1
Sommario
Le Cento Città
*
Direttore Editoriale
Mario Canti
Comitato Editoriale
Fabio Brisighelli
Romano Folicaldi
Natale G. Frega
Giuseppe Oresti
Giancarlo Polidori
Direzione, redazione,
amministrazione
Associazione Le Cento Città
[email protected]
Direttore Responsabile
Edoardo Danieli
Prezzo a copia
Euro 10,00
Abb. a tre numeri annui
Euro 25,00
Poste Italiane Spa - spedizione
in abbonamento postale 70% CN AN
Reg. del Tribunale di Ancona
n. 20 del 10/7/1995
Stampa
Errebi Grafiche Ripesi
Falconara M.ma
Periodico quadrimestrale de
Le Cento Città,
Associa­zione per le Marche
Sede, Piazza del Senato 9,
60121 Ancona. Tel. 071/2070443,
fax 071/205955
[email protected]
www.lecentocitta.it
*
Hanno collaborato a questo numero:
Anna Maria Brunetti, Mario Canti,
Costanza Costanzi, Giovanni
Danieli, Ugo Gironacci, Alfredo
Luzi, Romano Folicaldi, Alberto
Pellegrino, Paolo Peretti
3Il ricordo
Mario Luni, grande Archeologo e Amico generoso
di Mario Canti
5Le Marche al cinema
La “favolosa” avventura del giovane Leopardi.
Il film di Martone riscuote un successo di pubblico
e di critica
di Alberto Pellegrino
8Le mostre
Da Giotto a Gentile. Pittura e scultura a Fabriano
tra Due e Trecento
di Costanza Costanzi
11 Letteratura
Scrittura e pittura. Rileggendo Passeggiata con la
ragazza di Luigi Bartolini
di Alfredo Luzi
14 L’Editoria
Gazzetta della Marca (1785-88). Primo settimanale
di informazione regionale nelle Marche pontificie
d’ancien régime
di Mario Canti
17 Attualità
Conservazione contro valorizzazione, ma dove?
ma quando?
di Ugo Gironacci
23 Beni culturali
“Andar per organi” nelle Marche. Trent’anni di
esperienze “sul campo” di Paolo Peretti
30 Libri ed Eventi
di Alberto Pellegrino
38 Vita dell’Associazione
di Giovanni Danieli
In copertina
La Nike di Cirene
rinvenuta da Mario Luni
Le Cento Città, n. 52
TVS è fermamente convinta dell’importanza
di saper riconoscere la bellezza in tutte
le sue forme. Per questo, da sempre è impegnata
nella produzione di articoli per la cottura
che si distinguono per design e funzionalità.
Ma l’amore per il bello di TVS si esprime
anche nella collezione di opere d’arte,
che conta opere di pregio realizzate
dai più importanti autori del periodo
dal XIV secolo al XIX secolo.
L’opera qui presentata ne è solo un esempio.
Floriano Bodini, Cavallo e Nudo di donna
(Gemonio di Varese 1933 - Milano 2005)
www.tvs-spa.it | TVS Spa_Via Galileo Galilei, 2_ Fermignano (PU) Italy
AD
Amore per il bello,
passione per l’utile.
Il ricordo
3
Mario Luni, grande Archeologo e Amico generoso
di Mario Canti
Si è spento il 12 luglio
2014 il nostro socio Mario
Luni, dopo una lunga e dolorosa malattia sopportata con
una serenità ed una forza
di animo eccezionali; Mario
Luni ha svolto una lunga e
proficua attività nel campo
della archeologia classica,
come didatta: prima Assistente, poi Professore Associato ed infine Professore
Ordinario nella Università di
Urbino, come ricercatore: si
ricorda il suo impegno per
promuovere la conoscenza
del patrimonio archeologico nella nostra regione, tra
gli altri gli scavi e le pubblicazioni relative all’area
dell’antico Forum Sempronii
e quelle sulla via consolare
Flaminia.
Fin da giovanissimo ha partecipato alla Missione Archeologica Italiana a Cirene in
Libia fino a divenire il direttore della Missione Italiana
nel quartiere della Agorà, sia
seguendo gli scavi, sia valorizzando i numerosi e significativi ritrovamenti che ne sono
conseguiti; anche di questa
area di interessi ha curato le
relative pubblicazioni intervenendo anche in convegni
ed incontri di studio.
Come soci e come amici
vogliamo in questa sede
ricordare Mario anche e
soprattutto per la sua cortesia e per la sua generosità; le sue conoscenze, la
sua eccezionale preparazione
sono sempre state a disposizione di quanti, istituzioni
e semplici amici, ne avessero bisogno; in questo senso
devono essere ricordati tra
gli altri i contributi del tutto
gratuiti che il nostro amico
ha fornito per il patrimonio archeologico di Urbino,
per la redazione del primo
Piano Paesistico Regionale,
per gli studi ed i progetti
della Soprintendenza ai Beni
Archeologici e della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici.
Le Cento Città, n. 52
Nell’ambito delle Cento
Città si era formato nel
tempo un gruppo di amici
particolarmente interessati
alla conoscenza del patrimonio archeologico che
ha usufruito della amicizia
concessaci da Mario Luni
per avere da lui tante indicazioni e tanti suggerimenti
che hanno arricchito i nostri
Mario Canti
4
viaggi in Grecia, a Cipro , a
Creta ed in tutta la costa del
Nord Africa.
Siamo anche andati a trovare il nostro amico nella sua
prediletta Libia dove la visita
dei siti archeologici compiuta con la sua compagnia e
con le sue conoscenze ha
costituito per noi tutti una
esperienza unica, non solo
per il bagaglio di conoscenze acquisito, ma anche per
le emozioni vissute, tante e
forse diverse per ognuno dei
partecipanti, ma sicuramente
indimenticabili.
Come sarà il ricordo di
questo benevolo maestro,
disposto ad insegnare anche
a chi non era direttamente interessato la capacità di
ritrovare la storia nelle testimonianze materiali, a Fossombrone come a Cirene.
Le foto si riferiscono al viaggio organizzato da Mario Luni per Le Cento Città nel 2000.
Le Cento Città, n. 52
Le Marche al cinema
5
La “favolosa” avventura del giovane Leopardi
Il film di Martone riscuote un successo di pubblico e di critica
di Alberto Pellegrino
Elio Germano e Massimo Popolizio sono Giacomo Leopardi ed il padre Monaldo.
E’ possibile tradurre la poesia
in immagini? Finora nel mondo
c’era riuscito con la fotografia
soltanto Mario Giacomelli, eppure il miracolo si è ripetuto
al cinema con Mario Martone
(fatale coincidenza dei nomi)
che con Il giovane favoloso sta
trionfando nelle sale, visto che
nelle prime due settimane di
programmazione sono stati incassati tre milioni di euro con
una presenza di oltre mezzo
milione di spettatori. Tra il pubblico si registra anche una forte
presenza di giovani che attraverso questo film hanno modo
di riscoprire e comprendere
meglio la figura e l’opera del
più grande e poliedrico genio
della letteratura italiana di tutti
i tempi. Una volta tanto la stragrande maggioranza della critica cinematografica italiana si è
mostrata d’accordo con il pubblico nel giudicare questa opera
di alto livello artistico.
Per noi vecchi leopardiani,
che abbiamo amato razionalmente e visceralmente il poeta
recanatese fin dai tempi del ginnasio, il film di Martone non è
stata una sorpresa, data la stima
nutrita per questo regista che,
dopo avere frequentato i classici e gli autori contemporanei
del teatro, aveva già fornito una
prova del suo valore con l’ottimo film sul Risorgimento Noi
c’eravamo e con l’adattamento
teatrale delle Operette morali.
L’impegno del regista Mario
Martone
“Gli spettatori hanno fame
di bellezza, pensiero, emozioni
profonde…e i giovani, che rifiutano un Paese prostrato e senza
ideali, - ha detto Mario Martone - cercano nuove speranze
nella voce di un poeta storpio
e ribelle, presentato al di fuori
degli aridi schemi dei compiti
scolastici”. Il film bellissimo,
Le Cento Città, n. 52
appassionante e illuminante
rappresenta una di quelle opere
di alta e raffinata divulgazione
che sono la forma migliore per
stimolare la conoscenza più approfondita di un autore o di argomento e, con felice intuizione, Corrado Augias ha scritto
che questo film concede a tutti
“il privilegio di conoscere un
genio”. Certamente Leopardi è
un universo sterminato e quindi difficile da rappresentare in
tutte le sue molteplici sfaccettature, ma il film è sufficiente
per illuminare la figura di un
immenso poeta e di un poderoso pensatore che, più passano
gli anni, più ci appare in tutta
la sua sbalorditiva attualità soprattutto nelle Operette morali,
in alcune parti dello Zibaldone,
persino nelle sue abbastanza
trascurate poesie “politiche” o
in un lavoro profetico come il
Discorso sopra lo stato presente
dei costumi degl’italiani (1824)
Alberto Pellegrino
che anticipa le analisi sociologiche, psicologiche e antropologiche del secondo Ottocento.
Nel film appare un Leopardi
inedito
Quale ritratto di Giacomo
Leopardi emerge dal film? Non
quello di un poeta piagnucoloso e dal carattere instabile, ma
quello di un giovane ribelle nei
confronti del conformismo della società del suo tempo, di un
“eretico” verso l’ipocrisia del
cattolicesimo reazionario e del
falso progressismo, di un visionario che sa “leggere” il futuro
con la forza d’animo dell’eroe
romantico. Non a caso Valerio
Magrelli evoca per lui, senza
alcun timore riverenziale, alcuni archetipi del romanticismo
ottocentesco come il Quasimodo di Notre Dame e L’uomo che
ride di Victor Hugo o addirittura il gotha della mitologia
contemporanea,
affermando
che questo Leopardi è un supereroe che affascina i più giovani
al pari di Batman, di Superman
e dell’Uomo Ragno (Se Leopardi al cinema diventa un supereroe, La Repubblica, 31 ottobre
2014).
6
Martone ha dichiarato di avere studiato per lungo tempo,
insieme all’altra sceneggiatrice
Ippolita di Majo, le opere e gli
scritti epistolari di Leopardi e
alla fine è rimasto affascinato
da “un pensatore ribelle, ironico socialmente spregiudicato”,
per cui ha voluto rappresentare non un gobbo monotono
e triste (con il rischio di farne
una caricatura), ma un giovane
dotato di una “immaginazione
chimerica e visionaria”, di una
grande forza d’animo che gli
permette di compiere con coraggio e dignità il suo cammino
esistenziale tra Recanti, Roma,
Firenze e Napoli, spesso dileggiato, a volte “tollerato”, quasi
sempre giudicato con astio da
mediocri letterati e intellettuali suoi contemporanei. Cesare
Garboli ha detto che Leopardi
è un meteorite precipitato per
caso nell’Ottocento e che, proprio per la sua modernità, è capace di confrontarsi con Proust
e Beckett. Del resto non bisogna dimenticare che alla fine
degli anni Cinquanta il grande
studioso Umberto Bosco è stato
il primo a parlare di titanismo
leopardiano, rifacendosi alla
Elio Germano: straordinario interprete della complessa interiorità leopardiana.
Le Cento Città, n. 52
capacità del poeta di dialogare
da pari a pari con la “Natura
matrigna” e di scrivere quei
versi sublimi della “Ginestra”
che inneggiano alla fratellanza
universale (Titanismo e pietà in
Giacomo Leopardi, Le Monnier,
Firenze, 1957).
Una grande pagina di poesia visiva
Il film si presenta nel suo insieme come una grande pagina
di poesia visiva e s’impone innanzitutto per alcuni squarci
di cinema puro, nei quali il linguaggio delle immagini assume
un ruolo determinante e assoluto: si pensi al silenzioso, costante, commovente dialogo del
poeta con la luna; al momento
dell’appassionato connubio tra
immagini e i versi dell’Infinito;
alla sconfinata visione dell’eruzione del Vesuvio collegata ai
versi della Ginestra, che anticipano di un secolo tante elaborazioni della filosofia europea.
Martone ha avuto il merito
di non presentare Leopardi
come il classico letterato italiano pomposo e cortigiano, ma
come un profeta che traccia
l’elogio del dubbio come condizione esistenziale, che rivela la
Le Marche al cinema
miseria della debolezza umana
e che si chiede come “possano
esistere masse felici composte
di individui infelici”, per poi
scoprire che proprio il dolore
conferisce all’uomo una straordinaria nobiltà che sfocia nel
bisogno di una viva fraternità.
Nello stesso tempo viene messa
in risalto la dimensione cosmica
che Giacomo ha del pensiero
umano, una scoperta che prima
lo riempie di spavento (“ove
per poco/il cor non si spaura”)
ma che poi lo conduce a trovare
sollievo nell’immensità dell’infinito (”il naufragar m’è dolce
in questo mare”).
L’ambientazione
Pienamente riuscita, grazie
alla fotografia di Renato Berta,
è la rappresentazione di un’antica Recanati stretta intorno al
Palazzo dei conti Leopardi, il
quale a sua volta trova il proprio
baricentro in quella biblioteca
paterna che, con i suoi sedicimila volumi, diventa il principale universo dal quale prenderà avvio l’avventura metafisica
del giovane Giacomo. Il suo
amato “borgo selvaggio” non è
fatto solo di luoghi “ameni” e
di lontani “monti azzurri”, ma
di annotazioni antropologiche e
anche di nebbie e di cieli cupi,
un luogo dove l’aria “mutabilissima, umida, salmastra, crudele
ai nervi e per la sua sottigliezza
niente buona” contribuisce a
minare la salute del poeta. Alla
piccola città di provincia si contrappongono bellissimi squarci
di paesaggi, di ambienti urbani
e di vita sociale a Roma, a Firenze e da ultimo a Napoli, ultima tappa esistenziale per il poeta. La città partenopea appare
rigurgitante di vita popolare e
sanguigna, con i suoi riti magici
7
e fantasiosi, con la volgarità e la
miseria dei suoi bassifondi, un
luogo dove il poeta vive “separatissimo dalla gente, in un paese pieno di difficoltà e di veri
e continui pericoli, perché veramente barbaro, assai più che
non si può mai credere da chi
non c’è stato”.
Lo scenografo Giancarlo
Maselli e la costumista Ursula
Patzak hanno contribuito con
le loro accurate ricerche a curare un’impeccabile ricostruzione
di un periodo storico prerivoluzionario nel quale le spinte
al rinnovamento di una società
statica convivono con le formalità e il rigore di una società reazionaria. Suggestive atmosfere
contribuiscono a creare le musiche di Sascha Ring, nate da un
originale connubio tra Rossini e
musica elettronica.
La qualità degli interpreti
Il successo del film è anche
legato alla performance degli
interpreti tutti bravissimi a cominciare da Massimo Popolizio
(Monaldo Leopardi), padre autoritario e conservatore, affettuoso e geloso ma primo estimatore di questo figlio geniale
che egli considera il suo principale collaboratore, dal quale
non vorrebbe mai separarsi;
Anna Mouglalis è una convincente Fanny Targioni Tozzetti;
Isabella Ragonese è una dolce
Paolina; Michele Riondino veste i panni di Antonio Ranieri,
presentato come l’amico e il
custode di un Leopardi sempre
più malato, un uomo che poi
scriverà una biografia piena di
aspetti negativi, ma che fornirà
anche notizie utili per una maggiore conoscenza del poeta.
Al di sopra di tutti gli attori
si colloca Elio Germano, il qua-
Le Cento Città, n. 52
le costruisce una straordinaria
interpretazione che parte dalla
complessa interiorità del personaggio leopardiano per arrivare
alla progressiva trasformazione
di un corpo martoriato dalla malattia. Germano si affida
all’intensità dello sguardo; fa
ricorso alla sua capacità di proporre senza retorica dei versi
sublimi, riuscendo a superare la
terribile prova di recitare l’Infinito senza provare imbarazzo
nel sapere che gran parte del
pubblico in sala conosce quei
versi a memoria; rifugge da ogni
forma di “gigionismo” per tenere sempre la misura senza andare mai “sopra le righe”. Nel
porsi al centro dell’affasciante
biografia di un’anima inquieta
e profondissima, Germano si è
reso conto di avere compiuto
un’impresa di notevole livello,
essendo riuscito a tratteggiare in modo credibile e umano
la figura di una grande poeta
e di un profondo pensatore.
Egli ha dichiarato, infatti, che
“questa parte è stata un enorme
regalo per me ed è il film che
ho preparato di più. E’ stata
una cosa violenta dare carne e
fisicità a un artista il cui tratto
più forte era essere indefinito,
liquido. Trasformare quello
che abitava dentro la sua testa
in una cosa viva che si potesse
filmare è stato un trampolino
per un bellissimo tuffo. Nelle
scene in cui recitavo le poesie
ho capito che l’unica cosa giusta è farsi tramite e non pensare
di poterle esaurire in un’interpretazione. Le stesse parole rilette in epoche diverse possono
essere interpretate in maniera
diversa, perché la figura di Leopardi non è legata a un’epoca:
potrebbe essere calata in ogni
momento della storia ed essere
comunque attuale”.
La mostra
8
Da Giotto a Gentile
Pittura e scultura a Fabriano tra Due e Trecento
di Costanza Costanzi
Lo ammetto. Il titolo altisonante mi aveva creato qualche
iniziale diffidenza. Uno scetticismo motivato dall’enunciato
del titolo, che scandiva senza
“se” e senza “ma” il protagonismo dei due massimi artisti
della pittura italiana medievale.
Faccio ammenda, mi sbagliavo. In realtà la mostra fabrianese, curata da Vittorio Sgarbi,
in tandem con due eccellenti
storici dell’arte (‘locali’ solo per
diritto di nascita), Giampiero
Donnini e Stefano Papetti, va
ben al di là di un’esposizione
tradizionalmente monografica
su Giotto e Gentile – quest’ultimo in particolare celebrato proprio a Fabriano nel 2006 con
una memorabile mostra – ponendosi invece l’obiettivo, non
facile, di ritessere le fila di una
storia mai pienamente raccontata nelle sue complesse articolazioni, che sono certamente
espressione di un territorio, ma
diventano anche fondamentali
per una comprensione, meno
‘scolasticamente’ intesa, della
civiltà occidentale.
