inefficacia del
percorso”9. Per questo, prima della visita deve essere ricostruito il contesto dell’evento,
mentre il racconto fondato dell’evento può avvenire, salvaguardando la dimensione della
scoperta, durante la visita e l’avvertenza è che non venga condotto da testimoni che,
certamente preziosi, spesso confondono i ruoli, assumendo quello degli storici. Vorrei
a questo proposito aggiungere che, per evidenti ragioni anagrafiche, in questi ultimi
anni si assiste al fenomeno del “testimone del testimone” e sempre più si fa ricorso a
testimonianze in forma di pubblicazioni (multimediali prima ancora che cartacee), ma
questo è tema che va trattato a parte.
Il secondo contributo che intendo offrire alla vostra attenzione contiene alcuni esempi
di testo letterario e di racconti di testimonianza, che risultano di particolare interesse per
comprendere la relazione tra luogo, narrazione e costruzione della memoria10. Farò riferimento
al paragrafo La forza dei luoghi dedicata ad alcuni aspetti dell’opera poetica di Andrea Zanzotto
che ha compiuto per anni una ricognizione sistematica sulla distruzione del paesaggio.
Scrive Fausto Ciuffi: “Sempre più risulta complicato ristabilire i termini di una grammatica
e di una sintassi dello sguardo, che ci mettano in condizione di governare la nostra
relazione col tempo e lo spazio, per non correre il definitivo rischio di vagare inconsapevoli.
Nessuna rassegnata nostalgia, però, segna le sue poesie. Anzi, la scelta è quella di
proiettarsi in profondità, varcando con forza la stravolta superficie del presente e
tentando di provocare riemersioni di forme nitide e di storie precipitate nel silenzio e
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nella dimenticanza […].
Non mancano, nelle peregrinazioni di Zanzotto, presenze di luoghi altamente simbolici,
giorni e date della memoria da consegnare ad un presente incerto:
Lanugini di luce appena bianca / dilagate in lontananze di prati, / Martiri, umili
elementi / fratelli sacri alle invasioni dei venti, / è il 30 aprile, questo, il vostro giorno /
da non essere colti / dallo sforzo degli occhi / semisepolti // È il 30 aprile, questo il vostro
giorno, / Martiri, mirabile / affanno di gioventù – / spari, sangue, non più, / nemmeno
lapidi per voi, ma milioni / di leggerissimi globi-soffi, devozioni / tra silenzio e voce.
Una memoria che vaga, che si manifesta a soffi – tra silenzio e voce – nella scena del
nostro presente, proprio perché oggi non riusciamo a trovare ancoraggi solidi con le
vicende e con gli uomini-martiri evocati dalla poesia. Risultano molto eloquenti – per
comprendere sia il clima di rarefazione-confusione-riemersione della memoria prodotto
dalle parole appena riportate, sia l’apparente stravaganza della data posta a simbolo – il
titolo del componimento, Diplopie, sovrimpressioni (1945-1995), e la nota al testo redatta
dall’autore:
La liberazione, in questi territori [le zone attorno a Pieve di Soligo, nella provincia di
Treviso], avvenne il 30 aprile 1945, e già si pensava al 1° maggio. Martiri contro ogni
tirannide palese o nascosta, presente o futura; martiri nei conflitti, e vittime quotidiane
del lavoro”11.
Zanzotto ha costantemente riservato grande attenzione ai suoi luoghi di appartenenza
(le colline di Pieve di Soligo):
ciò lo ha portato a rinvenire un «grande cambiamento nella realtà antropologica
(tale da comportare, per esempio, la fine del mondo agricolo e del dialetto,
legato a quel mondo) [che] si è fatto evidente nel corso degli anni Settanta»,
anche se «in precedenza vi erano segni di disgregazione che si potevano già
cogliere, ma a patto di indagare le connessioni più intime tra realtà e linguaggio».
Un grande cambiamento, invasivo e in grado di sovvertire – nel lungo periodo
– l’universo dei riferimenti individuali e sociali, nonché i comportamenti e le
relazioni, la lingua (spia sensibilissima) e le mentalità, le strutture materiali
del quotidiano e l’organizzazione del paesaggio (…)mi è capitato ben presto
di sottolineare una pari minaccia sovrastante il luogo e la lingua, devo però
precisare che solo con il procedere degli anni Settanta e in particolare dopo
la metà degli Ottanta questa minaccia si è trasformata in reale devastazione12.
Lo sguardo sul paesaggio che per Zanzotto è campione privilegiato di indagine, dà luogo
ad un’analisi profonda e acuta e lontana dagli scivoloni del rimpianto:
In precedenza, nonostante i gravi episodi denunciati, o sospettati, c’era
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ancora la scia lunga delle speranze del dopoguerra, alimentata dalla fiducia
nello sviluppo economico (generato, del resto, dalle lunghe e terribili
fatiche dell’emigrazione, che io stesso ho conosciuta, per circa due anni,
sostenuta dalla mira di risparmiare per poter tornare a casa con qualche
soldo, a ripiantarsi qui): ma è proprio nel corso della seconda metà degli
anni Settanta coi terrorismi e poi a valanga negli anni Ottanta che si produce
il senso di una perdita di stato, una cadaverizzazione della nostra storia, con
tutta la relativa presenza più o meno verminosa di vitalità concentrate su
una o l’altra parte del cadavere (…) Oggi c’è la fabbrichetta velenosa, la
puzzolente discarica, l’orribile intasamento del traffico per strade sempre
più insufficienti e pericolose causa i continui treni di long vehicle e per
l’assatanata velocità di tutti. Io, tardo biciclettaro non mi sento più sicuro in
nessun posto. Ma esistono tuttavia i meravigliosi colori delle piante anche
infestanti se si vuole ma felici, come i gialli topinambur, di infischiarsi di
ogni ordine coatto di giardini.
Ciuffi opportunamente ricorda come i luoghi di Zanzotto siano nel Nord Est, in un
punto assai vitale dello sviluppo attuale, sulle dolci colline attorno a Pieve di Soligo, tra
Vittorio Veneto e il Piave: luoghi colmi di storia che la grande trasformazione economica
e la mutazione socio-antropologica degli ultimi decenni sembrano aver cancellato dal
paesaggio e dalla memoria, fino a quando si avverte un rumore, dal profondo.
E cupi sussulti vengono intanto da quei luoghi che conservano le tracce
dei conflitti del passato come gli ossari qui frequenti e che talvolta hanno
a ridosso squallide discoteche, per non parlare delle grandi arterie bloccate
in piena notte dalle schiave della prostituzione e dai loro “fruitori” ecc.
ecc. I luoghi ci sono, consistono, convivono; chiamano pertanto a nuovi
confronti. E [...] sono i nostri sogni-incubi e i nostri dèi-paesaggi, vulcanicità
sepolta ma sempre attiva per fremiti di allusione, dai Colli Euganei alle
Lagune, alle Prealpi e alle Dolomiti. A tutta la nostra benedetta e maledetta
Italia, a tutto il benedetto e maledetto mondo.
Ho voluto riportare ampiamente brani del poeta tratti dal percorso costruito da Ciuffi
certamente perché mi paiono di grande bellezza ed efficacia, ma soprattutto perché
sono pagine che rappresentano un ponte naturale a temi e problemi didattici che, per
la loro vastità, intendo soltanto richiamare, dal 2011 il rapporto tra le storia e geografia
è balzato all’attenzione degli insegnanti del biennio per effetto dell’accorpamento tra le
due discipline e del dovere di assegnare un solo voto. La citazione conclusiva che segue
è tratta dalla relazione (che val la pena leggere per intero all’indirizzo indicato in nota)
di Ivo Mattozzi (Presidente di Clio 92, docente di metodologia e didattica della storia
all’università di Bologna) Tra storia e geografia: una complementarità da costruire presentata
alla scuola estiva di Arcevia (organizzata nell’agosto 2011 da varie associazioni tra cui
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l’Aiig e l’Istituto regionale per la storia della resistenza di Ancona).
“Le ragioni per la ricerca della complementarità sono fondate su una elaborazione
epistemologica che ha attraversato il secolo XX e su pratiche di lavoro di geografi e
di storici che hanno dimostrato la efficacia conoscitiva di essa. Ma ora le troviamo
affermate nelle indicazioni per i piani di studio del biennio e dobbiamo profittare
anche delle ragioni normative”13.
Approfittiamone, questo convegno, che ha un pubblico anche di docenti, ci aiuta a farlo.
* Direttore “Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria Carlo Gilardenghi”,
Isral.
1
Giuliana Bertacchi, Le fonti di memoria della guerra e la didattica della storia, www.italia-liberazione.it/
novecento/Bertacchi.htm
2
Anna Rossi Doria, Memoria e storia: il caso della deportazione, Soveria Mannelli, Rubettino, 1998.
3
Tristano Matta (a cura di), Un percorso di memoria. Guida ai luoghi della violenza nazista e fascista in Italia,
Venezia, Electa, 1996.
4
Nadia Baiesi, I luoghi della memoria, in Aurora Delmonaco (a cura di), Fare storia crescere cittadini, Arezzo,
Zona, 2010, p. 117.
5
Enzo Traverso, Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche educative dello sterminio, Torino, Bollati
Boringhieri, 1995.
6
Luciana Ziruolo (a cura di), I luoghi, la storia, la memoria, Recco-Genova, Isral-Le Mani, 2008.
7
Marzia Gigli e Maria Laura Marescalchi, Il laboratorio nei luoghi e con i testimoni, in Paolo Bernardi (a cura di),
Insegnare storia. Guida alla didattica del laboratorio storico, Torino, Utet, 2006.
8
Ivi, p. 197.
9
Ivi, p. 200.
10
E’ possibile scaricare il contributo La memoria e i luoghi di Fausto Ciuffi dal nostro sito all’indirizzo http://
www.isral.it/web/web/storiedel900/_2006_approfondimenti_ciuffi.htm,; dello stesso autore Il valore
formativo dei luoghi della memoria, in D. Novara (a cura di), Memoranda. Strumenti per la giornata della memoria,
Edizioni La Meridiana, Molfetta (Ba), 2003, pp. 46-54.
11
Il rimando è al testo all’indirizzo web della nota precedente.
12
Ibidem.
13
La relazione è scaricabile all’indirizzo http://www2.unimc.it/sdf/eventi-formazione-e-aggiornamento/
pagina.2011-03-01.4509715201/attivita-a.a.-2011-2012/file1-arcevia-relazione-mattozzi
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I luoghi della memoria del Biellese,
del Vercellese e della Valsesia
Enrico Pagano*
Si può insegnare e conoscere la storia della Resistenza senza aver percorso i sentieri delle montagne
dove caddero i partigiani, citando Calamandrei, per dare vita alla nostra Costituzione? Una
domanda non retorica, nel senso che per molto tempo si è studiata e insegnata la
Resistenza prendendo in considerazione tutte le fonti scritte, iconografiche e orali ma
trascurando, come se fosse aspetto marginale, una delle fonti fondamentali, il territorio.
Negli ultimi anni, tuttavia, si è sempre più affermata la didattica dei luoghi della
memoria, consentendo di correggere una deformazione strutturale dell’azione scientifica
e di insegnamento. Spesso quando si usa l’espressione di luoghi o viaggi della memoria
il pensiero corre all’esemplarità di lager o complessi monumentali la cui visita condensa
apprendimento ed emozione in una miscela che va sapientemente calibrata perché abbia
efficacia cognitiva e si trascurano le molteplici opportunità che i territori in cui si è
sviluppata la guerra di Resistenza offrono dal punto di vista formativo. Una lacuna che
il progetto della UE italo-franco-svizzero “La memoria delle Alpi”, gestito dalla Regione
Piemonte con gli istituti per la storia della Resistenza piemontesi ha cercato di colmare,
promuovendo, tra le varie azioni, anche un’importante serie di attività didattiche rivolte
tanto ai docenti quanto agli studenti. Il progetto ha consentito, nel caso dell’Istituto che
ha competenza sulle province di Biella e Vercelli, di realizzare sette percorsi sui sentieri
partigiani della Valsesia e di attrezzare due centri-rete, uno presso la sede dell’Istituto e
l’altro nel comune di Postua.
Occorre premettere che il territorio di competenza dell’Istituto si divide in tre subaree:
il Biellese, il Vercellese e la Valsesia, tutte e tre caratterizzate da una forte intensità della
guerra resistenziale. Vercelli, il capoluogo, ospitò comandi e reparti militari tedeschi
e le istituzioni civili e militari della Rsi; i giovani cittadini furono sottoposti ad un
controllo più severo rispetto ai coetanei della provincia, per cui la maggior parte di
quanti scelsero la Resistenza dovettero unirsi alle formazioni di montagna, soprattutto
nella zona della Serra biellese (della V divisione “Garibaldi” fece parte la 182a brigata,
intitolata al vercellese Pietro Camana e nata dal battaglione “Vercelli”) ma anche nel
Biellese orientale, in particolare nella XII divisione garibaldina “Nedo”; le aree del basso
vercellese invece fornirono uomini soprattutto alle formazioni partigiane del Monferrato.
Le valli biellesi ospitarono gruppi di militari sbandati, fornirono i percorsi verso la
libertà a molti prigionieri di guerra alleati che fuggivano dai campi di detenzione della
pianura, furono la sede di sei distaccamenti partigiani (il “Bixio”, il “Fratelli Bandiera”,
il “Mameli”, il “Matteotti”, il “Piave”, il “Pisacane”, nomi che evocano in prevalenza
riferimenti inequivocabili al Risorgimento) che diedero vita, nel gennaio 1944, alla 2a
brigata garibaldina, cui originariamente era unito anche il distaccamento “Gramsci” della
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Valsesia, che nel successivo mese di febbraio avrebbe assunto autonomia trasformandosi
nella 6a brigata garibaldina. La storia della Resistenza valsesiana da allora assunse un
proprio profilo, che la portò a condividere le sorti delle formazioni cusiane, ossolane
e novaresi anche nelle procedure burocratiche postbelliche per il riconoscimento delle
qualifiche partigiane, tanto che i resistenti che fecero parte delle brigate della zona
operativa biellese si rivolsero alla commissione piemontese, quelli delle formazioni
valsesiane presentarono istanza alla commissione lombarda.
Si può affermare, in generale, che tutto il territorio della provincia di Vercelli, sdoppiatosi
poi con l’istituzione della provincia di Biella a metà degli anni Novanta, fu protagonista e
teatro delle laceranti vicende resistenziali: il suggello a quest’affermazione è rappresentato
dalle due medaglie d’oro assegnate alle città di Varallo nel 1973 e di Biella nel 1991 a
nome di tutto il territorio di cui costituiscono il principale riferimento. Il progetto “La
memoria delle Alpi” nella sua sezione “I sentieri della libertà” non poté essere applicato,
tuttavia, che a due realtà, Varallo e Postua, grazie all’intervento delle rispettive Comunità
montane perché le due amministrazioni provinciali di riferimento, uniche fra tutte le
province piemontesi, ritennero di non aderire, benché ci fosse stato un sottile e paziente
lavoro diplomatico del compianto Antonio Monticelli, regista dell’intera operazione a
nome del Centro di Iniziativa europea del Piemonte. Nonostante l’handicap iniziale del
mancato sostegno delle amministrazioni provinciali l’Istituto, in collaborazione con la
Comunità montana Valsesia e la Comunità montana Valsessera, ha portato avanti la
propria progettualità, realizzando interventi strutturali e culturali che hanno influenzato
positivamente l’attività didattica degli ultimi dieci anni.
Procedendo ordinatamente per aree, in Valsesia sono stati individuati sette percorsi,
incentrando le scelte sui centri che ospitarono la prima fase della lotta di liberazione, vale
a dire i comuni di Breia, alle pendici del monte Briasco, che ospitò la prima banda di
Cino Moscatelli, cui si aggiunsero altri nuclei partigiani della zona di Varallo nel periodo
compreso tra il novembre del 1943 e la metà di gennaio del 1944, di Rimella (sentieri
che portano al colle della Dorchetta e alla Bocchetta di Campello), dove il comando
si trasferì a fine gennaio del 1944 e dove nacque, a metà febbraio, la citata 6a brigata
garibaldina, e di Fobello (sentieri verso la valle di Roj e verso il passo di Baranca), dove fu
frettolosamente trasportato il centro decisionale dopo un’incursione di aerei Stuckas su
Rimella avvenuta nel corso del mese di marzo.
Altri due sentieri attrezzati sorgono nei comuni di Alagna, centro di raccolta partigiano
dopo l’esperienza della zona libera del giugno 1944 e teatro di una strage avvenuta il
14 luglio 1944, quando furono messi al muro e fucilati dai tedeschi e da un reparto di
Ss italiane otto carabinieri e sette partigiani catturati durante il rastrellamento che seguì
l’esperienza del governo partigiano in Valsesia, e di Rossa, dove il 7 novembre 1944
fascisti ed Ss uccisero in combattimento quattro partigiani e ne fucilarono altri cinque
presso il cimitero di Balmuccia, dopo aver minacciato una strage di massa ai danni degli
abitanti dei piccoli centri montani colpevoli di aver dato ospitalità ai “ribelli”.
I sentieri, caratterizzati dal posizionamento di alcuni pannelli di testo e immagini e di
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segnaletica, inseriti nel contesto ambientale con misura e discrezione, sono stati descritti
in una guida a schede ora consultabile anche nel sito dell’Istituto (www.storia900bivc.it).
L’Istituto ha proseguito la sua attività di ricerca grazie al lavoro di Alessandro Orsi, che
ha pubblicato “Ribelli in montagna”, un libro che propone 25 itinerari in cui l’autore
delinea luoghi di partenza e di passaggio, tempi di percorrenza, altitudine, numero dei
segnavia fissato dal Cai, eventuale presenza di rifugi, accompagnando le informazioni
escursionistiche con ricche descrizioni delle emergenze artistico-religiose ed ambientali,
annotazioni etimologiche, riferimenti storici generali. La parte più caratterizzante del
volume è dedicata alla ricostruzione delle vicende che si svolsero durante i venti mesi
della lotta partigiana.
Il quadro dell’offerta formativa e divulgativa sui luoghi della memoria in Valsesia ha il
suo fulcro nella sede dell’Istituto, che svolge, tra le altre funzioni, quella di centro-rete
del progetto, mettendo a disposizione degli studiosi le sue strutture per realizzare lezioni,
visite guidate, laboratori, conferenze. Il patrimonio bibliografico ha una consistenza di
circa ventimila volumi ed opuscoli, con catalogo informatizzato ed accessibile tramite
Librinlinea, strumento del polo piemontese del Servizio bibliotecario nazionale. L’Istituto
possiede inoltre un’emeroteca in cui sono conservate raccolte di circa novecento
periodici, tra cui le principali riviste italiane di storia contemporanea e i giornali locali,
ed un archivio nato con il deposito del fondo Moscatelli e arricchitosi di numerosi altri
fondi e di documentazione in copia proveniente da archivi pubblici e privati, relativi alla
storia contemporanea del Vercellese, del Biellese e della Valsesia, in particolare a fascismo,
antifascismo, Resistenza, partiti politici, emigrazione.
Negli ultimi anni si sono intensificate le offerte di visite guidate sui luoghi della memoria
e sui sentieri della libertà rivolte al mondo scolastico e associazionistico. Caratteristica
tipica di tali iniziative è l’abbinamento della valenza storico-resistenziale, che costituisce
il riferimento iniziale, e di aspetti della cultura spirituale e materiale, dell’ambiente,
dell’economia e delle tradizioni locali, con gli obiettivi di far conoscere la storia
della guerra di liberazione, con particolare riferimento agli episodi che coinvolsero la
popolazione e il territorio locale, di promuovere l’attenzione al territorio e alla cultura
locale nelle sue caratteristiche storiche, economiche, ambientali e nelle sue tradizioni e
la riflessione sulla storia attraverso esperienze dirette sui luoghi dove si svolsero episodi
significativi; obiettivo accessorio, ma non marginale, è quello di dialogare con le altre
realtà regionali, sviluppando rapporti di collaborazione e relazioni di scambio.
Il secondo nucleo di interventi del progetto ha riguardato il comune di Postua, situato
in Valsessera, nel Biellese orientale, in cui nell’autunno 1943 fu fondato, all’alpe Piana
di Roncole, il distaccamento Pisacane, guidato da Francesco Moranino, il popolare
comandante “Gemisto”. Nel gennaio del 1944 Postua visse la prima esperienza di governo
partigiano: approfittando di un momentaneo ritiro dal territorio di tedeschi e fascisti, i
partigiani guidati da Gemisto occuparono Villa Graziana, sede municipale, e per più di
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due settimane esercitarono il controllo sul piccolo centro; il ritorno dei nemici causò
morti, arresti e deportazioni in Germania anche di civili. Il distaccamento si trasformò
in battaglione e brigata, dopo le traversie dell’inverno che i partigiani trascorsero nei
rifugi delle vallette circostanti, assumendo la denominazione di 50a brigata “Edis Valle”;
nell’autunno del 1944, in seguito alla crescita del numero degli arruolati tra le file
partigiane, dalla 50a brigata germogliarono la 109a e la 110a, che furono comprese nella
XII divisione intitolata a Piero Pajetta “Nedo”. Il legame tra la divisione e Postua rimase
sempre vivo, anche dopo la fase della pianurizzazione della lotta.
Il centro rete è ospitato all’interno di un edificio costruito dalla famiglia Cagna al centro
di Postua, passato successivamente in proprietà alle suore Maddalene, che il 16 maggio
1939 vi aprirono l’Istituto casa Betania, operativo dapprima come collegio per l’infanzia
abbandonata, poi, dal 1968, come scuola materna a servizio della popolazione locale,
fino al 1994, quando la struttura fu chiusa e le religiose si trasferirono alla casa madre
di Vercelli. Il complesso fu quindi acquistato dall’amministrazione comunale di Postua.
Durante il periodo resistenziale il collegio delle suore Maddalene ospitò partigiani feriti
cui venivano prestate le cure essenziali dalle religiose, che svolgevano servizi di tipo
infermieristico per tutto il paese, e famiglie di partigiani ricercati dai nazifascisti: delle
diverse incursioni operate da reparti fascisti e tedeschi c’è memoria in un diario tenuto
dalle suore. Nei pressi della Casa Betania, il 2 marzo 1945, furono fucilati i partigiani
Carlo Bartolini “Fosco” e Gino Morandi “Pellico”: una lapide sul muro perimetrale del
complesso ricorda il triste episodio.
Nell’ambito del centro polivalente si trova un’aula multimediale attrezzata con i
finanziamenti del progetto ed è ospitata una mostra permanente dedicata alla XII
divisione Garibaldi “Nedo”.
Il centro rete, in collaborazione con il Comune, l’Anpi Valsessera e l’Istituto organizza
a scopo turistico-didattico visite guidate alla mostra ed escursioni sul territorio lungo i
sentieri della valle di Postua. Ogni anno, l’ultima domenica di giugno, viene organizzata
una passeggiata storico-ecologica che raggiunge la località Morcei, teatro di un eccidio
perpetrato nella primavera del 1944, durante un rastrellamento nazifascista, ai danni di
civili e partigiani. Oltre alla saletta multimediale ed ai locali espositivi, il centro rete
si avvale, come punto di appoggio per le visite, di una baita sita all’Alpe Cravoso, di
proprietà dell’Anpi Valsessera, ristrutturata con i fondi del progetto e inaugurata nel 2006,
in cui sono esposti oggetti tipici della vita quotidiana del periodo della guerra.
Risale alla fine degli anni Ottanta l’idea di realizzare a Postua un museo all’aperto
che, attraverso la rievocazione degli episodi del periodo della Resistenza, conservasse
e trasmettesse la memoria di quanto accaduto, unendo al valore evocativo dei luoghi
simbolici della guerra partigiana le valenze storico-architettoniche ed ambientali del
territorio. Nonostante il degrado della rete sentieristica, negli ultimi anni sono stati
recuperati e utilizzati come luoghi di soggiorno molti dei casolari che un tempo servivano
a pastori, boscaioli e carbonai per le loro attività. I percorsi all’interno della valle dello
Strona possono offrire al visitatore squarci panoramici sulle principali vette dell’arco
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alpino e sulla pianura, suggestioni di un ambiente a tratti molto selvaggio.
L’offerta didattica rivolta alle scuole comprende l’attività preparatoria che avviene tramite
lezioni introduttive e fornitura di materiali (antologia di testi con esercizi, videointerviste,
documentario sulla Resistenza a Postua); la visita guidata alla mostra L’alba che segnò d’iride
i biancospini. Storia, luoghi e immagini della XII divisione “Nedo” presso i locali del centrorete; l’escursione a Morcei.
L’esperienza acquisita con l’attività didattica sui luoghi della memoria costituisce oggi
un importante patrimonio nell’offerta culturale complessiva dell’Istituto, anche perché
ha consentito di raggiungere obiettivi come un maggior radicamento sul territorio,
una più ampia divulgazione di conoscenze sulla storia resistenziale nelle sue valenze
di continuità e rottura rispetto alla tradizione storica, una collaborazione più proficua
con altre associazioni che si occupano di ambiente e storia locale. Proseguire in questa
direzione appare, oltre che un’opportunità, un dovere.
* Direttore “Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia”.
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L'ex campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo prima e dopo i lavori di ristrutturazione per
fare posto alla Scuola Media e alla struttura sanitaria.
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Seconda giornata del Convegno
Cuneo, Palazzo Comunale
25 maggio 2013
Intervento di apertura
Ezio Montalenti*
L’ANPI si è posta un obbiettivo o forse un’aspirazione, ossia rendere prioritaria “la
memoria del nostro passato” nell’insegnamento ad ogni generazione, ai giovani e meno
giovani ed ai cittadini, che non hanno conosciuto quello che è stato e ha rappresentato
in particolare il biennio storico 1943-45 per noi testimoni e per la storia.
Per questo abbiamo indetto un convegno nelle due città storiche della resistenza, Borgo
San Dalmazzo e Cuneo, con l’intento di avviare il dialogo tra diversi soggetti (studiosi
del settore a livello accademico, culturale e storico) per capire ed impostare le strategie
per la conservazione della memoria che diventa ogni giorno più fragile, mancando i
diretti protagonisti e testimoni del passato.
Sandro Pertini aveva un detto: “ricordiamoci che la memoria è fondamentale, senza di
essa non si può insegnare e trasmettere il passato per affrontare il futuro”. Aveva ragione;
quindi è nostro intendimento coniugare “storia e attualità” , connettere “memoria e
ricordo”, al fine di valorizzare quel periodo storico che fa parte della nostra vita.
Nella prima giornata dei lavori a Borgo San Dalmazzo, i relatori hanno evidenziato diversi
aspetti che si sono verificati nel loro territorio, portando conoscenze ed innovazioni e
rendendo gli interventi costruttivi nella piena responsabilità della cultura e della storia
con espressioni delle tematiche comprensibili a tutti.
In questa seconda giornata a Cuneo, i contenuti dei lavori sono più pratici, affrontando la
tematica “architettura e resistenza”; ossia il nesso tra l’espressione delle idee e la creatività
architettonica, oltre alla storia dell’architettura resistenziale e alla disciplina del restauro.
Anche se manca il personaggio chiave della discussione, e cioè l’on. Spini, si dibatterà
la questione legislativa, in particolare in merito allo stato della tutela dei luoghi della
memoria nella legislazione italiana e alla valutazione sulla necessità di promuovere un
percorso della conoscenza integrato con la tutela e la conservazione dei siti rimasti, in
sinergia con la comunicazione sulla didattica nella scuola.
La legislazione sulla tutela e la conservazione dei siti della memoria costituisce un
aspetto di grande importanza che non può essere sottovalutato, anche se nella nostra
regione esistono già norme statutarie e due leggi appropriate in materia; con tutto ciò
è nostro compito dare spunto all’iniziativa di riproposta di un disegno di legge in sede
parlamentare.
* Coordinatore regionale ANPI Piemonte e Vice Presidente vicario ANPI provinciale di Torino.
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Architettura e Resistenza:
Aspetti di metodo e ricerca aperti
Considerazioni sulla fragilità
della memoria dei luoghi
Elena Pirazzoli*
Io provengo da Bologna e non conosco il territorio piemontese in modo specifico. Per
me è un’occasione di raccogliere storie simili e diverse rispetto alla mia conoscenza.
Nella mia zona, il territorio emiliano, ho partecipato un giorno prima rispetto a questa
iniziativa ad un convegno molto simile a questo. Mi ha stupito molto questa concomitanza
di studi sul problema della conservazione del campo di concentramento di Fossoli e degli
altri siti di memoria.
L’ex campo recentemente ha subito gravi danni a causa di un terremoto ed è oggetto di
riflessione da parte delle discipline dell’architettura, dal restauro al progetto, su come
agire per mantenere memoria materiale delle baracche; non solo, anche le stratificazioni
sono un tassello centrale su cui riflettere per ricostruire il complesso mosaico di questa
memoria. Infatti la storia di Fossoli non si ferma al 1945; dopo la Liberazione questo
sito diventa un’occasione di rinascita e anche la materialità del campo subisce delle forte
trasformazioni, a cominciare proprio dalle baracche.
