UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI PALERMO
FACOLTÁ DI LETTERE E FILOSOFIA
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CORSO DI LAUREA IN SERVIZIO SOCIALE
IL SAPORE AMARO DELL'INTEGRAZIONE DEI
SOGGETTI CON DISABILITÁ NEL MONDO DEL LAVORO:
ANALISI SOCIOLOGICA DEL FENOMENO TRA RISORSE
E PREGIUDIZI
Relatore Prof.ssa
Tesi di
Ignazia Bartholini
Gandolfo Paola
A.A. 2012/2013
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INTRODUZIONE
L’uomo è come una Ferrari bella e veloce e la disabilità è la spia della benzina
che ti avverte: «Cara Ferrari, se non metti la benzina ti fermi. Questa spia riveste un
ruolo fondamentale: ricorda all’uomo che è limitato, che è debole, che ha bisogno
d’aiuto» 1.
La disabilità non è un problema che interessa esclusivamente una categoria di
individui; se così fosse, sarebbe giustificabile l’atteggiamento di indifferenza
manifestato dalla maggior parte delle persone. Ritengo invece che la disabilità
coinvolga tutti, essendo questa riconducibile alla più ampia categoria della difficoltà.
Tutti gli esseri sono limitati, il limite è un elemento assoluto, valido per tutti.
Ci chiediamo: perché quando pensiamo a chi ha un limite, ci viene in mente solo
un estremo (il disabile) e non l’essere umano nella sua globalità? Perché la maggior
parte delle persone guarda all’individuo disabile come al soggetto bisognoso di aiuto,
quando tutti hanno bisogno di aiuto? La differenza sostanziale sta nel modo in cui
ognuno di noi risponde al limite, in una società come la nostra, caratterizzata dal
produttivismo sfrenato, dalla competizione, il dibattito incentrato sul limite può
risultare impopolare.
L’essenzialità dell’individuo diversabile si contrappone alla volontà di potenza e
di consumo che sta alla base del sistema capitalistico. Roberto Ghezzo in HpAccaparlante, riprendendo il pensiero di Cartesio, afferma che: «Gli stupidi si
allontanano poco dalla linea della saggezza, mentre gli intelligenti, proprio perché
più dotati, a volte se ne allontanano correndo».2
Potrebbe sembrare insensato affermare che è più ecologicamente sostenibile il
modo di vivere di tante persone con disabilità, che quello dei normodotati. Infatti, la
debolezza non sempre è uno svantaggio, come all’opposto l’impero del denaro
vorrebbe farci credere. Dunque andare in bicicletta o in carrozzina, stare più in
basso, sperimentare i vantaggi della “debolezza”, senza essere succubi della retorica
della forza, è una ricetta di cui il mondo ha bisogno.
1
2
Claudio Imprudente, Una vita Imprudente, Edizioni Erickson, Trento, 2005, pag. 102.
Ghezzo R., “Più lento, più basso, più debole”, in HP - Accaparlante, n. 77/2000, pag. 13.
1
L’handicap non è un dato in sé, ma il frutto sociale di condizioni ambientali
svantaggianti, emarginanti, che creano difficoltà e che per questo andrebbero
abbattute e superate. Dalle barriere architettoniche, ai pregiudizi, alle paure, alle
incomprensioni, alle non conoscenze. Il buonismo e il pietismo sono atteggiamenti di
approccio ad una realtà che non si conosce: solo la conoscenza può abbattere queste
barriere interiori. È, dunque, necessario che si occupino sempre più della disabilità
anche stilisti di moda, sportivi, artisti, manager, etc.
Questa tesi non vuole dare una versione new age della disabilità, ma tracciare luci
e ombre di questa realtà, competenze e incompetenze, carenze e risorse, ponendo
l’accento in modo particolare sul mondo del lavoro e la disabilità. L’obiettivo è
quello di comprendere quali i percorsi più efficaci per l’inserimento dei soggetti con
disabilità nel mondo del lavoro, partendo dall’analisi dei pregiudizi e dei possibili
percorsi d’integrazione affinché, attraverso le esperienze dei soggetti intervistati e
una conoscenza approfondita delle effettive condizioni del territorio, sia possibile
valutare la connessione tra l’individuo e il mondo del lavoro.
L’analisi è stata avviata attraverso una prima fase di mappatura del territorio,
prendendo come campione dell’indagine qualitativa i comuni di: Salemi, Gibellina,
Vita, Santa Ninfa, Partanna, Salaparuta e Poggioreale, comuni inseriti nel territorio
della Valle del Belice: i dati sono stati rilevati presso l’Ufficio di Collocamento
Mirato della Provincia di Trapani.
Successivamente, sono state effettuate le interviste rivolte a diversi soggetti che
operano sul territorio: assistenti sociali, operatori dell’ufficio citato, disabili inseriti
nel mondo del lavoro. Il periodo preso in considerazione fa riferimento al
quinquennio 2007-2011.
Da questa indagine è emerso che la legislazione antidiscriminatoria, a partire dalla
Legge 12 Marzo 1999, n. 68 "Norme per il diritto al lavoro dei disabili" ha
comportato delle trasformazioni nell’atteggiamento verso le persone con disabilità.
Tuttavia la legge non è sufficiente, senza l’impegno costante da parte della società e
la partecipazione attiva delle persone con disabilità nell’affermare i propri diritti. La
sensibilizzazione pubblica è indispensabile per sostenere le misure legislative
2
necessarie a favorire l’inclusione di quest’ultimi nel mondo del lavoro; purtroppo
ancora oggi troppo spesso alle persone con disabilità, soprattutto quelle non
autosufficienti, sono riconosciuti “diritti condizionati” che fanno capo più alla logica
della sussistenza, che alla logica di inclusione sociale e di autorealizzazione. 3 Per
raggiungere il cambiamento auspicato è imprescindibile la motivazione personale
che deve trasformarsi nella partecipazione attiva e responsabile del soggetto, nei
confronti del progetto di integrazione lavorativa.
Nel tentativo di delineare un quadro conoscitivo aggiornato della realtà vissuta da
parte dei soggetti con disabilità, in particolare in alcuni comuni della Valle del Belice
quali Salemi, Gibellina, Vita, Santa Ninfa, Partanna, Salaparuta e Poggioreale nei
suoi aspetti qualitativi, mi sono proposta di esplorare con un’analisi sociologica il
livello di convivenza, inserimento lavorativo ed integrazione sociale vissuto dai
soggetti con disabilità soffermandomi, nello specifico, sull’osservazione di alcuni
aspetti a mio avviso fondamentali, quali il legame tra l’inclusione nel mondo del
lavoro legata alla relazione sociale intra ed extra lavorativa; inoltre, la mia analisi si è
soffermata sulla differenza di genere. Infatti, la caratterizzazione sessuale è un dato
fondamentale della nostra esperienza di vita; essa è presente in ogni essere umano ed
è data da tratti biologici, anatomici e sociali. Mi sono proposta, dunque, di analizzare
il modo in cui l’imporsi della dimensione di genere, ha permesso di mostrare
l’intreccio fra le diverse forme della differenzazione sociale.
Partendo da queste premesse, ho approfondito il ruolo della donna nell’attuale
scenario lavorativo e come l’inserimento di quest’ultima, sia strettamente connessa
con un labirinto di pregiudizi e preconcetti che la portano, in molti casi, ad essere
identificata come “l’anello debole”. Infine, l’excursus legislativo avviato dalla Legge
68/99 alla 328/00, ha dimostrato che una legge non basta a garantire i processi
d’inclusione lavorativa.
In quest’ottica, la mia analisi si propone di ricercare la chiave fondamentale per il
successo delle future politiche sociali del welfare, la quale è strettamente legata alla
capacità di crescita e di rinnovamento della progettazione del welfare stesso.
3
Cfr. Alberti G., Mariani V., Palmisano N., La persona disabile cosa farà da grande? Quale futuro l’aspetta,
Edizioni Del Cerro, Pisa, 2007.
3
L’analisi condotta mi ha permesso di rilevare che gli scenari futuri sono
attraversati da profonde ombre, causate in via indiretta anche dalla profonda crisi
economica che attanaglia la società attuale. Dal variare di uno di questi fattori
enunciati, può dipendere la creazione di una società che si costruisce nella relazione;
quest’ultima, alla luce di ciò, diviene dunque, valore per l’intera comunità.
È, infatti, grazie alla relazione che il soggetto con disabilità, acquista la propria
identità, in quanto non è più singolo individuo da escludere, ma soggetto che ricopre
un proprio ruolo intrinseco alla relazione stessa; l’interazione diviene la forza esterna
che permette di affermare il proprio sé. È possibile, dunque, ipotizzare che la
mancata realizzazione nell’acquisizione progressiva di un sé personale, divenga la
principale pietra d’inciampo per gran parte dei soggetti con disabilità, portando con
sé un profondo senso di incertezza.
Partendo dalla condizione di fragilità spesso vissuta dai soggetti con disabilità
nella quotidianità del vivere, ho cercato di scoprire con un’analisi critica, quali i
punti di forza e, dunque, le risorse e quali i punti di debolezza, dunque, i pregiudizi
che attraversano il panorama lavorativo dei soggetti con disabilità.
Per quanto riguarda il metodo, ho scelto un’indagine qualitativa per allontanarmi
il più possibile da una conoscenza pregiudiziale e settoriale. Il medesimo criterio
metodologico è stato utilizzato per le interviste, scegliendo come metro d’indagine
l’intervista qualitativa semistrutturata autobiografica. Ciò mi ha permesso d’indagare
in maniera sistematica, gli aspetti che qualificano la vita dei soggetti con disabilità;
in questo modo grazie ai loro racconti di vita, le loro paure, i loro progetti, la loro
voglia di interazione, è stato possibile conoscere uno spaccato di vita. Infatti,
l’intervista semistrutturata è un evento comunicativo, in cui la comunicazione non si
limita ai suoi aspetti verbali ma và oltre, sfiorando in molti casi l’intimo
dell’individuo; quest’ultimo raccontando di sé, racconta un mondo inesplorato.
L’obiettivo della mia ricerca è, per l’appunto, quello di conoscere “l’uomo”,
conoscendo quest’ultimo, percepire un mondo più vasto, ancora oggi sconosciuto ai
più, quale il mondo diversabilità.
4
Assodato l’oggetto di studio e il metodo empirico, il primo capitolo avrà
l’obiettivo di analizzare i processi sociali e personali che favoriscono l’integrazione
del soggetto con disabilità nel contesto dapprima lavorativo e, successivamente, in
quello sociale, sviscerando i fenomeni di cambiamento storici e culturali che hanno
portato all’attuale condizione del diversamente abile, rivalorizzandolo come una
risorsa per l’intera comunità. Nel tentativo di conoscere che ruolo attribuire oggi al
soggetto con disabilità nel policromatico panorama lavorativo, traccerò i punti di
riferimento cardine, che si basano appunto sulla Costituzione Italiana, la quale
sancisce il lavoro come uno dei principali diritti della comunità. A fronte di una
effettività giuridica a favore dei soggetti con disabilità, garantita dalla Costituzione e
dalla Legge 68/99 che ne promuove l’inserimento nel mondo del lavoro, numerosi e
talvolta insormontabili, sono le barriere culturali. Queste si manifestano nei
pregiudizi, latenti e svelati, che coinvolgono in maniera diretta ed indiretta il
soggetto con disabilità. Conscia che nessuno nasce già “affetto” da pregiudizi ma che
quest’ultimi sono, spesso, il frutto di percorsi errati e distorti del processo di
socializzazione stesso, ne ho tracciato e approfondito le dinamiche, in quanto spesso
sono proprio gli stereotipi predeterminati a divenire principali ostacoli per un
inclusione reale nel contesto sociale. L’obiettivo principale dello studio condotto in
questo primo capitolo, è quello di analizzare il livello d’integrazione raggiunto nel
mondo del lavoro, soffermandomi in questa prima fase, sulla dimensione individuale
e personale del soggetto che riesce a migliorare la propria autonomia e,
conseguentemente, la propria autostima appunto grazie al lavoro. Infatti, essere
occupati dà loro modo di integrarsi nella società; società contraddistinta da relazioni
formali ed informali, dalla quale il soggetto con disabilità si sente spesso tagliato
fuori. Consapevole dell’importanza da attribuire alla rete relazionale, mi sono infine
soffermata sul livello di relazioni, vissute dai soggetti con disabilità all’interno del
contesto lavorativo, quali relazioni con i colleghi, con il datore di lavoro, in quanto
da un buon cocktail interelazionale dipende, in ultima battuta, il successo di una
persona con disabilità.
5
Il secondo capitolo, invece, vorrà esplorare le pari opportunità, in ottica
dell’inserimento lavorativo e delle politiche sociali ad essi connesse. In esso mi sono,
pertanto, proposta di analizzare il livello di pari opportunità tra uomini e donne,
soggetti diversamente abili e normodotati, partendo anche in questo caso dal dato
legislativo garantito dalla Corte Costituzionale. Volendo tracciare, in questo capitolo,
un’analisi sui servizi sociali in Italia, approfondirò lo studio sulle risposte offerte da
parte delle politiche sociali. Purtroppo, a tal proposito, ho potuto rilevare che i servizi
non sono fruibili nello stesso modo da tutti; questo squilibrio tra uomini e donne,
tutto a discapito per la donna, è presente non solo in campo lavorativo ma anche
familiare, sociale e culturale. L’obiettivo essenziale di questo secondo capitolo sarà,
dunque, quello di capire perché le persone sono diversamente collocate in base al
sesso, ai diritti e alle garanzie di ciascuno. Indiscutibilmente, nel tempo, la
condizione della donna e della donna con disabilità, è andata e và tutt’ora
migliorando, ma il progresso è reso lento e difficoltoso a causa di molteplici fattori
comportamentali e sociali che ne rallentano il libero sviluppo. Cercherò di
analizzare, dunque, le cause di tale fenomeno, sviscerandone i risultati raggiunti e
bisogni espressi.
Nel terzo capitolo cercherò, attraverso un excursus legislativo che parte dalla
legge pilastro per l’inserimento nel mondo del lavoro, quale la 68/99, di produrre
l’efficacia del sistema legislativo generato dagli organi competenti, spaziando
attraverso anche altre leggi importanti, quali la 104 e la 328. L’obiettivo di questa
indagine è quello di cercare di sottolineare i punti di forza e i punti deboli della
68/99, attenzionandone in particolare alcuni articoli; purtroppo quest’ultima non
sempre è stata completamente recepita da parte degli organi regionali, provinciali e
comunali. Ciò ha portato con sé una lunga scia di incomprensioni tra l’apparato
amministrativo e l’utente che ha condotto a una profonda lacerazione in tutti i
progetti di politiche sociali.
Tracciato il quadro teorico, fulcro della mia ricerca nei primi tre capitoli, al fine di
delineare quali gli effetti sociologici della mia ipotesi di ricerca sul territorio da me
attenzionato, su alcuni comuni della Valle del Belice, analizzerò le prospettive
6
territoriali di questo fazzoletto di terra, partendo dalla raccolta dei dati empirici
presso l’Ufficio di collocamento mirato di Trapani e avvalendomi del supporto
grafico. L’obiettivo di questo capito sarà quello di descrivere e confrontare il livello
d’integrazione lavorativa raggiunto dai soggetti con disabilità in questo territorio,
partendo dall’analisi contestuale di riferimento, dal concetto di localitè all’intreccio
di più fattori quali povertà e solidarietà, legami familiari forti ed assenza dello Stato.
Cercherò, in questo capitolo, di appurare e verificare l’influenza di queste variabili
nel vissuto dei soggetti con disabilità, partendo dal confronto tra il numero dei
soggetti con disabilità iscritti in graduatoria e quello degli avviati al lavoro nel
quinquennio 2007-2011, l’incisione del peso demografico sull’ottenimento del
lavoro, l’influenza del titolo di studio nella possibilità di ottenere un lavoro, nonché
l’ascendenza negativa sul soggetto con disabilità da parte di un territorio carente di
stimoli e risorse, che lo colloca nel mondo del lavoro in una fascia d’età piuttosto
alta. Infine, tenterò di individuare quali le ripercussioni nell’inserimento lavorativo,
date da due elementi fondamentali quali la patologia e, dunque, la disabilità fisica o
psichica, e il sesso con la conseguente distinzione di genere, avvalendomi anche in
questo caso di supporti grafici.
Infine, il quinto ed ultimo capitolo, vorrà consolidare quanto emerso dalla ricerca fin
qui condotta, attraverso la trattazione di otto quadri tematici in cui verranno
approfonditi i temi quali: la condizione di accettazione o rifiuto della disabilità; il
rapporto tra l’ingresso nel mondo del lavoro e il titolo di studio; l’analisi dei primi
approcci al mondo del lavoro: tra pregiudizi e voglia di affermazione;
l’individuazione dei fattori interni ed esterni che hanno favorito o contrastato
l’ingresso nel mondo del lavoro; l’influenza delle relazioni e spazi all’interno del
proprio ambiente di lavoro: colleghi e datore di lavoro; la possibilità di carriera per il
disabile: tra ostacoli e possibilità. Uno sguardo al futuro; l’influenza della differenza
di genere nell’ottenimento del lavoro; il ruolo dei servizi sociali come risorsa o
barriera. In questo percorso mi avvarrò del sostegno acquisito grazie alle interviste
qualitative autobiografiche, rivolte ad un campione di dieci soggetti con disabilità
inseriti nel contesto lavorativo. La scelta dell’intervista qualitativa semistrutturata
7
non è stata una scelta casuale, ma frutto di una mia espressa volontà di scoprire a
fondo, attraverso il vissuto in prima persona dato dal racconto di questi soggetti, luci
e ombre che attraverso il variegato mondo della diversabilità.
8
CAPITOLO PRIMO
L'integrazione lavorativa come elemento di realizzazione personale.
1.1 LO SPAZIO SOCIALE DEL DISABILE
Claudia Giorgini, riprendendo il pensiero di Morin, afferma che per la persona con
disabilità: «La comprensione delle proprie debolezze o mancanze è la via per la
comprensione di quelle altrui» … «Se scopriamo che siamo tutti esseri fallibili,
fragili, insufficienti, carenti, allora possiamo scoprire di avere tutti un reciproco
bisogno di comprensione».4 Il modo di pensare e di approcciarsi degli ultimi anni, al
mondo della diversabilità, è stato interessato da un lento ma graduale cambiamento
culturale: si è diffuso, infatti, un nuovo orientamento che, valutando le persone
diversamente abili come un’importante risorsa da valorizzare, supera la concezione
della disabilità come sinonimo di inabilità al lavoro. In quest’ottica la disabilità non
và vista come ostacolo al lavoro, ma come una risorsa di abilità differenti da
valorizzare e sostenere all’interno di un percorso di vita più generale.
Oggi, parlare di inserimenti lavorativi significa affrontare un ambito di intervento
complesso e articolato all’interno del quale risulta sicuramente centrale, anche in
termini operativi, la normativa che fa riferimento alla Legge n.68/99 che ha avviato
un mutamento culturale basato sul superamento di un’impostazione di assistenza nei
confronti delle persone disabili a favore di una tutela attiva degli stessi, coinvolgendo
questi ultimi, il tessuto produttivo e la società nel suo complesso.5 Che ruolo dare
alle persone diversamente abili nel mondo del lavoro di oggi? Nel tentativo di
trovare delle risposte, è necessario precisare che uno dei principi fondamentali della
4
Giorgini C., Integrare i disabili nel mondo del lavoro. Problemi culturali. Fonti giuridiche. Ostacoli sociali,
Libreria Ateneo Salesiano, Roma, 2010, p. 110.
5
Cfr. Orlando N. e Lodovici M., “Le politiche a favore dei disabili”, in Prospettive Sociali e Sanitarie,
n.9/2007, pag. 1.
9
Repubblica Italiana è il lavoro (art.1 della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica
democratica fondata sul lavoro […]»).6
Il lavoro, così importante per la persona, è giuridicamente inteso come un
diritto/dovere di ogni cittadino. Tale diritto deve essere garantito a tutti, nel rispetto
delle pari opportunità.7 Ancora oggi, troppo spesso, la disabilità viene intesa come
“inabilità”: l’idea di inserire una persona diversamente abile in un contesto
lavorativo viene percepita come improbabile, se non impossibile. I comportamenti e i
modi di essere del disabile sono legati alle opinioni che sia la famiglia, che la società
manifestano relativamente all’handicap; assistiamo così al diffondersi di alcune false
visioni. Una prima idea è quella che vede il disabile “un eterno bambino” che non
crescerà mai e quindi avrà sempre bisogno di qualcuno che lo assista, lo protegga,
portandolo a vivere da spettatore nella società senza entrarvi mai a farne parte. Una
seconda concezione è quella che vede l’handicap come una “malattia” sulla quale
intervenire con tutti i mezzi a disposizione; il disabile viene sottoposto a continui
trattamenti per raggiungere un qualche successo e il recupero della menomazione
diventa l’unico obiettivo. La terza concezione è quella che vede l’handicap come una
“malattia incurabile” e il soggetto disabile, dopo anni di trattamenti riabilitativi, vede
la sua vita fermarsi, diventare monotona.8
Secondo Goffman (1963) assegniamo a certe persone una sorta di identità sociale
virtuale, che contiene attribuzioni puramente speculative, per nulla confrontabili coi
fatti. Si tratta di proiezioni di stereotipi spesso mediate da sentimenti di paura e di
inferiorità, che vengono riversati sulle persone in modo acritico.9 Alla luce di ciò, è
necessario trovare soluzioni nuove che ci permettano di “rielaborare” il nostro modo
di pensare. La persona disabile può vedere le cose da un altro punto di vista, fornire
soluzioni nuove, arricchire la realtà delle altre persone, così come ha fatto un grande
psicologo contemporaneo, Milton Erickson. Egli soffrì per tutta la sua vita di gravi
problemi di salute, per un periodo di oltre due anni rimase immobilizzato a letto a
causa di una grave forma di poliomelite. In questo lungo periodo, Erickson, non fu in
6
Cfr. http://www.governo.it, 17/01/2012.
Cfr. Colombo L., Siamo tutti diversamente occupabili, FrancoAngeli, Milano, 2007.
8
Cfr. http://www.disabili.com, 02/02/2012.
9
Cfr. Goffman E., Stigma. L’identità negata, Ombre Corte, Verona, 2003 (1963).
7
10
grado né di muoversi né di parlare, poté però osservare e ascoltare le persone
appartenenti al proprio nucleo familiare. Cominciò quindi a prestare attenzione agli
aspetti della comunicazione non verbale, osservando il modo in cui le persone
entrano in comunicazione attraverso i movimenti del corpo, la tonalità e il ritmo della
voce, arrivando ad elaborare un modello centrato sull’empatia, oggi il fulcro delle
moderne tecniche di comunicazione in ambito terapeutico e commerciale.10 Da ciò si
evince, che non ci sono solo le persone disabili da una parte e i soggetti normodotati
dall’altra, gli individui che hanno meno diritti da una parte e coloro che ne hanno di
più dall’altra. Tutti siamo impegnati nella stessa battaglia per costruire un mondo più
vivibile, più umano: non è vero che i soggetti diversabili abbiano dei diritti diversi
dagli altri. Un mondo a misura di diversabile è più a misura d’uomo.
La questione dei diritti è estremamente complessa.11 Uno dei diritti più acclamati è
il diritto di “cittadinanza attiva”, questa ancora oggi incontra ostacoli, oscurità
nell’interpretazione delle regole della società, diritti affermati sulla carta ma poco
realizzati nella quotidianità, pregiudizi non solo di singoli ma ampiamente presenti
nella nostra storia.12
Elias e Scotson tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta,
conducono una ricerca sulla devianza giovanile della piccola comunità inglese di
Winston Parva. L’attenzione dei due studiosi si concentra sulla profonda divisione
fra i due gruppi di abitanti del piccolo centro, divisione fondata esclusivamente sul
fatto che un gruppo era costituito da persone residenti nel posto da molto tempo e
l’altro si era invece stabilito lì da poco tempo. Questi, rispettivamente, erano divisi in
radicati ed esterni. La divisione era causata dalla tendenza dei radicati ad escludere
gli esterni. In realtà, i motivi per giustificare una tale avversione, non erano
facilmente individuabili. Infatti, secondo la Bartholini: «Fra i due gruppi non vi
erano differenze di razza, di nazionalità o di discendenza etnica e non vi erano
neppure forti differenze reddituali, occupazionali e culturali. Tuttavia, una parte di
loro, gli abitanti del Village, pensavano di essere enormemente migliori rispetto agli
10
Cfr. http://www.guide.supereva.it e http://www.ericksoninstitute.it , 16/05/2012.
Cfr. Imprudente C., Una vita imprudente, Edizioni Erickson, Trento, 2005.
12
Cfr. Cyrulnik B. e Malaguti E., Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione
di legami significativi, Edizioni Erickson, Trento, 2006.
11
11
abitanti delle Case Nuove, e tale presunta superiorità di carattere morale li
legittimava ad auto-arrogarsi il potere di escludere e stigmatizzare tutti gli altri».13
In fondo, anche nel caso della disabilità, non vi sono motivi che giustificano una
tale divisione fra disabili e non, visto che le persone con disabilità appartengono a
tutti i ceti sociali. Anche quest’ultime, potrebbero essere definite “esterne”,
attribuendo loro quelle caratteristiche considerate brutte, fragili e deboli che il
gruppo dei radicati, nel nostro caso rappresentato dai normodotati, rifiuta.
1.2 OLTRE IL PREGIUDIZIO
Lo studio del pregiudizio implica lo studio dei rapporti umani, dei meccanismi che
li regolano. L’etimologia del termine deriva dal latino “pre-judicium”. Esso indica da
un lato un giudizio errato, emesso prima dell’esperienza che può essere applicato a
fatti, eventi, gruppi; dall’altro, è una tendenza a considerare in maniera sfavorevole
un determinato gruppo sociale.14
Nessun soggetto nasce “affetto” da pregiudizi, questi possono essere acquisiti
durante il processo di socializzazione. Fino a trent’anni fa, i disabili vivevano la vita
ai margini della società e senza contatti con il mondo esterno: loro non conoscevano
il mondo e il mondo non li conosceva. É recente la volontà di riaccogliere nella
società le persone che hanno una qualche diversità e, per questo, escluse.
Patrizia Ciccani, riprendendo il pensiero di Goffman, afferma che la disabilità è
una variabile che disorganizza ciò che è organizzato e ha il potere di rovesciare ciò
che è dritto. Il vestito che la persona decide di indossare a seconda della situazione
che si trova a vivere, non può essere scelto dalla persona con disabilità perché, ad
essa, è cucito addosso il vestito della disabilità che diventa una seconda pelle. Costui
non tiene in mano i fili della propria drammatizzazione, ma è costretto ad accettare
che questa sia la propria compagna di vita, a cui hanno dato il nome di disabilità.
13
Bartholini I., Percorsi della devianza e della diversità. Dall’ ”uomo atavico” al “senza permesso di
soggiorno”, FrancoAngeli, Milano, 2007, p. 77.
14
Cfr. Ciccani P., Pregiudizi e disabilità. Individuazione di strategie educative per l’elaborazione e il
superamento del pregiudizio, Armando Editore, Roma, 2008.
12
Questa và vista come un velo che lo copre, in attesa che possa essere squarciato e che
possa essere rivelata la vera identità.15
Seguendo questa prospettiva, è la “barriera culturale”, fatta di pregiudizi,
stigmatizzazione e pietismi, a rappresentare il principale ostacolo per l’integrazione e
l’inclusione delle persone disabili. Oggi, il mondo della disabilità soffre delle molte
parole e delle buone intenzioni sull’integrazione. Purtroppo, queste spesso
rimangono parole svuotate di significato a causa della mancanza di politiche sociali
adeguate, di competenze, linguaggi e investimenti all’altezza. I pregiudizi, i timori e
il pietismo, sono ben sedimentati nella nostra cultura e nella nostra interiorità. Questi
sono il frutto della mancanza di una cultura della disabilità che, anzitutto il mondo
stesso dell’handicap (chi lo vive e chi se ne occupa), deve cominciare a riformulare.
Alla denuncia delle forme di pregiudizio e stigmatizzazione, alla messa all’indice
di pietismi e sentimentalismi, è necessario contrapporre un lavoro serio che abbracci
tutti gli ambiti: da quello familiare a quello sociale, da quello della formazione a
quello del lavoro; con l’obiettivo di scalfire quel muro così difficile da abbattere,
rappresentato proprio dalla barriera culturale.16
Dunque, l’integrazione è un processo che passa attraverso il vissuto delle persone
e, di conseguenza, non esiste nessuna legge che la possa prescrivere. Alla radice
della parola integrazione troviamo l’aggettivo “integer”, dal latino, intero. Nel corso
della storia, si è fatta avanti l’idea di un’integrazione basata sui diritti umani. Questa
è stata identificata, per molto tempo, con il concetto di assimilazione nei confronti di
una minoranza, proiettata nel tentativo di uscire fuori dalla ghettizzazione e diventare
così simile agli altri. Divenire come gli altri, è il cuore del processo di
normalizzazione, che implica una negazione della differenza e contribuisce ad
etichettare in modo negativo le persone che sono, per qualche ragione, diverse.
L’inclusione invece presuppone l’opportunità di partecipare alla vita quotidiana,
vivendola con pienezza attraverso la relazione.17 L’integrazione, ancora oggi, è un
15
Crf. Ciccani P., Pregiudizi e disabilità – Individuazione di strategie educative per l’elaborazione e il
superamento del pregiudizio, Armando Editore, Roma, 2008.
16
Cfr. Schianchi M., La terza nazione del mondo – I disabili tra pregiudizi e realtà, Serie Bianca Fetrinelli,
Milano, 2009.
17
Cfr. Giorgini C., Integrare i disabili nel mondo del lavoro, LAS-ROMA, Roma, 2010.
13
processo a senso unico, sono le persone con disabilità che devono adattarsi ad una
struttura sociale che non è a loro misura, che cerca di adeguarsi per andare incontro
alle loro esigenze con molta fatica, perché rimane ancorata ai propri schemi
pregiudiziali.18
Come affermano M.Cristina Bombelli e Enrico Finzi, la società si dota di
strumenti per dividere le persone in categorie, in questo modo viene assegnata a
ciascun individuo un’identità sociale “virtuale” come proiezione di stereotipi, in
maniera puramente speculativa per nulla confrontabile nei fatti.19 In questo contesto,
laddove il disabile tenti di modificare tale condizione, deve necessariamente
compiere un duplice sforzo: da un lato deve liberarsi della visione assistenzialistica e
dall’altro lato deve affermare sé stesso e la propria personalità. La possibilità di
“scegliere” è stata negata ai soggetti con disabilità. Una persona disabile che sia stata
oggetto di cure e assistenza eccessive, diventerà adulta senza aver avuto la possibilità
di vivere quei momenti che sono indispensabili per la formazione di una sua
specifica personalità. E se tali esperienze vengono vissute, ciò accade in tempi sfasati
rispetto alla “normalità”.20
Secondo le stime dell’OIL, circa il 10% della popolazione mondiale è disabile e
secondo quelle dell’OCSE è disabile il 14% della popolazione in età lavorativa. Fino
a pochi anni fa si tendeva a considerare le persone con disabilità come un gruppo
indistinto, oggi si comincia a riconoscere che le differenze tra questi soggetti sono
tante e rilevanti. Nel corso degli ultimi trent’anni, la riflessione sul concetto di
disabilità ha fatto sì che ai principi di assistenza, solidarietà, delega e rappresentanza,
si siano sostituiti via via quelli di libertà, autodeterminazione, partecipazione attiva
alla vita sociale; la sola evoluzione della terminologia, da handicappato a disabile, a
persona con disabilità, a diversamente abile, rende di per sé conto di questo processo
di cambiamento.
18
Cfr. Ciccani P., Pregiudizi e disabilità, Armando Editore, Roma, 2008; Lavacca W., La palla al piede. Io o
l’handicap?, Ancora, Milano, 2011.
19
Cfr. Bombelli M.C. e Finzi E., Oltre il collocamento obbligatorio, Edizioni Angelo Guarini e Associati
s.p.a, Milano, 2012.
20
Cfr. Imprudente C., Una vita imprudente – Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Edizioni
Erickson, Trento, 2005. Medeghini R., Disabilità e corso di vita. Trattorie, appartenenze e processi di
inclusione delle differenze, FrancoAngeli, Milano, 2006.
14
La parola handicap, traducibile in italiano col significato di “svantaggio”, nasce
dal mondo dell’ippica inglese. Durante le gare, il fantino che cavalcava un cavallo
con qualità superiori, veniva obbligato a gareggiare con la mano sinistra sulla visiera
del cappello. Questo evidente svantaggio, lo poneva al pari degli altri concorrenti. Il
termine handicap, che nella cultura anglosassone è visto in maniera positiva, in
italiano è stato trasformato nel termine “handicappato”, stravolgendone di fatto il
significato e caricandolo di elementi negativi e stereotipati.
E’ innegabile che quando si vuole offendere qualcuno, viene spesso usata
l’esclamazione: “Sei un handicappato!”. L’handicap, in realtà, è un fattore soggettivo
ed esterno alla persona, non è un dato in sé “naturale”, ma è il prodotto di un fattore
handicappante, che come tale và rimosso. Parlare di handicappati intendendo
esclusivamente le persone con deficit, senza parlare di handicappanti (le barriere
architettoniche, culturali, etc.) è profondamente sbagliato. Non bisogna mai
dimenticare che l’handicap tocca tutti, è una categoria trasversale. Imbarazzo, paura,
possono essere handicap (limiti) nei quali chiunque puoi rispecchiarsi, normodotati o
diversamente abili. 21 In molti casi, grazie ad un idoneo progetto educativo e
formativo o attraverso il ricorso ad ausili, una persona può essere abile in modo
diverso, riuscendo, in questo modo, a raggiungere in parte o totalmente gli stessi
obiettivi di una persona normodotata, scoprendo nuove strade che possono diventare
una risorsa per tutti.
Da qui il passaggio all’uso del termine diversabile, esso mira a non discriminare e
a riconoscere in ogni individuo la possibilità di esistere, evolversi, contribuire al
processo di crescita collettiva nonostante il deficit. In quest’ottica, l’accento è posto
non sui fattori svantaggianti, ma sulle abilità e competenze.
Tuttavia, il percorso dell’inclusione sociale dei soggetti diversamente abili non
può limitarsi alla ricerca di nuove parole, ma ad essa deve corrispondere il bisogno di
trovare nuove piste e strategie per il riconoscimento dei diritti e dei doveri di
21
Cfr. http://www.istitutocivitali.it; http://www.edscuola.it, 28/02/2012.
15
ciascuno.22 E’ indubbio che, anche grazie all’impiego di nuove tecnologie e di nuovi
strumenti di cura e di riabilitazione, la prospettiva di recupero di una vita inclusiva,
attiva e indipendente appaiono praticabili in un numero sempre maggiore di casi.
Tuttavia, per quanto il progresso scientifico avvantaggi le possibilità di inclusione
sociale per chi è portatore di disabilità, altrettanto vero è che la disabilità è ancora
oggi una condizione a rischio di esclusione. La persona che acquisisce una disabilità,
deve fare i conti con una nuova condizione che modifica la sua esistenza. Il percorso
di reinserimento, non può prescindere dalla ridefinizione dell’immagine di sé. In tal
senso, il lavoro può essere un mezzo per aiutare il soggetto diversamente abile a
costruirsi una nuova identità e a riconoscersi in essa.23
In quest’ottica, il lavoro và visto come uno degli spazi in cui intrecciare relazioni
sociali e ritrovare un senso di appartenenza alla collettività. Nella maggioranza dei
casi, le imprese non sono disponibili né a mantenere il posto di lavoro, né ad
attribuire un nuovo ruolo a chi ha perso parte delle proprie abilità personali e
professionali. La persona disabile è considerata improduttiva.24 Dunque, la crescita di
competenze del soggetto diversabile è un fattore indispensabile e significativo per la
sua integrazione sociale e questa và realizzata anche in modo strutturato e
sistematico, e ciò perché le persone con disabilità medio e grave, generalmente, non
vengono considerate come aventi una competenza professionale valutata
positivamente sul mercato del lavoro.25
Individuare percorsi di inserimento occupazionale significa avere il coraggio di
ridiscutere paradigmi invecchiati, funzioni e ruoli ormai inadeguati. Significa
innescare circoli virtuosi in cui la collettività possa riconoscere che solo
l’integrazione dei propri membri più svantaggiati riporta a più civili, più fecondi
22
Cfr. Canevaro A., Ianes D., Diversabilità,Edizioni Erikson, Trento, 2005; Cannavò C., E li chiamano
disabili, BUR-rizzoli, 2005. Canevaro A., Le logiche del confine e del sentiero. Una pedagogia dell’inclusione
(per tutti, disabili inclusi), Edizioni Erikson, Trento, 2006
23
Cfr. Benedan S., Faretta E., Pluridisabilità e vita quotidiana. Crescere un bambino con disabilità multipla,
Edizioni Erikson, Trento, 2006.
24
Cfr. La Ghianda, Oltre il trauma – Il reinserimento sociale e lavorativo di persone con disabilità acquisita,
FrancoAngeli, 2008.
25
Cfr. Wehman P., Renzaglia A., Bates P., Verso l’integrazione sociale – Formazione alle abilità di vita,
Edizioni Erikson, Trento, 1989.
16
modelli di convivenza. 26 In tal senso, un funzionale inserimento del disabile nel
mondo del lavoro richiede in primo luogo la conoscenza delle capacità lavorative
della persona, al fine di far emergere quello che realmente la persona sa fare e può
dare. in realtà, il ruolo del soggetto diversabile nel mercato del lavoro è ancora oggi
ricco di ostacoli. Il soggetto diversamente abile, all’interno di questo sistema-lavoro,
si sente improduttivo, ha la sensazione di essere stato inserito nell’azienda solo ed
esclusivamente per adempiere ad un obbligo di legge. Egli è spesso “sottoimpiegato”
e questo demotiva la persona.27 Sarebbe quindi corretto, alla luce di quanto fin qui
affermato da più parti, mutare il modo comune di guardare alla disabilità.
Per molto tempo sono stati i politici, i medici, gli educatori e gli assistenti sociali a
decidere che cosa era meglio per loro e questo potere decisionale purtroppo, in alcuni
casi, è presente ancora oggi. In questo modo, il soggetto, rimane prigioniero di
un’errata omogeneizzazione. «Negli anni Sessanta fu fondato negli Stati Uniti il
movimento in favore dell’autonomia di vita, da persone affette da vari tipi di
disabilità con lo scopo di protestare contro il carattere clinico delle condizioni di vita
negli istituti di cura e contro le discriminazioni subite all’interno del sistema
educativo, del lavoro e in tutti gli altri campi. I suoi fondatori necessitavano di un
aiuto individuale quotidiano. Essi rivendicavano principalmente il diritto di
esprimere i propri bisogni e di condurre una vita autonoma al di fuori dei limiti di
un’istituzione, il diritto all’autodeterminazione».28
E’ necessario sottolineare che non esiste persona diversabile che possa realizzarsi
come soggetto, senza una società che traduca in atti le sue intenzioni democratiche e
di inclusione. Si è visto che nel corso della storia, a livello nazionale e
internazionale, si è fatta avanti dopo un lungo periodo di segregazione, l’idea di
un’integrazione basata sui diritti umani, tuttavia nonostante sforzi notevoli, nella
realtà non si è ottenuta un’effettiva realizzazione della stessa. L’inclusione riguarda
26
Cfr. http://www.atuttascuola.it, 30/10/2011.
Cfr. Bombelli C., Finzi E., Oltre il collocamento obbligatorio – Valorizzazione professionale delle persone
con disabilità e produttività nel mondo del lavoro, Guerini e Associati, Milano, 2008. Canevaro A.,
Pedagogia speciale. La riduzione dell’handicap, Edizioni Bruno Mondadori, 2006.
28
Gardou C., Diversità, vulnerabilità e handicap, Edizioni Erickson, Trento, 2008, p. 43.
27
17
l’opportunità di partecipare alla vita quotidiana, favorendo l’interdipendenza delle
persone, le quali vivono e lavorano insieme.29
1.3 INTEGRAZIONE NEL MONDO DEL LAVORO
Come sostiene Colombo: «Il lavoro diventa per il disabile uno strumento
fondamentale di emancipazione e crescita: essere occupati dà loro modo di integrarsi
nella società, di trasformare e sviluppare la propria individualità, per affermare con
dignità e coscienza il proprio IO».30 Per favorire lo sviluppo dell’autonomia, il senso
di responsabilità e la crescita della sicurezza di sé, è necessario porre l’accento sulle
competenze; ciò permetterà l’arricchimento della persona. In questo modo sarà
possibile evitare l’insorgere del senso di isolamento ed emarginazione.
Collaborare tra colleghi nella realizzazione di un progetto comune, porterà il
soggetto diversamente abile a pianificare il proprio futuro attraverso il lavoro.
Attribuire un ruolo lavorativo alle persone diversamente abili, permette loro di
sviluppare la propria identità e affermare la parità sociale. 31 Se un ragazzo
diversamente abile entra nel mondo del lavoro vivendo questo momento non come
crescita professionale, ma come un modo per passare il tempo, senza affidargli
compiti da portare a termine e non lo si considera come lavoratore, ovviamente non
assumerà mai questo ruolo. L’integrazione lavorativa vista come elemento di
realizzazione personale per la persona diversamente abile, mette in crisi il concetto di
“condizioni di mercato”, in base a cui la persona disabile sarebbe semplicemente
incollocabile.32 In realtà, la Legge 68/99 che ha introdotto il collocamento mirato, ha
dimostrato che a minorazione non corrisponde necessariamente diminuita capacità
29
Cfr. Medeghini R. e Valtellina E., Quale disabilità? Culture, modelli e processi di inclusione, FrancoAngeli,
Milano, 2010.
30
Colombo L., Siamo tutti diversamente occupabili. Strumenti e risorse per l’inserimento lavorativo di
disabili, FrancoAngeli, Milano, 2007, p. 17.
31
Cfr. Altieri D., Disabilità e integrazione: la storia di Adriano. Un percorso riuscito dalla scuola al lavoro,
Edizioni Del Cerro, Tirrenia, 2006.
32
Cfr. Centro Documentazione handicap di Bologna, Storie di Calamai e altre creature straordinarie,
Edizioni Erickson, Trento, 2007.
18
lavorativa purtroppo ancora oggi gli imprenditori italiani sono bloccati da questo
pregiudizio.
La situazione dei disoccupati con disabilità in Italia, è fondamentalmente una
questione di violazione dei diritti umani. In molte realtà, soprattutto nel Meridione, i
servizi per l’impiego non hanno capacità e competenze per realizzare il collocamento
mirato. Questo produce una condizione di profonda discriminazione: a fronte di un
tasso di disoccupazione nel mercato ordinario del 6,8%, per le persone con disabilità
arriviamo ad oltre 70%. E coloro che risultano ancora più penalizzate sono le donne
diversamente abili, infatti solo 1 su 3 occupati è di sesso femminile.33
Nonostante dal 1999 ci sia una legge, la 68/99, che obbliga le aziende ad assumere
forza lavoro individuandola tra le liste delle categorie protette, il tasso di
occupazione tra le persone diversamente abili è elevatissimo; secondo i dati ISTAT,
si aggira sul 20% contro il 55% dei normodotati. Solo due disabili su dieci hanno un
posto, magari non fisso. Analizzando queste cifre, ci chiediamo: “Perché i disabili
italiani sono disoccupati?”. Ci sono 100mila posti di lavoro riservati ai diversamente
abili in Italia, ma il 66% di questi è disoccupato; le aziende preferiscono pagare le
multe, piuttosto che assumerli. 34 Per molto tempo, si è consumata una lotta dove
imprese e disabili venivano lasciati soli, i primi ad adempiere un obbligo, i secondi
ad esercitare un diritto. Le norme vigenti non vanno viste come imposizione da
combattere, ma come strumenti che offrono ai datori di lavoro pubblici e privati, la
possibilità di avvalersi di specialisti e, contemporaneamente, approfittare dei
vantaggi fiscali e contributivi. Ancora oggi molti addetti ai lavori parlano di
“Formazione dei disabili”, in realtà sarebbe auspicabile una “Formazione ai manager
pubblici e privati”, visto che nessuno sa, o finge di non saperlo, che migliaia di
diversamente abili italiani si sono già laureati e specializzati.
Non deve sembrare assurdo ritenere che la forbice tra domanda e offerta sia ormai
rovesciata e che un diversamente abile può sentirsi dire: “Lei è troppo qualificato per
questo posto di lavoro!”. Molti considerano ancora oggi le persone con disabilità,
33
Cfr. Luongo M., Malafarina A., Intervista col disabile. Vademecum fra cime e crepacci della disabilità,
FrancoAngeli/Self-help, Milano, 2008.
34
Cfr. http://www.disabilitaincifre.it, 12/03/2012.
19
come individui da compatire, ciò comporta che questi ultimi debbano impegnarsi il
doppio dei normodotati nel far comprendere la propria professionalità. É pur vero
che la cultura “assistenzialista” dell’inserimento lavorativo dei soggetti con
disabilità, ha minato e mina la giusta informazione che deve esserci sull’attuale
livello culturale e professionale di quest’ultimi. Siamo coscienti che le problematiche
sono molteplici e che a fronte di un numero consistente di diversamente abili
specializzati in diversi campi, molti ancora sono intrappolati nell’ottica del
vittimismo.35
Non possiamo non riflettere sul fatto che spesso sono proprio i soggetti con
disabilità i primi a non riuscire a pensarsi nel mondo adulto. La fatica a trovare
lavoro, gli insuccessi lavorativi o la poca stima di sé, sono tutti fattori che portano a
sviluppare un profondo senso di sfiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Il ruolo
sociale è spesso predeterminato non dalle sue effettive caratteristiche e competenze,
ma dalla sua appartenenza ad una categoria piuttosto che ad un’altra. Di
conseguenza, il valore dei diversamente abili sul mercato è molto basso.36
Parlare di disabilità vuol dire avere a che fare con processi complessi sul piano
dello sviluppo bio-psico-sociale e relazionale, significa confrontarsi con fenomeni
molteplici (aspetti senso-motori, psico-affettivi, cognitivi, relazionali, linguisticoculturali). Per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro dei soggetti diversamente
abili, è indispensabile prevedere procedure e azioni sinergiche e complesse. Per agire
in modo propositivo nei confronti dell’esclusione, è necessario implementare misure
che non si fermino ad un disegno occupazionale in senso stretto, ma sappiano
stimolare e sostenere lo sviluppo di capacità soggettive di progettazione e
realizzazione di un progetto di vita più articolato.37
Secondo il sociologo Canevaro: «Oggi manca una chiara consapevolezza che
l’integrazione sociale delle persone diversamente abili, si realizza con un’effettiva
35
Cfr. http://www.disabili.com, 23/12/2011.
Cfr. Medeghini R., Disabilità e corso di vita. Traiettorie, appartenenze e processi di inclusione delle
differenze, FrancoAngeli, Milano, 2010. Lepri C., Viaggiatori inattesi. Appunti sull’integrazione sociale delle
persone disabili, FrancoAngeli, Milano, 2011. Murdaca A.M., Buone prassi per l’integrazione sociale delle
persone disabili. Esempi di partnership tra famiglie, associazioni, scuole e territorio, Edizioni Del Cerro,
Pisa, 2008.
37
Cfr. Fiorentini G., Impresa sociale e sussidiarietà. Dalle fondazioni alla spa, management e casi,
FrancoAngeli, Milano, 2006.
36
20
“presa in carico” della società nelle sue diverse articolazioni istituzionali e di reti
informali di cittadini. L’art. 3 comma 2 della Costituzione, secondo cui “è compito
della Repubblica rimuovere gli ostacoli” all’eguaglianza, non ha ancora prodotto tutti
gli effetti giuridici di cui solo in parte il Parlamento e sempre più in modo penetrante
la Corte Costituzionale, vanno prendendo consapevolezza. L’art. 14 della Legge
n.328/00 sulla riforma dei servizi sociali è pervaso da tale principio, che però ancora
non trova concreta attuazione. Perché ciò avvenga occorre seriamente organizzare i
servizi secondo criteri di qualità, proprio per il rispetto dovuto alle persone
maggiormente vulnerabili. Lo stesso deve realizzarsi nel funzionamento dei servizi
per l’impiego, in caso contrario l’inserimento lavorativo mirato rimarrà una mera
aspirazione politica, senza sapersi radicare giuridicamente, nel costume dei rapporti
sociali»38. La popolazione dei cittadini diversamente abili, rappresenta una realtà di
grande interesse. Inoltre, tra di essi, come abbiamo potuto osservare, si distinguono
delle percentuali di tassi di disoccupazione molto elevati. In realtà, questo accade in
tutti i Paesi, non soltanto in Italia. Ad esempio, anche negli Stati Uniti la percentuale
di disoccupazione tra i diversamente abili è estremamente elevata. I problemi si
aggravano ulteriormente per chi, oltre che diversamente abile, è povero, donna e così
via. Ad ormai tredici anni di distanza dall’entrata in vigore della Legge 68/99, l’Italia
si è posta come Stato all’avanguardia nel compito, certamente non facile, soprattutto
in un momento di crisi economica come l’attuale, di coniugare disabilità e mondo del
lavoro. Resta una duplice amara constatazione: da un lato che nella realtà, la
definizione di diversabile ancora oggi non accompagna quella di forza lavoro con un
certo grado di abilità; dall’altro, nella coscienza sociale del nostro Paese, non si è
ancora radicata l’idea che le difficoltà dei diversamente abili sono difficoltà
dell’intera collettività.
Per la società, l’inserimento di tali soggetti in un progetto di vita è un patrimonio
non solo economico, ma anche culturale. Continuare a mettere in atto situazioni di
esclusioni o limitazioni, dirette a relegare su un piano di isolamento e di assurda
38
Canevaro A. e Ianes D., Diversabilità. Storie e dialoghi nell’anno europeo delle persone disabili, Edizioni
Erickson, Trento, 2005, p. 157.
21
discriminazione soggetti con handicap fisico o psichico, non è né costituzionalmente
né moralmente ammissibile.39
Malgrado lo Stato italiano, in questi anni abbia emanato leggi innovative che
costituiscono un’impalcatura di riferimento molto importante: dalla 104/92 alla
68/99 fino alla 328/00; queste vengono spesso disattese e non applicate per
mancanza di copertura economica o per mancanza di cultura. Pertanto, le risoluzioni
alle esigenze sulle questioni inerenti la disabilità, non possono più basarsi su
interventi dettati dalla buona volontà o dalle buone azioni governate dai grandi
principi della carità, ma al contrario, a partire da azioni efficaci fondate su diritti
inalienabili. Secondo Gardou: «La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
all’art. 2 afferma che i diritti proclamati si applicano a tutti “senza distinzione alcuna
[…] di fortuna, di nascita o di qualsiasi altra situazione”». Su tali basi la Conferenza
Mondiale delle Nazioni Unite, riunitasi a Vienna nel 1993, ha deciso di specificare
che “i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali sono tutte universali e pertanto si
applicano senza riserva anche alle persone disabili e/o in situazione di handicap”.40
Questi ultimi, non possono più tollerare che la loro vita sia misurata in funzione della
propria patologia. Il diritto ad avere accesso alle funzioni di rappresentanza pubblica,
il diritto alla tutela della salute, alle attività del tempo libero e allo sport, alla cultura,
alla cittadinanza, a una vita professionale, all’istruzione e formazione, diritto ad una
vita familiare, affettiva e sessuale, sono diritti acquisiti a caro prezzo, ma oggi non
più barattabili. In definitiva, si tratta del diritto alla scelta, all’autodeterminazione e a
una vita autonoma.
Di conseguenza, l’inserimento lavorativo deve diventare parte integrante del
progetto di vita. Il lavoro ha una grossa valenza di espressione individuale e di
relazione con le persone, per questo incide ancor più sulla salute mentale e può
favorire la riconquista della propria indipendenza e della dignità personale. Pertanto,
tenendo conto del clima socio-culturale di questi anni e dell’influenza che su di esso
agisce il sottosistema economico-produttivo, vero fulcro del nostro vivere sociale,
39
Cfr. Girelli F., Lavoro e disabilità. Disciplina normativa e percorsi di inserimento,Editoriale Scientifica,
Napoli, 2010.
40
Gardou C., Diversità, vulnerabilità e handicap. Per una nuova cultura della disabilità, Edizioni Erickson,
Trento, 2008, p. 45.
22
l’unica via d’uscita possibile alle preoccupanti condizioni di emarginazione è
rappresentata dalla valorizzazione delle diversità, dall’idea di una cultura duale in cui
la parte marginale, ma non più emarginata possa essere interagente e quindi
essenziale alla sopravvivenza del sistema stesso. Una società che esclude parte dei
suoi membri è una società impoverita. Le azioni volte a migliorare le condizioni
delle persone diversabili porteranno alla creazione di un mondo flessibile per tutti.
Quanto viene realizzato oggi per quest’ultime, avrà senso per tutti nel mondo di
domani. Tanti, troppi diversamente abili stanno aspettando un impulso per l’avvio di
questo processo di rinnovamento.
1.4 DALLA RELAZIONE ALL’INCLUSIONE
Spesso per le persone con disabilità risulta difficile esprimere in maniera esplicita
la richiesta di aiuto, che viene vissuta come etichettante. Di conseguenza, vi è la
tendenza a rinviare al futuro il momento del rientro in società.
Mentalità comune, vede il diversamente abile come una tartaruga e il normodotato
come una lepre: l’ennesimo pregiudizio privo di fondamento. Non tutti i soggetti
sono in grado di cogliere immediatamente o in sincronia con altri, idee, suggerimenti
o critiche. Ogni persona ha bisogno di trovare una propria coordinazione, una propria
velocità. Tenere in considerazione la velocità personale di ogni soggetto, è sinonimo
di rispetto. Purtroppo oggi, la velocità che caratterizza ogni rapporto comunicativo
rischia di banalizzare la comunicazione stessa in semplice trasmissione di
informazioni, sacrificandone l’aspetto relazionale.
Alla luce di quanto detto, può essere condiviso il pensiero di Claudio Imprudente,
il quale ritiene che: «Oggi, stiamo vivendo alla velocità delle scariche elettriche,
stiamo parlando come se stessimo compiendo un movimento involontario. Così
rinunciamo a lasciare un segno agli altri e a ricevere i loro. Comunicare è segnarsi, è
condividere dei segni. Essere segnati e segnare, essere macchiati e macchiare,
23
richiedono tempo».41 La chiave della relazione fa sì che la persona diversabile venga
vista come soggetto attivo, costruttore di storia e di cultura, non più come oggetto di
cure e assistenza.
Accade sempre di meno di riuscire a comunicare, condividendo; comunicare parte
dall’idea di mettere in comune fino a giungere ad avere rapporti con qualcuno.
Ognuno di noi svolge facilmente certe azioni e trova difficoltà a svolgerne altre.
Spesso, nell’approccio con gli altri assumiamo atteggiamenti e comportamenti dettati
più da nostre idee preconcette che non dal qui e ora, tendiamo, cioè, ad affrontare la
realtà usando categorie, classificazioni, schemi, frutto di preconcetti. É evidente che,
in tal modo, non può aver luogo nessuna relazione. É, dunque, indispensabile essere
consapevoli dei propri pregiudizi e dei motivi per cui essi si sono formati. Conoscere
la propria storia è il modo più efficace per ascoltare proficuamente la storia degli
altri.42 In questo contesto, le persone con disabilità, che giustamente reclamano un
posto nel mondo, si sono sentite estranee e respinte, sentendo straniero e lontano,
l’altro. Uno dei preconcetti, ancora oggi più difficili da battere, è quello legato alla
“bassa produttività”. Per transitare dal pregiudizio verso una valutazione “oggettiva”
della performance sono necessarie alcune riflessioni. La prima riguarda la mansione.
Se la mansione è pensata intorno alle abilità e competenze della persona, la
produttività sarà esattamente come quella di qualsiasi altro lavoratore. La seconda
evidenzia il calo di produttività; è innegabile che il calo di produttività può
riguardare tutti, disabili e non. Nessuno ha una costanza produttiva per tutti i giorni
dell’anno: alcuni periodi si è produttivi al 100%, in altri all’80%. E’ chiaro che la
produttività media è calcolabile intorno al 100%. In sintesi, è sempre possibile
un’elevata produttività ed anche uno sviluppo personale, se il contesto lavorativo è in
grado di includere realmente il lavoratore. Una buona inclusione nell’organizzazione
aziendale della persona con disabilità è altresì possibile, quando lo stesso è cosciente
dei propri limiti e si sente libero di chiedere ad un collega l’aiuto per eseguire il
compito in modo adeguato. L’ambiente lavorativo deve, pertanto, essere strutturato
41
Imprudente C., Giommi L., Parmeggiani R., Omino macchino e la sfida della tavoletta. La comunicazione e
la logica della lentezza, Edizioni Erickson, Trento, 2009, pag. 5.
42
Cfr. http://www.tutoratodisabili.unime.it, 14/04/2012.
24
in modo che vi sia collaborazione tra i colleghi, affinché non si creino ritardi inutili
nell’esecuzione del lavoro. Dunque, la prima e fondamentale barriera da superare sia
sul fronte dei datori di lavoro che su quello dei lavoratori con disabilità, è la poca
conoscenza tra i due: uno non conosce l’altro. La non conoscenza determina il
permanere nel pregiudizio e nello stereotipo per entrambi.