E per meglio chiarire questa
affermazione così apodittica,
vale la pena di soffermarsi su alcuni aspetti convergenti – storici, religiosi, economici, sociali,
geopolitici - che dall’anno Mille in poi hanno caratterizzato
Fabriano e il suo territorio: la
posizione geografica a ridosso
della dorsale appenninica, incastrata tra Marche e Umbria,
esito di secolari percorrenze e
di fruttuosi scambi, artistici e
commerciali; la straordinaria
densità della presenza religiosa,
Giotto, Testa di pastore, affresco staccato, Firenze, Galleria dell’Accademia
Le Cento Città, n. 52
rappresentata dagli ordini Mendicanti e dal potente ‘sistema
benedettino’, con gli insediamenti monastici dei Silvestrini e dei Camaldolesi in primis;
l’affermazione dell’illuminata
signoria dei Chiavelli nel ‘300,
collegata strettamente all’egemonia longobarda del Ducato
di Spoleto; la produzione della carta, un primato assoluto
nell’Europa medievale; la limitrofa rivoluzione assisiate, con
il passaggio epocale di Giotto
e delle sue maestranze, gli esiti
altissimi della scuola riminese
(anche questa di diretta filiazione giottesca) nel ciclo di Tolentino e non solo.
Tutte queste forze sinergiche
hanno creato l’humus propizio
per l’affermazione, non più solo
‘indiziaria’ (come pertinente-
La mostra
9
Maestro di Campodonico, Crocefissione, affresco staccato, Urbino (PU), Galleria Nazionale delle Marche.
Le Cento Città, n. 52
Costanza Costanzi
mente affermato da Sgarbi nel
suo saggio introduttivo al catalogo), della Scuola Fabrianese,
scaturita dalle risultanze del
verbo giottesco e da linguaggi
figurativi differenti - locali e
forestieri -, ma tutti dialoganti
tra loro.
Il percorso della mostra esordisce con l’impaginazione monumentale della Maestà del Maestro di Sant’Emiliano, affresco
staccato dall’omonima abbazia
nel 1907, debitore di un giottismo rigoroso e ‘classico’, così
come, poco oltre, un altro anonimo artista, il Maestro di Campodonico nella stupefacente
Crocefissione enfatizza la carica
espressiva e teatrale dell’idioma
giottesco, presente nell’analogo
tema della Basilica Inferiore di
Assisi.
Molte le identità ignote presenti in mostra, accomunate
dall’ appellativo di “Maestro
di”, testimoni ed eredi di un
percorso figurativo avviato verso irrinunciabili modernità: un
genere di modernità che a volte assume connotati tipologie
‘terrene’, altre volte si cala nella
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elegante cifra stilistica ‘fiorentina’ di Allegretto Nuzi e del suo
seguace fabrianese Francescuccio Ghissi, le cui preziosità cromatiche e decorative trovano
un’efficace contrappunto nello
squillante colore rosso, scelto
per l’allestimento della Sala che
li ospita.
E veniamo ai protagonisti
citati nel titolo della mostra.
Giotto è presente con tre pezzi rari: due minuscole tavolette
con San Francesco e San Giovanni Battista, che a dispetto
delle loro dimensioni sembrano dilatarsi nello spazio, tanto
sono grandiose nella compiuta
sintesi tra nitore formale, tonalità cromatiche e morbidezza
chiaroscurale. E poi il frammento con una testa di Pastore
e armenti, uno dei pochi brani
superstiti di un ciclo di affreschi con Storie della Vergine,
proveniente dalla Badia fiorentina (oggi alla Galleria dell’Accademia a Firenze). E infine
Gentile, un ‘grande’ purtroppo
senza più opere nella sua terra
d’origine, che chiude degnamente l’esposizione con quattro
Le Cento Città, n. 52
capolavori, ad attestare lo stile
raffinato dell’artista, protagonista del Gotico Internazionale.
Lungo il percorso espositivo, uno sguardo non distratto
va poi rivolto a quella galassia
di artisti tra Umbria e Marche,
poco noti al grande pubblico,
opportunamente selezionati dai
curatori per meglio veicolare il
messaggio giottesco: tra queste
opere, esemplari sono le sculture lignee policrome - come
quelle del Maestro dei Magi (al
secolo fra’ Giovanni di Bartolomeo) - destinate in origine
all’allestimento di presepi arcaici, e in mostra parzialmente
ricomposte, mimandone la loro
funzione originaria.
Un’appendice non accessoria
alla mostra è infine il percorso
urbano attraverso alcune chiese
fabrianesi, ricche di affreschi
e dipinti della stagione gotica,
nonché la sede decentrata di
Esanatoglia, dedicata alla figura di Diotallevi di Angeluccio,
personalità interessante e complessa, ancora in parte da indagare.
Letteratura
11
Scrittura e pittura
Rileggendo Passeggiata con la ragazza di Luigi Bartolini
di Alfredo Luzi
Il mio breve intervento su
Bartolini verterà su una rapida
lettura di alcune riflessioni d’estetica e indicazioni di poetica,
rintracciabili in quella raccolta di
suggestioni, impressioni, umori
e idiosincrasie che è il volume
Passeggiata con la ragazza 1 .
Ciò che colpisce, scorrendo
le pagine del libro, è la capacità
dello scrittore - pittore di vivere
l’unità dell’espressione artistica,
pur nella modulazione di scritture diverse, pittura, letteratura,
incisione. Dote, questa, piuttosto
rara nella cultura marchigiana
del ‘900 .
Un grande poeta come
Eugenio Montale, in una sua
riflessione, ha definito in modo
inequivocabile il ruolo della
produzione artistica concepita
come ermeneutica, e cioè come
interpretazione e conoscenza del
mondo. Egli ha scritto: “Situare
le proprie immagini nel tempo
e nello spazio è compito dell’artista nonché dell’uomo che rappresenta e si rappresenta” . E
forse sarebbe opportuno sottolineare che Montale non fa riferimento esclusivamente alla poesia, ma parla, in termini generali,
dell’arte e della rappresentazione
come momento espressivo, riconoscendo ad essa una potenzialità interpretativa in fase iniziale
per arrivare, come direbbero gli
studiosi di fenomenologia, ad
una ipotesi di conoscenza veritativa del mondo. E, sebbene
oggi le categorie di tempo e di
spazio, anche in riferimento alle
scoperte del pensiero storico e
scientifico, abbiano subito profonde modifiche, è indubbio che
la proposta Kantiana delle intuizioni pure, espressa nell’ Estetica
trascendentale , sia ancora vitale
in una prima ipotesi di definizione del momento artistico.
Passeggiata con la ragazza presenta appunto una dimensione
spazio-temporale in cui
la memoria svolge una
funzione cognitiva, realizzata in stretta connessione tra l’esperienza pittorica e incisoria e quella
letteraria di Bartolini.
Una prima ragione che spinge l’autore
a tener conto del rapporto spazio-tempo è di
tipo esistenziale e geografico. Bartolini, uomo
di collina abituato alle
prospettive leopardiane,
alla visione del “mar da
lungi e quindi il monte”,
alla mutabilità del punto
di vista che è tipico, in
un serrato accavallarsi
di colline, del paesaggio
marchigiano, si sente Luigi Bartolini nel suo studio.
un grande cacciatore di
immagini, di momenti,
terrestrità, suggeriscono una idea
di spunti rubati alla natura. Ma di paesaggio e di natura intrisa
questa è sentita non come mitiz- di forte misticismo laico. Ma glozazione arcadica, bensì come balmente nel volume si rintraccia
punto d’incontro delle coordina- una definizione molto più legata
te spazio-temporali entro le quali al concetto di temporalità:
si definisce l’esperienza simboliDa una ripetuta, lunga osserca dell’uomo.
vazione nascono i sensi amoroQuello che può sembrare un si che immedesimano la nostra
atteggiamento panico è invece da anima con la Natura. Talvolta tali
considerare una sorta di residuo ondate d’ emozioni si increspano
romantico utilizzato per garan- per un improvviso elemento che
tirsi un surplus di emozioni, di è entrato a far parte della scena.:
sensazioni:
è il canto d’un uccello è il ronzaOh, associazione cordiale con re vicino di un insetto: oppure è
la Natura! L’albero, il legnaiolo il nostro ricordo che sale dall’olo valuta a metri quadrati, il fat- scure sue origini per ritornare
tore di campagna lo valuta a chi- in vita ed attingere , di nuovo ,
logrammi. di frutta, il contadino l’azzurro dell’aria. Il passato si
lo benedice o maledice a seconda mescola al presente e le nostre
che rese favorevole o contraria emozioni s’intensificano. Il pasl’ombra al grano: io, contem- sato si colora di più di quello che
plando, m’immedesimo con la non fu nella realtà.3
Natura e così raddoppio l’affetto
L’irrompere del tempo nello
che mi lega alla madre Terra.
spazio del paesaggio elimina il
Tale comunione è come dire rischio del panismo è dà all’idea
eucarestia.2
di natura in Bartolini una connoCerto, il riferimento leopar- tazione culturale, poiché in essa
diano della contemplazione, l’at- l’uomo svolge una funzione di
teggiamento dannunziano nei portatore di tradizione e di proconfronti dell’archetipo della duttore d’esistente.
1
Passeggiata con la ragazza, Milano,
Mondadori, 1961
2
Ibidem , 25
Le Cento Città, n. 52
3
Ibidem , pp.24-25
Alfredo Luzi
12
Un intenso ritratto di Luigi Bartolini.
Passeggiata con la ragazza si
apre su una descrizione, che è
ormai diventata famosa, di tipo
gastronomico, dove però è facile
intravedere il gioco cromaticosimbolico legato al rapporto tra
mondo umano e mondo naturale:
Nella mia incartata c’è mezza
forma di formaggio fresco e fette
erte di lonza . La lonza rappresenta, nella salata, la parte della
rosa tra i fiori. E’ il pezzo più
dolce. Il prosciutto è rosso e
serve per bere vino. Le salsicce,
se di fegato, con pinoli e una
passita, sono tenere e buone per
mangiarci molto pane. Allappa
bene il fegato mescolato alla
carne e mette appetito.
Ma la lonza, che si fetta a
rotelle erte e rotonde, è la rosa
della salata. Si mangerà anche
di luglio, con i fichi d’Amelia,
quando andremo a vedere battere il grano; la mangeremo coi
meloni del Chienti, in agosto e
settembre, quando andremo a
fare i bagni nel fiume.
Sono quattro anni che facciamo, d’agosto e settembre, questa medesima storia; e le nostre
passeggiate per Rotacupa del
Chienti stanno per diventare
memorabili.4
Attraverso il gioco tra futuro e passato, rifiutando l’ipotesi
4
Ibidem , p.15
di un bozzettismo naturalistico
o di un impressionismo lirico,
Bartolini sottolinea la dimensione drammatica dell’esistente,
come ha peraltro mirabilmente
fatto nelle sue incisioni. In queste
si condensa la dialettica di vita
e morte, condizione ineluttabile
dell’esistenza sottolineata anche
in quelle composizioni che in
apparenza sembrano bloccate su
un soggetto, una figura, un personaggio. L’immagine che spesso
è ripetuta nella sua linearità formale svolge una funzione dinamica trasformando la serialità in
un racconto di piccoli fatti che
trovano nella pagina letteraria o
nella lastra di incisione un tentativo di definizione e spesso una
forza di sintesi. In questo libro,
caratterizzato dalla eterogeneità
e da un andamento di lettura a
sbalzi, c’è anche una riflessione
sul paesaggio, una sorta di zibaldone preparatorio del momento
di produzione del segno visivo:
Io la lasciavo giocare; e intanto
guardavo il paesaggio silenzioso,
non nuovo ai miei occhi, nuovo
ai suoi, ma gli istessi boschi, i
piani, le colline, il mare che, visti
da Osimo, appaiono in un modo,
visti da Montoro appaiono in un
altro. Le cose belle generano tristezza; si pensa, standoci framezzo, che ci sia di passaggio; rapidi
come gli uccelli; rapidi come le
Le Cento Città, n. 52
strade di ferro; le ali di seta; e
tanto rapidamente facciamo ogni
cosa, oggi, che terminiamo col
non godere più nulla: ci si ritrova, da un paese all’altro, da una
terra all’altra, in un battibaleno;
senza il gusto di chi va osservando le cose minutamente, a piedi;
e le distingue, come se ogni albero fosse una persona.5
D’altro canto, l’insistenza con
cui Bartolini ripete, con piccole
modifiche tonali o di posizione
o di semplice titolazione lo stesso tema, assume il significato di
metafora ossessiva individuabile
come cifra di tutta l’arte bartoliniana. La tensione metaforica
ha un duplice aspetto: da una
parte essa è giustificata dall’importanza che l’artista attribuisce all’intervento umano con il
ritorno dilatato, straniato, della
memoria; dall’altra la modifica
tonale o posizionale della figura è
il sintomo di un desiderio di fare
storia anche attraverso il tempo
fulminato della pagina breve, del
frammento o dell’incisione. C’è
un brano, in Passeggiata con la
ragazza, che, per la sua grande
visività, può veramente essere
decodificato come una sorta di
incisione, di quadro bartoliniano:
Mi sarebbe piaciuto prendere
il treno e partire per le Marche.
5
Ibidem , p.47
Letteratura
Riandare a vedere la Pasqua in
un paese che ben conosco e nel
quale vissi gli anni dell’umana
inesperienza; gli anni, che si
possono chiamare della “natura natura”. Allora non sapevo
gran cosa del mondo e perciò
credevo che fosse celeste e rosa.
Celeste e rosa come il monte
Suavicino. Il monte del Suavicino
è un monte erto, isolato fra montagnette nane. Sembra il Parnaso,
la tenda d’un re del Parnaso. Le
montagnette, ai suoi piedi, sembrano attendamenti celesti; sembrano tende di fauni e di ninfe;
e il fiume, il bell’Esinante che
scroscia dalla montagna sembra
l’immagine della esistenza innocentemente corrusca: in mezzo
alla mite pacifica vegetante generazione della natura.6
Limitandomi ad un breve commento stilistico, vorrei sottolineare il fatto che dopo un primo
andamento narrativo che caratterizza il periodo iniziale, tutta
la scrittura acquista una grande
forza icastica, sottolineata dal
simbolismo cromatico, qui utilizzato anche in prospettiva filosofica, di concezione del mondo.
Bartolini ci sorprende nel gioco
tra il movimento vitalistico dell’esperienza e la dimensione di
morte. D’altro canto, in Vita di
Anna Stickler, raccontando la
storia del Martin Pescatore, aveva
scritto, ricostruendo un’atmosfera ambientale tra sole e nero, che
“non v’è vita che non si serva
d’una morte. Non c’è attimo in
cui non muoia, al mondo, qualcuno “.7
Una concezione tragica dell’esistenza spinge l’artista a disegnare, appunto, accanto alle “celesti
genziane, i miseri topolini, i vermi,
le efelidi e gli scarabei”, trovando
il suo momento conclusivo nella
forma immobile della morte. Ma
il trionfo della morte che lascia
la sua impronta sull’amore per
la vita non segna soltanto gli
animali o i vegetali, ma anche la
figura umana, sorpresa spesso da
Bartolini nel suo abbandono al
sonno, un simulacro visivo della
6
Ibidem , p.137
Vedi Vita di Anna Stickler , Roma,
Tumminelli, 1943
7
13
forma definitiva ( sagoma e salma
hanno la stessa radice etimologica ), e nella rannicchiata stanchezza delle membra, nelle pause
d’immobilità concesse dalla fatica
di vivere.
Nella bipolarità tra vita e morte,
tra luce e buio, tra terra e mare,
tra infinito e finito, Bartolini
trova nel motivo della traccia di
confine, della chiusura, un segno
emblematico, individuato nell’orlo di un vaso, da un balcone, da
una strada, dalla battigia: una
soglia d’ascendenza leopardiana
( il gioco degli interni/esterni )
da cui si affaccia tuttavia l’angosciato soggetto della modernità,
dimidiato nel suo rapporto tra io
e mondo, tra individuo e sociale.
Si riafferma così, credo, la grandezza di un artista che, sondando
in letteratura, in pittura, nell’arte
incisoria, la varietà delle scritture,
ha sempre creduto nella complementarità dei mezzi espressivi in
funzione ermeneutico-conoscitiva ed ha interpretato l’esperienza
artistica come un’inestinguibile
ansia di documentare quello che
la vita ci offre, e cioè quel flusso ricorrente, costante di energia
che ogni giorno ci spinge a vivere
di nuovo guardando attorno a
noi e dentro di noi. E, in un
mondo come questo, caratterizzato da una urgenza drammatica,
angosciante, del tempo, Bartolini
ci insegna invece a possedere il
tempo e a non avere fretta, ricordando che per vivere bisogna
consumare lentamente il rapporto profondo con le cose.:
con troppa fretta, e sempre definire essi vogliono, sempre catalogare, sempre fare i conti e tirare
le somme. Aprire e chiudere.
Iniziare e terminare. Invece, in
natura, il gioco è assai lungo e
divertente. Delicato. Soave. 8
Come appunto nella sua arte.
E la verità è - egli diceva - che
gli uomini vogliono concludere
8 Passeggiata con la ragazza, op.cit.,
p.75
Le Cento Città, n. 52
Nota bio-bibliografica
Nato a Cupramontana nel 1892
Luigi Bartolini è considerato dalla
critica uno dei più grandi incisori
del Novecento italiano, estroso
innovatore nella tecnica dell’acquaforte.
Ma Bartolini è stato anche pittore,
poeta, narratore, polemista.
