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Bollettino Radiogiornale
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3 agosto 2015 09:41
Sommario del 02/08/2015
Il Papa e la Santa Sede
Francesco: andare oltre bisogni materiali, con Gesù pane di vita
Papa: Santa Teresa d'Avila, sorgente di vera scienza e autentici valori
Il pronto intervento del Papa per i poveri non va in vacanza d'estate
Oggi in Primo Piano
Turchia: attentati del Pkk in risposta ai raid di Ankara
Monsoni in Nepal: solidarietà tra i terremotati supera le caste
Storico accordo sui confini tra India e Bangladesh
Eritrea, migranti in fuga. La scrittrice Sibathu: dramma di un popolo
La storia di Giorgia Benusiglio e il riscatto dall'ecstasy
Diocesi di Oppido Mamertina­Palmi: riflessione su anno verità
Da Pietro a Tommaso: in cammino da Roma a Ortona
Nella Chiesa e nel mondo
Iraq, patriarca Sako: un anno fa, cristiani cacciati da Ninive
Malawi, riforma legge aborto: la posizione della Chiesa non cambia
Indonesia. Appello della Chiesa in difesa dell’ambiente
Angola: 15 agosto, al via Giubileo delle missioni nel Paese
Austria, il seminario di Graz accoglie 25 giovani richiedenti asilo
Mattarella: vittime strage Bologna sono memoria dell'Italia
Firenze riparte dopo il nubifragio di ieri
Israele, Netanyahu: prenderemo assassini bimbo arso vivo
Talebani, primo messaggio di Mansour: incerto dialogo con Kabul
Il Benin invia 800 militari contro Boko Haram
Il Papa e la Santa Sede
Francesco: andare oltre bisogni materiali, con Gesù pane di vita
◊ Con Cristo, “pane di vita”, saziamo la fame spirituale e materiale dei nostri fratelli, annunciando il Vangelo
“ovunque”. Lo ha detto Papa Francesco all’Angelus domenicale, davanti a tanti fedeli giunti in Piazza San
Pietro nonostante il caldo d’agosto. Il Pontefice ha pure ricordato l’odierna festa del Perdono di Assisi,
spiegando come anche la “vergogna” che proviamo durante la Confessione sia “una grazia che ci prepara
all’abbraccio del Padre” misericordioso. Il servizio di Giada Aquilino: Gesù, pane di vita per saziare la fame dei nostri fratelli
Andare “oltre” la soddisfazione immediata dei propri bisogni materiali, seppur essenziali, superare la “cecità
spirituale”, per “cercare e accogliere” il cibo che rimane per la vita eterna, quello del “Figlio dell’uomo”. È
l’esortazione di Papa Francesco all’Angelus in cui ­ riflettendo sull’odierno passo del Vangelo di Giovanni,
con la folla che, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, cerca Gesù e lo trova a Cafarnao ­ ha invitato a
“incontrare e accogliere in noi Gesù, ‘pane di vita’”, che dà significato e speranza al cammino “spesso
tortuoso” della nostra esistenza:
“Questo ‘pane di vita’ ci è dato con un compito, cioè perché possiamo a nostra volta saziare la fame
spirituale e materiale dei fratelli, annunciando il Vangelo ovunque. Con la testimonianza del nostro
atteggiamento fraterno e solidale verso il prossimo, rendiamo presente Cristo e il suo amore in mezzo agli
uomini”.
Andare oltre le preoccupazioni quotidiane
È l’Eucaristia “il dono più grande che sazia l’anima e il corpo”, ha ricordato Francesco, perché il pane,
spezzato “per molti” da Cristo, costituisce “l’espressione dell’amore di Gesù stesso”:
“Invita ad aprirsi ad una prospettiva che non è soltanto quella delle preoccupazioni quotidiane del mangiare,
del vestire, del successo, della carriera. Gesù parla di un altro cibo, parla di un cibo che non è corruttibile e
che è bene cercare e accogliere”.
Storia umana vista in orizzonte di eternità
Il Pontefice ha quindi invitato a cercare la salvezza, “l’incontro con Dio”. Il Signore, ha spiegato, vuol far
capire che “oltre alla fame fisica” l’uomo porta in sé un’altra fame, “più importante”, quella “di vita”, “di
eternità” che Lui solo può appagare:
“Gesù non elimina la preoccupazione e la ricerca del cibo quotidiano, no, non elimina la preoccupazione di
tutto ciò che può rendere la vita più progredita. Ma Gesù ci ricorda che il vero significato del nostro esistere
terreno sta alla fine, nell’eternità, sta nell’incontro con Lui, che è dono e donatore, e ci ricorda anche che la
storia umana con le sue sofferenze e le sue gioie deve essere vista in un orizzonte di eternità, cioè in
quell’orizzonte dell’incontro definitivo con Lui”.
Sofferenze illuminate dalla speranza dell’incontro col Signore
Questo incontro, ha proseguito Francesco, “illumina tutti i giorni della nostra vita”:
“Se noi pensiamo a questo incontro, a questo grande dono, i piccoli doni della vita, anche le sofferenze, le
preoccupazioni saranno illuminate dalla speranza di questo incontro”.
Nessuna paura ad avvicinarci alla Confessione
Auspicando che la Vergine Santa ci sostenga “nella ricerca e nella sequela” del Figlio Gesù, pane “vero”, che
“non si corrompe e dura per la vita eterna”, dopo la recita della preghiera mariana Francesco ha osservato
che oggi si ricorda il 'Perdono di Assisi', “forte richiamo ad avvicinarsi al Signore nel Sacramento della
Misericordia e anche nel ricevere la Comunione”:
“C’è gente che ha paura di avvicinarsi alla Confessione, dimenticando che là non incontriamo un giudice
severo, ma il Padre immensamente misericordioso. E’ vero che quando andiamo in confessionale, sentiamo
un po’ di vergogna. Ciò succede a tutti, a tutti noi, ma dobbiamo ricordare che anche questa vergogna è una
grazia che ci prepara all’abbraccio del Padre, che sempre perdona e sempre perdona tutto”.
Salutando, tra gli altri, i pellegrini giunti dalla Spagna e dall’Italia, in particolare il pellegrinaggio a cavallo
dell’Arciconfraternita “Parte Guelfa” di Firenze, ha infine invitato tutti a pregare per lui.
Tra i fedeli in Piazza San Pietro, anche l’associazione ‘Siria libera e democratica’, con lo striscione: “i siriani
amici di padre Paolo pregano per Papa Francesco”; il pensiero dei presenti è quindi andato al gesuita italiano
Paolo Dall’Oglio, per il quale il Pontefice aveva pregato domenica scorsa, rinnovando l’appello per sua la
liberazione, a due anni dal sequestro, e per quella di tutti gli ostaggi nelle zone di conflitto. Papa: Santa Teresa d'Avila, sorgente di vera scienza e autentici valori
◊ Scoprire nella contemplazione e nella meditazione di Santa Teresa di Gesù, “maestra di preghiera”, la
“sorgente della vera scienza e degli autentici valori” alla base della vita. Così Papa Francesco in una lettera,
a firma del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, in occasione del Congresso interuniversitario di
Avila dal titolo: “Santa Teresa di Gesù, maestra di vita”, in corso nella città spagnola. A leggere il messaggio
del Pontefice, il vescovo di Avila, Jesús García Burillo, all'inaugurazione dei lavori del convegno, a cui
prendono parte 450 persone provenienti da 26 Paesi, alla presenza anche del ministro dell’Interno di Madrid,
Jorge Fernandez Diaz. Il Papa ha auspicato che, attraverso l’esempio della Santa, di cui ricorre il V
centenario della nascita, nelle università cattoliche si formino “forti amici di Dio, così necessari in tempi
difficili” come questi.
Il pronto intervento del Papa per i poveri non va in vacanza d'estate
◊ “Il pronto intervento di Francesco lavora a pieno ritmo soprattutto d’estate”: così mons. Konrad Krajewski,
elemosiniere del Papa, ha ricordato che non ci sono vacanze per la carità. L’impegno per i poveri continua
senza sosta. Ce ne parla Benedetta Capelli: Papa Francesco: “La carità non è un semplice assistenzialismo e nemmeno un assistenzialismo per
tranquillizzare le coscienze. No, quello non è amore: quello è negozio, eh?, quello è affare. L’amore è
gratuito. La carità, l’amore è una scelta di vita, è un modo di essere, di vivere; è la via dell’umiltà e della
solidarietà. Non c’è un’altra via, per questo amore”.
Le parole di Papa Francesco, pronunciate nel suo viaggio a Cagliari il 22 settembre 2013, sono la guida per
chi ha speso e spende la sua vita per i poveri. L’elemosiniere, mons. Konrad Krajewski, continua insieme ai
volontari, alle suore di Madre Teresa, alle guardie svizzere a portare la carezza del Papa. Ogni giorno, nelle
docce costruite sotto il Colonnato di San Pietro, circa 140 senzatetto chiedono di lavarsi. “I poveri – racconta
l’arcivescovo – sono aumentati con questo caldo” . Da qualche mese ormai sono aperte tutti i giorni dalle 7
alle 18, il mercoledì l’apertura è spostata alle 13 dopo l’udienza generale, la domenica poi si chiude per due
ore in concomitanza con l’Angelus del Papa. I volontari presenti offrono un kit per l’igiene personale ­
asciugamano, sapone e deodorante ­ ed un cambio pulito. Presenti anche i barbieri pronti ad assecondare i
desideri dei poveri. “Usciamo tutte le sere – afferma mons. Krajewski – perché d’estate molte mense non
garantiscano il servizio e allora andiamo alla Stazione Termini o a Tiburtina a portare i viveri che compriamo
grazie alle offerte delle pergamene”. Ogni settimana si fa rifornimento di cibo per poi destinarlo a chi ha
bisogno. “Siamo il pronto intervento del Papa – aggiunge – quando ci chiamano per le emergenze, come è
successo per gli eritrei alla Romanina, noi andiamo subito”. Intanto in Via dei Penitenzieri, a due passi da Via
della Conciliazione e dalla Chiesa di Santo Spirito in Sassia, il dormitorio per i senza tetto è quasi pronto. I
lavori sono in via di completamento e poi anche questa struttura sarà messa a disposizione di chi ha
bisogno. E’ la carità secondo lo stile di Francesco: “non neutra, asettica, indifferente, tiepida o imparziale, la
carità – aveva detto il Papa il 15 febbraio scorso nell’omelia della Messa con i nuovi cardinali ­ contagia,
appassiona, rischia e coinvolge”.
Oggi in Primo Piano
Turchia: attentati del Pkk in risposta ai raid di Ankara
◊ Continuano gli scontri tra esercito turco e miliziani curdi del Partito dei lavoratori, il Pkk. Nelle ultime 24
ore, 3 militari turchi sono morti, mentre sale a 260 il numero delle vittime curde per i raid di Ankara. Il servizio
di Elvira Ragosta: Due gli ultimi attentati del Pkk, il Partito curdo dei lavoratori, contro l’esercito turco: il primo è avvenuto nella
provincia orientale di Agri, dove un trattore carico di esplosivo, probabilmente guidato da un attentatore
suicida, è saltato in aria davanti a una caserma turca uccidendo tre militari e ferendone altri 28. Si
tratterebbe, se confermato, del primo attentato di questo tipo registrato da quando sono riprese le violenze tra
il Pkk e l’esercito turco. Il secondo, poi, nei pressi di un oleodotto nell’est del Paese, dove l’esplosione di una
mina ha provocato la morte di un altro militare. Intanto continuano massicci i raid dell’aviazione di Ankara
contro le postazioni della guerriglia curda sulle montagne del nord dell’Iraq. È salito a 260 il numero dei
combattenti curdi uccisi dai bombardamenti e oltre 400 sono i feriti. Bombardamenti che interessano anche
zone abitate da civili e che hanno spinto il leader del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, a chiedere ai
militanti del Pkk di lasciare la regione autonoma "per evitare vittime civili". Infine, secondo quanto riferito da
fonti turche, una decina di membri del Pkk sono morti negli scontri di terra con le truppe turche.
Monsoni in Nepal: solidarietà tra i terremotati supera le caste
◊ Giorni di intese piogge monsoniche e il passaggio di un ciclone tropicale hanno portato morte e
devastazione in India, Nepal e Myanmar. Centinaia di villaggi sono inondati e decine di migliaia di persone
sono state costrette a lasciare le case per rifugiarsi su alture o in campi di accoglienza. Almeno 80 le vittime
nel nord est dell’India, dopo una frana nel distretto di Chandel, e altre 40 persone sono morte nel Bengala
Occidentale colpito dal ciclone tropicale battezzato 'Komen'. Nel vicino Myanmar le autorità hanno dichiarato
lo stato di calamità in quattro distretti occidentali, con un bilancio di almeno 27 vittime. In Nepal sono oltre 30
i morti a causa di frane e inondazioni provocate dalle piogge intense. Un bilancio che rischia di salire con
l’intensificarsi dei monsoni, previsto per il mese di agosto. A essere colpite sono soprattutto le zone
montuose a ridosso della catena dell’Himalaya, ma la gran parte dei nepalesi, vittime del violentissimo
terremoto dello scorso aprile, è a rischio. Marco Sette racconta, al microfono di Giacomo Zandonini,
l’impegno dell’associazione di volontariato “Jai Nepal” in questo difficile momento: R. – Il Nepal è uno dei Paesi colpiti dal monsone, ma quest’anno abbiamo delle complicanze dovute al
terremoto, che chiaramente ha creato una mancanza di copertura, quindi di case, di un ambiente vivibile per
milioni di persone. Il monsone adesso, ad agosto, sarà violento. Noi ci auguriamo che sia limitato il danno
con vittime e quant’altro, come stiamo sentendo in questi giorni, ma premetto – non per sminuire l’evento
stesso ­ questo è accaduto ogni anno. Quest’anno le montagne con il terremoto si sono praticamente aperte
in alcuni punti, le infiltrazioni d’acqua sono più violente e le valanghe di terra – definiamole così piuttosto che
frane – si staccano con molta più facilità dai fianchi delle colline e delle montagne, anche perché le colline
nepalesi hanno fino a 4.500­5.000 metri di quota.
