A R G O M E N T I Paternità, ricristianizzazione e democrazia. La Germania federale negli anni Cinquanta e Sessanta Till van Rahden Tra i «temi scottanti» dell’anno 1964 erano da annoverarsi, secondo il mensile cattolico «Der Männer-Seelsorger» [«Il curatore di anime. Per gli uomini»], non solo quelli del tipo «Il nazionalsocialismo. Nessuna domanda» oppure «Gli Ebrei: indesiderati», ma anche temi come «I padri indeboliti»1. Palesemente, questa terza formulazione si contrapponeva alla nota immagine della «gioventù bruciata». Al di là di questo, però, essa faceva riferimento ad una delle ossessioni dei primi due decenni della storia della Repubblica federale, vale a dire la questione di quale forma di autorità paterna fosse possibile ed auspicabile, dopo la catastrofe del nazionalsocialismo e della guerra di sterminio. In realtà, nel dibattito sulla «società senza padri» si riversò anche la preoccupazione per un assetto dei rapporti di genere ormai entrato in movimento2. Soprattutto, però, l’anelito verso nuove forme di paternità costituì un aspetto assai significativo della ricerca di democrazia in Germania occidentale tra i primi anni Cinquanta e i tardi anni Sessanta. La storia della Germania nel ventesimo secolo si muove tra i due estremi dell’abisso della guerra e del genocidio, da un lato, e del ritorno alla pace e alla demo- Il presente saggio rientra nell’ambito del mio progetto di ricerca «Come papà ha imparato la democrazia. Sulla questione dell’autorità nella cultura politica dei primi due decenni della Repubblica federale tedesca». Ringrazio per il sostegno finanziario la Alexander Humboldt-Stiftung e il governo regionale del Nord-RenoVestfalia, del cui concorso di eccellenza «Geisteswissenschaften gestalten Zukunftsperspektiven» ho potuto avvalermi. 1 A. Stiefvater, Der interessante Vortrag, «Der Männer-Seelsorger», 14, 1964, pp. 204 ss. 2 W. Bitter (a cura di), Vorträge über das Vaterproblem in Psychotherapie, Religion und Gesellschaft. 3. Arbeitstagung der Gemeinschaft «Arzt und Seelsorger», Stuttgart, Hippokrates, 1954; P.W. Wenger, Vaterlose Gesellschaft, «Rheinischer Merkur», 7 agosto 1959; A. Mitscherlich, Der unsichtbare Vater. Ein Problem für Psychoanalyse und Soziologie, «Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie», 1955, 5, pp. 88-201; Id., Verso una società senza padre. Idee per una psicologia sociale, Milano, Feltrinelli, 1963 [München, 1963]. Contemporanea / a. X, n. 4, ottobre 2007 607 608 crazia dall’altro. Già nel definire il dopoguerra tedesco come un’epoca che fa seguito alla «crisi della civiltà», si pone la questione di come una società democratica possa crescere sotto l’ombra dell’autoritarismo e della violenza. Le più comuni interpretazioni della Repubblica federale cercano di spiegare la trasformazione della comunità politica in senso liberale principalmente come effetto del miracolo economico e del legame con l’occidente. Invece, qui di seguito si guarderà in primo luogo alla ricerca di una cultura e di uno stile di vita democratici. Tale mutamento di prospettiva offre, oltretutto, la possibilità di rendere fecondo l’esame di una teoria politica, intesa nell’accezione di Tocqueville, secondo cui la democrazia dipende dalle pratiche culturali e sociali non meno che dalle capacità di governo delle élite. Il sorprendente successo delle democrazie dell’Europa occidentale nel dopoguerra non può far dimenticare che il bene e il male di una comunità democratica non dipendono solo dal contesto istituzionale ed economico, ma anche dal fatto che possano svilupparsi una genuina cultura e uno stile di vita democratici, tali da assicurare la legittimazione del sistema democratico anche in tempi di crisi economica e politica3. Su questo sfondo, appare particolamente istruttivo per la storia della Repubblica federale il fatto che l’ideale del padre patriarcale fosse messo in discussione in modo crescente fin dagli anni Cinquanta. Già un decennio prima del 1968, donne e uomini cominciarono a dar vita a forme nuove di affettuosità paterna, prodromiche della formula della «famiglia democratica» e del concetto di «paternità democratica»4. Con ciò, i contemporanei intendevano una forma di mascolinità più dolce e sensibile, che consideravano il presupposto tanto di una famiglia democratica quanto di una società democratica. Discutendo del «padre democratico», i tedeschi occidentali andavano ricercando un atteggiamento verso la vita, che permettesse loro di considerare la Germania federale non solo come un destino, ma anche come una opportunità, da sfruttare praticando la «democrazia come stile di vita». Per sviluppare questa tesi, occorre anzitutto affrontare due questioni: come definivano il ruolo del padre in seno alla famiglia i tedeschi occidentali nei due decenni postbellici, e quale significato politico attribuivano alla questione dell’autorità paterna? In questo saggio, le risposte a questi interrogativi si basano su pubblicazioni e autori, in gran parte appartenenti all’ambito delle chiese cattoliche e protestanti, mentre assai pochi sono, invece, gli esponenti socialdemocratici o della sinistra liI. Shapiro, The State of Democratic Theory, Princeton, Princeton University Press, 2003, pp. 87-93; W. Merkel, Theorien der Transformation. Die demokratische Konsolidierung postautoritärer Gesellschaften, in K. von Beyme e C. Offe (a cura di), Politische Theorien in der Ära der Transformation, Opladen, Westdeutschland, 1996, pp. 38 ss.; C.S. Maier, Democracy since the French Revolution, in J. Dunn (a cura di), Democracy. The Unfinished Journey, Oxford, Oxford University Press, 1992, pp. 148 ss.; H. Münkler e S. Krause, Sozio-moralische Grundlagen der Demokratie, in G. Breit e S. Schiele (a cura di), Demokratie-Lernen als Aufgabe der politischen Bildung, Schwalbach, Wochenschau, 2002; M. Gauchet, Tocqueville, l’Amérique et nous, «Libre. Politique - anthropologie - philosophie», 7, 1980, pp. 43-120. 4 H. Ostermann, SJ, Wandlungen in der Männerseelsorge, «Der Männer-Seelsorger», 13, 1963, p. 132. 3 berale. Proprio l’analisi dello spettro più conservatore dell’opinione pubblica della prima Repubblica federale, quello legato ai «partiti dell’Unione» (cristiano sociali e cristiano democratici), indica quanto ampiamente mutò l’ideale dominante dell’autorità paterna negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta. Il fatto che i primi due decenni della Repubblica federale furono anche un’epoca di «ricristianizzazione» della popolazione protestante, ma soprattutto cattolica, si rifletteva nel grande rilievo assunto della pubblicistica confessionale. In ragione della loro struttura organizzativa e della loro legittimazione morale, le Chiese costituivano le sole istituzioni sociali e culturali significative che avevano superato la catastrofe del nazionalsocialismo apparentemente senza danni5. In effetti, la popolarità dell’etica cristiana appariva espressione di nostalgia per un sostegno morale più sicuro, a fronte degli abissi che si erano aperti nella guerra di annientamento e nel genocidio. Retrospettivamente è evidente come questo nuovo interesse per le questioni di morale religiosa e l’ubiquità della retorica cristiana nei tardi anni Quaranta e negli anni Cinquanta fossero spesso superficiali e transitori. L’esperienza del «ritorno religioso» vissuta negli anni dell’immediato dopoguerra, tuttavia, fu determinante per la definizione di sé e la tensione missionaria delle Chiese e delle organizzazioni laiche fino ai primi anni Sessanta. La convinzione che l’«ora zero» fosse l’«ora della Chiesa» a lungo termine si dimostrò errata, ma ciò non deve distogliere lo sguardo dal fatto che l’incredibile slancio, con cui anzitutto i laici si dedicarono alla ricerca di una democrazia sotto le insegne di Cristo, è comprensibile solo sullo sfondo di questa «illusione delle Chiese circa la propria accettazione da parte della società»6. Il significato di questa semantica religiosa deve essere considerato in quanto tale, se si vuole comprendere come i tedeschi occidentali cominciarono a cercare un ordine democratico dopo l’esperienza autoritaria degli anni Trenta e Quaranta. Negli anni Cinquanta, il sessanta per cento dei cattolici dichiarati partecipava regolarmente alla messa, e un altro venti per cento occasionalmente. Sono cifre che ricordano i massimi del Kulturkampf degli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento7. Al tempo stesso, pubbli5 C. Vollnhals, Evangelische Kirche und Entnazifizierung 1945-1949. Die Last der nationalsozialistischen Vergangenheit, München, Oldenbourg, 1989, p. 281; E. Gatz, Deutschland, in Id. (a cura di), Kirche und Katholizismus seit 1945. I. Mittel-, West- und Nordeuropa, Paderborn, Schöningh, 1998, pp. 54 e 60. Martin Conway ha suggerito in proposito che non si trattasse di un fenomeno specificatamente tedesco, bensì comune all’Europa occidentale, vedi M. Conway, The Rise and Fall of Western Europe’s Democratic Age, 1945-1973, «Contemporary European History» 13, 2004, pp. 81 ss. 6 M.J. Inacker, Zwischen Transzendenz, Totalitarismus und Demokratie. Die Entwicklung des kirchlichen Demokratieverständnisses von der Weimarer Republik bis zu den Anfängen der Bundesrepublik 1918-1959, Neukirchen-Vluyn, Neukirchener, 1994, che a pp. 244 ss., scrive: «Diversamente dal 1918 [questa illusione rese possibile] una nuova forma di visione politica del mondo, rese possible perseguire nuovi fini, e intraprendere nuove strade». In generale v. M. Greschat, «Rechristianisierung» und «Säkularisierung». Anmerkungen aus deutscher protestantischer Sicht, in H. Lehmann (a cura di), Säkularisierung, Dechristianisierung, Rechristianisierung im neuzeitlichen Europa. Bilanz und Perspektiven der Forschung, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 1997, pp. 76-85. 