Ha collaborato a molti giornali
e riviste d’arte, in particolare a
Il Selvaggio di Mino Maccari e a
L’Italiano di Leo Longanesi.
Lasciate le Marche, conosce in in
Alto Adige Anna Stickler, a cui
dedicherà composizioni poetiche
e narrative.
Suo il romanzo Ladri di biciclette
(Polin, Roma, 1946) da cui è stato
tratto l’omonimo film di grande
successo diretto da Vittorio De
Sica.
Famose le sue incisioni Storia del
martin pescatore, L’eremo dei
frati bianchi, Ragazza alla finestra.
Le opere letterarie più significative sono:
Il ritorno sul Carso (1930)
Passeggiata con la ragazza (1930,
poi ed.aumentata 1967)
Poesia ad Anna Stickler (1941)
Il mezzano Alipio (1951)
Le acque del Basento ( 1960)
Poesie (1965).
Luigi Bartolini muore a Roma
nel 1963.
L’Editoria
14
Gazzetta della Marca (1785-88)
Primo settimanale d’informazione regionale nelle Marche pontificie
d’ancien régime.
di Ugo Gironacci
La “Gazzetta della Marca” fu
sotto certi aspetti un originale e
coraggioso tentativo di offrire
al territorio marchigiano uno
strumento informativo analogo
ad altri periodici che da tempo
circolavano in importanti città
italiane ed europee.
La storiografica settecentesca,
come evidenziato nella Premessa
al volume, si era accorta dell’importanza della stampa periodica
come documentano le parole di
Joachim von Schwarzkopf che
così scriveva in proposito da
Francoforte nel 1795: «Sarebbe
una conseguenza errata, se dallo
scarso valore delle notizie, che
abbiamo riguardo alle gazzette
(Zeitungen), si volesse dedurre
che la loro utilità, tanto grande
da non poter essere descritta, è
stata finora misconosciuta. […].
In realtà, la loro utilità è così
evidente, così universale che
qualunque descrizione sarebbe
imperfetta e il tentativo stesso di
descriverla sarebbe quasi offensivo per il ragionevole pubblico. Senza gazzette, come senza
nozioni di geografia, l’uomo
sarebbe una talpa che intontita
si agita nella sua zolla di terra».
La Gazzetta della Marca non è
stato certo il primo periodico a
fare la sua comparsa sulla scena
regionale dato che abbiamo
notizia di gazzette manoscritte
già a partire dal 1644. Ma tra
quelle edite in regione, già nel
Seicento, anche se con alterne
fortune, ne erano sorte diverse stampate a Macerata (1667,
per Serafino Paradisi), Ancona (1668, Francesco Serafini),
Senigallia (1687, Paolo Serafini),
Macerata (1673, Carlo Zenobi)
e nel Settecento a Pesaro (1760,
Gavelli).
La ‘preziosità’ della Gazzetta della Marca è nel suo respiro regionale (inclusi i territori
della Valmarecchia recentemente migrati in Romagna), capace
di offrirci uno spaccato delle
Marche dell’ancien régime con
Edizione moderna a cura di Ugo Gironacci; indici analitici e ricerca iconografica
di Andrea Livi e Sabrina Sollini. Fermo, Andrea Livi editore, 2014, 669 p.
tutti i suoi ideali, gerarchie di
valori e visione del mondo che
di lì a poco verranno duramente
minati nelle radici dalla Rivoluzione francese. Gli argomenti
toccati dalla Gazzetta concernono in genere tutti gli aspetti
di visibilità della vita sociale e
religiosa del periodo, con celebrazione di festività, interventi
di alti prelati, in onore dei quali
vengono allestiti gli aspetti rituali della festa. Registra pertanto
eventi musicali quali allestimenti
di opere, oratori Accademie sia
Le Cento Città, n. 52
“di canto che di suono” come si
diceva all’epoca. Immancabile
la musica legata alle numerose celebrazioni religiose. Vi si
trovano accenni a calamità ed
eventi metereologici, epidemie,
novità nelle coltivazioni agricole, accademie agrarie, fiere;
e quindi accademie letterarie,
novità librarie, concorsi per
posti vacanti in magistratura, in
condotte mediche, e anche nelle
cappelle musicali così capillarmente diffuse in regione. Le
notizie provengono in genere
L’Editoria
dai centri maggiori delle Marche, senza che vengano peraltro
trascurati i minori. Da Ancona
sono poi offerte costantemente
le notizie relative a bastimenti
che vi attraccano, provenienti
dai maggiori porti italiani ed
europei, con ogni genere di
15
mercanzie. Per molti numeri
vi trova luogo il fenomeno del
banditismo che sembra fosse
abbastanza diffuso, soprattutto nella legazione di Urbino in
zona Montebello. La quarta facciata in genere reca gli “Avvisi”,
in qualche caso preceduti da
Le Cento Città, n. 52
“Supplimenti delle notizie dal
mondo” o seguiti da “Supplemento di notizie diverse”. Il
periodico intratteneva il lettore anche con notizie “galanti,
istruttive e bizzarre” provenienti
dai maggiori centri europei. In
calce alla quarta pagina, prima
Ugo Gironacci
dell’informazione tipografica,
troviamo sempre una sorta di
‘borsa’ agraria: “Prezzi delle
grascie vendute nelle infrascritte
piazze negli ultimi mercati”, cui
seguono i nomi delle città e,
sotto ciascuna, il valore registrato degli alimenti (cereali, vino,
olio ecc.). E’ impossibile elencare qui tutti gli argomenti e
soggetti investiti dal foglio, che
oltre i temi suddetti, non sembra
disdegnare nemmeno la cronaca
più minuta che indubbiamente
contribuisce ad ‘alleggerire’ e
variare il racconto.
Veniamo ora a qualche dato
tecnico.
La Gazzetta della Marca, a
cadenza settimanale, era stampata da Antonio Cortesi e Bartolommeo Capitani e copre il
periodo dall’aprile 1785 al giugno 1788. Constava di quattro pagine per complessive otto
colonne. La raccolta principale e unica a noi giunta (un
solo numero, complementare,
è presente presso la biblioteca
“Mozzi-Borgetti” di Macerata) è quella giacente presso la
Biblioteca comunale di Fermo.
Sollecitato da Gironacci, il
Centro Beni regionali diretto da
Mario Canti e con la collaborazione di Flavia Emanuelli, aveva
effettuato già nel 1997 una ricognizione del periodico presso
le biblioteche del territorio ma
senza lo sperato esito positivo.
L’annata più completa è quella del 1786 che è mutilo di due
o tre fogli per complessive otto
o dodici pagine. In totale ci
restano 522 pagine, pari a più
di tre quarti delle originarie 640
(o 648), un numero comunque
abbastanza consistente perché
si possa essere adeguatamente introdotti a quel composito
periodo, al di là della sua facciata paludata.
Manca purtroppo il numero
di apertura del foglio (cioè il
n. 1 del 1 aprile 1785) e quello
seguente si situa già in medias
res. Sicuramente il primo numero doveva contenere una nota
editoriale dell’ ‘impresa’, come
allora era uso dire, utile per illustrare gli intenti del foglio, un’i-
16
dea dei quali, di contro è offerta
proprio dal doloroso e improcrastinabile annuncio della chiusura del periodico, dopo ripetuti
inviti, poi sempre più accorati,
ma per lo più disattesi, ad onorare tempestivamente l’abbonamento semestrale che ammontava a baj. 25, più baj. 50 per la
posta. Così afferma l’impresario:
Compie il terzo anno dall’epoca in cui riconobbe il suo principio questa patrio-provinciale
Gazzetta. Nel punto medesimo
tende al suo termine un utile stabilimento, prima che sia giunto
a quel grado di perfezione, in
cui avrebbe potuto ritrarne la
Provincia, comodo, vantaggio
ed ornamento. Il solo desiderio,
l’impegno del promotore non
potevan bastare per assicurarvene la sussistenza: essa dipendeva unitamente dal concorso di
molti associati, dalla corrispondenza di essi, dall’accettazione
del favore o almeno dal compatimento generale del pubblico:
ma all’incontro relativamente
alle circostanze è stato scarso il
numero di quelli che sono concorsi all’associazione. [...], oltre
pochi sono coloro che hanno
compreso il pregio di un’impresa, solo forse perché nuova
in queste contrade [...]. Siamo
dunque costretti ad annunziarne
il discioglimento. [...].
Il volume è corredato da una
‘Premessa’ di Ugo Gironacci,
che già aveva operato una ricognizione del foglio in vista di un
saggio (poi apparso sui «Quaderni Musicali Marchigiani», n.
6 del 2002) con lo spoglio delle
notizie musicali in essa contenute. La lettura e frequentazione
del periodico ha contribuito inevitabilmente a far sorgere l’auspicio della sua fruibilità attraverso una integrale trascrizione
dello stesso, nei suoi numeri
superstiti, affinché potesse essere conosciuto dai più, per i
numerosi squarci di storia locale
che offre ad ogni territorio, città
o paese che sia, e nel frattempo
a consolidare il desiderio di sottoporre una importante fonte
documentaria all’attenzione dei
Le Cento Città, n. 52
vari studiosi di diversi ambiti
che insistono sulla nostra storia
regionale, e non ultimo con la
speranza che la pubblicazione
favorissse l’eventuale emergere
di altre copie ora contumaci a
completamento della Gazzetta
stessa. E così fortunatamente è
stato, almeno per i primi due
punti, grazie all’editore Livi di
Fermo che con determinazione
ha abbracciato e fatto suo il
progetto, nonostante il periodo
di crisi attuale che coinvolge
anche questo settore, conscio di
come nelle proprie radici culturali si possa trovare la forza di
una consapevole ripartenza, ed
ora il volume è una confortante
realtà,.
Gli articolati indici analitici
curati dall’editore stesso e da
Sabrina Sollini, offrono un’indispensabile strumento d’accesso
al ricco materiale documentario. L’editore poi incuriosito
dalla lettura stessa del periodico via via che veniva trascritto,
ha condotto una piccola indagine per individuare l’identità del
possibile ‘Gazzettiere’ anima
della coraggiosa ‘intrapresa’
editoriale individuato in Vittorio Rosetti di Cupramontana, in
questo coadiuvato da ricerche
in loco effettuate da Riccardo
Ceccarelli.
Non rimane al lettore che
intraprendere questo viaggio,
in un certo senso avventuroso,
che lo porterà a visitare le Marche di oltre due secoli fa, indugiando anche nella piacevole
cartografia di antichi borghi e
città di cui il volume è disseminato.
La nostra associazione, che
per statuto è tesa alla valorizzazione dell’identità storica, artistica e culturale delle Marche,
non può che salutare con vero
compiacimento un contributo
di tal genere, che arricchisce
con un nuovo importante strumento bibliografico l’indagine
della nostra variegata, e per
certi versi, densa ma indubbiamente e inesorabilmente, con
l’incremento progressivo degli
studi, sempre più seducente
storia regionale.
Attualità
17
Conservazione contro valorizzazione, ma dove? ma quando?
di Mario Canti
L’intero Paese, dal Moncenisio a Capo Passero, è ancora
una volta scosso dallo scontro
tra coloro che sono convinti che
il patrimonio culturale deve essere in primo luogo conservato
e, tal fine, “tutelato” con appositi provvedimenti normativi, e
quanti ritengono che lo stesso
debba essere considerato prioritariamente una “risorsa”, anzi la
principale risorsa dell’Italia, da
valorizzare per lo sviluppo turistico ed economico.
Ambedue le parti contendenti
dichiarano che l’accoglimento
delle loro tesi deve avvenire con
discernimento e nel rispetto delle diverse esigenze, è qui, cioè
nella definizione della misura,
che nasce il vero conflitto tra
coloro che pensano che tutelare
significhi sostanzialmente conservare e quelli che chiedono
che sia possibile intervenire sul
patrimonio in modo tale da poterlo utilizzare nella maniera più
proficua, per il turismo e non
solo per questo.
L’osservatore esterno allo
scontro, o che si voglia mantenere tale, è portato a ritenere
questo come espressione di posizioni “ideologiche” in larga
misura preconcette ed affatto
disponibili al dialogo, che si manifestano ogni qual volta si pensa, si propone, si ipotizza, una
qualsivoglia iniziativa in materia
di patrimonio culturale.
Il risultato di questo, non ancora, sanguinoso conflitto è il
permanere di una situazione di
stallo e di impotenza che da decenni affligge l’ambiente e il patrimonio culturale, con il risultato del tutto negativo che il Paese
nel suo complesso non sviluppa
le sue potenzialità culturali e
perde occasioni di crescita economica.
L’ultima battaglia che si sta
combattendo in questa sorta di
campo di Agramante dei beni
culturali ha come motivo l’ipotesi della copertura della platea
dell’anfiteatro flavio a Roma,il
Colosseo, la proposta in se potrebbe apparire condivisibile
(salva la priorità da valutare
nei confronti di beni in procinto di essere persi per incuria e
mancanza di risorse finanziarie
) consentendo una migliore percezione dell’invaso ellittico, cioè
la forma originaria dello spazio
oggi di difficile comprensione
per i visitatori non particolarmente preparati a causa degli
scavi archeologici che hanno
portato in superficie, cioè visibili, gli spazi di servizio sotterranei
; scavi ineccepibili per esigenze
di studio e comprensione del
monumento ma distorcenti la
percezione della reale configurazione dello spazio interno
dell’anfiteatro.
Una idea che potrebbe apparire corretta, ma ( attenzione al cavallo di Troia !) dietro a questa
proposta apparentemente condivisibile si cela ( si potrebbe celare ) la volontà di trasformare il
monumento nella pedana di un
circo dove si esibirebbero finti
gladiatori, martiri fasulli, Ben
Hur motorizzati, e quanto altro
può essere importato da Las
Vegas o dall’Isola dei Famosi;
una questione che dovrebbe rivestire unicamente dei risvolti di
carattere amministrativo (cosa
consentire, cosa negare) assume
in questa logica un significato
squisitamente culturale, viene
percepita come un attacco alla
conservazione del Patrimonio,
una aggressione al Bene Comune e ai Valori della Costituzione
( con il corollario di una censura
morale su chi ha proposto tale
obbrobrio e su coloro che manifestassero di ritenerlo sostenibile).
Purtroppo la previsione catastrofistica dei, chiamiamoli
così, conservatori è apparsa purtroppo condivisa, ma come una
speranza, dai valorizzatori,che
hanno cominciato ad avanzare
diverse ipotesi di utilizzo dello
Le Cento Città, n. 52
spazio recuperabile al centro
dell’edificio una volta che siano stati ricoperti i sotterranei
di servizio; tra queste il campo
da gioco della società sportiva
Roma Calcio, la proposta seppure avanzata, a quanto riferito
dalla stampa, dal presidente di
quella società appare di per se
impraticabile se si fa rifermento alle caratteristiche tecniche e
di sicurezza oggi richieste dalla
normativa di settore.
Ma altre proposte, più praticabili e perciò più pericolose, sono
state avanzate per consentire
spettacoli di diversa ed imprecisata natura e, naturalmente, la
realizzazione di “eventi culturali”, anche questi per il momento
non precisati.
All’attualità in questo come
in molti casi analoghi siamo
destinati ad assistere all’ennesimo scontro tra innovatori, che
si fanno forza di esigenze e richieste non esattamente di natura culturale quanto piuttosto
sociale ed economica, e conservatori che si presentano come
membri di un club ristretto o di
una società di iniziati, di coloro cioè che sanno cosa fare del
patrimonio e come intervenire
sullo stesso; i non mai abbastanza celebrati “ comites nitentium
rerum “ come ebbe a definirli
un soprintendente riferendosi
alla categoria di funzionari e di
studiosi a cui apparteneva.
Va notato che questo conflitto tra conservazione e utilizzazione, intenzionalmente non
usiamo il termine valorizzazione
che richiede una sua specifica
definizione, non si verifica solo
su grandi progetti o su monumenti insigni, ma anche su piccoli interventi e testimonianze
culturali di significato locale. E’,
ad esempio, il caso dello scontro
in atto ad Ancona per la sistemazione di dehors (leggi ombrelloni con tavolini) in prossimità
della fontana delle tredici cannelle e di un tratto di pavimen-
Mario Canti
18
Corso Mazzini ad Ancona. A confronto le due situazioni con e senza dehors.
Le Cento Città, n. 52
Attualità
tazione romana.
La vicenda dei dehors anconetani meriterebbe di trovare
un suo Tassoni che gli conferisse un rilievo pari a quello della
“secchia rapita”, se non altro
per porre in evidenza il ruolo
che la stampa locale ha avuto nel
trattare il caso; la necessità di disciplinare le attività commerciali
in presenza, e contiguità, di beni
culturali, problema che era stato
affrontato alcuni anni prima e
lasciato insoluto.
Questa perenne conflittualità
tra iniziative di sviluppo ed interventi di tutela, tra turismo e
cultura, tra iniziative economiche e conservazione del patrimonio richiederebbe di essere
risolta una volta per tutte anche
perché una ormai lunga esperienza consente di porre in evidenza che essa risulta dannosa
sia per lo sviluppo economico
che per la conservazione del patrimonio.
Le iniziative economiche
trovano difficoltà, per i tempi esageratamente lunghi che i
controlli per la tutela dei beni
comportano, per i rischi di interventi di tutela successivi
all’avvio delle opere, per gli oneri imprevisti che i lavori possono dover sopportare, ed infine
anche, paradossalmente, per
la scomparsa di quelle caratteristiche storiche ed ambientali
non sufficientemente tutelate
che erano apparse inizialmente
come fattori di successo delle
iniziative economiche.
Dall’altra parte la tutela del
patrimonio deve prendere atto
di molte sconfitte, dalla realizzazione dei giganteschi ecomostri
costieri, alla perdita dei beni
artistici del patrimonio diffuso,
alla alterazione dei tessuti urbani dei centri storici e degli edifici
in essi esistenti, alla perdita di
innumerevoli beni documentari
ed etnologici.