D. – Cosa si può fare, e cosa avete fatto e state facendo voi, come Associazione, per portare un sollievo ai
cittadini nepalesi colpiti da questa situazione?
R. – Abbiamo coinvolto ad oggi circa 246 volontari, la maggior parte sono universitari, con cui siamo andati a
montare degli “shelter”, che sono delle coperture per evitare il contatto con l’umidità, e quindi la vita sotto
l’acqua, che sarebbe terribile anche per infezioni polmonari e quant’altro. Abbiamo montato centinaia e
centinaia di questi “shelter” nei villaggi più colpiti e continuiamo a montarne grazie alla generosità della
diocesi di Roma e grazie anche – non posso non nominarlo – a mons. Zuppi. Stiamo anche portando un aiuto
con l’acqua che è un altro dei problemi. Molte condotte si sono rotte, anche a molta distanza dal villaggio. Le
persone stanno bevendo acqua dalle pozze, da sorgenti inquinatissime, con i relativi problemi immaginabili.
Quindi abbiamo ricostruito alcuni acquedotti e abbiamo portato anche dei filtri che sterilizzano l’acqua, anche
delle pozze piovane. Anni fa decine di migliaia di persone sono morte per infenzioni portate da acqua non
potabile, senza antibiotici c’è stata veramente un’ecatombe. Quindi il Nepal è un Paese che ha bisogno di
tanto aiuto e di coordinamento, che deve essere incoraggiato. Posso soltanto concludere dicendo una cosa:
c’è stata una collaborazione e una condivisione che ha lasciato scioccati anche noi. E credo che questa
sorta di solidarietà sia la cosa più bella dentro una tragedia che ci vede tristi. Non si è più guardato alle
caste, non si è più guardato a chi uno appartiene, e questo è un problema che chiaramente in quell’area è
molto forte: uno di una casta più alta che viene ad aiutare uno di una casta più bassa! Questo noi lo
riteniamo veramente un miracolo. Il Nepal è il Paese del sorriso. Mi auguro che il sorriso possa tornare sul
volto di tutti i nepalesi: un sorriso da destra e sinistra che ­ veramente ­ forse noi ce lo sogniamo!
Storico accordo sui confini tra India e Bangladesh ◊ Dopo quasi settanta anni è entrato in vigore uno storico accordo tra India e Bangladesh, che ridisegna i
confini e restituisce diritti e dignità a migliaia di persone che vi abitano. Il servizio di Gabriella Ceraso: Sono 4000 circa i chilometri di frontiera tra India e Bangladesh, segnati da diversi Stati che, sin dal XVIII
secolo, hanno accolto 162 enclave, porzioni di territori che appartengono ad un Paese, ma si trovano
nell'altro. Questo ha alimentato infiniti attriti reciproci, chiusi dal "Land Boundary Agreement" risalente al
1947, poi siglato nel 1974, ma mai approvato se non recentemente. Il parere di Francesca Marino direttrice
del sito Stringer Asia:
"Questo accordo – interrotto per motivi politici da una e dall’altra parte – adesso è stato concluso in
pochissimo tempo soprattutto perché accompagnato da due milioni di credito concessi al Bangladesh e da
altri soldi che verranno stanziati per lo sviluppo di infrastrutture, più vari accordi di tipo economico".
L'accordo stabilisce che l'India annetterà 51 enclave e il Bangladesh 111. Trasferimenti e demarcazioni dei
nuovi confini avverrano entro un anno:
"Così viene sanato legalmente uno stato di fatto e ridisegnato il confine".
Un accordo più simbolico e politico che reale, dato che in realtà non c'è distizione tra una parte e l'altra, lungo
la frontiera, aggiunge ancora Francesca Marino. Per le autorità di entrambi i Paesi comunque si è trattato di
una data storica; ma sono stati soprattutto i 50mila abitanti a festeggiare, nelle enclave, un incubo che
finisce. Da apolidi, dimenticati in una sorta di limbo, ora potranno scegliere la loro cittadinanza, la loro identità
politica e spostarsi con maggiore facilità. Ancora Francesca Marino: "Questa gente aveva soprattutto problemi con i documenti, invece per tutto ciò che riguarda ambasciate,
istruzione, scuole, stavano in un limbo. Però non sono gli unici a starci. Quella è una zona povera e di fatto
sia il Bangladesh che l’India non è che brillino per aver investito lì: la mancanza di ospedali, di scuole e di
tutte le infrastrutture è endemica da una parte e dall’altra".
Eritrea, migranti in fuga. La scrittrice Sibathu: dramma di un popolo
◊ Sono 150 mila i migranti arrivati via mare in Europa nel 2015, secondo l'Organizzazione internazionale
delle migrazioni (Oim), mentre almeno 1.900 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo. Moltissimi sono i
cittadini eritrei, in fuga da una dura repressione: in questi giorni la situazione nel Paese è al vaglio di una
Commissione d’inchiesta istituita dalle Nazioni Unite per investigare su crimini contro l'umanità. Chi
abbandona il Paese rischia la vita nel Sahara e nel Mediterraneo, arrivando stremato, nella migliore delle
ipotesi, sulle coste europee. Una situazione drammatica, che deve assolutamente cambiare. Lo racconta, al
microfono di Giacomo Zandonini, la scrittrice eritrea residente in Italia Ribka Sibathu: R. – Paradossalmente gli eritrei hanno lottato dall’inizio della colonizzazione italiana, dal 1894, per la libertà.
E ancora, dopo trent'anni di lotta armata all’ultima colonizzazione etiopica, adesso abbiamo la peggiore
dittatura del mondo. Non c’è libertà di espressione, di unione, non c’è un’università ­ l'unico Paese al mondo ­
non c’è Costituzione, non c’è legge. Una persona è schiava nella sua terra: lavora quasi gratis ­ perché con
10 euro al mese non so se possiamo comprare due polli in Eritrea ­ e a tempo indeterminato. C’è poi l’abuso
sulle donne.
D. – Decine di migliaia di eritrei sono arrivati in Europa dopo viaggi difficilissimi. Che cosa esattamente
devono affrontare e a chi devono affidarsi queste persone?
R. – Nel Paese, riuscire ad arrivare alla frontiera, senza essere catturati dai militari, è già una grande fortuna.
Un ragazzo, addirittura, è stato torturato e gli hanno quasi tagliato una gamba, per paura che varcasse la
frontiera, perché cercava lavoro passando da un villaggio all’altro. Dopo essere riuscito a scappare, per le
torture subite dovevano quasi amputargli la gamba. Nel Paese è come vivere in un carcere quindi e uscire da
lì è una grande fortuna. Una volta usciti, normalmente si va nei centri delle Nazioni Unite, ma addirittura
anche nei centri delle Nazioni Unite la gente viene rapita. Viene rapita poi in Ciad, in Sudan e nel Sinai ci
sono circa 10 mila cadaveri: lì si torturava e si faceva pagare alle famiglie fino a 35 mila dollari. Adesso nel
Sinai ci sono meno casi, perché l’Egitto per cacciare via i terroristi l'ha svuotato. Nelle carceri libiche non ne
parliamo: mesi e mesi, incassati come nei pollai industriali, al caldo e, se si pagano i carcerieri, riescono ad
uscire. E’ uno sterminio vero e proprio. Stiamo morendo ovunque. Basta vedere i documenti di Amnesty
International. Poi bisogna pensare che è un popolo che ha una cultura antica, una civiltà antica, una scrittura
rara in Africa. Come la biodiversità è utile per la natura, così la diversità culturale, la ricchezza culturale lo
sono. Salvare questo popolo è anche interesse di tutti noi, per vedere il mondo da varie angolazioni.
D. – Come si sta muovendo la società civile eritrea in Europa, nel Nord America? In che modo può cambiare
le cose?
R. – Stanno cambiando, perché i mezzi di informazione ci stanno aiutando. E’ Davide contro Golia, però. Chi
sta al potere si è arricchito, ha capitali e noi da fuori stiamo cercando di incoraggiare l’interno dell’Eritrea ad
impegnarsi a non accettare la schiavitù, la fame. Dalla diaspora ci sono le radio che stanno informando. Dal
2001, infatti, non c’è più un media libero. Quindi, la prima cosa è l’informazione. Per seconda cosa, si sta
cercando di unirsi, come abbiamo dimostrato il 26 giugno scorso a Ginevra, per reagire ed appoggiare la
Commissione d’inchiesta, che poi è stata prolungata per un anno, per appurare i crimini contro l’umanità, che
si sono intravisti fin qui. Quindi noi lotteremo, ma come dopo la Seconda Guerra Mondiale ci fu un Piano
Marshall, credo che anche all’Eritrea ne servirà uno.
La storia di Giorgia Benusiglio e il riscatto dall'ecstasy
◊ Uno stop di 120 giorni, 4 mesi a partire da domani, per il ‘Cocoricò’ di Riccione. Lo ha deciso il questore di
Rimini, Maurizio Improta. Il provvedimento sul locale è stato adottato a seguito della morte, avvenuta il 19
luglio, di Lamberto Lucaccioni, il sedicenne di Città di Castello ucciso da un’overdose di ecstasy. Proprio in
questi giorni si amplia la mobilitazione contro l’uso di questa droga. Ne è testimone Giorgia Benusiglio:
mezza pasticca di ecstasy tagliata con il veleno per topi e la sua vita, a 17 anni, è cambiata
improvvisamente. Un’epatite fulminante, poi il trapianto di fegato grazie al dono dei genitori di Alessandra,
morta in un incidente stradale. Da qui nasce una seconda possibilità e l’impegno a testimoniare la propria
storia ai ragazzi di ogni età, nella speranza di distoglierli dalla tentazione di provare. Benedetta Capelli ha
intervistato Giorgia: R. – Nel ’99, ho fatto la cavolata più grande della mia vita, ovvero assumere mezza pastiglia di ecstasy. Nel
giro di una settimana mi sono ritrovata con il fegato in necrosi e ho dovuto subire un trapianto, che all’epoca
è durato 17 ore.
D. – In una vita apparentemente normale, come quella di una diciassettenne ­ scuola, amicizie, studio ­
come si inserisce questo desiderio di andare 'oltre'?
R. – Perché io ho sempre avuto un’estrema curiosità rispetto alle sostanze. Non riuscivo a capire come una
persona potesse arrivare a farsi così tanto male ed in nome di che cosa. Quindi ho iniziato a leggere libri, ad
informarmi sulle cose. Ho sempre avuto questa estrema curiosità, che era ovviamente inferiore rispetto alla
paura che avevo delle sostanze stesse. Nel ’99 vigeva la politica della 'riduzione del danno e del rischio':
giravano degli opuscoli in cui sostanzialmente si diceva che, se si voleva assumere l’ecstasy, bisognava
prendere mezza pastiglia, bere tanta acqua, prendere la successiva mezza dopo un’ora ­ un’ora e mezza,
bagnarsi frequentemente i polsi, non mischiare con alcool e tante altre indicazioni del caso. Quando io ho
letto uno di questi opuscoli, ho pensato, sapendo che la droga fa male: “Ok, è una cosa che non devo fare, la
farò una volta soltanto, seguirò tutte le indicazioni del caso e non mi succederà nulla”.
D. – Cosa è cambiato in te? Perché poi hai deciso di testimoniare tra i giovani quello che ti è capitato?
R. – In realtà, ha iniziato mio padre ad andare in giro per le scuole a raccontare quello che ci era successo.
Ricordiamo, infatti, che quando avviene un evento critico così importante, non vieni coinvolto solo tu,
persona che sta male, ma anche le persone che ti amano, che ti stanno intorno. Questa è una cosa che dico
sempre ai ragazzi: “Se non riuscite ad amarvi abbastanza, cercate di farlo per le persone che vi amano e poi
imparerete ad amarvi”. La droga colpisce anche le famiglie cosiddette “normali”. A volte possono accadere
fatti che possono scatenare situazioni per cui anche il ragazzo cosiddetto “normale” può incorrere in questi
rischi.
D. – Come li trovi i ragazzi di oggi: uguali a te oppure cogli dei disagi che sono magari più profondi o
semplicemente differenti?