Fossoli è stato ritrasformato per ospitare l’opera di Nomadelfia, di Don Zeno Saltini, per
accogliere orfani di guerra.
Oggi visitando l’ex campo si possono vedere le stratificazioni del sito, con tracce di
indaco sulle pareti delle baracche, ad esempio.
A Marzabotto sono state uccise 800 persone e nessuno è più tornato a vivere lì. Tornando
oggi in questi luoghi la vegetazione ha preso il sopravvento; anche questo è un segno
debole da leggere nel sito di memoria.
Attualmente le discipline del progetto e del restauro hanno davanti una questione di
ampia portata: come avvicinarsi e affrontare il problema della stratificazione dei luoghi e quale
storia raccontare?
Si può scegliere di compiere un’operazione filologica e analizzare in modo semplificato
un unico livello della storia, ma forse è più interessante analizzare la storia d’Italia che
passa attraverso questi luoghi e cercare di farlo col maggiore senso del rispetto possibile.
* Dottore di ricerca sui Luoghi della memoria e autrice del testo: A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal
1945 alle macerie del Muro di Berlino, Diabasis, Reggio Emilia 2010.
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Memoria fragile. Testimonianze di architettura
e paesaggio tra materiale e immateriale
Guido Montanari
Da architetto e docente di storia dell’architettura al Politecnico di Torino, vorrei riflettere
sul tema della memoria cercando di evitare il rischio dell’abitudine e della commozione
superficiale, per assegnare al tema una valenza molto concreta.
Memoria fragile, è il titolo che avevo scelto per una “lezione aperta” tenuta presso il
Castello del Valentino a Torino in occasione della “Giornata della memoria” del 27
gennaio 2010, con la collaborazione del teatro Tangram. Il titolo è stato poi ripreso nella
ricerca di dottorato di Maria Vittoria Giacomini e vuole sottolineare la difficoltà insita
nello studio e nella conservazione dei documenti della storia che si collocano sul crinale
incerto tra materiale ed immateriale, tra tangibile e intangibile. Si tratta degli oggetti e dei
luoghi muti testimoni della guerra, della resistenza, della deportazione, della prigionia,
della lotta e della sofferenza, lasciati dalle grandi tragedie del Novecento, “l’epoca
più violenta della storia dell’umanità”, secondo Eric Hobsbawm (Il secolo breve, 1994).
Questi resti, nonostante provengano da un tempo ancora vicino a noi, sono costituiti da
documenti materiali estremamente fragili. Non solo, ma il loro ricordare vicende atroci e
oltraggiose fa si che secondo alcuni sarebbe meglio abbandonarli all’oblio, ad una pudica
cancellazione, per non parlare di chi vorrebbe, sulla base di un intollerabile revisionismo,
negare addirittura i fatti stessi della storia.
Noi non possiamo essere d’accordo.
Tutti sappiamo che la storia inizia con la scrittura, cioè con la possibilità di tramandare ai
posteri la riflessione teorica e la dimensione esperienziale sviluppate dall’uomo nel corso
del tempo. Tuttavia lo storico ricostruisce la sua interpretazione non soltanto attraverso i
testi scritti, ma anche attraverso i mille documenti materiali che provengono dal passato.
In un certo senso, come ci ha insegnato Fernand Braudel, lo storico “inventa” le sue
fonti per costruire il suo racconto. Tuttavia se le testimonianze del passato fossero tutte
cancellate potrebbe ancora esistere una storia? Un presente immanente, senza storia, non
è forse alla base dell’incubo orwelliano? E non è forse uno dei rischi a cui è esposta la
nostra società contemporanea dell’effimero, dell’immediato, del precario?
Il processo di costruzione della civiltà si caratterizza invece per la volontà di preservare i
documenti del passato, di dare vita a biblioteche e archivi, di ricordare fatti e personaggi
istituendo i monumenti (dal lat. monere: ammonire, ma anche ricordo, testimonianza). La
moderna consapevolezza della necessità di tutelare il patrimonio storico artistico è diffusa
in ogni società democratica e si estende dalle architetture, alle tecniche, agli oggetti, alle
culture e non si limita all’istituzione di musei e alla tutela dei capolavori, ma piuttosto
individua nella riconoscibilità della stratificazione storica dei territori e dei manufatti il
concetto di paesaggio e di bene culturale.
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La nostra Costituzione, tra i principi fondamentali, all’art. 9, recita “La Repubblica tutela il
paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. La consapevolezza dell’importanza
della conservazione dei beni culturali e ambientali è sancita a livello internazionale dalla
Convenzione sul patrimonio mondiale del 1972 e sono sempre più numerosi gli inserimenti
nelle liste del “patrimonio dell’umanità” dell’UNESCO di siti naturali e antropizzati,
di cui si propone la conservazione e la valorizzazione. La successiva Convenzione
internazionale sui beni immateriali (2003, ratificata dall’Italia nel 2007), integra la tutela
delle fonti come strumento per costruire e diffondere la storia delle comunità e della loro
memoria. Entrambe sono riferimenti indispensabili per rendere viva la definizione di
paesaggio come interrelazione di natura e di cultura “come percepita dalle popolazioni”
(Convenzione europea del paesaggio, 2000, ratificata dall’Italia nel 2006).
Dunque attraverso il riconoscimento dell’importanza delle testimonianze materiali e
immateriali del passato si pone la riflessione e l’azione concreta sui temi della memoria
come imperativo democratico sempre più attuale in un momento storico come il presente
nel quale si moltiplicano i segnali preoccupanti di un oblio collettivo, oppure i tentativi
di appropriarsi della storia da parte di alcuni per darne una lettura di parte.
Intorno ai temi della Shoah è noto il tentativo di alcuni pretesi “storici” di negare lo
sterminio di massa oppure di chiedere ulteriori “prove” dello stesso. Analogamente è
diffuso e pervasivo il tentativo di minimizzare o di cancellare le testimonianze degli
eccidi del Novecento: si pensi alla difficoltà nel ricordare le persecuzioni dei popoli
armeno, curdo, tibetano, palestinese, rom, oppure nel documentare fatti come la strage
di piazza Tien an Men, la “pulizia etnica” nella ex Jugoslavia, o ancora, le tante “guerre
dimenticate” nel continente africano e altrove.
Sappiamo che la storia è scritta dai vincitori, ma pensiamo che sia compito di una società
democratica garantire che la storia sia continuamente verificata dando voce anche ai vinti,
agli emarginati, alle minoranze. Per fare questo si deve garantire la conservazione delle
fonti documentarie e materiali attraverso l’apertura degli archivi di governi, tribunali,
polizie, e attraverso la conservazione dei luoghi e dei materiali, anche i più fragili. Non è
semplice: si pensi all’intonaco di un muro scalfito dalle unghie dei prigionieri o bucato
dalle pallottole delle fucilazioni o dagli spezzoni dei bombardamenti. Si pensi alle
baracche in legno e alle recinzioni in filo spinato dei campi di concentramento, alle
baite, ai sentieri, alle pietre delle nostre montagne, teatro della resistenza antifascista e
dell’eccidio di centinaia di civili e di partigiani o, ancora, ai luoghi del lavoro, come la
cancellata in ferro ormai arrugginito della miniera di Marcinelle, in Belgio, dove sono
bruciati vivi 262 lavoratori migranti.
Si tratta di testimonianze il cui valore simbolico e di memoria è straordinario, ma la
cui essenza materiale è estremamente fragile e la cui conoscenza è talvolta effimera.
Da qui il problema della loro conservazione e della loro documentazione duratura ed
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inconfutabile. Problema che attiene all’ampio dibattito disciplinare e alle tecniche del
restauro, come ci spiegherà la professoressa Carla Bartolozzi, ma che impone anche una
più ampia riflessione teorica quando si riferisce a testimonianze che ben poco hanno
dell’appeal estetico proprio dei beni storico-artistici, di riconosciuto valore.
Recentemente ha destato scalpore il furto di quell’atroce scritta in ferro battuto Arbeit
macht frei che per tanti uomini, donne e bambini ha significato l’ingresso all’inferno di
Auschvitz. Al di là della pericolosità politica di un gesto che ha le sue radici in un qualche
rigurgito neonazista, siamo stati colpiti dalla violazione di quello che per noi è un luogo
sacro della memoria ed è tale e può continuare ad esserlo proprio perché esiste nella sua
tragica materialità, nella sua oscena provocazione, nella sua profana essenza di mattoni e
di legno, di montagne di capelli, di scarpe, di occhiali rotti, di valige abbandonate, sfondo
concreto delle strazianti immagini delle cataste di cadaveri.
L’impegno per il restauro dei campi di concentramento e degli oggetti dei deportati
deve continuare e deve estendersi ai tanti luoghi della sopraffazione e della violenza nel
mondo (si pensi all’arcipelago concentrazionario staliniano, ai campi di Pol Pot, ai centri
di detenzione e di tortura in Sud America…). L’indagine e la tutela devono permettere
di conservare la memoria della sofferenza delle vittime. Memoria sempre più a rischio se
pensiamo che i testimoni viventi dell’orrore stanno man mano scomparendo: restano i
loro scritti, le interviste, i resoconti orali, le immagini e i filmati, ma quanti sono quelli
che non hanno voluto o potuto ricordare e raccontare?
Noi dobbiamo assumere l’impegno della conservazione delle tracce materiali del loro
calvario rifiutando quel sentimento di colpa e di vergogna che spesso attanaglia i superstiti
dei campi e i testimoni delle atrocità: colpa nei confronti dei compagni che non sono
tornati e vergogna per le umiliazioni subite e per gli atti cui sono stati costretti, come ci
racconta Primo Levi.
E’ necessario evitare questa inconscia “complicità” con gli aguzzini e respingere il rischio
della assuefazione alla “banalità del male” (Hanna Arendt, 1963). Affermare la scelta
della conservazione non è astratto o retorico, è invece molto concreto: si tratta di avviare
studi sulle testimonianze, sviluppare tecniche di catalogazione e di documentazione,
approfondire esperienze di restauro. Si devono coinvolgere le popolazioni locali e i
giovani attraverso percorsi di conoscenza e visite guidate. Si possono studiare metodi
di individuazione e di segnalazione dei luoghi, tutelare ambienti e manufatti, anche
minori. Soltanto in questo modo il genius loci e la memoria, possono continuare ad essere
elementi costitutivi della città (Aldo Rossi, 1966) e del paesaggio, guida per un progetto
di trasformazione del territorio nel segno della civiltà.
Tra le architetture più significative del secondo dopoguerra in Italia si possono
ricordare il monumento alle Fosse Ardeatine di Roma e quello ai Caduti dei campi di
concentramento di Milano. E proprio dedicati alla memoria della Shoah si trovano alcune
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delle architetture più interessanti della contemporaneità: dal Museo ebraico a Berlino
di Daniel Libeskind (2001) al Museo dell’olocausto di Gerusalemme di Moshe Safdie
(2005). Tuttavia sia l’architettura di eccezione, sia il monumento anche più sensibile non
potranno mai sostituire le sensazioni che provocano i luoghi e gli oggetti originali che,
se opportunamente individuati e illustrati, costituiscono nella loro essenza materica un
monito indiscutibile.
Purtroppo se guardiamo anche soltanto ad alcuni casi che ci sono vicini, ci accorgiamo di
quanta strada ci sia ancora da fare per rendere praticabile questa scelta. Penso alla difficoltà
a conservare i segni nei territori rurali e montani, come nel caso della pressoché totale
cancellazione dei segni della distruzione di Boves, o agli interventi ancora insufficienti
di messa in sicurezza della cascina della Benedicta, oppure al caso positivo, ma certo da
sviluppare e approfondire, del recupero del villaggio di Paralup, e ai tanti altri luoghi e
manufatti che meritano di essere riconosciuti e conservati, nell’ambito di una condivisa
idea di paesaggio.
Stimolare la conoscenza e la conservazione di questi resti fragili per costruire una diffusa
consapevolezza è l’obiettivo di questa riflessione. Si tratta di proporre una conservazione
critica, anche operando le necessarie selezioni e affrontando il difficile tema della
sostenibilità finanziaria e sociale degli interventi, che permetta di restituire ai termini
testimonianza, monumento e memoria i loro significati originali e la loro messa in pratica
concreta. E allora pensare alla individuazione e alla tutela dei luoghi, delle pietre, degli
intonaci, degli oggetti, testimoni dell’ingiustizia e della violenza, non sarà operazione
retorica o ideologica, ma dovere morale e civile, impegno preciso che dobbiamo assumere
nei confronti delle vittime e di chi verrà dopo di noi.
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La memoria fragile declinata attraverso
alcuni monumenti della Resistenza italiani
Carla Bartolozzi*
Sono stata invitata a questo convegno dal punto di vista della disciplina del Restauro,
essendomi confrontata sul tema in un paio di occasioni in cui era stata coinvolta
sull’argomento Maria Vittoria Giacomini.
La prima volta in occasione di un progetto dell’Istoreto, in cui sono stati sensibilizzati al
tema gli studenti di architettura, e poi una seconda volta in cui Giacomini si è documentata
sull’argomento in occasione della tesi di dottorato, con il prof. Guido Montanari; in
questa circostanza come tutors della sua tesi di dottorato.
Io non sono esperta sui temi della Resistenza, ma sulle questioni della conservazione e
del restauro e sull’intreccio di queste competenze.
Nell’ambito di questa sezione dal titolo “Aspetti di metodo e di ricerca aperti” presento
tre esempi emblematici, fuori dalla realtà piemontese, ma sui cui è puntata l’attenzione
quantomeno nazionale. Al temine del mio contributo, illustrerò un progetto che ho
condotto con gli studenti di architettura; si tratta di un esito a cui tengo particolarmente,
poiché, come è stato ricordato precedentemente dal prof. Montanari, è necessario
scendere da piani molto paludati, a volte anche impregnati di retorica, per fare in concreto
azioni di sensibilizzazione molto dirette su coloro che poi potranno essere i soggetti che
attueranno veramente la conservazione di queste memorie.
Infatti per portare avanti questo concetto di conservazione, di tramandare alle generazioni
future la storia ed i segni materiali della Resistenza, tutto ciò passa attraverso la formazione
di nuove generazioni che vanno sensibilizzate e formate, avendo acquisito gli strumenti
tecnici, professionali e culturali idonei per operare su quel piano. Non ci deve essere
scollamento tra un’idea da perseguire e la capacità professionale idonea per attuarla.
Giacomini ha lavorato su un tema molto ampio, analizzando una serie di categorie di
beni. Uno dei primi punti di riflessione è la sezione dei “monumenti restaurati”; si tratta
di monumenti simbolo, opere d’arte nate per ricordare la Resistenza e memoriali per
ricordare i luoghi teatro degli eventi, con la formazione di veri e propri paesaggi della
Resistenza. Sono oggetti in uno stato di conservazione d’arte che hanno richiesto un
restauro e quindi sorgono spontanee delle domande:
Qual è il restauro idoneo per questi monumenti della Resistenza?
Dobbiamo applicare una regola generica oppure si tratta di una categoria di beni che ci pone una
sottile riflessione sul tema della fragilità?
Ora approfondirò due esempi noti, come accennato precedentemente. Il primo caso è il
monumento dei BBPR ai deportati nel cimitero monumentale di Milano (1945-1955),
mentre il secondo è il monumento alle vittime del fascismo a Carrara (1980).
Il monumento dei BBPR a Milano ha subito diverse trasformazioni, fin dal 1958. Per chi
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si occupa di restauro è di grande interesse analizzare le modalità di trasformazione del
monumento.
La prima versione del monumento probabilmente era più evocativa. Forse questo
pretendere di “mettere a posto” il monumento, sostituendo i materiali originali con altri
materiali più duraturi ha modificato la poesia della prima realizzazione dell’opera.
Dalle fotografie d’epoca (1950) si possono osservare le lapidi inserite spontaneamente
dai parenti delle vittime. Queste lapidi vengono successivamente sostituite da altre lapidi
organizzate spazialmente in maniera più organica (1955), attraverso il controllo del
progetto. Si torna così ad una realizzazione molto più razionale, ma anche, dal punto di
vista emotivo, forse è un’opera che ha perso qualcosa.
Ecco allora che emerge il tema della fragilità della memoria e su questa linea mi sembra
opportuno introdurre un’altra categoria: la dignità delle forme di memoria che nascono
spontaneamente.
A mio giudizio è stata una perdita avere tolto i segni lasciati dai parenti delle vittime, che
erano evocativi e in grado di trasmettere una suggestione emotiva forte, senza andare ad
intaccare il senso del monumento, manifestando fisicamente quanto fosse vivo il ricordo
nella mente e nel pensiero delle persone coinvolte; questo è un esempio di perdita di
stratificazioni del monumento.
Il monumento delle vittime a Carrara è un esempio di monumento danneggiato da un
altro attentato, con la conservazione della memoria dell’atto vandalico.
I due casi presentati sono estremi opposti; nel primo caso, quello di Milano, si persegue
la volontà della cura estrema nell’aggiornamento del monumento, mentre in questo
secondo caso di Carrara si attua la volontà opposta, di conservare ogni segno, evidenziando
quanto l’opera crei conflitto e dissenso, e quanto questi ultimi siano parte del patrimonio
di memoria che ci trasmette questa realizzazione.
Nel caso del monumento a Carrara ritengo che ci sia un valore aggiunto: qui veramente
c’è la consapevolezza della sedimentazione storica, che rende vivo il monumento.
Mi chiedo, come restauratore, se non dobbiamo essere tutti più cauti nel promuovere
interventi di restauro, perché a volte l’intervento di restauro stesso, pur nella sua intenzione
positiva di conservazione, se non è assolutamente necessario, rischia di cancellare segni e
contribuisce a far perdere le espressioni del legame di questo bene con la comunità; e si
badi bene, non si tratta solo di matericità ma anche del significato immateriale, portatore
di valori. Ritengo che in alcuni casi l’eccesso di zelo del restauro possa essere dannoso.
Un altro caso molto controverso è il Padiglione italiano ad Auschwitz, dello studio
BBPR, con la mano di personalità della cultura italiana come Primo Levi, Nelo Risi,
Mario (Pupino) Samonà e Luigi Nono.
Si tratta di un’opera, nata e pensata dall’ANED, che vede poi la sua realizzazione nel
1980. Quindi, a differenza di altre opere create in un lasso di tempo breve rispetto ai
fatti della deportazione e della Resistenza, questo monumento è filtrato in un periodo
storico di grandi trasformazioni politiche e in cui si perde già il filo diretto con le vicende
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della Seconda guerra mondiale. L’opera, infatti, esprime i temi della guerra secondo un
linguaggio prevalentemente astratto.
La polemica inizia quando presso l’ex campo di concentramento di Auschwitz nasce un
piano di musealizzazione un po’ spinto, cioè con una connotazione fortemente didattica,
illustrando e spiegando, facendo ben comprendere ai visitatori quella che è stata la storia
di ogni singolo padiglione.
Si comincia a parlare di una difficoltà di comunicazione di quest’opera, di espressione di
quello che è il percorso didattico di ciascun padiglione pensato dal Museo di Auschwitz.
Ci sono una serie di pareri pubblicati, stralci di interviste, come ad esempio l’articolo
dello storico Giovanni De Luna apparso su “La Stampa” nel 20081. De Luna sostiene
fortemente che sia il caso di ripensare un allestimento per quel padiglione. Lo giudica un
grande affresco della storia italiana della Seconda guerra mondiale, ma “impolverata” e
“influenzata” dalle correnti politiche che ne determinarono la realizzazione. A mio parere
si tratta di una affermazione molto forte.
L’ANED aveva difeso strenuamente il lavoro di Samonà e di tutto il gruppo, sostenendo
che l’opera d’arte parla un linguaggio universale e sempre comprensibile e quindi
rifacendosi in modo deciso al vero significato di quest’opera.
Gli avvenimenti sono ulteriormente proseguiti e nel 2012, nell’ambiente più avanzato
e autorevole rispetto ai temi della conservazione che è l’ambiente milanese, intorno
all’Accademia delle Belle Arti di Brera e alla rivista “ΑΝAΓΚΗ”, cenacolo di conservatori
radicali, ad oltranza, si crea un dibattito e una mostra sul tema del padiglione italiano2.
C’è stato l’apporto di un dottorato3, anche in questo caso. Livelli alti di studio e di
approfondimento, di comunicazione per cercare consenso sull’operazione di
conservazione del padiglione italiano.
L’ultima posizione che vi riporto risale all’aprile del 2013; si tratta dell’intervista che
Marcello Pezzetti ha rilasciato a “Il Fatto quotidiano”4, tacciando l’opera di essere
portatrice di un messaggio sbagliato. Quindi su un argomento come questo, su quella
che fino a qualche anno fa era considerata un’opera indiscutibilmente riconosciuta, oggi
voci anche molto autorevoli muovono opinioni di segno opposto. E’ una materia molto
difficile da dibattere5.
Come docente di restauro e come convinta assertrice della nostra missione di raggiungere
la conservazione dei beni e di tramandarli alle generazioni future, sono contraria allo
smembramento di quell’opera d’arte, che ha senso in sé, e solo se è ancorata al luogo in
cui è stata costruita ed allestita e che già centinaia di migliaia di persone raccontano con
un’esperienza diretta.
Illustro infine un’attività da me effettuata come formatore di architetti, che si cimentano
sul tema. Allievi architetti si cimentano sul concetto di memoria, un tema diverso
dall’ordinario panorama dei casi aulici presentati a livello accademico. Si tratta della
“Caserma Alessandro Lamarmora” a Torino, questa volta un argomento piemontese.
Nel 2009 tutto un laboratorio di 60 studenti, divisi in gruppi di lavoro, dopo aver visto il
luogo con il Prof. Luciano Boccalatte dell’Istoreto, ha potuto vedere di persona memorie
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molto fragili. La caserma è un edificio imponente nel cuore della Torino residenziale,
proprietà del Demanio militare. E’ in atto una trattativa complessa di cessione al Comune
di Torino, che pensa di metterla a reddito.
Quel gruppo di studenti ha colto la sfida di fare un’esperienza attuale di progetto su
quello che noi chiamiamo il tema del “muro della memoria”. Questo sito è uno spazio
piuttosto angusto, con acciottolato raccolto con fili d’erba incolta. In questo luogo si
ricordano ogni anno le vittime che lì furono fucilate.
L’oggetto della memoria è il muro. La sfida è stata quella di capire come si fa a conservare
il muro ed integrarlo all’interno di un percorso di memoria.
Gli studenti all’inizio ragionavano per compartimenti stagni: da una parte proponevano
una conservazione molto attenta e partecipe del luogo, ma al piano superiore del complesso
avevano pensato ad uno spazio da adibire a residenze per studenti. Non avevano ancora
compreso bene che la conservazione di “quel” luogo e di “quella” memoria dovevano poi
calarsi in una fascia di rispetto dal muro, comprendendo il percorso.
Il metodo del laboratorio di restauro è stato condotto partendo da un inquadramento
territoriale, con un percorso di avvicinamento, per capire le relazioni e il contesto in cui
si andava a progettare.
L’inquadramento dei luoghi della deportazione a Torino è un progetto già compiuto
dall’Istoreto. Quindi il tema rientra già in un percorso avviato dei luoghi della memoria
torinesi.
La capacità di riconnettersi alle reti esistenti, per chi si occupa di ideare un progetto, è
un requisito essenziale. Attraverso gli elaborati grafici ciascun gruppo ha ricostruito il
complesso dello stato di fatto della caserma.
Ho insegnato ai miei studenti a lavorare con una mappatura tale e quale al metodo che
utilizzerei per mappare un salone aulico, cioè l’attenzione a quei materiali, a quei segni
era la stessa di quel bene che andava compreso nella sua fragilità.
Se qualche tecnico pensasse di andare lì e dare una intonacatura a quel muro delle
fucilazioni per ripulirlo, avremmo perso per sempre “quella” memoria di “quel” bene.
Il bene non è pregiato, si tratta di un muro qualunque, con materiali ordinari, tecniche
costruttive che si ritrovano moltiplicate innumerevoli volte. Ma noi abbiamo lavorato
lì come se fosse un restauro di tipo archeologico. L’approccio che abbiamo cercato di
trasmettere ai nostri studenti è stato questo.
Negli elaborati si vedono le mappature con lo stato di fatto, sia gli interventi che prevedono
la conservazione dei segni di sparo fissati, per non perdere ulteriormente materia.
Ogni gruppo ha lavorato presentando lo stato di fatto della parte selezionata per
l’esercitazione. Per i gruppi che si sono occupati del muro della memoria la proposta ha
coinciso con la creazione di un Museo della memoria, con una destinazione mista della
Caserma, con una porzione a vocazione museale, riproponendo il tragitto che percorrevano
i condannati che passavano attraverso il piano interrato; uno spazio conservato con
allestimenti leggeri, distaccati, che si sovrappongono all’esistente, illustrando e fornendo
suggestioni fino ad uscire in questo luogo della memoria: il muro. Il percorso aveva la
funzione di preparare il visitatore al sito della memoria vero e proprio. Si era pensato
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anche ad un punto di sosta per poter vivere il luogo, rispettoso della memoria, ma anche
“oltre”, con una vita all’interno, condotta da giovani studenti.
* Architetto e docente di restauro architettonico al Politecnico di Torino.
1
Giovanni De Luna, Se questo è un Memorial, in “La Stampa”, 21 gennaio 2008.
2
L’Accademia di Brera – Scuola di Restauro e l’ISREC, hanno lanciato un laboratorio di studio (Auschwitz
- Cantiere Blocco 21) e di lavoro sul memoriale, soprattutto con la finalità di farlo conoscere al pubblico e
raccontarlo ai più giovani, ormai lontani dalla guerra.
3
Elisabetta Ruffini, Il Memorial di Auschwitz e il cantiere Blocco 21, Alinea, Firenze 2009.
4
Marcello Pezzetti, Il padiglione italiano ad Auschwitz? Figlio della cultura comunista in “Il Fatto quotidiano”, 22
aprile 2013. Link: http://www.mosaico-cem.it/articoli/marcello-pezzetti-il-padiglione-italiano-ad-auschwitzfiglio-della-cultura-comunista
5
Alessandro Ferrucci, Auschwitz, chiuso lo spazio assegnato all’Italia. Ora rischiamo di perderlo in “Il Fatto
quotidiano”, 25 aprile 2013. Link. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/25/auschwitz-chiuso-spazioassegnato-allitalia-ora-rischiamo-di-perderlo/574785/
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La salvaguardia dei luoghi
della memoria in pericolo
Maria Vittoria Giacomini*
Il tema dei luoghi della memoria è stato oggetto di mio interesse fin dal 2006, quando
iniziai a collaborare con l’Isral1, con cui pubblicai il mio primo articolo sul tema2, con
riferimento specifico al caso della cascina Benedicta. In occasione del progetto interreg
“La memoria delle Alpi” ebbi modo di recarmi su numerosi siti di memoria dell’ambito
territoriale alessandrino3 con i collaboratori dell’Isral e dell’Associazione Memoria della
Benedicta4.
In seguito arrivò l’occasione di proporre i miei studi già avviati5 e i successivi
approfondimenti sui luoghi di memoria piemontesi all’interno della mia tesi di dottorato6,
conclusasi nel giugno del 2012, con una estensione della ricerca in campo nazionale.
Da questa ricerca scaturiscono alcuni riferimenti essenziali e successive riflessioni per
condurre il filo rosso della memoria oltre la fase teorica e proiettando le conoscenze
acquisite su casi studio e possibili applicazioni operative nel campo della conservazione
e del restauro in ambito nazionale e con auspicabili proiezioni di connessioni in rete in
campo europeo.
Per prima cosa appare opportuno iniziare con alcune definizioni centrali come il concetto
di memoria.
La parola memoria deriva dal latino memoria ed è “la funzione psichica di riprodurre
nella mente l’esperienza passata (immagini, sensazioni e nozioni), di riconoscerla come
tale e di localizzarla nello spazio e nel tempo”7. Con questa prima definizione non può
mancare l’estensione del concetto ai luoghi della memoria.
I luoghi della memoria hanno in sé un valore simbolico che appare una diretta emanazione
della loro dimensione materiale per il fatto di avere ospitato un certo evento storico.
Questa considerazione si ricollega al concetto di aura8, teorizzato dal filosofo tedesco
Walter Benjamin9.
Nel Dizionario della memoria e del ricordo, a cura di Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, il luogo
della memoria è il luogo materiale, simbolico e funzionale, in cui un gruppo riconosce se
stesso come pure la propria storia10. Questi siti devono contenere un’eccedenza semantica,
per potersi caricare di un significato più ampio, al di là dello spazio specifico. I luoghi della
memoria, caratterizzati da una dimensione materiale, funzionale e simbolica, dal punto
di vista fisico sono “resti” che acquistano un significato grazie ad un’interpretazione, e
grazie a questo fatto, diventano occasione di ricordo a loro volta per chi vi giungerà.
