Storie in corso
Workshop nazionale dottorandi in Storia contemporanea
Napoli, 23-24 febbraio 2006
Tra territorialità e mobilitazione nazionale
Lo scontro tra avversari politici nella città di Roma (1969 – 1980)
Premessa
Il 7 gennaio 1978 un commando terroristico aprì il fuoco contro un gruppo di persone che
sostava di fronte alla sezione del Movimento Sociale di via Acca Larentia, una piccola strada
pedonale, laterale alla grande arteria di via Tuscolana nella città di Roma. Nell’agguato persero la
vita due giovani, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Poche ore più tardi, la presenza dei
carabinieri di fronte ad una piccola folla inferocita si tradusse in una concitata sparatoria nella
quale perse la vita un altro giovane, Stefano Recchioni1.
L’episodio, destinato ad imprimersi nella memoria collettiva della destra radicale, al punto di
rappresentare un momento fondante dell’identità stessa di alcuni settori, specialmente quelli
giovanili2, non fu un caso isolato. Pochi giorni prima, infatti, il 28 dicembre 1977, Angelo
Pistolesi, collaboratore del deputato missino Sandro Saccucci, partecipe dei disordini di Sezze
Romano, in provincia di Latina, che portarono alla morte, il 29 maggio 1976, del militante della
Fgci Luigi De Rosa, fu ucciso sotto la sua abitazione nel quartiere Portuense, alla periferia di
Roma3.
1
Cfr. A. Baldoni, S. Provvisionato, La notte più lunga della Repubblica, sinistra e destra, ideologie, estremismi,
lotta armata, (1968 – 1989), Sesarcangeli, Roma 1989, pp. 241 – 242.
2
Ne costituiscono esempio le testimonianze contenute nelle inchieste di G. Bianconi, A mano armata, Vita violenta
di Giusva Fioravanti, Baldini&Castoldi, Milano 2002, G. Cingolani, La destra in armi, Neofascisti italiani tra
ribellismo ed eversione (1977 – 1982), Editori Riuniti, Roma 1996 e P. Corsini, Storia di Valerio Fioravanti e
Francesca Mambro, Pironti, Roma 1999.
3
Cfr. Camera dei deputati, Commissione Moro, vol. XII, Mappa per regioni del fenomeno terroristico: Lazio, p.
117.
Il ciclo di azioni e ritorsioni era emerso con particolare chiarezza in città già qualche mese
prima, in particolar modo nel settembre 1977 quando in più occasioni estremisti di destra
avevano sparato contro militanti di sinistra o persone ritenute tali. Alla fine del mese si contavano
tre feriti gravi ed una vittima, Walter Rossi, militante di Lotta continua, ucciso da alcuni
neofascisti che, dopo essersi riparati dietro un furgone della Polizia, aprirono il fuoco contro un
gruppo di dimostranti che protestava per le aggressioni dei giorni precedenti4.
Il clima politico della città, in sintonia con le tensioni che attraversavano allora il Paese,
segnato dai violenti scontri di piazza che proprio a Roma, nel maggio 1977, erano costati la vita
alla studentessa Giorgiana Masi, andò sempre più esasperandosi. Il giorno dopo l’assassinio di
Walter Rossi, infatti, mentre diversi cortei attraversavano le strade della capitale, numerose
sezioni del Movimento Sociale vennero assalite o colpite da attentati incendiari. Episodi analoghi
si verificarono in diverse città italiane. A Torino un gruppo di manifestanti si scagliò contro un
bar ritenuto luogo di ritrovo dei giovani di destra, lanciando bottiglie molotov al suo interno e
provocando la morte di un cliente, Roberto Crescenzio, intrappolato dalle fiamme5. Le violenze
continuarono nei giorni seguenti e culminarono il 3 ottobre in occasione, a Roma, della grande
manifestazione che accompagnò i funerali di Walter Rossi, nel corso della quale, nuovamente,
furono assalite o date alle fiamme alcune sezioni del Movimento Sociale6.
Approcci interpretativi e riferimenti bibliografici
Le letture che i contemporanei fecero di questi avvenimenti, o di fatti analoghi anteriori o
posteriori agli episodi qui narrati, furono le più disparate, ma spesso convergenti nel rilevare la
diffusione capillare di una violenza irrefrenabile e inevitabile nel suo manifestarsi. La
radicalizzazione degli anni Settanta, ben rappresentata dalle diverse componenti del movimento
4
Il 27 settembre un gruppo di ragazzi di sinistra fu oggetto di colpi di arma da fuoco nel quartiere Eur. Il 29 attivisti
neofascisti spararono contro dei giovani che sostavano davanti ad una casa occupata nel quartiere Trionfale, ferendo
gravemente Elena Pacinelli, la quale morì poco tempo dopo essendo afflitta da una precedente malattia che si
aggravò a causa dalla ferita subita. Cfr. le cronache di «Paese Sera», «Il Messaggero» e il «Tempo» dei giorni 28 –
29 – 30/09/1977 e i quotidiani «l’Unità» e «Il Corriere della Sera» del 1/10/1977.
5
Cfr. «Il Corriere della Sera», «La Stampa», «l’Unità», «Paese Sera», «Il Messaggero», «Lotta continua» del
2/10/1977 e M. Galleni, a cura di, Rapporto sul terrorismo, Le stragi, gli agguati, le sigle, 1969 – 1980, Rizzoli,
Milano 1981, p. 306.
6
Cfr. «Il Corriere della Sera», «La Stampa», «l’Unità», «Paese Sera», «Il Messaggero», «Lotta continua», «Il Secolo
d’Italia» del 4/10/1977.
