editoriale
Arena di Pace: largo agli eredi
S
e qualcuno era scettico sull’esistenza di un popolo
della pace, il 25 aprile si è dovuto ricredere. Il variegato
mondo delle associazioni, dei movimenti pacifisti,
o semplicemente di uomini, donne e bambini amanti della
pace, si è ritrovato insieme all’Arena di Verona. È bastato
un appello e in tredicimila hanno inondato l’anfiteatro,
superando anche le più ottimistiche previsioni.
Tutto ha avuto inizio con una parola, una metafora,
pronunciata da padre Zanotelli: è ora di riprenderci l’Arena.
Il monumento romano è stato infatti, per un lungo
periodo (sette edizioni dal 1986 al 2003), la sede di grandi
appuntamenti nazionali di Pace.
La Casa della nonviolenza di Verona, storica paladina
di una cultura di pace e disarmo, ha colto di slancio
la proposta di padre Alex per una iniziativa nonviolenta
nazionale: un grande raduno, di tutte le associazioni,
i movimenti della pace, della solidarietà, del volontariato,
dell’impegno civile… Con un obiettivo: Scrollarsi dalle
spalle illusioni e paure, rimettersi in piedi con il coraggio
della responsabilità e della partecipazione per disarmarci
e disarmare l’economia, la politica, l’esercito.
L’appello è stato raccolto con entusiasmo. Ed è tornata a
sventolare la bandiera arcobaleno, simbolo di Pace, in una
bella giornata, bella anche meteorologicamente, passata
cercando di capire che fare, oggi, di fronte al panorama
nazionale e mondiale. L’appello da sottoscrivere ricordava
come «crescono le spese militari, si costruiscono nuovi
strumenti bellici. Il nostro Paese, in piena crisi economica
e sociale, cade a picco in tutti gli indicatori europei
e internazionali di benessere e di civiltà, ma continua
ad essere tra le prime 10 potenze militari del pianeta,
nella corsa agli armamenti più dispendiosa della storia».
La data scelta, 25 aprile, non era casuale: il giorno della
Liberazione e della Resistenza oggi deve essere declinato
in Nonviolenza e Disarmo.
I tredicimila, giunti a Verona da tutta Italia, sono la prova
della volontà di essere protagonisti di un cambiamento
sociale e politico. Un cambiamento che deve iniziare
da sé stessi. La violenza planetaria cresce e spesso
si irrobustisce tra le mura di casa, e può chiamarsi
femminicidio, pedofilia, corruzione, rifiuto e disprezzo
del diverso... Disarmare linguaggi e stili di vita. Sono
i primi passi per un mondo ripulito da armi e violenze.
Il cammino non è semplice. Gli effetti di una guerra
subdola e silenziosa, come ha ripetuto fino allo sfinimento
don Ciotti, si fanno sentire implacabili.
Da una parte la crisi, che morde e rallenta la crescita
sociale, dall’altra i vergognosi intrallazzi dei corrotti;
da un lato la voglia di nuovi paradigmi politici, dall’altra
notizie di disumane violenze su popolazioni inermi
con l’avallo o l’inerzia di Stati terzi. Da una parte
i movimenti pacifisti che, in ordine sparso, tentano
di diffondere pace, dall’altra l’avanzare incontrastato
di una cultura mafiosa. Urgente è quindi non starsene
“pacificamente” allibiti. Non credere che è impossibile
cambiare. Ce lo hanno ricordato la novantenne Lidia
Menapace, partigiana e femminista, e la sessantenne Alice
Mabota, attivista dei diritti del popolo mozambicano,
derubato da coloro che ne dovrebbero garantire la
dignità. Entrambe, figlie di mondi tra loro lontani ma unite
da un unico sogno di pace e giustizia, erano lì a ricordarci
che i tempi degli slogan sono finiti, che per cambiare
bisogna davvero mettersi in piedi e agire.
Le azioni di pace internettarie possono senza dubbio
servire. Ma non sono sufficienti. Dobbiamo tornare
a puzzare di sudore, di fatica. Lodevole l’iniziativa
mondiale di chiedere attraverso tweet e hashtag
la liberazione delle giovani liceali della Nigeria.
Ma sappiamo benissimo che non è sufficiente. Sappiamo
che questo tragico evento è appena la punta dell’iceberg
di una violenza sistematica perpetrata su donne
e bambine, soprattutto se queste decidono di studiare.
Cambiare si può, si deve. Altrimenti «il nostro pianeta non
ci sopporta più», come dice padre Alex. Adesso davvero
tocca a noi, vecchia e nuova generazione, insieme.
È vero, sul palco abbiamo udito soprattutto voci storiche
e note di uomini e donne che con coraggio e tenacia,
da lunghi anni, denunciano le ingiustizie. La presenza
in Arena di tanti giovani ci fa sperare che tale preziosa
eredità venga raccolta, fatta propria da altri uomini
e donne capaci di tenere alta la guardia.
E alla prossima Arena vorremmo far ascoltare ad Alex,
a Ciotti, a Gino Strada, a Lidia e altri ancora… la voce
di quanti hanno scelto di essere i loro eredi, per la pace
e la giustizia. Con lo stesso coraggio e la stessa
determinazione.
Elisa Kidané
latitudini
a cura di ELENA GUERRA
Ci scrivono
C
ara Redazione, a dimostrare come su vari fronti il cammino delle donne continui in salita è la decisione delle
Nazioni Unite di celebrare, a partire dal 2011, il 23 giugno di
ogni anno, la Giornata mondiale delle Vedove. Anche per il
2014 una vasta Campagna di informazione farà conoscere
e approfondire una realtà ancora sconosciuta che coinvolge
più di 200 milioni di persone.
Anticipando un po’ sui tempi, le missionarie comboniane, a contatto con le donne e le vedove di diversi Paesi del mondo, in particolare del continente africano,
coscienti della gravità della situazione, già dal 2005
hanno pubblicato Vedove in Africa. Libertà a carissimo prezzo (Emi), un libro di testimonianze provenienti da otto Paesi africani, ancora reperibile.
La ricerca è partita prima del 2000 dal Mozambico, con la pubblicazione in portoghese di un opuscolo di poche pagine. Il silenzio però ormai era rotto da alcune vedove
che avevano osato minare un mwikho, un tabù che le aveva zittite da secoli.
Durante quasi cinque anni la ricerca è continuata in Kenya,
Rd Congo, Sud Sudan, Eritrea, Etiopia, Zambia e Uganda, riportando in superficie un sommerso di ingiustizie messe sempre più in discussione, anche se fatte passare per tradizione
e per pseudocultura.
Ora che anche l’Onu si è accorta che milioni di donne stanno
lottando su questo fronte, è più che mai urgente non lasciarle sole, non perdere tempo, unire informazione e azione, partecipazione e solidarietà, tessendo una widows net che dia
voce e dignità a queste nostre sorelle.
Sr Daniela Maccari
● KENYA Nice Nailantei Leng’ete aiuta le donne maasai come
lei a emanciparsi dall’infibulazione, ancora troppo diffusa. A soli
17 anni, nel 2008, è stata scelta dal suo capovillaggio per diventare educatrice “alla pari”, grazie alla formazione di Amref. Ora ha
23 anni ed è una figura di riferimento nella battaglia per i diritti delle donne. Unica voce fuori
dal coro in una realtà dominata
da uomini, Nice ha sensibilizzato
gli anziani del proprio villaggio
e i moran, i giovani guerrieri, sui
pericolosi effetti delle Mgf (mutilazioni genitali femminili). Il capogruppo di questi ultimi le ha
conferito l’esiere, il bastone nero,
che simboleggia la leadership tra i maasai. Ad oggi, la giovane
donna ha salvato più di 150 ragazze dalle Mgf.
● ITALIA Un gruppo di parlamentari, con la guida dell’ex ministra all’Integrazione Cécile Kyenge, si impegna a leggere in
Parlamento quotidianamente storie di figli d’immigrati fino a
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05/2014
PER LA LIBERAZIONE DELLE RAGAZZE NIGERIANE
La redazione di Combonifem rilancia e fa propria la Campagna #BringBackOurGirls a sostegno delle 223 ragazzine
nigeriane rapite lo scorso 14 aprile nel loro college (inizialmente erano 276, 53 sono poi riuscite a fuggire). L’iniziativa, lanciata da Malala Yousafzai attraverso Twitter, ha coinvolto in poco tempo una miriade di followers. Quel che è
accaduto in Nord Nigeria è solo la punta dell’iceberg di una
situazione che dura ormai da anni e che vede il sequestro e
la Tratta delle donne per mano di una criminalità organizzata. Non è più tollerabile il silenzio di un governo ancora
troppo inefficace; così, mentre scriviamo, la mobilitazione sta aumentando: dalle proteste in piazza dell’organizzazione femminile Donne per
la pace e la giustizia nella capitale Abuja estese a Lagos,
Ogun e Ondo per esercitare
forti pressioni sulle autorità
nigeriane, a migliaia di persone che aderiscono alla Campagna fotografandosi, così
come ha fatto Malala, con un
cartello di adesione.
che in Aula non si discuterà la nuova legge sulla cittadinanza. La partecipazione è trasversale. Questa voce
verrà portata anche all’esterno grazie all’azione congiunta con la società civile: «Coinvolgeremo anche tutti
gli organi, le Istituzioni, gli enti che si
occupano di minorenni e adolescenti, fra questi ricordo: il Garante per
l’infanzia e l’adolescenza, l’Unicef, Save the children, la Rete G2
– Seconde Generazioni e le associazioni dentro e fuori la Campagna L’Italia sono anch’io», ha affermato Kyenge.
● PERÙ Il 25esimo Goldman Environmental Prize, il premio Nobel per l’Ambiente, va quest’anno a Ruth Buendía, 37 anni, indigena asháninka, che ha salvaguardato migliaia di nativi e l’ambiente contrastando la costruzione di due centrali idroelettriche
nell’Amazzonia peruviana. È riuscita, con le sue forze e l’impegno del suo popolo, a fermare la costruzione del progetto idroelettrico Paquitzapango, una delle cinque megadighe programmate dall’accordo tra Brasile e Perù. Buendía, 37 anni e cinque
figli, ha saputo rafforzare lo spirito
della sua comunità che rischiava lo
spostamento forzato, coinvolgendo dalle 8 alle 10mila persone, portando la questione ai tribunali locali e internazionali, fino a convincere
Lima a sospendere (almeno per ora)
i lavori. Tutto questo è stato possi-
le donne e gli eventi
che hanno cambiato la storia
bile perché le comunità non erano state informate del progetto dal governo brasiliano, violando di fatto la legge internazionale sui diritti degli indigeni che lo stesso Perù aveva firmato:
la Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo/Oil).
● TUNISIA È nato lo scorso aprile l’Osservatorio MaghrebMashreq per le migrazioni al fine di stabilire una nuova politica migratoria dalla vocazione «umanistica, solidale e aperta al
mondo» . Il compito di questa struttura è esaminare i registri
delle vittime delle politiche migratorie, per
denunciare la violazione dei diritti dei rifugiati e degli sfollati e sostenere la lotta contro tutte
le forme di discriminazione nei loro confronti. L’Osservatorio inoltre
vuole tracciare una mappa delle realtà organizzate che si occupano dei processi migratori, in particolare per la messa in
rete delle associazioni composte da familiari delle vittime e dei
dispersi in mare, consentendo finalmente la libera circolazione di informazioni rispetto a chi è detenuto nei Cie (Centri di
identificazione ed espulsione), e a chi ha perso la vita in mare.
● SUDAFRICA L’imprenditrice Sarah Collins ha realizzato la
wonderbag, un contenitore ecologico per la cottura lenta dei
cibi, una sorta di borsa che cuoce senza fuoco. È una tecnica
antica e l’idea, che consente un grande risparmio energetico,
sta avendo molto successo grazie alla Campagna “Una la compri e l’altra la regali”, realizzando
un record di vendite. Quando il
cibo in cottura è giunto a ebollizione, si prende la pentola e la si
infila rapidamente nella wonderbag, sigillandola con il coperchio.
Il contenuto continua a cuocere
senza richiedere altro combustibile, non si rischia di bruciare
gli alimenti e la pulizia è molto più veloce non essendoci rischi
di ebollizione. Ci vuole circa il doppio del tempo ma si arriva comunque al risultato. La borsa è cucita e assemblata in Sudafrica
da lavoratori locali; il materiale isolante è il polistirolo riciclato,
che la società prende da uno stabilimento di tessuti, impedendo così che lo scarto finisca in una comune discarica. Per ogni
articolo acquistato al prezzo di 50 dollari, un altro viene donato
a una famiglia a basso reddito dello Stato africano.
● ITALIA Ci congratuliamo
con suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata e responsabile dell’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’Usmi,
per aver ricevuto l’Onorificen-
GIUGNO
4 1983 Stati Uniti: l’Assemblea generale dell’Onu istituisce la
Giornata internazionale dell’infanzia vittima di violenza. Nelle motivazioni, si ricordano gli «enormi danni e
sofferenze causati ai bambini attraverso varie forme di
violenza, ad ogni livello sociale, in tutto il mondo». 13 ogni anno Lussemburgo: Si celebra la Festa della mamma.
14 ogni anno Afghanistan: Si celebra la Festa della mamma.
16 1991 Africa: l’Organizzazione dell’unità africana istituisce la
Giornata del bambino africano.
19 1957 Svezia: nasce Anna Lindh, politica
svedese ed ex presidente del Consiglio d’Europa, attiva nella lotta
alla corsa al riarmo e nelle problematiche internazionali legate alla
questione palestinese, del Sudafrica, del Nicaragua e del Vietnam.
22 1971 Zimbabwe:
nasce Betty Makoni, nel 2007 relatrice nella Commissione per i diritti delle donne delle Nazioni Unite. Dal 1998 è
fondatrice del Girl Child Network,
un’organizzazione volta a seguire
le vittime di violenza, migliorare le
condizioni di vita delle bambine e
garantire loro l’istruzione. Ha salvato 7mila ragazzine dai matrimoni forzati, da abusi in
famiglia e da una situazione di estrema povertà.
23 1994 Sudafrica: la Repubblica è riammessa all’Assemblea
delle Nazioni Unite dopo il lungo periodo di apartheid
anche grazie a Nadine Gordimer, premio Nobel per la
Letteratura nel 1991, ricordata come una delle madri
del Sudafrica libero.
27 1880 Stati Uniti: nasce Helen Adams Keller, scrittrice, paci-
fista sordo-cieca, attiva in difesa dei diritti dei disabili
e fondatrice dell’organizzazione nonprofit Helen Keller
International per la prevenzione della cecità.
27 ogni anno Kenya: Si celebra la Festa della mamma.
29 2013Italia: muore Margherita Hack, astrofisica, divulgatrice scientifica e attivista italiana.
za dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana a motivo del
ventennale lavoro svolto a favore di migliaia di donne vittime di
violenze e abusi, sfruttamento, e contro la Tratta attraverso Slaves no more onlus (Mai più schiave), associazione contro le violenze sulle donne e il traffico di esseri umani per lo sfruttamento lavorativo e sessuale.
5
ARENA DI PACE E DISARMO / 25 aprile di grande testimonianza e partecipazione
È andato oltre i più rosei
pronostici l’appuntamento
nonviolento del 25 aprile
a Verona. Dentro l’anfiteatro
scaligero si sono riunite 13mila
persone, uomini e donne
di tutte le età che hanno
ancora voglia di partecipare,
di esserci. Volti e voci che si
sono riconosciuti nei vari appelli
di quanti sono intervenuti
sul palco durante la lunga
giornata e che ora aspettano
di dare un seguito alle parole
di ENRICO SANTI*
T
ra pace e giustizia c’è lo stesso rapporto che c’è tra madre e figlia. Lo
grida nella sua lettera aperta «agli uomini potenti del mondo» Alice Mabota,
fondatrice e presidente della Lega dei
diritti umani in Mozambico. Alice, che
a ottobre sarà probabilmente candidata
* Giornalista del quotidiano veronese L’Arena.
6
06/2014
claudio cordioli
... e adesso avanti,
popolo della Pace!
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come ci invitava a fa
ri di pace!».
«In piedi, costrutto
claudio cordioli
claudio cordioli
sente la quantità di armi che ci sono
nel mondo? È l’unico investimento non
sfiorato dalla crisi, ma con queste risorse si potrebbe sconfiggere la fame e
invece non si fa nulla… Costruttori di
pace, portiamo la nostra determinazione nelle nostre case».
