1 Sommario Le Cento Città * Direttore Editoriale Mario Canti Comitato Editoriale Fabio Brisighelli Romano Folicaldi Natale G. Frega Giuseppe Oresti Giancarlo Polidori Direzione, redazione, amministrazione Associazione Le Cento Città [email protected] Direttore Responsabile Edoardo Danieli Prezzo a copia Euro 10,00 Abb. a tre numeri annui Euro 25,00 Poste Italiane Spa - spedizione in abbonamento postale 70% CN AN Reg. del Tribunale di Ancona n. 20 del 10/7/1995 Stampa Errebi Grafiche Ripesi Falconara M.ma Periodico quadrimestrale de Le Cento Città, Associazione per le Marche Sede, Piazza del Senato 9, 60121 Ancona. Tel. 071/2070443, fax 071/205955 [email protected] www.lecentocitta.it * Hanno collaborato a questo numero: Anna Maria Brunetti, Mario Canti, Costanza Costanzi, Giovanni Danieli, Ugo Gironacci, Alfredo Luzi, Romano Folicaldi, Alberto Pellegrino, Paolo Peretti 3Il ricordo Mario Luni, grande Archeologo e Amico generoso di Mario Canti 5Le Marche al cinema La “favolosa” avventura del giovane Leopardi. Il film di Martone riscuote un successo di pubblico e di critica di Alberto Pellegrino 8Le mostre Da Giotto a Gentile. Pittura e scultura a Fabriano tra Due e Trecento di Costanza Costanzi 11 Letteratura Scrittura e pittura. Rileggendo Passeggiata con la ragazza di Luigi Bartolini di Alfredo Luzi 14 L’Editoria Gazzetta della Marca (1785-88). Primo settimanale di informazione regionale nelle Marche pontificie d’ancien régime di Mario Canti 17 Attualità Conservazione contro valorizzazione, ma dove? ma quando? di Ugo Gironacci 23 Beni culturali “Andar per organi” nelle Marche. Trent’anni di esperienze “sul campo” di Paolo Peretti 30 Libri ed Eventi di Alberto Pellegrino 38 Vita dell’Associazione di Giovanni Danieli In copertina La Nike di Cirene rinvenuta da Mario Luni Le Cento Città, n. 52 TVS è fermamente convinta dell’importanza di saper riconoscere la bellezza in tutte le sue forme. Per questo, da sempre è impegnata nella produzione di articoli per la cottura che si distinguono per design e funzionalità. Ma l’amore per il bello di TVS si esprime anche nella collezione di opere d’arte, che conta opere di pregio realizzate dai più importanti autori del periodo dal XIV secolo al XIX secolo. L’opera qui presentata ne è solo un esempio. Floriano Bodini, Cavallo e Nudo di donna (Gemonio di Varese 1933 - Milano 2005) www.tvs-spa.it | TVS Spa_Via Galileo Galilei, 2_ Fermignano (PU) Italy AD Amore per il bello, passione per l’utile. Il ricordo 3 Mario Luni, grande Archeologo e Amico generoso di Mario Canti Si è spento il 12 luglio 2014 il nostro socio Mario Luni, dopo una lunga e dolorosa malattia sopportata con una serenità ed una forza di animo eccezionali; Mario Luni ha svolto una lunga e proficua attività nel campo della archeologia classica, come didatta: prima Assistente, poi Professore Associato ed infine Professore Ordinario nella Università di Urbino, come ricercatore: si ricorda il suo impegno per promuovere la conoscenza del patrimonio archeologico nella nostra regione, tra gli altri gli scavi e le pubblicazioni relative all’area dell’antico Forum Sempronii e quelle sulla via consolare Flaminia. Fin da giovanissimo ha partecipato alla Missione Archeologica Italiana a Cirene in Libia fino a divenire il direttore della Missione Italiana nel quartiere della Agorà, sia seguendo gli scavi, sia valorizzando i numerosi e significativi ritrovamenti che ne sono conseguiti; anche di questa area di interessi ha curato le relative pubblicazioni intervenendo anche in convegni ed incontri di studio. Come soci e come amici vogliamo in questa sede ricordare Mario anche e soprattutto per la sua cortesia e per la sua generosità; le sue conoscenze, la sua eccezionale preparazione sono sempre state a disposizione di quanti, istituzioni e semplici amici, ne avessero bisogno; in questo senso devono essere ricordati tra gli altri i contributi del tutto gratuiti che il nostro amico ha fornito per il patrimonio archeologico di Urbino, per la redazione del primo Piano Paesistico Regionale, per gli studi ed i progetti della Soprintendenza ai Beni Archeologici e della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici. Le Cento Città, n. 52 Nell’ambito delle Cento Città si era formato nel tempo un gruppo di amici particolarmente interessati alla conoscenza del patrimonio archeologico che ha usufruito della amicizia concessaci da Mario Luni per avere da lui tante indicazioni e tanti suggerimenti che hanno arricchito i nostri Mario Canti 4 viaggi in Grecia, a Cipro , a Creta ed in tutta la costa del Nord Africa. Siamo anche andati a trovare il nostro amico nella sua prediletta Libia dove la visita dei siti archeologici compiuta con la sua compagnia e con le sue conoscenze ha costituito per noi tutti una esperienza unica, non solo per il bagaglio di conoscenze acquisito, ma anche per le emozioni vissute, tante e forse diverse per ognuno dei partecipanti, ma sicuramente indimenticabili. Come sarà il ricordo di questo benevolo maestro, disposto ad insegnare anche a chi non era direttamente interessato la capacità di ritrovare la storia nelle testimonianze materiali, a Fossombrone come a Cirene. Le foto si riferiscono al viaggio organizzato da Mario Luni per Le Cento Città nel 2000. Le Cento Città, n. 52 Le Marche al cinema 5 La “favolosa” avventura del giovane Leopardi Il film di Martone riscuote un successo di pubblico e di critica di Alberto Pellegrino Elio Germano e Massimo Popolizio sono Giacomo Leopardi ed il padre Monaldo. E’ possibile tradurre la poesia in immagini? Finora nel mondo c’era riuscito con la fotografia soltanto Mario Giacomelli, eppure il miracolo si è ripetuto al cinema con Mario Martone (fatale coincidenza dei nomi) che con Il giovane favoloso sta trionfando nelle sale, visto che nelle prime due settimane di programmazione sono stati incassati tre milioni di euro con una presenza di oltre mezzo milione di spettatori. Tra il pubblico si registra anche una forte presenza di giovani che attraverso questo film hanno modo di riscoprire e comprendere meglio la figura e l’opera del più grande e poliedrico genio della letteratura italiana di tutti i tempi. Una volta tanto la stragrande maggioranza della critica cinematografica italiana si è mostrata d’accordo con il pubblico nel giudicare questa opera di alto livello artistico. Per noi vecchi leopardiani, che abbiamo amato razionalmente e visceralmente il poeta recanatese fin dai tempi del ginnasio, il film di Martone non è stata una sorpresa, data la stima nutrita per questo regista che, dopo avere frequentato i classici e gli autori contemporanei del teatro, aveva già fornito una prova del suo valore con l’ottimo film sul Risorgimento Noi c’eravamo e con l’adattamento teatrale delle Operette morali. L’impegno del regista Mario Martone “Gli spettatori hanno fame di bellezza, pensiero, emozioni profonde…e i giovani, che rifiutano un Paese prostrato e senza ideali, - ha detto Mario Martone - cercano nuove speranze nella voce di un poeta storpio e ribelle, presentato al di fuori degli aridi schemi dei compiti scolastici”. Il film bellissimo, Le Cento Città, n. 52 appassionante e illuminante rappresenta una di quelle opere di alta e raffinata divulgazione che sono la forma migliore per stimolare la conoscenza più approfondita di un autore o di argomento e, con felice intuizione, Corrado Augias ha scritto che questo film concede a tutti “il privilegio di conoscere un genio”. Certamente Leopardi è un universo sterminato e quindi difficile da rappresentare in tutte le sue molteplici sfaccettature, ma il film è sufficiente per illuminare la figura di un immenso poeta e di un poderoso pensatore che, più passano gli anni, più ci appare in tutta la sua sbalorditiva attualità soprattutto nelle Operette morali, in alcune parti dello Zibaldone, persino nelle sue abbastanza trascurate poesie “politiche” o in un lavoro profetico come il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (1824) Alberto Pellegrino che anticipa le analisi sociologiche, psicologiche e antropologiche del secondo Ottocento. Nel film appare un Leopardi inedito Quale ritratto di Giacomo Leopardi emerge dal film? Non quello di un poeta piagnucoloso e dal carattere instabile, ma quello di un giovane ribelle nei confronti del conformismo della società del suo tempo, di un “eretico” verso l’ipocrisia del cattolicesimo reazionario e del falso progressismo, di un visionario che sa “leggere” il futuro con la forza d’animo dell’eroe romantico. Non a caso Valerio Magrelli evoca per lui, senza alcun timore riverenziale, alcuni archetipi del romanticismo ottocentesco come il Quasimodo di Notre Dame e L’uomo che ride di Victor Hugo o addirittura il gotha della mitologia contemporanea, affermando che questo Leopardi è un supereroe che affascina i più giovani al pari di Batman, di Superman e dell’Uomo Ragno (Se Leopardi al cinema diventa un supereroe, La Repubblica, 31 ottobre 2014). 6 Martone ha dichiarato di avere studiato per lungo tempo, insieme all’altra sceneggiatrice Ippolita di Majo, le opere e gli scritti epistolari di Leopardi e alla fine è rimasto affascinato da “un pensatore ribelle, ironico socialmente spregiudicato”, per cui ha voluto rappresentare non un gobbo monotono e triste (con il rischio di farne una caricatura), ma un giovane dotato di una “immaginazione chimerica e visionaria”, di una grande forza d’animo che gli permette di compiere con coraggio e dignità il suo cammino esistenziale tra Recanti, Roma, Firenze e Napoli, spesso dileggiato, a volte “tollerato”, quasi sempre giudicato con astio da mediocri letterati e intellettuali suoi contemporanei. Cesare Garboli ha detto che Leopardi è un meteorite precipitato per caso nell’Ottocento e che, proprio per la sua modernità, è capace di confrontarsi con Proust e Beckett. Del resto non bisogna dimenticare che alla fine degli anni Cinquanta il grande studioso Umberto Bosco è stato il primo a parlare di titanismo leopardiano, rifacendosi alla Elio Germano: straordinario interprete della complessa interiorità leopardiana. Le Cento Città, n. 52 capacità del poeta di dialogare da pari a pari con la “Natura matrigna” e di scrivere quei versi sublimi della “Ginestra” che inneggiano alla fratellanza universale (Titanismo e pietà in Giacomo Leopardi, Le Monnier, Firenze, 1957). Una grande pagina di poesia visiva Il film si presenta nel suo insieme come una grande pagina di poesia visiva e s’impone innanzitutto per alcuni squarci di cinema puro, nei quali il linguaggio delle immagini assume un ruolo determinante e assoluto: si pensi al silenzioso, costante, commovente dialogo del poeta con la luna; al momento dell’appassionato connubio tra immagini e i versi dell’Infinito; alla sconfinata visione dell’eruzione del Vesuvio collegata ai versi della Ginestra, che anticipano di un secolo tante elaborazioni della filosofia europea. Martone ha avuto il merito di non presentare Leopardi come il classico letterato italiano pomposo e cortigiano, ma come un profeta che traccia l’elogio del dubbio come condizione esistenziale, che rivela la Le Marche al cinema miseria della debolezza umana e che si chiede come “possano esistere masse felici composte di individui infelici”, per poi scoprire che proprio il dolore conferisce all’uomo una straordinaria nobiltà che sfocia nel bisogno di una viva fraternità. Nello stesso tempo viene messa in risalto la dimensione cosmica che Giacomo ha del pensiero umano, una scoperta che prima lo riempie di spavento (“ove per poco/il cor non si spaura”) ma che poi lo conduce a trovare sollievo nell’immensità dell’infinito (”il naufragar m’è dolce in questo mare”). L’ambientazione Pienamente riuscita, grazie alla fotografia di Renato Berta, è la rappresentazione di un’antica Recanati stretta intorno al Palazzo dei conti Leopardi, il quale a sua volta trova il proprio baricentro in quella biblioteca paterna che, con i suoi sedicimila volumi, diventa il principale universo dal quale prenderà avvio l’avventura metafisica del giovane Giacomo. Il suo amato “borgo selvaggio” non è fatto solo di luoghi “ameni” e di lontani “monti azzurri”, ma di annotazioni antropologiche e anche di nebbie e di cieli cupi, un luogo dove l’aria “mutabilissima, umida, salmastra, crudele ai nervi e per la sua sottigliezza niente buona” contribuisce a minare la salute del poeta. Alla piccola città di provincia si contrappongono bellissimi squarci di paesaggi, di ambienti urbani e di vita sociale a Roma, a Firenze e da ultimo a Napoli, ultima tappa esistenziale per il poeta. La città partenopea appare rigurgitante di vita popolare e sanguigna, con i suoi riti magici 7 e fantasiosi, con la volgarità e la miseria dei suoi bassifondi, un luogo dove il poeta vive “separatissimo dalla gente, in un paese pieno di difficoltà e di veri e continui pericoli, perché veramente barbaro, assai più che non si può mai credere da chi non c’è stato”. Lo scenografo Giancarlo Maselli e la costumista Ursula Patzak hanno contribuito con le loro accurate ricerche a curare un’impeccabile ricostruzione di un periodo storico prerivoluzionario nel quale le spinte al rinnovamento di una società statica convivono con le formalità e il rigore di una società reazionaria. Suggestive atmosfere contribuiscono a creare le musiche di Sascha Ring, nate da un originale connubio tra Rossini e musica elettronica. La qualità degli interpreti Il successo del film è anche legato alla performance degli interpreti tutti bravissimi a cominciare da Massimo Popolizio (Monaldo Leopardi), padre autoritario e conservatore, affettuoso e geloso ma primo estimatore di questo figlio geniale che egli considera il suo principale collaboratore, dal quale non vorrebbe mai separarsi; Anna Mouglalis è una convincente Fanny Targioni Tozzetti; Isabella Ragonese è una dolce Paolina; Michele Riondino veste i panni di Antonio Ranieri, presentato come l’amico e il custode di un Leopardi sempre più malato, un uomo che poi scriverà una biografia piena di aspetti negativi, ma che fornirà anche notizie utili per una maggiore conoscenza del poeta. Al di sopra di tutti gli attori si colloca Elio Germano, il qua- Le Cento Città, n. 52 le costruisce una straordinaria interpretazione che parte dalla complessa interiorità del personaggio leopardiano per arrivare alla progressiva trasformazione di un corpo martoriato dalla malattia. Germano si affida all’intensità dello sguardo; fa ricorso alla sua capacità di proporre senza retorica dei versi sublimi, riuscendo a superare la terribile prova di recitare l’Infinito senza provare imbarazzo nel sapere che gran parte del pubblico in sala conosce quei versi a memoria; rifugge da ogni forma di “gigionismo” per tenere sempre la misura senza andare mai “sopra le righe”. Nel porsi al centro dell’affasciante biografia di un’anima inquieta e profondissima, Germano si è reso conto di avere compiuto un’impresa di notevole livello, essendo riuscito a tratteggiare in modo credibile e umano la figura di una grande poeta e di un profondo pensatore. Egli ha dichiarato, infatti, che “questa parte è stata un enorme regalo per me ed è il film che ho preparato di più. E’ stata una cosa violenta dare carne e fisicità a un artista il cui tratto più forte era essere indefinito, liquido. Trasformare quello che abitava dentro la sua testa in una cosa viva che si potesse filmare è stato un trampolino per un bellissimo tuffo. Nelle scene in cui recitavo le poesie ho capito che l’unica cosa giusta è farsi tramite e non pensare di poterle esaurire in un’interpretazione. Le stesse parole rilette in epoche diverse possono essere interpretate in maniera diversa, perché la figura di Leopardi non è legata a un’epoca: potrebbe essere calata in ogni momento della storia ed essere comunque attuale”. La mostra 8 Da Giotto a Gentile Pittura e scultura a Fabriano tra Due e Trecento di Costanza Costanzi Lo ammetto. Il titolo altisonante mi aveva creato qualche iniziale diffidenza. Uno scetticismo motivato dall’enunciato del titolo, che scandiva senza “se” e senza “ma” il protagonismo dei due massimi artisti della pittura italiana medievale. Faccio ammenda, mi sbagliavo. In realtà la mostra fabrianese, curata da Vittorio Sgarbi, in tandem con due eccellenti storici dell’arte (‘locali’ solo per diritto di nascita), Giampiero Donnini e Stefano Papetti, va ben al di là di un’esposizione tradizionalmente monografica su Giotto e Gentile – quest’ultimo in particolare celebrato proprio a Fabriano nel 2006 con una memorabile mostra – ponendosi invece l’obiettivo, non facile, di ritessere le fila di una storia mai pienamente raccontata nelle sue complesse articolazioni, che sono certamente espressione di un territorio, ma diventano anche fondamentali per una comprensione, meno ‘scolasticamente’ intesa, della civiltà occidentale. E per