7 K. Gabriel, Zwischen Tradition und Modernisierung. Katholizismus und katholisches Milieu in den fün- 609 610 cazioni vicine alle chiese, come «Frau und Mutter: Monatsschrift für die katholische Frau in Familie und Beruf» [«Donna e madre. Mensile per la donna cattolica in famiglia e nel lavoro»] o la rivista pubblicata dall’Hauptarbeitsstelle für Männerseelsorge «Mann in der Zeit» [«L’uomo nel suo tempo»] avevano tirature di circa mezzo milione di copie e facevano concorrenza diretta a riviste come «Spiegel», «Quick» o «Stern»8. Particolarmente ampia, perciò, era l’influenza delle Chiese nel dibattito pubblico attorno al significato della famiglia e al ruolo paterno, come sulle politiche per le famiglie attuate dal governo federale o dai governi regionali. Quando si parla dei primi decenni della storia della Repubblica federale come un periodo di ricristianizzazione si deve perciò rivolgere l’attenzione meno alle tendenze restauratrici di segno conservatore e clericale e maggiormente alla nascita di cittadini adulti formati a partire dallo spirito di un laicato consapevole di sé. Al modello argomentativo cristiano facevano sovente riferimento anche quanti rivendicavano per sé un concetto forte di laico, per sottrarsi alla tutela clericale. Questo aspetto dell’avvio del moto di democratizzazione è stato finora sottovalutato dalla ricerca storica, che ha sottolineato soprattutto la restaurazione conservatrice nel segno dell’occidente cristiano, riprendendo, in sostanza, la critica alla «clericalizzazione della politica» già diffusa negli anni Cinquanta9. A questo proposito, non riveste un interesse particolare la – peraltro già bene indagata – collaborazione tra i politici dei «partiti dell’Unione» e i vescovi cattolici, spesso rimasti sostenitori di una concezione patriarcale della famiglia anche dopo il Concilio Vaticano II10. Assai più impellente, invece, è indagare l’ampio spettro delle fziger Jahren der Bundesrepublik, in A. Doering-Manteuffel e K. Nowak (a cura di), Kirchliche Zeitgeschichte. Urteilsbildung und Methoden, Stuttgart, Kohlhammer, 1996, p. 252; C. Kleßmann, Kontinuitäten und Veränderungen im protestantischen Milieu, in A. Schildt e A. Sywottek (a cura di), Modernisierung im Wiederaufbau. Die Westdeutsche Gesellschaft der 50er Jahre, Bonn, Dietz, 1993; M. Greschat, Zwischen Aufbruch und Beharrung. Die Evangelische Kirche nach dem Zweiten Weltkrieg, in V. Conzemius et al. (a cura di), Die Zeit nach 1945 als Thema kirchlicher Zeitgeschichte, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 1988. 8 Institut für Publizistik an der Freien Universität Berlin (a cura di), Die deutsche Presse 1954. Zeitungen und Zeitschriften, Berlin, Dunker und Humblot, 1954. In proposito, molto induce a vedere negli anni Cinquanta della Repubblica federale un periodo in cui cattolici e protestanti giocarono un ruolo importante nel confronto volto, per usare le parole del sociologo delle religioni José Casanova, «a definire e fissare i limiti tra sfera privata e sfera pubblica [...], tra famiglia, società civile e stato». Soprattutto il ruolo giocato dai vescovi cattolici pare confermare l’immagine consolidata della loro «resistenza in spirito [e] di principio» alla società liberale, allo stato secolare e alla rivoluzione sessuale», v. J. Casanova, Oltre la secolarizzazione: le religioni alla riconquista della sfera pubblica, Bologna, Il Mulino, 2000 [Chicago, 1994], p. 12. 9 Cfr. F. Biess, Homecomings. Returning POWs and the Legacies of Defeat in Postwar Germany, Princeton, Princeton University Press, 2006, pp. 98-102, 106-109; per commenti coevi vedi H.H. Walz, Die Christenheit in der demokratischen Gesellschaft, «Zeitwende. Die neue Furche», 1957, 2, in particolare la citazione a p. 97; H. Simon, Katholisierung des Rechtes? Zum Einfluss katholischen Rechtsdenkens auf die gegenwärtige deutsche Gesetzgebung und Rechtsprechung, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 1962. 10 J. Casanova, Oltre la secolarizzazione, cit., p. 9; N. Trippen, Josef Kardinal Frings (1887-1978), Paderborn, Schöningh, 2003-2005, voll. 2. Retrospettivamente, potrebbe sembrare che paladini della famiglia e dell’assetto dei rapporti di genere patriarcali, quali il cardinale Frings o il primo Ministro per la famiglia Franz-Josef Wuermeling, intendessero ancora una volta confermare le considerazioni di Paul Federn sulla associazioni delle famiglie cattoliche, protestanti o ecumeniche e degli esperti di problemi della famiglia vicini alle Chiese, siano essi teologi, sociologi, psicologi o pediatri11. Di fronte alla «poderosa insorgenza» delle organizzazioni laiche cristiane, già allora il teologo morale cattolico Bernhard Häring credette di riconoscere una «grande stagione dell’apostolato laico»12. In ambito protestante, già nel 1952 Hans Hermann Walz, in seguito divenuto segretario generale del Consiglio delle Chiese evangeliche tedesche, sottolineò che i circoli e i movimenti dei laici, nei quali si raccoglievano «coloro che intendono definire se stessi in quanto laici», erano sintomo di un «nuova rinascita dal profondo della coscienza cristiana». A differenza di una «malsana spiritualità», i laici esprimevano «la fondamentale solidarietà della chiesa con il mondo». Perciò, essi erano «in modo particolare chiamati ad operare come elemento progressivo in seno alla Chiesa» e ad impegnarsi per il «necessario miglioramento [...] delle relazioni sociali, politiche e professionali»13. In tale contesto, non sorprende che già nei primi anni Cinquanta molti laici cattolici e protestanti ricorressero ad argomentazioni di tipo religioso per criticare concezioni paternalistiche dei rapporti di genere e si ponessero la questione di come dovessero essere rifondati i rapporti tra uomini e donne e l’ordine interno alla famiglia in una comunità democratica14. La critica all’ideale di famiglia patriarcale e la conseguente ricerca di nuove forme di autorità paterna erano in stretto rapporto con quella rinascita, ancora poco considerata – all’interno come all’estero –, di una cultura democratica nella società tedesco-occidentale del dopoguerra. Mi riferisco alla recente annotazione di Volker Berghahn, il quale ha sottolineato il fatto che, mentre ci siamo fatti una qualche idea di come i tedeschi siano entrati nel nazionalsocialismo, sappiamo assai poco invece di «società senza padre»: nel maggio 1919 lo psicologo e allievo di Freud austriaco aveva sostenuto che alla base del «legame tra Chiesa e Stato» esistente «nello stato autoritario patriarcale [stavano] profondi motivi psicologici»; cfr. P. Federn, Zur Psychologie der Revolution. Die vaterlose Gesellschaft, «Der österreichische Volkswirt», 10 maggio 1919, p. 573. 11 Un’analisi del contesto istituzionale, nel quale si svolse questo dibattito, è in L. Rölli-Allkemper, Familie im Wiederaufbau. Katholizismus und bürgerliches Familienideal in der Bundesrepublik Deutschland 19451965, Paderborn, Schöningh, 2000. 12 B. Häring, Das Gesetz Christi. Moraltheologie, dargestellt für Priester und Laien, Bd. 3. Das Ja zur allumfassenden Liebesherrschaft Gottes, Freiburg, Wewel, 1961 [6ª edizione ampliata e riveduta], p. 647. Sulla parola d’ordine, allora in auge, dei «laici coraggiosi», cfr. G. Hirschauer, Die Kirche in der Welt, in A. Horné (a cura di), Christ und Bürger heute und morgen, Stuttgart, Ring, 1958, pp. 27 ss. Che fosse un fenomeno europeo lo sottolinea T. Judt, Postwar. A History of Europe since 1945, London, Longman, 2005, p. 374. 13 H.H. Walz, Die Rolle des Laien im Zeugnis der Kirche, «Zeitwende», 1952, agosto, pp. 129-138 (le citazioni sono alle pp. 129 ss., 135 e 137). 14 I primi due decenni della Repubblica federale possono essere considerati un’epoca in cui anche la critica a relazioni di genere di tipo patriarcale era in stretto rapporto con la «visibilità pubblica» della semantica religiosa; v. J.M. Vaggione, paper presentato al workshop Secularization and Religion (Max-Weber-Kolleg, Erfurt, luglio 2003), p. 4; Id., Gender and Sexuality beyond Secularism. The Political Mutations of the Religious, dissertation, New York, New School, 2006. 611 612 come essi siano riusciti a venir fuori da questa storia di violenza, terrore e sterminio di massa15. I risultati positivi della storia della Repubblica federale non devono far dimenticare quanto debole fosse la coscienza democratica della giovane repubblica all’indomani della catastrofe del nazionalsocialismo, della guerra di sterminio e del genocidio. Proprio i sondaggi di opinione confermavano con quale scetticismo l’opinione pubblica tedesco-occidentale guardasse inizialmente all’idea di democrazia. Alla domanda: «Quale grande personalità tedesca, secondo Lei, ha contribuito di più alla grandezza della Germania?», ancora nel 1950 il dieci per cento dei cittadini tedesco-occidentali rispondeva Adolf Hitler e un altro quaranta per cento si pronunciava per il Kaiser, il trentacinque per cento per Otto Bismarck, mentre solo il sei per cento degli interrogati indicava i «politici democratici e liberali». I tedeschi occidentali dei primi due decenni postbellici erano, per riprendere la definizione di Theodor Preuss, degli «scolaretti della democrazia»16. La tesi – formulata nel 1966 da Karl Markus Michel, da un punto di vista di critica del sistema da sinistra – che la Repubblica federale fosse una democrazia allo stesso tempo giovane e impacciata, cresciuta dalle macerie dello stato di Hitler, Eichmann e Globke, negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta sarebbe stata comunque un luogo comune17. A prescindere da valutazioni specifiche, molti osservatori politici richiamavano l’attenzione sul fatto che la Repubblica federale fosse una democrazia assolutamente peculiare, per il suo essere cresciuta all’ombra della guerra di sterminio, del genocidio e di una catastrofe morale. «Colui che ha vissuto gli anni Trenta e Quaranta da tedesco» – così si espresse il conservatore malinconico Golo Mann in un discorso 15 V. Berghahn, Recasting Bourgeois Germany, in H. Schissler (a cura di), The Miracle Years. A Cultural History of West Germany, 1949-1968, Princeton, Princeton University Press, 2001, p. 326; cfr. anche K.H. Jarausch e M. Geyer, Shattered Past. Reconstructing German Histories, Princeton, Princeton University Press, 2003, specialmente p. 13, e H.P. Schwarz, Die ausgebliebene Katastrophe. Eine Problemskizze zur Geschichte der Bundesrepublik, in H. Rudolph (a cura di), Den Staat denken. Theodor Eschenburg zum Fünfundachtzigsten, Berlin, Siedler, 1990. Lo stesso Charles Maier, che pure sostiene che la Germania dopo il 1945 non avrebbe avuto altra alternativa che diventare una buona democrazia, dato che «il fascismo», sottolinea come «la democrazia liberale emerse in ognuno dei due [Germania e Italia] più robusta e più risoluta di quanto i critici avrebbero potuto prevedere», «il fascismo risultava massicciamente screditato a causa della sua sconfitta e delle sue atrocità», C.S. Maier, Italia e Germania dal 1945. Obiettivi di una storia comparata, in G.E. Rusconi e H. Woller (a cura di), Italia e Germania, 1945-2000. La costruzione dell’Europa, Bologna, Il Mulino, 2005. 