libro montalenti.indd 1 20/03/14 09.43 libro montalenti.indd 2 20/03/14 09.43 MEMORIA FRAGILE DA CONSERVARE i luoghi della Deportazione e della Resistenza in Piemonte ATTI DEL CONVEGNO a cura di Ezio Montalenti e Maria Vittoria Giacomini Borgo San Dalmazzo 24 maggio 2013 Cuneo 25 maggio 2013 libro montalenti.indd 3 20/03/14 09.43 INDICE • Prefazione (ANPI regionale Piemonte) P. 6 Messaggio del Presidente della Camera Laura Boldrini P. 7 • Prima giornata del convegno P. 8 Intervento di apertura (Ezio Montalenti) P. 8 Presentazioni (Roberto Placido, Claudio Dellavalle e Carla Nespolo) P. 10 • Prima Parte - Memorialistica P. 14 La memoria fragile e l’ex campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo (Luisa Giorda) P. 14 Territorio e memoria della Resistenza nel Torinese: alcune riflessioni (Nicola Adduci) P. 15 I luoghi della memoria della deportazione e della Resistenza in Provincia di Cuneo (Michele Calandri) P. 20 Oltre alla tutela e alla coservazione dei luoghi della memoria (Adriana Muncinelli) P. 23 Luoghi della memoria nell’Astigiano (Mario Renosio) P. 28 “Le person dij partigian” a San Maurizio Canavese (TO) e altri luoghi della memoria resistenziale in Val di Lanzo: recupero e valorizzazione di un patrimonio storico (Franco Brunetta) P. 35 Luoghi della memoria, memoria dei luoghi: il percorso della rete degli istituti storici della Resistenza italiani (Luciana Ziruolo) P. 42 I luoghi della memoria del Biellese, del Vercellese e della Valsesia (Enrico Pagano) P. 49 • Seconda giornata del convegno P. 55 Intervento di apertura (Ezio Montalenti) P. 55 Architettura e Resistenza – Aspetti di metodo e di ricerca aperti P. 56 Considerazioni sulla fragilità della memoria dei luoghi (Elena Pirazzoli) P. 56 Memoria fragile. Testimonianze di architettura e paesaggio tra materiale e immateriale (Guido Montanari) P. 57 libro montalenti.indd 4 20/03/14 09.43 La salvaguardia dei luoghi della memoria in pericolo (Maria Vittoria Giacomini) P. 66 La rinascita del Rifugio Paraloup (Daniele Regis) P. 76 Comunicazione e didattica a scuola P. 80 Ribelli in montagna (Alessandro Orsi) P. 80 Preservare la memoria del passato con uno sguardo al futuro (Michele Piasco e Fabio Malagnino) P. 82 La legislazione vigente sui siti di memoria della II guerra mondiale: proposte operative P. 84 Lo stato dell’arte della legislazione sui luoghi della memoria della II guerra mondiale in Italia (Maria Vittoria Giacomini) P. 84 Per una corretta valorizzazione dei Luoghi della Memoria (Massimo Carcione) P. 88 La fragilità della memoria (Chiara Gribaudo) P. 102 Interventi P. 104 Alcuni luoghi simbolo della Resistenza cuneese (Ughetta Biancotto) P. 104 Benedicta: recupero, valorizzazione e fruizione di un luogo simbolo della resistenza ligure-piemontese (Andrea Foco) P. 105 Tracce fragili e pesi imponderabili: la memoria del Nazismo e della guerra (Elena Pirazzoli) P. 108 Il Ciabot della Capoloira (Sergio Beccio) P. 113 • Conclusioni P. 116 La lotta teorica e pratica per la memoria. Antifascisti, storici, restauratori e politici: un unico compito P. 116 Alcune riflessioni sul valore della memoria oggi (Diego Novelli) P. 120 Allegato Disposizioni per la tutela del patrimonio storico della guerra di Liberazione e della lotta partigiana P. 122 libro montalenti.indd 5 P. 122 20/03/14 09.43 Prefazione Con la pubblicazione degli atti del convegno, che porta a termine il nostro impegno, riteniamo doveroso ringraziare a nome dell’ANPI regionale Piemonte e dei Comitati Provinciali di Cuneo e Torino, promotori ed organizzatori del convegno “Memoria fragile da conservare: i luoghi della Resistenza e della Deportazione in Piemonte”, quanti hanno creduto nel nostro intento: le istituzioni, gli enti privati ed i volenterosi amici, che hanno sostenuto il progetto sia finanziariamente che sotto altre forme. Quindi, un grazie sincero ai relatori, agli studiosi e professionisti, ai ricercatori e funzionari istituzionali ed associativi, in particolare Claudio Dellavalle, Roberto Placido, Livio Berardo e Ughetta Biancotto; grazie al Consiglio Regionale del Piemonte, al Comitato della Regione Piemonte per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana, alle Città di Borgo San Dalmazzo e Cuneo, alla Provincia di Cuneo, ai sostenitori privati quali la NovaCoop Piemonte, l’Unipol – Unisind di Avigliana, la cooperativa Astra di Torino e, non per ultimi, gli Istituti storici della Resistenza di Torino, Asti, Alessandria, Cuneo, Biella e Vercelli che hanno partecipato ai lavori del convegno. Un grazie anche a Maria Vittoria Giacomini, che ha recentemente discusso una tesi di dottorato sul tema del convegno, sotto la supervisione dei professori Carla Bartolozzi e Guido Montanari del Politecnico di Torino, per il coordinamento scientifico e a Massimo Carcione per la collaborazione redazionale al presente volume. Infine un ringraziamento particolare è riservato al Presidente della Camera l’on. Laura Boldrini, che volle essere partecipe con un suo messaggio di apprezzamento all’iniziativa, definendola importante per la memoria storica della nostra nazione. In sintesi, un impegno dovuto, che l’ANPI regionale ha ritenuto doveroso sostenere non solo per celebrare il 70° Anniversario della Liberazione, ma per affrontare il problema memorialistico contro ogni formulazione revisionistica e critica di parte, rilanciando la discussione dell’identità nazionale sui valori della Resistenza. Quindi siamo convinti di aver portato a termine un lavoro impostato sin dall’inizio con impegno e serietà, utile alla collettività ed alla cultura storica. Ora lasciamo il giudizio alla pubblica valutazione, per ogni critica e riflessione di merito, nella speranza che il significato ed il valore del convegno sia recepito e approfondito e si espanda in campo nazionale, quale contributo non solo per la memoria, ma per quella parte così significativa della storia nazionale che si chiama Resistenza. ANPI regionale Piemonte 6 libro montalenti.indd 6 20/03/14 09.43 7 libro montalenti.indd 7 20/03/14 09.43 Prima giornata del Convegno Borgo San Dalmazzo, ex campo di concentramento 24 maggio 2013 Intervento di apertura Ezio Montalenti * A distanza di settant’anni dall’evento della Liberazione, purtroppo vengono a mancare i diretti protagonisti e testimoni della Resistenza e della Deportazione; certo, restano i luoghi e le tracce materiali che sono scenario di questi fatti. Con tutto ciò, col trascorrere del tempo e grazie al dialogo con il pubblico, in particolare con i giovani, si denota da tempo una separazione tra storiografia e cittadini. Tale situazione, offre uno spazio alle matrici revisionistiche, in particolare a quei soggetti pseudostorici del revisionismo di comodo e di parte, senza rimarcare la costante tendenza filofascista che si presenta spesso sul territorio nazionale ed europeo. A questo punto, considerando questo triste quadro generale che tenta di rendere “obsoleta” la memoria storica della Resistenza e dell’antifascismo, rispetto al quadro della storiografia nazionale della prima guerra mondiale o delle epiche battaglie ed avvenimenti del nostro regio esercito nel secondo conflitto bellico, l’ANPI Piemonte, consapevole di questa lacuna storica preoccupante, si è posta delle domande: sono questioni reali, che interessano in particolare chi è stato protagonista o testimone del passato, per recepire gli errori che mettono a rischio la procedura della trasmissione della memoria. Una serie di domande all’ordine del giorno si possono così identificare: - quanti sono i legami che intercorrono tra il passato che coinvolse una intera generazione ed i nostri giovani? - in quali modi e con quali immagini si identifica il passato di chi lottò contro l’oppressore per la libertà? - quali ideali permangono in chi oggi vive nella e della libertà? - quali sono i punti critici, i passaggi problematici attorno ai quali si articolano i giudizi, ma anche i pregiudizi verso il passato cosi come verso il presente? - quali sono i percorsi della memoria, che creano storia condivisa per mezzo della comunicazione intergenerazionale? Ebbene, attorno a queste domande e a tante altre, che di norma suscitano critiche e pregiudizi, piuttosto che giudizi condivisi, l’ANPI regionale ha deciso, dopo un’ampio e approfondito confronto interno, di dare risposta con questo convegno sulla memoria, 8 libro montalenti.indd 8 20/03/14 09.43 sempre più fragile, che deve essere conservata, ponendo come fonti testimoniali i luoghi stessi ed i siti della Resistenza e della Deportazione, che considera fonti di insegnamento e percorso storico culturale, chiamando a discuterne un ampio gruppo di studiosi, operatori storici e di cultura, non solo a livello territoriale ma anche nazionale. Si tratta di un percorso che riteniamo utile per il presente, per capire quello che il passato ci ha consegnato e come preservare e rinnovare la conoscenza e la memoria stessa. Quindi ancora una volta, l’ANPI si impegna a coniugare e cercare attraverso la parola, la storia e l’attualità, coinvolgendo e cercando un dialogo tra le diverse generazioni per capire quali siano le metodiche di conservazione da adottare per i luoghi di interesse in questo campo; anche perché, più che mai, è indispensabile la conservazione di queste testimonianze materiali per non perdere la memoria della nostra storia. Certamente, come è possibile evincere dal programma, i temi individuati e proposti non sono solo teoria, ma costituiscono un percorso concreto, ben delineato con dei principi e delle linee di attività; iniziando dalla sezione “Memoristica” con la presentazione dei luoghi prioritari e secondari della memoria nella sua valorizzazione e negli aspetti storici, si passerà poi alla sezione “Architettura e Resistenza”, un percorso tra il nesso della espressione delle idee e la creatività architettonica, la storia dell’architettura resistenziale e la disciplina del restauro. Successivamente si affronterà “la questione legislativa”, sullo stato dell’arte della legislazione italiana di tutela dei luoghi della memoria – a partire dalla proposta di legge presentata nella XV legislatura (aprile 2006) dall’on. Valdo Spini – evidenziando e valutando la possibilità di riproporre una nuova iniziativa legislativa finalizzata non solo alla conservazione dei siti della memoria, ma alla didattica scolastica e pubblica. In quest’ottica, si discuterà di promuovere una rete di conoscenza territoriale per la valorizzazione e la tutela dei siti della memoria (banca dati informatizzata) che possa servire al cittadino ed in particolare all'istruzione scolastica. Gli interventi conclusivi, potranno essere di critica, di suggerimento o di apertura di un ulteriore dibattito sul tema. La conclusione dei lavori sarà affidata a Livio Berardo, Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo e in chiusura ci saranno i saluti di ringraziamento di Diego Novelli per l’ANPI regionale. Questo cari amici, è il nostro convegno. L’ANPI ancora una volta si è impegnata fattivamente perché ritiene che: “la memoria deve battere nel cuore del futuro nazionale”. * Coordinatore regionale ANPI Piemonte e Vice Presidente vicario ANPI provinciale di Torino. 9 libro montalenti.indd 9 20/03/14 09.43 Presentazioni Roberto Placido (Vice Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte) Il Piemonte è l’unica Regione, e non a caso, ad avere una legge specifica, la n. 41/1985, che finanzia il restauro, la cura, la manutenzione conservativa dei monumenti della Resistenza. Una legge che, nel tempo, ha messo a disposizione importanti risorse destinate a questo scopo, gestita dall’Assessorato alla Cultura della Regione, con il parere del Consiglio regionale espresso tramite il nostro Comitato della Regione Piemonte per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della costituzione Repubblicana. Non è un caso che si affermi, in questo modo, il ruolo del Comitato che ha sempre operato proficuamente a prescindere dalle maggioranze politiche che si sono avvicendate, secondo la logica e la prassi della democrazia. Le risorse sono sempre state messe a disposizione anche se quest’anno, in ragione delle difficoltà finanziarie più generali, si è reso necessario ridurle sensibilmente. Il Comitato Resistenza e Costituzione, istituito nel 1976 con legge regionale, allo scopo di mantenere e valorizzare la memoria storica della Resistenza, nel tempo non è mai venuto meno a quest’impegno, legandolo alla promozione della conoscenza dei valori che stanno alla base della nostra straordinaria Carta Costituzionale. Il senso del concetto che sta alla base della tutela e della conservazione della “memoria fragile” è in linea con quest’azione, tesa a preservare le testimonianze dei luoghi e delle tracce materiali che rappresentano il teatro della storia della Resistenza. Una memoria importantissima soprattutto d’ora in poi, considerando che i testimoni diretti, non potendo sconfiggere l’anagrafe, stanno scomparendo. La Resistenza in generale e particolarmente in Piemonte non è patrimonio di una sola parte politica, poiché fu un movimento unitario di popolo. I valori della libertà, del riscatto morale, della giustizia coinvolsero donne e uomini appartenenti a differenti classi sociali, motivati da una pluralità di fedi e convinzioni politiche. La Resistenza ha visto insieme comunisti, socialisti, cattolici democratici, azionisti, repubblicani e monarchici, laici e anche preti e suore. In tanti anni abbiamo lavorato, attraverso il Comitato Resistenza e Costituzione, affinché quello spirito che consentì di riconquistare la libertà, spezzando il giogo nazifascista, resti come tratto distintivo di quel fatto fondativo dell’identità democratica del nostro paese che è stata la Resistenza. Quest’impegno deve continuare, valorizzando le storie, i luoghi e le architetture di questa memoria. E’ questo lo spirito che ha motivato la stipula delle convenzioni con la Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce , il Colle del Lys, la Benedicta, la Casa museo di Vinchio, il museo Diffuso della Resistenza di Torino. Lo stesso spirito che si esprime nelle collaborazioni, tanto strette quanto proficue, con gli Istituti storici della Resistenza. E’ una scelta netta, la nostra. La scelta di chi non dimentica il valore di una stagione straordinaria che, nella lotta partigiana e nell’impegno popolare, ha ridato la libertà e consentito di far nascere la Repubblica, scrivendo e adottando la più bella delle Costituzioni del mondo. 10 libro montalenti.indd 10 20/03/14 09.43 Claudio Dellavalle (Coordinatore Istituti storici della Resistenza piemontese) Il Convegno affronta un tema con cui nei prossimi anni dovranno misurarsi tutti coloro (associazioni, istituti, enti culturali e istituzioni, oltre che singoli cittadini) che hanno a cuore la salvaguardia della memoria collettiva che si è costruita nel tempo attorno alle vicende della seconda guerra mondiale e della guerra di liberazione. Per una ragione semplice e complessa nello stesso tempo: il rarefarsi dei portatori “naturali” di memoria. Il susseguirsi delle generazioni per un arco di tempo che si avvicina ormai al secolo produce un effetto di distanza, che la memoria dei singoli non è in grado da sola di contrastare. Siamo cioè di fronte ad una questione che richiede da un lato di essere definita nelle sue dimensioni e implicazioni e dall’altro la disponibilità di risorse umane e materiali per poterla affrontare. Mi sembra che l’aggettivo fragile, che è stato utilizzato nel titolo del convegno, colga esattamente questa fase di passaggio che ci coinvolge tutti. Memoria fragile perchè l’erosione del tempo mette a rischio il significato e dunque le ragioni per cui per tanti anni abbiamo ritenuto di dover lavorare alla costruzione e alla salvaguardia di quella memoria. Ma memoria fragile perché avvertiamo che in qualche modo vadano rivisti e forse rifondati alcuni aspetti che la fanno vivere nel nostro tempo. La domanda che ci dobbiamo porre è prima di tutto se quella memoria vada salvaguardata confermando la scelta che in questi anni ci ha guidati. Può apparire una domanda retorica, perchè se siamo qui, è proprio perchè siamo coinvolti e condividiamo la preoccupazione per le sorti di una memoria che è anche costitutiva di identità. Ma del tutto retorica quella domanda non è perché ci rendiamo conto che il rischio di indebolimento di memoria non è solo l’ effetto della “distanza” temporale, ma è anche il risultato del generale e profondo mutamento che ha investito in questi anni le nostre società. Dunque non è così scontato riflettere sulle ragioni che oggi alimentano la nostra “necessità” di memoria. Per un verso sappiamo che essa si fonda in primo luogo sulla rilevanza del passaggio storico di cui vogliamo conservare traccia. Il nostro paese, dall’unità in poi, da quando cioè ha provato a ridefinirsi come un soggetto unitario, ha conosciuto tre passaggi cruciali: le vicende risorgimentali, che portarono all’unità; l’impatto della prima guerra mondiale, che verificò in modo traumatico la solidità delle ragioni dell’unità e vent’anni dopo, lo sconvolgimento prodotto dal secondo conflitto e dentro di esso l’esperienza resistenziale. Senza approfondire questi passaggi, che richiederebbero una riflessione complessa, possiamo dire che è nell’ultima di queste esperienze che si configura, sia pure in termini differenziati e diversificati nei tempi e nei luoghi, uno scarto forte rispetto al passato per quanto riguarda il coinvolgimento diretto di parti rilevanti della società italiana. E’ indubbio che la guerra, nelle sue forme di guerra totale, ha toccato in profondità ed estensione parti della società che per tante ragioni erano rimaste estranee, escluse dalla vita del paese per non dire dal potere e dallo stato, confinate entro un’idea di cittadinanza incompleta e spesso limitata. Ed è anche indubbio che proprio nella guerra di liberazione si produce un percorso di maturazione, che porta una minoranza certo, ma una minoranza 11 libro montalenti.indd 11 20/03/14 09.43 di massa, formata da quote importanti di ceti subalterni, in primo luogo operai e contadini, a sperimentare un percorso di emancipazione sociale e politica come conquista diretta. Nella guerra di liberazione tra società e politica si produce una tensione che si trasforma in attese e in scelte che nell’immediato dopoguerra si manifestano e producono effetti di lunga durata. La società si mobilizza ed è esattamente questa tensione, che produce responsabilità e autonomia, l’eredità che vorremmo conservare come esempio e come pratica di emancipazione e di costruzione di cittadinanza. Come nucleo della memoria da conservare e trasmettere perché è quanto ci pare rilevante di quell’esperienza. La seconda è la questione del come trasmettere quella memoria perché la memoria non si chiuda su se stessa, ma continui a produrre degli effetti nel presente. Per cui accanto al necessario momento pubblico della conferma periodica dell’impegno di memoria, del rito identitario simbolicamente necessario, si pone l’urgenza altrettanto e forse più rilevante di una memoria attiva, che produca significati per il presente. Una memoria che da un lato agisca come stimolo alla conoscenza, ad esempio al come si produce la transizione da un regime totalitario a un sistema di democrazia, e dall’altro una memoria che si rapporti e misuri con le questioni del nostro presente, una memoria che sia generativa di futuro. Non è un discorso velleitario, né un qualcosa di lontano dalla realtà. Per mettere i piedi per terra basta chiedersi quanto si è veramente realizzato di quel progetto di futuro rappresentato dalla carta costituzionale. Di come la domanda di democrazia che settanta anni fà si pose in modo tumultuoso e però ineludibile, sia stata tradotta non solo dalle regole, ma anche dai comportamenti reali, dalle scelte di un paese, che usciva da una guerra devastante e doveva reinventarsi il futuro. Quella tensione tra società e politica di cui si diceva non sempre ha trovato le risposte migliori, come oggi possiamo verificare. Il fatto che resti ancora molto da fare è la motivazione più forte perché il nostro sforzo di salvaguardia di quella memoria continui e trovi le forme e i linguaggi per mantenere aperto il rapporto tra un presente problematico e quel passato. Le domande sul come si costruisce e conserva una convivenza civile e democratica sono ancora attuali, e il richiamo a quegli uomini e donne che si sono fatti liberi e ci hanno fatti liberi ci sembra non solo un impegno a cui non possiamo sottrarci, ma un esercizio di dignità civile, che conferma quel rapporto necessario tra storia e società, tra politica e cultura. Carla Nespolo (Vice Presidente Nazionale ANPI) Il titolo di questo convegno evoca temi importanti scientificamente e moralmente. Si tratta di un convegno che ha indetto l’ANPI, ci tengo a ricordarlo, e costituisce una delle prime iniziative all’interno del calendario del 70° Anniversario della Resistenza, che durerà tre anni e che avrà varie tappe. Una di queste fasi, a livello regionale e nazionale, è proprio quella che riguarda il tema della memoria, della sua conservazione e della sua 12 libro montalenti.indd 12 20/03/14 09.43 trasmissione. Il nostro incontro è quindi utile per dibattere su questi temi e non è un esercizio accademico, lo sappiamo tutti. E’ un fatto culturalmente e moralmente fondamentale. E’ l’essenza stessa dell’agire dell’ANPI e degli Istituti storici della Resistenza. La memoria è fragile per tanti motivi, primo fra tutti per ciò che ci hanno insegnato gli storici: la memoria passa attraverso tre generazioni e c’è il rischio concreto di perderla. Io non vorrei che succedesse. E’ un assillo che abbiamo tutti, come ci ha ricordato Zagrebelsky in occasione dell’apertura del Congresso Nazionale ANPI di Torino 2012, in coincidenza con le celebrazioni per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia. C’è una generazione che concquista la democrazia, una generazione che lotta per realizzarla, conservarla e migliorarla e una generazione che la perde. No, non deve essere così nel nostro Paese e in Europa. Entrando in questo luogo, che ci ospita nella prima giornata del convegno, l’ex campo di concentramento a Borgo San Dalmazzo, una serie di pannelli ci ha ricordato la memoria di tante persone che sono passate di qui e che non sono più tornate. Ricordo quanto è stato bello ed appassionante lavorare con tutti gli Istituti storici del Piemonte, al Progetto “Memoria delle Alpi” (2002-2007), grazie al quale abbiamo sentito la vicinanza di un’Europa di popoli e non di un’Europa di mercato. So che quella è la strada giusta. Per quanto riguarda poi la legislazione sui luoghi della memoria, la via che è stata intrapresa dalla Regione Piemonte, con la legge regionale n. 41, già precedentemente citata, e che va in alcuni casi organicamente tracciata e sempre percorsa, è quella di considerare in un progetto unitario tutti questi luoghi. Non è accettabile che ancora oggi, a quasi 70 anni dalla Liberazione e dopo quella lotta straordinaria di popolo, quella pagina indelebile della nostra storia, base della nostra convivenza pacifica attuale, i luoghi della memoria della Resistenza e della Liberazione, della II guerra mondiale non vengano ancora tutelati, così come oggi lo sono quelli della I guerra mondiale. Ci deve essere una nuova iniziativa legislativa, ricordando che c’era stato il generoso tentativo dell’On. Valdo Spini: il riferimento da cui partire è proprio tale proposta di legge, per inserire questi luoghi nel quadro della tutela a livello nazionale. Per lavorare concretamente sono certamente necessarie iniziative mirate, con l’impegno dell’ANPI e delle varie associazioni di volontariato; ma accanto a questi esempi positivi ci deve essere l’impegno nazionale, organizzato dello Stato. 13 libro montalenti.indd 13 20/03/14 09.43 Prima parte: Memorialistica La memoria fragile e l’ex campo di concentamento di Borgo San Dalmazzo Luisa Giorda* Mi fa particolarmente piacere dare il benvenuto agli intervenuti al convegno in questo luogo, l’ex campo di concentamento di Borgo San Dalmazzo, che è diventato davvero il simbolo della memoria nel nostro territorio, ciò che resta del campo che ospitò gli ebrei dal settembre del 1943 al novembre del 1944 e la cui memoria rischiava davvero di andare perduta per sempre. L’avere voluto conservare tale memoria, con la creazione del memoriale alla deportazione presso la stazione di Borgo è stato uno dei primi progetti della nostra Amministrazione, supportata dall’Istituto storico della Resistenza di Cuneo, con la preziosa collaborazione della dottoressa Adriana Muncinelli, che oggi abbiamo il piacere di avere con noi. Molto si sta facendo per mantenere i luoghi della memoria. I lavori nel dettaglio saranno raccontati dagli specialisti che seguiranno, ricordando che occorre un passaggio cruciale per ciascuno di noi: da fatto singolo, celebrazione di un evento ad una responsabilità corale del territorio nel farsi carico del ricordare un dato evento per quella che è l’emozione dell’evento, ma anche lo studio puntuale di quell’evento, per passare la memoria in modo corretto alle generazioni future, in una fase storica in cui i testimoni diretti cominciano a mancare. * Assessore alle Attività Culturali della Città di Borgo San Dalmazzo. 14 libro montalenti.indd 14 20/03/14 09.43 Territorio e memoria della Resistenza nel Torinese: alcune riflessioni Nicola Adduci* Il concetto di luoghi della memoria è stato via via elaborato a partire dalla metà degli anni Ottanta in Francia da Pierre Nora e poi ripreso dalla storiografia italiana con Mario Isnenghi. È una definizione ampia che va ben oltre quella dell’ambito resistenziale su cui mi soffermerò brevemente. Credo che in questa sede sia importante concentrarsi su una domanda e cioè che cosa rappresentano questi luoghi? Essi sono innanzitutto il risultato visibile, la forma di rappresentazione concreta della memoria della Resistenza, così come è venuta delineandosi e trasformandosi nel tempo. Nel corso di questi settant’anni la memoria della Resistenza ha attraversato diverse stagioni e ognuna di queste ha avuto il suo riflesso, la sua influenza nelle scelte di volta in volta attuate per darne una rappresentazione monumentale. In tutto ciò la comunità ha avuto un suo ruolo ai vari livelli. È per questo che oggi troviamo in forma diffusa luoghi della memoria poco noti e talvolta sconosciuti e altri con una valenza più ampia: si tratta in quest’ultimo caso di Ossari, Sacrari, Fari, Torri e Parchi. Tutti insieme costituiscono il patrimonio, il lascito di modi diversi di tramandare il ricordo e il senso profondo della Resistenza. Se proviamo a volgere il nostro sguardo sui luoghi principali del Torinese non possiamo fare a meno di considerare l’Ossario di Forno di Coazze, il cui progetto risale già alla fine del maggio 1945, la Torre monumentale posta sul Colle del Lys, inaugurata nel settembre 1955 e il Faro della libertà di Prarostino del giugno 1967. A Torino, i luoghi della memoria sono invece due: il primo è il Martinetto dove già nel luglio 1945 si tiene una cerimonia davanti ad una folla immensa; dal 1950 il sito viene riconosciuto come d’interesse nazionale e posto sotto un vincolo che ne rende possibile la destinazione a sacrario. Il secondo è il sacrario del Pian del Lot, poco distante dal Colle della Maddalena sulla collina sovrastante la città. Si tratta di un luogo della memoria edificato a spese dei familiari e degli amici dei caduti e poi ceduto al Comune. I vari casi citati sono accomunati essenzialmente da quattro elementi: la coincidenza fra il luogo di memoria e uno o più eventi verificatisi in quel punto, il lutto, il ricordo dolente e l’esaltazione del sacrificio. Questi ultimi aspetti sono in piena continuità con la tradizione ereditata dopo la Grande Guerra, quando nelle comunità - in maniera spontanea - si edificavano piccoli monumenti o si apponevano lapidi in ricordo dei propri caduti. In seguito, con l’intervento dello Stato viene istituito il culto del milite ignoto (1921) che avrà i suoi sviluppi nella costruzione dei sacrari militari durante gli anni 15 libro montalenti.indd 15 20/03/14 09.43 Trenta (Asiago, Redipuglia etc.). Questo legame con la tradizione è evidente nell’Ossario di Forno che raccoglie i resti di 98 resistenti uccisi in luoghi e tempi diversi dai nazifascisti. Al Colle del Lys, invece, la Torre monumentale commemora i 2024 partigiani caduti delle Valli di Susa, Lanzo, Sangone e Chisone ma al tempo stesso si richiama al brutale rastrellamento del 2 luglio 1944 in cui si contano oltre 30 morti fra i partigiani. Il Faro della libertà di San Bartolomeo di Prarostino intende ricordare i 600 caduti fra i resistenti del Pinerolese traendo spunto anche qui dal primo sanguinoso rastrellamento avvenuto nella frazione San Bartolomeo. Il Martinetto, per parte sua, ricorda ai torinesi i fucilati in quello che era il Tiro a segno della città mentre al Pian del Lot si commemorano i 27 partigiani trucidati dai tedeschi per rappresaglia all’alba del 2 aprile 1944. Nel corso dei decenni, la scelta di edificare forme monumentali di tipo celebrativo non sembra più interpretare pienamente il sentimento comune. Una tappa di questo percorso – complice anche il clima culturale e sociale del Sessantotto - sembra essere il caso assolutamente unico di Cudine, una frazione di Corio Canavese. In questa piccola località, teatro di una strage che il 17 novembre 1944 vede la fucilazione di 27 partigiani, il monumento prescelto per ricordare quell’episodio si carica di una valenza doppiamente simbolica, che sembra recepire la tensione morale esistente in quel momento. Viene infatti stabilito dalla sezione Anpi di Torino e di Lanzo di dare vita ad un luogo della memoria completamente diverso da quelli fino ad allora esistenti. Si costruisce così una piccola scuola intitolata ai “Martiri del Cudine”, per risparmiare ai bambini della frazione alcune ore di cammino sulla mulattiera e sulla strada. L’iniziativa è resa possibile da una sottoscrizione tra i partigiani che hanno combattuto in quelle vallate e nel 1973 si giunge così all’inaugurazione dell’edificio scolastico costituito da due aule, una biblioteca, una palestra ed una camera con servizi per ospitare l’insegnante1. Il caso di Cudine, pur nella sua esemplarità, non riesce però ad affermarsi come modello per diverse ragioni: da un lato per la complessità di operazioni di quel genere, dall’altro perché nonostante un cambiamento nella percezione e nelle finalità di un luogo della memoria resta molto forte il legame tra la dimensione celebrativa espressa dalle forme monumentali e le singole comunità del Torinese. Una vicenda completamente diversa è quella riguardante invece il Parco della Resistenza e della Pace di Chiaves, una frazione di Monastero di Lanzo, inaugurato nel settembre 1992. In questa vicenda si rispecchiano abbastanza bene le trasformazioni e i conflitti via via registrati nella percezione del fenomeno resistenziale e dunque nelle forme di rappresentazione della memoria prescelte nel corso del tempo. Anche il Parco, come l’esempio del Cudine, sembra costituire – sia pure con alcuni evidenti limiti – l’inconsapevole tentativo di andare oltre i modelli tradizionali più vicini 16 libro montalenti.indd 16 20/03/14 09.43 alla sensibilità dei decenni precedenti. La scelta del Parco è per il Torinese un momento di transizione verso una dimensione che anticipa la concezione degli ecomusei in cui il territorio diviene esso stesso luogo di memoria. Tra le sue peculiarità vi è quella di non essere stato un luogo teatro di eccidi o stragi nazifasciste, dunque un luogo della memoria slegato dalla dimensione emotiva fino ad allora alla base delle varie forme monumentali. L’idea di Isacco Nahoum, “Milan” - ancora molto abbozzata – è quella di edificare nell’area destinata a parco pubblico un monumento dedicato alla Resistenza nelle Valli di Lanzo e nel Canavese in cui tutte le formazioni possano riconoscersi. La proposta suscita interesse e trova immediatamente il sostegno delle associazioni partigiane che iniziano così a discuterne in periodiche riunioni cui prendono parte i rappresentanti delle varie sigle in cui si articola l’universo dei combattenti per la libertà, tra i quali oltre a quelli già citati, vengono ricordati «Ciro della “Matteotti”, Marisa Scala, Lucia Testori, Gino Cattaneo, Vincenzo Osella, Beppe Migliore»2�. Dal canto suo, il sindaco di Monastero di Lanzo si rende conto che occorre affiancare alle organizzazioni partigiane anche i soggetti istituzionali, indispensabili per la realizzazione di un progetto così impegnativo che non ha più le caratteristiche dell’iniziativa spontanea, ma ha ormai assunto una dimensione ufficiale. A partire dal maggio 1984, i vari soggetti riuniti in un Comitato si incontrano più volte, avviando un confronto e uno scambio di idee sul progetto. Ed è proprio nel corso delle discussioni che inizia lentamente a maturare una nuova e più ambiziosa idea, ispirata in parte dal modello di Bossolasco, nel Cuneese, dove fin dal 1968 – unico in Piemonte – sorge il Colle della Resistenza3 voluto dalle formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà”. Quell’esempio si intreccia con le nuove concezioni che a partire dalla metà degli anni Ottanta, su impulso delle esperienze francesi, stanno iniziando a circolare anche nel nostro Paese nell’ambito della riflessione sul rapporto tra comunità, forme di rappresentazione della memoria e musealizzazione del territorio. Un orientamento nuovo che sembra trovare un sostegno deciso ed un contributo di idee anche da parte dell’amministrazione di Monastero di Lanzo sempre più orientata a voler fare di Chiaves, e dunque di tutto il territorio comunale, un luogo-simbolo della memoria della Resistenza, un punto di riferimento per le valli di Lanzo e il Canavese in grado di proporsi come sede di iniziative pubbliche non solo di carattere commemorativo ma anche culturale, nonché meta per le scolaresche. Tutte queste idee confluiscono in un progetto che prevede la creazione di un’area in cui sia superato il vecchio concetto dei parchi della rimembranza trasferendo al territorio – tra l’altro in una posizione suggestiva – il compito di comunicare i messaggi tradizionalmente affidati ai monumenti e alle lapidi. Questa anticipazione del concetto di ecomuseo è ovviamente parziale e la proposta di costruire un unico monumento simbolico collocato al centro dell’area deve confrontarsi anche con altre esigenze che si cerca di soddisfare. La mediazione fra istanze diverse finisce così con il portare ad un 17 libro montalenti.indd 17 20/03/14 09.43 compromesso ancora oggi visibile nell’assetto del Parco che ha una simbolica stele ma anche due pietre commemorative: una in onore dei caduti della 80^ Brigata Garibaldi e l’altra a ricordo di don Bartolomeo Rolle, il prete che in molte circostanze aiutò i partigiani e la sua comunità. Tra il 1988 e il 1989, dunque, il progetto è ormai definito e pronto per entrare nella fase esecutiva. Nel corso delle discussioni, oltre all’assetto da dare all’opera, si è fatta strada anche un’altra istanza proveniente da alcuni settori del mondo politico che probabilmente temono la connotazione troppo “ideologica” del termine Resistenza, ossia quella di dedicare il futuro parco anche alla Pace, un concetto da tutti condiviso e che dovrebbe controbilanciare l’altro4. Alla fine confluiscono in questo progetto tutte le diverse istanze: dalla salvaguardia individuale della memoria della 80^ alla riconoscenza pubblica della comunità nei confronti del parroco di Chiaves, dall’idea di un monumento collettivo avanzata da Nahoum ad un’anticipazione sia pure parziale e intuitiva del concetto di ecomuseo che sembra permeare l’intera iniziativa. Su tali basi, il progetto viene predisposto e infine presentato dall’architetto il 15 luglio 1989 per essere sottoposto all’esame dei vari soggetti chiamati in causa, che di lì a breve si esprimono positivamente. Il parco, ormai completo nella estensione prevista, ammonta a questo punto a circa 10 mila metri quadrati; al suo interno – come anticipa «La Stampa» - «si snoda un percorso punteggiato da panchine tra lari e faggi, con tre gruppi marmorei: il più grande è un masso di granito grezzo, alto 4 metri e mezzo del peso di 180 quintali, dedicato ai morti della Resistenza»5. Il 20 settembre 1992, si tiene l’inaugurazione solenne con il patrocinio della giunta e del Consiglio della Regione Piemonte, della Provincia di Torino, nonché il plauso del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro che fa giungere un proprio messaggio. Alla cerimonia sono inoltre invitati tutti i comuni della provincia, tutti i partiti, le associazioni e i sindacati, gli istituti della Resistenza e i centri studi. Alla presenza di alcune migliaia di persone, tra cui molti ex comandanti partigiani, nonché numerosi gonfaloni di città piemontesi, tra cui spicca quello di Torino, ha inizio in mattinata la cerimonia con il taglio del nastro inaugurale ad opera del sindaco, mentre la fanfara degli Alpini intona l’inno nazionale 6. Questa nuova fase, ormai evidente, trova un suo primo momento di riflessione con il convegno internazionale “Memoria dei luoghi, luoghi della memoria” 7 che si svolge tra il 7 e il 9 maggio 2001 a Torino, a cura dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea, e in cui sono gettate le basi per una più stretta collaborazione fra i tre paesi transfrontalieri, ossia Italia, Francia e Svizzera, al fine di giungere alla creazione di una rete diffusa di musei della guerra, della resistenza e della persecuzione ebraica.8 18 libro montalenti.indd 18 20/03/14 09.43 * Studioso e ricercatore dell' “Istituto Piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea Giorgio Agosti”, Istoreto. 1 AA. VV., Cudine 1944 – 1974, a cura del Comitato per le onoranze ai caduti partigiani delle Valli di Lanzo e Ceronda, Anpi, 1974, p. 34. La costruzione dell’opera costa quasi 25 milioni di lire. Sulla facciata, una grande lapide riporta 36 nominativi preceduti da un’epigrafe introduttiva: “Qui dove l’amore per libertà e giustizia fu offeso dal fascismo, nel martirio di giovani vite partigiane, l’amore dei compagni di lotta fatto solidarietà volle questa scuola”. 2 Paolo Vottero, intervista, 7 aprile 2010, in Archivio privato Adduci. 3 Cfr. Archivio Istoreto, Fondo Marisa Sacco, f. Colle della Resistenza. 4 Questo concetto, abbinato alla Resistenza, torna spesso nel corso degli anni. Ancora nell’aprile 1992, il sindaco di Torino, la repubblicana Giovanna Incisa Cattaneo, dichiara che il 25 aprile è anche la festa della pace e della libertà. (Cfr. Festa della libertà ma anche della pace, «La Stampa», 24 aprile 1992). 5 Ai caduti per la libertà, «La Stampa», 26 luglio 1992. 6 Un parco dedicato alla Resistenza e alla pace, «Patria indipendente», 25 ottobre – 8 novembre 1992. 7 Cfr. Ibidem. 8 Nell’ottobre 2003, verrà infatti avviato il progetto europeo Interreg “Memoria delle Alpi / Mèmoire des Alpes”, con l’obiettivo di realizzare una rete transfrontaliera di ecomusei dedicata al territorio alpino, inteso nella sua unitarietà storico–geografica. In particolare, la sezione storica che si occupa del periodo della guerra è quella denominata“I sentieri della Libertà”. 