2
del ’777, sembrò essere la risposta che una parte della società aveva cercato di dare alle
trasformazioni allora in atto, sullo sfondo di una grave crisi economica. Lo scontro tra avversari
politici si confermò, allora, come una componente importante di questa radicalizzazione e rimase
uno dei tratti distintivi della conflittualità emersa in Italia con le lotte politiche e sociali del
biennio 1968 – 1969. Emergeva in quei giorni la consapevolezza di una scollatura tra la società
civile e una sua parte che in essa non si riconosceva più. La violenza tra gruppi di destra e sinistra
- e tra questi e lo Stato - tese a codificarsi in logiche sempre più compartimentate che ricalcavano
le dinamiche dei gruppi terroristici maggiori, mentre la componente più radicale dei movimenti
andò ingrossando, sulla spinta del riflusso della partecipazione collettiva, le fila del terrorismo
diffuso.
L’autorappresentazione stessa di alcuni segmenti del movimento riproduceva la mentalità e le
logiche imposte da un conflitto vero e proprio. Così in un’inchiesta sulla violenza politica
condotta all’interno del movimento romano, un compagno di Walter Rossi interpretava in questo
modo il susseguirsi di azioni e ritorsioni allora in atto tra gruppi di destra e militanti di sinistra:
La rappresaglia ha un senso quando non ti puoi permettere nient’altro. […] E la punizione può venire
solo dalla sinistra rivoluzionaria, da azioni che saranno sanguinose quanto ti pare, che magari staranno
nella stessa logica, che per me è la logica della guerra, in un certo senso di uno scontro ormai aperto,
della eleminazione fisica, della paura e del terrore. Possiamo fare tutti i discorsi che vuoi su quanto sia
sbagliato, però in una situazione in cui uno decide che non vuole nascondersi, ma continuare a vivere,
lo può fare solo per mezzo di un ricatto anche pesante, cioè se colpiscono un compagno, ce ne sono
cinque dei loro a terra: questo in certi casi, è l’unico modo che ti garantisce di passeggiare incolume per
strada8.
Il dispiegarsi di tanta violenza appariva ad alcuni difficilmente comprensibile in un paese dove
ai cittadini era formalmente riconosciuto il diritto di esprimere il loro dissenso, di organizzarsi
per difendere i propri interessi, di partecipare alle decisioni riguardanti la collettività9. Agli
occhi di alcuni osservatori, infatti, sembrò non esserci un termine di paragone, sia nello spazio
che nel tempo, né tanto meno nel recente passato, con cui misurare la complessità dei fenomeni
7
Per un’analisi delle diverse componenti cfr. Millenovecentosettantasette, Manifestolibri, Roma 1997.
8
Cfr. M. Lombardo – Radice, M. Sinibaldi,, a cura di, «C’è un clima di guerra…», Intervista sul terrorismo diffuso,
in L. Manconi, a cura di, La violenza e la politica, «Quaderni di Ombre Rosse», n. 2, Savelli, Roma 1979, pp. 127 –
128.
9
Cfr. D. Della Porta, Il terrorismo di sinistra, Il Mulino, Bologna 1990, p. 20.
3
in corso. Alberto Ronchey, editorialista del «Corriere della Sera», così descriveva la rotta
intrapresa da una parte, pur minoritaria, della società italiana:
In Italia, non solo esplodono bombe nelle piazze e sui treni, ma stati d’animo simili a quelli che nel
Sud America, al sabato sera, il sottoproletariato delle periferie urbane manifesta con la semplice
confessione: tengo gana de matar, ho voglia di uccidere. L’Italia non è il Sud America, eppure esprime
tensioni analoghe. Simili sono le «squadre della morte» che uccidono a sangue freddo giudici e
poliziotti. Persino quando non prevale l’impulso alle armi proprie e improprie, c’è voglia di sopprimere
con le parole10.
In realtà le origini di quella violenza sono rintracciabili non solo nelle vicende della storia
nazionale, ma si inseriscono tra le principali tendenze della storia contemporanea mondiale, che
vedono il Novecento come età degli estremi o come il secolo delle ideologie11. Definizioni nate
all’interno di differenti orientamenti storiografici che hanno sottolineato, però, la radicalizzazione
e la trasversalità del conflitto politico nella storia del secolo scorso e che forniscono, in parte, il
quadro di riferimento in cui inserire lo scontro tra avversari politici nell’Italia degli anni Settanta.
Tuttavia, un complesso sistema di sovrapposizioni, tra memoria collettiva ed uso pubblico della
storia – qui inteso come strumento esplicito di lotta politica12 - tra inchieste giornalistiche ed
indagini giudiziarie, ha contribuito a restituire l’immagine di questo scontro come l’espressione
di una violenza cieca di una minoranza della società italiana, individuata in particolar modo nella
sua componente giovanile. Una violenza che avrebbe riguardato, principalmente, i gruppi nati al
di fuori o ai margini dei partiti politici ufficiali.
Il contributo delle scienze sociali nello studio dell’azione collettiva ha evidenziato, però,
proprio a partire dagli anni Settanta, importanti prospettive di ricerca che vanno in tutt’altra
direzione13. I movimenti collettivi, infatti, vengono definti nell’indagine sociologica come
organizzazioni razionali e reticolari, basate, cioè, su legami multipli… che costuiscono delle reti
dai confini indefiniti14. Ne consegue che un movimento sociale non deve essere considerato come
10
Cfr. A. Ronchey, Accadde in Italia 1968/1977, Garzanti, Milano 1977, pp. 92 – 93.
11
E. J. Hobbsbawn, Il secolo breve, 1914 – 1991, L’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1998 e K. D. Bracher,
Il Novecento, Secolo delle ideologie, Laterza, Roma 2001.
12
Cfr. V. Vidotto, Guido alla storia contemporanea, Laterza, Bari 2004, p. 16 e l’intervento di P. Bevilacqua, Storia
della politica e uso politico della storia, Meridiana, n. 3, Roma 1988, pp. 169 – 170. Più in generale, vedi N.
Gallerano, a cura di, L’uso pubblico della storia, Angeli, Milano 1995.
13
Cfr. J. D. Mc Carthy, N. Mayer, Resource mobilization and social movements, A partial theory, in «American
Journal of Sociology», LXXXII, 1977.