16 D. van Laak, Der widerspenstigen Deutschen Zähmung. Zur politischen Kultur einer unpolitischen Gesellschaft, in E. Conze e G. Metzler (a cura di), 50 Jahre Bundesrepublik Deutschland. Daten und Diskussionen, Stuttgart, Dt., 1999, p. 332. In generale, cfr. R. Lammersdorf, «Das Volk ist streng demokratisch». Amerikanische Sorgen über das autoritäre Bewußtsein der Deutschen in der Besatzungszeit und frühen Bundesrepublik, in A. Bauerkämper et al. (a cura di), Demokratiewunder. Transatlantische Mittler und die kulturelle Öffnung Westdeutschlands 1945-1970, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 2005, e H.J. Schröder, Die Anfangsjahre der Bundesrepublik Deutschland. Eine amerikanische Bilanz 1954, «Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte», 37, 1989, pp. 323-351. 17 K.M. Michel, Muster ohne Wert. Westdeutschland 1965, in Id., Die sprachlose Intelligenz, Frankfurt, Suhrkamp, 1968, [«Kursbuch», 1966, 4], p. 72. pronunciato davanti al Congresso ebraico mondiale nell’agosto 1966 – «non è più in grado di avere piena fiducia nella propria nazione, non è più capace di avere maggior fiducia nella democrazia che in ogni altra forma di governo, soprattutto non è più capace di avere piena fiducia negli esseri umani e tanto meno in quello che un tempo gli ottimisti chiamavano “il senso della storia”. Egli resterà cupo nel più profondo del suo animo, per quanto faticoso ciò possa e debba essergli, fino alla propria morte»18. Autorità paterna e ricerca della democrazia all’ombra dell’autoritarismo La questione del se, ed eventualmente del come, potessero conciliarsi autorità e democrazia, giocò un ruolo importante nella cultura politica dei primi due decenni della Repubblica federale e, in quel dibattito, la figura del «padre» assurse a motivo simbolico cruciale. Appare anzitutto evidente, che in quel periodo l’ossessivo richiamo al tema dell’autorità deve essere inteso come indice di un deficit di democrazia e di un’insistenza sullo stato autoritario, che furono superati soltanto sullo slancio dei movimenti sociali degli ultimi anni Sessanta e dei primi anni Settanta, insomma del «1968»19. Una tale interpretazione della cultura politica di quella fase storica della Repubblica federale finisce, però, per spostare al periodo compreso tra i primi anni Cinquanta e i tardi anni Sessanta il problema di comprendere cosa si intendesse per autorità e su cosa essa dovesse fondarsi. Se intorno al 1950 il concetto di autorità era sovente ancora orientato verso un modello di ordine ed obbedienza e legittimato attraverso il richiamo alla tradizione, dalla metà del decennio sempre più numerosi furono coloro che sottolineavano come una società democratica presupponesse una diversa definizione di autorità, la cui legittimazione doveva scaturire da un rapporto di fiducia tra individui di pari dignità sociale. Così, l’«Evangelische Soziallexikon», pubblicato nel 1963 in una nuova edizione profondamente riveduta, metteva in guardia dal confondere l’autorità con il potere: «L’autorità vive della fiducia, che ad essa può essere attribuita». Questa fiducia – pro- 18 G. Mann, Deutsche und Juden, in N. Goldmann et al., Deutsche und Juden, Frankfurt, Suhrkamp, 1967, p. 69; sulla posizione di Mann nella storia delle idee della Repubblica federale cfr. T. Lahme, Nachwort, in G. Mann, Briefe 1932-1992, a cura di T. Lahme e K. Lüssi, Göttingen, Wallstein, 2006. 19 C. von Hodenberg e D. Siegfried, Reform und Revolte. 1968 und die langen sechziger Jahre in der Geschichte der Bundesrepublik, in Eid. (a cura di), Wo «1968» liegt. Reform und Revolte in der Geschichte der Bundesrepublik, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 2006, specialmente p. 10; H. Knoch, «Mündige Bürger», oder: Der kurze Frühling einer partizipatorischen Vision. Einführung, in Id. (a cura di), Bürgersinn mit Weltgefühl. Politische Moral und solidarischer Protest in den sechziger und siebziger Jahren, Göttingen, Wallstein, 2007, specialmente pp. 16 e 25; A. Bauerkämper, Remigranten als Akteure von Zivilgesellschaft und Demokratie. Historiker und Politikwissenschaftler in Westdeutschland nach 1945, in Id. (a cura di), Die Praxis der Zivilgesellschaft. Akteure, Handeln und Strukturen im internationalen Vergleich, Frankfurt, Campus, 2003, specialmente p. 345; I. Gilcher-Holthey, Die 68er-Bewegung. Deutschland – Westeuropa – Usa, München, Beck, 2001, p. 127, e A. Schildt, Ankunft im Westen. Ein Essay zur Erfolgsgeschichte der Bundesrepublik, Frankfurt, Fischer, 1999, pp. 90-92. 613 614 seguiva il Lessico – non deve «essere tributata ciecamente», ma presuppone una «vigilanza critica», dalla quale dipende la «vera autorità». Ne deriva che una tale forma di autorità è pienamente compatibile con «l’idea di partecipazione»: la «partecipazione è il vero fondamento di ogni autorità, non solo il suo completamento (dialettico)»20. A sua volta, la partecipazione è possibile solo «sul terreno di una società libera». Essa si fonda sulla «eguaglianza» e la «autonomia» dei partecipanti ed è incompatibile con un «ordine sociale patriarcale-autoritario»21. Tesi di tal genere non si trovavano solo nella letteratura qualificata. Nel 1965, quando in Germania occidentale la memoria del nazismo era dominata dal processo Eichmann in corso a Gerusalemme e da quello per Auschwitz di Francoforte, il «Kirchenzeitung» [«Giornale della Chiesa»] di Aachen metteva in guardia dal confondere l’autorità con «il diritto del più forte o la forza del comando [...], che può costringere gli uomini ad esso sottoposti ad ogni genere di comportamento degradante». In un’epoca, nella quale «molti uomini [hanno compiuto] atti malvagi in ragione di un uso indebito dell’autorità», è indispensabile ricercare una nuova forma di autorità, un’autorità che non si regga più su «il potere e la paura», ma su «l’amore e la fiducia»22. Già negli anni Cinquanta, esperti di problemi familiari vicini al mondo delle Chiese iniziarono a sostenere che un’idea di padre gerarchico-autoritario e una concezione militarista della mascolinità non fossero compatibili con l’ideale di vita democratica. La ricerca di forme nuove di paternità costituiva una sfida cruciale per una società chiamata a misurarsi con le conseguenze del nazionalsocialismo e l’eredità di un militarismo autoritario. Tali interpretazioni del Terzo Reich, anche se oggi possono apparire riduttive, discutibili e comunque distanti, chiariscono con quale passione nei primi due decenni della Germania federale l’opinione pubblica discusse la questione delle cause profonde del potere autoritario e della politica di sterminio23. I C.A. von Heyl, Autorität, in F. Karrenberg (a cura di), Evangelisches Soziallexikon, Stuttgart, Kreuz, 19634, pp. 129-131. In generale cfr. T. Eschenburg, Über Autorität, Frankfurt, Suhrkamp, 1965, e J. Kertscher, «Autorität». Kontinuitäten und Diskontinuitäten im Umgang mit einem belasteten Begriff, in C. Dutt (a cura di), Herausforderungen der Begriffsgeschichte, Heidelberg, Winter, 2003. Indicazioni sulla centralità di espressioni quali «obbedienza da cadavere» e «spirito sottomesso» nel confronto con il passato nazionalsocialista già negli anni del dopoguerra, sono in S.A. Forner, Für eine demokratische Erneuerung Deuschlands: Kommunikationsprozesse und Deutungsmuster engagierter Demokraten nach 1945, «Geschichte und Gesellschaft», 33, 2007, p. 247. 21 H.D. Wendland, Partnerschaft, in evangelischer Sicht, in Evangelisches Soziallexikon, cit., pp. 960 ss. Si cerca invano questa voce, come quelle relative a «autorità» e «democrazia», nella prima edizione del lessico [Stuttgart, 1954]. Lo stesso Wendland, recensendo la prima edizione, aveva rimarcato l’insufficiente considerazione del tema della democrazia, cfr. Id., recensione a Evangelisches Soziallexikon, «Zeitwende. Die neue Furche», 1955, 26, pp. 563 ss. 22 «Perciò – concludeva il “Kirchenzeitung” – l’amore del padre e la fiducia del figlio sono i presupposti fondamentali dell’educazione. E questo sia considerato il cardine di un nuovo concetto di autorità», in Vater oder Familienfunktionär, «Kirchenzeitung» [Aachen], 1965, 26, pp. 16-19, la citazione è a pp. 18 ss. Sul significato del processo per Auschwitz a Francoforte, vedi D.O. Pendas, The Frankfurt Auschwitz Trial, 1963-1965. Genocide, History and the Limits of the Law, Cambridge, Cambridge University Press, 2005. 23 Mi pare che la ormai ampia ricerca sulla politica della memoria negli anni Cinquanta abbia sottovalu20 padri non potevano dotarsi del «coraggio di educare», se si fossero richiamati ad «una autorità soltanto formale», rimarcava ad esempio il parroco di Detmold, Heinrich Bödeker (1911-1998), sulla rivista evangelica «Kirche und Mann» [«Chiesa e uomo»] nel settembre 1959. Tutti i lamenti su «i giovani di oggi» e le nostalgie per «i bei vecchi tempi» non permettevano comunque di illudersi che molti padri della giovane repubblica fossero «gli eredi di un passato malvagio», che «anche loro stessi avevano contribuito a plasmare». La strada verso una forma di autorità paterna adeguata ai tempi e un’educazione «ad un futuro ricco di senso» sarebbe rimasta chiusa, «se si [fosse] cerca[to] di abbellire il proprio passato o quello del proprio popolo con bugie e sotterfugi di ogni genere». Al contrario, il coraggio dell’educazione presupponeva il «coraggio della verità»: «Volgersi alla verità in ogni campo, anche andando contro il passato»24. Considerazioni analoghe, che testimoniano quanto la giovane Repubblica federale fosse una democrazia sorta all’ombra dello sterminio e della guerra di annientamento, circolavano anche nella pubblicistica cattolica. Nel gennaio 1952, nel «Männer-Seelsorger» apparve un articolo intitolato La democrazia comincia in famiglia. In nessun caso i padri dovevano «decidere autoritariamente in base all’unilaterale criterio del capo assoluto». In un’epoca nella quale i tedeschi occidentali non vivevano più in una «società