11
ANNO LIX
19 DICEMBRE 2010
3,00
Poste Italiane spa - Spedizione in a.p.
D.L. 353/03 (conv. L. 46/04)
art. 1, comma 1, DCB - Filiale di Roma
patria indipendente l 28 gennaio 2005 l 1
Sommario
3
l Il punto, di Wladimiro Settimelli
5
l Lettere al direttore
DIBATTITO PRECONGRESSUALE
Editore
Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
(A.N.P.I.)
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Questo numero è stato chiuso
il 17 dicembre 2010
2 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
7
l L’ANPI riparte anche da qui con i partigiani della “Majella”.
Il cuore di Onna martoriata: i nazisti, le fucilazioni, il terremoto,
di Andrea Liparoto
10 l Il fare politica all’interno dell’ANPI. Il nostro Congresso
in un momento delicato,
di Tiziano Tussi
POLITICA
12 l Berlusconi vince la sfida ma ora deve governare,
di Bruno Miserendino
ATTUALITÀ
14 l Negli ultimi anni una dolorosa emorragia. Sono più di un milione
i giovani scappati dall’Italia,
di Mattia Settimelli
PERSONAGGI
16 l I protagonisti sbruffoni, eroici, vigliacchi e umanissimi.
Quel gran cinema di Monicelli, straordinario specchio dell’Italia,
di Serena D’Arbela
STORIA
19 l Un documentario sugli IMI dell’ANPI di Viterbo.
Così gli aguzzini nazisti uccisero il generale Trionfi,
di Giuliano Calisti
21 l Dalla riforma Gentile alle celebrazioni di tutte le guerre.
Giorno dopo giorno il fascismo alla conquista della scuola,
di Filippo Colombara
28 l Una cerimonia con migliaia di persone in Slovenia.
L’altra Basovizza per ricordare i fucilati dai fascisti italiani,
di Gaetano Dato
CINEMA
34 l Per capirlo bisogna “uscire” dalla storia spiegata a scuola.
“Noi credevamo”: il film di Martone sul Risorgimento,
di Serena D’Arbela
RUBRICHE
37 l Libri
39 l Seganalazioni, a cura di Tiziano Tussi
I-VIII l Cronache
Inserto Speciale per il 150° dell’Unità d’Italia:
Lectio Magistralis di Umberto Carpi su “Rinascimento, Risorgimento, Resistenza: così è nata l’Italia della Costituzione”
o dico e lo dico ancora con il cuore in
mano: che anno angoscioso questo
2010 che sta scappando via. Bastava,
un giorno dopo l’altro, seguire i telegiornali per avere la sensazione che il nostro
amato Paese, la nostra Italia che compie appena 150 anni, si stesse, momento dopo
momento, sbriciolando. Ovviamente tra
frane, alluvioni, immondizia di Napoli, disoccupazione, licenziamenti, cassa integrazione, scioperi e lotte ovunque, in difesa
del lavoro, della cultura, della Costituzione, del diritto dei giovani ad avere un futuro, del diritto alla casa, del diritto alla scuola, del diritto di essere liberi dalla mafia e
dai ricatti dei padroni prepotenti, del diritto di non essere travolti dal malaffare. E del
diritto-dovere di comportarsi con lealtà e
rispetto nei confronti delle compagne della
nostra vita: le donne, sempre di più mercificate, offese e utilizzate dai potenti come
banale sollazzo da quattro soldi.
Lo so, sono pessimista, ma voi, come me,
in questo anno, ne avete viste di tutti i colori. O sono io che sbaglio? Qualcuno mi
ha anche fatto sapere che sarei troppo
estremista e di non seguire la politica dell’ANPI – che giustamente (eccome giustamente!) mantiene le dovute distanze dai
partiti – di essere troppo antiberlusconiano
(lui, intanto, ha ottenuto a malapena la fiducia alle Camere), con uno stile che ricorda troppo gli anni ’60-’70. È vero? Avvertitemi, scrivetemi, telefonatemi. Fatemi sapere qualcosa. Ho visto male io, ho capito
tutto male della nostra realtà quotidiana
quando dico che, in questo 2010, il Paese
ha dato davvero l’impressione di essere sull’orlo del baratro? Posso fare un elenco, sicuramente incompleto di quel che ho visto
esattamente come voi. Ci provo.
Ho sentito parlare della privatizzazione
dell’acqua, ho ascoltato e letto le solite storie di Berlusconi con le ragazzine, ho visto
degli operai barricati all’Asinara per difendere il posto di lavoro. Ne ho visti altri in
piazza, tantissimi. Ho visto ancora i lavoratori dello spettacolo invadere il tappeto
rosso del festival cinematografico di Roma,
chiedendo di ritirare i tagli alla cultura. Ho
anche visto la protesta dei giornalisti Rai,
ho visto migliaia di precari vecchi e giovani
sfilare per strada incazzati neri. Ho visto un
giorno, passando davanti a Montecitorio,
dei professori d’orchestra dell’Accademia
di Santa Cecilia che suonavano un concerto al freddo e al gelo per ricordare a tutti i
loro problemi. Ho visto, poi, dei ricercatori con le provette in mano fermare per strada dei parlamentari e discutere con loro
della mancanza di fondi. Ho visto migliaia
L
e migliaia di studenti, in tutte le città d’Italia, sfilare per le strade compatti e sorridenti mentre andavano, a Roma, verso il Senato e la Camera, dopo i “contatti” con la
polizia e i carabinieri. E ho visto ancora i
ragazzi che, con foga, salivano per protesta
sul Colosseo, sulla Torre di Pisa, sulla Mole Antonelliana a Torino o sulla Cupola del
Brunelleschi a Firenze o sedevano tra le
poltrone del Teatro Massimo di Palermo,
dopo averlo occupato. Ho visto ragazzi seduti per terra che seguivano, per strada, le
lezioni dei loro professori che erano presenti al loro fianco. Ma ho anche visto
agenti di polizia, vigili del fuoco, agenti di
custodia e guardie forestali, fare picchetti di
protesta ad Arcore, davanti alla villa del
Presidente del Consiglio. Ho visto e sentito il maestro Daniel Barenboim, alla prima
della Scala di Milano, leggere l’articolo 9
della Costituzione prima di alzare la bacchetta per dirigere orchestrali e interpreti.
L’articolo 9 è quello che dice: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la
ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. E ho visto con gioia il Presidente Napolitano che applaudiva. Ho visto,
come tutti, il Veneto allagato e ho visto ancora una volta Napoli – Napoli grande e
bella con quel suo mare straordinario – sepolta dai sacchetti di immondizia per giorni e giorni, per settimane, per mesi. Ho visto i “compattatori”, i camion di raccolta,
bruciati dalla gente inferocita e forse anche
da qualche malavitoso. Ho visto delle
mamme piangere e urlare perché i loro figli
malati non avevano più insegnanti di sostegno a scuola e altre sfilare in corteo per
chiedere gli asili nido. Ho visto il “popolo
delle carriole” che a L’Aquila protestava
per il mancato sgombero delle macerie e ho
visto il governo appropriarsi di una parte
del cinque per mille mettendo in crisi il volontariato. Ho visto le accuse giudiziarie ai
vertici della Protezione Civile. E ho visto il
premier comprarsi ancora un castello, terreni e villette ad Antigua. Ho visto le statistiche dalle quali risulta che, in questi ultimi anni, un milione di giovani italiani sono
scappati all’estero. O le altre statistiche dalle quali risulta un grande aumento della
disoccupazione. Ho visto immigrati salire
sulle ciminiere e sulle gru per rivendicare il
diritto al permesso di soggiorno e ho visto
alcuni operai arrampicarsi sui tetti per protestare contro il licenziamento. E ho anche
visto la Camera chiusa in attesa del voto di
fiducia al Presidente del Consiglio. Poi l’attribuzione di un premio inventato, al Festival di Venezia per alcuni amici del ministro
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 3
Bondi. E ho visto anche i crolli di
Pompei e il ministro che, in televisione, pareva spaurito, spaventato
e non sapeva di cosa stava parlando, nel rispondere alle accuse che
lo riguardavano. Dio mio Bondi,
ma in che posto ti sei fatto infilare!
Un tempo, ministro dei Beni Culturali era Giovanni Spadolini, un
uomo coltissimo e uno studioso di
chiara fama. Ho visto una straordinaria trasmissione televisiva, guardata da dieci milioni di persone ed
ho anche saputo che, per farla, c’era stata una vera e propria guerra
all’interno della stessa televisione.
Ho ancora visto quel pirla di Capezzone dire in tv le solite fregnacce imparate a memoria per
mantenere il posto. E ho e sentito
che alcuni parlamentari si erano
messi tranquillamente in vendita
per sostenere la fiducia al premier.
Ho visto anche la signora Binetti
che, alla Camera, non ha avuto un
attimo di rispetto per Mario Monicelli che aveva deciso di farla finita con la vita. Ho anche visto,
come tutti, i pastori sardi protesta-
re con durezza per difendere i loro
formaggi. Ho visto ancora l’acqua
alta a Venezia, dopo che, qualche
anno fa, il premier aveva deciso di
inaugurare (si fa per dire) il “Mose” ancora in costruzione.
Ho visto male io, allora? Che cosa
non ho capito? È un Paese normale e sereno questo? Io, in chiusura
d’anno, ho elencato soltanto fatti.
Dunque, siamo stati amministrati
adeguatamente in questi ultimi anni? Rispondete un po’ voi.
* * *
È spettacolare, spettacolare davvero
la battaglia che si è scatenata, come
dice il Corriere della Sera, tra cavalieri Jedi e cyber-sceriffi. Parlo della
faccenda Wikileaks e di Julian Assange. Ha messo in rete milioni di
“file” con notizie riservatissime su
tutti i Paesi del mondo e, in particolare, sugli Stati Uniti e satelliti
vari. Si tratta di rapporti degli ambasciatori americani che giudicano
tutti i big del mondo, in via del tutto privata. Invece il materiale è saltato fuori e le rivelazioni continueranno, Così si è appreso che Berlu-
sconi è “poco affidabile”, che Zapatero è “un gran furbo”, che i governanti di Kabul sono corrotti e
incontrollabili, che la Russia di Putin è in mano alla mafia, e che si
fanno affari sporchi sul gas e sul petrolio. Immaginabile, tutto immaginabile. Ma vederlo scritto nero su
bianco è davvero un’altra cosa.
Hanno tentato di azzittire Assange
in tutti i modi, ma non ci sono riusciti. Allora lo hanno arrestato con
la ridicola accusa di avere violentato
due donne consenzienti. Naturalmente, contro di lui, si è scatenato
mezzo mondo: cacciato persino
dalla Svizzera, gli hanno chiuso i
conti e bloccato le carte di credito.
Ma la valanga di notizie, appunto,
continua. In difesa del generoso
Don Chisciotte e in nome della
libertà di notizia, si sono levati i
“pirati informatici” di mezzo mondo, i “libertari della banda larga e
stretta” e i cibernauti progressisti.
Vedremo come andrà a finire.
Comunque, viva Assange e il suo
Wikileaks.
W.S.
2010: un anno di angosce e di battaglie
È stato un anno difficilissimo il 2010. Gli studenti sono scesi in piazza per battersi
contro la riforma Gelmini e hanno occupato i monumenti più importanti del Paese: il
Colosseo, la Torre di Pisa, la cupola del Brunelleschi a Firenze, la Mole Antonelliana,
il Teatro Massimo di Palermo, facoltà in diverse città, insieme ai loro professori e ai
precari della scuola. I ricercatori precari sono saliti sui tetti per protestare contro la
scadenza dei loro contratti e hanno scioperato anche i professori d’orchestra
(suonando davanti a Montecitorio), gli uomini di cinema e di teatro, le maestranze
del mondo dello spettacolo, insieme ad un gran numero di cassintegrati della
piccola e media industria finiti sul lastrico. Persino i poliziotti, gli agenti di
custodia, i vigili del fuoco, hanno
organizzato picchetti di protesta davanti
all’abitazione di Silvio Berlusconi ad
Arcore. Ma non basta: tutto il mondo
della cultura ha lanciato appelli contro i
tagli ai musei e alle manifestazioni
d’arte, contro i tagli al cinema italiano,
all’opera e al balletto. Alla prima della
Scala si sono avuti incidenti all’esterno,
ma all’interno il maestro Daniel
Barenboim ha letto, alla presenza del Presidente Napolitano, l’articolo della
Costituzione che difende la cultura. In questa situazione di mille tensioni e crisi,
abbiamo deciso di mettere in copertina una foto simbolica: quella di un gruppo di
studenti con tanto di striscione che avevano occupato, a Torino, la Mole
Antonelliana.
La controcopertina è invece dedicata a Mario Monicelli, uno dei grandi del cinema
italiano scomparso in questi giorni. È una inquadratura, con Alberto Sordi e Vittorio
Gassman, del celeberrimo “La grande guerra”. Monicelli, gravemente malato, ha
deciso, come si sa, di togliersi la vita. Il suo fare cinema, la sua straordinaria
raffigurazione di una Italia arruffona, sbruffona, ciarlatana, truffaldina, ma anche
eroica, non sarà certo dimenticato.
4 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
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C’è anche un altro
Gianfranco Fini
Caro direttore,
ho letto la tua risposta alle mie osservazioni sulla privatizzazione dell’acqua e
sull’impegolarsi, come Associazione, nella querelle politica. Debbo confessare
che non mi è piaciuto il titolo che hai
dato al mio testo, titolo che travisa la lettera e lo spirito dello stesso, che lamentava la mancata commemorazione del
65° anniversario della Liberazione e il
fatto che, se ci occupiamo, come Associazione, delle diatribe fra partiti sui
provvedimenti in essere, o in fieri, dell’economia, della giustizia, della cultura e
di quant’altro vuoi aggiungere, dovremo
necessariamente esprimere un’opinione,
che avrebbe valenza di scelta di campo e
assegnerebbe una deriva partitica alla nostra stessa Associazione. Così facendo in
passato, abbiamo tenuto lontano da noi
grande parte dei giovani delle generazioni che si sono susseguite nel tempo. Ho
il dubbio che da questo distacco sia sorta quella rissosa classe politico-dirigenziale attuale, più attenta alle acquisizioni
di prevalenza e di potere, che ai tanti
problemi della Nazione. Ciò vale per la
sinistra, la destra, il centro e il trasversale
e ritengo superfluo elencarti le singole
scissioni e le conseguenti frantumazioni
dei partiti, originate da questi tentativi.
Il nostro compito credo sia quello di perpetuare la memoria e con essa i valori fondanti della Resistenza presso i giovani.
Giovani che anche la carente – mirata o
casuale che sia – informazione sulla recente storia patria porta lontani dalle motivazioni resistenziali. Ricordo fra queste,
quella che consentì il coagulo etico-culturale fra le diverse ideologie per cui le formazioni Garibaldine, Giustizia e Libertà,
Stella Rossa, Autonome, Mazziniane, Repubblicane e Monarchiche, pur conservando le singole autonomie, seppero darsi un obiettivo comune e per esso lottare.
Nei confronti dei giovani, noi abbiamo
prima sbagliato anche con uno Statuto
restrittivo. Vediamo di non ripetere lo
stesso errore facendo un altarino all’on.
Fini, il quale, o chi per lui, dopo la discussa citazione dei grandi statisti italiani,
ha chiesto la soppressione della festività
del 25 aprile. Come se non bastasse, ha
colmato la misura domandando l’estensione del titolo di Cavaliere della Libertà
anche ai militanti nella repubblica di Salò. Naturale conseguenza, come ebbi a
scrivere, siccome era destinata ai viventi,
di questa onorificenza ne sarebbero stati
insigniti, fra gli altri, i militari di Salò
componenti il plotone di esecuzione della Benedicta e altrove, ma non quei ragazzi ammassati nelle fosse comuni, né
quelli “passati per il camino” nei konzentrationlager. Il nostro Comitato, già
da anni, ha ritenuto valido stabilire un
contatto diverso, o di complemento, da
quello degli incontri e delle semideserte
commemorazioni, sovente mutate in
teatrini partitici. Perciò oltre al catalogo
della mostra, che sarà prossimamente
ospitata in altri comuni, abbiamo pubblicato e diffuso nelle scuole – impegnando
scolari e studenti in commenti con concorsi a premio – altre quattro pubblicazioni; una quinta, che raccoglie oltre
150 testimonianze, è alla stampa. Il nostro intento è quello di ricordare, ai giovani in particolare, che nella zona del
Novese uno su tre dei partigiani «…appesi alle forche o sotto il piombo del barbaro nemico morirono…» (dalla motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare al CVL). Speriamo che proponendo una memoria, lontana dalle derive e
dalle strumentalizzazioni partitiche, i
giovani si avvicinino a quell’evento feriale, umile, antiretorico ed epico insieme
che fu la Resistenza tutta, da Porta San
Paolo a Cefalonia, alle quattro Giornate
di Napoli, dalle Alpi Dinariche all’Egeo,
alle FFI, dai “partigiani del silenzio” dei
campi di prigionia, al Corpo Italiano di
Liberazione, dai ribelli nelle “belle città
date al nemico” a quelli “sull’aride montagne”, ma anche e soprattutto perché
quei: “Enfants trop tot grandis et si vite
en allés qui dormez aujourd’hui de retour au pays le visage dans la terre” (da
“Poesie” di J. Prevert)
“nu s’accorsan che sa se teinta de sepelili sut’a rumeinta” (da “Sant’Antonino”
di E. Firpo).
Questo, condiviso dai miei amici e compagni ribelli (mi piace di più che partigiani) è quello che crediamo sia il nostro
compito e devoto dovere, nel tentativo,
forse illusorio, di trasmettere alla generazione emergente i valori che ci animarono allora.
P.S. - Neanch’io so chi ha proposto la
privatizzazione dell’acqua e chi l’ha avversata (e sarei con lui in sintonia), ma
esprimendo un parere pro o contro una
delle due ipotesi, si prende campo a fianco del partito, o dei partiti, che hanno
caldeggiata una delle ipotesi.
Il che, come Associazione, non mi pare
né opportuno, né lecito.
(Franco Barella - Novi Ligure)
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 5
La Russa come
D’Annunzio?
Caro Direttore,
non è facile capire cosa abbia indotto il nostro Ministro della Difesa a
imitare ridicolmente il poeta-soldato Gabriele D’Annunzio che, nel
corso del Primo conflitto mondiale,
ebbe l’ardire di lanciare su Vienna
migliaia di volantini tricolori, inneggianti alla vittoria dell’Italia.
Nel nostro caso, si tratta certamente di un tentativo di guerra psicologica, su ignare e impreparate popolazioni afgane (a maggioranza analfabete) le quali avranno sperato, per
un momento, che si trattasse non di
colorati foglietti in lingua araba, ma
di biglietti di euro, gentile omaggio
degli italiani.
Comunque, il tentativo del La Russa non andrebbe sottovalutato, se
non per il fatto che, a differenza di
D’Annunzio, a protezione del suo
elicottero, pare volassero due potenti aerei Mangusta armati di sofisticati sensori antimissili e di potenti cannoncini, ma il cui costo di
volo orario ammonta a diverse migliaia di dollari.
La Russa non è nuovo a queste spedizioni “persuasive” nel ricordo, da
lui stesso sovente evocato, di giovanili “sortite” punitive, nel quartiere
romano della Balduina.
Ora c’è solo da aspettarsi i risultati
di questa impresa, fra cui quello che
sicuramente nelle misere abitazioni
di quell’area, quei biglietti saranno
forse il solo oggetto di lettura o,
perlomeno, di curioso souvenir.
(Ilio Muraca - Padova)
L’assessore
Arcai e il kaki
di Brescia
Dispiace, dispiace leggere quello che
l’assessore Andrea Arcai ha detto alle scolaresche riunite nel giardino di
Santa Giulia per raccogliere i frutti
dell’albero di kaki sopravvissuto al
bombardamento atomico dell’agosto del 1945. Dispiace perché chi,
come lui, è stato vittima di accuse
pretestuose, dovrebbe essere più attento alla verità, in particolare quando si parla a giovani scolari.
Ricordo bene che, nel mio piccolo,
ho sempre creduto e ripetuto che le
6 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
accuse a lui rivolte erano poco credibili; sapevo bene come suo padre
fosse considerato, già alla fine degli
anni Sessanta, per il rigore e l’onestà
con cui operava nel tribunale di Brescia: un giudice integerrimo, un
ostacolo all’eversione di destra. Mi
risultava semplice capire che coinvolgere il figlio nella strage di Piazza
della Loggia serviva a togliere di
mezzo il padre, un magistrato ligio
al proprio dovere.
Per questo, in nome della verità,
vorrei ricordare all’assessore alcune
cose, che contrastano con quanto da
lui detto.
Prima cosa: non è vero che “c’è la
pace in Europa da cinquant’anni”.
Purtroppo c’è stata un’assurda guerra nella ex Jugoslavia, con il finale
intervento della NATO, che con
l’accordo succube del governo D’Alema ha bombardato la Serbia per
78 giorni, colpendo anche scuole,
ospedali, ambasciate. Era una guerra! È stata ipocritamente definita
“intervento umanitario” e i crimini
di guerra da noi commessi sono stati derubricati in “effetti collaterali”
(comprese, anche, le conseguenze
delle bombe all’uranio impoverito
sui nostri militari). Era il 1999. La
ventilata “pulizia etnica” contro gli
albanesi è diventata, in Kosovo, la
pulizia etnica contro serbi e rom.
Da allora, a mia memoria, ogni intervento militare armato è stato
chiamato “intervento di pace”. Lo
dicevano già i Romani: “Si vis pacem, para bellum”. Ma poi è arrivato un Tale che ha detto: “Chi di
spada ferisce, di spada perisce”,
“Porgi l’altra guancia” ed “Ama il
tuo nemico”. Perché dimenticare la
grandezza del messaggio cristiano?
Perché un amministratore pubblico
dimentica l’articolo 11 della nostra
Costituzione: “L’Italia ripudia la
guerra (…) come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”?
Quando si parla ai ragazzi bisogna
dire la verità, non bisogna ingannarli, bisogna ammettere i propri limiti
e non giustificare interventi armati
che solo la logica militare può accettare. Né in Iraq né in Afghanistan ci
sono “missioni di pace”, sono solo
interventi militari per il controllo di
quei territori. È così difficile dire
che in Iraq non c’erano le armi di
distruzione di massa? Che non c’era
il terrorismo? Che i cristiani avevano
i loro luoghi di culto? E che solo ora
l’integralismo islamico li sta perseguitando (ora che c’è un “governo
democratico”)? E in Afghanistan?
Dov’è finito Bin Laden, per la presenza del quale si è scatenata la
guerra nel 2001? Dov’è finita la libertà per le donne, che si era, poi,
presa a simbolo del carattere “umanitario” di quell’intervento? Perché
parlare di “missione di pace” se,
mentre ormai sono migliaia le vittime civili dei bombardamenti, il nostro governo chiede di poter armare
anche i nostri aerei? Forse fa velo all’assessore Arcai la retorica propaganda bellicista del ministro Ignazio
La Russa, che ridicolmente si paragona a D’Annunzio, il quale, sì, lanciava volantini su Vienna, ma per
condannare i bombardamenti, non
per promuoverli.
Tutte le associazioni umanitarie
contestano gli interventi militari,
perché essi non possono portare pacificazione. Per loro natura gli eserciti risolvono i conflitti con le armi e
così ne preparano di nuovi. Questo
è l’insegnamento della Storia. Diceva il generale Angioni, dopo la fallimentare esperienza in Somalia, che
non si possono intavolare trattative
di pace importando bombardieri,
carri armati e imponendosi con le
armi. Ancora una volta, chi aveva
orecchie intendeva che con le armi
non si risolvono le controversie. I
vinti, prima o poi, vorranno la loro
rivincita.
Per questo, bastava dire ai ragazzi
che la strada per la pace è lunga e
difficile e che il mondo degli adulti
spesso sbaglia e usa ancora, per paura, interessi e potere, strumenti di
morte. Ma la vita è ancora più forte,
e la pianta di kaki di Nagasaki è il
simbolo di una speranza in un mondo, vivo, senza armamenti, senza
conflitti armati.
Mi fermo qui. Oltre al mio rammarico, mi sento anche di fare un invito all’assessore Arcai.
Perché non preparare un incontro
pubblico promosso dal suo assessorato per un confronto sui metodi e i
risultati di tutte le missioni italiane
all’estero, evidenziando luci ed ombre senza preclusioni e senza pregiudiziali ideologiche?
Grazie.
(Adriano Moratto - per e-mail)
Dibattito precongressuale
L’ANPI riparte anche da qui con i partigiani della “Majella”
Il cuore di Onna martoriata:
i nazisti, le fucilazioni, il terremoto
di Andrea Liparoto
Il dibattito
precongressuale
dopo gli incontri
tra le macerie.
Giustino Parisse
e i suoi due figli.
Il centro congressi
donato
dall’ambasciata
di Germania.
Il professor
Giovanni Schippa
Il corteo si avvia a deporre la corona alla lapide
che ricorda le vittime della strage nazifascista.
ogliamo raccontarvi una storia intensa, di profilo “associativo”, che
ne incrocia però un’altra d’origine
decisamente diversa: quella di una fine
improvvisa, improvvisamente tragica. Un
brutto deserto, nato in pochi secondi.
Di notte.
Mattina del 3 dicembre scorso. Da Roma parte una delegazione dell’ANPI Nazionale – composta da Luciano Guerzoni, della Segreteria, e dal sottoscritto, responsabile della comunicazione – per
partecipare all’avvio ufficiale della ricostruzione, anche in vista del Congresso,
di una nostra struttura provinciale: l’Aquila. Sappiamo di un bel moto d’entusiasmo, dell’impegno generoso di Alvaro
Iovannitti, nostro fiduciario locale, di un
seme promettente e ben fondo, insomma. Ci sarà da osservare compiaciuti, da
conoscere, dire, illustrare. Imparare.
Una pratica piacevolmente rodata, da
mesi, da quando siamo in cima ai pensieri civili – e desideri di appartenenza – di
non pochi italiani.
Ci sarà da sentire un’ombra. Da attraversarla.
Autostrada A 24. Dobbiamo uscire ad
Assergi. Ci aspetta Alvaro con la sua tenerissima signora. Neve, e freddo, da
dannarlo. Arriviamo a Campo Imperato-
V
re, ai piedi dell’«imperatore» d’Abruzzo,
quel Gran Sasso gonfio di storia, anche
lui, e suggestione. In un pranzo da stare
robustamente vigili per il dopo – la cucina di qui è tradizionalmente grave seppure da incanto del gusto – si parla inevitabilmente di politica, crisi e immobilismo della sinistra, crisi e mobilità nauseante della destra, delle difficoltà di salute di Alvaro, un combattente comunque, della sua casa di Paganica resa inabitabile dal terremoto, di quello che accadrà di lì a due ore quando ad Onna nella Casa-Centro Congressi, donata generosamente dall’Ambasciata di Germania
e da altri partner, avrà luogo l’incontro
pubblico sull’ANPI e il suo progetto di
sviluppo.
Ci arriva dal nostro fiduciario anche la
notizia dell’ordine del giorno, proposto
dal Senatore Luigi Lusi e altri e approvato in Commissione Bilancio del Senato,
che impegna il Governo a rifinanziare i
contributi per le altre associazioni combattentistiche vigilate dal Ministero della
Difesa, tra le quali l’ANPI, per il periodo
2011-2013. Questo in seguito al pesante taglio dei finanziamenti governativi alle suddette associazioni e alla prospettiva
sempre più realistica della cancellazione
definitiva degli stessi per gli anni a venire. Un attacco feroce alla memoria, per
soffocarla.
Torniamo quindi al freddo, caldi però di
un ottimo liquore locale. Rimontiamo in
macchina. Tappa: Paganica. La casa di
Alvaro. Impressionante come fuori sia
semi-intatta. Dentro, i segni del tiro infame della natura. Dovrà essere demolita. Un camminare inquieto, stupefatto, il
mio, di Guerzoni, poi un tentare modi di
sollievo, o forse distrazione sui nostri accompagnatori… Una casa costruita con
passione, sacrificio, vissuta con mani e
cuore. Modi che scattano, ma fermi di risultato. Ovvio. Così, di nuovo in macchina. Neve, freddo. Dentro.
Onna. Arriviamo alle 14.30. Il tutto avrà
inizio alle 15. Qualcuno è già davanti alla Casa. Scendiamo. Ci viene incontro
Giovanni Schippa, un tempo glorioso alle spalle. Partigiano combattente, quindi
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 7
professore universitario,
rettore dell’Università de
L’Aquila, cavaliere di
Gran Croce, Medaglia
d’Oro per meriti nel campo della cultura e della
scuola. Oggi è un simpaticissimo e spigliatissimo
87enne pronto a dare intelligenza e un delizioso
buon umore alla causa
della democrazia. Ci abbraccia. Sorride. Mi volto.
Il paesaggio reclama gli
occhi.
Onna, ore 3.32 del 6 aprile 2009. Un borgo millenario si fa nulla. Polvere,
silenzio. Quindi gemiti,
implorazioni di soccorso.
Il tiro infame, anche qui.
La deposizione della corona alla lapide.
Che travolge generazioni.
In uno di questi ammassi
di pietre Giustino Parisse, 50 anni, ni a tutti, ciao Alvaro!, è un’istitucaporedattore de Il Centro – il zione il nostro. Si concentra un’uquotidiano forse più letto in manità varia e incuriosita da questa
Abruzzo – ha perso i suoi due gio- ANPI che riparte da qui. C’è Giovanissimi figli Domenico e Maria vanni Lolli, deputato del PD, e
Paola – rispettivamente di 18 e 16 Lusi, anche lui. Quindi un anziano
anni – e suo padre. C’è anche lui signore con bastone e busta sotto
oggi, per l’ANPI, Alvaro ce lo pre- il braccio, sorridentissimo. Lo avsenta. Si muove e guarda lento, viciniamo. È Gilberto Malvestuto,
come fuor di realtà. Ci regala i 89 anni, un uomo che ha fatto la
suoi libri: Onna anno 1000-6
storia della Resistenza in questi
aprile 2009 e Indagine su un masluoghi, ma non solo. Una vicenda
sacro - La strage nazista di Onna
e un carattere che meritano uno
con le foto inedite dell’eccidio scrit- spazio tutto loro, glielo riserviamo
to con Aldo Scimia. Sì, perché in un box dentro questo articolo.
questo stretto angolo d’Italia le ha Gilberto consegna la busta a
viste proprio tutte. 2/11 giugno Guerzoni: c’è dentro una foto
1944: i nazisti uccidono 14 innopreziosa. L’ingresso della Brigata
centi, nel quadro inquietante del
Majella nella Bologna liberata. Lui
loro agire vigliacco. Non solo. A
completare il macabro rituale, le è in prima fila. Un pezzo del mibombe che quasi radono al suolo glior tempo che l’Italia ha vissuto,
della migliore Italia grazie alla
il paese «che la ferocia degli uomini – così Alvaro Iovannitti in un quale oggi viviamo liberi e siamo
passaggio del suo intervento all’in- anche qui a poter parlare e fare
progetti di democrazia, futuro.
contro del pomeriggio – e un deCommozione, come non provarla.
stino crudele hanno voluto che nelMa oggi vedo anche tanti ragazzi,
l’arco di un sessantennio divenisse
magari mossi solo da curiosità per
due volte martire».