14
D. Della Porta, Movimenti collettivi e sistema politico in Italia, 1960 – 1995, Laterza, Roma – Bari 1996, p. 9.
4
isolato dalla moltitudine degli altri movimenti coesistenti nello spazio e nel tempo15. Gli equilibri
all’interno di un sistema politico possono essere influenzati, allora, anche dalla mutevole
configurazione dei rapporti di potere tra gli attori che appoggiano e quelli che osteggiano un
movimento e che spesso si configurano come soggetti politici non istituzionali16. Movimenti e
contromovimenti, dunque, si influenzano reciprocamente, contribuendo alla definizione degli
orientamenti ideologici e delle relazioni politiche di un sistema. Come è stato notato, proprio
negli anni Settanta, in Italia, le interazioni tra movimenti e contromovimenti possono essere
descritte come battaglie, in cui l’obiettivo principale era la distruzione dell’avversario, con poca
attenzione ai costi…17.
La scontro tra gruppi di destra e di sinistra negli anni Settanta, dunque, si inserirebbe in un
sistema complesso di interazione tra le istituzioni, i partiti politici, i movimenti sociali e i loro
oppositori. Un contesto dove emergono, tra l’altro, con tutta la loro problematicità, i rapporti tra
la politica internazionale e quella interna negli anni della guerra fredda18.
In ambito storiografico, un tentativo di interpretazione della storia dell’Italia repubblicana in
questa direzione viene offerto dalla formula «doppia lealtà e doppio Stato» che descrive i termini,
inscindibili e coercitivi, di una duplice appartenenza al proprio paese e ad uno schieramento
politico dove […] l’elemento di emergenza e di approntamento militare… si specifica
ulteriormente nella priorità e nella visibilità di una scelta politico – strategica; nell’attenuazione
della distinzione tra interno ed esterno in quanto entrambi gli elementi si ridefiniscono a partire
dalla doppia lealtà; in definitiva in una problematizzazione della stessa identità nazionale19.
Una prerogativa sistemica, dunque, che spiega in parte il confluire del conflitto sociale in una
logica politica compartimentata che non permetteva allontanamenti o deviazioni da una scelta
strategica ben definita. E che a sua volta metteva in discussione non solo i termini dell’unità
antifascista sancita nella Costituzione del 1946, ma che forniva alle forze di destra che l’avevano
rifiutata un elemento in più di contrapposizione20.
15
Ivi., p. 7.
16
Ivi, pp. 13 – 14.
17
Ibid., p. 20.
18
Per un approfondimento di questa tematica vedi E. Di Nolfo, Sistema internazionale e sistema politico italiano,
Interazione e compatibilità, in L. Graziano, S. Tarrow, a cura di, La crisi italiana, Einaudi, Torino 1979.
19
Cfr. F. De Felice, Doppia lealtà e doppio Stato, in «Studi storici», XXX, n. 3, 1989, pp. 506 – 507.
20
Per una sintesi generale della storia della destra nel dopoguerra cfr. R. Chiarini, Destra italiana, Dall’Unità
d’Italia ad Alleanza Nazionale, Marsilio, Venezia 1995 e A. Baldoni, La destra in Italia, 1945 – 1969, Editoriale
Pantheon, Roma 2000.
5
La definizione e la collocazione dell’identità antifascista rappresentò, allora, un elemento di
conflitto che emerse in momenti di particolare crisi della storia repubblicana. Si esprimeva, in
questo modo, il reciproco timore degli schieramenti politici di un ritorno ad opzioni dittatoriali se
non addirittura totalitarie. Una tensione ben rintracciabile nel susseguirsi di narrazioni ed
interpretazioni della vicenda resistenziale e di rescrizione del paradigma «antifascista»21.
La difficoltà di inserire lo scontro tra avversari politici in una narrazione storica complessiva
dell’Italia degli anni Settanta riflette, inoltre, l’assenza di una sintesi che problematizzi,
perlomeno, il nesso tra le componenti di una destra protagonista della strategia della tensione,
interlocutrice privilegiata dei servizi segreti italiani e atlantici, responsabile di sanguinosi attentati
terroristici22, con la presenza di una destra che, invece, nell’opinione pubblica italiana… è stata
ben viva, palesamente negli anni cinquanta, in forma più tortuosa e carsica in seguito, persino
nel decennio tra fine anni sessanta e fine anni settanta che vide la grande radicalizzazione a
sinistra23. Una compagine politica, dunque, che non rientra, a pieno titolo, nel canone
interpretativo della «doppia lealtà e del doppio Stato».
La definizione di «guerra civile a bassa intensità», utilizzata, in particolar modo, fuori
dall’ambito scientifico, pur rappresentando un’ipotesi suggestiva, non sembra, però, rispondere
alla complessità delle problematiche finora emerse, poiché tende a risaltare i momenti di conflitto
tra le forze politiche ponendoli, contemporaneamente, sullo stesso piano di quelli potenziali24.
Occorre, infatti, distinguere la guerra civile dal cumulo di tutte le altre manifestazioni di violenza
interna25, mettendone a fuoco le spesso fuggenti gradazioni intermedie26. In un ambito più
specificatamente storiografico, invece, il termine «guerra civile strisciante» è stato impiegato per
descrivere le sfasature, emerse nel dopoguerra, tra una Costituzione avanzata e la restaurazione
21
Su questo tema cfr. F. Focardi, La guerra della memoria, La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 ad
oggi, Laterza, Roma - Bari 2005.
22
Cfr. F. Ferraresi, Minacce alla democrazia, La destra radicale e la strategia della tensione in Italia nel
dopoguerra (1945 – 1984), Feltrinelli, Milano 1995.
23
Cfr. S. Lupo, Partito e antipartito, Una storia politica della prima Repubblica (1946 – 78), Donzelli, Roma 2004,
p. 7.
24
Ne costituiscono esempio alcune interpretazioni emerse dalla lettura della documentazione emersa nei lavori della
Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi. Su questo tema vedi G. Fasanella, G. Pellegrino, C. Sestieri,
Segreto di Stato, La verità da Gladio al caso Moro, Einaudi, Torino 2000 e G. Fasanella, G. Pellegrino, La guerra
civile, Rizzoli, Milano 2005.
