11 ANNO LIX 19 DICEMBRE 2010 3,00 Poste Italiane spa - Spedizione in a.p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1, comma 1, DCB - Filiale di Roma patria indipendente l 28 gennaio 2005 l 1 Sommario 3 l Il punto, di Wladimiro Settimelli 5 l Lettere al direttore DIBATTITO PRECONGRESSUALE Editore Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (A.N.P.I.) Sede legale Via degli Scipioni, 271 - 00192 Roma Direttore responsabile Wladimiro Settimelli In redazione Gabriella Cerulli, Adriana Coppari Collaborano: Fulvia Alidori - Mirella Alloisio - Ivano Artioli Gemma Bigi - Elena Bono - Marco Cecchini Avio Clementi - Massimo Coltrinari - Serena D’Arbela - Georges de Canino - Primo De Lazzari - Daniele De Paolis - Filippo Giuffrida Sergio Giuntini - Enzo Guidotto - Orsetta Innocenti - Andrea Liparoto - Stefano Lodigiani - Aladino Lombardi - Luciano Luciani Luca Madrignani - Bruno Miserendino Natalia Marino - Ilio Muraca - Paolo Papotti Guido Petter - Antonella Rita Roscilli - Luca Sarzi Amadè - Pietro Scagliusi - Leoncarlo Settimelli - Daniele Susini - Ivano Tajetti Walkiria Terradura - Alfredo Terrone - Tiziano Tussi - Federico Vincenti Segretaria di redazione Gabriella Cerulli Abbonamenti Annuo € 25 (estero € 40) Sostenitore da € 45 versamenti in c/c postale n. 609008 intestato a: «PATRIA indipendente» Arretrati: € 5,00 a copia Direzione, Redazione, Amministrazione Via degli Scipioni, 271 - 00192 Roma Tel. 06 32.11.309 - 32.12.345 Fax 06 32.18.495 E-mail: [email protected] / [email protected] Iscritto al n. 2535 del registro stampa di Roma il 4 febbraio 1952 e nel registro nazionale della stampa con il n. 1032 il 23 settembre 1983. 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Via Ostia, 9 - 04022 Fondi (LT) Tel. 0771 51.30.17 Iscritto all’Unione Stampa Periodica Italiana Questo numero è stato chiuso il 17 dicembre 2010 2 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 7 l L’ANPI riparte anche da qui con i partigiani della “Majella”. Il cuore di Onna martoriata: i nazisti, le fucilazioni, il terremoto, di Andrea Liparoto 10 l Il fare politica all’interno dell’ANPI. Il nostro Congresso in un momento delicato, di Tiziano Tussi POLITICA 12 l Berlusconi vince la sfida ma ora deve governare, di Bruno Miserendino ATTUALITÀ 14 l Negli ultimi anni una dolorosa emorragia. Sono più di un milione i giovani scappati dall’Italia, di Mattia Settimelli PERSONAGGI 16 l I protagonisti sbruffoni, eroici, vigliacchi e umanissimi. Quel gran cinema di Monicelli, straordinario specchio dell’Italia, di Serena D’Arbela STORIA 19 l Un documentario sugli IMI dell’ANPI di Viterbo. Così gli aguzzini nazisti uccisero il generale Trionfi, di Giuliano Calisti 21 l Dalla riforma Gentile alle celebrazioni di tutte le guerre. Giorno dopo giorno il fascismo alla conquista della scuola, di Filippo Colombara 28 l Una cerimonia con migliaia di persone in Slovenia. L’altra Basovizza per ricordare i fucilati dai fascisti italiani, di Gaetano Dato CINEMA 34 l Per capirlo bisogna “uscire” dalla storia spiegata a scuola. “Noi credevamo”: il film di Martone sul Risorgimento, di Serena D’Arbela RUBRICHE 37 l Libri 39 l Seganalazioni, a cura di Tiziano Tussi I-VIII l Cronache Inserto Speciale per il 150° dell’Unità d’Italia: Lectio Magistralis di Umberto Carpi su “Rinascimento, Risorgimento, Resistenza: così è nata l’Italia della Costituzione” o dico e lo dico ancora con il cuore in mano: che anno angoscioso questo 2010 che sta scappando via. Bastava, un giorno dopo l’altro, seguire i telegiornali per avere la sensazione che il nostro amato Paese, la nostra Italia che compie appena 150 anni, si stesse, momento dopo momento, sbriciolando. Ovviamente tra frane, alluvioni, immondizia di Napoli, disoccupazione, licenziamenti, cassa integrazione, scioperi e lotte ovunque, in difesa del lavoro, della cultura, della Costituzione, del diritto dei giovani ad avere un futuro, del diritto alla casa, del diritto alla scuola, del diritto di essere liberi dalla mafia e dai ricatti dei padroni prepotenti, del diritto di non essere travolti dal malaffare. E del diritto-dovere di comportarsi con lealtà e rispetto nei confronti delle compagne della nostra vita: le donne, sempre di più mercificate, offese e utilizzate dai potenti come banale sollazzo da quattro soldi. Lo so, sono pessimista, ma voi, come me, in questo anno, ne avete viste di tutti i colori. O sono io che sbaglio? Qualcuno mi ha anche fatto sapere che sarei troppo estremista e di non seguire la politica dell’ANPI – che giustamente (eccome giustamente!) mantiene le dovute distanze dai partiti – di essere troppo antiberlusconiano (lui, intanto, ha ottenuto a malapena la fiducia alle Camere), con uno stile che ricorda troppo gli anni ’60-’70. È vero? Avvertitemi, scrivetemi, telefonatemi. Fatemi sapere qualcosa. Ho visto male io, ho capito tutto male della nostra realtà quotidiana quando dico che, in questo 2010, il Paese ha dato davvero l’impressione di essere sull’orlo del baratro? Posso fare un elenco, sicuramente incompleto di quel che ho visto esattamente come voi. Ci provo. Ho sentito parlare della privatizzazione dell’acqua, ho ascoltato e letto le solite storie di Berlusconi con le ragazzine, ho visto degli operai barricati all’Asinara per difendere il posto di lavoro. Ne ho visti altri in piazza, tantissimi. Ho visto ancora i lavoratori dello spettacolo invadere il tappeto rosso del festival cinematografico di Roma, chiedendo di ritirare i tagli alla cultura. Ho anche visto la protesta dei giornalisti Rai, ho visto migliaia di precari vecchi e giovani sfilare per strada incazzati neri. Ho visto un giorno, passando davanti a Montecitorio, dei professori d’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia che suonavano un concerto al freddo e al gelo per ricordare a tutti i loro problemi. Ho visto, poi, dei ricercatori con le provette in mano fermare per strada dei parlamentari e discutere con loro della mancanza di fondi. Ho visto migliaia L e migliaia di studenti, in tutte le città d’Italia, sfilare per le strade compatti e sorridenti mentre andavano, a Roma, verso il Senato e la Camera, dopo i “contatti” con la polizia e i carabinieri. E ho visto ancora i ragazzi che, con foga, salivano per protesta sul Colosseo, sulla Torre di Pisa, sulla Mole Antonelliana a Torino o sulla Cupola del Brunelleschi a Firenze o sedevano tra le poltrone del Teatro Massimo di Palermo, dopo averlo occupato. Ho visto ragazzi seduti per terra che seguivano, per strada, le lezioni dei loro professori che erano presenti al loro fianco. Ma ho anche visto agenti di polizia, vigili del fuoco, agenti di custodia e guardie forestali, fare picchetti di protesta ad Arcore, davanti alla villa del Presidente del Consiglio. Ho visto e sentito il maestro Daniel Barenboim, alla prima della Scala di Milano, leggere l’articolo 9 della Costituzione prima di alzare la bacchetta per dirigere orchestrali e interpreti. L’articolo 9 è quello che dice: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. E ho visto con gioia il Presidente Napolitano che applaudiva. Ho visto, come tutti, il Veneto allagato e ho visto ancora una volta Napoli – Napoli grande e bella con quel suo mare straordinario – sepolta dai sacchetti di immondizia per giorni e giorni, per settimane, per mesi. Ho visto i “compattatori”, i camion di raccolta, bruciati dalla gente inferocita e forse anche da qualche malavitoso. Ho visto delle mamme piangere e urlare perché i loro figli malati non avevano più insegnanti di sostegno a scuola e altre sfilare in corteo per chiedere gli asili nido. Ho visto il “popolo delle carriole” che a L’Aquila protestava per il mancato sgombero delle macerie e ho visto il governo appropriarsi di una parte del cinque per mille mettendo in crisi il volontariato. Ho visto le accuse giudiziarie ai vertici della Protezione Civile. E ho visto il premier comprarsi ancora un castello, terreni e villette ad Antigua. Ho visto le statistiche dalle quali risulta che, in questi ultimi anni, un milione di giovani italiani sono scappati all’estero. O le altre statistiche dalle quali risulta un grande aumento della disoccupazione. Ho visto immigrati salire sulle ciminiere e sulle gru per rivendicare il diritto al permesso di soggiorno e ho visto alcuni operai arrampicarsi sui tetti per protestare contro il licenziamento. E ho anche visto la Camera chiusa in attesa del voto di fiducia al Presidente del Consiglio. Poi l’attribuzione di un premio inventato, al Festival di Venezia per alcuni amici del ministro patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 3 Bondi. E ho visto anche i crolli di Pompei e il ministro che, in televisione, pareva spaurito, spaventato e non sapeva di cosa stava parlando, nel rispondere alle accuse che lo riguardavano. Dio mio Bondi, ma in che posto ti sei fatto infilare! Un tempo, ministro dei Beni Culturali era Giovanni Spadolini, un uomo coltissimo e uno studioso di chiara fama. Ho visto una straordinaria trasmissione televisiva, guardata da dieci milioni di persone ed ho anche saputo che, per farla, c’era stata una vera e propria guerra all’interno della stessa televisione. Ho ancora visto quel pirla di Capezzone dire in tv le solite fregnacce imparate a memoria per mantenere il posto. E ho e sentito che alcuni parlamentari si erano messi tranquillamente in vendita per sostenere la fiducia al premier. Ho visto anche la signora Binetti che, alla Camera, non ha avuto un attimo di rispetto per Mario Monicelli che aveva deciso di farla finita con la vita. Ho anche visto, come tutti, i pastori sardi protesta- re con durezza per difendere i loro formaggi. Ho visto ancora l’acqua alta a Venezia, dopo che, qualche anno fa, il premier aveva deciso di inaugurare (si fa per dire) il “Mose” ancora in costruzione. Ho visto male io, allora? Che cosa non ho capito? È un Paese normale e sereno questo? Io, in chiusura d’anno, ho elencato soltanto fatti. Dunque, siamo stati amministrati adeguatamente in questi ultimi anni? Rispondete un po’ voi. * * * È spettacolare, spettacolare davvero la battaglia che si è scatenata, come dice il Corriere della Sera, tra cavalieri Jedi e cyber-sceriffi. Parlo della faccenda Wikileaks e di Julian Assange. Ha messo in rete milioni di “file” con notizie riservatissime su tutti i Paesi del mondo e, in particolare, sugli Stati Uniti e satelliti vari. Si tratta di rapporti degli ambasciatori americani che giudicano tutti i big del mondo, in via del tutto privata. Invece il materiale è saltato fuori e le rivelazioni continueranno, Così si è appreso che Berlu- sconi è “poco affidabile”, che Zapatero è “un gran furbo”, che i governanti di Kabul sono corrotti e incontrollabili, che la Russia di Putin è in mano alla mafia, e che si fanno affari sporchi sul gas e sul petrolio. Immaginabile, tutto immaginabile. Ma vederlo scritto nero su bianco è davvero un’altra cosa. Hanno tentato di azzittire Assange in tutti i modi, ma non ci sono riusciti. Allora lo hanno arrestato con la ridicola accusa di avere violentato due donne consenzienti. Naturalmente, contro di lui, si è scatenato mezzo mondo: cacciato persino dalla Svizzera, gli hanno chiuso i conti e bloccato le carte di credito. Ma la valanga di notizie, appunto, continua. In difesa del generoso Don Chisciotte e in nome della libertà di notizia, si sono levati i “pirati informatici” di mezzo mondo, i “libertari della banda larga e stretta” e i cibernauti progressisti. Vedremo come andrà a finire. Comunque, viva Assange e il suo Wikileaks. W.S. 2010: un anno di angosce e di battaglie È stato un anno difficilissimo il 2010. Gli studenti sono scesi in piazza per battersi contro la riforma Gelmini e hanno occupato i monumenti più importanti del Paese: il Colosseo, la Torre di Pisa, la cupola del Brunelleschi a Firenze, la Mole Antonelliana, il Teatro Massimo di Palermo, facoltà in diverse città, insieme ai loro professori e ai precari della scuola. I ricercatori precari sono saliti sui tetti per protestare contro la scadenza dei loro contratti e hanno scioperato anche i professori d’orchestra (suonando davanti a Montecitorio), gli uomini di cinema e di teatro, le maestranze del mondo dello spettacolo, insieme ad un gran numero di cassintegrati della piccola e media industria finiti sul lastrico. Persino i poliziotti, gli agenti di custodia, i vigili del fuoco, hanno organizzato picchetti di protesta davanti all’abitazione di Silvio Berlusconi ad Arcore. Ma non basta: tutto il mondo della cultura ha lanciato appelli contro i tagli ai musei e alle manifestazioni d’arte, contro i tagli al cinema italiano, all’opera e al balletto. Alla prima della Scala si sono avuti incidenti all’esterno, ma all’interno il maestro Daniel Barenboim ha letto, alla presenza del Presidente Napolitano, l’articolo della Costituzione che difende la cultura. In questa situazione di mille tensioni e crisi, abbiamo deciso di mettere in copertina una foto simbolica: quella di un gruppo di studenti con tanto di striscione che avevano occupato, a Torino, la Mole Antonelliana. La controcopertina è invece dedicata a Mario Monicelli, uno dei grandi del cinema italiano scomparso in questi giorni. È una inquadratura, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, del celeberrimo “La grande guerra”. Monicelli, gravemente malato, ha deciso, come si sa, di togliersi la vita. Il suo fare cinema, la sua straordinaria raffigurazione di una Italia arruffona, sbruffona, ciarlatana, truffaldina, ma anche eroica, non sarà certo dimenticato. 4 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 ir al d et lettere tore C’è anche un altro Gianfranco Fini Caro direttore, ho letto la tua risposta alle mie osservazioni sulla privatizzazione dell’acqua e sull’impegolarsi, come Associazione, nella querelle politica. Debbo confessare che non mi è piaciuto il titolo che hai dato al mio testo, titolo che travisa la lettera e lo spirito dello stesso, che lamentava la mancata commemorazione del 65° anniversario della Liberazione e il fatto che, se ci occupiamo, come Associazione, delle diatribe fra partiti sui provvedimenti in essere, o in fieri, dell’economia, della giustizia, della cultura e di quant’altro vuoi aggiungere, dovremo necessariamente esprimere un’opinione, che avrebbe valenza di scelta di campo e assegnerebbe una deriva partitica alla nostra stessa Associazione. Così facendo in passato, abbiamo tenuto lontano da noi grande parte dei giovani delle generazioni che si sono susseguite nel tempo. Ho il dubbio che da questo distacco sia sorta quella rissosa classe politico-dirigenziale attuale, più attenta alle acquisizioni di prevalenza e di potere, che ai tanti problemi della Nazione. Ciò vale per la sinistra, la destra, il centro e il trasversale e ritengo superfluo elencarti le singole scissioni e le conseguenti frantumazioni dei partiti, originate da questi tentativi. Il nostro compito credo sia quello di perpetuare la memoria e con essa i valori fondanti della Resistenza presso i giovani. Giovani che anche la carente – mirata o casuale che sia – informazione sulla recente storia patria porta lontani dalle motivazioni resistenziali. Ricordo fra queste, quella che consentì il coagulo etico-culturale fra le diverse ideologie per cui le formazioni Garibaldine, Giustizia e Libertà, Stella Rossa, Autonome, Mazziniane, Repubblicane e Monarchiche, pur conservando le singole autonomie, seppero darsi un obiettivo comune e per esso lottare. Nei confronti dei giovani, noi abbiamo prima sbagliato anche con uno Statuto restrittivo. Vediamo di non ripetere lo stesso errore facendo un altarino all’on. Fini, il quale, o chi per lui, dopo la discussa citazione dei grandi statisti italiani, ha chiesto la soppressione della festività del 25 aprile. Come se non bastasse, ha colmato la misura domandando l’estensione del titolo di Cavaliere della Libertà anche ai militanti nella repubblica di Salò. Naturale conseguenza, come ebbi a scrivere, siccome era destinata ai viventi, di questa onorificenza ne sarebbero stati insigniti, fra gli altri, i militari di Salò componenti il plotone di esecuzione della Benedicta e altrove, ma non quei ragazzi ammassati nelle fosse comuni, né quelli “passati per il camino” nei konzentrationlager. Il nostro Comitato, già da anni, ha ritenuto valido stabilire un contatto diverso, o di complemento, da quello degli incontri e delle semideserte commemorazioni, sovente mutate in teatrini partitici. Perciò oltre al catalogo della mostra, che sarà prossimamente ospitata in altri comuni, abbiamo pubblicato e diffuso nelle scuole – impegnando scolari e studenti in commenti con concorsi a premio – altre quattro pubblicazioni; una quinta, che raccoglie oltre 150 testimonianze, è alla stampa. Il nostro intento è quello di ricordare, ai giovani in particolare, che nella zona del Novese uno su tre dei partigiani «…appesi alle forche o sotto il piombo del barbaro nemico morirono…» (dalla motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare al CVL). Speriamo che proponendo una memoria, lontana dalle derive e dalle strumentalizzazioni partitiche, i giovani si avvicinino a quell’evento feriale, umile, antiretorico ed epico insieme che fu la Resistenza tutta, da Porta San Paolo a Cefalonia, alle quattro Giornate di Napoli, dalle Alpi Dinariche all’Egeo, alle FFI, dai “partigiani del silenzio” dei campi di prigionia, al Corpo Italiano di Liberazione, dai ribelli nelle “belle città date al nemico” a quelli “sull’aride montagne”, ma anche e soprattutto perché quei: “Enfants trop tot grandis et si vite en allés qui dormez aujourd’hui de retour au pays le visage dans la terre” (da “Poesie” di J. Prevert) “nu s’accorsan che sa se teinta de sepelili sut’a rumeinta” (da “Sant’Antonino” di E. Firpo). Questo, condiviso dai miei amici e compagni ribelli (mi piace di più che partigiani) è quello che crediamo sia il nostro compito e devoto dovere, nel tentativo, forse illusorio, di trasmettere alla generazione emergente i valori che ci animarono allora. P.S. - Neanch’io so chi ha proposto la privatizzazione dell’acqua e chi l’ha avversata (e sarei con lui in sintonia), ma esprimendo un parere pro o contro una delle due ipotesi, si prende campo a fianco del partito, o dei partiti, che hanno caldeggiata una delle ipotesi. Il che, come Associazione, non mi pare né opportuno, né lecito. (Franco Barella - Novi Ligure) patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 5 La Russa come D’Annunzio? Caro Direttore, non è facile capire cosa abbia indotto il nostro Ministro della Difesa a imitare ridicolmente il poeta-soldato Gabriele D’Annunzio che, nel corso del Primo conflitto mondiale, ebbe l’ardire di lanciare su Vienna migliaia di volantini tricolori, inneggianti alla vittoria dell’Italia. Nel nostro caso, si tratta certamente di un tentativo di guerra psicologica, su ignare e impreparate popolazioni afgane (a maggioranza analfabete) le quali avranno sperato, per un momento, che si trattasse non di colorati foglietti in lingua araba, ma di biglietti di euro, gentile omaggio degli italiani. Comunque, il tentativo del La Russa non andrebbe sottovalutato, se non per il fatto che, a differenza di D’Annunzio, a protezione del suo elicottero, pare volassero due potenti aerei Mangusta armati di sofisticati sensori antimissili e di potenti cannoncini, ma il cui costo di volo orario ammonta a diverse migliaia di dollari. La Russa non è nuovo a queste spedizioni “persuasive” nel ricordo, da lui stesso sovente evocato, di giovanili “sortite” punitive, nel quartiere romano della Balduina. Ora c’è solo da aspettarsi i risultati di questa impresa, fra cui quello che sicuramente nelle misere abitazioni di quell’area, quei biglietti saranno forse il solo oggetto di lettura o, perlomeno, di curioso souvenir. (Ilio Muraca - Padova) L’assessore Arcai e il kaki di Brescia Dispiace, dispiace leggere quello che l’assessore Andrea Arcai ha detto alle scolaresche riunite nel giardino di Santa Giulia per raccogliere i frutti dell’albero di kaki sopravvissuto al bombardamento atomico dell’agosto del 1945. Dispiace perché chi, come lui, è stato vittima di accuse pretestuose, dovrebbe essere più attento alla verità, in particolare quando si parla a giovani scolari. Ricordo bene che, nel mio piccolo, ho sempre creduto e ripetuto che le 6 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 accuse a lui rivolte erano poco credibili; sapevo bene come suo padre fosse considerato, già alla fine degli anni Sessanta, per il rigore e l’onestà con cui operava nel tribunale di Brescia: un giudice integerrimo, un ostacolo all’eversione di destra. Mi risultava semplice capire che coinvolgere il figlio nella strage di Piazza della Loggia serviva a togliere di mezzo il padre, un magistrato ligio al proprio dovere. Per questo, in nome della verità, vorrei ricordare all’assessore alcune cose, che contrastano con quanto da lui detto. Prima cosa: non è vero che “c’è la pace in Europa da cinquant’anni”. Purtroppo c’è stata un’assurda guerra nella ex Jugoslavia, con il finale intervento della NATO, che con l’accordo succube del governo D’Alema ha bombardato la Serbia per 78 giorni, colpendo anche scuole, ospedali, ambasciate. Era una guerra! È stata ipocritamente definita “intervento umanitario” e i crimini di guerra da noi commessi sono stati derubricati in “effetti collaterali” (comprese, anche, le conseguenze delle bombe all’uranio impoverito sui nostri militari). Era il 1999. La ventilata “pulizia etnica” contro gli albanesi è diventata, in Kosovo, la pulizia etnica contro serbi e rom. Da allora, a mia memoria, ogni intervento militare armato è stato chiamato “intervento di pace”. Lo dicevano già i Romani: “Si vis pacem, para bellum”. Ma poi è arrivato un Tale che ha detto: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”, “Porgi l’altra guancia” ed “Ama il tuo nemico”. Perché dimenticare la grandezza del messaggio cristiano? Perché un amministratore pubblico dimentica l’articolo 11 della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra (…) come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”? Quando si parla ai ragazzi bisogna dire la verità, non bisogna ingannarli, bisogna ammettere i propri limiti e non giustificare interventi armati che solo la logica militare può accettare. Né in Iraq né in Afghanistan ci sono “missioni di pace”, sono solo interventi militari per il controllo di quei territori. È così difficile dire che in Iraq non c’erano le armi di distruzione di massa? Che non c’era il terrorismo? Che i cristiani avevano i loro luoghi di culto? E che solo ora l’integralismo islamico li sta perseguitando (ora che c’è un “governo democratico”)? E in Afghanistan? Dov’è finito Bin Laden, per la presenza del quale si è scatenata la guerra nel 2001? Dov’è finita la libertà per le donne, che si era, poi, presa a simbolo del carattere “umanitario” di quell’intervento? Perché parlare di “missione di pace” se, mentre ormai sono migliaia le vittime civili dei bombardamenti, il nostro governo chiede di poter armare anche i nostri aerei? Forse fa velo all’assessore Arcai la retorica propaganda bellicista del ministro Ignazio La Russa, che ridicolmente si paragona a D’Annunzio, il quale, sì, lanciava volantini su Vienna, ma per condannare i bombardamenti, non per promuoverli. Tutte le associazioni umanitarie contestano gli interventi militari, perché essi non possono portare pacificazione. Per loro natura gli eserciti risolvono i conflitti con le armi e così ne preparano di nuovi. Questo è l’insegnamento della Storia. Diceva il generale Angioni, dopo la fallimentare esperienza in Somalia, che non si possono intavolare trattative di pace importando bombardieri, carri armati e imponendosi con le armi. Ancora una volta, chi aveva orecchie intendeva che con le armi non si risolvono le controversie. I vinti, prima o poi, vorranno la loro rivincita. Per questo, bastava dire ai ragazzi che la strada per la pace è lunga e difficile e che il mondo degli adulti spesso sbaglia e usa ancora, per paura, interessi e potere, strumenti di morte. Ma la vita è ancora più forte, e la pianta di kaki di Nagasaki è il simbolo di una speranza in un mondo, vivo, senza armamenti, senza conflitti armati. Mi fermo qui. Oltre al mio rammarico, mi sento anche di fare un invito all’assessore Arcai. Perché non preparare un incontro pubblico promosso dal suo assessorato per un confronto sui metodi e i risultati di tutte le missioni italiane all’estero, evidenziando luci ed ombre senza preclusioni e senza pregiudiziali ideologiche? Grazie. (Adriano Moratto - per e-mail) Dibattito precongressuale L’ANPI riparte anche da qui con i partigiani della “Majella” Il cuore di Onna martoriata: i nazisti, le fucilazioni, il terremoto di Andrea Liparoto Il dibattito precongressuale dopo gli incontri tra le macerie. Giustino Parisse e i suoi due figli. Il centro congressi donato dall’ambasciata di Germania. Il professor Giovanni Schippa Il corteo si avvia a deporre la corona alla lapide che ricorda le vittime della strage nazifascista. ogliamo raccontarvi una storia intensa, di profilo “associativo”, che ne incrocia però un’altra d’origine decisamente diversa: quella di una fine improvvisa, improvvisamente tragica. Un brutto deserto, nato in pochi secondi. Di notte. Mattina del 3 dicembre scorso. Da Roma parte una delegazione dell’ANPI Nazionale – composta da Luciano Guerzoni, della Segreteria, e dal sottoscritto, responsabile della comunicazione – per partecipare all’avvio ufficiale della ricostruzione, anche in vista del Congresso, di una nostra struttura provinciale: l’Aquila. Sappiamo di un bel moto d’entusiasmo, dell’impegno generoso di Alvaro Iovannitti, nostro fiduciario locale, di un seme promettente e ben fondo, insomma. Ci sarà da osservare compiaciuti, da conoscere, dire, illustrare. Imparare. Una pratica piacevolmente rodata, da mesi, da quando siamo in cima ai pensieri civili – e desideri di appartenenza – di non pochi italiani. Ci sarà da sentire un’ombra. Da attraversarla. Autostrada A 24. Dobbiamo uscire ad Assergi. Ci aspetta Alvaro con la sua tenerissima signora. Neve, e freddo, da dannarlo. Arriviamo a Campo Imperato- V re, ai piedi dell’«imperatore» d’Abruzzo, quel Gran Sasso gonfio di storia, anche lui, e suggestione. In un pranzo da stare robustamente vigili per il dopo – la cucina di qui è tradizionalmente grave seppure da incanto del gusto – si parla inevitabilmente di politica, crisi e immobilismo della sinistra, crisi e mobilità nauseante della destra, delle difficoltà di salute di Alvaro, un combattente comunque, della sua casa di Paganica resa inabitabile dal terremoto, di quello che accadrà di lì a due ore quando ad Onna nella Casa-Centro Congressi, donata generosamente dall’Ambasciata di Germania e da altri partner, avrà luogo l’incontro pubblico sull’ANPI e il suo progetto di sviluppo. Ci arriva dal nostro fiduciario anche la notizia dell’ordine del giorno, proposto dal Senatore Luigi Lusi e altri e approvato in Commissione Bilancio del Senato, che impegna il Governo a rifinanziare i contributi per le altre associazioni combattentistiche vigilate dal Ministero della Difesa, tra le quali l’ANPI, per il periodo 2011-2013. Questo in seguito al pesante taglio dei finanziamenti governativi alle suddette associazioni e alla prospettiva sempre più realistica della cancellazione definitiva degli stessi per gli anni a venire. Un attacco feroce alla memoria, per soffocarla. Torniamo quindi al freddo, caldi però di un ottimo liquore locale. Rimontiamo in macchina. Tappa: Paganica. La casa di Alvaro. Impressionante come fuori sia semi-intatta. Dentro, i segni del tiro infame della natura. Dovrà essere demolita. Un camminare inquieto, stupefatto, il mio, di Guerzoni, poi un tentare modi di sollievo, o forse distrazione sui nostri accompagnatori… Una casa costruita con passione, sacrificio, vissuta con mani e cuore. Modi che scattano, ma fermi di risultato. Ovvio. Così, di nuovo in macchina. Neve, freddo. Dentro. Onna. Arriviamo alle 14.30. Il tutto avrà inizio alle 15. Qualcuno è già davanti alla Casa. Scendiamo. Ci viene incontro Giovanni Schippa, un tempo glorioso alle spalle. Partigiano combattente, quindi patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 7 professore universitario, rettore dell’Università de L’Aquila, cavaliere di Gran Croce, Medaglia d’Oro per meriti nel campo della cultura e della scuola. Oggi è un simpaticissimo e spigliatissimo 87enne pronto a dare intelligenza e un delizioso buon umore alla causa della democrazia. Ci abbraccia. Sorride. Mi volto. Il paesaggio reclama gli occhi. Onna, ore 3.32 del 6 aprile 2009. Un borgo millenario si fa nulla. Polvere, silenzio. Quindi gemiti, implorazioni di soccorso. Il tiro infame, anche qui. La deposizione della corona alla lapide. Che travolge generazioni. In uno di questi ammassi di pietre Giustino Parisse, 50 anni, ni a tutti, ciao Alvaro!, è un’istitucaporedattore de Il Centro – il zione il nostro. Si concentra un’uquotidiano forse più letto in manità varia e incuriosita da questa Abruzzo – ha perso i suoi due gio- ANPI che riparte da qui. C’è Giovanissimi figli Domenico e Maria vanni Lolli, deputato del PD, e Paola – rispettivamente di 18 e 16 Lusi, anche lui. Quindi un anziano anni – e suo padre. C’è anche lui signore con bastone e busta sotto oggi, per l’ANPI, Alvaro ce lo pre- il braccio, sorridentissimo. Lo avsenta. Si muove e guarda lento, viciniamo. È Gilberto Malvestuto, come fuor di realtà. Ci regala i 89 anni, un uomo che ha fatto la suoi libri: Onna anno 1000-6 storia della Resistenza in questi aprile 2009 e Indagine su un masluoghi, ma non solo. Una vicenda sacro - La strage nazista di Onna e un carattere che meritano uno con le foto inedite dell’eccidio scrit- spazio tutto loro, glielo riserviamo to con Aldo Scimia. Sì, perché in un box dentro questo articolo. questo stretto angolo d’Italia le ha Gilberto consegna la busta a viste proprio tutte. 