Il superamento della conflittualità tra le due diverse e contrastanti esigenze costituisce un
obiettivo non certo facile, che
dovrebbe comportare profonde
modificazioni dei modi di agire
della pubblica amministrazione,
una idonea strutturazione degli
organismi pubblici preposti alla
19
previsione, esecuzione e controllo degli interventi sul patrimonio e delle azioni di conservazione; nei tempi andati si sarebbe
parlato di programmazione delle tutele, degli interventi, delle
strutture operative, sottolineando come in questo, come in ogni
processo programmatorio, deve
essere dato rilievo alle attività
conoscitive, alla ricerca metodologica ed applicata.
Quanto fin qui detto lascia
intendere come la revisione
delle norme e delle procedure
che debbono presiedere ad una
gestione armonica ed equilibrata del patrimonio culturale
sarà inevitabilmente un processo complesso, da realizzare
gradualmente attraverso fasi
sperimentali ed aggiustamenti
progressivi, anche se ci si deve
augurare che i tempi non siano
così lunghi da far dimenticare
gli obiettivi e le strategie iniziali, come ritengo sia avvenuto nel
caso dei più recenti interventi
normativi: istituzione del ministero B.C., legge Galasso, ed ora
codice Urbani.
Nel mentre si dovrebbero
mettere allo studio le regole
per la gestione consapevole del
patrimonio culturale si ritiene
opportuno precisare alcuni indirizzi di fondo, validi per l’immediato e coerenti con gli obiettivi
generali finali.
Il primo di questi non può che
essere la prevalenza della tutela
su ogni alterazione o modifica
di un bene culturale, in quanto
unico ed irriproducibile per definizione; il secondo deve riguardare l’uso proprio del bene che
si intende valorizzare, vale a dire
che un bene culturale in quanto tale non può essere utilizzato
per una qualsivoglia funzione
od attività, l’ipotesi che la ricostruita platea del Colosseo possa
essere utilizzata per accogliere
gazebo di venditori di bibite o di
porchetta deve essere rifiutata a
norma di legge (peraltro esistono già oggi direttive ministeriali
in merito).
La compatibilità d’uso per i
beni culturali non è certo una
questione marginale nell’ambito di una seria politica per il
patrimonio poiché essa deriva
Le Cento Città, n. 52
dalla definizione stessa del bene
culturale come “testimonianza
materiale di civiltà”, il patrimonio costituisce la memoria fisica
delle passate civiltà, oscurarlo e
degradarlo con usi impropri significa di fatto cancellare questa memoria così come avviene
quando viene distrutto o alterato
da interventi non conservativi;
quanti sostengono la necessità
di usarlo come attrattiva fondamentale per lo sviluppo del
turismo sembrano non volersi
rendere conto che una volta che
il bene sia stato alterato nella sua
conformazione od avvilito da
un uso improprio perde anche
la caratteristica di attrattiva. E’
ragionevole sostenere che non vi
sia nessuno che parta da un lontano paese per venire in Italia a
vedere un venditore di bibite e
di porchetta nell’esercizio delle
sue funzioni.
In appendice a questi criteri generali va, a nostro avviso,
posta la definizione del termine valorizzazione da intendersi
come complesso di interventi od
azioni che pongono in rilievo,
rendono universalmente percepibile, il significato culturale del
bene in questione e non certo il
suo uso strumentale per il perseguimento di obiettivi economici
e di altra natura.
Da questi due semplici e lineari indirizzi possono derivare
politiche di conservazione e valorizzazione che consentano alle
diverse esigenze di convivere ed
anzi di aiutarsi reciprocamente;
la premessa indispensabile perché la conflittualità si trasformi
in alleanza è che vi sia una conoscenza reale e comune del patrimonio nelle sue molteplici e diverse specificazioni e che questa
conoscenza sia ampia e diffusa
nell’ambito della comunità nazionale e non solo.
Si può conservare e usare
con proprietà solo quello che
si conosce, questo è una sorta
di assioma che ha avuto numerose verifiche sul piano scientifico come su quello operativo;
ne deriva che lo sviluppo delle
conoscenze diviene a sua volta
la base per nuove e più incisive
politiche per i beni culturali,
sottolineando che la conoscen-
Mario Canti
za, vale a dire la consapevolezza,
deve essere quanto più possibile
estesa, così da coinvolgere gli
operatori culturali, quelli del l
turismo e, soprattutto i cittadini,
con l’effetto non certo insignificante di togliere agli interventi
di tutela il rischio di apparire
imposizioni arbitrarie non motivate e di conferirgli la coscienza
di conservare e rendere comprensibili i contenuti culturali
dei beni oggetto degli interventi.
Questa considerazione del
tutto banale e condivisibile contrasta con la realtà del nostro Paese dove la conoscenza del patrimonio, e non solo di questo, è di
fatto riservata ad una minoranza
fortunata ma impotente, dove le
politiche di sviluppo, non solo
turistico, vengono concepite
secondo logiche ed interessi del
tutto settoriali, dove, infine, ai
cittadini viene di norma limitata la conoscenza della cultura e
dell’arte nelle sue diverse espressioni attraverso un sistema scolastico sempre più finalizzato ad
una preparazione tecnica, con la
conseguente marginalizzazione
di quegli insegnamenti ritenuti
elitari che invece avrebbero dovuto divenire comuni nella scuola di massa e non ignorati.
Se la conoscenza costituisce la
base di ogni ragionevole politica
del patrimonio culturale occorre
prendere atto che il metodo da
adottare per gestire questa politica non può essere che quello
della programmazione, capace
potenzialmente di consentire il
confronto tra le diverse esigenze ed i relativi obiettivi e che
ormai è destinato a divenire,
inevitabilmente, il metodo di
base dell’azione della pubblica
amministrazione nel nostro Paese, se si vogliono affrontare le
questioni complesse, interagenti
sul territorio, relative al benessere sociale come allo sviluppo
economico,che ormai debbono
essere risolte con una visione
non settoriale.
Nello specifico del settore
dell’ambiente e della cultura, ottusamente distinti nella normativa e nella legislazione,abbiamo
esempi significativi della validità
del metodo; un esempio per tutti la carta archeologica redatta
20
al fine di tutelare il patrimonio,
ma anche di liberare il territorio
da un eccesso inutile di vincoli
protezionistici; laddove questo
strumento è stato applicato con
coerenza e completezza ( vedi
ad es.il Comune di Modena ) si
è arrivati ad avere un territorio
comunale distinto in tre fondamentali tipologie: aree dove gli
interventi di alterazione e modifica dello stato vietati o ammessi
entro limiti definiti, aree nelle
quali non esistono divieti per
ragioni di tutela del patrimonio,
aree che richiedono ulteriori approfondimenti conoscitivi prima
di consentire trasformazioni dello stato attuale.
Del pari la gran parte dei piani
di conservazione e recupero dei
centri storici individuano ormai
gli edifici e le zone di particolare interesse culturale, anche se
poi gli strumenti urbanistici e
preprogettuali non sempre risolvono le questioni relative alle tematiche dell’uso e allle modalità
di intervento.
Tornare a parlare di programmazione oggi come oggi può
apparire come una bizzarria o,
peggio come una nostalgia di
qualche cosa di peccaminoso e
non più proponibile nel mondo
virtuoso ed onesto del nuovo secolo; pure della programmazione si può dire quanto si è detto
della democrazia : un sistema
politica pessimo del quale però
non è stato trovato di meglio.
Non esistendo alternative valide rassegniamoci ad immaginare, quanto meno, che in un futuro prossimo si arriverà ad avere
una comune condivisione sulla
esigenza che la conservazione e la trasformazione dei beni
culturali e di quelli ambientali
siano disciplinate da strumenti
condivisi in quanto fondati su
basi conoscitive certe e su criteri
scientifici. Peraltro in forma implicita queste sembrano, anche
oggi, essere le premesse per l’organizzazione del Ministero per
i Beni Culturali nella visione di
Giovanni Spadolini. Che altro
significato potrebbero avere gli
Istituti Centrali (restauro, catalogo, ecc.) se non quello di dare
una base oggettiva e condivisa
all’azione di tutela?
Le Cento Città, n. 52
In questo momento immaginare di poter rivedere l’assetto
amministrativo ed organizzativo
del settore appare più che utopistico folle, visto lo stato del Ministero, delle Regioni e degli enti
locali in generale, considerate le
procedure per la designazione
delle dirigenze (requisiti tecnici
?!), la presenza di indirizzi operativi europei in genere settorializzati e poco attenti ai valori
culturali,in generale la mitizzazione della managerialità, valore
che appare non scalfibile malgrado i risultati insoddisfacenti
riscontrati nelle diverse situazioni, enti statali e partecipate degli
enti locali.
Per il breve periodo sembra
possibile ipotizzare una doppia
linea di azione: da una parte recuperare nei limiti del possibile
la struttura organizzativa del
Ministero introducendo, o reintroducendo, criteri di valutazione qualitativa, anche aprendo le
commissioni per la valutazione
ad apporti esterni (non casuali),
recuperando in forma attuale
l’antico criterio del concorso
“ad locum” particolarmente rispondente alla realtà articolata
della cultura italiana, definendo dei percorsi curriculari efficaci e rispondenti alle esigenze
dell’amministrazione ed, infine,
riducendo e stabilizzando le direzioni centrali che, nel nuovo
assetto, dovrebbero avere delle proprie specifiche unità per
l’accertamento della operatività
delle strutture e per la ricerca e
la sperimentazione di nuove modalità di intervento.
Dall’altra parte appare prioritario ed indispensabile la
revisione dell’attuale configurazione del Titolo V della C.C.
così da eliminare, almeno nel
campo dei beni culturali, ogni
possibile titolarità da parte delle
Regioni e degli Enti Locali, che
nel nuovo approccio programmatico avrebbero ampi spazi di
proposta,concorso e verifica degli strumenti.
Regioni ed enti locali potrebbero, dovrebbero, realizzare nel
territorio quella crescita delle
conoscenze che possono rendere anche i cittadini, quale sia
il loro livello di preparazione,
Attualità
21
Il Colosseo a Roma, un esempio di collaborazione pubblico-privato.
Le Cento Città, n. 52
Mario Canti
fruitori consapevoli del patrimonio culturale, utilizzando le
scuole di ogni ordine e grado e
soprattutto le organizzazioni del
volontariato realtà emergente
nel Paese e nella nostra Regione;
questa in definitiva è la loro missione per la valorizzazione del
patrimonio culturale.
Volendo comunque ipotizzare
delle linee di azione nel breve
periodo, per non arrestarsi alla
“denuncia”, secondo l’abituale
costume della politica italiana,
capace di demolire ma non di
costruire, si possono avanzare alcune proposte dirette e realizzabili con ( molta ) buona volontà.
La prima riguarda la revisione del Titolo V della C.C., nel
quale andrebbe soppressa ogni
possibile titolarità in materia di
beni culturali alle Regioni ed
agli Enti Locali, soggetti che dovrebbero, in compenso, ricevere
ampie potestà di proposta, di
concorso nella definizione degli
interventi, di monitoraggio degli
strumenti, poteri che comunque
non dovrebbero mai poter provocare il blocco delle iniziative.
Per capirci: le Regioni si sono di
norma rivelate incapaci di gestire prerogative fondamentali in
materia di ambiente e di beni
culturali, i Comuni sono apparsi, sempre con le dovute ma rare
eccezioni, più attenti alle esigenze del settore edilizio che alla
tutela del patrimonio culturale
territoriale e comunque incapaci di proporre politiche locali
di tutela, perché dovrebbero
conservare ancora potestà che
hanno dimostrato di non sapere
(volere) gestire?
La revisione del Titolo V della Costituzione appare oggi una
ipotesi più che praticabile in
ragione delle patenti incapacità
operative e delle manifestazioni
di palese malaffare emerse nell’
ambito del sistema delle autonomie che hanno fatto perdere allo
stesso qualsiasi forma di credibilità, vedi in tal senso il crollo
della partecipazione alle recenti
elezioni regionali; coloro che
22
negli ormai lontani anni settanta
del secolo scorso hanno creduto
che la attuazione del mandato
costituzionale relativo alle Regioni a Statuto Ordinario avrebbe avuto l’effetto di avvicinare i
cittadini al governo del loro territorio, di rendere coese le diverse realtà locali, di far emergere
e rendere compatibili le diverse
realtà identitarie del Paese, devono prendere atto che le cose
sono andate altrimenti ed ora
convenire su di una diversa prospettiva di assetto istituzionale.
Sistemato, si fa per dire (per
gioco ?) il sistema delle autonomie bisognerebbe evitare ogni
riflusso verso soluzioni centralistiche fondate sulla attuale
struttura del Ministero B.A.C.,
al quale vanno imputate, oltre
che carenze di indirizzi nelle
politiche di settore, anche inaccettabili criteri gestionali nella
designazione delle dirigenze,
l’abbandono di fatto delle funzioni di ricerca originariamente
affidate agli Istituti Centrali,
l’accettazione di modalità progettuali europee non sempre attente alle particolari esigenze del
settore, la mitizzazione della managerialità della dirigenza, effetto dell’ingerenza partitica, che
non appare modificabile, malgrado i risultati insoddisfacenti
riscontrati in molteplici situazioni, dagli enti di Stato alle società
partecipate degli enti locali.
Nel breve periodo appare necessario recuperare, nei limiti
del possibile, l‘attuale struttura
del Ministero introducendo , o
reintroducendo se si preferisce,
criteri di valutazione qualitativa
del personale ad ogni livello e
per ogni mansione, aprendo gli
organi preposti alla valutazione anche a contributi esterni,
recuperando in una forma attualizzata l’antico criterio del
concorso “ad locum “ ,particolarmente rispondente alla realtà
articolata della cultura italiana,
definendo dei percorsi curriculari efficaci e rispondenti alle
reali esigenze della tutela, infine
riducendo e stabilizzando le Di-
Le Cento Città, n. 52
rezioni Centrali che, nel nuovo
assetto, dovrebbero essere assistite da specifiche unità predisposte all’accertamento della
operatività delle strutture e alla
ricerca e sperimentazione di
nuove modalità di intervento.
Si è del tutto consapevoli che
non tutta la realtà italiana, si
tratti degli enti locali o dell’amministrazione centrale, deve
essere valutata negativamente,
e superficialmente, come si è
fatto sopra per ovvie ragioni
espositive, si è anche convinti
che esistano punti di eccellenza
anche nel panorama negativo
delineato, singoli uffici, amministrazioni regionali e comunali, hanno operato bene o quanto meno al meglio di quello che
loro era concesso di fare; ciò
non toglie nulla alla necessità
di cambiamenti profondi quali
quelli sopra delineati.
Una ultima considerazione
riguarda l’ampio e variegato
mondo del volontariato culturale che dovrebbe in una
certa misura assistere l’intervento pubblico non solo nella
conservazione del patrimonio,
attraverso il monitoraggio dello stato di conservazione e la
gestione di parte di esso, ma
anche e soprattutto nella diffusione della conoscenza dello
stesso, facendosi carico delle
mancanze
dell’ordinamento
scolastico la cui messa a punto in riferimento alla tutela e
alla consapevolezza richiederà
tempi necessariamente lunghi;
qui sì che la sinergia tra sistema
locale e volontariato potrebbe
raggiungere obiettivi straordinari; poche fondi destinati a
far conoscere il patrimonio, le
caratteristiche costitutive del
paesaggio, le tradizioni musicali e quant’altro, messi a disposizione del volontariato ad es.
dalla Regione potrebbero creare situazioni di consapevolezza
in loco assai più produttive per
la tutela di molti vincoli imposti da chi sa sul territorio di chi,
non per sua colpa, non sa e talora non può comprendere.
Beni culturali
23
“Andar per organi” nelle Marche
Trent’anni di esperienze ‘sul campo’
di Paolo Peretti
Premesse necessarie
Per trattare quest’argomento,
inevitabilmente, dovrò parlare
anche di me; e di ciò, sin d’ora,
chiedo venia al lettore. O meglio
di quella che è stata, ed è, la mia
personale esperienza di studioso ‘addetto ai lavori’ nell’ambito di una singolare – ma non
certo marginale – categoria di
beni storico-artistico-culturali
delle Marche: il cospicuo, prezioso e vario patrimonio degli
organi antichi, o storici che dir
si voglia, che nella nostra regione supera le 700 unità censite.
Gli studi su di esso, con sopralluoghi a centinaia di polverosi
strumenti e indagini condotte
in decine di archivi, non meno
polverosi, hanno intensamente
caratterizzato i miei esordi e
ancora costantemente accompagnano la mia attività di stori-
co particolarmente interessato
alle fonti musicali marchigiane.
Ma, prima ancora, è necessario definire con pochi e chiari concetti – oltre alle parole,
però, bisognerebbe ricorrere
anche alle immagini e, soprattutto, ai suoni – il settore che
qui ci interessa. Il quale può
essere considerato sotto due
principali aspetti:
1) come categoria ‘omogenea’ di oggetti storico-artistici
sonori (l’aspetto funzionale
della loro natura musicale è la
peculiarità che li distingue da
altre classi di beni culturali prevalentemente museali, riflettendosi anche sulle particolari problematiche del restauro e della
fruizione) costruiti da valenti
artefici del passato, la cui produzione superstite va dal XVI
agli inizi del XX secolo;
2) come singole unità di questo generale complesso, ciascuna in sé unica e irripetibile
in quanto frutto di un’attività
artigianale: ogni organo antico,
infatti, è un ‘individuo’, dal
punto di vista tecnico-strutturale costituito delle stesse parti
(tastiera/e, registri, somieri,
mantici, trasmissioni, ecc.), le
quali tuttavia, benché mostrino caratteristiche analoghe, nel
contempo si presentano più o
meno diversificate da un esemplare all’altro. Per fare un solo
esempio, il registro di Principale, presente in tutti gli organi
quale fondamento e base della
cosiddetta ‘piramide sonora maschile’, non avrà mai la
stessa identica ‘voce’; non solo
da un autore e da un periodo
all’altro, ma neanche all’interno
della produzione di uno stesso
Macerata, Chiesa di S. Stefano: organo di Andrea Gennari, 1828-29. Restaurato da Alfredo Piccinelli, 1987.