meglio chiarire questa affermazione così apodittica, vale la pena di soffermarsi su alcuni aspetti convergenti – storici, religiosi, economici, sociali, geopolitici - che dall’anno Mille in poi hanno caratterizzato Fabriano e il suo territorio: la posizione geografica a ridosso della dorsale appenninica, incastrata tra Marche e Umbria, esito di secolari percorrenze e di fruttuosi scambi, artistici e commerciali; la straordinaria densità della presenza religiosa, Giotto, Testa di pastore, affresco staccato, Firenze, Galleria dell’Accademia Le Cento Città, n. 52 rappresentata dagli ordini Mendicanti e dal potente ‘sistema benedettino’, con gli insediamenti monastici dei Silvestrini e dei Camaldolesi in primis; l’affermazione dell’illuminata signoria dei Chiavelli nel ‘300, collegata strettamente all’egemonia longobarda del Ducato di Spoleto; la produzione della carta, un primato assoluto nell’Europa medievale; la limitrofa rivoluzione assisiate, con il passaggio epocale di Giotto e delle sue maestranze, gli esiti altissimi della scuola riminese (anche questa di diretta filiazione giottesca) nel ciclo di Tolentino e non solo. Tutte queste forze sinergiche hanno creato l’humus propizio per l’affermazione, non più solo ‘indiziaria’ (come pertinente- La mostra 9 Maestro di Campodonico, Crocefissione, affresco staccato, Urbino (PU), Galleria Nazionale delle Marche. Le Cento Città, n. 52 Costanza Costanzi mente affermato da Sgarbi nel suo saggio introduttivo al catalogo), della Scuola Fabrianese, scaturita dalle risultanze del verbo giottesco e da linguaggi figurativi differenti - locali e forestieri -, ma tutti dialoganti tra loro. Il percorso della mostra esordisce con l’impaginazione monumentale della Maestà del Maestro di Sant’Emiliano, affresco staccato dall’omonima abbazia nel 1907, debitore di un giottismo rigoroso e ‘classico’, così come, poco oltre, un altro anonimo artista, il Maestro di Campodonico nella stupefacente Crocefissione enfatizza la carica espressiva e teatrale dell’idioma giottesco, presente nell’analogo tema della Basilica Inferiore di Assisi. Molte le identità ignote presenti in mostra, accomunate dall’ appellativo di “Maestro di”, testimoni ed eredi di un percorso figurativo avviato verso irrinunciabili modernità: un genere di modernità che a volte assume connotati tipologie ‘terrene’, altre volte si cala nella 10 elegante cifra stilistica ‘fiorentina’ di Allegretto Nuzi e del suo seguace fabrianese Francescuccio Ghissi, le cui preziosità cromatiche e decorative trovano un’efficace contrappunto nello squillante colore rosso, scelto per l’allestimento della Sala che li ospita. E veniamo ai protagonisti citati nel titolo della mostra. Giotto è presente con tre pezzi rari: due minuscole tavolette con San Francesco e San Giovanni Battista, che a dispetto delle loro dimensioni sembrano dilatarsi nello spazio, tanto sono grandiose nella compiuta sintesi tra nitore formale, tonalità cromatiche e morbidezza chiaroscurale. E poi il frammento con una testa di Pastore e armenti, uno dei pochi brani superstiti di un ciclo di affreschi con Storie della Vergine, proveniente dalla Badia fiorentina (oggi alla Galleria dell’Accademia a Firenze). E infine Gentile, un ‘grande’ purtroppo senza più opere nella sua terra d’origine, che chiude degnamente l’esposizione con quattro Le Cento Città, n. 52 capolavori, ad attestare lo stile raffinato dell’artista, protagonista del Gotico Internazionale. Lungo il percorso espositivo, uno sguardo non distratto va poi rivolto a quella galassia di artisti tra Umbria e Marche, poco noti al grande pubblico, opportunamente selezionati dai curatori per meglio veicolare il messaggio giottesco: tra queste opere, esemplari sono le sculture lignee policrome - come quelle del Maestro dei Magi (al secolo fra’ Giovanni di Bartolomeo) - destinate in origine all’allestimento di presepi arcaici, e in mostra parzialmente ricomposte, mimandone la loro funzione originaria. Un’appendice non accessoria alla mostra è infine il percorso urbano attraverso alcune chiese fabrianesi, ricche di affreschi e dipinti della stagione gotica, nonché la sede decentrata di Esanatoglia, dedicata alla figura di Diotallevi di Angeluccio, personalità interessante e complessa, ancora in parte da indagare. Letteratura 11 Scrittura e pittura Rileggendo Passeggiata con la ragazza di Luigi Bartolini di Alfredo Luzi Il mio breve intervento su Bartolini verterà su una rapida lettura di alcune riflessioni d’estetica e indicazioni di poetica, rintracciabili in quella raccolta di suggestioni, impressioni, umori e idiosincrasie che è il volume Passeggiata con la ragazza 1 . Ciò che colpisce, scorrendo le pagine del libro, è la capacità dello scrittore - pittore di vivere l’unità dell’espressione artistica, pur nella modulazione di scritture diverse, pittura, letteratura, incisione. Dote, questa, piuttosto rara nella cultura marchigiana del ‘900 . Un grande poeta come Eugenio Montale, in una sua riflessione, ha definito in modo inequivocabile il ruolo della produzione artistica concepita come ermeneutica, e cioè come interpretazione e conoscenza del mondo. Egli ha scritto: “Situare le proprie immagini nel tempo e nello spazio è compito dell’artista nonché dell’uomo che rappresenta e si rappresenta” . E forse sarebbe opportuno sottolineare che Montale non fa riferimento esclusivamente alla poesia, ma parla, in termini generali, dell’arte e della rappresentazione come momento espressivo, riconoscendo ad essa una potenzialità interpretativa in fase iniziale per arrivare, come direbbero gli studiosi di fenomenologia, ad una ipotesi di conoscenza veritativa del mondo. E, sebbene oggi le categorie di tempo e di spazio, anche in riferimento alle scoperte del pensiero storico e scientifico, abbiano subito profonde modifiche, è indubbio che la proposta Kantiana delle intuizioni pure, espressa nell’ Estetica trascendentale , sia ancora vitale in una prima ipotesi di definizione del momento artistico. Passeggiata con la ragazza presenta appunto una dimensione spazio-temporale in cui la memoria svolge una funzione cognitiva, realizzata in stretta connessione tra l’esperienza pittorica e incisoria e quella letteraria di Bartolini. Una prima ragione che spinge l’autore a tener conto del rapporto spazio-tempo è di tipo esistenziale e geografico. Bartolini, uomo di collina abituato alle prospettive leopardiane, alla visione del “mar da lungi e quindi il monte”, alla mutabilità del punto di vista che è tipico, in un serrato accavallarsi di colline, del paesaggio marchigiano, si sente Luigi Bartolini nel suo studio. un grande cacciatore di immagini, di momenti, terrestrità, suggeriscono una idea di spunti rubati alla natura. Ma di paesaggio e di natura intrisa questa è sentita non come mitiz- di forte misticismo laico. Ma glozazione arcadica, bensì come balmente nel volume si rintraccia punto d’incontro delle coordina- una definizione molto più legata te spazio-temporali entro le quali al concetto di temporalità: si definisce l’esperienza simboliDa una ripetuta, lunga osserca dell’uomo. vazione nascono i sensi amoroQuello che può sembrare un si che immedesimano la nostra atteggiamento panico è invece da anima con la Natura. Talvolta tali considerare una sorta di residuo ondate d’ emozioni si increspano romantico utilizzato per garan- per un improvviso elemento che tirsi un surplus di emozioni, di è entrato a far parte della scena.: sensazioni: è il canto d’un uccello è il ronzaOh, associazione cordiale con re vicino di un insetto: oppure è la Natura! L’albero, il legnaiolo il nostro ricordo che sale dall’olo valuta a metri quadrati, il fat- scure sue origini per ritornare tore di campagna lo valuta a chi- in vita ed attingere , di nuovo , logrammi. di frutta, il contadino l’azzurro dell’aria. Il passato si lo benedice o maledice a seconda mescola al presente e le nostre che rese favorevole o contraria emozioni s’intensificano. Il pasl’ombra al grano: io, contem- sato si colora di più di quello che plando, m’immedesimo con la non fu nella realtà.3 Natura e così raddoppio l’affetto L’irrompere del tempo nello che mi lega alla madre Terra. spazio del paesaggio elimina il Tale comunione è come dire rischio del panismo è dà all’idea eucarestia.2 di natura in Bartolini una connoCerto, il riferimento leopar- tazione culturale, poiché in essa diano della contemplazione, l’at- l’uomo svolge una funzione di teggiamento dannunziano nei portatore di tradizione e di proconfronti dell’archetipo della duttore d’esistente. 1 Passeggiata con la ragazza, Milano, Mondadori, 1961 2 Ibidem , 25 Le Cento Città, n. 52 3 Ibidem , pp.24-25 Alfredo Luzi 12 Un intenso ritratto di Luigi Bartolini. Passeggiata con la ragazza si apre su una descrizione, che è ormai diventata famosa, di tipo gastronomico, dove però è facile intravedere il gioco cromaticosimbolico legato al rapporto tra mondo umano e mondo naturale: Nella mia incartata c’è mezza forma di formaggio fresco e fette erte di lonza . La lonza rappresenta, nella salata, la parte della rosa tra i fiori. E’ il pezzo più dolce. Il prosciutto è rosso e serve per bere vino. Le salsicce, se di fegato, con pinoli e una passita, sono tenere e buone per mangiarci molto pane. Allappa bene il fegato mescolato alla carne e mette appetito. Ma la lonza, che si fetta a rotelle erte e rotonde, è la rosa della salata. Si mangerà anche di luglio, con i fichi d’Amelia, quando andremo a vedere battere il grano; la mangeremo coi meloni del Chienti, in agosto e settembre, quando andremo a fare i bagni nel fiume. Sono quattro anni che facciamo, d’agosto e settembre, questa medesima storia; e le nostre passeggiate per Rotacupa del Chienti stanno per diventare memorabili.4 Attraverso il gioco tra futuro e passato, rifiutando l’ipotesi 4 Ibidem , p.15 di un bozzettismo naturalistico o di un impressionismo lirico, Bartolini sottolinea la dimensione drammatica dell’esistente, come ha peraltro mirabilmente fatto nelle sue incisioni. In queste si condensa la dialettica di vita e morte, condizione ineluttabile dell’esistenza sottolineata anche in quelle composizioni che in apparenza sembrano bloccate su un soggetto, una figura, un personaggio. L’immagine che spesso è ripetuta nella sua linearità formale svolge una funzione dinamica trasformando la serialità in un racconto di piccoli fatti che trovano nella pagina letteraria o nella lastra di incisione un tentativo di definizione e spesso una forza di sintesi. In questo libro, caratterizzato dalla eterogeneità e da un andamento di lettura a sbalzi, c’è anche una riflessione sul paesaggio, una sorta di zibaldone preparatorio del momento di produzione del segno visivo: Io la lasciavo giocare; e intanto guardavo il paesaggio silenzioso, non nuovo ai miei occhi, nuovo ai suoi, ma gli istessi boschi, i piani, le colline, il mare che, visti da Osimo, appaiono in un modo, visti da Montoro appaiono in un altro. Le cose belle generano tristezza; si pensa, standoci framezzo, che ci sia di passaggio; rapidi come gli uccelli; rapidi come le Le Cento Città, n. 52 strade di ferro; le ali di seta; e tanto rapidamente facciamo ogni cosa, oggi, che terminiamo col non godere più nulla: ci si ritrova, da un paese all’altro, da una terra all’altra, in un battibaleno; senza il gusto di chi va osservando le cose minutamente, a piedi; e le distingue, come se ogni albero fosse una persona.5 D’altro canto, l’insistenza con cui Bartolini ripete, con piccole modifiche tonali o di posizione o di semplice titolazione lo stesso tema, assume il significato di metafora ossessiva individuabile come cifra di tutta l’arte bartoliniana. La tensione metaforica ha un duplice aspetto: da una parte essa è giustificata dall’importanza che l’artista attribuisce all’intervento umano con il ritorno dilatato, straniato, della memoria; dall’altra la modifica tonale o posizionale della figura è il sintomo di un desiderio di fare storia anche attraverso il tempo fulminato della pagina breve, del frammento o dell’incisione. C’è un brano, in Passeggiata con la ragazza, che, per la sua grande visività, può veramente essere decodificato come una sorta di incisione, di quadro bartoliniano: Mi sarebbe piaciuto prendere il treno e partire per le Marche. 5 Ibidem , p.47 Letteratura Riandare a vedere la Pasqua in un paese che ben conosco e nel quale vissi gli anni dell’umana inesperienza; gli anni, che si possono chiamare della “natura natura”. Allora non sapevo gran cosa del mondo e perciò credevo che fosse celeste e rosa. Celeste e rosa come il monte Suavicino. Il monte del Suavicino è un monte erto, isolato fra montagnette nane. Sembra il Parnaso, la tenda d’un re del Parnaso. Le montagnette, ai suoi piedi, sembrano attendamenti celesti; sembrano tende di fauni e di ninfe; e il fiume, il bell’Esinante che scroscia dalla montagna sembra l’immagine della esistenza innocentemente corrusca: in mezzo alla mite pacifica vegetante generazione della natura.6 Limitandomi ad un breve commento stilistico, vorrei sottolineare il fatto che dopo un primo andamento narrativo che caratterizza il periodo iniziale, tutta la scrittura acquista una grande forza icastica, sottolineata dal simbolismo cromatico, qui utilizzato anche in prospettiva filosofica, di concezione del mondo. Bartolini ci sorprende nel gioco tra il movimento vitalistico dell’esperienza e la dimensione di morte. D’altro canto, in Vita di Anna Stickler, raccontando la storia del Martin Pescatore, aveva scritto, ricostruendo un’atmosfera ambientale tra sole e nero, che “non v’è vita che non si serva d’una morte. Non c’è attimo in cui non muoia, al mondo, qualcuno “.7 Una concezione tragica dell’esistenza spinge l’artista a disegnare, appunto, accanto alle “celesti genziane, i miseri topolini, i vermi, le efelidi e gli scarabei”, trovando il suo momento conclusivo nella forma immobile della morte. Ma il trionfo della morte che lascia la sua impronta sull’amore per la vita non segna soltanto gli animali o i vegetali, ma anche la figura umana, sorpresa spesso da Bartolini nel suo abbandono al sonno, un simulacro visivo della 6 Ibidem , p.137 Vedi Vita di Anna Stickler , Roma, Tumminelli, 1943 7 13 forma definitiva ( sagoma e salma hanno la stessa radice etimologica ), e nella rannicchiata stanchezza delle membra, nelle pause d’immobilità concesse dalla fatica di vivere. Nella bipolarità tra vita e morte, tra luce e buio, tra terra e mare, tra infinito e finito, Bartolini trova nel motivo della traccia di confine, della chiusura, un segno emblematico, individuato nell’orlo di un vaso, da un balcone, da una strada, dalla battigia: una soglia d’ascendenza leopardiana ( il gioco degli interni/esterni ) da cui si affaccia tuttavia l’angosciato soggetto della modernità, dimidiato nel suo rapporto tra io e mondo, tra individuo e sociale. Si riafferma così, credo, la grandezza di un artista che, sondando in letteratura, in pittura, nell’arte incisoria, la varietà delle scritture, ha sempre creduto nella complementarità dei mezzi espressivi in funzione ermeneutico-conoscitiva ed ha interpretato l’esperienza artistica come un’inestinguibile ansia di documentare quello che la vita ci offre, e cioè quel flusso ricorrente, costante di energia che ogni giorno ci spinge a vivere di nuovo guardando attorno a noi e dentro di noi. E, in un mondo come questo, caratterizzato da una urgenza drammatica, angosciante, del tempo, Bartolini ci insegna invece a possedere il tempo e a non avere fretta, ricordando che per vivere bisogna consumare lentamente il rapporto profondo con le cose.: con troppa fretta, e sempre definire essi vogliono, sempre catalogare, sempre fare i conti e tirare le somme. Aprire e chiudere. Iniziare e terminare. Invece, in natura, il gioco è assai lungo e divertente. Delicato. Soave. 