Nuova serie - Anno XXXVIII - N. 9 - 6 marzo 2014
Fondato il 15 dicembre 1969
Settimanale
Documento dell’Ufficio politico del PMLI
SPAZZIAMO VIA IL
GOVERNO DEL BERLUSCONI
DEMOCRISTIANO RENZI
Solo il socialismo può cambiare l’Italia
e dare il potere al proletariato
PAG. 2
Alle elezioni regionali. Un elettore su due diserta le urne
Vola l’astensionismo in Sardegna
Il “centro-sinistra” batte il “centro-destra” ma il PD perde il 2,5% dei voti. Sel e PRC portatori d’acqua del PD. Frana Forza Italia
SENZA SOCIALISMO NON C’È AVVENIRE PER LA SARDEGNA
Grave norma anticostituzionale deliberata di soppiatto dal governo Letta-Alfano
PAG. 6
Bugie fasciste che mistificano la realtà
Soppressi i tabelloni elettorali per
La
verità
rovesciata
i partiti che non presentano liste
sulle foibe
Il PMLI Ricorrerà alla magistratura affinché sia
riconosciuta l’incostituzionalità dell’atto normativo
PAG. 7
Grasso e Boldrini capifila del coro anticomunista
PAG. 9
Ucraina
Vittoria della rivolta popolare contro
il regime filorusso oppressore e affamatore
Yanukovich, deposto dal parlamento e scaricato dal suo partito, fugge da Kiev
Accordo per
un governo
Come il suo predecessore Cuffaro
di “unità
nazionale”
Lombardo, ex governatore della Sicilia,
condannato per mafia
Il fondatore del Movimento per l’Autonomia è stato condannato a sei anni e otto mesi di
reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa
PAG. 11
Denunciati dal documento due
Brogli dei seguaci della Camusso
al Congresso CGIL in Campania
Anche in Toscana la Rete 28 Aprile chiede di poter
controllare i verbali di molte assemblee
PAG. 6
Il sindaco M5S
di Pomezia fa
sgomberare con la
forza una scuola
occupata
Violenze della polizia sulle lavoratrici
PAG. 7
PAG. 16
W la nuova
Sede centrale
del PMLI e de
“Il Bolscevico”
di Patrizia Pierattini
PAG. 11
Mobilitazioni in 40 città
Il popolo No Tav
solidarizza in piazza
cogli arrestati e
respinge l’accusa di
terrorismo
Combattivo presidio davanti al cantiere in
Valsusa. Partecipata manifestazione a Torino.
Presenti i marxisti-leninisti a Napoli
PAG. 8
Manifestano a Roma
artigiani, commercianti
e piccoli imprenditori
PAG. 8
2 il bolscevico / governo renzi
N. 9 - 6 marzo 2014
Documento dell’Ufficio politico del PMLI
SPAZZIAMO VIA
IL GOVERNO
DEL BERLUSCONI
DEMOCRISTIANO RENZI
Solo il socialismo può cambiare l’Italia
e dare il potere al proletariato
Dall’autentico Berlusconi alla
sua copia democristiana col volto di Renzi, il risultato è sempre lo
stesso: la conservazione del potere
della borghesia e del sistema capitalistico. La classe dominante borghese cambia cavallo a seconda
delle circostanze, purché i nuovi
governanti siano disposti a gestire al meglio i suoi affari e a salvaguardare il suo sistema economico e il suo Stato. E quando non
le conviene non rispetta nemmeno la sua Costituzione, la sua democrazia, il suo parlamento e le
procedure istituzionali per formare i suoi governi. Fa e disfà come
le pare, in base alle sue necessità
contingenti.
Il suo attuale rappresentante al
Colle, Giorgio Napolitano, la asseconda in tutto e per tutto dilagando
nel presidenzialismo. Prima ha coperto a sinistra il neoduce Berlusconi, poi se ne è sbarazzato imponendo propri governi come quelli
di Monti e di Letta. Ora favorendo
Matteo Renzi, persino rispettando
i suoi tempi da “superuomo”. La
“sovranità del popolo” e la consultazione elettorale, previste dalla Costituzione, sono state completamente ignorate.
Cosicché oggi siede a Palazzo Chigi il destriero bianco Renzi, senza investitura elettorale, per
volontà dell’intera classe dominante borghese, anche della sua
ala destra, a parte le frange marginali di destra e di “sinistra”, perché egli “non è di scuola comunista”, come ha detto Berlusconi. Ed
è appoggiato dal capofila dell’imperialismo americano, Obama,
dalla leader dell’Unione europea
imperialista, Merkel, dal Vaticano,
dalla Conferenza episcopale italiana, dalla Confindustria e dalla
potente lobby Trilateral.
Renzi non è quindi un “ragazzo” come tanti, come egli ama definirsi e ha ripetuto più volte nel
suo discorso di investitura al Senato, ma un uomo adulto cosciente e responsabile, un politicante
borghese formato nel laboratorio
esclusivo della borghesia. Di suo
ha una “smisurata ambizione”,
un’arroganza e un egocentrismo
che superano quelli di Berlusconi.
Dal quale però ha imparato a essere un “solo uomo al comando”,
l’unico capace di dare una “svolta” all’Italia e di “recuperare la fiducia del popolo” verso le istituzioni.
I due megalomani hanno solo
una differente camicia, l’uno quella nera mussoliniana, l’altro quella
bianca democristiana. Ma l’obiettivo è lo stesso: completare la seconda repubblica neofascista e
presidenzialista secondo il progetto della P2.
Renzi ha avuto la faccia tosta
di affermare: “il mio governo è il
più a sinistra degli ultimi 30 anni”.
Ma come è possibile ciò quando
accanto a lui siedono nel Consiglio dei ministri Angelino Alfano, leader del Nuovo centrodestra
e fino a ieri braccio destro di Berlusconi, Federica Guidi, di matrice
berlusconiana ed espressione della
destra della Confindustria, Giuliano Poletti, già presidente nazionale della Legacoop e dell’Alleanza delle Cooperative, e Pier Carlo
Padoan, già direttore esecutivo del
Fondo monetario internazionale e
vicesegretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione e
lo sviluppo economico (il club dei
paesi più ricchi)?
Renzi si vanta anche del fatto
che metà dei ministri sono donne.
Indubbiamente nel Consiglio dei
ministri è stata realizzata la parità di genere. Ma dal punto di vista
di classe non cambia assolutamente nulla, in quanto le ministre sono
anch’esse al servizio della borghesia e del capitalismo.
E il programma di governo è
di sinistra? Nemmeno per sogno.
Basta guardare al primo e concreto provvedimento preso che è
quello di sbloccare il debito della
pubblica amministrazione verso le
imprese. Non una parola sul Mezzogiorno e sulla patrimoniale. Sul
drammatico problema del lavoro
ai giovani solo un accenno, se ne
parlerà a marzo. Ma già si dice che
i nuovi assunti non avranno le garanzie dell’articolo 18. I tagli alla
spesa pubblica si abbatteranno rovinosamente sulle masse popolari, che avranno meno servizi pubblici.
A parte le chiacchiere, non c’è
una inversione di tendenza della politica economica e sociale,
sia pure nell’ambito del capitalismo. Peraltro impossibile se non
si abroga il fiscal compact. Mentre si procederà a ritmo sostenuto
nella realizzazione delle “riforme”
costituzionali concordate con Berlusconi, che stravolgeranno da destra la vigente Costituzione, e della nuova legge elettorale, peggiore
del Porcellum e della legge fascista mussoliniana Acerbo.
L’elettoralismo democratico
borghese sarà così definitivamente
liquidato. Di soppiatto, nelle pieghe della legge di stabilità, sono
stati persino soppressi i tabelloni
elettorali per i partiti che non presentano liste. Un provvedimento
anticostituzionale che vuole tappare la bocca all’astensionismo.
Il PMLI lo impugnerà davanti alla
magistratura.
Tirando le somme, si tratta di
un programma di destra, che non
dispiace nemmeno a Berlusconi e a Forza Italia, che hanno già
annunciato che faranno una “opposizione responsabile” e non
mancheranno di votare i provvedimenti che condividono.
Il governo del Berlusconi democristiano non merita quindi
alcuna fiducia. Va spazzato via
senza indugio e con la massima
determinazione, conducendo contro di esso una dura opposizione
di classe e di massa nelle fabbriche, in tutti i luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, nelle piazze, nelle organizzazioni di
massa, specie sindacali e studentesche.
Il PMLI farà la sua parte, ed è
pronto a unirsi con tutte le forze
politiche, sociali, sindacali, culturali e religiose che si professano di
sinistra, che hanno capito l’inganno di Renzi e sono disposte a rovesciare il suo governo. Non importa
se poi queste forze, o parte di esse,
non ci seguiranno nella nostra lotta contro il capitalismo e per il socialismo. Il PMLI andrà avanti lo
stesso, sicuro che con lo sviluppo della lotta di classe acquisterà
nuovi alleati rivoluzionari, soprattutto a livello sociale, a cominciare dal proletariato.
Come ha indicato il Segretario generale del Partito, compagno
Giovanni Scuderi, inaugurando la
nuova Sede centrale del PMLI e de
“Il Bolscevico”: “Abolire lo sfrut-
tamento dell’uomo sull’uomo, le
classi, le disuguaglianze sociali
e di sesso, le disparità territoriali,
dare il potere al proletariato: questo è il nostro obiettivo strategico,
questa la nostra missione storica,
questa la grande bandiera rossa innalzata nel 1967 dai primi pionieri del PMLI, questo l’impegno solenne che ci siamo presi di fronte
al proletariato e alle masse popolari quando il 9 Aprile 1977 abbiamo fondato il PMLI”.
A questo impegno i marxistileninisti italiani non verranno mai
meno, e lo dimostrano ogni giorno nei propri ambienti di lavoro,
di studio e di vita, nelle organizzazioni di massa, in primo luogo nella CGIL, lottando strenuamente e
in prima fila contro il capitalismo
e i suoi governi, centrale, regionali e locali, e nel difendere gli interessi immediati e quotidiani delle
masse occupate, pensionate, disoccupate, precarie, studentesche
e femminili.
Ci battiamo anzitutto per la
piena occupazione, per l’aumento
dell’indennità di disoccupazione,
per l’abolizione del precariato, per
l’aumento dei salari e delle pensioni sociali, minime e più basse,
per la pensione, la sanità e l’istruzione pubbliche. Ma senza togliere
lo sguardo verso il socialismo. Invitiamo gli sfruttati e gli oppressi,
soprattutto le operaie e gli operai,
le ragazze e i ragazzi più coscienti, informati, avanzati e combattivi
a dare le ali al loro futuro combattendo assieme ai marxisti-leninisti
contro il capitalismo, per il socialismo. Perché la storia e i fatti dimostrano che solo il socialismo
può cambiare l’Italia e dare il potere al proletariato.
Un nuovo mondo ci attende,
lottiamo per conquistarlo!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!
L’Ufficio politico del PMLI
Firenze, 25 febbraio 2014
La composizione del governo Renzi
Presidente del Consiglio dei Ministri
Matteo Renzi (PD)
Politiche agricole alimentari e forestali
Maurizio Martina (PD)
Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio
Graziano Delrio (PD)
Ambiente, tutela del territorio e del mare
Gianluca Galletti (UDC)
Ministri con portafoglio
Affari Esteri
Federica Mogherini (PD)
Interno
Angelino Alfano (Nuovo centrodestra)
Giustizia
Andrea Orlando (PD)
Difesa
Roberta Pinotti (PD)
Lavoro e Politiche sociali
Giuliano Poletti (“Tecnico”, Legacoop, Alleanza delle Cooperative)
Istruzione, Università e ricerca
Stefania Giannini (Scelta Civica)
Beni e attività culturali e turismo
Dario Franceschini (PD)
Salute
Beatrice Lorenzin (Nuovo centrodestra)
Ministri senza portafoglio
Economia e Finanze
Pier Carlo Padoan (“Tecnico”, capo economista dell’OCSE)
Riforme costituzionali e rapporti con il Parlamento
Maria Elena Boschi (PD)
Sviluppo Economico
Federica Guidi (“Tecnico”, Confindustria, filoberlusconiana)
Semplificazione e Pubblica Amministrazione
Maria Anna Madia (PD)
Infrastrutture e trasporti
Maurizio Lupi (Nuovo centrodestra)
Affari Regionali
Maria Carmela Lanzetta (PD)
governo renzi / il bolscevico 3
N. 9 - 6 marzo 2014
La “smisurata ambizione”, l’arroganza e
l’egocentrismo del Berlusconi democristiano Renzi
Nato a Firenze l’11 gennaio
1975, figlio di un ex consigliere
comunale democristiano di Rignano sull’Arno poi diventato imprenditore, il Berlusconi democristiano
Matteo Renzi inizia a sperimentare la sua vocazione leaderistica, a
detta di chi lo conosce evidente
fin da bambino, nell’organizzazione giovanile cattolica degli Scout,
e successivamente al liceo classico “Dante” di Firenze, dove viene
eletto rappresentante di istituto. A
19 anni mette già in mostra la sua
istintiva dimestichezza con quella
televisione che tanta parte avrà poi
nella costruzione della sua immagine personale e politica, partecipando con successo come concorrente al programma di Canale 5
“La ruota della fortuna”.
Nel 1996 esordisce nell’arena
politica con i Comitati per Prodi
della Toscana e inscrivendosi al
Partito popolare (la ex DC), diventandone nel 1999 il segretario provinciale a Firenze. In quello stesso
anno si laurea in Giurisprudenza
con una laurea sul sindaco DC La
Pira, e due anni dopo lo ritroviamo
coordinatore della Margherita a Firenze, e quindi di nuovo segretario
provinciale nel 2003. Con le elezioni del 2004 inizia la sua “irresistibile” ascesa politica diventando
presidente della Provincia di Firenze, carica che lascerà nel 2009
ma solo per entrare da outsider
trionfatore a Palazzo Vecchio. In
questo periodo inizia a costruire
la sua narrazione propagandistica preferita, quella della lotta agli
sprechi e alla “casta” dei vecchi
politici, e si vanta di aver ridotto
le tasse provinciali e gli sprechi di
gestione, ma nel 2012 la Corte dei
conti ha aperto un’indagine per
spese di rappresentanza sospette
della sua giunta per un ammontare
di 600 mila euro. Inoltre, secondo
un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano di quello stesso anno che riportava di un’indagine del ministero
del Tesoro, Renzi avrebbe provocato un danno erariale di 6 milioni
alla Provincia attraverso un affidamento di servizi a prezzi gonfiati alla società in house “Florence
Multimedia”.
Alla conquista
di Palazzo Vecchio
Nel 2008 rifiuta i consigli di
ricandidarsi alla Provincia (istituzione di cui intuisce l’ormai prossima fine e troppo stretta per lui) e
si candida invece alle primarie del
“centro-sinistra” per la corsa a sindaco di Firenze. Il suo slogan è:
“O cambio Firenze o cambio mestiere e torno a lavorare”. Primarie
che vince contro ogni previsione
battendo nettamente il suo capocorrente, deputato e responsabile esteri nazionale del PD Lapo
Pistelli, e stracciando addirittura il candidato dalemiano Michele Ventura. Segno evidente che su
di lui hanno cominciato a puntare i
settori affaristico-politici e i salotti più importanti della città: come
Paolo Fresco, ex presidente della
Fiat, suo grande sostenitore e sovvenzionatore di tutte le campagne
elettorali, e dal quale è stato ripagato con la concessione del Fiorino d’oro. Come Giovanni Gentile,
l’allora presidente di Confindustria fiorentina nipote del filosofo
fascista giustiziato dai partigiani,
e poi gli industriali Fratini, Bona
Frescobaldi e Wanda Ferragamo.
In un’intervista al Corriere della Sera, a proposito della tendenza naturale di Renzi al killerag-
(che riprenderà poi nel suo “Jobs
Act”), con le smanie privatizzatrici e di tagliare la spesa pubblica e la “partitocrazia”, che non per
nulla gli valgono l’appellativo di
“nuovo Tony Blair”.
Un fitto intreccio
di appoggi e relazioni
gio politico manifestatasi già in
quell’occasione, Pistelli ha detto:
“Matteo è talmente rapido da farti
venire il mal di testa. Ed è sistematico il modo in cui colpisce. Sempre allo stesso modo. Come un serial killer. Prenderlo è difficile. E
anche le rare volte che perde, c’è
sempre una botta di culo a rimetterlo in pista. Ha la provvidenza
dalla sua”.
Alle comunali del 2009 Renzi
vince al ballottaggio il candidato
del “centro-destra” Giovanni Galli e si insedia a Palazzo Vecchio,
facendone un fortino elettorale
che ancora una volta lascerà solo
per entrare in un altro ben più in
alto: Palazzo Chigi, che visto retrospettivamente sembra quasi essere stato la meta sempre sognata
e a cui tendeva fin da giovane democristiano la sua “smisurata ambizione” (copyright dello stesso
Renzi). Anche lo slogan è sempre
lo stesso delle primarie del 2008
da cui è partita la sua personale
marcia su Roma, slogan nel quale
ha solo sostituito la parola “Firenze” con “Italia”.
Dimostrando infatti di aver già
allora ben in mente la meta finale,
appena un anno dopo la conquista
della poltrona di neopodestà, Renzi lancia la sfida alla vecchia nomenclatura ex revisionista ed ex
democristiana del PD “che ha perso contatto con la realtà”, proclamando di volerla “rottamare senza incentivi”. Il suo messaggio è
sostanzialmente semplice quanto assai furbesco e di facile presa
propagandistica: fare largo ad una
nuova generazione più in sintonia
con i tempi moderni in cui le ideologie sono morte, la lotta di classe è un ferrovecchio e i confini tra
destra e sinistra sono ormai spariti, lasciando il campo ad un’unica discriminante politica: quella
tra i vecchi e i giovani. E per di-
mostrare che le vecchie categorie
politiche amico-nemico sono finite, nel dicembre 2010 va ad Arcore a pranzo da Berlusconi, dando
in modo studiato il via con ciò a
un’onda lunga che meno di quattro anni dopo approderà al famigerato patto sull’“Italicum” e sulle
“riforme” istituzionali e costituzionali che completano il piano
della P2 scritto a due mani da Renzi e Verdini.
Gli “strani” rapporti
con Verdini
Del resto già da tempo il neoduce aveva messo gli occhi su di
lui con simpatia, considerandolo
quasi come un suo figlioccio politico momentaneamente prestato all’altro schieramento. Verdini aveva cominciato a seguirne le
mosse e ad intrecciare con lui un
fitto rapporto personale fin dalla
sfida elettorale del 2009, intuendo
i futuri successi del personaggio.
Lo stesso Giovanni Galli ha raccontato di recente a Il Fatto Quotidiano di essersi sentito scaricato
da Verdini, che puntava ormai su
Renzi, già all’indomani del ballottaggio con Renzi alle comunali del
2009: “Gli dicevo ‘abbiamo fatto
un ottimo risultato, ora lavoriamo
per vincere nel 2014’; risposte?
Zero. E allora ho cominciato a farmi qualche domanda”, dice Galli,
che pensando ai rapporti RenziVerdini e ripassando mentalmente
quegli anni si domanda: “Pensiamo ai lavori pubblici e a chi erano stati assegnati, quali imprenditori interessavano? L’area Castello
era Ligresti (Fondiaria-Sai, stretto
amico di Berlusconi, ndr), la caserma dei marescialli era Fusi (socio della “cricca” degli appalti,
ndr). Qualcuno venne anche arrestato. Poi Tramvia, Etruria, Tav...
il dubbio è più che legittimo; solo
il dubbio, per carità”.
Poche settimane prima del pellegrinaggio ad Arcore, Renzi aveva tenuto con grande pubblicità la
prima assemblea nazionale della
sua corrente alla Leopolda di Firenze, esperienza che poi ripeterà nell’ottobre 2011 sempre alla
Leopolda, con la tre giorni denominata Big Bang sotto la sapiente
regia del “mago” delle reti Fininvest Giorgio Gori, e con la partecipazione di scrittori di grido
come Baricco e Nesi, imprenditori come Guido Ghisolfi (dell’omonima azienda chimica), Martina
Mondadori (editrice), Maria Paola Merloni (Indesit), Alberto Castelvecchi (Panorama), economisti come Zingales, il giuslavorista
Piero Ichino, e politici come Sergio Chiamparino, Arturo Parisi,
Ermete Realacci, Graziano Delrio ecc.
Davanti alla Leopolda Renzi è
contestato duramente da chi non
si fa abbindolare dalle sue sparate mediatiche e dalla sua fraseologia inconsistente, come i lavoratori dell’Ataf, quelli del Maggio
Musicale e i dipendenti comunali,
gli oppositori del tunnel della Tav
sotto la città e i comitati contro gli
inceneritori, che hanno già assaggiato le sue smanie antisindacali e
autoritarie che fanno a pugni con
l’immagine idilliaca della Firenze da lui amministrata che i media
di regime e i sondaggi di opinione
gli accreditano. Ormai la sua concezione personalistica, interclassista, carrieristica e liberistica della politica, dell’economia e della
gestione del potere è venuta compiutamente a galla, come con l’appoggio sperticato a Marchionne
nella vertenza di Pomigliano, con
la simpatia verso politiche di liberalizzazione del “mercato del lavoro” di Ichino, Boeri e Zingales
Mano a mano che il suo ambizioso disegno politico si precisa e progredisce di tappa in tappa, emergono sempre più anche
le forze palesi e occulte, nazionali e internazionali, che lo foraggiano e lo sostengono, in quantità
tale che occorrerebbe almeno una
pagina per elencarle tutte. Tra gli
imprenditori l’industriale Diego
Della Valle, patron della Fiorentina e azionista del Corriere della
Sera (grande sponsor della scalata
di Renzi a Palazzo Chigi), il magnate Carlo De Benedetti editore de L’Espresso e la Repubblica,
il re del made in Italy alimentare,
Oscar Farinetti, e Luca Cordero di
Montezemolo, al quale Renzi mise
a disposizione il Ponte Vecchio a
prezzo ridicolo per una kermesse
pubblicitaria della Ferrari.