R. – Sono cambiate le cose. In realtà, sono dieci anni che faccio questi incontri e in dieci anni ho visto dei
cambiamenti netti. Innanzitutto, l’età si è andata ad abbassare. Ci sono, quindi, ragazzi che fanno uso di
sostanze anche già ad undici anni. Viene accettata la cannabis come se fosse una sigaretta. E poi un
allarme che ho lanciato da un po’ di tempo a questa parte è la forma di autolesionismo, per cui ci sono tanti
ragazzi di 13 ­ 14 anni che mi contattano sulla mia pagina facebook, “Giorgia Benusiglio prevenzione droghe”,
scrivendomi della loro difficoltà a relazionarsi con i propri pari, ad essere accettati, ad essere ascoltati.
Spesso e volentieri pensano di non essere ascoltati dai genitori. Tutte queste incapacità nel gestire le
emozioni, nel gestire lo stress e così via vengono ributtate poi in un comportamento lesionista, dove arrivano
a tagliarsi sulle braccia, sulle gambe per tornare ad avere nuovamente un sollievo che ovviamente è solo
apparente e momentaneo. Purtroppo i genitori, spesso e volentieri, non si rendono conto che sentono i propri
figli, ma non si soffermano ad ascoltarli veramente. Imparare ad ascoltare, quindi, il proprio figlio è
accompagnarlo verso l’età adulta.
D. – Oggi tu Giorgia ti definisci una paziente. Com’è la tua vita e quali sono i tuoi sogni?
R. – Io sono e sarò una paziente a vita. Quando diventi trapiantata, devi prendere dei farmaci
immunosoppressori che, da una parte mi fanno rimanere in vita ed evitano che io abbia un rigetto, dall’altra
mi abbassano molto le difese immunitarie. Non è un’operazione che in sé finisce lì, ma è qualcosa che ti
porterai dietro per sempre. Io, però, sono nata sana e per una mia cavolata non lo sono più! Questo è difficile
da accettare e soprattutto quando cresci, ti rendi conto davvero che quella scelta, che al momento sembrava
assolutamente banale, ha condizionato tutta l'esistenza: e non solo la mia, ma anche quella dei miei genitori.
Diocesi di Oppido Mamertina­Palmi: riflessione su anno verità
◊ Un cammino pluriennale per riflettere sui grandi temi della fede da vivere oggi. A proporlo è la diocesi di
Oppido Mamertina­Palmi, in Calabria, che ­ dopo l’Anno della Fede indetto dal Papa emerito Benedetto XVI
per il 2012­2013 ­ ha vissuto un anno dedicato alla carità. Quest’anno i fedeli stanno riflettendo sulla verità e
il prossimo anno sarà dedicato all’unità. Catechesi, iniziative solidali e proposte culturali sono gli strumenti
che stanno indirizzando i credenti ad un approccio più consapevole e maturo con la realtà di oggi. Al
microfono di Tiziana Campisi il vescovo di Oppido Mamertina­Palmi, mons. Francesco Milito, spiega
come stia vivendo la sua diocesi quest’anno dedicato alla verità: R. – È il secondo anno di un trittico che abbiamo iniziato l’anno scorso con l’anno della carità. Quest’anno è
l’anno della verità e il prossimo sarà l’anno dell’unità. Carità, verità e unità intendono essere parole chiavi che
ci ricordano come, a fondamento del nostro essere e agire, c’è la Santissima Trinità, perché Dio Padre è
amore, Dio Figlio è verità, lo Spirito è unità. Tutto questo cammina nell’ottica della nuova evangelizzazione.
D. – I fedeli come hanno accolto questa proposta?
R. – L’hanno accolta molto bene, perché questa è una diocesi nella quale la carità, sotto diverse forme, è
molto viva e la si realizza con dei gesti concreti. Anche noi abbiamo tanti immigrati ­ soprattutto per quanto
riguarda Rosarno, la cosiddetta e famosa tendopoli ­ ed è un gioiello di carità quello che si fa da parte della
comunità e della stessa diocesi. Nell’anno della verità, si pone l’accento sulla comunicazione, ribadendo che
non si tratta tanto di una ricerca di ideologie e di percorsi filosofici, ma la verità è l’incontro con una persona,
che è Gesù Cristo.
D. – Lei ha accennato alla realtà sociale della sua diocesi: può descriverla?
R. – È una diocesi molto complessa e anche vasta, al cui centro c’è la piana di Gioia Tauro, che comprende
diversi paesi e comuni. Ed è una diocesi che per avere snodi internazionali ­ come il porto di Gioia Tauro ­ è
anche una realtà umana abbastanza delicata e difficile. A noi non piace dire che è una diocesi in cui la
’ndrangheta e la mafia fanno tutto, ma non si può negare che c’è una grossa influenza e quindi questo
condiziona non poco. Tutto ciò significa, per quanto riguarda la Chiesa, educare l’uomo ­ la sua coscienza ­ a
dare il primato sempre a Dio e non ad altro e a far sì che tutto ciò che si compie abbia come punto di
riferimento la verità sull’uomo, la carità di Dio, non altre forme. In questa zona, in molte diocesi non si vivono
con minore preoccupazione i problemi della disoccupazione, del lavoro e di tutto ciò che comporta il
momento difficile della crisi che stiamo attraversando in Italia e nel mondo.
D. – Quali sono le necessità maggiori nella sua diocesi?
R. – Sotto il profilo spirituale educare sempre più le coscienze ad avere il senso e il primato di Dio, perché
ispiri tutto ciò che si compie e si fa, nella Chiesa e anche nella società: questo è un punto fondamentale. A
livello concreto, essere aperti ai bisogni dell’altro, quindi tener conto di tutte le diverse emergenze che
vengono di volta in volta in evidenza. Queste emergenze prendono un volto diverso a seconda dei luoghi, a
seconda dei posti. E oggi quella che è la “nuova povertà” ­ che si esprime in tanti modi ­ anche qui non è che
sia assente. Poi ci sono le realtà particolari che hanno bisogno di essere molto seguite, avendo in prima linea
soprattutto l’interesse per i giovani, per il mondo del lavoro, per il mondo che si costruisce cercando di creare
condizioni veramente umane per tutti.
D. – Con l’anno della verità qual è il messaggio specifico che si vuole dare ai fedeli?
R. – Che l’uomo, per sua natura, è portato a vivere nella luce e ad andare verso la luce, altrimenti si brancola
nelle tenebre. E se ci si incontra con Gesù Cristo ­ che è via, verità e vita ­ ci si incontra con questa luce e
dunque si vive nell’autenticità. Tutto questo esige che si abbia solo il Signore come punto di riferimento,
anche in confronto alle realtà che il Signore non sono e che vorrebbero esserlo, e per superare questa
difficoltà e avere la luce dall’alto che permette di comprendere ogni realtà, perché Cristo è verità che rende
liberi e che quindi permette di vivere nell’autenticità la propria esistenza.
Da Pietro a Tommaso: in cammino da Roma a Ortona
◊ Da Roma all’Adriatico attraversando gli Appennini: un percorso che unisce fede e natura, cultura e
tradizione. "Da Pietro a Tommaso, in cammino" è l’iniziativa promossa dall’Associazione “Il cammino di San
Tommaso”, una lunga passeggiata di 15 giorni, dal 2 al 16 agosto, che unisce Ortona, in Abruzzo, alla
capitale d’Italia. Alessandro Filippelli ha intervistato il responsabile dell’iniziativa, Fausto Di Nella: R. – Questa iniziativa consiste in ciò che noi definiamo “pellegrin­viaggio”, ovvero un viaggio che abbia una
doppia dimensione: quella spirituale, della fede in San Tommaso e in San Pietro e quindi nel mondo cattolico,
ma anche in una dimensione più laica, che abbraccia quella del cammino come esperienza di vita,
impareggiabile ed unica.
D. – L’esperienza è sempre uguale: ma perché è sempre unica?
R. – E’ sempre unica perché la bellezza di questo viaggio è che ogni anno lo ripetiamo con un gruppo di
partecipanti diversi e sta diventando una di quelle cose da fare nella vita: attraversare l’Italia a piedi da
Roma, dalla città eterna, dalla capitale del cattolicesimo, fino ad Ortona, dove sono custodite le spoglie
dell’Apostolo Tommaso, attraversando gli Appennini più aspri, due parchi nazionali, tre parchi regionali e
credo 15 o 16 riserve naturali locali. Una esperienza davvero unica per ognuno dei partecipanti e insieme per
tutto il gruppo.
D. – Da dove provengono le richieste maggiori per prendere parte all’evento?
R. – Grazie ad un campo di volontariato internazionale, che organizziamo con una associazione romana di
nome “Yap Italia ­ Youth Action for Peace”, il progetto viene tradotto in 101 lingue diverse per 80 Paesi
differenti. Quindi le richieste arrivano da tutto il mondo: ne abbiamo dalla Corea, dal Giappone, dalla Russia,
dalla Danimarca e poi c’è tantissima gente italiana.
D. – Qual è il valore spirituale che viene dato al cammino?
R. – Quest’anno, forse, è il più elevato possibile, perché Papa Francesco ci ha concesso l’indulgenza
plenaria per tutti i camminatori che fino al 16 agosto cammineranno dalla tomba di San Pietro alla Tomba di
San Tommaso con la nostra associazione. Abbiamo ricevuto questa comunicazione dal Vaticano, che ci ha
veramente riempito di gioia, perché questa grandissima opportunità va ad individuare il senso più alto e più
profondo della spiritualità che può avere un cammino e una esperienza di viaggio come questa, di fede e di
viaggio.
Nella Chiesa e nel mondo
Iraq, patriarca Sako: un anno fa, cristiani cacciati da Ninive
◊ Una preghiera per ricordare la tragedia dei cristiani della Piana di Ninive, cacciati dalla provincia irachena
un anno fa, nella notte tra il 6 e il 7 agosto, quando i miliziani del sedicente Stato Islamico (Is) li costrinsero a
una marcia forzata verso la regione autonoma del Kurdistan, dove tuttora molti vivono in situazioni tragiche.
È quella che il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako, indirizzerà al Papa e ai vescovi di tutto
il mondo, secondo quanto riporta l’Osservatore Romano, che cita il sito Baghdadhope. “Faccio appello ai
cristiani di tutto il mondo­ recita la preghiera del patriarca Sako ­ affinché si uniscano a noi nel primo
anniversario della conquista da parte dell’Is dei villaggi cristiani della piana di Ninive, il 7 agosto 2014, meno
di un mese dopo quella di Mosul”. Sua Beatitudine Sako ricorda inoltre che Gesù ci ha insegnato “a pregare il
Padre” assicurandoci “che qualsiasi cosa avessimo chiesto avremmo ottenuto”. “Per questo ci affidiamo a te
con completa fiducia e – prosegue nella preghiera ­ ti chiediamo di darci la forza di rimanere saldi durante
questa violenta tempesta per avere la pace e la sicurezza prima che sia troppo tardi. Questa è la nostra
preghiera e, sebbene ci sembri difficile, confidiamo che Tu possa darci ciò di cui abbiamo bisogno per la
nostra sopravvivenza e per il nostro futuro. Aiutaci, Padre, a lavorare insieme, a essere liberi, responsabili e
amorevoli, e ad adempiere alla Tua volontà e a farlo con gioia, attenzione e coraggio. A Cana, la Madre di
Gesù fu la prima a notare che mancava il vino; attraverso la Sua intercessione ti chiediamo, Padre, di
cambiare la nostra situazione dalla morte alla vita così come Tuo figlio cambiò l’acqua in vino”. L’amicizia, la
solidarietà e il sostegno “dei nostri fratelli e sorelle dell’Occidente ci danno il coraggio di resistere”, aveva
detto pochi giorni fa il patriarca Sako ricevendo un premio in Italia, “e sapere che ci siete vicini ci spinge a
coltivare una vita comune, in pace e in armonia con i nostri fratelli musulmani”.
Malawi, riforma legge aborto: la posizione della Chiesa non cambia
◊ La posizione della Chiesa sull’aborto non cambierà mai e i vescovi continueranno a schierarsi contro
questa pratica. Lo ha ribadito il segretario della Conferenza episcopale del Malawi (Cem), padre Henry Saindi,
commentando la proposta presentata da una speciale commissione nazionale per consentire l’interruzione
volontaria di gravidanza in determinate circostanze, soprattutto in caso di pericolo per la vita della madre, di
gravi deformazioni del feto, di stupro o incesto.
Aborto oggi illegale in Malawi
In Malawi l’aborto è tassativamente vietato e la legge prevede pene fino a 14 anni di prigione per chi lo
pratica ed a 7 anni per la donna che ne faccia richiesta. L’unica eccezione ammessa è il pericolo di vita per
la madre, ma in questo caso è necessaria l’approvazione di due ostetrici indipendenti e del coniuge.
Il nascituro ha diritto di vivere e deve sempre essere protetto dalla società
In merito alla proposta di riforma annunciata dai media locali in questi giorni, padre Henry Saindi ha ricordato
per la Chiesa “l’aborto è l’omicidio di un bambino non nato, dal momento che la vita di una persona inizia dal
concepimento”, sottolineando che “il nascituro ha diritto di vivere e deve sempre essere protetto dalla
società”. Quanto alle donne che hanno subito violenze o incesti ­ ha precisato il sacerdote citato dall’agenzia
Apic ­ la Chiesa ha sempre sostenuto la necessità di accompagnarle e “aiutarle ad accettare la loro
situazione e il dono della vita che hanno ricevuto da Dio”. (L.Z.)