Alex Zanotelli nel prendere la parola
nell’anfiteatro occupato dal popolo della pace parla di «miracolo». «Dopo undici anni ci siamo ripresi l’Arena, questo è il vero miracolo». E, citando don
Tonino Bello, invita tutti ad alzarsi e a
scandire lo storico motto: «In piedi, costruttori di pace».
Ai lati del palco due slogan riassumono il senso del grande raduno: «Resistenza oggi si chiama Nonviolenza», «Liberazione oggi si chiama Disarmo». Sul
palco sono state sistemate due panchine senza il divisorio “antibivacco” come
quelle che invece si trovano nei parchi
e nei giardini della “città dell’amore”.
In quegli stessi giorni, in riva all’Adige, il sindaco Flavio Tosi, in nome del
claudio cordioli
claudio cordioli
alle elezioni presidenziali del suo Paese, è stata tra le protagoniste delle grandi marce contro la guerra e per la pace,
da molti definite l’evento più significativo in Mozambico dopo la conquista
dell’indipendenza.
Spetta a lei il compito di chiudere
il grande raduno “arcobaleno” che, lo
scorso 25 aprile, ha riunito nell’Arena
di Verona 13mila persone. «Contro la
povertà, l’ingiustizia, l’insicurezza, non
si può rispondere con la violenza». E rivolgendosi alle migliaia di partecipanti
all’Arena di pace esclama: «Avete pre-
Alex Zanotelli
7
primo piano
ARENA DI PACE E DISARMO / 25 aprile di grande testimonianza e partecipazione
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“decoro” e della “civiltà” con un’ordinanza aveva vietato, pena pesantissime sanzioni, la distribuzione di cibo
alle persone senza fissa dimora in alle è ricordare non solo la liberazione
cune zone del centro storico. L’eco deldall’oppressione ma anche dalla folle polemiche arriva fra le gradinate Per la vita, contro
lia della guerra». E si invoca il rilascio
dell’anfiteatro, dove un’ovazione acco- la follia della guerra
glie l’appello alla “disobbedienza civile” In Arena arriva anche il messaggio dei missionari vicentini e della suora
del giornalista Gad Lerner. Poi, la testi- della presidente della Camera, Laura rapiti in Camerun e del gesuita Paolo
monianza di Renato Accorinti, il primo Boldrini. «A Verona si incontra l’Ita- Dall’Oglio, da mesi desaparecido in Siria.
cittadino di Messina, che talvolta si fer- lia solidale, chi per anni ha mantenu- La prima testimonianza la porta una
ma a dormire nelle strutture create per to l’impegno per la pace e il disarmo donna, Lidia Menapace, partigiana e
i senzatetto nella sua città, suona come anche quando ciò veniva bollato come vicepresidente del Parlamento euroun contraltare nonviolento all’ordinan- utopismo radicale». E, a nome di papa peo. «Il primo grande episodio di resiza tosiana.
Francesco, il segretario di Stato del Vaticano Pietro Parolin cita il suo messaggio per la Giornata della pace. «Finché
ci saranno armi in grande quantità si
troveranno sempre nuovi pretesti per
avviare ostilità». Sul maxischermo intanto scorrono le immagini di Ernesto Balducci, di David Maria Turoldo,
di Alex Langer, di Vittorio Arrigoni, di
don Giulio Battistella…
Dal martoriato Sud Sudan si collega
in video Gino Strada: «Il vero 25 ApriLidia Menapace
e la giornalista Valeria Benatti
elisa kidané
I sindacalisti di Fim e Fiom intervistati da Gad Lerner
8
06/2014
Un gruppo di cittadini eritrei
provenienti da Milano e da Bergamo
Mons. Bettazzi con don Bizzotto,
due pionieri della pace
stenza popolare nonviolenta – ricorda
– fu quando dopo l’8 settembre moltissime famiglie diedero rifugio ai militari allo sbando salvandoli dalle retate dei nazisti».
A nome di una «generazione che sarà
maledetta per aver distrutto e violentato
il pianeta» padre Zanotelli chiede «perdono ai giovani, che non sono il futuro
ma l’unico presente che abbiamo». E,
citando papa Francesco, si scaglia contro la «dittatura senza volto» della finanza e contro un «sistema di morte che assicura il 90 per cento dei beni prodotti
sul pianeta al 20 per cento della popolazione, un sistema che si regge sulle
elisa kidané
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Mao Valpiana
claudio cordioli
Alice Mabota
«... Cari amici attivisti della pace e della giustizia, nell’aderire spontaneamente a
questa manifestazione sento che condividete gli stessi nobili valori di migliaia di miei
concittadini del Mozambico che nello scorso ottobre sono scesi in piazza per protestare
pacificamente contro lo spettro della guerra civile, che ancora incombe, e contro il crimine dei rapimenti. Tragedie possibili grazie alla stupidità dei nostri politici e dei nostri governanti, e al loro totale disprezzo dei valori della persona umana, in un’ottica
che ipoteca il futuro immediato e a lungo termine per le generazioni a venire.
Violenza armata e guerra sono sinonimi che in genere hanno come causa primaria
le ingiustizie che imperversano nel mondo.
… Con l’esclusione politica e socio-economica,l’ingiustizia e la corruzione, l’insicurezza pubblica e altri mali che minano la coesione sociale, i detentori del potere politico ed economico usano spogliarsi dei principi umanitari… Questa è la logica che
ha fatto sprofondare molti Paesi verso il conflitto armato… come è accaduto per anni
nel mio Paese».
armi di distruzione e dove cinque miliardi di dollari vengono spesi ogni giorno per proteggere i privilegi di pochi».
«Non vogliamo vivere in pace ma per la
elisa kidané
elisa kidané
Nel prossimo mese di ottobre in Mozambico, ci
saranno le elezioni presidenziali e lei, forte del
legame con la società civile, sta pensando, senza soldi né partiti, di presentarsi come candidata alla presidenza della Repubblica.
pace», esordisce don Luigi Ciotti. Pace,
aggiunge il fondatore di Libera, «significa riconoscere la dignità di tutti… I
poveri non vogliono l’elemosina, chiedono riscatto e dignità, vogliono giustizia».
Un lungo applauso accoglie, infine,
monsignor Luigi Bettazzi, 91 anni, richiamato dalla platea. «Sono venuto per
ascoltare, perché anche alla mia età si
impara, ad esempio, che la riconversione industriale delle fabbriche di armi
è possibile, come dopo la guerra quando al posto di carri armati si costruirono autocarri».
■
claudio cordioli
claudio cordioli
Oggi qua siamo mig
liaia,
domani potremo es
sere milioni…
o miliardi. Il mondo
e il Paese in cui
viviamo sarà miglio
re se ci
rimboccheremo le
maniche per
questa impresa di pa
ce!
9
SUD SUDAN / Tre anni di indipendenza
Una celebrazione di lutto
Il 9 luglio prossimo segna il terzo anniversario della nascita
del Sud Sudan, una data importante nella storia del Paese,
generato dalle doglie di 50 anni di una guerra che non riesce
a trovare la strada verso la pace
di ANNA GASTALDELLO e PAOLA MOGGI
L
a gente cantava e celebrava l’avvento di una dignità tanto attesa:
gli “schiavi” erano finalmente liberi!
Il presidente Salva Kiir, annunciando
il 99,8% di voti a favore dell’indipendenza dal Sudan, disse: «Noi che ben
sappiamo cosa vuol dire non essere
stati rispettati, impegniamoci a rispettare tutti!». Purtroppo lui stesso sembra
aver dimenticato quelle parole: dopo
tre anni di passi incerti e barcollanti,
le armi tornano a sconvolgere e uccidere il sogno di una pace costata oltre due
milioni di morti. Questa volta, però, il
nemico non è Khartoum.
Una grande confusione segna le cronache locali e internazionali; anche nei
documenti di agenzie Onu e ong il numero delle vittime varia a seconda di
chi lo annuncia. Dagli scontri violenti
di Juba, il 15 dicembre scorso, alle atrocità commesse a Bor e Bentiu a metà
aprile 2014 si stimano diecimila morti,
ma potrebbero essere molti di più.
10
06/2014
Talvolta i bulldozer li hanno seppelliti nelle fosse comuni, altre sono rimasti in balìa di cani e avvoltoi: centinaia di anonimi fratelli e sorelle diventati
spazzatura. Le violenze sessuali ai danni di bambine e donne, anche anziane,
non si contano.
Sono circa un milione gli sfollati e
i rifugiati in Etiopia, Uganda, Kenya e
Sudan. Nei campi delle Nazioni Unite ci sono oltre 80mila persone, ma anche qui il numero è fluttuante: decine
di migliaia si nascondono nelle paludi, senza cibo e acqua pulita. Le agenzie umanitarie si stanno prodigando per
assicurare il minimo indispensabile alla
loro sopravvivenza e sicurezza, ma circa un terzo della popolazione totale del
Paese non ha potuto seminare e ora rischia la fame. Con le piogge la situazione si aggraverà ulteriormente, perché
molte zone diventeranno inaccessibili
per mancanza di strade.
In pochi mesi il Sud Sudan ha perso
di nuovo la sua dignità, ancora una volta tradita e violentata, sfollata e affamata. Troppi hanno varcato, per l’ennesima volta da mendicanti, quel confine
sudanese che mai avrebbe voluto oltrepassare di nuovo.
Tutta la regione in bilico
La crisi del Sud Sudan minaccia ormai
la stabilità dell’intera Africa Orientale,
con nazioni limitrofe più o meno coinvolte nel conflitto. Con il 70% dell’esercito passato all’opposizione, per milizie
malamente integrate dopo amnistie concesse e riconcesse nel tentativo di mantenere la pace, il governo del Sud Sudan
deve ricorrere ad aiuti militari esterni,
già provveduti dall’Uganda.
I continui attacchi dei ribelli alle
aree petrolifere hanno interrotto la produzione di petrolio, tagliando il 90%
21secolo.eu
primo piano
buongiornolatina
msf
del reddito del Paese. Ora il governo è
senza soldi per pagare i propri soldati e
per far fronte all’emergenza fame.
La sospensione delle ostilità, firmata il 23 gennaio 2014, per mesi è rimasta sulla carta. Le trattative di pace
patrocinate dall’Igad (Autorità intergovernativa per lo Sviluppo, organizzazione internazionale politico-commerciale formata dagli otto Paesi dell’Africa
orientale, ndr) sono riprese a fatica il 28
aprile, dopo unanimi condanne internazionali contro i responsabili delle efferate stragi di Bentiu e Bor.
Il 5 maggio scorso le fazioni hanno
sottoscritto un accordo di non-belligeranza fino al 7 giugno 2014, al fine di
facilitare l’accesso di aiuti umanitari
nelle zone distrutte e mitigare l’emergenza fame. Se l’impegno questa volta
venisse mantenuto, segnerebbe la prima interruzione delle violenze dall’inizio della crisi.
Una Chiesa vicina a chi soffre
L’Amecea (Associazione dei membri
delle Conferenze episcopali dell’Africa
Orientale), i vescovi cattolici di Sudan
e Sud Sudan e il Consiglio delle Chiese
del Sud Sudan hanno richiamato ripetutamente alla conversione e alla riconciliazione, facendo proprio il grido delle popolazioni sofferenti.
Il 5 aprile 2014, proprio a Juba, è stata
lanciata la Piattaforma nazionale per la
pace e riconciliazione: costituita da due
commissioni governative e una ecclesiale, prevede attività di informazione e formazione gestite da radio, tivù e organizzazioni locali. La partecipazione attiva
della base costituirebbe l’elemento chiave del programma, sponsorizzato dal governo e dall’Onu, ma la Chiesa cattolica
non ha presenziato all’evento, forse per
sospetto di indebite ingerenze politiche.
Comunque la Chiesa cattolica, soprattutto attraverso suore, padri, fratelli e catechisti, ha protetto la gente, interponendosi tra i civili e i combattenti
dei due fronti e fornendo il primo aiuto
umanitario a migliaia di sfollati.
Le comunità comboniane di Malakal
e Leer sono rimaste accanto alla popolazione finché questa non ha trovato rifugio nei campi profughi o tra paludi e
boscaglie. Nel caso di Leer, comboniane e comboniani sono diventati sfollati
insieme alla gente, facile bersaglio degli inseguitori.
Attraverso la radio cattolica di Malakal, diretta da una suora comboniana e tenuta in onda da pochi coraggiosi
operatori, gli sfollati venivano informati degli eventi e aiutati a ritrovare familiari e amici dispersi.
deva disponibile ad incontrare Machar
e a dare avvio a un governo di transizione per risolvere il conflitto.
Il 9 maggio è avvenuto uno storico
incontro fra Kiir e Machar, alla presenza dei vescovi anglicano e cattolico di
Juba. Con la mediazione del presidente dell’Etiopia è stato sottoscritto l’impegno per un governo di transizione inclusivo anche della società civile.
Purtroppo, le brutalità commesse hanno causato troppa sofferenza e
morte, troppe ingiustizie, rabbia e desiderio di vendetta: in questo scenario,
i negoziati di pace non potranno garantire una soluzione duratura del conflitto. Soltanto se la popolazione civile verrà inclusa nelle trattative, la pace sarà
sostenibile.
Pace: prospettive incerte
Forse la maggioranza degli sfollati non
si ricorderà nemmeno dell’anniversario, ma la speranza della gente del Sud
Sudan non è morta: alcuni giovani profughi di etnia nuer ogni giorno escono
dal campo Onu di Juba e raggiungono a
piedi l’università, per prepararsi accademicamente a creare una società nuova, che avrà a cuore il bene comune, il
futuro di tutti. Lo fanno insieme a studenti di altre etnie: dinka, azande, shilluk, bari… e lo affermano con determinazione.
Questa tragedia ha fatto emergere
il magma che da anni ribolle nel cuore
del Paese: lo scontento diffuso per una
situazione che di fatto ha visto solo “pochi privilegiati” fruire ostentatamente
della ricchezza nazionale e controllare
lo sviluppo politico, economico e sociale dello Stato. Il “resto” è rimasto fuori
dal gioco. Ora le cose devono cambiare,
per forza. Una nuova società per il bene
di tutti è ancora possibile.
■
Molti analisti dicono che solo la vittoria armata di una delle due parti porrà
fine al conflitto, prospettiva remota per
le alleanze militari, più o meno dichiarate, già contratte da ciascuna fazione.
Altri invocano un incisivo impegno internazionale per una soluzione politica della crisi, altri ancora auspicano la
formazione di una leadership internazionale per costruire istituzioni democratiche, come già avvenuto in Namibia e Liberia.
Timidi progressi diplomatici sono
emersi dalle stragi della Settimana Santa: il 24 aprile la Corte del Sud Sudan ha
sospeso il processo contro Pagan Amun
e altri tre politici accusati di tradimento, la cui liberazione era stata invocata
dalla comunità internazionale e dall’opposizione; Kiir l’ha concessa per favorire le trattative di pace. Il 2 maggio il
segretario di Stato Usa, John Kerry, ha
incontrato a Juba Salva Kiir, che si ren-
9 luglio: quale celebrazione?
11
attualità
MONDIALI / Campagna contro la Tratta
Diritti nel pallone
I campionati del mondo
di calcio sono alle porte,
con trentadue squadre in lizza
e quasi 3,3 milioni di biglietti
in vendita. Purtroppo saranno
“in vendita” anche tante
persone, uomini e donne,
vittime del traffico di esseri
umani, che, nel silenzio
generale, deturpa grandi
eventi come questo
Il manifesto
della Campagna
contro la Tratta
diffuso in Brasile
in occasione
dei Mondiali
Fortaleza.
Un momento
di testimonianza
contro la Tratta
di PAOLA MOGGI
I
l 12 giugno cominceranno i Mondiali di calcio, le partite si avvicenderanno in dodici città del Brasile, ma
già dal 15 novembre 2013 nelle stesse
città è in campo la rete Um Grito pela
Vida, con comitati locali contro la Tratta. Il 12 febbraio scorso la Campagna
“Gioca a favore della vita” ha aperto
una pagina Facebook e, da maggio a
luglio 2014, i comitati stanno attuando iniziative di formazione e informazione.
La Conferenza dei religiosi e delle
religiose del Brasile, presente in ventidue Stati della Federazione brasiliana,
ha organizzato una serie di seminari e
altre iniziative per informare la società, e soprattutto i gruppi più vulnerabili, sul rischio di prostituzione coatta di
persone durante la Coppa del mondo:
in Germania, nel 2006, ne fu registrato
un aumento del 30%; in Sudafrica, nel
2010, del 40%.