Osservando la condizione dell’inserimento lavorativo in Italia, quest’ultimo risulta
più facile per una persona debole scolasticamente. Infatti, la maggior parte delle
assunzioni riguarda livelli medi dell’impiegato e dell’operaio specializzato. 43 In
molti casi, è difficile per un soggetto con disabilità trovare il “proprio spazio” nel
quale sentirsi utile, realizzato, non di peso agli altri. É nella natura dell’uomo cercare
di essere autonomo, non dipendere dagli altri; anzi, in alcuni casi, ci sentiamo forti se
sono gli altri a dipendere da noi. É nella natura dell’uomo essere “faber”, cioè
operare, fare, lavorare; di certo il lavoro rappresenta una delle caratteristiche
dell’uomo, da quando esiste e il mondo ci valuta anche, se non soprattutto, per quello
che sappiamo fare. Spesso sono i servizi sociali o sanitari che si pongono il problema
del collocamento lavorativo, proprio come completamento e supporto al percorso
terapeutico. Un operatore che segue un soggetto con disabilità fisica o psichica, non
può non considerare nel percorso riabilitativo l’inserimento al lavoro, ciò è
fondamentale per il recupero dell’autonomia, dignità, sicurezza personale e per la
realizzazione di sé, in quanto il lavoro, nella nostra società, è un elemento
indispensabile per l’equilibrio, per il benessere complessivo, fisico, sociale,
economico e psicologico.44
Alla luce di quanto detto, per raggiungere un risultato positivo è necessario un
abbinamento corretto tra impresa e diversabile. Non a caso la Legge parla di
collocamento mirato, non più di collocamento obbligatorio. Diviene importante
capire la mansione nelle sue sfaccettature, sia operative (cosa si deve fare), che
relazionali (con chi avrà a che fare, con quale frequenza di rapporti). La persona con
disabilità non và vista come soggetto passivo, ma produttore e artefice del proprio
43
Cfr. La Macchia C., Disabilità e lavoro, Ediesse, Roma, 2009.
Cfr. Lepri C. e Montobbio E., Lavoro e fasce deboli. Strategie e metodi per l'inserimento lavorativo di
persone con difficoltà cliniche o sociali, FrancoAngeli, Milano, 2006.
44
25
futuro. Grazie anche al mercato, i diversamente abili oggi si muovono di più, come
tutti consumano maggiormente, vivono come se fossero meglio inseriti nella società
e ricoprono proprie e specifiche fette di mercato e nicchie di consumo. È innegabile
che, purtroppo, a fronte di ciò ancora troppi disabili vivono rinchiusi in casa, negli
istituti, lontano dal resto della società; resta, però, altrettanto vero che oggi le persone
con disabilità hanno maggiori opportunità rispetto al passato. Possono svolgere un
numero più elevato di attività (per esempio in termini di sport e divertimento), inoltre
esistono sempre di più luoghi e servizi di varia natura accessibili e fruibili.
Analizzando più a fondo quanto detto, il mercato integra i disabili: li integra come
consumatori e non come persone. Integrazione non significa far vivere disabili e non,
in mondi paralleli che non si incroceranno mai; il ghetto e l’esclusione, in alcuni casi,
continuano a rimanere tali anche se pieni di confort, consumi, attenzioni varie e
corsie preferenziali. Ciò non significa negare la diversità della disabilità e nemmeno
le difficoltà che essa comporta; significa costruire una realtà vivibile dal maggior
numero di persone in cui relazioni e linguaggi, normalità e disabilità convivono,
stanno insieme in una consonanza inedita, tutta da costruire, senza che nessuno
debba vedersi negata la propria normalità o la propria diversità.
In molti casi, la disabilità la si esclude o la si nega. Dunque, i soggetti con
disabilità devono essere i primi ad accettare sé stessi e la propria condizione
svolgendo un ruolo attivo, senza aspettare all’infinito di essere inclusi, ma piuttosto
progettando in prima persona la propria inclusione. L’integrazione può avvenire solo
con politiche e provvedimenti efficaci, in grado di promuovere una “nuova cultura”
dell’handicap. Infatti, la diversabilità, fino ad oggi, non è mai stata al centro di
movimenti culturali, politici e religiosi. Quest’ultimi sono sempre stati considerati
esseri umani un po’ inferiori, incapaci di produrre e di svelare dimensioni nuove del
nostro essere o del nostro stare al mondo, sicuramente incolpevoli della loro
condizione, frutto del caso, del destino, del peccato, delle ingiustizie sociali o delle
guerre. Tutt’al più ci si è occupati di loro con le forme dell’assistenza pubblica,
religiosa, della filantropia, del volontariato. Sarebbe oggi inutile e sterile assegnare
loro un ruolo di vittime da salvare, sarebbe meglio rendersi conto che ancora oggi
26
l’inclusione è molto lontana. Non basta far consumare di più i soggetti con disabilità,
né parlare di più di handicap per modificare automaticamente la realtà e il senso
comune.45
L’integrazione delle persone disabili è possibile, passando da politiche
assistenzialiste a politiche che mettono al centro i soggetti e le loro relazioni, come
proposto dalla Convenzione Onu. Nel maggio 2008, è entrata in vigore la
Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Questo, è
uno strumento che nasce dall’allarmante constatazione della negazione dei diritti
umani, delle forme di discriminazione e di esclusione che subiscono costoro in tutto
il mondo. La Convenzione è un riferimento importante per tutte le politiche nazionali
e internazionali in materia di handicap, poiché punta il dito su un’altra grave
questione: le persone con disabilità spesso devono subire una pesante carenza di
soluzioni e misure adeguate alla loro condizione. Le politiche, dunque, non gettano
le basi per una reale integrazione.46
In Italia, come in molti altri paesi, le disposizioni per l’abbattimento delle barriere,
i dispositivi e i programmi per l’integrazione, l’inserimento lavorativo e sociale, non
sono per nulla applicati in modo sistematico. Le politiche sociosanitarie sono ancora
fortemente strutturate, in base a una logica che privilegia l’assistenza: spettanze
economiche, agevolazioni di varia natura, sostegno all’acquisto di ausili; ma
continuano a mancare politiche ad ampio raggio e di grande impatto, che puntino
verso la piena emancipazione individuale e sociale dei soggetti con disabilità.
Continuano a restare scoperte alcune dimensioni, per esempio, se l’handicap
rappresenta una realtà che modifica l’identità dei soggetti e le loro relazioni, e se
l’altra faccia dell’handicap è la stigmatizzazione, quali sono le misure adottate in
questi ambiti? È più che mai necessario mettersi alla ricerca di linguaggi e strumenti,
seriamente all’altezza di un compito tanto difficile. Rispetto a qualche anno fà, è
innegabile, lo scenario attorno alla disabilità è cambiato. Non mancano pubblicazioni
specialistiche e l’handicap sembra essere uscito dalla stretta cerchia dei suoi portatori
45
Cfr. http://www.lavoro.gov.it , 10/05/2012.
Cfr. Borgnolo G., ICF e Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, Edizioni Erickson, Trento,
2009.
46
27
e dell’associazionismo, per diventare un tema di cui si discute sempre di più, in tutti i
media, nelle tavole rotonde, nei programmi elettorali dei partiti, nelle istanze
amministrative. Tuttavia, come emerso da più parti, il fatto di parlare di più di
handicap non costruisce di per sé una nuova cultura.47
Spesso in quelle occasioni in cui si cerca di promuovere informazione e
sensibilizzare al tema con convegni, tavole rotonde, mostre, esibizioni di piazza,
manifestazioni sportive, non si manca mai di dire che è la “barriera culturale”, fatta
di pregiudizi, stigmatizzazione e pietismi, a rappresentare il principale ostacolo per
l’integrazione e l’inclusione delle persone disabili. Gli eventi organizzati da
associazioni ed enti pubblici per sensibilizzare al tema sono peraltro in continuo
aumento e sono occasioni importanti poiché, in un certo senso, costituiscono il
livello di base della sensibilizzazione. In molti casi sono l’esito di sforzi e fatiche
importanti da parte dei promotori che spesso operano su scala locale, sul territorio,
per fornire servizi di base alle persone diversamente abili con grande profusione di
sforzi, con il sostegno dei volontari, con pochissime risorse. Le piazze, le sale e gli
auditorium si popolano di soggetti con disabilità e delle loro associazioni. Queste
sono occasioni che servono a discutere di handicap, denunciare le carenze di questa
realtà, informare su quanto si fa; sono momenti utili per le associazioni che possono
stringere relazioni con le istituzioni e alcuni sponsor per riuscire a dar seguito ai loro
progetti, mentre questi ultimi possono rendere pubblico il loro concreto interesse per
le questioni dell’handicap, oppure presentare alcuni servizi specifici relativi alla
diversabilità. In alcuni casi, sono semplicemente una delle rare occasioni che le
associazioni dei soggetti con disabilità hanno per uscire dall’ombra, mostrare la
propria esistenza, veder riconosciuto il proprio lavoro e le proprie esigenze,
raccogliere qualche applauso, strappare vaghe promesse di sostegno. Tuttavia, simili
occasioni sono raramente momenti veri e propri per fare cultura, e non tanto a causa
dell’eventuale scarso seguito di pubblico, ma per la loro ridotta capacità di fare
breccia. Spesso sono occasioni perse poiché prive degli strumenti, dei linguaggi e dei
47
Cfr. Schianchi M., La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà, Feltrinelli, Milano, 2009.
Guida D. M., OPS… ho scordato la disabilità a casa. Storie vere di persone straordinarie, Ass. Primalpe
Costanzo Martini, Cuneo, 2011.
28
codici necessari a “fare cultura”: belle parole, buone intenzioni, sentimenti ed
emozioni che durano solo il tempo dell’evento, incapaci di lasciare tracce più
profonde e di avere un seguito.48
Il cammino di avvicinamento della persona con disabilità al mondo del lavoro, si
costruisce e si snoda nella cosiddetta “rete informale” ovvero tutte quelle iniziative, a
fondamento emotivo e pratico, che sono frutto di un impegno che parte spesso dalla
famiglia, sino a coinvolgere quella che potremmo definire la “periferia” istituzionale,
associazioni e cooperative che operano sul territorio: tali istituzioni sono vissute
come “amiche”, vicine alla persona sia perché socialmente aggreganti, sia perché
tentano di rispondere molto concretamente al bisogno del diversamente abile, che
vede l’inserimento nel mondo del lavoro come conquista personale e sociale.
A fronte di ciò, è evidente che la qualità del lavoro che l’azienda affida alla
persona con disabilità, spesso non è commisurata, né tantomeno coerente con le sue
reali competenze e capacità, ma piuttosto vissuta come ottemperanza ad un obbligo
di legge. Il risultato è che, in alcuni casi, la persona disabile viene considerata come
un potenziale approfittatore di una situazione per lui positiva, che lo mette nella
condizione di percepire una retribuzione ed avere la sicurezza del posto di lavoro, in
virtù della sua stessa disabilità e non delle sue abilità; in presenza di questo sospetto,
l’organizzazione può essere indotta a sottovalutare, se non ignorare, le sue reali
capacità e competenze. Ciò evidenzia che, se le assunzioni non sono finalizzate a
ricoprire attività specifiche e funzioni qualificate, il quadro di riferimento si compone
di generiche mansioni “low profile” come l’archivio, il centralino, lo smistamento
posta, etc. Qualità del lavoro e posizione organizzativa, in questo caso, coincidono
verso il basso, cioè verso una sorta di indifferenza aziendale nell’elaborare modalità
e strumenti in grado di fornire spiragli evolutivi alla vita lavorativa della persona con
disabilità e supportarne la capacità produttiva.49 Il concetto di disabilità non è dunque
unico, né stabile, è elaborato in base al rapporto che esiste tra il soggetto e le
aspettative che la società ha nei suoi confronti. In quest’ottica, lo sviluppo e la
48
Cfr. Causin P. e De Pieri S., Disabilità e rete sociale. Modelli e buone pratiche di integrazione,
FrancoAngeli, Milano, 2006.
49
Cfr. Latti G., I diritti esigibili. Guida normativa all’integrazione sociale delle persone con disabilità,
FrancoAngeli, Milano, 2010.
29
crescita del soggetto, si realizzano quando egli diventa adulto e cittadino a tutti gli
effetti, soggetto e oggetto di diritti, capace di lavorare e di avere rapporti paritari con
gli altri.
In questi anni, la nostra società ha costruito l’immagine dell’essere umano tipo –
bello, intelligente, ricco, etc. – alla quale tutti devono conformarsi per essere
accettati. Naturalmente il diversabile non può conformarsi del tutto a tale modello: o
lo si nasconde o lo si compatisce. Alla luce di quanto fin qui emerso, Candido
Cannavò afferma: «Non guardare mai un disabile come un poveretto: la pietà lo
offende. Valuta quello che c’è dentro il suo corpo, non fermarti alla facciata. Il
disabile, se ne rispettiamo i diritti, può essere una risorsa per la società, non un
peso».50
50
Luongo M. Malafarina A., Intervista col disabile. Vademecum fra cime e crepacci della disabilità,
FrancoAngeli/Self-help, Milano, 2008, p. 8.
30
CAPITOLO SECONDO
Lavoro e politiche sociali. Pari opportunità per pari diritti.
2.1 IL QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO DELLE POLITICHE
DI INSERIMENTO DEI DISABILI
Al fine di evitare i possibili effetti di segregazione ed isolamento, l’ordinamento
italiano ha previsto in favore dei soggetti diversamente abili forme di integrazione,
sostegno ed assistenza preordinate ad agevolare non solo l’attuazione dei loro diritti
(primi fra tutti quello allo studio e quello al lavoro), ma anche e soprattutto la piena
formazione della loro personalità. Del resto, come emerso dall’analisi fin qui svolta,
proprio in ragione dello stato di relativa emarginazione in cui rischia di venire a
trovarsi, il diversabile non ha bisogno soltanto di prestazioni assistenziali di tipo
sanitario e/o economico, ma soprattutto di realizzare da un lato il suo completo
inserimento nel mondo della scuola e del lavoro e, dall’altro, l’abbattimento di quelle
barriere sia culturali sia architettoniche che quotidianamente si trova a sfidare.
Come ricordato a più riprese dalla Corte Costituzionale, sono inammissibili, tanto
sul piano costituzionale quanto su quello morale, esclusioni o limitazioni dirette a
relegare su un piano di isolamento e di assurda discriminazione soggetti con
handicap fisico o psichico, i quali hanno invece pieno diritto ad inserirsi nel mondo
del lavoro, in particolar modo in un Paese come il nostro di intensa socialità e nel
quale tutti i cittadini hanno il diritto di concorrere all’organizzazione politica,
economica e sociale del Paese ed, in particolare, hanno diritto al lavoro in una
Repubblica impegnata a promuovere le condizioni per rendere effettivo tale diritto.51
51
Cfr. Coordinamento Nazionale FalcriDonna, Noi diversamente uguali. La guida pratica alle previsioni di
Legge e alle normative in favore della disabilità, Cuzzolin Editore, Napoli, 2011.
31
Le leggi a cui fanno riferimento le politiche di inserimento lavorativo dei
diversamente abili, vengono definite a livello sovranazionale attraverso sia politiche
attive di inclusione sociale, dirette a riconoscere alla persona diversamente abile, in
quanto cittadino pleno iure, il pieno godimento di tutti i diritti, primo fra tutti quello
ad un lavoro, sia politiche antidiscriminatorie, volte a contrastare con apposite tutele,
in particolare in materia di occupazione e lavoro, qualsiasi forma di discriminazione
diretta fondata sulla disabilità.
Il 2007 è stato l’anno europeo per le Pari Opportunità. Pari opportunità tra uomini
e donne, tra normodotati e diversabili, tra persone di diverse religioni, etnie,
credenze. Tale concetto, nonostante sia un valore etico assoluto, è il più trasgredito e
disatteso nella storia dell’umanità. Sulla base di quanto detto: in che modo vanno
viste le Pari Opportunità? Come una pianta rara e delicata che deve essere
costantemente protetta da erbe infestanti, o come pozzo dei desideri senza fondo che
contrasta con la realpolitik di tutti i governi? Chissà perché l’umanità, in certe
condizioni storico-sociali che purtroppo ricorrono ciclicamente, tende a scegliere la
strada della discriminazione e della violenza, piuttosto che quella della solidarietà.
Colpa dell’ignoranza? L’ignoranza allontana dalla consapevolezza e diminuisce la
probabilità di Pari Opportunità, allarga il baratro della disuguaglianza e incrementa le
fila di coloro che vengono considerati disabili. Pertanto, se non si opera a favore di
una cultura delle persone diversabili e delle loro famiglie, il mito del superuomo,
della competizione sfrenata, della forza e della velocità, affonderà chiunque.52
Uno dei problemi delle politiche sociali in Italia, è che i servizi non sono fruibili
in modo eguale in tutte le aeree del Paese. I diritti sono diversi e quindi le persone
sono diversamente collocate rispetto ai diritti e alle garanzie. Nel 2000 è stata
promulgata la Legge 328: “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di
interventi e servizi sociali”. Questa è stata una legge chiave, innanzitutto perché
colma un vuoto normativo durato per oltre un secolo, infatti per trovare una legge
sull’assistenza bisogna risalire alla Legge Crispi del 1890. Essa rappresentò una
svolta storica alla concezione stessa di persona in stato di bisogno, spostando l’asse
52
Cfr. Paissan M., Il mondo di Sergio, Fazi Editore, Roma, 2008; Bellieni C., Berliri L., Volere e volare,
Cantagalli Editore, Siena, 2010.
32
della responsabilità dalla libertà dei privati alla responsabilità pubblica, attraverso la
trasformazione delle opere pie, sia religiose, in grandissima parte, sia laiche, in
istituzioni pubbliche di assistenza e beneficienza.
Un contesto storico complesso, quindi, quello su cui poggia la legge 328/2000, ma
un contesto che non si può e non si deve ignorare se vogliamo avere in mano qualche
chiave di lettura delle affermazioni forti contenute nel testo della legge e dei suoi
principi reggitori. Infatti, la Legge 328 ingloba, al suo interno, una serie di
cambiamenti nelle metodologie di gestione dei servizi sociali, ma anche la possibilità
di stipulare accordi, convenzioni che permettano una programmazione partecipata
degli attori sociali. Dal 2000 ad oggi, la 328 ha prodotto un florido dibattito dal
carattere multidisciplinare, alla cui base si trova l’esigenza di rintracciare gli attori e
gli strumenti per l’attuazione di un sistema integrato di servizi da una parte, e i
principi di un’integrazione della persona dall’altra.
Tra gli attori che operano nell’ambito dell’integrazione sanitaria, sociale,
lavorativa e formativa, le associazioni familiari sono riconosciute con diritto quali
importanti agenti nella formazione e nella cura della persona, nella promozione del
benessere e nel perseguimento della coesione sociale.
La Classificazione Internazionale del Funzionamento della Disabilità e della
Salute, definita semplicemente ICF, è il nuovo strumento dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità per descrivere e misurare la salute e la disabilità delle
popolazioni. Lo strumento ha un approccio rivoluzionario perché, in esso, sono
consolidati nuovi principi, che indicano l’importanza di un approccio integrato, che
tenga conto dei fattori ambientali. Questo approccio, infatti, lega lo stato di salute
della persona con disabilità e l’ambiente in cui vive, arrivando così a definire la
disabilità causa di un ambiente sfavorevole.53 Pertanto, analizzando i risultati fin qui
raggiunti, è necessario superare il sistema dispensatore di cure e passare dal welfare
delle prestazioni ad un welfare dei possessi dove sono visibili il protagonismo e
l’autodeterminazione delle persone coinvolte, superando la rappresentazione sociale
dell’utente da assistere per approdare a quello di cittadino da promuovere.
53
Cfr. http://www.triesteabile.it, 19/05/2012.
33
In ciò consiste il superamento del welfare assistenziale, che si trasforma in welfare
di comunità per creare una dinamica di accoglienza; una rete di servizi che è incontro
di professionalità, di persone, di operatori, di famiglie. In questo caso, per welfare
intendiamo il benessere dell’intera popolazione e non soltanto gli interventi che
tendono a garantire diritti e condizioni di vita minimali per i gruppi sociali che
vivono ai margini della società.
Non è un esercizio di retorica ricordare che il termine “welfare” vuol dire
“benessere sociale”, ed esso si misura in termini di qualità della vita e della
convivenza sociale di tutte le componenti di una comunità di persone. L’entrata in
vigore della Legge 68/99 ha rappresentato il passo in avanti maggiormente
significativo. La riforma si è inserita nel solco tracciato dalla legge 104/92, “Legge
quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone diversamente
abili”. Tale legge definisce che: è persona diversamente abile “colui che presenta una
minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di
difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da
determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”. Gli articoli che
vanno dal 12 al 17, coprono l’intero percorso dal riconoscimento al diritto alla
formazione, fino alla preparazione al mondo del lavoro per passare poi al tema
dell’inserimento; in essa vengono anche indicate le modalità attraverso cui attuare
l’integrazione.
Nonostante le indubbie qualità di questa legge, è riconosciuto da più parti, che il
principale limite di essa sta nell’affermazione dell’assistenza come elemento
centrale, precedendo due elementi fondamentali: l’integrazione e i diritti. Questa,
infatti, richiama ad un approccio all’handicap che si tentava di eliminare già da anni:
quello appunto assistenzialistico. Tuttavia, nonostante l’attività del legislatore in
materia di handicap sia fortemente aumentata nell’ultimo ventennio, occupandosi del
tema in maniera molto più completa, pare non soddisfare gli operatori del settore, sia
dal punto di vista dei tempi che da quello dei contenuti.54
54
Cfr. http://www.disabili.com , 23/05/2012.
34
Aldilà dei riferimenti legislativi più o meno validi, in Italia esiste una miriade di
dispositivi, associazioni di volontariato, sportelli per disabili, commissioni per la
valutazione di problemi specifici: eppure, nonostante ciò, dall’analisi fin qui
effettuata emerge che il mondo della diversabilità continua a soffrire di una presa in
carico a macchia di leopardo.
Quanti diversamente abili non sanno nemmeno dell’esistenza di servizi e sportelli,
quanti conoscono i propri diritti, le opportunità di cui, per legge, possono usufruire?
La legge quadro risulta disattesa in numerosissimi ambiti.
Le persone con disabilità troppo raramente sono coinvolte in modo diretto nelle
consultazioni, nelle decisioni e nell’esecuzione di misure e dispositivi che le
riguardano in prima persona. Con un sistema di gestione pubblica dell’handicap così
lacunoso, è difficile poter pensare di costruire reali e diffuse forme di integrazione
delle persone con disabilità.
Alcuni esempi provenienti da paesi europei, si allontanano da una cieca logica
assistenziale basata su un deficitario sistema di previdenze economiche e spingono
verso forme di copertura più efficaci. A tal proposito un recente studio condotto da
Causin e De Pieri (2007) osserva che in Germania, la mancanza di autosufficienza
sia regolata secondo tre livelli di necessità ed è affrontata con sostegni economici
diversi, adeguate alle specifiche condizioni. In Spagna, il sostegno all’autonomia
passa per investimenti sulle prestazioni di servizi più che per l’assegnazione a
pioggia di previdenze economiche. In Francia, la “presa in carico” unica,
accompagna il cittadino disabile e le sue esigenze in gran parte degli ambiti che lo
coinvolgono; questo sistema centralizzato, permette di improntare mirati percorsi di
sostegno e di inserimento, eliminando al contempo l’inutile spreco di risorse ed
energie da parte del settore pubblico e del cittadino disabile.55
Al contrario, in Italia, funziona il sistema burocratico. Non esistono dossier o
procedure che seguono la persona diversamente abile in tutti gli ambiti che la
riguardano. Chi è disabile non si emancipa, non può integrarsi se è costretto ad
55
Cfr. Causin P., De Pieri S., Disabili e società. L’integrazione socio-lavorativa in prospettiva europea,
Edizioni FrancoAngeli, Milano, 2007.
35
impiegare energie e subire umiliazioni e frustrazioni nelle lungaggini burocratiche,
nella necessità di dover far valere i propri diritti più che vederseli riconosciuti.
L’assistenzialismo delle politiche sulla disabilità, anche nelle forme monetarie,
non và in direzione dell’integrazione perché con questo tipo di contributi, lo Stato, si
solleva da ogni ulteriore responsabilità, ritenendo sufficiente questo tipo di sostegno
piuttosto che promuovere percorsi in grado di favorire e facilitare l’inserimento dei
soggetti con disabilità nella società e nel mondo del lavoro. Così facendo, si crea uno
stato di subalternità e dipendenza degli assistiti i quali, in cambio dell’assegno
ricevuto, rinunciano ad alcuni compiti propri, restando subordinati e accettano di
accollarsi lo status di individui inferiori. Per questo, l’assistenza costruisce forme di
partecipazione deboli all’interno della società. É addirittura una forma ingannevole
di integrazione, poiché non produce una vera e propria esclusione (dopotutto gli
assistiti fanno parte della società, giacché è proprio questa ad occuparsi di loro) ma,
non favorisce un reale inserimento, poiché gli assistiti sono invitati a far parte della
società a patto che restino al loro posto senza avanzare ulteriori pretese.
Tutto ciò, risulta intollerabile soprattutto dopo l’approvazione della Convenzione
sui diritti delle persone con disabilità dell’Onu; essa infatti, non introduce nuovi
diritti, ma và oltre la logica assistenzialista, si concentra sulla persona e i suoi diritti
fondamentali, sulla sua dimensione sociale e relazionale, e non soltanto sul suo
handicap. La Convenzione, considera i disabili soggetti ed individui, essi sono già di
diritto e pienamente parte integrante dell’umanità e della società. Non devono,
dunque, esistere barriere all’integrazione dei diversamente abili, poiché le forme di
esclusione sono una discriminazione delle persone, costituiscono una violazione dei
diritti umani e delle libertà fondamentali degli individui. La Convenzione non ignora
certo le difficoltà (politiche, economiche, sociali) che esistono nel passare da un testo
scritto sulla carta alla realtà, ma non se ne fa schiacciare protraendo all’infinito la
reale integrazione, essa invece mira a garantire a tutti uguaglianza, diritti umani e
libertà fondamentali.56 Dunque, l’efficacia della politica pubblica dipende fortemente
non da leggi più o meno chiare di riferimento, ma dagli attori mobilitati, dagli
56
Cfr. Osio O., Braibanti P., Il diritto ai diritti. Riflessioni e approfondimenti a partire dalla Convenzione Onu
sui diritti delle persone con disabilità, Edizioni FrancoAngeli, Milano, 2012.
36
obiettivi perseguiti, dalle risorse messe in campo e dalle modalità di interazione tra
gli attori stessi.
2.2 DISABILITÁ AL FEMMINILE E PARI OPPORTUNITÁ: UN MONDO
INESPLORATO
Dopo un lungo cammino di conquiste, si può certamente ritenere che la donna
abbia raggiunto, almeno nei Paesi più democratici e socialmente avanzati, una
completa parità giuridica rispetto agli uomini, anche se parità giuridica non è
certamente sinonimo di effettiva integrazione della donna nella realtà quotidiana
lavorativa e sociale. In ambito privato e familiare, i rapporti tra sessi non sono affatto
paritari: infatti, nella suddivisione del lavoro familiare, nell’educazione dei figli e
nell’assistenza in genere, si evidenzia uno squilibrio notevolissimo a tutto svantaggio
delle donne. Certo, nel tempo la situazione complessiva è andata e và tuttora
migliorando, ma l’evoluzione è resa lenta e difficoltosa da una serie di modelli
comportamentali e di convenzioni socio-culturali che ne frenano il libero sviluppo.
All’interno della società, le donne, hanno raggiunto notevoli ed importanti
traguardi, ma detengono ancora un potere sociale, economico e politico del tutto
inadeguato; nonostante in molti Paesi (tra cui l’Italia) il numero di donne diplomate e
laureate abbia superato quello maschile, sono ancora pochissime quelle che
ricoprono posizioni lavorative di vertice ed ancora meno quelle elette nelle
Assemblee Rappresentative.
Il più delle volte, l’emancipazione della donna e la sua partecipazione al mondo
del lavoro, sono fortemente condizionate dal suo triplice ruolo di moglie-madrelavoratrice. L’ostacolo alle “pari opportunità”, non è soltanto culturale, ma anche
legato al ritardo con cui lo Stato Italiano, stenta a realizzare lo “Stato Sociale” nei
confronti di tutti i cittadini e con il pieno rispetto delle specificità di genere.57
57
Cfr. Olgiati V., Donne & Lavoro. L’inclusione della differenza di genere nelle attività economiche e
professionali, Edizioni Goliardiche, Trieste, 2007.
37
I dati economici dimostrano che nel nostro Paese appena l’1,4% del PIL, viene
destinato a famiglia e maternità, contro il 2,1% della media europea e il 3,7% record
della Danimarca.58
Tuttavia, l’impegno culturale e politico rivolto all’affermazione in rosa dei diritti
dell’Italia, pur in presenza di numerose contraddizioni, fraintendimenti, scivoloni
indietro, rappresenta una delle realtà più forti ed incisive del nostro Paese. Da questo
punto di vista, il femminile collegato alla diversabilità rispetto alle pari opportunità
rappresenta un enorme mondo, praticamente inesplorato. Infatti, in questa realtà
caratterizzata da bisogni, emozioni ed affermazioni, poco si è detto e troppo poco si è
fatto. É stato lungo e faticoso il percorso attraverso il quale le donne hanno iniziato a
partecipare alla vita collettiva, anche al di fuori del ruolo imposto dalla tradizione e
dalla cultura arcaica.
Oggi è comunemente accettato il fatto che una donna possa fare sport, lavorare,
etc. Ormai ci siamo abituati, ma è sorprendente pensare che in un passato non troppo
lontano le cose fossero totalmente diverse. Oggi, grazie a conquiste ottenute, le
donne godono dell’uguaglianza giuridica rispetto agli uomini. Purtroppo a fronte di
ciò le pari opportunità, ma soprattutto i servizi delle donne e per le donne sono nel
nostro Paese, insufficienti, frammentari e poco vicini alla realtà sociale nella quale
esse vivono. Ciò non significa che il percorso sia concluso. Alla luce di ciò, le sfide
di oggi sono forse ancor più difficili perché travalicano il piano strettamente
giuridico e investono la società, la cultura, la mentalità. Non si può negare che molta
strada sia stata percorsa, le donne con disabilità, ad esempio, frequentano la scuola e
vi permangono più a lungo che nel passato, accedendo a livelli di istruzione più alti.
Si sposano e creano dei nuclei familiari propri, partecipano con consapevolezza alla
vita politica, esercitando il diritto di voto più degli uomini. Ma occorre sollecitare
interventi ed ulteriori azioni positive nell’ambito occupazionale, ambito nel quale si
registrano ancora enormi barriere.59
Nel mondo si contano, a fronte di un totale di 600 milioni di persone con disabilità
(di cui 50 milioni in Europa), circa 300 milioni di donne diversamente abili, di cui
58
59
Cfr. http://www.istat.it, 24/05/2012.
Cfr. http://www.quotidianosanita.it, 06/05/2012.
38
240 milioni vivono in Paesi in via di sviluppo. In questo contesto, parlare di pari
opportunità, diventa argomento ancor più complesso, poiché bisogna contrastare un
doppio pregiudizio:quello legato alla diversabilità e quello relativo alla differenza di
genere.
La Convenzioni delle Nazioni Unite (2006), riconosce che le donne con handicap
incontrano notevoli difficoltà di vario tipo nella vita quotidiana e non sempre
possono esercitare pienamente i propri diritti.60
I pregiudizi e la stigmatizzazione vanno combattuti promuovendo un’immagine
positiva delle donne diversabili, favorendo la loro integrazione e, in particolare, la
vera applicazione delle pari opportunità. Dunque, per affrontare i danni subiti dai
condizionamenti sociali e per valorizzare le abilità e capacità potenziali, occorre
sviluppare un approccio fondato sulla tutela dei Diritti Umani e basato
sull’empowerment delle donne diversamente abili, inteso come: rafforzamento di sé,
acquisizione delle possibilità di essere e di fare, possibilità di scelta partendo dai
propri limiti e dalle proprie possibilità. É necessario attivare risorse in grado di
favorire l’indipendenza delle donne nella vita di tutti i giorni, così da consentire loro
di riconquistare la libertà di interagire con il mondo in linea con i propri bisogni e
desideri. Una risorsa utile per sostenere questi propositi è offerta dalla creazione di
“reti” di donne con disabilità, tese a promuovere la crescita della loro
consapevolezza personale, oltre che allo sviluppo delle loro abilità nella vita sociale.
Ne sono un esempio la rete delle donne con disabilità della FISH (Federazione
Italiana per il Superamento dell’Handicap).61
Come osserva la filosofa e politica americana, Martha Nussbaum, la capacità è
una specificazione del concetto di libertà; il suo obiettivo è mettere le persone nella
condizione di poter essere o fare ciò che dà dignità di esseri umani. Per vivere
realmente e pienamente la propria esistenza non basta sopravvivere, ma bisogna
riuscire a esplicare le proprie potenzialità. L’analisi delle capacità, prende in
considerazione le condizioni di vita reale delle persone e permette di elaborare in
60
Cfr. Barbieri P., “I diritti universali delle persone con disabilità”, in Mobilità. Costruire l’autonomia,
n.46/2006, pagg. 4-5.
61
Cfr. http://www.fishonlus.it, 28/05/2012.
39
modo chiaro, i criteri necessari per fare in modo che tutti gli uomini e le donne
abbiano gli stessi diritti, impedendo che ci siano uomini e donne più uguali degli
altri.
Alla luce di ciò, una società globale come quella in cui ci sembra di vivere,
dovrebbe considerare le capacità umane indipendentemente dai condizionamenti
culturali, sociali o dalla ricchezza del Paese in cui le persone vivono. La giustizia non
è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno il suo. Anche per i diritti vale la
stessa condizione: non basta affermarli in modo teorico, ma bisogna mettere ogni
persona, tenendo conto della sua diversità e della sua peculiarità, nella situazione di
poterne realmente usufruire. Si tratta, dunque, di capire che ognuno di noi, sia esso
uomo o donna, diversabile, normabile o nullabile, nella sua diversità e nel suo modo
specifico, deve poter vivere la propria vita, che in quanto tale è degna di essere
vissuta, deve rispettare il proprio corpo e pretendere che venga rispettato, deve
potersi esprimere, provare sentimenti, avere una coscienza libera, deve poter vivere
nella sua comunità.62
Volendo fare il punto sulle iniziative per garantire accessibilità, sicurezza e
ingresso nel mondo del lavoro alle donne disabili, prendiamo in considerazione il 2°
rapporto ANMIL. 63 L’immagine che ci presenta il rapporto, non è delle più
rassicuranti. Pessimi sono, infatti, i dati che riguardano l’inserimento lavorativo dei
disabili, in particolare se donne. Dai dati si evince infatti, che se gli uomini disabili
occupati si attestano su un 29%, per le donne la quota non supera l’11%. A fronte di
questi, si conferma la necessità di una proposta di legge che favorisca l’inserimento
delle donne nel mondo del lavoro e annulli gli svantaggi come quello legato alla
doppia discriminazione rispetto all’inserimento lavorativo della donna diversamente
abile. I punti di forza della proposta di legge, che l’ANMIL ha sollecitato, in materia
di tutela delle donne lavoratrici e con disabilità, di iniziativa della Sen. Silvana
Amati e della Sen. Ombretta Colli, sono rappresentate principalmente: dal diritto a
prestazioni di assistenza psicologica adeguate; dal favorire la conciliazione tra il
doppio ruolo donna e lavoratrice in casa e fuori casa, al fine di evitare lo stress che è
62
63
Cfr. Nussbaum M., Diventare persone. Donne e universalità dei diritti, Editore Il Mulino, Bologna, 2011.
Cfr. http://www.inail.it, 28/05/2012.
40
causa di infortuni in itinere e domestici; dalla previsione di risarcimenti più adeguati.
Infatti, essendo legata la rendita INAIL al parametro retributivo (che l’ISTAT rileva
essere inferiore rispetto agli uomini del 20% a parità di ruolo) la disabilità delle
donne è economicamente penalizzata.64
Possiamo intuire facilmente come, se pur tra mille difficoltà, molte donne con
disabilità hanno saputo emergere. Ma come hanno fatto? Quali scelte sono risultate
vincenti? Come riescono a reggere nel tempo le mille fatiche che la quotidianità loro
impone? In questo senso pensiamo che le soluzioni ci siano, ma disseminate qua e là
nelle storie individuali, nei cuori delle singole persone. Non si tratta di inventare
niente, quanto piuttosto di mettere insieme quel che già c’è e questo può diventare di
per sé, un grande impegno. É forte il desiderio comune di tutte le donne di potersi
riconoscere nei percorsi di vita, senza dover ancora oggi subire l'alienazione e la
negazione dei diritti umani riconosciuti o l'umiliazione di chi è costretto a chiedere
sempre perché si sente non accettato dal sistema societario e che sia di conseguenza
costretto a lottare, oltre che con la propria disabilità, anche con la società intera.
Una donna diversamente abile è innanzitutto una donna, una madre, una donna
che lavora, che vuole realizzarsi e che come in ogni situazione di difficoltà presente
in ciascuno di noi vuole affermarsi superando gli ostacoli, ma quelli insiti nella sua
persona e certamente non quelli creati dalla società stessa.65
Come donne si condivide con le altre donne la mancanza delle pari opportunità
che contraddistingue le nostre società; come persone con disabilità si condivide
l’esclusione sociale, la discriminazione, le difficoltà di partecipazione. Tuttavia,
essere donne con disabilità non produce solo una somma di discriminazioni, quanto
piuttosto una loro moltiplicazione. Quest’ultime, infatti, non godono di pari
opportunità né rispetto alle altre donne, né rispetto agli uomini con disabilità. Nel
primo caso, in ogni legge emanata per favorire le donne e in ogni servizio realizzato
per migliorarne la qualità della vita, non c’è quasi mai un riferimento particolare alle
donne con disabilità. Nel secondo caso, anche gli uomini con disabilità tendono ad
ostacolare quest’ultime nel ricoprire posti e ruoli di responsabilità. Nell’ambito del
64
65
Cfr. Bolognesi A., “Donne, lavoro e disabilità:facciamo il punto”, in HP, n.1/2007, pag. 2.
Cfr. http://www.disabiliabili.net, 28/05/2012.
41
movimento delle persone con disabilità, la dimensione di genere è considerata spesso
irrilevante e la disabilità viene intesa come un concetto unitario che eclissa tutte le
altre dimensioni.
Inoltre, purtroppo, il pensiero femminista moderno, in linea generale, mira ad
ignorare ed escludere le donne con disabilità; tale esclusione tende a veicolare
un’immagine di donna forte, potente, competente ed attraente. E quindi le donne con
disabilità, considerate da sempre indifese, eterne fanciulle, dipendenti, bisognose,
passive, inadatte a ricoprire i ruoli di manager, madre, moglie ed innamorata,
altrettanto viene considerata inadatta a ricoprire i nuovi ruoli di una società in cui
domina il mito della produttività e dell’apparenza.66
Ogni donna, nel contesto sociale in cui vive, per cultura e tradizione, è ingessata in
un ruolo che condiziona la percezione che ella ha di sé stessa. E, in particolare, la
donna con disabilità vive una realtà ancora più difficile poiché, spesso, non le viene
riconosciuto alcun ruolo e non viene considerata come donna. Tale percezione
sociale è talmente forte da condizionare il suo vissuto e da far si che le donne con
disabilità, rispetto alle loro pari non disabili, si ritengano perdenti in partenza; e il
fatto di non riconoscere tale condizione della donna con disabilità, ha comportato un
mancato impegno nel progettare politiche, interventi e servizi in grado di soddisfare i
loro bisogni specifici.
Tutto negativo, allora? Assolutamente no, anzi! Oggi, grazie agli sforzi compiuti
dalle stesse donne con disabilità, impegnate nelle associazioni di tutela dei diritti
delle persone disabili e al fatto che la Convenzione internazionale solleciti ad
adottare una prospettiva di genere, aumenta le probabilità che i governi prendano
misure in grado di combattere le discriminazioni e di favorire il rispetto dei diritti
umani di tutte le persone con disabilità.
In alcune donne, il contesto sociale, inteso in termini di modelli culturali e
comportamentali discriminanti, ha favorito il sorgere di tutta una serie di “incapacità
apprese” che non facilitano il processo di empowerment, alimentando sentimenti di
insicurezza e inadeguatezza. Molte donne si sentono, in questo contesto,
66
Cfr. Rete degli psicologi del lavoro, Rete delle Consigliere di parità, Vita, identità, genere in equilibrio
precario. Ricerche psicologiche sul mercato del lavoro in Italia, Editore Unicopli, Milano, 2010.
42
abbandonate dalle istituzioni, avvertono il bisogno di servizi e ricercano
informazioni; è in questa fase che si verifica l’incontro con le associazioni di tutela e
di promozione dei diritti delle persone con disabilità. Il mondo associativo
rappresenta un luogo di incontro, un contenitore di informazioni e uno strumento per
conoscere i propri diritti, ma anche per impegnarsi nella loro promozione a favore di
tutte le persone con disabilità. Spesso, il primo contatto ha un carattere informativo,
di supporto alla persona e alla sua famiglia, di erogazione di alcuni servizi. Pertanto,
quando la donna con disabilità acquisisce coscienza delle proprie potenzialità e dei
propri diritti e si percepisce empowered, spesso sceglie di condividere con altri
(normodotati e non) le lotte per il miglioramento della qualità della vita e il benessere
delle persone.
Uno degli aspetti su cui è necessario porre maggiore attenzione, come emerge da
quanto detto, è la necessità di favorire i processi di formazione ed informazione. Da
una parte, si riconosce che la condizione di discriminazione cui sono da sempre
soggette le persone disabili, ha determinato una progressiva riduzione delle
conoscenze e competenze nel campo della disabilità stessa, tanto che la società fa
fatica ad incontrare i diritti ed i bisogni di questi cittadini. Dall’altra parte si lamenta
una scarsa circolazione delle informazioni sulla disabilità e verso la disabilità, che
non fa altro che acuire la mancanza di pari opportunità.67
Oggi, da più parti, le donne chiedono di poter interagire con assistenti sociali e
operatori che siano più formati e qualificati sulla disabilità, nonché di realizzare
costanti attività di monitoraggio degli interventi realizzati e di valutazione dei
risultati ottenuti. Altrettanto importante, in quest’ottica, viene considerata la fase di
progettazione dei servizi, che dovrebbe essere tale da garantire il coinvolgimento del
destinatario e la personalizzazione degli interventi.
Accanto al processo di empowerment della persona con disabilità, al
potenziamento delle sue capacità e alla creazione di un sistema di servizi in grado di
favorire l’autonomia e l’inclusione sociale, è fondamentale anche monitorare ciò che
accade nei luoghi di lavoro e non pensare che sia sufficiente inserire una persona con
67
Cfr. Donà A., Genere e politiche pubbliche. Un’introduzione alle pari opportunità in Italia, Editore
Mondadori Bruno, Torino, 2007.
43
disabilità, ritagliandole un posto, senza apportare in esso nessuna modifica. La loro
piena partecipazione al lavoro potrebbe, invece, innescare un circolo virtuoso e un
processo di crescita non solo individuale, ma per l’intera collettività, generare
cambiamenti positivi che non riguardano solo la persona con disabilità, ma anche le
persone che le stanno accanto.
Il nudo fatto di pensare ad un soggetto con disabilità attivo in mezzo a tutti gli
altri, suggerisce un’immagine del lavoro come attività che spetta agli uomini e alle
donne in quanto partecipi della comune umanità. Questo principio sta alla base di
molte concezioni filosofiche e religiose, sta, come abbiamo visto più volte, a
fondamento della Costituzione della Repubblica; eppure esso, tutt’oggi, è stracciato
davanti a tutti in flagrante violazione del diritto.
Sono state fatte promesse non mantenute, che da sole potrebbero aprire un futuro
più costruttivo per tutti.
2.3 TRA SERVIZI, COMUNICAZIONE E OCCUPAZIONE
Le politiche di inclusione delle persone con disabilità, si posizionano a cavallo tra
le politiche sociali e le politiche per il lavoro. Dimostrano però, in maniera evidente,
la necessità di coniugare alcuni concetti chiave riguardanti tutto il welfare: legare il
sociale con lo sviluppo; impostare le politiche sociali come fattore trainante dello
sviluppo; spostare l’attenzione dall’assistenzialismo alla promozione; favorire la
connessione con altri servizi (sanità, occupazione, casa, trasporti, istruzione) nella
logica di un sistema; rendere partecipative le politiche del welfare, ponendo al centro
la persona nelle sue molteplici connotazioni.
Parlare di integrazione lavorativa delle persone con disabilità e di tutti i soggetti in
condizione di svantaggio, ed essere convinti che ciò sia uno degli snodi importanti
per lo sviluppo economico del nostro Paese ha, a volte, un sapore amaro.
44
La Commissione Europea ha invitato gli Stati Membri a promuovere l’inclusione
delle persone con disabilità, nei programmi di riforma per la crescita
dell’occupazione. Inoltre, nel Secondo Piano d’azione europeo 2006-2007, è stato
ribadito che tutti gli aspetti della Strategia Europea per l’Occupazione riguardano
anche il ruolo, in questo ambito, delle persone con disabilità e che il contributo che
questi possono dare alla crescita economica e all’occupazione deve essere tenuto in
maggiore considerazione, anche in base agli obiettivi dell’Agenda Sociale 20052010.
Eppure, nonostante ciò, molteplici e radicate sono ancora le difficoltà che
incontrano tutti gli attori del collocamento mirato, nel promuovere l’incontro tra
domanda ed offerta. Una vera politica dell’inclusione non può affermarsi finché il
disabile viene visto da parti del sistema produttivo come un onere sociale.68
Per l’Organizzazione Mondiale della sanità una persona è “funzionale” se
partecipa socialmente, se riveste ruoli di vita sociale in modo integrato ed attivo; non
è sufficiente avere un corpo integro e funzionante, bisogna anche partecipare
socialmente. Ciò significa favorire una sostenibilità con “caratteristiche sociali” in
grado di garantire condizioni di benessere, di accesso alle opportunità distribuite in
maniera equa, capace quindi di non costruire degli elementi di privilegio ma di
appartenenza. In quest’ottica, l’assenza della dimensione sociale può creare dei veri e
propri drammi, in quanto in opposizione alla sostenibilità sociale, rischiamo di vivere
l’individualismo di massa nel quale ciascuno ragiona unicamente per proprio conto,
in termini individuali e individualistici.
Infine, non si può sottovalutare la sostenibilità istituzionale, infatti, è auspicabile
che le scelte siano condivise da tutti i soggetti istituzionali, e quindi costruire delle
reti di informazione tali da procedere non in maniera solitaria con un protagonismo
eccessivo, ma permettere una formazione continua promuovendo progetti
condivisi.69 La possibilità di avere dei terreni di integrazione, è maggiore quando si
riesce ad ottenere che i soggetti stessi diventino i referenti attivi della progettazione.
68
Cfr. http://www.europa.eu, 01/06/2012.
Cfr. Sala S., Significato e prospettive della sostenibilità. Il ruolo del mondo accademico, delle istituzioni,
della scuola e delle imprese per lo sviluppo sostenibile, Tangram Edizioni Scientifiche, Trento, 2010.
69
45
Inoltre, è attraverso la predisposizione di programmi di lavoro in rete, che si potrà
veramente dare un contributo per l’integrazione dei soggetti più deboli.
Un importante autore che affronta il tema del social network è J.C. Mitchell
(1969), il quale considera le reti sociali come un insieme di legami che si
stabiliscono fra un insieme di persone. L’autore li rappresenta come un intreccio di
relazioni sociali, dov’è possibile descrivere interazioni, vincoli e connessioni casuali
fra le persone. In passato, quest’ultime hanno sviluppato forme di reciproca
solidarietà che erano, senz’altro, più semplici delle forme specializzate e
professionalizzate di oggi: ci si appoggiava agli amici, ai vicini ed ai familiari per
sostegni di tipo economico, emotivo e sociale.
Se un tempo non c’era nessun progetto/intervento da parte dello Stato, né tanto
meno esistevano forme organizzative finalizzate alla tutela e alla difesa del benessere
della società, è evidente che il forte impiego di risorse professionali nel campo dei
servizi sociali è tipico del XX secolo.70 In passato, spesso accadeva che una madre, il
cui bambino avesse problemi caratteriali e di comportamento, aveva la sola
possibilità di ricevere aiuto dai propri genitori, da un parente o da un conoscente con
alcune competenze riguardo alla singola situazione. Oggi, invece, và riconosciuto
che la persona si avvale di uno svariato numero di servizi nei quali operano diverse
figure professionali, quali assistenti sociali, psicologi e altri operatori. Oltre al
network naturale (informale), esiste un network di servizi e professionalità
specialistiche (formale).
Nel caso dell’inserimento lavorativo, la metodologia del lavoro di rete si realizza
attraverso un lavoro integrato tra i servizi che si occupano del caso, attraverso
continue connessioni, scambi di informazione, svolgimento di compiti, processi
decisionali, in un rapporto di interdipendenza per cui ogni azione ha
simultaneamente effetti su più soggetti. Il lavoro fa parte della vita, frammento che
deve essere integrato in un progetto più ampio e globale di crescita e sviluppo
umano. 71 Alla luce di ciò, la cooperazione sociale potrebbe divenire la forma
70
Cfr. Mitchell J.C., Social Networks in Urban Situations, Manchester University Press,
Manchester, 1969.
71
Cfr. Menegoi L., Lascioli A., Il disabile intellettivo lavora, Edizioni FrancoAngeli, Milano, 2006.
46
organizzativa più adatta, al fine di progettare e realizzare risposte efficaci alla
domanda di lavoro. La rete, in questo caso sociale, prevede il coinvolgimento di tutte
quelle figure professionali, familiari, di volontariato o amicali che in qualche modo
possono essere di sostegno all’intervento sociale.
Tuttavia lo Stato non può farsi totalmente carico del benessere sociale, per ovvie
ragioni economiche. Per tale motivo negli ultimi anni si sono affermati modelli di
Welfare Mix in cui il benessere totale è il risultato della combinazione del benessere
prodotto da tre settori:
1. ambito informale (famiglia – rete sociale)
2. mercato
3. sfera pubblica.
Il peso che ciascun settore assume all’interno del sistema di Welfare Mix varia:
- da un periodo storico all’altro;
- da Stato a Stato;
- al variare degli altri settori.
Ogni Stato propone un suo modello di Welfare State in base al suo indirizzo
politico. In Italia, per varie ragioni politiche, ci si orienta sempre più verso un
Welfare Mix in cui il Terzo Settore svolge un importantissimo ruolo tra i vari
soggetti dell’intervento assistenziale.72
Secondo le stime delle Nazioni Unite, in tutto il mondo le persone con disabilità
sono 650 milioni: un dato che corrisponde al 10% della popolazione globale. Tutte
insieme, popolerebbero la terza nazione del pianeta, dopo Cina e India. In Italia sono
colpite da gravi forme di disabilità circa 3 milioni di persone; se si considerano anche
forme di invalidità “più lievi”, il dato raddoppia e si arriva a 6 milioni, oltre il 10%
degli italiani: un dato che ne farebbe la seconda regione del paese per numero di
abitanti.
Queste stime, in ogni caso, sono imprecise e, ovviamente, mobili. Inoltre,
secondo le stime dell’Inail, ogni anno si verificano in Italia tra i 20.000 e i 30.000
infortuni sul lavoro, che causano diverse forme di disabilità permanente; a questi
72
Cfr. http://www.allenzacattolica.org , 03/06/2012.
47
vanno aggiunti 20.000 nuovi disabili all’anno per incidenti stradali. Seguono, con
dati lacunosi, le disabilità che si manifestano fin dalla nascita e quelle che si
sviluppano nel corso della vita, a causa di malattie congenite o acquisite. Ci sono poi
le disabilità prodotte da traumi psichici, da fenomeni tumorali, da eventi traumatici
domestici, da incidenti durante attività ludiche, del tempo libero o sportive. Infine, si
sviluppano forme di disabilità in casi di aggressioni, in contesti di operazioni militari,
in tentativi di suicidi malriusciti. In sostanza, le cause della disabilità sono numerose,
le responsabilità sono individuali e collettive, e le forme di prevenzione
insufficienti.73
Alla luce di questi dati, emerge che il mondo della diversabilità è caratterizzato da
varie e molteplici sfaccettature, ma il vero handicap è che generalmente la questione
è circondata da sentimentalismi, dall’emotività, da buoni propositi ed eventualmente
da “micro” azioni e provvedimenti utili e indispensabili, ma a spettro ridotto.
Peraltro, il mero fatto di parlare di più di handicap non costruisce di per sé una
nuova cultura; i discorsi mediatici sul tema affrontano spesso “storie straordinarie” e
portano alla ribalta individui eccezionali, nuovi eroi. In questo modo, magicamente,
le forme di esclusione legate all’handicap sembrano scomparire dalla realtà. I disabili
messi ai margini sono piuttosto invisibili: tendono a sparire dalla nostra società, per
ripresentarsi sotto forma di scandalo giornalistico o di spettacolo mediatico. I disabili
emarginati sono offuscai dai loro “compagni di sventura” più belli, più presentabili,
che non appena compaiono sullo schermo diventano personaggi, campioni della vita,
dello sport. Sono i diversabili “integrati”, con doti eccezionali, una buona posizione,
una casa, una compagna, dei figli.
Ovviamente, diversamente abili di questo tipo esistono e non sono solo una
finzione mediatica. Ma come è noto, l’albero non può nascondere la foresta:
l’esclusione sociale legata alla diversabilità è ancora molto elevata. 74 Dunque, è
molto importante che la diversabilità diventi anche lo strumento di una politica, che
sposti l’obiettivo da quello che l’essere umano ha a quello che l’essere umano è. Qui
73
Cfr. http://www.inail.it , http://www.disabilitaincifre.it, http://www.istat.it, 05/06/2012.
Cfr. Centro Documentazione handicap di Bologna, Storie di Calamai e altre creature straordinarie, Ed.
Erickson, Trento, 2007.
74
48
sta il segreto: la disabilità permette di vedere i limiti ma anche le risorse dell’essere
umano! In questo modo, sarà possibile apprezzare appieno la persona umana per
quello che è e non per quello che possiede o produce; il possedere e il produrre sono
proprio quei concetti che portano l’essere umano a diventare schiavo delle cose, dei
sentimenti e delle proprie paure: paura della solitudine, paura della non accettazione
da parte degli altri, paura della sofferenza.
Come afferma Claudio Imprudente: «La disabilità è una miniera di cultura per la
vita perché, principalmente, porta alla riflessione sulla sofferenza. La sofferenza dà
valore alle cose che ci circondano: avere fame è una sofferenza che conferisce valore
al cibo, avere sete è una sofferenza che valorizza l’acqua; per una donna il parto è
una sofferenza che produce vita!». 75 Possiamo allora dire che la diversabilità
attribuisce valore alla vita. Vista in quest’ottica, si rivela un vantaggio per la persona
che la vive e per chi gli sta vicino: la diversabilità è un vantaggio per l’essere umano!
Come la miniera ha bisogno di minatori per estrarre le sue ricchezze non visibili,
così anche la diversabilità ha bisogno di lavoratori. È, dunque, importante
individuare chi sono gli estrattori della diversabilità, prima di tutto la famiglia, gli
operatori e la grande varietà di persone che operano con e attorno al soggetto
diversamente abile; pertanto quest’ultime dovrebbero avvalersi di una formazione
adeguata. L’integrazione, ed in particolare l’integrazione lavorativa, chiede in
sostanza al mondo, ma anche alla nostra scienza, di misurarsi con le esigenze di
soggettività di uomini e donne per una qualità della vita non improntata solo sulla
“vendibilità”.
2.4 UNO SGUARDO AL WELFARE IN ITALIA: TRA PASSATO E
FUTURO.
Come afferma Marina Demazzi:«Il Welfare State indica il complesso delle
istituzioni e delle politiche economiche e sociali pubbliche, volte a garantire a tutti i
75
Imprudente C., Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Edizioni Erickson,
Trento, 2003, pag.59.
49
cittadini una soglia accettabile di benessere attraverso l’erogazione di servizi
essenziali, quali ad esempio l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la previdenza
sociale». Invece, il Welfare-mix và inteso come:«Sistema di protezione sociale
basato su un modello di programmazione e gestione coordinata delle politiche e dei
servizi da parte delle istituzioni pubbliche, del mercato, del privato sociale e delle
famiglie».76
La politica sociale è una materia molto complessa che può essere studiata da una
molteplicità di punti di vista disciplinari: economici, sociologici, etc. Ciascun punto
di vista tende a porre in rilievo aspetti specifici della politica sociale: le relazioni
sociali, la solidarietà e la legittimazione, i sociologi, i costi e la produttività, gli
economisti, il concetto di Stato nazione, le relazioni internazionali e le istituzioni
politiche. Il concetto di politica ha a che fare, ovviamente, con la sociologia,
l’economia, le scienze politiche. Gli obiettivi di quello che genericamente definiamo
politica sociale, possono variare e modificarsi nel tempo. Lo studio della politica
sociale richiede dunque un approccio il meno possibile normativo e il più possibile
orientato a capire le dinamiche (politiche, economiche e sociali) che permettono di
rappresentare e fornire risposta a condizioni considerate di volta in volta come
problemi e bisogni sociali.
Nell’ambito dei diversi sistemi di politica sociale a livello internazionale, l’Italia
viene comunemente descritta come un modello di welfare mediterraneo. Pertanto
elementi distintivi del caso italiano sono l’impostazione familistica, una spesa sociale
di tipo non universalistico, una scarsa presenza del mercato e un impegno pubblico
condizionato da influssi denominati di tipo politico-clientelare.
In Italia, la nascita di un sistema di previdenza sociale si ebbe soltanto negli anni a
cavallo tra gli ultimi due decenni dell’Ottocento e la Prima Guerra Mondiale. Su
questo ritardo, senza dubbio, influirono vari elementi fra i quali: il fatto che il nostro
paese vide realizzarsi il processo di industrializzazione e i mutamenti sociali ad esso
connessi, con notevole ritardo rispetto agli altri Paesi europei; il fatto che la nostra
unificazione politica in uno Stato nazionale avvenne soltanto nel 1870; infine, il
76
Borzaga C., Fazzi L, Manuale di politica sociale, Editore FrancoAngeli, Milano, 2005, pagg. 318-319.
