Ai Lettori
Anno XXXVII n. 10-12
Ottobre - Dicembre 2014
Redazione: piazza Duomo, 12 Brindisi
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EDITORIALE
Natale,
più che un giorno
sia uno stile
Natus est nobis
C
arissimi,
ci prepariamo a vivere nuovamente il Natale. Questa festa porta certamente nel nostro cuore il senso
della gioia, del calore familiare, della tenerezza. Il Natale
risveglia i ricordi più intimi e cari, ci restituisce un respiro di speranza, ci apre alla meraviglia e allo stupore.
Ma la bellezza di queste "armonie" natalizie si sovrappone ad altre "melodie" caratterizzate da note meno
orecchiabili e talvolta sembra che queste ultime prendano il sopravvento sulle prime. Quella che oggi chiamiamo un po' tutti crisi è percepita non solo come un
diffuso senso d'insicurezza, ma come un più profondo
sconforto. Esso assume le forme concrete e drammatiche della mancanza di risorse per le famiglie; della
carenza di opportunità lavorative, specialmente per i
giovani, costretti a partire lontano da casa lasciando i
loro cari; dei diffusi atti di violenza che istillano paura; della stessa impossibilità per le nostre comunità
parrocchiali a rispondere a tutte le richieste di aiuto
materiale; della difficoltà a trasmettere il patrimonio
di valori e soprattutto la passione per il bene comune
che nel passato era più condivisa; del senso di sfiducia verso le istituzioni, non solo politiche, ma anche
religiose. Insomma avvertiamo più l'essere coinvolti in
questa sorta di crisi strutturale che la dolce atmosfera
natalizia.
Eppure anche quest'anno è Natale. Per i credenti questa festa non è il ricordo puro e semplice di un evento
rilevante del passato e neppure soltanto una ricorrenza
di carattere sociale o legata alla nostra identità culturale. Il Natale è piuttosto un atteggiamento di Dio, la
rivelazione di un progetto sempre in divenire, sempre
attuale. Quale? Dio assume il dramma dell'umanità
nella carne di un bambino, di un figlio d'uomo che è lo
stesso Figlio di Dio e rende suo questo dramma! Dio
ha fatto ingresso nella storia dell’uomo, questo mostra
il suo impegno in prima persona per salvarlo. Il bambino Gesù è il segno di un'umanità nuova che nasce
insieme a lui. Il dramma non è annullato, non siamo
esonerati dalla fatica del vivere quotidiano, ma la fatica è riscattata dal senso di fallimento e inutilità che
porta con sé e diventa occasione per amare, motivo per
lottare contro ogni ostacolo ci impedisca di condividere e partecipare al progetto di felicità che Dio ci offre.
Prima ancora dei regali che ci scambiamo, il Natale stesso è un dono! È un'opportunità offerta da Dio per ridare
una direzione alla nostra vita, per ritornare a costruire
un mondo non più chiuso nelle sue categorie, seppur legittime, di benessere, ma aperto alla novità della grazia
che libera dalla spirale del già visto, già fatto, già conosciuto e proietta in uno spazio illimitato di possibilità
nella luce creativa e benefica dell'amore.
Tanti si interrogano sulle possibilità risolutive di questa crisi. E se si cominciasse da qui? Ripartiamo da
quello che siamo, più che da ciò che facciamo o possiamo fare! Ricominciamo dall'interno, dal cuore, più che
dall'esterno, da calcoli economici, da provvedimenti legali, da accordi politici. Viviamo il Natale con una forza capace di segnarci nell'intimo più che abbandonarci
a sentimenti ed emozioni di carattere intimistico che
hanno più il sapore passeggero del commerciale che
quello personale e spirituale, profondo e duraturo. Se
il Natale è un dono di Dio, questo dono chiede di essere
accolto, di essere custodito. Esso interpella la nostra
libertà ad un maggiore senso di responsabilità verso
ciò che Dio sta attuando nella storia. Dio non manda il
Figlio a nascere tra gli uomini considerati come estranei o insignificanti! Dio manda suo Figlio perché ogni
sua creatura, ogni persona umana gli sta a cuore come
lui! È sorprendente! Accogliere un dono così prezioso è
una scelta impegnativa che non ammette compromessi,
ipocrisie, provvisorietà. Ci impegna tutti e totalmente!
Da questa scelta nascono criteri, proposte, provocazioni efficaci e realmente innovative.
Natale, dunque, più che un giorno sia uno stile: quello
di Maria che ha detto “sì”, quello degli umili che per
primi hanno visitato il Bambino, condividendo il poco
che avevano e li accomunava, senza calcoli, ma con lo
spirito dell’essere solidali e con l’intuito dettato dalla
fede di percepire la novità, che cambia le nostre vite e,
quindi, cambia anche la storia.
Vi benedico tutti e vi auguro un Santo Natale,
✠ Domenico Caliandro
Arcivescovo
Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2015
La forza della fraternità
1. All’inizio di un nuovo anno, che accogliamo come una grazia e un dono di Dio all’umanità, desidero rivolgere, ad ogni
uomo e donna, così come ad ogni popolo e nazione del mondo, ai capi di Stato e di Governo e ai responsabili delle diverse
religioni, i miei fervidi auguri di pace, che accompagno con la
mia preghiera affinché cessino le guerre, i conflitti e le tante
sofferenze provocate sia dalla mano dell’uomo sia da vecchie e
nuove epidemie e dagli effetti devastanti delle calamità naturali. Prego in modo particolare perché, rispondendo alla nostra comune vocazione di collaborare con Dio e con tutti gli
uomini di buona volontà per la promozione della concordia
e della pace nel mondo, sappiamo resistere alla tentazione di
comportarci in modo non degno della nostra umanità.
Nel messaggio per il 1° gennaio scorso, avevo osservato che
al «desiderio di una vita piena … appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti,
ma fratelli da accogliere ed abbracciare». Essendo l’uomo un
essere relazionale, destinato a realizzarsi nel contesto di rapporti interpersonali ispirati a giustizia e carità, è fondamentale per il suo sviluppo che siano riconosciute e rispettate la
sua dignità, libertà e autonomia. Purtroppo, la sempre diffusa
piaga dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ferisce
gravemente la vita di comunione e la vocazione a tessere relazioni interpersonali improntate a rispetto, giustizia e carità.
Tale abominevole fenomeno, che conduce a calpestare i diritti
fondamentali dell’altro e ad annientarne la libertà e dignità,
assume molteplici forme sulle quali desidero brevemente riflettere, affinché, alla luce della Parola di Dio, possiamo considerare tutti gli uomini “non più schiavi, ma fratelli”.
In ascolto del progetto di Dio sull’umanità
2. Il tema che ho scelto per il presente messaggio richiama la
Lettera di san Paolo a Filemone, nella quale l’Apostolo chiede
al suo collaboratore di accogliere Onesimo, già schiavo dello
stesso Filemone e ora diventato cristiano e, quindi, secondo
Paolo, meritevole di essere considerato un fratello. Così scrive
l’Apostolo delle genti: «E’ stato separato da te per un momento:
perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo,
ma molto più che schiavo, come fratello carissimo» (Fm 15-16).
Onesimo è diventato fratello di Filemone diventando cristiano.
___________
[1] - N. 1.
[2] - Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2014, 2.
Così la conversione a Cristo, l’inizio di una vita di discepolato
in Cristo, costituisce una nuova nascita (cfr 2 Cor 5,17; 1 Pt 1,3)
che rigenera la fraternità quale vincolo fondante della vita familiare e basamento della vita sociale.
Nel Libro della Genesi (cfr 1,27-28) leggiamo che Dio creò l’uomo maschio e femmina e li benedisse, affinché crescessero e si
moltiplicassero: Egli fece di Adamo ed Eva dei genitori, i quali,
realizzando la benedizione di Dio di essere fecondi e moltiplicarsi, generarono la prima fraternità, quella di Caino e Abele.
Caino e Abele sono fratelli, perché provengono dallo stesso
grembo, e perciò hanno la stessa origine, natura e dignità dei
loro genitori creati ad immagine e somiglianza di Dio.
Ma la fraternità esprime anche la molteplicità e la differenza che
esiste tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura
e la stessa dignità. In quanto fratelli e sorelle, quindi, tutte le
persone sono per natura in relazione con le altre, dalle quali si
differenziano ma con cui condividono la stessa origine, natura
e dignità. E’ in forza di ciò che la fraternità costituisce la rete di
relazioni fondamentali per la costruzione della famiglia umana
creata da Dio.
Purtroppo, tra la prima creazione narrata nel Libro della Genesi
e la nuova nascita in Cristo, che rende i credenti fratelli e sorelle
del «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), vi è la realtà negativa del peccato, che più volte interrompe la fraternità creaturale e continuamente deforma la bellezza e la nobiltà dell’essere
fratelli e sorelle della stessa famiglia umana. Non soltanto Caino
non sopporta suo fratello Abele, ma lo uccide per invidia commettendo il primo fratricidio. «L’uccisione di Abele da parte di
Caino attesta tragicamente il rigetto radicale della vocazione ad
essere fratelli. La loro vicenda (cfr Gen 4,1-16) evidenzia il difficile compito a cui tutti gli uomini sono chiamati, di vivere uniti,
prendendosi cura l’uno dell’altro».
Anche nella storia della famiglia di Noè e dei suoi figli (cfr Gen
9,18-27), è l’empietà di Cam nei confronti del padre Noè che
spinge quest’ultimo a maledire il figlio irriverente e a benedire
gli altri, quelli che lo avevano onorato, dando luogo così a una
disuguaglianza tra fratelli nati dallo stesso grembo.
Nel racconto delle origini della famiglia umana, il peccato di allontanamento da Dio, dalla figura del padre e dal fratello diventa un’espressione del rifiuto della comunione e si traduce nella
cultura dell’asservimento (cfr Gen 9,25-27), con le conseguenze
che ciò implica e che si protraggono di generazione in genera-
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Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2015
La forza della fraternità
zione: rifiuto dell’altro, maltrattamento delle persone, violazione della dignità e dei diritti fondamentali, istituzionalizzazione di diseguaglianze. Di qui, la necessità di una
conversione continua all’Alleanza, compiuta dall’oblazione
di Cristo sulla croce, fiduciosi che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia … per mezzo di Gesù Cristo»
(Rm 5,20.21). Egli, il Figlio amato (cfr Mt 3,17), è venuto
per rivelare l’amore del Padre per l’umanità. Chiunque
ascolta il Vangelo e risponde all’appello alla conversione
diventa per Gesù «fratello, sorella e madre» (Mt 12,50), e
pertanto figlio adottivo di suo Padre (cfr Ef 1,5).
Non si diventa però cristiani, figli del Padre e fratelli in
Cristo, per una disposizione divina autoritativa, senza
l’esercizio della libertà personale, cioè senza convertirsi
liberamente a Cristo. L’essere figlio di Dio segue l’imperativo della conversione: «Convertitevi e ciascuno di voi si
faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono
dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). Tutti quelli che hanno risposto con la fede
e la vita a questa predicazione di Pietro sono entrati nella fraternità della prima comunità cristiana (cfr 1 Pt 2,17;
At 1,15.16; 6,3; 15,23): ebrei ed ellenisti, schiavi e uomini
liberi (cfr 1 Cor 12,13; Gal 3,28), la cui diversità di origine e stato sociale non sminuisce la dignità di ciascuno né
esclude alcuno dall’appartenenza al popolo di Dio. La comunità cristiana è quindi il luogo della comunione vissuta
nell’amore tra i fratelli (cfr Rm 12,10; 1 Ts 4,9; Eb 13,1; 1
Pt 1,22; 2 Pt 1,7).
Tutto ciò dimostra come la Buona Novella di Gesù Cristo,
mediante il quale Dio fa «nuove tutte le cose» (Ap 21,5)3,
sia anche capace di redimere le relazioni tra gli uomini,
compresa quella tra uno schiavo e il suo padrone, mettendo in luce ciò che entrambi hanno in comune: la filiazione adottiva e il vincolo di fraternità in Cristo. Gesù stesso
disse ai suoi discepoli: «Non vi chiamo più servi, perché il
servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio
l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).
I molteplici volti della schiavitù ieri e oggi
3. Fin da tempi immemorabili, le diverse società umane conoscono il fenomeno dell’asservimento dell’uomo da parte
dell’uomo. Ci sono state epoche nella storia dell’umanità
in cui l’istituto della schiavitù era generalmente accettato
e regolato dal diritto. Questo stabiliva chi nasceva libero
e chi, invece, nasceva schiavo, nonché in quali condizioni
la persona, nata libera, poteva perdere la propria libertà,
o riacquistarla. In altri termini, il diritto stesso ammetteva
che alcune persone potevano o dovevano essere considerate proprietà di un’altra persona, la quale poteva liberamente disporre di esse; lo schiavo poteva essere venduto e
comprato, ceduto e acquistato come se fosse una merce.
Oggi, a seguito di un’evoluzione positiva della coscienza
dell’umanità, la schiavitù, reato di lesa umanità,4 è stata
formalmente abolita nel mondo. Il diritto di ogni persona
a non essere tenuta in stato di schiavitù o servitù è stato
riconosciuto nel diritto internazionale come norma inderogabile.
Eppure, malgrado la comunità internazionale abbia adottato numerosi accordi al fine di porre un termine alla
schiavitù in tutte le sue forme e avviato diverse strategie
per combattere questo fenomeno, ancora oggi milioni di
persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono
private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù.
Penso a tanti lavoratori e lavoratrici, anche minori, asserviti nei diversi settori, a livello formale e informale, dal lavoro domestico a quello agricolo, da quello nell’industria
manifatturiera a quello minerario, tanto nei Paesi in cui la
legislazione del lavoro non è conforme alle norme e agli
standard minimi internazionali, quanto, sia pure illegalmente, in quelli la cui legislazione tutela il lavoratore.
Penso anche alle condizioni di vita di molti migranti che,
nel loro drammatico tragitto, soffrono la fame, vengono
privati della libertà, spogliati dei loro beni o abusati fisica-
mente e sessualmente. Penso a quelli tra di loro che, giunti a destinazione dopo un viaggio durissimo e dominato
dalla paura e dall’insicurezza, sono detenuti in condizioni a volte disumane. Penso a quelli tra loro che le diverse
circostanze sociali, politiche ed economiche spingono alla
clandestinità, e a quelli che, per rimanere nella legalità,
accettano di vivere e lavorare in condizioni indegne, specie quando le legislazioni nazionali creano o consentono
una dipendenza strutturale del lavoratore migrante rispetto al datore di lavoro, ad esempio condizionando la
legalità del soggiorno al contratto di lavoro… Sì, penso al
“lavoro schiavo”.
Penso alle persone costrette a prostituirsi, tra cui ci sono
molti minori, ed alle schiave e agli schiavi sessuali; alle
donne forzate a sposarsi, a quelle vendute in vista del matrimonio o a quelle trasmesse in successione ad un familiare alla morte del marito senza che abbiano il diritto di
dare o non dare il proprio consenso.
Non posso non pensare a quanti, minori e adulti, sono
fatti oggetto di traffico e di mercimonio per l’espianto di
organi, per essere arruolati come soldati, per l’accattonaggio, per attività illegali come la produzione o vendita di
stupefacenti, o per forme mascherate di adozione internazionale.
Penso infine a tutti coloro che vengono rapiti e tenuti in
cattività da gruppi terroristici, asserviti ai loro scopi come
combattenti o, soprattutto per quanto riguarda le ragazze
e le donne, come schiave sessuali. Tanti di loro spariscono, alcuni vengono venduti più volte, seviziati, mutilati, o
uccisi.
Alcune cause profonde della schiavitù
4. Oggi come ieri, alla radice della schiavitù si trova una
concezione della persona umana che ammette la possibilità di trattarla come un oggetto. Quando il peccato corrompe il cuore dell’uomo e lo allontana dal suo Creatore e
dai suoi simili, questi ultimi non sono più percepiti come
esseri di pari dignità, come fratelli e sorelle in umanità,
ma vengono visti come oggetti. La persona umana, creata
ad immagine e somiglianza di Dio, con la forza, l’inganno
o la costrizione fisica o psicologica viene privata della libertà, mercificata, ridotta a proprietà di qualcuno; viene
trattata come un mezzo e non come un fine.
Accanto a questa causa ontologica – rifiuto dell’umanità nell’altro –, altre cause concorrono a spiegare le forme
contemporanee di schiavitù. Tra queste, penso anzitutto alla povertà, al sottosviluppo e all’esclusione, specialmente quando essi si combinano con il mancato accesso
all’educazione o con una realtà caratterizzata da scarse, se
non inesistenti, opportunità di lavoro. Non di rado, le vittime di traffico e di asservimento sono persone che hanno
cercato un modo per uscire da una condizione di povertà
estrema, spesso credendo a false promesse di lavoro, e che
invece sono cadute nelle mani delle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Queste reti utilizzano
abilmente le moderne tecnologie informatiche per adescare giovani e giovanissimi in ogni parte del mondo.
Anche la corruzione di coloro che sono disposti a tutto
per arricchirsi va annoverata tra le cause della schiavitù.
Infatti, l’asservimento ed il traffico delle persone umane
richiedono una complicità che spesso passa attraverso
la corruzione degli intermediari, di alcuni membri delle
forze dell’ordine o di altri attori statali o di istituzioni diverse, civili e militari. «Questo succede quando al centro
di un sistema economico c’è il dio denaro e non l’uomo,
la persona umana. Sì, al centro di ogni sistema sociale o
economico deve esserci la persona, immagine di Dio, creata perché fosse il dominatore dell’universo. Quando la
persona viene spostata e arriva il dio denaro si produce
questo sconvolgimento di valori».5
Altre cause della schiavitù sono i conflitti armati, le violenze, la criminalità e il terrorismo. Numerose persone vengono rapite per essere vendute, oppure arruolate
come combattenti, oppure sfruttate sessualmente, mentre
altre si trovano costrette a emigrare, lasciando tutto ciò
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Primo Piano
Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2015
La forza della fraternità
che possiedono: terra, casa, proprietà, e anche i familiari.
Queste ultime sono spinte a cercare un’alternativa a tali
condizioni terribili anche a rischio della propria dignità e
sopravvivenza, rischiando di entrare, in tal modo, in quel
circolo vizioso che le rende preda della miseria, della corruzione e delle loro perniciose conseguenze.
Un impegno comune per sconfiggere la schiavitù
5. Spesso, osservando il fenomeno della tratta delle persone, del traffico illegale dei migranti e di altri volti conosciuti e sconosciuti della schiavitù, si ha l’impressione che
esso abbia luogo nell’indifferenza generale.
Se questo è, purtroppo, in gran parte vero, vorrei ricordare l’enorme lavoro silenzioso che molte congregazioni
religiose, specialmente femminili, portano avanti da tanti
anni in favore delle vittime. Tali istituti operano in contesti difficili, dominati talvolta dalla violenza, cercando di
spezzare le catene invisibili che tengono legate le vittime
ai loro trafficanti e sfruttatori; catene le cui maglie sono
fatte sia di sottili meccanismi psicologici, che rendono le
vittime dipendenti dai loro aguzzini, tramite il ricatto e la
minaccia ad essi e ai loro cari, ma anche attraverso mezzi
materiali, come la confisca dei documenti di identità e la
violenza fisica. L’azione delle congregazioni religiose si articola principalmente intorno a tre opere: il soccorso alle
vittime, la loro riabilitazione sotto il profilo psicologico e
formativo e la loro reintegrazione nella società di destinazione o di origine.
Questo immenso lavoro, che richiede coraggio, pazienza
e perseveranza, merita apprezzamento da parte di tutta la
Chiesa e della società. Ma esso da solo non può naturalmente bastare per porre un termine alla piaga dello sfruttamento della persona umana. Occorre anche un triplice
impegno a livello istituzionale di prevenzione, di protezione delle vittime e di azione giudiziaria nei confronti
dei responsabili. Inoltre, come le organizzazioni criminali utilizzano reti globali per raggiungere i loro scopi, così
l’azione per sconfiggere questo fenomeno richiede uno
sforzo comune e altrettanto globale da parte dei diversi
attori che compongono la società.
Gli Stati dovrebbero vigilare affinché le proprie legislazioni nazionali sulle migrazioni, sul lavoro, sulle adozioni,
sulla delocalizzazione delle imprese e sulla commercializzazione di prodotti realizzati mediante lo sfruttamento
del lavoro siano realmente rispettose della dignità della
persona. Sono necessarie leggi giuste, incentrate sulla
persona umana, che difendano i suoi diritti fondamentali
e li ripristinino se violati, riabilitando chi è vittima e assicurandone l’incolumità, nonché meccanismi efficaci di
controllo della corretta applicazione di tali norme, che
non lascino spazio alla corruzione e all’impunità.E’ necessario anche che venga riconosciuto il ruolo della donna
nella società, operando anche sul piano culturale e della
comunicazione per ottenere i risultati sperati.
Le organizzazioni intergovernative, conformemente al
principio di sussidiarietà, sono chiamate ad attuare iniziative coordinate per combattere le reti transnazionali del
crimine organizzato che gestiscono la tratta delle persone
umane ed il traffico illegale dei migranti. Si rende necessaria una cooperazione a diversi livelli, che includa cioè
le istituzioni nazionali ed internazionali, così come le organizzazioni della società civile ed il mondo imprenditoriale.
Le imprese6, infatti, hanno il dovere di garantire ai loro
impiegati condizioni di lavoro dignitose e stipendi adeguati, ma anche di vigilare affinché forme di asservimento o
traffico di persone umane non abbiano luogo nelle catene
di distribuzione. Alla responsabilità sociale dell’impresa si
accompagna poi la responsabilità sociale del consumatore. Infatti, ciascuna persona dovrebbe avere la consapevolezza che «acquistare è sempre un atto morale, oltre che
economico».7
Le organizzazioni della società civile, dal canto loro, hanno il compito di sensibilizzare e stimolare le coscienze sui
passi necessari a contrastare e sradicare la cultura dell’as-
___________
[3] - Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 11.
[4] - Cfr Discorso alla Delegazione internazionale dell’Associazione di Diritto Penale, 23 ottobre 2014: L’Osservatore Romano, 24 ottobre 2014, p. 4.
[5] - Discorso ai partecipanti all’Incontro mondiale dei Movimenti popolari, 28 ottobre 2014: L’Osservatore Romano, 29 ottobre 2014, p. 7.
[6] - Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, La vocazione del leader d’impresa. Una riflessione, Milano e Roma, 2013.
[7] - Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, 66.
servimento.
Negli ultimi anni, la Santa Sede, accogliendo il grido di
dolore delle vittime della tratta e la voce delle congregazioni religiose che le accompagnano verso la liberazione,
ha moltiplicato gli appelli alla comunità internazionale affinché i diversi attori uniscano gli sforzi e cooperino per
porre termine a questa piaga.8 Inoltre, sono stati organizzati alcuni incontri allo scopo di dare visibilità al fenomeno della tratta delle persone e di agevolare la collaborazione tra diversi attori, tra cui esperti del mondo accademico
e delle organizzazioni internazionali, forze dell’ordine di
diversi Paesi di provenienza, di transito e di destinazione
dei migranti, e rappresentanti dei gruppi ecclesiali impegnati in favore delle vittime. Mi auguro che questo impegno continui e si rafforzi nei prossimi anni.
Globalizzare la fraternità, non la schiavitù né l’indifferenza
6. Nella sua opera di «annuncio della verità dell’amore di
Cristo nella società»9, la Chiesa si impegna costantemente nelle azioni di carattere caritativo a partire dalla verità
sull’uomo. Essa ha il compito di mostrare a tutti il cammino verso la conversione, che induca a cambiare lo sguardo
verso il prossimo, a riconoscere nell’altro, chiunque sia,
un fratello e una sorella in umanità, a riconoscerne la dignità intrinseca nella verità e nella libertà, come ci illustra
la storia di Giuseppina Bakhita, la santa originaria della
regione del Darfur in Sudan, rapita da trafficanti di schiavi
e venduta a padroni feroci fin dall’età di nove anni, e di-
ventata poi, attraverso dolorose vicende, “libera figlia di
Dio” mediante la fede vissuta nella consacrazione religiosa e nel servizio agli altri, specialmente i piccoli e i deboli.