Fitto anche l’intreccio di amici e stretti collaboratori fiorentini che ne curano i rapporti con gli
ambienti che contano, come l’ex
manager della Bce Lorenzo Bini
Smaghi, oggi presidente di Snam e
membro del Cda di Morgan Stanley, come l’ex presidente di Ataf
e attuale assessore alla mobilità
Filippo Bonaccorsi, come il dirigente dello sviluppo urbano Giacomo Parenti, e il vicesindaco, ora
suo facente funzioni e candidato
a succedergli a Palazzo Vecchio,
Dario Nardella. Ma soprattutto c’è
l’ex capo della segreteria di Renzi
e consigliere della già menzionata “Florence Multimedia” Marco
Carrai, la sua ombra che lo segue
dappertutto, una inquietante figura di cattolico “tradizionalista”
con mille relazioni più o meno occulte che vanno dall’Opus Dei alla
Compagnia delle opere (Comunione e liberazione), il vero e proprio anello di collegamento tra il
“cerchio magico” renziano con la
massoneria e gli ambienti internazionali.
Secondo il quotidiano confindustriale Il Sole 24 Ore Carrai cumula una quantità impressionante
di cariche di primo piano: è consigliere dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (importante
azionista di banca Intesa nel cui
consiglio siede Jacopo Mazzei, figlio di Lapo, ndr), amministratore delegato di Firenze Parcheggi,
presidente di Aeroporto di Firenze
Spa, membro del Cda della Banca
di credito cooperativo di Impruneta e della Banca di credito cooperativo del Chianti fiorentino. Nonché socio, presidente o direttore di
numerose società private in Italia,
in alcune delle quali siede accanto all’ex presidente di Enel Chicco Testa e a Marco Bernabé, figlio
di Franco, che è stato in predicato
per il posto di ministro dell’Economia andato poi a Padoan. Particolarmente interessante la partecipazione di Carrai nel consiglio di
sorveglianza della lussemburghese Wadi Ventures Sca, omonima
del fondo israeliano Wadi Ventures di cui è socio fondatore un veterano dell’unità spionistica 8200
dell’esercito israeliano, una sorta
di Nsa americana.
Interessante anche l’amicizia
di Carrai con Matt Browne, stretto
collaboratore di Tony Blair e con-
sigliere di Obama, e quella col famigerato neocon Michael Ledeen, ex collaboratore di Reagan e di
Bush figlio, noto per l’operazione
segreta Iran-Contras e per essere
stato al servizio del generale piduista Santovito, nonché amico di
Craxi e di Cossiga. Notevole il fatto che quando agli inizi del 2011
Ledeen esortò dal suo blog ad intervenire per bombardare la Libia,
prontamente Carrai scrisse una
lettera a La Repubblica invitando
i lettori a sottoscrivere un “fondo
di solidarietà” in favore dei rivoltosi libici.
Ed è stato sempre stato Carrai a far conoscere Renzi al nuovo ambasciatore americano John
Phillips, che il 15 novembre 2013
fu ricevuto con tutti gli onori a Palazzo Vecchio, poco prima che il
neopodestà fiorentino scatenasse la manovra che ha portato alla
cacciata di Letta e alla sua sostituzione a Palazzo Chigi. Anche
Tony Blair lo incoraggia entusiasticamente ed ha chiesto il sostegno europeo al suo governo: “Le
sfide sono assolutamente formidabili, ma Matteo ha il dinamismo,
la creatività e la forza per farcela,
con la combinazione di realismo
e idealismo necessari per i tempi
che viviamo”, ha dichiarato l’ex
premier britannico.
L’assalto finale
a Palazzo Chigi
Nel giugno 2012 Renzi organizza la seconda edizione del
Big Bang al Palacongressi di Firenze che lo lancia alle primarie
di settembre del “centrosinistra”,
in previsione delle elezioni politiche che sono ormai alle porte: è
la sua grande occasione per dare
la scalata alla leadership del PD,
ma i tempi non sono ancora maturi e viene sconfitto dagli ex revisionisti e dagli ex popolari trincerati dietro Bersani. La strada
però è già tracciata, e l’occasione, questa volta favorevole, non
tarderà a ripresentarsi pochi mesi
dopo, quando la mezza sconfitta
elettorale del PD alle politiche del
febbraio 2013, il fallimento con
dimissioni di Bersani e la nascita del governo Letta delle “larghe
intese” con Berlusconi, lo riportano improvvisamente alla ribalta
come unico possibile leader “nuovo”, capace di guidare e far tornare a vincere un partito sempre più
abbandonato dagli elettori e allo
sbando.
Da qui in poi la strada per lui
sarà tutta in discesa, fino alle primarie dell’8 dicembre 2013, vinte
a mani basse sul principale sfidante Cuperlo, con le quali ha espugnato la segreteria, e che hanno
visto la resa senza condizioni della vecchia dirigenza dalemiana e
bersaniana, con i “giovani turchi”
di Orfini e Orlando in testa. E infine, con un irresistibile crescendo,
il patto con Berlusconi, portato
praticamente in trionfo al Nazareno, sulla legge elettorale e le “riforme”, fino al siluramento di Letta con il colpo di palazzo del 13
febbraio 2014 e la fulminea nomina a presidente del Consiglio da
parte di Napolitano.
“Partenza grandiosa... governo
perfetto... Renzi, come Berlusconi, è un colpo di scena vivente”,
lo salutava entusiasta Ferrara dalle
pagine de Il Foglio: “Se sta attento a non litigare con il Cav, se non
per finta, il Cav coautore di questo
capolavoro che ha la metà dei suoi
anni, ce la farà”.
4 il bolscevico / governo renzi
N. 9 - 6 marzo 2014
Pier Carlo Padoan, l’economista
apprezzato da FMI, UE, BCE e Banca mondiale
Economista, romano, 64 anni,
Pier Carlo Padoan è stato docente di economia all’Università La
Sapienza e in diverse altre prestigiose università all’estero, nonché direttore per tre anni della
Fondazione politica Italianieuropei di D’Alema e Amato. Nel
1998 D’Alema lo volle come
suo consigliere economico affidandogli importanti incarichi
internazionali per il suo governo, ruolo che continuò a svolgere fino al 2001 anche per conto
del successivo governo Amato.
Padoan entrò allora a far parte
di quella squadra di economisti,
guidati da Nicola Rossi per conto del capofila dei rinnegati, che
si ispiravano ai “successi” neoliberisti di Tony Blair, lavorando
in stretto contatto con il sottosegretario uscente agli Esteri del
governo Letta, Marta Dassù.
Dal 2001 al 2005, grazie ad
Amato, ha ricoperto la carica
di direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale
(Fmi), lavorando in quegli anni
in perfetto affiatamento tanto
con il ministro Visco (“centrosinistra”), quanto con il suo successore di “centro-destra” Tremonti. Lo stesso Bersani aveva
pensato a lui quando per qualche
tempo aveva accarezzato l’illusione di formare un suo governo. Ma Padoan ha avuto anche
importanti incarichi nella Banca
mondiale e nel Collegio d’Europa a Bruges ed è stato consulente della Ue e della Bce. Dal
2007 ha assunto la carica di vicesegretario generale dell’Ocse,
l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo dei paesi
industrializzati con sede a Parigi, diventandone a fine 2009 anche capo economista. Nel 2011
è stato nominato dal capo dello
Stato Grande ufficiale al merito
della Repubblica. Il 27 dicembre scorso Letta lo nominò presidente dell’Istat, in sostituzione
del ministro uscente del Lavoro
Giovannini, carica che però non
ha fatto in tempo ad assumere
essendo stato chiamato da Renzi
e Napolitano a dirigere lo strategico dicastero dell’Economia.
La chiamata gli è arrivata
mentre era in trasferta, in qualità di vicesegretario dell’Ocse,
al G20 di Sidney in corso mentre si svolgevano le consultazioni per la formazione del nuovo
governo. Vertice a cui il suo predecessore Saccomanni non era
voluto andare per risparmiarsi
l’umiliazione di doversene tornare a casa anzitempo. Al ministero dell’Economia Renzi
avrebbe preferito un politico anziché un altro tecnico, per marcare una discontinuità con i due
precedenti governi, tanto che
per qualche giorno era circolato anche il nome del suo braccio destro Graziano Delrio. Ma
Napolitano è stato categorico:
per quella carica occorreva assolutamente un nome che fosse
conosciuto e affidabile per gli
organismi finanziari internazio-
nali, per la Ue e la Bce, e per le
cancellerie europee. Un ministro
capace cioè di garantire la massima continuità con la politica di
rigore seguita dai due precedenti governi, e sotto questo profilo uno come Padoan offriva le
massime garanzie.
Da tempo, infatti, come responsabile per l’Ocse del programma Going for growth, a cui
è ispirato anche il “piano per il
lavoro” di Renzi, Padoan suggeriva per l’Italia una ricetta economica liberista per la ripresa
basata sul taglio delle tasse alle
imprese e la riduzione del costo
del lavoro da finanziarsi con robusti tagli alla spesa pubblica,
oltre a un massiccio piano di liberalizzazioni e privatizzazioni,
a cominciare dall’energia. Tra i
suoi primi atti di governo ci sarà
quindi da aspettarsi quello di applicare fin da subito la Spending
Review del commissario Carlo
Cottarelli, la cui relazione è già
sul suo tavolo, e che si propone
di tagliare ben 32 miliardi in tre
anni alla spesa per la pubblica
amministrazione e per sanità,
scuola, pensioni e tutti gli altri
servizi assistenziali e sociali.
In questo quadro di “risparmi” rientrano anche la mobilità e i licenziamenti per i dipendenti pubblici, in parallelo con
l’abolizione dell’articolo 18 e la
libertà di licenziamento nel settore privato, e non a caso il neo
titolare del dicastero di via XX
Settembre è molto stimato anche dall’economista berlusconiano Brunetta. Infatti il motto
di Padoan è: “Tutelare di più il
reddito dei lavoratori e meno il
posto di lavoro in sé”. Un programma che si sposa perfettamente con la ricetta Ichino adottata da Renzi nel suo “Jobs Act”.
L’economista premio Nobel
keynesiano Paul Krugman, nel
suo blog sul New York Times, ha
scritto che l’Ocse da lui diretta
fornisce “i consigli peggiori di
qualunque organizzazione in-
ternazionale: peggio della Commissione europea, peggio persino della Bce”. Il che è tutto dire.
Krugman non risparmia giudizi
sferzanti neanche sulla sua persona, accusandolo di essere “fra
i più grandi sostenitori dell’austerità, che con il loro tifo hanno
spinto l’Europa al disastro”.
Non manca inoltre chi ha osservato che con lui il rinegato D’Alema rimetterebbe il suo
zampino anche su questo governo, in barba a Renzi che si vanta di averlo “rottamato”. Certamente la lobby che sta dietro
all’ex premier e alla sua fondazione Italianieuropei continuerà
ad avere il suo peso e cercherà
avere voce in capitolo col Berlusconi democristiano che si appresta a ridisegnare a suo favore
gli equilibri di potere, specie ora
che Padoan e Renzi stanno per
affrontare l’importante partita
delle nomine ai vertici dell’amministrazione dello Stato e delle
aziende pubbliche.
Roberta Pinotti dal PCI revisionista all’esaltazione
dell’imperialismo italiano
Il nuovo ministro della difesa, Roberta Pinotti (PD), genovese classe 1961, era già dal
maggio 2013, sottosegretario
di Stato alla Difesa nel governo Letta, durante il ministero di
Mario Mauro.
Politicante borghese d’antico
pelo, cattolica praticante, caposcout, è candidata, alla fine degli anni Ottanta, nella sua circoscrizione come indipendente
nella lista PCI la “Sinistra per
Sampierdarena”. Eletta, diviene
vicepresidente del Consiglio circoscrizionale. Nell’89 si iscrive al PCI, che sta per diventare
PDS. Passerà poi dal PDS ai DS
(area “correntone”), al PD.
Diventa assessore alla scuola,
alle politiche giovanili e sociali della Provincia di Genova, dal
1993 al 1997, e assessora alle
Istituzioni scolastiche del comune di Genova dal 1997 al 1999.
È segretaria provinciale dei DS
dal 1999 al 2001. Alle politiche
del 2001 è eletta deputata alla
Camera nel collegio Genova 7.
Riconfermata dopo le elezioni politiche del 2006, aderisce al
gruppo parlamentare dell’Ulivo
e viene nominata presidente della Commissione Difesa.
Nel 2007 è nominata Responsabile nazionale Difesa nella Segreteria nazionale del Segretario
PD, Walter Veltroni, e nel 2009
capo dipartimento del PD alla
difesa con il segretario Dario
Franceschini, alla cui corrente,
uscita sconfitta dal Congresso
PD del 2009, apparteneva.
Intanto, rieletta in Senato nel
2008, viene nominata nel 2010
vicepresidente della Commissione Difesa del Senato.
Nel 2012 si presenta alle primarie per la candidatura a sindaco di Genova, ma ne esce scon-
fitta. Alle politiche del 2013
viene rieletta in Senato e il 2
maggio 2013 viene nominata
Sottosegretaria al Ministero della Difesa nel Governo LettaBerlusconi, rimanendovi anche
nel Letta-Alfano.
Il primo pensiero, appena nominata ministro, è andato ai due
fucilieri del battaglione S. Marco in attesa di giudizio in India
per aver sparato su due pescatori indiani, uccidendoli. “I maro’
sono nel mio cuore”, afferma,
“Dobbiamo con forza riportarli a casa”, perché sono trattenuti “ingiustamente”. Ciò tanto per
mettere in chiaro che lei è dalla parte dell’arrogante e violenta
politica imperialista italiana che
in cerca di falsi miti “dell’orgoglio nazionale” imperialista
spaccia i due assassini in attesa
di giudizio quasi per eroi.
Dietro la retorica sulla “prima
donna ministro della Difesa”, si
nasconde una carriera da militarista, guerrafondaia, imperialista, una sorta di Rambo istituzionale in gonnella. Sostenitrice
accanita dei profitti dell’impresa bellica, la Pinotti è tra i dirigenti del PD, quella che più ha
difeso lo shopping di micidiali
armamenti deciso dagli ultimi
governi, in primo luogo gli F35,
nonché la presunta “necessità”
della dismissione degli edifici
militari, inutilizzati dall’esercito imperialista. Quest’ultima,
secondo la Pinotti, andrebbe addirittura accelerata, in quanto
non ci sarebbe “nessun motivo
per tenerli; perché, se la Difesa non li usa, costituiscono una
spesa e un aggravio di responsa-
bilità”: in sostanza costituiscono
solo spese, mentre la loro vendita consentirebbe lauti profitti all’esercito imperialista. Da
senatrice ha votato a favore del
rifinanziamento per le missioni
militari all’estero nel 2011, di
quella in Afghanistan nel 2009 e
della partecipazione italiana alla
missione di “osservatori militari delle Nazioni Unite” in Siria
nel 2012.
Sul tema del MUOS ha assunto la stessa posizione del
governo Letta: è interesse diretto dell’Italia la realizzazione
dell’opera.
Accanita
sostenitrice
dell’esercito professionale caldeggiato dalla P2, la Pinotti,
punta prevalentemente a organizzare un esercito più efficiente e flessibile. Tale progetto, tra
l’altro, prevede il taglio del personale civile e militare in “esubero”. In una recente intervista
ha dichiarato “Il modello attuale della Difesa è ancora fermo a
190 mila unità. Prevediamo con
la revisione dello strumento militare, di scendere entro il 2024 a
150 mila”. Un esercito imperialista più snello ed attrezzato che
non abbia più il compito della
difesa, in quanto “non esiste più
il problema di difendere i confini territoriali”, ma quello delle “alleanze internazionali” da
sostenere, nello “scenario principale per l’Italia costituito dal
Mediterraneo e dai Balcani”.
La folgorante carriera della Rambo in gonnella del PD risponde alle necessià di favorire gli interessi e il rinnovamento
dell’esercito professionale della
borghesia imperialista, dell’industria bellica e degli alti vertici
dell’esercito interventista.
Maria Elena Boschi, la fedelissima di Renzi
alle “Riforme”
Maria Elena Boschi (PD, fedelissima di Renzi) è nominata Ministro delle riforme e dei
rapporti con il Parlamento. Nasce a Montevarchi (Arezzo) nel
gennaio 1981. Figlia di una famiglia bianca nella Toscana rossa. Il padre che approda al PD,
dopo un passato nella DC, è dirigente della Coldiretti, direttore del consorzio del vino di San
Giovanni e consigliere d’amministrazione di BancaEtruria. La
madre, Stefania Agresti, è vicesindaco di Laterina (Arezzo),
giunta di “centro-sinistra”.
La Boschi è uno dei più tipici
prodotti della corsa renziana alla
presidenza del consiglio, uno
degli esempi più calzanti della
rapacità del gruppo dirigente legato al Berlusconi democristiano.
I suoi principi politici e ideologici sono profondamente anticomunisti ed antioperai: “i comunisti non esistono più”.
Sono Firenze, dove si laurea
in giurisprudenza, e Arezzo gli
scenari della sua rampante corsa
al potere borghese, iniziata grazie agli appoggi e alle entrature familiari. A Firenze approda,
immediatamente dopo la laurea,
ad uno degli studi civilisti più
noti della città, il Tombari Laroma e associati, insieme a Francesco Bonifazi, altro fedelissimo di Renzi.
Alle primarie di Firenze del
2009 aveva appoggiato il dalemiano Michele Ventura, ex vicecapogruppo alla Camera. Con
lei c’era anche Francesco Bonifazi, capo dello staff elettorale di Ventura, oggi tesoriere del
PD. Dopo la trombatura del suo
candidato disinvoltamente passa
alla corte di Renzi che la chiama quale consulente a Palazzo
Vecchio per curare la piratesca
privatizzazione dell’azienda di
trasporto pubblico Ataf. Spetta a lei aggirare i “cavilli” legali, da Renzi ritenuti dei lacciuoli
che impedivano una rapida privatizzazione. La Boschi esegue
le indicazioni del suo padrone e
rende operativa una delle più disinvolte e sciagurate operazioni
di privatizzazione che i lavoratori Ataf osteggeranno e combatteranno con una mobilitazione tuttora in corso.
La campionessa dell’improduttività pagata fior di quattrini
pubblici si siede, nominata da
Renzi, anche su una poltrona nel
Consiglio di amministrazione di
Publiacqua, la maggiore società
idrica della Toscana, per 22 mila
euro annui. Nel 2012 ha dichiarato un reddito di 90.000 euro.
Il 4 giugno del 2013 rassegna le
dimissioni proiettata verso ben
altre poltrone.
Renzi le affida il compito di
coordinatrice organizzativa della campagna per le iniziali primarie, quelle del 2012 contro
Bersani. Le aveva definite “uno
strumento democratico”, e tuttavia non si perita di aggirarle
facendosi inserire alle politiche
2013 nella lista per la Camera
in 16esima posizione. Un posto
blindato che le consentirà di essere eletta senza problemi.
In parlamento entra nella
Commissione Affari costituzionali, come segretario. Alla Camera viene incaricata del ruolo delicato di ambasciatrice dei
renziani con le fazioni rivali e
diventa una delle principali artefici e sostenitrici della famigerata nuova legge elettorale l’Italicum, di cui discute direttamente
con Verdini.
Dal dicembre 2013 è nella segreteria del PD.
Con questo curriculum, la
spregiudicata anticomunista e
antipopolare arrivista Maria Elena Boschi si propone come braccio destro di Renzi e, ne siamo
certi, darà il suo micidiale contributo reazionario al completamento sul piano istituzionale
dell’attuale seconda repubblica
neofascista, presidenzialista e
federalista, così come dettava il
“Piano di rinascita democratica”
e nello “Schema R” della P2.
governo renzi / il bolscevico 5
N. 9 - 6 marzo 2014
Andrea Orlando,
il “garantista” gradito a Berlusconi che dovrà
sottomettere la magistratura al governo
Nato a La Spezia 45 anni fa,
il nuovo ministro della Giustizia
ha cominciato la sua carriera politica a vent’anni, nel 1989, come
segretario provinciale della Fgci,
e appena un anno dopo promosso
a consigliere comunale della sua
città per il PCI. Con lo scioglimento di questo partito la sua carriera è continuata a progredire nel
PDS e nei DS di La Spezia, passando da capogruppo consiliare,
a segretario cittadino del partito,
poi assessore comunale, membro
della Segreteria regionale, fino ad
approdare nel 2001 alla carica di
segretario provinciale.
Nel 2003 fa il grande salto alla
Direzione nazionale, chiamato da
Piero Fassino a ricoprire la carica
di viceresponsabile dell’organizzazione dei DS, e due anni dopo
ne diviene il responsabile per gli
Enti locali. Nel 2006 entra a far
parte della Segreteria nazionale
dei DS e si presenta alle elezioni
politiche risultando eletto deputato per le liste dell’Ulivo nella
X circoscrizione Liguria, carica
elettiva che riconfermerà con le
elezioni del 2008 nelle liste del
PD, di cui diviene portavoce nella Segreteria nazionale di Veltro-
ni e in quella successiva di Franceschini. Nel 2009, appena eletto
alla Segreteria del PD, Bersani lo
nomina responsabile per la Giustizia del partito: una carica che
mantiene fino alla sua nomina a
ministro dell’Ambiente nel governo Letta, e che gli varrà anche
l’attuale nomina a ministro della
Giustizia del governo Renzi.
Il suo nome per il ministero
di via Arenula, infatti, che pure
era già stato fatto tra i papabili,
è stato avanzato da Renzi come
scelta di riserva dopo che Napolitano aveva bocciato recisamente quello del pm antimafia Nicola Gratteri, con la motivazione
che la “consuetudine” istituzionale escludeva che un magistrato potesse ricoprire quella carica.
Una motivazione del tutto falsa e
pretestuosa, visto che non aveva
battuto ciglio quando si trattò di
firmare la nomina a Guardasigilli dell’ex magistrato berlusconiano Nitto Palma nel 2011. La verità è che il rinnegato del Quirinale
voleva assolutamente un ministro
della Giustizia che fosse gradito
anche a Berlusconi e che avesse
quindi una fama di “garantista”:
come appunto Orlando, la cui
scelta ha difatti subito approvato
dopo aver prima respinto con decisione la proposta di Gratteri.