patriarcale», bensì in una democrazia, la «famiglia patriarcale non era più conforme ai tempi». Al suo posto, nella «famiglia moderna» doveva avvertirsi qualcosa «dello spirito della buona democrazia»25. tato il significato di questo tema nel dibattito pubblico sulla storia del periodo immediatamente precedente la Repubblica federale; cfr. R.G. Moeller, War Stories. The Search for a Usable Past in the Federal Republic of Germany, Berkeley, University of California Press, 2001; K. Schiller, The Presence of the Nazi Past in the Early Decades of the Bonn Republic, «Journal of Contemporary History», 39, 2004, pp. 285-294, e lo stimolante studio di caso N. Gregor, «The Illusion of Remembrance». The Karl Diehl Affair and the Memory of Nazism in Nuremberg 1945-1999, «Journal of Modern History», 75, 2003. Cfr. però la tesi estremizzante di Peter Reichel, secondo il quale l’«eredità del nazismo» sarebbe stata discussa in modo intenso e vivace già negli anni Cinquanta. Anche da questo punto di vista, ad uno sguardo più ravvicinato questa decade perderebbe «qualsiasi tratto idilliaco e pacato, falso e restauratore», cfr. P. Reichel, Vergangenheitsbewältigung in Deutschland. Die Auseinandersetzung mit der NS-Diktatur von 1945 bis heute, München, Beck, 2001, p. 139. Per il dibattito nella pubblicistica protestante cfr. ad esempio, F. Langenfaß, Dürfen wir die Vergangenheit totschweigen? Der Antisemitismus und seine Früchte, «Zeitwende. Die neue Furche», 1958, pp. 755-762; Id., Der Eichmann-Prozeß und Wir, ivi, 1961, pp. 721-725; i fascicoli tematici Antisemitismus und Judentum, «Jungenwacht. Ein Blatt evangelischer Jugend», 1957, 11, e Der Nationalsozialismus, «Jungenwacht. Evangelische Schülerzeitschrift», 1958, 8-9. 24 H. Bödeker, Kein Mut zur Erziehung?, «Kirche und Mann. Monatsschrift für Männerarbeit der Evangelischen Kirche in Deutschland», 1959, 9, pp. 3 ss. (citazione a p. 4). Coerente con questa argomentazione fu, pochi anni dopo, il favore espresso da Bödeker, affinché una lapide commemorativa fosse posta sul luogo ove fino al 9 novembre 1938 sorgeva la sinagoga della comunità ebraica cittadina, cfr. A. Ruppert, Lortzingstrabe 3 – ein Detmolder Grundstück, «Rosenland. Zeitschrift für Lippische Geschichte», 2007, 5, pp. 39 ss. Bödeker operò dal 1947 al 1972 come parroco di Detmold e negli anni Cinquanta fu presidente della commissione «La Chiesa e la vita pubblica» della Chiesa regionale del Lippe (ringrazio Maja Schneider, dell’Ufficio della Chiesa regionale del Lippe, a Detmold, per queste informazioni). 25 R. Sailer, Demokratie beginnt in der Familie, «Der Männer-Seelsorger», 1952, 1, pp. 23-29, la citazione è 615 616 Nel novembre 1952 il mensile cattolico «Mann in der Zeit», all’epoca rivista cattolica di punta, con una tiratura di oltre quattrocentomila copie, consigliava i padri di non trattare i propri figli e figlie in modo «gelido e autoritario». Un modo adeguato ai tempi di esercitare l’autorità paterna non si realizzava facendo «mettere sull’attenti» i propri figli o dando loro ordini «con toni da caserma». Una qualche distanza tra padri e figli era certo raccomandabile, affinché questi guardassero a lui come a un «superiore», al quale «ci si sottopone volentieri, perché in fondo non si può fare altrimenti». Ma il «timore» di fronte al padre non può essere effetto di un’obbedienza di genere militaresco, bensì espressione di «genuino rispetto e amore»26. Quello stesso anno, Karl Borgmann, direttore della rivista «Caritas» e figura chiave del movimento dei laici cattolici, avvertiva che troppi cristiani erano affezionati ad un ideale di famiglia «ancora troppo rivolto a forme di stato superate, nel quale i cittadini erano governati dall’alto e pressoché condannati alla inerzia politica». I figli dovevano, secondo l’esperto di questioni familiari del fascicolo di gennaio di «Frau und Mutter» – una rivista «per la donna cattolica in famiglia e nel lavoro», che raggiungeva ogni mese più di mezzo milione di abbonati –, imparare presto «a sperimentare e utilizzare la libertà». Dunque, la famiglia non poteva in alcun modo ispirarsi all’ideale della «monarchia assoluta» o, anzi, della «dittatura». Chi si fosse fatto portavoce di un’educazione patriarcale, non avrebbe compreso che i responsabili dei crimini del nazionalsocialismo provenivano per la maggior parte da contesti «ben ordinati» e non dai margini della società. Padri, che educavano «in modo autoritario e con metodi violenti», erano stati gli ostetrici della dittatura nazionalsocialista. Chi tratta i figli sempre in modo iniquo, deve fare i conti con il fatto che questi «da adulti a loro volta si faranno oppressori», ammoniva Borgmann: «Alcuni carnefici dei campi di concentramento provenivano notoriamente da famiglie cosiddette “in ordine”»27. a p. 26. Vedi anche W. Hemsing, Wenn aus Kindern «Leute» werden. «Der Herr Sohn», das «Fräulein Tochter», «Elternhaus, Schule und Gemeinde», 1955, 9, pp. 3 ss. 26 Ehrfurcht vor dem Vater. Mein Sohn sagt «Otto» zu mir, «Mann in der Zeit. Zeitung für Stadt und Land», 1952, p. 11. Comprensibilmente, nella ricerca di nuove forme di mascolinità entravano in gioco anche altri fattori, cfr. T. Kühne, «... aus diesem Krieg werden nicht nur harte Männer heimkehren». Kriegskameradschaft und Männlichkeit im 20. Jahrhundert, in Id. (a cura di), Männergeschichte-Geschlechtergeschichte: Männlichkeit im Wandel der Moderne, Frankfurt, Campus, 1996, e K. Maase, Entblößte Brust und schwingende Hüfte. Momentaufnahmen von der Jugend der fünfziger Jahre, ivi; Id., Establishing Cultural Democracy. Youth, «Americanization», and the Irresistible Rise of Popular Culture, in H. Schissler (a cura di), Miracle Years, cit.; S. Goltermann, Beherrschung der Männlichkeit. Zur Deutung psychischer Leiden bei den Heimkehrern des Zweiten Weltkriegs 1945-1956, «Feministische Studien», 2000, 2; Ead., Im Wahn der Gewalt. Massentod, Opferdiskurs und Psychiatrie 1945-1956, in K. Naumann (a cura di), Nachkrieg in Deutschland, Hamburg, Hamburger, 2001. 27 K. Borgmann, Völker werden aus Kinderstuben. Um die rechte Ordnung in der Familie, «Frau und Mutter. Monatsschrift für die katholische Frau in Familie und Beruf», 1952, 1, pp. 4 ss. Per la tiratura della rivista cfr. Institut für Publizistik, Die deutsche Presse 1954, cit., p. 539. Già nel 1952 Borgmann si era pronunciato per un’ampia eguaglianza di diritti tra uomini e donne nella coppia e nella famiglia (cfr. Id., Recht und Liebe in Ehe und Familie, «Frau und Mutter. Monatsschrift für die katholische Frau in Familie und Beruf», 1952, 4, pp. 6 ss.) e nel gennaio 1953, assieme a Walter Dirks, Hildegard Krüger e altri pubblicisti cattolici Attorno al 1960 si cominciò a discutere intorno al rapporto tra nuove concezioni dell’autorità paterna e ricerca della democrazia, anche con l’avallo della teologia morale cattolica. In modo simile a Borgmann, anche Bernhard Häring riteneva che la questione della «comunione di amore e autorità nella coppia e nella famiglia» fosse di «bruciante attualità». Nel suo saggio Die Ehe in der Zeit [La coppia nella nostra epoca] il teologo morale nato nel 1912 si faceva guidare da due considerazioni: «Come si rispecchia nella struttura della famiglia il trascorso regime autoritario hitleriano? Considerata dal punto di vista della struttura familiare, la democrazia in Germania ha delle prospettive solide per il futuro?»28. Secondo Häring, il recente passato aveva dimostrato che la famiglia in «una società che accoglie senza resistenze una tirannia, una dittatura o un regime totalitario [...] era il terreno di gioco delle sfrenate ambizioni di potere dell’uomo». Nel lungo periodo non poteva escludersi «che il capofamiglia dominasse in modo arbitrario i propri sottoposti». Tanto più stringente era dunque la considerazione che una «sana democrazia [è] concepibile quando anche nella famiglia l’esercizio dell’autorità segue modalità esplicitamente democratiche. Solo quando in famiglia i figli sono educati come membri responsabili, si può con ragione attendersi che in seguito essi partecipino in modo responsabile alla vita politica e sociale»29. In questo contesto era incoraggiante che «la gioventù di oggi» si ribellasse contro «metodi educativi» che «ricordano l’addestramento» e richiedesse invece «un’autorità educativa autentica (democratica-solidale)»30. Cristianesimo e democrazia. Una fondazione religiosa dell’ordine secolare? Tra i portavoce di una critica religiosamente motivata alla concezione paternalistica dell’autorità paterna vi furono anzitutto quei cattolici, che già negli anni Venti e nei primi anni Trenta avevano fatto parte dei circoli della sinistra cattolica. Qui va ricordato tra i primi l’influente teologo laico, sociologo e psicologo Ernst Michel (1889-1964)31. Avvalendosi di argomentazioni sociologiche e teologiche, egli criticò la si era contrapposto ai vescovi tedeschi, che in un loro scritto pastorale avevano dichiarato: «Chi nega sostanzialmente la responsabilità dell’uomo e del padre come capo della coppia e della famiglia, si pone in contrasto con il Vangelo e con l’insegnamento della Chiesa», per questa citazione cfr. G. Müller-List (a cura di), Gleichberechtigung als Verfassungsauftrag. Eine Dokumentation zur Entstehung des Gleichberechtigungsgesetzes vom 18. Juni 1957, Düsseldorf, Droste, 1996, p. 298. Brevi notizie su Borgmann, che nel 1960 faceva parte del comitato editoriale del «Freiburger Rundbrief», impegnato nel dialogo cristiano-giudaico, sono in Institut für Publizistik, Presse 1954, p. 549; Id. (a cura di), Die deutsche Presse 1961. Zeitungen und Zeitschriften, Berlin, Dunker und Humblot, 1961, pp. 557 e 577, e L. Rölli-Allkemper, Familie im Wiederaufbau, cit., pp. 554 e 559. 28 B. Häring, Ehe in dieser Zeit, Salzburg, Müller, 1960, p. 102. Il libro di Häring ricevette l’imprimatur del Consiglio provinciale dei Redentoristi di Monaco il 21 giugno 1960 e l’imprimatur dell’Ordinariato arcivescovile di Salisburgo, numero 1020/60, cfr. ivi, p. 4. 29 Ivi, p. 110. 30 Ivi, p. 144. 