Anno II Numero 43 Sabato 7 gennaio 2012 Una copia 2,00 € S E T T I M A N A L E D I AT T U A L I T À , C U LT U R A , C O S T U M E E A LT R O Direttore Antonio Del Giudice quotidianodabr uzzo.it : edizione online con notizie, aggior namenti e lettere dei lettori L’EDITORIALE Coraggio il meglio è passato I NUOVI MESTIERI PER VINCERE LA CRISI Alle pagine 2 e 3 di Antonio Del Giudice P eppino Di Lello, magistrato abruzzese che fu al fianco di Giovanni Falcone fino al tragico epilogo, mi ha mandato un augurio con la celebre frase di Flaiano. Coraggio, il meglio è passato. Non si parla qui del banale passaggio di calendario fra il 2011 e il 2012, ma di un’epoca nuova cominciata da qualche lustro e che non si sa quando invertirà la rotta. I giornali, che sono attenti ai passaggi simbolici, ci fanno sapere che –salvo erroresiamo al quinto suicidio di imprenditore in difficoltà. Uno inseguito dagli usurai, uno dalle banche, uno dalle cartelle esattoriali, uno dai creditori. E persino uno preoccupato per la sorte dei suoi dipendenti che non voleva licenziare. Nessun caso riguarda l’Abruzzo, a parte un piccolo imprenditore che, spinto dalla disperazione, ha simulato un furto nella sua azienda. è abitudine dei giornali attingere alle statistiche e tenerle aggiornate. I suicidi in carcere, le vittime di incidenti stradali, le donne massacrate dai mariti/compagni, i morti di droga e così via. Adesso, nelle statistiche di genere, entrano di diritto gli imprenditori sopraffatti dalla crisi, torchiati dalla burocrazia, strozzati dall’usura, preoccupati per la sorte dei dipendenti. E forse anche incupiti dal cerbero Monti che controllerà i loro redditi, il loro tenore di vita, la regolarità dei bilanci, la lealtà fiscale. Non sarà del tutto indolore il passaggio dal liberismo pacchiano al liberalismo einaudiano. La situazione è quella che è, non più congiunturale ma di tempi lunghi. Anche l’impresa dovrà partecipare alla “rivoluzione”, se vorrà continuare ad essere protagonista in un Paese diverso. E, a differenza del passato, non potrà molto contare sulla generosità dello Stato, che ormai paga i debiti in titoli del Tesoro, cioè in cambiali a tassi interessanti. Dovrà certamente cambiare il panorama fuori dai cancelli. Più liberalizzazioni, meno lobby, giustizia civile più rapida, burocrazia rapida e amica, pene più pesanti per i reati nella pubblica amministrazione, fisco più vigile e più giusto, salari alleggeriti dai balzelli insopportabili. Dato per scontato tutto questo, dentro i cancelli servirà più rischio, più fantasia, più voglia di costruire ricchezza per sé e per gli altri. Sarà più complicato, ma sarà più utile alla comunità che è fatta di uomini e donne, non di braccia senza testa come nel Settecento. Se non sarà così, non riusciremo a porre limiti al peggio. E l’aforisma di Flaiano sarà uno zuccherino rispetto alla realtà che ci aspetta. Si accettano scommesse, le vincite saranno pagate in contanti. Buona domenica. BILANCI L’AQUILA CULTURA, I COMUNI PREFERISCONO LE MISS LA SFIDA DI MORGESE NEL PARCO DELLE ARTI A pagina 11 A pagina 9 La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 FAMIGLIE 2 I TRUCCHI PER RISPARMIARE BARATTO E GRUPPI DI ACQUISTO COSÌ SI ORGANIZZANO LE FAMIGLIE PER IL 2012 B aratto e gruppi di acquisto solidale esistono da prima della crisi, ma con la congiuntura italiana e i problemi economici abruzzesi, acquistano valore, tanto valore da diventare un nuovo, curioso, interessante stile di vita sposato da sempre più persone e famiglie. A Pescara la magia del baratto ha regnato per due mesi in virtù di un progetto messo in piedi da un gruppo di under 30enni. Si sono stretti in un’associazione, Green Sharing, hanno stilato un progetto rispondendo ad un bando europeo e a ottobre, a Pescara, in uno spazio in via di Sotto, hanno dato vita a Eco-Scambio. Un concetto semplice, portare cose per prenderne altre, una spinta innovativa, misurare il contenuto di acqua delle cose da scambiare per guadagnarne di altre. E la magia ha funzionato dal 20 ottobre fino al 19 dicembre con il mercatino dello scambio, con workshop dedicati a ragazzi, scolari e curiosi e il proposito di rifarlo al più presto. “Stiamo scrivendo un nuovo progetto”, dice una degli organizzatori, Valentina Natarelli, “lo arricchiremo con una nuova formula e lo rilanceremo sperando che l’Unione Europea lo approvi di nuovo e ci consenta di proseguire la nostra esperienza che è stata fantastica sia dal punto di vista umano che in termini di sostenibilità, la ragione per cui la nostra idea è nata”. Sul sito ancora attivo (www.ecoscambio.org) l’idea è resa più esplicita anche dallo spot interpretato da Valentina e Luigi Milardi, l’altro motore dell’iniziativa: in via di Sotto per due mesi sono andate e venute persone di ogni tipo, giovani, meno giovani, pescaresi e anche tanti stranieri. “Entravano per curiosità, tornavano con qualcosa e ritornavano ancora finché non trovavano qualcos’altro da portare via”, spiega ancora Valentina, “ Ci hanno portato di tutto: accessori di cucina, cassette, dvd, pupazzi, vestiti, lampade, play station, attrezzi per fare ginnastica. In cambio hanno preso oggetti o dello stesso valore o hanno accumulato crediti e sono tornati in seguito per prendere soprattutto libri, accessori per cucina, radioline e piccoli elettrodomestici. La crisi ha spinto sicuramente le cose, anche se per alcuni il baratto non era facile da capire, nessuno poteva credere di poter portare via oggetti senza pagare, poi la voce è girata e lo scetticismo è passato. Anche a livello sociale siamo diventati un punto di riferimento, un luogo di incontro fra persone che scambiando hanno socializzato. Per questo vogliamo rifarlo al più presto”. Ci si incontra anche per comprare cose, succede nei gruppi di acquisto solidale. In Abruzzo ne stanno nascendo diversi, specialmente a Pescara, dove quelli noti sono almeno mezza dozzina. Diverse famiglie si mettono insieme, fanno una lista di acquisti a cadenza settimanale o mensile e scelgono prodotti a chilometro zero, che prima del risparmio rappresentano una precisa scelta di vita e un preciso stile di acquisto, quello consapevole. Così dal 2009 capita a quanti hanno scelto di entrare nel gruppo di ‘Consumiamo pensando’ (www.consumiamopensando.it). “Al momento le famiglie sono una trentina, con gli anni sono cresciute, alcuni si stanno avvicinando anche per via della crisi, anche se risparmiare non è il nostro obiettivo principale”, spiega Giovina Petrelli, uno dei motori. “Lavoriamo sul territorio ma con prodotti biologici, tutti certificati e ricerchiamo il km zero, restituendo dignità e anche futuro a piccoli produttori che sosteniamo con i nostri acquisti. Offriamo