Ragazze sfruttate sessualmente durante i giochi vengono poi trafficate in
altri Paesi alla ricerca di ulteriori opportunità di guadagno. I rischi maggiori riguardano lo sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti, soprattutto
in alcune città del Brasile già note per il
turismo sessuale, che alimenta la tratta
di persone. Anche la Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani ha condotto la campagna quaresimale sul tema
“Fraternità e traffico umano”, favoren-
12
06/2014
do una diffusione capillare della riflessione sulla Tratta.
Senza diritti
“Gioca a favore della vita” ha evidenziato anche l’impatto sociale dei grandi
eventi sulle violazioni dei diritti umani. Già nel settembre 2013 i migranti del Nordest del Brasile, assunti per
ampliare l’aeroporto internazionale di
Guarulhos (São Paulo), venivano trattati come schiavi.
La costruzione delle infrastrutture ha spesso implicato l’esproprio,
non adeguatamente compensato, della casa o della terra di gente povera.
Una ristretta cerchia di imprenditori e gruppi di interesse è diventata beneficiaria di investimenti astronomici,
mentre i servizi pubblici, quali trasporto, educazione e sanità, rimanevano senza fondi.
Suor Gabriella Bottani, missionaria
comboniana molto attiva nel Comitato, dice: «La nostra voce si alza insieme
a tutti coloro che non accettano che la
vita sia come un campionato di calcio,
dove vince solamente il migliore. Tutti
dobbiamo vincere per avere vita in abbondanza: il diritto alla casa, a servizi sanitari e scolastici di qualità, al lavoro, alla libertà! “Gioca a favore della
vita” è una Campagna che noi religiose
e religiosi brasiliani abbiamo creato per
scendere in campo con la voce profeti-
ca di chi continua a credere con forza
che la VITA non è un gioco, ma un diritto di tutti, perché dono di Dio».
«Le adesioni stanno superando le
aspettative – continua suor Gabriella –.
La dimensione assunta da questa Campagna ci ha sorpreso, perché tutte le
attività sono svolte da volontari. Stiamo facendo salti mortali per realizzare
questa Campagna con le poche risorse
umane ed economiche disponibili».
Da maggio 2014 messaggi radiofonici vengono trasmessi su tutto il territorio nazionale. Manaus, che ospita
la prima partita della nazionale italiana, è già tappezzata di cartelloni contro
lo sfruttamento; a Natal e Recife il materiale della Campagna è utilizzato per
incontri di formazione e sensibilizzazione; a Fortaleza si sta organizzando il
volantinaggio all’aeroporto internazionale, mentre a São Paulo il nucleo della rete sta visitando le scuole e gruppi
più a rischio.
«Vorremmo che durante i mondiali
tutti si fermassero – conclude la comboniana – non solamente per assistere al gioco finale, ma anche per riflettere e indignarsi di fronte alla schiavitù
dei nostri giorni. La Tratta, secondo
l’organizzazione Walk Free, conta circa
30 milioni di vittime. Mai nella storia
dell’umanità abbiamo avuto un numero così grande di schiavi e schiave!».
■
Turismo
responsabile
06/2014
A
Un bel modo
di andare
per il mondo
peruresponsabile.it
dossier
distanza di quattro anni dal nostro primo dossier dedicato
alle vacanze responsabili (Combonifem, giugno/luglio 2010),
abbiamo deciso di tornare sull’argomento. Perché negli ultimi tempi
le agenzie di viaggio e le strutture alberghiere che si dichiarano
“responsabili” sono più che raddoppiate, perché la sensibilità verso
una scelta etica anche nel viaggiare si è diffusa e perché volevamo
capire come è possibile barcamenarsi tra le varie offerte di itinerari
e soggiorni che, come accade con il marchio “bio”, abusano della
dicitura etica per vendere il proprio pacchetto… che talvolta, alla fine,
si rivela un vero e proprio “pacco”.
Per far chiarezza sulle offerte e sulle realtà presenti nel nostro Paese,
ci siamo rivolte al presidente dell’Associazione italiana turismo
responsabile (Aitr) Maurizio Davolio. Abbiamo interpellato anche
chi è nel settore da tempo – ProgettoMondo Mlal, che figura tra i
fondatori dell’Aitr – e due realtà in cui operano giovani africani.
Senza trascurare, ovviamente, uno “sguardo di genere”
sull’argomento…
Sì, VIAGGIARE!
progettomondo mlal
Turismo responsabile
Non importa quale sia la meta.
Quel che conta è il rispetto dei popoli,
delle culture e dell’ambiente. Un atteggiamento
che non si esaurisce al termine del viaggio,
perché si può fare la differenza anche al ritorno,
facendo conoscere ad altri le realtà incontrate
di JESSICA CUGINI
V
iaggiare, sì. Ma in maniera responsabile. Avendo rispetto per le persone che si incontrano e per le tradizioni, facendo attenzione all’ambiente, privilegiando attività che hanno una ricaduta economica e sociale diretta sulla
popolazione e sul territorio.
La filosofia del turismo responsabile si va diffondendo e
non conosce crisi. Non solo perché chi ama viaggiare all’incontro con altre realtà e culture cerca di non rinunciarci, ma
anche perché si è capito che questa modalità non ha nulla a
che fare con il chilometraggio. Non è la distanza a fare la differenza, ma l’impatto che la mia scelta di viaggiatore o viaggiatrice ha sul territorio e sulle persone che vi abitano. Per
cui poco importa se la mia meta è un altro continente o l’agriturismo a cinquanta chilometri da casa, quel che ha rilievo è
l’effetto della mia scelta.
Ma come essere sicuri di aver fatto la scelta giusta in un
tempo in cui il marchio etico è diventato di moda? Ora che
viaggiare in modo responsabile è, per dirla come si usa oggi…
trendy? Si ha la sensazione che, come accade per il marchio
“bio”, “equosolidale”, “etico”, ci sia la tendenza a utilizzare
tale dicitura per vendere il proprio prodotto, salvo poi scoprire che il “bio” era contraffatto, il prodotto aveva ben poco
14
06/2014
di equo e solidale e tanto meno era etico…
Ci siamo affidati a Maurizio Davolio, presidente dell’Associazione italiana turismo responsabile (Aitr) e responsabile
nazionale delle cooperative turistiche di Legacoop, e a Gianni Cappellotto di ProgettoMondo Mlal.
«La sicurezza passa attraverso la conoscenza. In questo
settore conta tanto il passaparola, la credibilità che le realtà
di turismo responsabile si sono costruite negli anni. Il discorso sulla certificazione per il turismo responsabile è delicato.
Per il “bio” c’è una legge che stabilisce un procedimento specifico per ottenere il rilascio di una denominazione certificata, con delle società autorizzate al rilascio. Per cui il consumatore, nonostante continuino a esserci comunque abusi, è
tutelato. Per il turismo responsabile questo non esiste. Non
c’è una legge. Accade quel che succede con, ad esempio, l’abbigliamento etico: bisogna in qualche
modo fidarsi. Per quel che riguarda il
nostro settore fa riferimento la reputazione del singolo operatore», spiega Davolio.
«Esiste una certificazione a livello internazionale – aggiunge Cappel-
APPUNTAMENTI, CON LA VALIGIA SEMPRE PRONTA
progettomondo mlal
sposenonconvenzionali.it
I.TA.CÀ, l’altrove senza confini
lotto –, ma fa riferimento quasi esclusivamente all’aspetto
ambientale, trascura il sociale e poi è una certificazione che
costa, per cui le realtà strutturate più piccole fanno fatica a
certificarsi. Resta poi che c’è una disaffezione per la certificazione, per paura delle manipolazioni».
Per cui? Per cui anche nel campo del turismo responsabile viene avanti il discorso della partecipazione attiva del
viaggiatore. Com’è successo per il citizen journalism (il giornalismo partecipativo), in cui a raccontare un evento è chi vi
assiste, a garantire l’affidabilità di un gestore, di un’agenzia,
è il viaggiatore stesso.
Viaggio, dunque autocertifico
«L’autocertificazione da parte dei clienti è una realtà che va
diffondendosi negli Usa grazie a TripAdvisor, con un programma, Green leaders, che segnala le strutture alberghiere
eco e che, a partire dal mese scorso, riguarda altri diciannove mercati tra cui Regno Unito e Irlanda, Germania, Francia, Italia e Spagna. Sono gli stessi viaggiatori a scrivere una
recensione sulla struttura che visitano. È ovvio che gli albergatori preferiscono questo tipo di certificazione perché è gratuita. Così avviene che la certificazione perde importanza a
confronto delle tante recensioni da parte dei clienti. Paradossalmente l’opinione del viaggiatore diventa più importante
persino del parere di un grande esperto».
Mettiamo che un albergatore dichiari di utilizzare energia
solare o altre fonti alternative, di smaltire i rifiuti in un determinato modo, di riciclare l’acqua piovana, di istruire il personale e i clienti con dei corsi appositi sul rispetto ambienta-
D
al 30 maggio all’8 di giugno si tiene a Bologna I.TA.CÀ Migranti e viaggiatori, la sesta
edizione del Festival del Turismo responsabile. Iniziativa nata «dall’esigenza di promuovere una nuova etica del turismo volta a sensibilizzare le istituzioni, i viaggiatori, l’industria
e gli operatori turistici per uno sviluppo sostenibile e socialmente responsabile del territorio».
L’evento, promosso e organizzato dall’associazione Yoda, Cospe
(Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti), Nexus Emilia
Romagna e Aitr (Associazione italiana turismo responsabile), «parte dall’idea che l’esotismo è dietro l’angolo, che per sentirsi turisti responsabili non serve partecipare a lunghi viaggi organizzati:
anche il viaggiatore fai-da-te, che non ama gli itinerari prefissati,
può interiorizzare i valori del rispetto e del confronto. Viceversa,
il turismo è considerato come un qualcosa di quotidiano: esperienza e tensione verso l’altrove, che non si riduce ad un periodo preciso di mobilità, né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta.
Il viaggio comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È come vivere in un’immobilità sospesa fra due viaggi, mescolando diversi mondi».
A oggi, il turismo è la quarta causa di inquinamento ambientale
e le forme di turismo che si stanno sviluppando negli ultimi anni
– crociere, viaggi aerei, vacanze all-inclusive – sono le meno sostenibili. Per questo il Festival sottolinea la possibilità di vivere un
viaggio diverso, con tempi e modi differenti: una scoperta lenta,
a piedi, in bicicletta o a cavallo, alla ricerca di angoli d’Italia poco
noti ma incredibilmente affascinanti e autentici.
Pierluigi Musarò, direttore artistico di I.TA.CÀ e docente di Sviluppo sostenibile, cittadinanza attiva e turismo responsabile all’Università di Bologna, spiega come ogni anno il Festival «vuole essere
un momento di riflessione sui “viaggi corti”, nel proprio territorio,
dentro la propria città, per entrare in contatto con la sempre maggiore diversità etnica e culturale, per vivere l’emozione del viaggio, ma senza per forza dover andare lontano. Il viaggio responsabile parte da casa e arriva a casa: una qualsiasi casa, una qualsiasi
Itaca (ît a cà, “sei a casa”, in dialetto bolognese, ndr), da raggiungere, dove più che la destinazione conta il percorso e il modo in
cui ci si mette in cammino».
le: il cliente che si reca in quella struttura può vedere se c’è o
meno corrispondenza tra quel che il proprietario dell’albergo dichiara su internet e quel che è nella realtà e segnalare
le incongruenze. Nel caso l’auditing esterno verifica e revoca l’autorizzazione».
È ovvio che per il discorso ambientale il riscontro è più
facile. Ma per gli agriturismo e i pacchetti viaggio dei touroperator? «In questo caso conta la reputazione, il passapa15
cicloturismosicilia.it
Turismo responsabile
rola. Il nostro è un
mondo piccolo, per
quel che riguarda Aitr ad esempio
possiamo parlare di
6mila/7mila viaggiatori l’anno. Sono
viaggiatori repeaters, che si ripetono, fidelizzati. Non sono
viaggiatori di impulso, quelli allettati da last minute, dall’offerta. Solitamente organizzano i propri viaggi da un anno
all’altro, preparandosi, incontrandosi. È una tipologia di turista che si documenta sul luogo e sulle tradizioni che andrà a
incontrare ed è proprio questa attenzione che fa sì che il turismo responsabile non conosca crisi. Perché magari taglio
dell’altro, ma al viaggio, anche vicino, non rinuncio, e quando ritorno ne parlo con amici, con altri viaggiatori responsabili. Ed ecco che il passaparola diventa garanzia».
Secondo Gianni Cappellotto chi cerca un’esperienza di turismo responsabile è una persona già sensibile a determinati
discorsi e informata; diffida della pubblicità e si affida invece
al nome di un’agenzia di cui ha sentito parlare da chi ha già
fatto questo tipo di esperienza.
APPUNTAMENTI, CON LA VALIGIA SEMPRE PRONTA
SUQ FESTIVAL, festa di colori e di ospitalità
U
n bazar di popoli uniti dalla voglia di conoscersi e mescolarsi.
Una sorta di teatro/mercato che, dal
1999, riunisce per una decina di giorni uomini e donne di culture differenti in un luogo simbolo dello
scambio, il Porto Antico di Genova, crocevia di genti e merci, di
spezie e stoffe di antica memoria, di tradizioni e linguaggi.
La parola chiave della sedicesima edizione del Suq Festival, in programma dal 13 al 24 giugno 2014, è Dialogo e verrà declinata in
molti appuntamenti: dalla rassegna Teatro del dialogo, che vedrà
in scena compagnie e artisti che si occupano di tematiche di integrazione, a vari ospiti, testimoni di teatro civile, tra cui Ascanio
Celestini e Moni Ovadia. Il dialogo viene proposto anche nell’ambito del cibo, veicolo di integrazione e conoscenza, grazie alla presenza di tredici cucine differenti: araba, ghanese, haitiana, indonesiana, indiano-pakistana, keniota, ligure, marocchina, senegalese,
sudamericana, tunisina e messicana.
Il focus del 2014 verterà sul Sudafrica, Paese orfano di Mandela,
a vent’anni dalle prime elezioni libere, e sul Ruanda, a vent’anni
dal genocidio. La Giornata mondiale del rifugiato, venerdì 20 giugno, sarà l’occasione per parlare di accoglienza e ricordare don
Andrea Gallo.
Ideato da due donne, Valentina Arcuri e Carla Peirolero, il Suq Festival è un appuntamento unico nel suo genere in Italia. Patrocinato
dall’Unesco, vede quest’anno il riconoscimento di “best practice”
europea nel campo del dialogo interculturale. Dodici giorni, trentacinque Paesi rappresentati, una quarantina di botteghe artigiane di diverse parti del mondo, 70mila presenze lo scorso anno…
Ci sono tutti gli ingredienti per una buona riuscita.
progettomondo mlal
16
Dove vado?
06/2014
Anche le scelte dei Paesi dei viaggiatori responsabili sono
pressappoco sempre le stesse: «Per lo più Brasile, Perù, Venezuela, Messico e Repubblica Dominicana. Realtà che da sempre, per quel che riguarda il Sud America, hanno attratto l’interesse di chi viaggia, senza grandi variazioni nel tempo. E
poi l’Africa, con i Paesi dell’area francofona, per lo più il Senegal, l’Egitto, ma – aggiunge Maurizio Davilio – anche Tanzania, Zanzibar. Per questa parte di mondo molto dipende dalle vicende politiche, ad esempio il Mali è rimasto fuori gioco
per diverso tempo. Poi l’Asia, abbiamo riaperto alla Birmania
che abbiamo boicottato per anni». E l’Italia? «In Italia c’è tanto turismo responsabile. Anche qui le realtà locali hanno una
grande valenza. Pensiamo a un agriturismo vero, dove ci sia
un vero agricoltore, i prodotti in tavola siano frutto dei campi,
la gestione dell’azienda sia familiare, con la possibilità di scoprire una cultura culinaria del territorio. Ma anche il semplice
b&b gestito da una famiglia capace di avvicinare i propri ospiti alla vita civile e culturale della propria città».