50
ruolo “frenante” della Chiesa cattolica, che non voleva perdere la sua forte presenza
nelle attività e nelle strutture deputate all’assistenza.
Analizzando la situazione del sistema assistenziale in Italia, al momento
dell’unificazione nazionale, và in primo luogo evidenziato che, nel corso dei secoli,
l’iniziativa privata, con una preminente presenza della Chiesa, aveva fatto sorgere
numerosissime istituzioni di beneficienza (ospedali, orfanotrofi, istituti di ricovero,
convitti, collegi, etc.), mentre la presenza pubblica era molto ridotta.
Negli anni successivi all’unificazione, si affermò l’ideologia della beneficienza
legale, ossia interventi assistenziali, finanziati mediante l’imposizione fiscale, che
avrebbero dovuto sostituire l’intervento pubblico a quello della Chiesa. In realtà, le
classi dirigenti non elaborarono mai un progetto in tal senso, così come non
avviarono una riorganizzazione complessiva della miriade di istituzioni di
beneficenza, opere pie, ricoveri etc. Ciò nonostante si affermarono, nei tre decenni
successivi, alcuni istituti della beneficienza legale, fra i quali ad esempio: cura e
mantenimento da parte delle province dei malate di mente.77
Gli studi sociologici ed antropologici sono concordi nel ritenere che la storia del
Welfare State entra nel vivo subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, per effetto
della situazione provocata dal conflitto e dalle esigenze della ricostruzione.
Le politiche sociali sono azioni finalizzate principalmente a produrre benessere e
tutela sociale. Il cosiddetto welfare, ossia l’insieme delle condizioni che generano
benessere e tutela sociale, è il risultato storico dell’azione congiunta di più attori: lo
Stato, la famiglia, il mercato ed il Terzo Settore. Il ruolo di ciascuno di essi è mutato
nel corso del tempo e al variare delle condizioni sociali, economiche e politiche
dell’epoca e di luoghi. Dopo la guerra, la consapevolezza del ruolo che le politiche
sociali potevano svolgere nel sostenere i processi complessi di ricostruzione facendo
perno sul sentimento di solidarietà nazionale, determinò un ulteriore allargamento
delle misure di protezione sociale. In generale, si riconosce che l’impulso decisivo
per il consolidamento dello stato sociale dopo la prima metà degli anni quaranta,
provenne dalla Gran Bretagna. Il consenso politico e sociale della popolazione
77
Cfr. Mattera P., Momenti del Welfare in Italia. Storiografia e percorsi di ricerca, Viella Editore, Roma,
2012.
51
durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, favorì la progettazione e la
realizzazione del cosiddetto “Piano Beveridge” (1942), il quale, insieme al
mutamento dei rapporti tra le forze politiche e alla vittoria elettorale del partito
laburista del 1945, costituì la base ideologico-morale per il successivo processo di
estensione e istituzionalizzazione dei moderni welfare state europei, almeno fino alla
fine degli anni settanta.78
L’idea di Welfare State si è affermato, non solo nei sistemi di politica sociale
scandinavi, dove anche a livello materiale la concentrazione dei servizi nelle mani
dello Stato è stata storicamente più evidente; a livello culturale, in quasi tutti i paesi
europei, fino alla fine degli anni Ottanta, si è assistito ad un crescente consenso nei
confronti di un ruolo sempre più marcato e onnicomprensivo dello Stato, nella sfera
dei programmi di tutela e sicurezza sociale, anche in paesi a tradizione familista,
come l’Italia. Nel corso di poco meno di un secolo, si è assistito ad una
trasformazione epocale dei sistemi di welfare. Da un modello che per secoli è stato
connotato da una situazione dove la cura e l’assistenza erano considerate
fondamentalmente questioni privatistiche, si è passati ad un modello caratterizzato da
una forte presenza dello Stato. L’attenzione alle problematiche dell’handicap è
emersa solo a partire dagli anni Sessanta e Settanta, a seguito dei cambiamenti socioculturali, che hanno indotto a guardare al problema della disabilità con occhi diversi
da quelli del passato, e del progressivo allungamento dell’età media di vita delle
persone con handicap psichici o fisici gravi. In questi anni si sviluppa una nuova
considerazione che sarà propria di tutta l’era moderna e di buona parte di quella
contemporanea, secondo cui il disabile deve essere allontanato dalla vista, ridotto
alla condizione di oggetto su cui si esercita un potere, in ultima analisi il potere dei
medici. Questo tipo di considerazione che potremmo definire “medicalizzazione” del
fenomeno handicap, ne segna profondamente ed indelebilmente la storia. In questo
contesto, la disabilità veniva vista a tutti gli effetti una malattia e come tale doveva
essere trattata: non più oggetto degli esorcisti, ma dei medici istituzionali. La
definizione del disabile come malato porta, inevitabilmente, con sé quella coltre di
78
Cfr. Pieroni G., Dal Pra Ponticelli M., Introduzione al servizio sociale. Storia, principi, deontologia, Carocci
Faber Editore, Roma, 2005.
52
pregiudizi e di paure che la malattia da sempre suscita nell’uomo. Alla stregua del
lebbroso o dell’appestato dei secoli precedenti, ancora una volta ci si difende con
l’unico metodo che la società del tempo conosceva: l’esclusione da tutte le pratiche
sociali e, nella grande maggioranza dei casi, con l’internamento. Questa situazione
di stallo e di immobilità rimase tale per diversi secoli.
Pur tuttavia, È possibile distinguere fasi diverse e abbastanza distinte in questo
cammino verso l’integrazione: la prima è senza dubbio quella che coincide con gli
anni Sessanta e Settanta e che ha come obiettivo il riconoscimento dei diritti minimi
di cittadinanza.
Al di fuori di ciechi e sordomuti, oggetto di provvedimenti di assistenza
rispettivamente del 1946 e 1953, i primi aiuti economici alla categoria generica degli
invalidi civili risalgono al 1962. Bisognerà attendere gli anni Settanta per un vero e
proprio sistema di welfare; alla fine di questi anni vi fu, in Italia (come anche in altri
Paesi), un periodo di grande fermento, di idee nuove che vennero portate avanti e
sostenute sia dalle lotte studentesche (1968), sia dagli scioperi e dalle manifestazioni
operaie del cosiddetto “autunno caldo” (1969). È in questi stessi anni che emersero
idee innovative contro la marginalizzazione e la segregazione nelle “istituzioni
totali” dei più indifesi, ad esempio, i malati mentali, la cui istituzionalizzazione
venne combattuta dal movimento di “antipsichiatria” di Franco Basaglia. Questo
movimento portò nel maggio 1978 all’approvazione della Legge 180, la quale regola
l’istituto del ricovero coatto in psichiatria, culminata con la chiusura dei manicomi,
colpendo duramente gli apparati dell’esclusione, contro il centralismo degli enti di
assistenza. 79 Si sviluppò così un processo di trasformazione culturale, sociale e
politica che sfocerà nella nascita di un vasto movimento di riforme in vari settori, fra
i quali in particolare quello della politica sociale.
Deistituzionalizzazione, lavoro di territorio, prevenzione, partecipazione dei
cittadini, integrazione socio-sanitaria, diventano parole chiave dei nuovi paradigmi
fondanti le politiche sociali. In questo contesto, và ricordato il varo della legge
quadro sul’handicap, la Legge 104/92, un normativa dalla grande portata culturale
79
Cfr. Armando V., Il Welfare oltre lo Stato. Profili di storia dello Stato sociale in Italia, tra istituzioni e
democrazia, Giappichelli Editore, Torino, 2012.
53
ma dalle ricadute operative abbastanza limitate; non a caso alcune associazioni la
bollarono come “Legge dei possono”, priva di diritti realmente esigibili.
Effettivamente, la Commissione bilancio della Camera impose numerose modifiche
al testo, trasformando in inviti gli obblighi posti alle amministrazioni.80
Inoltre, questi sono anni di lotte e di conquiste sulla strada dei diritti civili e di una
rappresentazione sociale del fenomeno, più vicina all’idea di diversità che a quella di
menomazione.
Sulla scia dei cambiamenti e delle conquiste sociali realizzatisi, possiamo
affermare che i temi principali dell’agenda sociale, inerenti la diversabilità, sono tre:
il diritto al lavoro, l’integrazione scolastica e l’abbattimento delle barriere
architettoniche. L’inserimento lavorativo è uno dei temi di maggior rilievo nella
società moderna. Esso segna una svolta radicale dal ruolo di “zavorra”, di costo per
la comunità, a quello di individuo produttivo che contribuisce attivamente allo
sviluppo e al benessere del Paese e della sua società, e con essi cambia radicalmente
non solo la percezione del soggetto con disabilità da parte degli altri, ma anche la
considerazione di sé.
Grazie alla legge 68/99 i miglioramenti sono evidenti; miglioramenti provocati,
come già ribadito più volte, dall’introduzione dell’assunzione obbligatoria e, in
secondo luogo, da un costante miglioramento delle tecnologie che contribuiscono ad
aumentare la gamma dei possibili impieghi.
L’integrazione scolastica, intesa come diritto all’educazione, è un altro atto di quei
diritti che la costituzione garantisce, ma che per lungo tempo sono stati negati alle
persone con disabilità. Nel 1977 con la Legge n. 517 lo Stato Italiano garantisce a
tutti i soggetti con disabilità, l’accesso alle scuole pubbliche, abrogando tutta la
normativa precedente. Nel testo di legge, per la prima volta, il termine “integrazione”
sostituisce quello di “inserimento”.
L’integrazione realizzata o almeno cercata, passa attraverso l’inserimento in tutti
gli ambiti della società moderna, consegnando all’handicap inteso come limite, un
ruolo sicuramente meno determinante nella caratterizzazione della personalità e nella
80
Cfr. Magistrali G., Il futuro delle politiche sociali in Italia. Prospettive e nodi critici della legge 328/2000,
Edizioni FrancoAngeli, Milano, 2009.
54
sua definizione. Non più solo disabili, ma lavoratori, artisti, sportivi; in una
parola:cittadini.
Una serie di trasformazioni sociali e culturali rendono oggi più frequente di
quanto avvenisse in passato, entrare in contatto con persone disabili. Oggi la
diversabilità non è più vista esclusivamente come il problema di un esiguo numero di
soggetti, bensì come una condizione di vita che potenzialmente può riguardare tutte
le persone. Da un punto di vista sociologico, Fabio Ferrucci afferma che:«A fronte di
questa maggiore attenzione dei policy maker e dell’opinione pubblica, la riflessione
sociologica sull’efficacia delle più importanti misure introdotte a favore delle
persone disabili nel nostro paese come, ad esempio, la Legge quadro 104/92
sull’handicap e la più recente Legge n. 68/99 sul collocamento mirato, e sugli effetti
prodotti, è stata praticamente assente». 81 Il valore di queste leggi è ancora
esclusivamente valutato in base a criteri di tipo burocratico-amministrativo, ciò non
consente di conoscere adeguatamente l’efficacia degli interventi.
Sicuramente non mancano pubblicazioni che riportano metodologie e strumenti
elaborati e applicati a livello locale nell’ambito di progetti con lo scopo di favorire
l’integrazione scolastica, lavorativa, oppure alla messa in opera di nuovi servizi ad
hoc per le persone con disabilità. Tuttavia, per un singolare paradosso, nel momento
in cui la disabilità accresce la sua visibilità come problema sociale, la sociologia e la
politica sociale sembrano incapaci di osservarla e farne oggetto di studio.
Da quanto detto fin qui, il percorso che, nel nostro Paese, ha portato al
compimento della costruzione di un sistema del welfare è stato lungo e complesso.
Nel nuovo scenario, anche a causa della riduzione delle risorse pubbliche, si assiste
ad una pluralizzazione degli attori sociali coinvolti nella produzione di benessere. Per
questo motivo, all’apparato pubblico di organizzazione e di offerta dei servizi si sono
affiancati sia il settore privato, sia il cosiddetto “Terzo Settore”. E proprio
quest’ultimo è divenuto un soggetto sempre più presente e incisivo nell’ambito delle
politiche locali, essendosi conquistato ormai un ruolo centrale, non solo nella
81
Ferrucci F., Disabilità e politiche sociali, Edizioni FrancoAngeli, Milano, 2005, pag. 5.
55
gestione e nell’organizzazione, ma anche nella programmazione dei servizi, servizi
che coinvolgono in maniera sempre più assidua i progetti inerenti la diversabilità.82
Alla luce di quanto detto, il problema principale che la riforma del welfare deve
affrontare è quello di ripensare i sistemi di politica sociale, ridistribuendo risorse e
responsabilità, al fine di fornire risposta ai bisogni dei gruppi storicamente e
socialmente meno tutelati e rappresentati. Diversamente da quanto i sostenitori della
deregulation sociale hanno sostenuto nel corso degli anni Novanta, e ancora oggi
alcuni loro emuli cercano di sostenere, il vero nodo delle riforme future del welfare
è, infatti, quello di assicurare un equilibrio tra garanzie di tutela e stimoli alla
responsabilizzazione individuale, riscrivendo il patto del welfare senza rinunciare
all’idea di un bene comune di cui sono responsabili gli individui intesi come parte di
un corpo sociale. La sfida che prende corpo è quella di modificare i perimetri del
welfare non rinunciando alla sua esistenza, ma attivando meccanismi tali da rendere
più permeabili e mobili i suoi confini in una prospettiva di inclusione sociale e non di
esclusione.83
2.5 UN’ANALISI COMPARATA DEI MODELLI DI INTERVENTO PER
L’INSERIMENTO LAVORATIVO DEI DIVERSAMENTE ABILI
Essendo uno specchio dei processi macrosociali che investono la collettività, i
servizi alla persona e, in generale, le politiche sociali possono essere immaginati
come paesaggi in continuo mutamento. Le spinte alla trasformazione sono molteplici
e provengono sia dall’interno che dall’esterno dei sistemi di welfare. Guardando agli
anni più recenti, alcune riforme legislative hanno in parte ridisegnato il quadro delle
responsabilità istituzionali dei servizi alla persona.
Contemporaneamente, sono aumentati i problemi di finanziamento del welfare,
soprattutto per quei sistemi che, come quello italiano, hanno organizzato le risposte
82
Cfr. Ascoli U., Il Welfare futuro. Manuale critico del Terzo Settore, Carocci editore, Roma, 2000.
Cfr. De Boni C., Lo stato sociale nel pensiero politico contemporaneo: il Novecento. Volume 2: dal
dopoguerra ad oggi, Firenze University Press, Firenze, 2010.
83
56
ai bisogni socio-sanitari, tenendo in considerazione il principio dell’universalismo
dei diritti. Questi impulsi obbligano le politiche sociali a ridefinirsi; se i servizi alla
persona vengono affidati all’incontro tra domanda di beni e offerta di servizi,
all’interno di una logica di libero mercato, gli utenti con minori risorse economiche
sono seriamente esposti al rischio di essere esclusi e condannati alla marginalità.
In questo contesto, il compito degli amministratori pubblici e del terzo settore, è
quello di trovare un equilibrio tra le risposte garantite dal vecchio sistema e
l’ottimizzazione della spesa globale, favorendo la partecipazione di nuovi attori e la
pluralizzazione dei punti di vista.84 Partendo da questi presupposti, diverse sono state
le attualizzazioni della 68/99 nelle varie regioni italiane e altrettanto differenti le
procedure di collocamento mirato. La via dell’istituzionalizzazione non ha mai
smesso di essere un valido modello di inclusione delle persone disabili, specialmente
per quelle con deficit medio-gravi.
Un risultato apprezzabile è che all’immagine dei ghetti e delle “istituzioni totali”
contro la quale si era battuta la riforma psichiatrica del 1978, si è progressivamente
sostituita quella di un centro diurno piacevole e in grado di favorire il potenziamento
delle abilità necessarie ai soggetti con disabilità per vivere con gli altri. Per le
famiglie, le strutture diurne sono diventate un punto di riferimento imprescindibile
per far fronte ai bisogni dei loro figli, permettendo ai membri del nucleo di non
venire totalmente assorbiti dai carichi di cura. Per i responsabili delle politiche
sull’handicap, il sistema dei centri diurni è stato un investimento necessario a fronte
della diversificazione dell’utenza, riservando l’inclusione nel mondo del lavoro a chi
dimostrava di avere maggiori risorse individuali.
Per il terzo settore, le politiche sull’handicap hanno rappresentato un fertile
terreno di sviluppo, nel quale è stato possibile vedere riconosciute le proprie capacità
professionali, imprenditoriali e di policy-making. Tuttavia, progressivamente sono
venuti a galla anche effetti negativi. Soprattutto dal punto di vista del modello di
84
Cfr. Guaglianone L., Malzani F., Come cambia l’ambiente di lavoro: regole, rischi, tecnologie, Editore
Giuffrè, Milano, 2007.
57
integrazione, lo sviluppo dei centri diurni non ha potuto evitare una certa
ghettizzazione.85
Un nuovo strumento di inclusione sociale, ben diverso da quello dei centri diurni,
è quello dell’impresa sociale, modello adottato, ad esempio in maniera
considerevole, nel territorio bresciano. Il concetto di impresa sociale nasce e si
sviluppa nei primi anni Ottanta, attorno alle prime esperienze di cooperazione che si
occupano delle fasce deboli del mercato del lavoro, principalmente disabili psichici,
ma anche altri soggetti a rischio di emarginazione sociale: tossicodipendenti,
carcerati, malati mentali. Un circolo virtuoso che per un verso produce reddito,
lavoro, integrazione sociale, per l’altro riduce il disagio, l’emarginazione, la
disabilità, la malattia e i costi di intervento.86 L’impresa diventa lo strumento per
organizzare al meglio le risorse (umane, economiche, finanziarie) e dare una
garanzia di stabilità.
La Legge nazionale delle cooperative sociali 381/91, sancisce la specificità
giuridico-economica dell’impresa sociale. La legge afferma che “Le cooperative
sociali hanno lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla
promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini”. L’impresa sociale si deve
confrontare con una concreta ed innovativa modalità di intervento socio-economico.
L’art. 1 della suddetta legge, delinea due modelli organizzativi di cooperazione
sociale: le cooperative che gestiscono servizi socio-sanitari ed educativi; le
cooperative che svolgono attività produttive (agricole, industriali, commerciali)
finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Si tratta della
suddivisione tra cooperative di tipo A (servizi) e cooperative di tipo B (inserimento
lavorativo) che tanto ha fatto discutere.87
Scattando un’istantanea sulla condizione lavorativa dei soggetti con disabilità in
Italia, emerge un forte divario economico e sociale tra Italia meridionale e
settentrionale. La crisi economica ha acuito ancora di più questa distanza. Partendo
85
Cfr. Trappolin L., “Il lavoro come ambiente di inclusione. Una prospettiva di cambiamento nelle politiche
sull’handicap”, in Animazione Sociale n.3/2005, pag. 2.
86
Cfr. Fiorino F., “Lavoro e impresa sociale” in Condividere, n°13/2012, pag 6.
87
Cfr. Coppetti A., Gallo L., Moro P., Cooperative sociali e contratti pubblici socialmente responsabili.
Strumenti per l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate, Editore Maggioli, Rimini, 2011.
58
da queste premesse, abbiamo tentato di tracciare un’analisi delle risorse e della
progettualità, tra le città con il più alto tasso di occupazione e di produzione quali la
Lombardia, il Veneto, l’Emilia-Romagna e la Sicilia.
Relativamente al modello lombardo, emerge un quadro generale in cui gli uffici di
collocamento mirato accentrano molte funzioni, nonostante la distribuzione dei centri
per l’impiego territoriali. Nella provincia di Milano sono state avviate numerose
iniziative, come ad esempio “Talenti@Work”; il progetto, si inserisce nel quadro del
Piano Provinciale per l’Orientamento dei soggetti diversamente abili 2010-2012 e
intende sviluppare percorsi orientativi rivolti ai giovani che abbiano completato gli
studi superiori. I percorsi di supporto e orientamento hanno lo scopo, attraverso una
serie di incontri individuali e di gruppo con professionisti del settore, di aiutare tutti
coloro che, con un titolo di studio in tasca non riescono ad inserirsi nel mondo del
lavoro. Il progetto è gratuito ed è destinato a chi abita in provincia di Milano e ha tra
i 18 e i 29 anni, è in possesso di un diploma o una laurea ed disoccupato o
inoccupato. Il progetto si rivolge a 1000 giovani e si svilupperà nell’arco di due anni,
concludendosi nel novembre 2012. Inoltre, sono stati attivati progetti di stage di 24
mesi per i soggetti con disabilità. Questa è un’esperienza formativa che si può
svolgere tanto presso strutture private che pubbliche, finalizzata a favorire l’incontro
tra i giovani e il mondo del lavoro e ad acquistare esperienza diretta sul campo.
Tuttavia, per quanto questo sia uno strumento particolarmente utilizzato, esso non è
sufficiente per l’avviamento al lavoro dei soggetti con disabilità, in quanto persegue
solo fini formativi e non si istaura nessun rapporto di lavoro, né dipendente né
autonomo. Al termine dello stage l’Ente può rilasciare al tirocinante una
dichiarazione sulle competenze acquisite, utile ad arricchire il curriculum
professionale.88
Alessandra Buzzelli, responsabile nazionale dell’Osservatorio sul mondo del
lavoro dell’Associazione Italiana Persone Down (Aipd), spiega che: «Ad oggi molti
dei tirocini formativi non assicurano uno sbocco occupazionale».89
88
89
Cfr. http://www.comune.milano.it , 12/06/2012.
http://www.aipd.it, 12/06/2012.
59
In alcune regioni la prima fase dell’applicazione della Legge 68/99 sul
collocamento mirato, è stata compiuta. In regioni come la Lombardia, il Veneto e
l’Emilia-Romagna, a regime di occupazione alta, il mercato del lavoro per i giovani
disabili presenta meno tensioni che in altre situazioni. Inoltre, il numero delle
persone disabili “effettivamente disponibili” è sensibilmente inferiore al numero dei
posti di lavoro teoricamente messi a disposizione dalle imprese. Il Veneto è
sicuramente una delle regioni più sensibili all’inserimento dei disabili nel mondo del
lavoro e nell’impegno associazionistico. Un importante progetto, ad esempio,
sviluppato in questa regione è: “Accompagnamento al Lavoro Integrato” (ALI) è
stato articolato in step di orientamento, formazione, stage, laboratori e percorsi di
inserimento lavorativo, allo scopo di garantire un effettivo e duraturo accesso nel
mercato del lavoro delle persone con disabilità, spesso sprovviste di una
professionalità specifica. Il progetto ALI ha promosso un approccio globale
all’elaborazione e gestione di percorsi di inserimento lavorativo, integrando fra loro i
servizi per il lavoro, la formazione e l’assistenza sociale, superando una visione
settoriale per adottare una logica di cooperazione, rispondendo così in maniera
efficiente ed efficace ai bisogni dell’utente.90
La Regione Emilia-Romagna è stata fortemente incisiva nella promulgazione di
importanti strumenti riguardanti l’autonomia e l’integrazione sociale, la formazione
professionale ed il lavoro. I progetti sviluppati in questa regione hanno l’obiettivo di
favorire l’inserimento lavorativo dei disabili e delle altre categorie protette,
attraverso la creazione di due sportelli: servizi alle persone e servizi ai datori di
lavoro. I servizi attivati per le persone sono: informazioni e consulenza; pratiche
amministrative
(iscrizioni,
certificazioni);
ricerca
del
lavoro
(avviamento
numerico mirato, consultazione dei posti di lavoro disponibili, preselezione); servizi
integrati a supporto dell’inserimento lavorativo (colloqui individuali di informazione
e consulenza orientativa sulle varie opportunità offerte, colloqui di gruppo sulle
tecniche di ricerca del lavoro, azioni di mediazione, accompagnamento e tutoraggio,
inserimento in percorsi di tirocinio o di formazione professionale, tirocinio formativo
90
Cfr. http://www.proggettoveneto.net, 13/06/2012.
60
e di orientamento). Invece, i servizi attivati per i datori di lavoro sono: informazione
e consulenza; gestione amministrativa; esoneri parziali e compensazioni territoriali;
convenzioni e agevolazioni; tirocini; preselezione.
I progetti per l’inserimento lavorativo sono molteplici, come ad esempio il
progetto “RAEEbilitando” il cui scopo principale è quello di promuovere,
organizzare e coordinare la formazione di persone diversamente abili attraverso la
creazione di un laboratorio che si occuperà del trattamento dei rifiuti elettronici.
Questa iniziativa è riuscita ad unire due responsabilità sociali importanti, come la
riduzione dell’impatto ambientale da parte dell’uomo e l’inserimento nel contesto
economico delle persone diversamente abili.91
Le condizioni delle politiche sociali in Sicilia a favore dei soggetti con disabilità
sono, invece, piuttosto frammentarie e indirizzate, per lo più, verso una prospettiva
assistenzialistica. La disparità d’intervento tra Sicilia Occidentale ed Orientale è
piuttosto marcata: nella seconda, i progetti per l’inserimento dei soggetti con
disabilità nel mondo del lavoro, hanno interessato tirocini formativi, attività di
orientamento, azioni di tutoraggio ed accompagnamento per persone disabili, attività
promosse in collaborazione tra Consorzio Sol.Co di Catania e: Ministero di Giustizia
C.S.S.A di Catania, ASL 3 Catania e Patto per il lavoro di Catania.
«La condizione della disabilità in Sicilia – afferma Salvatore Crispi, Responsabile
del Coordinamento H (Coordinamento dei diritti per le persone con disabilità nella
Regione Siciliana - Onlus) – per lungo tempo non sono state poste al centro
dell’attenzione. L’attuale situazione di degrado e di condizioni di vita poco dignitose
in cui versa la maggior parte dei cittadini con disabilità, nonostante la legislazione a
loro favore sia molto puntuale e precisa, impone che per esse si avviino servizi e
interventi sul territorio per la loro integrazione e per migliorare la qualità della loro
vita».92 Alcuni degli interventi non più rinviabili sono: la presa in carico globale con
un’Unità Operativa Territoriale, in grado di seguire la persona con disabilità in tutte
le fasi della sua esistenza, attivando progetti mirati per essa nel mondo del lavoro; la
riforma del sistema di Welfare, ancor oggi troppo incentrato sui servizi socio91
92
Cfr. http://www.aeca.it, 12/06/2012.
http://www.siciliainformazione.com, 15/06/2012.
61
assistenziali; una politica concertativa attraverso il lavoro del già istituito Tavolo
Tecnico per la realizzazione delle politiche sociali sulla disabilità nella Regione
Siciliana.
Questi interventi consentirebbero alle persone con disabilità, il conseguimento di
una qualità di vita adeguata ed indipendente, attraverso l’auto/mutuo aiuto e
l’attuazione del principio di partecipazione attiva, auspicato dalla legge 328/2000.
Inoltre, è opportuno evidenziare che una figura molto importante per il successo
nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità, è quella del mediatore sociale. La
mediazione sociale per l’inserimento lavorativo dei soggetti con disabilità, nasce
dalla necessità di confronto ed integrazione fra culture ed esigenze diverse: il mondo
economico, rappresentato da un tessuto imprenditoriale che persegue la
massimizzazione del profitto attraverso l’efficienza dei fattori produttivi, soprattutto
delle risorse umane impegnate, ed il diritto al lavoro anche per soggetti con disabilità
che non rappresentano, secondo mentalità comune, il massimo dell’efficienza
all’interno di un’organizzazione aziendale, pur con formule di incentivazioni statali.
Azienda e disabilità sono i due sistemi sociali tra cui si colloca la figura di
mediazione, la quale tenta dopo un processo di conoscenze globali di tali realtà, di
facilitare l’ingresso del soggetto disabile nel mondo del lavoro.93 Tuttavia in Sicilia,
questa figura come altri progetti che promuovono l’inserimento dei soggetti
diversamente abili nel mondo del lavoro, sono spesso sottovalutati e non incentivati.
Per quanto riguarda, nello specifico, la provincia di Trapani e il territorio da noi
attenzionato, la figura del mediatore sociale, come afferma la Dott.ssa Oliva,
assistente sociale presso lo sportello di iscrizione al lavoro dei disabili della
Provincia di Trapani: “Non è prevista, anzi è tutto demandato all’Ufficio del Lavoro.
Teoricamente è prevista la figura dell’orientatore e del progettista che dovrebbero
curare l’incontro tra domanda e offerta, ma purtroppo in Sicilia non esiste nulla di
tutto ciò”. In questo contesto, un esempio tangibile di cambiamento è la convenzione
di tirocinio formativo con l’ENS sez. di Trapani, stipulato nel 2009 dall’On. Mimmo
Turano, su autorizzazione della Giunta Provinciale; questa iniziativa è stata prevista
93
Cfr. Messori C., Silvagna A., Namasté. Un augurio per un collocamento mirato, mediato e condiviso dei
disabili deboli, Edizioni FrancoAngeli, Milano, 2011.
62
al fine di agevolare i processi di inserimento nel mondo del lavoro delle persone con
disabilità, e di sostenere le loro scelte professionali mediante conoscenza diretta del
lavoro. Nell’accordo sono previsti stage formativi per audiolesi con durata annuale,
per un numero massimo di 5 tirocinanti da tenersi nelle sedi operative della
Provincia, con sede a Trapani.94
Come abbiamo visto da più punti di vista, le politiche sociali e la progettazione
devono essere in grado di rispondere ai nuovi bisogni emergenti e a far fronte alle
nuove problematiche e ai rischi sociali. Tuttavia, dall’analisi fin qui esposta, spesso
in Sicilia la progettazione e il finanziamento di misure atte al collocamento mirato,
sono spesso di difficile realizzazione. Nel gruppo piano del distretto D/53 che
comprende i Comuni di Salemi, Gibellina, Vita e Mazara del Vallo (Comune
capofila), rispetto al fenomeno del collocamento mirato, sono state individuate
alcune tematiche che hanno portato a sviluppare il progetto “Progetti a favore di
portatori di disabilità mentale – Liveas”, nel corso della triennalità 2001/2004.
L’inserimento nel mercato del lavoro di cittadini diversamente abili, presenta delle
peculiarità rispetto ad un normale, se pur complesso e difficoltoso, inserimento
lavorativo di cittadini normodotati. Queste peculiarità sono dovute a condizioni di
natura culturale, di debolezza sociale, di difficoltà psichica, di mancanza delle
normali condizioni di vita. Il progetto, dunque, si è proposto l’obiettivo di definire e
sperimentare un modello di supporto all’inserimento lavorativo per disabili mentali,
caratterizzato da specifiche metodologie relative al bilancio di competenze,
all’orientamento alla scelta lavorativa e all’accompagnamento nel mercato del
lavoro. Nello specifico, gli obiettivi prefissati sono stati: suscitare interesse e
coinvolgimento nell’attività lavorativa; valutare limiti e potenzialità individuali;
acquisizione di abilità tecniche ed operative; miglioramento del grado di autonomia;
miglioramento della qualità della vita; stimolo alla creazione di Cooperative di tipo
B. Il gruppo piano, dopo aver vagliato le proposte emerse, ha stilato il progetto
suddetto; questo non voleva essere un’offerta di un lavoro immediato, ma la
possibilità, per i diversamente abili, di acquisire abilità e competenze necessarie per
94
Cfr. http://www.marsala.it, 10/06/2012.
63
accedere al mondo del lavoro, in vista anche dell’applicazione concreta della Legge
68/99. Tutto ciò, è stato realizzato dal terzo settore, tramite una preliminare
formazione specifica per il tipo di inserimento lavorativo per una conoscenza delle
regole del mondo del lavoro, seguita dall’avvio di tirocini e borse di lavoro presso
Aziende (artigiani, commercianti, cooperative sociali, ecc…) esistenti nel territorio
del Distretto D/53. Nel corso della terza annualità non sono state avviate borse di
lavoro, né tirocini, ma è stata svolta un’attività di formazione, consulenza fiscale e
legale per la costituzione di cooperative di tipo B con l’utenza inserita nel corso dei
due anni precedenti nelle borse di lavoro e nei tirocini. I destinatari del progetto sono
stati: per la prima annualità, 8 utenti del Dipartimento di Salute Mentale, residenti
nel distretto D53 che avevano già svolto un percorso riabilitativo, mirato alla
valorizzazione dell’autonomia da almeno sei mesi; nella seconda annualità, 6 utenti
del Dipartimento di Salute Mentale, residenti nel distretto D53, che come suddetto,
avevano anch’essi già svolto un percorso riabilitativo, mirato alla valorizzazione
dell’autonomia da almeno sei mesi; nella terza annualità, 12 utenti che hanno
usufruito delle borse e dei tirocini lavoro nelle precedenti annualità.
Il progetto ha previsto, in una prima fase, il reperimento delle informazioni
necessarie per dar conto della situazione sociale, economica e mentale di cornice al
problema, procedendo alla raccolta del materiale necessario per definire sia le
caratteristiche strutturali del fenomeno a livello distrettuale, sia le condizioni della
reale possibilità di inserimento lavorativo dei soggetti con disabilità mentale a livello
distrettuale. Nella seconda fase, la realizzazione di un percorso formativo specifico
per il tipo di inserimento lavorativo, realizzato dall’Ente affidatario (Terzo Settore).
Le aziende disponibili sono state selezionate da un equipe integrata, costituita da
operatori del D.S.M., Servizi Sociali dei Comuni del Distretto e operatori dell’Ente
del Terzo Settore affidatario del servizio. Nella selezione delle aziende, è stata
fondamentale la rispondenza tra tipo di lavoro e caratteristiche e abilità degli utenti.
L’obiettivo ultimo era l’inserimento dei disabili mentali, presso aziende esistenti
sul territorio del distretto (Artigiani, commercianti, piccole imprese, cooperative
sociali), attraverso l’avvio di borse lavoro e/o tirocini. Alla fine del terzo anno, i
64
soggetti che avevano usufruito di borse lavoro e tirocini, sarebbero dovuti entrare a
far parte di una cooperativa sociale di tipo B; tuttavia, quest’ultima fase del progetto,
ha riscontrato enormi ostacoli nella sua realizzazione, sia di tipo economico che
sociale. La progettazione, inoltre, ha previsto delle verifiche in itinere, attraverso
incontri periodici degli operatori e dell’equipe referente del D.S.M. per l’ambito
clinico-riabilitativo.
Per quanto attiene l’inserimento lavorativo, si è cercato di allargare l’orizzonte di
azione verso imprese profit, poiché queste sono maggiormente spendibili nel mercato
del lavoro e anche per sensibilizzare la realtà imprenditoriale locale all’inclusione dei
soggetti con disabilità. Il progetto è risultato utile ed efficace, nonché fondamentale
nell’ottica della prevenzione e della riabilitazione del soggetto diversamente abile,
anche in virtù di un processo di sensibilizzazione e di coinvolgimento della comunità
nei confronti di quest’ultimo. Nello specifico, il Comune di Salemi, ha beneficiato di
questo progetto grazie all’inclusione in esso di quattro soggetti con handicap mentali,
residenti a Salemi, in età compresa tra i 30 e i 40 anni; quest’ultimi hanno partecipato
alle borse lavoro, previste dal progetto suddetto, e sono stati successivamente inseriti
in aziende che operavano sul territorio. Tale percorso è stato funzionale sotto
molteplici aspetti, infatti, grazie a questo progetto la riabilitazione ha varcato la
soglia della rieducazione fisica, abbracciando nuovi orizzonti, prima di tutti quello
dell’integrazione. In quest’ottica, il lavoro si è fatto veicolo di scambio alla pari tra
soggetti con disabilità e non, uniti da un intento comune: il lavoro.
Purtroppo, questo progetto non è stato sottoposto a finanziamento nella successiva
triennalità 2010/2012; ciò ha comportato un disorientamento organizzativo. Infatti,
nella successiva triennalità, il problema dell’inserimento nel mondo del lavoro è stato
inglobato
nell’area
della
povertà
come
disagio;
generalizzando
troppo
sull’intervento, i progetti di collocamento mirato non sono stati attenzionati in modo
specifico. L’intervento, mirava a contrastare fenomeni di povertà e di emarginazione
sociale, ponendosi come obiettivo prioritario quello di conseguire al soggetto
destinatario, una graduale autonomia personale, mediante un’azione di stimolo delle
sue potenzialità personali e delle sue capacità strumentali e lavorative. L’azione era
65
rivolta a quei cittadini che, per condizioni di svantaggio psico-sociale ed economico,
erano esposti a rischio di marginalità sociale e che, autonomamente, non riuscivano a
provvedere e far fronte alle proprie esigenze personali.
Inoltre, è emerso un rinforzo della prospettiva assistenzialistica nei confronti della
diversabilità, in quanto i progetti mirati nei confronti di soggetti con disabilità
(“Gruppi appartamento per disabili psichici, residenza a bassa intensità assistenziale”
e “Centro socio-ricreativo per persone diversamente abili: e siamo noi”), per quanto
utili nelle loro finalità, presuppongono una visione distante da percorsi di inclusione
sociale.
66
CAPITOLO TERZO
Non basta una legge.
3.1 LUCI E OMBRE DELLA LEGGE 68/99
Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, le politiche sociali e le politiche
del lavoro sono divenute di piena competenza regionale. Regioni ed enti locali hanno
orientato le proprie azioni su programmi volti a favorire l’integrazione sociale e
lavorativa delle persone con disabilità.
In ottemperanza a quanto previsto anche dalla normativa europea, in Italia i
processi di adeguamento che hanno seguito la riforma sul diritto al lavoro dei
disabili, hanno richiesto tempi e modalità di applicazione non sempre fluidi e lineari,
soprattutto quando ci si intreccia con un sistema complesso quale quello nel mercato
del lavoro.
Sembra utile sottolineare come l’efficacia di tutto il nuovo sistema improntato con
la legge 68/99, dipenda dalle capacità gestionali delle autonomie territoriali e dalla
capacità professionale del personale operante nei servizi preposti all’inserimento
lavorativo, siano essi di tipo valutativo o relativi al collocamento vero e proprio (Asl,
enti locali, centri per l’impiego). 95 La Legge 68, che modifica il collocamento
obbligatorio dei disabili, approvata nel Marzo del 1999 dopo un travagliato percorso
parlamentare durato più di vent’anni, è entrata ormai nel vivo della sua applicazione.
Le regioni sono quindi chiamate a recepire le norme e darne attuazione attraverso gli
uffici periferici del collocamento. Indubbiamente, l’approvazione della legge 68/99
ha ridato spazio all’utopia della piena cittadinanza della persona con disabilità,
95
Cfr. Villa M, Cambiare passo. L’inserimento delle persone diversamente abili tra innovazione delle
politiche e cambiamenti istituzionali, Edizioni FrancoAngeli, Milano, 2011.
67
concretizzata dalla possibilità/diritto di lavorare. Nonostante ciò, occorre vigilare
sull’applicazione di questa normativa e sul pieno recepimento di essa; infatti, non
sempre la sua applicazione è tangibile ed efficace, come nel caso della Sicilia dove,
in alcuni casi, lo Statuto Speciale si è rivelato più un vincolo che una risorsa.
Nonostante alcuni palesi limiti di ordine burocratico e politico, la Regione Sicilia ha
comunque predisposto misure atte a favorire l’inserimento lavorativo delle persone
con disabilità. Uno dei provvedimenti più importanti, è rappresentato dalla Legge
regionale 30/1997 la quale stabilisce che ai datori di lavoro che assumono a tempo
indeterminato i soggetti appartenenti alle categorie protette di cui alle legge 482/68,
venga corrisposto “un contributo pari allo sgravio totale dei contributi previdenziali
ed assistenziali a carico del datore di lavoro per il periodo che và dal primo mese al
settantaduesimo mese dalla data di assunzione (cioè per i primi sei anni)” (art.7).96
Tra i datori di lavoro sono compresi: imprese individuali, societarie e cooperative
nonché consorzi di imprese individuali, societarie e cooperative che abbiano una
stabile organizzazione nel territorio della Regione Siciliana ed operanti in qualsiasi
settore produttivo, commerciale o di servizi; lavoratori autonomi compresi gli iscritti
negli albi, ordini e collegi professionali; organizzazioni non lucrative di utilità
sociale (ONLUS). Le cooperative possono godere di tali contributi anche in caso di
assunzione dei propri soci.
In questo quadro, fondamentale è il ruolo dell’Unione Europea, la quale si pone,
come obiettivo a lungo termine la parità delle opportunità e dell’emancipazione delle
persone con disabilità in quanto cittadini a pieno titolo, garantendo loro, al pari di
tutti gli altri cittadini europei, l’accesso alle libertà e ai diritti fondamentali “pari
opportunità per pari diritti”; primo di tutti il diritto a trovare e mantenere un posto di
lavoro ove poter esplicare la propria personalità, le proprie potenzialità e realizzare
così, la piena inclusione nella società. Non può sfuggire, infatti, che nella formula
della nuova legge (la 68/99) il disabile è il soggetto titolare del “diritto al lavoro”,
laddove nella precedente normativa (482/68) egli era solo l’oggetto dell’assunzione
96
Cfr. http://www.lavoro.gov.it, 13/06/2012.
68
obbligatoria. 97 Una legge, dunque, certo non peggiore di tante altre, che suscita
molte attese, ma che ancora oggi suscita dubbi e, dunque, necessari chiarimenti sulle
concrete possibilità della sua attuazione. 98 Una legge per la cui effettiva e fattiva
attuazione saranno perciò indispensabili: la rapida istituzione e il valido
funzionamento dei nuovi uffici previsti dalle leggi sul decentramento amministrativo
dei servizi attinenti al mercato del lavoro ed un convinto impegno dei relativi addetti.
Solo così potrà evitarsi che anche questa legge, come del resto non poche altre,
rimanga sulla carta; e potrà realizzarsi la sua finalità, di far si che il diversamente
abile non sia più un “sopportato” o un intruso, ma un lavoratore qualificato in
relazione alle effettive sue possibilità e integrato nell’ambiente di lavoro cui è
destinato e nella società dove vive ed opera. Peraltro, è da rilevare che la
valorizzazione del “diritto al lavoro” non si risolve solo in termini di
implementazione delle costrizioni a carico del datore di lavoro, ma piuttosto in
termini di affermazione del criterio di utilità della prestazione del soggetto con
disabilità inserito nell’organizzazione del lavoro.
In questa prospettiva è grazie al decreto legislativo 469 del 23 dicembre 1997
“Conferimento alle regioni e agli enti locali di funzioni e compiti in materia di
mercato del lavoro” e, in modo particolare, alla legge 68 del 12 marzo 1999 “Norme
per il diritto al lavoro dei disabili”, che si trasferiscono di fatto alle Amministrazioni
Provinciali le funzioni del collocamento obbligatorio e rendono, in qualche misura,
“istituzionalmente ineliminabili” le sinergie tra i Servizi per l’inserimento lavorativo
e la formazione professionale.99
É di tutta evidenza che le istituzioni hanno oggi la possibilità di realizzare un
decentramento effettivo delle procedure di collocamento, dando centralità ai bisogni
della persona con disabilità. In linea con tale prospettiva di concretezza, un ruolo
importante và, inoltre, attribuito all’azione del sindacato ed in particolare della Cisl,
che colloca la tutela dei disabili fra le proprie priorità ed ha istituito il Premio “Flavio
97
Cfr. Spica A., “Più formazione, più occupazione”, in Ruota Libera, n. 1/2005, pag. 23.
Cfr. Selavatici A., Waldmann S., Ritrovarsi per ritrovare il lavoro. Bilancio di competenze e fasce deboli,
Edizioni FrancoAngeli, Milano, 2006.
99
Cfr. http://www.cliclavoro.gov.it, http://www.portalavoro.regione.lazio.it, 15/06/2012.
98
69
Cocanari”, diretto a promuovere progetti di inserimento lavorativo di persone con
disabilità. 100
3.2 PRINCIPALI CONTENUTI DELLA LEGGE
La Legge 68/99 ha come attori la Commissione per il riconoscimento della
disabilità, l’ufficio di collocamento provinciale, i servizi riconosciuti e il comitato
tecnico. Il comitato tecnico valuta le residue capacità lavorative e stabilisce strumenti
e prestazioni atte all’inserimento, analizza i posti di lavoro e le forme di sostegno,
soprattutto nei casi di contestazione.
Con il concetto di collocamento mirato, si supera la semplice obbligatorietà,
legandola a una ricerca del posto giusto per la persona giusta; partendo dal
presupposto che l’azienda è un soggetto sociale e come tale deve collaborare con la
società, cercando un compromesso con la sua ragione sociale che è il profitto.101
Con la Legge 68 viene operata un’organica e, per certi aspetti, rivoluzionaria
riforma della materia. All’art.1, 1° comma, viene subito dichiarata la finalità
perseguita dalla legge, ossia la “promozione dell’inserimento e dell’integrazione
lavorativa delle persone con disabilità nel mondo del lavoro”, e vengono individuati
gli strumenti ritenuti necessari per il raggiungimento di detto scopo: il sostegno delle
persone con disabilità da una parte e il collocamento mirato dall’altra. Quest’ultimo,
costituisce una delle principali e più rilevanti novità della legge 68/99 ed è al tempo
stesso principio ispiratore e strumento della normativa; secondo la definizione data
dalla Legge stessa all’art. 2, il collocamento mirato consiste in: «Quella serie di
strumenti tecnici e di supporto che permettono di valutare adeguatamente le persone
con disabilità nelle loro capacità lavorative e di inserirle nel posto adatto attraverso
un’attenta analisi dei posti di lavoro, forme di sostegno, azioni positive e soluzioni di
problemi connessi con gli ambienti».102
100
Cfr. http://www.cisl.it, 13/06/2012.
Cfr. Murri L., “Inserimento lavorativo: soddisfatte le aziende”, in A.I.A.S. Onlus,n°1/2012, pag. 21.
102
http://www.parlamento.it/, 17/06/2012.
101
70
L’intento del legislatore è tentare di trovare al soggetto con disabilità non più un
lavoro qualsiasi ma, al contrario, un lavoro adatto alle sue caratteristiche; ciò ha
l’evidente e ambizioso fine di conciliare le esigenze dei soggetti con disabilità da un
lato e quelle del datore di lavoro dall’altro, con la conseguente maggiore proficuità,
per entrambe le parti, dell’inserimento lavorativo del diversamente abile.
Secondo quanto stabilito dalla legge ciò avviene, da un lato, mediante l’utilizzo di
una banca dati tenuta dagli uffici competenti, in cui sono raccolte una serie di
informazioni riguardanti le caratteristiche del soggetto con disabilità: le capacità
lavorative residue, le abilità, le competenze e le inclinazioni, nonché la natura e il
grado della patologia.
Dall’altro lato, è prevista l’analisi delle caratteristiche dei posti da assegnare ai
lavoratori con disabilità, quindi delle mansioni che questi dovranno svolgere, delle
competenze necessarie, nonché del contesto organizzativo in cui saranno inseriti.103
Uno degli strumenti del collocamento mirato è l’istituto della chiamata
nominativa; strumento oggi consentito anche ai datori di lavoro privati. A tal
proposito, è opportuno approfondire la distinzione tra la chiamata numerica e quella
nominativa: nella chiamata numerica è l’ufficio territoriale del Ministero del Lavoro
che invia all’azienda il disabile inserito in graduatoria, le cui caratteristiche
professionali corrispondono a quelle richieste dall’impresa. In questo caso purtroppo,
spesso ancora oggi, l’azienda vive l’inserimento come una forzatura, un’ingerenza da
parte dello Stato. Il soggetto con disabilità avviato al lavoro con questo criterio,
ritorna dopo un breve periodo di lavoro all’ufficio sconfortato, maltrattato
psicologicamente con in mano una lettera di licenziamento per mancato superamento
del periodo di prova.
Tutt’altra condizione si verifica con la chiamata nominativa, infatti in questo caso
è l’azienda che chiede espressamente di assumere un soggetto con disabilità che già
conosce. In questo caso, l’inserimento non sarà un’imposizione ma un’esplicita
volontà, ciò presuppone una maggiore disponibilità all’accoglienza.
103
Cfr. Frezzotti M., “La legge 68/99 in Italia” in Prospettive Sociali e Sanitarie n°10/2009, pag.6
71
La legge inoltre prevede, sempre allo scopo di trovare il posto di lavoro più adatto
per il soggetto con disabilità, un’apposita procedura di inserimento:
1. rilevazione delle caratteristiche e propensioni della persona con la compilazione
di una scheda anagrafico-professionale;
2. valutazione delle capacità mentali/relazionali e compilazione di una scheda
conclusiva con le competenze trasversali.
La persona con disabilità entra quindi in una graduatoria che viene aggiornata
annualmente; la graduatoria è nota solo all’operatore. L’utente può conoscere la
propria posizione e le aziende ricevono l’elenco delle persone disponibili, in base
alla mansione richiesta.
Inoltre, la Legge 68 prevede dei doveri anche per il soggetto con disabilità, in
particolare qualora quest’ultimo per due volte consecutive non risponda alla
convocazione senza giustificato motivo o rifiuti il posto di lavoro offerto e consono
alle proprie competenze e capacità, il soggetto verrà cancellato dalle liste di
collocamento per un periodo di sei mesi e gli sarà tolta l’indennità di disoccupazione
ordinaria.104
Tuttavia, la legge non si applica soltanto ai disabili, ma anche alle altre categorie
già protette della normativa sul collocamento obbligatorio. Si tratta dei familiari
superstiti di lavoratori deceduti per causa di lavoro, di guerra o di servizio, nonché
dei familiari dei grandi invalidi di guerra o di servizio e dei profughi italiani
rimpatriati, a favore dei quali è prevista una quota pari all’1% del personale
dipendente, a carico dei datori di lavoro che occupano più di 50 dipendenti, compresi
anche i familiari delle vittime di atti terroristici e della criminalità mafiosa. Inoltre,
l’iscrizione nelle liste suddette riguarda anche i lavoratori extracomunitari presenti
regolarmente nel nostro Paese, che siano stati riconosciuti tali dalle competenti
commissioni.
I maggiori beneficiari della legge 68/99 rimangono, comunque, i soggetti con
disabilità fisica e sensoriale. Questa legge ha avuto senz’altro il merito di abbattere le
104
Cfr. Gagliardi F., Boffo S., Dellantonio E., La capacitazione dei disabili. Una valutazione delle politiche di
inserimento lavorativo nella Provincia di Bolzano, Edizioni Liguori, Napoli, 2011.
72
barriere culturali ed economiche che impedivano l’accesso al mondo del lavoro alle
persone con disabilità, ciò ha permesso loro di veder affermato il diritto al lavoro.105
Per quanto riguarda le quote di assunzioni di soggetti con disabilità in aziende
pubbliche e private, oggi in molti casi le aziende preferiscono pagare una sanzione
amministrativa piuttosto che far lavorare chi, secondo radicati pregiudizi, potrebbe
rallentare la catena produttiva. L’articolo 14 del decreto attuativo della legge Biagi
(267/2003), prevede la possibilità per le aziende di esternalizzare presso le
cooperative sociali, i lavoratori affetti da disabilità gravi. In realtà, la maggior parte
degli imprenditori non conosce questa normativa, che non viene di conseguenza
messa in pratica anche se gli esempi positivi ci sono.
A Macomer, in provincia di Nuoro, ad esempio, una ditta ha esternalizzato l’intero
ciclo di selezione, confezionamento e spedizione ed ogni passaggio è stato curato da
dipendenti affetti da sindrome di Down. Ad oggi le aziende virtuose sono ancora
troppo poche e l’assurdo sta nel fatto che chi paga la multa per non aver rispettato la
legge, finanzia proprio il Fondo per l’inserimento lavorativo dei soggetti con
disabilità. In un panorama già critico, infine, la crisi economica rischia di dare il
colpo di grazia alle possibilità di impiego di persone con disabilità. 106 In questo
contesto, l’esclusione non è solo povertà economica, è prima di tutto mancanza di
prospettiva, assenza di relazioni, distruzione di competenze; l’esclusione è
informazioni non accessibili, diritti sociali che non sono più esigibili, strumenti
culturali che vengono negati. La produzione di ingiustizia e sofferenza per qualcuno,
diventa ingiustizia e sofferenza per tutti. La prospettiva inclusiva rispetto a ciò, non
può appoggiarsi su di una scelta difensiva; dovremmo immaginare qualcosa che và
oltre perché, se restiamo su un piano difensivo, difficilmente riusciremo a trovare
spiragli attraverso cui progettare un futuro.107
105
Cfr. http://www.categorieprotetteallavoro.it,
http://www.integrazionecoop.org,http://www.categorieprotette.it, 17/06/2012.
106
Cfr. http://www.ilsole24ore.it, 20/06/2012.
107
Cfr. Callegari L., Aziende solidali e lavoratori disabili. Quando le strutture organizzative sono prossime
alle persone, Edizioni CCM, Bologna, 2010.
73
3.3 DALLA 68/99 ALLA 92/12
La riforma del lavoro approvata dal Ministro Fornero (divenuta legge 92/12 e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 28 giugno 2012) ha portato una serie di novità
riguardanti non solo pensionamenti ed esodati, ma anche la categoria delle persone
con disabilità, come indicato nel comma 27 dell’articolo 4 della riforma.
In particolare, la novità riguarda la base occupazionale sulla quale le aziende
devono calcolare il numero di assunzioni obbligatorie di persone con disabilità,
attraverso quote riservate. Nello specifico, l’articolo 4, comma 1 della legge 68/99 è
quello che fa riferimento alle quote di assunzione riservate a lavoratori con disabilità.
Si tratta di tranche scaglionate a seconda del numero di dipendenti dell’azienda e
della sua grandezza, alle quali corrispondono dei posti che le aziende sono tenute a
riservare. Come si può evidenziare dall’analisi della legge, essa impone ai datori di
lavoro pubblici e privati l’assunzione di un lavoratore con disabilità se si hanno dai
15 ai 35 dipendenti, due lavoratori per un organico dai 36 ai 50, e il 7% del totale dei
lavoratori quando si superano i 50 dipendenti.108
La novità introdotta con la riforma riguarda la considerazione della base
occupazionale sulla quale effettuare il calcolo. Ovvero: quanti sono considerati
“assunti” per calcolare la percentuale di quote riservate ai lavoratori disabili. In
questo senso, la legge vede un evidente aumento della base occupazionale (e quindi
delle relative quote riservate), poiché sono inclusi nel computo tutti i lavoratori
assunti con vincolo di subordinazione, ad eccezione dei lavoratori assunti tramite
collocamento obbligatorio, i soci di cooperative di produzione e lavoro, i dirigenti, i
contratti di inserimento, i lavoratori somministrati presso l’utilizzatore, i lavoratori
assunti per attività all’estero, gli Lsu, i lavoratori a domicilio, gli apprendisti. Tra i
conteggiati anche gli assunti con contratto a tempo determinato fino a 9 mesi.
Tenuto conto delle novità introdotte nel computo delle quote riservate, le aziende
dovranno procedere a riconteggiare la loro posizione: esse dovranno mettersi in
regola, pena l’applicazione di sanzioni. Tuttavia, nonostante un evidente passo
108
Cfr. http://www.ufficiodisabili.it, http://www.diritto.net, 01/07/2012.
74
avanti, si evince un paradosso, in quanto su termini e scadenze la norma non ha
ancora fissato un termine per il riconteggio, né per la decorrenza dell’obbligo di
assunzione. Inoltre, il rispetto della previsione di un numero garantito di posti di
lavoro per le persone con disabilità, di cui all’articolo 3 della Legge 68/99, richiede
maggiori e più incisivi controlli da parte dell’Ispettorato del Ministero del Lavoro,
finalizzati a verificare la correttezza dei prospetti informativi delle quote di riserva
cui sono tenute le aziende pubbliche e private.109
Purtroppo, oggi, a fronte di un apparente sforzo da parte dello Stato, a metterci lo
zampino c’è anche la crisi economica. Crisi che agisce su due fronti: un’azienda
costretta a licenziare, vedrà una diminuzione della sua forza lavoro, di conseguenza,
al diminuire delle sue dimensioni, diminuirà anche l’obbligo per la stessa, di
assumere la quota riservata di personale disabile. Allo stesso tempo, un’azienda che
si trovi in crisi accertata, può chiedere la sospensione dell’obbligo di assunzione
riservata. Come è stato da più parti osservato, si tratta di condizioni che in entrambi i
casi vanno ad incidere pesantemente sulla fascia più debole di lavoratori. Alla luce di
ciò, l’ingresso nel lavoro per una persona con disabilità è un percorso ad ostacoli:
fisici, burocratici, legali ma anche e soprattutto mentali. E’ innegabile che, in
moltissimi casi, la resistenza all’assunzione di una persona con disabilità, è dovuta
alla percezione che quest’ultima sia una persona con scarse capacità, o comunque
con bisogni che la possono rendere un “peso maggiore” rispetto ad altri lavoratori.
Ma, come si legge nel rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro:«Il
potenziale di moltissime donne e uomini con disabilità, rimane non sfruttato e non
riconosciuto lasciando la maggior parte di essi a vivere nella dipendenza e
nell’esclusione sociale»110, costando per altro tra l’1 e il 7% del Pil. Se da un lato
emerge l’inefficacia di strumenti messi fin’ora in campo per garantire un accesso alla
carriera da parte delle persone con disabilità, dall’altro le cifre sulla disoccupazione
fanno rabbrividire; si può ragionevolmente affermare che nel nostro Paese, ad essere
109
110
Cfr. http://www.leggioggi.it, 30/06/2012.
http://www.ilo.org, 03/07/2012.