una vastità di prodotti, dalla carne alle verdure, dal pane alla frutta. L’ associazione intende proporre e fare un consumo critico, duro, forte e di reazione ai centri commerciali. Il risparmio è una dimensione che si realizza con queste scelte, ma non è la prima cosa”. Stanno crescendo in quantità e qualità, un nuovo gruppo si sta formando a Sambuceto, quello principale ha un disegno ambizioso, conclude Giovina Petrelli: “Recuperare terreni, recuperare coltivazione al biologico offrendo ai giovani che vivono situazioni difficili la possibilità di ricollocarsi nel lavoro”, in parte succede già: nel paniere del gruppo ci sono anche i broccoli coltivati dai detenuti del carcere di Pescara. Sempre a Pescara, un gruppo formato per ora da 25 giovani coppie è decollato a novembre, è il Gruppo di acquisto solidale di Pescara Colli che sta crescendo su Facebook ed è al suo quinto acquisto settimanale. Niente carne, per ora, solo verdura e frutta a chilometro zero, in arrivo dall’area di Francavilla e l’entroterra provinciale, spiega Fabio Marcone, uno degli animatori dell’iniziativa, sposata anche dall’associazione di mutuo soccorso ‘Federico Caffè’. “Siamo nati a fine novembre e ci appoggiamo alla parrocchia di San Giovanni San Benedetto di via Pandolfi. Siamo partiti con la raccolta rispondendo ad una esigenza sentita da diversi amici, giovani coppie impossibilitate a fare acquisti al mercato e interessati al concetto di acquisto solidale, consapevole e a chilometro zero. Gli ordini li raccogliamo all’inizio della settimana e il venerdì il prodotto arriva e viene distribuito”. Si tratta di una cassetta di frutta e verdura di stagione, peso medio 13/14 chili, prezzo 10 euro (per aderire e informarsi [email protected]) e un grande obiettivo per il futuro: “Vogliamo anche andare oltre il classico gruppo di acquisto e scegliere anche prodotti come conserve e olio”, conclude Marcone, “presto faremo anche incontri sia sul consumo critico che sulla cucina, diciamo, sostenibile. Parte il 20 gennaio un corso sulla cucina del giorno dopo, insegneremo ed impareremo a riutilizzare i cosiddetti avanzi per altri piatti, ma soprattutto per non gettare via le cose, a prescindere dalla crisi”. Monica Di Fabio [email protected] FUNERALI LOW COST PER AFFRONTARE LA CRISI L e agenzie di pompe funebri, a mio parere, sono come un servizio pubblico. Devono avere prezzi calmierati”. Da questa convinzione è nata l’idea di lanciare i funerali low cost, che Andrea Fantozzi, titolare dell’impresa Funerarium di Capistrello, operativa sul territorio della Marsica e della Valle Roveto, sta promuovendo in tutto l’Abruzzo con pagine pubblicitarie apparse sui principali quotidiani locali. Inserzioni che offrono esequie a prezzi stracciatissimi e che hanno suscitato una certa curiosità anche nella concorrenza. Al di là dei prevedibili scongiuri e delle battutacce, la strategia commerciale rivela che anche il settore delle onoranze funebri sta cercando di affrontare la crisi economica con soluzioni a favore di chi ha minori possibilità e nel rispetto della tendenza degli ultimi anni che predilige cerimonie senza sfarzo e opere di bene al posto dei fiori. Ecco, dunque, che gli imprenditori più attenti si danno da fare inventando nuove formule che abbattono i costi esorbitanti degli ultimi anni . E’ il caso di Andrea Fantozzi, che dopo essere stato il primo a lavorare in Italia nel settore della tanatoprassi, una sorta di imbalsamazione moderna, ha rilevato l’azienda di famiglia alla morte del padre. ”L’idea è nata soprattutto pensando all’aspetto umano”, spiega. “. Oggi i prezzi di un funerale sono piuttosto alti e molte famiglie si trovano in imbarazzo. Ho voluto pensare a tutte le fasce sociali. Anche il servizio considerato di lusso è comunque calmierato. Chi sceglie un funerale low cost ha tre possibilità: si parte da un minimo di 1290 euro, formula che offre un servizio base rispettabilissimo, per passare a 1980 euro, con la scelta tra quattro feretri, fino a un massimo di 2990 euro. Forse tutti i miei colleghi mi odieranno perché sto voltando pagina a livello commerciale, ma non possiamo ignorare la crisi. Mi sembra giusto, inoltre portare a conoscenza del grande pubblico i costi perché non si abbia la batosta al termine dei fu- nerale, come accade in molti casi. Quando offro le mie soluzioni, forse sembrerà ridicolo, ma mi fanno i complimenti. Molte imprese approfittano del grande dolore che vive una famiglia quando perde un proprio caro e non sa come organizzare il funerale. Non mi sembra un atteggiamento corretto”. Ma c’è anche chi storce il muso davanti alle formule economiche. Molti operatori del settore giudicano i funerali low-cost solo specchietti per le allodole. “Ho delle perplessità su questi prezzi così bassi” dice Lino Ruggero, dirigente di aziende del settore funerario nel Pescarese , “Non saprei trovare una giustificazione economica se non nella scarsa qualità dei materiali. Se ci si attenesse solo ai costi vivi si supererebbe ampiamente la spesa. Considerando, ad esempio, il cofano, il contenitore in zinco, l’imbottitura, il velo, la coroncina, si va oltre la cifra di 1200 euro. Partecipo a molto fiere nel settore e non ci sono prodotti che hanno costi così bassi. Sicuramente non sono italiani”. Insomma il rischio del “Made in China” esiste anche in questo ramo con conseguenze sulla qualità dei feretri venduti a basso costo. “Usiamo solo prodotti italiani”, ribatte Andrea Fantozzi .“La produzione cinese non è riuscita ad inserirsi nel nostro mercato, sono feretri che rischiano di rompersi . A livello europeo, noi operatori dell’industria funebre italiana non abbiamo nulla da invidiare a Francia, Gran Bretagna e Spagna. La qualità è alta”. Per chi non può permettersi di affrontare un pagamento in un’unica soluzione, per basso che sia il costo del funerale, esiste anche la possibilità di rateizzare la spesa che viene offerta da molte agenzie. “ Ci si può rivolgere a una finanziaria” prosegue Andrea Fantozzi , “ di firmare un contratto con la nostra agenzia che si impegna ad inviare dei bollettini postali da 89 euro al mese o per una cifra diversa , a seconda di quanto concordato con la famiglia”. Formule low o extralusso vengono bandite da chi preferisce ricorrere alla cremazione, una pratica sempre più seguita. Il costo del forno e della raccolta ceneri si aggira sui 600 euro cui vanno ad aggiungersi quello del cofano funebre in legno dolce, sui 950 euro e dell’urna, 350 euro la più economica. Totale: circa 1800 euro, con un risparmio per i familiari delle spese di sepoltura. Simona Giordano [email protected] LAVORO La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 I MESTIERI DELLA CRISI 3 