Nuova serie - Anno XXXVIII - N. 9 - 6 marzo 2014 Fondato il 15 dicembre 1969 Settimanale Documento dell’Ufficio politico del PMLI SPAZZIAMO VIA IL GOVERNO DEL BERLUSCONI DEMOCRISTIANO RENZI Solo il socialismo può cambiare l’Italia e dare il potere al proletariato PAG. 2 Alle elezioni regionali. Un elettore su due diserta le urne Vola l’astensionismo in Sardegna Il “centro-sinistra” batte il “centro-destra” ma il PD perde il 2,5% dei voti. Sel e PRC portatori d’acqua del PD. Frana Forza Italia SENZA SOCIALISMO NON C’È AVVENIRE PER LA SARDEGNA Grave norma anticostituzionale deliberata di soppiatto dal governo Letta-Alfano PAG. 6 Bugie fasciste che mistificano la realtà Soppressi i tabelloni elettorali per La verità rovesciata i partiti che non presentano liste sulle foibe Il PMLI Ricorrerà alla magistratura affinché sia riconosciuta l’incostituzionalità dell’atto normativo PAG. 7 Grasso e Boldrini capifila del coro anticomunista PAG. 9 Ucraina Vittoria della rivolta popolare contro il regime filorusso oppressore e affamatore Yanukovich, deposto dal parlamento e scaricato dal suo partito, fugge da Kiev Accordo per un governo Come il suo predecessore Cuffaro di “unità nazionale” Lombardo, ex governatore della Sicilia, condannato per mafia Il fondatore del Movimento per l’Autonomia è stato condannato a sei anni e otto mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa PAG. 11 Denunciati dal documento due Brogli dei seguaci della Camusso al Congresso CGIL in Campania Anche in Toscana la Rete 28 Aprile chiede di poter controllare i verbali di molte assemblee PAG. 6 Il sindaco M5S di Pomezia fa sgomberare con la forza una scuola occupata Violenze della polizia sulle lavoratrici PAG. 7 PAG. 16 W la nuova Sede centrale del PMLI e de “Il Bolscevico” di Patrizia Pierattini PAG. 11 Mobilitazioni in 40 città Il popolo No Tav solidarizza in piazza cogli arrestati e respinge l’accusa di terrorismo Combattivo presidio davanti al cantiere in Valsusa. Partecipata manifestazione a Torino. Presenti i marxisti-leninisti a Napoli PAG. 8 Manifestano a Roma artigiani, commercianti e piccoli imprenditori PAG. 8 2 il bolscevico / governo renzi N. 9 - 6 marzo 2014 Documento dell’Ufficio politico del PMLI SPAZZIAMO VIA IL GOVERNO DEL BERLUSCONI DEMOCRISTIANO RENZI Solo il socialismo può cambiare l’Italia e dare il potere al proletariato Dall’autentico Berlusconi alla sua copia democristiana col volto di Renzi, il risultato è sempre lo stesso: la conservazione del potere della borghesia e del sistema capitalistico. La classe dominante borghese cambia cavallo a seconda delle circostanze, purché i nuovi governanti siano disposti a gestire al meglio i suoi affari e a salvaguardare il suo sistema economico e il suo Stato. E quando non le conviene non rispetta nemmeno la sua Costituzione, la sua democrazia, il suo parlamento e le procedure istituzionali per formare i suoi governi. Fa e disfà come le pare, in base alle sue necessità contingenti. Il suo attuale rappresentante al Colle, Giorgio Napolitano, la asseconda in tutto e per tutto dilagando nel presidenzialismo. Prima ha coperto a sinistra il neoduce Berlusconi, poi se ne è sbarazzato imponendo propri governi come quelli di Monti e di Letta. Ora favorendo Matteo Renzi, persino rispettando i suoi tempi da “superuomo”. La “sovranità del popolo” e la consultazione elettorale, previste dalla Costituzione, sono state completamente ignorate. Cosicché oggi siede a Palazzo Chigi il destriero bianco Renzi, senza investitura elettorale, per volontà dell’intera classe dominante borghese, anche della sua ala destra, a parte le frange marginali di destra e di “sinistra”, perché egli “non è di scuola comunista”, come ha detto Berlusconi. Ed è appoggiato dal capofila dell’imperialismo americano, Obama, dalla leader dell’Unione europea imperialista, Merkel, dal Vaticano, dalla Conferenza episcopale italiana, dalla Confindustria e dalla potente lobby Trilateral. Renzi non è quindi un “ragazzo” come tanti, come egli ama definirsi e ha ripetuto più volte nel suo discorso di investitura al Senato, ma un uomo adulto cosciente e responsabile, un politicante borghese formato nel laboratorio esclusivo della borghesia. Di suo ha una “smisurata ambizione”, un’arroganza e un egocentrismo che superano quelli di Berlusconi. Dal quale però ha imparato a essere un “solo uomo al comando”, l’unico capace di dare una “svolta” all’Italia e di “recuperare la fiducia del popolo” verso le istituzioni. I due megalomani hanno solo una differente camicia, l’uno quella nera mussoliniana, l’altro quella bianca democristiana. Ma l’obiettivo è lo stesso: completare la seconda repubblica neofascista e presidenzialista secondo il progetto della P2. Renzi ha avuto la faccia tosta di affermare: “il mio governo è il più a sinistra degli ultimi 30 anni”. Ma come è possibile ciò quando accanto a lui siedono nel Consiglio dei ministri Angelino Alfano, leader del Nuovo centrodestra e fino a ieri braccio destro di Berlusconi, Federica Guidi, di matrice berlusconiana ed espressione della destra della Confindustria, Giuliano Poletti, già presidente nazionale della Legacoop e dell’Alleanza delle Cooperative, e Pier Carlo Padoan, già direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale e vicesegretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (il club dei paesi più ricchi)? Renzi si vanta anche del fatto che metà dei ministri sono donne. Indubbiamente nel Consiglio dei ministri è stata realizzata la parità di genere. Ma dal punto di vista di classe non cambia assolutamente nulla, in quanto le ministre sono anch’esse al servizio della borghesia e del capitalismo. E il programma di governo è di sinistra? Nemmeno per sogno. Basta guardare al primo e concreto provvedimento preso che è quello di sbloccare il debito della pubblica amministrazione verso le imprese. Non una parola sul Mezzogiorno e sulla patrimoniale. Sul drammatico problema del lavoro ai giovani solo un accenno, se ne parlerà a marzo. Ma già si dice che i nuovi assunti non avranno le garanzie dell’articolo 18. I tagli alla spesa pubblica si abbatteranno rovinosamente sulle masse popolari, che avranno meno servizi pubblici. A parte le chiacchiere, non c’è una inversione di tendenza della politica economica e sociale, sia pure nell’ambito del capitalismo. Peraltro impossibile se non si abroga il fiscal compact. Mentre si procederà a ritmo sostenuto nella realizzazione delle “riforme” costituzionali concordate con Berlusconi, che stravolgeranno da destra la vigente Costituzione, e della nuova legge elettorale, peggiore del Porcellum e della legge fascista mussoliniana Acerbo. L’elettoralismo democratico borghese sarà così definitivamente liquidato. Di soppiatto, nelle pieghe della legge di stabilità, sono stati persino soppressi i tabelloni elettorali per i partiti che non presentano liste. Un provvedimento anticostituzionale che vuole tappare la bocca all’astensionismo. Il PMLI lo impugnerà davanti alla magistratura. Tirando le somme, si tratta di un programma di destra, che non dispiace nemmeno a Berlusconi e a Forza Italia, che hanno già annunciato che faranno una “opposizione responsabile” e non mancheranno di votare i provvedimenti che condividono. Il governo del Berlusconi democristiano non merita quindi alcuna fiducia. Va spazzato via senza indugio e con la massima determinazione, conducendo contro di esso una dura opposizione di classe e di massa nelle fabbriche, in tutti i luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, nelle piazze, nelle organizzazioni di massa, specie sindacali e studentesche. Il PMLI farà la sua parte, ed è pronto a unirsi con tutte le forze politiche, sociali, sindacali, culturali e religiose che si professano di sinistra, che hanno capito l’inganno di Renzi e sono disposte a rovesciare il suo governo. Non importa se poi queste forze, o parte di esse, non ci seguiranno nella nostra lotta contro il capitalismo e per il socialismo. Il PMLI andrà avanti lo stesso, sicuro che con lo sviluppo della lotta di classe acquisterà nuovi alleati rivoluzionari, soprattutto a livello sociale, a cominciare dal proletariato. Come ha indicato il Segretario generale del Partito, compagno Giovanni Scuderi, inaugurando la nuova Sede centrale del PMLI e de “Il Bolscevico”: “Abolire lo sfrut- tamento dell’uomo sull’uomo, le classi, le disuguaglianze sociali e di sesso, le disparità territoriali, dare il potere al proletariato: questo è il nostro obiettivo strategico, questa la nostra missione storica, questa la grande bandiera rossa innalzata nel 1967 dai primi pionieri del PMLI, questo l’impegno solenne che ci siamo presi di fronte al proletariato e alle masse popolari quando il 9 Aprile 1977 abbiamo fondato il PMLI”. A questo impegno i marxistileninisti italiani non verranno mai meno, e lo dimostrano ogni giorno nei propri ambienti di lavoro, di studio e di vita, nelle organizzazioni di massa, in primo luogo nella CGIL, lottando strenuamente e in prima fila contro il capitalismo e i suoi governi, centrale, regionali e locali, e nel difendere gli interessi immediati e quotidiani delle masse occupate, pensionate, disoccupate, precarie, studentesche e femminili. Ci battiamo anzitutto per la piena occupazione, per l’aumento dell’indennità di disoccupazione, per l’abolizione del precariato, per l’aumento dei salari e delle pensioni sociali, minime e più basse, per la pensione, la sanità e l’istruzione pubbliche. Ma senza togliere lo sguardo verso il socialismo. Invitiamo gli sfruttati e gli oppressi, soprattutto le operaie e gli operai, le ragazze e i ragazzi più coscienti, informati, avanzati e combattivi a dare le ali al loro futuro combattendo assieme ai marxisti-leninisti contro il capitalismo, per il socialismo. Perché la storia e i fatti dimostrano che solo il socialismo può cambiare l’Italia e dare il potere al proletariato. Un nuovo mondo ci attende, lottiamo per conquistarlo! Coi Maestri e il PMLI vinceremo! L’Ufficio politico del PMLI Firenze, 25 febbraio 2014 La composizione del governo Renzi Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi (PD) Politiche agricole alimentari e forestali Maurizio Martina (PD) Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio (PD) Ambiente, tutela del territorio e del mare Gianluca Galletti (UDC) Ministri con portafoglio Affari Esteri Federica Mogherini (PD) Interno Angelino Alfano (Nuovo centrodestra) Giustizia Andrea Orlando (PD) Difesa Roberta Pinotti (PD) Lavoro e Politiche sociali Giuliano Poletti (“Tecnico”, Legacoop, Alleanza delle Cooperative) Istruzione, Università e ricerca Stefania Giannini (Scelta Civica) Beni e attività culturali e turismo Dario Franceschini (PD) Salute Beatrice Lorenzin (Nuovo centrodestra) Ministri senza portafoglio Economia e Finanze Pier Carlo Padoan (“Tecnico”, capo economista dell’OCSE) Riforme costituzionali e rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi (PD) Sviluppo Economico Federica Guidi (“Tecnico”, Confindustria, filoberlusconiana) Semplificazione e Pubblica Amministrazione Maria Anna Madia (PD) Infrastrutture e trasporti Maurizio Lupi (Nuovo centrodestra) Affari Regionali Maria Carmela Lanzetta (PD) governo renzi / il bolscevico 3 N. 9 - 6 marzo 2014 La “smisurata ambizione”, l’arroganza e l’egocentrismo del Berlusconi democristiano Renzi Nato a Firenze l’11 gennaio 1975, figlio di un ex consigliere comunale democristiano di Rignano sull’Arno poi diventato imprenditore, il Berlusconi democristiano Matteo Renzi inizia a sperimentare la sua vocazione leaderistica, a detta di chi lo conosce evidente fin da bambino, nell’organizzazione giovanile cattolica degli Scout, e successivamente al liceo classico “Dante” di Firenze, dove viene eletto rappresentante di istituto. A 19 anni mette già in mostra la sua istintiva dimestichezza con quella televisione che tanta parte avrà poi nella costruzione della sua immagine personale e politica, partecipando con successo come concorrente al programma di Canale 5 “La ruota della fortuna”. Nel 1996 esordisce nell’arena politica con i Comitati per Prodi della Toscana e inscrivendosi al Partito popolare (la ex DC), diventandone nel 1999 il segretario provinciale a Firenze. In quello stesso anno si laurea in Giurisprudenza con una laurea sul sindaco DC La Pira, e due anni dopo lo ritroviamo coordinatore della Margherita a Firenze, e quindi di nuovo segretario provinciale nel 2003. Con le elezioni del 2004 inizia la sua “irresistibile” ascesa politica diventando presidente della Provincia di Firenze, carica che lascerà nel 2009 ma solo per entrare da outsider trionfatore a Palazzo Vecchio. In questo periodo inizia a costruire la sua narrazione propagandistica preferita, quella della lotta agli sprechi e alla “casta” dei vecchi politici, e si vanta di aver ridotto le tasse provinciali e gli sprechi di gestione, ma nel 2012 la Corte dei conti ha aperto un’indagine per spese di rappresentanza sospette della sua giunta per un ammontare di 600 mila euro. Inoltre, secondo un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano di quello stesso anno che riportava di un’indagine del ministero del Tesoro, Renzi avrebbe provocato un danno erariale di 6 milioni alla Provincia attraverso un affidamento di servizi a prezzi gonfiati alla società in house “Florence Multimedia”. Alla conquista di Palazzo Vecchio Nel 2008 rifiuta i consigli di ricandidarsi alla Provincia (istituzione di cui intuisce l’ormai prossima fine e troppo stretta per lui) e si candida invece alle primarie del “centro-sinistra” per la corsa a sindaco di Firenze. Il suo slogan è: “O cambio Firenze o cambio mestiere e torno a lavorare”. Primarie che vince contro ogni previsione battendo nettamente il suo capocorrente, deputato e responsabile esteri nazionale del PD Lapo Pistelli, e stracciando addirittura il candidato dalemiano Michele Ventura. Segno evidente che su di lui hanno cominciato a puntare i settori affaristico-politici e i salotti più importanti della città: come Paolo Fresco, ex presidente della Fiat, suo grande sostenitore e sovvenzionatore di tutte le campagne elettorali, e dal quale è stato ripagato con la concessione del Fiorino d’oro. Come Giovanni Gentile, l’allora presidente di Confindustria fiorentina nipote del filosofo fascista giustiziato dai partigiani, e poi gli industriali Fratini, Bona Frescobaldi e Wanda Ferragamo. In un’intervista al Corriere della Sera, a proposito della tendenza naturale di Renzi al killerag- (che riprenderà poi nel suo “Jobs Act”), con le smanie privatizzatrici e di tagliare la spesa pubblica e la “partitocrazia”, che non per nulla gli valgono l’appellativo di “nuovo Tony Blair”. Un fitto intreccio di appoggi e relazioni gio politico manifestatasi già in quell’occasione, Pistelli ha detto: “Matteo è talmente rapido da farti venire il mal di testa. Ed è sistematico il modo in cui colpisce. Sempre allo stesso modo. Come un serial killer. Prenderlo è difficile. E anche le rare volte che perde, c’è sempre una botta di culo a rimetterlo in pista. Ha la provvidenza dalla sua”. Alle comunali del 2009 Renzi vince al ballottaggio il candidato del “centro-destra” Giovanni Galli e si insedia a Palazzo Vecchio, facendone un fortino elettorale che ancora una volta lascerà solo per entrare in un altro ben più in alto: Palazzo Chigi, che visto retrospettivamente sembra quasi essere stato la meta sempre sognata e a cui tendeva fin da giovane democristiano la sua “smisurata ambizione” (copyright dello stesso Renzi). Anche lo slogan è sempre lo stesso delle primarie del 2008 da cui è partita la sua personale marcia su Roma, slogan nel quale ha solo sostituito la parola “Firenze” con “Italia”. Dimostrando infatti di aver già allora ben in mente la meta finale, appena un anno dopo la conquista della poltrona di neopodestà, Renzi lancia la sfida alla vecchia nomenclatura ex revisionista ed ex democristiana del PD “che ha perso contatto con la realtà”, proclamando di volerla “rottamare senza incentivi”. Il suo messaggio è sostanzialmente semplice quanto assai furbesco e di facile presa propagandistica: fare largo ad una nuova generazione più in sintonia con i tempi moderni in cui le ideologie sono morte, la lotta di classe è un ferrovecchio e i confini tra destra e sinistra sono ormai spariti, lasciando il campo ad un’unica discriminante politica: quella tra i vecchi e i giovani. E per di- mostrare che le vecchie categorie politiche amico-nemico sono finite, nel dicembre 2010 va ad Arcore a pranzo da Berlusconi, dando in modo studiato il via con ciò a un’onda lunga che meno di quattro anni dopo approderà al famigerato patto sull’“Italicum” e sulle “riforme” istituzionali e costituzionali che completano il piano della P2 scritto a due mani da Renzi e Verdini. Gli “strani” rapporti con Verdini Del resto già da tempo il neoduce aveva messo gli occhi su di lui con simpatia, considerandolo quasi come un suo figlioccio politico momentaneamente prestato all’altro schieramento. Verdini aveva cominciato a seguirne le mosse e ad intrecciare con lui un fitto rapporto personale fin dalla sfida elettorale del 2009, intuendo i futuri successi del personaggio. Lo stesso Giovanni Galli ha raccontato di recente a Il Fatto Quotidiano di essersi sentito scaricato da Verdini, che puntava ormai su Renzi, già all’indomani del ballottaggio con Renzi alle comunali del 2009: “Gli dicevo ‘abbiamo fatto un ottimo risultato, ora lavoriamo per vincere nel 2014’; risposte? Zero. E allora ho cominciato a farmi qualche domanda”, dice Galli, che pensando ai rapporti RenziVerdini e ripassando mentalmente quegli anni si domanda: “Pensiamo ai lavori pubblici e a chi erano stati assegnati, quali imprenditori interessavano? L’area Castello era Ligresti (Fondiaria-Sai, stretto amico di Berlusconi, ndr), la caserma dei marescialli era Fusi (socio della “cricca” degli appalti, ndr). Qualcuno venne anche arrestato. Poi Tramvia, Etruria, Tav... il dubbio è più che legittimo; solo il dubbio, per carità”. Poche settimane prima del pellegrinaggio ad Arcore, Renzi aveva tenuto con grande pubblicità la prima assemblea nazionale della sua corrente alla Leopolda di Firenze, esperienza che poi ripeterà nell’ottobre 2011 sempre alla Leopolda, con la tre giorni denominata Big Bang sotto la sapiente regia del “mago” delle reti Fininvest Giorgio Gori, e con la partecipazione di scrittori di grido come Baricco e Nesi, imprenditori come Guido Ghisolfi (dell’omonima azienda chimica), Martina Mondadori (editrice), Maria Paola Merloni (Indesit), Alberto Castelvecchi (Panorama), economisti come Zingales, il giuslavorista Piero Ichino, e politici come Sergio Chiamparino, Arturo Parisi, Ermete Realacci, Graziano Delrio ecc. Davanti alla Leopolda Renzi è contestato duramente da chi non si fa abbindolare dalle sue sparate mediatiche e dalla sua fraseologia inconsistente, come i lavoratori dell’Ataf, quelli del Maggio Musicale e i dipendenti comunali, gli oppositori del tunnel della Tav sotto la città e i comitati contro gli inceneritori, che hanno già assaggiato le sue smanie antisindacali e autoritarie che fanno a pugni con l’immagine idilliaca della Firenze da lui amministrata che i media di regime e i sondaggi di opinione gli accreditano. Ormai la sua concezione personalistica, interclassista, carrieristica e liberistica della politica, dell’economia e della gestione del potere è venuta compiutamente a galla, come con l’appoggio sperticato a Marchionne nella vertenza di Pomigliano, con la simpatia verso politiche di liberalizzazione del “mercato del lavoro” di Ichino, Boeri e Zingales Mano a mano che il suo ambizioso disegno politico si precisa e progredisce di tappa in tappa, emergono sempre più anche le forze palesi e occulte, nazionali e internazionali, che lo foraggiano e lo sostengono, in quantità tale che occorrerebbe almeno una pagina per elencarle tutte. Tra gli imprenditori l’industriale Diego Della Valle, patron della Fiorentina e azionista del Corriere della Sera (grande sponsor della scalata di Renzi a Palazzo Chigi), il magnate Carlo De Benedetti editore de L’Espresso e la Repubblica, il re del made in Italy alimentare, Oscar Farinetti, e Luca Cordero di Montezemolo, al quale Renzi mise a disposizione il Ponte Vecchio a prezzo ridicolo per una kermesse pubblicitaria della Ferrari. Fitto anche l’intreccio di amici e stretti collaboratori fiorentini che ne curano i rapporti con gli ambienti che contano, come l’ex manager della Bce Lorenzo Bini Smaghi, oggi presidente di Snam e membro del Cda di Morgan Stanley, come l’ex presidente di Ataf e attuale assessore alla mobilità Filippo Bonaccorsi, come il dirigente dello sviluppo urbano Giacomo Parenti, e il vicesindaco, ora suo facente funzioni e candidato a succedergli a Palazzo Vecchio, Dario Nardella. Ma soprattutto c’è l’ex capo della segreteria di Renzi e consigliere della già menzionata “Florence