75
disoccupato sia più di un disabile su due, con una cifra di 750 mila persone iscritte
alle liste di collocamento obbligatorio, secondo i dati Cigl.111
La legge 68/99 è stata, indubbiamente, una legge fondamentale nel percorso verso
l’inclusione dei soggetti con disabilità. Molte barriere culturali sono state abbattute e
superate; anche la disponibilità da parte delle aziende è andata via, via crescendo. È
pur vero che questa “accoglienza” è stata, probabilmente, “forzata” dalla legge
68/99, infatti le multe per le aziende inadempienti sono salate: in un anno superano
l’importo di un salario; ma, soprattutto, è grazie all’articolo 17 che molte aziende
hanno deciso di includere personale con disabilità. Infatti, questo esclude le imprese
inadempienti dalla possibilità di stabilire rapporti con la pubblica amministrazione,
di partecipare alle gare di appalto, sottoscrivere convenzioni, gestire servizi in
concessione. Qualche accorto amministratore ha già cominciato a verificare la
situazione delle ditte; se presto anche Comuni, Province, Regioni, Ministeri,
Università, enti di ricerca lo faranno, salteranno fuori migliaia di posti di lavoro.
Inoltre, oggi, preoccupa non poco il ritardo dei servizi territoriali del collocamento.
Molte regioni non hanno ancora recepito le norme nazionali, non tutte le province
hanno predisposto servizi adeguati. Il personale scarseggia e non sempre è preparato
ad interpretare quel ruolo dinamico che la legge affida al collocamento.112
Non basterà più mettere timbri, rilasciare certificati e stilare graduatorie, né
avviare genericamente lavoratori con disabilità alle imprese. Bisognerà costruire un
rapporto dinamico con le aziende, predisporre le convenzioni, promuovere il
collocamento mirato attraverso il Comitato tecnico. Quest’ultimo potrà raggiungere
dei risultati, solo se sarà costituito con la necessaria accortezza, chiamando a far
parte dell’organismo gli operatori del territorio, quelli più attivi e capaci, che possano
garantire un collegamento organico con i servizi del territorio. Una rete di servizi
formativi e per l’inserimento è la condizione primaria per la realizzazione del
collocamento mirato. Infatti, è necessario prendere coscienza della realtà delle liste
di collocamento, essa è composta dai “figli dell’integrazione”, che hanno frequentato
la scuola di tutti, si sono diplomati e laureati, hanno imparato un mestiere; e che
111
112
Cfr. http://www.cgil.it/, 03/07/2012.
Cfr. Vivaldi E., I servizi sociali e le regioni, Edizioni Giappichelli, Torino, 2008.
76
adesso, inevitabilmente, attendono dalla società una risposta all’altezza delle
aspettative e dei sacrifici fatti.113
Un’altra problematica riscontrata nell’inserimento lavorativo, è l’incontro tra
domanda e offerta di lavoro. In molti casi le aziende hanno difficoltà nel reperire le
risorse umane di cui hanno bisogno e i candidati non sanno a quali strutture
rivolgersi. Inoltre, spesso le banche dati non sono aggiornate. Per sopperire a questo
problema, sarebbe auspicabile la realizzazione di una banca dati online in cui i
candidati possano costantemente aggiornare la loro posizione occupazionale e il loro
bilancio di competenze al fine di rendere più efficace l’incontro tra candidati e
aziende. Purtroppo, nonostante la Legge 68/99 definisca in modo chiaro la
promozione e tutela del lavoro per le fasce svantaggiate, l’osservazione della realtà ci
porta a costatare uno stato di caos: disoccupazione alle stelle, informazioni difficili
da reperire, applicazione della Legge diversa da regione a regione. In questo quadro,
i servizi di integrazione lavorativa si trovano sempre più spesso nella situazione di
vedersi delegare ruoli e compiti che si distanziano dall’iniziale mandato istituzionale,
proprio a causa della difficoltà dei servizi di rispondere alle molteplici e mutevoli
domande sociali. In un mondo pieno di bisogni, come è possibile che le nostre
società tollerino tante esigenze inevase, tante aspettative frustrate? Il concetto di
lavoro richiama, infatti, il gruppo e non gli individui poiché richiama appartenenze
intermedie tra individui e Stato, e fonda una solidarietà non prevista e forse non
possibile negli ordinamenti del mercato individualista.114
Per lungo tempo, il problema dell’inserimento lavorativo del soggetto con
disabilità non è stato affrontato in modo sistematico: sia per le difficoltà connesse
alla mancanza di una cultura lavorativa per l’handicap, sia per la situazione generale
di disoccupazione che ha colpito il nostro Paese da alcuni anni.
Il processo di integrazione sociale diventa concreto ed effettivo solo se si attua nei
contesti di normalità, per questo è necessario porre l’attenzione alla realtà sociale
della persona, attuando una ricerca mirata all’individuazione di vere e proprie
113
Cfr. Murdaca A., Complessità della persona e disabilità. Le nuove frontiere culturali del’integrazione,
Edizioni Del Cerro, Pisa, 2008. Grasselli B., L’arte dell’integrazione. Persone con disabilità costruiscono
percorsi sociali, Armando Editore, Roma ,2006.
114
Cfr. http://www.ctr.it, 23/07/2012.
77
opportunità di inserimento nel territorio: la scuola, la formazione professionale, il
mondo del lavoro, il tempo libero. Spesso è il contesto, quel contesto di “normalità”
che ci circonda che diventa il vero limite, il luogo più difficile nel quale sentirsi sé
stessi.
Nel romanzo “L’uomo che ride” di Victor Hugo, pubblicato nel 1869, si narra che,
in una notte gelida del Settecento, degli energumeni abbandonano nella neve un
undicenne, chiamato Gwynplaine che ha una deformazione al viso. Quest’ultimo,
vaga terrorizzato e nella tempesta trova una bimba cieca attaccata al seno della
madre, morta di freddo: prende con sé quell’esserino per affrontare l’ignoto.
Attraversa prima un villaggio, dove nessuno risponde alle sue richieste di aiuto e,
infine, giunge al carro degli Ursus. Questi, che accoglie e nutre i due piccoli, è un
vagabondo, un pò filosofo, un pò poeta e un pò medico che vive con il suo unico
compagno, il lupo addomesticato Homo, in una piccola baracca su due ruote, con la
quale gira l’Inghilterra. Il bambino era stato sfigurato volontariamente, poiché i
delinquenti volevano utilizzarlo come fenomeno da esporre nelle piazze. Chiunque
l’avrebbe visto, avrebbe iniziato a ridere a crepapelle davanti al suo volto
tragicomico. Diventato adulto, per sopravvivere, il protagonista lavorerà come
saltimbanco. Anche se parlerà con sensibilità di argomenti profondi, otterrà sempre
lo stesso osceno risultato comico, tutti sapranno solo ridere di lui. Scapperà una
notte, giusto in tempo per dichiarare il suo amore a Dea, la bambina che aveva
salvato dalla morte per assideramento, l’assisterà nella fine e subito dopo precipiterà
in mare per unirsi a lei in eterno. Dea, la donna amata, era stata l’unica in grado di
vederlo per ciò che era. Al cospetto di Gwymplaine, il suo handicap visivo si
trasformava in valore aggiunto: davanti al mostro, la ragazza non viveva
condizionamenti di sorta. Dea non rideva del volto grottesco di Gwymplaine, perché
esso non aveva per lei nessuna maschera.
Attraverso il personaggio di Dea, Victor Hugo sembra dirci che il vero handicap è
possedere degli occhi che vedono, poiché questi finiscono per inibire la facoltà di
guardare oltre l’immagine esteriore. Attraverso Victor Hugo, possiamo constatare
che le persone che fuggono dal “diverso” sono persone troppo conformiste, hanno
78
difficoltà a conciliare la dimensione dell’esteriorità con quella dell’interiorità. Alla
luce di ciò, sarebbe opportuno che in ogni contesto sia esso sociale, culturale o
lavorativo, ognuno di noi si spingesse “oltre la maschera”.115
115
Cfr. Belmonte G., “Oltre la maschera”, in Noi, gli atri. Periodico di impegno scientifico per una nuova
cultura dell’handicap, n.3/2012, pag. 11.
79
CAPITOLO QUARTO
Prospettive e risorse territoriali
Da quanto è emerso dallo studio fin qui condotto nei capitoli precedenti, si è
ritenuto opportuno analizzare, la realtà dell’inserimento dei soggetti diversamente
abili nel mondo del lavoro. Questi dati sono stati raccolti presso l’Ufficio del Lavoro,
sportello di iscrizione al lavoro dei disabili della Provincia di Trapani. Il reperimento
di queste informazioni è stato portato avanti grazie alla collaborazione del personale
addetto, tuttavia a fronte di una disponibilità totale da parte di essi, il lavoro di
reperimento è stato lungo e complesso, a causa del fatto che gran parte dei dati non
sono in formato digitale, soprattutto per quelli che riguardano gli anni dal 2007 al
2010. Un altro problema è stato quello legato alla struttura, infatti l’Ufficio del
Lavoro del collocamento mirato si trova ai piani superiori e la struttura non è munita
di ascensore; questo è un grave “handicap”, infatti ciò non ha soltanto ostacolato me,
persona diversamente abile per la raccolta delle informazioni, ma in generale è
paradossale che un ufficio di collocamento mirato, per mandato e competenze rivolto
ai soggetti con disabilità, sia di fatto non accessibile ad essi.
Il contesto territoriale preso in esame abbraccia i comuni della Valle del Belice,
nello specifico: Salemi, Vita, Partanna, Gibellina, Santa Ninfa, Salaparuta e
Poggioreale. Come emerso da più parti, oggi la società dà vita a nuovi sistemi
relazionali che stravolgono il nostro universo quotidiano. Così, il diversamente abile,
è diventato ospite delle nostre città, soggetto che chiede di essere ascoltato e che
reclama il diritto ad una cittadinanza attiva. La diversabilità è ormai una realtà che ci
tocca e ci interroga, non più esperienza transitoria, ma fenomeno che coinvolge tutti.
Spingendoci al di là dei limiti e delle evidenti contraddizioni del presente, possiamo
individuare nel lavoro l’esempio tangibile di un cambiamento inarrestabile. Esiste,
senza alcun dubbio, un forte mutamento sociale e culturale al quale si è assistito in
80
particolare negli ultimi anni, nel modo di concepire la diversabilità; ciò è diventato
una realtà anche al Sud, portando con sé una trasformazione tangibile nell’agire, nel
pensare e nel vivere anche tra la gente che popola il complesso e policromatico
territorio della Valle del Belice. Tale mutamento si è verificato sia all’interno che
all’esterno di questo mondo così articolato e complesso. All’interno è cambiato il
modo con cui i disabili stessi percepiscono e vivono la propria condizione, le proprie
relazioni sociali, le possibilità di realizzarsi o di costruirsi un futuro; all’esterno,
sradicando pregiudizi e paure insite nell’uomo. Quest’ultime sono ancora più
profonde in quei soggetti con disabilità che, in questo fazzoletto di terra, hanno
dovuto spesso da soli, affrontare e abbattere i preconcetti della localité, come
sostiene la Bartholini:«Segnate da peculiari criticità e specifici bisogni, e che
rinviano a nuove questioni sociali e a differenti derive». In quest’ottica, l’autrice
afferma che:«Un luogo fisico non è soltanto un’area territoriale progettata
artificialmente, ma una localitè, una realizzazione incompiuta. Comprendere il
significato che la vita assume per ogni persona, anche quando si vive in un territorio
di confine e gravato dai ritardi antichi di quel contesto sociale, politico e culturale
che si indica con il “Meridione” anche quando questa sembra penalizzata
irreversibilmente da una malattia, da inique condizioni di partenza o da un evento
biograficamente destabilizzante, significa superare il livello di genericità che fa di
ciascuno, in questa tarda modernità, l’elemento indeterminato di una “folla solitaria”,
del “si impersonale” che connota la vita umana di uomini raccolti indistintamente in
un genere comune che possiede un’esistenza anonima, confusa e massiccia».116
In tale contesto, l’intreccio tra povertà e solidarietà, tra legami familiari forti e
assenza dello Stato, ha portato ad una società, nonostante tutto, in grado di
riconoscere diritti e bisogni una volta impensabili per i soggetti con disabilità. Dal
punto di vista pratico, le relazioni sociali sono divenuti pilastri nell’offrire sostegno
tangibile a tutti quei soggetti in situazione di criticità. Nonostante la localité sia un
contesto dove c’è una serie di relazioni interfamiliari, di vicinato, amicali più solidale
nella quale spiccano maggiori risorse umane tipiche dei piccoli comuni con una
116
Bartholini I., Trapani, l’ultima provincia? Disagio sociale, devianze e welfare locale, Edizioni
FrancoAngeli, Milano, 2008, pag. 7-8.
81
tradizione legata alla solidarietà, dall’osservazione condotta nella Valle del Belice
questa spinta solidaristica non è del tutto tangibile. Inoltre, alcuni di questi comuni
sono, ancora oggi, abbarbicati a contesti di rifiuto in cui la mobilità è un problema
grande e spesso insormontabile.
In generale, in questo territorio la partecipazione alla vita sociale è minima e non
soddisfacente e dei soggetti con disabilità in età lavorativa sono occupati solo poche
unità, come evidenzia il grafico n. 2, relativo al quinquennio 2007-2011.
Grafico n. 1
Iscritti in graduatoria dal 2007 al 2011
90
80
70
60
50
40
30
20
10
0
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
Santa Ninfa Salaparuta Poggioreale
Iscritti in graduatoria nel 2007
67
15
69
20
25
13
11
Iscritti in graduatoria nel 2008
66
12
62
21
24
13
8
Iscritti in graduatoria nel 2009
70
13
74
19
26
13
10
Iscritti in graduatoria nel 2010
70
13
74
19
23
11
9
Iscritti in graduatoria nel 2011
77
12
74
25
23
12
11
Grafico n. 2
Avviati al lavoro dal 2007 al 2011
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
0
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
Santa Ninfa Salaparuta Poggioreale
Avviati al lavoro nel 2007
1
1
3
0
2
0
0
Avviati al lavoro nel 2008
1
0
4
0
0
0
1
Avviati al lavoro nel 2009
0
0
1
0
1
0
0
Avviati al lavoro nel 2010
0
0
0
0
3
0
1
Avviati al lavoro nel 2011
0
0
1
0
1
1
0
82
Facendo una comparazione tra il grafico n. 1 e 2, riguardante i soggetti iscritti in
graduatoria ed avviati al lavoro per ogni singolo comune del territorio preso in
analisi, il numero dei soggetti avviati al lavoro, rispetto al numero dei soggetti iscritti
in graduatoria è di poche unità, e questo dato rimane tale durante tutto il
quinquennio: dal 2007 al 2011. Nello specifico, a Salemi, a fronte di 67 persone
iscritte in graduatoria nel 2007, soltanto un soggetto è stato avviato a lavoro.
Prendendo come indicatore di riferimento il 2007, una situazione analoga si è
verificata nel Comune di Partanna con 69 soggetti inscritti in graduatoria e soltanto 3
avviati al lavoro. Questi due Comuni analizzati sono accomunati da una densità
demografica relativamente omogenea: Salemi ha 10971 abitanti, Partanna 11168
abitanti. Il dato subisce un notevole declino per tutti gli altri comuni con una densità
demografica inferiore ai 5000 soggetti. Osservando poi l’anno 2007, si nota che è
l’anno con più soggetti avviati a lavoro: 7 unità; rispetto al dato più basso con 2 unità
nel 2009.
L’handicap diventa così condizione aggravante in una società non attrezzata per
superarlo. I fattori che portano alla realizzazione della persona attraverso il lavoro e
alla propria realizzazione identitaria sono molteplici. Come scritto precedentemente,
il territorio analizzato non comprende tutta la Valle del Belice, ma solo i comuni
della Sicilia Occidentale: Salemi, Vita, Partanna, Gibellina, Santa Ninfa, Salaparuta e
Poggioreale. Nel loro complesso questi presentano un livello di omogeneità
culturale, economica e sociale molto alto, anche se si evidenzia una discrepanza dal
punto di vista demografico. Quest’ultimo fattore assume una notevole rilevanza tra le
variabili che conducono il soggetto alla ricerca di un lavoro. Più alta infatti è la
densità demografica, più alto sarà il numero dei soggetti con disabilità. Considerando
tale fattore, possiamo affermare che la densità demografica è direttamente
proporzionale alla possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro.
83
Grafico n. 3
Iscritti elenco generale ex novo dal 2007 al 2011
60
50
40
30
20
10
0
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
S. Ninfa
Iscritti elenco generale ex novo 2007
17
3
54
11
10
Salaparuta Poggioreale
4
4
Iscritti elenco generale ex novo 2008
16
3
26
3
4
3
2
Iscritti elenco generale ex novo 2009
11
2
20
7
6
0
2
Iscritti elenco generale ex novo 2010
8
3
6
6
3
0
0
Iscritti elenco generale ex novo 2011
8
1
10
3
4
2
1
Questa costatazione trova riscontro e conferma dall’analisi dei grafici n.1 e 3.
Ponendoli a confronto nelle variabili quantitative che li contraddistinguono, si
osserva che a Salaparuta i soggetti con disabilità nel 2007, iscritti in graduatoria
erano 13 e solo 4 unità appaiono come nuove iscrizioni. Se osserviamo la situazione
a Poggioreale nel 2007 gli iscritti in graduatoria sono 11, mentre soltanto 4 soggetti
vi compaiono per la prima volta come nuove unità inserite. Una condizione simile si
verifica anche nel Comune di Vita con 15 soggetti iscritti in graduatoria, di cui solo 3
sono di nuova iscrizione. L’elemento caratterizzante che equipara questi comuni è la
bassa densità demografica. Infatti, Vita è il terzo comune più piccolo per numero di
abitanti (2169) nella Provincia di Trapani; lo precedono Poggioreale con 1600
abitanti e Salaparuta che ne conta 1741. Invece, in comuni come Santa Ninfa e
Gibellina con densità demografica intermedia, rispettivamente 5125 e 4298 abitanti,
notiamo che nello stesso anno gli iscritti in graduatoria sono 25 per il primo comune
e 20 per il secondo, a fronte dei nuovi iscritti che ammontano a 10 unità per Santa
Ninfa e ad 11 per Gibellina. Mentre, in comuni come Partanna e Salemi che hanno
una densità demografica maggiore, sui 69 iscritti a Partanna nel 2007, ben 54 sono di
nuova iscrizione.
84
L’unico comune che registra una tendenza del tutto opposta all’analisi prevalente
è quello di Salemi. Infatti, nonostante evidenzi una situazione demografica
comparabile a quella del Comune di Partanna, sui 67 iscritti in graduatoria, troviamo
soltanto 17 unità come nuove iscrizioni.
Grafico n. 4
Media confronto iscritti in graduatoria ed iscritti elenco
generale ex novo dal 2007 al 2011
80
70,6
70
70
60
50
Iscritti in graduatoria
40
30
23,2
20
12
Iscritti elenco generale ex novo
24,2
20,8
13
10
12,4
6
2,4
5,4
1,8
9,8
1,8
0
Grafico n. 5
80
Mediana confronto iscritti in graduatoria ed iscritti
elenco generale ex novo dal 2007 al 2011
74
70
70
60
50
Iscritti in graduatoria
40
Iscritti elenco generale ex novo
30
20
10
20
11
24
20
13
13
3
6
4
10
2
2
0
85
Infine, considerando la variabile demografica, possiamo affermare che i nuovi
iscritti sono, in media, in misura minore, come evidenziano i grafici n. 4 e 5.
È opportuno sottolineare che nell’elenco generale ex novo vengono inseriti
soltanto coloro che hanno ricevuto il verbale d’invalidità, durante l’anno in corso. Se
ad un soggetto viene riconosciuta un’invalidità nel 2011, attestata con apposita
certificazione, quest’ultimo potrà essere iscritto nel corrente anno e, nell’anno
successivo, egli non è tenuto a rinnovare la sua iscrizione. Con tale sistema utilizzato
presso l’Ufficio del Lavoro di Trapani, è pressoché impossibile risalire all’effettivo
numero totale di soggetti con disabilità iscritti; pertanto, i dati che vediamo nel
grafico n. 3, sono relativi solo ai nuovi inscritti dal 2007 al 2011. L’inscrizione
all’elenco generale è indispensabile per entrare in graduatoria, in caso contrario non
si potrà far domanda per la stessa. I fattori che possono indurre all’esclusione dei
soggetti con disabilità dall’elenco generale sono: invalidità temporanea, nel caso
questa venga a mancare e morte o trasferimento del soggetto con disabilità presso
altra provincia.
I contesti territoriali analizzati sono contraddistinti da fitti legami dati dalla rete
parentale e familiare. Questi, seppur indispensabili per la cura ed il sostegno nei
confronti dei propri membri con disabilità, finiscono col divenire un ostacolo
all’autonomia e alla coscientizzazione di quest’ultimi, le cui scelte non dipendono
dalla loro volontà, ma dal rapporto tra i soggetti con disabilità e le variabili in gioco
predefinite all’interno della società.
La condotta del soggetto con disabilità testimonia un disagio che non coinvolge
solo il singolo individuo, ma anche i propri familiari, e vede questi ultimi divenire
poco alla volta, unico punto di riferimento per la stessa persona coinvolta, mettendo
in luce le relazioni intercorse tra loro e la comunità d’appartenenza. L’osservazione
della mappatura condotta nella Valle del Belice, ha consentito di rilevare che al fine
dell’avviamento al lavoro il titolo di studio non è una variabile rilevante. Se, come
diceva Bourdieu: “Il capitale culturale è un elemento fondamentale nella vita
dell’individuo che vale quanto il denaro”, non si dà adeguato spazio alla fatica che il
soggetto con disabilità ha fatto per ottenere un risultato culturale, ciò è un problema
86
di riabilitazione mancata. Così come nel mondo dei normodotati c’è una differenza
tra chi studia e chi non studia, chi si impegna e chi non si impegna, anche nel mondo
della diversabilità lo studio è una variabile che dovrebbe aiutare il riconoscimento e
il valore della persona.117 Secondo Honneth, il riconoscimento è dato alla persona
che è capace di superare i propri limiti e che merita il riconoscimento della sua
identità rispetto agli altri. Questo vale per tutti, tuttavia c’è qualcuno che non ha fatto
nulla per superarsi non dando, in questo modo, giusto rilievo al capitale individuale
che ognuno di noi possiede. Il concetto di capitale culturale viene utilizzato per la
prima volta da Bourdieu (1964) in “Les héritiers” per evidenziare le differenze nella
riuscita scolastica di alunni culturalmente dotati in misura ineguale. Secondo
l’autore, il capitale sociale permette di rilevare le differenze che caratterizzano gli
individui, a partire dalle risorse che questi possono attivare nella loro rete di
relazioni. A essi si aggiunge il capitale simbolico, che in un certo modo misura
l’importanza e il riconoscimento sociale di cui godono gli individui all’interno di uno
specifico campo. Per Bourdieu fondamentale è il ruolo del capitale culturale
trasmesso dalla famiglia nel determinare quegli esiti scolastici che, solitamente, si
attribuiscono alle differenze di doti. In quest’ottica, ogni famiglia trasmette ai figli,
per vie più indirette che dirette, un certo capitale culturale e un certo ethos (sistema
di valori impliciti e profondamente interiorizzati) che contribuisce a definire, tra
l’altro, gli atteggiamenti rispetto al capitale culturale e rispetto all’istruzione
scolastica. L’influenza del capitale culturale si lascia cogliere nelle forme della
relazione, infinite volte costatata, tra il livello culturale globale della famiglia ed il
rendimento scolastico. Partendo da questi presupposti, il condizionamento familiare
agisce sugli individui orientandone anche le aspettative. Or dunque, possiamo parlare
di capitale familiare esattamente come si può parlare di un capitale monetario: chi ha
di più investe di più e ne ricaverà un reddito ulteriore, chi ha di meno investirà di
meno e quindi non potrà ricavarne alcun profitto.118
Nello stesso modo, se è vero che per un soggetto diversamente abile è
fondamentale il capitale sociale perché c’è una famiglia che lo sostiene, è altrettanto
117
118
Cfr. Honneth A., Riconoscimento e disprezzo, Editore Rubbettino, Catanzaro, 1993.
Cfr. Bourdieu P., I delfini, Guaraldi Editore, Rimini, 2006 (1964).
87
importante la forza del capitale culturale che non è dato, in via esclusiva, dalla
tenacia della famiglia, ma soprattutto dalla volontà che l’individuo diversamente
abile esprime nel superare le difficoltà. Bisogna riconoscere lo sforzo che ciascun
individuo, normodotato e non, compie per superare i propri limiti; ciò porterà al
riconoscimento. Nell’ottica di quanto detto, chi studia si libera dallo stigma nel quale
si sente condannato dagli altri, in quanto grazie ad esso assume una posizione
superiore. Così è possibile, per ogni individuo, il passaggio dal riconoscimento
all’inserimento.
Grafico n.6
Titolo di studio
9
9
8
7
6
5
4
3
2
1
0
4
3
1 1
1
0
3
Avviati al lavoro diplomati
Avviati al lavoro con licenza media
1
0
0 0
0
0
Come evidenzia il grafico n. 6, considerando il titolo di studio, possiamo
affermare che Partanna è il comune con più unità avviate al lavoro, ma i soggetti
sono tutti in possesso del solo diploma di licenza media. Il numero complessivo dal
2007 al 2011 è di 23 unità, di questi 14 con licenza media e soltanto 9 con diploma.
Un soggetto diversamente abile residente nel nostro territorio rimane, troppo
spesso, ancorato alla condizione di “dipendenza” dalla rete familiare; pur tuttavia ci
sono casi di successo: successo fisico ed intellettuale. Troppo spesso, il corpo del
disabile visto come elemento passivo, viene percepito come inattività anche mentale;
questo è un pregiudizio, che affonda radici profonde ma oggi sfatato da più parti.
Basta osservare l’importanza che in ciò, può avere lo sport, infatti questo è utile non
solo per sviluppare il corpo, ma anche la mente. Grazie ad esso è possibile entrare in
88
contatto con persone, migliorare la propria autostima, trovare maggiore fiducia in sé
stessi. Questi sono effetti ritenuti, a torto, “secondari” dell’attività sportiva. Pertanto,
lo sport può essere ed è, non solo gioco, ma ponte tra l’integrazione sociale e la
crescita culturale. Un esempio di quanto ciò sia possibile lo riscontriamo nella vita di
Federica Cudia, argento del tennis da tavolo alle Paralimpiadi di Pechino 2008.
Federica non vive a Milano, né tantomeno a Roma, ma a Mazara del Vallo. La sua
esperienza ci indica che laddove si dà spazio alla volontà e alla tenacia, si possono
raggiungere traguardi che fino a poco tempo prima sembravano impossibili!
A fronte di ciò, la società è mancante di tutti quegli strumenti indispensabili per
condurre il soggetto con disabilità al conseguimento di un percorso di autonomia, di
crescita personale e professionale, ciò comporta in molti casi l’abbandono del
percorso di formazione in tempi piuttosto prematuri. Si evidenzia che coloro i quali
raggiungono titoli di studio come la laurea, difficilmente si inscriveranno alle liste di
collocamento perché le mansioni richieste dalle aziende sul territorio sono soprattutto
richieste professionali e non soddisfano le aspettative di quest’ultimi. Per tale
ragione, i soggetti diversabili preferiscono percorrere le vie della chiamata nominale,
utilizzando altri canali come per esempio internet o conoscenze personali.
Esaminando il grafico n. 6, inoltre, si evidenzia che un altro indicatore
dell’assenza di soggetti con disabilità è dovuto al criterio di valutazione del
punteggio calcolato nell’atto di iscrizione alle liste di collocamento mirato presso
l’Ufficio del Lavoro di Trapani. Questo viene calcolato non in funzione dei titoli di
studio, del curriculum o delle competenze, ma piuttosto in base all’anzianità
d’iscrizione, al carico familiare, al reddito e alla percentuale d’invalidità. Anche nel
caso in cui un soggetto fosse primo in graduatoria, ma la sua mansione non venisse
richiesta dalle aziende, difficilmente potrà essere collocato sul mercato del lavoro.
89
Grafico n. 7
Età soggetti avviati al lavoro
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
0
Salemi
0
Vita
0
Partanna
1
Gibellina
0
S. Ninfa
5
Salaparuta
0
Poggioreale
1
Avviati al lavoro 36 -45 anni
1
0
2
0
4
1
1
Avviati al lavoro 46 -50 anni
1
0
1
0
0
0
0
Avviati al lavoro oltre i 50 anni
0
1
1
0
2
0
0
Avviati al lavoro tra 25 - 35 anni
Rispetto all’età, osservando il grafico n. 7, si nota che l’età dei soggetti avviati al
lavoro è alta. La fascia dei soggetti che trova più facilmente lavoro, è quella tra i 36 e
i 45 anni. Il soggetto con disabilità, non è in grado di trovare risorse e stimoli sul
territorio che lo inducano ad imporre la propria volontà e le proprie capacità.
La paura di confrontarsi con il mondo del lavoro, il quale presuppone
responsabilità ed autonomia, inducono costui a rinunciare alla propria evoluzione
personale abbandonandosi passivamente all’assistenza e alla dipendenza dagli altri.
Nel contesto della Valle del Belice, le politiche di welfare non sono proporzionate
alla capacità di fare rete. I soggetti pubblici, privati, politici ed economici,
socioculturali etc., non riescono a risolvere le molteplici complessità dei soggetti
diversamente abili che vivono in questo territorio, in quanto è del tutto assente la
capacità di “cooperazione” ed i progetti d’azione vengono smembrati e affidati di
volta in volta ad attori diversi. La profondità del disagio è concreta ed estesa in gran
parte del territorio, che è contraddistinto da storie economiche, demografiche,
culturali e politiche molto omogenee. Da un punto di vista economico e demografico,
questa terra è stata attraversata da un lungo esodo causato dall’assenza del lavoro,
elemento che incide, inevitabilmente, sulla capacità di trarre risorse e prospettive per
il futuro di esso. L’assenza di uno Stato sociale forte, una condizione culturale
ripiegata su sé stessa, ha portato la popolazione dei territori oggetto della nostra
indagine a una chiusura e un irrigidimento nel corso degli anni esteso a tutti gli
90
ambiti del vivere quotidiano. Ciò, inevitabilmente, ha interessato anche tutta la fascia
di cittadini diversamente abili.
In questo intreccio, la rete associativa è divenuta necessariamente una risposta alle
carenze delle istituzioni pubbliche schiacciate, in questo territorio, dal peso della
politica corrotta e della cultura basata sui favoritismi. Come sostiene Antonio La
Spina in Capitale sociale, reti comunicative e culture di partecipazione: «Il capitale
sociale può essere, in senso stretto, un bene pubblico, vale a dire un bene fruibile da
parte di chiunque, o un bene particolaristico, questo è tale solo per un individuo o per
una famiglia, o per un gruppo ristretto o per una categoria. Una volta prodotto, ne
godono soltanto alcuni. Un esempio di questo capitale sociale è la cultura mafiosa».
Inoltre, l’autore osserva che: «L’essere stato il Mezzogiorno più oggetto che soggetto
del proprio sviluppo e il peso assunto dai rapporti di potere politico, hanno favorito
l’instaurarsi di rapporti di dipendenza verticale verso le istituzioni con una crisi di
sviluppo della società civile e delle autonomie locali».119 Alla luce di ciò, in questo
territorio, la politica è stata più un peso che una risorsa.
Grafico n. 8
Confronto disabili fisici e psichici iscritti in graduatoria
dal 2007 al 2011
350
300
250
200
150
100
50
0
314
305
36
113
95
60
Handicap fisico graduatoria
50
48
5
9
8
12
45
4
Handicap psichico graduatoria
119
Bartholini I., Capitale sociale, reti comunicative e culture di partecipazione, Editore FrancoAngeli, Milano,
2008, pagg. 51-52-58.
91
Grafico n. 9
Confronto disabili fisici e psichici iscritti nell'elenco
generale ex novo dal 2007 al 2011
120
100
100
80
60
54
40
20
0
6
10
16
2
Disabili fisici iscritti nell'elenco generale
ex novo
24
22
8
3
9
0
7 2
Disabili psichici iscritti nell'elenco
generale ex novo
I grafici n. 8 e 9 evidenziano la prevalenza dei soggetti con handicap fisico nei
comuni attenzionati della Valle del Belice. Il numero di questi iscritti in graduatoria
dal 2007 al 2011 è pari a 982 unità, e soltanto 226 con handicap psichico.
Confrontando poi il numero dei nuovi iscritti nell’elenco generale ex novo dal 2007
al 2011 il dato non cambia: 226 unità con handicap fisico, rispetto a 37 unità con
handicap psichico. Anche in questo caso è evidente come vi sia una prevalenza della
patologia fisica in misura sei volte maggiore rispetto a quella psichica. In generale,
gli individui con handicap psichico, fanno più fatica a trovare lavoro o anche solo a
pensare di lavorare. Ciò è dovuto ai pregiudizi che ancora oggi ci circondano e che
vedono l’inserimento di un diversamente abile, soprattutto un disabile intellettivo,
come un peso per l’azienda. Nonostante esistono diversi servizi per la riabilitazione e
cura dei soggetti con handicap psichico, come ad esempio a Salemi la casa
appartamento “Orchidea”, che ospita soggetti che hanno raggiunto una parziale
autonomia, la comunità alloggio “Villa Bovarella” che accoglie soggetti adulti di
ambo i sessi con disabilità intellettive gravi e medio gravi e di disabilità plurime, così
come il centro diurno presso la struttura “C.R.S. AIAS” che ospita, anch’esso,
soggetti con un minimo di autonomia e soggetti che presentano patologie più gravi;
queste strutture rimangono radicate nell’ottica dell’assistenzialismo, non prevedendo
dei progetti atti all’integrazione dei propri utenti nell’ambiente che li circonda. Molti
di questi potrebbero essere indirizzati e guidati, attraverso dei laboratori di
92
formazione, verso il mondo del lavoro allo scopo di favorire la propria autonomia ed
indipendenza economica. Purtroppo, le attività svolte all’interno sono in prevalenza
attività ricreative o ludiche e laddove presenti dei laboratori, come ad esempio la
lavorazione della ceramica, non vengano trasformati in formazione con apposita
certificazione per la persona che acquista tale competenza. In questo quadro la
comunità non è in grado di fornire programmi di inserimento e sviluppare patti o
contratti per il reintegro dei soggetti con diversabilità. Enti locali, aziende sanitarie
locali e associazioni, agiscono in maniera disomogenea: più nella sfera
dell’assistenza che nella promozione umana.
Grafico n. 10
Confronto soggetti disabili di sesso maschile e
femminile iscritti in graduatoria dal 2007 al 2011
250
228
212
200
138
150
125
100
58 46
30 35
50
66 55
41
Soggetti disabili di sesso maschile
iscritti in graduatoria
21
15
34
0
Soggetti disabili di sesso femminile
iscritti in graduatoria
Grafico n. 11
Confronto soggetti disabili di sesso maschile e
femminile iscritti nell'elenco generale ex novo dal 2007
al 2011
70
60
50
40
30
20
10
0
64
52
27
33
8 4
14 16
16
11
6 3
5 4
Soggetti disabili di sesso maschile
iscritti nell'elenco generale ex novo
Soggetti disabili di sesso femminile
iscritti nell'elenco generale ex novo
93
Dall’indagine svolta, osservando i grafici n. 10 e 11, si evidenzia una prevalenza
dei soggetti di sesso maschile iscritti: 650 unità in graduatoria e 128 unità nell’elenco
generale ex novo; a fronte di 454 donne dal 2007 al 2011 iscritti in graduatoria e 135
nell’elenco generale ex novo. Considerando la variabile relativa al genere, possiamo
affermare che nonostante le donne cerchino di ritagliarsi dei propri spazi nei quali
essere soggetti attivi anche nel mondo del lavoro, esse continuano ad essere
l’elemento debole. L’approccio della differenza di genere ormai consolidato
nell’ambito dello studio di ogni fenomeno che abbia rilevanza sociale, assume
un’importanza ancor più decisiva quando lo si cala nella realtà della disabilità.
Quest’ultima, com’è noto, non mostra preferenze geografiche e/o etniche, né
sociali, tuttavia manifesta, nel territorio della Valle del Belice, delle contraddizioni
territoriali. Questa costatazione trova riscontro in gran parte dei comuni analizzati,
come evidenzia il grafico n. 10, fatta eccezione per una parziale maggioranza di
donne nei comuni di Vita e Poggioreale. Inoltre, osservando il grafico n. 11,
possiamo evidenziare che nei Comuni di Salemi, Partanna e Gibellina il numero
delle nuove iscrizioni da parte delle donne è considerevole. Ciò fa ben sperare in un
reale cambiamento culturale; in quest’ottica, sostenere e rinforzare le politiche di
equità, di opportunità tra i generi, significa rimuovere gli ostacoli che si frappongono
al pieno sviluppo delle capacità personali ed offrire alle donne con disabilità le stesse
opportunità degli uomini in ogni sfera sociale. Tali percorsi sono più difficili da
realizzare in contesti economicamente sfavorevoli come quello della Valle del
Belice. La principale risorsa economica di quest’ultimo è l’agricoltura, la quale sta
attraversando enormi difficoltà. Tuttavia, và sottolineato lo sforzo di alcuni comuni
come Salemi e Partanna nei quali la politica ha cercato, negli ultimi anni, nuovi
sbocchi economici soprattutto in ambito turistico, valorizzando l’enorme capitale
culturale presente in Sicilia. Tuttavia, alcune zone d’ombra rimangono in paesi più
piccoli come Salaparuta e Poggioreale, vittime di un collocamento geografico che li
esclude da alcune dinamiche di cambiamento, soprattutto quelle legate all’aspetto
economico, sociale e relazionale. In essi, come emerso dall’analisi fin qui condotta,
così come negli altri comuni analizzati, la solidarietà locale non è in grado di
94
produrre intrecci relazionali; ne consegue che il capitale sociale non viene
valorizzato. Il lavoro di rete, la sinergia tra pubblico e privato rimane mera utopia,
caratterizzata da una cultura parzialmente abbarbicata a fenomeni di socializzazione
lacunosi e impersonali. La parte Occidentale della Valle del Belice, viene oggi
ricordata come un simbolo di tanti sconvolgimenti che hanno cambiato la storia del
nostro Paese tra i quali, un peso non indifferente, ha avuto il terremoto del 14
Gennaio 1968. Due scosse di potenza devastante, portarono alla distruzione
pressoché totale di Poggioreale, Gibellina, Santa Ninfa e Salaparuta che vennero rasi
al suolo. Una ferita nel cuore della gente che, ancora oggi, fa fatica a dimenticare. La
tragedia della natura, in questo territorio, si è legata ad alcuni mali cronici, come ad
esempio gli errori della ricostruzione. Le città della Valle sono state ricostruite con
una progettualità calata dall’alto che non rispettava i reali bisogni delle popolazioni.
Ciò in molti casi, ha portato ad uno smembramento dei centri storici e della vita
quotidiana delle popolazioni residenti, creando “New Town” in periferia senza
servizi e con una dispersione non solo geografica, ma anche di relazioni, attività e
capitale aggregativo. Questo ha avuto, inevitabilmente, delle ripercussioni nel modo
di vivere e relazionarsi di ogni singolo individuo, sempre più isola e non comunità,
nonché allo squallore di un flusso migratorio, ancora oggi, inarrestabile.
La sensazione è che il Belice abbia rappresentato un disinvolto e bizzarro
laboratorio sociale nel quale non si è riusciti a trovare un filo conduttore tra la gente
del luogo, il territorio, il concetto stesso di nucleo socio-abitativo e una serie di
disegni scomposti tra compassi e squadrette in un freddo foglio di carta.
Tante sono le problematiche di un territorio che risente, tutt’oggi, della profonda
ferita inferta dal terremoto, fatta di paesi fantasma e giovani sempre più in fuga. La
speranza è quella che questi luoghi così meravigliosi per bellezza quanto
sottovalutati, possano ritornare a vivere. Speranza antica, già attesa e ricercata da
importanti sociologi tra cui spicca la figura di Danilo Dolci, sociologo, poeta,
educatore e attivista italiano della nonviolenza. Dolci ha combattuto la miseria, la
mafia, il sistema clientelare, ma il suo merito più grande è stato quello di aver fatto
una cosa semplice, che dovrebbe essere naturale in una realtà sociale non alienata: ha
95
aiutato la gente ad incontrarsi, discutere insieme dei problemi comuni, aprirsi.
L'utopia di Dolci è quella di una società del potere, di un’umanità che risolve i
problemi comuni attraverso la comunicazione ed il reciproco adattamento,
liberandosi dal virus del dominio e dalle zecche parassitarie, re imparando a
comunicare, poiché la dimensione del potere è quella del coesistere, del crescere
insieme, e non del crescere sopra ed a spese di altri. Quel che occorre è recuperare
l'utopia al di là dell'ideologia, lavorare per un buon mondo con la consapevolezza
della complessità dei problemi nel quale, diversamente abili e non, attraversano i
medesimi territori e utilizzano gli stessi canali comunicativi. 120
120
Cfr. Ragone M., Le parole di Danilo Dolci, Edizioni Del Rosone, Foggia, 2011.
96
CAPITOLO QUINTO
Opinioni nel mondo del lavoro: storie di vita.
5.1 INTERVISTA QUALITATIVA
Da Agosto a Novembre 2012 ho svolto un numero di dieci interviste a soggetti
con disabilità, residenti nei comuni di Trapani, Salemi, Gibellina, Vita, Santa Ninfa,
Partanna, Salaparuta e Poggioreale. Tali soggetti residenti in questi comuni sono stati
scelti come campione allo scopo di analizzare il livello di inserimento lavorativo nel
territorio della Valle del Belice. Il metodo utilizzato nella conduzione delle interviste
è stato l’intervista qualitativa semi-strutturata autobiografica.
Come sostiene Piergiorgio Corbetta: «Possiamo definire l’intervista qualitativa
come una conversazione: a) provocata dall’intervistatore, b) rivolta a soggetti scelti
sulla base di un piano di rilevazione e c) in un numero consistente, d) avente finalità
di tipo conoscitivo, e) guidata dall’intervistatore, f) sulla base di uno schema
flessibile e non standardizzato di interrogazione». Inoltre, l’autore afferma che:
«L’obiettivo di fondo resta quello di accedere alla prospettiva del soggetto studiato:
cogliere le sue categorie mentali, le sue interpretazioni, le sue percezioni ed i suoi
sentimenti, i motivi delle sue azioni».121
In quest’ottica, l’intervistatore guida e controlla l’intervista rispettando sempre la
libertà dell’intervistato di raccontare il proprio pensiero su aspirazioni, desideri,
esperienze, senza necessariamente rispettare una sequenza precisa.
L’obiettivo prioritario dell’intervista è quello di fornire una cornice entro la quale
gli intervistati possano esprimere sé stessi, raccontandosi con le loro parole.
Per le interviste è stato predisposto un questionario semi-strutturato che fosse una
traccia comune di lettura delle interviste e, nello stesso tempo, che permettesse
121
Corbetta P., Metodologia e tecniche della ricerca sociale, Edizione Il Mulino, Bologna, 1999, pag. 405.
97
un’intervista personalizzata e in profondità per poter rilevare gli elementi unici e
particolari afferenti alle dimensioni dell’intervistato. Nello specifico, come affermato
da Corbetta:«In questo caso l’intervistatore dispone di una “traccia” che riporta gli
argomenti che deve toccare nel corso dell’intervista; l’ordine con il quale i vari temi
sono affrontati e il modo di formulare le domande, sono tuttavia lasciate alla libera
decisione e valutazione
dell’intervistatore. Egli è libero di impostare a suo
piacimento la conversazione all’interno di un certo argomento, di porre le domande
che crede e con le parole che reputa migliori, spiegarne il significato, chiedere
chiarimenti quando non capisce, approfondimenti quando ritiene che ciò sia
necessario, stabilire un suo personale stile di conversazione».122
Questo modo di condurre l’intervista concede ampia libertà ad intervistato ed
intervistatore, garantendo nello stesso tempo che tutti i temi rilevanti siano discussi e
che tutte le informazioni necessarie siano raccolte. L’intervistatore è libero di
sviluppare temi che nascono nel corso dell’intervista e che egli ritiene importanti ai
fini della comprensione del soggetto intervistato. Secondo Rita Bichi:«Parlare di sé a
un altro - è questo il compito dell’intervistato - è uscire da sé stessi, progettare ed
esprimere coerenza, razionalizzazione e prendere le distanze in un lavoro che tiene
conto del passato, che fa i conti con la memoria, che mescola il vero, il vissuto,
l’appreso, l’immaginario. Le tradizioni e le rappresentazioni sociali esistenti, inoltre,
agiscono come selettori rispetto all’esperienza e ne fanno emergere, nella memoria,
alcuni aspetti a preferenza di altri».123 In questo processo entrano in gioco, con una
rilevanza centrale, l’interazione e la relazione che si stabilisce tra gli interlocutori; la
capacità, da parte dell’intervistatore, di cogliere nel discorso dell’intervistato gli
elementi capaci di spiegare, attraverso la loro comprensione, i mondi sociali in cui è
attore, le sue capacità di ascolto e di analisi. Ciò è di enorme rilevanza in quanto le
parole del soggetto intervistato esprimono il punto di vista sul “suo” mondo, che egli
definisce valutandolo. Bourdieu afferma che l’intervista è: «Una forma di esercizio
122
123
Corbetta P., Metologia e tecniche della ricerca sociale, Edizione Il Mulino, Bologna, 1999, pag. 415.
Bichi R., La conduzione delle interviste nella ricerca sociale, Carocci Editore, Roma, 2007, pagg. 48-49.
98
spirituale, tendente ad ottenere, attraverso l’oblio di sé, una vera conversione dello
sguardo che rivolgiamo verso gli altri nelle condizioni ordinarie della vita».124
Dunque, l’intervistatore non è un comune interlocutore, ma un ascoltatore attento
e informato, carico di una consapevolezza che và oltre il vissuto soggettivo, ma che a
questo fà continuo riferimento nel disegno del suo sapere. Lo scopo di questo tipo di
intervista, è la “scoperta” del “mondo” dell’intervistato, al fine di ricostruire gli
universi di credenze che si esprimono nelle interviste mentre si costruiscono.
Inoltre, a tal proposito, è importante ricordare il pensiero di Max Weber secondo il
quale le relazioni sociali sono:«Modi di essere e di agire di un soggetto in riferimento
a un determinato altro, il contatto, la connessione, il legame che si costruisce tra
soggetti. A partire da questa definizione generale, l’intervista ha, a tutti gli effetti, le
connotazioni di una relazione sociale nella quale gli attori orientano il proprio agire
in vista di aspettative, il che può avere (e nella maggioranza dei casi avrà) delle
conseguenze per il corso dell’agire e per il configurarsi della relazione».125
Alla luce di ciò, la comunicazione che intercorre tra l’intervistato e l’intervistatore
passa attraverso la relazione che, inevitabilmente, si trasforma in interazione. E, in
effetti, quando l’obiettivo della ricerca è quello di analizzare nella loro profondità il
sistema di valori, le credenze, le aspettative, le rappresentazioni sociali condivise,
questo tipo di intervista può rivelarsi insostituibile. Tale considerazione consente di
costatare, come già precedentemente accennato, che la scelta tra i diversi tipi di
intervista, anziché essere frutto di opzioni epistemologiche di base, deve essere
sempre rapportato allo specifico oggetto d’indagine e agli obiettivi identificati.126
Da quanto fin qui affermato, seguendo i criteri enunciati, ogni intervista previo
consenso, è stata registrata.
I soggetti intervistati sono:
 Alessandro, 36 anni, residente a Vita, vettore di farmaci, fidanzato;
 Nicola, 46 anni, residente a Vita, centralinista, sposato;
 Marco, 43 anni, residente a Partanna, webmaster, single;
124
Bourdieu P., L’illusion biographique, Editore Groupe de Contact, 1986, pagg. 69-72.
Weber M., Economia e società, vol. 1, Edizioni di Comunità, Torino, 1999 (1922), pag. 23.
126
Cfr. Mauceri S., Per la qualità del dato nella ricerca sociale. strategie di progettazione e conduzione
dell’intervista con questionario, Edizioni FrancoAngeli, Milano, 2003.
125
99
 Elena, 32 anni, residente a Salemi, bibliotecaria in una scuola media, single.
 Giulia, 40 anni, residente a Gibellina, commessa, single;
 Anna, 56 anni, residente a Gibellina, applicata di segreteria in una scuola
elementare, sposata;
 Rosa, 60 anni, residente a Gibellina, collaboratrice scolastica in una scuola
media, vedova;
 Antonino, 44 anni, residente a Trapani, centralinista, sposato;
 Laura, 33 anni, residente a Trapani, centralinista, single;
 Giuseppe, 50 anni, residente a Santa Ninfa, impiegato presso l’ufficio tributi,
sposato.
5.2 DESCRIZIONE DEI QUADRI TEMATICI IDIVIDUATI
Nell’ambito della nostra ricerca, la scelta dei partecipanti è stata valutata in base
ad alcuni fattori, come la qualità e la quantità di informazioni che i partecipanti
possedevano riguardo l’argomento della ricerca, il livello di motivazione che li
avrebbe coinvolti nell’interazione e la disponibilità a mettersi in gioco ed esprimere
le proprie esperienze.
Il materiale raccolto attraverso le interviste è stato successivamente suddiviso in
otto quadri concettuali:
a) condizione di accettazione o rifiuto della disabilità;
b) rapporto tra l’ingresso nel mondo del lavoro e il titolo di studio;
c) primi approcci al mondo del lavoro: tra pregiudizi e voglia di affermazione;
d) fattori esterni ed interni che hanno favorito o contrastato l’ingresso nel mondo
del lavoro;
e) relazione e spazi nel proprio ambiente di lavoro: colleghi e datori di lavoro;
f) la carriera del disabile: tra ostacoli e possibilità. Uno sguardo al futuro;
g) l’influenza della differenza di genere nell’ottenimento del lavoro;
h) servizi sociali: risorsa o barriera?
100
Il materiale qualitativo raccolto inerente le interviste è vasto, ma non tutti gli
intervistati hanno risposto con la stessa dovizia di particolari. Dall’analisi del
campione, l’ipotesi iniziale presuppone che il problema dell’inserimento lavorativo
dei soggetti con disabilità nella Provincia di Trapani, non è stato affrontato in modo
sistematico: sia per le difficoltà connesse alla mancanza di una cultura lavorativa per
l’handicap, sia per la situazione generale di disoccupazione che ha colpito il nostro
paese da alcuni anni. É da rilevare che il percorso biografico, relativo all’inserimento
nel mondo del lavoro, emerso attraverso le interviste, traccia uno spaccato
multifattoriale legato a variabili diverse in cui la società, nella sua genericità, tende a
stigmatizzare il “diverso”. Ciò è emerso in tutta la propria veridicità, grazie
all’intervista semi-strutturata. Essa, infatti, possiede gradi intermedi e si configura
come un insieme di possibilità d’interrogazione, ma tendenzialmente privo di
articolazione concettuale.
Come sottolineato nel paragrafo precedente da Rita Bichi: «In questo tipo di
intervista le parole dell’intervistato, intese come il racconto della sua esperienza di
vita sociale, sono il centro dell’attenzione del ricercatore e dunque dell’intervistatore,
che ha il compito di dare la possibilità all’intervistato di esprimere, quanto più
liberamente possibile all’interno della relazione d’intervista, il suo modo di vedere il
mondo, le sue percezioni, le sue valutazioni e dunque la sua esperienza, così come
crede di averla vissuta».127
La conoscenza del mondo che circonda il soggetto con disabilità, la comprensione
del suo vissuto, sono i presupposti che hanno portato all’analisi dei quadri tematici
individuati. Si voleva comprendere, cioè, che i soggetti con disabilità sono spesso
coinvolti indirettamente nella drammaturgia della propria vita, vivendo la propria
esistenza non da protagonisti ma da spettatori. Alla luce di ciò, l’elemento centrale
per la realizzazione di un soggetto con disabilità, non è in via esclusiva il lavoro, ma
tutto un mondo che fà da sfondo a quest’esperienza.
In base alle macrocategorie individuate, è emerso che l’impossibilità di offrire
risposte adeguate da parte dei servizi sociali era ed è la realtà concreta, seppur amara,
127
Bichi R., La conduzione delle interviste nella ricerca sociale, Carocci Editore, Roma, 2007, pag. 48.
101
del nostro territorio. Se è vero che l’acquisizione di un ruolo lavorativo da parte del
soggetto diversamente abile, rappresenta la forma più efficace di realizzazione
personale, egli attraverso questo acquista un’immediata “visibilità sociale”. Ciò gli
conferisce una nuova identità non più legata al proprio handicap, ma riconosciuta per
le proprie capacità utili agli altri, riuscendo in questo modo ad abbattere pregiudizi e
preconcetti insiti nell’umanità.
Allo sviluppo della propria identità si intrecciano, indirettamente, le relazioni
secondarie quali: la famiglia, gli amici, i parenti, il gruppo dei pari, etc. Quest’ultimi
pur non agendo direttamente sulla possibilità di un’inclusione nel mondo del lavoro,
giocano una funzione fondamentale nella formazione del proprio sé e nel rispettivo
successo sociale e professionale del soggetto con disabilità. In molti casi,
l’atteggiamento di fiducia o sfiducia in sé stessi e negli altri, dipende dall’esperienze
intrafamiliari e sociali.
Inoltre, sul piano empirico, la ricerca ha attenzionato le relazioni interne
all’ambiente di lavoro; un buon setting lavorativo è indispensabile per una propria
serenità lavorativa. Da qua la necessità di approfondire questo argomento all’interno
della ricerca, attraverso il racconto delle esperienze dirette degli intervistati. Le
relazioni all’interno di esso sono propositive, ma spesso complesse, soprattutto con il
datore di lavoro, il quale viene definito come elemento forte, leader del gruppo di
lavoro, ma con il quale è pressoché impossibile ogni forma relazionale. Ciò provoca
nel soggetto con disabilità, un senso di forte inferiorità che si manifesta anche
nell’insoddisfazione del proprio lavoro.
In conclusione, è evidente che la crisi ha un impatto dirompente sulle politiche
sociali, ciò vale per tutti i comuni da noi attenzionati, i quali in questi ultimi anni
hanno dovuto far fronte ai consistenti tagli subiti, nel generale stato di sofferenza
della finanza locale; il risultato è stato una riduzione dei servizi sociali e del livello di
copertura della popolazione fragile. Nello specifico abbiamo assistito ad un
progressivo ed inesorabile impoverimento di risorse da parte dei servizi, che si
trovano nella condizione di non poter dare reali risposte ai crescenti bisogni sociali
della popolazione. Pertanto, è stato inevitabile constatare la totale assenza di percorsi
102
di formazione. Inoltre, il rapporto tra l’ingresso nel mondo del lavoro e il titolo di
studio, ha messo in luce quanto la marginalizzazione delle persone con disabilità sia
conseguenza degli atteggiamenti negativi verso di essa manifestati, ad esempio,
attraverso la scarsa rilevanza data al titolo di studio e alle competenze del singolo
individuo. Quest’ultimi, in nessun caso, vengono valutati come valore aggiunto
proprio e intrinseco della persona. Essi, piuttosto che essere veicolo di uguaglianza,
diventano elementi di distinguo tra disabili e non.
5.3
CONDIZIONE
DI
ACCETTAZIONE
O
RIFIUTO
DELLA
DISABILITÁ
La persona con disabilità è spesso un soggetto fragile, comprendere ciò è la via
che permette ad esso di capire le debolezze e fragilità altrui. Ciò favorisce una
relazione alla pari in cui non c’è chi è in posizione up e chi in posizione down, ma
tutti sono accomunati dalla stessa condizione che è, appunto, la fragilità. Se
scopriamo che tutti siamo degli esseri fallibili, potremmo avvertire il valore della
comprensione reciproca. (Giorgini, 2010). L’accettazione o rifiuto della propria
condizione di disabilità dipende, dunque, dai fattori esterni e interni.
In relazione a ciò, inevitabilmente, i comportamenti e i modi di essere del disabile,
sono connessi alle opinioni che gli altri hanno nei confronti della disabilità. Alla luce
di ciò, il problema principale è che spesso, la società moderna, vede il disabile come
l’anello debole della catena, conseguentemente, quest’ultimo mette in atto
comportamenti di auto protezione, che scaturiscono spesso nel rifiuto della propria
condizione.
Secondo Goffman: «Assegniamo a certe persone una sorta di identità sociale
virtuale, che contiene attribuzioni puramente speculative, per nulla confrontabili coi
fatti. Si tratta di proiezioni di stereotipi spesso mediate da sentimenti di paura e di
inferiorità, che vengono riversati sulle persone in modo acritico» (Goffman, 1963)
103
“Io vivo bene la mia disabilità, anche se ho dei momenti di rabbia che, talvolta,
non riesco a gestire e mi fanno venir voglia di mollare tutto e non fare più niente, di
perdere la guerra perché spesso, qualsiasi cosa fai, non c’è nessun riscontro
positivo, non ti danno nessuna speranza che in futuro possa cambiare qualcosa che
ti possa far sentire migliore. Quindi c’è questa rabbia latente che non sparisce mai,
pronta ad esplodere in qualsiasi momento… L’insoddisfazione porta a
questo!”(Nicola)
La rabbia vissuta da una persona con disabilità si traduce in frustrazione,
abbandono a sé stessi, fuga della realtà in quanto, il rifiuto si interseca con il sentirsi
un peso per gli altri. Contemporaneamente, si sviluppa da parte del disabile un
atteggiamento egocentrico, aggravando la già di per sé critica situazione personale.
Egli, vittima di sé stesso, avverte un enorme senso di frustrazione che può sfociare
in crisi depressive, aggravate dalla dipendenza da terze persone. Il senso di
fallimento vissuto quotidianamente all’interno dell’ambiente lavorativo e non,
determina ansia ed insicurezza, che si riflette sui rapporti interpersonali e sugli altri
membri della famiglia.