PERSONAL CHEF: IL FUTURO DEI GIOVANI NELLA CUCINA DI CASA L a tradizione è anglosassone, ma la professione di cuoco a domicilio si sta diffondendo anche in Abruzzo, dove i giovani devono inventarsele proprio tutte per dare gambe al proprio progetto di vita a causa della crisi e del tramonto ufficiale del posto fisso, faro per decine di generazioni. Così, con inventiva, talento culinario e una base logistica minima, questi giovani e liberi professionisti stanno prendendo sempre più piede sul mercato del lavoro. Segnalati dai motori di ricerca o a caccia di visibilità su Facebook, i personal chef si sono inventati un lavoro unico e anche divertente. Lo sa bene Dino Cieri che è cuoco, ma soprattutto intagliatore di frutta, fra i migliori presenti in Italia. Cocomeri, carote, zucche, ghiaccio, persino lo zucchero filato fra le sue mani cambia e si trasforma in figure fantastiche, si arricchisce di trame degne della migliore tradizione del ricamo e dell’intaglio. “Tutto è cominciato dalla bottega di frutta di mio padre, a Pollutri”, racconta, “a furia di aiutarlo mi sono inventato un lavoro, poi ho aperto anch’io un negozietto a Vasto e incrementato questa attività di intaglio. Mi sono specializzato in Thailandia da grandi maestri di intaglio che mi hanno insegnato una tecnica perfetta che riproduco praticamente su tutto: dal burro, alla frutta, dal cioccolato allo zucchero filato e anche al ghiaccio, anzi soprattutto al ghiaccio utilizzato molto per abbellire le tavole dei buffet. Di lavoro ce n’è tanto, al punto che ci sarebbe bisogno di altri intagliatori, per rispondere a tutte le richieste che arrivano sia dai ristoranti che da chi organizza cene, rassegne e buffet”. La cosa che ha fatto a cui tiene di più risale al Natale appena trascorso, una banana, quella più singolare, invece, la trasposizione della Pietà di Michelangelo su un cocomero. Ma nei suoi dieci anni di esperienza anni la galleria è folta (per curiosare http://artfruit1.myblog.it). Dino ha 44 anni, ma alle spalle ha un’esperienza che gli ha fruttato premi e che attraverso corsi per intagliatori sta cercando di trasmettere ad altri talenti abruzzesi. A frequentarli sono per lo più cuochi, camerieri, persone che gravitano nel mondo enogastronomico e che acquistano con l’intaglio un complemento singolare per la propria professione, come fa Dario Ceri. Infatti per lui c’è anche la cucina a domicilio. “Lo faccio per lo più come catering”, spiega, “mi chiamano un po’ ovunque e anche in questo settore, che forse è meno particolare dell’intaglio, le cose vanno molto bene. Io ho provato a inventarmi qualcosa da fare e mi è riuscito, la strada che si è aperta può offrire tanto ai giovani in cerca di lavoro: l’intarsio, la cucina, ma anche e soprattutto la pasticceria. Bisogna tornare all’artigianato, io sono convinto che questa scelta ci salverà”. Manuela Porrini e Valentina Martellucci di anni ne hanno 28 e 26 e stanno cominciando adesso l’attività di chef a domicilio con la loro attività che si chiama ‘Argento Vivo cucina in casa, presto online. Entrambe pescaresi, con una solida tradizione culinaria familiare, la prima, e una grande passione per la ristorazione, la seconda, sono una ‘ditta’ da novembre. “A dire il vero abbiamo cominciato a pensarci quest’estate, perché abbiamo lavorato insieme e volevamo metterci alla prova, fare qualcosa di nostro che non richiedesse l’esborso di grossi capitali”, racconta Manuela, figlia di uno dei due proprietari del ristorante pescarese la Vongola. Si è fatta le ossa oltre che nella cucina del ristorante, anche presso uno chef a Roma, alla scuola del Gambero Rosso, Valentina, invece, laureata in Giurisprudenza, coltiva da sempre passione e talento per la ristorazione, dalla sala alla cucina. “In un mese ci siamo organizzate e oggi stiamo cercando di decollare. Facciamo la spesa o lavoriamo sulla spesa che ci viene fatta e cuciniamo in casa al momento. Il pesce è un piatto forte, ma proponiamo menù stagionali, usando frutta e verdura fresche dall’antipasto al dolce, e li componiamo in una cena davanti a tutti. Se richiesto, offriamo anche un servizio di decorazione della tavola o per occasioni come le feste dei bambini”. Il prezzo dipende dal menù e dai vini richiesti, di cui le ragazze si occupano. Si va dai 35 euro per un menu di carne e 45 per quelli di pesce e più sale il numero delle persone, più le cifre diventano competitive rispetto a un buon ristorante. “è una buona esperienza per chi ama la cucina, è sfizioso andare a casa della gente e proporre cose nuove”, aggiunge Silvano Foia, chef a domicilio vastese, socio professionista di Cucinacaracciolo cuochi di Villa Santa Maria (su Facebook Silvano Foia Home Restaurant) . “Lavoro in questo settore da dodici anni, su Vasto e nell’entroterra, ma ho iniziato come pasticcere formandomi ad una storica attività cittadina. Poi ho deciso di fare da me e ho messo le ali. Facendo questo lavoro ci si muove molto sul territorio, si imparano nuove tecniche, non si va solo a casa a preparare, si fanno anche extra nei ristoranti e questo consente di migliorarsi esplorare altri bagagli culturali. Ma è un lavoro faticoso, che si svolge per lo più in primavera ed estate, durante i giorni di festa e che potrebbe offrire tante occasioni a chi è disposto a sacrificare il proprio tempo”. Le richieste di aiuto sono tante, le risposte da parte dei giovani, però, poche, proprio per la necessità di immolare feste e fine settimana alla causa. E poi c’è la qualità da tutelare, perché il settore pullula di chef a domicilio improvvisati, più competitivi anche perché magari meno ligi alle regole. “Lavorare in trasparenza come faccio io e molti colleghi aiuta tutti”, conclude Foia, “aiuta a creare opportunità preziose in un mondo che è affascinante e sempre in evoluzione”. Monica Di Fabio [email protected] Nella foto in alto: Dario Cieri con i suoi frutti intagliati a un buffet da lui ideato In basso: Silvano Foia al lavoro in una cucina privata con i suoi attrezzi del mestiere La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 LA MANOVRA 4 COSA CI ASPETTA NEL 2012 L’ANNO CHE VERRÀ I l 2012 comincia con prospettive difficili per lavoratori, piccoli imprenditori, fasce più deboli e famiglie, che pagheranno più degli altri i sacrifici richiesti dalla Manovra economica imposta dal governo Monti. Il mondo del commercio si sta mobilitando contro le liberalizzazioni delle fasce orarie che rischiano di consolidare ancora di più potere e forza della grande distribuzione a danno di piccole e medie imprese commerciali che non hanno forza e mezzi di tenere orari e ritmi dei grandi. Secondo le previsioni molte saranno in Abruzzo le attività che soccomberanno alle