E, novità assai recente, anche Lampedusa farà parte dei
circuiti responsabili, per allargare la stagione turistica oltre i
mesi del classico turismo di massa. Grazie a un progetto nato
in collaborazione con Aitr e molte altre realtà, come Legambiente e Arci, che da anni
lavorano sull’isola, e da Altreconomia, esiste dal 7 maggio scorso una guida scritta
da Ivanna Rossi, dove oltre alle spiagge si
ritrovano i mille volti – geografici, storici
e umani – di Lampedusa. Il parroco e la
guardia costiera, i pescatori e la sindaca,
Voci narranti della loro isola.
■
VIAGGI ETICI E PROTAGONISMO FEMMINILE / Una rete di iniziative
chiamasenegal.it
Quel genere
di responsabilità
tutto nostro
Da alcuni anni si è cominciato a promuovere
un modo di fare e organizzare turismo che, oltre
a proporre una modalità di viaggiare differente,
cerca di dar vita a un’economia in cui siano
le donne, con la loro innata propensione per
l’accoglienza e l’ospitalità, le vere protagoniste.
Un sito internet di matrice italiana, e femminile,
segnala le iniziative virtuose sparse per la penisola
e il mondo intero
di JESSICA CUGINI
U
per realizzare qualcosa di concreto che possa aiutare le donne a lavorare e partecipare in maniera attiva in uno dei settori in cui già costituiscono la maggioranza degli addetti (il
55,5% del personale nelle imprese ricettive, il 48% nelle ristorative, l’84% del personale di servizio ai piani, il 14% nelle figure manageriali e il 4% del responsabile commerciale)
e per il quale, a sentire l’ideatrice di Grt, sono naturalmente portate.
Occupandosi da oltre dieci anni di turismo responsabile e da molto più tempo di questioni di genere, Pedemonte si dichiara un’antesignana di discorsi e articoli su prodotti a chilometro zero, turismo
slow, etica e lotta alla povertà con il sostegno allo sviluppo di genere. Così, quando nel
2007 l’Organizzazione mondiale del turismo
ha iniziato a proporre il “settore di genere”
come una tipologia di turismo a sé, Iaia, sostenuta dall’Associazione italiana del turismo
responsabile (Aitr), ha preso la palla al balzo
e ha battuto tutti sul tempo creando «un prodotto vivo, concreto e immediato», nel mezzo più dinamico e universale che potesse esserci: internet.
Inizialmente il progetto è partito sotto forma di forum, poi è diventato molto di più:
un portale che si apre al mondo, a cui collasposenonconvenzionali.it
n magazine di comunicazione online, nato appositamente per promuovere l’occupazione femminile nell’ambito del turismo, portando i viaggiatori responsabili “a casa delle donne”. Un’associazione che si pone come “generatore di
valore sociale” favorendo, attraverso un team di esperte internazionali che studiano i criteri base per stilare progetti, la
crescita del protagonismo femminile. Un network che riunisce ong, associazioni, tour operator, aziende ed esperti in sviluppo sostenibile e turismo responsabile.
L’idea è tutta italiana e nasce da una donna: Iaia Pedemonte, giornalista esperta di turismo che nel 2012 ha dato
vita al portale online Gender Responsible Tourism (Grt) e che
lo scorso 8 marzo ha ricevuto il premio “Mimosa per l’ambiente 2014”.
Iaia Pedemonte ha pensato di mettere insieme i dati
sull’occupazione femminile e le nuove tendenze sul turismo
17
festival itaca
Realtà virtuose,
dalla Sardegna
al Nepal…
borano un pool di esperte del settore; un sito che non solo
promuove progetti, luoghi, prodotti, mete che portano un
vantaggio diretto alle donne, ma che offre consulenza a istituzioni, associazioni, ong, imprese, privati, tour operator, o
singoli operatori di agriturismo, enogastronomie, piccoli alberghi che si propongono di diventare eccellenze femminili
nel settore del turismo responsabile, certificando attraverso
il saper fare la propria etica di genere.
Naturalmente accoglienti
Iaia Pedemonte, dati alla mano, scrive: «Le donne sono portate all’accoglienza e a inventare turismo di qualità; sono le più
brave a imparare e a far fruttare i microcrediti: questo può
essere una perfetta leva per pareggiare la loro condizione. A
volte non sanno come usare al meglio le proprie capacità e
conoscenze per trovare o migliorare la propria attività (sono
isolate, segregate a lavorare solo con altre donne, non hanno tempo per formarsi, sono demotivate a trovare supporto
e finanziamenti). La mancanza di pari opportunità e la scarsa
presenza femminile nei ruoli decisionali ha una conseguenza
negativa sulla vita di intere comunità, sia nei Paesi sviluppati che in quelli emergenti».
Per questo, secondo Iaia, i progetti di turismo che fanno capo a una donna devono poter seguire modalità proprie,
che sappiano valorizzare le particolari capacità femminili che
corrispondono alle caratteristiche del turismo responsabile:
tutela del territorio, riconversione ecologica dell’economia,
diversificazione dell’offerta, maggiore attenzione alle esigenze individuali e familiari, e quindi un certo modo di fare cucina, ricevere e ospitare, usare prodotti, oggetti, ricette locali, inventare itinerari culturali o ambientali.
Partendo da dati noti, diffusi dalla Banca mondiale
all’Università Bocconi, il turismo di genere parte dal presupposto che, dove le potenzialità femminili vengono espresse al meglio, l’intera società avanza. Un dato di fatto, oramai, su cui ruota una corrente di pensiero economico: la
womeneconomics. Le società che favoriscono l’ingresso delle
donne nel mercato del lavoro assistono a una crescita importante del Pil nazionale.
18
Ma come funziona di
fatto il portale Gender
Responsible Tourism?
«Grt cerca e pubblicizza solo le migliori iniziative femminili, in
cui i turisti viaggiano/fanno esperienze,
dove si formano piccole realtà di artigianato,
ospitalità, enogastronomia, in rete tra loro
in una “filiera virtuosa” che sappia valorizzare la cultura locale, ovvero che segua regole etiche, sociali, economiche, attente al genere e al turismo responsabile».
Sul sito Grt sono stabiliti sei pillars, indicatori che faranno
la differenza nella scelta delle realtà da far conoscere e sostenere. I progetti femminili dovranno promuovere quantità e
qualità delle donne nel settore, oltre che le stesse opportunità di accesso e di condivisione dei benefici; analizzare le difficoltà e le opportunità diverse delle donne, basate sulle realtà
socioculturali; riconoscere diritti, come stipendi equi, maternità, accesso al credito, condizioni sicure di lavoro, accesso alla formazione; eliminare lo sfruttamento dell’immagine
femminile e gli stereotipi; inserire nelle iniziative di turismo
una formazione specifica e un’attenzione al coinvolgimento
decisionale e progettuale, partecipazione e consultazione, implementazione e monitoraggio.
Ed ecco allora il gruppo di donne di Domusamigas (case
amiche) che aprono le loro dimore ai turisti che raggiungono l’Iglesiente, per cercare di fermare l’emigrazione isolana declinando l’accoglienza sarda in nuove modalità di
sviluppo; le donne dell’Aquila di Osteria99 che insaporiscono i piatti con il loro zafferano, coltivato direttamente dalla cooperativa sociale, con l’aiuto di ragazze e ragazzi con
problemi di disagio; le guide migranti* del progetto Città Migranda del tour operator Viaggi solidali, che accompagnano i turisti per i quartieri di Torino spiegando loro usanze e culture migranti; le donne di Tamounte che lavorano
l’argan in Marocco; la realtà Pro Rural Women Tourism in
Kenya; la Carovana delle mamme in Egitto; le 3 Sisters Adventure Trekking, un’organizzazione di guide che in Nepal
accompagna i turisti sulle cime e nelle campagne più belle; le donne dell’isola di Capraia, che si sono messe insieme per incrementare il turismo naturalistico e l’occupazione femminile.
Insomma c’è un turismo che ci appartiene, che può raccontare di noi e di ciò che ci circonda, che può dar vita a un
modo di viaggiare differente, oltre che a un’economia in cui
siano le donne le vere protagoniste.
■
* Cfr. Combonifem giugno/luglio 2010.
06/2014
FRA TURISMO E COOPERAZIONE / L’impegno di ProgettoMondo Mlal
Casa encantada
progettomondo mlal
Viaggio come esperienza che lasci un segno
nei viaggiatori, più che il loro nel Paese visitato.
Questa la filosofia con cui Casa Encantada, piccola
povsada di Salvador de Bahia in Brasile, nata
dall’iniziativa dell’ong veronese, già vent’anni fa
accoglieva i primi ospiti “responsabili”
di LUCIA FILIPPI
O
progettomondo mlal
ggi che anche il più piccolo dei villaggi turistici offre gite
“etnosociali” o serate danzanti in costume tipico, la proposta costruita vent’anni fa dall’ong ProgettoMondo Mlal,
proprietaria di Casa Encantada e socio cofondatore nel 1998
di Aitr (Associazione italiana turismo responsabile), potrebbe non sembrare più una novità. Eppure, a un viaggiatore attento, le differenze di stile, obiettivi e principi non dovrebbero sfuggire.
Casa Encantada è un’accogliente pensione in un ettaro di
giardino tropicale, con amache all’ombra dei gazebo, sul litorale di Salvador de Bahia, all’altezza del grande faro biancorosso di Itapoá e a 15 chilometri dall’aeroporto.
La capacità di accoglienza è limitata, la povsada ospita al
massimo 15 persone, le camere sono sobrie e con 2 o 3 letti
ciascuna. Già per struttura e dimensioni, la vacanza a Casa
Encantada si preannuncia improntata alla condivisione e intimità. Niente folla o comitive ma uno spazio familiare in cui
conoscersi, aprirsi senza riserve al mondo.
Casa Encantada non offre un servizio ristorante internazionale e nemmeno buffet etnici con serate a tema, ti garanti-
sce piuttosto un’abbondante colazione, preparata dalle donne della comunità circostante o direttamente dalla coppia di
volontari che per ProgettoMondo gestisce la povsada e ti suggerisce ciò che ti verrà offerto dalle centinaia di piccoli ristoratori locali.
L’idea che ha dato il via a questa Casa è infatti che i viaggiatori potessero contare su un comodo spazio di partenza
che consentisse loro di entrare poi, a passo leggero, in una
terra di magia e suoni con tutti i gusti e i profumi di un popolo che perpetua ancora oggi, quasi intatta, la sua ascendenza africana.
Mutuo scambio e incontro
Fin dall’inizio Casa Encantada è stato un vero e proprio progetto di cooperazione allo sviluppo. Ovvero un progetto nato
al fianco della comunità locale per valorizzare e migliorare le
potenzialità di accoglienza del viaggiatore, per sostenere e accompagnare le piccole iniziative economiche e turistiche della zona e parallelamente per offrire una più profonda e diretta conoscenza della vita sociale e culturale di questo popolo,
e dunque essere tramite di un incontro alla pari tra ospitanti
e ospitati, spunto e aiuto per un mutuo scambio.
Dei quasi 3 milioni di abitanti di Salvador, l’84% ha origini africane e il 29 % vive sotto il limite di povertà, mentre il
salario minimo supera di poco i 200 euro. A un contesto sociale ancora così incerto e severo si oppongono però il calore e il colore di questo popolo. Ciò rende facile, spontaneo
e particolarmente attraente un viaggio nel cuore vero di Salvador.
Casa Encantada ti offre
proprio questo. Senza togliere niente alle sane giornate
di sole e bagni (la spiaggia è
a 300 metri), il programma
di possibili visite o esperien19
PROGETTO MONDO MLAL: VENT’ANNI DI ESPERIENZA
E DI PROPOSTE RESPONSABILI
P
rogettoMondo Mlal è una ong di volontariato internazionale costituita a Verona alla fine degli anni ’60 per volere della Conferenza episcopale italiana che, sull’onda di un’enciclica di
Giovanni XXIII, invitava anche i non religiosi all’impegno civile e
sociale in America Latina al fianco di sindacalisti, operai, contadini e donne in lotta contro le dittature.
In quasi 50 anni di attività ininterrotta ProgettoMondo Mlal ha realizzato 450 progetti di cooperazione allo sviluppo in 25 Paesi del
Sud del mondo sui temi dei diritti umani, formazione professionale, tutela ambientale e sviluppo economico e sostenibile. Da 15
anni è presente anche in Africa con progetti legati alla migrazione,
i diritti delle donne (Marocco), la lotta alla malnutrizione e la salute materno-infantile (Burkina Faso) e i diritti dei giovani detenuti
(Mozambico). Sul territorio italiano, stimola e promuove il volontariato e l’educazione alla mondialità con proposte di approfondimento, attivazione e partecipazione sui temi dello sviluppo.
Dove andare, cosa fare…
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06/2014
progettomondo mlal
Campi di esperienza per gruppi di studenti e insegnanti, viaggi di
conoscenza per amministratori e cooperative sociali, occasioni di
servizio civile e volontariato all’interno delle équipe locali, progetti di cooperazione a sostegno dell’accoglienza turistica e dello sviluppo economico. Queste le offerte che ProgettoMondo Mlal dedica al viaggio. Comune denominatore è l’idea di “scambio” inteso
come obiettivo e risultato di ogni esperienza che mette concretamente in contatto e in un’occasione di mutuo aiuto popolazioni,
persone e comunità di una parte e dell’altra dell’oceano.
In particolare aumento sono a questo proposito le richieste da parte dei più giovani che, complici gli stessi insegnanti, sempre più
chiedono di partecipare attivamente con l’esperienza diretta alla
vita e conoscenza di altre comunità e
contesti quale opportunità formativa
particolarmente importante.
Socio fondatore di Aitr, ProgettoMondo Mlal contribuisce al dibattito sul turismo quale occasione di conoscenza
e crescita reciproca, ma anche come
reale opportunità di sviluppo sostenibile e corretto per i Paesi ospitanti. In
quest’ottica attualmente l’ong ha attivi
due progetti di cooperazione dedicati
proprio all’accoglienza turistica come
motore di sviluppo: Casa Encantada a
Salvador de Bahia (Brasile) e Bienvenidos! a sostegno della rete nazionale di
turismo rurale in Bolivia per la promozione di proposte di soggiorno all’interno delle piccole comunità indigene
sparse sull’intero territorio boliviano
([email protected]).
progettomondo mlal
Turismo responsabile
ze è ricchissimo e può contare sull’accompagnamento dei
due volontari Maria e Loris, ormai da più di 10 anni parte integrante (con le loro due bambine) della comunità locale.
Tra impegno e musica
Al viaggiatore non rimarrà che scegliere se approfondire
maggiormente gli aspetti politico-sociali, e quindi per esempio trascorrere qualche giorno in un insediamento dei Sem
Terra (movimento che da 25 anni rivendica il diritto alla terra contro il latifondismo brasiliano), o conoscere da vicino la
realtà quotidiana delle periferie più povere attraverso il Progetto educativo di Casa do Sol, attorno al quale crescono, studiano e giocano più di 400 bambini sostenuti da altrettanti volontari adulti della comunità di Cajazeira; o, quando le
sirene del mare riprenderanno a chiamare, tornare sul litorale per vivere una giornata in canoa tra le mangrovie con i
pescatori di Acupe (90 chilometri da Salvador, nel Recôncavo bahiano) o seguire il lavoro con cui i volontari del Projeto Tamar tutelano la vita e il moltiplicarsi delle tartarughe
marine.
E poi Salvador, si sa, è soprattutto musica e danza. E, nello
specifico, è il suono delle percussioni di strada e l’arte coreografica della capoeira. Grazie alla carica contagiosa del maestro percussionista Nomio ciascuno potrà imparare a suonare, ballare o a farsi semplicemente contagiare da questa
vita parallela che anima, sempre e comunque, la quotidianità dei brasiliani.
La scadenza dei prossimi Mondiali di calcio in Brasile non
sarà però l’occasione giusta per provare anche un’esperienza volante a Casa Encantada. La coppia di volontari che la
gestisce, Maria e Loris, invita ancora una volta i viaggiatori consapevoli (o “turisti responsabili”) a non cadere nella
“trappola del business”, a non
contribuire cioè all’arricchimento dei grandi tour operator né ai gravi danni che si annunciano per la popolazione
comune, riversandosi in massa in Brasile dal 12 giugno al
13 luglio, e di rinviare l’esperienza di conoscenza del Brasile, di Salvador e delle sue genti, a quando si saranno spenti
i riflettori. Quando la grande
febbre economica sarà passata e tutto, insieme ai prezzi,
sarà di nuovo autentico e speciale (www.casaencantada.it;
[email protected]).