2/11 giugno Guerzoni: c’è dentro una foto 1944: i nazisti uccidono 14 innopreziosa. L’ingresso della Brigata centi, nel quadro inquietante del Majella nella Bologna liberata. Lui loro agire vigliacco. Non solo. A completare il macabro rituale, le è in prima fila. Un pezzo del mibombe che quasi radono al suolo glior tempo che l’Italia ha vissuto, della migliore Italia grazie alla il paese «che la ferocia degli uomini – così Alvaro Iovannitti in un quale oggi viviamo liberi e siamo passaggio del suo intervento all’in- anche qui a poter parlare e fare progetti di democrazia, futuro. contro del pomeriggio – e un deCommozione, come non provarla. stino crudele hanno voluto che nelMa oggi vedo anche tanti ragazzi, l’arco di un sessantennio divenisse magari mossi solo da curiosità per due volte martire». Come mi capita, credo sempre, l’ANPI, cosa sarà? penseranno; ma inizio a sfogliare subito i libri. anche forse da un bisogno di darsi Scorro alcune fotografie. Proces- da fare per e con valori puliti cui sioni, feste, viette… Mi fermo su affidarsi per dare un senso ai protre giovanotti sorridenti negli anni pri giorni. Dicevo, una varia uma’50. Ci chiudo su gli occhi, per ri- nità, con competenze, capacità e farmeli di un paese vivo. Istanti. passione. C’è per esempio Enzo Un vociare intenso mi riporta ad Pelino, attivissimo lavoratore della oggi. C’è un bel gruppo di perso- memoria nell’Associazione “Il ne. Alvaro stringe contento le ma- sentiero della libertà” (www.ilsen8 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 tierodellaliberta.it) – con sede nell’Istituto “E. Fermi” di Sulmona – la cui attività centrale è appunto quella di organizzare delle marce sul sentiero (Sulmona, Campo di Giove, Taranta Peligna, Casoli) che attraversavano i prigionieri di guerra in fuga, i perseguitati politici e i giovani che volevano oltrepassare le linee per unirsi agli alleati. Alla base dell’iniziativa c’è una grossa opera di ricerca storiografica fatta non solo da professori ma anche dagli studenti stessi. Sono quei piccoli miracoli d’impegno sparsi qua e là per il Paese di cui spesso si sa poco. Un lavorare fuori dalle luci della cronaca, ma che preserva dalle ombre di mostri istituzionali e sociali antidemocratici. Enzo è una buona notizia. Ancora, lo storico degli storici aquilani Alessandro Clementi, Antonio Rosini, che sta costituendo l’ANPI ad Avezzano, Giuseppe Di Iorio, presidente dell’Associazione Nazionale “Brigata Majella”, Gianni Cantelmi, veterano della nostra associazione. Belle teste e spiriti civili insomma. Qualcuno ad un certo punto srotola una bandiera tricolore con al centro il logo dell’ANPI. È il momento di deporre una corona sotto la lapide che ricorda le vittime della strage nazifascista del giugno 1944. Un corteo silenzioso si muove tra macerie, tristezza, ma è palpabile anche un’ansia di futuro, di costruzione che non abbandona nessuno. A Luciano Guerzoni il compito di lasciare i fiori sotto la lapide. Ma sono giunte le 15, bisogna far presto, c’è il rischio solito di neve e poi il freddo ci mette poco a peggiorare. La Sala al pianterreno della Casa è già piena. Prende la parola Alvaro. Saluti di rito, ringraziamenti e una precisazione: «lascio la relazione congressuale alla direzione nazionale giunta da Roma». E così racconta di una grande ripresa di interesse e iniziative a L’Aquila e provincia intorno all’ANPI, annuncia che verrà presto realizzata una ricognizione di tutti i percorsi della Resistenza in questi luoghi e per concludere non può non ricordare e ringraziare i «vecchi eroi, esempi luminosi di amore per la Patria, di rettitudine morale e di attaccamento agli ideali liberatori dell’antifascismo e della Resistenza». E giù applausi sentitissimi. Parole, forse d’altre epoche, ma che a sentirle così esaltate e esaltanti, viene la speranza di poterle realmente rieditare in carne e ossa. Ecco l’ANPI, la sua forza. Meraviglia. Quindi Guerzoni. Un sunto appassionato del Documento politico programmatico del Congresso, le battaglie che ci aspettano, lavoro, libertà di informazione, contro il razzismo e la xenofobia, per una scuola non più fabbrica del precariato… Una grande sfida per la democrazia. Mi volto per osservare il pubblico. Non per insistere, ma c’è un’attenzione raramente còlta. Si chiude l’incontro. Nel frattempo è arrivato anche Luca Prosperi, del Comitato provinciale ANPI di Pescara. Vuole conoscere e salutare i “colleghi” de L’Aquila. Stretta di mano con Alvaro e una richiesta accorata: «Dobbiamo coordinarci, lavorare insieme!». C’è da crederlo. Quindi, in macchina, ancora. Destinazione: Roma. Ma prima un caffè. Una sigaretta. Silenzio. Un’occasione per riflettere su quanto si è vissuto. Guerzoni: positivo, molto. Liparoto: davvero. E poi a dire sono gli occhi. Tra macerie e futuro. Prima sottotenente nell’esercito poi in montagna con i Troilo Quando il carrista Gilberto entrò a Bologna appena liberata Gilberto Malvestuto (indicato dalla freccia) se non fosse per le gambe che lo rallentano e qualche acciacco, battaglierebbe ovunque. 89 anni, di Sulmona, ha un passato glorioso. Sottotenente di complemento nel 31° Reggimento carristi di Siena, dopo l’8 settembre 1943, abbandonata la divisa da ufficiale, si rifugia in una famiglia di contadini che gli mette a disposizione degli abiti civili. Quindi, la faticosa e avventurosa trafila di tanti come lui. Lunghi cammini notturni, il sonno consumato nelle stalle, il terrore di incontrare pattuglie tedesche. Segnalato dai collaborazionisti dei nazisti per non aver risposto ai bandi repubblichini si arruola, col grado di tenente, nella leggendaria Brigata Majella di Domenico e Ettore Troilo, decorata di Medaglia d’Oro al valor militare. Prende parte ai duri combattimenti in Romagna, sul Senio e sulla linea Gotica entrando poi a Bologna all’alba del 21 aprile 1945 con le prime truppe liberatrici. In seguito tanti riconoscimenti, compreso il diploma d’onore, conferitogli da Sandro Pertini nel 1983, per aver combattuto per la libertà dell’Italia. Gilberto ha una forza d’animo straordinaria. Dopo Onna ho deciso di chiamarlo per saperne di più e, diciamolo, perché mi è rimasto notevolmente simpatico. «Mi commuovono questi giovani che vogliono prendersi carico della Resistenza, sono con loro e lo sanno» esordisce al telefono. Lo sanno davvero, lo cercano per farsi raccontare di quell’Italia, e lui ovviamente non si tira mai indietro. «Ultimamente mi hanno contattato perché vogliono impegnarsi per l’ANPI di Sulmona». D’altronde lui è un pilastro della memoria qui ed uno degli ultimissimi superstiti della Majella. Ma Gilberto non si limita a farsi testimone della Resistenza, delle battaglie, di quel coraggio incomparabile. L’attualità lo attanaglia. «Sono intollerabili questi attacchi alla Costituzione» dichiara amareggiato. E allora giù articoli sul quotidiano il Centro. «Come leggo notizie contro la Carta e la democrazia mi metto a scrivere». E ultimamente ha inviato anche una lettera alla senatrice Anna Finocchiaro. Va letto qualche passaggio. ➚ «…Mi rivolgo a Lei anche di fronte al riemergere di sentimenti antidemocratici che ripudiano la solidarietà umana, la tolleranza e il reciproco rispetto fra i diversi e che promanano da ideologie totalitarie contro cui abbiamo combattuto nella Resistenza e nella lotta di Liberazione nazionale. E noi superstiti della Brigata Majella, Medaglia d’Oro al valor militare, anche se rimasti in pochi, continueremo a confermare il nostro impegno perenne perché la libertà, matrice della storia degli uomini liberi, non sia più avvilita da comportamenti di quanti vorrebbero riportare indietro la storia». Insomma Gilberto c’è, per fortuna. Vaga continuamente tra le sue carte, come fanno spesso i suoi familiari che lo adorano: «un giorno ho trovato mio nipote in lacrime mentre guardava una mia foto da giovane combattente nell’Enciclopedia della resistenza di Secchia» mi racconta. Ci lasciamo al telefono con la promessa di non “perderci di vista” e la sua di inviare un curriculum, e vari materiali storiografici. Lo fa, come disperarne! Tra questi un articolo su di lui in cui si racconta di quella mattina bolognese del 1945… una ragazza lo vede da lontano e gli corre incontro stringendolo e dicendogli: «Grazie tenente!». Ecco caro Gilberto. Grazie. Di cuore. A.L. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 9 Dibattito precongressuale Il fare politica all’interno dell’ANPI Il nostro Congresso in un momento delicato di Tiziano Tussi Componente del Comitato Nazionale ANPI La difesa della democrazia e della libertà. La nostra presenza e la funzione di Patria l prossimo congresso nazionale a Torino cadrà in un momento politico molto complicato e complesso. Al momento in cui scrivo non si può ipotizzare con certezza lo scenario venturo ma certamente i prossimi saranno mesi impegnativi. Direi che due aspetti, che ci competono, vengono ad essere interessati in modo pertinente. Il primo riguarda la reiterata questione che l’ANPI non è un partito politico ma che dovrebbe fare sempre più politica, nel senso più ampio del termine. Il secondo ha a che fare con il nostro rapporto con le istituzioni. Per il primo punto credo che anche la discussione congressuale, tra le tante tematiche da trattare dovrebbe prendere in visione la questione del fare politica della nostra Associazione. Non basta continuare a ripetere l’ovvietà che l’ANPI non deve essere un partito politico, che è una sottolineatura addirittura superflua, occorre cercare di chiarire il significato da dare alla nostra azione politica nel territorio. Nuove sedi stanno aprendo ed in ogni caso l’Associazione si configura, a livello strutturale, come un partito politico old style. Anzi la classicità della disposizione del defunto PCI si riverbera nella nostra struttura. Le sedi locali, le province, ed ora, sem- I 10 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 pre di più, le regioni sino a giungere al livello nazionale, ricalcano la strutturazione di quel partito. Occorre continuare a sostenere ed a riempire di contenuti politici questa struttura, che ancora tiene. Fare politica significa per noi proporre alla società italiana di trattare tematiche che sono sicuramente un portato della storia dell’ANPI come democrazia, libertà ed antifascismo, unite però a specifiche e precise campagne politiche di contemporaneità, che attualizzino le nostre parole politiche di fondo. Il tema della Costituzione, che tanto ci sta a cuore, deve trovare un suo terreno politico. Se, ad esempio, facciamo riferimento agli articoli fondamentali della Carta Costituzionale, che riguardano il lavoro, articoli 3 e 4, dovremmo essere in grado di organizzare attività di supporto alla realizzazione di tali articoli. Da soli o con le forze sindacali che volessero lavorare in quella direzione, con le forze sociali, con i partiti che si dovessero dire d’accordo con tale spinta propositiva. Non basta richiamarsi ai valori per noi fondanti, necessita aggiungere anche il peso specifico di comportamenti moderni e contemporanei di attualizzazione di queste problematiche, se vogliamo essere realistici. Un altro tema importantissimo è la scuola. Cosa portare avanti a livello di proposta in questo settore. La scuola, ambito nel quale molti iscritti alla nostra Associazione, molti partigiani, ricercatori e storici frequentano per discutere con i giovani studenti il periodo storico della Resistenza. Anche su questo terreno dovremmo iniziare un lavoro significativo a livello organizzativo e propositivo. Un ultimo tema: l’informazione. Abbiamo un giornale mensile nazionale, giornali locali, un sito, libri in uscita continua dalle varie ANPI locali, la rete. Abbiamo già improntato due feste nazionali in tre anni. Ebbene, per ognuna di tali questioni, ed in special modo per il giornale nazionale, dovremmo lavorarci attorno. Proporre dibattiti, incontri con giornalisti democratici, sia della carta stampata, sia della televisione, pubblica e/o privata. Costruire rapporti stabili. Scambi di presenza e di informazioni. Insomma temi che ci prendono ora e che dovremmo trattare con piglio politico. La seconda questione, il rapporto con le istituzioni. Mi richiamo per questo sempre a Giambattista Vico (1668-1744) che affermava che l’autorità per essere autorevole deve essere piena di senso, di autorevolezza. Non basta essere un’autorità, occorre anche saperlo essere. Emilio Ferretti, dell’ANPI Ancona, con i giovani delle scuole. In alto, una manifestazione del 25 aprile con i gonfaloni dell’ANPI in prima fila. In basso, un partigiano a colloquio con i giovani. Un esempio che fa al caso nostro. A Milano, a Forza nuova, il Comune, attraverso i suoi organi competenti, ha trovato una sede, non la prima, centralissima. Ad un gruppo dichiaratamente fascista e nazista il Comune di Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, assegna una collocazione fisica di tutto rispetto. È risaputo il doloroso sfratto che l’ANPI di Milano ha dovuto sopportare, in qualche modo sempre dal Comune, e il parcheggio in una palazzina, sempre comunale, in attesa della costruzione della Casa della memo- ria. Il tutto vissuto con pena da parte dei nostri iscritti di Milano, sfrattati da un palazzo occupato sin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mentre Forza nuova si vede accogliere la richiesta di una sistemazione centralissima, l’ANPI deve sottostare ad una temporalità imposta dal Comune ed a un suo sfratto, seppur mitigato da disposizioni e sistemazioni temporanee. Questo fa seguito all’alleanza che nelle scorse elezioni l’attuale sindaco di Milano, Letizia Brichetto in Moratti, aveva acceso con lo stesso raggruppamento nazifascista. A seguire un suo intervento in piazza Duomo per la ricorrenza del 25 aprile, terminato al grido di Viva la Resistenza, di fronte ad una piazza che la fischiava, salvo poi, dopo tre mesi fare giungere alla nostra Associazione, la stessa che l’aveva difesa dai fischi, la lettera di sfratto. Ed ora quest’altro sfregio. Certo, nella prossima primavera vi saranno le elezioni amministrative a Milano e tutti i voti hanno lo stesso odore. Ma l’ANPI non deve proprio mai uscire dal suo britannico aplomb ed entrare nella questione se l’istituzione in oggetto sia anche autorevole o no? Se sia piena di senso o no? Ed in quale caso sia democratica oppure no? Quesito possibile anche in altre situazioni, ad altri livelli. Ecco, di questi argomenti mi piacerebbe che il prossimo Congresso discutesse. Sarebbe utile lo facesse anche per cercar di riempire di contenuti questo percorso attuale chiamato la nuova stagione dell’ANPI. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 11 Politica Berlusconi vince la sfida ma ora deve governare di Bruno Miserendino La fiducia non basta, e le emergenze incombono. Il rebus del premier: come convincere Casini ad aiutarlo? Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. ome hanno detto a caldo molti deputati, nel giorno del giudizio, Berlusconi ha vinto la sua prova di debolezza. Dopo una tormentosa caccia al voto di cui si sta interessando la magistratura, il premier ha ottenuto la fiducia anche alla Camera e quindi resterà a Palazzo Chigi senza passare per le forche caudine delle dimissioni obbligate. Era il suo unico vero obiettivo, in questa complicata partita che ha paralizzato il Parlamento, e da questo punto di vista ha vinto la scommessa. Gli sconfitti sono Fini e Casini. E in realtà anche Di Pietro che si è visto sfilare due deputati dal nemico numero uno. L’unico problema, per il premier, è che di fatto guida un governo di minoranza, che sarà esposto fin dai prossimi passi al rischio di continue imboscate. Con tre voti di maggioranza non si fanno riforme e non si governa l’emergenza economica e sociale. Berlusconi ha vinto il braccio di ferro numerico ma resta al volante di una macchina senza benzina. È anche difficile che possa fare rifornimento, allargando, come ha detto al Senato, il fronte dei moderati. La due giorni parlamentare ha scavato ancora di più il fossato che separa l’esercito del premier dalla pattuglia di Casini e Fini e dopo quel che si è visto e detto, l’impresa politica di rafforzare esecutivo e maggioranza sembra fuori della porta- C 12 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 ta del premier. Però Berlusconi è costretto a provarci. Perché anche Napolitano ha chiesto “un governo solido” in grado di affrontare le emergenze. E perché in realtà il primo a temere le urne è proprio il premier. Che Berlusconi ci proverà a far cantare le sue sirene lo si è capito, già durante il voto della Camera, dalle giravolte della Lega. Bossi, l’unico vero puntello del premier, si è spiegato a caldo alla sua maniera: «Così è un casino, si deve andare a votare». Poi, per non rovinare la festa ha fatto marcia indietro. Allargamento? «Non c’è preclusione per l’Udc». Maroni ha sintetizzato: «Se si riesce ad allargare la maggioranza bene, se no urne». Questa parziale disponibilità alle possibili manovre del dopo 14 dicembre è un contentino che la Lega deve dare al premier, ben sapendo che Berlusconi non è affatto convinto di andare alle elezioni anticipate. Nonostante le minacci, preferisce attuare la filosofia andreottiana: «tirare a campare è meglio che tirare le cuoia». Insomma, resistere a tutti i costi. Nella migliore delle ipotesi tentando di coinvolgere Casini, nella peggiore sperando nella sua benevolenza e in qualche altro “acquisto” nei passaggi parlamentari più difficili. Poi si vedrà. E il Paese, con tutte le sue emergenze? Distantissimo. Quasi plasticamente, nelle ore in cui Berlusconi incassava la fiducia di tre voti, gli studenti assediavano il Parlamento (e purtroppo arrivavano, puntuali, anche i black block), e Bankitalia comunicava dati semplici e crudi: le entrate fiscali sono diminuite e il debito pubblico tocca un nuovo record. Se si pensa che il Pil cresce meno della media Ue, che la disoccupazione è altissima, e che fra pochi giorni l’Europa potrebbe chiedere sacrifici duri ai Paesi con alto debito pubblico (come l’Italia), si capisce quel che servirebbe e quel che invece non c’è. Non ci sarà un esecutivo di transizione affidato ad una alta personalità istituzionale o indipendente, perché il doppio voto del 14 dicembre ha segato le gambe a ogni ipotesi di questo tipo, non c’è un governo autorevole che può andare avanti con la forza dei numeri. E in questo tramonto che non diventa mai sera, non c’è nemmeno un’alternativa pronta, perché il fronte Pd-Idv più Vendola non sembra ancora avere i consensi sufficienti a sconfiggere politicamente ed elettoralmente Berlusconi. In questo pantano dei destini incrociati, oltre all’Italia, rischiano tutti i protagonisti in campo. Prima di tutto il premier. Non mollerà mai, ma il succo è che una stagione politica si è chiusa: aveva cento deputati di vantaggio, adesso ne ha tre, oltretutto racimolati con una campagna acquisti che ha segnato una delle pagine più nere del Parlamento. Dicono che tutti i suoi sogni siano in due flash: lui che va alle urne e sbaraglia tutti, e poi che si fa eleggere Capo dello Stato, al posto di Napolitano. Più realisticamente inizia per lui una partita complicata su un terreno di gioco, quello della trattativa politica, che non gli è congeniale. Per resistere, deve rinforzare governo e maggioranza. Ha bisogno come il pane di altri pezzi di Futuro e Libertà e soprattutto di Casini. Deve staccarlo da Fini, uccidendo sul nascere il Terzo Polo. La vittoria numerica del 14 dicembre dà al premier un vantaggio psicologico, ma per imbarcare l’Udc Berlusconi deve offrire cose concrete: innanzitutto una nuova legge elettorale. Soprattutto non può far salire Casini come ruota di scorta, deve rinunciare all’asse privilegiato con la Lega. Sono due terreni molto scivolosi, e dipenderà da quanto Bossi è disposto a concedere. In realtà poco, anche se formalmente alla Lega interessa solo che vada avanti il federalismo. Tanto per cominciare, sul tema l’Udc ha idee molto diverse. Quanto alla legge elettorale Berlusconi e Bossi le sono molto affezionati, la potrebbero al massimo ritoccare e questo non basta a Casini. Insomma, per governare un processo così complicato servirebbe un premier politicamente molto forte, ma non lo è. L’unica possibilità, secondo l’Udc, è che Berlusconi si dimetta, e faccia un governo tutto nuovo con una crisi pilotata. Lui, a caldo, ha fatto una cautissima apertura a questa possibilità. Ma è chiaro che non si fida. E poi, che novità sarebbe se il premier resta lui? D’altra parte sembra difficile che Casini si lasci ammaliare dalle sirene berlusconiane, perché questo contraddirebbe la politica degli ultimi anni. È stato all’opposizione con Prodi e lo è stato con Berlusconi, ha impostato con Fini e Rutelli il cosiddetto Terzo polo che è accreditato di un consenso che oscilla tra il 12 e il 18%. Perché disperdere il “tesoretto” per un piatto di lenticchie? Non a caso subito dopo il voto della Camera Casini ha fatto sapere che in caso di voto anticipato lui non andrà né col Pdl né col Pd. Insomma, è pronto a dare una mano al gover- vero la creatura del Presidente della Camera. La votazione di Montecitorio ha fatto vedere che il gruppo non è monolitico. Oltretutto se si andrà a votare con questa legge elettorale, il Terzo polo potrebbe solo puntare a fare da ago della bilancia al Senato. Se rivincesse Berlusconi, Fini potrebbe uscire di scena. Rischiano, ovviamente, anche l’opposizione di centrosinistra e Bersani. Il successo della manifestazione di Roma ha dato al leader del Pd solo una piccola boccata d’ossigeno, ma i problemi sono tutti lì. Il governo di transizione, che doveva servire a far decantare la stagione berlusconiana e governare l’emergenza, non ci sarà. E Un corteo del 14 dicembre scorso. no e vedere le carte di Berlusconi, ma non allargherà il Pdl. Nel gioco dei destini incrociati anche Fini ha come unico orizzonte il Terzo polo. Tecnicamente è lui che rischia più di tutti. Ha perso il braccio di ferro. Durante il voto già saliva il pressing del Pdl perché si dimettesse da Presidente della Camera, e non è escluso che alla fine lui ceda la carica per sentirsi più libero. Ma non lo farà certo per riconciliarsi con Berlusconi. Punterà a marcare la differenza tra la sua destra, europea e legalitaria, contro quella istituzionalmente avventuristica e populistica del premier. Il problema è che questa strategia è monca e ha davanti diversi ostacoli. Non si sa quanto sia forte l’idea del Terzo polo, non è chiaro quanto sia fermo l’asse con Casini, non si sa quanto vale dav- all’orizzonte non c’è alcuna ampia coalizione antiberlusconiana, ma solo un fronte Pd, Idv più Vendola, che sta stretto ai democratici e che nei sondaggi è ancora sotto di qualche punto a quello del premier più Bossi. Se si va alle elezioni il centrosinistra rischia di essere diviso più che unito dalle primarie e Bersani ha davanti a sé l’insidia Vendola. Che infatti è il più contento del risultato del 14: vede le elezioni anticipate e prima si fanno, più lui ha probabilità di essere candidato leader. Si aspettano mesi difficili. Con tante mosse e tante finte nel Palazzo. Con tanti problemi veri per gli italiani. Napolitano è giustamente preoccupato. Se in questo pantano il Paese riuscirà a governare le emergenze sarà un miracolo. E non sarà merito di Berlusconi. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 13 Attualità Negli ultimi anni una dolorosa emorragia Sono più di un milione i giovani scappati dall’Italia di Mattia Settimelli Dice l’Istat che da noi quasi il 30% di loro è disoccupato. Verso l’Inghilterra, la Francia, la Spagna, gli Stati Uniti e l’Australia. L’aumento esponenziale degli anziani numeri parlano chiaro: circa il 29,2% (fonte Istat, quindi i numeri reali sono probabilmente più alti) dei “giovani” sotto i 40 anni è disoccupato, in Italia. E più della metà di questa percentuale è laureata o ha un dottorato di ricerca. I dati sono aggiornati all’ottobre 2010. Ovviamente la percentuale arriva a punte di 36% circa in regioni come la Calabria o la Sardegna, purtroppo tristemente arretrate in fatto di opportunità, mobilità sociale e infrastrutture. Ma anche il centro e il nord della penisola non stanno certo a guardare, soprattutto le grandi città come Roma, Torino, Milano e Firenze. Per quanto riguarda l’emigrazione, l’Istat e i Ministeri dell’Interno e degli Esteri non forniscono ufficialmente dati, si dicono “impossibilitati” per mancanza di numeri certi. Forse questi enti governativi hanno paura di tali numeri, in quanto specchio evidente del fallimento politico, sociale ed economico di un Paese un tempo ritenuto epicentro mondiale della cultura e dell’arte. E già… fallimento. Non serve qui elencare cosa non va nel nostro Paese, perché è evidente e se ne parla anche troppo, invece di porvi rimedio. Concentriamoci piuttosto sul fenomeno emigrazione che ne deriva: anche se non ufficiali (e in parte l’Istat ha ragione sulla mancanza di raffronti sicuri, visto che almeno il 50% di chi lascia il Belpaese non si registra all’Aire, l’Associazione Italiani Residenti all’Estero, fonte sondaggio Demos-Eurisko/la Repubblica) le cifre sono impressionanti: sembra che negli ultimi anni più di 1 milione di ragazzi abbia lasciato il Paese. Le mete preferite sono Inghilterra, Francia e Spagna, ma anche Australia (a sorpresa in crescita esponenziale, forse per il bellissimo paesaggio e il clima), Irlanda, Stati Uniti, Sudamerica. Il problema dell’iscrizione all’Aire dipende da diversi fattori: il principale è che se ne ignora l’esistenza, perché non c’è alcuna informazione da parte di chi di dovere, forse per gli stessi motivi di cui sopra. I 14 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 Poi c’è il fattore mobilità continua: molti di questi emigranti si spostano di continuo, con contratti a termine o stagionali e quindi non si registra in nessun posto in cui si ferma. Infine, credo, conti molto anche il fattore libertà e anonimato. Si vuole un po’ far perdere le proprie tracce, fuggire da un Paese e spesso da famiglie opprimenti e dalla mentalità chiusa e arretrata. Un fatto è però certo: non si emigra più per necessità, come nel secolo scorso. Si parte per cercare un futuro migliore, per fare il lavoro per cui ci si è preparati tutta una vita, per vivere serenamente le proprie scelte sessuali, comportamentali e sociali. Dovunque c’è di base molto più rispetto per le scelte individuali, c’è meno omologazione e meno chiusura mentale. Inoltre, a causa del nostro ormai fallace sistema contributivo, anche chi lavora è conscio del fatto che i propri contributi spesso non verranno versati come dovrebbero, a volte non verranno versati affatto, grazie a leggi e leggine fatte ad uso e consumo di caste e potentati. Quindi piuttosto di lavorare come muli senza venir neanche ricompensati e gratificati, si parte per luoghi dove il lavoro è ben retribuito e il sistema previdenziale funziona a tutti i livelli e non solo per i pensionati d’oro. A questo proposito c’è da dire che l’età media degli italiani non aiuta affatto, anzi, fa da zavorra, essendo uno dei Paesi più anziani d’Europa e del mondo. È perciò scontato che ci sia poca attenzione alle tematiche giovanili. Spesso il giovane nel nostro Paese è citato solo per le famose stragi del sabato sera, per la droga, per i comportamenti apparentemente sfrontati, l’osare divertirsi. Si ghettizza un’età sacrosanta per la formazione dell’individuo, anche con tutti i suoi eccessi, che poi molto frequentemente vengono erroneamente enfatizzati. Ad esempio scorrendo i dati dei sinistri stradali, si scopre che la maggioranza degli incidenti sulle nostre strade è causata da individui sopra i 40 anni e per motivi di velocità e guida in stato di ebbrezza. Ovviamente, però, fa più notizia una categoria come quella dei giovani sbandati o degli stranieri o dei diversi. Questo è il mondo dei media e purtroppo molti ci cascano e si fanno abbindolare da questo qualunquismo imperante. Ma confinare intere generazioni in sottoclassi sociali o peggio delle categorie definite “a rischio” è molto pericoloso. Innanzitutto perché i più se ne vanno, lasciando il Paese sempre più vecchio, arretrato, immobile e straniero (anche se è proprio grazie a quest’ultimo gruppo che ancora siamo a galla). Quelli che rimangono, diventano sempre più insofferenti, violenti, frustrati e dai comportamenti antisociali. Infine si crea un pericoloso clima di scontro generazionale. È evidente, le continue tragedie e violenze efferate lo confermano. Non si pensi, tuttavia, che questo grande esodo sia indolore, anche per chi lo compie. Nonostante le nuove tecnologie consentano a tutti di tenersi in stretto contatto con i propri affetti, rimane sempre l’amarezza di non poter stare insieme ai propri amici, parenti e vivere nel Paese in cui si è nati. Manca quindi un senso di appartenenza che, vedremo più avanti, è alla base del nostro non saper fare gruppo, quando ci proponiamo in Paesi esteri. Ci si sente cacciati dal proprio Paese natìo. Espulsi, solo per non voler chinar la testa. Sul web questo risentimento è sempre più evidente, crescente, digitando su Google “emigrazione giovanile” ci si imbatte in centinaia di migliaia di discussioni accesissime, tra chi rimane e combatte e chi preferisce vivere la propria vita, altrove. Ma quasi tutti sono in bilico fra le due posizioni e questa è una lucida speranza. Tutti concordano su una sorta di risentimento verso i sessantottini, molti ora al potere, altri ormai imborghesiti, che, a detta dei più, non hanno fatto abbastanza, a loro tempo. Anzi, molti ritengono che una rivoluzione incompiuta, lasciata a metà, abbia fatto peggio, causando una restaurazione ancora più severa. Come è avvenuto in molti Paesi europei e non, bisognava arrivare fino in fondo, anche a costo di superare il limite della civiltà, anche sporcandosi le mani in tanti, tutti, non solo alcuni, come è successo da noi. La rivoluzione o si fa o non si fa. Invece, un po’ per ovvia paura delle conseguenze, un po’ forse per mancanza di numeri e capacità, molte lotte sono state lasciate a metà e questo ha causato una forma di lenta ritorsione, un conservatorismo di Universitari riuniti in assemblea. rientro che, pian piano, con il passaggio di consegne dalla Dc al socialismo e infine al berlusconismo, è sfociato nella melma giuridica, politica e sociale in cui siamo oggi. In tutto questo, purtroppo, è mancata sicuramente una cosa: la sinistra. Una classe politica capace, fresca e dinamica, che lottasse negli interessi di quella parte del Paese che non voleva rassegnarsi. Questo è quello che emerge dalle discussioni in giro per la rete. Ma torniamo al tema centrale. È giusto abbandonare tutto pur di vivere appieno la propria vita e sentirsi appagati, realizzati e soprattutto felici? O piuttosto bisognerebbe lottare a testa bassa, ingoiando tutto, accettando tutto e trovandosi magari poi vecchi, infelici e, forse, con troppi rimpianti e pochi rimorsi, senza aver cambiato neanche nulla? Probabilmente, come sempre, la verità sta nel mezzo. C’è anche chi dice, che, sì, 1 milione di persone emigranti sono tante, ma ciò vuol dire che almeno 10 milioni sotto i 40 anni accetta buono buono quello che accade, o meglio, che non accade. Purtroppo è così: tanti sono accecati, intorpiditi, alcuni la pensano, non si sa perché, come chi è al comando, molti sono rassegnati. Infine una percentuale altissima ha rinunciato a trovare lavoro e a studiare e si annida nelle crepe della criminalità, dell’inedia, della pigrizia e della sofferenza. Sicuramente un Paese che tollera ed anzi incentiva questo comportamento passivo e inerte, è un Paese profondamente marcio, colpevole, morente, assassino. Ci sono tantissimi cervelli in fuga, talenti che riporterebbero l’Italia ai vertici mondiali, come, l’ultima vol- ta, nel Rinascimento. Eh già, è da allora che non siamo influenti in maniera massiva sullo scacchiere internazionale. No, non pensate a Matteotti, Olivetti, Agnelli. Grandi personaggi, ma non un sistema Paese. Casi isolati, come il nostro Paese è solito fare. E questo, purtroppo, è un fattore che non dipende dalla politica, ma dalla genetica, dal Dna italiano: il non sapere o non volere fare gruppo, fare associazione. Da noi si fanno le lobbies solo quando sono massoniche. Tuttavia, in questo, forse il vento sta gradualmente cambiando: sono sempre di più i giovani italiani imprenditori che si associano, che creano spin-off universitari, che creano reti sociali (grazie anche ai nuovi media) per produrre innovazione di vario tipo. Alcuni rientrano, altri no. Anche chi scrive, fa parte di questa fronda di imprenditori girovaghi. Ma posso dire, che non tutto è perduto. Molti scelgono di stare con i piedi in due staffe e mentre si creano opportunità all’estero, continuano a dare una mano a chi rimane e a lottare per il cambiamento, al loro fianco. Certo non è semplice la vita dell’expat (così vengono chiamati oggi i nuovi emigranti), non ha una casa fissa, è sempre con la valigia pronta, stringe amicizie e amori che è poi costretto a mantenere più che altro attraverso Internet, non si sente mai a casa veramente da nessuna parte. Zingari moderni, nomadi digitali, pendolari emozionali. Perché pagare un prezzo così alto? Direte voi. Per i soli tre motivi per i quali valga davvero la pena pagarlo: libertà, felicità, realizzazione. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 15 Personaggi I protagonosti sbruffoni, eroici, vigliacchi e umanissimi Quel gran cinema di Monicelli straordinario specchio dell’Italia di Serena D’Arbela Da La grande guerra a Brancaleone. Un maestro pieno di sensibilità e di impegno civile. Ridere e piangere sui nostri difetti e le nostre virtù. Contro l’assurdità della guerra Alberto Sordi in Il Marchese del Grillo nelle vesti di Gasperino il carbonaro. In alto, il maestro Monicelli. antando “Bella ciao” e “Branca, Branca, Branca”, il ritornello dell’Armata Brancaleone, la gente del quartiere ha dato l’addio affettuoso a Mario Monicelli. Era il rione Monti a cui di recente aveva dedicato un bel documentario (Vicino al Colosseo c’è Monti). L’esempio di libertà e silenzio che ci ha dato la sua scelta finale completa l’immagine di questo regista che ha saputo scherzare seriamente sui mali della nostra epoca e di sempre. Dietro lo sguardo ironico e tagliente che lo ha guidato nella descrizione del costume e dei comportamenti umani, c’è sempre stata tutta la sua coerenza civile. Monicelli era un uomo modesto, rispettoso della persona umana e questo lo ha portato anche a riaffermare in concreto il diritto di decidere della propria fine, “il diritto personale di uscita”. Se penso a questo maestro della Commedia all’italiana nel cinema, più che novantenne, già da anni presente e impegnato da intellettuale militante e da cittadino agli appuntamenti di lotta democratica del nostro Paese, mi viene in mente la parola coraggio. Lo stesso che vediamo nel suo protagonista, l’antieroe del film La Grande Guerra (Vittorio Gassman) che, nel momento estremo, pur minacciato di fucilazione dai tedeschi, se non fa la spiata sul ponte di barche italiano, sbotta in faccia all’altezzoso ufficiale: «No, non glielo dico mica, faccia di merda!». Rivedetevi questo film bellissimo che è una sintesi dolorosa della guerra 1915-’18 e una denuncia della insensatezza bellica. Monicelli aveva detto chiaro e tondo di non sopportare la retorica delle esequie e dei discorsi istituzionali. Avrebbe preferito essere sepolto sotto una duna del deserto piuttosto che sotto una lastra del Campidoglio. Così il tributo affettuoso del suo rione con la musica che lui amava, ha preceduto la cerimonia anch’essa toccante degli addetti ai lavori alla Casa del Cinema. C 16 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 Ma parliamo dell’autore che si autodefinisce “artigiano” di una commedia graffiante, leggera solo in apparenza, dal fondo severo e morale. Situazioni e personaggi sono drammatici e grotteschi. L’ilarità, mai fine a se stessa, li attraversa con un sapore amaro. Vi si ricava una lezione, si tratti di brani di vita o di storia, che compongono tante pagine filmiche significative. Monicelli era spiritualmente giovane e non perdeva il passo col mondo, ma univa a questa disponibilità una dirittura morale da vecchi tempi. I suoi film dietro all’abilità demistificante del costume contemporaneo e dei vizi degli italiani, della superficialità, dell’affarismo, dell’ipocrisia e dell’egoismo, svelano un osservatore che non perdona. La vita e l’esperienza sono un taccuino sul quale non smette di prendere appunti. «Senza la fame, morte, malattia e miseria – sostiene – noi non potremmo far ridere in Italia». La risata finisce quando in un suo film già citato si ascoltano le parole di un soldato in trincea: «Son secoli che la gente si scanna con la guerra e non è mai servito a niente». Monicelli vuole che il pubblico rifletta su ogni cosa. Il riso è un antidoto alla depressione ma anche una chiave di lettura di ingiustizie, sopraffazioni, mali sociali. Gli esempi sono nella Storia, antica e recente, e nella vita quotidiana. Anche capolavori come L’armata Brancaleone (1966), divertente e grottesco (forse tra le sue opere preferite) irride e descrive con ironia volterriana l’assurdo susseguirsi e capovolgersi delle guerre. Il tema dello spirito cavalleresco e dell’arte di arrangiarsi gli consente di dar libero sfogo alla sua toscanità scanzonata e laica. Nel disordinato alternarsi di armi scassate e di buffe imprese fasulle, si adombra un compendio delle morti e battaglie inutili, un apologo delle sconfitte. Un Medioevo inventato ma verosimile e sempre attuale, dominato dalla pomposità e impreparazione dei condottieri, dal servilismo dei gregari, dal giostrare di cavalieri visionari, scherani infidi, ambigui riscattatori del Santo Sepolcro. La lingua maccheronica, dove poesia e volgare si contaminano, riassume quelle di tanti invasori delle terre italiche e sma- schera la vanità della parola in un contesto burlesco di concioni e smargiassate. Personaggio indimenticabile quello del prode Brancaleone da Norcia, cavaliere squattrinato e visionario (Vittorio Gassman) in viaggio verso il castello predato di Aurocastro in Puglia, come anche quelli dell’infido bizantino Teofilatto dei Leonzi (Gian Maria Volonté), del monaco Zenone (Enrico Maria Salerno) e molte altre figure di un teatro immaginario e insieme riconoscibile. De La Grande Guerra (1) del 1959 abbiamo già accennato. I protagonisti Oreste Jacovacci, romano (Alberto Sordi) e Giovanni Busacca, milanese (Vittorio Gassman) chiamati alle armi nella Prima guerra mondiale, sono uomini qualunque, senza ideali, che vivono alla giornata e cercano di scampare alla guerra con ogni tipo di sotterfugio. Due persone mediocri, l’uno un imboscato un po’ vile, l’altro litigioso e sbruffone, eppure capaci in modi diversi di un atto finale di dignità e di eroismo. Troppi sarebbero i titoli da citare realizzati da Monicelli con sottile e burlesca sapienza. Ne ricordiamo alcuni. Tra quelli degli anni ’50 in collaborazione con Steno in cui si scoprono, dietro la comicità, realtà scottanti come la povertà e la disoccupazione: Guardie e ladri (1951), con un umanissimo Aldo Fabrizi commissario indulgente e Totò ladro malinconico e I soliti ignoti (1958), dramma all’interno della buffoneria, con l’impagabile squadra di ladruncoli goffi e imbranati predestinati alla galera, metafora degli opposti farseschi della vita. Un eroe del nostro tempo (1955) è il ritratto sferzante di un piccolo borghese conformista. Degli anni ’70 Vogliamo i colonnelli (1973), commedia grottesca di attualità politica, sempre valida. Ispirata al fallito golpe del colonnello Junio Valerio Borghese ex comandante fascista della Decima Mas, con un bravissimo Ugo Tognazzi nelle vesti dell’ufficiale dell’esercito in pensione Giuseppe Tritoni, ci mostra le trame nere dell’estrema destra. Costui divenuto parlamentare cospira per una svolta autoritaria dello Stato. Il film segue Monicelli con Gassman e Sordi sul set de La Grande Guerra. In basso, Gassman nelle vesti di Brancaleone. lo svolgersi dei preparativi abborracciati e rocamboleschi del colpo di stato che, scoperto quasi casualmente, non si attua, ma svela un governo altrettanto impreparato. Un borghese piccolo piccolo (1977), storia della vendetta privata di un impiegato dove emerge il cambiamento socio-politico di quegli anni, caratterizzato dalla corruzione e dalla violenza che contagiano il Paese. Il protagonista, ancora Alberto Sordi, costretto ad iscriversi ad una loggia massonica per far assumere il figlio, è in qualche modo specchio dell’italiano medio egoista. Disperato e rabbioso e abbandonato dalle istituzioni quando il giovane viene ucciso da un rapinatore, si fa giustizia da sé e continua indisturbato una vita normale. Negli anni ’80 Il Marchese del Grillo (1981), satira della Roma papalina di Pio VII del primo ’800, malavitosa e libertina. Attraverso le gesta capricciose dell’omonimo marchese, burlone e reazionario, si squarcia il velo sul potere temporale della Chiesa, sulle sue ombre fit- te in cui regnano il malcostume, lo strapotere e l’antisemitismo di aristocratici, papi e clero. Amici miei (1982) è invece una rivisitazione ridanciana di memorie goliardiche. Qui impazzano il gioco e l’evasione un po’ cinica dei vitelloni che sfociano infine in malinconia. Efficace il veleno di Parenti serpenti (1992), occhiata impietosa sulla degenerazione etica del nostro tempo, dominato dal denaro anche all’interno della famiglia. Ricordiamo Le rose del deserto (2006), un racconto dallo sfondo di pungente antimilitarismo, che ripropone le immagini della lontana avventura mussoliniana d’Africa (Monicelli conobbe luoghi e persone, come aiuto di Augusto Genina nel 1936, girando Lo squadrone bianco). Nella sfilata azzeccata di tipi e mentalità italiche, c’è di tutto, ilarità, ignoranza, sofferenza, coraggio sotto lo sguardo beffardo del regista. Non mancano le macchiette dei generali come il buffonesco ma credibile Pederzoli, detto Rombo (Tatti Sanguineti), della categoria di inetti pericolosi, fascisti e no, propensi a far carriera grazie alla carne da cannone. Sarebbe lungo il discorso sulla carriera di Monicelli così fitta e stimolante, sulla sua apertura ai giovani, ma resta la testimonianza dei suoi film. L’uomo, sempre fedele al suo stile canzonatorio e combattivo se ne è andato via, ma la sua opera rimane. E noi speriamo di gustarla e ristudiarla presto sui grandi e piccoli schermi. 1) Leone d’oro ex aequo (con Il generale della Rovere) alla 24 a Mostra internazionale cinematografica di Venezia. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 17 A Palermo celebrato il 150° dell’Unità d’Italia Il 3 dicembre, a Villa Zito - Fondazione Banco di Sicilia si è svolto un convegno, promosso dall’ANPI provinciale, su “La lotta di Liberazione e la Repubblica” e “La questione meridionale e la Sicilia” coordinato da Pino Lo Bello che ha letto un messaggio del presidente Nazionale dell’ANPI Raimondo Ricci. Ha portato il suo saluto il Partigiano “Otello”. Dopo la lettura della Lectio Magistralis “Dal 1° al 2° Risorgimento” del prof. Umberto Carpi, docente di letteraturta italiana all’Università di Pisa sono intervenuti: Ottavio Terranova, presidente dell’ANPI di Palermo, il dott. Antonio Ingroia, magistrato, il prof. Giuseppe Carlo Marino, docente di storia contemporanea all’Università di Palermo e il prof. Ivano Artioli del Comitato Nazionale ANPI. Nel corso del Convegno, al giudice Antonio Ingroia, Procuratore aggiunto del capoluogo siciliano, è stata consegnata la tessera ad honorem dell’ANPI con questa motivazione: «Per la sua attenta e instancabile lotta per l’affermazione della giustizia e per far della Costituzione la carta vera di tutti gli italiani». CAMPAGNA ABBONAMENTI 2011 Non abbiamo mai detto ABBONATEVI A che Patria debba essere solo il TUO giornale. È il giornale di TUTTI i Resistenti, gli amici e gli ex combattenti. Vi troverai le TUE idee ma tollererai anche quelle degli ALTRI che, come te, onorano la Resistenza, sostengono la Repubblica, praticano la democrazia. Solo questa unità potrà far camminare l’Italia verso il progresso. 18 l patria indipendente l 19 dicembre 2008 Abbonamenti • Annuo € 25,00 (estero € 40,00) • Sostenitore da € 45,00 in su Arretrati: € 5,00 a copia Versamento sul c/c 609008 intestato a: «Patria indipendente» Via degli Scipioni, 271 00192 Roma Occhio alla scadenza! 30/04/2010 Mario Rossi Via della Libertà, 10 00100 Roma Storia Un documentario sugli IMI dell’ANPI di Viterbo Così gli aguzzini nazisti uccisero il generale Trionfi di Giuliano Calisti Questa è la trascrizione ridotta di una videointervista a Maria Trionfi fatta per l’ANPI di Viterbo nell’ambito della realizzazione di un documentario sulle vicende degli IMI (Internati Militari Italiani) che sarà basato su testimonianze dirette ed indirette. Un tassello importante nella Storia delle Resistenze arricchito da una testimonianza toccante sugli affetti spezzati dalla guerra. (Foto: gentile concessione Maria Trionfi) La famosa “marcia della morte” in Polonia, durante la ritirata tedesca. Il rientro dei resti in Italia senza gli onori militari Gli occhiali del Gen. Alberto Trionfi. ell’ottobre scorso ho intervistato Maria Trionfi, la figlia del Gen. Alberto Trionfi, uno dei 650mila soldati italiani, che la codardia dei Savoia e la follia di Mussolini, abbandonarono nelle mani dei nazisti dopo l’8 settembre del 1943. Ci diamo appuntamento presso la sede dell’ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati) a Roma, e verso le 11 di un mattino di un’ottobrata romana, ci conosciamo; Maria è accompagnata dal marito Boris, un signore di origine Serba, dai modi gentili e dallo sguardo penetrante. Si decide subito di darci tutti del tu, ed in un’atmosfera informale e rilassata io monto l’attrezzatura ed iniziamo l’intervista, che verrà inserita nel documentario sugli Internati Militari Italiani che realizzerà l’ANPI di Viterbo. Maria mi colpisce subito per la sua dolcezza, accompagnata da una grande fermezza nel raccontare e ricordare i fatti drammatici relativi alla vita del padre, che chiama ancora teneramente “papà”. Ricordiamo i momenti altrettanto intensi da lei vissuti nell’immediato dopoguerra, quando avvenne, per lei e per i suoi familiari, la presa di co- N scienza della tragica e allo stesso tempo eroica, morte del padre, resa ancor più dura da una errata e precedente comunicazione proveniente dall’ambasciata d’Italia a Mosca, che comunicava che il Generale era tra i sopravvissuti. Questa è la storia dell’alto ufficiale. Il Gen. Trionfi, era al comando della base di Navarino in Grecia durante l’ultima guerra, per poi essere deportato il Polonia, a Shokken, dopo l’8 settembre del 1943. Lì, in un campo di soli generali ed ammiragli, lager 64/Z, subirà le privazioni e le minacce nel campo di concentramento, ma resisterà alle subdole offerte di collaborazione da parte degli aguzzini nazisti, come farà la gran parte dei nostri militari italiani. Il suo alto spessore morale gli conferirà una volontà incrollabile, che lo porterà a rifiutare ogni collaborazione con il nazifascismo, rinunciando così a quella libertà che lo avrebbe portato a riabbracciare i propri cari. Insieme ad altri generali verrà tradotto al seguito dei suoi aguzzini in ritirata, in condizioni durissime, sino ad una marcia massacrante nota come “marcia della morte”, durante la quale il Gen. Trionfi sarà uno degli italiani che verranno assassinati lungo la strada. Maria mi racconta delle sue ricerche in Polonia, dei contatti con Simon Wiesenthal, della scoperta di un testimone oculare (Jan Witka) dell’assassinio del padre. Mi parla della sepoltura decorosa e quasi amorevole che i contadini polacchi gli avevano riservato. Mi racconta con intensa lucidità del ritorno delle spoglie del padre nel 1956 al porto di Ancona, a bordo del mercantile russo “Argun”. Al Capitano della nave ed alla moglie che viaggiava con lui, vennero regalati dei patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 19 politico dell’epoca e la guerra fredda, non vennero autorizzati i funerali “pubblici” dal governo dell’epoca. Così Maria ricorda quei momenti intensi: «C’erano dei fiori freschi sulla cassetta che conteneva i resti di mio padre; ad attendere c’era un ambulanza, mia madre, mio fratello ed io. L’ambulanza ha preso la cassetta e se ne è andata a tutta velocità. Noi siamo andati a comprare dei fiori da portare alla moglie del capitano e poi abbiamo dovuto prendere un taxi per andare al cimitero dove la cassetta è stata deposta nella cappella. Un documento tedesco con la foto del Gen. Trionfi. E lì è rimasta per tre mesi». fiori, mentre tutto l’equipaggio Alla fine, Maria mi ha mostrato era schierato sul ponte della nave e delle teche che ha portato apposisull’attenti. A causa del coinvolgi- tamente, contenenti delle lettere mento dell’Unione Sovietica nel del padre dal campo di prigionia, rimpatrio della salma, visto il clima delle foto, nonché le mostrine da 20 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 Generale e gli occhiali del padre: oggetti ritrovati nella sepoltura. Sono rimasto molto turbato e commosso specie nel vedere le mostrine, davanti alle quali chissà quanti giovani saranno scattati sull’attenti, per le quali tanti giovani si saranno sacrificati per un Re che poi li tradì, per le quali tanti soldati ed ufficiali si son sacrificati dopo l’8 settembre perché in quelle mostrine, vedevano già i simboli di un’Italia nuova, e dissero “no” al nazifascismo. E poi quegli occhiali, quasi un prolungamento del corpo, come degli occhi attraverso i quali il Generale vide la guerra dell’Italia, la caduta, la prigionia, l’odio dei nazifascisti, la follia, fino all’assassinio e alla morte: ecco quanto hanno visto quegli occhiali rotti. Ecco quindi il seme del Risorgimento diffuso, ecco il germoglio della fede della Patria che supera anche l’amore per la famiglia, che, unito al martirio ed al sacrificio dei Partigiani combattenti in Italia ed all’estero, assieme alla Resistenza non armata al nazifascismo, completa il mosaico delle Resistenze. Storia Dalla riforma Gentile alle celebrazioni di tutte le guerre Giorno dopo giorno il fascismo alla conquista della scuola di Filippo Colombara La lunga ricerca tra i “giornali di classe”. Gli anniversari e l’accurato lavoro delle maestre per coinvolgere i ragazzi. Gli esercizi di retorica Prato Sesia (Novara). Una prima elementare: ottobre 1931. a scuola fu indubbiamente la migliore occasione per il fascismo di educare gli italiani al nuovo corso della storia. L’azione venne condotta poco alla volta, a partire dalla riforma Gentile, approvata nell’aprile 1923, cui seguì una vera e propria fascistizzazione dell’istruzione portata avanti dai vari ministri che si succedettero alla Pubblica istruzione, poi Educazione nazionale. Nel gennaio 1929 fu introdotto il libro di testo unico e di stato per le elementari, il mese successivo ai maestri venne imposto il giuramento di fedeltà al regime e dal 1934 l’obbligo di indossare la divisa durante le cerimonie pubbliche. La reale riforma in senso fascista, tuttavia, si impose con la “Carta della scuola”, presentata da Bottai nel 1939, il cui obiettivo era di adeguare il sistema scolastico alle esigenze del potere e ai suoi dettami. Indizi sull’efficacia di interventi del genere si possono cogliere prendendo in considerazione i “Giornali di classe” redatti annualmente dagli insegnanti di tutto il regno. Tramite questi atti, oltre a informazioni essenziali sull’andamento delle classi e sulla condotta degli alunni (voti, assenze, comportamenti individuali, ecc.), si fornivano notizie relative alla L vita scolastica, alle attività svolte, ai fatti salienti del Paese e alla loro ripercussione sulla didattica. La pratica dell’anniversario Scorrendo i Giornali del campione scelto – alcune scuole di provincia dell’alto Piemonte – il primo aspetto che emerge è l’ampio spazio riservato alle celebrazioni degli anniversari. L’impiego di un simile procedimento non fu certo una novità: le ripetizioni calendariali di vicende storiche dello stato nazionale e della monarchia finalizzate a organizzare l’identità degli italiani erano già in funzione, ma il fascismo ne fece un uso costante e ossessivo con l’esplicito proposito di incidere sulla memoria collettiva. Nel mese di ottobre, dopo le cerimonie di inizio anno scolastico – esse stesse colme di ritualità e liturgie (cortei di bambini in divisa, deposizioni di fiori ai monumenti dei caduti, funzioni religiose, canti e discorsi) – si riproponevano le gesta della Marcia su Roma. Nella scuola di Prato Sesia, piccolo paese della collina Novarese, una maestra annotava nel ’28: «La Marcia su Roma è stata degnamente ricordata agli alunni prima in classe, poi con la partecipazione al corteo che è sfilato dal Municipio per le vie imbandierate del paese fino al monumento dei caduti ove il Segretario Politico lesse il Proclama del Duce e distribuì la carta del lavoro, mentre gli alunni delle scuole cantavano “Giovinezza”». L’anno successivo a Boleto, borgo di poche centinaia di abitanti sulle alture del lago d’Orta, un’insegnante scriveva: «Marcia su Roma. Accenno come dopo la guerra l’Italia era caduta in mano a chi non sapeva guidarla; parlo – ad alunni di prima, seconda e terza elementare – dei disordini, degli scioperi, delle ribellioni. Occorreva un uomo dal polso di ferro: Mussolini, il solo condottiero che sapesse guidare l’Italia ai suoi fulgidi destini. E il Re lo nominò suo Primo Ministro». Meticolosa la nota redatta nel ’35 da una maestra della scuola di Briona, nella pianura Novarese: «La semplice narrazione del fatto patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 21 Crevacuore (Biella). Ricordo fotografico scolastico, 30 maggio 1934. storico dubito che possa tornare vana trattandosi di alunni che non hanno ancora alcuna nozione di storia. Punto di partenza della Commemorazione è oggettivo, parto dalla vasta opera ricostruttiva e benefica compiuta dal Fascismo. Il pensiero corre all’Uomo che dirige e governa. L’alta personalità di Benito Mussolini è il centro focale delle nostre espressioni ad un duplice scopo: suscitare nell’animo degli scolari l’ammirazione e l’affetto verso il Duce, istillare nelle loro menti il sentimento del dovere, e collaborare alla sua opera. Possono fare ciò anche gli scolaretti di classe IIIª raddoppiando le piccole energie per rendere più proficuo il loro lavoro di piccoli scolaretti più nobile la loro vita di fanciulli. Così facendo si segue il Duce. Chi segue il Duce è prima Figlio della Lupa, poi Balilla, poi Avanguardista, poi Milite Volontario per la Salvezza Nazionale». Il testo, palesemente ridondante, sottolinea la volontà di assecondare le direttive e il modo di pensare delle autorità superiori, per le quali venivano compilati i registri. Gli esercizi di retorica furono consuetudini del tempo che interessarono sia gli insegnanti costretti a far buon viso a cattivo gioco, sia quelli convinti del dovere di indottrinare. Una bella differenza per esempio si osserva tra il brano precedente e quelli della maestra 22 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 di Cravagliana (alto Vercellese) del ’40: «Rievoco con parole semplici e chiare, perché tutti possano ben comprendere, la marcia su Roma» e del ’41: «Celebrazione della Data, assistenza a una funzione religiosa, discorso d’occasione, improntato al più chiaro patriottismo e fede nella vittoria, tenuto dal Rev. Don Terruggi». Note concise, dovute forse all’indebolirsi della pratica dell’anniversario, replicata ormai da quindici anni, oppure all’insofferenza nei confronti di un evento alle origini dello Stato totalitario responsabile della guerra in corso. Le ricorrenze segnalate sui Giornali di classe, ad ogni modo, furono numerose e disparate: dalla sagra della maternità (dicembre), alla Befana fascista (gennaio), dall’anniversario del Concordato (febbraio) a quello dell’Opera Balilla (aprile), dalla Celebrazione del pane (aprile) alla proclamazione dell’impero (maggio) e via di seguito con altri temi per un paio di decenni. Tra esse, due furono riproposte con insistenza: l’anniversario di fondazione dei fasci di combattimento e il Natale di Roma. Annotava l’insegnante di Prato Sesia nel ’28: «Il signor Direttore con sua circolare ricorda l’annuale della fondazione dei Fasci e la leva fascista che avrà luogo il 25 c.m. Non potrò dire grandi cose ai miei piccini di prima; ma cercherò di tener sempre vivo in loro quell’entusiasmo fascistico-Patriottico che ho instillato a goccia a goccia in tutte le ore di scuola nella loro coscienza». A Briona, una seconda maestra scriveva sul registro in data 23 marzo 1930: «Ho ricordato ieri la fondazione dei Fasci e ho detto ai balilla d’oggi come dopo 14 anni di vita il Fascismo abbia dato all’Italia potenza e grandezza. Italiani e fascisti oggi sono una cosa sola; da un capo all’altro d’Italia tutti sono fieri d’appartenere e di militare tra le file del Partito». Nel ’43, con prosa essenziale per non dire lapidaria, la maestra di Cravagliana registrava: «20 aprile. Natale di Roma e festa del lavoro. Spiego ai miei alunni il significato ed essi ripetono la leggenda della fondazione di Roma che conoscono già». Nel corso del Ventennio, le scolaresche dedicarono particolare attenzione anche all’anniversario della Grande Guerra, evento che il movimento fascista inglobò nel proprio mito originario. A Prato Sesia nel 1928: «Il Decennale della Vittoria Italiana, così come in ogni città e in ogni lembo della Patria, ha avuto anche in questo paesello la sua celebrazione. La Storica data, cara ad ogni cuore Italiano, rievocatrice di una epopea di eroismi e di gloria è stata commemorata con serena semplicità e con fervido patriottismo, prima in Chiesa, poi davanti al monumento ai Caduti. Erano presenti tutte le Autorità, le famiglie dei Caduti, i Mutilati e i combattenti, tutte le Associazioni e istituzioni colle bandiere, la coorte dei Balilla, degli Avanguardisti e delle piccole Italiane che chiusero l’austera cerimonia con un Inno alla Vittoria». Undici anni dopo a Crevacuore, nell’alto Biellese, scriveva una maestra: «Commemorai l’anniversario della Vittoria. Lasciai parlare alcuni bimbi che ebbero il padre in guerra. Anche quelli che li hanno avuti in A.O. vogliono narrare. Tutti bravi i vostri babbi, e voi? Tutti sono pronti a fare come i genitori. Qualcuno più vivace si alza di scatto e fa l’atto di spianare il fucile. Sono veri soldatini del Duce». Commemorazioni civili tra le più celebrate e “fascistizzate” furono la Festa degli alberi, le cui origini risalivano a fine Ottocento, e la Giornata del risparmio, maturata a livello internazionale negli Anni Venti. «Favoriti da una splendida giornata primaverile – annotava l’insegnante di Prato Sesia nel marzo 1940 – abbiamo celebrato la festa degli alberi. In divisa con la bandiera ci siamo trovati pronti sul piazzale e con la GIL, l’Autorità e il popolo ci siamo portati nel luogo destinato e concesso dal Signor Podestà; 319 buche erano preparate e ogni alunno e ogni organizzato della GIL, ha affidato una piantina alla terra (pioppi Arnaldo Mussolini). Il terreno era tappezzato di camicie bianche e nere; le voci argentine e i canti riempivano di allegria le nostre colline che vedranno fra non molto le piantine mettere le frondi. Il Segretario Comunale e il Vice Segretario del Fascio hanno spiegato ai presenti il significato della festa e il perché della necessità di aumentare il Patrimonio Nazionale, e come si deve rispettare». A Cravagliana nel ’41: «31 ottobre. Giornata del risparmio. Ai piccini racconto la favola della cicala e della formica e lascio a loro le considerazioni perché siano spontanee. Solo qualche avaruccio, forse perché non ha ben compreso, dà ragione alla formica. Tutti gli altri, pur ammirando la sua previdenza, mi dicono di non volerle bene. Il buono c’è dunque, sta a me coltivare questi buoni sentimenti e farli fruttare. Ai più alti faccio comprendere come il risparmio di ognuno di noi, sia anche ricchezza della Patria. Esorto a non sciupare la minima cosa, specialmente in questi momenti». Anche la tradizionale ricorrenza della giornata dei morti veniva celebrata nelle aule scolastiche, ma con frequenti rimandi al regime: «2 novembre [1940]. Giorno dei morti. Siamo a scuola – registrava l’insegnante di Prato Sesia –. Parlo ai miei alunni del significato della festa di tutti i Santi e passo così a ricordare i morti, i Caduti per la Patria, per la Rivoluzione, e per la nuova guerra di rivendicazione che l’Italia sta combattendo. Gli alunni sono commossi e, certo, nel loro piccolo cuore si ripromettono di essere veramente buoni, per essere più degni dei cari scomparsi e promettono di pregare per loro». Personaggi Tra i personaggi di cui si rammentavano le gesta, quello più reiterato e collocabile tra le icone del fascismo fu certamente Giambattista Perasso, detto Balilla. Scriveva con enfasi nel 1935 una delle maestre di Briona: «4 dicembre. Primo giovedì di scuola. Commemorazione del ragazzo di Portoria che compì il 5 dicembre 1746 l’eroico gesto di ribellione allo straniero. Così oggi gli italiani si ribellano al giogo che i paesi sanzionisti vorrebbero imporre alla Patria e i bimbi d’Italia sono in prima fila a offrire oro argento ferro alla Patria. Questo gesto sarà come una sassata in fronte agli Stati sanzionisti che vorrebbero prendere alla gola e soffocare la Nazione, in questo momento in cui l’espansione nostra si sta decidendo. Voi, o fanciulli, che non avete sofferto le privazioni e non avete conosciuto le umiliazioni del dopoguerra, prima che Iddio mandasse all’Italia Mussolini conoscerete ora l’orgoglio e la fierezza di essere gli italiani di quella grande Italia auspicata e voluta dal Duce e da tutto il popolo italiano per la quale ha compiuto il suo eroico gesto Balilla di Portonia e del quale voi che ne portate il nome, siete gli eredi più degni. E un giorno quando saranno consegnati nelle vostre mani pure i laceri gagliardetti del Fascismo, ricordate che le fiamme delle squadre sono state inzuppate nel sangue degli eroi, che alla Patria tutto hanno dato». Ragazzi, trasformati in balilla, sfilano ad una parata. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 23 Un posto tra le figure illustri degne di memoria pubblica, cui verrà dedicato il giorno della mamma, lo ebbe Carmela Borelli, che in un freddo giorno di marzo del ’29 nella campagna di Sersale in Calabria «si spogliò delle vesti per riparare dalla bufera le sue bambine, salvandole così da sicura morte e sacrificando se stessa», come veniva ricordato nel febbraio 1930 a Boleto. Altra figura celebrata fu quella di Carmelo Borg Pisani, «eroe irredento di Malta», fucilato nascite, matrimoni, imprese e scomparse degli appartenenti alla famiglia Savoia. Scegliendo tra questi eventi troviamo il genetliaco del re: «Ieri, sabato 11 [novembre], ho parlato a lungo del nostro Re, della sua vita in trincea, di tanto bene che fece e fa continuamente all’Italia, di tutta la Famiglia Reale e dissi anche in quale occasione dolorosa Egli diventò Re d’Italia. Ho fatto scrivere una cartolina d’augurio a nome della nostra scuola e l’ho spedita a Ro- sciato l’occasione per ricordare a scuola le virtù della nostra sovrana» (Briona, 1936); la principessa di Piemonte, che durante la guerra d’Etiopia: «continua le tradizioni delle donne Sabaude. Col piroscafo “Cesarea” è partita oggi, quale Crocerossina Volontaria per l’Africa Orientale» (Boleto, 1936); l’anniversario della morte del principe Amedeo duca d’Aosta: «Anche i più piccini sono attentissimi e dopo la rievocazione sono tutti commossi. Nei loro cuori sentono il dolore della rinunzia, sia pure temporanea del nostro Impero, che i soldati italiani avevano conquistato a prezzo della vita, e nella loro piccola mente certo si figurano la lontana tomba di Nairobi, sotto il sole equatoriale, dove riposa uno dei principi più buoni e più eroici della casa Savoia» (Cravagliana, 1943). Guerre lontane Coggiola, frazione Fervazzo (Biella). Scuola elementare durante la colazione: fine Anni Trenta. dagli inglesi nel 1942 per tradimento. «Il sacrificio del Martire, che è stato rievocato dalla scolaresca – annotava nel ’43 un insegnante di Pray (alto Biellese) –, resterà perenne nei nostri cuori, col ricordo della gloriosa schiera degli eroi immolatisi per il trionfo dell’italianità delle terre soggette al dominio straniero». A fianco delle ricorrenze fasciste e di quelle che il fascismo fece proprie vi furono gli anniversari monarchici, anch’essi preponderanti nel segnare i giorni dell’anno con 24 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 ma al nostro Re. Alcune bambine portarono dei fiori che vollero mettere sotto il ritratto del Re. Prima d’uscire dall’aula, i bambini oltre il solito saluto alla Bandiera, fecero spontaneamente il saluto romano al quadro del Re e io feci cantare l’inno alla “Croce di Savoia”» (Boleto, 1928); il compleanno della regina: «Domani [7 gennaio] compleanno di S.N. la Regina, la dolce figura il cui gesto recente [offerta della fede alla patria] l’ha resa ancor più cara all’animo degl’Italiani; io non ho trala- Ma furono le guerre “partecipate”, piuttosto che ricordate, a coinvolgere in misura maggiore gli ambiti scolastici. In relazione alla guerra d’Etiopia, per esempio, una delle insegnanti di Briona sintetizzava nel modo seguente la lezione tenuta in classe il 16 novembre 1935: «Oggi il diario è fatto in comune. La patria è in armi. Un nemico irriducibile ci costringe alla lotta per la difesa delle nostre Colonie nel Mar Rosso e per dare pane ai nostri lavoratori un pane più sicuro un po’ di sole nell’Africa Orientale. L’Etiopia o Abissinia confina con le Colonie inglesi con le Colonie Italiane l’Eritrea e la Somalia. È uno stato diviso in molti piccoli regni aventi a capo dei ras soggetti all’imperatore detto Negus, è uno stato in cui la popolazione è schiava e priva di civiltà. È protetta dall’Inghilterra la quale domina su quasi 1/3 dell’Africa pur tuttavia vorrebbe conquistare l’Etiopia. Ma il Duce, che per diritto aspetta all’Italia, volle dimostrare al mondo che è pronta a tutto, non si lasciò intimorire dagli inglesi e mandò le sue balde divisioni nell’A.O. rafforzate dalle Camicie Nere e da numerosi volontari e dai comunicati di ogni giorno si vede come essi vanno sempre conquistando nuove terre com- Cravagliana (Vercelli). Maestra e alunni, nei primi Anni Quaranta, nella calssica foto ricordo. piendo atti di valore. A loro giunga la benedizione di Dio». L’eloquente lettura del conflitto italoetiopico – non dissimile da quella offerta dalla stampa di regime – proseguì in modo fantasioso, per cui ad ogni nuova conquista: «La gente abissina continua ad accogliere la bandiera Italiana come il segno della liberazione, come auspicio di una nuova era di pace e di benessere» (Briona, 19 novembre 1935) e, rispetto alle sanzioni: «Ho spiegato ai miei scolari il perché del gesto iniquo compiuto dalla Società delle Nazioni a danno dell’Italia, e il dovere di ogni Italiano e di ogni Balilla nel periodo delle sanzioni che stringono d’assedio l’Italia» (Prato Sesia, 18 novembre 1935); «L’offerta dell’oro e dei metalli alla Patria è la prova più bella dello spirito che anima tutti gli italiani nella resistenza contro il Regime Sanzionista ingiusto e [in]civile votato a Ginevra contro l’Italia. […] Invito i bambini a portare ferro, oro per la Patria» (Briona, 29 novembre 1935). Il procedere dei combattimenti divenne poi l’argomento quotidiano da dibattere nelle aule: «Ogni mattina dopo la preghiera, e prima d’iniziare la lezione leggo il comu- nicato delle battaglie superbamente vinte dai nostri valorosi soldati laggiù nell’Africa Orientale. Le spiegazioni e i commenti interessano gli scolasti, anche i più disattenti» (Prato Sesia, 18 febbraio 1936); «La vittoria del Ganale Doria è stata accolta dagli scolari (specialmente dai maschietti) con entusiasmo; e sulla bella carta dell’Africa Orientale, edita dal Touring, che ho portato ed ho appeso a scuola, abbiamo seguito con le bandierine le posizioni conquistate. Veramente notevole e commovente è l’interesse che dimostrano per la guerra» (Briona, 27 gennaio 1936); «Gli alunni hanno seguito sulla cartina d’Etiopia l’itinerario delle nostre brillanti avanzate, entusiasmandosi in modo tale che a mala pena ho potuto farli ritornare calmi» (Prato Sesia, 2 marzo 1936). Giubilo, infine, per l’ingresso delle truppe italiane nella capitale etiope: «Ieri ebbe luogo la grande Adunata per la vittoria Italiana. Stamane davanti ai bimbi entusiasti abbiamo messo la bandiera su Addis Abeba nella nostra carta geografica dell’Africa Orientale, divenuta tutta Italiana. Viva l’Italia. Abbiamo seguito giorno per giorno attraverso il Comunicato la gloriosa impresa ora com- piuta e siamo finalmente paghi ed orgogliosi» (Briona, 6 maggio 1936). Allo stesso modo della guerra africana, con bollettini, cartine e bandierine si “partecipò” alle vicende del secondo conflitto mondiale. «Prima di iniziare la lezione commento il bollettino trasmesso oggi alla radio. Per quasi un mese abbiamo seguito con animo trepidante la strenua difesa di Bardia, ed ora, che ci viene comunicata la sua caduta ne siamo addolorati. Il dolore che ci pervade è però un patriottico dolore che non ci opprime ma che maggiormente ci affratella e che più strettamente ci stringe attorno al nostro Duce sicuri che presto altre vittorie arrideranno alla nostra Patria diletta. Il nostro memore riconoscente va a tutti gli Eroi che hanno scritto in questi giorni luminose pagine di eroismo e di gloria» (Guardabosone, alto Biellese, 7 gennaio 1941); «Dai superiori ricevo l’ordine di informare gli alunni sulle vicende della guerra. Noi viviamo coi nostri soldati e non passa giorno, nel quale non si presenti l’occasione di parlarne. Sia per spronare la velocità di qualche scolaretto un po’ pigro, sia per la raccomandazione di non sprecare la roba; sia per racpatria indipendente l 19 dicembre 2010 l 25 cogliere ferro ecc. Anche i più piccoli stanno attenti; quelli di terza classe, s’intende comprendono un po’ di più, e il loro animo vibra e si tende nel desiderio di essere utili, e di recare qualche consolazione ai soldati. Sono stati perciò miei attivi collaboratori nel procurarmi gli indirizzi dei nostri soldati che si trovano in Albania e nell’impero, poiché intendiamo iniziare con essi una corrispondenza» (Prato Sesia, 3 marzo 1941); «La ripresa e la riconquista di El Agheila e Bengasi riapre i nostri cuori alla speranza e al bene. Il dolore degli avvenimenti primitivi si attenua e tutti siamo entusiasti, più animati. La bandierina nostra sulla carta geografica è ancora a Sidi el Barrani perché dobbiamo tornarci. Ci ritorneremo» (Crevacuore, 5 apri- gnare furono sensazioni e preoccupazioni dei docenti nei territori della Rsi. Così si esprimeva la maestra di Prato Sesia il 13 novembre 1943: «Ho preparato i programmi per le classi a me affidate e non nascondo il grande disorientamento nella compilazione del programma di storia e quello di geografia, fatto dovuto alle dolorose condizioni in cui si trova l’Italia per la cattiva volontà di tanti suoi figli. E mi auguro che Dio possa presto eliminare il dissidio, placare gli spiriti e ricondurci tutti sulla strada della pace, della prosperità e della vera Grandezza». Nel febbraio ’44 arrivarono le circolari dei direttori didattici e i nuovi programmi. Le direttive parevano chiarire temi e metodi d’insegnamento: «La materia dei nuovi programmi è quella Bambini e ragazzi in divisa passati in rassegna dal solito federale. le 1941). Ma a Sidi el Barrani non si tornerà e anche nelle aule scolastiche si elencheranno le sconfitte: «Nella scuola viviamo giorno per giorno nello spirito di guerra della Patria in armi, seguendo da vicino i principali avvenimenti di guerra con il pensiero rivolto verso i nostri prodi, che in questo momento difendono l’ultimo lembo terreno del nostro Impero» (Masseranga, alto Biellese, 9 maggio 1943). Guerre vicine Poi, come si sa, arrivò l’estate del ’43 e gli eventi precipitarono: 25 luglio e 8 settembre stravolsero la collettività nazionale, la vita dei singoli e delle istituzioni, compresa quella scolastica. Confusione, non sapere bene cosa e come inse26 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 necessaria alla cultura del popolo, perciò è stato tolto tutto quello che è sembrato superfluo e non adatto. I programmi nuovi sono frutto di esperienza e di ponderazione da parte di chi li ha compilati, perciò i nuovi programmi non sono né una riforma né una controriforma. […] Non occorre insegnare troppe cose, ma le nozioni fondamentali siano veramente assimilate, perché restino a base della cultura dell’alunno ecc. La trattazione è stata veramente interessante. Si ritorna così alla scuola che istruisce e forma il carattere del futuro cittadino, senza tutti i fronzoli, e quegli studi che non interessavano da vicino la vita del popolo, e che lasciata la scuola erano dimenticati» (Cravagliana, 4 feb- braio 1944). In modo simile, precisava l’insegnate di Prato Sesia: «Aderisco con vero entusiasmo plaudendo con serenità e sincerità di spirito alle nuove direttive, più consone alla vera vita vissuta dagli alunni, i quali troveranno più facile la strada e trarranno maggior profitto che sarà loro utile nella vita pratica» (28 febbraio 1944). Tuttavia, finché si trattava di togliere gli orpelli monarchici, di insegnare a leggere, scrivere e far di conto le maestre se la potevano cavare, per altre materie invece: «I programmi di storia e geografia sono stati dei veri rebus e mi sono affidata completamente a quanto mi hanno suggerito la lunga esperienza, il mio buon senso e la prudenza» (Prato Sesia, 7 novembre 1944); «In classe terza non ho ancora iniziato l’insegnamento della storia. Non so con precisione come orientarmi e chiederò consiglio al Sig. Direttore. Nel programma di geografia siamo a buon punto» (Cravagliana, 21 febbraio 1945). A partire dall’autunno 1943, al di là della chiarezza dei programmi e delle espressioni prudenti e quasi prive di retorica che assunsero le note nei “Giornali di classe”, le scuole del nostro campione, come molte altre situate all’interno dei nuovi scenari di guerra della penisola, furono direttamente coinvolte nel conflitto: azioni partigiane e rastrellamenti nazifascisti divennero la consuetudine e aumentarono d’intensità e violenza nell’ultimo anno. In queste circostanze i registri scolastici si trasformarono spesso in veri e propri diari di guerra delle comunità di paese: «Gli alunni sono assai distratti perché gli avvenimenti politici attualmente in corso nella nostra zona influiscono fortemente sulla vita di molti di loro. Molti vengono trattenuti a casa, i genitori temono eventuali complicazioni nei rapporti tra i repubblicani e partigiani locali. La situazione è assai tesa e seria. L’insegnamento va sempre peggiorando. Manca soprattutto quella serenità d’animo indispensabile» (Masseranga, 10 gennaio 1944); «Continuano i fatti incresciosi. Si odono le sparatorie non lungi da qui. I bimbi sobbalzano ad ogni rumore e mostrano dei vi- si spaventati. La tranquillità dell’insegnante vale a calmarli, ma il lavoro non rende. La mente è fuori» (Crevacuore, 25 gennaio 1944); «È giunto il 63° Battaglione Tagliamento che si è sistemato nei locali del Municipio e nelle nostre aule. Per ora tutti gli alunni vengono radunati nel salone ove giornalmente si consuma la refezione scolastica» (Pray, 3 febbraio 1944); «Le aule vengono occupate dai reparti delle Brigate Nere durante le azioni di rastrellamento nella zona. Si sospendono le lezioni» (Coggiola, 16 gennaio 1945); «Oggi la scuola è quasi deserta perché un atto terroristico ha causato molto panico fra la popolazione e le persone stanno tappate in casa per tema di essere prelevate e portate in campo di concentramento» (Prato Sesia, 13 aprile 1945). Con la primavera del ’45 arrivarono gli ultimi giorni di guerra: «Giornate di avvenimenti straordinari per la nostra martoriata Patria. I bimbi sono agitati e commossi. Si ottiene più poco» (Crevacuore, 24 aprile 1945); «Liberazione da parte delle formazioni armate dei Garibaldini dei nostri paesi e città dal dominio tedesco e autorità fascista. I paesi sono tutti imbandierati, la popolazione si è riversata sulle vie e strade inneggiando ai liberatori e dando sfogo ai loro sentimenti di libertà, acquistata a duro prezzo» (Masseranga, 25 aprile 1945); «I Tedeschi hanno lasciato il nostro Paese e la valle; la provvidenza di Dio ha avuto pietà e il conflitto è terminato; la scuola prosegue regolarmente ma si vedono passare degli Americani portati da autocarri sgangherati: speriamo di non essere male considerati» (Prato Sesia, 26 aprile 1945). «Finalmente l’alba della pace splende dopo lunghi anni di angosciose sofferenze su questa torturata umanità» (Guardabosone, 8 maggio 1945). All’indomani della Liberazione scomparvero dai calendari scolastici i riti del passato regime e con la nascita della Repubblica anche quelli monarchici, altri invece, come la Giornata del risparmio, la Festa degli alberi, la Giornata della Croce rossa e quella della lotta contro la tubercolosi si conserva- Balilla in divisa leggono il loro giornalino. rono e si ricelebrarono in tutt’Italia, mentre altri ancora vennero introdotti al fine di commemorare il nuovo corso (25 aprile e 2 giugno). Si mantenne l’uso dei rituali, ma cambiarono gli orientamenti della memoria ufficiale e mutarono le annotazioni sui “Giornali di classe”. Maggiori attenzioni alle vicende interne delle scolaresche e alle metodologie d’insegnamento soppiantarono l’ossequioso asservimento al potere. Sparirono le riflessioni di natura politica, anche se qualche maestra non si diede pace per la scomparsa del mondo in cui aveva tanto creduto: «Gli alunni hanno preso viva parte alle elezioni [referendum MonarchiaRepubblica] e mi hanno riferito interessanti minuti particolari. Mi piace il loro modo di osservare, ma vorrei che non partecipassero a certe dimostrazioni di estremismo che, purtroppo si notano in questo paese e che fanno male al cuore di una vecchia insegnante che, per vent’anni consecutivi, ha insegnato l’amore reciproco, il perdono e l’educazione e le norme del corretto vivere civile» (Prato Sesia, 11 giugno 1946). Oggi, con lo sguardo sufficientemente distaccato dagli avvenimenti, osservando i risultati del lavorio della scuola fascista e più in generale delle imposizioni culturali del regime, possiamo constatare che tracce dei condizionamenti di allora sono ancora presenti nella sensibilità degli italiani. Il lungo tempo che ebbe a disposizione il regime mussoliniano – il doppio del nazismo – i continui- smi e le connivenze protrattesi nell’età della Repubblica e della Costituzione hanno fatto sì che nel nostro Paese il passato fatichi davvero a passare. Ciononostante è bene ricordare che proprio dalla dittatura e dagli indottrinamenti molti giovani si affrancarono, la rottura fu radicale e quel mondo lo abbatterono. Vale la pena rammentarle certe cose e parlare alla testa di noi tutti, specie in questi anni di ideali smarriti. «La cosa peggiore è stata la mancanza di libertà – ricorda Lidia Volpones, un’anziana di queste parti, allora ventenne –. La tensione che c’era nell’aria erano i fascisti a crearla… Tutto un insieme di cose che ci facevano vivere male. Sono contenta di aver potuto vivere in un periodo diverso, dove si può esprimersi e, soprattutto… dove non c’è la paura». FONTI I materiali utilizzati sono presenti nei seguenti lavori: Tenere menti incolte. Quotidianità scolastica e fascismo, in: “Sì e no padroni del mondo. Etiopia 1935-’36. Immagini e consenso per un impero. Interventi e materiali”, a cura di Adolfo Mignemi, Torino, Regione Piemonte, 1983; «Cronache ed osservazioni sulla vita della Scuola». Cravagliana 1940-1945, a cura di Alberto Lovatto, in: “l’impegno”, 1, 1991; Claudio Sagliaschi, Il cerchio di ferro e di fuoco. Note sull’impegno pratese durante la 2 a guerra mondiale, Romagnano Sesia, Tipolito Valsesia, 1995; Tiziano Bodio Madè, Libro e moschetto. Cronache quotidiane dai registri di scuola, in: “l’impegno”, 2, 1995; Filippo Colombara, Vesti la giubba di battaglia. Miti, riti e simboli della guerra partigiana, Roma, DeriveApprodi, 2009. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 27 Storia Una cerimonia con migliaia di persone in Slovenia L’altra Basovizza per ricordare i fucilati dai fascisti italiani di Gaetano Dato Erano presenti il primo ministro e i rappresentanti dell’antifascismo. Nessun membro del governo italiano. La storia dei quattro uccisi per avere dato inizio alla Resistenza. La lunga e dolorosa vicenda delle persecuzioni antislave Il monumento a ricordo degli eccidi alla foiba di Basovizza. asovizza è il nome di un paese a pochi chilometri dal centro di Trieste. Si trova fra le colline del Carso, sulla strada per andare a Fiume, in Croazia, ed è quasi a ridosso del confine fra Italia e Slovenia; infatti, come nelle altre località del circondario triestino, i suoi abitanti sono sloveni. In sloveno il nome del paese si pronuncia quasi come in italiano, ma si scrive Bazovica. Tuttavia, se nella geografia fisica il paese è comunque sempre lo stesso, non si può dire altrettanto in quella politica. Il 12 settembre di quest’anno, a Bazovica, c’è stata una commemorazione molto particolare, in cui sono intervenute circa un migliaio di persone, insieme a numerose personalità, fra le quali anche il primo ministro della repubblica di Slovenia. Perché tanto interesse? Forse qualcuno starà pensando allora alla foiba di Basovizza, un luogo verso cui negli ultimi anni si è posta una sempre maggiore attenzione in Italia, specie in seguito all’istituzione del giorno del ricordo, il 10 febbraio, e alla fiction televisiva “Il cuore nel pozzo”. Comunque nessun esponente del governo italiano si trovava in quella cerimonia. D’altra parte nelle stesse ore il ministro della difesa La Russa e altri esponenti dell’esecutivo nazionale e regionale presenziavano non molto lontano, nei pres- B 28 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 si di Udine, alla manifestazione per l’anniversario delle “Frecce Tricolori”. Sarebbe allora meglio precisare che nell’immaginario politico locale esistono due importanti luoghi della memoria, che si trovano a breve distanza uno dall’altro, e che entrambi si fregiano del nome del piccolo centro carsico. Forse è proprio per la presenza della foiba che gli italiani, non solo nella penisola, ma pure a Trieste, non conoscono molto l’altra Basovizza, quella degli Eroi antifascisti; la Basovizza dove 4 giovani: 2 sloveni, 1 croato e 1 di madre italiana e di padre sloveno videro la morte, colpiti da un plotone d’esecuzione che eseguiva una sentenza del Tribunale Speciale per la difesa dello stato. Per questo, se pensiamo a loro, forse è meglio scrivere di Bazovica, per non confondere le due storie, per non dare adito ai fraintendimenti di chi vorrebbe vedere i caduti tutti uguali, strumentalizzando il passato per confondere il presente. Sono ormai trascorsi 80 anni da quando nel poligono di tiro di Bazovica vennero fucilati Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič, che il 6 settembre del 1930 avevano tra i 24 e i 34 anni. La loro colpa fu quella di aver iniziato la lotta armata contro il fascismo in anni difficili, con il regime in piena ascesa. Per questo sono ricordati come Bazoviški junaki – gli eroi di Bazovica. Subito dopo l’esecuzione, Bazovica e i suoi caduti divennero perciò un simbolo di libertà e di lotta non solo per gli sloveni ma anche per l’antifascismo italiano, che vide nei movimenti attivi al confine orientale del Regno un modello e un esempio per tutti gli oppositori del Duce. Prova ne fu “Il fascismo e il martirio delle minoranze”, una pubblicazione clandestina di Giustizia e Libertà diffusa nel 1933. In essa si cercava di informare il resto d’Italia sulle politiche snazionalizzatrici operate dal fascismo nei confronti degli sloveni, dei croati e degli austriaci che si erano trovati a vivere all’interno dei confini italiani a causa della I quattro giovani slavi fucilati a Basovizza il 6 dicembre 1930. Grande Guerra e del Trattato di Rapallo. In quello stesso volume si raccontava inoltre come fossero sorti, in quelle terre, numerosi gruppi di resistenza, che in molti modi si opponevano alla violenza del fascismo; fra questi, il gruppo di cui erano membri i quattro giovani triestini era stato tra i più attivi. Occorre però a questo punto fare qualche passo indietro e tracciare i contorni di una vicenda tanto importante, per la minoranza slovena in Italia, quanto poco conosciuta nel resto del Paese. Nell’impero Austro-Ungarico, le varie etnie che lo componevano mantenevano una certa autonomia, benché convivessero fianco a fianco nelle stesse regioni. Pur con i limiti dell’epoca, vi era libertà di associazione ed era possibile frequentare delle scuole dove le lezioni erano impartite con la propria lingua, anche se queste non erano sempre ben distribuite nel territorio. Ad ogni modo erano ovunque presenti istituti con lingua di insegnamento tedesca. D’altra parte, come ricordano Ara e Magris nel loro fortunato Trieste – un’identità di frontiera, quella austriaca non era tanto un’azione germanizzatrice e snazionalizzatrice, ma un tentativo di utilizzare le potenzialità unificatrici del germanesimo come forza statale. La vittoria del regno sabaudo nel conflitto del ’15-’18, non poté non portare, nella Venezia Giulia “redenta”, alla rottura dell’equilibrio costruito nei secoli precedenti. In essa vivevano allora circa 400.000 sloveni e 100.000 croati, come si evince dal censimento del 1910, che registrava nella stessa area la presenza di poco meno di 500.000 italiani. A Trieste in particolare erano presenti 230.000 abitanti, di cui 12.000 tedeschi, 120.000 italiani e quasi 60.000 sloveni; a questi si assommavano 40.000 cittadini del Regno d’Italia. Dopo la prima guerra mondiale, nei trattati di pace sottoscritti dall’Italia, non si prese mai nessun impegno nei confronti delle minoranze nazionali; per questo e per altri motivi molti sloveni decisero allora di emigrare, anche nel nascente regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, che era sorto oltre frontiera nei Balcani. Alle gravi mancanze, alle repressioni e alle requisizioni di beni e di terreni per scopi militari che seguirono gli anni della guerra, l’emergere del fascismo segnò un momento di ulteriore impoverimento dei diritti nazionali sloveni. Un fascismo di frontiera, che seppe convogliare reducismo, antislavismo e irredentismo e che fece di Trieste, nel 1920, fra le sedi più importanti dei fasci di combattimento, seconda solo a Milano nel numero degli iscritti. Il 1920 resta inoltre impresso nella coscienza nazionale degli sloveni per l’incendio fascista del Narodni Dom (Casa Nazionale), avvenuto il 13 luglio. Quell’edificio era un centro culturale sloveno nel cuore di Trieste, e vi avevano sede numerose associazioni, oltre che una biblioteca e un albergo; dopo il suo rogo, seguirono una ventina di assalti ad altrettanti luoghi legati alla presenza slovena in città, ad opera di numerosi gruppi di fascisti. Le forze militari e di polizia, pur testimoni di quei fatti, furono incapaci di tutelare l’ordine pubblico. Va comunque ricordato che il motivo scatenante di quei gesti fu la morte di due ufficiali del Regno, avvenuta nei giorni precedenti a Spalato, in Dalmazia, nel corso di alcuni scontri fra italiani e croati. L’avvento del regime non fece che peggiorare notevolmente la situazione per le minoranze presenti nell’Italia fascista: furono chiuse le patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 29 scuole con lingue di insegnamento diverse dall’italiano, e vi fu il divieto di parlare la propria lingua madre, con cartelli affissi nei luoghi pubblici a ricordare continuamente queste prescrizioni: “Qui si parla solo italiano”. Gli impiegati pubblici sloveni e croati venivano trasferiti nella penisola, rimpiazzati dagli italiani. Coloro che dal resto d’Italia accettavano il nuovo collocamento, ricevevano invece numerosi vantaggi economici, e spesso anche una abitazione a condizioni di favore. I contadini, impoveriti dalla maggiore pressione fiscale e dai danni di guerra, non potevano accedere al credito agevolato delle casse rurali e del mutuo soccorso locale, perché tali istituzioni furono progressivamente chiuse dallo stato. Costretti a vendere la terra e spesso a emigrare, furono in parte rimpiazzati da forze nuove provenienti dalla penisola, sostenute dai programmi di colonizzazione. La toponomastica autoctona veniva soppressa e sostituita da quella italiana. Vennero italianizzati i cognomi e si proibì di dare nomi non italiani ai propri figli. Abolite nel 1926 le autonomie comunali, non vi furono più spazi nella vita politica per gli sloveni e gli altri “alloglotti”; con questo termine il regime definiva genericamente chi non era di madrelingua italiana, sorvolando così sulle connotazioni etnico-culturali delle comunità di appartenenza. Prescrizioni e divieti raggiunsero il massimo della spinta repressiva nel 1927 con la chiusura d’ufficio di ogni associazione, anche sportiva: come nel resto del paese, l’invadenza totalitaria del regime occupava ogni aspetto della vita civile e si infiltrava sempre più in quella privata. Molti fra giovani sloveni e croati che furono testimoni di tutto questo, decisero che non si poteva continuare con la linea attendista seguita dalla più anziana classe dirigente: bisognava agire, e in fretta, per riconquistare la propria libertà e i propri diritti. 