25
Cfr. G. Ranzato, a cura di, Guerre fraticide, Le guerre civili in età contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino
1994, p. XXXIV.
26
R. Schnur, Rivoluzione e guerra civile, Giuffrè, Milano 1986, p. 147.
6
dei vecchi ceti dirigenti e di equilibri sociali intaccati negli anni della Resistenza27. Una
ricostruzione, dunque, che riprende il giudizio gramsciano sul “sovversivismo delle classi
dirigenti” e che trova una radicalizzazione nelle interpretazioni che hanno evidenziato i nessi,
nella storia dell’Italia repubblicana, tra la guerra civile e le lotte di classe dei decenni successivi.
Una sintesi che propone il movimento operaio di ispirazione socialista come la figura del nemico
interno attorno alla quale si sarebbe svolta una dura contrapposizione28.
La tematica del “nemico interno” costituisce, in questo senso, un’ulteriore prospettiva di analisi
e di comparazione. Il suo utilizzo, infatti, consente una dilatazione cronologica di più ampio
respiro attraverso la quale inserire il problema della violenza politica nella storia dell’Italia unita.
Un suggerimento che implicitamente ci viene dagli studi che hanno descritto gli elementi di
continuità, nello Stato e nelle istituzioni, nel passaggio dal regime fascista alla Repubblica29. Una
transizione misurata su di una scala temporale più estesa e che ha permesso, ad esempio, di
inserire la complessità delle problematiche emerse nel secondo dopoguerra nel contesto di una
lunga liberazione30. Una fase di gestazione, dunque, nella quale si consolidarono i legami tra
l’esperienza militare, politica, esistenziale di Salò e il successivo sviluppo organizzativo,
ideologico, culturale del neofascismo italiano31. Mentre in alcune aree del paese i vecchi conflitti
risalenti all’offensiva dello squadrismo agrario del 1921 – 1922 sfociavano in drammatici
epiloghi, stabilendo una linea di continuità tra le lotte agrarie di fine Ottocento, il biennio rosso,
la guerra civile e la conflittualità sociale degli anni Quaranta e Cinquanta32.
In questa prospettiva, dunque, la figura del «nemico interno» sembra delinearsi come un tratto
distintivo di lungo periodo nella storia d’Italia. Il suo utilizzo, infatti, risale all’uso fattone dal
movimento interventista nei mesi che precedettero l’ingresso dell’Italia nella prima guerra
27
Cfr. L. Canfora, Le tre guerre della Resistenza italiana, in Delle guerre civili, Manifestolibri, Roma 1993, p. 70 e
P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Società e politica, 1943 – 1988, Einuadi, Torino 1989, pp. 153 –
166.
28
Su questo tema vedi C. Bermani, Il nemico interno, Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943 – 1976),
Odradek, Roma 2003
29
Ne costituiscono esempi C. Pavone, L’eredità della guerra civile e il nuovo quadro istituzionale, in Lezioni
sull’Italia repubblicana, Donzelli, Roma 1994 e C. Pavone, All’origine della Repubblica, Scritti sul fascismo,
antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri, Torino 1995.
30
Cfr. M. Dondi, La lunga liberazione, Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, Editori Riuniti, Roma 2004.
31
Cfr. M. Revelli, La Rsi e il neofascismo italiano, in La Repubblica sociale italiana, 1943 – 1945, Annali della
Fondazione Luigi Micheletti, Brescia 1986, p. 417.
32
Cfr. G. Crainz, Il conflitto e la memoria, in Guerra civile e triangolo della morte, «Meridiana», n. 13, 1992, p. 28.
7
mondiale33. Negli anni della Repubblica il “nemico interno” divenne l’avversario politico
delegittimato dalla possibilità di governare il paese in quanto accusato di essere alle dipendenze
del nemico esterno e dunque di complottare, subdolamente, alle spalle dei propri connazionali34.
Una proiezione che risentiva, ancora, della contrapposizione socialismo/fascismo del primo
dopoguerra e soprattutto che riproponeva lo schematismo manicheo a cui il fascismo aveva
abituato gli italiani e che aveva lasciato profonde tracce nella loro mentalità e nel loro agire
politico35.
Le analisi di lunga durata, tuttavia, si arricchirebbero delle sollecitazioni emerse negli ambiti
metodologici delle scienze sociali. Nella storiografia, ad esempio, sembra affermarsi con
difficoltà una sintesi interpretativa della storia dell’Italia repubblicana che presenti una
sistemazione delle vicende dei diversi terrorismi. L’assenza, infatti, di una narrazione storica
basata sul confronto dei differenti comportamenti degli attori politici e delle istituzioni di fronte
all’emergere della conflittualità politica e sociale degli anni Settanta, ha reso incompleta la
comprensione dello sviluppo della violenza politica nel corso del decennio, relegandola
all’utilizzo fattone dai movimenti e dai gruppi extraparlamentari. La radicalizzazione compiuta
dal terrorismo rimane quindi, un problema tuttora aperto, nella ricostruzione storica e
nell’interpretazione storiografica.
Cosa dicono le fonti
Esiste oggi un copiosa letteratura, composta da saggi, inchieste, dalla memorialistica, da analisi
sociologiche, da rielaborazioni letterarie e da ricostruzioni storiche, che individua nel ’68 un
momento periodizzante della storia italiana36. Una stagione che formò nuove identità collettive,
che stabilì nuove relazioni politiche, culturali e sociali e che scompose le vecchie appartenenze
33
Cfr. A. Ventrone, La seduzione totalitaria, Guerra, modernità, violenza politica, (1914 – 1918), Donzelli, Roma
2003.
34
A. Ventrone, Il nemico interno, Immagini e simboli della lotta politica nell’Italia del ‘900, Donzelli, Roma 2005,
p. 3.
35
Ivi, p. 18.