Indonesia. Appello della Chiesa in difesa dell’ambiente ◊ L’Enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” dovrebbe stimolare anche la Chiesa indonesiana “a parlare con
più coraggio dei cambiamenti climatici e ad intraprendere azioni concrete per curare la nostra casa comune”.
È l’indicazione emersa da un incontro che ha visto riuniti nei giorni scorsi a Jakarta vescovi e sacerdoti di
tutto il Paese.
L’emergenza ambientale tema di pressante attualità in Indonesia
L’emergenza ambientale e climatica richiamata dal documento pontificio è un tema di pressante attualità in
Indonesia, dove la rapida diffusione dell’industria agroalimentare e in particolare delle piantagioni di palme da
olio, sta facendo scomparire enormi distese di foreste vergini, sorpattutto nel Kalimantanm a Sumatra e a
Papua, con danni irreversibili sulla biodiversità e per il clima. E tuttavia ­ ha osservato padre Paulus Christian
Siswantoko, segretario della Commissione episcopale per la giustizia la pace e la pastorale dei migranti e
degli itineranti ­ finora poco è stato fatto dalla Chiesa indonesiana per affrontare questa emergenza. Nel 2013
la Conferenza episcopale ha pubblicato una lettera pastorale dedicata all’impegno della Chiesa nella
conservazione del Creato, ma il documento ha avuto scarso seguito nelle diocesi, ha detto il sacerdote,
citato dall’agenzia Ucan.
La "Laudato si’", un salutare richiamo ad agire per difendere il Creato
Secondo padre Siswantoko, l’Enciclica di Papa Francesco è stata, in questo senso, un salutare richiamo al
clero e ai fedeli laici ad uscire da questa passività. Ed è l’impegno scaturito dall’incontro di Jakarta: ispirata
dalle indicazioni di Papa Francesco, la Chiesa indonesiana cercherà di sensibilizzare i propri fedeli ad
intraprendere azioni concrete in difesa dell’ambiente. (L.Z.)
Angola: 15 agosto, al via Giubileo delle missioni nel Paese
◊ Celebrare la creazione delle missioni in Angola, insieme alla presenza di diversi carismi religiosi,
fondamentali per l’evangelizzazione del Paese: con questo obiettivo, la Conferenza episcopale di Angola e
São Tomé (Ceast) ha indetto, a partire dal prossimo 15 agosto, uno speciale Giubileo. “In questo Anno ­
spiega una nota dei vescovi ­ si terrà anche il primo Congresso eucaristico nazionale. L’evento sarà indetto
nel segno religioso e spirituale della condivisione, in un contesto che mira a rafforzare la pace e la
riconciliazione nelle comunità locali”.
Un Giubileo per ripercorrere gli ultimi 150 anni di storia del Paese
Il Giubileo, in particolare, si concentrerà sugli ultimi 150 anni della storia della Chiesa angolana,
corrispondenti alla seconda tappa dell’evangelizzazione locale, compiuta oltre cinquecento anni fa. In
quest’ottica, il Giubileo celebrerà la storia delle diocesi di Luanda, di Huambo e di Cuito­Biè, tutte nate negli
ultimi 150 anni. “Il Giubileo dell’arcidiocesi di Luanda ­ prosegue la nota ­ sarà il più ‘mediatico’ in quanto
essa è sede della Ceast ed è la Chiesa più numerosa del Paese, poiché qui risiede un terzo della
popolazione cattolica di tutta l’Angola”.
La più antica missione del Paese
Nell’arcidiocesi di Lubango, vicino a Huambo, invece, si trova “una delle missioni angolane più antiche,
ovvero quella di Caconda, ed essa rappresenta quindi l’anima della spiritualità missionaria del Paese”. Infine,
la diocesi di Cuito­Bié viene considerata come “una piattaforma dell’evangelizzazione per l’Angola dell’est”.
(I.P.)
Austria, il seminario di Graz accoglie 25 giovani richiedenti asilo
◊ Le porte del convitto “Augustinum” del seminario vescovile di Graz, in Austria, si sono aperte per 25 minori
non accompagnati richiedenti asilo. “È stato subito deciso di aprire le porte della nostra casa ­ ha dichiarato
Thorsten Schreiber, rettore del seminario, citato dall’agenzia Sir ­ per le persone bisognose: davanti alle
necessità del momento non si può distogliere lo sguardo”. I 25 giovani, tra i 14 e i 16 anni, hanno rischiato la
vita per sfuggire a condizioni disumane.
Dalle lezioni di tedesco alla semplice compagnia: il contribuito dei volontari
Ora, nel convitto del seminario vescovile, l’alloggio e l’assistenza sono forniti dal team della Caritas per
conto della provincia di Stiria. Ma più di tutto è decisivo l’apporto dei numerosi volontari che accudiscono i
giovani profughi, offrendo il loro tempo libero per far conoscere l’Austria, lezioni di tedesco e semplice
compagnia.
L’incontro tra culture, antidoto alla paura
Un aiuto è giunto dall'associazione "Tedesco a Graz", che organizza in estate la scuola internazionale di
tedesco all’“Augustinum”: il corso a cui partecipano bambini e giovani di tutta Europa è stato offerto anche ai
giovani rifugiati. "La nostra casa è in questi giorni un luogo d’incontro di culture e spazio di apprendimento
reciproco oltre i confini nazionali. Non c‘è paura di contatto, i giovani comunicano tra loro con mani e piedi",
dice Kathrin Schwarzenbacher, amministratrice del convitto.
Mattarella: vittime strage Bologna sono memoria dell'Italia
◊ "L'Italia ha il dovere di non dimenticare quella strage e quelle vittime innocenti che fanno ormai parte della
memoria nazionale". Questo il messaggio del telegramma inviato dal presidente della Repubblica, Sergio
Mattarella, al presidente dell'Associazione delle vittime del 2 agosto, Paolo Bolognesi, in occasione del 35°
anniversario della strage di Bologna. Era il 2 agosto del 1980, quando una valigia carica di tritolo esplose
nella sala d’attesa, gremita di gente, della stazione della città, provocando 85 morti e 200 feriti. Partecipando
alla commemorazione che ha riunito centinaia di persone in Piazza Medaglie d’Oro, il presidente del Senato,
Pietro Grasso, ha parlato di “ricordo lacerante e del piuù tragico della storia delle stragi di civili del nostro
Paese”, ricordando che la "stagione terroristica di quegli anni è finita, ma le cicatrici di quei momenti
rimangono indelebili sulla pelle di ciascuno di noi e sulla bandiera del nostro Paese". Dopo anni di vicende
giudiziarie segnate da aspre polemiche e da depistaggi, sono stati condannati in via definitiva, quali esecutori
materiali della strage, i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, esponenti dei Nar, i Nuclei Armati
Rivoluzionari, e Luigi Ciavardini, all'epoca dei fatti minorenne. (E.R.)
Firenze riparte dopo il nubifragio di ieri
◊ Torna alla normalità la città di Firenze, colpita ieri sera da un violento nubifragio. Riattivata la linea aerea,
che ieri aveva subito una sospensione di alcune ore; ripresi anche il traffico ferroviario e la viabilità nelle
principali strade cittadine. Restano gravi, intanto, le condizioni di uno dei circa venti feriti: si tratta di un
diciannovenne colpito alla testa da un ramo nei pressi dell’Arno. Centinaia gli interventi, in corso dalla notte di
ieri, dei Vigili del Fuoco, coadiuvati dalle squadre arrivate dalle altre province toscane e della Protezione
Civile per i danni riportati ad alcune abitazioni. (E.R.)
Israele, Netanyahu: prenderemo assassini bimbo arso vivo
◊ Ancora tensioni e scontri in Cisgiordania ieri, dopo la morte del bimbo palestinese bruciato vivo
nell’incendio attribuito a coloni ebrei estremisti e la morte di un diciassettenne colpito dai soldati israeliani nel
corso delle proteste scoppiate nel campo di rifugiati di Al Jalazun, vicino Ramallah. Il premier israeliano,
Benyamin Netanyahu, torna a condannare l’accaduto e, intervenendo all’apertura del Consiglio dei ministri,
annuncia “una politica di tolleranza zero” verso gli estremisti ebrei. Secondo quanto riferisce la radio
israeliana, Netanyahu ha ordinato ai servizi di sicurezza di catturare gli assassini del piccolo Ali. Inoltre, il
ministro della Difesa, Moshe Yaalon, ha detto di essere ormai convinto della necessità di ordinare arresti
amministrativi per quegli estremisti sospettati di terrorismo, nel caso che nei loro confronti non si siano
raccolte prove sufficienti per una incriminazione. (E.R.)
Talebani, primo messaggio di Mansour: incerto dialogo con Kabul
◊ Esorta all’unità dei talebani afghani il primo messaggio audio diffuso da Akhtar Mansour, il nuovo mullah
del movimento islamista. La sua nomina, giunta pochi giorni fa, dopo la diffusione della notizia sulla morte
dello storico leader del gruppo, il Mullah Omar, ha provocato reazioni differenti tra le diverse anime del
movimento. Nel messaggio, di 33 minuti, il leader invita a superare le divisioni interne, ma non chiarisce se i
talebani si impegnino a continuare i negoziati avviati ad aprile con il governo di Kabul. Una delle reti più
radicali del movimento, quella di Jalaluddin Haqqani, esorta tutti i talebani a riconoscere la legittimità del
mullah Mansour quale successore del defunto Omar. (E.R.)
Il Benin invia 800 militari contro Boko Haram
◊ Il Benin invierà 800 militari alla nuova Forza regionale istituita per combattere i sanguinosi attacchi
terroristici degli estremisti islamici nigeriani Boko Haram. Ad annunciarlo è il presidente beninese, Thomas
Boni, che ha incontrato il suo omologo nigeriano, Muhammadu Buhari. Composta da 8.700 uomini, questa
Forza d’intervento avrà la partecipazione anche di Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. Il suo compito sarà quello
di permettere un miglior coordinamento della coalizione militare multinazionale che, a partire dal febbraio
scorso, ha già riportato una serie di successi nella lotta al gruppo terrorista Boko Haram, ma che tuttavia non
è stato neutralizzato. (E.R.)
Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIX no. 214
E' possibile ricevere gratuitamente, via posta elettronica, l'edizione quotidiana del Bollettino del
Radiogiornale. La richiesta può essere effettuata sul sito http://it.radiovaticana.va
Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili, Anna Poce e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di
Barbara Innocenti.
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Diffusione bollettino RadioGiornale ore 14 <[email protected]>
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3 agosto 2015 21:11
Sommario del 03/08/2015
Il Papa e la Santa Sede
Piazza San Pietro: 9000 ministranti incontrano il Papa
Da Francesco i giovani del Movimento Eucaristico Giovanile
Le spoglie di Padre Pio in San Pietro dall'8 al 14 febbraio 2016
Oggi su "L'Osservatore Romano"
Oggi in Primo Piano
Borsa di Atene riapre e crolla. Moro: no agli allarmismi
Pakistan: in fin di vita musulmana diventata cristiana, ucciso il marito
Nord Kivu: si allarga la minaccia dell'estremismo islamico
Immigrati nell'Eurotunnel. Perego: pugno di ferro è debolezza
Operazione antimafia: arrestate 11 persone del clan Messina Denaro
Estate romana: francescani in missione sulle banchine del Tevere
Il ministro Franceschini: a Pompei si è voltata pagina
Nella Chiesa e nel mondo
Cile: voto sull’aborto. I vescovi: non è mai terapeutico
Terra Santa: quasi 300mila pellegrini in meno rispetto al 2014
Francia. Campane delle Chiese suoneranno per i cristiani in Medio Oriente
Chiesa in Tanzania: risorse minerarie siano a vantaggio di tutti
Argentina: torna la colletta di solidarietà “Más por Menos”
Rwanda: al via il Summit nazionale del bambino cristiano
Card. Montenegro: l'acqua sia diritto di tutti anche in Sicilia
Il Papa e la Santa Sede
Piazza San Pietro: 9000 ministranti incontrano il Papa ◊ Si sono dati appuntamento per domani pomeriggio in Piazza San Pietro i partecipanti Pellegrinaggio
internazionale dei Ministranti che si tiene ogni cinque anni. Sono almeno 9000, di età compresa tra i 14 e i 30
anni, e provengono da una ventina di Paesi tra i quali Francia, Italia, Portogallo, Svizzera, Ungheria, Serbia.