31 P. Reifenberg, Situationsethik aus dem Glauben. Leben und Denken Ernst Michels (1889-1964), St. Ottilien, 617 concezione del patriarcato basata sul diritto naturale, sulla quale si basava l’insegnamento ufficiale della Chiesa e che l’enciclica papale Casti connubii del 1930 e la conferenza dei vescovi tedeschi nel 1953 avevano esplicitamente e con forza richiamato32. Difatti, la chiesa cattolica pose all’Indice lo studio di Michel, Ehe. Eine Anthropologie der Geschlechtsgemeinschaft [La coppia. Un’antropologia della comunità di genere], apparso per la prima volta nel 1948. Ciò nonostante, anche esperti di questioni familiari cattolici elogiarono il libro33. Nei primi anni Cinquanta, Michel si affermò come una delle voci più autorevoli nel dibattito sulla crisi dell’autorità paterna. Nel 1954 fu uno dei relatori principali al convegno Das Vaterproblem in Psychotherapie, Religion und Gesellschaft [Il problema del padre in psicoterapia, nella religione e nella società], organizzato dalla associazione «Artz und Seelsorger» [«Medico e pastore d’anime»], allora assai stimata34. Per quanto Michel aderisse pienamente all’idea di polarità dei caratteri di genere, coltivata dalla sociologia della famiglia dell’epoca, la sua concezione della paternità quale «forma di esistenza storico-sociale» lo indusse a criticare una declinazione patriarcale dell’autorità paterna35. Poiché il padre è parte della famiglia in quanto figura propriamente storica, la famiglia nel suo insieme non costituisce affatto una «forma naturale», quanto una «forma sociale umana-culturale»36. La famiglia, per Michel, 618 Eos, 1992; B. Haunhorst, Politik aus dem Glauben. Zur politischen Theologie Ernst Michels, in H. Ludwig e W. Schroeder (a cura di), Sozial- und Linkskatholizismus. Erinnerung, Orientierung, Befreiung, Frankfurt, Kneckt, 1990. In generale vedi T. Ruster, Die verlorene Nützlichkeit der Religion. Katholizismus und Moderne in der Weimarer Republik, Paderborn, Schöningh, 1994, e W. Schivelbusch, Intellektuellendämmerung. Zur Lage der Frankfurter Intelligenz in den zwanziger Jahren, Frankfurt, Suhrkamp, 1985. Nel dopoguerra, Michel riprese l’insegnamento presso l’università di Francoforte, che subito dopo la presa del potere del nazionalsocialismo gli aveva ritirato l’abilitazione venia legendi, e divenne uno dei più influenti critici della chiesa cattolica, cfr. A. Lienkamp, Socialism out of Christian Responsibility. The German Experiment of Left Catholicism, 1945-1949, in G.R. Horn e E. Gerard (a cura di), Left Catholicism, 1943-1955. Catholics and Society in Western Europe at the Point of Liberation, Leuven, Leuven University Press, 2001, pp. 197200, 212-213, e O. Weiß, Personale Theologie - Der Laientheologe Ernst Michel, in Id., Der Modernismus in Deutschland. Ein Beitrag zur Theologiegeschichte, Regensburg, Pustet, 1995. 32 E. Michel, Ehe. Eine Anthropologie der Geschlechtsgemeinschaft, Stuttgart, Klett, 1950 [Stuttgart, 1948], pp. 49-51. Per la lettera pastorale della Conferenza dei vescovi cattolici vedi, tra gli altri, A. Fischer, Pastoral in Deutschland nach 1945. Bd. 2. Zielgruppen und Zielfelder der Seelsorge 1945-1962, Würzburg, Echter, 1986, pp. 84 ss; sul più ampio contesto teologico N. Lüdecke, Eheschließung als Bund. Genese und Exegese der Ehelehre der Konzilskonstitution «Gaudium et spes» in kanonistischer Auswertung, Würzburg, Echter, 1989, voll. 2. 33 P. Reifenberg, Situationsethik aus dem Glauben, cit., pp. 164-166; N. Lüdecke, Eheschließung als Bund, cit., pp. 148-158. 34 Per assicurare alle proprie tesi la massima attenzione possibile, Michel pubblicò il proprio contributo non solo negli atti del convegno, ma anche nella autorevole rivista di psicoanalisi «Psiche» e, in versione abbreviata, anche nell’organo mensile centrale della Croce rossa tedesca. 35 E. Michel, Das Vaterproblem heute in soziologischer Sicht, in W. Bitter (a cura di), Vorträge über das Vaterproblem in Psychotherapie, Religion und Gesellschaft, cit., pp. 52 ss. e 56 ss.; E. Michel, Das Vaterproblem heute in soziologischer Sicht, «Psiche», 8, 1954, pp. 161-190; Id., Vaterschaft als geschichtlich-soziale Existenzform. Zum Vaterproblem heute, «Deutsches Rotes Kreuz. Zentralorgan des DRK in der Bundesrepublik Deutschland», 1958, 2, pp. 5-8. 36 E. Michel, Vaterproblem, cit., p. 53. non è un’istituzione sovratemporale, bensì storica. Per riaffermare la propria esistenza, essa deve costantemente reinventarsi. Secondo Michel, negli anni Cinquanta la famiglia era entrata in una crisi sostanziale. Troppi erano i padri che si aggrappavano ad una concezione invecchiata dell’autorità, basata su potestà giuridiche o insegnamenti morali o religiosi. Queste norme e questi dogmi erano però antiquati. Qualsiasi autorità paterna, che ritenesse di potersi ancora richiamare ad essi, era necessariamente destinata a mutarsi in «forza coercitiva»37. Invece di invocare un diritto di famiglia patriarcale o di lamentare la scomparsa del patriarcato, come si era pronunciata la conferenza dei vescovi cattolici, i tedeschi dovevano cercare una forma di autorità paterna adeguata ai tempi, che non si affidasse più alle leggi e ai dogmi religiosi, quanto all’«amore» e alla «fiducia»38. Nei primi due decenni della Repubblica federale, nel dibattito tra i cattolici sul rapporto tra democrazia e autorità paterna ebbero una notevole eco anche esponenti cattolici di sinistra francesi come Jean Lacroix. Nel suo saggio La force et les faiblesses de la famille, pubblicato nella raccolta di scritti La Cité Prochaine del 1948 e tradotto in tedesco nel 1952 con il titolo Hat die Familie versagt? [La famiglia ha fallito?], Lacroix sosteneva che avversari e fautori della famiglia muovevano da una valutazione errata: entrambi – secondo il filosofo e sociologo, docente a Lione e co-fondatore della rivista «Esprit» – vedevano «nella autorità paterna il fondamento di ogni autorità». Di conseguenza «si rappresentavano il capo di uno stato e perfino Dio secondo l’immagine primigenia del padre, che a sua volta è codificato nella sua forma sovrana come Paterfamilias»39. Pressoché inevitabilmente, in questo contesto, gli «odierni movimenti democratici [si definiscono] attraverso l’uccisione del padre», e, proseguiva Lacroix, «fra tutto quel che intende distruggere, per affermarsi nella propria genuinità», la modernità annovera «l’autorità paterna e, in effetti, essa deve scontrarsi con questa autorità, se intende essere se stessa»40. A partire da Rousseau, la democrazia moderna si concepisce come risultato di un «triplice, eppure sostanzialmente unico, assassinio: del re, di Dio e del padre»41. Tale logica dell’uccisione del padre, che va costantemente radicalizzandosi, Ivi, p. 58. Ivi, p. 66. 39 J. Lacroix, Hat die Familie versagt? Wege zu einer neuen Sinngebung, Offenburg, Dokumente, 1952, p. 8 [Paris, 1948]. Un’argomentazione simile è anche in G. Marcel, Die schöpferische Verpflichtung als Wesen der Vaterschaft, in Id., Homo Viator. Philosophie der Hoffnung, Düsseldorf, Bastion, 1949, pp. 168 ss. Sulla biografia di Lacroix, cfr. T. de Morembert, Jean Lacroix, in Dictionnaire de Biographie française, vol. 19, Paris, Letouzey et Ané, 2001, pp. 52 ss.; J. Jackson, France. The Dark Years 1940-1944, Oxford, Oxford University Press, 2001, pp. 341-343; cfr. anche M. Kelly, Catholicism and the Left in Twentieth-Century France, in K. Chadwick (a cura di), Catholicism, Politics, and Society in Twentieth-Century France, Liverpool, Liverpool University Press, 2000, pp. 161 ss. e 171, e G. Boudic, Esprit, 1944-1982. Les métamorphoses d’une revue, Paris, Imec, 2005. 40 J. Lacroix, Hat die Familie versagt?, cit., p. 18. 41 Ivi, p. 37. 37 38 619 620 poggia tuttavia sull’erronea convinzione, che si possano «affermare i valori della fratellanza solo attraverso la repressione dei valori della paternità»42. Guardando alle esperienze autoritarie della guerra, della collaborazione e della capitolazione di quasi tutte le democrazie europee davanti alla sfida fascista nel periodo tra le due guerre, insisteva Lacroix, una democrazia capace di avere un futuro – una «democrazia piena» – si sarebbe sviluppata solo se la sua idea costitutiva di fratellanza non avesse condotto sulla cattiva strada dell’uccisione del padre e della rivolta contro Dio. Contro di ciò, egli si richiamava ad una «tradizione esoterica» presente in seno al cattolicesimo, la dottrina dei «tre regni, del padre, del figlio e del fratello», un modello gradualistico di progresso in forma pura. Al regno del padre, nel quale l’umanità viveva «esclusivamente secondo l’idea di paternità» e formava «una famiglia sottoposta ad un unico e solo patriarca», era succeduto il regno del figlio, nel quale dominava la «progenie»: «In ogni gruppo [...] il primogenito detiene l’autorità. È questa l’epoca della monarchia ereditaria». Poichè nel regno del figlio l’autorità non deriva dal padre, ma risiede «nell’insieme dei componenti di una certa comunità», l’epoca della monarchia ereditaria dovette cedere il passo al regno del fratello: «Giacché sono i fratelli a scegliere il proprio superiore, l’autorità procede dal basso verso l’alto, dai molti fratelli ad un solo capo». Questa è la «vittoria della democrazia»43. Nella conclusione del saggio di un sacerdote francese, apparso nel 1936, Le Règne du frère, notava Lacroix, la democrazia non era definita soltanto per il fatto che «il fratello divenuto maggiorenne esige il suo diritto di voto, per porre al vertice colui che gli pare il più degno». L’epoca della democrazia è anche il «“Regno del fratello”, nel quale Cristo è considerato come fratello, in virtù di una più copiosa irradiazione dei doni dello Spirito santo»44. Per quanto una tale concezione della democrazia quale società di fratelli possa essere distante da una modello pluralistico di democrazia intesa come spazio di interessi contrapposti, merita comunque notare che Lacroix seppe coniugare due tradizioni politiche, che dal tempo della rivoluzione francese si erano contrapposte ostilmente: il discorso cristiano della fratellanza e quello rivoluzionario della fraternité. A parere di Lacroix ne scaturivano rilevanti conseguenze a proposito della questione dei rapporti tra famiglia e ordine politico. Commisurata alla sua etica della fratellanza democratica, non era fallita la famiglia in sé, ma solo una concezione paternalistica e patriarcale della famiglia. Al di là di quanto potesse essere convincente la sostanza teologica della dottrina dei «tre regni» di Lacroix, significativamente lo erano comunque queste argomentazioni, considerate tra i cattolici tedeschi «molto aperte e stimolanti» (Jakob David) o, altrimenti, «notevoli» (Georg Scherer)45. Ivi, p. 23. Ivi, p. 39. 