8 Come appunto nella sua arte. E la verità è - egli diceva - che gli uomini vogliono concludere 8 Passeggiata con la ragazza, op.cit., p.75 Le Cento Città, n. 52 Nota bio-bibliografica Nato a Cupramontana nel 1892 Luigi Bartolini è considerato dalla critica uno dei più grandi incisori del Novecento italiano, estroso innovatore nella tecnica dell’acquaforte. Ma Bartolini è stato anche pittore, poeta, narratore, polemista. Ha collaborato a molti giornali e riviste d’arte, in particolare a Il Selvaggio di Mino Maccari e a L’Italiano di Leo Longanesi. Lasciate le Marche, conosce in in Alto Adige Anna Stickler, a cui dedicherà composizioni poetiche e narrative. Suo il romanzo Ladri di biciclette (Polin, Roma, 1946) da cui è stato tratto l’omonimo film di grande successo diretto da Vittorio De Sica. Famose le sue incisioni Storia del martin pescatore, L’eremo dei frati bianchi, Ragazza alla finestra. Le opere letterarie più significative sono: Il ritorno sul Carso (1930) Passeggiata con la ragazza (1930, poi ed.aumentata 1967) Poesia ad Anna Stickler (1941) Il mezzano Alipio (1951) Le acque del Basento ( 1960) Poesie (1965). Luigi Bartolini muore a Roma nel 1963. L’Editoria 14 Gazzetta della Marca (1785-88) Primo settimanale d’informazione regionale nelle Marche pontificie d’ancien régime. di Ugo Gironacci La “Gazzetta della Marca” fu sotto certi aspetti un originale e coraggioso tentativo di offrire al territorio marchigiano uno strumento informativo analogo ad altri periodici che da tempo circolavano in importanti città italiane ed europee. La storiografica settecentesca, come evidenziato nella Premessa al volume, si era accorta dell’importanza della stampa periodica come documentano le parole di Joachim von Schwarzkopf che così scriveva in proposito da Francoforte nel 1795: «Sarebbe una conseguenza errata, se dallo scarso valore delle notizie, che abbiamo riguardo alle gazzette (Zeitungen), si volesse dedurre che la loro utilità, tanto grande da non poter essere descritta, è stata finora misconosciuta. […]. In realtà, la loro utilità è così evidente, così universale che qualunque descrizione sarebbe imperfetta e il tentativo stesso di descriverla sarebbe quasi offensivo per il ragionevole pubblico. Senza gazzette, come senza nozioni di geografia, l’uomo sarebbe una talpa che intontita si agita nella sua zolla di terra». La Gazzetta della Marca non è stato certo il primo periodico a fare la sua comparsa sulla scena regionale dato che abbiamo notizia di gazzette manoscritte già a partire dal 1644. Ma tra quelle edite in regione, già nel Seicento, anche se con alterne fortune, ne erano sorte diverse stampate a Macerata (1667, per Serafino Paradisi), Ancona (1668, Francesco Serafini), Senigallia (1687, Paolo Serafini), Macerata (1673, Carlo Zenobi) e nel Settecento a Pesaro (1760, Gavelli). La ‘preziosità’ della Gazzetta della Marca è nel suo respiro regionale (inclusi i territori della Valmarecchia recentemente migrati in Romagna), capace di offrirci uno spaccato delle Marche dell’ancien régime con Edizione moderna a cura di Ugo Gironacci; indici analitici e ricerca iconografica di Andrea Livi e Sabrina Sollini. Fermo, Andrea Livi editore, 2014, 669 p. tutti i suoi ideali, gerarchie di valori e visione del mondo che di lì a poco verranno duramente minati nelle radici dalla Rivoluzione francese. Gli argomenti toccati dalla Gazzetta concernono in genere tutti gli aspetti di visibilità della vita sociale e religiosa del periodo, con celebrazione di festività, interventi di alti prelati, in onore dei quali vengono allestiti gli aspetti rituali della festa. Registra pertanto eventi musicali quali allestimenti di opere, oratori Accademie sia Le Cento Città, n. 52 “di canto che di suono” come si diceva all’epoca. Immancabile la musica legata alle numerose celebrazioni religiose. Vi si trovano accenni a calamità ed eventi metereologici, epidemie, novità nelle coltivazioni agricole, accademie agrarie, fiere; e quindi accademie letterarie, novità librarie, concorsi per posti vacanti in magistratura, in condotte mediche, e anche nelle cappelle musicali così capillarmente diffuse in regione. Le notizie provengono in genere L’Editoria dai centri maggiori delle Marche, senza che vengano peraltro trascurati i minori. Da Ancona sono poi offerte costantemente le notizie relative a bastimenti che vi attraccano, provenienti dai maggiori porti italiani ed europei, con ogni genere di 15 mercanzie. Per molti numeri vi trova luogo il fenomeno del banditismo che sembra fosse abbastanza diffuso, soprattutto nella legazione di Urbino in zona Montebello. La quarta facciata in genere reca gli “Avvisi”, in qualche caso preceduti da Le Cento Città, n. 52 “Supplimenti delle notizie dal mondo” o seguiti da “Supplemento di notizie diverse”. Il periodico intratteneva il lettore anche con notizie “galanti, istruttive e bizzarre” provenienti dai maggiori centri europei. In calce alla quarta pagina, prima Ugo Gironacci dell’informazione tipografica, troviamo sempre una sorta di ‘borsa’ agraria: “Prezzi delle grascie vendute nelle infrascritte piazze negli ultimi mercati”, cui seguono i nomi delle città e, sotto ciascuna, il valore registrato degli alimenti (cereali, vino, olio ecc.). E’ impossibile elencare qui tutti gli argomenti e soggetti investiti dal foglio, che oltre i temi suddetti, non sembra disdegnare nemmeno la cronaca più minuta che indubbiamente contribuisce ad ‘alleggerire’ e variare il racconto. Veniamo ora a qualche dato tecnico. La Gazzetta della Marca, a cadenza settimanale, era stampata da Antonio Cortesi e Bartolommeo Capitani e copre il periodo dall’aprile 1785 al giugno 1788. Constava di quattro pagine per complessive otto colonne. La raccolta principale e unica a noi giunta (un solo numero, complementare, è presente presso la biblioteca “Mozzi-Borgetti” di Macerata) è quella giacente presso la Biblioteca comunale di Fermo. Sollecitato da Gironacci, il Centro Beni regionali diretto da Mario Canti e con la collaborazione di Flavia Emanuelli, aveva effettuato già nel 1997 una ricognizione del periodico presso le biblioteche del territorio ma senza lo sperato esito positivo. L’annata più completa è quella del 1786 che è mutilo di due o tre fogli per complessive otto o dodici pagine. In totale ci restano 522 pagine, pari a più di tre quarti delle originarie 640 (o 648), un numero comunque abbastanza consistente perché si possa essere adeguatamente introdotti a quel composito periodo, al di là della sua facciata paludata. Manca purtroppo il numero di apertura del foglio (cioè il n. 1 del 1 aprile 1785) e quello seguente si situa già in medias res. Sicuramente il primo numero doveva contenere una nota editoriale dell’ ‘impresa’, come allora era uso dire, utile per illustrare gli intenti del foglio, un’i- 16 dea dei quali, di contro è offerta proprio dal doloroso e improcrastinabile annuncio della chiusura del periodico, dopo ripetuti inviti, poi sempre più accorati, ma per lo più disattesi, ad onorare tempestivamente l’abbonamento semestrale che ammontava a baj. 25, più baj. 50 per la posta. Così afferma l’impresario: Compie il terzo anno dall’epoca in cui riconobbe il suo principio questa patrio-provinciale Gazzetta. Nel punto medesimo tende al suo termine un utile stabilimento, prima che sia giunto a quel grado di perfezione, in cui avrebbe potuto ritrarne la Provincia, comodo, vantaggio ed ornamento. Il solo desiderio, l’impegno del promotore non potevan bastare per assicurarvene la sussistenza: essa dipendeva unitamente dal concorso di molti associati, dalla corrispondenza di essi, dall’accettazione del favore o almeno dal compatimento generale del pubblico: ma all’incontro relativamente alle circostanze è stato scarso il numero di quelli che sono concorsi all’associazione. [...], oltre pochi sono coloro che hanno compreso il pregio di un’impresa, solo forse perché nuova in queste contrade [...]. Siamo dunque costretti ad annunziarne il discioglimento. [...]. Il volume è corredato da una ‘Premessa’ di Ugo Gironacci, che già aveva operato una ricognizione del foglio in vista di un saggio (poi apparso sui «Quaderni Musicali Marchigiani», n. 6 del 2002) con lo spoglio delle notizie musicali in essa contenute. La lettura e frequentazione del periodico ha contribuito inevitabilmente a far sorgere l’auspicio della sua fruibilità attraverso una integrale trascrizione dello stesso, nei suoi numeri superstiti, affinché potesse essere conosciuto dai più, per i numerosi squarci di storia locale che offre ad ogni territorio, città o paese che sia, e nel frattempo a consolidare il desiderio di sottoporre una importante fonte documentaria all’attenzione dei Le Cento Città, n. 52 vari studiosi di diversi ambiti che insistono sulla nostra storia regionale, e non ultimo con la speranza che la pubblicazione favorissse l’eventuale emergere di altre copie ora contumaci a completamento della Gazzetta stessa. E così fortunatamente è stato, almeno per i primi due punti, grazie all’editore Livi di Fermo che con determinazione ha abbracciato e fatto suo il progetto, nonostante il periodo di crisi attuale che coinvolge anche questo settore, conscio di come nelle proprie radici culturali si possa trovare la forza di una consapevole ripartenza, ed ora il volume è una confortante realtà,. Gli articolati indici analitici curati dall’editore stesso e da Sabrina Sollini, offrono un’indispensabile strumento d’accesso al ricco materiale documentario. L’editore poi incuriosito dalla lettura stessa del periodico via via che veniva trascritto, ha condotto una piccola indagine per individuare l’identità del possibile ‘Gazzettiere’ anima della coraggiosa ‘intrapresa’ editoriale individuato in Vittorio Rosetti di Cupramontana, in questo coadiuvato da ricerche in loco effettuate da Riccardo Ceccarelli. Non rimane al lettore che intraprendere questo viaggio, in un certo senso avventuroso, che lo porterà a visitare le Marche di oltre due secoli fa, indugiando anche nella piacevole cartografia di antichi borghi e città di cui il volume è disseminato. La nostra associazione, che per statuto è tesa alla valorizzazione dell’identità storica, artistica e culturale delle Marche, non può che salutare con vero compiacimento un contributo di tal genere, che arricchisce con un nuovo importante strumento bibliografico l’indagine della nostra variegata, e per certi versi, densa ma indubbiamente e inesorabilmente, con l’incremento progressivo degli studi, sempre più seducente storia regionale. Attualità 17 Conservazione contro valorizzazione, ma dove? ma quando? di Mario Canti L’intero Paese, dal Moncenisio a Capo Passero, è ancora una volta scosso dallo scontro tra coloro che sono convinti che il patrimonio culturale deve essere in primo luogo conservato e, tal fine, “tutelato” con appositi provvedimenti normativi, e quanti ritengono che lo stesso debba essere considerato prioritariamente una “risorsa”, anzi la principale risorsa dell’Italia, da valorizzare per lo sviluppo turistico ed economico. Ambedue le parti contendenti dichiarano che l’accoglimento delle loro tesi deve avvenire con discernimento e nel rispetto delle diverse esigenze, è qui, cioè nella definizione della misura, che nasce il vero conflitto tra coloro che pensano che tutelare significhi sostanzialmente conservare e quelli che chiedono che sia possibile intervenire sul patrimonio in modo tale da poterlo utilizzare nella maniera più proficua, per il turismo e non solo per questo. L’osservatore esterno allo scontro, o che si voglia mantenere tale, è portato a ritenere questo come espressione di posizioni “ideologiche” in larga misura preconcette ed affatto disponibili al dialogo, che si manifestano ogni qual volta si pensa, si propone, si ipotizza, una qualsivoglia iniziativa in materia di patrimonio culturale. Il risultato di questo, non ancora, sanguinoso conflitto è il permanere di una situazione di stallo e di impotenza che da decenni affligge l’ambiente e il patrimonio culturale, con il risultato del tutto negativo che il Paese nel suo complesso non sviluppa le sue potenzialità culturali e perde occasioni di crescita economica. L’ultima battaglia che si sta combattendo in questa sorta di campo di Agramante dei beni culturali ha come motivo l’ipotesi della copertura della platea dell’anfiteatro flavio a Roma,il Colosseo, la proposta in se potrebbe apparire condivisibile (salva la priorità da valutare nei confronti di beni in procinto di essere persi per incuria e mancanza di risorse finanziarie ) consentendo una migliore percezione dell’invaso ellittico, cioè la forma originaria dello spazio oggi di difficile comprensione per i visitatori non particolarmente preparati a causa degli scavi archeologici che hanno portato in superficie, cioè visibili, gli spazi di servizio sotterranei ; scavi ineccepibili per esigenze di studio e comprensione del monumento ma distorcenti la percezione della reale configurazione dello spazio interno dell’anfiteatro. Una idea che potrebbe apparire corretta, ma ( attenzione al cavallo di Troia !) dietro a questa proposta apparentemente condivisibile si cela ( si potrebbe celare ) la volontà di trasformare il monumento nella pedana di un circo dove si esibirebbero finti gladiatori, martiri fasulli, Ben Hur motorizzati, e quanto altro può essere importato da Las Vegas o dall’Isola dei Famosi; una questione che dovrebbe rivestire unicamente dei risvolti di carattere amministrativo (cosa consentire, cosa negare) assume in questa logica un significato squisitamente culturale, viene percepita come un attacco alla conservazione del Patrimonio, una aggressione al Bene Comune e ai Valori della Costituzione ( con il corollario di una censura morale su chi ha proposto tale obbrobrio e su coloro che manifestassero di ritenerlo sostenibile). Purtroppo la previsione catastrofistica dei, chiamiamoli così, conservatori è apparsa purtroppo condivisa, ma come una speranza, dai valorizzatori,che hanno cominciato ad avanzare diverse ipotesi di utilizzo dello Le Cento Città, n. 52 spazio recuperabile al centro dell’edificio una volta che siano stati ricoperti i sotterranei di servizio; tra queste il campo da gioco della società sportiva Roma Calcio, la proposta seppure avanzata, a quanto riferito dalla stampa, dal presidente di quella società appare di per se impraticabile se si fa rifermento alle caratteristiche tecniche e di sicurezza oggi richieste dalla normativa di settore. Ma altre proposte, più praticabili e perciò più pericolose, sono state avanzate per consentire spettacoli di diversa ed imprecisata natura e, naturalmente, la realizzazione di “eventi culturali”, anche questi per il momento non precisati. All’attualità in questo come in molti casi analoghi siamo destinati ad assistere all’ennesimo scontro tra innovatori, che si fanno forza di esigenze e richieste non esattamente di natura culturale quanto piuttosto sociale ed economica, e conservatori che si presentano come membri di un club ristretto o di una società di iniziati, di coloro cioè che sanno cosa fare del patrimonio e come intervenire sullo stesso; i non mai abbastanza celebrati “ comites nitentium rerum “ come ebbe a definirli un soprintendente riferendosi alla categoria di funzionari e di studiosi a cui apparteneva. Va notato che questo conflitto tra conservazione e utilizzazione, intenzionalmente non usiamo il termine valorizzazione che richiede una sua specifica definizione, non si verifica solo su grandi progetti o su monumenti insigni, ma anche su piccoli interventi e testimonianze culturali di significato locale. E’, ad esempio, il caso dello scontro in atto ad Ancona per la sistemazione di dehors (leggi ombrelloni con tavolini) in prossimità della fontana delle tredici cannelle e di un tratto di pavimen- Mario Canti 18 Corso Mazzini ad Ancona. A confronto le due situazioni con e senza dehors. Le Cento Città, n. 52 Attualità tazione romana. La vicenda dei dehors anconetani meriterebbe di trovare un suo Tassoni che gli conferisse un rilievo pari a quello della “secchia rapita”, se non altro per porre in evidenza il ruolo che la stampa locale ha avuto nel trattare il caso; la necessità di disciplinare le attività commerciali in presenza, e contiguità, di beni culturali, problema che era stato affrontato alcuni anni prima e lasciato insoluto. Questa perenne conflittualità tra iniziative di sviluppo ed interventi di tutela, tra turismo e cultura, tra iniziative economiche e conservazione del patrimonio richiederebbe di essere risolta una volta per tutte anche perché una ormai lunga esperienza consente di porre in evidenza che essa risulta dannosa sia per lo sviluppo economico che per la conservazione del patrimonio. Le iniziative economiche trovano difficoltà, per i tempi esageratamente lunghi che i controlli per la tutela dei beni comportano, per i rischi di interventi di tutela successivi all’avvio delle opere, per gli oneri imprevisti che i lavori possono dover sopportare, ed infine anche, paradossalmente, per la scomparsa di quelle caratteristiche storiche ed ambientali non sufficientemente tutelate che erano apparse inizialmente come fattori di successo delle iniziative economiche. Dall’altra parte la tutela del patrimonio deve prendere atto di molte sconfitte, dalla realizzazione dei giganteschi ecomostri costieri, alla perdita dei beni artistici del patrimonio diffuso, alla alterazione dei tessuti urbani dei centri storici e degli edifici in essi esistenti, alla perdita di innumerevoli beni documentari ed etnologici. Il superamento della conflittualità tra le due diverse e contrastanti esigenze costituisce un obiettivo non certo facile, che dovrebbe comportare profonde modificazioni dei modi di agire della pubblica amministrazione, una idonea strutturazione degli organismi pubblici preposti alla 19 previsione, esecuzione