19 libro montalenti.indd 19 20/03/14 09.43 I luoghi della memoria della deportazione e della Resistenza in Provincia di Cuneo Michele Calandri * Questa comunicazione parte obbligatoriamente dal cosiddetto censimento dei “cippi e delle lapidi” in provincia di Cuneo, promosso dall’Istituto storico della Resistenza di Cuneo negli anni 1981-1985 e conclusosi con la pubblicazione del volume fotografico dei due autori del laborioso censimento stesso, Guido Argenta e Nicola Rolla, Le due guerre: 1940-1943, 1943-1945, stampato nel 1985 (40° della Resistenza) e comprendente ogni manufatto relativo alla memoria della seconda guerra mondiale in provincia: cippi, lapidi, stele, monumenti. Alla memoria, cioè, di due guerre, l’una il contrario dell’altra, secondo una storia ormai consolidata più passa il tempo. Il mai cessato interesse per il ricordo di alcuni momenti della seconda guerra mondiale nel Cuneese, in particolare della guerra al fronte russo e della Resistenza, porta ancora oggi alla inaugurazione di cippi, lapidi, monumenti, in qualche modo per tradurre gli avvenimenti fissandoli nel marmo e nella pietra. Tutto questo grazie anche alla maggiore istruzione e alla conoscenza della storia locale, ignorata dai libri e dai manuali. Un storia locale che è anche una saga famigliare che si svela pudicamente, con un brivido di curiosità intellettuale per una storia così vicina che diviene palpabile e di cui possiamo appropriarci. Un progetto esaustivo di enumerazione dei “luoghi della memoria” nel Cuneese, non dovrebbe limitarsi a censire le lapidi, i cippi, le stele, le croci, i monumenti e i sacrari commemorativi esistenti, ma dovrebbe integrarli con i toponimi urbani, le decorazioni al valore civile e militare assegnate agli enti locali, i paesaggi e le costruzioni portatrici di storia. Tuttavia, il già censito per la nostra terra, è immenso e una pietas popolare o istituzionale non ha lasciato quasi un palmo di territorio del Cuneese indenne da manufatti: sono 24 i sacrari; 222 i monumenti; 14 le stele; 144 i cippi; 20 le croci; 622 le lapidi; per un totale complessivo di 1046 memorie di pietra, di legno o di metallo. In certi paesi, sulla pietra che ricorda i caduti della 1ª guerra mondiale si è aggiunto semplicemente l’elenco dei morti della 2ª e della Resistenza, una operazione che – da un punto di vista storico – quasi confonde, o annebbia, o rimuove la memoria di ciò che sono stati fascismo, antifascismo, Resistenza nel passato della nostra nazione, per la continuità che si attribuisce agli avvenimenti, quasi che la lotta di liberazione non 20 libro montalenti.indd 20 20/03/14 09.43 sia stata una profonda rottura con il passato. Peggio ancora se la pietra raccoglie anche i nomi dei caduti nella guerra d’Abissinia. Come ha giustamente osservato Alessandro Galante Garrone, nella prefazione al volume citato, «restiamo colpiti dalle caratteristiche di questi cippi e di queste lapidi (così per brevità indicati) messi a confronto con i monumenti ai caduti della guerra ’15-’18. Generalmente constatiamo una maggiore semplicità, e, nelle iscrizioni, una quasi assenza di retorica. E questa – là dove par di coglierne qualche traccia – è per lo più ingenua, dimessa, appena accennata. Mancano i toni alti e alati, lo stile infiammato, trionfalistico, turgido; e, nei monumenti, la mancanza di fregi, le ridondanze di stile, le volute, le palme della vittoria, i gesti troppo solenni ed enfatici.» Ho cercato di raggruppare questi manufatti in cinque categorie, aggiungendo inoltre le intestazioni di strade e piazze. Abbiamo così: luoghi di memoria che riguardano sostanzialmente periodi, date ed eventi storici, come il monumento alla Resistenza italiana, progettato dallo scultore Mastroianni e collocato sui baluardi del torrente Gesso a Cuneo; come la lapide posta nella frazione Saretto di Acceglio per mantenere la memoria degli accordi firmati dai partigiani di Giustizia e Libertà con il maquis francese il 31 maggio 1944; come la lapide che riporta le parole di Duccio Galimberti proclamate il 26 luglio 1943 dal balcone di quel palazzo sulla piazza principale di Cuneo: «sì, la guerra continua, ma fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del fascismo»; luoghi di memoria dei caduti partigiani e vittime civili, come la lapide in ricordo della morte incidentale, il 15 novembre 1944, del maggiore inglese delle Missioni Alleate, Neville Darewski “Temple”, durante il terribile rastrellamento nazi-fascista contro i partigiani del 1° Gruppo Divisioni Langhe, posta a Marsaglia; oppure la lapide che ricorda le 18 vittime civili del bombardamento a Roccavione l’8 agosto 1944; oppure la lapide che a Saluzzo ricorda la morte in deportazione dei 22 cittadini ebrei e degli 8 antifascisti e politici, ma anche, davanti alle abitazioni che furono degli israeliti, le recenti pose delle “pietre d’inciampo”; i rifugi costruiti nelle località ove ebbero sede comandi di formazioni della Resistenza: sono noti quelli della Margherita di Dronero, luogo elettivo della 2ª Divisione Giustizia e Libertà, quello di Roccabruna, culla della 104ª Brigata Garibaldi “Fissore” e quello più recente, a Somano, frazione Garombo, dedicato alla 3ª Divisione Giustizia e Libertà “Langhe”, accanto al quale esiste anche un monumento precedente; i sacrari: vere e proprie tombe collettive e/o contemporaneamente tombe simboliche (magari per i dispersi, per gli ignoti). Il più grande e spettacolare, anche per la sua posizione panoramica è quello di San Bernardo di Bastia che enumera oltre 800 caduti del Gruppo Divisioni Autonome; segue per imponenza, austerità e ambientazione, quello della frazione Certosa, nel comune di Chiusa Pesio, eretto in memoria del Gruppo Divisioni Autonome Rinnovamento e, per ricordarne ancora due tipologie, il sacrario nel cimitero urbano di Cuneo, dedicato dalla città a 64 – come dice la scritta – “Partigiani caduti per la sua liberazione” e quello al Santuario della Madonna degli Angeli, tomba dell’eroe nazionale Duccio Galimberti e della sua famiglia; 21 libro montalenti.indd 21 20/03/14 09.43 luoghi della memoria simbolici possono essere considerati il sacrario ai caduti della Divisione Alpina Cuneense sulla collina di S. Maurizio di Cervasca, dove non può esserci nemmeno una salma; la lapide ad ignominia per la scarcerazione del criminale di guerra maresciallo Kesselring, dettata da Piero Calamndrei, e posta nel 1952 sullo scalone del municipio di Cuneo; e i marmi “graffiati” dall’incisore Francesco Franco per ricordare la ritirata di Russia della divisione “Cuneense” e il contributo delle formazioni partigiane alla guerra di liberazione affissi sul palazzo della Provincia di Cuneo, all’angolo tra Corso Nizza e Corso Dante. Non possono essere dimenticati, infine, le centinaia di intestazioni stradali o di piazze sparse in ogni paese della nostra provincia, ma anche costruzioni che portano su se stesse il segno di cosa è stato. Pensate al muro di cinta del cimitero di Chiusa Pesio, ancora oggi con i buchi della raffica di mitragliatrice che ha ucciso tre partigiani il 10 giugno 1944; pensate alle carceri di via Leutrum a Cuneo, della Castiglia a Saluzzo, del Santa Catterina a Fossano; alle caserme di Alba e di Bra, ove furono ammazzati dai tedeschi i primi soldati catturati dopo l’8 settembre 1943. E così via…per infinite volte. L’osservazione principale che possiamo fare, soprattutto in un convegno che ha per titolo Memoria fragile da conservare, è che i manufatti relativi alla guerra partigiana, una guerra combattuta sulle nostre montagne, nelle campagne, sulle colline sono spesso dispersi in luoghi impervi: sui greti dei torrenti, appiccicate alle rocce delle montagne, nei campi e nei rittani, in luoghi ove avvennero i combattimenti di una guerra combattuta sull’uscio di casa. Per questo, il censimento “cippi e lapidi” dell’Istituto storico della Resistenza, aveva per scopo determinante quello di impegnare i comuni competenti di effettuare la manutenzione ordinaria e straordinaria di questo immenso patrimonio della nostra memoria storica. Ma vorrei concludere ancora con le parole di Alessandro Galante Garrone: «Si noti, la frequenza con cui, in queste iscrizioni, si parli dell’ “ideale più grande” – della fratellanza dei popoli”; di “unità e libertà della patria”; della lotta “per un mondo libero – per un mondo più giusto”; di combattenti che “non aspirano a gloria – ma solo a libertà”; del sacrificio “per ritornare la patria – dalla schiavitù alla libertà”; del “valore della libertà e della fraternità umana”; e non si finirebbe più , in citazioni del genere. Ricordo solo la lapide in memoria di Piero Bellino a Piozzo: “Qui cadde correndo incontro alla libertà”. Può valere per tutti i suoi compagni. E un altro motivo ancora torna insistente in queste semplici iscrizioni: l’invocazione alla pace. C’è, sì, qua e là, la maledizione di “svastiche e fasci”, l’ “odio” per l’oppressore e le sue stragi; ma predomina un sincerissimo anelito di pace fra tutti gli uomini. A Serravalle Langhe, sulla base di un monumento (un faro) eretto su un mucchio di pietre, si leggono queste parole: “erano contro la guerra”. Nient’altro. Questo sogno di guerra combattuta per porre fine a tutte le guerre è realmente esistito; e non dobbiamo dimenticarlo. Il martellante richiamo che si leva dalle lapidi e dai cippi voluti da tanti oscuri, anonimi superstiti è, prima di tutto, un ineccepibile giudizio storico; ma è anche un terribile monito per tutti noi». * Direttore “Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Cuneo Dante Livio Bianco”. 22 libro montalenti.indd 22 20/03/14 09.43 Oltre alla tutela e alla corservazione dei luoghi della memoria Adriana Muncinelli* Di per sé ogni memoria, e dunque anche, e forse più di altre, la memoria storica è fragile, nella durata come nella qualità e nei contenuti. Ogni memoria è fragile, sempre, perché vive, o muore, nelle persone che la portano dentro di sé, la coltivano o la rimuovono. Dura quanto dura la loro vita, è modificata dalle vicende della loro vita. Ogni persona si trova davanti il compito/il desiderio di coltivare la memoria personale e sociale di pezzi del passato che le sta alle spalle per le più svariate ragioni: se vi ritrova le radici di alcune sue convinzioni profonde, se vi si riconosce per affinità di visione del mondo, o se quel passato richiama in qualche modo i problemi del presente. Ma anche può sentire la volontà di rimuovere questi pezzi di storia, se quel passato è scomodo o estraneo al presente in cui vive, se non vi si riconosce perché non coincide con le sue idee sulla vita, sulla politica, se le costa fatica, dolore, magari vergogna. Parlo sempre di “pezzi” di passato: è naturale che la maggior parte di ciò che è accaduto nel passato venga dimenticato/accantonato, salvo poi essere talvolta ripescato quando, improvvisamente, una fetta o una briciola di passato diventano interessanti o importanti per un nuovo presente, per altre persone, per altri contesti sociali: è sempre il presente che sceglie le memorie che vuole o non vuole avere, che si riconosce o meno in certi pezzi di storia. Tant’è vero che analizzare che cosa un contesto sociale rimuove o ricorda, il modo in cui ricorda ciò che sceglie di ricordare, i mutamenti e i contrasti, i ripensamenti e i dubbi che si manifestano in questo percorso, è uno dei modi più interessanti per comprenderne l’anima. Queste memorie storiche di volta in volta scelte o rimosse dai nostri presenti dovrebbero poggiare comunque unicamente sulla storia, cioè sull’insieme di diverse ricostruzioni degli eventi condotta sulla base di documentazioni, ipotesi, verifiche. Noi oggi, sugli avvenimenti che riguardano questo incontro, abbiamo un patrimonio di storia imponente, solido, vario. Analisi storiche generali, locali, monotematiche o a tutto campo. Ricostruzioni in permanente evoluzione nel tempo, in permanente reciproca revisione critica, ma che offrono ormai un nucleo di certezze fondamentali indiscutibili. Alla costruzione di questo patrimonio, così come alla raccolta dei documenti che gli stanno alla base, gli Istituti Storici della Resistenza hanno dato e continuano a dare un contributo fondamentale. Da questo punto di vista dunque sarebbe certamente possibile costruire su questo patrimonio storico una memoria forte, nazionale e locale. Se la conoscenza della storia non fosse debole, perché non adeguatamente coltivata nella scuola e, più in 23 libro montalenti.indd 23 20/03/14 09.43 generale, nella società. E questa debolezza della conoscenza della storia rende la memoria, se possibile, ancora più fragile, perché la rende distorta. La memoria distorta poggia talvolta unicamente su testimonianze, racconti di protagonisti, punti di vista individuali assunti impropriamente come “storia” anziché come memorie personali da confrontare con altre fonti. Poggia talvolta su miti, costruzioni fantastiche cristallizzatesi nel tempo a furia di ripetizioni, o eventi mai avvenuti creati dal nulla e diffusi da chi manovra le leve della persuasione. Nei casi peggiori poggia unicamente su slogan ripetuti ad occhi chiusi . E il grave è che spesso questa memoria distorta è robustissima nella sua durata e nella sua virulenza: le memorie costruite, le memorie ideologiche, le memorie non fondate, le memorie superficiali, quelle che non si nutrono della fatica della ricerca e del ragionamento che sono propri della storia seria, sono spesso più fortunate nella loro durata, proprio perché facili, lineari, pronte all’uso. Anche quando non sono, come spesso avviene, costruite e brandite per battaglie che nulla hanno a che vedere con la conoscenza storica, alla lunga sono più dannose che utili. Rispetto a questo tipo di memoria, è certamente socialmente più auspicabile l’oblio. Noi oggi qui non abbiamo esitazioni sul fatto che vada conservata la memoria di questa fetta di passato: Resistenza, guerra e persecuzione antiebraica. Ma dobbiamo tutti aver chiaro, con disincanto, che anche la memoria di questi eventi, per quanto ci adoperiamo, è di per sé esposta alle variazioni del sentire degli uomini, delle generazioni che si succederanno, ai venti dei mille successivi presenti che verranno dopo di noi: non è scontata, non è assicurata per sempre. La domanda che ci poniamo oggi qui è quindi molto concreta e molto modesta : come far durare questa memoria il più a lungo possibile? Il progetto Interreg Memoria delle Alpi è stato uno di questi tentativi, che ha offerto tra il 2003 ed il 2007 un’opportunità unica ed irripetibile al rafforzamento nella provincia di Cuneo della “memoria fragile” di guerra, Resistenza e persecuzione razziale. Tra le sue numerose realizzazioni sono qui a parlare oggi del Memoriale della deportazione di Borgo San Dalmazzo. L’ex campo di internamento e transito di Borgo San Dalmazzo si impose da sè, nell’economia del progetto Interreg, come luogo da valorizzare: è infatti un sito storicamente rappresentativo della persecuzione antiebraica in Italia e in Europa. Nella prima fase del campo vi è stato infatti rinchiuso una sorta di campionario umano della persecuzione antiebraica europea e la seconda fase è un esempio, piccolo ma significativo, della politica antiebraica della repubblica di Salò. In entrambe le fasi del campo si manifestano gli esiti tragici della politica razziale del regime fascista mussoliniano. I dati complessivi del campo fanno sì che la nostra provincia figuri malauguratamente al terzo posto nella graduatoria italiana delle province per numero di ebrei deportati . Nel momento in cui, nel 2003, si prendeva in esame il luogo, risultava però evidente che la 24 libro montalenti.indd 24 20/03/14 09.43 memoria che allora lo accompagnava appariva non solo fragile, ma distorta. Fragile: ciò che restava del campo era ormai pochissimo e ormai scarsamente riconoscibile da chi non ne conoscesse già l’esistenza. Distorta: i segni di memoria esistenti collocati intorno ad esso nel tempo riguardavano esclusivamente coloro che nel campo non erano stati internati e coloro che li avevano aiutati. Solo una targhetta collocata in sito defilatissimo nel 1983 sulla scuola Media, ricordava che lì, un tempo, c’era stato un Campo di Concentramento. Due piccoli passi avanti erano stati compiuti poco tempo prima dell’esordio del progetto: Nel 2000 l’Istituto era riuscito a far collocare, con inenarrabili sforzi solitari, tre vagoni d’epoca nello spazio antistante la stazione, che stavano lì, spogli, muti ed enigmatici. Ponevano comunque un interrogativo. Nel 2003 la visita del Presidente Ciampi aveva indotto l’Amministrazione. Comunale a collocare nella sala don Viale all’interno dell’ex campo un pannello con i nomi di tutti gli internati. La questione che si poneva era dunque quella di riequilibrare i segni di memoria completando il quadro sulla base della verità storica. Far sapere che accanto agli ebrei salvati dalla popolazione, circa altrettanti (357) erano stati internati nel campo e di lì deportati. Con i fondi dell’Interreg il Comune di Borgo San Dalmazzo, sulla base di un bel progetto, in seguito pluripremiato, dell’agenzia KUADRA di Cuneo e con la consulenza scientifica dell’Istituto, portò a termine nel 2006 quel Memoriale della deportazione che tutti potete vedere passando davanti alla stazione ferroviaria. Memoriale che ha reso visibile la storia facendovi “inciampare” i passanti, attirandoli a fermarsi per sapere di che cosa si tratta. I visitatori scoprono quindi che è esistito un campo in cui le persone con quei nomi, con quelle provenienze, a quelle età, sono state internate e poi deportate, Che solo le persone con i nomi in piedi erano (secondo quanto conoscevamo allora) ritornate dai campi. Il Memoriale catalizza l’attenzione dei passanti sostituendosi in prima battuta al campo semi- scomparso, ma ne ricorda l’esistenza e ad esso riconduce. La memoria del campo è contemporaneamente rafforzata per chi vi entra inconsapevole fruendone come ASL, da un - migliorabile - tabellone esplicativo collocato nell’androne. Al Memoriale sono collegati inoltre quattro percorsi ebraici segnalati sul territorio: i due alpinistici transfrontalieri che conducono a Saint Martin Vésubie, luogo principale di passaggio dei circa 800 ebrei stranieri scesi in Italia attraverso i colli Finestre e Ciriegia per sfuggire ai nazisti, quello escursionistico che scavalca l’altura di Madonna del Colletto e scende a Festiona attraverso case e borgate dove molti ebrei provenienti dalla Francia trovarono rifugio e salvezza, ed infine quello, automobilistico, che collega tra loro le cittadine della provincia anticamente sedi di Comunità Ebraiche: Cuneo, Saluzzo, Mondovì e Cherasco, alcuni dei cui componenti, segnatamente i saluzzesi, furono poi internati e poi deportati dal cosiddetto “secondo campo” di Borgo. Ora questa rete strutturale innovativa, in quanto emergenza forte accompagnata da pannelli 25 libro montalenti.indd 25 20/03/14 09.43 esplicativi, anche se abbandonata a se stessa, avrebbe certamente diffuso, come è avvenuto e continua ad avvenire, un’ informazione importante di primo livello, suscitato curiosità , domande di approfondimento. Ma la memoria, quella che poi dura, quella che cambia le persone e le comunità, quella che le indirizza, ha bisogno poi di trovare risposte alle domande che quella prima esperienza di incontro propone. Ha bisogno di offerta di piste di apprendimento, di messa a disposizione di materiali, di incontri, di parole, di racconti, di immagini, di altri cammini compiuti insieme, altrimenti quel primo passo compiuto, benché importante sul piano divulgativo, resta anche l’ultimo ed è poco, rispetto allo sforzo di allestimento dispiegato. Ora, nel caso di Borgo si è stati capaci di compiere alcuni importanti passi avanti: è appena il caso di dire che la legge che ha istituito il “Giorno della memoria” ha avuto in questo senso una funzione determinante. - Progetti didattici sono stati ogni anno sostenuti dal Comune con le scuole del territorio facendo mettere radici capillarmente alla memoria di questi eventi nelle Comunità locali, nelle famiglie, e hanno sviluppato ed ampliato progressivamente la riflessione intorno ad essi. - Ogni anno, da 15 anni, continua a svolgersi all’inizio di settembre la “marcia della memoria” italo-francese organizzata dall’associazione saluzzese Giorgio Biandrata alternatamente ai colli Ciriegia e Finestre. Tale evento avvicina alla conoscenza di base degli eventi un pubblico sempre più vasto, buona parte del quale è ormai “fidelizzato” e avviato progressivamente su di un autonomo percorso di memoria. - Ogni anno si svolge nel Comune di Borgo la “marcia dei lumini”, che illumina l’oscurità e il freddo di gennaio, spesso innevato, nel giorno della liberazione da Auschwitz. Il paese in quell’occasione si raccoglie al passaggio di queste luci per la memoria. Molti borgarini sostano, in silenzio, intorno al Memoriale, che poco per volta cominciano a sentire “loro”, appartenente alla propria storia. Sono i loro ragazzi, i loro figli, a leggere in quell’occasione i nomi dei deportati. Il Memoriale sta diventando così anche punto di riferimento e di incontro di quanti, anno dopo anno, partecipano alle manifestazioni si riconoscono fra loro anche senza conoscersi, come appartenenti a “quelli che ricordano”. - Contestualmente all’allestimento del Memoriale, è nato nell’ambito dell’Istituto un impegno di ricerca finalizzato al rafforzamento della memoria, quello di continuare a cercare tutte le possibili notizie su ognuno dei deportati dal campo, a partire dai luoghi di origine. Per sapere e far sapere chi erano, ricostruirne i percorsi e le storie di vita attraverso la persecuzione. La ricerca, che abbiamo chiamato “Oltre il nome” e sta per concludersi, ha raccolto storie di famiglie e storie individuali, immagini di volti, testimonianze e voci, un 26 libro montalenti.indd 26 20/03/14 09.43 patrimonio prezioso di conoscenze, materiali, documenti, che renderanno possibile quella sala museo multimediale che è da tempo “nei voti” e che sono certa un giorno qualcuno realizzerà mi auguro in questi locali, a beneficio dei sempre più numerosi visitatori. In attesa della sala-museo, ci si arrangia intanto, da volontari, tra collaboratori dell’Istituto e appartenenti alla Comunità locale: ai visitatori che lo richiedono, si spiega il Memoriale, si mostra ciò che resta del campo, si raccontano alcune storie di famiglie, li si accompagna sulle montagne e nelle borgate, li si porta a visitare la piazza di Valdieri, le terme, pian della Casa, e San Giacomo di Entracque, e il rifugio e i colli…. Tutte le energie del territorio hanno fatto dunque la loro parte in questo lavoro per la memoria: il progetto Interreg con l’allestimento del Memoriale e della cartellonistica sui sentieri ha avviato il processo. L’impegno didattico promosso dal Comune con le scuole ha lavorato e speriamo continuerà a lavorare per far scendere in profondità le conoscenze nella sua popolazione. Le manifestazioni ricorrenti, hanno fissato una consuetudine collettiva di incontro intorno ad un racconto storico di base. La ricerca condotta dall’Istituto ha approfondito ed ampliato la conoscenza storica, ed ha raccolto il materiale per il prossimo fondamentale passo della realizzazione di una sala museo. La memoria di questi eventi a Borgo è cresciuta, ed è anche migliorata nella sua correttezza. Non v’è dubbio che potrà/dovrà crescere ancora, ed allargarsi ed affinarsi. Ma possiamo dire che l’investimento sulla memoria fino ad oggi compiuto e che ha tutelato il luogo sta dando buoni frutti. Con il Memoriale non avevamo voluto erigere un monumento in cui imbalsamare la memoria, per toglierci una volta per tutte il pensiero. L’ “una volta per tutte” nella memoria non esiste. Quando il Memoriale diventerà un luogo da cui partano anche attività diverse mirate tutte a raggiungere l’obbiettivo che nessuno accetti mai, nel suo oggi, a partire dal piccolo mondo che gli sta intorno, che un altro abbia diritti inferiori ai suoi, la memoria di cui è suscitatore sarà forse meno fragile, perché il presente che avrà contribuito a costruire cercherà tra i suoi fondamenti questa memoria, ne avrà bisogno, e la richiamerà spontaneamente. Questa è, secondo me, la vera “tutela”, che nessuna legge o finanziamento potrà mai dare (… ma nemmeno togliere). La struttura materiale di un luogo della memoria non è insomma che un’occasione per conservare, rafforzare, diffondere la memoria. Non è che un inizio. La sua funzione non si esaurisce nella sua esistenza e nemmeno nella sua manutenzione nel tempo. Se non diventa, ad opera di tutte le forze in campo sul territorio, ognuna per la sua parte, luogo di incontro, occasione di studio, di promozione di iniziative culturali e di aggregazione per l’affermazione oggi dei valori che quel luogo emana (e per cui lo vogliamo appunto tutelare) non sarà che un guscio vuoto. E un investimento sprecato. * Studiosa dei Luoghi della memoria, in particolare dell’ex campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo. 27 libro montalenti.indd 27 20/03/14 09.43 Luoghi della memoria nell’Astigiano Mario Renosio* Chi si accosta allo studio della Resistenza in Piemonte, non dispone ancora di una efficace sintesi regionale e deve quindi cercare di orientarsi nella vasta produzione storiografica e di memorialistica locale, tessere sparse di un mosaico che non consentono una visione complessiva1. Se la fotografia quantitativa del movimento partigiano alla liberazione2 conferma la grande e diffusa partecipazione alla lotta come uno dei tratti salienti della resistenza piemontese, non ne rappresenta a sufficienza la dinamicità e le peculiarità locali, fondamentali nell’esperienza resistenziale come nella formazione del successivo immaginario collettivo. Il territorio, con la sua morfologia, le sue tradizioni politiche, economiche e socioculturali rappresenta infatti una variabile essenziale per lo studio, la conoscenza e la valorizzazione della Resistenza. Come affermava Guido Quazza, esistono infatti varie Resistenze [in] un’Italia dalle cento città e dalle molte migliaia di villaggi di campagna3. Diverse “storie della resistenza”, quindi, con marcate differenze nei tempi e nei modi di sviluppo proprio in base alla variabile territoriale. E’ noto il lungo dibattito tra i comandi partigiani sull’opportunità e sulla possibilità di condurre la guerriglia anche in collina e in pianura: in teoria è difficile immaginare uno scenario meno favorevole allo sviluppo di un movimento partigiano. Innanzitutto per la sua fisionomia economica e sociale: [..] è una società di piccoli e piccolissimi proprietari che vivono di lavoro autonomo [..], manca una tradizione di attivismo e di organizzazione politica [..]. Persino il paesaggio sembra rifiutarsi alla pratica della lotta armata, con le sue medie e basse colline tutte vigneti, povere di boschi e fitte di paesi, frazioni, cascine che moltiplicano i bersagli delle ritorsioni nemiche, prive di sbocchi che consentano di defilarsi verso le montagne, abbastanza dolci da facilitare la penetrazione dall’esterno4. In questa realtà, infatti, il movimento partigiano si struttura spesso solo a partire dall’estate del 1944, anche sulla spinta delle mutate condizioni strategiche generali: il successo della leva partigiana estiva è infatti evidentemente influenzato da molteplici fattore esterni, come l’avanzata degli Alleati dal Sud e lo sbarco in Normandia, che inducono a prevedere la fine del conflitto entro l’inverno. I dati statistici attestano però che l’84.3% dei partigiani piemontesi risulta essere tale anche per nascita o residenza e che per l’86.5% dei caduti si registra una coincidenza tra la provincia di morte e quella di nascita o residenza. Durante la lotta partigiana in Piemonte si muore, in sostanza, molto spesso se non proprio sulla soglia di casa almeno in un ambito territoriale ben noto. Il fenomeno della “diffusione della morte” coinvolge in modo diretto gran parte del territorio regionale: sono ben 549 i comuni delle province 28 libro montalenti.indd 28 20/03/14 09.43 di Alessandria, Asti, Cuneo, Torino e Vercelli5 in cui si registra almeno un partigiano caduto e 83 quelli che, capoluoghi esclusi, devono contare più di dieci morti sul proprio territorio6. A questi vanno aggiunte le vittime civili delle numerosissime rappresaglie tedesche e fasciste, il cui sangue ha impastato la terra piemontese. Potrebbero essere questi i due principali elementi unificanti per la costruzione di una memoria condivisa sulla Resistenza in Piemonte: un partigianato sostanzialmente autoctono e l’elevato prezzo in vite umane pagato dal territorio regionale per la conquista della libertà e della democrazia. Ma se si volge uno sguardo obiettivo, depurato da una certa retorica celebrativa, alle diverse realtà territoriali, ci si rende conto di come il problema sia più complesso. L’esigenza di costruire attorno ai luoghi della lotta di liberazione, come è stato fatto e si fa per il medioevo, il romanico, il barocco o il Risorgimento, proposte di percorsi di turismo storico-culturale non rappresenta infatti ovunque un sentire davvero condiviso dalle amministrazioni locali, prima espressione diretta del “sentire” delle singole comunità. Ogni territorio ha una proprio storia particolare ed un modo di raccontarla e di viverla: la memoria collettiva locale è spesso una memoria divisa e non solo per gli aspetti di guerra civile che hanno lacerato il tessuto sociale del Paese dopo l’8 settembre 1943. Basti pensare alle contraddizioni della memoria pubblica relativa alla Grande guerra nel Trentino, nell’Alto Adige, in parte della Venezia Giulia dove, accanto ai monumenti e ai mausolei che celebrano la vittoria italiana, si trovano lapidi con i nomi di quanti sono caduti in guerra, ma nelle file dell’esercito austriaco. Non è un problema solo italiano. Perfino il memoriale di Oradour-sur-Glane, villaggio martire della Francia centro occidentale, distrutto da una rappresaglia tedesca il 10 giugno 1944, che provocò 642 vittime e dichiarato monumento nazionale già nel maggio del 1946, non ne è immune: lo spettacolo dolente di Oradour rappresenta una condanna silenziosa della violenza nazista che ha cancellato, nel modo più brutale, e in poche ore, un’innocua cittadina […] Eppure quei resti, proprio mentre esibiscono il martirio della Francia in guerra, si prestano ad occultare la storia, non meno tragica, delle divisioni interne: le violente lacerazioni maturate negli anni della Repubblica di Vichy, in seguito all’occupazione tedesca, sotto la guida del maresciallo Pétain. Così da dissolvere, nell’evocazione di una sofferenza corale, le ombre di una memoria divisa7. Alle radici di questa complessità, vi è quindi proprio la centralità della variabile territoriale, nella sua accezione più ampia: solo se si riparte dalla considerazione che esistono molte “storie della resistenza” si possono affrontare i numerosi problemi che una sua valorizzazione e divulgazione pone. A partire dalla sua conoscenza, che non può prescindere da una ricerca storica scientificamente e metodologicamente strutturata, e da una costante attenzione alle modalità della comunicazione, ai linguaggi e agli strumenti usati, che devono essere in grado di raggiungere le nuove generazioni. Anche la storia partigiana del cuore collinare del Piemonte, conosce tempi e modalità di sviluppo particolari, in cui le citate peculiarità di isolamento e povertà delle comunità 29 libro montalenti.indd 29 20/03/14 09.43 contadine appaiono decisive nel condizionarne l’espansione ed il radicamento sociale. Non a caso, in certe zone, a risultare determinante è un elemento esterno come il processo di pianurizzazione, cioè la discesa verso le colline di gruppi partigiani dalle vallate alpine della tarda estate 1944. L’arrivo di formazioni provate da una lotta più aspra e di lunga durata rispetto a quella sostenuta dai compagni della collina, favorisce infatti un vero e proprio salto di qualità nel movimento partigiano locale, come sottolinea con orgoglio una relazione di Giustizia e Libertà: fino ai primi di ottobre 1944, la parte occidentale dell’Astigiano era rimasta tranquilla. [..] Il vero tono partigiano lo diedero alla zona le formazioni agguerrite e veterane che scendevano dai monti8. La marginalità strategica del territorio in questione, lontano dai confini nazionali e dai fronti di guerra, fa inoltre sì che su di esso vengano dislocate forze quantitativamente e qualitativamente diverse da quelle impegnate nella repressione antipartigiana nelle vallate alpine e nella fascia pedemontana9. Anche per queste ragioni, e per il costante ruolo di mediazione svolto dal piccolo clero e dalla Curia astigiana, non si verificano nell’Astigiano rappresaglie contro la popolazione paragonabili a quelle conosciute in modo drammaticamente diffuso da altre zone, come ad esempio il Cuneese. Il controllo partigiano del territorio astigiano nell’autunno 1944 è quindi certo il frutto di uno stillicidio di azioni e duri scontri armati vittoriosi con i fascisti, ma anche della scelta, obbligata e strategica, di questi di rinunciare a presidiarlo stabilmente, limitandosi a controllare la linea ferroviaria e la parallela strada che da Torino porta ad Alessandria e, di lì, a Genova o Piacenza10. Dopo lo stabilizzarsi del fronte sulla linea Gotica, la reazione nazifascista si concretizza nell’autunno 1944 in una serie di duri rastrellamenti che colpiscono l’intero Astigiano e pongono termine alla breve ma intensa esperienze di autogoverno della zona libera dell’Alto Monferrato. Il fronte partigiano viene spezzato, le formazioni si sbandano, alcune addirittura si sciolgono momentaneamente, in attesa di riprendere l’attività con il ritorno di una stagione più mite e di un contesto più favorevole11. Beppe Fenoglio riassume in modo esemplare quanto la sconfitta invernale pesi sul rapporto con la popolazione contadina: Tutta la gente stava cambiando, gradualmente, dappertutto. […] Per mesi e mesi avevano dato e aiutato e rischiato, in cambio unicamente di assicurazioni di un progresso verso la vittoria […]. Ora dovevano continuare a dare, aiutare e rischiare testa e tetto, nella brumosa lontananza della vittoria e della liberazione. Per mesi avevano dato e aiutato sorridendo, ridendo e facendo un mondo di fiduciose domande, ora dovevano cominciare a dare in silenzio […] infine in muta e poi non più muta protesta12. Per la sopravvivenza e lo sviluppo del movimento partigiano, sono infatti determinanti il contributo e la collaborazione forniti dalla popolazione contadina, per la quale, tuttavia, la preoccupazione per la difesa della «roba», tanto dalle razzie e dagli ammassi fascisti che 30 libro montalenti.indd 30 20/03/14 09.43 dalle requisizioni partigiane, prende spesso il sopravvento su coscienti scelte di carattere politico. La convivenza sul territorio con le formazioni assume quindi talvolta la connotazione della coabitazione forzata, al punto da lasciare spesso un vivo risentimento nella memoria e nell’immaginario collettivo per reali o presunti torti subiti: hanno perdonato il tedesco e il fascista che gli ha portato via il figlio, non hanno perdonato il partigiano che gli ha portato via il vitello13; la critica ai partigiani parte sempre da lì. I partigiani avrebbero dovuto fermare i tedeschi, far correre i repubblichini, e vivere d’aria14. I contadini accettano e talvolta subiscono la convivenza con i partigiani, in un alternarsi di atteggiamenti condizionati dall’andamento del conflitto. Infatti, il mantenimento del delicato equilibrio nei rapporti tra partigiani e popolazione è legato non solo alla fiducia di questa sulla reale capacità dei primi di garantire la difesa militare dei paesi, ma anche al fatto che la loro presenza stanziale consente alle campagne di vivere in una situazione quasi irreale di pace separata, che allontana, sia pure temporaneamente, la drammatica realtà di una guerra che ha sconvolto i consolidati e rassicuranti ritmi della vita comunitaria e del lavoro quotidiano. Ancora oggi, la memoria collettiva della campagne astigiane conserva spesso più il ricordo delle vessazioni subite che i vantaggi ottenuti dalla presenza partigiana. Molto meno presente è la consapevolezza del fatto che essa ha oggettivamente consentito una permanenza sicura e produttiva nelle proprie case e cascine a molti renitenti e sottratto l’economia della zona alle sistematiche spoliazioni degli ammassi fascisti. Come rileva con amarezza Nuto Revelli, Senza la presenza attiva dei partigiani i tedeschi e i fascisti avrebbero stroncato il fenomeno della renitenza nel giro di dieci giorni. [..] Il discorso delle requisizioni, così come lo propone la campagna povera, è indicativo della solitudine intellettuale in cui vive da sempre il nostro contadino. E’ nell’isolamento che l’episodio marginale, che l’episodio della gallina rubata o del vitello requisito si ingigantisce, si pietrifica. Strappare un vitello a un contadino povero era come strappargli un figlio, e non stupisce che la rabbia antica persista ed esploda. Sono le sentenze dei contadini ricchi, sono le sentenze degli exborsaneristi, quelle che più offendono, che più feriscono15. Raccontare e valorizzare oggi la storia locale della Resistenza ed i suoi luoghi-simbolo non è quindi semplice. Occorre spesso fare i conti con memorie divise, in cui la requisizione partigiana del vitello conta ancor oggi più delle razzie degli ammassi fascisti se non del ragazzo ucciso nella vigna sotto casa durante un rastrellamento. In cui l’uccisione sommaria in paese di una spia o di un fascista, siano esse avvenute durante la guerra o nei convulsi giorni successivi alla liberazione, vengono vissute come una ferita ancora aperta 31 libro montalenti.indd 31 20/03/14 09.43 nel corpo stesso della comunità. Inoltre, il trascorrere inesorabile del tempo ha comportato un forte ricambio generazionale nei paesi come negli amministratori locali, allentando i legami diretti o famigliari con l’esperienza partigiana. A ciò vanno aggiunte le conseguenze negative sul sentire comune prodotte dal celebrazionismo retorico della Resistenza, dalla progressiva diffusione di una rilettura della storia in senso revisionista e da un diffuso “abuso” della memoria. Aver privilegiato in più occasioni e circostanze il racconto che suscita emozioni, anteponendo o addirittura contrapponendo la memoria alla ricerca storica, mediaticamente meno appetibile e spendibile, ha comportato una pericolosa esaltazione acritica della memoria individuale, una sorta di sacralizzazione del testimone in quanto tale. Ciò ha consentito che le memorie, decontestualizzate e poste tutte sullo stesso piano storico, etico e ideale, assumessero nell’immaginario collettivo valore in sé, contribuendo allo sdoganamento e alla legittimazione di ogni memoria, in nome di una ambigua pacificazione. Così, a ridosso del 70° anniversario della liberazione, il cittadino comune prova magari fastidio o indifferenza verso una qualche manifestazione o evento legato alla Resistenza, ma trova “normale” vedere esposti nelle vetrine di negozi e autogrill o sui banchetti dei mercatini di antiquariato gadgets, icone, immagini, oggetti esplicitamente fascisti (dai gagliardetti ai portachiavi, dai manganelli alle spille, dalle magliette ai busti del duce) e non si preoccupa del fatto che organizzazioni politiche di ispirazione razzista, neofascista e neonazista raccolgano ampi consensi in numerosi paesi europei, soprattutto tra i giovani. Ciò detto, ritengo possa tornare utile nel contesto di questo volume, indicare sinteticamente quali sono state le esperienze che l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Asti ha realizzato in questi anni sul tema della valorizzazione degli eventi e dei luoghi della memoria della guerra, della lotta di liberazione e della deportazione nell’Astigiano. Censimento dei caduti Una accurata ed impegnativa ricerca storica, svolta attraverso il reperimento, la consultazione e l’uso incrociato di fonti diverse (fogli matricolari, documenti partigiani e fascisti, atti di morte dei comuni, documentazione reperita negli Archivi di stato e presso degli Istituti della Resistenza, bibliografia, memorialistica…) ha consentito di quantificare il costo sociale ed umano pagato dall’Astigiano nella seconda guerra mondiale. Sono stati infatti censiti 3.952 caduti astigiani o sul territorio astigiano, dal 10 giugno 1940 al 31 dicembre 1945; un volume raccoglie alcuni saggi di contestualizzazione storica, di interpretazione dei dati quantitativi e di metodologia della ricerca16. La banca dati, che comprende 2.353 soldati dell’esercito regio, 599 partigiani, 546 militi di Salò, 454 civili, è consultabile anche on-line sul sito dell’Istituto (www.israt.it). Censimento di cippi, lapidi, monumenti Parallelamente, si è proceduto al censimento fotografico di monumenti, cippi e lapidi presenti sul territorio provinciale dedicati ai caduti della seconda guerra mondiale. Spesso, 32 libro montalenti.indd 32 20/03/14 09.43 i paesi ricordano sullo stesso monumento “i caduti di tutte le guerre”, accomunando in un unico luogo fisico i caduti della Grande guerra, quelli delle guerre coloniali e di aggressione fasciste, i partigiani, i militi di Salò e i civili. Solo in alcuni casi, le amministrazioni hanno previsto un monumento dedicato ai caduti partigiani, spesso inaugurato in occasione del ventennale della liberazione. Al di là di alcuni luoghi simbolo in cui sono stati posti monumenti collettivi ai caduti partigiani17, individuare e segnalare i singoli cippi ha rappresentato invece un’operazione complessa, che ha dovuto fare i conti con un paesaggio profondamente trasformato, con lapidi spesso abbandonate, inghiottite dal bosco e dal gerbido che hanno ridisegnato i confini e l’aspetto dei luoghi e recuperate proprio in seguito al censimento, o ricollocate quando non rimosse per le prioritarie esigenze di una selvaggia cementificazione del territorio. Censiti anche due monumenti simbolo della memoria divisa, luoghi in cui si ricordano militi della Rsi fucilati dai partigiani18. Da segnalare che in Piazza Campo del Palio ad Asti, luogo dell’esecuzione delle prime cinque condanne a morte a carico di rastrellatori ed ufficiali fascisti emesse dopo la liberazione dal Tribunale straordinario di guerra, non è stata autorizzata la collocazione di alcuna lapide; nonostante ciò, in anni recenti è stato in più occasioni luogo di commemorazioni neofasciste parallele e contemporanee a quelle ufficiali del 25 aprile. Anche questo censimento fotografico è consultabile sul sito dell’Israt, con il collegamento, ove possibile, alle schede biografiche e alle fotografie dei singoli partigiani caduti. Il progetto europeo “Memoria delle Alpi. I sentieri della libertà” Si tratta di un progetto a cui hanno partecipato le regioni a ridosso delle Alpi che hanno avuto ruoli diversi nella seconda guerra mondiale: di aggressore (l’Italia), di aggredito (la Francia), neutrale, ma con un forte coinvolgimento per l’imponente richiesta d’asilo (la Svizzera). Ciò ha consentito di affrontare la storia da diverse angolazioni e di confrontare varie esperienze museali e di ricerca, con grandi potenzialità di valorizzazione turistica e culturale del territorio e delle sue specificità locali. Nell’Astigiano sono stati strutturati otto percorsi di turismo storico-culturale e didattico, due nel capoluogo19 e sei in provincia20. E’ stato inoltre realizzato lo spazio museale multimediale Una finestra sulla storia del ‘900, allestito presso la Sinagoga di Asti, in cui si propone un percorso storico e didattico dalla fine della prima guerra mondiale al 1945, in cui il piano locale degli eventi si intreccia con quello generale, seguendo un preciso filone tematico: l’Italia in guerra per trent’anni, il progetto di società del fascismo, la voglia di pace e di libertà espressa dalla Resistenza. I percorsi e la struttura del museo sono visitabili virtualmente sul sito dell’Istituto. Complementari al progetto, sono la realizzazione di cinque documentari didattici21 e la pubblicazione nella collana delle guide turistiche del Touring club, del volume I sentieri della libertà. Piemonte e Alpi occidentali. 1938-1945. La guerra, la Resistenxza, la persecuzione razziale, comprendente le guide a nove luoghi della memoria della resistenza astigiana22. 33 libro montalenti.indd 33 20/03/14 09.43 La casa della Memoria di Vinchio La Casa della memoria, trova la sua collocazione nell’ex Municipio di Vinchio, dove si trovano anche la Biblioteca comunale ed il museo sulla vita e le opere di Davide Lajolo. Il percorso museale della Casa ha come filo conduttore il rapporto tra il mondo contadino, la Resistenza e la deportazione politica e civile, integrandosi con i percorsi realizzati con il progetto europeo “Memoria delle Alpi. I sentieri della libertà” e il Museo multimediale Una finestra sulla storia. Sull’ampio terrazzo antistante i locali della Casa, viene presentata in dieci bacheche la realtà economica e sociale dei paesi contadini del Basso Piemonte, caratterizzati dalla piccola proprietà contadina, colpiti dalla guerra e attraversati direttamente dalla guerra civile dopo l’8 settembre 1943. I temi caratterizzanti della Casa della memoria sono: 1) la scelta di autodifesa di quei giovani che prendono le armi per proteggere le proprie case e il proprio territorio; 2) l’alleanza che si stabilisce tra la popolazione e le formazioni partigiane; 4) le strategie nazifasciste per il controllo del territorio: in particolare, il rastrellamento del dicembre 1944 viene per la prima volta letto attraverso la documentazione inedita di parte tedesca. 5) la deportazione di partigiani, renitenti, sbandati e civili (325 dal solo Astigiano) 6) le loro memorie. La Casa della memoria è allestita con installazioni, strutture tecnologiche e pannelli di grafica, per offrire al visitatore suggestioni ed elementi multimediali di conoscenza degli eventi rappresentati. Due ambienti trasmettono particolari emozioni: la ricostruzione della tana in cui si rifugiarono i partigiani durante il rastrellamento del dicembre 1944 ed il vagone merci che conduce gli arrestati verso il lager. Un documentario intitolato Triangoli rossi, raccoglie e racconta le memorie dei deportati non razziali dall’Astigiano. Per visitatori, studiosi, insegnanti e studenti sono disponibili banche-dati e materiali di approfondimento su supporto informatico. E’ possibile visitare virtualmente la Casa accedendo al sito Internet www.casamemoriavinchio.it Tra storia, territorio e letteratura Da alcuni anni vengono proposti con successo alle scuole e a gruppi selezionati di visitatori, piemontesi e non, percorsi sui luoghi partigiani dell’Astigiano e delle Langhe che coniugano la storia della società contadina e della lotta di liberazione con le trasformazioni del territorio. Durante le visite, letture di brani di Davide Lajolo, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese e Nuto Revelli raccontano la storia dell’epopea partigiana in un mondo contadino tradizionale che va scomparendo. L’aeroporto partigiano di Vesime E’ in fase di allestimento un museo multimediale presso i locali del municipio di Vesime, 34 libro montalenti.indd 34 20/03/14 09.43 dedicato al rapporto tra le missioni alleate e la resistenza, con particolare attenzione alla realizzazione, nell’autunno 1944, di un campo di aviazione partigiano, unico caso nell’Italia occupata. Costruito in collaborazione con la popolazione locale lungo la riva della Bormida in soli undici giorni, l’aeroporto fu utilizzato per il trasporto di feriti e per l’atterraggio di missioni alleate. Dopo il grande rastrellamento nazifascista che investì tutte le Langhe a fine novembre 1944, la pista di atterraggio venne arata per impedirne l’utilizzo. Con la ripresa partigiana dopo lo sbandamento invernale, l’aeroporto venne riattivato e, alla fine del marzo 1945, era nuovamente in piena funzione. Lo spazio museale verrà inaugurato il 17 novembre 2014, nel 70° anniversario dell’atterraggio del primo aereo. * Direttore “Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti”, Israt. 