Come mi capita, credo sempre, l’ANPI, cosa sarà? penseranno; ma
inizio a sfogliare subito i libri. anche forse da un bisogno di darsi
Scorro alcune fotografie. Proces- da fare per e con valori puliti cui
sioni, feste, viette… Mi fermo su affidarsi per dare un senso ai protre giovanotti sorridenti negli anni pri giorni. Dicevo, una varia uma’50. Ci chiudo su gli occhi, per ri- nità, con competenze, capacità e
farmeli di un paese vivo. Istanti. passione. C’è per esempio Enzo
Un vociare intenso mi riporta ad Pelino, attivissimo lavoratore della
oggi. C’è un bel gruppo di perso- memoria nell’Associazione “Il
ne. Alvaro stringe contento le ma- sentiero della libertà” (www.ilsen8 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
tierodellaliberta.it) – con
sede nell’Istituto “E. Fermi” di Sulmona – la cui
attività centrale è appunto
quella di organizzare delle
marce sul sentiero (Sulmona, Campo di Giove,
Taranta Peligna, Casoli)
che attraversavano i prigionieri di guerra in fuga,
i perseguitati politici e i
giovani che volevano oltrepassare le linee per
unirsi agli alleati. Alla base
dell’iniziativa c’è una
grossa opera di ricerca
storiografica fatta non solo da professori ma anche
dagli studenti stessi. Sono
quei piccoli miracoli d’impegno sparsi qua e là per il
Paese di cui spesso si sa
poco. Un lavorare fuori
dalle luci della cronaca, ma che
preserva dalle ombre di mostri istituzionali e sociali antidemocratici.
Enzo è una buona notizia.
Ancora, lo storico degli storici
aquilani Alessandro Clementi, Antonio Rosini, che sta costituendo
l’ANPI ad Avezzano, Giuseppe Di
Iorio, presidente dell’Associazione
Nazionale “Brigata Majella”,
Gianni Cantelmi, veterano della
nostra associazione. Belle teste e
spiriti civili insomma. Qualcuno ad
un certo punto srotola una bandiera tricolore con al centro il logo
dell’ANPI. È il momento di deporre una corona sotto la lapide
che ricorda le vittime della strage
nazifascista del giugno 1944. Un
corteo silenzioso si muove tra macerie, tristezza, ma è palpabile anche un’ansia di futuro, di costruzione che non abbandona nessuno. A Luciano Guerzoni il compito di lasciare i fiori sotto la lapide.
Ma sono giunte le 15, bisogna far
presto, c’è il rischio solito di neve
e poi il freddo ci mette poco a
peggiorare. La Sala al pianterreno
della Casa è già piena. Prende la
parola Alvaro. Saluti di rito, ringraziamenti e una precisazione:
«lascio la relazione congressuale alla direzione nazionale giunta da
Roma». E così racconta di una
grande ripresa di interesse e iniziative a L’Aquila e provincia intorno
all’ANPI, annuncia che verrà presto realizzata una ricognizione di
tutti i percorsi della Resistenza in
questi luoghi e per concludere
non può non ricordare e ringraziare i «vecchi eroi, esempi luminosi di
amore per la Patria, di rettitudine
morale e di attaccamento agli
ideali liberatori dell’antifascismo e
della Resistenza». E giù applausi
sentitissimi. Parole, forse d’altre
epoche, ma che a sentirle così esaltate e esaltanti, viene la speranza di
poterle realmente rieditare in carne e ossa. Ecco l’ANPI, la sua forza. Meraviglia.
Quindi Guerzoni. Un sunto appassionato del Documento politico programmatico del Congresso,
le battaglie che ci aspettano, lavoro, libertà di informazione, contro
il razzismo e la xenofobia, per una
scuola non più fabbrica del precariato… Una grande sfida per la democrazia. Mi volto per osservare il
pubblico. Non per insistere, ma
c’è un’attenzione raramente còlta.
Si chiude l’incontro. Nel frattempo è arrivato anche Luca Prosperi,
del Comitato provinciale ANPI di
Pescara. Vuole conoscere e salutare i “colleghi” de L’Aquila. Stretta
di mano con Alvaro e una richiesta
accorata: «Dobbiamo coordinarci,
lavorare insieme!». C’è da crederlo.
Quindi, in macchina, ancora. Destinazione: Roma. Ma prima un
caffè. Una sigaretta. Silenzio.
Un’occasione per riflettere su
quanto si è vissuto.
Guerzoni: positivo, molto.
Liparoto: davvero. E poi a dire
sono gli occhi.
Tra macerie e futuro.
Prima sottotenente nell’esercito poi in montagna con i Troilo
Quando il carrista Gilberto
entrò a Bologna appena liberata
Gilberto Malvestuto (indicato dalla freccia)
se non fosse per le gambe che lo rallentano
e qualche acciacco, battaglierebbe ovunque.
89 anni, di Sulmona, ha un passato glorioso.
Sottotenente di complemento nel 31° Reggimento carristi di Siena, dopo l’8 settembre
1943, abbandonata la divisa da ufficiale, si
rifugia in una famiglia di contadini che gli
mette a disposizione degli abiti civili. Quindi,
la faticosa e avventurosa trafila di tanti come
lui. Lunghi cammini notturni, il sonno consumato nelle stalle, il terrore di incontrare pattuglie tedesche. Segnalato dai collaborazionisti dei nazisti per non aver risposto ai bandi repubblichini si arruola, col grado di tenente, nella leggendaria Brigata Majella di
Domenico e Ettore Troilo, decorata di Medaglia d’Oro al valor militare. Prende parte ai duri combattimenti in Romagna, sul Senio e sulla linea Gotica entrando
poi a Bologna all’alba del 21 aprile 1945 con le prime truppe liberatrici. In seguito tanti riconoscimenti, compreso il diploma d’onore, conferitogli da Sandro Pertini nel 1983, per
aver combattuto per la libertà dell’Italia.
Gilberto ha una forza d’animo straordinaria. Dopo Onna ho
deciso di chiamarlo per saperne di più e, diciamolo, perché
mi è rimasto notevolmente simpatico. «Mi commuovono
questi giovani che vogliono prendersi carico della Resistenza, sono con loro e lo sanno» esordisce al telefono. Lo sanno davvero, lo cercano per farsi raccontare di quell’Italia, e
lui ovviamente non si tira mai indietro. «Ultimamente mi
hanno contattato perché vogliono impegnarsi per l’ANPI di
Sulmona». D’altronde lui è un pilastro della memoria qui ed
uno degli ultimissimi superstiti della Majella. Ma Gilberto
non si limita a farsi testimone della Resistenza, delle battaglie, di quel coraggio incomparabile. L’attualità lo attanaglia.
«Sono intollerabili questi attacchi alla Costituzione» dichiara
amareggiato. E allora giù articoli sul quotidiano il Centro.
«Come leggo notizie contro la Carta e la democrazia mi metto a scrivere». E ultimamente ha inviato anche una lettera
alla senatrice Anna Finocchiaro. Va letto qualche passaggio.
➚
«…Mi rivolgo a Lei anche di fronte al riemergere di sentimenti antidemocratici che ripudiano la solidarietà umana, la
tolleranza e il reciproco rispetto fra i diversi e che promanano da ideologie totalitarie contro cui abbiamo combattuto
nella Resistenza e nella lotta di Liberazione nazionale. E noi
superstiti della Brigata Majella, Medaglia d’Oro al valor militare, anche se rimasti in pochi, continueremo a confermare
il nostro impegno perenne perché la libertà, matrice della
storia degli uomini liberi, non sia più avvilita da comportamenti di quanti vorrebbero riportare indietro la storia». Insomma Gilberto c’è, per fortuna. Vaga continuamente tra le
sue carte, come fanno spesso i suoi familiari che lo adorano: «un giorno ho trovato mio nipote in lacrime mentre
guardava una mia foto da giovane combattente nell’Enciclopedia della resistenza di Secchia» mi racconta. Ci lasciamo
al telefono con la promessa di non “perderci di vista” e la
sua di inviare un curriculum, e vari materiali storiografici.
Lo fa, come disperarne! Tra questi un articolo su di lui in
cui si racconta di quella mattina bolognese del 1945… una
ragazza lo vede da lontano e gli corre incontro stringendolo
e dicendogli: «Grazie tenente!».
Ecco caro Gilberto. Grazie. Di cuore.
A.L.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 9
Dibattito precongressuale
Il fare politica all’interno dell’ANPI
Il nostro Congresso
in un momento delicato
di Tiziano Tussi
Componente del Comitato
Nazionale ANPI
La difesa
della democrazia
e della libertà.
La nostra presenza
e la funzione di
Patria
l prossimo congresso nazionale a Torino cadrà in un momento politico
molto complicato e complesso. Al
momento in cui scrivo non si può ipotizzare con certezza lo scenario venturo ma
certamente i prossimi saranno mesi impegnativi.
Direi che due aspetti, che ci competono,
vengono ad essere interessati in modo
pertinente. Il primo riguarda la reiterata
questione che l’ANPI non è un partito
politico ma che dovrebbe fare sempre
più politica, nel senso più ampio del termine. Il secondo ha a che fare con il
nostro rapporto con le istituzioni.
Per il primo punto credo che anche la
discussione congressuale, tra le tante tematiche da trattare dovrebbe prendere in
visione la questione del fare politica della nostra Associazione. Non basta continuare a ripetere l’ovvietà che l’ANPI
non deve essere un partito politico, che è
una sottolineatura addirittura superflua,
occorre cercare di chiarire il significato
da dare alla nostra azione politica nel territorio.
Nuove sedi stanno aprendo ed in ogni
caso l’Associazione si configura, a livello
strutturale, come un partito politico old
style. Anzi la classicità della disposizione
del defunto PCI si riverbera nella nostra
struttura.
Le sedi locali, le province, ed ora, sem-
I
10 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
pre di più, le regioni sino a giungere al
livello nazionale, ricalcano la strutturazione di quel partito. Occorre continuare a sostenere ed a riempire di contenuti
politici questa struttura, che ancora tiene. Fare politica significa per noi proporre alla società italiana di trattare tematiche che sono sicuramente un portato
della storia dell’ANPI come democrazia,
libertà ed antifascismo, unite però a specifiche e precise campagne politiche di
contemporaneità, che attualizzino le nostre parole politiche di fondo.
Il tema della Costituzione, che tanto ci
sta a cuore, deve trovare un suo terreno
politico. Se, ad esempio, facciamo riferimento agli articoli fondamentali della
Carta Costituzionale, che riguardano il
lavoro, articoli 3 e 4, dovremmo essere
in grado di organizzare attività di supporto alla realizzazione di tali articoli.
Da soli o con le forze sindacali che volessero lavorare in quella direzione, con le
forze sociali, con i partiti che si dovessero dire d’accordo con tale spinta propositiva. Non basta richiamarsi ai valori per
noi fondanti, necessita aggiungere anche
il peso specifico di comportamenti moderni e contemporanei di attualizzazione
di queste problematiche, se vogliamo essere realistici.
Un altro tema importantissimo è la
scuola. Cosa portare avanti a livello di
proposta in questo settore. La scuola,
ambito nel quale molti iscritti alla nostra
Associazione, molti partigiani, ricercatori e storici frequentano per discutere con
i giovani studenti il periodo storico della
Resistenza. Anche su questo terreno dovremmo iniziare un lavoro significativo a
livello organizzativo e propositivo.
Un ultimo tema: l’informazione. Abbiamo un giornale mensile nazionale, giornali locali, un sito, libri in uscita continua dalle varie ANPI locali, la rete. Abbiamo già improntato due feste nazionali in tre anni. Ebbene, per ognuna di tali
questioni, ed in special modo per il giornale nazionale, dovremmo lavorarci attorno. Proporre dibattiti, incontri con
giornalisti democratici, sia della carta
stampata, sia della televisione, pubblica
e/o privata. Costruire rapporti
stabili. Scambi di presenza e di informazioni.
Insomma temi che ci prendono
ora e che dovremmo trattare con
piglio politico.
La seconda questione, il rapporto
con le istituzioni. Mi richiamo per
questo sempre a Giambattista Vico (1668-1744) che affermava che
l’autorità per essere autorevole deve essere piena di senso, di autorevolezza. Non basta essere un’autorità, occorre anche saperlo essere.
Emilio Ferretti, dell’ANPI Ancona, con i giovani delle scuole. In alto, una manifestazione del 25
aprile con i gonfaloni dell’ANPI in prima fila. In basso, un partigiano a colloquio con i giovani.
Un esempio che fa al caso nostro.
A Milano, a Forza nuova, il Comune, attraverso i suoi organi
competenti, ha trovato una sede,
non la prima, centralissima. Ad un
gruppo dichiaratamente fascista e
nazista il Comune di Milano, città
Medaglia d’Oro della Resistenza,
assegna una collocazione fisica di
tutto rispetto. È risaputo il doloroso sfratto che l’ANPI di Milano
ha dovuto sopportare, in qualche
modo sempre dal Comune, e il
parcheggio in una palazzina, sempre comunale, in attesa della costruzione della Casa della memo-
ria. Il tutto vissuto con pena da
parte dei nostri iscritti di Milano,
sfrattati da un palazzo occupato
sin dalla fine della Seconda guerra
mondiale. Mentre Forza nuova si
vede accogliere la richiesta di una
sistemazione centralissima, l’ANPI
deve sottostare ad una temporalità
imposta dal Comune ed a un suo
sfratto, seppur mitigato da disposizioni e sistemazioni temporanee.
Questo fa seguito all’alleanza che
nelle scorse elezioni l’attuale sindaco di Milano, Letizia Brichetto
in Moratti, aveva acceso con lo
stesso raggruppamento nazifascista. A seguire un suo intervento in
piazza Duomo per la ricorrenza
del 25 aprile, terminato al grido di
Viva la Resistenza, di fronte ad
una piazza che la fischiava, salvo
poi, dopo tre mesi fare giungere
alla nostra Associazione, la stessa
che l’aveva difesa dai fischi, la lettera di sfratto. Ed ora quest’altro
sfregio.
Certo, nella prossima primavera vi
saranno le elezioni amministrative
a Milano e tutti i voti hanno lo
stesso odore.
Ma l’ANPI non deve proprio mai
uscire dal suo britannico aplomb
ed entrare nella questione se l’istituzione in oggetto sia anche autorevole o no? Se sia piena di senso o
no? Ed in quale caso sia democratica oppure no? Quesito possibile
anche in altre situazioni, ad altri
livelli.
Ecco, di questi argomenti mi piacerebbe che il prossimo Congresso
discutesse. Sarebbe utile lo facesse
anche per cercar di riempire di
contenuti questo percorso attuale
chiamato la nuova stagione dell’ANPI.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 11
Politica
Berlusconi vince la sfida
ma ora deve governare
di Bruno Miserendino
La fiducia non basta,
e le emergenze
incombono.
Il rebus del premier:
come convincere
Casini
ad aiutarlo?
Gianfranco Fini e Silvio
Berlusconi.
ome hanno detto a caldo molti
deputati, nel giorno del giudizio,
Berlusconi ha vinto la sua prova di
debolezza. Dopo una tormentosa caccia
al voto di cui si sta interessando la magistratura, il premier ha ottenuto la fiducia
anche alla Camera e quindi resterà a Palazzo Chigi senza passare per le forche
caudine delle dimissioni obbligate. Era il
suo unico vero obiettivo, in questa complicata partita che ha paralizzato il Parlamento, e da questo punto di vista ha vinto la scommessa. Gli sconfitti sono Fini e
Casini. E in realtà anche Di Pietro che si
è visto sfilare due deputati dal nemico
numero uno. L’unico problema, per il
premier, è che di fatto guida un governo
di minoranza, che sarà esposto fin dai
prossimi passi al rischio di continue imboscate. Con tre voti di maggioranza
non si fanno riforme e non si governa
l’emergenza economica e sociale. Berlusconi ha vinto il braccio di ferro numerico ma resta al volante di una macchina
senza benzina. È anche difficile che possa fare rifornimento, allargando, come
ha detto al Senato, il fronte dei moderati. La due giorni parlamentare ha scavato
ancora di più il fossato che separa l’esercito del premier dalla pattuglia di Casini
e Fini e dopo quel che si è visto e detto,
l’impresa politica di rafforzare esecutivo
e maggioranza sembra fuori della porta-
C
12 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
ta del premier. Però Berlusconi è costretto a provarci. Perché anche Napolitano
ha chiesto “un governo solido” in grado
di affrontare le emergenze. E perché in
realtà il primo a temere le urne è proprio
il premier.
Che Berlusconi ci proverà a far cantare le
sue sirene lo si è capito, già durante il voto della Camera, dalle giravolte della Lega. Bossi, l’unico vero puntello del premier, si è spiegato a caldo alla sua maniera: «Così è un casino, si deve andare a
votare». Poi, per non rovinare la festa ha
fatto marcia indietro. Allargamento?
«Non c’è preclusione per l’Udc». Maroni ha sintetizzato: «Se si riesce ad allargare la maggioranza bene, se no urne».
Questa parziale disponibilità alle possibili manovre del dopo 14 dicembre è un
contentino che la Lega deve dare al premier, ben sapendo che Berlusconi non è
affatto convinto di andare alle elezioni
anticipate. Nonostante le minacci, preferisce attuare la filosofia andreottiana: «tirare a campare è meglio che tirare le
cuoia». Insomma, resistere a tutti i costi.
Nella migliore delle ipotesi tentando di
coinvolgere Casini, nella peggiore sperando nella sua benevolenza e in qualche
altro “acquisto” nei passaggi parlamentari più difficili. Poi si vedrà.
E il Paese, con tutte le sue emergenze?
Distantissimo. Quasi plasticamente, nelle
ore in cui Berlusconi incassava la fiducia
di tre voti, gli studenti assediavano il
Parlamento (e purtroppo arrivavano,
puntuali, anche i black block), e Bankitalia comunicava dati semplici e crudi: le
entrate fiscali sono diminuite e il debito
pubblico tocca un nuovo record. Se si
pensa che il Pil cresce meno della media
Ue, che la disoccupazione è altissima, e
che fra pochi giorni l’Europa potrebbe
chiedere sacrifici duri ai Paesi con alto
debito pubblico (come l’Italia), si capisce quel che servirebbe e quel che invece
non c’è. Non ci sarà un esecutivo di
transizione affidato ad una alta personalità istituzionale o indipendente, perché
il doppio voto del 14 dicembre ha segato le gambe a ogni ipotesi di questo tipo,
non c’è un governo autorevole che può
andare avanti con la forza dei numeri. E in questo tramonto che
non diventa mai sera, non c’è
nemmeno un’alternativa pronta,
perché il fronte Pd-Idv più Vendola non sembra ancora avere i consensi sufficienti a sconfiggere politicamente ed elettoralmente Berlusconi.
In questo pantano dei destini incrociati, oltre all’Italia, rischiano
tutti i protagonisti in campo. Prima di tutto il premier. Non mollerà mai, ma il succo è che una stagione politica si è chiusa: aveva
cento deputati di vantaggio, adesso ne ha tre, oltretutto racimolati
con una campagna acquisti che ha
segnato una delle pagine più nere
del Parlamento. Dicono che tutti i
suoi sogni siano in due flash: lui
che va alle urne e sbaraglia tutti, e
poi che si fa eleggere Capo dello
Stato, al posto di Napolitano. Più
realisticamente inizia per lui una
partita complicata su un terreno di
gioco, quello della trattativa politica, che non gli è congeniale. Per
resistere, deve rinforzare governo
e maggioranza. Ha bisogno come
il pane di altri pezzi di Futuro e
Libertà e soprattutto di Casini.
Deve staccarlo da Fini, uccidendo
sul nascere il Terzo Polo. La vittoria numerica del 14 dicembre dà al
premier un vantaggio psicologico,
ma per imbarcare l’Udc Berlusconi deve offrire cose concrete: innanzitutto una nuova legge elettorale. Soprattutto non può far salire
Casini come ruota di scorta, deve
rinunciare all’asse privilegiato con
la Lega. Sono due terreni molto
scivolosi, e dipenderà da quanto
Bossi è disposto a concedere. In
realtà poco, anche se formalmente
alla Lega interessa solo che vada
avanti il federalismo. Tanto per cominciare, sul tema l’Udc ha idee
molto diverse. Quanto alla legge
elettorale Berlusconi e Bossi le sono molto affezionati, la potrebbero al massimo ritoccare e questo
non basta a Casini. Insomma, per
governare un processo così complicato servirebbe un premier politicamente molto forte, ma non lo
è. L’unica possibilità, secondo
l’Udc, è che Berlusconi si dimetta,
e faccia un governo tutto nuovo
con una crisi pilotata. Lui, a caldo,
ha fatto una cautissima apertura a
questa possibilità. Ma è chiaro che
non si fida. E poi, che novità sarebbe se il premier resta lui?
D’altra parte sembra difficile che
Casini si lasci ammaliare dalle sirene berlusconiane, perché questo
contraddirebbe la politica degli ultimi anni. È stato all’opposizione
con Prodi e lo è stato con Berlusconi, ha impostato con Fini e Rutelli il cosiddetto Terzo polo che è
accreditato di un consenso che
oscilla tra il 12 e il 18%. Perché
disperdere il “tesoretto” per un
piatto di lenticchie? Non a caso
subito dopo il voto della Camera
Casini ha fatto sapere che in caso
di voto anticipato lui non andrà né
col Pdl né col Pd. Insomma, è
pronto a dare una mano al gover-
vero la creatura del Presidente della Camera. La votazione di Montecitorio ha fatto vedere che il
gruppo non è monolitico. Oltretutto se si andrà a votare con questa legge elettorale, il Terzo polo
potrebbe solo puntare a fare da
ago della bilancia al Senato. Se rivincesse Berlusconi, Fini potrebbe
uscire di scena.
Rischiano, ovviamente, anche
l’opposizione di centrosinistra e
Bersani. Il successo della manifestazione di Roma ha dato al leader
del Pd solo una piccola boccata
d’ossigeno, ma i problemi sono
tutti lì. Il governo di transizione,
che doveva servire a far decantare
la stagione berlusconiana e governare l’emergenza, non ci sarà. E
Un corteo del 14 dicembre scorso.
no e vedere le carte di Berlusconi,
ma non allargherà il Pdl.
Nel gioco dei destini incrociati anche Fini ha come unico orizzonte
il Terzo polo. Tecnicamente è lui
che rischia più di tutti. Ha perso il
braccio di ferro. Durante il voto
già saliva il pressing del Pdl perché
si dimettesse da Presidente della
Camera, e non è escluso che alla
fine lui ceda la carica per sentirsi
più libero. Ma non lo farà certo
per riconciliarsi con Berlusconi.
Punterà a marcare la differenza tra
la sua destra, europea e legalitaria,
contro quella istituzionalmente
avventuristica e populistica del
premier. Il problema è che questa
strategia è monca e ha davanti diversi ostacoli. Non si sa quanto sia
forte l’idea del Terzo polo, non è
chiaro quanto sia fermo l’asse con
Casini, non si sa quanto vale dav-
all’orizzonte non c’è alcuna ampia
coalizione antiberlusconiana, ma
solo un fronte Pd, Idv più Vendola, che sta stretto ai democratici e
che nei sondaggi è ancora sotto di
qualche punto a quello del premier più Bossi. Se si va alle elezioni il centrosinistra rischia di essere
diviso più che unito dalle primarie
e Bersani ha davanti a sé l’insidia
Vendola. Che infatti è il più contento del risultato del 14: vede le
elezioni anticipate e prima si fanno, più lui ha probabilità di essere
candidato leader.
Si aspettano mesi difficili. Con
tante mosse e tante finte nel Palazzo. Con tanti problemi veri per gli
italiani. Napolitano è giustamente
preoccupato. Se in questo pantano
il Paese riuscirà a governare le
emergenze sarà un miracolo. E
non sarà merito di Berlusconi.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 13
Attualità
Negli ultimi anni una dolorosa emorragia
Sono più di un milione
i giovani scappati dall’Italia
di Mattia Settimelli
Dice l’Istat
che da noi
quasi il 30% di loro
è disoccupato.
Verso l’Inghilterra,
la Francia,
la Spagna, gli Stati
Uniti e l’Australia.
L’aumento
esponenziale
degli anziani
numeri parlano chiaro: circa il 29,2%
(fonte Istat, quindi i numeri reali sono
probabilmente più alti) dei “giovani”
sotto i 40 anni è disoccupato, in Italia. E
più della metà di questa percentuale è laureata o ha un dottorato di ricerca. I dati
sono aggiornati all’ottobre 2010.
Ovviamente la percentuale arriva a punte
di 36% circa in regioni come la Calabria o
la Sardegna, purtroppo tristemente arretrate in fatto di opportunità, mobilità sociale e infrastrutture. Ma anche il centro e
il nord della penisola non stanno certo a
guardare, soprattutto le grandi città come
Roma, Torino, Milano e Firenze.
Per quanto riguarda l’emigrazione, l’Istat
e i Ministeri dell’Interno e degli Esteri non
forniscono ufficialmente dati, si dicono
“impossibilitati” per mancanza di numeri
certi. Forse questi enti governativi hanno
paura di tali numeri, in quanto specchio
evidente del fallimento politico, sociale ed
economico di un Paese un tempo ritenuto
epicentro mondiale della cultura e dell’arte. E già… fallimento.
Non serve qui elencare cosa non va nel nostro Paese, perché è evidente e se ne parla
anche troppo, invece di porvi rimedio.
Concentriamoci piuttosto sul fenomeno
emigrazione che ne deriva: anche se non
ufficiali (e in parte l’Istat ha ragione sulla
mancanza di raffronti sicuri, visto che almeno il 50% di chi lascia il
Belpaese non si registra all’Aire, l’Associazione Italiani
Residenti all’Estero, fonte
sondaggio Demos-Eurisko/la
Repubblica) le cifre sono impressionanti: sembra che negli
ultimi anni più di 1 milione di
ragazzi abbia lasciato il Paese.
Le mete preferite sono Inghilterra, Francia e Spagna, ma
anche Australia (a sorpresa in
crescita esponenziale, forse
per il bellissimo paesaggio e il
clima), Irlanda, Stati Uniti,
Sudamerica.
Il problema dell’iscrizione all’Aire dipende da diversi fattori: il principale è che se ne
ignora l’esistenza, perché non
c’è alcuna informazione da
parte di chi di dovere, forse per
gli stessi motivi di cui sopra.
I
14 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
Poi c’è il fattore mobilità continua: molti
di questi emigranti si spostano di continuo, con contratti a termine o stagionali e
quindi non si registra in nessun posto in
cui si ferma.
Infine, credo, conti molto anche il fattore
libertà e anonimato. Si vuole un po’ far
perdere le proprie tracce, fuggire da un
Paese e spesso da famiglie opprimenti e
dalla mentalità chiusa e arretrata. Un fatto
è però certo: non si emigra più per necessità, come nel secolo scorso. Si parte per
cercare un futuro migliore, per fare il lavoro per cui ci si è preparati tutta una vita,
per vivere serenamente le proprie scelte
sessuali, comportamentali e sociali.
Dovunque c’è di base molto più rispetto
per le scelte individuali, c’è meno omologazione e meno chiusura mentale. Inoltre,
a causa del nostro ormai fallace sistema
contributivo, anche chi lavora è conscio
del fatto che i propri contributi spesso non
verranno versati come dovrebbero, a volte
non verranno versati affatto, grazie a leggi
e leggine fatte ad uso e consumo di caste e
potentati. Quindi piuttosto di lavorare come muli senza venir neanche ricompensati
e gratificati, si parte per luoghi dove il lavoro è ben retribuito e il sistema previdenziale funziona a tutti i livelli e non solo per
i pensionati d’oro.
A questo proposito c’è da dire che l’età media degli italiani non aiuta affatto, anzi, fa
da zavorra, essendo uno dei Paesi più anziani d’Europa e del mondo. È perciò scontato che ci sia poca attenzione alle tematiche giovanili. Spesso il giovane nel nostro
Paese è citato solo per le famose stragi del
sabato sera, per la droga, per i comportamenti apparentemente sfrontati, l’osare divertirsi. Si ghettizza un’età sacrosanta per la
formazione dell’individuo, anche con tutti i
suoi eccessi, che poi molto frequentemente
vengono erroneamente enfatizzati.
Ad esempio scorrendo i dati dei sinistri
stradali, si scopre che la maggioranza degli
incidenti sulle nostre strade è causata da
individui sopra i 40 anni e per motivi di velocità e guida in stato di ebbrezza. Ovviamente, però, fa più notizia una categoria
come quella dei giovani sbandati o degli
stranieri o dei diversi. Questo è il mondo
dei media e purtroppo molti ci cascano e si
fanno abbindolare da questo qualunquismo imperante.
Ma confinare intere generazioni in
sottoclassi sociali o peggio delle categorie definite “a rischio” è molto
pericoloso. Innanzitutto perché i
più se ne vanno, lasciando il Paese
sempre più vecchio, arretrato, immobile e straniero (anche se è proprio grazie a quest’ultimo gruppo
che ancora siamo a galla). Quelli che
rimangono, diventano sempre più
insofferenti, violenti, frustrati e dai
comportamenti antisociali. Infine si
crea un pericoloso clima di scontro
generazionale. È evidente, le continue tragedie e violenze efferate lo
confermano.
Non si pensi, tuttavia, che questo
grande esodo sia indolore, anche
per chi lo compie. Nonostante le
nuove tecnologie consentano a tutti
di tenersi in stretto contatto con i
propri affetti, rimane sempre l’amarezza di non poter stare insieme ai
propri amici, parenti e vivere nel
Paese in cui si è nati. Manca quindi
un senso di appartenenza che, vedremo più avanti, è alla base del nostro non saper fare gruppo, quando
ci proponiamo in Paesi esteri.
Ci si sente cacciati dal proprio Paese
natìo. Espulsi, solo per non voler
chinar la testa. Sul web questo risentimento è sempre più evidente, crescente, digitando su Google “emigrazione giovanile” ci si imbatte in
centinaia di migliaia di discussioni
accesissime, tra chi rimane e combatte e chi preferisce vivere la propria vita, altrove. Ma quasi tutti sono in bilico fra le due posizioni e
questa è una lucida speranza.
Tutti concordano su una sorta di risentimento verso i sessantottini,
molti ora al potere, altri ormai imborghesiti, che, a detta dei più, non
hanno fatto abbastanza, a loro tempo. Anzi, molti ritengono che una
rivoluzione incompiuta, lasciata a
metà, abbia fatto peggio, causando
una restaurazione ancora più severa.
Come è avvenuto in molti Paesi europei e non, bisognava arrivare fino
in fondo, anche a costo di superare
il limite della civiltà, anche sporcandosi le mani in tanti, tutti, non solo
alcuni, come è successo da noi. La
rivoluzione o si fa o non si fa.
Invece, un po’ per ovvia paura delle
conseguenze, un po’ forse per mancanza di numeri e capacità, molte
lotte sono state lasciate a metà e
questo ha causato una forma di lenta ritorsione, un conservatorismo di
Universitari riuniti in assemblea.
rientro che, pian piano, con il passaggio di consegne dalla Dc al socialismo e infine al berlusconismo, è
sfociato nella melma giuridica, politica e sociale in cui siamo oggi.
In tutto questo, purtroppo, è mancata sicuramente una cosa: la sinistra. Una classe politica capace, fresca e dinamica, che lottasse negli interessi di quella parte del Paese che
non voleva rassegnarsi.
Questo è quello che emerge dalle
discussioni in giro per la rete.
Ma torniamo al tema centrale.
È giusto abbandonare tutto pur di
vivere appieno la propria vita e sentirsi appagati, realizzati e soprattutto
felici?
O piuttosto bisognerebbe lottare a
testa bassa, ingoiando tutto, accettando tutto e trovandosi magari poi
vecchi, infelici e, forse, con troppi
rimpianti e pochi rimorsi, senza aver
cambiato neanche nulla?
Probabilmente, come sempre, la verità sta nel mezzo.
C’è anche chi dice, che, sì, 1 milione di persone emigranti sono tante,
ma ciò vuol dire che almeno 10 milioni sotto i 40 anni accetta buono
buono quello che accade, o meglio,
che non accade. Purtroppo è così:
tanti sono accecati, intorpiditi, alcuni la pensano, non si sa perché, come chi è al comando, molti sono
rassegnati. Infine una percentuale
altissima ha rinunciato a trovare lavoro e a studiare e si annida nelle
crepe della criminalità, dell’inedia,
della pigrizia e della sofferenza.
Sicuramente un Paese che tollera ed
anzi incentiva questo comportamento passivo e inerte, è un Paese
profondamente marcio, colpevole,
morente, assassino.