e controllo degli interventi sul patrimonio e delle azioni di conservazione; nei tempi andati si sarebbe parlato di programmazione delle tutele, degli interventi, delle strutture operative, sottolineando come in questo, come in ogni processo programmatorio, deve essere dato rilievo alle attività conoscitive, alla ricerca metodologica ed applicata. Quanto fin qui detto lascia intendere come la revisione delle norme e delle procedure che debbono presiedere ad una gestione armonica ed equilibrata del patrimonio culturale sarà inevitabilmente un processo complesso, da realizzare gradualmente attraverso fasi sperimentali ed aggiustamenti progressivi, anche se ci si deve augurare che i tempi non siano così lunghi da far dimenticare gli obiettivi e le strategie iniziali, come ritengo sia avvenuto nel caso dei più recenti interventi normativi: istituzione del ministero B.C., legge Galasso, ed ora codice Urbani. Nel mentre si dovrebbero mettere allo studio le regole per la gestione consapevole del patrimonio culturale si ritiene opportuno precisare alcuni indirizzi di fondo, validi per l’immediato e coerenti con gli obiettivi generali finali. Il primo di questi non può che essere la prevalenza della tutela su ogni alterazione o modifica di un bene culturale, in quanto unico ed irriproducibile per definizione; il secondo deve riguardare l’uso proprio del bene che si intende valorizzare, vale a dire che un bene culturale in quanto tale non può essere utilizzato per una qualsivoglia funzione od attività, l’ipotesi che la ricostruita platea del Colosseo possa essere utilizzata per accogliere gazebo di venditori di bibite o di porchetta deve essere rifiutata a norma di legge (peraltro esistono già oggi direttive ministeriali in merito). La compatibilità d’uso per i beni culturali non è certo una questione marginale nell’ambito di una seria politica per il patrimonio poiché essa deriva Le Cento Città, n. 52 dalla definizione stessa del bene culturale come “testimonianza materiale di civiltà”, il patrimonio costituisce la memoria fisica delle passate civiltà, oscurarlo e degradarlo con usi impropri significa di fatto cancellare questa memoria così come avviene quando viene distrutto o alterato da interventi non conservativi; quanti sostengono la necessità di usarlo come attrattiva fondamentale per lo sviluppo del turismo sembrano non volersi rendere conto che una volta che il bene sia stato alterato nella sua conformazione od avvilito da un uso improprio perde anche la caratteristica di attrattiva. E’ ragionevole sostenere che non vi sia nessuno che parta da un lontano paese per venire in Italia a vedere un venditore di bibite e di porchetta nell’esercizio delle sue funzioni. In appendice a questi criteri generali va, a nostro avviso, posta la definizione del termine valorizzazione da intendersi come complesso di interventi od azioni che pongono in rilievo, rendono universalmente percepibile, il significato culturale del bene in questione e non certo il suo uso strumentale per il perseguimento di obiettivi economici e di altra natura. Da questi due semplici e lineari indirizzi possono derivare politiche di conservazione e valorizzazione che consentano alle diverse esigenze di convivere ed anzi di aiutarsi reciprocamente; la premessa indispensabile perché la conflittualità si trasformi in alleanza è che vi sia una conoscenza reale e comune del patrimonio nelle sue molteplici e diverse specificazioni e che questa conoscenza sia ampia e diffusa nell’ambito della comunità nazionale e non solo. Si può conservare e usare con proprietà solo quello che si conosce, questo è una sorta di assioma che ha avuto numerose verifiche sul piano scientifico come su quello operativo; ne deriva che lo sviluppo delle conoscenze diviene a sua volta la base per nuove e più incisive politiche per i beni culturali, sottolineando che la conoscen- Mario Canti za, vale a dire la consapevolezza, deve essere quanto più possibile estesa, così da coinvolgere gli operatori culturali, quelli del l turismo e, soprattutto i cittadini, con l’effetto non certo insignificante di togliere agli interventi di tutela il rischio di apparire imposizioni arbitrarie non motivate e di conferirgli la coscienza di conservare e rendere comprensibili i contenuti culturali dei beni oggetto degli interventi. Questa considerazione del tutto banale e condivisibile contrasta con la realtà del nostro Paese dove la conoscenza del patrimonio, e non solo di questo, è di fatto riservata ad una minoranza fortunata ma impotente, dove le politiche di sviluppo, non solo turistico, vengono concepite secondo logiche ed interessi del tutto settoriali, dove, infine, ai cittadini viene di norma limitata la conoscenza della cultura e dell’arte nelle sue diverse espressioni attraverso un sistema scolastico sempre più finalizzato ad una preparazione tecnica, con la conseguente marginalizzazione di quegli insegnamenti ritenuti elitari che invece avrebbero dovuto divenire comuni nella scuola di massa e non ignorati. Se la conoscenza costituisce la base di ogni ragionevole politica del patrimonio culturale occorre prendere atto che il metodo da adottare per gestire questa politica non può essere che quello della programmazione, capace potenzialmente di consentire il confronto tra le diverse esigenze ed i relativi obiettivi e che ormai è destinato a divenire, inevitabilmente, il metodo di base dell’azione della pubblica amministrazione nel nostro Paese, se si vogliono affrontare le questioni complesse, interagenti sul territorio, relative al benessere sociale come allo sviluppo economico,che ormai debbono essere risolte con una visione non settoriale. Nello specifico del settore dell’ambiente e della cultura, ottusamente distinti nella normativa e nella legislazione,abbiamo esempi significativi della validità del metodo; un esempio per tutti la carta archeologica redatta 20 al fine di tutelare il patrimonio, ma anche di liberare il territorio da un eccesso inutile di vincoli protezionistici; laddove questo strumento è stato applicato con coerenza e completezza ( vedi ad es.il Comune di Modena ) si è arrivati ad avere un territorio comunale distinto in tre fondamentali tipologie: aree dove gli interventi di alterazione e modifica dello stato vietati o ammessi entro limiti definiti, aree nelle quali non esistono divieti per ragioni di tutela del patrimonio, aree che richiedono ulteriori approfondimenti conoscitivi prima di consentire trasformazioni dello stato attuale. Del pari la gran parte dei piani di conservazione e recupero dei centri storici individuano ormai gli edifici e le zone di particolare interesse culturale, anche se poi gli strumenti urbanistici e preprogettuali non sempre risolvono le questioni relative alle tematiche dell’uso e allle modalità di intervento. Tornare a parlare di programmazione oggi come oggi può apparire come una bizzarria o, peggio come una nostalgia di qualche cosa di peccaminoso e non più proponibile nel mondo virtuoso ed onesto del nuovo secolo; pure della programmazione si può dire quanto si è detto della democrazia : un sistema politica pessimo del quale però non è stato trovato di meglio. Non esistendo alternative valide rassegniamoci ad immaginare, quanto meno, che in un futuro prossimo si arriverà ad avere una comune condivisione sulla esigenza che la conservazione e la trasformazione dei beni culturali e di quelli ambientali siano disciplinate da strumenti condivisi in quanto fondati su basi conoscitive certe e su criteri scientifici. Peraltro in forma implicita queste sembrano, anche oggi, essere le premesse per l’organizzazione del Ministero per i Beni Culturali nella visione di Giovanni Spadolini. Che altro significato potrebbero avere gli Istituti Centrali (restauro, catalogo, ecc.) se non quello di dare una base oggettiva e condivisa all’azione di tutela? Le Cento Città, n. 52 In questo momento immaginare di poter rivedere l’assetto amministrativo ed organizzativo del settore appare più che utopistico folle, visto lo stato del Ministero, delle Regioni e degli enti locali in generale, considerate le procedure per la designazione delle dirigenze (requisiti tecnici ?!), la presenza di indirizzi operativi europei in genere settorializzati e poco attenti ai valori culturali,in generale la mitizzazione della managerialità, valore che appare non scalfibile malgrado i risultati insoddisfacenti riscontrati nelle diverse situazioni, enti statali e partecipate degli enti locali. Per il breve periodo sembra possibile ipotizzare una doppia linea di azione: da una parte recuperare nei limiti del possibile la struttura organizzativa del Ministero introducendo, o reintroducendo, criteri di valutazione qualitativa, anche aprendo le commissioni per la valutazione ad apporti esterni (non casuali), recuperando in forma attuale l’antico criterio del concorso “ad locum” particolarmente rispondente alla realtà articolata della cultura italiana, definendo dei percorsi curriculari efficaci e rispondenti alle esigenze dell’amministrazione ed, infine, riducendo e stabilizzando le direzioni centrali che, nel nuovo assetto, dovrebbero avere delle proprie specifiche unità per l’accertamento della operatività delle strutture e per la ricerca e la sperimentazione di nuove modalità di intervento. Dall’altra parte appare prioritario ed indispensabile la revisione dell’attuale configurazione del Titolo V della C.C. così da eliminare, almeno nel campo dei beni culturali, ogni possibile titolarità da parte delle Regioni e degli Enti Locali, che nel nuovo approccio programmatico avrebbero ampi spazi di proposta,concorso e verifica degli strumenti. Regioni ed enti locali potrebbero, dovrebbero, realizzare nel territorio quella crescita delle conoscenze che possono rendere anche i cittadini, quale sia il loro livello di preparazione, Attualità 21 Il Colosseo a Roma, un esempio di collaborazione pubblico-privato. Le Cento Città, n. 52 Mario Canti fruitori consapevoli del patrimonio culturale, utilizzando le scuole di ogni ordine e grado e soprattutto le organizzazioni del volontariato realtà emergente nel Paese e nella nostra Regione; questa in definitiva è la loro missione per la valorizzazione del patrimonio culturale. Volendo comunque ipotizzare delle linee di azione nel breve periodo, per non arrestarsi alla “denuncia”, secondo l’abituale costume della politica italiana, capace di demolire ma non di costruire, si possono avanzare alcune proposte dirette e realizzabili con ( molta ) buona volontà. La prima riguarda la revisione del Titolo V della C.C., nel quale andrebbe soppressa ogni possibile titolarità in materia di beni culturali alle Regioni ed agli Enti Locali, soggetti che dovrebbero, in compenso, ricevere ampie potestà di proposta, di concorso nella definizione degli interventi, di monitoraggio degli strumenti, poteri che comunque non dovrebbero mai poter provocare il blocco delle iniziative. Per capirci: le Regioni si sono di norma rivelate incapaci di gestire prerogative fondamentali in materia di ambiente e di beni culturali, i Comuni sono apparsi, sempre con le dovute ma rare eccezioni, più attenti alle esigenze del settore edilizio che alla tutela del patrimonio culturale territoriale e comunque incapaci di proporre politiche locali di tutela, perché dovrebbero conservare ancora potestà che hanno dimostrato di non sapere (volere) gestire? La revisione del Titolo V della Costituzione appare oggi una ipotesi più che praticabile in ragione delle patenti incapacità operative e delle manifestazioni di palese malaffare emerse nell’ ambito del sistema delle autonomie che hanno fatto perdere allo stesso qualsiasi forma di credibilità, vedi in tal senso il crollo della partecipazione alle recenti elezioni regionali; coloro che 22 negli ormai lontani anni settanta del secolo scorso hanno creduto che la attuazione del mandato costituzionale relativo alle Regioni a Statuto Ordinario avrebbe avuto l’effetto di avvicinare i cittadini al governo del loro territorio, di rendere coese le diverse realtà locali, di far emergere e rendere compatibili le diverse realtà identitarie del Paese, devono prendere atto che le cose sono andate altrimenti ed ora convenire su di una diversa prospettiva di assetto istituzionale. Sistemato, si fa per dire (per gioco ?) il sistema delle autonomie bisognerebbe evitare ogni riflusso verso soluzioni centralistiche fondate sulla attuale struttura del Ministero B.A.C., al quale vanno imputate, oltre che carenze di indirizzi nelle politiche di settore, anche inaccettabili criteri gestionali nella designazione delle dirigenze, l’abbandono di fatto delle funzioni di ricerca originariamente affidate agli Istituti Centrali, l’accettazione di modalità progettuali europee non sempre attente alle particolari esigenze del settore, la mitizzazione della managerialità della dirigenza, effetto dell’ingerenza partitica, che non appare modificabile, malgrado i risultati insoddisfacenti riscontrati in molteplici situazioni, dagli enti di Stato alle società partecipate degli enti locali. Nel breve periodo appare necessario recuperare, nei limiti del possibile, l‘attuale struttura del Ministero introducendo , o reintroducendo se si preferisce, criteri di valutazione qualitativa del personale ad ogni livello e per ogni mansione, aprendo gli organi preposti alla valutazione anche a contributi esterni, recuperando in una forma attualizzata l’antico criterio del concorso “ad locum “ ,particolarmente rispondente alla realtà articolata della cultura italiana, definendo dei percorsi curriculari efficaci e rispondenti alle reali esigenze della tutela, infine riducendo e stabilizzando le Di- Le Cento Città, n. 52 rezioni Centrali che, nel nuovo assetto, dovrebbero essere assistite da specifiche unità predisposte all’accertamento della operatività delle strutture e alla ricerca e sperimentazione di nuove modalità di intervento. Si è del tutto consapevoli che non tutta la realtà italiana, si tratti degli enti locali o dell’amministrazione centrale, deve essere valutata negativamente, e superficialmente, come si è fatto sopra per ovvie ragioni espositive, si è anche convinti che esistano punti di eccellenza anche nel panorama negativo delineato, singoli uffici, amministrazioni regionali e comunali, hanno operato bene o quanto meno al meglio di quello che loro era concesso di fare; ciò non toglie nulla alla necessità di cambiamenti profondi quali quelli sopra delineati. Una ultima considerazione riguarda l’ampio e variegato mondo del volontariato culturale che dovrebbe in una certa misura assistere l’intervento pubblico non solo nella conservazione del patrimonio, attraverso il monitoraggio dello stato di conservazione e la gestione di parte di esso, ma anche e soprattutto nella diffusione della conoscenza dello stesso, facendosi carico delle mancanze dell’ordinamento scolastico la cui messa a punto in riferimento alla tutela e alla consapevolezza richiederà tempi necessariamente lunghi; qui sì che la sinergia tra sistema locale e volontariato potrebbe raggiungere obiettivi straordinari; poche fondi destinati a far conoscere il patrimonio, le caratteristiche costitutive del paesaggio, le tradizioni musicali e quant’altro, messi a disposizione del volontariato ad es. dalla Regione potrebbero creare situazioni di consapevolezza in loco assai più produttive per la tutela di molti vincoli imposti da chi sa sul territorio di chi, non per sua colpa, non sa e talora non può comprendere. Beni culturali 23 “Andar per organi” nelle Marche Trent’anni di esperienze ‘sul campo’ di Paolo Peretti Premesse necessarie Per trattare quest’argomento, inevitabilmente, dovrò parlare anche di me; e di ciò, sin d’ora, chiedo venia al lettore. O meglio di quella che è stata, ed è, la mia personale esperienza di studioso ‘addetto ai lavori’ nell’ambito di una singolare – ma non certo marginale – categoria di beni storico-artistico-culturali delle Marche: il cospicuo, prezioso e vario patrimonio degli organi antichi, o storici che dir si voglia, che nella nostra regione supera le 700 unità censite. Gli studi su di esso, con sopralluoghi a centinaia di polverosi strumenti e indagini condotte in decine di archivi, non meno polverosi, hanno intensamente caratterizzato i miei esordi e ancora costantemente accompagnano la mia attività di stori- co particolarmente interessato alle fonti musicali marchigiane. Ma, prima ancora, è necessario definire con pochi e chiari concetti – oltre alle parole, però, bisognerebbe ricorrere anche alle immagini e, soprattutto, ai suoni – il settore che qui ci interessa. Il quale può essere considerato sotto due principali aspetti: 1) come categoria ‘omogenea’ di oggetti storico-artistici sonori (l’aspetto funzionale della loro natura musicale è la peculiarità che li distingue da altre