Multimedia” Marco Carrai, la sua ombra che lo segue dappertutto, una inquietante figura di cattolico “tradizionalista” con mille relazioni più o meno occulte che vanno dall’Opus Dei alla Compagnia delle opere (Comunione e liberazione), il vero e proprio anello di collegamento tra il “cerchio magico” renziano con la massoneria e gli ambienti internazionali. Secondo il quotidiano confindustriale Il Sole 24 Ore Carrai cumula una quantità impressionante di cariche di primo piano: è consigliere dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (importante azionista di banca Intesa nel cui consiglio siede Jacopo Mazzei, figlio di Lapo, ndr), amministratore delegato di Firenze Parcheggi, presidente di Aeroporto di Firenze Spa, membro del Cda della Banca di credito cooperativo di Impruneta e della Banca di credito cooperativo del Chianti fiorentino. Nonché socio, presidente o direttore di numerose società private in Italia, in alcune delle quali siede accanto all’ex presidente di Enel Chicco Testa e a Marco Bernabé, figlio di Franco, che è stato in predicato per il posto di ministro dell’Economia andato poi a Padoan. Particolarmente interessante la partecipazione di Carrai nel consiglio di sorveglianza della lussemburghese Wadi Ventures Sca, omonima del fondo israeliano Wadi Ventures di cui è socio fondatore un veterano dell’unità spionistica 8200 dell’esercito israeliano, una sorta di Nsa americana. Interessante anche l’amicizia di Carrai con Matt Browne, stretto collaboratore di Tony Blair e con- sigliere di Obama, e quella col famigerato neocon Michael Ledeen, ex collaboratore di Reagan e di Bush figlio, noto per l’operazione segreta Iran-Contras e per essere stato al servizio del generale piduista Santovito, nonché amico di Craxi e di Cossiga. Notevole il fatto che quando agli inizi del 2011 Ledeen esortò dal suo blog ad intervenire per bombardare la Libia, prontamente Carrai scrisse una lettera a La Repubblica invitando i lettori a sottoscrivere un “fondo di solidarietà” in favore dei rivoltosi libici. Ed è stato sempre stato Carrai a far conoscere Renzi al nuovo ambasciatore americano John Phillips, che il 15 novembre 2013 fu ricevuto con tutti gli onori a Palazzo Vecchio, poco prima che il neopodestà fiorentino scatenasse la manovra che ha portato alla cacciata di Letta e alla sua sostituzione a Palazzo Chigi. Anche Tony Blair lo incoraggia entusiasticamente ed ha chiesto il sostegno europeo al suo governo: “Le sfide sono assolutamente formidabili, ma Matteo ha il dinamismo, la creatività e la forza per farcela, con la combinazione di realismo e idealismo necessari per i tempi che viviamo”, ha dichiarato l’ex premier britannico. L’assalto finale a Palazzo Chigi Nel giugno 2012 Renzi organizza la seconda edizione del Big Bang al Palacongressi di Firenze che lo lancia alle primarie di settembre del “centrosinistra”, in previsione delle elezioni politiche che sono ormai alle porte: è la sua grande occasione per dare la scalata alla leadership del PD, ma i tempi non sono ancora maturi e viene sconfitto dagli ex revisionisti e dagli ex popolari trincerati dietro Bersani. La strada però è già tracciata, e l’occasione, questa volta favorevole, non tarderà a ripresentarsi pochi mesi dopo, quando la mezza sconfitta elettorale del PD alle politiche del febbraio 2013, il fallimento con dimissioni di Bersani e la nascita del governo Letta delle “larghe intese” con Berlusconi, lo riportano improvvisamente alla ribalta come unico possibile leader “nuovo”, capace di guidare e far tornare a vincere un partito sempre più abbandonato dagli elettori e allo sbando. Da qui in poi la strada per lui sarà tutta in discesa, fino alle primarie dell’8 dicembre 2013, vinte a mani basse sul principale sfidante Cuperlo, con le quali ha espugnato la segreteria, e che hanno visto la resa senza condizioni della vecchia dirigenza dalemiana e bersaniana, con i “giovani turchi” di Orfini e Orlando in testa. E infine, con un irresistibile crescendo, il patto con Berlusconi, portato praticamente in trionfo al Nazareno, sulla legge elettorale e le “riforme”, fino al siluramento di Letta con il colpo di palazzo del 13 febbraio 2014 e la fulminea nomina a presidente del Consiglio da parte di Napolitano. “Partenza grandiosa... governo perfetto... Renzi, come Berlusconi, è un colpo di scena vivente”, lo salutava entusiasta Ferrara dalle pagine de Il Foglio: “Se sta attento a non litigare con il Cav, se non per finta, il Cav coautore di questo capolavoro che ha la metà dei suoi anni, ce la farà”. 4 il bolscevico / governo renzi N. 9 - 6 marzo 2014 Pier Carlo Padoan, l’economista apprezzato da FMI, UE, BCE e Banca mondiale Economista, romano, 64 anni, Pier Carlo Padoan è stato docente di economia all’Università La Sapienza e in diverse altre prestigiose università all’estero, nonché direttore per tre anni della Fondazione politica Italianieuropei di D’Alema e Amato. Nel 1998 D’Alema lo volle come suo consigliere economico affidandogli importanti incarichi internazionali per il suo governo, ruolo che continuò a svolgere fino al 2001 anche per conto del successivo governo Amato. Padoan entrò allora a far parte di quella squadra di economisti, guidati da Nicola Rossi per conto del capofila dei rinnegati, che si ispiravano ai “successi” neoliberisti di Tony Blair, lavorando in stretto contatto con il sottosegretario uscente agli Esteri del governo Letta, Marta Dassù. Dal 2001 al 2005, grazie ad Amato, ha ricoperto la carica di direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale (Fmi), lavorando in quegli anni in perfetto affiatamento tanto con il ministro Visco (“centrosinistra”), quanto con il suo successore di “centro-destra” Tremonti. Lo stesso Bersani aveva pensato a lui quando per qualche tempo aveva accarezzato l’illusione di formare un suo governo. Ma Padoan ha avuto anche importanti incarichi nella Banca mondiale e nel Collegio d’Europa a Bruges ed è stato consulente della Ue e della Bce. Dal 2007 ha assunto la carica di vicesegretario generale dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo dei paesi industrializzati con sede a Parigi, diventandone a fine 2009 anche capo economista. Nel 2011 è stato nominato dal capo dello Stato Grande ufficiale al merito della Repubblica. Il 27 dicembre scorso Letta lo nominò presidente dell’Istat, in sostituzione del ministro uscente del Lavoro Giovannini, carica che però non ha fatto in tempo ad assumere essendo stato chiamato da Renzi e Napolitano a dirigere lo strategico dicastero dell’Economia. La chiamata gli è arrivata mentre era in trasferta, in qualità di vicesegretario dell’Ocse, al G20 di Sidney in corso mentre si svolgevano le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Vertice a cui il suo predecessore Saccomanni non era voluto andare per risparmiarsi l’umiliazione di doversene tornare a casa anzitempo. Al ministero dell’Economia Renzi avrebbe preferito un politico anziché un altro tecnico, per marcare una discontinuità con i due precedenti governi, tanto che per qualche giorno era circolato anche il nome del suo braccio destro Graziano Delrio. Ma Napolitano è stato categorico: per quella carica occorreva assolutamente un nome che fosse conosciuto e affidabile per gli organismi finanziari internazio- nali, per la Ue e la Bce, e per le cancellerie europee. Un ministro capace cioè di garantire la massima continuità con la politica di rigore seguita dai due precedenti governi, e sotto questo profilo uno come Padoan offriva le massime garanzie. Da tempo, infatti, come responsabile per l’Ocse del programma Going for growth, a cui è ispirato anche il “piano per il lavoro” di Renzi, Padoan suggeriva per l’Italia una ricetta economica liberista per la ripresa basata sul taglio delle tasse alle imprese e la riduzione del costo del lavoro da finanziarsi con robusti tagli alla spesa pubblica, oltre a un massiccio piano di liberalizzazioni e privatizzazioni, a cominciare dall’energia. Tra i suoi primi atti di governo ci sarà quindi da aspettarsi quello di applicare fin da subito la Spending Review del commissario Carlo Cottarelli, la cui relazione è già sul suo tavolo, e che si propone di tagliare ben 32 miliardi in tre anni alla spesa per la pubblica amministrazione e per sanità, scuola, pensioni e tutti gli altri servizi assistenziali e sociali. In questo quadro di “risparmi” rientrano anche la mobilità e i licenziamenti per i dipendenti pubblici, in parallelo con l’abolizione dell’articolo 18 e la libertà di licenziamento nel settore privato, e non a caso il neo titolare del dicastero di via XX Settembre è molto stimato anche dall’economista berlusconiano Brunetta. Infatti il motto di Padoan è: “Tutelare di più il reddito dei lavoratori e meno il posto di lavoro in sé”. Un programma che si sposa perfettamente con la ricetta Ichino adottata da Renzi nel suo “Jobs Act”. L’economista premio Nobel keynesiano Paul Krugman, nel suo blog sul New York Times, ha scritto che l’Ocse da lui diretta fornisce “i consigli peggiori di qualunque organizzazione in- ternazionale: peggio della Commissione europea, peggio persino della Bce”. Il che è tutto dire. Krugman non risparmia giudizi sferzanti neanche sulla sua persona, accusandolo di essere “fra i più grandi sostenitori dell’austerità, che con il loro tifo hanno spinto l’Europa al disastro”. Non manca inoltre chi ha osservato che con lui il rinegato D’Alema rimetterebbe il suo zampino anche su questo governo, in barba a Renzi che si vanta di averlo “rottamato”. Certamente la lobby che sta dietro all’ex premier e alla sua fondazione Italianieuropei continuerà ad avere il suo peso e cercherà avere voce in capitolo col Berlusconi democristiano che si appresta a ridisegnare a suo favore gli equilibri di potere, specie ora che Padoan e Renzi stanno per affrontare l’importante partita delle nomine ai vertici dell’amministrazione dello Stato e delle aziende pubbliche. Roberta Pinotti dal PCI revisionista all’esaltazione dell’imperialismo italiano Il nuovo ministro della difesa, Roberta Pinotti (PD), genovese classe 1961, era già dal maggio 2013, sottosegretario di Stato alla Difesa nel governo Letta, durante il ministero di Mario Mauro. Politicante borghese d’antico pelo, cattolica praticante, caposcout, è candidata, alla fine degli anni Ottanta, nella sua circoscrizione come indipendente nella lista PCI la “Sinistra per Sampierdarena”. Eletta, diviene vicepresidente del Consiglio circoscrizionale. Nell’89 si iscrive al PCI, che sta per diventare PDS. Passerà poi dal PDS ai DS (area “correntone”), al PD. Diventa assessore alla scuola, alle politiche giovanili e sociali della Provincia di Genova, dal 1993 al 1997, e assessora alle Istituzioni scolastiche del comune di Genova dal 1997 al 1999. È segretaria provinciale dei DS dal 1999 al 2001. Alle politiche del 2001 è eletta deputata alla Camera nel collegio Genova 7. Riconfermata dopo le elezioni politiche del 2006, aderisce al gruppo parlamentare dell’Ulivo e viene nominata presidente della Commissione Difesa. Nel 2007 è nominata Responsabile nazionale Difesa nella Segreteria nazionale del Segretario PD, Walter Veltroni, e nel 2009 capo dipartimento del PD alla difesa con il segretario Dario Franceschini, alla cui corrente, uscita sconfitta dal Congresso PD del 2009, apparteneva. Intanto, rieletta in Senato nel 2008, viene nominata nel 2010 vicepresidente della Commissione Difesa del Senato. Nel 2012 si presenta alle primarie per la candidatura a sindaco di Genova, ma ne esce scon- fitta. Alle politiche del 2013 viene rieletta in Senato e il 2 maggio 2013 viene nominata Sottosegretaria al Ministero della Difesa nel Governo LettaBerlusconi, rimanendovi anche nel Letta-Alfano. Il primo pensiero, appena nominata ministro, è andato ai due fucilieri del battaglione S. Marco in attesa di giudizio in India per aver sparato su due pescatori indiani, uccidendoli. “I maro’ sono nel mio cuore”, afferma, “Dobbiamo con forza riportarli a casa”, perché sono trattenuti “ingiustamente”. Ciò tanto per mettere in chiaro che lei è dalla parte dell’arrogante e violenta politica imperialista italiana che in cerca di falsi miti “dell’orgoglio nazionale” imperialista spaccia i due assassini in attesa di giudizio quasi per eroi. Dietro la retorica sulla “prima donna ministro della Difesa”, si nasconde una carriera da militarista, guerrafondaia, imperialista, una sorta di Rambo istituzionale in gonnella. Sostenitrice accanita dei profitti dell’impresa bellica, la Pinotti è tra i dirigenti del PD, quella che più ha difeso lo shopping di micidiali armamenti deciso dagli ultimi governi, in primo luogo gli F35, nonché la presunta “necessità” della dismissione degli edifici militari, inutilizzati dall’esercito imperialista. Quest’ultima, secondo la Pinotti, andrebbe addirittura accelerata, in quanto non ci sarebbe “nessun motivo per tenerli; perché, se la Difesa non li usa, costituiscono una spesa e un aggravio di responsa- bilità”: in sostanza costituiscono solo spese, mentre la loro vendita consentirebbe lauti profitti all’esercito imperialista. Da senatrice ha votato a favore del rifinanziamento per le missioni militari all’estero nel 2011, di quella in Afghanistan nel 2009 e della partecipazione italiana alla missione di “osservatori militari delle Nazioni Unite” in Siria nel 2012. Sul tema del MUOS ha assunto la stessa posizione del governo Letta: è interesse diretto dell’Italia la realizzazione dell’opera. Accanita sostenitrice dell’esercito professionale caldeggiato dalla P2, la Pinotti, punta prevalentemente a organizzare un esercito più efficiente e flessibile. Tale progetto, tra l’altro, prevede il taglio del personale civile e militare in “esubero”. In una recente intervista ha dichiarato “Il modello attuale della Difesa è ancora fermo a 190 mila unità. Prevediamo con la revisione dello strumento militare, di scendere entro il 2024 a 150 mila”. Un esercito imperialista più snello ed attrezzato che non abbia più il compito della difesa, in quanto “non esiste più il problema di difendere i confini territoriali”, ma quello delle “alleanze internazionali” da sostenere, nello “scenario principale per l’Italia costituito dal Mediterraneo e dai Balcani”. La folgorante carriera della Rambo in gonnella del PD risponde alle necessià di favorire gli interessi e il rinnovamento dell’esercito professionale della borghesia imperialista, dell’industria bellica e degli alti vertici dell’esercito interventista. Maria Elena Boschi, la fedelissima di Renzi alle “Riforme” Maria Elena Boschi (PD, fedelissima di Renzi) è nominata Ministro delle riforme e dei rapporti con il Parlamento. Nasce a Montevarchi (Arezzo) nel gennaio 1981. Figlia di una famiglia bianca nella Toscana rossa. Il padre che approda al PD, dopo un passato nella DC, è dirigente della Coldiretti, direttore del consorzio del vino di San Giovanni e consigliere d’amministrazione di BancaEtruria. La madre, Stefania Agresti, è vicesindaco di Laterina (Arezzo), giunta di “centro-sinistra”. La Boschi è uno dei più tipici prodotti della corsa renziana alla presidenza del consiglio, uno degli esempi più calzanti della rapacità del gruppo dirigente legato al Berlusconi democristiano. I suoi principi politici e ideologici sono profondamente anticomunisti ed antioperai: “i comunisti non esistono più”. Sono Firenze, dove si laurea in giurisprudenza, e Arezzo gli scenari della sua rampante corsa al potere borghese, iniziata grazie agli appoggi e alle entrature familiari. A Firenze approda, immediatamente dopo la laurea, ad uno degli studi civilisti più noti della città, il Tombari Laroma e associati, insieme a Francesco Bonifazi, altro fedelissimo di Renzi. Alle primarie di Firenze del 2009 aveva appoggiato il dalemiano Michele Ventura, ex vicecapogruppo alla Camera. Con lei c’era anche Francesco Bonifazi, capo dello staff elettorale di Ventura, oggi tesoriere del PD. Dopo la trombatura del suo candidato disinvoltamente passa alla corte di Renzi che la chiama quale consulente a Palazzo Vecchio per curare la piratesca privatizzazione dell’azienda di trasporto pubblico Ataf. Spetta a lei aggirare i “cavilli” legali, da Renzi ritenuti dei lacciuoli che impedivano una rapida privatizzazione. La Boschi esegue le indicazioni del suo padrone e rende operativa una delle più disinvolte e sciagurate operazioni di privatizzazione che i lavoratori Ataf osteggeranno e combatteranno con una mobilitazione tuttora in corso. La campionessa dell’improduttività pagata fior di quattrini pubblici si siede, nominata da Renzi, anche su una poltrona nel Consiglio di amministrazione di Publiacqua, la maggiore società idrica della Toscana, per 22 mila euro annui. Nel 2012 ha dichiarato un reddito di 90.000 euro. Il 4 giugno del 2013 rassegna le dimissioni proiettata verso ben altre poltrone. Renzi le affida il compito di coordinatrice organizzativa della campagna per le iniziali primarie, quelle del 2012 contro Bersani. Le aveva definite “uno strumento democratico”, e tuttavia non si perita di aggirarle facendosi inserire alle politiche 2013 nella lista per la Camera in 16esima posizione. Un posto blindato che le consentirà di essere eletta senza problemi. In parlamento entra nella Commissione Affari costituzionali, come segretario. Alla Camera viene incaricata del ruolo delicato di ambasciatrice dei renziani con le fazioni rivali e diventa una delle principali artefici e sostenitrici della famigerata nuova legge elettorale l’Italicum, di cui discute direttamente con Verdini. Dal dicembre 2013 è nella segreteria del PD. Con questo curriculum, la spregiudicata anticomunista e antipopolare arrivista Maria Elena Boschi si propone come braccio destro di Renzi e, ne siamo certi, darà il suo micidiale contributo reazionario al completamento sul piano istituzionale dell’attuale seconda repubblica neofascista, presidenzialista e federalista, così come dettava il “Piano di rinascita democratica” e nello “Schema R” della P2. governo renzi / il bolscevico 5 N. 9 - 6 marzo 2014 Andrea Orlando, il “garantista” gradito a Berlusconi che dovrà sottomettere la magistratura al governo Nato a La Spezia 45 anni fa, il nuovo ministro della Giustizia ha cominciato la sua carriera politica a vent’anni, nel 1989, come segretario provinciale della Fgci, e appena un anno dopo promosso a consigliere comunale della sua città per il PCI. Con lo scioglimento di questo partito la sua carriera è continuata a progredire nel PDS e nei DS di La Spezia, passando da capogruppo consiliare, a segretario cittadino del partito, poi assessore comunale, membro della Segreteria regionale, fino ad approdare nel 2001 alla carica di segretario provinciale. Nel 2003 fa il grande salto alla Direzione nazionale, chiamato da Piero Fassino a ricoprire la carica di viceresponsabile dell’organizzazione dei DS, e due anni dopo ne diviene il responsabile per gli Enti locali. Nel 2006 entra a far parte della Segreteria nazionale dei DS e si presenta alle elezioni politiche risultando eletto deputato per le liste dell’Ulivo nella X circoscrizione Liguria, carica elettiva che riconfermerà con le elezioni del 2008 nelle liste del PD, di cui diviene portavoce nella Segreteria nazionale di Veltro- ni e in quella successiva di Franceschini. Nel 2009, appena eletto alla Segreteria del PD, Bersani lo nomina responsabile per la Giustizia del partito: una carica che mantiene fino alla sua nomina a ministro dell’Ambiente nel governo Letta, e che gli varrà anche l’attuale nomina a ministro della Giustizia del governo Renzi. Il suo nome per il ministero di via Arenula, infatti, che pure era già stato fatto tra i papabili, è stato avanzato da Renzi come scelta di riserva dopo che Napolitano aveva bocciato recisamente quello del pm antimafia Nicola Gratteri, con la motivazione che la “consuetudine” istituzionale escludeva che un magistrato potesse ricoprire quella carica. Una motivazione del tutto falsa e pretestuosa, visto che non aveva battuto ciglio quando si trattò di firmare la nomina a Guardasigilli dell’ex magistrato berlusconiano Nitto Palma nel 2011. La verità è che il rinnegato del Quirinale voleva assolutamente un ministro della Giustizia che fosse gradito anche a Berlusconi e che avesse quindi una fama di “garantista”: come appunto Orlando, la cui scelta ha difatti subito approvato dopo aver prima respinto con decisione la proposta di Gratteri. La fama di “garantista”, riferita espressamente a Berlusconi e ai suoi processi, Orlando se l’era guadagnata durante il periodo in cui è stato presidente del Forum Giustizia del PD, facendosi promotore di un progetto di “riforma condivisa” della giustizia che andava incontro su molti punti a quella da sempre propugnata dalla banda del delinquente di Arcore. Un progetto in cinque punti che Orlando presentò nientemeno che sulle pagine de Il Foglio del 9 aprile 2010 diretto dal rinnegato, agente