Questa Santa, vissuta fra il XIX e il XX secolo, è anche
oggi testimone esemplare di speranza10 per le numerose
vittime della schiavitù e può sostenere gli sforzi di tutti
coloro che si dedicano alla lotta contro questa «piaga nel
corpo dell’umanità contemporanea, una piaga nella carne
di Cristo».11
In questa prospettiva, desidero invitare ciascuno, nel
proprio ruolo e nelle proprie responsabilità particolari, a
operare gesti di fraternità nei confronti di coloro che sono
tenuti in stato di asservimento. Chiediamoci come noi, in
quanto comunità o in quanto singoli, ci sentiamo interpellati quando, nella quotidianità, incontriamo o abbiamo a che fare con persone che potrebbero essere vittime
del traffico di esseri umani, o quando dobbiamo scegliere
se acquistare prodotti che potrebbero ragionevolmente
essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre
persone. Alcuni di noi, per indifferenza, o perché distratti
dalle preoccupazioni quotidiane, o per ragioni economiche, chiudono un occhio. Altri, invece, scelgono di fare
qualcosa di positivo, di impegnarsi nelle associazioni della
società civile o di compiere piccoli gesti quotidiani – questi gesti hanno tanto valore! – come rivolgere una parola,
un saluto, un “buongiorno” o un sorriso, che non ci costano niente ma che possono dare speranza, aprire strade,
cambiare la vita ad una persona che vive nell’invisibilità,
e anche cambiare la nostra vita nel confronto con questa
realtà.
Dobbiamo riconoscere che siamo di fronte ad un fenomeno mondiale che supera le competenze di una sola comunità o nazione. Per sconfiggerlo, occorre una mobilitazione di dimensioni comparabili a quelle del fenomeno
stesso. Per questo motivo lancio un pressante appello a
tutti gli uomini e le donne di buona volontà, e a tutti coloro che, da vicino o da lontano, anche ai più alti livelli
delle istituzioni, sono testimoni della piaga della schiavitù
contemporanea, di non rendersi complici di questo male,
di non voltare lo sguardo di fronte alle sofferenze dei loro
fratelli e sorelle in umanità, privati della libertà e della dignità, ma di avere il coraggio di toccare la carne sofferente
di Cristo12, che si rende visibile attraverso i volti innumerevoli di coloro che Egli stesso chiama «questi miei fratelli
più piccoli» (Mt 25,40.45).
Sappiamo che Dio chiederà a ciascuno di noi: “Che cosa
hai fatto del tuo fratello?” (cfr Gen 4,9-10). La globalizzazione dell’indifferenza, che oggi pesa sulle vite di tante
sorelle e di tanti fratelli, chiede a tutti noi di farci artefici
di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità,
che possa ridare loro la speranza e far loro riprendere con
coraggio il cammino attraverso i problemi del nostro tempo e le prospettive nuove che esso porta con sé e che Dio
pone nelle nostre mani.
Dal Vaticano, 8 dicembre 2014
___________
[8] - Cfr Messaggio al Sig. Guy Ryder, Direttore Generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in occasione della 103ª sessione della Conferenza dell’O.I.L., 22 maggio 2014:
L’Osservatore Romano, 29 maggio 2014, p. 7.
[9] - Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, 5.
[10] - «Mediante la conoscenza di questa speranza lei era “redenta”, non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini
che prima erano senza speranza e senza Dio nel mondo – senza speranza perché senza Dio» (Benedetto XVI, Lett.enc. Spe salvi, 3).
[11] - Discorso ai partecipanti alla II Conferenza Internazionale Combating Human Trafficking: Church and Law Enforcement in partnership, 10 aprile 2014: L’Osservatore Romano,
11 aprile 2014, p. 7; cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 270.
[12] - Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24; 270.
Il commento Brevi note al Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2015
Contro le schiavitù globalizzate la forza della fraternità
“N
on più schiavi, ma fratelli”: si richiama alla Lettera di san Paolo a Filemone, nella quale l’Apostolo chiede
al suo collaboratore di accogliere Onesimo - già
schiavo dello stesso Filemone e ora diventato
cristiano e, quindi, secondo Paolo, meritevole
di essere considerato un fratello - il tema del
messaggio di Papa Francesco per la XLVIII
Giornata mondiale della pace che si celebrerà
il 1° gennaio 2015. Il testo, presentato in Vaticano, prende in esame i volti della schiavitù
di ieri e di oggi, ne analizza le cause profonde,
mettendo in rilievo l’impegno comune, in modo
particolare delle Congregazioni religiose, per
contrastarla, e per lavorare verso una “globalizzazione della solidarietà” piuttosto che dell’indifferenza.
I volti della schiavitù ieri e oggi. Nonostante
il diritto di ogni persona a non essere tenuta
in stato di schiavitù o servitù sia stato riconosciuto nel diritto internazionale come norma
inderogabile, “ancora oggi milioni di persone bambini, uomini e donne di ogni età - vengono
private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù”. Il
pensiero di Papa Francesco va, quindi, ai “tanti
lavoratori e lavoratrici, anche minori, asserviti nei diversi settori”, ai migranti che, “nel loro
drammatico tragitto, soffrono la fame, vengono privati della libertà, spogliati dei loro beni
o abusati fisicamente e sessualmente, ai detenuti in condizioni a volte disumane, a quelli tra
loro che le diverse circostanze sociali, politiche
ed economiche spingono alla clandestinità, e a
quelli che, per rimanere nella legalità, accettano di vivere e lavorare in condizioni indegne,
specie quando le legislazioni nazionali creano
o consentono una dipendenza strutturale del
lavoratore migrante rispetto al datore di lavoro, ad esempio condizionando la legalità del
soggiorno al contratto di lavoro”. Il Papa non
dimentica “le persone costrette a prostituirsi,
tra cui ci sono molti minori, e alle schiave e
agli schiavi sessuali; alle donne forzate a sposarsi, a quelle vendute in vista del matrimonio
o a quelle trasmesse in successione ad un familiare alla morte del marito senza che abbiano il
diritto di dare o non dare il proprio consenso”.
E poi ai minori e adulti, “oggetto di traffico e di
mercimonio per l’espianto di organi, per essere
arruolati come soldati, per l’accattonaggio, per
attività illegali come la produzione o vendita di
stupefacenti, o per forme mascherate di adozione internazionale, ai rapiti da gruppi terroristici, asserviti ai loro scopi come combattenti
o, soprattutto per quanto riguarda le ragazze e
le donne, come schiave sessuali”.
Cause della schiavitù. Tra le cause che concorrono a spiegare le forme contemporanee di
schiavitù, elenca il Pontefice, ci sono “la povertà, il sottosviluppo e l’esclusione, specialmente
quando essi si combinano con il mancato accesso all’educazione o con una realtà caratterizzata da scarse, se non inesistenti, opportunità di
lavoro. Non di rado, le vittime di traffico e di
asservimento sono persone cadute nelle mani
delle reti criminali che gestiscono il traffico
di esseri umani. Queste reti utilizzano abilmente le moderne tecnologie informatiche per
adescare giovani e giovanissimi in ogni parte
del mondo”. La corruzione è un’altra delle cause della schiavitù: “L’asservimento e il traffico
delle persone umane richiedono una complicità
che spesso passa attraverso la corruzione degli intermediari, di alcuni membri delle forze
dell’ordine o di altri attori statali o di istituzioni diverse, civili e militari”. Altre cause della
schiavitù sono i conflitti armati, le violenze, la
criminalità e il terrorismo.
Sconfiggere la schiavitù, un impegno comune. Spesso, secondo Papa Francesco, fenomeni
come la tratta delle persone, il traffico illegale
dei migranti, sembra abbiano luogo “nell’indifferenza generale. Se questo è, purtroppo, in
gran parte vero, vorrei ricordare l’enorme lavoro silenzioso che molte congregazioni religiose,
specialmente femminili, portano avanti da tanti
anni in favore delle vittime. L’azione delle Congregazioni religiose si articola principalmente
intorno a tre opere: il soccorso alle vittime, la
loro riabilitazione sotto il profilo psicologico e
formativo e la loro reintegrazione nella società di destinazione o di origine”. Un “immenso”
lavoro che da solo “non può bastare per porre
un termine alla piaga dello sfruttamento della
persona umana”. Occorre anche “un triplice impegno a livello istituzionale di prevenzione, di
protezione delle vittime e di azione giudiziaria
nei confronti dei responsabili” da parte degli
Stati, delle organizzazioni intergovernative e
delle imprese.
Globalizzare la fraternità. Per sconfiggere la
schiavitù, scrive il Papa, “occorre non rendersi complici di questo male, di non voltare lo
sguardo di fronte alle sofferenze dei loro fratelli e sorelle in umanità, privati della libertà e
della dignità, ma di avere il coraggio di toccare
la carne sofferente di Cristo, che si rende visibile attraverso i volti innumerevoli di coloro
che Egli stesso chiama ‘questi miei fratelli più
piccoli’ come ha mostrato Giuseppina Bakhita,
la santa originaria della regione del Darfur in
Sudan”. Da qui l’appello finale di “farci artefici
di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità, che possa ridare loro la speranza
e far loro riprendere con coraggio il cammino
attraverso i problemi del nostro tempo e le prospettive nuove che esso porta con sé e che Dio
pone nelle nostre mani”.
Daniele Rocchi
Primo Piano
ott.-dic. 2014
lA VISItA Del PAPA A StRASBURGo La capacita di farsi ascoltare
Tra il cielo e la terra sogno e destino di un’Europa “in uscita”
S
a stupire Papa Francesco. Sa stupire così
come è capace di farsi ascoltare. Lo ha dimostrato infinite volte in questo anno e mezzo
di pontificato e lo ha confermato oggi nella sua
visita-lampo alle istituzioni europee. Invitato a
tenere due discorsi ufficiali - al Parlamento europeo e dinanzi al Consiglio d’Europa -, giocando,
secondo alcuni, “fuori casa”; eppure non ha fatto
altro che essere se stesso, uomo di fede che abita
il suo tempo. Distribuendo e raccogliendo sorrisi, riaffermando piena fiducia nel genere umano e
nel futuro, porgendo parole ferme di denuncia (le
vite negate dei malati terminali o quelle soppresse prima ancora di nascere; i diritti umani piegati
agli interessi, alla violenza, alla tratta, al terrorismo…). E dialogando apertamente, a partire dalla
sua “vocazione di pastore”, con le istituzioni politiche del Vecchio continente.
Nell’emiciclo dell’Europarlamento ha voluto indirizzare “a tutti i cittadini europei un messaggio
di speranza e di incoraggiamento”. È il tratto più
profondo che resta di questo viaggio, ribadito,
pur con parole diverse, nei due palazzi del quartiere europeo della città alsaziana. “Un messaggio
di speranza - ha precisato Bergoglio - basato sulla
fiducia che le difficoltà possano diventare promotrici potenti di unità, per vincere tutte le paure
che l’Europa, insieme a tutto il mondo, sta attraversando. Speranza nel Signore che trasforma il
male in bene e la morte in vita”. Quindi l’incoraggiamento a tornare sulle orme dei “Padri fondatori dell’Unione europea, i quali desideravano un
futuro basato sulla capacità di lavorare insieme
per superare le divisioni e per favorire la pace e la
comunione fra tutti i popoli del continente”.
“Unità”, “insieme” - altre parole chiave del tour
europeo - per un’Europa che sappia vivere “in
pace”, che sia al contempo “creativa e intraprendente, rispettosa dei diritti e consapevole dei propri doveri”.
Così, per tratteggiare il profilo di un’Europa che
si conferma nelle sue radici, che opera per un presente più vivibile, specie per i poveri, gli emarginati, i migranti - li cita esplicitamente il Papa -,
che costruisce la “casa comune” del futuro, Francesco ricorre all’immagine della “Scuola di Atene”
di Raffaello, conservata nei palazzi vaticani. “Al
suo centro vi sono Platone e Aristotele - dice -. Il
primo con il dito che punta verso l’alto, verso il
mondo delle idee, potremmo dire verso il cielo; il
secondo tende la mano in avanti, verso la terra, la
realtà concreta”. Aggiunge: “Mi pare un’immagine
che ben descrive l’Europa e la sua storia, fatta del
continuo incontro tra cielo e terra, dove il cielo
indica l’apertura al trascendente, a Dio, che ha da
sempre contraddistinto l’uomo europeo, e la terra rappresenta la sua capacità pratica e concreta
di affrontare le situazioni e i problemi”. Ebbene,
per il Papa latinoamericano “il futuro dell’Europa
dipende dalla riscoperta del nesso vitale e insepa-
ott.-dic. 2014
SInDone 2015 Tutto pronto a Torino per un periodo decisamente straordinario
Ostensione con i giovani e con le persone che soffrono
U
rabile fra questi due elementi”.
Quello del Pontefice è un discorso “laico”, ma
ispirato a valori alti, “al trascendente”. Lo ripeterà
anche ai giornalisti sul volo di ritorno: “Queste
parole le troviamo nel Vangelo e nella dottrina
sociale della Chiesa”.
Cita anche la lettera “A Diogneto”, testo anonimo
del secondo secolo, che afferma: “I cristiani rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo”. Si tratta di un richiamo, senza equivoci, alle
responsabilità dei credenti verso la “polis”: l’Europa ha bisogno del protagonismo dei cristiani
all’interno di corrette dinamiche democratiche.
Numerosissimi i temi specifici che Papa Francesco solleva nei due discorsi (dove cita Paolo VI,
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI): la difesa dei
diritti, la famiglia, il lavoro, l’educazione, la difesa
dell’ambiente (evocando la prossima enciclica sulla custodia del Creato). E, specialmente nell’aula
del Parlamento Ue, si susseguono gli applausi “a
scena aperta”.
Questo pastore, sempre schierato dalla parte degli ultimi e della giustizia, che assume la modernità come contesto nel quale portare coraggiosamente il messaggio di Gesù, ricorda che il tempo,
anche questo tempo, è un campo aperto e fecondo per la missione evangelizzatrice. Al contempo
Bergoglio è venuto a Strasburgo per ribadire fiducia in questa Europa “invecchiata”, “spesso ferita”,
“pessimista”, affinché non si lasci tramortire dalla
“paura”, dalla chiusure egoistiche (e nazionalistiche), dai meri interessi materiali.
Parafrasando lo stesso Francesco, un’Europa “in
uscita”, che è esattamente il contrario della “fortezza” chiusa cui molti vorrebbero ridurre il continente. Lo sottolinea il Papa, chiudendo il suo
discorso al Parlamento Ue: “È giunto il momento
di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e
piegata su se stessa per suscitare e promuovere
l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di
arte, di musica, di valori umani e anche di fede.
L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda, difende e tutela
l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura
e salda, prezioso punto di riferimento per tutta
l'umanità”.
5
Primo Piano
n'ostensione con i giovani
e con le p ersone che soffrono. Così l'Arcivescovo Nosiglia v uole caratteriz z are
l'ostensione solenne che, dal 19
aprile al 24 giugno 2015, chiamerà nuovamente a raccolta il « p op olo della Sindone», p er ve dere
e pregare davanti a quell'Immagine che ricorda con tanta forz a
espressiva la Pa ssione e la mor te
di G esù Cristo.
Perché i giovani, p erché i malati? L'ostensione del 2015 è stata
concessa da Papa Francesco p er
la coincidenz a con i 200 anni dalla na scita di san Giovanni B osco,
fondatore della famiglia salesiana : un «giubile o» che richiamerà
a Torino da ogni par te del mondo
i giovani (e i meno giovani) che
hanno fre quentato scuole, oratori e campi sp or tivi nel nome di
don B osco. Lo stesso Francesco
sarà a Torino il 21 giugno: l' ha
annunciato nell'udienz a in piazz a San Pietro il 5 novembre scorso. Per lui il viaggio sarà anche
un « ritorno alle radici»: da Torino e dalle colline del Monferrato
la famiglia B ergoglio par tì, come
tanti altri emigranti piemontesi,
alla volta dell'Argentina .
Quanto ai malati, il collegamento
con la Sindone è diretto: chi conosce la sofferenz a , sul proprio
cor p o o nello spirito, chi vive accanto a p ersone ammalate sp eri-
menta nel profondo il mistero del
dolore; e anche p er questo è tanto più ap er to a « riconoscere» e
cercare di alle viare la sofferenz a
altr ui, p er quanto p ossibile. L'attenz ione al mondo della malattia p or ta alla ragione autentica ,
vera dell'ostensione: contemplare il Volto del Signore p er uscire a «ser vire i fratelli». È il senso
del motto che il Custo de Nosiglia
ha scelto p er questa esp osiz ione:
«l'Amore più grande». Le parole
di G esù in Giovanni 15 ricordano
che non c'è amore più grande di
chi dà la vita . E dunque proprio
p er questo rendono manifesto
l'amore di Dio p er noi, che abbiamo rice v uto la vita di Dio in
Cristo. Ma l'«amore più grande»
ci invita , ci spinge a riconoscere
il Signore nei fratelli – nei p overi, nei bisognosi, nei sofferenti.
L'ostensione della Sindone, celebraz ione e p ellegrinaggio religioso, spirituale, momento forte di vita della Chiesa , è anche
una grande o cca sione p er Torino
e p er il suo territorio: p er farsi conoscere, prop orre un'accoglienz a che, negli ultimi anni, è
cresciuta in quantità e qualità .
Saranno soprattutto i giorni vicini a quelli della visita di Francesco a mostrare un « volto nuovo»
di Torino, quando verranno migliaia di giovani p er incontrare il
Papa . Come nelle ostensioni più
re centi (dal 1998 in p oi) Torino
e il Piemonte si sono mobilitati
p er organiz z are l'ostensione. Nel
Comitato organiz z atore sie dono,
insieme alla dio cesi, la Città , la
Provincia di Torino, la Regione
Piemonte, con le due fondaz ioni
bancarie (San Paolo e C RT ), i Salesiani e la Direz ione regionale
p er i B eni ar tistici. L a coincidenz a con l'Exp o di Milano dovrebb e favorire il f lusso di visitatori
anche su Torino.
Si v uole realiz z are un'ostensione
che garantisca a tutti la p ossibilità di ve dere la Sindone e di conoscere meglio le realtà – e cclesiali e non solo – di Torino e del
suo territorio. Per questo, come
in pa ssato, la visita alla Sindone
è completamente gratuita , pur
essendo obbligatoria la prenotaz ione (anch'essa gratuita). Si
prenota esclusivamente via Internet , attraverso il sito ufficiale
della Sindone, w w w.sindone.org .
D urante i giorni lavorativi è attivo un ser viz io telefonico di informaz ione, al numero 011.5292550
(le tariffe dip endono dal proprio
gestore telefonico).
LA PIÙ GRANDE TESTIMONIANZA
<=DD9EGJ=HAå?J9F<=&
Gianni Borsa
inviato Sir a Strasburgo
SOLENNE OSTENSIONE
DELLA SINDONE
ARMANDO TESTA
4
19 APRILE - 24 GIUGNO 2015
DUOMO DI TORINO
il sito DiocesANO
in versione
per tablet
e smartphone
m.diocesibrindisiostuni.it
L'AMORE PIÙ GRANDE
SINDONE
2 0 1 5
In occasione del bicentenario della nascita di Don Bosco,
la Santa Sindone sarà esposta
nella cattedrale di Torino. Sul sito dedicato troverete
tutte le informazioni utili per la visita.
PRENOTAZIONE GRATUITA OBBLIGATORIA
SUL SITO WWW.SINDONE.ORG
diocesi
di TORINO
6
Primo Piano
ott.-dic. 2014
Quelle “tentazioni” ci interpellano
Il Sinodo rilancia “una Chiesa che non ha paura”
I
“O
Cinque “tentazioni” da evitare. Ad elencarle ai padri sinodali è
stato il Papa. La prima è “la tentazione dell’irrigidimento ostile”,
che è propria oggi dei “tradizionalisti” e anche degli “intellettualisti”. La seconda è la “tentazione del buonismo distruttivo”, quella “dei buonisti, dei timorosi e anche dei cosiddetti progressisti
e liberalisti”. La terza è “la tentazione di trasformare la pietra in
pane e anche di trasformare il pane in pietra”. La quarta è “scendere dalla croce, per accontentare la gente”, piegandosi allo “spirito mondano”. La quinta, infine, è “trascurare il ‘depositum fidei’
o, all’opposto, trascurare la realtà” utilizzando un linguaggio di
“bizantinismi”. “Mi sarei molto preoccupato e rattristato se non
ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni”
al Sinodo, ha confessato il Papa: “Se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace. Invece ho visto e ho
ascoltato - con gioia e riconoscenza - discorsi e interventi pieni di
fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di franchezza, di
coraggio e di parresia”. “E questa è la Chiesa, che non ha paura di
rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli
uomini”.
“Verità e bellezza della famiglia e misericordia verso le famiglie ferite e fragili”. È il paragrafo della “Relatio Synodi” che fa da cerniera tra la seconda e la terza parte. “La Chiesa guarda alle famiglie
che restano fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e
incoraggiandole per la testimonianza che offrono”, si legge nel testo. A coloro che “partecipano alla sua vita in modo incompiuto”,
la Chiesa “si rivolge con amore, riconoscendo che la grazia di Dio
opera anche nelle loro vite, dando loro il coraggio per compiere il
bene”. Per quanto riguarda i divorziati risposati, “va ancora approfondita la questione” del “cammino penitenziale” per l’eventuale
accesso ai sacramenti, tenendo presente “la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti”.
L’attenzione ai matrimoni civili. “Una dimensione nuova della pastorale familiare odierna - viene ribadito nella Relatio - consiste
nel prestare attenzione alla realtà dei matrimoni civili tra uomo e
donna, ai matrimoni tradizionali e, fatte le debite differenze, anche alle convivenze”. “Quando l’unione raggiunge una notevole
stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto
profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da
accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio”. Quanto alle unioni omosessuali, ci si è interrogati su quale
attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione
riferendosi a quanto insegna la Chiesa: “Non esiste fondamento
alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le
unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia’”. Rispetto alla Relazione precedente, inoltre, la “Relatio Synodi” non fa più riferimento alla “legge di gradualità” e non parla di
bambini che vivono con coppie dello stesso sesso.
M. Michela Nicolais
Testimonianze Nel corso d'un incontro in una parrocchia romana
Fisichella: "Molte cose dette non corrispondono al Sinodo reale"
«S
ono state dette molte
cose che non corrispondono al reale Sinodo»: esordisce così Mons. Rino
Fisichella nell’incontro tenuto lo
scorso fine novembre nella parrocchia romana di S. Giovanni
Battista de Rossi sul tema del Sinodo straordinario dei vescovi
sulla famiglia.
L’evento era stato caricato di
grandi attese, non solo da parte
del mondo cattolico, ma anche
dalla società civile, che ha insistito per avere dalla Chiesa una
rapida presa di posizione innovatrice nei confronti delle situazioni
familiari cosiddette “difficili”.
Fra i 191 vescovi che hanno preso
parte al Sinodo c’era anche mons.
Rino Fisichella, presidente del
Pontificio Consiglio per la nuova
evangelizzazione. A suo parere,
«durante il Sinodo, l’informazione è stata per certi versi strumentale. Compito dei vescovi non era
quello di tratte delle conclusioni,
ma di preparare l’incontro del
2015. Il Sinodo, poi, non ha valore decisionale, ma solo propositivo: è il Papa che decide».
Le grandi aspettative nei confronti di questo evento non
erano nate dal nulla. Era stato lo stesso papa Francesco a
stimolare la riflessione sulle difficoltà che la famiglia oggi
vive e a cercare delle soluzioni per coinvolgerle attivamente nella vita della Chiesa. In occasione del Concistoro del
20 febbraio 2014, il Pontefice aveva incaricato il cardinale
Kasper di tenere una relazione, che si è rivelata decisiva per
smuovere le acque intorno alle urgenze del mondo familiare odierno: «Come la Chiesa può corrispondere a questo
binomio inscindibile di fedeltà e misericordia di Dio nella sua azione pastorale riguardo i divorziati risposati con
rito civile?» – si era chiesto il cardinale austriaco – per poi
giungere a paventare la possibilità che, in alcuni casi, anche
i divorziati risposati possono accedere ai sacramenti della
penitenza e della comunione.