36
Ne costituiscono esempio, tra i tanti titoli, A. Agosti, L. Passerini, N. Tranfaglia, a cura di, La cultura e i luoghi
del ’68, Angeli, Milano 1991, N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro, 1968 – 1977, La grande ondata rivoluzionaria
e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, Milano 1997, L. Bobbio, F. Ciafaloni, P. Ortoleva, R. Rossanda, R.
Solmi, Cinque lezioni sul ’68, Edizioni Rossoscuola, Roma 1988, M. Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli,
Milano 1988, E. Deaglio, E. Hobsbawn, M. Weitzman, Il ’68, Un anno nel mondo, Art&, Tavagnacco 1998, F.
Fortini, Insistenze, Garzanti, Milano 1985, M. Flores, A. De Bernardi, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna 1998, P.
Ortoleva, I movimenti del ’68 in Europa e nel mondo, Editori Riuniti, Roma 1998.
8
ideologiche, in crisi dopo l’espansione economica e il benessere diffuso che la società dei
consumi aveva portato con sé per oltre un decennio37.
Per un momento sembrò assottigliarsi la permeabilità dei confini tra destra e sinistra, in
particolar modo nel mondo giovanile, in coincidenza con l’esplosione della rivolta studentesca
degli anni 1967 – 1968. La ricerca di una modernità alternativa a quella dominante portò, infatti,
ad una contaminazione ideologica inedita, ma analoga, per molti aspetti, a quella emersa in
Europa nel primo dopoguerra38. Come è stato notato […] una drammatica ricerca di senso
sembra in effetti aver attraversato gran parte dei movimenti ribellistici del ‘90039.
Un volantino distribuito a Roma nel marzo del 1971 ben ci descrive la commistione delle
diverse istanze che ruotavano attorno alla contestazione dell’ordine borghese:
Mentre la destra reazionaria, vaticaneggiante, americanofila ordisce machiavellici piani per la
conquista del potere, mentre la sinistra demagogica, sclerotica si arrocca su posizioni conservatrici e
tutelatrici della legalità istituzionale: i giovani scagliano la loro rabbia troppo a lungo repressa, contro le
istituzioni, i miti ed i pregiudizi di una società che muore sotto il peso di una senilità colpevole.
Mentre il borghese in pantofole, guarda attento nella televisione i corpi di giovani ballerini,
bestemmiando silenziosamente i 90 kg. della moglie che delizia la sua vita coniugale: nelle strade,
giovani fra selve di bandiere rosso o nere, assaggiano la vita con un grido in gola ed il sapore dei gas in
bocca, il loro sangue brucia nelle vene e bagna l’asfalto40.
In Italia, tuttavia, la spinta propulsiva della protesta studentesca venne assorbita dalla
contrapposizione politica che si andava delineando nel 1969 e che vedeva una difficile
composizione degli interessi allora in gioco: le rivendicazioni del movimento operaio,
l’esplosione di lotte sociali, il ruolo del Partito comunista, le prospettive del centro sinistra, le
scelte politiche e strategiche della Democrazia cristiana e, infine, gli spazi che si erano aperti per
un’azione ad ampio raggio della destra italiana.
Da più parti si tornò a parlare di un «biennio rosso», posto in ideale continuità con quello del
1919 – 1920. Per il movimento operaio e studentesco implicito era il richiamo alla forza
dispiegata e alle possibilità di conquiste sociali, mentre le componenti più radicali rimembravano
37
Cfr. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi… cit., pp. 325 – 336.
38
Cfr. N. Elias, I tedeschi, Lotte di potere ed evoluzione dei costumi nei secoli XIX e XX, Il Mulino, Bologna 1991,
pp. 269 – 275 e Z. Sternehell, La destra rivoluzionaria, Le origini francesi del fascismoi, 1885 – 1914, Corbaccio,
Milano 1997, pp. 7 – 8.
39
Cfr. A. Ventrone, L’assalto al cielo, Le radici della violenza politica, in G. De Rosa, G. Monina, a cura di, L’Italia
repubblicana nella crisi degli anni Settanta, Rubettino, Genova 2003, p. 190.
40
ACS, PS, G, 1944 – 1986, B. 293.
9
la possibilità di uno sbocco rivoluzionario. Il Partito comunista cercò di intercettare tali spinte,
per orientarle verso un programma di riforme sociali e istituzionali del paese, ma non potè evitare
né la proliferazione alla sua sinistra della galassia di gruppi marxisti ed operaisti, né le paure dei
moderati riguardo la sua affidabilità democratica41. La posizione del governo di centro sinistra,
dunque, parve indebolirsi fino alla sua definitiva crisi nel luglio 1969, anticipata agli inizi del
mese dalla scissione della corrente socialdemocratica. In un’intervista a Pietro Nenni del 23
novembre 1969 al «Corriere della Sera», intitolata, significativamente «Impedire un altro ‘22», il
quadro d’insieme offerto dal giornalista era descritto in termini drammatici:
Lo schieramento delle forze democratiche appare a pezzi: con divisioni e lacerazioni che, anziché
colmarsi o attenuarsi, tendono ad approfondirsi di giorno in giorno. Ombre di violenze si distendono sul
paese: gli opposti estremismi si tendono la mano nel rifiuto della democrazia, nella stanchezza o
addirittura nella nausea della libertà. I confini tra guardie rosse e guardie nere tendono a sfumarsi
sempre di più. Le provocazioni dell’infantilismo rivoluzionario, degne dei peggiori modelli
massimalisti dell’altro dopoguerra, portano con sé reazioni o ritorsioni che evocano l’autoritarismo di
destra. C’è un sentimento dominante: la paura42.
Un’ immagine, proposta in un articolo del «Borghese» dell’ottobre 1969, rievocava un altro
momento di crisi della storia italiana che sintetizzava, in quei giorni, la commistione tra critica
radicale al sistema, la difesa dell’Italia dalla minaccia comunista e il sovversivismo conservatore
della destra italiana43:
Cinquantadue anni or sono, quando le divisioni tedesche e austriache ruppero il nostro fronte e
dilagarono verso il Veneto, quello che maggiormente contribuì a demoralizzare i soldati italiani fu «il
silenzio assoluto, impressionante, delle nostre artiglierie di grosso e medio calibro…. Ed anche oggi, in
questo ottobre 1969, mentre i comunisti avanzano, quello che lascia sbigottiti i cittadini è l’inerzia del
governo, la paralisi della Dc. Una inerzia che rende possibili senza colpo ferire quelle conquiste che in
altri Paesi, quanto meno, il comunismo pagò col sangue44.