della Cia e consigliere di Berlusconi, Giuliano Ferrara, il quale infatti lo pubblicò con grande enfasi in prima pagina sotto l’eloquente titolo: “Caro Cav, il PD ti offre giustizia”. Nell’articolo Orlando proponeva all’allora PDL che governava da due anni, di utilizzare i restanti tre anni di legislatura (quindi sempre sotto la sua egemonia politica, ndr) per “tentare di riformare la giustizia italiana in modo il più possibile condiviso”, un argomento da affrontare “con responsabilità e con misura” anche da parte dell’opposizione, che “deve impegnarsi a offrire il proprio contributo”. Le proposte di Orlando concernevano “una verifica concreta dei giusti tempi del processo; una seria riflessione per la ridefinizione dell’obbligatorietà dell’azione penale; una riforma del sistema elettorale del Csm che diluisca il peso delle correnti della magistratura associata, rafforzandone l’autorevolezza; la necessaria distinzione dei ruoli tra magistrati dell’accusa e giudici, e un ragionamento sulla efficacia delle attuali azioni disciplinari nel mondo della magistratura”. Occorre ricordare che proprio in quel periodo, dopo la bocciatura del “Lodo Alfano” per mano della Corte costituzionale, il neoduce e i suoi gerarchi conducevano una battaglia furibonda per strapparlo ai suoi processi e sottomettere la magistratura e il Csm al governo, con una valanga di leggi ad personam e proposte neofasciste come il “legittimo impedimento”, il “processo breve”, la legge bavaglio sulle intercettazioni, la separazione delle carriere tra pm e giudici, l’abolizio- ne dell’obbligatorietà dell’azione penale, la responsabilità civile dei giudici, l’assoggettamento del Csm al potere politico, e chi più ne ha più ne metta. Da qui l’estrema gravità delle proposte di Orlando (dietro cui c’era evidentemente tutto il PD della segreteria Bersani), e la gioia dei gerarchi berlusconiani, come ad esempio Alfano, che a tale proposito dichiarò: “Ho letto con attenzione le proposte di Orlando e mi pare che rispondano ad uno sforzo riformatore che una parte del PD sta compiendo... presto chiamerò il responsabile Giustiza del PD per confrontarci nel merito su alcune proposte”. E che non si trattasse di un’alzata d’ingegno del solo responsabile piddino, ma di tutto il suo partito, lo confermò subito Enrico Letta, che in risposta alle accuse di inciucio lanciate da Antonio Di Pietro (“Ma perché Orlando non va a fare il consigliere giuridico di Berlusconi?”, disse l’allora leader dell’IDV), si affrettò a sottolineare: “Siamo credibili nei nostri no a Berlusconi se mettiamo in campo proposte credibili ed equilibrate come quelle che han- no elaborato Orlando e gli altri parlamentari che si occupano di giustizia per il PD”. C’è da stupirsi, allora, se Napolitano e Renzi lo hanno insediato a via Arenula come degno successore di Alfano, Nitto Palma, Severino e Cancellieri, e se Il Giornale della famiglia di Berlusconi ha proclamato che i soli due ministri di Renzi graditi al neoduce sono Andrea Orlando e la neo ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi? Ora si intuisce meglio su che cosa si siano accordati i due banditi Renzi e Berlusconi nei cinque minuti in cui sono rimasti a parlare da soli durante le consultazioni: giustizia e telecomunicazioni, ovvero due ministeri chiave per i problemi penali e l’impero mediatico del delinquente di Arcore. Non a caso Renzi, che non aveva mai accennato prima alla “riforma della giustizia”, dopo quell’incontro a quattr’occhi col neoduce l’ha inserita guarda caso in quelle urgenti, subito dopo quelle da fare “una al mese”. E il “giovane turco” Orlando è l’uomo giusto al posto giusto per farla. La berlusconiana Federica Guidi, boss di Confindustria e nemica dei lavoratori, allo Sviluppo Economico Il cruciale ministero dello Sviluppo Economico e con esso la sorte delle circa 160 vertenze aperte che rischiano di lasciare senza occupazione circa 120mila lavoratori, Renzi lo ha consegnato direttamente nelle mani della Confindustria nominando la berlusconiana Federica Guidi a capo del dicastero di Via Veneto. Una nomina non condivisa in pieno da Napolitano che per quella poltrona aveva altri candidati. Infatti la Guidi nella corsa al dicastero ha battuto la concorrenza dell’amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti, e ha di fatto preso il posto di Luca Cordero di Montezemolo, candidato della prima ora. La sua ossessione per le liberalizzazioni selvagge e le strategie economiche adottate nelle aziende di famiglia non lasciano ben sperare per il futuro dal momento che la maggior parte di loro hanno delocalizzato in Romania, dove il costo di produzione è più basso e tagliato selvaggemente i posti di lavoro in Italia. Estimatrice di Marchionne “Ha avuto il merito di aver stigmatizzato il fatto che abbiamo regole vecchie. Oggi quei problemi ce l’hanno anche tante imprese piccole e medie”. Sui diritti delle lavoratrici e le tutele sindacali dice: “Servono a stigmatizzare le diseguaglianze. Ma al primo posto c’è il merito... Non pretendo che i miei collaboratori lavorino 12 ore al giorno, come me. Ma non puoi fare affari con Cina, India, Brasile, se a volte non ti fermi la sera in ufficio. Non sarebbe uno scandalo lavorare 42 ore alla settimana e rinunciare a qualche giorno di ferie”. Componente della Commissione Trilateral, amica del suo collega alle Infrastrutture Maurizio Lupi, la rampolla del capitalismo italiano, è figlia del padrone della Ducati Energia Spa Guidalberto, ex vicepresidente di Confindustria per un decennio. In Emilia, Guidalberto è considerato un recordman degli incarichi: tra società proprie come la Ducati Energia, aziende di cui è liquidatore (ben 31 le società nelle quali è stato nominato commissario: l´intero gruppo Fochi, più una quantità di aziende meccaniche) e incarichi “politici” ha avuto un momento in cui ha superato abbondantemente quota 40 consigli di amministrazione. La Guidi tra l’altro non ha mai nascosto le sue simpatie per Berlusconi e i suoi governi, amica benvoluta sia dall’attuale presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che dal suo predecessore Luca Cordero di Montezemolo, la Guidi era stata persino cercata da Berlusconi negli ultimi anni come “volto nuovo del Popolo della Libertà”; nel 2012 era circolata l’ipotesi di una sua candidatura alle primarie del centrodestra e più recentemente Berlusconi le ha proposto un ruolo di primo piano alla vigilia del varo della nuova Forza Italia. Un’ammirazione reciproca con il neoduce di Arcore che per parte sua la Guidi ha avuto modo di rinnovare anche il 17 febbraio scorso accettando l’invito a cena a casa di Berlusconi. Non a caso è stato proprio Berlusconi uno dei primi a chiamarla per le congratulazioni di rito e per manifestare la sua grande soddisfazione: “Abbiamo un ministro pur essendo all’opposizione”, avrebbe detto trionfante ai suoi collaboratori il neoduce. Nata a Modena il 19 maggio 1969. Laureata in Giurisprudenza, master in “Business Administration” e analista finanziario per due anni in Rolo Finance La Guidi nel 1996 entra nell’azienda di famiglia, la Ducati Energia, nata dalla separazione nel 1926 dalla Ducati Meccanica, di cui oggi è vicepresidente, che è nata dall’unione di Ducati Elettrotecnica con la divisione generatori di Zanussi Elettromeccanica. Dal 2002 al 2005, è stata Presidente regionale dei Giovani imprenditori dell’Emilia-Romagna e Vicepresidente degli imprenditori della regione, poi nel 2008 subentra a Matteo Colaninno a presidente nazionale dei Giovani di Confindustria. Oggi Ducati Energia, ha settecento dipendenti e un fatturato di 115 milioni di euro e un conflitto di interessi enorme se si pensa alle laute commesse con Poste, Ferrovie e Terna per la fornitura di biglietterie automatiche, sistemi per la sicurezza ferroviaria, veicoli elettrici come un quadriciclo per Poste Italiane, biciclette a pedalata assistita, oltre ai condensatori impiegati in campo elettrico ed elettronico. Si tratta di una nomina condi- zionata da un conflitto di interessi che per certi versi è peggiore di quello berlusconiano. Infatti nel goffo tentativo di nasconderlo, la neo-ministra, appena nominata, si è dimessa da tutte le cariche nelle aziende di famiglia. Dimissioni formali che certamente non la renderanno per miracolo imparziale quando, come responsabile dello Sviluppo Economico, si imbatterà in una di queste. Tra le altre cose la Ducati Energia produce le macchine per il rilascio di biglietti che sono usate dalla Ferrovie. E sempre le Fs acquistano da lei i sistemi per gli impianti di segnalamento. Per non parlare delle aziende del gruppo Guidi che operano nell’eolico, un settore che beneficia di enormi contributi statali, o del caso più eclatante che riguarda la Polizia e le Poste, oltre a molti Comuni, che stanno acquistando un mezzo di trasporto prodotto da Ducati Energia. Si tratta di “Free Duck”, che, come recita il sito dell’azienda presieduta da Guidalberto Guidi, costituisce un “innovativo quadriciclo elettrico leggero in grado di far fronte alle problematiche connesse alla mobilità, nel pieno rispetto dell’ambiente”. Come si comporterà la ministra Guidi se, ad esempio, Alfano decidesse di rinnovare il parco auto della Polizia di Stato acquistando i mezzi della Ducati Energia? E che dire dell’appalto bandito nel 2012 e vinto proprio dalla Guidi in qualità di vicepresidente con delega agli acquisti della Ducati Energia per la fornitura alla città di Firenze governata da Renzi del servizio di bike sharing? Un affare da 1,2 miliardi spesi per abbattere l’inquinamento nei comuni con più di 35 mila abitanti a livello nazionale che ha portato a Firenze 50 biciclette elettriche del valore di 1.200 euro l’una. Inoltre va detto che proprio mentre l’affare andava in porto alla presidenza dell’Associazione dei comuni italiani era appena arrivato Graziano Delrio, attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio e firmatario del bando. Infine il 23 settembre del 2013, durante i mondiali di ciclismo in città, a inaugurare la mostra “2 ruote per la città del futuro” c’era proprio Guidalberto Guidi, sorridente proprio insieme al sindaco Renzi. L’atto dirigenziale di chiusura dell’accordo è stato pubblicato il 14 febbraio scorso, esecutivo dal 17 e prevede un piano triennale per 60 mila euro, su un totale di 120 in accordo con il ministero dell’Ambiente che finiranno nelle tasche della Ducati Energia, quindi della famiglia Guidi. Richiedete opuscolo n. 16 Le richieste vanno effettuate a: PMLI [email protected] indirizzo postale: PMLI Via Antonio del Pollaiolo, 172a 50142 Firenze 6 il bolscevico / interni N. 9 - 6 marzo 2014 Alle elezioni regionali. Un elettore su due diserta le urne Vola l’astensionismo in Sardegna Il “centro-sinistra” batte il “centro-destra” ma il PD perde il 2,5% dei voti. SEL e PRC portatori d’acqua del PD. Frana Forza Italia SENZA SOCIALISMO NON C’È AVVENIRE PER LA SARDEGNA Il 16 febbraio 2014, alle elezioni regionali in Sardegna, l’astensionismo è volato in alto, molto in alto: quasi un elettore su due ha disertato completamente le urne. È bene ricordare che la Sardegna, al contrario delle regioni meridionali e la Sicilia alle quali in genere viene associata, non è una regione dove l’astensionismo è stato storicamente e tradizionalmente molto forte. Ancora dieci anni fa, alle regionali, partecipata alle urne oltre il 70% degli elettori. L’astensionismo è dunque una scelta che l’elettorato sardo ha ponderato e maturato nel tempo. La Sardegna è una delle regioni più colpite dalla crisi economica e finanziaria del capitalismo: è la regione dove la disoccupazione sfiora il 20%, e la disoccupazione giovanile addirittura rasenta il 47%. E’ la regione degli 83 mila posti di lavoro persi negli ultimi cinque anni. Della deindustrializzazione e della chiusura di fabbriche storiche come l’Alcoa, dell’emigrazione forzata di mano d’opera, delle alluvioni e degli scempi ambientali, nonché dello scandalo sui rimborsi spese che ha coinvolto trasversalmente tutti gli schieramenti politici e portato alla fine dell’anno scorso a 3 arresti e 64 consiglieri regionali denunciati per peculato, e persino al ritiro della candidatura di Francesca Barracciu, scelta alle primarie del PD come sfidante di Ugo Cappellacci e poi finita anche lei sotto accusa per 33 mila euro di rimborsi chilometrici. L’elettorato sardo che si è astenuto così massicciamente ha voluto mandare un segnale chiaro e forte che sfiducia i partiti del regime e delegittima il governo regionale. È notizia della vigilia elettorale che gli operai dell’Alcoa durante un sit-in di protesta a Cagliari contro la chiusura della loro fabbrica, hanno lanciato uova sui cartelloni elettorali che riportavano le immagini dei candidati a governatore davanti al palazzo della Regione Sardegna al grido “Restituiamo le schede per il voto”. Mentre nel comune alluvionato di Uras, in provincia di Oristano, si è recato alle urne solo il 33% degli aventi diritto. In tutta la regione, il 47,7%, pari a oltre 700 mila elettori su 1.480.332 che ne avevano diritto, non si sono nemmeno recati alle urne, altre migliaia hanno votato scheda nulla e bianca, dei quali purtroppo non abbiamo dati completi e definitivi. Mancano, infatti, a distanza ormai di 10 giorni, ancora 8 sezioni regionali e 12 circoscrizionali allo spoglio ufficiale. Ciò ci impedisce anche di elaborare e pubblicare la nostra tradizionale tabella con i voti ai singoli partiti calcolati non solo sui soli voti validi, ma sull’intero corpo elettorale. Rispetto alle regionali del 2009, l’incremento della diserzione alle urne è del 15,3%. Il 16% in più rispetto alle politiche del 2013. E’ particolarmente significativo che le province dove l’astensionismo è più alto, superando addirittura il 50% di diserzione, sono le Medio Campidano (53,1%), e Carbonia Iglesias (51,2%) polo chimico ed epicentro della crisi industriale che attanaglia la regione, entrambe tradizionali basi elettorali del “centro-sinistra”. Un dato che conferma quanto l’astensionismo sia alimentato in particolare dall’elettorato di sinistra deluso e sfiduciato dai propri partiti tradizionali. E ciò nonostante pesasse su questo elettorato anche il ricatto di battere il “centro-destra” e mandare a casa il governatore uscente Cappellacci. Rispetto alle politiche 2013, dove addirittura si era piazzato al primo posto dopo l’astensionismo, il Movimento 5 stelle era assente dalla competizione e non ha così potuto esercitare la propria funzione di drenaggio dell’astensionismo. Ciononostante l’offerta dei cosiddetti “volti nuovi” era assai ricca, a cominciare da quello della scrittrice Michela Murgia e della sua lista indipendentista Sardegna Possibile che i sondaggi accreditavano alla vigilia del voto addirittura al 20-25% e che invece, per effetto della soglia di sbarramento al 10%, resta fuori dal consiglio. La Murgia al contrario di quanto auspicava, non è riuscita a fare il pieno dei voti grillini. Secondo uno studio dell’Istituto Cattaneo sui risultati elettorali in Sardegna, seppur riferito ai soli comuni di Cagliari e Sassari, rileva che il 60% degli elettori che avevano votato M5S alle politiche 2013, quest’anno, alle regionali, ha deciso di disertare le urne. Mentre quegli elettori del M5S che si sono recati alle urne lo hanno fatto prevalentemente per votare liste di “centro-destra”. Sempre secondo questo studio il 50% dell’astensionismo viene dagli stessi elettori astensionisti alle politiche 2013. Il 27%, un quarto, dal M5S. Elezioni regionali in Sardegna del 16 febbraio 2014 DISERZIONE DELLE URNE PROVINCIA PER PROVINCIA DISERZIONE 2014 DISERZIONE 2009 DISERZIONE DIFFERENZA 2014/2009 Cagliari 48,6 32,4 16,2 Nuoro 42,9 30,5 12,5 Oristano 50,3 34,3 16,0 Sassari 44,8 30,8 13,9 Medio Campidano 53,1 35,0 18,0 Carbonia Iglesias 51,2 35,5 15,7 Ogliastra 44,3 33,0 11,3 Olbia Tempio 47,7 31,2 16,6 SARDEGNA 47,7 32,4 15,3 Provincia Puniti PD e Forza Italia Il “centro-sinistra” del neoeletto Francesco Pigliaru batte il “centro-destra” del governatore uscente, il berlusconiano di ferro Ugo Cappellacci. Ma sono completamente fuori misura le dichiarazioni trionfalistiche dei fedelissimi di Matteo Renzi e di Renzi stesso. La verità è che il PD perde il 2,5% sui voti validi rispetto alle politiche del 2013 e il 2% rispetto alle regionali. In termini di voti assoluti il calo risulta ancora più netto poiché il PD perde oltre un quarto del proprio elettorato rispetto alle regionali 2009. Pigliaru è stato eletto governatore della regione con circa 300 mila voti, (il 42,5% dei voti validi, ma poco più del 20% sugli elettori). Nel 2009 il candidato del “centro-sinistra” Renato Soru, che perse il confronto con Ugo Cap- pellacci, di voti ne prese 415.600. Pigliaru riesce a battere Cappellacci solo grazie al soccorso di Sel (5,2% dei voti validi) e la lista comune PRC-PdCI (2,1%), nonché ai voti della lista Rossomori, al 2,6%, la lista autonomista che ha abbandonato il Partito sardo d’Azione nel 2009 da quando cioè questo partito è entrato nello schieramento del “centro-destra”. Sempre secondo un’analisi dell’Istituto Cattaneo, fra l’altro, Sel, PRC e PdCI hanno evidentemente pagato il sostegno al PD con un calo di consensi dell’11,8% rispetto al 2009 e del 22,3% rispetto alle politiche 2013 (che equivalgono a 14 mila elettori). Anche il “centro-destra” paga pesantemente lo scandaloso governo degli ultimi cinque anni. Cappellacci quasi dimezza i suoi consensi rispetto al 2009. Il suo partito, Forza Italia, attestato al 18,5% dei voti validi, è al suo minimo storico, calando del 2,4% ri- spetto al 2013 e del 12,5% rispetto alle regionali 2009. Cappellacci è stato mandato a casa, ma la musica non cambierà in Sardegna. Tanto più che le prime dichiarazioni di Pigliaru sono state di piena sintonia col Berlusconi democristiano Renzi: “Avere Matteo Renzi a Palazzo Chigi sarà uno sprint in più perché Renzi è una persona seria e capace”. La verità è che, come l’esperienza del governo Soru dimostra, il governo di “centro-sinistra” non potrà fare a meno che proseguire la politica della giunta precedente, in sintonia con la politica antioperaia e antipopolare del governo borghese centrale. Senza socialismo non c’è e non ci sarà mai avvenire per la Sardegna che ha un grande bisogno e il pieno di diritto di riscattarsi dal sottosviluppo, dalla disoccupazione e dalla miseria a cui l’ha da sempre condannata il sistema capitalistico e i suoi governi. Denunciati dal documento due Brogli dei seguaci della Camusso al Congresso CGIL in Campania Anche in Toscana la Rete 28 Aprile chiede di poter controllare i verbali di molte assemblee Tira una brutta aria alla Cgil campana. Oramai non ci sono solo sospetti. I dati di molte assemblee sono talmente poco credibili che i rappresentanti del documento congressuale numero due hanno indetto una conferenza stampa nei locali della Camera del Lavoro di Napoli dove hanno accusato di brogli i sostenitori della Camusso. Le accuse non riguardano qualche caso isolato ma praticamente tutte le assemblee dove non è stato possibile avere dei delegati del documento alternativo a controllare l’affluenza e lo spoglio delle schede. In questi casi i votanti raggiungono quasi sempre il 100% degli aventi diritto e tutti voti per la Camusso, una discrepanza abissale con le altre, dove non si supera mai il 20% e alcune volte vanno completamente deserte e comunque sia “il sindacato è un altra cosa” prende intorno al 10%. I sospetti maggiori ricadono sullo Spi, il sindacato dei pensionati. In certi casi non sono state fatte neanche le assemblee e gli iscritti hanno messo la scheda nell’urna senza sapere neanche cosa avevano votato, sempre ammesso che tutte le schede siano state compilate da pensionati e non da funzionari della Cgil sostenitori della Camusso. Ci sono anche casi eclatanti come quello avvenuto a Caivano, in provincia di Napoli, dove il padre pensionato di un delegato della mozione due ha votato per il documento alternativo ma poi nel verbale del congresso locale dello Spi non risulta aver preso neanche una preferenza. Anche nei luoghi di lavoro non si scherza. All’ospedale Cardarelli del capoluogo partenopeo durante le votazioni c’è stato il “miracoloso” raddoppio degli iscritti. In molte fabbriche della regione i seggi sono rimasti aperti giorni e giorni, specialmente dove ci sono i turni, oppure nella logistica dove i lavoratori sono sempre fuori sede. Qui non c’è stato alcun controllo e guarda caso il documento della segre- teria ha preso maggioranze stratosferiche. Anzi, quando qualcuno ha provato ad avvicinarsi alle urne per controllare è stato malamente allontanato. Nella conferenza stampa è stato annunciato il ritiro dei rappresentanti della mozione due dalla commissione di garanzia perché questa decide a maggioranza e senza dover motivare l’esito, così ogni tentativo di oppugnare i risultati è