■
ITALIA-KENYA / Viaggiare con You Sustain Travel
Un incontro che inizia qui
Un gruppo di giovani africani e italiani si incontra
in una casa di accoglienza sulle colline veronesi
e decide di dar vita a un’impresa sociale che si
occupa di turismo responsabile. L’iniziativa si ispira
all’ubuntu, una filosofia di vita secondo cui “io sono
ciò che sono grazie a ciò che noi tutti siamo”
di JOSEPH CHOME e SILVIA BASSO
you sustain travel
cendere dall’aereo e trovarsi in terra d’Africa. Quanti conoscono quella sensazione di vento asciutto, di terra rossa? Quella lieve vertigine che mai scompare del tutto,
nemmeno dopo tanti viaggi, dopo tanti anni. Nemmeno per
coloro che in quella terra sono venuti al mondo e da lì sono
partiti per venire in Italia e lì ritornano ogni volta che possono, accompagnando donne e uomini mossi dal desiderio di
viaggiare.
Sulle sabbie bianche di Malindi, affacciate sull’Oceano Indiano, non ci sono solo i resort di italiani ricchi e famosi; basta spostarsi un po’ e si trova il Kenya più autentico. Come sa
bene Joseph, nato a Malindi e cresciuto in un villaggio non
lontano, all’interno, dove ogni giorno la vita va conquistata.
Lui ha avuto la possibilità e la capacità di studiare e poi di lavorare nel turismo, prima in Kenya e poi in Italia, dove vive
da una decina d’anni. Lo sa Albert, anch’egli keniano e da
poco sposato con Anna, una ragazza italiana. E lo sa Simonetta, che ha collaborato per alcuni anni con padre Alex Zanotelli a Korogocho.
Da queste persone, e non solo, nasce You Sustain Travel,
un’impresa sociale che opera nel settore del turismo responsabile e organizza viaggi in alcuni Paesi africani. È molto più
di un’agenzia: è una rete di partner e collaboratori, italiani e
keniani. Sia in Kenya, dove opera e ha la sua sede legale, che
in Italia, You Sustain Travel intreccia contatti e legami con altre realtà, con imprese e associazioni culturali.
A Korogocho, ad esempio, opera in collaborazione con
Smiles Africa Experience, un’impresa sociale che lavora a favore dei bambini della baraccopoli e accoglie piccoli gruppi
di viaggiatori nelle case della gente del luogo, accompagnan-
you sustain travel
S
doli in un’esperienza d’incontro altrimenti irrealizzabile.
In Italia collabora con associazioni come Lafogliaeilvento di
Soave (Vr), per realizzare una cultura dell’incontro; e ha creato una partnership con l’agenzia Travel Team Viaggi di Verona, che offre la direzione tecnica necessaria per operare
dall’Italia. Ma molte altre sono le persone e le realtà che sostengono l’attività di questa giovane impresa.
Un’opportunità per tutti
«L’obiettivo del nostro operare nel settore del turismo responsabile è rendere il turismo un’opportunità di lavoro per
la popolazione locale. La riduzione della povertà e lo sviluppo rurale non sono di solito al centro dell’agenda di questo
settore. Eppure si tratta di una realtà significativa in molti Paesi impoveriti e sta già interessando le condizioni di vita di
milioni di persone, positivamente e negativamente. Miriamo
ad aumentare i benefici netti che provengono dall’accogliere i turisti, e siamo convinti che la crescita dei viaggi responsabili contribuisca alla riduzione della povertà. La particolarità di You Sustain Travel è nell’approccio, nelle strategie,
che mirano a liberare opportunità per le popolazioni locali, sia in termini di guadagno economico che di altri benefici
di sostentamento. Non ultima, la partecipazione al processo
decisionale nello sviluppo locale. La riduzione della povertà
è possibile solo attraverso un processo che permetta di uscire dalle condizioni di miseria, per vivere meglio, nello stesso
luogo. Anche questo è un modo per costruire un mondo migliore», spiega Joseph Chome Ngala.
«Per fare ciò abbiamo bisogno della collaborazione non
solo delle strutture che rendono possibile il viaggio (agenzie,
alloggi, guide ecc.), ma dei viaggiatori stessi: sono loro i veri
21
L’ubuntu dall’Africa all’Italia
you sustain travel
You Sustain Travel è frutto dell’evoluzione di esperienze diverse: quella professionale, accumulata da Joseph in tanti
anni di lavoro nel turismo, prima in Africa e poi qui in Italia; ma soprattutto quella umana e spirituale nata dall’incontro con don Paolo Pasetto, uno dei fondatori dell’Associazione Sulle Orme che gestisce una casa di accoglienza a Fittà,
sulle colline di Soave, Casa don Nicola. Qui vivono persone
alle quali, come spesso avviene, le istituzioni non sanno dare
ascolto e risposta, accolte nello stile di chi vive ogni giorno il
Vangelo, senza brandirlo.
Qui si sono incontrati Joseph, Simonetta, Silvia, Anna
e Albert, sperimentando qualcosa che in Africa si chiama
ubuntu, un’espressione di alcune lingue bantu che indica “benevolenza verso il prossimo”. Una regola di vita basata sulla condivisione e sul rispetto dell’altro e della natura. L’ubuntu esorta a sostenersi reciprocamente; è una spinta ideale per
l‘umanità intera, un desiderio di pace e di un mondo migliore, anche per le generazioni future.
L’auspicio di You Sustain Travel è portare il valore dell’accoglienza anche nel turismo, nello scambio tra ospitanti e
viaggiatori: chi viaggia sperimenta l’apertura all’altro, alla
cura e al rispetto delle persone e dei luoghi; chi ospita impara ad accogliere i viaggiatori non solo come clienti, ma come
amici della loro terra, della loro vita.
Su questo pilastro You Sustain Travel costruisce le sue proposte in Kenya, Tanzania, Namibia e Uganda. Viaggi su misura, di gruppo o per viaggiatori individuali; viaggi dedicati
alle parrocchie o agli scout; viaggi per coppie e viaggi di nozze solidali. E ancora, programmi per famiglie con bambini;
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per chi ama il relax o la natura incontaminata, l’oceano o i safari nei grandi parchi.
Itinerari dedicati a chi vuole raggiungere in bicicletta e a
piedi luoghi altrimenti inaccessibili. Programmi di dieci giorni o di oltre un mese, con possibilità di fare esperienze di vita
negli slum di Nairobi, e magari di volontariato. I viaggi avvengono sempre nell’incontro diretto con realtà locali che
operano a favore dello sviluppo; anche gli alloggi e i pasti
sono offerti all’interno di strutture che hanno finalità sociali,
spesso destinate al futuro del Paese, i bambini.
Un vento che abbatte le barriere
Nei viaggi s’incontra l’eredità di Wangari Maathai, la prima
donna africana e prima ambientalista a ricevere nel 2004 il
premio Nobel per la Pace. Col suo lavoro e la sua vita Wangari Maathai ha affermato che lotta alla povertà e sostenibilità
ambientale sono due facce della stessa medaglia. Oggi, grazie a lei, si è radicata una coscienza ambientale: molti ettari
di terreno sono stati salvati e riforestati e formano una cintura verde che attraversa le nazioni e contribuisce a mantenere il pianeta più verde e più pulito.
«You Sustain Travel parla di una trasformazione – conclude Silvia Basso
– che tocca le vite
di tutti coloro che vi
partecipano in vario modo: lavorando, viaggiando, collaborando per amicizia, ospitando i turisti. Parla del coraggio di aprire un sentiero nuovo, perfino
visionario; e lo fa in un momento in cui tutto sembra bloccato nelle paure di una crisi mondiale. Da dove soffia questo vento che unisce le forze e rompe i confini di ciascuno di
noi?... che nel metterci insieme moltiplica le nostre capacità, e non le somma semplicemente; che ci tiene uniti anche
nelle difficoltà e nei contrasti; che oltrepassa sia le nostre attitudini che le nostre incapacità, sia le nostre passioni che i
nostri limiti; e con sé, porta noi al di là? Lo Spirito soffia dove
vuole, ne puoi udire la voce, ma non sai né da dove viene né dove
va (Giov. 3,8)».
■
you sustain travel
protagonisti, con le loro scelte, delle ricadute del turismo sulla popolazione e il Paese ospitante. You Sustain Travel è una
piattaforma che opera tra le nazioni, collegando i viaggiatori
alle realtà locali. E, a livello locale, collegando le strutture turistiche alle comunità tramite progetti di sviluppo. I viaggiatori che scelgono la nostra realtà per realizzare i loro sogni,
vivono la sobrietà, il rispetto per l’altro, l’essenzialità, l’equità economica; ciò favorisce gli incontri sia con altri viaggiatori (nel caso dei viaggi di gruppo) che con le popolazioni locali
e diventa occasione, per ognuno, di mettersi in cammino per
creare il bene comune».
you sustain travel
Turismo responsabile
IN VIAGGIO CON Chiama il Senegal
Vi porto dove sono nato
di ALEX SARR
I
nizialmente, quando sono arrivato in Italia, la mia prima
preoccupazione era il lavoro. Poi, col tempo, mi sono accorto che il solo lavoro non poteva bastarmi, perché come
essere umano avevo bisogno di avvicinarmi ad altri individui e di condividere con loro le mie aspirazioni, i miei pensieri. Come africano, avevo il forte desiderio di far conoscere
il mio continente, che sapevo essere molto diverso da quello
che sentivo nei discorsi e nelle parole della gente, da quello
che vedevo in televisione e leggevo sui giornali.
Il desiderio di impegnarmi per il mio Paese, per il mio continente, per la mia gente, era fortissimo. Avevo maturato in
quegli anni l’idea che l’Africa avrebbe dovuto fare un lungo
cammino di liberazione che l’affrancasse dal retaggio neocoloniale. Non poteva bastare l’indipendenza nazionale, avrebbe dovuto costruirsi in maniera diversa, senza copiare i modelli che venivano dall’esterno e che di fatto continuavano in
forme diverse il rapporto coloniale.
Di tutto questo avevo discusso spesso con gli amici del
mio quartiere, anche perché, pur vivendo in Senegal, un Paese che con Senghor aveva intrapreso un cammino democratico, ci sembrava che, nei fatti, la Francia continuasse a condizionare le nostre scelte nazionali. Già era in atto in quel
tempo la lotta di liberazione di molte aeree dell’Africa, ma
noi giovani ci sentivamo pieni di speranza e fortemente coinvolti in tutti i movimenti di autodeterminazione dei popoli.
Per questo ero convinto che non bastasse solo il lavoro, avevo
un’altra missione, un ideale, e l’Italia all’epoca mi sembrava
il luogo dove potesse nascere qualcosa di buono.
Chi-ama l’Africa…
Con questo proposito, nel 1996 ho iniziato a collaborare con
l’associazione Chiama l’Africa. Il loro slogan “per una nuova
solidarietà con i popoli africani” mi calzava a pennello. “Nuova solidarietà” era anche per me la parola chiave.
Ho trovato nell’associazione persone estremamente infor-
mate, progressiste,
innovative, disponibili e profondamente umane. Il loro scopo era, e continua a
essere, la diffusione
in Italia di una completa informazione e
approfondita riflessione sul continente
africano. Una narrazione che si allontana dagli stereotipi e
dalla quale emergano – oltre alle guerre, alle malattie e al
sottosviluppo – anche le ricchezze e le
grandi potenzialità
del continente.
Fu in quel periodo che si ebbe l’idea
di trovare un modo
per portare l’Africa nelle piazze, nelle case, sui giornali e nelle aule del Parlamento, attraverso iniziative di sensibilizzazione. Un’idea che si concretizzò in una mostra interculturale
itinerante che consisteva in un viaggio metaforico e virtuale alla scoperta del continente africano, sostenendo progetti di sviluppo proposti da associazioni e ong africane (e ce ne
sono tante), in cui venisse privilegiato il ruolo della società
civile locale. Ovviamente fui molto felice di accettare la proposta di essere io a coordinare l’iniziativa. In quindici mesi la
mostra percorse un itinerario di 70mila chilometri, toccò 48
città e fu visitata da 1.300.000 persone; coinvolse nell’organizzazione 564 associazioni e 74 enti locali e, parallelamente
all’esposizione, si svolsero una novantina di dibattiti, 85 concerti e decine di altre manifestazioni tra film, spettacoli teatrali, danze, giochi.
Nell’arco di quasi due anni avevo conosciuto una galassia associazionistica, un’immensa risorsa di umanità che non
pensavo esistesse, spinta da un vero desiderio di conoscere il
continente africano. Come dare un seguito a tutto questo una
volta esaurita l’esperienza della mostra? Come pensare a una
continuità logica, interessante, questa volta meno indiretta?
chiama IL senegal
L’incontro con Chiama l’Africa, una mostra
itinerante in giro per l’Italia e l’idea di aprire
la visuale oltre gli stereotipi che ingabbiano
il continente. Così Alex decide di dedicarsi al
turismo responsabile, accompagnando
i viaggiatori italiani nel suo quartiere d’origine,
per far conoscere luoghi e persone, per dar luce
a progetti e associazioni che si occupano
del sociale. Perché il viaggio sia solo tappa
di un cammino da continuare insieme
… oltre gli stereotipi…
Durante il lungo viaggio per l’Italia avevo incontrato tantissime persone che volevano conoscere l’Africa, ma non ne ave23
Turismo responsabile
vano l’opportunità.. Per questo ho pensato di far qualcosa
per far incontrare agli italiani la mia parte d’Africa, il Senegal, e di occuparmi di turismo responsabile.
Il primo viaggio che ho organizzato non è stato turistico.
Eravamo un piccolo gruppo di amici, praticamente pionieri,
che ha avuto modo di vivere la vita dei quartieri, dei villaggi,
delle associazioni, della società civile.
Quando sono tornato, forte di quell’esperienza ho dato inizio a un percorso più strutturato, abbiamo creato un sito, finalizzato le idee, sono tornato spesso in Senegal per dare continuità ai progetti in collaborazione con le comunità locali.
Volevo diffondere un’idea diversa dell’Africa rispetto al
modo in cui viene sempre presentata: luogo di emergenza
continua, di bisogno, di disperazione, sempre sotto una luce
molto negativa. Così come volevo dar vita a un rapporto diverso tra turisti e senegalesi: quello che vedevo era sbagliato e squilibrato.
Ho cercato quindi di impostare i viaggi sull’incontro: le
strutture dove andiamo ad alloggiare appartengono o sono
gestite da senegalesi, sono ben tenute e a basso impatto ambientale; durante il nostro soggiorno cerchiamo di vivere il
più possibile la quotidianità, godiamo della compagnia della popolazione locale, di un dialogo continuo, oserei dire privilegiato.
… Jant-Bi risponde
chiama IL senegal
Ho pensato di proporre il mio progetto di turismo responsabile a Chiama l’Africa, iniziando dal mio Paese. L’idea era di dare
vita a una collaborazione tra l’associazione italiana e Jant-bi,
una realtà socio-culturale e sportiva che si trova nel quartiere dove sono cresciuto, un sobborgo periferico e affollatissi-
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mo di Dakar, Pikine, che conta circa 1.500.000 di abitanti.
Jant-Bi mi ha sempre entusiasmato perché ha puntato sulla cultura e sull’autenticità africana, sulla piena accoglienza
di tutti gli elementi sociali: infatti conta tra i propri volontari uomini e donne, musulmani e cristiani, appartenenti alle
differenti etnie e caste sociali, senza fare alcuna distinzione
di sorta. È una realtà atipica: non ha mai creduto nella sola
richiesta di fondi e finanziamenti dei propri progetti, perché
non si può sempre lavorare “solo sull’emergenza”, ma richiede ai propri partner e alle associazioni con cui collabora una
nuova visione culturale, in cui sia rivisto anche il proprio modello di cooperazione.
Jant-Bi parte dal presupposto che ogni atto quotidiano volto a un maggior rispetto, una maggiore consapevolezza dei
bisogni e delle necessità altrui, può incidere “alla lunga” su
cambiamenti e reciprocità positive, più importanti addirittura di una consistente e momentanea elargizione di denaro.
Per amor di coerenza l’associazione senegalese ha dovuto anche scegliere di non lavorare con alcune ong occidentali, che arrivavano sul territorio esportando i “loro
progetti”, mettendo in gioco finanziamenti che riuscivano
a ottenere da organismi europei o nazionali in virtù della collaborazione con associazioni socio-culturali africane
come Jant-bi stessa, senza che queste venissero interpellate o consultate in merito ai veri bisogni della popolazione
o alle necessità che la gente del luogo riteneva prioritarie.