“La mia disabilità non la vivo del tutto positivamente, mi sento un pò scoraggiata
soprattutto da quando c’è stato il peggioramento della vista. Desidererei avere
intorno a me, anche in famiglia, un pò più di comprensione, un pò più di
disponibilità anche nel capire il problema e quindi venirmi un pò incontro. Cosa che
non trovo, né in famiglia, né fuori” (Rosa)
Sofferenza, disagio, non accettazione, sensi di colpa legati all’handicap, idee di
vergogna ed inferiorità, sono tutti elementi che, talvolta, sfociano addirittura nel
rifiuto di qualsiasi forma d’aiuto, accentuando in questo modo il proprio
egocentrismo, chiudendosi in sé stessi. Ciò provocherà delle difficoltà nei processi
relazionali.
104
Il divario tra quello che la persona con disabilità vorrebbe fare e quello che in
realtà riesce a fare, ritrae un vissuto di forte instabilità multifattoriale: psicologica,
emotiva, economica e relazionale. Pertanto, il proprio vissuto diventa insostenibile e
anche quando viene acquisita una spiegazione eziologica della propria condizione di
disabilità, questa non allevia un oscuro sentimento di disperazione, implacabile e
irrazionale.
È necessario sottolineare che ogni situazione pone problematiche specifiche, le
quali richiedono particolari e diversificati interventi di sostegno. Da risposte
adeguate può dipendere un’accettazione propositiva della nuova situazione data dalla
disabilità. Ad esempio, Antonino sostiene che le difficoltà ci sono, ma a poco a poco,
facendo affidamento agli altri sensi è riuscito ad accettare la nuova condizione,
accettando più volentieri l’aiuto degli altri e sviluppando nuove potenzialità personali
come la memoria. Tutto ciò ha portato ad una maggiore serenità interiore e
relazionale.
Il disequilibrio intra ed extra sociale, và combattuto attraverso una nuova fase che
prevede lo spostamento del significato della crisi, da perdita irreparabile a rottura di
una condizione fino a poco prima considerata, a torto, d’equilibrio, divenendo
contemporaneamente nuovo punto di partenza per un’evoluzione adattiva.
In conclusione, possiamo affermare che la condizione di accettazione o rifiuto
della disabilità, dipende in maniera netta dal contesto che circonda l’individuo: più
questi si sente solo ed emarginato, più affioreranno le condizioni di rifiuto della
propria disabilità; al contrario, laddove invece la persona si rende conto di essere
apprezzata, sostenuta e incoraggiata, la propria identità e la propria personalità non
saranno più viste come limiti ma, al contrario, elementi che favoriscono il rapporto
con gli altri.
105
5.4 RAPPORTO TRA L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO E IL
TITOLO DI STUDIO
Il mondo del lavoro, fatto da aziende pubbliche e private, è spesso non curante
delle competenze acquisite da parte dei soggetti con disabilità. Preferisce mantenere
uno stato di surreale inconsapevolezza su un nuovo spaccato di realtà, fatto di tanti
giovani diversamente abili diplomati, laureati e specializzati.
Per molto tempo si è consumata una lotta tra soggetti con disabilità che
reclamavano i propri diritti e aziende che vivevano l’inclusione solo come un obbligo
di legge, creando inevitabilmente uno stato di conflittualità dove non ci sono né vinti,
né vincitori. Tuttavia ciò, impoverisce le potenzialità residue nel soggetto con
disabilità, in quanto sono migliaia i disabili italiani laureati e specializzati, ma spesso
le aziende preferiscono pagare una multa piuttosto che assumerli, facendo scaturire
un forte senso di impotenza e di assuefazione alla passività nel soggetto con
disabilità. L’indeterminatezza del domani, l’assenza di scopi gratificanti portano alla
rinuncia.
«La collocazione del concetto di integrazione all’intero del “corso di vita” e della
“qualità della vita”, permette di aprire una prospettiva non riducibile al semplice
bilancio delle abilità e dei deficit della persona disabile, ma la allarga a quegli
elementi relazionali e sociali che definiscono la qualità della vita» (Medenghini,
2010)
“Il titolo di studio che ho non mi è stato affatto utile per trovare lavoro. Ho la
maturità classica e una laurea in Giurisprudenza, entrambe le ho conseguite dopo
aver iniziato a lavorare come centralinista. Infatti, è stata una forma di ribellione
all’inettitudine del lavoro che svolgo e che a me non piace perché è troppo
monotono, privo di soddisfazioni, sia dal punto di vista economico che personale. É
grigio come lavoro, non è suscettibile di modifiche sostanziali (almeno nel nostro
paese) che possano darmi qualche soddisfazione. In 26 anni che svolgo questo
lavoro, soltanto tre volte mi sono sentito un tantino realizzato. Poco, troppo poco!
106
Nonostante i miei sforzi per ottenere sia il diploma che la laurea, alla fine non mi
sono servite a nulla”(Nicola)
Spesso, i sacrifici di una parte della propria vita, quella spesa a studiare e a cercare
di professionalizzarsi in qualcosa, vanno sistematicamente vanificati. Il vero scontro
con la realtà si manifesta quando, nonostante il raggiungimento di importanti
traguardi quali il diploma o la laurea, costati enormi sacrifici sia personali che
sociali, in quanto spesso è necessario un lavoro preliminare su sé stessi e sulla
consapevolezza delle proprie potenzialità, nonché sul percorso sociale, caratterizzato
dall’abbattimento di barriere culturali che affondano le proprie radici in un tessuto
familiare povero di risorse. L’impossibilità ad ottenere il lavoro desiderato, diventa
motivo di intralcio e pessimismo.
I sogni realizzati si trovano a fare i conti con una ricerca del lavoro, la quale
invece di essere un’esperienza positiva e significativa, finisce con l’essere frutto di
frustrazione, caratterizzata da una serie di no detti e non detti. Il vero nodo è la
diffidenza latente nei confronti della diversabilità; tanti tentativi e concorsi a cui
l’animo ambizioso di un diversamente abile aspira a partecipare, finiscono spesso nel
vuoto e nel silenzio di risposte mai giunte. Và detto che la crisi morde, trovare un
lavoro è difficilissimo per tutti i giovani.
In questo panorama, il lavoro diventa per i soggetti con disabilità mera utopia. Ad
esempio, Laura sostiene che nella ricerca del proprio lavoro il titolo di studio da lei
conseguito, non è stato in nessun modo calcolato. Oggi non lavora grazie al suo
diploma del liceo linguistico, ma grazie alla licenza media. Ciò a suo discapito,
perché invece che essere assunta in categoria C, è entrata in B1; categoria inferiore
che corrisponde anche a retribuzione economica minore. Oggi ha smesso di fare
concorsi perché tutti continuano a dire che è tutto bloccato. Si, è contenta del suo
attuale lavoro, raggiunto comunque dopo mille sacrifici. Laura ricorda ancora il
giorno e l’ora del suo primo giorno di lavoro, vissuto in un turbinio di emozioni e
sensazioni, l’inizio di una concreta realizzazione e indipendenza personale.
107
Spesso si ritiene, a torto, che i disabili siano contenti di usufruire di una pensione
statale, affermazione del tutto errata e insensata. Ciò che i soggetti con disabilità
vorrebbero è avere un lavoro non solo per uscire di casa, ma avere un lavoro per
lavorare, per sentirsi utili ed umani come tutti gli altri.
Come si può comprendere, il percorso d’integrazione nel mondo dell’istruzione
dei giovani diversamente abili non è stato privo di difficoltà, ma guardando avanti
oggi ogni giovane può iscriversi all’Università, al pari dei colleghi senza alcuna
difficoltà. Grazie alle fatiche delle prime matricole, ora gli studenti con disabilità
hanno possibilità, prima impensabili.
In conclusione và riconosciuto che sono diminuite le barriere architettoniche e
strutturali e, talvolta, il livello comunicativo è migliorato, rimangono tuttavia
innumerevoli barriere culturali di una società che ancora oggi considera i soggetti
diversamente abili come una minoranza.
Alla luce di ciò, una persona diversamente abile dopo essersi laureata, spesso, non
ha la possibilità di svolgere il lavoro per cui ha studiato. Questa visione culturale
porta gli amministratori a domandarsi come occupare il tempo di questi giovani
adulti simpaticamente chiamati “ragazzi”, i quali non hanno attività da cui trarre
soddisfazione. Il passaggio dalle idee alle azioni diventa quindi un salto nel buio:
l’impegno e la volontà non garantiscono la validità dei progetti, se costruiti su basi
culturali non ancora solide. Purtroppo, spesso non è la laurea a portare qualche
vantaggio, è invece il grado d’invalidità a pesare sul futuro di una persona.
5.5 PRIMI APPROCCI NEL MONDO DEL LAVORO: TRA PREGIUDIZI
E VOGLIA DI AFFERMAZIONE
Il campione di persone con disabilità intervistate per la nostra ricerca, ha
evidenziato che la disabilità spesso si associa ad una limitata partecipazione alle
attività lavorative e alla vita economica, tanto che si possono osservare condizioni
che vanno dalla disoccupazione occasionale, all'impossibilità di partecipare a
108
qualsiasi forma di lavoro. I pregiudizi latenti che circondano il soggetto con
disabilità, spesso diventano un ostacolo invalicabile per la sua affermazione.
«Lo studio del pregiudizio implica lo studio dei rapporti umani, dei meccanismi
che li regolano. L’etimologia del termine deriva dal latino “pre-judicium”. Esso
indica da un lato un giudizio errato, emesso prima dell’esperienza che può essere
applicato a fatti, eventi, gruppi; dall’altro, è una tendenza a considerare in maniera
sfavorevole un determinato gruppo sociale» (Ciccani, 2008)
È quindi necessario non tanto uno sforzo nella direzione di un pensare diverso,
quanto nella direzione di pensare altrimenti. Il pregiudizio, dunque, si configura
come un giudizio frettoloso, suffragato da scarsità di dati empirici. Alla luce di ciò, si
tende a considerare in modo ingiustificatamente sfavorevole le persone che
appartengono ad un determinato gruppo sociale. Il gruppo sociale al quale facciamo
riferimento è, nello specifico, il gruppo dei soggetti con disabilità. Il pregiudizio,
però, non è solo il prodotto di un processo percettivo; anche il condizionamento
culturale può generare forme pregiudiziali di pensiero.
I processi mentali che sono alla base del pregiudizio trovano, infatti, in alcuni
cliché culturali dei veri e propri ostacoli che rallentano e rendono difficili soluzioni
diverse. (Schianchi, 2009)
“Quando insegnavo a Novara, le mie colleghe non mi vedevano di buon occhio,
pensavano: “Ma questa perché l’hanno mandata qui, vista la sua patologia?”. Mi
vedevano come un peso perchè loro erano più svelte a fare le cose, invece io avevo
bisogno dei miei tempi, ma non per questo ero meno professionale di loro, anzi! Si
sono così venute a creare, spesso, delle situazioni di pregiudizio nei miei riguardi.
Anche
il
Preside
ha
mostrato
comportamenti
pregiudizievoli
nei
miei
confronti”(Elena)
Le difficoltà relazionali, frutto dei pregiudizi, possono incidere nelle dinamiche
comportamentali future. Dalle interviste effettuate, è emerso che il pregiudizio è un
elemento non residuale, appannaggio di categorie fondate su sistemi di cultura che
109
sopravvivono al singolo e si riproducono sempre uguali di generazione in
generazione, cambiando talvolta pelle ma riproponendo gli stessi stereotipi che
affliggono l’umanità e che, inevitabilmente, bloccano qualsiasi forma di attivismo
sociale da parte dei soggetti con disabilità. Pertanto, spesso, quest’ultimi restringono
il proprio ambito lavorativo a poche iniziative. I primi fallimenti, frutto di
pregiudizio altrui, nella ricerca del lavoro si intrecciano con le prime rinunce.
Il muro impalpabile del rifiuto di questi uomini, a cui concorrono pregiudizi e
stereotipi, impedisce, a chi lo ha innalzato, di vedere l’handicap come qualcosa che
attraversa l’umanità intera.
Alessandro afferma che, in alcuni casi, i pregiudizi nascono inizialmente
all’interno del disabile stesso. Il riuscire in prima persona a parlare con gli altri,
abbattendo i pregiudizi prima nella propria mente, permette a tutti di vivere meglio.
Nell’attimo in cui riesci ad abbattere i mostri dentro di te (causati dalla patologia),
inevitabilmente cominci a vivere più sereno, tranquillo e rilassato. Ne consegue che i
pregiudizi, gli sguardi delle persone, le parole dette sottovoce che fino a poco tempo
prima ti davano fastidio, adesso ti smuovono soltanto compassione.
«Il problema non era più mio, ma loro» (Alessandro)
In tal senso il pregiudizio, può considerarsi elemento trasversale e multiforme che
si manifesta in forme dirette e indirette, subdole e palesi, consapevoli o
inconsapevoli, abbracciando tutte le sfere del vivere quotidiano: dal lavoro, alle
relazione con gli altri.
Il pregiudizio e lo stereotipo si insinuano, così, anche in coloro che, in buona fede,
ma con poca oculatezza, lavorano nel campo dell’handicap. L’integrazione non è un
problema che riguarda solo il diversabile, ma è realtà che riguarda ogni uomo in
quanto tale. Operare sull’integrazione lavorativa del diversabile è la via migliore per
operare l’integrazione dell’uomo. Questo è, quindi, il processo di restituzione di
significato, di risanamento della “carenza ontologica” (bisogno di ricolmo di senso)
di cui l’uomo, in quanto tale, è portatore. Limite massimo dell’uomo è quello di non
110
poter bastare a sé stesso. L’unica, autentica e vera integrazione del diversabile non è
solo quella che si combatte a livello materiale o sociale, ma anche e soprattutto,
quella che passa attraverso un’azione culturale di presa di coscienza dell’uomo, di
ogni uomo. Ma tutto ciò comporta la modifica del contesto, ovvero della cultura che
genera e costituisce il pregiudizio.
In conclusione, dalle interviste è emerso che ci sono persone che sono riuscite a
superare l’imbarazzo di guardare, di rispondere al saluto, di aprirsi al dialogo con il
disabile, sperimentando un modo diverso di vivere basato sulla capacità di andare
oltre.
5.6 FATTORI ESTERNI ED INTERNI CHE HANNO FAVORITO O
CONTRASTATO L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO
Tra i fattori che possono favorire o contrastare un successo lavorativo per i
diversamente abili, un ruolo di enorme rilievo ha la famiglia. Il processo di
normalizzazione, educazione e formazione del soggetto con disabilità, richiede un
costante e crescente intervento di quest’ultima. La famiglia si colloca in una
posizione di frontiera, in una “terra di nessuno”, oppressa da una duplice condizione:
la salute e la malattia, l’uguaglianza e la devianza del proprio figlio. Partendo da
questi presupposti:«Il condizionamento familiare agisce sugli individui orientandone
anche le aspettative. Or dunque, possiamo parlare di capitale familiare esattamente
come si può parlare di un capitale monetario: chi ha di più investe di più e ne
ricaverà un reddito ulteriore, chi ha di meno investirà di meno e quindi non potrà
ricavarne alcun profitto». (Bourdieu, 2006)
Qualora il capitale familiare si collochi come punto di riferimento stabile, ma
nello stesso tempo aperto e flessibile ai bisogni del proprio figlio, diventa un fattore
interno di enorme importanza per il successo personale, professionale e sociale di
quest’ultimo. Quando, all’opposto, la famiglia non trova in sé le risorse e dunque il
capitale, sentendosi sola nell’affrontare dinamiche non accettate, si creeranno circoli
111
viziosi che incideranno in maniera considerevole sulla probabilità di errori
nell’ambito educativo da parte dei genitori. Tutto ciò può divenire una risorsa o un
ostacolo per il successo nel mondo del lavoro.
La vita di un diversamente abile, può essere paragonata ad una miniera nella quale
tanti e diversi sono gli estrattori delle risorse. Un ruolo privilegiato hanno, al fianco
della famiglia, gli amici e gli operatori che operano con e attorno il soggetto con
disabilità. (Imprudente, 2003)
“La famiglia per me è stata importantissima perché pochissimi sono stati gli
amici che mi hanno aiutata. A fianco a me è rimasta solo la famiglia. Io sono
contenta perché c’è mio marito che è l’unico che cerca di accontentarmi in tutto.
Anche quando devo andare a lavoro, è lui l’unico disponibile”(Anna)
La famiglia resta nonostante le difficoltà e i cambiamenti, espressione di valori
positivi. Il ruolo della famiglia è, infatti, fondamentale nei molteplici aspetti della
vita di una persona con disabilità: dall’assistenza e l’aiuto in caso di bisogno, fino
all’aumento del livello di socializzazione.
Le persone con disabilità devono poter sperimentare le risorse che hanno a
disposizione, i deserti della propria geografia emotiva, ma anche la fecondità dei
propri punti di forza. L’azione educativa dei genitori diviene fondamentale
nell’assicurare uno sviluppo cognitivo e armonico al figlio che vive una condizione
di disabilità. Si tende, in questo modo, a dare sempre più credito alle risorse presenti
all’interno della famiglia per fronteggiare le difficoltà e alle modalità con cui la
famiglia attiva queste sue risorse.
“I miei familiari nella mia vita sono stati fondamentali. Io da solo non riesco né a
muovermi, né a vestirmi, né a lavarmi. Sono stati importanti non solo a livello
materiale, ma anche psicologico e morale. La stessa cosa vale anche per gli amici.
Quindi entrambi sono fondamentali e vitali perché, senza di loro, non sarei stato in
grado di affrontare i tanti problemi nella mia vita” (Marco)
112
Qualsiasi nucleo familiare, nel corso della sua evoluzione, si trova ad affrontare
eventi e compiti che richiedono un più o meno vasto periodo di riorganizzazione. In
questo processo hanno un ruolo fondamentale sia le risorse esterne, ossia le risorse
oggettive e materiali, che le risorse interne cioè quelle intrapsichiche, cognitive ed
emozionali, facenti quindi parte della persona. Dall’analisi delle interviste abbiamo
individuato che le più importanti risorse esterne sono: il livello di benessere e quello
economico, l’evoluzione positiva della disabilità, la disponibilità di cure e terapie, la
disponibilità di una rete informale di supporto. Tra le risorse interne, invece,
troviamo di fondamentale importanza: il grado di sensibilità dei genitori verso
l’handicap, la qualità della relazione tra coniugi, il livello di cultura dei genitori, il
livello di abilità comunicative tra i membri della famiglia.
L’isolamento sociale è uno dei principali rischi per le persone diversamente abili e
i propri familiari, soprattutto quando questi si trovano in conflitto con una burocrazia
assente e, in molti casi, incompetente.
“In generale per le persone con disabilità non c’è molta umanità o comprensione,
non c’è molta disponibilità nell’aiutarci. Inoltre, la burocrazia è lenta ovunque, in
tutti gli uffici. Non c’è nessun aiuto: né a lavello materiale, né come aiuto
psicologico”(Rosa)
L’emancipazione della persona con disabilità si compie nell’interazione, valicando
la sfera familiare, affermandosi in un modello di vita condiviso; ciò può indurre la
persona con disabilità ad uscire dal proprio individualismo. La forza del soggetto con
disabilità, infatti, è spesso sottoposta a dure prove da parte di fattori esterni come la
burocrazia costosa, lenta ed inefficiente. A tal proposito, tutti gli intervistati hanno
sottolineato l’assoluta inefficienza e carenza informativa da parte dell’ufficio di
collocamento mirato di Trapani. La maggioranza degli intervistati non ha, infatti,
trovato lavoro attraverso questo canale. Giulia sottolinea che l’ufficio potrebbe
essere un importante punto di riferimento, in realtà lei non è stata mai contattata
113
nonostante rinnovi ogni anno la domanda. L’esperienza di Giulia è la stessa di molte
altre persone con disabilità.
Tra uffici e sale d’attesa si accumulano vissuti mortificanti nella quale la persona
non si sente più tale, ma oggetto. Inevitabilmente, ciò diventa un vero e proprio
calvario per le persone disabili e per i propri familiari. Un percorso ad ostacoli per
ottenere niente più che un diritto.
5.7 RELAZIONI E SPAZI NEL PROPRIO AMBIENTE DI LAVORO:
COLLEGHI E DATORI DI LAVORO
Partendo dalla convinzione che un ambiente di lavoro sereno fa bene a tutti:
lavoratori, normodotati o disabili che siano, e datori di lavoro, l’ elemento chiave per
un livello ottimale nel proprio ambiente lavorativo è dato dalla consapevolezza che
tutti possiamo essere delle risorse.
«Collaborare tra colleghi nella realizzazione di un progetto comune, porterà il
soggetto diversamente abile a pianificare il proprio futuro attraverso il lavoro.
Attribuire un ruolo lavorativo alle persone diversamente abili, permette loro di
sviluppare la propria identità e affermare la parità sociale» (Altieri, 2006). Infatti,
l’individuo può essere visto come un valore intrinseco, valido di per sé, il quale ci
arricchisce con la sua presenza, non per il fatto che ci “serva” necessariamente a
raggiungere qualcosa.
Il luogo di lavoro và, dunque, strutturato in misura che sia consentita e favorita la
relazione e la collaborazione tra i colleghi, facilitando la conoscenza reciproca.
Purtroppo, come emerso dalle interviste, spesso è la non conoscenza a provocare
l’affiorare dei pregiudizi, i quali elevano barriere insormontabili, ostacolando ogni
forma di relazione. (La Macchia, 2009). L’ufficio diventa così fabbrica di relazioni
positive o negative, sia esse conflittuali o propositive, rimangono relazioni
significative.
114
“Il rapporto con i colleghi non è mai cambiato perché sono stato sempre umile e
disponibile con tutti. Sono abbastanza soddisfatto delle mansioni che mi sono state
affidate. Fortunatamente svolgo il mio lavoro in sinergia con i miei colleghi, questo
per me è sempre stato molto gratificante. Invece con il datore di lavoro tutto
l’opposto, non c’è nessun contatto. Lui sta dove sta e noi lavoriamo” (Giuseppe)
Le condotte e le azioni del singolo, si intersecano con il gruppo dei colleghi. Gli
spazi comuni diventano connettori di relazioni nuove, basate sulla fiducia, sull’
integrazione e sulla consapevolezza delle proprie risorse. Quando queste dinamiche
diventano reali, è possibile percepire relazioni positive, tempi comuni, valori, equità
e comunicazione. Questi sono beni considerati immateriali, ma che al contempo
possono divenire ricchezza condivisa.
Un soggetto con disabilità è una risorsa, sia in termini strumentali che intrinseci.
È opportuno ricordare che anche se sono passati tredici anni dall’entrata in vigore
della Legge 68/99, c’è chi vive ancora la presenza del soggetto con disabilità nel
luogo di lavoro, come un peso da accollarsi, quasi come una missione egualitaria e
soccorritrice. Nella pratica quotidiana in realtà il diversamente abile, come emerso
dalle interviste, sa gestire i propri spazi, favorire la relazione tra colleghi, affermare
la propria personalità.
Laura è una persona molto timida e riservata, nonostante ciò, nel proprio ambiente
di lavoro ha saputo superare questa timidezza. La voglia di relazionarsi alla pari con i
propri colleghi, di fare amicizia, ha portato Laura a star bene sia con sé stessa che
con gli altri.
“Voglio alzarmi la mattina e sapere che sto andando nel mio luogo di lavoro in
cui ci sono persone con le quali ho instaurato un rapporto familiare, invece di avere
screzi”
La cosa importante, per Laura, è sapere che ci sono tante persone a cui voler bene
e che le vogliono bene e che la stimano. In questo modo, il rapporto con i colleghi è
115
sempre stato positivo, ma aggiunge che non sempre ciò si verifica in tutti i casi. Sua
madre, anche lei donna con disabilità, ha dovuto superare innumerevoli angherie e
soprusi, il rapporto con i colleghi era inesistente e in molti casi la isolavano. Oggi,
Laura si sente completa e realizzata.
Nella pratica quotidiana si può costruire l’humus di una realtà basata sullo
scambio di risorse reciproche. Grazie alla presenza attiva del soggetto con disabilità,
frutto di un percorso d’integrazione non fittizio ma compiuto, il livello di qualità
lavorativa sarà per tutti migliore. Attraverso le relazioni significative tra colleghi, è
possibile migliorare le nostre qualità umane. Alla luce di ciò, quando parliamo di
relazioni, non intendiamo il concetto di pietismo, la vecchia “bontà” riverniciata
nell’accoglienza, né tantomeno nel concetto di beneficienza e nel custodialismo
caritatevole; ma intendiamo il valore reale della presenza di un diversamente abile
nel luogo di lavoro.
Tutto ciò segue la logica della reciprocità, caratteristica essenziale del processo di
crescita. La relazione è l’elemento costitutivo della psiche, l’indispensabile alimento
di cui si nutre la nostra vita. Il focus non è solo il diversamente abile, ma la relazione
che cura e fa crescere il disabile, il collega e il datore di lavoro.
“Con i colleghi non ci sono problemi, il problema è il sentirsi inutile nel contesto
lavorativo. Il sentirmi frustrato nell’ambiente di lavoro, spesso mi ha portato, come
si suol dire, ad uscire fuori dai gangheri. Loro non comprendono fino in fondo il
motivo della mia frustrazione, ma stare sei ore da solo in quello stanzino al buio è
veramente frustrante. Sarò anche non vedente, ma non sono stupido!” (Nicola)
Dalle interviste è emerso che l’obiettivo comune a tutte le persone coinvolte in
quest’esperienza di vita, è riuscire a realizzarsi attraverso le proprie competenze.
Infatti, scopriamo di essere simili l’un l’altro, disabili e non, nel momento in cui
superiamo le barriere del deficit, i limiti, le paure insite nell’uomo. Questo è
realizzabile proprio grazie a una relazione e interazione positiva tra colleghi e datore
di lavoro. Il lavoro diventa così, un laboratorio di esperienze e relazioni.
116
All’orizzonte della diversità di ognuno, compare la strada per la realizzazione del
personale progetto di vita, secondo la logica del saper essere: individualmente ed
insieme agli altri; quando ciò non si verifica la prima vittima è proprio il soggetto
diversamente abile, il quale non riesce a istaurare relazioni sane, rimanendo sfondo
opaco all’interno di un ufficio nel quale tutto intorno a sé entra in relazione, tranne il
suo essere, isolandosi prima che dagli altri, in sé stesso.
5.8 LA CARRIERA DEL DISABILE: TRA OSTACOLI E POSSIBILITÁ.
UNO SGUARDO AL FUTURO
Essendo la relazione, secondo il paradigma intersoggettivo, il motore della
crescita dell’individuo, da essa dipendono spesso l’affermazione di sé e la possibilità
di carriera all’interno del mondo del lavoro anche per un disabile. Per il recupero
dell’autonomia, dignità, sicurezza personale e per la realizzazione di sé, il lavoro,
nella nostra società, è un elemento indispensabile per l’equilibrio, per il benessere
complessivo, fisico, sociale, economico e psicologico. (Lepri e Montobbio, 2006).
Se, pertanto, da un lato emerge l’inefficacia di strumenti messi fin’ora in campo
per garantire un accesso alla carriera da parte delle persone con disabilità, dall’altro
le cifre sulla disoccupazione fanno rabbrividire; si può ragionevolmente affermare
che nel nostro Paese, ad essere disoccupato sia più di un disabile su due.
La funzione sociale di quest’ultimo è spesso predefinita non dalle sue reali
competenze e qualità professionali, ma dal suo legame ad una categoria piuttosto che
ad un’altra. Ne consegue che, il suo valore sul mercato è molto sottovalutato.
Il mondo della disabilità è un universo articolato e complesso, sia sul piano
relazionale che bio-psichico. Pertanto, per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro
dei soggetti diversamente abili, è indispensabile prevedere procedure e azioni
sinergiche, agendo in modo propositivo nei confronti dell’esclusione, implementando
misure che non si fermino ad un disegno occupazionale in senso stretto, ma sappiano
117
stimolare e sostenere lo sviluppo di capacità soggettive di progettazione e
realizzazione di un progetto di vita più articolato. (Fiorentini, 2006)
Ciò favorirà una realizzazione professionale, basata sulle competenze.
Sottolineando dunque tale aspetto, sarà possibile prevedere fenomeni di carriera nel
proprio luogo di lavoro anche per i soggetti con disabilità. Questa, come è emerso
dalla ricerca condotta attraverso le interviste qualitative, non è un’utopia ma
all’opposto, potrebbe divenire una realtà. Gli ostacoli sono, dunque, da rintracciare
non nella scarsa volontà del soggetto con disabilità, ma piuttosto nei fattori esterni.
È bene tenere a mente che, spesso, l’assunzione di un diversamente abile non è
vissuta dall’imprese, sia esse pubbliche che private, come un valore in più, ma come
un peso, un favore, una cortesia, che il soggetto forte fà nei confronti del soggetto più
debole. Pertanto, l’avanzamento di carriera per un soggetto con disabilità, viene
ostacolato con scuse più o meno plausibili come la mancanza di fondi, la mancanza
di posti di lavoro, fino alla gravità del livello di disabilità.
“Si,l’avanzamento di carriera ci potrebbe essere. Tuttavia sarebbe necessario che
prima le persone aprissero le loro menti e che, esse stesse, buttassero giù le barriere
mentali che hanno soprattutto nei confronti del disabile, facendo le cose un po’ più
mirate. Io ho provato a parlare, ma ci sono sempre i soliti paletti: “Non è
possibile!”, “Siamo un ente piccolo”, “Non si può fare…”. Però poi, i soldi per
altre cose si trovano e si spendono” (Nicola)
“Sarebbe davvero bellissimo se anche per me ci fosse un avanzamento di
carriera, lo spererei tanto! Però, purtroppo, la Regione accampa sempre la scusa
della mancanza dei fondi, anche se poi per le loro cose, inspiegabilmente, i fondi li
trovano anche con le casse vuote. Quindi potrebbero trovarli anche affinchè le
persone, non solo normodotate, ma anche quelle disabili della vista o con qualsiasi
altro tipo di disabilità, possano avanzare. Sai, la Legge Biagi non è stata attuata
esattamente come la concepiva lui. Questa prevedeva un avanzamento di carriera in
base alla meritocrazia, sulla base di una formazione adeguata, affinché una persona
118
non facesse per tutta la vita la stessa cosa, ma potesse potenziare le sue possibilità e
potesse avere anche una gratificazione nell’avanzamento di carriera” (Laura)
Il desiderio di evolversi da parte dei soggetti con disabilità, potrebbe divenire uno
degli stimoli principali per raggiungere quel cambiamento storico e culturale tanto
atteso. È ormai costatabile da più parti, come emerso dalla nostra ricerca, che il
soggetto con disabilità ambisce a una partecipazione attiva nel mondo del lavoro.
Contro ogni ostacolo culturale e ogni credenza sociale, parte delle persone con
disabilità stanno lottando per affermare il proprio diritto a una cittadinanza attiva. Il
presente per quanto carico di difficoltà e conflittualità, rappresenta una verità
affermata; il futuro rappresenta, all’opposto, la meta minacciosa, l’ignoto. La paura
del domani è, forse, il dato di spessore semantico maggiore. Accettare l’oppressione
data dall’insicurezza, per molti degli intervistati, è equivalso ad abbandonare sogni,
progetti ed aspirazioni. Il dover fare i conti, giorno dopo giorno, con la gravità di una
condizione fisica in continuo mutamento, spesso non controllabile da parte del
soggetto con disabilità, porta in alcuni casi a mollare tutto e a non progettare.
Alessandro racconta che nel 2004, quando raggiunti i 28 anni stava iniziando a
fare progetti importanti per la propria vita, la diagnosi di sclerosi multipla ha, in un
istante, frantumato ogni certezza. Adesso Alessandro vive alla giornata, non ha alcun
progetto a lunga scadenza.
Attraverso la ricerca condotta, è stato, inoltre, possibile evidenziare che in una
società in cui gli effetti dell’iniziativa individuale possano avere un peso enorme
nell’affermazione di sé e nel raggiungimento dei propri sogni, alcuni soggetti,
credendo in prima persona nelle proprie competenze, riescono a raggiungere i propri
obiettivi. È il caso di Giulia, la quale nonostante il suo handicap, ha grandi progetti;
per realizzarli, lascerà la sua amata Sicilia per andare a Milano per acquisire nuove
competenze e riuscire ad inserirsi nel mondo del lavoro.
“Non voglio stare ad aspettare mia sorella per fare qualsiasi cosa”
119
In conclusione possiamo affermare che la realizzazione del proprio futuro,
dipende spesso dalla capacità di affermazione della propria autonomia. Il cammino
educativo che ogni persona è chiamata a compiere, non può esularsi dalla capacità di
scelta e di autodeterminazione, affinché la persona con disabilità possa vivere
pienamente la propria vita con dignità.
5.9
L’INFLUENZA
DELLA
DIFFERENZA
DI
GENERE
NELL’OTTENIMENTO DEL LAVORO
La promozione di una cittadinanza di genere, basata sulla cultura della non
discriminazione, dovrebbe essere tra gli obiettivi principali di una società che si
professa civile e democratica. Il tema delle differenze e delle differenze di genere,
costituisce il nodo cruciale per la realizzazione di una cultura aperta e attenta agli
altri. Eppure si tratta di questioni che non ricevono l’attenzione che meritano o,
peggio ancora, rischiano di passare in secondo piano anche a causa dei
comportamenti di difesa di poteri acquisiti.
Dalla ricerca in profondità portata avanti attraverso le interviste sulla differenza
di genere, è emerso che il lavoro femminile è, nel nostro Paese, spettro di un
problema di valutazione economica e culturale; le disuguaglianze denunciate,
rendono l’Italia una sorta di “terra di frontiera”.
Ciò viene sottolineato da Olgiati: «Il più delle volte, l’emancipazione della donna
e la sua partecipazione al mondo del lavoro, sono fortemente condizionate dal suo
triplice ruolo di moglie-madre-lavoratrice. L’ostacolo alle “pari opportunità”, non è
soltanto culturale, ma anche legato al ritardo con cui lo Stato Italiano, stenta a
realizzare lo “Stato Sociale” nei confronti di tutti i cittadini e con il pieno rispetto
delle specificità di genere». (Olgiati, 2007)
Tuttavia, uno degli elementi rilevati è il declino irreversibile del sex-typing, il
quale implica il ripensamento dei limiti tra lavori femminili e lavori maschili. Ciò
120
indica che il genere definisce meno rispetto al passato il successo socio-professionale
di un essere umano.
“Secondo me l’uomo non è più avvantaggiato rispetto alla donna, perché oggi la
donna è molto emancipata,quindi non ha molte difficoltà. Il problema è, piuttosto,
trovare lavoro, cosa difficilissima ai giorni nostri! É molto più complicato rispetto al
passato. Ad esempio, negli anni Novanta, era più facile sia per gli uomini che per le
donne. Quindi, secondo me, più che un problema di genere è un problema di offerta
lavorativa. Anzi, ritengo che oggi la donna è più avvantaggiata nel trovare lavoro”
(Giulia)
Questo accade, con più forza, in quegli ambiti dove le donne possono competere
alla pari con gli uomini a colpi di titoli di studio; in altri contesti con soggetti più
deboli, il problema della segregazione di genere è più sentita.
Nel nuovo universo lavorativo, caotico e frammentato, il gap di genere non è
legato all’assunzione o alla ricerca del lavoro, ma piuttosto alla possibilità di fare
carriera, di trovare un impiego che piaccia e che valorizzi esperienze e titoli di studio
conseguiti. Come emerge dalla stessa ricerca, in altri casi, molte donne pur avendo
elevate conoscenze e competenze, sono state assunte da aziende solo per adempiere
alle quote imposte dalla legge, senza che venissero riposte in loro grandi aspettative
o che fossero messe in luce le loro capacità.
“Credo che l’essere uomo o donna influisca sulla possibilità di trovare lavoro.
Infatti, nonostante il livello di parità che la donna ha raggiunto anche nel mondo
lavorativo, le difficoltà aumentano se poi parliamo di disabili, soprattutto se donne.
Credo che esse trovino ancora molte difficoltà perchè i pregiudizi sono parecchi e il
problema non è di facile soluzione” (Marco)
121
Un’altra delle intervistate sostiene:
“Ho notato la sorpresa quando ho fatto cose meglio di altri, quindi se c’è
sorpresa vuol dire che all’inizio c’è bassa aspettativa” (Elena)
D’altra parte, dal momento che il lavoro rappresenta, sia per gli uomini che per le
donne disabili, un enorme fonte di empowerment, appare chiaro come per una donna
disabile esso assuma una doppia importanza, e come sia quindi necessario per
ognuna, non soltanto lavorare, ma anche avere un impiego che gratifichi e soddisfi.
Dall’analisi condotta e dalle interviste raccolte emerge che, a ben guardare, non ci
sono delle concrete differenze tra uomini e donne disabili nell’ambito
dell’inserimento lavorativo, ma piuttosto le differenze di genere sussistono nei
pregiudizi che abbracciano il mondo della disabilità. Ciò che crea lo spartiacque non
è l’essere uomo o donna, ma l’essere disabile. Egli avverte una coltre oscura di
pregiudizi che investono tutte le sfere della sua esistenza e che condivide con l’essere
uomo disabile. Quindi possiamo concludere quest’analisi, ritenendo che le persone
con disabilità siano vittime di una doppia discriminazione da parte delle aziende,
legata più che al sesso, alla patologia.
Alla luce di ciò, non è più rinviabile la riflessione sulla tessitura del proprio sé di
donna o uomo. Tale riflessione non può essere un momento sporadico che coinvolga
solo singoli individui, ma deve essere un lavoro complesso che si articola nella
quotidianità e coinvolga tutti gli ambiti della vita sociale, dai mass media
all’associazionismo, attraversando tutte le fasi generazionali e le classi sociali, in
quanto l’anomalia più vistosa del nostro modello economico e sociale, è l’enorme
capitale umano femminile inattivo. Ciò stride, in maniera netta, con la necessità di
sviluppo, del riposizionamento italiano sui terreni della competitività economica e
della qualità sociale.
122
5.10 SERVIZI SOCIALI: RISORSA O BARRIERA?
Secondo la Legge 328/2000, per Servizi Sociali si intendono: “Tutte le attività
avente contenuto sociale, socio-assistenziale e socio culturale nonché le prestazioni
socio-sanitarie. I servizi sociali sono rivolti alla promozione, alla valorizzazione, alla
formazione ed educazione, alla socialità di tutti i cittadini, sia come singoli sia nelle
diverse aggregazioni sociali, alla prevenzione dei fattori del disagio sociale”.
Indubbiamente, in molti casi, sono di supporto per l’integrazione dell’individuo e
del suo contesto di vita e, al contempo, producono effetti di appartenenza e
cittadinanza.
«L’art. 14 della Legge n.328/00 sulla riforma dei servizi sociali è pervaso da tale
principio, che però ancora non trova concreta attuazione. Perché ciò avvenga occorre
seriamente organizzare i servizi secondo criteri di qualità, proprio per il rispetto
dovuto alle persone maggiormente vulnerabili. Lo stesso deve realizzarsi nel
funzionamento dei servizi per l’impiego, in caso contrario l’inserimento lavorativo
mirato rimarrà una mera aspirazione politica, senza sapersi radicare giuridicamente
nel costume dei rapporti sociali». (Canevaro, 2005)
La crescente complessità sociale che rende evidente il frammentarsi dell’identità
collettiva, è stata controbilanciata dall’assenza di politiche sociali adeguate e servizi
sociali assenti, con risultati molto incerti se non del tutto negativi. Dalle interviste è
emerso che pochi o nulli sono i progetti messi in campo dai servizi sociali e ciò vale
per tutto il territorio analizzato, tranne pochissime eccezioni.
“Ho avuto un piccolo appoggio dai Servizi Sociali della mia Città, ma molto
raramente. Sia dal punto di vista dell’erogazione delle informazioni che richiedevo,
ma anche per l’abbattimento delle barriere architettoniche… Ma, su questo
argomento in particolare, siamo molto indietro! Gli enti preposti, a volte, fanno finta
di non sentire ma attraverso le lotte che si fanno, qualche volta, si riesce ad ottenere
qualcosa” (Antonino)
123
I progetti messi in campo, oltre ad essere frammentati, sono rimasti ben lontani
dalla cooperazione. Tale distanza, tra utenti e servizi, ha portato all’emergere di
barriere, basate su accuse reciproche. Per analizzare la distanza tra questi due mondi,
è stato necessario interrogarsi su quali siano i confini reciproci, ossia, quando e in
quale situazione relazionale, sotto quali forme vengono erogati i servizi alla persona.
“Non ce ne sono qua, io non ne vedo. A Gibellina un tempo, l’unico servizio che
c’era a disposizione era l’assistenza domiciliare, ma adesso è dedicata solo agli
anziani. A ben pensare, fino a qualche anno fa, c’era un centro di fisioterapia,
adesso, chissà perché, non c’è più niente” (Anna)
È possibile evidenziare, infatti, come attraverso la ricerca condotta, i servizi
erogati alla persona con disabilità non hanno tenuto conto di quelli che sono i pilastri
basilari delle politiche sociali del welfare: il lavoro di rete, l’azione di raccordo
finalizzata a facilitare il sincronismo e le sinergie tra le molteplici realtà e risorse in
funzione dell’aiuto alla persona, supporto alle reti esistenti e promozione di nuove
reti nella comunità locale con coinvolgimento anche delle amministrazioni locali.
Tutte queste carenze hanno portato a concepire il servizio sociale e le politiche
sociali, più come un ostacolo che come una risorsa. In molti casi il soggetto con
disabilità, si è sentito isolato ed abbandonato da parte dei servizi competenti.
Lungi dal giustificare carenze, ritardi e incompetenze, una causa di questa
insoddisfazione generale, è da attribuire alla crisi in sé del servizio sociale, la quale
affonda le sue radici nel sintomo di una più generale crisi dell’idea di cittadinanza e
di società, nonché dalla contraddizione tra i valori che hanno contraddistinto l’azione
e l’attuale condizione sociale nella quale viviamo, contraddistinta dall’esaltazione di
idee quali la fluidità, la flessibilità, fragilità e intrinseca transitorietà, che caratterizza
tanto le relazioni personali e la sfera del privato, quanto la dimensione pubblica (il
lavoro, le organizzazioni).
I modelli di welfare del passato, caratterizzati da una costante spinta nei confronti
della solidarietà, sono stati in qualche modo soffocati dall’appagamento
124
consumistico dei bisogni, in cui l’interesse collettivo si scontra con l’interesse
dell’individuo. Un ulteriore fardello sui servizi, oggi, è causato dalla crisi economica
che porta a manovre sempre più rigide e tagli sempre più profondi a discapito, per
l’appunto, delle fasce più deboli.
Nell’attuale assetto istituzionale, i comuni sono i reali registri del welfare locale.
Questi scelgono come organizzare i servizi sociali, come gestirli e come regolarne
l’accesso agli utenti. L’impegno degli enti locali si esplica principalmente tramite
l’erogazione di servizi rivolti a molteplici categorie di utenza, in particolare alle
famiglie, ai minori, agli anziani e ai soggetti con disabilità. Ma come può un ente
locale erogare servizi alla collettività, quando sul bilancio di essi pesa una crisi
economica inarrestabile? Negli ultimi mesi, le preoccupazioni sul futuro delle
politiche sociali, si fanno sempre più consistenti; in alcuni casi sporadici, a queste
carenze, sopperiscono le associazione locali e nazionali. Emblematica, a tal
proposito, è l’esperienza di Rosa, la quale ha trovato come unico appoggio la
disponibilità dei volontari dell’UIC (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).
All’opposto, un’altra esperienza è quella di Anna, la quale non solo non ha trovato
nessun appoggio da parte dei servizi sociali, ma nemmeno da parte della solidarietà
locale. Non vorrebbe molto da quest’ultimi, paradossalmente una delle cose più
importanti di cui avrebbe bisogno, è trovare qualcuno che l’accompagnasse una volta
a settimana al mercato, questo varrebbe di più, secondo Anna, di mille sussidi
economici.
Nell’ultimo biennio le decisioni di finanza pubblica hanno pesantemente
penalizzato i fondi di carattere sociale; in particolare: non sono state rifinanziate
alcune significative politiche avviati negli anni precedenti, come il sostegno della
non autosufficienza. A questo quadro si aggiungono i sacrifici imposti negli stessi
anni alla generica finanza comunale.
Alla luce di quanto detto, il futuro dei servizi sociali locali e delle politiche di
welfare ha poco da sperare, infatti se fino ad oggi l’obiettivo era stato l’espansione
dell’offerta pubblica, nella fase attuale gli sforzi si concentrano per mantenere lo
status quo.
125
Come emerso dalla nostra ricerca, uno degli aspetti maggiormente critici del
welfare locale è l’estrema eterogeneità di risorse ad esso dedicate nei vari territori, in
cui le differenze di spesa si associano ai profondi squilibri nell’erogazione dei
servizi. Osservando dunque il contesto analizzato, purtroppo dobbiamo constatare
che le aspettative per il futuro sono molto inquietanti perché la situazione potrebbe
ulteriormente aggravarsi visto che, anche le Regioni sono state vittime di consistenti
vincoli di risparmio, ciò potrebbe portare ad una riduzione delle risorse con cui oggi
finanziano i fondi sociali regionali. Inevitabilmente, i finanziamenti specifici per il
welfare municipale risentiranno della somma dei tagli Stato-Regioni: il peso del
finanziamento delle politiche sociali, ricadrà sempre più e quasi esclusivamente sui
bilanci dei comuni. Ciò comporterà innumerevoli difficoltà nella vita e nelle azioni
di quella fascia di cittadini più “deboli”, quali le persone con disabilità.
In questo contesto, un ruolo sempre più importante avrà la comunità, o più
genericamente gli aggregati umani. La posta in gioco è riuscire a creare una società
vivibile, basata sulla fiducia reciproca e sulla capacità di relazionarsi, ciò potrà in
qualche modo supplire alle carenze socio-politiche fin qui analizzate. Infatti, quello
che è comune a tutti gli intervistati è la percezione del sentirsi soli. Solitudine
definibile come uno stato relazionale nel quale uno o più persone non sono in grado
di manifestare apertamente i propri bisogni. Pertanto i servizi sociali dovrebbero
mettere in campo nuove risorse e strategie, ponendo al centro della propria
attenzione la persona.
126
CONCLUSIONI
Nella Costituzione Italiana, la Repubblica, non si limita a riconoscere i diritti
inviolabili dell’uomo, ma li garantisce; si deve però evidenziare quanto, ad oltre
mezzo secolo dalla sua entrata in vigore, questa disposizione sia ben lontana
dall’essere pienamente attuata. In tema di diversabilità non basta fornire prestazioni
assistenziali, bensì è doveroso assicurare in concreto la possibilità di vivere nel pieno
rispetto di tutte quelle garanzie che la Costituzione considera di primaria importanza.
In quest’ottica, gli interventi progettuali devono essere attenti e predisposti
all’inclusione, perché la presenza di talune difficoltà sia esse fisiche o strutturali, non
costringano ad una vita di rinunce.
Le statistiche permettono di conoscere molto rispetto alla disabilità, ma incontrare
il disabile è un’altra cosa. Attraverso le interviste, abbiamo potuto vedere che
incontrare il diversamente abile offre l’opportunità di passare attraverso storie
concrete ed individuali e sono proprio queste storie a riflettere realtà faticose, sottili,
ricche di sfumature e problematizzazioni non sempre afferrabili.
Gli stereotipi sono, in fondo, sempre buone difese a cui i sistemi di sicurezza
sociale possono aggrapparsi per immunizzare l’uomo nei riguardi di un universo che
si vorrebbe liquidare con formule, magari anche economico-finanziarie.
Eppure, come abbiamo potuto costatare dall’analisi fin qui svolta, è proprio
incontrando le persone con disabilità che è possibile costruire un sapere nuovo e a
volte sorprendente, che aiuta in modo netto a passare da una cultura della
compassione e dell’assistenza, dalla logica di voler bene all’altro, alla cultura del
rispetto nei confronti delle risorse personali dell’altro, in quanto soggetto con proprie
abilità.
Vygotskij notava come nella società capitalistica, basata sulla produzione di
plusvalore, sullo sfruttamento dell’uomo e sull’appropriazione del sovra-lavoro, il
deficit diventava un fattore di inferiorità sociale, riducendo l’autostima. Egli, inoltre,
riteneva che proprio nel rapporto tra deficit e contesto sociale può sorgere
l’handicap, cioè quel senso di incapacità che paralizza risorse e potenzialità della
127
persona. Ieri come oggi, dunque, il contesto diventa l’elemento chiave per una nuova
cultura dell’inclusione.
Un’orchestra può eseguire una sinfonia, solamente perché ha al suo interno tanti
strumenti musicali diversi, accordati tra loro. Alla luce di ciò, l’accoglienza della
diversità, il dialogo con ciò che sembra minacciare le nostre certezze, permettono il
superamento delle barriere erette dalle paure dell’altro che ci impediscono di vedere
nella diversità una risorsa anziché una minaccia. La cultura della nostra società può
così essere rappresentata con l’immagine dell’iceberg, di cui si vede solo la punta,
cioè gli aspetti più immediatamente percepibili, quelli visibili: la lingua,
l’abbigliamento, la musica, la cucina, le feste, l’arte. Ma la parte più imponente, più
corposa e consistente di quell’iceberg, rimane come invisibile a occhi ancora oggi
troppo chiusi, verso una società il cui valore sta proprio nella pluralità.
Dunque, la cultura dell’integrazione non può nascere solamente da scelte di
accoglienza e da percorsi di apertura e dialogo; essa non può che essere il frutto di un
lento processo di educazione.
Soltanto riconoscendo nelle persone con disabilità dei soggetti di cultura e non più
degli oggetti di cura, sarà possibile parlare di “integrazione compiuta”.
Dunque, agevolare l’inserimento lavorativo di un diversamente abile non può
essere frutto del rispetto di una norma o il risultato della corretta applicazione di un
regolamento, ma deve essere piuttosto un atteggiamento, un comportamento che fa
leva sui singoli e sulla capacità di ciascuno di cogliere e valorizzare le differenze,
trasformandole in un valore aggiunto per tutte le parti interessate. Accelerare i
processi di inclusione significa riflettere e agire in prima persona, perché solo
attraverso l’impegno diretto, consapevole e quotidiano di ciascuno di noi, sarà
possibile assicurare le migliori condizioni, affinché l’integrazione di un soggetto con
disabilità diventi un fattore chiave per il suo successo professionale, sociale e
culturale con i benefici che esso comporta: ai soggetti con disabilità, alle loro
famiglie, alla collettività, al benessere sociale, al livello di civilizzazione di questo
Paese.
128
Pertanto, non si tratta di assorbire/omologare un elemento più diverso degli altri,
quanto piuttosto di far sì che il sistema abbia l’elasticità necessaria di accogliere tutti.
Con il lavoro fin qui svolto, ho cercato di esaminare come attuare questa
integrazione. Le risposte sono state molteplici innanzitutto favorendo, attraverso
incontri e discussioni personali e collettive, una riflessione seria, riflessione nata
dall’incontro tra “persone”, frutto di esperienze concrete che non si limitino ad uno
scambio di idee per elaborare solo concetti astratti; confronto che conduca ad
innescare un vero e proprio ribaltamento culturale e politico, costruendo man mano
una situazione in cui sia il diversabile in prima persona a trasformarsi da oggetto a
soggetto. Purtroppo, ancora oggi, troppo spesso quest’ultimo è considerato muto,
incapace di esprimere le proprie idee e privo, conseguentemente, di personalità;
come l’«h», la lettera muta dell’alfabeto italiano, che esiste ma non ha la pronuncia,
ed è proprio l’iniziale della parola “handicap”. Alla luce di ciò, è bene che i soggetti
diversamente abili si facciano sentire, si facciano conoscere, soltanto in questo modo
sarà possibile acquisire valenza politica e sociale.
Occorre, quindi, che ogni persona diversabile trovi fiducia prima di tutto in sé
stessa, convincendosi di rappresentare una preziosità («…tu sei prezioso ai miei
occhi, degno di stima, e io ti amo», Isaia 43,3). La fiducia nelle proprie potenzialità,
a mio avviso, non è un problema solo delle persone diversabili, ma delle persone
umane in genere. La disistima è alla base dell’emarginazione; infatti soltanto se la
persona si valuta, impara a conoscersi e a farsi accettare per quello che è. È molto
importante che la disabilità diventi lo strumento di una politica che sposti l’obiettivo
da quello che l’essere umano ha a quello che l’essere umano è.
La disabilità è una sfiga? No, in fondo è una questione di consonanti: basta
cambiarne una… Per far diventare sfida una sfiga! E le sfide rendono avvincenti la
vita!128
Grazie alla ricerca da me condotta, ho voluto dimostrare quali le cause che oggi
frenano l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti diversamente abili. Infatti,
128
Imprudente C., Una vita imprudente. Percorsi di un diversabile in un contesto di fiducia, Erickson, Trento,
2005 (2003), pag.88.
129
nonostante in Italia la Legge 68/99 sia stata recepita da qualche anno, l’attuale
condizione lavorativa dei soggetti con disabilità è ancora molto limitata.
Dall’indagine da me condotta, è emerso che le cause di ciò, contrariamente a
quanto si possa pensare in prima battuta, non sono dovute alla discriminazione nei
confronti delle capacità di un diversamente abile, ma piuttosto all’oggettività di una
crisi del lavoro che coinvolge tutti: disabili, giovani e meno giovani. In taluni casi, le
persone con disabilità si sono ritrovate ad essere dei privilegiati perché grazie alle
categorie protette, nell’attuale panorama sociale e lavorativo, gli è stato permesso di
intraprendere la propria attività lavorativa. Chiaramente, alcune difficoltà ci sono e
non vanno sottovalutate.
La mia ricerca era partita dall’ipotesi secondo la quale le cause della mancata
inclusione erano da attribuire a una duplice colpa: da un lato, la poca chiarezza della
legge, dall’altro lato il dilemma secondo il quale erano le aziende a rifiutare questo
tipo di personale, o piuttosto i diversamente abili a non ricercare un lavoro. I risultati
raggiunti attraverso l’indagine qualitativa hanno dimostrato che la legge, per quanto
innovativa e rivoluzionaria nell’ambito lavorativo, non è stata sufficiente per il
raggiungimento dei suoi obiettivi primari, quali appunto l’integrazione del soggetto
con disabilità nel mondo del lavoro. Quest’ultimo, infatti, ha dovuto fare i conti con
una società ancora imperniata da pregiudizi e stereotipi; una dimostrazione di ciò, c’è
data dalla costatazione del gap lavorativo tra donne e uomini.
A fronte di un livello di disoccupazione ciclopico pei i soggetti con disabilità, la
donna risulta schiacciata dal peso di una cultura pregiudizievole che la vede non
come donna, madre, moglie, manager, ma come elemento più vulnerabile.
Nonostante i dati delle donne iscritte nell’elenco generale dal 2007 al 2011,
dimostrino che sono di gran lunga maggiori rispetto agli uomini, queste raramente
vengono inserite nel mondo del lavoro. In questo percorso, un’evidente mancanza è
interna alla Legge 68/99 la quale non favorisce l’abbattimento del tabù nei confronti
della differenza di genere.
Un’altra lacuna legislativa, sociale e politica come emerso dalla ricerca, è che le
politiche sociali avviate in questo quinquennio, sono pressoché inesistenti,
130
frammentarie e autoreferenziali, lo comprova l’assenza di risposte concrete da parte
dei servizi sociali di tutto il territorio da noi analizzato. Questa carenza di servizi ha
portato la famiglia ad essere, in molti casi, fulcro insostituibile nella vita dei soggetti
con disabilità. La famiglia diventa, così, unico stimolo in un contesto sterile di
stimoli esterni. Inoltre, dalla ricerca qualitativa è emerso che la formazione personale
e professionale del soggetto con disabilità, in alcuni casi non è concepita come
elemento di cambiamento e riscatto personale e sociale visto che, anche in quei casi
in cui il soggetto ha faticato per raggiungere un grande obiettivo formativo come la
laurea, si ritrova umiliato, occupato in lavori non conformi al proprio titolo di studio
e sottopagato. Ciò mi ha permesso di costatare che non è il soggetto con disabilità a
non avere voglia di affermarsi e di acquisire nuove competenze, ma piuttosto sono
gli enti, le fabbriche e le imprese, pubbliche e private, che impediscono l’inclusione,
l’avanzamento di carriera, l’informatizzazione e la formazione adeguata, arrivando in
molti casi alla condizione di preferire di pagare delle multe, previste per la mancata
occupazione, piuttosto che assumere questi soggetti; ciò è stato rilevato con forza
dalle interviste effettuate.