Parole come “campi di concentramento” e “Auschwitz” sono oggi al centro di ciò che
nell’immaginario collettivo rappresenta il binomio male-memoria11. Il tentativo degli
architetti di cimentarsi con questo tema così complesso e scomodo diventa un modo
per impedire l’inevitabile oblio dovuto al passare del tempo. La materializzazione del
dramma è un mezzo per trovare sollievo alla tragedia sia per i sopravvissuti che per i
familiari di chi non c’è più. Questo tentativo di ricondurre alla realtà ciò che è passato ha
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messo a dura prova il mondo dell’architettura, che ha condotto una serie di tentativi per
rispondere a questa crescente domanda di senso.
Le testimonianze fragili, quali documenti della storia che si collocano su un confine labile tra
tangibile e intangibile sono oggetti, luoghi, muri, intonaci, mattoni, pietre, pavimenti che
conservano in sé traccia della guerra, della Deportazione, della Resistenza, della prigionia,
della lotta di Liberazione, della sofferenza lasciata dalle tragedie del Novecento12. Per
esempio sono memorie fragili le incisioni dei prigionieri sull’intonaco di una cella in un
carcere, oppure i muri delle condanne a morte, la conservazione del filo spinato o della
terra battuta in un campo di concentramento13.
La necessità di conservare documenti materiali fragili, come i campi di concentramento,
è affermata in recenti testi di storia dell’architettura del Novecento, assumendo la
descrizione di William Morris (1834-1896), definendo architettura: tutte le opere che
concorrono a costruire il territorio e a lasciare segni dei processi dell’operare dell’uomo,
secondo sedimentazioni complesse, riconoscibili attraverso quelle interrelazioni tra
natura e cultura che costruiscono il paesaggio14. In particolare tra le testimonianze
dei processi di antropizzazione, nelle loro espressioni solenni o minori, di progresso,
di stagnazione o di imbarbarimento della vicenda umana, una delle architetture più
emblematiche del Novecento, che nessun libro di storia tratta, dovrebbe essere il campo
di concentramento. Diventa quindi cruciale individuare le stratificazioni storiche, i tessuti
deboli e le trasformazioni di quel dato materiale.
L’analisi dei casi ricostruita relativa ai luoghi della memoria consente di affermare che
questi beni culturali possono essere letti in modo sistemico. Tale sistema di beni, una
volta individuato, studiato e messo in rapporto con il milieu culturale specifico, dal livello
provinciale, a quello regionale e nazionale, fino ad un quadro europeo, stabilendo le
necessarie connessioni con la storia partigiana e della deportazione locale, potrà essere
inserito in un quadro di tutela, per effettuare azioni operative e mirate di conservazione e
di valorizzazione per la fruizione dei siti di memoria.
I luoghi della memoria in Italia, letti come sistema di beni culturali15, portatori della storia
della seconda guerra mondiale, hanno una forte valenza storica e non di rado una
scarsa consistenza estetica. In effetti questa valenza storica è stata riconosciuta come
preponderante già in un caso eccellente come il campo di sterminio di Auschwitz inserito
nella Lista del Patrimonio dell’Umanità (dal 1979), nonostante la scarsa valenza estetica16.
Il criterio in base a cui è avvenuto il riconoscimento dall’UNESCO è il sesto, ovvero
la caratteristica del bene di essere direttamente associato ad avvenimenti legati a idee,
credenze o opere artistiche e letterarie aventi un significato universale eccezionale
(possibilmente in associazione ad altri punti)17.
Appare quindi essenziale sistematizzare il tema dei luoghi della memoria per ricondurli
a sistema di beni cultuali, con opportuni riferimenti a casi studio18, che esemplificherò a
breve.
Il titolo dell’intervento evidenzia che insito al tema della fragilità dei luoghi vi è il pericolo
di perdere i beni stessi e quindi si evidenzia la necessità di effettuare azioni concrete nella
direzione della loro salvaguardia.
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In base agli studi effettuati sono state quindi definite categorie concettuali per meglio
circoscrivere il tema di ricerca. La memoria infatti può essere tramandata in maniera
“forte”, come nel caso dei memoriali, dei monumenti e dei musei o “debole”, come
avviene per le tracce dei sentieri attraversati da eventi bellici o per i vari materiali di
difficile conservazione, come nel caso dei campi di concentramento.
Memoria forte: monumenti, memoriali, musei
La parola monumento deriva etimologicamente dal latino monumentum che significa
propriamente ricordo. Per monumento si intende una testimonianza concreta e durevole
di esaltazione, ad onore o a ricordo di persone o di fatti, comunemente rappresentata da
un’opera di scultura o di architettura19.
Il monumento al Partigiano20 fu l’esito di un Concorso per l’erezione del monumento
ai caduti per la Liberazione d’Italia, bandito dal Comune di Torino nel 194521. La
partecipazione al concorso è l’occasione per la creazione di un sodalizio tra l’architetto
Carlo Mollino e lo scultore Umberto Mastroianni.
Il gruppo di lavoro Mollino-Mastroianni decise di creare un monumento figurativo,
accessibile e comprensibile alla gente, in modo che quest’ultima potesse ricevere una
suggestione diretta da un’opera non convenzionale.
In sintesi gli elementi che compongono questa opera sono: il recinto a blocchi di pietra
sbozzata, il cilindro di granito al suo interno e, sulla cima, la massa grigia e sgrossata di
pietra di Verres con la stele levigata in marmo bianco di Carrara. I materiali utilizzati
evidenziano una suggestione prodotta proprio grazie al loro contrasto. La collocazione
della salma dell’eroe in alto, spesso isolata e sollevata dalla terra, per avvicinarla al cielo,
ricorda gli elementi espressivi usati dai popoli primordiali.
Il monumento fu inaugurato il 25 aprile del 1947, alla presenza del Presidente della
Repubblica e del Sindaco di Torino Negarville, con larga eco sulle pagine dei quotidiani22e
nel dibattito sviluppato dalla letteratura, soprattutto, di architettura nazionale23 ed
internazionale24.
Nel 2002, in occasione di un evento dedicato a Umberto Mastroianni il sito è stato
ripulito dalla vegetazione considerata non originale rispetto alla filosofia di progetto, su
indicazione del Comune di Torino. Grazie quindi ad un’occasione pubblica legata ad
uno degli autori del monumento si è risvegliata nell’amministrazione pubblica la volontà
di cura del sito, che è stato studiato e valutato rispetto ai cambiamenti che sono trascorsi
nel tempo dalla sua creazione fino agli anni 2000, per restituire un ripristino imperniato
principalmente sulla parte arborea.
Tuttavia vi è il continuo rischio di perdere il senso del progetto del monumento, senza la
manutenzione dell’area verde fedele a tale idea originale.
Un altro caso interessante sui cui ragionare è Il monumento alla resistenza a Cuneo25, opera
di Mastroianni, esito di una realtà di concorso non lineare. L’opera fu realizzata a seguito
di un bando di Concorso nazionale26. Questa vicenda rappresenta un caso particolare, in
quanto l’esito del Concorso non fu condiviso dalla popolazione e si decise di abbandonare
la procedura concorsuale regolare per affidare un incarico diretto ad un artista che tra
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l’altro era stato tra i partecipanti al secondo grado del bando.
La storia del monumento alla Resistenza a Cuneo è stata complessa, come accennato, e
non priva di colpi di scena. Infatti il concorso è stato vinto dal gruppo di lavoro formato
dall’architetto Mario Manieri Elia e dallo scultore Aldo Calò.
Tuttavia il progetto risultato vincitore non piaceva alla popolazione e nel 1964 il progetto
del monumento fu, poi, incredibilmente offerto allo scultore inglese Henry Moore, che
però declinò l’invito27. Nello stesso anno, il Comune di Cuneo, che si rese portavoce del
malcontento, affidò la realizzazione del monumento alla Resistenza italiana allo scultore
Umberto Mastroianni, che fu egli stesso partigiano. Lo scultore lavorò a questa scultura
per cinque anni e la concluse nel 1969.
Mastroianni ha reso il senso del tema in modo originale. L’opera è formata da settanta
elementi, che creano l’effetto di una deflagrazione che lancia i brandelli di materia
squarciata e strappata in ogni direzione. Si tratta di un’esplosione che mostra la doppia
valenza della lotta; da una parte la volontà di sottomettere, dall’altra quella di redimere. La
forza evocata da quest’opera è rivolta, tuttavia, al futuro, nella direzione della costruzione
dell’umanità. La volontà civile non svanisce, semmai si trasforma28.
Dai monumenti ragioniamo ora sul concetto di memoriale. Nella lingua italiana, tale
parola, in termini architettonici è meglio definita con l’espressione memorial, che significa
“sacrario”, ovvero “luogo dedicato a memorie sacre e venerate”29.
Il memoriale in quanto inserito direttamente nello spazio della tragedia, pur essendo
un’architettura progettata ad hoc è a rischio dal punto di vista della conservazione, in
quanto direttamente in rapporto con il sito originario.
Il memoriale alla deportazione alla Stazione di Borgo San Dalmazzo, realizzato dallo studio
Quadra tra il 2006 e il 2008, è un’opera originale. Si tratta di un esempio positivo di
connessione e dialogo tra l’architettura e le altre arti. Questo luogo consente di ricordare
concretamente i nomi, le età, le provenienze e la sorte degli ebrei stranieri ed italiani
deportati dalla stazione di Borgo.
Il memoriale è costituito da un basamento in cemento armato. Sull’acciaio sono segnati
335 nomi. Mentre i nomi dei 20 sopravvissuti sono in piedi, composti con lettere sempre
in acciaio.
Invece nel caso di Porta Nuova di Torino restano deboli tracce della memoria. Resta
la lapide posta dall’ANED per ricordare coloro che furono deportati da Torino verso i
campi di raccolta e poi di concentramento europei.
L’auspicio è che si crei un percorso della memoria, come al Binario 21, nella Stazione
centrale di Milano. Quest’ultima è una testimonianza materiale estremamente preziosa.
Infatti è l’unica stazione ferroviaria europea in cui i luoghi sono rimasti quelli originali
del 1945. Da qui partirono numerosi convogli di ebrei con destinazione Auschwitz ed
altri campi di concentramento europei, predisposti dal regime nazista.
L’area in cui sta sorgendo il memoriale è situata al di sotto dei binari ferroviari ordinari;
la zona era originariamente adibita a carico e scarico dei vagoni postali e aveva accesso
diretto a Via Ferrante Aporti.
L’iniziativa per la creazione di un memoriale, alla Stazione centrale di Milano è stata
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promossa nel 2002 dalla Associazione Figli della Shoah30, dalla Comunità Ebraica di
Milano, dalla Fondazione Centro Documentazione Ebraica Contemporanea, dall’Unione
delle Comunità Ebraiche e dalla Comunità San Egidio, in sinergia con la Società Grandi
Stazioni.
Spesso i memoriali diventano musei. Il luogo stesso diventa portatore di un messaggio,
attraverso la sua esistenza. I primi memoriali della seconda guerra mondiale e dello
sterminio vennero progettati per sorgere negli stessi luoghi in cui si era consumata la
tragedia31. Il luogo è vissuto come portatore di memoria diretta, soprattutto se con le sue
tracce materiali riferisce dei fatti avvenuti. Lo spazio storico diventa un luogo di dolore
per antonomasia, un sito eletto a simbolo di una frattura insanabile, che con le sue stesse
rovine innesca una tragica narrazione materiale.
Infine per quanto attiene i musei cito il caso virtuoso del Museo Diffuso della Resistenza
di Torino, Centro rete del progetto La Memoria delle Alpi, inserito nel centro storico della
Città, nei quartieri militari di impianto urbanistico juvarriano. In questo caso l’apporto
dell’allestimento multimediale dello Studio Ennezerotre (N!O3) di Milano ha valorizzato
in modo efficace il sito storico.
Memoria fragile: campi di concentramento, luoghi e tracce della Resistenza
Le testimonianze materiali della deportazione sono in primo luogo i campi di
concentramento, ma anche i binari che li attraversano e le stazioni ferroviarie di partenza.
La ricostruzione della partenza dei convogli dei deportati effettuata da Lilliana Picciotto
Fargion32 per la deportazione degli ebrei33 per le deportazioni politiche e razziali consente
oggi di disporre di una cronologia abbastanza completa delle partenze coatte dall’Italia.
In Italia sono esistiti soprattutto campi di transito e di smistamento. I luoghi di raccolta
principali furono i quattro campi di concentramento gestiti dalla polizia nazista: Borgo
San Dalmazzo (Cuneo), Fossoli (Modena), Bolzano e la ex risiera di San Sabba a Trieste34
Il campo di concentramento è caratterizzato dalla presenza di uno spazio deputato ad
accogliere dei civili segregati attraverso una decisione amministrativa, sia civile che
militare. Dunque, qualsiasi luogo che risponda a queste caratteristiche potrà essere
considerato campo di concentramento, indipendentemente dalla tipologia delle sue
strutture fisiche o dal fatto che sia ufficialmente denominato in modo differente. Il campo
di concentramento si distingue dal campo di internamento per una specifica condizione:
le persone sono rinchiuse nel campo con l’abuso e illegalmente.
Il campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo (18 settembre 1943 - 15 febbraio
1944), è sorto in un’antica filanda chiamata Avena35, poi ex caserma degli alpini,
intitolata ai “Principi di Piemonte”, di Borgo, ad otto chilometri da Cuneo. La ragione
fondamentale per cui è importante tramandare la memoria di questo campo, attraverso
la conservazione e la valorizzazione architettonica delle pur poche emergenze materiali
che di esso ancora sono riconoscibili, è che questo sito rappresenta fisicamente nella
sua fragilità un’efficace metafora della persecuzione antisemita quale si configurò nella
maggior parte delle località italiane36.
Oggi resta solo una piccola traccia materiale del Polizeihaftlager di Borgo San Dalmazzo.
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Si tratta di due colonne originali in legno, con basamento quadrangolare in pietra e una
porzione del soffitto, in corrispondenza dell’ingresso alla sala polifunzionale di proprietà
della Città di Borgo San Dalmazzo.
Un altro esempio di memoria fragile è il Il Sacrario del Martinetto a Torino, all’angolo
tra Corso Svizzera e Corso Appio Claudio. Il piccolo poligono del Martinetto è tutto
ciò che rimane di una più vasta costruzione che il Comune affidò alla Società del Tiro
a Segno Nazionale dal 188337. Nel 1883 il Comune di Torino, nel contesto dei piani di
sistemazione urbanistica di quell’area, acquistò l’intero impianto e si occupò di costruire
un più ampio campo di tiro nella località del Martinetto (Martinet), affidandolo in uso
alla Società.
Dopo l’8 settembre 1943 fu scelto dalla RSI come luogo per l’esecuzione delle sentenze
capitali.
59 persone tra partigiani e resistenti furono uccise al Martinetto. I condannati giungevano
al poligono di tiro all’alba, sorvegliati da agenti di Pubblica sicurezza e soldati della
Guardia Nazionale Repubblicana.
L’attuale sistemazione del sito risale al 1967, quando fu mantenuto il solo recinto delle
esecuzioni, circondato da giardino, e fu abbattuta gran parte della struttura originaria, per
lasciare spazio a nuove palazzine residenziali.
All’interno del sacrario un’estesa lapide a parete e un cippo ricordano i caduti e una teca
contiene i resti carbonizzati di una delle sedie utilizzate per le fucilazioni; secondo la
prassi, ogni sedia adoperata per le esecuzioni veniva poi regolarmente bruciata.
Un altro luogo di memoria fragile da menzionare è l’attuale Palazzo San Carlo a Torino,
ubicato in Piazza CLN. In passato fu sede dell’Istituto fascista per la Previdenza sociale,
e successivamente Hotel Nazionale, su progetto dell’architetto Marcello Piacentini, con
l’ingresso sotto i portici che si estendono lungo il perimetro della piazza, al numero
civico 254 di Via Roma38.
Il tenente era Alois Schmidt, comandante del servizio di Polizia di Sicurezza, Sipo-SD,
tedesca. Il distaccamento, dipendente dal gruppo Italia Nord-Ovest, con sede a Milano,
aveva giurisdizione su tutto il Piemonte ed era diviso in sezioni.
Schmidt si stabilì con i suoi uomini dal 18-19 settembre fino al 25 settembre del 1943
all’Albergo Imperia, per poi passare all’Hotel Nazionale, trasformandolo in quartier
generale.
L’albergo era recintato con filo spinato, con stanze destinate ad uffici e stanze predisposte
a luoghi di interrogatorio e di tortura. Un parte era adibita in senso stretto ad hotel, con
il pernottamento dei nazisti.
Dopo la Liberazione divenne sede del Comando Americano di Torino. Nel 1950 il
capitano Schmidt fu processato dal Tribunale militare territoriale di Napoli, imputato
in concorso in reato continuato di violenza, omicidio e percosse contro privati nemici.
Sotto i portici di Via Roma una lapide ricorda Renato Martorelli, rappresentante socialista
del Comitato militare, morto in seguito alle torture all’hotel Nazionale. Il suo corpo non
fu più ritrovato.
Nel 2008 l’Hotel cessò l’attività. Attualmente c’è un progetto di ristrutturazione per la
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trasformazione della struttura ricettiva in residenze. Lo storico Palazzo San Carlo è in fase
di profonda ristrutturazione interna; sono in progetto appartamenti di lusso.
Questo progetto non tiene assolutamente conto della storia dell’edificio. Con l’acquisto
di questo palazzo da parte di una multinazionale si sta cancellando giorno dopo giorno
la memoria materiale di un luogo di torture e persecuzioni commesse dai nazisti durante
la seconda guerra mondiale.
Si sottolinea che allo stato attuale, non solo non si sta conservando nulla di quei fatti
storici ricordati, ma non esiste neppure una sola lapide a futura memoria dei cittadini
torinesi e dei visitatori a venire.
Dall’ambito urbano passiamo ora a quello extraurbano, menzionando il caso del Borgo
di Paraloup. Il sistema delle cascine di Paraloup è già stato oggetto di approfondimento
da parte dell’architetto Daniele Regis, mentre la cascina Benedicta sarà trattata dal
prof. Andrea Foco, Presidente dell’Associazione Memoria della Benedicta nella sezione
“Interventi”. Tuttavia mi preme sottolineare la connessione tra ciò che è stato fatto a
Paraloup e quello che potrebbe essere fatto alle cascine dell’area monumentale della
Benedicta.
Infine ricordo il caso della ex casa Cernaia a Boves. La città di Boves39 fu scenario di una delle
prime stragi compiute dai fascisti e dai nazisti in Piemonte e nell’intera nazione italiana.
L’evento ha una particolare importanza poiché si trattò della prima e immediata risposta,
condotta con il metodo repressivo tipico dei nazisti, già sperimentato ampiamente in
numerose aree dell’Europa occupata, alla Resistenza che stava fiorendo spontaneamente
in queste terre40.
Oggi queste memorie sono conservate sul territorio bovesano e della sua Valle Colla,
sparsi di lapidi e di monumenti, nonché sotto il porticato del Municipio (ricostruito
dopo l’incendio) ove sono custoditi lunghi elenchi di morti della guerra.
L’attuale città di Boves, in base ai dati dell’Archivio comunale41, non presenta tuttavia
edifici che conservino tracce materiali dell’eccidio avvenuto nel 1943. Le 350 case
bruciate, secondo le testimonianze dirette dei sopravvissuti, rese note attraverso alcune
pubblicazioni, le fotografie scattate subito dopo il fatto e anch’esse ampiamente
pubblicate, non presentano oggi riscontri tangibili, se non documentari.
L’esempio di ex casa Cernaia è particolarmente significativo per la labilità delle tracce
rimaste; nel 1983, infatti, si deliberò il Piano di Recupero42 con i relativi interventi che
hanno condotto alla totale demolizione di ex Casa Cernaia. Quindi non resta più alcuna
testimonianza materiale del fabbricato originale.
In conclusione, condividendo gli studi di chi mi ha preceduto, mi preme sottolineare che
nel momento storico attuale si sta determinando un senso di ossessione di memoria da un
lato43, e contemporaneamente un’incapacità di lettura uniforme ed organica, strutturata a
livello nazionale delle tracce materiali rimaste, oltre alle testimonianze all’estero di forte
matrice italiana. Questo dipende dal fatto che a livello architettonico non molti studiosi
si sono cimentati nel grande interrogativo su che cosa fare, ad esempio, delle macerie
di un campo di concentramento44. Non avendo espresso in modo critico e consapevole
questa domanda, o per ragioni di ordine pratico, economico o semplicemente perché
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era più semplice, è stata possibile un’azione di rimozione che è diventata fattiva nella
demolizione effettiva per esempio del campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo
(Cuneo), di cui restano pochissime tracce della struttura originale, oppure come nel caso
del Piano di Recupero a Boves.
Resta quindi fondamentale il riconoscimento di questi luoghi della memoria come
patrimonio culturale a livello nazionale, attraverso azioni operative condotte dal
legislatore per creare nuove basi di ricerca condivise per una corretta conservazione,
restauro, valorizzazione e gestione di tali siti.
* Architetto, Dottore di ricerca e collaboratore con il Politecnico di Torino e con la Soprintendenza per i Beni Architettonici
e Paesaggistici delle province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli.
1
Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria “Carlo
Gilardenghi”.
2
Maria Vittoria Giacomini, La Benedicta, una storia da raccontare: progetti e prospettive, in “Quaderno di Storia
Contemporanea”, n. 41, 2007, p. 109-134.
3
Uno degli esiti degli studi dei luoghi della memoria in provincia di Alessandria, condotti dall’Isral,
nell’ambito del Progetto Interreg La Memoria delle Alpi fu la mostra: “Aiuti dal cielo”/ “Missioni Alleate”
nelle sale della Galleria Carrà di Palazzo Guasco ad Alessandria, nell’aprile del 2007.
4
Su incarico dell’Associazione fu stilata una prima versione del monitoraggio dell’area monumentale della
Benedicta e della pertinenza delle cascine limitrofe all’interno del Parco Capanne di Marcarolo. In specifico
si rimanda al testo: Massimo Carcione, Maria Vittoria Giacomini, Quadro di monitoraggio dei progetti, Ufficio
stampa Provincia di Alessandria, Alessandria 2007.
5
Maria Vittoria Giacomini, I monumenti e le cascine: testimonianze in pericolo, in Associazione Memoria della
Benedicta, Benedicta 1944: l’evento, la memoria, Le Mani Microart’s Edizioni, Recco 2008, p. 154-160.
6
Maria Vittoria Giacomini, Memorie fragili da conservare: testimonianze dell’Olocausto e della Resistenza in Italia,
tutors Prof. Carla Bartolozzi, Prof. Guido Montanari, Dottorato di ricerca in Beni Culturali, Politecnico di
Torino, a.a. 2011-2012. Il presente lavoro di ricerca è liberamente scaricabile sul sito del Politecnico di Torino,
nella sezione PORTO (Publications Open Repository TOrino) al link: http://porto.polito.it/2501639/
7
“Memoria”, voce in Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Dizionario della lingua italiana, Le MonnierMondadori, Milano 2010 (prima edizione 1971), p. 1385.
8
L’aura è “quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata
materiale alla sua virtù di testimonianza storiaca”. Walter Benjamin, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen
Reproduzierbarkeit, 1936. (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966 (2000),
p. 23).
9
Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966.
10
Nicolas Pethes, Jens Ruchatz (a cura di), Dizionario della memoria e del ricordo, Mondadori, Milano 2004, pp.
291-293.
11
Isabella Adinolfi (a cura di), Dopo la Shoah. Un nuovo inizio per il pensiero, Carocci, Roma 2011.
12
Cfr. la lezione aperta Memoria Fragile. Alla ricerca del ghetto ebraico di Torino, ovvero sulle testimonianze materiali
ed immateriali delle tragedie del Novecento, tenuta dal Prof. Guido Montanari Il 27 gennaio 2010, presso il
salone d’Onore del Castello del Valentino, al fine di commemorare la Giornata della Memoria; l’intervento è
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consultabile tramite il sito internet: http://www.celm.polito.it/polistream/gestione/pagina.php?id=267.
13
Ad esempio al campo di concentramento di Dachau non si è mantenuta che una piccola parte del filo
spinato originale e questo vale anche per le trincee. Cfr. Comité Internazionale de Dachau, Il campo di
concentramento di Dachau dal 1933 al 1945, Catalogo della mostra permanente a Dachau, Karl M. Lipp Verlag,
Monaco 2005.
14
Giancarlo De Carlo, William Morris, Il Balcone, Milano 1947, citato da: Guido Montanari, Andrea Bruno
jr., Architettura e città del Novecento, Carrocci, Roma 2009 p. 11.
15
Definendo come “Bene culturale”: “tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di
civiltà”, come affermato dalla Commissione Franceschini (1964-66) e confrontando la letteratura critica e le
guide ai luoghi della memoria, tra cui: Tristano Matta (a cura di), Un percorso della memoria …, cit. In tale guida
sono presenti i luoghi: Ferramonti, Via Tasso, Le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Fossoli
e il Museo-monumento al Deportato di Carpi, Boves e la Risiera di San Sabba a Trieste. Più recentemente,
negli anni 2000, le guide ai luoghi della memoria, con il Progetto La Memoria delle Alpi sono un riferimento
fondamentale per la selezione dei casi studio.
16
Considerando un quadro legislativo più ampio, non solo nazionale, ma internazionale, l’UNESCO
ha riconosciuto il sito di Auschwitz come Patrimonio mondiale dell’Umanità (Lista ufficiale). E’ un caso
particolare ed emblematico, poiché la valenza storica è preponderante rispetto a quella estetica.
17
Per essere inclusi nella lista del Patrimonio dell’Umanità i siti devono avere valori di universalità, unicità ed
insostituibilità (nel caso andassero perduti) e devono soddisfare almeno uno dei criteri fissati dal Comitato
per il Patrimonio dell’Umanità per la selezione. Fino al 2004 i criteri erano solo sei in ambito culturale e
quattro in ambito naturalistico. Dal 2005 esiste un insieme di 10 criteri.
Criteri di selezione: 1. rappresentare un capolavoro del genio creativo umano; 2. testimoniare un cambiamento
considerevole culturale in un dato periodo sia in campo archeologico sia architettonico sia della tecnologia,
artistico o paesaggistico; 3. apportare una testimonianza unica o eccezionale su una tradizione culturale o della
civiltà; 4. offrire un esempio eminente di un tipo di costruzione architettonica o del paesaggio o tecnologico
illustrante uno dei periodi della storia umana; 5. essere un esempio eminente dell’interazione umana con
l’ambiente; 6. essere direttamente associato a avvenimenti legati a idee, credenze o opere artistiche e letterarie
aventi un significato universale eccezionale (possibilmente in associazione ad altri punti); 7. rappresentare
dei fenomeni naturali o atmosfere di una bellezza naturale e di una importanza estetica eccezionale; 8. essere
uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche a testimonianza della vita o dei processi geologici;
9. essere uno degli esempi eminenti dei processi ecologici e biologici in corso nell’evoluzione dell’ecosistema;
10. contenere gli habitat naturali più rappresentativi e più importanti per la conservazione delle biodiversità,
compresi gli spazi minacciati aventi un particolare valore universale eccezionale dal punto di vista della
scienza e della conservazione. Dal 1992 le interazioni tra uomo e ambiente sono riconosciute come paesaggi
culturali.
18
Per ogni approfondimento dei casi citati nel testo rimando alla mia tesi di dottorato.
19
“Monumento”, voce in Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Dizionario della lingua italiana, Le MonnierMondadori, Milano 2010 (prima edizione 1971), p. 1452.
20
Il monumento al Partigiano nel Cimitero Generale di Torino risale al 1947.
21
Floriano De Santi, Umberto Mastroianni: artista intellettuale del XX secolo: documenti, Verso L’Arte Edizioni,
Roma 2002, pp. 113-119.
22
Le prime analisi critiche furono scritte da: Piero Bargis, Mastroianni e Mollino vincitori del Concorso
Nazionale del Monumento al Partigiano di Torino, in “L’ Avanti”, 27 maggio 1945; Marziano Bernardi, I
Caduti per la Libertà, in “Gazzetta del popolo”, 25 aprile1947; Piero Bargis, Il Monumento agli eroi, in “L’
Avanti”, 25 aprile 1947.
23
Aldo Morbelli, Vecchie e nuove architetture tombali in “Atti e Rassegna tecnica della Società degli Ingegneri e
degli Architetti in Torino”, nn. 5-6, maggio-giugno 1948; Roberto Aloi, Antonio Cassi Ramelli, Architettura
funeraria moderna: architettura monumentale, crematori, cimiteri, edicole, cappelle, tombe, stele, decorazione, Hoepli,
Milano 1948.
24
George Everard Kidder Smith, Italy Builds, Architectural Press, Londra 1955. (G. E. Kidder Smith, L’Italia
costruisce, Edizioni Comunità, Milano 1955).
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La scultura risale al 1969.
Concorso nazionale per il Monumento alla Resistenza a Cuneo, in “L’architettura. Cronache e storia”, n. 90,
1963, p. 810-823.
27
Probabilmente questo rifiuto fu per un principio di etica professionale che impediva a Henry Moore di
accettare un incarico dopo l’esito di un Concorso ufficiale, così come espresso dall’editoriale della rivista
“L’architettura. Cronache e storia”, n. 103, 1964, pp. 4-5.