logi- che di mercato, non solo per i ritardi di innovazione e la mancanza di infrastrutture adeguate, ma anche per le tasse, l’aumento degli adempimenti burocratici e una concorrenza che si fa sempre più agguerrita. Molte altre imprese resistono stringendo denti e utili fino alla sussistenza, in attesa che si aprano nuove prospettive per il futuro. I tagli colpiscono in modo incisivo le categorie più deboli, anziani, vecchi, bambini, disabili: persone che avrebbero diritto a servizi e politiche sociali mirate, ma che si ritroveranno a dover fare sacrifici simili a quelli di tutti gli altri e senza quegli interventi di sostegno che in moltissimi casi sono necessari per vivere in modo paritario, oppure per andare semplicemente avanti. In Abruzzo l’aumento delle tasse e dei prezzi dei generi di prima necessità, il picco di disoccupazione giovanile e il costo della vita rendono ancora più difficile la già complicata esistenza delle famiglie, costrette ad inventarsi rimedi e nuove strategie di risparmio per arrivare a fine mese rinunciando al meno possibile. Una terapia, secondo l’opinione di Massimo Cipollone, difficile da considerare come rimedio ma che addirittura potrebbe aggravare la crisi. (mdf) COMMERCIO, L’ORARIO CONTINUATO TRAVOLGE I PICCOLI ESERCENTI L a testa d’ariete si è chiamata “città d’arte e turistiche”. Solo a loro la legge consentiva di lasciare ai negozi la libertà pressoché totale di restare aperti quando e quanto volessero. La Regione ha tentennato nello stabilire quali città potessero fregiarsi di questo titolo, e i Comuni dei vari hinterland che ospitano i grandi centri commerciali avevano iniziato a studiare come far passare i capannoni delle zone industriali per attrazioni turistiche. A sgombrare il campo da ogni forzatura è arrivato il decreto Monti, che ha introdotto una liberalizzazione totale delle aperture, a prescindere dalla natura della città che ospita il negozio. In altre parole, mentre nelle ore notturne chiudono caserme e pronti soccorso per assenza di fondi e personale, potrebbe restare aperto invece il centro commerciale con l’orario continuato ventiquattro ore su ventiquattro. Contro la deregulation si sono però da subito scagliati i principali soggetti in campo: le associazioni dei datori di lavoro, ovvero Confesercenti e Confcommercio, e i sindacati dei dipendenti del terziario, Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil. La paura dei 33 mila 374 proprietari di negozi in Abruzzo è che liberalizzando gli orari altre quote di mercato si spostino verso la grande distribuzione, l’unica in grado di garantire aperture nei giorni festivi e fino a tarda sera. Già oggi il consumo in Abruzzo è concentrato nelle mani di pochi giganti del commercio, specie nel settore food: se in Italia la grande distribuzione controlla il 70 per cento del settore, in Abruzzo la quota arriva al 90 per cento (stima del centro studi Confesercenti), e solo il tentativo di ritorno nei centri urbani di alcune insegne della media distribuzione sta provando a invertire la tendenza fra molte difficoltà. Ma anche nel settore del non-food il boom dei centri commerciali sta mietendo le prime vittime abruzzesi che pure hanno puntato molto sulla dislocazione di filiali nelle più grandi piattaforme commerciali. Sempre di più insomma i risparmi degli abruzzesi vanno ad arricchire le casse di catene internazionali che in Abruzzo fanno solo “raccolta”, e le liberaliz- zazioni potrebbero rafforzare questa tendenza. E ai dubbi dei proprietari dei negozi si aggiungono quelli dei dipendenti, che temono di dover dire addio a qualunque domenica in famiglia. Il loro calendario rischia insomma di diventare senza più giorni “rossi” in cui potersi riposare. C’è poi la partita degli edicolanti, che si sono visti liberalizzare le autorizzazioni alle aperture ed agli orari nonostante il calo costante della vendita dei giornali: ormai in Abruzzo non si vendono più di 50 mila quotidiani al giorno il guadagno di ogni ora di lavoro oscilla fra i 2,5 e i 3 euro. In tutta Italia d’altronde a giugno 2011 si sono venduti quasi 230 mila quotidiani in meno – ogni giorno – rispetto all’anno precedente. Ma questa è la nuova era delle liberalizzazioni, almeno per i piccoli esercizi commerciali e gli edicolanti: tutti gli altri, dalle grandi assicurazioni ai notai ai farmacisti, quel tempo può aspettare. Piero Giampietro [email protected] ANNO NUOVO, PROBLEMI VECCHI: MEDICINE L ’Italia ricomincia da tre. Tante, in sei mesi, le manovre di aggiustamento dei conti publici. Altre ne sono state fatte, negli ultimi sedici anni, da entrambi gli schieramenti di questo bipolarismo sballato. Nessuna riforma istituzionale, strutturale, fiscale e politica. Lo “spread” si tiene alto, la condizione dei cittadini peggiora e Berlusconi e Bossi se la prendono con Monti. In fondo, hanno governato solo otto degli ultimi dieci anni, che responsabilità possono avere? La crisi, nata negli USA tre anni fa con il fallimento della Lehmann Brothers, ha avuto origini finanziarie grazie all’assurda “deregulation neoliberista” dei mercati. Dagli USA si è poi estesa, con modi e intensità diverse in alcune aree del mondo, sino ad avere effetti sui conti pubblici (i cosidetti “debiti sovrani”) e sulle economie reali. L’ultima fase ha riguardato l’Euro e il debito pubblico di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda. Più in particolare dell’Italia, titolare del terzo debito al mondo dopo USA e Giappone. Gli Stati Uniti, per occultare le crescenti disuguaglianze di reddito fra i cittadini, hanno perseguito da molti anni un modello di sviluppo insostenibile, fondato sull’indebitamento delle famiglie e su una bilancia dei pagamenti in persistente passivo. Un modello non perpetrabile all’infinito, poiché gli squilibri nei flussi correnti degli operatori “Stato>Famiglie>Estero” generando stock crescenti di passività finanziarie, hanno messo in difficoltà gli stessi mercati finanziari. In alcuni casi si sono tentate reazioni con interventi di espansione della liquidità. In genere, con effetti solo di breve momento. Di fronte alla crisi l’Europa, trascurando persino i rischi di contagio della crisi greca, è rimasta inerte. Nel 2011, si evidenzia un fatto nuovo. Le esportazioni di capitali dai Paesi maturi a quelli emergenti esplodono, raggiungendo livelli mai registrati prima. Queste toccano i 1.041 miliardi di dollari: 574 miliardi investiti in Equity, 423 investimenti Diretti e 151 di Portafoglio. 