vano. Ma non si deve pensare che questa situazione sia circoscritta alla Campania anzi. Sospetti di brogli, in molti casi certezze, ci sono in tutta Italia e non è neanche la prima volta che succede. In Lombar- dia ci sono stati molti ricorsi e così anche in Toscana. Nella provincia di Pisa un nostro compagno aveva già denunciato sospetti su alcuni congressi di base dalle pagine del Bolscevico. Sospetti certamente non campati per aria se i sostenitori del documento di Cremaschi hanno ritenuto di inoltrare richiesta di verifica dei verbali di svariate assemblee. Ma anche in questo caso è stato risposto di no, con tono arrogante e intimidatorio. Questa vicenda rientra a tutti gli effetti nella questione della rappresentanza e della democrazia nel sindacato e nelle fabbriche che si protrae da tempo e scop- piata in tutta la sua drammaticità proprio alla vigilia del 17° congresso della Cgil. L’accordo capestro sulla rappresentanza, la richiesta di espulsione di Landini da parte della Camusso, l’aggressione a Cremaschi all’attivo regionale lombardo Cgil a Milano dimostrano che i dirigenti sindacali non hanno alcuna intenzione di tollerare il dissenso, allargare la democrazia e la partecipazione bensì restringerli, allineandosi alla strategia antidemocratica e antioperaia di attacco finale ai diritti dei lavoratori portata avanti dai governi e da Confindustria in questi anni. interni / il bolscevico 7 N. 9 - 6 marzo 2014 Grave norma anticostituzionale deliberata di soppiatto dal governo Letta-Alfano Soppressi i tabelloni elettorali per i partiti che non presentano liste Il PMLI Ricorrerà alla magistratura affinché sia riconosciuta l’incostituzionalità dell’atto normativo Il 1 gennaio 2014 è entrata in vigore la cosiddetta legge di stabilità ovvero quella che in passato si chiamava legge finanziaria, più precisamente la legge 27 dicembre 2013 n.147 che riguarda le “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato”. Si tratta di una legge che scarica i costi della crisi del capitalismo sulle masse popolari e lavoratrici italiane con ulteriori micidiali tagli. Nascosti tra le pieghe di tale famigerata legge compaiono in particolare quattro commi, dal 398 al 401, che modificano notevolmente le procedure in occasione delle elezioni siano esse europee, politiche, regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali e per gli stessi referendum, restringendo i diritti degli elettori sotto vari aspetti. Misure fasciste introdotte di soppiatto Una questione molto grave è l’abolizione dei tabelloni per l’affissione dei manifesti elettorali da parte dei partiti che non presentano liste di candidati e più in generale di tutti coloro che non partecipano direttamente alle elezioni. L’elettorato avrà perciò minore possibilità di venire a conoscenza della propaganda elettorale astensionista tattica del PMLI tramite manifesti. Pretesto e alibi per la cancellazione o comunque la riduzione delle prerogative degli elettori, è la decisione di diminuire in via permanente a decorrere dal 2014 di 100 milioni di euro il “Fondo da ripartire per fronteggiare le spese derivanti dalle elezioni”, gestito dal Ministero dell’economia e delle finanze e di cui usufruiscono tramite rimborsi i comuni. Lo stesso pretesto col quale verranno soppresse le province e il “bicameralismo perfetto” e ridotto il numero dei parlamentari secondo il progetto della P2. Meno spazi e diritti politici ed elettorali per le masse, più potere alla classe dominante borghese e ai suoi governi e partiti. La conferma che la democrazia borghese è una democrazia a senso unico, dove a spadroneggiare sono i partiti della borghesia mentre al proletariato e al suo partito si nega qualsiasi spazio. E la conferma che siamo in pieno regime neofascista, dove anche dal punto di vista formale oltreché sostanziale sono cancellati i residui spazi democratici agli oppositori di classe. Precedentemente all’adozione della nuova normativa voluta dal governo Letta-Alfano, approvata sia alla camera che al senato con il voto decisivo del PD di Renzi e promulgata dal nuovo Vittorio Emanuele III, Giorgio Napolitano, vigevano le “Norme per la disciplina della propaganda elettorale” della Legge 4 aprile 1956 n. 212, ora in parte abrogate, in base alle quali, riguardo al diritto di affissione gratuita a propria cura di manifesti sui tabelloni elettorali, c’era una formale parità sui tabelloni tra i partiti che partecipavano alla competizione elettorale e quelli invece che non presentavano proprie liste. Mentre il primo comma dell’art. 1 di tale legge tratta dei partiti o gruppi politici partecipanti con candidati alle elezioni, il secondo comma soppresso affermava che “L’affissione di stampati, giornali murali od altri e manifesti, inerenti direttamente o indirettamente alla campagna elettorale, o comunque diretti a determinare la scelta elettorale, da parte di chiunque non partecipi alla competizione elettorale ai sensi del comma precedente, è consentita soltanto in appositi spazi, di numero uguale a quelli riservati ai partiti o gruppi politici o candidati che partecipino alla competizione elettorale”. Calpestato l’art. 21 della Costituzione Questa scelta del legislatore teneva conto del fatto che doveva essere rispettato l’art. 21 primo comma della Costituzione il quale afferma che “Tutti hanno diritto di Direttrice responsabile: MONICA MARTENGHI e-mail [email protected] sito Internet http://www.pmli.it Redazione centrale: via A. del Pollaiolo, 172/a - 50142 Firenze - Tel. e fax 055.5123164 Iscritto al n. 2142 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze. Iscritto come giornale murale al n. 2820 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze Editore: PMLI Associato all’USPI ISSN: 0392-3886 Unione Stampa Periodica Italiana chiuso il 26/2/2014 ore 16,00 Milano. Affissione astensionista del PMLI sui tabelloni dei fiancheggiatori. Con questa grave norma viene impedito al PMLI di far conoscere le proprie posizini sulle elezioni borghesi manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. La Corte costituzionale (sentenza n.48/1964) sottolineò che tali norme “tendono a porre tutti in condizione di parità: ad assicurare, cioè, che in uno dei momenti essenziali per lo svolgimento della vita democratica, questa non sia di fatto ostacolata da situazioni economiche di svantaggio o politiche di minoranza”. Ed è esattamente questo il punto, che fine fa il diritto democratico di affissione elettorale dei partiti, associazioni, organismi vari e “di chiunque non partecipi alla competizione elettorale” una volta abrogata la norma che lo tutelava “in condizioni di parità” e senza discriminazioni legate “a situazioni economiche di svantaggio”? Se ovviamente non si può supporre, ci mancherebbe altro, che automaticamente tale diritto venga interamente cancellato e dal momento che la stessa Corte costituzionale (sentenza n. 1/1956) conferma che “le affissioni non possono farsi fuori dai luoghi destinati dall’autorità competente” e quindi non altrove, l’unica possibilità rimane quella, sia pure non esplicitata dalla nuova normativa, di ricorre al servizio delle pubbliche affissioni organizzato dall’amministrazione comunale. Già ma tale servizio comporta il pagamento dei relativi diritti ed è quindi pesantemente oneroso e non gratuito e perciò non sussistono né le “condizioni di parità” né quelle che impediscono che vi siano “situazioni economiche di svantaggio” rispetto ai partiti che si presentano con candidati alle elezioni. Non solo, ma una fondamentale manifestazione democratica del “proprio pensiero” su un tema rilevante come quello elettorale attraverso manifesti finisce mescolata e in concorrenza per gli spazi con i manifesti della pubblicità commerciale. Mentre sempre la Corte costituzionale (sentenza n. 48/1964) rilevava che la legge del 1956 sulla propaganda elettorale “prescrive in genere, tutte le modalità di applicazione della disposta disciplina, senza lasciare alla Giunta comunale il minimo potere discrezionale. E ciò è a dirsi anche per la concreta assegnazione degli spazi, giacché questa avviene (…) per quanto riguarda gli altri soggetti che non partecipano direttamente alla campagna elettorale, in base a semplice domanda, che non ha altra funzione che quella di render noto il proposito di procedere all’affissione e che determina ipso iure l’obbligo dell’Amministrazione di assegnare gli spazi secondo modalità anch’esse rigidamente stabilite dalla legge”. Nel caso delle pubbliche affissioni, in base all’esperienza concreta per l’affissione di manifesti non elettorali, ci si trova notoriamente a subire il “potere discrezionale” dell’ufficio preposto che mercanteggia sul numero dei manifesti che afferma sia possibile affiggere e sul periodo in cui possono stare affissi. Il PMLI ricorrerà per manifesta anticostituzionalità Inoltre mentre sui tabelloni elettorali gratuiti si possono affiggere dei nuovi manifesti al posto di quelli deteriorati o coperti da altri, con le pubbliche affissioni di fatto ciò non è possibile se non sobbarcandosi ulteriori gravose spese di affissione. Inoltre non è detto che le pubbliche affissioni, in base al comportamento fin qui seguito, accettino di affiggere i manifesti elettorali di chi non presenta liste. Appare evidente che per tutti questi motivi si conferma l’antidemocraticità della norma in questione. In particolare per il trattamento disomogeneo dei vari soggetti coinvolti che determina disparità tra coloro che presentano liste di candidati alle elezioni e chi non intende farlo ma vuole comunque esprimere il proprio pensiero al riguardo ed effettuare al pari dei partiti parlamentari la relativa propaganda tramite l’affissione di manifesti a propria cura e senza alcun onere economico correlato. Ne deriva pertanto un insanabile contrasto rispetto al dettato costituzionale dell’art. 21, palesemente violato, e non risulta “manifestamente infondata”, anzi il contrario, la tesi del PMLI della illegittimità costituzionale della norma stessa, illegittimità che verrà fatta valere attraverso la prescritta procedura giudiziaria mediante il ricorso alla magistratura ordinaria affinché emerga l’incostituzionalità della norma stessa e il giudice, tramite apposito ricorso, chieda alla Corte costituzionale di pronunciarsi in merito all’abrogazione della norma incriminata. Il sindaco M5S di Pomezia fa sgomberare con la forza una scuola occupata Il sindaco M5S di Pomezia, Fabio Fucci ha ordinato lo scorso 19 febbraio la violenta e forsennata incursione dei poliziotti nella scuola “‘Trilussa” occupata da alcune decine di lavoratrici che stavano protestando per la riduzione dell’orario di lavoro e dello stipendio, nell’ambito di una vertenza nata per difendere ben 25.000 posti di lavoro a rischio in tutta Italia e che riguarda tutto il settore delle pulizie nelle scuole. Una vertenza che nasce dal fatto che il governo Letta-Alfano aveva deciso di non rinnovare il contratto alle ditte esterne ai lavori di pulizia nelle scuole, bandendo una gara di appalto che può comportare il taglio fino al 40% del già magro stipendio. Ma potrebbe andare peggio - con la perdita del posto di lavoro - se si tornasse al vecchio sistema, quando i bidelli, oltre a svolgere un lavoro d’ufficio, provvedevano anche alla pulizia dei banchi Violenze della polizia sulle lavoratrici e delle aule. Si tratta quindi di 25.000 lavoratori che devono sottostare a uno dei tanti ricatti ai quali ormai le masse lavoratrici sono abituate da tempo. Nonostante la lotta abbia quindi una ragione di drammatica sopravvivenza, l’occupazione della scuola ha avuto termine, su ordine del sindaco del Movimento 5 Stelle, con il brutale intervento del reparto Celere della polizia di Stato e di un battaglione dei carabinieri di Roma. Drammatiche sono le testimonianze sia delle lavoratrici in lotta sia dei residenti che hanno assistito allo sgombero. Serena, una lavoratrice di 56 anni testimonia dell’arrivo alle 7 di mattina dei pubblici ufficiali che hanno spaccato il cancello e sono entrati come delle furie, rincorrendo le lavoratrici che per paura sono scappate tutte sul tetto dove sono state inseguite e raggiunte. Un poliziotto, continua la donna, l’ha sbattuta a terra, una sua collega è stata presa per il collo e sbattuta contro il muro, poi è stata ricoverata al Pronto soccorso. Un’altra, mentre la stavano trascinando, ha sbattuto la testa ed è svenuta, tanto da rendere necessario l’intervento di un’ambulanza. Le donne sono state tutte identificate e ora temono anche procedimenti penali nei loro confronti, dal momento che il sindaco ha già annunciato che procederà a sporgere una denuncia penale contro le lavoratrici occupanti. Per Fucci, che aveva richiesto espressamente l’intervento di polizia e carabinieri, l’episodio è una normale azione di pubblica sicurezza e ritiene che non sia successo niente di rilevante. Non la pensa così Francesca Gentili, segretario generale della Filcams Cgil di Pomezia, che sollecitando spiegazioni dal sindaco sull’accaduto - non è stata neppure ricevuta. Sul fatto è intervenuto anche il segretario generale della Filcams Cgil di Roma e del Lazio Vittorio Pezzotti che parla di gravissimo ed inqualificabile atto di violenza. Non merita ulteriori commenti ma solo disprezzo sia l’operato da vero e proprio neopodestà giustiziere M5S Fucci sia il vero e proprio blitz delle “forze dell’ordine” che suonano come un pesante avvertimento ai lavoratori in lotta a piegare la testa, ma che in realtà devono forgiare ancora di più gli animi delle lavoratrici e dei lavoratori che ormai, come hanno scritto Marx e Engels 166 anni fa nel Manifesto, “non hanno nulla da perdere, all’infuori delle loro catene. Essi hanno un mondo da guadagnare”. 8 il bolscevico / interni N. 9 - 6 marzo 2014 Mobilitazioni in 40 città IL POPOLO NO TAV SOLIDARIZZA IN PIAZZA COGLI ARRESTATI E RESPINGE L’ACCUSA DI TERRORISMO Combattivo presidio davanti al cantiere in Valsusa. Partecipata manifestazione a Torino. Presenti i marxisti-leninisti a Napoli La giornata di mobilitazione del movimento NO TAV del 22 febbraio scorso era in programma da tempo, in solidarietà con i 4 attivisti in carcere dal 9 dicembre scorso arrestati con l’accusa di “terrorismo”, per l’assalto al cantiere di Chiomonte, dove fu dato fuoco a un compressore. A questo si è aggiunta la necessità di dare una risposta di massa per tracciare una netta linea di demarcazione colla farneticante provocazione dei sedicenti “Noa”, acronico dei “Nuclei operativi armati” di cui parliamo in altro articolo. E quello che si è visto nelle piazze, in Valsusa, a Torino e in una quarantina di città italiane è la miglior risposta a chi, sapendo di pescare nel torbido, vuole assimilare il movimento popolare NO TAV al terrorismo. Ancora una volta è il popolo della Valsusa, che si definisce “la valle che resiste” e che da oltre vent’anni si sta opponendo al progetto dell’Alta Velocità con tutte le sue forze, a essere Torino, 22/02/2014. Uno dei principali cortei per la giornata di mobilitazione nazionale a sostegno della lotta dei No Tav protagonista. Circa 3 mila manifestanti hanno sfilato in un colorato corteo dalla stazione ferroviaria di Chiomonte fino alla centrale idroelettrica dove iniziano le reti invalicabili del cantiere TAV presidiato da centinaia di poliziotti e carabinieri. Il serpentone, chiassoso e colorato, dove erano presenti tutte le anime del movimento, intere fa- miglie, associazioni, militanti e amministratori locali, ha per l’ennesima volta portato la protesta davanti al cantiere con slogan, canti partigiani, musica. Uno striscione con la scritta “NO TAV liberi”, è stato fatto volare all’interno del cantiere appeso ad un grappolo di palloncini rossi. “Questa è una giornata di partecipazione popolare straordinaria – ha detto Nicoletta Dosio esponente storico della lotta contro la TAV – perché il movimento NO TAV, per l’ennesima volta, risponde alle ridicole accuse di terrorismo manifestando la propria vicinanza a chi è accusato ingiustamente. Oggi non è in pericolo solo la libertà di chi si oppone al volere dei poteri forti, oggi è in pericolo la libertà anche di chi solo dissente”. Dello I NO TAV denunciano le “deliranti follie terroristiche” Attribuita la paternità del documento a “poteri oscuri” “Abbiamo più volte ribadito che il DNA del Movimento NO TAV è quello di essere un movimento popolare, di massa e pronto a praticare, a viso aperto, le necessarie forme di disobbedienza civile ma senza alcuno spazio per la violenza contro le persone”. Con un comunicato netto e che non lasciava adito a dubbi, il Movimento NO TAV prendeva le distanze da un comunicato dei sedicenti Noa, acronimo dei “Nuclei operativi armati” che recapitavano un plico all’Ansa di Torino. Questo farneticante comunicato incita deliberatamente alla lotta armata con tanto di condanne a morte “immediatamente esecutive” e “da eseguirsi senza ulteriori comunicazioni” contro quattro persone schierate, a vario titolo, a favore della realizzazione del tunnel ferroviario. Nelle tre pagine del comunicato i sedicenti Noa parlano di superamento definitivo della stagione di “lotta pacifica” contro i lavori della tratta Torino-Lione, definita come “stagione delle rivendicazioni che piacciono al sistema”, incapace di contrastare “il governo dei padroni, il PD e i giornali capitalisti” che hanno colpito i protagonisti della protesta “sia sul piano economico, sia su quello della privazione della libertà personale”. Tanto è che i Noa annunciano di essere passati alla “fase operativa” e cioè alla lotta armata per “colpire i responsabili della repressione con la stessa durezza con la quale vengono colpiti i nostri compagni”. Gli obiettivi “sensibili” che il sedicente gruppo vorrebbe colpire ruotano attorno a quattro nomi: il dirigente della polizia e attuale senatore PD, Stefano Esposito, Massimo Numa, giornalista de La Stampa, il quotidiano della famiglia Agnelli, e i magistrati torinesi che indagano sui NO TAV, Antonio Rainaudo e Andrea Padalino. Alberto Perino, leader storico del movimento contro l’Alta velocità, respinge ogni accostamento tra NO TAV e minacce: “In vent’anni di protesta non c’è nemmeno una riga nella quale il movimento abbia giustificato la violenza contro le persone: queste minacce sono scritte da una mano diversa – continua Perino – da qualcuno che vuol fare del male al movimento”. Molto fermo il comunicato dei valsusini in lotta: “Questa è la storia della nostra lotta ventennale, del nostro presente e del nostro futuro. Nessuno ha alcun titolo e nessuno può permettersi di strumentalizzare il Movimento e tanto meno di pensare di potersi sostituire al percorso di lotta che il Movimento NO TAV ha deciso e costruito, collettivamente, nella pratica quotidiana e a viso aperto. Conosciamo troppo bene i mandanti di queste operazioni vecchie di quarant’anni. Rispediamo al mittente (Governo & C) queste deliranti follie”. Ha perfettamente ragione il movimento NO TAV a puntare il dito in alto sul governo, i servizi segreti e quella miriade di centri e di organizzazioni occulti da essi manovrati che hanno fatto della provocazione delirante e in passato anche efferata il metodo di governo per cercare di isolare e battere quei grandi movimenti di massa che non riescono con la repressione fascista e l’intimidazione giudiziaria a fronteggiare e piegare. Stragismo e provocazioni di Stato sono stati ripetutamente utilizzati in passato durante la Grande Rivolta del Sessantotto e le grandi battaglie di classe. Il successo della mobilitazione di massa di sabato 22 febbraio è la migliore risposta ai mandanti di tali “deliranti follie terroristiche”. stesso tenore l’intervento di Alberto Perino: “La lotta contro il TAV è popolare e non violenta. Difendiamo la nostra terra. Purtroppo le forme di dissenso non vengono accettate: chi dissente viene considerato terrorista”. In contemporanea si muoveva da piazza Castello a Torino un corteo a cui hanno partecipato alcune migliaia di manifestanti. Ad aprire il corteo uno striscione con la scritta “Chiara, Claudio, Mattia, Niccolò libertà per tutti e tutte”. Un corteo ha attraversato anche le vie di Milano. Lo striscione che lo apriva recava la scritta “Terrorista è chi devasta e saccheggia il territorio”. Alcuni manifestanti innalzavano cartelli con la scritta “Dissento ma non sono un terrorista”. Sono stati lanciati slogan contro l’Expo, il cemento e la ’ndrangheta. In coda al corteo era presente anche un gruppo di famiglie accompagnate da bambini del mo- vimento No Canal che si oppone alla creazione delle vie d’acqua in alcune zone di Milano per l’Expo 2015. Presidi, manifestazioni cortei si sono svolti un po’ in tutta la penisola. Al Nord come al Sud. Da Ivrea a Trento e Trieste. Ad Adria si è svolta la manifestazione di tutti i comitati contro l’autostrada Ortre-Mestre (NoOrMe). A Genova si è svolto un presidio