Le Cento Città, n. 52
Paolo Peretti
artefice: perché a determinare il suono concorrono non
solo materiali di costruzione e
modalità di lavorazione delle
canne, misure, rapporti e via
dicendo, ma anche l’acustica
dell’ambiente in cui lo strumento è inserito.
Ebbene, nel nostro discorso,
l’organo sarà di volta in volta
riguardato, a seconda della prospettiva assunta, ora sotto l’uno
ora sotto l’altro dei due fondamentali aspetti sopra enunciati.
In verità, ce ne sarebbero anche
di altri, ma è meglio non complicare ulteriormente la trattazione.
La maggior difficoltà nel parlare di organi e relative problematiche a chi non è dentro
la materia è proprio quella del
linguaggio da adottare: infatti è
molto difficile riferirsi agli strumenti senza ricorrere – almeno
in parte – alla terminologia tecnica. Facendo l’uso più limitato possibile del linguaggio
organario specifico, cercherò di
impiegare una scrittura discorsiva e senza troppe notazioni
tecniche.
Un’ultima, non marginale
precisazione. Nel corroborare
di esempi (positivi o negativi
che siano) il discorso, eviterò
di fare i nomi delle persone,
almeno dei contemporanei.
E non tanto perché io tema
di esprimere giudizi dei quali
sono comunque responsabile e
pronto a sostenere apertamente
la validità nelle sedi adeguate,
quanto perché la mia riflessione
vuole essere un fatto ‘reale’ e
non ‘personale’. Essa cioè verte
prima di tutto sul patrimonio
organario e il suo stato, benché questo non possa essere
solo astrattamente considerato,
ovvero a prescindere da quelle
azioni umane necessarie affinché esso affiori alla consapevolezza della pubblica opinione
e, di conseguenza, ottenga da
istituzioni e/o privati i mezzi
adeguati per la sua stessa conservazione e valorizzazione: il
riflesso pratico e ‘politico’ di
tali azioni è a tutti evidente, e
non può essere in nessun modo
ignorato.
24
Il passato ‘remoto’: dal 1980 al
2000
Nelle Marche il moderno
risveglio di interesse intorno
agli organi storici data dal 1980
circa. Nel 1982, a Pesaro, fu
costituita l’Associazione Marchigiana Organistica (A.M.O),
per la cui iniziativa fu invitato ripetutamente nelle Marche il Dott. Oscar Mischiati
(Bologna, 1936-2004), uno dei
massimi artefici e ispiratori
della Orgelbewegung italiana,
che così ebbe modo di formare
scientificamente in loco un’intera generazione di – allora – giovani schedatori (io tra questi);
i quali, a loro volta, prestarono la propria opera all’interno
di un ambizioso e pioneristico
progetto di censimento e catalogazione degli organi antichi
marchigiani intrapreso dal Centro Beni Culturali della Regione
Marche in collaborazione con
la neocostituita A.M.O. (durato
oltre quindici anni e realizzato in varie tranches finanziate
dalla Regione, esso è stato ufficialmente dichiarato chiuso nel
2000, facendo registrare la presenza di oltre 700 organi storici
sul territorio regionale, circa tre
quarti dei quali dettagliatamente schedati).
Salvo qualche caso isolato
nel decennio precedente, come
il restauro avvenuto nel 1974
dell’organo Nacchini nella
basilica della Misericordia a
Sant’Elpidio a Mare, fu sempre
negli anni ’80 che presero sistematico avvio i restauri filologici
di organi storici marchigiani
(favoriti anche dalla L.R. 53
del 1974, di fatto operativa dal
1979), tutti o in gran parte
condotti da ditte dell’Italia del
Nord, specialmente venete,
poiché nelle Marche non esisteva più una tradizione organaria autoctona viva. Infatti,
dopo l’attività di organari più
o meno improvvisati durante
la prima metà del XX secolo
(solo Gaetano Baldelli, a Pesaro, e Silvio Carletti, a Macerata, avevano alle spalle una
tradizione organaria, pur negativamente risentendo del clima
tardo-ceciliano che imponeva
discutibili modifiche tecnicoLe Cento Città, n. 52
estetiche negli organi antichi
in nome di malintese esigenze
musicali liturgiche) protrattasi
sporadicamente fino ai primi
anni ’60 del secolo scorso, si
è venuto a creare un vuoto fin
sulle soglie del 2000. Solo a
questa data, infatti, si torna a
registrare la presenza di alcune ditte organarie qualificate:
una nel Pesarese, una nell’alto
Maceratese e – qualche anno
dopo – un’altra nel Fermano,
mentre rimangono a tutt’oggi
sguarnite le province di Ancona
e di Ascoli Piceno.
Concluso il censimento territoriale degli organi, che aveva
qualificato le Marche come una
delle regioni italiane all’avanguardia nella tutela del proprio
patrimonio organario e avrebbe
dovuto garantire una sempre
più efficace azione in tal senso,
si è venuta purtroppo a determinare un’inopinata situazione
di incertezza e instabilità, se
non una vera e propria regressione, dovuta alla concomitanza di diversi fattori. Innanzitutto sono venuti a mancare
alcuni importanti interlocutori
a livello regionale: sul piano
privato, la già citata A.M.O.,
per una ‘crisi’ interna durata alcuni anni, andava di fatto
progressivamente perdendo
la sua dimensione regionale,
per concentrare la sua azione entro un territorio limitato alle sole province di Pesaro e Ancona (solo in parte),
restringendo inoltre la propria
attività associativa praticamente alla sola sfera concertistica;
sul piano pubblico, la funzione propulsiva e di raccordo,
prima rappresentata dal Centro
Beni Culturali della Regione,
in seguito all’avvicendarsi dei
funzionari al vertice di esso e
ai rapidi mutamenti politicoamministrativi generali, andò
del pari rapidamente scemando
fino a venire del tutto meno. In
questo quadro, alcuni ex soci
dell’A.M.O. (tra essi anche lo
scrivente), nel frattempo avevano dato vita a un nuovo soggetto associativo privato, l’I.
St.Or.M (Istituto Marchigiano
di Studi Organari, con sede in
Urbania, fondato nel 1996), che
si proponeva innanzitutto di
Beni culturali
25
Collina di Castelraimondo, chiesa di S. Maria Assunta: organo di Ettore Del Chiaro, 1874. In stato di abbandono.
costituire una banca-dati finalizzata all’elaborazione, aggiornamento ed integrazione delle
informazioni già raccolte con la
schedatura. Ma l’associazione
non riuscì a perseguire il suo
intento proprio per la già sopra
lamentata difficoltà di rapporto
con l’interlocutore regionale,
da cui non ottenne il necessario
sostegno finanziario.
Nel contempo, anche la
situazione dei restauri segnava una battuta d’arresto: non
solo rispetto al decennio precedente il loro numero diminuiva sensibilmente, ma – in
più d’un caso – tali interventi
lasciavano qualitativamente a
desiderare, facendo addirittura
registrare alcune preoccupanti
ed arbitrarie manomissioni di
strumenti storici già filologicamente restaurati (per tutti, il
deplorevole ‘caso’ di elettrificazione dell’organo Paoli 1883 di
Piobbico, ma se ne potrebbero
citare altri in diverse province). D’altra parte avveniva che
molti degli organi ripristinati
negli ultimi vent’anni cominciavano a mostrare i segni di
un’evidente sofferenza dovuta
allo scarso uso e alla mancata
manutenzione ordinaria, per
l’assenza di qualsiasi piano (a
medio o a lungo termine) di
mantenimento e valorizzazione
di essi; condizioni che inoltre
incrementavano le ‘tentazioni’
di tanto apparentemente facili
quanto potenzialmente dannosi interventi, specie se operati surrettiziamente al di fuori
di qualsiasi autorizzazione e
supervisione dei preposti organi di controllo (Soprintendenza
di Urbino, attraverso l’Ispettore onorario agli organi storici
delle Marche accreditato presso
di essa). Trascorsero così, senza
infamia né gloria, gli ultimi anni
del secolo e si giunse alle soglie
del terzo Millennio.
Il passato prossimo: dal 2000
ad oggi
Aumentando progressivamente la coscienza dell’importanza di tanto patrimonio
storico-organario e la porzione
di esso recuperata all’efficienza, ci si sarebbe aspettati, a
buon diritto, un più che feliLe Cento Città, n. 52
ce presente. Insomma, con le
positive premesse di tanti anni
fa, era più che lecito sperarlo.
E invece il presente – può sembrare un paradosso – è tutt’altro che esaltante. Cos’è accaduto? Forse siamo ancora troppo dentro gli eventi per poter
analizzare la situazione con il
distacco dello sguardo ‘storico’.
Tuttavia proverò ugualmente,
servendomi di alcune mie considerazioni pubblicate in occasione di una rassegna di concerti sugli organi del Fermano,
nel 2010 (i successivi quattro
anni, a mio parere, non hanno
fatto altro che confermare la
tendenza involutiva allora già
prospettata). Le riassumo in
pochi punti essenziali.
a) La situazione del variegato patrimonio marchigiano
degli organi antichi, solo apparentemente statica, e le problematiche ad esso collegate
appaiono all’osservatore attento in costante evoluzione. Ma
anche a rischio di involuzione.
Purtroppo, ogni tanto si coglie
qua e là qualche preoccupante
Paolo Peretti
segnale in tal senso nel nostro
territorio, che impone di non
abbassare mai la guardia, adagiandosi sugli allori dei notevoli
traguardi raggiunti negli ultimi
vent’anni del Novecento.
b) Sono cambiati, per forza di
cose (o meglio, com’è nell’ordine delle cose), sia il pubblico
sia i concertisti rispetto al più
recente passato. Tra questi ultimi si affacciano nomi nuovi a
fianco dei più noti e prestigiosi,
che comunque restano sempre
i naturali maestri, reali o ideali, degli organisti emergenti.
Si rinnova anche il pubblico
e, accanto agli appassionati
di lunga data, si vedono ogni
tanto facce nuove, più giovani.
Ma i giovani – vale la pena
sottolinearlo, in una società che
tende, innaturalmente, da una
parte alla crescita zero e, dall’altra, alla gerontocrazia a tutti i
livelli – non sono e non saranno mai abbastanza: essi, infatti,
devono raccogliere – ma a tutto
campo – il testimone dell’impegno verso la Rinascita organistica marchigiana dalle mani della
precedente generazione, ormai
naturalmente affievolitasi.
c) Toccando il delicato ‘tasto’
dei restauri di strumenti storici
sul territorio, bisogna dire che,
quantitativamente (ma, in qualche caso, anche qualitativamente), stiamo segnando il passo;
anzi siamo senz’altro regrediti,
rispetto alla – forse irripetibile – stagione degli anni ’80 del
Novecento: quello fu un vero e
proprio boom. Nel frattempo,
su molti degli strumenti allora
– o addirittura più di recente –
restaurati, è tornata a depositarsi abbondantemente la polvere:
potrei citare organi a suo tempo
suonati solo in occasione dell’inaugurazione!, ma non lo faccio
per carità di patria.
d) Altro discorso meriterebbero i molti organi, i più nel
nostro territorio, ancora da
restaurare. È ovvio che non
tutti potranno essere recuperati
all’efficienza nel medio periodo:
ma, nel ragionevole traguardo di
quattro o cinque anni, si potrebbero scegliere i più importanti e
26
significativi, o quelli più facilmente fruibili, affinché anche il
borgo più piccolo abbia per lo
meno un organo antico restaurato da esibire nel suo biglietto
da visita storico-artistico, di inevitabile richiamo turistico.
Una visione troppo pessimistica, la mia? Qualcuno potrà
opporre che i restauri filologici
di organi antichi sono continuati, e pure bene; che dal 2000
ad oggi sono sorte e si sono
affermate anche nel nostro territorio almeno due o tre ditte
specializzate in interventi di
recupero filologico di antichi
strumenti; che i concerti sugli
organi antichi sono notevolmente aumentati di numero, grazie
all’attività di nuove associazioni organistiche fiorite qua e là
in tutte le province marchigiane; che periodicamente, con
cadenza più o meno regolare,
si organizzano festival e rassegne concertistiche dedicati agli
organi di una certa porzione
del territorio regionale. Tutto
questo, certamente, è vero. Ma
è altrettanto vero che non sempre all’aumento della quantità
dei concerti ha trovato riscontro una crescita nella qualità
delle proposte; che non pochi
di questi concerti – proprio
per l’aumento dell’offerta in un
circuito ristretto – sono andati
quasi deserti; che non si possono definire veri e propri restauri
alcune operazioni di più o meno
ordinaria manutenzione condotte, in tutto o in parte, in loco
(quando, per esempio, il somiere, parte vitale dell’organo, non
viene trasportato in laboratorio
per essere smontato e accuratamente restaurato nelle sue varie
componenti). E per questo tipo
di interventi, che si riallacciano direttamente a quelli deprecati degli organari-mestieranti
degli anni Cinquanta-Sessanta
del secolo scorso, quando non
si era ancora affermata la concezione filologica del moderno
restauro, non ci si può nascondere dietro lo spauracchio, o
la scusa, della crisi economica odierna, con la conseguente
mancanza di risorse da parte
dei committenti: se non ci sono
i soldi per procedere a un serio
restauro filologico integrale, è
Le Cento Città, n. 52
meglio aspettare tempi migliori, che prima o poi verranno,
piuttosto che mettere a rischio
l’integrità degli strumenti con
interventi approssimativi e precari, spesso irreversibili. Valga
ad esempio il recente dannoso
pseudo-restauro dell’organo di
Angelo Morettini a due tastiere
(1842) nella chiesa di S. Agostino a San Severino.
Il futuro immediato
Quali, allora, le linee-guida e
i correttivi da applicare all’attuale situazione, visto che non
è soddisfacente, per la migliore
conservazione e valorizzazione
del patrimonio organario storico delle Marche nell’immediato
futuro? Provo a indicare alcune
modalità operative, secondo il
mio giudizio, naturalmente, e in
ordine di priorità.
1) Innanzitutto bisognerebbe controllare – in termini più
attuali, monitorare – in modo
più intenso e capillare il territorio. Se oggi, infatti, non
avvengono più clamorose alienazioni di strumenti come in
passato (tra i più antichi organi
del Cadore ve ne sono tre o
quattro marchigiani... emigrati,
come pure l’unico strumento
esistente di Giovanni Battista
Mei di Belvedere Ostrense, del
1776, è finito in Svizzera, nella
chiesa di Morbio Inferiore),
ogni tanto però si ha notizia,
magari a fatto compiuto, di operazioni a dir poco inquietanti:
resti organari o interi strumenti
smontati gettati nella spazzatura, elettrificazioni surrettizie,
‘restauri’ non autorizzati e via
dicendo. A mio avviso (ma con
me convengono altri amici studiosi dell’arte organaria marchigiana), non basta la sorveglianza
di un solo Ispettore onorario
per la nostra vasta e accidentata
regione, in cui gli organi antichi
sono equamente distribuiti fin
nelle più piccole frazioni collinari e montane: nel solo territorio del comune di San Severino
se ne contano ben ventiquattro! Sarebbe perciò auspicabile costituire, come del resto è
stato fatto in altre regioni, una
vera e propria commissione di
esperti sparsi sul territorio, che
Beni culturali
27
Ritratto fotografico d’epoca dell’organaro Ettore Del Chiaro (Biblioteca comunale “Mozzi Borgetti”, Macerata).
Le Cento Città, n. 52
Paolo Peretti
28
3) Una volta restaurato un
organo, ci si dovrebbe impegnare, da parte di chi ne avrà poi la
gestione, a queste due ineludibili condizioni: a) impiego costante – ovvero ‘uso minimo’ – dello
strumento, sia durante i riti religiosi, qualora esso sia posto in
una chiesa officiata (come per lo
più càpita), sia per eventi concertistici; b) stipulazione di contratti ordinari di manutenzione
(pulizia e accordatura) con operatori specializzati del settore, a
cadenza almeno biennale. Solo
così, infatti, si potrà mantenere
l’organo restaurato in perfetta
efficienza, evitando un suo rapido deperimento che altrimenti,
in pochi anni, vanificherebbe i
risultati dello stesso restauro.
Disegno a matita su legno (1806), raffigurante l’organaro Andrea Gennari
mentre accorda il Callido della chiesa di S. Bartolomeo a Morrovalle, al cui
interno si trova.
agisca coordinatamente e con
comunità di intenti su porzioni
separate di esso. Più di dieci
anni fa lo scrivente, insieme
con due degli gli amici studiosi
di cui sopra, ha ufficialmente
indirizzato alla Soprintendenza urbinate una proposta in tal
senso (lettera del 12 dicembre
2003, oggetto: “Informazioni e
proposte per una più efficace
tutela degli organi antichi marchigiani”). Ma ad essa non è
stata mai data alcuna risposta, e
nel caso non vale certo il principio del silenzio-assenso della
Pubblica Amministrazione...
2) Sarebbe necessario stilare, a
livello regionale (a giudizio della
suddetta istituenda commissione), un vero e proprio piano
razionale di intervento in base
al quale impiegare i fondi per il
restauro degli organi: cioè prevedere delle necessarie precedenze per gli strumenti d’autore
più rari e significativi, a prescindere dalla loro localizzazione.
Non si vede perché un organo
storico importantissimo, quale,
per esempio, quello di Aliforni (frazione di San Severino),
costruito da Cesare Catarinozzi
nel 1716 per la basilica romana
di S. Maria Maggiore, debba
essere penalizzato e condannato a deperire in silenzio dalla
sua stessa posizione periferica e
collocazione, per di più, all’interno di una chiesa attualmente inagibile da anni; potrebbe
essere restaurato e trasportato
nel capoluogo, in una chiesa
priva di organo o in un edificio
pubblico, ed essere così reso
fruibile.