131
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INDICE
Introduzione……………………………………………………………………….p. 1
Capitolo Primo:
L’integrazione lavorativa come elemento di realizzazione personale
1.1 Lo spazio sociale del disabile ………………………………………………… p.4
1.2 Oltre il pregiudizio …………………………………………………………… p.7
1.3 Integrazione nel mondo del lavoro …………………………………………... p.13
1.4 Dalla relazione all’inclusione ………………………………………………... p.18
Capitolo Secondo:
Lavoro e politiche sociali. Pari opportunità per pari diritti
2.1Il quadro normativo di riferimento delle politiche di inserimento dei
Disabili ………………………………………………………………………….. p.26
2.2Disabilità al femminile e pari opportunità: un mondo inesplorato …………... p.32
2.3 Tra servizi, comunicazione e occupazione ………………………………..... p.39
2.4 Uno sguardo al welfare in Italia: tra passato e futuro ………………………. p.44
2.5 Un’analisi comparata dei modelli di intervento per l’inserimento lavorativo dei
diversamente abili ………………………………………………………………. p. 51
Capitolo Terzo:
Non basta una legge
3.1 Luci e ombre della Legge 68/99 ……………………………………………. p.62
3.2 Principali contenuti della Legge ……………………………………………. p.65
3.3 Dalla 68/99 alla 92/12 ………………………………………………………. p.69
Capitolo Quarto:
Prospettive e risorse territoriali …………………………………………………. p.75
140
Capitolo Quinto:
Opinioni nel mondo del lavoro: storie di vita
5.1 Intervista qualitativa ……………………………………………………...... p. 92
5.2 Descrizione dei quadri tematici individuati ………………………………… p. 95
5.3 Condizione di accettazione o rifiuto della disabilità ………………………... p. 98
5.4 Rapporto tra l’ingresso nel mondo del lavoro e il titolo di studio ………… p. 101
5.5 Prima approcci nel mondo del lavoro: tra pregiudizi e voglia di
affermazione …………………………………………………………………… p.103
5.6 Fattori esterni ed interni che hanno favorito o contrastato l’ingresso nel mondo
del lavoro ……………………………………………………………………… p. 106
5.7 Relazioni e spazi nel proprio ambiente di lavoro: colleghi e datori di
lavoro ………………………………………………………………………….. p. 109
5.8 La carriera del disabile: tra ostacoli e possibilità. Uno sguardo al futuro .... p. 112
5.9 L’influenza della differenza di genere nell’ottenimento del lavoro ……….. p.115
5.10 Servizi sociali: risorsa o barriera? ............................................................... p.118
Conclusione …………………………………………………………………… p. 122
Biblio-Sitografia ………………………………………………………………. p. 125
Indice ………………………………………………………………………….. p. 133
141
ALLEGATI
Indice
Documento n. 1 – Tabelle relative all’elenco generale ex novo ……………….... p. II
Documento n. 2 – Tabelle relative alla graduatoria …………………………….. p. IV
Documento n. 3 – Tabelle relative ai soggetti avviati al lavoro ………………... p. VI
Documento n. 4 – Dati statistici A.I.A.S. Salemi ………………………………. p. XI
Documento n. 5 – Intervista Dott.ssa Oliva, assistente sociale ………………... p. XII
Documento n. 6 – Intervista ad Alessandro ………………………………….... p .XV
Documento n. 7 – Intervista a Nicola ………………………………………… p. XIX
Documento n. 8 – Intervista a Marco ……………………………………..... p. XXIV
Documento n. 9 – Intervista a Elena ……………………………………… p. XXIX
Documento n. 10 – Intervista a Giulia ……………………………………. p. XXXIII
Documento n. 11 – Intervista ad Anna ………………………………….. p. XXXVII
Documento n. 12 – Intervista a Rosa …………………………………………. p. XLI
Documento n. 13 – Intervista a Laura ……………………………………….. p. XLV
Documento n. 14 – Intervista ad Antonino …………………………………… p. LI
Documento n. 15 - Intervista a Giuseppe …………………………………….. p. LV
I
Documento n. 1
Fonte: Ufficio collocamento mirato di Trapani
A1. Quanti sono i soggetti disabili iscritti nell’elenco generale ex novo.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
17
16
11
8
8
3
3
2
3
1
54
26
20
6
10
11
3
7
6
3
S.
Ninfa
10
4
6
3
4
Salaparuta Poggioreale
4
3
0
0
2
4
2
2
0
1
A2. Numero soggetti disabili con handicap fisico iscritti nell’elenco generale ex novo.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
15
14
11
6
8
3
1
2
3
1
48
22
17
5
8
9
2
6
5
0
S.
Ninfa
9
3
6
3
3
Salaparuta Poggioreale
4
3
0
0
2
2
2
2
0
1
A3. Numero soggetti disabili con handicap psichico iscritti nell’elenco generale ex
novo.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
2
2
0
2
0
0
2
0
0
0
6
4
3
1
2
2
1
1
1
3
S.
Ninfa
1
1
0
0
1
Salaparuta Poggioreale
0
0
0
0
0
2
0
0
0
0
A4. Numero soggetti disabili di sesso maschile iscritti nell’elenco generale ex novo.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
6
10
3
5
3
2
2
0
3
1
19
15
10
5
3
3
3
5
2
1
S.
Ninfa
6
4
4
0
2
Salaparuta Poggioreale
2
2
0
0
2
2
1
1
0
1
II
A5. Numero di soggetti disabili di sesso femminile iscritti nell’elenco generale ex novo.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
11
6
8
3
5
1
1
2
0
0
35
11
10
1
7
8
0
2
4
2
S.
Ninfa
4
0
2
3
2
Salaparuta Poggioreale
2
1
0
0
0
2
1
1
0
0
III
Documento n. 2
Fonte: Ufficio collocamento mirato di Trapani
B1. Quanti sono i soggetti disabili iscritti in graduatoria.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
67
66
70
70
77
15
12
13
13
12
69
62
74
74
74
20
21
19
19
25
S.
Ninfa
25
24
26
23
23
Salaparuta Poggioreale
13
13
13
11
12
11
8
10
9
11
B2. Numero soggetti disabili con handicap fisico iscritti in graduatoria.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
61
59
62
62
70
Vita
14
11
12
12
11
Partanna
60
53
64
64
64
Gibellina
19
20
18
17
21
S.Ninfa
22
23
25
22
21
Salaparuta Poggioreale
10
10
10
8
10
9
9
8
11
10
B3. Numero soggetti disabili con handicap psichico iscritti in graduatoria.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
6
7
8
8
7
1
1
1
1
1
9
9
10
10
10
1
1
1
2
4
S.
Ninfa
3
1
1
1
2
Salaparuta Poggioreale
3
3
3
2
1
1
0
1
1
1
B4. Numero di soggetti di sesso maschile iscritti in graduatoria.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
40
39
43
43
47
7
5
5
6
7
47
42
47
46
46
12
13
11
10
12
S.
Ninfa
12
13
15
12
14
Salaparuta Poggioreale
8
9
9
7
8
3
3
3
3
3
IV
B5. Numero di soggetti disabili di sesso femminile iscritti in graduatoria.
2007
2008
2009
2010
2011
Salemi
Vita
Partanna
Gibellina
27
27
27
27
30
8
7
8
7
5
22
20
27
28
28
8
8
8
9
13
S.
Ninfa
13
11
11
11
9
Salaparuta Poggioreale
5
4
4
4
4
8
5
7
6
8
V
Documento n. 3
Fonte: Ufficio collocamento mirato di Trapani
Soggetti avviati al lavoro
2007
Età
Salemi
1962 (50
anni)
1960 (52
anni)
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
1983 (29
anni)
1977 (35
anni)
1970 (42
anni)
1966 ( 46
anni)
1954 (58
anni)
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Vita
Gibellina
S. Ninfa
Partanna
Salaparuta
Poggioreale
Titolo di
studio
Licenza
media
Licenza
media
Residenza
Vita
Luogo di
lavoro
Erice (Azienda
Ospedaliera)
Asl n.9 Trapani
Licenza
media
Diploma
S. Ninfa
Castelvetrano
S.Ninfa
Castelvetrano
Licenza
media
Licenza
media
Licenza
media
Partanna
Asl n.9 Trapani
Partanna
Asl n.9 Trapani
Partanna
Asl n.9 Trapani
Salemi
VI
2008
Salemi
Età
1968 (44
anni)
Vita
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Gibellina
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
S. Ninfa
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Partanna
1976 (36
anni)
1973 (39
anni)
1978 (34
anni)
1968 (44
anni)
Salaparuta Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Poggioreale 1982 (30
anni)
Titolo di
studio
Diploma
Residenza
Salemi
Luogo di
lavoro
S. Ninfa
Licenza
media
Licenza
media
Licenza
media
Licenza
media
Partanna
Partanna
Partanna
Erice
(Ospedale)
Diploma
Poggioreale Salaparuta
Partanna
S. Ninfa
Partanna
Partanna
VII
2009
Età
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Vita
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Gibellina
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
S. Ninfa
1981 (31
anni)
Partanna
1978 (34
anni)
Salaparuta Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Poggioreale Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Titolo
di
studio
Residenza Luogo di
lavoro
Licenza
media
Licenza
media
S. Ninfa
S. Ninfa
Partanna
Castelvetrano
Salemi
VIII
2010
Età
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Vita
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Gibellina
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
S. Ninfa
1962 (50
anni)
1975 (37
anni)
1954 (58
anni)
Partanna
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Salaparuta Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Poggioreale 1974 (38
anni)
Titolo di
studio
Residenza
Luogo di
lavoro
Diploma
S. Ninfa
Trapani
Diploma
S. Ninfa
S. Ninfa
Licenza
media
S. Ninfa
Castellammare
Diploma
Poggioreale Trapani
Salemi
IX
2011
Età
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Vita
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Gibellina
Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
S. Ninfa
1984 (28
anni)
Partanna
1968 (44
anni)
Salaparuta 1976 (36
anni)
Poggioreale Nessun
soggetto
è stato
avviato al
lavoro
Titolo di
studio
Residenza
Luogo di
lavoro
Diploma
S. Ninfa
Licenza
media
Diploma
Partanna
Mazara del
Vallo
Castelvetrano
Salaparuta
Castelvetrano
Salemi
X
Documento n. 4
Fonte: C.S.R. A.I.A.S. Salemi
XI
Documento n. 5
Fonte: Ufficio collocamento mirato Trapani
Intervista Dott.ssa Oliva, assistente sociale.
Gli invalidi e i ciechi civili appartengono a categorie protette diverse, hanno delle graduatorie distinte. I ciechi
per potersi inscrivere in graduatoria devono essere in possesso dell’attestato di centralinista che viene rilasciato
da apposite scuole specializzate, la cui iscrizione è a completo carico della Regione o della Provincia. Per
potersi iscrivere in graduatoria è necessario avere un’invalidità pari o superiore al 46%. Gli invalidi che hanno
subito un sinistro sul lavoro (gli invalidi sul lavoro) devono rivolgersi, affinchè venga loro riconosciuta
l’invalidità, all’INAIL. L’INAIL è l’unico ente competente dei sinistri sul lavoro, volto a valutare l’invalidità
temporanea o permanente. In questo caso, per potersi iscrivere in graduatoria la percentuale si abbassa, passa
dal 46% al 33%.
Il requisito per i ciechi civili, per aver riconosciuta l’invalidità, è di 1/10 di vista. Anche gli invalidi di guerra
hanno possibilità di iscriversi in graduatoria (o loro eredi), in questo caso è la commissione competente a
riconoscere loro l’invalidità, ciò dipende dal Ministero della Difesa.
Le assunzioni ne settore pubblico, effettuate tramite l’Ufficio Provinciale del Lavoro, dipendono dal livello di
inquadramento del lavoratore da assumere. Può accadere ad esempio che ci sono 10 posti disponibili: 5 sono
riservati al personale interno, 5 si ricopriranno per pubblico concorso, di cui 3 saranno riservati alle categorie
protette. Quindi, in questo caso, gli invalidi per poter essere assunti, dovranno risultare vincitori del concorso
stesso.
Qual è il percorso standard che il disabile deve seguire per iscriversi alle liste del collocamento mirato?
Per l’iscrizione è necessario aver compiuto 16 anni ed aver assolto all’obbligo scolastico, possedere l’attestato
d’invalidità rilasciato dall’Asl, l’attestato della L. 68/99 rilasciato sempre dall’Asl e, nel caso di invalidità al
100%, l’accompagnamento.
L’invalidità può essere temporanea o permanente. L’invalidità a scadenza coincide con l’accompagnamento e
con l’iscrizione alle categorie protette. Una volta fatta l’iscrizione in graduatoria, ogni anno a dicembre è
necessario rinnovare l’iscrizione, in quanto la posizione dipende dal reddito. Inoltre, la posizione varia
dall’anzianità d’iscrizione nell’elenco generale degli invalidi, nonché dal carico familiare.7
Contestualmente all’iscrizione, per l’inserimento in graduatoria è necessario dichiarare il titolo di studio per
valutare al meglio cosa e quale tipologia d’impiego sarebbe più idonea per l’invalido.
Se un’azienda richiede un ragioniere, devo andare a selezionare chi è in possesso del titolo di studio in
ragioneria o chi ha avuto esperienza lavorativa a tal riguardo. Generalmente l’ASP attinge dalle graduatorie
soggetti in possesso dell’attestato OSS.
Ogni 10-15 giorni si riunisce la commissione tecnico-medica, composta da medici del lavoro e rappresentanti
sindacali che, sulla scorta delle valutazioni dell’assistente sociale, decide se il soggetto disabile è idoneo a
svolgere la mansione di cui chiede poter investire nel mondo del lavoro. Questa valutazione tiene conto della
patologia che non deve contrastare con il lavoro che si deve svolgere. Se una ditta chiede di poter assumere
un disabile e questo risulta iscritto in graduatoria, l’impresa deve chiedere il nullaosta all’Ufficio del Lavoro,
territorialmente competente del disabile. Alle aziende conviene assumere disabili perché ha il diritto di
beneficiare delle agevolazioni fiscali.
Un’azienda che ha delle filiali dislocate in tutto il territorio nazionale, non necessariamente deve assumere in
provincia di Trapani, ma deve solo ottemperare all’obbligo di legge relativo all’assunzione di disabili,
decidendo discrezionalmente di assumerli in una sede piuttosto che in un’altra.
Una volta iscritto all’interno della lista, come avviene l’incontro tra domanda (disabile) e offerta del
lavoro da parte dell’azienda?
L’incontro tra domanda e offerta avviene attraverso chiamata diretta o per graduatoria, dipende se l’azienda
è soggetta all’obbligo di legge. Può accadere che anche chi non è tenuto al rispetto della L. 68/99, può
decidere di assumere un disabile. L’azienda può usufruire di agevolazioni fiscali assumendo disabili con una
percentuale di invalidità superiore al 67%.
Come vengono individuate le aziende sottoposte ai criteri della Legge 68/99? Tali criteri sono gli stessi
tra pubblico e privato?
XII
I criteri stabiliti dalla 68/99 non variano, sono uguali sia per il settore pubblico che per quello privato.
L’unica differenza sta nel numero dei dipendenti e quindi nel numero dei posti di lavoro a disposizione.
Cosa accade all’azienda, pubblica o privata, che rifiuta l’assunzione di un disabile, individuato
compatibile dall’ufficio collocamento?
L’azienda pubblica non rifiuta l’assunzione di un disabile, anzi, solitamente è l’azienda stessa che ne fa
richiesta. L’azienda privata può decidere discrezionalmente, dopo il periodo di prova, di proseguire il
contratto di lavoro o meno. Se il periodo di prova non viene superato, l’azienda comunica all’ufficio che il
soggetto non è idoneo a svolgere le mansioni che gli erano state affidate. Il periodo di prova è stabilito
temporalmente dai contratti nazionali di lavoro, valido per tutti i lavoratori: normodotati e non.
È prevista la figura del mediatore tra aziende e disabile?
Non è prevista anzi, è tutto demandato agli sportelli dell’Ufficio del Lavoro. Teoricamente è prevista la figura
dell’orientatore e la figura del progettista che dovrebbe curare l’incontro della domanda e dell’offerta, ma
purtroppo in Sicilia non esiste nulla di tutto ciò. La domanda esiste, ma l’offerta è pari a zero.
Cosa accade al disabile, iscritto alle liste di collocamento mirato, nel caso in cui rifiuta il lavoro?
Il disabile che rifiuta il lavoro viene depennato dalla graduatoria.
In base alla sua esperienza, esistono difficoltà di inserimento del disabile nel mondo del lavoro?
Esistono grandi difficoltà di inserimento del disabile nel mondo del lavoro. La prima grande difficoltà è data
dalla convinzione che iscrivendosi in graduatoria possano, nel più breve tempo possibile, trovare lavoro. Ci
sono maggiori probabilità di inserimento nella sanità e nei cantieri di lavoro anche se, secondo me, è un
controsenso includere gli invalidi nei cantieri-lavoro, in quanto ogni soggetto ha una patologia ben precisa
incompatibile, spesso, con i lavori che si devono svolgere in cantiere. Infatti, nella maggior parte dei casi, nei
cantieri non vengono inseriti persone con disabilità, ma invalidi, ex tossicodipendenti, ex carcerati ed
immigrati.
Riscontra cambiamenti culturali e sociali da parte delle aziende nell’assunzione dal 2007 ad oggi?
La disoccupazione continua ad aumentare, quindi è impossibile stabilire dei cambiamenti culturali e sociali
da parte delle aziende. Si può parlare di recessione, dato il periodo di crisi economica, in quanto l’azienda
che attraversa un periodo di oggettiva crisi, decade dall’obbligo di assumere disabili.
Riscontra cambiamenti culturali e sociali da parte del disabile nell’approccio al mondo del lavoro?
Rispondo dicendo che c’è stato un incremento di persone che vogliono iscriversi alla graduatoria con
un’invalidità riconosciuta anni addietro ma che, all’epoca, non sentivano l’esigenza di iscriversi e lo stanno
facendo adesso. In questo grandissimo caos, viene agevolato il personale precario della scuola. Questo
acquisisce maggior punteggio con l’invalidità, riuscendo a risalire la graduatoria con maggiore possibilità di
ricoprire qualche incarico. Inoltre, ho assistito ad alcuni casi nei quali le persone con contratto a tempo
determinato, si sono licenziate per non perdere l’iscrizione in graduatoria in quanto, superando un certo
livello di reddito, perdono l’iscrizione in graduatoria.
Quali sono le difficoltà maggiori che riscontra all’interno di questo ufficio, nello svolgimento del suo
lavoro?
Nel mio lavoro cerco di essere trasparente e chiara con l’utenza per non illuderla di un posto di lavoro
immediato. Cerco di aiutare gli utenti nel compilare le pratiche nel migliore dei modi, basandosi sulle
esperienze lavorative che hanno avuto e dei titoli di studio cui sono in possesso.
XIII
Perché si rinnova l’iscrizione ogni anno a Dicembre?
Perché si chiede il reddito dal 1 Gennaio al 31 Dicembre, il quale determina la posizione in graduatoria.
Elemento essenziale per l’iscrizione in graduatoria secondo quanto previsto dalla Legge 297/2002, è il
certificato di disoccupazione chiamato “patto di servizio”. Quest’ultimo viene fatto on-line presso i centri per
l’impiego per mezzo di un server dell’Assessorato del Lavoro. Ai fini del rilascio di detto certificato, è
necessario inserire il titolo di studio, le esperienze lavorative ed allegare il curriculum vitae. Quando se ne
ravvisa la necessità, si fa il “bilancio delle competenze”, nel quale si valuta in quale settore sono spendibili le
capacità del soggetto. Nel bilancio di prossimità, invece, si valuta in quale settore si potrebbe inserire il
soggetto.
XIV
Documento n. 6
Intervista ad Alessandro
Il titolo di studio che hai conseguito, è stato utile per trovare lavoro?
Purtroppo il mio titolo di studio non mi è servito a nulla. Ho il diploma di geometra, ma ho esercitato la
professione solo per un breve periodo. Recentemente a Vita, nel mio paese, ho assunto l’incarico di Direttore
di cantiere, in quanto possiedo questa qualifica. Tuttavia, và detto che questo lavoro non mi è stato affidato
dall’ufficio di collocamento mirato, ma dal Comune; infatti, pur essendo scritto all’ufficio di collocamento
mirato di Trapani con il diploma che possiedo, questi non mi hanno mai chiamato.
Nei vari colloqui che hai fatto, hanno tenuto conto delle tue competenze? O hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
In realtà non ho fatto molti colloqui, in tutto saranno stati un paio; ma nell’attimo in cui ho detto di avere la
sclerosi e che, quindi, sono un invalido civile ho visto che hanno subito cambiato atteggiamento. Mi hanno,
così, liquidato dicendomi che mi avrebbero fatto sapere, ma da allora sto ancora aspettando una loro
risposta.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
Dal diploma all’ingresso nel mondo del lavoro non è trascorso molto tempo, dovendo quantificare circa un
anno; infatti dopo il diploma ho iniziato l’apprendistato presso un ufficio tecnico per conseguire
l’abilitazione. Con enorme rammarico, purtroppo con l’arrivo della sclerosi, ho dovuto tralasciare il lavoro di
geometra perché ho dovuto prendere delle medicine piuttosto forti e questo mi portava degli enormi
scompensi fisici, soprattutto legati alla memoria. Il lavoro di geometra presuppone tanta concentrazione e
attenzione, elementi che purtroppo io non avevo più. Quindi, ho deciso di non esercitare più questo lavoro
come libero professionista, continuo a farlo solo come Direttore di cantiere quando c’è la possibilità.
Questa ricerca è stata semplice, hai cioè trovato subito delle informazioni chiare al riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
Nella ricerca del mio lavoro non mi ha sostenuto nessuno. In passato è stato tutto molto difficile, l’unico aiuto
l’ho trovato adesso da parte dell’assistente sociale che lavora nel centro C.S.R. A.I.A.S., dove vado a fare la
mia riabilitazione. Quest’ultima, infatti, mi ha indirizzato verso alcuni concorsi anche se purtroppo sono
andati male.
In quegli anni hai mai pensato di mollare tutto?
Durante tutti questi anni non ho mai pensato di mollare. Il mio unico, grande rammarico è che c’è poco
lavoro, almeno a me sembra sempre poco. Un’altra cosa che mi ha dato e mi da tuttora molto fastidio, è che
vengo remunerato male, io desidererei solo ciò che mi spetta, ossia un compenso equo che mi permetterebbe
di essere più autonomo economicamente. Invece, sono sottopagato e ciò mi spinge, inevitabilmente, a lavorare
di più. Ma non riesco a fare molte ore perché, a causa della patologia, tutto adesso è diventato più pesante.
Nell’attimo in cui ho chiesto perché mi venissero diminuite le ore e anche lo stipendio, si sono giustificati
dicendomi che c’era meno lavoro, in realtà non è così, perché hanno diminuito solo le mie ore e non quelle
degli altri colleghi. Ad oggi, lavoro appena che due ore al giorno e senza contratto, quindi in nero. Per quanto
riguarda le ore, l’unica variazione può dipendere dalla zona in cui vado a lasciare i farmaci, infatti giro un pò
tutta la Provincia, non mi è stato assegnato un territorio specifico. Vado ad Alcamo, Castelvetrano, e a volte a
Trapani.
Vuoi raccontarmi un episodio dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di ingresso nel
mondo del lavoro?
Quando ho cominciato a lavorare, c’è stato un episodio che mi ha molto ferito ed è legato agli anni in cui ho
svolto il mio tirocinio per l’abilitazione. In ufficio c’era un altro geometra che tendeva ad alzare la voce e a
riprendermi su tutto; magari aveva anche ragione perché io ogni tanto sbagliavo, ma il modo in cui mi
XV
riprendeva non era altro che una mancanza di rispetto nei miei confronti. Ciò mi faceva sentire in colpa,
anche per questo alla fine o deciso di abbandonare tutto.
E che cosa ti ha veramente messo in crisi?
Ciò che mi ha messo in crisi in passato e che tutt’ora mi fa arrabbiare molto è, come ho detto prima, la
condizione nella quale lavoro: senza contratto, sottopagato… C’è ben poco da essere felici!
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri (possibili colleghi o colleghe) rispetto ai tuoi
progetti, etc.?
Diciamo che, in qualche modo, il rapporto con gli altri è cambiato, infatti io per primo non sono più
disponibile verso gli altri come una volta. Dopo tante ferite, cerco di autoproteggermi. Nella mia vita certe
cose sono cambiate anche dal punto di vista fisico, quindi devo stare più attento nel fare determinate cose.
Nell’attimo in cui mi è stata diagnosticata la patologia, mi è crollato il mondo addosso. Dopo tre anni di
sofferenze, ho mandato tutto a fare in culo e oggi me ne sbatto altamente di tutti. Prima il giudizio della gente
mi pesava enormemente, ciò influiva anche nei rapporti sociali. Oggi, pensino pure quello che vogliono… Io
cammino e camminerò sempre a testa alta, gli altri non lo so!
Quali sono stati i canali che hai utilizzato per trovare lavoro?
Secondo me, canali standard per trovare lavoro non esistono. Ho provato di tutto, da concorsi specifici per
geometra a l’ultimo che ho fatto un pò di tempo fà, al “Bingo” di Marsala. Nonostante tutto ciò, la sostanza
non cambia: sono sempre qua, senza un lavoro fisso. Un discorso a parte và fatto sul mio attuale lavoro. È
stato attraverso mio cugino che l’estate mi faceva sostituire qualcuno in ferie. Lui sapeva che mi ero fatto
fidanzato e che avevo bisogno di lavorare, quindi ha cercato di darmi una mano. Questo lavoro a me è
piaciuto molto sin da subito, anche se in certi momenti non è stato facile, soprattutto quando facevo le notti.
Oggi, come dicevo poco fa, mi hanno diminuito le ore in maniera sostanziale anche perché non riuscirei più a
tenere i ritmi di una volta a causa della mia patologia. Un altro grosso problema, infatti, è legato alla vista;
facendo il vettore devo viaggiare in macchina per consegnare le medicine, purtroppo anche questo è diventato
complicato perché la sclerosi mi crea delle difficoltà alla vista e mi rende i riflessi molto più lenti di una
persona sana. Su strada non ci sono solo io, ma molte altre persone ed è giusto che stia attento anche a loro.
Per tutto ciò, temo che presto dovrò cambiare lavoro.
In quest’ottica, ti è stato utile l’ufficio di collocamento mirato?
L’ufficio di collocamento mirato non mi è stato utile in nessun punto di vista. Nei vari colloqui che ho fatto e il
rinnovo della domanda, non mi hanno mai dato nessuna indicazione, nessun indirizzo.
Qual è il tuo lavoro attuale? Sei soddisfatto delle mansioni che ti hanno affidato o le ritieni inadeguate?
Il mio attuale lavoro? Consegno farmaci in nero. Concedimi la battuta: anche se ho la maglietta bianca,
lavoro in nero! Nonostante tutto ciò, sono soddisfatto delle mansioni che svolgo.
Nel luogo dove lavori, sarebbe possibile secondo te un avanzamento di carriera anche per te?
Bella domanda! Sinceramente non lo so se con il lavoro che faccio ci potrebbe essere un avanzamento di
carriera, purtroppo credo di no.
Ti sono stati affidati dei compiti ben precisi che svolgi da solo o in sinergia con i colleghi/colleghe?
I compiti che mi sono stati affidati, li svolgo da solo e non in sinergia con i colleghi. Quest’ultimi al massimo
mi danno i farmaci che devo recapitare, per il resto faccio tutto autonomamente. Quindi l’unico momento in
cui ho uno scambio con il collega è in quest’occasione, cioè quando ci dobbiamo organizzare sulle zone in cui
distribuire i farmaci. Visto che il tempo è relativamente poco, posso dire che non ho grossi rapporti con i
colleghi. Con loro non ho nessun rapporto al di fuori, tutto finisce lì. Se capita che ci vediamo in giro ci
salutiamo e tutto finisce là, non c’è nessun rapporto d’amicizia.
XVI
Nel lavoro che svolgi, è presente anche un datore di lavoro? Quest’ultimo, come si relaziona con te?
Si, c’è un datore di lavoro. Però in passato era più assillante, mi chiamava ogni 5 minuti, probabilmente
perché non si fidava di me. Adesso mi chiama soltanto per indicarmi il luogo in cui devo lasciare i farmaci.
Ultimamente con lui non ho un bel rapporto, soprattutto da quando da Gennaio ad Aprile 2012 non mi ha più
chiamato, nemmeno per dirmi che in quel momento non aveva più bisogno di me. Sono stato per tutto questo
tempo in balia dell’incertezza, attendendo una chiamata che non arrivava mai. Alla fine, esausto ed
amareggiato, ho chiamato io e mi ha risposto semplicemente che in quel momento non avevano più bisogno di
me. Fino a quando, improvvisamente, come se nulla fosse successo mi ha richiamato a fine Giugno senza
alcuna giustificazione.
Entrambi (colleghi e datore di lavoro) ti ascoltano? Tengono in considerazione il tuo parere o non
considerano la tua opinione?
Diciamo che nel mio lavoro non c’è spazio per l’ascolto. Come ho detto pocanzi, con i colleghi ci vediamo
pochissimo, quindi riusciamo a malapena a parlare del più e del meno: loro non chiedono niente a me ed io
non chiedo niente a loro. Al datore di lavoro non chiedo nulla perché lui decide cosa si deve fare. Cosa dice,
si fa!
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
Secondo me, oggi non è l’uomo ad essere più avvantaggiato nel mondo del lavoro, anzi… Forse è proprio
all’opposto. Oggi ad essere più avvantaggiata è la donna. Conosco molte donne che lavorano nel mio stesso
ambiente, magari con mansioni diverse ma in generale ci sono più donne che uomini.
Ti è mai capitato di avere colleghe con disabilità?
No, non mi è mai capitato. Tra l’altro non conosco nessun’altra ragazza disabile, oggi inserita nel mondo del
lavoro. L’unica persona che conosco è un non vedente che è un centralinista del mio stesso comune.
Hai mai percepito situazioni di pregiudizi da parte di colleghi, colleghe o dal datore di lavoro nei tuoi
confronti?
Ti dirò, forse prima, sicuramente fino al 2003 ancora non la vivevo bene, poi ho deciso di cambiare
atteggiamento. Adesso sono io, in prima persona, a non nascondere a nessuno la mia patologia, quindi sono
io che non pongo dei pregiudizi su me stesso. Prima, invece, era tutto molto diverso anche a causa delle
persone che mi stavano attorno, come ad esempio i miei familiari, infatti continuavano a dirmi che queste
“cose” non si dovevano dire, non si doveva far sapere. Io paragono la mia vita ad un secchio d’acqua che,
man mano il tempo andava avanti, diventava sempre più pieno. Fin quando, un giorno, si è riempito del tutto e
sono scoppiato… Non potevo vivere facendo finta di niente! Questa patologia deve accettarla prima chi ce
l’ha addosso, chi ti sta accanto ti dovrebbe aiutare a convivere con questa malattia, purtroppo io quest’aiuto
non l’ho ricevuto, soprattutto all’inizio. Quindi soltanto quando ho accettato questa patologia, ho cominciato
a vivere la mia vita in maniera più serena e tranquilla. Il problema non era più mio ma loro.
Precedentemente, hai avuto altre esperienze nel mondo del lavoro? Se è si, perché hai deciso di cambiare
lavoro? E’ stata una tua scelta o ti è stata imposta?
No comment. Tabù.
Quali, secondo te, gli elementi positivi e gratificanti del tuo attuale lavoro? E quali, invece, quelli
negativi che ti danno fastidio?
L’elemento più bello del mio lavoro è sicuramente legato alla sfera relazionale. Infatti, lasciando i farmaci
nelle diverse farmacie, ho conosciuto in questi anni tantissime persone. Spesso è inevitabile scambiare due
chiacchiere, farsi quattro risate. Per questo mi piace questo lavoro, perché sei continuamente a contatto con
le persone. Invece, l’unica pecca è la bassa retribuzione.
XVII
Vuoi raccontarmi qualche esperienza positiva o negativa che hai vissuto nel lavoro che oggi conduci?
Non ricordo molte esperienze negative, ma riflettendo a fondo c’è stato un episodio in particolare. Nel 2008
mentre andavo a consegnare le medicine, ho avuto un incidente nel tentativo di scansare una pozzanghera.
Questo per me è stato un trauma, ho anche pensato di mollare il lavoro; infatti, ho dovuto chiamare subito il
mio datore di lavoro perché avevo il furgone pieno di medicine che andavano, comunque, consegnate. Lui si è
arrabbiato perché la macchina si era danneggiata e io mi sono sentito in colpa.
Se sei riuscito a trovare lavoro, come hai vissuto il fatto di averlo trovato? É stato un atto dovuto o una
conquista personale?
Questo lavoro mi gratifica tanto. Purtroppo guadagno poco, ma mi accontento visto che comunque non riesco
a trovare nessun altro lavoro. Continuo a farlo proprio perché mi piace. Il fatto di averlo trovato è stato una
dura conquista e sarà così anche per qualsiasi altro tipo di lavoro che farò in futuro.
In tutto ciò, quanto ha contato l’aiuto esterno (famiglia, amici, etc.)?
L’aiuto esterno, nel mio caso, non c’è stato proprio; né da parte della famiglia, né da parte degli amici. Non
ho più amici, per me sono tutti soltanto conoscenti perché l’amico ti cerca fin quando sei utile, appena vede
che non puoi dargli nulla in cambio, ti scarica!
Il lavoro ha favorito la tua autonomia? In che modo?
Anche se quello che guadagno è di fatto piuttosto poco, riesco almeno a comprarmi le cose che mi sono più
necessarie, in questo modo riesco ad essere autonomo.
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
Quando, nel 2004 a 28 anni, stavo iniziando a fare i primi importanti progetti per il mio futuro, mi è stata
diagnosticata la sclerosi mi è crollato tutto! Io oggi vivo alla giornata, quello che viene mi prendo. Non ho
nessun progetto per il futuro.
La tua esperienza nel mondo del lavoro è sicuramente un arricchimento; a partire da essa, secondo te, in
che modo si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità?
Io, come disabile, penso di non avere nessuna esperienza significativa, infatti ho trovato per puro caso la
forza di essere autonomo e l’ho trovata in me stesso. So che da quando ho la sclerosi, le mie risorse sono
diminuite però non saprei cosa consigliare. Ai disabili consiglierei di partire prima dal credere in sé stessi.
Hai vissuto delle esperienze nelle quali hai costatato una chiusura culturale e sociale nei tuoi confronti o
nella disabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
Penso che spesso le difficoltà in ambito burocratico, sono legate alle persone che lavorano in quegli uffici, i
quali sono disinformati su tutto e che hanno l’arroganza di non informarsi sulle cose che non conoscono. Ciò
comporta che spesso ti danno delle informazione sbagliate o, peggio ancora, ti fanno girare a vuoto.
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua Città?
Non ho mai trovato appoggio nei servizi della mia Città. Un po’ di tempo fa ho chiesto delle informazioni
inerenti al lavoro, mi ha liquidato dicendomi semplicemente: “Non ce n’è!”
Quando hai deciso di cercare lavoro, il territorio nel quale vivi i Servizi Sociali, etc., sono stati un punto
di riferimento o hai percepito delle barriere culturali anche da parte di coloro che lavorano in questi
uffici?
Ormai a Vita tutti sanno della mia patologia e nessuno mi allontana perché hanno capito che non è
contagiosa. Anch’io prima mi ponevo certe domande e mi creavo delle barriere. Ho dovuto lavorare molto per
far capire alla gente tutto ciò. Quindi, fortunatamente, adesso non percepisco più queste barriere culturale, né
da parte dei miei concittadini, né da parte dei servizi sociali del territorio.
XVIII
Documento n. 7
Intervista a Nicola
Il titolo di studio che hai conseguito ti è stato utile per trovare lavoro?
Il titolo di studio che ho non mi è stato affatto utile per trovare lavoro. Ho la maturità classica e una laurea in
Giurisprudenza, entrambe le ho conseguite dopo aver iniziato a lavorare come centralinista. Infatti, è stata
una forma di ribellione all’inettitudine del lavoro che svolgo e che a me non piace perché è troppo monotono,
privo di soddisfazioni, sia dal punto di vista economico che personale. É grigio come lavoro, non è suscettibile
di modifiche sostanziali (almeno nel nostro paese) che possano darmi qualche soddisfazione. In 26 anni che
svolgo questo lavoro, soltanto tre volte mi sono sentito un tantino realizzato. Poco, troppo poco! Nonostante i
miei sforzi per ottenere sia il diploma che la laurea, alla fine non mi sono servite a nulla.
Nei vari colloqui che hai fatto hanno tenuto conto delle tue competenze o hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
La seconda cosa. Devo dire che nella maggior parte dei casi ho percepito che il mio titolo di studio e le mie
competenze venissero sottovalutate.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
Io gli studi li ho finiti a 17 anni. E’ stato un errore perché ho voluto trovare subito il lavoro, ma ho dovuto
compiere la maggiore età prima di iniziare a lavorare. Però, diciamo che i sentori di quest’insoddisfazione, di
questo non sentirsi appagati nello svolgimento di questa attività, c’erano già stati nei primi giorni di lavoro. E
dopo la laurea non è cambiato niente. Avrei voluto fare l’abilitazione ma gli ostacoli erano troppo grandi. Mi
dovevo spostare, dovevo trovare soprattutto con chi farlo e quindi alla fine ho rinunciato. Anche se mi
piacerebbe molto farlo! Perché potrebbe darmi quella marcia in più, per poter competere con gli altri e
mettermi in discussione, piuttosto che fare il solito lavoro “piatto”.
Questa ricerca è stata semplice? Hai, cioè, trovato subito delle informazioni chiare a riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
Si, ho girato pure a vuoto. Ho trovato delle informazioni per caso, perché tramite un amico ho saputo che
dovevano fare delle assunzioni ma era già tutto pronto. Però mancava il solito cavillo, o come al solito hanno
fatto finta di dimenticare o non l’hanno messo volutamente e quest’amico è venuto a dirmi di questa cosa che
mancava. E’ riuscito a parlare con qualcuno facente parte dell’ente in cui lavoro ed hanno aggiustato la cosa,
altrimenti si sarebbe trascinata più a lungo. Comunque mi piacerebbe, con la laurea, fare altre cose.
In quegli anni hai mai pensato di mollare tutto?
Si, spesso ho pensato di mollare tutto, anche adesso, a causa della solita insoddisfazione economica e
lavorativa. Un po’ di tempo fa, una persona che sapeva della mia passione per la musica (io suono la
fisarmonica) questa persona che abita in Canada mi chiese se volessi andare lì con lui per 6 mesi per
imparare meglio a suonare la fisarmonica. Io quasi, quasi ci avevo fatto un pensierino: mollo tutto e me ne
vado! Poi la crisi mi ha frenato. Io, comunque, sono sempre in cerca di qualcosa che si può fare, come ad
esempio un concorso per la scuola. Devo vedere un pò, letto qualcosa. Purtroppo, è scritta in burocratese,
bisogna capire e leggerla con calma. Vorrei provarci anche se poi non và bene, pazienza! Potò comunque
ritenermi soddisfatto di me perché ci ho provato.
Vuoi raccontarmi un episodio della tua vita dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di
ingresso nel mondo del lavoro?
Beh, più che un episodio è il contesto che sa di amaro, il vedere evolvere gli altri settori del mio ente e io
rimanere ancorato al vecchio lavoro senza alcuna evoluzione, è qualcosa che mi fa soffrire molto. Ho visto
informatizzare un ente e per me non c’è mai stato spazio per nessun tipo di cambiamento. E come se tutto ciò
XIX
non bastasse, devo costatare che spesso i centralinisti sono collocati sempre nei posti peggiori, gli enti gli
riservano sempre le stanze peggiori: o manca il bagno, o le finestre sono piccole e le stanze buie. A me ad
esempio, mi hanno riservato uno dei posti peggiori, in una stanzina al pianterreno con le finestre alte. Anche
lo stipendio è abbastanza basso, ma il nostro se non è l’ultimo ci manca poco. Faccio 36 ore settimanali divisi
in cinque giorni, dalle 08;00 alle 14;00; più due rientri settimanali per non lavorare il sabato. Io cerco di
darmi da fare come posso per migliorare la mia formazione e spesso privatamente. Adesso sto facendo un
corso on-line “Relazioni personali, relazioni interpersonali. Disabilità: limiti e risorse” promosso dall’ UIC
(Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). Consentimi, io ci tengo alla mia autonomia, quindi mi girano
le scatole quando sono costretto a chiedere agli altri anche cose semplici che potrei fare da solo, come ad
esempio stilare una domandina. Come se uno fosse cretino! Come se uno non è capace di stilare un modulo.
Magari glielo devi andare a chiedere due, tre volte… Poi se lo scordano, ti dicono che hanno da fare e che ci
penseranno domani.
E che cosa ti ha veramente messo in crisi?
Tutto l’andazzo. Queste crisi ci sono ogni giorno. Ci sono giornate che sono veramente buie dal punto di vista
morale. Martedì scorso ho fatto il turno pomeridiano, sono tornato a casa alle 19;00 e mi sono messo a letto,
ma non perché ero stanco o perché avevo fatto chissà che, ma perché avevo trascorso un pomeriggio inutile,
demoralizzante. Mi hanno chiamato, ma non sono sceso nemmeno a cenare e mi sono alzato l’indomani
mattina alle 07;00. I miei familiari mi chiedevano che cos’avessi, io rispondevo: “Niente, non ho niente!”.
Com’è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri (possibili colleghi o colleghe) rispetto ai tuoi
progetti, etc.?
Con i colleghi non ci sono problemi, il problema è il sentirsi inutile nel contesto lavorativo. Il sentirmi
frustrato nell’ambiente di lavoro, spesso mi ha portato, come si suol dire, ad uscire fuori dai gangheri. Loro
non comprendono fino in fondo il motivo della mia frustrazione, ma stare sei ore da solo in quello stanzino al
buio è veramente frustrante. Sarò anche non vedente, ma non sono stupido!
Quali sono stati i canali che hai utilizzato per trovare lavoro?
I canali che ho utilizzato per trovare lavoro sono stati : l’albo professionale e l’iscrizione all’Ufficio
Provinciale del Lavoro. Attraverso l’iscrizione all’albo professionale che c’era per i centralinisti, ho trovato
lavoro qua nel mio paese stesso. Anche se, con il senno di poi, penso che è stata una cosa sbagliata. A volte
penso che sarebbe stato meglio partire e andare in una grande città, in questo modo avrei avuto più
possibilità per realizzarmi, in quanto ci sarebbero state più chance e magari mi sarei sentito meno frustrato
rispetto al paesino.
In quest’ottica, ti è stato utile l’Ufficio di collocamento mirato?
Quello di Vita no, quello di Trapani si. Sono stati loro i primi ad aiutarmi a trovare questo lavoro, ma non ho
fatto nessun colloquio. Ho fatto una domanda per entrare a chiamata diretta; però devo dire che il difetto di
questa amministrazione è che seguono la Legge, però considerano il disabile come un oggetto: lo mettono là,
là nasce e là muore. Non c’è possibilità di evolversi.
Qual è il tuo attuale lavoro? Sei soddisfatto delle mansioni che ti hanno affidato o le ritieni inadeguate?
Faccio il centralinista al Comune di Vita. Ritengo le mie mansioni inadeguate, o meglio, penso che potrei fare
e dare di più, ma i pregiudizi nei miei confronti alla fine non mi permettono di lavorare al meglio.
Nel luogo dove lavori sarebbe possibile, secondo te, un avanzamento di carriera anche per te?
Si,l’avanzamento di carriera ci potrebbe essere. Tuttavia sarebbe necessario che prima le persone aprissero le
loro menti e che, esse stesse, buttassero giù le barriere mentali che hanno soprattutto nei confronti del
disabile, facendo le cose un po’ più mirate. Io ho provato a parlare, ma ci sono sempre i soliti paletti: “Non è
possibile!”, “Siamo un ente piccolo”, “Non si può fare…”. Però poi, i soldi per altre cose si trovano e si
spendono.
XX
Ti sono stati affidati dei compiti ben precisi che svolgi da solo o in sinergia con colleghi o colleghe?
Io svolgo il mio lavoro da solo. Comunque i colleghi durante il corso della giornata li vedo, esco qualche
minuto dall’ufficio, si scambia qualche parola. Anche se spesso mi sento confinato, infatti se suona il telefono
e io non rispondo immediatamente, succede il putiferio, ma se si alzano loro o escono e viene una persona che
ha bisogno di un documento, non succede niente! Se, invece, suona il mio telefono più di una volta e io non
rispondo, succede il finimondo, scende pure il segretario da sopra e mi rimprovera, dicendomi che devo stare
seduto là sei ore. Questo mi umilia molto.
Nel lavoro che svolgi è presente anche un datore di lavoro? Quest’ultimo, come si relaziona con te?
Il mio datore di lavoro è, in maniera indiretta, l’Ente Comune. Diciamo che è la volontà politica
dell’amministrazione che non và. Ripeto, non per i rapporti personali ma a livello generale. Non penso che le
la scarsità di relazioni siano legati ad un problema personale, ma piuttosto il problema sta in un
amministrazione pubblica lontana e menefreghista.
Entrambi (colleghi e datore di lavoro) ti ascoltano? Tengono in considerazione il tuo parere o non
considerano la tua opinione?
Io dico proprio di no. Perché uno parla, parla ma non si vedono cambiamenti. Le risposte sono sempre le
stesse. Quindi, né ascoltano il mio parere, né ci tengono alla mia opinione.
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
No, non c’è nessuna differenza.
Ti è mai capitato di avere colleghi con disabilità?
No, non mi è mai capitato nemmeno quando frequentavo l’Università. Tra l’altro, L’Ente per il quale lavoro
da questo punto di vista lascia molto a desiderare. Ad esempio, le barriere architettoniche, allo stato attuale,
sono insormontabili. Figurati che abbiamo anche sospeso i rientri pomeridiani nei mesi di Luglio e Agosto
perché ci sono dei lavori in corso e dall’entrata principale non si può uscire, la strada è chiusa e per arrivare
al Comune c’è da fare il giro del mondo. Quindi, anche se voglio non posso nemmeno prendere una boccata
d’aria; allo stato attuale non posso nemmeno fare due passi. E, sinceramente, dopo una settimana di stare
chiuso lì anche il martedì e il giovedì pomeriggio, andare lì anche al sabato per recuperare qualche ora e
passare altre sei ore a chiedere aiuto se voglio uscire a prendere un caffè o per qualche altra fesseria o
urgenza, mi da fastidio. Anche all’interno del locale è tutto inaccessibile. Il paradosso è che hanno fatto uno
scivolo però per arrivarci ci sono 11 gradini. Ora m’hanno a spiegare a che cosa serve ‘stu scivolo! Ritengo
sia impossibile che per un disabile in carrozzina sia impossibile lavorare in queste condizioni.
Hai mai percepito situazioni di pregiudizio da parte di colleghi, colleghe o dal datore di lavoro nei tuoi
confronti?
Ho percepito situazioni di pregiudizio più dal datore di lavoro che da parte dei colleghi. Lo percepisco dalle
sue frasi: “Ma quello è un non vedente! A cosa dovrebbe mai aspirare? Che cosa vuole fare? Che cosa
pretende?”, “L’informatizzazione se la fa a casa”.
Precedentemente hai avuto altre esperienze nel mondo del lavoro? Se è si perché hai deciso di cambiare
lavoro? E’ stata una tua scelta o ti è stata imposta?
No, non ho avuto altre esperienze di lavoro prima di questa. Questo lavoro è stata una mia scelta, ma poi me
ne sono pentito.
Quali, secondo te, gli aspetti positivi e gratificanti del tuo attuale lavoro? E quali, invece, quelli negativi
che ti danno fastidio?
Un elemento positivo del mio lavoro è che essendo un Ente piccolo, ci si conosce tutti, quindi c’è una certa
familiarità con i colleghi… Però questo non basta. Perché se tu non ti senti appagato, l’insoddisfazione poi
XXI
prevale su tutto. La cosa che, invece, mi da fastidio è l’essere considerato un oggetto, infatti a volte vengono
delle persone e non mi degnano di uno sguardo, potrebbero chiedere a me di cosa hanno bisogno, invece…
Nulla! Devo essere io a farlo. Sono invisibile? Non sono una persona priva di conoscenze. A volte mi sento un
oggetto preso e messo in una stanza.
Se se sei riuscito a trovare lavoro, come hai vissuto il fatto di averlo trovato? E’ stato un atto dovuto o
una conquista personale?
Già il fatto di averlo trovato è una soddisfazione, ma c’è il rovescio della medaglia. Io dico che è stata una
conquista personale.
In tutto ciò, quanto ha contato l’aiuto esterno (famiglia, amici, etc.)?
Famiglia: abbastanza. Amici: insomma, un poco pure. I familiari mi hanno aiutato a cercare un aggancio
nella ricerca del lavoro e nello spronarmi e mi hanno sostenuto.
Sei soddisfatto del tuo attuale lavoro?
No, come ho detto precedentemente non sono soddisfatto per tutti i motivi di cui ti parlavo prima. Non mi
sento realizzato, né gratificato, né ascoltato.
Il lavoro ha favorito la tua autonomia? In che modo?
Un pò dal punto di vista economico, ma non più di tanto. Il mio lavoro mi ha permesso, in questi anni, di
concedermi qualche sfizio, qualche viaggio, oppure per comprare qualcosa che mi piaceva, qualche
divertimento in più, poter uscire con gli amici. Chiaramente con quelli che ti fanno sentire bene, senza farti
pesare il fatto di essere disabile.
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
Mi piacerebbe, innanzi tutto, avere un lavoro che mi possa dare soddisfazioni sia dal punto di vista personale
che da quello remunerativo, ed essere più coinvolto nel lavoro che svolgo. Ad esempio, so suonare la
fisarmonica e adesso faccio parte di un gruppo folkloristico a Calatafimi, in cui mi trovo abbastanza bene e
mi hanno accettato, abbiamo anche fatto degli spettacoli fuori, infatti due anni fa siamo andati nelle Marche,
l’anno scorso siamo stati in Puglia. Mi trovo bene con tutti i membri del gruppo! Tra l’altro, suono anche il
tamburello e sto imparando a suonare uno strumento siciliano che è il “fischialetto”. Nel mio futuro vorrei
continuare ad impegnarmi nel mondo della musica.
La tua esperienza nel mondo del lavoro è sicuramente un arricchimento: a partire da essa, secondo te, in
che modo si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità?
Si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro per le persone con disabilità, soprattutto
abbattendo le barriere mentali e facendo sentire il disabile realmente integrato, offrendogli la possibilità di un
avanzamento di carriera.
Hai vissuto delle esperienze nelle quali hai costatato una chiusura culturale e sociale nei tuoi confronti o
nella diversabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
Ho trovato difficoltà, ad esempio, presso l’ASL perché a volte faccio delle richieste che non vengono accettate
e mi viene detto che non mi spettano certi ausili. Anche se poi, concretamente, ad esempio senza un
apparecchio specifico non puoi fare niente. Attualmente, ho una richiesta all’ASL ferma, ma non so su quale
basi il funzionario sostiene che il comunicatore simbolico che poi è quello che fa funzionare tutta l’interfaccia
del pc, loro sostengono che non mi spetti, però in realtà il computer senza questa apparecchiatura non può
funzionare. In questo modo ostacolano ancor di più la mia autonomia.
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua Città?
No, non ho mai trovato nessun appoggio da parte dei servizi sociali del mio comune. Ho saputo che qualche
anno fa, hanno proposto un progetto per disabili, ma solo per i disabili gravi. Io ammiro questo progetto, ma
XXII
la persona alla quale era indirizzato è molto grave e anche pericolosa. Che io ricordi, a parte questo, i servizi
sociali non hanno mai portato avanti alcun progetto. Tra l’altro questo progetto avrà molte difficoltà per
partire perché innanzi tutto c’è bisogno di persone competenti. E la persona bisogna saperla gestire: io lo
conosco ed è una persona con la quale è difficile relazionarsi.
Quando hai deciso di cercare lavoro, il territorio nel quale vivi, i Servizi Sociali etc., sono stati un punto
di riferimento o hai percepito delle barriere culturali anche da parte di coloro che lavorano in questi
uffici?
Si, secondo me ci sono delle barriere culturali da parte di chi lavora in questi uffici, forse causato più
dal’incompetenza che da pregiudizi culturali.
Tu come vivi la tua disabilità?
Io vivo bene la mia disabilità, anche se ho dei momenti di rabbia che, talvolta, non riesco a gestire e mi fanno
venir voglia di mollare tutto e non fare più niente, di perdere la guerra perché spesso, qualsiasi cosa fai, non
c’è nessun riscontro positivo, non ti danno nessuna speranza che in futuro possa cambiare qualcosa che ti
possa far sentire migliore. Quindi c’è questa rabbia latente che non sparisce mai, pronta ad esplodere in
qualsiasi momento… L’insoddisfazione porta a questo!
XXIII
Documento n. 8
Intervista a Marco
Il titolo di studio che hai conseguito, è stato utile per trovare lavoro?
Non mi è stato utile affatto. Tra l’altro ho conseguito soltanto la Licenza Media, perché non avevo tanta
voglia di studiare, pensavo di non essere portato per lo studio, preferivo pensare al lavoro. Appunto per
questo continuavo a rompere le scatole a mio padre affinché mi trovasse un lavoro. Per me andava bene
qualsiasi tipo di lavoro e alla fine dopo tante insistenze, grazie a un amico di mio padre ho trovato lavoro in
un officina. Quindi la mia giornata si svolgeva tra studio e lavoro: la mattina andavo a scuola e il pomeriggio
andavo a lavorare in officina. In realtà continuavo a studiare pochissimo, così alla fine mi sono ritirato del
tutto e alla fine la Licenza Media l'ho presa frequentando i corsi serali.
Nei vari colloqui che hai fatto, hanno tenuto conto delle tue competenze? O hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
Io, in realtà non ho mai cercato un lavoro, non sono nemmeno iscritto al collocamento perché, dopo
l’incidente, ero concentrato soprattutto sulla mia ripresa psico-fisica, quindi dedicavo gran parte del mio
tempo alle terapie. Dopo questa prima fase di riassetto sia fisico che psicologico durato un bel pò, con tante
fatiche ho ricominciato tutto da zero, mi sono dovuto riorganizzare e riprogrammare la vita in un certo modo,
in base alle mie problematiche. Non ho mai pensato al lavoro, poi quando ho iniziato ad usare il computer mi
è stata data questa possibilità e da lì è partito il tutto. Definirlo un lavoro non sarebbe nemmeno corretto è un
hobby che si è trasformato in lavoro.
Nei vari colloqui che hai fatto, hanno tenuto conto delle tue competenze? O hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
In realtà non ho mai fatto dei colloqui. I miei primi approcci al mondo del lavoro, sono cominciati attraverso
la mia passione per l’informatica che all’inizio era solo un hobby. Quando crei un sito, sei consapevole che è
una tua creazione, qualcosa di unico che, magari, 5-6 anni prima non avresti mai pensato di saper realizzare.
Tempo fà avevo pensato di mettere sù una piccola attività, purtroppo non sono riuscito a realizzare questo mio
progetto perchè a Partanna c’erano già parecchi web-master, ognuno ha la propria attività e nessuno di loro
ha creduto in questa mia iniziativa. Non siamo riusciti a creare nulla insieme perché non c’era la volontà di
fare qualcosa del genere. Loro hanno molto rispetto per le mie competenze, tuttavia temo che un pizzico di
pregiudizio nei miei confronti c’era.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
Diciamo che io ho avuto l'incidente nel 1988, quindi avevo 19 anni compiuti da un giorno. I miei primi 18
anni li ho vissuti in modo, diciamo così "normale", non avevo la disabilità che ho oggi, causata da un tuffo al
mare. Quindi possiamo dire che i miei primi approcci nel mondo del lavoro, caratterizzati da molteplici
attività sociali come l’essere Presidente di una Associazione no profit e l'utilizzo del computer, ho cominciato
a renderli concreti dopo circa dieci anni dall’incidente.
Questa ricerca è stata semplice, hai cioè trovato subito delle informazioni chiare al riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
C’è da dire che tutto quello che io faccio al pc, lo faccio da autodidatta e ciò vale anche per i siti. Non ho fatto
nessun corso d'informatica, è nato tutto dalla passione che avevo per questo mondo del web. I siti mi
appassionavano, ero curioso di capire com'erano fatti; questa cosa mi ha portato pure ad approfondire il
tema e poi con l'occasione del sito dell'Associazione di cui sono Presidente, è partito il tutto. Ho iniziato
comprando degli opuscoli che parlavano di pc ed alcuni programmi per creare, appunto, siti. É iniziato così
in modo semplice. Infatti, in ogni cosa penso che sia la passione che ci sprona a continuare a studiare, anche
se io ad esempio da piccolo quando dovevo studiare non lo facevo, invece adesso, è nata quella voglia che non
c'era da ragazzino.
XXIV
In quegli anni hai mai pensato di mollare tutto?
L’informatica non è semplice, il linguaggio html è molto complesso e nonostante creo siti non lo conosco fino
in fondo. Tra l’altro, nella creazione dei siti, uso due programmi che mi facilitano la scrittura. Infatti, a causa
del mio handicap non riesco a muovere bene le mani e grazie a questi programmi di ultima generazione sono
molto agevolato. Le problematiche ci sono sempre perchè abbiamo a che fare con dei computer che alla fine
non sono altro che delle macchine. Però, in questo lavoro, la cosa che conta maggiormente è avere pazienza.
In molti casi, le mie creazioni multimediali diventano delle vere e proprie sfide. Spesso mi viene da ridere
perché con il pc ho un rapporto molto viscerale e gli dico: “Se non mi fai entrare dalla porta, io entro dalla
finestra!”. Non ho mai pensato di mollare tutto, a volte succede che perdo quella pazienza di cui ti parlavo
pocanzi, quando ciò succede spengo tutto, lo mollo per un paio d’ore, ma dopo sono di nuovo lì… Pronto a
smanettare!
Vuoi raccontarmi un episodio dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di ingresso nel
mondo del lavoro?
Un momento particolarmente difficile della mia vita è stato quello adolescenziale perche mio padre voleva che
studiassi, perché lo studio, secondo lui, era il modo migliore per affrontare la vita, in quanto avrei potuto
crearmi una posizione lavorativa diversa. Il problema era che io non volevo saperne, si è così venuta a creare
una situazione molto conflittuale, nella quale lui era deluso dal mio atteggiamento e io dal suo perché non
capiva che io volevo fare altro.
E che cosa ti ha veramente messo in crisi?
Non ho avuto grossi momenti di crisi, dei piccoli momenti ci sono stati nell’uso di alcune applicazioni sempre
inerenti alla costruzione dei siti e in questi casi mi sono trovato in difficoltà. Ciò mi ha portato a mollare
alcuni tipi di progettualità, come ad esempio i siti di negozi on-line, i quali di fatto sono troppo corposi e
complessi.
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri (possibili colleghi o colleghe) rispetto ai tuoi
progetti, etc.?
Sinceramente in modo generale, non ho nessun tipo di problema nel relazionarmi con gli altri, con gli amici,
conoscenti, o collaboratori. Da questo punto di vista mi sento integrato nella società, tutti mi trattano alla
pari, siano essi conoscenti o colleghi di lavoro. É sempre stato così perché io sono una persona aperta e
socievole, basta parlare 5 minuti con me per rendersene conto immediatamente. Se qualcuno cerca di erigere
delle barriere soltanto perché sono disabile, con me non vanno lontani. Quindi, non credo che tra me e loro ci
possa essere un dialogo sereno fin quando non si abbatteranno queste forme di barriere che non hanno senso,
la persona và trattata per quella che è, non c'entra nulla se ha un handicap o qualche altro tipo di
problematica psicologica o altro.