NOTAV Terzo valico. E poi manifestazione a Bologna, corteo a Ravenna. A Pisa manifestazione contro crisi povertà e sfratti. A Roma in solidarietà contro la repressione dei NOTAV a essere protagonista è stato il Movimento di lotta per la casa, mentre a Napoli sono stati i precari “Bros” presenti i marxisti-leninisti che hanno espresso la loro solidarietà ai precari. Presidi anche a Bari e Barletta. A Caltanissetta si è svolto un corteo NO MUOS contro la repressione e le lotte. Comunicato del Gruppo biellese NO TAV Conferenza stampa congiunta dei NoTav italiani e francesi Riceviamo e volentieri pubblichiamo in ampi estratti. Il gruppo NO TAV di Biella ha organizzato per il giorno venerdì 7 marzo 2014, alle ore 20,30, a Biella una conferenza ove illustrare gli accordi intercorsi tra Italia e Francia sul progetto ferroviario Lyon-Turin. L’obbiettivo della serata è svolgere un approfondimento su un tema liquidato dai media nazionali, in occasione della ratifica francese degli accordi, nell’univoco e semplicistico slogan: “La Francia ha detto di SI alla TAV” Saranno presenti a Biella i due principali speaker della transfrontaliera protesta NO TAV: Daniel Ibanez, Coordination des opposants au Lyon Turin, France e Alberto Perino, Movimento NO TAV, Italia. Nel corso della serata verranno illustrate da Daniel Ibanez le conclusioni della Commission Mobilitè 21 del 27 giugno 2013 e la reale portata dell’Accordo go- vernativo Francia-Italia relativo alla linea ferroviaria Turin-Lyon (accordo ratificato dall’Assemblée Nationale e dal Senat de la Republique nell’autunno 2013). Ibanez illustrerà anche il ricorso presentato il 20 febbraio 2014 al Consiglio di Stato Francese per l’annullamento della iniziativa governativa. Alberto Perino tratterà il tema degli accordi bilaterali illustrando, per la parte italiana, la situazione dell’iter ambientale-amministrativo. Nel corso della serata, ovviamente, l’opportunità di avere notizie di prima mano: sulle future iniziative del Movimento NO TAV, sul pressing mediatico e giudiziario che dipinge o equipara i contrari alla TAV a dei terroristi, sugli esiti della stratosferica azione risarcitoria avanzata dall’impresa LTF nei confronti di Perino e altri e della straordinaria risposta alla richiesta di sostegno economico, sulle condizioni degli arrestati e strategia difensiva nel procedimento. Gruppo biellese NO TAV Manifestano a Roma artigiani, commercianti e piccoli imprenditori La devastante crisi economica e finanziaria capitalistica che le masse popolari italiane stanno vivendo sulle proprie spalle allarga le sue nefaste conseguenze anche sulle fasce della piccola borghesia, nei settori delle piccole e medie aziende, dei commercianti e degli artigiani. Sono proprio questi che in più occasioni, come “popolo delle partite Iva” o insieme al “movimento dei forconi” hanno fatto sentire la loro voce. Il 18 febbraio sono scesi decisamente in piazza in 60 mila, e forse più, per chiedere al nuovo presidente del consiglio, che di lì a poche ore sarebbe stato nominato e poi confermato, il Berlusconi democristiano Matteo Renzi, di tagliare il peso delle tasse, favorire l’accesso al credito, ridurre il peso della burocrazia e rilanciare investimenti e consumi. Imprenditori, commercianti, artigiani e dipendenti di ogni tipo di aziende micro, piccole e medie, titolari di piccole attività balneari e guide turistiche, sono arrivati a Roma da tutta Italia, soprattutto dal Nord, per partecipare alla manifestazione che gli organizzatori di Rete Imprese Italia, che raggruppa le 5 maggiori associazioni di settore: Cassartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti, hanno definito “un evento storico”. Un corteo rumoroso e colorato con striscioni e scritte contro i politicanti e le istituzioni borghesi, migliaia le bandiere con i colori delle varie associazioni, i fischietti e i tamburi. Molti agitavano scope tricolori “per spazzare via le tasse”, altri si sono presentati con ombrelloni da spiaggia, in rappresentanza “delle 30 mila imprese del litorale italiano che occupano oltre 100 mila addetti”, protestano per “una errata interpretazione della direttiva Bolkestein che annovera tra i servizi le concessioni demaniali delle spiagge”. Tanti Roma, 18/02/2014. Manifestazione nazionale di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori gli striscioni esposti nella piazza, alcuni srotolati dalle scalinate del Pincio: “Qui oggi per non chiudere sempre”, ma anche “Dittatori” e “Siamo alla der... Iva”. Moltis- simi i manifestanti arrivati dalle zone terremotate e alluvionate dell’Emilia che ripetono “Ci avete lasciato soli ma siamo noi a portare avanti tutto”. Nel tunnel della crisi qualcuno dei piccoli commercianti è diventato un punto di riferimento per le famiglie più povere, o per i pensionati sociali, come racconta il proprietario di tre supermercati marchigiani arrivato a Roma in uno dei 40 pullman provenienti da Fermo: “la situazione è talmente grave che noi ci sostituiamo allo Stato anche nel welfare, facendo credito alla marea di pensionati che non arrivano a fine mese. Eppure allo Stato abbiamo dovuto pagare le tasse anticipate al 100%. Viviamo nella marginalità e la nostra è diventata una guerra tra poveri”. I dati forniti dalla Rete imprese Italia sono impressionanti: “La ricchezza prodotta è diminuita del 9%, quella pro capite dell’11,1%, il valore aggiunto dell’industria ridotto del 19,5%, il potere d’acquisto delle famiglie diminuito del 9,4%, la spesa familiare ridotta del 7,9%, la disoccupazione rad- doppiata, quella giovanile oltre il 40%, mille al giorno le imprese che dall’inizio della crisi hanno cessato l’attività”. Nel 2013 sono state 372.000 le imprese che hanno chiuso, per la crisi economica e per “l’incapacità politica ed istituzionale di affrontare la situazione” gridano dal palco i rappresentanti degli organizzatori. E ancora: “Oggi qualcosa è cambiato, la politica non può fare finta di niente. Se non avremo risposte ci riproveremo ancora e saremo più numerosi e più determinati”. Siamo più che solidali a questa lotta che, come da loro detto, non deve indirizzarsi verso una guerra fra poveri ma unire la propria voce a quella degli operai, disoccupati, precari, pensionati, giovani e donne e lottare contro i veri responsabili della crisi e le loro istituzioni, oggi rappresentate dal governo del Berlusconi democristiano, Matteo Renzi. interni / il bolscevico 9 N. 9 - 6 marzo 2014 Bugie fasciste che mistificano la realtà La verità rovesciata sulle foibe Il 10 febbraio, in occasione del decimo anniversario del cosiddetto “giorno del ricordo’’ istituito col voto unanime del parlamento nero il 30 marzo 2004 al fine di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, l’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e la più complessa vicenda del confine orientale’’, le massime istituzioni della seconda repubblica neofascista con alla testa il capo dello Stato Napolitano e i presidenti di Camera e Senato si sono uniti alla canea anticomunista e, in nome di una “memoria condivisa’’ e di una “pacificazione nazionale’’ tra antifascisti e fascisti attorno ai “valori della nazione”, della “patria’’ e dell’imperialismo italiani, hanno rilanciato in grande stile le infami menzogne fasciste tese a mistificare la verità storica sugli infoibati (circa cinquecento) e sui fuoriusciti istriani e giuliano-dalmati, in tutto circa 35 mila persone in gran parte anticomunisti, fascisti, spie, traditori, delatori, collaborazionisti e personaggi compromessi con gli oppressori nazi-fascisti che a partire dal 1943 e poi ancora nel 1947, nel 1954 e fino al 1958 fuggirono dai territori della ex Jugoslavia per sottrarsi vigliaccamente al giudizio delle loro vittime. Alla commemorazione solenne avvenuta in Senato alla presenza di Napolitano, il presidente Grasso ha detto fra l’altro: “Questa giornata è dedicata alla memoria di Grasso e Boldrini capifila del coro anticomunista migliaia di italiani dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia che, al termine del secondo conflitto mondiale, subirono indicibili violenze trovando, in molti, una morte atroce nelle foibe del Carso. Quanti riuscirono a sfuggire allo sterminio furono costretti all’esilio. La popolazione italiana di quella regione fu quasi cancellata e di quell’orrore non si è mantenuto il doveroso ricordo per anni. Questa giornata è un momento fondamentale di espressione dell’identità nazionale”. Un giudizio a dir poco vergognoso che rovescia completamente la verità storica e arriva addirittura a confondere le vittime coi carnefici. Un’infamia condivisa in pieno anche dalla presidente Boldrini (SEL) che addirittura è arrivata a dire che “con questa giornata le istituzioni compiono un atto riparatore perché quell`orrore è stato per troppo tempo rimosso e perfino negato. Migliaia di italiani vennero privati dei loro diritti, dei loro beni e della loro stessa vita. Tanti furono costretti a fuggire. A loro va la nostra gratitudine. Ricordare è essenziale affinché non si ricada più nella spirale dell`odio e della violenza”. Non una parola sugli immani crimini commessi dai fascisti aggressori nei territori della ex Jugoslavia messi a ferro e fuoco a partire dagli anni ‘20 e poi ancora durante la feroce occupazione nazi-fascista iniziata nell’aprile del 1941. Una feroce repressione fascista che lo stesso Mussolini aveva avviato col famigerato discorso del Teatro Ciscutti di Pola del 20 settembre 1920 in cui proclamò: “Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini italiani devono essere rie evangeliche”. Si vogliono far passare come “martiri” alcune centinaia di infoibati, ma si fa silenzio assoluto sullo sterminio di oltre 340.000 civili slavi fucilati e massacrati dall’aprile 1941 all’inizio di settembre 1943 nel corso dei cosiddetti “rastrellamenti” ed operazioni di rappresaglia contro le forze partigiane insorte. Di altri 100.000 civili dalle isole di Molat e Rab/Arbe in Dalmazia fino a Gonars nel Friuli ed altri in tutto lo Stivale, morirono di fame, di stenti e di epidemie circa 16.000 persone nel giro di poco più di un anno di deportazione. Si tace sulla feroce politica di snazionalizzazione forzata che costrinse all’esilio più di 80.000 sloveni, croati, tedeschi e ungheresi e anche alcune migliaia di comuni- “Testa per dente invece di dente per dente”, lo slogan degli occupanti fascisti da attuare nella repressione contro i popoli della Slovenia e della Croazia. Vicino Gorizia, a Renziano, nazisti e fascisti assistono compiaciuti alla decapitazione di un partigiano. A Milano il 12 aprile 1945 invece, a pochi giorni dalla Liberazione della città, fascisti e militari della RSI manifestano invocando l’italianità delle zone della Slovenia e della Croazia, ancora cavallo di battaglia dei fascisiti di oggi attraverso le pretese vittime delle foibe il Brennero, il Nevoso e le (Alpi) Dinariche. Dinariche, sì, le Dinariche della Dalmazia dimenticata!… Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchione- montenegrini, croati e sloveni deportati nei capi di concentramento approntati dalla primavera all’estate del 1942 dall’esercito italiano per rinchiudervi vecchi, donne e bambini colpevoli unicamente di essere congiunti e parenti dei “ribelli”. In quei campi disseminati sti italiani, antifascisti e oppositori del regime; si tace sulle violenze e le stragi compiute dagli aguzzini in camicia nera contro i civili perpetrate in base a “una ben ponderata politica repressiva” come testimonia ad esempio la famigerata circolare del generale Roatta del mar- zo 1942 nella quale si legge: “il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, ma bensì da quella testa per dente”. Mentre il generale Robotti, durante i rastrellamenti a tappeto nel giugno e agosto 1942, rimproverava alle truppe dell’XI Corpo d’Armata che: “Si ammazza troppo poco!” e ordinava l’“esecuzione di tutte le persone responsabili di attività comunista o sospettate tali e di internare di tutti gli sloveni per rimpiazzarli con gli italiani per far coincidere le frontiere razziali e politiche”. Chi si deve vergognare non sono i contestatori del cantante e attore Simone Cristicchi autore di uno spregevole spettacolo teatrale, Magazzino 18, che ribalta completamente la verità storica sulle foibe e i fuoriusciti giuliano-dalmati; ma i segretari della commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi (PD) e Bruno Molea (SC) che si sono scagliati contro il giornale radio Rai colpevole, a loro dire, di aver dato poca copertura alla ricorrenza e di aver invitato in studio un rappresentante dell’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani. Mentre i fascisti di Fratelli d’Italia hanno presentato “un’interrogazione in Commissione Vigilanza Rai per chiedere al presidente Tarantola e al direttore generale Gubitosi di riferire sulla vergognosa trasmissione mandata in onda nel corso della quale è stato intervistato uno dei vicepresidenti dell`Anpi al posto di un rappresentante delle associazioni degli esuli”. L’assemblea della Sapienza lancia la mobilitazione contro l’austerity per aprile Ma per mettere fine all’austerity bisogna abbattere il capitalismo, l’Ue imperialista e il governo nostrano che regge loro il sacco Nella giornata di domenica 9 dei beni pubblici. Una valutazio- ziative promosse contro la repres- capitalista. Punti di convergenza ne Attaccare febbraio presso la facoltà di fisiobbiettiva delle realtà odierna sione, del movimento NO TAV, il Nel documento non si parla ca dell’Università “La Sapienza” Il PMLI, che da sempre invo- si congiunge con giuste posizioni convegno nazionale di Roma del delle importanti e gravi controil capitalismo, di Roma si è tenuta un’importan- ca un largo fronte unito di tutte le sul fronte sindacale. L’assemblea 14-15 marzo sulla repressione riforme costituzionali introdotte l’UE imperialista te assemblea promossa dai “Mo- organizzazioni sociali e sindacali punta il dito non solo contro CISL delle lotte sociali, le diverse ini- dai vari governi, come per esemvimenti sociali contro la preca- che si battono contro la crisi pro- e UIL, oramai completamente as- ziative promosse per la chiusura pio, il pareggio di bilancio, il tene il governo Renzi dei CIE, ecc. rietà e l’austerity”, a cui hanno partecipato i sindacati di base, la Rete 28 aprile, studenti, precari, associazioni di lotta per la casa ecc. L’assemblea aveva un chiaro e preciso intento, formare un largo fronte unito di lotta tra tutte le organizzazioni politiche e sociali che si battono contro le politiche di massacro sociale imposte dall’Unione europea e dai governi nazionali ai lavoratori e alle masse popolari del nostro paese. Questa assemblea ha avuto anche lo scopo di redigere un ricco programma delle varie iniziative di lotta che si intendono intraprendere nei prossimi mesi, ponendo particolare attenzione all’importante mobilitazione nazionale promossa per il 12 aprile, contro l’austerità e per assediare i palazzi del potere. La manifestazione era stata promossa ad aprile visto che si sarebbe dovuto tenere proprio in quei giorni a Roma o Milano, il vertice europeo sulla disoccupazione giovanile, ora sembra che questo vertice sia stato spostato a luglio, ma l’assemblea ha deciso comunque di mantenere ad aprile l’importate manifestazione tenersi pronti comunque a dar battaglia a luglio. dotta dal sistema capitalista, plaude all’iniziativa e in linea di massima si trova d’accordo con molti dei punti e delle rivendicazioni trattate nell’assemblea, mentre valuta alcuni punti soprattutto a livello rivendicativo e strategico come meno incisivi. Sulla linea generale del documento conclusivo siamo d’accordo in linea di massima con la critica portata dall’assemblea alle politiche di austerità imposte dalla UE e dalla troika con l’avallo dei governi nazionali e che negli ultimi anni hanno portato un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori e delle masse popolari. Tra le rivendicazioni immediate più importanti trattate nell’assemblea e riportate nel documento conclusivo, le quali trovano il sostegno militante del PMLI, ci sono: la lotta contro l’EXPO che insieme al “modello Marchionne” basato su rapporti industriali di stampo fascista e al “Jobs Act” proposto dal neopremier, il Berlusconi democristiano del PD Matteo Renzi, puntano a una concretizzazione del nuovo modello di sviluppo basato sullo sfruttamento, la devastazione dei territori, il saccheggio serviti alla Confindustria e al governo, ma anche contro la CGIL, in particolare contro l’ala destra del sindacato con alla testa la crumira Susanna Camusso, firmataria a inizio gennaio dell’accordo sulla rappresentatività, criticato giustamente per i suoi contenuti, come l’instaurazione di un regime autoritario sui luoghi di lavoro. Contro questo infame accordo inserito anche nel documento da lei sostenuto, “Il lavoro decide il futuro” all’imminente congresso della CGIL, si devono contrappore una larga mobilitazione di massa che parta dalle fabbriche e dai luoghi di lavoro e il documento “Il sindacato è un’altra cosa” sostenuto da Cremaschi e appoggiato tatticamente anche dal PMLI. Fra gli altri punti emersi in assemblea: la lotta per l’abrogazione delle leggi razziste e fasciste Turco-Napolitano e Bossi-Fini che hanno introdotto in Italia rispettivamente i lager per immigrati e il reato di clandestinità, la lotta al precariato, vera piaga sociale per milioni di lavoratori, soprattutto giovani ai quali viene negato il diritto ad lavoro stabile e quindi ad un futuro stabile. Di positivo, rileviamo anche le ini- Mancanze del documento conclusivo Oltre ai tanti punti rivendicativi che condividiamo, volendo dare il nostro contributo politico al dibattito, non possiamo non esprimere anche le nostre perplessità su alcuni punti importanti non trattati dall’assemblea e alcune rivendicazioni che risultano fuorvianti ai fini della lotta. Si dovrebbe evidenziare (cosa che nel documento dell’assemblea non viene fatto) il carattere imperialista dell’UE e non si chiede l’uscita dell’Italia da essa. Non viene mai citato il governo Letta-Alfano (sostituito ora dal pupillo del neoduce Berlusconi, il democristiano PD Renzi) e solo in un caso si parla generalmente di governo della crisi che impone l’austerity alle masse popolari. Non si accenna minimamente al fatto che la crisi è causa del modo di produzione improntato sullo sfruttamento dei lavoratori e dell’anarchia della produzione insita nel sistema tativo di manomissione dell’articolo 138 della Costituzione e le intromissioni-imposizioni di Giorgio Napolitano nell’esecutivo che di fatto hanno aperto la strada alla repubblica presidenziale. Non si denuncia apertamente la fascistizzazione del paese attraverso il completamento del piano di rinascita democratica della P2. Un punto fondamentale da porre al centro delle lotte è quella per il diritto al lavoro stabile, a tempo pieno, a salario intero e sindacalmente tutelato per tutti i disoccupati, precari e i lavoratori a tempo pieno. Da quello che emerge dall’assemblea invece sembra che questa importante rivendicazione politica ed economica venga soppiantata col mettere al centro delle lotte sindacali la lotta per il reddito (reddito minimo o reddito di cittadinanza, questo almeno dal documento conclusivo non di capisce). Il PMLI non esclude strumenti di sostegno al reddito ma tali strumenti non devono sostituire o surrogare i diritti ma semplicemente integrarli. Se su molte questioni ci si trova d’accordo, ed è dalle rivendicazioni comuni che dobbiamo partire per un’ampia mobilitazione di lotte, nelle fabbriche, nelle scuole e nelle piazze, non bisogna tralasciare un punto strategico molto importante. Si è parlato durante l’assemblea della necessità di un cambiamento radicale di sistema, rispetto al modello economico vigente, ma quale sia questo cambiamento non viene mai citato e proposto. Il PMLI dal canto suo ha ben chiara qual è la via d’uscita dall’austerità e dalla crisi del sistema capitalista, questa via d’uscita è il socialismo. Solo affiancando alle lotte immediate per migliori condizioni di lavoro e di vita la lotta strategica per il socialismo con il conseguente abbattimento del potere borghese, del sistema capitalista e con la presa del potere da parte del proletariato, solo allora potremo mettere fine ai massacri sociali al quale il proletariato italiano e le masse popolari sono sottoposti. Uniamoci contro il capitalismo e i suoi governi, per il socialismo! Solo il socialismo può salvare l’Italia! N. 7 - 20 febbraio 2014 pareggio di bilancio / il bolscevico 7 cronache locali / il bolscevico 11 N. 9 - 6 marzo 2014 W la nuova Sede centrale del PMLI e de “Il Bolscevico” Dalle sue grandi vetrate penetra tutta la luce possibile il sole riscalda il lavoro delle compagne e dei compagni che in essa spendono le loro migliori energie e anche un giorno di