44 Ivi, p. 41; il riferimento interno è a Le P. Fr. Coberthrambe, Le Règne du frère, Paris, Puf, 1936, p. 160. 45 J. David, Von Würde und Bürde des Vaters in unserer Zeit. Teil II, «Orientierung. Katholische Blätter zur weltanschaulichen Information», 1960, 10, p. 113; G. Schwerer, Die Macht des Vaters. Meditationen über 42 43 Un cattolicesimo ispirato da Lacroix poteva adattarsi in buona coscienza al «regno del fratello» e in tal modo acconsentire all’idea di democrazia, all’egualitarismo tra i generi e ad una forma nuova e post-patriarcale di affetto paterno. La paternità, come la concepiva Lacroix, consisteva nel «servizio al fratello». Suo compito era «sviluppare quella amicizia fraterna» che «solo attraverso l’eclissi della paternità [può] conseguire la propria completezza e autonomia». «Il fine proprio della famiglia – si domandava Lacroix – non è forse quello di curare che i figli, i quali inizialmente esistono solo attraverso i genitori, giungano ad esistere per se stessi e a loro volta si pongano sul piano dell’eguaglianza dei diritti nell’esistenza?». Porre la questione significava rispondere. Il «potere paterno», concludeva il filosofo e sociologo, distrugge se stesso «nel momento in cui [...] la società [persegue] l’eguaglianza dei diritti tra fratelli e sorelle». Padri che rinunciano al potere, per conservare la propria autorità, risparmiano ai propri figli «quell’uccisione [...], che altrimenti potrebbe apparire loro come l’unico strumento della propria libertà»46. Tali tentativi, di sviluppare una fondazione autenticamente cristiana della democrazia, non erano affatto limitati alla pubblicistica cattolica. Anche in campo protestante, già nell’epoca di Adenauer, si fecero più forti voci come quella di Hans Hermann Walz, che nel febbraio 1957 additava alla Chiesa il compito di superare «l’indifferenza, nutrita dal risentimento monarchico, mostrata dai responsabili ecclesiastici nei confronti dello stato democratico» e di sviluppare, al posto di quella, una «teologia della democrazia». Ciò era tanto più cogente, secondo il collaboratore del presidente del Consiglio delle Chiese evangeliche tedesche, in quanto una collettività detiene «tanta dirittura morale [...] quanta ne possiedono i gruppi che la costituiscono». La Repubblica federale era dunque «di quel tanto democratica o autoritaria, a seconda che i singoli gruppi sono autoritari o democratici». Infatti, i cristiani non costituiscono lo Kindschaft, Mündigkeit und Vatertum, Essen, Driewer, 1962, p. 149. Vedi anche i riferimenti a Lacroix in B. Häring, Ehe in dieser Zeit, cit., passim, come in F.M. Kapfhammer, Leben wir in einer vaterlosen Gesellschaft? Von der Vaterherrschaft zur Vaterliebe, «Neue Volksbildung. Buch u. Bücherei» (Wien), a cura del Bundesministerium für Unterricht, 1962, 4, pp. 151-156; anche la valutazione sostanzialmente negativa del volume apparsa sulla rivista «Theologie und Glaube» lodava come «molto buona» la concezione di Lacroix della democrazia quale «annuncio di fratellanza», v. la recensione a J. Lacroix, Hat die Familie versagt?, cit., «Theologie und Glaube», 1953, p. 145. In un contesto analogo si colloca anche il saggio epocale di E.W. Böckenförd, Das Ethos der modernen Demokratie und die Kirche, «Hochland», 50, 1957-1958, pp. 4-19, poi in Id., Schriften zu Staat - Gesellschaft - Kirche. Bd. 1: Der deutsche Katholizismus im Jahre 1933. Kirche und demokratisches Ethos, Freiburg, Erder, 1988, come pure la ricezione dello scritto programmatico di J. Maritain, Cristianesimo e democrazia. I diritti dell’uomo e la legge naturale, Milano, Comunità, 1950 [New York, 1943], pubblicato in Germania nel 1949, presso l’editore Naumann di Augusta. Maritain faceva discendere la democrazia «dall’ispirazione evangelica» e perciò concepiva l’idea di democrazia come «manifestazione temporale dell’ispirazione evangelica» (ivi, pp. 24 e 45). Vedi in proposito: H.S. Hughes, The Obstructed Path. French Social Thought in the Years of Desperation 1930-1960, New York, Harper and Row, 1968, pp. 65-101; M. Spieker, Die Demokratiediskussion unter den deutschen Katholiken 1949 bis 1963, in A. Rauscher (a cura di), Katholizismus, Rechtsethik und Demokratiediskussion 1945-1963, Paderborn, Schöningh, 1981, pp. 84 ss. 46 J. Lacroix, Hat die Familie versagt?, cit., p. 153. 621 622 stato, ma «hanno il compito di plasmarlo dall’interno» e di impegnarsi «con vigore per la democrazia»47. «Diventiamo democratici!», così, lo stesso anno, la rivista ad alta tiratura «Kirche und Mann» esortava i propri lettori: «Non facili criticoni o democratici ben pasciuti, bensì cittadini responsabili, che sanno che siamo tutti nella stessa barca, che ancora deve compiere viaggi impegnativi». «Prendiamo a cuore la democrazia – concludeva l’editoriale della “Monatsschrift für Männerarbeit der Evangelischen Kirche in Deutschland» [«Rivista mensile per i lavoratori della Chiesa evangelica in Germania»], con uno slancio che avrebbe riempito di gioia Tocqueville – e riempiamola di contenuti”48. Il ruolo che Lacroix giocò sul versante cattolico, tra i protestanti fu assunto dai teologi anglo-americani. Già nel maggio 1950, Heinz-Horst Schrey (nato nel 1911) suggeriva ai protestanti tedesco-occidentali di confrontarsi con la «fondazione teologica della democrazia» di Reinhold Niebuhr. Il suo rilievo per la vita politica nei primi due decenni della Repubblica federale e per la definizione di un’immagine di «libera cittadinanza» è difficile da sopravvalutare, perché il teologo americano dimostrava che «la democrazia non era una qualsiasi forma di governo, ma l’unica possibilità per gli uomini moderni di tutelare un modo di essere dignitosamente umano, tra gli estremi dell’anarchia, che conosce solo la libertà, e la tirannia, che conosce solo l’ordine e la costrizione»49. Dieci anni dopo, la rivista «Kirche und Mann» proponeva alla discussione alcune riflessioni inglesi sul rapporto tra Chiesa e democrazia. Un gruppo di protestanti inglesi, in occasione di una manifestazione della Chiesa regionale del Palatinato, aveva sottolineato come nel Nuovo testamento si trovassero «affermazioni dogmatiche ed etiche che [...] possono essere poste a fondamento di una democrazia cosciente e responsabile» e che erano state definite come «conoscenze teologiche» già negli scritti dei radicali puritani. Compito delle Chiese continentali europee era quello di «abbandonare la concezione gerarchica di Chiesa e società» e confrontarsi H.H. Walz, Die Christenheit in der demokratischen Gesellschaft, cit., pp. 88-89, 93 e 96. In proposito e su quanto affermato di seguito cfr. K. Nowak, Der lange Weg der deutschen Protestanten in die Demokratie, in W. von Kieseritzky e K.P. Sick (a cura di), Demokratie in Deutschland. Chancen und Gefährdungen im 19. und 20. Jahrhundert. Fs. Heinrich August Winkler, München, Beck, 1999; A. Stein, Evangelische Rechtsethik 1945-1963, in A. Rauscher (a cura di), Katholizismus, Rechtsethik und Demokratiediskussion, cit.; R. Lindner, Grundlegung einer Theologie der Gesellschaft. Dargestellt an der Theologie Paul Tillichs, Hamburg, Furche, 1960; K. Sontheimer, Demokratie, in Evangelisches Soziallexikon, cit., pp. 248-252; M.J. Inacker, Transzendenz, cit. 48 Im Blitzlicht: Demokratie ist eine gute Sache, «Kirche und Mann. Monatsschrift für Männerarbeit der Evangelischen Kirche in Deutschland», 1957, 9, p. 1. 49 H.H. Schrey, Glaube jenseits der Tragödie. Die Theologie Reinhold Niebuhrs, «Zeitwende», 1949-1950, 10, p. 814. Invece, secondo Schrey, «nell’ambito della teologia continentale si cercherebbe invano un’analoga motivazione [della democrazia], perché la lunga consuetudine monarchico-patriarcale dell’Europa ha indotto a considerare la democrazia non come la forma di vita dell’uomo moderno, ma come un fatto rivoluzionario, portatore di rivolta e violenze e turbatore dei fondamenti del sistema sociale», ibidem. 47 con la fondazione puritana della democrazia come forma di governo autenticamente cristiana50. Tenero affetto paterno anziché mascolinità militarizzata Le nuove immagini di riferimento della mascolinità familiare e dell’autorità paterna, che svolsero un ruolo centrale nella ricerca della democrazia nei primi due decenni della Repubblica federale, si diffusero presto anche nelle pubblicazioni divulgative sui problemi dell’educazione dei figli, che in modo crescente si rivolgevano direttamente ai padri51. Senza dubbio questi testi non ci dicono con quale frequenza i padri spingessero le carrozzine, cambiassero fasce o pannolini, o accarezzassero i propri figli. Tuttavia, per le loro alte tirature e per il fatto che dovevano conformarsi ai gusti del pubblico, è possibile considerarli dei sismografi attendibili dell’anelito ad una «famiglia ideale», ovvero ad una forma definita di realtà familiare immaginaria, che era appena meno «reale» della realtà quotidiana delle famiglie52. L’opuscolo Ohne Vater geht es nicht [Senza padre non va bene], che gli uomini cattolici dell’episcopato di Münster e Essen ricevettero nel 1961 in occasione della settimana di educazione al digiuno, non li esortava solo a trascorrere meno tempo al lavoro, all’osteria o allo stadio di calcio. Oltre a questo, il lettore riceveva il consiglio di presenziare alla nascita del figlio, per «sviluppare una relazione intima» con il neonato. I padri dovevano pure rinunciare al «processo serale». Chi credesse di poter educare a forza di 50 Beitrag zu Diskussion: Englische Christen über Kirche und Demokratie, «Kirche und Mann. Monatsschrift für Männerarbeit der Evangelischen Kirche», 1962, 1, p. 5. Si veda anche R. Freudenstein, «Amerika ist völlig anders». Ein amerikanischer Hitler wäre unmöglich. Erziehung zur Demokratie an oberster Stelle, ivi, 1961, 2, p. 8. Freudenstein, nato nel 1931, formatosi come insegnante per le scuole superiori, dal 1959 al 1961 aveva insegnato al Manchester College, in Indiana, e riferiva che negli Usa una dittatura politica era «semplicemente impossibile» perché «qui esiste uno Stato nel quale la democrazia è effettivamente vissuta». Ciò era dimostrato anche dal fatto che «la parola “ubbidire” nel vocabolario dei genitori e degli educatori americani non esiste; anzi spesso pare sostituita dalla parola “convincere”». Le tesi di Freudenstein fornirono lo spunto ad un avvocato minorile di Bielefeld per polemizzare sulla «scomparsa dell’autorità paterna in quanto potere capace di assicurare sostegno e tutela», che negli Stati Uniti sarebbe stata particolarmente evidente (cfr. Briefe an Kirche und Mann: «Der “Vater” ist nicht mehr gefragt», ivi, 1961, 3, p. 8). 