classi di beni culturali prevalentemente museali, riflettendosi anche sulle particolari problematiche del restauro e della fruizione) costruiti da valenti artefici del passato, la cui produzione superstite va dal XVI agli inizi del XX secolo; 2) come singole unità di questo generale complesso, ciascuna in sé unica e irripetibile in quanto frutto di un’attività artigianale: ogni organo antico, infatti, è un ‘individuo’, dal punto di vista tecnico-strutturale costituito delle stesse parti (tastiera/e, registri, somieri, mantici, trasmissioni, ecc.), le quali tuttavia, benché mostrino caratteristiche analoghe, nel contempo si presentano più o meno diversificate da un esemplare all’altro. Per fare un solo esempio, il registro di Principale, presente in tutti gli organi quale fondamento e base della cosiddetta ‘piramide sonora maschile’, non avrà mai la stessa identica ‘voce’; non solo da un autore e da un periodo all’altro, ma neanche all’interno della produzione di uno stesso Macerata, Chiesa di S. Stefano: organo di Andrea Gennari, 1828-29. Restaurato da Alfredo Piccinelli, 1987. Le Cento Città, n. 52 Paolo Peretti artefice: perché a determinare il suono concorrono non solo materiali di costruzione e modalità di lavorazione delle canne, misure, rapporti e via dicendo, ma anche l’acustica dell’ambiente in cui lo strumento è inserito. Ebbene, nel nostro discorso, l’organo sarà di volta in volta riguardato, a seconda della prospettiva assunta, ora sotto l’uno ora sotto l’altro dei due fondamentali aspetti sopra enunciati. In verità, ce ne sarebbero anche di altri, ma è meglio non complicare ulteriormente la trattazione. La maggior difficoltà nel parlare di organi e relative problematiche a chi non è dentro la materia è proprio quella del linguaggio da adottare: infatti è molto difficile riferirsi agli strumenti senza ricorrere – almeno in parte – alla terminologia tecnica. Facendo l’uso più limitato possibile del linguaggio organario specifico, cercherò di impiegare una scrittura discorsiva e senza troppe notazioni tecniche. Un’ultima, non marginale precisazione. Nel corroborare di esempi (positivi o negativi che siano) il discorso, eviterò di fare i nomi delle persone, almeno dei contemporanei. E non tanto perché io tema di esprimere giudizi dei quali sono comunque responsabile e pronto a sostenere apertamente la validità nelle sedi adeguate, quanto perché la mia riflessione vuole essere un fatto ‘reale’ e non ‘personale’. Essa cioè verte prima di tutto sul patrimonio organario e il suo stato, benché questo non possa essere solo astrattamente considerato, ovvero a prescindere da quelle azioni umane necessarie affinché esso affiori alla consapevolezza della pubblica opinione e, di conseguenza, ottenga da istituzioni e/o privati i mezzi adeguati per la sua stessa conservazione e valorizzazione: il riflesso pratico e ‘politico’ di tali azioni è a tutti evidente, e non può essere in nessun modo ignorato. 24 Il passato ‘remoto’: dal 1980 al 2000 Nelle Marche il moderno risveglio di interesse intorno agli organi storici data dal 1980 circa. Nel 1982, a Pesaro, fu costituita l’Associazione Marchigiana Organistica (A.M.O), per la cui iniziativa fu invitato ripetutamente nelle Marche il Dott. Oscar Mischiati (Bologna, 1936-2004), uno dei massimi artefici e ispiratori della Orgelbewegung italiana, che così ebbe modo di formare scientificamente in loco un’intera generazione di – allora – giovani schedatori (io tra questi); i quali, a loro volta, prestarono la propria opera all’interno di un ambizioso e pioneristico progetto di censimento e catalogazione degli organi antichi marchigiani intrapreso dal Centro Beni Culturali della Regione Marche in collaborazione con la neocostituita A.M.O. (durato oltre quindici anni e realizzato in varie tranches finanziate dalla Regione, esso è stato ufficialmente dichiarato chiuso nel 2000, facendo registrare la presenza di oltre 700 organi storici sul territorio regionale, circa tre quarti dei quali dettagliatamente schedati). Salvo qualche caso isolato nel decennio precedente, come il restauro avvenuto nel 1974 dell’organo Nacchini nella basilica della Misericordia a Sant’Elpidio a Mare, fu sempre negli anni ’80 che presero sistematico avvio i restauri filologici di organi storici marchigiani (favoriti anche dalla L.R. 53 del 1974, di fatto operativa dal 1979), tutti o in gran parte condotti da ditte dell’Italia del Nord, specialmente venete, poiché nelle Marche non esisteva più una tradizione organaria autoctona viva. Infatti, dopo l’attività di organari più o meno improvvisati durante la prima metà del XX secolo (solo Gaetano Baldelli, a Pesaro, e Silvio Carletti, a Macerata, avevano alle spalle una tradizione organaria, pur negativamente risentendo del clima tardo-ceciliano che imponeva discutibili modifiche tecnicoLe Cento Città, n. 52 estetiche negli organi antichi in nome di malintese esigenze musicali liturgiche) protrattasi sporadicamente fino ai primi anni ’60 del secolo scorso, si è venuto a creare un vuoto fin sulle soglie del 2000. Solo a questa data, infatti, si torna a registrare la presenza di alcune ditte organarie qualificate: una nel Pesarese, una nell’alto Maceratese e – qualche anno dopo – un’altra nel Fermano, mentre rimangono a tutt’oggi sguarnite le province di Ancona e di Ascoli Piceno. Concluso il censimento territoriale degli organi, che aveva qualificato le Marche come una delle regioni italiane all’avanguardia nella tutela del proprio patrimonio organario e avrebbe dovuto garantire una sempre più efficace azione in tal senso, si è venuta purtroppo a determinare un’inopinata situazione di incertezza e instabilità, se non una vera e propria regressione, dovuta alla concomitanza di diversi fattori. Innanzitutto sono venuti a mancare alcuni importanti interlocutori a livello regionale: sul piano privato, la già citata A.M.O., per una ‘crisi’ interna durata alcuni anni, andava di fatto progressivamente perdendo la sua dimensione regionale, per concentrare la sua azione entro un territorio limitato alle sole province di Pesaro e Ancona (solo in parte), restringendo inoltre la propria attività associativa praticamente alla sola sfera concertistica; sul piano pubblico, la funzione propulsiva e di raccordo, prima rappresentata dal Centro Beni Culturali della Regione, in seguito all’avvicendarsi dei funzionari al vertice di esso e ai rapidi mutamenti politicoamministrativi generali, andò del pari rapidamente scemando fino a venire del tutto meno. In questo quadro, alcuni ex soci dell’A.M.O. (tra essi anche lo scrivente), nel frattempo avevano dato vita a un nuovo soggetto associativo privato, l’I. St.Or.M (Istituto Marchigiano di Studi Organari, con sede in Urbania, fondato nel 1996), che si proponeva innanzitutto di Beni culturali 25 Collina di Castelraimondo, chiesa di S. Maria Assunta: organo di Ettore Del Chiaro, 1874. In stato di abbandono. costituire una banca-dati finalizzata all’elaborazione, aggiornamento ed integrazione delle informazioni già raccolte con la schedatura. Ma l’associazione non riuscì a perseguire il suo intento proprio per la già sopra lamentata difficoltà di rapporto con l’interlocutore regionale, da cui non ottenne il necessario sostegno finanziario. Nel contempo, anche la situazione dei restauri segnava una battuta d’arresto: non solo rispetto al decennio precedente il loro numero diminuiva sensibilmente, ma – in più d’un caso – tali interventi lasciavano qualitativamente a desiderare, facendo addirittura registrare alcune preoccupanti ed arbitrarie manomissioni di strumenti storici già filologicamente restaurati (per tutti, il deplorevole ‘caso’ di elettrificazione dell’organo Paoli 1883 di Piobbico, ma se ne potrebbero citare altri in diverse province). D’altra parte avveniva che molti degli organi ripristinati negli ultimi vent’anni cominciavano a mostrare i segni di un’evidente sofferenza dovuta allo scarso uso e alla mancata manutenzione ordinaria, per l’assenza di qualsiasi piano (a medio o a lungo termine) di mantenimento e valorizzazione di essi; condizioni che inoltre incrementavano le ‘tentazioni’ di tanto apparentemente facili quanto potenzialmente dannosi interventi, specie se operati surrettiziamente al di fuori di qualsiasi autorizzazione e supervisione dei preposti organi di controllo (Soprintendenza di Urbino, attraverso l’Ispettore onorario agli organi storici delle Marche accreditato presso di essa). Trascorsero così, senza infamia né gloria, gli ultimi anni del secolo e si giunse alle soglie del terzo Millennio. Il passato prossimo: dal 2000 ad oggi Aumentando progressivamente la coscienza dell’importanza di tanto patrimonio storico-organario e la porzione di esso recuperata all’efficienza, ci si sarebbe aspettati, a buon diritto, un più che feliLe Cento Città, n. 52 ce presente. Insomma, con le positive premesse di tanti anni fa, era più che lecito sperarlo. E invece il presente – può sembrare un paradosso – è tutt’altro che esaltante. Cos’è accaduto? Forse siamo ancora troppo dentro gli eventi per poter analizzare la situazione con il distacco dello sguardo ‘storico’. Tuttavia proverò ugualmente, servendomi di alcune mie considerazioni pubblicate in occasione di una rassegna di concerti sugli organi del Fermano, nel 2010 (i successivi quattro anni, a mio parere, non hanno fatto altro che confermare la tendenza involutiva allora già prospettata). Le riassumo in pochi punti essenziali. a) La situazione del variegato patrimonio marchigiano degli organi antichi, solo apparentemente statica, e le problematiche ad esso collegate appaiono all’osservatore attento in costante evoluzione. Ma anche a rischio di involuzione. Purtroppo, ogni tanto si coglie qua e là qualche preoccupante Paolo Peretti segnale in tal senso nel nostro territorio, che impone di non abbassare mai la guardia, adagiandosi sugli allori dei notevoli traguardi raggiunti negli ultimi vent’anni del Novecento. b) Sono cambiati, per forza di cose (o meglio, com’è nell’ordine delle cose), sia il pubblico sia i concertisti rispetto al più recente passato. Tra questi ultimi si affacciano nomi nuovi a fianco dei più noti e prestigiosi, che comunque restano sempre i naturali maestri, reali o ideali, degli organisti emergenti. Si rinnova anche il pubblico e, accanto agli appassionati di lunga data, si vedono ogni tanto facce nuove, più giovani. Ma i giovani – vale la pena sottolinearlo, in una società che tende, innaturalmente, da una parte alla crescita zero e, dall’altra, alla gerontocrazia a tutti i livelli – non sono e non saranno mai abbastanza: essi, infatti, devono raccogliere – ma a tutto campo – il testimone dell’impegno verso la Rinascita organistica marchigiana dalle mani della precedente generazione, ormai naturalmente affievolitasi. c) Toccando il delicato ‘tasto’ dei restauri di strumenti storici sul territorio, bisogna dire che, quantitativamente (ma, in qualche caso, anche qualitativamente), stiamo segnando il passo; anzi siamo senz’altro regrediti, rispetto alla – forse irripetibile – stagione degli anni ’80 del Novecento: quello fu un vero e proprio boom. Nel frattempo, su molti degli strumenti allora – o addirittura più di recente – restaurati, è tornata a depositarsi abbondantemente la polvere: potrei citare organi a suo tempo suonati solo in occasione dell’inaugurazione!, ma non lo faccio per carità di patria. d) Altro discorso meriterebbero i molti organi, i più nel nostro territorio, ancora da restaurare. È ovvio che non tutti potranno essere recuperati all’efficienza nel medio periodo: ma, nel ragionevole traguardo di quattro o cinque anni, si potrebbero scegliere i più importanti e 26 significativi, o quelli più facilmente fruibili, affinché anche il borgo più piccolo abbia per lo meno un organo antico restaurato da esibire nel suo biglietto da visita storico-artistico, di inevitabile richiamo turistico. Una visione troppo pessimistica, la mia? Qualcuno potrà opporre che i restauri filologici di organi antichi sono continuati, e pure bene; che dal 2000 ad oggi sono sorte e si sono affermate anche nel nostro territorio almeno due o tre ditte specializzate in interventi di recupero filologico di antichi strumenti; che i concerti sugli organi antichi sono notevolmente aumentati di numero, grazie all’attività di nuove associazioni organistiche fiorite qua e là in tutte le province marchigiane; che periodicamente, con cadenza più o meno regolare, si organizzano festival e rassegne concertistiche dedicati agli organi di una certa porzione del territorio regionale. Tutto questo, certamente, è vero. Ma è altrettanto vero che non sempre all’aumento della quantità dei concerti ha trovato riscontro una crescita nella qualità delle proposte; che non pochi di questi concerti – proprio per l’aumento dell’offerta in un circuito ristretto – sono andati quasi deserti; che non si possono definire veri e propri restauri alcune operazioni di più o meno ordinaria manutenzione condotte, in tutto o in parte, in loco (quando, per esempio, il somiere, parte vitale dell’organo, non viene trasportato in laboratorio per essere smontato e accuratamente restaurato nelle sue varie componenti). E per questo tipo di interventi, che si riallacciano direttamente a quelli deprecati degli organari-mestieranti degli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, quando non si era ancora affermata la concezione filologica del moderno restauro, non ci si può nascondere dietro lo spauracchio, o la scusa, della crisi economica odierna, con la conseguente mancanza di risorse da parte dei committenti: se non ci sono i soldi per procedere a un serio restauro filologico integrale, è Le Cento Città, n. 52 meglio aspettare tempi migliori, che prima o poi verranno, piuttosto che mettere a rischio l’integrità degli strumenti con interventi approssimativi e precari, spesso irreversibili. Valga ad esempio il recente dannoso pseudo-restauro dell’organo di Angelo Morettini a due tastiere (1842) nella chiesa di S. Agostino a San Severino. Il futuro immediato Quali, allora, le linee-guida e i correttivi da applicare all’attuale situazione, visto che non è soddisfacente, per la migliore conservazione e valorizzazione del patrimonio organario storico delle Marche nell’immediato futuro? Provo a indicare alcune modalità operative, secondo il mio giudizio, naturalmente, e in ordine di priorità. 1) Innanzitutto bisognerebbe controllare – in termini più attuali, monitorare – in modo più intenso e capillare il territorio. Se oggi, infatti, non avvengono più clamorose alienazioni di strumenti come in passato (tra i più antichi organi del Cadore ve ne sono tre o quattro marchigiani... emigrati, come pure l’unico strumento esistente di Giovanni Battista Mei di Belvedere Ostrense, del 1776, è finito in Svizzera, nella chiesa di Morbio Inferiore), ogni tanto però si ha notizia, magari a fatto compiuto, di operazioni a dir poco inquietanti: resti organari o interi strumenti smontati gettati nella spazzatura, elettrificazioni surrettizie, ‘restauri’ non autorizzati e via dicendo. A mio avviso (ma con me convengono altri amici studiosi dell’arte organaria marchigiana), non basta la sorveglianza di un solo Ispettore onorario per la nostra vasta e accidentata regione, in cui gli organi antichi sono equamente distribuiti fin nelle più piccole frazioni collinari e montane: nel solo territorio del comune di San Severino se ne contano ben ventiquattro! Sarebbe perciò auspicabile costituire, come del resto è stato fatto in altre regioni, una vera e propria commissione di esperti sparsi sul territorio, che Beni culturali 27 Ritratto fotografico d’epoca dell’organaro Ettore Del Chiaro (Biblioteca comunale “Mozzi Borgetti”, Macerata). Le Cento Città, n. 52 Paolo Peretti 28 3) Una volta restaurato un organo, ci si dovrebbe impegnare, da parte di chi ne avrà poi la gestione, a queste due ineludibili condizioni: a) impiego costante – ovvero ‘uso minimo’ – dello strumento, sia durante i riti religiosi, qualora esso sia posto in una chiesa officiata (come per lo più càpita), sia per eventi concertistici; b) stipulazione di contratti ordinari di manutenzione (pulizia e accordatura) con operatori specializzati del settore, a cadenza almeno biennale. Solo così, infatti, si potrà mantenere l’organo restaurato in perfetta efficienza, evitando un suo rapido deperimento che altrimenti, in pochi anni, vanificherebbe i risultati dello stesso restauro. Disegno a matita su legno (1806), raffigurante l’organaro Andrea Gennari mentre accorda il Callido della chiesa di S. Bartolomeo a Morrovalle, al cui interno si trova. agisca coordinatamente e con comunità di intenti su porzioni separate di esso. Più di dieci anni fa lo scrivente, insieme con due degli gli amici studiosi di cui sopra, ha ufficialmente indirizzato alla Soprintendenza urbinate una proposta in tal senso (lettera del 12 dicembre 2003, oggetto: “Informazioni e proposte per una più efficace tutela degli organi antichi marchigiani”). Ma ad essa non è stata mai data alcuna risposta, e nel caso non vale certo il principio del silenzio-assenso della Pubblica Amministrazione... 