28
Giovanna Barbero, Floriano De Santi (a cura di), Umberto Mastroianni: i legni per i monumenti alla Resistenza,
Verso L’Arte Edizioni, Roma 2005, p. 36.
29
Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Dizionario..., cit., p. 2449.
30
L’Associazione Figli della Shoah si era già adoperata per l’Istituzione del Giorno della Memoria. Cfr.
Monica Cristofoli, Il Museo della Shoah, Milano: Binario 21, Tesi di laurea, Politecnico di Torino, Facoltà di
Architettura, a.a. 2004-2005, relatore Franco Lattes, co-relatore Bruno Pedretti.
31
Thomas Lutz, I Memorial e la comunicazione della storia, in Storia vissuta: dal dovere di testimoniare alle
testimonianze orali nell’insegnamento della storia della seconda guerra mondiale, Franco Angeli, Milano 1988, pp.
294-303.
32
Liliana Picciotto, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, Mursia, 2002;
Liliana Picciotto, I campi di sterminio nazisti: un bilancio storiografico, pp. 89-127 in Istituto ligure per la storia
della Resistenza e dell’età contemporanea (a cura di), Totalitarismo, lager e modernità: identità e storia dell’universo
concentrazionario, Atti del Convegno, Genova, 29 novembre – 1 dicembre 2001, Mondadori, Milano 2002.
33
Italo Tibaldi, Compagni di viaggio. Dall’Italia ai Lager nazisti. I “trasporti” dei deportati 1943-1945, Aned,
Franco Angeli, Milano 1994.
34
Spostamenti di popolazione e deportazione in Europa: 1939-1945, Atti del Convegno, Carpi 4-5 ottobre 1985,
Nuova Universale Cappelli, Bologna 1987; Enzo Collotti, Occupazione e guerra totale nell’Italia 1943-1945, in
Tristano Matta (a cura di), Un percorso della memoria, Electa, Milano 1996, pp. 11-35.
35
ASBAP: Archivio Tutela Monumentale della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di
Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli.
36
Liliana Picciotto, I campi di sterminio nazisti, cit., pp. 89-127.
37
Museo Diffuso della Resistenza della Deportazione della Guerra dei Diritti e della Libertà, Associazione
Terra del Fuoco, Torino: percorsi della Memoria dei luoghi, GrafArt, Torino 2008, pp. 28-29.
38
Museo Diffuso della Resistenza della Deportazione della Guerra dei Diritti e della Libertà, Associazione
Terra del Fuoco, Torino..., cit., pp. 12-13.
39
Per il suo tributo di sangue la Città di Boves conseguì la Medaglia d’Oro al Valore Civile, consegnata nel
1961, e al Valore Militare, conferita nel 1963.
40
Tristano Matta (a cura di), Un percorso…, cit., pp. 111-123.
41
ACB: Archivio del Comune di Boves, Ufficio tecnico comunale, settore Urbanistica ed Edilizia Privata.
Responsabile: Ing. Sergio Maccario.
Cfr. Tristano Matta (a cura di), Un percorso della memoria, Electa, Milano 1996, pp. 111.
42
Il Piano di Recupero (P.d.R.) di libera iniziativa in Piazza Italia è stato condotto tra il 1983 e il 1986,
su progetto dell’architetto Francesco Musso di Cuneo, su proposta di EDIL G.M. di Ghinamo, ingegnere
Leonardo & C.
43
Elena Pirazzoli, A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie del Muro di Berlino, Diabasis,
Reggio Emilia 2010.
44
Anche se ci sono casi eccellenti come l’architetto Giorgio Simonicini. Vedi http:// www.giorgiosimoncini.com.
25
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La rinascita del Rifugio Paraloup
Daniele Regis*
“Come adunque questi contrari contrapposti rendono più bello il parlare, così per una
eloquenza di contrapposizione di contrarie, non parole ma cose, si compone la bellezza”
(S. Agostino) La contrapposizione come azione di due forze che si rafforzano a vicenda,
la giustapposizione come collocazione degli elementi del progetto secondo un rapporto
di semplice contiguità, non di fusione, sono temi cruciali per il restauro e per il progetto.
E’ un tema così delicato specie quando si confronta con le fragilità di una piccola borgata
di montagna in rovina, quasi sul punto dell’estinzione.
Quando Teo de Luigi – ricorda Marco Revelli – in occasione della festa del 25 aprile 2008
lanciò l’idea di salvare la borgata di Paraloup, uno dei luoghi simbolo della Resistenza,
c’era in nuce un’idea nuova, al di là della memoria sempre più labile delle testimonianze
orali, dei ricordi, delle commemorazioni, dei monumenti, l’idea del luogo come memoria
“viva” in quanto esistente e quindi contemporanea a noi, l’intuizione che la memoria può
rivivere nelle testimonianze fisiche, nelle case, nei paesaggi… che le macerie di Paraloup
potevano costituire la trama di un antico e di un nuovo racconto, ed insieme di una
nuova resistenza all’oblio, all’omologazione del pensiero, dei modi di vivere.
Una nuova avventura, dopo quelle vissute nella guerra e quelle letterarie lasciate da Nuto
Revelli e portata avanti da Marco Revelli con la Fondazione intitolata all’autore del
Mondo dei vinti. Nuto “dalla fine della guerra lavora con idea fissa”, scrive Calvino, “far
sì che le prove sopportate dagli italiani più silenziosi e più pazienti non vadano perdute”.
E Paraloup, il villaggio dove si è organizzata la lotta di “Italia libera” (da cui nasceranno
i gruppi di “Giustizia e Libertà”) racconta insieme la Storia breve della Resistenza ma
anche quella di lunga durata del mondo delle terre alte, la resistenza di quegli uomini
dimenticati, silenziosi, pazienti, di quel mondo dei vinti e del suo abbandono, nel legame
così forte che ha legato Resistenza e montagna, partigiani e montanari.
Paraloup era sul punto di scomparire: una lenta metamorfosi, descritta già nelle pagine
di Nuto Revelli, registrata nelle immagini di Paolo Gobetti con Nuto accompagnato da
Galante Garrone che ritorna a Paraloup 40 anni dopo, in una cornice di totale abbandono,
immagini riprese nel bel cortometraggio “Breve storia di un ritorno” di Teo de Luigi
(ancora in progress), ed ancora nella documentazione, nei rilievi del quaderno zero di
Paraloup “Costruire nel paesaggio rurale alpino, il recupero di Paraloup luogo simbolo
della resistenza ” ed oggi del primo “Atlante delle borgate rurali alpine, il caso di Paraloup
” sempre per i tipi della Fondazione Nuto Revelli con i rilievi pietra su pietra dello stato
attuale e - metaformosi delle speranze, delle intenzioni, del progetto - degli edifici oggi
recuperati.
Molte di quelle case erano ormai un cumulo di macerie, alcune scomparse del tutto.
Le abbiamo viste come “Rovine”, come monumenti, ma non nell’accezione tardo
idealistica, secondo le vecchie scuole di restauro, ma nell’accezione autentica letteraria
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come monumentum da monere ricordare, per riportare le “ macerie” di Paraloup dentro
ad un’idea di patrimonio e di paesaggio, considerato nei suoi valori alti e “minori”, in
quelli concentrati e diffusi: Pasolini già negli anni Settanta (e non solo lui) l’aveva già
intuito; quando, dovendo scegliere un monumento da salvare per una bella trasmissione
televisiva curata da un’allieva di Longhi che invitava alcuni grandi intellettuali a indicare
un’opera da salvare, sceglie in prima battuta “un selciato sconnesso e antico” presso Orte,
“un’umile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere d’arte, d’autore,
stupende, della tradizione italiana. Eppure io penso che questa stradina da niente, così
umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con
lo stesso rigore, con cui si difende l’opera d’arte di un grande autore.[...] Nessuno si
batterebbe con rigore, con rabbia, per difendere questa cosa e io ho scelto invece proprio
di difendere questo. [...] Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è
codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera
storia, dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome che
però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e
più assoluti nelle opere d’arte e d’autore.[...] Con chiunque tu parli, è immediatamente
d’accordo con te nel dover difendere [...] un monumento, una chiesa, la facciata della
chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato ma
nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio [...] questo passato anonimo,
questo passato senza nome, questo passato popolare”.
Considerare le rovine di una borgata come monumenti di storia e architettura, riconsiderare
il tema dell’estetica della rovina (che ha attraversato tutta la storia dell’architettura) in
chiave attuale, cogliere il valore “monumentale” di Paralup nelle sue relazioni con il sito,
come monumento-documento “tutto” parte integrante del paesaggio, comprendere la
sua stratificazione, il modo in cui si sono aggregate le singole unità edilizie, le relazioni
tra natura e sito, tra boschi e pascoli, tra architettura e paesaggio: sono questi alcuni
dei temi che hanno costituito il nucleo, le radici, i riferimenti, la guida delle riflessioni
progettuali, tra analisi e rilievi, tra memoria e immagine, tra restauro e progetto.
Riconoscere un valore storico, architettonico e paesistico a Paralup significa assumere
il concetto di riconoscibilità dell’intervento di conservazione che è uno dei principi
fondamentali (in verità discusso) per il restauro come per il progetto. La riconoscibilità
è il principio in base al quale ogni intervento di ripristino deve essere distinguibile
dalla parte originale del documento, così com’è nello stato attuale di degrado; ciò per
non consentire una lettura falsa dell’opera, attraverso l’assimilazione indebita delle
parti reintegrate a quelle originali. Si tratta degli esiti di una concezione che ha la sua
matrice nella teoria del restauro di Cesare Brandi, nata anche per contrastare l’idea di
mantenimento di un’autenticità solo apparente che ha spesso mostrato poca attenzione
all’autenticità del sistema costruttivo nella scarsa fiducia (in realtà potremmo anche dire
scarsa conoscenza) dei sistemi costruttivi originali. Concezione assunta con una certa
perentorietà nella Carta Italiana del restauro (1972) che proibisce ogni completamento in
stile nelle opere di salvaguardia e restauro, ripresa con sfumature importanti per la parte
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relativa alle trasformazioni del patrimonio edilizio esistente nella Carta di Cracovia. «La
ricostruzione di intere parti “in stile” deve essere evitata. Le ricostruzioni di parti limitate
aventi un’importanza architettonica possono essere accettate a condizione che siano basate
su una precisa ed indiscutibile documentazione. Se necessario per un corretto utilizzo
dell’edificio, il completamento di parti più estese con rilevanza spaziale o funzionale
dovrà essere realizzato con un linguaggio conforme all’architettura contemporanea».
Qui si apre una delle questioni a più alta densità teorica, ma anche una delle meno
fondate dal punto di vista scientifico. Tra il «design ingigantito ovvero gli eccessi della
creatività» (che può essere favorito da una radicale e acritica interpretazione del principio
di riconoscibilità) e i “falsari dell’architettura” esiste un via più sottile anche se meno
semplificata, un dialogo possibile tra antico e nuovo nell’aderenza del progetto al
contesto, alle componenti peculiari del sito e del luogo, in una strategia progettuale che
affini le sue metodologie nei contesti dati e che possa dialogare con altri principi del
restauro a corollario di quello della riconoscibilità: quello della reversibilità e del minimo
intervento.
Su queste tracce si è sviluppato il progetto con una filologia assoluta negli edifici
conservati tanto da non percepirne l’intervento (utilizzo di malte iniettate in profondità
e inserimento di film sottilissimi per la coibentazione dei tetti appena “ripassati”) e con
l’inserimento di leggeri contenitori di legno di castagno non trattato e coperture leggere a
protezione negli edifici in rovina, ricostruendo l’immagine formale spaziale complessiva
dell’unità della borgata.
Il primo lotto che ospita il museo multimediale, le sale polivalenti, i laboratori ed il
secondo lotto con il Rifugio Paraloup, la cucina e la sala di accoglienza e ristoro (tutta
vetrata nell’antico fienile con vista sulla valle), la casa dei pastori sono ormai completati, il
forno e il piccolo caseificio sono in realizzazione mentre si attende di recuperare gli edifici
della foresteria, il progetto dell’ “eco-museo multimediale” è in avanzata progettazione e
così quello della ricostruzione del caratteristico paesaggio agricolo e della “sgamollatura
del frassino”, una tecnica di potatura legata alle esigenze della pastorizia, in un progetto
ecomuseale complesso.
Paralup è stato oggetto d’importanti premi: il riconoscimento conferito in occasione
della IX Conferenza della Alpi in presenza dei Ministri dell’Ambiente per il premio
del Liechtenstein Konstructiv per costruzioni e ristrutturazioni sostenibili nelle Alpi
(oltre duecento i progetti europei partecipanti), pareva atipico e nuovo nel panorama
dei modernissimi e ipertecnologici progetti partecipanti. “Un premio all’architettura
sostenibile in un territorio così prezioso e insieme delicato dovrebbe suggerire i sistemi
perché l’architettura continui a fornire luoghi per vivere senza consumare suolo, perché
l’architettura assuma fino in fondo il suo vero, nuovo e contemporaneo ruolo: quello
di “curare” piuttosto che contribuire ad “ammalare” anche se in modo “sostenibile” un
territorio.”, dice Giancarlo Allen giudice italiano della Giuria del prestigioso premio.
“Perché premiare un nuovo edificio residenziale ad altissima efficienza energetica a valle?
In questo senso il progetto di recupero della Borgata Paraloup è assolutamente anomalo
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tra i 201 progetti presentati. Lontano dai noiosi stilemi ormai stereotipati e ripetitivi
dell’architettura del Voralberg, Paraloup … ha il pregio di non essere solo un’architettura
fatta di tecnica e composizione ma di essere principalmente un’architettura pensante…
Un luogo della speranza attraverso la memoria, una delicata evoluzione di una valle
remota nel rispetto delle forme di vita”.
Questa nuova sensibilità verso il recupero del patrimonio diffuso in abbandono, della
periferia del territorio storico, è stata confermata l’anno seguente con il premio Gubbio
2012, promosso dall’Associazione Nazionale per i Centri Storici Artistici, premio exequo con la biblioteca hertziana di Roma e il carcere Le Murate di Firenze. “Il progetto
architettonico è esemplare”, si legge nella relazione della giuria, “Restano i muri d’ambito
in pietra, così come sono, opportunamente consolidati, e al loro interno si innestano
strutture in legno.. che chiudono gli spazi, concludendosi con le nuove coperture…
Con una puntigliosa attenzione alle problematiche del risparmio energetico, perché
l’impatto sia minimo, e la Borgata risulti autosufficiente, ricorrendo a energie rinnovabili
e all’utilizzazione delle risorse reperibili sul posto. L’ANCSA ha apprezzato l’insieme
delle scelte perseguite: il progetto, nella sua perfetta aderenza al contesto, appropriato
e consapevole del ruolo che avrebbe dovuto avere nell’azione intrapresa, e la filosofia
che lo anima, intesa alla valorizzazione della memoria storica di un luogo che, con le
sue strutture, gli spazi e gli edifici, ma anche con il paesaggio agro-silvo-pastorale le cui
economie sono state all’origine dell’insediamento, è ciò che più di ogni altro elemento
sarà capace di perpetrarla nel tempo”.
* Architetto, Dottore di ricerca e docente di progettazione al Politecnico di Torino.
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Comunicazione e didattica a scuola
Ribelli in montagna
Alessandro Orsi*
Il mio intervento ha seguito il percorso di tre testi da me pubblicati1.
“Un paese in guerra” è un libro che racconta la storia della comunità di un piccolo
paese della Valsessera, Crevacuore, al centro dell’esperienza tragica dell’ultima fase della
guerra nelle terre occupate dai nazifascisti e allibita spettatrice di un ultimo drammatico
episodio, negli anni cinquanta, collegato alla guerra di liberazione.
La vicenda da cui parte e con cui si chiude il libro è l’assassinio del sindaco di Crevacuore,
partigiano comunista, da parte di una giovane donna, la cui madre è stata fucilata come
spia fascista dai partigiani. Il fatto suscita molto clamore nel 1956, quando la donna spara
e uccide, e nel 1557, quando si svolge il processo. Anni difficili per gli ex partigiani e gli
attivisti sindacali e di sinistra, ingiustamente perseguitati.
Ma il delitto del 1956 è solo il filo attorno a cui si sviluppano le vicissitudini di tanti altri
uomini e donne, partigiani e civili, comunisti e fascisti, che fanno i conti con l’emergere
di una violenza efferata, portata soprattutto da nazisti e fascisti e in parte riemersa dai
dissidi e odi del passato, frutto delle beghe di un villaggio.
La società civile di un piccolo paese racchiuso nei monti diventa protagonista nella
Resistenza: aiuta i partigiani in ogni modo, paga un alto prezzo per incendi e distruzione
di abitazioni e violenza alle persone, abbraccia i molti “ragazzi” di Crevacuore che cadono
da eroici partigiani. Emergono dal libro i punti cruciali di una riflessione dell’autore sulle
tre guerre presenti da fine ’43 alla primavera del ’45: quella patriottica, quella di classe
e quella civile, di certo la più evidente nel contesto di un paese dove i combattenti si
conoscono, spesso, molto bene.
“Andare a scuola” è un libro che descrive il lungo viaggio dell’autore nel mondo della
scuola: dall’analisi sulle scuole professionali locali all’addestramento delle maestre in
epoca fascista, dagli studi classici e dal Sessantotto alla docenza di un “militante della
scuola” (secondo la definizione dell’ex ministro P.I. Luigi Berlinguer nell’ introduzione)
alla dirigenza scolastica e alla collaborazione in un’associazione che costruisce una scuola
sulle montagne del Nepal.
Il centro del libro riguarda, però, l’insegnamento della storia agli adolescenti, in particolare
la trasmissione della memoria storica legata alla guerra, ai movimenti popolari, alla
Resistenza. Il relatore si sofferma sui concorsi della Regione Piemonte su lager e Resistenza
e sui conseguenti viaggi ai campi di concentramento, effettuati da molti suoi studenti.
Negli istituti secondari superiori, fino a pochi decenni fa, si arrivava col programma
di Storia sì e no alla prima guerra mondiale, guai a parlare di fascismo, seconda guerra
mondiale, Resistenza. Grazie alla competenza, al coraggio, alle virtù etiche di molti
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docenti (in buona parte formatisi nel Sessantotto) anche gli eventi più controversi del
Novecento sono diventati storia viva e interessante.
I funesti disastri provocati da nazismo e fascismo, i sacrifici della società civile, i valori
della Resistenza vanno insegnati ai giovani nelle scuole perché imparino che un popolo
che non conserva memoria dei propri sbagli e delle tragedie vissute è destinato a ripeterli
e a riviverle.
“Ribelli in montagna” infine è un libro che appartiene al progetto degli Istituti piemontesi
per la storia della Resistenza “La memoria delle Alpi”, nato per conservare e diffondere
la cultura e la storia dei popoli ai piedi delle Alpi. Compresa quella, centrale e assai
importante, della Resistenza.
Nel libro sono descritti venticinque itinerari sulle montagne della Valsesia, valle insignita
della medaglia d’oro al valore militare per la dura lotta di liberazione sostenuta, itinerari
che mettono insieme il forte amore del relatore per la montagna, la storia, l’insegnamento
alle giovani generazioni, le generosità dei combattenti per la libertà.
È una guida per escursionisti, innanzitutto, con luoghi di partenza e passaggio, tempi
di percorrenza, mete, difficoltà, segnavia Cai. Inoltre in ogni percorso sono illustrati i
monumenti storici e artistici, tradizioni locali, ambienti naturali, leggende.
Ma nel cammino scelto i veri protagonisti sono i personaggi che hanno avuto un rapporto
con l’itinerario, ricordati dalle lapidi a lato dei sentieri, sui muri delle baite e delle case,
nelle piazzette di paesi e frazioni. Personaggi riconducibili ad aspirazioni di libertà, ad alte
idealità, a forme varie di “ribellione”: da Fra Dolcino ai patrioti valsesiani dell’Ottocento,
dagli operai delle aziende delle valli ai partigiani delle brigate Garibaldi.
In gran prevalenza si tratta di partigiani caduti in montagna: ogni lapide e cippo richiama
la storia di un giovane che ha sacrificato la vita per la libertà, in un insieme di storie
spesso dimenticate e non conosciute dagli escursionisti. Così un percorso tra boschi e
vette racconta le vicende dei popoli dei monti e gli eroismi dei “ribelli” in montagna.
In conslusione sottolineo la mia appartenenza a un gruppo famigliare legato alla
Resistenza a Crevacuore e alle Anpi di Valsesia e Biellese, e concludo riassumendo volontà
e desideri di trasmettere i valori della Resistenza attraverso canali nuovi, originali, efficaci
soprattutto per i giovani.
* Dirigente scolastico, già docente di Storia nelle scuole superiori, si interessa e ha già scritto libri su temi relativi a istruzione,
turismo, gastronomia, storia locale e in particolare quella della Resistenza nel Piemonte nord-orientale.
1
Un paese in guerra. La comunità di Creavacuore tra fascismo, Resistenza, dopoguerra, Istituto per la storia della
Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsusa, 1994; Andare a scuola,
2002; Ribelli in montagna: itinerari lungo valli e cime di Valsesia e Valstrona, attraverso la memoria delle lapidi, sulle
tracce dei “ribelli” di montagna: dolciniani, partigiani garibaldini, patrioti, operai, sessantottini, Istituto per la storia
della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsusa, 2011.
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Preservare la memoria del passato
con uno sguardo al futuro
Michele Piasco* e Fabio Malagnino**
Sono stato colpito fin da bambino dal monumento alla Resistenza a Cuneo di Umberto
Mastroianni.
La mia esperienza di lavoro sui siti di memoria è iniziata quando con il Consiglio regionale
del Piemonte mi sono occupato del tema dei Viaggi della Memoria per riprendere gli
studenti che con le istituzioni andavano in questi luoghi.
Già con Nuto Revelli la testimonianza fin dai tempi della scuola era stata centrale nella
mia esperienza. Nasce così l’idea di condividere l’esperienza dei viaggi della memoria a
scuola, con gli studenti.
L’avvento del digitale è stata un’occasione straordinaria per iniziare a solidificare questa
memoria, con l’aiuto della tecnologia.
Nel 2006 è nato il progetto “La Memoria dei viaggi”, progetto che è costituito da
documentazione d’archivio; si tratta di 800 minuti di immagini con documentazione dei
luoghi di deportazione in Europa, principalmente in Germania, Austria e Polonia, e dei
territori interessati dallo sbarco in Normandia e dalla più recente guerra in Bosnia.
L’utilizzo di questi nuovi strumenti di comunicazione consente una maggiore fascinazione
da parte dei giovani. Si tratta di uno strumento di lavoro interessante; così ho deciso con
un gruppo di lavoro1 di creare un dvd-rom, per consentire in maniera strutturata, in modo
sistemico e con mappe interattive, di consultare numerosi filmati, soprattutto riferiti a
testimoni diretti dei fatti della Seconda guerra mondiale e della strage di Srebrenica.
E’ stato creato un motore di ricerca per trovare informazioni di questi luoghi.
Dopo la realizzazione del progetto, oggi grazie a YouTube è possibile creare una versione
online del lavoro e mettere in condivisione in rete questi documenti preziosi, che
altrimenti dovrebbero essere duplicati e rappresenterebbero dei costi aggiuntivi.
Oggi infatti possiamo ascoltare alcuni testimoni diretti, perché coevi a noi; ma i nostri
figli non avranno più questa opportunità per ragioni anagrafiche.
Allora diventano essenziali progetti mirati, come due progetti che ho scelto di presentare:
il primo si riferisce al campo di concentramento di Majdanech, non molto conosciuto
dall’opinione pubblica.
Alcuni documenti fondamentali relativi a questo campo sono stati ritrovati in Italia e
possono essere finalmente conosciuti.
Il secondo progetto invece arriva dagli Negli Stati Uniti, dove è stata lanciata la prima
biblioteca completamente on line. I documenti saranno messi a disposizione di tutti.
Il web consente alla collettività di accedere più facilmente ad una serie di documenti
conservati in archivio, nelle biblioteche etc. che prima erano inaccessibili ad una gran parte
della popolazione, per ragioni geografiche, di conoscenza e di accessibilità. Grazie alla
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digitalizzazione di volumi e video è possibile consentire l’accesso in qualsiasi momento,
in qualsiasi parte del mondo.
Il Consiglio regionale del Piemonte ha abbracciato le tecnologie digitali; si tratta di un
modo virtuoso per avvicinare i cittadini.
La conservazione di questa memoria fragile, grazie alla conservazione di materiali prima
relegati solo ad un luogo fisico, con degli orari, oggi è disponibile, consultabile e fruibile
dalla collettività.
*Multimedia e Resistenza.
** Consiglio Regionale del Piemonte.
1
Grazie al coordinamento di un Comitato scientifico curato da Prof. Bruno Maida e altri studiosi del
settore.
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La legislazione vigente sui siti di memoria
della II guerra mondiale: proposte operative
Lo stato dell'arte della legislazione sui luoghi
della memoria della II guerra mondiale in Italia
Maria Vittoria Giacomini*
In questi anni sta avvenendo un delicato passaggio del testimone alle nuove generazioni
dei fatti tramandati dai superstiti circa le vicende della Seconda guerra mondiale1.
E’ un momento cruciale della percezione di eventi come fascismo e nazismo, Resistenza,
avvenimenti chiave per capire l’attualità e il futuro prossimo.
Questa crucialità implica il passaggio obbligato dalle memorie alla storia. Le memorie di
questi eventi a poco a poco si chiudono. I testimoni stanno scomparendo.
L’iter per il riconoscimento come patrimonio culturale dei luoghi della memoria della
seconda guerra mondiale in Italia è in atto. Nei prossimi anni occorrerà lavorare in modo
sistemico su scala nazionale2 tra gli addetti ai lavori e gli attori presenti nei siti di memoria
per giungere ad un riconoscimento ufficiale di questi luoghi e di questi manufatti come
sistema di beni culturali da conservare, tutelare e valorizzare con progetti appositi.
A livello legislativo è storia recente l’azione che parte dalla Camera dei deputati con la
proposta di legge sui luoghi della Resistenza, che ha visto come primo firmatario ValdoSpini, in merito al Patrimonio storico della guerra di Liberazione della lotta partigiana.
Si tratta della proposta di legge n. 139 del 28/04/2006, dal titolo Disposizioni per la
tutela del patrimonio storico della guerra di Liberazione e della lotta partigiana, promossa nella
XV Legislatura della Repubblica italiana nella VII Commissione (Cultura, scienze e
istruzione). Tra i membri della Commissione spiccava per la valenza culturale il deputato
Nicola Tranfaglia (Comunisti Italiani)3.
Questa proposta di legge (riportata in allegato) potrebbe diventare un valido strumento
normativo su cui riflettere, per promuovere una legislazione specifica sui luoghi della
memoria in Italia relativi alla seconda guerra mondiale. Tuttavia va evidenziato che esiste
già una legge specifica per i luoghi della memoria riferiti alla prima guerra mondiale. Si
tratta della Legge n. 78 del 07/03/2001, sulla Tutela del Patrimonio storico della Prima guerra
mondiale4.
Si segnala che il deputato Elvio Ruffino (DS-U) nella relativa proposta di legge n. 6604
sottolinea che: (…) La proposta di legge è costruita tenendo particolarmente presente la nuova
struttura del Ministero per i beni e le attività culturali, così come definita dal decreto legislativo
20 ottobre 1998, n. 368. Un ruolo centrale è pertanto affidato alle soprintendenze regionali di cui
all’articolo 7 del citato decreto legislativo n. 368 del 1998, correlandolo con il ruolo delle diverse
regioni.
Infine, anche se la proposta di legge considera i beni relativi agli eventi della prima guerra mondiale,
ci è sembrato utile prevedere che in futuro qualcosa di analogo possa riguardare i beni relativi agli
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eventi della seconda guerra mondiale. Perciò abbiamo inserito una norma transitoria che prevede
il censimento dei manufatti collegati ad essa, quale possibile presupposto per ulteriori iniziative
legislative.
Tuttavia nella legge n. 78 del 07/03/2001 non si menzionano le testimonianze della
seconda guerra mondiale. Inoltre non vanno dimenticate le azioni legislative a livello
regionale, tra cui spicca, per esempio, il Piemonte, che ha una normativa apposita sui
luoghi della memoria, grazie alla Legge regionale n. 7 del 22 gennaio 1976, dal titolo
Attività della Regione Piemonte per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della
costituzione repubblicana5.
Inoltre con la Legge regionale n. 41 del 18 aprile 1985, si menziona in modo specifico
un’azione mirata di conservazione e tutela, già sin dal titolo Valorizzazione del patrimonio
artistico-culturale e dei luoghi della Lotta di Liberazione in Piemonte. In particolare all’art. 3 si
citano gli interventi per la valorizzazione dei luoghi, che comprendono “la sistemazione
delle aree, la sistemazione dei monumenti”.
Si può quindi riflettere sull’attuazione di un’azione di tutela mirata a questo sistema di
beni, specchio di una coscienza collettiva che esprime una volontà precisa di conservare
questa memoria.