Sul tema delle parole del profeta Isaia: “Eccomi, manda me!”, vivranno un momento di festa, di
testimonianza ma soprattutto di preghiera che culminerà con l’arrivo del Papa per la recita dei Vespri in
diverse lingue. Il servizio di Gabriella Ceraso: E' l'undicesimo pellegrinaggio a Roma per l'Organizzazione internazionale dei Ministranti. Il programma inizia
oggi e proseguirà con Messe in diversi luoghi di Roma e visita alle catacombe, specie quelle di San Callisto,
dove riposa San Tarcisio, patrono dei ministranti. Ma centrale sarà l'udienza col Papa domani alle 18.00 in
Piazza San Pietro, preceduta da due ore di musica, eseguita da band di diversi Paesi, e testimonianze di chi
ha già percorso il cammino di ministrante. Poi con il Papa la recita dei Vespri in tedesco, ungherese,
francese e italiano, lingue dei gruppi più numerosi. "Per alcuni ragazzi sarà la prima possibilità di vedere
l'universalità e la dimensione comunitaria della Chiesa, spiega il presidente dell’Organizzazione, mons.
Ladislav Nemet, "ma anche di trovare la gioia della propria missione":
R. – Abbiamo scelto come motto del pellegrinaggio le parole del profeta Isaia: “Eccomi, manda me!”.
Pensiamo che nell’età dei chierichetti sia importante trovare anche la propria strada nella vita, e così
pensiamo a un’apertura anche a Dio, negli anni più difficili. Tutta la preghiera è preparata in questa
dimensione, anche i testi delle diverse canzoni riassumono questa idea della missione dei giovani nella
società, nella vita privata e nella Chiesa. La seconda cosa è la pace, perché abbiamo chierichetti che
vengono anche dall’Ucraina. Dopo pregheremo anche per gli immigrati, idee care al nostro Santo Padre ma
anche ai nostri ministranti. Viviamo infatti in un mondo nel quale non si possono chiudere gli occhi e non
vedere il mondo che cambia.
D. – Fare il chierichetto è una cosa che ancora li attrae, li affascina? E come avvicinarli a questa
dimensione?
R. – Se la liturgia è celebrata bene, c’è una bellezza che attrae. La seconda possibilità è la comunità: se in
una parrocchia c’è una persona responsabile che ha questa capacità di riunire questi giovani, si farà un
gruppo bellissimo. Diventare chierichetto non significa soltanto venire in chiesa durante la liturgia, ma anche
assumere una nuova dimensione della vita, collegata con la nostra comunità ecclesiale e con la comunità
che vive intorno a una parrocchia.
D. – Qual è la cosa che metterà in evidenza nelle parole del suo saluto al Papa?
R. – Voglio sottolineare le aspettative dei giovani, di ascoltare una parola di incoraggiamento per questo
servizio, che vale la pena rimanere fedeli a Cristo e alla nostra vocazione. Senz’altro il Santo Padre troverà
le parole giuste per toccare i giovani: è incredibile come i giovani lo amino! Si vede, ovunque egli vada …
D. – Il Papa dice – è stata forse la sua prima parola: “Andate, uscite e raggiungete le periferie”, come lui le
chiama sempre. Quindi questo tema sembra particolarmente in linea con il magistero?
R. – Sì, perché “Eccomi, manda me!” significa la disponibilità ad andare fuori, a lasciare il mio posto … Il
profeta aveva una vita molto tranquilla e quando il Signore si è fatto vivo il profeta ha lasciato tutto. “Manda
me! Vado via!”, anche se nella periferia o in un città grande: oggi la periferia può essere anche al centro di
Roma. Non c’è una definizione della periferia: la periferia sono tutti gli spazi dove la gente ha bisogno di
Gesù.
Da Francesco i giovani del Movimento Eucaristico Giovanile
◊ A cento anni dalla fondazione il Meg, Movimento Eucaristico Giovanile, si ritrova a Roma a partire da
domani per un Incontro Internazionale che culminerà con l'udienza con il Papa venerdì 7 agosto. Il
Movimento, promosso dai Gesuiti, è la sezione giovanile dell’Apostolato della Preghiera. Presente in 56
Paesi dei cinque continenti, conta oltre un milione e centomila aderenti tra i 5 e i 25 anni. “Perché la gioia sia
con voi”, il titolo dell’appuntamento presentato oggi a Roma. Servizio di Francesca Sabatinelli: Saranno 1500 i giovani di 38 delegazioni nazionali che da domani daranno vita a una settimana fatta di
incontri, preghiere, conferenze, pellegrinaggi e anche di festa. Vivranno in totale comunione, con la gioia di
ritrovarsi assieme, perché è proprio la ‘gioia’ il tema attorno al quale si sviluppa questo appuntamento. Ogni
giorno sarà caratterizzato da un tema: da “La gioia di ritrovarci insieme” a “La gioia della missione” a “La gioia
di essere il popolo di Dio”, e questo sarà il 7 agosto, giornata dedicata all’incontro con le prime comunità
cristiane, con la visita alle Catacombe di San Callisto, ma soprattutto giorno dell’udienza con Papa
Francesco, al quale i ragazzi rivolgeranno alcune domande. Ascoltiamo il padre gesuita Loris Piorar,
responsabile del Meg Italia:
R. – In queste domande i ragazzi si mostreranno desiderosi di profondità, di intimità e di profondità. Le
domande al Santo Padre avranno lo scopo di scoprire la profondità dell’Eucaristia. Sono delle domande che
non chiedono delle nozioni, non chiedono solamente delle affermazioni, ma chiedono anche paradossalmente
al Santo Padre di raccontare quasi un po’ anche se stesso, nel senso di poter dire quello che veramente gli
sta a cuore. Sono domande che desiderano entrare in intimità con il Santo Padre. Un’altra domanda, che
sarà sui giovani e la famiglia, non sarà su cosa è la famiglia, ma su come io giovane posso scoprire nella
famiglia un luogo di amore e come io posso amare nella famiglia. Andare un po’ alle radici, in questo senso,
alle radici di ciò che è la gioia, di ciò che è l’Eucaristia, di ciò che è la missione oggi. La cosa molto bella è
che probabilmente ogni Paese coglierà queste risposte in maniera diversa, proprio perché la missione per
ogni Paese, a seconda di dove si trovi, viene vissuta e percepita in maniera diversa. Sarà interessantissimo
come il Santo Padre, consapevole di chi ha di fronte, potrà rispondere. Per noi sarà anche una cosa molto
bella, perché queste domande che abbiamo scelto sono le domande che attraversano un po’ tutto il Meg
mondiale, nella preparazione degli incontri. Le risposte del Santo Padre saranno, in un certo senso, quasi un
testo di riferimento futuro per il Meg.
D. – Al di là delle domande che presenteranno i giovani, la grande sfida per loro veramente qual è? Se hanno
paure, quali sono?
R. – La grande sfida è poter vivere quello che io vivo in una comunità che mi comprende, che mi permette di
condividere, che mi ascolta, in una situazione esterna in cui questo non è magari il criterio fondamentale.
Come tenere insieme queste due dimensioni? E penso che questa sia la grande sfida, forse in realtà la
grande sfida della missione per i nostri ragazzi, poter dire: come io testimonio la mia fede, la mia
condivisione, la mia interiorità, la mia intimità anche in un mondo che magari non solo non fa di questo un
punto di forza, ma addirittura ne fa un punto di debolezza e di fragilità. Questi ragazzi del Meg sono ragazzi
che hanno attenzione alla propria fragilità, alla propria sensibilità, però come viverla fuori dal movimento?
Loro sanno che nel movimento hanno uno spazio di condivisione, ma come viverla fuori e come questa sia
qualcosa che debba trovare un giusto equilibrio? Penso che questa sia una delle grandi paure che loro hanno.
D. – Si parla di 1.500 giovani di 38 delegazioni, provenienti quindi dai Paesi più disparati, saranno assenti
purtroppo delegati di Paesi che vivono drammatiche situazioni socio­politiche. E questo è veramente, forse,
l’unico grande rammarico…
R. – Sì, questo è, in un certo senso, un po’ l’amaro in bocca per quelli che vorrebbero venire, ma che per
condizioni esterne a loro devono rimanere a casa. Ci hanno anche scritto con grande tristezza, specialmente
da alcuni Paesi africani, dicendo: “Noi che vorremmo venire a fare questa esperienza, non possiamo perché
ci sono tanti timori, anche verso di noi…”. Timori nel senso che è sempre un ragazzo proveniente da un certo
Paese che viene in Europa e a volte le stesse ambasciate creano anche un po’ di difficoltà, perché un
ragazzo che viene da un Paese che vive una situazione difficilissima è comprensibile che quando arriva in
Europa possa anche desiderare, ed è successo nella storia, anche in questi eventi così grandi, di fermarsi. Il
che è comprensibile se uno vive in situazioni difficili e non scontate come la nostra. Un momento molto bello
sarà quando l’8 agosto, sabato sera, ci saranno alcuni ragazzi rifugiati del Centro Astalli dei Gesuiti, che
racconteranno la loro storia a tutti i ragazzi. Eravamo alla ricerca di un grande testimone, ma trovare un
testimone che unisse tutti era molto difficile: il rifugiato unisce tutti i Paesi, perché tutti i Paesi vivono questa
dimensione del rifugiato, dello scontro di culture, delle difficoltà di accogliere. Ci sarà anche un ragazzo che è
sbarcato a Lampedusa e questo sarà un momento molto bello!
Le spoglie di Padre Pio in San Pietro dall'8 al 14 febbraio 2016
◊ Saranno esposte nella Basilica Vaticana, dall’8 al 14 febbraio 2016, le spoglie di San Pio da Pietrelcina.
L’iniziativa, informa un comunicato congiunto dell’Arcidiocesi di Manfredonia­Vieste­San Giovanni Rotondo e
dei Frati Minori Cappuccini, rientra nell’ambito del Giubileo straordinario della Misericordia, indetto da Papa
Francesco per il prossimo anno. Per l’occasione, il 13 febbraio si terrà anche il Giubileo dei “Gruppi di
preghiera di Padre Pio” che saranno ricevuti in udienza dal Pontefice.
Mercoledì delle Ceneri, l’invio dei Missionari della Misericordia
“Il Santo Padre ­ ha scritto mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della
Nuova Evangelizzazione, nella lettera inviata a mons. Michele Castoro, Arcivescovo di Manfredonia– Vieste–
San Giovanni Rotondo ­ ha espresso il vivo desiderio perché le spoglie di San Pio da Pietrelcina siano
esposte nella Basilica di San Pietro il 10 febbraio, Mercoledì delle Ceneri del prossimo Anno Santo
Straordinario, giorno in cui Egli invierà in tutto il mondo i Missionari della Misericordia, conferendo loro
speciale mandato di predicare e confessare perché siano segno vivo di come il Padre accoglie quanti sono in
cerca del suo perdono”.
San Pio, autentico testimone della misericordia di Dio
“La presenza delle spoglie di San Pio – continua il presule ­ sarà un segno prezioso per tutti i missionari ed i
sacerdoti, i quali troveranno forza e sostegno per la propria missione nel suo esempio mirabile di confessore
instancabile, accogliente e paziente, autentico testimone della Misericordia del Padre”. (I.P.)
Oggi su "L'Osservatore Romano"
◊ Pane che ci sazia: all'Angelus il Papa ricorda che Cristo è la risposta alla fama di vita dell'uomo.
Un articolo di Giulia Galeotti dal titolo "Basterà un romanzo?": la storia del popolo rom tra luci ed pregiudizi. Due figure attaccate insieme: Antonio Paolucci sul nuovo allestimento per la Pietà Rondanini.
La preghiera di Doppio Rhum: Felice Accrocca su Capitan Miki e due originali ubriaconi.
Il traghettatore: Roberto Cutaia sul rapporto fra Thomas Davidson e Antonio Rosmini.
Aborto e coerenza cristiana: nuovo intervento dei presuli cileni contro il progetto di legge per la
depenalizzazione.
Oggi in Primo Piano
Borsa di Atene riapre e crolla. Moro: no agli allarmismi ◊ Crollo della Borsa di Atene che oggi ha riaperto i battenti dopo oltre un mese di chiusura in concomitanza
con la fase più acuta della crisi greca. Le conseguenze sembrano contenute sui mercati finanziari europei.
Tuttavia l’attenzione resta alta anche a causa di nuovi dati negativi sull’economia cinese, con il prodotto
manifatturiero sceso ai minimi dal 2011. Sull’andamento dei listini ellenici, Eugenio Bonanata ha intervistato
l’economista Riccardo Moro: R. ­ Che ci siano pochi scambi dopo quasi un mese di chiusura della Borsa è assolutamente fisiologico.
Dunque la perdita iniziale era attesa; oltre tutto per finanziare gli scambi occorrono anche capitali che in
questo momento, come noto, non ci sono. I dati interessanti usciranno nei prossimi giorni: bisognerà vedere
se ci sono altre perdite o se ci si stabilizza a livello più basso. L’elemento non scoraggiante è il fatto che
questa perdita, così apparentemente forte, non sembra avere dato stimoli negativi al complesso delle altre
Borse europee.
D. ­ Ci possono essere conseguenze a livello europeo ed internazionale nei prossimi giorni?
R. ­ La conseguenza principale, più che dell’andamento della Borsa, secondo me può essere data
dall’andamento della trattativa che in questo momento è in corso tra Atene e le istituzioni Internazionali. Il
fatto che lo stimolo negativo sui mercati non sia così forte è anche dovuto ad un fattore che molto spesso si
finisce per dimenticare: la dimensione della Grecia, in fondo, è molto contenuta rispetto alla dimensione
dell’economia europea. Abbiamo costruito, anche nel dibattito politico, un allarme assolutamente
sproporzionato sulla situazione greca e sulle possibili conseguenze. Il fatto che la trattativa sia in corso è
letto dai mercati come un segno positivo e l’andamento delle Borse rivela una preoccupazione non
significativamente alta, almeno nel brevissimo periodo.