Ci sono tantissimi cervelli in fuga,
talenti che riporterebbero l’Italia ai
vertici mondiali, come, l’ultima vol-
ta, nel Rinascimento. Eh già, è da
allora che non siamo influenti in
maniera massiva sullo scacchiere internazionale.
No, non pensate a Matteotti, Olivetti, Agnelli. Grandi personaggi,
ma non un sistema Paese. Casi isolati, come il nostro Paese è solito fare.
E questo, purtroppo, è un fattore
che non dipende dalla politica, ma
dalla genetica, dal Dna italiano: il
non sapere o non volere fare gruppo, fare associazione. Da noi si fanno le lobbies solo quando sono
massoniche.
Tuttavia, in questo, forse il vento sta
gradualmente cambiando: sono
sempre di più i giovani italiani imprenditori che si associano, che creano spin-off universitari, che creano
reti sociali (grazie anche ai nuovi
media) per produrre innovazione di
vario tipo.
Alcuni rientrano, altri no.
Anche chi scrive, fa parte di questa
fronda di imprenditori girovaghi.
Ma posso dire, che non tutto è perduto.
Molti scelgono di stare con i piedi in
due staffe e mentre si creano opportunità all’estero, continuano a dare
una mano a chi rimane e a lottare
per il cambiamento, al loro fianco.
Certo non è semplice la vita dell’expat (così vengono chiamati oggi i
nuovi emigranti), non ha una casa
fissa, è sempre con la valigia pronta,
stringe amicizie e amori che è poi
costretto a mantenere più che altro
attraverso Internet, non si sente mai
a casa veramente da nessuna parte.
Zingari moderni, nomadi digitali,
pendolari emozionali.
Perché pagare un prezzo così alto?
Direte voi.
Per i soli tre motivi per i quali valga
davvero la pena pagarlo: libertà, felicità, realizzazione.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 15
Personaggi
I protagonosti sbruffoni, eroici, vigliacchi e umanissimi
Quel gran cinema di Monicelli
straordinario specchio dell’Italia
di Serena D’Arbela
Da La grande guerra
a Brancaleone.
Un maestro
pieno di sensibilità
e di impegno civile.
Ridere e piangere
sui nostri difetti
e le nostre virtù.
Contro l’assurdità
della guerra
Alberto Sordi in Il Marchese del Grillo nelle vesti di Gasperino il carbonaro. In alto, il maestro
Monicelli.
antando “Bella ciao” e “Branca,
Branca, Branca”, il ritornello dell’Armata Brancaleone, la gente del
quartiere ha dato l’addio affettuoso a
Mario Monicelli. Era il rione Monti a cui
di recente aveva dedicato un bel documentario (Vicino al Colosseo c’è Monti).
L’esempio di libertà e silenzio che ci ha
dato la sua scelta finale completa l’immagine di questo regista che ha saputo
scherzare seriamente sui mali della nostra
epoca e di sempre. Dietro lo sguardo ironico e tagliente che lo ha guidato nella
descrizione del costume e dei comportamenti umani, c’è sempre stata tutta la sua
coerenza civile. Monicelli era un uomo
modesto, rispettoso della persona umana
e questo lo ha portato anche a riaffermare
in concreto il diritto di decidere della propria fine, “il diritto personale di uscita”.
Se penso a questo maestro della Commedia all’italiana nel cinema, più che novantenne, già da anni presente e impegnato
da intellettuale militante e da cittadino
agli appuntamenti di lotta democratica
del nostro Paese, mi viene in mente la parola coraggio. Lo stesso che vediamo nel
suo protagonista, l’antieroe del film La
Grande Guerra (Vittorio Gassman) che,
nel momento estremo, pur minacciato di
fucilazione dai tedeschi, se non fa la spiata sul ponte di barche italiano, sbotta in
faccia all’altezzoso ufficiale: «No, non
glielo dico mica, faccia di merda!». Rivedetevi questo film bellissimo
che è una sintesi dolorosa
della guerra 1915-’18 e una
denuncia della insensatezza
bellica.
Monicelli aveva detto chiaro
e tondo di non sopportare la
retorica delle esequie e dei
discorsi istituzionali. Avrebbe preferito essere sepolto
sotto una duna del deserto
piuttosto che sotto una lastra
del Campidoglio. Così il tributo affettuoso del suo rione
con la musica che lui amava,
ha preceduto la cerimonia
anch’essa toccante degli addetti ai lavori alla Casa del
Cinema.
C
16 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
Ma parliamo dell’autore che si autodefinisce “artigiano” di una commedia graffiante, leggera solo in apparenza, dal fondo severo e morale. Situazioni e personaggi sono drammatici e grotteschi. L’ilarità, mai fine a se stessa, li attraversa con
un sapore amaro. Vi si ricava una lezione,
si tratti di brani di vita o di storia, che
compongono tante pagine filmiche significative. Monicelli era spiritualmente giovane e non perdeva il passo col mondo,
ma univa a questa disponibilità una dirittura morale da vecchi tempi. I suoi film
dietro all’abilità demistificante del costume contemporaneo e dei vizi degli italiani, della superficialità, dell’affarismo, dell’ipocrisia e dell’egoismo, svelano un osservatore che non perdona. La vita e l’esperienza sono un taccuino sul quale non
smette di prendere appunti. «Senza la fame, morte, malattia e miseria – sostiene –
noi non potremmo far ridere in Italia». La
risata finisce quando in un suo film già citato si ascoltano le parole di un soldato in
trincea: «Son secoli che la gente si scanna
con la guerra e non è mai servito a niente».
Monicelli vuole che il pubblico rifletta su
ogni cosa. Il riso è un antidoto alla depressione ma anche una chiave di lettura
di ingiustizie, sopraffazioni, mali sociali.
Gli esempi sono nella Storia, antica e recente, e nella vita quotidiana.
Anche capolavori come L’armata Brancaleone (1966), divertente e grottesco
(forse tra le sue opere preferite) irride e
descrive con ironia volterriana l’assurdo
susseguirsi e capovolgersi delle guerre. Il
tema dello spirito cavalleresco e dell’arte
di arrangiarsi gli consente di dar libero
sfogo alla sua toscanità scanzonata e laica.
Nel disordinato alternarsi di armi scassate
e di buffe imprese fasulle, si adombra un
compendio delle morti e battaglie inutili,
un apologo delle sconfitte. Un Medioevo
inventato ma verosimile e sempre attuale,
dominato dalla pomposità e impreparazione dei condottieri, dal servilismo dei
gregari, dal giostrare di cavalieri visionari,
scherani infidi, ambigui riscattatori del
Santo Sepolcro.
La lingua maccheronica, dove poesia e
volgare si contaminano, riassume quelle
di tanti invasori delle terre italiche e sma-
schera la vanità della parola in un
contesto burlesco di concioni e
smargiassate.
Personaggio indimenticabile quello
del prode Brancaleone da Norcia,
cavaliere squattrinato e visionario
(Vittorio Gassman) in viaggio verso il castello predato di Aurocastro
in Puglia, come anche quelli dell’infido bizantino Teofilatto dei
Leonzi (Gian Maria Volonté), del
monaco Zenone (Enrico Maria Salerno) e molte altre figure di un
teatro immaginario e insieme riconoscibile.
De La Grande Guerra (1) del 1959
abbiamo già accennato. I protagonisti Oreste Jacovacci, romano (Alberto Sordi) e Giovanni Busacca,
milanese (Vittorio Gassman) chiamati alle armi nella Prima guerra
mondiale, sono uomini qualunque,
senza ideali, che vivono alla giornata e cercano di scampare alla guerra
con ogni tipo di sotterfugio. Due
persone mediocri, l’uno un imboscato un po’ vile, l’altro litigioso e
sbruffone, eppure capaci in modi
diversi di un atto finale di dignità e
di eroismo.
Troppi sarebbero i titoli da citare
realizzati da Monicelli con sottile e
burlesca sapienza. Ne ricordiamo
alcuni.
Tra quelli degli anni ’50 in collaborazione con Steno in cui si scoprono, dietro la comicità, realtà scottanti come la povertà e la disoccupazione: Guardie e ladri (1951),
con un umanissimo Aldo Fabrizi
commissario indulgente e Totò ladro malinconico e I soliti ignoti
(1958), dramma all’interno della
buffoneria, con l’impagabile squadra di ladruncoli goffi e imbranati
predestinati alla galera, metafora
degli opposti farseschi della vita.
Un eroe del nostro tempo (1955) è il
ritratto sferzante di un piccolo borghese conformista.
Degli anni ’70 Vogliamo i colonnelli (1973), commedia grottesca di
attualità politica, sempre valida.
Ispirata al fallito golpe del colonnello Junio Valerio Borghese ex comandante fascista della Decima
Mas, con un bravissimo Ugo Tognazzi nelle vesti dell’ufficiale dell’esercito in pensione Giuseppe Tritoni, ci mostra le trame nere dell’estrema destra. Costui divenuto parlamentare cospira per una svolta
autoritaria dello Stato. Il film segue
Monicelli con Gassman e Sordi sul set de La Grande Guerra. In basso, Gassman nelle vesti
di Brancaleone.
lo svolgersi dei preparativi abborracciati e rocamboleschi del colpo
di stato che, scoperto quasi casualmente, non si attua, ma svela un
governo altrettanto impreparato.
Un borghese piccolo piccolo (1977),
storia della vendetta privata di un
impiegato dove emerge il cambiamento socio-politico di quegli anni, caratterizzato dalla corruzione e
dalla violenza che contagiano il
Paese. Il protagonista, ancora Alberto Sordi, costretto ad iscriversi
ad una loggia massonica per far assumere il figlio, è in qualche modo
specchio dell’italiano medio egoista. Disperato e rabbioso e abbandonato dalle istituzioni quando il
giovane viene ucciso da un rapinatore, si fa giustizia da sé e continua
indisturbato una vita normale.
Negli anni ’80 Il Marchese del Grillo (1981), satira della Roma papalina di Pio VII del primo ’800, malavitosa e libertina. Attraverso le gesta capricciose dell’omonimo marchese, burlone e reazionario, si
squarcia il velo sul potere temporale della Chiesa, sulle sue ombre fit-
te in cui regnano il malcostume, lo
strapotere e l’antisemitismo di aristocratici, papi e clero. Amici miei
(1982) è invece una rivisitazione ridanciana di memorie goliardiche.
Qui impazzano il gioco e l’evasione
un po’ cinica dei vitelloni che sfociano infine in malinconia. Efficace
il veleno di Parenti serpenti (1992),
occhiata impietosa sulla degenerazione etica del nostro tempo, dominato dal denaro anche all’interno della famiglia. Ricordiamo Le
rose del deserto (2006), un racconto
dallo sfondo di pungente antimilitarismo, che ripropone le immagini
della lontana avventura mussoliniana d’Africa (Monicelli conobbe
luoghi e persone, come aiuto di
Augusto Genina nel 1936, girando
Lo squadrone bianco).
Nella sfilata azzeccata di tipi e
mentalità italiche, c’è di tutto, ilarità, ignoranza, sofferenza, coraggio
sotto lo sguardo beffardo del regista. Non mancano le macchiette
dei generali come il buffonesco ma
credibile Pederzoli, detto Rombo
(Tatti Sanguineti), della categoria
di inetti pericolosi, fascisti e no,
propensi a far carriera grazie alla
carne da cannone.
Sarebbe lungo il discorso sulla carriera di Monicelli così fitta e stimolante, sulla sua apertura ai giovani,
ma resta la testimonianza dei suoi
film. L’uomo, sempre fedele al suo
stile canzonatorio e combattivo se
ne è andato via, ma la sua opera
rimane. E noi speriamo di gustarla
e ristudiarla presto sui grandi e piccoli schermi.
1) Leone d’oro ex aequo (con Il generale della Rovere) alla 24 a Mostra
internazionale cinematografica di
Venezia.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 17
A Palermo celebrato il 150° dell’Unità d’Italia
Il 3 dicembre, a Villa Zito - Fondazione Banco di Sicilia
si è svolto un convegno, promosso dall’ANPI provinciale,
su “La lotta di Liberazione e la Repubblica” e
“La questione meridionale e la Sicilia” coordinato da
Pino Lo Bello che ha letto un messaggio del presidente
Nazionale dell’ANPI Raimondo Ricci.
Ha portato il suo saluto il Partigiano “Otello”.
Dopo la lettura della Lectio Magistralis
“Dal 1° al 2° Risorgimento” del prof. Umberto Carpi,
docente di letteraturta italiana all’Università di Pisa
sono intervenuti: Ottavio Terranova, presidente dell’ANPI
di Palermo, il dott. Antonio Ingroia, magistrato,
il prof. Giuseppe Carlo Marino, docente di storia
contemporanea all’Università di Palermo
e il prof. Ivano Artioli del Comitato Nazionale ANPI.
Nel corso del Convegno, al giudice Antonio Ingroia,
Procuratore aggiunto del capoluogo siciliano,
è stata consegnata la tessera ad honorem dell’ANPI
con questa motivazione:
«Per la sua attenta e instancabile lotta
per l’affermazione della giustizia
e per far della Costituzione
la carta vera di tutti gli italiani».
CAMPAGNA ABBONAMENTI 2011
Non abbiamo mai detto ABBONATEVI A
che Patria debba essere
solo il TUO giornale.
È il giornale di TUTTI
i Resistenti, gli amici
e gli ex combattenti.
Vi troverai le TUE idee
ma tollererai anche
quelle degli ALTRI che,
come te, onorano la Resistenza, sostengono la Repubblica,
praticano la democrazia. Solo questa unità
potrà far camminare l’Italia verso il progresso.
18 l patria indipendente l 19 dicembre 2008
Abbonamenti
• Annuo € 25,00 (estero € 40,00)
• Sostenitore da € 45,00 in su
Arretrati: € 5,00 a copia
Versamento sul c/c
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intestato a:
«Patria indipendente»
Via degli Scipioni, 271
00192 Roma
Occhio alla scadenza!
30/04/2010
Mario Rossi
Via della Libertà, 10
00100 Roma
Storia
Un documentario sugli IMI dell’ANPI di Viterbo
Così gli aguzzini nazisti
uccisero il generale Trionfi
di Giuliano Calisti
Questa è la trascrizione ridotta di una videointervista a Maria Trionfi fatta per l’ANPI di Viterbo nell’ambito della realizzazione di un documentario
sulle vicende degli IMI (Internati Militari Italiani) che sarà basato su testimonianze dirette ed indirette. Un tassello importante nella Storia delle
Resistenze arricchito da una testimonianza toccante sugli affetti spezzati
dalla guerra. (Foto: gentile concessione Maria Trionfi)
La famosa
“marcia della morte”
in Polonia, durante
la ritirata tedesca.
Il rientro dei resti
in Italia
senza gli onori
militari
Gli occhiali del Gen. Alberto Trionfi.
ell’ottobre scorso ho intervistato
Maria Trionfi, la figlia del Gen.
Alberto Trionfi, uno dei 650mila
soldati italiani, che la codardia dei Savoia
e la follia di Mussolini, abbandonarono
nelle mani dei nazisti dopo l’8 settembre
del 1943.
Ci diamo appuntamento presso la sede
dell’ANEI (Associazione Nazionale Ex
Internati) a Roma, e verso le 11 di un
mattino di un’ottobrata romana, ci conosciamo; Maria è accompagnata dal
marito Boris, un signore di origine Serba, dai modi gentili e dallo sguardo penetrante.
Si decide subito di darci tutti del tu, ed
in un’atmosfera informale e rilassata io
monto l’attrezzatura ed iniziamo l’intervista, che verrà inserita nel documentario
sugli Internati Militari Italiani che
realizzerà l’ANPI
di Viterbo.
Maria mi colpisce
subito per la sua
dolcezza, accompagnata da una
grande fermezza
nel raccontare e ricordare i fatti
drammatici relativi
alla vita del padre,
che chiama ancora
teneramente “papà”. Ricordiamo i
momenti altrettanto intensi da lei vissuti nell’immediato
dopoguerra, quando avvenne, per lei
e per i suoi familiari, la presa di co-
N
scienza della tragica e allo stesso tempo
eroica, morte del padre, resa ancor più
dura da una errata e precedente comunicazione proveniente dall’ambasciata d’Italia a Mosca, che comunicava che il Generale era tra i sopravvissuti.
Questa è la storia dell’alto ufficiale. Il
Gen. Trionfi, era al comando della base
di Navarino in Grecia durante l’ultima
guerra, per poi essere deportato il Polonia, a Shokken, dopo l’8 settembre del
1943. Lì, in un campo di soli generali ed
ammiragli, lager 64/Z, subirà le privazioni e le minacce nel campo di concentramento, ma resisterà alle subdole offerte di collaborazione da parte degli aguzzini nazisti, come farà la gran parte dei
nostri militari italiani. Il suo alto spessore morale gli conferirà una volontà incrollabile, che lo porterà a rifiutare ogni
collaborazione con il nazifascismo, rinunciando così a quella libertà che lo
avrebbe portato a riabbracciare i propri
cari. Insieme ad altri generali verrà tradotto al seguito dei suoi aguzzini in ritirata, in condizioni durissime, sino ad una
marcia massacrante nota come “marcia
della morte”, durante la quale il Gen.
Trionfi sarà uno degli italiani che verranno assassinati lungo la strada.
Maria mi racconta delle sue ricerche in
Polonia, dei contatti con Simon Wiesenthal, della scoperta di un testimone oculare (Jan Witka) dell’assassinio del padre.
Mi parla della sepoltura decorosa e quasi
amorevole che i contadini polacchi gli
avevano riservato. Mi racconta con intensa lucidità del ritorno delle spoglie
del padre nel 1956 al porto di Ancona, a
bordo del mercantile russo “Argun”. Al
Capitano della nave ed alla moglie che
viaggiava con lui, vennero regalati dei
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 19
politico dell’epoca e la
guerra fredda, non
vennero autorizzati i
funerali “pubblici” dal
governo dell’epoca.
Così Maria ricorda
quei momenti intensi:
«C’erano dei fiori freschi sulla cassetta che
conteneva i resti di
mio padre; ad attendere c’era un ambulanza, mia madre, mio
fratello ed io. L’ambulanza ha preso la cassetta e se ne è andata a
tutta velocità. Noi siamo andati a comprare
dei fiori da portare alla moglie del capitano
e poi abbiamo dovuto
prendere un taxi per
andare al cimitero dove la cassetta è stata
deposta nella cappella.
Un documento tedesco con la foto del Gen. Trionfi.
E lì è rimasta per tre
mesi».
fiori, mentre tutto l’equipaggio Alla fine, Maria mi ha mostrato
era schierato sul ponte della nave e delle teche che ha portato apposisull’attenti. A causa del coinvolgi- tamente, contenenti delle lettere
mento dell’Unione Sovietica nel del padre dal campo di prigionia,
rimpatrio della salma, visto il clima delle foto, nonché le mostrine da
20 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
Generale e gli occhiali del padre:
oggetti ritrovati nella sepoltura.
Sono rimasto molto turbato e
commosso specie nel vedere le
mostrine, davanti alle quali chissà
quanti giovani saranno scattati sull’attenti, per le quali tanti giovani
si saranno sacrificati per un Re che
poi li tradì, per le quali tanti soldati ed ufficiali si son sacrificati dopo
l’8 settembre perché in quelle mostrine, vedevano già i simboli di
un’Italia nuova, e dissero “no” al
nazifascismo.
E poi quegli occhiali, quasi un prolungamento del corpo, come degli
occhi attraverso i quali il Generale
vide la guerra dell’Italia, la caduta,
la prigionia, l’odio dei nazifascisti,
la follia, fino all’assassinio e alla
morte: ecco quanto hanno visto
quegli occhiali rotti.
Ecco quindi il seme del Risorgimento diffuso, ecco il germoglio
della fede della Patria che supera
anche l’amore per la famiglia, che,
unito al martirio ed al sacrificio dei
Partigiani combattenti in Italia ed
all’estero, assieme alla Resistenza
non armata al nazifascismo, completa il mosaico delle Resistenze.
Storia
Dalla riforma Gentile alle celebrazioni di tutte le guerre
Giorno dopo giorno il fascismo
alla conquista della scuola
di Filippo Colombara
La lunga ricerca tra
i “giornali di classe”.
Gli anniversari
e l’accurato lavoro
delle maestre
per coinvolgere
i ragazzi.
Gli esercizi
di retorica
Prato Sesia (Novara). Una
prima elementare: ottobre 1931.
a scuola fu indubbiamente la migliore occasione per il fascismo di
educare gli italiani al nuovo corso
della storia. L’azione venne condotta poco alla volta, a partire dalla riforma Gentile, approvata nell’aprile 1923, cui seguì
una vera e propria fascistizzazione dell’istruzione portata avanti dai vari ministri
che si succedettero alla Pubblica istruzione, poi Educazione nazionale. Nel
gennaio 1929 fu introdotto il libro di testo unico e di stato per le elementari, il
mese successivo ai maestri venne imposto il giuramento di fedeltà al regime e
dal 1934 l’obbligo di indossare la divisa
durante le cerimonie pubbliche. La reale
riforma in senso fascista, tuttavia, si impose con la “Carta della scuola”, presentata da Bottai nel 1939, il cui obiettivo
era di adeguare il sistema scolastico alle
esigenze del potere e ai suoi dettami.
Indizi sull’efficacia di interventi del genere si possono cogliere prendendo in
considerazione i “Giornali di classe” redatti annualmente dagli insegnanti di
tutto il regno. Tramite questi atti, oltre a
informazioni essenziali sull’andamento
delle classi e sulla condotta degli alunni
(voti, assenze, comportamenti individuali, ecc.), si fornivano notizie relative alla
L
vita scolastica, alle attività svolte, ai fatti
salienti del Paese e alla loro ripercussione
sulla didattica.
La pratica dell’anniversario
Scorrendo i Giornali del campione scelto
– alcune scuole di provincia dell’alto Piemonte – il primo aspetto che emerge è
l’ampio spazio riservato alle celebrazioni
degli anniversari. L’impiego di un simile
procedimento non fu certo una novità:
le ripetizioni calendariali di vicende storiche dello stato nazionale e della monarchia finalizzate a organizzare l’identità
degli italiani erano già in funzione, ma il
fascismo ne fece un uso costante e ossessivo con l’esplicito proposito di incidere
sulla memoria collettiva.
Nel mese di ottobre, dopo le cerimonie
di inizio anno scolastico – esse stesse colme di ritualità e liturgie (cortei di bambini in divisa, deposizioni di fiori ai monumenti dei caduti, funzioni religiose, canti e discorsi) – si riproponevano le gesta
della Marcia su Roma. Nella scuola di
Prato Sesia, piccolo paese della collina
Novarese, una maestra annotava nel ’28:
«La Marcia su Roma è stata degnamente
ricordata agli alunni prima in classe, poi
con la partecipazione al corteo che è sfilato dal Municipio per le vie imbandierate del paese fino al monumento dei caduti ove il Segretario Politico lesse il
Proclama del Duce e distribuì la carta del
lavoro, mentre gli alunni delle scuole
cantavano “Giovinezza”». L’anno successivo a Boleto, borgo di poche centinaia di abitanti sulle alture del lago d’Orta, un’insegnante scriveva: «Marcia su
Roma. Accenno come dopo la guerra l’Italia era caduta in mano a chi non sapeva
guidarla; parlo – ad alunni di prima, seconda e terza elementare – dei disordini,
degli scioperi, delle ribellioni. Occorreva
un uomo dal polso di ferro: Mussolini, il
solo condottiero che sapesse guidare l’Italia ai suoi fulgidi destini. E il Re lo nominò suo Primo Ministro». Meticolosa
la nota redatta nel ’35 da una maestra
della scuola di Briona, nella pianura Novarese: «La semplice narrazione del fatto
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 21
Crevacuore (Biella). Ricordo fotografico scolastico, 30 maggio 1934.
storico dubito che possa tornare
vana trattandosi di alunni che non
hanno ancora alcuna nozione di
storia. Punto di partenza della
Commemorazione è oggettivo,
parto dalla vasta opera ricostruttiva e benefica compiuta dal Fascismo. Il pensiero corre all’Uomo
che dirige e governa. L’alta personalità di Benito Mussolini è il centro focale delle nostre espressioni
ad un duplice scopo: suscitare nell’animo degli scolari l’ammirazione e l’affetto verso il Duce, istillare nelle loro menti il sentimento
del dovere, e collaborare alla sua
opera. Possono fare ciò anche gli
scolaretti di classe IIIª raddoppiando le piccole energie per rendere più proficuo il loro lavoro di
piccoli scolaretti più nobile la loro
vita di fanciulli. Così facendo si segue il Duce. Chi segue il Duce è
prima Figlio della Lupa, poi Balilla, poi Avanguardista, poi Milite
Volontario per la Salvezza Nazionale». Il testo, palesemente ridondante, sottolinea la volontà di assecondare le direttive e il modo di
pensare delle autorità superiori,
per le quali venivano compilati i
registri. Gli esercizi di retorica furono consuetudini del tempo che
interessarono sia gli insegnanti costretti a far buon viso a cattivo gioco, sia quelli convinti del dovere di
indottrinare. Una bella differenza
per esempio si osserva tra il brano
precedente e quelli della maestra
22 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
di Cravagliana (alto Vercellese) del
’40: «Rievoco con parole semplici
e chiare, perché tutti possano ben
comprendere, la marcia su Roma»
e del ’41: «Celebrazione della Data, assistenza a una funzione religiosa, discorso d’occasione, improntato al più chiaro patriottismo
e fede nella vittoria, tenuto dal
Rev. Don Terruggi». Note concise, dovute forse all’indebolirsi della pratica dell’anniversario, replicata ormai da quindici anni, oppure
all’insofferenza nei confronti di un
evento alle origini dello Stato totalitario responsabile della guerra in
corso.
Le ricorrenze segnalate sui Giornali di classe, ad ogni modo, furono numerose e disparate: dalla sagra della maternità (dicembre), alla Befana fascista (gennaio), dall’anniversario del Concordato
(febbraio) a quello dell’Opera Balilla (aprile), dalla Celebrazione del
pane (aprile) alla proclamazione
dell’impero (maggio) e via di seguito con altri temi per un paio di
decenni. Tra esse, due furono riproposte con insistenza: l’anniversario di fondazione dei fasci di
combattimento e il Natale di Roma. Annotava l’insegnante di Prato Sesia nel ’28: «Il signor Direttore con sua circolare ricorda l’annuale della fondazione dei Fasci e
la leva fascista che avrà luogo il 25
c.m. Non potrò dire grandi cose ai
miei piccini di prima; ma cercherò
di tener sempre vivo in loro quell’entusiasmo fascistico-Patriottico
che ho instillato a goccia a goccia
in tutte le ore di scuola nella loro
coscienza». A Briona, una seconda
maestra scriveva sul registro in data 23 marzo 1930: «Ho ricordato
ieri la fondazione dei Fasci e ho
detto ai balilla d’oggi come dopo
14 anni di vita il Fascismo abbia
dato all’Italia potenza e grandezza. Italiani e fascisti oggi sono una
cosa sola; da un capo all’altro d’Italia tutti sono fieri d’appartenere
e di militare tra le file del Partito».
Nel ’43, con prosa essenziale per
non dire lapidaria, la maestra di
Cravagliana registrava: «20 aprile.
Natale di Roma e festa del lavoro.
Spiego ai miei alunni il significato
ed essi ripetono la leggenda della
fondazione di Roma che conoscono già».
Nel corso del Ventennio, le scolaresche dedicarono particolare attenzione anche all’anniversario
della Grande Guerra, evento che il
movimento fascista inglobò nel
proprio mito originario. A Prato
Sesia nel 1928: «Il Decennale della Vittoria Italiana, così come in
ogni città e in ogni lembo della
Patria, ha avuto anche in questo
paesello la sua celebrazione. La
Storica data, cara ad ogni cuore
Italiano, rievocatrice di una epopea di eroismi e di gloria è stata
commemorata con serena semplicità e con fervido patriottismo,
prima in Chiesa, poi davanti al
monumento ai Caduti. Erano presenti tutte le Autorità, le famiglie
dei Caduti, i Mutilati e i combattenti, tutte le Associazioni e istituzioni colle bandiere, la coorte dei
Balilla, degli Avanguardisti e delle
piccole Italiane che chiusero l’austera cerimonia con un Inno alla
Vittoria». Undici anni dopo a Crevacuore, nell’alto Biellese, scriveva
una maestra: «Commemorai l’anniversario della Vittoria. Lasciai
parlare alcuni bimbi che ebbero il
padre in guerra. Anche quelli che
li hanno avuti in A.O. vogliono
narrare. Tutti bravi i vostri babbi,
e voi? Tutti sono pronti a fare come i genitori. Qualcuno più vivace
si alza di scatto e fa l’atto di spianare il fucile. Sono veri soldatini
del Duce».
Commemorazioni civili tra le più
celebrate e “fascistizzate” furono
la Festa degli alberi, le cui origini
risalivano a fine Ottocento, e la
Giornata del risparmio, maturata a
livello internazionale negli Anni
Venti. «Favoriti da una splendida
giornata primaverile – annotava
l’insegnante di Prato Sesia nel
marzo 1940 – abbiamo celebrato
la festa degli alberi. In divisa con la
bandiera ci siamo trovati pronti sul
piazzale e con la GIL, l’Autorità e
il popolo ci siamo portati nel luogo destinato e concesso dal Signor
Podestà; 319 buche erano preparate e ogni alunno e ogni organizzato della GIL, ha affidato una
piantina alla terra (pioppi Arnaldo
Mussolini). Il terreno era tappezzato di camicie bianche e nere; le
voci argentine e i canti riempivano
di allegria le nostre colline che vedranno fra non molto le piantine
mettere le frondi. Il Segretario
Comunale e il Vice Segretario del
Fascio hanno spiegato ai presenti il
significato della festa e il perché
della necessità di aumentare il Patrimonio Nazionale, e come si deve rispettare». A Cravagliana nel
’41: «31 ottobre. Giornata del risparmio. Ai piccini racconto la favola della cicala e della formica e
lascio a loro le considerazioni perché siano spontanee. Solo qualche
avaruccio, forse perché non ha ben
compreso, dà ragione alla formica.
Tutti gli altri, pur ammirando la
sua previdenza, mi dicono di non
volerle bene. Il buono c’è dunque,
sta a me coltivare questi buoni
sentimenti e farli fruttare. Ai più
alti faccio comprendere come il risparmio di ognuno di noi, sia anche ricchezza della Patria. Esorto a
non sciupare la minima cosa, specialmente in questi momenti». Anche la tradizionale ricorrenza della
giornata dei morti veniva celebrata
nelle aule scolastiche, ma con frequenti rimandi al regime: «2 novembre [1940]. Giorno dei morti.
Siamo a scuola – registrava l’insegnante di Prato Sesia –. Parlo ai
miei alunni del significato della festa di tutti i Santi e passo così a ricordare i morti, i Caduti per la Patria, per la Rivoluzione, e per la
nuova guerra di rivendicazione
che l’Italia sta combattendo. Gli
alunni sono commossi e, certo, nel
loro piccolo cuore si ripromettono
di essere veramente buoni, per essere più degni dei cari scomparsi e
promettono di pregare per loro».
Personaggi
Tra i personaggi di cui si rammentavano le gesta, quello più reiterato e collocabile tra le icone del fascismo fu certamente Giambattista
Perasso, detto Balilla. Scriveva con
enfasi nel 1935 una delle maestre
di Briona: «4 dicembre. Primo
giovedì di scuola. Commemorazione del ragazzo di Portoria che
compì il 5 dicembre 1746 l’eroico
gesto di ribellione allo straniero.
Così oggi gli italiani si ribellano al
giogo che i paesi sanzionisti vorrebbero imporre alla Patria e i
bimbi d’Italia sono in prima fila a
offrire oro argento ferro alla Patria.