Secondo Fisichella da parte dei mezzi di informazione
«c’è stato un abuso di comunicazione, come è avvenuto ad
esempio sul tema dell’omosessualità . In realtà durante il
Sinodo ci sono stati solo tre interventi sul questo argomento: tre interventi su duecento!».
Il vescovo ritiene che l’attenzione debba essere posta, invece, su un tema più profondo: come annunciare oggi il Vangelo alle famiglie, in un tempo in cui esse vivono complesse
situazioni a livello sociale e culturale? «I giovani tendono
7
Primo Piano
IL SINODO IN CAMMINO Guardando ad una "Chiesa in uscita"
CONCLUSA LA PRIMA TAPPA Riflettendo sulle parole del Pontefice
ra abbiamo ancora un anno per maturare, con vero
discernimento spirituale, le idee proposte e trovare
soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli
sfide che le famiglie devono affrontare; a dare risposte ai tanti scoraggiamenti che circondano e soffocano le famiglie”. Con queste
parole il Papa ha concluso il suo intenso e appassionato discorso
- l’unico, dopo le parole pronunciate in apertura - al termine del
Sinodo straordinario sulla famiglia. Salutato da cinque minuti di
applausi, a conclusione di due settimane di lavoro, Francesco ha
ricordato ai padri sinodali che c’è ancora un anno - da qui alla
celebrazione del Sinodo ordinario sulla famiglia (4-25 ottobre
2015) – per lavorare sulla “Relatio Synodi”, il documento finale di
questa prima tappa del percorso sinodale, che è stata votata nel
suo complesso dalla maggioranza dei 181 padri sinodali presenti,
con qualche astensione. Con una decisione senza precedenti, il
Papa non solo ne ha autorizzato la pubblicazione, ma ha stabilito
che fossero resi pubblici i risultati delle singole votazioni su ogni
numero della “Relatio”, con l’indicazione dei voti favorevoli e non
favorevoli. Il tutto “per trasparenza e chiarezza, in modo che non
vi siano confusioni o equivoci”, ha spiegato il portavoce vaticano,
padre Federico Lombardi, nel briefing della serata del 18 ottobre.
Il documento è, dunque, stato approvato in Aula con una votazione, numero per numero, dei 62 paragrafi, a maggioranza qualificata. Tre i punti – i numeri 52, 53 e 55, relativi all’accesso dei
divorziati risposati all’Eucaristia, alla proposta della “comunione
spirituale” e alle unioni omosessuali - che non hanno ricevuto la
maggioranza qualificata, ma solo quella assoluta. Rispetto alla
“Relatio post disceptationem”, la “Relatio Synodi” è un testo più
ampio, che intende essere “più bilanciato, equilibrato e sviluppato”, ha precisato padre Lombardi. L’ottica, ha detto il Papa nel suo
discorso, non è quella della Chiesa che “guarda l’umanità da un
castello di vetro per giudicare o classificare le persone”, ma di una
Chiesa “che non ha paura di mangiare e bere con le prostitute e
i pubblicani, che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i
pentiti e non solo i giusti o quelli che credono di essere perfetti”.
ott.-dic. 2014
a ritardare sempre più la decisione per il
matrimonio. Le convivenze sono molto
diffuse e non mancano tanti casi di matrimoni civili che poi sfoceranno nel tempo
in quello religioso. Occorre dunque domandarsi come si può fare a testimoniare
che il matrimonio cristiano è bello e ha
qualcosa di particolare e significativo, che
va oltre l’unione civile o la convivenza?».
La risposta che Fisichella dà parte da una
sua convinzione: la crisi delle famiglie non
è solo condizionata dalla società, dall’economia precaria e dalla cultura, ma anche
dalla mancanza di fede, che si ripercuote
sulla vita quotidiana in famiglia creando
disgregazione.
Il primo impegno a cui bisogna rispondere non è, dunque, a chi e quando dare
la comunione, ma cercare di rendere tutti partecipi della vita della Chiesa, che è
«famiglia di famiglie».
La Chiesa dovrebbe essere un ambiente accogliente per ogni individuo e, a
maggior ragione, per ogni coppia, che fa
della reciprocità il segno di unione. Nel
successo di ogni famiglia non c’è l’individualismo, ma la relazione. Anche nelle
parrocchie non basta costituire il “gruppo
famiglie”, piuttosto – sostiene Fisichella –
«la famiglia deve diventare il centro, il soggetto dell’azione
pastorale».
Il Sinodo non ha fatto grandi proclami, né aperture a
buon mercato. Resta però un punto fermo: il tempo prezioso non si può sciupare. Su temi classici come quello
familiare,sicuramente è emersa una divergenza di opinioni,
ma è certo che la Chiesa, in particolare il Papa e i Vescovi,
sono chiamati a dare indicazioni (anche repentine) per rispondere alle esigenze sempre più pressanti che vivono le
famiglie cristiane di oggi.
Andrea Giampietro
l Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia è stato
un momento significativo di quella “Chiesa in uscita”
evocata da Papa Francesco sin dai primi passi del suo
pontificato. Una “Chiesa in uscita” che non ha paura di rimanere “incidentata” nell’incontro con il mondo e che nel
solco del Concilio Ecumenico Vaticano II si esercita nello
“scrutare i segni dei tempi”, non teme il discernimento e
l’abbraccio con i feriti. Tutti i feriti dalla vita, anche quelli
che sino a ieri ha forse trascurato, mai odiato.
Ecco perché a poco valgono tutte le letture “politiche” applicate a quanto si è svolto nelle aule sinodali, così come
il giudizio sugli esiti di un appuntamento ecclesiale destinato a restare come pietra miliare nella storia secolare di
quella speciale comunità terrena di uomini e donne radunate attorno al proprio Dio di salvezza e misericordia che
è la Chiesa fondata da Gesù Cristo, per volontà del Padre
e pervasa dal soffio dello Spirito Santo.
Solo in quest’ottica ci permettiamo di ragionare attorno al
Sinodo straordinario, nella consapevolezza che sin da oggi
si apre una fase nuova, un “cammino” come l’ha definito lo
stesso Papa Francesco, che porterà all’appuntamento con
il Sinodo ordinario dal quale emergerà, in tutta la sua forza rigeneratrice, lo slancio della Chiesa verso la famiglia e
il matrimonio, insieme con la sollecitudine verso il bene
ovunque esso si manifesti nella vita delle donne e degli uomini di oggi. Di questo abbiamo ragionevole certezza, così
come sappiamo che la “Relatio Synodi” è affidata come “Li-
neamenta” alla cura delle Conferenze episcopali nazionali,
perché in ogni angolo del mondo si realizzi quel discernimento comunitario che il Papa considera indispensabile.
Attendiamo, perciò, con pazienza e curiosità, le indicazioni che verranno date per l’Italia dai nostri pastori.
Ma ciò che ci preme sottolineare, in questo momento, è
che le parole che il Papa ha voluto pronunciare a chiusura
dei lavori del Sinodo valgono per tutti. Per tutti i credenti. Non solo, dunque, per tutti i vescovi e per tutti i pastori. Ricorderemo solo per titoli, rinviando a una lettura
testuale delle parole del Papa, le “tentazioni” dalle quali
anche i laici cristiani dovranno guardarsi in quest’anno
di preparazione al Sinodo ordinario. Eccole: la tentazione
dell’irrigidimento ostile, la tentazione del buonismo distruttivo, la tentazione di trasformare la pietra in pane e
all’opposto di trasformare il pane in pietra, la tentazione di
scendere dalla croce, la tentazione di trascurare il “depositum fidei” e, all’opposto, la tentazione di trascurare la realtà. Sono parole pronunciate dal Papa che non intendiamo commentare, ma solo acquisire come strumentazione
spirituale, ancor prima che metodologica, per vivere con
purezza d’animo e onestà intellettuale il cammino che ci
aspetta. Un cammino che, vogliamo ricordarlo a qualche
distratto, da sempre ci porta a incrociare l’umanità ferita
che oggi ha anche il volto dei divorziati risposati, di quanti
sono sposati solo civilmente, dei conviventi, degli omosessuali. Ma anche di tante nostre famiglie credenti in affan-
no e in crisi. Cancellarli tutti per miopia esistenziale è un
vero peccato di omissione.
Certo, una prima considerazione, queste “tentazioni” indicate dal Papa ci sollecitano. Come accade in tutte le famiglie, e la Chiesa è ancora una famiglia, a qualcuno tocca
il compito d’indicare il tragitto e i rischi che si possono
correre lungo una strada che non può non essere accidentata. In questo caso, parliamo di rischi squisitamente spirituali, non di incidenti o traversie culturali che pure sono
da mettere in conto. Ecco, il Papa ci ha messo in guardia.
Ora sappiamo come viaggiare in questo anno di discernimento, nella coscienza di non dover tradire il nostro Dio e
di non dover tradire neppure le donne e gli uomini del nostro tempo con i quali siamo chiamati a condividere tutto:
anche l’amore che Gesù Cristo ci dona ogni santo giorno.
Tenerlo stretto e solo per noi sarebbe l’ultima, imperdonabile tentazione.
Domenico Delle Foglie
RILEGGIAMO IL SINODO Intervista per orientarsi sui primi orientamenti emersi dal Sinodo sulla famiglia
Penalizzate le famiglie a più alto tasso di responsabilità
Lo statistico Roberto Volpi esorta a non cadere nell’errore di credere
che l’aumento delle coppie di fatto compensi il calo vertiginoso dei
matrimoni, sia civili che religiosi. E avverte: se continua a crescere il
fenomeno delle “coppie di fatto non conviventi”, nel giro di tre o quattro
decenni la famiglia formata da un uomo e una donna con figli è
destinata a sparire
“S
e tutte le coppie, e tutte le forme di famiglia, sono
allo stesso livello di diritti, non c’è più nessuna
convenienza culturale e ideologica a sposarsi e
fare dei figli”. A lanciare un grido di allarme su uno dei
paradossi più eclatanti della società occidentale è Roberto
Volpi, statistico e autore del volume “La nostra società ha
ancora bisogno della famiglia?” (Vita e Pensiero). Prendendo le mosse da una “lettura laica” del Sinodo, l’esperto
esorta a non cadere nell’errore di credere che l’aumento
delle coppie di fatto compensi il calo vertiginoso dei matrimoni, sia civili che religiosi. E avverte: se continua a crescere il fenomeno delle “coppie di fatto non conviventi”,
nel giro di tre o quattro decenni la famiglia – quella ad
“alto tasso di responsabilità”, formata da un uomo e una
donna con figli - è destinata a sparire. “E’ la famiglia in sé
che ha perso, bisogna ridare forza all’idea di famiglia in
quanto tale”.
‘forte’ di una volta. Cinquanta, sessanta anni fa anche in
Italia, come in tutto il mondo occidentale, c’era un’economia fondata soprattutto sull’industria, pesante e manifatturiera, e l’uomo che alla sera tornava a casa dal lavoro
di responsabilità dei legami diventa sempre più basso. In
Italia le unioni di fatto – 1.200.000, su 14 milioni di coppie - sono una su 11, vale a dire che per ogni coppia di
fatto ce ne sono 10 unite in matrimonio. Oggi la forma di
‘non famiglia’ che risulta in crescita è quella delle coppie
di fatto non conviventi, dunque a bassissimo tasso di responsabilità. In Italia cinque milioni di persone, tra i 25 e
i 50 anni, vivono da sole: è chiaro che gran parte, o almeno
una buona parte di queste, non può non vivere in coppie
di fatto non conviventi. Vivere in due case diverse lascia
infatti un margine di manovra assoluta ai due membri della coppia, che però corrisponde benissimo alle necessità
dell’individualismo imperante”.
La questione, allora, si sposta sul piano culturale…
“Esattamente. Il grande problema è quello del rapporto tra
Professore, come ha “visto” da laico il Sinodo?
“Onestamente mi sono fatto un’idea di lavori in corso. Da
laico, le confesso una cosa: se la Chiesa semplicemente si
limita ad andare verso il mondo non mi attrae più, non
mi pone più domande. Mia madre era cattolica praticante,
mio padre non si poneva il problema, ma era estremamente tollerante verso mia madre, la Chiesa e i preti. Io non mi
sono mai sentito escluso o fuori posto, ho sempre avvertito la Chiesa come qualcosa che doveva impegnarmi: mi
piaceva nella misura in cui poneva degli interrogativi e mi
chiamava a pormi seriamente in ricerca. Oggi ho divorziato e mi sono risposato con una donna cattolica praticante:
vado in chiesa con lei, lei fa’ la comunione e io no. Io mi
sento su un crinale, ma non avverto di dover aderire con
questa modalità alla comunità”.
Anche al Sinodo una delle esortazioni di fondo è stata quella a non lasciarci imprigionare dalla logica del
“tutto o niente”…
“Quello che mi è piaciuto del Sinodo è che, per volere del
Papa, è stato un dibattito aperto. Nella questione dei divorziati risposati, come in genere in tutte le situazioni di
famiglie diverse da quelle tradizionali, non è tutto o bianco o nero: la realtà è molto più sfaccettata, ci sono mille
sfumature. Già Benedetto XVI parlava di attenzione verso
i divorziati risposati: la Chiesa ha una tradizione nella misericordia”.
Al centro del suo libro c’è la constatazione del progressivo indebolimento della famiglia: fino a che punto?
“C’è un elemento, nel dibattito, che in genere è abbastanza assente: le società moderne - per i cambiamenti economici, produttivi, culturali e socioculturali degli ultimi
decenni – hanno meno bisogno della famiglia tradizionale
non poteva essere solo, aveva bisogno di una famiglia alle
spalle. Tutta l’organizzazione della società si modellava su
assetti produttivi di questo tipo. Nella società di oggi, il
70% dei lavoratori sono nel comparto dei servizi: si lavora
‘con la penna’, si lavora molto meno. E in una società che si
è modellata su questo tipo di lavoro la necessità di una famiglia tradizionale forte è indiscutibilmente minore. E’ da
qui che bisogna cominciare: altrimenti, qualsiasi discorso
sulla famiglia ha un retrogusto di astrattezza”.
Il calo vertiginoso dei matrimoni, religiosi e civili, è
rimpiazzato dalle coppie di fatto?
“Il matrimonio religioso è in crisi epocale, ma non è che
i matrimoni civili stiano meglio. Le coppie di fatto, però,
pur in aumento non sono un elemento determinante: tra
coppie unite in matrimonio, religiose e civili, e coppie di
fatto non si raggiunge minimamente il livello di intensità di coppie che si aveva nei precedenti decenni. Il tasso
individuo e famiglia. L’equiparazione, di fatto e di diritto,
di tutti i tipi di famiglia va a scapito di quelle forme di
famiglia – come quella tradizionale – a più alto tasso di
responsabilità, su cui si regge la società. Se continuiamo,
invece, a questi ritmi di crescita delle coppie di fatto non
conviventi, il rischio è che in tre o quattro decenni la famiglia si inabissi del tutto. Neanche gli assegni alle neomadri risultano efficaci: le misure efficaci sono quelle che
accompagnano, specialmente nelle prime età della vita, le
famiglie nell’allevamento dei figli. In Occidente, insomma,
siamo preda di un grande equivoco: per un verso incentiviamo la natalità dando solo aiuti per i figli, dall’altra in
nome dei diritti individuali e degli stessi diritti per tutte le
coppie, rivendichiamo spazi maggiori proprio per quelle
famiglie che non fanno figli”.
Sir
8
Vita di Chiesa
ott.-dic. 2014
ASSEMBLEA DELLA CEI Le parole del card. Bagnaso alla 67ª Assemblea dei vescovi italiani
“Il sacerdote non è un solista del bene”
La vita e la formazione permanente dei presbiteri al centro della 67ª Assemblea generale della Cei ad Assisi. Il monito del card. Bagnasco
nella prolusione: “È irresponsabile indebolire la famiglia, creando nuove figure - seppure con distinguo pretestuosi che hanno l’unico
scopo di confondere la gente e di essere una specie di cavallo di troia di classica memoria - per scalzare culturalmente e socialmente il
nucleo portante della persona e dell’umano”. L’invito a “rifondare la politica”
P
ersone “capaci di scendere nella notte” dei propri compagni di viaggio senza rimanere preda del buio e perdersi. Di accogliere e “toccare” le ferite dei viandanti senza lasciarsi disintegrare. Di “accompagnare” le storie
degli uomini e delle donne tenendo sempre presente i propri limiti e confidando nell’aiuto della grazia. È un identikit
dai tratti squisitamente relazionali, quella del sacerdote. A
tracciarla è il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della
Cei, nella prolusione con cui questo pomeriggio ad Assisi ha
aperto la 67ª Assemblea dei vescovi italiani. Al centro dell’assise straordinaria il tema della vita e della formazione dei
presbiteri. In una cultura che “parla di rapporti ma respinge i legami”, i vescovi italiani vogliono mettersi “idealmente
attorno al tavolo di casa” per riflettere sui contorni di una
“formazione qualificata” del sacerdote: “con realismo, accettando le gioie e i limiti che anche le famiglie vivono nel loro
interno”. E di famiglia il card. Bagnasco ha parlato nella parte
iniziale e finale della prolusione: “È irresponsabile indebolirla”. Non sono mancati riferimenti a temi di stretta attualità,
come il lavoro - con la categoria sempre più numerosa dei
“rassegnati al non lavoro” e la globalizzazione che rischia di
“arricchire i ricchi e impoverire i poveri” -, la cultura e la
scuola, sempre più tentata dalla “sirena tecnologica”. Infine,
un appello a “rifondare la politica”, attraverso un’opera di ricostruzione simile a quella del Dopoguerra: allora, però, si
trattava di ricostruire partendo dalle macerie materiali, oggi
ci sono le “macerie dell’alfabeto umano”.
“Irresponsabile indebolire la famiglia”. “È irresponsabile indebolire la famiglia, creando nuove figure - seppure con distinguo pretestuosi che hanno l’unico scopo di confondere
la gente e di essere una specie di cavallo di troia di classica
memoria - per scalzare culturalmente e socialmente il nucleo portante della persona e dell’umano”. È il monito ini-
ziale del card. Bagnasco, che ha ribadito che “l’amore non è
solo sentimento, è decisione; i figli non sono oggetti né da
produrre né da pretendere o contendere, non sono a servizio dei desideri degli adulti: sono i soggetti più deboli e
delicati, hanno diritto a un papà e a una mamma”. Di qui
l’importanza di far risuonare “la bellezza e l’importanza irrinunciabile del Vangelo del matrimonio e della famiglia, patrimonio e cellula dell’umanità, costituita da un uomo e da
una donna nel totale dono di sé; Chiesa domestica, grembo
della vita, palestra di umanità e di fede, soggetto portante
della vita sociale”. “Il nichilismo, annunciato più di un secolo
fa, si aggira in Occidente, fa clima e sottomette le menti”, ha
ammonito il cardinale citando Nietzsche e le sue domande
radicali sul senso dell’esistenza. Alla fine della prolusione, il
cardinale è tornato a parlare di famiglia: “Si parla a volte di
‘familismo’ italiano: se gli eccessi non fanno bene in nessuna
cosa, il forte senso della famiglia deve renderci fieri in Italia
e all’estero”.
Preti controcorrente. Per tracciare un identikit del prete, il
cardinale ha usato le parole rivolte da Papa Francesco ai vescovi brasiliani, durante la Gmg di Rio. “Serve una solidità
umana, culturale, affettiva, spirituale, dottrinale”, ha proseguito, “per essere capaci di predicare il Vangelo anche quando è controcorrente rispetto al pensare comune”. “Di fronte
all’ora presente non ci lasciamo andare alla tentazione del
lamento o del pessimismo, e neppure della ingenuità acritica”, ha assicurato. Il prete è colui che “assume ogni singola
umanità con le sue storie e ferite, le porta a conoscenza, le
valuta e le cura con l’aiuto della grazia, dell’accompagnamento, della vita spirituale, della fraternità responsabile”.
“Le difficoltà derivanti dalla diminuzione del clero o da altre
situazioni dolorose le conosciamo, e le affrontiamo con la
nostra responsabilità di Pastori”, ha detto il cardinale. “Ma
ciò non offusca per nulla la realtà del nostro clero che si dedica al proprio ministero accanto alla gente con ammirevole
generosità. I poveri e i bisognosi, le famiglie e gli anziani, il
mondo dei ragazzi e dei giovani sono la loro famiglia”.
I “rassegnati al non lavoro”. “La disoccupazione non cenna
a invertire la direzione”: bisogna fare “ogni sforzo” perché
“il patrimonio industriale e professionale, di riconosciuta
eccellenza, possa rimanere saldamente ancorato in casa nostra” e contrastare il fenomeno dei “rassegnati al non lavoro”,
che il lavoro non lo cercano più. “Si sta perdendo una generazione”, il grido d’allarme del card. Bagnasco: “I poveri
e i bisognosi - di ieri e di oggi - guardano con terrore una
società che corre e si allontana, rispetto alla quale loro non
hanno più il passo o non l’hanno mai avuto. La globalizzazione è forse destinata ad arricchire i ricchi e a impoverire
i poveri?”.
Rifondare la politica. “L’apprezzamento e l’impegno per la
formazione e la cultura è lodevole e decisivo per una società:
e ci auguriamo che prosegua con decisione e concretezza”. È
la parte della prolusione dedicata alla politica, nella quale il
cardinale Angelo Bagnasco dipinge il ritratto di una scuola “sempre più tentata dalla sirena tecnologica” e chiede di
“rifondare la politica”, per uscire dalle “macerie dell’alfabeto umano”. “Non è un esercizio astratto, ma la premessa di
ogni urgente dover fare”, precisa: “Pensare che ora siamo in
mezzo a un groviglio da risolvere solo con capacità e determinazione, sarebbe vero ma incompleto, riduttivo”, l’analisi
del presidente della Cei.
M. Michela Nicolais
VERSO FIRENZE L’urgenza di mettersi insieme in movimento
Le cinque vie per il nuovo umanesimo
I
n tempi di “nubi minacciose”, quelle di una crisi che “ha
appesantito la dinamica sociale e culturale del Paese”, la
Chiesa italiana si prepara al Convegno di Firenze (9-13
novembre 2015) con una Traccia improntata all’”urgenza
di mettersi attivamente e insieme in movimento”.
Declinare cinque verbi – uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare - per ritrovare il “gusto per l’umano”.
Comprendere i segni dei tempi “per illuminare il buio dello
smarrimento antropologico contemporaneo con una luce”,
che è il “di più” dello sguardo cristiano, in un mondo in cui
“tutto sembra liquefarsi in
un brodo di equivalenze”.
In tempi di “nubi minacciose”, quelle di una crisi
che “ha appesantito la dinamica sociale e culturale
del Paese”, la Chiesa italiana si prepara al Convegno
di Firenze (9-13 novembre
2015) con una Traccia (testo integrale clicca qui)
improntata all’”urgenza di
mettersi attivamente e insieme in movimento”, indicando però all’uomo di oggi una
“direzione da intraprendere”, in un’epoca segnata dalla “carenza di bussole”. Lo stile ecclesiale è quello proposto e testimoniato da Papa Francesco con la sua “Chiesa in uscita”:
quella che al Convegno di Verona, nel 2006, i vescovi hanno definito “Chiesa missionaria”, chiamata a spendersi per
la persona nei diversi ambiti di vita. Sono le “periferie esistenziali” - la “priorità” della comunità cristiana. Perché gli
ambienti della vita quotidiana - la famiglia, l’educazione, la
scuola, il creato, la città, il lavoro, i poveri e gli emarginati,
l’universo digitale e la rete - sono diventati, in questi dieci
anni, “frontiere”: non da difendere creando “muri”, ma da
far diventare “soglie”, luoghi di incontro e di dialogo “senza
i quali rischiano di trasformarsi in periferie da cui si fugge: abbandonate o dimenticate”. La Traccia sarà accompagnata sul sito web da “materiali di approfondimento” a cui
chiunque potrà dare il proprio contributo, anche attraverso
i social media (Facebook: www.facebook.com/firenze2015;
Twitter: www.twitter.com/firenze2015, @Firenze_2015).
nelle nostre comunità esiste “un bisogno di discernimento
comunitario di fronte alle sfide del mondo contemporaneo”,
ma anche ”la voglia di camminare insieme, di assaporare
il gusto dell’essere Chiesa, qui e oggi, in Italia”. L’opzione
di fondo: “Partire dalle testimonianze che sono esperienza
vissuta della fede cristiana e che si sono tradotte in spazi di
‘vita buona del Vangelo’ per la società intera”.