Quali sono stati i canali che hai utilizzato per trovare lavoro?
Come ti dicevo poco fa, le informazioni che ho raccolto sul mio lavoro non sono frutto di corsi, ma di tanta
volontà personale. Purtroppo devo costatare che, tra l’altro, corsi di informatica seri aperti anche ai disabili
non ce ne sono molti.
In quest’ottica, ti è stato utile l’ufficio di collocamento mirato?
L’ufficio di collocamento mirato non mi è mai servito a nulla, anche perché non mi sono mai iscritto. I lavori
che svolgo, li faccio più per passione. La mia condizione di salute non mi permetterebbe, in ogni caso, di
lavorare in un ufficio, in quanto non riesco ad avere dei ritmi standard, come ad esempio alzarmi tutti i giorni
per andare in ufficio. Spesso ho bisogno di rimare a lungo a letto a causa delle difficoltà alla schiena. Invece,
in questo momento lavoro a casa, anche dal letto; mi sono creato una postazione comoda direttamente in
camera. Ciò non toglie che se mi venisse offerto un lavoro fattibile anche da casa, lo farei molto volentieri.
Quindi, in base a tutto ciò, la mia grande aspirazione sarebbe quella di realizzare il telelavoro.
XXV
Qual è il tuo lavoro attuale? Sei soddisfatto delle mansioni che ti hanno affidato o le ritieni inadeguate?
Il mio attuale lavoro è quello di web-master, creo siti. Poi faccio parte dell'Associazione della Misericordia di
Partanna, di cui sono Presidente. In questi anni ho avviato delle collaborazioni anche con altre associazioni
del territorio. Inoltre, scrivo su un giornale locale che si chiama “Robin Hood”, collaboro col comune
portando avanti alcuni progetti sul sociale. Tutto ciò che faccio mi gratifica molto. Il lavoro che svolgo è
comunque autonomo, non dipendo da una’azienda, sono piuttosto l’imprenditore di me stesso. In molti casi,
vengo contattato da aziende pubbliche o private ed io realizzo il lavoro per loro. Purtroppo, fino a poco tempo
fa, ho lavorato in nero e ancora oggi, in molti casi, continua ad essere così. Nessuno è disposto ad offrirmi un
contratto e mettermi in regola, soltanto recentemente ho avviato una collaborazione con un altro web-master
e in questo modo riesco a fatturare il lavoro che svolgo.
Nel luogo dove lavori, sarebbe possibile secondo te un avanzamento di carriera anche per te?
Si, perché quello che conta in questo settore è la competenza: se tu hai le competenze giuste, puoi arrivare a
qualsiasi livello. Testimoni ne abbiamo tanti di ragazzi che ricoprono carichi e ruoli importanti, sia nel mondo
informatico che in quello politico e sociale.
Ti sono stati affidati dei compiti ben precisi che svolgi da solo o in sinergia con i colleghi/colleghe?
Tutti i lavori che svolgo, li faccio da solo, quindi non ho collaboratori, né colleghi. Gli incarichi che mi
vengono affidati possono variare continuamente: siti, clip, volantini, lavori grafici, etc.
Nel lavoro che svolgi, è presente anche un datore di lavoro? Quest’ultimo, come si relaziona con te?
Come ti dicevo pocanzi, io svolgo il mio lavoro in maniera indipendente, quindi non ho un datore di lavoro. A
volte mi chiedo come sarebbe lavorare alle dipendenze di qualcuno, poi riflettendo a fondo, anche se non ho
un vero e proprio datore di lavoro, devo rendere conto di quanto faccio ai miei clienti. Mi piace svolgere bene
la mia attività, quindi non farmi riprendere da nessuno.
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
Credo che l’essere uomo o donna influisca sulla possibilità di trovare lavoro. Infatti, nonostante il livello di
parità che la donna ha raggiunto anche nel mondo lavorativo, le difficoltà aumentano se poi parliamo di
disabili, soprattutto se donne. Credo che esse trovino ancora molte difficoltà perché i pregiudizi sono parecchi
e il problema non è di facile soluzione. Tra l’altro non conosco nessun’altra persona disabile, sia essa uomo o
donna, che fa questo lavoro a Partanna. Ricordo che c’era una ragazza che lavorava come segretaria
nell’azienda dei genitori, adesso non saprei dirti se lavora ancora lì, non ne ho saputo più niente.
Ti è mai capitato di avere colleghe con disabilità?
No, non ho mai avuto colleghi. Tra l’altro non conosco nessun’altra persona disabile, sia essa uomo o donna,
che fa questo lavoro a Partanna. Ricordo che c’era una ragazza che lavorava come segretaria nell’azienda
dei genitori, adesso non saprei dirti se lavora ancora lì, non ne ho saputo più niente.
Hai mai percepito situazioni di pregiudizi da parte di colleghi, colleghe o dal datore di lavoro nei tuoi
confronti?
Non ho mai percepito situazioni di pregiudizio nei miei confronti. Mi conosco molto bene e non ho questo tipo
di difficoltà. Chi non mi conosce basta poco per farlo e sà come si deve relazionare con me, perchè altrimenti
come dicevo prima non c'è dialogo.
Precedentemente, hai avuto altre esperienze nel mondo del lavoro? Se è si, perché hai deciso di cambiare
lavoro? É stata una tua scelta o ti è stata imposta?
Io all'epoca della scuola ho fatto per 4 anni l'elettrauto, poi ho deciso di cambiare lavoro per motivi
economici. In piena adolescenza, infatti, avevo bisogno di più soldi per potermi permettere le serate in giro
con gli amici. Questa è stata una mia scelta, poi l’incidente ha cambiato tutto. Invece la scelta di
intraprendere questo mio attuale lavoro è frutto di una mia profonda volontà.
XXVI
Quali, secondo te, gli elementi positivi e gratificanti del tuo attuale lavoro? E quali, invece, quelli
negativi che ti danno fastidio?
Ciò che più mi piace del mio lavoro è la creatività che devi metterci. Invece, l’unica cosa che non mi piace, è
che non essendo in regola da un lato non riesco a guadagnare quanto vorrei, dall’altro mi sento anche in
colpa perché non mi andrebbe di lavorare in nero. Purtroppo, però, a questo non riesco a trovare una
soluzione.
Vuoi raccontarmi qualche esperienza positiva o negativa che hai vissuto nel lavoro che oggi conduci?
Un momento in particolare in cui ho provato una gratificazione maggiore è stato quando ho costruito un sito
molto corposo, con molti contenuti: un lavoro abbastanza impegnativo! Alla fine, quando il lavoro, costato
tanta fatica e sacrifici, era finalmente concluso mi sono sentito supersoddisfatto di me stesso.
Se sei riuscito a trovare lavoro, come hai vissuto il fatto di averlo trovato? É stato un atto dovuto o una
conquista personale?
Quando ho iniziato a svolgere questo tipo di attività, l’ho fatto perché mi tenevano occupato durante la
giornata. In questo modo, finalmente le mie giornate avevano un significato più completo, erano più ricche.
Ho trovato, grazie al web, un senso alla mia vita. Dall'incidente ad oggi, la mia vita è stata una sfida con me
stesso. La mia disabilità è piuttosto “ingombrante”, dato che non mi permette di vivere come vorrei, cioè in
modo autonomo. Tuttavia, ciò mi ha portato a combattere e a pianificare la vita, secondo altri parametri,
creandomi degli obiettivi e portandoli avanti, appunto per vivere questa vita nel migliore dei modi, come fa
chiunque altro.
In tutto ciò, quanto ha contato l’aiuto esterno (famiglia, amici, etc.)?
I miei familiari nella mia vita sono stati fondamentali. Io da solo non riesco né a muovermi, né a vestirmi, né a
lavarmi. Sono stati importanti non solo a livello materiale, ma anche psicologico e morale. La stessa cosa vale
anche per gli amici. Quindi entrambi sono fondamentali e vitali perché, senza di loro, non sarei stato in grado
di affrontare i tanti problemi nella mia vita.
Sei soddisfatto del tuo attuale lavoro?
Si, perché è frutto di una mia grande passione e quando creo qualcosa penso che ho fatto qualcosa di mio e di
bello.
Il lavoro ha favorito la tua autonomia? In che modo?
Si, il lavoro ha favorito la mia autonomia. Innanzitutto perché ha migliorato la mia autostima, perché grazie
alla tecnologia oggi riesco a fare cose prima impensabili e poi mi sento anche utile agli altri. Penso che
nonostante tutto, nonostante il mio handicap riesco a fare qualcosa.
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
I miei obiettivi sono continuare a vivere come ho fatto fino ad oggi, portando avanti ciò in cui credo
soprattutto nel sociale. Tempo fà ho creato un progetto che parte dalle case famiglia e altri tipi di servizi;
spero di portarli avanti perché vivendo alcune tematiche in prima persona, mi stanno più a cuore. Quindi se
posso dare quel minimo di contributo per migliorare la mia vita e quella degli altri, ben venga. In più, un altro
progetto sul sociale l’ho realizzato con una mia cara amica: una scheda conoscitiva, cioè una banca dati.
Viene compilata attraverso informazioni varie dalla famiglia o dal soggetto con handicap e consegnata al
Comune. In questo modo, quando il Comune crea dei progetti per i disabili, grazie a queste informazioni può
indirizzare dei servizi mirati in base all' esigenza.
La tua esperienza nel mondo del lavoro è sicuramente un arricchimento; a partire da essa, secondo te, in
che modo si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità?
Io credo che le imprese nel mondo del lavoro devono aprirsi ancora di più ai diversamente abili, perché una
persona diversamente abile non ha da meno di una persona "in salute", infatti questa può essere in grado di
XXVII
svolgere un'attività, può dare un contributo alla pari di chiunque altra persona che non abbia problemi motori
o quant'altro. Quindi credo che le imprese devono aprirsi per dare la possibilità a chi è in grado di lavorare e
di esprimersi, creandosi così anche una posizione economica. Ciò può servire a crearsi una famiglia e vivere
in modo autonomo senza dipendere dagli altri.
Hai vissuto delle esperienze nelle quali hai costatato una chiusura culturale e sociale nei tuoi confronti o
nella disabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
Per quanto riguarda la burocrazia e le difficoltà negli uffici pubblici e anche privati è un problema che mi sta
molto a cuore e per il quale mi batto spesso. In molti casi mi trovo davanti a situazioni dove c'è poca
professionalità, manca la competenza. Ad esempio quando devo sbrigare una pratica, una procedura gli
impiegati stessi non sanno di cosa gli parlo e quindi ci troviamo di fronte a queste difficoltà, però ci sono
anche gli aspetti positivi. In altri casi, non vengono assunte le persone per le capacità e le competenze, ma per
clientelismo. Questo non è un problema che riguarda solo noi disabili, ma è il problema che affligge l'Italia.
Mi è capitato di fare richiesta di un ausilio, e quest'ultimo anziché darmelo con le caratteristiche di cui
necessito, magari mi veniva proposto con dei parametri che non avevo richiesto io. Quindi ho dovuto tribolare
un pò, spiegando io quali criteri dovevano essere seguiti per la pratica. In qualche modo si risolve sempre
però perché non farla correttamente prima? Molti altri problemi sono in capo sanitario, dove magari ti viene
negata pure l'Assistenza; ad esempio stai male, vai al Pronto Soccorso e ti ritrovi con qualcuno che ti dice,
sgarbatamente, di non poter venire, anche se tu stai malissimo. Io non sono un tipo che sorvolo, laddove c’è
qualcosa che non và la segnalo, la denuncio e l'abbatto.
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua Città?
Si, il Comune mi eroga dei servizi di accompagnamento. Inoltre, ci sono altri servizi d’aiuto in casa che
vengono dati al genitore (dai 65 anni in su). Questo per me e mia madre è un grande sostegno.
Quando hai deciso di cercare lavoro, il territorio nel quale vivi i Servizi Sociali, etc., sono stati un punto
di riferimento o hai percepito delle barriere culturali anche da parte di coloro che lavorano in questi
uffici?
Nel 2000 i servizi sociali erano latitanti, non se ne vedevano. Adesso, da un decennio a questa parte, le cose
sono molto cambiate quindi trovo un cambiamento molto efficace. Devo costatare che negli ultimi 10 anni
anche a Partanna si è fatto parecchio. Nel mio caso non mi sono stati utili nella ricerca del lavoro, visto che il
mio è un lavoro autonomo, ma so che hanno fatto altri progetti utili.
XXVIII
Documento n. 9
Intervista ad Elena
Il titolo di studio che hai conseguito, è stato utile per trovare lavoro?
Purtroppo, il mio titolo di studio non mi è stato utile o meglio, mi è servito più il diploma che la laurea, infatti
sono laureata in Scienze dell’Educazione ma con questo titolo non ho mai lavorato. Io sono abilitata per
l’insegnamento e quinti ho fatto domandina per il Nord, ho vinto il concorso e sono stata chiamata. Tra
l’altro, facevo già parte grazie alla legge 68/99 delle categorie protette, questo mi ha facilitato. Ho lavorato
per un anno in provincia di Novara, dove ho svolto l’anno di prova; il secondo hanno ho chiesto ed ottenuto
l’assegnazione provvisoria a Trapani e ho lavorato sempre come insegnante di scuola primaria. Il terzo anno
sono dovuta ritornare a Novara perché la domanda di assegnazione provvisoria, per quell’anno non mi è
stata accettata. Ma poco dopo, visto che la mia condizione fisica è peggiorata, sono stata ritrasferita a
Trapani, ma non come insegnante perché posti non ce n’erano ma come docente utilizzata in mansioni di
segreteria.
Nei vari colloqui che hai fatto, hanno tenuto conto delle tue competenze? O hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
In generale ho notato che le mie competenze venissero valorizzate, anche se ci sono stati alcuni casi in cui
così non è stato. A volte mi sono sentita liquidata con un semplice: “Siamo spiacenti, non ci sono posti. Le
faremo sapere”. Un’altra volta, durante un colloquio nella casa famiglia a Salemi mi è stato detto che non
volevano personale laureato. In realtà,questa era una scusa bella e buona. Il problema era che per assumere
persone con il titolo di educatore, significava pagarlo di più.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
Un anno e mezzo, due anni. Dal concorso vinto al lavoro, invece, 10 anni.
Questa ricerca è stata semplice, hai cioè trovato subito delle informazioni chiare al riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
Certe volte giravo a vuoto perché nessuno offriva lavoro. Invece per le informazioni che riguardavano il
concorso non ho avuto problemi perché mi sono rivolta ai sindacati.
In quegli anni hai mai pensato di mollare tutto?
Nonostante ci siano stati, in questi anni, alti e bassi, non ho mai pensato di mollare tutto. A me piace
insegnare e soprattutto adoro il contatto con i bambini.
Vuoi raccontarmi un episodio dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di ingresso nel
mondo del lavoro?
Ti sembrerà strano, un episodio brutto non l’ho vissuto qui, ma quando ero a Novara. Lì anche il Preside ha
mostrato comportamenti pregiudizievoli nei miei confronti, infatti quando mi ha assegnato la classe mi ha
detto che dovevo lasciare la stampella all’ingresso e salire senza al piano superiore. Io ho fatto come mi era
stato detto, ma ho anche sottolineato che se mi fosse successo qualcosa la responsabilità sarebbe stata sua.
Lui non voleva che portassi la stampella con me perché pericolosa per i bambini. Questo non era vero perché
i bambini avevano grande rispetto per me e non l’avevano mai toccata. Il problema era piuttosto degli adulti.
Per me, in quegli anni, non è stato facile ma la mia voglia di far capire che ero capace era tanta. Tutto ciò
non si è mai verificato nel luogo dove lavoro adesso a Salemi.
XXIX
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri (possibili colleghi o colleghe) rispetto ai tuoi
progetti etc.?
Il rapporto con i colleghi, in generale, è sempre stato positivo con alcuni, con altri ci sono stati dei problemi.
Quando insegnavo a Novara, ad esempio, le mie colleghe non mi vedevano di buon occhio, pensavano: Ma
questa perché l’hanno mandata qui, vista la sua patologia?”. Mi vedevano come un peso perché loro erano
più svelte a fare le cose, invece io avevo bisogno dei miei tempi, ma non per questo ero meno professionale di
loro, anzi! Si sono così venute a creare, spesso, delle situazioni di pregiudizio nei miei riguardi. Invece, da
quando lavoro qui, prima a Trapani e poi a Salemi, non ho mai avuto problemi con i colleghi, c’è una stima
reciproca.
Quali sono stati i canali che hai utilizzato per trovare lavoro?
Fai da te. Infatti, in molti casi, le informazioni me le sono cercata da sola, girando siti e mandando
curriculum.
In quest’ottica, ti è stato utile l’ufficio di collocamento mirato?
Assolutamente no, non mi è stato utile. Infatti sono iscritta a quell’ufficio dal 2002, ma non mi hanno mai
chiamata, né mi hanno fatto sapere nulla.
Qual è il tuo lavoro attuale? Sei soddisfatto delle mansioni che ti hanno affidato o le ritieni inadeguate?
Attualmente lavoro presso l’Istituto Comprensivo Garibaldi di Salemi come docente utilizzata in altre
mansioni, nello specifico lavoro in biblioteca. Purtroppo non ho più contatto diretto con i bambini, anche se li
vedo sempre in giro per l’istituto ma non è la stessa cosa. Questo un pò mi manca, ma sono cosciente della
mia condizione fisica, quindi so che tenere la classe oggi come oggi sarebbe, per me, troppo faticoso.
Pazienza!
Nel luogo dove lavori, sarebbe possibile secondo te un avanzamento di carriera anche per te?
Penso proprio di si, in realtà non ci ho mai pensato a questa probabilità, ma in linea teorica sarebbe
possibile. Quasi, quasi ci faccio un pensierino… Se ci sarà la possibilità, tenterò! Anche perché mi piacerebbe
sfruttare la laurea e come Direttore Amministrativo, il mio titolo di studio ha un certo spessore.
Ti sono stati affidati dei compiti ben precisi che svolgi da solo o in sinergia con i colleghi/colleghe?
Io svolgo il mio compito da sola, così come fanno tutti gli altri colleghi. Ognuno ha il suo ufficio, le sue
funzioni. In biblioteca non ho nessun aiuto, quindi sia per i libri da registrare, da catalogare o da acquistare,
me ne occupo da sola. Anzi, qualche olta capita che qualche collega venga da me per avere qualche
informazione, questo mi gratifica molto.
Nel lavoro che svolgi, è presente anche un datore di lavoro? Quest’ultimo, come si relaziona con te?
Si, il mio datore di lavoro è il Preside. Io non lo vedo spesso, nel mio ufficio viene pochissime volte.
Comunque devo dire che il rapporto è positivo, forse dovrei dire inesistente.
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
Si, indubbiamente influisce in certi lavori più che in altri. Sicuramente nell’ambito scolastico questa differenza
non si sente molto, infatti vengono assunti tanto i maschi quanto le femmine ma conosco tante esperienze di
amiche che in altri ambiti lavorativi, soprattutto nelle imprese private, questa differenza c’è. A parità di titoli,
preferiscono assumere gli uomini così poi non hanno problemi con le gravidanze.
Ti è mai capitato di avere colleghe con disabilità?
Si, avevo una collega disabile quando lavoravo a Trapani. Insegnavamo in classi diverse. Aveva dei problemi
al femore, infatti deambulava male. Lei qualche problema con i ragazzi lo ha avuto, penso che la causa è stata
XXX
piuttosto legata al carattere che alla sua disabilità, infatti a Trapani erano tutti molto gentili sia con me che
con lei.
Hai mai percepito situazioni di pregiudizi da parte di colleghi, colleghe o dal datore di lavoro nei tuoi
confronti?
Si, come ti raccontavo precedentemente, delle situazioni di pregiudizio le ho vissute con alcuni colleghi
quando ho lavorato a Novara. Ti assicuro che non è stato semplice superare questi momenti, sola in un posto
che non conoscevo e non accolta anche perché siciliana. Non ho bei ricordi di quel periodo.
Precedentemente, hai avuto altre esperienze nel mondo del lavoro? Se è si, perché hai deciso di cambiare
lavoro? E’ stata una tua scelta o ti è stata imposta?
Altri lavori che ho svolto non sono stati tantissimi. Ricordo che avevo iniziato il Servizio Civile presso il
Centro A.I.A.S. a Castelvetrano, poi però l’ho interrotto prima che finisse perché stavo male. In quel contesto
mi occupavo dell’assistenza e delle attività ludiche per i disabili. Un’altra esperienza che ho cercato di fare è
stata quella di lavorare nelle case famiglia, ma anche questa non è andata a buon fine, infatti dopo un breve
periodo di prova, tutto è finito lì. Questa scelta mi è stata imposta dalle condizioni esterne, in parte perché in
questo campo non c’era lavoro, in parte perché in quel periodo io stavo molto male.
Quali, secondo te, gli elementi positivi e gratificanti del tuo attuale lavoro? E quali, invece, quelli
negativi che ti danno fastidio?
L’elemento positivo più importante e gratificante del mio lavoro sono i bambini, infatti anche se non insegno
più, i bambini attorno a me ci sono sempre e loro sono per me una grande forza. Un altro elemento
gratificante è la relazione positiva che ho con i colleghi, dopo la brutta esperienza a Novara, sapere che qui ci
sono persone che mi stimano e con le quali io vado molto d’accordo mi fa stare bene. Quindi devo dirti che
elementi negativi non ne vedo.
Se sei riuscito a trovare lavoro, come hai vissuto il fatto di averlo trovato? E’ stato un atto dovuto o una
conquista personale?
essere riuscita a trovare lavoro è stata per me una grande conquista, l’ho vissuta bene. L’unico problema è
stato andare a Novara perché non era il caso di farmi partire. Infatti, quando sono arrivata là in molti hanno
detto che con una 104, non era il caso di assegnarmi una scuola a 2000 Km di distanza. Quindi io mi sono
trovata a disagio, ero contenta di lavorare ma non era il mio ambiente. Ho lottato molto per lavorare, quindi
oggi ciò che ho lo ritengo molto gratificante. Non è stato affatto un atto dovuto, ma una grande conquista
personale!
In tutto ciò, quanto ha contato l’aiuto esterno (famiglia, amici, etc.)?
L’aiuto dei miei familiari è stato tanto. Ad esempio, mio cognato mi accompagnava ogni qual volta dovevo
salire e scendere Tapani-Novara, Novara-Trapani. Alcuni colleghi mi sono stati vicini anche durante il
momento del trasloco definitivo da Novara a Trapani, ma il mio più grande sostegno è sempre stata mia
madre che è sempre stata con me. Anche tutt’ora io vivo ancora in casa con lei.
Sei soddisfatto del tuo attuale lavoro?
Si, sono soddisfatta del mio lavoro per tutti i motivi di cui abbiamo parlato prima.
Il lavoro ha favorito la tua autonomia? In che modo?
Lavorando ho i miei soldi e posso permettermi di spenderli come voglio, uscire quando voglio. Quindi è
chiaro che ho un’autonomia maggiore.
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
Per il mio futuro non ho grossi progetti, per me và bene così. Se poi verranno delle novità le accetterò. Non ho
sogni nel cassetto.
XXXI
La tua esperienza nel mondo del lavoro è sicuramente un arricchimento; a partire da essa, secondo te, in
che modo si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità?
Un aiuto, secondo me, potrebbe essere aumentare gli aiuti economici soprattutto alle famiglie. Spesso infatti,
queste devono portare grossi pesi sulle proprie spalle.
Hai vissuto delle esperienze nelle quali hai costatato una chiusura culturale e sociale nei tuoi confronti o
nella disabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
Si, perché molte carte burocratiche vengono messe in un angolino e tu, anche se sei invalida, devi o andarle a
scoprire tu stessa o farti valere per affermare i tuoi diritti. Ti racconto un episodio che ho vissuto da poco;
sono andata all’Ufficio degli Invalidi Civili a Salemi, toccava a me ma facevano entrare gli altri. Io non
potevo più stare in piedi, ho preso la sedia e mi sono seduta aspettando il mio turno. Facevano finta di non
vedermi, era come se io non ci fossi. Ad un certo punto si sono rivolti a me sgarbatamente e io mi sono
arrabbiata.
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua Città?
No, non ho mai trovato appoggio nei servizi della mia città. Qui il disabile non ha alcun diritto, ad esempio i
parcheggi riservati ai disabili li trovo sempre occupati da altre macchine che non espongono il tagli andino.
Questa cosa mi fa arrabbiare tantissimo perché già c’è poco e niente, quello che c’è la gente non lo rispetta.
Quando hai deciso di cercare lavoro, il territorio nel quale vivi i Servizi Sociali, etc., sono stati un punto
di riferimento o hai percepito delle barriere culturali anche da parte di coloro che lavorano in questi
uffici?
Barriere culturali tantissime, negli uffici e fuori dagli uffici. Porte chiuse in faccia, se ne fregano dei disabili!
XXXII
Documento n. 10
Intervista a Giulia
Il titolo di studio che hai conseguito, è stato utile per trovare lavoro?
No, non mi è stato molto utile. Ho il diploma magistrale, ma l’ho preso alla scuola privata. Non mi sono mai
inserita in graduatoria, perché quando c’è stato il concorso io non l’ho superato perché in quel momento ho
avuto un peggioramento della vista. Poi ero anche giovane, spensierata e, a dire la verità, non avevo studiato
molto. Tra l’altro, quando è uscito il secondo concorso io ero peggiorata e non riuscivo a stare molto sui libri,
quindi non l’ho fatto neanche. Di conseguenza, il diploma non l’ho sfruttato.
Nei vari colloqui che hai fatto, hanno tenuto conto delle tue competenze? O hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
L’unico colloquio che ho fatto in vita mia è stato all’Ufficio di collocamento, che più che un colloquio è stato
una sorta di censimento dato che serviva per rinnovare il libretto di lavoro. Per regolarizzare la posizione
delle persone, facevano delle domande del tipo: “Che tipo di lavoro avresti voluto fare?” “Dove ti sarebbe
piaciuto andare?”. Una cosa molto generica e formale. Io pensavo di non essere iscritta all’Ufficio di
collocamento mirato di Trapani, in realtà, poco tempo fa ho chiamato Todaro e mi ha detto che ero inserita
ma non mi hanno mai chiamata perché non ho attestati, non ho mai fatto un corso di centralinista, né un corso
di massofisioterapia. Non avendo competenze in questi campi, è ovvio che la chiamata non è mai arrivata.
Allora, quando hanno organizzato il corso di centralinista a Palermo, mia madre in modo protettivo, visto che
era mancato mio padre da poco, non ha voluto mandarmi. Ma comunque, questa cosa io l’ho saputa dopo 18
anni dalla morte di mia madre. Perché se io, all’inizio degli anni Novanta, avessi frequentato il corso di
centralinista sicuramente già da 20 anni sarei inserita nel mondo del lavoro. A me piacerebbe fare un lavoro
a contatto con il pubblico ad esempio il massoterapista, ma mi piacerebbe anche fare la centralinista. Tra i
due preferirei, indubbiamente, fare la masso fisioterapista perché ho delle doti particolari e sono molto brava.
Infatti, adesso che andrò a Milano a trovare mia sorella voglio fare un giro all’UIC oppure mettermi in
contatto telefonico con loro per vedere se organizzano dei corsi di centralinista, perché qua in Sicilia le
graduatorie sono sature e non mi chiameranno mai ma al Nord non è così. Io intanto voglio farlo, poi un
domani… Non si può mai sapere.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
Come ho detto prima, non avendo mai avuto esperienze importanti nel mondo del lavoro, non posso
rispondere a questa domanda. La mia esperienza lavorativa è frutto di un lavoro legato alla mia famiglia,
infatti per molti anni ho aiutato mia madre in un emporio.
Questa ricerca è stata semplice, hai cioè trovato subito delle informazioni chiare al riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
Io non ho mai cercato un lavoro vero e proprio, forse perché ancora la consapevolezza del problema non ce
l’avevo da giovane. Io ho finito gli studi, ho fatto il concorso perché mi piacevano i bambini e volevo lavorare
in questo campo anche perché dopo tre anni di tirocinio ero brava, ci sapevo fare. Quindi pensavo che
superando il concorso avrei potuto trovare un lavoro. Però, non avendo studiato come ti ho detto prima non
l’ho superato. La seconda volta volevo rifarlo, erano passati 12 anni dal primo e io nel frattempo ero
peggiorata. Vedevo mia sorella che studiava tantissimo, io non avrei potuto farlo. Non mi è rimasto che
continuare a lavorare nel negozio come commessa. Oggi ho 40 anni, ma nella vita c’è sempre speranza.
Vuoi raccontarmi un episodio dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di ingresso nel
mondo del lavoro?
Diciamo che non ci sono mai stati momenti di crisi, visto che non ho mai avuto un vero e proprio lavoro.
Perché davo solo una mano a mia madre, visto che aveva un negozio abbastanza grande dove c’era un pò di
tutto: abbigliamento, merceria, etc. E quindi la mattina capitava che andavo a dare una mano o delle volte
XXXIII
quando mia madre stava male andavo io. Ho imparato a sistemare la merce, a usare il registratore di cassa,
ad impacchettare i regali, etc. Per usare il registratore di cassa, mia madre mi ha fatto dei numeri più grandi
in modo che io potessi vederli. Perché sai, se sbagli a fare lo scontrino fiscale… Era comunque un lavoro al
quale ero portata, stavo al contatto con pubblico, chiacchieravo… Era un’attività che mi piaceva molto e mi
sarebbe piaciuto continuarla però purtroppo il guadagno era poco, le uscite più delle entrate, quindi
purtroppo abbiamo dovuto chiudere. Per molti anni, io andavo tutti i giorni: mentre lei faceva una cosa, io ne
facevo un’altra. Era un luogo comunque protetto.
E che cosa ti ha veramente messo in crisi?
Le crisi non ci sono state in passato, ma le ho adesso perché vorrei tanto lavorare e non ho nessuno sbocco
lavorativo, chiuso il negozio non riesco a trovare altro. Tra l’altro quel lavoro mi manca tantissimo. Infatti,
mi mancano delle competenze che potevo acquisire in passato, quindi adesso non sono in grado di fare un
lavoro normale perché ho anche i miei limiti. Andando al Nord, cercherò un modo per acquisire delle
competenze. Qualcosa voglio trovare, non mi arrendo.
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri (possibili colleghi o colleghe) rispetto ai tuoi
progetti etc.?
Il mio problema visivo ce l’ho fin dalla nascita, quindi tutti mi hanno conosciuta così, ma poi è peggiorato con
il passare del tempo. Ci sono delle fasi nella vita in cui vivi le cose in maniera diversa: quando ero piccola
anche grazie al carattere che ho, sono riuscita a non chiudermi in me stessa; il mio carattere mi ha aiutato
molto. Io non sentivo di avere dei problemi, a volte erano i bambini a prendermi in giro perché cadevo,
sbattevo o non sapevo giocare con un giocattolo. La frase che mi ha fatto soffrire molto è stata: “Quattro
occhi, quattro fanali”. Questa cosa da piccola mi amareggiava tanto. Comunque io cercavo di non farci caso
e continuavo a giocare. Speravo che comunque con il passare del tempo la situazione sarebbe migliorata.
L’adolescenza è stata comunque il periodo più brutto perché le mie compagne “normali”, non mi volevano
dietro perché vedevo che avevo dei problemi e loro erano intenti a cercare i ragazzini carini e avendomi
vicina rappresentavo un limite per loro e a me non si avvicinava nessuno. Poi, fortunatamente, ho conosciuto
delle persone splendide alle quali sono ancora amica, che mi davano una mano: io con loro sono andata
ovunque. Ho conosciuto persone che mi hanno fatto soffrire tanto e mi hanno umiliato tantissimo, e altrettante
che mi hanno aiutata tantissimo, mi hanno portata in discoteca, nei locali senza nessuna difficoltà. Loro mi
cercano, mi invitano per andarli a trovare. Alcuni si trovano anche a Bologna. Il luogo dove lavoravo, come ti
dicevo, era un luogo protetto, comunque c’era sempre mia madre e con le altre commesse i rapporti sono
sempre stati ottimi. Adesso, da grande, sto avendo una rivalsa per le cose che non ho potuto fare e per le
persone che mi evitavano. Per esempio il corso a Trapani di teatro che ho fatto con l’UIC, l’essere pure sul
Giornale di Sicilia, tante piccole cose mi hanno fatto sentire importante, cosa che prima non mi accadeva. Io
non mi sono mai arresa e mi sono sempre data da fare anche grazie a degli hobby come la lettura, la
fotografia, etc. Ad esempio quando ho fatto il corso di teatro, è stato bellissimo! É stato un corso di
recitazione di tre mesi, conclusosi con una rappresentazione a Dicembre e l’altra a Febbraio. E su questo
evento il Giornale di Sicilia ha scritto due articoli. Un’altra mia passione è la fotografia e poi creo degli
album a tema con delle scritte etc. É qualcosa che mi tiene occupata mentalmente e materialmente. Mi
piacerebbe molto che queste passioni, un giorno, diventassero un vero e proprio lavoro.
Ti è stato utile l’ufficio di collocamento mirato?
Se mi chiamassero a lavorare, certo che sarebbe utile! Il problema è che non mi chiamano e sinceramente
sono molto scettica: non lo hanno fatto in 30 anni, penso che ormai non lo faranno più.
Qual è il tuo lavoro attuale?
Ehm… C’è la domanda di riserva?
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
Secondo me l’uomo non è più avvantaggiato rispetto alla donna, perché oggi la donna è molto
emancipata,quindi non ha molte difficoltà. Il problema è, piuttosto, trovare lavoro, cosa difficilissima ai giorni
nostri! É molto più complicato rispetto al passato. Ad esempio, negli anni Novanta, era più facile sia per gli
XXXIV
uomini che per le donne. Quindi, secondo me, più che un problema di genere è un problema di offerta
lavorativa. Anzi, ritengo che oggi la donna è più avvantaggiata nel trovare lavoro.
Ti è mai capitato di avere colleghe con disabilità?
Colleghi no, visto che non ho molta esperienza nel mondo del lavoro; ma la maggior parte delle persone non
vedenti che conosco, lavorano tutte, sono pochissime quelle che non lavorano. Alcuni lavorano al Comune,
altri all’ufficio dell’entrate o all’Asl.
Vuoi raccontarmi qualche esperienza positiva o negativa che hai vissuto nel lavoro che oggi conduci?
Quando lavoravo al negozio con mia madre, io stessa non ero consapevole del problema che avevo. A parte
che la mia patologia non aveva la stessa gravità di adesso, perche comunque adesso non sarei in grado di
gestire autonomamente un negozio. Stando spesso in negozio e avendo una buona memoria, allora io sapevo
bene dov’erano tutti gli articoli, quindi quando veniva la gente ero in grado di servirli senza problemi. In
quegli anni non mi è mai successo che i clienti avessero dei pregiudizi nei miei confronti, questo si è verificato
nei rapporti personali, fuori dal lavoro.
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
Tanti e spero che almeno qualcuno mi riesca. Ora che andrò da mia sorella, voglio cercare non dico di
ambientarmi là, ma mi sto organizzando. Intanto starò lì un mese e vorrei frequentare un corso di nuoto,
attraverso un’associazione di Brugherio che ho contattato per tenermi in forma. Poi ho contattato l’UIC di
Monza che mi ha dato il numero di un referente, una signora di Brugherio con la quale dovrei fare
conoscenza e poi partecipare a degli incontri che fanno a Monza e magari partecipare a delle attività che
faranno in quel mese. È già qualcosa perché io non sono di là. Cioè, in questo mese non voglio stare ad
aspettare mia sorella per fare qualsiasi cosa.
La tua esperienza nel mondo del lavoro è sicuramente un arricchimento; a partire da essa, secondo te, in
che modo si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità?
Magari organizzando delle cose specifiche, cioè ad esempio quando vado a trovare i miei amici sul luogo di
lavoro vedo che hanno un ottimo rapporto con i colleghi, cioè non vedo i miei amici trattati in modo diverso
rispetto ai loro colleghi, in quanto disabili. Si relazionano alla pari. Ad esempio una volta mi è capitato di
essere al telefono con un mio amico e nel frattempo lui ha ricevuto una chiamata nella quale gli veniva chiesto
il numero dell’ANFE di Palermo. Lui in un attimo è riuscito a trovarlo ed ha comunicato il numero stesso a
chi glielo aveva richiesto. Io, ignorantemente, gli ho chiesto come aveva fatto e lui mi ha spiegato che, avendo
l’elenco telefonico in braille, è riuscito autonomamente a svolgere il suo lavoro. Io vedo che nel mio territorio
c’è poco o nulla, le cose da fare sarebbero tantissime. A Gibellina si dovrebbe partire da zero. Per quanto mi
riguarda è da un paio di anni che cerco di mobilitarmi, di organizzarmi. Mi sono anche iscritta ad
un’associazione che in teoria si dovrebbe occupare anche del sociale, ma fatto sta che in due anni che sono
iscritta l’unica cosa che abbiamo fatto è stata una pizza a Natale con persone che, comunque, o hanno
scambiato questa associazione per parlare di abiti, di moda perché di tutto si è parlato tranne che del sociale.
L’unico incontro a cui ho partecipato, si sono scannate tra di loro. Dicevano che volevano aprire ambulatori,
poliambulatori, volevano comunque realizzare qualcosa per i disabili per inserirli… Tutte parole al vento! Io
in due anni che mi sono tesserata, non ho partecipato a nulla. Loro comunque sono tutte persone di un certo
rango sociale: dottoresse, professoresse, etc. É un’associazione culturale che si chiama ICARO. Parlano,
parlano ma non fanno niente! Pensano solo ad organizzare delle manifestazioni e cose del genere. Io sono lì,
ma a volte non vengo neanche interpellata, ci sono o non ci sono per loro è la stessa cosa. Appunto per questo
non partecipo più ai loro incontri.
Hai vissuto delle esperienze nelle quali hai costatato una chiusura culturale e sociale nei tuoi confronti o
nella disabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
Nel mondo burocratico ho avuto un piccolo disguido, tuttavia penso che quello che è successo a me ,poteva
succedere a chiunque altro anche a un non disabile. Quindi penso che se un ufficio non funziona bene, non
funziona a prescindere da chi và per richiedere un servizio. Non ho notato pregiudizi nei miei confronti, ma
una carenza di competenze complessive si. Ad esempio, a me nello stato civile mi hanno scritto: vedova. Ti
rendi conto? Me ne sono accorta dopo qualche anno, ma sembra una barzelletta.
XXXV
Ti và di raccontarmi qualche esperienza che ti ha segnato particolarmente?
Quando mi sono diplomata con molto orgoglio, una mia compagna non è stata ammessa agli esami perché
non studiava e quasi ogni giorno marinava la scuola. Io, al contrario, studiavo tantissimo. In quell’occasione,
la mamma di questa ragazza con aria d’invidia disse: “Elisa è stata promossa, invece mia figlia è stata
bocciata”. Con questa frase, io non so cosa volesse insinuare. Io mi sono diplomata con le mie forze, senza
aver bisogno di nessuna raccomandazione. Purtroppo, non a tutti piace studiare quindi non è stata colpa mia
se sua figlia non è stata ammessa agli esami. Comunque quella frase mi ha ferita moltissimo perché se io ho
raggiunto quel traguardo, lo devo al mio impegno nello studio e non alla mia disabilità. Un’altra volta,
invece, sono uscita con delle amiche di Palermo per andare a ballare. Una di loro ha detto alle altre che se
c’ero anch’io quella sera non sarebbe venuta con noi, perché riteneva che la mia presenza fosse un peso.
Allora un’altra ragazza le ha risposto che lei poteva benissimo uscire per i fatti suoi, perché quella sera le
altre ragazze avevano voglia di uscire con me anche perché loro sapevano che anche se c’ero io, potevano
divertirsi allo sesso identico modo. Io avevo sentito le parole di quella ragazza e mi hanno ferita. A volte la
gente pensa che tu non senti e non ti accorgi di ciò che ti accade intorno, soltanto perché sei disabile. In
questo caso, ti senti ferita il doppio perché oltre al pregiudizio sulla tua disabilità, ti prendono anche per
stupida! Io non ci vedo, ma non sono mica stupida! Le cose le capisco al volo.
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua Città?
Servizi? A Gibellina non c’è assolutamente nulla come sostegno, c’è un assistente sociale ma è come se non ci
fosse, tra l’altro è pure sgarbata.
Quando hai deciso di cercare lavoro, il territorio nel quale vivi i Servizi Sociali, etc., sono stati un punto
di riferimento o hai percepito delle barriere culturali anche da parte di coloro che lavorano in questi
uffici?
No, non sono stati assolutamente un punto di riferimento. Come ti raccontavo poco fa, né per la ricerca del
lavoro, né per l’ottenimento di servizi alla persona. L’unico servizio per me utile, in questi anni, è stato il
servizio civile, ma non del Comune ma dell’UIC. In molti casi, se non ci fosse stato il servizio civile, mi sarei
sentita persa. Si dice in giro che l’anno prossimo non sarà più previsto a livello nazionale il servizio, se questa
cosa è vera, già mi sento male solo a pensarci, l’ennesima conferma che la disabilità è l’ultima dei pensieri
dell’agenda politica.
Tu come vivi la tua disabilità?
Diciamo che prima ne soffrivo di più, adesso sono molto più serena. Anche perché da un pò ho cominciato a
lavorare sulla mia autonomia, cosa che fino a qualche anno fà non facevo. Ad esempio a Trapani non ero
mani andata da sola prendendo un mezzo pubblico, invece adesso vado tranquillamente e mi muovo con i
servizi. Stando attenta, chiaramente, riesco a prendere l’autobus, a camminare per strada da sola. Però sono
consapevole che se fossi rimasta a casa, intrappolata nelle mie paure, nella vita non avrei concluso niente: mi
sono buttata e oggi sono molto contenta di averlo fatto. Quindi, da questo ho capito che se mi impegno posso
riuscire, è una questione di volontà. Infatti, il primo blocco è quello mentale personale, non tanto negli altri.
Se tu non cerchi di superare le tue ansie, i tuoi dubbi, le tue paure, rischi di rimanere sempre al punto di
partenza. Ad esempio, ogni tanto vado da mia sorella a Brugherio, però stavo a casa e aspettavo che tornasse
lei per uscire, questa volta visto che ho deciso di starci un mese a casa sua ho deciso che uscirò da sola. Se
voglio andare a comprare il pane sotto casa o a fare un giro al parco, non posso aspettare che torna lei da
scuola alle 17;00. Mi sono fatta fare un duplicato della chiave e ho già deciso che andrò prima dalla vicina di
casa, poi dall’estetista e poi pian piano cercherò di aumentare il mio spazio di movimento.
XXXVI
Documento n. 11
Intervista ad Anna
Il titolo di studio che hai conseguito, è stato utile per trovare lavoro?
Certo, è stato utilissimo. Io ho il diploma magistrale e se non l’avessi avuto, non avrei potuto fare certe
domandine. Io faccio l’applicata di segreteria in una scuola.
Nei vari colloqui che hai fatto, hanno tenuto conto delle tue competenze? O hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
Io non ho fatto nessun colloquio perché si seguiva la graduatoria. Sono stata chiamata in base alla
graduatoria, non si facevano colloqui. Si scorreva la graduatoria e in base al punteggio si veniva chiamati. Io
avevo l’abilitazione, avevo fatto delle supplenze alla scuola materna e quindi avevo un buon punteggio. Le mie
competenze non venivano sottovalutate. Tuttavia, quando sono rientrata a lavoro dopo un periodo in cui sono
stata in malattia a causa della mia patologia, mi sono accorta che non potevo svolgere il mio lavoro come lo
svolgevo prima. C’è anche da mettere in conto che in questo periodo io ho continuato a stare male. La mia
decisione di andare in pensione, l’ho presa dopo che ho costatato che nemmeno le medicine mi aiutavano a
stare meglio e a svolgere come prima il mio lavoro.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
É trascorso tanto tempo perché quando mi sono diplomata non mi interessava lavorare, stavo bene e quindi
non l’ho nemmeno cercato il lavoro. Dopo essermi sposata, con i bambini piccoli, ho capito che era difficile
andare avanti solo con uno stipendio, perciò ho fatto di tutto per inserirmi nel mondo del lavoro. Anche
perché, rispetto ad ora, i tempi erano d’oro e si trovava lavoro molto più facilmente. Se ci avessi pensato
prima, anche subito dopo essermi diplomata, avrei potuto inserirmi nel mondo del lavoro.
Questa ricerca è stata semplice, hai cioè trovato subito delle informazioni chiare al riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
Allora dalle nostre parti le graduatorie erano già abbastanza sature, però io ho fatto la domandina al Nord e
non ho avuto problemi. Ho fatto molti sacrifici perché ho dovuto lasciare anche i miei figli che erano
piccolini, però sono stata fortunata perché c’era mia madre che li accudiva. Comunque non sono stata molto
al Nord perché poi sono rimasta incinta del mio secondo bambino e mi sono messa in maternità e subito dopo
sono stata trasferita a Palermo.
In quegli anni hai mai pensato di mollare tutto?
No perché volevo lavorare. Ho fatto anche la domanda al Nord perché desideravo il posto di lavoro, vedevo
che era proprio un’esigenza. Nemmeno quando ho iniziato a stare male ho pensato di mollare, ma mi sentivo
un peso per i miei colleghi. A volte loro esageravano nell’aiutarmi, anche se io dovevo prendere una carpetta,
loro lasciavano il loro lavoro e venivano ad aiutare me. E perciò io ho iniziato a sentirmi un peso perché mi
sono resa conto che non potevo fare niente se non ero aiutata. Nemmeno in bagno riuscivo ad andare da sola,
infatti ero costretta a chiamare la bidella; anche se in quel momento lei era intenta, ad esempio, a pulire
un’aula, doveva lasciare tutto e accompagnare me e doveva anche fare in fretta, perché se non andavo subito,
mi bagnavo. Fortunatamente, però, questi problemi adesso sono passati.
Vuoi raccontarmi un episodio dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di ingresso nel
mondo del lavoro?
Il ricordo più brutto che ho è proprio quando io dovevo andare in bagno. Purtroppo questa malattia mi
causava questo tipo di disagio, dovevo andare spessissimo in bagno. Ma nel momento in cui avvertivo lo
stimolo, dovevo correre subito se no rischiavo di farmela addosso. Ma non sempre la signora che di solito mi
accompagnava capiva la mia esigenza, a volte perdeva tempo e per me era davvero bruttissimo.
XXXVII
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri (possibili colleghi o colleghe) rispetto ai tuoi
progetti etc.?
Io ritengo che la malattia che ho avuto, ha bussato alle porte della mia vita e l’ha cambiata. Io prima della
malattia avevo una vita diversa, dopo la mia vita è cambiata radicalmente e io adesso ho capito veramente
che cosa vuol dire avere bisogno di tutto e di tutti, non poter fare niente da sola… Questa è la cosa più brutta.
Dopo la malattia sono stati pochissimi gli amici che mi sono rimasti a fianco, solo quelli veri e poi la famiglia.
Quali sono stati i canali che hai utilizzato per trovare lavoro?
Forse voi non lo capite, ma a quei tempi era tutto diverso, ve lo posso garantire. Era molto più facile trovare
lavoro e tuttora non mi spiego come mai questa cosa sia cambiata in peggio. Erano veramente tempi d’oro!
Ora guardo mia figlia che cerca lavoro, osservo la sua disperazione e non mi dò pace.
In quest’ottica, ti è stato utile l’ufficio di collocamento mirato?
No, no assolutamente. Se non sbaglio, allora forse nemmeno esisteva.
Qual è il tuo lavoro attuale?
Sono un applicata di segreteria e contemporaneamente cerco di fare la mamma e cerco sempre di fare tutto.
Questa domanda la girerei a mia figlia che si lamenta sempre.
Nel luogo dove lavori, sarebbe stato possibile secondo te un avanzamento di carriera anche per te?
Nel ,io lavoro l’unico avanzamento di carriera auspicabile sarebbe possibile solo facendo il concorso per
segretaria, ma io non penso che avrei potrò farlo perché ci vuole il diploma di ragioneria e io non ce l’ho. Tra
l’altro con la malattia che và avanti, penso a tutto tranne alla carriera. Vorrei soltanto un po’ di salute.
Qual è il tuo spazio all’interno del mondo nel quale lavori?
Siamo un gruppo, a volte in due, quattro o di più. Il numero varia in base alla scuola, più la scuola è grande
più applicati di segreteria ci sono. Ad esempio, ricordo che all’Alberghiero di Trapani eravamo suddivisi in
tre aule, eravamo in tanti.
Ti sono stati affidati dei compiti ben precisi che svolgi da solo o in sinergia con i colleghi/colleghe?
Ognuno di noi ha un compito ben preciso. Se manca qualcuno allora ci sostituiamo a vicenda, ma ognuno ha
il proprio compito. Con l’arrivo della malattia ho cominciato a lavorare sempre meno; lavoro un pò al
protocollo oppure mi occupo di mansioni semplici, in modo da poter essere il più possibile autonoma.
Nel lavoro che svolgi, era presente anche un datore di lavoro? Quest’ultimo, come si relaziona con te?
Si, è il segretario quello che dirige, mi tratta benissimo. Soprattutto da quando c’è la malattia, sia lui che i
miei colleghi hanno davvero molto riguardo nei miei confronti. Nell’ultimo periodo sto lavorando a Salemi
presso la scuola elementare Cappuccini.
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
Io pur essendo donna il lavoro l’ho trovato, ma ho anche colleghi uomini quindi non credo che ci sia
differenza. Non credo che l’uomo sia più avvantaggiato. Almeno nell’ambito scolastico sono sicura di no,
negli altri settori non saprei.
Ti è mai capitato di avere colleghi con disabilità?
No, non mi è mai capitato.
XXXVIII
Hai mai percepito situazioni di pregiudizi da parte di colleghi, colleghe o dal datore di lavoro nei tuoi
confronti?
No, no. Come ti dicevo prima, il rapporto con i colleghi è stato sempre bellissimo. Penso di essere stata molto
fortunata.
Precedentemente, hai avuto altre esperienze nel mondo del lavoro? Se è si, perché hai deciso di cambiare
lavoro? É stata una tua scelta o ti è stata imposta?
Si, ho fatto delle supplenze ma solo all’inizio. Ma mi piaceva di più fare l’applicata di segreteria, quindi alla
fine ho cambiato lavoro, è stata una mia scelta! C’è stata la possibilità e non me la sono fatta scappare.
Quali, secondo te, gli elementi positivi e gratificanti del tuo attuale lavoro? E quali, invece, quelli
negativi che ti danno fastidio?
Di solito mi affidano il reparto alunni e per me è molto bello perché sto a contatto con i ragazzi e questa cosa
mi piace tanto. Invece, gli aspetti negativi che riscontro sono inerenti all’invidia da parte dei colleghi,
soprattutto, perché alcuni credono che non ho voglia di lavorare e si lamentano perché loro lavorano di più
rispetto a me. Di solito si evita di litigare, ma ci sono sempre alcune discussioni soprattutto perché, appunto,
molti si lamentano di fare di più rispetto ad altri; fortunatamente, però, queste persone sono la minoranza.
Se sei riuscito a trovare lavoro, come hai vissuto il fatto di averlo trovato? É stato un atto dovuto o una
conquista personale?
É stata una conquista perché se io non avessi fatto la domandina per il Nord, non credo che sarei riuscita ad
inserirmi perché qui le graduatorie erano sature. Altro che atto dovuto! Se non ti dai da fare, nessuno ti viene
a cercare.
In tutto ciò, quanto ha contato l’aiuto esterno (famiglia, amici, etc.)?
Se non avessi avuto la mia famiglia che mi appoggiava, soprattutto mia mamma che accudiva mia figlia, io
non avrei potuto inserirmi nel mondo del lavoro. Di amici ne ho veramente pochissimi, soltanto la famiglia mi
ha veramente appoggiata ed aiutata. Comunque mi sento fortunata perché ho mio marito che è l’unico che
cerca sempre di accontentarmi.
Sei soddisfatto del tuo attuale lavoro?
Si, moltissimo.
Il lavoro ha favorito la tua autonomia? In che modo?
Mi aiuta molto a contribuire alle spese della famiglia. Ho costatato l’enorme differenza rispetto a prima,
infatti prima vivevamo solo con lo stipendio di mio marito, averne due è diverso. Si dice che i soldi non danno
la felicità, ma aiutano a stare bene.
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
Io ormai alla vita non chiedo più niente, sono contenta di ciò che ho. Spero solo in un futuro migliore per la
mia famiglia e soprattutto per i miei figli, solo questo chiedo! Non ho hobby perché mi dedico tutto il giorno
alla casa perché sono lenta e ho bisogno dei miei tempi per fare le cose.
La sua esperienza nel mondo del lavoro è sicuramente un arricchimento; a partire da essa, secondo lei,
in che modo si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità?
Non lo so in che modo si potrebbe favorire il loro inserimento, io mi auguro che ci riescano ma è davvero
dura riuscire a farlo. Perché purtroppo la vita è così! Io oggi vorrei andare in pensione perché non riesco a
fare le cose come gli altri, mi sento un peso. Tra l’altro non so più usare il computer, ma mi rendo conto che
è indispensabile al giorno d’oggi, infatti, a volte mi sento un analfabeta. Mi capita di sentirmi in colpa. Ho
XXXIX
pensato di chiedere un cambio di mansione, ma mi farebbero fare la bidella e non è un lavoro che io potrei
svolgere. Quindi, chiedere il pensionamento è l’unica cosa che posso fare.
Hai vissuto delle esperienze nelle quali hai costatato una chiusura culturale e sociale nei tuoi confronti o
nella disabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
Soprattutto dopo la malattia vedevo che erano molto disponibili nei miei riguardi, però a volte queste troppe
attenzioni mi davano anche un pò fastidio. L’unico problema che ho avuto è stato quando dovevo comprare il
deambulatore, e la situazione che si è venuta a creare, ha fatto arrabbiare tanto mio marito. Prima sono
dovuta andare dal dottore a Salemi per ben due volte, poi sono dovuta andare a farlo controllare per essere
sicuri che era quello che avevamo ordinato. Il secondo, invece, mi è costato € 100,00, l’ho comprato a
Palermo. Ho preferito comprarlo per evitare tutta la trafila tra dottori, controlli, etc. Il primo però, che mi ha
dato l’ASL, se avessi dovuto acquistarlo mi sarebbe costato €180, il prezzo era indicato nei documenti
riguardanti la pratica. Poi dicono che ci lamentiamo, ma se ci sono sempre ingiustizie? Perché poi loro
cercano di guadagnarci il doppio. Infatti non riesco a spiegarmi come mai lo stesso, identico deambulatore io
l’ho comprato € 100, invece loro nella pratica hanno scritto € 180. E’ veramente il colmo!
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua Città?
Non ce ne sono qua, io non ne vedo. A Gibellina un tempo, l’unico servizio che c’era a disposizione era
l’assistenza domiciliare, ma adesso è dedicata solo agli anziani. A ben pensare, fino a qualche anno fa, c’era
un centro di fisioterapia, adesso, chissà perché, non c’è più niente.
Tu come vive la tua disabilità?
Io dipendo dagli altri. A volte provo momenti di amarezza, altre volte no. Ci sono momenti brutti, ma anche
quelli belli. Certo, è difficile perché non posso fare certe cose che vorrei fare o che prima potevo fare da sola.
Non posso nemmeno uscire da sola se non c’è nessuno che mi accompagna… invece prima era diverso:
prendevo la macchina e uscivo, non ero di peso per nessuno. Io dico sempre la stessa cosa: devo mangiare
quando non ho fame e bere quando non ho sete. A volte non ho voglia di andare in certi posti, invece devo
andarci, al contrario, se voglio andare io non è possibile. Oggi ho deciso che non voglio fare più la terapia.
Fino a tre anni fa facevo terapia a Partanna e per me era importante frequentare quel centro perché
scambiavo quattro chiacchiere con qualcuno. Però poi non ci sono andata più perché la mattina il pullman mi
veniva a prendere verso le 07;45 e poi mi veniva a lasciare verso le 12;30 e per me non andava bene perché
quando tornavo a casa, mi ritrovavo un sacco di cose da fare tutte insieme.
XL
Documento n. 12
Intervista a Rosa
Il titolo di studio che hai conseguito ti è stato utile per trovare lavoro?
Il mio titolo di studio è il diploma magistrale. In un primo periodo ho fatto l’insegnante, ma soltanto come
supplente. Poi a causa di problemi che sono sopraggiunti, sia visivi che familiari non ho potuto più esercitare
questa professione. Ma, in questo periodo sono venuta a conoscenza di un concorso per invalidi. E dunque ho
scelto, in poche parole, il certo per l’incerto. Infatti erano supplenze sporadiche quelle che facevo, così mi
sono trovata in un’altra categoria di lavoro, però allora la lista era in condizioni migliori per fare questo tipo
di lavoro, infatti io facevo la bidella anche adesso faccio la bidella ma è più difficile. Infatti nemmeno questo
posso più fare e, così, sono stata assegnata a stare alla porta e rispondere al telefono. Non è stato un vero e
proprio cambio di mansione, ma mi stanno agevolando. Non faccio più il servizio di pulizia, ma accolgo le
persone anche se poi io mi infilo un pò dappertutto, perché essendo in casa una persona che ha problemi
visivi gravi come me, nella propria casa vive nel suo ambiente e nel proprio ambiente ognuno si sente a suo
agio, si riesce a far le cose anche con gli occhi chiusi. Perché ognuno conosce ogni particolare, ha dei propri
punti di riferimento, si acquisiscono delle tecniche personali che poi piano piano, diventano adatti alla
propria disabilità. E la stessa cosa mi succede a scuola, nell’ambiente in cui ho lavoro da tanti anni.