Le Cento Città, n. 52
4) Ogni restauro – sistematicamente e senza eccezione (su questo non si insisterà
mai abbastanza) – dovrebbe
costituire un’occasione privilegiata di studio approfondito
dello strumento restaurato: nel
manufatto in sé, ma anche nel
contesto che lo accoglie, per
quelle che sono state le vicende
della sua stessa storia, interna ed esterna. Sarebbe perciò
auspicabile che al restauratore
sempre si affiancasse anche la
consulenza di uno studioso di
arte organaria (non necessariamente il solo Ispettore onorario, se si allargasse la cerchia dei suoi collaboratori), il
quale, con una parallela ricerca
storico-bibliografica e/o archivistica, possa efficacemente
affiancarlo e indirizzare o corroborare le sue scelte tecnicooperative. Come pure, il restauratore dovrebbe essere sempre
tenuto alla redazione di una
relazione finale di restauro, con
dettagliata documentazione di
corredo: fotografie ante e postrestauro, tabelle di misure di
somieri, canne, ecc. (cosa che
generalmente già avviene, mentre invece inspiegabilmente non
si effettua alcun collaudo finale del restauro da parte della
Soprintendenza). Procedendo
in questo modo, si avrebbe
ben presto. presso le istituzioni preposte, l’accumularsi di
una ricca documentazione che,
Beni culturali
oltre ad assolvere a un uso
amministrativo interno, se resa
accessibile a chi la richiedesse
per motivi di studio, potrebbe
diventare una preziosa bancadati in progress sull’arte organaria marchigiana e nazionale. E,
come spesso già saltuariamente avviene, è opportuno che
il restauro di un organo dia
sistematicamente luogo a una
pubblicazione, magari piccola
(basta un opuscolo), ma utilissima per consegnare alla futura memoria precise e preziose
informazioni su un avvenimento comunque di portata storica,
per lo strumento e per la comunità che lo conserva.
5) Infine, anche l’aspetto artistico-organizzativo dei concerti andrebbe in qualche modo
coordinato sul piano territoriale più ampio, onde evitare che
alcuni organi periferici restaurati restino muti per mancanza di circolazione degli esecutori ed altri, invece, soffrano
di eccessiva frequentazione.
Ovviamente non si può limitare
l’iniziativa e la libertà di organizzare concerti da parte dei
privati (e le associazioni organistiche locali che in genere li
promuovono sono di tal natura); ma si potrebbe evitare che,
almeno entro un certo raggio, si
tenessero manifestazioni organistiche concomitanti, oppure
articolare la programmazione
degli eventi in un periodo più
ampio e/o diverso dai soliti
turistici mesi estivi. Proprio per
ovviare a simili inconvenienti,
nel 2010 è nata un’associazio-
29
ne di associazioni organistiche
denominata “March&organi”,
una sorta di network regionale della categoria. Nonostante
l’apprezzabile intento, però, la
super-associazione non ha di
fatto coinvolto tutte le associazioni, le rassegne, i festival
organistici esistenti in regione
(come sarebbe stato auspicabile), ma solo alcune delle più
consolidate realtà provinciali;
le altre hanno continuato e proseguono la loro attività quasi
come... leibniziane ‘monadi’ organistiche, dimostrando
l’inguaribile individualismo e
campanilismo dei marchigiani,
risorsa estrema ma – nel contempo – anche vistoso limite
della nostra peculiare forma
mentis e inveterato modus operandi.
Conclusioni metaforiche
Ecco la mia ‘ricetta’. Considerazioni, valutazioni, idee
soggettive – dirà qualcuno; ma
che io so bene essere, in tutto
o in gran parte, condivise da
altri lungimiranti colleghi che,
come me, da tempo si interessano appassionatamente (e
spassionatamente, aggiungerei)
a simili questioni. Insistendo
nella metafora medica, si può
dire che allo specialista spetta
fare la diagnosi della malattia o
della sindrome e prescrivere la
cura adeguata, che sta poi alla
sollecitudine di chi ha il dovere
di assistere il malato applicare,
con i mezzi a sua disposizione.
E se le risorse mancano, bisogna
ad ogni costo trovarle: qui entra
in gioco la dimensione ‘politica’.
Le Cento Città, n. 52
La ricetta, in sé già prescrittiva, può diventare addirittura
un ‘trattamento sanitario obbligatorio’, quando – come nel
nostro caso – c’è di mezzo non
solo la salvezza del paziente,
ma anche l’interesse generale
alla sua salute, che a sua volta
tornerà a vantaggio dell’intera
comunità. L’importante è avere
– ma basta l’esercizio del semplice buon senso – una visione
critica e ‘olistica’ della complessa realtà del patrimonio organario storico nelle Marche, il
‘malato’ in osservazione, con
tutte le diverse problematiche
connesse. Se infatti si procedesse a compartimenti stagni, con
palliativi e succedanei blandi o
– peggio ancora – con rimedi
ad effetto ‘placebo’ (tanto per
gettare fumo negli occhi), non si
risolverebbe nulla, peggiorando
anzi la situazione. Solo agendo
con un piano preciso e coordinato si potrà invece consegnare
il nostro patrimonio organario
alle generazioni future in condizioni migliori di quelle in cui lo
abbiamo ricevuto in consegna
noi. Altrimenti facendo, o non
facendo (il che è ugualmente
colpevole), contribuiremo alla
sua progressiva diminuzione, a
detrimento e impoverimento di
tutta la comunità civile, ben al
di là dei nostri confini regionali.
Poiché la plurisecolare e polisemica storia artistica dell’Italia
nel contesto del mondo occidentale, la sua peculiare identità
culturale, sociale e di costume
consistono anche nel prezioso,
ragguardevole e irrinunciabile
patrimonio degli organi antichi.
30
La rivista bolognese “La Rana”. Tavola di Augusto Grossi.
Carta geografica satirica di Augusto Grossi.
Le Cento Città, n. 52
Libri ed Eventi
31
di Alberto Pellegrino
LIBRI
La cartografia satirica europea
tra Otto-Novecento
La
Biennale Internazionale
dell’Umorismo nell’Arte di Tolentino ha pubblicato il volume
La Cartografia satirica. L’Europa
alla vigilia della Grande Guerra
suddiviso in tre parti tra loro
legate dal tema della politica internazionale europea tra il 1870
e il 1914, quando gli imperi continentali cominciavano a schierarsi su posizioni contrapposte
che, nel 1914, avrebbero portato
allo scoppio della prima guerra mondiale. Nella prima parte
sono presentate alcune mappe
satiriche inglesi, francesi, tedesche e italiane che costituiscono degli importanti documenti
storici, perché rispecchiano gli
orientamenti nazionalistici, gli
odi razziali e gli antichi rancori
che dividevano gli Stati europei.
La seconda parte sono proposte per la prima volta le mappe
umoristiche della pittrice inglese
Lilian Lancaster con alcuni disegni giovanili del 1869; vi sono
poi delle carte europee realizzate nel 1910, quando l’autrice è
ormai una pittrice matura e sensibile agli influssi dell’arte preraffaellita e dell’Art Nouveau.
La terza parte è dedicata al grande disegnatore italiano Augusto
Grossi (1835-1919) e alle riviste
satiriche bolognesi La Rana e Il
Papagallo, nelle quali l’artista ha
disegnato per oltre quarant’anni
la pagina centrale a colori, nella
quale ha commentato in modo
satirico la politica italiana e internazionale, denunciando gli
intrighi di palazzo, il trasformismo e il piccolo cabotaggio degli
uomini politici della Destra e
della Sinistra storiche, le manovre degli Stati europei. Queste
tavole, che sono un esempio di
grande arte grafica, hanno rappresentato per anni una graffiante e mordace voce fuori dal coro,
conquistando un tale livello di
popolarità da essere affisse sulle
pareti di caffè e osterie, botteghe artigiane e officine, circoli
e abitazioni private. Il volume è
introdotto dal saggio Satira politica in Europa tra Settecento e
Ottocento di Alberto Pellegrino,
nel quale si traccia la storia della
satira in Gran Bretagna, Francia,
Germania e Italia dal Settecento fino al 1914. Segue il saggio
Stereotipi e culture nazionali di
Edoardo Boria che sottolinea
l’importanza della cartografia
satirica nella storia europea, perché queste mappe, oltre a essere
una delle prime forme di cultura di massa, riescono a tradurre
sotto forma d’immagini i più
radicati e diffusi stereotipi che
fanno parte dell’immaginario
collettivo di ogni popolo e sono
servite, attraverso deformazioni
caricaturali e rappresentazioni
di animali, a dividere in modo
inequivocabile i popoli europei
in “amici” e “nemici”.
Un contributo alla storia musicale di Camerino
Il volume Le cappelle musicali di
Camerino. Cattedrale e collegiata
nei secoli XVI-XVIII di Riccardo Graciotti (Libreria Musicale
Italiana, Lucca, 2014) rappresenta un importante contributo
fornito alla storia della musica
Le Cento Città, n. 52
camerinese e marchigiana, analizzando le vicende legate alla
produzione e all’attività musicale dal tramonto della signoria dei
Varano alla fine del Settecento,
in piena occupazione francese e
con il terribile evento del terremoto del 27 luglio 1799. L’opera
si suddivide in quattro parti: nella prima si parla della funzione
svolta dalle cappelle musicali nel
contesto politico, sociale ed economico di Camerino, mettendolo in relazione con la macro
storia nazionale; nella seconda
sono prese in esame la gestione
del coro, le paghe e le mansioni
dentro e fuori le chiese, la presenza di alcuni importanti personaggi; la terza è formata dalle
schede con le notizie riguardanti
maestri, cantori, organisti con
tabelle cronologiche molto precise; l’ultima parte contiene le
appendici documentarie e la
bibliografia. Molte informazioni
sono del tutto inedite e, in alcuni
casi, servono a fare luce su personaggi finora poco noti come
il violinista Stefano Macchiati
(1797) e il violinista e compositore Filippo Marchetti (ultimi
due decenni del Settecento e
primi decenni dell’Ottocento),
spesso confuso con il suo omonimo e più celebre autore di
opere liriche.
Tre secoli di editoria a Camerino
Nel panorama storico camerinese l’opera di Corrado Zucconi
Galli Fonseca Tre secoli di editoria a Camerino (1523-1823),
(Halley Edizioni, Matelica,
2014) arriva a colmare un vuoto nel tracciare la storia dell’arte
della stampa e delle officine tipografiche a partire dal Ducato
varanesco per arrivare al primo
ventennio dell’Ottocento. Si
tratta di una catalogazione e di
una rassegna di opere a stampa
prodotte nella città di Camerino, a cominciare dalla presenza
del tipografo itinerante Gian
Alberto Pellegrino
Giacomo Bendetti che pubblica
nel 1523 una raccolta di poesie
dell’ascolano Pacifico Massimi.
Il Cinquecento rappresenta un
momento di grande fervore culturale e tocca il suo vertice con
la pubblicazione degli Statuti
cittadini (1563) a cura di Antonio Gioioso. Il Seicento costituisce un periodo di crisi delle
tipografie cittadine, tanto è vero
che il Lilli, autore di una importantissima storia di Camerino, si
rivolge a una tipografia maceratese. Nel settecento si registra
invece una ripresa dell’arte tipografica con la fioritura di notevoli opere a stampa secondo una
tradizione che è arrivata fino ai
nostri giorni.
Le avvincenti stagioni fotografiche di Paolo Verdarelli
Paolo Verdarelli è un valido studioso di storia della fotografia e
dei vari mass media, ma è anche
un appassionato fotografo che
ha pubblicato diverse opere fotografiche dopo il suo esordio
con Camerino e il suo ducato
32
(1994). Ora presenta un altro
suo volume intitolato Stagioni.
Castelluccio di Norcia (Curc,
Camerino, 2014) con una serie
d’immagini che stanno a dimostrare come sia difficile resistere
al fascino che esercita questo
piccolo paese dell’Umbria, il
quale si trova al centro di una
stupenda vallata che si estende
a perdita d’occhio e che è dominata dal massiccio del Monte
Vettore. Castelluccio è divenuto
celebre in tutto il mondo per la
sua celebre “infiorata” di giugno/luglio, ma Verdarelli non
si accontenta di fissare con il
suo obiettivo questo particolare
evento, perché vuole “raccontare” con le immagini l’evolversi
delle stagioni su quell’altopiano,
dove il trascorrere del tempo disegna magie di colore sempre diverse e suscita sentimenti molto
particolari anche nel turista più
distratto. Verdarelli sa cogliere,
filtrare e interpretare attraverso
il suo obiettivo, in modo non
convenzionale e senza retorica,
la varietà di questi sentimenti
legati al variare delle stagioni, riuscendo a trasmettere quel messaggio di bellezza che c’ invia la
natura.
Le fotografie dei Balelli per i 50
anni dello Sferisterio
Per celebrare i cinquant’anni di
stagioni liriche nell’Arena Sferisterio è stato pubblicato, a cura
del Centro Studi Carlo Balelli
per la Storia della Fotografia di
Macerata, un bel volume intitolato Aida 1921. La prima stagione lirica allo Sferisterio nelle foto
Balelli, nel quale sono state raccolte immagini provenienti dalla
Fototeca della Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti di Macerata,
Paolo Verdarelli. Le piane di Castelluccio di Norcia.
Le Cento Città, n. 52
che ha fornito anche una serie di
importanti documenti e una rassegna degli articoli comparsi per
l’occasione nella stampa dell’epoca. L’opera si apre con un
intervento di Giuseppe Trivellini che traccia una breve storia
delle stagioni d’opera all’aperto
nel primo Novecento, mentre
Donatella Donati rievoca i cinquant’anni di rappresentazioni del melodramma verdiano
(1871-1921). Ancora Trivellini e
Nicola Di Monte ricostruiscono
la complessa vicenda della messa in scena dell’Aida che debutta
il 15 agosto 1921. Livia Brillarelli traccia la biografia e la carriera
artistica del soprano Francesca
Solari, stella di prima grandezza dell’edizione maceratese, e
Lucia Tancredi racconta la vicenda d’amore tra il soprano e il
maceratese conte Alberto Conti, una love story che occupa le
cronache maceratesi per diverso tempo, per poi trasformarsi
una solida unione. Alessandra
Sfrappini analizza l’impatto che
ha avuto la prima stagione lirica
sulla stampa e un’importante
testimonianza è fornita dalla ristampa del numero unico Aida
pubblicato dall’Impresa Società
Cittadina Macerata con articoli
che celebrano l’evento, con le
schede biografiche degli interpreti e del direttore d’orchestra,
con un ampio corredo fotografico e con una serie di caricature
dei principali personaggi legati
alla stagione. Ivano Palmucci
prende in esame la massiccia
presenza della pubblicità sul numero unico, sul libretto di sala,
sulla stampa e sulla grande parete di fondo dello Sferisterio, a
testimonianza del forte impatto
che ebbe l’evento sulla realtà
economica dell’intera provincia.
Libri ed Eventi
33
Arena Sferisterio. I cantanti Solari, Dolci e Noto, interpreti dell’Aida 1921.
Arena Sferisterio. Scena seconda del II Atto dell’Aida (la marcia trionfale).
Infine Emanuela Balelli ricorda
il lavoro svolto per l’occasione
da Alfonso Balelli, il quale ha lasciato un’importante documentazione con le sue immagini che
riguardano l’allestimento delle
scenografie, le principali scene
dell’opera, la presenza del pubblico alle varie rappresentazioni.
Bisogna infine sottolineare il ritrovamento, all’interno del Fondo fotografico della Biblioteca,
di dodici eleganti ritratti dei
singoli interpreti eseguiti da Alfonso Ballelli e tutti autografati
con dedica al fotografo, che costituiscono un’autentica novità
e un’ulteriore documentazione
per la storia dello spettacolo.
La storia del Teatro di Matelica
Con la pubblicazione di questa storia del Teatro Pergolesi di Matelica si va a colmare
un vuoto nella storiografia dei
documentazione, nella quale si
traccia la storia dello spettacolo
a Matelica nel Seicento e nel Settecento, con un’attività teatrale
costituita soprattutto da oratori
sacri. Agli inizi dell’Ottocento
si decide di procedere alla costruzione di un teatro pubblico,
affidandone nel 1805 la progettazione al celebre architetto
Giuseppe Piermarini. Nel 1806
i lavori di costruzione dell’edificio nel quartiere di S. Agostino,
affidati ai capomastri Alessandro
Belli di Jesi e Francesco Fontana
di Como, saranno terminati nel
1812. Seguono diversi lavori di
sistemazione e riparazione fino
a un completo restauro affidato
all’architetto Vincenzo Ghinelli, mentre la nuova decorazione
è opera del pittore scenografo
anconetano Cesare Recanatini.
La gestione amministrativa della
struttura teatrale è affidata alla
Deputazione ai pubblici spettacoli e all’Assemblea dei Condomini che provvedono anche
alla programmazione teatrale. Il
teatro, che è inaugurato nel 1812
con l’opera Ser Marcantonio di
Stefano Pavesi, le farse O Che
Originali di Giovanni Simone
Mayer e Il Filosofo sedicente di
Simone Mosca, ospita importanti stagioni liriche fino al 1964,
prima della chiusura decretata
nel 1979 per dare l’avvio ai lavori di restauro e di consolidamento che si concluderanno nel
1995 con la riapertura dell’edificio. Il volume comprende infine
la Cronologia degli spettacoli dal
1812 al 1975 e una preziosa Appendice documentaria tratta dagli archivi comunali con contratti, rapporti epistolari e lo Statuto
teatrale del 1844.
Matelica. Il Teatro Comunale Piermarini.