30 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 fascisti italiani, anche nella Concentrazione di Parigi, che spesso si servirono dell’appoggio sloveno e croato per la fuga di molti attivisti all’estero. Il TIGR operò con alti e bassi fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, e con questa organizzazione si identifica in genere la stagione dell’antifascismo sloveno degli anni ’20 e ’30. La sua ideologia non era molto ben definita, tuttavia erano determinanti le posizioni liberal-nazionali, mentre i comunisti avrebbero soltanto nel corso della guerra acquisito l’egemonia politica nei movimenti di lotta sloveni e della Jugoslavia. Molti però, già nella metà degli anni ’20, pensavano che quanto si stesse facendo non fosse ancora sufficiente. All’interno dell’ambiente del TIGR maturò la convinzione che si dovesse elevare il livello dello scontro con il regime. Fra il 1927 e il 1928, alcuni dei suoi membri, insieme ad altri giovani, fondarono Borba (lotta), riprendendo il nome del foglio clandestino che diffondevano in quel periodo. Purtroppo non sono ancora del tutto chiare, ad oggi, le strutture e le relazioni di tale organizzazione segreta, e la composizione dei suoi quadri dirigenti. Certo è che Borba, similmente al TIGR, era organizzata in cellule e in triadi. Il suo obiettivo di fondo era l’opposizione al fascismo e l’annessione del Litorale e dell’Istria alla Jugoslavia. Ai mezzi culturali già in uso aggiungeva però la scelta di colpire il regime con bombe e incendi in luoghi simbolo della dittatura. L’assassinio politico e la violenza diretta alle persone non Il Narodni Dom di Trieste dopo la distruzione. Sotto, sembra però che fosse contemun cartello dell’epoca. Veniva affisso obbligatoriaplata dalla dirigenza dell’orgamente nei locali pubblici. nizzazione, anche se si deve constatare che l’attività si svolse in maniera frammentaria e le cellule avevano un notevole margine di autonomia. Infatti pare che alcune di esse e in particolare quella di Dolina, fossero coinvolte in alcuni fatti di sangue, di cui peraltro la storiografia non è stata in grado di tracciare sinora nettamente i contorni, ma che vanno coNacquero così una serie di organizzazioni clandestine, nelle quali si erano riversati i quadri di quelle che fino a poco tempo prima poterono operare alla luce del sole. Esse erano dotate di buoni collegamenti nel regno jugoslavo e in particolare col mondo del fuoriuscitismo politico sloveno e croato. La loro attività principale era l’informazione, con la diffusione di testi in sloveno o in croato: volantini, opuscoli, giornali e libri. A questo fine si era costruita una rete di collaboratori che potesse favorire gli espatri clandestini e il transito del materiale sovversivo attraverso la frontiera. A partire dal ’24 e poi soprattutto dal ’27, in questo ambito emerse il TIGR, acronimo di Trst, Istra, Gorica e Rijeka (Trieste, Istria, Gorizia e Fiume), che aveva sedi nelle aree relative a queste città. Da notare che quella che in italiano si chiamava allora Venezia Giulia, per gli sloveni e i croati sarebbe composta dalla Primorska (Litorale, circa le province di Trieste e Gorizia), dall’Istra (Istria) e dal Kvarner (Quarnero), la regione di Fiume. Grazie alle capacità espresse dal TIGR, nacquero una serie di relazioni fra esso e alcuni gruppi anti- munque inquadrati nel clima persecutorio in cui vivevano le popolazioni del territorio all’epoca. Stessa cosa è possibile dire per le rapine agli uffici postali per l’autofinanziamento, e per le bombe ad alcune sedi della Lega Nazionale, l’organizzazione simbolo della cultura italiana al tempo dell’Austria e che nella nuova Italia di Mussolini aveva il compito di stimolare e promuovere numerose iniziative che forzosamente promuovessero l’italianità nella Venezia Giulia. A causa del tipo di attività ora descritta, il gruppo armato denominato Borba, viene spesso paragonato all’IRA irlandese, e da parte di alcuni storici si avanza anche l’ipotesi di una ispirazione diretta, mediata dalla stampa del tempo o forse dai contatti avvenuti a Parigi. Gli atti più clamorosi compiuti da Borba, per i quali ottennero sostegno e copertura da larghi strati della popolazione slovena locale, furono gli incendi notturni di alcune scuole e asili italianizzati fra Trieste e Gorizia nel ’28-’30, e la bomba al “Faro della Vittoria” a Trieste, un’opera costruita dal fascismo con l’esplicito intento simbolico di illuminare con la luce della civiltà latina l’intero Adriatico. La dittatura non poteva restare certo a guardare inerme di fronte all’attivismo dei giovani sloveni. Il Tribunale Speciale cominciò dunque a comminare le prime condanne al carcere e al confino già nel 1928. Il Tribunale, per dare un segnale forte alla popolazione locale, si trasferì per la prima volta a Pola nel ’29. In quell’occasione condannò a morte Vladimir Gortan e a 25 anni di carcere quattro suoi compagni; tutti e cinque erano attivi fra le cellule croato-istriane di Borba. Essi avevano cercato di fermare con le armi lo svolgimento del plebiscito in una sezione elettorale nei pressi di Pisino, al centro dell’Istria; nel corso di quella disperata operazione, alla quale si era giunti anche perché erano andati perduti numerosi volantini che si sarebbero dovuti distribuire in varie località della regione, avvenne uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine: lì, vi perse pur- troppo la vita un contadino che si trovava in prossimità del seggio. L’esecuzione di Bazovica fu l’esito del secondo trasferimento del Tribunale Speciale fuori della sua sede romana, il risultato di un dibattimento durato meno di una settimana, dall’1 al 5 di settembre del 1930. In quei giorni, in una Trieste blindata e in stato d’assedio, erano presenti numerosi cronisti provenienti da varie parti del mondo, anche dagli Stati Uniti; essi erano venuti per raccontare uno dei processi che la stampa fascista aveva prospettato come fra i più eccezionali del tempo. Il delitto che si voleva giudicare era innanzitutto l’ultima delle bombe piazza- rono fortemente l’organizzazione. Tuttavia l’importanza che lo stesso Duce ritenne di dare alla vicenda nei mezzi di informazione, anche con alcuni suoi ripetuti interventi personali, contribuì a che l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale si occupasse della questione delle minoranze nell’Italia fascista, fatto che in un certo modo si rivelò come un boomerang mediatico nei confronti del regime, che pure era più che mai aduso alle regole della comunicazione di massa. Del resto per il fascismo l’obiettivo principale era terrorizzare la popolazione locale e stroncare i movimenti che gli si opponevano e in questo gli si deve rico- La marcia per commemorare i fucilati dagli italiani. te da Borba. Più in generale il regime intendeva stroncare in maniera definitiva l’intero movimento sloveno imputando 99 crimini ad 87 persone, delle quali fu possibile portarne in tribunale 52. Borba era infatti giunta ad attaccare la sede de “Il Popolo di Trieste”, l’organo locale del PNF. La bomba, che fu fatta esplodere alle 22.30 del 10 febbraio 1930, in un momento in cui si riteneva che la sede dovesse essere vuota, colpì invece uno dei redattori, Guido Neri, che morì qualche giorno dopo, e ferì inoltre tre membri del partito. La fase istruttoria del processo si protrasse nei mesi successivi, fino al momento del dibattimento, e provocò arresti, perquisizioni, torture e interrogatori, che mina- noscere una certa efficacia a breve termine. Bidovec, Marušič, Miloš e Valenčič furono allora colpiti a morte e con essi si chiuse la stagione di Borba. Ma il TIGR continuò ad operare e l’attività dei movimenti di opposizione sloveni e croati continuò, fino quasi a saldarsi con la lotta partigiana iniziata nel ’41, e che a partire dal ’43 fu indiscutibilmente sotto il controllo di Tito e del PC jugoslavo. I quattro caduti di Bazovica, considerati dagli sloveni quali martiri per la causa nazionale, divennero da subito un simbolo di libertà e di lotta. Neanche due mesi dopo l’esecuzione, a Kranj, nel nordovest della Slovenia, le organizzazioni degli emigrati del Litorale, patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 31 che raccoglievano numerosi esponenti di Borba e di altri fuoriusciti politici della Venezia Giulia, commemorano nel giorno di Ognissanti i quattro giovani fucilati e Vladimir Gortan; costruirono nel locale cimitero una piccola piramide in legno, avvolta dal filo spinato e con la punta spezzata, sulla quale era posta una targa con i nomi dei 5 attivisti. La struttura, alta circa due metri, rappresentava i popoli sloveno e croato prigionieri in Italia e privati della libertà di vivere nella propria cultura. L’anno dopo, nel giorno dell’anniversario dell’esecuzione, in luogo del manufatto in legno ne venne eretto uno in pietra. Sembra che si tratti del primo monumento antifascista del mondo, ed è ancora presente nel capoluogo sloveno, ancora oggi al centro di uno dei momenti della commemorazione dei caduti di quello che nella storiografia slovena si usa definire come “Il primo processo di Trieste”. Il “secondo” processo si riferisce invece al ritorno del Tribunale Speciale a Trieste nel 1941 e a un’altra serie di condanne a morte e di incarcerazioni, eseguite nel tentativo del regime di assestare un colpo definitivo al movimento sloveno, nel pieno dell’occupazione italo-tedesca della Jugoslavia. L’esito di quelle vicende sono a tutti note. La commemorazione di Bazovica servì a cementare le comunità degli esuli sloveni ovunque si trovassero, in Europa come nelle Americhe. Bazovica dette il nome a numerose associazioni, a una brigata partigiana nel corso della guerra, a una rivista slovena edita al Il Cairo. D’altra parte, come in Italia la Resistenza ha cercato di inglobare e valorizzare i valori democratici che erano emersi nel corso del Risorgimento, anche se quei valori erano indiscutibilmente intrecciati alla questione nazionale, così l’internazionalismo comunista ha inglobato la battaglia nazionale del popolo sloveno, vedendo nei quattro di Bazovica dei precursori della guerra di Liberazione. Non a caso le brigate dei comunisti italiani si chiamavano Garibaldi, così pure si chiamavano le formazioni italiane agli ordini delle forze jugoslave, e 32 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 queste ultime erano indiscutibilmente le più forti della regione, particolarmente dopo l’inverno del ’44. Sarebbe lungo a questo punto approfondire i rapporti politici fra il PC italiano e quello jugoslavo al confine fra i due Stati, tema d’altra parte interessantissimo ma che merita approfondimenti specifici. Segnalo in proposito la recente uscita di un libro ad opera dello storico Patrick Karlsen proprio su questo tema. Nel settembre del 1945 Bazovica venne quindi commemorata con importanti celebrazioni, che videro l’erezione del monumento che oggi conosciamo nel villaggio carsico, con il sostegno di tutto l’antifascismo locale, anche di quello azionista italiano. Nei comitati delle celebrazioni erano presenti, quali membri d’onore, anche i parenti dei quattro giovani. Fu inoltre ritrovata la loro sepoltura, una fossa comune senza nome nel cimitero della città. Su di essa venne posta allora una semplice lapide che nel ’65 è stata sostituita dal monumento del noto scultore sloveno Zdenko Kalin. Il ciclo di celebrazioni che dal dopoguerra ricorda ogni anno i quattro eroi, comprende sempre una breve cerimonia anche nel cimitero di Sant’Anna a Trieste. Si è infatti costituita una serie di iniziative nella settimana intorno al 6 settembre, giorno della fucilazione. Esse attraversano il cimitero, il monumento a Kranj e trovano l’apice nella domenica successiva al 6 nel monumento di Bazovica, una semplice colonna quadrangolare in bianca pietra carsica, dove sono iscritti i nomi dei quattro caduti. A questi incontri si associano una serie di iniziative culturali e sportive. Torniamo brevemente al dopoguerra: l’incerto destino della Venezia Giulia e il suo tipico intrecciarsi di questioni ideologiche ed etniche nella politica locale del ’900, rendono estremamente complessa una spiegazione chiara della storia del territorio giuliano a chi non è abituato alle sue spigolosità e alle sue contraddizioni. Ci basti capire che già dal ’46 gli ambienti azionisti, e poi democristiani, socialisti, liberali e repubbli- cani, presero distanza dalle commemorazioni di Bazovica, perché l’adesione al progetto di una Venezia Giulia italiana e l’avversione nei confronti del comunismo, frantumarono l’unanimismo del lutto dei primi tempi. Non così per il resto del mondo antifascista, italiano e sloveno, che ha continuato a ritrovarsi a Bazovica, coinvolgendo anche il mondo cattolico-liberale sloveno, specie dopo la fine della Jugoslavia socialista. Del resto una delle parole d’ordine del primo dopoguerra, e che con vario modo si è cercato di portare avanti nel corso degli anni all’interno della commemorazione, è quella della fratellanza italoslovena forgiatasi nella lotta al nazifascismo. * * * Gli eventi di quest’anno hanno assunto un significato particolare, sia perché ha rappresentato la celebrazione di un anniversario importante, 80 anni, sia perché è seguita a breve distanza da un significativo momento di riconciliazione simbolica fra gli stati di confine dell’Adriatico settentrionale. I tre presidenti di Italia, Slovenia e Croazia, Napolitano, Türk e Josipovic, su invito di Riccardo Muti, e malgrado l’opposizione della politica più retriva, si sono incontrati a Trieste per partecipare a “Le vie dell’amicizia”, concerto diretto dal celebre maestro d’orchestra. In quell’occasione, che coincideva col novantennale dell’incendio del Narodni Dom, i tre capi di stato vi si sono recati insieme e alla presenza di un folto pubblico, si sono stretti la mano e hanno deposto una corona. Dopo, sempre insieme, hanno reso omaggio agli esuli istriano-giuliano-dalmati al monumento a loro dedicato nei pressi della stazione. Il clima di positiva riconciliazione, ha attraversato anche la cerimonia del 12 settembre, che a Bazovica ha visto la partecipazione e l’intervento in italiano di uno dei massimi storici del fenomeno delle foibe, Raoul Pupo, del cui intervento vorrei citare la conclusione: «Che la memoria sia una ricchezza, oggi lo dicono in molti e ne siamo certo persuasi anche noi che sia- mo qui convenuti per fare memoria assieme di una tragedia. Che la memoria possa però diventare anche una maledizione, ce lo mostra l’esperienza di questa regione di confine, in cui spesso il peso del passato ha schiacciato il presente e dove i ricorsi di dolore sono stati di frequente adoperati come rendite di posizione politica. A risolvere il dilemma non hanno certo contribuito le proposte di memoria condivisa, che si prefiggono un obiettivo irraggiungibile, posto che la soggettività dei ricordi non è interscambiabile. Se mai, momenti di condivisione che non siano legati alle appartenenze nazionali, si possono raggiungere su di un altro ter- con la quale pure si rimane solidali. È un cammino stretto, ma c’è chi lo percorre. Fatto importante e inedito, c’è segno che anche le istituzioni e gli stati vogliano avviarsi per quella strada. Sono passi piccoli, ma per arrivare in cima conviene forse andare a ritmo lento». Si spera dunque che queste pagine abbiano potuto dare un piccolo contributo alla conoscenza, da parte dell’antifascismo italiano, delle difficoltà che una piena comprensione delle memorie lascia ancora sul terreno del confronto fra le culture politiche italiana, slovena e croata. La questione deve certamente essere posta al centro degli interessi Il folto pubblico presente alla manifestazione presso Basovizza. reno, quello dei giudizi storici frutto di analisi critica. Per uscire dalla strettoia può esserci però un’altra via, da percorrere con pazienza, un passo dopo l’altro. Il primo passo è quello del riconoscimento della memoria altrui, che in alcuni casi può diventare autentica scoperta – in genere da parte degli italiani nei confronti di sloveni e croati – di un patrimonio umano e civile largamente sottovalutato. Il secondo passo è quello del rispetto delle memorie sofferenti, che non interferisce con le valutazioni storiche e politiche. Il terzo è quello della purificazione della memoria, termine che non ha un particolare significato religioso, perché vuol dire semplicemente la disponibilità a considerare anche i lati oscuri della propria memoria di tutti coloro che hanno compreso i valori dell’antifascismo di allora e si propongono di tener vivi quei princìpi, in uno spazio politico che deve porsi come minimo una dimensione europea. Una dimensione internazionale quindi, che si trova nuovamente a fare i conti, ma sotto vesti nuove, con lo scontro fra fascismo e antifascismo: solo l’unione di tutti i sinceri democratici vedrà salvaguardato ciò che è stato conquistato nella lotta di Liberazione. Sono troppi i segnali di insofferenza nei confronti delle tutele e dei vincoli della democrazia, che da varie parti continuano a giungere, nelle società e nella politica italiana e del resto d’Europa. Si tratta di una sfida nuovamente mondiale dunque, che necessita di risposte adeguate, di forme di organizzazioni nuove e di una visione dei problemi che non può fare a meno di una riflessione serena sul passato, sulla quale fondare il cammino che l’antifascismo ha ancora da fare. Bibliografia Čermelj L. (1974): Sloveni e Croati in Italia tra le due guerre. Trieste, Editoriale stampa triestina. Ferenc T., Kacin-Wohinz M., Zorn T. (1974): Slovenci v zamejstvu. Pregled zgodovine 1918–1945. Ljubljana, Državna založba Slovenije. 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Nel prossimo anno in traduzione italiana. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 33 Cinema Per capirlo bisogna “uscire” dalla storia spiegata a scuola “Noi credevamo” , il film di Martone sul Risorgimento di Serena D’Arbela La locandina del film. er capire il film di Mario Martone, la sua materia sanguigna, ricca di forza dirompente bisogna uscire dalla Storia dei libri di scuola e dalle formule convenzionali. Il suo contenuto alternativo non si lascia imbrigliare dalle definizioni atte a placare un coacervo problematico di fatti e di posizioni contrastanti. Esprime soprattutto una foga ideale di liberazione e di giustizia sociale che conquista. Descrive i sognatori e combattenti influenzati dalle idee repubblicane di eredità rivoluzionaria francese, dal pensiero giacobino e dall’impulso mazziniano, che si sacrificarono fino in fondo per un’Italia unita, indipendente e progressista. Il film, di stile pittorico ed espressivo, parte liberamente dal libro omonimo di Anna Banti (sceneggiatura dello stesso Martone e di Giancarlo De Cataldo) guarda all’insegnamento di Roberto Rossellini ma anche alle atmosfere di Fiodor Dostojevski. Porta sullo schermo, uscendo dalle versioni risorgimentali obsolete, brani di una storia non ufficiale, dal basso, dal tessuto vivo dei conflitti, dai pensatori ma anche dalla realtà dei contadini meridionali e dello strapotere dei latifondisti. Evocando la disponibilità rinnovatrice insita in tutte le giovani generazioni, tra speranze e sconfitte, mostra come al di là dei giochi sottili e dei compromessi della politica sabauda, molti entusiasti del nord e del sud che “credevano” si affratellarono nella lotta per unificare la nazione e sottrarla alla dominazione straniera. Condizione per la riuscita del progetto nazionale era il cambiamento delle istituzioni e l’abolizione dell’ingiustizia sociale. Le prime inquadra- P 34 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 ture di Martone sono dirette e crude: investono lo spettatore con la punizione di Francesco I di Borbone re delle due Sicilie: le teste mozzate dei Capozzoli, capi di una rivolta nel Cilento, briganti cospiratori legati alla Carboneria. I tre giovanissimi protagonisti Domenico, Angelo e Salvatore fuggono dalla feroce repressione e a Torino aderiscono alla Giovine Italia di Mazzini con ardore dandosi anima e corpo alla causa patriottica. Emigrati in Francia, si attivano secondo le direttive mazziniane. I tre di diversa estrazione sociale, ma uniti dagli stessi ideali, avranno destini diversi. Salvatore (Luigi Pisani) di origini contadine, tornato al suo paese, muore assassinato dall’amico Angelo che lo crede una spia e terrà segreto il suo delitto. Quest’ultimo, di famiglia nobile come Domenico continuerà insieme a lui l’attività segreta in Francia e finirà sotto la ghigliottina coinvolto nell’attentato a Napoleone III. Il regista mette a fuoco gli adepti minori senza la dedizione dei quali non si attuano le teorie politiche. L’angolazione meridionale è sottolineata dall’uso del dialetto locale che è funzionale alla “viva voce” ma richiederebbe una traduzione parallela. Così, seguendo i microvissuti, ci imbattiamo in capitoli decisivi del grande e composito ordito risorgimentale. Ci appaiono come ritratti-lampo tratti dal buio della clandestinità icone storiche controverse. Giuseppe Mazzini (Toni Servillo) il “padre della patria” ripreso nel suo alone fideistico ma anche intento a preparare l’oppio per addormentare le guardie, Francesco Crispi (Luca Zingaretti) che illustra il piano per il regicidio di Napoleone III, Felice Orsini (Guido Caprino) seguace di un radicalismo estremo. Questi uomini che tramano nell’oscurità dell’esilio con falsi nomi e muovono le azioni rivoluzionarie, sono punti luce per i combattenti in campo. C’è anche Cristina di Belgioioso nobildonna speciale, col suo salotto parigino che fomenta la rivoluzione democratica, abilissima nel reperire fondi per le imprese mazziniane, nella convinzione che il compito del secolo è quello di “distruggere e fecondare”. Troppo poco conosciuta è Il processo alla banda Orsini nel film di Martone. ancor oggi la sua attività riformatrice a favore dei diritti della donna e dell’istruzione popolare. Il film fotografa le conflittualità tra le diverse anime in campo, repubblicane, monarchiche, moderate e radicali. Un periodo complesso, mai divulgato a fondo in tutte le sue pieghe viene illuminato per flash, facendo emergere soprattutto i nodi irrisolti dell’unità d’Italia, che ancora ci trasciniamo dietro e che sono attualissimi. Primo fra tutti la disparità tra nord e sud, la disarmonica sutura fra un settentrione economicamente soverchiante e un meridione impoverito che ne paga le spese degradandosi. La Questione meridionale, agitata fino all’avvento del fascismo da Lucio Villari, Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti e poi da Antonio Gramsci, si congelò sotto l’imperio mussoliniano, annullata dalla volontà agiografica e coloniale del regime. Lo stesso fenomeno del brigantaggio, torbido e intricato ma di evidenti radici economiche e politiche, fu liquidato come un semplice cancro del Sud e strumentalizzato all’occorrenza. Certo i tagli della versione filmica originale di Martone e la mancanza di didascalie offuscano a volte la comprensione dell’ordine dei fatti. I ruoli di personaggi chiave e le ragioni di certi eventi si danno per scontate come la conoscenza storica. Ad esempio, le circostanze della fallita rivolta in Savoia. I moti mazziniani savoiardi del 1834, ispirati ad un’ideologia repubblicana e considerati sovversivi, furono perseguiti da tutte le monarchie italiane dell’epoca. Per i governi preunitari, i mazziniani erano sinonimo di terroristi e come tali furono sempre condannati. Dopo il fallimento dell’insurrezione in Savoia la polizia sabauda arrestò molti dei congiurati, fra cui Giovanni e Jacopo Ruffini, amico personale di Mazzini e capo della Giovine Italia di Genova, che si uccise in carcere per non tradire. L’attentato di Felice Orsini a Napoleone III nel 1858 ci appare qui soprattutto come azione cinematografica. Le tre bombe lanciate contro la carrozza dell’imperatore mentre si recava a teatro lo lascia- rono indenne, ma causarono morti e feriti tra la gente. L’atto sconsiderato del gruppo radicale mazziniano rischiò di compromettere la sottile politica diplomatica di Cavour tesa ad accattivarsi la Francia a scapito dell’Austria. Gli interrogatori di Orsini, Rudio e Gomez e del dinamitardo Carmine Cammarota (Peppino Mazzotta), personaggio di fantasia, durante il processo agli attentatori, rievocano nel film atteggiamenti irriducibili, pragmatici o ambigui che si ripresenteranno ai tempi nostri negli anni del terrorismo. Le scene delle torture e della ghigliottina evidenziano però anche il prezzo di sangue pagato fino in fondo dagli affiliati. La pagina nera della battaglia dell’Aspromonte avrebbe richiesto qualche spiegazione preliminare. Le immagini degli scontri che ebbero luogo il 29 agosto 1862 dipingono lo sconcerto delle camicie rosse colte di sorpresa dal “fuoco amico”. L’attacco da parte delle truppe piemontesi contro i volontari garibaldini in marcia dalla Sicilia verso Roma per liberarla dal dominio papale, si presentò infatti inaspettato. Drammatiche le fucilazioni dei disertori passati alla causa di Garibaldi e dei paesani, da parte dei soldati sabaudi. La vista degli eccidi effettuati dai bersaglieri offre spunti di riflessione su antiche ferite. Le incisive scene finali mostrano lo scoramento e la disillusione di chi Un’altra scena del film: la preparazione in attesa dell’esecuzione. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 35 La fucilazione della banda Capozzoli. dopo tante speranze e sperpero di forze assiste al ripristino dei vecchi privilegi delle classi conservatrici. A Torino nel 1862, nel parlamento vuoto del Regno unito, Domenico che ha conosciuto per il suo impegno militante la galera, sente il discorso di Crispi divenuto monarchico e trasformato in portavoce dell’autoritarismo borghese. La voce della restaurazione spegne il fuoco riformatore e le speranze progressiste. Quella delusione richiama altre delusioni. Viene da pensare a un certo legame fra l’in- voluzione post-risorgimentale e il completamento mancato della democrazia conquistata dalla Resistenza, giustamente definita per i suoi connotati popolari Secondo Risorgimento. Il tema della difesa della Costituzione nella pellicola come quello dei diritti delle classi lavoratrici, come le istanze ancora aperte del Mezzogiorno sono elementi di dialogo sotteso tra passato e presente, l’aggancio pungolante tra l’800 e il ’900 su cui meditare. La narrazione di Martone è ricca Saverio (Michele Riondino) e alle sue spalle Domenico (Luigi Lo Cascio), due dei bravi interpreti del film. 36 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 di carica gestuale ed emozionale. Ci trasmette grazie anche all’ausilio della musica operistica di fondo, i concitati sentimenti dell’epoca, la passione civile e i sospetti fra gli esuli, le impazienze insurrezionali e i fallimenti, la diffidenza dei congiurati verso le chiacchiere dei salotti aristocratici che pure finanziano le società segrete contro i tentennamenti monarchici. Spicca nelle carceri dei Borboni, la coerenza morale dei patrioti cospiratori inflessibili nel rinunciare alla grazia del re. Tra di essi l’immagine dignitosa di Carlo Poerio (Renato Carpentieri). Gli attori sono all’altezza delle loro parti, ma risalta su tutti Luigi Lo Cascio, profondamente coinvolto nel personaggio di Domenico che si rifà, arricchito dalla sua vena siciliana a quello del libro della Banti. Convincenti la Cristina di Belgioioso matura, nell’interpretazione di Anna Bonaiuto che ne evidenzia il fervore e l’amarezza finale e Guido Caprino nel ruolo di Orsini. Valerio Binasco rende bene il fanatismo delirante di Angelo, figura dostojevskiana intransigente e tormentata. Il film è da vedere per l’innegabile valore stimolante. Speriamo in una sua programmazione televisiva a puntate. libri ALESSANDRA COPPOLA L’eroe ritrovato Il mito del corpo nella Grecia classica Marsilio Editori, 2008, pagg. 174, € 12,00 ANDREA CARANDINI (a cura di) La leggenda di Roma Volume II. Dal ratto delle donne al regno di Romolo e Tito Tazio Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori Editore, pagg. 358, s.i.p. el 1412 a Padova, nel monastero di S. Giustina, viene rinvenuto uno scheletro. I sapienti della città non hanno dubbi: è quello di Tito Livio. E subito parte la caccia alle reliquie: alcuni studenti ne rubano i denti, e così un frate, per impedire altri furti, comincia a cremare le ossa e a disperderne le ceneri. Ma riesce solo in parte. I resti residui solleticano le mire dei soliti fanatici. Il re di Napoli ottiene così un pezzo del braccio, mentre una mascella finisce in una sfera metallica, sospesa in una stanza del palazzo della Cancelleria. Il macabro rituale, scatenato dal ritrovamento – in realtà soltanto presunto – delle ossa di un “grande”, è un retaggio dell’età classica. Che il libro associa a un campionario di episodi raccapriccianti: Minosse bollito nel bagno; Orfeo trucidato da una schiera di donne invasate (ma dobbiamo capirle: il movimento femminista era ancora di là da venire!); Esiodo “giustiziato” crudelmente, quindi gettato in mare, ma restituito – in modo davvero poetico – da alcuni delfini (d’altronde si trattava appunto di un poeta!). Secondo l’Autrice, ordinario di storia greca proprio a Padova, il recupero di resti eroici segue un copione consolidato fin dal tempo dei Greci. Di norma gli elementi comuni sono: la casualità del ritrovamento, l’oracolo, le calamità (peste, carestia, guerra...), e il “viaggio” del protagonista – N sempre avvolto nella leggenda – di cui sono indiscussi solo il punto di partenza e quello di arrivo, a ribadire la sostanziale veridicità del mito. Il finale è anch’esso da copione: invece del rituale fiabesco del “vissero felici e contenti”, c’è un’altrettanto rituale sepoltura (dopotutto siamo in Grecia, e non in una favola dei fratelli Grimm). Ma questa non può essere la conclusione. Infatti la sepoltura nei secoli viene inevitabilmente abbandonata, dimenticata, infine casualmente ritrovata – di solito grazie all’aiuto provvidenziale di un uccello – e i resti, ormai “sacri”, vengono recuperati e traslati con tutti gli onori verso una nuova sepoltura, dove diventeranno materia di un culto ancora più ampio e duraturo. Beninteso: in attesa di nuove catastrofi, che li riconsegneranno, questa volta in via definitiva, alla leggenda, logica, inevitabile trasfigurazione della nostra esistenza. Essa infatti perpetua, inesorabilmente, anche la parabola terrena di Romolo, il leggendario fondatore di Roma, cooptato in cielo dagli Dèi. È giunta infatti al secondo volume – dei quattro – “La leggenda di Roma”, straordinaria antologia ragionata, a cura della Fondazione Lorenzo Valla, di tutte le testimonianze storiche che concorrono a tramandare l’origine di questo popolo. Una carrellata di testi che vanno dal III secolo a.C. – e ci sono Catone, Cicerone, Cornelio Nepote, insomma proprio tutti – addirittura fino al 1130 dell’era corrente. È il dramma di un popolo privo di donne, il quale, come si sa, decide di procurarsi le proprie “dolci metà” armata manu, insomma rapendole (il cosiddetto “ratto delle Sabine”). Il problema, risolto, in questo caso, in modo sbrigativo, non era esclusivo di Roma. A fondare nuove città erano infatti contingenti di soli uomini: si trattava di giovani, di solito soldati, o profughi di civiltà lontane (pensiamo anche al mito di Enea), che, lasciata la patria, si recavano in cerca di un futuro in regioni a loro nuove, dove si poneva il problema di farsi accettare dalle popolazioni autoctone (non sempre – neanche allora – consenzienti!). Poi veniva il problema della riproduzione. Per fortuna non c’erano le agenzie matrimoniali, e la soluzione era sempre empirica, efficace. Il mito di Roma infatti ha molte similitudini con altri analoghi. Pensiamo al fondatore – e come nel caso di Roma, eponimo – della lontana patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 37 Mileto (odierna Turchia), anche lui allattato da una lupa! Oppure a Céculo, fondatore della nostra Palestrina (provincia di Roma), allevato da più generiche belve, ma cresciuto anche lui, come Romolo, tra i pastori. L’epoca del surriscaldamento globale era ancora lontana! Luca Sarzi Amadè ENZO LANINI (a cura di) Quello che ci siamo detti Memorie e critica dell’esperienza sociale Centro Documentazione per la Storia dell’Emigrazione, del movimento Operaio e Contadino FILEF Lucchese, Tipografia Vigo Cursi, Pisa, 2010, pagg. 310, s.i.p. ento pagine, circa, di questa pubblicazione (qua e là disorganica) densa di immagini fotografiche, trattano variamente della Resistenza in Val di Serchio e paraggi. Memoria e racconti di uomini, donne, ragazzi che C hanno avuto parte attiva o garantito appoggi e solidarietà tangibili alla lotta di Liberazione. Ci sono puntualizzazioni, fatti scarsamente noti, particolari talvolta ignoti sulle numerose stragi messe in atto dall’esercito germanico e dalle schiere fasciste al loro fianco. Queste ultime – è documentato – spesso più feroci degli stessi nazisti. Il che è tutto dire. Il contesto particolare e quello più generale è quello di una Toscana devastata da un conflitto bellico spietato, occupato militarmente da soldati ormai più o meno consci della sconfitta, ma non per questo meno cattivi. È bene, dunque – al di là di una resa tipografica non sempre al meglio – che pagine così emblematiche trovino esplicitazione libraria. Legata, altresì, alla XXVII Mostra storica in tema. Il perché di questo libro – puntualizza il curatore – si spiega con la necessità di dare luogo ad una utile operazione responsabilità della memoria. Che deve avere cardine forte, sempre, ma particolarmente in questi anni, nella Costituzione della nostra Repubblica. Che deve essere difesa e salvaguardata da stravolgimenti distruttivi. È per questa ragione, soprattutto, che il libro si avvale anche del patrocinio della Regione Toscana, della Provincia di Lucca, delle Comunità montane della Media valle del Serchio e Garfagnana; e – tra gli altri – dell’ANPI provinciale di Pisa e di quelli di Lucca, Versilia e Val Serchio, nonché della CGIL provinciale lucchese e della Segreteria regionale SpiCGIL della Toscana. Primo de Lazzari La cerimonia in Palazzo Vecchio Il “Giglio della Liberazione” a 521 ex partigiani fiorentini Riprendiamo da la Repubblica del 29 novembre scorso, questa notizia firmata da Simona Poli. Chi è ancora vivo ha dovuto aspettare sessantasei anni prima di ottenere un segno di attenzione da parte della propria città. Moltissimi sono morti senza aver mai chiesto né ricevuto niente. I partigiani di Firenze si sono battuti contro i fascisti e i nazisti in ritirata dopo l’armistizio e fino ai giorni della Liberazione nell’agosto del 1944. Di pochissimi sono noti i nomi. Solo ai capibrigata sono state dedicate targhe commemorative e col passare degli anni si sta perdendo persino il ricordo di quell’impegno collettivo che portò tantissimi ragazzi a combattere un nemico organizzato e feroce senza avere addosso neppure una divisa dovendosi arrangiare con armi improvvisate, spesso malfunzionanti. Per questo è stato importante che nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, a Firenze, gremito all’inverosimile, il sindaco Matteo Renzi abbia consegnato il Giglio della Liberazione a 521 ex partigiani – o, in loro memoria, ai familiari – che hanno contribuito alla liberazione di Firenze. «È la prima volta che il Comune si ricorda di noi», racconta Giancarlo Cecchi, classe 1928, volontario a 17 anni nella Brigata “Bruno Fanciullacci”, figlio di Guido e nipote di Bruno, due fratelli ammazzati entrambi perché antifascisti. È stato proprio lui il primo a proporre all’Associazione partigiani di chiedere al sindaco un riconoscimento ufficiale. Le domande inviate erano quasi seicento ma non tutte sono state accolte perché il Giglio può essere assegnato solo a chi ha combattuto a Firenze, non altrove. «Nella mia vita», ricorda Giancarlo Cecchi, «solo un’altra volta ho avuto una medaglia: quella della Cgil, che nel ’94 per il Cinquantesimo della Liberazione premiò tutti gli ex partigiani che, come me, erano diventati sindacalisti. Me la appuntò sulla giacca Cofferati». L’unica altra medaglia che Cecchi tiene esposta nella credenza del soggiorno porta il nome di suo padre e a dargliela nel 1947 fu Luigi Longo. «Anche la Prefettura però mi dette un’onorificenza, il “diploma di patriota” nel ’44. Fu quando il generale Alexander lasciò Firenze e ringraziò tutti i volontari che il 7 settembre avevano depositato le armi alla Fortezza». Nella battaglia per liberare Firenze i partigiani caduti furono 1.700, i feriti più di duemila. «E quando la destra presentò la proposta di legge per unificare tutti i combattenti della Seconda guerra mondiale mi salì il sangue al cervello», confessa Cecchi. «E allora feci anch’io la mia proposta e Renzi l’ha subito accolta». Renzi ha testimoniato la riconoscenza della città. «Questo premio», spiega, «è un modo per ricordare la drammatica esperienza vissuta nei mesi dell’occupazione e per sottolineare il valore ideale e politico della vicenda di Firenze che, sotto la guida del Comitato toscano di liberazione nazionale, scelse consapevolmente la via dell’insurrezione e poi dell’autogoverno democratico». 