Quel “di più” che “fa la differenza”. “A fronte di un Paese descritto dai media e dalle statistiche come sfilacciato
e stanco”, nelle nostre chiese locali emerge “un’immagine
Il “gusto per l’umano”. Ci vuole un “gusto per l’umano”, per
“leggere i segni dei tempi e parlare il linguaggio dell’amore”. Ne è convinto monsignor Cesare Nosiglia, presidente
del Comitato preparatorio, che firma la presentazione della
Traccia, “un testo aperto” che parte dalla constatazione che
Ascoltare e parlare con la vita. “Un umanesimo in ascolto, un umanesimo concreto, un umanesimo plurale e integrale, un umanesimo d’interiorità e trascendenza”: sono le
quattro figure dell’umano al centro della Traccia. “Partire
dall’ascolto del vissuto, per cogliere la bellezza della vita in
atto”, il primo imperativo: “ascoltare l’umano significa vedere la bellezza di ciò che c’è, nella speranza di ciò che può
ancora venire”. Concretezza significa “parlare con la vita”,
per “combattere l’indifferenza con l’attenzione all’altro”.
Con tanti “miracoli silenziosi”, “si arriva ben al di là di quel
che si pensava”. Umanesimo è un termine che “si declina al
plurale”: ci vuole “uno sguardo d’insieme, l’uno stretto accanto all’altro, quasi tessere di un mosaico”, per cogliere la
bellezza di “una famiglia umana segnata non dall’omologazione ma dalla convivialità delle differenze”, e caratterizzata da “legami di figliolanza e fratellanza” da accompagnare
con la “prossimità”, soprattutto davanti alle fragilità vecchie
e nuove, alle “fabbriche di povertà”. Nessun dualismo tra
verità e pratica, niente “professionisti dello spirito”.
LO SLANCIO DELLA CARITAS Intervista a Mons. Luigi Bressan, arcivescovo di Trento, neo presidente della Caritas italiana
“Nel villaggio globale i cristiani partecipano alle gioie e ai dolori”
“A
nche in un momento di
crisi nessuno è tanto povero da non poter dare
anche un solo momento di tempo
per portare sollievo alle persone. In
un mondo che oramai è un villaggio
globale, è necessario sentirsi fratelli
di tutti e partecipare alle gioie e alle
sofferenze, alle speranze e alle angosce dell’umanità”. Con questo invito
ai cristiani di tutta Italia monsignor
Luigi Bressan, arcivescovo di Trento,
neo presidente della Caritas italiana,
della Commissione episcopale per la
carità e la salute e della Consulta ecclesiale degli organismi socio-assistenziali inizia il suo mandato. Il suo
incarico scadrà a maggio, quando in
occasione dell’assemblea Cei verranno rinnovate tutte le Commissioni
episcopali e sarà eletto un nuovo
presidente. 74 anni, nato a Sarche
(Trento), mons. Bressan è stato eletto arcivescovo titolare di Severiana
e nominato pro-nunzio apostolico in
Pakistan il 3 aprile 1989, ordinato vescovo il 18 giugno 1989, nunzio apostolico in Thailandia il 26 luglio 1993
e arcivescovo di Trento il 25 marzo
1999. E’ anche vicepresidente della
Conferenza episcopale triveneta.
In passato è stato nunzio in Pakistan e in Thailandia. Come metterà a frutto questa sua esperienza
internazionale?
“Cercherò di aiutare le persone a capire e rispettare le varie culture. Al
di là delle provenienze, l’essere uma-
Monsignor Luigi Bressan, arcivescovo di Trento, neo presidente della
Caritas italiana, della Commissione episcopale per la carità e la salute
e della Consulta ecclesiale degli organismi socio-assistenziali inizia
il suo mandato. Il suo incarico scadrà a maggio, quando in occasione
dell’assemblea Cei verranno rinnovate tutte le Commissioni episcopali e
sarà eletto un nuovo presidente.
no è uguale ovunque. Nel mondo ci
sono purtroppo tante situazioni di
miseria e di oppressione che spingono le persone a cercare altrove. C’è la
difficoltà di capirsi ma con la buona
volontà ci si può intendere. E’ possibile crescere in una società interculturale. Perché il concetto di cultura è
sempre dinamico, non è mai stabile”.
Per la Caritas la questione immigrazione è una sfida difficile, con
una opinione pubblica spesso contraria e divisa, soprattutto in un
momento di crisi...
“Non nego che sia una sfida difficile
ma è l’unica via per il futuro, perché
altrimenti ci si fa solo guerra. Credo
nella via del dialogo, della pazienza,
per saper superare le incomprensioni
senza paternalismi. I migranti hanno
la loro fede, appartenenza, cultura,
bisogna coinvolgerli affinché crescano e ci si arricchisca reciprocamente
delle rispettive esperienze, con i limiti che tutti abbiamo, perché anche
noi europei non siamo perfetti. E’ un
cammino difficile ma possibile”.
Papa Francesco ha una particolare attenzione per i poveri e le pe-
riferie. Questo per voi è un grosso
sostegno?
“Il Papa ci aiuta enormemente a portare avanti la prima missione della
Caritas che è l’educazione e la formazione di una mentalità e dell’accogliere e aiutare i poveri. Perché
l’umanesimo cristiano è orientato al
servizio degli altri, e lì si realizza la
propria vita. Per un cristiano il tema
dell’amore al prossimo come impostazione di vita è fondamentale.
Papa Francesco ci aiuta moltissimo
in questo approccio, con il suo stile
molto incisivo”.
Quali sono in questo momento le
priorità e urgenze per la Caritas
italiana?
“Sicuramente le urgenze sono i rifugiati e gli immigrati. In un Paese che
prima era di emigrati – e ce ne sono
ancora – oggi il problema più acuto è quello dei rifugiati, compresi i
minori, che sono affidati ai Comuni,
i quali non sanno come gestirli. Ci
sono diverse fasi da affrontare bene:
prima la salvezza di chi arriva via
mare, alla quale devono provvedere
le forze pubbliche, poi l’assistenza,
quindi la convivenza, la coesione, la
socializzazione. In questi campi realtà come la Caritas e il volontariato
sono molto importanti”.
Sul fronte internazionale ci sarà
sicuramente l’Iraq…
“Si l’Iraq con il Kurdistan, dove la
Caritas è molto attiva nell’aiuto ai
profughi. L’arcivescovo di Erbil è venuto in questi giorni a ringraziare la
Conferenza episcopale italiana. Varie diocesi stanno proponendo iniziative locali, con le offerte che poi
confluiranno verso la Caritas italiana. Anche noi a Trento abbiamo previsto una colletta speciale e attività
di sensibilizzazione a favore delle famiglie irachene”.
Le sue radici trentine daranno uno
specifico al suo mandato?
“Da tanti decenni abbiamo una particolare attenzione ai temi sociali e
alla mondialità. Da una statistica recente, indipendente dalla Chiesa, è
emerso che siamo la regione con il
più alto tasso di volontariato associato, di organizzazioni non governative che aiutano i Paesi poveri. C’è
una tradizione di generosità della
nostra gente e anche delle istituzioni, di condivisione e aiuto reciproco.
Speriamo che questo continui e si
faccia onore al fatto che il loro vescovo è stato eletto presidente”.
Patrizia Caiffa
RIFLESSIONI Guardando a questo Sud che diventa a rischio di desertificazione umana
Un uomo senza senso? “Nessun criterio condiviso, per
orientare le scelte pubbliche e private, tutto si riduce all’arbitrio delle contingenze”: esistono solo “schegge di tempo
e di vita, spezzoni di relazioni”, e il rischio di “un uomo
senza senso” è in agguato. In un contesto di crisi che ha
“allentato i legami” e “indebolito i nessi” del volto umano,
si rimane “centrati su se stessi” e impegnati in un “corpo a
corpo” con l’altro. Il “male” del nostro tempo è l’autoreferenzialità, che “rende asfittica la nostra vita”. Eppure, nonostante tutto, l’uomo di oggi ha “un enorme bisogno di relazione”, che emerge dalla rete ma anche dalla “solidarietà
intergenerazionale all’interno
delle famiglie”, dagli stili di vita
più sobri, dall’impegno a tutela
della legalità, dal mondo della
scuola e del volontariato, dalla
straordinaria capacità di accoglienza degli immigrati: tutti
segnali “poco notiziabili, ma
concreti”: “Occorre prima di
tutto imparare ad ascoltare la
vita delle persone, per sorgere
i segni di un’umanità nuova che
fiorisce”. Il “metodo” di Gesù è
la testimonianza, e le due “direttrici principali di un nuovo
umanesimo” sono la cura e la preghiera.
Diffusa la Traccia per il 5° Convegno ecclesiale nazionale sul tema
“In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Sull’esempio di Papa Francesco
e sull’onda della “Evangelii Gaudium”, bisogna “uscire, annunciare,
abitare, educare, trasfigurare”. Monsignor Cesare Nosiglia sottolinea “la
voglia di camminare insieme, di assaporare il gusto dell’essere Chiesa,
qui e oggi, in Italia”
alquanto diversa”: si vive “in prima linea”, e si affrontano le
sfide con quel “di più” che “segna la differenza rispetto ai
pur preziosi sforzi di altri soggetti impegnati a migliorare
la qualità del vivere sociale”.
9
Vita di Chiesa
ott.-dic. 2014
Le frontiere e le periferie. Oggi i luoghi sono diventati
“sempre più frontiere: linee di incontro-scontro tra culture, e anche tra visioni del mondo diverse di una stessa cultura”. La famiglia, ad esempio, “è attaccata da tanti fronti”,
con bambini che “vivono tra diverse case, costretti a fare i
conti con complesse geografie relazionali”. Al centro della Traccia, le cinque vie proposte da Papa Francesco nella “Evangelii Gaudium”. Uscire, per non correre il rischio
dell’”inerzia strutturale” e “liberare le nostre strutture dal
peso di un futuro che abbiamo già scritto”. Annunciare,
perché “la gente ha bisogno di parole e di gesti” e di persone che sappiano “prendere la parola in una cultura mediatica e digitale”. Abitare, per “continuare ad essere una
Chiesa di popolo” ripensando i propri “modelli” a partire
dalla consapevolezza che “una Chiesa povera per i poveri”
non è un “optional”. Educare, per ricostruire le “grammatiche educative” e immaginare “nuove sintassi”. Trasfigurare,
cioè assicurare la “qualità della vita cristiana”.
M. Michela Nicolais
Occorre far uscire le povertà dalle quattro mura
U
n Sud a rischio desertificazione umana
e industriale, dove si continua a emigrare (116mila abitanti nel solo 2013)
e a non fare figli, infatti nel 2013 continuano
a esserci più morti che nati. Un Sud dove la
popolazione continua a impoverirsi, con un
aumento del 40% di famiglie povere nell'ultimo anno, perché manca il lavoro, le famiglie
assolutamente povere sono cresciute oltre due
volte e mezzo, da 443mila (il 5,8% del totale)
a 1 milione 14mila (il 12,5% del totale), cioè il
40% in più solo nell'ultimo anno.
Sono alcuni dati che emergono dal Rapporto
Svimez sull'economia del Mezzogiorno 2014
presentato l’altro ieri a Roma.
E dai dati Istat sulle povertà diffuse ieri emerge drammaticamente che specialmente al Sud
un italiano su quattro è a rischio povertà.
Questo dato certamente allarmante è specchio
della grave situazione economica che anche la
nostra Regione Puglia e la nostra provincia di
Brindisi in particolare stanno attraversando.
In attesa degli improrogabili inter venti che il
governo centrale e quello regionale in particolare dovranno mettere in atto per dare risposte significative a questa drammatica situazione, voglio offrire una riflessione esperienziale
sulle risposte possibili in termini di fattiva solidarietà con chi fa fatica ad andare avanti.
Il notevole aumento di persone che si rivolgono ai centri di assistenza , parrocchie e ser vizi
alle persone si può ricondurre a dinamiche di
tipo diverso, legate di volta in volta all’effetto
penalizzante della crisi economica : licenziamenti, difficoltà a trovare nuovi lavori, ma anche alle politiche di contenimento
della spesa messe in atto a livello nazionale,
che con le loro forti ricadute in ambito regionale e comunale hanno ridotto l’offerta di servizi e di fatto determinato l’allargamento della
platea dei non aventi diritto ad aiuto e sostegno da parte delle istituzioni pubbliche.
Il rischio è che le situazioni di momentanea difficoltà economica, fin qui affrontate attraverso
inter venti di sostegno economico e riduzione
del danno sociale, scivolino verso situazioni di
cronicizzazione e progressiva esclusione sociale.
La persona in difficoltà che si rivolge alla Caritas, da cliente occasionale diventa cliente
abituale ci dicono gli operatori di questo Organismo ecclesiale.
Alcuni costi sono difficilmente contraibili come le bollette delle utenze energetiche, le
rate di un debito o di un mutuo, l’affitto, le
famiglie si vedono costrette a risparmiare su
altre voci come l’istruzione, la salute ed anche
il cibo, con conseguenze sul lungo periodo che
possono essere drammatiche.
A partire da tali sollecitazioni siamo chiamati
ad interrogarci, ancor più di prima, sul ruolo
dei poveri nella vita del nostro Paese e quale
priorità viene data alle condizioni dei più deboli;
bisogna sicuramente continuare con l’impegno nella lotta alle ingiustizie sociali, ma a chi
oggi chiede aiuto attraverso il patronato di
un sindacato o l’assistente sociale di turno,
il parroco del quartiere o il medico di base
non si può più continuare a rispondere, abbi
pazienza noi ci stiamo impegnando per la
giustizia sociale, troppo comodo!
Credo che occorre dare risposte concrete , occorre condivisione e corresponsabilità personale e di gruppo, altrimenti è mera demagogia, e abbiamo sotto i nostri occhi la realtà che
tale atteggiamento ha causato in questi ultimi
anni.
Occorre far uscire le povertà dalle quattro
mura .
Associazioni, Sindacati, Partiti, Parrocchie
devono mettere le loro strutture e le loro organizzazioni capillari al ser vizio vero, tangibile
per offrire risposte e gesti concreti di aiuto e
solidarietà a chi pone il problema della impossibilità di portare avanti giornalmente la
propria famiglia.
Qualche mese fa a Brindisi un piccolo movimento politico cittadino di fronte alla difficoltà di accoglienza di immigrati, mise la propria
sede a disposizione di 10 persone , una piccola
cosa , un gesto di grande sensibilità.
In alcune grandi città sono state messe in atto
iniziative di solidarietà da parte di professionisti che mettono al ser vizio dei più poveri la
loro professionalità (medici in particolare).
Bisogna allora mettere in atto iniziative che
coinvolgano cittadini, imprese, associazioni ed
istituzioni, per l’attivazione di ser vizi di aiuto
concreto, quotidiano per i più poveri.
Organizzare da parte dei Partiti e Sindacati,
assemblee di quartiere sulle Povertà ed Emarginazioni, sulle risorse di quel particolare territorio , e sulle possibili risposte, per far toccare con mano alla gente la propria passione
per i poveri.
Iniziative queste a costo zero, con l’utilizzo di
spazi pubblici o ecclesiali.
Occorre pensare a un Tavolo delle Povertà
presso la Prefettura per coordinare e mettere
comunitariamente in atto , tra tutti i sindaci,
i sindacati, la ASL, la Confindustria iniziative
vere e sostenibili di solidarietà sociale su scala provinciale (piccoli empori della solidarietà
con il contributo di grandi centri della distribuzione alimentare presenti sul territorio);
La Comunità dei Braccianti, grande organizzazione degli anni sessanta, offriva patrocinio ai
contadini analfabeti e viveri alle loro famiglie
nelle situazioni di particolare bisogno.
Non si tratta, per Partiti, Sindacati e Associazioni di fare mera elemosina , anche se purtroppo ormai c’è bisogno anche di quella , ma
di indicare con la promozione di iniziative vere
, concrete, che una risposta c’è per arginare la
sempre crescente disuguaglianza tra ricchi e
poveri e contemporaneamente lottare insieme
ai senza voce contro le cause strutturali delle
povertà.
Bruno Mitrugno
già direttore Caritas diocesana
10
ott.-dic. 2014
Vita Diocesana
L’EVENTO Il 3 ottobre 2014 mons. Giuseppe Satriano è stato consacrato vescovo nella cattedrale di Brindisi
Un nuovo pastore per il popolo di Dio
U
n’altra pagina di storia è stata scritto nel
libro della Chiesa italiana ed in particolare in quello della chiesa Brindisina: lo
scorso 3 ottobre 2014 don Giuseppe Satriano,
vicario generale e parroco della chiesa Madre di
Mesagne, è stato ordinato vescovo per le mani
del cardinale Salvatore De Giorgi.
Dopo ben 40 anni, un sacerdote brindisino è ha
ricevuto l’ordinazione episcopale.
Migliaia i fedeli che hanno hanno affollato piazza Duomo, il teatro Verdi e la basilica Cattedrale, nessuno ha voluto mancare ad un evento che
ha già lasciato un segno indelebile.
Ben 27 i pullman di fedeli e religiosi, giunti dalla diocesi di Rossano Cariati, dove il neo vescovo si insedierà il prossimo 26 ottobre.
Numerosi anche i vescovi, arcivescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i diaconi ed i seminaristi. In particolare sua eccellenza Mons.
Domenico Caliandro e Mons. Rocco Talucci
consacranti, presente in particolare l’Ordinario
Militare S.E. Mons. Santo Marcianò, che per
otto anni ha guidato l’arcidiocesi di RossanoCariati e il Vescovo di Novara, S.E. Mons. Franco Giulio Brambilla, mons. Nunzio Galantino
Segretario della CEI e Pastore della Diocesi di
Cassano allo Jonio, Mons. Antonio De Simone,
i rettori del Pontificio Seminario Regionale di
Molfetta Mons. Luigi Renna e del Seminario
Romano Maggiore Mons. Concetto Occhipinti.
Numerosissime le autorità civili e militari tra
cui il prefetto Dott. Nicola Prete e il Sindaco
di Brindisi, Cosimo Consales, assieme a diversi
sindaci dei comuni della Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni e delle amministrazioni comunali
dell’Arcidiocesi di Rossano-Cariati.
Ammirevole il lavoro dei volontari che hanno
reso possibile il servizio d’ordine in modo che
la celebrazione si svolgesse con ordine e così è
stato.
La lunga processione iniziale, è partita dalla struttura delle suore vincenziane sita nella
stessa piazza, accompagnata dall’animazione del coro
arcivescovile San Leucio diretto dal maestro Giampaolo Argentieri, coro che per
altro da anni è stato seguito
spiritualmente da don Giuseppe Satriano.
Dopo i riti di introduzione
e la liturgia della parola, finalmente la liturgia dell’ordinazione iniziata con l’invocazione
dello
Spirito
Santo.
Altro momento “visivamente” importante della liturgia, è stato quello
dell’imposizione del libro
dei Vangeli aperto sul capo
di don Giuseppe fino al momento in cui la preghiera di
ordinazione non fosse conclusa.
Diversi i momenti di commozione durante tutta la
celebrazione,
soprattut-
Antonella Di Coste
E don Giuseppe. “Canterò le misericordie del Signore”
“C
anterò senza fine le grazie del Signore,
con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà
nei secoli, perché hai detto: «La mia grazia rimane per sempre»” (Sal. 88).
Così lo scorso 15 luglio nella basilica cattedrale
esordì don Giuseppe Satriano dopo la lettura della sua nomina ad arcivescovo conferitagli dal Santo
Padre Francesco, così lo scorso 3 ottobre, ha preso la
parola al termine della sua ordinazione episcopale.
“Oggi il Signore si è reso presente in mezzo a noi
– ha continuato pieno di gioia e commozione sua
eccellenza monsignor Giuseppe Satriano - e ci ha
visitati con il Suo Spirito permeando di misericordia
la vita di ciascuno di noi. Per la preghiera e l’imposizione delle mani, la mia vita di uomo povero e
fragile è stata inondata dalla forza del Suo “respiro”
d’amore, e a “causa della sua grazia che rimane per
sempre” mi è donata la fiducia e la gioia per amarlo
e servirlo.
Con voi mi sento adornato di una veste di grazia che
mi conferma nel Suo amore, unica realtà intorno a
cui crescere con essenzialità, per “portare il lieto
annunzio ai poveri, per fasciare le piaghe dei cuori
spezzati, per proclamare la libertà degli schiavi, la
scarcerazione dei prigionieri, e per promulgare l'anno di misericordia del Signore” (Is.61,1b-2a ). Tutto,
dinanzi alla certezza del Suo amore, diviene relativo
e si apre alla bellezza, alla gioia. In questa luce anche
l’errore diviene opportunità di grazia per rinascere
nel Suo abbraccio d’amore infinito”.
Sua eccellenza il neo vescovo, ha cercato di esprimere a pieno i suoi sentimenti, esprimendo il desiderio di perdersi nell’abbandono alla croce glorioso
di Cristo (scelta per il proprio stemma) per rinascere continuamente e vivere in quella fedeltà d’amore
a braccia aperte, proprio come ha testimoniato s.
Francesco d’Assisi.
Ha poi ringraziato, lodato, benedetto, per il dono
della Chiesa universale, per quella di Brindisi Ostuni, per la sua famiglia, per la Comunità del Seminario
Regionale di Molfetta, per la famiglia del presbiterio
diocesano, immancabile il ricordo di don Giuseppe
per don Elio Antelmi e don Angelo Argentiero.
Ha poi rivolto una preghiera particolare, per tutte
quelle persone, semplici e povere, disabili, bambini,
giovani e anziani, famiglie che hanno nutrito la sua
esistenza e l’hanno sostenuta con la loro preghiera
e l’offerta delle proprie fatiche. Ha poi aggiunto “In
questo momento il mio cuore va ai fratelli della comunità di San Giorgio a Laisamis in Kenya ma anche
alle comunità ecclesiali dove ho vissuto il mio cammino di uomo e di sacerdote”.
Ha poi ringraziato personalmente e con parole particolari, sua Eminenza Reverendissima, Cardinale
Salvatore De Giorgi, Mons. Domenico Caliandro,
Mons. Rocco Talucci, Mons. Settimio Todisco, purtroppo assente. I vescovi, in particolare l’Ordinario
Militare S.E. Mons. Santo Marcianò, che per otto
anni ha guidato l’arcidiocesi di Rossano-Cariati e il
Vescovo di Novara, S.E. Mons. Franco Giulio Brambilla, mons. Nunzio Galantino Segretario della CEI
e Pastore della Diocesi di Cassano allo Jonio, Mons.
Antonio De Simone, i rettori del Pontificio Seminario Regionale di Molfetta Mons. Luigi Renna e
del Seminario Romano Maggiore Mons. Concetto
Occhipinti. Non sono mancate parole di stima e
ringraziamento per le autorità civili come al Dott.
Nicola Prete e al Sindaco di Brindisi, Cosimo Consales, e a tutti i sindaci dei comuni della Arcidiocesi
di Brindisi-Ostuni e delle amministrazioni comunali
dell’Arcidiocesi di Rossano-Cariati che hanno presenziato alla celebrazione. Ha poi terminato con le
associazioni ecclesiali e di volontariato, al Coro, agli
Scout, alle Comunità monastiche delle due diocesi
e a “quanti si sono resi presenti nel curare questa
celebrazione va la personale gratitudine”.
Ha così terminato sua eccellenza Giuseppe Satriano:
“Desidero affidarmi all’intercessione dei Santi Patroni delle due diocesi, con Loro e unito a voi invoco
la materna protezione della Vergine Santa, venerata
in Rossano e nel nostro Seminario Regionale: Maria
SS. Achiropita, prega per noi, Regina Apuliae, Ave
Maria”.