51 In generale, cfr. M. Höffer-Mehlmer, Elternratgeber. Zur Geschichte eines Genres, Baltmannsweiler, Schneider, 2003, pp. 227-235; M. Gebhardt, Frühkindliche Sozialisation und historischer Wandel, «Tel Aviver Jahrbuch für deutsche Geschichte», 2004, 32, pp. 258-273. 52 Soprattutto John Gillis ha insistito sul fatto che questa «famiglia ideale» che scaturisce da miti, rituali e immagini, sia assai più stabile della «frammentaria e provvisoria [...] famiglia reale». Queste rappresentazioni culturali potrebbero essere definite, con Roger Charter, come «matrici di pratiche di costruzione del mondo sociale», v. J.R. Gillis, A world of their own making: myth, ritual, and the quest for family values, New York, Basic, 1996, pp. XVI ss.; R. Chartier, Le monde comme représentation, «Annales. Histoire, Sciences Sociales», 1989, 6, p. 1513. Che la semantica della paternità non fossero parole vuote, lo conferma anche uno sguardo al diritto di famiglia: il 29 luglio 1959 la Corte costituzionale federale dichiarò la cosiddetta «decisione ultima spettante al padre» incostituzionale e detronizzò così il patriarca familiare in quanto figura del diritto civile, cfr. T. van Rahden, Demokratie und väterliche Autorität: Das Karlsruher «Stichentscheid»-Urteil in der politischen Kultur der frühen Bundesrepublik, «Zeithistorische Forschungen», 2, 2005, pp. 160-179. 623 624 punizioni e percosse, «perderebbe presto la fiducia del proprio figlio»53. Poco tempo dopo, nel maggio 1961, la rivista «Zwischen Dom und Zechen» [«Tra la cupola e la miniera»], supplemento al mensile «Mann in der Zeit», lodava il volume Gute Väter - frohe Kinder [Buoni padri - figli felici] come «un bell’esempio di ritratti del mondo dei padri»54. Punto centrale del volume era un servizio fotografico dedicato ad un «Corso di cura dei lattanti, rivolto agli uomini», realizzato dall’Unione samaritana di Zurigo [Zürich-Hard]. È importante, commentava il curatore del volume, che i padri imparino a «svolgere senza grandi catastrofi le incombenze domestiche in un sabato libero o di domenica, [...] quando la moglie desidera andare in visita di cortesia presso i propri parenti». Molte immagini, invero, impressionano piuttosto come possibile messa in scena di rispettabilità borghese, piuttosto che come iconografia di tenero affetto paterno. Alcune fotografie destano anche il dubbio, su quanto gli stessi maschi progressisti cattolici fossero davvero preparati, nella quotidianità familiare, a collaborare nella cura dei lattanti: due dei quattro uomini, che si esercitavano nel cambio di un pannolino, indossavano sulla bocca una maschera protettiva55. Il fatto che dal punto vista dell’estetica fotografica dell’inizio del XXI secolo questa iconografia di una paternità affettuosa dia occasione di sorridere, non deve far distogliere lo sguardo dall’alto significato politico che tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta gli esperti di questioni familiari attribuivano alle immagini raffiguranti la nuova autorità paterna. Anzitutto nel genere «sequenza di diapositive», all’epoca strumento principe della pedagogia popolare, si trova conferma di quanto agli autori premesse consolidare il messaggio politico della nuova immagine paterna. Chi avesse presentato la raccolta di fotografie Vater – oder Familienfunktionär [Padre o funzionario familiare?], prodotta nel 1964 da Rudolf Rüberg per l’educazione di adulti e di giovani e per l’utilizzo scolastico, avrebbe utilizzato un testo di accompagnamento, con cui l’esperto di questioni familiari cattolico cercava di influire sull’interpretazione di almeno una quarantina di diapositive dedicando ad ognuna una mezza pagina di commento. Come molti suoi contemporanei, Rüberg muoveva dalla convinzione che la «questione del padre» era divenuta la «questione scottante del momento». Poiché da un lato «l’immagine del patriarcato» era superata e dall’altro H. Lochner e R. Svoboda (a cura di), Ohne Vater geht es nicht, Hamm, Westfalen, 1961, p. 4. «Certo – proseguiva l’autore – devono esserci delle punizioni, ma le percosse sono necessarie solo in caso di malefatte particolarmente gravi (ibidem)». L’opuscolo aveva ricevuto l’imprimatur della diocesi di Paderborn (ivi, p. 15). 54 Der wiederkehrende Vater, «Zwischen Dom und Zechen. Beilage zum “Mann in der Zeit”», 1961, maggio, p. 5. 55 K.P. Lukaschek (a cura di), Gute Väter - frohe Kinder, Münster, 1961, p. 32. Fuori dall’ambito cattolico, già alla metà degli anni Cinquanta si scorgono segnali della crescente popolarità del padre che cambia il pannolino al figlio, quale icona della mascolinità affettuosa, cfr. Werdende Väter wickeln Puppen, «Constanze», 1954, 18, pp. 14 ss. 53 625 FIG. 1. Tratta da Karl P. Lukaschek (a cura di), Gute Väter - frohe Kinder [Münster, 1961], p. 32. nessuna «nuova immagine paterna» era in vista, egli sperava di rendere «visibili dei profili [...] che forse appartengono a tale immagine»56. R. Rüberg, Vater oder Familienfunktionär? Lichtbildreihe zum Thema «Ehe und Familie», München, Haugg, 1964, p. 3. «Questa serie di immagini – sottolineava Rüberg – è destinata soprattutto alla forma- 56 FIG. 2. Tratta da Vater – oder Familien-Funktionär, prodotto da Rudolf Rüberg, a cura di Heinz Budde, München, Haugg, 1964 (44 diapositive in bianco/nero). 626 Rüberg dispose le immagini tematicamente: alla sezione Il padre assente seguiva il capitolo Il padre: inesperto di famiglia, quindi Una piccola rotella di un meccanismo cosmico, Niente più uomini capaci? e la sezione Paura della responsabilità. Questa diagnosi visiva della crisi culminava nella sequenza di immagini La mancanza di autorità paterna, che iniziava con una fotografia di soldati impegnati in degli esercizi (Fig. 2), intitolata da Rüberg: Rigido addestramento da caserma. Venti anni dopo l’apocalisse di un militarismo catastrofico questa scena di mascolinità militare serviva a Rüberg come monito, a non confondere «assolutamente» l’autorità con il «diritto del più forte o con il potere di comando», che «può costringere gli uomini ad esso sottoposti a qualsiasi cosa, anche ai comportamenti più riprovevoli». Tale messa in guardia era tanto più cogente, dato che nel recente passato «molti uomini [avevano] compiuto misfatti abusando della propria autorità o profittando di una falsa autorità»57. Il contrappunto a lettere maiuscole al «duro addestramento da caserma» si trovava al centro della successiva sequenza «Rinascita del padre?», con la quale Rüberg intendeva indicare la via d’uscita dalla crisi dell’autorità paterna. L’immagine Padre con zione degli adulti, dunque per gli uomini e anche le donne, i gruppi familiari, i seminari e le serate per genitori, nelle comunità parrocchiali e le scuole. Per i gruppi di ragazzi o giovani maturi può servire da [...] materiale di base» (ibidem). Nato a Paderborn nel 1927, Rüberg divenne negli anni Sessanta una figura chiave del dibattito pedagogico cattolico. Alla fine del decennio lavorò anche come referente principale del «Frankfurter Bildungsarbeit», come vicedirettore del Zentralinstitut für Ehe- und Familienfragen e caporedattore del periodico per genitori «Du und wir» (informazioni tratte dal retro di copertina del volume: R. Rüberg, Eltern in einer neuen Welt, Recklinghausen, Bitter, 1969). 57 R. Rüberg, Vater, cit., p. 16. 627 FIG. 3. Tratta da Vater – oder Familien-Funktionär, cit. carrozzina (Fig. 3) imprimeva alla sequenza di diapositive una svolta netta, che egli commentava ricorrendo alla semantica della paternità democratica: Chi si sofferma a lungo e con attenzione sull’immagine, scopre qualcosa di nuovo nel padre, specialmente nel giovane padre: uno slancio, che non potrebbe essere migliore, lo fa apparire ancor più magro. Un tempo valeva la regola che il padre doveva amare il proprio figlio, ma non poteva darlo a vedere in alcun modo. Ora pare accadere qualcosa di diverso. Lo si capisce soprattutto domenica mattina: padri che vanno con i propri figli al parco, al giardino zoologico, al parco-giochi. Forse sono un po’ goffi, ma non hanno timore di soffiare il naso ai piccoli, se necessario, di consolarli dopo una caduta e di fare con loro un giro sulla piccola giostra. Talvolta, li si vede spingere per il parco un passeggino o addirittura una grande, e dalle alte ruote, carrozzina modello «Principino, con imbottitura da parata», senza la protettiva copertura della madre. Ciò significa qualcosa! [...] In questo modo, il rapporto del padre con i propri figli acquisisce basi nuove: affetto e fiducia, invece che potere e timore. Proprio questi, amore paterno e fiducia filiale, sono i presupposti fondamentali dell’educazione. E ciò può considerarsi il nocciolo di una nuova concezione dell’autorità58. 