38 l patria indipendente l 19 dicembre 2010 segnalazioni Rubrica di schede librarie a cura di Tiziano Tussi na guida di Cremona, di Giampaolo Dossena, uscita postuma, a circa un anno dalla morte dell’autore, fine letterato ed osservatore del particolare. Esperto in giochi. Ma la sua produzione varia si indirizza verso disparate curiosità umane. La guida traccia un quadro delle vie di Cremona e ne ritrova lampi e singolari ricordi storici. Foto, riproduzioni di cartoline ed una mappa della città del 1880, completano il testo. Da richiedere alla Biblioteca Statale di Cremona (Via Ugolani Dati, 4 - 26100 Cremona) Giampaolo Dossena, Guida a una Cremona leggendaria misteriosa insolita fantastica, Biblioteca Statale di Cremona, 2010, p. 94, s.i.p. U ANPI di Milano ha avuto l’idea di pubblicare in un piccolo volumetto, ben fatto ed editorialmente raffinato, i discorsi tenuti alla Scala di Milano in occasione della ricorrenza del 25 aprile. La parte del leone, ovviamente, la fanno le parole pronunziate dal Presidente della Repubblica a cui come contorno sono stati messi gli altri interventi del pomeriggio. Certo l’abilità dell’eloquio del Presidente Napolitano sono oramai cosa nota ed anche in questa occasione non ha mancato di sottolineare aspetti non indifferenti di storia patria. Così come è risultato particolarmente gradito alla platea, che ascoltava in religioso silenzio, il ricordo di Sandro Pertini, vera tempra di antifascista. Nel volumetto vi è anche una introduzione di Corrado Stajano che ricostruisce il quadro della città di Milano al momento della rinascita dal lungo tunnel fascista. A cura dell’ANPI di Milano, Per un’Italia unita nel nome della Resistenza, Milano, 2010, p. 60, € 7,00 (si può richiedere direttamente alla sede ANPI di Milano - Via San Marco 49, cap. 20122). L’ pparsa per la prima volta sotto forma di libro nel 1878, Leggiadra Stella è una raccolta di lettere e bigliettini d’amore che il poeta John Keats scrive a Fanny, la giovane donna della porta accanto di cui si innamora perdutamente. Questo incontro sconvolge l’equilibrio di un’esistenza total- A mente dedita alla poesia. Le lettere che Keats scrive all’amata mostrano un uomo tormentato, incredulo, che fatica a riconoscere se stesso e il sentimento che vede crescere di giorno in giorno dentro di sé, contro ogni sua aspettativa. Le difficoltà economiche e il precario stato di salute lo obbligano ad allontanarsi per qualche tempo da Fanny, sono questi i momenti in cui le scrive. In queste lettere d’amore l’analisi della quotidianità si interseca con l’ardente passione. Quando furono pubblicate, in epoca vittoriana, scandalizzarono la morale comune per il loro tono così diretto e veritiero. Sono parole accorate, delicate, ma anche erotiche, ironiche, a volte violente, che svelano il lato umano di colui che verrà, ma solo dopo morto, considerato uno dei più grandi poeti romantici inglesi. (Cristina Pavesi) John Keats, Leggiadra Stella, Archinto, Milano p. 83, € 10,50. n libro costruito attorno alla figura di Sandra, staffetta partigiana. La sua storia si è intrecciata strettissimamente con quella di un altro partigiano famoso alle cronache, Visone. Con lui la staffetta partigiana ha trascorso parte della sua vita nella Resistenza. Ha sopportato poi altre vicissitudini dopo la guerra ed è stata la metà di una coppia che ha dato la possibilità, a chi li ascoltava, di rivivere una stagione di storia irripetibile. Onorina Brambilla Pesce, da sposata, con Giovanni Pesce, illustra in una lunga intervista la sua vita. Giovane milanese opera nella Resistenza, incontra il mitico comandate gappista, viene presa in una retata e portata in un campo di transito a Bolzano. Transito per i ben più terribili campi tedeschi. Per fortuna l’eventualità che non si sostanzia. La fine della guerra, il matrimonio e l’attività politica, ancora oggi, nell’ANPPIA. Un testo che ci dice l’altra parte della coppia, la parte femminile. Femminismo come tematica portante che Onorina ha sempre sottolineato in tutti i suo interventi pubblici, quando parla della Resistenza e dell’apporto delle donne. La copertina la ritrae giovane sulla bicicletta, strumento che tanta parte ha avuto nelle azioni resistenziali. Un sorriso verso il futuro. Onorina Brambilla Pesce, Il pane bianco, Edizioni Arterigere, Varese, 2010, p. 293, € 14,00. U patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 39 Cronache A Parma un convegno nazionale Le donne dell’ANPI e le parole da salvare «Da salvare, secondo me – e non solo come presidente dell’ANPI cittadina – verità e democrazia. La verità, che fa così fatica ad emergere – basta pensare a Piazza della Loggia, di cui, dopo 36 anni, non si son trovati i colpevoli – e che è così duro difendere, come hanno dimostrato “l’eroe borghese” Giorgio Ambrosoli, Falcone e Borsellino, come sanno Saviano e Rosaria Capacchione; democrazia, parola cui oggi si vuol far dire che la maggioranza ha sempre ragione, anche se sostenesse che il sole ruota intorno alla terra». Marisa Ombra, partigiana e vicepresidente nazionale dell’ANPI, ha perorato la causa di antifascismo e patria. «Antifascismo oggi significa soprattutto opporsi alla visione che il fascismo aveva delle donne, ridotte a fattrici di figli da donare all’Impero o ad oggetti destinati al riposo del guerriero. A patria, parola compromessa col nazionalismo fascista, va restituita la capacità di rappresentare l’unità di tutti gli Italiani, ritrovata dopo il fascismo». La politica non era la cura del bene comune? Non era partecipazione? Che politica è questa, che si cura degli interessi di pochi e si alimenta di soldi e scambi di favori? Se lo chiedono le donne dell’ANPI, interpretando lo sgomento che si legge negli occhi di tanti cittadini di fronte alla perdita di parole come questa. Ecco, ci massacrano le parole. Come salvarle, con quale magia? Basterà il nostro sguardo a rianimarle? Noi ci abbiamo provato col Convegno “Parole da salvare, parole da trovare”, realizzato il 20 novembre dalle “Veline ingrate” di Parma insieme al Coordinamento Nazionale Donne dell’ANPI, per riflettere sull’importanza delle parole, oggi così “violentate”, ma nel contempo così capaci di reagire, così “resistenti”. Secondo Umberto Veronesi, le donne, più polivalenti, più capaci di destreggiarsi fra mille interessi e attività, possono salvare il mondo. Inoltre “uno studio pubblicato dall’Università di Harvard lega la crescita economica alla presenza delle donne in settori chiave quali la finanza, la politica, la cultura e l’informazione” (Loretta Napoleoni). Del resto “non esiste una sola questione femminile che non riguardi l’intera umanità, e sul controllo e la libertà delle donne si gioca il futuro del pianeta”, come ha detto Lella Costa a Susanna Camusso in occasione del suo insediamento. Le donne dell’ANPI di Parma non si sono per ora Da sinistra: Lucia Poli, Marisa Ombra, Gabriella Manelli, Samuela Frigeri e Francesca Fornario. messe in testa di salvare il mondo (che pure sarebbe un bell’obiettivo), ma di Samuela Frigeri, presidente del Centro Antiviolenza, salvare qualche parola, di proporre il proprio sguardo si è collegata a Sakineh, simbolo della violenza contro sul mondo, ripartendo dal linguaggio. le donne, parlando del crescendo di violenze consumaCi sono parole sfibrate dall’abuso o dall’uso distorto te fra le mura domestiche o ad opera di familiari: il che se ne fa, parole sporcate al punto che si esita or- 70% degli omicidi contro le donne è compiuto dal mai a pronunciarle. Ma parole di cui non possiamo fa- partner. La violenza sulle donne non è dunque un re a meno, se non vogliamo perdere le cose che rap- problema di sicurezza, perché la maggior parte delle presentano. La parola è una delle prime vittime di violenze avviene in famiglia, colpendo soprattutto le ogni dispotismo: la sua perversione è un inganno per- donne più autonome. Va invece affrontata in una propetrato dalla “voce del padrone”, conduce all’anneb- spettiva di genere. Sul piano culturale, perché, come biamento delle coscienze, alla servitù volontaria, che è risulta da relazioni internazionali, “la cultura maschile complicità. Ma la prima parola da salvare è Sakineh. e le strutture di potere della nostra società non sono Questo il programma. mutate altrettanto velocemente e profondamente Affidiamo a Carlo Smuraglia, giurista e presidente quanto la soggettività femminile” (Barbara Spinelli). dell’ANPI di Milano, la difesa di alcune parole che ap- Il femminicidio, sempre secondo la giurista, cioè ogni partengono alla Costituzione, come “solidarietà”, op- pratica di violenza che si traduce nell’annientamento pure “disciplina e onore”, che l’art. 54 assegna come fisico o psicologico della donna, è l’esito estremo di dovere ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbli- un conflitto di genere. che. Parole cadute in disuso. Secondo Loretta Napoleoni, il fatto stesso che le donpatria indipendente l 19 dicembre 2010 l I Cronache ne non siano più un soggetto debole su cui rifarsi, produce negli uomini un risentimento animalesco. Gioca con le parole liberazione, giustizia, cultura, scuola, politica, diritti, televisione, amore, difendendole con la sua ironia, la scrittrice satirica Francesca Fornario. I ladri di parole ci hanno rubato la Liberazione: il 25 aprile è diventato la festa della libertà; hanno rubato l’amore agli innamorati per darlo a un partito. E lei se le va a riprendere e le libera, le parole. La cultura, si dice, non produce PIL. Ma solo la scuola può salvare dai pregiudizi un bambino, cui la cultura mafiosa impone di considerare la polizia un nemico. Politica è diventata sinonimo di malcostume, interessi personali, commercio plateale di favori, mentre è una cosa bellissima. I diritti sembrano diventati privilegi: si pensa non sia lecito averne, tipo assentarsi dal lavoro per maternità. Il Partito dell’Amore è il partito dell’autoerotismo: amore invece è voler vedere gli altri più felici. Giustizia, non è solo essere uguali davanti alla legge, ma avere uguali opportunità: più giusta è una società dove si allargano i diritti. Pudore e giustizia sono virtù essenziali al vivere civile per Emanuela Giuffredi, del Coordinamento femminile di Parma: «“provare vergogna” è riconoscere che è stato oltrepassato … il limite rappresentato … dagli altri, dal valore che ciascuno di essi rappresenta»; e «giustizia è riconoscimento … di ogni persona nella sua dignità, nel suo valore unico». Passione e audacia, o coraggio, già pilastri dell’atto di nascita delle “Veline ingrate”, secondo Raffaella Ilari: «la passione è quella che ci dà la forza di lottare, di indignarci, di cambiare. E il coraggio è quello che ci permette di dire di no, di “non essere indifferenti”, di “non rimanere senza parole”. Le virtù dei “ribelli”, più che mai da riscoprire oggi, per trovare parole politiche nuove, lasciando ad altri i sondaggi col bilancino». Anche Gianrico Carofiglio, «La manomissione delle parole, riabilita la parola ribellione, sulle orme di Don Milani: c’è una traccia di giusta ribellione nella Costituzione che “ripudia la guerra”. La ribellione è il contrario dell’obbedienza ottusa, che non è ormai più una virtù. Non è qualcosa di cui farsi scudo, ciascuno è l’unico responsabile di tutto. Ribellione dunque come responsabilità, arte di dire di no all’ingiustizia, all’iniquità, allo squallore, anche alla manipolazione delle parole. Perché già solo chiamare le cose col loro nome è un atto rivoluzionario». Così è rivoluzionario andare alla scoperta di terre sconosciute, eppure già esistenti, come la Costituzione. Prendere posizione, con audacia e passione, perché non resti così negletta, così oscurata, è essere, di nuovo, partigiane e partigiani. Dunque: rivoluzione, una parola da riscoprire, che non deve fare paura. È il movimento della terra, che evoca ritorno, regolarità. Qui, oggi, rivoluzione è dunque ritorno alla legalità, attuazione della Costituzione, riscoperta dei diritti di tutti gli esseri viventi, i diritti della Terra. Ecco alcune voci di chi l’ha riscoperta: Vandana Shiva parla di fascismo industriale: un gruppo di uomini potenti ha creato una specie umana distorta, macchine per consumo; parla di democrazia: la biodiversità è democraII l patria indipendente l 19 dicembre 2010 L’attrice e regista Lucia Poli. zia contro le manipolazioni genetiche; c’è una democrazia dell’acqua: in una località dell’India le donne impediscono che la Coca Cola rubi l’acqua di tutti; gli Stati Uniti definiscono l’acqua un diritto umano, la Puglia l’ha dichiarata un bene pubblico: si può fare ovunque; parla di ritorno alla terra madre e alla perizia femminile nel coltivarla, per salvare uomini e donne dalla fame e la terra dallo sfruttamento fino alla distruzione. Dunque, nuove forme di fascismo e di antifascismo, di democrazia, ampliano gli orizzonti tradizionali di queste parole e si affacciano alla nuova stagione dell’ANPI. Shirin Ebadi, avvocato, Nobel per la pace: in Iran «il movimento di protesta è un moto popolare … chiede diritti. E le donne sono in prima fila». Shirin Neshat, regista di “Donne senza uomini”: «La rivoluzione è donna». Ci sono poi le parole del teatro, per definizione così effimere, così intraducibili – tempo, eternità, gioco, leggerezza, impegno, onore – impersonate dall’attrice e regista Lucia Poli, attraverso brani da Borges, Palazzeschi, Doroty Parker. Lucia conclude con impegno e onore, parole cadute in disuso; ma le parole, anche se non ne vogliamo sapere, continuano a vivere dentro le cose. Anche se rifiuta l’impegno, il teatro non può fare a meno di raccontare la smemoratezza, la stupidità dell’oggi. Anche le donne vengono massacrate: bastano i nomi delle donne uccise nel 2010, letti da Festina Lente Teatro e Vagamonde, a disegnare l’immensità della violenza subita dalle donne. Siamo uscite comunque felici di aver salvato qualche parola. O sono state le parole a salvare noi? Gabriella Manelli Cronache Il 18° Congresso Provinciale dell’ANPI di Udine Tensione morale e orgoglio di appartenenza 28 novembre 2010 - Già alle otto del mattino, si affollano davanti all’ufficio allestito presso l’Auditorium “Zanon” gli eletti dei 42 congressi di sezione tenuti nella Provincia di Udine nel corso dell’anno, con le deleghe in mano per farsi registrare, perché alle nove il Congresso deve cominciare. E alle nove comincia, con le guardie comunali che scendono verso il palco con i gonfaloni dei comuni decorati, accompagnate dall’Inno di Mameli. Poi il prof. Alberto Buvoli, nominato Presidente dell’Assemblea, legge i nomi dei compagni che ci hanno lasciato negli ultimi cinque anni. Interviene il Sindaco della nostra città, il prof. Furio Honsell, che parla dell’attualità dell’ANPI come riferimento etico e politico, perché l’antifascismo, anche per gli amministratori, non può che essere il punto di partenza per qualsiasi ragionamento o attività. Il lungo applauso testimonia anche l’affetto che lega l’ANPI al Sindaco, sempre vicino alla nostra Associazione. È la volta poi del presidente uscente Federico Vincenti, che legge la relazione politica sull’attività dell’ANPI Provinciale, interrotto spesso dagli applausi, perché la moralità e la qualità dell’impegno dimostrato sono straordinari. Quindi i saluti dei numerosi invitati, in nome di partiti politici, dell’ARCI, dell’ANED, della Lega dei combattenti per la liberazione nazionale di Tolmino (Slovenia). Il poeta Pier Luigi Cappello legge una bellissima prosa poetica che paragona lo stacco di Ettore dalla moglie e dal piccolo Astianatte per affrontare l’ultimo duello, allo stacco del giovane partigiano dalla madre che invano lo prega: non andare, figlio mio. Applausi commossi salutano la lettura. Gli interventi degli invitati sono finiti, dato che brillano per la loro assenza le amministrazioni provinciali e regionali e i rappresentanti dello Stato, istituzioni che nel privato elogiano l’ANPI e ne esaltano i meriti, ma che non se la sono sentita di esporsi in pubblico, dato che, come ha detto Vincenti nella sua relazione, rivolgendosi ai giovani: «con noi non ci saranno debolez- ze o rassegnazione, perché siamo cittadini democratici che si sono sempre battuti, e con decisione, per la legalità. Non avranno spazio con noi quelle inquietanti lobby che si affacciano alla ribalta politica: organizzazioni segrete, P3, illegalità, mafia». Anche questo è un segno dei tempi. Il Congresso continua con l’elezione delle commissioni elettorale e politica e con la relazione organizzativa del Segretario Luciano Rapotez. È giunta già l’ora del pranzo, allestito nella mensa del vicino Istituto tecnico industriale “Malignani”. Alle 14 riprendono i lavori con il dibattito sui documenti congressuali, mentre le commissioni si ritirano in altre stanze a lavorare. Seguono poi le letture dei relativi documenti, le approvazioni. Conclude infine la senatrice Carla Nespolo in rappresentanza dell’ANPI nazionale, con una approfondita analisi sulla situazione del Paese e sugli impegni che l’ANPI dovrà affrontare per rispondere alla profonda crisi attuale. “Un bel Congresso”, dice la senatrice mentre la folla comincia ad uscire dal teatro; e spiega che non si riferiva soltanto al livello degli interventi – molto alto – ma anche alla tensione morale che lei ha avvertito in quella sala piena di gente motivata, orgogliosa dell’appartenenza all’ANPI, dotata dell’ottimismo della volontà. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l III Cronache Ricordati i ferrovieri caduti nella Resistenza alla stazione di Udine Il 2 novembre si è tenuta, presso la Stazione Ferroviaria di Udine, la commemorazione dei Ferrovieri caduti durante la Resistenza. Ai ricordi di Bruno Franco si sono aggiunte le riflessioni di Valentino Monaco, del Sindaco di Udine prof. Furio Honsell e dell’oratore ufficiale Mauro Cedarmas dell’ANPI Provinciale di Udine. L’organizzazione dell’iniziativa, come da tradizione, vede l’ANPI a supporto del Dopolavoro Ferroviario, che nell’occasione ricorda anche i caduti in servizio. In particolare Cedarmas ha ricordato le fasi essenziali della storia della ferrovia, seguendo un percorso assai significativo, quello delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità nazionale che ci accingiamo a ricordare e dell’importanza delle Ferrovie in quest’ambito. «... Fu con le Ferrovie, assieme ovviamente al sistema scolastico, a quello sanitario, a quello militare, a quello giudiziario, che gli Stati diffusero la percezione dell’unità territoriale fra i cittadini. Con i treni si raggiungevano per la prima volta le più disparate e lontane località del paese. Durante il primo conflitto bellico, la Grande Guerra, lo strumento divenne fondamentale per gli spostamenti delle truppe, dei vettovagliamenti e dei rifornimenti bellici. Nella nostra regione ovviamente quest’utilizzo venne vissuto e percepito in tutta la sua interezza. Non fu un caso, poi, se su un treno venne trasportato il milite ignoto da Aquileia a Roma fra ali di folla. Durante il secondo conflitto mondiale, sebbene si stessero radicando i nuovi mezzi, la ferrovia manteneva totalmente la sua efficacia e il suo ruolo di principe dei trasporti. Solo comprendendo a fondo l’importanza strategica e logistica della Ferrovia e delle sue stazioni possiamo comprendere quanto il sacrificio dei molti che si adoperarono nella Resistenza e nelle azioni belliche in quest’ambito fossero decisivi». «Anche questa stazione – ha continuato Cedarmas – è un luogo simbolo della Resistenza. Sui suoi binari, già nel settembre ’43, transitarono treni-bestiame pieni di soldati italiani destinati all’internato in Germania: molti di quei 600.000 catturati dai tedeschi passarono di qui. La popolazione accorreva angosciata, temendo di scorgere un figlio, un fratello, un marito o anche solo un amico. Il più delle volte aiutare degli sconosciuti poteva alleviare le pene di chi aveva dei cari accomunati dallo stesso crudele destino. Qui potevamo osservare figure di donne che, con pentoloni di viveri, alimenti, acqua, pane, vino, cercavano di dare sollievo, ricevendo in cambio messaggi e biglietti da far recapitare a familiari lontani. In seguito, sempre su questi binari, parenti lontani del tristemente più noto binario 21 di Milano, passarono i lugubri vagoni del trasporto dei deportati. Vagoni, scortati da SS con mitra spianati, dai quali si scorgevano occhi destinati a quanto di peggio il genere umano abbia realizzato: i campi di sterminio. Sia ben chiaro, non possiamo accettare che in nome della libertà di pensiero vi siano dei negazionisti che possano metterne in discussione l’esistenza e la funzione, non possiamo rimanere IV l patria indipendente l 19 dicembre 2010 inermi dinanzi a revisionisti che si dedicano strumentalmente alla demolizione della verità storica per biechi scopi propagandistici che, con tristezza vi segnalo sono finanziati dalla nostra Regione». Nelle riflessioni finali di Cedarmas un duro atto di accusa per le difficoltà che incontrano gli operatori del settore, senza tralasciare l’importanza della Costituzione. «Permettetemi in conclusione di fare alcune riflessioni, è con grande rammarico che noi assistiamo al degrado del nostro Paese. Voi in ferrovia, voi che operate in uno dei settori nevralgici e storicamente più importanti del Paese ne avete ben coscienza e ne siete quotidianamente testimoni. Siete costretti a lavorare nella precarietà, senza le adeguate garanzie sulla sicurezza, sul lavoro sulla salute, per voi e per i vostri clienti. Siete costantemente chiamati a rendere presentabile una situazione precaria subendo critiche e accuse che per quanto giustificate non vanno certamente rivolte a voi operatori quanto a coloro che vi governano. Anche i sacrifici fatti da coloro che sono elencati su questa lapide meriterebbero ben altra considerazione e quel rispetto che un atto enorme quale la perdita della vita stessa reclamerebbe. Temo purtroppo, che non sarà questo presente a rendervi quanto dovuto per la vostra storia e per il vostro costante impegno, ma sono certo che un Paese migliore ci aspetta in un prossimo imminente futuro, ove la dignità, l’onestà, l’etica, la giustizia, la morale troveranno nuovamente posto e finalmente i valori che i nostri padri costituenti e la lotta partigiana ci hanno insegnato, saranno di casa, come deve essere». Bolzano: ripartiamo con gioia e tenacia dal Congresso Desideriamo condividere la nostra gioia per un Congresso che ci ha dato nuovo fiato: partecipato, forte e dignitoso in molti interventi. Un buon aiuto lo hanno dato Alessandro Frignoli, rappresentante dell’ANPI nazionale e le ANPI trentine. Hanno portato un sostegno ed una offerta di lunga collaborazione il Sindaco di Bolzano, il Vicepresidente della Provincia, i rappresentanti dei partiti progressisti e dei sindacati, offerta della quale faremo tesoro. Oltre al Comitato provinciale, con un forte ricambio, è stato eletto anche un “comitato d’onore” composto da partigiani che abitano a Bolzano (purtroppo molto pochi). Uno di loro, Sandro Bonvicini ci ha sorretto alla Presidenza. È stato approvato un documento finale “Vivere la responsabilità di attuare valori e diritti della Costituzione” ed una chiara presa di posizione sulla raccolta firme per l’autodecisione, che consideriamo fuori tempo e fuori luogo. Il Congresso è stato anche occasione per il tesseramento 2011. Lo hanno fatto in 34, dei quali 8 nuovi iscritti giovani. Spontaneo e forte il canto di “Bella ciao” con cui si è conclusa l’assemblea. Ora, al lavoro! Lionello Bertoldi Cronache L’ANPI di Magenta con il prof. Onida A lezione di Costituzione Il 9 dicembre la sezione ANPI di Magenta ha organizzato un’iniziativa rivolta agli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori, “A lezione di Costituzione”, una lezione unica nel suo genere che è stata tenuta, al Cinema Teatro Lirico di Magenta, dal prof. Valerio Onida, docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano e Presidente Emerito della Corte Costituzionale. Si è trattato della prima iniziativa che la sezione locale dell’ANPI ha voluto mettere in cantiere per le scuole cittadine con l’intento di far conoscere la Costituzione Italiana. «Siamo convinti che per poter amare e difendere la nostra Costituzione sia necessaria prima di tutto conoscerla», con queste parole Silvia Minardi, responsabile dei rapporti con le scuole di ANPI Magenta ha introdotto la lezione. Tra i punti toccati dal professore nella sua lezione sono apparsi di sicuro interesse per i giovani presenti la contrapposizione giudicata del tutto infondata tra Costituzione formale e Costituzione sostanziale, il rapporto tra maggioranza ed opposizione in un sistema democratico, il ruolo fondamentale degli organi di garanzia nel sistema parlamentare italiano, il rapporto tra la nostra Costituzione e altri testi fondamentali, quali ad esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’ONU il 10 dicembre 1948. Il prof. Onida ha ricordato che «All’origine della Costituzione, ci sono stati anche divisioni e scontri. Il processo costituente ha dovuto superare ostacoli e dissensi. Ma il consolidarsi dell’esperienza costituzionale – e quella della Repubblica italiana è un’esperienza consolidata – comporta proprio che ciò che all’inizio può anche essere nato su un terreno diviso, nel tempo diven- A Bologna Ennesimo attacco fascista Questa la foto di come la notte sul 26 novembre è stato ridotto il monumento presente nel parco Brigata Majella a Bologna che, con enorme sforzo e partecipazione pubblica, è stato collocato lo scorso 2 giugno. Si tratta dell'ennesimo atto fascista di insulto alla memoria e alla civiltà democratica. Il monumento – tre blocchi di pietra calcarea bianca, del peso complessivo di 183 quintali e mezzo, provenienti direttamente dalle falde della Majella, il massiccio dell’Appennino abruzzese (alt. m. 2975 s.l.m.) – è dedicato alla Brigata Majella che per prima entrò a liberare la città il 21 aprile 1945. Il manufatto è collo- ta segno e strumento di unità. Perché i valori della Costituzione sono valori tendenti all’unità: eguaglianza, diritti e doveri di tutti, solidarietà». La chiarezza espositiva, la passione per il tema trattato, “il valore delle parole” sono apparsi elementi altrettanto centrali nel modo di trattazione di un argomento a prima vista tanto difficile. Dopo aver ascoltato la lezione, gli studenti hanno rivolto numerose domande al prof. Onida. Nella replica si è parlato dell’attualità dei valori della Resistenza, delle modalità di partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, del diritto al lavoro, del Tricolore e di tanto altro. Al termine della lezione, grande è stata l’emozione quando il professore ha consegnato una copia della Costituzione Italiana ai rappresentanti di ciascuna classe presente, che avevano seguito la lezione dal palco (nella foto in alto). «La buona riuscita dell’iniziativa ci spinge a proseguire sulla strada intrapresa: portare nelle scuole i valori della nostra Costituzione ancora attuale» afferma Rosaldo Calcaterra, presidente ANPI di Magenta. La lezione è stata possibile grazie all’interessamento dell’Amministrazione Comunale e, in primo luogo, del sindaco Luca Del Gobbo che l’ANPI locale ringrazia per la sensibilità dimostrata. ANPI “Anselmo Arioli” di Magenta (Milano) cato nel parco di via Barbacci (tra via Lenin e via Marx), già intitolato con apposita targa alla brigata, decorata con Medaglia d’Oro al Valor Militare ed i cui combattenti furono insigniti della cittadinanza onoraria. I tre macigni, incastrati tra di loro, simboleggiano il profilo delle altrettante