Antonella Di Coste
11
Vita Diocesana
L’OMELIA Il Card. Salvatore De Giorgi ha presieduto la solenne celebrazione
“Il protagonista è Gesu, il Buon Pastore”
“E’
to con i riti esplicativi: l’unzione crismale sul
capo, la consegna del libro dei Vangeli, la consegna dell’anello, la consegna della mitra e la
consegna del pastorale. In prima fila, la mamma e la famiglia, che non hanno potuto contenere le lacrime.
Al termine della celebrazione ricordando il suo
motto e il suo logo, il nuovo vescovo, non ha
omesso di ringraziare nessuno tutti i presenti
ribadendo “Misericordias Domini Cantabo”…
Canterò le misericordie del Signore.
DENTRO LA NOTIZIA Le parole del nuovo vescovo dopo la consacrazione
ott.-dic. 2014
lui, il Buon Pastore, il protagonista di questa celebrazione”. Così
ha esordito il Cardinale Salvatore
De Giorgi dopo aver ringraziato il Signore ed
il Santo Padre, per il dono ricevuto dalla chiesa
attraverso l’Ordinazione Episcopale di monsignor Giuseppe Satriano.
“Su di lui, pertanto, fissiamo tutti lo sguardo
della nostra contemplazione per poter percepire la grandezza del mistero che investe questo
nostro fratello.
E in realtà è dal mistero di Cristo, unico Vescovo delle anime nostre, che scaturisce il ministero del Vescovo, che rende visibile la sua
incessante presenza invisibile e ne prolunga nel
tempo la sua unica e universale missione di salvezza”.
Citando poi, sant’Ignazio sua eccellenza il cardinale De Giorgi, ha invitato a guardare a questa nascita di un nuovo vescovo come Cristo
stesso.
Dopo un excursus del cammino guidato
dall’amore di Dio e dalla fede di don Giuseppe,
sua eccellenza ha ribadito quale sia il modello
al quale riferirsi al quale modellarsi: “A Gesù
buon Pastore dovrai riferirti e modellarti soprattutto ora che con l'Ordinazione episcopale sarai in pienezza il segno sacramentale della
sua presenza in mezzo al popolo di Dio, così
come lo aveva preannunziato il profeta Ezechiele (cf.33,11-16) e si è presentato lui stesso
(cf.Gv.10,14-18): un pastore vigile, custode del
gregge, che si prende cura personalmente delle
pecore, le conosce a una a una, le chiama per
nome, le difende dai lupi, le guida e le raduna
nell’unico ovile, va in cerca di quella smarrita,
fascia quella ferita, cura quella ammalata, senza trascurare le sane e le forti, e per tutte offre
la sua vita. E’ quanto ti ricorderà il pastorale
che avrò la gioia di affidare alle tue mani”.
Essere vescovo, infatti, non è onore ma è un
servizio di amore e l’esempio è sempre e solo
Gesù Cristo, il buon pastore, il quale ha detto
di essere venuto “non per farsi servire, ma per
servire" (Mt 20,28).
Il cardinale De Giorgi così, a partile dal significato del pastorale che avrebbe consegnato
subito dopo, ha sottolineato ognuno dei segni
effettuati e dei simboli che durante la liturgia vengono donati al neo vescovo e dei segni:
l’anello, l'Ordinazione come partecipazione e
irradiazione dell’amore sponsale del buon Pastore alla sua Chiesa di Rossano-Cariati, nella
donazione e nella fedeltà; la mitra, che simboleggia la costante tensione personale alla
santità, per essere segno vivo, perfezionatore
e promotore della santità dei fedeli; il Vangelo (che viene consegnato e anche posto aperto
sul capo) il suo annuncio, è il primo dovere da
Vescovo. Annunziato a tutti con la forza dello
Spirito, testimoniato con la vita personale di
vero discepolo-missionario, come Papa Francesco definisce e vuole ogni cristiano nell’affascinante Esortazione “Evangelii Gaudium”(cf.
nn.119-21); l’imposizione delle mani, il dono
dello Spirito Santo , "Spirito non di timidezza,
ma di forza, di carità e di prudenza(2Tm 1,7).
Sua eccellenza ha poi tracciato un vero e proprio identikit del vescovo, del discepolo di Cristo, di colui che serve la Chiesa ed il suo gregge:
“Discepolo sempre di Cristo, ma da oggi anche
suo araldo e testimone fedele, maestro autentico, custode vigile e difensore coraggioso della
fede, nutri te e il tuo popolo anzitutto col pane
della Parola di Dio, che l’accende, la riaccende
e l’alimenta. Sii tu il Vangelo vivente, in dialogo
con tutti, con chi crede e con chi non crede,
con quello stile missionario e con quello spirito
ecumenico che, in un contesto secolarizzato e
pluralista come il nostro, è il varco obbligatorio
della nuova evangelizzazione.
Lo stile missionario sia quello indicato da
Gesù nella prima missione apostolica: lo stile
dell’umiltà, della semplicità, della essenzialità,
della povertà, della pazienza, del coraggio, della collegialità e soprattutto della fiducia totale
nella forza e nel potere che ti darà il Signore e
che ti renderanno capace di sostenere e superare ostilità, rifiuti e resistenze(cf.Lc 10,1-9)”.
Non è di certo mancata una edificante esortazione circa questo ministero riferendo come
i sacramenti della fede debbano essere nutrimento sia per il vescovo che per il popolo, che
donano o ridonano, accrescono la vita divina
e alimentano l’unica speranza che non delude,
Cristo Crocifisso e Risorto. Così la preghiera
incessante, la celebrazione e l’adorazione eucaristica.
“Come principio e fondamento visibile di unità
della Chiesa a te affidata, - ha continuato nella
sua omelia il cardinale De Giorgi - custodiscila
nella comunione perché cresca nell’entusiasmo
della missione, dell’uscire gioiosa dal cenacolo
col fuoco della Pentecoste per donare a tutti la
gioia del Vangelo. Mandato dal Padre di famiglia a governare la sua famiglia, sii in essa il riverbero della sua paternità tenera, premurosa,
costante, compassionevole e misericordiosa.
Sempre strettamente unito ai tuoi fedeli, cammina davanti a loro per indicare la via da seguire, in mezzo a loro per sostenerli nelle difficoltà del cammino, dietro a loro per difenderli con
la forza del tuo amore, espressione dell’amore
di Dio”.
Ha poi sottolineato, come espressione dell’amore di Dio sia l’attenzione a varie categorie: Sacerdoti, Diaconi, membri della vita consacrata,
fedeli laici, nella varietà dei carismi, dei ministeri e delle realtà associative, le famiglie, i giovani, per finire con i poveri, gli ammalati, gli
emarginati, con i quali il buon Pastore ha voluto identificarsi e che da sempre hanno avuto
largo spazio nel tuo cuore di don Giuseppe.
Non solo, De Giorgi ha ribadito a don Giuseppe di essere non solo ma affiancato dal buon
pastore, i Padri Arcivescovi, Settimio, Rocco e
Domenico, i confratelli Vescovi, la Chiesa Madre di Brindisi-Ostuni e la Chiesa di RossanoCariati, i Santi, Maria, la Madre di Gesù e degli
Apostoli.
Ha poi concluso: “La nostra Regina Apuliae ha
segnato le tappe del tuo itinerario seminaristico
e sacerdotale, e tu, come Giovanni, l’hai presa
con te nella casa del tuo cuore. Da oggi sarà la
stella del tuo episcopato, come hai voluto farla
brillare nell’alto dello stemma. Alla sua costante intercessione si associa la preghiera del tuo
caro Papà Luigi nel cielo, e della tua cara mamma, qui presente, che insieme a tutti i familiari
saluto con cordiale e fraterna esultanza.
Il nostro augurio più splendido, fratello carissimo, è quello che l’odierna liturgia esprime nelle
preghiere della Chiesa e noi deponiamo tra le
offerte dell’altare: possa tu esercitare per lunghissimi anni a servizio del gregge di Cristo il
sommo sacerdozio in modo irreprensibile, per
la gloria del Padre, nel nome del Figlio e con la
potenza dello Spirito Santo. Amen”.
Antonella Di Coste
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Speciale
Speciale
Beato Paolo VI, traghettatore della Chiesa nella modernità
Un pontificato con spiritualità cristocentrica
ott.-dic. 2014
ott.-dic. 2014
DENTRO LA NOTIZIA
19 OTTOBRE 2014Un dettagliato reportage da Piazza San Pietro
Testimonianza luminosa di un amore ardente
Quella sapiente e profetica rotta verso l’umanità
G
uardiamo alla “Gloria del Bernini” nella
basilica di San Pietro, in cui, il 19 ottobre
scorso, è stato incastonato quel gioiello di
sapienza e di virtù, che è stato il Papa Paolo VI,
per confermarci nella fede della presenza di Gesù
Cristo nella sua Chiesa. La Chiesa è sua per fondazione evangelica e fu presentata al mondo contemporaneo dalla mirabile Enciclica di Papa Giovambattista Montini, il 6 agosto 1964, con il titolo di
Ecclesiam suam.
Cito la data che illumina il mistero cristiano con
l’evento della Trasfigurazione, preludio profetico
della Risurrezione, quasi presagio della nascita al
cielo del Beato, che il 6 agosto 1978, approdò alla
Casa del Padre.
La temperie della storia, apparentemente costruita dal divenire del vissuto umano radicato negli
accadimenti cosmici, è guidata dalla mano sapiente di Dio, come ben intuiva Sant’Agostino. Per cui
l’illuminato documento di Papa Montini assurge a
splendida attualità: “Per quali vie la Chiesa Cattolica debba, oggi, adempiere il suo mandato”, leggendo “i segni dei tempi”, nel contesto della “rivoluzione” aperta da papa Francesco.
In particolare la sua Esortazione apostolica sul
“Vangelo della gioia” diviene eco del pensiero di
Paolo VI sulla “gioia cristiana”. Inoltre il servizio
verso l'universo della cultura lo trovò protagonista
del Movimento MEIC, per l'inculturazione della
fede.
A Brescia, patria natale, il vescovo Luciano Monari
ha indetto “l’Anno Montiniano” per rivivere il carisma del Papa che ha condotto il concilio Vaticano
II, il Papa del dialogo nella Populorum progressio,
dei discorsi sul Concilio, sul mondo del lavoro, sulla tragica fine dell’amico Aldo Moro, il grande statista cattolico.
È impresa ardua riassumere il pensiero e l’opera di
questo grande Vicario di Cristo nel curriculum di
diplomatico, di collaboratore della Sede Apostolica ai massimi vertici, di pastore, da Cardinale a
Milano, di protagonista dell’Assise conciliare, condotta a compimento col discorso di chiusura del 7
dicembre 1965, affidando il Popolo di Dio a Maria,
proclamata MADRE della CHIESA.
Nell’omelia a chiusura del Concilio risalta il pensiero di Paolo VI, autore dell'Humanae vitae
sull’umanesimo, che definisce la Chiesa “esperta in
umanità”, perché c’è “la religione del Dio che si è
fatto uomo”. “L’antica storia del samaritano è stata
il paradigma della spiritualità del Concilio…dategli
merito di questo almeno voi, umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e
riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi,
noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”.
Spicca la dimensione “laica” del pensiero montiniano nella sinergia tra teologia, ecclesiologia
e antropologia e giova, a questo punto, riflettere
con brevi flash di testimonianze. «Paolo VI guidò
il popolo di Dio alla contemplazione del volto di
Cristo, redentore dell'uomo e Signore della storia...
U
n doppio abbraccio fraterno tra due Perché la Chiesa è famiglia di famiglie.
Papi, all’inizio e alla fine della celebrazione. Sopra di loro, da un arazzo, un Ore 10.00 Il Papa emerito fa il suo ingresso sul
sagrato, saaltro Papa
lutato dagli
li guarda
Sei mesi dopo la doppia canonizzazione di Giovanni XXIII e
applausi delsorridenGiovanni Paolo II, passata alla storia come la canonizzazione
la folla che
te, con le
“dei quattro Papi”, nella stessa piazza Paolo VI - il Papa che ha
lui ricambia
mani alaffettuosazate vertraghettato la Chiesa nella modernità con una sapiente e profetica
so il cielo rotta di navigazione - viene indicato al culto della Chiesa universale. mente salutando con la
e
aperL’abbraccio sotto lo sguardo del mondo di Francesco e Benedetto
mano.
Octe quasi
cupa la pria
voler
abbracciare il mondo. Sei mesi dopo la dop- ma sedia rossa della prima fila, alla sinistra del
pia canonizzazione di Giovanni XXIII e Gio- palco, settore riservato ai cardinali e vescovi
vanni Paolo II, passata già alla storia come la concelebranti e ai padri sinodali. Un ombrellicanonizzazione “dei quattro Papi”, nella stessa no bianco e giallo lo ripara dal sole. Lo sguardo
piazza Paolo VI - il Papa che ha traghettato la di Benedetto è concentrato e assorto, fisso sul
Chiesa nella modernità con una sapiente e pro- libretto della celebrazione che ha tra le mani.
fetica rotta di navigazione - viene indicato al Altrettanto raccolta e composta è la folla dei
culto della Chiesa universale come esempio di fedeli, quelli delle tre diocesi di Papa Montini
santità. All’appuntamento non potevano certo in testa: Brescia con oltre 5mila fedeli, Milamancare il Papa regnante, che ha definito più no con 3mila, e Roma che gioca in casa. Prima
volte il Papa della sua giovinezza “una luce” sul dell’Angelus, Francesco dedicherà loro un sasuo cammino, e il Papa emerito, che dalle mani luto particolare. Tra gli striscioni, quello dedi Giovanni Battista Montini ha ricevuto, 37 gli abitanti di Concesio, città natale del nuoanni fa, la porpora cardinalizia. Papa France- vo Beato, e quelli variopinti delle tante scuole
sco ha voluto che la beatificazione di Paolo VI paritarie che sparse per l’Italia portano il suo
avvenisse a conclusione del Sinodo straordina- nome.
rio sulla famiglia, prima tappa di un percorso
sinodale che - un’altra prima volta per un Papa Ore 10.20 Il primo gesto di Francesco, che arri- si articola in due tappe per concludersi tra un va sul sagrato, è quello di dirigersi dal suo preanno con il Sinodo ordinario. Perché Dio è il decessore e di abbracciarlo, mani nelle mani,
Dio delle “sorprese”, e non bisogna aver timore occhi negli occhi. La folla dei fedeli esplode in
delle “novità”, dice il Papa nell’omelia, durante un applauso, mentre il Coro della Cappella Sila quale definisce Paolo VI “grande Papa”, “co- stina e il Coro della diocesi di Milano intonano
raggioso cristiano” e “instancabile apostolo”, l’Inno del nuovo Beato, appositamente compooltre che “timoniere del Concilio”. Del resto, la sto per l’occasione. Comincia la Messa, con il
Chiesa stessa è “Sinodo”, come con “saggezza postulatore che legge la biografia di Paolo VI e
lungimirante” impastata di umiltà ha mostra- Papa Francesco che ascolta anche lui assorto e
to il nuovo Beato, che quasi cinquant’anni fa concentrato, il capo chino e le mani congiunl’ha istituito come espressione di “sinodalità” te.
e “collegialità”. Alla fine della cerimonia di beatificazione, alla quale hanno partecipato cir- Ore 10.45 Il Papa pronuncia la formula di beca 70mila persone, il Papa si è intrattenuto a atificazione e da questo momento la Chiesa ha
lungo con i padri sinodali e i concelebranti un nuovo nome da indicare al culto universale:
presenti, salutandoli uno ad uno e scambiando la memoria liturgica sarà il 26 settembre, giorcon ognuno di essi qualche parola. Poi il “ba- no della sua nascita. L’arazzo con l’effige di Pagno di folla” con la jeep bianca scoperta, in una olo VI, le mani alzate verso il cielo e i piedi che
giornata romana riscaldata da un sole estivo e calpestano il selciato dei “sanpietrini” romani,
dalla presenza in piazza di tutte le generazioni, viene finalmente scoperto e al canto dello “Judai nonni ai nipoti con biberon e passeggini. bilate Deo” si portano all’altare le reliquie del
beato: una delle due maglie, quella più insanguinata, che indossava a Manila durante l’attentato del 1970.
Ore 11.15 Arriva l’attesa omelia del Papa, dieci minuti intensi e appassionati. “Grazie! Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI!”, dice
Francesco e la folla applaude. Quando poi cita
la pagina del diario personale di Paolo VI relativa al giorno dopo la chiusura del Concilio
- “Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene
a questo servizio non tanto perché io vi abbia
qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma
perché io soffra qualche cosa per la Chiesa,
e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e
la salva” - gli applausi si prolungano. Protagonista della prima parte dell’omelia, il Dio
delle “sorprese”, che non ha paura anzi ama
le “novità”, delle quali non si deve avere “timore”. Ma anche l’identikit del cristiano che
“guarda alla realtà futura, quella di Dio, per
vivere pienamente la vita - con i piedi ben
piantati sulla terra - e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide nuove”. Come quella del Sinodo, in cui “abbiamo sentito la forza
dello Spirito Santo che guida e rinnova sempre
la Chiesa. Abbiamo seminato e continueremo
a seminare”.
Ore 12.00 Anche l’Angelus è tutto dedicato al
nuovo Beato. Nel giorno in cui la Chiesa celebra la Giornata missionaria mondiale, Francesco ricorda l’Evangelii nuntiandi, che ha fatto
di Paolo VI “uno strenuo difensore della missione ad gentes”. Infine la devozione mariana:
è stato Papa Montini ad aver proclamato Maria “Madre della Chiesa”, a chiusura della terza
sessione del Concilio. E sempre alla protezione
di Maria, è storia di questi giorni, il Papa ha
affidato il Sinodo. Prima di congedarsi, l’altro
caldo abbraccio a Benedetto e la sosta, reverente, di fronte all’arazzo che campeggia sulla
facciata della basilica.
M. Michela Nicolais
Ha valorizzato le sue spiccate doti di intelligenza e
il suo amore appassionato alla Chiesa ed all'uomo»,
ha detto Papa Benedetto XVI, mentre il card. Giovanni Battista Re ha evidenziato la «sua spiritualità cristocentrica che segnò profondamente il suo
modo di concepire il servizio petrino», pure con la
testimonianza ecumenica con lo storico abbraccio
ad Atenagora.
Davvero edificante la preghiera di mons. Luciano
Monari per la glorificazione di Paolo VI: «Signore
Gesù, Ti rendiamo grazie per la testimonianza luminosa di Paolo VI, che ci hai donato come servitore del vangelo e Pastore universale. Il suo amore
ardente per Te, la sua passione per il bene della Tua
Chiesa, la sua saggezza e il suo equilibrio nei momenti di tensione, hanno orientato il nostro cammino negli anni gioiosi del Concilio e in quelli non
facili che sono venuti in seguito. Il suo dialogo appassionato per la cultura nella ricerca della verità,
la sua azione instancabile per la pace, la sua difesa coraggiosa del valore della vita, il suo farsi pellegrino nel segno dell'Apostolo delle genti, la sua
voce profetica nel proclamare la civiltà dell'amore sono ancora oggi segni luminosi per la Chiesa e
per il nostro tempo». È l'invocazione che fa eco alla
preghiera di Papa Paolo: «O Cristo, nostro unico
mediatore, Tu ci sei necessario: per vivere in Comunione con Dio Padre; per diventare con te, che
sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi;
per essere rigenerati nello Spirito Santo.// Tu ci sei
necessario, o solo vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.// Tu ci sei necessario, o Redentore nostro, per
scoprire la nostra miseria e per guarirla; per avere
il concetto del bene e del male e la speranza della
santità; per deplorare i nostri peccati e per averne
il perdono. // Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni
vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti
della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo
della pace.// Tu ci sei necessario, o grande paziente
dei nostri dolori, per conoscere il senso della sofferenza e per dare ad essa un valore di espiazione
e di redenzione. // Tu ci sei necessario, o vincitore
della morte, per liberarci dalla disperazione e dalla
negazione, e per avere certezze che non tradiscono in eterno. // Tu ci sei necessario, o Cristo, o
Signore, o Dio-con-noi, per imparare l'amore vero
e camminare nella gioia e nella forza della tua carità, lungo il cammino della nostra vita faticosa, fino
all'incontro finale con Te amato, con Te atteso, con
Te benedetto nei secoli».
Ora dalla luce della fede è assurto a quella della eternità beata, anche con la veste candida dei martiri,
che seguono l'Agnello, per aver subito l'aggressione
a Manila, testimoniata dalla reliquia delle maglie
intrise del sangue del Pontefice, che ha camminato
con Cristo.
Angelo Catarozzolo
14
Vita Diocesana
ott.-dic. 2014
INCONTRI A Bari la XXIX convocazione regionale dal 22 al 24 novembre
Rinnovamento, “le mani alzate verso Te, Signor!”
“L
e mani alzate verso Te, Signor”; questa volta non
è il titolo di un vecchio canto, ma l’immagine delle 10mila mani rivolte al cielo, appartenenti ai
5mila partecipanti alla XXIX convocazione regionale del
Rinnovamento dello Spirito Santo Puglia, con uno speciale
programma, articolato in ben tre giornate.
Dal 22 al 24 novembre, infatti, si è tenuta a Bari, nella cornice del Palaflorio, la convocazione pugliese dal tema: “Un
sol corpo un solo Spirito per la tua gloria signore: la gioia di
lodare e di evangelizzare”, alla quale hanno anche partecipato tutti i gruppi e le comunità della diocesi di Brindisi.
All’evento, atteso da mesi, questa volta erano presenti, non
solo i fratelli della Puglia, ma anche quelli provenienti da
diverse regioni del paese, grazie alla particolarità dell’evento: sabato l’incontro di preghiera ecumenico seguito dal
concerto di lode e adorazione del noto cantautore e worship
leader Don Moen; domenica il cuore della convocazione con
la partecipazione di padre Raniero Cantalamessa; lunedì il
ritiro per sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, seminaristi
guidato sempre da padre Raniero affiancato da don Giuseppe Cascardi.
Diverse confessioni cristiane, diverse culture, diversi i colori
della pelle, diverse lingue, ma insieme, uniti, per pregare,
lodare ed adorare il Signore. Con questa “istantanea” dal
nome “unità”, si è aperta questa convocazione regionale del
Rns Puglia, sabato 22 novembre a Bari, invocando assieme
lo Spirito Santo.
Sul palco, i rappresentanti della chiesa cristiana cattolica,
ortodossa e protestante, unitamente a padre Raniero Cantalamessa e sua eccellenza monsignor Francesco Cacucci
arcivescovo di Bari; in platea centinaia di fedeli giunti per
essere uniti, per essere Chiesa in un sol corpo e un sol Spirito.
Davvero una comunione forte che si è espressa attraverso le
preghiere ispirate del ministro della chiesa ortodossa copta
etiope, del ministro della chiesa evangelica pentecostale e
poi del ministro della chiesa cattolica e con la proclamazione della parola di Dio con meditazioni, da parte degli
stessi ministri. Il “sigillo” è stato poi la recita del “credo degli
apostoli”, del Padre nostro e lo scambio della pace.
Qui si è visto davvero mettere in pratica, ciò che il Santo
Padre Francesco, dopo aver definito il Rinnovamento, ha
chiesto l’1 giugno presso lo stadio Olimpico a tutti i presenti: l’ecumenismo spirituale; caratteristica che sin dall’inizio,
fa parte della tradizione del Rinnovamento della Puglia e
della diocesi di Brindisi:
“Voi siete nati da una volontà dello Spirito Santo
come «una corrente di grazia» nella Chiesa e per la
Chiesa”. Questa è la vostra
definizione: una corrente
di grazia. Aspetto da voi
un’evangelizzazione con la
Parola di Dio che annuncia
che Gesù è vivo e ama tutti
gli uomini. Che diate una
testimonianza di ecumenismo spirituale, con tutti
quei fratelli e sorelle di altre
Chiese e comunità cristiane
che credono in Gesù come
Signore e Salvatore.
“La nostra regione – ricorda Edoardo de Matteis, coordinatore Rns Puglia – ha
da sempre, quindi sin dagli
albori della nascita del Rns
in Puglia, una particolare
vocazione all'ecumenismo.