1 Non possono infatti essere considerate esaustive le pur fondamentali pagine contenute in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi (a cura di ), Dizionario della resistenza, Torino, Einaudi, vol. I, Storia e geografia della liberazione, 2000; vol. II, Luoghi, formazioni e protagonisti, 2001. 2 M. Giovana, Piemonte, in Dizionario della resistenza, vol. I, pp. 501-503. Cfr. C. Dellavalle (a cura di), Con le armi, senza le armi. Partigiani e resistenza civile in Piemonte (1943-1945), Torino, Agorà, 1995. 3 G. Quazza, Prefazione, in G. Oliva, La resistenza alle porte di Torino, Milano, Angeli, 1989, p. IX. 4 A. Bravo, I partigiani e la popolazione contadina nell’Astigiano, in Contadini e Partigiani, Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 1986, p. 17. Cfr. O. Bo, Ambiente e campagne nella guerra di liberazione, in Istituto Alcide Cervi (a cura di), Le campagne italiane e la Resistenza, Bologna, Grafis edizioni, 1995, p. 201. 5 I partigiani operanti nel Novarese e in parte della Valsesia sono stati smobilitati a Milano e non rientrano nel campione statistico esaminato, che è quello di 5.471 caduti delle formazioni smobilitate in Piemonte. 6 Cfr. M. Renosio, Resistenza e resistenze: una lettura quantitativa e territoriale, in “Asti contemporanea”, n. 10, 2004. 7 A. Tarpino, Geografie della memoria, Torino, Einaudi, 2008, p. 138. 8 Relazione Gl, 13 febbraio 1946, in archivio Istoreto, b.39, f. h. 9 Cfr. M. Ruzzi, Presenza e attività delle forze della Rsi in provincia di Asti, in «Asti contemporanea», 6 (1999). 10 Su questi temi e, più in generale, sulla storia politica e militare della Rsi nell’Astigiano è in corso un’ampia ricerca condotta da Nicoletta Fasano e Mario Renosio, sulla base di documentazione in gran parte inedita, la cui pubblicazione è prevista per la primavera del 2014. 11 Cfr. M. Renosio, Colline partigiane, Milano, Franco Angeli, 1994 e N. Fasano, Frammenti di pace durante la Giunta popolare amministrativa di Nizza Monferrato-Agliano in «Asti contemporanea», 5 (1997). 12 B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Milano, Mondadori-De Agostini, 1986, pp. 237-238. 13 Testimonianza di Giuseppe Rossanino, in N. Revelli, Il mondo dei vinti, Torino, Einaudi, 1977, p. CXXIV, 14 Testimonianza di Carlo Altare, ivi, p. 243. 15 N. Revelli, Il mondo dei vinti, cit., p. CXXIV. 16 Cfr. M. Renosio (a cura di), Vittime di guerra, Asti, Israt, 2009. 17 Tra questi si segnalano le aree monumentali collocate al cimitero di Asti, ai Caffi di Cassinasco, al Passo della morte di Castello d’Annone, alla Madonna dei Monti di Grazzano Badoglio. 18 Collocati nel cimitero di Camerano Casasco e nei boschi di Vallunga di Piea. 19 Asti ebraica e Asti in guerra. 20 Essi riguardano la Resistenza nel Sandamianese e Roero, tra il Tanaro e il Casalese, nella Langa astigiana, a cavallo tra i confini delle province di Asti, Cuneo e Torino, tra il Tanaro e la Val Tiglione e la Repubblica partigiana dell’Alto Monferrato, 35 libro montalenti.indd 35 20/03/14 09.43 I video, tutti della durata di 30’ circa e con un taglio divulgativo e didattico, sono basati su documenti d’archivio e testimonianze di protagonisti: Asti in guerra, Asti ebraica, La guerra tra le case, Resistere in collina, Pagine resistenti. 22 Si tratta di Asti, Agliano Terme, Cassinasco, Cisterna, Moncalvo, Nizza Monferrato Rocchetta Tanaro, Scurzolengo e Vesime. 21 36 libro montalenti.indd 36 20/03/14 09.43 “Le person dij partigian” a San Maurizio Canavese e altri luoghi della memoria resistenziale in Val di Lanzo: recupero e valorizzazione di un patrimonio storico Franco Brunetta* Ringrazio gli organizzatori per avermi invitato a questo significativo Convegno , perché mi offre la possibilità di far conoscere “le person dij partigian” (le prigioni dei partigiani) a San Maurizio Canavese, oggi un Comune di 10mila abitanti della seconda cintura di Torino, che diede un importante contributo alla lotta di Liberazione dalla tirannide e, con le sue 34 vittime, ne fu profondamente segnato. Ci avevano arrestati tutti pochi giorni dopo il Natale del 1944. Era stata una spia … la Mirella, una donna che se la faceva con i paracadutisti repubblicani del battaglione “Nembo”. Ci portarono alle scuole elementari, che i parà avevano adibito a caserma e prigione, e ci rinchiusero nello scantinato, in un gelido stanzone completamente spoglio. Come giaciglio avevamo a disposizione un mucchio di segatura, che, però, tutte le sere i fascisti venivano a bagnare con alcuni secchi d’acqua. Così dormivamo sul pavimento di cemento, rannicchiati gli uni agli altri per scaldarci un po’. Questa testimonianza del partigiano “Lothar” descrive con efficace sintesi l’ambiente di cui vi voglio parlare. “Le person dij partigian” sono ubicate presso gli scantinati dell’edificio scolastico di Via Lodovico Bò 4, usati come locali di detenzione da parte dei paracadutisti fascisti repubblicani del Battaglione “Nembo” nel periodo più sanguinoso dell’occupazione tedesca, tra il novembre 1944 e l’aprile 1945, si possono considerare una vera e propria anticamera della morte e dei campi di sterminio. Si tratta di una novità assoluta nella mappa dei siti sulla memoria resistenziale, la cui nascita sorprende e contrasta - seppur emotivamente e simbolicamente - con la costruzione del mausoleo in onore del criminale di guerra Rodolfo Graziani. Un luogo per lo più sconosciuto agli studiosi e poco noto agli stessi sanmauriziesi, dato che il tempo ha contribuito a fargli perdere l’originaria, tragica destinazione d’uso.Per tali ragioni le prigioni sono un luogo ancor più “fragile” di altri già presenti. Il nome, semplice quanto diretto, nasce dal modo con cui, in dialetto piemontese, é sempre stato nominato dai testimoni. Non è stata facile, né rapida la sua realizzazione. Tutto nasce dalla testimonianza e dall’idea e dalla volontà del partigiano Giuseppe “Lothar” Brunetta - a quel tempo presidente dell’A.N.P.I. locale - di restituire alla collettività questo luogo simbolo della memoria resistenziale. Tuttavia, prima che trovasse attenzione presso gli amministratori pubblici, la proposta 37 libro montalenti.indd 37 20/03/14 09.43 dovette combattere contro chi non riteneva particolarmente importante investire su quei vecchi seminterrati. Altro tempo ci volle perché il primo livello progettuale superasse gli sbarramenti burocratici e i così detti diritti acquisiti e soltanto dopo ben 6 anni si concretizzò grazie alla forza della ragione e della verità storica. Nel frattempo Lothar s’era ricongiunto con i compagni di lotta, certo che altri avrebbero continuato a sostenere e portato a compimento la sua idea. Sul piano concreto si trattava, soprattutto, di procedere allo sgombero e alla pulizia dei locali-prigione, declassati a deposito di oggetti inutili, e di operare una minima ristrutturazione, perché il fine era proprio la conservazione delle caratteristiche originarie degli storici ambienti, a cominciare dal pavimento in cemento, su cui erano costretti a dormire i partigiani prigionieri, che risultava ricoperto da un tenace strato di colla per linoleum. Così, l’anno scorso, ottenuto finalmente il “via libera” dalle autorità competenti, grazie all’impegno degli iscritti della Sezione locale dell’A.N.P.I., alla fattiva collaborazione con gli Uffici comunali, con il recupero di materiali e un investimento modesto, dopo appena un mese di lavoro, “le person” hanno potuto essere inaugurate e aperte alle visite. Fin da subito sono state “adottate” dalla cittadinanza e non solo per semplice curiosità dovuta alla novità, né con il rispettoso pellegrinaggio in un luogo di sofferenza, ma con donazioni di importanti cimeli, fotografie e documenti dell’epoca, che continuano ad arricchire il sito e, addirittura, con la fornitura di materiali e arredi necessari per attrezzare dignitosamente i locali-prigione. Una tale partecipazione attesta meglio di qualsiasi altra considerazione come - per usare le parole di Pierre Nora, storico dei luoghi della memoria - la volontà degli uomini o il lavorio del tempo (abbiano) reso “le person” un elemento simbolico della comunità. Tutto ciò fa dell’esperienza sanmauriziese un caso emblematico in relazione proprio ai temi del Convegno. L’obiettivo non era, però, quello di creare un monumento, bensì mirava a un recupero funzionale degli scantinati in forma espositiva: un ambiente strutturato utile alla formazione di una coscienza civile e democratica dei giovani. Per questo é stato progettato un percorso di visita guidata, che dura circa un’ora, perché si snoda attraverso vari ambienti e sa suscitare profonde emozioni grazie alla documentazione sulla storia dell’edificio scolastico poi divenuto prigione e alle drammatiche testimonianze dei partigiani che furono tenuti in ostaggio e patirono violenze e torture. “le person dij partigian” ospitano anche importanti cimeli sottratti all’oblio e le immagini della mostra dedicata alla famiglia dei fratelli Pagliero, simbolo della Resistenza locale, che ci aiuta a capire chi siamo e da dove veniamo. Inoltre - unico sito sul territorio - conserva una preziosa testimonianza dei giorni festosi della Liberazione. Un secondo livello progettuale si é concretizzato, sempre in collaborazione con l’Amministrazione comunale, a partire dallo scorso mese d’aprile e ora il sito museale 38 libro montalenti.indd 38 20/03/14 09.43 dispone di servizi igienici e, cosa più importante ancora, é stato reso disponibile un altro locale-prigione, che sarà destinato a sala incontri per riunioni, presentazioni ed esposizioni. Come quella allestita in occasione del 25 aprile, che ha dato un volto a numerosi partigiani, “ospiti” dei parà del “Nembo” nella scuola-prigione. Lo scopo é quello di “dare gambe” a questo luogo della memoria, rendendolo fruibile non solo per il ricordo di una pagina fondamentale della storia recente, ma anche proponendolo, in commisurazione alle possibilità, come luogo vivo di cultura. In tal modo si pensa di scongiurare quanto, purtroppo, già accaduto in altre realtà, dove, passata la curiosità del momento o in mancanza di risorse umane e materiali, le strutture sono di fatto inutilizzabili. La strategia é, dunque, quella di procedere per livelli e far crescere gradatamente la struttura museale, con progetti intermedi, come quello che mira ad acquisire la stanzetta in cui visse le ultime ore la Medaglia d’Oro Bruno Tuscano e vi scrisse l’ultima lettera ai genitori prima della fucilazione. Tutto ciò in vista dell’obiettivo più ampio. Quello di far sì che “le person dij partigian” diventino il primo tassello del “percorso di Lothar”, un viaggio attraverso le drammatiche vicende della Resistenza accadute in San Maurizio Canavese, al fine di valorizzare quell’autentico patrimonio storico - costituito da edifici, piazze, monumenti, scritte del regime, lapidi (tra cui quella dedicata al giusto Carlo Angela) - che ancora sopravvive, soprattutto nel concentrico e che, nonostante le vicende successive del dopoguerra, con le modifiche e le espansioni urbanistiche, si é conservato sostanzialmente integro, conferendo al paese i tratti speciali di un museo diffuso. L’esperienza sanmauriziese é potenzialmente generalizzabile al più vasto territorio delle Valli di Lanzo, cui ben si addicono le famose parole di Piero Calamandrei: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne dove caddero i partigiani...”. C’é un legame stretto con “le person dij partigian”, perché quasi tutti gli ostaggi detenuti a San Maurizio Canavese appartenevano alle formazioni che lì operavano. Questi monti a ridosso di Torino, per venti mesi videro protagonisti uomini e donne della 2a e 4a Divisione Garibaldi e della Colonna Alpina di Giustizia e Libertà “Renzo Giua” guidata da Bruno Tuscano, che, col loro attivismo, nell’estate 1944 diedero addirittura vita a una sorta di repubblica partigiana con embrionali organismi di autogoverno, soffocata nell’autunno dal tremendo rastrellamento dell’ “operazione Strassburg”. Di quei fatti il tempo e gli uomini non hanno cancellato tutto e ancor oggi queste vallate alpine conservano tante testimonianze, che, coniugando la memoria storica alla bellezza paesaggistica, ci riportano indietro alle radici di quegli ideali di libertà e giustizia che animarono i primi uomini liberi della nuova Italia e rappresentano un invito a visitarle, come si va al Parco Nazionale della Pace di Sant’Anna di Stazzema, al Museo Cervi di 39 libro montalenti.indd 39 20/03/14 09.43 Gattatico o al Parco storico di Monte Sole - Marzabotto. La storia accaduta nelle Valli lanzesi é quella che i revisionisti tacciono, ma che lungo i sentieri, di fronte alle “pietre della libertà” ci restituisce la consapevolezza di ciò che fu quella guerra di popolo contro i nemici della dignità umana. Tuttavia, a fronte di una ricchezza materiale di indubbio valore storico, si deve riscontrare un diffuso disinteresse, che mette a rischio la conservazione di tante testimonianze materiali, che raccontano – per dirla con il poeta partigiano Walter Azzarelli - nomi e gesta di Eroi. Si arriva in certi casi addirittura all’elusione dell’epopea partigiana, riscontrabile sui siti internet dei principali Comuni della zona, dove si cita il completamento della linea ferroviaria Torino - Ceres del 1916 o la presenza sul territorio di illustri personaggi, tra cui, testuale, “il ministro del terzo Reich Goering”, ma non si spende una parola per ricordare che qui é passata la Storia e fu scritta col sangue di circa 700 Caduti partigiani e civili. In questo contesto non stupisce che vi siano luoghi della memoria che vivono una volta all’anno: in occasione della commemorazione dell’evento. Ne abbiamo un esempio a Piano Audi di Corio, che si anima la terza domenica di agosto. Qui, all’indomani dell’8 settembre 1943, si formò un primo gruppo di un centinaio di “ribelli” e poi, a partire dall’estate ‘44, divenne sede della IV Divisione Garibaldi e vi furono organizzati un ospedaletto, un’officina e una sartoria. Un autentico “santuario” della Resistenza che conserva ancora la casetta sede del comando divisionale. Altri luoghi hanno esaurito la loro funzione originaria, come la scuola del Cudine, dedicata ai Martiri dell’eccidio avvenuto il 17 novembre 1944, da anni chiusa per mancanza di alunni. Parecchi sono sconosciuti o quasi, come la Cappella del Bandito, teatro di un sanguinoso scontro armato o “il muro del sacrificio” scheggiato dai proiettili fascisti di frazione Vietti a Coassolo o ancora la sede della Colonna GL “Renzo Giua” al Fé di Ceres e quella del Comando della II Divisione Garibaldi a Mondrone. Altri ancora risultano inaccessibili, perché siti su proprietà private, come la lapide che a Corio ricorda la fucilazione di 7 partigiani nell’aprile 1944 o la miniera Fragné a Chialamberto, che spesso diede rifugio ai “ribelli”. Alcuni versano in una poco ottimistica situazione di degrado. Su tutti Villa Cibrario a Margone nell’alta Val di Viù, dove fu allestito un ospedale partigiano con 60 posti letto, gestito dal dott. Attilio Bersano Begey, che curò oltre 300 tra feriti e malati. Lo stesso Centro di Documentazione di storia contemporanea e della Resistenza nelle Valli di Lanzo, dedicato a Nicola Grosa, é stato inaugurato ben tre volte, ma attende da anni di essere regolarmente fruibile alle scuole e agli studiosi. Occorre, dunque, intervenire per salvaguardare questo patrimonio, prima che vada perduto e con esso la memoria che custodisce. Come sempre la sua salvaguardia passa attraverso la volontà di uomini giusti. E - si é già visto per “le person dij partigian” - una soluzione non può che venire dal basso, 40 libro montalenti.indd 40 20/03/14 09.43 tramite il coinvolgimento della parte più sensibile delle comunità, come può essere il mondo della scuola, evitando i progetti faraonici, ormai difficili da realizzare o da gestire, per puntare su iniziative “possibili” e di valore. In tal senso perché non sensibilizzare bambini e ragazzi ad adottare un cippo o un monumento? Invitarli a togliergli la polvere, ripulirlo dalle erbacce, offrirgli un fiore. Sarebbe un gesto gentile che non costa molta fatica, ma dal grande significato per dei giovani: il primo consapevole atto di coscienza civile e democratica a contrastare l’indifferenza, che genera oblio. Chissà che il loro esempio non possa indurre le istituzioni a rendersi conto che, per il territorio, le numerose testimonianze materiali, tuttora presenti, legate alle vicende della Resistenza in Val di Lanzo, sono da considerare uno straordinario valore aggiunto alla bellezza di un paesaggio in buona parte ancora incontaminato. Chissà che attirando l’attenzione su questa valenza, riescano a guardare con più consapevolezza ciò che raccontano queste presenze di libertà e siano spronate a fare di più e meglio in questo campo. Si sentano responsabilizzate a preservare e valorizzare - magari potenziando la segnaletica dei siti e fornendo informazioni essenziali - le tracce di una memoria collettiva, che potrebbero diventare altrettante tappe di un processo di conoscenza attraverso un appassionante percorso museale immerso nella natura. Ringraziandovi per l’attenzione, con piacere vi aspetto tutti a “le person dij partigian”. * Maestro di scuola e giornalista, si occupa soprattutto di storia e cultura. 41 libro montalenti.indd 41 20/03/14 09.43 Luoghi della memoria, memoria dei luoghi: il percorso della rete degli istituti storici della Resistenza italiani Luciana Ziruolo* E’ un titolo impegnativo quello scelto per questo intervento: la doppia declinazione dei luoghi implica questioni strategiche. I luoghi della memoria infatti sono una risorsa straordinaria ma “fragile”, da trattare con estrema cautela. La seconda declinazione, Memoria dei luoghi, può essere la chiave d’accesso per iniziare ad affrontare la complessità dei problemi che i luoghi di memoria presentano, più o meno palesemente, ogni volta che andiamo a indagare le relazioni tra la storia (le storie) e la memoria (le memorie) che li attraversano, questioni incastonate l’una nell’altra come scatole cinesi. Proverò ad estrarne qualcuna, a cominciare dalla definizione. Al di là dei segni monumentali e della toponomastica, che cosa si intende per luogo della memoria? Si fa riferimento, in accordo con il contributo dell’istituzione tedesca della Topografia del Terrore degli anni Ottanta, ai luoghi di memoria come luoghi fisici? O si accoglie la definizione più estesa che ne diedero, in Francia a metà degli anni Ottanta, Pierre Nora in Les lieux de de mémoire e in Italia Mario Isnenghi nei volumi omonimi degli anni Novanta? Vale a dire una definizione dei luoghi della memoria non solo come spazi fisici ma anche come spazi simbolici: luogo della memoria può essere un canto, una data, un’istituzione, ad esempio il liceo classico, purché in essa si condensi la memoria di un popolo. In secondo luogo memoria dei luoghi che cosa indica? Che ai luoghi della memoria si affiancano i luoghi dell’oblio? Che ancora regnano Mnemosyne e Lete, le divinità, coppia di opposti inseparabili, ancor prima che antitetiche, quasi complementari? Ancora, i luoghi dell’oblio sono solo dimenticati o sono luoghi della memoria rimossa? L’oblio, infatti, indica la scelta delle comunità o delle istituzioni o, forse, la presenza di più memorie antagoniste. Al contrario, tornando a Mnemosyne, nel caso di un luogo affollato di memoria (ad esempio le aree memoriali) siamo di fronte a una memoria ufficiale che si contende lo spazio con le memorie delle comunità locali? Ancora, certi eccessi monumentali in aree che non furono teatro di eventi significativi – penso ad esempio ai grandi monumenti di epoca fascista a ricordo della Grande Guerra, in Sud Tirolo – rappresentano precoci usi pubblici, o meglio politici della storia? Infatti, a partire dal 1938, vennero costruiti al Brennero, in Val Venosta e nella Val Pusteria monumenti mastodontici, gli ossari, dove venivano sepolti i soldati italiani caduti in guerra. Spesso però, i soldati erano caduti su campi di battaglia lontani, per essere poi spostati nella terra di confine altoatesina; si cercava in questo modo di giustificare l’annessione del Sud Tirolo all’Italia dopo la Grande guerra. La presunta memoria ai soldati, caduti per la “conquista dell’Alto Adige”, era mendace propaganda fascista. Ora su quei luoghi, è il caso ad esempio dell’imponente Ossario sulla strada che conduce al Passo Resia, sono stati collocati pannelli che illustrano quella manipolazione della storia, segno dell’elaborazione della memoria da parte delle 42 libro montalenti.indd 42 20/03/14 09.43 comunità successive. Siamo così giunti alla terza considerazione: di fronte a ogni testimonianza, e a maggior ragione di fronte a testimoni muti o troppo loquaci come abbiamo visto possono essere i luoghi, bisogna essere consapevoli che si tratta di esiti stratificati e sedimentati nel tempo, particolarmente fecondi anche perché ancor prima che il nostro passato ci mostrano il nostro presente: la cultura sociale, politica e storiografica del tempo in cui la fonte di testimonianza ci parla. La memoria è in continua costruzione, può trasformarsi in ragione delle sollecitazioni più disparate. Porterò un’esemplificazione. Alla fine degli anni Novanta (in seguito al decreto Berlinguer del 1996) partecipai ad Arona a un corso di formazione di storia organizzato dal Miur e dall’Insmli (Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione); negli incontri di laboratorio, un gruppo di docenti individuò Arona come luogo della memoria diffusa degli eventi resistenziali, sollecitata anche dai segni monumentali e dalla toponomastica, mentre a pochi chilometri era un luogo dell’oblio: Meina. L’eccidio di Meina, perpetrato dai nazisti nel settembre 1943, era praticamente sconosciuto: l’albergo Meina, dove furono rinchiusi gli ebrei rastrellati nella zona, abbandonato e diroccato, non recava alcun segno degli eventi, della strage nazista, compiuta con l’aiuto di italiani e delle soffiate, non solo di repubblichini. Su questa vicenda ha scritto Giuliana Bertacchi nel 1999: “eccidi che innescano processi di memorie diverse, di lutti non elaborati e non elaborabili, di complicati rapporti tra memoria e oblio. E noi, a nostra volta, non dobbiamo dimenticare che su tutto il capitolo chiave delle leggi razziali e della persecuzione antiebraica in Italia, sugli ebrei deportati dall’Italia nei campi di sterminio, ha pesato negli anni del dopoguerra, fino a tempi relativamente recenti quella cortina di silenzio e di sostanziale disinteresse che ha condizionato la stessa produzione di memoria dei sopravvissuti” 1. Tenuto conto di come nei ragazzi (e non solo) l’attenzione si risvegli quando passa attraverso i mezzi di comunicazione di massa, si può oggi ancora parlare di Meina come luogo dell’oblio dopo il caso mediatico della stagione cinematografica 2007/2008? Il caso coincise con il “Giorno della Memoria” del 27 gennaio e fu suscitato dall’uscita del film di Carlo Lizzani “Hotel Meina”, ispirato al libro di Marco Nozza Hotel Meina la prima strage di ebrei in Italia, cui seguirono le dichiarazioni di Becky Behar – nel 1943 figlia quattordicenne dei gestori dell’albergo - per contestare pesantemente l’immagine che di lei veniva data in ragione delle “licenze filmiche”? E’ un esempio di come siano complicate e talvolta accidentali le tappe dei percorsi di costruzione della memoria e della storia. In proposito, ha scritto Anna Rossi Doria: “la memoria può e deve porre nuove domande alla storia, la storia può e deve rispondere”2. Questi temi sono ben presenti agli Istituti per storia della Resistenza italiani fin dagli anni Ottanta del secolo scorso. Nadia Baiesi (presidente del Laboratorio nazionale per 43 libro montalenti.indd 43 20/03/14 09.43 la didattica della storia) nel ricordare il volume uscito nel 1996 a cura di Tristano Matta (Istituto storico di Trieste) Un percorso della memoria3 ha recentemente scritto: “[quel libro] rappresenta l’esito di un percorso interno agli Istituti storici della Resistenza che parte da lontano e che intreccia il piano educativo con quello della ricerca storica. Esso pone al centro il tema della memoria e del suo rapporto con la storia, caro da sempre alla ‘filosofia’ degli Istituti, che, pur riconoscendo una obiettiva distanza tra storia e memoria, hanno da sempre compiuto la scelta di coniugarle insieme […] la novità di quel volume è che […] pone sì al centro la memoria, ma non più soltanto quella dei sopravvissuti, la fonte orale dunque, come gli storici esperti della contemporaneità ci avevano insegnato a chiamarla, ma sceglie ‘testimoni muti’, come sono i luoghi, che divengono da quel momento, un soggetto privilegiato, rivelandosi fecondi di molte potenzialità educative”4. La memoria del luogo, in molti casi correlata a centri di documentazione e a segni monumentali, implica la responsabilità nei confronti del passato e, al contempo, nei confronti del presente e nella progettazione del futuro e dunque facilita percorsi di educazione alla cittadinanza attiva e responsabile, un’altra costante dei percorsi di ricerca didattica della rete degli istituti storici, un impegno scientifico e civile. Un altro libro che ricorda Baiesi è Insegnare Auschwitz5, esito di un convegno organizzato, tra gli altri, dall’Istituto storico piemontese. Un’apposita sezione è dedicata a una riflessione critica sui viaggi della memoria in Europa con gli studenti e con la guida di storici e testimoni: l’impatto emotivo, proficuo di ricadute didattiche, della testimonianza sul luogo è indubbio. Nel primo decennio del ventunesimo secolo, il progetto europeo “La memoria delle Alpi” (collaborazione transfrontaliera tra Italia, Francia e Svizzera) ha rappresentato una grande occasione per gli Istituti storici piemontesi, ha consentito un ampio lavoro sul territorio (ripristino dei sentieri della libertà) e la stampa di numerose pubblicazioni cartacee e multimediali (l’elenco è disponibile sul nostro sito www.isral.it e sul portale di Memoria delle Alpi), il nostro Istituto ha pubblicato un volume I luoghi, la storia, la memoria6 in cui, oltre all’indicazione e alla descrizione di tutti i sentieri resistenziali della nostra provincia, i temi prima indicati vengono ripresi e, in alcuni casi, ampiamente approfonditi e articolati. In questa seconda ed ultima parte della mia relazione, mi soffermerò su alcuni contributi della rete degli Istituti storici della resistenza relativi alla “didattica dei luoghi” che mi paiono significativi. Il primo contributo adotta la nozione di luogo della memoria come luogo fisico, nasce dall’esperienza del Landis (Laboratorio nazionale della didattica della storia che fa parte della rete Insmli) e si distingue per la chiarezza espositiva con cui vengono sintetizzati i principali aspetti metodologici. Marzia Gigli e Maria Laura Marescalchi7, segnalano 44 libro montalenti.indd 44 20/03/14 09.43 tre principali tipologie: il luogo-evento, cioè il luogo autentico dell’accadimento; il luogorappresentazione, cioè i segni monumentali; il luogo-raccolta di materiali (luogo per la storia e per la didattica) con un rimando più che ai musei, ai centri di documentazione. Naturalmente le tre tipologie spesso possono coincidere, e sempre, comunque, il luogo è segnato dall’essere ponte tra presente e passato. Le autrici introducono quindi l’operazione di decostruzione del luogo. Vale a dire che, come tutte le fonti di memoria, il luogo va sottoposto al vaglio della critica, un tema che abbiamo già affrontato ma che val la pena ribadire: “nessun luogo si può considerare intatto; lo stato in cui si trova non è più quello originario, ma è sempre frutto di interventi che sono da decodificare (spesso ospita una stratificazione di memorie, che rappresentano il modo in cui è stato vissuto nel corso del tempo), sia che si trovi in stato di abbandono. Anche l’oblio è frutto di una scelta delle comunità o delle istituzioni”8. Vengono poi richiamati gli ambiti distinti della storia e della memoria e l’utilità, di fronte a fonti come il luogo, a maggior ragione se la visita avviene con la presenza del testimone, di ragionare sull’uso pubblico della storia. Si passa poi al ruolo centrale della mediazione dell’insegnante che deve lavorare su tre poli distinti ma complementari. Sono noti, ma li richiamiamo. Il contesto: il tempo e la storia (le storie) che il luogo ricorda o celebra, il momento: il tempo e la cultura (le culture) che lo hanno prodotto; il presente: il tempo del visitatore. “Occorre trovare il modo di colmare la distanza, il senso di estraneità tra il luogo e il fruitore, in modo che in quest’ultimo avvenga un cambiamento conoscitivo ed emotivo, pena l’inefficacia del percorso”9. Per questo, prima della visita deve essere ricostruito il contesto dell’evento, mentre il racconto fondato dell’evento può avvenire, salvaguardando la dimensione della scoperta, durante la visita e l’avvertenza è che non venga condotto da testimoni che, certamente preziosi, spesso confondono i ruoli, assumendo quello degli storici. Vorrei a questo proposito aggiungere che, per evidenti ragioni anagrafiche, in questi ultimi anni si assiste al fenomeno del “testimone del testimone” e sempre più si fa ricorso a testimonianze in forma di pubblicazioni (multimediali prima ancora che cartacee), ma questo è tema che va trattato a parte. Il secondo contributo che intendo offrire alla vostra attenzione contiene alcuni esempi di testo letterario e di racconti di testimonianza, che risultano di particolare interesse per comprendere la relazione tra luogo, narrazione e costruzione della memoria10. Farò riferimento al paragrafo La forza dei luoghi dedicata ad alcuni aspetti dell’opera poetica di Andrea Zanzotto che ha compiuto per anni una ricognizione sistematica sulla distruzione del paesaggio. Scrive Fausto Ciuffi: “Sempre più risulta complicato ristabilire i termini di una grammatica e di una sintassi dello sguardo, che ci mettano in condizione di governare la nostra relazione col tempo e lo spazio, per non correre il definitivo rischio di vagare inconsapevoli. Nessuna rassegnata nostalgia, però, segna le sue poesie. Anzi, la scelta è quella di proiettarsi in profondità, varcando con forza la stravolta superficie del presente e tentando di provocare riemersioni di forme nitide e di storie precipitate nel silenzio e 45 libro montalenti.indd 45 20/03/14 09.43 nella dimenticanza […]. Non mancano, nelle peregrinazioni di Zanzotto, presenze di luoghi altamente simbolici, giorni e date della memoria da consegnare ad un presente incerto: Lanugini di luce appena bianca / dilagate in lontananze di prati, / Martiri, umili elementi / fratelli sacri alle invasioni dei venti, / è il 30 aprile, questo, il vostro giorno / da non essere colti / dallo sforzo degli occhi / semisepolti // È il 30 aprile, questo il vostro giorno, / Martiri, mirabile / affanno di gioventù – / spari, sangue, non più, / nemmeno lapidi per voi, ma milioni / di leggerissimi globi-soffi, devozioni / tra silenzio e voce. Una memoria che vaga, che si manifesta a soffi – tra silenzio e voce – nella scena del nostro presente, proprio perché oggi non riusciamo a trovare ancoraggi solidi con le vicende e con gli uomini-martiri evocati dalla poesia. Risultano molto eloquenti – per comprendere sia il clima di rarefazione-confusione-riemersione della memoria prodotto dalle parole appena riportate, sia l’apparente stravaganza della data posta a simbolo – il titolo del componimento, Diplopie, sovrimpressioni (1945-1995), e la nota al testo redatta dall’autore: La liberazione, in questi territori [le zone attorno a Pieve di Soligo, nella provincia di Treviso], avvenne il 30 aprile 1945, e già si pensava al 1° maggio. Martiri contro ogni tirannide palese o nascosta, presente o futura; martiri nei conflitti, e vittime quotidiane del lavoro”11. Zanzotto ha costantemente riservato grande attenzione ai suoi luoghi di appartenenza (le colline di Pieve di Soligo): ciò lo ha portato a rinvenire un «grande cambiamento nella realtà antropologica (tale da comportare, per esempio, la fine del mondo agricolo e del dialetto, legato a quel mondo) [che] si è fatto evidente nel corso degli anni Settanta», anche se «in precedenza vi erano segni di disgregazione che si potevano già cogliere, ma a patto di indagare le connessioni più intime tra realtà e linguaggio». Un grande cambiamento, invasivo e in grado di sovvertire – nel lungo periodo – l’universo dei riferimenti individuali e sociali, nonché i comportamenti e le relazioni, la lingua (spia sensibilissima) e le mentalità, le strutture materiali del quotidiano e l’organizzazione del paesaggio (…)mi è capitato ben presto di sottolineare una pari minaccia sovrastante il luogo e la lingua, devo però precisare che solo con il procedere degli anni Settanta e in particolare dopo la metà degli Ottanta questa minaccia si è trasformata in reale devastazione12. Lo sguardo sul paesaggio che per Zanzotto è campione privilegiato di indagine, dà luogo ad un’analisi profonda e acuta e lontana dagli scivoloni del rimpianto: In precedenza, nonostante i gravi episodi denunciati, o sospettati, c’era 46 libro montalenti.indd 46 20/03/14 09.43 ancora la scia lunga delle speranze del dopoguerra, alimentata dalla fiducia nello sviluppo economico (generato, del resto, dalle lunghe e terribili fatiche dell’emigrazione, che io stesso ho conosciuta, per circa due anni, sostenuta dalla mira di risparmiare per poter tornare a casa con qualche soldo, a ripiantarsi qui): ma è proprio nel corso della seconda metà degli anni Settanta coi terrorismi e poi a valanga negli anni Ottanta che si produce il senso di una perdita di stato, una cadaverizzazione della nostra storia, con tutta la relativa presenza più o meno verminosa di vitalità concentrate su una o l’altra parte del cadavere (…) Oggi c’è la fabbrichetta velenosa, la puzzolente discarica, l’orribile intasamento del traffico per strade sempre più insufficienti e pericolose causa i continui treni di long vehicle e per l’assatanata velocità di tutti. Io, tardo biciclettaro non mi sento più sicuro in nessun posto. Ma esistono tuttavia i meravigliosi colori delle piante anche infestanti se si vuole ma felici, come i gialli topinambur, di infischiarsi di ogni ordine coatto di giardini. Ciuffi opportunamente ricorda come i luoghi di Zanzotto siano nel Nord Est, in un punto assai vitale dello sviluppo attuale, sulle dolci colline attorno a Pieve di Soligo, tra Vittorio Veneto e il Piave: luoghi colmi di storia che la grande trasformazione economica e la mutazione socio-antropologica degli ultimi decenni sembrano aver cancellato dal paesaggio e dalla memoria, fino a quando si avverte un rumore, dal profondo. E cupi sussulti vengono intanto da quei luoghi che conservano le tracce dei conflitti del passato come gli ossari qui frequenti e che talvolta hanno a ridosso squallide discoteche, per non parlare delle grandi arterie bloccate in piena notte dalle schiave della prostituzione e dai loro “fruitori” ecc. ecc. I luoghi ci sono, consistono, convivono; chiamano pertanto a nuovi confronti. E [...] sono i nostri sogni-incubi e i nostri dèi-paesaggi, vulcanicità sepolta ma sempre attiva per fremiti di allusione, dai Colli Euganei alle Lagune, alle Prealpi e alle Dolomiti. A tutta la nostra benedetta e maledetta Italia, a tutto il benedetto e maledetto mondo. Ho voluto riportare ampiamente brani del poeta tratti dal percorso costruito da Ciuffi certamente perché mi paiono di grande bellezza ed efficacia, ma soprattutto perché sono pagine che rappresentano un ponte naturale a temi e problemi didattici che, per la loro vastità, intendo soltanto richiamare, dal 2011 il rapporto tra le storia e geografia è balzato all’attenzione degli insegnanti del biennio per effetto dell’accorpamento tra le due discipline e del dovere di assegnare un solo voto. La citazione conclusiva che segue è tratta dalla relazione (che val la pena leggere per intero all’indirizzo indicato in nota) di Ivo Mattozzi (Presidente di Clio 92, docente di metodologia e didattica della storia all’università di Bologna) Tra storia e geografia: una complementarità da costruire presentata alla scuola estiva di Arcevia (organizzata nell’agosto 2011 da varie associazioni tra cui 47 libro montalenti.indd 47 20/03/14 09.43 l’Aiig e l’Istituto regionale per la storia della resistenza di Ancona). “Le ragioni per la ricerca della complementarità sono fondate su una elaborazione epistemologica che ha attraversato il secolo XX e su pratiche di lavoro di geografi e di storici che hanno dimostrato la efficacia conoscitiva di essa. Ma ora le troviamo affermate nelle indicazioni per i piani di studio del biennio e dobbiamo profittare anche delle ragioni normative”13. Approfittiamone, questo convegno, che ha un pubblico anche di docenti, ci aiuta a farlo. * Direttore “Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria Carlo Gilardenghi”, Isral. 1 Giuliana Bertacchi, Le fonti di memoria della guerra e la didattica della storia, www.italia-liberazione.it/ novecento/Bertacchi.htm 2 Anna Rossi Doria, Memoria e storia: il caso della deportazione, Soveria Mannelli, Rubettino, 1998. 3 Tristano Matta (a cura di), Un percorso di memoria. Guida ai luoghi della violenza nazista e fascista in Italia, Venezia, Electa, 1996. 4 Nadia Baiesi, I luoghi della memoria, in Aurora Delmonaco (a cura di), Fare storia crescere cittadini, Arezzo, Zona, 2010, p. 117. 5 Enzo Traverso, Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche educative dello sterminio, Torino, Bollati Boringhieri, 1995. 6 Luciana Ziruolo (a cura di), I luoghi, la storia, la memoria, Recco-Genova, Isral-Le Mani, 2008. 7 Marzia Gigli e Maria Laura Marescalchi, Il laboratorio nei luoghi e con i testimoni, in Paolo Bernardi (a cura di), Insegnare storia. Guida alla didattica del laboratorio storico, Torino, Utet, 2006. 8 Ivi, p. 197. 9 Ivi, p. 200. 10 E’ possibile scaricare il contributo La memoria e i luoghi di Fausto Ciuffi dal nostro sito all’indirizzo http:// www.isral.it/web/web/storiedel900/_2006_approfondimenti_ciuffi.htm,; dello stesso autore Il valore formativo dei luoghi della memoria, in D. Novara (a cura di), Memoranda. Strumenti per la giornata della memoria, Edizioni La Meridiana, Molfetta (Ba), 2003, pp. 46-54. 11 Il rimando è al testo all’indirizzo web della nota precedente. 12 Ibidem. 13 La relazione è scaricabile all’indirizzo http://www2.unimc.it/sdf/eventi-formazione-e-aggiornamento/ pagina.2011-03-01.4509715201/attivita-a.a.