D. ­ Ma c’è il rischio che la situazione peggiori proprio alla luce dei negoziati con le istituzioni internazionali?
R. ­ Se la posizione dell’Unione Europea rimarrà rigida, allora, certo, è possibile che i negoziati vadano in
stallo e che questo poi possa essere di nuovo letto negativamente anche dai mercati. Però penso che
all’interno dell’Unione sia maturata un’attenzione un nuova rispetto a qualche mese fa intorno a questa
trattativa. E spero che questo porti ad un’intesa relativamente più facile.
D. ­ La trattativa è incentrata su alcuni temi come la corruzione e la privatizzazione in Grecia. Il cammino è
molto complesso …
R. ­ Però un atteggiamento ‘fondamentalista’ nei confronti di una politica di austerità credo che si sia già
rivelato poco efficace e credo che si debba decisamente cambiare: dobbiamo sostanzialmente ritornare a
politiche neokeynesiane di stimolo della domanda in cui lo Stato ha un ruolo centrale. Staremo a vedere
quale sarà l’opzione pratica che la trattativa in questo momento sceglierà per riuscire a far giocare
nuovamente allo Stato questo ruolo.
D. ­ C’è da temere la posizione del Fondo internazionale che dice di non partecipare al piano di salvataggio
della Grecia?
R. – In realtà, in questo momento, il Fondo non sta partecipando alla definizione del nuovo accordo perché
un accordo col Fondo è già in corso e scadrà più avanti. Mi verrebbe da dire che anche i media hanno un
ruolo importante nello svolgere una corretta informazione, evitando allarmismi inutili e viceversa fotografando
autenticamente quella che è la situazione. Detto in modo chiaro: l’allarme intorno al Fondo mi è sembrato
francamente un po’ fuori luogo negli ultimi giorni. E questo alimenta anche una situazione di sfiducia mentre
oggi abbiamo bisogno di costruire tutti insieme fiducia per far ritornare i capitali verso gli investimenti
necessari in Grecia e in Europa.
Pakistan: in fin di vita musulmana diventata cristiana, ucciso il marito
◊ In Pakistan la conversione di una donna al cristianesimo, dopo il matrimonio con un cristiano, è l’inizio di
un calvario. A perseguitare la ragazza è la sua famiglia, angosciata per la propria reputazione. La giovane,
ferita e in fin di vita, ha assistito all’omicidio del marito. Il servizio di Amedeo Lomonaco: In Pakistan sono molteplici le storie di persecuzioni e di violenze contro la comunità cristiana. Una delle
ultime riguarda Nadia, una giovane pachistana cresciuta secondo i dettami dell’islam. Si converte al
cristianesimo dopo il matrimonio con Aleem, un ragazzo cristiano. Ma la famiglia della donna considera la
ragazza una apostata e il suo sposo colui che ha portato la giovane sulla “via della perdizione”. La famiglia di
Nadia teme per la propria reputazione e lancia continue e gravi minacce. I due giovani sposi sono costretti
alla fuga ma vengono scovati, lo scorso 30 luglio, da alcuni membri della famiglia di Nadia. L’epilogo di
questa caccia spietata è tragico ed è scandito da colpi di arma da fuoco. Aleem muore sul colpo. Nadia,
salvatasi miracolosamente, oggi è in ospedale, dove lotta tra la vita e la morte. L’autore dell’omicidio e del
tentato assassinio è stato individuato. E’ un parente di Nadia. Afferma con orgoglio di aver nuovamente
restituito l’onore alla sua famiglia. Secondo i legali della famiglia di Aleem, la giustizia non potrà affermarsi e i
colpevoli resteranno impuniti. Padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News:
“Io ho incontrato diverse volte, nei Paesi islamici, questa mentalità dei genitori che vedono la conversione a
una religione diversa dall’islam come una possibile dannazione per i propri figli. C’è uno strano amore per i
propri figli che li porta ad ucciderli piuttosto che vederli perduti in un futuro inferno islamico. Il Pakistan era
nato, originariamente, come uno Stato che permetteva la libertà di religione, anche la libertà di convertirsi.
Purtroppo nella società sono cresciute in questi decenni una fronda fondamentalista sempre più forte e una
mentalità fondamentalista sempre più forte. Una mentalità permette di fatto queste uccisioni a livello di
famiglia, di clan. E inoltre è probabile che gli assassini non verranno perseguiti”.
Nord Kivu: si allarga la minaccia dell'estremismo islamico
◊ Non conosce tregua il Nord Kivu, la provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo che, a
oltre dieci anni dalla fine della guerra nel Paese africano, continua ad essere sconvolta dalle violenze. Ad
agire, con attacchi, rapimenti e massacri all’arma bianca, gli estremisti islamici delle Forze democratiche
alleate (Adf­Nalu) provenienti dall’Uganda, dove dal ’95 si oppongono al presidente Yowei Museveni, ma che
hanno installato le proprie basi soprattutto in territorio congolese, nella zona di Beni. Nelle ultime settimane
l’esercito di Kinshasa ha intensificato i rastrellamenti a tappeto, a caccia dei miliziani che nella zona hanno
già provocato 400 morti, ma nei villaggi dell’Est le loro azioni proseguono. Ce ne parla Anna Bono,
africanista dell’Università di Torino, intervistata da Giada Aquilino: R. – Questo gruppo che, tra l’altro, è uno dei primi formatosi ­ la sua nascita risale al 1995 ­ è nato per
rovesciare il regime di Yoweri Museveni, il presidente dell’Uganda, ma sin dall’inizio ha creato le sue basi e si
è insediato invece nella vicina Repubblica Democratica del Congo. Prima di tutto per un motivo di
opportunità, perché nelle zone montuose, remote, per niente controllate ­ anche adesso non lo sono a
sufficienza, come dimostrano gli eventi in corso ­ hanno trovato il modo di creare delle basi sicure dalle quali
possono agire indisturbati. In secondo luogo, c’è anche da dire che, come per altri gruppi e movimenti, la
‘convenienza’ di agire nella Repubblica Democratica del Congo sta anche nel prendere parte al traffico
illecito, al contrabbando di minerali e materie prime preziose, di cui il Congo è estremamente ricco.
D. – Ci sono, quindi, interessi economici e commerci illegali dietro questi movimenti?
R. – Più che interessi economici. Altri gruppi – praticamente tutti – si finanziano anche grazie, e soprattutto,
al contrabbando. In questo modo e anche in altri, come il bracconaggio, le estorsioni ed i saccheggi a spese
della popolazione, tali movimenti si autofinanziano e possono continuare le loro attività: con questo denaro
vivono, comprano armi, munizioni e anche la complicità soprattutto di funzionari amministrativi e
dell’esercito.
D. – Di fatto, quindi, l’instabilità che regna nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo
favorisce il sorgere, il propagarsi di movimenti di questo tipo…
R. – Certamente. E’ una regione che ­ nonostante, ufficialmente, il Paese sia in pace, ormai da 12 anni ­ non
conosce sicurezza. In questo momento il gruppo che più preoccupa è l’Adf­Nalu, ma i movimenti si contano
a decine nella Repubblica Democratica del Congo.
D. – Ci sono anche alleanze jihadiste transnazionali?
R. – Questo è l’aspetto relativamente nuovo, che aumenta la preoccupazione. Questo gruppo, tra l’altro, ha
cambiato nome di recente: da Forze democratiche alleate­Esercito nazionale per la liberazione dell’Uganda a
Difesa internazionale islamica. Ciò già è indicativo di un eventuale cambiamento nelle strategie della
formazione. Si ha motivo di credere, da informazioni di intelligence, che in effetti il gruppo abbia stabilito
contatti con gli al Shabaab: il gruppo jihadista, che opera da quasi 10 anni in Somalia, è legato ad al Qaeda,
ma di recente si sospetta intenda lasciare al­Qaeda e diventare alleato del sedicente Stato Islamico.
D. – In Congo, che è un Paese a maggioranza cristiana, si corrono quindi rischi di derive integraliste?
R. ­ Sì. È vero che al momento questo gruppo colpisce soprattutto una parte del Paese, che è un Paese
molto esteso, ma negli ultimi anni questa presenza, che comunque si è intensificata. Al di là del fatto che la
minoranza islamica abbia raggiunto il 10 per cento della popolazione, è notizia recentissima ­ data da ‘Aiuto
alla Chiesa che Soffre’ ­ che esistano nella zona dove opera questo movimento integralista tre campi di
addestramento per giovani: in essi, circa 1500 ragazzi vengono addestrati al jihad, sia addestrati al
combattimento sia educati all’ostilità nei confronti dell’Occidente e alla guerra ad oltranza per imporre la
sharia, tanto per cominciare nel Congo.
Immigrati nell'Eurotunnel. Perego: pugno di ferro è debolezza
◊ Prosegue l’emergenza a Calais, in Francia, dove nella notte sono stati respinti 1700 migranti che
tentavano di introdursi nell’Eurotunnel verso la Gran Bretagna. Si calcola, infatti, che circa il 70% dei censiti
nel porto sul versante francese della Manica, dall’inizio della crisi, sia ormai in viaggio verso il Regno Unito.
E mentre i ministri degli Interni francese e britannico hanno lanciato un appello congiunto all’Europa affinché
“affronti il problema alla radice”, il governo inglese propone una norma che consentirebbe di cacciare i
richiedenti asilo la cui domanda dovesse essere respinta, anche senza sentenza della magistratura. Dopo
Ventimiglia, Calais è “un altro esempio che dimostra la necessità della solidarietà e della responsabilità nel
modo di gestire l’immigrazione”, ha commentato il commissario europeo all’Immigrazione e agli Affari interni.
Roberta Barbi ha chiesto a mons. Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, come l’Europa
possa davvero affrontare la questione migranti: R. – Ripensando certamente il Trattato di Dublino applicato alla situazione europea, permettendo
maggiormente ai rifugiati richiedenti asilo di muoversi all’interno del contesto europeo, delle diverse nazioni
europee; la seconda condizione è che ogni Paese dell’Europa possa farsi carico di una quota di richiedenti
asilo e di rifugiati e non soltanto 5 dei 28 Paesi europei. C’è, poi, il problema di attrezzare anche alcune aeree
ai confini, in modo tale che ci sia la possibilità che queste persone non vivano all’addiaccio, come invece sta
succedendo sia a Ventimiglia che a Calais.
D. – I ministri degli Interni di Gran Bretagna e Francia – due Paesi che hanno rispettivamente promesso di
non accogliere immigrati e ne hanno bloccati centinaia alla frontiera – hanno lanciato un appello all’Europa,
affinché si occupi del problema degli immigrati…
R. – Credo che ­ giustamente per certi versi ­ la Francia e l’Inghilterra stiano facendo il pugno di ferro per
l’accoglienza, perché occorre dire che sia la Francia ­ con oltre 250 mila rifugiati accolti, sia l’Inghilterra con
oltre 300 mila ­ sono certamente nel contesto europeo, insieme alla Germania, i Paesi che hanno fatto una
maggiore accoglienza. Questo pugno di ferro, probabilmente, è perché anche gli altri Paesi, che attualmente,
invece, non hanno accolto o non accolgono richiedenti asilo e rifugiati, possano muoversi nella stessa logica
europea. Questa situazione dimostra ­ da una parte ­ la debolezza dell’Europa sul piano della solidarietà e
della tutela di un diritto fondamentale che è il diritto di asilo, ma ­ dall’altra ­ anche come sostanzialmente
occorre fare in modo che ogni Paese si attrezzi con dei piani di accoglienza.
D. – Perché, però, si parla di immigrati sempre come un problema e mai come una opportunità?
R. – Perché si sottolineano maggiormente i costi di questa prima accoglienza e non si sottolinea, invece, il
valore aggiunto che queste persone – soprattutto persone preparate o che hanno anche una storia politica
significativa alle spalle – possono dare sui tempi lunghi. La seconda ragione è perché purtroppo, in questo
periodo la crescita di nazionalismi, dal punto di vista politico, sta indebolendo le formazioni politiche più
democratiche e più aperte alla tutela dei diritti che temono di perdere consenso politico alle prossime
elezioni.
D. – Spesso si fa distinzione tra chi fugge da una guerra e chi arriva in Europa per cercare lavoro, ma si
tratta comunque di persone fragili…
R. – La distinzione è importante, però occorre anche considerare che tante volte le due dinamiche –
economiche e forzate – si frammischiano. I Paesi che oggi sono in movimento e dai quali oggi provengono le
persone che stanno raggiungendo l’Europa sono Paesi che tante volte non hanno una guerra, ma certamente
hanno una dittatura o violenze molto forti o un'instabilità politica o il terrorismo, che genera un forte
movimento di persone.