La polarizzazione tra destra e sinistra tornò ad essere, di conseguenza, un tratto distintivo della
conflittualità di quegli anni. L’antifascismo, da una parte, e l’anticomunismo, dall’altra,
41
Cfr. A. Agosti, Storia del Pci, Laterza, Roma – Bari 1999, pp. 101 – 102.
42
Cfr. «Corriere della Sera», 23/11/1969.
43
Cfr. P. Ignazi, Il polo escluso, Profilo storico del Movimento Sociale Italiano, Il Mulino, Bologna 1998, pp. 136 –
137.
44
Cfr. «Il Borghese», n. 41, 5/10/1969.
10
divennero, infatti, delle discriminanti irrinunciabili. Fu una parte estremamente minoritaria della
destra radicale, in particolar modo nella sua componente giovanile, a cercare una convergenza
con le velleità rivoluzionarie dell’estrema sinistra.
Per il tutto il corso del 1969, invece, assistiamo ad una diffusione e ad una radicalizzazione
degli scontri tra avversari politici, culminati negli incidenti di piazza a Pisa, il 27 ottobre, dove
perse la vita lo studente Cesare Pardini, colpito al petto da un candelotto sparato dalla polizia
dopo due giorni di dure dimostrazioni contro la locale federazione cittadina del Movimento
sociale, e nel tentato linciaggio di alcuni giovani ritenuti militanti di sinistra in occasione dei
funerali, il 21 novembre a Milano, dell’agente di polizia Antonio Annarumma, ucciso il giorno
prima in occasione di una manifestazione per la casa.
Un quadro d’insieme sostanzialmente confermato dai dati raccolti dall’Ufficio Statistico del
Ministero dell’Interno che vedono al secondo posto, dopo gli incidenti verificatisi nel corso di
manifestazioni sindacali, gli scontri tra gruppi di destra e di sinistra. Una conflittualità diffusa e
rintracciabile in tutto il Paese, dunque, con una particolare incidenza nelle regioni centro
meridionali45. I rari studi che contengono a loro interno una statistica degli episodi di violenza
politica di quegli anni, registrano, poi, un maggior peso della destra e delle formazioni oltranziste
tra il 1969 e il 197446, sebbene l’insieme di questi dati lasci sostanzialmente aperto il problema
della presenza o meno di una strategia unitaria, in particolar modo dietro le numerose aggressioni
ai danni degli oppositori politici.
È una fase, questa, in cui la presenza dei gruppi extraparlamentari è ancora embrionale, sebbene
alla destra del Movimento Sociale, da tempo operassero, spesso in contiguità col partito,
formazioni oltranziste come Avanguardia Nazionale ed Ordine Nuovo47. Sono i partiti politici,
infatti, i principali protagonisti di queste tensioni e insieme ad essi i movimenti studenteschi.
Così, ad esempio, si esprimeva un cronista dell’«Avanti» all’indomani dell’attentato allo stand
della Fiat della Fiera di Milano del 25 aprile 1969, prodromo, come le successive indagini
giudiziarie hanno accertato, della «strategia della tensione»48:
45
Cfr. MI, GAB, 1967 – 1970, B. 40.
46
Cfr. i dati statistici contenuti nel libro di M. Galleni, a cura di, Rapporto sul terrorismo, Rizzoli, Milano 1981, p.
111 e nel saggio di D. Della Porta, M. Rossi, Cifre crudeli, Bilancio dei terrorismi italiani, Bologna 1984, p. 25.
Secondo questo studio, gli episodi di violenza compresi tra il 1969 e il 1973 sono nel 95% ascrivibili all’attività della
destra. L’analisi di D. Della Porta è, in parte, una rielaborazione critica dei dati contenuti nel libro curato da M.
Galleni. Quest’ultimo attribuisce alla destra il 67,55% degli atti di violenza negli anni tra il 1969 e il 1974. In
entrambi gli studi i dati si riferiscono agli attentati a persone e a cose e alle aggressioni a persone.
47
Cfr. Commissione Stragi, XIII, Eversione di destra, doc. 1/15.
48
Ivi.
11
Il drappello, come al solito, è uscito di notte. È uscito quando la brava gente dorme giustamente nelle
sue case e, quindi, non c’è il pericolo di prendersi la lezione che questa brava gente sarebbe pronta ad
impartire. È uscito come un esercito di topi di fognatura, protetto dal buio, per avere maggiore
possibilità di sentirsi a proprio agio in mezzo alla mondezza49.
Il dispiegarsi della strategia della tensione rappresenta, in questa prospettiva, uno dei
principali problemi interpretativi della storia dell’Italia repubblicana. Al momento abbiamo un
complesso insieme di studi e di inchieste che si sono rivelati fondamentali nel portare alla luce
una vastissima documentazione che ha accertato un’insieme di forze – gruppi terroristici
neofascisti, servizi segreti italiani ed atlantici, corpi dello Stato, settori del mondo politico,
istituzionale ed economico italiano – impegnate nel condizionare stabilmente il sistema politico
attraverso metodi illegali, senza giungere al sovvertimento dell’ordinamento formale…50. Una
commistione di intenti che trova un suo momento fondante nel convegno sulla guerra
rivoluzionaria organizzato a Roma dall’Istituto Pollio nel maggio 196551.