-2011-2012/file1-arcevia-relazione-mattozzi 48 libro montalenti.indd 48 20/03/14 09.43 I luoghi della memoria del Biellese, del Vercellese e della Valsesia Enrico Pagano* Si può insegnare e conoscere la storia della Resistenza senza aver percorso i sentieri delle montagne dove caddero i partigiani, citando Calamandrei, per dare vita alla nostra Costituzione? Una domanda non retorica, nel senso che per molto tempo si è studiata e insegnata la Resistenza prendendo in considerazione tutte le fonti scritte, iconografiche e orali ma trascurando, come se fosse aspetto marginale, una delle fonti fondamentali, il territorio. Negli ultimi anni, tuttavia, si è sempre più affermata la didattica dei luoghi della memoria, consentendo di correggere una deformazione strutturale dell’azione scientifica e di insegnamento. Spesso quando si usa l’espressione di luoghi o viaggi della memoria il pensiero corre all’esemplarità di lager o complessi monumentali la cui visita condensa apprendimento ed emozione in una miscela che va sapientemente calibrata perché abbia efficacia cognitiva e si trascurano le molteplici opportunità che i territori in cui si è sviluppata la guerra di Resistenza offrono dal punto di vista formativo. Una lacuna che il progetto della UE italo-franco-svizzero “La memoria delle Alpi”, gestito dalla Regione Piemonte con gli istituti per la storia della Resistenza piemontesi ha cercato di colmare, promuovendo, tra le varie azioni, anche un’importante serie di attività didattiche rivolte tanto ai docenti quanto agli studenti. Il progetto ha consentito, nel caso dell’Istituto che ha competenza sulle province di Biella e Vercelli, di realizzare sette percorsi sui sentieri partigiani della Valsesia e di attrezzare due centri-rete, uno presso la sede dell’Istituto e l’altro nel comune di Postua. Occorre premettere che il territorio di competenza dell’Istituto si divide in tre subaree: il Biellese, il Vercellese e la Valsesia, tutte e tre caratterizzate da una forte intensità della guerra resistenziale. Vercelli, il capoluogo, ospitò comandi e reparti militari tedeschi e le istituzioni civili e militari della Rsi; i giovani cittadini furono sottoposti ad un controllo più severo rispetto ai coetanei della provincia, per cui la maggior parte di quanti scelsero la Resistenza dovettero unirsi alle formazioni di montagna, soprattutto nella zona della Serra biellese (della V divisione “Garibaldi” fece parte la 182a brigata, intitolata al vercellese Pietro Camana e nata dal battaglione “Vercelli”) ma anche nel Biellese orientale, in particolare nella XII divisione garibaldina “Nedo”; le aree del basso vercellese invece fornirono uomini soprattutto alle formazioni partigiane del Monferrato. Le valli biellesi ospitarono gruppi di militari sbandati, fornirono i percorsi verso la libertà a molti prigionieri di guerra alleati che fuggivano dai campi di detenzione della pianura, furono la sede di sei distaccamenti partigiani (il “Bixio”, il “Fratelli Bandiera”, il “Mameli”, il “Matteotti”, il “Piave”, il “Pisacane”, nomi che evocano in prevalenza riferimenti inequivocabili al Risorgimento) che diedero vita, nel gennaio 1944, alla 2a brigata garibaldina, cui originariamente era unito anche il distaccamento “Gramsci” della 49 libro montalenti.indd 49 20/03/14 09.43 Valsesia, che nel successivo mese di febbraio avrebbe assunto autonomia trasformandosi nella 6a brigata garibaldina. La storia della Resistenza valsesiana da allora assunse un proprio profilo, che la portò a condividere le sorti delle formazioni cusiane, ossolane e novaresi anche nelle procedure burocratiche postbelliche per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, tanto che i resistenti che fecero parte delle brigate della zona operativa biellese si rivolsero alla commissione piemontese, quelli delle formazioni valsesiane presentarono istanza alla commissione lombarda. Si può affermare, in generale, che tutto il territorio della provincia di Vercelli, sdoppiatosi poi con l’istituzione della provincia di Biella a metà degli anni Novanta, fu protagonista e teatro delle laceranti vicende resistenziali: il suggello a quest’affermazione è rappresentato dalle due medaglie d’oro assegnate alle città di Varallo nel 1973 e di Biella nel 1991 a nome di tutto il territorio di cui costituiscono il principale riferimento. Il progetto “La memoria delle Alpi” nella sua sezione “I sentieri della libertà” non poté essere applicato, tuttavia, che a due realtà, Varallo e Postua, grazie all’intervento delle rispettive Comunità montane perché le due amministrazioni provinciali di riferimento, uniche fra tutte le province piemontesi, ritennero di non aderire, benché ci fosse stato un sottile e paziente lavoro diplomatico del compianto Antonio Monticelli, regista dell’intera operazione a nome del Centro di Iniziativa europea del Piemonte. Nonostante l’handicap iniziale del mancato sostegno delle amministrazioni provinciali l’Istituto, in collaborazione con la Comunità montana Valsesia e la Comunità montana Valsessera, ha portato avanti la propria progettualità, realizzando interventi strutturali e culturali che hanno influenzato positivamente l’attività didattica degli ultimi dieci anni. Procedendo ordinatamente per aree, in Valsesia sono stati individuati sette percorsi, incentrando le scelte sui centri che ospitarono la prima fase della lotta di liberazione, vale a dire i comuni di Breia, alle pendici del monte Briasco, che ospitò la prima banda di Cino Moscatelli, cui si aggiunsero altri nuclei partigiani della zona di Varallo nel periodo compreso tra il novembre del 1943 e la metà di gennaio del 1944, di Rimella (sentieri che portano al colle della Dorchetta e alla Bocchetta di Campello), dove il comando si trasferì a fine gennaio del 1944 e dove nacque, a metà febbraio, la citata 6a brigata garibaldina, e di Fobello (sentieri verso la valle di Roj e verso il passo di Baranca), dove fu frettolosamente trasportato il centro decisionale dopo un’incursione di aerei Stuckas su Rimella avvenuta nel corso del mese di marzo. Altri due sentieri attrezzati sorgono nei comuni di Alagna, centro di raccolta partigiano dopo l’esperienza della zona libera del giugno 1944 e teatro di una strage avvenuta il 14 luglio 1944, quando furono messi al muro e fucilati dai tedeschi e da un reparto di Ss italiane otto carabinieri e sette partigiani catturati durante il rastrellamento che seguì l’esperienza del governo partigiano in Valsesia, e di Rossa, dove il 7 novembre 1944 fascisti ed Ss uccisero in combattimento quattro partigiani e ne fucilarono altri cinque presso il cimitero di Balmuccia, dopo aver minacciato una strage di massa ai danni degli abitanti dei piccoli centri montani colpevoli di aver dato ospitalità ai “ribelli”. I sentieri, caratterizzati dal posizionamento di alcuni pannelli di testo e immagini e di 50 libro montalenti.indd 50 20/03/14 09.43 segnaletica, inseriti nel contesto ambientale con misura e discrezione, sono stati descritti in una guida a schede ora consultabile anche nel sito dell’Istituto (www.storia900bivc.it). L’Istituto ha proseguito la sua attività di ricerca grazie al lavoro di Alessandro Orsi, che ha pubblicato “Ribelli in montagna”, un libro che propone 25 itinerari in cui l’autore delinea luoghi di partenza e di passaggio, tempi di percorrenza, altitudine, numero dei segnavia fissato dal Cai, eventuale presenza di rifugi, accompagnando le informazioni escursionistiche con ricche descrizioni delle emergenze artistico-religiose ed ambientali, annotazioni etimologiche, riferimenti storici generali. La parte più caratterizzante del volume è dedicata alla ricostruzione delle vicende che si svolsero durante i venti mesi della lotta partigiana. Il quadro dell’offerta formativa e divulgativa sui luoghi della memoria in Valsesia ha il suo fulcro nella sede dell’Istituto, che svolge, tra le altre funzioni, quella di centro-rete del progetto, mettendo a disposizione degli studiosi le sue strutture per realizzare lezioni, visite guidate, laboratori, conferenze. Il patrimonio bibliografico ha una consistenza di circa ventimila volumi ed opuscoli, con catalogo informatizzato ed accessibile tramite Librinlinea, strumento del polo piemontese del Servizio bibliotecario nazionale. L’Istituto possiede inoltre un’emeroteca in cui sono conservate raccolte di circa novecento periodici, tra cui le principali riviste italiane di storia contemporanea e i giornali locali, ed un archivio nato con il deposito del fondo Moscatelli e arricchitosi di numerosi altri fondi e di documentazione in copia proveniente da archivi pubblici e privati, relativi alla storia contemporanea del Vercellese, del Biellese e della Valsesia, in particolare a fascismo, antifascismo, Resistenza, partiti politici, emigrazione. Negli ultimi anni si sono intensificate le offerte di visite guidate sui luoghi della memoria e sui sentieri della libertà rivolte al mondo scolastico e associazionistico. Caratteristica tipica di tali iniziative è l’abbinamento della valenza storico-resistenziale, che costituisce il riferimento iniziale, e di aspetti della cultura spirituale e materiale, dell’ambiente, dell’economia e delle tradizioni locali, con gli obiettivi di far conoscere la storia della guerra di liberazione, con particolare riferimento agli episodi che coinvolsero la popolazione e il territorio locale, di promuovere l’attenzione al territorio e alla cultura locale nelle sue caratteristiche storiche, economiche, ambientali e nelle sue tradizioni e la riflessione sulla storia attraverso esperienze dirette sui luoghi dove si svolsero episodi significativi; obiettivo accessorio, ma non marginale, è quello di dialogare con le altre realtà regionali, sviluppando rapporti di collaborazione e relazioni di scambio. Il secondo nucleo di interventi del progetto ha riguardato il comune di Postua, situato in Valsessera, nel Biellese orientale, in cui nell’autunno 1943 fu fondato, all’alpe Piana di Roncole, il distaccamento Pisacane, guidato da Francesco Moranino, il popolare comandante “Gemisto”. Nel gennaio del 1944 Postua visse la prima esperienza di governo partigiano: approfittando di un momentaneo ritiro dal territorio di tedeschi e fascisti, i partigiani guidati da Gemisto occuparono Villa Graziana, sede municipale, e per più di 51 libro montalenti.indd 51 20/03/14 09.43 due settimane esercitarono il controllo sul piccolo centro; il ritorno dei nemici causò morti, arresti e deportazioni in Germania anche di civili. Il distaccamento si trasformò in battaglione e brigata, dopo le traversie dell’inverno che i partigiani trascorsero nei rifugi delle vallette circostanti, assumendo la denominazione di 50a brigata “Edis Valle”; nell’autunno del 1944, in seguito alla crescita del numero degli arruolati tra le file partigiane, dalla 50a brigata germogliarono la 109a e la 110a, che furono comprese nella XII divisione intitolata a Piero Pajetta “Nedo”. Il legame tra la divisione e Postua rimase sempre vivo, anche dopo la fase della pianurizzazione della lotta. Il centro rete è ospitato all’interno di un edificio costruito dalla famiglia Cagna al centro di Postua, passato successivamente in proprietà alle suore Maddalene, che il 16 maggio 1939 vi aprirono l’Istituto casa Betania, operativo dapprima come collegio per l’infanzia abbandonata, poi, dal 1968, come scuola materna a servizio della popolazione locale, fino al 1994, quando la struttura fu chiusa e le religiose si trasferirono alla casa madre di Vercelli. Il complesso fu quindi acquistato dall’amministrazione comunale di Postua. Durante il periodo resistenziale il collegio delle suore Maddalene ospitò partigiani feriti cui venivano prestate le cure essenziali dalle religiose, che svolgevano servizi di tipo infermieristico per tutto il paese, e famiglie di partigiani ricercati dai nazifascisti: delle diverse incursioni operate da reparti fascisti e tedeschi c’è memoria in un diario tenuto dalle suore. Nei pressi della Casa Betania, il 2 marzo 1945, furono fucilati i partigiani Carlo Bartolini “Fosco” e Gino Morandi “Pellico”: una lapide sul muro perimetrale del complesso ricorda il triste episodio. Nell’ambito del centro polivalente si trova un’aula multimediale attrezzata con i finanziamenti del progetto ed è ospitata una mostra permanente dedicata alla XII divisione Garibaldi “Nedo”. Il centro rete, in collaborazione con il Comune, l’Anpi Valsessera e l’Istituto organizza a scopo turistico-didattico visite guidate alla mostra ed escursioni sul territorio lungo i sentieri della valle di Postua. Ogni anno, l’ultima domenica di giugno, viene organizzata una passeggiata storico-ecologica che raggiunge la località Morcei, teatro di un eccidio perpetrato nella primavera del 1944, durante un rastrellamento nazifascista, ai danni di civili e partigiani. Oltre alla saletta multimediale ed ai locali espositivi, il centro rete si avvale, come punto di appoggio per le visite, di una baita sita all’Alpe Cravoso, di proprietà dell’Anpi Valsessera, ristrutturata con i fondi del progetto e inaugurata nel 2006, in cui sono esposti oggetti tipici della vita quotidiana del periodo della guerra. Risale alla fine degli anni Ottanta l’idea di realizzare a Postua un museo all’aperto che, attraverso la rievocazione degli episodi del periodo della Resistenza, conservasse e trasmettesse la memoria di quanto accaduto, unendo al valore evocativo dei luoghi simbolici della guerra partigiana le valenze storico-architettoniche ed ambientali del territorio. Nonostante il degrado della rete sentieristica, negli ultimi anni sono stati recuperati e utilizzati come luoghi di soggiorno molti dei casolari che un tempo servivano a pastori, boscaioli e carbonai per le loro attività. I percorsi all’interno della valle dello Strona possono offrire al visitatore squarci panoramici sulle principali vette dell’arco 52 libro montalenti.indd 52 20/03/14 09.43 alpino e sulla pianura, suggestioni di un ambiente a tratti molto selvaggio. L’offerta didattica rivolta alle scuole comprende l’attività preparatoria che avviene tramite lezioni introduttive e fornitura di materiali (antologia di testi con esercizi, videointerviste, documentario sulla Resistenza a Postua); la visita guidata alla mostra L’alba che segnò d’iride i biancospini. Storia, luoghi e immagini della XII divisione “Nedo” presso i locali del centrorete; l’escursione a Morcei. L’esperienza acquisita con l’attività didattica sui luoghi della memoria costituisce oggi un importante patrimonio nell’offerta culturale complessiva dell’Istituto, anche perché ha consentito di raggiungere obiettivi come un maggior radicamento sul territorio, una più ampia divulgazione di conoscenze sulla storia resistenziale nelle sue valenze di continuità e rottura rispetto alla tradizione storica, una collaborazione più proficua con altre associazioni che si occupano di ambiente e storia locale. Proseguire in questa direzione appare, oltre che un’opportunità, un dovere. * Direttore “Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia”. 53 libro montalenti.indd 53 20/03/14 09.43 L'ex campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo prima e dopo i lavori di ristrutturazione per fare posto alla Scuola Media e alla struttura sanitaria. 54 libro montalenti.indd 54 20/03/14 09.43 Seconda giornata del Convegno Cuneo, Palazzo Comunale 25 maggio 2013 Intervento di apertura Ezio Montalenti* L’ANPI si è posta un obbiettivo o forse un’aspirazione, ossia rendere prioritaria “la memoria del nostro passato” nell’insegnamento ad ogni generazione, ai giovani e meno giovani ed ai cittadini, che non hanno conosciuto quello che è stato e ha rappresentato in particolare il biennio storico 1943-45 per noi testimoni e per la storia. Per questo abbiamo indetto un convegno nelle due città storiche della resistenza, Borgo San Dalmazzo e Cuneo, con l’intento di avviare il dialogo tra diversi soggetti (studiosi del settore a livello accademico, culturale e storico) per capire ed impostare le strategie per la conservazione della memoria che diventa ogni giorno più fragile, mancando i diretti protagonisti e testimoni del passato. Sandro Pertini aveva un detto: “ricordiamoci che la memoria è fondamentale, senza di essa non si può insegnare e trasmettere il passato per affrontare il futuro”. Aveva ragione; quindi è nostro intendimento coniugare “storia e attualità” , connettere “memoria e ricordo”, al fine di valorizzare quel periodo storico che fa parte della nostra vita. Nella prima giornata dei lavori a Borgo San Dalmazzo, i relatori hanno evidenziato diversi aspetti che si sono verificati nel loro territorio, portando conoscenze ed innovazioni e rendendo gli interventi costruttivi nella piena responsabilità della cultura e della storia con espressioni delle tematiche comprensibili a tutti. In questa seconda giornata a Cuneo, i contenuti dei lavori sono più pratici, affrontando la tematica “architettura e resistenza”; ossia il nesso tra l’espressione delle idee e la creatività architettonica, oltre alla storia dell’architettura resistenziale e alla disciplina del restauro. Anche se manca il personaggio chiave della discussione, e cioè l’on. Spini, si dibatterà la questione legislativa, in particolare in merito allo stato della tutela dei luoghi della memoria nella legislazione italiana e alla valutazione sulla necessità di promuovere un percorso della conoscenza integrato con la tutela e la conservazione dei siti rimasti, in sinergia con la comunicazione sulla didattica nella scuola. La legislazione sulla tutela e la conservazione dei siti della memoria costituisce un aspetto di grande importanza che non può essere sottovalutato, anche se nella nostra regione esistono già norme statutarie e due leggi appropriate in materia; con tutto ciò è nostro compito dare spunto all’iniziativa di riproposta di un disegno di legge in sede parlamentare. * Coordinatore regionale ANPI Piemonte e Vice Presidente vicario ANPI provinciale di Torino. 55 libro montalenti.indd 55 20/03/14 09.43 Architettura e Resistenza: Aspetti di metodo e ricerca aperti Considerazioni sulla fragilità della memoria dei luoghi Elena Pirazzoli* Io provengo da Bologna e non conosco il territorio piemontese in modo specifico. Per me è un’occasione di raccogliere storie simili e diverse rispetto alla mia conoscenza. Nella mia zona, il territorio emiliano, ho partecipato un giorno prima rispetto a questa iniziativa ad un convegno molto simile a questo. Mi ha stupito molto questa concomitanza di studi sul problema della conservazione del campo di concentramento di Fossoli e degli altri siti di memoria. L’ex campo recentemente ha subito gravi danni a causa di un terremoto ed è oggetto di riflessione da parte delle discipline dell’architettura, dal restauro al progetto, su come agire per mantenere memoria materiale delle baracche; non solo, anche le stratificazioni sono un tassello centrale su cui riflettere per ricostruire il complesso mosaico di questa memoria. Infatti la storia di Fossoli non si ferma al 1945; dopo la Liberazione questo sito diventa un’occasione di rinascita e anche la materialità del campo subisce delle forte trasformazioni, a cominciare proprio dalle baracche. Fossoli è stato ritrasformato per ospitare l’opera di Nomadelfia, di Don Zeno Saltini, per accogliere orfani di guerra. Oggi visitando l’ex campo si possono vedere le stratificazioni del sito, con tracce di indaco sulle pareti delle baracche, ad esempio. A Marzabotto sono state uccise 800 persone e nessuno è più tornato a vivere lì. Tornando oggi in questi luoghi la vegetazione ha preso il sopravvento; anche questo è un segno debole da leggere nel sito di memoria. Attualmente le discipline del progetto e del restauro hanno davanti una questione di ampia portata: come avvicinarsi e affrontare il problema della stratificazione dei luoghi e quale storia raccontare? Si può scegliere di compiere un’operazione filologica e analizzare in modo semplificato un unico livello della storia, ma forse è più interessante analizzare la storia d’Italia che passa attraverso questi luoghi e cercare di farlo col maggiore senso del rispetto possibile. * Dottore di ricerca sui Luoghi della memoria e autrice del testo: A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie del Muro di Berlino, Diabasis, Reggio Emilia 2010. 56 libro montalenti.indd 56 20/03/14 09.43 Memoria fragile. Testimonianze di architettura e paesaggio tra materiale e immateriale Guido Montanari Da architetto e docente di storia dell’architettura al Politecnico di Torino, vorrei riflettere sul tema della memoria cercando di evitare il rischio dell’abitudine e della commozione superficiale, per assegnare al tema una valenza molto concreta. Memoria fragile, è il titolo che avevo scelto per una “lezione aperta” tenuta presso il Castello del Valentino a Torino in occasione della “Giornata della memoria” del 27 gennaio 2010, con la collaborazione del teatro Tangram. Il titolo è stato poi ripreso nella ricerca di dottorato di Maria Vittoria Giacomini e vuole sottolineare la difficoltà insita nello studio e nella conservazione dei documenti della storia che si collocano sul crinale incerto tra materiale ed immateriale, tra tangibile e intangibile. Si tratta degli oggetti e dei luoghi muti testimoni della guerra, della resistenza, della deportazione, della prigionia, della lotta e della sofferenza, lasciati dalle grandi tragedie del Novecento, “l’epoca più violenta della storia dell’umanità”, secondo Eric Hobsbawm (Il secolo breve, 1994). Questi resti, nonostante provengano da un tempo ancora vicino a noi, sono costituiti da documenti materiali estremamente fragili. Non solo, ma il loro ricordare vicende atroci e oltraggiose fa si che secondo alcuni sarebbe meglio abbandonarli all’oblio, ad una pudica cancellazione, per non parlare di chi vorrebbe, sulla base di un intollerabile revisionismo, negare addirittura i fatti stessi della storia. Noi non possiamo essere d’accordo. Tutti sappiamo che la storia inizia con la scrittura, cioè con la possibilità di tramandare ai posteri la riflessione teorica e la dimensione esperienziale sviluppate dall’uomo nel corso del tempo. Tuttavia lo storico ricostruisce la sua interpretazione non soltanto attraverso i testi scritti, ma anche attraverso i mille documenti materiali che provengono dal passato. In un certo senso, come ci ha insegnato Fernand Braudel, lo storico “inventa” le sue fonti per costruire il suo racconto. Tuttavia se le testimonianze del passato fossero tutte cancellate potrebbe ancora esistere una storia? Un presente immanente, senza storia, non è forse alla base dell’incubo orwelliano? E non è forse uno dei rischi a cui è esposta la nostra società contemporanea dell’effimero, dell’immediato, del precario? Il processo di costruzione della civiltà si caratterizza invece per la volontà di preservare i documenti del passato, di dare vita a biblioteche e archivi, di ricordare fatti e personaggi istituendo i monumenti (dal lat. monere: ammonire, ma anche ricordo, testimonianza). La moderna consapevolezza della necessità di tutelare il patrimonio storico artistico è diffusa in ogni società democratica e si estende dalle architetture, alle tecniche, agli oggetti, alle culture e non si limita all’istituzione di musei e alla tutela dei capolavori, ma piuttosto individua nella riconoscibilità della stratificazione storica dei territori e dei manufatti il concetto di paesaggio e di bene culturale. 57 libro montalenti.indd 57 20/03/14 09.43 La nostra Costituzione, tra i principi fondamentali, all’art. 9, recita “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. La consapevolezza dell’importanza della conservazione dei beni culturali e ambientali è sancita a livello internazionale dalla Convenzione sul patrimonio mondiale del 1972 e sono sempre più numerosi gli inserimenti nelle liste del “patrimonio dell’umanità” dell’UNESCO di siti naturali e antropizzati, di cui si propone la conservazione e la valorizzazione. La successiva Convenzione internazionale sui beni immateriali (2003, ratificata dall’Italia nel 2007), integra la tutela delle fonti come strumento per costruire e diffondere la storia delle comunità e della loro memoria. Entrambe sono riferimenti indispensabili per rendere viva la definizione di paesaggio come interrelazione di natura e di cultura “come percepita dalle popolazioni” (Convenzione europea del paesaggio, 2000, ratificata dall’Italia nel 2006). Dunque attraverso il riconoscimento dell’importanza delle testimonianze materiali e immateriali del passato si pone la riflessione e l’azione concreta sui temi della memoria come imperativo democratico sempre più attuale in un momento storico come il presente nel quale si moltiplicano i segnali preoccupanti di un oblio collettivo, oppure i tentativi di appropriarsi della storia da parte di alcuni per darne una lettura di parte. Intorno ai temi della Shoah è noto il tentativo di alcuni pretesi “storici” di negare lo sterminio di massa oppure di chiedere ulteriori “prove” dello stesso. Analogamente è diffuso e pervasivo il tentativo di minimizzare o di cancellare le testimonianze degli eccidi del Novecento: si pensi alla difficoltà nel ricordare le persecuzioni dei popoli armeno, curdo, tibetano, palestinese, rom, oppure nel documentare fatti come la strage di piazza Tien an Men, la “pulizia etnica” nella ex Jugoslavia, o ancora, le tante “guerre dimenticate” nel continente africano e altrove. Sappiamo che la storia è scritta dai vincitori, ma pensiamo che sia compito di una società democratica garantire che la storia sia continuamente verificata dando voce anche ai vinti, agli emarginati, alle minoranze. Per fare questo si deve garantire la conservazione delle fonti documentarie e materiali attraverso l’apertura degli archivi di governi, tribunali, polizie, e attraverso la conservazione dei luoghi e dei materiali, anche i più fragili. Non è semplice: si pensi all’intonaco di un muro scalfito dalle unghie dei prigionieri o bucato dalle pallottole delle fucilazioni o dagli spezzoni dei bombardamenti. Si pensi alle baracche in legno e alle recinzioni in filo spinato dei campi di concentramento, alle baite, ai sentieri, alle pietre delle nostre montagne, teatro della resistenza antifascista e dell’eccidio di centinaia di civili e di partigiani o, ancora, ai luoghi del lavoro, come la cancellata in ferro ormai arrugginito della miniera di Marcinelle, in Belgio, dove sono bruciati vivi 262 lavoratori migranti. Si tratta di testimonianze il cui valore simbolico e di memoria è straordinario, ma la cui essenza materiale è estremamente fragile e la cui conoscenza è talvolta effimera. Da qui il problema della loro conservazione e della loro documentazione duratura ed 58 libro montalenti.indd 58 20/03/14 09.43 inconfutabile. Problema che attiene all’ampio dibattito disciplinare e alle tecniche del restauro, come ci spiegherà la professoressa Carla Bartolozzi, ma che impone anche una più ampia riflessione teorica quando si riferisce a testimonianze che ben poco hanno dell’appeal estetico proprio dei beni storico-artistici, di riconosciuto valore. Recentemente ha destato scalpore il furto di quell’atroce scritta in ferro battuto Arbeit macht frei che per tanti uomini, donne e bambini ha significato l’ingresso all’inferno di Auschvitz. Al di là della pericolosità politica di un gesto che ha le sue radici in un qualche rigurgito neonazista, siamo stati colpiti dalla violazione di quello che per noi è un luogo sacro della memoria ed è tale e può continuare ad esserlo proprio perché esiste nella sua tragica materialità, nella sua oscena provocazione, nella sua profana essenza di mattoni e di legno, di montagne di capelli, di scarpe, di occhiali rotti, di valige abbandonate, sfondo concreto delle strazianti immagini delle cataste di cadaveri. L’impegno per il restauro dei campi di concentramento e degli oggetti dei deportati deve continuare e deve estendersi ai tanti luoghi della sopraffazione e della violenza nel mondo (si pensi all’arcipelago concentrazionario staliniano, ai campi di Pol Pot, ai centri di detenzione e di tortura in Sud America…). L’indagine e la tutela devono permettere di conservare la memoria della sofferenza delle vittime. Memoria sempre più a rischio se pensiamo che i testimoni viventi dell’orrore stanno man mano scomparendo: restano i loro scritti, le interviste, i resoconti orali, le immagini e i filmati, ma quanti sono quelli che non hanno voluto o potuto ricordare e raccontare? Noi dobbiamo assumere l’impegno della conservazione delle tracce materiali del loro calvario rifiutando quel sentimento di colpa e di vergogna che spesso attanaglia i superstiti dei campi e i testimoni delle atrocità: colpa nei confronti dei compagni che non sono tornati e vergogna per le umiliazioni subite e per gli atti cui sono stati costretti, come ci racconta Primo Levi. E’ necessario evitare questa inconscia “complicità” con gli aguzzini e respingere il rischio della assuefazione alla “banalità del male” (Hanna Arendt, 1963). Affermare la scelta della conservazione non è astratto o retorico, è invece molto concreto: si tratta di avviare studi sulle testimonianze, sviluppare tecniche di catalogazione e di documentazione, approfondire esperienze di restauro. Si devono coinvolgere le popolazioni locali e i giovani attraverso percorsi di conoscenza e visite guidate. Si possono studiare metodi di individuazione e di segnalazione dei luoghi, tutelare ambienti e manufatti, anche minori. Soltanto in questo modo il genius loci e la memoria, possono continuare ad essere elementi costitutivi della città (Aldo Rossi, 1966) e del paesaggio, guida per un progetto di trasformazione del territorio nel segno della civiltà. Tra le architetture più significative del secondo dopoguerra in Italia si possono ricordare il monumento alle Fosse Ardeatine di Roma e quello ai Caduti dei campi di concentramento di Milano. E proprio dedicati alla memoria della Shoah si trovano alcune 59 libro montalenti.indd 59 20/03/14 09.43 delle architetture più interessanti della contemporaneità: dal Museo ebraico a Berlino di Daniel Libeskind (2001) al Museo dell’olocausto di Gerusalemme di Moshe Safdie (2005). Tuttavia sia l’architettura di eccezione, sia il monumento anche più sensibile non potranno mai sostituire le sensazioni che provocano i luoghi e gli oggetti originali che, se opportunamente individuati e illustrati, costituiscono nella loro essenza materica un monito indiscutibile. Purtroppo se guardiamo anche soltanto ad alcuni casi che ci sono vicini, ci accorgiamo di quanta strada ci sia ancora da fare per rendere praticabile questa scelta. Penso alla difficoltà a conservare i segni nei territori rurali e montani, come nel caso della pressoché totale cancellazione dei segni della distruzione di Boves, o agli interventi ancora insufficienti di messa in sicurezza della cascina della Benedicta, oppure al caso positivo, ma certo da sviluppare e approfondire, del recupero del villaggio di Paralup, e ai tanti altri luoghi e manufatti che meritano di essere riconosciuti e conservati, nell’ambito di una condivisa idea di paesaggio. Stimolare la conoscenza e la conservazione di questi resti fragili per costruire una diffusa consapevolezza è l’obiettivo di questa riflessione. Si tratta di proporre una conservazione critica, anche operando le necessarie selezioni e affrontando il difficile tema della sostenibilità finanziaria e sociale degli interventi, che permetta di restituire ai termini testimonianza, monumento e memoria i loro significati originali e la loro messa in pratica concreta. E allora pensare alla individuazione e alla tutela dei luoghi, delle pietre, degli intonaci, degli oggetti, testimoni dell’ingiustizia e della violenza, non sarà operazione retorica o ideologica, ma dovere morale e civile, impegno preciso che dobbiamo assumere nei confronti delle vittime e di chi verrà dopo di noi. 60 libro montalenti.indd 60 20/03/14 09.43 La memoria fragile declinata attraverso alcuni monumenti della Resistenza italiani Carla Bartolozzi* Sono stata invitata a questo convegno dal punto di vista della disciplina del Restauro, essendomi confrontata sul tema in un paio di occasioni in cui era stata coinvolta sull’argomento Maria Vittoria Giacomini. La prima volta in occasione di un progetto dell’Istoreto, in cui sono stati sensibilizzati al tema gli studenti di architettura, e poi una seconda volta in cui Giacomini si è documentata sull’argomento in occasione della tesi di dottorato, con il prof. Guido Montanari; in questa circostanza come tutors della sua tesi di dottorato. Io non sono esperta sui temi della Resistenza, ma sulle questioni della conservazione e del restauro e sull’intreccio di queste competenze. Nell’ambito di questa sezione dal titolo “Aspetti di metodo e di ricerca aperti” presento tre esempi emblematici, fuori dalla realtà piemontese, ma sui cui è puntata l’attenzione quantomeno nazionale. Al temine del mio contributo, illustrerò un progetto che ho condotto con gli studenti di architettura; si tratta di un esito a cui tengo particolarmente, poiché, come è stato ricordato precedentemente dal prof. Montanari, è necessario scendere da piani molto paludati, a volte anche impregnati di retorica, per fare in concreto azioni di sensibilizzazione molto dirette su coloro che poi potranno essere i soggetti che attueranno veramente la conservazione di queste memorie. Infatti per portare avanti questo concetto di conservazione, di tramandare alle generazioni future la storia ed i segni materiali della Resistenza, tutto ciò passa attraverso la formazione di nuove generazioni che vanno sensibilizzate e formate, avendo acquisito gli strumenti tecnici, professionali e culturali idonei per operare su quel piano. Non ci deve essere scollamento tra un’idea da perseguire e la capacità professionale idonea per attuarla. Giacomini ha lavorato su un tema molto ampio, analizzando una serie di categorie di beni. Uno dei primi punti di riflessione è la sezione dei “monumenti restaurati”; si tratta di monumenti simbolo, opere d’arte nate per ricordare la Resistenza e memoriali per ricordare i luoghi teatro degli eventi, con la formazione di veri e propri paesaggi della Resistenza. Sono oggetti in uno stato di conservazione d’arte che hanno richiesto un restauro e quindi sorgono spontanee delle domande: Qual è il restauro idoneo per questi monumenti della Resistenza? Dobbiamo applicare una regola generica oppure si tratta di una categoria di beni che ci pone una sottile riflessione sul tema della fragilità? Ora approfondirò due esempi noti, come accennato precedentemente. Il primo caso è il monumento dei BBPR ai deportati nel cimitero monumentale di Milano (1945-1955), mentre il secondo è il monumento alle vittime del fascismo a Carrara (1980). Il monumento dei BBPR a Milano ha subito diverse trasformazioni, fin dal 1958. Per chi 61 libro montalenti.indd 61 20/03/14 09.43 si occupa di restauro è di grande interesse analizzare le modalità di trasformazione del monumento. La prima versione del monumento probabilmente era più evocativa. Forse questo pretendere di “mettere a posto” il monumento, sostituendo i materiali originali con altri materiali più duraturi ha modificato la poesia della prima realizzazione dell’opera. Dalle fotografie d’epoca (1950) si possono osservare le lapidi inserite spontaneamente dai parenti delle vittime. Queste lapidi vengono successivamente sostituite da altre lapidi organizzate spazialmente in maniera più organica (1955), attraverso il controllo del progetto. Si torna così ad una realizzazione molto più razionale, ma anche, dal punto di vista emotivo, forse è un’opera che ha perso qualcosa. Ecco allora che emerge il tema della fragilità della memoria e su questa linea mi sembra opportuno introdurre un’altra categoria: la dignità delle forme di memoria che nascono spontaneamente. A mio giudizio è stata una perdita avere tolto i segni lasciati dai parenti delle vittime, che erano evocativi e in grado di trasmettere una suggestione emotiva forte, senza andare ad intaccare il senso del monumento, manifestando fisicamente quanto fosse vivo il ricordo nella mente e nel pensiero delle persone coinvolte; questo è un esempio di perdita di stratificazioni del monumento. Il monumento delle vittime a Carrara è un esempio di monumento danneggiato da un altro attentato, con la conservazione della memoria dell’atto vandalico. I due casi presentati sono estremi opposti; nel primo caso, quello di Milano, si persegue la volontà della cura estrema nell’aggiornamento del monumento, mentre in questo secondo caso di Carrara si attua la volontà opposta, di conservare ogni segno, evidenziando quanto l’opera crei conflitto e dissenso, e quanto questi ultimi siano parte del patrimonio di memoria che ci trasmette questa realizzazione. Nel caso del monumento a Carrara ritengo che ci sia un valore aggiunto: qui veramente c’è la consapevolezza della sedimentazione storica, che rende vivo il monumento. Mi chiedo, come restauratore, se non dobbiamo essere tutti più cauti nel promuovere interventi di restauro, perché a volte l’intervento di restauro stesso, pur nella sua intenzione positiva di conservazione, se non è assolutamente necessario, rischia di cancellare segni e contribuisce a far perdere le espressioni del legame di questo bene con la comunità; e si badi bene, non si tratta solo di matericità ma anche del significato immateriale, portatore di valori. Ritengo che in alcuni casi l’eccesso di zelo del restauro possa essere dannoso. Un altro caso molto controverso è il Padiglione italiano ad Auschwitz, dello studio BBPR, con la mano di personalità della cultura italiana come Primo Levi, Nelo Risi, Mario (Pupino) Samonà e Luigi Nono. Si tratta di un’opera, nata e pensata dall’ANED, che vede poi la sua realizzazione nel 1980. Quindi, a differenza di altre opere create in un lasso di tempo breve rispetto ai fatti della deportazione e della Resistenza, questo monumento è filtrato in un periodo storico di grandi trasformazioni politiche e in cui si perde già il filo diretto con le vicende 62 libro montalenti.indd 62 20/03/14 09.43 della Seconda guerra mondiale. L’opera, infatti, esprime i temi della guerra secondo un linguaggio prevalentemente astratto. La polemica inizia quando presso l’ex campo di concentramento di Auschwitz nasce un piano di musealizzazione un po’ spinto, cioè con una connotazione fortemente didattica, illustrando e spiegando, facendo ben comprendere ai visitatori quella che è stata la storia di ogni singolo padiglione. Si comincia a parlare di una difficoltà di comunicazione di quest’opera, di espressione di quello che è il percorso didattico di ciascun padiglione pensato dal Museo di Auschwitz. Ci sono una serie di pareri pubblicati, stralci di interviste, come ad esempio l’articolo dello storico Giovanni De Luna apparso su “La Stampa” nel 20081. De Luna sostiene fortemente che sia il caso di ripensare un allestimento per quel padiglione. Lo giudica un grande affresco della storia italiana della Seconda guerra mondiale, ma “impolverata” e “influenzata” dalle correnti politiche che ne determinarono la realizzazione. A mio parere si tratta di una affermazione molto forte. L’ANED aveva difeso strenuamente il lavoro di Samonà e di tutto il gruppo, sostenendo che l’opera d’arte parla un linguaggio universale e sempre comprensibile e quindi rifacendosi in modo deciso al vero significato di quest’opera. Gli avvenimenti sono ulteriormente proseguiti e nel 2012, nell’ambiente più avanzato e autorevole rispetto ai temi della conservazione che è l’ambiente milanese, intorno all’Accademia delle Belle Arti di Brera e alla rivista “ΑΝAΓΚΗ”, cenacolo di conservatori radicali, ad oltranza, si crea un dibattito e una mostra sul tema del padiglione italiano2. C’è stato l’apporto di un dottorato3, anche in questo caso. Livelli alti di studio e di approfondimento, di comunicazione per cercare consenso sull’operazione di conservazione del padiglione italiano. L’ultima posizione che vi riporto risale all’aprile del 2013; si tratta dell’intervista che Marcello Pezzetti ha rilasciato a “Il Fatto quotidiano”4, tacciando l’opera di essere portatrice di un messaggio sbagliato. Quindi su un argomento come questo, su quella che fino a qualche anno fa era considerata un’opera indiscutibilmente riconosciuta, oggi voci anche molto autorevoli muovono opinioni di segno opposto. E’ una materia molto difficile da dibattere5. Come docente di restauro e come convinta assertrice della nostra missione di raggiungere la conservazione dei beni e di tramandarli alle generazioni future, sono contraria allo smembramento di quell’opera d’arte, che ha senso in sé, e solo se è ancorata al luogo in cui è stata costruita ed allestita e che già centinaia di migliaia di persone raccontano con un’esperienza diretta. Illustro infine un’attività da me effettuata come formatore di architetti, che si cimentano sul tema. Allievi architetti si cimentano sul concetto di memoria, un tema diverso dall’ordinario panorama dei casi aulici presentati a livello accademico. Si tratta della “Caserma Alessandro Lamarmora” a Torino, questa volta un argomento piemontese. Nel 2009 tutto un laboratorio di 60 studenti, divisi in gruppi di lavoro, dopo aver visto il luogo con il Prof. Luciano Boccalatte dell’Istoreto, ha potuto vedere di persona memorie 63 libro montalenti.indd 63 20/03/14 09.43 molto fragili. La caserma è un edificio imponente nel cuore della Torino residenziale, proprietà del Demanio militare. E’ in atto una trattativa complessa di cessione al Comune di Torino, che pensa di metterla a reddito. Quel gruppo di studenti ha colto la sfida di fare un’esperienza attuale di progetto su quello che noi chiamiamo il tema del “muro della memoria”. Questo sito è uno spazio piuttosto angusto, con acciottolato raccolto con fili d’erba incolta. In questo luogo si ricordano ogni anno le vittime che lì furono fucilate. L’oggetto della memoria è il muro. La sfida è stata quella di capire come si fa a conservare il muro ed integrarlo all’interno di un percorso di memoria. Gli studenti all’inizio ragionavano per compartimenti stagni: da una parte proponevano una conservazione molto attenta e partecipe del luogo, ma al piano superiore del complesso avevano pensato ad uno spazio da adibire a residenze per studenti. Non avevano ancora compreso bene che la conservazione di “quel” luogo e di “quella” memoria dovevano poi calarsi in una fascia di rispetto dal muro, comprendendo il percorso. Il metodo del laboratorio di restauro è stato condotto partendo da un inquadramento territoriale, con un percorso di avvicinamento, per capire le relazioni e il contesto in cui si andava a progettare. L’inquadramento dei luoghi della deportazione a Torino è un progetto già compiuto dall’Istoreto. Quindi il tema rientra già in un percorso avviato dei luoghi della memoria torinesi. La capacità di riconnettersi alle reti esistenti, per chi si occupa di ideare un progetto, è un requisito essenziale. Attraverso gli elaborati grafici ciascun gruppo ha ricostruito il complesso dello stato di fatto della caserma. Ho insegnato ai miei studenti a lavorare con una mappatura tale e quale al metodo che utilizzerei per mappare un salone aulico, cioè l’attenzione a quei materiali, a quei segni era la stessa di quel bene che andava compreso nella sua fragilità. Se qualche tecnico pensasse di andare lì e dare una intonacatura a quel muro delle fucilazioni per ripulirlo, avremmo perso per sempre “quella” memoria di “quel” bene. Il bene non è pregiato, si tratta di un muro qualunque, con materiali ordinari, tecniche costruttive che si ritrovano moltiplicate innumerevoli volte. Ma noi abbiamo lavorato lì come se fosse un restauro di tipo archeologico. L’approccio che abbiamo cercato di trasmettere ai nostri studenti è stato questo. Negli elaborati si vedono le mappature con lo stato di fatto, sia gli interventi che prevedono la conservazione dei segni di sparo fissati, per non perdere ulteriormente materia. Ogni gruppo ha lavorato presentando lo stato di fatto della parte selezionata per l’esercitazione. Per i gruppi che si sono occupati del muro della memoria la proposta ha coinciso con la creazione di un Museo della memoria, con una destinazione mista della Caserma, con una porzione a vocazione museale, riproponendo il tragitto che percorrevano i condannati che passavano attraverso il piano interrato; uno spazio conservato con allestimenti leggeri, distaccati, che si sovrappongono all’esistente, illustrando e fornendo suggestioni fino ad uscire in questo luogo della memoria: il muro. Il percorso aveva la funzione di preparare il visitatore al sito della memoria vero e proprio. Si era pensato 64 libro montalenti.indd 64 20/03/14 09.43 anche ad un punto di sosta per poter vivere il luogo, rispettoso della memoria, ma anche “oltre”, con una vita all’interno, condotta da giovani studenti. * Architetto e docente di restauro architettonico al Politecnico di Torino. 1 Giovanni De Luna, Se questo è un Memorial, in “La Stampa”, 21 gennaio 2008. 2 L’Accademia di Brera – Scuola di Restauro e l’ISREC, hanno lanciato un laboratorio di studio (Auschwitz - Cantiere Blocco 21) e di lavoro sul memoriale, soprattutto con la finalità di farlo conoscere al pubblico e raccontarlo ai più giovani, ormai lontani dalla guerra. 3 Elisabetta Ruffini, Il Memorial di Auschwitz e il cantiere Blocco 21, Alinea, Firenze 2009. 4 Marcello Pezzetti, Il padiglione italiano ad Auschwitz? Figlio della cultura comunista in “Il Fatto quotidiano”, 22 aprile 2013. Link: http://www.mosaico-cem.it/articoli/marcello-pezzetti-il-padiglione-italiano-ad-auschwitzfiglio-della-cultura-comunista 5 Alessandro Ferrucci, Auschwitz, chiuso lo spazio assegnato all’Italia. Ora rischiamo di perderlo in “Il Fatto quotidiano”, 25 aprile 2013. Link. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/25/auschwitz-chiuso-spazioassegnato-allitalia-ora-rischiamo-di-perderlo/574785/ 65 libro montalenti.indd 65 20/03/14 09.43 La salvaguardia dei luoghi della memoria in pericolo Maria Vittoria Giacomini* Il tema dei luoghi della memoria è stato oggetto di mio interesse fin dal 2006, quando iniziai a collaborare con l’Isral1, con cui pubblicai il mio primo articolo sul tema2, con riferimento specifico al caso della cascina Benedicta. In occasione del progetto interreg “La memoria delle Alpi” ebbi modo di recarmi su numerosi siti di memoria dell’ambito territoriale alessandrino3 con i collaboratori dell’Isral e dell’Associazione Memoria della Benedicta4. In seguito arrivò l’occasione di proporre i miei studi già avviati5 e i successivi approfondimenti sui luoghi di memoria piemontesi all’interno della mia tesi di dottorato6, conclusasi nel giugno del 2012, con una estensione della ricerca in campo nazionale. Da questa ricerca scaturiscono alcuni riferimenti essenziali e successive riflessioni per condurre il filo rosso della memoria oltre la fase teorica e proiettando le conoscenze acquisite su casi studio e possibili applicazioni operative nel campo della conservazione e del restauro in ambito nazionale e con auspicabili proiezioni di connessioni in rete in campo europeo. Per prima cosa appare opportuno iniziare con alcune definizioni centrali come il concetto di memoria. La parola memoria deriva dal latino memoria ed è “la funzione psichica di riprodurre nella mente l’esperienza passata (immagini, sensazioni e nozioni), di riconoscerla come tale e di localizzarla nello spazio e nel tempo”7. Con questa prima definizione non può mancare l’estensione del concetto ai luoghi della memoria. I luoghi della memoria hanno in sé un valore simbolico che appare una diretta emanazione della loro dimensione materiale per il fatto di avere ospitato un certo evento storico. Questa considerazione si ricollega al concetto di aura8, teorizzato dal filosofo tedesco Walter Benjamin9. Nel Dizionario della memoria e del ricordo, a cura di Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, il luogo della memoria è il luogo materiale, simbolico e funzionale, in cui un gruppo riconosce se stesso come pure la propria storia10. Questi siti devono contenere un’eccedenza semantica, per potersi caricare di un significato più ampio, al di là dello spazio specifico. I luoghi della memoria, caratterizzati da una dimensione materiale, funzionale e simbolica, dal punto di vista fisico sono “resti” che acquistano un significato grazie ad un’interpretazione, e grazie a questo fatto, diventano occasione di ricordo a loro volta per chi vi giungerà. Parole come “campi di concentramento” e “Auschwitz” sono oggi al centro di ciò che nell’immaginario collettivo rappresenta il binomio male-memoria11. Il tentativo degli architetti di cimentarsi con questo tema così complesso e scomodo diventa un modo per impedire l’inevitabile oblio dovuto al passare del tempo. La materializzazione del dramma è un mezzo per trovare sollievo alla tragedia sia per i sopravvissuti che per i familiari di chi non c’è più. Questo tentativo di ricondurre alla realtà ciò che è passato ha 66 libro montalenti.indd 66 20/03/14 09.43 messo a dura prova il mondo dell’architettura, che ha condotto una serie di tentativi per rispondere a questa crescente domanda di senso. Le testimonianze fragili, quali documenti della storia che si collocano su un confine labile tra tangibile e intangibile sono oggetti, luoghi, muri, intonaci, mattoni, pietre, pavimenti che conservano in sé traccia della guerra, della Deportazione, della Resistenza, della prigionia, della lotta di Liberazione, della sofferenza lasciata dalle tragedie del Novecento12. Per esempio sono memorie fragili le incisioni dei prigionieri sull’intonaco di una cella in un carcere, oppure i muri delle condanne a morte, la conservazione del filo spinato o della terra battuta in un campo di concentramento13. La necessità di conservare documenti materiali fragili, come i campi di concentramento, è affermata in recenti testi di storia dell’architettura del Novecento, assumendo la descrizione di William Morris (1834-1896), definendo architettura: tutte le opere che concorrono a costruire il territorio e a lasciare segni dei processi dell’operare dell’uomo, secondo sedimentazioni complesse, riconoscibili attraverso quelle interrelazioni tra natura e cultura che costruiscono il paesaggio14. In particolare tra le testimonianze dei processi di antropizzazione, nelle loro espressioni solenni o minori, di progresso, di stagnazione o di imbarbarimento della vicenda umana, una delle architetture più emblematiche del Novecento, che nessun libro di storia tratta, dovrebbe essere il campo di concentramento. Diventa quindi cruciale individuare le stratificazioni storiche, i tessuti deboli e le trasformazioni di quel dato materiale. L’analisi dei casi ricostruita relativa ai luoghi della memoria consente di affermare che questi beni culturali possono essere letti in modo sistemico. Tale sistema di beni, una volta individuato, studiato e messo in rapporto con il milieu culturale specifico, dal livello provinciale, a quello regionale e nazionale, fino ad un quadro europeo, stabilendo le necessarie connessioni con la storia partigiana e della deportazione locale, potrà essere inserito in un quadro di tutela, per effettuare azioni operative e mirate di conservazione e di valorizzazione per la fruizione dei siti di memoria. I luoghi della memoria in Italia, letti come sistema di beni culturali15, portatori della storia della seconda guerra mondiale, hanno una forte valenza storica e non di rado una scarsa consistenza estetica. In effetti questa valenza storica è stata riconosciuta come preponderante già in un caso eccellente come il campo di sterminio di Auschwitz inserito nella Lista del Patrimonio dell’Umanità (dal 1979), nonostante la scarsa valenza estetica16. Il criterio in base a cui è avvenuto il riconoscimento dall’UNESCO è il sesto, ovvero la caratteristica del bene di essere direttamente associato ad avvenimenti legati a idee, credenze o opere artistiche e letterarie aventi un significato universale eccezionale (possibilmente in associazione ad altri punti)17. Appare quindi essenziale sistematizzare il tema dei luoghi della memoria per ricondurli a sistema di beni cultuali, con opportuni riferimenti a casi studio18, che esemplificherò a breve. Il titolo dell’intervento evidenzia che insito al tema della fragilità dei luoghi vi è il pericolo di perdere i beni stessi e quindi si evidenzia la necessità di effettuare azioni concrete nella direzione della loro salvaguardia. 67 libro montalenti.indd 67 20/03/14 09.43 In base agli studi effettuati sono state quindi definite categorie concettuali per meglio circoscrivere il tema di ricerca. La memoria infatti può essere tramandata in maniera “forte”, come nel caso dei memoriali, dei monumenti e dei musei o “debole”, come avviene per le tracce dei sentieri attraversati da eventi bellici o per i vari materiali di difficile conservazione, come nel caso dei campi di concentramento. Memoria forte: monumenti, memoriali, musei La parola monumento deriva etimologicamente dal latino monumentum che significa propriamente ricordo. Per monumento si intende una testimonianza concreta e durevole di esaltazione, ad onore o a ricordo di persone o di fatti, comunemente rappresentata da un’opera di scultura o di architettura19. Il monumento al Partigiano20 fu l’esito di un Concorso per l’erezione del monumento ai caduti per la Liberazione d’Italia, bandito dal Comune di Torino nel 194521. La partecipazione al concorso è l’occasione per la creazione di un sodalizio tra l’architetto Carlo Mollino e lo scultore Umberto Mastroianni. Il gruppo di lavoro Mollino-Mastroianni decise di creare un monumento figurativo, accessibile e comprensibile alla gente, in modo che quest’ultima potesse ricevere una suggestione diretta da un’opera non convenzionale. In sintesi gli elementi che compongono questa opera sono: il recinto a blocchi di pietra sbozzata, il cilindro di granito al suo interno e, sulla cima, la massa grigia e sgrossata di pietra di Verres con la stele levigata in marmo bianco di Carrara. I materiali utilizzati evidenziano una suggestione prodotta proprio grazie al loro contrasto. La collocazione della salma dell’eroe in alto, spesso isolata e sollevata dalla terra, per avvicinarla al cielo, ricorda gli elementi espressivi usati dai popoli primordiali. Il monumento fu inaugurato il 25 aprile del 1947, alla presenza del Presidente della Repubblica e del Sindaco di Torino Negarville, con larga eco sulle pagine dei quotidiani22e nel dibattito sviluppato dalla letteratura, soprattutto, di architettura nazionale23 ed internazionale24. Nel 2002, in occasione di un evento dedicato a Umberto Mastroianni il sito è stato ripulito dalla vegetazione considerata non originale rispetto alla filosofia di progetto, su indicazione del Comune di Torino. Grazie quindi ad un’occasione pubblica legata ad uno degli autori del monumento si è risvegliata nell’amministrazione pubblica la volontà di cura del sito, che è stato studiato e valutato rispetto ai cambiamenti che sono trascorsi nel tempo dalla sua creazione fino agli anni 2000, per restituire un ripristino imperniato principalmente sulla parte arborea. Tuttavia vi è il continuo rischio di perdere il senso del progetto del monumento, senza la manutenzione dell’area verde fedele a tale idea originale. Un altro caso interessante sui cui ragionare è Il monumento alla resistenza a Cuneo25, opera di Mastroianni, esito di una realtà di concorso non lineare. L’opera fu realizzata a seguito di un bando di Concorso nazionale26. Questa vicenda rappresenta un caso particolare, in quanto l’esito del Concorso non fu condiviso dalla popolazione e si decise di abbandonare la procedura concorsuale regolare per affidare un incarico diretto ad un artista che tra 68 libro montalenti.indd 68 20/03/14 09.43 l’altro era stato tra i partecipanti al secondo grado del bando. La storia del monumento alla Resistenza a Cuneo è stata complessa, come accennato, e non priva di colpi di scena. Infatti il concorso è stato vinto dal gruppo di lavoro formato dall’architetto Mario Manieri Elia e dallo scultore Aldo Calò. Tuttavia il progetto risultato vincitore non piaceva alla popolazione e nel 1964 il progetto del monumento fu, poi, incredibilmente offerto allo scultore inglese Henry Moore, che però declinò l’invito27. Nello stesso anno, il Comune di Cuneo, che si rese portavoce del malcontento, affidò la realizzazione del monumento alla Resistenza italiana allo scultore Umberto Mastroianni, che fu egli stesso partigiano. Lo scultore lavorò a questa scultura per cinque anni e la concluse nel 1969. Mastroianni ha reso il senso del tema in modo originale. L’opera è formata da settanta elementi, che creano l’effetto di una deflagrazione che lancia i brandelli di materia squarciata e strappata in ogni direzione. Si tratta di un’esplosione che mostra la doppia valenza della lotta; da una parte la volontà di sottomettere, dall’altra quella di redimere. La forza evocata da quest’opera è rivolta, tuttavia, al futuro, nella direzione della costruzione dell’umanità. La volontà civile non svanisce, semmai si trasforma28. Dai monumenti ragioniamo ora sul concetto di memoriale. Nella lingua italiana, tale parola, in termini architettonici è meglio definita con l’espressione memorial, che significa “sacrario”, ovvero “luogo dedicato a memorie sacre e venerate”29. Il memoriale in quanto inserito direttamente nello spazio della tragedia, pur essendo un’architettura progettata ad hoc è a rischio dal punto di vista della conservazione, in quanto direttamente in rapporto con il sito originario. Il memoriale alla deportazione alla Stazione di Borgo San Dalmazzo, realizzato dallo studio Quadra tra il 2006 e il 2008, è un’opera originale. Si tratta di un esempio positivo di connessione e dialogo tra l’architettura e le altre arti. Questo luogo consente di ricordare concretamente i nomi, le età, le provenienze e la sorte degli ebrei stranieri ed italiani deportati dalla stazione di Borgo. Il memoriale è costituito da un basamento in cemento armato. Sull’acciaio sono segnati 335 nomi. Mentre i nomi dei 20 sopravvissuti sono in piedi, composti con lettere sempre in acciaio. Invece nel caso di Porta Nuova di Torino restano deboli tracce della memoria. Resta la lapide posta dall’ANED per ricordare coloro che furono deportati da Torino verso i campi di raccolta e poi di concentramento europei. L’auspicio è che si crei un percorso della memoria, come al Binario 21, nella Stazione centrale di Milano. Quest’ultima è una testimonianza materiale estremamente preziosa. Infatti è l’unica stazione ferroviaria europea in cui i luoghi sono rimasti quelli originali del 1945. Da qui partirono numerosi convogli di ebrei con destinazione Auschwitz ed altri campi di concentramento europei, predisposti dal regime nazista. L’area in cui sta sorgendo il memoriale è situata al di sotto dei binari ferroviari ordinari; la zona era originariamente adibita a carico e scarico dei vagoni postali e aveva accesso diretto a Via Ferrante Aporti. L’iniziativa per la creazione di un memoriale, alla Stazione centrale di Milano è stata 69 libro montalenti.indd 69 20/03/14 09.43 promossa nel 2002 dalla Associazione Figli della Shoah30, dalla Comunità Ebraica di Milano, dalla Fondazione Centro Documentazione Ebraica Contemporanea, dall’Unione delle Comunità Ebraiche e dalla Comunità San Egidio, in sinergia con la Società Grandi Stazioni. Spesso i memoriali diventano musei. Il luogo stesso diventa portatore di un messaggio, attraverso la sua esistenza. I primi memoriali della seconda guerra mondiale e dello sterminio vennero progettati per sorgere negli stessi luoghi in cui si era consumata la tragedia31. Il luogo è vissuto come portatore di memoria diretta, soprattutto se con le sue tracce materiali riferisce dei fatti avvenuti. Lo spazio storico diventa un luogo di dolore per antonomasia, un sito eletto a simbolo di una frattura insanabile, che con le sue stesse rovine innesca una tragica narrazione materiale. Infine per quanto attiene i musei cito il caso virtuoso del Museo Diffuso della Resistenza di Torino, Centro rete del progetto La Memoria delle Alpi, inserito nel centro storico della Città, nei quartieri militari di impianto urbanistico juvarriano. In questo caso l’apporto dell’allestimento multimediale dello Studio Ennezerotre (N!O3) di Milano ha valorizzato in modo efficace il sito storico. Memoria fragile: campi di concentramento, luoghi e tracce della Resistenza Le testimonianze materiali della deportazione sono in primo luogo i campi di concentramento, ma anche i binari che li attraversano e le stazioni ferroviarie di partenza. La ricostruzione della partenza dei convogli dei deportati effettuata da Lilliana Picciotto Fargion32 per la deportazione degli ebrei33 per le deportazioni politiche e razziali consente oggi di disporre di una cronologia abbastanza completa delle partenze coatte dall’Italia. In Italia sono esistiti soprattutto campi di transito e di smistamento. I luoghi di raccolta principali furono i quattro campi di concentramento gestiti dalla polizia nazista: Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Fossoli (Modena), Bolzano e la ex risiera di San Sabba a Trieste34 Il campo di concentramento è caratterizzato dalla presenza di uno spazio deputato ad accogliere dei civili segregati attraverso una decisione amministrativa, sia civile che militare. Dunque, qualsiasi luogo che risponda a queste caratteristiche potrà essere considerato campo di concentramento, indipendentemente dalla tipologia delle sue strutture fisiche o dal fatto che sia ufficialmente denominato in modo differente. Il campo di concentramento si distingue dal campo di internamento per una specifica condizione: le persone sono rinchiuse nel campo con l’abuso e illegalmente. Il campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo (18 settembre 1943 - 15 febbraio 1944), è sorto in un’antica filanda chiamata Avena35, poi ex caserma degli alpini, intitolata ai “Principi di Piemonte”, di Borgo, ad otto chilometri da Cuneo. La ragione fondamentale per cui è importante tramandare la memoria di questo campo, attraverso la conservazione e la valorizzazione architettonica delle pur poche emergenze materiali che di esso ancora sono riconoscibili, è che questo sito rappresenta fisicamente nella sua fragilità un’efficace metafora della persecuzione antisemita quale si configurò nella maggior parte delle località italiane36. Oggi resta solo una piccola traccia materiale del Polizeihaftlager di Borgo San Dalmazzo. 70 libro montalenti.indd 70 20/03/14 09.43 Si tratta di due colonne originali in legno, con basamento quadrangolare in pietra e una porzione del soffitto, in corrispondenza dell’ingresso alla sala polifunzionale di proprietà della Città di Borgo San Dalmazzo. Un altro esempio di memoria fragile è il Il Sacrario del Martinetto a Torino, all’angolo tra Corso Svizzera e Corso Appio Claudio. Il piccolo poligono del Martinetto è tutto ciò che rimane di una più vasta costruzione che il Comune affidò alla Società del Tiro a Segno Nazionale dal 188337. Nel 1883 il Comune di Torino, nel contesto dei piani di sistemazione urbanistica di quell’area, acquistò l’intero impianto e si occupò di costruire un più ampio campo di tiro nella località del Martinetto (Martinet), affidandolo in uso alla Società. Dopo l’8 settembre 1943 fu scelto dalla RSI come luogo per l’esecuzione delle sentenze capitali. 59 persone tra partigiani e resistenti furono uccise al Martinetto. I condannati giungevano al poligono di tiro all’alba, sorvegliati da agenti di Pubblica sicurezza e soldati della Guardia Nazionale Repubblicana. L’attuale sistemazione del sito risale al 1967, quando fu mantenuto il solo recinto delle esecuzioni, circondato da giardino, e fu abbattuta gran parte della struttura originaria, per lasciare spazio a nuove palazzine residenziali. All’interno del sacrario un’estesa lapide a parete e un cippo ricordano i caduti e una teca contiene i resti carbonizzati di una delle sedie utilizzate per le fucilazioni; secondo la prassi, ogni sedia adoperata per le esecuzioni veniva poi regolarmente bruciata. Un altro luogo di memoria fragile da menzionare è l’attuale Palazzo San Carlo a Torino, ubicato in Piazza CLN. In passato fu sede dell’Istituto fascista per la Previdenza sociale, e successivamente Hotel Nazionale, su progetto dell’architetto Marcello Piacentini, con l’ingresso sotto i portici che si estendono lungo il perimetro della piazza, al numero civico 254 di Via Roma38. Il tenente era Alois Schmidt, comandante del servizio di Polizia di Sicurezza, Sipo-SD, tedesca. Il distaccamento, dipendente dal gruppo Italia Nord-Ovest, con sede a Milano, aveva giurisdizione su tutto il Piemonte ed era diviso in sezioni. Schmidt si stabilì con i suoi uomini dal 18-19 settembre fino al 25 settembre del 1943 all’Albergo Imperia, per poi passare all’Hotel Nazionale, trasformandolo in quartier generale. L’albergo era recintato con filo spinato, con stanze destinate ad uffici e stanze predisposte a luoghi di interrogatorio e di tortura. Un parte era adibita in senso stretto ad hotel, con il pernottamento dei nazisti. Dopo la Liberazione divenne sede del Comando Americano di Torino. Nel 1950 il capitano Schmidt fu processato dal Tribunale militare territoriale di Napoli, imputato in concorso in reato continuato di violenza, omicidio e percosse contro privati nemici. Sotto i portici di Via Roma una lapide ricorda Renato Martorelli, rappresentante socialista del Comitato militare, morto in seguito alle torture all’hotel Nazionale. Il suo corpo non fu più ritrovato. Nel 2008 l’Hotel cessò l’attività. Attualmente c’è un progetto di ristrutturazione per la 71 libro montalenti.indd 71 20/03/14 09.43 trasformazione della struttura ricettiva in residenze. Lo storico Palazzo San Carlo è in fase di profonda ristrutturazione interna; sono in progetto appartamenti di lusso. Questo progetto non tiene assolutamente conto della storia dell’edificio. Con l’acquisto di questo palazzo da parte di una multinazionale si sta cancellando giorno dopo giorno la memoria materiale di un luogo di torture e persecuzioni commesse dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Si sottolinea che allo stato attuale, non solo non si sta conservando nulla di quei fatti storici ricordati, ma non esiste neppure una sola lapide a futura memoria dei cittadini torinesi e dei visitatori a venire. Dall’ambito urbano passiamo ora a quello extraurbano, menzionando il caso del Borgo di Paraloup. Il sistema delle cascine di Paraloup è già stato oggetto di approfondimento da parte dell’architetto Daniele Regis, mentre la cascina Benedicta sarà trattata dal prof. Andrea Foco, Presidente dell’Associazione Memoria della Benedicta nella sezione “Interventi”. Tuttavia mi preme sottolineare la connessione tra ciò che è stato fatto a Paraloup e quello che potrebbe essere fatto alle cascine dell’area monumentale della Benedicta. Infine ricordo il caso della ex casa Cernaia a Boves. La città di Boves39 fu scenario di una delle prime stragi compiute dai fascisti e dai nazisti in Piemonte e nell’intera nazione italiana. L’evento ha una particolare importanza poiché si trattò della prima e immediata risposta, condotta con il metodo repressivo tipico dei nazisti, già sperimentato ampiamente in numerose aree dell’Europa occupata, alla Resistenza che stava fiorendo spontaneamente in queste terre40. Oggi queste memorie sono conservate sul territorio bovesano e della sua Valle Colla, sparsi di lapidi e di monumenti, nonché sotto il porticato del Municipio (ricostruito dopo l’incendio) ove sono custoditi lunghi elenchi di morti della guerra. L’attuale città di Boves, in base ai dati dell’Archivio comunale41, non presenta tuttavia edifici che conservino tracce materiali dell’eccidio avvenuto nel 1943. Le 350 case bruciate, secondo le testimonianze dirette dei sopravvissuti, rese note attraverso alcune pubblicazioni, le fotografie scattate subito dopo il fatto e anch’esse ampiamente pubblicate, non presentano oggi riscontri tangibili, se non documentari. L’esempio di ex casa Cernaia è particolarmente significativo per la labilità delle tracce rimaste; nel 1983, infatti, si deliberò il Piano di Recupero42 con i relativi interventi che hanno condotto alla totale demolizione di ex Casa Cernaia. Quindi non resta più alcuna testimonianza materiale del fabbricato originale. In conclusione, condividendo gli studi di chi mi ha preceduto, mi preme sottolineare che nel momento storico attuale si sta determinando un senso di ossessione di memoria da un lato43, e contemporaneamente un’incapacità di lettura uniforme ed organica, strutturata a livello nazionale delle tracce materiali rimaste, oltre alle testimonianze all’estero di forte matrice italiana. Questo dipende dal fatto che a livello architettonico non molti studiosi si sono cimentati nel grande interrogativo su che cosa fare, ad esempio, delle macerie di un campo di concentramento44. Non avendo espresso in modo critico e consapevole questa domanda, o per ragioni di ordine pratico, economico o semplicemente perché 72 libro montalenti.indd 72 20/03/14 09.43 era più semplice, è stata possibile un’azione di rimozione che è diventata fattiva nella demolizione effettiva per esempio del campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo (Cuneo), di cui restano pochissime tracce della struttura originale, oppure come nel caso del Piano di Recupero a Boves. Resta quindi fondamentale il riconoscimento di questi luoghi della memoria come patrimonio culturale a livello nazionale, attraverso azioni operative condotte dal legislatore per creare nuove basi di ricerca condivise per una corretta conservazione, restauro, valorizzazione e gestione di tali siti. * Architetto, Dottore di ricerca e collaboratore con il Politecnico di Torino e con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli. 1 Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria “Carlo Gilardenghi”. 2 Maria Vittoria Giacomini, La Benedicta, una storia da raccontare: progetti e prospettive, in “Quaderno di Storia Contemporanea”, n. 41, 2007, p. 109-134. 3 Uno degli esiti degli studi dei luoghi della memoria in provincia di Alessandria, condotti dall’Isral, nell’ambito del Progetto Interreg La Memoria delle Alpi fu la mostra: “Aiuti dal cielo”/ “Missioni Alleate” nelle sale della Galleria Carrà di Palazzo Guasco ad Alessandria, nell’aprile del 2007. 4 Su incarico dell’Associazione fu stilata una prima versione del monitoraggio dell’area monumentale della Benedicta e della pertinenza delle cascine limitrofe all’interno del Parco Capanne di Marcarolo. In specifico si rimanda al testo: Massimo Carcione, Maria Vittoria Giacomini, Quadro di monitoraggio dei progetti, Ufficio stampa Provincia di Alessandria, Alessandria 2007. 5 Maria Vittoria Giacomini, I monumenti e le cascine: testimonianze in pericolo, in Associazione Memoria della Benedicta, Benedicta 1944: l’evento, la memoria, Le Mani Microart’s Edizioni, Recco 2008, p. 154-160. 6 Maria Vittoria Giacomini, Memorie fragili da conservare: testimonianze dell’Olocausto e della Resistenza in Italia, tutors Prof. Carla Bartolozzi, Prof. Guido Montanari, Dottorato di ricerca in Beni Culturali, Politecnico di Torino, a.a. 2011-2012. Il presente lavoro di ricerca è liberamente scaricabile sul sito del Politecnico di Torino, nella sezione PORTO (Publications Open Repository TOrino) al link: http://porto.polito.it/2501639/ 7 “Memoria”, voce in Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Dizionario della lingua italiana, Le MonnierMondadori, Milano 2010 (prima edizione 1971), p. 1385. 8 L’aura è “quintessenza di tutto ciò che, fin dall’origine di essa, può venir tramandato, dalla sua durata materiale alla sua virtù di testimonianza storiaca”. Walter Benjamin, Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, 1936. (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966 (2000), p. 23). 9 Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966. 10 Nicolas Pethes, Jens Ruchatz (a cura di), Dizionario della memoria e del ricordo, Mondadori, Milano 2004, pp. 291-293. 11 Isabella Adinolfi (a cura di), Dopo la Shoah. Un nuovo inizio per il pensiero, Carocci, Roma 2011. 12 Cfr. la lezione aperta Memoria Fragile. Alla ricerca del ghetto ebraico di Torino, ovvero sulle testimonianze materiali ed immateriali delle tragedie del Novecento, tenuta dal Prof. Guido Montanari Il 27 gennaio 2010, presso il salone d’Onore del Castello del Valentino, al fine di commemorare la Giornata della Memoria; l’intervento è 73 libro montalenti.indd 73 20/03/14 09.43 consultabile tramite il sito internet: http://www.celm.polito.it/polistream/gestione/pagina.php?id=267. 13 Ad esempio al campo di concentramento di Dachau non si è mantenuta che una piccola parte del filo spinato originale e questo vale anche per le trincee. Cfr. Comité Internazionale de Dachau, Il campo di concentramento di Dachau dal 1933 al 1945, Catalogo della mostra permanente a Dachau, Karl M. Lipp Verlag, Monaco 2005. 14 Giancarlo De Carlo, William Morris, Il Balcone, Milano 1947, citato da: Guido Montanari, Andrea Bruno jr., Architettura e città del Novecento, Carrocci, Roma 2009 p. 11. 15 Definendo come “Bene culturale”: “tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà”, come affermato dalla Commissione Franceschini (1964-66) e confrontando la letteratura critica e le guide ai luoghi della memoria, tra cui: Tristano Matta (a cura di), Un percorso della memoria …, cit. In tale guida sono presenti i luoghi: Ferramonti, Via Tasso, Le Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Fossoli e il Museo-monumento al Deportato di Carpi, Boves e la Risiera di San Sabba a Trieste. Più recentemente, negli anni 2000, le guide ai luoghi della memoria, con il Progetto La Memoria delle Alpi sono un riferimento fondamentale per la selezione dei casi studio. 16 Considerando un quadro legislativo più ampio, non solo nazionale, ma internazionale, l’UNESCO ha riconosciuto il sito di Auschwitz come Patrimonio mondiale dell’Umanità (Lista ufficiale). E’ un caso particolare ed emblematico, poiché la valenza storica è preponderante rispetto a quella estetica. 17 Per essere inclusi nella lista del Patrimonio dell’Umanità i siti devono avere valori di universalità, unicità ed insostituibilità (nel caso andassero perduti) e devono soddisfare almeno uno dei criteri fissati dal Comitato per il Patrimonio dell’Umanità per la selezione. Fino al 2004 i criteri erano solo sei in ambito culturale e quattro in ambito naturalistico. Dal 2005 esiste un insieme di 10 criteri. Criteri di selezione: 1. rappresentare un capolavoro del genio creativo umano; 2. testimoniare un cambiamento considerevole culturale in un dato periodo sia in campo archeologico sia architettonico sia della tecnologia, artistico o paesaggistico; 3. apportare una testimonianza unica o eccezionale su una tradizione culturale o della civiltà; 4. offrire un esempio eminente di un tipo di costruzione architettonica o del paesaggio o tecnologico illustrante uno dei periodi della storia umana; 5. essere un esempio eminente dell’interazione umana con l’ambiente; 6. essere direttamente associato a avvenimenti legati a idee, credenze o opere artistiche e letterarie aventi un significato universale eccezionale (possibilmente in associazione ad altri punti); 7. rappresentare dei fenomeni naturali o atmosfere di una bellezza naturale e di una importanza estetica eccezionale; 8. essere uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche a testimonianza della vita o dei processi geologici; 9. essere uno degli esempi eminenti dei processi ecologici e biologici in corso nell’evoluzione dell’ecosistema; 10. contenere gli habitat naturali più rappresentativi e più importanti per la conservazione delle biodiversità, compresi gli spazi minacciati aventi un particolare valore universale eccezionale dal punto di vista della scienza e della conservazione. Dal 1992 le interazioni tra uomo e ambiente sono riconosciute come paesaggi culturali. 18 Per ogni approfondimento dei casi citati nel testo rimando alla mia tesi di dottorato. 19 “Monumento”, voce in Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Dizionario della lingua italiana, Le MonnierMondadori, Milano 2010 (prima edizione 1971), p. 1452. 20 Il monumento al Partigiano nel Cimitero Generale di Torino risale al 1947. 21 Floriano De Santi, Umberto Mastroianni: artista intellettuale del XX secolo: documenti, Verso L’Arte Edizioni, Roma 2002, pp. 113-119. 22 Le prime analisi critiche furono scritte da: Piero Bargis, Mastroianni e Mollino vincitori del Concorso Nazionale del Monumento al Partigiano di Torino, in “L’ Avanti”, 27 maggio 1945; Marziano Bernardi, I Caduti per la Libertà, in “Gazzetta del popolo”, 25 aprile1947; Piero Bargis, Il Monumento agli eroi, in “L’ Avanti”, 25 aprile 1947. 23 Aldo Morbelli, Vecchie e nuove architetture tombali in “Atti e Rassegna tecnica della Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino”, nn. 5-6, maggio-giugno 1948; Roberto Aloi, Antonio Cassi Ramelli, Architettura funeraria moderna: architettura monumentale, crematori, cimiteri, edicole, cappelle, tombe, stele, decorazione, Hoepli, Milano 1948. 24 George Everard Kidder Smith, Italy Builds, Architectural Press, Londra 1955. (G. E. Kidder Smith, L’Italia costruisce, Edizioni Comunità, Milano 1955). 74 libro montalenti.indd 74 20/03/14 09.43 La scultura risale al 1969. Concorso nazionale per il Monumento alla Resistenza a Cuneo, in “L’architettura. Cronache e storia”, n. 90, 1963, p. 810-823. 27 Probabilmente questo rifiuto fu per un principio di etica professionale che impediva a Henry Moore di accettare un incarico dopo l’esito di un Concorso ufficiale, così come espresso dall’editoriale della rivista “L’architettura. Cronache e storia”, n. 103, 1964, pp. 4-5. 28 Giovanna Barbero, Floriano De Santi (a cura di), Umberto Mastroianni: i legni per i monumenti alla Resistenza, Verso L’Arte Edizioni, Roma 2005, p. 36. 29 Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Dizionario..., cit., p. 2449. 30 L’Associazione Figli della Shoah si era già adoperata per l’Istituzione del Giorno della Memoria. Cfr. Monica Cristofoli, Il Museo della Shoah, Milano: Binario 21, Tesi di laurea, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, a.a. 2004-2005, relatore Franco Lattes, co-relatore Bruno Pedretti. 31 Thomas Lutz, I Memorial e la comunicazione della storia, in Storia vissuta: dal dovere di testimoniare alle testimonianze orali nell’insegnamento della storia della seconda guerra mondiale, Franco Angeli, Milano 1988, pp. 294-303. 32 Liliana Picciotto, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano, Mursia, 2002; Liliana Picciotto, I campi di sterminio nazisti: un bilancio storiografico, pp. 89-127 in Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (a cura di), Totalitarismo, lager e modernità: identità e storia dell’universo concentrazionario, Atti del Convegno, Genova, 29 novembre – 1 dicembre 2001, Mondadori, Milano 2002. 33 Italo Tibaldi, Compagni di viaggio. Dall’Italia ai Lager nazisti. I “trasporti” dei deportati 1943-1945, Aned, Franco Angeli, Milano 1994. 34 Spostamenti di popolazione e deportazione in Europa: 1939-1945, Atti del Convegno, Carpi 4-5 ottobre 1985, Nuova Universale Cappelli, Bologna 1987; Enzo Collotti, Occupazione e guerra totale nell’Italia 1943-1945, in Tristano Matta (a cura di), Un percorso della memoria, Electa, Milano 1996, pp. 11-35. 35 ASBAP: Archivio Tutela Monumentale della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli. 36 Liliana Picciotto, I campi di sterminio nazisti, cit., pp. 89-127. 37 Museo Diffuso della Resistenza della Deportazione della Guerra dei Diritti e della Libertà, Associazione Terra del Fuoco, Torino: percorsi della Memoria dei luoghi, GrafArt, Torino 2008, pp. 28-29. 38 Museo Diffuso della Resistenza della Deportazione della Guerra dei Diritti e della Libertà, Associazione Terra del Fuoco, Torino..., cit., pp. 12-13. 39 Per il suo tributo di sangue la Città di Boves conseguì la Medaglia d’Oro al Valore Civile, consegnata nel 1961, e al Valore Militare, conferita nel 1963. 40 Tristano Matta (a cura di), Un percorso…, cit., pp. 111-123. 41 ACB: Archivio del Comune di Boves, Ufficio tecnico comunale, settore Urbanistica ed Edilizia Privata. Responsabile: Ing. Sergio Maccario. Cfr. Tristano Matta (a cura di), Un percorso della memoria, Electa, Milano 1996, pp. 111. 42 Il Piano di Recupero (P.d.R.) di libera iniziativa in Piazza Italia è stato condotto tra il 1983 e il 1986, su progetto dell’architetto Francesco Musso di Cuneo, su proposta di EDIL G.M. di Ghinamo, ingegnere Leonardo & C. 43 Elena Pirazzoli, A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie del Muro di Berlino, Diabasis, Reggio Emilia 2010. 44 Anche se ci sono casi eccellenti come l’architetto Giorgio Simonicini. Vedi http:// www.giorgiosimoncini.com. 25 26 75 libro montalenti.indd 75 20/03/14 09.43 La rinascita del Rifugio Paraloup Daniele Regis* “Come adunque questi contrari contrapposti rendono più bello il parlare, così per una eloquenza di contrapposizione di contrarie, non parole ma cose, si compone la bellezza” (S. Agostino) La contrapposizione come azione di due forze che si rafforzano a vicenda, la giustapposizione come collocazione degli elementi del progetto secondo un rapporto di semplice contiguità, non di fusione, sono temi cruciali per il restauro e per il progetto. E’ un tema così delicato specie quando si confronta con le fragilità di una piccola borgata di montagna in rovina, quasi sul punto dell’estinzione. Quando Teo de Luigi – ricorda Marco Revelli – in occasione della festa del 25 aprile 2008 lanciò l’idea di salvare la borgata di Paraloup, uno dei luoghi simbolo della Resistenza, c’era in nuce un’idea nuova, al di là della memoria sempre più labile delle testimonianze orali, dei ricordi, delle commemorazioni, dei monumenti, l’idea del luogo come memoria “viva” in quanto esistente e quindi contemporanea a noi, l’intuizione che la memoria può rivivere nelle testimonianze fisiche, nelle case, nei paesaggi… che le macerie di Paraloup potevano costituire la trama di un antico e di un nuovo racconto, ed insieme di una nuova resistenza all’oblio, all’omologazione del pensiero, dei modi di vivere. Una nuova avventura, dopo quelle vissute nella guerra e quelle letterarie lasciate da Nuto Revelli e portata avanti da Marco Revelli con la Fondazione intitolata all’autore del Mondo dei vinti. Nuto “dalla fine della guerra lavora con idea fissa”, scrive Calvino, “far sì che le prove sopportate dagli italiani più silenziosi e più pazienti non vadano perdute”. E Paraloup, il villaggio dove si è organizzata la lotta di “Italia libera” (da cui nasceranno i gruppi di “Giustizia e Libertà”) racconta insieme la Storia breve della Resistenza ma anche quella di lunga durata del mondo delle terre alte, la resistenza di quegli uomini dimenticati, silenziosi, pazienti, di quel mondo dei vinti e del suo abbandono, nel legame così forte che ha legato Resistenza e montagna, partigiani e montanari. Paraloup era sul punto di scomparire: una lenta metamorfosi, descritta già nelle pagine di Nuto Revelli, registrata nelle immagini di Paolo Gobetti con Nuto accompagnato da Galante Garrone che ritorna a Paraloup 40 anni dopo, in una cornice di totale abbandono, immagini riprese nel bel cortometraggio “Breve storia di un ritorno” di Teo de Luigi (ancora in progress), ed ancora nella documentazione, nei rilievi del quaderno zero di Paraloup “Costruire nel paesaggio rurale alpino, il recupero di Paraloup luogo simbolo della resistenza ” ed oggi del primo “Atlante delle borgate rurali alpine, il caso di Paraloup ” sempre per i tipi della Fondazione Nuto Revelli con i rilievi pietra su pietra dello stato attuale e - metaformosi delle speranze, delle intenzioni, del progetto - degli edifici oggi recuperati. Molte di quelle case erano ormai un cumulo di macerie, alcune scomparse del tutto. Le abbiamo viste come “Rovine”, come monumenti, ma non nell’accezione tardo idealistica, secondo le vecchie scuole di restauro, ma nell’accezione autentica letteraria 76 libro montalenti.indd 76 20/03/14 09.43 come monumentum da monere ricordare, per riportare le “ macerie” di Paraloup dentro ad un’idea di patrimonio e di paesaggio, considerato nei suoi valori alti e “minori”, in quelli concentrati e diffusi: Pasolini già negli anni Settanta (e non solo lui) l’aveva già intuito; quando, dovendo scegliere un monumento da salvare per una bella trasmissione televisiva curata da un’allieva di Longhi che invitava alcuni grandi intellettuali a indicare un’opera da salvare, sceglie in prima battuta “un selciato sconnesso e antico” presso Orte, “un’umile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere d’arte, d’autore, stupende, della tradizione italiana. Eppure io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore, con cui si difende l’opera d’arte di un grande autore.[...] Nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia, per difendere questa cosa e io ho scelto invece proprio di difendere questo. [...] Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d’arte e d’autore.[...] Con chiunque tu parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere [...] un monumento, una chiesa, la facciata della chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato ma nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio [...] questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare”. Considerare le rovine di una borgata come monumenti di storia e architettura, riconsiderare il tema dell’estetica della rovina (che ha attraversato tutta la storia dell’architettura) in chiave attuale, cogliere il valore “monumentale” di Paralup nelle sue relazioni con il sito, come monumento-documento “tutto” parte integrante del paesaggio, comprendere la sua stratificazione, il modo in cui si sono aggregate le singole unità edilizie, le relazioni tra natura e sito, tra boschi e pascoli, tra architettura e paesaggio: sono questi alcuni dei temi che hanno costituito il nucleo, le radici, i riferimenti, la guida delle riflessioni progettuali, tra analisi e rilievi, tra memoria e immagine, tra restauro e progetto. Riconoscere un valore storico, architettonico e paesistico a Paralup significa assumere il concetto di riconoscibilità dell’intervento di conservazione che è uno dei principi fondamentali (in verità discusso) per il restauro come per il progetto. La riconoscibilità è il principio in base al quale ogni intervento di ripristino deve essere distinguibile dalla parte originale del documento, così com’è nello stato attuale di degrado; ciò per non consentire una lettura falsa dell’opera, attraverso l’assimilazione indebita delle parti reintegrate a quelle originali. Si tratta degli esiti di una concezione che ha la sua matrice nella teoria del restauro di Cesare Brandi, nata anche per contrastare l’idea di mantenimento di un’autenticità solo apparente che ha spesso mostrato poca attenzione all’autenticità del sistema costruttivo nella scarsa fiducia (in realtà potremmo anche dire scarsa conoscenza) dei sistemi costruttivi originali. Concezione assunta con una certa perentorietà nella Carta Italiana del restauro (1972) che proibisce ogni completamento in stile nelle opere di salvaguardia e restauro, ripresa con sfumature importanti per la parte 77 libro montalenti.indd 77 20/03/14 09.43 relativa alle trasformazioni del patrimonio edilizio esistente nella Carta di Cracovia. «La ricostruzione di intere parti “in stile” deve essere evitata. Le ricostruzioni di parti limitate aventi un’importanza architettonica possono essere accettate a condizione che siano basate su una precisa ed indiscutibile documentazione. Se necessario per un corretto utilizzo dell’edificio, il completamento di parti più estese con rilevanza spaziale o funzionale dovrà essere realizzato con un linguaggio conforme all’architettura contemporanea». Qui si apre una delle questioni a più alta densità teorica, ma anche una delle meno fondate dal punto di vista scientifico. Tra il «design ingigantito ovvero gli eccessi della creatività» (che può essere favorito da una radicale e acritica interpretazione del principio di riconoscibilità) e i “falsari dell’architettura” esiste un via più sottile anche se meno semplificata, un dialogo possibile tra antico e nuovo nell’aderenza del progetto al contesto, alle componenti peculiari del sito e del luogo, in una strategia progettuale che affini le sue metodologie nei contesti dati e che possa dialogare con altri principi del restauro a corollario di quello della riconoscibilità: quello della reversibilità e del minimo intervento. Su queste tracce si è sviluppato il progetto con una filologia assoluta negli edifici conservati tanto da non percepirne l’intervento (utilizzo di malte iniettate in profondità e inserimento di film sottilissimi per la coibentazione dei tetti appena “ripassati”) e con l’inserimento di leggeri contenitori di legno di castagno non trattato e coperture leggere a protezione negli edifici in rovina, ricostruendo l’immagine formale spaziale complessiva dell’unità della borgata. Il primo lotto che ospita il museo multimediale, le sale polivalenti, i laboratori ed il secondo lotto con il Rifugio Paraloup, la cucina e la sala di accoglienza e ristoro (tutta vetrata nell’antico fienile con vista sulla valle), la casa dei pastori sono ormai completati, il forno e il piccolo caseificio sono in realizzazione mentre si attende di recuperare gli edifici della foresteria, il progetto dell’ “eco-museo multimediale” è in avanzata progettazione e così quello della ricostruzione del caratteristico paesaggio agricolo e della “sgamollatura del frassino”, una tecnica di potatura legata alle esigenze della pastorizia, in un progetto ecomuseale complesso. Paralup è stato oggetto d’importanti premi: il riconoscimento conferito in occasione della IX Conferenza della Alpi in presenza dei Ministri dell’Ambiente per il premio del Liechtenstein Konstructiv per costruzioni e ristrutturazioni sostenibili nelle Alpi (oltre duecento i progetti europei partecipanti), pareva atipico e nuovo nel panorama dei modernissimi e ipertecnologici progetti partecipanti. “Un premio all’architettura sostenibile in un territorio così prezioso e insieme delicato dovrebbe suggerire i sistemi perché l’architettura continui a fornire luoghi per vivere senza consumare suolo, perché l’architettura assuma fino in fondo il suo vero, nuovo e contemporaneo ruolo: quello di “curare” piuttosto che contribuire ad “ammalare” anche se in modo “sostenibile” un territorio.”, dice Giancarlo Allen giudice italiano della Giuria del prestigioso premio. “Perché premiare un nuovo edificio residenziale ad altissima efficienza energetica a valle? In questo senso il progetto di recupero della Borgata Paraloup è assolutamente anomalo 78 libro montalenti.indd 78 20/03/14 09.43 tra i 201 progetti presentati. Lontano dai noiosi stilemi ormai stereotipati e ripetitivi dell’architettura del Voralberg, Paraloup … ha il pregio di non essere solo un’architettura fatta di tecnica e composizione ma di essere principalmente un’architettura pensante… Un luogo della speranza attraverso la memoria, una delicata evoluzione di una valle remota nel rispetto delle forme di vita”. Questa nuova sensibilità verso il recupero del patrimonio diffuso in abbandono, della periferia del territorio storico, è stata confermata l’anno seguente con il premio Gubbio 2012, promosso dall’Associazione Nazionale per i Centri Storici Artistici, premio exequo con la biblioteca hertziana di Roma e il carcere Le Murate di Firenze. “Il progetto architettonico è esemplare”, si legge nella relazione della giuria, “Restano i muri d’ambito in pietra, così come sono, opportunamente consolidati, e al loro interno si innestano strutture in legno.. che chiudono gli spazi, concludendosi con le nuove coperture… Con una puntigliosa attenzione alle problematiche del risparmio energetico, perché l’impatto sia minimo, e la Borgata risulti autosufficiente, ricorrendo a energie rinnovabili e all’utilizzazione delle risorse reperibili sul posto. L’ANCSA ha apprezzato l’insieme delle scelte perseguite: il progetto, nella sua perfetta aderenza al contesto, appropriato e consapevole del ruolo che avrebbe dovuto avere nell’azione intrapresa, e la filosofia che lo anima, intesa alla valorizzazione della memoria storica di un luogo che, con le sue strutture, gli spazi e gli edifici, ma anche con il paesaggio agro-silvo-pastorale le cui economie sono state all’origine dell’insediamento, è ciò che più di ogni altro elemento sarà capace di perpetrarla nel tempo”. * Architetto, Dottore di ricerca e docente di progettazione al Politecnico di Torino. 