Sia per ragioni geografiche,
che per sensibilità e carismi
particolari, il Signore ci ha
da sempre richiesto questa
unità con i fratelli cristiani
di diversa denominazione.
Ancora oggi, parecchi dei
nostri fratelli sono impegnati nei diversi uffici ecumenici
delle diocesi in regione”.
Diversi, infatti, gli eventi e
gli incontri ecumenici che
segnano il cammino del Rns
Puglia dagli anni 80 ad oggi.
Volendone citare alcuni: ricordiamo la presenza del
pastore evangelico Giovanni
Traettino in occasione di un
convegno regionale o in weekend di formazione; quella
del pastore Herman Parli;
Kim Collins una dei pionieri del Rinnovamento carismatico, inserita in discorsi
evangelici; Mihai Driga della chiesa ortodossa di Bari;
la partecipazione di alcuni
fratelli del Rns Puglia ad incontri a Caserta con la chiesa evangelica; ricordiamo la
settimana di formazione per
il ministero di musica e canto con Leann per finire con il
concerto di lode e adorazione
di Don Moen del 1997.
E proprio Don Moen, cantautore, pastore e worship Leader
americano, è stato a chiudere
la prima giornata di convocazione, sabato 22 novembre,
fondendo nel Palaflorio, ogni
presente, ogni cultura, ogni
credo, ogni voce, per cantare
che Gesù
è Signore
e Salvatore.
Accompagnato dal vivo dalla corale e
dalla band del Rns, con numerosi componenti della diocesi di Brindisi, ha
davvero toccato ogni cuore, ha pregato
e accompagnato ogni preghiera dei presenti con la sua musica. E’ entrato nel
profondo di se stesso portando, tra un
brano e l’altro la propria esperienza di
vita, di famiglia, di lutto, di sofferenza,
di gioia.
“Ricordo con piacere il 27 febbraio 1997,
– ci racconta - la cosa straordinaria di
quell’evento è che ci furono tante confessioni cristiane: i fratelli da Napoli, le
assemblee di Dio, tante chiese parteciparono a quell’evento quindi fu straordinario che la Chiesa si riunì assieme.
“La lode e adorazione è la chiave che ci porta a stare insieme, anche se ogni chiesa può avere il proprio credo seppur
diverso, quello che ci unisce è la lode e adorazione. La vera
adorazione, và oltre qualsiasi religione, cultura, generazione”.
Particolarità è che Don Moen, era pronto fin dall’inizio, a
cantare con le sue basi musicali, ma una volta incontratosi
con i ragazzi del ministero della musica e canto, convocati
per l’occasione, ha scelto di voler essere accompagnato da
loro, sia musicalmente, che vocalmente, riconoscendone
l’altissima professionalità. Numerosi vocalisti erano proprio appartenenti a diversi gruppi e comunità della diocesi
di Brindisi – Ostuni.
Prima di partire, ha raccontato che, anche se membro di
una Chiesa Evangelica aconfessionale, ha vissuto una profonda comunione fraterna con i fratelli del Rns.
“Sono contentissimo, - ha detto Don Moen, prima di ripartire - del mio breve viaggio qui in Italia e ancor più di aver
fatto parte di questo convegno. La chiave, ricordo ancora,
per la comunione e l'unità dei cristiani è la lode e l'adorazione. Bisogna coltivare ciò che ci unisce e non analizzare
ciò che ci divide”.
La domenica invece, la preghiera comunitaria carismatica
seguita da un roveto ardente con la presenza e l’intervento
di padre Raniero Cantalamessa. Poi l’intervento del coor-
ott.-dic. 2014
15
Vita Diocesana
LOROCOROTONDOLa Parrocchia S. Giorgio martire gli dedica un opuscolo
Don Giuseppe Convertini, “una fede d’oro”
«U
na fede d’oro». Titola cosi
l’opuscoletto
parrocchiale
della San Giorgio Martire di
Locorotondo tutto dedicato al 50° anniversario di ordinazione di don Giuseppe Convertini. Una iniziativa semplice e significativa che si incastona nel firmamento delle
go dove è stato chiamato a Ser vire: la città
di Brindisi - nelle comunità parrocchiali e
nel ser vizio di cappellania ospedaliera in
particolare – e la sua Locorotondo, Terra
amata . «Ricordare i 50 anni di don Giuseppe non è facile perché i ricordi sono tanti
in molti anni di vita parrocchiale» raccon-
dimostrazioni di affetto, stima e amicizia
con cui tantissimi hanno voluto omaggiare
«don Peppino» dallo scorso 3 luglio, data
del suo giubileo sacerdotale. E che non si
potesse trovare titolo più adatto per una
raccolta di ricordi e storie di fede lo si
comprende sfogliando l’omaggio editoriale
al « monisignore» locorontondese. «Quello
che si nota subito di don Giuseppe – esordisce una nota del gruppo Equipe 2 di Locorotondo in apertura all’opuscoletto – è
la sua calma e la padronanza di sé, il suo
essere padre buono che ascolta tutti indistintamente e con la stessa attenzione».
Una «certez za d’animo» che il sacerdote
ha saputo fondare su punti di riferimento
importanti come l’adesione al Movimento
dei Focolarini e alla «Parola di Vita» della
fondatrice Chiara Lubich. Una spiritualità
che ha saputo poi trasferire in ogni lun-
ta Carmelo, abitante di Trito – frazione di
Locorotondo - negli anni ’70. «Don Giuseppe ha celebrato il matrimonio di una mia
sorella nel ’71, il mio cinque anni dopo nel
’76 e molti anni dopo anche quello delle
mie figlie, nel 2000 e nel 2013: la presenza
viva della fede e del Signore per me e per
la mia famiglia passa dalla sua persona».
Come questo tanti altri episodi e ricordi:
come quello dei fedeli che ringraziano don
Peppino per i numerosi pellegrinaggi tra
Italia e Terra Santa in cui hanno « rafforzato la vita cristiana e vissuto occasioni di
fraternità altrimenti impossibili». Anche
da questi momenti conviviali don Giuseppe ha saputo far crescere la vocazione di
tanti giovani: dalla chiamata alla vita matrimoniale ed a quella per la vita consacrata: come testimonia un messaggio di
suor Giorgina Cito che riconosce come il
lavoro quotidiano di don Giuseppe sia stato l’«humus» della sua adesione alla congregazione delle Ausiliare della Madonna
« incontrate proprio grazie ad una iniziativa di don Peppino nel 1975». Ma per chi
incarna la fede nella propria vita ogni «carisma» è strumento per la diffusione della
Buona Notizia: e cosi spunta tra gli altri il
ricordo della Famiglia Paolina di Brindisi che riconosce a don Peppino di essere
stato un «paolino della prima ora» tanto
da frequentare personalmente [come testimonia una foto in bianco e nero riportata
nell’opuscolo, ndr] il fondatore dell’Istituto San Paolo don Giacomo Alberione.
«Non dimenticheremo mai – scrivono i
Paolini – la vicinanza di don Giuseppe a
Roma nel 2000 – per il Giubileo delle Famiglie – e nel 2003 per la beatificazione del
fondatore». Poi le numerose tracce d’affetto: come il momento del suo trasferimento
dalla sua Locorotondo a Brindisi per volere del vescovo dell’epoca che ha lasciato
v uoti e spaesati i suoi parrocchiani: «Alla
notizia del suo trasferimento pensavamo
tutti che non fosse giusto, ave vamo ancora
bisogno di lui» ricordano gli abitanti della
parrocchia di L amie, nelle contrade della Valle d’Itria . E ancora i ricordi del suo
successore alla cappellania dell’ospedale
Perrino di Brindisi, don Salvatore Paladini: «Il silenzio umile e l’amore per i poveri sono state le sue tracce indelebili che
ancora oggi sono ricordate in corsia da ex
ammalati e personale». Ma lo spirito del
sacerdote locorotondese è forse tutto sintetiz zato in una delle sue prime esperienze
pastorali degli anni ’60: «L’Annuncio nelle
campagne e nelle contrade in cui ci coinvolse «caricandoci» nella sua Cinquecento
blu» ricorda una giovane dell’epoca . «Sai
qual è la cosa più grande che possa fare un
prete? – recita un occhiello nelle pagine
finali dell’opuscolo dedicato a don Covertini, forse giusto epilogo a tutte le testimonianze che vi si trovano raccolte – E’
far sentire la persona amata perché Dio è
amore ed è cosi che lo si scopre: amando
e sentendosi amati». Per questo «Grazie»
da tutta la Chiesa di Brindisi-Ostuni, don
Peppino!
OSTUNI Festa nella Parrocchia S. Luigi Gonzaga per il 25° di sacerdozio
Don Pierino Manzo, la parabola dei talenti
D
dinatore regionale del Rinnovamento nello Spirito Puglia,
Edoardo De Matteis. Nel pomeriggio l’intervento e la celebrazione eucaristica presieduta da sua eccellenza il vescovo
monsignor Filippo Santoro arcivescovo di Taranto.
Lunedì, si è conclusa la convocazione con l’incontro di tutti
i religiosi e le religiose, i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi,
assieme a Padre Raniero Cantalamessa.
Non semplici celebrazioni, non semplice preghiera, ma testimonianza di vita cristiana, di unità, di voler uscire fuori
e andare incontro al povero, al lontano, a chi è in difficoltà,
di andare verso le periferie esistenziali.
E’ questo è un segno della chiesa in uscita, che fa comunione,
che accoglie, che condivide, che va incontro all’altro soprattutto se è diverso, lontano, povero, una chiesa che ritrova
la sua missione originale, quella iniziata con la Pentecoste:
che evangelizza, fino ai confini del mondo.
Antonella Di Coste
omenica 16 novembre 2014 nella parrocchia
S.Luigi Gonzaga di Ostuni, si è svolta la Concelebrazione Eucaristica per il 25° di Ordinazione Sacerdotale di don Pierino Manzo. L'anniversario trova in realtà riferimento nella data del 15 aprile
2014 in coincidenza del martedì santo nella settimana
pasquale e, per questo, rimandato nella sua ricorrenza.
La funzione religiosa è stata arricchita dalla presenza
dell'Arcivescovo della Diocesi di Brindisi-Ostuni S.E.
Mons. Domenico
Caliandro che ha presieduto la celebrazione. Nella sua
omelia ha ricordato il provvidenziale messaggio del
Vangelo, proprio della domenica, sulla parabola dei talenti, invitando don Pierino a rimotivare sempre la propria scelta di chi decide di "seguire" e "servire" il popolo
di Dio, aprendosi ad una visione sapienzale e spirituale
di quello che è il suo servizio apostolico svelandone la
ricchezza della diversità e specificità personale, volto
alla cooperazione in favore della causa del Regno. Alla
celebrazione hanno partecipato con gioia numerosi sacerdoti della Diocesi a dimostrare l'affetto fraterno e
la vicinanza in un momento così importante per tutta
la comunità ecclesiale. Erano presenti inoltre i fedeli
delle comunità di S. Luigi di Ostuni, di S. Pancrazio
Salentino, paese natale di don Pierino e di Leverano.
Don Pierino è stato ordinato sacerdote il 15 aprile 1989
a S. Pancrazio Salentino e subito si è impegnato come
Educatore presso il Seminario Arcivescovile di Ostuni
fino al 1992. Ha poi iniziato la sua missione di parroco
presso la parrocchia S. Giuseppe Lavoratore in S. Pancrazio fino al 2004 dove ha contribuito all'edificazione
materiale e spirituale della stessa chiesa
nella zona artigianale del paese. Dal 2004 al 2011 gli
è stato affidato il compito di pastore della parrocchia
SS.Annunziata in Leverano per poi tornare ancora al
suo paese natio come parroco nella chiesa dei SS. Pancrazio e Francesco d'Assisi.Ritorna ad Ostuni il 13 luglio 2014 come
collaboratore parrocchiale in S. Luigi Gonzaga. Qui con
grande disponibilità e dedizione attualmente coordina
l'attività di catechesi di ogni settore a partire dall'iniziazione cristiana dei più piccoli fino alla formazione
dei gruppi adulti, degli educatori e catechisti. Si impegna inoltre, nel suo ruolo di Consulente Ecclesiastico
dell'associazione UCIM presente sul territorio. Dopo
la celebrazione don Pierino ha ringraziato tutti i presenti per il dono della condivisione fraterna di questo
anniversario con la promessa di continuare la sua missione apostolica in risposta alla chiamata vocazionale
a cui ha aderito 25 anni fa con il suo "si", con lo stesso
spirito di umiltà e di servizio.
Daniela Amati
Antonio Rigliano
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Vita Diocesana
ott.-dic. 2014
LUNEDI’ 8 DICEMBRE La nostra Diocesi ancora in festa
Don Antonio e don Francesco ordinati diaconi
L'
ordinazione diaconale di due seminaristi della nostra diocesi rappresenta un ulteriore dono di Dio
alla Chiesa che è in Brindisi-Ostuni. Dono
che attesta la fedeltà di Dio alla sua Sposa nel renderla feconda di sempre nuovi
carismi e ministeri, per l'edificazione della stessa e per la diffusione del Regno di
Dio. Lunedì 8 dicembre, solennità dell'Immacolata concezione di Maria, Antonio
Mameli, della parrocchia San Pietro apostolo in Carovigno e Francesco Cisaria,
della parrocchia Ss . Annunziata in Ostuni
hanno accolto, con il loro eccomi, questo
dono di Dio, per vivere nella Chiesa e per
il mondo un ser vizio di amore alto, di generosa donazione. Il loro percorso di fede
e di adesione al Signore ha vissuto così
una ulteriore tappa in vista del sacerdozio
ordinato, giungendo così al conferimento
del primo grado del sacramento dell'Ordine sacro. Le parole del rito di ordinazione
rendono chiaro ed attualizzano il mistero
della chiamata, che, accolta, diventa trasparenza dello stesso amore di Dio per le
sue creature, segno visibile del ser vizio
alla Parola, nell'annuncio fedele all'insegnamento della Chiesa. Essi si impegnano
a vivere il ministero diaconale con umiltà
e carità, a custodire il mistero della fede
in una coscienza pura, a conformare a
Cristo la propria vita. Maria è il modello
della risposta generosa ad un Dio che l'ha
anzitutto amata e dal quale- come ha sottolineato mons . Domenico Caliandro nella omelia – si è lasciata amare totalmente.
Nella sua rif lessione, l'Arcivescovo ha evidenziato l'importanza di un sì all'amore di
Dio, che completa l'umanità e conferisce
pienezza in colui che è chiamato alla verginità per il Regno dei cieli. Verginità che
è anzitutto dono dall'alto e richiede attenta custodia, permeata di spirito di orazione che sempre va alimentato, in particolare con il fedele impegno alla Liturgia delle
ore. Il rendimento di grazie al Signore è
la risposta più bella che, come comunità
ecclesiale, possiamo offrire dinanzi al mistero della vocazione, qualunque essa sia.
Il canto del Magnificat, voluto dall'Arcivescovo e che ha concluso la celebrazione, lo
esprime in modo solenne e con le parole
umane più belle.
EVENTI Anche a Brindisi nella Parrocchia dei Salesiani
Inaugurazione del Bicentenario della nascita di Don Bosco
U
n anno intenso e ricco di emozioni attende l’intera
comunità Salesiana e la città di Brindisi. A fine ottobre, durante la Celebrazione Eucaristica presieduta
da Don Stefano Martoglio, consigliere regionale per la regione Mediterranea , sono state ufficialmente inaugurato le
celebrazioni per il Bicentenario della nascita di Don Giovanni B osco (16 agosto 1815 – 16 agosto 2015), accendendo la lampada del Bicentenario che arderà per l’intero anno.
Questa luce rovente rappresenta e rav viva quella passione e
quella fede che ha animato don B osco in tutta la sua vita . «Il
segno – come ha spiegato Don Stefano Martoglio - che è stato scelto per celebrare questo Bicentenario è molto e vidente.
Un cero da tenere acceso è uguale ad una luce in più, una
luce che sia e vidente, che illumini e che dia anche calore a
questa comunità salesiana , alla città e all’intera diocesi perché il Bicentenario vuole essere prima di tutto per tutti e per
ciascuno un anno di grazia . Quindi, un anno in cui noi imitiamo la Santità di Don B osco e nello stesso tempo ci pone
un'unica domanda che ci coinvolge e che vuole essere anche
il senso dell’accensione della luce. Cosa farebbe Don B osco
oggi a Brindisi? Quali sono le esigenze della gioventù, della
città e della chiesa su cui Don B osco si butterebbe a capofit-
to secondo la sua fede ed il suo cuore? Questo è ciò che ci è
chiesto di imitare per il bene di questo territorio.» Il parroco
dell’Istituto Salesiano, Don Mario Stigliano ha sottolineato
come l’accensione della luce rappresenti la capacità di saper
vivere il carisma salesiano oggi. «L a luce – e videnzia don
Mario Stigliano – ci ricorda ciò che ciascuno è chiamato a
compiere nei confronti dei giovani, ossia la luce del Vangelo,
della solidarietà e della giustizia , in altri termini la capacità
di trasmettere i valori che don B osco ha saputo cogliere nella sua vita . Inoltre, ci e voca il celebre sogno dei nove anni
di don B osco, che ci ricorda di porre soprattutto la nostra
attenzione ai giovani più poveri ed abbandonati della nostra
società così come don B osco ha compiuto tanti anni fa».
Federica Caniglia
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Vita Diocesana
DONNE E CHIESA I media hanno dedicato attenzione a Suor Diana Papa
“Il fascino della vita contemplativa”
I
n una Chiesa dal volto maschile ben visibile, le suore e le monache svolgono un ruolo
il più delle volte discreto, silenzioso, lontano dai riflettori. Tanto che fa notizia la loro
stessa presenza: è il caso di suor Eugenia Bonetti, inter venuta alla manifestazione in difesa
della dignità delle donne, in piazza del Popolo
a Roma, o di suor Giuliana Galli, membro del
consiglio di amministrazione della Compagnia
San Paolo, comparsa in tv per spiegare perché
è giusto costruire una moschea a Torino. Quasi che fosse anomalo che il loro posto, nella
società e nella Chiesa, non sia solo quello di
animare i canti della domenica o condurre il
catechismo dei bambini. Esse sono apprezzate
e sostenute nelle loro diverse attività, ma anche, a volte, guardate con sospetto se non
osteggiate dalle gerarchie ecclesiastiche. L'ultimo caso eclatante è stato quello della visita
apostolica decisa dal Vaticano per le suore degli Stati Uniti. Avviata nel 2008 dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e la
società di vita apostolica, l'iniziativa, guidata
da suor Clare Millea, ufficialmente mirava a
indagare gli «stili di vita» delle religiose statunitensi. Il malumore si è trasformato in aperto
sconcerto quando il cardinale Franc Rodé,
all'epoca prefetto del dicastero vaticano, ha citato il «femminismo» tra i motivi dell'inchiesta. Ora la visita, giunta nella sua ultima fase,
sembra avviata verso una soluzione conciliante. Di recente, infatti, il porporato sloveno è
andato in pensione ed è stato sostituito dal focolarino brasiliano João Braz de Aviz. Nel corso degli anni, tuttavia, sono andati emergendo
dati e tendenze che, nel lungo periodo, potrebbero modificare tanto gli equilibri interni alla
Chiesa quanto il profilo della vita religiosa
femminile. Sono ancora gli Stati Uniti, per certi versi, che registrano per primi gli elementi
di novità: le donne statunitensi che scelgono la
vita religiosa, oggi, sono molto più istruite che
in passato. Un'indagine, condotta dal Center
for Applied Research in the Apostolate della
Georgetown University e commissionato dalla
Conferenza episcopale Usa, ha rilevato che nel
2010 un quarto delle donne entrato in un ordine o istituto religioso aveva una laurea e nove
consacrate su dieci hanno svolto un lavoro prima di optare per la vita religiosa. Le vocazioni
sono state poche e l'età media delle nuove religiose è di 43 anni. La scelta di diventare suore,
complessivamente, dipende sempre meno dal
milieu sociale e sempre più da un percorso
personale maturato nel corso della vita. Per altro verso, a livello mondiale, le religiose vivono
lo
stesso
trend dei monaci
e dei preti per
quanto riguarda
il calo delle vocazioni. In controtendenza rispetto ad Africa,
Asia e America
latina, la flessione è molto evidente in Occidente. Nel nostro
Paese è capillare
e variegata la
presenza di suore e monache
nella vita ecclesiale e sociale di
questi anni. Le
religiose si trovano al cuore di
problemi
d'attualità anche nei
monasteri
di
clausura. Apparentemente silenti e nascoste, le claustrali –
dalle clarisse alle benedettine, dalle carmelitane alle agostiniane, alle trappiste – oltre che
con paramenti sacri e rosari, ostie e icone, si
cimentano con posta elettronica, blog e siti
per far conoscere la propria spiritualità ultracentenaria e mettersi in contatto con il mondo. La vita contemplativa «continua ad affascinare per la sua radicalità», dice suor Diana
Papa, un passato da vicepresidente dell'Azione
cattolica a Brindisi, ora alla guida di un monastero di Otranto. Suor Diana spiega con un
esempio semplice la piacevole sorpresa sperimentata dai giovani che si recano in monastero per un'esperienza di ritiro: «Alcuni ci dicono: "Non avevo mai ascoltato il silenzio"».
Sorella povera di Santa Chiara, abbadessa del
monastero di Otranto, laureata in pedagogia
con indirizzo psicologico, suor Diana Papa ha
conseguito il master per counsellor professionista a indirizzo analitico-transazionale. Fino
al 2012 è stata coordinatrice delle Presidenti
delle Federazioni delle clarisse in Italia ed è
autrice di diversi volumi: L’Emmanuele sulle
strade del mondo. Itinerario spirituale per
l'Avvento (Paoline, Milano 2001), Il Risorto
sulle strade del mondo. Itinerario spirituale
per la Quaresiama (Paoline, Milano 2003).
Nove anni fa ha curato per il Messaggero di
Padova Audite, Sorelle. Un itinerario per rifondare la vita consacrata (Messaggero, Padova 2005), scritto da padre Giacomo Bini e poi
ancora Le Sorelle povere di santa Chiara: la
forma di vita e l'identità (EDB, Bologna 2007)
e Dimora di Dio. La fede nel quotidiano (EDB,
Bologna 2011). Quest'ultima fatica di madre
Diana
narra
l'utopia di uomini e donne
che, pur ponendosi gli interrogativi esistenziali come
tutti, si lasciano guidare dallo Spirito di
Dio, che illumina la loro
esistenza. E' un
modo per offrire un segmento
della
storia di chi,
consacrandosi,
cerca Dio con
passione e crede e vede la sua
presenza nelle
umili e grandi
storie dell'umanità. Il volume
è costituito da
un insieme di brevi meditazioni sviluppate sul
modello della lectio divina e adatte pertanto
alla riflessione silenziosa personale e alla preghiera. Come dice madre Diana è necessario
riprendere la relazione uomo-donna nella
Chiesa partendo da San Francesco e Santa
Chiara "Vivendo il paradigma dell’incarnazione. Entrambi imparano ad ascoltarsi reciprocamente, ad accogliere la bellezza della specificità senza competizione. Chiara condivide
con Francesco la tenerezza, la sensibilità, l'attenzione, la fecondità tipicamente femminili e
lui le fa scoprire la visione panoramica della
realtà, del mondo e della storia. Dalla consapevolezza della loro diversità nasce la reciprocità vissuta all’insegna dell’unico amore, Dio,
che ha permesso a entrambi di scoprire la fecondità della propria e altrui solitudine". Francesco e Chiara cercano costantemente il volto
di Dio nelle periferie della storia personale e
in quella degli uomini e delle donne del loro
tempo, vivendo totalmente in Dio con i piedi
aderenti alla terra abitata dall’umanità. Da qui
la scelta per madre Diana di entrare nelle Sorelle Povere di Santa Chiara perché nella bellezza della contemplazione di Cristo povero e
crocifisso si fa la scelta di conformarsi a Lui
sine proprio, vivendo il Vangelo, nella conversione costante di se stesse, nel rispetto e
nell’accoglienza incondizionata di ogni fratello e sorella. Chiara dopo otto secoli è ancora
tra noi. Trasformata in Cristo dalla contemplazione, ci chiede di vedere Dio operante nella storia, attraverso la bellezza dell’incarnazione e vivendo alla presenza di Dio, chiama
ogni giorno a essere donne dell’incontro, capaci di prossimità, dono incondizionato, perdono, misericordia, tenerezza. Chiara è stata
la prima donna nella Chiesa a scrivere una regola, riuscendo a "strappare al Papa" il privilegio della povertà: che oggi significa valore
dell’esistenza custodita da Dio e vissuta per
amore dal suo nascere al tempo del compimento. Significa collocarsi ogni giorno nella stabilità ai margini della storia, per essere, da povere, compagne di viaggio dei poveri di pane, di
senso, di dignità e di amore. Quando si sperimenta la precarietà della vita e nello stesso
tempo tutta la cura di Dio, si rende visibile il
valore assoluto del povero come persona, la
sua dignità umana sacra e inviolabile, anche se
sfigurata. La donna come Santa Chiara non è
chiamata ad occupare spazi, ma ad esserci
sempre, in ogni ambiente, in nome della vocazione alla vita, portando il suo contributo specifico che non può essere sostituito da quello
dell’uomo. La presenza delle donne non è una
concessione, ma un aprirsi alla reale e completa visione del mondo attraverso un cambio di
mentalità. E' necessario costruire itinerari formativi perché l’uomo e la donna si accolgono
nella specificità e nell’unicità, nella reciprocità e nella parità della relazione, pur nel rispetto della diversità dei ruoli. La presenza femminile fa risaltare il bello della vita, perché
coniuga il cuore con la ragione attraverso uno
sguardo panoramico della realtà e l’attenzione
al frammento; quella maschile permette di
scrutare l’orizzonte, di guardare in avanti,
tracciando percorsi a lungo termine con lo
sguardo rivolto al futuro.