Strumenti operativi del Ministero dei Beni Culturali, attraverso le Soprintendenze, sono
schedature specifiche. Tra i cataloghi esistenti si potrebbe ragionare su schede tipo per
edifici e aree territoriali nel caso di parchi.
Per quanto attiene i Luoghi di memoria è costante la complessità della stratificazione delle
memorie. E’ necessario un giudizio di valore, introdotto su basi scientifiche, storiche e
documentarie per la selezione di quali memorie rendere più visibili per tramandarle alle
future generazioni.
Ritornando ai principali articoli della proposta di legge Valdo Spini del 2006 è opportuno
soffermarsi su alcuni aspetti, utili per i successivi passi da effettuare per il pieno
riconoscimento di questi beni.
All’articolo 1, comma 1 si fa riferimento al “valore storico e culturale delle vestigia della
guerra di liberazione e della lotta partigiana”. E all’articolo 1, comma 2 si precisa che per
vestigia si intendono alla lettera a) “edifici e manufatti sedi delle formazioni partigiani.
Appare tuttavia particolarmente interessante la lettera c) in cui si precisa che per vestigia
si intendono anche “cippi, monumenti, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni e tabernacoli”.
Il riferimento a “graffiti” consente di estenderne il concetto alle tracce labili rimaste sui
muri6 e l’estensione ulteriore del concetto, in cui si precisa alla lettera f) che si intende per
vestigia “ogni altro residuato avente diretta relazione con le operazioni belliche”.
In un’ottica internazionale sono attualmente disponibili nuovi strumenti di tutela per
il patrimonio culturale7 in particolare in riferimento ai beni intangibili8. Le tracce della
Deportazione e della Resistenza in Italia, con la loro caratteristica fragile di essere al
confine tra il materiale e l’immateriale, potrebbero essere oggetto di tutela, conservazione
e valorizzazione, grazie al loro inserimento nella Lista del Patrimonio Intangibile italiano. Tale
patrimonio è strettamente connesso al valore della sua trasmissione alle generazioni future,
più evidente in quanto testimonianze deboli. Si tratta di un patrimonio continuamente
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riconosciuto e ricreato dalle comunità, come avviene durante le manifestazioni nei siti
di memoria per ricordare eccidi o eventi della Resistenza, fornisce alla collettività senso
di identità e di continuità della sua storia. Tali caratteristiche dei Luoghi di memoria sono
dunque connesse anche alla Convenzione per la protezione e promozione della diversità culturale
delle espressioni culturali, approvata nel 2005 dall’UNESCO9.
Per la valutazione di quali beni inserire nel patrimonio culturale intangibile andrà
considerata oltre alla “comunità, gruppi ed individui” come segnalato nella Convenzione
del Patrimonio Intangibile10, anche la “comunità patrimoniale” (heritage community), intesa
come un insieme di “persone che valorizzino specifici aspetti del patrimonio culturale
che intendono, nel contesto dell’azione pubblica, sostenere e trasmettere alle generazioni
future”, così come descritto nella Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa11.
* Architetto, Dottore di ricerca e collaboratore con il Politecnico di Torino e con la Soprintendenza per i Beni Architettonici
e Paesaggistici delle province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli.
1
In corrispondenza della pubblicazione dei presenti Atti di convegno è opportuno sottolineare l’attualità
del tema con un riferimento preciso a quanto sta avvenendo a livello normativo: nell’ambito della Legge
n. 289/2022, art. 60 (Finanziamenti degli investimenti per lo sviluppo), il comma 4 è stato abrogato dalla
Legge di stabilità 2014. Al comma 4 dell’attuale Legge appena menzionata e in particolare al comma 4 bis, si
evidenziano specifiche indicazioni, per azioni operative da effettuare sui Luoghi della memoria, che sono di
seguito riportate: “Al fine di tutelare e promuovere il patrimonio morale, culturale e storico dei luoghi della
memoria della lotta al nazifascismo, della Resistenza e della Guerra di liberazione, una quota delle risorse di
cui al comma 4, pari a 2,5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014, 2015 e 2016, è destinata a finanziare
interventi di recupero e valorizzazione dei luoghi della memoria. Gli interventi di cui al presente comma
sono individuati dal Comitato storico-scientifico per gli anniversari di interesse nazionale di cui al decreto
del Presidente del Consiglio dei Ministri 6 giugno 2013, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 164 del 15
luglio 2013”.
2
A questo proposito già esiste dal 2010 un coordinamento nazionale dei luoghi della memoria presso Casa
Cervi (Gattattico-Reggio Emilia) ma non se ne conoscono ancora pubblicamente gli esiti operativi.
3
Per quanto attiene la XIV Legislatura della Repubblica italiana (30 maggio 2001 - 27 aprile 2006) nella VII
Commissione si ritrovano le seguenti personalità: Marco Rizzo (Misto), Vittorio Sgarbi (Forza Italia, poi
Misto), Teresio Delfino (UDC, Unione Democraticocritiana e di Centro, CCD-CDU Biancofiore, UDC
Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro).
4
Dal progetto di legge n. 2792 presentato nella XIII Legislatura, in data 28 novembre 1996, con il titolo
Norme per la valorizzazione ed il recupero del patrimonio storico - culturale della guerra 1915 - 1918 poi
approvato con il titolo “Tutela del patrimonio storico della prima guerra mondiale” su proposta dei Deputati
Rodeghiero, Apolloni, Mazzocchin e altri, dopo ottanta anni dai fatti ricordati. Poi la proposta di legge n.
2792 è stata accorpata con le proposte n. 3210 (Norme per il censimento, il recupero e la valorizzazione
di particolari beni storici, architettonici e culturali della prima guerra mondiale) e n. 6604-B (Tutela del
patrimonio storico e culturale della prima guerra mondiale) con un testo unificato dalla VII Commissione
Permanente (Cultura, scienze e istruzione) della Camera dei Deputati, in data 27 settembre 2000 e modificata
dalla VII Commissione permanente (Istruzione Pubblica, Beni Culturali, Ricerca scientifica, Spettacolo e
Sport) del Senato della Repubblica il 22 novembre 2000 con l’unificazione delle proposte di legge n. 4447,
d’iniziativa dei senatori Monticone, Andreolli e altri; n. 4832, d’iniziativa dei senatori Palombo, Maceratini
e altri. Dunque la proposta di legge n. 2792, accorpata con la n. 3210 e n. 6604-B d’iniziativa dei Deputati:
Rodighiero, Apolloni, e altri, Vascon (2792); Stefani (3210); Ruffino (6604).
5
E aggiornamenti con Legge regionale n. 20 del 2 luglio 2008, Modifiche alla legge regionale 22 gennaio
1976, n. 7.
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L’attenzione alla conservazione dei graffiti è già attuata nel caso del Museo di Via Tasso a Roma.
Per un quadro legislativo aggiornato relativo al dibattito sui beni culturali si veda ad esempio: Manlio Frigo,
La protezione internazionale dei beni culturali nel diritto internazionale, Giuffrè, Milano 1986; Francesco Francioni,
Angela Del Vecchio, Paolo De Caterini (a cura di), Protezione internazionale del patrimonio culturale: interessi
nazionali e difesa del patrimonio comune della cultura, Luiss, Roma 2000; Lorenzo Casini, La globalizzazione dei
beni culturali, Il Mulino, Bologna 2010; Massimo Carcione, Gestione dei siti culturali, patrimonio dell’umanità e
sussidiarietà in Renato Balduzzi (a cura di), Annuario Drasd 2010, Giuffrè, Milano 2010, pp. 191-235.
8
Lauso Zagato, Marco Giampieretti, Lezioni di diritto internazionale ed europeo del patrimonio culturale, Libreria
Editrice Cafoscarina, Venezia 2011.
9
Convention on the Protection of the Diversità of Cultural Expressions, 20 october 2005 Paris. www.unesco.org/
culture/en/diversity/convention.
10
Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage, 17 ottobre 2005 Paris. www.portal.unesco.
org.
11
Framework Convention on the Value of Cultural Heritage for Society, 10 ottobre 2005 Faro. http://conventions.
coe.int. Lauso Zagato, Marco Giampieretti, Lezioni di diritto internazionale …, cit., p. 95.
6
7
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Per una corretta valorizzazione
dei Luoghi della Memoria
Massimo Carcione*
Non è certo facile per associazioni, istituzioni e singoli cittadini impegnati a conservare,
gestire e valorizzare i numerosi monumenti, sacrari, siti di battaglie ed eccidi, musei e
centri di documentazione dedicati alla Resistenza - e, più in generale, alle vicende del
secondo conflitto mondiale - riuscire a districarsi nel dedalo di competenze e funzioni
dei soggetti a vario titolo e livello competenti in materia, dai Comuni fino all’Unione
Europea.
Questa constatazione, lungi dall’essere una mera affermazione di principio, trova riscontro
nell’esperienza acquisita1 dall’estensore di queste brevi note “sul campo”, cioè in due tra
le più significative zone che erano state oggetto tra il 2003 e il 2007 del progetto europeo
Interreg “La Memoire des Alpes” 2:
1) per quanto riguarda l’Italia, nell’emblematica ma ancora non adeguatamente valorizzata
realtà dell’Appennino alessandrino-genovese, che annovera tre siti coinvolti nel progetto,
in quanto maggiormente significativi – senza nulla togliere agli altri – in termini di aree
monumentali, strutture di accoglienza e ricerca, nonché di partecipazione agli eventi
celebrativi:
- i ruderi dell’antica grangia benedettina3 della “Benedicta” (in Comune di Bosio), luogo
dell’eccidio della Pasqua 1944 – e sede sin dall’immediato dopoguerra di una celebrazione
commemorativa molto sentita dalle comunità locali – presso cui stanno sorgendo un
Parco della Pace e un moderno Centro di documentazione ipogeo, ai quali fanno corona
le cascine, i cippi, i sacrari e gli altri luoghi della memoria del Parco delle Capanne di
Marcarolo e dell’area a cavallo tra novese e ovadese, tra cui spicca il Forte di Gavi;
- la zona delle “strette” di Pertuso, in Cantalupo Ligure, cui si dovrebbe connettere il
non lontano Museo della Resistenza di Rocchetta Ligure (entrambi Comuni della Val
Borbera, sita tra novese e tortonese);
- la vasta area di Piancastagna, Olbicella e Bandita, che unisce nel ricordo degli eventi
dell’ottobre 1944 tre comuni dell’acquese, di cui quello di Ponzone funge da capofila e
coordinatore.
2) sul versante francese, in un contesto assolutamente analogo4 a quello appena descritto,
costituito dall’altipiano del Vercors, non lontano da Grenoble5 (che annovera a sua volta
una grandiosa fortezza e uno straordinario Musée de la Resistence), ci sono invece:
- i ruderi del sito monastico di Valchevirère, straordinariamente speculare alla Benedicta,
non solo dal punto di vista storico-architettonico e paesaggistico, ma persino per alcuni
aspetti amministrativi (a partire dalla notevole lontananza del Comune capoluogo) e di
tutela ambientale;
- la gola di Saint-Nizier, teatro di una battaglia tra nazifascisti e partigiani per molti versi
simile a quella di Pertuso;
- la vasta zona monumentale di Vassieux-en-Vercors, che unisce un grande evento
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celebrativo annuale presso il cimitero, un Museo tradizionale e lo straordinario Mémorial
de la Résistence, che in quanto grande e moderno centro di documentazione realizzato
in area montana6 (e per questo a sua volta parzialmente ipogeo!), costituisce il modello
ideale cui dovrà ispirarsi l’analoga struttura di prossima realizzazione alle Capanne di
Marcarolo.
I luoghi di combattimento dei maquis transalpini e i relativi musei e memoriali sono da
decenni al centro dell’attenzione dello Stato e delle altre istituzioni culturali e territoriali
francesi, mentre per quanto concerne la complessa realtà italiana non si può certo dire
altrettanto, fatte salve alcune rilevantissime ma assai isolate eccezioni. E non è certo
d’aiuto, a tal fine, il fatto che da qualche anno la L. n. 78/2001 (ripresa e “codificata”
nell’art. 11, lettera i del successivo Codice dei Beni culturali7), abbia previsto specifiche
disposizioni legislative nazionali di tutela per le sole vestigia che costituiscono il
patrimonio storico della prima guerra mondiale: dunque qualcuno potrebbe dedurne
che non è ancora tutelato, a dispetto dei settant’anni anni ormai trascorsi, l’insieme delle
memorie materiali e immateriali della Seconda guerra mondiale e della Resistenza, che
forse per questo restano ancora formalmente in una sorta di limbo di indeterminatezza e
carenza normativa, cui non sopperiscono certo alcune leggi o proposte di legge nazionali
o regionali relative a specifiche realtà emblematiche come Sant’Anna di Stazzema,
Marzabotto o la Linea Gotica8.
Ciò pone, nella quasi totalità delle altre situazioni, una serie di problematiche che
attengono alla tutela e valorizzazione dei siti, e alla loro conseguente gestione e alla
fruizione da parte di partigiani, antifascisti e storici, ma anche di scolaresche e turisti,
come pure alla compatibilità delle nuove strutture con le esigenze dei residenti e con i
giusti vincoli di rispetto imposti dalle norme di tutela storico-artistica o paesaggistica e
ambientale. L’approccio del giurista, seppur temperato dall’esigenza concreta di arrivare
a risolvere con chiarezza e semplicità i problemi, non può dunque che partire da una
sommaria definizione del quadro giuridico inteso in senso “generale e astratto”.
Il quadro normativo
L’art. 2 del Codice dei Beni culturali (D.Lgs. n. 42 del 22 gennaio 2004) stabilisce che,
nell’ambito del più generale concetto di patrimonio culturale, sono definiti come beni
culturali le cose immobili e mobili che presentano interesse storico, individuate dalla
legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.
Più precisamente l’art. 10 della stessa Legge individua specificamente tra i beni culturali le
cose immobili e mobili appartenenti alle Regioni e agli altri enti pubblici territoriali, che
presentano interesse storico o archeologico; ma lo sono anche le cose immobili e mobili,
“a chiunque appartenenti”, che rivestono un interesse particolarmente importante a causa
del loro riferimento con la storia politica e militare.
Sono poi espressamente comprese tra queste anche le tipologie di architettura rurale
aventi interesse storico od etnoantropologico, quali testimonianze dell’economia rurale
tradizionale, che quasi sempre caratterizza anche le montagne e le campagne in cui
operavano e si nascondevano i partigiani.
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Non è qui il caso di citare, invece, le molte e assai articolate norme di tutela definite dal
Titolo I, ed in particolare gli artt.18 e seguenti del Codice, che riguardano ovviamente ogni
intervento di conservazione e restauro di un sito storico-monumentale ed archeologico di
proprietà pubblica (come sono normalmente i “Luoghi della Memoria”), con l’obbligo di
chiedere l’autorizzazione per ogni intervento alle competenti Soprintendenze; cito solo
l’articolo 40 che parla proprio di Interventi conservativi su beni delle regioni e degli altri enti
pubblici territoriali, ordinariamente oggetto di “preventivi accordi programmatici” con il
Ministero per i Beni e le Attività culturali.
Il codice definisce anche (all’art. 101.2) cosa si debba intendere per “istituti e luoghi
della cultura”, cioè i musei, le biblioteche e gli archivi, le aree e i parchi archeologici, i
complessi monumentali.
In particolare può interessarci verificare che per “museo”, si intende (mutuando e
recependo quasi integralmente la definizione internazionale proposta dall’ICOM) una
struttura permanente che acquisisce, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità
di educazione e di studio: dunque un insieme di caratteristiche che ben difficilmente
possono trovarsi nelle strutture che nelle diverse realtà sono state costituite a tale scopo
Nella maggior parte dei casi, le strutture finalizzate a conservazione e ricerca nel settore
della storia contemporanea si classificano come Centri di documentazione 9, vale a dire
qualcosa che si pone a metà strada tra una biblioteca10 e un archivio11, e tuttavia è
formalmente soggetto alle relative norme tecniche, anche perché normalmente si limita
a gestire e mettere a disposizione dei pubblico quello che nel gergo tecnico si chiama
“materiale grigio”, cioè libri, opuscoli non catalogati, fotocopie o riproduzioni di
documenti, quasi sempre mediante supporti audiovisivi, banche dati informatiche, filmdocumentari, e così via.
In alcune realtà regionali particolarmente sensibili hanno sopperito già negli anni
passati alcune Leggi regionali di valorizzazione e promozione, che oltre ad assicurare
il finanziamento degli interventi sui luoghi della memoria hanno fornito indicazioni e
metodologie per la loro gestione: l’esempio viene ancora una volta dal Piemonte - con
la L.R. 18 aprile 1985, n. 41 - che già trent’anni fa era stata finalizzata (probabilmente il
primo caso in Italia12) alla valorizzazione del patrimonio artistico-culturale e dei luoghi
della lotta di Liberazione in Piemonte destinati ad uso pubblico e bisognosi di “interventi
di qualificazione“, tra cui in particolare la sistemazione delle aree, dei monumenti ed
immobili già esistenti, di altri immobili aventi valore di testimonianza storica13.
Partendo da questi presupposti è stato quasi ovvio che i più rilevanti Luoghi della
Memoria della resistenza piemontese divenissero oggetto di leggi regionali ad hoc, come
è avvenuto per la Benedicta14 con la L.R. n. 1/2006, che dopo molti anni di sollecitazioni
dell’Associazione e degli Enti locali ha finalmente istituito il Centro di documentazione,
nell’intento (che si evidenzia considerando il dettato dell’art. 1) di promuovere una
struttura in grado di valorizzare e rendere funzionale uno dei luoghi emblematici della
lotta di liberazione in Piemonte, oltre che di conservare e valorizzare le testimonianze e il
materiale d’archivio relativi alla guerra e alla resistenza nell’Appennino Ligure-Piemontese,
nonché la storia, la cultura e le tradizioni delle popolazioni dell’area. A ciò si aggiunge
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però anche l’idea di fornire servizi di assistenza didattica alle scuole, anche attraverso
scambi culturali, oltre a offrire strumenti di conoscenza ai cittadini ed ai turisti15.
Così pure è avvenuto per altre realtà piemontesi come la Casa della Resistenza di
Fondotoce (Verbania), con il “Parco della Memoria e della Pace” istituito dalla L.R. n. 30
del 1992.
Tuttavia un tale livello di sensibilità e attenzione non è certo riscontrabile in ogni regione16,
e d’altronde questo studio mira a individuare e fornire una categoria concettuale (prima
ancora che giuridica) chiara e univoca cui connettere le assai diverse realtà e tipologie di
luoghi della seconda guerra mondiale e della Resistenza.
Dunque per arrivare a definire la natura che assumono nel loro complesso le più importanti
aree storico-monumentali di cui ci occupiamo, che si tratti di luoghi universalmente noti
come Sant’Anna di Stazzema o Monte Sole-Marzabotto, Boves o la stessa Benedicta, che
normalmente riuniscono in un unico contesto territoriale tutte o quasi le diverse realtà
e strutture culturali sin qui ricordate, ritengo che esse possano rientrare della nozione proposta dall’art. 101 del Codice - di «parchi archeologici», che sono ambiti territoriali
che quasi sempre includono importanti evidenze archeologiche (come sono i resti delle
cascine o delle borgate distrutte17), ma soprattutto caratterizzati dalla compresenza di
valori storici, paesaggistici o ambientali, attrezzato come museo all’aperto. Nel caso invece
di vaste aree che riuniscono molti e diversi elementi di diversa natura e interesse, non si
può che ricorrere alla correlata e per certi versi complementare nozione di itinerario18.
La complessa amministrazione di un “Luogo della Memoria”
Se già la definizione dei progetti di valorizzazione di un luogo della Resistenza e
l’organizzazione delle diverse strutture o iniziative realizzate o in corso di realizzazione
richiede una certa abilità e dimestichezza con la burocrazia, essendo necessario districarsi
tra leggi, finanziamenti e modalità operative, il quadro si complica vieppiù quando si
tenta di interagire con i diversi enti promotori, realizzatori o di tutela – e dunque con le
rispettive competenze e responsabilità – che risultano quanto mai difficili da discernere,
specialmente per chi non è più che esperto di pubblica amministrazione.
Tuttavia nell’ottica di definire le basi tecniche, giuridiche e operative per poi tentare di
delineare e attuare un corretto piano di gestione e promozione integrata dell’area storicomonumentale, è indispensabile avere ben chiaro chi sono gli interlocutori e qual è la loro
specifica funzione in ogni specifico contesto.
La Regione è normalmente l’interlocutore imprescindibile in quanto legifera in materia
e assegna i relativi contributi finanziari, ma anche perché talora è direttamente o
indirettamente competente, quando il sito monumentale si trova nell’ambito di un parco
naturale, di una foresta demaniale o di un ecomuseo19; c’è poi – almeno fino ad oggi – la
Provincia, che normalmente cura la progettazione e realizzazione delle opere di viabilità
e parcheggi; talvolta co-finanzia anche quelle edili e impiantistiche, oltre a promuovere
progetti di valorizzazione e di educazione ambientale in collaborazione con i comuni,
le scuole e le istituzioni culturali provinciali e locali. Nelle zone di montagna operava e
opera anche la Comunità montana, che di recente ha visto modificata la propria natura
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giuridica e operativa; se invece si tratta di un’area di particolare rilevanza ambientale può
essere istituito un Ente Parco, nazionale o regionale, che normalmente unisce ai compiti
istituzionali di tutela dell’area protetta, la possibilità di gestire come avviene appunto
nel caso delle Capanne di Marcarolo un ecomuseo, di promuovere attività didattiche e
ambientali, realizzare e mantenere sentieri attrezzati e aree di sosta o soggiorno.
Il Comune, oltre ad essere l’Ente di riferimento locale in un’ottica corretta di sussidiarietà,
garantisce un’indispensabile funzione di legame e di coinvolgimento attivo della comunità
locale, avendo come soggetti esponenziali ed operativi non solo i vari amministratori
e dipendenti, ma soprattutto le diverse associazioni (ANPI, associazione Pro-loco,
protezione civile o squadre antincendio boschivo, Croce Rossa o pubblica assistenza,
associazioni d’arma, ecc.) che nell’esperienza concreta sono risultati indispensabili sia
nell’occasione dei grandi eventi celebrativi che per i piccoli ma quotidiani interventi di
assistenza, controllo e manutenzione.
Non è quindi difficile comprendere la necessità e il ruolo strategico che può essere
esercitato tramite la costituzione per lo più in forma di associazione, ma talora anche
di fondazione o consorzio di un soggetto coordinatore e gestore, che proprio in quanto
unica persona giuridica di diritto privato ha la peculiare possibilità di muoversi in modo
snello ed operativo nelle numerose situazioni in cui gli enti pubblici sono rallentati da
vincoli burocratici e finanziari; esso ha inoltre la fondamentale caratteristica di poter
includere istituzioni e realtà territoriali appartenenti a comuni, province e talora anche
regioni diverse20.
Un unico e qualificato soggetto gestore
Proprio lo Statuto del soggetto gestore è dunque sul piano fattuale la più significativa fonte
normativa, pur essendo formalmente di livello assai poco vincolante, il che non esclude
però che possa risultare assai rilevante sul piano politico-istituzionale (specialmente se
viene formalmente approvato dagli organi dei vari enti pubblici del territorio interessato)
allorché si intende assicurare in modo univoco ed efficiente la gestione, valorizzazione e
promozione del sito, delle istituzioni culturali e delle zone monumentali.
Tale soggetto viene normalmente costituito con il preciso scopo di promuovere e curare
l’amministrazione, valorizzazione e promozione della zona monumentale, svolgendo
quindi un’azione di stimolo e sostegno alle amministrazioni pubbliche competenti
nella tutela (dunque la Soprintendenza volta per volta competente, a seconda che si
tratti di beni storici, architettonici, archeologici o archivistici) e valorizzazione, oltre
che per l’organizzazione e promozione delle annuali manifestazioni celebrative (come
commemorazioni, concerti e spettacoli, convegni, manifestazioni sportive) che di solito
caratterizzano la vita di un Luogo della Memoria.
Questa configurazione dell’associazione o fondazione è dunque determinata proprio dalla
necessità di riordinare logicamente e di ricondurre in qualche modo a unità, specialmente
nella prospettiva sempre auspicabile di una significativa fruizione turistica, i molti e non
sempre distinguibili progetti che nel corso degli anni vengono attivati per intercettare
finanziamenti locali, regionali, e in qualche caso anche nazionali ed europei.
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Il che comporta che la realizzazione concreta delle singole attività non possa che avere una
“testa” sola, se non si vuole correre il rischio di una vera e propria babele di competenze
e il conseguente rischio di veti incrociati. Proprio per questo motivo viene in evidenza
l’esigenza prioritaria di cooperare e di coordinare attori pubblici e privati, territoriali e
funzionali, ferma restando l’autonomia gestionale e burocratica dei diversi progetti e dei
relativi gestori, per evitare duplicazioni o lacune di intervento, e arrivare a ottimizzare
l’utilizzo delle risorse ottenute con grande impegno e difficoltà.
Dunque è evidente che se fino a un certo momento ciascun Ente può e deve svolgere
una distinta azione, nel rispetto delle proprie competenze istituzionali o dei compiti
demandatigli da atti di intesa o da specifiche norme di legge, da tempo ormai è
riconosciuta e condivisa la necessità di passare a una ulteriore fase in cui, una volta
portati a termine gli interventi edilizi e impiantistici, venga una volta per tutte definito
il quadro gestionale a regime dell’intera area: un’azione che paradossalmente è sempre
e in ogni realtà - al contrario di quanto comunemente si ritiene - assai più complessa
e “costosa” della costruzione delle strutture, soprattutto laddove si debba ipotizzare la
disponibilità di personale specializzato, mezzi tecnici (ad esempio un mini-bus navetta o
un fuoristrada), allestimenti museali e altre risorse tecniche.
Per le ragioni che si sono dette poc’anzi, i più significativi siti della Resistenza hanno
quasi sempre finito per scegliere di essere inquadrati giuridicamente proprio nella
categoria dei parchi storici: in questo senso il termine ricorrente di Parco della Pace, che
inizialmente richiamava solo la categoria del parchi tematici (che vanno ovviamente
distinti dai parchi divertimenti ed anche dai parchi naturalistici di valenza ambientale e
paesaggistica) può assumere finalmente rilevanza tecnico-giuridica sotto il profilo della
tutela, della conservazione e della valorizzazione di un luogo storico che costituisce anche
e soprattutto un patrimonio culturale, che non a caso gli inglesi definiscono “heritage”.
Dal “luogo” alla rete
Un’ulteriore chiave di lettura di carattere organizzativo, funzionale a un secondo
livello delle funzioni di valorizzazione dei nostri Luoghi della memoria, è però offerta
dall’articolo 111 del Codice, secondo cui “le attività di valorizzazione dei beni culturali
consistono nella costituzione ed organizzazione stabile di risorse, strutture o reti, ovvero
nella messa a disposizione di competenze tecniche o risorse finanziarie o strumentali,
attività cui possono concorrere, cooperare o partecipare anche soggetti privati”, che hanno
la possibilità di riunirsi e organizzarsi in forma di associazione, consorzio o fondazione.
Non è irrilevante che la legge nazionale specifichi che la valorizzazione ad iniziativa
pubblica si deve conformare ai principi di libertà di partecipazione, pluralità dei soggetti,
continuità di esercizio, parità di trattamento, economicità e trasparenza della gestione; la
valorizzazione ad iniziativa privata (che nei nostri casi è un po’ sui generis, riferendosi quasi
sempre a associazioni di enti pubblici o comunque a soggetti ONLUS) è invece definita
come “attività socialmente “utile e quindi ne è riconosciuta la “finalità di solidarietà
sociale”.
Se quindi i diversi “parchi della pace”, “sentieri della libertà”, “itinerari della memoria” e
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analoghi circuiti di valorizzazione e promozione sono sostanzialmente definibili come
reti (network), o meglio ancora come sistemi integrati di strutture e servizi culturali21, un punto
essenziale e qualificante della gestione dovrà essere proprio costituito dalla effettiva
capacità di ottimizzare le opportunità offerte da questa “nuova” soluzione organizzativa22.
Proprio in virtù dell’esperienza personale, diretta e indiretta, ritengo che in primo luogo
non si possa assolutamente prescindere dall’individuazione di un direttore23, o forse meglio
di uno staff di direzione composto almeno dai referenti tecnici e culturali di Comuni e/o
Comunità montane, eventuale parco o ecomuseo, e delle associazioni locali (Pro Loco e
altra realtà operanti nell’area) e nazionali (come l’ANPI o la FIVL), auspicabilmente sotto
l’egida e con il sostegno formale e sostanziale di Provincia e Regione. Comunque venga
concepita, la direzione dell’istituzione culturale deve infatti costituire l’unico riferimento
tecnico stabile e competente per tutte le amministrazioni coinvolte, e con esse per gli
interlocutori esterni, come ministeri e soprintendenze, regione, università e centri di
ricerca, scuole o altri musei.