79 libro montalenti.indd 79 20/03/14 09.43 Comunicazione e didattica a scuola Ribelli in montagna Alessandro Orsi* Il mio intervento ha seguito il percorso di tre testi da me pubblicati1. “Un paese in guerra” è un libro che racconta la storia della comunità di un piccolo paese della Valsessera, Crevacuore, al centro dell’esperienza tragica dell’ultima fase della guerra nelle terre occupate dai nazifascisti e allibita spettatrice di un ultimo drammatico episodio, negli anni cinquanta, collegato alla guerra di liberazione. La vicenda da cui parte e con cui si chiude il libro è l’assassinio del sindaco di Crevacuore, partigiano comunista, da parte di una giovane donna, la cui madre è stata fucilata come spia fascista dai partigiani. Il fatto suscita molto clamore nel 1956, quando la donna spara e uccide, e nel 1557, quando si svolge il processo. Anni difficili per gli ex partigiani e gli attivisti sindacali e di sinistra, ingiustamente perseguitati. Ma il delitto del 1956 è solo il filo attorno a cui si sviluppano le vicissitudini di tanti altri uomini e donne, partigiani e civili, comunisti e fascisti, che fanno i conti con l’emergere di una violenza efferata, portata soprattutto da nazisti e fascisti e in parte riemersa dai dissidi e odi del passato, frutto delle beghe di un villaggio. La società civile di un piccolo paese racchiuso nei monti diventa protagonista nella Resistenza: aiuta i partigiani in ogni modo, paga un alto prezzo per incendi e distruzione di abitazioni e violenza alle persone, abbraccia i molti “ragazzi” di Crevacuore che cadono da eroici partigiani. Emergono dal libro i punti cruciali di una riflessione dell’autore sulle tre guerre presenti da fine ’43 alla primavera del ’45: quella patriottica, quella di classe e quella civile, di certo la più evidente nel contesto di un paese dove i combattenti si conoscono, spesso, molto bene. “Andare a scuola” è un libro che descrive il lungo viaggio dell’autore nel mondo della scuola: dall’analisi sulle scuole professionali locali all’addestramento delle maestre in epoca fascista, dagli studi classici e dal Sessantotto alla docenza di un “militante della scuola” (secondo la definizione dell’ex ministro P.I. Luigi Berlinguer nell’ introduzione) alla dirigenza scolastica e alla collaborazione in un’associazione che costruisce una scuola sulle montagne del Nepal. Il centro del libro riguarda, però, l’insegnamento della storia agli adolescenti, in particolare la trasmissione della memoria storica legata alla guerra, ai movimenti popolari, alla Resistenza. Il relatore si sofferma sui concorsi della Regione Piemonte su lager e Resistenza e sui conseguenti viaggi ai campi di concentramento, effettuati da molti suoi studenti. Negli istituti secondari superiori, fino a pochi decenni fa, si arrivava col programma di Storia sì e no alla prima guerra mondiale, guai a parlare di fascismo, seconda guerra mondiale, Resistenza. Grazie alla competenza, al coraggio, alle virtù etiche di molti 80 libro montalenti.indd 80 20/03/14 09.43 docenti (in buona parte formatisi nel Sessantotto) anche gli eventi più controversi del Novecento sono diventati storia viva e interessante. I funesti disastri provocati da nazismo e fascismo, i sacrifici della società civile, i valori della Resistenza vanno insegnati ai giovani nelle scuole perché imparino che un popolo che non conserva memoria dei propri sbagli e delle tragedie vissute è destinato a ripeterli e a riviverle. “Ribelli in montagna” infine è un libro che appartiene al progetto degli Istituti piemontesi per la storia della Resistenza “La memoria delle Alpi”, nato per conservare e diffondere la cultura e la storia dei popoli ai piedi delle Alpi. Compresa quella, centrale e assai importante, della Resistenza. Nel libro sono descritti venticinque itinerari sulle montagne della Valsesia, valle insignita della medaglia d’oro al valore militare per la dura lotta di liberazione sostenuta, itinerari che mettono insieme il forte amore del relatore per la montagna, la storia, l’insegnamento alle giovani generazioni, le generosità dei combattenti per la libertà. È una guida per escursionisti, innanzitutto, con luoghi di partenza e passaggio, tempi di percorrenza, mete, difficoltà, segnavia Cai. Inoltre in ogni percorso sono illustrati i monumenti storici e artistici, tradizioni locali, ambienti naturali, leggende. Ma nel cammino scelto i veri protagonisti sono i personaggi che hanno avuto un rapporto con l’itinerario, ricordati dalle lapidi a lato dei sentieri, sui muri delle baite e delle case, nelle piazzette di paesi e frazioni. Personaggi riconducibili ad aspirazioni di libertà, ad alte idealità, a forme varie di “ribellione”: da Fra Dolcino ai patrioti valsesiani dell’Ottocento, dagli operai delle aziende delle valli ai partigiani delle brigate Garibaldi. In gran prevalenza si tratta di partigiani caduti in montagna: ogni lapide e cippo richiama la storia di un giovane che ha sacrificato la vita per la libertà, in un insieme di storie spesso dimenticate e non conosciute dagli escursionisti. Così un percorso tra boschi e vette racconta le vicende dei popoli dei monti e gli eroismi dei “ribelli” in montagna. In conslusione sottolineo la mia appartenenza a un gruppo famigliare legato alla Resistenza a Crevacuore e alle Anpi di Valsesia e Biellese, e concludo riassumendo volontà e desideri di trasmettere i valori della Resistenza attraverso canali nuovi, originali, efficaci soprattutto per i giovani. * Dirigente scolastico, già docente di Storia nelle scuole superiori, si interessa e ha già scritto libri su temi relativi a istruzione, turismo, gastronomia, storia locale e in particolare quella della Resistenza nel Piemonte nord-orientale. 1 Un paese in guerra. La comunità di Creavacuore tra fascismo, Resistenza, dopoguerra, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsusa, 1994; Andare a scuola, 2002; Ribelli in montagna: itinerari lungo valli e cime di Valsesia e Valstrona, attraverso la memoria delle lapidi, sulle tracce dei “ribelli” di montagna: dolciniani, partigiani garibaldini, patrioti, operai, sessantottini, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsusa, 2011. 81 libro montalenti.indd 81 20/03/14 09.43 Preservare la memoria del passato con uno sguardo al futuro Michele Piasco* e Fabio Malagnino** Sono stato colpito fin da bambino dal monumento alla Resistenza a Cuneo di Umberto Mastroianni. La mia esperienza di lavoro sui siti di memoria è iniziata quando con il Consiglio regionale del Piemonte mi sono occupato del tema dei Viaggi della Memoria per riprendere gli studenti che con le istituzioni andavano in questi luoghi. Già con Nuto Revelli la testimonianza fin dai tempi della scuola era stata centrale nella mia esperienza. Nasce così l’idea di condividere l’esperienza dei viaggi della memoria a scuola, con gli studenti. L’avvento del digitale è stata un’occasione straordinaria per iniziare a solidificare questa memoria, con l’aiuto della tecnologia. Nel 2006 è nato il progetto “La Memoria dei viaggi”, progetto che è costituito da documentazione d’archivio; si tratta di 800 minuti di immagini con documentazione dei luoghi di deportazione in Europa, principalmente in Germania, Austria e Polonia, e dei territori interessati dallo sbarco in Normandia e dalla più recente guerra in Bosnia. L’utilizzo di questi nuovi strumenti di comunicazione consente una maggiore fascinazione da parte dei giovani. Si tratta di uno strumento di lavoro interessante; così ho deciso con un gruppo di lavoro1 di creare un dvd-rom, per consentire in maniera strutturata, in modo sistemico e con mappe interattive, di consultare numerosi filmati, soprattutto riferiti a testimoni diretti dei fatti della Seconda guerra mondiale e della strage di Srebrenica. E’ stato creato un motore di ricerca per trovare informazioni di questi luoghi. Dopo la realizzazione del progetto, oggi grazie a YouTube è possibile creare una versione online del lavoro e mettere in condivisione in rete questi documenti preziosi, che altrimenti dovrebbero essere duplicati e rappresenterebbero dei costi aggiuntivi. Oggi infatti possiamo ascoltare alcuni testimoni diretti, perché coevi a noi; ma i nostri figli non avranno più questa opportunità per ragioni anagrafiche. Allora diventano essenziali progetti mirati, come due progetti che ho scelto di presentare: il primo si riferisce al campo di concentramento di Majdanech, non molto conosciuto dall’opinione pubblica. Alcuni documenti fondamentali relativi a questo campo sono stati ritrovati in Italia e possono essere finalmente conosciuti. Il secondo progetto invece arriva dagli Negli Stati Uniti, dove è stata lanciata la prima biblioteca completamente on line. I documenti saranno messi a disposizione di tutti. Il web consente alla collettività di accedere più facilmente ad una serie di documenti conservati in archivio, nelle biblioteche etc. che prima erano inaccessibili ad una gran parte della popolazione, per ragioni geografiche, di conoscenza e di accessibilità. Grazie alla 82 libro montalenti.indd 82 20/03/14 09.43 digitalizzazione di volumi e video è possibile consentire l’accesso in qualsiasi momento, in qualsiasi parte del mondo. Il Consiglio regionale del Piemonte ha abbracciato le tecnologie digitali; si tratta di un modo virtuoso per avvicinare i cittadini. La conservazione di questa memoria fragile, grazie alla conservazione di materiali prima relegati solo ad un luogo fisico, con degli orari, oggi è disponibile, consultabile e fruibile dalla collettività. *Multimedia e Resistenza. ** Consiglio Regionale del Piemonte. 1 Grazie al coordinamento di un Comitato scientifico curato da Prof. Bruno Maida e altri studiosi del settore. 83 libro montalenti.indd 83 20/03/14 09.43 La legislazione vigente sui siti di memoria della II guerra mondiale: proposte operative Lo stato dell'arte della legislazione sui luoghi della memoria della II guerra mondiale in Italia Maria Vittoria Giacomini* In questi anni sta avvenendo un delicato passaggio del testimone alle nuove generazioni dei fatti tramandati dai superstiti circa le vicende della Seconda guerra mondiale1. E’ un momento cruciale della percezione di eventi come fascismo e nazismo, Resistenza, avvenimenti chiave per capire l’attualità e il futuro prossimo. Questa crucialità implica il passaggio obbligato dalle memorie alla storia. Le memorie di questi eventi a poco a poco si chiudono. I testimoni stanno scomparendo. L’iter per il riconoscimento come patrimonio culturale dei luoghi della memoria della seconda guerra mondiale in Italia è in atto. Nei prossimi anni occorrerà lavorare in modo sistemico su scala nazionale2 tra gli addetti ai lavori e gli attori presenti nei siti di memoria per giungere ad un riconoscimento ufficiale di questi luoghi e di questi manufatti come sistema di beni culturali da conservare, tutelare e valorizzare con progetti appositi. A livello legislativo è storia recente l’azione che parte dalla Camera dei deputati con la proposta di legge sui luoghi della Resistenza, che ha visto come primo firmatario ValdoSpini, in merito al Patrimonio storico della guerra di Liberazione della lotta partigiana. Si tratta della proposta di legge n. 139 del 28/04/2006, dal titolo Disposizioni per la tutela del patrimonio storico della guerra di Liberazione e della lotta partigiana, promossa nella XV Legislatura della Repubblica italiana nella VII Commissione (Cultura, scienze e istruzione). Tra i membri della Commissione spiccava per la valenza culturale il deputato Nicola Tranfaglia (Comunisti Italiani)3. Questa proposta di legge (riportata in allegato) potrebbe diventare un valido strumento normativo su cui riflettere, per promuovere una legislazione specifica sui luoghi della memoria in Italia relativi alla seconda guerra mondiale. Tuttavia va evidenziato che esiste già una legge specifica per i luoghi della memoria riferiti alla prima guerra mondiale. Si tratta della Legge n. 78 del 07/03/2001, sulla Tutela del Patrimonio storico della Prima guerra mondiale4. Si segnala che il deputato Elvio Ruffino (DS-U) nella relativa proposta di legge n. 6604 sottolinea che: (…) La proposta di legge è costruita tenendo particolarmente presente la nuova struttura del Ministero per i beni e le attività culturali, così come definita dal decreto legislativo 20 ottobre 1998, n. 368. Un ruolo centrale è pertanto affidato alle soprintendenze regionali di cui all’articolo 7 del citato decreto legislativo n. 368 del 1998, correlandolo con il ruolo delle diverse regioni. Infine, anche se la proposta di legge considera i beni relativi agli eventi della prima guerra mondiale, ci è sembrato utile prevedere che in futuro qualcosa di analogo possa riguardare i beni relativi agli 84 libro montalenti.indd 84 20/03/14 09.43 eventi della seconda guerra mondiale. Perciò abbiamo inserito una norma transitoria che prevede il censimento dei manufatti collegati ad essa, quale possibile presupposto per ulteriori iniziative legislative. Tuttavia nella legge n. 78 del 07/03/2001 non si menzionano le testimonianze della seconda guerra mondiale. Inoltre non vanno dimenticate le azioni legislative a livello regionale, tra cui spicca, per esempio, il Piemonte, che ha una normativa apposita sui luoghi della memoria, grazie alla Legge regionale n. 7 del 22 gennaio 1976, dal titolo Attività della Regione Piemonte per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della costituzione repubblicana5. Inoltre con la Legge regionale n. 41 del 18 aprile 1985, si menziona in modo specifico un’azione mirata di conservazione e tutela, già sin dal titolo Valorizzazione del patrimonio artistico-culturale e dei luoghi della Lotta di Liberazione in Piemonte. In particolare all’art. 3 si citano gli interventi per la valorizzazione dei luoghi, che comprendono “la sistemazione delle aree, la sistemazione dei monumenti”. Si può quindi riflettere sull’attuazione di un’azione di tutela mirata a questo sistema di beni, specchio di una coscienza collettiva che esprime una volontà precisa di conservare questa memoria. Strumenti operativi del Ministero dei Beni Culturali, attraverso le Soprintendenze, sono schedature specifiche. Tra i cataloghi esistenti si potrebbe ragionare su schede tipo per edifici e aree territoriali nel caso di parchi. Per quanto attiene i Luoghi di memoria è costante la complessità della stratificazione delle memorie. E’ necessario un giudizio di valore, introdotto su basi scientifiche, storiche e documentarie per la selezione di quali memorie rendere più visibili per tramandarle alle future generazioni. Ritornando ai principali articoli della proposta di legge Valdo Spini del 2006 è opportuno soffermarsi su alcuni aspetti, utili per i successivi passi da effettuare per il pieno riconoscimento di questi beni. All’articolo 1, comma 1 si fa riferimento al “valore storico e culturale delle vestigia della guerra di liberazione e della lotta partigiana”. E all’articolo 1, comma 2 si precisa che per vestigia si intendono alla lettera a) “edifici e manufatti sedi delle formazioni partigiani. Appare tuttavia particolarmente interessante la lettera c) in cui si precisa che per vestigia si intendono anche “cippi, monumenti, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni e tabernacoli”. Il riferimento a “graffiti” consente di estenderne il concetto alle tracce labili rimaste sui muri6 e l’estensione ulteriore del concetto, in cui si precisa alla lettera f) che si intende per vestigia “ogni altro residuato avente diretta relazione con le operazioni belliche”. In un’ottica internazionale sono attualmente disponibili nuovi strumenti di tutela per il patrimonio culturale7 in particolare in riferimento ai beni intangibili8. Le tracce della Deportazione e della Resistenza in Italia, con la loro caratteristica fragile di essere al confine tra il materiale e l’immateriale, potrebbero essere oggetto di tutela, conservazione e valorizzazione, grazie al loro inserimento nella Lista del Patrimonio Intangibile italiano. Tale patrimonio è strettamente connesso al valore della sua trasmissione alle generazioni future, più evidente in quanto testimonianze deboli. Si tratta di un patrimonio continuamente 85 libro montalenti.indd 85 20/03/14 09.43 riconosciuto e ricreato dalle comunità, come avviene durante le manifestazioni nei siti di memoria per ricordare eccidi o eventi della Resistenza, fornisce alla collettività senso di identità e di continuità della sua storia. Tali caratteristiche dei Luoghi di memoria sono dunque connesse anche alla Convenzione per la protezione e promozione della diversità culturale delle espressioni culturali, approvata nel 2005 dall’UNESCO9. Per la valutazione di quali beni inserire nel patrimonio culturale intangibile andrà considerata oltre alla “comunità, gruppi ed individui” come segnalato nella Convenzione del Patrimonio Intangibile10, anche la “comunità patrimoniale” (heritage community), intesa come un insieme di “persone che valorizzino specifici aspetti del patrimonio culturale che intendono, nel contesto dell’azione pubblica, sostenere e trasmettere alle generazioni future”, così come descritto nella Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa11. * Architetto, Dottore di ricerca e collaboratore con il Politecnico di Torino e con la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici delle province di Torino, Asti, Cuneo, Biella e Vercelli. 1 In corrispondenza della pubblicazione dei presenti Atti di convegno è opportuno sottolineare l’attualità del tema con un riferimento preciso a quanto sta avvenendo a livello normativo: nell’ambito della Legge n. 289/2022, art. 60 (Finanziamenti degli investimenti per lo sviluppo), il comma 4 è stato abrogato dalla Legge di stabilità 2014. Al comma 4 dell’attuale Legge appena menzionata e in particolare al comma 4 bis, si evidenziano specifiche indicazioni, per azioni operative da effettuare sui Luoghi della memoria, che sono di seguito riportate: “Al fine di tutelare e promuovere il patrimonio morale, culturale e storico dei luoghi della memoria della lotta al nazifascismo, della Resistenza e della Guerra di liberazione, una quota delle risorse di cui al comma 4, pari a 2,5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014, 2015 e 2016, è destinata a finanziare interventi di recupero e valorizzazione dei luoghi della memoria. Gli interventi di cui al presente comma sono individuati dal Comitato storico-scientifico per gli anniversari di interesse nazionale di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 6 giugno 2013, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 164 del 15 luglio 2013”. 2 A questo proposito già esiste dal 2010 un coordinamento nazionale dei luoghi della memoria presso Casa Cervi (Gattattico-Reggio Emilia) ma non se ne conoscono ancora pubblicamente gli esiti operativi. 3 Per quanto attiene la XIV Legislatura della Repubblica italiana (30 maggio 2001 - 27 aprile 2006) nella VII Commissione si ritrovano le seguenti personalità: Marco Rizzo (Misto), Vittorio Sgarbi (Forza Italia, poi Misto), Teresio Delfino (UDC, Unione Democraticocritiana e di Centro, CCD-CDU Biancofiore, UDC Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro). 4 Dal progetto di legge n. 2792 presentato nella XIII Legislatura, in data 28 novembre 1996, con il titolo Norme per la valorizzazione ed il recupero del patrimonio storico - culturale della guerra 1915 - 1918 poi approvato con il titolo “Tutela del patrimonio storico della prima guerra mondiale” su proposta dei Deputati Rodeghiero, Apolloni, Mazzocchin e altri, dopo ottanta anni dai fatti ricordati. Poi la proposta di legge n. 2792 è stata accorpata con le proposte n. 3210 (Norme per il censimento, il recupero e la valorizzazione di particolari beni storici, architettonici e culturali della prima guerra mondiale) e n. 6604-B (Tutela del patrimonio storico e culturale della prima guerra mondiale) con un testo unificato dalla VII Commissione Permanente (Cultura, scienze e istruzione) della Camera dei Deputati, in data 27 settembre 2000 e modificata dalla VII Commissione permanente (Istruzione Pubblica, Beni Culturali, Ricerca scientifica, Spettacolo e Sport) del Senato della Repubblica il 22 novembre 2000 con l’unificazione delle proposte di legge n. 4447, d’iniziativa dei senatori Monticone, Andreolli e altri; n. 4832, d’iniziativa dei senatori Palombo, Maceratini e altri. Dunque la proposta di legge n. 2792, accorpata con la n. 3210 e n. 6604-B d’iniziativa dei Deputati: Rodighiero, Apolloni, e altri, Vascon (2792); Stefani (3210); Ruffino (6604). 5 E aggiornamenti con Legge regionale n. 20 del 2 luglio 2008, Modifiche alla legge regionale 22 gennaio 1976, n. 7. 86 libro montalenti.indd 86 20/03/14 09.43 L’attenzione alla conservazione dei graffiti è già attuata nel caso del Museo di Via Tasso a Roma. Per un quadro legislativo aggiornato relativo al dibattito sui beni culturali si veda ad esempio: Manlio Frigo, La protezione internazionale dei beni culturali nel diritto internazionale, Giuffrè, Milano 1986; Francesco Francioni, Angela Del Vecchio, Paolo De Caterini (a cura di), Protezione internazionale del patrimonio culturale: interessi nazionali e difesa del patrimonio comune della cultura, Luiss, Roma 2000; Lorenzo Casini, La globalizzazione dei beni culturali, Il Mulino, Bologna 2010; Massimo Carcione, Gestione dei siti culturali, patrimonio dell’umanità e sussidiarietà in Renato Balduzzi (a cura di), Annuario Drasd 2010, Giuffrè, Milano 2010, pp. 191-235. 8 Lauso Zagato, Marco Giampieretti, Lezioni di diritto internazionale ed europeo del patrimonio culturale, Libreria Editrice Cafoscarina, Venezia 2011. 9 Convention on the Protection of the Diversità of Cultural Expressions, 20 october 2005 Paris. www.unesco.org/ culture/en/diversity/convention. 10 Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage, 17 ottobre 2005 Paris. www.portal.unesco. org. 11 Framework Convention on the Value of Cultural Heritage for Society, 10 ottobre 2005 Faro. http://conventions. coe.int. Lauso Zagato, Marco Giampieretti, Lezioni di diritto internazionale …, cit., p. 95. 6 7 87 libro montalenti.indd 87 20/03/14 09.43 Per una corretta valorizzazione dei Luoghi della Memoria Massimo Carcione* Non è certo facile per associazioni, istituzioni e singoli cittadini impegnati a conservare, gestire e valorizzare i numerosi monumenti, sacrari, siti di battaglie ed eccidi, musei e centri di documentazione dedicati alla Resistenza - e, più in generale, alle vicende del secondo conflitto mondiale - riuscire a districarsi nel dedalo di competenze e funzioni dei soggetti a vario titolo e livello competenti in materia, dai Comuni fino all’Unione Europea. Questa constatazione, lungi dall’essere una mera affermazione di principio, trova riscontro nell’esperienza acquisita1 dall’estensore di queste brevi note “sul campo”, cioè in due tra le più significative zone che erano state oggetto tra il 2003 e il 2007 del progetto europeo Interreg “La Memoire des Alpes” 2: 1) per quanto riguarda l’Italia, nell’emblematica ma ancora non adeguatamente valorizzata realtà dell’Appennino alessandrino-genovese, che annovera tre siti coinvolti nel progetto, in quanto maggiormente significativi – senza nulla togliere agli altri – in termini di aree monumentali, strutture di accoglienza e ricerca, nonché di partecipazione agli eventi celebrativi: - i ruderi dell’antica grangia benedettina3 della “Benedicta” (in Comune di Bosio), luogo dell’eccidio della Pasqua 1944 – e sede sin dall’immediato dopoguerra di una celebrazione commemorativa molto sentita dalle comunità locali – presso cui stanno sorgendo un Parco della Pace e un moderno Centro di documentazione ipogeo, ai quali fanno corona le cascine, i cippi, i sacrari e gli altri luoghi della memoria del Parco delle Capanne di Marcarolo e dell’area a cavallo tra novese e ovadese, tra cui spicca il Forte di Gavi; - la zona delle “strette” di Pertuso, in Cantalupo Ligure, cui si dovrebbe connettere il non lontano Museo della Resistenza di Rocchetta Ligure (entrambi Comuni della Val Borbera, sita tra novese e tortonese); - la vasta area di Piancastagna, Olbicella e Bandita, che unisce nel ricordo degli eventi dell’ottobre 1944 tre comuni dell’acquese, di cui quello di Ponzone funge da capofila e coordinatore. 2) sul versante francese, in un contesto assolutamente analogo4 a quello appena descritto, costituito dall’altipiano del Vercors, non lontano da Grenoble5 (che annovera a sua volta una grandiosa fortezza e uno straordinario Musée de la Resistence), ci sono invece: - i ruderi del sito monastico di Valchevirère, straordinariamente speculare alla Benedicta, non solo dal punto di vista storico-architettonico e paesaggistico, ma persino per alcuni aspetti amministrativi (a partire dalla notevole lontananza del Comune capoluogo) e di tutela ambientale; - la gola di Saint-Nizier, teatro di una battaglia tra nazifascisti e partigiani per molti versi simile a quella di Pertuso; - la vasta zona monumentale di Vassieux-en-Vercors, che unisce un grande evento 88 libro montalenti.indd 88 20/03/14 09.43 celebrativo annuale presso il cimitero, un Museo tradizionale e lo straordinario Mémorial de la Résistence, che in quanto grande e moderno centro di documentazione realizzato in area montana6 (e per questo a sua volta parzialmente ipogeo!), costituisce il modello ideale cui dovrà ispirarsi l’analoga struttura di prossima realizzazione alle Capanne di Marcarolo. I luoghi di combattimento dei maquis transalpini e i relativi musei e memoriali sono da decenni al centro dell’attenzione dello Stato e delle altre istituzioni culturali e territoriali francesi, mentre per quanto concerne la complessa realtà italiana non si può certo dire altrettanto, fatte salve alcune rilevantissime ma assai isolate eccezioni. E non è certo d’aiuto, a tal fine, il fatto che da qualche anno la L. n. 78/2001 (ripresa e “codificata” nell’art. 11, lettera i del successivo Codice dei Beni culturali7), abbia previsto specifiche disposizioni legislative nazionali di tutela per le sole vestigia che costituiscono il patrimonio storico della prima guerra mondiale: dunque qualcuno potrebbe dedurne che non è ancora tutelato, a dispetto dei settant’anni anni ormai trascorsi, l’insieme delle memorie materiali e immateriali della Seconda guerra mondiale e della Resistenza, che forse per questo restano ancora formalmente in una sorta di limbo di indeterminatezza e carenza normativa, cui non sopperiscono certo alcune leggi o proposte di legge nazionali o regionali relative a specifiche realtà emblematiche come Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto o la Linea Gotica8. Ciò pone, nella quasi totalità delle altre situazioni, una serie di problematiche che attengono alla tutela e valorizzazione dei siti, e alla loro conseguente gestione e alla fruizione da parte di partigiani, antifascisti e storici, ma anche di scolaresche e turisti, come pure alla compatibilità delle nuove strutture con le esigenze dei residenti e con i giusti vincoli di rispetto imposti dalle norme di tutela storico-artistica o paesaggistica e ambientale. L’approccio del giurista, seppur temperato dall’esigenza concreta di arrivare a risolvere con chiarezza e semplicità i problemi, non può dunque che partire da una sommaria definizione del quadro giuridico inteso in senso “generale e astratto”. Il quadro normativo L’art. 2 del Codice dei Beni culturali (D.Lgs. n. 42 del 22 gennaio 2004) stabilisce che, nell’ambito del più generale concetto di patrimonio culturale, sono definiti come beni culturali le cose immobili e mobili che presentano interesse storico, individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà. Più precisamente l’art. 10 della stessa Legge individua specificamente tra i beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti alle Regioni e agli altri enti pubblici territoriali, che presentano interesse storico o archeologico; ma lo sono anche le cose immobili e mobili, “a chiunque appartenenti”, che rivestono un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica e militare. Sono poi espressamente comprese tra queste anche le tipologie di architettura rurale aventi interesse storico od etnoantropologico, quali testimonianze dell’economia rurale tradizionale, che quasi sempre caratterizza anche le montagne e le campagne in cui operavano e si nascondevano i partigiani. 89 libro montalenti.indd 89 20/03/14 09.43 Non è qui il caso di citare, invece, le molte e assai articolate norme di tutela definite dal Titolo I, ed in particolare gli artt.18 e seguenti del Codice, che riguardano ovviamente ogni intervento di conservazione e restauro di un sito storico-monumentale ed archeologico di proprietà pubblica (come sono normalmente i “Luoghi della Memoria”), con l’obbligo di chiedere l’autorizzazione per ogni intervento alle competenti Soprintendenze; cito solo l’articolo 40 che parla proprio di Interventi conservativi su beni delle regioni e degli altri enti pubblici territoriali, ordinariamente oggetto di “preventivi accordi programmatici” con il Ministero per i Beni e le Attività culturali. Il codice definisce anche (all’art. 101.2) cosa si debba intendere per “istituti e luoghi della cultura”, cioè i musei, le biblioteche e gli archivi, le aree e i parchi archeologici, i complessi monumentali. In particolare può interessarci verificare che per “museo”, si intende (mutuando e recependo quasi integralmente la definizione internazionale proposta dall’ICOM) una struttura permanente che acquisisce, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio: dunque un insieme di caratteristiche che ben difficilmente possono trovarsi nelle strutture che nelle diverse realtà sono state costituite a tale scopo Nella maggior parte dei casi, le strutture finalizzate a conservazione e ricerca nel settore della storia contemporanea si classificano come Centri di documentazione 9, vale a dire qualcosa che si pone a metà strada tra una biblioteca10 e un archivio11, e tuttavia è formalmente soggetto alle relative norme tecniche, anche perché normalmente si limita a gestire e mettere a disposizione dei pubblico quello che nel gergo tecnico si chiama “materiale grigio”, cioè libri, opuscoli non catalogati, fotocopie o riproduzioni di documenti, quasi sempre mediante supporti audiovisivi, banche dati informatiche, filmdocumentari, e così via. In alcune realtà regionali particolarmente sensibili hanno sopperito già negli anni passati alcune Leggi regionali di valorizzazione e promozione, che oltre ad assicurare il finanziamento degli interventi sui luoghi della memoria hanno fornito indicazioni e metodologie per la loro gestione: l’esempio viene ancora una volta dal Piemonte - con la L.R. 18 aprile 1985, n. 41 - che già trent’anni fa era stata finalizzata (probabilmente il primo caso in Italia12) alla valorizzazione del patrimonio artistico-culturale e dei luoghi della lotta di Liberazione in Piemonte destinati ad uso pubblico e bisognosi di “interventi di qualificazione“, tra cui in particolare la sistemazione delle aree, dei monumenti ed immobili già esistenti, di altri immobili aventi valore di testimonianza storica13. Partendo da questi presupposti è stato quasi ovvio che i più rilevanti Luoghi della Memoria della resistenza piemontese divenissero oggetto di leggi regionali ad hoc, come è avvenuto per la Benedicta14 con la L.R. n. 1/2006, che dopo molti anni di sollecitazioni dell’Associazione e degli Enti locali ha finalmente istituito il Centro di documentazione, nell’intento (che si evidenzia considerando il dettato dell’art. 1) di promuovere una struttura in grado di valorizzare e rendere funzionale uno dei luoghi emblematici della lotta di liberazione in Piemonte, oltre che di conservare e valorizzare le testimonianze e il materiale d’archivio relativi alla guerra e alla resistenza nell’Appennino Ligure-Piemontese, nonché la storia, la cultura e le tradizioni delle popolazioni dell’area. A ciò si aggiunge 90 libro montalenti.indd 90 20/03/14 09.43 però anche l’idea di fornire servizi di assistenza didattica alle scuole, anche attraverso scambi culturali, oltre a offrire strumenti di conoscenza ai cittadini ed ai turisti15. Così pure è avvenuto per altre realtà piemontesi come la Casa della Resistenza di Fondotoce (Verbania), con il “Parco della Memoria e della Pace” istituito dalla L.R. n. 30 del 1992. Tuttavia un tale livello di sensibilità e attenzione non è certo riscontrabile in ogni regione16, e d’altronde questo studio mira a individuare e fornire una categoria concettuale (prima ancora che giuridica) chiara e univoca cui connettere le assai diverse realtà e tipologie di luoghi della seconda guerra mondiale e della Resistenza. Dunque per arrivare a definire la natura che assumono nel loro complesso le più importanti aree storico-monumentali di cui ci occupiamo, che si tratti di luoghi universalmente noti come Sant’Anna di Stazzema o Monte Sole-Marzabotto, Boves o la stessa Benedicta, che normalmente riuniscono in un unico contesto territoriale tutte o quasi le diverse realtà e strutture culturali sin qui ricordate, ritengo che esse possano rientrare della nozione proposta dall’art. 101 del Codice - di «parchi archeologici», che sono ambiti territoriali che quasi sempre includono importanti evidenze archeologiche (come sono i resti delle cascine o delle borgate distrutte17), ma soprattutto caratterizzati dalla compresenza di valori storici, paesaggistici o ambientali, attrezzato come museo all’aperto. Nel caso invece di vaste aree che riuniscono molti e diversi elementi di diversa natura e interesse, non si può che ricorrere alla correlata e per certi versi complementare nozione di itinerario18. La complessa amministrazione di un “Luogo della Memoria” Se già la definizione dei progetti di valorizzazione di un luogo della Resistenza e l’organizzazione delle diverse strutture o iniziative realizzate o in corso di realizzazione richiede una certa abilità e dimestichezza con la burocrazia, essendo necessario districarsi tra leggi, finanziamenti e modalità operative, il quadro si complica vieppiù quando si tenta di interagire con i diversi enti promotori, realizzatori o di tutela – e dunque con le rispettive competenze e responsabilità – che risultano quanto mai difficili da discernere, specialmente per chi non è più che esperto di pubblica amministrazione. Tuttavia nell’ottica di definire le basi tecniche, giuridiche e operative per poi tentare di delineare e attuare un corretto piano di gestione e promozione integrata dell’area storicomonumentale, è indispensabile avere ben chiaro chi sono gli interlocutori e qual è la loro specifica funzione in ogni specifico contesto. La Regione è normalmente l’interlocutore imprescindibile in quanto legifera in materia e assegna i relativi contributi finanziari, ma anche perché talora è direttamente o indirettamente competente, quando il sito monumentale si trova nell’ambito di un parco naturale, di una foresta demaniale o di un ecomuseo19; c’è poi – almeno fino ad oggi – la Provincia, che normalmente cura la progettazione e realizzazione delle opere di viabilità e parcheggi; talvolta co-finanzia anche quelle edili e impiantistiche, oltre a promuovere progetti di valorizzazione e di educazione ambientale in collaborazione con i comuni, le scuole e le istituzioni culturali provinciali e locali. Nelle zone di montagna operava e opera anche la Comunità montana, che di recente ha visto modificata la propria natura 91 libro montalenti.indd 91 20/03/14 09.43 giuridica e operativa; se invece si tratta di un’area di particolare rilevanza ambientale può essere istituito un Ente Parco, nazionale o regionale, che normalmente unisce ai compiti istituzionali di tutela dell’area protetta, la possibilità di gestire come avviene appunto nel caso delle Capanne di Marcarolo un ecomuseo, di promuovere attività didattiche e ambientali, realizzare e mantenere sentieri attrezzati e aree di sosta o soggiorno. Il Comune, oltre ad essere l’Ente di riferimento locale in un’ottica corretta di sussidiarietà, garantisce un’indispensabile funzione di legame e di coinvolgimento attivo della comunità locale, avendo come soggetti esponenziali ed operativi non solo i vari amministratori e dipendenti, ma soprattutto le diverse associazioni (ANPI, associazione Pro-loco, protezione civile o squadre antincendio boschivo, Croce Rossa o pubblica assistenza, associazioni d’arma, ecc.) che nell’esperienza concreta sono risultati indispensabili sia nell’occasione dei grandi eventi celebrativi che per i piccoli ma quotidiani interventi di assistenza, controllo e manutenzione. Non è quindi difficile comprendere la necessità e il ruolo strategico che può essere esercitato tramite la costituzione per lo più in forma di associazione, ma talora anche di fondazione o consorzio di un soggetto coordinatore e gestore, che proprio in quanto unica persona giuridica di diritto privato ha la peculiare possibilità di muoversi in modo snello ed operativo nelle numerose situazioni in cui gli enti pubblici sono rallentati da vincoli burocratici e finanziari; esso ha inoltre la fondamentale caratteristica di poter includere istituzioni e realtà territoriali appartenenti a comuni, province e talora anche regioni diverse20. Un unico e qualificato soggetto gestore Proprio lo Statuto del soggetto gestore è dunque sul piano fattuale la più significativa fonte normativa, pur essendo formalmente di livello assai poco vincolante, il che non esclude però che possa risultare assai rilevante sul piano politico-istituzionale (specialmente se viene formalmente approvato dagli organi dei vari enti pubblici del territorio interessato) allorché si intende assicurare in modo univoco ed efficiente la gestione, valorizzazione e promozione del sito, delle istituzioni culturali e delle zone monumentali. Tale soggetto viene normalmente costituito con il preciso scopo di promuovere e curare l’amministrazione, valorizzazione e promozione della zona monumentale, svolgendo quindi un’azione di stimolo e sostegno alle amministrazioni pubbliche competenti nella tutela (dunque la Soprintendenza volta per volta competente, a seconda che si tratti di beni storici, architettonici, archeologici o archivistici) e valorizzazione, oltre che per l’organizzazione e promozione delle annuali manifestazioni celebrative (come commemorazioni, concerti e spettacoli, convegni, manifestazioni sportive) che di solito caratterizzano la vita di un Luogo della Memoria. Questa configurazione dell’associazione o fondazione è dunque determinata proprio dalla necessità di riordinare logicamente e di ricondurre in qualche modo a unità, specialmente nella prospettiva sempre auspicabile di una significativa fruizione turistica, i molti e non sempre distinguibili progetti che nel corso degli anni vengono attivati per intercettare finanziamenti locali, regionali, e in qualche caso anche nazionali ed europei. 