La fama di “garantista”, riferita espressamente a Berlusconi e
ai suoi processi, Orlando se l’era
guadagnata durante il periodo in
cui è stato presidente del Forum
Giustizia del PD, facendosi promotore di un progetto di “riforma condivisa” della giustizia che
andava incontro su molti punti a
quella da sempre propugnata dalla banda del delinquente di Arcore. Un progetto in cinque punti
che Orlando presentò nientemeno
che sulle pagine de Il Foglio del
9 aprile 2010 diretto dal rinnegato, agente della Cia e consigliere di Berlusconi, Giuliano Ferrara, il quale infatti lo pubblicò con
grande enfasi in prima pagina sotto l’eloquente titolo: “Caro Cav, il
PD ti offre giustizia”.
Nell’articolo Orlando proponeva all’allora PDL che governava da due anni, di utilizzare
i restanti tre anni di legislatura
(quindi sempre sotto la sua egemonia politica, ndr) per “tentare
di riformare la giustizia italiana in
modo il più possibile condiviso”,
un argomento da affrontare “con
responsabilità e con misura” anche da parte dell’opposizione, che
“deve impegnarsi a offrire il proprio contributo”. Le proposte di
Orlando concernevano “una verifica concreta dei giusti tempi del
processo; una seria riflessione per
la ridefinizione dell’obbligatorietà dell’azione penale; una riforma
del sistema elettorale del Csm che
diluisca il peso delle correnti della magistratura associata, rafforzandone l’autorevolezza; la necessaria distinzione dei ruoli tra
magistrati dell’accusa e giudici,
e un ragionamento sulla efficacia
delle attuali azioni disciplinari nel
mondo della magistratura”.
Occorre ricordare che proprio
in quel periodo, dopo la bocciatura del “Lodo Alfano” per mano
della Corte costituzionale, il neoduce e i suoi gerarchi conducevano una battaglia furibonda per
strapparlo ai suoi processi e sottomettere la magistratura e il Csm
al governo, con una valanga di
leggi ad personam e proposte neofasciste come il “legittimo impedimento”, il “processo breve”,
la legge bavaglio sulle intercettazioni, la separazione delle carriere tra pm e giudici, l’abolizio-
ne dell’obbligatorietà dell’azione
penale, la responsabilità civile
dei giudici, l’assoggettamento del
Csm al potere politico, e chi più
ne ha più ne metta. Da qui l’estrema gravità delle proposte di Orlando (dietro cui c’era evidentemente tutto il PD della segreteria
Bersani), e la gioia dei gerarchi
berlusconiani, come ad esempio
Alfano, che a tale proposito dichiarò: “Ho letto con attenzione
le proposte di Orlando e mi pare
che rispondano ad uno sforzo riformatore che una parte del PD
sta compiendo... presto chiamerò il responsabile Giustiza del PD
per confrontarci nel merito su alcune proposte”.
E che non si trattasse di un’alzata d’ingegno del solo responsabile piddino, ma di tutto il suo
partito, lo confermò subito Enrico
Letta, che in risposta alle accuse
di inciucio lanciate da Antonio Di
Pietro (“Ma perché Orlando non
va a fare il consigliere giuridico
di Berlusconi?”, disse l’allora leader dell’IDV), si affrettò a sottolineare: “Siamo credibili nei nostri no a Berlusconi se mettiamo
in campo proposte credibili ed
equilibrate come quelle che han-
no elaborato Orlando e gli altri
parlamentari che si occupano di
giustizia per il PD”.
C’è da stupirsi, allora, se Napolitano e Renzi lo hanno insediato a via Arenula come degno
successore di Alfano, Nitto Palma, Severino e Cancellieri, e se Il
Giornale della famiglia di Berlusconi ha proclamato che i soli due
ministri di Renzi graditi al neoduce sono Andrea Orlando e la neo
ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi? Ora si intuisce meglio su che cosa si siano accordati i due banditi Renzi
e Berlusconi nei cinque minuti in
cui sono rimasti a parlare da soli
durante le consultazioni: giustizia
e telecomunicazioni, ovvero due
ministeri chiave per i problemi
penali e l’impero mediatico del
delinquente di Arcore.
Non a caso Renzi, che non
aveva mai accennato prima alla
“riforma della giustizia”, dopo
quell’incontro a quattr’occhi
col neoduce l’ha inserita guarda caso in quelle urgenti, subito dopo quelle da fare “una al
mese”. E il “giovane turco” Orlando è l’uomo giusto al posto
giusto per farla.
La berlusconiana Federica Guidi,
boss di Confindustria e nemica dei lavoratori,
allo Sviluppo Economico
Il cruciale ministero dello Sviluppo Economico e con esso la
sorte delle circa 160 vertenze
aperte che rischiano di lasciare
senza occupazione circa 120mila
lavoratori, Renzi lo ha consegnato
direttamente nelle mani della Confindustria nominando la berlusconiana Federica Guidi a capo del
dicastero di Via Veneto.
Una nomina non condivisa in
pieno da Napolitano che per quella poltrona aveva altri candidati.
Infatti la Guidi nella corsa al dicastero ha battuto la concorrenza
dell’amministratore delegato delle Ferrovie Mauro Moretti, e ha di
fatto preso il posto di Luca Cordero di Montezemolo, candidato della prima ora.
La sua ossessione per le liberalizzazioni selvagge e le strategie
economiche adottate nelle aziende di famiglia non lasciano ben
sperare per il futuro dal momento
che la maggior parte di loro hanno delocalizzato in Romania, dove
il costo di produzione è più basso
e tagliato selvaggemente i posti di
lavoro in Italia.
Estimatrice di Marchionne “Ha
avuto il merito di aver stigmatizzato il fatto che abbiamo regole
vecchie. Oggi quei problemi ce
l’hanno anche tante imprese piccole e medie”. Sui diritti delle lavoratrici e le tutele sindacali dice:
“Servono a stigmatizzare le diseguaglianze. Ma al primo posto
c’è il merito... Non pretendo che i
miei collaboratori lavorino 12 ore
al giorno, come me. Ma non puoi
fare affari con Cina, India, Brasile, se a volte non ti fermi la sera
in ufficio. Non sarebbe uno scandalo lavorare 42 ore alla settimana e rinunciare a qualche giorno
di ferie”.
Componente della Commissione Trilateral, amica del suo collega alle Infrastrutture Maurizio
Lupi, la rampolla del capitalismo
italiano, è figlia del padrone della Ducati Energia Spa Guidalberto, ex vicepresidente di Confindustria per un decennio. In Emilia,
Guidalberto è considerato un recordman degli incarichi: tra società proprie come la Ducati Energia, aziende di cui è liquidatore
(ben 31 le società nelle quali è stato nominato commissario: l´intero
gruppo Fochi, più una quantità di
aziende meccaniche) e incarichi
“politici” ha avuto un momento in
cui ha superato abbondantemente
quota 40 consigli di amministrazione.
La Guidi tra l’altro non ha
mai nascosto le sue simpatie per
Berlusconi e i suoi governi, amica benvoluta sia dall’attuale presidente di Confindustria Giorgio
Squinzi che dal suo predecessore
Luca Cordero di Montezemolo, la
Guidi era stata persino cercata da
Berlusconi negli ultimi anni come
“volto nuovo del Popolo della Libertà”; nel 2012 era circolata l’ipotesi di una sua candidatura alle
primarie del centrodestra e più recentemente Berlusconi le ha proposto un ruolo di primo piano alla
vigilia del varo della nuova Forza
Italia. Un’ammirazione reciproca
con il neoduce di Arcore che per
parte sua la Guidi ha avuto modo
di rinnovare anche il 17 febbraio
scorso accettando l’invito a cena
a casa di Berlusconi. Non a caso
è stato proprio Berlusconi uno
dei primi a chiamarla per le congratulazioni di rito e per manifestare la sua grande soddisfazione:
“Abbiamo un ministro pur essendo all’opposizione”, avrebbe detto trionfante ai suoi collaboratori
il neoduce.
Nata a Modena il 19 maggio
1969. Laureata in Giurisprudenza,
master in “Business Administration” e analista finanziario per due
anni in Rolo Finance La Guidi nel
1996 entra nell’azienda di famiglia, la Ducati Energia, nata dalla
separazione nel 1926 dalla Ducati
Meccanica, di cui oggi è vicepresidente, che è nata dall’unione di
Ducati Elettrotecnica con la divisione generatori di Zanussi Elettromeccanica. Dal 2002 al 2005, è
stata Presidente regionale dei Giovani imprenditori dell’Emilia-Romagna e Vicepresidente degli imprenditori della regione, poi nel
2008 subentra a Matteo Colaninno
a presidente nazionale dei Giovani
di Confindustria.
Oggi Ducati Energia, ha settecento dipendenti e un fatturato di
115 milioni di euro e un conflitto
di interessi enorme se si pensa alle
laute commesse con Poste, Ferrovie e Terna per la fornitura di biglietterie automatiche, sistemi per
la sicurezza ferroviaria, veicoli
elettrici come un quadriciclo per
Poste Italiane, biciclette a pedalata
assistita, oltre ai condensatori impiegati in campo elettrico ed elettronico.
Si tratta di una nomina condi-
zionata da un conflitto di interessi che per certi versi è peggiore di
quello berlusconiano. Infatti nel
goffo tentativo di nasconderlo, la
neo-ministra, appena nominata, si
è dimessa da tutte le cariche nelle aziende di famiglia. Dimissioni formali che certamente non la
renderanno per miracolo imparziale quando, come responsabile
dello Sviluppo Economico, si imbatterà in una di queste. Tra le altre cose la Ducati Energia produce
le macchine per il rilascio di biglietti che sono usate dalla Ferrovie. E sempre le Fs acquistano da
lei i sistemi per gli impianti di segnalamento. Per non parlare delle aziende del gruppo Guidi che
operano nell’eolico, un settore
che beneficia di enormi contributi statali, o del caso più eclatante
che riguarda la Polizia e le Poste,
oltre a molti Comuni, che stanno
acquistando un mezzo di trasporto prodotto da Ducati Energia. Si
tratta di “Free Duck”, che, come
recita il sito dell’azienda presieduta da Guidalberto Guidi, costituisce un “innovativo quadriciclo
elettrico leggero in grado di far
fronte alle problematiche connesse alla mobilità, nel pieno rispetto
dell’ambiente”. Come si comporterà la ministra Guidi se, ad esempio, Alfano decidesse di rinnovare
il parco auto della Polizia di Stato acquistando i mezzi della Ducati Energia?
E che dire dell’appalto bandito nel 2012 e vinto proprio dalla
Guidi in qualità di vicepresidente
con delega agli acquisti della Ducati Energia per la fornitura alla
città di Firenze governata da Renzi del servizio di bike sharing? Un
affare da 1,2 miliardi spesi per
abbattere l’inquinamento nei comuni con più di 35 mila abitanti
a livello nazionale che ha portato a Firenze 50 biciclette elettriche del valore di 1.200 euro l’una. Inoltre va detto che proprio
mentre l’affare andava in porto
alla presidenza dell’Associazione dei comuni italiani era appena
arrivato Graziano Delrio, attuale
sottosegretario alla presidenza del
Consiglio e firmatario del bando.
Infine il 23 settembre del 2013,
durante i mondiali di ciclismo in
città, a inaugurare la mostra “2
ruote per la città del futuro” c’era proprio Guidalberto Guidi, sorridente proprio insieme al sindaco Renzi. L’atto dirigenziale di
chiusura dell’accordo è stato pubblicato il 14 febbraio scorso, esecutivo dal 17 e prevede un piano
triennale per 60 mila euro, su un
totale di 120 in accordo con il ministero dell’Ambiente che finiranno nelle tasche della Ducati Energia, quindi della famiglia Guidi.
Richiedete
opuscolo
n. 16
Le richieste
vanno
effettuate a:
PMLI
[email protected]
indirizzo postale:
PMLI
Via Antonio del
Pollaiolo, 172a
50142
Firenze
6 il bolscevico / interni
N. 9 - 6 marzo 2014
Alle elezioni regionali. Un elettore su due diserta le urne
Vola l’astensionismo
in Sardegna
Il “centro-sinistra” batte il “centro-destra” ma il PD perde il 2,5% dei voti. SEL e PRC portatori d’acqua del PD. Frana Forza Italia
SENZA SOCIALISMO NON C’È AVVENIRE PER LA SARDEGNA
Il 16 febbraio 2014, alle elezioni regionali in Sardegna, l’astensionismo è volato in alto, molto in
alto: quasi un elettore su due ha disertato completamente le urne.
È bene ricordare che la Sardegna, al contrario delle regioni meridionali e la Sicilia alle quali in
genere viene associata, non è una
regione dove l’astensionismo è
stato storicamente e tradizionalmente molto forte. Ancora dieci
anni fa, alle regionali, partecipata alle urne oltre il 70% degli elettori.
L’astensionismo è dunque una
scelta che l’elettorato sardo ha
ponderato e maturato nel tempo.
La Sardegna è una delle regioni
più colpite dalla crisi economica e finanziaria del capitalismo: è
la regione dove la disoccupazione sfiora il 20%, e la disoccupazione giovanile addirittura rasenta il 47%. E’ la regione degli 83
mila posti di lavoro persi negli
ultimi cinque anni. Della deindustrializzazione e della chiusura di
fabbriche storiche come l’Alcoa,
dell’emigrazione forzata di mano
d’opera, delle alluvioni e degli
scempi ambientali, nonché dello
scandalo sui rimborsi spese che
ha coinvolto trasversalmente tutti
gli schieramenti politici e portato
alla fine dell’anno scorso a 3 arresti e 64 consiglieri regionali denunciati per peculato, e persino al
ritiro della candidatura di Francesca Barracciu, scelta alle primarie
del PD come sfidante di Ugo Cappellacci e poi finita anche lei sotto
accusa per 33 mila euro di rimborsi chilometrici.
L’elettorato sardo che si è astenuto così massicciamente ha voluto mandare un segnale chiaro e
forte che sfiducia i partiti del regime e delegittima il governo regionale.
È notizia della vigilia elettorale
che gli operai dell’Alcoa durante
un sit-in di protesta a Cagliari contro la chiusura della loro fabbrica,
hanno lanciato uova sui cartelloni elettorali che riportavano le immagini dei candidati a governatore
davanti al palazzo della Regione
Sardegna al grido “Restituiamo le
schede per il voto”. Mentre nel comune alluvionato di Uras, in provincia di Oristano, si è recato alle
urne solo il 33% degli aventi diritto.
In tutta la regione, il 47,7%,
pari a oltre 700 mila elettori su
1.480.332 che ne avevano diritto,
non si sono nemmeno recati alle
urne, altre migliaia hanno votato scheda nulla e bianca, dei quali
purtroppo non abbiamo dati completi e definitivi. Mancano, infatti,
a distanza ormai di 10 giorni, ancora 8 sezioni regionali e 12 circoscrizionali allo spoglio ufficiale.
Ciò ci impedisce anche di elaborare e pubblicare la nostra tradizionale tabella con i voti ai singoli partiti calcolati non solo sui soli
voti validi, ma sull’intero corpo
elettorale.
Rispetto alle regionali del 2009,
l’incremento della diserzione alle
urne è del 15,3%. Il 16% in più rispetto alle politiche del 2013. E’
particolarmente significativo che
le province dove l’astensionismo
è più alto, superando addirittura
il 50% di diserzione, sono le Medio Campidano (53,1%), e Carbonia Iglesias (51,2%) polo chimico
ed epicentro della crisi industriale
che attanaglia la regione, entrambe tradizionali basi elettorali del
“centro-sinistra”.
Un dato che conferma quanto l’astensionismo sia alimentato
in particolare dall’elettorato di sinistra deluso e sfiduciato dai propri partiti tradizionali. E ciò nonostante pesasse su questo elettorato
anche il ricatto di battere il “centro-destra” e mandare a casa il governatore uscente Cappellacci.
Rispetto alle politiche 2013,
dove addirittura si era piazzato al
primo posto dopo l’astensionismo,
il Movimento 5 stelle era assente
dalla competizione e non ha così
potuto esercitare la propria funzione di drenaggio dell’astensionismo. Ciononostante l’offerta dei
cosiddetti “volti nuovi” era assai
ricca, a cominciare da quello della
scrittrice Michela Murgia e della
sua lista indipendentista Sardegna
Possibile che i sondaggi accreditavano alla vigilia del voto addirittura al 20-25% e che invece, per effetto della soglia di sbarramento al
10%, resta fuori dal consiglio.
La Murgia al contrario di quanto auspicava, non è riuscita a fare
il pieno dei voti grillini. Secondo uno studio dell’Istituto Cattaneo sui risultati elettorali in Sardegna, seppur riferito ai soli comuni
di Cagliari e Sassari, rileva che
il 60% degli elettori che avevano
votato M5S alle politiche 2013,
quest’anno, alle regionali, ha deciso di disertare le urne. Mentre quegli elettori del M5S che si
sono recati alle urne lo hanno fatto
prevalentemente per votare liste di
“centro-destra”.
Sempre secondo questo studio il 50% dell’astensionismo viene dagli stessi elettori astensionisti alle politiche 2013. Il 27%, un
quarto, dal M5S.
Elezioni regionali in Sardegna del 16 febbraio 2014
DISERZIONE DELLE URNE PROVINCIA PER PROVINCIA
DISERZIONE
2014
DISERZIONE 2009
DISERZIONE
DIFFERENZA
2014/2009
Cagliari
48,6
32,4
16,2
Nuoro
42,9
30,5
12,5
Oristano
50,3
34,3
16,0
Sassari
44,8
30,8
13,9
Medio Campidano
53,1
35,0
18,0
Carbonia Iglesias
51,2
35,5
15,7
Ogliastra
44,3
33,0
11,3
Olbia Tempio
47,7
31,2
16,6
SARDEGNA
47,7
32,4
15,3
Provincia
Puniti PD
e Forza Italia
Il “centro-sinistra” del neoeletto Francesco Pigliaru batte il “centro-destra” del governatore uscente, il berlusconiano di ferro Ugo
Cappellacci. Ma sono completamente fuori misura le dichiarazioni trionfalistiche dei fedelissimi di
Matteo Renzi e di Renzi stesso. La
verità è che il PD perde il 2,5% sui
voti validi rispetto alle politiche
del 2013 e il 2% rispetto alle regionali. In termini di voti assoluti
il calo risulta ancora più netto poiché il PD perde oltre un quarto del
proprio elettorato rispetto alle regionali 2009.
Pigliaru è stato eletto governatore della regione con circa 300
mila voti, (il 42,5% dei voti validi, ma poco più del 20% sugli
elettori). Nel 2009 il candidato del
“centro-sinistra” Renato Soru, che
perse il confronto con Ugo Cap-
pellacci, di voti ne prese 415.600.
Pigliaru riesce a battere Cappellacci solo grazie al soccorso
di Sel (5,2% dei voti validi) e la
lista comune PRC-PdCI (2,1%),
nonché ai voti della lista Rossomori, al 2,6%, la lista autonomista
che ha abbandonato il Partito sardo d’Azione nel 2009 da quando
cioè questo partito è entrato nello
schieramento del “centro-destra”.
Sempre secondo un’analisi
dell’Istituto Cattaneo, fra l’altro,
Sel, PRC e PdCI hanno evidentemente pagato il sostegno al PD con
un calo di consensi dell’11,8% rispetto al 2009 e del 22,3% rispetto
alle politiche 2013 (che equivalgono a 14 mila elettori).
Anche il “centro-destra” paga
pesantemente lo scandaloso governo degli ultimi cinque anni.
Cappellacci quasi dimezza i suoi
consensi rispetto al 2009. Il suo
partito, Forza Italia, attestato al
18,5% dei voti validi, è al suo minimo storico, calando del 2,4% ri-
spetto al 2013 e del 12,5% rispetto
alle regionali 2009.
Cappellacci è stato mandato a
casa, ma la musica non cambierà
in Sardegna.
Tanto più che le prime dichiarazioni di Pigliaru sono state di piena
sintonia col Berlusconi democristiano Renzi: “Avere Matteo Renzi
a Palazzo Chigi sarà uno sprint in
più perché Renzi è una persona seria e capace”. La verità è che, come
l’esperienza del governo Soru dimostra, il governo di “centro-sinistra” non potrà fare a meno che
proseguire la politica della giunta
precedente, in sintonia con la politica antioperaia e antipopolare del
governo borghese centrale.
Senza socialismo non c’è e non
ci sarà mai avvenire per la Sardegna che ha un grande bisogno e il
pieno di diritto di riscattarsi dal
sottosviluppo, dalla disoccupazione e dalla miseria a cui l’ha da
sempre condannata il sistema capitalistico e i suoi governi.
Denunciati dal documento due
Brogli dei seguaci della Camusso
al Congresso CGIL in Campania
Anche in Toscana la Rete 28 Aprile chiede di poter controllare i verbali di molte assemblee
Tira una brutta aria alla Cgil
campana. Oramai non ci sono solo
sospetti. I dati di molte assemblee
sono talmente poco credibili che i
rappresentanti del documento congressuale numero due hanno indetto una conferenza stampa nei locali
della Camera del Lavoro di Napoli
dove hanno accusato di brogli i sostenitori della Camusso. Le accuse
non riguardano qualche caso isolato
ma praticamente tutte le assemblee
dove non è stato possibile avere dei
delegati del documento alternativo
a controllare l’affluenza e lo spoglio
delle schede. In questi casi i votanti
raggiungono quasi sempre il 100%
degli aventi diritto e tutti voti per la
Camusso, una discrepanza abissale
con le altre, dove non si supera mai
il 20% e alcune volte vanno completamente deserte e comunque sia
“il sindacato è un altra cosa” prende
intorno al 10%.
I sospetti maggiori ricadono sullo Spi, il sindacato dei pensionati. In
certi casi non sono state fatte neanche le assemblee e gli iscritti hanno
messo la scheda nell’urna senza sapere neanche cosa avevano votato,
sempre ammesso che tutte le schede siano state compilate da pensionati e non da funzionari della Cgil
sostenitori della Camusso. Ci sono
anche casi eclatanti come quello
avvenuto a Caivano, in provincia di
Napoli, dove il padre pensionato di
un delegato della mozione due ha
votato per il documento alternativo
ma poi nel verbale del congresso locale dello Spi non risulta aver preso
neanche una preferenza.