Ad essa dovrebbe essere affiancato, anche per garantire l’indispensabile competenza
pluridisciplinare, un comitato tecnico-scientifico con funzioni propositive e consultive,
che può essere in parte costituito mediante incarichi di ricerca affidati prioritariamente
agli Istituti per la Storia della Resistenza (ponendo fine alla contrapposizione stucchevole,
per non dire di peggio, tra Istituti e Luoghi della Resistenza), ma possibilmente d’intesa e
in sinergia con gli atenei più vicini e interessati, in modo da allargare quanto più possibile
la platea di potenziali ricercatori e studenti24: solo così si può costituire un vero e proprio
comitato di curatori che diventa imprescindibile nel momento in cui, finito il lavoro di
realizzazione delle strutture edilizie e impiantistiche, gli architetti devono porre mano
all’allestimento dei percorsi di visita e degli spazi espositivi interni ed esterni, permanenti
o temporanei che siano.
Solo in conseguenza della chiara individuazione di una direzione responsabile, qualificata
e competente, si può sperare di realizzare in modo corretto ed efficace gli altri elementi
essenziali del sistema, a partire dalla chiara codificazione preventiva delle finalità e
dei rispettivi compiti, formalizzata in atti vincolanti (accordo di programma, statuto,
regolamenti, convenzioni, ecc.), per arrivare poi alla messa in comune di tutte le risorse
operative, strumentali e finanziarie25.
Occorre infine – ma possibilmente non all’ultimo momento utile, che di solito finisce per
essere quello dell’inaugurazione – individuare, affrontare e risolvere alcune importanti
problematiche di organizzazione dei servizi e della logistica complessiva dell’area, che
anzi dovrebbero essere auspicabilmente oggetto di un serio e realistico “piano di gestione”,
meglio se ispirato agli standard UNESCO26, che includa nell’ordine:
1. la segnaletica per l’accesso autostradale, stradale e locale (inclusi i sentieri);
2. i parcheggi per auto e bus turistici;
3. i mezzi di trasporto in loco, inclusi i necessari mezzi di soccorso;
4. la sicurezza e l’assistenza ai visitatori, che devono sempre essere compatibili e
rispettose della tutela e conservazione dei beni culturali;
5. i servizi aggiuntivi e gli altri servizi di accoglienza (bar, bookshop e punto vendita,
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ecc.);
6. l’allestimento e la promozione di mostre ed eventi culturali;
7. la produzione di spettacoli didattici e di animazione;
8. lo sviluppo del sito web di documentazione e delle altre attività promozionali
complessive, oltre che di una collana di pubblicazioni;
9. l’organizzazione e gestione integrata dei diversi punti di ospitalità (foresterie, rifugi,
alloggi per ricercatori, ecc.);
10. la regolare effettuazione dei servizi di vigilanza, pulizia e manutenzione delle molte
e diverse strutture, inclusi i sentieri;
11. la connessione con la rete museale regionale;
12. l’inserimento nella costituenda rete nazionale e internazionale dei “Luoghi della
Memoria”, con particolare riferimento alla collaborazione con altri musei della
Resistenza in Italia e all’estero.
La “Memoria” come patrimonio intangibile
Nonostante tutte le norme legislative e gli atti amministrativi sin qui esposti, appare
evidente, a chiunque conosca la realtà culturale nazionale, che i luoghi, monumenti e
musei della Resistenza non sembrano avere più probabilità di riscuotere l’attenzione
delle Soprintendenze e del MiBAC – in termini di azioni e provvedimenti di tutela e
valorizzazione – di quanto abbia ottenuto (cioè assai poco, come noto) tutto l’ambito
dell’arte e della cultura materiale contemporanea, dai beni demoetnoantropologici
all’archeologia industriale. E questo a dispetto che fatto che siano già passati settant’anni
dall’inizio della seconda guerra mondiale, essendo ormai giunti alle soglie del settantesimo
della Resistenza.
Se però non ci vogliamo arrendere all’idea che i nostri Luoghi della Memoria non
sarebbero tutelabili perché non sono abbastanza “belli” o “antichi” per i raffinati e un
po’ viziati gusti dei nostri architetti e storici dell’arte, non basta limitarsi ad auspicare
una più rigorosa applicazione delle norme del Codice riportate in premessa, o pensare
a un’estensione delle tutele già “concesse” a suo tempo ai luoghi della Grande Guerra,
che stanno a loro volta per celebrare l’importantissima ricorrenza del Centenario (19142014): si deve piuttosto fare un deciso salto di qualità, ponendo finalmente maggiore
attenzione proprio a quel termine “memoria” che deve intesa nel senso di quel che ormai
da tempo di definisce come patrimonio immateriale e quindi intangibile.
La Convenzione UNESCO del 200327 non si limita infatti a definire e salvaguardare,
come quasi tutti hanno sinora inteso, il patrimonio demoetnoantropologico di tradizioni
e saperi, ma considera per aspetti non marginali anche a il patrimonio storico-culturale28:
essa statuisce infatti che per “patrimonio culturale immateriale s’intendono le prassi, le
rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli
oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e
in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale.
Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è
costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro
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interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità,
promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana”29.
Appare particolarmente interessante, inoltre, constatare che la Convenzione prevede
esplicitamente la circostanza che “una parte del patrimonio culturale immateriale” possa
essere “direttamente associata” (art. 3) a beni dichiarati parte del patrimonio mondiale,
secondo la Convenzione del 1972; viceversa le linee guida di quest’ultima, ed in specifico
quel Criterio IV che non a caso è citato nella scheda di iscrizione nella Lista UNESCO
del Patrimonio dell’Umanità del sito “Auschwitz Birkenau - Campo tedesco nazista di
concentramento e sterminio (1940-1945)”, richiedono di “être directement ou matériellement
associé à des événements ou des traditions vivantes, des idées (…), des œuvres (…) littéraires d’une
valeur universelle exceptionnelle”.
Per quest’ultimo aspetto mi piace particolarmente ricordare, anche per ragioni di famiglia,
le testimonianze storico-letterarie di uno scrittore come Cesare Pavese che, insieme a
Fenoglio, Revelli e Layolo può ben dirsi autore di opere letterarie sulla storia e l’identità
del nostro territorio di valore certamente universale, oltre che eccezionale.
Infine, è il caso di sottolineare che la Convenzione contiene norme implicitamente o
esplicitamente finalizzate alla costruzione di reti di conoscenza e condivisione; così pure
avviene nell’unica legge regionale di attuazione finora emanata, la L.R. n. 27/2008 della
Regione Lombardia30, che cita proprio la “memoria di eventi storici significativi” che le
comunità locali, i gruppi sociali o i singoli individui riconoscono in quanto parte del loro
patrimonio culturale e della loro storia.
Non a caso la stessa Lombardia aveva adottato già nel 1995 una specifica normativa in
materia di sistemi integrati di beni e servizi culturali in genere31, che all’art. 1 si definiscono
come “aventi lo scopo di erogare servizi culturali in forma sistematica ed integrata.
L’art. 14 della Convenzione fa genericamente riferimento a “mezzi informali per la
trasmissione delle conoscenze”, che servirebbero al “potenziamento della capacità”
di gestione delle attività di salvaguardia32; invece l’art. 2 comma 1 d) ed e) della L.R.
n. 27/2008 fa espresso riferimento alla promozione della conoscenza del patrimonio
culturale immateriale, attraverso “la realizzazione di una rete di collegamenti con soggetti
pubblici e privati”, oltre che al connesso impegno delle istituzioni al fine di “diffondere
l’utilizzo di buone pratiche e di metodologie scientifiche”.
Anche se non a questo specifico fine, i due strumenti individuano inoltre, in ambito
nazionale e regionale33, un ruolo rilevante e qualificato per le organizzazioni non
governative: in particolare, l’art. 11 della Convenzione prevede a livello nazionale la
“partecipazione di comunità, gruppi e organizzazioni non governative rilevanti” (la
normativa lombarda si limita a citare genericamente i “soggetti privati interessati”) alla
individuazione e definizione dei vari elementi del patrimonio culturale immateriale
presente sul suo territorio che dovranno essere oggetto di misure di salvaguardia: un
ruolo che è già stato assegnato a organizzazioni nazionali come l’UNPLI e SIMBDEA,
che coordinano rispettivamente le pro-loco e i centri studi demoetnoantropologici.
Ovviamente, in questo caso il ruolo appena delineato non potrebbe che attribuirsi alle
associazioni di Partigiani e antifascisti – l’ANPI in primis – d’intesa e con il supporto
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scientifico dell’INSMLI e della rete nazionale degli Istituti storici della Resistenza.
Infine le misure di salvaguardia del patrimonio intangibile devono garantirne “la vitalità”
e più ancora “la trasmissione, in particolare attraverso un’educazione formale e informale,
come pure il ravvivamento dei vari aspetti di tale patrimonio culturale” (art. 2 comma 3
della Convenzione); poiché è stato autorevolmente obiettato che questo requisito non
sarebbe applicabile al nostro caso, credo si possa rispondere che la valorizzazione dei
Luoghi della Memoria contribuisce – senza alcuna retorica ideologica – ad assicurare
visibilità e concretezza non tanto e non solo agli eventi bellici, quanto piuttosto ai valori
democratici costituzionali che sulla Resistenza sono stati edificati, come ci ha ricordato
Calamandrei, ma che ogni giorno necessitano di essere mantenuti vitali e tramandati alle
nuove generazioni.
Conclusioni
Seppure in estrema sintesi, è possibile a questo punto provare a immaginare un percorso
di presa di coscienza e, per necessaria conseguenza, di azione positiva, da parte delle
istituzioni locali, regionali e nazionali, opportunamente stimolate dalle associazioni
poc’anzi citate, che non potrebbero prescindere da questi semplici assunti:
1) se forse si possono ancora avere remore circa l’effettivo valore storico-culturale di ogni
singolo Luogo della memoria resistenziale, che talvolta può essere rappresentato solo da
un cippo, una casa bruciata, una grotta, una baracca di legna (o magari dal loro racconto
da parte di un testimone, un libro, un documento), tale valore è innegabile non appena
i singoli beni e siti vengono messi in rete a livello locale, regionale e nazionale, in modo
da costituire parchi, percorsi e itinerari della Memoria, così come avviene da anni nel Vercors;
2) se lo Stato non può o non vuole intervenire con la funzione di tutela delle
Soprintendenze, è bene ed è corretto che le Regioni, a ciò competenti in virtù del terzo
comma dell’art. 117 Cost., sopperiscano, o meglio esercitino le proprie autonome
funzioni di valorizzazione e promozione del patrimonio culturale;
3) è auspicabile a tal fine che si riprendano le diverse iniziative legislative – tra cui quella
dell’on. Spini – rivedendole e aggiornandole però in forma di “legge quadro” nazionale,
che deve quindi limitarsi a poche chiare norme di principio e indirizzo generale, cui le
diverse leggi regionali si dovranno conformare adeguando le specifiche norme alle varie
realtà locali; questa legge però non dovrebbe riguardare soltanto i luoghi della Resistenza,
ma occuparsi piuttosto di tutti i Luoghi della Memoria della Seconda guerra mondiale;
4) per essere davvero “utile”, cioè innovativa ed effettivamente integrativa del Codice
dei Beni culturali, questa legge dovrebbe fare virtù delle carenze e delle necessità sin qui
poste in evidenza, attribuendo forte enfasi a quattro storiche manchevolezze del sistema
culturale nazionale, che invece nel nostro caso possono davvero diventare punti di forza
vincenti, attraverso:
- la sistematica, necessaria e continuativa gestione in rete, o più correttamente a sistema,
del vasto e articolato insieme di siti, parchi, percorsi e itinerari e dei relativi istituti culturali,
sotto l’egida dell’INSMLI che dovrebbe finalmente poter contare sul forte sostegno delle
istituzioni ministeriali nazionali, oltre che di quelle interregionali e regionali;
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- una forte e convinta attenzione alla salvaguardia e valorizzazione dei beni storici
intangibili, proprio in quanto essa è stata subito concepita e organizzata in rete, basandosi
molto sull’azione delle “comunità patrimoniali” locali34;
- l’attribuzione o meglio il riconoscimento (nel rispetto del principio costituzionale di
sussidiarietà) di un forte ruolo al volontariato e dell’associazionismo del settore, a partire
ovviamente dall’ANPI, in funzione non più solo servente, ma critica e propositiva35, se
non addirittura direttiva;
- l’inserimento dell’itinerario nazionale dei Luoghi della Memoria tra le Cultural routes
del Consiglio d’Europa36, in stretta collaborazione e sinergia con le omologhe reti degli
altri Stati europei (oltre alla Francia, anche Svizzera, Belgio, Polonia e altri), nei quali la
Resistenza ha avuto maggiore rilevanza storica e politica.
* Dottore di Ricerca; chercheur associé, Université de Grenoble-PACTE. Si ringraziano per la collaborazione Jean-William
Dereymez, Monica Emmanuelli, Vito Paticchia ed Elisa Zeppa; grazie anche a Lauso Zagato, direttore del CESTUDIR
dell’Università di Venezia Ca’ Foscari, per gli interessanti spunti sul tema del patrimonio intangibile.
1
Dapprima come funzionario della Provincia di Alessandria, responsabile dell’iter costitutivo dell’Associazione
Memoria della Benedicta (2002-2003); quindi come segretario della stessa associazione (2006-2010), nonché
in veste di collaboratore amministrativo e scientifico dell’Isral – Istituto per la storia della resistenza e della
società contemporanea in provincia di Alessandria; in ultimo e ad oggi, come componente della segreteria
provinciale dell’ANPI.
2
Rimando a M.Carcione, Villes en guerre. Quando la memoria delle Alpi è davvero europea, in “QSC - Quaderno
di storia contemporanea”, (41) 2007, pp. 135-140 e al sito web: www.memoriadellealpi.net.
3
Per informazioni rimando al sito: www.benedicta.org e all’intervento di Andrea Foco in questo stesso
volume.
4
Sul paragone tra le due realtà si veda A.Balzarro, Le Vercors et la zone libre de l’alto tortonese, L’Harmattan, Paris,
2012; il volume è stato pubblicato anche in italiano con il sostegno dell’Isral, in occasione del progetto La
Memoire des Alpes, presso la sede torinese della casa editrice.
5
Successivamente alla conclusione del Progetto “Memoire des Alpes”, nel cui ambito si erano gia svolti
numerosi convegni e workshop sul tema dei luoghi della Memoria, in Italia e Francia, la ricerca incentrata
sul confronto (storico e culturale, ma anche territoriale e istituzionale-gestionale) finalizzato alla possibile
collaborazione tra le due realtà è proseguito in seno al Progetto di ricerca METER, coordinato da
J.W.Dereymez, presso il Dipartimento PACTE dell’Université de Grenoble-IEP e al collegato progetto
“Vercors résistant” promosso dalle amministrazioni locali e dall’ANPCVV.
6
Si veda il ricco sito web: www.memorial-vercors.fr.
7
L’art. 50 dello stesso Codice vieta di disporre ed eseguire la rimozione di cippi e monumenti, in quanto
“costituenti vestigia”.
8
Ad es. il parco nazionale della pace di Sant’Anna di Stazzema è stato istituito con la Legge n. 381 dell’11
dicembre 2000 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 296 del 20 dicembre 2000; il parco storico regionale di
Monte Sole (che include Marzabotto) è stato istituito con legge regionale 27 maggio 1989, n. 19 della Regione
Emilia Romagna (poi modificato dalla L.R. 40/1992; la Linea Gotica è stata oggetto del d.d.l. n. 115/2006
(XV legislatura) “I sentieri della memoria: la linea gotica” (on. Cordoni e altri), ed anche di diverse leggi
regionali dell’Emilia-Romagna, della Toscana e delle Marche.
9
Anche in questo caso può essere citata ad esempio l’erigenda struttura della Benedicta, che viene così
definita dalla Legge Regionale Piemonte n. 1 del 9 gennaio 2006; così pure è avvenuto per i tre centri
multimediali realizzati sotto l’egida della Regione e dell’Isral nell’ambito del progetto Memoire des Alpes a
Piancastagna, Cantalupo e ancora a Bosio.
10
L’art. 101 del Codice la definisce come “una struttura permanente che raccoglie e conserva un insieme
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organizzato di libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque supporto, e ne
assicura la consultazione al fine di promuovere la lettura e lo studio”.
11
Il Codice definisce l’archivio una “struttura permanente che raccoglie, inventaria e conserva documenti
originali di interesse storico e ne assicura la consultazione per finalità di studio e di ricerca”.
12
Analoga iniziativa è stata adottata recentemente dalla Regione Marche con la L.R. 25 giugno 2013, n.
15, relativa alle “attività per l’affermazione dei valori della resistenza, dell’antifascismo e dei principi della
Costituzione Repubblicana”.
13
E’ interessante osservare che l’art. 2 della stessa legge 41 attribuisse una particolare priorità di intervento
ai siti e monumenti inclusi in aree inserite in parchi naturali, a loro volta regolamentati in Piemonte da una
legge regionale (n. 43 del 4 giugno 1975) che affida loro il compito di “conservare e difendere il paesaggio e
l’ambiente, di assicurare alla collettività ed ai singoli il corretto uso del territorio per scopi ricreativi, culturali,
sociali, didattici e scientifici e per la valorizzazione delle economie locali”. L’art. 9 della stessa legge individua
il Piano territoriale di coordinamento come il documento di programmazione con cui la Regione Piemonte
prescrive – tra le altre cose - le norme dirette alla tutela dei valori storici, ambientali e paesaggistici dei nuclei
già edificati e indica le zone da destinarsi a servizi pubblici (in questo caso turistico-museali); in seguito
la L.R. n.36 del 21 luglio 1992 ha aggiornato il quadro normativo dei parchi piemontesi nell’ottica della
partecipazione degli enti del territorio.
14
Cfr. la più ampia e articolata analisi amministrativa del caso, presentata in M.Carcione, Valorizzare la
Benedicta come Parco della Pace, in M.Carcione, G.P.Armano (a cura di), “Benedicta 1944, l’evento la memoria”,
Storia e documenti - 1 (seconda edizione riveduta e ampliata), Le Mani, Recco 2008, pp. 161-171.
15
Alle Capanne di Marcarolo si è anche venuta a sovrapporre la struttura amministrativa, organizzativa e
culturale dell’Ecomuseo di Cascina Moglioni, ente culturale regolamentato in Piemonte dalla L.R. n. 31 del
14 marzo 1995 e s.m.i, che cura tra le alte cose la predisposizione di percorsi nel paesaggio e nell’ambiente,
il coinvolgimento attivo delle comunità, delle istituzioni culturali e scolastiche e delle strutture associative
locali e la promozione ed il sostegno delle attività di ricerca scientifica e didattico-educative relative alla storia
locale
16
In Toscana è stata approvvata la Legge regionale n. 38/2002 recante Norme in materia di tutela e
valorizzazione del patrimonio storico, politico e culturale dell`antifascismo e della Resistenza e di promozione
di una cultura di libertà, democrazia, pace e collaborazione tra i popoli, poi modificata nel 2009; iniziative a
carattere generale per una legge di valorizzazione dei Luoghi della Memoria risultano essere state avviate in
Emilia-Romagna, Marche e Umbria.
17
Il discutibile, in quanto indefinito e indefinibile, requisito “di età antica” richiesto per l’area archeologica
pone per i Luoghi della Memoria le stesse problematiche di tutela che da devono affrontare i c.d. siti di
“Archeologia industriale”, che in Italia stentano a trovare attenzione e considerazione da parte delle
competenti Soprintendenze, nonostante siano già stati anche oggetto di candidatura o iscrizione nella Lista
UNESCO del Patrimonio dell’Umanità, come nei casi di ben noti Crespi d’Adda e Ivrea.
18
Cfr. l’art. 152, comma 34 del D.Lgs. n. 112/1998 che dispone appunto in tema, definendolo come
“connessione tra beni culturali e ambientali diversi”.
19
Nel caso della Benedicta di Bosio, che si trova all’interno del Parco delle Capanne di Marcarolo e del relativo
Ecomuseo, nonché della foresta demaniale (gestita ai sensi della Legge regionale n. 63 del 12 ottobre 1978
recante interventi regionali in materia di agricoltura e foreste), la Regione Piemonte è addirittura proprietaria
di tutti gli immobili interessati dal progetto di valorizzazione.
20
E’ appunto il caso dell’Associazione Memoria della Benedicta, fondata nella primavera del 2003 – alla vigilia
della terza visita ufficiale di un Presidente della Repubblica – includendo Province, Comuni e associazioni
del Piemonte e della Liguria.
21
Come previsto dall’art. 2 c. 5 della L. n. 135/2001, che regola appunto i “sistemi o reti di servizi, di strutture
o infrastrutture integrate”, come pure lo “sviluppo di circuiti qualificati” nel settore della sentieristica.
22
Per un’approfondita analisi tecnico-giuridica mi permetto di rimandare a M.Carcione, Il ruolo delle
organizzazioni non governative per la sopravvivenza del patrimonio culturale immateriale, in M.L.Picchio Forlati (a
cura di), “Il patrimonio culturale immateriale di Venezia e del Veneto come patrimonio europeo”, Venezia,
Ca’ Foscari University Press, 2013
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Il responsabile amministrativo non dovrebbe essere solo un esperto di contabilità e di amministrazione,
di rapporti con le istituzioni pubbliche, ed anche di organizzazione e promozione di eventi culturali,
essendo necessaria una certa esperienza “sul terreno” maturata nella gestione di analoghe strutture museali,
monumentali e di documentazione, con tutte le implicazioni connesse, che vanno dal trattare con la
Soprintendenza o con il Comitato scientifico, oppure con i curatori e gli architetti, fino alla soluzione di
problemi assai meno culturali come gli estintori, la pulizia o i servizi igienici.
24
Sul piano formale, la collaborazione con le Università avviene normalmente tramite convenzioni di ricerca
stipulate con i Dipartimenti competenti in materia di Storia (non solo contemporanea), Scienze politiche,
Architettura, Beni culturali e Museologia, ma anche di Scienze del Turismo, Agraria e Scienze forestali,
Marketing e quant’altro possa essere utile.
25
Si pensi a strutture che non tutti i poli della rete possono realizzare e gestire ma di cui uno solo di essi può
disporre, utilizzandolo però in modo razionale e avvalendosi di economie di scala: bookshops, laboratori
didattici e di restauro, depositi, centri di formazione, biblioteche specializzate, archivi fotografici e digitali,
foresterie, ecc.; la relativa sostenibilità potrebbe essere assicurata da un “fondo di solidarietà” per le spese
comuni, che potrebbe essere finanziato con parte dei proventi dei poli più visitati della rete e dei relativi
servizi aggiuntivi.
26
Questa ipotesi è stata oggetto dell’interessante tesi “Analisi gestionale del Parco della Pace” dell’arch. Elisa
Ravarino, studentessa del Master universitario di II livello “Management, marketing e multimedialità per i
beni e le attività culturali” (COREP-II Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino a.a. 2009/2010), i cui
Tutors sono stati la prof.ssa Cristina Coscia e il prof. Massimo Carcione.
27
Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Parigi, 17 ottobre 2003), entrata in
vigore nel 2006 e ratificata dall’Italia con Legge n. 167/2007: http://www.unesco.it/cni/index.php/cultura/
patrimonio-immateriale.
28
Secondo il dettato dell’art. 2 (Definizioni).
29
Così pure si può riscontrare nella L.R. Lombardia n. 27/2008 per “patrimonio culturale immateriale
regionale si intendono: a) le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, i saperi, e quanto ad
esso connesso, che le comunità locali, i gruppi sociali o i singoli individui riconoscono in quanto parte del
loro patrimonio culturale, della loro storia e della loro identità; b) la memoria di eventi storici significativi
per la loro rilevanza spirituale, morale e civile di carattere universale, nonché per la loro rilevanza culturale
identitaria per le comunità locali e le tradizioni orali, i miti, le leggende ad essi connessi”.
30
Per la L.R. Lombardia n. 27/2008, ad oggetto “Valorizzazione del patrimonio culturale immateriale” per
“patrimonio culturale immateriale regionale si intendono: a) le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le
conoscenze, i saperi, e quanto ad esso connesso, che le comunità locali, i gruppi sociali o i singoli individui
riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale, della loro storia e della loro identità; b) la
memoria di eventi storici significativi per la loro rilevanza spirituale, morale e civile di carattere universale,
nonché per la loro rilevanza culturale identitaria per le comunità locali e le tradizioni orali, i miti, le leggende
ad essi connessi”.
31
La. L.R. n. 35/1995 recante “Interventi della regione Lombardia per la promozione, il coordinamento e
lo sviluppo di sistemi integrati di beni e servizi culturali”, incluso l’adeguamento dei patrimoni di dotazione
delle istituzioni culturali” (che includono “musei, biblioteche ed archivi, anche multimediali, nonché
istituzioni culturali dello spettacolo e della musica di enti locali, di enti pubblici, in qualsiasi forma costituiti,
nonché privati”), oltre ad opere di restauro e ristrutturazione.
32
Inoltre l’art. 15 della Convenzione del 2003 (Partecipazione delle comunità, dei gruppi e degli individui),
prevede che gli Stati garantiscano “la più ampia partecipazione di comunità, gruppi e, ove appropriato,
individui che creano, mantengono e trasmettono tale patrimonio culturale, al fine di coinvolgerli attivamente
nella sua gestione”.
33
Non risultano attivate, e neppur previste, forme di coordinamento e coinvolgimento conseguenti
all’accreditamento presso l’apposito Comitato UNESCO ex art. 9 di “organizzazioni non governative
aventi una fondata competenza nel settore del patrimonio culturale immateriale, per esercitare una funzione
consultiva”. Si veda la sezione “Intangible Heritage” del sito: www.unesco.org/culture.
34
Così definite dagli artt. 2 e 12 della Convenzione europea di Faro (2005), che riconosce proprio alle
comnità locali, ed anche alle ONG di esperti, un ruolo di proposta e stimolo - anche critico - e con esso il
23
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diritto (definito “fondamentale” dall’UNESCO) a partecipare alle relative scelte.
35
Rimando ancora una volta a M.Carcione, Ong internazionali e volontariato: sussidiarietà e partecipazione, per la
salvaguardia e la sicurezza del patrimonio culturale, in “Aedon-Rivista di arti e diritto on-line” (1-2/2012); la stessa
Convenzione di Faro riconosce all’art. 12 c) “il ruolo delle organizzazioni di volontariato, sia come partner
nelle attività, sia come portatori di critica costruttiva nei confronti delle politiche per l’eredità culturale”.
36
Si veda la pagina: www.coe.int/t/dg4/cultureheritage/culture/routes/default_en.asp
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La fragilità della memoria
Chiara Gribaudo*
Innanzitutto vi ringrazio per aver organizzato queste due intense giornate di confronto,
per parlare di ciò che c’è di più fragile, sia per un uomo solo che per una comunità intera:
la memoria.
Memoria di ciò che è stato, memoria di luoghi e di persone, di amicizie e di atrocità,
delle scelte di campo, del coraggio di ragazzi e della vigliaccheria di uomini: insomma
memoria di ciò che ci ha forgiati nel tempo, tanto come popolo quanto come individui.
La guerra di Liberazione ha visto la partecipazione di italiani, partigiani, patrioti, esercito
e Forze armate regolari, impegnati in duri combattimenti per la riconquista della libertà e
della democrazia, dai giorni dell’armistizio dell’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.
La lotta ha interessato l’intero nostro paese, da nord a sud in modi e tempi diversi
accomunati però dal desiderio di libertà. In tutta la nostra penisola, infatti, sono ancora
in luce tracce, più o meno visibili, qualche volta poste anche finita la guerra, a futura
memoria, come cippi, lapidi, monumenti, stemmi, graffiti, iscrizioni e tabernacoli eretti a
ricordo di luoghi e personaggi della lotta. Esistono case, cappelle, radure, valichi, trincee,
camminamenti, strade e sentieri che fisicamente rappresentano il segno di un conflitto
che ha opposto per anni milioni di uomini e di donne.
È un patrimonio che lega il nostro paese come un filo ideale lungo migliaia di chilometri,
capace di narrare, ricordare e far rivivere quegli anni: come occuparsi di mantenerlo,
anche dopo la scomparsa della testimonianza diretta è, non solo un interrogativo, ma
una profonda responsabilità che credo molte associazioni di combattenti e non sentano
forte quanto ognuno di noi.
Cultura, attenzione e trasmissione di valori non si impongono tramite una legge,
appartengono alla sfera dell’educazione soprattutto nell’infanzia, ma lungo tutta la vita.
Per questo credo che sia innanzitutto prioritario incrementare nelle scuole lo studio
della storia che da molti anni non racconta neppure cosa sia stata la resistenza. Affidare
questo alla buona volontà degli insegnanti, ad un progetto extra curriculare o al racconto
famigliare ha permesso che senza nessuna consapevolezza un ragazzino possa decidere di
iscriversi a “CasaPound” o che molte persone semplicemente annuiscano a sentir parlare
di fascismo buono e fascismo cattivo.
Tutto ciò però non basta: niente è più forte di un racconto che ha non solo nomi e
cognomi ma targhe, cippi, fotografie, diari; o che non ha riferimenti generali sul dove ma
fucili, baracche, treni, sentieri e montagne.