cime, a loro volta riprodotte nel distintivo che era cucito, assieme alla striscia tricolore, nelle divise. patria indipendente l 19 dicembre 2010 l V Cronache Un pensiero per... Fidalma Garosi Lizzero Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre è morta Fidalma Garosi, la leggendaria “Gianna”, membro del Comitato provinciale dell’ANPI di Udine. Con lei, se n’è andato un pezzo della nostra storia, tanto più prezioso quanto più lei era restia e modesta, perché Gianna non amava mostrarsi, non amava apparire, però portava nella sua biografia buona parte della storia del Novecento, con i suoi eroismi, le sue speranze, i sogni e anche le delusioni e le amarezze. E prima di tutto i valori, attorno ai quali aveva costruito la sua esistenza: il senso della giustizia, la moralità, la generosità; in poche parole: dare tutto per quello in cui si crede, senza pretendere mai niente. Gianna era nata a Burana, piccolo centro agricolo in provincia di Ferrara, in una famiglia di braccianti e antifascisti, quindi in un contesto che prometteva povertà, fame e angherie da parte del regime, ma anche, come lei stessa diceva, grande solidarietà umana e reciproco aiuto. Il lavoro era duro, ma Gianna coltivava un sogno, quello di fare l’infermiera, e riuscì ad ottenere quel diploma, superando ogni difficoltà. Quel diploma la portò in Friuli, all’Ospedale civile di Udine, e in ospedale, ancora agli inizi del 1943, cominciò a collaborare con i partigiani sloveni, secondo gli accordi che il suo futuro compagno, Mario Lizzero “Andrea”, aveva stretto con la confinante resistenza in nome del partito comunista. Quando, all’indomani dell’8 settembre, salirono sui colli i primi partigiani, la sua scelta fu immediata. Il 10 ottobre 1943, aveva compiuto il giorno prima 23 anni, salì in montagna insieme all’amica infermiera Jole De Cillia, la partigiana “Paola”, Medaglia d’Argento, uccisa nel dicembre ’44 dai collaborazionisti del btg. Valanga della Decima MAS. Iniziava così l’epopea partigiana: in montagna, fino ai rastrellamenti del novembre ’43; poi in pianura come gappista (tra l’altro fabbricava bombe da introdurre nelle caldaie bollenti dei treni nei depositi della stazione) e come staffetta. In maggio fu chiamata in montagna, perché si era saputo che era ricercata dalle SS. Era da poco giunta, quando un mattino fu sorpresa in una baita dai tedeschi: si salvò rotolando giù per un pendio in mezzo ai rovi, tra le pallottole che le fischiavano attorno. E in montagna visse l’esaltante epopea della zona libera della Carnia, i grandi rastrellamenti, l’occupazione cosacca, il durissimo ultimo inverno, nascosta in un bunker con i comandanti garibaldini “Andrea”, il suo futuro marito, Barba Toni, Marco. A febbraio riprese l’attività nei paesi della Carnia, vestita da montanara, tra i cosacchi presenti ovunque, per riannodare i fili, riallacciare i contatti. E poi di nuovo in pianura dove partecipò alla liberazione di Udine. Nel dopoguerra le difficoltà non cessarono, cambiarono natura. Si trattava ora di gestire una famiglia con un figlio, e poi un altro. La situazione diventò durissima quando il marito “Andrea” fu inviato a Venezia a dirigere la federazione del PCI. Il partito pagava pochissimo i suoi funzionari e allora era necessario far convivere famiglia e lavoro. Trovò impiego all’INAM, ma dovette lottare contro prepotenze di ogni tipo, perché era comunista, perché era partigiana, perché era iscritta alla CGIL. Addirittura la trasferirono a San Donà di Piave, che doveva raggiungere ogni mattina col treno, lasciando il figlio nelle mani di improbabili baby sitter, perché allora era così la vita delle ex partigiane. Ma alla passione politica, all’impegno sociale non rinunciò mai: nella Sezione Gramsci del PCI udinese, nel consiglio della Circoscrizione Udine Centro, con la vendita de l’Unità per le case del quartiere la domenica; e poi nel Comitato per la difesa della Costituzione, che dirigeva con determinazione; nell’ANPI, dove condusse la sua battaglia affinché alle donne della Resistenza fossero riconosciuti i meriti che a loro competevano; nell’organizzazione ogni 24 di aprile della manifestazione in memoria dei caduti del quartiere in cui abitava, e in ogni occasione si presentasse di lotta per la democrazia e il progresso sociale, e per la memoria della Resistenza. Ancora nel letto d’ospedale, alla vigilia del Congresso provinciale dell’ANPI che si è tenuto il 28 novembre, ai VI l patria indipendente l 19 dicembre 2010 compagni in visita, levatosi il boccaglio dell’ossigeno, ha sussurrato con fatica: “Mi raccomando, al Congresso parlate della scuola, perché i giovani devono capire, devono sapere cos’era la Resistenza”. Questa era Gianna, persona indimenticabile, per umanità, moralità, intelligenza e coerenza, una di quelle persone per merito delle quali la vita, al di là di delusioni e fallimenti e degli sconsolanti paesaggi odierni, può essere un viaggio che vale la pena intraprendere. Ai funerali, colorati di labari e bandiere (c’era anche il medagliere dell’ANPI di Venezia, in ricordo del periodo trascorso in quella città da Gianna e Andrea tra il 1948 e il 1953, perché i partigiani hanno davvero la memoria lunga), hanno dato l’ultimo saluto a Gianna il Sindaco della città, prof. Furio Honsell, il presidente dell’ANPI provinciale Federico Vincenti, e Flavio Fabbroni del Comitato provinciale. E tanti udinesi, giovani e meno giovani, che, commossi, hanno intonato in suo ricordo “Bella ciao”. (Federico Vincenti, Presidente ANPI provinciale Udine) Gesuà Sive Salvadori Moisè Conosciuto come Marco, si è spento il 22 novembre all’Ospedale Civile di Venezia. Una persona per bene. E non è questa la solita frase di circostanza che impone la situazione. No, lo era davvero. Ebreo, partigiano, comunista. Insomma, le aveva proprio tutte! Con la Repubblica di Salò e con le leggi razziali, per una famiglia ebrea era difficile rimanere a Venezia. La sua riparò a San Vito di Valdobbiadene, ma anche lì divenne pericoloso rimanere e si rifugiò a Zenson di Piave, nascosta nella villa del conte Badini poi arrestato e assassinato dai fascisti proprio perché nascondeva ebrei. Giovanissimo, era del '28, divenne poi partigiano nella brigata che portava il nome del conte. Marco andava nelle scuole a raccontare ai ragazzi le sue terribili esperienze, senza autocommiserarsi per quanto sofferto e senza vantarsi del suo impegno resistenziale, lo faceva con grande entusiasmo perché si sentiva lui stesso ancora ragazzo e voleva trasmettere loro i valori della solidarietà e della pace. Usava toni, un linguaggio e una freschezza tali per cui i ragazzi lo ripagavano facendolo sentire uno di loro. Ci sarebbe molto da dire, ma lui era un uomo asciutto senza fronzoli. Allora è sufficiente dirti grazie, Marco, per quello che sei stato e per quello che ci hai dato. (ANPI “Sette Martiri” - Venezia) Bruna Dradi Si è spenta a Pignola all’età di 83 anni. Prima donna sergente nelle formazioni partigiane dell'Esercito italiano di Liberazione. Il suo profondo amore per la libertà e la democrazia ne hanno fatto una icona dell'antifascismo e dei valori di libertà e democrazia sanciti dalla Costituzione della Repubblica italiana. Anche se con lei scompare un pezzo di storia italiana, il suo appello alla “Resistenza civile” rimarrà impresso nelle nostre coscienze per contribuire alla costruzione di una Italia migliore. Bruna Dradi, era originaria di un paesino del ravennate dove partecipò alla lotta partigiana contro le truppe nazifasciste, ma lucana per scelta. Finita la guerra si trasferì a Potenza continuando il suo impegno politico e civile al fianco del senatore lucano del PCI, Donato Scutari – stretto collaboratore del nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – conosciuto negli anni della guerra di Liberazione. Con lei si spegne non solo una figura di grande spessore umano e politico, ma un prezioso testimone di un periodo tormentato dell’Italia contemporanea che ha posto le basi – liberando “moralmente” e militarmente il nostro Paese dall’oppressione nazifascista – della Repubblica prima e della Costituzione poi. Resta comunque la memoria di un’esperienza di vita al fianco dei più deboli e degli oppressi, nella speranza che ciò non vada disperso ma coltivato e ricordato soprattutto presso i più giovani. Bruna Dradi non ci ha lasciati, ma vive nella nostra amata Carta Costituzionale. (Vito D’Adamo - Fiduciario ANPI Matera) Cronache La Medaglia al Valor Civile a Vimercate La Medaglia d’Argento al Valore Civile – conferita dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel 2009 – ora fregia il Gonfalone della città di Vimercate, quale centro strategico della Resistenza. L’ANPI locale, dedicata ai “Martiri Vimercatesi” è particolarmente commossa ed onorata nel vedere riconosciuto il sacrificio della giovane vita dei partigiani combattenti e il dolore patito dai familiari e dagli antifascisti che, con fermezza, hanno saputo opporsi alla barbarie fascista. Un po’ di storia Dopo l’8 settembre ’43 ed una breve esperienza in montagna, si costituisce a Vimercate il 1° distaccamento della 103 a Brigata Garibaldi intitolata a Vincenzo Gabellini, antifascista e padre del primo comandante Alberto “Walter” (che diverrà comandante della 119 a Brigata Garibaldi, catturato e poi fucilato a Pessano con Bornago) composto da Iginio Rota (comandante), Aldo Motta, Carlo Levati, Emilio Cereda, Pierino Colombo, Luigi Ronchi, Renato Pellegatta, Erminio e Mario Carzaniga e dai fratelli Aldo ed Emilio Diligenti di Monza. Tutte le azioni dei partigiani in pianura – difficoltose per la conformazione del terreno – erano ordinate dal Comando di Milano e vennero compiute dai partigiani vimercatesi, nella perfetta clandestinità: usando nomi di battaglia per conservare l’anonimato. Perfino i familiari erano tranquillizzati dai loro ragazzi, che sostenevano nascondersi come renitenti alla leva: “sbandati”, come si diceva allora. Così hanno vissuto quei 15 mesi: da Resistenti. Tra le tantissime azioni due sono emblematiche. La prima – la notte del 20 ottobre 1944 – è l’attacco al campo di aviazione di Arcore con la distruzione di 5 aerosiluranti S.M. 79 riparati e pronti per entrare in azione. L’ultima – la notte del 29 dicembre – supportati dal distaccamento di Rossino (Cascina in territorio di Ornago) e battesimo del fuoco per alcuni giovani del Fronte della Gioventù e dell’Oratorio che dovevano assistere all’azione e, rese inermi le guardie, intervenire per completare la distruzione delle officine meccaniche Bestetti. Isolato il telefono della torre di controllo, due partigiani fanno irruzione; inizia lo scontro a fuoco. L’eco degli spari fa sopraggiungere camion di rinforzo ai fascisti. Il comandante partigiano Iginio Rota cade sul campo. La scarsità di munizioni richiede uno sganciamento, che riesce. Il corpo del Comandante viene posto dai tedeschi lungo la strada che da Arcore conduce a Vimercate, i lavoratori delle fabbriche arcoresi vengono fatti transitare uno ad uno per scrutare nei loro visi un cenno di riconoscimento. Molti riconoscono Iginio ma per fortuna nessuno lo dà a vedere. Passano alcuni giorni, si attende l’ordine per la fuga in montagna, organizzata dal Comando militare della piazza di Milano. Finalmente la notte della partenza. Quella sera un plotone di militi in camicia nera, guidati da delatori, procedono, casa per casa, alla cattura dei partigiani. Solo Carlo Levati, saltando dalla finestra del primo piano, aiutato dai vicini, riesce a fuggire scalzo nella neve e, risalendo il torrente Molgora dal Cimitero a Ruginello, trovare riparo presso la casa di un antifascista. Gli altri, condotti a San Vittore, sono torturati a più riprese e, infine, condannati a morte, tramite fucilazione alla schiena, dal Tribunale Speciale. Questi i loro nomi: Aldo Motta, Luigi Ronchi, Pierino Colombo, Emilio Cereda, Renato Pellegatta. Carlo Levati viene condannato a morte in contumacia mentre Enrico Assi e Felice Carzaniga del Fronte della Gioventù, Carlo Verderio e Angelo Nava dell’Oratorio, condannati a trenta anni di lavori forzati perché minorenni. Arrestati e poi rilasciati i familiari dei partigiani, Piera Rota sorella di Iginio e la sua fidanzata Mariuccia Stucchi, Francesco Levati, padre di Carlo, il vicino di casa Alfredo Parma complice della messa in scena che ne favorì la fuga. La sentenza fu eseguita il 2 febbraio 1945 sul campo di aviazione di Arcore, luogo della loro ultima azione partigiana, per mano di un plotone di esecuzione composto da fascisti repubblichini. Lo spirito dei Vimercatesi, da sempre antifascista, ha voluto ricordare il sacrificio dei “Nostri Ragazzi” (così ancora appellati) custoditi nel monumento funebre alla Libertà, dedicando a ciascuno di loro una via della Città. Vimercate ha offerto altre vite alla lotta di Resistenza e di Liberazione: Carlo Galbussera, partigiano caduto nell’attacco alla cabina elettrica di Capriate San Gervasio detenuta dai tedeschi; Orazio Parma, caduto il giorno dell’insurrezione a Vimercate; Emilio Colombo ucciso dai fascisti a Ruginello; i cittadini di razza ebraica deportati e molti di loro morti nei lager nazisti; i lavoratori delle fabbriche che con gli scioperi avevano fermato la produzione bellica e, per questo, deportati nei lager; i militari che hanno saputo dire “No!” al bando di reclutamento preferendo il campo di lavoro in Germania all’adesione al fascismo; i tanti antifascisti picchiati, esiliati, emarginati, purgati, umiliati per la loro resistenza al regime. Per tutto quanto occorso, per la volontà della popolazione di mantenere viva la memoria alle nuove generazioni ... ecco il senso di questa Medaglia che introduce Vimercate dalla Cronaca alla Storia del nostro Paese. Sergio Cazzaniga Presidente ANPI “Martiri Vimercatesi” patria indipendente l 19 dicembre 2010 l VII Cronache Ravenna Carla Nespolo inaugura il giardino “Le partigiane” Finalmente! Un giardino alle partigiane, a Ravenna. Giusto, perché Ravenna è città dove le partigiane e le staffette hanno fatto la Resistenza come gli uomini, rischiando anche di più degli uomini. Lo diceva il comandante Bulow, con quel suo modo garbato e importante di parlarti appoggiandosi al braccio nelle camminata oramai lenta. E il sindaco è d’accordo. E la data è quella dei giorni della liberazione: oggi 5 dicembre 2010, allora 4 dicembre 1944. L’oratore lo sceglie l’ANPI e così parla l’on. Carla Nespolo, già senatrice e oggi componente il Comitato Nazionale ANPI e presidente dell’Istituto per la storia della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Alessandria. Sono le undici e siamo nella piazza della Resistenza, larga e profonda, ex Foro Boario. Da una parte si alzano due ali in mosaico, che rappresentano la libertà, il volo, la gentilezza (un’opera di Bravura, mosaicista di scuola ravennate assurto a fama internazionale) e dall’altra parte, in modo speculare, c’è il nostro giardino delle partigiane, anche loro volevano la libertà gentile e volavano per averla sulle loro biciclette a tener collegamenti, a portare volantini, armi. È una bella giornata con il sole, anche se fa molto freddo. E il sindaco saluta. E così pure l’assessore alle pari opportunità, Giovanna Piaia, che tanto si è adoperata per la realizzazione del giardino. Poi prende la parola Carla Nespolo. L’alfiere Gianni, Carla Nespolo, l’assessore Giovanna Piaia. ro egualmente decidendo così il loro protagonismo». Quello delle partigiane fu l’asse portante della Resistenza civile senza il quale la lotta armata non avrebbe vinto. L’adesione delle donne alla lotta ha fatto diventare la guerra partigiana, a tutti gli effetti, una guerra di popolo ed è ciò che fa la differenza con il Risorgimento italiano. Nell’avvicinarsi al 150° dell’Unità d’Italia va anche ricordato che senza la Resistenza l’Italia non sarebbe un paese unito. Le donne ebbero un ruolo fondamentale nelle Repubbliche partigiane, come quella dell’Ossola, con una donna ministro, o della Carnia, dove le donne votarono prima del ’46. E operarono nei GAP, nelle SAP, nelle formazioni di pianura e montagna. Fecero le staffette. Le attiviste. Organizzarono scioperi, «… come la vostra Lina Vacchi», ma finita la guerra le donne tornarono al loro “privato”. Oggi la Costituzione è vilipesa. Attaccata anche dal comportamento di certe alte cariche pubbliche che è distruttivo dell’immagine e del ruolo delle donne, ma «… le escort sono una minoranza». Va detto con forza che le donne sono un’altra cosa. Carla Nespolo, l’assessore Piaia, la partigiana Viera, il sindaco di Ravenna Matteucci, l’assessore Giangrandi. Francesco, Monica, Massimo, Ivano Artioli, Angela e la partigiana Santina. Porta subito il saluto di Raimondo Ricci, Presidente Nazionale ANPI, e dice che oggi siamo fortunati: «vivere con i testimoni e i protagonisti della Resistenza ci aiuta ad essere fedeli a questa testimonianza, ma soprattutto con il trascorrere del tempo ad essere i testimoni dei testimoni». Un compito questo particolarmente importante se si parla delle partigiane, ma che spesso è stato taciuto o ci si è limitati a celebrare invece di studiarlo e comprenderlo. «Le donne – dice l’oratrice tra gli applausi – non avevano l’obbligo della scelta come i loro compagni maschi, arruolarsi o unirsi ai partigiani, ma lo fece- Che nella società civile, nel lavoro e nella scuola ci sono donne brave e capaci e fiere della propria femminilità e dignità, capaci di costruire con i loro compagni uomini un mondo migliore, anche per mantenere fede all’eredità del pensiero delle partigiane italiane. Poi lo scoprimento della targa e strette di mano. E poi, al pranzo, in una vecchia e storica sezione, quella di Porto Fuori, con generosi cappelletti e grigliata, quattro giovani ANPI appuntano alle partigiane presenti la spilla della rosa “Bella Ciao” e lì… alla commozione nessuno ha resistito. Bruna Tabarri VIII l patria indipendente l 19 dicembre 2010 Un “filo rosso” che si è dipanato attraverso i secoli per formare un Paese unito Rinascimento,Risorgimento,Resistenza: così è nata l’Italia della Costituzione di Umberto Carpi La Breccia di Porta Pia appena aperta dagli “italiani” nel 1870. La borghesia liberale e le grandi battaglie per la libertà e l’indipendenza • Il fecondo retroterra culturale e le aspre polemiche • L’arrivo di tutto un mondo “nazional-popolare” • Il pericolo dell’oggi e il continuo attacco alle fondamenta della Repubblica 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 N el corso della Seconda Festa Nazionale dell’ANPI che si è tenuta ad Ancona nel giugno scorso, il professor Umberto Carpi, docente di letteratura italiana all’Università di Pisa, già senatore della Repubblica e sottosegretario, ha tenuto una “Lectio Magistralis” dedicata al Risorgimento, ai 150 anni dell’Unità d’Italia e alla Resistenza. Riteniamo molto importante e attualissimo il testo della “Lectio” che abbiamo deciso di pubblicare integralmente. D Il prof. Umberto Carpi e, alla sua sinistra, Armando Cossutta. tro l’invasore tedesco; e c’era stato implicito quel al primo al secondo Risorgimento ovvero il tanto di “guerra civile” che accomunava la lotta seguente problema, storiografico e politico dei patrioti di oggi contro i fascisti asserviti al Terinsieme, come si pose subito dopo il ’45: la Resistenza era stata davvero il compimento di una zo Reich alla lotta dei patrioti giacobini contro i rivoluzione risorgimentale incompleta, realizzata sanfedisti, poi dei patrioti mazziniani e garibaldini solo istituzionalmente con un’unità politica e ammicontro borbonici, austriacanti, filopapalini. nistrativa accentrata in Roma capitale, ma non Patriota era nato di sinistra alla fine del Settecenstrutturalmente, né come integrazione sociale né to, lo fu con Garibaldi nel Risorgimento, lo rimase come equilibrio dei tempi e modi di sviluppo? nelle stesse origini dell’irredentismo scaturito dal Interrogativo, questo, che a sua volta ne comportacaso Oberdan sullo scorcio dell’Ottocento, di deva altri due, essi pure di natura sia storiografica stra non era stato mai: averlo abbandonato al reache politica: era stato davvero il Risorgimento zionario uso nazionalista per un lungo tratto primoquella rivoluzione mancata, nel senso di mancata novecentesco, quando non venne compreso quale riforma agraria, di estraneità delle masse popolari contributo decisivo i movimenti di liberazione nae in particolare delle contadine, di irrisolta, anzi zionale avevano e avrebbero dato al progresso intendenzialmente accentuata divaricazione fra Nord ternazionalista, fu errore micidiale. Gran merito e Sud? E la Resistenza non era stata andella Resistenza aver rifatto nostra, pratica ch’essa, piuttosto che compimento rivoe concetto, la tradizione patriottica. luzionario, una rivoluzione alla fine Comunque, quel che prevalse nell’inabortita o, come si preferì dire, traterpretazione storica della Residita? Tradita nelle sue istanze di stenza come “secondo Risorgidefascistizzazione delle strutture mento” fu la sua istanza di un statali e dell’apparato burocratiprofondo rinnovamento sociale co, di radicalità laica, di rinnoe politico, della fondazione di vamento dei rapporti sociali e una patria intrinsecamente rindemocratici come lo si era novata nei rapporti sociali e embrionalmente vissuto nei nelle istituzioni. CLN settentrionali. E dunque, per riprendere gli Erano davvero rimaste solo le interrogativi iniziali, istanze realizzate oppure rimaste ineceneri di Gramsci, come a mespresse? In altri termini, se il tà anni ’50 provocatoriamente Risorgimento – come da diversi sintetizzò in versi un irregolare punti di vista avevano denunciadi genio? to il comunista Gramsci, i liberali Certo c’era stato anche, nell’acGobetti e Dorso, lo stesso liberalcezione di “secondo Risorgimento” socialista Rosselli degli studi su Pisaspontaneamente attribuita alla guercane, Mazzini, Bakunin – era stato intira di resistenza dalle denominazioni mamente antigiacobino e a salda direstesse assunte da molte bande partigiaGuglielmo Oberdan. zione moderata, non aveva avuto anne, il richiamo alla tradizionale lotta con150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 che la Resistenza (dalla svolta cosiddetta “badogliana” di Togliatti ai primi governi di coalizione e poi alla rottura democristiana dell’unità CLN) un esito decisamente antigiacobino e moderato rispetto alle aspettative dei settori partigiani più avanzati? Con un ulteriore interrogativo sotteso a tutti questi, inseparabile da ogni problematica resistenziale esistendo la Resistenza in quanto movimento di opposizione al fascismo: cosa cioè avesse significato il fascismo al potere nel segmento storico fra quel primo e quel secondo Risorgimento, se una malattia irrazionalmente sopravvenuta in un corpo sano come voleva la storiografia liberale, Croce in testa, ovvero l’inevitabile destino delle fallimentari classi dirigenti prefasciste cosiddette liberali, ovvero ancora l’espressione di un sovversivismo intrinseco alle classi dirigenti italiane, come l’aveva definito Gramsci e come a noi qui e oggi pare pericolosamente confermarsi. Oltretutto il fascismo, per suo conto, aveva politicamente e storiograficamente cercato di accreditarsi lui, nella sua componente nazionalista da Gentile a Volpe a Rocco, come il vero realizzatore rivoluzionario dei destini risorgimentali, e questo – fra apologia crociana del Risorgimento liberale, sua opposta revisione critica da parte dei Gramsci e dei Gobetti, nuovo protagonismo nazionale dei cattolici e della Chiesa dopo Partito Popolare e Patti Lateranensi – complicava ulteriormente lo scioglimento di tutti questi nodi. La discussione fu asperrima subito dal 1945 almeno fino al 1960, e condotta senza esclusione di colpi, perché c’era la coscienza che con la risposta a quelle domande si giocava una partita decisiva nella battaglia per l’egemonia culturale: basti pensare che nel 1955 il comitato dei ministri incaricati di organizzare le celebrazioni del decennale patrocinò un corposo volume ufficiale intitolato appunto Il secondo Risorgimento. Nel decennale della Resistenza e del ritorno alla democrazia, escludendone tutti i protagonisti o gli studiosi non aderenti ai partiti di governo, in particolare socialisti e comunisti in quanto estranei alle ideologie della democrazia. E pochi anni dopo, nel 1959, un fortunato saggio di Claudio Pavone su antifascismo e fascismo di fronte alla tradizione del Risorgimento suscitò discussioni furibonde incentrate su un punto Camillo Benso, conte di Cavour. A destra, Giuseppe Mazzini. 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 Giuseppe Garibaldi. del Risorgimento. Così accadde che Pavone venisse contestato sia dai comunisti come Battaglia e Spriano, sia dai liberali crociani come De Caprariis. Non erano, lo ribadisco, puntigli accademici. Per capire la rilevanza eminentemente politica di contrasti che oggi possono sembrare di astratta schematizzazione quando non di pura ritorsione ideologica o nel migliore dei casi di accanimento filologico, ricordiamo come allora negli anni Cinquanta, anche facendo perno sull’impatto formidabile dei Quaderni di un Gramsci sostanzialmente sostituito a Croce (sostituito, più che contrapposto), il PCI puntasse ad accreditare se stesso e la classe operaia quali eredi della grande tradizione liberale del Risorgimento, dagli Spaventa ai De Sanctis fino all’approdo di quella tradizione – con Antonio Labriola – nel marxismo e nel socialismo. Su questa linea, è noto, Togliatti era giunto ad esprimere un giudizio storicamente positivo sulla stessa politica di apertura ai socialisti praticata nel primo Novecento da quel Giolitti che era sempre stato la tradizionale bestia nera della cultura salveminiana, gobettiana e ordinovista; e ciò Togliatti aveva fatto non solo in polemica politica contro l’ostracismo democristiano alle sinistre, ma anche con l’obiettivo storiografico di sottrarre Giolitti all’apologia e in sostanza appropriazione neoliberale operatane da Croce. che allora pareva cruciale per il riconoscimento o meno del Partito Comunista come partito della tradizione nazionale: era stato il suo risorgimentalismo durante la Resistenza, nei termini precipui del garibaldinismo, espressione di una cultura e visione storica autentiche, oppure era stato di mera natura pratica, strumentalmente rispondente alle nuove esigenze unitarie della politica dei fronti popolari? Pavone giudicava dal punto di vista dell’azionista che era stato, il suo risorgimentalismo resistenziale era nel solco del Risorgimento di Giustizia e Libertà (Gobetti e Carlo Rosselli), dunque critico dei comunisti (in particolare del Togliatti che nelle polemiche anni Venti con Rosselli e «Quarto Stato» aveva liquidato il cosiddetto Risorgimento, con il che Pavone isolava il risorgimentalismo di Gramsci come fatto intellettuale a sé, non espressivo di un’intrinseca cultura del Partito); ma critico anche dei liberali crociani che, tipico Omodeo, avevano duramente Telemaco Signorini: l’artiglieria garibaldina nel 1860. polemizzato contro la revisione gobettiana 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 classi dirigenti borLe polemiche su ghesi e come fine Resistenza e Risordell’egemonia borgimento si intrecghese, e per accreciavano, insomma, ditare di consecon le concomitanti guenza la classe querelles sull’interoperaia come nuopretazione gramva classe trainante sciana del medesied egemone, come mo Risorgimento (rila nuova classe nacordo il memorabile zionalmente diriscontro fra lo storigente. Tanto che Toco liberale Rosario Ambulanza militare italiana dopo la Breccia di Porta Pia. gliatti – più culturalRomeo e gli storici mente sensibile al momento risorgimentale – ispimarxisti da Sereni a Zangheri a Cafagna) e, a querava una storiografia molto attenta alle analogie e sta strettamente connessa, sulla questione del alla continuità Risorgimento-Resistenza; Longo inMezzogiorno e sulla prospettiva dell’alleanza navece – più militantemente radicato nel momento zionale fra operai del Nord e contadini del Sud. resistenziale e autore dell’ancora oggi essenziale Perché, era stata davvero la Resistenza il compimento del Risorgimento nazionale? E se sì, erano Un popolo alla macchia – preferì richiamare gli stostate davvero le avanguardie della classe operaia rici a una decisa distinzione fra i due Risorgimenti forza propulsiva e trainante della Resistenza come proprio per riaffermare il primo a direzione borghela borghesia più avanzata lo era stata del Risorgise, il secondo a direzione popolare, operaia e conmento? tadina (la Resistenza, anzi, come innovativa espeEra questa una condizione essenziale per interprerienza storica di partecipazione contadina a un tare storicamente il fallimento e la caduta del famoto di liberazione nazionale, con il rovesciamento scismo come sconfitta storica delle tradizionali almeno nel Nord di quella tradizione di sanfedismo Cartina dell’Italia. A sinistra, la Nazione è ancora divisa. A destra, dopo il 1861. 