2) Sarebbe necessario stilare, a livello regionale (a giudizio della suddetta istituenda commissione), un vero e proprio piano razionale di intervento in base al quale impiegare i fondi per il restauro degli organi: cioè prevedere delle necessarie precedenze per gli strumenti d’autore più rari e significativi, a prescindere dalla loro localizzazione. Non si vede perché un organo storico importantissimo, quale, per esempio, quello di Aliforni (frazione di San Severino), costruito da Cesare Catarinozzi nel 1716 per la basilica romana di S. Maria Maggiore, debba essere penalizzato e condannato a deperire in silenzio dalla sua stessa posizione periferica e collocazione, per di più, all’interno di una chiesa attualmente inagibile da anni; potrebbe essere restaurato e trasportato nel capoluogo, in una chiesa priva di organo o in un edificio pubblico, ed essere così reso fruibile. Le Cento Città, n. 52 4) Ogni restauro – sistematicamente e senza eccezione (su questo non si insisterà mai abbastanza) – dovrebbe costituire un’occasione privilegiata di studio approfondito dello strumento restaurato: nel manufatto in sé, ma anche nel contesto che lo accoglie, per quelle che sono state le vicende della sua stessa storia, interna ed esterna. Sarebbe perciò auspicabile che al restauratore sempre si affiancasse anche la consulenza di uno studioso di arte organaria (non necessariamente il solo Ispettore onorario, se si allargasse la cerchia dei suoi collaboratori), il quale, con una parallela ricerca storico-bibliografica e/o archivistica, possa efficacemente affiancarlo e indirizzare o corroborare le sue scelte tecnicooperative. Come pure, il restauratore dovrebbe essere sempre tenuto alla redazione di una relazione finale di restauro, con dettagliata documentazione di corredo: fotografie ante e postrestauro, tabelle di misure di somieri, canne, ecc. (cosa che generalmente già avviene, mentre invece inspiegabilmente non si effettua alcun collaudo finale del restauro da parte della Soprintendenza). Procedendo in questo modo, si avrebbe ben presto. presso le istituzioni preposte, l’accumularsi di una ricca documentazione che, Beni culturali oltre ad assolvere a un uso amministrativo interno, se resa accessibile a chi la richiedesse per motivi di studio, potrebbe diventare una preziosa bancadati in progress sull’arte organaria marchigiana e nazionale. E, come spesso già saltuariamente avviene, è opportuno che il restauro di un organo dia sistematicamente luogo a una pubblicazione, magari piccola (basta un opuscolo), ma utilissima per consegnare alla futura memoria precise e preziose informazioni su un avvenimento comunque di portata storica, per lo strumento e per la comunità che lo conserva. 5) Infine, anche l’aspetto artistico-organizzativo dei concerti andrebbe in qualche modo coordinato sul piano territoriale più ampio, onde evitare che alcuni organi periferici restaurati restino muti per mancanza di circolazione degli esecutori ed altri, invece, soffrano di eccessiva frequentazione. Ovviamente non si può limitare l’iniziativa e la libertà di organizzare concerti da parte dei privati (e le associazioni organistiche locali che in genere li promuovono sono di tal natura); ma si potrebbe evitare che, almeno entro un certo raggio, si tenessero manifestazioni organistiche concomitanti, oppure articolare la programmazione degli eventi in un periodo più ampio e/o diverso dai soliti turistici mesi estivi. Proprio per ovviare a simili inconvenienti, nel 2010 è nata un’associazio- 29 ne di associazioni organistiche denominata “March&organi”, una sorta di network regionale della categoria. Nonostante l’apprezzabile intento, però, la super-associazione non ha di fatto coinvolto tutte le associazioni, le rassegne, i festival organistici esistenti in regione (come sarebbe stato auspicabile), ma solo alcune delle più consolidate realtà provinciali; le altre hanno continuato e proseguono la loro attività quasi come... leibniziane ‘monadi’ organistiche, dimostrando l’inguaribile individualismo e campanilismo dei marchigiani, risorsa estrema ma – nel contempo – anche vistoso limite della nostra peculiare forma mentis e inveterato modus operandi. Conclusioni metaforiche Ecco la mia ‘ricetta’. Considerazioni, valutazioni, idee soggettive – dirà qualcuno; ma che io so bene essere, in tutto o in gran parte, condivise da altri lungimiranti colleghi che, come me, da tempo si interessano appassionatamente (e spassionatamente, aggiungerei) a simili questioni. Insistendo nella metafora medica, si può dire che allo specialista spetta fare la diagnosi della malattia o della sindrome e prescrivere la cura adeguata, che sta poi alla sollecitudine di chi ha il dovere di assistere il malato applicare, con i mezzi a sua disposizione. E se le risorse mancano, bisogna ad ogni costo trovarle: qui entra in gioco la dimensione ‘politica’. Le Cento Città, n. 52 La ricetta, in sé già prescrittiva, può diventare addirittura un ‘trattamento sanitario obbligatorio’, quando – come nel nostro caso – c’è di mezzo non solo la salvezza del paziente, ma anche l’interesse generale alla sua salute, che a sua volta tornerà a vantaggio dell’intera comunità. L’importante è avere – ma basta l’esercizio del semplice buon senso – una visione critica e ‘olistica’ della complessa realtà del patrimonio organario storico nelle Marche, il ‘malato’ in osservazione, con tutte le diverse problematiche connesse. Se infatti si procedesse a compartimenti stagni, con palliativi e succedanei blandi o – peggio ancora – con rimedi ad effetto ‘placebo’ (tanto per gettare fumo negli occhi), non si risolverebbe nulla, peggiorando anzi la situazione. Solo agendo con un piano preciso e coordinato si potrà invece consegnare il nostro patrimonio organario alle generazioni future in condizioni migliori di quelle in cui lo abbiamo ricevuto in consegna noi. Altrimenti facendo, o non facendo (il che è ugualmente colpevole), contribuiremo alla sua progressiva diminuzione, a detrimento e impoverimento di tutta la comunità civile, ben al di là dei nostri confini regionali. Poiché la plurisecolare e polisemica storia artistica dell’Italia nel contesto del mondo occidentale, la sua peculiare identità culturale, sociale e di costume consistono anche nel prezioso, ragguardevole e irrinunciabile patrimonio degli organi antichi. 30 La rivista bolognese “La Rana”. Tavola di Augusto Grossi. Carta geografica satirica di Augusto Grossi. Le Cento Città, n. 52 Libri ed Eventi 31 di Alberto Pellegrino LIBRI La cartografia satirica europea tra Otto-Novecento La Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte di Tolentino ha pubblicato il volume La Cartografia satirica. L’Europa alla vigilia della Grande Guerra suddiviso in tre parti tra loro legate dal tema della politica internazionale europea tra il 1870 e il 1914, quando gli imperi continentali cominciavano a schierarsi su posizioni contrapposte che, nel 1914, avrebbero portato allo scoppio della prima guerra mondiale. Nella prima parte sono presentate alcune mappe satiriche inglesi, francesi, tedesche e italiane che costituiscono degli importanti documenti storici, perché rispecchiano gli orientamenti nazionalistici, gli odi razziali e gli antichi rancori che dividevano gli Stati europei. La seconda parte sono proposte per la prima volta le mappe umoristiche della pittrice inglese Lilian Lancaster con alcuni disegni giovanili del 1869; vi sono poi delle carte europee realizzate nel 1910, quando l’autrice è ormai una pittrice matura e sensibile agli influssi dell’arte preraffaellita e dell’Art Nouveau. La terza parte è dedicata al grande disegnatore italiano Augusto Grossi (1835-1919) e alle riviste satiriche bolognesi La Rana e Il Papagallo, nelle quali l’artista ha disegnato per oltre quarant’anni la pagina centrale a colori, nella quale ha commentato in modo satirico la politica italiana e internazionale, denunciando gli intrighi di palazzo, il trasformismo e il piccolo cabotaggio degli uomini politici della Destra e della Sinistra storiche, le manovre degli Stati europei. Queste tavole, che sono un esempio di grande arte grafica, hanno rappresentato per anni una graffiante e mordace voce fuori dal coro, conquistando un tale livello di popolarità da essere affisse sulle pareti di caffè e osterie, botteghe artigiane e officine, circoli e abitazioni private. Il volume è introdotto dal saggio Satira politica in Europa tra Settecento e Ottocento di Alberto Pellegrino, nel quale si traccia la storia della satira in Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia dal Settecento fino al 1914. Segue il saggio Stereotipi e culture nazionali di Edoardo Boria che sottolinea l’importanza della cartografia satirica nella storia europea, perché queste mappe, oltre a essere una delle prime forme di cultura di massa, riescono a tradurre sotto forma d’immagini i più radicati e diffusi stereotipi che fanno parte dell’immaginario collettivo di ogni popolo e sono servite, attraverso deformazioni caricaturali e rappresentazioni di animali, a dividere in modo inequivocabile i popoli europei in “amici” e “nemici”. Un contributo alla storia musicale di Camerino Il volume Le cappelle musicali di Camerino. Cattedrale e collegiata nei secoli XVI-XVIII di Riccardo Graciotti (Libreria Musicale Italiana, Lucca, 2014) rappresenta un importante contributo fornito alla storia della musica Le Cento Città, n. 52 camerinese e marchigiana, analizzando le vicende legate alla produzione e all’attività musicale dal tramonto della signoria dei Varano alla fine del Settecento, in piena occupazione francese e con il terribile evento del terremoto del 27 luglio 1799. L’opera si suddivide in quattro parti: nella prima si parla della funzione svolta dalle cappelle musicali nel contesto politico, sociale ed economico di Camerino, mettendolo in relazione con la macro storia nazionale; nella seconda sono prese in esame la gestione del coro, le paghe e le mansioni dentro e fuori le chiese, la presenza di alcuni importanti personaggi; la terza è formata dalle schede con le notizie riguardanti maestri, cantori, organisti con tabelle cronologiche molto precise; l’ultima parte contiene le appendici documentarie e la bibliografia. Molte informazioni sono del tutto inedite e, in alcuni casi, servono a fare luce su personaggi finora poco noti come il violinista Stefano Macchiati (1797) e il violinista e compositore Filippo Marchetti (ultimi due decenni del Settecento e primi decenni dell’Ottocento), spesso confuso con il suo omonimo e più celebre autore di opere liriche. Tre secoli di editoria a Camerino Nel panorama storico camerinese l’opera di Corrado Zucconi Galli Fonseca Tre secoli di editoria a Camerino (1523-1823), (Halley Edizioni, Matelica, 2014) arriva a colmare un vuoto nel tracciare la storia dell’arte della stampa e delle officine tipografiche a partire dal Ducato varanesco per arrivare al primo ventennio dell’Ottocento. Si tratta di una catalogazione e di una rassegna di opere a stampa prodotte nella città di Camerino, a cominciare dalla presenza del tipografo itinerante Gian Alberto Pellegrino Giacomo Bendetti che pubblica nel 1523 una raccolta di poesie dell’ascolano Pacifico Massimi. Il Cinquecento rappresenta un momento di grande fervore culturale e tocca il suo vertice con la pubblicazione degli Statuti cittadini (1563) a cura di Antonio Gioioso. Il Seicento costituisce un periodo di crisi delle tipografie cittadine, tanto è vero che il Lilli, autore di una importantissima storia di Camerino, si rivolge a una tipografia maceratese. Nel settecento si registra invece una ripresa dell’arte tipografica con la fioritura di notevoli opere a stampa secondo una tradizione che è arrivata fino ai nostri giorni. Le avvincenti stagioni fotografiche di Paolo Verdarelli Paolo Verdarelli è un valido studioso di storia della fotografia e dei vari mass media, ma è anche un appassionato fotografo che ha pubblicato diverse opere fotografiche dopo il suo esordio con Camerino e il suo ducato 32 (1994). Ora presenta un altro suo volume intitolato Stagioni. Castelluccio di Norcia (Curc, Camerino, 2014) con una serie d’immagini che stanno a dimostrare come sia difficile resistere al fascino che esercita questo piccolo paese dell’Umbria, il quale si trova al centro di una stupenda vallata che si estende a perdita d’occhio e che è dominata dal massiccio del Monte Vettore. Castelluccio è divenuto celebre in tutto il mondo per la sua celebre “infiorata” di giugno/luglio, ma Verdarelli non si accontenta di fissare con il suo obiettivo questo particolare evento, perché vuole “raccontare” con le immagini l’evolversi delle stagioni su quell’altopiano, dove il trascorrere del tempo disegna magie di colore sempre diverse e suscita sentimenti molto particolari anche nel turista più distratto. Verdarelli sa cogliere, filtrare e interpretare attraverso il suo obiettivo, in modo non convenzionale e senza retorica, la varietà di questi sentimenti legati al variare delle stagioni, riuscendo a trasmettere quel messaggio di bellezza che c’ invia la natura. Le fotografie dei Balelli per i 50 anni dello Sferisterio Per celebrare i cinquant’anni di stagioni liriche nell’Arena Sferisterio è stato pubblicato, a cura del Centro Studi Carlo Balelli per la Storia della Fotografia di Macerata, un bel volume intitolato Aida 1921. La prima stagione lirica allo Sferisterio nelle foto Balelli, nel quale sono state raccolte immagini provenienti dalla Fototeca della Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti di Macerata, Paolo Verdarelli. Le piane di Castelluccio di Norcia. Le Cento Città, n. 52 che ha fornito anche una serie di importanti documenti e una rassegna degli articoli comparsi per l’occasione nella stampa dell’epoca. L’opera si apre con un intervento di Giuseppe Trivellini che traccia una breve storia delle stagioni d’opera all’aperto nel primo Novecento, mentre Donatella Donati rievoca i cinquant’anni di rappresentazioni del melodramma verdiano (1871-1921). Ancora Trivellini e Nicola Di Monte ricostruiscono la complessa vicenda della messa in scena dell’Aida che debutta il 15 agosto 1921. Livia Brillarelli traccia la biografia e la carriera artistica del soprano Francesca Solari, stella di prima grandezza dell’edizione maceratese, e Lucia Tancredi racconta la vicenda d’amore tra il soprano e il maceratese conte Alberto Conti, una love story che occupa le cronache maceratesi per diverso tempo, per poi trasformarsi una solida unione. Alessandra Sfrappini analizza l’impatto che ha avuto la prima stagione lirica sulla stampa e un’importante testimonianza è fornita dalla ristampa del numero unico Aida pubblicato dall’Impresa Società Cittadina Macerata con articoli che celebrano l’evento, con le schede biografiche degli interpreti e del direttore d’orchestra, con un ampio corredo fotografico e con una serie di caricature dei principali personaggi legati alla stagione. Ivano Palmucci prende in esame la massiccia presenza della pubblicità sul numero unico, sul libretto di sala, sulla stampa e sulla grande parete di fondo dello Sferisterio, a testimonianza del forte impatto che ebbe l’evento sulla realtà economica dell’intera provincia. Libri ed Eventi 33 Arena Sferisterio. I cantanti Solari, Dolci e Noto, interpreti dell’Aida 1921. Arena Sferisterio. Scena seconda del II Atto dell’Aida (la marcia trionfale). Infine Emanuela Balelli ricorda il lavoro svolto per l’occasione da Alfonso Balelli, il quale ha lasciato un’importante documentazione con le sue immagini che riguardano l’allestimento delle scenografie, le principali scene dell’opera, la presenza del pubblico alle varie rappresentazioni. Bisogna infine sottolineare il ritrovamento, all’interno del Fondo fotografico della Biblioteca, di dodici eleganti ritratti dei singoli interpreti eseguiti da Alfonso Ballelli e tutti autografati con dedica al fotografo, che costituiscono un’autentica novità e un’ulteriore documentazione per la storia dello spettacolo. La storia del Teatro di Matelica Con la pubblicazione di questa storia del Teatro Pergolesi di Matelica si va a colmare un vuoto nella storiografia dei documentazione, nella quale si traccia la storia dello spettacolo a Matelica nel Seicento e nel Settecento, con un’attività teatrale costituita soprattutto da oratori sacri. Agli inizi dell’Ottocento si decide di procedere alla costruzione di un teatro pubblico, affidandone nel 1805 la progettazione al celebre architetto Giuseppe Piermarini. Nel 1806 