Credo sia utile diffondere una consapevolezza nuova e particolare per la tutela di queste
testimonianze, promuovendo una legge (che non sono certo la prima a proporre) diretta
alla valorizzazione, alla loro fruizione pubblica o alla loro semplice e dignitosa cura,
soprattutto per i valori che essi trasmettono di pace e di intesa tra popoli.
Sono stati presentati negli ultimi dieci anni diversi disegni di legge per promuovere la
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tutela di questo patrimonio. Le prime affidavano ai comuni questo compito, ma credo
che oltre ad essere troppo oneroso, soprattutto a causa del fatto che non ci sarebbero a
fronte dei trasferimenti di risorse, rischi di essere dispersivo e non continuativo.
Successivamente - nel 2005 e 2006 - sono state presentate leggi che coinvolgevano tutti
i livelli di amministrazione e che intendevano istituire presso il Ministero per i Beni e le
attività culturali un comitato tecnico-scientifico speciale per il patrimonio della guerra di
liberazione e della lotta partigiana che esprima pareri e formuli proposte.
Credo che sia opportuno, e mi impegnerò a farlo, promuovere un confronto per riuscire
a tenere insieme due esigenze. La prima è un coordinamento, tramite una mappatura dei
siti o qualunque strumento, che consenta di avere uno sguardo di insieme e per integrare
le attività di conservazione e mantenimento laddove nei territori non sia possibile o
semplicemente non sia fatto. La seconda è ovviamente incentivare e sostenere tutto ciò
che già esiste in molte città e paesi, grazie ad associazioni di combattenti, istituti storici,
associazioni culturali, università che rappresentano sicuramente il livello migliore al quale
delegare questo compito.
Credo si potrebbe riflettere, inoltre, sul divieto assoluto di alterazione delle caratteristiche
materiali e storiche delle cose; tenendo ovviamente fermo il principio di non cancellarne
l’identità e il significato, potrebbe però essere interessante in ottica di valorizzazione
attiva e profonda della memoria aprire la possibilità a artisti, storici, di utilizzare linguaggi
contemporanei per raccontare questo grande patrimonio.
Abbiamo una grande responsabilità, che va condivisa e portata avanti a partire
dall’occasione del 70° anniversario della Liberazione: dobbiamo, cioè, applicare
pienamente e concretamente la Costituzione, consci del peso di questo compito, sapendo
in definitiva legare il ricordo e la tradizione orale con le nuove modalità di racconto, e
gettando così un ponte fra le generazioni che guardi al futuro.
* Deputato della XVII Legislatura, Gruppo PD – Partito Democratico.
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Interventi
Alcuni luoghi simbolo della Resistenza cuneese
Ughetta Biancotto*
L’ANPI regionale, in preparazione del 70° anniversario della liberazione nazionale contro
il nazifascismo ha preso l’iniziativa di fare approvare dal Parlamento una legge a tutela e
conservazione dei monumenti che testimoniano il contributo di sangue che partigiani e
partigiane hanno versato per dare all’ Italia libertà e democrazia e all’Europa 70 anni di pace.
L’importante iniziativa ha visto la compartecipazione delle città di Borgo S. Dalmazzo e di
Cuneo, insignite di medaglia d’Oro al valor militare della resistenza (Cuneo città natale dell’
eroe nazionale Duccio Galimberti).
La provincia di Cuneo è stata la culla della resistenza italiana e i luoghi simbolo non si fermano
solo a queste due città, ma bisogna ricordare la città di Boves, incendiata il 19 settembre 1943,
i martiri fucilati e tutta la popolazione civile che subì da subito rappresaglie, minacce torture.
Boves1 pagò un caro prezzo per la libertà, con il primo sacrificio nel 43 di 45 cittadini trucidati
e di 350 case incendiate ma nel gennaio 1944 venivano incendiate altre 500 case cadevano
combattendo ben 157 cittadini partigiane. Boves, ai piedi della Bisalta, dove nacquero le prime
formazioni partigiane è sede di alcuni monumenti da conservare e da menzionare quello
dedicato a Giovanni e Spartaco Barale, Padre e figlio uccisi insieme, situato nel luogo dove
furono barbaramente martoriati.
Varie sono i luoghi e le lapidi – ricordo – disseminati in tutto il territorio bovesano (le due
maggiori piazze).
A Borgo S. Dalmazzo sono da ricordare: il ghetto degli Ebrei e il memoriale della Stazione,
da cui partirono e non fecero più ritorno circa 400 ebrei verso il purtroppo famoso campo di
sterminio di Auswiz, giunti dalla Francia attraverso il colle delle Finestre da S. Martine Vesuvie.
E infine ricordiamo Cuneo, città e provincia partigiana, che con il suo monumento alla
Resistenza Progettato e costruito dallo scultore Umberto Mastroianni domina la città ed e
simbolo di forza e di esplosione. Nella circostanza dell’inaugurazione ci fu la presenza del
Presidente della camera Sandro Pertini, antifascista e partigiano, esiliato per le sue idee e
poi Presidente della Repubblica Italiana, il più amato dagli italiani ed infine anche cittadino
onorario della città di Cuneo. Da menzionare inoltre il museo di casa Galimberti, donato
dalla famiglia alla città e la bellissima piazza omonima.
Il monumento nel piazzale antistante la stazione di cuneo dove furono fucilati 5 partigiani tra
cui una donna Maria Luisa Alessi e dove sono ancora visibili i fori dei bossoli sparati. La casa
del fascio dove vennero tenuti prigionieri civili e partigiani e dove vennero torturati e tante lapidi
disseminate nel territorio cuneese da non dimenticare il Famedio dove sono sepolti i personaggi
illustri di Cuneo e quelli che hanno contribuito per dare a noi la democrazia e la libertà.
* ANPI provinciale Cuneo.
1
Boves è stata insignita di medaglia d’oro al valor militare e civile.
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Benedicta: recupero, valorizzazione e fruizione di un
luogo simbolo della resistenza ligure-piemontese
Andrea Foco*
Nella seconda metà degli anni Novanta, l’Anpi provinciale di Alessandria sollecitò, con
un’ampia e documentata lettera, il Comitato Difesa Valori della Resistenza e dei Principi
della Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte e l’Amministrazione provinciale
di Alessandria a non procrastinare ulteriormente un intervento di manutenzione e pulitura
dell’area su cui sorgevano, ormai completamente coperti dalla vegetazione e danneggiati
dagli eventi atmosferici, i ruderi della cascina Benedicta, incendiata e fatta esplodere dalle
truppe nazifasciste dopo il rastrellamento e l’eccidio della settimana di Pasqua del 1944.
Iniziò così il percorso di recupero e valorizzazione di tutta l’area monumentale che
comprende, oltre alla cascina, i Sacrario, la Cappelletta e la Croce (zona della fucilazione)
e le Fosse comuni.
L’intervento acquistò ancora più significato perché realizzato all’interno di un’area
protetta: il Parco regionale delle Capanne di Marcarolo, nel Comune di Bosio.
L’Amministrazione provinciale di Alessandria, consapevole della rilevanza dell’operazione,
costituì nel 1999 il Comitato per il Recupero e la Valorizzazione della Benedicta,
composto dall’Anpi provinciale, dal Comune di Bosio, dall’Istituto per la Storia della
Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Alessandria (Isral), dalla Città
di Ovada, dalla Comunità Montana Alta Val Lemme e Alto Ovadese, dal Parco Capanne
di Marcarolo e dall’Associazione Amici della Colma, per promuovere la conoscenza, il
recupero e la valorizzazione del sito storico che fu teatro dell’eccidio della Pasqua 1944.
Successivamente al Comitato hanno aderito la Città di Alessandria e quella di Novi
Ligure, l’Associazione Nazionale Ex Deportati (Aned) del Piemonte e l’Istituto del
Nastro Azzurro. Come primo impegno il Comitato ha provveduto a coordinare i lavori
di pulitura, restauro e consolidamento dei ruderi del sito, effettuati dalla Provincia di
Alessandria con un contributo finanziario erogato dalla Regione Piemonte.
Nel novembre 2003 il Comitato si è trasformato in Associazione Memoria della Benedicta
che ha proseguito l’impegno di valorizzazione e promuovere la zona monumentale e
conseguentemente svolgere attività culturali attraverso un Centro di Documentazione e
un Museo da costruirsi nell’area.
Alla costituzione dell’associazione hanno contribuito anche la Provincia e la Città di
Genova, la Comunità Montana Alta Val Polcevera e quella delle Valli Stura e Orba, i
Comuni liguri e piemontesi limitrofi alla zona del rastrellamento o che hanno avuto
caduti nell’eccidio o deportati ai campi di sterminio; hanno partecipato anche l’Istituto
Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea e le associazioni partigiane
e degli ex deportati della Liguria, portando il totale degli Enti e delle associazioni coinvolti
nel progetto a oltre 50. L’Associazione Memoria della Benedicta si è proposta si dal primo
momento di sostenere la costruzione di uno spazio idoneo, al riparo dalle intemperie e
dotato degli indispensabili servizi di accoglienza, per tutti coloro che intendono visitare
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la zona monumentale e di farsi promotrice e organizzatrice di visite che, soprattutto per
gli studenti delle due province – e non solo – hanno così avuto un notevole incremento,
grazie alla collaborazione degli insegnanti e alla capillare informazione che l’Associazione
è in grado di offrire mediante la circolare telematica “Benedicta News”, le pubblicazioni
e i filmati. Proprio lo studio, l’ideazione, la produzione e la diffusione di opuscoli, libri,
video didattici e veri e propri documentari, insieme all’indispensabile e ormai ricchissimo
sito web, hanno caratterizzato l’attività scientifica e promozionale dell’Associazione.
Il livello quantitativo dell’offerta didattica è costantemente migliorato grazie all’impegno
di insegnanti esperti e di testimoni che, con le guide, accompagnano gli studenti e i
gruppi organizzati, e all’apporto del Laboratorio didattico “Benedicta Scuola di Pace”
realizzato dall’Isral, che coinvolge le classi nella fase di preparazione.
Questi luoghi trasmettono forti emozioni e proprio per questo è doveroso costruire
presso i ruderi un ambiente idoneo dove poter sostare per documentarsi ulteriormente
attraverso pubblicazioni e strumenti audiovisivi con l’aiuto di personale appositamente
formato.
L’Associazione è consapevole che questo Centro non può funzionare tutto l’anno per
ragioni legate al clima del luogo ed è perciò impegnata a dar vita ad una rete di centri e
musei sul territorio delle due province di Alessandria e Genova, ovviamente partendo
dall’esistente, ma facendo leva sulle singole specificità ed inserendole in un circuito che
le valorizzi.
Questo percorso della memoria si fa concreto anche attraverso la riscoperta e la
segnalazione dei sentieri che collegavano tra loro le varie cascine, sede dei distaccamenti
partigiani, e queste con la Benedicta; oppure in un ricordo più dolente, ripercorrendo
gli itinerari attraverso i quali, trainati dai carri dei contadini, le salme dei martiri della
Benedicta vennero portate e poterono ricevere, un anno dopo l’eccidio, la sepoltura.
Questi sentieri vanno resi percorribili e agibili per chi desidera conoscere meglio questo
territorio con la calma riflessiva di una escursione. Non dimentichiamo che l’area
monumentale della Benedicta è situata nel cuore di un parco naturale: la visita per i
cittadini e soprattutto per le scuole può quindi essere stimolata da interessi e suggestioni
diversi e complementari, dalla storia secolare del territorio alle emergenze naturalistiche,
dalla storia recente della presenza partigiana e dell’eccidio alle questioni legate alla tutela
ambientale.
Nel corso degli anni, ferme restando le rispettive competenze istituzionali e
amministrative dei diversi Enti responsabili dei progetti (a cui si aggiunge, per alcuni
aspetti, l’Ecomuseo realizzato e gestito dal Parco), l’Associazione è stata individuata, con
apposita convenzione, come credibile sede e struttura operativa di coordinamento degli
aspetti gestionali e di fruizione da parte del pubblico, sulla base delle molte inziative in
corso e in progettazione.
Il riconoscimento formale del rilievo regionale della Benedicta è avvenuto con la Legge
regionale 9 gennaio 2006 n. 1, Istituzione del Centro di documentazione nell’area della
“Benedicta” nel Parco naturale delle Capanne di Marcarolo, che ha portato ulteriormente
attenzione e sensibilità istituzionale.
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L’aspetto a mio parere più interessante che emerge da questa vicenda è costituito dalla
ricchezza di idee e proposte (di studi, pubblicazioni, spettacoli) che il processo avviato fin
dall’inizio di aggregazione di enti, istituzioni, territori, ha suscitato e continua a suscitare.
Ed è per noi tutti motivo di grande soddisfazione che la gran parte di tali idee, nel corso
di questi anni, si sono trasformate in progetti, portati poi felicemente a termine.
Per completare il quadro, va inoltre ricordato che il progetto Interreg “La memoria
delle Alpi” (2002-2007) ha consentito la realizzazione di quattro Sentieri della Libertà
(Sentiero del Ritorno, Sentiero della Canzone, la Passeggiata dei Mulini, dalla Benedicta
al Ponte Nespolo – l’anello della Carrosina e ritorno) e di un Centro rete multimediale
alla Cascina Foi, affidati alla Comunità Montana e all’Isral.
Sono ormai ultimati i lavori del Parco della Pace, uno dei sei parchi a tema provinciali
(progetto Docup della Provincia di Alessandria, demandato alla Comunità Montana) che
hanno permesso il recupero dei due edifici della Cascina Pizzo e del Mulino Vecchio
collegati tra di loro dal “Sentiero della Pace” che è un percorso nei boschi interrotto da
piazzuole di sosta arredate da suggestivi pannelli che narrano le vicende di quei luoghi
nel panorama della storia europea.
Restano da completare nei prossimi anni, a cura della Provincia di Alessandria, i lavori
per la realizzazione della sala ipogea, sede del Centro di Documentazione, previsto dalla
citata L.R. 1/2006.
In questo quadro ricco, come si vede, e variegato di iniziative e attività, il punto di
riferimento tradizionale e imprescindibile del nostro impegno resta sempre e comunque
l’annuale celebrazione dell’anniversario dell’eccidio, che avviene alla presenza di
amministratori con i gonfaloni, partigiani, famigliari dei caduti e tanti cittadini, che lo
vivono come un appuntamento irrinunciabile, di testimonianza, e anche un momento di
autentica partecipazione alla vita democratica. Altrettanto partecipato è da alcuni anni il
successivo Concerto per la Repubblica, che si tiene nel recuperato cortile della Benedicta
la domenica più vicina al 2 giugno.
* Presidente Associazione Memoria della Benedicta.
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Tracce fragili e pesi imponderabili:
la memoria del Nazismo e della guerra
Elena Pirazzoli*
A distanza di settant’anni, le tracce degli eventi della seconda guerra mondiale e dei regimi
che hanno condotto a quella guerra presentano una duplice difficoltà di relazione: da un
lato abbiamo segni fragili, il cui deperimento sembra portare verso la progressiva scomparsa;
dall’altro ci sono residui “ingombranti” per dimensione e significato, spesso realizzati con
materiali che puntavano alla lunga durata.
Al primo caso appartengono i campi di concentramento e di sterminio, le cui baracche,
in muratura o in legno, dovevano assolvere a una funzione temporanea nella mente di
chi li aveva progettati. Ne fanno parte anche i luoghi teatro di eccidi e distruzione oppure
oggetto di bombardamento. E ancora, i luoghi di riparo e i sentieri partigiani.
Della seconda fanno parte gli edifici lasciati dai regimi, quelli che dovevano esserne le
forme di rappresentanza, propaganda, celebrazione.
In area tedesca, il legame tra gli uni e gli altri, apparentemente distanti, è invece strettissimo: i
materiali durevoli per realizzare gli smisurati edifici di rappresentanza proveniva dai campi,
dove si poteva contare sull’infinita manodopera schiava dei prigionieri.
Subito dopo l’Anschluss, venne realizzato presso la fortezza di Mauthausen un campo di
concentramento: uno dei più duri, con un altissimo tasso di mortalità tra i prigionieri.
Molti di loro furono utilizzati per il lavoro nelle cave di marmo dell’area, in particolare
presso Gusen.
La necessità di granito e mattoni del Reich era incrementata esponenzialmente dopo
l’elaborazione dei progetti per lo sviluppo delle principali città, le cinque Führerstädte –
“città del Führer” – ovvero Berlino, futura Welthauptstadt Germania, capitale del Reich;
Norimberga, città del Parteitag, il raduno del partito; Monaco, culla del movimento nazista;
Amburgo, il porto principale; e infine Linz, la città della giovinezza di Hitler. Queste
città avrebbero dovuto subire imponenti trasformazioni in modo da poter ospitare nuovi
palazzi di rappresentanza e nuovi spazi per le adunate e le parate. I progetti vennero affidati
a molti architetti, anche se ora tendiamo a ricordare solamente Albert Speer, il prediletto di
Hitler, che, dopo la morte di Fritz Todt, venne nominato Ministro degli armamenti. Ma fu
nella veste di architetto che egli elaborò la cosiddetta Theorie von Ruinenwert, la “teoria del
valore delle rovine”, come racconta nelle sue Memorie: durante l’abbattimento degli edifici
preesistenti sull’area designata per l’area per il raduno del partito, a Norimberga, si dovette
far saltare anche il deposito tranviario, costruito da pochi anni. Alcuni giorni dopo Speer
gli passò davanti e osservò “il miserando spettacolo del cemento armato in rovina, con
le nervature in ferro penzolanti e già corrose dalla ruggine. Non era difficile immaginare
quanto sarebbe stato rapido l’ulteriore decadimento”.
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Questa visione desolante stimolò in me l’idea che esposi più tardi a Hitler sotto il nome
alquanto pretenzioso di Theorie vom Ruinenwert, cioè del valore che un edificio può avere,
visto come rovina. La mia premessa era che le costruzioni moderne sono indubbiamente
poco adatte a creare quel “ponte di tradizione” che, secondo Hitler, avrebbe dovuto
congiungere la nostra generazione alle generazioni future: era impensabile che da cumuli
di rovine [Trümmerhaufen] polverose potessero sprigionarsi quelle ispirazioni eroiche che
riempivano Hitler di ammirazione davanti ai monumenti del passato. La mia “teoria” si
proponeva appunto di superare questo punto morto. Impiegando determinati materiali
e rispettando determinate esigenze statiche, si doveva poter costruire degli edifici capaci
di eguagliare, in pieno sfacelo, dopo centinaia (anzi, secondo il nostro metro, migliaia) di
anni, i monumenti romani.
Per rendere più evidente il mio pensiero, feci eseguire un disegno che raffigurava
romanticamente la tribuna dello Zeppelinfeld dopo secoli di abbandono: coperta di
edera, infrante le colonne, crollate in vari punti le mura, ma ancora intatta e pienamente
riconoscibile nelle sue grandi linee. Disegno, questo, che nell’entourage di Hitler fu
considerato “una bestemmia”, non potendosi concepire che qualcuno prevedesse un
periodo di decadenza del nostro impero appena fondato. Hitler, al contrario, trovò che le
mie riflessioni erano logiche ed illuminanti, e stabilì che in avvenire le maggiori costruzioni
del suo Reich fossero erette secondo la mia “Legge delle rovine”.1
In realtà, non ci sono prove, oltre a questo passaggio nelle Memorie di Speer, di una vera
e propria teoria architettonica, e bisogna ricordare anche che i materiali dell’architettura
moderna (in particolare il calcestruzzo armato) vennero utilizzati i progetti più “funzionali”
del Reich. Ma era lo stesso Hitler, nei suoi discorsi, a inneggiare a uno stile “grandissimo”
e di lunga durata, sulla scala di quello che aveva caratterizzato l’antichità romana, come
consono al suo impero. Addirittura, i nazisti arrivavano a progettare la propria decadenza,
che doveva essere in forma di nobili rovine di granito e mattoni, come si addice a un
passato mitico. In un discorso tenuto nel 1941, in piena guerra, nel suo quartier generale,
Hitler affermò che anche le battaglie di quel conflitto “un giorno verranno dimenticate”,
come già era accaduto quelle del passato, mentre “i nostri edifici staranno ancora in piedi
e sopraffaranno chi si avvicinerà loro”.2
Di quegli immensi edifici progettati, pochi sono stati effettivamente realizzati, ma anche
questi pochi generano, oggi, una complessa reazione che va dalla difficoltà di raccontare
la loro origine a quella del loro riuso, fino alle polemiche per i restauri, necessari dopo
settant’anni e più dalla loro costruzione. Queste considerazioni possono essere fatte per gli
edifici del Reichsparteitagsgelände di Norimberga, progetto coordinato da Albert Speer, come
per le Flaktürme, le torri della contraerea, ovvero imponenti bunker realizzati a partire dal
1940 su disegno dell’architetto Friedrich Tamms. Oppure, per le Ordensburgen, castelli di un
neo-ordine volto alla formazione dei giovani dell’élite nazista, che riprendevano le forme e
le formule educative di quelli dell’antico ordine teutonico. O ancora, per la Seebad Prora,
imponente “colonia” marina progettata per ospitare 20.000 persone – lavoratori con le
loro famiglie – in realtà trasformabile in ospedale in caso di necessità militare. E poi tutti
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le migliaia di bunker dell’Atlantikwall o altre linee difensive sparse per il territorio europeo.
Dopo la conclusione del conflitto, molti di questi edifici sono stati destinati per decenni ad
usi militari, sia nella Germania Federale che nella DDR, e solo a partire dalla fine degli anni
Novanta o addirittura più tardi ci si è posti il problema di “cosa fare” di questi imbarazzanti
residui che, con le loro dimensioni “da megalomani” (secondo la definizione dello stesso
Speer nelle sue Memorie) emanano un’incontenibile volontà di potenza. In alcuni casi sono
stati aperti dei musei (una porzione di Prora, l’Ordensburg di Vogelsang, ecc.), in altri il riuso
si è decisamente allontanato dalla destinazione originaria (come nel caso di una Flakturm di
Amburgo, utilizzata per ospitare tutto quello che fa rumore: discoteche, scuole di musica e
di danza, negozi di strumenti musicali... che vengono “contenute” dalle pareti dell’edificio
profonde 5 metri). Altri sono abbandonati, in attesa di una qualche decisione.
Alcuni di questi residui possono apparire incomprensibili a chi, oggi, si trova a percorrere
una città o una spiaggia: i bunker, soprattutto, si ergono come monoliti di calcestruzzo
armato difficili da svellere e allo stesso tempo circondati da indifferenza per cercare di
dimenticarli. Forse la traccia più complessa da decifrare si trova a Berlino, in zona
Tempelhof: un cilindro di calcestruzzo e muratura, pieno, con solo una piccola stanza
all’interno. Si tratta di una prova di peso per misurare la tenuta del terreno sabbioso della
città. Questo Schwerbelastungskörper, “corpo dal carico pesante” è stato oggetto di un lavoro
di una giovane artista, Susanne Kriemann, che ha indagato la sua presenza nei giornali fra
il 1950 e il 2005 per il progetto denominato 12650: queste sono le tonnellate del suo peso.
Ed è questo dato a oscillare significativamente nelle descrizioni degli articoli raccolti, come
che aspetti simbolici contribuissero nel tempo a incrementarne il carico.
Il corpo per la prova di carico è un peso problematico. Indistruttibile e inadattabile/
inaccettabile per via della sua massa, le autorità cittadine si sono dovute rassegnare di fronte
alla sua esistenza. E così, inutile ma carico di significato, è divenuto un monumento3.
Costruito nel 1941 per valutare la tenuta del terreno berlinese, che avrebbe dovuto
sopportare il peso degli immensi edifici voluti da Hitler e progettati da Speer – un arco
di trionfo e una Halle a cupola, entrambi caratterizzati da gigantismo –, il blocco è un
cilindro compatto, alto 12 metri, dal diametro di 21 e con uno “stelo” che sprofonda
per altri 20 metri circa. Al suo interno venne ricavato solo un vano dove installare la
strumentazione per misurare l’eventuale cedimento del suolo. Incaricata di seguire i lavori
di misurazione fu la Degebo (Deutsche Gesellschaft für Bodenmechanik), società tedesca per la
meccanica del suolo che svolse il suo lavoro fino al 1944, segnalando come il terreno avesse
ceduto di 19 centimetri. Ma il deteriorarsi del conflitto rese questa attività trascurabile:
articoli degli anni Ottanta riportano come la Degebo usò quell’unico vano per salvare il
proprio archivio; altri giornali scrivono che addirittura il cilindro di cemento fu utilizzato
come bunker privato per alcuni membri della società, cacciati poi dall’Armata rossa.
Scorrendo gli articoli riportati da Kriemann, sembra che negli anni crescano le leggende
attorno a questa struttura, questo corpo, “peso morto” della pesantissima recente storia
tedesca. Anche le fotografie raccolte dall’artista testimoniano la sua presenza prima
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evidente, esposta, e poi sempre più avvolta dalla vegetazione, come un residuo romantico
ed enigmatico, poiché privo di una funzione riconoscibile. Nel corso dei decenni si pensò
anche di conferirgli un uso: come parete da arrampicata, oppure come terrazza-caffetteria,
ma nessuna ipotesi giunse a realizzazione. Imbarazzante per il suo originario ruolo di test
per i progetti nazisti, si cercò anche di giustificarne l’esistenza proprio per la sua funzione
iniziale: rispetto a quelli preesistenti e rasi al suolo dalla guerra, gli edifici della ricostruzione
sarebbero stati più pesanti (per via di sistemi costruttivi che abbandonavano il legno) e
spesso più alti, quindi quella scelta di monitorare il terreno era da considerarsi giusta,
omettendo tuttavia per quali progetti si era resa necessaria.
Dal 1995 il cilindro di cemento è sotto tutela del Denkmalschutz come monumento storico,
e dal 2007 viene portato avanti un progetto per valorizzare il suo “pesante carico” simbolico
e reale: si tratta infatti dell’unica testimonianza della realtà dei megalomaniaci progetti
nazisti, la cui scala sovrumana non era solo dimensionale ma concettuale: per realizzarli
sarebbe stata sfruttata e spesso annientata la massa di deportati e lavoratori coatti.
La materialità dei campi, invece, tende a scomparire, oppure, il suo mantenimento genera
delle alterazioni. Ad esempio, quando l’Armata rossa entrò in Auschwitz, i magazzini che
contenevano scarpe, abiti e tutti gli oggetti spogliati agli ebrei, traboccavano. Ora, quello
che si è riuscito a mantenere è protetto da grandi teche, ma si va riducendo sempre più.4
Ma gli esempi delle tracce fragili possono farsi molto più minuti e capillari, dato che i segni
della guerra e di tutto quello che accadde in quel periodo sono diffusi per tutto il corpo
europeo.
A Bologna, sul muro di Palazzo d’Accursio (sede del Comune), c’è il sacrario dei partigiani,
caduti durante la guerra di Liberazione. Duecento volti, riprodotti su vetroceramica e
accostati come in una fitta scacchiera, che ora ci si sofferma sempre meno a guardare,
dandoli quasi per scontati.
Bologna ha il monumento ai morti più straordinario che ci sia. Orribile ma perfetto. Dal
punto di vista estetico, vale meno di zero, ma questo non cambia nulla. È un muro, […] e il
nome di ogni morto è illustrato dalla sua fotografia, la fotografia fornita dalla sua famiglia.5
Con queste parole lo scrittore francese Jean Giono descriveva il sacrario come lo aveva
visto durante il suo Voyage en Italie nel 1951. Ma allora appariva diverso da come è oggi: si
trovava ancora nella forma in cui era stato creato, spontaneamente, dai bolognesi a partire
dalle prime ore della liberazione della città, il 21 aprile 1945. Esattamente in quel punto,
fino a quel giorno, erano state effettuate le fucilazioni degli oppositori politici e proprio lì
i loro cari iniziarono ad attaccare fiori e, soprattutto, fotografie. Immagini tirate fuori dai
portafogli, tolte dai documenti o dalle cornici, oppure addirittura con la cornice ancora
attorno, come se quel muro fosse una parete della casa.
Ci appaiono dunque com’erano agli occhi di chi li amava: il grande e paffuto uomo coi baffi
a manubrio [di bicicletta], il bel tenebroso con la cravatta impeccabile, [...]. Mi sono venute
le lacrime agli occhi davanti a un nome che era stato illustrato da una madre, certamente
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non corneliana, con la fotografia di un biondino in braghini corti e colletto alla marinara.
Aveva voluto custodirlo nel ricordo a quell’età. Mi sono avvicinato all’immagine, sia per
mascherare la mia emozione, sia per imprimermi nella memoria i tratti di quel bambino.
Era ancora più terribile di quanto pensassi. Si trattava della foto di un cresimando, pieno
di meraviglia.
In quel momento così vicino ai fatti, quei visi, quelle fotografie sovrapposte, non sono
indifferenti ai passanti, non possono esserlo, e quella forma immediata ed emozionante
amplifica e tiene vivo il coinvolgimento.
Alcuni anni dopo il viaggio di Giono, il muro del ricordo spontaneo (che già aveva subito
un incendio nel 1947) viene trasformato in un memoriale permanente, con le immagini
riprodotte in vetroceramica, diventando un segno importante per la storia cittadina e
tuttavia perdendo la forza dell’urgenza sentita, in cui rabbia e dolore e dignità avevano
trovato una forma.