92 libro montalenti.indd 92 20/03/14 09.43 Il che comporta che la realizzazione concreta delle singole attività non possa che avere una “testa” sola, se non si vuole correre il rischio di una vera e propria babele di competenze e il conseguente rischio di veti incrociati. Proprio per questo motivo viene in evidenza l’esigenza prioritaria di cooperare e di coordinare attori pubblici e privati, territoriali e funzionali, ferma restando l’autonomia gestionale e burocratica dei diversi progetti e dei relativi gestori, per evitare duplicazioni o lacune di intervento, e arrivare a ottimizzare l’utilizzo delle risorse ottenute con grande impegno e difficoltà. Dunque è evidente che se fino a un certo momento ciascun Ente può e deve svolgere una distinta azione, nel rispetto delle proprie competenze istituzionali o dei compiti demandatigli da atti di intesa o da specifiche norme di legge, da tempo ormai è riconosciuta e condivisa la necessità di passare a una ulteriore fase in cui, una volta portati a termine gli interventi edilizi e impiantistici, venga una volta per tutte definito il quadro gestionale a regime dell’intera area: un’azione che paradossalmente è sempre e in ogni realtà - al contrario di quanto comunemente si ritiene - assai più complessa e “costosa” della costruzione delle strutture, soprattutto laddove si debba ipotizzare la disponibilità di personale specializzato, mezzi tecnici (ad esempio un mini-bus navetta o un fuoristrada), allestimenti museali e altre risorse tecniche. Per le ragioni che si sono dette poc’anzi, i più significativi siti della Resistenza hanno quasi sempre finito per scegliere di essere inquadrati giuridicamente proprio nella categoria dei parchi storici: in questo senso il termine ricorrente di Parco della Pace, che inizialmente richiamava solo la categoria del parchi tematici (che vanno ovviamente distinti dai parchi divertimenti ed anche dai parchi naturalistici di valenza ambientale e paesaggistica) può assumere finalmente rilevanza tecnico-giuridica sotto il profilo della tutela, della conservazione e della valorizzazione di un luogo storico che costituisce anche e soprattutto un patrimonio culturale, che non a caso gli inglesi definiscono “heritage”. Dal “luogo” alla rete Un’ulteriore chiave di lettura di carattere organizzativo, funzionale a un secondo livello delle funzioni di valorizzazione dei nostri Luoghi della memoria, è però offerta dall’articolo 111 del Codice, secondo cui “le attività di valorizzazione dei beni culturali consistono nella costituzione ed organizzazione stabile di risorse, strutture o reti, ovvero nella messa a disposizione di competenze tecniche o risorse finanziarie o strumentali, attività cui possono concorrere, cooperare o partecipare anche soggetti privati”, che hanno la possibilità di riunirsi e organizzarsi in forma di associazione, consorzio o fondazione. Non è irrilevante che la legge nazionale specifichi che la valorizzazione ad iniziativa pubblica si deve conformare ai principi di libertà di partecipazione, pluralità dei soggetti, continuità di esercizio, parità di trattamento, economicità e trasparenza della gestione; la valorizzazione ad iniziativa privata (che nei nostri casi è un po’ sui generis, riferendosi quasi sempre a associazioni di enti pubblici o comunque a soggetti ONLUS) è invece definita come “attività socialmente “utile e quindi ne è riconosciuta la “finalità di solidarietà sociale”. Se quindi i diversi “parchi della pace”, “sentieri della libertà”, “itinerari della memoria” e 93 libro montalenti.indd 93 20/03/14 09.43 analoghi circuiti di valorizzazione e promozione sono sostanzialmente definibili come reti (network), o meglio ancora come sistemi integrati di strutture e servizi culturali21, un punto essenziale e qualificante della gestione dovrà essere proprio costituito dalla effettiva capacità di ottimizzare le opportunità offerte da questa “nuova” soluzione organizzativa22. Proprio in virtù dell’esperienza personale, diretta e indiretta, ritengo che in primo luogo non si possa assolutamente prescindere dall’individuazione di un direttore23, o forse meglio di uno staff di direzione composto almeno dai referenti tecnici e culturali di Comuni e/o Comunità montane, eventuale parco o ecomuseo, e delle associazioni locali (Pro Loco e altra realtà operanti nell’area) e nazionali (come l’ANPI o la FIVL), auspicabilmente sotto l’egida e con il sostegno formale e sostanziale di Provincia e Regione. Comunque venga concepita, la direzione dell’istituzione culturale deve infatti costituire l’unico riferimento tecnico stabile e competente per tutte le amministrazioni coinvolte, e con esse per gli interlocutori esterni, come ministeri e soprintendenze, regione, università e centri di ricerca, scuole o altri musei. Ad essa dovrebbe essere affiancato, anche per garantire l’indispensabile competenza pluridisciplinare, un comitato tecnico-scientifico con funzioni propositive e consultive, che può essere in parte costituito mediante incarichi di ricerca affidati prioritariamente agli Istituti per la Storia della Resistenza (ponendo fine alla contrapposizione stucchevole, per non dire di peggio, tra Istituti e Luoghi della Resistenza), ma possibilmente d’intesa e in sinergia con gli atenei più vicini e interessati, in modo da allargare quanto più possibile la platea di potenziali ricercatori e studenti24: solo così si può costituire un vero e proprio comitato di curatori che diventa imprescindibile nel momento in cui, finito il lavoro di realizzazione delle strutture edilizie e impiantistiche, gli architetti devono porre mano all’allestimento dei percorsi di visita e degli spazi espositivi interni ed esterni, permanenti o temporanei che siano. Solo in conseguenza della chiara individuazione di una direzione responsabile, qualificata e competente, si può sperare di realizzare in modo corretto ed efficace gli altri elementi essenziali del sistema, a partire dalla chiara codificazione preventiva delle finalità e dei rispettivi compiti, formalizzata in atti vincolanti (accordo di programma, statuto, regolamenti, convenzioni, ecc.), per arrivare poi alla messa in comune di tutte le risorse operative, strumentali e finanziarie25. Occorre infine – ma possibilmente non all’ultimo momento utile, che di solito finisce per essere quello dell’inaugurazione – individuare, affrontare e risolvere alcune importanti problematiche di organizzazione dei servizi e della logistica complessiva dell’area, che anzi dovrebbero essere auspicabilmente oggetto di un serio e realistico “piano di gestione”, meglio se ispirato agli standard UNESCO26, che includa nell’ordine: 1. la segnaletica per l’accesso autostradale, stradale e locale (inclusi i sentieri); 2. i parcheggi per auto e bus turistici; 3. i mezzi di trasporto in loco, inclusi i necessari mezzi di soccorso; 4. la sicurezza e l’assistenza ai visitatori, che devono sempre essere compatibili e rispettose della tutela e conservazione dei beni culturali; 5. i servizi aggiuntivi e gli altri servizi di accoglienza (bar, bookshop e punto vendita, 94 libro montalenti.indd 94 20/03/14 09.43 ecc.); 6. l’allestimento e la promozione di mostre ed eventi culturali; 7. la produzione di spettacoli didattici e di animazione; 8. lo sviluppo del sito web di documentazione e delle altre attività promozionali complessive, oltre che di una collana di pubblicazioni; 9. l’organizzazione e gestione integrata dei diversi punti di ospitalità (foresterie, rifugi, alloggi per ricercatori, ecc.); 10. la regolare effettuazione dei servizi di vigilanza, pulizia e manutenzione delle molte e diverse strutture, inclusi i sentieri; 11. la connessione con la rete museale regionale; 12. l’inserimento nella costituenda rete nazionale e internazionale dei “Luoghi della Memoria”, con particolare riferimento alla collaborazione con altri musei della Resistenza in Italia e all’estero. La “Memoria” come patrimonio intangibile Nonostante tutte le norme legislative e gli atti amministrativi sin qui esposti, appare evidente, a chiunque conosca la realtà culturale nazionale, che i luoghi, monumenti e musei della Resistenza non sembrano avere più probabilità di riscuotere l’attenzione delle Soprintendenze e del MiBAC – in termini di azioni e provvedimenti di tutela e valorizzazione – di quanto abbia ottenuto (cioè assai poco, come noto) tutto l’ambito dell’arte e della cultura materiale contemporanea, dai beni demoetnoantropologici all’archeologia industriale. E questo a dispetto che fatto che siano già passati settant’anni dall’inizio della seconda guerra mondiale, essendo ormai giunti alle soglie del settantesimo della Resistenza. Se però non ci vogliamo arrendere all’idea che i nostri Luoghi della Memoria non sarebbero tutelabili perché non sono abbastanza “belli” o “antichi” per i raffinati e un po’ viziati gusti dei nostri architetti e storici dell’arte, non basta limitarsi ad auspicare una più rigorosa applicazione delle norme del Codice riportate in premessa, o pensare a un’estensione delle tutele già “concesse” a suo tempo ai luoghi della Grande Guerra, che stanno a loro volta per celebrare l’importantissima ricorrenza del Centenario (19142014): si deve piuttosto fare un deciso salto di qualità, ponendo finalmente maggiore attenzione proprio a quel termine “memoria” che deve intesa nel senso di quel che ormai da tempo di definisce come patrimonio immateriale e quindi intangibile. La Convenzione UNESCO del 200327 non si limita infatti a definire e salvaguardare, come quasi tutti hanno sinora inteso, il patrimonio demoetnoantropologico di tradizioni e saperi, ma considera per aspetti non marginali anche a il patrimonio storico-culturale28: essa statuisce infatti che per “patrimonio culturale immateriale s’intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro 95 libro montalenti.indd 95 20/03/14 09.43 interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana”29. Appare particolarmente interessante, inoltre, constatare che la Convenzione prevede esplicitamente la circostanza che “una parte del patrimonio culturale immateriale” possa essere “direttamente associata” (art. 3) a beni dichiarati parte del patrimonio mondiale, secondo la Convenzione del 1972; viceversa le linee guida di quest’ultima, ed in specifico quel Criterio IV che non a caso è citato nella scheda di iscrizione nella Lista UNESCO del Patrimonio dell’Umanità del sito “Auschwitz Birkenau - Campo tedesco nazista di concentramento e sterminio (1940-1945)”, richiedono di “être directement ou matériellement associé à des événements ou des traditions vivantes, des idées (…), des œuvres (…) littéraires d’une valeur universelle exceptionnelle”. Per quest’ultimo aspetto mi piace particolarmente ricordare, anche per ragioni di famiglia, le testimonianze storico-letterarie di uno scrittore come Cesare Pavese che, insieme a Fenoglio, Revelli e Layolo può ben dirsi autore di opere letterarie sulla storia e l’identità del nostro territorio di valore certamente universale, oltre che eccezionale. Infine, è il caso di sottolineare che la Convenzione contiene norme implicitamente o esplicitamente finalizzate alla costruzione di reti di conoscenza e condivisione; così pure avviene nell’unica legge regionale di attuazione finora emanata, la L.R. n. 27/2008 della Regione Lombardia30, che cita proprio la “memoria di eventi storici significativi” che le comunità locali, i gruppi sociali o i singoli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale e della loro storia. Non a caso la stessa Lombardia aveva adottato già nel 1995 una specifica normativa in materia di sistemi integrati di beni e servizi culturali in genere31, che all’art. 1 si definiscono come “aventi lo scopo di erogare servizi culturali in forma sistematica ed integrata. L’art. 14 della Convenzione fa genericamente riferimento a “mezzi informali per la trasmissione delle conoscenze”, che servirebbero al “potenziamento della capacità” di gestione delle attività di salvaguardia32; invece l’art. 2 comma 1 d) ed e) della L.R. n. 27/2008 fa espresso riferimento alla promozione della conoscenza del patrimonio culturale immateriale, attraverso “la realizzazione di una rete di collegamenti con soggetti pubblici e privati”, oltre che al connesso impegno delle istituzioni al fine di “diffondere l’utilizzo di buone pratiche e di metodologie scientifiche”. Anche se non a questo specifico fine, i due strumenti individuano inoltre, in ambito nazionale e regionale33, un ruolo rilevante e qualificato per le organizzazioni non governative: in particolare, l’art. 11 della Convenzione prevede a livello nazionale la “partecipazione di comunità, gruppi e organizzazioni non governative rilevanti” (la normativa lombarda si limita a citare genericamente i “soggetti privati interessati”) alla individuazione e definizione dei vari elementi del patrimonio culturale immateriale presente sul suo territorio che dovranno essere oggetto di misure di salvaguardia: un ruolo che è già stato assegnato a organizzazioni nazionali come l’UNPLI e SIMBDEA, che coordinano rispettivamente le pro-loco e i centri studi demoetnoantropologici. Ovviamente, in questo caso il ruolo appena delineato non potrebbe che attribuirsi alle associazioni di Partigiani e antifascisti – l’ANPI in primis – d’intesa e con il supporto 96 libro montalenti.indd 96 20/03/14 09.43 scientifico dell’INSMLI e della rete nazionale degli Istituti storici della Resistenza. Infine le misure di salvaguardia del patrimonio intangibile devono garantirne “la vitalità” e più ancora “la trasmissione, in particolare attraverso un’educazione formale e informale, come pure il ravvivamento dei vari aspetti di tale patrimonio culturale” (art. 2 comma 3 della Convenzione); poiché è stato autorevolmente obiettato che questo requisito non sarebbe applicabile al nostro caso, credo si possa rispondere che la valorizzazione dei Luoghi della Memoria contribuisce – senza alcuna retorica ideologica – ad assicurare visibilità e concretezza non tanto e non solo agli eventi bellici, quanto piuttosto ai valori democratici costituzionali che sulla Resistenza sono stati edificati, come ci ha ricordato Calamandrei, ma che ogni giorno necessitano di essere mantenuti vitali e tramandati alle nuove generazioni. Conclusioni Seppure in estrema sintesi, è possibile a questo punto provare a immaginare un percorso di presa di coscienza e, per necessaria conseguenza, di azione positiva, da parte delle istituzioni locali, regionali e nazionali, opportunamente stimolate dalle associazioni poc’anzi citate, che non potrebbero prescindere da questi semplici assunti: 1) se forse si possono ancora avere remore circa l’effettivo valore storico-culturale di ogni singolo Luogo della memoria resistenziale, che talvolta può essere rappresentato solo da un cippo, una casa bruciata, una grotta, una baracca di legna (o magari dal loro racconto da parte di un testimone, un libro, un documento), tale valore è innegabile non appena i singoli beni e siti vengono messi in rete a livello locale, regionale e nazionale, in modo da costituire parchi, percorsi e itinerari della Memoria, così come avviene da anni nel Vercors; 2) se lo Stato non può o non vuole intervenire con la funzione di tutela delle Soprintendenze, è bene ed è corretto che le Regioni, a ciò competenti in virtù del terzo comma dell’art. 117 Cost., sopperiscano, o meglio esercitino le proprie autonome funzioni di valorizzazione e promozione del patrimonio culturale; 3) è auspicabile a tal fine che si riprendano le diverse iniziative legislative – tra cui quella dell’on. Spini – rivedendole e aggiornandole però in forma di “legge quadro” nazionale, che deve quindi limitarsi a poche chiare norme di principio e indirizzo generale, cui le diverse leggi regionali si dovranno conformare adeguando le specifiche norme alle varie realtà locali; questa legge però non dovrebbe riguardare soltanto i luoghi della Resistenza, ma occuparsi piuttosto di tutti i Luoghi della Memoria della Seconda guerra mondiale; 4) per essere davvero “utile”, cioè innovativa ed effettivamente integrativa del Codice dei Beni culturali, questa legge dovrebbe fare virtù delle carenze e delle necessità sin qui poste in evidenza, attribuendo forte enfasi a quattro storiche manchevolezze del sistema culturale nazionale, che invece nel nostro caso possono davvero diventare punti di forza vincenti, attraverso: - la sistematica, necessaria e continuativa gestione in rete, o più correttamente a sistema, del vasto e articolato insieme di siti, parchi, percorsi e itinerari e dei relativi istituti culturali, sotto l’egida dell’INSMLI che dovrebbe finalmente poter contare sul forte sostegno delle istituzioni ministeriali nazionali, oltre che di quelle interregionali e regionali; 97 libro montalenti.indd 97 20/03/14 09.43 - una forte e convinta attenzione alla salvaguardia e valorizzazione dei beni storici intangibili, proprio in quanto essa è stata subito concepita e organizzata in rete, basandosi molto sull’azione delle “comunità patrimoniali” locali34; - l’attribuzione o meglio il riconoscimento (nel rispetto del principio costituzionale di sussidiarietà) di un forte ruolo al volontariato e dell’associazionismo del settore, a partire ovviamente dall’ANPI, in funzione non più solo servente, ma critica e propositiva35, se non addirittura direttiva; - l’inserimento dell’itinerario nazionale dei Luoghi della Memoria tra le Cultural routes del Consiglio d’Europa36, in stretta collaborazione e sinergia con le omologhe reti degli altri Stati europei (oltre alla Francia, anche Svizzera, Belgio, Polonia e altri), nei quali la Resistenza ha avuto maggiore rilevanza storica e politica. * Dottore di Ricerca; chercheur associé, Université de Grenoble-PACTE. Si ringraziano per la collaborazione Jean-William Dereymez, Monica Emmanuelli, Vito Paticchia ed Elisa Zeppa; grazie anche a Lauso Zagato, direttore del CESTUDIR dell’Università di Venezia Ca’ Foscari, per gli interessanti spunti sul tema del patrimonio intangibile. 1 Dapprima come funzionario della Provincia di Alessandria, responsabile dell’iter costitutivo dell’Associazione Memoria della Benedicta (2002-2003); quindi come segretario della stessa associazione (2006-2010), nonché in veste di collaboratore amministrativo e scientifico dell’Isral – Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria; in ultimo e ad oggi, come componente della segreteria provinciale dell’ANPI. 2 Rimando a M.Carcione, Villes en guerre. Quando la memoria delle Alpi è davvero europea, in “QSC - Quaderno di storia contemporanea”, (41) 2007, pp. 135-140 e al sito web: www.memoriadellealpi.net. 3 Per informazioni rimando al sito: www.benedicta.org e all’intervento di Andrea Foco in questo stesso volume. 4 Sul paragone tra le due realtà si veda A.Balzarro, Le Vercors et la zone libre de l’alto tortonese, L’Harmattan, Paris, 2012; il volume è stato pubblicato anche in italiano con il sostegno dell’Isral, in occasione del progetto La Memoire des Alpes, presso la sede torinese della casa editrice. 5 Successivamente alla conclusione del Progetto “Memoire des Alpes”, nel cui ambito si erano gia svolti numerosi convegni e workshop sul tema dei luoghi della Memoria, in Italia e Francia, la ricerca incentrata sul confronto (storico e culturale, ma anche territoriale e istituzionale-gestionale) finalizzato alla possibile collaborazione tra le due realtà è proseguito in seno al Progetto di ricerca METER, coordinato da J.W.Dereymez, presso il Dipartimento PACTE dell’Université de Grenoble-IEP e al collegato progetto “Vercors résistant” promosso dalle amministrazioni locali e dall’ANPCVV. 6 Si veda il ricco sito web: www.memorial-vercors.fr. 7 L’art. 50 dello stesso Codice vieta di disporre ed eseguire la rimozione di cippi e monumenti, in quanto “costituenti vestigia”. 8 Ad es. il parco nazionale della pace di Sant’Anna di Stazzema è stato istituito con la Legge n. 381 dell’11 dicembre 2000 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 296 del 20 dicembre 2000; il parco storico regionale di Monte Sole (che include Marzabotto) è stato istituito con legge regionale 27 maggio 1989, n. 19 della Regione Emilia Romagna (poi modificato dalla L.R. 40/1992; la Linea Gotica è stata oggetto del d.d.l. n. 115/2006 (XV legislatura) “I sentieri della memoria: la linea gotica” (on. Cordoni e altri), ed anche di diverse leggi regionali dell’Emilia-Romagna, della Toscana e delle Marche. 9 Anche in questo caso può essere citata ad esempio l’erigenda struttura della Benedicta, che viene così definita dalla Legge Regionale Piemonte n. 1 del 9 gennaio 2006; così pure è avvenuto per i tre centri multimediali realizzati sotto l’egida della Regione e dell’Isral nell’ambito del progetto Memoire des Alpes a Piancastagna, Cantalupo e ancora a Bosio. 10 L’art. 101 del Codice la definisce come “una struttura permanente che raccoglie e conserva un insieme 98 libro montalenti.indd 98 20/03/14 09.43 organizzato di libri, materiali e informazioni, comunque editi o pubblicati su qualunque supporto, e ne assicura la consultazione al fine di promuovere la lettura e lo studio”. 11 Il Codice definisce l’archivio una “struttura permanente che raccoglie, inventaria e conserva documenti originali di interesse storico e ne assicura la consultazione per finalità di studio e di ricerca”. 12 Analoga iniziativa è stata adottata recentemente dalla Regione Marche con la L.R. 25 giugno 2013, n. 15, relativa alle “attività per l’affermazione dei valori della resistenza, dell’antifascismo e dei principi della Costituzione Repubblicana”. 13 E’ interessante osservare che l’art. 2 della stessa legge 41 attribuisse una particolare priorità di intervento ai siti e monumenti inclusi in aree inserite in parchi naturali, a loro volta regolamentati in Piemonte da una legge regionale (n. 43 del 4 giugno 1975) che affida loro il compito di “conservare e difendere il paesaggio e l’ambiente, di assicurare alla collettività ed ai singoli il corretto uso del territorio per scopi ricreativi, culturali, sociali, didattici e scientifici e per la valorizzazione delle economie locali”. L’art. 9 della stessa legge individua il Piano territoriale di coordinamento come il documento di programmazione con cui la Regione Piemonte prescrive – tra le altre cose - le norme dirette alla tutela dei valori storici, ambientali e paesaggistici dei nuclei già edificati e indica le zone da destinarsi a servizi pubblici (in questo caso turistico-museali); in seguito la L.R. n.36 del 21 luglio 1992 ha aggiornato il quadro normativo dei parchi piemontesi nell’ottica della partecipazione degli enti del territorio. 14 Cfr. la più ampia e articolata analisi amministrativa del caso, presentata in M.Carcione, Valorizzare la Benedicta come Parco della Pace, in M.Carcione, G.P.Armano (a cura di), “Benedicta 1944, l’evento la memoria”, Storia e documenti - 1 (seconda edizione riveduta e ampliata), Le Mani, Recco 2008, pp. 161-171. 15 Alle Capanne di Marcarolo si è anche venuta a sovrapporre la struttura amministrativa, organizzativa e culturale dell’Ecomuseo di Cascina Moglioni, ente culturale regolamentato in Piemonte dalla L.R. n. 31 del 14 marzo 1995 e s.m.i, che cura tra le alte cose la predisposizione di percorsi nel paesaggio e nell’ambiente, il coinvolgimento attivo delle comunità, delle istituzioni culturali e scolastiche e delle strutture associative locali e la promozione ed il sostegno delle attività di ricerca scientifica e didattico-educative relative alla storia locale 16 In Toscana è stata approvvata la Legge regionale n. 38/2002 recante Norme in materia di tutela e valorizzazione del patrimonio storico, politico e culturale dell`antifascismo e della Resistenza e di promozione di una cultura di libertà, democrazia, pace e collaborazione tra i popoli, poi modificata nel 2009; iniziative a carattere generale per una legge di valorizzazione dei Luoghi della Memoria risultano essere state avviate in Emilia-Romagna, Marche e Umbria. 17 Il discutibile, in quanto indefinito e indefinibile, requisito “di età antica” richiesto per l’area archeologica pone per i Luoghi della Memoria le stesse problematiche di tutela che da devono affrontare i c.d. siti di “Archeologia industriale”, che in Italia stentano a trovare attenzione e considerazione da parte delle competenti Soprintendenze, nonostante siano già stati anche oggetto di candidatura o iscrizione nella Lista UNESCO del Patrimonio dell’Umanità, come nei casi di ben noti Crespi d’Adda e Ivrea. 18 Cfr. l’art. 152, comma 34 del D.Lgs. n. 112/1998 che dispone appunto in tema, definendolo come “connessione tra beni culturali e ambientali diversi”. 19 Nel caso della Benedicta di Bosio, che si trova all’interno del Parco delle Capanne di Marcarolo e del relativo Ecomuseo, nonché della foresta demaniale (gestita ai sensi della Legge regionale n. 63 del 12 ottobre 1978 recante interventi regionali in materia di agricoltura e foreste), la Regione Piemonte è addirittura proprietaria di tutti gli immobili interessati dal progetto di valorizzazione. 20 E’ appunto il caso dell’Associazione Memoria della Benedicta, fondata nella primavera del 2003 – alla vigilia della terza visita ufficiale di un Presidente della Repubblica – includendo Province, Comuni e associazioni del Piemonte e della Liguria. 21 Come previsto dall’art. 2 c. 5 della L. n. 135/2001, che regola appunto i “sistemi o reti di servizi, di strutture o infrastrutture integrate”, come pure lo “sviluppo di circuiti qualificati” nel settore della sentieristica. 22 Per un’approfondita analisi tecnico-giuridica mi permetto di rimandare a M.Carcione, Il ruolo delle organizzazioni non governative per la sopravvivenza del patrimonio culturale immateriale, in M.L.Picchio Forlati (a cura di), “Il patrimonio culturale immateriale di Venezia e del Veneto come patrimonio europeo”, Venezia, Ca’ Foscari University Press, 2013 99 libro montalenti.indd 99 20/03/14 09.43 Il responsabile amministrativo non dovrebbe essere solo un esperto di contabilità e di amministrazione, di rapporti con le istituzioni pubbliche, ed anche di organizzazione e promozione di eventi culturali, essendo necessaria una certa esperienza “sul terreno” maturata nella gestione di analoghe strutture museali, monumentali e di documentazione, con tutte le implicazioni connesse, che vanno dal trattare con la Soprintendenza o con il Comitato scientifico, oppure con i curatori e gli architetti, fino alla soluzione di problemi assai meno culturali come gli estintori, la pulizia o i servizi igienici. 24 Sul piano formale, la collaborazione con le Università avviene normalmente tramite convenzioni di ricerca stipulate con i Dipartimenti competenti in materia di Storia (non solo contemporanea), Scienze politiche, Architettura, Beni culturali e Museologia, ma anche di Scienze del Turismo, Agraria e Scienze forestali, Marketing e quant’altro possa essere utile. 25 Si pensi a strutture che non tutti i poli della rete possono realizzare e gestire ma di cui uno solo di essi può disporre, utilizzandolo però in modo razionale e avvalendosi di economie di scala: bookshops, laboratori didattici e di restauro, depositi, centri di formazione, biblioteche specializzate, archivi fotografici e digitali, foresterie, ecc.; la relativa sostenibilità potrebbe essere assicurata da un “fondo di solidarietà” per le spese comuni, che potrebbe essere finanziato con parte dei proventi dei poli più visitati della rete e dei relativi servizi aggiuntivi. 26 Questa ipotesi è stata oggetto dell’interessante tesi “Analisi gestionale del Parco della Pace” dell’arch. Elisa Ravarino, studentessa del Master universitario di II livello “Management, marketing e multimedialità per i beni e le attività culturali” (COREP-II Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino a.a. 2009/2010), i cui Tutors sono stati la prof.ssa Cristina Coscia e il prof. Massimo Carcione. 27 Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Parigi, 17 ottobre 2003), entrata in vigore nel 2006 e ratificata dall’Italia con Legge n. 167/2007: http://www.unesco.it/cni/index.php/cultura/ patrimonio-immateriale. 28 Secondo il dettato dell’art. 2 (Definizioni). 29 Così pure si può riscontrare nella L.R. Lombardia n. 27/2008 per “patrimonio culturale immateriale regionale si intendono: a) le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, i saperi, e quanto ad esso connesso, che le comunità locali, i gruppi sociali o i singoli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale, della loro storia e della loro identità; b) la memoria di eventi storici significativi per la loro rilevanza spirituale, morale e civile di carattere universale, nonché per la loro rilevanza culturale identitaria per le comunità locali e le tradizioni orali, i miti, le leggende ad essi connessi”. 30 Per la L.R. Lombardia n. 27/2008, ad oggetto “Valorizzazione del patrimonio culturale immateriale” per “patrimonio culturale immateriale regionale si intendono: a) le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, i saperi, e quanto ad esso connesso, che le comunità locali, i gruppi sociali o i singoli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale, della loro storia e della loro identità; b) la memoria di eventi storici significativi per la loro rilevanza spirituale, morale e civile di carattere universale, nonché per la loro rilevanza culturale identitaria per le comunità locali e le tradizioni orali, i miti, le leggende ad essi connessi”. 31 La. L.R. n. 35/1995 recante “Interventi della regione Lombardia per la promozione, il coordinamento e lo sviluppo di sistemi integrati di beni e servizi culturali”, incluso l’adeguamento dei patrimoni di dotazione delle istituzioni culturali” (che includono “musei, biblioteche ed archivi, anche multimediali, nonché istituzioni culturali dello spettacolo e della musica di enti locali, di enti pubblici, in qualsiasi forma costituiti, nonché privati”), oltre ad opere di restauro e ristrutturazione. 32 Inoltre l’art. 15 della Convenzione del 2003 (Partecipazione delle comunità, dei gruppi e degli individui), prevede che gli Stati garantiscano “la più ampia partecipazione di comunità, gruppi e, ove appropriato, individui che creano, mantengono e trasmettono tale patrimonio culturale, al fine di coinvolgerli attivamente nella sua gestione”. 33 Non risultano attivate, e neppur previste, forme di coordinamento e coinvolgimento conseguenti all’accreditamento presso l’apposito Comitato UNESCO ex art. 9 di “organizzazioni non governative aventi una fondata competenza nel settore del patrimonio culturale immateriale, per esercitare una funzione consultiva”. Si veda la sezione “Intangible Heritage” del sito: www.unesco.org/culture. 34 Così definite dagli artt. 2 e 12 della Convenzione europea di Faro (2005), che riconosce proprio alle comnità locali, ed anche alle ONG di esperti, un ruolo di proposta e stimolo - anche critico - e con esso il 23 100 libro montalenti.indd 100 20/03/14 09.43 diritto (definito “fondamentale” dall’UNESCO) a partecipare alle relative scelte. 35 Rimando ancora una volta a M.Carcione, Ong internazionali e volontariato: sussidiarietà e partecipazione, per la salvaguardia e la sicurezza del patrimonio culturale, in “Aedon-Rivista di arti e diritto on-line” (1-2/2012); la stessa Convenzione di Faro riconosce all’art. 12 c) “il ruolo delle organizzazioni di volontariato, sia come partner nelle attività, sia come portatori di critica costruttiva nei confronti delle politiche per l’eredità culturale”. 36 Si veda la pagina: www.coe.int/t/dg4/cultureheritage/culture/routes/default_en.asp 101 libro montalenti.indd 101 20/03/14 09.43 La fragilità della memoria Chiara Gribaudo* Innanzitutto vi ringrazio per aver organizzato queste due intense giornate di confronto, per parlare di ciò che c’è di più fragile, sia per un uomo solo che per una comunità intera: la memoria. Memoria di ciò che è stato, memoria di luoghi e di persone, di amicizie e di atrocità, delle scelte di campo, del coraggio di ragazzi e della vigliaccheria di uomini: insomma memoria di ciò che ci ha forgiati nel tempo, tanto come popolo quanto come individui. La guerra di Liberazione ha visto la partecipazione di italiani, partigiani, patrioti, esercito e Forze armate regolari, impegnati in duri combattimenti per la riconquista della libertà e della democrazia, dai giorni dell’armistizio dell’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. La lotta ha interessato l’intero nostro paese, da nord a sud in modi e tempi diversi accomunati però dal desiderio di libertà. In tutta la nostra penisola, infatti, sono ancora in luce tracce, più o meno visibili, qualche volta poste anche finita la guerra, a futura memoria, come cippi, lapidi, monumenti, stemmi, graffiti, iscrizioni e tabernacoli eretti a ricordo di luoghi e personaggi della lotta. Esistono case, cappelle, radure, valichi, trincee, camminamenti, strade e sentieri che fisicamente rappresentano il segno di un conflitto che ha opposto per anni milioni di uomini e di donne. È un patrimonio che lega il nostro paese come un filo ideale lungo migliaia di chilometri, capace di narrare, ricordare e far rivivere quegli anni: come occuparsi di mantenerlo, anche dopo la scomparsa della testimonianza diretta è, non solo un interrogativo, ma una profonda responsabilità che credo molte associazioni di combattenti e non sentano forte quanto ognuno di noi. Cultura, attenzione e trasmissione di valori non si impongono tramite una legge, appartengono alla sfera dell’educazione soprattutto nell’infanzia, ma lungo tutta la vita. Per questo credo che sia innanzitutto prioritario incrementare nelle scuole lo studio della storia che da molti anni non racconta neppure cosa sia stata la resistenza. Affidare questo alla buona volontà degli insegnanti, ad un progetto extra curriculare o al racconto famigliare ha permesso che senza nessuna consapevolezza un ragazzino possa decidere di iscriversi a “CasaPound” o che molte persone semplicemente annuiscano a sentir parlare di fascismo buono e fascismo cattivo. Tutto ciò però non basta: niente è più forte di un racconto che ha non solo nomi e cognomi ma targhe, cippi, fotografie, diari; o che non ha riferimenti generali sul dove ma fucili, baracche, treni, sentieri e montagne. Credo sia utile diffondere una consapevolezza nuova e particolare per la tutela di queste testimonianze, promuovendo una legge (che non sono certo la prima a proporre) diretta alla valorizzazione, alla loro fruizione pubblica o alla loro semplice e dignitosa cura, soprattutto per i valori che essi trasmettono di pace e di intesa tra popoli. Sono stati presentati negli ultimi dieci anni diversi disegni di legge per promuovere la 102 libro montalenti.indd 102 20/03/14 09.43 tutela di questo patrimonio. Le prime affidavano ai comuni questo compito, ma credo che oltre ad essere troppo oneroso, soprattutto a causa del fatto che non ci sarebbero a fronte dei trasferimenti di risorse, rischi di essere dispersivo e non continuativo. Successivamente - nel 2005 e 2006 - sono state presentate leggi che coinvolgevano tutti i livelli di amministrazione e che intendevano istituire presso il Ministero per i Beni e le attività culturali un comitato tecnico-scientifico speciale per il patrimonio della guerra di liberazione e della lotta partigiana che esprima pareri e formuli proposte. Credo che sia opportuno, e mi impegnerò a farlo, promuovere un confronto per riuscire a tenere insieme due esigenze. La prima è un coordinamento, tramite una mappatura dei siti o qualunque strumento, che consenta di avere uno sguardo di insieme e per integrare le attività di conservazione e mantenimento laddove nei territori non sia possibile o semplicemente non sia fatto. La seconda è ovviamente incentivare e sostenere tutto ciò che già esiste in molte città e paesi, grazie ad associazioni di combattenti, istituti storici, associazioni culturali, università che rappresentano sicuramente il livello migliore al quale delegare questo compito. Credo si potrebbe riflettere, inoltre, sul divieto assoluto di alterazione delle caratteristiche materiali e storiche delle cose; tenendo ovviamente fermo il principio di non cancellarne l’identità e il significato, potrebbe però essere interessante in ottica di valorizzazione attiva e profonda della memoria aprire la possibilità a artisti, storici, di utilizzare linguaggi contemporanei per raccontare questo grande patrimonio. Abbiamo una grande responsabilità, che va condivisa e portata avanti a partire dall’occasione del 70° anniversario della Liberazione: dobbiamo, cioè, applicare pienamente e concretamente la Costituzione, consci del peso di questo compito, sapendo in definitiva legare il ricordo e la tradizione orale con le nuove modalità di racconto, e gettando così un ponte fra le generazioni che guardi al futuro. * Deputato della XVII Legislatura, Gruppo PD – Partito Democratico. 103 libro montalenti.indd 103 20/03/14 09.43 Interventi Alcuni luoghi simbolo della Resistenza cuneese Ughetta Biancotto* L’ANPI regionale, in preparazione del 70° anniversario della liberazione nazionale contro il nazifascismo ha preso l’iniziativa di fare approvare dal Parlamento una legge a tutela e conservazione dei monumenti che testimoniano il contributo di sangue che partigiani e partigiane hanno versato per dare all’ Italia libertà e democrazia e all’Europa 70 anni di pace. L’importante iniziativa ha visto la compartecipazione delle città di Borgo S. Dalmazzo e di Cuneo, insignite di medaglia d’Oro al valor militare della resistenza (Cuneo città natale dell’ eroe nazionale Duccio Galimberti). La provincia di Cuneo è stata la culla della resistenza italiana e i luoghi simbolo non si fermano solo a queste due città, ma bisogna ricordare la città di Boves, incendiata il 19 settembre 1943, i martiri fucilati e tutta la popolazione civile che subì da subito rappresaglie, minacce torture. Boves1 pagò un caro prezzo per la libertà, con il primo sacrificio nel 43 di 45 cittadini trucidati e di 350 case incendiate ma nel gennaio 1944 venivano incendiate altre 500 case cadevano combattendo ben 157 cittadini partigiane. Boves, ai piedi della Bisalta, dove nacquero le prime formazioni partigiane è sede di alcuni monumenti da conservare e da menzionare quello dedicato a Giovanni e Spartaco Barale, Padre e figlio uccisi insieme, situato nel luogo dove furono barbaramente martoriati. Varie sono i luoghi e le lapidi – ricordo – disseminati in tutto il territorio bovesano (le due maggiori piazze). A Borgo S. Dalmazzo sono da ricordare: il ghetto degli Ebrei e il memoriale della Stazione, da cui partirono e non fecero più ritorno circa 400 ebrei verso il purtroppo famoso campo di sterminio di Auswiz, giunti dalla Francia attraverso il colle delle Finestre da S. Martine Vesuvie. E infine ricordiamo Cuneo, città e provincia partigiana, che con il suo monumento alla Resistenza Progettato e costruito dallo scultore Umberto Mastroianni domina la città ed e simbolo di forza e di esplosione. Nella circostanza dell’inaugurazione ci fu la presenza del Presidente della camera Sandro Pertini, antifascista e partigiano, esiliato per le sue idee e poi Presidente della Repubblica Italiana, il più amato dagli italiani ed infine anche cittadino onorario della città di Cuneo. Da menzionare inoltre il museo di casa Galimberti, donato dalla famiglia alla città e la bellissima piazza omonima. Il monumento nel piazzale antistante la stazione di cuneo dove furono fucilati 5 partigiani tra cui una donna Maria Luisa Alessi e dove sono ancora visibili i fori dei bossoli sparati. La casa del fascio dove vennero tenuti prigionieri civili e partigiani e dove vennero torturati e tante lapidi disseminate nel territorio cuneese da non dimenticare il Famedio dove sono sepolti i personaggi illustri di Cuneo e quelli che hanno contribuito per dare a noi la democrazia e la libertà. * ANPI provinciale Cuneo. 1 Boves è stata insignita di medaglia d’oro al valor militare e civile. 104 libro montalenti.indd 104 20/03/14 09.43 Benedicta: recupero, valorizzazione e fruizione di un luogo simbolo della resistenza ligure-piemontese Andrea Foco* Nella seconda metà degli anni Novanta, l’Anpi provinciale di Alessandria sollecitò, con un’ampia e documentata lettera, il Comitato Difesa Valori della Resistenza e dei Principi della Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte e l’Amministrazione provinciale di Alessandria a non procrastinare ulteriormente un intervento di manutenzione e pulitura dell’area su cui sorgevano, ormai completamente coperti dalla vegetazione e danneggiati dagli eventi atmosferici, i ruderi della cascina Benedicta, incendiata e fatta esplodere dalle truppe nazifasciste dopo il rastrellamento e l’eccidio della settimana di Pasqua del 1944. Iniziò così il percorso di recupero e valorizzazione di tutta l’area monumentale che comprende, oltre alla cascina, i Sacrario, la Cappelletta e la Croce (zona della fucilazione) e le Fosse comuni. L’intervento acquistò ancora più significato perché realizzato all’interno di un’area protetta: il Parco regionale delle Capanne di Marcarolo, nel Comune di Bosio. L’Amministrazione provinciale di Alessandria, consapevole della rilevanza dell’operazione, costituì nel 1999 il Comitato per il Recupero e la Valorizzazione della Benedicta, composto dall’Anpi provinciale, dal Comune di Bosio, dall’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Alessandria (Isral), dalla Città di Ovada, dalla Comunità Montana Alta Val Lemme e Alto Ovadese, dal Parco Capanne di Marcarolo e dall’Associazione Amici della Colma, per promuovere la conoscenza, il recupero e la valorizzazione del sito storico che fu teatro dell’eccidio della Pasqua 1944. Successivamente al Comitato hanno aderito la Città di Alessandria e quella di Novi Ligure, l’Associazione Nazionale Ex Deportati (Aned) del Piemonte e l’Istituto del Nastro Azzurro. Come primo impegno il Comitato ha provveduto a coordinare i lavori di pulitura, restauro e consolidamento dei ruderi del sito, effettuati dalla Provincia di Alessandria con un contributo finanziario erogato dalla Regione Piemonte. Nel novembre 2003 il Comitato si è trasformato in Associazione Memoria della Benedicta che ha proseguito l’impegno di valorizzazione e promuovere la zona monumentale e conseguentemente svolgere attività culturali attraverso un Centro di Documentazione e un Museo da costruirsi nell’area. Alla costituzione dell’associazione hanno contribuito anche la Provincia e la Città di Genova, la Comunità Montana Alta Val Polcevera e quella delle Valli Stura e Orba, i Comuni liguri e piemontesi limitrofi alla zona del rastrellamento o che hanno avuto caduti nell’eccidio o deportati ai campi di sterminio; hanno partecipato anche l’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea e le associazioni partigiane e degli ex deportati della Liguria, portando il totale degli Enti e delle associazioni coinvolti nel progetto a oltre 50. L’Associazione Memoria della Benedicta si è proposta si dal primo momento di sostenere la costruzione di uno spazio idoneo, al riparo dalle intemperie e dotato degli indispensabili servizi di accoglienza, per tutti coloro che intendono visitare 105 libro montalenti.indd 105 20/03/14 09.43 la zona monumentale e di farsi promotrice e organizzatrice di visite che, soprattutto per gli studenti delle due province – e non solo – hanno così avuto un notevole incremento, grazie alla collaborazione degli insegnanti e alla capillare informazione che l’Associazione è in grado di offrire mediante la circolare telematica “Benedicta News”, le pubblicazioni e i filmati. Proprio lo studio, l’ideazione, la produzione e la diffusione di opuscoli, libri, video didattici e veri e propri documentari, insieme all’indispensabile e ormai ricchissimo sito web, hanno caratterizzato l’attività scientifica e promozionale dell’Associazione. Il livello quantitativo dell’offerta didattica è costantemente migliorato grazie all’impegno di insegnanti esperti e di testimoni che, con le guide, accompagnano gli studenti e i gruppi organizzati, e all’apporto del Laboratorio didattico “Benedicta Scuola di Pace” realizzato dall’Isral, che coinvolge le classi nella fase di preparazione. Questi luoghi trasmettono forti emozioni e proprio per questo è doveroso costruire presso i ruderi un ambiente idoneo dove poter sostare per documentarsi ulteriormente attraverso pubblicazioni e strumenti audiovisivi con l’aiuto di personale appositamente formato. L’Associazione è consapevole che questo Centro non può funzionare tutto l’anno per ragioni legate al clima del luogo ed è perciò impegnata a dar vita ad una rete di centri e musei sul territorio delle due province di Alessandria e Genova, ovviamente partendo dall’esistente, ma facendo leva sulle singole specificità ed inserendole in un circuito che le valorizzi. Questo percorso della memoria si fa concreto anche attraverso la riscoperta e la segnalazione dei sentieri che collegavano tra loro le varie cascine, sede dei distaccamenti partigiani, e queste con la Benedicta; oppure in un ricordo più dolente, ripercorrendo gli itinerari attraverso i quali, trainati dai carri dei contadini, le salme dei martiri della Benedicta vennero portate e poterono ricevere, un anno dopo l’eccidio, la sepoltura. Questi sentieri vanno resi percorribili e agibili per chi desidera conoscere meglio questo territorio con la calma riflessiva di una escursione. Non dimentichiamo che l’area monumentale della Benedicta è situata nel cuore di un parco naturale: la visita per i cittadini e soprattutto per le scuole può quindi essere stimolata da interessi e suggestioni diversi e complementari, dalla storia secolare del territorio alle emergenze naturalistiche, dalla storia recente della presenza partigiana e dell’eccidio alle questioni legate alla tutela ambientale. Nel corso degli anni, ferme restando le rispettive competenze istituzionali e amministrative dei diversi Enti responsabili dei progetti (a cui si aggiunge, per alcuni aspetti, l’Ecomuseo realizzato e gestito dal Parco), l’Associazione è stata individuata, con apposita convenzione, come credibile sede e struttura operativa di coordinamento degli aspetti gestionali e di fruizione da parte del pubblico, sulla base delle molte inziative in corso e in progettazione. Il riconoscimento formale del rilievo regionale della Benedicta è avvenuto con la Legge regionale 9 gennaio 2006 n. 1, Istituzione del Centro di documentazione nell’area della “Benedicta” nel Parco naturale delle Capanne di Marcarolo, che ha portato ulteriormente attenzione e sensibilità istituzionale. 106 libro montalenti.indd 106 20/03/14 09.43 L’aspetto a mio parere più interessante che emerge da questa vicenda è costituito dalla ricchezza di idee e proposte (di studi, pubblicazioni, spettacoli) che il processo avviato fin dall’inizio di aggregazione di enti, istituzioni, territori, ha suscitato e continua a suscitare. Ed è per noi tutti motivo di grande soddisfazione che la gran parte di tali idee, nel corso di questi anni, si sono trasformate in progetti, portati poi felicemente a termine. Per completare il quadro, va inoltre ricordato che il progetto Interreg “La memoria delle Alpi” (2002-2007) ha consentito la realizzazione di quattro Sentieri della Libertà (Sentiero del Ritorno, Sentiero della Canzone, la Passeggiata dei Mulini, dalla Benedicta al Ponte Nespolo – l’anello della Carrosina e ritorno) e di un Centro rete multimediale alla Cascina Foi, affidati alla Comunità Montana e all’Isral. Sono ormai ultimati i lavori del Parco della Pace, uno dei sei parchi a tema provinciali (progetto Docup della Provincia di Alessandria, demandato alla Comunità Montana) che hanno permesso il recupero dei due edifici della Cascina Pizzo e del Mulino Vecchio collegati tra di loro dal “Sentiero della Pace” che è un percorso nei boschi interrotto da piazzuole di sosta arredate da suggestivi pannelli che narrano le vicende di quei luoghi nel panorama della storia europea. Restano da completare nei prossimi anni, a cura della Provincia di Alessandria, i lavori per la realizzazione della sala ipogea, sede del Centro di Documentazione, previsto dalla citata L.R. 1/2006. In questo quadro ricco, come si vede, e variegato di iniziative e attività, il punto di riferimento tradizionale e imprescindibile del nostro impegno resta sempre e comunque l’annuale celebrazione dell’anniversario dell’eccidio, che avviene alla presenza di amministratori con i gonfaloni, partigiani, famigliari dei caduti e tanti cittadini, che lo vivono come un appuntamento irrinunciabile, di testimonianza, e anche un momento di autentica partecipazione alla vita democratica. Altrettanto partecipato è da alcuni anni il successivo Concerto per la Repubblica, che si tiene nel recuperato cortile della Benedicta la domenica più vicina al 2 giugno. * Presidente Associazione Memoria della Benedicta. 