Anche nei luoghi di lavoro non
si scherza. All’ospedale Cardarelli
del capoluogo partenopeo durante
le votazioni c’è stato il “miracoloso” raddoppio degli iscritti. In molte fabbriche della regione i seggi
sono rimasti aperti giorni e giorni,
specialmente dove ci sono i turni,
oppure nella logistica dove i lavoratori sono sempre fuori sede. Qui
non c’è stato alcun controllo e guarda caso il documento della segre-
teria ha preso maggioranze stratosferiche. Anzi, quando qualcuno ha
provato ad avvicinarsi alle urne per
controllare è stato malamente allontanato. Nella conferenza stampa
è stato annunciato il ritiro dei rappresentanti della mozione due dalla commissione di garanzia perché
questa decide a maggioranza e senza dover motivare l’esito, così ogni
tentativo di oppugnare i risultati è
vano.
Ma non si deve pensare che questa situazione sia circoscritta alla
Campania anzi. Sospetti di brogli,
in molti casi certezze, ci sono in
tutta Italia e non è neanche la prima volta che succede. In Lombar-
dia ci sono stati molti ricorsi e così
anche in Toscana. Nella provincia
di Pisa un nostro compagno aveva già denunciato sospetti su alcuni congressi di base dalle pagine
del Bolscevico. Sospetti certamente
non campati per aria se i sostenitori
del documento di Cremaschi hanno
ritenuto di inoltrare richiesta di verifica dei verbali di svariate assemblee. Ma anche in questo caso è stato risposto di no, con tono arrogante
e intimidatorio.
Questa vicenda rientra a tutti gli effetti nella questione della
rappresentanza e della democrazia nel sindacato e nelle fabbriche
che si protrae da tempo e scop-
piata in tutta la sua drammaticità
proprio alla vigilia del 17° congresso della Cgil. L’accordo capestro sulla rappresentanza, la richiesta di espulsione di Landini
da parte della Camusso, l’aggressione a Cremaschi all’attivo regionale lombardo Cgil a Milano
dimostrano che i dirigenti sindacali non hanno alcuna intenzione
di tollerare il dissenso, allargare
la democrazia e la partecipazione bensì restringerli, allineandosi alla strategia antidemocratica e
antioperaia di attacco finale ai diritti dei lavoratori portata avanti
dai governi e da Confindustria in
questi anni.
interni / il bolscevico 7
N. 9 - 6 marzo 2014
Grave norma anticostituzionale deliberata di soppiatto dal governo Letta-Alfano
Soppressi i tabelloni
elettorali per i partiti
che non presentano liste
Il PMLI Ricorrerà alla magistratura affinché sia riconosciuta
l’incostituzionalità dell’atto normativo
Il 1 gennaio 2014 è entrata in
vigore la cosiddetta legge di stabilità ovvero quella che in passato si chiamava legge finanziaria,
più precisamente la legge 27 dicembre 2013 n.147 che riguarda
le “Disposizioni per la formazione
del bilancio annuale e pluriennale
dello Stato”. Si tratta di una legge che scarica i costi della crisi del
capitalismo sulle masse popolari
e lavoratrici italiane con ulteriori
micidiali tagli.
Nascosti tra le pieghe di tale famigerata legge compaiono in particolare quattro commi, dal 398
al 401, che modificano notevolmente le procedure in occasione
delle elezioni siano esse europee,
politiche, regionali, provinciali,
comunali e circoscrizionali e per
gli stessi referendum, restringendo i diritti degli elettori sotto vari
aspetti.
Misure fasciste
introdotte di
soppiatto
Una questione molto grave è
l’abolizione dei tabelloni per l’affissione dei manifesti elettorali da
parte dei partiti che non presentano liste di candidati e più in generale di tutti coloro che non partecipano direttamente alle elezioni.
L’elettorato avrà perciò minore
possibilità di venire a conoscenza
della propaganda elettorale astensionista tattica del PMLI tramite
manifesti.
Pretesto e alibi per la cancellazione o comunque la riduzione delle prerogative degli elettori,
è la decisione di diminuire in via
permanente a decorrere dal 2014
di 100 milioni di euro il “Fondo da
ripartire per fronteggiare le spese
derivanti dalle elezioni”, gestito dal Ministero dell’economia e
delle finanze e di cui usufruiscono
tramite rimborsi i comuni.
Lo stesso pretesto col quale
verranno soppresse le province e il
“bicameralismo perfetto” e ridotto
il numero dei parlamentari secondo il progetto della P2. Meno spazi
e diritti politici ed elettorali per le
masse, più potere alla classe dominante borghese e ai suoi governi e
partiti. La conferma che la democrazia borghese è una democrazia
a senso unico, dove a spadroneggiare sono i partiti della borghesia mentre al proletariato e al suo
partito si nega qualsiasi spazio. E
la conferma che siamo in pieno regime neofascista, dove anche dal
punto di vista formale oltreché
sostanziale sono cancellati i residui spazi democratici agli oppositori di classe. Precedentemente
all’adozione della nuova normativa voluta dal governo Letta-Alfano, approvata sia alla camera che
al senato con il voto decisivo del
PD di Renzi e promulgata dal nuovo Vittorio Emanuele III, Giorgio
Napolitano, vigevano le “Norme
per la disciplina della propaganda elettorale” della Legge 4 aprile
1956 n. 212, ora in parte abrogate,
in base alle quali, riguardo al diritto di affissione gratuita a propria
cura di manifesti sui tabelloni elettorali, c’era una formale parità sui
tabelloni tra i partiti che partecipavano alla competizione elettorale
e quelli invece che non presentavano proprie liste.
Mentre il primo comma dell’art.
1 di tale legge tratta dei partiti o
gruppi politici partecipanti con
candidati alle elezioni, il secondo
comma soppresso affermava che
“L’affissione di stampati, giornali
murali od altri e manifesti, inerenti
direttamente o indirettamente alla
campagna elettorale, o comunque
diretti a determinare la scelta elettorale, da parte di chiunque non
partecipi alla competizione elettorale ai sensi del comma precedente, è consentita soltanto in appositi spazi, di numero uguale a quelli
riservati ai partiti o gruppi politici o candidati che partecipino alla
competizione elettorale”.
Calpestato l’art. 21
della Costituzione
Questa scelta del legislatore
teneva conto del fatto che doveva essere rispettato l’art. 21 primo
comma della Costituzione il quale
afferma che “Tutti hanno diritto di
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murale al n. 2820 del Registro della stampa del Tribunale di Firenze
Editore: PMLI
Associato all’USPI
ISSN: 0392-3886
Unione Stampa
Periodica Italiana
chiuso il 26/2/2014
ore 16,00
Milano. Affissione astensionista del
PMLI sui tabelloni dei fiancheggiatori. Con questa grave norma viene
impedito al PMLI di far conoscere
le proprie posizini sulle elezioni borghesi
manifestare liberamente il proprio
pensiero con la parola, lo scritto e
ogni altro mezzo di diffusione”.
La Corte costituzionale (sentenza n.48/1964) sottolineò che tali
norme “tendono a porre tutti in
condizione di parità: ad assicurare, cioè, che in uno dei momenti
essenziali per lo svolgimento della vita democratica, questa non sia
di fatto ostacolata da situazioni
economiche di svantaggio o politiche di minoranza”. Ed è esattamente questo il punto, che fine fa
il diritto democratico di affissione
elettorale dei partiti, associazioni,
organismi vari e “di chiunque non
partecipi alla competizione elettorale” una volta abrogata la norma che lo tutelava “in condizioni
di parità” e senza discriminazioni
legate “a situazioni economiche di
svantaggio”?
Se ovviamente non si può supporre, ci mancherebbe altro, che
automaticamente tale diritto venga interamente cancellato e dal
momento che la stessa Corte costituzionale (sentenza n. 1/1956)
conferma che “le affissioni non
possono farsi fuori dai luoghi destinati dall’autorità competente”
e quindi non altrove, l’unica possibilità rimane quella, sia pure
non esplicitata dalla nuova normativa, di ricorre al servizio delle pubbliche affissioni organizzato
dall’amministrazione comunale.
Già ma tale servizio comporta il
pagamento dei relativi diritti ed
è quindi pesantemente oneroso e
non gratuito e perciò non sussistono né le “condizioni di parità”
né quelle che impediscono che vi
siano “situazioni economiche di
svantaggio” rispetto ai partiti che
si presentano con candidati alle
elezioni. Non solo, ma una fondamentale manifestazione democratica del “proprio pensiero” su un
tema rilevante come quello elettorale attraverso manifesti finisce
mescolata e in concorrenza per gli
spazi con i manifesti della pubblicità commerciale.
Mentre sempre la Corte costituzionale (sentenza n. 48/1964)
rilevava che la legge del 1956
sulla propaganda elettorale “prescrive in genere, tutte le modalità
di applicazione della disposta disciplina, senza lasciare alla Giunta comunale il minimo potere discrezionale. E ciò è a dirsi anche
per la concreta assegnazione degli
spazi, giacché questa avviene (…)
per quanto riguarda gli altri soggetti che non partecipano direttamente alla campagna elettorale, in
base a semplice domanda, che non
ha altra funzione che quella di render noto il proposito di procedere
all’affissione e che determina ipso
iure l’obbligo dell’Amministrazione di assegnare gli spazi secondo modalità anch’esse rigidamente stabilite dalla legge”. Nel caso
delle pubbliche affissioni, in base
all’esperienza concreta per l’affissione di manifesti non elettorali,
ci si trova notoriamente a subire il
“potere discrezionale” dell’ufficio
preposto che mercanteggia sul numero dei manifesti che afferma sia
possibile affiggere e sul periodo in
cui possono stare affissi.
Il PMLI ricorrerà
per manifesta
anticostituzionalità
Inoltre mentre sui tabelloni
elettorali gratuiti si possono affiggere dei nuovi manifesti al posto di quelli deteriorati o coperti
da altri, con le pubbliche affissioni di fatto ciò non è possibile se
non sobbarcandosi ulteriori gravose spese di affissione. Inoltre non
è detto che le pubbliche affissioni, in base al comportamento fin
qui seguito, accettino di affiggere i manifesti elettorali di chi non
presenta liste.
Appare evidente che per tutti
questi motivi si conferma l’antidemocraticità della norma in questione. In particolare per il trattamento disomogeneo dei vari soggetti
coinvolti che determina disparità
tra coloro che presentano liste di
candidati alle elezioni e chi non
intende farlo ma vuole comunque esprimere il proprio pensiero al riguardo ed effettuare al pari
dei partiti parlamentari la relativa
propaganda tramite l’affissione di
manifesti a propria cura e senza alcun onere economico correlato.
Ne deriva pertanto un insanabile contrasto rispetto al dettato costituzionale dell’art. 21, palesemente violato, e non risulta
“manifestamente infondata”, anzi
il contrario, la tesi del PMLI della illegittimità costituzionale della norma stessa, illegittimità che
verrà fatta valere attraverso la prescritta procedura giudiziaria mediante il ricorso alla magistratura
ordinaria affinché emerga l’incostituzionalità della norma stessa e
il giudice, tramite apposito ricorso,
chieda alla Corte costituzionale di
pronunciarsi in merito all’abrogazione della norma incriminata.
Il sindaco M5S di Pomezia fa sgomberare
con la forza una scuola occupata
Il sindaco M5S di Pomezia,
Fabio Fucci ha ordinato lo scorso 19 febbraio la violenta e forsennata incursione dei poliziotti
nella scuola “‘Trilussa” occupata da alcune decine di lavoratrici
che stavano protestando per la
riduzione dell’orario di lavoro e
dello stipendio, nell’ambito di
una vertenza nata per difendere ben 25.000 posti di lavoro a rischio in tutta Italia e che
riguarda tutto il settore delle
pulizie nelle scuole. Una vertenza che nasce dal fatto che
il governo Letta-Alfano aveva
deciso di non rinnovare il contratto alle ditte esterne ai lavori
di pulizia nelle scuole, bandendo una gara di appalto che può
comportare il taglio fino al 40%
del già magro stipendio. Ma potrebbe andare peggio - con la
perdita del posto di lavoro - se
si tornasse al vecchio sistema,
quando i bidelli, oltre a svolgere
un lavoro d’ufficio, provvedevano anche alla pulizia dei banchi
Violenze della polizia sulle lavoratrici
e delle aule. Si tratta quindi di
25.000 lavoratori che devono
sottostare a uno dei tanti ricatti
ai quali ormai le masse lavoratrici sono abituate da tempo.
Nonostante la lotta abbia
quindi una ragione di drammatica sopravvivenza, l’occupazione della scuola ha avuto
termine, su ordine del sindaco
del Movimento 5 Stelle, con il
brutale intervento del reparto
Celere della polizia di Stato e di
un battaglione dei carabinieri di
Roma.
Drammatiche sono le testimonianze sia delle lavoratrici in lotta sia dei residenti che
hanno assistito allo sgombero.
Serena, una lavoratrice di 56
anni testimonia dell’arrivo alle
7 di mattina dei pubblici ufficiali
che hanno spaccato il cancello
e sono entrati come delle furie,
rincorrendo le lavoratrici che
per paura sono scappate tutte
sul tetto dove sono state inseguite e raggiunte. Un poliziotto,
continua la donna, l’ha sbattuta
a terra, una sua collega è stata
presa per il collo e sbattuta contro il muro, poi è stata ricoverata al Pronto soccorso. Un’altra,
mentre la stavano trascinando,
ha sbattuto la testa ed è svenuta, tanto da rendere necessario
l’intervento di un’ambulanza. Le
donne sono state tutte identificate e ora temono anche procedimenti penali nei loro confronti,
dal momento che il sindaco ha
già annunciato che procederà a
sporgere una denuncia penale
contro le lavoratrici occupanti.
Per Fucci, che aveva richiesto
espressamente l’intervento di
polizia e carabinieri, l’episodio è
una normale azione di pubblica
sicurezza e ritiene che non sia
successo niente di rilevante.
Non la pensa così Francesca
Gentili, segretario generale della
Filcams Cgil di Pomezia, che sollecitando spiegazioni dal sindaco sull’accaduto - non è stata neppure ricevuta. Sul fatto è
intervenuto anche il segretario
generale della Filcams Cgil di
Roma e del Lazio Vittorio Pezzotti che parla di gravissimo ed
inqualificabile atto di violenza.
Non merita ulteriori commenti ma solo disprezzo sia
l’operato da vero e proprio neopodestà giustiziere M5S Fucci
sia il vero e proprio blitz delle
“forze dell’ordine” che suonano
come un pesante avvertimento
ai lavoratori in lotta a piegare la
testa, ma che in realtà devono
forgiare ancora di più gli animi
delle lavoratrici e dei lavoratori
che ormai, come hanno scritto
Marx e Engels 166 anni fa nel
Manifesto, “non hanno nulla
da perdere, all’infuori delle
loro catene. Essi hanno un
mondo da guadagnare”.
8 il bolscevico / interni
N. 9 - 6 marzo 2014
Mobilitazioni in 40 città
IL POPOLO NO TAV SOLIDARIZZA IN PIAZZA COGLI
ARRESTATI E RESPINGE L’ACCUSA DI TERRORISMO
Combattivo presidio davanti al cantiere in Valsusa. Partecipata manifestazione a Torino. Presenti i marxisti-leninisti a Napoli
La giornata di mobilitazione
del movimento NO TAV del 22
febbraio scorso era in programma da tempo, in solidarietà con i
4 attivisti in carcere dal 9 dicembre scorso arrestati con l’accusa di
“terrorismo”, per l’assalto al cantiere di Chiomonte, dove fu dato
fuoco a un compressore. A questo
si è aggiunta la necessità di dare
una risposta di massa per tracciare una netta linea di demarcazione colla farneticante provocazione dei sedicenti “Noa”, acronico
dei “Nuclei operativi armati” di
cui parliamo in altro articolo. E
quello che si è visto nelle piazze,
in Valsusa, a Torino e in una quarantina di città italiane è la miglior
risposta a chi, sapendo di pescare nel torbido, vuole assimilare il
movimento popolare NO TAV al
terrorismo.
Ancora una volta è il popolo della Valsusa, che si definisce
“la valle che resiste” e che da
oltre vent’anni si sta opponendo al progetto dell’Alta Velocità con tutte le sue forze, a essere
Torino, 22/02/2014. Uno dei principali cortei per la giornata di mobilitazione nazionale a sostegno della lotta dei No Tav
protagonista. Circa 3 mila manifestanti hanno sfilato in un colorato corteo dalla stazione ferroviaria di Chiomonte fino alla
centrale idroelettrica dove iniziano le reti invalicabili del cantiere TAV presidiato da centinaia di poliziotti e carabinieri. Il
serpentone, chiassoso e colorato, dove erano presenti tutte le
anime del movimento, intere fa-
miglie, associazioni, militanti
e amministratori locali, ha per
l’ennesima volta portato la protesta davanti al cantiere con slogan, canti partigiani, musica.
Uno striscione con la scritta
“NO TAV liberi”, è stato fatto volare all’interno del cantiere appeso
ad un grappolo di palloncini rossi. “Questa è una giornata di partecipazione popolare straordinaria –
ha detto Nicoletta Dosio esponente
storico della lotta contro la TAV –
perché il movimento NO TAV, per
l’ennesima volta, risponde alle ridicole accuse di terrorismo manifestando la propria vicinanza a chi
è accusato ingiustamente. Oggi
non è in pericolo solo la libertà di
chi si oppone al volere dei poteri
forti, oggi è in pericolo la libertà
anche di chi solo dissente”. Dello
I NO TAV denunciano le “deliranti follie terroristiche”
Attribuita la paternità del documento a “poteri oscuri”
“Abbiamo più volte ribadito
che il DNA del Movimento NO
TAV è quello di essere un movimento popolare, di massa e
pronto a praticare, a viso aperto,
le necessarie forme di disobbedienza civile ma senza alcuno
spazio per la violenza contro le
persone”. Con un comunicato
netto e che non lasciava adito
a dubbi, il Movimento NO TAV
prendeva le distanze da un comunicato dei sedicenti Noa,
acronimo dei “Nuclei operativi
armati” che recapitavano un plico all’Ansa di Torino.
Questo farneticante comunicato incita deliberatamente
alla lotta armata con tanto di
condanne a morte “immediatamente esecutive” e “da eseguirsi
senza ulteriori comunicazioni”
contro quattro persone schierate, a vario titolo, a favore della
realizzazione del tunnel ferroviario. Nelle tre pagine del comunicato i sedicenti Noa parlano di
superamento definitivo della stagione di “lotta pacifica” contro i
lavori della tratta Torino-Lione,
definita come “stagione delle
rivendicazioni che piacciono al
sistema”, incapace di contrastare “il governo dei padroni, il PD
e i giornali capitalisti” che hanno
colpito i protagonisti della protesta “sia sul piano economico, sia
su quello della privazione della
libertà personale”. Tanto è che i
Noa annunciano di essere passati alla “fase operativa” e cioè
alla lotta armata per “colpire i responsabili della repressione con
la stessa durezza con la quale
vengono colpiti i nostri compagni”. Gli obiettivi “sensibili” che
il sedicente gruppo vorrebbe
colpire ruotano attorno a quattro nomi: il dirigente della polizia
e attuale senatore PD, Stefano
Esposito, Massimo Numa, giornalista de La Stampa, il quotidiano della famiglia Agnelli, e i
magistrati torinesi che indagano
sui NO TAV, Antonio Rainaudo e
Andrea Padalino.
Alberto Perino, leader storico del movimento contro l’Alta
velocità, respinge ogni accostamento tra NO TAV e minacce:
“In vent’anni di protesta non c’è
nemmeno una riga nella quale il
movimento abbia giustificato la
violenza contro le persone: queste minacce sono scritte da una
mano diversa – continua Perino
– da qualcuno che vuol fare del
male al movimento”.
Molto fermo il comunicato dei
valsusini in lotta: “Questa è la storia della nostra lotta ventennale,
del nostro presente e del nostro
futuro. Nessuno ha alcun titolo
e nessuno può permettersi di
strumentalizzare il Movimento e
tanto meno di pensare di potersi
sostituire al percorso di lotta che
il Movimento NO TAV ha deciso
e costruito, collettivamente, nella
pratica quotidiana e a viso aperto. Conosciamo troppo bene i
mandanti di queste operazioni
vecchie di quarant’anni. Rispediamo al mittente (Governo & C)
queste deliranti follie”.
Ha perfettamente ragione il
movimento NO TAV a puntare il
dito in alto sul governo, i servizi
segreti e quella miriade di centri
e di organizzazioni occulti da essi
manovrati che hanno fatto della
provocazione delirante e in passato anche efferata il metodo di
governo per cercare di isolare e
battere quei grandi movimenti di
massa che non riescono con la
repressione fascista e l’intimidazione giudiziaria a fronteggiare e
piegare. Stragismo e provocazioni di Stato sono stati ripetutamente utilizzati in passato durante la
Grande Rivolta del Sessantotto e
le grandi battaglie di classe.
Il successo della mobilitazione di massa di sabato 22 febbraio è la migliore risposta ai
mandanti di tali “deliranti follie
terroristiche”.
stesso tenore l’intervento di Alberto Perino: “La lotta contro il TAV
è popolare e non violenta. Difendiamo la nostra terra. Purtroppo
le forme di dissenso non vengono
accettate: chi dissente viene considerato terrorista”.
In contemporanea si muoveva da piazza Castello a Torino un
corteo a cui hanno partecipato alcune migliaia di manifestanti. Ad
aprire il corteo uno striscione con
la scritta “Chiara, Claudio, Mattia,
Niccolò libertà per tutti e tutte”.
Un corteo ha attraversato anche le vie di Milano. Lo striscione che lo apriva recava la scritta
“Terrorista è chi devasta e saccheggia il territorio”. Alcuni manifestanti innalzavano cartelli con
la scritta “Dissento ma non sono
un terrorista”. Sono stati lanciati
slogan contro l’Expo, il cemento e
la ’ndrangheta.
In coda al corteo era presente
anche un gruppo di famiglie accompagnate da bambini del mo-
vimento No Canal che si oppone
alla creazione delle vie d’acqua in
alcune zone di Milano per l’Expo
2015.