Prospettive di ricerca
Di fronte alla mole di questi studi e alle diverse e spesso inconciliabili interpretazioni che
hanno suscitato, a tutt’oggi manca una sintesi che abbia analizzato gli effetti che la stagione delle
stragi causò nel tessuto sociale del paese e nella redifinizione delle relazioni politiche. Come ha
notato Noberto Bobbio, riferendosi alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, […] solo
se si potesse dire con una certa precisione che dopo la strage è avvenuto ciò che non era
prevedibile, oppure non è avvenuto ciò che invece era prevedibile, saremo in grado di dire che
cosa abbia rappresentato quell’evento nella storia del nostro Paese52.
Interrogativi che ripropongono, in ambito storiografico, il problema del rapporto tra il potere
creativo dell’istante e la mutazione brusca, a caldo, in cui si mescolano il passato, talvolta il
49
50
Cfr. «l’Avanti!», 26/04/1969.
Cfr. P. Cucchiarelli, A. Giannulli, Lo Stato parallelo, L’Italia oscura nei documenti e nelle relazioni della
Commissione Stragi, Gamberetti, Roma 1997, p. 18. Per un critica a questa interpretazione vedi F. M. Biscione, Il
sommerso della Repubblica, La democrazia italiana e la crisi dell’antifascismo, Bollati Boringhieri, Torino 2003,
pp. 27 – 41.
51
Cfr. La guerra rivoluzionaria, Atti del Primo Convegno organizzato dall’istituto Pollio, Volpe Editore, Roma
1965.
52
Cfr. N. Bobbio, F. Accame, Strategia e terrorismo, Carteggio tra Noberto Bobbio e Falco Accame, 1993 – 1994,
suppl. al n. 7 di «Agorà ‘92», Roma 1994, pp. 5 – 7.
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futuro, e sempre un presente vissuto con intensità con le istanze di lungo periodo53. Lo scontro tra
avversari politici, a partire dall’attentato alla Banca dell’Agricoltura, sembra inserirsi in questo
delicato crinale. Nella memoria collettiva dei movimenti, ad esempio, la strage rappresentò il
giorno dell’innocenza perduta, un evento che cambiò o condizionò i più disparati percorsi
esistenziali e politici54. Un dato che è stato registrato anche nelle storie di vita raccolte nei lavori
di analisi sociologica e di ricostruzione antropologica del fenomeno terroristico55.
La sensazione che l’attentato avesse messo in moto un processo dagli esiti imprevedibili ed
indefiniti era, tuttavia, ben chiara a molti dei testimoni di quegli eventi. Così in un articolo del
«Popolo» del 15 dicembre 1969 veniva riassunto uno stato d’animo condiviso da molti:
Vorremmo poter dire «c’è stato un delitto orrendo e infame» e subito consegnare al passato… gli
avvenimenti della sera di venerdì scorso. Ma sarebbe inesatto e innaturale: il delitto orrendo e infame
«c’è»; è presente nel turbamento, nella commozione, nello sdegno del Paese; è presente nella coscienza,
profondamente e intimamente ferita della nostra democrazia; è presente nella consapevolezza che
l’obiettivo da colpire sono le istituzioni repubblicane. «C’è», questo delitto, e la parentesi che
l’esplosione ha aperto nella vicenda nazionale non potremo chiuderla…; non riusciremo a chiuderla
nemmeno quando – esecutori e mandanti – la scoperta dei responsabili e il successo dell’azione per
perseguirli, servirà a placare gli animi sconvolti, a diradare le ombre avvelenate del sospetto e del
dubbio. La parentesi rimarrà aperta a lungo….56
La strage di Milano, inoltre, contribuì a diffondere l’immagine di uno Stato debole, incapace di
contrastare l’eversione. L’incertezza e la faziosità nella ricerca di mandanti ed esecutori e il
successivo accertamento, in campo giudiziario, della responsabilità neofascista dell’attentato, in
complicità con alcuni settori dello Stato, incrinò, poi, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, già
da tempo screditate e accusate dalla sinistra per il sistematico impiego di armi da fuoco nelle
manifestazioni di piazza e nelle proteste sociali. Un’atmosfera in qualche modo anticipata in un
editoriale del «Corriere della Sera» del 14 dicembre 1969 e che veniva così descritta:
Tutto rischia di diventare lecito, in questo clima di irresponsabilità che investe tutto e tutti. Qualunque
arbitrio appare sopportabile; qualunque sopraffazione legittima57.
53
Cfr. M. Vovelle, La mentalità rivoluzionaria, Laterza, Roma – Bari 1999, p. 7.
54
Su questo tema vedi G. Boatti, Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, Il giorno dell’innocenza perduta, Einaudi,
Torino 1999.
55
A questo proposito cfr. R. Catanzaro, L. Manconi, Storie di lotta armata, Il Mulino, Bologna 1995.
56
Cfr. «Il Popolo» del 15/12/1969.
57
Cfr. «Il Corriere della Sera» del 14/12/1969.
13
Non passò molto tempo, infatti, e alcune componenti dei movimenti collettivi cominciarono a
mettere in discussione non solo la legittimità dello Stato, ma anche la valenza stessa
dell’ordinamento democratico. La definizione Strage di Stato venne a suggellare, in seguito, più
che uno slogan, un sentire diffuso58. Gli appelli alla vigilanza democratica lanciati dai sindacati e
dalle forze di sinistra vennero disattesi da quella parte di militanti decisi a compiere una rottura
radicale. Un opuscolo, supplemento al numero di «Lotta continua» del 16 dicembre 1969, ci
restituisce una manifestazione di questo stato d’animo:
[…] sappiamo bene che cosa sia questa democrazia, sappiamo bene che cosa abbia dato questa
repubblica democratica fondata sul sangue dei lavoratori: 91 proletari uccisi (dal 1947 ad oggi), 674
proletari feriti 44325 operai uccisi in fabbrica (dal ’51 al ’66), uno ogni mezz’ora di lavoro. 15677070
operai infortunati sul lavoro. Tutto questo senza uscire dalle norme democratiche! Quando si parla di
democrazia, di costituzione, di progresso civile e ordinato, di miglioramenti sociali, di riforme,
ricordiamoci queste cifre59.