467 miliardi sul totale appartengono a Creditori Privati. L’enorme volume di capitali esportati fa supporre che il capitale prodotto in “occidente” venga investito altrove e che, di conseguenza, nei Paesi maturi l’investimento ristagni. Con effetti depressivi su sviluppo e occupazione. Se imprese e cittadini ricchi dei Paesi maturi tendono a non investire più a casa loro, lì, si riducono base produttiva, forza lavoro occupata e livelli d’innovazione. Questo enorme flusso di capitali in uscita ha, almeno, tre origini diverse: 1) Il Governo USA, per incoraggiare gli investimenti, offre risorse finanziarie a costo zero, ma esse finiscono nei paesi “emergenti”, dove tassi d’interesse e opportunità di profitto sono maggiori. E’ questa, forse, la ragione per cui neppure l’industria americana riesce ad avvantaggiarsi di tali eccellenti condizioni. Ciò fa supporre che incentivare gli investimenti privati non aiuti ad uscire da crisi e stagnazione e che, solo l’investimento pubblico, possa far aumen- tare la domanda con effetti reali sull’economia. 2) La progressiva riduzione delle capacità competitive dei Paesi “maturi” sul mercato mondiale, ha favorito la delocalizzazione delle produzioni (“globalizzazione”). L’investimento all’estero non offre solo vantaggi relativi ai costi di produzione, ma anche di domanda interna molto più alta. Come in Cina dove il nuovo vasto ceto medio dispone di più denaro rispetto ai Paesi occidentali. In un’area in cui l’industria è partita quasi da zero, è anche più facile sperimentare nuove tecnologie e nuovi prodotti. Va pure detto che la produzione cinese che invade i mercati occidentali, è frutto di investimenti fatti là dalle grandi imprese americane o europee. 3) La “vecchia industria” occidentale è “appesantita” da relazioni sociali molto più vincolanti e costose che nei Paesi emergenti (vedi Fiat). In occidente, dunque, la finanziarizzazione dell’economia, la de-regolamentazione dei mercati finanziari e la crescita esplosiva dell’uso dei prodotti “derivati”, hanno ridotto e marginalizzato il mercato di tutte le LA MANOVRA La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 GLI EFFETTI SUL SOCIALE 5 I TAGLI NON RISPARMIANO BAMBINI, ANZIANI E DISABILI L o ha ricordato anche il Presidente Napolitano nel discorso di fine anno. Nel 2012 occorrerà riformare le politiche sociali. Non ci sono più i soldi per sostenere il vecchio Stato sociale che aiutava tutti, che era molto generoso con i ricchi e molto avaro con i poveri. Che attribuisce la stessa indennità di accompagnamento sia a chi ha 10 milioni in banca sia a chi una misera pensione sociale. Che detrae i familiari a carico anche a chi ha una villa al mare e una Porsche Cayenne. Che eroga contributi a pioggia per i bisogni sociali per oltre 50 miliardi di euro (assegni familiari e detrazioni fiscali, pensioni sociali ed integrazioni, indennità e pensioni agli invalidi e disabili, pensioni di guerra), mentre lascia solo 8 miliardi per i servizi di assistenza sociale. Un sistema iniquo. Il 2011 è stato l’anno dello smantellamento dei servizi alla persona costruiti nell’arco di dieci anni, dopo la legge 328 del 2000, salutata come legge storica per le politiche sociali, ma di fatto mai attuata ed oggi di fatto cancellata. In Abruzzo i servizi sociali dei Comuni hanno subito un taglio di fondi di circa il 50%. I servizi domiciliari e i centri diurni sono stati ridimensionati o chiusi: centinaia di famiglie e di persone in difficoltà non hanno più assistenza. Molte cooperative hanno chiuso i battenti sia per i ritardi dei pagamenti dei Comuni sia per la chiusura dei servizi. Nonostante le rassicurazioni politiche e le affermazioni sulla carta, il Piano sociale regionale del 2011 è stato lo strumento che ha azzerato la programmazione dei servizi ed inferto un colpo quasi mortale ai servizi, dopo che il governo Berlusconi ha nel corso dei suoi tre anni quasi azzerato il fondo nazionale per le politiche sociali. Timidamente hanno protestato i sindaci, timidamente hanno protestato alcune associazioni, scarse le reazioni delle Caritas locali, mentre venivano cancellati anche quei pochi diritti sociali e costituzionali conquistati nell’ultimo decennio. Come per l’economia, i servizi alla persona sono tornati agli anni ’80 in Italia ed in Abruzzo. Quando tutto era affidato alla beneficenza e al volontariato. Dobbiamo arrenderci ai tagli o possiamo fare qualcosa? Entro il 31 gennaio di questo nuovo anno il Governo Monti dovrà far approvare al Parlamento la legge delega fiscale e assistenziale. Si tratta di un appuntamento decisivo per le politiche sociali. Dai 50 miliardi di euro destinati ai contributi sociali dovranno essere tagliati 15 miliardi di euro, ovvero il 30%. Chi pagherà questi tagli saranno sicuramente le persone disabili e gli anziani, insieme alle famiglie e quindi ai bambini. Fra gli addetti ai lavori si sostiene che riformare la socio-assistenza significherà passare dalle politiche sociali universali (poco, ma a tutti, indipendentemente dal reddito) a quelle selettive (dare di più ma solo a coloro che ne hanno ef- fettivo bisogno in assenza di un proprio patrimonio). Altro punto chiave: spendere i soldi destinati alle indennità di accompagnamento per le fasce di reddito alte direttamente ai servizi, perché varie indagini hanno rivelato che molte indennità vengono spese in maniera impropria e ce ne sono molte altre che finiscono anche in mano a chi non ne ha diritto (si veda la storia dei falsi ciechi anche in Abruzzo). Di certo saranno anni di passione per i servizi sociali abruzzesi: il budget regionale del 2012 è rimasto invariato rispetto al 2011 (che però era il 50% del 2008), ma i tagli nazionali ridurranno ancora i servizi dei Comuni del 30%. Occorrerà avere il coraggio di riconvertire una parte della spesa sanitaria per alimentare i servizi socio-sanitari. In Abruzzo la sanità è ancora in prevalenza ospedalocentrica, mentre al territorio arrivano poche risorse. Abbiamo forse azzerato il deficit. Ma il sistema sanitario abruzzese rimane ancora molto indietro e obsoleto rispetto all’integrazione socio-sanitaria, vera chiave per non arrendersi alla distruzione dei servizi e dei diritti delle persone in difficoltà. Andrea Bollini [email protected] REGIONE Una legge in difesa dei più deboli I l Consiglio regionale abruzzese, nella seduta del 28 dicembre scorso, ha approvato una legge regionale che consentirà ai centri sanitari che si occupano di bambini e adulti con disabilità o abusati e maltrattati di poter operare anche nel 2012 in regime di accreditamento provvisorio. Si tratta di un provvedimento atteso da circa 10 anni che finalmente la Regione, con un’intesa bipartisan, ha adottato, riconoscendo il diritto di cura per bambini vittime di violenza e per i servizi dedicati all’autismo. Nei mesi scorsi le associazioni erano scese in campo per chiedere parità di trattamento con le altre strutture del servizio sanitario, che