Presidi, manifestazioni cortei
si sono svolti un po’ in tutta la penisola. Al Nord come al Sud. Da
Ivrea a Trento e Trieste. Ad Adria
si è svolta la manifestazione di
tutti i comitati contro l’autostrada
Ortre-Mestre (NoOrMe). A Genova si è svolto un presidio NOTAV
Terzo valico. E poi manifestazione a Bologna, corteo a Ravenna.
A Pisa manifestazione contro crisi povertà e sfratti. A Roma in solidarietà contro la repressione dei
NOTAV a essere protagonista è
stato il Movimento di lotta per la
casa, mentre a Napoli sono stati i
precari “Bros” presenti i marxisti-leninisti che hanno espresso la
loro solidarietà ai precari. Presidi
anche a Bari e Barletta. A Caltanissetta si è svolto un corteo NO
MUOS contro la repressione e le
lotte.
Comunicato del Gruppo biellese NO TAV
Conferenza stampa congiunta
dei NoTav italiani e francesi
Riceviamo e volentieri pubblichiamo in ampi estratti.
Il gruppo NO TAV di Biella ha
organizzato per il giorno venerdì
7 marzo 2014, alle ore 20,30, a
Biella una conferenza ove illustrare gli accordi intercorsi tra Italia
e Francia sul progetto ferroviario
Lyon-Turin.
L’obbiettivo della serata è
svolgere un approfondimento su
un tema liquidato dai media nazionali, in occasione della ratifica
francese degli accordi, nell’univoco e semplicistico slogan: “La
Francia ha detto di SI alla TAV”
Saranno presenti a Biella i due
principali speaker della transfrontaliera protesta NO TAV: Daniel
Ibanez, Coordination des opposants au Lyon Turin, France e Alberto Perino, Movimento NO TAV,
Italia.
Nel corso della serata verranno illustrate da Daniel Ibanez le
conclusioni della Commission
Mobilitè 21 del 27 giugno 2013 e
la reale portata dell’Accordo go-
vernativo Francia-Italia relativo
alla linea ferroviaria Turin-Lyon
(accordo ratificato dall’Assemblée
Nationale e dal Senat de la Republique nell’autunno 2013). Ibanez
illustrerà anche il ricorso presentato il 20 febbraio 2014 al Consiglio
di Stato Francese per l’annullamento della iniziativa governativa.
Alberto Perino tratterà il tema
degli accordi bilaterali illustrando,
per la parte italiana, la situazione
dell’iter ambientale-amministrativo. Nel corso della serata, ovviamente, l’opportunità di avere
notizie di prima mano: sulle future
iniziative del Movimento NO TAV,
sul pressing mediatico e giudiziario che dipinge o equipara i contrari alla TAV a dei terroristi, sugli
esiti della stratosferica azione
risarcitoria avanzata dall’impresa
LTF nei confronti di Perino e altri
e della straordinaria risposta alla
richiesta di sostegno economico,
sulle condizioni degli arrestati e
strategia difensiva nel procedimento.
Gruppo biellese NO TAV
Manifestano a Roma artigiani, commercianti e piccoli imprenditori
La devastante crisi economica
e finanziaria capitalistica che le
masse popolari italiane stanno vivendo sulle proprie spalle allarga
le sue nefaste conseguenze anche sulle fasce della piccola borghesia, nei settori delle piccole e
medie aziende, dei commercianti
e degli artigiani. Sono proprio
questi che in più occasioni, come
“popolo delle partite Iva” o insieme al “movimento dei forconi”
hanno fatto sentire la loro voce.
Il 18 febbraio sono scesi decisamente in piazza in 60 mila, e forse
più, per chiedere al nuovo presidente del consiglio, che di lì a poche ore sarebbe stato nominato
e poi confermato, il Berlusconi
democristiano Matteo Renzi, di
tagliare il peso delle tasse, favorire l’accesso al credito, ridurre il
peso della burocrazia e rilanciare
investimenti e consumi.
Imprenditori, commercianti,
artigiani e dipendenti di ogni tipo
di aziende micro, piccole e medie,
titolari di piccole attività balneari
e guide turistiche, sono arrivati a
Roma da tutta Italia, soprattutto
dal Nord, per partecipare alla manifestazione che gli organizzatori
di Rete Imprese Italia, che raggruppa le 5 maggiori associazioni di settore: Cassartigiani, Cna,
Confartigianato, Confcommercio
e Confesercenti, hanno definito
“un evento storico”.
Un corteo rumoroso e colorato con striscioni e scritte contro i
politicanti e le istituzioni borghesi, migliaia le bandiere con i colori
delle varie associazioni, i fischietti
e i tamburi. Molti agitavano scope tricolori “per spazzare via le
tasse”, altri si sono presentati con
ombrelloni da spiaggia, in rappresentanza “delle 30 mila imprese
del litorale italiano che occupano
oltre 100 mila addetti”, protestano per “una errata interpretazione
della direttiva Bolkestein che annovera tra i servizi le concessioni
demaniali delle spiagge”. Tanti
Roma, 18/02/2014. Manifestazione nazionale di artigiani, commercianti e piccoli
imprenditori
gli striscioni esposti nella piazza,
alcuni srotolati dalle scalinate del
Pincio: “Qui oggi per non chiudere sempre”, ma anche “Dittatori”
e “Siamo alla der... Iva”. Moltis-
simi i manifestanti arrivati dalle
zone terremotate e alluvionate
dell’Emilia che ripetono “Ci avete
lasciato soli ma siamo noi a portare avanti tutto”.
Nel tunnel della crisi qualcuno
dei piccoli commercianti è diventato un punto di riferimento per le
famiglie più povere, o per i pensionati sociali, come racconta il
proprietario di tre supermercati
marchigiani arrivato a Roma in
uno dei 40 pullman provenienti da
Fermo: “la situazione è talmente
grave che noi ci sostituiamo allo
Stato anche nel welfare, facendo
credito alla marea di pensionati che non arrivano a fine mese.
Eppure allo Stato abbiamo dovuto pagare le tasse anticipate al
100%. Viviamo nella marginalità
e la nostra è diventata una guerra
tra poveri”.
I dati forniti dalla Rete imprese Italia sono impressionanti: “La
ricchezza prodotta è diminuita del
9%, quella pro capite dell’11,1%,
il valore aggiunto dell’industria
ridotto del 19,5%, il potere d’acquisto delle famiglie diminuito del
9,4%, la spesa familiare ridotta
del 7,9%, la disoccupazione rad-
doppiata, quella giovanile oltre il
40%, mille al giorno le imprese
che dall’inizio della crisi hanno
cessato l’attività”. Nel 2013 sono
state 372.000 le imprese che
hanno chiuso, per la crisi economica e per “l’incapacità politica ed istituzionale di affrontare
la situazione” gridano dal palco
i rappresentanti degli organizzatori. E ancora: “Oggi qualcosa è
cambiato, la politica non può fare
finta di niente. Se non avremo
risposte ci riproveremo ancora e
saremo più numerosi e più determinati”.
Siamo più che solidali a questa
lotta che, come da loro detto, non
deve indirizzarsi verso una guerra
fra poveri ma unire la propria voce
a quella degli operai, disoccupati,
precari, pensionati, giovani e donne e lottare contro i veri responsabili della crisi e le loro istituzioni,
oggi rappresentate dal governo del
Berlusconi democristiano, Matteo
Renzi.
interni / il bolscevico 9
N. 9 - 6 marzo 2014
Bugie fasciste che mistificano la realtà
La verità rovesciata sulle foibe
Il 10 febbraio, in occasione del
decimo anniversario del cosiddetto “giorno del ricordo’’ istituito
col voto unanime del parlamento nero il 30 marzo 2004 al fine
di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe,
l’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e la più complessa
vicenda del confine orientale’’, le
massime istituzioni della seconda
repubblica neofascista con alla testa il capo dello Stato Napolitano
e i presidenti di Camera e Senato
si sono uniti alla canea anticomunista e, in nome di una “memoria
condivisa’’ e di una “pacificazione
nazionale’’ tra antifascisti e fascisti
attorno ai “valori della nazione”,
della “patria’’ e dell’imperialismo
italiani, hanno rilanciato in grande
stile le infami menzogne fasciste
tese a mistificare la verità storica
sugli infoibati (circa cinquecento)
e sui fuoriusciti istriani e giuliano-dalmati, in tutto circa 35 mila
persone in gran parte anticomunisti, fascisti, spie, traditori, delatori, collaborazionisti e personaggi
compromessi con gli oppressori
nazi-fascisti che a partire dal 1943
e poi ancora nel 1947, nel 1954 e
fino al 1958 fuggirono dai territori della ex Jugoslavia per sottrarsi vigliaccamente al giudizio delle
loro vittime.
Alla commemorazione solenne
avvenuta in Senato alla presenza
di Napolitano, il presidente Grasso
ha detto fra l’altro: “Questa giornata è dedicata alla memoria di
Grasso e Boldrini capifila del coro anticomunista
migliaia di italiani dell’Istria, del
Quarnaro e della Dalmazia che,
al termine del secondo conflitto
mondiale, subirono indicibili violenze trovando, in molti, una morte
atroce nelle foibe del Carso. Quanti riuscirono a sfuggire allo sterminio furono costretti all’esilio.
La popolazione italiana di quella regione fu quasi cancellata e di
quell’orrore non si è mantenuto il
doveroso ricordo per anni. Questa
giornata è un momento fondamentale di espressione dell’identità nazionale”.
Un giudizio a dir poco vergognoso che rovescia completamente
la verità storica e arriva addirittura a
confondere le vittime coi carnefici.
Un’infamia condivisa in pieno anche dalla presidente Boldrini (SEL) che addirittura è arrivata
a dire che “con questa giornata le
istituzioni compiono un atto riparatore perché quell`orrore è stato
per troppo tempo rimosso e perfino negato. Migliaia di italiani vennero privati dei loro diritti, dei loro
beni e della loro stessa vita. Tanti furono costretti a fuggire. A loro
va la nostra gratitudine. Ricordare
è essenziale affinché non si ricada
più nella spirale dell`odio e della
violenza”.
Non una parola sugli immani
crimini commessi dai fascisti aggressori nei territori della ex Jugoslavia messi a ferro e fuoco a partire
dagli anni ‘20 e poi ancora durante
la feroce occupazione nazi-fascista
iniziata nell’aprile del 1941.
Una feroce repressione fascista che lo stesso Mussolini aveva avviato col famigerato discorso del Teatro Ciscutti di Pola del
20 settembre 1920 in cui proclamò: “Di fronte a una razza come
la slava, inferiore e barbara, non si
deve seguire la politica che dà lo
zuccherino, ma quella del bastone. I confini italiani devono essere
rie evangeliche”.
Si vogliono far passare come
“martiri” alcune centinaia di infoibati, ma si fa silenzio assoluto sullo sterminio di oltre 340.000 civili
slavi fucilati e massacrati dall’aprile 1941 all’inizio di settembre
1943 nel corso dei cosiddetti “rastrellamenti” ed operazioni di rappresaglia contro le forze partigiane insorte. Di altri 100.000 civili
dalle isole di Molat e Rab/Arbe in
Dalmazia fino a Gonars nel Friuli
ed altri in tutto lo Stivale, morirono di fame, di stenti e di epidemie
circa 16.000 persone nel giro di
poco più di un anno di deportazione. Si tace sulla feroce politica di
snazionalizzazione forzata che costrinse all’esilio più di 80.000 sloveni, croati, tedeschi e ungheresi e
anche alcune migliaia di comuni-
“Testa per dente invece di dente per dente”, lo slogan degli occupanti fascisti da attuare nella repressione contro i popoli
della Slovenia e della Croazia. Vicino Gorizia, a Renziano, nazisti e fascisti assistono compiaciuti alla decapitazione di
un partigiano. A Milano il 12 aprile 1945 invece, a pochi giorni dalla Liberazione della città, fascisti e militari della RSI
manifestano invocando l’italianità delle zone della Slovenia e della Croazia, ancora cavallo di battaglia dei fascisiti di oggi
attraverso le pretese vittime delle foibe
il Brennero, il Nevoso e le (Alpi)
Dinariche. Dinariche, sì, le Dinariche della Dalmazia dimenticata!…
Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da
Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con
le poesie. Basta con le minchione-
montenegrini, croati e sloveni deportati nei capi di concentramento approntati dalla primavera all’estate del 1942 dall’esercito italiano
per rinchiudervi vecchi, donne e
bambini colpevoli unicamente di
essere congiunti e parenti dei “ribelli”. In quei campi disseminati
sti italiani, antifascisti e oppositori
del regime; si tace sulle violenze e
le stragi compiute dagli aguzzini in
camicia nera contro i civili perpetrate in base a “una ben ponderata
politica repressiva” come testimonia ad esempio la famigerata circolare del generale Roatta del mar-
zo 1942 nella quale si legge: “il
trattamento da fare ai ribelli non
deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, ma bensì da
quella testa per dente”. Mentre il
generale Robotti, durante i rastrellamenti a tappeto nel giugno e agosto 1942, rimproverava alle truppe
dell’XI Corpo d’Armata che: “Si
ammazza troppo poco!” e ordinava l’“esecuzione di tutte le persone
responsabili di attività comunista o
sospettate tali e di internare di tutti
gli sloveni per rimpiazzarli con gli
italiani per far coincidere le frontiere razziali e politiche”.
Chi si deve vergognare non
sono i contestatori del cantante e
attore Simone Cristicchi autore di
uno spregevole spettacolo tea­trale,
Magazzino 18, che ribalta completamente la verità storica sulle foibe e i fuoriusciti giuliano-dalmati;
ma i segretari della commissione
di Vigilanza Rai Michele Anzaldi (PD) e Bruno Molea (SC) che
si sono scagliati contro il giornale
radio Rai colpevole, a loro dire, di
aver dato poca copertura alla ricorrenza e di aver invitato in studio un
rappresentante dell’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani.
Mentre i fascisti di Fratelli d’Italia
hanno presentato “un’interrogazione in Commissione Vigilanza
Rai per chiedere al presidente Tarantola e al direttore generale Gubitosi di riferire sulla vergognosa
trasmissione mandata in onda nel
corso della quale è stato intervistato uno dei vicepresidenti dell`Anpi
al posto di un rappresentante delle
associazioni degli esuli”.
L’assemblea della Sapienza lancia la
mobilitazione contro l’austerity per aprile
Ma per mettere fine all’austerity bisogna abbattere il capitalismo, l’Ue imperialista e il governo nostrano che regge loro il sacco
Nella giornata di domenica 9
dei beni pubblici. Una valutazio- ziative promosse contro la repres- capitalista.
Punti di convergenza ne
Attaccare
febbraio presso la facoltà di fisiobbiettiva delle realtà odierna sione, del movimento NO TAV, il
Nel documento non si parla
ca dell’Università “La Sapienza”
Il PMLI, che da sempre invo- si congiunge con giuste posizioni convegno nazionale di Roma del delle importanti e gravi controil capitalismo,
di Roma si è tenuta un’importan- ca un largo fronte unito di tutte le sul fronte sindacale. L’assemblea 14-15 marzo sulla repressione riforme costituzionali introdotte
l’UE imperialista
te assemblea promossa dai “Mo- organizzazioni sociali e sindacali punta il dito non solo contro CISL delle lotte sociali, le diverse ini- dai vari governi, come per esemvimenti sociali contro la preca- che si battono contro la crisi pro- e UIL, oramai completamente as- ziative promosse per la chiusura pio, il pareggio di bilancio, il tene il governo Renzi
dei CIE, ecc.
rietà e l’austerity”, a cui hanno
partecipato i sindacati di base, la
Rete 28 aprile, studenti, precari,
associazioni di lotta per la casa
ecc. L’assemblea aveva un chiaro
e preciso intento, formare un largo fronte unito di lotta tra tutte le
organizzazioni politiche e sociali che si battono contro le politiche di massacro sociale imposte
dall’Unione europea e dai governi nazionali ai lavoratori e alle
masse popolari del nostro paese.
Questa assemblea ha avuto anche
lo scopo di redigere un ricco programma delle varie iniziative di
lotta che si intendono intraprendere nei prossimi mesi, ponendo particolare attenzione all’importante mobilitazione nazionale
promossa per il 12 aprile, contro
l’austerità e per assediare i palazzi
del potere. La manifestazione era
stata promossa ad aprile visto che
si sarebbe dovuto tenere proprio
in quei giorni a Roma o Milano,
il vertice europeo sulla disoccupazione giovanile, ora sembra che
questo vertice sia stato spostato a
luglio, ma l’assemblea ha deciso
comunque di mantenere ad aprile
l’importate manifestazione tenersi pronti comunque a dar battaglia
a luglio.
dotta dal sistema capitalista, plaude all’iniziativa e in linea di massima si trova d’accordo con molti
dei punti e delle rivendicazioni
trattate nell’assemblea, mentre
valuta alcuni punti soprattutto a
livello rivendicativo e strategico
come meno incisivi.
Sulla linea generale del documento conclusivo siamo d’accordo in linea di massima con la critica portata dall’assemblea alle
politiche di austerità imposte dalla UE e dalla troika con l’avallo
dei governi nazionali e che negli
ultimi anni hanno portato un attacco senza precedenti ai diritti
dei lavoratori e delle masse popolari. Tra le rivendicazioni immediate più importanti trattate nell’assemblea e riportate nel
documento conclusivo, le quali trovano il sostegno militante
del PMLI, ci sono: la lotta contro l’EXPO che insieme al “modello Marchionne” basato su rapporti industriali di stampo fascista
e al “Jobs Act” proposto dal neopremier, il Berlusconi democristiano del PD Matteo Renzi, puntano a una concretizzazione del
nuovo modello di sviluppo basato sullo sfruttamento, la devastazione dei territori, il saccheggio
serviti alla Confindustria e al governo, ma anche contro la CGIL,
in particolare contro l’ala destra
del sindacato con alla testa la crumira Susanna Camusso, firmataria a inizio gennaio dell’accordo
sulla rappresentatività, criticato
giustamente per i suoi contenuti,
come l’instaurazione di un regime autoritario sui luoghi di lavoro. Contro questo infame accordo
inserito anche nel documento da
lei sostenuto, “Il lavoro decide il
futuro” all’imminente congresso
della CGIL, si devono contrappore una larga mobilitazione di massa che parta dalle fabbriche e dai
luoghi di lavoro e il documento
“Il sindacato è un’altra cosa” sostenuto da Cremaschi e appoggiato tatticamente anche dal PMLI.
Fra gli altri punti emersi in assemblea: la lotta per l’abrogazione delle leggi razziste e fasciste
Turco-Napolitano e Bossi-Fini
che hanno introdotto in Italia rispettivamente i lager per immigrati e il reato di clandestinità, la
lotta al precariato, vera piaga sociale per milioni di lavoratori,
soprattutto giovani ai quali viene
negato il diritto ad lavoro stabile
e quindi ad un futuro stabile. Di
positivo, rileviamo anche le ini-
Mancanze
del documento
conclusivo
Oltre ai tanti punti rivendicativi che condividiamo, volendo
dare il nostro contributo politico al dibattito, non possiamo non
esprimere anche le nostre perplessità su alcuni punti importanti non trattati dall’assemblea e alcune rivendicazioni che risultano
fuorvianti ai fini della lotta.
Si dovrebbe evidenziare (cosa
che nel documento dell’assemblea non viene fatto) il carattere imperialista dell’UE e non si
chiede l’uscita dell’Italia da essa.
Non viene mai citato il governo Letta-Alfano (sostituito ora
dal pupillo del neoduce Berlusconi, il democristiano PD Renzi) e solo in un caso si parla generalmente di governo della crisi
che impone l’austerity alle masse popolari. Non si accenna minimamente al fatto che la crisi
è causa del modo di produzione improntato sullo sfruttamento
dei lavoratori e dell’anarchia della produzione insita nel sistema
tativo di manomissione dell’articolo 138 della Costituzione e
le intromissioni-imposizioni di
Giorgio Napolitano nell’esecutivo che di fatto hanno aperto la
strada alla repubblica presidenziale. Non si denuncia apertamente la fascistizzazione del paese attraverso il completamento
del piano di rinascita democratica della P2.
Un punto fondamentale da
porre al centro delle lotte è
quella per il diritto al lavoro
stabile, a tempo pieno, a salario intero e sindacalmente tutelato per tutti i disoccupati,
precari e i lavoratori a tempo
pieno. Da quello che emerge
dall’assemblea invece sembra
che questa importante rivendicazione politica ed economica
venga soppiantata col mettere
al centro delle lotte sindacali la
lotta per il reddito (reddito minimo o reddito di cittadinanza,
questo almeno dal documento
conclusivo non di capisce). Il
PMLI non esclude strumenti
di sostegno al reddito ma tali
strumenti non devono sostituire o surrogare i diritti ma semplicemente integrarli.
Se su molte questioni ci si trova d’accordo, ed è dalle rivendicazioni comuni che dobbiamo partire per un’ampia mobilitazione di
lotte, nelle fabbriche, nelle scuole
e nelle piazze, non bisogna tralasciare un punto strategico molto
importante. Si è parlato durante
l’assemblea della necessità di un
cambiamento radicale di sistema,
rispetto al modello economico vigente, ma quale sia questo cambiamento non viene mai citato e
proposto.
Il PMLI dal canto suo ha
ben chiara qual è la via d’uscita
dall’austerità e dalla crisi del sistema capitalista, questa via d’uscita è il socialismo. Solo affiancando alle lotte immediate per
migliori condizioni di lavoro e di
vita la lotta strategica per il socialismo con il conseguente abbattimento del potere borghese, del sistema capitalista e con la presa del
potere da parte del proletariato,
solo allora potremo mettere fine ai
massacri sociali al quale il proletariato italiano e le masse popolari
sono sottoposti.
Uniamoci contro il capitalismo
e i suoi governi, per il socialismo!
Solo il socialismo può salvare
l’Italia!
N. 7 - 20 febbraio 2014
pareggio di bilancio / il bolscevico 7
cronache locali / il bolscevico 11
N. 9 - 6 marzo 2014
W la nuova Sede
centrale del PMLI e
de “Il Bolscevico”
Dalle sue grandi vetrate
penetra
tutta la luce possibile
il sole riscalda il lavoro
delle compagne
e dei compagni che in essa
spendono
le loro migliori
energie
e anche un giorno di pioggia
e di nuvole buie
come questo
della sua inaugurazione
è meno triste.