Questo gesto sarà come una sassata in fronte agli Stati sanzionisti
che vorrebbero prendere alla gola
e soffocare la Nazione, in questo
momento in cui l’espansione nostra si sta decidendo. Voi, o fanciulli, che non avete sofferto le privazioni e non avete conosciuto le
umiliazioni del dopoguerra, prima
che Iddio mandasse all’Italia Mussolini conoscerete ora l’orgoglio e
la fierezza di essere gli italiani di
quella grande Italia auspicata e voluta dal Duce e da tutto il popolo
italiano per la quale ha compiuto il
suo eroico gesto Balilla di Portonia e del quale voi che ne portate il
nome, siete gli eredi più degni. E
un giorno quando saranno consegnati nelle vostre mani pure i laceri gagliardetti del Fascismo, ricordate che le fiamme delle squadre
sono state inzuppate nel sangue
degli eroi, che alla Patria tutto
hanno dato».
Ragazzi, trasformati in balilla, sfilano ad una parata.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 23
Un posto tra le figure illustri degne di memoria pubblica, cui verrà dedicato il giorno della mamma, lo ebbe Carmela Borelli, che
in un freddo giorno di marzo del
’29 nella campagna di Sersale in
Calabria «si spogliò delle vesti per
riparare dalla bufera le sue bambine, salvandole così da sicura morte
e sacrificando se stessa», come veniva ricordato nel febbraio 1930 a
Boleto. Altra figura celebrata fu
quella di Carmelo Borg Pisani,
«eroe irredento di Malta», fucilato
nascite, matrimoni, imprese e
scomparse degli appartenenti alla
famiglia Savoia. Scegliendo tra
questi eventi troviamo il genetliaco del re: «Ieri, sabato 11 [novembre], ho parlato a lungo del nostro
Re, della sua vita in trincea, di tanto bene che fece e fa continuamente all’Italia, di tutta la Famiglia Reale e dissi anche in quale
occasione dolorosa Egli diventò
Re d’Italia. Ho fatto scrivere una
cartolina d’augurio a nome della
nostra scuola e l’ho spedita a Ro-
sciato l’occasione per ricordare a
scuola le virtù della nostra sovrana» (Briona, 1936); la principessa
di Piemonte, che durante la guerra
d’Etiopia: «continua le tradizioni
delle donne Sabaude. Col piroscafo “Cesarea” è partita oggi, quale
Crocerossina Volontaria per l’Africa Orientale» (Boleto, 1936); l’anniversario della morte del principe
Amedeo duca d’Aosta: «Anche i
più piccini sono attentissimi e dopo la rievocazione sono tutti commossi. Nei loro cuori sentono il
dolore della rinunzia, sia pure
temporanea del nostro Impero,
che i soldati italiani avevano conquistato a prezzo della vita, e nella
loro piccola mente certo si figurano la lontana tomba di Nairobi,
sotto il sole equatoriale, dove riposa uno dei principi più buoni e più
eroici della casa Savoia» (Cravagliana, 1943).
Guerre lontane
Coggiola, frazione Fervazzo (Biella). Scuola elementare durante la colazione: fine Anni Trenta.
dagli inglesi nel 1942 per tradimento. «Il sacrificio del Martire,
che è stato rievocato dalla scolaresca – annotava nel ’43 un insegnante di Pray (alto Biellese) –, resterà perenne nei nostri cuori, col
ricordo della gloriosa schiera degli
eroi immolatisi per il trionfo dell’italianità delle terre soggette al
dominio straniero».
A fianco delle ricorrenze fasciste e
di quelle che il fascismo fece proprie vi furono gli anniversari monarchici, anch’essi preponderanti
nel segnare i giorni dell’anno con
24 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
ma al nostro Re. Alcune bambine
portarono dei fiori che vollero
mettere sotto il ritratto del Re.
Prima d’uscire dall’aula, i bambini
oltre il solito saluto alla Bandiera,
fecero spontaneamente il saluto
romano al quadro del Re e io feci
cantare l’inno alla “Croce di Savoia”» (Boleto, 1928); il compleanno della regina: «Domani [7
gennaio] compleanno di S.N. la
Regina, la dolce figura il cui gesto
recente [offerta della fede alla patria] l’ha resa ancor più cara all’animo degl’Italiani; io non ho trala-
Ma furono le guerre “partecipate”, piuttosto che ricordate, a coinvolgere in misura maggiore gli
ambiti scolastici. In relazione alla
guerra d’Etiopia, per esempio, una
delle insegnanti di Briona sintetizzava nel modo seguente la lezione
tenuta in classe il 16 novembre
1935: «Oggi il diario è fatto in comune. La patria è in armi. Un nemico irriducibile ci costringe alla
lotta per la difesa delle nostre Colonie nel Mar Rosso e per dare pane ai nostri lavoratori un pane più
sicuro un po’ di sole nell’Africa
Orientale. L’Etiopia o Abissinia
confina con le Colonie inglesi con
le Colonie Italiane l’Eritrea e la
Somalia. È uno stato diviso in
molti piccoli regni aventi a capo
dei ras soggetti all’imperatore detto Negus, è uno stato in cui la popolazione è schiava e priva di civiltà. È protetta dall’Inghilterra la
quale domina su quasi 1/3 dell’Africa pur tuttavia vorrebbe conquistare l’Etiopia. Ma il Duce, che per
diritto aspetta all’Italia, volle dimostrare al mondo che è pronta a
tutto, non si lasciò intimorire dagli
inglesi e mandò le sue balde divisioni nell’A.O. rafforzate dalle Camicie Nere e da numerosi volontari e dai comunicati di ogni giorno
si vede come essi vanno sempre
conquistando nuove terre com-
Cravagliana (Vercelli). Maestra e alunni, nei primi Anni Quaranta, nella calssica foto ricordo.
piendo atti di valore. A loro giunga la benedizione di Dio». L’eloquente lettura del conflitto italoetiopico – non dissimile da quella
offerta dalla stampa di regime –
proseguì in modo fantasioso, per
cui ad ogni nuova conquista: «La
gente abissina continua ad accogliere la bandiera Italiana come il
segno della liberazione, come auspicio di una nuova era di pace e di
benessere» (Briona, 19 novembre
1935) e, rispetto alle sanzioni:
«Ho spiegato ai miei scolari il perché del gesto iniquo compiuto
dalla Società delle Nazioni a danno dell’Italia, e il dovere di ogni
Italiano e di ogni Balilla nel periodo delle sanzioni che stringono
d’assedio l’Italia» (Prato Sesia, 18
novembre 1935); «L’offerta dell’oro e dei metalli alla Patria è la
prova più bella dello spirito che
anima tutti gli italiani nella resistenza contro il Regime Sanzionista ingiusto e [in]civile votato a
Ginevra contro l’Italia. […] Invito
i bambini a portare ferro, oro per
la Patria» (Briona, 29 novembre
1935).
Il procedere dei combattimenti divenne poi l’argomento quotidiano
da dibattere nelle aule: «Ogni
mattina dopo la preghiera, e prima
d’iniziare la lezione leggo il comu-
nicato delle battaglie superbamente vinte dai nostri valorosi soldati
laggiù nell’Africa Orientale. Le
spiegazioni e i commenti interessano gli scolasti, anche i più disattenti» (Prato Sesia, 18 febbraio
1936); «La vittoria del Ganale
Doria è stata accolta dagli scolari
(specialmente dai maschietti) con
entusiasmo; e sulla bella carta dell’Africa Orientale, edita dal Touring, che ho portato ed ho appeso
a scuola, abbiamo seguito con le
bandierine le posizioni conquistate. Veramente notevole e commovente è l’interesse che dimostrano
per la guerra» (Briona, 27 gennaio
1936); «Gli alunni hanno seguito
sulla cartina d’Etiopia l’itinerario
delle nostre brillanti avanzate, entusiasmandosi in modo tale che a
mala pena ho potuto farli ritornare
calmi» (Prato Sesia, 2 marzo
1936). Giubilo, infine, per l’ingresso delle truppe italiane nella
capitale etiope: «Ieri ebbe luogo la
grande Adunata per la vittoria Italiana. Stamane davanti ai bimbi
entusiasti abbiamo messo la bandiera su Addis Abeba nella nostra
carta geografica dell’Africa Orientale, divenuta tutta Italiana. Viva
l’Italia. Abbiamo seguito giorno
per giorno attraverso il Comunicato la gloriosa impresa ora com-
piuta e siamo finalmente paghi ed
orgogliosi» (Briona, 6 maggio
1936).
Allo stesso modo della guerra africana, con bollettini, cartine e bandierine si “partecipò” alle vicende
del secondo conflitto mondiale.
«Prima di iniziare la lezione commento il bollettino trasmesso oggi
alla radio. Per quasi un mese abbiamo seguito con animo trepidante la strenua difesa di Bardia,
ed ora, che ci viene comunicata la
sua caduta ne siamo addolorati. Il
dolore che ci pervade è però un
patriottico dolore che non ci opprime ma che maggiormente ci affratella e che più strettamente ci
stringe attorno al nostro Duce sicuri che presto altre vittorie arrideranno alla nostra Patria diletta.
Il nostro memore riconoscente va
a tutti gli Eroi che hanno scritto in
questi giorni luminose pagine di
eroismo e di gloria» (Guardabosone, alto Biellese, 7 gennaio 1941);
«Dai superiori ricevo l’ordine di
informare gli alunni sulle vicende
della guerra. Noi viviamo coi nostri soldati e non passa giorno, nel
quale non si presenti l’occasione di
parlarne. Sia per spronare la velocità di qualche scolaretto un po’
pigro, sia per la raccomandazione
di non sprecare la roba; sia per racpatria indipendente l 19 dicembre 2010 l 25
cogliere ferro ecc. Anche i più piccoli stanno attenti; quelli di terza
classe, s’intende comprendono un
po’ di più, e il loro animo vibra e si
tende nel desiderio di essere utili,
e di recare qualche consolazione ai
soldati. Sono stati perciò miei attivi collaboratori nel procurarmi gli
indirizzi dei nostri soldati che si
trovano in Albania e nell’impero,
poiché intendiamo iniziare con essi una corrispondenza» (Prato Sesia, 3 marzo 1941); «La ripresa e
la riconquista di El Agheila e Bengasi riapre i nostri cuori alla speranza e al bene. Il dolore degli avvenimenti primitivi si attenua e
tutti siamo entusiasti, più animati.
La bandierina nostra sulla carta
geografica è ancora a Sidi el Barrani perché dobbiamo tornarci. Ci
ritorneremo» (Crevacuore, 5 apri-
gnare furono sensazioni e preoccupazioni dei docenti nei territori
della Rsi. Così si esprimeva la maestra di Prato Sesia il 13 novembre
1943: «Ho preparato i programmi
per le classi a me affidate e non nascondo il grande disorientamento
nella compilazione del programma
di storia e quello di geografia, fatto dovuto alle dolorose condizioni
in cui si trova l’Italia per la cattiva
volontà di tanti suoi figli. E mi auguro che Dio possa presto eliminare il dissidio, placare gli spiriti e
ricondurci tutti sulla strada della
pace, della prosperità e della vera
Grandezza». Nel febbraio ’44 arrivarono le circolari dei direttori didattici e i nuovi programmi. Le direttive parevano chiarire temi e
metodi d’insegnamento: «La materia dei nuovi programmi è quella
Bambini e ragazzi in divisa passati in rassegna dal solito federale.
le 1941). Ma a Sidi el Barrani non
si tornerà e anche nelle aule scolastiche si elencheranno le sconfitte:
«Nella scuola viviamo giorno per
giorno nello spirito di guerra della
Patria in armi, seguendo da vicino
i principali avvenimenti di guerra
con il pensiero rivolto verso i nostri prodi, che in questo momento
difendono l’ultimo lembo terreno
del nostro Impero» (Masseranga,
alto Biellese, 9 maggio 1943).
Guerre vicine
Poi, come si sa, arrivò l’estate del
’43 e gli eventi precipitarono: 25
luglio e 8 settembre stravolsero la
collettività nazionale, la vita dei
singoli e delle istituzioni, compresa quella scolastica. Confusione,
non sapere bene cosa e come inse26 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
necessaria alla cultura del popolo,
perciò è stato tolto tutto quello
che è sembrato superfluo e non
adatto. I programmi nuovi sono
frutto di esperienza e di ponderazione da parte di chi li ha compilati, perciò i nuovi programmi non
sono né una riforma né una controriforma. […] Non occorre insegnare troppe cose, ma le nozioni
fondamentali siano veramente assimilate, perché restino a base della
cultura dell’alunno ecc. La trattazione è stata veramente interessante. Si ritorna così alla scuola che
istruisce e forma il carattere del futuro cittadino, senza tutti i fronzoli, e quegli studi che non interessavano da vicino la vita del popolo, e che lasciata la scuola erano
dimenticati» (Cravagliana, 4 feb-
braio 1944). In modo simile, precisava l’insegnate di Prato Sesia:
«Aderisco con vero entusiasmo
plaudendo con serenità e sincerità
di spirito alle nuove direttive, più
consone alla vera vita vissuta dagli
alunni, i quali troveranno più facile la strada e trarranno maggior
profitto che sarà loro utile nella vita pratica» (28 febbraio 1944).
Tuttavia, finché si trattava di togliere gli orpelli monarchici, di insegnare a leggere, scrivere e far di
conto le maestre se la potevano cavare, per altre materie invece: «I
programmi di storia e geografia
sono stati dei veri rebus e mi sono
affidata completamente a quanto
mi hanno suggerito la lunga esperienza, il mio buon senso e la prudenza» (Prato Sesia, 7 novembre
1944); «In classe terza non ho ancora iniziato l’insegnamento della
storia. Non so con precisione come orientarmi e chiederò consiglio
al Sig. Direttore. Nel programma
di geografia siamo a buon punto»
(Cravagliana, 21 febbraio 1945).
A partire dall’autunno 1943, al di
là della chiarezza dei programmi e
delle espressioni prudenti e quasi
prive di retorica che assunsero le
note nei “Giornali di classe”, le
scuole del nostro campione, come
molte altre situate all’interno dei
nuovi scenari di guerra della penisola, furono direttamente coinvolte nel conflitto: azioni partigiane e
rastrellamenti nazifascisti divennero la consuetudine e aumentarono
d’intensità e violenza nell’ultimo
anno. In queste circostanze i registri scolastici si trasformarono
spesso in veri e propri diari di
guerra delle comunità di paese:
«Gli alunni sono assai distratti perché gli avvenimenti politici attualmente in corso nella nostra zona
influiscono fortemente sulla vita di
molti di loro. Molti vengono trattenuti a casa, i genitori temono
eventuali complicazioni nei rapporti tra i repubblicani e partigiani
locali. La situazione è assai tesa e
seria. L’insegnamento va sempre
peggiorando. Manca soprattutto
quella serenità d’animo indispensabile» (Masseranga, 10 gennaio
1944); «Continuano i fatti incresciosi. Si odono le sparatorie non
lungi da qui. I bimbi sobbalzano
ad ogni rumore e mostrano dei vi-
si spaventati. La tranquillità dell’insegnante vale a calmarli, ma il
lavoro non rende. La mente è
fuori» (Crevacuore, 25 gennaio
1944); «È giunto il 63° Battaglione Tagliamento che si è sistemato
nei locali del Municipio e nelle nostre aule. Per ora tutti gli alunni
vengono radunati nel salone ove
giornalmente si consuma la refezione scolastica» (Pray, 3 febbraio
1944); «Le aule vengono occupate dai reparti delle Brigate Nere
durante le azioni di rastrellamento
nella zona. Si sospendono le lezioni» (Coggiola, 16 gennaio 1945);
«Oggi la scuola è quasi deserta
perché un atto terroristico ha causato molto panico fra la popolazione e le persone stanno tappate in
casa per tema di essere prelevate e
portate in campo di concentramento» (Prato Sesia, 13 aprile
1945). Con la primavera del ’45
arrivarono gli ultimi giorni di
guerra: «Giornate di avvenimenti
straordinari per la nostra martoriata Patria. I bimbi sono agitati e
commossi. Si ottiene più poco»
(Crevacuore, 24 aprile 1945); «Liberazione da parte delle formazioni armate dei Garibaldini dei nostri paesi e città dal dominio tedesco e autorità fascista. I paesi sono
tutti imbandierati, la popolazione
si è riversata sulle vie e strade inneggiando ai liberatori e dando
sfogo ai loro sentimenti di libertà,
acquistata a duro prezzo» (Masseranga, 25 aprile 1945); «I Tedeschi hanno lasciato il nostro Paese
e la valle; la provvidenza di Dio ha
avuto pietà e il conflitto è terminato; la scuola prosegue regolarmente ma si vedono passare degli
Americani portati da autocarri
sgangherati: speriamo di non essere male considerati» (Prato Sesia,
26 aprile 1945). «Finalmente l’alba della pace splende dopo lunghi
anni di angosciose sofferenze su
questa torturata umanità» (Guardabosone, 8 maggio 1945).
All’indomani della Liberazione
scomparvero dai calendari scolastici i riti del passato regime e con la
nascita della Repubblica anche
quelli monarchici, altri invece, come la Giornata del risparmio, la
Festa degli alberi, la Giornata della
Croce rossa e quella della lotta
contro la tubercolosi si conserva-
Balilla in divisa leggono il loro giornalino.
rono e si ricelebrarono in tutt’Italia, mentre altri ancora vennero introdotti al fine di commemorare il
nuovo corso (25 aprile e 2 giugno).
Si mantenne l’uso dei rituali, ma
cambiarono gli orientamenti della
memoria ufficiale e mutarono le
annotazioni sui “Giornali di classe”. Maggiori attenzioni alle vicende interne delle scolaresche e
alle metodologie d’insegnamento
soppiantarono l’ossequioso asservimento al potere. Sparirono le riflessioni di natura politica, anche
se qualche maestra non si diede
pace per la scomparsa del mondo
in cui aveva tanto creduto: «Gli
alunni hanno preso viva parte alle
elezioni [referendum MonarchiaRepubblica] e mi hanno riferito
interessanti minuti particolari. Mi
piace il loro modo di osservare,
ma vorrei che non partecipassero a
certe dimostrazioni di estremismo
che, purtroppo si notano in questo paese e che fanno male al cuore di una vecchia insegnante che,
per vent’anni consecutivi, ha insegnato l’amore reciproco, il perdono e l’educazione e le norme del
corretto vivere civile» (Prato Sesia,
11 giugno 1946).
Oggi, con lo sguardo sufficientemente distaccato dagli avvenimenti, osservando i risultati del lavorio
della scuola fascista e più in generale delle imposizioni culturali del
regime, possiamo constatare che
tracce dei condizionamenti di allora sono ancora presenti nella sensibilità degli italiani.
Il lungo tempo che ebbe a disposizione il regime mussoliniano – il
doppio del nazismo – i continui-
smi e le connivenze protrattesi
nell’età della Repubblica e della
Costituzione hanno fatto sì che
nel nostro Paese il passato fatichi
davvero a passare. Ciononostante
è bene ricordare che proprio dalla
dittatura e dagli indottrinamenti
molti giovani si affrancarono, la
rottura fu radicale e quel mondo
lo abbatterono.
Vale la pena rammentarle certe cose e parlare alla testa di noi tutti,
specie in questi anni di ideali smarriti. «La cosa peggiore è stata la
mancanza di libertà – ricorda Lidia
Volpones, un’anziana di queste
parti, allora ventenne –. La tensione che c’era nell’aria erano i fascisti a crearla… Tutto un insieme di
cose che ci facevano vivere male.
Sono contenta di aver potuto vivere in un periodo diverso, dove si
può esprimersi e, soprattutto…
dove non c’è la paura».
FONTI
I materiali utilizzati sono presenti nei
seguenti lavori: Tenere menti incolte.
Quotidianità scolastica e fascismo, in:
“Sì e no padroni del mondo. Etiopia
1935-’36. Immagini e consenso per un
impero. Interventi e materiali”, a cura
di Adolfo Mignemi, Torino, Regione
Piemonte, 1983; «Cronache ed osservazioni sulla vita della Scuola». Cravagliana 1940-1945, a cura di Alberto Lovatto, in: “l’impegno”, 1, 1991; Claudio Sagliaschi, Il cerchio di ferro e di
fuoco. Note sull’impegno pratese durante
la 2 a guerra mondiale, Romagnano Sesia, Tipolito Valsesia, 1995; Tiziano Bodio Madè, Libro e moschetto. Cronache
quotidiane dai registri di scuola, in:
“l’impegno”, 2, 1995; Filippo Colombara, Vesti la giubba di battaglia. Miti,
riti e simboli della guerra partigiana,
Roma, DeriveApprodi, 2009.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 27
Storia
Una cerimonia con migliaia di persone in Slovenia
L’altra Basovizza per ricordare
i fucilati dai fascisti italiani
di Gaetano Dato
Erano presenti
il primo ministro
e i rappresentanti
dell’antifascismo.
Nessun membro
del governo italiano.
La storia
dei quattro uccisi
per avere dato inizio
alla Resistenza.
La lunga e dolorosa
vicenda
delle persecuzioni
antislave
Il monumento a ricordo
degli eccidi alla foiba di
Basovizza.
asovizza è il nome di un paese a
pochi chilometri dal centro di
Trieste. Si trova fra le colline del
Carso, sulla strada per andare a Fiume,
in Croazia, ed è quasi a ridosso del confine fra Italia e Slovenia; infatti, come
nelle altre località del circondario triestino, i suoi abitanti sono sloveni. In sloveno il nome del paese si pronuncia quasi
come in italiano, ma si scrive Bazovica.
Tuttavia, se nella geografia fisica il paese
è comunque sempre lo stesso, non si può
dire altrettanto in quella politica.
Il 12 settembre di quest’anno, a Bazovica, c’è stata una commemorazione molto particolare, in cui sono intervenute
circa un migliaio di persone, insieme a
numerose personalità, fra le quali anche
il primo ministro della repubblica di Slovenia. Perché tanto interesse?
Forse qualcuno starà pensando allora alla foiba di Basovizza, un luogo verso cui
negli ultimi anni si è posta una sempre
maggiore attenzione in Italia, specie in
seguito all’istituzione del giorno del ricordo, il 10 febbraio, e alla fiction televisiva “Il cuore nel pozzo”.
Comunque nessun esponente del governo italiano si trovava in quella cerimonia.
D’altra parte nelle stesse ore il ministro
della difesa La Russa e altri esponenti
dell’esecutivo nazionale e regionale presenziavano non molto lontano, nei pres-
B
28 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
si di Udine, alla manifestazione per l’anniversario delle “Frecce Tricolori”.
Sarebbe allora meglio precisare che nell’immaginario politico locale esistono
due importanti luoghi della memoria,
che si trovano a breve distanza uno dall’altro, e che entrambi si fregiano del nome del piccolo centro carsico. Forse è
proprio per la presenza della foiba che gli
italiani, non solo nella penisola, ma pure
a Trieste, non conoscono molto l’altra
Basovizza, quella degli Eroi antifascisti;
la Basovizza dove 4 giovani: 2 sloveni, 1
croato e 1 di madre italiana e di padre
sloveno videro la morte, colpiti da un
plotone d’esecuzione che eseguiva una
sentenza del Tribunale Speciale per la difesa dello stato. Per questo, se pensiamo
a loro, forse è meglio scrivere di Bazovica, per non confondere le due storie, per
non dare adito ai fraintendimenti di chi
vorrebbe vedere i caduti tutti uguali,
strumentalizzando il passato per confondere il presente.
Sono ormai trascorsi 80 anni da quando
nel poligono di tiro di Bazovica vennero
fucilati Ferdo Bidovec, Fran Marušič,
Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič, che il
6 settembre del 1930 avevano tra i 24 e
i 34 anni.
La loro colpa fu quella di aver iniziato la
lotta armata contro il fascismo in anni
difficili, con il regime in piena ascesa. Per
questo sono ricordati come Bazoviški junaki – gli eroi di Bazovica.
Subito dopo l’esecuzione, Bazovica e i
suoi caduti divennero perciò un simbolo
di libertà e di lotta non solo per gli sloveni ma anche per l’antifascismo italiano,
che vide nei movimenti attivi al confine
orientale del Regno un modello e un
esempio per tutti gli oppositori del Duce. Prova ne fu “Il fascismo e il martirio
delle minoranze”, una pubblicazione
clandestina di Giustizia e Libertà diffusa
nel 1933. In essa si cercava di informare
il resto d’Italia sulle politiche snazionalizzatrici operate dal fascismo nei confronti degli sloveni, dei croati e degli austriaci che si erano trovati a vivere all’interno dei confini italiani a causa della
I quattro giovani slavi fucilati a Basovizza il 6 dicembre 1930.
Grande Guerra e del Trattato di
Rapallo. In quello stesso volume si
raccontava inoltre come fossero
sorti, in quelle terre, numerosi
gruppi di resistenza, che in molti
modi si opponevano alla violenza
del fascismo; fra questi, il gruppo
di cui erano membri i quattro
giovani triestini era stato tra i più
attivi.
Occorre però a questo punto fare
qualche passo indietro e tracciare i
contorni di una vicenda tanto importante, per la minoranza slovena
in Italia, quanto poco conosciuta
nel resto del Paese.
Nell’impero Austro-Ungarico, le
varie etnie che lo componevano
mantenevano una certa autonomia, benché convivessero fianco a
fianco nelle stesse regioni. Pur con
i limiti dell’epoca, vi era libertà di
associazione ed era possibile frequentare delle scuole dove le lezioni erano impartite con la propria lingua, anche se queste non
erano sempre ben distribuite nel
territorio. Ad ogni modo erano
ovunque presenti istituti con lingua di insegnamento tedesca.
D’altra parte, come ricordano Ara
e Magris nel loro fortunato Trieste
– un’identità di frontiera, quella
austriaca non era tanto un’azione
germanizzatrice e snazionalizzatrice, ma un tentativo di utilizzare le
potenzialità unificatrici del germanesimo come forza statale.
La vittoria del regno sabaudo nel
conflitto del ’15-’18, non poté
non portare, nella Venezia Giulia
“redenta”, alla rottura dell’equilibrio costruito nei secoli precedenti. In essa vivevano allora circa
400.000 sloveni e 100.000 croati,
come si evince dal censimento del
1910, che registrava nella stessa
area la presenza di poco meno di
500.000 italiani.
A Trieste in particolare erano presenti 230.000 abitanti, di cui
12.000 tedeschi, 120.000 italiani
e quasi 60.000 sloveni; a questi si
assommavano 40.000 cittadini del
Regno d’Italia.
Dopo la prima guerra mondiale,
nei trattati di pace sottoscritti dall’Italia, non si prese mai nessun
impegno nei confronti delle minoranze nazionali; per questo e per
altri motivi molti sloveni decisero
allora di emigrare, anche nel nascente regno dei Serbi, dei Croati
e degli Sloveni, che era sorto oltre
frontiera nei Balcani.
Alle gravi mancanze, alle repressioni e alle requisizioni di beni e di
terreni per scopi militari che seguirono gli anni della guerra, l’emergere del fascismo segnò un momento di ulteriore impoverimento
dei diritti nazionali sloveni. Un fascismo di frontiera, che seppe convogliare reducismo, antislavismo e
irredentismo e che fece di Trieste,
nel 1920, fra le sedi più importanti dei fasci di combattimento, seconda solo a Milano nel numero
degli iscritti.
Il 1920 resta inoltre impresso nella coscienza nazionale degli sloveni per l’incendio fascista del Narodni Dom (Casa Nazionale), avvenuto il 13 luglio. Quell’edificio
era un centro culturale sloveno nel
cuore di Trieste, e vi avevano sede
numerose associazioni, oltre che
una biblioteca e un albergo; dopo
il suo rogo, seguirono una ventina
di assalti ad altrettanti luoghi legati alla presenza slovena in città, ad
opera di numerosi gruppi di fascisti. Le forze militari e di polizia,
pur testimoni di quei fatti, furono
incapaci di tutelare l’ordine pubblico.
Va comunque ricordato che il motivo scatenante di quei gesti fu la
morte di due ufficiali del Regno,
avvenuta nei giorni precedenti a
Spalato, in Dalmazia, nel corso di
alcuni scontri fra italiani e croati.
L’avvento del regime non fece che
peggiorare notevolmente la situazione per le minoranze presenti
nell’Italia fascista: furono chiuse le
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 29
scuole con lingue di insegnamento
diverse dall’italiano, e vi fu il divieto di parlare la propria lingua madre, con cartelli affissi nei luoghi
pubblici a ricordare continuamente queste prescrizioni: “Qui si parla solo italiano”.
Gli impiegati pubblici sloveni e
croati venivano trasferiti nella penisola, rimpiazzati dagli italiani.
Coloro che dal resto d’Italia accettavano il nuovo collocamento, ricevevano invece numerosi vantaggi economici, e spesso anche una
abitazione a condizioni di favore.
I contadini, impoveriti dalla maggiore pressione fiscale e dai danni
di guerra, non potevano accedere
al credito agevolato delle casse rurali e del mutuo soccorso locale,
perché tali istituzioni furono progressivamente chiuse dallo stato.
Costretti a vendere la terra e spesso a emigrare, furono in parte rimpiazzati da forze nuove provenienti dalla penisola, sostenute dai programmi di colonizzazione.
La toponomastica autoctona veniva soppressa e sostituita da quella
italiana.
Vennero italianizzati i cognomi e
si proibì di dare nomi non italiani
ai propri figli.
Abolite nel 1926 le autonomie comunali, non vi furono più spazi
nella vita politica per gli sloveni e gli altri “alloglotti”; con
questo termine il regime definiva genericamente chi non era
di madrelingua italiana, sorvolando così sulle connotazioni
etnico-culturali delle comunità
di appartenenza.
Prescrizioni e divieti raggiunsero il massimo della spinta repressiva nel 1927 con la chiusura d’ufficio di ogni associazione, anche sportiva: come
nel resto del paese, l’invadenza
totalitaria del regime occupava
ogni aspetto della vita civile e si
infiltrava sempre più in quella
privata.
Molti fra giovani sloveni e
croati che furono testimoni di
tutto questo, decisero che non
si poteva continuare con la linea attendista seguita dalla più
anziana classe dirigente: bisognava agire, e in fretta, per riconquistare la propria libertà e
i propri diritti.
30 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
fascisti italiani, anche nella Concentrazione di Parigi, che spesso si
servirono dell’appoggio sloveno e
croato per la fuga di molti attivisti
all’estero.
Il TIGR operò con alti e bassi fino
allo scoppio della seconda guerra
mondiale, e con questa organizzazione si identifica in genere la stagione dell’antifascismo sloveno
degli anni ’20 e ’30. La sua ideologia non era molto ben definita,
tuttavia erano determinanti le posizioni liberal-nazionali, mentre i
comunisti avrebbero soltanto nel
corso della guerra acquisito l’egemonia politica nei movimenti di
lotta sloveni e della Jugoslavia.
Molti però, già nella metà degli
anni ’20, pensavano che quanto si
stesse facendo non fosse ancora
sufficiente.
All’interno dell’ambiente del
TIGR maturò la convinzione che
si dovesse elevare il livello dello
scontro con il regime. Fra il 1927
e il 1928, alcuni dei suoi membri,
insieme ad altri giovani, fondarono Borba (lotta), riprendendo il
nome del foglio clandestino che
diffondevano in quel periodo.
Purtroppo non sono ancora del
tutto chiare, ad oggi, le strutture e
le relazioni di tale organizzazione
segreta, e la composizione dei suoi
quadri dirigenti. Certo è che
Borba, similmente al TIGR,
era organizzata in cellule e in
triadi. Il suo obiettivo di fondo
era l’opposizione al fascismo e
l’annessione del Litorale e dell’Istria alla Jugoslavia. Ai mezzi
culturali già in uso aggiungeva
però la scelta di colpire il regime con bombe e incendi in
luoghi simbolo della dittatura.