pure negli anni scorsi avevano goduto di accreditamenti. Con la legge del 28 dicembre si è ripristinata l’uguaglianza di trattamento con il riconoscimento di servizi che vanno avanti da oltre dieci anni ma che i precedenti governi regionali avevano per inerzia trascurato. Una buona notizia per centinaia di famiglie che potranno continuare a ricevere quei servizi specialistici di cura, che rappresentano la più grande opportunità di inserimento sociale verso la vita adulta di quei bambini segnati alla nascita da disabilità o maltrattamenti e che solo adeguate terapie sono in grado spesso di guarire e restituire alla normalità. PIU’ DANNOSE DELLA MALATTIA? attività “reali”. Gli operatori finanziari non tengono più conto dei movimenti di fondo dell’economia reale perché guadagnano, principalmente, intervenendo sui movimenti di breve e brevissimo periodo dei mercati finanziari stessi. Semplificando (come ben evidenzia uno studio recente di Carlo D’Ippoliti e Alessandro Roncaglia dell’Università La Sapienza), gli operatori finanziari utilizzano ormai correntemente i “credit default swaps” non solo e non tanto per operazioni di copertura da rischi, ma anche per speculare sulle prospettive di peggioramento della situazione. Assicurandosi contro il “default” o anche solo contro la caduta di prezzo di un titolo che non si possiede (ovvero acquistando “naked” CDS), speculano al ribasso con maggior efficacia (e maggiore leva) di quanto sia possibile, ad esempio, con vendite allo scoperto dei titoli. Insomma, rischi molto bassi e vantaggi molto grandi. Una tale libertà d’azione ha contribuito all’enorme crescita della quota del settore finanziario sul PIL di tutti i Paesi del mondo. Ma in misura molto minore è aumentato il numero degli addetti. Mentre, in presenza di una forma di mercato oligopolistica, gli eccezionali profitti hanno in gran parte alimentato le retribuzioni, divenute elevate e con punte inimmaginabili, per i massimi dirigenti. Il metodo delle “stock options”, ha poi loro consentito anche grosse elusioni delle imposte sul reddito. Inutile sottolineare gli effetti distorsivi nell’allocazione, oltre che dei capitali, della forza-lavoro più qualificata e il danno complessivo derivante per l’economia reale. La via maestra dei “capitali”, dunque, non è più l’industria ma la finanza. Un’area aperta ad ogni possibile innovazione e tuttora priva di vincoli. Il denaro, così, si ottiene direttamente dal denaro. Sembrerebbe fantastico. Se non fosse che i pesanti effetti negativi di questi enormi flussi di capitali in uscita, stanno provocando un rapidissimo processo di decadenza di tutto l’Occidente. Solo i Paesi asiatici sembrano mostrare energie e capacità per affrontare il futuro. L’Europa, continua ad attribuire importanza esclusiva agli squilibri reali dei conti pubblici e/o dei conti con l’estero trascurando, ancora, i meccanismi finanziari della speculazione e le esigenze di avanzamento del processo di integrazione. Nonostante le manovre tampone di riequilibrio di bilancio, gli interventi a sostegno delle banche (oltre 500 miliardi di euro l’ultimo maxi-prestito della BCE), quelli di incremento degli ammortizzatori sociali e la riduzione delle entrate fiscali dovuta all’entrata in crisi dell’economia reale, i disavanzi pubblici degli Stati sono aumentati di tre o quattro volte. In assenza di variazioni strategiche (italiane ed europee), cresce il timore che il circolo vizioso “recessione-manovre-recessione” si accentui. Intanto, la povertà si diffonde, ma i ricchi diventano sempre più ricchi. Già, perché se qualcuno perde, c’è sempre qualcun’altro che guadagna. Perché, se in caso di fallimento del “privato” interviene lo Stato, al privato restano i profitti ma al “pubblico” vanno le perdite. E sempre con buona pace per il “bene comune” e … per i “soliti noti” sui quali grava, prevalentemente, il costo della crisi. Massimo Cipollone [email protected] Su www.quotidianodabruzzo.it l’articolo di Massimo Cipollone e in allegato la tabella relativa ai Paesi OCSE- settore pubblico avanzo e disavanzo in percentuale del PIL e le previsioni 2011-2012 IMPRESA La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 LE RIFORME DA FARE 7 LA BUROCRAZIA COSTA 21 MILIARDI I ncredibile ma vero. Il costo della burocrazia per le imprese in Italia è di 21 miliardi di euro e di parecchi milioni di euro in Abruzzo. La cifra, per quanto impressionante, è frutto di uno studio molto preciso ed è fornita dal direttore generale di Confindustria Pescara, Luigi Di Giosaffatte. “Basterebbe eliminare o snellire 71 procedure burocratiche per consentire alle imprese di risparmiare più di 12 miliardi di euro all'anno. Il taglio stimato sui soli interventi in materia di lavoro, previdenza, prevenzione incendi e beni culturali ammonta a 5,5 miliardi di euro l'anno”. In un momento in cui i fondi per lo sviluppo e il rilancio dell'economia non saltano mai fuori, sembra assurdo che il Moloch della burocrazia fagociti tutti questi soldi. Sul rapporto d'amore-odio tra Impresa e Pubblica Amministrazione è stato scritto adesso anche un libro 'Semplificazione Amministrativa: dal dire al fare'. Il testo è basato sui risultati del progetto Iride, ovvero sull'indagine sui rapporti tra impresa e pubblica amministrazione in Provincia di Pescara. Il lavoro di rilevazione e analisi su un campione di imprese associate è stato svolto dal gruppo di lavoro composto da Alessandro Addari, Ernesto Anchini, Donatello Aspromonte, Nicola Cinquino, con il coordinamento tecnico-scientifico del direttore generale di Confindustria Pescara Luigi Di Giosaffatte. “Abbiamo utilizzato un metodo induttivo; siamo partiti da una elaborazione di un metodo qualitativo per valutare 13 livelli di performance della Pubblica Amministrazione, attraverso la costituzione di tre focus group, per poi passare ad una ricognizione generale sul rapporto impresa e Pubblica Amministrazione in Italia. Lo spunto è giunto dai dati della Banca Mondiale che vedono l'Italia, nel 2010, al 78mo posto in graduatoria su 183 Paesi per quanto riguarda il rapporto tra la P.A. e le imprese, un risultato peggiorato di due posizioni nel 2011, con una percentuale di imprese che vedono la burocrazia come un ostacolo che è passata dal 18,2 % del 2010 al 19.3% nel 2011”. Il problema non è però quello di individuare i provvedimenti da adottare, né tantomeno il costo delle singole azioni, perché le riforme sono a costo zero, basta tradurle in pratica. “Il nostro studio esamina atti normativi strategici come lo Small Business Act ed il Piano per la Semplificazione Amministrativa 2010-2012 che se effettivamente attuati possono dare un impulso consistente alle attività di impresa. La