Era, per così dire, una collaborazione apparente, priva dell’essenziale coinvolgimento umano, di un vero dialogo paritario, di un incontro profondo tra persone di diversa cultura
e perciò destinata a non avere un seguito, una continuità.
Allo scopo di favorire questo dialogo, questa conoscenza
diretta del luogo attraverso
la gente, la quotidianità, lo
scambio, il coinvolgimento,
abbiamo portato vari gruppi di viaggiatori in Senegal,
dando vita a un continuo interesse reciproco, che perdura oltre il rientro dal viaggio e che crea una rete, forse
piccola ma attiva, che crede fortemente nel valore
dell’esperienza di amicizia
che ha fatto e che vuole coltivare, per poter esprimere il
proprio bisogno di dare, non
inteso solo come esborso di
denaro, ma come impegno
nel fare e sostenere ciò che
più si ama a favore di “chi
ama l’Africa”.
■
incontri di viaggio
Tella, Alicia e Azezet: non so quasi nulla di loro, ma le ho viste lavorare, pregare, divertirsi, suonare la chitarra, marciare, arrabbiarsi, camminare, fronteggiare
soldati, mangiare pizza con lo za’atar e bersi una birra. Queste tre
donne sono una crepa nel Muro dell’ingiustizia che imprigiona la
terra dove hanno scelto di vivere
A
metà del pomeriggio di ogni venerdì so dove trovare suor
Donatella. Sta camminando di fianco al Muro che imprigiona Bethlehem – Betlemme, la “città del pane” – e divide il luogo
della nascita di Cristo dal resto della Palestina. Si ferma sempre,
per un momento, davanti al grande murale disegnato sulle lastre
di cemento. Vi sta scritto: To exist, is to resist. È un affresco, kefiah
e mais, che allaccia la voglia di vivere dei palestinesi a quella degli indigeni maya del Chiapas. Osservo suor Donatella: per me è
Tella, la conosco da anni e, quando accade di andare in Israele/
Palestina, vado sempre al Baby Caritas Hospital, l’ospedale pediatrico dove questa suora di Bassano lavora.
È piccola, Tella. Piccola, veneta e tosta. Ha 52 anni. Se la incontri per strada, a me, laico, viene da pensare: “Una suorina” (spero
che non mi tolga il saluto). Quando sono in Palestina, al venerdì
pomeriggio, giorno santo dell’islam, cerco di essere a Bethlehem.
Perché ho un appuntamento con il sacro.
Tella, da dieci anni, da quando, 1° marzo del 2014, cominciò
la costruzione del Muro, va davanti al check-point numero 300,
l’accesso principale a Bethlehem, a recitare il rosario. Non è sola
in questi pomeriggi: attorno a lei cammina una piccola comunità di cristiani e, a volte, anche di musulmani. Passeggiano lungo
il Muro, lo sfiorano, lo toccano con la mano. Sussurrano preghiere. Vanno avanti e indietro.
I soldati israeliani, armi in pugno, guardano questa strana pattuglia di uomini e donne. Alla fine pregano di fronte a un’icona affrescata in un angolo del Muro, a ridosso del filo spinato: raffigura
la Madonna in attesa del figlio. «Quando nascerà – mi dice Tella –
allora questo Muro crollerà».
Tella e le altre suore del Baby Caritas hanno calcolato di aver
detto, in questi anni, almeno 27mila Ave Maria di fronte al checkpoint. «Non è stato sufficiente – sorride –. Dobbiamo insistere, fino
a stancare il Padreterno. Non è possibile che la città dove è nato
suo Figlio sia una prigione». La preghiera come sola arma.
Al venerdì dell’ultima Pasqua, Tella voleva andare a pregare
a Gerusalemme. Le strade della città vecchia erano sbarrate dai
soldati. Coprifuoco nel giorno santo dei cristiani e dei musulmani. Il crocefisso della suora non servì a convincere i soldati a lasciarla passare per andare nella Via Dolorosa. La immagino, piccola, di fronte a ragazzi pesantemente armati. È testarda, Tella.
ANDREA SEMPLICI
Le suore
oltre il muro
di ANDREA SEMPLICI
So che, alla fine, ha trovato una
crepa in questo muro. È passata. Il rosario della piccola comunità di Bethlehem è una crepa
nell’ingiustizia.
Suor Alicia e suor Azezet vivono nella stessa casa. Una donna
spagnola e una eritrea. Suore comboniane. Entrambe infermiere.
Alle loro spalle le storie dell’Africa, dell’Egitto, del Sud Sudan. Infine, si sono ritrovate in Palestina. La loro casa oggi è a Betanya, alAzareyah, “il luogo di Lazzaro”. Periferia di Gerusalemme Est.
Alicia e Azezet vivono al di là dal Muro. In Israele/Palestina c’è
sempre un al di là e un al di qua. Questa barriera di cemento, alta
otto metri, è stata costruita nel giardino dell’asilo delle suore e lo
ha diviso dalla cittadina palestinese. I bambini non possono più
raggiungerlo se non a pena di diciotto chilometri e check-point.
La nuova casa di Alicia e Azezet è a trenta metri dall’irraggiungibile asilo. Per arrivarci anche loro devono passare i controlli armati dei soldati e compiere un viaggio di chilometri e chilometri.
Hanno scelto di vivere in terra di Palestina, le due suore. Lavorano
con le genti beduine che sopravvivono nei deserti sassosi a oriente di Gerusalemme. «I loro accampamenti sono sulla strada che
scende verso Gerico – mi dice Alicia –. Come non pensare alla parabola del buon samaritano? Non possiamo abbandonarli: sono
gli ultimi fra gli ultimi in questa terra».
Viaggio per un giorno con Alicia e Azezet. Incontrano i mukhtar,
i saggi degli accampamenti, parlano con le maestre delle scuole,
ascoltano. I bambini le adorano. So che queste due suore cattoliche fanno di tutto per far incontrare ebrei con musulmani. Sento
dire da Alicia: « È questo il senso della nostra missione in terra musulmana: far parlare gruppi di persone che non si conoscono».
Azezet ha tatuata la croce sulla fronte. È storia del suo altopiano africano. Identità religiosa impressa sulla pelle. Alicia e Azezet
hanno un’aria fragile come Tella: sono piccole, parlano con voce
bassa. So cosa hanno visto i loro occhi. Azezet mi parla delle torture che hanno subito i ragazzi eritrei che fuggono dal suo Paese.
Lei ha guardato in faccia il dolore, l’indicibile, la disperazione. Le
vedo muoversi con decisione negli accampamenti, le vedo scegliere, fronteggiare i check-point e poi, con piccola felicità, godersi una pizza con olio e za’atar.
Continuo a pensare a queste suore. È la loro tenacia che mi
sorprende. È la normalità con la quale vivono una vita impossibile. Tella, Alicia e Azezet sono, per me, giornalista senza pensieri, il
miglior antidoto contro ogni stereotipo.
■
25
intercultura
Aggiungi un posto a tavola
Indovina chi viene a cena?
Cena al buio, in pieno stile
cinematografico. Ospiti italiani
bussano alla porta di una
famiglia straniera di cui
non conoscono né
provenienza né abitudini.
Un incontro interculturale
che sta prendendo piede
in differenti città. Da quando
Torino, nel 2011, ha dato vita
alle “cene migranti”, mettendo
in relazione vicini di quartiere,
oltre ogni pregiudizio
di ELENA GUERRA
O
motenashi in giapponese è il particolare senso di ospitalità e di rispetto nei confronti del prossimo. Un
concetto che si declina – agantuka
satkara, in srilankese, ospitali tate, in rumeno – e che sta a significare accoglienza verso chi bussa alla porta di casa.
Esperienza vissuta durante gli incontri
svoltisi nei mesi scorsi a Verona tra cittadini stranieri e italiani che si sono conosciuti per la prima volta durante le
serate di Indovina chi viene a cena?
L’iniziativa, nata a Torino nel 2011
grazie alla Rete italiana di Cultura popolare, si è estesa in diverse città ita-
Vengo
P
26
anch ’ io …
er partecipare all’ultimo degli appuntamenti di Indovina chi viene a cena in programma quest’anno (il 28 giugno) è
sufficiente scrivere una e-mail a
[email protected]. Si avrà così
l’occasione di conoscere da vicino, attraverso l’incontro conviviale con le famiglie di altre culture e
tradizioni, un angolo di Oriente, di
Africa o di America. Il contributo
per ogni cena è di 15 euro e verrà
interamente e direttamente devoluto alle famiglie ospitanti. Le prenotazioni sono obbligatorie e fino
ad esaurimento posti.
liane come Roma, Prato, Arezzo, Grosseto, Alessandria, Aosta. A Verona è
stata realizzata e portata avanti in collaborazione con Net Generation – Veronetta 129, Radio Popolare Verona
e Uim, Unione Italiani nel Mondo.
Una “cena al buio” dove i veronesi hanno incontrato per la prima volta la famiglia ospitante la sera stessa della cena.
Un tuffo inaspettato nella cultura culinaria, e non solo, di donne come S.,
dallo Sri Lanka, che vive con la famiglia di origine in attesa del marito che
fra poco tempo la raggiungerà per la seconda volta per cercare lavoro. Unione
combinata, la sua: di famiglia cattolica,
S. ha potuto dire di no alle proposte di
uomini che non sentiva affini, ma con
l’obbligo di sposarsi entro una certa età,
pena il disonore per tutti i famigliari e
l’impossibilità per le cugine più piccole
di avere un futuro di mogli e madri. S. è
giunta al matrimonio con grande consapevolezza, ma a una condizione: vivere
in Italia, dove poter crescere i propri figli in modo totalmente libero.
Bussando alla porta di S., gli ospiti veronesi si sono immersi, senza saperlo, in
un angolo di Oriente,
dove hanno potuto vivere, attraverso i suoi
racconti e quelli dei genitori,
un’esperienza
dal sapore dell’incontro e della condivisione.
L’iniziativa è scaturita dal percorso
sul concetto di “altro” e di socializzazione che la Rete piemontese ha intrapreso in questi anni. L’intento è quello di
andare oltre il concetto di integrazione, consolidando rapporti all’insegna
dell’incontro, della condivisione e della relazione.
Durante una cena come questa può
capitare quindi di ascoltare il racconto del viaggio affrontato per giungere in
Italia, di guardare le foto del matrimonio o le immagini delle famiglie lontane,
ma ci si può anche ritrovare a parlare
dei bambini che vanno a scuola insieme
o della squadra del cuore, del proprio lavoro o dei progetti per il futuro.
Entusiasti i commenti degli italiani
che hanno sperimentato questi incontri
conviviali, complici la curiosità di arrivare a cena in una famiglia sconosciuta, la sorpresa di trovare storie e cibi
differenti, il piacere di accorciare le distanze con comunità che vivono a minima distanza ma con cui spesso non si
riesce ad interagire per problemi di lingua o di semplice diffidenza.
■
comboniane nel mondo
ZAMBIA / Theresa Kambobe
La nostra vicina di casa dell’Onu
a cura delle comboniane dello zambia*
T
combonifem
Arrivate a Makeni Simonson, un’area densa di popolazione
alla periferia di Lusaka, capitale dello Zambia, le comboniane
hanno iniziato a prendere confidenza con l’ambiente e le persone
che le circondano. È così che hanno conosciuto Theresa Kambobe,
una vicina di casa particolare, visto il ruolo che ha ricoperto
all’interno dell’Unità di intervento di genere delle Nazioni Unite.
Da qui l’idea di conoscerla meglio e presentarla
sulle pagine di Combonifem
heresa, sappiamo che hai maturato una lunga esperienza, soprattutto riguardo al mondo femminile, alle Nazioni Unite. Qual era il
tuo ruolo?
Io di professione faccio la giornalista
e, avendo tanto lavorato in Zambia con
varie organizzazioni sulle realtà femminili, all’Onu hanno pensato che potevo
essere d’aiuto per costituire una Unità di genere. Sono stata una delle prime a creare questa Unità e a inserirla
all’interno dei Corpi di pace delle Nazioni Unite.
Durante i conflitti, infatti, le donne
sono spesso uno dei bersagli dell’esplodere della violenza. E anche quando
le armi tacciono, la violenza contro le
donne continua. Il nostro compito consisteva nel proteggerle e garantire la
loro presenza nei preparativi elettorali
post-bellici: cioè nelle campagne di sensibilizzazione per rendere le donne informate dei loro diritti.
Quello del genere è un grosso problema. Il mantenimento della pace è
considerato sempre come un problema
“militare”, invece bisogna far rientrare
anche il genere in questo ambito.
Hai statistiche o altri dati, che ci
possano chiarire la gravità e l’estensione di questa violenza?
È molto difficile ottenere dei dati
perché a guerra finita si distrugge tutto… Solo dopo una campagna di sensi* Traduzione di Rosetta Gamba.
bilizzazione, le donne incominciano a
parlare delle violenze subite. Nel caso
del Congo, ad esempio, molte sono state sistematicamente stuprate. Lo stupro
è considerato una strategia per spaventare le comunità locali.
Noi veniamo a conoscenza di queste realtà dai media, non abbiamo dati
concreti. Le donne che raccontano hanno paura di essere emarginate e quindi parlano poco, specialmente nelle
aree rurali. È molto difficile che qualcuna parli, denunci, anche a causa di
una cultura ancestrale: hanno paura di
esporsi… Solo dopo essere state opportunamente preparate dalle ong, alcune
trovano il coraggio.
Potresti descrivere quello che hai
visto, visitando vari Paesi?
Ogni realtà è diversa. Durante i conflitti la violenza è estrema, a guerra fi-
nita diventa domestica. In Sierra Leone avvengono ancora una gran quantità
di stupri sulle donne. Anche in Sudan:
violenze etniche, delle comunità, le une
contro le altre. Che si veda o meno, la
violenza c’è. E se capita di vedere qualcosa, è solo la punta di un iceberg.
Le strategie usate sono differenti a
seconda delle situazioni. Perfino qui in
Zambia, di recente, una donna di 90
anni è stata uccisa perché sospettata di
essere una strega!
È importante parlare del potere:
dare il potere alle donne significa metterle in condizione di decidere cosa è
bene o male per loro. Dobbiamo dare
loro istruzione.
In alcuni Paesi dove la prostituzione è legale molte donne non si rendono
conto di cosa sta loro accadendo, perché prostituirsi è la sola cosa che hanno
sempre fatto nella vita. Le donne sono
considerate oggetti, ma loro non se ne
rendono conto. Per questo è importante continuare l’opera di istruzione e di
presa di coscienza.
Ora le cose stanno cambiando e diversi Paesi si stanno dotando di leggi
contro la violenza. Ma anche qui spesso sono le donne a nasconderla, sia per
pressioni esterne, sia perché non vogliono che il marito vada in prigione.
Per questo dobbiamo fare appello
alla nostra sensibilità e la polizia dovrebbe essere dotata di unità speciali
per trattare questi casi che presentano
molteplici sfaccettature.
Quale ruolo hanno avuto le donne nel cercare di cambiare queste situazioni?
Dovunque sono stata ho costatato che le donne hanno svolto un ruolo
esemplare per promuovere la pace. Ho
capito che quando si tratta di promuovere la pace, le donne sono molto attive sia all’interno della casa che fuori,
anche in periodo di guerra. Ma quando questa finisce e arriva il momento
di ricostruire il Paese, attorno ai gran27
comboniane nel mondo
ZAMBIA / Theresa Kambobe
H a i q u a l ch e
storia che ti sta a
cuore raccontare?
28
06/2014
CEEB.SPIZLER.IT
BETHANY.ORG
di tavoli dove si prendono le decisioni
le donne sono assenti, vengono lasciate ai margini. Non sono coinvolte nelle
consultazioni.
Noi dobbiamo imparare a fare lobbying. In Sud Sudan hanno legiferato
che almeno il 25% dei membri del governo devono essere donne, ma è molto difficile perché le donne sono meno
istruite e hanno poca autostima….
A Timor Est esiste una rete locale di
donne che ha messo in piedi un rifugio
per le vittime di violenza domestica; in
Sud Sudan ci sono organizzazioni che si
occupano di mettere a disposizione delle donne consiglieri, avvocati, psicologi, spazi negli ospedali o luoghi sicuri
con personale medico.
La violenza sulle donne ha molte
sfaccettature. C’è bisogno di supporto, di medici, polizia, leggi, per creare
una mentalità diversa nella comunità.
È uno sforzo grandioso.