L’assassinio politico e la violenza diretta alle persone non
Il Narodni Dom di Trieste dopo la distruzione. Sotto,
sembra però che fosse contemun cartello dell’epoca. Veniva affisso obbligatoriaplata dalla dirigenza dell’orgamente nei locali pubblici.
nizzazione, anche se si deve
constatare che l’attività si svolse in maniera frammentaria e le
cellule avevano un notevole
margine di autonomia. Infatti
pare che alcune di esse e in particolare quella di Dolina, fossero coinvolte in alcuni fatti di
sangue, di cui peraltro la storiografia non è stata in grado di
tracciare sinora nettamente i
contorni, ma che vanno coNacquero così una serie di organizzazioni clandestine, nelle quali
si erano riversati i quadri di quelle
che fino a poco tempo prima poterono operare alla luce del sole. Esse erano dotate di buoni collegamenti nel regno jugoslavo e in
particolare col mondo del fuoriuscitismo politico sloveno e croato.
La loro attività principale era l’informazione, con la diffusione di
testi in sloveno o in croato: volantini, opuscoli, giornali e libri. A
questo fine si era costruita una rete di collaboratori che potesse favorire gli espatri clandestini e il
transito del materiale sovversivo
attraverso la frontiera.
A partire dal ’24 e poi soprattutto
dal ’27, in questo ambito emerse il
TIGR, acronimo di Trst, Istra,
Gorica e Rijeka (Trieste, Istria,
Gorizia e Fiume), che aveva sedi
nelle aree relative a queste città.
Da notare che quella che in italiano si chiamava allora Venezia Giulia, per gli sloveni e i croati sarebbe composta dalla Primorska (Litorale, circa le province di Trieste
e Gorizia), dall’Istra (Istria) e dal
Kvarner (Quarnero), la regione di
Fiume.
Grazie alle capacità espresse dal
TIGR, nacquero una serie di relazioni fra esso e alcuni gruppi anti-
munque inquadrati nel clima persecutorio in cui vivevano le popolazioni del territorio all’epoca.
Stessa cosa è possibile dire per le
rapine agli uffici postali per l’autofinanziamento, e per le bombe ad
alcune sedi della Lega Nazionale,
l’organizzazione simbolo della
cultura italiana al tempo dell’Austria e che nella nuova Italia di
Mussolini aveva il compito di stimolare e promuovere numerose
iniziative che forzosamente promuovessero l’italianità nella Venezia Giulia.
A causa del tipo di attività ora descritta, il gruppo armato denominato Borba, viene spesso paragonato all’IRA irlandese, e da parte
di alcuni storici si avanza anche l’ipotesi di una ispirazione diretta,
mediata dalla stampa del tempo o
forse dai contatti avvenuti a Parigi.
Gli atti più clamorosi compiuti da
Borba, per i quali ottennero sostegno e copertura da larghi strati
della popolazione slovena locale,
furono gli incendi notturni di alcune scuole e asili italianizzati fra
Trieste e Gorizia nel ’28-’30, e la
bomba al “Faro della Vittoria” a
Trieste, un’opera costruita dal fascismo con l’esplicito intento simbolico di illuminare con la luce
della civiltà latina l’intero Adriatico.
La dittatura non poteva restare
certo a guardare inerme di fronte
all’attivismo dei giovani sloveni. Il
Tribunale Speciale cominciò dunque a comminare le prime condanne al carcere e al confino già
nel 1928.
Il Tribunale, per dare un segnale
forte alla popolazione locale, si
trasferì per la prima volta a Pola
nel ’29. In quell’occasione condannò a morte Vladimir Gortan e
a 25 anni di carcere quattro suoi
compagni; tutti e cinque erano attivi fra le cellule croato-istriane di
Borba. Essi avevano cercato di fermare con le armi lo svolgimento
del plebiscito in una sezione elettorale nei pressi di Pisino, al centro dell’Istria; nel corso di quella
disperata operazione, alla quale si
era giunti anche perché erano andati perduti numerosi volantini
che si sarebbero dovuti distribuire
in varie località della regione, avvenne uno scontro a fuoco con le
forze dell’ordine: lì, vi perse pur-
troppo la vita un contadino che si
trovava in prossimità del seggio.
L’esecuzione di Bazovica fu l’esito
del secondo trasferimento del Tribunale Speciale fuori della sua sede romana, il risultato di un dibattimento durato meno di una settimana, dall’1 al 5 di settembre del
1930. In quei giorni, in una Trieste blindata e in stato d’assedio,
erano presenti numerosi cronisti
provenienti da varie parti del mondo, anche dagli Stati Uniti; essi
erano venuti per raccontare uno
dei processi che la stampa fascista
aveva prospettato come fra i più
eccezionali del tempo. Il delitto
che si voleva giudicare era innanzitutto l’ultima delle bombe piazza-
rono fortemente l’organizzazione.
Tuttavia l’importanza che lo stesso
Duce ritenne di dare alla vicenda
nei mezzi di informazione, anche
con alcuni suoi ripetuti interventi
personali, contribuì a che l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale si occupasse della questione delle minoranze nell’Italia
fascista, fatto che in un certo modo si rivelò come un boomerang
mediatico nei confronti del regime, che pure era più che mai aduso alle regole della comunicazione
di massa. Del resto per il fascismo
l’obiettivo principale era terrorizzare la popolazione locale e stroncare i movimenti che gli si opponevano e in questo gli si deve rico-
La marcia per commemorare i fucilati dagli italiani.
te da Borba. Più in generale il regime intendeva stroncare in maniera definitiva l’intero movimento sloveno imputando 99 crimini
ad 87 persone, delle quali fu possibile portarne in tribunale 52.
Borba era infatti giunta ad attaccare la sede de “Il Popolo di Trieste”,
l’organo locale del PNF. La bomba, che fu fatta esplodere alle
22.30 del 10 febbraio 1930, in un
momento in cui si riteneva che la
sede dovesse essere vuota, colpì invece uno dei redattori, Guido Neri, che morì qualche giorno dopo,
e ferì inoltre tre membri del partito. La fase istruttoria del processo
si protrasse nei mesi successivi, fino al momento del dibattimento,
e provocò arresti, perquisizioni,
torture e interrogatori, che mina-
noscere una certa efficacia a breve
termine.
Bidovec, Marušič, Miloš e
Valenčič furono allora colpiti a
morte e con essi si chiuse la stagione di Borba. Ma il TIGR continuò
ad operare e l’attività dei movimenti di opposizione sloveni e
croati continuò, fino quasi a saldarsi con la lotta partigiana iniziata nel ’41, e che a partire dal ’43
fu indiscutibilmente sotto il controllo di Tito e del PC jugoslavo.
I quattro caduti di Bazovica, considerati dagli sloveni quali martiri
per la causa nazionale, divennero
da subito un simbolo di libertà e
di lotta. Neanche due mesi dopo
l’esecuzione, a Kranj, nel nordovest della Slovenia, le organizzazioni degli emigrati del Litorale,
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 31
che raccoglievano numerosi esponenti di Borba e di altri fuoriusciti
politici della Venezia Giulia, commemorano nel giorno di Ognissanti i quattro giovani fucilati e
Vladimir Gortan; costruirono nel
locale cimitero una piccola piramide in legno, avvolta dal filo spinato e con la punta spezzata, sulla
quale era posta una targa con i nomi dei 5 attivisti. La struttura, alta
circa due metri, rappresentava i
popoli sloveno e croato prigionieri
in Italia e privati della libertà di vivere nella propria cultura. L’anno
dopo, nel giorno dell’anniversario
dell’esecuzione, in luogo del manufatto in legno ne venne eretto
uno in pietra. Sembra che si tratti
del primo monumento antifascista
del mondo, ed è ancora presente
nel capoluogo sloveno, ancora oggi al centro di uno dei momenti
della commemorazione dei caduti
di quello che nella storiografia slovena si usa definire come “Il primo
processo di Trieste”.
Il “secondo” processo si riferisce
invece al ritorno del Tribunale
Speciale a Trieste nel 1941 e a
un’altra serie di condanne a morte
e di incarcerazioni, eseguite nel
tentativo del regime di assestare
un colpo definitivo al movimento
sloveno, nel pieno dell’occupazione italo-tedesca della Jugoslavia.
L’esito di quelle vicende sono a
tutti note.
La commemorazione di Bazovica
servì a cementare le comunità degli esuli sloveni ovunque si trovassero, in Europa come nelle Americhe. Bazovica dette il nome a numerose associazioni, a una brigata
partigiana nel corso della guerra, a
una rivista slovena edita al Il Cairo.
D’altra parte, come in Italia la Resistenza ha cercato di inglobare e
valorizzare i valori democratici che
erano emersi nel corso del Risorgimento, anche se quei valori erano
indiscutibilmente intrecciati alla
questione nazionale, così l’internazionalismo comunista ha inglobato la battaglia nazionale del popolo sloveno, vedendo nei quattro
di Bazovica dei precursori della
guerra di Liberazione. Non a caso
le brigate dei comunisti italiani si
chiamavano Garibaldi, così pure si
chiamavano le formazioni italiane
agli ordini delle forze jugoslave, e
32 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
queste ultime erano indiscutibilmente le più forti della regione,
particolarmente dopo l’inverno
del ’44.
Sarebbe lungo a questo punto approfondire i rapporti politici fra il
PC italiano e quello jugoslavo al
confine fra i due Stati, tema d’altra
parte interessantissimo ma che
merita approfondimenti specifici.
Segnalo in proposito la recente
uscita di un libro ad opera dello
storico Patrick Karlsen proprio su
questo tema.
Nel settembre del 1945 Bazovica
venne quindi commemorata con
importanti celebrazioni, che videro l’erezione del monumento che
oggi conosciamo nel villaggio carsico, con il sostegno di tutto l’antifascismo locale, anche di quello
azionista italiano. Nei comitati
delle celebrazioni erano presenti,
quali membri d’onore, anche i parenti dei quattro giovani.
Fu inoltre ritrovata la loro sepoltura, una fossa comune senza nome
nel cimitero della città. Su di essa
venne posta allora una semplice lapide che nel ’65 è stata sostituita
dal monumento del noto scultore
sloveno Zdenko Kalin.
Il ciclo di celebrazioni che dal dopoguerra ricorda ogni anno i quattro eroi, comprende sempre una
breve cerimonia anche nel cimitero di Sant’Anna a Trieste. Si è infatti costituita una serie di iniziative nella settimana intorno al 6 settembre, giorno della fucilazione.
Esse attraversano il cimitero, il
monumento a Kranj e trovano l’apice nella domenica successiva al 6
nel monumento di Bazovica, una
semplice colonna quadrangolare in
bianca pietra carsica, dove sono
iscritti i nomi dei quattro caduti. A
questi incontri si associano una serie di iniziative culturali e sportive.
Torniamo brevemente al dopoguerra: l’incerto destino della Venezia Giulia e il suo tipico intrecciarsi di questioni ideologiche ed
etniche nella politica locale del
’900, rendono estremamente
complessa una spiegazione chiara
della storia del territorio giuliano a
chi non è abituato alle sue spigolosità e alle sue contraddizioni.
Ci basti capire che già dal ’46 gli
ambienti azionisti, e poi democristiani, socialisti, liberali e repubbli-
cani, presero distanza dalle commemorazioni di Bazovica, perché
l’adesione al progetto di una Venezia Giulia italiana e l’avversione
nei confronti del comunismo,
frantumarono l’unanimismo del
lutto dei primi tempi.
Non così per il resto del mondo
antifascista, italiano e sloveno, che
ha continuato a ritrovarsi a Bazovica, coinvolgendo anche il mondo cattolico-liberale sloveno, specie dopo la fine della Jugoslavia
socialista.
Del resto una delle parole d’ordine del primo dopoguerra, e che
con vario modo si è cercato di
portare avanti nel corso degli anni
all’interno della commemorazione, è quella della fratellanza italoslovena forgiatasi nella lotta al nazifascismo.
* * *
Gli eventi di quest’anno hanno assunto un significato particolare, sia
perché ha rappresentato la celebrazione di un anniversario importante, 80 anni, sia perché è seguita a
breve distanza da un significativo
momento di riconciliazione simbolica fra gli stati di confine dell’Adriatico settentrionale. I tre
presidenti di Italia, Slovenia e
Croazia, Napolitano, Türk e Josipovic, su invito di Riccardo Muti,
e malgrado l’opposizione della politica più retriva, si sono incontrati
a Trieste per partecipare a “Le vie
dell’amicizia”, concerto diretto
dal celebre maestro d’orchestra. In
quell’occasione, che coincideva col
novantennale dell’incendio del
Narodni Dom, i tre capi di stato vi
si sono recati insieme e alla presenza di un folto pubblico, si sono
stretti la mano e hanno deposto
una corona. Dopo, sempre insieme, hanno reso omaggio agli esuli
istriano-giuliano-dalmati al monumento a loro dedicato nei pressi
della stazione.
Il clima di positiva riconciliazione,
ha attraversato anche la cerimonia
del 12 settembre, che a Bazovica
ha visto la partecipazione e l’intervento in italiano di uno dei massimi storici del fenomeno delle foibe, Raoul Pupo, del cui intervento
vorrei citare la conclusione:
«Che la memoria sia una ricchezza, oggi lo dicono in molti e ne siamo certo persuasi anche noi che sia-
mo qui convenuti per fare memoria
assieme di una tragedia. Che la
memoria possa però diventare anche una maledizione, ce lo mostra
l’esperienza di questa regione di
confine, in cui spesso il peso del passato ha schiacciato il presente e dove
i ricorsi di dolore sono stati di frequente adoperati come rendite di
posizione politica.
A risolvere il dilemma non hanno
certo contribuito le proposte di memoria condivisa, che si prefiggono
un obiettivo irraggiungibile, posto
che la soggettività dei ricordi non è
interscambiabile. Se mai, momenti
di condivisione che non siano legati
alle appartenenze nazionali, si possono raggiungere su di un altro ter-
con la quale pure si rimane solidali.
È un cammino stretto, ma c’è chi lo
percorre. Fatto importante e inedito, c’è segno che anche le istituzioni
e gli stati vogliano avviarsi per
quella strada. Sono passi piccoli,
ma per arrivare in cima conviene
forse andare a ritmo lento».
Si spera dunque che queste pagine
abbiano potuto dare un piccolo
contributo alla conoscenza, da
parte dell’antifascismo italiano,
delle difficoltà che una piena comprensione delle memorie lascia ancora sul terreno del confronto fra
le culture politiche italiana, slovena e croata.
La questione deve certamente essere posta al centro degli interessi
Il folto pubblico presente alla manifestazione presso Basovizza.
reno, quello dei giudizi storici frutto di analisi critica. Per uscire dalla strettoia può esserci però un’altra
via, da percorrere con pazienza, un
passo dopo l’altro.
Il primo passo è quello del riconoscimento della memoria altrui, che in
alcuni casi può diventare autentica
scoperta – in genere da parte degli
italiani nei confronti di sloveni e
croati – di un patrimonio umano e
civile largamente sottovalutato.
Il secondo passo è quello del rispetto
delle memorie sofferenti, che non
interferisce con le valutazioni storiche e politiche.
Il terzo è quello della purificazione
della memoria, termine che non ha
un particolare significato religioso,
perché vuol dire semplicemente la
disponibilità a considerare anche i
lati oscuri della propria memoria
di tutti coloro che hanno compreso i valori dell’antifascismo di allora e si propongono di tener vivi
quei princìpi, in uno spazio politico che deve porsi come minimo
una dimensione europea. Una dimensione internazionale quindi,
che si trova nuovamente a fare i
conti, ma sotto vesti nuove, con lo
scontro fra fascismo e antifascismo: solo l’unione di tutti i sinceri
democratici vedrà salvaguardato
ciò che è stato conquistato nella
lotta di Liberazione. Sono troppi i
segnali di insofferenza nei confronti delle tutele e dei vincoli della democrazia, che da varie parti
continuano a giungere, nelle società e nella politica italiana e del
resto d’Europa.
Si tratta di una sfida nuovamente
mondiale dunque, che necessita di
risposte adeguate, di forme di organizzazioni nuove e di una visione dei problemi che non può fare
a meno di una riflessione serena
sul passato, sulla quale fondare il
cammino che l’antifascismo ha ancora da fare.
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patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 33
Cinema
Per capirlo bisogna “uscire” dalla storia spiegata a scuola
“Noi credevamo” , il film di
Martone sul Risorgimento
di Serena D’Arbela
La locandina del film.
er capire il film di Mario Martone,
la sua materia sanguigna, ricca di
forza dirompente bisogna uscire
dalla Storia dei libri di scuola e dalle formule convenzionali. Il suo contenuto alternativo non si lascia imbrigliare dalle
definizioni atte a placare un coacervo
problematico di fatti e di posizioni contrastanti. Esprime soprattutto una foga
ideale di liberazione e di giustizia sociale
che conquista. Descrive i sognatori e
combattenti influenzati dalle idee repubblicane di eredità rivoluzionaria francese,
dal pensiero giacobino e dall’impulso
mazziniano, che si sacrificarono fino in
fondo per un’Italia unita, indipendente e
progressista. Il film, di stile pittorico ed
espressivo, parte liberamente dal libro
omonimo di Anna Banti (sceneggiatura
dello stesso Martone e di Giancarlo De
Cataldo) guarda all’insegnamento di Roberto Rossellini ma anche alle atmosfere
di Fiodor Dostojevski. Porta sullo schermo, uscendo dalle versioni risorgimentali obsolete, brani di una storia non ufficiale, dal basso, dal tessuto vivo dei conflitti, dai pensatori ma anche dalla realtà
dei contadini meridionali e dello strapotere dei latifondisti. Evocando la disponibilità rinnovatrice
insita in tutte le
giovani generazioni, tra speranze e
sconfitte,
mostra
come al di là dei
giochi sottili e dei
compromessi della
politica
sabauda,
molti entusiasti del
nord e del sud che
“credevano” si affratellarono
nella
lotta per unificare la
nazione e sottrarla
alla dominazione
straniera. Condizione per la riuscita del
progetto nazionale
era il cambiamento
delle istituzioni e
l’abolizione dell’ingiustizia sociale.
Le prime inquadra-
P
34 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
ture di Martone sono dirette e crude: investono lo spettatore con la punizione di
Francesco I di Borbone re delle due Sicilie: le teste mozzate dei Capozzoli, capi
di una rivolta nel Cilento, briganti cospiratori legati alla Carboneria. I tre giovanissimi protagonisti Domenico, Angelo
e Salvatore fuggono dalla feroce repressione e a Torino aderiscono alla Giovine
Italia di Mazzini con ardore dandosi anima e corpo alla causa patriottica. Emigrati in Francia, si attivano secondo le direttive mazziniane. I tre di diversa estrazione sociale, ma uniti dagli stessi ideali,
avranno destini diversi. Salvatore (Luigi
Pisani) di origini contadine, tornato al
suo paese, muore assassinato dall’amico
Angelo che lo crede una spia e terrà segreto il suo delitto. Quest’ultimo, di famiglia nobile come Domenico continuerà insieme a lui l’attività segreta in Francia e finirà sotto la ghigliottina coinvolto
nell’attentato a Napoleone III. Il regista
mette a fuoco gli adepti minori senza la
dedizione dei quali non si attuano le teorie politiche. L’angolazione meridionale
è sottolineata dall’uso del dialetto locale
che è funzionale alla “viva voce” ma richiederebbe una traduzione parallela.
Così, seguendo i microvissuti, ci imbattiamo in capitoli decisivi del grande e
composito ordito risorgimentale. Ci appaiono come ritratti-lampo tratti dal
buio della clandestinità icone storiche
controverse. Giuseppe Mazzini (Toni
Servillo) il “padre della patria” ripreso
nel suo alone fideistico ma anche intento
a preparare l’oppio per addormentare le
guardie, Francesco Crispi (Luca Zingaretti) che illustra il piano per il regicidio
di Napoleone III, Felice Orsini (Guido
Caprino) seguace di un radicalismo
estremo. Questi uomini che tramano
nell’oscurità dell’esilio con falsi nomi e
muovono le azioni rivoluzionarie, sono
punti luce per i combattenti in campo.
C’è anche Cristina di Belgioioso nobildonna speciale, col suo salotto parigino
che fomenta la rivoluzione democratica,
abilissima nel reperire fondi per le imprese mazziniane, nella convinzione che il
compito del secolo è quello di “distruggere
e fecondare”. Troppo poco conosciuta è
Il processo alla banda Orsini nel film di Martone.
ancor oggi la sua attività riformatrice a favore dei diritti della donna e dell’istruzione popolare.
Il film fotografa le conflittualità tra
le diverse anime in campo, repubblicane, monarchiche, moderate e
radicali. Un periodo complesso,
mai divulgato a fondo in tutte le
sue pieghe viene illuminato per
flash, facendo emergere soprattutto i nodi irrisolti dell’unità d’Italia,
che ancora ci trasciniamo dietro e
che sono attualissimi. Primo fra
tutti la disparità tra nord e sud, la
disarmonica sutura fra un settentrione economicamente soverchiante e un meridione impoverito
che ne paga le spese degradandosi.
La Questione meridionale, agitata
fino all’avvento del fascismo da
Lucio Villari, Gaetano Salvemini,
Francesco Saverio Nitti e poi da
Antonio Gramsci, si congelò sotto
l’imperio mussoliniano, annullata
dalla volontà agiografica e coloniale del regime. Lo stesso fenomeno
del brigantaggio, torbido e intricato ma di evidenti radici economiche e politiche, fu liquidato come
un semplice cancro del Sud e strumentalizzato all’occorrenza.
Certo i tagli della versione filmica
originale di Martone e la mancanza di didascalie offuscano a volte la
comprensione dell’ordine dei fatti.
I ruoli di personaggi chiave e le ragioni di certi eventi si danno per
scontate come la conoscenza storica. Ad esempio, le circostanze della fallita rivolta in Savoia. I moti
mazziniani savoiardi del 1834,
ispirati ad un’ideologia repubblicana e considerati sovversivi, furono perseguiti da tutte le monarchie italiane dell’epoca. Per i governi preunitari, i mazziniani erano sinonimo di terroristi e come
tali furono sempre condannati.
Dopo il fallimento dell’insurrezione in Savoia la polizia sabauda arrestò molti dei congiurati, fra cui
Giovanni e Jacopo Ruffini, amico
personale di Mazzini e capo della
Giovine Italia di Genova, che si
uccise in carcere per non tradire.
L’attentato di Felice Orsini a Napoleone III nel 1858 ci appare qui
soprattutto come azione cinematografica. Le tre bombe lanciate
contro la carrozza dell’imperatore
mentre si recava a teatro lo lascia-
rono indenne, ma causarono morti e feriti tra la gente. L’atto sconsiderato del gruppo radicale mazziniano rischiò di compromettere
la sottile politica diplomatica di
Cavour tesa ad accattivarsi la Francia a scapito dell’Austria. Gli interrogatori di Orsini, Rudio e Gomez
e del dinamitardo Carmine Cammarota (Peppino Mazzotta), personaggio di fantasia, durante il
processo agli attentatori, rievocano nel film atteggiamenti irriducibili, pragmatici o ambigui che si ripresenteranno ai tempi nostri negli anni del terrorismo. Le scene
delle torture e della ghigliottina
evidenziano però anche il prezzo
di sangue pagato fino in fondo dagli affiliati.
La pagina nera della battaglia dell’Aspromonte avrebbe richiesto
qualche spiegazione preliminare.
Le immagini degli scontri che ebbero luogo il 29 agosto 1862 dipingono lo sconcerto delle camicie
rosse colte di sorpresa dal “fuoco
amico”. L’attacco da parte delle
truppe piemontesi contro i volontari garibaldini in marcia dalla Sicilia verso Roma per liberarla dal
dominio papale, si presentò infatti
inaspettato. Drammatiche le fucilazioni dei disertori passati alla
causa di Garibaldi e dei paesani, da
parte dei soldati sabaudi. La vista
degli eccidi effettuati dai bersaglieri offre spunti di riflessione su antiche ferite.
Le incisive scene finali mostrano lo
scoramento e la disillusione di chi
Un’altra scena del film: la preparazione in attesa dell’esecuzione.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 35
La fucilazione della banda Capozzoli.
dopo tante speranze e sperpero di
forze assiste al ripristino dei vecchi
privilegi delle classi conservatrici.
A Torino nel 1862, nel parlamento vuoto del Regno unito, Domenico che ha conosciuto per il suo
impegno militante la galera, sente
il discorso di Crispi divenuto monarchico e trasformato in portavoce dell’autoritarismo borghese. La
voce della restaurazione spegne il
fuoco riformatore e le speranze
progressiste. Quella delusione richiama altre delusioni. Viene da
pensare a un certo legame fra l’in-
voluzione post-risorgimentale e il
completamento mancato della democrazia conquistata dalla Resistenza, giustamente definita per i
suoi connotati popolari Secondo
Risorgimento. Il tema della difesa
della Costituzione nella pellicola
come quello dei diritti delle classi
lavoratrici, come le istanze ancora
aperte del Mezzogiorno sono elementi di dialogo sotteso tra passato e presente, l’aggancio pungolante tra l’800 e il ’900 su cui meditare.
La narrazione di Martone è ricca
Saverio (Michele Riondino) e alle sue spalle Domenico (Luigi Lo Cascio), due dei bravi interpreti del film.
36 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
di carica gestuale ed emozionale.
Ci trasmette grazie anche all’ausilio della musica operistica di fondo, i concitati sentimenti dell’epoca, la passione civile e i sospetti fra
gli esuli, le impazienze insurrezionali e i fallimenti, la diffidenza dei
congiurati verso le chiacchiere dei
salotti aristocratici che pure finanziano le società segrete contro i
tentennamenti monarchici.
Spicca nelle carceri dei Borboni, la
coerenza morale dei patrioti cospiratori inflessibili nel rinunciare alla
grazia del re. Tra di essi l’immagine dignitosa di Carlo Poerio (Renato Carpentieri). Gli attori sono
all’altezza delle loro parti, ma risalta su tutti Luigi Lo Cascio, profondamente coinvolto nel personaggio di Domenico che si rifà, arricchito dalla sua vena siciliana a
quello del libro della Banti. Convincenti la Cristina di Belgioioso
matura, nell’interpretazione di
Anna Bonaiuto che ne evidenzia il
fervore e l’amarezza finale e Guido Caprino nel ruolo di Orsini.
Valerio Binasco rende bene il fanatismo delirante di Angelo, figura
dostojevskiana intransigente e tormentata.
Il film è da vedere per l’innegabile
valore stimolante. Speriamo in una
sua programmazione televisiva a
puntate.
libri
ALESSANDRA COPPOLA
L’eroe ritrovato
Il mito del corpo nella Grecia classica
Marsilio Editori, 2008, pagg. 174, € 12,00
ANDREA CARANDINI (a cura di)
La leggenda di Roma
Volume II. Dal ratto delle donne al
regno di Romolo e Tito Tazio
Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori
Editore, pagg. 358, s.i.p.
el 1412 a Padova, nel monastero
di S. Giustina, viene rinvenuto
uno scheletro. I sapienti della città non hanno dubbi: è quello di Tito Livio. E subito parte la caccia alle reliquie:
alcuni studenti ne rubano i denti, e così
un frate, per impedire altri furti, comincia a cremare le ossa e a disperderne le
ceneri. Ma riesce solo in
parte. I resti residui solleticano le mire dei soliti fanatici. Il re di Napoli ottiene
così un pezzo del braccio,
mentre una mascella finisce
in una sfera metallica, sospesa in una stanza del palazzo
della Cancelleria.
Il macabro rituale, scatenato
dal ritrovamento – in realtà
soltanto presunto – delle ossa di un “grande”, è un retaggio dell’età classica. Che
il libro associa a un campionario di episodi raccapriccianti: Minosse bollito nel
bagno; Orfeo trucidato da
una schiera di donne invasate (ma dobbiamo capirle: il
movimento femminista era
ancora di là da venire!);
Esiodo “giustiziato” crudelmente, quindi gettato in
mare, ma restituito – in modo davvero poetico – da alcuni delfini (d’altronde si
trattava appunto di un poeta!). Secondo l’Autrice, ordinario di storia greca proprio a Padova, il recupero di
resti eroici segue un copione
consolidato fin dal tempo
dei Greci. Di norma gli elementi comuni sono: la casualità del ritrovamento, l’oracolo, le calamità (peste,
carestia, guerra...), e il
“viaggio” del protagonista –
N
sempre avvolto nella leggenda – di cui
sono indiscussi solo il punto di partenza
e quello di arrivo, a ribadire la sostanziale veridicità del mito. Il finale è anch’esso da copione: invece del rituale fiabesco
del “vissero felici e contenti”, c’è un’altrettanto rituale sepoltura (dopotutto
siamo in Grecia, e non in una favola dei
fratelli Grimm). Ma questa non può essere la conclusione. Infatti la sepoltura
nei secoli viene inevitabilmente abbandonata, dimenticata, infine casualmente
ritrovata – di solito grazie all’aiuto provvidenziale di un uccello – e i resti, ormai
“sacri”, vengono recuperati e traslati
con tutti gli onori verso una nuova sepoltura, dove diventeranno materia di
un culto ancora più ampio e duraturo.
Beninteso: in attesa di nuove catastrofi,
che li riconsegneranno, questa volta in
via definitiva, alla leggenda, logica, inevitabile trasfigurazione della nostra esistenza.
Essa infatti perpetua, inesorabilmente,
anche la parabola terrena di Romolo, il
leggendario fondatore di Roma, cooptato in cielo dagli Dèi. È giunta infatti al
secondo volume – dei quattro – “La leggenda di Roma”, straordinaria antologia
ragionata, a cura della Fondazione Lorenzo Valla, di tutte le testimonianze
storiche che concorrono a tramandare
l’origine di questo popolo. Una carrellata di testi che vanno dal III secolo a.C.
– e ci sono Catone, Cicerone, Cornelio
Nepote, insomma proprio tutti – addirittura fino al 1130 dell’era corrente. È
il dramma di un popolo privo di donne,
il quale, come si sa, decide di procurarsi
le proprie “dolci metà” armata manu,
insomma rapendole (il cosiddetto “ratto
delle Sabine”). Il problema, risolto, in
questo caso, in modo sbrigativo, non
era esclusivo di Roma. A fondare nuove
città erano infatti contingenti di soli uomini: si trattava di giovani, di solito soldati, o profughi di civiltà lontane (pensiamo anche al mito di Enea), che, lasciata la patria, si recavano in cerca di un
futuro in regioni a loro nuove, dove si
poneva il problema di farsi accettare dalle popolazioni autoctone (non sempre –
neanche allora – consenzienti!). Poi veniva il problema della riproduzione. Per
fortuna non c’erano le agenzie matrimoniali, e la soluzione era sempre empirica, efficace. Il mito di Roma infatti ha
molte similitudini con altri analoghi.
Pensiamo al fondatore – e come nel caso di Roma, eponimo – della lontana
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 37
Mileto (odierna Turchia), anche
lui allattato da una lupa! Oppure a
Céculo, fondatore della nostra Palestrina (provincia di Roma), allevato da più generiche belve, ma
cresciuto anche lui, come Romolo, tra i pastori. L’epoca del surriscaldamento globale era ancora
lontana!
Luca Sarzi Amadè
ENZO LANINI (a cura di)
Quello che
ci siamo detti
Memorie e critica
dell’esperienza sociale
Centro Documentazione per la Storia
dell’Emigrazione, del movimento Operaio e Contadino FILEF Lucchese, Tipografia Vigo Cursi, Pisa, 2010, pagg.
310, s.i.p.
ento pagine, circa, di questa
pubblicazione (qua e là disorganica) densa di immagini fotografiche, trattano variamente della Resistenza in Val di Serchio e paraggi. Memoria e racconti di uomini, donne, ragazzi che
C
hanno avuto parte attiva o garantito appoggi e solidarietà tangibili
alla lotta di Liberazione. Ci sono
puntualizzazioni, fatti scarsamente
noti, particolari talvolta ignoti sulle numerose stragi messe in atto
dall’esercito germanico e dalle
schiere fasciste al loro fianco. Queste ultime – è documentato – spesso più feroci degli stessi nazisti. Il
che è tutto dire. Il contesto particolare e quello più generale è quello di una Toscana devastata da un
conflitto bellico spietato, occupato
militarmente da soldati ormai più
o meno consci della sconfitta, ma
non per questo meno cattivi.