È oggi possibile ritrovare e comprendere quella scelta spontanea grazie agli scatti ritrovati
di Ed Reep, soldato americano e pittore di guerra che quel giorno colse i segni di quel
muro, dove alle scalfitture delle pallottole e alle tracce di sangue venivano sovrapposte le
prime fotografie e fiori, sotto a una bandiera italiana listata a lutto, privata dello stemma
dei Savoia.
La prima immagine che fissò fu quella del muro di mattoni ancora spoglio e rigato di
sangue. Negli scatti successivi vediamo le persone che si accalcano per attaccare il proprio
ricordo o per guardare il muro nella sua complessità di mosaico di volti. E negli occhi di
tutti si legge un dolore composto, duro e fiero.
“Questi fantasmi disposti lungo marciapiede, in uno dei luoghi più frequentati della
città e così com’erano nella loro umile vita, sono più commoventi di tutti i grandi ordini
architettonici”, così scriveva Giono. E così le tracce, anche quelle più fragili, possono essere
i “monumenti” vivi – e per questo delicati, esposti a trasformazioni, corrosioni, corruzioni,
fino, a volte, alla scomparsa – di cui serbare ricordo, tenendo a mente il filo rosso che li
unisce alle ingombranti, imperiose e imbarazzanti tracce architettoniche dei regimi che
hanno condotto la guerra.
* Dottore di ricerca sui luoghi della memoria e autrice del testo: A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal 1945 alle
macerie del Muro di Berlino, Diabasis, Reggio Emilia 2010.
1
Albert Speer, Memorie del Terzo Reich, Mondadori, Milano (1971) 1997, pp. 77-78.
2
Adolf Hitler, Monologe im Fuhrerhauptquartier 1941-1944, Albrecht Knaus, Hamburg 1980, p. 102.
3
Laura Schleussner in Susanne Kriemann, 12650, Aprior, Ghent 2008, pp. 30-31.
4
Su questi temi, si veda anche il mio volume A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie
del Muro di Berlino, Diabasis, Reggio Emilia 2010.
5
Jean Giono, Voyage en Italie, Gallimard, Paris 1954, p. 163.
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Il Ciabot della Capoloira
Sergio Beccio*
L’Istituto Superiore di Cultura Alpina di Ostana si è occupato da oltre 10 anni della
ricerca delle fonti documentarie partigiane relative al periodo della lotta di liberazione
dal nazifascismo in Valle Po con l’elaborazione delle seguenti iniziative:
1. 2000: realizzazione, in collaborazione col comune di Ostana, della commemorazione,
con una mostra fotografica e l’esposizione di reperti relativi, dell’incidente del
bombardiere B 24J LIBERATOR KG 874 del 31° SQUADRON della South African
Air Force, velivolo alleato in missione di lancio per rifornimenti ai partigiani del
nord Italia.
2. 2002: realizzazione della mostra fotografico-documentale “Ventimesi” in
collaborazione con il comune di Paesana.
3. 2004: 1° agosto 1844 - “Paesana brucia”, una mostra fotografica sull’incendio di
Paesana da parte delle truppe tedesche.
4. 2007: edizione del volume “Ventimesi: la guerra partigiana di Liberazione in Valle
Po”.
5. 2011: edizione del volume ““Ventimesi: la guerra partigiana di Liberazione tra
l’Infernotto e la Val Luserna. Luoghi e memorie”.
E’ stata avanzata dall’isca ai comuni di Saluzzo e Bagnolo Piemonte, la proposta di
costituzione di un eco-museo della Resistenza della Valle Po, vista l’enorme mole di
documenti ritrovati per le ricerche storiche effettuate e in relazione anche al suo mancato
inserimento nell’ambito del progetto “Memoria delle Alpi” progetto alla valorizzazione
dei circuiti escursionistici dei sentieri della Resistenza.
In questi ultimi mesi una interessante proposta di Alberto Baile, proprietario della meira
della Capoloira, suggeriva la possibilità di usufruire di questa casa rurale situata sul
Mombracco come luogo simbolo della memoria partigiana in quanto proprio in quel
luogo è nata la Resistenza in Valle Po. Infatti, in località Capoloira, Pompeo Colaianni,
il mitico comandante “Barbato”, Giovanni Giolitti, Vincenzo Modica il comandante
“Petralia” e molti altri costituirono la prima base partigiana nei giorni successivi all’8
settembre 1943.
Il proprietario della casa ha offerto interessante opportunità di usufruire dell’edificio,
a titolo gratuito, qualora si possa mantenere vivo questo luogo della Storia con una
opportuna azione di restauro, documentazione e organizzazione di un centro visita per
l’importanza dei personaggi che parteciparono a quegli avvenimenti che portarono alla
cacciata del nazifascismo e alla promulgazione della nostra Costituzione assicurando 70
anni di vita pacifica al popolo italiano.
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Il sig. Baile scrive le seguenti note riguardanti una sintentica storia della casa:
Il ciabòt apparteneva da tempi remoti alla famiglia Perrone, proprietari un tempo di
buona parte della regione denominata Capoloira, sulle pendici rivolte a nord-ovest del
Monbracco, in prossimità dell’abitato di Barge.
Famiglia numerosa, nel corso delle generazioni frazionò la proprietà in piccoli
appezzamenti, che furono man mano assegnati ai vari discendenti.
Il ciabòt venne semidistrutto nel 1878 da una frana della quale si ha memoria in un ex
voto dipinto sulla parete ad ovest. Ricostruito dopo alcuni lavori di consolidamento del
terreno a monte con muraglioni a secco, nel 1909 fu assegnato in dote a Giovanna (18871953) nonna dell’attuale proprietario Alberto Baile.
Proprio il nonno di Alberto Baile, Tommaso Ribotta (1885-1955), ricordato come uno dei
migliori scalpellini della zona, gran lavoratore e nullatenente, pur abitando e lavorando
in paese, nel poco tempo libero coltivò i terreni adiacenti al ciabòt con tale passione e
tenacia fino a trasformarlo in uno splendido podere a terrazze con vigna, alberi da frutta
e orto, ammirato dai parenti e dai vicini.
Per procurarsi l’acqua necessaria scavò, per un intero anno di durissimo lavoro, un
pozzo nella roccia e nei primi anni della seconda guerra mondiale ampliò il fabbricato
costruendo con le sue mani e l’aiuto di un parente muratore altre due camerette, un
terrazzino e una cantina, utilizzando materiali ricavati da una piccola cava presente nel
terreno del ciabòt.
Nel settembre del 1943, su invito del prof. Ludovico Geymonat, lo mise a disposizione
del primo nucleo di Garibaldini sotto il comando di Barbato.
I partigiani che vissero e trascorsero alla Capoloira i momenti salienti di quella epica
Storia che fu la Resistenza furono moltissimi, ne citiamo solo alcuni per sottolineare
l’importanza di quella prima fase e soprattutto l’assoluta necessità civile di non perdere
la Memoria e le tracce del loro passaggio in questi luoghi della montagna cuneese e della
Valle Po: Pompeo Colajanni – Barbato, Ludovico Geymonat, - Dodo, Vincenzo Modica –
Petralia, Antonio Giolitti – Antonio, Gustavo Comollo – Pietro, Dante Conte – Umberto,
Giovanni Latilla – Nanni, Giovanni Cogo, Joroz, Vincenzo Grimaldi, - Bellini, Maria
Rovano – Camilla, Isacco Nathoun, - Milan, Massimo Tani – Max, Alfredo Sforzini,
Gianni Soriga – Gianni Mitragliere, Emanuele Artom – Ansaldi, Giovanni Guaita – Mirko,
Giancarlo Pajetta.
Con questi brevi appunti l’Istituto Superiore di Cultura Alpina oltre a ringraziare l’ANPI
regionale, i comuni di Borgo S. Dalmazzo e di Cuneo e l’Istituto Storico della Resistenza
di Cuneo per aver organizzato il convegno “Memoria fragile della Resistenza” vuole
cogliere l’occasione per suggerire l’opportunità (anzi la necessità) che con questa proposta
si renda possibile attraverso Enti, Istituzioni e Associazioni del territorio assumere
l’iniziativa per:
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-
rendere visibile e visitabile questa prima base del Mombracco nel Comune di Barge
(CN);
- inserire questo percorso nell’ambito della Memoria delle Alpi e dei sentieri Partigiani;
- realizzare gli interventi utili a mantenere l’edificio in sicurezza e la sua accessibilità;
- la realizzazione di una documentazione dei luoghi con una segnalazione rivolta
all’informazione dei fruitori dell’escursionismo culturale;
- suggerire, vista l’ingente mole di documenti, fotografie, testimonianze ritrovate e
la possibilità, ormai tecnologicamente realizzabile, di una moderna e dinamica gestione
di queste informazioni con l’allestimento di un moderno museo della Resistenza: un
ecomuseo ad elevata informatizzazione che utilizzando la rete internet metta in contatto
questa realtà con i ricercatori, le istituzioni e la società civile (scuole e biblioteche) per
il necessario approfondimento del grande movimento che fu la guerra partigiana e la
Resistenza nel cuneese.
Nelle immagini seguenti alcuni reperti e documenti custoditi da Maria Perassi e Luisella
Ribotta di Barge riguardanti la documentazione fotografica della cassa del denaro dei
partigiani della Capoloira di cui Teresa Perassi fu la “cassiera” durante i venti mesi di lotta
partigiana.
L’Istituto Superiore di Cultura Alpina si rende disponibile ad affrontare questo tema
e a sviluppare con l’ANPI , l’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo e le Istituzioni
disponibili, un progetto che renda possibile questo piccolo sogno, conservando però viva
una preziosa traccia del nostro passato.
* Pubblicista e designer, a cura dell’Istituto Superiore di Cultura Alpina (isca).
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Conclusioni
La lotta teorica e pratica per la memoria.
Antifascisti, storici, restauratori e politici:
un unico compito
Livio Berardo*
Il 70° anniversario dall’inizio della lotta di Liberazione com’è quello in cui viene a cadere
il nostro convegno non rappresenta un decennale qualsiasi (il rito dei decennali, che
nasce con le scadenze istituzionali del potere imperiale romano, in epoca moderna è
divenuto pretesto per ogni sorta di celebrazioni). E’ il primo decennale in cui matura
un completo ricambio generazionale, anzi rappresenta un avvicendamento diverso da
quelli che pure già sono maturati in passato. Oggi va a estinguersi del tutto la generazione
dei protagonisti o dei testimoni diretti (e così sempre successo nella millenaria storia
dell’uomo), mentre i destinatari del messaggio educativo, i giovani, appartengono ad
una generazione che non ha (non può avere) legami con la Resistenza e i suoi valori
attraverso la trasmissione della memoria familiare. Per usare un termine caro alla mitologia
greca, la cui cronologia procedeva per generazioni, i genitori degli odierni studenti non
appartengono né al mondo degli “eroi” delle saghe epiche né a quello dei “diadochi” (i
loro successori o più prosaicamente all’americana i cosiddetti “baby boomers”), ma a
quella degli “epigoni”. Inoltre l’odierna generazione di giovani è cresciuta in un contesto
comunicativo totalmente diverso da quello del passato (Raffaele Simone parla di “terza
fase”, ossia di passaggio dal libro alla televisione e al computer, dall’apprendimento acustico
e alfabetico a quello visuale, meno favorevole all’acquisizione del senso della storia). Qui
sta l’abissale differenza fra l’odierna transizione generazionale e tutte le transizioni finora
vissute dalle società umane: la trasformazione del paradigma comunicativo. Se a 70 di
distanza la trasmissione della memoria non può che avvenire per mezzo della storia e se
la storia, intesa ovviamente come disciplina, alla fine delle indagini e delle ricostruzioni,
è narrazione (“Erodoto di Alicarnasso espone il risultato delle ricerche da lui compiute
affinché il ricordo di tanti avvenimenti umani non sia cancellato dal tempo”, recita il
preambolo dell’opera in cui compare per la prima volta la parola storia), il cambiamento
o anche solo l’ampliamento dei linguaggi finisce per avere pesanti ricadute sugli stessi
contenuti o sull’organizzazione del discorso.
Per essere più espliciti, quanto incidono i linguaggi visivi, televisivi e informatici sulle due coordinate
fondamentali, in cui gli avvenimenti storici devono essere calati per poter essere collegati e interpretati,
il tempo e lo spazio?
Il senso del tempo è legato alla percezione acustica che ha un prima e un dopo o alla
comunicazione scritta che possiede un alto e un basso, un fronte e un retro. Per la
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nostra generazione il linguaggio storico era scontato. Così era stato per quella dei nostri
padri, anzi ci fu un tempo in cui si pensava che qualsiasi disciplina (la filosofia, l’arte, la
letteratura, la scienza) potesse essere conosciuta attraverso la propria storia (Croce e lo
storicismo in generale).
La comunicazione visiva ci immerge in un presente continuo e assoluto. Presente
assoluto nel campo familiare vuol dire fine del modello edipico, della successione (non
necessariamente cruenta come nel mito tebano) fra le generazioni. I ragazzi Narciso,
cresciuti nella famiglia affettiva e non più normativa di cui parla Pietropolli Charmet, sono
al di fuori della sequenza generazionale. Orbene le prime forme di storia (la cronologia
della Bibbia, Ecateo di Mileto, precursore di Erodoto) sono proprio le genealogie.
Le conseguenze della televisione, dei cellulari, di Internet sulla coordinata spazio sono
diverse da quelle sconvolgenti che patisce la dimensione temporale. E’ pur vero che lo
spazio si è “accorciato” nel senso che le distanze possono oggi essere coperte in tempi
straordinariamente più rapidi che in passato, ma a differenza del tempo lo spazio ha una
sostanza non così fortemente intrisa di risvolti psicologici, ma possiede una materialità
contro la quale, se ci muove, si va a sbattere. Con gli occhi, con le mani o anche solo con
i piedi, quando si tratti di ruderi o di cippi coperti dalle erbe.
Maria Vittoria Giacomini ha ben distinto la tipologia dei manufatti che in tempi vari
sono stati costruiti o posati per ricordare la lotta di Liberazione, indicandone anche il
maggiore o minore grado di fragilità. Gli Istituti storici della Resistenza con il progetto
europeo Memoria delle Alpi/I sentieri della libertà (in alcuni casi con iniziative addirittura
anteriori) hanno censito cippi, lapidi, ossari, monumenti, ostelli, rifugi, baite, centri rete,
li hanno collegati a dei sentieri o a dei percorsi, li hanno restaurati con il supporto tecnico
di Province o Comunità montane, li hanno dotati di adeguata segnaletica, di cartellonistica
e riferimenti di guida. I cataloghi a cui hanno accennato Calandri, Renosio, Adduci,
Carcione, Brunetta e Pagano sono vastissimi. E’ un patrimonio imponente e vario che
pone seri problemi di conservazione, di utilizzo e di gestione. La prima questione si pone
con il recupero o il restauro. Spesso un luogo è stato teatro di vicende diverse, avvenute
in tempi e contesti differenti. Esse si sono sovrapposte, in gran parte cancellando, le
ultime, le tracce di quelle anteriori: pensiamo alla stratigrafia degli archeologi, a piazza
della Signoria a Firenze costruita sull’antica città etrusca. Anni fa questa fu riportata alla
luce, misurata e fotografata, poi ricoperta per ridare allo scenario la facies che più si confà
a Firenze, quella del Rinascimento.
Pure in un arco cronologico ben più limitato qualcosa del genere può accadere ai luoghi
della Resistenza. Il sentiero alpino che unisce Alagna a Macugnaga fu percorso nel
medioevo dai Walser che si spostavano dal Vallese all’Italia, dopo l’8 settembre 1943
dai prigionieri inglesi evasi dai campi di detenzione del vercellese, un anno dopo servì
ai partigiani per sconfinare, dopo la caduta delle zone libere e i rastrellamenti tedeschi,
in Svizzera. Qui non esistono manufatti: il luogo è fatto solo di elementi naturali: sassi,
terra, vegetazione, cielo, sempre uguali o forse sempre diversi, ma capaci di abbracciare
e contenere in sé tante storie diverse. Basta trovare i nomi giusti e collocare i cartelloni
idonei. Ma che fare quando le fabbriche in cui si riunivano i CLN, come quelle di Asti o molte di
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Torino, vengono demolite per fare posto a residenze o centri commerciali? Spesso non si è neppure
recuperata la targa o la lapide apposta sul muro nei primi anni del dopoguerra. E le baite in
montagna, sede di comandi o presidi partigiani, crollate sotto il peso dell’abbandono? Foco ci ha
raccontato la fortunosa disponibilità di cascine incontrata alla Benedicta: così, il luogo
in cui si è compiuto il sacrificio, è potuto rimanere “intatto” nel suo aspetto di rovina,
testimone dell’evento e monumento alla sacralità della memoria. Ma un’altra cascina è
stata restaurata e trasformata in centro di documentazione e aula didattica. A Paralup,
seconda sede della banda Italia Libera, ci sarà spazio per l’accoglienza e tante attività
culturali.
Altrove ci si può trovare di fronte ad un manufatto unico e allora bisogna scegliere quale
facies ripristinare con il restauro, sapendo che quelle tecnologie moderne, che possono
avere sul senso del tempo delle giovani generazioni effetti nefasti, qui giocano un
ruolo essenziale. La virtualità multimediale consente di far coesistere con la fase storica
principale, quella a cui il restauro ha ricondotto il manufatto, tutte quelle anteriori e tutte
quelle successive.
L’uniformazione degli allestimenti può viceversa implicare delle forme di riduzionismo
storico. Immaginare, come abbiamo sentito, di togliere dal Padiglione Italia di Auschwitz
il monumento di Samonà con una svalutazione di carattere estetico può significare
rimuovere dalla deportazione la componente politica, che nel caso dell’Italia, per ragioni
oggettive, le dimensioni ridotte della comunità ebraica, pagò un prezzo più elevato della
deportazione razziale.
La sola forma di immortalità a cui l’uomo può aspirare è quella relativa della storia,
del ricordo che si cerca di far durare il più possibile. Per contrastare questa impari lotta
dell’uomo contro il tempo non c’è bisogno di malafede, di cui pure non mancano gli
esempi (fra quelli che sono stati ricordati i cippi, le lapidi o i monumenti più o meno
surrettiziamente infilati dai nostalgici del fascismo negli stessi luoghi della Resistenza) né
di incuria, vecchia e nuova: vecchia come quella che Renosio ha ricordato per gli anni ‘50
e ‘60 in certi comuni dell’astigiano, zona “bianca” come il cuneese, ma meno ancorata ai
valori antifascisti, perché non toccata nei venti mesi da grandi eccidi di civili come quelli
di Boves, di Ceretto, di Peveragno, nuova come quella emersa in molta classe “dirigente”
della seconda Repubblica.
La lunga sequenza dei secoli o catastrofi inattese possono da sole cancellare intere civiltà,
bruciare o seppellire biblioteche, CD e DVD durano meno della carta. Persino il bronzo,
a cui gli antichi affidavano i testi che volevano più duraturi, ha spesso fallito nel suo
compito.
Ma non viviamo solo in tempi di malafede, di incuria, di smemoratezza.
Siamo alle prese con una drammatica crisi economico-sociale che si è tra l’altro
riverberata sulla finanza pubblica. Dunque, nell’immaginare interventi a tutela dei luoghi
della memoria, dobbiamo avere ben a mente le priorità. La prima è la manutenzione
dell’esistente. Nuovi luoghi possono aggiungersi all’enorme catalogo di quelli che abbiamo
ricordato in questi due giorni, ma solo per motivi eccezionali. Adriana Muncinelli ci ha
spiegato come lo stravolgimento edilizio del cosiddetto quartiere e l’improprietà della
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toponomastica avessero a Borgo S. Dalmazzo quasi cancellato le tracce della detenzione
ebraica: la costruzione del memoriale presso la stazione ferroviaria ha ridato spazio e senso
ad un evento, peraltro non consumato nell’arco di pochi giorni, che non ha eguali nella
pur mostruosamente vasta storia della Shoah. Fortunatamente si era ai tempi del progetto
Interreg e della visita del presidente Ciampi e così fu facile colmare la lacuna. Sergio
Beccio ce ne ha ricordata un’altra. L’ignavia di amministratori locali ha lasciato fuori dai
Sentieri della libertà la valle Po, la zona di insediamento e il centro di irraggiamento delle
Brigate Garibaldi in Piemonte. I proprietari sono disponibili a offrire in comodato d’uso
la baita in cui fu ospitato il comando di Barbato. Gli oggetti che erano rimasti, come la
cassa della divisione, sono già stati messi in salvo. Occasioni come queste non possono
essere lasciate cadere.
Ma, pur con tali eccezioni, assoluta precedenza va riservata al restauro e alla manutenzione.
Già la proposta di legge dell’on. Valdo Spini si poneva il problema. I parlamentari che
riproporranno o rinnoveranno la proposta devono prestare molta attenzione a questi
aspetti.
Subito dopo il restauro e dopo la manutenzione straordinaria, viene la gestione ordinaria.
E’ ovvio che una legge nazionale non possa coprire questo tipo di spese correnti. Può
però fare chiarezza sui soggetti gestionali. I sentieri della libertà sono stati realizzati
tramite province e comunità montane: le seconde sono già state soppresse, le prime
boccheggiano in attesa di una ridefinizione. Chi si occuperà dei servizi che coprono un’area
sovracomunale (gran parte dei sentieri e dei centri di cui abbiamo parlato coprono un ambito
vasto)? Quali incentivi, magari tramite il livello regionale, possono essere erogati alle istituzioni che
fanno rete? Il prof. Orsi ci ha presentato l’esperienza di un rifugio partigiano gestito da un Istituto
alberghiero: ciò può essere riconosciuto come attività scolastica a tutti gli effetti?
Infine, dal momento che le raccomandazioni finali sono indirizzate ai parlamentari, li
inviterei anche a rivisitare la legge sui comandi scolastici presso gli Istituti storici della
Resistenza autorizzati dal Ministero della pubblica istruzione sulla base di una legge a suo
tempo promossa da Ferruccio Parri. I comandi si scontrano ogni anno di più con i tagli alla
spesa per la scuola. Eppure gli insegnanti distaccati sono uno strumento essenziale per lo
svolgimento delle attività didattiche nelle scuole e sul territorio. I luoghi della memoria,
ce lo ricordava Luciana Ziruolo, vanno fatti vivere innanzi tutto con la presenza delle
scolaresche e con le lezioni in loco. Poi possono, anzi devono venire eventi, incontri i più
svariati, l’apertura alla generalità dei cittadini, nella consapevolezza che solo una società
aperta e democratica è in grado di conservare la memoria e continuamente ricercare nel
passato i momenti più alti della propria identità.
* Presidente Istituto storico della Resistenza di Cuneo.
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Alcune riflessioni sul valore della memoria oggi
Diego Novelli*
Un’iniziativa di questo tipo a livello nazionale non è mai stata proposta: credo quindi che in altre
province e in altri contesti nazionale questo convegno potrà offrire uno spunto e dare una traccia
di lavoro.
Nel sito web dell’ANPI nazionale si possono trovare alcune sollecitazioni, due in particolare: la
prima è rappresentata dagli scioperi del 1943 che sono stati determinanti per la crisi del regime
fascista, mentre la seconda si riferisce ai due bombardamenti tra la fine del 1942 e l’inizio 1943,
che hanno avuto un peso significativo sull’umore della gente.
Il leitmotiv della mia famiglia sono state tre parole: rigore, coerenza, dignità: mio padre, direttore
di un grande stabilimento, non aveva accettato la tessera fascista per ragioni di dignità, in quanto
non riteneva sopportabile il fascismo.
Oggi invece mancano i punti di riferimento: attualmente l’ANPI rappresenta proprio questo
tassello mancante per migliaia di giovani che si sono iscritti alla nostra Associazione. L’ANPI non
è un partito, l’unica discriminante è il valore universale dell’antifascismo; il riferimento centrale
è sempre la Costituzione della Repubblica Italiana. Come è scritto nel libro di Giogio Amendola
sull’antifascismo, i valori fondamentali di una civiltà sono: la libertà, la giustizia, l’uguaglianza.
Oggi l’ANPI ha una grande funzione: abbiamo bisogno di ricordare il 70° Anniversario della
Resistenza senza una visione reducistica e combattentistica. Noi intendiamo ricordare questo
Anniversario attraverso la memoria, senza nostalgia, i fatti storici accaduti.
La memoria è un valore attivo e sollecita nel ricordo la reazione delle coscienze. E’ auspicabile una
reazione, per esempio, verso il mausoleo dedicato a Ridolfo Graziani a pochi chilometri da Roma.
E’ il ricordo di un disvalore. Bisogna esserne consapevoli e prendere posizione rispetto a simili
manomissioni della storia. Invece occorre fare memoria di fatti come quello accaduto il 7 ottobre
del 1943, quando ci fu il rastrellamento di duemila Carabinieri, in tutta Italia, proprio su ordine di
Graziani, che furono deportati nei campi di concentramento.
Dobbiamo ricordare, prima di tutto per noi stessi, con un certo rigore, coerenza e dignità. L’ANPI
è un luogo dove fare una memoria corale, dove non esiste l’io, ma solo il noi. L’associazione è
passata da 112.000 a 130.000 nell’arco di un solo anno, dal 2012 al 2013: nella sola provincia di
Torino sono più di 6000 iscritti.
Credo che i tempi siano maturi per un cambiamento profondo da parte dei giovani che sono
alla ricerca di nuovi punti di riferimento, di luoghi di confronto e di scambio intergenerazionale
costruttivo come sta cercando di fare l’ANPI. Credo che avere fiducia oggi è un segnale mobilitante,
senza accettare a capo chino una situazione di stallo e di crisi economica.
Incontri come questo sono occasioni utili per ricordare e per non dimenticare mai l’aspetto
fondante del nostro popolo italiano: l’eredità della Resistenza è la Costituzione, il nostro faro a cui
guardare sempre, in tempi più o meno bui, come quello attuale.
* Presidente ANPI regionale Piemonte.
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Il memoriale della deportazione di Borgo San Dalmazzo
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Allegato
Disposizioni per la tutela del patrimonio storico
della guerra di Liberazione e della lotta partigiana
Camera dei Deputati – XV Legislatura – Proposta di Legge n. 139
presentata il 28 aprile 2006 d'iniziativa del deputato Spini1
ESTRATTO
Art.1
(Principi generali)
La Repubblica riconosce il valore storico e culturale delle vestigia della guerra di
Liberazione e della lotta partigiana.
Lo Stato e le regioni, nell’ambito delle rispettive competenze, promuovono la ricognizione,
la catalogazione, la manutenzione, il restauro, la gestione e la valorizzazione delle vestigia
della guerra di Liberazione e della lotta partigiana e in particolare di:
a) edifici e manufatti sedi delle formazioni partigiane;
b) fortificazioni campali, camminamenti, strade e sentieri militari;
c) cippi, monumenti, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni e tabernacoli;
d) reperti mobili e cimeli;
e) archivi documentali e fotografici pubblici e privati;
f) ogni altro residuato avente diretta relazione con le operazioni belliche.
Per le finalità di cui al comma 2 lo Stato e le regioni possono avvalersi di organizzazioni
di volontariato, nonché associazioni combattentistiche o d’arma.
La Repubblica promuove, particolarmente nella ricorrenza del 25 aprile, la riflessione
storica sulla prima guerra di Liberazione partigiana e sul suo significato per il conseguimento
della libertà e della democrazia.
Gli interventi di alterazione delle caratteristiche materiali e storiche delle cose di cui al
comma 2 sono vietati.
Alle cose di cui al comma 2, lettera c), si applica l’articolo 50 del codice dei beni culturali e del
paesaggio, di ci al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, di seguito nominato “codice”.
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ART. 2
(Soggetti autorizzati a effettuare gli interventi)
Possono provvedere direttamente agli interventi di ricognizione, catalogazione,
manutenzione, restauro, gestione e valorizzazione delle cose di cui all’articolo 1, comma
2, in conformità alla presente legge e alle leggi regionali:
a) i privati in forma singola o associata, compresi le comunanze, le regole, i comitati e le
associazioni anche non riconosciute;
b) i comuni, le province, gli enti parco, altri enti pubblici e i loro consorzi;
c) le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano;
d) lo Stato.
l’autorizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali per gli interventi sulle
cose di cui all’articolo 1, comma 2, è richiesta solo quando si tratta di cose assoggettate
alla tutela di cui alla parte seconda, titolo I, del codice. Restano tuttavia fermi il potere
di cui all’art. 150 del codice, le competenze in materia di tutela paesistica, nonché le
competenze in materia del Ministero della difesa e del Ministero dell’economia e delle
finanze.
(...)
1 La proposta di legge completa è consultabile nel sito della Camera dei Deputati:
http://legxv.camera.it/_dati/lavori/schedela/trovaschedacamera_wai.asp?pdl=139&ns=2
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Stampa: La Stamperia s.n.c. - Carrù
Finito di stampare nel mese di aprile 2014
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