Un episodio avvenuto durante un
corso di preparazione al corpo di polizia, una vera e propria sfida. Durante
l’incontro chiesi ai
poliziotti perché
picchiavano le mogli. Ognuno offriva le ragioni più disparate, ma io intanto facevo capire a
ciascuno di loro che erano i primi a fare
violenza alle donne. E sarebbero questi
i poliziotti ai quali le donne devono rivolgersi per riferire il comportamento
violento del marito?
In un corso di polizia in Sierra Leone, fra i partecipanti c’era una coppia
coniugata, entrambi agenti. Un giorno,
durante la lezione, chiesi quale fosse la
violenza più comune contro le donne.
L’uomo rispose: «La società segreta» –
termine che viene associato alla mutilazione dei genitali femminili.
Io allora chiesi a cosa si riferisse; la
moglie si alzò in piedi e, in tono di sfida, impose al marito di tacere. Sono argomenti molto delicati e bisogna avere un’abilità particolare per affrontarli
in pubblico. L’imposizione di tacere
era dovuta al fatto che tale argomento
era considerato “roba da donne” e non
poteva essere discusso in pubblico…
Tuttavia, è chiaro che si tratta sempre di un atto di violenza sulle donne. Ma quella donna-agente se ne rendeva conto?
Adesso che sei tornata in Zambia,
come vedi la situazione?
Sono stata via molto tempo e ci vuole
un po’ per capire come stanno le cose.
Si direbbe che i passi in avanti fatti nel
passato siano andati persi. Le uccisioni rituali di cui sono oggetto le donne
oggi, non esistevano… e ora…
Ci sono dei casi inaccettabili, ma la
gente non parla a voce abbastanza alta.
Come fare perché parlino più forte? Sui
giornali ci sono sempre storie di stupri
e uccisioni di donne, ma la risposta della società non è unanime. Quando accadono questi fatti, ancora oggi molti
uomini criticano le vittime per il loro
abbigliamento e per il loro comportamento.
Vorrei aiutare a far diventare più forte la voce delle donne, seguire i progetti che riguardano l’emancipazione, dare
una mano a costruire coesione fra polizia, potere giudiziario e ong, che operano in modo separato.
Le aule di un tribunale incutono
molta paura a donne e ragazze che non
vi hanno mai messo piede prima. Vorrei stare con loro per sostenerle. Ma
questo lavoro andrebbe fatto insieme a
istituzioni e governo. E poi occorre lavorare con le donne. C’è tanto da fare.
Bisogna solo cominciare.
■
comboniane nel mondo
PROFILI / Gianantonia Comencini
Troppe cose da fare…
Novantatré anni e tanta voglia di tornare in Africa.
Dopo una vita trascorsa in Eritrea, suor Gianantonia
Comencini riparte ancora una volta per quel Paese
che considera oramai il proprio…
di SILVIA MARCEGLIA
È
stata un sorriso, la sua vita, afferma
con occhi ridenti suor Gianantonia Comencini. A cominciare dal giorno della sua
nascita, 93 anni fa a Castion Veronese, frazione di Costermano (Verona). Dopo gli studi a Legnago, presso le canossiane, dove consegue il diploma di maestra e il superamento del concorso per insegnare, Giovanna comincia
a lavorare nella scuola. Ma il suo intento segreto è quello di farsi suora, anche se non è facile dirlo alla madre, che per lei ha altri progetti,
così come il parroco, desideroso di vederla continuare il suo impegno
nell’Azione cattolica, di cui è presidente.
Ma a prevalere è il suo desiderio e Gianantonia, agli inizi del secondo dopoguerra, affronta quindici giorni di viaggio in condizioni disagevoli per arrivare, il 15 agosto 1948, a Massaua, in Eritrea, con il tifo. La
madre superiora, quando la vide in quello stato, pianse: erano le prime
missionarie ad arrivare dopo la guerra e urgevano nuove forze.
Ma Gianantonia è una donna forte e comincia il suo servizio d’insegnante nelle scuole di Asmara, dove resterà fino al 1990, arrivando a
insegnare di tutto, pure ginnastica («inventavo gli esercizi!»).
Dal 1990 al 2011 si dedica al catechismo, fino a quando decide che
è tempo di lasciare spazio ai giovani: «Non ho voluto occupare il posto di altri...», commenta. Tuttavia non si ferma: continua a dare tutta sé stessa lavorando alla preparazione degli adulti, riprendendo in
mano la Bibbia per studiarla e spostandosi a piedi per andare e tornare dove c’è bisogno.
E sempre con la gioia nel cuore: «Anche se sono stanca, quando torno mi viene voglia di cantare».
Incontrata durante un breve soggiorno a Verona, suor Gianantonia
ha fretta di ripartire: troppe cose da fare l’aspettano laggiù, in Eritrea!
Ed eccola di nuovo tornare nella “sua” terra, tra la sua gente…
Un
S
altro
Santo
BREVI COMBONIANE
profili
● Italia Verona. Curiosa iniziativa intrapresa dalle missionarie comboniane residenti a Cesiolo. Le 72 sorelle anziane e ammalate, dopo una vita al servizio del Vangelo
in diversi continenti, non ne vogliono proprio sapere di rimanere inermi e staccate
dal mondo esterno. Se ora non possono più
andare verso le periferie del mondo, sarà questo, con le sue
preoccupazioni, le sue ansie e i suoi problemi, a entrare nel
loro quotidiano. Munite di volantino, di una bacheca all’entrata della comunità e di una email, così scrivono: «Per vivere questo ultimo scorcio dell’esistenza, desideriamo vivere in
pienezza la nostra missionarietà… In questo momento in cui
le forze fisiche che ci hanno permesso una vita attiva stanno
venendo meno, sentiamo ancora in noi tanta vitalità… Sappiamo di poter offrire il nostro servizio missionario attraverso la preghiera e l’offerta quotidiana della nostra sofferenza».
L’iniziativa ha suscitato interesse e sono numerose le persone
che inviano richieste di un ricordo e una preghiera. Una iniziativa che ha ravvivato anche la vita comunitaria. Ora, oltre
a vivere di cari ricordi passati, le nostre sorelle anziane e malate sono impegnate a seguire le vicende del quartiere in cui
vivono, ma sperano di poter allargare il raggio di preghiera
anche a tutta l’Italia. Le richieste possono giungere attraverso la loro email: [email protected]
● Italia Limone sul Garda.
Arrivato alla sua ottava edizione, si è celebrato dal 22 al
25 aprile nella casa natale di
Daniele Comboni il Simposio
Comboniano organizzato dal
Gruppo europeo di riflessione teologica (GERT). Capofila di
questo progetto iniziato nel 2006 è la Provincia dei missionari
comboniani d’Italia in collaborazione con le Province comboniane d’Europa. Il tema di questa edizione è stato: “Quale missione comunichiamo? Dagli Annali del Buon Pastore allo streaming di oggi” . Una trentina di comboniani e comboniane,
secolari e laici comboniani, hanno partecipato dando ognuno
un contributo nella riflessione e nella condivisione di un cammino né semplice e neppure scontato nella missione d’Europa. A coordinare l’incontro, padre Fernando Zolli.
in famiglia
e la canonizzazione dei due Papi è
stata un evento eccezionale per la
Chiesa tutta, quella di papa Giovanni
XXIII ha avuto una particolare risonanza familiare per noi, essendo una sua
nipote, suor Anna Roncalli, missionaria
comboniana. Oggi, alla bella età di novant’anni, si trova a
Bergamo, dopo aver lavorato per sessant’anni tra Eritrea
(quarant’anni), Italia e Stati Uniti.
Mentre ci congratuliamo con suor Anna per aver avuto la
gioia di poter vedere proclamato santo suo zio, chiediamo a
papa Giovanni, il Papa buono, di infondere bontà a questo
nostro mondo assetato di pace.
● Egitto Cairo. Dopo vent’anni di presenza a Embaba, una delle periferie del Cairo,
le sorelle comboniane, alcune molto anziane, lasciano la comunità. Il parroco, p. Abraham, e la parrocchia hanno voluto salutare le
sorelle in maniera solenne e festosa. Durante l’omelia sono state ringraziate soprattutto per essersi fatte “egiziane” tra gli egiziani,
per aver camminato accanto e assieme alla
gente, per lo stile sobrio della loro casa e per
aver lavorato nella semplicità e nella totale generosità. Il vescovo che presiedeva l’eucarestia ha esortato i giovani presenti a non aver paura di fare una scelta di vita sull’esempio
di queste vere donne del Vangelo.
29
teologia femminile
di CHIARA SALETTI
Allora il Signore Dio plasmò l’uomo
con polvere del suolo e soffiò
nelle sue narici un alito di vita
e l’uomo divenne un essere vivente.
S
terrafuochireport360
Terra
iamo terra, humus, adamah’, che nel linguaggio
biblico è il terriccio rosso di Canaan.
E alla terra torniamo per l’ultimo abbraccio materno.
Da sempre le civiltà hanno celebrato la potenza generativa della terra, la forza accogliente del grembo-madre che sa fare spazio, sa modellarsi intorno al seme che diviene pianta, sa coprire teneramente quanto resta...
Da sempre le civiltà conoscono i ritmi della terra, le necessità, le leggi, e le tramandano dentro l’antica sapienza contadina, che tutto ha appreso lungo le coordinate di un’intima convivenza, di una lenta, amorosa osservazione.
Come in un delicato rapporto d’amore, la terra-amante insegna l’attesa, la pazienza, l’ascolto. E scopriamo che bisogna lasciarla riposare, farla germogliare di nuovo, prestare attenzione alla gestazione, alla sua gravidanza collettiva, darle il tempo
di ricreare.
A questa cura per la gestazione risale l’antico imperativo di
Esodo: Per sei anni seminerai la tua terra e ne raccoglierai i frutti,
ma il settimo anno la lascerai riposare e rimanere incolta; i poveri
del tuo paese ne godranno e le bestie della campagna mangeranno quel che rimarrà…
Affinché anche la terra, come il popolo, lo schiavo e l’animale, godesse dello shalom sabbatico nel ciclo degli anni. Affinché
ogni vivente ricordasse che i beni sono per l’umano, in quanto
ad esso donati, ma che nessuno può su di essi vantare diritti di
proprietà. Poiché di Dio è la terra e quanto è in essa.
È madre la terra, anche nella sua capacità di istruire l’umano,
di rammentargli il suo limite, insito nella parabola esistenziale
da terra a terra, e il suo senso, inscritto nel buio del concepimento e nell’irruzione della fioritura; senso contenuto nell’imperativo di Genesi: crescete, moltiplicate. Siamo nati per dare frutto
e prendercene cura.
Di questa analogia tra noi e la terra parla Adriana Zarri (Un
eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi): «Quando d’estate innaffio l’orto mi sembra di essere terra e piante... Quando deposito il seme nella terra ampia, distesa, accogliente, ci sento dentro la vicenda dei sessi, la generazione, l’incarnazione; e la terra
– secondo antiche arcaiche splendide simbologie che abbiamo
svenduto per quattro soldi di sociologismo – è la donna, Maria,
la Chiesa, sono io in ascolto del Verbo, del seme di Dio. Quando
semino, mi sento terra, mi sento ventre: donna gravida».
30
06/2014
A ricordarci che nessun ventre è sterile, che a ciascuno è comandata la cura, la sollecitudine materna, capace di far crescere l’altro, di vedere il buono dentro cose.
Ma la terra che calpestiamo non è quella dell’Eden perduto.
Nemmeno è quella, così donna, così femminile, di cui parla la
Scrittura, che ha mestruo di latte e miele.
E la storia che abitiamo si è scordata da tempo quel rapporto
incantato con il creato, che è così fondamentale per insegnarci
a contemplare e a godere.
Dire terra, da tempo immemorabile, è rammentare la prevaricazione inarrestabile dell’uomo sull’uomo: terra da conquistare, terra rossa e sterile, imbevuta del sangue dei miseri, nel cui
nome si invocano battaglie, nel cui nome si coltiva l’odio che divide famiglie, stirpi, popoli.
Terra che avvelena gli animi, recide i legami, impedisce nuovi
concepimenti. E ora, terra di fuochi: dove a bruciare non sono
solo rifiuti, ma il nostro futuro. Terra di fuochi, che si fa grembo
per accogliere le tonnellate di monnezza velenosa, nel nome potente di Mammona. Terra di fuochi, dove ci si ammala solo a camminarci sopra; dove il frutto del cavolfiore annerisce senza fiorire,
triste allegoria della nuova sterilità. Dove germinano, splendidi, i rossi pomodori dichiarati pericolosamente cancerogeni che
stanno come un monito sull’altare di don Patriciello.
Terra di figlie e figli belli, come tutti i figli, perché abitati dalla spinta verso il futuro, dall’ansia del domani, dalla speranza
che tutto sia migliore. Come Mesia, Luca, Tonia, Francesco, Caterina, cui il futuro è stato negato dalla malattia, che qui uccide
percentualmente molto più che altrove, i cui sorrisi splendono
nella chiesa di Caivano, dove i santi e le madonne in trono sono
stati sostituiti dai loro volti.
Terra, ancora una volta, presa in mano dalle donne, dalle madri, che hanno deciso di trasformare il dolore in lotta per la vita,
che hanno voglia di vederla fiorire di nuovo, resa feconda dalla
speranza che non muore, dalla forza che viene da un sogno condiviso, dalla pace di chi sa di aver fatto quanto era giusto.
■
di ELIANNA BALDI
Credere al futuro
Carissim@,
siamo già arrivati alla fine del cammino di quest’anno.... un anno
veloce, ricco di movimento per me: da un continente all’altro, dalla
temporaneità al “per sempre”, da un ministero a un altro o, come
un amico centrafricano mi ha detto, dalle follie giovanili al prendersi cura della Congregazione.
Provo a pensare a te, a questo cammino a cui sei approdato perché ti sei messo in ricerca di qualcosa che ti mancava. Sicuramente
la promessa iniziale di incontri che trasformano è stata mantenuta con abbondante generosità: immagino l’emozione e l’entusiasmo di essere immersi in un mondo di grandi ideali, grandi valori,
grandi obiettivi; la gioia di condividere la ricerca e la scoperta con
un gruppo di amici che, poco a poco, diventa comunità di fratelli e
sorelle; la consapevolezza dei propri limiti e contraddizioni, della
debolezza che diventa luogo fertile per i semi del Regno.
Sicuramente in questi mesi di parole ascoltate e condivise ce n’è
una che emerge con più insistenza e forza nel tuo cuore e nella tua
vita: aggrappati a essa, prenditene cura, proteggila, siile fedele!
Certo, è una parola che ti domanda un cambiamento personale,
un impegno radicale, ma mentre ti chiede, ti sta donando un orizzonte certo che sostiene il cammino che inizia ora.
Anche qui a Bangui, secondo un uomo di grande spiritualità e
saggezza, impegnato nella transizione politica, siamo alla fine di un
cammino e all’inizio di un altro. Con fermezza ci ha detto che stiamo
uscendo da questo tunnel di morte e violenza, che il peggio è passato, e che è ora il momento di guardare al futuro da costruire.
Due mesi fa qualcuno voleva chiudere la nostra scuola, e invece oggi tutti gli studenti sono in classe: abbiamo concluso il primo
trimestre e stiamo trasformando l’esperienza
con i bambini sfollati in
opportunità formativa,
riflessione professionale, creatività pedagogica. Questo è un segno
chiaro della vita che rinasce.
Come tenere insieme
questo invito ad avere
fiducia nel futuro, con
le notizie del giovane
prete ucciso a Paoua,
del vescovo sequestrato con tre dei suoi preti,
poi liberati grazie alla
mobilitazione tempestiva dei Grandi, dell’arresto di un religioso di
Caritas perché si era scambiato il progetto di sostegno agli agricoltori con una tattica di riarmo della gente, dei villaggi attaccati e bruciati al Nord, degli scontri sanguinosi al centro, delle uccisioni che
continuano in qualche quartiere di Bangui, delle decine di migliaia
di sfollati che vivono nei campi profughi, impantanati fino alle midolla ogni volta che piove, con la stagione delle piogge alle porte?
Come tenere insieme queste due realtà? A quale credere?
La cruda razionalità occidentale non ci aiuta. È la vita dei poveri e dei semplici che indica la strada.
È ancora vivo il ricordo delle quattro ore di danze e canti della
messa di Pasqua, con più di un’ora di processione di offerte: la gioia
e la generosità della gente in una situazione di precarietà e povertà. Una fede che sostiene il quotidiano e che viene celebrata con il
corpo e l’anima per dire che è tutto l’uomo, è tutta la donna, è tutta la vita che è unita al Creatore, il Salvatore, il Dio dell’Impossibile, il Signore della Storia.