È bene, dunque – al di là di una
resa tipografica non sempre al meglio – che pagine così emblematiche trovino esplicitazione libraria.
Legata, altresì, alla XXVII Mostra
storica in tema. Il perché di questo
libro – puntualizza il curatore – si
spiega con la necessità di dare luogo ad una utile operazione responsabilità della memoria. Che deve
avere cardine forte, sempre, ma
particolarmente in questi anni,
nella Costituzione della nostra Repubblica. Che deve essere difesa e
salvaguardata da stravolgimenti distruttivi. È per questa ragione, soprattutto, che il libro si avvale anche del patrocinio della Regione
Toscana, della Provincia di Lucca,
delle Comunità montane della
Media valle del Serchio e Garfagnana; e – tra gli altri – dell’ANPI
provinciale di Pisa e di quelli di
Lucca, Versilia e Val Serchio, nonché della CGIL provinciale lucchese e della Segreteria regionale SpiCGIL della Toscana.
Primo de Lazzari
La cerimonia in Palazzo Vecchio
Il “Giglio della Liberazione” a 521 ex partigiani fiorentini
Riprendiamo da la Repubblica del 29 novembre scorso, questa notizia firmata da Simona Poli.
Chi è ancora vivo ha dovuto aspettare sessantasei anni prima di ottenere un segno di attenzione da parte della propria città.
Moltissimi sono morti senza aver mai chiesto né ricevuto niente. I partigiani di Firenze si sono battuti contro i fascisti e i nazisti
in ritirata dopo l’armistizio e fino ai giorni della Liberazione nell’agosto del 1944. Di pochissimi sono noti i nomi. Solo ai capibrigata sono state dedicate targhe commemorative e col passare degli anni si sta perdendo persino il ricordo di quell’impegno
collettivo che portò tantissimi ragazzi a combattere un nemico organizzato e feroce senza avere addosso neppure una divisa
dovendosi arrangiare con armi improvvisate, spesso malfunzionanti. Per questo è stato importante che nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio, a Firenze, gremito all’inverosimile, il sindaco Matteo Renzi abbia consegnato il Giglio della Liberazione
a 521 ex partigiani – o, in loro memoria, ai familiari – che hanno contribuito alla liberazione di Firenze. «È la prima volta che il
Comune si ricorda di noi», racconta Giancarlo Cecchi, classe 1928, volontario a 17 anni nella Brigata “Bruno Fanciullacci”, figlio
di Guido e nipote di Bruno, due fratelli ammazzati entrambi perché antifascisti. È stato proprio lui il primo a proporre all’Associazione partigiani di chiedere al sindaco un riconoscimento ufficiale. Le domande inviate erano quasi seicento ma non tutte
sono state accolte perché il Giglio può essere assegnato solo a chi ha combattuto a Firenze, non altrove. «Nella mia vita»,
ricorda Giancarlo Cecchi, «solo un’altra volta ho avuto una medaglia: quella della Cgil, che nel ’94 per il Cinquantesimo della
Liberazione premiò tutti gli ex partigiani che, come me, erano diventati sindacalisti. Me la appuntò sulla giacca Cofferati».
L’unica altra medaglia che Cecchi tiene esposta nella credenza del soggiorno porta il nome di suo padre e a dargliela nel 1947
fu Luigi Longo. «Anche la Prefettura però mi dette un’onorificenza, il “diploma di patriota” nel ’44. Fu quando il generale
Alexander lasciò Firenze e ringraziò tutti i volontari che il 7 settembre avevano depositato le armi alla Fortezza». Nella battaglia
per liberare Firenze i partigiani caduti furono 1.700, i feriti più di duemila. «E quando la destra presentò la proposta di legge per
unificare tutti i combattenti della Seconda guerra mondiale mi salì il sangue al cervello», confessa Cecchi. «E allora feci anch’io
la mia proposta e Renzi l’ha subito accolta». Renzi ha testimoniato la riconoscenza della città. «Questo premio», spiega, «è un
modo per ricordare la drammatica esperienza vissuta nei mesi dell’occupazione e per sottolineare il valore ideale e politico
della vicenda di Firenze che, sotto la guida del Comitato toscano di liberazione nazionale, scelse consapevolmente la via
dell’insurrezione e poi dell’autogoverno democratico».
38 l patria indipendente l 19 dicembre 2010
segnalazioni
Rubrica
di schede
librarie
a cura di
Tiziano Tussi
na guida di Cremona, di Giampaolo Dossena, uscita postuma, a
circa un anno dalla morte dell’autore, fine letterato ed osservatore
del particolare. Esperto in giochi. Ma la
sua produzione varia si indirizza verso
disparate curiosità umane. La guida
traccia un quadro delle vie di Cremona
e ne ritrova lampi e singolari ricordi storici. Foto, riproduzioni di cartoline ed
una mappa della città del 1880, completano il testo. Da richiedere alla Biblioteca Statale di Cremona (Via Ugolani Dati, 4 - 26100 Cremona)
Giampaolo Dossena, Guida a una
Cremona leggendaria misteriosa insolita
fantastica, Biblioteca Statale di Cremona, 2010, p. 94, s.i.p.
U
ANPI di Milano ha avuto l’idea
di pubblicare in un piccolo volumetto, ben fatto ed editorialmente raffinato, i discorsi tenuti alla
Scala di Milano in occasione della ricorrenza del 25 aprile. La parte del leone,
ovviamente, la fanno le parole pronunziate dal Presidente della Repubblica a
cui come contorno sono stati messi gli
altri interventi del pomeriggio. Certo
l’abilità dell’eloquio del Presidente Napolitano sono oramai cosa nota ed anche in questa occasione non ha mancato di sottolineare aspetti non indifferenti di storia patria. Così come è risultato
particolarmente gradito alla platea, che
ascoltava in religioso silenzio, il ricordo
di Sandro Pertini, vera tempra di antifascista. Nel volumetto vi è anche una introduzione di Corrado Stajano che ricostruisce il quadro della città di Milano al
momento della rinascita dal lungo tunnel fascista.
A cura dell’ANPI di Milano, Per
un’Italia unita nel nome della Resistenza, Milano, 2010, p. 60, € 7,00 (si può
richiedere direttamente alla sede ANPI
di Milano - Via San Marco 49, cap.
20122).
L’
pparsa per la prima volta sotto
forma di libro nel 1878, Leggiadra Stella è una raccolta di lettere
e bigliettini d’amore che il poeta John
Keats scrive a Fanny, la giovane donna
della porta accanto di cui si innamora
perdutamente. Questo incontro sconvolge l’equilibrio di un’esistenza total-
A
mente dedita alla poesia. Le lettere che
Keats scrive all’amata mostrano un uomo tormentato, incredulo, che fatica a
riconoscere se stesso e il sentimento che
vede crescere di giorno in giorno dentro di sé, contro ogni sua aspettativa. Le
difficoltà economiche e il precario stato
di salute lo obbligano ad allontanarsi
per qualche tempo da Fanny, sono questi i momenti in cui le scrive. In queste
lettere d’amore l’analisi della quotidianità si interseca con l’ardente passione.
Quando furono pubblicate, in epoca
vittoriana, scandalizzarono la morale
comune per il loro tono così diretto e
veritiero. Sono parole accorate, delicate,
ma anche erotiche, ironiche, a volte violente, che svelano il lato umano di colui
che verrà, ma solo dopo morto, considerato uno dei più grandi poeti romantici inglesi. (Cristina Pavesi)
John Keats, Leggiadra Stella, Archinto,
Milano p. 83, € 10,50.
n libro costruito attorno alla figura di Sandra, staffetta partigiana.
La sua storia si è intrecciata strettissimamente con quella di un altro partigiano famoso alle cronache, Visone.
Con lui la staffetta partigiana ha trascorso parte della sua vita nella Resistenza.
Ha sopportato poi altre vicissitudini dopo la guerra ed è stata la metà di una
coppia che ha dato la possibilità, a chi
li ascoltava, di rivivere una stagione di
storia irripetibile. Onorina Brambilla
Pesce, da sposata, con Giovanni Pesce,
illustra in una lunga intervista la sua vita. Giovane milanese opera nella Resistenza, incontra il mitico comandate
gappista, viene presa in una retata e portata in un campo di transito a Bolzano.
Transito per i ben più terribili campi tedeschi. Per fortuna l’eventualità che
non si sostanzia. La fine della guerra, il
matrimonio e l’attività politica, ancora
oggi, nell’ANPPIA. Un testo che ci
dice l’altra parte della coppia, la parte
femminile. Femminismo come tematica
portante che Onorina ha sempre sottolineato in tutti i suo interventi pubblici,
quando parla della Resistenza e dell’apporto delle donne. La copertina la ritrae
giovane sulla bicicletta, strumento che
tanta parte ha avuto nelle azioni resistenziali. Un sorriso verso il futuro.
Onorina Brambilla Pesce, Il pane
bianco, Edizioni Arterigere, Varese,
2010, p. 293, € 14,00.
U
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l 39
Cronache
A Parma un convegno nazionale
Le donne dell’ANPI
e le parole da salvare
«Da salvare, secondo me – e non solo come presidente dell’ANPI cittadina – verità e democrazia. La verità, che fa così fatica ad emergere – basta pensare a
Piazza della Loggia, di cui, dopo 36 anni, non si son
trovati i colpevoli – e che è così duro difendere, come
hanno dimostrato “l’eroe borghese” Giorgio Ambrosoli, Falcone e Borsellino, come sanno Saviano e Rosaria Capacchione; democrazia, parola cui oggi si vuol
far dire che la maggioranza ha sempre ragione, anche
se sostenesse che il sole ruota intorno alla terra».
Marisa Ombra, partigiana e vicepresidente nazionale
dell’ANPI, ha perorato la causa di antifascismo e patria. «Antifascismo oggi significa soprattutto opporsi
alla visione che il fascismo aveva delle donne, ridotte a
fattrici di figli da donare all’Impero o ad oggetti destinati al riposo del guerriero. A patria, parola compromessa col nazionalismo fascista, va restituita la capacità di rappresentare l’unità di tutti gli Italiani, ritrovata
dopo il fascismo».
La politica non era la cura del bene comune? Non era
partecipazione? Che politica è questa, che si cura degli interessi di pochi e si alimenta di soldi e scambi di
favori? Se lo chiedono le donne dell’ANPI, interpretando lo sgomento che si legge negli occhi di tanti
cittadini di fronte alla perdita di parole come questa.
Ecco, ci massacrano le parole. Come salvarle, con
quale magia? Basterà il nostro sguardo a rianimarle?
Noi ci abbiamo provato col Convegno “Parole da
salvare, parole da trovare”, realizzato il 20 novembre
dalle “Veline ingrate” di Parma insieme al Coordinamento Nazionale Donne dell’ANPI, per riflettere sull’importanza delle parole, oggi così “violentate”, ma
nel contempo così capaci di reagire, così “resistenti”.
Secondo Umberto Veronesi, le donne, più polivalenti,
più capaci di destreggiarsi
fra mille interessi e attività,
possono salvare il mondo.
Inoltre “uno studio pubblicato dall’Università di Harvard lega la crescita economica alla presenza delle
donne in settori chiave quali la finanza, la politica, la
cultura e l’informazione”
(Loretta Napoleoni). Del
resto “non esiste una sola
questione femminile che non
riguardi l’intera umanità, e
sul controllo e la libertà delle donne si gioca il futuro
del pianeta”, come ha detto
Lella Costa a Susanna Camusso in occasione del suo
insediamento.
Le donne dell’ANPI di Parma non si sono per ora Da sinistra: Lucia Poli, Marisa Ombra, Gabriella Manelli, Samuela Frigeri e Francesca Fornario.
messe in testa di salvare il
mondo (che pure sarebbe un bell’obiettivo), ma di Samuela Frigeri, presidente del Centro Antiviolenza,
salvare qualche parola, di proporre il proprio sguardo si è collegata a Sakineh, simbolo della violenza contro
sul mondo, ripartendo dal linguaggio.
le donne, parlando del crescendo di violenze consumaCi sono parole sfibrate dall’abuso o dall’uso distorto te fra le mura domestiche o ad opera di familiari: il
che se ne fa, parole sporcate al punto che si esita or- 70% degli omicidi contro le donne è compiuto dal
mai a pronunciarle. Ma parole di cui non possiamo fa- partner. La violenza sulle donne non è dunque un
re a meno, se non vogliamo perdere le cose che rap- problema di sicurezza, perché la maggior parte delle
presentano. La parola è una delle prime vittime di violenze avviene in famiglia, colpendo soprattutto le
ogni dispotismo: la sua perversione è un inganno per- donne più autonome. Va invece affrontata in una propetrato dalla “voce del padrone”, conduce all’anneb- spettiva di genere. Sul piano culturale, perché, come
biamento delle coscienze, alla servitù volontaria, che è risulta da relazioni internazionali, “la cultura maschile
complicità. Ma la prima parola da salvare è Sakineh. e le strutture di potere della nostra società non sono
Questo il programma.
mutate altrettanto velocemente e profondamente
Affidiamo a Carlo Smuraglia, giurista e presidente quanto la soggettività femminile” (Barbara Spinelli).
dell’ANPI di Milano, la difesa di alcune parole che ap- Il femminicidio, sempre secondo la giurista, cioè ogni
partengono alla Costituzione, come “solidarietà”, op- pratica di violenza che si traduce nell’annientamento
pure “disciplina e onore”, che l’art. 54 assegna come fisico o psicologico della donna, è l’esito estremo di
dovere ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbli- un conflitto di genere.
che. Parole cadute in disuso.
Secondo Loretta Napoleoni, il fatto stesso che le donpatria indipendente l 19 dicembre 2010 l I
Cronache
ne non siano più un soggetto debole su cui rifarsi,
produce negli uomini un risentimento animalesco.
Gioca con le parole liberazione, giustizia, cultura,
scuola, politica, diritti, televisione, amore, difendendole con la sua ironia, la scrittrice satirica Francesca Fornario. I ladri di parole ci hanno rubato la Liberazione:
il 25 aprile è diventato la festa della libertà; hanno
rubato l’amore agli innamorati per darlo a un partito.
E lei se le va a riprendere e le libera, le parole. La
cultura, si dice, non produce PIL. Ma solo la scuola
può salvare dai pregiudizi un bambino, cui la cultura
mafiosa impone di considerare la polizia un nemico.
Politica è diventata sinonimo di malcostume, interessi personali, commercio plateale di favori, mentre è
una cosa bellissima. I diritti sembrano diventati privilegi: si pensa non sia lecito averne, tipo assentarsi dal
lavoro per maternità. Il Partito dell’Amore è il partito
dell’autoerotismo: amore invece è voler vedere gli altri più felici. Giustizia, non è solo essere uguali davanti alla legge, ma avere uguali opportunità: più giusta è
una società dove si allargano i diritti.
Pudore e giustizia sono virtù essenziali al vivere civile
per Emanuela Giuffredi, del Coordinamento femminile di Parma: «“provare vergogna” è riconoscere che
è stato oltrepassato … il limite rappresentato … dagli
altri, dal valore che ciascuno di essi rappresenta»; e
«giustizia è riconoscimento … di ogni persona nella
sua dignità, nel suo valore unico». Passione e audacia,
o coraggio, già pilastri dell’atto di nascita delle “Veline
ingrate”, secondo Raffaella Ilari: «la passione è quella
che ci dà la forza di lottare, di indignarci, di cambiare. E il coraggio è quello che ci permette di dire di no,
di “non essere indifferenti”, di “non rimanere senza
parole”. Le virtù dei “ribelli”, più che mai da riscoprire oggi, per trovare parole politiche nuove, lasciando
ad altri i sondaggi col bilancino».
Anche Gianrico Carofiglio, «La manomissione delle
parole, riabilita la parola ribellione, sulle orme di Don
Milani: c’è una traccia di giusta ribellione nella Costituzione che “ripudia la guerra”. La ribellione è il contrario dell’obbedienza ottusa, che non è ormai più
una virtù. Non è qualcosa di cui farsi scudo, ciascuno
è l’unico responsabile di tutto. Ribellione dunque come responsabilità, arte di dire di no all’ingiustizia, all’iniquità, allo squallore, anche alla manipolazione
delle parole. Perché già solo chiamare le cose col loro
nome è un atto rivoluzionario».
Così è rivoluzionario andare alla scoperta di terre sconosciute, eppure già esistenti, come la Costituzione.
Prendere posizione, con audacia e passione, perché
non resti così negletta, così oscurata, è essere, di nuovo, partigiane e partigiani. Dunque: rivoluzione, una
parola da riscoprire, che non deve fare paura. È il movimento della terra, che evoca ritorno, regolarità.
Qui, oggi, rivoluzione è dunque ritorno alla legalità,
attuazione della Costituzione, riscoperta dei diritti di
tutti gli esseri viventi, i diritti della Terra. Ecco alcune
voci di chi l’ha riscoperta: Vandana Shiva parla di
fascismo industriale: un gruppo di uomini potenti ha
creato una specie umana distorta, macchine per consumo; parla di democrazia: la biodiversità è democraII l patria indipendente l 19 dicembre 2010
L’attrice e regista Lucia Poli.
zia contro le manipolazioni genetiche; c’è una democrazia dell’acqua: in una località dell’India le donne
impediscono che la Coca Cola rubi l’acqua di tutti; gli
Stati Uniti definiscono l’acqua un diritto umano, la
Puglia l’ha dichiarata un bene pubblico: si può fare
ovunque; parla di ritorno alla terra madre e alla perizia femminile nel coltivarla, per salvare uomini e
donne dalla fame e la terra dallo sfruttamento fino
alla distruzione. Dunque, nuove forme di fascismo e
di antifascismo, di democrazia, ampliano gli orizzonti
tradizionali di queste parole e si affacciano alla nuova
stagione dell’ANPI.
Shirin Ebadi, avvocato, Nobel per la pace: in Iran «il
movimento di protesta è un moto popolare … chiede
diritti. E le donne sono in prima fila». Shirin Neshat,
regista di “Donne senza uomini”: «La rivoluzione è
donna».
Ci sono poi le parole del teatro, per definizione così
effimere, così intraducibili – tempo, eternità, gioco,
leggerezza, impegno, onore – impersonate dall’attrice e
regista Lucia Poli, attraverso brani da Borges, Palazzeschi, Doroty Parker. Lucia conclude con impegno e
onore, parole cadute in disuso; ma le parole, anche se
non ne vogliamo sapere, continuano a vivere dentro
le cose. Anche se rifiuta l’impegno, il teatro non può
fare a meno di raccontare la smemoratezza, la stupidità dell’oggi.
Anche le donne vengono massacrate: bastano i nomi
delle donne uccise nel 2010, letti da Festina Lente
Teatro e Vagamonde, a disegnare l’immensità della
violenza subita dalle donne.
Siamo uscite comunque felici di aver salvato qualche
parola. O sono state le parole a salvare noi?
Gabriella Manelli
Cronache
Il 18° Congresso Provinciale dell’ANPI di Udine
Tensione morale e
orgoglio di appartenenza
28 novembre 2010 - Già alle otto del mattino, si affollano davanti all’ufficio allestito presso l’Auditorium
“Zanon” gli eletti dei 42 congressi di sezione tenuti
nella Provincia di Udine nel corso dell’anno, con le
deleghe in mano per farsi registrare, perché alle nove
il Congresso deve cominciare. E alle nove comincia,
con le guardie comunali che scendono verso il palco
con i gonfaloni dei comuni decorati, accompagnate
dall’Inno di Mameli.
Poi il prof. Alberto Buvoli, nominato Presidente dell’Assemblea, legge i nomi dei compagni che ci hanno
lasciato negli ultimi cinque anni.
Interviene il Sindaco della nostra città, il prof. Furio
Honsell, che parla dell’attualità dell’ANPI come riferimento etico e politico, perché l’antifascismo, anche
per gli amministratori, non può che essere il punto di
partenza per qualsiasi ragionamento o attività.
Il lungo applauso testimonia anche l’affetto che lega
l’ANPI al Sindaco, sempre vicino alla nostra Associazione.
È la volta poi del presidente uscente Federico Vincenti, che legge la relazione politica sull’attività dell’ANPI Provinciale, interrotto spesso dagli applausi,
perché la moralità e la qualità dell’impegno dimostrato sono straordinari.
Quindi i saluti dei numerosi invitati, in nome di partiti politici, dell’ARCI, dell’ANED, della Lega dei
combattenti per la liberazione nazionale di Tolmino
(Slovenia). Il poeta Pier Luigi Cappello legge una bellissima prosa poetica che paragona lo stacco di Ettore
dalla moglie e dal piccolo Astianatte per affrontare
l’ultimo duello, allo stacco del giovane partigiano dalla madre che invano lo prega: non andare, figlio mio.
Applausi commossi salutano la lettura.
Gli interventi degli invitati sono finiti, dato che brillano per la loro assenza le amministrazioni provinciali e
regionali e i rappresentanti dello Stato, istituzioni che
nel privato elogiano l’ANPI e ne esaltano i meriti, ma
che non se la sono sentita di esporsi in pubblico, dato
che, come ha detto Vincenti nella sua relazione, rivolgendosi ai giovani: «con noi non ci saranno debolez-
ze o rassegnazione, perché siamo
cittadini democratici che si sono
sempre battuti, e
con
decisione,
per la legalità.
Non avranno spazio con noi quelle
inquietanti lobby
che si affacciano
alla ribalta politica: organizzazioni segrete, P3, illegalità, mafia».
Anche questo è
un segno dei
tempi.
Il Congresso continua con l’elezione delle commissioni elettorale e politica e con
la relazione organizzativa del Segretario Luciano
Rapotez.
È giunta già l’ora del pranzo, allestito nella mensa del
vicino Istituto tecnico industriale “Malignani”.
Alle 14 riprendono i lavori con il dibattito sui documenti congressuali, mentre le commissioni si ritirano
in altre stanze a lavorare. Seguono poi le letture dei
relativi documenti, le approvazioni.
Conclude infine la senatrice Carla Nespolo in rappresentanza dell’ANPI nazionale, con una approfondita
analisi sulla situazione del Paese e sugli impegni che
l’ANPI dovrà affrontare per rispondere alla profonda
crisi attuale.
“Un bel Congresso”, dice la senatrice mentre la folla
comincia ad uscire dal teatro; e spiega che non si riferiva soltanto al livello degli interventi – molto alto –
ma anche alla tensione morale che lei ha avvertito
in quella sala piena di gente motivata, orgogliosa dell’appartenenza all’ANPI, dotata dell’ottimismo della
volontà.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l III
Cronache
Ricordati i ferrovieri
caduti nella Resistenza
alla stazione di Udine
Il 2 novembre si è tenuta, presso la Stazione Ferroviaria
di Udine, la commemorazione dei Ferrovieri caduti durante la Resistenza.
Ai ricordi di Bruno Franco si sono aggiunte le riflessioni di Valentino Monaco, del Sindaco di Udine prof.
Furio Honsell e dell’oratore ufficiale Mauro Cedarmas
dell’ANPI Provinciale di Udine. L’organizzazione dell’iniziativa, come da tradizione, vede l’ANPI a supporto
del Dopolavoro Ferroviario, che nell’occasione ricorda
anche i caduti in servizio.
In particolare Cedarmas ha ricordato le fasi essenziali
della storia della ferrovia, seguendo un percorso assai significativo, quello delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità nazionale che ci accingiamo a ricordare e
dell’importanza delle Ferrovie in quest’ambito.
«... Fu con le Ferrovie, assieme ovviamente al sistema
scolastico, a quello sanitario, a quello militare, a quello
giudiziario, che gli Stati diffusero la percezione dell’unità territoriale fra i cittadini. Con i treni si raggiungevano
per la prima volta le più disparate e lontane località del
paese. Durante il primo conflitto bellico, la Grande
Guerra, lo strumento divenne fondamentale per gli spostamenti delle truppe, dei vettovagliamenti e dei rifornimenti bellici. Nella nostra regione ovviamente quest’utilizzo venne vissuto e percepito in tutta la sua interezza.
Non fu un caso, poi, se su un treno venne trasportato il
milite ignoto da Aquileia a Roma fra ali di folla. Durante il secondo conflitto mondiale, sebbene si stessero radicando i nuovi mezzi, la ferrovia manteneva totalmente la sua efficacia e il suo ruolo di principe dei trasporti.
Solo comprendendo a fondo l’importanza strategica e
logistica della Ferrovia e delle sue stazioni possiamo
comprendere quanto il sacrificio dei molti che si adoperarono nella Resistenza e nelle azioni belliche in quest’ambito fossero decisivi».
«Anche questa stazione – ha continuato Cedarmas – è
un luogo simbolo della Resistenza. Sui suoi binari, già
nel settembre ’43, transitarono treni-bestiame pieni di
soldati italiani destinati all’internato in Germania: molti
di quei 600.000 catturati dai tedeschi passarono di qui.
La popolazione accorreva angosciata, temendo di scorgere un figlio, un fratello, un marito o anche solo un
amico. Il più delle volte aiutare degli sconosciuti poteva
alleviare le pene di chi aveva dei cari accomunati dallo
stesso crudele destino. Qui potevamo osservare figure di
donne che, con pentoloni di viveri, alimenti, acqua, pane, vino, cercavano di dare sollievo, ricevendo in cambio
messaggi e biglietti da far recapitare a familiari lontani.
In seguito, sempre su questi binari, parenti lontani del
tristemente più noto binario 21 di Milano, passarono i
lugubri vagoni del trasporto dei deportati. Vagoni, scortati da SS con mitra spianati, dai quali si scorgevano occhi destinati a quanto di peggio il genere umano abbia
realizzato: i campi di sterminio. Sia ben chiaro, non possiamo accettare che in nome della libertà di pensiero vi
siano dei negazionisti che possano metterne in discussione l’esistenza e la funzione, non possiamo rimanere
IV l patria indipendente l 19 dicembre 2010
inermi dinanzi a revisionisti che si dedicano strumentalmente alla demolizione della verità storica per biechi
scopi propagandistici che, con tristezza vi segnalo sono
finanziati dalla nostra Regione».
Nelle riflessioni finali di Cedarmas un duro atto di accusa per le difficoltà che incontrano gli operatori del settore, senza tralasciare l’importanza della Costituzione.
«Permettetemi in conclusione di fare alcune riflessioni, è
con grande rammarico che noi assistiamo al degrado del
nostro Paese. Voi in ferrovia, voi che operate in uno dei
settori nevralgici e storicamente più importanti del Paese ne avete ben coscienza e ne siete quotidianamente testimoni. Siete costretti a lavorare nella precarietà, senza
le adeguate garanzie sulla sicurezza, sul lavoro sulla salute, per voi e per i vostri clienti. Siete costantemente chiamati a rendere presentabile una situazione precaria subendo critiche e accuse che per quanto giustificate non
vanno certamente rivolte a voi operatori quanto a coloro che vi governano. Anche i sacrifici fatti da coloro che
sono elencati su questa lapide meriterebbero ben altra
considerazione e quel rispetto che un atto enorme quale la perdita della vita stessa reclamerebbe. Temo purtroppo, che non sarà questo presente a rendervi quanto
dovuto per la vostra storia e per il vostro costante impegno, ma sono certo che un Paese migliore ci aspetta in
un prossimo imminente futuro, ove la dignità, l’onestà,
l’etica, la giustizia, la morale troveranno nuovamente
posto e finalmente i valori che i nostri padri costituenti e
la lotta partigiana ci hanno insegnato, saranno di casa,
come deve essere».
Bolzano: ripartiamo con gioia
e tenacia dal Congresso
Desideriamo condividere la nostra gioia per un Congresso che ci ha dato nuovo fiato: partecipato, forte e dignitoso in molti interventi. Un buon aiuto lo hanno dato Alessandro Frignoli, rappresentante dell’ANPI nazionale e le ANPI trentine. Hanno portato un sostegno ed
una offerta di lunga collaborazione il Sindaco di Bolzano, il Vicepresidente della Provincia, i rappresentanti dei
partiti progressisti e dei sindacati, offerta della quale faremo tesoro.
Oltre al Comitato provinciale, con un forte ricambio, è
stato eletto anche un “comitato d’onore” composto da
partigiani che abitano a Bolzano (purtroppo molto pochi). Uno di loro, Sandro Bonvicini ci ha sorretto alla
Presidenza.
È stato approvato un documento finale “Vivere la responsabilità di attuare valori e diritti della Costituzione” ed una chiara presa di posizione sulla raccolta firme per l’autodecisione, che consideriamo fuori tempo e
fuori luogo.
Il Congresso è stato anche occasione per il tesseramento
2011. Lo hanno fatto in 34, dei quali 8 nuovi iscritti
giovani.
Spontaneo e forte il canto di “Bella ciao” con cui si è
conclusa l’assemblea. Ora, al lavoro!
Lionello Bertoldi
Cronache
L’ANPI di Magenta con il prof. Onida
A lezione di Costituzione
Il 9 dicembre la sezione ANPI di Magenta ha organizzato un’iniziativa rivolta agli studenti dell’ultimo anno
delle scuole superiori, “A lezione di Costituzione”,
una lezione unica nel suo genere che è stata tenuta, al
Cinema Teatro Lirico di Magenta, dal prof. Valerio
Onida, docente di Diritto Costituzionale all’Università
degli Studi di Milano e Presidente Emerito della Corte
Costituzionale.
Si è trattato della prima iniziativa che la sezione locale
dell’ANPI ha voluto mettere in cantiere per le scuole
cittadine con l’intento di far conoscere la Costituzione
Italiana. «Siamo convinti che per poter amare e difendere la nostra Costituzione sia necessaria prima di tutto conoscerla», con queste parole Silvia Minardi, responsabile dei rapporti con le scuole di ANPI Magenta
ha introdotto la lezione.
Tra i punti toccati dal professore nella sua lezione sono
apparsi di sicuro interesse per i giovani presenti la
contrapposizione giudicata del tutto infondata tra
Costituzione formale e
Costituzione sostanziale,
il rapporto tra maggioranza ed opposizione in un
sistema democratico, il
ruolo fondamentale degli
organi di garanzia nel sistema parlamentare italiano, il rapporto tra la nostra Costituzione e altri
testi fondamentali, quali
ad esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’ONU il 10 dicembre 1948.
Il prof. Onida ha ricordato che «All’origine della Costituzione, ci sono stati anche divisioni e scontri. Il processo costituente ha dovuto superare ostacoli e dissensi. Ma il consolidarsi dell’esperienza costituzionale – e
quella della Repubblica italiana è un’esperienza consolidata – comporta proprio che ciò che all’inizio può anche essere nato su un terreno diviso, nel tempo diven-
A Bologna
Ennesimo attacco fascista
Questa la foto di come la notte sul 26 novembre è
stato ridotto il monumento presente nel parco Brigata
Majella a Bologna che, con enorme sforzo e partecipazione pubblica, è stato collocato lo scorso 2 giugno.
Si tratta dell'ennesimo atto fascista di insulto alla memoria e alla civiltà democratica.
Il monumento – tre blocchi di pietra calcarea bianca,
del peso complessivo di 183 quintali e mezzo, provenienti direttamente dalle falde della Majella, il massiccio dell’Appennino abruzzese (alt. m. 2975 s.l.m.) – è
dedicato alla Brigata Majella che per prima entrò a liberare la città il 21 aprile 1945. Il manufatto è collo-
ta segno e strumento di unità. Perché i valori della Costituzione sono valori tendenti all’unità: eguaglianza,
diritti e doveri di tutti, solidarietà».
La chiarezza espositiva, la passione per il tema trattato,
“il valore delle parole” sono apparsi elementi altrettanto centrali nel modo di trattazione di un argomento a
prima vista tanto difficile.
Dopo aver ascoltato la lezione, gli studenti hanno rivolto numerose domande al prof. Onida. Nella replica si è
parlato dell’attualità dei valori della Resistenza, delle
modalità di partecipazione
dei cittadini alla vita politica del Paese, del diritto al
lavoro, del Tricolore e di
tanto altro. Al termine
della lezione, grande è stata l’emozione quando il
professore ha consegnato
una copia della Costituzione Italiana ai rappresentanti di ciascuna classe
presente, che avevano seguito la lezione dal palco
(nella foto in alto).