i lavori di costruzione dell’edificio nel quartiere di S. Agostino, affidati ai capomastri Alessandro Belli di Jesi e Francesco Fontana di Como, saranno terminati nel 1812. Seguono diversi lavori di sistemazione e riparazione fino a un completo restauro affidato all’architetto Vincenzo Ghinelli, mentre la nuova decorazione è opera del pittore scenografo anconetano Cesare Recanatini. La gestione amministrativa della struttura teatrale è affidata alla Deputazione ai pubblici spettacoli e all’Assemblea dei Condomini che provvedono anche alla programmazione teatrale. Il teatro, che è inaugurato nel 1812 con l’opera Ser Marcantonio di Stefano Pavesi, le farse O Che Originali di Giovanni Simone Mayer e Il Filosofo sedicente di Simone Mosca, ospita importanti stagioni liriche fino al 1964, prima della chiusura decretata nel 1979 per dare l’avvio ai lavori di restauro e di consolidamento che si concluderanno nel 1995 con la riapertura dell’edificio. Il volume comprende infine la Cronologia degli spettacoli dal 1812 al 1975 e una preziosa Appendice documentaria tratta dagli archivi comunali con contratti, rapporti epistolari e lo Statuto teatrale del 1844. Matelica. Il Teatro Comunale Piermarini. Una storia a fumetti sulla Shoah opera degli alunni di una scuola elementare di Pesaro principali teatri marchigiani. La Biblioteca comunale “Libero Bigiaretti” ha provveduto a dare alle stampe la tesi con cui Barbara Marinelli si è laureata presso il DAMS di Bologna intitolata Il Teatro di Matelica. Cenni storici e cronologia degli spettacoli in musica (1812-1975). Questo lavoro si apre con un’introduzione storica, sorretta da un’ampia Gli alunni della classe VB della Scuola primaria “Odoardo Giansanti” dell’istituto comprensorio statale “Gianfranco Gaudano” di Pesaro, coordinati dall’insegnante Mirella Moretti, hanno realizzato un racconto a fumetti intitolato Liliana e la sua stellina che nel luglio 2014 è stato presentato al pubblico nell’ambito di Popsophia. Il pro- Le Cento Città, n. 52 Alberto Pellegrino getto è nato in seguito all’incontro di questa classe con Liliana Segre che è particolarmente legata alla città di Pesaro dove da moltissimi anni trascorre le sue vacanze estive. Liliana, una delle poche sopravvissute ai campi di sterminio, è la bambina protagonista del racconto a fumetti, l’unica a essere ritornata viva tra tutti quelli deportati sul treno partito dalla Stazione Centrale di Milano e diretto al lager di Auschwitz Birkenau in Polonia. La storia inizia nel 1938 quando Liliana scopre a 8 anni di essere ebrea ed è scacciata dalla scuola pubblica. Dopo aver sopportato i disagi e i pericoli della guerra, Liliana è prima rinchiusa nel carcere di San Vittore, poi è trasferita ad Auschwitz, dove arriva il 6 febbraio 1944 insieme ai suoi genitori che non faranno più ritorno. La bambina trova la forza di resistere a quell’orrore in una stella che diventa per lei il simbolo della speranza e della libertà. Questo lavoro, che è dedicato a tutti i bambini ebrei deportati nei lager e che vuole contribuire a tramandare alle generazioni future la memoria dello sterminio, è stato giudicato dall’Ufficio Scolastico Regionale delle Marche “un fumetto originale, creativo e pienamente rispondente alle tematiche con approfondimenti e dettagli sulla vita di una testimone vivente”, un lavoro che “spicca per l’interdisciplinarità e la grande accuratezza delle tecniche espositive sapientemente usate”. Il Risorgimento a Tolentino e nelle Marche Il volume A Carte riscoperte 1817/1870. Tolentino e il Risorgimento a cura di Enzo Calcaterra rappresenta un contributo di grande rilievo per la storia risorgimentale della nostra Regione, perché fornisce un’ampia documentazione messa insieme grazie a un’accurata ricerca condotta sui documenti d’archivio e sulle fonti bibliografiche. L’analisi storica prende l’avvio dal 1817 con i moti carbonari avvenuti in Ancona e Macerata, stroncati sul nascere con numerosi arresti e conseguenti condanne al car- 34 cere duro. Uno sviluppo più ampio ebbero i moti del 1831 che videro l’adesione di Tolentino il 18 febbraio al Governo delle Province Unite con la partecipazione di 12 volontari. Dopo la repressione del moto, vi furono anche in questo caso numerosi arresti tra cui il medico Domenico Zenobi, capo dei patrioti, e Carlo Didimi, il celebre giocatore del pallone al bracciale. Negli anni Trenta/Quaranta spicca la figura del medico tolentinate Serafino Belli (1810-1868), autore di numerose pubblicazioni scientifiche, di raccolte di versi e di opere teatrali, docente universitario presso l’Università di Camerino, dove si era laureato nel 1831. Nel 1848 si ha la prima guerra d’indipendenza, cui prendono parte numerosi volontari (gli anconetani sono 3282), tra cui vi sono 39 ufficiali e militi di Tolentino. Sul campo di battaglia a Vicenza muore l’ufficiale d’artiglieria conte Pacifico Silveri (1824). Nel 1849 si ha la pagina gloriosa della Repubblica Romana alla cui difesa prendono parte 20 volontari di Tolentino, tra cui il conte Benedetto Bezzi (1829) e il conte Domenico Silveri (1818); sui bastioni di Roma muore il giovane muratore Antonio Pierdominici (1818). Nel 1860 avviene la Battaglia di Castelfidardo alla quale partecipano circa 400 volontari (tra cui 31 di Tolentino) del Corpo Cacciatori delle Marche. Nello scontro si distingue il capitano Euclide Cagnaroni (1816-1900) che con il suo reparto costringe alla resa Le Cento Città, n. 52 330 soldati pontifici, catturando cavalli, salmerie e munizioni. Si arriva nel 1867 ai fatti di Mentana con 14 volontari di Tolentino che si arruolano con Garibaldi e finalmente nel 1870 si completa l’unità d’Italia con la conquista di Roma. Il volume si chiude con una breve ma interessante Storia di Tolentino dal 1816 al1892. Questo lavoro è importante anche perché sfata il mito storiografico secondo il quale il Risorgimento sarebbe stato fatto da pochi aristocratici e intellettuali, mentre dai documenti riportati risulta che i volontari alle diverse campagne risorgimentali non erano solo nobili e possidenti ma anche impiegati e studenti, giovani operai e artigiani, persino contadini e sacerdoti. “A Tolentino – scrive Enzo Calcaterra – il Risorgimento ha fatto emergere al meglio comuni qualità, guidandole nella fase successiva al progresso economico e civile. Esse si sostanziarono principalmente in una vocazione democratica, laica, progressista, modernizzatrice. Le sue origini sono da ricercarsi nel secolare tratto costituito da artigiani e operai, spesso guidati da un’élite illuminata, comunque sempre e solidamente radicata nella comunità d’appartenenza”. La riedizione di un importane studio su Cecco d’Ascoli Un importante contributo a una più approfondita conoscenza della figura e dell’opera di Cecco d’Ascoli è fornito dalla riedizione di una pubblicazione ormai introvabile, curata nel 1990 dall’istituto Superiore di Studi Medioevali di Ascoli Piceno e intitolata appunto Cecco d’Ascoli. La nuova edizione è stata resa possibile dall’intervento della Banca dell’Adriatico nelle persone del presidente Giandomenico Di Sante e del direttore generale Roberto Dal Mas. La ristampa di questo volume, arricchito da una preziosa veste tipografica, si fa apprezzare non solo per l’ampia bibliografia ragionata di Marco Scatasta, ma anche per il ricco apparato iconografico, analizzato in modo critico in tre importanti saggi: I Libri ed Eventi 35 Ascoli Piceno. Il monumento a Cecco d’Ascoli. ritratti di Cecco, (M. Scatasta), Le illustrazioni de L’Acerba nei codici italiani e stranieri e nelle edizioni a stampa della Biblioteca di Ascoli Piceno (G. MazzocchiM. Alberti Vettori), Appunti per una iconologia acerbiana del Novecento (C. Melloni). Un ampio saggio di Marco Scatasta traccia una biografia ragionata nella quale si analizzano le vicende umane, la personalità e l’opera dello scrittore ascolano, partendo da notizie autobiografiche e dalle fonti trecentesche, per poi ricostruire i due soggiorni di Bologna e Firenze, senza trascurare quelle che sono classificate come le “opere minori” di Cecco. Da parte sua Mario Mandrelli, nel saggio Un processo politico, analizza gli aspetti sociologici e giuridici di un processo che porta alla condanna al rogo del poeta ascolano eliminato dalla scena politica fiorentina, facendo uso dello strumento dell’Inquisizione e con l’accusa di eresia. Il volume in questione contribuisce a smentire, attraverso le fonti letterarie del tempo, il preteso odio che avrebbe diviso Cecco e Dante Alighieri, per cui L’A- L’Acerba di Cecco d’Ascoli. Immagine dell’avarizia. cerba era considerata l’anticommedia. Siamo invece di fronte a due personalità completamente diverse: con Dante si chiude l’età del Tomismo, del Dolce Stil Novo, del vecchio enciclopedismo alla Brunetto Latini; Cecco è un uomo di confine e di passaggio verso la nuova stagione dell’Umanesimo annunciata dal laicismo e dal realismo di Cecco Angiolieri, di Boccaccio e di Giotto, dal lirismo di Petrarca. L’Acerba di Cecco d’Ascoli (1269-1327) è la maggiore summa enciclopedica del trecento per la vastità degli argomenti che affronta (filosofia morale e teologia, antropologia e psicologia, astronomia e astrologia, zoologia e chimica, medicina e filosofia della scienza): per valutare l’opera di questo personaggio non è più sufficiente l’analisi storico-letteraria, ma è necessario un approccio multidisciplinare che tenga conto della filosofia e sociologia, della psicologia e teologia, della storia della medicina, biologia e scienze naturali, della storia dell’astronomia e dell’astrologia. Bisogna guardare a Cecco Le Cento Città, n. 52 sotto una nuova luce per riscoprire in lui il fratello spirituale del Faust di Goethe, lo studioso che è sempre stato mosso dalla libertà di pensiero e della netta divisione tra Fede e Ragione, della sete di conoscenza posta a fondamento della dignità umana da trasmettere ai giovani, perché la nobiltà non si conquista per nascita ma attraverso il sapere (“Non può morir chi al saver s’è dato,/Né vive in povertate né in difetto,/Né da fortuna può essere dannato;/Ma questa vita e l’altra vita perde/Chi del savere ha sempre dispetto”). Cecco d’Ascoli ha sempre vissuto con grande coerenza, perché ha avuto paura solo di tre cose: “d’essere d’animo povero e mendico/ di servire per altrui e dispiacere/ per difetto perdere un amico”, perché dice “speso ho il tempo di mia poca vita/in acquistarmi scienza ed onore” (L’Acerba, Quarto Libro, capitolo settimo). Un nuovo saggio sullo scrittore Libero Bigiaretti Libero Bigiaretti (Matelica 1905Roma 1993) è uno degli scrittori marchigiani che hanno avuto un Alberto Pellegrino Lo scrittore Libero Bigiaretti. ruolo importante a livello nazionale e internazionale per aver saputo interpretare le nuove tendenze letterarie del Novecento rielaborate alla luce della tradizione. Come a volte accade, la memoria della sua opera letteraria e del suo impegno civile all’interno d’importanti istituzioni pubbliche e private tende a scolorirsi e passare in secondo piano. Risulta pertanto importante l’opera intitolata Libero Bi- 36 giaretti. Storie di sentimenti (Metauro Edizioni, Pesaro, 2014), un profilo critico messo a punto da Carla Carotenuto, docente di letteratura italiana contemporanea nell’Università di Macerata. Si tratta di uno studio molto esteso e documentato, che fa il punto sull’importanza che ha avuto questo scrittore nel panorama culturale del Novecento italiano e che fornisce un’ampia e aggiornata bibliografia, senza trascurare gli aspetti biografici e umani del personaggio che si è sempre mosso tra Matelica, dove erano le sue radici mai dimenticate o rinnegate, e Roma, la metropoli dove Libero ha fatto il suo percorso formativo da autodidatta che l’ha portato ad affermarsi come un autore di assoluto valore artistico (“Forse le Marche sono solo un sogno,/Roma una lunga e varia realtà,/Ma di queste due patrie io ho bisogno/per alternare le mie verità”). Anche se Biagia- retti appare alquanto emarginato dal circuito editoriale, le sue opere rimangono straordinariamente attuali per alcune tematiche che costituiscono materia di riflessione sulla società contemporanea: la crisi dell’uomo e della donna di fronte alla solitudine, la precarietà e inautenticità dei sentimenti, l’alienazione, il tema dell’industrializzazione e delle migrazioni, la ricerca di vie di fuga in mondi che assumono una dimensione metafisica o grottesca. Nelle sue raccolte di poesie (Posto di blocco, A memoria d’uomo), ma soprattutto nei suoi romanzi Bigiaretti traccia un quadro approfondito della società italiana dal fascismo al secondo Novecento e una vasta mappa dei sentimenti individuali e collettivi. La Carotenuto si sofferma soprattutto su quella parte della produzione dello scrittore marchigiano finora poco indagata e riguardante la “costruzione del microcosmo amoroso” che parte da Esterina per arrivare fino a I figli allo scopo di approfondire la tematica della “dimensione amorosa” nei romanzi degli anni ‘60/’70 con quell’impasto d’ideali e passioni presenti ne Il congresso, Le indulgenze, La controfigura e Due senza. Un contributo di particolare importanza per chi si occupa di storia del teatro è fornito dalla pubblicazione a chiusura del volume di due atti unici pressoché introvabili: Intervista con Don Giovanni (Il Caffè, 1958) e Licenza di matrimonio (Il dramma, 1968). La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di Banca dell’Adriatico, Banca Marche, Carifano, Co.Fer.M., Fox Petroli, TVS Le Cento Città, n. 52 Vita dell’Associazione 38 Visite e convegni di Giovanni Danieli 10 luglio 2014, Portonovo di Ancona Assemblea dei Soci 3 settembre 2014, Ancona Visita della Città e Forum sullo sviluppo urbano Presso l’Hotel Fortino Napoleonico di Portonovo di Ancona, si è svolta l’Assemblea estiva dell’Associazione, con due punti essenziali all’ordine del giorno, la relazione consuntiva del Presidente e quella programmatica del Presidente eletto. Per la prima visita dell’anno, Mario Canti ha progettato e guidato un itinerario, dal Guasco sino al mare, da San Ciriaco a Santa Maria della Piazza, attraverso l’Anfiteatro, il Museo archeologico, Piazza Stracca, l’Arco di Traiano, San Domenico con una piacevole sosta da Giacomo Vettori per un aperitivo. Obiettivo del Consiglio di Presidenza è anche quello di procedere ad un riassetto dell’Associazione con la creazione dell’Ufficio di Presidenza, cabina di regia di tutte le operazioni; la revisione del Manifesto di intenti e dello Statuto societario; la suddivisione dei Soci in otto aree territoriali ciascuna delle quali affidata alla guida di un Past-Presidente; la creazione di un Archivio fotografico e l’attivazione di un nuovo Sito web. Le Cento Città La visita si è conclusa di fronte con il patrocinio di Associazione per le Marche Rettore Prof. Sauro Longhi Presidente Prof. Giovanni Danieli Forum La terza missione Il ruolo dell’Università per lo sviluppo del territorio Ancona, 3 Ottobre 2014, ore 17,00 Sala del Consiglio della Facoltà di Economia “Giorgio Fuà”, Piazzale Martelli 8 Programma Indirizzi di saluto da parte del Prof. Giovanni Danieli, Presidente de Le Cento Città e del Prof. Francesco Maria chelli, Preside della Facoltà di Economia Presentazione Prof. sauro lonGhi, Rettore dell’Università Politecnica delle Marche Le Cento Città, grafica originale di Valeriano Trubbiani Ha quindi passato le consegne a Giovanni Danieli, che ha presentato il proprio programma, che parte dai tre concetti chiave di presidenza condivisa, decentramento e coinvolgimento di tutti i Soci. Il programma si baserà su una serie di dieci itinerari, destinati come sempre a scoprire le Marche “minori”, nove Forum sui punti nodali di sviluppo della regione, due convegni e la celebrazione dei venti anni dell’Associazione. Il programma prevede anche un viaggio di tre giorni alla scoperta di Bologna. A metà visita si è svolto, nella sede del Museo archeologico, il primo Forum dell’anno, sempre preparato da Mario Canti, finalizzato a descrivere l’evoluzione nel tempo della forma urbana della città ed i profondi cambiamenti che hanno fatto seguito ai devastanti bombardamenti degli relazione Prof. GiusePPe novelli, Rettore dell’Università Roma 2 Quale ruolo dell’Università nell’attuale contesto socio-economico tavola rotonDa con la partecipazione di Paolo Galassi (A.O.U. Ospedali Riuniti Ancona), Rodolfo Giampieri (CCIAA Ancona), Gian Luca Gregori (Pro Rettore Univpm), Donato Iacobucci (Delegato trasferimento tecnologico Univpm), Andrea Rossi (Confartigianato, Ancona), Gaetano Ascensi (Confindustria, Fermo) - Coordina Edoardo Danieli conclusioni Prof. sauro lonGhi, Rettore dell’Università Politecnica delle Marche errebi grafiche ripesi • falconara Maurizio Cinelli nel concludere il suo mandato, ha presentato un filmato con immagini e commenti degli eventi realizzati nel suo anno di presidenza, sottolineando il piacere di aver vissuto questa esperienza e ringraziando tutti per la corale collaborazione ricevuta. anni 43-44 ed alla successiva ricostruzione, molto edilizia, poco architettonica. Altri importanti contributi al convegno sono stati forniti dal Comandante Bruschi, che ha presentato una rara collezione di immagini aeree dei bombardamenti subiti da Ancona, da Michele Polverari e da Nicoletta Frapiccini, quest’ultima guida nella successiva visita al Museo. Prima dello svolgimento del Forum, San Ciriaco e Santa Maria erano stati magistralmente illustrati da Maria Luisa Polichetti, artefice principale del loro recupero artistico, mentre Costanza Costanzi ha brillantemente presentato in San Domenico le tele di Tiziano e di Guercino nel contesto del loro periodo storico. Le Cento Città, Associazione per le Marche Segreteria: Dott. Giorgio Rossi - Via Galilei 7, 60015 Falconara M. Tel. 071 911888 Cell. 348 1214575, e-mail: [email protected] Le Cento Città, n. 52 Vita dell’Associazione 39 al Teatro delle Muse; qui Fabio Brisighelli ha ricordato i tormenti attuali di un teatro che, dopo la lunga chiusura postbellica, aveva intrapreso un brillante cammino, che oggi sembra essere a rischio. 