L’attentato del 12 dicembre, infine, riattivò quelle tradizioni politiche che non avevano escluso,
ma anzi continuavano ad esaltare, l’ipotesi rivoluzionaria e la violenza rivoluzionaria come
strumento possibile del loro repertorio60, mentre su di un altro versante la destra eversiva
rilanciava l’ipotesi del colpo di Stato.
Un insieme di mobilitazioni che non spiega, tuttavia, la radicalizzazione del successivo
decennio. La conflittualità politica, infatti, era venuta crescendo e si era alimentata
contestualmente ai grandi mutamenti sociali del Paese come, ad esempio, la piena realizzazione
dell’industrializzazione e dello sviluppo del terziario e i processi di burocratizzazione dei settori
pubblico e privato61. I ceti medi urbani furono tra i protagonisti di queste trasformazioni. Tale
espansione si tradusse, in parte, in una accentuata politicizzazione e sindacalizzazione dai
connotati fortemente contestativi che rifletteva un complesso sistema di autorappresentazione
della classe media di fronte alla propria collocazione sociale62. Questi fermenti vennero
58
Tale espressione venne, poi, codificata nel libro La Strage di Stato, Samonà e Savelli, Roma 1970.
59
Cfr. ACS, MI, GAB, 1967 – 1970, B. 21.
60
Cfr. V. Vidotto, Italiani/e, Dal miracolo economico a oggi, Laterza, Roma – Bari 2005, p. 106.
61
Cfr. l’analisi retrospettiva contenuta nello studio di P. Ginsborg, L’Italia del tempo presente, Famiglia, società
civile, Stato, 1980 – 1996, Torino, pp. 96 – 106.
62
Per un’analisi generale delle problematiche esaminate, cfr. A. Schizzerotto, a cura di, Classi sociali e società
contemporanea, Angeli, Milano 1998.
14
intercettati e in qualche modo veicolati dal linguaggio classista della sinistra operaista e marxista.
Tuttavia, fu questo un terreno sul quale convergevano diverse culture e tradizioni politiche, non
ultima, sebbene minoritaria ed estremamente frammentata, l’area neofascista.
La risposta alle grandi trasformazioni in corso si collocò, quindi, a metà strada tra la
compartecipazione politica e l’attivazione consapevole di momenti di conflittualità e di rottura
che sfociarono non di rado in un confronto ideologico e politico esasperato, aggravato dalla
presenza di appartenenze politiche mai riconciliate. Sullo sfondo l’impossibilità di un Paese di
pensarsi né in termini di nazione, né in termini di classe, mentre si affermavano identità collettive
separate e antagoniste l’un con l’altra63.
In questa prospettiva, un’analisi che tenesse conto delle prerogative e delle peculiarità dei
contesti locali aiuterebbe la comprensione complessiva del fenomeno. Negli anni Settanta la città
di Roma, ad esempio, si distinse dalle altre piazze politiche italiane per la drammaticità e la
durata dello scontro tra neofascisti e militanti di sinistra64.
Tradizionale appannaggio della destra, la scena cittadina fu progressivamente occupata da un
diffuso sentimento antifascista, emerso, soprattutto tra le nuove generazioni, nelle giornate del
luglio 1960 e che divenne preponderante, a partire dal 1966, in seguito agli incidenti provocati
da gruppi di destra all’interno dell’ateneo romano che provocarono la morte dello studente Paolo
Rossi65. Proprio l’università divenne nel 1968 il teatro principale dello scontro tra neofascisti e
studenti del movimento, mentre la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 esasperò le
tensioni già esistenti66. Un contesto, dunque, che presenta, in chiave problematica, l’interazione
tra fattori di lunga durata e quelli, invece, ascrivibili ad un evento particolare (l’attentato di
Milano, in questo caso).
La struttura radiale della città di Roma, inoltre, descrivendo un rapporto complesso tra l’
aggregato umano e spaziale, tra la densità e l’eterogeneità della popolazione, accentuando, come
nelle altre grandi metropoli, la diversificazione e la specializzazione nelle relazioni umane ed
esaltando le distanze sociali e i contrasti tra gli stili di vita dei cittadini67, propone una serie di
63
V. Vidotto, La nuova società, in G. Sabbatucci, V. Vidotto, a cura di, Storia d’Italia, L’Italia contemporanea, Dal
1963 ad oggi, Laterza, Roma – Bari 1999, pp. 47 – 48.
64
V. Vidotto, Roma contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 326.
65
C. Rossi, Gli studenti tra riforme (mancate) e contestazione (1930-1980), in Brezzi C., Casula C. F., Parisella A.,
Continuità e mutamento, Classi, economie e culture nel Lazio, Teti, Milano 1981.
66
Quel giorno, inoltre, quasi in contemporanea con le bombe di Milano, anche Roma venne colpita. Cfr. F. Calvi, F.
Laurent, Piazza Fontana, La verità su una strage, Mondadori, Milano 1997, pp. 6-7.
67
Su questo tema vedi G. Martinotti, Metropoli, La nuova morfologia sociale della città, Il Mulino, Bologna 1993.
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elementi, non ancora compiutamente indagati nell’analisi e nella ricerca storica che, certamente,
influenzarono l’alta conflittualità della città negli anni Sessanta e Settanta.
Un quadro complesso, dunque, dove alla tradizionale immagine di Roma come palcoscenico
della vita politica nazionale, si affiancano le caratteristiche del tessuto urbano della città nelle sue
diverse articolazioni. Una commistione che lascia aperto il problema di interazione tra le forme
della mobilitazione politica innescata dalle bombe del 12 dicembre e la specificità degli ambiti
territoriali e locali. Temi verso i quali, al momento, si sta orientando la mia ricerca.
Guido Panvini
(Dottorato in “Società, istituzioni e sistemi politici europei (XIX – XX secolo)”
Università della Tuscia, Viterbo)
Tesi: Alle origini del terrorismo diffuso. Lo scontro tra avversari politici negli anni della
conflittualità. (1969-1980);
Paper: Tra territorialità e mobilitazione nazionale. Lo scontro tra avversari politici nella città di
Roma (1969-1980)
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