KdR
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Vita Diocesana
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ott.-dic. 2014
SAN VITO DEI NORMANNI Restituita dopo il restauro nella Basilica di S. Maria della Vittoria
Quel “Ritorno del figliol prodigo” che rende visibile la misericordia
Nella Chiesa matrice di San Vito dei Normanni, S.
Maria della Vittoria, è tornata alla sua antica bellezza una tela settecentesca di autore ignoto che
raffigura il “Figliol prodigo” ed è stata ricollocata
lì dov’era sulla cappella del Santissimo sacramento,
nel transetto sinistro.
L’intervento di recupero è stato effettuato dalla restauratrice Francesca Marzano, con direzione dei
lavori della dott. Fulvia Rocco e della restauratrice Cristina Tiberini della Soprintendenza Sbasae di
Puglia. Di bella fattura, l’opera (cm 322 X 313) raffigura la parabola evangelica narrata sia nel Vangelo
di Luca (15, 11-32) e, seppure tema frequentato dai
più famosi pittori, risulta poco presente nelle nostre chiese.
«L’opera raffigura la parabola del figliol prodigo
descrivendo la storia nei punti più importanti: in
primo piano, al centro della composizione il padre,
avvolto in un manto rosso, accoglie il figlio che si
inginocchia davanti a lui. Ai lati i servitori portano
al figlio abiti e doni», ha scritto Marzano nella sua
relazione ed infatti, riferendosi proprio ai servitori,
il pittore definisce il versetto in cui il padre dice:
“Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettendogli l’anello al dito e i sandali
ai piedi” (Lc 15, 22). Ancora, nella sua descrizione,
la restauratrice fa notare come il tutto si svolga al
pari di una pellicola cinematografica. Infatti – scrive - «la scena si svolge sullo sfondo di una struttura architettonica composta da scale e architravi.
In
secondo piano – aggiunge -, in alto, tre figure sono
affacciate al balcone. Il manto rosso di una delle tre
suggerisce che questa sia la figura del padre nel momento in cui vede arrivare il figlio da lontano e lo
indica con il dito. Sempre in secondo piano, ma a
destra della composizione principale, è raffigurato
il figliol prodigo che pascola i porci».
A questo punto, senza entrare nel merito di attribuzioni, preme sottolineare come «il dipinto realizzato ad olio su tela e circoscritto da un listello ligneo,
modanato, in argento meccato ricoperto da porporina», abbia un «supporto formato da cinque veli di
tessuto ad armatura tela, uniti da cuciture orizzontali». « È in canapa, a trama mediamente spessa e
tessitura rada – ha poi osservato -.
Lo strato pittorico dell’opera risulta essere spesso e grossolano: è
formato da una preparazione bruna e corposa sulla
quale insiste una pellicola pittorica densa, ruvida
e piena di impurità e di particelle granulose. Pur
essendo densa la pittura risulta essere applicata
con pennellate rade così da far intravedere il bruno
della preparazione; ciò accade quasi ovunque sulla
superficie tranne che sul rosso del manto dell’abi-
tive. La tela si era deformata e allentata e
sulla superficie erano presenti alcune
piccole lacerazioni»,
ha osservato ancora
Marzano riferendo
che «il telaio originale era in legno di
abete, a incassi fissi
e con rinforzi angolari ai quattro angoli.
Un attacco di insetti
xilofagi lo rendeva
ormai debole e non
più idoneo alla sua
funzione» e «la pellicola pittorica, piuttosto spessa e corposa, era interessata da
una diffusa craquelure, più evidente su
alcuni colori scuri
e lungo i tratti delle
cuciture. Ben visibili
erano i sollevamenti
e i distacchi di colore
diffusi su tutta la superficie – ha aggiunto -. La superficie
pittorica era completamente ricoperta da
uno spesso strato di
sporco organico, polveri indurite e vernice alterata,
che appiattiva totalmente la composizione falsando
e ingrigendo i colori originali. Il dipinto è risultato
essere ricoperto da un incredibile numero di cataboliti di insetti che interessavano prevalentemente
la metà superiore del dipinto. La pellicola pittorica
presentava numerose e diffuse lacune di colore di
piccole dimensioni».
Ma vi era dell’altro. «Nell’angolo in alto a destra,
sullo spazio di cielo, era ben visibile una lacuna di
ampia dimensione, risultato di una vecchia infiltrazione di acqua piovana – ha osservato la restauratrice -. Il dipinto era circoscritto da un piccolo listello ligneo in argento meccato, totalmente ricoperto
da più strati di porporina completamente alterata
e scurita. Sul panneggio rosso dell’abito del padre,
nella scena principale, sono stati rilevati alcuni profondi solchi, parzialmente ricoperti da colore pre-
A MEZZOGIORNO Qualità della vita in una realtà che non fa i conti con se stesso
Sud, quella classifica fa male…
T
enore di vita, affari e lavoro, ser vizi, ambiente e salute, popolazione, reati e
tempo libero. In base a questi parametri, le province del Sud sono
surclassate da quelle del Nord.
Fa sempre discutere la classifica,
giunta alla 25ma edizione, che
ogni anno - di questi tempi - stila
il “Sole 24 Ore” sulla qualità della
vita ed anche quest’anno le polemiche non sono mancate, soprattutto sui criteri adottati. In realtà,
i criteri valgono per tutti. Sono
standard e i “polemisti” - che si
meravigliano - farebbero bene, a
nostro avviso, a guardare in faccia la realtà. Quella di un Sud
che si “salva” solo con le province sarde: Olbia-Tempio è 20ma, la
prima provincia a livello nazionale, seguita da Sassari (44ma),
Nuoro (50ma), Ogliastra (58ma),
Cagliari (63ma), Oristano (68ma).
Per trovare un’altra provincia del
Sud, bisogna arrivare alla 75ma
posizione, occupata da Ragusa,
seguita da Matera - che pur recen-
to del padre, dove il
colore risulta denso
e
particolarmente
corposo». Ma la restauratrice,
prima
di analizzare lo stato di conservazione
ha aggiunto ancora:
«Nella realizzazione
di questa opera il colore è stato applicato
in maniera fluida e
veloce.
Il restauro ha
evidenziato
alcuni
tratti di pennello che
contornano il profilo
del naso e del manto della figura più
esterna a destra così
come la mano della
figura in piedi dietro
il figlio o il contorno
del volto del padre.
Tali tracce denotano
che le figure principali sono state fatte
dapprima disegnandone i contorni con
un colore bruno e poi
riempiendo i campi
interni».
Purtroppo, «il dipinto si presentava
al restauro in cattive
condizioni conserva-
19
Territorio
temente è stata nominata capitale
europea della cultura per il 2019
- e Carbonia-Iglesias (77ma). Poi,
tutto il Sud, dalla 90ma all’ultima posizione, la 107ma, occupata da Agrigento. In questa ultima
“fascia”, anche le grandi province
meridionali: Bari (91ma), Napoli
(96ma), Palermo (95ma), Catania (99ma). I parametri impiegati
nell’indagine si riferiscono ai consumi, ai prezzi delle case, ai depositi bancari, agli importi delle
pensioni, alle disponibilità di asili, alla sanità, alla infrastrutture,
al numero di imprese, all’occupazione femminile, alla criminalità
in generale, al numero di abitanti,
al numero dei divorzi e delle separazioni, al tasso di migrazione,
al numero di stranieri, a quello
delle librerie, dei cinema, dei ristoranti e dei bar, della copertura Adsl. È la vita che se ne va, al
Sud, che soprattutto sui “fronti”
del lavoro, delle infrastrutture e
dell’ambiente, si deve confrontare - si fa per dire - con un Nord
certamente più attrezzato ad affrontare il “vento della crisi” che
non finisce mai e strutturalmente
in grado di offrire un “modello”
più vicino ai bisogni della popolazione. Soprattutto nelle realtà più
collaudate, come quelle dell’Emilia-Romagna: insieme a Ravenna inedita vincitrice quest’anno della classifica della qualità, anche
se negli anni passati aveva già occupato ottime posizioni - ci sono
altre tre province di quella regione tra le prime dieci, ovvero Bologna, Modena e Reggio Emilia.
Più in generale, nella prima parte della classifica si segnalano le
realtà medio-piccole, soprattutto
del Nord-Est, un altro modello
da seguire. C ’è chi sostiene, tra
coloro che polemizzano con i risultati, che il Sud avrebbe il mare
e il sole - tutto da dimostrare, peraltro, considerati i tempi meteorologici che corrono - e non comprende la collocazione agli ultimi
posti della classifica delle province meridionali, con le eccezioni
che abbiamo detto. Basterebbe
promuovere - ci permettiamo di
dire - un sondaggio tra i cittadini meridionali e chiedere loro se,
recandosi al Nord rimangono stupiti dinanzi a realtà vivibili, dove
la persona conser va ancora la sua
dignità. Non deve, ad esempio,
attendere mesi e mesi per fare un
esame in un ospedale o in una clinica convenzionata o misurarsi
con la mancanza di asili nido per
i propri figli o combattere con i
rifiuti, che se non vengono interrati, sommergono spesso le strade
delle città o fare i conti con una
criminalità affaristico-criminale
che governa interi territori. La
classifica del “Sole 24 Ore” ha - se
vogliamo questo merito: fa riflettere, anche se la riflessione dura
lo spazio di un momento. Le cose
da fare al Sud si conoscono, ma ci
sarà sempre un altro anno di tempo per realizzarle. In attesa della
nuova classifica.
Roberto Rea
PRETI DI STRADA Padre Maurizio Patriciello è parroco a Caivano (diocesi di Aversa) e parla della “Terra dei fuochi”
“Qui c’è un’azienda mai in crisi: è la camorra”
sumibilmente originale. L’analisi a luce ultravioletta ha messo in evidenza alcuni ritocchi, invisibili
a luce naturale: più importanti sono stati rinvenuti
sulla scena a destra, dove il figliol prodigo pascola i
porci, sul cappello con bastone posto sulle scale, ai
piedi della scena principale. L’analisi a luce UV ha
inoltre messo in evidenza – ha detto ancora - alcuni
segni neri rinvenuti sul manto rosso dell’abito e sul
copricapo del padre e intorno al capo della figura
con il cofanetto di gemme. Tali segni appartengono
allo strato preparatorio e potrebbero essere tracce
del disegno preparatorio».
Questa la situazione su cui la restauratrice è intervenuta riconsegnando una tela ora nuovamente
fruibile non solo dalla comunità ecclesiale, ma da
quella più ampia che guarda all’arte sacra come momento importante della nostra civiltà.
Red
U
n cartello con scritto
“Parco Verde” annuncia
che siamo quasi arrivati
alla parrocchia San Paolo Apostolo di Caivano (diocesi di Aversa), dove è parroco Maurizio Patriciello, noto per il suo impegno
nella Terra dei fuochi. La chiesa è
una struttura moderna, circondata da alberi. C ’è una persona che
attende padre Maurizio, oltre me.
Quando il sacerdote arriva, ha
uno scambio di poche battute con
l’altro e poi si rivolge a me. È una
persona che mette subito a tuo
agio. Immediatamente mi ha fatto
partecipe dei problemi della chiesa: il tetto scorre. “È sempre stato
così, da quando è stata costruita
poco più di venti anni fa”, mi spiega. Anche se è stato realizzato un
secondo tetto, il problema non si
è risolto. Così, in questo periodo,
la messa si celebra nel salone attiguo alla chiesa. Padre Patriciello,
in realtà, non è un religioso, ma
un sacerdote diocesano, ma preferisce il “padre” al “don” perché
quest’ultimo viene dato ai camorristi.
Un simbolo. Nel tempo che trascorriamo insieme, sono tante le
persone che cercano padre Patriciello, che qui è un punto di riferimento, anzi un simbolo. “Non
mi pesa la responsabilità, ma mi
dispiace, perché quando ci sono
i simboli vuol dire che qualcosa
non va”. Padre Maurizio è entrato
in seminario a trent’anni – oggi
ne ha cinquantanove -, dopo essere stato infermiere caporeparto
di ospedale. “Tra gli eventi che mi
hanno segnato, la morte al Pronto
Soccorso di un giovane, che aveva
preso una scossa elettrica al lavoro. Dopo aver fatto di tutto per
salvarlo, senza riuscir vi, gli altri
medici e infermieri sono tornati
alla vita di sempre, mentre io sono
restato imbambolato e ho iniziato
a pormi domande sul senso della vita e della morte. Poi c’è stato
l’incontro con un frate francescano. In quel periodo mi ero allontanato dalla Chiesa: grazie a lui è
avvenuto il mio ritorno alla fede,
ma con più consapevolezza”. Così
padre Maurizio si è iscritto a Teologia, il primo anno da laico e poi
in seminario.
Periferia difficile. Il Parco verde
è un quartiere costruito dopo il
terremoto del 1980 per dare una
casa a chi l’aveva persa. Quando
si è aperta la parrocchia, il vescovo di allora mandò padre Patriciello. “Questi quartieri sono dei
‘tumori’: ammassare le povertà in
un solo posto fa sì che quella periferia diventi invivibile. Purtroppo, poi – evidenzia il sacerdote -,
qui c’è un’azienda che non va mai
in crisi: la camorra. Per quanto
tempo una persona può resistere? Qual è il male minore tra un
figlio che muore di fame e fare
qualcosa di illecito per farlo mangiare? Sono problemi immensi”. E
“c’è una sofferenza grandissima
nel vedere bambini che sono stati
nella parrocchia poi passare alla
malavita o tanti, che resistono
alle lusinghe della criminalità, ma
disoccupati”, ammette il parroco.
Sono in molti a rivolgersi a padre
Maurizio per chiedergli un aiuto
o di pagare una bolletta. Presso
la parrocchia è in funzione anche
un Banco alimentare, che fornisce aiuti a centinaia di famiglie:
“È difficile dare dei numeri: sono
talmente tanti quelli che vengono,
che purtroppo alcune volte non
possiamo soddisfare la richiesta
di tutti”.
Il dramma dei roghi. All’inizio del
sacerdozio, racconta padre Patriciello, “mi sono tenuto sempre
lontano da tutto ciò che aveva il
sapore di impegno sociale, perché
pensavo che mentre la celebrazione della messa e l’amministrazione
dei sacramenti tocca necessariamente a un sacerdote, l’impegno
nel sociale può essere svolto bene
anche dai laici”. Ma “nella vita si
passa di vocazione in vocazione.
Conoscevo il problema ambientale, ma davo fiducia alle Istituzioni.
Poi sono iniziati i roghi tossici”. Il
parroco, collaboratore del quotidiano “Avvenire”, ha chiesto aiuto
al direttore Marco Tarquinio per
accendere i riflettori sul dramma
ambientale e ha promosso convegni e un coordinamento dei comitati della Terra dei fuochi, scritto
una petizione al Parlamento europeo. Una grande intuizione è
stata utilizzare i social network:
“Su questa striscia di terra vivono
due milioni e mezzo di persone,
ma divise in due province, Napoli
e Caserta, e decine di comuni: le
pagine e i profili su Facebook sono
stati la carta vincente per sapere
le notizie gli uni degli altri. Spesso prendo i commenti pubblicati
e li mando al presidente della Repubblica, a Renzi e a Caldoro, ma
purtroppo le risposte sono lente
e i fatti veramente pochi”. Un’iniziativa che ha fatto scalpore è stata la realizzazione delle cartoline con le foto delle mamme, che
hanno perso i figli di tumore, che
mostrano un’immagine del loro
bambino. Ne sono state realizzate
150mila, poi distribuite a scuole,
associazioni, comitati, parrocchie, partiti politici, che le hanno
poi inviate al Papa e a Napolitano.
Patriciello ha incontrato due volte il presidente della Repubblica
e una volta Francesco, quando il
Papa è andato al Centro Astalli e
il sacerdote si trovava nei pressi
del Centro in taxi per un’audizione in Commissione Ambiente del
Senato: “Il Pontefice mi ha incoraggiato a continuare”.
Vicino a chi soffre. Grande è l’impegno di padre Patriciello verso
chi scopre di avere un male incurabile e la sua famiglia: “Siamo vicini da un punto di vista spirituale ed economico. Gli ospedali non
hanno i posti per ricoverare tutti i
malati e la gente muore nelle case,
perché non ha i soldi per rivolgersi
alla sanità privata o per farsi curare al Nord”. Ogni anno “a Caivano
muoiono 300 persone, il 70% delle
quali di tumore. La maggior parte
sono giovani, adolescenti, mamme e papà che lasciano figli piccolissimi”. Anche se padre Maurizio, per i suoi numerosi impegni
sul fronte ambientale, è spesso
in giro, può contare sull’aiuto in
parrocchia di padri carmelitani
e frati francescani, non solo per
celebrare messa, ma anche per le
attività di oratorio: “In questo periodo sto molto fuori e la parrocchia ne sta un po’ risentendo, ma
dobbiamo continuare a parlare
di questi problemi”. Anche nella
giornata in cui ci siamo incontrati, il parroco ha avuto un impegno
serale a San Giuseppe Vesuviano,
“zona problematica per la presenza di tante fabbrichette di cinesi,
che lavorano in regime di evasione fiscale: è un danno non solo
all’erario, ma anche alla salute,
perché tutto quello che viene prodotto in regime di evasione fiscale ha scarti, nocivi per la salute,
che poi saranno smaltiti in modo
illegale”. Adesso il parroco sarà
uno dei quattro “preti di strada”
che commenterà il Vangelo della
domenica per “A Sua immagine”:
“Ho accettato questa nuova esperienza come volontà di Dio e un
ser vizio”.
Gigliola Alfaro
20
Cultura
ott.-dic. 2014
21
Cultura
ott.-dic. 2014
VoltI Ci riguarda molto da vicino il libro di Gianna Piazza su Zaira Spreafico
RAccolte DAllA leV Intervista a don Giuseppe Costa, direttore della Libreria editrice
D
“I
“Le interviste del Papa uno strumento di lavoro e conoscenza”
Quando si fondono “dono di Dio e genio femminile”
i Zaira Spreafico don Luigi Serenthà
diceva: "Una persona forte e autentica, dove si fondono insieme il dono di
Dio e il genio femminile". Il libro a cura di
Gianna Piazza, Zaira il coraggio dell'impossibile (Associazione La Nostra Famiglia 2014,
pp. 177) è un racconto a più voci sulla figura di Zaira Spreafico, carismatica presidente
dell'Associazione La Nostra Famiglia, la prima donna in Italia a battersi per il diritto alla
salute, e non solo all’assistenza, dei bambini
colpiti dalle patologie più gravi e invalidanti.
Dal 1948 al 2004 si è occupata della gestione
e dello sviluppo dell’Associazione che è cresciuta sotto la sua giuda illuminata, sia nelle dimensioni che per la qualità del servizio
prestato; oggi è presente in Italia con 33 centri specializzati per la riabilitazione, l’istituto
scientifico IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura
a Carattere Scientifico), diverse case famiglia e associazioni di volontariato. Ha inoltre
ampliato la propria attività attraverso l’OVCI
(Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale), che è presente in Sudan, Brasile, Ecuador e con vari progetti in
altri paesi in via di sviluppo. La vocazione di
Zaira è stata un grembo accogliente dell’intuizione di don Monza. Siccome era donna, il
suo modo di ereditare era segnato dal genio
femminile che ha il dono di generare, cioè di
far crescere - insieme alle opere - il calore e
la partecipazione delle persone, di dar loro
forza e passione, di tessere la trama di una
vicenda che ha fatto storia per molte giovani
e ha contagiato anche una schiera infinita di
volontari, operatori, medici, genitori, famiglie. Tutto questo per i bambini e i ragazzi
che erano l’inizio e la fine della sua dedizione
piena d’entusiasmo. Il libro come si diceva è
a più voci l'Introduzione di padre Luigi Mezzadri, la Presentazione di Giuseppina Pignatelli, Responsabile Generale Istituto Secolare
Piccole Apostole della Carità, e L'Eredità di
Zaira di Franco Brambilla. Gli interventi veri
e propri sono di Maria Pia e Roberto Zanchini (Ci ha voluto tanto bene), Carla Andreotti (Zaira: un dono da custodire e trasmettere); Massimo Molteni (Senza cadute di stile);
Ennio Apeciti (Zaira e il
mondo della Chiesa); Antonietta Baldini (Curare
con solerzia), Giancarlo Ronco (Le meraviglie
operate da Dio); Alda
Pellegri (Zaira e la storia
dell'Opera "La Nostra Famiglia"); Mara Corsolini
(Una tranquilla fiducia
nel futuro); Edo Brunetti (Sapendo di non essere
soli); Domenico Galbiati,
Presidente della Commissione per la ricerca (Zaira
e il mondo sociopolitico):
“Con le autorità politicoistituzionali era diretta,
schietta; se necessario
anche rude, mai untuosa.
Queste, del resto, coglievano in lei quel senso dello Stato e delle Istituzioni
che a Zaira Spreafico non
è mai mancato e, pertanto, anche quando non
gliele mandava a dire, si
sentivano riconosciuti come interlocutori
e dunque, a loro volta, come tale la riconoscevano”; Manetto Fabroni (Determinazione,
equilibrio, intelligenza); Antonio Romano (Ci
penserà la Provvidenza); Gianni Piazza (Zaira e la Comunità: guida e sorella - madre e
amica) e infine Gabriella Zanella (I fiori ...
e noi). A conferma di tutti questi interventi di lei hanno detto: “Che cosa c’è al fondo,
al midollo dell’azione della signorina Zaira?
A un certo momento della sua vita, di fronte
ad una chiamata di amore ha detto sì. Durante una conferenza del professor Ezio Fran-
ceschini sentii dire questa splendida cosa: i
voti sono dei fiori che non sono offerti una
volta per sempre sull’altare di Dio, ma sono
fiori ai quali occorre cambiare acqua ogni
giorno. Signorina Zaira,
i suoi fiori sono freschi
e da quei fiori discendono migliaia di bambini
e nascono un profumo
e una parola per i loro
genitori…” (Oscar Luigi
Scalfaro). E ancora “sia
benedetta tutta l’Opera
della signorina Spreafico, della signorina Zaira,
non è vero? Sia benedetta per tutto quello che ha
fatto e fa di bene e con
lei tutte le persone che
l’aiutano, tutte le persone che la beneficiano,
perché davvero questa è
una pagina, un quadro di
Vangelo vivente, di Vangelo vivente” (Paolo VI).