628 Negli anni Cinquanta questo addomesticamento familiare della mascolinità andava di pari passo con la rinascita dell’ideale del padre giocoso, che tra il 1820 e il 1880 era stato posto al centro della rappresentazione borghese della paternità di successo59. Il primo numero del mensile «Unsere Welt» [«Il nostro mondo»], nota pubblicazione interconfessionale della «Deutsche Familienverband» [«Associazione delle famiglie tedesche»], nel novembre 1955 pubblicizzò un concorso per la più bella fotografia che mostrasse «il padre come compagno di giochi»60. Le immagini premiate erano contraddittorie come le fotografie del corso zurighese di «cura dei lattanti, rivolto agli uomini». Sovente, i segni della rispettabilità borghese come l’abbigliamento, la camicia bianca e la cravatta scura erano altrettanto importanti della rappresentazione della intimità emotiva e della mascolinità mite. Significativamente, il premio della vittoria andò alla fotografia di Helmut Hüber di Stoccarda, che pareva essersi molto divertito a farsi prendere a cuscinate dai suoi cinque figli61. Certamente, un tal numero di bambini restava un fatto raro – con molto rammarico del governo federale conservatore – anche negli anni di alta natalità del decennio Cinquanta. Ma era tuttavia tipico della ricerca della democrazia all’ombra dell’autoritarismo dei primi decenni della Repubblica federale, che la rivista della «Associazione delle famiglie tedesche» incoraggiasse i lettori maschi a trovare conferma della propria virilità in una battaglia di cuscini con i propri figli, piuttosto che in una guerra di sterminio. La paternità democratica nella repubblica liberale Sarebbe senza dubbio facile, sottolineare i limiti del modello di «paternità democratica» dei primi due decenni della Repubblica federale62. I già ricordati esperti di Ivi, pp. 19 ss. Quasi alla lettera anche in R. Rüberg, Eltern, cit., pp. 63 ss. S.M. Frank, Life with Father. Parenthood and Masculinity in the Nineteenth-Century American North, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1998; R. Habermas, Frauen und Männer des Bürgertums. Eine Familiengeschichte (1750-1850), Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 2000; J. Tosh, A Man’s Place. Masculinity and the Middle-Class Home in Victorian England, New Haven, Yale University Press, 1999. 60 Unser Photo-Wettbewerb. Vater als Spielgefährte, «Unsere Welt», 1955, 1, p. 3. 61 Vater als Spielgefährte, ivi, 1956, 3, p. 3. Le altre immagini apparvero in un’edizione successiva, Vater spielt mit!, ivi, 1956, 6, pp. 4-5. 62 In proposito cfr. soprattutto S. Michel, American Women and the Discourse of the Democratic Family in World War II, in M.R. Higonnet et al. (a cura di), Behind the Lines, cit. Esemplare dei limiti del discorso emancipazionista corrente era W. Dirks, Soll er ihr Herr sein? Die Gleichberechtigung der Frau und die Reform des Familienrechts, «Frankfurter Hefte», 7, 1952, pp. 825-837 e specialmente p. 835. 58 59 questioni familiari concludevano tutti che soltanto un uomo sposato ed eterosessuale poteva essere un buon padre. Si concordava anche sul fatto che nel migliore dei casi un padre poteva assumere un ruolo a tempo parziale nella cura e nell’educazione dei neonati e dei bambini, perché spettava anzitutto alla madre occuparsi dell’educazione dei figli e della vita domestica. Anche quelli che sostenevano il diritto della madre a svolgere una professione, sottolineavano che era anzitutto il padre il responsabile del sostentamento della famiglia. In ogni caso, saremmo mal indirizzati se prendessimo del tutto alla lettera la pretesa degli esperti di famiglia, di essere in favore di forme di autorità paterna che andassero oltre il «patriarcato». Ciò nonostante, è però sicuro che negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta anche voci conservatrici si pronunciarono in favore di forme nuove di autorità paterna, anziché schierarsi per una restaurazione del patriarcato gerarchico. Ed anche quando questo nuovo modello di paternità più tenera e affettuosa restava parte di un equilibrio tra i generi di tipo patriarcale, tale equilibrio era meno gerarchico e autoritario rispetto alla concezione cristiana del patriarcato dominante nel periodo tra le due guerre. Esperti di questioni familiari, cattolici e protestanti, ricercavano una forma di autorità paterna nuova e più ricca di sentimento, che si sostenesse anzitutto sulla fiducia dei figli, e di un nuovo modello di famiglia, nel quale il padre giocasse un ruolo attivo nell’educazione dei neonati e dei bambini, non solo degli adolescenti. Con ciò non si intende sostenere che Jean Lacroix, Ernst Michel o altri cattolici di sinistra, che respingevano una concezione della famiglia che essi criticavano come «patriarcale» fossero tipici esponenti del cattolicesimo dei primi due decenni della Repubblica federale o dell’Europa occidentale63. Tuttavia, nonostante la loro marginalità, a partire dalla metà degli anni Cinquanta questi portavoce di una nuova affettuosità paterna suscitarono anche tra la maggioranza dei cattolici una inquietudine politica ed intellettuale crescente, in sintonia con il ruolo sempre più importante assunto dai laici nell’ambito delle Chiese cattolica e protestante64. Senza dubbio, tali tentativi di 63 Nella sua analisi della crisi della coppia, all’inizio del 1951, Walter Dirks riprendeva molte argomentazioni di Michel e si serviva di un linguaggio simile, al tempo stesso esistenzialista, religioso e metafisico, v. W. Dirks, Was die Ehe bedroht. Eine Liste ihrer kritischen Punkte, «Frankfurter Hefte», 6, 1951, pp. 18-28. Alla fine del 1952, Dirks tornò su questo argomento ancora una volta e, concentrandosi su questioni concrete e aspetti giuridici, formulò una critica molto più acuta della concezione patriarcale della coppia e della famiglia. Nonostante il suo stile sobrio, concluse il suo intervento con un appello drammatico, sostenendo che il successo della Repubblica federale come comunità democratica presupponeva il superamento del patriarcato e l’emancipazione della donna: «È certo che questa vita pubblica determinata dall’uomo è o sta per fallire – se è consentita questa drastica semplificazione del bilancio storico del Ventesimo secolo. Le donne cominciano, pur con molte esitazioni, a intervenire. È raccomandabile incoraggiare questo tentativo e proseguire sulla via intrapresa. Forse gli uomini assieme alle donne riusciranno meglio di quanto noi da soli abbiamo fatto finora. Chi la pensa così, di più: chi sente così, utilizzerà ogni occasione per dare alle donne un’opportunità. Forse sta in questo il senso storico della eguaglianza dei diritti», in W. Dirks, Soll er ihr Herr sein?, cit., p. 835. 64 H. Tyrell, Die Familienrhetorik des Zweiten Vatikanums und die gegenwärtige Deinstitutionalisierung von Ehe und Familie, in F.X. Kaufmann e A. Zingerle (a cura di), Vaticanum II und Modernisierung. His- 629 630 mettere in discussione le strutture patriarcali e instaurare un rapporto egualitario tra i generi, trovarono un limite nella perdurante discriminazione economica delle donne e nelle politiche di tutela della maternità. Non si può negare però che, a partire dal 1950 circa, i precursori di una paternità affettuosa sollevarono richieste che una successiva generazione di femministe potrà far proprie a partire dalla fine degli anni Sessanta. A ragione, Geoff Eley ha richiamato l’attenzione sul fatto che tutti coloro che negli anni Cinquanta criticarono i rapporti di genere patriarcali crearono un patrimonio di «linguaggi di diritti e capacità [...] che anche il radicalismo successivo poté far fruttare»65. Se si guarda solo ai tentativi del governo federale guidato dall’Unione cristiano democratica (Cdu) e dei vescovi cattolici, a proposito del diritto di famiglia e del diritto matrimoniale, di tradurre in norma giuridica l’ideale di una gerarchia dei generi fondata sul diritto naturale, si trascura la dinamica, al tempo stesso religiosa e politica, della discussione sulla questione dell’autorità paterna svoltasi nei primi due decenni della storia della Repubblica federale. È riduttivo, spiegare questo dibattito solo come espressione della preoccupazione per l’assetto dei rapporti tra i generi entrato in movimento. L’ideale della «famiglia democratica» rientra assai più in quel contesto che, con Kaspar Maase, si può definire come sviluppo della «democrazia culturale». Si pensi, in proposito, anche ad analoghi processi di trasformazione: l’atteggiamento verso la sessualità pre- o extra-matrimoniale si liberalizzò, così come la disposizione nei confronti delle madri lavoratrici e «singole». Anche il sogno di una nuova affettuosità paterna era parte di una visione di un assetto dei rapporti di genere più egualitario, nel quale uomini e donne, famiglia e lavoro dovevano poter essere compatibili66. Ancor più, il confronto sulla «paternità democratica» fu un passaggio centrale, nel quale la giovane Repubblica federale comprese come dovesse definirsi il rapporto tra autorità e democrazia. L’aspirazione ad una paternità più tenera ed affettuosa rappresentò un aspetto particolarmente ricco di significati della ricerca della democrazia in torische, theologische und soziologische Perspektiven, Paderborn, Schöningh, 1996; W. Damberg, Abschied vom Milieu? Katholizismus im Bistum Münster und in den Niederlanden 1945-1980, Paderborn, Schöningh, 1997; B. Ziemann, Katholische Kirche und Sozialwissenschaften 1945-1975, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 2007. 65 G. Eley, Forging Democracy. The History of the Left in Europe, 1850-2000, Oxford, Oxford University Press, 2002, p. 313. 66 Cfr. in particolare K. Maase, Establishing Cultural Democracy, cit.; M. Höhn, Gis and Fräuleins. The German-American Encounter in 1950s West Germany, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 2002, p. 12; C. von Oertzen, Teilzeitarbeit und die Lust am Zuverdienen. Geschlechterpolitik und gesellschaftlicher Wandel in Westdeutschland 1948-1969, Göttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 1999; C. Sachse, Der Hausarbeitstag. Gerechtigkeit und Gleichberechtigung in Ost und West 1939-1994, Göttingen, Wallstein, 2002, p. 30; cfr. anche S. Buske, «Fräulein Mutter» vor dem Richterstuhl. Der Wandel der öffentlichen Wahrnehmung und rechtlichen Stellung lediger Mütter in der Bundesrepublik 1948 bis 1970, «WerkstattGeschichte», 27, 2000, pp. 48-67. Un precoce, eppur brillante e suggestivo ritratto degli anni Cinquanta come periodo dinamico è già in H.P. Schwarz, Der Geist der fünfziger Jahre, in Id., Die Ära Adenauer. Gründerjahre der Republik, 1949-1957, Stuttgart, Dt., 1981. Germania occidentale negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta. Il vuoto luogo comune della «democrazia», che – come lamentato da molti studiosi della cultura politica dell’immediato dopoguerra – serviva a nascondere l’abisso morale degli anni immediatamente successivi alla guerra, negli anni Cinquanta divenne un concetto fondante del linguaggio politico, pieno di contenuti e vitalità. Il sogno di nuove forme di autorità paterna contribuì in modo determinante al distacco emotivo e intellettuale dei cittadini della Germania federale dal nazionalsocialismo e dal militarismo e, con ciò, dal connesso ideale di mascolinità basato sui lavoratori e i soldati, così come contribuì ad indirizzarli verso una società democratica e ad integrarli nella loro «repubblica liberale». 631