D. – Dopo gli ultimi fatti la Chiesa anglicana ha attaccato la linea dura del governo britannico e dei media,
colpevoli di dare un'immagine troppo negativa della figura dell’immigrato…
R. – Oggi, soprattutto alcuni movimenti politici e alcune forze di informazione, stanno esagerando una lettura
negativa della migrazione e stanno accrescendo certamente le paure che poi fanno coniugare il tema
dell’immigrazione con il tema del terrorismo.
D. – La Chiesa parla spesso di gettare ponti tra le persone. Perché, secondo lei, invece, nel mondo vengono
costruite sempre più barriere?
R. – Perché si pensa che la difesa e il chiudersi sia uno strumento di tutela. In realtà sia dal punto di vista
economico che da un punto di vista sociale sono le relazioni, i legami, la costruzione di incontri e di ponti –
come ripete frequentemente il Papa – gli strumenti che effettivamente fanno crescere e sviluppare non solo
un Paese, ma anche una società più allargata.
D. – Chi parla di accoglienza viene spesso accusato di buonismo…
R. – Credo che sia la non accoglienza che tante volte, invece, rischia di generare buonismo. Tante volte si
accusa di buonismo chi accoglie, in realtà il buonista spesso è chi non ha una prospettiva politica di
accoglienza.
Operazione antimafia: arrestate 11 persone del clan Messina Denaro
◊ Undici persone sono state arrestate, ieri, in provincia di Trapani nell’ambito dell’operazione “Ermes” contro
Cosa Nostra. Si tratterebbe di affiliati al mandamento di Matteo Messina Denaro, fra gli uomini più potenti
della mafia siciliana, latitante dal 1993. L’operazione è avvenuta in alcune masserie dell’entroterra di Mazzara
del Vallo, dove gli uomini si incontravano, scambiandosi pizzini diretti al boss. Le operazioni di polizia
proseguono intanto in altre località della Sicilia occidentale. Il commento di Salvatore Costantino, sociologo
dell’Università di Palermo, al microfono di Giacomo Zandonini: R. ­ Il progressivo accerchiamento di Messina Denaro sta a testimoniare che c’è uno Stato che è sempre più
in grado di reagire e di avere sempre più successi nella battaglia contro la mafia. Il punto è che mancano a
tutt’oggi le politiche che possono far sì che questi successi siano sempre più efficaci. Mi riferisco in
particolare alla gestione dei beni confiscati, che necessiterrebe anche di più adeguate misure, per mostrare il
volto di uno Stato realmente efficiente.
D. ­ Venendo al caso di Messina Denaro, uno dei boss più potenti di Cosa Nostra: ha ancora una capacità di
influenza così forte, secondo lei, nonostante questo accerchiamento da parte delle istituzioni?
R. ­ La mafia non è un "anti­Stato" ma un "infra­Stato", che ancora riesce ad avere dentro lo Stato un ruolo
ed una sua penetrazione. Si possono vincere tante battaglie e lo Stato ne stà vincendo molte, ma fino a
quando non avremo politiche integrate nel territorio, che riescano a influire sui comportamenti,
sull’occupazione, fino a quando non saremo in grado di mutare anche i comportamenti dei cittadini stessi,
parleremo in astratto. Vinceremo tante battaglie ma non la guerra. Ci sono sicuramente degli anticorpi che
vanno potenziati e portati avanti con efficacia, ma si tratta di un’azione coordinata, che deve vedere la
formazione di nuovi gruppi dirigenti. E fra i gruppi dirigenti non c’è solo lo Stato, l’amministrazione… ci sono
anche gli imprenditori. Noi invece abbiamo, purtroppo, spesso delle classi dirigenti che entrano in un rapporto
collusivo.
Estate romana: francescani in missione sulle banchine del Tevere
◊ Per il secondo anno consecutivo i frati del Centro missionario francescano scendono sulle banchine del
Tevere per incontrare i romani e i turisti che tutte le sere, fino a tarda notte, trascorrono la calda estate della
capitale tra gli stand lungo il fiume. I frati hanno loro postazione, offerta a titolo gratuito, sotto la rampa di
Ponte Garibaldi. Un’accoglienza calorosa da parte degli organizzatori di cui parla padre Paolo Fiasconaro,
frate minore conventuale, al microfono di Eliana Astorri: R. – L’accoglienza di coloro che gestiscono l’Estate Romana sul Tevere è stata grande: ci hanno dato uno
stand in un luogo centralissimo, di fronte all’Isola Tiberina. Lì, ogni sera, col saio francescano, vediamo
transitare una fiumana umana che si ferma, dialoga con noi frati e ci espone problematiche particolari, ma
soprattutto è quel segno tangibile di avere una presenza religiosa in un luogo molto laico. Pensi che dai primi
di giugno ai primi di settembre – quindi tre mesi – transitano sulle banchine del Tevere quasi due milioni di
persone.
D. – I francescani, in questo punto di incontro lungo il Tevere, come fermano la gente? Qual è l’approccio?
R. – Anzitutto la visibilità del saio francescano. Molta gente è ammirata e ci chiede “Perché ci siete?” o
addirittura ci dice: “Grazie che ci siete!”. Tanta gente ci dice: “Oh, troviamo i francescani pure qui in questo
luogo…”, ma con un segno di ammirazione. Tanta gente passa, guarda… Noi potevamo fare uno stand
mettendo anche degli oggetti, come si fa un po’ nelle mostre missionarie, vendendoli, invece no: abbiamo
scelto proprio la presenza­testimonianza, “esserci” in questo luogo. Poi abbiamo delle mediazioni molto belle,
come ad esempio la consegna di una cartolina con la matita, in cui ognuno può mandare un messaggio a
Papa Francesco, “Caro Papa Francesco…”. Diamo un dépliant ­ e pensi che lo scorso hanno abbiamo dato
più di 10 mila dépliant alle persone ­ e poi abbiamo i riscontri. Nel dépliant spieghiamo l’attività che portiamo
avanti, come l’adozione a distanza, l’aiuto ai nostri lebbrosari, la formazione dei seminaristi che poi
diventeranno missionari, i progetti e le micro­realizzazioni: sono tutte attività che portiamo avanti per aiutare i
nostri missionari sparsi nel mondo.
D. – Da che ora siete lì?
R. – Noi iniziamo alle otto di sera e andiamo via a mezzanotte: sono praticamente quattro ore, ogni sera.
Fino al 2 settembre: abbiamo iniziato il 12 giugno, quindi sono praticamente tre mesi… Noi andiamo lì …
siamo diventati i “i frati delle banchine”. Papa Francesco, oltre a conquistare noi e averci dato lo stimolo a
scendere nelle banchine, credo che abbia conquistato veramente gli organizzatori. Davanti al nostro stand
abbiamo una gigantografia di Papa Francesco e lei pensi a quanti bambini si fermano per fare la fotografia
con Papa Francesco col dito alzato: quella famosa fotografia di Francesco … Quindi questa mediazione
concreta e immediata di avere il Papa in mezzo a loro: guardi che l’anno scorso abbiamo scritto al Santo
Padre e lui ha risposto alla lettera dicendo: “Sì, sì lavorate, perché accogliete veramente l’invito di San
Francesco, come i fraticelli che andavano per il mondo ad annunziare il Vangelo”.
Il ministro Franceschini: a Pompei si è voltata pagina
◊ Restituita al pubblico, dopo 7 anni, la Palestra Grande di Pompei, lo Stadio di epoca Augustea per
l’allenamento dei ginnasti. Presentato anche il programma “Pompei, un’emozione notturna” che prevede
passeggiate serali e incontri letterari nell’area archeologica. All’inaugurazione era presente il Ministro per i
beni e le attività culturali, Dario Franceschini. Grazia Serra lo ha intervistato: R. ­ E’ un‘altra giornata importante per Pompei! E’ un anno e mezzo che si stanno facendo molti passi
avanti: lo ha riconosciuto anche l’Unesco, con i suoi ispettori, che la situazione oggi è una situazione
positiva, di cantieri aperti e di tempi rispettati. L’inaugurazione di un luogo stupendo come la Palestra
Grande, il ritorno degli affreschi di Muregine e l’apertura serale che renderà quel luogo magico sono davvero
la prova che a Pompei si è voltata pagina e dovremmo essere orgogliosi come italiani del lavoro che si sta
facendo.
D. – Sono previsti altri passi da compiere per rendere sempre più attrattivo questo luogo?
R. – Stiamo lavorando: sono 35 i cantieri oggi in corso a Pompei e quindi è chiaro che c’è un lavoro
importante sulle domus e sui diversi luoghi di Pompei. Stiamo facendo un lavoro su tutto ciò che c’è attorno
al sito archeologico in termini di accoglienza, di infrastrutture e di ospitalità.
Nella Chiesa e nel mondo
Cile: voto sull’aborto. I vescovi: non è mai terapeutico
◊ È atteso per martedì 4 agosto, presso la Camera dei deputati del Cile, il voto sul progetto di legge relativo
all’aborto. La proposta normativa, presentata al Congresso nazionale nel mese di gennaio, prevede la
depenalizzazione dell’aborto in tre casi: quando la gestazione mette in pericolo la vita della madre, quando il
feto presenta malformazioni incompatibili con la vita e nel caso in cui la madre sia rimasta incinta in seguito
a una violenza.
Tutelare il diritto umano alla vita
In vista della votazione, la Conferenza episcopale cilena ha creato un’apposita pagina web, intitolata “Grazie
alla vita” in cui sono raccolti tutti i documenti della Chiesa locale relativi all’argomento: suddiviso in sezioni, il
sito ricorda che “tutti siamo chiamati alla vita”, che i nascituri “sono persone” sin dal concepimento, che è
importante promuovere la famiglia ed educare alla tutela della vita. In particolare, poi, i presuli rilanciano, in
una forma più sintetica, il documento finale della 109.ma Assemblea plenaria, svoltasi nel mese di aprile, ed
intitolato “Il diritto umano ad una vita degna per tutti”.
L’aborto non è mai terapeutico
Nel testo, si ribadisce, innanzitutto, il “rispetto” e la “considerazione” per ogni persona che si trova ad
affrontare la realtà dell’aborto, quasi sempre conseguenza di una situazione di grande sofferenza, di “un
dolore vissuto al limite”. Tuttavia, continuano i i presuli, “l’aborto non comporta mai una cura da quelle
esperienze traumatiche e non è mai terapeutico”. “Noi sosteniamo – spiegano i presuli ­ che l'aborto non è di
per sé un’azione terapeutica per salvare la vita di una madre in pericolo, anche quando la morte della persona
concepita è una possibilità prevista, non voluta, non ricercata”,
Aiutare le donne vittime di violenza
Quanto ai dolorosi casi di donne rimaste incinte in seguito ad una violenza, i vescovi, pur riconoscendo la
loro sofferenze e quella delle rispettive famiglie, invitano a rispettare sempre la vita innocente e chiedono allo
Stato di avviare programmi di sostegno per accompagnare le madri colpite da queste dolorose situazioni.
Lavorare per una società senza esclusioni
Impegnati a “lavorare per una società senza esclusioni”, i presuli affermano, inoltre, di volere “aggiungere i
bambini non ancora nati all’elenco, non breve, di persone e gruppi che il Cile lascia ai margini e che, come
segnalato da Papa Francesco, sembrano essere scartati”. “Esortiamo tutte le autorità – conclude il
documento ­ a tutelare ogni essere umano, in particolare i più deboli ed indifesi, ed amare e rispettare alla
stessa maniera madre e figlio”. Di qui, il richiamo conclusivo della Chiesa cilena ad uno Stato e ad una
società “attiva e presente” nel sostenere le madri e i loro figli. (I.P.)
Terra Santa: quasi 300mila pellegrini in meno rispetto al 2014
◊ L’Ufficio centrale di statistica israeliano ha registrato nei primi cinque mesi di quest’anno oltre 283.000
presenze in meno in Terra Santa rispetto al 2014. Il dato corrisponde ad un calo generale del 18 per cento
degli arrivi. Sarebbero soprattutto gli arrivi dall’Italia ad essere diminuiti; nel solo mese di maggio, ad
esempio, si conta un ­46 per cento di visitatori rispetto al 2014 e un ­27 per cento rispetto al 2013. Nei primi
cinque mesi dell’anno, sempre dall’Italia, è stato registrato un ­45 per cento rispetto al 2014 (equivalente a 28
mila italiani in meno; dai 64 mila del 2014 si è passati ai 35 mila del 2015).
Appello dei francescani: non abbandonate la Terra Santa!