Dalle pareti
ci sorridono
gli storici ritratti
dei cinque Maestri.
per una nuova impegnativa
difficile
fase
del nostro lavoro.
Con la costanza della mente
e tutto il calore del cuore
che esso richiede.
Come per tutto il popolo
del nostro Paese
la nottata
non è passata
ancora
e di sicuro
non passerà
da sola.
Resa possibile dal sacrificio
e dall’amore
per il PMLI
La compagna
Patrizia
Pierattini,
una dei primi
quattro pionieri
del PMLI,
durante una
manifestazione
sindacale a
Firenze
Il primo ciclostile
e la macchina storica da
scrivere
a tasti
ci dicono come abbiamo
cominciato
per scrivere
e faticosamente diffondere.
Il denaro
ci è mancato sempre
ma mai la qualità
la forza
l’entusiasmo
della militanza marxistaleninista.
E la creatività
giovane e rossa
stanza della Sede di Firenze
lì presente
è anch’essa un segno che
quella qualità
quei sentimenti lungimiranti
ci sono ancora
tutti.
Come in famiglia
a una ricorrenza, o una gioia,
si brinda
e si divide la tavola
con gli amici stretti
così la nuova Sede centrale
del PMLI e de “Il Bolscevico”
ha aperto le porte
dei suoi dirigenti militanti e
amici.
Per il Partito,
che anche con la nuova Sede
si appresta
a sostenere tutti gli sforzi
e far tesoro di tutte le energie,
necessarie a condurre le
battaglie
dell’oggi e di domani,
per il bene e il futuro
delle masse popolari
e dell’Italia unita rossa e
socialista.
Al servizio d’ogni battaglia
tutta la qualità, le conoscenze
la creatività
l’ottimismo
del suo Segretario
dei suoi dirigenti
militanti
amici
per tradurre in fatti
piccoli o grandi che siano,
la forza ideale
politica
tattica e strategica
del PMLI.
Patrizia Pierattini,
una dei primi quattro pionieri
del PMLI
Come il suo predecessore Cuffaro
Lombardo, ex governatore della
Sicilia, condannato per mafia
Il fondatore del Movimento per l’Autonomia è stato condannato a sei anni e
otto mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa
‡‡Dal nostro corrispondente
della Sicilia
È stato messo un altro punto
fermo alla questione giudiziaria
riguardante l’ex-governatore della
Sicilia, Raffaele Lombardo, fondatore del MPA, costretto a dimettersi il 30 luglio del 2012, dopo essere stato raggiunto da un avviso
di garanzia per concorso esterno
in associazione mafiosa e voto di
scambio e da un’incriminazione
coatta.
Raffaele Lombardo, che aveva
richiesto il rito abbreviato, è stato condannato dal Giudice delle
Udienze Preliminari (GUP) di Catania, Marina Rizza, in primo grado a sei anni e otto mesi di reclusione e ad un anno di interdizione
dei pubblici uffici.
Nella sentenza Lombardo viene riconosciuto colpevole del reato di concorso esterno, mentre
cade l’accusa di voto di scambio,
considerata assorbita nel precedente reato. Parallelamente sono
stati ridimensionati i dieci anni
che erano stati chiesti il 18 set-
tembre 2012 dall’accusa, sostenuta dai Pubblici Ministeri (PM)
Jole Boscarino, Antonino Fanara,
Agata Santonocito e Carmelo
Zuccaro, coordinati dal procuratore etneo Giovanni Salvi.
Le disavventure giudiziarie
di Lombardo iniziano nel 2010,
quando il suo nome spunta in
diversi verbali che registrano le
deposizioni di collaboratori di
giustizia. Non vi è dubbio, in questa fase del percorso giudiziario a
carico di “Don Raffaele”: dopo il
2001 la mafia indica di far conflui­
re voti sul MPA, considerato punto di riferimento. Come rivelerà il
mafioso Maurizio di Gati “se ne
avevamo bisogno ci potevamo rivolgere a quel partito per quanto
riguardava sia gli appalti sia per
altre cose”.
Nelle intercettazioni i boss parlano di accordi siglati con i vertici del Movimento e addirittura di
incontri con Raffaele Lombardo e
il fratello Angelo. Quest’ultimo ex
deputato nazionale del MPA, che
ha scelto il rito normale, è stato
più di democrazia gestionale e di
radicalizzazione della lotta rivendicativa nelle fabbriche. In merito,
ritengo che i compagni della seconda mozione congressuale, a
tutt’oggi, non sono riusciti a coinvolgere gli operai più combattivi,
facendoli crescere politicamente,
incidendo, in modo efficace nella
gestione del sindacato in quanto, essi, non hanno alle spalle il
vero Partito marxista leninista dei
lavoratori, che persegue la linea
dell’abbattimento del capitalismo, nelle sue varie proposizioni,
ingannevoli e kauskiane.
La cultura politica dei compagni della seconda mozione
non consente loro di costruire,
assieme alle lavoratrici e ai lavoratori, una proposta politica
da contrapporre alla filosofia del
“capitalismo buono”, e il percorso è quello di pervenire alla realizzazione del sindacato unitario
delle lavoratrici e dei lavoratori e
antimafiosa non ipocrita doveva apparire almeno il sospetto
di simili relazioni che non solo
condizionavano evidentemente
la linea politica del governo Lombardo, ma venivano anche messe in evidenza dalle indagini della
Procura di Catania. Eppure il PD
regionale siciliano non ha esitato
a sostenere il governo Lombardo
in crisi e con ciò a perpetuare un
antipopolare sistema clientelare e
filomafioso.
Aggiungiamo che anche il
governatore Crocetta ha ampie
responsabilità nella perpetuazione del sistema di relazioni illecite
messo in piedi dal MPA. Infatti,
pur di rimanere attaccato alla poltrona, non ha esitato ad accettare nella sua maggioranza ampi
spezzoni del movimento fondato
dal suo predecessore, transitati
in nuove formazioni come Articolo4. Crocetta ancora, questa
volta a causa della sua ipocrita
antimafia di facciata, può essere
nominato “traditore dei siciliani”.
Per poco si è sfiorata la tragedia
Crolla parte del tetto di una IV elementare
a Palermo
‡‡Dal corrispondente della
Cellula “1° Maggio-Portella
1947” di Palermo
L’ennesimo crollo in una struttura scolastica a Palermo: questa
volta si è trattato del cedimento di una parte del tetto della IV
classe dell’istituto elementare e
dell’infanzia Marinella Bragaglia.
Durante il crollo, avvenuto alle
13,10, sono rimaste ferite lievemente 2 bambine.
Non è la prima volta che accade. Già si erano verificate, non
solo in questa scuola, altri cedimenti simili dovuti a strutture fatiscenti per colpa della pioggia, di
infiltrazioni e dell’assenza quasi
totale di manutenzione ordinaria
e straordinaria. Ormai a Palermo si rischia grosso ad andare a
scuola. La giunta Orlando, a parte le chiacchiere non fa il dovuto
per rimettere in sesto le scuole
palermitane che crollano sulla te-
sta degli studenti e cerca di minimizzare sostenendo che niente di
grave è accaduto alla Bragaglia.
I genitori degli alunni hanno
protestato duramente: vogliono
spiegazioni, anche se la dirigente
scolastica ha voluto minimizzare
il problema, sostenendo che non
sono stati richiesti particolari la-
Il crollo nel soffitto denunciato
nell’articolo
Il compito dei marxisti-leninisti è educare e indirizzare
i lavoratori sulla via del socialismo
Ho letto l’articolo de “Il Bolscevico” sul governo Renzi. Le
masse popolari, permangono
sempre più in situazioni di indigenza economica, sociale e lavorativa. Questa operazione, è stata
messa in pista dai “poteri forti”,
sponsorizzata
istituzionalmente dal presidente Napolitano, ed
operativamente compiuta dalle
sempre più “strane” ed opportuniste maggioranze create, di
volta in volta, dai riformisti che
cavalcano il cosiddetto capitalismo buono tanto caro anche alla
componente maggioritaria della
CGIL.
La sinistra radicale ritengo sia
più efficiente e meno “distorsiva”
rispetto alla logica, sponsorizzata dalla segreteria nazionale, in
merito al consociativismo datori
di lavoro-parti sociali. La componente della seconda mozione
si differenzia dalla casta dei camussiani, per qualche venatura in
rinviato a giudizio, per concorso
esterno in associazione mafiosa.
Il passaggio fondamentale sul
quale si basano le accuse a carico dell’ex governatore riguarda
l’interessamento di Lombardo
per impedire il blocco dei lavori
per il centro commerciale ICOM
di Catania del gruppo Auchan,
come si evince in un’intercettazione ambientale nello studio del
potente editore catanese Mario
Ciancio, che grazie allo scambio ha incassato ben 28 milioni
di euro. Non solo, ad eseguire i
lavori di movimentazione terra e
a fornire il cemento per la realizzazione del centro commerciale
era il mafioso Vincenzo Basilotta,
suocero di Gaetano Anastasi, dirigente del Mpa di Castel di Judica.
In sostanza il processo all’exgovernatore ha evidenziato in
tutta chiarezza l’esistenza di una
vasta zona grigia fatta di relazioni illecite tra imprenditori mafiosi
e filomafiosi e i vertici del MPA
siciliano. Ad un’analisi politica
su questo il Partito, se non erro,
pur appoggiando politicamente
la seconda mozione, si distingue
da essa.
Inoltre, l’organizzazione da
essi diretta, non prevede le rappresentanze controllate tramite la
democrazia diretta, conseguenziale della rimozione/ricambio dei
rappresentanti non idonei, bensì
la delega che di fatto è un meccanismo di controllo non della
base ma dei dirigenti sindacali.
Ciò che è avvenuto nel PD, di
sicuro, avrà cittadinanza e consacrazione al prossimo congresso
della CGIL e, in previsione di ciò,
bisogna vigilare, cercando di salvaguardare, perché permangano,
le condizioni di unità anche nella
diversità.
Chiudo con una riflessioneopinione. I lavoratori sono nelle
associazioni sindacali, siano esse
della triplice come negli autonomi, per cui è strategicamente
giusto stare con i lavoratori, rafforzando sempre più il fronte unitario contro il grande capitale e la
finanza. Molti lavoratori militano
in confederazioni minoritarie che
viaggiano sulla rabbia e il rivendicazionismo fine a se stesso non
costruendo gradualmente l’alternativa al modello di produzione
come anche allo sfruttamento finalizzato al profitto del capitale. È
questa carenza di cultura politica
che genera il rivendicazionismo/
qualunquismo, che porta alla divisione delle masse lavoratrici
e quindi alla loro sconfitta politica. Ritengo che sia compito dei
marxisti-leninisti educarli politicamente, indirizzandoli sulla via del
socialismo, per l’abbattimento del
capitalismo sotto la guida politica
del PMLI, marxista-leninista, e dei
suoi Mestri, Marx, Engels, Lenin,
Stalin e Mao.
Giuseppe, provincia di Catania
vori di ristrutturazione in quanto
il problema dell’intonaco rovinato
è facilmente risolvibile. Ma i genitori non ci stanno, preoccupati
visto che comunque, anche se in
forma leggera, sono stati feriti degli alunni durante lo svolgimento
delle lezioni.
La Cellula “1° Maggio-Portella 1947” di Palermo del PMLI
esprime solidarietà agli alunni
della classe IV della Marinella
Bragaglia, ai loro insegnanti e
alle loro famiglie, chiedendo nel
contempo un piano urgente, a cui
collaborino Comune, Provincia,
Regione e Governo, per la ristrutturazione delle fatiscenti scuole
palermitane.
W il PMLI, W i 5 Maestri, W il
Compagno Segretario generale
Giovanni Scuderi!
Nel trasformare la
mia concezione del
mondo non finisco
mai d’imparare
soprattutto riguardo alla sporca,
sporchissima operazione che
Marco Rizzo e compagnia stanno cercando di mettere in piedi,
approfittando della buona fede e
dello smarrimento di tanti onesti
compagni che pensano che a sinistra ci sia mancanza di punti di
riferimento. Il punto di riferimento
esiste già e non può essere altro
che il PMLI.
Compagne e compagni non
vi fate ingannare da imbroglioni
matricolati del calibro di Marco
Rizzo! Ve lo dice un compagno
che ha avuto il dispiacere di averlo incrociato ai tempi della militanza nel PRC e, vi assicuro, che
non è stata una bella esperienza,
tutt’altro!
Colgo l’occasione per comunicarvi ufficialmente che l’altro
ieri sono stato contattato per fare
parte di questo nuovo inganno.
Contatto che ho rispedito al mittente facendo tesoro di quanto
detto nell’articolo de “Il Bolscevico” e forte della triste passata
esperienza.
W il PMLI, coi Maestri vinceremo!
Andrea, operaio del Mugello
(Firenze)
Cari compagni,
nel salutarvi vi confermo che
sempre di più sta avvenendo nella mia coscienza e nella mia ragione quella trasformazione radicale della concezione del mondo
che il caro compagno Giovanni
Scuderi mi richiese nel 2009 nel
nostro primo incontro da “borghese illuminata” a “proletaria”!
Ora sono sicuramente più
avanti per diventare un autentico
marxista-leninista nello spirito e
nell’umiltà, guardandomi indietro
e accorgendomi che indumento
dopo indumento molti miei panni borghesi me li sono lasciati
indietro per la strada, ma tanta è
ancora la strada da fare, non si finisce mai di imparare, e sbagliare
è facile.
Sappiate che ciò che mi porta
sempre di più a legarmi al nostro
Partito è l’esempio di vita che mi
date voi dirigenti, a cominciare
dal Segretario generale compagno Giovanni, fratelli maggiori nel
cammino della vita socialista.
Calorosi saluti marxisti leninisti.
Lavoratori di tutti i paesi unitevi!
Gior – Roma
Ha fatto bene il PMLI
a smascherare Rizzo
Care compagne e cari compagni del PMLI,
grazie per avermi inviato l’articolo sulla “rifondazione del PCI”.
Un articolo molto interessante
Vi sarò sempre grato
per il vostro impegno
Cari compagni,
è sempre un onore e un piacere ricevere le vostre comunicazioni. Non ho internet ma vi contatto
dal centro multimediale della biblioteca della mia città.
Vi sarò sempre grato per il
vostro impegno. Auguri di buon
lavoro.
Saluti marxisti-leninisti.
Salvatore – Catania
12 il bolscevico / cronache locali
N. 9 - 6 marzo 2014
La Corte dei conti accusa
la Provincia di Milano di stipendi Idra a Renzi:
d’oro e spese fuori controllo “chiudere la Tav”
Comunicato dell’associazione
ambientalista fiorentina
Mentre “non ci sono i soldi” per edilizia scolastica e stabilizzazione dei precari
‡‡Redazione di Milano
Mentre la giunta della Provincia di Milano guidata da Guido
Podestà (ex PdL oggi NCD) lamenta insufficienti risorse finanziarie per la manutenzione ordinaria e straordinaria negli istituti
scolastici e per la stabilizzazione
dei lavoratori precari, è scoppiata
anche sulla sua amministrazione
la bufera delle “spese pazze”.
Non si tratta, come in molti altri
casi, di rimborsi spese che ben
poco c’entravano con le attività
politiche, ma di assunzioni e consulenze “fuori controllo” riscontrate dalla Corte dei Conti, che
ha concluso la sua indagine. Le
irregolarità sarebbero 16 e riguar-
derebbero l’amministrazione guidata dal 2009 da Podestà.
Si tratta soprattutto di incarichi
dirigenziali e assunzioni a tempo
determinato per varie consulenze
d’oro che avrebbero fatto sì che la
Provincia abbia “mancato l’obiettivo di riduzione della spesa”,
come previsto da un decreto del
2010 del IV governo del neoduce
Berlusconi che obbligava il dimezzamento delle spese rispetto
al 2009. Il problema è che sembra
che non si sia nemmeno fatto un
gran tentativo a riguardo.
La provincia ha speso due
milioni e mezzo nel 2009 per retribuire a vario titolo figure manageriali, e ha speso due milioni e
mezzo (con un risparmio nell’ordine di qualche migliaio di euro)
nel 2010. Il tutto per pagare 85
persone per le quali, secondo la
Corte dei Conti, sono “necessarie
ulteriori giustificazioni circa la loro
necessità”. C’è anche il problema
dei dipendenti che vengono assunti con contratti più ricchi, una
prassi irregolare, visto che “non
è possibile attribuire compensi
diversi da quelli previsti dal contratto nazionale”.
Una parte dei rilievi della Corte
dei Conti riguarda invece la questione Asam, una controllata della provincia che detiene la quota
di Milano Serravalle acquistata
del 2005 dal predecessore di Po-
destà, il PD Filippo Penati. Una
quota che ha provocato minusvalenze per 300 milioni, e visto che
non si riesce a venderla rischiano
di arrivare fino a 500. Uno scenario che però non ha convinto chi
di dovere a ridurre le spese, che
anzi tra il 2011 e il 2012 sono cresciute sia per quanto riguardo il
capitolo delle spese del personale (546mila euro), sia per quanto
riguarda i servizi (due milioni e
mezzo), sia per quanto riguarda i
due dirigenti e i due dipendenti,
“con una retribuzione media pari
a 156mila euro annui”. Per non
parlare delle spese per le consulenze straordinarie, di quasi un
milione e ottocentomila euro!
Firenze. Assemblea di tesseramento 2014 dell’Anpi “Oltrarno”
Sarti: “questa riforma elettorale
è peggio di quella precedente”
Duro attacco del presidente dell’Anpi provinciale al Berlusconi democristiano
Renzi. Passerella di politici per riportare le masse fiorentine al voto
‡‡Redazione di Firenze
Domenica 16 febbraio la sezione “Oltrarno” dell’ Anpi di Firenze, con la partecipazione di
altre sezioni fiorentine, ha organizzato l’annuale giornata di tesseramento nel popolare quartiere
di San Frediano.
Un appuntamento al quale gli antifascisti fiorentini sono
particolarmente legati, in quanto
rappresenta l’occasione per rinsaldare il legame con la sezione,
rinnovare la tessera e informarsi
sulle future iniziative dell’Anpi.
Quest’anno, inoltre, cade il 70°
Anniversario dell’insurrezione e
della Liberazione di Firenze.
Purtroppo va segnalato che,
snaturando la natura del fronte
unito antifascista che si realizza
all’interno dell’Anpi che comprende anche gli astensionisti, è
stata una giornata principalmente
dedicata alla propaganda politica
in vista delle prossime elezioni
europee e amministrative, dal
titolo “Ripartire dalla buona politica”. Di conseguenza ha avuto
luogo la passerella di politici del
“centro-sinistra” e il solito teatrino sull’importanza del “voto
buono” rispetto a quello “cattivo”
con il primo per intendere la delega in bianco ai partiti della classe
dominante borghese e il secondo come la sfiducia delle masse
verso l’attuale sistema politico
espressa con l’astensionismo.
Scarperia (Firenze)
Buon risultato della mozione 2
al congresso CGIL alla CHI-MA
Mercoledì 29 gennaio 45 lavoratrici e lavoratori della CHI-MA di
Scarperia (Firenze), iscritti e non
iscritti al sindacato, hanno partecipato al congresso di base della
CGIL.
Un funzionario della FILCTEMCGIL ha illustrato la mozione numero uno Camusso-Landini. Il
suo intervento è stato all’insegna
dell’“unità dei lavoratori”, intesa
come unità sindacale che poi si
traduce nell’appiattimento della CGIL sulle posizioni di CISL e
UIL. Nell’intervento il funzionario
ha teso a sminuire la portata del
valore della classe operaia soprattutto quando ha affermato
che “fare richieste troppo consistenti rischia di creare illusioni”.
Ho presentato denuncia per
il vandalismo al busto di Lenin
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Presso gli uffici della stazione dei
Carabinieri di Cavriago, questo pomeriggio ho provveduto a sporgere
regolare denuncia, dopo il vandalismo arrecato al busto di Lenin nella
omonima piazza di Cavriago, avvenuto nel tentativo di abbatterlo, nella notte tra giovedì 13 e venerdì 14
febbraio scorsi. Denuncia congiunta
a nome dei partiti di Rifondazione
Comunista e Comunisti Italiani, attraverso la quale si condanna un gesto che probabilmente non ha avuto
la valenza di semplice bravata, considerati anche gli svariati precedenti.
Dopo il presidio democratico e
antifascista della scorsa domenica
proprio in piazza Lenin, per porta-
re l’attenzione mediatica su quanto
avvenuto agli occhi di tutta la cittadinanza, l’auspicio ora è che da
parte delle istituzioni del paese vengano presi provvedimenti affinché
sia posta maggiore illuminazione
su piazza Lenin, comunque per una
maggiore sicurezza di tutti i cittadini
e che al più presto si riparino i danni
arrecati ad un monumento che appartiene a tutti i cavraghesi e non
solo.
Ove possibile ci rendiamo disponibili, a concorrere con un nostro
contributo economico, alle spese
che saranno necessarie per riparare
il danno, non ancora quantificato,
arrecato alla statua di Lenin.
Alessandro Fontanesi Segretario provinciale
Partito dei Comunisti Italiani di
Reggio Emilia
Finito l’intervento per la mozione uno ho preso la parola
come illustratore della mozione
due, primo firmatario Giorgio
Cremaschi. In particolare ho criticato quanto fatto dalla CGIL
dall’ultimo congresso a oggi per
non aver attaccato la politica dei
governi Berlusconi, Monti e Letta. Ho rimarcato gli aspetti positivi della mozione facente capo a
Cremaschi rilanciando la nostra
proposta del sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori, delle
pensionate e dei pensionati.
Dopo di che, malgrado il poco
tempo a disposizione e limitato
ulteriormente dell’ulteriore replica dell’esponente della mozione
uno, ci sono stati alcuni interventi
e domande delle lavoratrici in particolare sulla difesa del contratto
nazionale di lavoro e sull’unità
sindacale.
Alla votazione ha vinto la mozione uno con 8 voti, ma la seconda mozione ha ottenuto un
buon risultato con 4 voti.
Sono moderatamente soddisfatto, anche se il risultato del
voto poteva essere migliore, per
me è stata un’esperienza importante aver affrontato come uno
dei relatori un congresso del genere.