«La buona riuscita dell’iniziativa ci spinge a proseguire
sulla strada intrapresa: portare nelle scuole i valori della nostra Costituzione ancora attuale» afferma Rosaldo
Calcaterra, presidente ANPI di Magenta.
La lezione è stata possibile grazie all’interessamento
dell’Amministrazione Comunale e, in primo luogo, del
sindaco Luca Del Gobbo che l’ANPI locale ringrazia
per la sensibilità dimostrata.
ANPI “Anselmo Arioli” di Magenta (Milano)
cato nel parco di via
Barbacci (tra via
Lenin e via Marx),
già intitolato con
apposita targa alla
brigata, decorata
con Medaglia d’Oro al Valor Militare
ed i cui combattenti furono insigniti
della cittadinanza
onoraria. I tre macigni, incastrati tra di loro, simboleggiano il profilo delle altrettante cime, a loro volta
riprodotte nel distintivo che era cucito, assieme alla
striscia tricolore, nelle divise.
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l V
Cronache
Un pensiero per...
Fidalma Garosi Lizzero
Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre è
morta Fidalma Garosi, la leggendaria
“Gianna”, membro del Comitato
provinciale dell’ANPI di Udine.
Con lei, se n’è andato un pezzo della
nostra storia, tanto più prezioso quanto
più lei era restia e modesta, perché
Gianna non amava mostrarsi, non
amava apparire, però portava nella sua
biografia buona parte della storia del Novecento, con i suoi
eroismi, le sue speranze, i sogni e anche le delusioni e le
amarezze. E prima di tutto i valori, attorno ai quali aveva
costruito la sua esistenza: il senso della giustizia, la moralità, la
generosità; in poche parole: dare tutto per quello in cui si
crede, senza pretendere mai niente.
Gianna era nata a Burana, piccolo centro agricolo in provincia
di Ferrara, in una famiglia di braccianti e antifascisti, quindi in
un contesto che prometteva povertà, fame e angherie da parte
del regime, ma anche, come lei stessa diceva, grande
solidarietà umana e reciproco aiuto. Il lavoro era duro, ma
Gianna coltivava un sogno, quello di fare l’infermiera, e riuscì
ad ottenere quel diploma, superando ogni difficoltà. Quel
diploma la portò in Friuli, all’Ospedale civile di Udine, e in
ospedale, ancora agli inizi del 1943, cominciò a collaborare con
i partigiani sloveni, secondo gli accordi che il suo futuro
compagno, Mario Lizzero “Andrea”, aveva stretto con la
confinante resistenza in nome del partito comunista.
Quando, all’indomani dell’8 settembre, salirono sui colli i primi
partigiani, la sua scelta fu immediata. Il 10 ottobre 1943, aveva
compiuto il giorno prima 23 anni, salì in montagna insieme
all’amica infermiera Jole De Cillia, la partigiana “Paola”,
Medaglia d’Argento, uccisa nel dicembre ’44 dai
collaborazionisti del btg. Valanga della Decima MAS.
Iniziava così l’epopea partigiana: in montagna, fino ai
rastrellamenti del novembre ’43; poi in pianura come gappista
(tra l’altro fabbricava bombe da introdurre nelle caldaie bollenti
dei treni nei depositi della stazione) e come staffetta. In maggio
fu chiamata in montagna, perché si era saputo che era
ricercata dalle SS. Era da poco giunta, quando un mattino fu
sorpresa in una baita dai tedeschi: si salvò rotolando giù per un
pendio in mezzo ai rovi, tra le pallottole che le fischiavano
attorno.
E in montagna visse l’esaltante epopea della zona libera della
Carnia, i grandi rastrellamenti, l’occupazione cosacca, il
durissimo ultimo inverno, nascosta in un bunker con i
comandanti garibaldini “Andrea”, il suo futuro marito, Barba
Toni, Marco. A febbraio riprese l’attività nei paesi della Carnia,
vestita da montanara, tra i cosacchi presenti ovunque, per
riannodare i fili, riallacciare i contatti. E poi di nuovo in pianura
dove partecipò alla liberazione di Udine.
Nel dopoguerra le difficoltà non cessarono, cambiarono natura.
Si trattava ora di gestire una famiglia con un figlio, e poi un
altro. La situazione diventò durissima quando il marito “Andrea”
fu inviato a Venezia a dirigere la federazione del PCI. Il partito
pagava pochissimo i suoi funzionari e allora era necessario far
convivere famiglia e lavoro. Trovò impiego all’INAM, ma dovette
lottare contro prepotenze di ogni tipo, perché era comunista,
perché era partigiana, perché era iscritta alla CGIL. Addirittura
la trasferirono a San Donà di Piave, che doveva raggiungere
ogni mattina col treno, lasciando il figlio nelle mani di
improbabili baby sitter, perché allora era così la vita delle ex
partigiane.
Ma alla passione politica, all’impegno sociale non rinunciò mai:
nella Sezione Gramsci del PCI udinese, nel consiglio della
Circoscrizione Udine Centro, con la vendita de l’Unità per le
case del quartiere la domenica; e poi nel Comitato per la difesa
della Costituzione, che dirigeva con determinazione; nell’ANPI,
dove condusse la sua battaglia affinché alle donne della
Resistenza fossero riconosciuti i meriti che a loro competevano;
nell’organizzazione ogni 24 di aprile della manifestazione in
memoria dei caduti del quartiere in cui abitava, e in ogni
occasione si presentasse di lotta per la democrazia e il
progresso sociale, e per la memoria della Resistenza.
Ancora nel letto d’ospedale, alla vigilia del Congresso
provinciale dell’ANPI che si è tenuto il 28 novembre, ai
VI l patria indipendente l 19 dicembre 2010
compagni in visita, levatosi il boccaglio dell’ossigeno, ha
sussurrato con fatica: “Mi raccomando, al Congresso parlate
della scuola, perché i giovani devono capire, devono sapere
cos’era la Resistenza”.
Questa era Gianna, persona indimenticabile, per umanità,
moralità, intelligenza e coerenza, una di quelle persone per
merito delle quali la vita, al di là di delusioni e fallimenti e degli
sconsolanti paesaggi odierni, può essere un viaggio che vale la
pena intraprendere.
Ai funerali, colorati di labari e bandiere (c’era anche il
medagliere dell’ANPI di Venezia, in ricordo del periodo
trascorso in quella città da Gianna e Andrea tra il 1948 e il
1953, perché i partigiani hanno davvero la memoria lunga),
hanno dato l’ultimo saluto a Gianna il Sindaco della città, prof.
Furio Honsell, il presidente dell’ANPI provinciale Federico
Vincenti, e Flavio Fabbroni del Comitato provinciale. E tanti
udinesi, giovani e meno giovani, che, commossi, hanno
intonato in suo ricordo “Bella ciao”.
(Federico Vincenti, Presidente ANPI provinciale Udine)
Gesuà Sive Salvadori Moisè
Conosciuto come Marco, si è spento il
22 novembre all’Ospedale Civile di
Venezia. Una persona per bene. E non
è questa la solita frase di circostanza
che impone la situazione. No, lo era
davvero. Ebreo, partigiano, comunista.
Insomma, le aveva proprio tutte! Con la
Repubblica di Salò e con le leggi
razziali, per una famiglia ebrea era
difficile rimanere a Venezia. La sua riparò a San Vito di
Valdobbiadene, ma anche lì divenne pericoloso rimanere e si
rifugiò a Zenson di Piave, nascosta nella villa del conte Badini
poi arrestato e assassinato dai fascisti proprio perché
nascondeva ebrei. Giovanissimo, era del '28, divenne poi
partigiano nella brigata che portava il nome del conte. Marco
andava nelle scuole a raccontare ai ragazzi le sue terribili
esperienze, senza autocommiserarsi per quanto sofferto e
senza vantarsi del suo impegno resistenziale, lo faceva con
grande entusiasmo perché si sentiva lui stesso ancora ragazzo
e voleva trasmettere loro i valori della solidarietà e della pace.
Usava toni, un linguaggio e una freschezza tali per cui i ragazzi
lo ripagavano facendolo sentire uno di loro. Ci sarebbe molto
da dire, ma lui era un uomo asciutto senza fronzoli. Allora è
sufficiente dirti grazie, Marco, per quello che sei stato e per
quello che ci hai dato.
(ANPI “Sette Martiri” - Venezia)
Bruna Dradi
Si è spenta a Pignola all’età di 83 anni. Prima donna sergente
nelle formazioni partigiane dell'Esercito italiano di Liberazione.
Il suo profondo amore per la libertà e la democrazia ne hanno
fatto una icona dell'antifascismo e dei valori di libertà e
democrazia sanciti dalla Costituzione della Repubblica italiana.
Anche se con lei scompare un pezzo di storia italiana, il suo
appello alla “Resistenza civile” rimarrà impresso nelle nostre
coscienze per contribuire alla costruzione di una Italia migliore.
Bruna Dradi, era originaria di un paesino del ravennate dove
partecipò alla lotta partigiana contro le truppe nazifasciste, ma
lucana per scelta. Finita la guerra si trasferì a Potenza
continuando il suo impegno politico e civile al fianco del
senatore lucano del PCI, Donato Scutari – stretto collaboratore
del nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano –
conosciuto negli anni della guerra di Liberazione.
Con lei si spegne non solo una figura di grande spessore
umano e politico, ma un prezioso testimone di un periodo
tormentato dell’Italia contemporanea che ha posto le basi
– liberando “moralmente” e militarmente il nostro Paese
dall’oppressione nazifascista – della Repubblica prima e della
Costituzione poi.
Resta comunque la memoria di un’esperienza di vita al fianco
dei più deboli e degli oppressi, nella speranza che ciò non vada
disperso ma coltivato e ricordato soprattutto presso i più
giovani.
Bruna Dradi non ci ha lasciati, ma vive nella nostra amata Carta
Costituzionale.
(Vito D’Adamo - Fiduciario ANPI Matera)
Cronache
La Medaglia al Valor Civile
a Vimercate
La Medaglia d’Argento al Valore Civile – conferita dal
Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel
2009 – ora fregia il Gonfalone della città di Vimercate, quale centro strategico della Resistenza.
L’ANPI locale, dedicata ai “Martiri Vimercatesi” è
particolarmente commossa ed onorata nel vedere riconosciuto il sacrificio della giovane vita dei partigiani combattenti e il dolore patito dai familiari e dagli
antifascisti che, con fermezza, hanno saputo opporsi
alla barbarie fascista.
Un po’ di storia
Dopo l’8 settembre ’43 ed una breve esperienza in montagna, si costituisce a Vimercate il 1° distaccamento
della 103 a Brigata Garibaldi intitolata a Vincenzo
Gabellini, antifascista e padre del primo comandante
Alberto “Walter” (che diverrà comandante della 119 a
Brigata Garibaldi, catturato e poi fucilato a Pessano
con Bornago) composto da Iginio
Rota (comandante), Aldo Motta, Carlo Levati, Emilio Cereda,
Pierino Colombo, Luigi Ronchi,
Renato Pellegatta, Erminio e
Mario Carzaniga e dai fratelli
Aldo ed Emilio Diligenti di
Monza.
Tutte le azioni dei partigiani in
pianura – difficoltose per la conformazione del terreno – erano
ordinate dal Comando di Milano e vennero compiute dai partigiani vimercatesi, nella perfetta
clandestinità: usando nomi di battaglia per conservare
l’anonimato. Perfino i familiari erano tranquillizzati
dai loro ragazzi, che sostenevano nascondersi come renitenti alla leva: “sbandati”, come si diceva allora. Così
hanno vissuto quei 15 mesi: da Resistenti.
Tra le tantissime azioni due sono emblematiche. La prima – la notte del 20 ottobre 1944 – è l’attacco al campo
di aviazione di Arcore con la distruzione di 5
aerosiluranti S.M. 79 riparati e pronti per entrare in
azione. L’ultima – la notte del 29 dicembre – supportati dal distaccamento di Rossino (Cascina in territorio
di Ornago) e battesimo del fuoco per alcuni giovani del
Fronte della Gioventù e dell’Oratorio che dovevano assistere all’azione e, rese inermi le guardie, intervenire per
completare la distruzione delle officine meccaniche Bestetti. Isolato il telefono della torre di controllo, due partigiani fanno irruzione; inizia lo scontro a fuoco. L’eco
degli spari fa sopraggiungere camion di rinforzo ai fascisti. Il comandante partigiano Iginio Rota cade sul
campo. La scarsità di munizioni richiede uno sganciamento, che riesce.
Il corpo del Comandante viene posto dai tedeschi lungo
la strada che da Arcore conduce a Vimercate, i lavoratori delle fabbriche arcoresi vengono fatti transitare uno
ad uno per scrutare nei loro visi un cenno di riconoscimento.
Molti riconoscono Iginio ma per fortuna nessuno lo dà
a vedere.
Passano alcuni giorni, si attende l’ordine per la fuga in
montagna, organizzata dal Comando militare della
piazza di Milano. Finalmente la notte della partenza.
Quella sera un plotone di militi in camicia nera, guidati da delatori, procedono, casa per casa, alla cattura
dei partigiani.
Solo Carlo Levati, saltando dalla finestra del primo
piano, aiutato dai vicini, riesce a fuggire scalzo nella
neve e, risalendo il torrente Molgora dal Cimitero a
Ruginello, trovare riparo presso la casa di un antifascista.
Gli altri, condotti a San Vittore, sono torturati a più riprese e, infine, condannati a morte, tramite fucilazione
alla schiena, dal Tribunale Speciale. Questi i loro nomi:
Aldo Motta, Luigi Ronchi, Pierino Colombo, Emilio
Cereda, Renato Pellegatta.
Carlo Levati viene condannato a morte in contumacia
mentre Enrico Assi e Felice Carzaniga del Fronte della
Gioventù, Carlo Verderio e Angelo Nava dell’Oratorio,
condannati a trenta anni di lavori forzati perché minorenni. Arrestati e poi rilasciati i
familiari dei partigiani, Piera
Rota sorella di Iginio e la sua fidanzata Mariuccia Stucchi,
Francesco Levati, padre di Carlo,
il vicino di casa Alfredo Parma
complice della messa in scena che
ne favorì la fuga.
La sentenza fu eseguita il 2 febbraio 1945 sul campo di aviazione di Arcore, luogo della loro ultima azione partigiana, per mano di un plotone di esecuzione
composto da fascisti repubblichini.
Lo spirito dei Vimercatesi, da sempre antifascista, ha voluto ricordare il sacrificio dei “Nostri Ragazzi” (così
ancora appellati) custoditi nel monumento funebre alla
Libertà, dedicando a ciascuno di loro una via della
Città.
Vimercate ha offerto altre vite alla lotta di Resistenza e
di Liberazione: Carlo Galbussera, partigiano caduto
nell’attacco alla cabina elettrica di Capriate San Gervasio detenuta dai tedeschi; Orazio Parma, caduto il
giorno dell’insurrezione a Vimercate; Emilio Colombo
ucciso dai fascisti a Ruginello; i cittadini di razza
ebraica deportati e molti di loro morti nei lager nazisti;
i lavoratori delle fabbriche che con gli scioperi avevano
fermato la produzione bellica e, per questo, deportati
nei lager; i militari che hanno saputo dire “No!” al
bando di reclutamento preferendo il campo di lavoro in
Germania all’adesione al fascismo; i tanti antifascisti
picchiati, esiliati, emarginati, purgati, umiliati per la
loro resistenza al regime.
Per tutto quanto occorso, per la volontà della popolazione
di mantenere viva la memoria alle nuove generazioni ...
ecco il senso di questa Medaglia che introduce Vimercate
dalla Cronaca alla Storia del nostro Paese.
Sergio Cazzaniga
Presidente ANPI “Martiri Vimercatesi”
patria indipendente l 19 dicembre 2010 l VII
Cronache
Ravenna
Carla Nespolo inaugura
il giardino “Le partigiane”
Finalmente! Un giardino alle partigiane, a Ravenna.
Giusto, perché Ravenna è città dove le partigiane e le
staffette hanno fatto la Resistenza come gli uomini,
rischiando anche di più degli uomini. Lo diceva il comandante Bulow, con quel suo modo garbato e importante di parlarti appoggiandosi al braccio nelle
camminata oramai lenta.
E il sindaco è d’accordo. E la data è quella dei giorni
della liberazione: oggi 5 dicembre 2010, allora 4 dicembre 1944. L’oratore lo sceglie l’ANPI e così parla
l’on. Carla Nespolo, già senatrice e oggi componente
il Comitato Nazionale ANPI e presidente dell’Istituto
per la storia della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Alessandria.
Sono le undici e siamo nella piazza della Resistenza,
larga e profonda, ex Foro Boario. Da una parte si alzano due ali in mosaico, che rappresentano la libertà,
il volo, la gentilezza (un’opera di Bravura, mosaicista
di scuola ravennate assurto a fama internazionale) e
dall’altra parte, in modo speculare, c’è il nostro giardino delle partigiane, anche loro volevano la libertà
gentile e volavano per averla sulle loro biciclette a tener collegamenti, a portare volantini, armi.
È una bella giornata con il sole, anche se fa molto
freddo. E il sindaco saluta. E così pure l’assessore alle
pari opportunità, Giovanna Piaia, che tanto si è adoperata per la realizzazione del giardino. Poi prende la
parola Carla Nespolo.
L’alfiere Gianni, Carla Nespolo, l’assessore Giovanna Piaia.
ro egualmente decidendo così il loro protagonismo».
Quello delle partigiane fu l’asse portante della Resistenza civile senza il quale la lotta armata non avrebbe vinto. L’adesione delle donne alla lotta ha fatto diventare la guerra partigiana, a tutti gli effetti, una
guerra di popolo ed è ciò che fa la differenza con il
Risorgimento italiano. Nell’avvicinarsi al 150° dell’Unità d’Italia va anche ricordato che senza la Resistenza l’Italia non sarebbe un paese unito.
Le donne ebbero un ruolo fondamentale nelle Repubbliche partigiane, come quella dell’Ossola, con
una donna ministro, o della Carnia, dove le donne votarono prima del ’46. E operarono nei GAP, nelle
SAP, nelle formazioni di pianura e montagna. Fecero
le staffette. Le attiviste. Organizzarono scioperi, «…
come la vostra Lina Vacchi», ma finita la guerra le
donne tornarono al loro “privato”.
Oggi la Costituzione è vilipesa. Attaccata anche dal
comportamento di certe alte cariche pubbliche che è
distruttivo dell’immagine e del ruolo delle donne, ma
«… le escort sono una minoranza».
Va detto con forza che le donne sono un’altra cosa.
Carla Nespolo, l’assessore Piaia, la partigiana Viera, il sindaco di
Ravenna Matteucci, l’assessore Giangrandi.
Francesco, Monica, Massimo, Ivano Artioli, Angela e la partigiana
Santina.
Porta subito il saluto di Raimondo Ricci, Presidente
Nazionale ANPI, e dice che oggi siamo fortunati: «vivere con i testimoni e i protagonisti della Resistenza ci
aiuta ad essere fedeli a questa testimonianza, ma soprattutto con il trascorrere del tempo ad essere i testimoni dei testimoni».
Un compito questo particolarmente importante se si
parla delle partigiane, ma che spesso è stato taciuto o
ci si è limitati a celebrare invece di studiarlo e comprenderlo. «Le donne – dice l’oratrice tra gli applausi –
non avevano l’obbligo della scelta come i loro compagni maschi, arruolarsi o unirsi ai partigiani, ma lo fece-
Che nella società civile, nel lavoro e nella scuola ci sono donne brave e capaci e fiere della propria femminilità e dignità, capaci di costruire con i loro compagni
uomini un mondo migliore, anche per mantenere fede all’eredità del pensiero delle partigiane italiane.
Poi lo scoprimento della targa e strette di mano. E
poi, al pranzo, in una vecchia e storica sezione, quella
di Porto Fuori, con generosi cappelletti e grigliata,
quattro giovani ANPI appuntano alle partigiane presenti la spilla della rosa “Bella Ciao” e lì… alla commozione nessuno ha resistito.
Bruna Tabarri
VIII l patria indipendente l 19 dicembre 2010
Un “filo rosso” che si è dipanato attraverso i secoli per formare un Paese unito
Rinascimento,Risorgimento,Resistenza:
così è nata l’Italia della Costituzione
di Umberto Carpi
La Breccia di Porta Pia appena aperta dagli “italiani” nel 1870.
La borghesia liberale e le grandi battaglie per la libertà e l’indipendenza
•
Il fecondo retroterra culturale e le aspre polemiche
•
L’arrivo di tutto un mondo “nazional-popolare”
•
Il pericolo dell’oggi e il continuo attacco alle fondamenta della Repubblica
150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
N
el corso della Seconda Festa Nazionale dell’ANPI
che si è tenuta ad Ancona nel giugno scorso, il
professor Umberto Carpi, docente di letteratura italiana
all’Università di Pisa, già senatore della Repubblica e
sottosegretario, ha tenuto una “Lectio Magistralis”
dedicata al Risorgimento, ai 150 anni dell’Unità d’Italia
e alla Resistenza.
Riteniamo molto importante e attualissimo il testo della
“Lectio” che abbiamo deciso di pubblicare integralmente.
D
Il prof. Umberto Carpi e, alla sua sinistra, Armando
Cossutta.
tro l’invasore tedesco; e c’era stato implicito quel
al primo al secondo Risorgimento ovvero il
tanto di “guerra civile” che accomunava la lotta
seguente problema, storiografico e politico
dei patrioti di oggi contro i fascisti asserviti al Terinsieme, come si pose subito dopo il ’45: la
Resistenza era stata davvero il compimento di una
zo Reich alla lotta dei patrioti giacobini contro i
rivoluzione risorgimentale incompleta, realizzata
sanfedisti, poi dei patrioti mazziniani e garibaldini
solo istituzionalmente con un’unità politica e ammicontro borbonici, austriacanti, filopapalini.
nistrativa accentrata in Roma capitale, ma non
Patriota era nato di sinistra alla fine del Settecenstrutturalmente, né come integrazione sociale né
to, lo fu con Garibaldi nel Risorgimento, lo rimase
come equilibrio dei tempi e modi di sviluppo?
nelle stesse origini dell’irredentismo scaturito dal
Interrogativo, questo, che a sua volta ne comportacaso Oberdan sullo scorcio dell’Ottocento, di deva altri due, essi pure di natura sia storiografica
stra non era stato mai: averlo abbandonato al reache politica: era stato davvero il Risorgimento
zionario uso nazionalista per un lungo tratto primoquella rivoluzione mancata, nel senso di mancata
novecentesco, quando non venne compreso quale
riforma agraria, di estraneità delle masse popolari
contributo decisivo i movimenti di liberazione nae in particolare delle contadine, di irrisolta, anzi
zionale avevano e avrebbero dato al progresso intendenzialmente accentuata divaricazione fra Nord
ternazionalista, fu errore micidiale. Gran merito
e Sud? E la Resistenza non era stata andella Resistenza aver rifatto nostra, pratica
ch’essa, piuttosto che compimento rivoe concetto, la tradizione patriottica.
luzionario, una rivoluzione alla fine
Comunque, quel che prevalse nell’inabortita o, come si preferì dire, traterpretazione storica della Residita? Tradita nelle sue istanze di
stenza come “secondo Risorgidefascistizzazione delle strutture
mento” fu la sua istanza di un
statali e dell’apparato burocratiprofondo rinnovamento sociale
co, di radicalità laica, di rinnoe politico, della fondazione di
vamento dei rapporti sociali e
una patria intrinsecamente rindemocratici come lo si era
novata nei rapporti sociali e
embrionalmente vissuto nei
nelle istituzioni.
CLN settentrionali.
E dunque, per riprendere gli
Erano davvero rimaste solo le
interrogativi iniziali, istanze
realizzate oppure rimaste ineceneri di Gramsci, come a mespresse? In altri termini, se il
tà anni ’50 provocatoriamente
Risorgimento – come da diversi
sintetizzò in versi un irregolare
punti di vista avevano denunciadi genio?
to il comunista Gramsci, i liberali
Certo c’era stato anche, nell’acGobetti e Dorso, lo stesso liberalcezione di “secondo Risorgimento”
socialista Rosselli degli studi su Pisaspontaneamente attribuita alla guercane, Mazzini, Bakunin – era stato intira di resistenza dalle denominazioni
mamente antigiacobino e a salda direstesse assunte da molte bande partigiaGuglielmo
Oberdan.
zione moderata, non aveva avuto anne, il richiamo alla tradizionale lotta con150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
che la Resistenza (dalla svolta cosiddetta “badogliana” di Togliatti ai primi governi di coalizione e
poi alla rottura democristiana dell’unità CLN) un
esito decisamente antigiacobino e moderato rispetto alle aspettative dei settori partigiani più
avanzati?
Con un ulteriore interrogativo sotteso a tutti questi,
inseparabile da ogni problematica resistenziale
esistendo la Resistenza in quanto movimento di opposizione al fascismo: cosa cioè avesse significato
il fascismo al potere nel segmento storico fra quel
primo e quel secondo Risorgimento, se una malattia irrazionalmente sopravvenuta in un corpo sano
come voleva la storiografia liberale, Croce in testa,
ovvero l’inevitabile destino delle fallimentari classi
dirigenti prefasciste cosiddette liberali, ovvero ancora l’espressione di un sovversivismo intrinseco
alle classi dirigenti italiane, come l’aveva definito
Gramsci e come a noi qui e oggi pare pericolosamente confermarsi.
Oltretutto il fascismo, per suo conto, aveva politicamente e storiograficamente cercato di accreditarsi lui, nella sua componente nazionalista da
Gentile a Volpe a Rocco, come il vero realizzatore
rivoluzionario dei destini risorgimentali, e questo –
fra apologia crociana del Risorgimento liberale,
sua opposta revisione critica da parte dei Gramsci
e dei Gobetti, nuovo protagonismo nazionale dei
cattolici e della Chiesa dopo Partito Popolare e
Patti Lateranensi – complicava ulteriormente lo
scioglimento di tutti questi nodi.
La discussione fu asperrima subito dal 1945 almeno fino al 1960, e condotta senza esclusione di colpi, perché c’era la coscienza che con la risposta a
quelle domande si giocava una partita decisiva
nella battaglia per l’egemonia culturale: basti pensare che nel 1955 il comitato dei ministri incaricati
di organizzare le celebrazioni del decennale patrocinò un corposo volume ufficiale intitolato appunto
Il secondo Risorgimento. Nel decennale della Resistenza e del ritorno alla democrazia, escludendone tutti i protagonisti o gli studiosi non aderenti ai
partiti di governo, in particolare socialisti e comunisti in quanto estranei alle ideologie della democrazia. E pochi anni dopo, nel 1959, un fortunato
saggio di Claudio Pavone su antifascismo e fascismo di fronte alla tradizione del Risorgimento suscitò discussioni furibonde incentrate su un punto
Camillo Benso, conte di Cavour. A destra, Giuseppe Mazzini.
150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
Giuseppe Garibaldi.
del Risorgimento. Così accadde che Pavone venisse contestato sia dai comunisti come Battaglia e Spriano, sia dai liberali crociani come De Caprariis.
Non erano, lo ribadisco, puntigli accademici. Per capire la rilevanza eminentemente politica di contrasti che oggi
possono sembrare di astratta schematizzazione quando non di pura ritorsione
ideologica o nel migliore dei casi di accanimento filologico, ricordiamo come
allora negli anni Cinquanta, anche facendo perno sull’impatto formidabile
dei Quaderni di un Gramsci sostanzialmente sostituito a Croce (sostituito, più
che contrapposto), il PCI puntasse ad
accreditare se stesso e la classe operaia quali eredi della grande tradizione
liberale del Risorgimento, dagli Spaventa ai De Sanctis fino all’approdo di quella tradizione – con Antonio Labriola –
nel marxismo e nel socialismo.
Su questa linea, è noto, Togliatti era
giunto ad esprimere un giudizio storicamente positivo sulla stessa politica di
apertura ai socialisti praticata nel primo
Novecento da quel Giolitti che era sempre stato la tradizionale bestia nera della cultura salveminiana, gobettiana e
ordinovista; e ciò Togliatti aveva fatto
non solo in polemica politica contro
l’ostracismo democristiano alle sinistre, ma anche
con l’obiettivo storiografico di sottrarre Giolitti all’apologia e in sostanza appropriazione neoliberale
operatane da Croce.
che allora pareva cruciale per il riconoscimento o
meno del Partito Comunista come partito della tradizione nazionale: era stato il suo risorgimentalismo durante la Resistenza, nei termini precipui del
garibaldinismo, espressione di una cultura e
visione storica autentiche, oppure era stato
di mera natura pratica, strumentalmente rispondente alle nuove esigenze unitarie della politica dei fronti popolari?
Pavone giudicava dal punto di vista dell’azionista che era stato, il suo risorgimentalismo resistenziale era nel solco del Risorgimento di Giustizia e Libertà (Gobetti e Carlo
Rosselli), dunque critico dei comunisti (in
particolare del Togliatti che nelle polemiche
anni Venti con Rosselli e «Quarto Stato»
aveva liquidato il cosiddetto Risorgimento,
con il che Pavone isolava il risorgimentalismo di Gramsci come fatto intellettuale a sé,
non espressivo di un’intrinseca cultura del
Partito); ma critico anche dei liberali crociani che, tipico Omodeo, avevano duramente
Telemaco Signorini: l’artiglieria garibaldina nel 1860.
polemizzato contro la revisione gobettiana
150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
classi dirigenti borLe polemiche su
ghesi e come fine
Resistenza e Risordell’egemonia borgimento si intrecghese, e per accreciavano, insomma,
ditare di consecon le concomitanti
guenza la classe
querelles sull’interoperaia come nuopretazione
gramva classe trainante
sciana del medesied egemone, come
mo Risorgimento (rila nuova classe nacordo il memorabile
zionalmente
diriscontro fra lo storigente. Tanto che Toco liberale Rosario
Ambulanza militare italiana dopo la Breccia di Porta Pia.
gliatti – più culturalRomeo e gli storici
mente sensibile al momento risorgimentale – ispimarxisti da Sereni a Zangheri a Cafagna) e, a querava una storiografia molto attenta alle analogie e
sta strettamente connessa, sulla questione del
alla continuità Risorgimento-Resistenza; Longo inMezzogiorno e sulla prospettiva dell’alleanza navece – più militantemente radicato nel momento
zionale fra operai del Nord e contadini del Sud.
resistenziale e autore dell’ancora oggi essenziale
Perché, era stata davvero la Resistenza il compimento del Risorgimento nazionale? E se sì, erano
Un popolo alla macchia – preferì richiamare gli stostate davvero le avanguardie della classe operaia
rici a una decisa distinzione fra i due Risorgimenti
forza propulsiva e trainante della Resistenza come
proprio per riaffermare il primo a direzione borghela borghesia più avanzata lo era stata del Risorgise, il secondo a direzione popolare, operaia e conmento?
tadina (la Resistenza, anzi, come innovativa espeEra questa una condizione essenziale per interprerienza storica di partecipazione contadina a un
tare storicamente il fallimento e la caduta del famoto di liberazione nazionale, con il rovesciamento
scismo come sconfitta storica delle tradizionali
almeno nel Nord di quella tradizione di sanfedismo
Cartina dell’Italia. A sinistra, la Nazione è ancora divisa. A destra, dopo il 1861.
150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
antigiacobino, antirisorgimentale, in sostanza
antinazionale da cui le
masse agrarie non si
erano in precedenza
mai emancipate).