Come rende noto il portale Terrasanta.net, in termini percentuali solo Malaysia (­60 per cento), Finlandia (­50
per cento) e Croazia (­49 per cento) hanno dati più bassi dell’Italia. In termini assoluti hanno segnato un
“deficit” di arrivi superiori a quello italiano solo la Russia (che ha perso 45 mila presenze, ­30 per cento del
totale) e la Germania (che ne ha perse 37 mila, ­34 per cento del totale). Dagli Stati Uniti sono arrivate invece
26 mila persone in meno. A scoraggiare i pellegrini italiani pare siano il conflitto siriano, il perpetuarsi delle
tensioni arabo­israeliane, la crisi economica non ancora completamente superata. La Custodia francescana
di Terra Santa ha lanciato un appello a non abbandonare i luoghi di Gesù: i palestinesi, soprattutto la piccola
comunità cristiana, vivono dei pellegrinaggi. In crescita i pellegrini provenienti dalla Cina
Sono in forte crescita, invece, gli arrivi di turisti e pellegrini dalla Cina, dove inizia ad affermarsi una classe
media con la disponibilità e il desiderio di viaggiare: dal 2014 al 2015, nell’arco dei primi cinque mesi
dell’anno, l’aumento delle presenze cinesi è stato del 31 per cento, mentre dal 2013 al 2015, addirittura
dell’81 per cento. Nell’ultimo anno sono aumentati anche gli arrivi dall’India (+2 per cento) dalla Turchia (+1
per cento), dal Kenya (+7 per cento), dalla Bielorussia (+9 per cento) e dalla Georgia (+13 per cento). E sono
aumentati pure turisti e pellegrini, anche musulmani, provenienti dalla Giordania (+24 per cento) e dall’Egitto
(+14 per cento). Un caso a sé è quello dei cristiani egiziani per i quali esiste un divieto ufficiale della Chiesa
copta di recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme. La disposizione è contenuta in un documento firmato da
Papa Shenuda III, il patriarca copto ortodosso scomparso nel 2012, nel 1979 dopo la firma del trattato di
pace tra Israele e l’Egitto. Si tratta di un decreto mai decaduto ufficialmente e in larga parte rispettato dai
fedeli copti. Da un paio d’anni a questa parte tuttavia, dopo l’elezione del patriarca Tawadros, molti copti
egiziani hanno iniziato a recarsi a Gerusalemme. Secondo il quotidiano egiziano Ahram, solo per la Pasqua
del 2015 l’EgyptAir, la compagnia di bandiera egiziana, avrebbe organizzato ben 35 voli per Tel Aviv,
portando a più di 4.500 i pellegrini egiziani sbarcati in Israele nei primi quattro mesi dell’anno. (T.C.)
Francia. Campane delle Chiese suoneranno per i cristiani in Medio Oriente
◊ Suoneranno a distesa, in segno di solidarietà con i cristiani del Medio Oriente, le campane delle Chiese
cattoliche francesi. L’iniziativa si terrà sabato 15 agosto, alle ore 12.00, in particolare nelle diocesi di Fréjus­
Toulon, Gap­Embrun, Bayonne, Avignone ed Ajaccio. Contemporaneamente, spiega il sito della Conferenza
episcopale francese, i fedeli di ogni città sono stati invitati dai rispettivi vescovi a radunarsi in preghiera
silenziosa sui sagrati delle Chiese “per manifestare la loro solidarietà ai cristiani d’Oriente, vittime di
persecuzioni in nome della fede”.
Preoccupazione per i cristiani di Iraq e Siria
“In Iraq – sottolinea mons. Marc Aillet, vescovo di Bayonne – i rifugiati ricevono aiuti umanitari, ma vedono
sempre più diminuire le possibilità di tornare alle loro case, dalle quali sono stati cacciati un anno fa, per
mano del così detto Stato Islamico”. Analoga preoccupazione è stata espressa da mons. Dominque Rey,
vescovo di Fréjus­Toulon, riguardo ai cristiani della Siria.
L’invocazione alla Vergine Maria, Regina della pace
L’idea, dunque, di suonare le campane “vuole essere – aggiunge mons. Jean­Pierre Cattenoz, arcivescovo di
Avignone – un segno di preghiera, di fede e di pace”. La scelta del 15 agosto, solennità dell’Assunzione,
continua il presule, è dovuta al fatto che “quando tutto va male, ci si rivolge alla Vergine Maria”, Regina della
pace, alla quale “i cristiani d’Oriente sono molto devoti”.
“La preghiera fa cadere i muri tra popoli e nazioni”
“La preghiera può far crollare i muri – continua mons. Cattenoz – e sono muri molto grandi, perché non sono
solo quelli che separano popoli e nazioni, ma anche i muri che dividono le comunità al loro interno”. Di qui,
l’auspicio dell’arcivescovo di Avignone affinché la Madre di Dio susciti “nell’uomo e nel mondo la civiltà
dell’amore”. (I.P.)
Chiesa in Tanzania: risorse minerarie siano a vantaggio di tutti
◊ I profitti ricavati dall’industria estrattiva della Tanzania vadano a vantaggio, innanzitutto, della popolazione
locale: è l’auspicio espresso da mons. Paul Runangaza Ruzoka, presidente del Comitato per la Giustizia,
l’economia e la cura dell’ambiente, nell’ambito della Conferenza episcopale della Tanzania. Intervenuto
recentemente alla presentazione di uno studio di settore sull’industria estrattiva del Paese, il presule ha
detto: “Lancio un appello al governo, affinché non dimentichi che le comunità locali devono essere le prime
beneficiarie degli investimenti”.
Diversificare l’uso delle risorse in nome del bene comune
Lo studio, ha spiegato mons. Ruzoka, è stato condotto in tre settori della Tanzania: Kilwa, Tarima e Geita ed
ha dimostrato come l’economia distrettuale dipenda, in larga parte, dagli introiti minerari, senza alcuno sforzo
per un investimento in altri ambiti. Di qui, l’appello del presule affinché si cerchino altre fonti di introito, grazie
all’uso diversificato delle risorse, così da implementare lo sviluppo di ulteriori attività nazionali che vadano a
vantaggio del bene comune.
Salvaguardia del Creato è impegno ecumenico ed interreligioso
Infine, mons. Ruzoka ha ripercorso l’attività del Comitato, iniziata nel 2007, e che vede il coinvolgimento non
solo della Conferenza episcopale, ma anche del Consiglio cristiano della Tanzania e del Supremo Consiglio
Islamico locale. In tal modo, il Comitato è diventato “uno strumento di collegamento con il governo riguardo
alle questioni economiche ed ambientali, con particolare riferimento alla giustizia ed alla salvaguardia del
Creato”. (I.P.)
Argentina: torna la colletta di solidarietà “Más por Menos”
◊ “Diamo di più affinché gli altri soffrano meno”: con questo slogan torna in Argentina, il 12 e 13 settembre,
nel secondo fine­settimana del mese, la colletta di solidarietà “Más por Menos”, organizzata dalla
Commissione episcopale per gli aiuti alle regioni più bisognose. Istituita nel 1970 da mons. Jorge Gottau,
primo vescovo di una diocesi povera ed isolata come quella di Añatuya, l’iniziativa si svolgerà in tutte le
parrocchie, le cappelle ed i seminari del Paese.
Uno strumento per favorire l’equità sociale
Definita dai vescovi locali come “uno spazio creato per compensare la mancanza di equità sociale”, la
colletta esplicita l’aiuto che la Chiesa porta “a tutti, grazie al suo messaggio di vita e di amore solidale”.
“Senza escludere nessuno – proseguono i presuli argentini – questa iniziativa vuole essere uno strumento in
più per lanciare un appello affinché tutti portino la Buona Novella del Vangelo nella vita pastorale e
comunitaria, formando cittadini responsabili, onesti e giusti”.
Mons. Olmedo: aiutare i più bisognosi crea la vera comunione
“Dimostriamo ancora una volta – scrive, inoltre, mons. Pedro Olmedo, presidente della Commissione
episcopale per gli aiuti alle regioni più bisognose – che siamo animati dal desiderio di aiutare gli altri, perché
vogliamo condividere per accrescere l’uguaglianza, aiutando coloro che hanno meno e creando, così, la vera
comunione”.
Nel 2014, raccolte offerte pari a 2milioni di euro
Ricordando, poi, che nel 2014 sono stati raccolti oltre 22milioni in valuta locale, pari a circa 2milioni di euro,
con un incremento del 7,5 per cento rispetto al 2013, mons. Olmedo esorta i fedeli a fare tutto il possibile
“affinché questa iniziativa vada a buon fine, rendendo concreta, nei fatti, la solidarietà, secondo le possibilità
di ciascuno”. “Tutto ciò che doniamo con il cuore – conclude il presule – porta buoni frutti”. (I.P.)
Rwanda: al via il Summit nazionale del bambino cristiano
◊ “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite”: su questo tema è in corso fino al 7 agosto a
Kigali, in Rwanda, il Summit nazionale del bambino cristiano. In preparazione dell’incontro, cui prendono
parte circa 600 bambini dai 9 ai 12 anni di diverse confessioni religiose, si è svolta il 28 e 29 luglio una due
giorni organizzata dalla Conferenza episcopale ruandese che ha coinvolto i direttori delle Pontificie Opere
Missionarie, insegnanti cattolici e sacerdoti impegnati con i giovani in diverse diocesi. Fra gli argomenti
trattai, riferisce il portale della Chiesa ruandese, le sfide pastorali ed educative che riguardano i più piccoli
nella famiglia, nella scuola, nella catechesi, la trasmissione dei valori e della cultura e i diritti dell’infanzia.
Urgente un’educazione che trasmetta i valori della vita e della fede
Padre Janvier Nduwayezu, direttore dell’Ufficio Nazionale di Catechesi (Bnc) e dell’Insegnamento Cattolico in
Rwanda (SnC) ha sottolineato nel suo intervento che una valida educazione deve articolarsi sulla
trasmissione della vita, della fede, della cultura e dei valori oltre a basarsi sulla conoscenza del saper fare.
“La pastorale dei bambini è una priorità, una necessità, una condizione per riflettere insieme sul loro avvenire
e su quello della Chiesa – ha detto padre Nduwayezu – Siamo tutti interpellati a proteggere quanti sono sotto
la nostra responsabilità e principalmente i bambini”. Il direttore dell’Ufficio Nazionale di Catechesi ha poi
parlato del numero crescente di bambini non desiderati, della diminuzione degli alunni cattolici nelle scuole –
stimata fra il 27 e il 30 per cento – e di quanti scelgono la formazione catechetica, e ancora del minore
accompagnamento dei genitori nella scelta dell’orientamento verso il culto dei loro figli.
Una pastorale della famiglia che protegga i bambini dalle minacce attuali
È stato evidenziato, inoltre, che alcune moderne correnti, con il pretesto di promuovere la libertà e i diritti
umani, diffondono antivalori come l’aborto, la concorrenza, la competizione. Per far fronte a tutto ciò,
secondo padre Nduwayezu, occorre un cambiamento di mentalità, la riproposizione di programmi di
formazione catechetica, una pastorale per i bambini che trasmetta principalmente valori cattolici e fondata
sulla famiglia, la promozione di liturgie per i bambini. A chiudere l’incontro preparatorio del Summit p. Jean de
Dieu Hodari, segretario generale della conferenza episcopale ruandese, che ha ribadito l’invito a proteggere i
bambini dalle minacce attuali, una sfida ­ ha evidenziato ­ da considerare urgente e prioritaria. Al termine del
Summit è previsto un messaggio che sarà letto nelle parrocchie dai bambini. (T.C.)
Card. Montenegro: l'acqua sia diritto di tutti anche in Sicilia
◊ Il cardinale arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, è intervenuto sul dibattito politico in Sicilia
riguardo al tema dell’acqua pubblica, tornando a ribadire con una dichiarazione il diritto di tutti all’acqua:
“Constato purtroppo la violazione di questo diritto. Mi preoccupa il fatto che non pochi hanno difficoltà ad
assicurarsi la fruibilità di un bene che è di tutti, tanto da restarne completamente privi nel caso non siano in
grado di pagare il dovuto. Lo Statuto della Regione Siciliana all’art. 14 – ricorda ­ considera l’acqua come
‘Bene pubblico non assoggettabile a finalità lucrative, quale patrimonio da tutelare, in quanto risorsa pubblica
limitata, essenziale ed insostituibile per la vita e per la comunità, di alto valore ambientale, culturale,
sociale’”.
Il porporato ricorda, quindi, che “la Risoluzione approvata dall’Assemblea Generale dell’Onu il 28 luglio 2010
rimarca che la disponibilità e l’accesso all’acqua potabile e all’acqua necessaria per il soddisfacimento dei
bisogni collettivi costituiscono un diritto umano, individuale e collettivo non assoggettabile a ragioni di
mercato”. Cita poi l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco laddove afferma che “l’accesso all’acqua
potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la
sopravvivenza delle persone e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani”. Non permettere
ai poveri l’accesso all’acqua significa negare “il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità”.
“Tutti – prosegue il porporato ­ abbiamo seguito con attenzione il dibattito socio politico che in questi mesi ha
tenuto alta l’attenzione nella nostra regione e nella provincia di Agrigento. Ognuno, a vari livelli e a vario
titolo, ha cercato di portare un contributo in un ambito quanto mai nebuloso e confuso. Non sempre si è
riusciti e talvolta le varie posizioni hanno cozzato tra loro creando ulteriore confusione e disorientamento.
Auspico che ora, che si è arrivati a un testo di legge, la politica trovi finalmente un punto d’arrivo per
regolamentare la questione ‘Acqua’, fare chiarezza e dare al cittadino siciliano le risposte che chiede da
anni”.
Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIX no. 215
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Segreteria di redazione: Gloria Fontana, Mara Gentili, Anna Poce e Beatrice Filibeck, con la collaborazione di
Barbara Innocenti.
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Radiogiornale 03 08 15 - Ammiratori di Papa Francesco