Andrea, operaio del Mugello
A rompere il clima propagandistico costituito ad arte, ci ha pensato il Presidente dell’Anpi provinciale di Firenze, Silvano Sarti, che
ha attaccato duramente la riforma
elettorale del Berlusconi democristiano Renzi definendola ancora
peggio di quella precedente in palese contrasto con la Costituzione
del ’48, seguita alla Liberazione
dal nazifascismo durante la quale
molti giovani partigiani sono morti.
Un intervento a lungo applaudito dalla sala che ha visibilmente
rotto le uova nel paniere dei politici presenti.
La giornata si è conclusa con
un rinfresco offerto a tutti i partecipanti.
Riceviamo e pubblichiamo in
ampi estratti.
“Faccio notare al governo nazionale che in tempi di crisi l’idea di investire un miliardo e rotti
in questa opera, fra tunnel e stazione, che non serve a nulla non
è una buona idea. L’Alta velocità
a Firenze c’è già e i treni veloci
qui già si fermano. Perché se hanno un miliardo di euro da buttare
via in questo modo non lo mettono
sulla scuola?”. Con queste paro­
le Matteo Renzi sindaco di Firen­
ze stroncava quattro anni fa, era il
giugno 2010, il progetto di stazio­
ne faraonica TAV sotto il centro
di Firenze, patrimonio mondiale
UNESCO dell’Umanità.
Cinque anni prima, a novem­
bre 2005, Matteo Renzi presiden­
te della Provincia di Firenze aveva
organizzato a Palazzo Medici Ric­
cardi con TAV SpA una mostra ce­
lebrativa dal titolo “Firenze Bolo­
gna: Sotto e Sopra l’Appennino”,
proprio mentre nel Tribunale di Fi­
renze si celebrava il processo per i
danni ambientali che la TAV, quel­
la TAV, aveva causato alle acque
e al territorio di Siti incontamina­
ti classificati “di Importanza Co­
munitaria”, sotto e sopra quell’Ap­
pennino. “Un’opera comunque
straordinaria”, scriveva Ren­
zi nell’opuscolo di presentazione
della mostra, dove “i momenti difficili hanno però visto sempre in
prima linea le istituzioni, a partire dalla Provincia di Firenze, in un
ruolo di tutela dei diritti e dei legittimi interessi delle popolazioni interessate dai lavori, dell’ambiente
e del territorio”. Si è appena ria­
perto, sulle conseguenze di quella
cantierizzazione, un nuovo proces­
so di appello a Firenze.
Ad agosto 2011, infine, Matteo
Renzi sindaco di Firenze monetiz­
zava la resa della città alla TAV: il
definitivo ok alla stazione farao­
nica e al doppio sottoattraversa­
mento contro-falda in cambio di
80 milioni pubblici cash promes­
si (quanti arrivati?) a Palazzo Vec­
chio.
Lo stesso giorno si perfeziona­
va l’ultimo atto - maturato nei col­
loqui di Arcore - della cessione da
parte del Comune di Firenze allo
Stato della più grande e prestigio­
sa scuola media superiore della
Toscana, l’ITI “Leonardo da Vin­
ci”: il definitivo smantellamen­
to di un’esperienza centenaria di
autonomia gestionale, di organi­
ci stabili e collaudati, di continui­
tà didattica, fucina di generazioni
di tecnici di avanguardia, avveni­
va dietro richiesta esplicita al mi­
nistro Gelmini da parte di chi ciò
nonostante sosteneva (e ancora
sostiene?) che la spesa sulla scuo­
la non è un costo ma un investi­
mento (!).
A Renzi pervenuto al gover­
no nazionale Idra fa notare quel­
lo che lui stesso ha dichiarato da
sindaco. E cioè che “in tempi di
crisi l’idea di investire un miliardo
e rotti in questa opera, fra tunnel e
stazione, che non serve a nulla non
è una buona idea. Perché se han­
no un miliardo di euro da buttare
via in questo modo non lo mettono
sulla scuola?”.
Di più. La TAV rischia di in­
goiare non uno, ma parecchi mi­
liardi e rotti di euro, se allarghia­
mo lo sguardo al resto d‘Italia.
Un investimento capital ultraintensive e labour ultra-saving:
esattamente il contrario di quello
che occorre all’economia. Dalle
sponde dell’Arno Idra lancia dun­
que l’ennesimo appello a chiude­
re per sempre e su tutto il territo­
rio nazionale, dall’alto di Palazzo
Chigi, il delirante incubo erariale
TAV: dalla Val di Susa a Genova,
al Trentino, a Trieste, a Napoli, a
Bari.
Associazione
di volontariato Idra
22 febbraio 2014
Al congresso provinciale di Firenze
Gli attivisti dell’Arci ribadiscono
l’impegno nel sociale
Palpabile la voglia di demarcarsi da Renzi e Camusso
Cari compagni, ho partecipato
al congresso della provincia di Fi­
renze dell’Arci, e per me è stata, in
positivo, una sorpresa.
Infatti c’è stato un clima posi­
tivo, silenzio in sala, ascolto e ri­
spetto per gli interventi; sostan­
zialmente era palpabile nella base
Arci la voglia di lasciare Renzi,
la Camusso, la vergogna dell’Ita­
licum, le risse politiche e fisiche,
ecc. fuori dalla sala e concentrarsi
su come fare per essere attivi, aiu­
tare la parte “debole” della socie­
tà, essere un punto di riferimen­
to, partendo dal piano ricreativo e
culturale, per la costruzione di una
società migliore.
Il tutto tenendo conto che sul
piano ideologico la fanno da pa­
drone il pacifismo, il dare più va­
lore a pratiche “etiche” che alla
lotta.
C’è stata la solita passerel­
la di politici, tutti un po’ con la
coda fra le gambe. Andrea Bar­
ducci, presidente della provincia
di Firenze, ha cercato di far di­
menticare l’appartenenza al PD
dicendo “la mia vera militanza
è l’Arci”. Valiani (SEL) si è di­
stinto per un intervento fumoso
e sostanzialmente senza capo né
coda. Incatasciato (PD resp. me­
tropolitano) ruffiano con l’Ar­
ci ha scansato tutti i temi “cal­
di”. Sostanzialmente vuoti gli
interventi dei parlamentari Pao­
lo Beni (PD) e Alessia Petraglia
(SEL), che non hanno assunto
impegni precisi riguardo allo spi­
noso problema dell’Imu, mentre
i circoli Arci si stanno battendo
per l’esenzione della parte so­
ciale e non commerciale, contro
quanto voluto dal governo Letta.
Il responsabile regionale Gian­
luca Mengozzi ha sottolineato il
dovere di “fare cultura e ricreazio­
ne al servizio delle famiglie impo­
verite dalla crisi, sia per i costi che
per i contenuti”.
Fra gli interventi degli ospiti si
è distinto Silvano Sarti, il preside­
ne provinciale dell’Anpi, che si è
smarcato da Renzi e ha denunciato
con forza l’Italicum dicendo “non
è per questo che hanno versato il
sangue i partigiani”, ha anche de­
nunciato la gestione antidemo­
cratica della Cgil della Camusso;
molto applaudito.
Fra i numerosi interventi ap­
plaudito in maniera sentita quel­
lo della presidente della Casa del
Popolo di San Bartolo a Cintoia
che ha ribadito la necessità di te­
nere i problemi e le esigenze degli
operai e dei disoccupati al centro
dell’attività sociale.
Una delegata di Firenze
cronache locali / il bolscevico 13
N. 9 - 6 marzo 2014
IL BERLUSCONI DEMOCRISTIANO RENZI
INCORONA A neopodestà DI FIRENZE
L’AMICO
E
BORGHESE
DOC
NARDELLA
Contro le istituzioni borghesi, battersi per Firenze
governata dal popolo e al servizio del popolo
‡‡Redazione di Firenze
L’ambizioso Berlusconi democristiano Renzi ha pensato a tutto e
con la sua scalata a Palazzo Chigi,
ha assicurato la poltrona di neopodestà fiorentino al fidato amico e
braccio destro Dario Nardella, che
smette i panni di deputato in parlamento e da vicesindaco in carica
correrà per l’elezione a sindaco di
Firenze nella prossima primavera.
In un vero e proprio “gioco di
poltrone” per fare spazio a Nardella, Renzi ha promesso una
poltrona da sottosegretario allo
sport all’altro papabile vicesindaco Eugenio Giani (PD) e attuale
presidente del Consiglio comunale. Mentre a livello regionale il
governatore Enrico Rossi (PD) ha
deciso di sostenere le scelte del
Berlusconi democristiano effettuando addirittura un cambio di
assessori. Dentro la renziana Stefania Saccardi che lascia il posto
di vicesindaco fiorentino per occupare quello di vicepresidente della
Regione, fuori Stella Targetti che
viene rimpiazzata da Emmanuele
Bobbio, nuovo assessore alla formazione, nipote del filosofo e attuale lavoratore presso l’ufficio di
Bankitalia.
Un Renziano doc per
Palazzo Vecchio
Dario Nardella, nasce a Torre del Greco nel 1975 e risiede a
Pontassieve in provincia di Firenze. Diplomato in violino al Conservatorio fiorentino “Cherubini” per
alcuni anni si dedica alla musica,
fino al 1998 quando durante una
manifestazione degli allora DS a
Rufina, Nardella (già responsabile
cultura dei DS), si presenta all’allora neo eletto segretario metropolitano Lorenzo Becattini che lo
chiama a far parte del nuovo vertice fiorentino. Si lega subito a Vannino Chiti, ex presidente della Regione, antioperaio e autore della
megaspeculazione edilizia nell’area ex Fiat a Firenze, del progetto
Alta Velocità nel Mugello, riconciliatore nazionale con i fascisti.
Quando Chiti viene eletto in parlamento Nardella gli è stretto collaboratore e tra il 2006 e il 2008 diventa consigliere giuridico di Chiti.
Nel 2004 viene eletto in Consiglio
comunale a Firenze nella lista dei
DS, assumendo l’incarico di presidente della commissione cultura
e fondando una scuola di governo per la formazione di giovani
classi dirigenti. Arriviamo al 2009
quando il furbetto Nardella decide
di schierarsi a fianco dell’amico
Matteo Renzi, allora candidato
alle primarie per sindaco di Firenze, divenendo così il suo braccio
destro, consigliere e fidato sodale.
Renzi lo premia assegnandogli la
Nardella ha sempre sponsorizzato e propagandato Renzi, difendendo a spada tratta ogni sua
mossa, compreso l’accordo tra
quest’ultimo e Berlusconi sulla
nuova legge elettorale e il suo diretto confronto con Brunetta con
il quale afferma di avere preso
più di un caffè per parlare dell’argomento affermando “in privato è
decisamente più simpatico che in
televisione”. A livello nazionale sostiene la cancellazione della parola
“partito” dal nome del PD come
comunicazione di una nuova forma di politica nel terzo millennio.
Il Berlusconi democristiano Renzi istruisce il fido Nardella, sindaco in pectore
di Firenze
carica di vicesindaco con deleghe
all’economia e per tre anni lavora
come numero due a Palazzo Vecchio. È di Nardella la firma al “piano per il commercio” del 2011 che
prevede anche di tenere aperti i
negozi a Firenze per il 1° Maggio
e il 25 Aprile. Si arriva alle elezioni
politiche del 2013, Nardella smette i panni di vicesindaco e si trasferisce dalle poltrone di Firenze a
quelle di Roma.
In numerose recenti interviste
Nardella racconta il suo strettissimo rapporto con Renzi (ci telefoniamo più volte nella giornata e ci
scambiamo sms alle sei di mattina
o all’una e mezza di notte), con il
quale condivide età anagrafica,
studi universitari, esperienza negli
scout e che in privato lo chiama
“il Cavallo” perché è quello su cui
puntare sempre. Il vicesindaco
come un vero e proprio “guru” si
attribuisce l’enorme influenza che
ha su Renzi per averlo spinto nella scalata del PD e gli ha fornito 3
indicazioni: la prima di non diventare un’armata Brancaleone come
per il governo Prodi, la seconda
di non resuscitare tutte le cariatidi del PD come ha fatto Veltroni,
la terza di rottamare la politica del
“cacciavite” di Letta e sostituirla
con la politica del “martello pneumatico”.
Continuare a battersi
per Firenze governata
dal popolo e al
servizio del popolo
L’avvicendamento tra Renzi e Nardella non sposta di una
virgola la politica privatizzatrice,
anti-operaia e cementificatrice
adottata fino a qui dal PD fiorentino. Le priorità cittadine del nuovo
neopodestà fiorentino riguardano
le “grandi opere”, lo stadio, l’aeroporto, la gestione dei beni culturali
sul solco dei recenti affitti milionari
degli Uffizi e di Ponte Vecchio. Il 19
febbraio, appena insediatosi in Palazzo Vecchio, Nardella ha subito
incontrato il presidente esecutivo
dell’Acf Fiorentina Mario Cognigni
per parlare del futuro dello stadio.
Mentre il 21 febbraio si è riunito
con il prefetto fiorentino Luigi Varratta per varare un nuovo piano da
“pugno di ferro” che prevede una
massiccia presenza delle “forze
dell’ordine” alla stazione Santa
Maria Novella per “contrastare le
bande di rom” e l’accattonaggio.
Non una parola spesa per i problemi sostanziali e importanti dei
fiorentini, avanzati a più riprese
con manifestazioni e proteste, vedi
la lotta dei lavoratori della Seves ai
quali tante promesse sono state
fatte da Renzi e per i quali niente è
stato fatto, i lavoratori dell’Ataf, la
mancanza di case, servizi sociali e
assistenziali.
Al renziano e borghese doc Nardella non importa un fico secco del
futuro delle masse popolari e del
proletariato fiorentini, lui che nel
2012 come membro del governo
di Palazzo Vecchio ha dichiarato
una retribuzione lorda di 68.221,20
mila euro. La sua sbandierata candidatura alle prossime comunali di
maggio va punita con l’astensionismo elettorale, disertando le urne,
annullando la scheda o lasciandola in bianco. Occorre continuare a dare battaglia alle istituzioni
borghesi e ai loro rappresentanti e
battersi per Firenze governata dal
popolo e al servizio del popolo.
Si ripete la lotta interna al PD tra ex DS ed ex Margherita
Pontassieve, primarie PD per decidere chi sarà
il candidato sindaco
generale di Luca Fanciullacci per
mancanza totale di requisiti che
predispose il risarcimento di oltre
400 mila euro del primo quinquennio ai quali si aggiunsero altri 250
mila euro per il periodo successivo, in quanto il direttore generale
nominato illecitamente era ancora
in carica nonostante tutto. A tutto
ciò si aggiungono le pesanti perdite subite dalla Valdisieve in ambito sanitario, l’assessorato della
candidata a sindaco: nel 2007 terminò l’attività di Pronto Soccorso
ubicato presso la Clinica Privata
Valdisieve ed è invece recente la
chiusura dell’ambulatorio diabetologico di San Francesco a Pelago. Per ultimo ricordiamo che
la farmacia comunale, così come
altri servizi pubblici, è stata privatizzata.
risposta alla crescente disoccupazione causata dalla inarrestabile deindustrializzazione dell’area,
all’estensione del servizio sanitario
a partire dalla riapertura del Pronto
Soccorso, all’ancora controversa
destinazione dell’ex area ferroviaria di Pontassieve così come
è inaccettabile l’assoluto silenzio
sul futuro dell’ipotesi di variante
alla SS 67 che potrebbe, oltre a
rappresentare un grave problema
ambientale, anche presentare un
conto salatissimo ai fondi pubblici. Non una parola su scuola e
asili nido, questi ultimi sempre più
cari e con posti limitati; non una
parola sull’assistenza agli anziani.
Entrambi parlano di necessità di
confronto con i cittadini ma, nella
pratica, non si riscontrano impegni
concreti; non v’è traccia di istituire
commissioni dei funzionari pubblici né dell’abolizione della TOSAP,
la tassa sull’occupazione di suolo
pubblico, per le iniziative politiche
né alcuna misura che possa favorire il dibattito. Quindi la “partecipazione” va bene, basta che sia
controllata e gestita dall’amministrazione comunale stessa.
I programmi
dei candidati
L’inceneritore
di Selvapiana
I programmi dei due candidati per le primarie si somigliano in
tutto e per tutto e contengono le
solite promesse elettorali ad oggi
mai realizzate dalle amministrazioni precedenti: fra le altre citiamo
la maggiore efficienza degli organi comunali, l’ammodernamento
degli impianti sportivi e la costruzione di nuove piste ciclabili.
Nei programmi non v’è traccia di
Dove invece oggi tutti sembrano convenire, è sulla questione
inceneritore di Selvapiana che al
momento, a causa di una riduzione del flusso garantito di rifiuti
all’impianto, nessuno sembrerebbe più intenzionato a costruire. Oltre però a ricordare che l’impianto
è regolarmente inserito in tutti gli
atti ufficiali di Provincia e Regione,
un’attenta lettura dei punti dei due
L’amico di Renzi contro la fedelissima di Mairaghi
‡‡Dal corrispondente
dell’Organizzazione di
Rufina del PMLI
Mentre nelle altre segreterie del
PD in Valdisieve coinvolte nelle
elezioni amministrative di primavera è stato proposto un unico candidato a sindaco, a Pontassieve si
ripete la lotta interna fra gli ex DS
dell’uscente Marco Mairaghi ed i
renziani coordinati dal nuovo segretario comunale Stefano Gamberi, già sindaco DS del vicino
comune di Rufina. In ballo c’è la
prossima giunta comunale in cui,
secondo i media, la percentuale a
favore del PD è “bulgara” e supera
di buon grado il 54%. Ricordiamo
che a Pontassieve alle scorse elezioni comunali del 2009 il PD ebbe
6.663 voti su 16.871 elettori, raccogliendo così il 39,71% effettivo
dei consensi. Dato ben lontano da
quel 54% sbandierato calcolato
invece sui soli voti validi che ne
falsa clamorosamente il contenuto
politico.
Chi sono i candidati
Il “nuovo”, così come si presenta, è Samuele Fabbrini, 35 anni,
imprenditore e legale rappresentante della ditta Coalfer di Pontassieve, laureato in ingegneria meccanica di provenienza Margherita
con un passato da consigliere co-
munale a Pontassieve nella scorsa
legislatura, membro della segreteria comunale e di circolo del PD.
Ha trascorsi come educatore del
gruppo scout d’impronta cattolica
AGESCI fino al 2010 e proprio lo
scoutismo lo lega da stretta amicizia al neo premier Renzi. Ultimo
passo organizzativo di Fabbrini
prima della sua corsa a sindaco
è stata la presidenza dell’Associazione “Adesso!” per favorire la
corsa di Renzi alle primarie nazionali del PD.
Più corposa la storia politica di
Monica Marini, candidata a sindaco ed espressione della giunta
uscente. Quarantenne, laureata in
Architettura presso l’università di
Firenze, dal 1999 al 2004 è stata
consigliere comunale eletta nelle
fila DS nell’ultima legislatura Perini.
Nell’epoca Mairaghi ha ricoperto
durante il primo mandato la carica di assessore all’ambiente, alle
pari opportunità, all’edilizia privata
con delega alle politiche sociali e
sanitarie, confermate poi nell’ultimo quinquennio. Marini, assieme
ad altri componenti della giunta,
è stata coinvolta e condannata nel
2010 dal TAR per le scorrettezze
sul bando di gara per l’appalto dei
servizi del depuratore di Aschieto che è costata al Comune oltre
560 mila euro; nel 2011 arriva poi
la condanna della Corte dei Conti per la nomina illecita a direttore
programmi, non fanno comunque
dormire sonni tranquilli alla Rete
dei comitati che da dieci anni lottano per la sua cancellazione. Sul
programma della cuperliana Marini, si legge: “Una città pulita e sana
(…) che fa della raccolta differenziata il proprio vanto premiando i
cittadini virtuosi per non avere più
bisogno del termovalorizzatore”,
mentre il programma di Fabbrini
riporta: “Insieme verso Rifiuti Zero:
consolidiamo la raccolta differenziata e lavoriamo sulla riduzione
dei rifiuti”. Le due posizioni possono definirsi adeguate ad un nuovo modo di gestione dei rifiuti ma
avranno un senso solo se il nuovo inceneritore di Selvapiana non
sarà costruito; entrambe dunque
sono ben lontane dalla posizione
netta e definitiva che vorrebbe la
popolazione e che potrebbe essere riassunta con “Cancellazione
da tutti i piani ufficiali di Provincia
e Regione dell’inceneritore di Selvapiana ed adesione immediata
al progetto Rifiuti Zero”. Poiché è
evidente che il tema rifiuti possa
spostare l’asse del voto di primavera, l’opportunismo del PD sul
tema è fin troppo chiaro; questo
rischio era già stato ipotizzato anche all’interno dei comitati e delle
associazioni stesse che esortiamo
a continuare dritte verso l’obiettivo, rimarcando ancora la propria
totale autonomia.
L’opportunismo
di SEL Valdisieve
A fine gennaio, sorprendendo
un po’ tutti ed in particolare quegli
elettori che auspicavano un distacco da un PD che vira irreparabil-
mente a destra, anziché proporre
un proprio candidato, l’assemblea
degli iscritti ha deciso di appoggiare Monica Marini. Nel documento, a firma del coordinatore
Carlo Boni, non si risparmiano apprezzamenti all’ex assessore che
avrebbe “propensione all’ascolto
e volontà di valorizzare molteplici
punti di vista” il che garantirebbe
un nuovo modello di partecipazione. Addirittura Marini, “per la
sua storia e per il suo progetto di
sinistra coesa, sarebbe la persona
che meglio si adatta a rappresentare l’idea politica di SEL”. Questa
posizione che trasuda opportunismo, non ci stupisce più di tanto:
SEL è forza di maggioranza assieme a PD e IDV ed ha appoggiato
con totale riverenza e lealtà tutte le
vicissitudini dell’Amministrazione
Mairaghi, contraddistinta soprattutto dalla chiusura alla critica e al
dissenso, trovando anche in Monica Marini una fedelissima e fidata
spalla.