constatazione amara è però che la semplificazione amministrativa non produce dati positivi. Un caso emblematico resta quello relativo alla media italiana per il rilascio di una concessione edilizia che ammonta a 257 giorni. In realtà tempi così lunghi rischiano di essere anticiclici, vale a dire che lo scenario che induce una impresa a fare investimenti infrastrutturali potrebbe subire, in un lasso di tempo così lungo, una variazione tale da rendere più rischioso avviare l'investimento”. Fortunatamente, secondo Di Giosaffatte, i modelli positivi non mancano: “Nel libro citiamo l’esempio dell’accordo tra Provincia di Pescara, la banca che gestisce il servizio di tesoreria e il consorzio di garanzia collettiva confidi mutualcredito. In forza di tale intesa l’Ente certifica il credito, la Banca ne anticipa l’importo per 180 giorni a un tasso molto competitivo e il Consorzio Fidi concede una garanzia per il 50% del totale dell'importo dell'anticipazione. L’impresa può ottenere fondi e può programmare ulteriori lavori”. Sulla possibilità di replicare il modello in altre realtà la risposta è lapidaria: “Si può fare da domani in tutta Italia”. Per il direttore di Confindustria Pescara questa procedura potrebbe anche essere applicata nel caso in cui si realizzasse il progetto di pagare le imprese con i titoli di Stato “Basterebbe fare un accordo generale con l’Abi per smobilizzare subito i fondi ottenuti in questa maniera, coinvolgendo anche i consorzi fidi, ex art.107 del Testo Unico Bancario vigilati dalla Banca d’Italia”. La massa di liquidità immessa nel sistema economico sarebbe impressionante. “L’importo di 64 miliardi di Euro di debiti che lo Stato deve alle imprese deve essere purtroppo aggiornato a circa 70 miliardi, cifra toccata nel 2011. Le norme ci sono basta applicarle e farle rispettare ed esistono anche alcune buone pratiche amministrative che possono essere replicate in tutta la Pubblica Amministrazione”. Altro esempio positivo citato nella ricerca del progetto Iride è quello dello sportello Inps. “Lì sono state ridotte notevolmente le code allo sportello; questo dato ci è stato confermato anche i consulenti delle aziende incontrati in occasione dei focus group. L’Inps fornisce risposte on line certificate, fissa appuntamenti con i vari dirigenti responsabili dei servizi e accetta anche dei documenti come allegati ai messaggi di posta elettronica. Tutto questo fa risparmiare tempo e denaro alle imprese”. Sul ruolo dei consulenti per Di Giosaffatte va aperto un capitolo a parte: “Spesso sono loro a tenere i contatti tra le aziende e gli enti pubblici. Purtroppo abbiamo rilevato che le domande che vengono formulate agli uffici della P.A. di frequente non sono chiare e i quesiti non chiari o poco definiti rallentano le risposte. A bloccare la macchina amministrativa è anche la rigidità delle procedure”. Due esempi chiariscono meglio il concetto. “Mancano i finanziamenti, ma questo è un problema cronico. Abbiamo riscontrato che per errori banali, per piccole difformità di procedura gli uffici pubblici sono costretti a rimandare la pratica indietro perché non possono fare una deroga ai regolamenti che consente la correzione dell'anomalia senza annullare o interrompere il procedimento e questo provoca un danno in termini di tempi e costi. Come se non bastasse c’è anche una difformità interpretativa tra i vari comuni tale da creare comportamenti diversi sulla gestione della medesima pratica a distanza di pochi chilometri”. Nello Di Marcantonio [email protected] Nella foto Luigi Di Giosaffatte, direttore generale di Confindustria Pescara PROGETTO IRIDE I l Progetto IRIDE è un lavoro di rilevazione e analisi su un campione di imprese associate coordinato dal Direttore Generale di Confindustria Pescara Luigi Di Giosaffatte. Il Progetto IRIDE pone in evidenza le carenze della P.A., ma in logica propositiva punta alla promozione dei modelli positivi di semplificazione per una divulgazione sul territorio. IRIDE rappresenta un modello di studio e miglioramento da replicare sull’intero territorio nazionale. Tredici i temi misurati nel volume, dalla disponibilità del personale preposto alla competenza dello stesso, passando poi per tempi di attesa, semplicità e onerosità delle procedure. Sono state anche analizzate la chiarezza interpretativa delle risposte e il supporto Internet per arrivare infine al coordinamento tra uffici interni e con gli altri Enti. Due i cluster di riferimento, quello delle aziende e quello della P.A., con tre focus group e due questionari. L’AQUILA La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 MANUELE MORGESE 9 LA SFIDA DELL’ATTORE CARPENTIERE N onostante le vacanze e il freddo, l’attore e direttore artistico di Teatro Zeta, Manuele Morgese, passa le sue giornate nel cantiere del Parco delle Arti, un nuovo spazio teatrale di cinque mila metri quadrati immerso nel verde delle campagne di Monticchio, nella zona est dell’Aquila. Manuele Morgese, napoletano di nascita e aquilano d’adozione, da anni porta avanti la realtà di Teatro Zeta, un piccolo spazio di produzione e sperimentazione, nato in un garage e diventato in poco tempo polo di attrazione culturale e luogo di creazione artistica. La determinazione dell’attore napoletano darà alla luce un progetto ambizioso e importante per la città. “Parco delle Arti, come progetto, nasce prima del terremoto, nel 2008”, dice Manuele Morgese imbrattato dalla testa ai piedi, di vernice bianca, ”Nasce per volontà di Teatro Zeta nel tentativo di decentrare le attività di formazione professionale per il teatro. I teatri erano tutti in centro storico e avevamo immaginato delle aree più vaste e alternative come capannoni industriali per fare formazione professionale, cosa che è accaduta a fine 2011 con il bando regionale dell’Accademia d’arte drammatica nazionale. Così il Parco delle Arti è nato per formare gli attori professionisti in regione”. Le fondamenta di questo nuovo spazio teatrale sono state poste nel febbraio del 2011 e in meno di un anno, a marzo di quest’ anno, sarà pronto il primo lotto che ospiterà gli allievi dell’accademia e gli uffici. Il presidente onorario dell’Accademia d’arte drammatica è il drammaturgo italo-americano, Mario Fratti e i dodici allievi trascorreranno tre anni, diciotto ore a settimana, dal lunedì al venerdì, a contatto con insegnati del calibro di Kathy Marchand del Living Theatre, Pino Micol, Max Cutrera, Gabriele Ciaccia e molti altri, lavorando sul corpo, sulla voce, esercitandosi nel canto, nella danza, nella scherma e studiando storia del teatro e tutte le materie classiche delle accademie nazionali. La struttura è stata finanziata per il quaranta per cento del progetto, quattrocento