Temi brucianti, e non è
un caso che anche nel
1960, anno preparatorio
del centenario dell’Unità
ma anche anno critico
del governo Tambroni, si
dovettero registrare non
poche resistenze alla
celebrazione ovvero inclinazioni ad una celebrazione debole e distorta, sia pur – va detto
– imparagonabili per
Antonio Gramsci.
gravità di motivi e per
ostentata impudenza a
quelle odierne in vista del 150°: allora, piuttosto
che la negazione e il rifiuto, c’era il tentativo –
chiamiamolo così – di delaicizzazione e clericalizzazione del Risorgimento per sottrarlo all’egemonia interpretativa e marxista e liberale, così come
nel 1955 – decennale della Liberazione – c’era stato un notevole e non banale sforzo (ricordo politicamente Malvestiti sul Popolo e storiograficamente Passerin d’Entreves su Civitas di Taviani) di cattolicizzare la Resistenza, enfatizzandone la dimensione religiosa. Ricordo che a denunciare il tentativo del Governo di mettere la sordina sui grandi
eventi del triennio 1859-’61 intervenne, con una lucida polemica dal titolo inequivocabile Antirisorgimento, Alessandro Natta (un dirigente di partito
a sua volta acuto storico
del pensiero risorgimentale, lui studioso del
Cuoco e del Colletta, il
cui nome mi piace ricordare anche per rimpiangere insieme a voi quella specie di intellettualipolitici e di politici-intellettuali, comunisti, socialisti, azionisti, cattolici, liberali di cui si erano
innervate la resistenza
al fascismo e poi la rinascita nazionale nella Repubblica e nella CostituBenedetto Croce con le figlie.
zione – una specie della
150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
quale, non ultimo segno
del nostro declino democratico e culturale, pare
smarrito lo stampo).
D’altronde, perché quello
del Risorgimento primo e
secondo non potesse non
diventare, anzi restare
terreno di confronto ideologico e di implicazioni
politiche al calor bianco
lo aveva spiegato bene
un grande intellettuale e
martire antifascista, Leone Ginzburg, in certe sue
pagine del 1943 su La tradizione del Risorgimento
rimaste inedite ed esemplarmente stampate, quasi un messaggio, subito
nell’aprile del 1945 da
un’indimenticabile rivista napoletana, Aretusa: «L’Italia in cui viviamo non è pensabile – ammoniva
Ginzburg – senza il Risorgimento. Sorto da un impellente bisogno di adeguare il nostro paese … alla moderna cultura e vita politica europea, mentre
gli Stati italiani erano tanti cadaveri dissepolti che
al contatto dell’aria sarebbero andati in polvere …
Per gli italiani, l’atteggiamento da assumere nei riguardi del Risorgimento implica ancora, e forse
continuerà ad implicare per parecchio tempo, una
scelta inequivocabile che precede ogni valutazione storiografica … Risorgimento non è dunque,
per gli italiani di oggi, la semplice designazione di
un periodo storico, un recipiente in cui si possa
versare qualunque liquido: è, invece, una tradizione tuttora viva e gelosamente custodita, a cui ci
si richiama di continuo
per ricavarne norme di
giudizio e incentivi all’azione».
Su uno dei primi numeri
della medesima rivista
Aretusa un grande liberale oggi rimosso come Gobetti dai sedicenti liberali
da cui siamo infestati (tutti inverecondamente liberali e riformisti i tristi attori di questa fase illiberale
e restauratrice), dico il liberale Guido Dorso, in
I fondatori di Giustizia e Libertà. Al centro e all’estrema destra i fratelli Rosselli.
certe sue straordinarie
pagine del 1944 sulla Teoria politica dei “partigiani” dalle quali farei aprire
rande sarebbe dunque la tentazione di soun’auspicabile antologia del pensiero resistenziastare analiticamente sul dibattito intorno alle, aveva a sua volta avvertito: «Un nuovo incontro
la Resistenza come secondo Risorgimento
di Teano non appare probabile, poiché questo tipo
dipanatosi in quella fase storica così decisiva e
di eventi storici presuppone l’assenza delle masse
drammatica per tutte le forze politiche che avevae la tendenza delle élites rivoluzionarie a transino costituito il CLN: prima e dopo lo snodo del ’48,
gere. Oggi, invece, il movimento partigiano si svinella tempesta del ’56, alle soglie contrastatissime
luppa attraverso il popolo, e ciò dovrebbe essere
del centro-sinistra, quando dall’opposizione di posufficiente a preservarlo da adulterazioni. Tutto il
polo al torbido tentativo Tambroni di riportare i
processo storico, iniziatosi col Risorgimento e limineofascisti nell’area di governo e di bloccare la natatosi finora all’indipendenza nazionale, pare voscita del centro-sinistra venne per un momento riglia concludersi con un nuovo Risorgimento, che
lanciato lo spirito militante della Resistenza (che
artificiosamente si vorrebbe limitare al riacquisto
poi del centro-sinistra non siano state capite e svidell’indipendenza, ma che
in effetti … deve espandersi all’affermazione dell’autogoverno come unico
mezzo per l’effettivo acquisto e garanzia della libertà».
Mettiamo insieme le parole del torinese Ginzburg e
del meridionale Dorso, il
Risorgimento di quello
con il nuovo Risorgimento
di questo, e sarà chiaro
quale destino di scontro
politico dovesse attendere – repubblica, costituzione, strategie economico-sociali – il tema storiografico voluto qui oggi in
Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Augusto Frassinelli.
discussione dall’ANPI.
G
150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
luppate tutte le pografica grande, anzi
tenzialità sarebbe
di storia della stoaltro discorso, non
riografia, ma altro
estraneo alla compreme qui e oggi,
prensione della noquando – con marstra deriva nei detellante insistenza –
cenni successivi).
vengono messi in
Una tentazione stodiscussione i due
riografica tanto più
cardini dell’assetto
forte oggi, ripeto,
statuale uscito dalla
che sulla nostra stoResistenza, l’unità
ria, sulla storia delle
repubblicana e la
nostre idee, si preCarta Costituzionaferisce stendere una
le. Quando, cioè, alopportunistica corl’ordine del giorno
tina di occultamenti,
non è il movimento
rimozioni, edulcoraprogressivo di rinazioni,
distorsioni,
scenza insito nel
negazioni, palinodie,
concetto di risorgiquando al contrario
mento, bensì un moun intelligente eservimento regressivo
cizio della ragione
di corruzione e restorica compiuto a
staurazione: ricordo
schiena dritta sache risorgimento,
rebbe vitale per
prima di venir a deuscire dal gorgo di
signare il processo
Piero
Gobetti
e
la
moglie
Ada
Prosperi.
subalternità in cui
di unificazione naci dibattiamo anche
zionale, periodizzanel campo storiografico, Risorgimento e Resistenva quello che ora si nomina rinascimento, “rinasciza in primis: deprecato o affidato a letture deboli e
mento” dalle tenebre medievali affondante le sue
fin caricaturali il Risorgimento, ridotta troppo spesprimi radici nazionali nei liberi comuni di popolo;
so la Resistenza ad un’ormai univoca misura di
poi “risorgimento” dal sistema di antico regime e
guerra civile, oltretutto sempre più strumentalmendalla sua reviviscenza nella restaurazione; poi ante fraintesa al fine surrettizio di attribuire pari dicora “liberazione” dal fascismo.
gnità storica alla pars fascista di Salò (come in moRinascimento, Risorgimento, Resistenza. Un filo
do analogo, nel Risorgimento, alla pars sanfedista
rosso di sviluppo storico sulla linea della rivoluzione
delle insorgenze), ovvero – in qualche caso partirazionalista rinascimentale e poi illuministica (il
colarmente repulsivo – di ridurre la Resistenza ad
calle dal risorto pensier segnato innanti, come lo
equivalente se non peggiore storica indegnità.
sintetizzò Leopardi), dipanatosi nella modernità
Neppure nel buio della guerra fredda si era osato
lungo le direttrici rivoluzionarie e fra loro variatanto. Una brutta china lungo la quale, comunque,
mente conflittuali del liberalismo borghese, del socominciammo a scicialismo proletario,
volare vent’anni fa,
dei filoni democratinel disastroso bici e laici cresciuti
centenario dell’Otdentro il cattolicesitantanove: perché
mo. Non si intende,
alla fine, lasciatenella sua forza promelo confessare, di
pulsiva ma anche
questo sono sempre
nelle sue contraddipiù convinto, “dimzioni, il complesso
della resistenza al
mi cosa pensi delfascismo e poi l’esil’Ottantanove e ti
to repubblicano e
dirò chi sei”.
Nello
e
Carlo
Rosselli
con
la
madre
Amelia.
costituzionale senza
Tentazione storio150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
tener conto di questa spinta storica radicata nelle
forze sociali e nel loro patrimonio culturale, la spinta storica che reagì ai movimenti regressivi saldatisi nella monarchia fascista.
Non è un caso che i critici più radicali e conseguenti dello Stato repubblicano e della Costituzione antifascista, come i cattolici integralisti di Baget
Bozzo dagli anni Cinquanta e Sessanta di «Terza
generazione» e di «Ordine civile» fino al supporto
ideologico per Forza Italia, abbiano contestato in
radice la legittimità medesima di quello Stato repubblicano e di quella Costituzione antifascista, legittimità declassata sottilmente a «quasi legittimità» proprio per i cardini rivoluzionari e dell’uno e
dell’altra; appunto – a ritroso – la Resistenza, il
Risorgimento, e a risalire l’Ottantanove e il Rinascimento stesso antimedievale. Rileggiamo, ci serve a
capire come vengano da lontano, a riflettere dove
siano andati via via incubando e serpeggiando e a
cosa si ispirino certo attuale sovversivismo anticostituzionale (la Costituzione catto-comunista quando non bolscevica tout court denigrata giornalmente dal Presidente del Consiglio) e insieme certo neoclericalismo sanfedista anche di marca laica; rileggiamo quel che in tema di Stato e Rivoluzione scriveva il futuro consigliere dell’on. Berlusconi nel 1960, proprio – guarda caso – in piena
crisi “tambroniana”: lo Stato liberale uscito dal Risorgimento essere «esempio classico del regime
“quasi legittimo”, ossia del regime che copre sotto
una legittimità apparente una illegittimità sostanziale, del regime che nasconde la rivoluzione nelle
pieghe dello Stato»; essere analogamente illegittimo – dopo la Resistenza/secondo Risorgimento,
lo Stato repubblicano con la Costituzione del 1948,
proprio in quanto «costituzione antifascista: e anche in essa, l’antica “quasi legittimità”, il connubio
tra Stato e rivoluzione»; in mezzo invece la parentesi del regime fascista e, suggeriva puntualmente
Baget Bozzo, «il fantasma di un vero Stato non venne mai come allora evocato: e i cuori semplici del
popolo italiano ne furono commossi e sedotti». Attacco all’Italia repubblicana e alla sua Carta?
Esso non sarebbe dunque una sovversione, ma anzi il ristabilimento di una piena e superiore legalità:
siamo alle radici, come si vede, del populismo
postfascista attuale e delle sue telecomandate
commozioni e seduzioni. Ma, quando andremo a
ricostruire le matrici culturali dell’attuale pensiero
reazionario – revisionismo storiografico, individualismo antiegualitario e antistatuale, subalternità
del politico all’economico – le sorprese e gli incroci saranno molti e talvolta dolorosi, per esempio
anche a carico del Sessantotto e dei suoi miti neo-
Palmiro Togliatti, segretario del PCI e “padre Costituente”.
Giorgio La Pira, intellettuale cattolico, sindaco di Firenze e “padre
Costituente”.
150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
– in un molecolare assorbiromantici e neovitalistici, di
mento nella sua cultura di esuna tal sua idea minoritaria e
senziali ragioni della destra: è
ribellistica della Resistenza,
una riflessione storica e polisoprattutto del suo disprezzo
tica insieme, da svolgere inper quel nazional-popolare
torno al recente passato con
che, dal primo al secondo Rigli occhi rivolti al prossimo fusorgimento, in politica e in
turo, cui io credo l’ANPI docultura – attraverso il comvrebbe dare molto impulso atplesso costituirsi dei partiti
traverso l’offerta di se stessa
nuovi e via via rinnovati e articome luogo di incontro e di
colati nel corso del Noveceniniziativa e la sistematica proto e della stessa esperienza
mozione di discussioni e di riresistenziale, il comunista, il
cerche su temi, come usa ora
popolare, il socialista, l’aziodire, particolarmente “sensinista … – aveva cominciato a
bili”.
formare un’identità popolare,
La partigiana Gina Borellini sfila con i compagni il
giorno della Liberazione.
Ricordiamo come, durante e
appunto, della nazione e nadopo la Resistenza, le grandi
zionale del popolo.
correnti ideali di pensiero e i loro partiti si impeComprendere le basi sociali e le componenti cultugnassero – molti politici in prima fila – nella ricerca
rali di questa nuova destra; ma comprendere anstorica e documentaria non solo su primo e seconche le ragioni del declino della sinistra, a sua volta
do Risorgimento ma anche sulle origini del fascida ricercare – oltre che nelle profonde trasformasmo e sulle origini e vicende proprie e dei propri
zioni dei suoi tradizionali ceti di riferimento (e nel
gruppi dirigenti. Del resto, la differenza fra piccola
fallimento, diciamolo, della classe operaia come
e grande politica l’aveva spiegata in una pagina fanuova classe dirigente, cioè del presupposto esmosa dei Quaderni Antonio Gramsci, appunto risenziale della politica di via italiana al socialismo)
L’ingresso in Bologna della Brigata Maiella il 21 aprile 1945.
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flettendo – radicalmente e però
tutto fuor che settariamente –
con lo sguardo al futuro sulle
cause storiche della propria
sconfitta e della vittoria fascista.
Altrimenti il destino di subalternità è sicuro: già vediamo come
accada che ai rumori della destra, alla predicazione del mercato quale suprema deità regolatrice, all’invocazione di un esecutivo rafforzato rispetto al Parlamento anzi svincolato affatto dalAutomezzi carichi di partigiani entrano a Bologna liberata.
le sue pastoie, alla quotidiana
esecrazione della Carta come ingimento non fu rivoluzione mancata, fu rivoluzione
fernale camicia di forza burocratico-statalista, al
vera, certo non sociale e solo istituzionale, ma
feroce perseguimento di un federalismo dai palesi
autentica: come chiamare altrimenti l’unificazione
intenti separatisti, le nostre proteste suonino – coin un nuovo Stato indipendente di un coacervo di
me dire? – accorata raccomandazione di minor inStati (non regioni) variamente e secolarmente
vasività e di più sobrio stile piuttosto che strategi“dipendenti”?
ca opposizione di una prospettiva riformatrice davQuando Croce affermò che storia d’Italia in quanto
vero culturalmente altra in quanto pensata e pertale si poteva fare solo ora, come storia dell’Italia
seguita in nome di soggetti, di bisogni, di obiettivi a
unita, forse eccedette in un poco di paradosso,
loro volta altri socialmente e politicamente.
però aveva nella sostanza ragione e voleva dire a
Lasciamo pur stare le sceneggiate televisive, ma i
modo suo proprio questo, essersi trattato di una
convegni “culturali” bi- quando non tri-partisan
rivoluzione nazionale in un contesto europeo che
oggi di moda fra i politici e anche fra gli intellettuane veniva – come dall’analoga tedesca – profondali vanno in direzione opposta, servono solo a tattimente mutato (e infatti le sue storie d’Italia e d’Euche di schieramento trasformistico o a semplici
ropa furono e vanno lette complementari). Rivoluammiccamenti nel chiuso di un ceto politico autozione unitaria, dunque, il primo Risorgimento.
referenziale: il fatto è che, quanto a pensiero, quelDico in secondo luogo, altrettanto seccamente,
lo multipartisan non potrà mai avere altri destini
che la Resistenza non fu tradita, diede a sua volta
che la confusione o la connivenza.
– oltre al contributo alla liberazione da nazisti e fascisti – esiti rivoluzionari come la Repubblica deominciamo allora – per alcuni pensieri conmocratica a suffragio autenticamente universale e
clusivi di questa nostra odierna riflessione
la Costituzione fondata sul lavoro. Certo la rivolumonopartigiana – col dire prima di tutto, e
zione sociale, o diciamo pure socialista, nei voti di
seccamente anche in risposta agli antichi interrouna parte della Resistenza non ci fu né ci poteva
gativi di metodo richiamati in apertura, che il Risoressere; altrettanto certamente fra laici e cattolici furono
indispensabili compromessi
insidiosi, proverbiale quello
sull’articolo 7, che solo in parte sanavano – e in realtà sancivano cercando di regolarla
– una sofferenza intrinseca
ab origine al nostro Stato, dal
tempo della questione romana, ma alla fine Repubblica e
Costituzione (fondata peraltro
sul lavoro, non lo si dimentichi, come non lo dimenticano
Partigiani sfilano, il 25 aprile, per le strade di Milano.
gli attuali picconatori della
C
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Partigiani di montagna sfilano a Torino nell’aprile 1945.
sua stessa parte prima) furono acquisizioni assolutamente rivoluzionarie, rispondenti fra l’altro alle
aspirazioni a suo tempo sconfitte delle ali più avanzate del movimento risorgimentale, diciamo per intenderci la mazziniana e la garibaldina. Esiti rivoluzionari, dunque, anche quelli del secondo Risorgimento.
Dal primo al secondo Risorgimento, unità nazionale e Costituzione repubblicana fondata sul lavoro:
proprio le ossessioni polemiche dell’integralismo
cattolico alla Baget Bozzo e del complottismo laico
siglato P2, ed era nella logica delle cose – diciamo
nella convergenza degli obiettivi – che queste due
linee di attacco alla Costituzione fossero destinate
ad incontrarsi ed allearsi per un lungo percorso
comune iniziato già negli anni Ottanta. Pure nell’ordine delle cose che il revisionismo della Costituzione (del quale il revisionismo storiografico di Risorgimento e Resistenza costituisce un’essenziale
espressione ideologica) potesse incrociare, traendone e a vicenda conferendole ulteriore linfa, la
patologia dello Stato unitario da sempre più acuta,
la piena integrazione cioè fra Nord e Sud.
Postasi subito come “questione napoletana” per
Cavour, indusse alla scelta del centralismo di Rica150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
soli e all’abbandono del federalismo “regionalista”
di Minghetti (quello più radicale, repubblicano, di
Cattaneo con la sua Italia delle cento città non fu
mai realmente in gioco). Fu poi la “questione meridionale”, in realtà – sempre – la primaria questione
nazionale, alla cui storia secolare qui non è possibile neppure far cenno. Se non per dire che nel
nuovo contesto europeo, monetariamente integrato ma politicamente privo di costituzione e di effettivi organismi di governo, viene dovunque acutizzata una sorta di polarità fra macro-area continentale e micro-aree regionali a danno e pericolo dei depotenziati Stati nazionali, soprattutto di quelli a più
fragile equilibrio dei sistemi produttivi, delle tradizioni culturali, linguistiche, in qualche caso religiose; in Italia, la “questione settentrionale” posta soprattutto dalla Lega nei termini brutali di un federalismo ad alto tasso separatista: separatista e dal
Mezzogiorno e da Roma capitale eminentemente
accentratrice. Non sottovalutiamo Pontida, gli insulti alla bandiera, all’inno, al Risorgimento: i minacciosi protagonisti di questa via celtico-padana
alla secessione sono ministri dello Stato. Il capo
del governo contro la Costituzione, il ministro dell’interno contro l’Unità.
Vale la pena di ricordare, a proposito di Unità e
della questione del rapporto Nord-Sud, come essa
fosse ben presente, nei termini specifici della Resistenza e delle divaricazioni che nel suo diverso
svolgimento si accentuavano fra Settentrione e
Meridione, dentro la stessa direzione del CLNAI.
Rodolfo Morandi, un altro intellettuale-politico di
quella specie estinta, si preoccupava, in un intervento del 1945 dal significativo titolo Unire per costruire, della divisione latente che minacciava di
acuirsi: «Ci sono degli sfasamenti nell’ordine politico che conseguono ad una esperienza particolare
del Nord, e noi ci disponiamo a risolverli con una
unificazione … di metodi e di sistemi, nel consolidamento della neonata democrazia italiana, da qui
alla Costituente. Ma in più ci sono dissonanze nella vita nazionale e lacerazioni che urge eliminare e
sanare, e il farlo dipende soltanto dalla nostra volontà di uomini del Nord e del Sud, che si sentono
in verità soltanto italiani». Perché poi Morandi sapeva bene (e il futuro avrebbe confermato tanti
suoi timori) come l’Italia non si potesse governare
che da Roma, ma che in quella grande palude della burocrazia ministeriale le nuove energie rischiassero di perdersi e sia per il Nord che per il
Sud fosse vitale che lo Stato italiano non si rifacesse sulla Babele fascista. E sapeva altrettanto
bene che la saldatura del Sud col Nord era resa
difficile anche dal fatto che del Nord c’era da valorizzare una esperienza più avanzata e più matura a
pro di tutta la Nazione, come diceva nel giugno dello stesso 1945, rivolgendosi ai CLN regionali dell’Alta Italia.
Una questione, una latente insoddisfazione settentrionale nei confronti della centralità romana e del
ritardo meridionale, presto confermata dai rispettivi esiti del referendum istituzionale, acuta in questo 1945 del CNLAI in polemica con Roma nel momento stesso che dall’Italia “divisa in due” bisogna
tornare all’Italia una, ma già insorta nel Cavour e
nei settentrionali e toscani subito angosciati dalla
“questione napoletana”, borbonica.
Questioni antiche di patologia statuale, della cui
storia è politicamente indispensabile aver precisa
coscienza: e sul problema tipicamente postrisorgimentale del rapporto Nord-Sud come si pose nella
cultura e nella politica della Resistenza, in particolare nel Nord, e come non è stato risolto nei decenni successivi sarà necessario che noi torniamo. A partire forse da un dato bibliografico che fu
come la sanzione fissata dalla storiografia che
quel problema era ben chiaro, ma appunto irrisolto
e come acquisito da una divaricante lettura della
storia nazionale diventata acquisito senso comu-
Il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro intervista Rita Levi Montalcini.
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Il Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
ne: quando attorno al 1960, come a consuntivo delle discussioni postresistenziali, da Cafagna e da
Villari furono messe assieme le due grandi antologie rispettivamente dedicate al Nord e al Sud nella
storia d’Italia, la prima venne sottotitolata antologia politica dell’Italia industriale, la seconda antologia della questione meridionale. Il Nord nella storia nazionale come luogo dello sviluppo produttivo,
il Sud come questione, come luogo cioè della questione del sottosviluppo.
Duplice oggi, comunque, il progetto revisionista
della Carta da parte della Destra: per un verso più
libertà di mercato e più potere dell’esecutivo a detrimento della centralità del lavoro e del Parlamento; per altro verso introduzione di un sistema federalistico entro uno Stato senza più strutturazione
sovraordinamentale, dunque – nella nostra realtà
economica, sociale, amministrativa – ad alto ri150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
schio di un esito disgregativo fra le regioni,
non già di piena attuazione dell’autonomia
prevista dalla Carta stessa.
Che poi si tratti di due disegni eversivi della
Costituzione non necessariamente fraterni
fra loro, anzi passibili di qualche reciproca
conflittualità, è altro discorso: se mai preoccupa ancor più che si siano invece potuti
saldare in un’alleanza micidiale e in un unico disegno fra iperliberismo economico,
egoismo sociale, autoritarismo politico. In
un tale contesto un federalista democratico
(vogliamo dire di cultura catteneana e perfino minghettiana?) di fronte alla deriva “padana” non si astiene, si oppone; così come
un sincero liberista vota contro, senza apertura alcuna, la strutturale deregolamentazione implicita nella sovversione dell’articolo 41 magari in combinato disposto con
quella dell’articolo 1.
E attenzione: prima ancora dell’eversione
formale della Carta, abbiamo già in atto una
sua strisciante eversione materiale.
Il depotenziamento del sistema scolastico e
universitario pubblico e la sua regionalizzazione, lo svuotamento dei pubblici istituti di
ricerca e di cultura, la sottomissione del
dettato costituzionale e legislativo sulla tutela del lavoro alla contrattazione locale, le
cosiddette semplificazioni e sburocratizzazioni di iniziativa privata, l’ossessionante
tentativo giornaliero di imporre lacci e vincoli alla magistratura, la costrizione stessa
del Presidente della Repubblica ad un continuo interventismo in difesa della Costituzione quasi per supplenza di un Parlamento infiacchito e quasi inebetito dalla natura medesima
del sistema elettorale attraverso cui si forma, tutto
questo converge in modo univoco a configurare un
Paese squilibrato, diviso, privatizzato, presidenzializzato (ieri Scalfaro, Ciampi, oggi Napolitano, tutte
coscienze del secondo Risorgimento, ma domani?).
Accettare un contratto con certe clausole a Pomigliano in Campania ma non mai a Mirafiori in Piemonte? Già nella logica del disgregante federalismo leghista.
Tagliare indiscriminatamente le risorse di scuole e
atenei? Stessa strada di ulteriore divaricazione fra
le regioni luogo dello sviluppo e le regioni luogo del
sottosviluppo.
Così procedendo, rischiamo di avere, uno strappo
qua e altre ricuciture e rattoppi là, una Carta e un
Paese devastati e sformati alla stregua d’un Frankenstein costituzionale; né possiamo illuderci che,
alla fine, di un’Unità e di una Costituzione quantunque così deturpate, anzi della storia nazionale dal
primo al secondo Risorgimento, resti tuttavia l’anima, nella presunzione che simili chirurghi all’anima
non possano giungere e che poi anche il viso, a
maggioranza parlamentare riconquistata, possa
venir restaurato con qualche tocco di chirurgia
plastica: no, non è così.
Questi non sono processi transeunti o semplici
parentesi, la lunga storia della crisi dello Stato liberale e poi lo sbocco nel fascismo insegnino:
Frankenstein del resto un’anima ce l’ha, ma brutta,
perversa, con una brutale intelligenza capace di
distorcere a propria immagine e servizio la storia
stessa e i principî fondanti. Ricordate il Machiavelli di Mussolini?
Non illudiamoci: è ben vero anche in questo caso
che la storia non si ripete mai uguale, tuttavia essa
è magistra proprio perché le sue sequenze sono
regolate da una logica implacabile. È sotto questa
luce che dobbiamo guardare al 150° anniversario
dell’Unità: dunque con un’intelligenza affatto aliena da spiriti celebrativi che non hanno alcune ragion d’essere, ma con la consapevolezza che siamo a uno snodo storico di crisi della Repubblica
postresistenziale analogo per intensità – e sia pur
diversissimo per culture e problematiche e conte-
sti e soggetti sia sociali che politici – a quello vissuto nei primi anni Venti dallo Stato postrisorgimentale.
oi oggi, qui, parliamo di storia, di politica
toccando solo nel senso che l’intelligenza
storica deve tenere i piedi saldi nel presente e lo sguardo volto al futuro. Parliamo di storia,
qui all’ANPI voi vecchi militanti partigiani e tanti
come me ormai a nostra volta vecchi militanti democratici, non per autogratificante nostalgia bensì
per partecipare all’oggi nell’unico modo che ci
compete: parlare ai più giovani, collaborare alla ricostruzione di un dialogo fra le generazioni, la cui
perdita costituisce una delle lacerazioni più pericolose e intimamente regressive del tessuto democratico.
Ma parlare ai giovani di che? Forse della nostra recente storia breve, delle complicate, acrimoniose,
inestricabili se non per noi stessi e solo per noi
stessi pronunciabili vicende di appartenenze personali e correntizie in un quadro di modernariato
politico che ha passato gli ultimi venti o trent’anni a
sgranarsi, a stingersi, spesso a far macchia in puntigliose sopravvivenze senza più vita?
No, i giovani non ci ascolterebbero, da queste querimonie nulla hanno da trarre ora: forse domani,
N
L’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano viene insignito della massima onorificenza della Repubblica dall’allora Presidente
Carlo Azeglio Ciampi.
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quando da stanca cronaca recriminatoria esse, selezionate criticate ragionate, diventeranno a loro
volta storia. Ma fatta, vivaddio, da altri.
Oggi, rifuggendo dalla storia (quella lunga che abbiamo alle spalle, scomoda e non rimuovibile, da
cui ci sottraiamo quanto più essa ci impone conti
oggettivi e forti), tendiamo a consolarci con la memoria, con la sua plasmabile soggettività debole.
Un diluvio memorialistico: se materia di studio per i
posteri, passi (decideranno loro quel che varrà la
pena di leggere); ma se memoria magistra vitae,
allora no: spesso noiosa, infida sempre. Come la
pratica delle interviste: facile discorsività evasiva,
un pensiero “di rimessa” spezzettato e stuzzicato
dall’esterno, nessuna traccia di visione complessiva, di quella che si chiamava e resta la fatica del
concetto.
Allora la storia, non quella breve delle nostre vite
e carriere, bensì quella lunga – poiché di primo e
secondo Risorgimento si tratta – della difficile,
contraddittoria e insieme lineare storia della formazione della nostra Repubblica e della nostra
Carta costituzionale, delle sue forze e ragioni promotrici, economiche, sociali, culturali, politiche. Questa dobbiamo
ripensare e riproporre, ritrovarne l’orientamento e il destino
dopo le difficoltà,
le sconfitte, le
perdite stesse
di senso accumulatesi in questi anni: la scomparsa
dei Partiti del CLN, il quadro internazionale sconvolto, il declino della classe operaia…
Ridare un senso a questa storia, ha invocato un
intelligente slogan lanciato di recente da Pierluigi
Bersani: ma che non resti uno slogan d’occasione,
che non sia lasciato cadere né da noi né dall’elaborazione culturale collettiva che tutte le forze democratiche dovranno pur affrontare se vorranno
darsi un respiro, se non vorranno soffocare nelle
memoriette correntizie di strumentale e corta
veduta.
Difendere l’Unità conquistata dal primo Risorgimento e la Costituzione repubblicana conquistata
dal secondo: il farlo impone oggi una cosciente,
attiva, propositiva resistenza politica e culturale.
Perché essa non si risolva in resistenza pur nobilmente conservatrice e anzi diventi propulsiva di
efficaci riforme progressive da opporre al processo restauratore in atto, cioè di una nuova capacità
di indirizzo culturale e di governo politico, non pos150° DELL’UNITÀ D’ITALIA l patria indipendente l 19 dicembre 2010
siamo aggrapparci ai rami vecchi e spezzati o intestardirci a raccattar mucchietti di foglie marce:
dobbiamo riandare alle radici vitali delle correnti
ideali e dei grandi movimenti riformatori che cominciarono a trasformare in senso democratico lo
Stato classista uscito dal Risorgimento, idealità e
movimenti che il fascismo non riuscì a stroncare e
che si rinnovarono e fra loro si confrontarono e poi
collaborarono nella Resistenza e nella Costituente.
E che, ancora, pur in una conflittualità esasperata
dalla situazione internazionale e dalla crescita
stessa della nostra società, procurarono lo sviluppo del Paese in un quadro di sostanziale tenuta democratica e laica.
È a loro e a quelle loro storie di
vocazione nazionale che dobbiamo
impegnarci a ridare un senso oggi,
un nuovo senso storico, nuove forme politiche, nuove declinazioni culturali: d’altronde, se del Risorgimento
e della Resistenza, di minimizzarne
e denigrarne l’immagine
tanto si preoccupa revisionisticamente la
destra, ciò accade perché essa ne avverte e
teme il peso storico e la pregnanza politica
nella difficoltà medesima di smantellarne le
realizzazioni istituzionali e sociali; badiamo a
nostra volta di non rinunciare a quel peso e a
quella pregnanza, di ribadirne con fiducia le
ragioni storiche e di ridar loro ragione e accelerazione attuale.
Le idee per un terzo Risorgimento?
Nessuna enfasi e nessuna presunzione, anzi la
consapevolezza del disorientamento con cui ci si
avvia all’imminente 150°.
Certo è però che una prospettiva politica senza
forte battaglia delle idee resta una prospettiva
politica debole, priva di futuro: e di questa battaglia
io credo che l’ANPI, per la sua storia e per il suo
intatto prestigio in un momento di difficoltà e distrazione dei partiti, possa costituire un prezioso,
cruciale luogo di aggregazione e di rilancio.
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patria indipendente l 28 gennaio 2005 l 1 ANNO LIX 19