Una storia a fumetti sulla Shoah
opera degli alunni di una scuola
elementare di Pesaro
principali teatri marchigiani. La
Biblioteca comunale “Libero Bigiaretti” ha provveduto a dare
alle stampe la tesi con cui Barbara Marinelli si è laureata presso
il DAMS di Bologna intitolata Il
Teatro di Matelica. Cenni storici
e cronologia degli spettacoli in
musica (1812-1975). Questo lavoro si apre con un’introduzione storica, sorretta da un’ampia
Gli alunni della classe VB della Scuola primaria “Odoardo
Giansanti” dell’istituto comprensorio statale “Gianfranco
Gaudano” di Pesaro, coordinati
dall’insegnante Mirella Moretti,
hanno realizzato un racconto
a fumetti intitolato Liliana e la
sua stellina che nel luglio 2014
è stato presentato al pubblico
nell’ambito di Popsophia. Il pro-
Le Cento Città, n. 52
Alberto Pellegrino
getto è nato in seguito all’incontro di questa classe con Liliana
Segre che è particolarmente legata alla città di Pesaro dove da
moltissimi anni trascorre le sue
vacanze estive. Liliana, una delle
poche sopravvissute ai campi di
sterminio, è la bambina protagonista del racconto a fumetti,
l’unica a essere ritornata viva tra
tutti quelli deportati sul treno
partito dalla Stazione Centrale
di Milano e diretto al lager di
Auschwitz Birkenau in Polonia.
La storia inizia nel 1938 quando
Liliana scopre a 8 anni di essere
ebrea ed è scacciata dalla scuola
pubblica. Dopo aver sopportato
i disagi e i pericoli della guerra, Liliana è prima rinchiusa
nel carcere di San Vittore, poi
è trasferita ad Auschwitz, dove
arriva il 6 febbraio 1944 insieme
ai suoi genitori che non faranno
più ritorno. La bambina trova la
forza di resistere a quell’orrore
in una stella che diventa per lei
il simbolo della speranza e della libertà. Questo lavoro, che è
dedicato a tutti i bambini ebrei
deportati nei lager e che vuole
contribuire a tramandare alle
generazioni future la memoria
dello sterminio, è stato giudicato dall’Ufficio Scolastico Regionale delle Marche “un fumetto
originale, creativo e pienamente
rispondente alle tematiche con
approfondimenti e dettagli sulla
vita di una testimone vivente”,
un lavoro che “spicca per l’interdisciplinarità e la grande accuratezza delle tecniche espositive
sapientemente usate”.
Il Risorgimento a Tolentino e
nelle Marche
Il volume A Carte riscoperte
1817/1870. Tolentino e il Risorgimento a cura di Enzo Calcaterra rappresenta un contributo di
grande rilievo per la storia risorgimentale della nostra Regione,
perché fornisce un’ampia documentazione messa insieme grazie
a un’accurata ricerca condotta
sui documenti d’archivio e sulle fonti bibliografiche. L’analisi
storica prende l’avvio dal 1817
con i moti carbonari avvenuti
in Ancona e Macerata, stroncati
sul nascere con numerosi arresti
e conseguenti condanne al car-
34
cere duro. Uno sviluppo più ampio ebbero i moti del 1831 che
videro l’adesione di Tolentino
il 18 febbraio al Governo delle
Province Unite con la partecipazione di 12 volontari. Dopo la
repressione del moto, vi furono
anche in questo caso numerosi
arresti tra cui il medico Domenico Zenobi, capo dei patrioti, e
Carlo Didimi, il celebre giocatore del pallone al bracciale. Negli anni Trenta/Quaranta spicca
la figura del medico tolentinate
Serafino Belli (1810-1868), autore di numerose pubblicazioni
scientifiche, di raccolte di versi
e di opere teatrali, docente universitario presso l’Università di
Camerino, dove si era laureato
nel 1831. Nel 1848 si ha la prima guerra d’indipendenza, cui
prendono parte numerosi volontari (gli anconetani sono 3282),
tra cui vi sono 39 ufficiali e militi
di Tolentino. Sul campo di battaglia a Vicenza muore l’ufficiale
d’artiglieria conte Pacifico Silveri (1824). Nel 1849 si ha la pagina gloriosa della Repubblica Romana alla cui difesa prendono
parte 20 volontari di Tolentino,
tra cui il conte Benedetto Bezzi
(1829) e il conte Domenico Silveri (1818); sui bastioni di Roma
muore il giovane muratore Antonio Pierdominici (1818). Nel
1860 avviene la Battaglia di Castelfidardo alla quale partecipano circa 400 volontari (tra cui 31
di Tolentino) del Corpo Cacciatori delle Marche. Nello scontro
si distingue il capitano Euclide
Cagnaroni (1816-1900) che con
il suo reparto costringe alla resa
Le Cento Città, n. 52
330 soldati pontifici, catturando
cavalli, salmerie e munizioni. Si
arriva nel 1867 ai fatti di Mentana con 14 volontari di Tolentino
che si arruolano con Garibaldi e
finalmente nel 1870 si completa
l’unità d’Italia con la conquista
di Roma. Il volume si chiude con
una breve ma interessante Storia
di Tolentino dal 1816 al1892.
Questo lavoro è importante anche perché sfata il mito storiografico secondo il quale il Risorgimento sarebbe stato fatto da
pochi aristocratici e intellettuali,
mentre dai documenti riportati
risulta che i volontari alle diverse campagne risorgimentali non
erano solo nobili e possidenti
ma anche impiegati e studenti,
giovani operai e artigiani, persino contadini e sacerdoti. “A
Tolentino – scrive Enzo Calcaterra – il Risorgimento ha fatto
emergere al meglio comuni qualità, guidandole nella fase successiva al progresso economico
e civile. Esse si sostanziarono
principalmente in una vocazione
democratica, laica, progressista,
modernizzatrice. Le sue origini
sono da ricercarsi nel secolare
tratto costituito da artigiani e
operai, spesso guidati da un’élite illuminata, comunque sempre
e solidamente radicata nella
comunità d’appartenenza”.
La riedizione di un importane
studio su Cecco d’Ascoli
Un importante contributo a una
più approfondita conoscenza
della figura e dell’opera di Cecco d’Ascoli è fornito dalla riedizione di una pubblicazione ormai introvabile, curata nel 1990
dall’istituto Superiore di Studi
Medioevali di Ascoli Piceno e
intitolata appunto Cecco d’Ascoli. La nuova edizione è stata
resa possibile dall’intervento
della Banca dell’Adriatico nelle
persone del presidente Giandomenico Di Sante e del direttore
generale Roberto Dal Mas. La
ristampa di questo volume, arricchito da una preziosa veste
tipografica, si fa apprezzare non
solo per l’ampia bibliografia ragionata di Marco Scatasta, ma
anche per il ricco apparato iconografico, analizzato in modo
critico in tre importanti saggi: I
Libri ed Eventi
35
Ascoli Piceno. Il monumento a Cecco d’Ascoli.
ritratti di Cecco, (M. Scatasta),
Le illustrazioni de L’Acerba nei
codici italiani e stranieri e nelle
edizioni a stampa della Biblioteca
di Ascoli Piceno (G. MazzocchiM. Alberti Vettori), Appunti per
una iconologia acerbiana del Novecento (C. Melloni). Un ampio
saggio di Marco Scatasta traccia
una biografia ragionata nella
quale si analizzano le vicende
umane, la personalità e l’opera
dello scrittore ascolano, partendo da notizie autobiografiche e
dalle fonti trecentesche, per poi
ricostruire i due soggiorni di Bologna e Firenze, senza trascurare
quelle che sono classificate come
le “opere minori” di Cecco. Da
parte sua Mario Mandrelli, nel
saggio Un processo politico, analizza gli aspetti sociologici e giuridici di un processo che porta
alla condanna al rogo del poeta
ascolano eliminato dalla scena
politica fiorentina, facendo uso
dello strumento dell’Inquisizione e con l’accusa di eresia. Il volume in questione contribuisce
a smentire, attraverso le fonti
letterarie del tempo, il preteso
odio che avrebbe diviso Cecco
e Dante Alighieri, per cui L’A-
L’Acerba di Cecco d’Ascoli. Immagine dell’avarizia.
cerba era considerata l’anticommedia. Siamo invece di fronte a
due personalità completamente
diverse: con Dante si chiude l’età del Tomismo, del Dolce Stil
Novo, del vecchio enciclopedismo alla Brunetto Latini; Cecco
è un uomo di confine e di passaggio verso la nuova stagione
dell’Umanesimo annunciata dal
laicismo e dal realismo di Cecco Angiolieri, di Boccaccio e di
Giotto, dal lirismo di Petrarca. L’Acerba di Cecco d’Ascoli
(1269-1327) è la maggiore summa enciclopedica del trecento
per la vastità degli argomenti
che affronta (filosofia morale e
teologia, antropologia e psicologia, astronomia e astrologia,
zoologia e chimica, medicina
e filosofia della scienza): per
valutare l’opera di questo personaggio non è più sufficiente
l’analisi storico-letteraria, ma
è necessario un approccio
multidisciplinare che tenga
conto della filosofia e sociologia,
della psicologia e teologia, della
storia della medicina, biologia
e scienze naturali, della storia
dell’astronomia e dell’astrologia. Bisogna guardare a Cecco
Le Cento Città, n. 52
sotto una nuova luce per riscoprire in lui il fratello spirituale
del Faust di Goethe, lo studioso
che è sempre stato mosso dalla
libertà di pensiero e della netta
divisione tra Fede e Ragione,
della sete di conoscenza posta a
fondamento della dignità umana
da trasmettere ai giovani, perché
la nobiltà non si conquista per
nascita ma attraverso il sapere
(“Non può morir chi al saver s’è
dato,/Né vive in povertate né in
difetto,/Né da fortuna può essere dannato;/Ma questa vita e
l’altra vita perde/Chi del savere ha sempre dispetto”). Cecco
d’Ascoli ha sempre vissuto con
grande coerenza, perché ha avuto paura solo di tre cose: “d’essere d’animo povero e mendico/
di servire per altrui e dispiacere/
per difetto perdere un amico”,
perché dice “speso ho il tempo
di mia poca vita/in acquistarmi
scienza ed onore” (L’Acerba,
Quarto Libro, capitolo settimo).
Un nuovo saggio sullo scrittore
Libero Bigiaretti
Libero Bigiaretti (Matelica 1905Roma 1993) è uno degli scrittori
marchigiani che hanno avuto un
Alberto Pellegrino
Lo scrittore Libero Bigiaretti.
ruolo importante a livello nazionale e internazionale per aver
saputo interpretare le nuove
tendenze letterarie del Novecento rielaborate alla luce della
tradizione. Come a volte accade,
la memoria della sua opera letteraria e del suo impegno civile
all’interno d’importanti istituzioni pubbliche e private tende
a scolorirsi e passare in secondo
piano. Risulta pertanto importante l’opera intitolata Libero Bi-
36
giaretti. Storie
di sentimenti
(Metauro Edizioni, Pesaro,
2014), un profilo critico messo
a punto da Carla Carotenuto,
docente di letteratura italiana
contemporanea
nell’Università
di
Macerata.
Si tratta di uno
studio
molto
esteso e documentato, che fa
il punto sull’importanza che ha
avuto questo
scrittore
nel
panorama culturale del Novecento italiano
e che fornisce
un’ampia e aggiornata bibliografia,
senza
trascurare gli
aspetti biografici e umani del
personaggio
che si è sempre mosso tra Matelica, dove erano le sue radici
mai dimenticate o rinnegate, e
Roma, la metropoli dove Libero
ha fatto il suo percorso formativo da autodidatta che l’ha portato ad affermarsi come un autore di assoluto valore artistico
(“Forse le Marche sono solo un
sogno,/Roma una lunga e varia
realtà,/Ma di queste due patrie
io ho bisogno/per alternare le
mie verità”). Anche se Biagia-
retti appare alquanto emarginato dal circuito editoriale, le sue
opere rimangono straordinariamente attuali per alcune tematiche che costituiscono materia
di riflessione sulla società contemporanea: la crisi dell’uomo e
della donna di fronte alla solitudine, la precarietà e inautenticità dei sentimenti, l’alienazione,
il tema dell’industrializzazione
e delle migrazioni, la ricerca di
vie di fuga in mondi che assumono una dimensione metafisica o
grottesca. Nelle sue raccolte di
poesie (Posto di blocco, A memoria d’uomo), ma soprattutto nei
suoi romanzi Bigiaretti traccia
un quadro approfondito della
società italiana dal fascismo al
secondo Novecento e una vasta
mappa dei sentimenti individuali e collettivi. La Carotenuto si
sofferma soprattutto su quella
parte della produzione dello
scrittore marchigiano finora
poco indagata e riguardante la
“costruzione del microcosmo
amoroso” che parte da Esterina
per arrivare fino a I figli allo scopo di approfondire la tematica
della “dimensione amorosa” nei
romanzi degli anni ‘60/’70 con
quell’impasto d’ideali e passioni
presenti ne Il congresso, Le indulgenze, La controfigura e Due
senza. Un contributo di particolare importanza per chi si occupa di storia del teatro è fornito
dalla pubblicazione a chiusura
del volume di due atti unici
pressoché introvabili: Intervista con Don Giovanni (Il Caffè,
1958) e Licenza di matrimonio
(Il dramma, 1968).
La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di
Banca dell’Adriatico, Banca Marche,
Carifano, Co.Fer.M., Fox Petroli, TVS
Le Cento Città, n. 52
Vita dell’Associazione
38
Visite e convegni
di Giovanni Danieli
10 luglio 2014, Portonovo di
Ancona
Assemblea dei Soci
3 settembre 2014, Ancona
Visita della Città e Forum sullo
sviluppo urbano
Presso l’Hotel Fortino Napoleonico di Portonovo di Ancona, si è svolta l’Assemblea estiva
dell’Associazione, con due punti essenziali all’ordine del giorno, la relazione consuntiva del
Presidente e quella programmatica del Presidente eletto.
Per la prima visita dell’anno,
Mario Canti ha progettato e guidato un itinerario, dal Guasco
sino al mare, da San Ciriaco a
Santa Maria della Piazza, attraverso l’Anfiteatro, il Museo archeologico, Piazza Stracca, l’Arco di Traiano, San Domenico con
una piacevole sosta da Giacomo
Vettori per un aperitivo.
Obiettivo del Consiglio di
Presidenza è anche quello
di procedere ad un riassetto
dell’Associazione con la creazione dell’Ufficio di Presidenza,
cabina di regia di tutte le operazioni; la revisione del Manifesto
di intenti e dello Statuto societario; la suddivisione dei Soci
in otto aree territoriali ciascuna
delle quali affidata alla guida di
un Past-Presidente; la creazione
di un Archivio fotografico e l’attivazione di un nuovo Sito web.
Le Cento Città
La visita si è conclusa di fronte
con il patrocinio di
Associazione per le Marche
Rettore Prof. Sauro Longhi
Presidente Prof. Giovanni Danieli
Forum
La terza missione
Il ruolo dell’Università per lo sviluppo del territorio
Ancona, 3 Ottobre 2014, ore 17,00
Sala del Consiglio della Facoltà di Economia “Giorgio Fuà”, Piazzale Martelli 8
Programma
Indirizzi di saluto da parte del Prof. Giovanni Danieli, Presidente de
Le Cento Città e del Prof. Francesco Maria chelli, Preside della Facoltà di Economia
Presentazione
Prof. sauro lonGhi, Rettore dell’Università Politecnica delle Marche
Le Cento Città, grafica originale di Valeriano Trubbiani
Ha quindi passato le consegne a Giovanni Danieli, che ha
presentato il proprio programma, che parte dai tre concetti
chiave di presidenza condivisa,
decentramento e coinvolgimento di tutti i Soci. Il programma
si baserà su una serie di dieci
itinerari, destinati come sempre
a scoprire le Marche “minori”,
nove Forum sui punti nodali
di sviluppo della regione, due
convegni e la celebrazione dei
venti anni dell’Associazione. Il
programma prevede anche un
viaggio di tre giorni alla scoperta di Bologna.
A metà visita si è svolto, nella
sede del Museo archeologico, il
primo Forum dell’anno, sempre
preparato da Mario Canti, finalizzato a descrivere l’evoluzione
nel tempo della forma urbana
della città ed i profondi cambiamenti che hanno fatto seguito ai
devastanti bombardamenti degli
relazione
Prof. GiusePPe novelli, Rettore dell’Università Roma 2
Quale ruolo dell’Università nell’attuale contesto socio-economico
tavola rotonDa
con la partecipazione di Paolo Galassi (A.O.U. Ospedali Riuniti Ancona), Rodolfo Giampieri
(CCIAA Ancona), Gian Luca Gregori (Pro Rettore Univpm), Donato Iacobucci (Delegato
trasferimento tecnologico Univpm), Andrea Rossi (Confartigianato, Ancona),
Gaetano Ascensi (Confindustria, Fermo) - Coordina Edoardo Danieli
conclusioni
Prof. sauro lonGhi, Rettore dell’Università Politecnica delle Marche
errebi grafiche ripesi • falconara
Maurizio Cinelli nel concludere il suo mandato, ha presentato un filmato con immagini e
commenti degli eventi realizzati nel suo anno di presidenza,
sottolineando il piacere di aver
vissuto questa esperienza e ringraziando tutti per la corale collaborazione ricevuta.
anni 43-44 ed alla successiva ricostruzione, molto edilizia, poco
architettonica.
Altri importanti contributi al
convegno sono stati forniti dal
Comandante Bruschi, che ha
presentato una rara collezione
di immagini aeree dei bombardamenti subiti da Ancona, da
Michele Polverari e da Nicoletta
Frapiccini, quest’ultima guida
nella successiva visita al Museo.
Prima dello svolgimento del Forum, San Ciriaco e Santa Maria
erano stati magistralmente illustrati da Maria Luisa Polichetti,
artefice principale del loro recupero artistico, mentre Costanza
Costanzi ha brillantemente presentato in San Domenico le tele
di Tiziano e di Guercino nel contesto del loro periodo storico.