Porto ancora stampato nel mio cuore il luccichio degli occhi e il
sorriso di M.J., che era benestante e ora ha perso tutto, che vive ancora con la sua famiglia in un Centro sfollati, che ha ricominciato a
lavorare e che, dopo aver preso il primo salario, ha voluto pagarmi
l’autobus e regalarmi una ricarica per il telefono. Quel pomeriggio
volevo piangere di commozione: la gioia di poter donare gratuitamente, di poter sentire la propria dignità riaffermata nel semplice
gesto di donare. Che lezioni di vita!
La Parola che questi mesi di cammino mi stanno donando è
“credere al futuro”. Mi
chiede di giocare energie fisiche e spirituali importanti, di avere
pazienza, ma mi offre
il sostegno di una fede
integrale condivisa e
celebrata, e l’esempio
del cammino di dignità dei poveri di Yahvé.
E qual è la parola
che è stata donata a
te? La vita e i frutti di
questa parola unica dipendono da te. È adesso che inizia la parte più importante del
cammino. Non perderne la bellezza!
■
31
diario di una maestra
di BARBARA BERTOLETTI
Gestire i conflitti
N
fanno fatica a concentrarsi e litigano spesso perché non vogliono condividere nulla» (insegnante di scuola infanzia).
Questi interventi ci aiutano a inquadrare il problema dell’aggressività nell’ottica dell’educatore, da un lato come problema di
gestione del comportamento del bambino, dall’altro come complesso e delicato argomento di confronto con le famiglie.
Il termine “aggressività” nelle parole di questi insegnanti rimanda a un tacito ma condiviso profilo di bambino: dispettoso, capriccioso, turbolento, incapace di concentrarsi e irritabile.
L’immagine è ovviamente quella di un bimbo in difficoltà, vissuto dagli adulti nei termini di necessità di gestione e di contenimento.
Nella scuola, oltre a un’azione di contenimento, lo scopo è
quello di aiutare i bambini a scoprire differenti modalità di relazione in grado di far loro percepire il gusto e il piacere di fare insieme ai propri coetanei esperienze costruttive e gratificanti.
Per l’educatore quindi si tratta di trovare interventi che sollecitino nel bambino modalità alternative a quelle aggressive.
Attribuire a un bambino un comportamento aggressivo è comunque un’operazione complessa: il limite tra gioco e litigio è
spesso poco netto, la lettura delle azioni viene condizionata dal
proprio vissuto e dal grado di tolleranza personale.
D’altro canto anche la comunicazione con le famiglie in tal
senso risulta molto complessa. Da un lato poiché i colloqui con i
genitori sono momenti da gestire con grande cura ed attenzione,
dall’altro perché ci si rende conto che parlare
di aggressività è solo una parte del problema, si vanno a toccare le abitudini di relazione all’interno delle famiglie o ci si confronta
tra adulti riguardo alle convinzioni su ruoli
e dinamiche sociali. Le modalità di comunicazione rappresentano l’aspetto sul quale
un insegnante può intervenire con strategie
professionali sempre più accurate.
Una posizione costruttiva rispetto al problema in questione potrebbe essere ritrovata nella convinzione che il conflitto è una
delle modalità di relazione con gli altri, fa
parte di un processo di acquisizione della
competenza sociale da parte dei bambini.
Educare alla socialità non significa negare
un conflitto, ma aiutare i bambini a risolvere
i conflitti in modo non aggressivo. Il superamento delle modalità aggressive fa parte di
un progetto educativo che diventa un progetto di vita.
ilfaroonline.it
umerosi e regolari sono diventati oramai i momenti di contatto istituzionale tra diversi ordini di scuola, in nome di una
continuità che dovrebbe accompagnare i bambini attraverso il
cammino scolastico. Alla fine di un anno questi incontri hanno lo scopo di portare a conoscersi reciprocamente insegnanti, educatori, bambini. Un problema trasversale nel passaggio
di informazioni, e più in generale come vissuto comune in ogni
ordine e grado, riguarda la difficoltà di fronte ai comportamenti aggressivi di alcuni di questi minori.
Grazie alla collaborazione con alcune educatrici del nido e insegnanti di scuola per l’infanzia, ho potuto approfondire tematiche, ragioni e soluzioni rispetto a questo problema, che appare,
a insegnanti e genitori, sempre più difficile da affrontare.
È importante riportare alcune preoccupazioni che risultano
presenti nei vari ordini scolastici, ma che difficilmente si riesce
ad approcciare attraverso una metodologia condivisa e coerente. «In questi ultimi anni mi ritrovo spesso in classe bambini turbolenti e molto capricciosi: si arrabbiano per nulla e diventa difficile tenerli» (insegnante di scuola primaria). «L’aggressività è
un problema grosso con le famiglie: è difficile far accettare al
genitore il fatto che il suo bambino litiga sempre con gli altri. Il
genitore a volte mostra di non crederci in quanto non ne trova
conferma a casa, altre volte sa che è vero ma trova tante ragioni
per difenderlo» (educatrice nido). «Per il fatto che a casa i bambini hanno qualunque tipo di gioco, quando arrivano a scuola
■
32
06/2014
d
di JESSICA CUGINI
Una donna, un’isola
«... S
e questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca,
come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza».
Difficile non ricordare la lettera che Giusi Nicolini, sindaca di
Lampedusa, scrisse all’Europa nel novembre del 2012. La sindaca e l’isola da tempo appaiono come un tutt’uno. Arduo dividere
la simbiosi del pensiero di chiunque: Giusi Nicolini è Lampedusa. Lampedusa è Giusi Nicolini. Un’unione che ben conosce chi
in un’isola nasce, forgiato dalla salsedine e dall’isolamento, dalle
correnti dei mari e dei venti, dalla continua dipendenza dalla terraferma, dal continente. Soprattutto quando manca un ospedale; si è privi di un bene, l’acqua, che diventa oro, per importanza
e costi; quando si sopravvive di mare e lavori stagionali.
Se poi l’isola è Lampedusa, la vita è inevitabilmente segnata
dalle vite degli altri, che non sono solo coloro che la scelgono
per la balneazione, ma coloro che approdano in cerca di un futuro differente, quelli che non puoi non salvare dal mare, perché
legge antica di chi nasce in un’isola afferma che niente e nessuno si lascia in balìa delle onde.
«Chi si meraviglia di come i lampedusani comprendano i migranti non sa che nascere e vivere a Lampedusa, qui al centro
del Mediterraneo, ti forgia un’idea differente delle radici e del
movimento… L’isola, soprattutto se è così lontana, ti fa vedere
il mondo da una prospettiva diversa, ti costringe alla fatica del
viaggio e del distacco per bisogni vitali… Il destino di migranti
– migranti della salute, dello studio – ci ha toccati da sempre».
Giusi Nicolini è voce di Lampedusa e di chi arriva dal mare.
Voce di denuncia ancor prima di diventare sindaca. Quando c’era
da combattere per salvare dalla speculazione edilizia l’Isola dei
Conigli, oggi riconosciuta come la spiaggia più bella del mondo. Arenile dove le tartarughe marine depongono le uova, battigia dove Giusi avrebbe voluto portare i bambini rinchiusi dentro l’ex base Loran, perché a nessun minore dev’essere vietata
una passeggiata in riva al mare, perché nessuna ragione di sicurezza può riguardare un bimbo la cui unica “colpa” è essere figlio di genitori non italiani.
Giusi, voce di denuncia e di sogni da realizzare. Sogni lampedusani e migranti. Dove la Loran si trasforma in «Centro dei giovani del Mediterraneo, per fare stages formativi, per studiare il
mare, la natura, il clima, la desertificazione, l’immigrazione, per
incontrare i lampedusani, per fare campi di volontariato. Per studiare e per incontrarsi». Sogni dove i locali riscoprano il valore
ambientale e diventino guide naturalistiche capaci di far innamorare i turisti del loro territorio. Dove i giovani tunisini, somali,
eritrei possano conoscere i greci, spagnoli, turchi, affinché Lampedusa diventi luogo di incontro tra terre differenti, tra culture
libere di incontrarsi. Dove chi approda possa avere una proposta di tirocinio per imparare un mestiere mentre è in attesa che
gli venga riconosciuto il proprio status. Dove i bimbi abbiano,
dopo la traversata che ha messo a rischio la loro vita, un kit di
accoglienza pensato per loro, perché si sentano accolti e protetti. Dove il legno dei barconi dei migranti sia dissequestrato e
trasformato, grazie alle mani sapienti di artigiani lampedusani
e migranti, in oggetti che possano vivere una vita nuova, mentre raccontano quella che non si può dimenticare.
Giusi, voce di denuncia e di sogni, di Lampedusa e di migranti. Che se non può essere quella voce in Europa, rifiuta la candidatura alle elezioni di maggio. Perché la geografia è importante. Perché nascere al di qua o al di là del mare fa la differenza,
segna l’esistenza. E chi è nato in un’isola la sofferenza della “migritudine” la succhia dal latte materno, se la porta nel dna, la riconosce nel viso di chi arriva, la sente propria. Così, quando nasci a Lampedusa, «la tua casa è l’isola. Non chiudi mai la porta
■
della tua casa».
Per saperne di più:
Giusi Nicolini con Marta Bellingeri
Lampedusa. Conversazioni su isole,
politica, migranti
Edizioni Gruppo Abele – 2013
pp.143 – 10 euro
33
culturalmente
a cura di JESSICA CUGINI
Il libro e il film del mese
di FERNANDA DI MONTE
Adriana Valerio
LE RIBELLI DI DIO
Donne e Bibbia tra mito e storia
Feltrinelli – 2014 – pp. 176 – € 19,00
La parola di Dio è rivolta anche alle donne? Come liberare la Bibbia dalle
categorie patriarcali e riconsegnare loro la dignità e la radice salvifica del
proprio essere al mondo? Sono gli interrogativi che guidano Adriana Valerio, il cui intento è far emergere dalla storia e dall’esegesi biblica quelle
donne che «parallelamente ad una tradizione maschile» hanno elaborato teologicamente modi diversi di interpretare le Sacre Scritture, di fare
esperienza del trascendente, di ricercare itinerari propri di fede. Perché
anche se tutto inizia a fine Ottocento tra i protestanti, con la Woman’s Bible
di Elisabeth Cady Stanton, suffragista americana, è solo negli ultimi decenni che si sviluppa in ambito teologico un lavoro interpretativo attento alle tematiche “di genere”.
Guardato con sospetto dall’esegesi tradizionale delle Chiese, talvolta censurato, a volte ignorato, questo tipo di studi ha camminato in prevalenza sulle gambe delle donne. Valerio rivela il vero volto delle donne della
Bibbia. Significa «non parlare più di “patriarchi” di Israele ma di “genitori”,
come l’originale termine ebraico abot indica, evidenziando anche il ruolo esercitato dalle “matriarche” come Sara, Rebecca, Rachele, nel piano di
Dio». Vuol dire scoprire che «Il ministero più alto nella Bibbia ebraica non
era il sacerdozio ma la profezia, che non si tramanda, ma viene data direttamente da Dio: e dopo Mosè la profezia passa a una donna, Debora,
non a Samuele né a Elia». Valerio fa emergere i punti di rottura tra il comportamento di Gesù e la tradizione: «Alcuni tabù di tipo religioso, come
il considerare impure le donne durante il ciclo mestruale, con Cristo non
hanno più valore, come conferma l’episodio della donna “sanguinante”
che lo avvicina e lo tocca; alcuni particolari peccati non sono più associati
con un determinato sesso, soprattutto i peccati sessuali, come mostrano
gli episodi della samaritana o quello dell’adultera; Gesù che si presenta
come “colui che serve” cambia l’idea del potere e dell’uomo; in alcuni momenti della predicazione in vista del Regno tutte le forme di possesso –
legami familiari, proprietari – sono eliminate o sospese…».
da vedere...
Pierfrancesco Diliberto
LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE
01 Distribution – Italia – 2013
Per la prima volta un film che contiene nel titolo la parola “mafia”. Una parola che, per molto tempo non si osava pronunciare, almeno in Sicilia. Con La Mafia uccide solo
d’estate il regista Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, riesce, attraverso il
sorriso e il divertimento, a parlare di questa realtà attraverso gli occhi di
un bambino, Arturo, nato e cresciuto a Palermo, che s’innamora di una
compagna di scuola Flora, un amore per la vita. Ma come fare a conquistarla? Vedendo spesso Andreotti alla tivù e sui giornali, Arturo pensa di
chiedere aiuto proprio a lui. Due passioni accompagneranno Arturo: Andreotti e il giornalismo. Nel film assistiamo alla sua crescita e ai tentativi
per conquistare Flora. La sua vita s’intreccerà con le vicende della mafia
palermitana e l’incontro con personaggi della storia italiana quali Carlo
Alberto Dalla Chiesa, il giudice Rocco Chinnici, il commissario Boris Giuliano, servitori dello Stato, vittime della mafia.
La bravura del regista si esprime in profondità ma con un senso di leggerezza che porta spesso, nello scorrere del film, a sorridere. Riesce a condurre lo spettatore nei cambiamenti della gente: dall’omertà, che giustifica la
mafia con tutti i suoi assassini, alla ribellione dei cittadini che reagiscono
con emozione e partecipano al funerale del generale Dalla Chiesa. Alla reazione forte e urlata di «Via la mafia dallo Stato», dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino. La mafia uccide solo d’estate è un film delicato, forte e
drammatico, che fa riflettere, perché racconta la nostra storia.
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06/2014
Umberto Di Maria
IL GAMBERO EQUO
Altreconomia – 2014 – pp. 158 – € 10,00
Il gambero equo è una guida ai “locali con l’anima”. In
questo piccolo libretto si trovano oltre 200 realtà tra
ristoranti, osterie, circoli, trattorie, caffè, bistrot e chioschi che hanno
scelto di servire ai propri clienti i prodotti bio di orti a “km zero”, quelli, per intenderci, della cosiddetta filiera corta. Prodotti che si sposano con il commercio equo e solidale, la scelta vegetariana e vegana,
ai quali si aggiunge un ingrediente in più: a volte è la dignità del lavoro delle persone disabili che vi sono occupate, altre il rispetto per
l’ambiente, altre ancora l’uso delle energie rinnovabili e la riscoperta dei valori che arrivano dalle tradizioni locali e dai sapori delle pietanze che ricordano quelli delle cucine casalinghe di una volta. Il tutto “condito” con una particolare cura dei rapporti personali. Questo
è ciò che trovate in una guida insolita, che mostra come il gambero
può essere rosso, sì, ma anche equo!
Maria Teresa Milano, Giorgio Sommacal, Claudio Vercelli
COME (NON) SI DIVENTA RAZZISTI?
A cura di Raffaele Mantegazza
Edizioni Sonda – 2013 – pp. 126 – € 12,00
È ricco di suggestioni e spunti, questo libro. Parte
dal presupposto che essere razzisti è più facile che
non esserlo, perché avere sempre e comunque un
capro espiatorio serve a semplificarsi la vita. E, nel
mostrare come sia una questione culturale, punta
dritto all’essenza di tutto: l’educazione. Perché il razzismo è una questione di sguardi sbagliati, di impostazione di sguardo quando mi rivolgo a chi ho davanti. E allora ecco un racconto di
fantascienza in cui i Trugan (popolo inventato) vengono a schiavizzare la Terra, un lessico ragionato che si accompagna a una piccola antologia del pensiero antirazzista, e un test per scoprire la propria “impronta xenofoba” per poi ridurla. Un libro destinato agli adolescenti,
che non manca di offrire tanti spunti a chi ha il compito di educare e
deve per primo mettersi in discussione.
L e comunità E mmaus di V illafranca e A selogna
dal 3 al 31 Agosto 2014
organizzano un
CAMPO DI LAVORO INTERNAZIONALE
ad Aselogna di Cerea (Verona)
Per maggiori informazionioni visita il sito:
www.emmausvillafranca.org/aselognacamp
scrivi a: [email protected]
telefona: 320 0418750 - 045 6337069
Le comunità Emmaus, fondate dall’Abbé Pierre
nel 1949 in Francia, sono luoghi di accoglienza,
condivisione di vita e di lavoro per non sentirsi
degli assistiti, per servire gli ultimi, per diventare
attori di una nuova società…
Sta a noi fare il mondo che vogliamo
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