12-14 settembre 2014, Bologna Alla scoperta di Bologna in quattro itinerari inediti più uno Il viaggio annuale dell’Associazione è stato dedicato alla visita della città di Bologna. Il primo itinerario, Bologna storica, si è svolto in tre sedi, la prima, il Palazzo dell’Archiginnasio, con la visita alla sala dello Stabat Mater e al famoso Teatro Anatomico, visita preceduta dal saluto del Prof. Roberto Corinaldesi, Presidente della Società Medica Chirurgica di Bologna e dalla presentazione del Prof. Stefano Arieti, Docente di Storia della Medicina nella stessa Università. Ha fatto seguito la visita al Museo della Storia di Bologna, durante la quale il Professor Fabio Alberto Roversi Monaco, Presidente di Genius BononiaeMusei della Città ha portato il suo saluto ai nostri Soci. Quindi visita di Piazza Maggiore con gli edifici pubblici più importanti del centro storico, Palazzo D’Accursio, Palazzo Re Enzo, Palazzo del Podestà, la maestosa Basilica di San Petronio, l’elegante Fontana del Nettuno, il Palazzo dei Notai. Piazza Maggiore costituisce da 2500 anni il cuore di Bologna, un cuore vero perché i bolognesi non vanno “in centro”, i bolognesi vanno “in piazza”. Secondo itinerario, Bologna cristiana, con visita al Complesso di Santo Stefano (o delle sette chiese), Chiesa di San Domenico, con la splendida arca marmorea che custodisce le spoglie del Santo, Santuario ed Oratorio di Santa Maria della Vita, con il Compianto del Cristo morto di Niccolò dell’Arca, Basilica di San Petronio. E’ stata poi la volta di Bologna pittorica, che ha compreso la visita dell’Oratorio di Santa Ce- Le Cento Città Associazione per le Marche Forum su Lisippo, dall’Adriatico alla Corte Costituzionale ricordando Tullio Tonnini Venerdì 24 Ottobre 2014, ore 17,30 Sala di Rappresentanza della Fondazione Cassa di Risparmio di Fano Via Montevecchio, 114 - Fano cilia, con il bellissimo ciclo pittorico quattro/cinquecentesco che ne riveste completamente le pareti; Palazzo Fava Ghisilieri, con il ciclo pittorico Le Argonautiche e le storie di Medea, una delle prime opere di ampio respiro dei Carracci; l’Oratorio di San Colombano, che racchiude uno splendido ciclo di affreschi, opera di artisti guidati da Ludovico Carracci, e che ospita una collezione di strumenti musicali antichi donata dal Maestro Luigi FerdinandoTagliavini Nel quarto itinerario si è entrati nella Bologna musicale visitando, con la guida preziosa rispettivamente del Maestro Girati e del Prof. Mioli, la Reale Accademia Filarmonica con la Sala Mozart, e il Museo della Musica sito nel Palazzo Sanguinetti riaperto al pubblico nel 2004 dopo un lungo restauro. L’itinerario “aggiunto” è stato quello eno-gastronomico, che ha compreso le soste Da Nello al Montegrappa, ristorante sinonimo di “mangiar bene a Bologna” e Al Pappagallo, una delle più alte espressioni della cucina bolognese. Sulla via del ritorno, sosta a Santarcangelo di Romagna, dove, nelle cantine di un palazzo settecentesco che fu dei Conti Nadiani, Manlio Maggioli, con la collaborazione straordinaria di Tonino Guerra, ha creato un ristorante La Sangiovesa, che è oggi luogo di cultura e di tradizione culinaria della Romagna più vera. Saluti di Fabio Tombari, Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Fano Giovanni Danieli, Presidente dell’Associazione Le Cento Città STeFano marcheGiani, Assessore alla Cultura del Comune di Fano Introduzione di alberTo berarDi Relazioni di Silvia cecchi Sostituto Procuratore della Repubblica errebi grafiche ripesi • falconara maurizio Fiorilli vice Avvocato Generale dello Stato TriSTano Tonnini Avvocato Segreteria: Dott. Giorgio Rossi - Via Galilei 7, 60015 Falconara M. - Tel. 071 911888 Cell. 348 1214575, e-mail: [email protected] Le Cento Città, n. 52 3 ottobre 2014, Ancona Forum su La terza missione Missioni “storiche” dell’Università sono state sempre quelle dell’insegnamento e della ricerca, oggi se ne riconosce una terza, quella della diffusione nel territorio della cultura universitaria, ossia quella di mettere a disposizione i saperi e i risultati della ricerca per favorire la crescita del territorio. Questo in piena collaborazione con le istituzioni co-interessate al progetto e che contribuiscono ad esso Giovanni Danieli 40 con le loro competenze, esperienze, strutture. A questo tema di grande rilevanza per lo sviluppo regionale, è stato dedicato il secondo Forum dell’anno, La terza missione, realizzato, nella Sala Consigliare della Facoltà di Economia, con il patrocinio dell’Università Politecnica delle Marche e con l’autorevole collaborazione del suo Rettore Sauro Longhi e del pro-Rettore Gian Luca Gregori. Dopo la presentazione di Sauro Longhi, si è avuta la relazione di Giuseppe Novelli, Rettore dell’Università di Roma2 e coordinatore, nel nostro Paese, di questo progetto. Ha fatto seguito una Tavola rotonda, con la partecipazione di Paolo Galassi (A.O.U. Ospedali Riuniti Ancona), Rodolfo Giampieri (CCIAA Ancona), Gian Luca Gregori (Pro Rettore Univpm), Donato Iacobucci (Delegato trasferimento tecnologico Univpm), Andrea Rossi (Confartigianato, Ancona), Gaetano Ascenzi (Confindustria, Fermo). La tavola rotonda, coordinata dal giornalista Edoardo Danieli, si è conclusa con un dibattito nel quale è brillantemente interventua la nostra Socia Simona Caricasulo. 24 ottobre 2014, Fano Forum su Lisippo, dall’ Adriatico alla Corte costituzionale Fano ha riservato ai Soci, in occasione del Forum dedicato a Lisippo, una grande accoglienza, sala gremita e pubblico coinvolto e commosso dal ricordo iniziale che il Presidente ha fatto di Tullio Tonnini. Ide- Le Cento Città Associazione per le Marche 1 atore del programma e moderatore impareggiabile è stato Alberto Berardi. Relatori, tutti nei loro rispettivi ruoli, Maurizio Fiorilli, Avvocato dello Stato, Silvia Cecchi, Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pesaro, Avvocato Tristano Tonnini, continuatore dell’azione paterna. Organizzazione perfetta, programma rispettato, notevole rilievo televisivo e sulla stampa locale. Il Forum si è realizzato in piena collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, che ha ospitato l’evento, e con il suo Presidente Fabio Tombari. In precedenza vi era stata la visita, preparata e guidata da Marco Belogi, dell’Episcopio, della Cappella Nolfi, e del Teatro della Fortuna, presentati rispettivamente dal Dott. Ugolini, Responsabile dei beni culturali della Diocesi, dallo stesso Belogi e da Grazia Calegari e da Fabio Brisighelli. Al termine del Forum, cena nel palazzo storico che oggi ospita il Circolo Cittadino. 22 novembre 2014, Tolentino La Grande Guerra e le Marche Evento preparato da due Padri fondatori dell’Associazione, Evio Hermas Ercoli ed Alberto Pellegrino. Si è iniziato con la visita della Città ed in particolare della Basilica di San Nicola, del suo chiostro e soprattutto del Cappellone, ricco di preziosi affreschi raffiguranti le storie del Vangelo e di San Nicola, attribuiti a Pietro da Rimini. Sempre nel contesto abbaziale sono stati visitati la Mostra dei dipinti di Marchisiano di Giorgio (secolo XVI), la Mostra degli ex-voto, il monumentale Presepio meccanizzato. Terminata la visita, a Palazzo Sangallo si è svolto il Forum La Grande Guerra e le Marche, organizzato in collaborazione con Biumor, Biennale dell’Umorismo, presentato e moderato da Evio Hermas Ercoli, su programma di Alberto Pellegrino. Le relazioni sono state tenute da Luca Guazzati, Ezio Calcaterra e dai nostri Soci, Alfredo Luzi, Giorgio Rossi, Alberto Pellegrino. La giornata si è conclusa con la Cena sociale presso il Ristorante annesso all’Abbazia di Fiastra. Visitate il sito dell’Associazione www.lecentocitta.it scoprirete le Marche che non conoscete e che non vi aspettavate di conoscere Le Cento Città, n. 52 Album di Romano Folicaldi 41 1 2 3 4 5 7 6 8 Visita della città di Ancona, progettata e guidata da Mario Canti. Inizio della visita dal balcone di S. Ciriaco, Mario Canti illustra l’itinerario (1). Nell’interno di S. Ciriaco (2). Nell’anfiteatro romano (3). La chiesa del Gesù (4). Il museo archeologico (5). Il tempio romano sotto il pavimento della chiesa di S. Maria della Piazza illustrato da Maria Luisa Polichetti (6). Mario Canti presenta gli edifici di piazza del Plebiscito (7). Di fronte alle Muse Fabio Brisighelli invoca maggiori risorse per il teatro (8). Le Cento Città, n. 52 Album di Romano Folicaldi 42 1 2 3 4 5 6 7 8 Viaggio alla scoperta di Bologna. Archiginnasio. Presentazione del Prof. Roberto Corinaldesi, presidente della Società Medica Chirurgica di Bologna (1) e relazione del Prof. Stefano Arieti sulle origini dell’antico Ateneo (2). Nel cortile dell’Archiginnasio con la guida Dott.ssa Mirella Curzolo (3). La Sala Anatomica (5) e il particolare delle statue degli Spellati (5). Stemmi gentilizi degli Studenti universitari nella Sala dello Stabat Mater (6). Il saluto del Prof. Fabio Alberto Roversi Monaco nell’interno del Museo della storia di Bologna (7-8). Le Cento Città, n. 52 Album di Romano Folicaldi 43 1 2 3 4 5 6 7 8 Sala del Consiglio, Facoltà di Economia, Università Politecnica delle Marche, Forum su La terza missione. Interviste televisive al Prof. Sauro Longhi (1) e al Prof. Giuseppe Novelli (2). Il tavolo della Presidenza con i Professori Danieli e Staffolani, al centro i due Rettori Giuseppe Novelli e Sauro Longhi (3). La relazione di Giuseppe Novelli Rettore dell’Università Roma2 (4). Il Pro Rettore Gian Luca Gregori durante la sua relazione ed il coordinatore della tavola rotonda, il giornalista Edoardo Danieli (5). I relatori della tavola rotonda Dott. Paolo Galassi, Dott. Andrea Rossi, Dott. Rodolfo Giampieri, Prof. Donato Iacobucci e Dott. Gaetano Ascesi (6). Il Dott. Paolo Galassi durante la sua relazione (7). Il saluto di chiusura del Presidente (8). Le Cento Città, n. 52 Album di Romano Folicaldi 44 1 2 3 4 5 6 7 8 Il gruppo dei Soci nella visita al Cappellone di San Nicola a Tolentino (1). Giovanni Danieli con Evio Hermas Ercoli, Presidente di Biumor (2). I realatori, il giornalista Luca Guazzati (3), Giorgio Rossi (4), Alberto Pellegrino (5), Alfredo Luzi (6). Il pubblico che gremisce la sala (7) ed il saluto finale del Sindaco Giuseppe Pezzanesi (8). Le Cento Città, n. 52 Album di Claudio Paci 45 1 3 2 4 5 6 7 9 8 Fano, Fondazione Cassa di Risparmio, Forum su Lisippo dall’Adriatico alla Corte Costituzionale. Il tavolo della presidenza (1). Il Prof. Alberto Berardi Presidente del Forum (2). I Presidenti della Fondazione, Prof. Fabio Tombari (3) e Prof. Giovanni Danieli (4). Il vice Sindaco Marchigiani (5). La Sala del Convegno (6). I relatori Avv. Maurizio Fiorilli (7), Dott. Silvia Cecchi (8), Avv. Tristano Tonnini (9). Le Cento Città, n. 52 Album di Anna Maria Brunetti 46 Visita della città di Fano Nell’Episcopio fanese la Sala degli Arazzi (1) e l’Abbraccio di San Francesco e San Domenico di Andrea Lilli (2). Nel Duomo di Fano L’Assunta, Pala d’altare di Sebastiano Ceccarini (3) e Conversione di S. Paolo, Pala d’altare attribuita al Vasari nel Duomo di Fano (4). Nella Cappella Nolfi, Il Paradiso e l’Assunta, di Andrea Lilli (5) ed il busto di Guido Nolfi di Andrea Caporale (6). Teatro della Fortuna, particolare (7) e sipario di Francesco Podesti (8). Le Cento Città, n. 52 Vita dell’Associazione 47 Ricordo di Tullio Tonnini di Giovanni Danieli Venerdì 24 ottobre si è svolto a Fano con la collaborazione della Fondazione Cassa di Risparmio il Forum su Lisippo dall’Adriatico alla Corte Costituzionale. Tullio Tonnini, nostro Presidente per tutto l’anno 2007 sino alla sua improvvisa scomparsa era stato il presentatore dell’esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pesaro tendente ad ottenere la restituzione dell’opera sottratta. Ho voluto quindi dedicare il mio saluto d’apertura al ricordo del grande Amico con le parole che seguono. Nell’anno della sua presidenza, con cadenza quasi mensile, Tullio riuniva il Consiglio quasi sempre all’ora di pranzo o di cena. Mi piace ricordare quei momenti, il menu preparato sotto la guida di Rita, affettuosamente premurosa verso i suoi ospiti, era semplice e raffinato nello stesso tempo. Tullio amava ed esaltava tutto ciò che veniva servito, il Bianchello che si beveva da lui, ottenuto da una fattoria sconosciuta a noi poveri mortali, era il migliore possibile, così come l’olio d’oliva, raro e profumato, che faceva venire da chissà dove, e le pizze che venivano preparate, da un cuoco che lui aveva scoperto, nel forno a legna del suo bellissimo giardino. Non vi erano in lui né vanità né esibizionismo, ma solo gioia di condividere con i suoi affetti, con gli amici e nella sua casa, i piaceri della conversazione e della buona tavola. In quegli anni Tullio aveva scoperto la felicità di possedere una grande fede, era un cristiano più che un cattolico, ma di un cristianesimo efficace, costruttivo, finalizzato ad edificare una chiesa libera dagli stereotipi del passato. Ad un certo punto della sua vita aveva incontrato Dom Salvatore Frigerio che, folgorato sulla via di Damasco, era passato in età ormai adulta al monachesimo camaldolese. Fu questo un incontro che doveva segnare la vita di Tullio. Dom Salvatore predicava un cristianesimo nuovo che lo affascinò. Insieme compirono molte imprese, tra queste l’attivazione del Collegium Scriptorium Fontis Avellanae del quale Dom Salvatore era l’anima e Tullio l’attivissimo Segretario, collegio che si riuniva periodicamente e che doveva diventare un centro di studi per il rinnovamento del pensiero cristiano. Realizzarono poi, insieme ad altre persone di buona volontà, il recupero dell’Eremo di Montegiove che era destinato all’alienazione e fu Tullio a coordinare il Gruppo che conseguì questo successo. Ho parlato di Tullio come uomo e come cristiano militante, perché sono di lui le caratteristiche che più mi hanno colpito, ma non posso certamente dimenticare la sua brillante attività professionale. Tullio era un avvocato di grido, titolare di uno studio legale di successo, studio che continua ora la sua attività grazie all’opera del figlio Tristano e di altri valorosi suoi ex-collaboratori; né dimentico che era un Accademico della cucina, un grande esperto di gastronomia, che sapeva indicare i luoghi migliori dove, in tutta Italia, si poteva, onorare un pranzo o una cena; ne abbiamo frequentato insieme Le Cento Città, n. 52 a lui più di uno; a tavola, e non solo a tavola, era un conversatore straordinario, un narratore che condiva i suoi racconti con un fine umorismo; da lui si riceveva sempre qualcosa ad ascoltarlo. Aveva portato queste sue caratteristiche nell’interno della nostra Associazione ed aveva sempre cercato di inserire nel nostro operare quotidiano, i valori, i principi etici universali che devono permeare ogni azione umana; per questo aveva dato avvio ad una serie di conferenze intitolate Conversazioni sull’etica, che Laura Cavasassi continuò dopo che lui ci aveva lasciato; per questo era stato nostra guida illuminata nelle visite, ispirate al monachesimo e alla chiesa delle origini, a Monte Giove come a Valle d’Acqua, a Fonte Avellana come a Camaldoli. Ricordare Tullio è riavvertire tutto il rimpianto per la sua scomparsa. Luciano Laurana (attr.) “Città ideale” Urbino, Galleria Nazionale delle Marche Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali Nuova energia al territorio. La nostra energia unita alla vostra fiducia, ci fa camminare spediti per aiutare il territorio, le sue eccellenze, la bellezza immortale dei luoghi, la qualità delle persone e del loro ingegno. bancamarche.it