Nei vari colloqui che hai fatto hanno tenuto conto delle tue competenze o hai avuto la percezione che le
tue competenze venissero sottovalutate?
Ho sempre trovato persone che hanno apprezzato la mia preparazione e la mia cultura. Nel mio caso non ho
fatto colloqui, ma era un corso a chiamata; ero in graduatoria e sono stata chiamata da essa. Nel luogo in cui
lavoro attualmente non sono sottovalutate, anzi.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
É passato molto tempo, ma devo dire che io non ho provato prima, nel senso che avevo una famiglia e dei figli
e quindi non mi sono impegnata subito nel mondo del lavoro. Ho iniziato come supplente nel 1990, nel 1992
sono entrata come bidella a Gibellina.
Questa ricerca è stata semplice? Hai, cioè, trovato subito delle informazioni chiare a riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
Nel mio caso, il lavoro mi è capitato come un’occasione: quasi per caso. Praticamente, un giorno mi sono
trovata a sbrigare delle cose al Comune di Gibellina e mi è venuta la curiosità di guardare in bacheca e
c’erano questi concorsi riservati ai disabili. Ho fatto la domanda, così tanto per farla, non ero proprio
convinta di farla ma mi sono detta: “La faccio, poi si vedrà!”. Poi, però, è andata bene e sono riuscita ad
entrare. Per quanto riguarda, invece, il lavoro precedente di supplente nelle scuole elementari e materne, le
difficoltà c’erano perché, essendo entrata come riserva, ogni tre chiamate ce n’era una per quelli con riserva.
Quindi lavoravo un giorno, due giorni… Saltuariamente. Ciò non mi permetteva di avere una serenità
economica e quindi nemmeno sociale.
In quegli anni hai mai pensato di mollare tutto?
Diciamo che ogni tanto mi è venuta questa disperazione perché nel 2000 ho avuto il primo peggioramento al
mio problema visivo che già avevo, sono stata operata e mi hanno messo il cristallino graduato. Pensavamo
che con questo intervento si potesse risolvere il problema, ma dopo l’intervento i miglioramenti non ci sono
stati. E quindi nel 2001 , ho fatto un colpo di testa, mi volevo ritirare assolutamente, però erano passati solo
8 anni di lavoro e non potevo chiedere il pensionamento, ma nonostante ciò la domanda per ritirarmi l’ho
presentata. Ero scoraggiata, pensavo che non ero più buona a niente, che non sapevo fare più niente. Non mi
rassegnavo perché avevo soltanto 49 anni e c’era anche la famiglia alla quale dovevo badare, è stato proprio
un anno di disperazione. In quel periodo avevo deciso di ritirarmi e non volevo più andarci. Ma la domanda
per ritirarmi, non mi è stata accettata. Però, devo dire che sono stati molto disponibili; la Commissione mi ha
mantenuto nello stesso ruolo con mansioni parziali, nel senso che io dovevo stare solo al telefono e alla
XLI
portineria. Quindi mi hanno agevolato tantissimo! La Commissione, senza raccomandazione, senza nulla ha
capito la situazione. Quindi della Commissione non ne posso parlare male, solo che all’inizio mi hanno
rinnovato il contratto solo per due, tre anni. Tuttavia, anche con queste nuove mansioni io avevo difficoltà
nell’ambito lavorativo, nel senso che le persone che avevo accanto non capivano pienamente il problema e
quindi si lamentavano, pensando che io non volessi fare nulla. Non capendo il problema, c’erano delle
critiche negative e quindi, in questo contesto, mi sentivo a disagio. Nel frattempo io iniziavo a prendere
confidenza con l’ambiente che mi circondava, quindi cominciavo a capire come muovermi e gestire il lavoro.
E così non ho più rinnovato la domanda per ritirarmi. Da parte mia c’era la volontà di sentirmi uguale agli
altri, ma era una mia illusione. I problemi, in fondo, continuavano ad esserci non tanto con il datore di lavoro
ma con i colleghi.
Vuoi raccontarmi un episodio della tua vita dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di
ingresso nel mondo del lavoro?
L’unico episodio che mi viene in mente, oltre a quello che ho raccontato, legato alla fase iniziale del lavoro è
che hanno tentato di non farmi entrare perché allora eravamo dipendenti comunali e da parte
dell’Amministrazione Comunale ci sono stati dei tentavi per non farmi entrare in graduatoria, perché come al
solito ci sono raccomandazioni, chi deve entrare, chi non deve entrare. In poche parole, dovevano entrare
altri e quindi hanno tentato di mettermi i bastoni tra le ruote, comunque non ci sono riusciti perché la realtà è
la realtà, io non fingevo una disabilità che non avevo, quel posto mi spettava!
Com’è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri, possibili colleghi o colleghe, rispetto ai tuoi
progetti, etc.?
Il rapporto con i colleghi, nel corso degli anni, è cambiato tantissimo, infatti quando ero efficiente al lavoro,
tutto andava bene. C’era un rapporto normale tra persone che stanno bene insieme. Quando ho iniziato ad
avere più problemi legati alla mia vista, il rapporto è peggiorato. Nel senso che gli altri non si immedesimano
nella vita del disabile. Solo con alcune colleghe, ho un bel rapporto. Il rapporto, invece, è sempre stato
bellissimo anche con alcuni insegnanti, anche al di fuori dell’ambiente scolastico, addirittura con alcuni ci
frequentiamo.
Ti è stato utile l’Ufficio di collocamento mirato per trovare lavoro?
Se devo dire la verità, ero inscritta all’Ufficio di Collocamento di Trapani già dal 1981. Ma dal 1981 al 1992
non mi è stato mai comunicata qualche chiamata o qualche possibilità di entrare in qualche luogo di lavoro.
non mi hanno mai comunicato nulla, quindi per me è stato zero quest’ufficio. Nessuna richiesta, nessuna
informazione… Niente di niente! Già allora io avevo l’81% d’invalidità riconosciuta e mi hanno consigliato di
iscrivermi in quella graduatoria, ma non ho mai ricevuto alcuna comunicazione, né per quanto riguarda i
concorsi né nessun altra informazione sulla formazione, stage, etc. In questi uffici c’è una totale
disinformazione.
Sei soddisfatto delle mansioni che ti hanno affidato o le ritieni inadeguate?
É da quest’anno che la mia condizione è più agevolata, però mi sento sempre scoraggiata perché nelle
condizioni in cui mi trovo, la mia efficienza non è totale. C’è sempre quella parte di me che soffre perché non
posso essere efficiente come vorrei.
Nel luogo dove lavori sarebbe possibile, secondo te, un avanzamento di carriera anche per te?
Il lavoro che faccio non prevede avanzamenti di carriera.
Ti sono stati affidati dei compiti ben precisi che svolgi da solo o in sinergia con colleghi o colleghe?
Nella realtà quotidiana, io ed i miei colleghi collaboriamo perché non potendo né leggere, né scrivere cerco il
loro aiuto e in questo sono disponibili. La postazione che mi è stata data è all’ingresso, in portineria.
Comunque mi muovo, giro per le classi, etc.
Nel lavoro che svolgi è presente anche un datore di lavoro? Esso come si rapporta con te?
Si, il Preside. I miei rapporti con lui sono ottimi, lui è una persona molto disponibile.
XLII
Entrambi (colleghi e datore di lavoro) ti ascoltano? Tengono in considerazione il tuo parere o non
considerano la tua opinione?
Devo dire di si, mi ascoltano.
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
Praticamente non saprei rispondere a questa domanda. Nel luogo dove lavoro io, ci sono sia uomini che
donne. Quando ci sono posti per lavorare, chiamano sia uomini che donne, non vedo differenze! Sicuramente
noi donne facciamo più fatica perché, comunque, oltre che lavorare dobbiamo anche badare alla casa, ai figli.
Quindi, di certo, è molto più complicato. Visto quello che facciamo, dovremmo essere tutelate di più dalla
legge, ma già il fatto di aver raggiunto una quasi parità e già un traguardo molto importante. Ricordo che
quando ero giovane io, la donna non voleva niente.
Ti è mai capitato di avere colleghi con disabilità?
Ho una collega che più che una disabilità fisica, ha una disabilità psichica causata da una forte depressione;
anche se è un’insegnante di matematica, da anni non può più fare questo lavoro. A parte lei non conosco
nessun altro.
Hai mai percepito situazioni di pregiudizio da parte di colleghi, colleghe o dal datore di lavoro nei tuoi
confronti?
Si, molti moltissimi. Come quelli di cui ti parlavo poco prima.
Precedentemente hai avuto altre esperienze nel mondo del lavoro? Se è si perché hai deciso di cambiare
lavoro? É stata una tua scelta o ti è stata imposta?
Si, ho avuto un’altra esperienza di lavoro come supplente, ma come dicevo prima è stata una mia scelta
cambiare lavoro, spinta da una situazione di bisogno.
Quali, secondo te, gli aspetti positivi e gratificanti del tuo attuale lavoro? Quali sono, invece, quelli
negativi che ti danno fastidio?
Gli aspetti positivi del mio lavoro sono legati al contatto che ho con il pubblico, con le persone; il poter
chiacchierare con loro. Questo mi è sempre piaciuto e continuo a farlo, nonostante i miei problemi. Invece gli
elementi negativi scaturiscono quando le persone che mi circondano non capiscono i miei problemi e da ciò
scaturiscono giudizi, battutine fuori luogo, etc.
Vuoi raccontarmi qualche esperienza positiva o negativa che hai vissuto nel lavoro che oggi conduci?
Un episodio in particolare adesso non lo ricordo. Negativi ce ne sono stati tanti, positivi davvero pochi.
Se sei riuscito a trovare lavoro, come hai vissuto il fatto di averlo trovato? É stato un atto dovuto o una
conquista personale?
Nel mio caso un atto dovuto perché quel posto era riservato ad una fascia specifica di persone anche se è
stato anche una conquista visto che ho deciso di mettere da parte le mie paure e decidere di fare quella
domanda. Sarà stato il bisogno la vera spinta, più che la mia volontà, ma quando ti ritrovi vedova con due
figli da crescere e con una disabilità che non ti fa sconti, o trovi il coraggio o molli tutto e la fai finita.
In tutto ciò, quanto ha contato l’aiuto esterno (famiglia, amici, etc.)?
Io l’aiuto l’ho avuto dalla mia stessa persona. Sono andata avanti per la mia forza di volontà, ho sempre fatto
tutto da sola.
XLIII
Il lavoro ha favorito la tua autonomia? In che modo?
Si, ha favorito la mia autonomia soprattutto dal punto di vista economico. Per quanto riguarda la mia
autonomia fisica, nel corso degli anni è peggiorata. Fino a poco tempo fa guidavo e mi sentivo più autonoma,
poi c’è stato un peggioramento e non l’ho più guidata. Anche questo è stato un dramma.
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
Viviamo alla giornata. L’unica cosa che mi aspetto nel mio futuro è che il Signore mi dia la forza di essere un
pò autonoma mantenendo questo residuo visivo che ho, non peggiorandolo. Anche perché voglio ancora
essere d’aiuto alla mia famiglia.
Hai vissuto delle esperienze nelle quali hai costatato una chiusura culturale e sociale nei tuoi confronti o
nella disabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
In generale per le persone con disabilità non c’è molta umanità o comprensione, non c’è molta disponibilità
nell’aiutarci. Inoltre, la burocrazia è lenta ovunque, in tutti gli uffici. Non c’è nessun aiuto:né a lavello
materiale, né come aiuto psicologico.
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua Città?
L’unico appoggio l’ho trovato nei volontari del servizio civile, messi a disposizione dall’Associazione UIC
(Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). Questo è l’unico servizio che c’è a Gibellina. Non c’è altro,
nessun centro, nessuna agevolazione.
Tu come vivi la tua disabilità?
Non del tutto positivamente, mi sento un pò scoraggiata soprattutto da quando c’è stato il peggioramento.
Desidererei avere intorno a me, anche in famiglia, un pò più di comprensione, un po’ più di disponibilità
anche nel capire il problema e quindi venirmi un pò incontro. Cosa che non trovo, né in famiglia, né fuori.
XLIV
Documenti n. 13
Intervista a Laura
Il titolo di studio che hai conseguito, è stato utile per trovare lavoro?
Ho il diploma linguistico, ma non mi è stato utile per trovare lavoro. Non l’hanno nemmeno calcolato il mio
diploma, hanno tenuto conto solo della Terza Media perché dicevano che per svolgere questo lavoro
occorreva solo la Terza Media. Infatti, sono entrata in categoria B1, invece se mi avessero calcolato anche il
diploma, sarei entrata in categoria C. Dopo il diploma ho fatto il corso di centralinista, non ho mai fatto
concorsi perché è tutto bloccato. Non ci sono più concorsi perché adesso chiamano per chiamata diretta in
base alla graduatoria; io sono stata l’ultima assunta e poi hanno bloccato le assunzioni. Adesso sono tre anni
che faccio questo lavoro, ho iniziato il 19 Maggio del 2009, era un lunedì. Ricordo a memoria questa data
perché per me è stata davvero importante. Quel giorno ho provato un turbinio di emozioni, di sensazioni una
più bella dell’altra perché per me è stato l’inizio di una realizzazione, della mia indipendenza. É pur vero che
noi abbiamo la pensione di accompagnamento, ma così come è vero che ce l’abbiamo allo stesso modo è vero
anche che non ci piace averla. Ci piace sentirci realizzati, ci piace non solo avere un lavoro per uscire di
casa, ma avere un lavoro per lavorare, per sentirsi utili e umani come tutti gli altri. Perché la dignità è nel
lavoro e noi troviamo la nostra piena realizzazione nella dignità.
Nei vari colloqui che hai fatto, hanno tenuto conto delle tue competenze? O hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
Come ti dicevo prima, non ho fatto nessun colloquio, appunto perché mi hanno chiamata per chiamata diretta
in base alla graduatoria; ero già iscritta all’Ufficio di Collocamento Mirato di Trapani. Mi hanno solo
chiamato dalla Regione e mi sono recata direttamente all’Assessorato del Lavoro, sono stata ricevuta
direttamente dal Direttore dell’Assessorato del Lavoro ed ero molto emozionata. Non tanto per il fatto di
essere lì al dodicesimo piano, in mezzo a poltrone di pelle che mi girava anche la testa; ero emozionata
perché dovevo firmare il mio primo contratto di lavoro, un contratto a tempo indeterminato, tra l’altro un
mese prima che scoppiasse la crisi perché stava scoppiando. Ho avuto l’esatta percezione che se non avessi
preso questo treno al volo, saltandoci sopra proprio, non sarebbe più passato. La crisi non solo incombeva,
ma era proprio visibile e percepibile sulla pelle. É stato proprio un colpo di fortuna e di vita.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
Ho finito di studiare nel 1998 e ho iniziato nel 2009. Tenendo conto che ho fatto anche il corso di centralinista
nel 2002 e mi sono iscritta all’albo nel 2003. Quindi tenendo conto della data in cui mi sono diplomata, a
quella in cui ho iniziato a lavorare, sono trascorsi 11 anni. Prima non ho fatto altri lavori perché avrei potuto
lavorare nel privato, ma purtroppo nel privato non ti prende nessuno. Ho chiesto anche a medici, a dentisti se
avessero bisogno di una centralinista, di qualcuno che gli prendesse gli appuntamenti ma la risposta era
sempre no, perché preferivano assumere persone che già conoscevano, a me non mi conosceva nessuno,
quindi…
Questa ricerca è stata semplice, hai cioè trovato subito delle informazioni chiare al riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
Io sono stata dietro questo lavoro, la storia è lunga. Stavano bloccando le graduatorie e per un soffio, proprio
mentre stavano per bloccarle, sono entrata grazie ai termini di legge. Non ho avuto nessuna
raccomandazione, nessuna segnalazione, niente di tutto questo, sono entrata grazie ai termini di legge. Quindi
ho la tranquillità che ogni briciola che cade per terra a casa mia è frutto del mio stipendio e non della
raccomandazione di qualcuno. Non c’è stato nessuno che mi ha informata, sono stata io stessa ad informarmi
all’Ufficio di collocamento. Mia madre si sedeva proprio lì, davanti a loro e gli diceva: “Se dovete fare
qualcosa di male, la dovete fare davanti a me!”.
In quegli anni hai mai pensato di mollare tutto?
Si, ho pensato non solo di mollare tutto ma anche di lasciare la Sicilia, avendo un fratello che studia a Pisa, se
non avessi trovato lavoro qui, nel 2009 avevo intenzione di iscrivermi alle liste di collocamento mirato di
Livorno, di Pisa, di Firenze. Ero proprio decisa ad andare via dalla Sicilia, anche se mi sarebbe dispiaciuto
perché penso che le persone non debbano essere costrette ad andare via, almeno che non lo vogliono loro
XLV
perché poi un domani, ti viene da pensare che non è stata una cosa voluta perché magari avevi voglia di
girare il mondo, fare nuove esperienze, ma sei stata costretta ad andare via, lasciare casa, lasciare tutto
quello che avevi comprato con sacrifici, con il proprio sangue… No, sarebbe stato davvero brutto e difficile!
Vuoi raccontarmi un episodio dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di ingresso nel
mondo del lavoro?
Durante il corso per centralinisti, avevano anche organizzato un tirocinio ed eravamo stati collocati in alcuni
uffici di Trapani: chi all’INPS, chi al Comune, io sono stata collocata alla Provincia. Sono stata l’unica,
quindi ero da sola ma anche altre persone erano da sole, altre invece erano in coppia. Avevo studiato e
faticato veramente tanto per farmi mandare lì, visto che ci tenevo ad andare alla Provincia. Mi sembrava il
posto più bello ed importante di Trapani e volevo andare proprio lì. C’era anche una voce che girava sulla
possibilità di essere assunti e invece, purtroppo, non solo non sono stata assunta, come del resto nemmeno i
miei colleghi lo sono stati nei posti dove erano stati collocati per il loro tirocinio, ma addirittura quando sono
arrivata alla Provincia, il centralinista non era al corrente del fatto che sarebbe arrivata una tirocinante del
corso per centralinisti e quindi credevano che doveva starmi dietro per fare i numeri, perché dicevano che
doveva esserci qualcuno dell’UIC, che loro non ne sapevano niente etc. In pratica, il mio primo giorno di
tirocinio l’ho perso. Il secondo giorno di tirocinio il capo del personale ha chiamato il centralinista e gli ha
prospettato la situazione, cioè che c’ero io come tirocinante e che dovevo essere effettiva come tutti quanti. In
quel periodo c’erano dei contrattisti, tra loro c’era un ragazzo della mia età e un altro molto più grande che
era andato via per due settimane per motivi personali e gli ha detto davanti a me “Ora cu chista ci cummattiti
viatri!”. Ha chiamato addirittura il Presidente che all’epoca, nel 2003, era Giulia Adamo e avevano avuto
tanti di quei riscontri della gentilezza della nuova centralinista, che ha chiamato lei personalmente e molti
altri. Giulia Adamo mi ha detto che gli faceva piacere parlare con me, che ero gentilissima, meravigliosa.
Tutti quanti mi facevano i complimenti anche dal Ministero, dal Governo, chiamava gente importantissima lì
alla Provincia. Però alla fine, niente… Non mi hanno assunta. I contrattisti non mi salutavano nemmeno!
Finché ad un certo punto dissi: “Scusate, potete salutarmi? Io non sono venuta qui per rubare il posto a
qualcuno, ma solo per fare il tirocinio, appena finisco andrò via!”. Da allora hanno iniziato a salutarmi. É
stato meraviglioso perché ho fatto il tirocinio lì, ma è stato amaro perché ho trovato queste persone che erano
un pò refrattarie. É stata una situazione un pò ambigua, ma io guardo sempre il lato bello delle cose, mai il
lato brutto quindi mi ricordo il lato bello.
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri (possibili colleghi o colleghe) rispetto ai tuoi
progetti etc.?
Io, fondamentalmente, sono una persona riservata e un pò timida però non lo do a vedere, non l’ho mai dato a
vedere. Tutti mi vedono come una persona molto aperta, molto socievole perché mi piace fare amicizia con le
persone, mi piace conoscere nuova gente e mi piace soprattutto essere sempre in pace con le persone, essere
sempre in tranquillità ed armonia perché voglio alzarmi la mattina e sapere che sto andando nel mio luogo di
lavoro in cui ci sono persone con le quali ho instaurato un rapporto familiare, invece di avere screzi… Non è
nel mio interesse, sinceramente. Il mio interesse è quello di avere più amici possibili, di avere più persone
possibili da volere bene e che mi vogliono bene, non si vede che sono riservata almeno che non mi conosci
bene, fino in fondo. Quindi il rapporto con i miei colleghi è sempre stato molto positivo, non ho avuto mai
screzi con nessuno. Mia madre invece non ha avuto un buon rapporto con i suoi colleghi perché l’hanno presa
di punta, l’hanno presa male, non si sa il perché. Lei aveva la 104, anche se ha lottato moltissimo per
ottenerla, perché allora qui a Trapani non se ne sentiva proprio parlare di 104. Addirittura alcuni la
minacciavano di volerla mandare in galera, le hanno fatto troppe angherie e troppi soprusi e anche se lei mi
spingeva a non aver paura perché mi spiegava che i colleghi non erano tutti uguali, io ero terrorizzata dei
possibili colleghi che avrei potuto trovare. É pur vero che la situazione è diversa perché qui ognuno ha il suo
ufficio, invece lì erano tutti in un grande stanzone, però è proprio il modo di rapportarsi dei miei colleghi che
è molto più familiare, molto diverso. Poi io quando ho iniziato a lavorare, ero la più piccola quindi ero la loro
bambina. Mi portavano il caffè, ero molto coccolata. Sono stata un pò una ventata di aria giovane che da
troppo tempo aspettavano, invece per me sono stati loro la ventata d’aria fresca che aspettavo da tanto tempo
e perciò ci siamo completati a vicenda.
Quali sono stati i canali che hai utilizzato per trovare lavoro?
Naturalmente la graduatoria dell’Ufficio di collocamento mirato.
XLVI
In quest’ottica, ti è stato utile l’ufficio di collocamento mirato?
Si, più che altro mi è stata utile mia madre che ha fatto attuare ed applicare la legge, perché la burocrazia
oltre che dai documenti è fatta anche di persone e purtroppo molti non hanno nessun interesse a far applicare
una legge nel migliore nei modi. A volte interrompono delle cose, altre volte ne rallentano altre affinché la
legge non possa fare il suo corso o cambiare il corso delle cose, tutto và a seconda della loro concezione. É
stato molto utile l’aiuto di mia madre, lei è stata proprio sopra di loro, sempre lì a controllare che la legge
fosse stata applicata nel modo giusto.
Qual è il tuo attuale lavoro? Sei soddisfatto delle mansioni che ti hanno affidato o le ritieni inadeguate?
Io attualmente svolgo il lavoro di centralinista, smisto le chiamate in entrate e in uscita. É un bel lavoro, in
confronto ad altri che non ce l’hanno nemmeno. Certo, si potrebbe fare di meglio. Io sono una che cerca
sempre di fare di meglio nella vita. In realtà, avrei voluto fare l’avvocato però per vicissitudini inerenti a fatti
personali della mia vita, non ho potuto intraprendere gli studi in questo senso. Poi mi è stato anche detto che
le persone non avrebbero creduto ad un avvocato non vedente, in quanto non si sarebbero sentite difese al
meglio da una persona non vedente perché non si ritiene che chi sia disabile visivo, possa studiare a fondo
delle carte, possa preparare al meglio un ottima difesa, cose che invece io so che avrei potuto fare. Io avrei
voluto tanto fare l’avvocato, però quando mi hanno detto così… Poi ho anche conosciuto delle persone che
avevano intrapreso l’università e hanno dovuto interrompere adesso, a 26 anni, ad un passo dalla laurea, per
fare il corso di centralinista per avere il classico pezzo di carta. Quando Monti diche che il lavoro fisso è una
cosa noiosa, assolutamente non è vero.
Nel luogo dove lavori, sarebbe possibile secondo te un avanzamento di carriera anche per te?
Magari. Lo spererei tanto! Però, purtroppo, la Regione accampa sempre la scusa della mancanza dei fondi,
anche se poi per le loro cose, inspiegabilmente, i fondi li trovano anche con le casse vuote. Quindi potrebbero
trovarli anche affinché le persone, non solo normodotate, ma anche quelle disabili della vista o con qualsiasi
altro tipo di disabilità, possano avanzare. Sarebbe davvero bellissimo se anche per me ci fosse un avanzamento
di carriera! Sarebbe bello avere una formazione e un avanzamento. Sai, la Legge Biagi non è stata pienamente
attuata, almeno non esattamente come la concepiva lui perché gli è stato dato il nome di Legge Biagi-Maroni,
ma in realtà, la Legge Biagi, quella vera prevedeva proprio questo. Prevedeva un avanzamento di carriera in
base alla meritocrazia, sulla base di una formazione adeguata, affinché una persona non facesse per tutta la vita
la stessa cosa, ma potesse potenziare le sue possibilità e potesse avere anche una gratificazione
nell’avanzamento di carriera. Purtroppo, invece, non è stata attuata in questo modo, cioè per come l’aveva
concepita lui.
Qual è il tuo spazio all’interno del mondo nel quale lavori?
Centralinista, questo è il biglietto da visita del posto in cui si lavora, questo è il cuore pulsante dell’ufficio.
Non sembra, anche perché non siamo pagati tanto, ma è la parte cruciale. É la prima cosa che una persona,
non solo per un ufficio pubblico regionale come questo, ma anche per un ufficio privato ad esempio quello di
un dentista, se chi ti risponde al telefono è una persona gentile, tu ti fai la stessa idea anche del medico. Se la
centralinista risponde in maniera gentile, dà l’idea di essere una persona seria; se invece si trova una persona
sgarbata, ci si fa la stessa idea anche del medico perché per permettere una cosa del genere forse anche lui
non è una persona seria. Quindi non ti affidi nella mani di una persona che già non si dimostra affidabile sia
dall’inizio.
Ti sono stati affidati dei compiti ben precisi che svolgi da sola o in sinergia con i colleghi/colleghe?
Chiaramente, bisogna avere una sinergia con i colleghi, è vero che noi lavoriamo da soli e siamo autonomi
nel nostro lavoro, ma la sinergia deve sempre esserci perché se ad esempio qualcuno cambia sezione in base
ai riordini che ci sono, cosa che può succedere, dobbiamo essere in grado di essere efficienti in ogni ufficio.
Nel lavoro che svolgi, è presente anche un datore di lavoro? Quest’ultimo, come si relaziona con te?
Certo, è la dirigente. Si relaziona con me agghiacciantemente, come del resto anche con tutti gli altri!
Secondo me, almeno da come si comporta, quando le hanno affidato la dirigenza del reparto personale, le
XLVII
hanno venduto la baracca con gli schiavi. Lei dice che gli altri la designano come una persona cattiva, ma in
realtà non è così. Dice che reagisce così perché si sente confusa, ma la verità è che lei caratterialmente è così.
Entrambi (colleghi e datore di lavoro) ti ascoltano? Tengono in considerazione il tuo parere o non
considerano la tua opinione?
I colleghi si. Ognuno tiene in considerazione il parere dell’altro, perché altrimenti non si può andare avanti.
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
Il problema non è essere uomo o donna, il problema è essere non vedenti. Certe persone non guardano oltre
alla disabilità, vedono una persona non vedente, non udente o su una sedia a rotelle, e guardano solo quello,
senza andare oltre! Non stanno a guardare se sei uomo o donna, guardano solo ed esclusivamente quello. Ad
esempio, quando io ho fatto il tirocinio in Provincia, loro pensavano addirittura che dovessero indirizzarmi
anche nel fare i numeri, nel comporre delle cifre. É una cosa semplicissima, chi non sa comporre un numero
anche verbalmente, avvalendosi delle nuove tecnologie? Invece mi hanno detto che ci voleva qualcuno
dell’UIC che mi aiutasse a comporre i numeri. Ma a me manca solo la vista, non il cervello!
Ti è mai capitato di avere colleghe con disabilità?
Si, lavorava in quest’ufficio. Era poliolemitica però poi è andata in pensione quando ho iniziato a lavorare io.
Adesso collaboro con un'altra persona, anche lui non vedente, che lavora nel mio stesso ufficio e con il quale
vado molto d’accordo.
Hai mai percepito situazioni di pregiudizi da parte di colleghi, colleghe o dal datore di lavoro nei tuoi
confronti?
No, da parte dei colleghi no. Però, la vita di ogni giorno è agghiacciante. Io vivo la mia disabilità con gioia,
l’ho accettata pienamente, non solo perché sono nata così ma perché proprio mi è stato insegnato che era una
prova. Dio mi voleva talmente bene di avermi ritenuta degna di essere disabile e io so che è una grande cosa
perché non tutti possono accettare una cosa del genere e non tutti possono avere questa “croce” sulle proprie
spalle. Però, a volte, il pregiudizio delle persone è raggelante, ti gela il sangue ed è proprio questo che certe
volte ti fa pesare di essere non vedente, ma non perché per te è pesante ma perché sono gli altri a fartelo
pesare. Purtroppo, più si và avanti e più si ritorna ad una situazione molto grave, i pregiudizi stanno tornando
ad essere quelli di una volta. Io una volta mi sono sentita dire che i disabili dovrebbero essere bruciati. Per
questo non mi sono tirata indietro perché mi sono detta: “Se tu pensi che io debba essere bruciata, io devo
comparire davanti a te!”
Precedentemente hai avuto altre esperienze nel mondo del lavoro?
Purtroppo no perché è un pò complicato trovare lavoro nel settore privato. La gente preferisce assumere
persone che conosce e di cui si fida, di cui ha stima.
Quali, secondo te, gli elementi positivi e gratificanti del tuo attuale lavoro? E quali invece quelli negativi
che ti danno fastidio?
La cosa che mi piace di più del mio lavoro è l’essere a contatto con molte persone, sia pure per telefono. A
volte si scambiano delle opinioni, delle battute. Spesso ci sono persone che chiamano, convinte di trovare una
persona fredda, che non li saluti nemmeno, infatti talvolta si stupiscono anche del nostro “Buongiorno!”. Si,
perché se tu chiami in altri Enti con moltissime linee, di solito parli con persone che non sono soddisfatte né
della loro disabilità, né del loro posto di lavoro, quindi scaricano sull’utente una serie di situazioni personali
di cui l’utente non ha colpa. Quando si sentono dire: “Buongiorno! In cosa posso aiutarla?”, quasi si
stupiscono! A volte mi trovo a parlare con delle persone che stanno attraversando un brutto momento e mi
dicono: “Sto attraversando un brutto momento, ma sono contento perché ho avuto modo di scambiare due
chiacchiere con una persona gentile, anche se non la conosco”, a volte vengono addirittura a conoscerci di
persona e questa è proprio un bella dimostrazione d’affetto. Invece, per quanto riguarda gli aspetti negativi, a
volte ci sono delle persone che si sentono chissà chi, ti parlano come se volessero farti capire: “Tu sei una
centralinista, quindi sei sotto di me. Io sono più importante di te”. Ancora viviamo in una società nella quale
XLVIII
ci sono delle persone che credono di essere superiori rispetto ad altre e questo è davvero fastidioso. È vero
che quando parlo al telefono il mio interlocutore non sa chi sono io e io non so chi è lui, ma nemmeno voglio
saperlo se lui pensa di essere superiore a me solo perché ha una laurea o perchè nel paesino dove vive, lo
salutano usando degli appellativi del tipo: ingegnere, ragioniere, dottore. Per me non esiste un discorso di
questo tipo, per me siamo tutti uguali.
Se sei riuscita a trovare lavoro, come hai vissuto il fatto di averlo trovato? È stato un atto dovuto o una
conquista personale?
L’ho vissuto meravigliosamente questo momento e per me è stato sia un atto dovuto che una conquista
personale. Da un lato c’è il diritto di legge, ma dall’altro è una conquista personale perché ho fatto dei
sacrifici per ottenere questo lavoro.
In tutto ciò quanto è contato l’aiuto esterno (famiglia, amici, etc…)?
La mia famiglia è stata molto importante. Ho attraversato un periodo, tempo fa, nel quale pensavo che non
sarei mai riuscita a trovare un lavoro, a realizzarmi nella mia dignità… Non mi davo per vinta perché
caratterialmente sono molto combattiva, ma ci sono alcuni momenti in cui ti viene un pò di malumore!
Specialmente in questi momenti la mia famiglia è stata davvero importantissima.
Sei soddisfatta del tuo attuale lavoro?
Si, certo che sono soddisfatta!
Il lavoro ha favorito la tua autonomia? In che modo?
Ha favorito, soprattutto, la mia autonomia economia perché è vero che ho la pensione e l’accompagnamento,
però avrei tanto voluto avere uno stipendio, essere come tutti quanti. Tutti al mattino si alzano per andare al
lavoro, per avere uno stipendio adeguato al loro lavoro e questo è bellissimo! Anche quando dico che non mi
danno abbastanza, è bello poterlo dire. Secondo me, noi saremo gli ultimi centralinisti perché ormai la
tecnologia ha preso già piede e prima o poi prenderà totalmente piede. Noi siamo un pò come le ultime
telefoniste che c’erano una volta che davano la sveglia, l’orario etc. Non so se anche qui prima o poi
prenderanno una risponderia automatica… Speriamo di no! Ma nella vita mai dire mai… Ad esempio c’era la
categoria protetta e poi Berlusconi l’ha tolta, nella vita non si può mai sapere!
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
Come tutti vorrei farmi una famiglia, ma ci dovrebbe essere una maggiore autonomia economica. Dovrebbe
girare di più l’economia che non è nemmeno ferma o stabile, è proprio inesistente, in cancrena. Però sarebbe
bello potersi creare una famiglia, avere un posto fisso come una volta. Si facevano i sacrifici, c’erano le
difficoltà… E io vorrei tutto questo, anche i sacrifici e le difficoltà.
La tua esperienza nel mondo del lavoro è sicuramente un arricchimento. A partire da esso, secondo te,
come si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità?
Appunto creando dei nuovi posti di lavoro. Ma prima di ciò, dovrebbero abbattersi un bel pò di pregiudizi
mentali. Purtroppo, noi viviamo in un paese un pò ipocrita. Non parlo solo della Sicilia, ma dell’Italia in
generale o forse anche dell’Europa, perché ad esempio, anche in Olanda non è che sono messi meglio di noi!
Tutti dicono: “Io non ho pregiudizi, ma non mi farei mai difendere da un avvocato non vedente” oppure: “Io
ho tanti amici disabili, ma non mi farei mai operare da un dottore sulla sedia a rotelle”. Ma che senso ha dire
di non avere pregiudizi e poi dire che non ci si farebbe mai difendere da un avvocato non vedente oppure mai
operare da un dottore in carrozzina o non udente? Viviamo in un mondo ipocrita, dove tutti negano di avere
pregiudizi e invece ne sono presenti tanti nella mente di molti.
Hai vissuto delle esperienze in cui hai costato una chiusura culturale o sociale nei tuoi confronti o nei
confronti della disabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
E beh si… Ti racconto di un episodio che mi è accaduto. Una volta mi trovavo in un ufficio e ho messo una
firma, ma non era proprio perfetta come doveva essere ma si capiva. E mi è stato detto davanti a tutti:
XLIX
“Signorina, ma questa lei la chiama firma?”. Al che io ho risposto: “Questa firma si può capire
perfettamente, piuttosto l’impiegata non è una perfetta impiegata!”. Ti ho raccontato di un piccolo episodio,
ma già ti ho detto tantissime cose.
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua città?
No, sono molto scarsi. Non ci sono nemmeno i servizi sociali. Conosco anche delle persone che lavorano
all’interno dei servizi sociali e mi è stato detto anche da loro che non c’è niente e anche loro non si sentono
gratificati nei lavoro che svolgono.
Quando hai deciso di cercare lavoro, il territorio nel quale vivi, i Servizi Sociali, ti sono stati utili?
Assolutamente no!
Tu come vivi la tua disabilità?
La vivo con gioia, piena gioia. Io faccio il gioco di Polly Anna, mi è stato già insegnato ben prima di vedere il
cartone animato di Polly Anna, sin da piccola a trovare qualcosa di bello anche nelle cose brutte. Ad esempio,
se io avessi avuto una vista piena avrei guidato la macchina da sola, con chi avrei parlato? E, invece adesso,
ho sempre qualcuno che mi accompagna, sono sempre in compagnia. Le persone giuste rimangono, le persone
sbagliate se ne vanno. A volte la disabilità ti protegge dalle persone sbagliate, perché alcuni appena sanno
che sei disabile… Volano via! Quindi è una protezione a volte.
L
Documento n. 14
Intervista ad Antonino
Il titolo di studio che hai conseguito, è stato utile per trovare lavoro?
Ho la licenza media e mi è stata utile, ma era comunque relativa perché per il collocamento al lavoro delle
categorie protette, allora, non occorreva un titolo superiore alla licenza media. Poi ho fatto un corso di
centralinista per disabili visivi, il quale mi è stato poi utile per il collocamento obbligatorio dei centralinisti
non vedenti.
Nei vari colloqui che hai fatto, hanno tenuto conto delle tue competenze? O hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
Non ho sfruttato molto il mio titolo di studio, anche perché non era un titolo che mi permetteva di fare cose
diverse. Non occorreva un titolo superiore per accedere al lavoro.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
Non tantissimo, circa 10 anni. Il periodo un cui ho cominciato a lavorare io, era un periodo propizio,
lontanissimo dalla crisi che c’è adesso.
Questa ricerca è stata semplice, hai cioè trovato subito delle informazioni chiare al riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
Beh, inizialmente ho avuto delle difficoltà perché l’Assessorato al Lavoro che era l’Ente che doveva
assumermi, non era informato sulla legge delle categorie protette, per cui mi chiedeva un titolo di studio
superiore. Ma grazie ad una legge, di cui non ricordo il numero e l’anno in cui è entrata in vigore, era
superabile il discorso del titolo di studio ai fini del collocamento obbligatorio.
In quegli anni hai mai pensato di mollare tutto?
No, no. Assolutamente no! Sono un combattente!
Vuoi raccontarmi un episodio dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di ingresso nel
mondo del lavoro?
No non ce ne sono stati. C’è stato questo piccolo problema inizialmente, ma è durato solo qualche settimana,
poi sono riuscito benissimo a superarlo.
Come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri (possibili colleghi o colleghe) rispetto ai tuoi
progetti, etc.?
Se è cambiato, è cambiato in meglio. Fondamentalmente, io sono una persona timida e con l’ingresso nel
mondo del lavoro, quindi qui al Genio Civile, ho trovato delle persone che mi hanno fatto cambiare anche nel
senso di modificare il carattere per imparare ad essere più disponibile con gli altri, più aperto.
Qual è il tuo lavoro attuale? Sei soddisfatto delle mansioni che ti hanno affidato o le ritieni inadeguate?
Sono un centralinista telefonico presso il Genio Civile di Trapani. Si, sono soddisfatto delle mansioni che mi
sono state affidate perché alla fine il tipo di lavoro che ci permette di essere inseriti nel mondo del lavoro,
attualmente, è solo questo. Adeguato alle innovazioni, non direi perché come ufficio scarseggia in tutto: dalla
penna, alla carta etc. Figuriamoci per il discorso della tecnologia e dell’informatica, riguardo a queste cose
siamo molto indietro.
LI
Nel luogo dove lavori, sarebbe possibile secondo te un avanzamento di carriera anche per te?
Si, potrebbe essere possibile però la Regione Sicilia ha abrogato un pò tutte le varie mansioni per
l’avanzamento di carriera. E questo è legato anche alla mancanza di fondi.
Ti sono stati affidati dei compiti ben precisi che svolgi da solo o in sinergia con i colleghi/colleghe?
Beh, nel mondo del lavoro, soprattutto in questo settore, abbiamo bisogno anche di rapportarci con gli altri.
Non parliamo solo di colleghi come io e Laura, parliamo in generale di rapporti con i colleghi che lavorano
in questo ufficio, per cui qualsiasi cosa succede, il centralinista deve essere al corrente di un pò di tutto. Se ad
esempio, un settore cambia reparto, da uno passa all’altro, dobbiamo parlarne anche tra noi per sapere a chi
indirizzare il servizio telefonico. Noi svolgiamo il nostro lavoro in sinergia. Il rapporto è ottimo con tutti,ma
concedimi la battuta, con gli interisti sono migliori, un pò meno con i juventini.
Nel lavoro che svolgi, è presente anche un datore di lavoro? Quest’ultimo, come si relaziona con te?
Si, c’è un dirigente superiore. Ultimamente si relaziona poco e niente con me anche perché come persona, nei
confronti anche del resto dei colleghi, ha avuto un rapporto pessimo. Quindi sono sicuri che la mancanza di
relazione non sia dovuto alla mia disabilità, ma piuttosto al suo caratteraccio.
Entrambi (colleghi e datore di lavoro) ti ascoltano? Tengono in considerazione il tuo parere o non
considerano la tua opinione?
Si, mi ascoltano. Assolutamente si, tengono in considerazione il mio parere.
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
No, no… Assolutamente no perché per quanto riguarda i non vedenti non credo che fanno distinzioni tra
uomini e donne anche se ci sono molti tabù su questo argomento.
Ti è mai capitato di avere colleghe con disabilità?
Si, mi è capitato di avere colleghi con disabilità gravi e meno gravi e sono stato molto contento di condividere
un periodo della mia attività lavorativa con loro. Abbiamo scambiato esperienze, battute, opinioni e a volte ci
siamo sostenuti a vicenda. La mia attuale collega disabile, poi, è un vero gioiello.
Hai mai percepito situazioni di pregiudizi da parte di colleghi, colleghe o dal datore di lavoro nei tuoi
confronti?
Assolutamente no. Mi ritengono una persona uguale agli altri, forse anche grazie al mio carattere che ho
modificato in questi anni. Invece a volte mi capita che mi definiscono, magari per le capacità che riesco ad
avere, una persona che non ha nessuna disabilità, cioè identica a loro. Anche se la disabilità c’è ed è evidente.
Precedentemente, hai avuto altre esperienze nel mondo del lavoro? Se è si, perché hai deciso di cambiare
lavoro? É stata una tua scelta o ti è stata imposta?
Si, prima di fare questo lavoro, lavoravo nell’ambito dell’edilizia. Non mi è stato impedito di continuare a
svolgere quel lavoro, ma la colpa è stata della malattia che si è aggravata per cui non mi permetteva più di
svolgere quel tipo di lavoro. Più che altro è stato una necessità la scelta di cambiare lavoro.
Quali, secondo te, gli elementi positivi e gratificanti del tuo attuale lavoro? E quali, invece, quelli
negativi che ti danno fastidio?
Per quanto riguarda gli aspetti positivi, un pò tutto. Non saprei definire in particolare quali sono
precisamente questi elementi. Invece per quanto riguarda quelli negativi… Vabbè, lasciamo stare… Niente,
non ce ne sono. Non sono così rilevanti da raccontarli. Preferisco guardare sempre il lato positivo di ciò che
mi accade, quindi quelli negativi li dimentico quasi subito.
LII
Vuoi raccontarmi qualche esperienza positiva o negativa che hai vissuto nel lavoro che oggi conduci?
Non ricordo qualcosa in particolare in questo momento.
Se sei riuscito a trovare lavoro, come hai vissuto il fatto di averlo trovato? È stato un atto dovuto o una
conquista personale?
Beh, c’è stato l’uno e l’altro . Da un lato un atto dovuto perché c’è la legge che ci aiuta, ci viene incontro per
il collocamento obbligatorio e dall’altro lato ci sono le istituzioni che a livello burocratico se la prendono
comoda, per cui devi insistere e lottare per ottenere quel che vuoi e far valere i tuoi diritti. Non bisogna mai
abbattersi e cercare di fare applicare le leggi. Come ho detto prima, sono un combattente, quindi in certe
situazioni mi sono dovuto imporre.
In tutto ciò, quanto ha contato l’aiuto esterno (famiglia, amici, etc.)?
In linea generale è contato molto l’appoggio della famiglia e degli amici. Soprattutto per un aiuto morale.
Il lavoro ha favorito la tua autonomia? In che modo?
Principalmente dal punto di vista economico. E poi mi ha dato anche la possibilità di crearmi una famiglia e
di andare avanti.
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
Quello di andare in pensione più giovane possibile. Già ho 21 anni di servizio, quindi spero di fare ancora
meno anni possibili e poi andare in pensione. Mi sono stufato! Non tanto per il lavoro in sé, ma vorrei fare
altro nella vita piuttosto che il centralinista.
La tua esperienza nel mondo del lavoro è sicuramente un arricchimento; a partire da essa, secondo te, in
che modo si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità?
Intanto cercando di trovare altri sbocchi lavorativi, altre qualifiche,, altre mansioni. Soprattutto nei confronti
dei disabili visivi, visto che è più difficile essere collocati visto che la tecnologia ci ha un pò danneggiati, sotto
questo aspetto. La telefonia si evolve verso la tecnologia più moderna e permette agli Enti Pubblici di avere
un risponditore automatico o si avvalgono di call center che riescono a gestire un servizio telefonico in
maniera più economica. Per cui, secondo me pian piano queste qualifiche andranno a scomparire. Si potrebbe
cercare di creare altri tipi di situazioni, di possibilità di lavoro anche attraverso la tecnologia e l’informatica.
Ad esempio: operatore di computer. Avvalendosi, ovviamente, di apparecchiature adeguate alla disabilità.
Hai vissuto delle esperienze nelle quali hai costatato una chiusura culturale e sociale nei tuoi confronti o
nella disabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
La lentezza della burocrazia la troviamo un pò dappertutto. Quando si deve fare una cosa, si viene mandati da
un ufficio all’altro e questo succede quasi sempre, a prescindere dall’handicap. Ho trovato, invece, delle
difficoltà nel far capire le capacità che può avere una persona disabile. Ci sono molte persone che
interpretano questo tipo di problema, mi riferisco ai non vedenti, come una cosa limitata a se stessi. Secondo
loro, noi non riusciamo a fare determinate cose invece, secondo me, l’handicap viene superato dalla forza di
volontà e la persona riesce a dare il meglio di sé, nonostante tutto.
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua Città?
Si, l’ho avuto ma molto raramente. Sia dal punto di vista dell’erogazione delle informazioni che richiedevo,
ma anche per l’abbattimento delle barriere architettoniche… Ma per questo siamo molto indietro! Gli enti
preposti, a volte, fanno finta di non sentire ma attraverso le lotte che si fanno, qualche volta, si riesce ad
ottenere qualcosa.
Tu come vivi la tua disabilità?
Ci sono le difficoltà, però riesco, attraverso gli altri sensi, a superare il problema che ho. Personalmente, la
vivo bene anche se non sono riuscito ad accettare totalmente la mia disabilità, perché da persona ipovedente
che ero prima adesso, anche per fare due passi, devo avere una persona che mi accompagna. Certamente mi
stressa, mi crea un pò di problemi. Però, ho tentato in questi anni, vedendo anche la situazione visiva che
cambiava, di accettarla in maniera tranquilla e in pace con me stesso. Riesco a superare molti ostacoli anche
LIII
attraverso chi mi vuole bene, chi mi aiuta, chi cerca di venirmi incontro e anche io stesso cerco in tutti i modi
di reagire di fronte alla disabilità, aiutandomi magari con la memoria che sfruttavo poco prima e, in qualche
modo, riesco ad ottenere la mia autonomia personale.
LIV
Documento n. 15
Intervista a Giuseppe
Il titolo di studio che hai conseguito, è stato utile per trovare lavoro?
Si, è stato decisamente utile. Ho il diploma di Ragioniere. Ho iniziato a cercare lavoro attraverso dei
concorsi, non è stato semplice riuscire a lavorare presso il Comune della mia Città, ma grazie a tanto
impegno ce l’ho fatta.
Nei vari colloqui che hai fatto, hanno tenuto conto delle tue competenze? O hai avuto la percezione che il
tuo titolo e le tue competenze venissero sottovalutate?
Circa quasi,infatti sono stato chiamato per chiamata diretta, quindi le competenze avevano il loro peso, poi
dopo il periodo di prova tutti si sono resi conto che ero capace e mi hanno rinnovato il contratto.
Quanto tempo è trascorso dal termine degli studi al tuo ingresso nel mondo del lavoro?
Due anni circa, quindi posso ritenermi molto fortunato. Conosco molte persone che sono stati anni senza
lavorare. Nonostante delle leggi ad hoc per l’inserimento nel lavoro per le persone con disabilità e non poter
lavorare, per un uomo, è una grande sofferenza.
Questa ricerca è stata semplice, hai cioè trovato subito delle informazioni chiare al riguardo o hai
dovuto girare a vuoto?
La ricerca non è stata particolarmente complessa. Ho dovuto raccogliere, inizialmente, delle informazioni ma
poi sono entrato grazie ad una legge regionale per chiamata diretta.
In quegli anni hai mai pensato di mollare tutto?
No, non ho mai pensato di mollare tutto, non ne avevo motivo. Dopo tanta fatica per trovare lavoro, me lo
sono tenuto sempre molto stretto.
Vuoi raccontarmi un episodio dal sapore amaro che ha segnato i tuoi primi tentativi di ingresso nel
mondo del lavoro?
Non ho mai vissuto drammi nel campo lavorativo. So bene che per i disabili è tutto un pò più complicato e le
barriere sono tante, ma riuscendo a trovare il lavoro in breve tempo, tra l’altro nel mio paese, sono riuscito
ad inserirmi bene e a farmi una famiglia.
Com’è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con gli altri (possibili colleghi o colleghe) rispetto ai tuoi
progetti, etc.?
No, non è cambiato perché sono stato sempre umile e disponibile verso tutti. Ho un rapporto magnifico con
tutti i colleghi, mi sento a mio agio e loro mi hanno sempre fatto sentire come loro. Niente di più, niente di
meno. Penso che se ci fosse troppa tensione nei miei confronti, mi darebbe fastidio quindi è giusto che ognuno
abbia il proprio ruolo, le proprie competenze e che ognuno faccia bene il suo lavoro. in questo modo non
abbiamo mai avuto problemi di relazione.
Ti è stato utile l’ufficio di collocamento mirato?
Come ti accennavo pocanzi, no non mi è stato utile essendo stato chiamato per chiamata diretta. Tra l’altro,
avendo cominciato a lavorare prestissimo, non ho più rinnovato la domanda e sono stato depennato dalla
graduatoria. in questi anni, ho consigliato a delle persone che conosco di iscriversi ma mi raccontano che non
sono stati mai ricontattati per un lavoro.
LV
Qual è il tuo lavoro attuale? Sei soddisfatto delle mansioni che ti hanno affidato o le ritieni inadeguate?
Lavoro all’ Ufficio Tributi al Comune di Santa Ninfa e sono molto soddisfatto delle competenze che mi sono
state affidate. Ho sempre cercato di svolgere il mio lavoro nel migliore dei modi e penso che questo sia stato
importante nei rapporti con gli altri.
Nel luogo dove lavori, sarebbe possibile secondo te un avanzamento di carriera anche per te?
Potrebbe esserci come non potrebbe esserci,non sta a me decidere.
Ti sono stati affidati dei compiti ben precisi che svolgi da solo o in sinergia con i colleghi/colleghe?
Ho sempre lavorato sinergia con altre persone. Questa è, appunto, una delle cose più belle del lavoro. sono
una persona molto introversa, quindi ho bisogno di persone che mi stimolano, sia nel lavoro che nella vita
familiare.
Nel lavoro che svolgi, è presente anche un datore di lavoro? Quest’ultimo, come si relaziona con te?
Come ti dicevo poco fà, il rapporto con i colleghi non è mai cambiato perché sono stato sempre umile e
disponibile con tutti. Fortunatamente svolgo il mio lavoro in sinergia con i miei colleghi, questo per me è
sempre stato molto gratificante. Invece con il datore di lavoro tutto l’opposto, non c’è nessun contatto. Lui sta
dove sta e noi lavoriamo.
Entrambi (colleghi e datore di lavoro) ti ascoltano? Tengono in considerazione il tuo parere o non
considerano la tua opinione?
I colleghi assolutamente si, mi ascoltano anzi c’è uno scambio di ascolto reciproco. Ma l'Amministrazione…
Lasciamo perdere.
L’essere uomo o donna, secondo te, influisce sulla possibilità di trovare lavoro? L’uomo rispetto alla
donna è più avvantaggiato?
Credo di no, ormai la parità è un elemento genericamente accettato, però non a caso ho detto credo di no.
Pensiamo che oggi la società moderna sia caratterizzata da rose e fiori, in realtà secondo me molte cose
vengono nascoste, non possiamo dire che c’è la parità assoluta. Se guardiamo la televisione è evidente che i
grandi manager sono quasi tutti uomini, così come i dirigenti e i politici, tranne qualche rara eccezione. Forse
dovremmo essere più veri quando parliamo di questo argomento, il problema è che non fà comodo a nessuno.
Ti è mai capitato di avere colleghe con disabilità?
Qualcuna c’è stata e c'è. Ancora oggi, nell’ufficio al fianco al mio lavora una donna con disabilità, anche con
lei ho un buon rapporto.
Hai mai percepito situazioni di pregiudizi da parte di colleghi, colleghe o dal datore di lavoro nei tuoi
confronti?
Se gli altri li hanno avuti non lo so, a me non li hanno mai fatti sentire. Non ho mai percepito situazioni di
pregiudizio, anche perché io lavoro in questo ufficio da molto prima di altri miei attuali colleghi; ho fatto
anche da tutor ad alcuni di loro, hanno poco da avere preconcetti,. Se sono qui e svolgo questo lavoro un
motivo ci sarà, non ho vinto alla lotteria!
Precedentemente, hai avuto altre esperienze nel mondo del lavoro? Se è si, perché hai deciso di cambiare
lavoro? É stata una tua scelta o ti è stata imposta?
Avrei voluto fare il Preside, poi ho rinunciato ma non per imposizioni particolari, semplicemente ho trovato
un altro lavoro.
Quali, secondo te, gli elementi positivi e gratificanti del tuo attuale lavoro? E quali, invece, quelli
negativi che ti danno fastidio?
Del mio lavoro mi piace tutto, quindi ritengo che tutto sia molto positivo. L’unica cosa che mi abbatte è
quando c’è troppo lavoro e ho la sensazione di non riuscire a rendere quanto vorrei, ma poi riesco comunque
LVI
ad andare avanti.
Se sei riuscito a trovare lavoro, come hai vissuto il fatto di averlo trovato? É stato un atto dovuto o una
conquista personale?
Credo sia stato un atto dovuto e anche Una conquista personale. Atto dovuto, in quanto il lavoro era un mio
diritto; una conquisa personale, in quanto me lo sono andato a cercare e conquistato.
In tutto ciò, quanto ha contato l’aiuto esterno (famiglia, amici, etc.)?
Tanto, anzi, tantissimo. Da giovane pensavo che sarebbe stato difficile farmi una famiglia, poi invece ho
incontrato la persona giusta e tutto ha assunto un’altra dimensione. Ho avuto anche una figlia e questo è stato
per me è un momento fantastico, sono molto soddisfatto di lei. Tra l’altro, ha intrapreso da poco gli studi nella
tua stessa facoltà, cioè servizi sociali. Sono molto contento di questa sua scelta, spero che io possa esserle
d’aiuto e sostegno per ogni suo desiderio.
Sei soddisfatto del tuo attuale lavoro?
Si, sono soddisfatto del mio attuale lavoro. lo faccio da tanti anni, ne conosco pregi e difetti e se fosse per me
non andrei mai in pensione.
Il lavoro ha favorito la tua autonomia? In che modo?
Mi ha aiutato molto, perché non avendo lavoro la persona si abbatte, si lascia andare verso certe cose che
non si devono fare, quindi per me è stato fondamentale.
Quali sono i tuoi progetti, aspettative, desideri legati al domani?
Per il momento non ci sono progetti. Mi godo il traguardo raggiunto. Le mie più gradi aspirazioni non sono
più legate alla mia vita, ma piuttosto al futuro di mia figlia.
La tua esperienza nel mondo del lavoro è sicuramente un arricchimento; a partire da essa, secondo te, in
che modo si potrebbe migliorare l’inserimento nel mondo del lavoro dei soggetti con disabilità?
C'è da migliorare, c'è da proporre, c'è da vedere se i governi sia Nazionali che poi quelli Regionali fanno la
loro parte. Infatti, secondo me il problema è legato molto alla sfera politica e in questi anni le proposte ci
sono state per un cambiamento, è che poi non ti ascolta nessuno: né la politica locale, tanto meno quella
nazionale. L’unico metro di misura rimane il favoritismo.
Hai vissuto delle esperienze nelle quali hai costatato una chiusura culturale e sociale nei tuoi confronti o
nella disabilità in genere da parte della burocrazia (Enti, uffici, etc.)?
No, no, tutto tranquillo. Non ho mai vissuto esperienze negative legate alla burocrazia pubblica. A Santa
Ninfa conosco molti colleghi che lavorano anche in altri settori, a volte è inevitabile che qualche ritardo ci
sia, può succedere anche nel mio ufficio, ma non sempre gli errori vengono fatti con cattiveria.
Hai mai trovato appoggio nei servizi della tua Città?
Si, perché avevo richiesto una certa cosa e mi hanno aiutato a trovarla. Devo dire che a Santa Ninfa i servizi
sociali funzionano abbastanza bene, non solo nei confronti dei disabili ma anche nei confronti di altre fasce,
come ad esempio gli anziani e i minori: c’è un asilo nido comunale e da anni funziona benissimo.
Tu come vivi la tua disabilità?
Bene, non c'è molto da raccontare perché chi vive la disabilità cerca n qualche modo di superarla. Tu sei
sulla sedia a rotelle io no, ma ho altre disabilità. In molti casi, per noi disabili è più facile trovare le porte
chiuse, ci dobbiamo far sentire, se non ci facciamo sentire non c'è speranza, la speranza è l'ultima a morire!
LVII
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