pioggia e di nuvole buie come questo della sua inaugurazione è meno triste. Dalle pareti ci sorridono gli storici ritratti dei cinque Maestri. per una nuova impegnativa difficile fase del nostro lavoro. Con la costanza della mente e tutto il calore del cuore che esso richiede. Come per tutto il popolo del nostro Paese la nottata non è passata ancora e di sicuro non passerà da sola. Resa possibile dal sacrificio e dall’amore per il PMLI La compagna Patrizia Pierattini, una dei primi quattro pionieri del PMLI, durante una manifestazione sindacale a Firenze Il primo ciclostile e la macchina storica da scrivere a tasti ci dicono come abbiamo cominciato per scrivere e faticosamente diffondere. Il denaro ci è mancato sempre ma mai la qualità la forza l’entusiasmo della militanza marxistaleninista. E la creatività giovane e rossa stanza della Sede di Firenze lì presente è anch’essa un segno che quella qualità quei sentimenti lungimiranti ci sono ancora tutti. Come in famiglia a una ricorrenza, o una gioia, si brinda e si divide la tavola con gli amici stretti così la nuova Sede centrale del PMLI e de “Il Bolscevico” ha aperto le porte dei suoi dirigenti militanti e amici. Per il Partito, che anche con la nuova Sede si appresta a sostenere tutti gli sforzi e far tesoro di tutte le energie, necessarie a condurre le battaglie dell’oggi e di domani, per il bene e il futuro delle masse popolari e dell’Italia unita rossa e socialista. Al servizio d’ogni battaglia tutta la qualità, le conoscenze la creatività l’ottimismo del suo Segretario dei suoi dirigenti militanti amici per tradurre in fatti piccoli o grandi che siano, la forza ideale politica tattica e strategica del PMLI. Patrizia Pierattini, una dei primi quattro pionieri del PMLI Come il suo predecessore Cuffaro Lombardo, ex governatore della Sicilia, condannato per mafia Il fondatore del Movimento per l’Autonomia è stato condannato a sei anni e otto mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa Dal nostro corrispondente della Sicilia È stato messo un altro punto fermo alla questione giudiziaria riguardante l’ex-governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, fondatore del MPA, costretto a dimettersi il 30 luglio del 2012, dopo essere stato raggiunto da un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio e da un’incriminazione coatta. Raffaele Lombardo, che aveva richiesto il rito abbreviato, è stato condannato dal Giudice delle Udienze Preliminari (GUP) di Catania, Marina Rizza, in primo grado a sei anni e otto mesi di reclusione e ad un anno di interdizione dei pubblici uffici. Nella sentenza Lombardo viene riconosciuto colpevole del reato di concorso esterno, mentre cade l’accusa di voto di scambio, considerata assorbita nel precedente reato. Parallelamente sono stati ridimensionati i dieci anni che erano stati chiesti il 18 set- tembre 2012 dall’accusa, sostenuta dai Pubblici Ministeri (PM) Jole Boscarino, Antonino Fanara, Agata Santonocito e Carmelo Zuccaro, coordinati dal procuratore etneo Giovanni Salvi. Le disavventure giudiziarie di Lombardo iniziano nel 2010, quando il suo nome spunta in diversi verbali che registrano le deposizioni di collaboratori di giustizia. Non vi è dubbio, in questa fase del percorso giudiziario a carico di “Don Raffaele”: dopo il 2001 la mafia indica di far conflui re voti sul MPA, considerato punto di riferimento. Come rivelerà il mafioso Maurizio di Gati “se ne avevamo bisogno ci potevamo rivolgere a quel partito per quanto riguardava sia gli appalti sia per altre cose”. Nelle intercettazioni i boss parlano di accordi siglati con i vertici del Movimento e addirittura di incontri con Raffaele Lombardo e il fratello Angelo. Quest’ultimo ex deputato nazionale del MPA, che ha scelto il rito normale, è stato più di democrazia gestionale e di radicalizzazione della lotta rivendicativa nelle fabbriche. In merito, ritengo che i compagni della seconda mozione congressuale, a tutt’oggi, non sono riusciti a coinvolgere gli operai più combattivi, facendoli crescere politicamente, incidendo, in modo efficace nella gestione del sindacato in quanto, essi, non hanno alle spalle il vero Partito marxista leninista dei lavoratori, che persegue la linea dell’abbattimento del capitalismo, nelle sue varie proposizioni, ingannevoli e kauskiane. La cultura politica dei compagni della seconda mozione non consente loro di costruire, assieme alle lavoratrici e ai lavoratori, una proposta politica da contrapporre alla filosofia del “capitalismo buono”, e il percorso è quello di pervenire alla realizzazione del sindacato unitario delle lavoratrici e dei lavoratori e antimafiosa non ipocrita doveva apparire almeno il sospetto di simili relazioni che non solo condizionavano evidentemente la linea politica del governo Lombardo, ma venivano anche messe in evidenza dalle indagini della Procura di Catania. Eppure il PD regionale siciliano non ha esitato a sostenere il governo Lombardo in crisi e con ciò a perpetuare un antipopolare sistema clientelare e filomafioso. Aggiungiamo che anche il governatore Crocetta ha ampie responsabilità nella perpetuazione del sistema di relazioni illecite messo in piedi dal MPA. Infatti, pur di rimanere attaccato alla poltrona, non ha esitato ad accettare nella sua maggioranza ampi spezzoni del movimento fondato dal suo predecessore, transitati in nuove formazioni come Articolo4. Crocetta ancora, questa volta a causa della sua ipocrita antimafia di facciata, può essere nominato “traditore dei siciliani”. Per poco si è sfiorata la tragedia Crolla parte del tetto di una IV elementare a Palermo Dal corrispondente della Cellula “1° Maggio-Portella 1947” di Palermo L’ennesimo crollo in una struttura scolastica a Palermo: questa volta si è trattato del cedimento di una parte del tetto della IV classe dell’istituto elementare e dell’infanzia Marinella Bragaglia. Durante il crollo, avvenuto alle 13,10, sono rimaste ferite lievemente 2 bambine. Non è la prima volta che accade. Già si erano verificate, non solo in questa scuola, altri cedimenti simili dovuti a strutture fatiscenti per colpa della pioggia, di infiltrazioni e dell’assenza quasi totale di manutenzione ordinaria e straordinaria. Ormai a Palermo si rischia grosso ad andare a scuola. La giunta Orlando, a parte le chiacchiere non fa il dovuto per rimettere in sesto le scuole palermitane che crollano sulla te- sta degli studenti e cerca di minimizzare sostenendo che niente di grave è accaduto alla Bragaglia. I genitori degli alunni hanno protestato duramente: vogliono spiegazioni, anche se la dirigente scolastica ha voluto minimizzare il problema, sostenendo che non sono stati richiesti particolari la- Il crollo nel soffitto denunciato nell’articolo Il compito dei marxisti-leninisti è educare e indirizzare i lavoratori sulla via del socialismo Ho letto l’articolo de “Il Bolscevico” sul governo Renzi. Le masse popolari, permangono sempre più in situazioni di indigenza economica, sociale e lavorativa. Questa operazione, è stata messa in pista dai “poteri forti”, sponsorizzata istituzionalmente dal presidente Napolitano, ed operativamente compiuta dalle sempre più “strane” ed opportuniste maggioranze create, di volta in volta, dai riformisti che cavalcano il cosiddetto capitalismo buono tanto caro anche alla componente maggioritaria della CGIL. La sinistra radicale ritengo sia più efficiente e meno “distorsiva” rispetto alla logica, sponsorizzata dalla segreteria nazionale, in merito al consociativismo datori di lavoro-parti sociali. La componente della seconda mozione si differenzia dalla casta dei camussiani, per qualche venatura in rinviato a giudizio, per concorso esterno in associazione mafiosa. Il passaggio fondamentale sul quale si basano le accuse a carico dell’ex governatore riguarda l’interessamento di Lombardo per impedire il blocco dei lavori per il centro commerciale ICOM di Catania del gruppo Auchan, come si evince in un’intercettazione ambientale nello studio del potente editore catanese Mario Ciancio, che grazie allo scambio ha incassato ben 28 milioni di euro. Non solo, ad eseguire i lavori di movimentazione terra e a fornire il cemento per la realizzazione del centro commerciale era il mafioso Vincenzo Basilotta, suocero di Gaetano Anastasi, dirigente del Mpa di Castel di Judica. In sostanza il processo all’exgovernatore ha evidenziato in tutta chiarezza l’esistenza di una vasta zona grigia fatta di relazioni illecite tra imprenditori mafiosi e filomafiosi e i vertici del MPA siciliano. Ad un’analisi politica su questo il Partito, se non erro, pur appoggiando politicamente la seconda mozione, si distingue da essa. Inoltre, l’organizzazione da essi diretta, non prevede le rappresentanze controllate tramite la democrazia diretta, conseguenziale della rimozione/ricambio dei rappresentanti non idonei, bensì la delega che di fatto è un meccanismo di controllo non della base ma dei dirigenti sindacali. Ciò che è avvenuto nel PD, di sicuro, avrà cittadinanza e consacrazione al prossimo congresso della CGIL e, in previsione di ciò, bisogna vigilare, cercando di salvaguardare, perché permangano, le condizioni di unità anche nella diversità. Chiudo con una riflessioneopinione. I lavoratori sono nelle associazioni sindacali, siano esse della triplice come negli autonomi, per cui è strategicamente giusto stare con i lavoratori, rafforzando sempre più il fronte unitario contro il grande capitale e la finanza. Molti lavoratori militano in confederazioni minoritarie che viaggiano sulla rabbia e il rivendicazionismo fine a se stesso non costruendo gradualmente l’alternativa al modello di produzione come anche allo sfruttamento finalizzato al profitto del capitale. È questa carenza di cultura politica che genera il rivendicazionismo/ qualunquismo, che porta alla divisione delle masse lavoratrici e quindi alla loro sconfitta politica. Ritengo che sia compito dei marxisti-leninisti educarli politicamente, indirizzandoli sulla via del socialismo, per l’abbattimento del capitalismo sotto la guida politica del PMLI, marxista-leninista, e dei suoi Mestri, Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao. Giuseppe, provincia di Catania vori di ristrutturazione in quanto il problema dell’intonaco rovinato è facilmente risolvibile. Ma i genitori non ci stanno, preoccupati visto che comunque, anche se in forma leggera, sono stati feriti degli alunni durante lo svolgimento delle lezioni. La Cellula “1° Maggio-Portella 1947” di Palermo del PMLI esprime solidarietà agli alunni della classe IV della Marinella Bragaglia, ai loro insegnanti e alle loro famiglie, chiedendo nel contempo un piano urgente, a cui collaborino Comune, Provincia, Regione e Governo, per la ristrutturazione delle fatiscenti scuole palermitane. W il PMLI, W i 5 Maestri, W il Compagno Segretario generale Giovanni Scuderi! Nel trasformare la mia concezione del mondo non finisco mai d’imparare soprattutto riguardo alla sporca, sporchissima operazione che Marco Rizzo e compagnia stanno cercando di mettere in piedi, approfittando della buona fede e dello smarrimento di tanti onesti compagni che pensano che a sinistra ci sia mancanza di punti di riferimento. Il punto di riferimento esiste già e non può essere altro che il PMLI. Compagne e compagni non vi fate ingannare da imbroglioni matricolati del calibro di Marco Rizzo! Ve lo dice un compagno che ha avuto il dispiacere di averlo incrociato ai tempi della militanza nel PRC e, vi assicuro, che non è stata una bella esperienza, tutt’altro! Colgo l’occasione per comunicarvi ufficialmente che l’altro ieri sono stato contattato per fare parte di questo nuovo inganno. Contatto che ho rispedito al mittente facendo tesoro di quanto detto nell’articolo de “Il Bolscevico” e forte della triste passata esperienza. W il PMLI, coi Maestri vinceremo! Andrea, operaio del Mugello (Firenze) Cari compagni, nel salutarvi vi confermo che sempre di più sta avvenendo nella mia coscienza e nella mia ragione quella trasformazione radicale della concezione del mondo che il caro compagno Giovanni Scuderi mi richiese nel 2009 nel nostro primo incontro da “borghese illuminata” a “proletaria”! Ora sono sicuramente più avanti per diventare un autentico marxista-leninista nello spirito e nell’umiltà, guardandomi indietro e accorgendomi che indumento dopo indumento molti miei panni borghesi me li sono lasciati indietro per la strada, ma tanta è ancora la strada da fare, non si finisce mai di imparare, e sbagliare è facile. Sappiate che ciò che mi porta sempre di più a legarmi al nostro Partito è l’esempio di vita che mi date voi dirigenti, a cominciare dal Segretario generale compagno Giovanni, fratelli maggiori nel cammino della vita socialista. Calorosi saluti marxisti leninisti. Lavoratori di tutti i paesi unitevi! Gior – Roma Ha fatto bene il PMLI a smascherare Rizzo Care compagne e cari compagni del PMLI, grazie per avermi inviato l’articolo sulla “rifondazione del PCI”. Un articolo molto interessante Vi sarò sempre grato per il vostro impegno Cari compagni, è sempre un onore e un piacere ricevere le vostre comunicazioni. Non ho internet ma vi contatto dal centro multimediale della biblioteca della mia città. Vi sarò sempre grato per il vostro impegno. Auguri di buon lavoro. Saluti marxisti-leninisti. Salvatore – Catania 12 il bolscevico / cronache locali N. 9 - 6 marzo 2014 La Corte dei conti accusa la Provincia di Milano di stipendi Idra a Renzi: d’oro e spese fuori controllo “chiudere la Tav” Comunicato dell’associazione ambientalista fiorentina Mentre “non ci sono i soldi” per edilizia scolastica e stabilizzazione dei precari Redazione di Milano Mentre la giunta della Provincia di Milano guidata da Guido Podestà (ex PdL oggi NCD) lamenta insufficienti risorse finanziarie per la manutenzione ordinaria e straordinaria negli istituti scolastici e per la stabilizzazione dei lavoratori precari, è scoppiata anche sulla sua amministrazione la bufera delle “spese pazze”. Non si tratta, come in molti altri casi, di rimborsi spese che ben poco c’entravano con le attività politiche, ma di assunzioni e consulenze “fuori controllo” riscontrate dalla Corte dei Conti, che ha concluso la sua indagine. Le irregolarità sarebbero 16 e riguar- derebbero l’amministrazione guidata dal 2009 da Podestà. Si tratta soprattutto di incarichi dirigenziali e assunzioni a tempo determinato per varie consulenze d’oro che avrebbero fatto sì che la Provincia abbia “mancato l’obiettivo di riduzione della spesa”, come previsto da un decreto del 2010 del IV governo del neoduce Berlusconi che obbligava il dimezzamento delle spese rispetto al 2009. Il problema è che sembra che non si sia nemmeno fatto un gran tentativo a riguardo. La provincia ha speso due milioni e mezzo nel 2009 per retribuire a vario titolo figure manageriali, e ha speso due milioni e mezzo (con un risparmio nell’ordine di qualche migliaio di euro) nel 2010. Il tutto per pagare 85 persone per le quali, secondo la Corte dei Conti, sono “necessarie ulteriori giustificazioni circa la loro necessità”. C’è anche il problema dei dipendenti che vengono assunti con contratti più ricchi, una prassi irregolare, visto che “non è possibile attribuire compensi diversi da quelli previsti dal contratto nazionale”. Una parte dei rilievi della Corte dei Conti riguarda invece la questione Asam, una controllata della provincia che detiene la quota di Milano Serravalle acquistata del 2005 dal predecessore di Po- destà, il PD Filippo Penati. Una quota che ha provocato minusvalenze per 300 milioni, e visto che non si riesce a venderla rischiano di arrivare fino a 500. Uno scenario che però non ha convinto chi di dovere a ridurre le spese, che anzi tra il 2011 e il 2012 sono cresciute sia per quanto riguardo il capitolo delle spese del personale (546mila euro), sia per quanto riguarda i servizi (due milioni e mezzo), sia per quanto riguarda i due dirigenti e i due dipendenti, “con una retribuzione media pari a 156mila euro annui”. Per non parlare delle spese per le consulenze straordinarie, di quasi un milione e ottocentomila euro! Firenze. Assemblea di tesseramento 2014 dell’Anpi “Oltrarno” Sarti: “questa riforma elettorale è peggio di quella precedente” Duro attacco del presidente dell’Anpi provinciale al Berlusconi democristiano Renzi. Passerella di politici per riportare le masse fiorentine al voto Redazione di Firenze Domenica 16 febbraio la sezione “Oltrarno” dell’ Anpi di Firenze, con la partecipazione di altre sezioni fiorentine, ha organizzato l’annuale giornata di tesseramento nel popolare quartiere di San Frediano. Un appuntamento al quale gli antifascisti fiorentini sono particolarmente legati, in quanto rappresenta l’occasione per rinsaldare il legame con la sezione, rinnovare la tessera e informarsi sulle future iniziative dell’Anpi. Quest’anno, inoltre, cade il 70° Anniversario dell’insurrezione e della Liberazione di Firenze. Purtroppo va segnalato che, snaturando la natura del fronte unito antifascista che si realizza all’interno dell’Anpi che comprende anche gli astensionisti, è stata una giornata principalmente dedicata alla propaganda politica in vista delle prossime elezioni europee e amministrative, dal titolo “Ripartire dalla buona politica”. Di conseguenza ha avuto luogo la passerella di politici del “centro-sinistra” e il solito teatrino sull’importanza del “voto buono” rispetto a quello “cattivo” con il primo per intendere la delega in bianco ai partiti della classe dominante borghese e il secondo come la sfiducia delle masse verso l’attuale sistema politico espressa con l’astensionismo. Scarperia (Firenze) Buon risultato della mozione 2 al congresso CGIL alla CHI-MA Mercoledì 29 gennaio 45 lavoratrici e lavoratori della CHI-MA di Scarperia (Firenze), iscritti e non iscritti al sindacato, hanno partecipato al congresso di base della CGIL. Un funzionario della FILCTEMCGIL ha illustrato la mozione numero uno Camusso-Landini. Il suo intervento è stato all’insegna dell’“unità dei lavoratori”, intesa come unità sindacale che poi si traduce nell’appiattimento della CGIL sulle posizioni di CISL e UIL. Nell’intervento il funzionario ha teso a sminuire la portata del valore della classe operaia soprattutto quando ha affermato che “fare richieste troppo consistenti rischia di creare illusioni”. Ho presentato denuncia per il vandalismo al busto di Lenin Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Presso gli uffici della stazione dei Carabinieri di Cavriago, questo pomeriggio ho provveduto a sporgere regolare denuncia, dopo il vandalismo arrecato al busto di Lenin nella omonima piazza di Cavriago, avvenuto nel tentativo di abbatterlo, nella notte tra giovedì 13 e venerdì 14 febbraio scorsi. Denuncia congiunta a nome dei partiti di Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, attraverso la quale si condanna un gesto che probabilmente non ha avuto la valenza di semplice bravata, considerati anche gli svariati precedenti. Dopo il presidio democratico e antifascista della scorsa domenica proprio in piazza Lenin, per porta- re l’attenzione mediatica su quanto avvenuto agli occhi di tutta la cittadinanza, l’auspicio ora è che da parte delle istituzioni del paese vengano presi provvedimenti affinché sia posta maggiore illuminazione su piazza Lenin, comunque per una maggiore sicurezza di tutti i cittadini e che al più presto si riparino i danni arrecati ad un monumento che appartiene a tutti i cavraghesi e non solo. Ove possibile ci rendiamo disponibili, a concorrere con un nostro contributo economico, alle spese che saranno necessarie per riparare il danno, non ancora quantificato, arrecato alla statua di Lenin. Alessandro Fontanesi Segretario provinciale Partito dei Comunisti Italiani di Reggio Emilia Finito l’intervento per la mozione uno ho preso la parola come illustratore della mozione due, primo firmatario Giorgio Cremaschi. In particolare ho criticato quanto fatto dalla CGIL dall’ultimo congresso a oggi per non aver attaccato la politica dei governi Berlusconi, Monti e Letta. Ho rimarcato gli aspetti positivi della mozione facente capo a Cremaschi rilanciando la nostra proposta del sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati. Dopo di che, malgrado il poco tempo a disposizione e limitato ulteriormente dell’ulteriore replica dell’esponente della mozione uno, ci sono stati alcuni interventi e domande delle lavoratrici in particolare sulla difesa del contratto nazionale di lavoro e sull’unità sindacale. Alla votazione ha vinto la mozione uno con 8 voti, ma la seconda mozione ha ottenuto un buon risultato con 4 voti. Sono moderatamente soddisfatto, anche se il risultato del voto poteva essere migliore, per me è stata un’esperienza importante aver affrontato come uno dei relatori un congresso del genere. Andrea, operaio del Mugello A rompere il clima propagandistico costituito ad arte, ci ha pensato il Presidente dell’Anpi provinciale di Firenze, Silvano Sarti, che ha attaccato duramente la riforma elettorale del Berlusconi democristiano Renzi definendola ancora peggio di quella precedente in palese contrasto con la Costituzione del ’48, seguita alla Liberazione dal nazifascismo durante la quale molti giovani partigiani sono morti. Un intervento a lungo applaudito dalla sala che ha visibilmente rotto le uova nel paniere dei politici presenti. La giornata si è conclusa con un rinfresco offerto a tutti i partecipanti. Riceviamo e pubblichiamo in ampi estratti. “Faccio notare al governo nazionale che in tempi di crisi l’idea di investire un miliardo e rotti in questa opera, fra tunnel e stazione, che non serve a nulla non è una buona idea. L’Alta velocità a Firenze c’è già e i treni veloci qui già si fermano. Perché se hanno un miliardo di euro da buttare via in questo modo non lo mettono sulla scuola?”