107 libro montalenti.indd 107 20/03/14 09.43 Tracce fragili e pesi imponderabili: la memoria del Nazismo e della guerra Elena Pirazzoli* A distanza di settant’anni, le tracce degli eventi della seconda guerra mondiale e dei regimi che hanno condotto a quella guerra presentano una duplice difficoltà di relazione: da un lato abbiamo segni fragili, il cui deperimento sembra portare verso la progressiva scomparsa; dall’altro ci sono residui “ingombranti” per dimensione e significato, spesso realizzati con materiali che puntavano alla lunga durata. Al primo caso appartengono i campi di concentramento e di sterminio, le cui baracche, in muratura o in legno, dovevano assolvere a una funzione temporanea nella mente di chi li aveva progettati. Ne fanno parte anche i luoghi teatro di eccidi e distruzione oppure oggetto di bombardamento. E ancora, i luoghi di riparo e i sentieri partigiani. Della seconda fanno parte gli edifici lasciati dai regimi, quelli che dovevano esserne le forme di rappresentanza, propaganda, celebrazione. In area tedesca, il legame tra gli uni e gli altri, apparentemente distanti, è invece strettissimo: i materiali durevoli per realizzare gli smisurati edifici di rappresentanza proveniva dai campi, dove si poteva contare sull’infinita manodopera schiava dei prigionieri. Subito dopo l’Anschluss, venne realizzato presso la fortezza di Mauthausen un campo di concentramento: uno dei più duri, con un altissimo tasso di mortalità tra i prigionieri. Molti di loro furono utilizzati per il lavoro nelle cave di marmo dell’area, in particolare presso Gusen. La necessità di granito e mattoni del Reich era incrementata esponenzialmente dopo l’elaborazione dei progetti per lo sviluppo delle principali città, le cinque Führerstädte – “città del Führer” – ovvero Berlino, futura Welthauptstadt Germania, capitale del Reich; Norimberga, città del Parteitag, il raduno del partito; Monaco, culla del movimento nazista; Amburgo, il porto principale; e infine Linz, la città della giovinezza di Hitler. Queste città avrebbero dovuto subire imponenti trasformazioni in modo da poter ospitare nuovi palazzi di rappresentanza e nuovi spazi per le adunate e le parate. I progetti vennero affidati a molti architetti, anche se ora tendiamo a ricordare solamente Albert Speer, il prediletto di Hitler, che, dopo la morte di Fritz Todt, venne nominato Ministro degli armamenti. Ma fu nella veste di architetto che egli elaborò la cosiddetta Theorie von Ruinenwert, la “teoria del valore delle rovine”, come racconta nelle sue Memorie: durante l’abbattimento degli edifici preesistenti sull’area designata per l’area per il raduno del partito, a Norimberga, si dovette far saltare anche il deposito tranviario, costruito da pochi anni. Alcuni giorni dopo Speer gli passò davanti e osservò “il miserando spettacolo del cemento armato in rovina, con le nervature in ferro penzolanti e già corrose dalla ruggine. Non era difficile immaginare quanto sarebbe stato rapido l’ulteriore decadimento”. 108 libro montalenti.indd 108 20/03/14 09.43 Questa visione desolante stimolò in me l’idea che esposi più tardi a Hitler sotto il nome alquanto pretenzioso di Theorie vom Ruinenwert, cioè del valore che un edificio può avere, visto come rovina. La mia premessa era che le costruzioni moderne sono indubbiamente poco adatte a creare quel “ponte di tradizione” che, secondo Hitler, avrebbe dovuto congiungere la nostra generazione alle generazioni future: era impensabile che da cumuli di rovine [Trümmerhaufen] polverose potessero sprigionarsi quelle ispirazioni eroiche che riempivano Hitler di ammirazione davanti ai monumenti del passato. La mia “teoria” si proponeva appunto di superare questo punto morto. Impiegando determinati materiali e rispettando determinate esigenze statiche, si doveva poter costruire degli edifici capaci di eguagliare, in pieno sfacelo, dopo centinaia (anzi, secondo il nostro metro, migliaia) di anni, i monumenti romani. Per rendere più evidente il mio pensiero, feci eseguire un disegno che raffigurava romanticamente la tribuna dello Zeppelinfeld dopo secoli di abbandono: coperta di edera, infrante le colonne, crollate in vari punti le mura, ma ancora intatta e pienamente riconoscibile nelle sue grandi linee. Disegno, questo, che nell’entourage di Hitler fu considerato “una bestemmia”, non potendosi concepire che qualcuno prevedesse un periodo di decadenza del nostro impero appena fondato. Hitler, al contrario, trovò che le mie riflessioni erano logiche ed illuminanti, e stabilì che in avvenire le maggiori costruzioni del suo Reich fossero erette secondo la mia “Legge delle rovine”.1 In realtà, non ci sono prove, oltre a questo passaggio nelle Memorie di Speer, di una vera e propria teoria architettonica, e bisogna ricordare anche che i materiali dell’architettura moderna (in particolare il calcestruzzo armato) vennero utilizzati i progetti più “funzionali” del Reich. Ma era lo stesso Hitler, nei suoi discorsi, a inneggiare a uno stile “grandissimo” e di lunga durata, sulla scala di quello che aveva caratterizzato l’antichità romana, come consono al suo impero. Addirittura, i nazisti arrivavano a progettare la propria decadenza, che doveva essere in forma di nobili rovine di granito e mattoni, come si addice a un passato mitico. In un discorso tenuto nel 1941, in piena guerra, nel suo quartier generale, Hitler affermò che anche le battaglie di quel conflitto “un giorno verranno dimenticate”, come già era accaduto quelle del passato, mentre “i nostri edifici staranno ancora in piedi e sopraffaranno chi si avvicinerà loro”.2 Di quegli immensi edifici progettati, pochi sono stati effettivamente realizzati, ma anche questi pochi generano, oggi, una complessa reazione che va dalla difficoltà di raccontare la loro origine a quella del loro riuso, fino alle polemiche per i restauri, necessari dopo settant’anni e più dalla loro costruzione. Queste considerazioni possono essere fatte per gli edifici del Reichsparteitagsgelände di Norimberga, progetto coordinato da Albert Speer, come per le Flaktürme, le torri della contraerea, ovvero imponenti bunker realizzati a partire dal 1940 su disegno dell’architetto Friedrich Tamms. Oppure, per le Ordensburgen, castelli di un neo-ordine volto alla formazione dei giovani dell’élite nazista, che riprendevano le forme e le formule educative di quelli dell’antico ordine teutonico. O ancora, per la Seebad Prora, imponente “colonia” marina progettata per ospitare 20.000 persone – lavoratori con le loro famiglie – in realtà trasformabile in ospedale in caso di necessità militare. E poi tutti 109 libro montalenti.indd 109 20/03/14 09.43 le migliaia di bunker dell’Atlantikwall o altre linee difensive sparse per il territorio europeo. Dopo la conclusione del conflitto, molti di questi edifici sono stati destinati per decenni ad usi militari, sia nella Germania Federale che nella DDR, e solo a partire dalla fine degli anni Novanta o addirittura più tardi ci si è posti il problema di “cosa fare” di questi imbarazzanti residui che, con le loro dimensioni “da megalomani” (secondo la definizione dello stesso Speer nelle sue Memorie) emanano un’incontenibile volontà di potenza. In alcuni casi sono stati aperti dei musei (una porzione di Prora, l’Ordensburg di Vogelsang, ecc.), in altri il riuso si è decisamente allontanato dalla destinazione originaria (come nel caso di una Flakturm di Amburgo, utilizzata per ospitare tutto quello che fa rumore: discoteche, scuole di musica e di danza, negozi di strumenti musicali... che vengono “contenute” dalle pareti dell’edificio profonde 5 metri). Altri sono abbandonati, in attesa di una qualche decisione. Alcuni di questi residui possono apparire incomprensibili a chi, oggi, si trova a percorrere una città o una spiaggia: i bunker, soprattutto, si ergono come monoliti di calcestruzzo armato difficili da svellere e allo stesso tempo circondati da indifferenza per cercare di dimenticarli. Forse la traccia più complessa da decifrare si trova a Berlino, in zona Tempelhof: un cilindro di calcestruzzo e muratura, pieno, con solo una piccola stanza all’interno. Si tratta di una prova di peso per misurare la tenuta del terreno sabbioso della città. Questo Schwerbelastungskörper, “corpo dal carico pesante” è stato oggetto di un lavoro di una giovane artista, Susanne Kriemann, che ha indagato la sua presenza nei giornali fra il 1950 e il 2005 per il progetto denominato 12650: queste sono le tonnellate del suo peso. Ed è questo dato a oscillare significativamente nelle descrizioni degli articoli raccolti, come che aspetti simbolici contribuissero nel tempo a incrementarne il carico. Il corpo per la prova di carico è un peso problematico. Indistruttibile e inadattabile/ inaccettabile per via della sua massa, le autorità cittadine si sono dovute rassegnare di fronte alla sua esistenza. E così, inutile ma carico di significato, è divenuto un monumento3. Costruito nel 1941 per valutare la tenuta del terreno berlinese, che avrebbe dovuto sopportare il peso degli immensi edifici voluti da Hitler e progettati da Speer – un arco di trionfo e una Halle a cupola, entrambi caratterizzati da gigantismo –, il blocco è un cilindro compatto, alto 12 metri, dal diametro di 21 e con uno “stelo” che sprofonda per altri 20 metri circa. Al suo interno venne ricavato solo un vano dove installare la strumentazione per misurare l’eventuale cedimento del suolo. Incaricata di seguire i lavori di misurazione fu la Degebo (Deutsche Gesellschaft für Bodenmechanik), società tedesca per la meccanica del suolo che svolse il suo lavoro fino al 1944, segnalando come il terreno avesse ceduto di 19 centimetri. Ma il deteriorarsi del conflitto rese questa attività trascurabile: articoli degli anni Ottanta riportano come la Degebo usò quell’unico vano per salvare il proprio archivio; altri giornali scrivono che addirittura il cilindro di cemento fu utilizzato come bunker privato per alcuni membri della società, cacciati poi dall’Armata rossa. Scorrendo gli articoli riportati da Kriemann, sembra che negli anni crescano le leggende attorno a questa struttura, questo corpo, “peso morto” della pesantissima recente storia tedesca. Anche le fotografie raccolte dall’artista testimoniano la sua presenza prima 110 libro montalenti.indd 110 20/03/14 09.43 evidente, esposta, e poi sempre più avvolta dalla vegetazione, come un residuo romantico ed enigmatico, poiché privo di una funzione riconoscibile. Nel corso dei decenni si pensò anche di conferirgli un uso: come parete da arrampicata, oppure come terrazza-caffetteria, ma nessuna ipotesi giunse a realizzazione. Imbarazzante per il suo originario ruolo di test per i progetti nazisti, si cercò anche di giustificarne l’esistenza proprio per la sua funzione iniziale: rispetto a quelli preesistenti e rasi al suolo dalla guerra, gli edifici della ricostruzione sarebbero stati più pesanti (per via di sistemi costruttivi che abbandonavano il legno) e spesso più alti, quindi quella scelta di monitorare il terreno era da considerarsi giusta, omettendo tuttavia per quali progetti si era resa necessaria. Dal 1995 il cilindro di cemento è sotto tutela del Denkmalschutz come monumento storico, e dal 2007 viene portato avanti un progetto per valorizzare il suo “pesante carico” simbolico e reale: si tratta infatti dell’unica testimonianza della realtà dei megalomaniaci progetti nazisti, la cui scala sovrumana non era solo dimensionale ma concettuale: per realizzarli sarebbe stata sfruttata e spesso annientata la massa di deportati e lavoratori coatti. La materialità dei campi, invece, tende a scomparire, oppure, il suo mantenimento genera delle alterazioni. Ad esempio, quando l’Armata rossa entrò in Auschwitz, i magazzini che contenevano scarpe, abiti e tutti gli oggetti spogliati agli ebrei, traboccavano. Ora, quello che si è riuscito a mantenere è protetto da grandi teche, ma si va riducendo sempre più.4 Ma gli esempi delle tracce fragili possono farsi molto più minuti e capillari, dato che i segni della guerra e di tutto quello che accadde in quel periodo sono diffusi per tutto il corpo europeo. A Bologna, sul muro di Palazzo d’Accursio (sede del Comune), c’è il sacrario dei partigiani, caduti durante la guerra di Liberazione. Duecento volti, riprodotti su vetroceramica e accostati come in una fitta scacchiera, che ora ci si sofferma sempre meno a guardare, dandoli quasi per scontati. Bologna ha il monumento ai morti più straordinario che ci sia. Orribile ma perfetto. Dal punto di vista estetico, vale meno di zero, ma questo non cambia nulla. È un muro, […] e il nome di ogni morto è illustrato dalla sua fotografia, la fotografia fornita dalla sua famiglia.5 Con queste parole lo scrittore francese Jean Giono descriveva il sacrario come lo aveva visto durante il suo Voyage en Italie nel 1951. Ma allora appariva diverso da come è oggi: si trovava ancora nella forma in cui era stato creato, spontaneamente, dai bolognesi a partire dalle prime ore della liberazione della città, il 21 aprile 1945. Esattamente in quel punto, fino a quel giorno, erano state effettuate le fucilazioni degli oppositori politici e proprio lì i loro cari iniziarono ad attaccare fiori e, soprattutto, fotografie. Immagini tirate fuori dai portafogli, tolte dai documenti o dalle cornici, oppure addirittura con la cornice ancora attorno, come se quel muro fosse una parete della casa. Ci appaiono dunque com’erano agli occhi di chi li amava: il grande e paffuto uomo coi baffi a manubrio [di bicicletta], il bel tenebroso con la cravatta impeccabile, [...]. Mi sono venute le lacrime agli occhi davanti a un nome che era stato illustrato da una madre, certamente 111 libro montalenti.indd 111 20/03/14 09.43 non corneliana, con la fotografia di un biondino in braghini corti e colletto alla marinara. Aveva voluto custodirlo nel ricordo a quell’età. Mi sono avvicinato all’immagine, sia per mascherare la mia emozione, sia per imprimermi nella memoria i tratti di quel bambino. Era ancora più terribile di quanto pensassi. Si trattava della foto di un cresimando, pieno di meraviglia. In quel momento così vicino ai fatti, quei visi, quelle fotografie sovrapposte, non sono indifferenti ai passanti, non possono esserlo, e quella forma immediata ed emozionante amplifica e tiene vivo il coinvolgimento. Alcuni anni dopo il viaggio di Giono, il muro del ricordo spontaneo (che già aveva subito un incendio nel 1947) viene trasformato in un memoriale permanente, con le immagini riprodotte in vetroceramica, diventando un segno importante per la storia cittadina e tuttavia perdendo la forza dell’urgenza sentita, in cui rabbia e dolore e dignità avevano trovato una forma. È oggi possibile ritrovare e comprendere quella scelta spontanea grazie agli scatti ritrovati di Ed Reep, soldato americano e pittore di guerra che quel giorno colse i segni di quel muro, dove alle scalfitture delle pallottole e alle tracce di sangue venivano sovrapposte le prime fotografie e fiori, sotto a una bandiera italiana listata a lutto, privata dello stemma dei Savoia. La prima immagine che fissò fu quella del muro di mattoni ancora spoglio e rigato di sangue. Negli scatti successivi vediamo le persone che si accalcano per attaccare il proprio ricordo o per guardare il muro nella sua complessità di mosaico di volti. E negli occhi di tutti si legge un dolore composto, duro e fiero. “Questi fantasmi disposti lungo marciapiede, in uno dei luoghi più frequentati della città e così com’erano nella loro umile vita, sono più commoventi di tutti i grandi ordini architettonici”, così scriveva Giono. E così le tracce, anche quelle più fragili, possono essere i “monumenti” vivi – e per questo delicati, esposti a trasformazioni, corrosioni, corruzioni, fino, a volte, alla scomparsa – di cui serbare ricordo, tenendo a mente il filo rosso che li unisce alle ingombranti, imperiose e imbarazzanti tracce architettoniche dei regimi che hanno condotto la guerra. * Dottore di ricerca sui luoghi della memoria e autrice del testo: A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie del Muro di Berlino, Diabasis, Reggio Emilia 2010. 1 Albert Speer, Memorie del Terzo Reich, Mondadori, Milano (1971) 1997, pp. 77-78. 2 Adolf Hitler, Monologe im Fuhrerhauptquartier 1941-1944, Albrecht Knaus, Hamburg 1980, p. 102. 3 Laura Schleussner in Susanne Kriemann, 12650, Aprior, Ghent 2008, pp. 30-31. 4 Su questi temi, si veda anche il mio volume A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie del Muro di Berlino, Diabasis, Reggio Emilia 2010. 5 Jean Giono, Voyage en Italie, Gallimard, Paris 1954, p. 163. 112 libro montalenti.indd 112 20/03/14 09.43 Il Ciabot della Capoloira Sergio Beccio* L’Istituto Superiore di Cultura Alpina di Ostana si è occupato da oltre 10 anni della ricerca delle fonti documentarie partigiane relative al periodo della lotta di liberazione dal nazifascismo in Valle Po con l’elaborazione delle seguenti iniziative: 1. 2000: realizzazione, in collaborazione col comune di Ostana, della commemorazione, con una mostra fotografica e l’esposizione di reperti relativi, dell’incidente del bombardiere B 24J LIBERATOR KG 874 del 31° SQUADRON della South African Air Force, velivolo alleato in missione di lancio per rifornimenti ai partigiani del nord Italia. 2. 2002: realizzazione della mostra fotografico-documentale “Ventimesi” in collaborazione con il comune di Paesana. 3. 2004: 1° agosto 1844 - “Paesana brucia”, una mostra fotografica sull’incendio di Paesana da parte delle truppe tedesche. 4. 2007: edizione del volume “Ventimesi: la guerra partigiana di Liberazione in Valle Po”. 5. 2011: edizione del volume ““Ventimesi: la guerra partigiana di Liberazione tra l’Infernotto e la Val Luserna. Luoghi e memorie”. E’ stata avanzata dall’isca ai comuni di Saluzzo e Bagnolo Piemonte, la proposta di costituzione di un eco-museo della Resistenza della Valle Po, vista l’enorme mole di documenti ritrovati per le ricerche storiche effettuate e in relazione anche al suo mancato inserimento nell’ambito del progetto “Memoria delle Alpi” progetto alla valorizzazione dei circuiti escursionistici dei sentieri della Resistenza. In questi ultimi mesi una interessante proposta di Alberto Baile, proprietario della meira della Capoloira, suggeriva la possibilità di usufruire di questa casa rurale situata sul Mombracco come luogo simbolo della memoria partigiana in quanto proprio in quel luogo è nata la Resistenza in Valle Po. Infatti, in località Capoloira, Pompeo Colaianni, il mitico comandante “Barbato”, Giovanni Giolitti, Vincenzo Modica il comandante “Petralia” e molti altri costituirono la prima base partigiana nei giorni successivi all’8 settembre 1943. Il proprietario della casa ha offerto interessante opportunità di usufruire dell’edificio, a titolo gratuito, qualora si possa mantenere vivo questo luogo della Storia con una opportuna azione di restauro, documentazione e organizzazione di un centro visita per l’importanza dei personaggi che parteciparono a quegli avvenimenti che portarono alla cacciata del nazifascismo e alla promulgazione della nostra Costituzione assicurando 70 anni di vita pacifica al popolo italiano. 113 libro montalenti.indd 113 20/03/14 09.43 Il sig. Baile scrive le seguenti note riguardanti una sintentica storia della casa: Il ciabòt apparteneva da tempi remoti alla famiglia Perrone, proprietari un tempo di buona parte della regione denominata Capoloira, sulle pendici rivolte a nord-ovest del Monbracco, in prossimità dell’abitato di Barge. Famiglia numerosa, nel corso delle generazioni frazionò la proprietà in piccoli appezzamenti, che furono man mano assegnati ai vari discendenti. Il ciabòt venne semidistrutto nel 1878 da una frana della quale si ha memoria in un ex voto dipinto sulla parete ad ovest. Ricostruito dopo alcuni lavori di consolidamento del terreno a monte con muraglioni a secco, nel 1909 fu assegnato in dote a Giovanna (18871953) nonna dell’attuale proprietario Alberto Baile. Proprio il nonno di Alberto Baile, Tommaso Ribotta (1885-1955), ricordato come uno dei migliori scalpellini della zona, gran lavoratore e nullatenente, pur abitando e lavorando in paese, nel poco tempo libero coltivò i terreni adiacenti al ciabòt con tale passione e tenacia fino a trasformarlo in uno splendido podere a terrazze con vigna, alberi da frutta e orto, ammirato dai parenti e dai vicini. Per procurarsi l’acqua necessaria scavò, per un intero anno di durissimo lavoro, un pozzo nella roccia e nei primi anni della seconda guerra mondiale ampliò il fabbricato costruendo con le sue mani e l’aiuto di un parente muratore altre due camerette, un terrazzino e una cantina, utilizzando materiali ricavati da una piccola cava presente nel terreno del ciabòt. Nel settembre del 1943, su invito del prof. Ludovico Geymonat, lo mise a disposizione del primo nucleo di Garibaldini sotto il comando di Barbato. I partigiani che vissero e trascorsero alla Capoloira i momenti salienti di quella epica Storia che fu la Resistenza furono moltissimi, ne citiamo solo alcuni per sottolineare l’importanza di quella prima fase e soprattutto l’assoluta necessità civile di non perdere la Memoria e le tracce del loro passaggio in questi luoghi della montagna cuneese e della Valle Po: Pompeo Colajanni – Barbato, Ludovico Geymonat, - Dodo, Vincenzo Modica – Petralia, Antonio Giolitti – Antonio, Gustavo Comollo – Pietro, Dante Conte – Umberto, Giovanni Latilla – Nanni, Giovanni Cogo, Joroz, Vincenzo Grimaldi, - Bellini, Maria Rovano – Camilla, Isacco Nathoun, - Milan, Massimo Tani – Max, Alfredo Sforzini, Gianni Soriga – Gianni Mitragliere, Emanuele Artom – Ansaldi, Giovanni Guaita – Mirko, Giancarlo Pajetta. Con questi brevi appunti l’Istituto Superiore di Cultura Alpina oltre a ringraziare l’ANPI regionale, i comuni di Borgo S. Dalmazzo e di Cuneo e l’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo per aver organizzato il convegno “Memoria fragile della Resistenza” vuole cogliere l’occasione per suggerire l’opportunità (anzi la necessità) che con questa proposta si renda possibile attraverso Enti, Istituzioni e Associazioni del territorio assumere l’iniziativa per: 114 libro montalenti.indd 114 20/03/14 09.43 - rendere visibile e visitabile questa prima base del Mombracco nel Comune di Barge (CN); - inserire questo percorso nell’ambito della Memoria delle Alpi e dei sentieri Partigiani; - realizzare gli interventi utili a mantenere l’edificio in sicurezza e la sua accessibilità; - la realizzazione di una documentazione dei luoghi con una segnalazione rivolta all’informazione dei fruitori dell’escursionismo culturale; - suggerire, vista l’ingente mole di documenti, fotografie, testimonianze ritrovate e la possibilità, ormai tecnologicamente realizzabile, di una moderna e dinamica gestione di queste informazioni con l’allestimento di un moderno museo della Resistenza: un ecomuseo ad elevata informatizzazione che utilizzando la rete internet metta in contatto questa realtà con i ricercatori, le istituzioni e la società civile (scuole e biblioteche) per il necessario approfondimento del grande movimento che fu la guerra partigiana e la Resistenza nel cuneese. Nelle immagini seguenti alcuni reperti e documenti custoditi da Maria Perassi e Luisella Ribotta di Barge riguardanti la documentazione fotografica della cassa del denaro dei partigiani della Capoloira di cui Teresa Perassi fu la “cassiera” durante i venti mesi di lotta partigiana. L’Istituto Superiore di Cultura Alpina si rende disponibile ad affrontare questo tema e a sviluppare con l’ANPI , l’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo e le Istituzioni disponibili, un progetto che renda possibile questo piccolo sogno, conservando però viva una preziosa traccia del nostro passato. * Pubblicista e designer, a cura dell’Istituto Superiore di Cultura Alpina (isca). 115 libro montalenti.indd 115 20/03/14 09.43 Conclusioni La lotta teorica e pratica per la memoria. Antifascisti, storici, restauratori e politici: un unico compito Livio Berardo* Il 70° anniversario dall’inizio della lotta di Liberazione com’è quello in cui viene a cadere il nostro convegno non rappresenta un decennale qualsiasi (il rito dei decennali, che nasce con le scadenze istituzionali del potere imperiale romano, in epoca moderna è divenuto pretesto per ogni sorta di celebrazioni). E’ il primo decennale in cui matura un completo ricambio generazionale, anzi rappresenta un avvicendamento diverso da quelli che pure già sono maturati in passato. Oggi va a estinguersi del tutto la generazione dei protagonisti o dei testimoni diretti (e così sempre successo nella millenaria storia dell’uomo), mentre i destinatari del messaggio educativo, i giovani, appartengono ad una generazione che non ha (non può avere) legami con la Resistenza e i suoi valori attraverso la trasmissione della memoria familiare. Per usare un termine caro alla mitologia greca, la cui cronologia procedeva per generazioni, i genitori degli odierni studenti non appartengono né al mondo degli “eroi” delle saghe epiche né a quello dei “diadochi” (i loro successori o più prosaicamente all’americana i cosiddetti “baby boomers”), ma a quella degli “epigoni”. Inoltre l’odierna generazione di giovani è cresciuta in un contesto comunicativo totalmente diverso da quello del passato (Raffaele Simone parla di “terza fase”, ossia di passaggio dal libro alla televisione e al computer, dall’apprendimento acustico e alfabetico a quello visuale, meno favorevole all’acquisizione del senso della storia). Qui sta l’abissale differenza fra l’odierna transizione generazionale e tutte le transizioni finora vissute dalle società umane: la trasformazione del paradigma comunicativo. Se a 70 di distanza la trasmissione della memoria non può che avvenire per mezzo della storia e se la storia, intesa ovviamente come disciplina, alla fine delle indagini e delle ricostruzioni, è narrazione (“Erodoto di Alicarnasso espone il risultato delle ricerche da lui compiute affinché il ricordo di tanti avvenimenti umani non sia cancellato dal tempo”, recita il preambolo dell’opera in cui compare per la prima volta la parola storia), il cambiamento o anche solo l’ampliamento dei linguaggi finisce per avere pesanti ricadute sugli stessi contenuti o sull’organizzazione del discorso. Per essere più espliciti, quanto incidono i linguaggi visivi, televisivi e informatici sulle due coordinate fondamentali, in cui gli avvenimenti storici devono essere calati per poter essere collegati e interpretati, il tempo e lo spazio? Il senso del tempo è legato alla percezione acustica che ha un prima e un dopo o alla comunicazione scritta che possiede un alto e un basso, un fronte e un retro. Per la 116 libro montalenti.indd 116 20/03/14 09.43 nostra generazione il linguaggio storico era scontato. Così era stato per quella dei nostri padri, anzi ci fu un tempo in cui si pensava che qualsiasi disciplina (la filosofia, l’arte, la letteratura, la scienza) potesse essere conosciuta attraverso la propria storia (Croce e lo storicismo in generale). La comunicazione visiva ci immerge in un presente continuo e assoluto. Presente assoluto nel campo familiare vuol dire fine del modello edipico, della successione (non necessariamente cruenta come nel mito tebano) fra le generazioni. I ragazzi Narciso, cresciuti nella famiglia affettiva e non più normativa di cui parla Pietropolli Charmet, sono al di fuori della sequenza generazionale. Orbene le prime forme di storia (la cronologia della Bibbia, Ecateo di Mileto, precursore di Erodoto) sono proprio le genealogie. Le conseguenze della televisione, dei cellulari, di Internet sulla coordinata spazio sono diverse da quelle sconvolgenti che patisce la dimensione temporale. E’ pur vero che lo spazio si è “accorciato” nel senso che le distanze possono oggi essere coperte in tempi straordinariamente più rapidi che in passato, ma a differenza del tempo lo spazio ha una sostanza non così fortemente intrisa di risvolti psicologici, ma possiede una materialità contro la quale, se ci muove, si va a sbattere. Con gli occhi, con le mani o anche solo con i piedi, quando si tratti di ruderi o di cippi coperti dalle erbe. Maria Vittoria Giacomini ha ben distinto la tipologia dei manufatti che in tempi vari sono stati costruiti o posati per ricordare la lotta di Liberazione, indicandone anche il maggiore o minore grado di fragilità. Gli Istituti storici della Resistenza con il progetto europeo Memoria delle Alpi/I sentieri della libertà (in alcuni casi con iniziative addirittura anteriori) hanno censito cippi, lapidi, ossari, monumenti, ostelli, rifugi, baite, centri rete, li hanno collegati a dei sentieri o a dei percorsi, li hanno restaurati con il supporto tecnico di Province o Comunità montane, li hanno dotati di adeguata segnaletica, di cartellonistica e riferimenti di guida. I cataloghi a cui hanno accennato Calandri, Renosio, Adduci, Carcione, Brunetta e Pagano sono vastissimi. E’ un patrimonio imponente e vario che pone seri problemi di conservazione, di utilizzo e di gestione. La prima questione si pone con il recupero o il restauro. Spesso un luogo è stato teatro di vicende diverse, avvenute in tempi e contesti differenti. Esse si sono sovrapposte, in gran parte cancellando, le ultime, le tracce di quelle anteriori: pensiamo alla stratigrafia degli archeologi, a piazza della Signoria a Firenze costruita sull’antica città etrusca. Anni fa questa fu riportata alla luce, misurata e fotografata, poi ricoperta per ridare allo scenario la facies che più si confà a Firenze, quella del Rinascimento. Pure in un arco cronologico ben più limitato qualcosa del genere può accadere ai luoghi della Resistenza. Il sentiero alpino che unisce Alagna a Macugnaga fu percorso nel medioevo dai Walser che si spostavano dal Vallese all’Italia, dopo l’8 settembre 1943 dai prigionieri inglesi evasi dai campi di detenzione del vercellese, un anno dopo servì ai partigiani per sconfinare, dopo la caduta delle zone libere e i rastrellamenti tedeschi, in Svizzera. Qui non esistono manufatti: il luogo è fatto solo di elementi naturali: sassi, terra, vegetazione, cielo, sempre uguali o forse sempre diversi, ma capaci di abbracciare e contenere in sé tante storie diverse. Basta trovare i nomi giusti e collocare i cartelloni idonei. Ma che fare quando le fabbriche in cui si riunivano i CLN, come quelle di Asti o molte di 117 libro montalenti.indd 117 20/03/14 09.43 Torino, vengono demolite per fare posto a residenze o centri commerciali? Spesso non si è neppure recuperata la targa o la lapide apposta sul muro nei primi anni del dopoguerra. E le baite in montagna, sede di comandi o presidi partigiani, crollate sotto il peso dell’abbandono? Foco ci ha raccontato la fortunosa disponibilità di cascine incontrata alla Benedicta: così, il luogo in cui si è compiuto il sacrificio, è potuto rimanere “intatto” nel suo aspetto di rovina, testimone dell’evento e monumento alla sacralità della memoria. Ma un’altra cascina è stata restaurata e trasformata in centro di documentazione e aula didattica. A Paralup, seconda sede della banda Italia Libera, ci sarà spazio per l’accoglienza e tante attività culturali. Altrove ci si può trovare di fronte ad un manufatto unico e allora bisogna scegliere quale facies ripristinare con il restauro, sapendo che quelle tecnologie moderne, che possono avere sul senso del tempo delle giovani generazioni effetti nefasti, qui giocano un ruolo essenziale. La virtualità multimediale consente di far coesistere con la fase storica principale, quella a cui il restauro ha ricondotto il manufatto, tutte quelle anteriori e tutte quelle successive. L’uniformazione degli allestimenti può viceversa implicare delle forme di riduzionismo storico. Immaginare, come abbiamo sentito, di togliere dal Padiglione Italia di Auschwitz il monumento di Samonà con una svalutazione di carattere estetico può significare rimuovere dalla deportazione la componente politica, che nel caso dell’Italia, per ragioni oggettive, le dimensioni ridotte della comunità ebraica, pagò un prezzo più elevato della deportazione razziale. La sola forma di immortalità a cui l’uomo può aspirare è quella relativa della storia, del ricordo che si cerca di far durare il più possibile. Per contrastare questa impari lotta dell’uomo contro il tempo non c’è bisogno di malafede, di cui pure non mancano gli esempi (fra quelli che sono stati ricordati i cippi, le lapidi o i monumenti più o meno surrettiziamente infilati dai nostalgici del fascismo negli stessi luoghi della Resistenza) né di incuria, vecchia e nuova: vecchia come quella che Renosio ha ricordato per gli anni ‘50 e ‘60 in certi comuni dell’astigiano, zona “bianca” come il cuneese, ma meno ancorata ai valori antifascisti, perché non toccata nei venti mesi da grandi eccidi di civili come quelli di Boves, di Ceretto, di Peveragno, nuova come quella emersa in molta classe “dirigente” della seconda Repubblica. La lunga sequenza dei secoli o catastrofi inattese possono da sole cancellare intere civiltà, bruciare o seppellire biblioteche, CD e DVD durano meno della carta. Persino il bronzo, a cui gli antichi affidavano i testi che volevano più duraturi, ha spesso fallito nel suo compito. Ma non viviamo solo in tempi di malafede, di incuria, di smemoratezza. Siamo alle prese con una drammatica crisi economico-sociale che si è tra l’altro riverberata sulla finanza pubblica. Dunque, nell’immaginare interventi a tutela dei luoghi della memoria, dobbiamo avere ben a mente le priorità. La prima è la manutenzione dell’esistente. Nuovi luoghi possono aggiungersi all’enorme catalogo di quelli che abbiamo ricordato in questi due giorni, ma solo per motivi eccezionali. Adriana Muncinelli ci ha spiegato come lo stravolgimento edilizio del cosiddetto quartiere e l’improprietà della 118 libro montalenti.indd 118 20/03/14 09.43 toponomastica avessero a Borgo S. Dalmazzo quasi cancellato le tracce della detenzione ebraica: la costruzione del memoriale presso la stazione ferroviaria ha ridato spazio e senso ad un evento, peraltro non consumato nell’arco di pochi giorni, che non ha eguali nella pur mostruosamente vasta storia della Shoah. Fortunatamente si era ai tempi del progetto Interreg e della visita del presidente Ciampi e così fu facile colmare la lacuna. Sergio Beccio ce ne ha ricordata un’altra. L’ignavia di amministratori locali ha lasciato fuori dai Sentieri della libertà la valle Po, la zona di insediamento e il centro di irraggiamento delle Brigate Garibaldi in Piemonte. I proprietari sono disponibili a offrire in comodato d’uso la baita in cui fu ospitato il comando di Barbato. Gli oggetti che erano rimasti, come la cassa della divisione, sono già stati messi in salvo. Occasioni come queste non possono essere lasciate cadere. Ma, pur con tali eccezioni, assoluta precedenza va riservata al restauro e alla manutenzione. Già la proposta di legge dell’on. Valdo Spini si poneva il problema. I parlamentari che riproporranno o rinnoveranno la proposta devono prestare molta attenzione a questi aspetti. Subito dopo il restauro e dopo la manutenzione straordinaria, viene la gestione ordinaria. E’ ovvio che una legge nazionale non possa coprire questo tipo di spese correnti. Può però fare chiarezza sui soggetti gestionali. I sentieri della libertà sono stati realizzati tramite province e comunità montane: le seconde sono già state soppresse, le prime boccheggiano in attesa di una ridefinizione. Chi si occuperà dei servizi che coprono un’area sovracomunale (gran parte dei sentieri e dei centri di cui abbiamo parlato coprono un ambito vasto)? Quali incentivi, magari tramite il livello regionale, possono essere erogati alle istituzioni che fanno rete? Il prof. Orsi ci ha presentato l’esperienza di un rifugio partigiano gestito da un Istituto alberghiero: ciò può essere riconosciuto come attività scolastica a tutti gli effetti? Infine, dal momento che le raccomandazioni finali sono indirizzate ai parlamentari, li inviterei anche a rivisitare la legge sui comandi scolastici presso gli Istituti storici della Resistenza autorizzati dal Ministero della pubblica istruzione sulla base di una legge a suo tempo promossa da Ferruccio Parri. I comandi si scontrano ogni anno di più con i tagli alla spesa per la scuola. Eppure gli insegnanti distaccati sono uno strumento essenziale per lo svolgimento delle attività didattiche nelle scuole e sul territorio. I luoghi della memoria, ce lo ricordava Luciana Ziruolo, vanno fatti vivere innanzi tutto con la presenza delle scolaresche e con le lezioni in loco. Poi possono, anzi devono venire eventi, incontri i più svariati, l’apertura alla generalità dei cittadini, nella consapevolezza che solo una società aperta e democratica è in grado di conservare la memoria e continuamente ricercare nel passato i momenti più alti della propria identità. * Presidente Istituto storico della Resistenza di Cuneo. 119 libro montalenti.indd 119 20/03/14 09.43 Alcune riflessioni sul valore della memoria oggi Diego Novelli* Un’iniziativa di questo tipo a livello nazionale non è mai stata proposta: credo quindi che in altre province e in altri contesti nazionale questo convegno potrà offrire uno spunto e dare una traccia di lavoro. Nel sito web dell’ANPI nazionale si possono trovare alcune sollecitazioni, due in particolare: la prima è rappresentata dagli scioperi del 1943 che sono stati determinanti per la crisi del regime fascista, mentre la seconda si riferisce ai due bombardamenti tra la fine del 1942 e l’inizio 1943, che hanno avuto un peso significativo sull’umore della gente. Il leitmotiv della mia famiglia sono state tre parole: rigore, coerenza, dignità: mio padre, direttore di un grande stabilimento, non aveva accettato la tessera fascista per ragioni di dignità, in quanto non riteneva sopportabile il fascismo. Oggi invece mancano i punti di riferimento: attualmente l’ANPI rappresenta proprio questo tassello mancante per migliaia di giovani che si sono iscritti alla nostra Associazione. L’ANPI non è un partito, l’unica discriminante è il valore universale dell’antifascismo; il riferimento centrale è sempre la Costituzione della Repubblica Italiana. Come è scritto nel libro di Giogio Amendola sull’antifascismo, i valori fondamentali di una civiltà sono: la libertà, la giustizia, l’uguaglianza. Oggi l’ANPI ha una grande funzione: abbiamo bisogno di ricordare il 70° Anniversario della Resistenza senza una visione reducistica e combattentistica. Noi intendiamo ricordare questo Anniversario attraverso la memoria, senza nostalgia, i fatti storici accaduti. La memoria è un valore attivo e sollecita nel ricordo la reazione delle coscienze. E’ auspicabile una reazione, per esempio, verso il mausoleo dedicato a Ridolfo Graziani a pochi chilometri da Roma. E’ il ricordo di un disvalore. Bisogna esserne consapevoli e prendere posizione rispetto a simili manomissioni della storia. Invece occorre fare memoria di fatti come quello accaduto il 7 ottobre del 1943, quando ci fu il rastrellamento di duemila Carabinieri, in tutta Italia, proprio su ordine di Graziani, che furono deportati nei campi di concentramento. Dobbiamo ricordare, prima di tutto per noi stessi, con un certo rigore, coerenza e dignità. L’ANPI è un luogo dove fare una memoria corale, dove non esiste l’io, ma solo il noi. L’associazione è passata da 112.000 a 130.000 nell’arco di un solo anno, dal 2012 al 2013: nella sola provincia di Torino sono più di 6000 iscritti. Credo che i tempi siano maturi per un cambiamento profondo da parte dei giovani che sono alla ricerca di nuovi punti di riferimento, di luoghi di confronto e di scambio intergenerazionale costruttivo come sta cercando di fare l’ANPI. Credo che avere fiducia oggi è un segnale mobilitante, senza accettare a capo chino una situazione di stallo e di crisi economica. Incontri come questo sono occasioni utili per ricordare e per non dimenticare mai l’aspetto fondante del nostro popolo italiano: l’eredità della Resistenza è la Costituzione, il nostro faro a cui guardare sempre, in tempi più o meno bui, come quello attuale. * Presidente ANPI regionale Piemonte. 120 libro montalenti.indd 120 20/03/14 09.43 Il memoriale della deportazione di Borgo San Dalmazzo 121 libro montalenti.indd 121 20/03/14 09.43 Allegato Disposizioni per la tutela del patrimonio storico della guerra di Liberazione e della lotta partigiana Camera dei Deputati – XV Legislatura – Proposta di Legge n. 139 presentata il 28 aprile 2006 d'iniziativa del deputato Spini1 ESTRATTO Art.1 (Principi generali) La Repubblica riconosce il valore storico e culturale delle vestigia della guerra di Liberazione e della lotta partigiana. Lo Stato e le regioni, nell’ambito delle rispettive competenze, promuovono la ricognizione, la catalogazione, la manutenzione, il restauro, la gestione e la valorizzazione delle vestigia della guerra di Liberazione e della lotta partigiana e in particolare di: a) edifici e manufatti sedi delle formazioni partigiane; b) fortificazioni campali, camminamenti, strade e sentieri militari; c) cippi, monumenti, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni e tabernacoli; d) reperti mobili e cimeli; e) archivi documentali e fotografici pubblici e privati; f) ogni altro residuato avente diretta relazione con le operazioni belliche. Per le finalità di cui al comma 2 lo Stato e le regioni possono avvalersi di organizzazioni di volontariato, nonché associazioni combattentistiche o d’arma. La Repubblica promuove, particolarmente nella ricorrenza del 25 aprile, la riflessione storica sulla prima guerra di Liberazione partigiana e sul suo significato per il conseguimento della libertà e della democrazia. Gli interventi di alterazione delle caratteristiche materiali e storiche delle cose di cui al comma 2 sono vietati. Alle cose di cui al comma 2, lettera c), si applica l’articolo 50 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di ci al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, di seguito nominato “codice”. 122 libro montalenti.indd 122 20/03/14 09.43 ART. 2 (Soggetti autorizzati a effettuare gli interventi) Possono provvedere direttamente agli interventi di ricognizione, catalogazione, manutenzione, restauro, gestione e valorizzazione delle cose di cui all’articolo 1, comma 2, in conformità alla presente legge e alle leggi regionali: a) i privati in forma singola o associata, compresi le comunanze, le regole, i comitati e le associazioni anche non riconosciute; b) i comuni, le province, gli enti parco, altri enti pubblici e i loro consorzi; c) le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano; d) lo Stato. l’autorizzazione del Ministero per i beni e le attività culturali per gli interventi sulle cose di cui all’articolo 1, comma 2, è richiesta solo quando si tratta di cose assoggettate alla tutela di cui alla parte seconda, titolo I, del codice. Restano tuttavia fermi il potere di cui all’art. 150 del codice, le competenze in materia di tutela paesistica, nonché le competenze in materia del Ministero della difesa e del Ministero dell’economia e delle finanze. (...) 1 La proposta di legge completa è consultabile nel sito della Camera dei Deputati: http://legxv.camera.it/_dati/lavori/schedela/trovaschedacamera_wai.asp?pdl=139&ns=2 123 libro montalenti.indd 123 20/03/14 09.43 124 libro montalenti.indd 124 20/03/14 09.43 Stampa: La Stamperia s.n.c. - Carrù Finito di stampare nel mese di aprile 2014 libro montalenti.indd 125 20/03/14 09.43 libro montalenti.indd 126 20/03/14 09.43 libro montalenti.indd 127 20/03/14 09.43 libro montalenti.indd 128 20/03/14 09.43