Le Cento Città, Associazione per le Marche
Segreteria: Dott. Giorgio Rossi - Via Galilei 7, 60015 Falconara M. Tel. 071 911888 Cell. 348 1214575, e-mail: [email protected]
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Vita dell’Associazione
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al Teatro delle Muse; qui Fabio
Brisighelli ha ricordato i tormenti attuali di un teatro che,
dopo la lunga chiusura postbellica, aveva intrapreso un brillante cammino, che oggi sembra
essere a rischio.
12-14 settembre 2014, Bologna
Alla scoperta di Bologna in quattro itinerari inediti più uno
Il viaggio annuale dell’Associazione è stato dedicato alla visita della città di Bologna.
Il primo itinerario, Bologna
storica, si è svolto in tre sedi, la
prima, il Palazzo dell’Archiginnasio, con la visita alla sala dello
Stabat Mater e al famoso Teatro
Anatomico, visita preceduta dal
saluto del Prof. Roberto Corinaldesi, Presidente della Società
Medica Chirurgica di Bologna
e dalla presentazione del Prof.
Stefano Arieti, Docente di Storia della Medicina nella stessa
Università.
Ha fatto seguito la visita al
Museo della Storia di Bologna,
durante la quale il Professor
Fabio Alberto Roversi Monaco,
Presidente di Genius BononiaeMusei della Città ha portato il
suo saluto ai nostri Soci.
Quindi visita di Piazza Maggiore con gli edifici pubblici più
importanti del centro storico,
Palazzo D’Accursio, Palazzo
Re Enzo, Palazzo del Podestà,
la maestosa Basilica di San Petronio, l’elegante Fontana del
Nettuno, il Palazzo dei Notai.
Piazza Maggiore costituisce da
2500 anni il cuore di Bologna,
un cuore vero perché i bolognesi non vanno “in centro”, i bolognesi vanno “in piazza”.
Secondo itinerario, Bologna
cristiana, con visita al Complesso di Santo Stefano (o delle sette
chiese), Chiesa di San Domenico, con la splendida arca marmorea che custodisce le spoglie
del Santo, Santuario ed Oratorio
di Santa Maria della Vita, con il
Compianto del Cristo morto di
Niccolò dell’Arca, Basilica di
San Petronio.
E’ stata poi la volta di Bologna
pittorica, che ha compreso la
visita dell’Oratorio di Santa Ce-
Le Cento Città
Associazione per le Marche
Forum su
Lisippo, dall’Adriatico
alla Corte Costituzionale
ricordando Tullio Tonnini
Venerdì 24 Ottobre 2014, ore 17,30
Sala di Rappresentanza della
Fondazione Cassa di Risparmio di Fano
Via Montevecchio, 114 - Fano
cilia, con il bellissimo ciclo pittorico quattro/cinquecentesco
che ne riveste completamente le
pareti;
Palazzo Fava Ghisilieri, con il
ciclo pittorico Le Argonautiche
e le storie di Medea, una delle
prime opere di ampio respiro
dei Carracci; l’Oratorio di San
Colombano, che racchiude uno
splendido ciclo di affreschi,
opera di artisti guidati da Ludovico Carracci, e che ospita una
collezione di strumenti musicali
antichi donata dal Maestro Luigi
FerdinandoTagliavini
Nel quarto itinerario si è entrati nella Bologna musicale visitando, con la guida preziosa
rispettivamente del Maestro
Girati e del Prof. Mioli, la Reale Accademia Filarmonica con
la Sala Mozart, e il Museo della
Musica sito nel Palazzo Sanguinetti riaperto al pubblico nel
2004 dopo un lungo restauro.
L’itinerario “aggiunto” è stato quello eno-gastronomico, che
ha compreso le soste Da Nello
al Montegrappa, ristorante sinonimo di “mangiar bene a Bologna” e Al Pappagallo, una delle
più alte espressioni della cucina
bolognese.
Sulla via del ritorno, sosta
a Santarcangelo di Romagna,
dove, nelle cantine di un palazzo
settecentesco che fu dei Conti
Nadiani, Manlio Maggioli, con
la collaborazione straordinaria
di Tonino Guerra, ha creato un
ristorante La Sangiovesa, che è
oggi luogo di cultura e di tradizione culinaria della Romagna
più vera.
Saluti di
Fabio Tombari, Presidente della
Fondazione Cassa di Risparmio di Fano
Giovanni Danieli, Presidente
dell’Associazione Le Cento Città
STeFano marcheGiani, Assessore
alla Cultura del Comune di Fano
Introduzione di
alberTo berarDi
Relazioni di
Silvia cecchi
Sostituto Procuratore della Repubblica
errebi grafiche ripesi • falconara
maurizio Fiorilli
vice Avvocato Generale dello Stato
TriSTano Tonnini
Avvocato
Segreteria: Dott. Giorgio Rossi - Via Galilei 7, 60015 Falconara M. - Tel. 071 911888 Cell. 348 1214575, e-mail: [email protected]
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3 ottobre 2014, Ancona
Forum su La terza missione
Missioni “storiche” dell’Università sono state sempre quelle
dell’insegnamento e della ricerca, oggi se ne riconosce una
terza, quella della diffusione nel
territorio della cultura universitaria, ossia quella di mettere a
disposizione i saperi e i risultati della ricerca per favorire la
crescita del territorio. Questo in
piena collaborazione con le istituzioni co-interessate al progetto e che contribuiscono ad esso
Giovanni Danieli
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con le loro competenze,
esperienze, strutture.
A questo tema di grande rilevanza per lo sviluppo regionale, è stato
dedicato il secondo Forum dell’anno, La terza
missione, realizzato, nella Sala Consigliare della
Facoltà di Economia,
con il patrocinio dell’Università
Politecnica
delle Marche e con l’autorevole collaborazione
del suo Rettore Sauro
Longhi e del pro-Rettore
Gian Luca Gregori.
Dopo la presentazione di Sauro Longhi, si
è avuta la relazione di
Giuseppe Novelli, Rettore dell’Università di Roma2 e
coordinatore, nel nostro Paese,
di questo progetto. Ha fatto seguito una Tavola rotonda, con la
partecipazione di Paolo Galassi
(A.O.U. Ospedali Riuniti Ancona), Rodolfo Giampieri (CCIAA
Ancona), Gian Luca Gregori
(Pro Rettore Univpm), Donato
Iacobucci (Delegato trasferimento tecnologico Univpm), Andrea
Rossi (Confartigianato, Ancona),
Gaetano Ascenzi (Confindustria,
Fermo).
La tavola rotonda, coordinata
dal giornalista Edoardo Danieli,
si è conclusa con un dibattito nel
quale è brillantemente interventua la nostra Socia Simona Caricasulo.
24 ottobre 2014, Fano
Forum su Lisippo, dall’ Adriatico
alla Corte costituzionale
Fano ha riservato ai Soci, in
occasione del Forum dedicato
a Lisippo, una grande accoglienza, sala gremita e pubblico
coinvolto e commosso dal ricordo iniziale che il Presidente
ha fatto di Tullio Tonnini. Ide-
Le Cento Città
Associazione per le Marche
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atore del programma e moderatore impareggiabile è stato Alberto Berardi. Relatori, tutti nei
loro rispettivi ruoli, Maurizio
Fiorilli, Avvocato dello Stato,
Silvia Cecchi, Sostituto procuratore della Repubblica presso
il Tribunale di Pesaro, Avvocato
Tristano Tonnini, continuatore
dell’azione paterna. Organizzazione perfetta, programma
rispettato, notevole rilievo televisivo e sulla stampa locale.
Il Forum si è realizzato in piena collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di
Fano, che ha ospitato l’evento,
e con il suo Presidente Fabio
Tombari.
In precedenza vi era stata la
visita, preparata e guidata da
Marco Belogi, dell’Episcopio,
della Cappella Nolfi, e del Teatro della Fortuna, presentati
rispettivamente dal Dott. Ugolini, Responsabile dei beni culturali della Diocesi, dallo stesso
Belogi e da Grazia Calegari e da
Fabio Brisighelli.
Al termine del Forum, cena
nel palazzo storico che oggi
ospita il Circolo Cittadino.
22 novembre 2014, Tolentino
La Grande Guerra e le Marche
Evento preparato da due Padri fondatori dell’Associazione,
Evio Hermas Ercoli ed Alberto
Pellegrino. Si è iniziato con la visita della Città ed in particolare
della Basilica di San Nicola, del
suo chiostro e soprattutto del
Cappellone, ricco di preziosi affreschi raffiguranti le storie del
Vangelo e di San Nicola, attribuiti a Pietro da Rimini. Sempre nel
contesto abbaziale sono stati visitati la Mostra dei dipinti di Marchisiano di Giorgio (secolo XVI),
la Mostra degli ex-voto, il monumentale Presepio meccanizzato.
Terminata la visita, a Palazzo
Sangallo si è svolto il Forum La
Grande Guerra e le Marche, organizzato in collaborazione con
Biumor, Biennale dell’Umorismo, presentato e moderato da
Evio Hermas Ercoli, su programma di Alberto Pellegrino. Le relazioni sono state tenute da Luca
Guazzati, Ezio Calcaterra e dai
nostri Soci, Alfredo Luzi, Giorgio Rossi, Alberto Pellegrino.
La giornata si è conclusa con la
Cena sociale presso il Ristorante
annesso all’Abbazia di Fiastra.
Visitate il sito dell’Associazione
www.lecentocitta.it
scoprirete le Marche che non conoscete e che non vi aspettavate di conoscere
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Visita della città di Ancona, progettata e guidata da Mario Canti. Inizio della visita dal balcone di S. Ciriaco, Mario Canti
illustra l’itinerario (1). Nell’interno di S. Ciriaco (2). Nell’anfiteatro romano (3). La chiesa del Gesù (4). Il museo archeologico (5). Il tempio romano sotto il pavimento della chiesa di S. Maria della Piazza illustrato da Maria Luisa Polichetti (6).
Mario Canti presenta gli edifici di piazza del Plebiscito (7). Di fronte alle Muse Fabio Brisighelli invoca maggiori risorse
per il teatro (8).
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Viaggio alla scoperta di Bologna. Archiginnasio. Presentazione del Prof. Roberto Corinaldesi, presidente della Società Medica Chirurgica di Bologna (1) e relazione del Prof. Stefano Arieti sulle origini dell’antico Ateneo (2). Nel cortile dell’Archiginnasio con la guida Dott.ssa Mirella Curzolo (3). La Sala Anatomica (5) e il particolare delle statue degli Spellati (5).
Stemmi gentilizi degli Studenti universitari nella Sala dello Stabat Mater (6). Il saluto del Prof. Fabio Alberto Roversi
Monaco nell’interno del Museo della storia di Bologna (7-8).
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Sala del Consiglio, Facoltà di Economia, Università Politecnica delle Marche, Forum su La terza missione. Interviste
televisive al Prof. Sauro Longhi (1) e al Prof. Giuseppe Novelli (2). Il tavolo della Presidenza con i Professori Danieli e
Staffolani, al centro i due Rettori Giuseppe Novelli e Sauro Longhi (3). La relazione di Giuseppe Novelli Rettore dell’Università Roma2 (4). Il Pro Rettore Gian Luca Gregori durante la sua relazione ed il coordinatore della tavola rotonda,
il giornalista Edoardo Danieli (5). I relatori della tavola rotonda Dott. Paolo Galassi, Dott. Andrea Rossi, Dott. Rodolfo
Giampieri, Prof. Donato Iacobucci e Dott. Gaetano Ascesi (6). Il Dott. Paolo Galassi durante la sua relazione (7). Il saluto
di chiusura del Presidente (8).
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Il gruppo dei Soci nella visita al Cappellone di San Nicola a Tolentino (1). Giovanni Danieli con Evio Hermas Ercoli, Presidente di Biumor (2). I realatori, il giornalista Luca Guazzati (3), Giorgio Rossi (4), Alberto Pellegrino (5), Alfredo Luzi
(6). Il pubblico che gremisce la sala (7) ed il saluto finale del Sindaco Giuseppe Pezzanesi (8).
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Album di Claudio Paci
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Fano, Fondazione Cassa di Risparmio, Forum su Lisippo dall’Adriatico alla Corte Costituzionale. Il tavolo della presidenza (1). Il Prof. Alberto Berardi Presidente del Forum (2). I Presidenti della Fondazione, Prof. Fabio Tombari (3) e Prof.
Giovanni Danieli (4). Il vice Sindaco Marchigiani (5). La Sala del Convegno (6). I relatori Avv. Maurizio Fiorilli (7), Dott.
Silvia Cecchi (8), Avv. Tristano Tonnini (9).
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Album di Anna Maria Brunetti
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Visita della città di Fano Nell’Episcopio fanese la Sala degli Arazzi (1) e l’Abbraccio di San Francesco e San Domenico
di Andrea Lilli (2). Nel Duomo di Fano L’Assunta, Pala d’altare di Sebastiano Ceccarini (3) e Conversione di S. Paolo,
Pala d’altare attribuita al Vasari nel Duomo di Fano (4). Nella Cappella Nolfi, Il Paradiso e l’Assunta, di Andrea Lilli (5)
ed il busto di Guido Nolfi di Andrea Caporale (6). Teatro della Fortuna, particolare (7) e sipario di Francesco Podesti (8).
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Vita dell’Associazione
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Ricordo di Tullio Tonnini
di Giovanni Danieli
Venerdì 24 ottobre si è svolto a
Fano con la collaborazione della Fondazione Cassa di Risparmio il Forum
su Lisippo dall’Adriatico alla Corte
Costituzionale.
Tullio Tonnini, nostro Presidente per tutto l’anno 2007 sino alla
sua improvvisa scomparsa era stato il
presentatore dell’esposto alla Procura
della Repubblica presso il Tribunale
di Pesaro tendente ad ottenere la
restituzione dell’opera sottratta.
Ho voluto quindi dedicare il mio
saluto d’apertura al ricordo del grande
Amico con le parole che seguono.
Nell’anno della sua presidenza,
con cadenza quasi mensile, Tullio
riuniva il Consiglio quasi sempre
all’ora di pranzo o di cena. Mi
piace ricordare quei momenti, il
menu preparato sotto la guida di
Rita, affettuosamente premurosa
verso i suoi ospiti, era semplice e
raffinato nello stesso tempo. Tullio amava ed esaltava tutto ciò
che veniva servito, il Bianchello
che si beveva da lui, ottenuto
da una fattoria sconosciuta a noi
poveri mortali, era il migliore
possibile, così come l’olio d’oliva, raro e profumato, che faceva
venire da chissà dove, e le pizze
che venivano preparate, da un
cuoco che lui aveva scoperto, nel
forno a legna del suo bellissimo
giardino. Non vi erano in lui né
vanità né esibizionismo, ma solo
gioia di condividere con i suoi
affetti, con gli amici e nella sua
casa, i piaceri della conversazione e della buona tavola.
In quegli anni Tullio aveva
scoperto la felicità di possedere
una grande fede, era un cristiano
più che un cattolico, ma di un
cristianesimo efficace, costruttivo, finalizzato ad edificare una
chiesa libera dagli stereotipi del
passato. Ad un certo punto della
sua vita aveva incontrato Dom
Salvatore Frigerio che, folgorato
sulla via di Damasco, era passato
in età ormai adulta al monachesimo camaldolese. Fu questo un
incontro che doveva segnare la
vita di Tullio.
Dom
Salvatore
predicava
un cristianesimo nuovo
che lo affascinò. Insieme compirono molte
imprese, tra
queste l’attivazione del
Collegium
Scriptorium
Fontis Avellanae
del
quale Dom
Salvatore
era
l’anima e Tullio
l’attivissimo
Segretario,
collegio che
si riuniva
periodicamente e che
doveva diventare un centro di
studi per il rinnovamento del
pensiero cristiano. Realizzarono
poi, insieme ad altre persone
di buona volontà, il recupero
dell’Eremo di Montegiove che
era destinato all’alienazione e fu
Tullio a coordinare il Gruppo
che conseguì questo successo.
Ho parlato di Tullio come
uomo e come cristiano militante,
perché sono di lui le caratteristiche che più mi hanno colpito, ma
non posso certamente dimenticare la sua brillante attività professionale. Tullio era un avvocato
di grido, titolare di uno studio
legale di successo, studio che
continua ora la sua attività grazie
all’opera del figlio Tristano e di
altri valorosi suoi ex-collaboratori; né dimentico che era un Accademico della cucina, un grande esperto di gastronomia, che
sapeva indicare i luoghi migliori
dove, in tutta Italia, si poteva,
onorare un pranzo o una cena;
ne abbiamo frequentato insieme
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a lui più di uno; a tavola, e non
solo a tavola, era un conversatore
straordinario, un narratore che
condiva i suoi racconti con un
fine umorismo; da lui si riceveva
sempre qualcosa ad ascoltarlo.
Aveva portato queste sue
caratteristiche nell’interno della
nostra Associazione ed aveva
sempre cercato di inserire nel
nostro operare quotidiano, i
valori, i principi etici universali
che devono permeare ogni azione umana; per questo aveva dato
avvio ad una serie di conferenze
intitolate Conversazioni sull’etica, che Laura Cavasassi continuò
dopo che lui ci aveva lasciato;
per questo era stato nostra guida
illuminata nelle visite, ispirate al
monachesimo e alla chiesa delle
origini, a Monte Giove come a
Valle d’Acqua, a Fonte Avellana
come a Camaldoli.
Ricordare Tullio è riavvertire tutto il rimpianto per la sua
scomparsa.
Luciano Laurana (attr.) “Città ideale” Urbino, Galleria Nazionale delle Marche
Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Nuova energia al territorio.
La nostra energia unita alla vostra fiducia,
ci fa camminare spediti per aiutare il territorio,
le sue eccellenze, la bellezza immortale dei luoghi,
la qualità delle persone e del loro ingegno.
bancamarche.it
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