. Con queste paro le Matteo Renzi sindaco di Firen ze stroncava quattro anni fa, era il giugno 2010, il progetto di stazio ne faraonica TAV sotto il centro di Firenze, patrimonio mondiale UNESCO dell’Umanità. Cinque anni prima, a novem bre 2005, Matteo Renzi presiden te della Provincia di Firenze aveva organizzato a Palazzo Medici Ric cardi con TAV SpA una mostra ce lebrativa dal titolo “Firenze Bolo gna: Sotto e Sopra l’Appennino”, proprio mentre nel Tribunale di Fi renze si celebrava il processo per i danni ambientali che la TAV, quel la TAV, aveva causato alle acque e al territorio di Siti incontamina ti classificati “di Importanza Co munitaria”, sotto e sopra quell’Ap pennino. “Un’opera comunque straordinaria”, scriveva Ren zi nell’opuscolo di presentazione della mostra, dove “i momenti difficili hanno però visto sempre in prima linea le istituzioni, a partire dalla Provincia di Firenze, in un ruolo di tutela dei diritti e dei legittimi interessi delle popolazioni interessate dai lavori, dell’ambiente e del territorio”. Si è appena ria perto, sulle conseguenze di quella cantierizzazione, un nuovo proces so di appello a Firenze. Ad agosto 2011, infine, Matteo Renzi sindaco di Firenze monetiz zava la resa della città alla TAV: il definitivo ok alla stazione farao nica e al doppio sottoattraversa mento contro-falda in cambio di 80 milioni pubblici cash promes si (quanti arrivati?) a Palazzo Vec chio. Lo stesso giorno si perfeziona va l’ultimo atto - maturato nei col loqui di Arcore - della cessione da parte del Comune di Firenze allo Stato della più grande e prestigio sa scuola media superiore della Toscana, l’ITI “Leonardo da Vin ci”: il definitivo smantellamen to di un’esperienza centenaria di autonomia gestionale, di organi ci stabili e collaudati, di continui tà didattica, fucina di generazioni di tecnici di avanguardia, avveni va dietro richiesta esplicita al mi nistro Gelmini da parte di chi ciò nonostante sosteneva (e ancora sostiene?) che la spesa sulla scuo la non è un costo ma un investi mento (!). A Renzi pervenuto al gover no nazionale Idra fa notare quel lo che lui stesso ha dichiarato da sindaco. E cioè che “in tempi di crisi l’idea di investire un miliardo e rotti in questa opera, fra tunnel e stazione, che non serve a nulla non è una buona idea. Perché se han no un miliardo di euro da buttare via in questo modo non lo mettono sulla scuola?”. Di più. La TAV rischia di in goiare non uno, ma parecchi mi liardi e rotti di euro, se allarghia mo lo sguardo al resto d‘Italia. Un investimento capital ultraintensive e labour ultra-saving: esattamente il contrario di quello che occorre all’economia. Dalle sponde dell’Arno Idra lancia dun que l’ennesimo appello a chiude re per sempre e su tutto il territo rio nazionale, dall’alto di Palazzo Chigi, il delirante incubo erariale TAV: dalla Val di Susa a Genova, al Trentino, a Trieste, a Napoli, a Bari. Associazione di volontariato Idra 22 febbraio 2014 Al congresso provinciale di Firenze Gli attivisti dell’Arci ribadiscono l’impegno nel sociale Palpabile la voglia di demarcarsi da Renzi e Camusso Cari compagni, ho partecipato al congresso della provincia di Fi renze dell’Arci, e per me è stata, in positivo, una sorpresa. Infatti c’è stato un clima posi tivo, silenzio in sala, ascolto e ri spetto per gli interventi; sostan zialmente era palpabile nella base Arci la voglia di lasciare Renzi, la Camusso, la vergogna dell’Ita licum, le risse politiche e fisiche, ecc. fuori dalla sala e concentrarsi su come fare per essere attivi, aiu tare la parte “debole” della socie tà, essere un punto di riferimen to, partendo dal piano ricreativo e culturale, per la costruzione di una società migliore. Il tutto tenendo conto che sul piano ideologico la fanno da pa drone il pacifismo, il dare più va lore a pratiche “etiche” che alla lotta. C’è stata la solita passerel la di politici, tutti un po’ con la coda fra le gambe. Andrea Bar ducci, presidente della provincia di Firenze, ha cercato di far di menticare l’appartenenza al PD dicendo “la mia vera militanza è l’Arci”. Valiani (SEL) si è di stinto per un intervento fumoso e sostanzialmente senza capo né coda. Incatasciato (PD resp. me tropolitano) ruffiano con l’Ar ci ha scansato tutti i temi “cal di”. Sostanzialmente vuoti gli interventi dei parlamentari Pao lo Beni (PD) e Alessia Petraglia (SEL), che non hanno assunto impegni precisi riguardo allo spi noso problema dell’Imu, mentre i circoli Arci si stanno battendo per l’esenzione della parte so ciale e non commerciale, contro quanto voluto dal governo Letta. Il responsabile regionale Gian luca Mengozzi ha sottolineato il dovere di “fare cultura e ricreazio ne al servizio delle famiglie impo verite dalla crisi, sia per i costi che per i contenuti”. Fra gli interventi degli ospiti si è distinto Silvano Sarti, il preside ne provinciale dell’Anpi, che si è smarcato da Renzi e ha denunciato con forza l’Italicum dicendo “non è per questo che hanno versato il sangue i partigiani”, ha anche de nunciato la gestione antidemo cratica della Cgil della Camusso; molto applaudito. Fra i numerosi interventi ap plaudito in maniera sentita quel lo della presidente della Casa del Popolo di San Bartolo a Cintoia che ha ribadito la necessità di te nere i problemi e le esigenze degli operai e dei disoccupati al centro dell’attività sociale. Una delegata di Firenze cronache locali / il bolscevico 13 N. 9 - 6 marzo 2014 IL BERLUSCONI DEMOCRISTIANO RENZI INCORONA A neopodestà DI FIRENZE L’AMICO E BORGHESE DOC NARDELLA Contro le istituzioni borghesi, battersi per Firenze governata dal popolo e al servizio del popolo Redazione di Firenze L’ambizioso Berlusconi democristiano Renzi ha pensato a tutto e con la sua scalata a Palazzo Chigi, ha assicurato la poltrona di neopodestà fiorentino al fidato amico e braccio destro Dario Nardella, che smette i panni di deputato in parlamento e da vicesindaco in carica correrà per l’elezione a sindaco di Firenze nella prossima primavera. In un vero e proprio “gioco di poltrone” per fare spazio a Nardella, Renzi ha promesso una poltrona da sottosegretario allo sport all’altro papabile vicesindaco Eugenio Giani (PD) e attuale presidente del Consiglio comunale. Mentre a livello regionale il governatore Enrico Rossi (PD) ha deciso di sostenere le scelte del Berlusconi democristiano effettuando addirittura un cambio di assessori. Dentro la renziana Stefania Saccardi che lascia il posto di vicesindaco fiorentino per occupare quello di vicepresidente della Regione, fuori Stella Targetti che viene rimpiazzata da Emmanuele Bobbio, nuovo assessore alla formazione, nipote del filosofo e attuale lavoratore presso l’ufficio di Bankitalia. Un Renziano doc per Palazzo Vecchio Dario Nardella, nasce a Torre del Greco nel 1975 e risiede a Pontassieve in provincia di Firenze. Diplomato in violino al Conservatorio fiorentino “Cherubini” per alcuni anni si dedica alla musica, fino al 1998 quando durante una manifestazione degli allora DS a Rufina, Nardella (già responsabile cultura dei DS), si presenta all’allora neo eletto segretario metropolitano Lorenzo Becattini che lo chiama a far parte del nuovo vertice fiorentino. Si lega subito a Vannino Chiti, ex presidente della Regione, antioperaio e autore della megaspeculazione edilizia nell’area ex Fiat a Firenze, del progetto Alta Velocità nel Mugello, riconciliatore nazionale con i fascisti. Quando Chiti viene eletto in parlamento Nardella gli è stretto collaboratore e tra il 2006 e il 2008 diventa consigliere giuridico di Chiti. Nel 2004 viene eletto in Consiglio comunale a Firenze nella lista dei DS, assumendo l’incarico di presidente della commissione cultura e fondando una scuola di governo per la formazione di giovani classi dirigenti. Arriviamo al 2009 quando il furbetto Nardella decide di schierarsi a fianco dell’amico Matteo Renzi, allora candidato alle primarie per sindaco di Firenze, divenendo così il suo braccio destro, consigliere e fidato sodale. Renzi lo premia assegnandogli la Nardella ha sempre sponsorizzato e propagandato Renzi, difendendo a spada tratta ogni sua mossa, compreso l’accordo tra quest’ultimo e Berlusconi sulla nuova legge elettorale e il suo diretto confronto con Brunetta con il quale afferma di avere preso più di un caffè per parlare dell’argomento affermando “in privato è decisamente più simpatico che in televisione”. A livello nazionale sostiene la cancellazione della parola “partito” dal nome del PD come comunicazione di una nuova forma di politica nel terzo millennio. Il Berlusconi democristiano Renzi istruisce il fido Nardella, sindaco in pectore di Firenze carica di vicesindaco con deleghe all’economia e per tre anni lavora come numero due a Palazzo Vecchio. È di Nardella la firma al “piano per il commercio” del 2011 che prevede anche di tenere aperti i negozi a Firenze per il 1° Maggio e il 25 Aprile. Si arriva alle elezioni politiche del 2013, Nardella smette i panni di vicesindaco e si trasferisce dalle poltrone di Firenze a quelle di Roma. In numerose recenti interviste Nardella racconta il suo strettissimo rapporto con Renzi (ci telefoniamo più volte nella giornata e ci scambiamo sms alle sei di mattina o all’una e mezza di notte), con il quale condivide età anagrafica, studi universitari, esperienza negli scout e che in privato lo chiama “il Cavallo” perché è quello su cui puntare sempre. Il vicesindaco come un vero e proprio “guru” si attribuisce l’enorme influenza che ha su Renzi per averlo spinto nella scalata del PD e gli ha fornito 3 indicazioni: la prima di non diventare un’armata Brancaleone come per il governo Prodi, la seconda di non resuscitare tutte le cariatidi del PD come ha fatto Veltroni, la terza di rottamare la politica del “cacciavite” di Letta e sostituirla con la politica del “martello pneumatico”. Continuare a battersi per Firenze governata dal popolo e al servizio del popolo L’avvicendamento tra Renzi e Nardella non sposta di una virgola la politica privatizzatrice, anti-operaia e cementificatrice adottata fino a qui dal PD fiorentino. Le priorità cittadine del nuovo neopodestà fiorentino riguardano le “grandi opere”, lo stadio, l’aeroporto, la gestione dei beni culturali sul solco dei recenti affitti milionari degli Uffizi e di Ponte Vecchio. Il 19 febbraio, appena insediatosi in Palazzo Vecchio, Nardella ha subito incontrato il presidente esecutivo dell’Acf Fiorentina Mario Cognigni per parlare del futuro dello stadio. Mentre il 21 febbraio si è riunito con il prefetto fiorentino Luigi Varratta per varare un nuovo piano da “pugno di ferro” che prevede una massiccia presenza delle “forze dell’ordine” alla stazione Santa Maria Novella per “contrastare le bande di rom” e l’accattonaggio. Non una parola spesa per i problemi sostanziali e importanti dei fiorentini, avanzati a più riprese con manifestazioni e proteste, vedi la lotta dei lavoratori della Seves ai quali tante promesse sono state fatte da Renzi e per i quali niente è stato fatto, i lavoratori dell’Ataf, la mancanza di case, servizi sociali e assistenziali. Al renziano e borghese doc Nardella non importa un fico secco del futuro delle masse popolari e del proletariato fiorentini, lui che nel 2012 come membro del governo di Palazzo Vecchio ha dichiarato una retribuzione lorda di 68.221,20 mila euro. La sua sbandierata candidatura alle prossime comunali di maggio va punita con l’astensionismo elettorale, disertando le urne, annullando la scheda o lasciandola in bianco. Occorre continuare a dare battaglia alle istituzioni borghesi e ai loro rappresentanti e battersi per Firenze governata dal popolo e al servizio del popolo. Si ripete la lotta interna al PD tra ex DS ed ex Margherita Pontassieve, primarie PD per decidere chi sarà il candidato sindaco generale di Luca Fanciullacci per mancanza totale di requisiti che predispose il risarcimento di oltre 400 mila euro del primo quinquennio ai quali si aggiunsero altri 250 mila euro per il periodo successivo, in quanto il direttore generale nominato illecitamente era ancora in carica nonostante tutto. A tutto ciò si aggiungono le pesanti perdite subite dalla Valdisieve in ambito sanitario, l’assessorato della candidata a sindaco: nel 2007 terminò l’attività di Pronto Soccorso ubicato presso la Clinica Privata Valdisieve ed è invece recente la chiusura dell’ambulatorio diabetologico di San Francesco a Pelago. Per ultimo ricordiamo che la farmacia comunale, così come altri servizi pubblici, è stata privatizzata. risposta alla crescente disoccupazione causata dalla inarrestabile deindustrializzazione dell’area, all’estensione del servizio sanitario a partire dalla riapertura del Pronto Soccorso, all’ancora controversa destinazione dell’ex area ferroviaria di Pontassieve così come è inaccettabile l’assoluto silenzio sul futuro dell’ipotesi di variante alla SS 67 che potrebbe, oltre a rappresentare un grave problema ambientale, anche presentare un conto salatissimo ai fondi pubblici. Non una parola su scuola e asili nido, questi ultimi sempre più cari e con posti limitati; non una parola sull’assistenza agli anziani. Entrambi parlano di necessità di confronto con i cittadini ma, nella pratica, non si riscontrano impegni concreti; non v’è traccia di istituire commissioni dei funzionari pubblici né dell’abolizione della TOSAP, la tassa sull’occupazione di suolo pubblico, per le iniziative politiche né alcuna misura che possa favorire il dibattito. Quindi la “partecipazione” va bene, basta che sia controllata e gestita dall’amministrazione comunale stessa. I programmi dei candidati L’inceneritore di Selvapiana I programmi dei due candidati per le primarie si somigliano in tutto e per tutto e contengono le solite promesse elettorali ad oggi mai realizzate dalle amministrazioni precedenti: fra le altre citiamo la maggiore efficienza degli organi comunali, l’ammodernamento degli impianti sportivi e la costruzione di nuove piste ciclabili. Nei programmi non v’è traccia di Dove invece oggi tutti sembrano convenire, è sulla questione inceneritore di Selvapiana che al momento, a causa di una riduzione del flusso garantito di rifiuti all’impianto, nessuno sembrerebbe più intenzionato a costruire. Oltre però a ricordare che l’impianto è regolarmente inserito in tutti gli atti ufficiali di Provincia e Regione, un’attenta lettura dei punti dei due L’amico di Renzi contro la fedelissima di Mairaghi Dal corrispondente dell’Organizzazione di Rufina del PMLI Mentre nelle altre segreterie del PD in Valdisieve coinvolte nelle elezioni amministrative di primavera è stato proposto un unico candidato a sindaco, a Pontassieve si ripete la lotta interna fra gli ex DS dell’uscente Marco Mairaghi ed i renziani coordinati dal nuovo segretario comunale Stefano Gamberi, già sindaco DS del vicino comune di Rufina. In ballo c’è la prossima giunta comunale in cui, secondo i media, la percentuale a favore del PD è “bulgara” e supera di buon grado il 54%. Ricordiamo che a Pontassieve alle scorse elezioni comunali del 2009 il PD ebbe 6.663 voti su 16.871 elettori, raccogliendo così il 39,71% effettivo dei consensi. Dato ben lontano da quel 54% sbandierato calcolato invece sui soli voti validi che ne falsa clamorosamente il contenuto politico. Chi sono i candidati Il “nuovo”, così come si presenta, è Samuele Fabbrini, 35 anni, imprenditore e legale rappresentante della ditta Coalfer di Pontassieve, laureato in ingegneria meccanica di provenienza Margherita con un passato da consigliere co- munale a Pontassieve nella scorsa legislatura, membro della segreteria comunale e di circolo del PD. Ha trascorsi come educatore del gruppo scout d’impronta cattolica AGESCI fino al 2010 e proprio lo scoutismo lo lega da stretta amicizia al neo premier Renzi. Ultimo passo organizzativo di Fabbrini prima della sua corsa a sindaco è stata la presidenza dell’Associazione “Adesso!” per favorire la corsa di Renzi alle primarie nazionali del PD. Più corposa la storia politica di Monica Marini, candidata a sindaco ed espressione della giunta uscente. Quarantenne, laureata in Architettura presso l’università di Firenze, dal 1999 al 2004 è stata consigliere comunale eletta nelle fila DS nell’ultima legislatura Perini. Nell’epoca Mairaghi ha ricoperto durante il primo mandato la carica di assessore all’ambiente, alle pari opportunità, all’edilizia privata con delega alle politiche sociali e sanitarie, confermate poi nell’ultimo quinquennio. Marini, assieme ad altri componenti della giunta, è stata coinvolta e condannata nel 2010 dal TAR per le scorrettezze sul bando di gara per l’appalto dei servizi del depuratore di Aschieto che è costata al Comune oltre 560 mila euro; nel 2011 arriva poi la condanna della Corte dei Conti per la nomina illecita a direttore programmi, non fanno comunque dormire sonni tranquilli alla Rete dei comitati che da dieci anni lottano per la sua cancellazione. Sul programma della cuperliana Marini, si legge: “Una città pulita e sana (…) che fa della raccolta differenziata il proprio vanto premiando i cittadini virtuosi per non avere più bisogno del termovalorizzatore”, mentre il programma di Fabbrini riporta: “Insieme verso Rifiuti Zero: consolidiamo la raccolta differenziata e lavoriamo sulla riduzione dei rifiuti”. Le due posizioni possono definirsi adeguate ad un nuovo modo di gestione dei rifiuti ma avranno un senso solo se il nuovo inceneritore di Selvapiana non sarà costruito; entrambe dunque sono ben lontane dalla posizione netta e definitiva che vorrebbe la popolazione e che potrebbe essere riassunta con “Cancellazione da tutti i piani ufficiali di Provincia e Regione dell’inceneritore di Selvapiana ed adesione immediata al progetto Rifiuti Zero”. Poiché è evidente che il tema rifiuti possa spostare l’asse del voto di primavera, l’opportunismo del PD sul tema è fin troppo chiaro; questo rischio era già stato ipotizzato anche all’interno dei comitati e delle associazioni stesse che esortiamo a continuare dritte verso l’obiettivo, rimarcando ancora la propria totale autonomia. L’opportunismo di SEL Valdisieve A fine gennaio, sorprendendo un po’ tutti ed in particolare quegli elettori che auspicavano un distacco da un PD che vira irreparabil- mente a destra, anziché proporre un proprio candidato, l’assemblea degli iscritti ha deciso di appoggiare Monica Marini. Nel documento, a firma del coordinatore Carlo Boni, non si risparmiano apprezzamenti all’ex assessore che avrebbe “propensione all’ascolto e volontà di valorizzare molteplici punti di vista” il che garantirebbe un nuovo modello di partecipazione. Addirittura Marini, “per la sua storia e per il suo progetto di sinistra coesa, sarebbe la persona che meglio si adatta a rappresentare l’idea politica di SEL”. Questa posizione che trasuda opportunismo, non ci stupisce più di tanto: SEL è forza di maggioranza assieme a PD e IDV ed ha appoggiato con totale riverenza e lealtà tutte le vicissitudini dell’Amministrazione Mairaghi, contraddistinta soprattutto dalla chiusura alla critica e al dissenso, trovando anche in Monica Marini una fedelissima e fidata spalla. La nostra posizione Per noi le primarie del PD del prossimo 9 marzo non segneranno in alcun modo un passo decisivo per la popolazione di Pontassieve; gli spazi democratici effettivi rimarranno i pochi di sempre. Il PD con le sue primarie aperte anche ai non iscritti, propone una sorta sempre aggiornata di “Democrazia partecipata” in realtà si tratta solo di ingannatori e demagogici momenti ben lungi dal dare alla popolazione la facoltà di decidere effettivamente sui propri rappresentanti né in futuro sul governo comunale. 