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 antigiacobino, antirisorgimentale, in sostanza antinazionale da cui le masse agrarie non si erano in precedenza mai emancipate). Temi brucianti, e non è un caso che anche nel 1960, anno preparatorio del centenario dell’Unità ma anche anno critico del governo Tambroni, si dovettero registrare non poche resistenze alla celebrazione ovvero inclinazioni ad una celebrazione debole e distorta, sia pur – va detto – imparagonabili per Antonio Gramsci. gravità di motivi e per ostentata impudenza a quelle odierne in vista del 150°: allora, piuttosto che la negazione e il rifiuto, c’era il tentativo – chiamiamolo così – di delaicizzazione e clericalizzazione del Risorgimento per sottrarlo all’egemonia interpretativa e marxista e liberale, così come nel 1955 – decennale della Liberazione – c’era stato un notevole e non banale sforzo (ricordo politicamente Malvestiti sul Popolo e storiograficamente Passerin d’Entreves su Civitas di Taviani) di cattolicizzare la Resistenza, enfatizzandone la dimensione religiosa. Ricordo che a denunciare il tentativo del Governo di mettere la sordina sui grandi eventi del triennio 1859-’61 intervenne, con una lucida polemica dal titolo inequivocabile Antirisorgimento, Alessandro Natta (un dirigente di partito a sua volta acuto storico del pensiero risorgimentale, lui studioso del Cuoco e del Colletta, il cui nome mi piace ricordare anche per rimpiangere insieme a voi quella specie di intellettualipolitici e di politici-intellettuali, comunisti, socialisti, azionisti, cattolici, liberali di cui si erano innervate la resistenza al fascismo e poi la rinascita nazionale nella Repubblica e nella CostituBenedetto Croce con le figlie. zione – una specie della 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 quale, non ultimo segno del nostro declino democratico e culturale, pare smarrito lo stampo). D’altronde, perché quello del Risorgimento primo e secondo non potesse non diventare, anzi restare terreno di confronto ideologico e di implicazioni politiche al calor bianco lo aveva spiegato bene un grande intellettuale e martire antifascista, Leone Ginzburg, in certe sue pagine del 1943 su La tradizione del Risorgimento rimaste inedite ed esemplarmente stampate, quasi un messaggio, subito nell’aprile del 1945 da un’indimenticabile rivista napoletana, Aretusa: «L’Italia in cui viviamo non è pensabile – ammoniva Ginzburg – senza il Risorgimento. Sorto da un impellente bisogno di adeguare il nostro paese … alla moderna cultura e vita politica europea, mentre gli Stati italiani erano tanti cadaveri dissepolti che al contatto dell’aria sarebbero andati in polvere … Per gli italiani, l’atteggiamento da assumere nei riguardi del Risorgimento implica ancora, e forse continuerà ad implicare per parecchio tempo, una scelta inequivocabile che precede ogni valutazione storiografica … Risorgimento non è dunque, per gli italiani di oggi, la semplice designazione di un periodo storico, un recipiente in cui si possa versare qualunque liquido: è, invece, una tradizione tuttora viva e gelosamente custodita, a cui ci si richiama di continuo per ricavarne norme di giudizio e incentivi all’azione». Su uno dei primi numeri della medesima rivista Aretusa un grande liberale oggi rimosso come Gobetti dai sedicenti liberali da cui siamo infestati (tutti inverecondamente liberali e riformisti i tristi attori di questa fase illiberale e restauratrice), dico il liberale Guido Dorso, in I fondatori di Giustizia e Libertà. Al centro e all’estrema destra i fratelli Rosselli. certe sue straordinarie pagine del 1944 sulla Teoria politica dei “partigiani” dalle quali farei aprire rande sarebbe dunque la tentazione di soun’auspicabile antologia del pensiero resistenziastare analiticamente sul dibattito intorno alle, aveva a sua volta avvertito: «Un nuovo incontro la Resistenza come secondo Risorgimento di Teano non appare probabile, poiché questo tipo dipanatosi in quella fase storica così decisiva e di eventi storici presuppone l’assenza delle masse drammatica per tutte le forze politiche che avevae la tendenza delle élites rivoluzionarie a transino costituito il CLN: prima e dopo lo snodo del ’48, gere. Oggi, invece, il movimento partigiano si svinella tempesta del ’56, alle soglie contrastatissime luppa attraverso il popolo, e ciò dovrebbe essere del centro-sinistra, quando dall’opposizione di posufficiente a preservarlo da adulterazioni. Tutto il polo al torbido tentativo Tambroni di riportare i processo storico, iniziatosi col Risorgimento e limineofascisti nell’area di governo e di bloccare la natatosi finora all’indipendenza nazionale, pare voscita del centro-sinistra venne per un momento riglia concludersi con un nuovo Risorgimento, che lanciato lo spirito militante della Resistenza (che artificiosamente si vorrebbe limitare al riacquisto poi del centro-sinistra non siano state capite e svidell’indipendenza, ma che in effetti … deve espandersi all’affermazione dell’autogoverno come unico mezzo per l’effettivo acquisto e garanzia della libertà». Mettiamo insieme le parole del torinese Ginzburg e del meridionale Dorso, il Risorgimento di quello con il nuovo Risorgimento di questo, e sarà chiaro quale destino di scontro politico dovesse attendere – repubblica, costituzione, strategie economico-sociali – il tema storiografico voluto qui oggi in Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Augusto Frassinelli. discussione dall’ANPI. G 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 luppate tutte le pografica grande, anzi tenzialità sarebbe di storia della stoaltro discorso, non riografia, ma altro estraneo alla compreme qui e oggi, prensione della noquando – con marstra deriva nei detellante insistenza – cenni successivi). vengono messi in Una tentazione stodiscussione i due riografica tanto più cardini dell’assetto forte oggi, ripeto, statuale uscito dalla che sulla nostra stoResistenza, l’unità ria, sulla storia delle repubblicana e la nostre idee, si preCarta Costituzionaferisce stendere una le. Quando, cioè, alopportunistica corl’ordine del giorno tina di occultamenti, non è il movimento rimozioni, edulcoraprogressivo di rinazioni, distorsioni, scenza insito nel negazioni, palinodie, concetto di risorgiquando al contrario mento, bensì un moun intelligente eservimento regressivo cizio della ragione di corruzione e restorica compiuto a staurazione: ricordo schiena dritta sache risorgimento, rebbe vitale per prima di venir a deuscire dal gorgo di signare il processo Piero Gobetti e la moglie Ada Prosperi. subalternità in cui di unificazione naci dibattiamo anche zionale, periodizzanel campo storiografico, Risorgimento e Resistenva quello che ora si nomina rinascimento, “rinasciza in primis: deprecato o affidato a letture deboli e mento” dalle tenebre medievali affondante le sue fin caricaturali il Risorgimento, ridotta troppo spesprimi radici nazionali nei liberi comuni di popolo; so la Resistenza ad un’ormai univoca misura di poi “risorgimento” dal sistema di antico regime e guerra civile, oltretutto sempre più strumentalmendalla sua reviviscenza nella restaurazione; poi ante fraintesa al fine surrettizio di attribuire pari dicora “liberazione” dal fascismo. gnità storica alla pars fascista di Salò (come in moRinascimento, Risorgimento, Resistenza. Un filo do analogo, nel Risorgimento, alla pars sanfedista rosso di sviluppo storico sulla linea della rivoluzione delle insorgenze), ovvero – in qualche caso partirazionalista rinascimentale e poi illuministica (il colarmente repulsivo – di ridurre la Resistenza ad calle dal risorto pensier segnato innanti, come lo equivalente se non peggiore storica indegnità. sintetizzò Leopardi), dipanatosi nella modernità Neppure nel buio della guerra fredda si era osato lungo le direttrici rivoluzionarie e fra loro variatanto. Una brutta china lungo la quale, comunque, mente conflittuali del liberalismo borghese, del socominciammo a scicialismo proletario, volare vent’anni fa, dei filoni democratinel disastroso bici e laici cresciuti centenario dell’Otdentro il cattolicesitantanove: perché mo. Non si intende, alla fine, lasciatenella sua forza promelo confessare, di pulsiva ma anche questo sono sempre nelle sue contraddipiù convinto, “dimzioni, il complesso della resistenza al mi cosa pensi delfascismo e poi l’esil’Ottantanove e ti to repubblicano e dirò chi sei”. Nello e Carlo Rosselli con la madre Amelia. costituzionale senza Tentazione storio150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 tener conto di questa spinta storica radicata nelle forze sociali e nel loro patrimonio culturale, la spinta storica che reagì ai movimenti regressivi saldatisi nella monarchia fascista. Non è un caso che i critici più radicali e conseguenti dello Stato repubblicano e della Costituzione antifascista, come i cattolici integralisti di Baget Bozzo dagli anni Cinquanta e Sessanta di «Terza generazione» e di «Ordine civile» fino al supporto ideologico per Forza Italia, abbiano contestato in radice la legittimità medesima di quello Stato repubblicano e di quella Costituzione antifascista, legittimità declassata sottilmente a «quasi legittimità» proprio per i cardini rivoluzionari e dell’uno e dell’altra; appunto – a ritroso – la Resistenza, il Risorgimento, e a risalire l’Ottantanove e il Rinascimento stesso antimedievale. Rileggiamo, ci serve a capire come vengano da lontano, a riflettere dove siano andati via via incubando e serpeggiando e a cosa si ispirino certo attuale sovversivismo anticostituzionale (la Costituzione catto-comunista quando non bolscevica tout court denigrata giornalmente dal Presidente del Consiglio) e insieme certo neoclericalismo sanfedista anche di marca laica; rileggiamo quel che in tema di Stato e Rivoluzione scriveva il futuro consigliere dell’on. Berlusconi nel 1960, proprio – guarda caso – in piena crisi “tambroniana”: lo Stato liberale uscito dal Risorgimento essere «esempio classico del regime “quasi legittimo”, ossia del regime che copre sotto una legittimità apparente una illegittimità sostanziale, del regime che nasconde la rivoluzione nelle pieghe dello Stato»; essere analogamente illegittimo – dopo la Resistenza/secondo Risorgimento, lo Stato repubblicano con la Costituzione del 1948, proprio in quanto «costituzione antifascista: e anche in essa, l’antica “quasi legittimità”, il connubio tra Stato e rivoluzione»; in mezzo invece la parentesi del regime fascista e, suggeriva puntualmente Baget Bozzo, «il fantasma di un vero Stato non venne mai come allora evocato: e i cuori semplici del popolo italiano ne furono commossi e sedotti». Attacco all’Italia repubblicana e alla sua Carta? Esso non sarebbe dunque una sovversione, ma anzi il ristabilimento di una piena e superiore legalità: siamo alle radici, come si vede, del populismo postfascista attuale e delle sue telecomandate commozioni e seduzioni. Ma, quando andremo a ricostruire le matrici culturali dell’attuale pensiero reazionario – revisionismo storiografico, individualismo antiegualitario e antistatuale, subalternità del politico all’economico – le sorprese e gli incroci saranno molti e talvolta dolorosi, per esempio anche a carico del Sessantotto e dei suoi miti neo- Palmiro Togliatti, segretario del PCI e “padre Costituente”. Giorgio La Pira, intellettuale cattolico, sindaco di Firenze e “padre Costituente”. 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 – in un molecolare assorbiromantici e neovitalistici, di mento nella sua cultura di esuna tal sua idea minoritaria e senziali ragioni della destra: è ribellistica della Resistenza, una riflessione storica e polisoprattutto del suo disprezzo tica insieme, da svolgere inper quel nazional-popolare torno al recente passato con che, dal primo al secondo Rigli occhi rivolti al prossimo fusorgimento, in politica e in turo, cui io credo l’ANPI docultura – attraverso il comvrebbe dare molto impulso atplesso costituirsi dei partiti traverso l’offerta di se stessa nuovi e via via rinnovati e articome luogo di incontro e di colati nel corso del Noveceniniziativa e la sistematica proto e della stessa esperienza mozione di discussioni e di riresistenziale, il comunista, il cerche su temi, come usa ora popolare, il socialista, l’aziodire, particolarmente “sensinista … – aveva cominciato a bili”. formare un’identità popolare, La partigiana Gina Borellini sfila con i compagni il giorno della Liberazione. Ricordiamo come, durante e appunto, della nazione e nadopo la Resistenza, le grandi zionale del popolo. correnti ideali di pensiero e i loro partiti si impeComprendere le basi sociali e le componenti cultugnassero – molti politici in prima fila – nella ricerca rali di questa nuova destra; ma comprendere anstorica e documentaria non solo su primo e seconche le ragioni del declino della sinistra, a sua volta do Risorgimento ma anche sulle origini del fascida ricercare – oltre che nelle profonde trasformasmo e sulle origini e vicende proprie e dei propri zioni dei suoi tradizionali ceti di riferimento (e nel gruppi dirigenti. Del resto, la differenza fra piccola fallimento, diciamolo, della classe operaia come e grande politica l’aveva spiegata in una pagina fanuova classe dirigente, cioè del presupposto esmosa dei Quaderni Antonio Gramsci, appunto risenziale della politica di via italiana al socialismo) L’ingresso in Bologna della Brigata Maiella il 21 aprile 1945. 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 flettendo – radicalmente e però tutto fuor che settariamente – con lo sguardo al futuro sulle cause storiche della propria sconfitta e della vittoria fascista. Altrimenti il destino di subalternità è sicuro: già vediamo come accada che ai rumori della destra, alla predicazione del mercato quale suprema deità regolatrice, all’invocazione di un esecutivo rafforzato rispetto al Parlamento anzi svincolato affatto dalAutomezzi carichi di partigiani entrano a Bologna liberata. le sue pastoie, alla quotidiana esecrazione della Carta come ingimento non fu rivoluzione mancata, fu rivoluzione fernale camicia di forza burocratico-statalista, al vera, certo non sociale e solo istituzionale, ma feroce perseguimento di un federalismo dai palesi autentica: come chiamare altrimenti l’unificazione intenti separatisti, le nostre proteste suonino – coin un nuovo Stato indipendente di un coacervo di me dire? – accorata raccomandazione di minor inStati (non regioni) variamente e secolarmente vasività e di più sobrio stile piuttosto che strategi“dipendenti”? ca opposizione di una prospettiva riformatrice davQuando Croce affermò che storia d’Italia in quanto vero culturalmente altra in quanto pensata e pertale si poteva fare solo ora, come storia dell’Italia seguita in nome di soggetti, di bisogni, di obiettivi a unita, forse eccedette in un poco di paradosso, loro volta altri socialmente e politicamente. però aveva nella sostanza ragione e voleva dire a Lasciamo pur stare le sceneggiate televisive, ma i modo suo proprio questo, essersi trattato di una convegni “culturali” bi- quando non tri-partisan rivoluzione nazionale in un contesto europeo che oggi di moda fra i politici e anche fra gli intellettuane veniva – come dall’analoga tedesca – profondali vanno in direzione opposta, servono solo a tattimente mutato (e infatti le sue storie d’Italia e d’Euche di schieramento trasformistico o a semplici ropa furono e vanno lette complementari). Rivoluammiccamenti nel chiuso di un ceto politico autozione unitaria, dunque, il primo Risorgimento. referenziale: il fatto è che, quanto a pensiero, quelDico in secondo luogo, altrettanto seccamente, lo multipartisan non potrà mai avere altri destini che la Resistenza non fu tradita, diede a sua volta che la confusione o la connivenza. – oltre al contributo alla liberazione da nazisti e fascisti – esiti rivoluzionari come la Repubblica deominciamo allora – per alcuni pensieri conmocratica a suffragio autenticamente universale e clusivi di questa nostra odierna riflessione la Costituzione fondata sul lavoro. Certo la rivolumonopartigiana – col dire prima di tutto, e zione sociale, o diciamo pure socialista, nei voti di seccamente anche in risposta agli antichi interrouna parte della Resistenza non ci fu né ci poteva gativi di metodo richiamati in apertura, che il Risoressere; altrettanto certamente fra laici e cattolici furono indispensabili compromessi insidiosi, proverbiale quello sull’articolo 7, che solo in parte sanavano – e in realtà sancivano cercando di regolarla – una sofferenza intrinseca ab origine al nostro Stato, dal tempo della questione romana, ma alla fine Repubblica e Costituzione (fondata peraltro sul lavoro, non lo si dimentichi, come non lo dimenticano Partigiani sfilano, il 25 aprile, per le strade di Milano. gli attuali picconatori della C 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 Partigiani di montagna sfilano a Torino nell’aprile 1945. sua stessa parte prima) furono acquisizioni assolutamente rivoluzionarie, rispondenti fra l’altro alle aspirazioni a suo tempo sconfitte delle ali più avanzate del movimento risorgimentale, diciamo per intenderci la mazziniana e la garibaldina. Esiti rivoluzionari, dunque, anche quelli del secondo Risorgimento. Dal primo al secondo Risorgimento, unità nazionale e Costituzione repubblicana fondata sul lavoro: proprio le ossessioni polemiche dell’integralismo cattolico alla Baget Bozzo e del complottismo laico siglato P2, ed era nella logica delle cose – diciamo nella convergenza degli obiettivi – che queste due linee di attacco alla Costituzione fossero destinate ad incontrarsi ed allearsi per un lungo percorso comune iniziato già negli anni Ottanta. Pure nell’ordine delle cose che il revisionismo della Costituzione (del quale il revisionismo storiografico di Risorgimento e Resistenza costituisce un’essenziale espressione ideologica) potesse incrociare, traendone e a vicenda conferendole ulteriore linfa, la patologia dello Stato unitario da sempre più acuta, la piena integrazione cioè fra Nord e Sud. Postasi subito come “questione napoletana” per Cavour, indusse alla scelta del centralismo di Rica150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 soli e all’abbandono del federalismo “regionalista” di Minghetti (quello più radicale, repubblicano, di Cattaneo con la sua Italia delle cento città non fu mai realmente in gioco). Fu poi la “questione meridionale”, in realtà – sempre – la primaria questione nazionale, alla cui storia secolare qui non è possibile neppure far cenno. Se non per dire che nel nuovo contesto europeo, monetariamente integrato ma politicamente privo di costituzione e di effettivi organismi di governo, viene dovunque acutizzata una sorta di polarità fra macro-area continentale e micro-aree regionali a danno e pericolo dei depotenziati Stati nazionali, soprattutto di quelli a più fragile equilibrio dei sistemi produttivi, delle tradizioni culturali, linguistiche, in qualche caso religiose; in Italia, la “questione settentrionale” posta soprattutto dalla Lega nei termini brutali di un federalismo ad alto tasso separatista: separatista e dal Mezzogiorno e da Roma capitale eminentemente accentratrice. Non sottovalutiamo Pontida, gli insulti alla bandiera, all’inno, al Risorgimento: i minacciosi protagonisti di questa via celtico-padana alla secessione sono ministri dello Stato. Il capo del governo contro la Costituzione, il ministro dell’interno contro l’Unità. Vale la pena di ricordare, a proposito di Unità e della questione del rapporto Nord-Sud, come essa fosse ben presente, nei termini specifici della Resistenza e delle divaricazioni che nel suo diverso svolgimento si accentuavano fra Settentrione e Meridione, dentro la stessa direzione del CLNAI. Rodolfo Morandi, un altro intellettuale-politico di quella specie estinta, si preoccupava, in un intervento del 1945 dal significativo titolo Unire per costruire, della divisione latente che minacciava di acuirsi: «Ci sono degli sfasamenti nell’ordine politico che conseguono ad una esperienza particolare del Nord, e noi ci disponiamo a risolverli con una unificazione … di metodi e di sistemi, nel consolidamento della neonata democrazia italiana, da qui alla Costituente. Ma in più ci sono dissonanze nella vita nazionale e lacerazioni che urge eliminare e sanare, e il farlo dipende soltanto dalla nostra volontà di uomini del Nord e del Sud, che si sentono in verità soltanto italiani». Perché poi Morandi sapeva bene (e il futuro avrebbe confermato tanti suoi timori) come l’Italia non si potesse governare che da Roma, ma che in quella grande palude della burocrazia ministeriale le nuove energie rischiassero di perdersi e sia per il Nord che per il Sud fosse vitale che lo Stato italiano non si rifacesse sulla Babele fascista. E sapeva altrettanto bene che la saldatura del Sud col Nord era resa difficile anche dal fatto che del Nord c’era da valorizzare una esperienza più avanzata e più matura a pro di tutta la Nazione, come diceva nel giugno dello stesso 1945, rivolgendosi ai CLN regionali dell’Alta Italia. Una questione, una latente insoddisfazione settentrionale nei confronti della centralità romana e del ritardo meridionale, presto confermata dai rispettivi esiti del referendum istituzionale, acuta in questo 1945 del CNLAI in polemica con Roma nel momento stesso che dall’Italia “divisa in due” bisogna tornare all’Italia una, ma già insorta nel Cavour e nei settentrionali e toscani subito angosciati dalla “questione napoletana”, borbonica. Questioni antiche di patologia statuale, della cui storia è politicamente indispensabile aver precisa coscienza: e sul problema tipicamente postrisorgimentale del rapporto Nord-Sud come si pose nella cultura e nella politica della Resistenza, in particolare nel Nord, e come non è stato risolto nei decenni successivi sarà necessario che noi torniamo. A partire forse da un dato bibliografico che fu come la sanzione fissata dalla storiografia che quel problema era ben chiaro, ma appunto irrisolto e come acquisito da una divaricante lettura della storia nazionale diventata acquisito senso comu- Il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro intervista Rita Levi Montalcini. 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 Il Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. ne: quando attorno al 1960, come a consuntivo delle discussioni postresistenziali, da Cafagna e da Villari furono messe assieme le due grandi antologie rispettivamente dedicate al Nord e al Sud nella storia d’Italia, la prima venne sottotitolata antologia politica dell’Italia industriale, la seconda antologia della questione meridionale. Il Nord nella storia nazionale come luogo dello sviluppo produttivo, il Sud come questione, come luogo cioè della questione del sottosviluppo. Duplice oggi, comunque, il progetto revisionista della Carta da parte della Destra: per un verso più libertà di mercato e più potere dell’esecutivo a detrimento della centralità del lavoro e del Parlamento; per altro verso introduzione di un sistema federalistico entro uno Stato senza più strutturazione sovraordinamentale, dunque – nella nostra realtà economica, sociale, amministrativa – ad alto ri150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 schio di un esito disgregativo fra le regioni, non già di piena attuazione dell’autonomia prevista dalla Carta stessa. Che poi si tratti di due disegni eversivi della Costituzione non necessariamente fraterni fra loro, anzi passibili di qualche reciproca conflittualità, è altro discorso: se mai preoccupa ancor più che si siano invece potuti saldare in un’alleanza micidiale e in un unico disegno fra iperliberismo economico, egoismo sociale, autoritarismo politico. In un tale contesto un federalista democratico (vogliamo dire di cultura catteneana e perfino minghettiana?) di fronte alla deriva “padana” non si astiene, si oppone; così come un sincero liberista vota contro, senza apertura alcuna, la strutturale deregolamentazione implicita nella sovversione dell’articolo 41 magari in combinato disposto con quella dell’articolo 1. E attenzione: prima ancora dell’eversione formale della Carta, abbiamo già in atto una sua strisciante eversione materiale. Il depotenziamento del sistema scolastico e universitario pubblico e la sua regionalizzazione, lo svuotamento dei pubblici istituti di ricerca e di cultura, la sottomissione del dettato costituzionale e legislativo sulla tutela del lavoro alla contrattazione locale, le cosiddette semplificazioni e sburocratizzazioni di iniziativa privata, l’ossessionante tentativo giornaliero di imporre lacci e vincoli alla magistratura, la costrizione stessa del Presidente della Repubblica ad un continuo interventismo in difesa della Costituzione quasi per supplenza di un Parlamento infiacchito e quasi inebetito dalla natura medesima del sistema elettorale attraverso cui si forma, tutto questo converge in modo univoco a configurare un Paese squilibrato, diviso, privatizzato, presidenzializzato (ieri Scalfaro, Ciampi, oggi Napolitano, tutte coscienze del secondo Risorgimento, ma domani?). Accettare un contratto con certe clausole a Pomigliano in Campania ma non mai a Mirafiori in Piemonte? Già nella logica del disgregante federalismo leghista. Tagliare indiscriminatamente le risorse di scuole e atenei? Stessa strada di ulteriore divaricazione fra le regioni luogo dello sviluppo e le regioni luogo del sottosviluppo. Così procedendo, rischiamo di avere, uno strappo qua e altre ricuciture e rattoppi là, una Carta e un Paese devastati e sformati alla stregua d’un Frankenstein costituzionale; né possiamo illuderci che, alla fine, di un’Unità e di una Costituzione quantunque così deturpate, anzi della storia nazionale dal primo al secondo Risorgimento, resti tuttavia l’anima, nella presunzione che simili chirurghi all’anima non possano giungere e che poi anche il viso, a maggioranza parlamentare riconquistata, possa venir restaurato con qualche tocco di chirurgia plastica: no, non è così. Questi non sono processi transeunti o semplici parentesi, la lunga storia della crisi dello Stato liberale e poi lo sbocco nel fascismo insegnino: Frankenstein del resto un’anima ce l’ha, ma brutta, perversa, con una brutale intelligenza capace di distorcere a propria immagine e servizio la storia stessa e i principî fondanti. Ricordate il Machiavelli di Mussolini? Non illudiamoci: è ben vero anche in questo caso che la storia non si ripete mai uguale, tuttavia essa è magistra proprio perché le sue sequenze sono regolate da una logica implacabile. È sotto questa luce che dobbiamo guardare al 150° anniversario dell’Unità: dunque con un’intelligenza affatto aliena da spiriti celebrativi che non hanno alcune ragion d’essere, ma con la consapevolezza che siamo a uno snodo storico di crisi della Repubblica postresistenziale analogo per intensità – e sia pur diversissimo per culture e problematiche e conte- sti e soggetti sia sociali che politici – a quello vissuto nei primi anni Venti dallo Stato postrisorgimentale. oi oggi, qui, parliamo di storia, di politica toccando solo nel senso che l’intelligenza storica deve tenere i piedi saldi nel presente e lo sguardo volto al futuro. Parliamo di storia, qui all’ANPI voi vecchi militanti partigiani e tanti come me ormai a nostra volta vecchi militanti democratici, non per autogratificante nostalgia bensì per partecipare all’oggi nell’unico modo che ci compete: parlare ai più giovani, collaborare alla ricostruzione di un dialogo fra le generazioni, la cui perdita costituisce una delle lacerazioni più pericolose e intimamente regressive del tessuto democratico. Ma parlare ai giovani di che? Forse della nostra recente storia breve, delle complicate, acrimoniose, inestricabili se non per noi stessi e solo per noi stessi pronunciabili vicende di appartenenze personali e correntizie in un quadro di modernariato politico che ha passato gli ultimi venti o trent’anni a sgranarsi, a stingersi, spesso a far macchia in puntigliose sopravvivenze senza più vita? No, i giovani non ci ascolterebbero, da queste querimonie nulla hanno da trarre ora: forse domani, N L’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano viene insignito della massima onorificenza della Repubblica dall’allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi. 150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 quando da stanca cronaca recriminatoria esse, selezionate criticate ragionate, diventeranno a loro volta storia. Ma fatta, vivaddio, da altri. Oggi, rifuggendo dalla storia (quella lunga che abbiamo alle spalle, scomoda e non rimuovibile, da cui ci sottraiamo quanto più essa ci impone conti oggettivi e forti), tendiamo a consolarci con la memoria, con la sua plasmabile soggettività debole. Un diluvio memorialistico: se materia di studio per i posteri, passi (decideranno loro quel che varrà la pena di leggere); ma se memoria magistra vitae, allora no: spesso noiosa, infida sempre. Come la pratica delle interviste: facile discorsività evasiva, un pensiero “di rimessa” spezzettato e stuzzicato dall’esterno, nessuna traccia di visione complessiva, di quella che si chiamava e resta la fatica del concetto. Allora la storia, non quella breve delle nostre vite e carriere, bensì quella lunga – poiché di primo e secondo Risorgimento si tratta – della difficile, contraddittoria e insieme lineare storia della formazione della nostra Repubblica e della nostra Carta costituzionale, delle sue forze e ragioni promotrici, economiche, sociali, culturali, politiche. Questa dobbiamo ripensare e riproporre, ritrovarne l’orientamento e il destino dopo le difficoltà, le sconfitte, le perdite stesse di senso accumulatesi in questi anni: la scomparsa dei Partiti del CLN, il quadro internazionale sconvolto, il declino della classe operaia… Ridare un senso a questa storia, ha invocato un intelligente slogan lanciato di recente da Pierluigi Bersani: ma che non resti uno slogan d’occasione, che non sia lasciato cadere né da noi né dall’elaborazione culturale collettiva che tutte le forze democratiche dovranno pur affrontare se vorranno darsi un respiro, se non vorranno soffocare nelle memoriette correntizie di strumentale e corta veduta. Difendere l’Unità conquistata dal primo Risorgimento e la Costituzione repubblicana conquistata dal secondo: il farlo impone oggi una cosciente, attiva, propositiva resistenza politica e culturale. Perché essa non si risolva in resistenza pur nobilmente conservatrice e anzi diventi propulsiva di efficaci riforme progressive da opporre al processo restauratore in atto, cioè di una nuova capacità di indirizzo culturale e di governo politico, non pos150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010 siamo aggrapparci ai rami vecchi e spezzati o intestardirci a raccattar mucchietti di foglie marce: dobbiamo riandare alle radici vitali delle correnti ideali e dei grandi movimenti riformatori che cominciarono a trasformare in senso democratico lo Stato classista uscito dal Risorgimento, idealità e movimenti che il fascismo non riuscì a stroncare e che si rinnovarono e fra loro si confrontarono e poi collaborarono nella Resistenza e nella Costituente. E che, ancora, pur in una conflittualità esasperata dalla situazione internazionale e dalla crescita stessa della nostra società, procurarono lo sviluppo del Paese in un quadro di sostanziale tenuta democratica e laica. È a loro e a quelle loro storie di vocazione nazionale che dobbiamo impegnarci a ridare un senso oggi, un nuovo senso storico, nuove forme politiche, nuove declinazioni culturali: d’altronde, se del Risorgimento e della Resistenza, di minimizzarne e denigrarne l’immagine tanto si preoccupa revisionisticamente la destra, ciò accade perché essa ne avverte e teme il peso storico e la pregnanza politica nella difficoltà medesima di smantellarne le realizzazioni istituzionali e sociali; badiamo a nostra volta di non rinunciare a quel peso e a quella pregnanza, di ribadirne con fiducia le ragioni storiche e di ridar loro ragione e accelerazione attuale. Le idee per un terzo Risorgimento? Nessuna enfasi e nessuna presunzione, anzi la consapevolezza del disorientamento con cui ci si avvia all’imminente 150°. Certo è però che una prospettiva politica senza forte battaglia delle idee resta una prospettiva politica debole, priva di futuro: e di questa battaglia io credo che l’ANPI, per la sua storia e per il suo intatto prestigio in un momento di difficoltà e distrazione dei partiti, possa costituire un prezioso, cruciale luogo di aggregazione e di rilancio.