La nostra posizione
Per noi le primarie del PD del
prossimo 9 marzo non segneranno in alcun modo un passo
decisivo per la popolazione di
Pontassieve; gli spazi democratici effettivi rimarranno i pochi di
sempre. Il PD con le sue primarie
aperte anche ai non iscritti, propone una sorta sempre aggiornata di
“Democrazia partecipata” in realtà
si tratta solo di ingannatori e demagogici momenti ben lungi dal
dare alla popolazione la facoltà di
decidere effettivamente sui propri
rappresentanti né in futuro sul governo comunale.
14 il bolscevico / cronache locali
N. 9 - 6 marzo 2014
Una prima risposta contro le misure cautelari
L’ACCUSA È DI AVER SOTTRATTO
ALLE CASSE PUBBLICHE 100 MILA EURO
MIGLIAIA IN CORTEO SOLIDARIZZANO
Consigliere
CON I PRECARI “BROS” A NAPOLI regionale vicino
Presenti i marxisti-leninisti che hanno espresso la loro solidarietà
a Caldoro agli
arresti domiciliari
per peculato
 Redazione di Napoli
Per i precari “Bros” quella dal
17 al 22 febbraio è stata una settimana durissima sul fronte della
repressione contro la giusta e sacrosanta battaglia per avere un lavoro stabili e salario pieno. Dopo
la gravissima ordinanza emessa
dal Gip De Gregorio contro i senzalavoro in lotta, lunedì 17 febbraio i “Bros” hanno organizzato
una conferenza stampa davanti al
tribunale di Napoli, lato piazzetta Cenni, dove denunciavano, dinanzi a centinaia di intervenuti, il
clima repressivo nei confronti dei
delegati storici dei precari.
Dopo una settimana fitta di interrogatori dinanzi al giudice De
Gregorio vi erano precari che si
avvalevano della facoltà di non
rispondere e altri che invece rilasciavano dichiarazioni che respingevano le accuse contenute
nell’ordinanza che disponeva le
misure cautelari. Particolarmente significativa la lettera di Luigi
Volpe detto “Chicco” (pubblicata
a parte), contenente dichiarazioni spontanee che respingevano al
mittente le accuse contenute nel
provvedimento giudiziario e che
lo stesso Volpe, in sede di interrogatorio, rilasciava al giudice av-
 Redazione di Napoli
22 febbraio 2014. Dai NoTav ai Bros, i movimenti napoletani in piazza
valendosi della facoltà di non rispondere.
La settimana di lotta si è conclusa con un corteo che ha attraversato il centro di Napoli partendo da piazza Mancini e giungendo
nei pressi di piazza Trieste e Trento. Migliaia di “Bros”, studenti,
sindacalisti, ma anche attivisti dei
Comitati salute e ambiente, hanno
gridato duri slogan contro la repressione e le politiche antipopolari di De Magistris e Caldoro, nonostante un clima provocatorio e
intimidatorio delle “forze dell’ordine” che cingevano d’assedio la
manifestazione per tutto il percorso, con agenti che si levavano ca-
schi e manganelli e poi li rimettevano quasi in segno di sfida.
Al corteo hanno partecipato militanti e simpatizzanti della
Cellula “Vesuvio Rosso” di Napoli del PMLI che hanno espresso
la loro solidarietà ai precari, soprattutto a quelli colpiti duramente dalle misure cautelari.
LA LETTERA DI LUIGI VOLPE AL GIP DE GREGORIO
“La politica non ha saputo dare risposte al dramma
della disoccupazione e della disperazione sociale”
Intendo in ogni caso dichiarare
spontaneamente quanto segue.
Respingo decisamente ogni addebito mosso nei miei confronti nell’ordinanza. Ho fatto parte
limpidamente delle organizzazioni di disoccupati e assieme ai miei
compagni ho intrapreso un percorso di lotta per la rivendicazione del nostro diritto al lavoro e a
un’esistenza dignitosa per noi e le
nostre famiglie.
Ci siamo confrontati con le amministrazioni pubbliche e con le
forze politiche alla luce del sole,
portando all’attenzione dell’opinione pubblica il dramma della
disoccupazione e della marginalità, alla quale una fetta consistente della popolazione della nostra
città è di fatto condannata. Abbiamo cercato risposte per le migliaia di cittadini senza lavoro e per le
loro famiglie, agendo non per un
interesse personale, che non fosse quello della rivendicazione di
un diritto elementare come quello al lavoro e alla sopravvivenza.
La marginalità e la disoccupazione nella nostra città condannano
alla scelta obbligata del crimine e
della devianza.
A tutto questo la nostra lotta
per un lavoro ha cercato di forni-
re un’alternativa concreta. E lo abbiamo fatto individuando settori
d’intervento e proposte operative:
dalle bonifiche alla raccolta differenziata, dai servizi sociali e di
assistenza alle persone al supporto al settore turistico. Per questo ci
siamo formati e abbiamo cercato
di maturare competenze che rendessero il nostro lavoro utile alla
collettività, fuori dalle logiche di
puro assistenzialismo di cui si parla nell’ordinanza.
Non possono essere addebitate
a noi le responsabilità della politica che, in 40 anni, non è stata in
grado di fornire risposte al dram-
ma della disoccupazione e della
disperazione sociale.
Così come non può essere ridotta a questione di ordine pubblico la lotta per la realizzazione
di un diritto che la Costituzione
vorrebbe garantito a tutti. La rivendicazione del diritto al lavoro
e a un’esistenza libera e dignitosa per tutte e tutti è stata l’unica ragione che ha mosso le mie
azioni e respingo come infamante per me e per i miei compagni
la definizione di associati per delinquere.
Luigi Volpe “Chicco”
Con un’ordinanza firmata
lo scorso 16 febbraio, il giudice per le indagini preliminari di Napoli, Roberto D’Auria,
ha disposto l’arresto di Gennaro Salvatore (Nuovo PSI, di cui
è segretario generale), consigliere regionale campano vicinissimo
al presidente della casa del fascio
Caldoro, tanto da essere considerato il suo braccio destro.
Secondo quanto si legge
nell’ordinanza, che ha disposto
gli arresti domiciliari per Salvatore, sono stati rinvenuti “scontrini e altri titoli di spesa univocamente connessi alla vita privata
dell’indagato”, con palesi attività incongruenti alle finalità istituzionali di un consigliere regionale, come lo scontrino da 23,30
euro per la bombola del gas della casa al mare di San Marco di
Castellabate (Salerno), dove l’indagato avrebbe dichiarato di aver
trascorso “tre stagioni estive”. A
queste spese si aggiunge, tra le altre, quella stravagante della tintura per capelli (sic!). E ancora:
1.132 euro in abbigliamento, 12
euro per un accappatoio, 90 euro
per accessori di motocicletta, 63
euro per riparazioni di telefonia,
4.165 euro in spese di gioielleria,
3.446 euro spesi in articoli per la
casa, 90 euro in articoli sportivi,
106 euro in cd musicali e dvd, 44
euro in farmaci, 9,80 euro in un
giocattolo (pare si tratti di un Sapientino Kitty), 6,40 in chewing
gum, 66 euro in libri scolastici, 36
euro per un paio di occhiali da vista, 1.139 euro in prodotti alimentari (dal salumiere o al supermarket), 759 euro in prodotti per la
cura della persona (tra cui anche
articoli da trucco femminile), 35
euro in sigarette.
La contestazione complessiva
che la procura napoletana muove nei confronti di Salvatore sarebbe quella di essersi appropriato indebitamente di circa 95 mila
euro negli anni che vanno dal
2010 al 2012. Nelle decine di pagine che tratteggiano l’ordinanza applicativa della misura cautelare, emerge un uso quantomeno
disinvolto di ingenti fondi pubblici trasferiti in due conti correnti con somme che arrivavano
fino a 257 mila euro, di cui quasi 105 mila prelevati in contanti.
Se per buona parte del capitale introitato c’è una documentazione
che la Procura non contesta, per
il restante movimento economico
dei 100 mila euro non vi è documentazione alcuna, o comunque,
la documentazione presentata dal
sodale di Caldoro non è assolutamente giustificabile. Salvatore
ha sulle spalle già due condanne
per concussione nell’ambito della Tangentopoli napoletana di inizio anni ’90 e questo giustifica gli
arresti domiciliari per la probabile quanto possibile, secondo il
Gip napoletano, reiterazione del
reato da parte dello stesso consigliere regionale. Di certo la corruzione, la concussione e il peculato sono reati ormai compenetrati
nell’agire dei politicanti borghesi,
soprattutto nell’ambito delle istituzioni locali in camicia nera, perché amaro e putrido frutto del capitalismo.
Non bisogna restare indifferenti alla corruzione né rinunciare
a denunciarla e combatterla, smascherando per prime le malefatte
dei signori di palazzo, essendo coscienti che solo con l’abbattimento del capitalismo e la conquista
dell’Italia unita, rossa e socialista
è possibile creare le premesse per
sradicare una volta per tutte questo grave fenomeno dalla società
e dagli individui.
Forlì
PARZIALE VITTORIA DEI LAVORATORI ELECTROLUX E FERRETTI
Scongiurate chiusure e licenziamenti, ma a caro prezzo
 Dal nostro corrispondente
dell’Emilia-Romagna
Il peggio sembra passato, per le
lavoratrici e i lavoratori Electrolux
e Ferretti di Forlì, ma il prezzo pagato è molto alto, e non c’è nulla
di definitivo.
Alla Electrolux i lavoratori dei
4 stabilimenti italiani erano mobilitati dal 27 gennaio, da quando cioè la multinazionale svedese
aveva annunciato la chiusura dello stabilimento di Porcia e un drastico decurtamento di tutte le voci
accessorie per i lavoratori degli altri stabilimenti, tra le quali il taglio
del premio aziendale, la riduzione delle ore lavorate a 6, il blocco dei pagamenti delle festività, il
dimezzamento di pause e permessi sindacali e il blocco totale degli
scatti di anzianità.
Dopo 20 giorni di intensa lotta, fatta di scioperi, manifestazioni, assemblee, presidi,
Electrolux ha fatto parziale marcia indietro, e nell’incontro svoltosi a Roma il 18 febbraio ha annunciato il mantenimento
di tutti e 4 i siti e garanzie sui livelli degli stipendi, a patto però
che possa raggiungere i risparmi
preventivati con il rifinanziamento della decontribuzione sui contratti di solidarietà per recuperare
3 euro all’ora sul costo del lavoro, inoltre il regime delle 6 ore è
confermato in costanza di ricorso
agli “ammortizzatori sociali” (cassa integrazione o contratto di solidarietà).
Anche la proprietà della Ferret-
ti, in maggioranza in mano ai capitalisti cinesi, è tornata parzialmente sui suoi passi dopo le forti
proteste in tutto il gruppo, confermando il sito forlivese, che prima
si era detto di voler chiudere per
risparmiare 4,7 milioni di euro, e
che la proprietà maturerà ora invece grazie ai sindacati che si sono
presi la briga di prevedere un piano economico alternativo che li
garantisse. In pratica sono previsti 20 esuberi tra gli operai di Forlì e 30 impiegati in tutto il gruppo
tramite la “mobilità volontaria”,
inoltre l’orario di lavoro sarà reso
“stagionale”, cioè varierà in base
ai carichi di lavoro, verranno prorogati gli “ammortizzatori sociali”
e congelata la contrattazione integrativa aziendale.
Un risultato sicuramente positivo quello di aver scongiurato
i provvedimenti peggiori, ottenuti grazie alle mobilitazioni di tutti i lavoratori di entrambi i gruppi,
ma pagato ancora una volta a caro
prezzo dai lavoratori stessi.
Quello che i sindacati non vogliono far passare tra i lavoratori
è la consapevolezza della necessità di una dura lotta indispensabile per tutelare integralmente i propri diritti sindacali ed economici,
l’obiettivo è quindi sempre quello di ridurre il danno per garantire
comunque alle grosse multinazionali i risparmi, e i guadagni, perseguiti, piuttosto che costringere i
dirigenti a tagliare i propri rendimenti da nababbi.
Accade nulla
attorno a te?
RACCONTALO A ‘IL BOLSCEVICO’
Chissà quante cose accadono attorno a te, che riguardano la
lotta di classe e le condizioni di vita e di lavoro delle masse. Nella
fabbrica dove lavori, nella scuola o università dove studi, nel quartiere e nella città dove vivi. Chissà quante ingiustizie, soprusi, malefatte, problemi politici e sociali ti fanno ribollire il sangue e vorresti
fossero conosciuti da tutti.
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16 il bolscevico / rivolta popolare in ucraina
N. 9 - 6 marzo 2014
Ucraina
Vittoria della rivolta popolare
contro il regime filorusso
oppressore e affamatore
Yanukovich, deposto dal parlamento e scaricato dal suo partito, fugge da Kiev
Accordo per un governo di “unità nazionale”
L’accordo firmato il 21 febbraio a Kiev tra il presidente Viktor
Yanukovich e i leader dei principali partiti di opposizione, alla
presenza dei ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia
e del rappresentante diplomatico
russo che prevedeva la formazione
di un governo di “unità nazionale”, il ritorno alla costituzione del
2004 che limita i poteri presidenziali e per la convocazione di elezioni anticipate sembrava segnare
una nuova tregua nello scontro in
corso nel paese da quasi tre mesi.
Soddisfatti dell’intesa gli Usa e la
Ue, non altrettanto la Russia che
comunque aveva già mandato segnali di disimpegno verso il suo
protetto Yanukovich. I coordinatori delle proteste dal presidio di
piazza Maidan a Kiev accettavano l’accordo ma non lo ritenevano del tutto sufficiente insistendo sulla richiesta delle dimissioni
del presidente mentre nell’ovest
dell’Ucraina i manifestanti continuavano a occupare i palazzi del
governo. La successione degli avvenimenti sarà proprio quella dettata dalla piazza: la rivolta popolare sarebbe continuata fino alla
vittoria contro il regime filorusso oppressore e affamatore. Nelle successive 48 ore col presidente
filorusso scaricato dal suo partito,
deposto dal parlamento e in fuga
dalla capitale la realizzazione
dell’accordo sarà gestita dal nuovo presidente ad interim e da un
esecutivo provvisorio.
La protesta di piazza, che avrà
il suo centro a Kiev nella tendopoli allestita in Piazza Maidan,
iniziava il 21 novembre scorso
quando Yanukovic respingeva gli
accordi di associazione con l’Unione Europea (Ue). La rottura era
sancita nel vertice di Vilnius del
27 novembre ma già il 24 novembre oltre 100 mila manifestanti sfilavano per le strade della capitale contro la decisione del governo.
L’1 dicembre la protesta cresce e
a Kiev iniziava l’occupazione del
palazzo municipale, seguita successivamente dall’occupazione
di municipi e sedi istituzionali in
gran parte del paese, soprattutto
nelle regioni centrali e dell’ovest,
da parte dei sostenitori dei princi-
pali partiti di opposizione filo-Ue
le cui fila erano rinforzate da alcuni oligarchi che dopo aver accumulato sotto Yanukovich ingenti fortune con le privatizzazioni
e acquisito il controllo di imperi
economici cambiavano fronte per
rivolgersi verso i paesi imperiali-
gridata nelle piazze era quella delle sue dimissioni.
Il regime ricorreva alla repressione con l’approvazione in parlamento di leggi anti-manifestazione. Le leggi erano approvate il
16 gennaio 2014 ma già il 28 gennaio erano ritirate a fronte di una
della polizia si contavano quasi 30
morti e centinaia di feriti. Ancora
più pesanti gli scontri del 20 febbraio quando il numero dei morti
raggiungeva gli 80.
In seguito alla strage causata
dagli agenti che sparavano sui manifestanti la Ue pensava alle san-
creava votava per la sua destituzione accusandolo di crimini contro l’umanità. In successione la
Rada ucraina votava per la scarcerazione della Tymoshenko, la
leader dell’opposizione in galera del 2011; nominava un nuovo
presidente ad interim, Oleksan-
trà onorare i 13 miliardi di dollari
di debiti esteri e rischia la bancarotta. Il Fondo monetario internazionale (Fmi), gli Usa e la Ue si
sono offerti di coprire il fabbisogno di circa 25 miliardi di euro in
due anni per sostenere Kiev. Il segretario al Tesoro Usa, Jack Lew,
zioni ma il peggiore segnale per
Yanukovich veniva da Mosca. Il
premier russo Dimitri Medvedev
confermava il 20 febbraio il congelamento della seconda tranche
da 2 miliardi di dollari del promesso prestito russo di 15 miliardi affermava che “è necessario
che i nostri partner siano in forma
e che il potere ucraino sia efficace e legittimo e non diventi uno
zerbino”. La Russia imperialista
di Putin avvisava che era pronta
a scaricare il cavallo perdente che
non reggeva le pressioni dell’imperialismo europeo e americano
e la rivolta di piazza. E il giorno
successivo a Kiev la delegazione russa era presente alla trattativa tra le parti ucraine e i ministri
degli Esteri dei paesi europei ma
non firmava l’accordo su voto anticipato, nuovo governo di unità
nazionale e riforma costituzionale.
In parlamento il partito delle
Regioni di Yanukovich si sgretolava e perdeva un quarto dei deputati, il presidente perdeva la
maggioranza e la nuova che si
dr Turčinov, braccio destro della
Tymoshenko e ex capo dei servizi
segreti; convocava le elezioni anticipate per il 25 maggio prossimo.
Da Mosca il premier Medvedev affermava che “è in atto una
minaccia ai nostri interessi e alla
vita e all’incolumità dei cittadini
russi”, definiva il riconoscimento
offerto dall’Ue e dagli Usa come
“un’aberrazione” e annunciava
che il suo governo avrebbe rivisto l’accordo sulle le forniture di
gas a prezzi ridotti e ventilato la
possibilità di un aumento dei dazi
nel caso di un accordo di associazione tra Kiev e l’Ue. La chiusura
dei mercati russi alle esportazioni
agricole ucraine e la fine del regime di agevolazione della fornitura di gas sono minacce pesanti per
il governo di transizione di Kiev e
per quelli futuri.
Quanto sia pesante le situazione lo ha sottolineato il nuovo presidente Turchinov il 25 febbraio nell’intervento in parlamento
quando ha affermato che se non
arriveranno aiuti il paese non po-
e il direttore dell’Fmi, Christine
Lagarde, hanno convenuto che
l’Ucraina avrà bisogno di “un sostegno multilaterale e bilaterale
per un programma di riforme” e
hanno promesso consulenze e finanziamenti dal Fondo se “un governo nel pieno dei poteri” ne farà
richiesta. Se Mosca lascia la presa
gli imperialisti europei e americano sono pronti a stringerla a sé.
Come ha sostenuto l’ex presidente polacco Aleksandr Kwasniewski, che ha ricoperto la carica dal 1995 al 2005 e ha portato
Varsavia nella Nato, “l’Ucraina è
parte delle nostre dirette responsabilità. Un confronto duro, la possibilità di secessione di alcune regioni, le ingerenze di chiunque in
quel paese, colpiscono direttamente gli interessi strategici dell’Europa. Non è un gioco di rimbalzi
come accade per altre aree del pianeta: accade tutto qui, a casa nostra”. Nel cortile di casa dell’imperialismo europeo ma nella zona
contesa da quello russo.
Kiev. La grande manifestazione di massa dopo la cacciata di Yanukovich
sti europei con i quali pensano di
continuare a rimpinguare il loro
portafoglio. Yanukovich tornava
dalle visite in Cina e Russia con
la promessa di oltre 20 miliardi di
dollari in aiuti a sostegno dell’economia ucraina vicina al collasso ma il braccio di ferro ormai da
tempo stava diventando qualcosa
di più di uno scontro tra filo russi e filo-Ue, che comunque resta,
con il montante malcontento popolare contro il corrotto governo
centrale.
Una rabbia alimentata dalle
condizioni delle famiglie ucraine
che sono tra le più povere in Europa e sopravvivono con redditi
medi mensili di neanche 300 euro
a fronte di un pugno di borghesi
che detiene una ricchezza pari a un
quinto del pil ucraino. Senza considerare che le misere condizioni
di vita costringono all’emigrazione quasi un terzo della popolazione attiva. Il bersaglio della rivolta
popolare diventava il regime filorusso di Yanukovich e la richiesta
esplosione della rivolta popolare che contava i primi morti. Fino
alla caduta del regime il numero
delle vittime salirà a oltre 80 morti ma varie fonti ne contano fino a
100. Assieme alla legge cade anche il governo del premier Azarov,
sacrificato dal presidente Yanukovich per accontentare parzialmente le opposizioni e tentare la tattica
della carota dopo quella rivelatasi
inutile del bastone.
Nei negoziati tra le parti a fine
gennaio si discuteva di una riforma costituzionale e di elezioni anticipate; il 16 febbraio i manifestanti lasciavano il municipio di
Kiev e altre sedi istituzionali occupate dall’inizio della protesta.
Ma due giorni dopo, nel momento in cui il parlamento iniziava a
discutere le modifiche costituzionali proposte dal regime ma non
quelle dell’opposizione la protesta
ripartiva con forza. Il 18 febbraio
nell’assalto al parlamento e alla
sede del partito di Yanukovich e
nei duri scontri coi reparti speciali
La reggia di Yanukovich
L’assedio dei manifestanti alla faraonica villa di Yanukovich
Il 22 febbraio oltre a varie sedi
istituzionali non più protette dalla
polizia i manifestanti hanno fatto irruzione nella lussuosa villa di
Yanukovich a Mezhyhirya, a 20
chilometri da Kiev. Una villa faraonica, con un parco di 140 ettari
e un campo da golf, la copia orripilante, stile mafia, di un tempio
greco, uno zoo privato e alleva-
menti di pecore, maiali e struzzi,
una sorta di “museo” con decine
di auto d’epoca e moto, una rimessa di imbarcazioni con hovercraft
e gommoni, oltre a costosi libri
antichi e monete d’oro.
Nella reggia di Yanukovich sono
stati recuperati diversi documenti contabili che sono stati diffusi in
rete e che danno solo una parzia-
le idea della corruzione del regime del presidente filorusso e della
sua in particolare. Tra i documenti
scoperti ci sono anche ricevute sui
costi di costruzione per la reggia di
Mezhyhirya intestate a una azienda, la Tantalit, riconducibile alla famiglia Yanukovich. Solo il restauro
di uno degli edifici della residenza è
costato 40 milioni di euro.
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spazziamo via il governo del berlusconi democristiano renzi