14 il bolscevico / cronache locali N. 9 - 6 marzo 2014 Una prima risposta contro le misure cautelari L’ACCUSA È DI AVER SOTTRATTO ALLE CASSE PUBBLICHE 100 MILA EURO MIGLIAIA IN CORTEO SOLIDARIZZANO Consigliere CON I PRECARI “BROS” A NAPOLI regionale vicino Presenti i marxisti-leninisti che hanno espresso la loro solidarietà a Caldoro agli arresti domiciliari per peculato Redazione di Napoli Per i precari “Bros” quella dal 17 al 22 febbraio è stata una settimana durissima sul fronte della repressione contro la giusta e sacrosanta battaglia per avere un lavoro stabili e salario pieno. Dopo la gravissima ordinanza emessa dal Gip De Gregorio contro i senzalavoro in lotta, lunedì 17 febbraio i “Bros” hanno organizzato una conferenza stampa davanti al tribunale di Napoli, lato piazzetta Cenni, dove denunciavano, dinanzi a centinaia di intervenuti, il clima repressivo nei confronti dei delegati storici dei precari. Dopo una settimana fitta di interrogatori dinanzi al giudice De Gregorio vi erano precari che si avvalevano della facoltà di non rispondere e altri che invece rilasciavano dichiarazioni che respingevano le accuse contenute nell’ordinanza che disponeva le misure cautelari. Particolarmente significativa la lettera di Luigi Volpe detto “Chicco” (pubblicata a parte), contenente dichiarazioni spontanee che respingevano al mittente le accuse contenute nel provvedimento giudiziario e che lo stesso Volpe, in sede di interrogatorio, rilasciava al giudice av- Redazione di Napoli 22 febbraio 2014. Dai NoTav ai Bros, i movimenti napoletani in piazza valendosi della facoltà di non rispondere. La settimana di lotta si è conclusa con un corteo che ha attraversato il centro di Napoli partendo da piazza Mancini e giungendo nei pressi di piazza Trieste e Trento. Migliaia di “Bros”, studenti, sindacalisti, ma anche attivisti dei Comitati salute e ambiente, hanno gridato duri slogan contro la repressione e le politiche antipopolari di De Magistris e Caldoro, nonostante un clima provocatorio e intimidatorio delle “forze dell’ordine” che cingevano d’assedio la manifestazione per tutto il percorso, con agenti che si levavano ca- schi e manganelli e poi li rimettevano quasi in segno di sfida. Al corteo hanno partecipato militanti e simpatizzanti della Cellula “Vesuvio Rosso” di Napoli del PMLI che hanno espresso la loro solidarietà ai precari, soprattutto a quelli colpiti duramente dalle misure cautelari. LA LETTERA DI LUIGI VOLPE AL GIP DE GREGORIO “La politica non ha saputo dare risposte al dramma della disoccupazione e della disperazione sociale” Intendo in ogni caso dichiarare spontaneamente quanto segue. Respingo decisamente ogni addebito mosso nei miei confronti nell’ordinanza. Ho fatto parte limpidamente delle organizzazioni di disoccupati e assieme ai miei compagni ho intrapreso un percorso di lotta per la rivendicazione del nostro diritto al lavoro e a un’esistenza dignitosa per noi e le nostre famiglie. Ci siamo confrontati con le amministrazioni pubbliche e con le forze politiche alla luce del sole, portando all’attenzione dell’opinione pubblica il dramma della disoccupazione e della marginalità, alla quale una fetta consistente della popolazione della nostra città è di fatto condannata. Abbiamo cercato risposte per le migliaia di cittadini senza lavoro e per le loro famiglie, agendo non per un interesse personale, che non fosse quello della rivendicazione di un diritto elementare come quello al lavoro e alla sopravvivenza. La marginalità e la disoccupazione nella nostra città condannano alla scelta obbligata del crimine e della devianza. A tutto questo la nostra lotta per un lavoro ha cercato di forni- re un’alternativa concreta. E lo abbiamo fatto individuando settori d’intervento e proposte operative: dalle bonifiche alla raccolta differenziata, dai servizi sociali e di assistenza alle persone al supporto al settore turistico. Per questo ci siamo formati e abbiamo cercato di maturare competenze che rendessero il nostro lavoro utile alla collettività, fuori dalle logiche di puro assistenzialismo di cui si parla nell’ordinanza. Non possono essere addebitate a noi le responsabilità della politica che, in 40 anni, non è stata in grado di fornire risposte al dram- ma della disoccupazione e della disperazione sociale. Così come non può essere ridotta a questione di ordine pubblico la lotta per la realizzazione di un diritto che la Costituzione vorrebbe garantito a tutti. La rivendicazione del diritto al lavoro e a un’esistenza libera e dignitosa per tutte e tutti è stata l’unica ragione che ha mosso le mie azioni e respingo come infamante per me e per i miei compagni la definizione di associati per delinquere. Luigi Volpe “Chicco” Con un’ordinanza firmata lo scorso 16 febbraio, il giudice per le indagini preliminari di Napoli, Roberto D’Auria, ha disposto l’arresto di Gennaro Salvatore (Nuovo PSI, di cui è segretario generale), consigliere regionale campano vicinissimo al presidente della casa del fascio Caldoro, tanto da essere considerato il suo braccio destro. Secondo quanto si legge nell’ordinanza, che ha disposto gli arresti domiciliari per Salvatore, sono stati rinvenuti “scontrini e altri titoli di spesa univocamente connessi alla vita privata dell’indagato”, con palesi attività incongruenti alle finalità istituzionali di un consigliere regionale, come lo scontrino da 23,30 euro per la bombola del gas della casa al mare di San Marco di Castellabate (Salerno), dove l’indagato avrebbe dichiarato di aver trascorso “tre stagioni estive”. A queste spese si aggiunge, tra le altre, quella stravagante della tintura per capelli (sic!). E ancora: 1.132 euro in abbigliamento, 12 euro per un accappatoio, 90 euro per accessori di motocicletta, 63 euro per riparazioni di telefonia, 4.165 euro in spese di gioielleria, 3.446 euro spesi in articoli per la casa, 90 euro in articoli sportivi, 106 euro in cd musicali e dvd, 44 euro in farmaci, 9,80 euro in un giocattolo (pare si tratti di un Sapientino Kitty), 6,40 in chewing gum, 66 euro in libri scolastici, 36 euro per un paio di occhiali da vista, 1.139 euro in prodotti alimentari (dal salumiere o al supermarket), 759 euro in prodotti per la cura della persona (tra cui anche articoli da trucco femminile), 35 euro in sigarette. La contestazione complessiva che la procura napoletana muove nei confronti di Salvatore sarebbe quella di essersi appropriato indebitamente di circa 95 mila euro negli anni che vanno dal 2010 al 2012. Nelle decine di pagine che tratteggiano l’ordinanza applicativa della misura cautelare, emerge un uso quantomeno disinvolto di ingenti fondi pubblici trasferiti in due conti correnti con somme che arrivavano fino a 257 mila euro, di cui quasi 105 mila prelevati in contanti. Se per buona parte del capitale introitato c’è una documentazione che la Procura non contesta, per il restante movimento economico dei 100 mila euro non vi è documentazione alcuna, o comunque, la documentazione presentata dal sodale di Caldoro non è assolutamente giustificabile. Salvatore ha sulle spalle già due condanne per concussione nell’ambito della Tangentopoli napoletana di inizio anni ’90 e questo giustifica gli arresti domiciliari per la probabile quanto possibile, secondo il Gip napoletano, reiterazione del reato da parte dello stesso consigliere regionale. Di certo la corruzione, la concussione e il peculato sono reati ormai compenetrati nell’agire dei politicanti borghesi, soprattutto nell’ambito delle istituzioni locali in camicia nera, perché amaro e putrido frutto del capitalismo. Non bisogna restare indifferenti alla corruzione né rinunciare a denunciarla e combatterla, smascherando per prime le malefatte dei signori di palazzo, essendo coscienti che solo con l’abbattimento del capitalismo e la conquista dell’Italia unita, rossa e socialista è possibile creare le premesse per sradicare una volta per tutte questo grave fenomeno dalla società e dagli individui. Forlì PARZIALE VITTORIA DEI LAVORATORI ELECTROLUX E FERRETTI Scongiurate chiusure e licenziamenti, ma a caro prezzo Dal nostro corrispondente dell’Emilia-Romagna Il peggio sembra passato, per le lavoratrici e i lavoratori Electrolux e Ferretti di Forlì, ma il prezzo pagato è molto alto, e non c’è nulla di definitivo. Alla Electrolux i lavoratori dei 4 stabilimenti italiani erano mobilitati dal 27 gennaio, da quando cioè la multinazionale svedese aveva annunciato la chiusura dello stabilimento di Porcia e un drastico decurtamento di tutte le voci accessorie per i lavoratori degli altri stabilimenti, tra le quali il taglio del premio aziendale, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, il dimezzamento di pause e permessi sindacali e il blocco totale degli scatti di anzianità. Dopo 20 giorni di intensa lotta, fatta di scioperi, manifestazioni, assemblee, presidi, Electrolux ha fatto parziale marcia indietro, e nell’incontro svoltosi a Roma il 18 febbraio ha annunciato il mantenimento di tutti e 4 i siti e garanzie sui livelli degli stipendi, a patto però che possa raggiungere i risparmi preventivati con il rifinanziamento della decontribuzione sui contratti di solidarietà per recuperare 3 euro all’ora sul costo del lavoro, inoltre il regime delle 6 ore è confermato in costanza di ricorso agli “ammortizzatori sociali” (cassa integrazione o contratto di solidarietà). Anche la proprietà della Ferret- ti, in maggioranza in mano ai capitalisti cinesi, è tornata parzialmente sui suoi passi dopo le forti proteste in tutto il gruppo, confermando il sito forlivese, che prima si era detto di voler chiudere per risparmiare 4,7 milioni di euro, e che la proprietà maturerà ora invece grazie ai sindacati che si sono presi la briga di prevedere un piano economico alternativo che li garantisse. In pratica sono previsti 20 esuberi tra gli operai di Forlì e 30 impiegati in tutto il gruppo tramite la “mobilità volontaria”, inoltre l’orario di lavoro sarà reso “stagionale”, cioè varierà in base ai carichi di lavoro, verranno prorogati gli “ammortizzatori sociali” e congelata la contrattazione integrativa aziendale. Un risultato sicuramente positivo quello di aver scongiurato i provvedimenti peggiori, ottenuti grazie alle mobilitazioni di tutti i lavoratori di entrambi i gruppi, ma pagato ancora una volta a caro prezzo dai lavoratori stessi. Quello che i sindacati non vogliono far passare tra i lavoratori è la consapevolezza della necessità di una dura lotta indispensabile per tutelare integralmente i propri diritti sindacali ed economici, l’obiettivo è quindi sempre quello di ridurre il danno per garantire comunque alle grosse multinazionali i risparmi, e i guadagni, perseguiti, piuttosto che costringere i dirigenti a tagliare i propri rendimenti da nababbi. Accade nulla attorno a te? RACCONTALO A ‘IL BOLSCEVICO’ Chissà quante cose accadono attorno a te, che riguardano la lotta di classe e le condizioni di vita e di lavoro delle masse. Nella fabbrica dove lavori, nella scuola o università dove studi, nel quartiere e nella città dove vivi. Chissà quante ingiustizie, soprusi, malefatte, problemi politici e sociali ti fanno ribollire il sangue e vorresti fossero conosciuti da tutti. Raccontalo a “Il Bolscevico’’. Come sai, ci sono a tua disposizione le seguenti rubriche: Lettere, Dialogo con i lettori, Contributi, Corrispondenza delle masse e Sbatti i signori del palazzo in 1ª pagina. Invia i tuoi ``pezzi’’ a: Via A. del Pollaiolo 172/a - 50142 Firenze Fax: 055 5123164 - e-mail: [email protected] L. 18.000 STUDIARE LE 5 OPERE MARXISTE-LENINISTE FONDAMENTALI PER TRASFORMARE IL MONDO E SE STESSI Le richieste vanno indirizzate a: [email protected] indirizzo postale: PMLI Via A. del Pollaiolo, 172/a 50142 FIRENZE Tel. e fax 055 5123164 16 il bolscevico / rivolta popolare in ucraina N. 9 - 6 marzo 2014 Ucraina Vittoria della rivolta popolare contro il regime filorusso oppressore e affamatore Yanukovich, deposto dal parlamento e scaricato dal suo partito, fugge da Kiev Accordo per un governo di “unità nazionale” L’accordo firmato il 21 febbraio a Kiev tra il presidente Viktor Yanukovich e i leader dei principali partiti di opposizione, alla presenza dei ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia e del rappresentante diplomatico russo che prevedeva la formazione di un governo di “unità nazionale”, il ritorno alla costituzione del 2004 che limita i poteri presidenziali e per la convocazione di elezioni anticipate sembrava segnare una nuova tregua nello scontro in corso nel paese da quasi tre mesi. Soddisfatti dell’intesa gli Usa e la Ue, non altrettanto la Russia che comunque aveva già mandato segnali di disimpegno verso il suo protetto Yanukovich. I coordinatori delle proteste dal presidio di piazza Maidan a Kiev accettavano l’accordo ma non lo ritenevano del tutto sufficiente insistendo sulla richiesta delle dimissioni del presidente mentre nell’ovest dell’Ucraina i manifestanti continuavano a occupare i palazzi del governo. La successione degli avvenimenti sarà proprio quella dettata dalla piazza: la rivolta popolare sarebbe continuata fino alla vittoria contro il regime filorusso oppressore e affamatore. Nelle successive 48 ore col presidente filorusso scaricato dal suo partito, deposto dal parlamento e in fuga dalla capitale la realizzazione dell’accordo sarà gestita dal nuovo presidente ad interim e da un esecutivo provvisorio. La protesta di piazza, che avrà il suo centro a Kiev nella tendopoli allestita in Piazza Maidan, iniziava il 21 novembre scorso quando Yanukovic respingeva gli accordi di associazione con l’Unione Europea (Ue). La rottura era sancita nel vertice di Vilnius del 27 novembre ma già il 24 novembre oltre 100 mila manifestanti sfilavano per le strade della capitale contro la decisione del governo. L’1 dicembre la protesta cresce e a Kiev iniziava l’occupazione del palazzo municipale, seguita successivamente dall’occupazione di municipi e sedi istituzionali in gran parte del paese, soprattutto nelle regioni centrali e dell’ovest, da parte dei sostenitori dei princi- pali partiti di opposizione filo-Ue le cui fila erano rinforzate da alcuni oligarchi che dopo aver accumulato sotto Yanukovich ingenti fortune con le privatizzazioni e acquisito il controllo di imperi economici cambiavano fronte per rivolgersi verso i paesi imperiali- gridata nelle piazze era quella delle sue dimissioni. Il regime ricorreva alla repressione con l’approvazione in parlamento di leggi anti-manifestazione. Le leggi erano approvate il 16 gennaio 2014 ma già il 28 gennaio erano ritirate a fronte di una della polizia si contavano quasi 30 morti e centinaia di feriti. Ancora più pesanti gli scontri del 20 febbraio quando il numero dei morti raggiungeva gli 80. In seguito alla strage causata dagli agenti che sparavano sui manifestanti la Ue pensava alle san- creava votava per la sua destituzione accusandolo di crimini contro l’umanità. In successione la Rada ucraina votava per la scarcerazione della Tymoshenko, la leader dell’opposizione in galera del 2011; nominava un nuovo presidente ad interim, Oleksan- trà onorare i 13 miliardi di dollari di debiti esteri e rischia la bancarotta. Il Fondo monetario internazionale (Fmi), gli Usa e la Ue si sono offerti di coprire il fabbisogno di circa 25 miliardi di euro in due anni per sostenere Kiev. Il segretario al Tesoro Usa, Jack Lew, zioni ma il peggiore segnale per Yanukovich veniva da Mosca. Il premier russo Dimitri Medvedev confermava il 20 febbraio il congelamento della seconda tranche da 2 miliardi di dollari del promesso prestito russo di 15 miliardi affermava che “è necessario che i nostri partner siano in forma e che il potere ucraino sia efficace e legittimo e non diventi uno zerbino”. La Russia imperialista di Putin avvisava che era pronta a scaricare il cavallo perdente che non reggeva le pressioni dell’imperialismo europeo e americano e la rivolta di piazza. E il giorno successivo a Kiev la delegazione russa era presente alla trattativa tra le parti ucraine e i ministri degli Esteri dei paesi europei ma non firmava l’accordo su voto anticipato, nuovo governo di unità nazionale e riforma costituzionale. In parlamento il partito delle Regioni di Yanukovich si sgretolava e perdeva un quarto dei deputati, il presidente perdeva la maggioranza e la nuova che si dr Turčinov, braccio destro della Tymoshenko e ex capo dei servizi segreti; convocava le elezioni anticipate per il 25 maggio prossimo. Da Mosca il premier Medvedev affermava che “è in atto una minaccia ai nostri interessi e alla vita e all’incolumità dei cittadini russi”, definiva il riconoscimento offerto dall’Ue e dagli Usa come “un’aberrazione” e annunciava che il suo governo avrebbe rivisto l’accordo sulle le forniture di gas a prezzi ridotti e ventilato la possibilità di un aumento dei dazi nel caso di un accordo di associazione tra Kiev e l’Ue. La chiusura dei mercati russi alle esportazioni agricole ucraine e la fine del regime di agevolazione della fornitura di gas sono minacce pesanti per il governo di transizione di Kiev e per quelli futuri. Quanto sia pesante le situazione lo ha sottolineato il nuovo presidente Turchinov il 25 febbraio nell’intervento in parlamento quando ha affermato che se non arriveranno aiuti il paese non po- e il direttore dell’Fmi, Christine Lagarde, hanno convenuto che l’Ucraina avrà bisogno di “un sostegno multilaterale e bilaterale per un programma di riforme” e hanno promesso consulenze e finanziamenti dal Fondo se “un governo nel pieno dei poteri” ne farà richiesta. Se Mosca lascia la presa gli imperialisti europei e americano sono pronti a stringerla a sé. Come ha sostenuto l’ex presidente polacco Aleksandr Kwasniewski, che ha ricoperto la carica dal 1995 al 2005 e ha portato Varsavia nella Nato, “l’Ucraina è parte delle nostre dirette responsabilità. Un confronto duro, la possibilità di secessione di alcune regioni, le ingerenze di chiunque in quel paese, colpiscono direttamente gli interessi strategici dell’Europa. Non è un gioco di rimbalzi come accade per altre aree del pianeta: accade tutto qui, a casa nostra”. Nel cortile di casa dell’imperialismo europeo ma nella zona contesa da quello russo. Kiev. La grande manifestazione di massa dopo la cacciata di Yanukovich sti europei con i quali pensano di continuare a rimpinguare il loro portafoglio. Yanukovich tornava dalle visite in Cina e Russia con la promessa di oltre 20 miliardi di dollari in aiuti a sostegno dell’economia ucraina vicina al collasso ma il braccio di ferro ormai da tempo stava diventando qualcosa di più di uno scontro tra filo russi e filo-Ue, che comunque resta, con il montante malcontento popolare contro il corrotto governo centrale. Una rabbia alimentata dalle condizioni delle famiglie ucraine che sono tra le più povere in Europa e sopravvivono con redditi medi mensili di neanche 300 euro a fronte di un pugno di borghesi che detiene una ricchezza pari a un quinto del pil ucraino. Senza considerare che le misere condizioni di vita costringono all’emigrazione quasi un terzo della popolazione attiva. Il bersaglio della rivolta popolare diventava il regime filorusso di Yanukovich e la richiesta esplosione della rivolta popolare che contava i primi morti. Fino alla caduta del regime il numero delle vittime salirà a oltre 80 morti ma varie fonti ne contano fino a 100. Assieme alla legge cade anche il governo del premier Azarov, sacrificato dal presidente Yanukovich per accontentare parzialmente le opposizioni e tentare la tattica della carota dopo quella rivelatasi inutile del bastone. Nei negoziati tra le parti a fine gennaio si discuteva di una riforma costituzionale e di elezioni anticipate; il 16 febbraio i manifestanti lasciavano il municipio di Kiev e altre sedi istituzionali occupate dall’inizio della protesta. Ma due giorni dopo, nel momento in cui il parlamento iniziava a discutere le modifiche costituzionali proposte dal regime ma non quelle dell’opposizione la protesta ripartiva con forza. Il 18 febbraio nell’assalto al parlamento e alla sede del partito di Yanukovich e nei duri scontri coi reparti speciali La reggia di Yanukovich L’assedio dei manifestanti alla faraonica villa di Yanukovich Il 22 febbraio oltre a varie sedi istituzionali non più protette dalla polizia i manifestanti hanno fatto irruzione nella lussuosa villa di Yanukovich a Mezhyhirya, a 20 chilometri da Kiev. Una villa faraonica, con un parco di 140 ettari e un campo da golf, la copia orripilante, stile mafia, di un tempio greco, uno zoo privato e alleva- menti di pecore, maiali e struzzi, una sorta di “museo” con decine di auto d’epoca e moto, una rimessa di imbarcazioni con hovercraft e gommoni, oltre a costosi libri antichi e monete d’oro. Nella reggia di Yanukovich sono stati recuperati diversi documenti contabili che sono stati diffusi in rete e che danno solo una parzia- le idea della corruzione del regime del presidente filorusso e della sua in particolare. Tra i documenti scoperti ci sono anche ricevute sui costi di costruzione per la reggia di Mezhyhirya intestate a una azienda, la Tantalit, riconducibile alla famiglia Yanukovich. Solo il restauro di uno degli edifici della residenza è costato 40 milioni di euro.