“Ecco i miracoli dell’amore che si nutre di fede! È
l’amore attivo, ottimista,
che sa trovare modi sempre nuovi per esprimere
e restituire alla persona,
soprattutto a quella più indifesa, il rispetto
per la dignità grande che le è propria, perché
plasmata a immagine e somiglianza di Dio”
(Giovanni Paolo II).
KdR
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Papi non concedono, come è noto,
interviste, non ne concedono da
duemila anni; ma un colloquio
com’è stato questo so di poterlo riferire.
Il Papa s’è mosso verso la porta della biblioteca semiaperta, con modi semplici,
da uomo moderno capace di chiari rapporti umani… ha poi steso la mano senza
imporre né sollecitare il bacio dell’anello.
Infine ha cominciato a scegliere con lo
sguardo tra le poltrone che fanno circolo
alla sua scrivania, finché gli è sembrato
di trovare la più comoda e la più vicina
per l’interlocutore ‘Venga, venga - ha
detto il Papa - si metta a sedere lì, parleremo meglio’”. È il 24 settembre 1965
quando Alberto Cavallari incontra Paolo
VI e qualche giorno più tardi, sulle pagine del “Corriere della Sera”, sarà pubblicata la prima intervista ad un Pontefice.
A distanza di quasi 50 anni, le interviste al Papa sono tornate di attualità e la
casa editrice della Santa Sede ha raccolto
quelle a Francesco nel libro “Interviste e
conversazioni con i giornalisti”. Ne parliamo con don Giuseppe Costa, direttore della Lev.
Perché l’idea di mettere insieme tutte
le interviste di Francesco?
“Le interviste del Santo Padre erano sparse tra
diversi media - radio, televisione, carta stampata, internet - ed erano state raccolte in tanti
Paesi: Italia, Spagna, Brasile, Terra Santa, Corea. Sarebbe stato difficile, per chi avesse voluto
conoscere il pensiero del Papa, trovarle tutte assieme. Per questa ragione abbiamo scelto di raccoglierle, corredando le parole con le immagini
del contesto nel quale sono state dette e intrecciandole con dei fili che le cucissero tra loro:
luoghi, nomi, temi. Così assortite, le interviste
del Pontefice possono essere uno strumento di
lavoro e conoscenza di un segmento che diversamente, nel suo insieme, sarebbe stato difficile
investigare”.
Perché un Papa sceglie di comunicare tramite
interviste?
“Non è il Papa che cerca l’intervista ma sono i
giornalisti che si sforzano di catturare le parole del Papa. All’inizio del pontificato, quando i
giornalisti chiedevano se era disponibile a rispondere alle domande, Francesco spiegava di
non sentirsi tanto a suo agio con le interviste.
E credo che le cose non siano cambiate. Quello
che è mutato è l’insistenza con cui si è cercato di
raggiungere mediaticamente il Santo Padre”.
C’è il rischio che il linguaggio giornalistico
non sia quello più appropriato per trasmettere il messaggio del Papa?
“No. Credo che l’intervista sia un ottimo strumento. Il problema, semmai, si pone quanto
l’intervista non è fedele a se stessa e, dal riportare correttamente le parole dell’intervistato, si
trasforma in una loro interpretazione. Quando
si sostituiscono le parole del Santo Padre con il
proprio commento, allora non è più uno strumento adeguato. Bisogna sempre capire la differenza tra fatti e opinioni, tra le parole del Papa
e quelle del giornalista”.
Oltre ai documenti ufficiali, Francesco utilizza le interviste per parlare al popolo…
“L’intervista riesce a divulgare il linguaggio, anche quello più erudito, rendendolo digeribile ai
lettori. È più facile per la comprensione perché,
quando si misurano bene le domande, è possibile condurre un discorso che avanza per gradi”.
una scelta controversa…
“Abbiamo scelto di riportare questi colloqui
perché, dal punto di vista della cronaca, non era
possibile ignorarli senza creare ulteriori interrogativi. Certamente ogni giornalista si assume
la responsabilità di quello che scrive. Ma dopo
aver specificato nell’introduzione i limiti del
genere, abbiamo ritenuto opportuno presentare tutte le interviste e i colloqui. Naturalmente questo non significa condividere le posizioni
espresse dagli intervistatori. I libri sono strumenti di conoscenza. E il messaggio contenuto
nelle interviste di Francesco, nella loro totalità,
è molto bello”.
Come si può leggere la scelta del Papa di rilasciare interviste a media laici?
“Non credo ci sia una preferenza. Si tratta, piuttosto, di una scelta dettata dall’occasione. C’è
chi osa di più e chi di meno. I media più vicini al
Santo Padre, consapevoli del peso del suo ministero, cercano di non disturbare più di tanto…”.
Tra le interviste del Papa, i colloqui con Eugenio Scalfari hanno destato polemica. La loro
pubblicazione è stata considerata, da alcuni,
Riccardo Benotti
cInemA Due film italiani (modello commedia) interessanti. “Ambo” e “Mio papa”
Le vie della famiglia in due pellicole da vedere
D
ue film italiani, piccoli
ma interessanti, raccontano un tema comune: la
famiglia, la sua importanza nella società odierna, la difficoltà a
mantenerla stabile in un periodo in cui riceve attacchi su ogni
fronte, il ruolo dei genitori e soprattutto della figura paterna che
spesso oggi viene messa in ombra. Due pellicole, dunque, che
affrontano una questione di primaria importanza della contemporaneità e cercano di dare una
risposta positiva e propositiva.
Marzio è il figlio di una famiglia
felice. Quella composta da papà
Giulio, veterinario, e mamma Veronica, degustatrice di vini. Sono
giovani, innamorati, affettuosi e
desiderosi di dargli un fratellino.
Tutto cambia improvvisamente quando Giulio scopre di avere
un problema di fertilità ed entra
in crisi. Inizia a dubitare del suo
rapporto con la moglie e anche
di quello con il bambino. “Ambo”,
interpretato da Adriano Giannini
e Serena Autieri, racconta come
sia l’amore l’unico strumento per
superare i problemi che la vita ci
pone. La pellicola segue il percorso di crisi e poi la riconciliazione
di questo nucleo famigliare, accompagnato dalle note della bella
colonna sonora composta da Noemi, la giovane cantautrice italiana
lanciata dal talent show X-factor.
La storia avanza con toni un po’
favolistici e intermezzi comici,
dovuti soprattutto al personaggio
interpretato dal comico romano
Maurizio Mattioli, e vuole riproporre la centralità della famiglia,
l’importanza dei rapporti interpersonali che la caratterizzano e
la forza dei suoi legami, che sono
le fondamenta di una società sana
ed equilibrata. Giorgio Pasotti,
invece, racconta, nel nuovo film
in cui recita, cosa significa essere padre, al di là dei meri vincoli
di sangue. Perché questi non sono
sempre, di per sé, il presupposto
di vincoli affettivi: sono necessari ma non bastano, tanto è vero
che per i bambini abbandonati
o adottati il sangue non hai mai
detto niente. “Mio papà”, diretto
da Giulio Base, racconta la storia
di Lorenzo, all’inizio donnaiolo impenitente, che cambia vita
quando incontra Claudia e suo
figlio Matteo. La storia nasce da
un’esperienza personale di Pasotti
che ha deciso di metterla in scena
per porre l’attenzione alle nuove
problematiche che il nucleo familiare si trova ad affrontare nella contemporaneità. All’inizio la
convivenza tra Lorenzo e Matteo
non è delle migliori: il giovane
non si sente pronto a fare il padre
e vorrebbe solo continuare a divertirsi; il bambino lo percepisce
come una presenza estranea, un
uomo interessato solo a portargli
via la madre. A poco a poco, però,
i due stabiliscono un rapporto
che si fa sempre più intenso. Un
film delicato, che riflette su quale
sia il vero senso dell’essere padre
e su come l’essere genitori sia una
scelta d’amore che si fa ogni giorno, con sacrificio e dedizione. Anche se è vero che il luogo in tutto
questo combacia dovrebbe essere
la famiglia. Unico spazio che garantisce la stabilità e che nasce
proprio dall’impegno quotidiano
di volere il bene dell’altro, destinato a durare nel tempo. Due film
interessanti, dunque, anche se
dall’estetica un po’ troppo televisiva, ma che propongono modelli
positivi e soprattutto orizzonti di
speranza a fronte di troppe pellicole pessimiste e nichiliste.
Paola Dalla Torre
22
Libri
ott.-dic. 2014
23
Pagina Aperta
Bxxxxxta
Walter Brandmüller
Serie infinite di volti, di documenti,
di scontri e di riappacificazioni si susseguono nel corso della bimillenaria
storia della Chiesa. Alcuni di questi
sono più noti, come lo scontro con
la Riforma protestante, il caso Galielo Galilei, il rapporto
con il Comunismo;
altri meno, ma non
per questo poco
rilevanti: che cosa
ne sarebbe stato dell’unità della
Chiesa cattolica e
del ruolo papale se
non si fosse arrivati
a una risoluzione
col Concilio di Costanza (1414-1418),
quando l’elezione di
Martino V mise a tacere l’imbarazzante
presenza di tre papi
che si contendevano contemporaneamente il governo
della Chiesa?
Nel libro Eventi eloquenti. L’agire della Chiesa nella storia (Libreria Editrice
Vaticana, 2014, pagg. 152, euro 16)
vengono raccolti alcuni articoli del
cardinale Walter Brandmüller, scritti
per l’Osservatore Romano negli ultimi dieci anni.
Il porporato è uno storico ed è stato
fino presidente dal 1998 al 2009 del
“Pontificio Comitato di Scienze Storiche”.
Gli articoli presenti nel libro ripercorrono a grandi linee la storia della
Chiesa, con una particolare attenzione all’ultimo millennio e fanno intravedere la cura che l’autore riserva al
tema della Chiesa, che si presenta in
continuità nella storia, specialmente
attraverso il susseguirsi dei concili.
Nell’analisi storica delle diverse vicende non mancano le riflessioni personali e a volte anche polemiche, come
quelle nei confronti di alcune scuole
di pensiero che hanno considerato il
Concilio Vaticano II come un elemento rivoluzionario nella Chiesa. L’autore, invece, sostiene una continuità
nell’agire storico della Chiesa, come
emerge proprio dall’ultimo Concilio
ecumenico che, contrariamente a
quanto viene pensato con leggerezza, «fece ricorso ai decreti dottrinali
tridentini, che cita molto più spesso
che non qualsiasi altro concilio. Solo
questa circostanza proibisce di avallare un contrasto tra il Concilio di
Trento e il Vaticano II». Non c’è rottura nella storia e nella fede, perché
tutte le prese di posizione conciliari
assunte nel corso dei secoli diventano «parte integrante del depositum
fidei» e quindi sono irrevocabili.
La storia della Chiesa è una miniera
che non si finirà mai di esplorare e
che porterà sempre nuovi elementi
di dibattito, sebbene oggi venga ritenuta una disciplina di secondo ordine. Per l’autore, invece, essa «è una
componente essenziale dell’insieme
delle discipline teologiche. Chi conosce il passato concreto della Chiesa,
possiede non soltanto un’idea della
Chiesa, ma ne percepisce anche la
realtà vitale».
Andrea Giampietro
Taccuino
di comunicazione
di Ruggiero Doronzo
Nello scegliere il titolo del libro fra Ruggiero Doronzo (Taccuino di comunicazione. Accostamenti ed intersezioni
tra comunicazione e cristianesimo, Ed.
Insieme, Terlizzi 2014, pp. 147, € 12,00)
certamente ha riflettuto a lungo: ci vuole una certa dose di coraggio a combinare dei termini italiani con dei lemmi
greci. Tuttavia i vocaboli hypómnēma
e
epikoinōnía
sono così attraenti e carichi di
significato
che
meritano di stare
in copertina e di
attirare l’attenzione del lettore.
Il primo termine,
hypómnēma, si
potrebbe tradurre con ‘taccuino’,
‘memorandum’,
voci che, abbinate a una raccolta di saggi scritti
nell’era digitale
che affrontano il
tema della comunicazione, potrebbero sembrare
anacronistiche. Al
contrario, la scelta del lemma è
ben azzeccata per vari motivi. Bisogna
dire, anzitutto, che l’introduzione di una
qualsiasi nuova tecnologia, secondo
l’insegnamento di Marshall McLuhan,
modifica radicalmente tutto l’ambiente sociale, come avvenne, ad esempio,
con il diffondersi nel mondo ellenico, intorno al IV secolo a.C., dell’uso di taccuini personali, chiamati hypomnēmata,
per annotare opinioni, frasi, ricordi
personali. Il presente mosaico di saggi
vuole affrontare la dinamica comunicativa umana non tanto nella sua declinazione mediatica e digitale, quanto
nella sua radice di fenomeno umano
e sociale, in sintonia con quanto affermato da papa Francesco nel suo primo
Messaggio per la giornata mondiale
delle comunicazioni sociali del 2014:
«La comunicazione è, in definitiva, una
conquista più umana che tecnologica».
Epikoinōnía, l’altro termine presente nel
titolo e fulcro sostanziale dell’opera, è la
parola greca che indica la comunicazione. La semantica del vocabolo ellenico è
particolarmente significativa per la sensibilità cristiana che vede nella koinōnía
la meta ultima verso la quale sono incamminate la Chiesa e l’intera umanità.
Infatti scopo principale di questa raccolta di brevi saggi è mettere in evidenza
alcuni punti d’incontro tra la teologia e
la comunicazione oltre a quelli già palesi nella loro etimologia, in quanto nella
prima è contenuta la dimensione del
discorso (loghίa), mentre nella seconda
è racchiusa la qualità divina del saper
condividere, del ‘mettere in comune’
(cum-munis). Tuttavia, forse a causa di
una tale evidente convergenza, risulta
difficile parlare di ‘teologia della comunicazione’, quasi che una materia possa
essere l’oggetto dell’altra, ecco perché
questa disciplina, semmai esista, è ancora indefinita, e la ricerca procede a
tentoni, senza un percorso già tracciato
che conduca a un approdo abbastanza
certo. Il presente lavoro, pertanto, non
contiene una trattazione sistematica né
di teologia né di teoria della comunicazione, ma si configura piuttosto come
hypómnēma, quaderno di appunti
dove sono annotate riflessioni, intuizioni e ricerche personali, ma anche, e
soprattutto, accostamenti e contatti tra
esperienza cristiana e comunicazione
KdR
IL LIBRO
Eventi Eloquenti
IL LIBRO
TERRA NOSTRA Elio Coriano ricorda la tragedia del 13 giugno 1960 a Calimera
il libro
ott.-dic. 2014
Jerusalem
di Giovanni Chiaramonte
C’
è un groviglio di sentimenti,
di situazioni, di popoli, di storia nelle immagini che danno vita
a quell’unicum che è “Jerusalem”
di Giovanni Chiaramonte, pubblicato or ora dalla Libreria editrice
Vaticana (pp. 95, euro 35). Eppure,
avverte Umberto Fiori - poeta di
grande spessore che impreziosisce gli scatti di
Chiaramonte
con opportune descritture: “Di queste
strade
bianche,/ del
cammello
all’incrocio
tra i furgoni,
di scarpe e
minareti, delle croci/ accatastate a una
parete
(voragini/ che il
girono ti spalanca
nella
retina)/ non
ti farai un’immagine”.
È
davvero
la
luce che qui scrive per il fotografo, le cui immagini si gnerano sin
dall’inizio nell’estetica teologica
di Guardini, von Balthasar, Evodkimov. A sfogliare le pagine vien
subito da pensare al suo sacrificio
nello scegliere quali inserire in una
libro, pur sempre limitato nell’angustia delel pagine e vien da riflettere a cosa è rimasto fuori, alle altre riflessioni che pure avrebbero
aiutato il fruitore delle sue mostre,
come dei suoi libri.
E sfogliando “Jerusalem”, appunto, sembra di capire come non
sia esatto cercarvi una lettura politica, dividendo magari gli scatti
tra ebrei ed arabi, tra istaraliani e
palestinesi. La sivede, una simile
lettura, se non fuorviante, almeno limitante. E si prova, dunque,
a dare due capoversi dello scritto
dell’autore (Figure della promessa) per cercare di comprendere
la portata delle immagini pubblicate: “Fin dall’inizio della mia esistenza io come tanti, forse come
tutti, ho vissuto l’esperienza del
sentirmi nato lontano: lontano da
me stesso come lontano dal luogo
sconosciuto in cui avrei voluto e
dovuto essere posto secondo il desiderio del cuore”. E ancora: “Nel
qui dove io ora sono, a proposito di Gerusalemme, come Tobia
posso dire che gli abitanti di tutti
i confini della terra verranno verso la dimora del tuo santo nome,
portando in mano doni, per il re
del cielo. Generazioni e generazioni esprimeranno in te esultanza e
il nome della città eletta durerà
nei secoli. Nell’immagine impressa
dalla luce – conclude Chiaramente
– vive soltanto il tempo presente:
come una profezia del Giudizio,
la fotografia testimonia che non
ci può essere nostalgia del tempo passato o para del tempo futuro, perché nel dramma di ogni
momento respira e si rivela come
speranza l’istante perenne della
memoria di Dio”.
(a. scon.)
Quando lavoro e morte si cantano “A Nuda Voce”
E
lio Coriano con questa sua opera (A Nuda Voce.
Canto per le tabacchine, musicaos:ed, s.l. 2014,
pp. 189, 15 €) intende restituire una voce alle tabacchine morte il 13 giugno 1960 a Calimera. Questo
canto si unisce a quello di una generazione di salentini che hanno lavorato, anche in condizioni disumane,
per garantire un futuro ai propri figli. Questa raccolta
inaugura la collana di poesia di musicaos:ed. e i testi
fanno parte di uno spettacolo teatrale e musicale realizzato con Stella Grande e Anime Bianche che è lo
spazio di un campo, di un canto di lavoro dimenticato,
sudato, incrostato di fatica e sangue, di chi appartiene
“alla generazione della terra sotto le unghie” (Coriano)
e dal dimenticatoio del nostro tempo sociale cerca il
ritorno, cerca coscienze e consapevolezze che sappiano
non essere aride, ma coltivarsi nella lotta, nel rispetto
e nella tutela sacra della vita sul lavoro.
La grande stampa, i giornali quotidiani diedero molto
risalto all'accaduto: il fatto venne riferito e con molti dettagli. Oltre a queste povere donne bruciate vive
vi furono altre cinque operaie ricoverate in ospedale
insieme con due uomini per ustioni gravi e per intossicazioni da solfuro di carbonio. Causa della sciagura fu
l'inosservanza delle leggi da parte della ditta concessionaria, perché esistevano tassative disposizioni che
affidavano a squadre di specializzati muniti di adeguata licenza, riguardanti l'impiego di gas tossici, la
disinfestazione dei depositi di tabacco. La mattina del
13 giugno nei locali della ditta Villani e Franzo, dove
si faceva evaporare il solfuro di carbonio per protegge-
re dalle tarme il tabacco ivi depositato, non si doveva
neanche permettere la presenza di estranei oltre gli autorizzati. Invece la Villani e Franzo aveva assunto nove
tabacchine perché le pagava solo 700 lire al giorno. Il
Salento era diventata una delle aree più altamente
specializzate nella produzione e la prima lavorazione
delle qualità di tabacco levantino, che Rosetta e le sue
compagne avevano imparato a distinguere e a chiamare coi loro nomi impronunciabili che a loro suonavano
come "santujaca", "peristizza" e "zagovina": le più chiare dalle più scure, le più larghe dalle più piccole, le più
ruvide dalle più lisce. Le tabacchine erano manodopera indispensabile: prima di tutto perché la lavorazione delle foglie richiedeva le mani abili, leggere e veloci delle donne, meglio se in giovanissima età. Spesso
erano quelle stesse mani che negli altri mesi dell'anno
tessevano i propri corredi al telaio o ricamavano quelli
commissionati dalle signore dei paesi. E poi perché era
manodopera docile, che si poteva pagare la metà degli
uomini senza dovere spiegare perché, disposta a piegarsi ad ogni angheria pur di tenersi quel posto. Molte
delle compagne di lavoro di Rosetta provenivano dalle famiglie di coloni o di braccianti che producevano
il tabacco nelle campagne attorno agli opifici. Con la
loro fatica stagionale, precaria e frammentata, d'estate
nelle campagne di raccolta e d'inverno negli opifici, le
lavoratrici del tabacco integravano il reddito familiare. Tale concezione integrativa, a giustificazione della
bassa retribuzione femminile, era stata per secoli lo
strumento di assoggettamento sociale, politico e culturale, nonché familiare, delle donne.
KdR
MEDIA Separare le attività dei motori di ricerca dallo sfruttamento commercial
Internet, il risveglio dell’Europa
L
'iniziativa promossa dall’eurodeputato tedesco popolare Andreas Schwab e da altri 14
colleghi di Strasburgo ha scatenato un caso
politico e mediatico: la risoluzione che, tra l’altro,
chiede la separazione tra le attività di base dei motori di ricerca e il loro sfruttamento commerciale,
non ha nomi e cognomi, ma tutti i riflettori sono
puntati su Google. Tutto ha avuto inizio lo scorso
24 novembre, quando Schwab e colleghi hanno presentato una risoluzione “per sostenere i diritti digitali dei consumatori nel mercato unico”. La proposta
muove dalla considerazione che il nuovo mercato
digitale “porta non solo vantaggi economici, ma ha
anche un profondo impatto sulla vita politica, sociale e culturale quotidiana dei consumatori e dei
cittadini dell'Unione europea”. Per questo motivo
gli eurodeputati hanno chiesto alla Commissione
“di far rispettare le regole di concorrenza comunitarie con decisione, sulla base di input da tutte le
parti interessate e tenendo conto l'intera struttura
del mercato unico digitale, al fine di garantire rimedi che veramente portino benefici ai consumatori,
gli utenti di Internet e le imprese on-line”. Una richiesta di impegno condivisibile che nel proseguo
della risoluzione è ancora più esplicita: la Commissione dovrebbe “prendere in considerazione le proposte che abbiano l'obiettivo di separare dai motori
di ricerca gli altri servizi commerciali”. Le ragioni
sono molto chiare per i proponenti: “quando si utilizzano i motori di ricerca, il processo di ricerca ed
i risultati dovrebbero essere imparziali, al fine di
mantenere la ricerca internet non discriminatoria,
garantire una maggiore concorrenza e scelta per
gli utenti ed i consumatori, mantenere la diversità
delle fonti di informazione”. Nessun esplicito riferimento a Google, ma è chiara l’allusione a Mountain
View che è ancora invischiata in un procedimento
con l’Antitrust europeo (partita ormai nel lontano
2010), che ha acceso un riflettore proprio sulle policy di gestione dei risultati del motore di ricerca ed
il connesso advertising, che prevedrebbero l’utilizzo di filtri per penalizzare alcuni risultati di ricerca, mettendoli troppo in basso in pagina o rimuovendoli del tutto. Dure e bipartisan le reazioni da
oltreoceano: Repubblicani e Democratici del Senato e della Camera, in una lettera congiunta inviata
al Financial Times, scrivono che “le proposte che
sembrano prendere di mira le aziende tecnologiche
americane” sollevano dubbi “sull'impegno dell'Ue
verso un mercato aperto”. “Simili proposte - scrivono da Washington - erigono muri anziché ponti
e non sembrano considerare l'effetto negativo che
tali politiche potrebbero avere sulla più ampia relazione commerciale tra Usa e Ue”. Una minaccia
neanche troppo velata ribadita da Ed Black, direttore della Computer and Communications Industry
Association (l’associazione che raccoglie l’industria
high tech a stelle e strisce), che la proposta dell’Europarlamento si allontana dai “solidi principi legali
ed economici, minando la credibilità dei suoi politici e la legittimità delle sue azioni antitrust”. La
plenaria del Parlamento europeo ha approvato a
larga maggioranza la risoluzione presentata da popolari e socialisti (384 favorevoli contro 174 contrati, e 56 astenuti), il testo anche se non vincolante
per la Commissione apre un fronte che non tarderà
ad infuocarsi e il dibattito assumerà una rilevanza
politica sempre maggiore.
Antonio Rita
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Fermento novembre -dicembre 2014 - Arcidiocesi di Brindisi