mila euro, da Arcus Spa, un braccio del Ministero dei Beni Culturali e del Ministero delle Infrastrutture. Sono necessari ancora trecento mila euro per la scenotecnica e quindi palcoscenico, graticcia e poi luci, sipario, poltrone e arredamenti. “Teatro Zeta l’ho visto sempre come un movimento di idee, o come idee in movimento”, continua Morgese, “idee giovani e alternative e alternativo è il fatto che il progetto cammina ed evolve ad una velocità notevole. Alternativo è anche il fatto che nella città della non ricostruzione come L’Aquila ci sia un progetto di nuova costruzione. Io non mi sono mai fermato, anche il trenta di dicembre ero qui con gli operai che hanno messo il massetto per il pavimento e oggi sono qui a fare le prove di vernice. Grandi limiti sono i permessi e le utenze che però stiamo risolvendo, nonostante la situazione fisiologica che c’è all’Aquila. Dopo un anno dalla domanda di allaccio della corrente ancora siamo senza elettricità”. Il teatro di Parco delle Arti conterà duecento cinquanta posti all’interno e mille nella platea esterna e, oltre all’accademia di teatro, sarà sede di un progetto di formazione cinematografica per attori, dei corsi di teatro per bambini, per attori non professionisti, di attività legate al sociale e di produzione di spettacoli di sperimentazione e produzione “Sto cercando di creare una rete di teatri molto grandi che vede Firenze, Milano, New York, Berlino”, parla Morgese camminando negli ampi spazi del teatro, “una rete di professionisti su vari livelli: dal cinema, alla musica, dall’audiovisivo, alla pittura, insomma una serie di attività che faranno da contorno al teatro ed è per questo che si chiama Parco delle Arti. La sala non nasce per ospitare delle compagnie, ma abbiamo l’esigenza di provare su un palcoscenico vero, vista l’importanza delle produzioni che la compagnia Teatro Zeta mette in scena, come l’ultimo Caligola di Camus con regia di Pino Micol”. L’attività di Teatro Zeta si svolge, attualmente, in un piccolo teatrino alla periferia dell’Aquila dove Manuele Morgese, insieme a cinque giovani collaboratori, professionisti del teatro, porta avanti una stagione con cento soci e corsi e laboratori per quasi cento allievi. “Man mano che vado avanti non so quali siano i miei sogni” dice ancora Manuele Morgese, “io voglio fare l’attore e paradossalmente tutto nasce per questo motivo. Io voglio fare l’attore, non l’imprenditore. Per fare questo ho costruito prima Teatro Zeta, la sala storica, partendo da un garage e mettendo in gioco molte risorse personali. Con il tempo ho notato di avere delle capacità imprenditoriali che, a dire la verità, non pensavo di possedere. Parco delle Arti nasce, però, soprattutto, da una volontà professionale e non demagogica di ridare alla città uno spazio teatrale. Spero, personalmente, in una riapertura, in tempi brevi, degli spazi storici nel centro della città e spero che il nostro spazio insieme ad altri sarà, in futuro, uno dei tanti luoghi culturali di cui questa città ha bisogno”. Manuele Morgese, prima di andare via, mette in ordine le ultime cose, spegne una vecchia radio e poi chiude le porte del teatro quando ormai è notte “Io sto facendo semplicemente il mio dovere senza remore e con grande coraggio, mettendoci la faccia e sporcandomi le mani”, racconta infine l’attore partenopeo. “Sono partito da zero, non sono ricco di famiglia, so che il denaro ha un grande valore e quello che mi è stato affidato dal ministero è mio dovere utilizzarlo per fare ciò che il ministero mi chiede. Io, quindi, mi schiero in prima linea e faccio tutto ciò che c’è da fare, oltre a fare l’attore. La mia giornata dura più di dodici ore e mi sento sereno perché sto facendo il massimo e, in questo momento, lo sto facendo anche per questa città e per i ragazzi che lavorano con me. Ho il dovere di chiudere questo progetto con tutte le armi che ho a disposizione e se le mie braccia e il mio fisico, oltre che il mio intelletto, sono necessari sono pronto a metterle a disposizione e sono pronto a dare tutto me stesso”. Francesco Paolucci [email protected] In alto: l’attore Manuele Morgese nella versione carpentiere all’interno del cantiere del Parco delle Arti Nella foto piccola la struttura teatrale vista dall’esterno CULTURA La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 LE SCELTE DEGLI ENTI LOCALI 11 LE MISS BATTONO I VIOLINI I Comuni spendono per i concorsi di Bellezza, non per la Classica L ’armonia dissonante è una cosa, la stonatura è altro. Se fosse uno spartito su di esso le note risulterebbero messe letteralmente a caso, senza che dietro vi sia un’idea o, come la definisce il direttore del Conservatorio Luisa D’Annunzio di Pescara Massimo Magri, una progettualità. Succede così che per comprare una tappa di Miss Italia anche il più piccolo comune d’Abruzzo è disposto a spendere anche 6 mila 500 euro, ma per un concerto d’archi di tre giovani diplomati in uno dei conservatori della nostra regione, ad esempio, quei mille euro non ci sono mai. E in effetti le casse degli assessorati alla cultura piangono miseria e, come conferma la responsabile alle politiche culturali della Regione Abruzzo Paola Di Salvatore, nel 2012 un’altra scure si abbatterà sui fondi ad esse destinati “ma ci stiamo impegnando per riportare le cose ai livelli del 2008 grazie allo sblocco dei fondi Fas”. è vero che una serata d’intrattenimento con presentatore, spettacolo e ragazze in costume da bagno ha un ritorno d’immagine non indifferente, ma questo non vuol dire sacrificare la cultura. Nessuna offesa è semplicemente una differenza terminologica, o per usare un eufemismo musicale, di tonalità: intrattenimento e cultura sono due cose simili, ma diverse e per questo perfettamente in grado di coesistere. Peccato che più che una pacifica e proficua convivenza sembra proprio che quello socialmente più forte abbia messo nel dimenticatoio, o quasi, quella cultura che il Maestro Claudio Abbado ha definito “un bene primario come l’acqua. I teatri, le biblioteche e i cinema sono come tanti acquedotti” che, vuoi la crisi vuoi le nuove ‘priorità’ sociali, fanno acqua da tutte le parti. “Mai avuto problemi a vendere una tappa di Miss Italia”, conferma un ragazzo che per qualche mese ha lavorato nel settore, “la base era 4 mila euro se poi si volevano anche gli ospiti allora si arrivava fino a 6 mila e 500 euro. Ne avrò vendute una decina e non ho avuto neanche un rifiuto”. Rifiuti che invece sono all’ordine del giorno per chi cerca di vendere, a prezzi stracciatissimi, musica colta. All’estero la cosa è diversa sebbene, come conferma Magri, la crisi ormai si faccia sentire ovunque. “Per un musicista è importante andare all’estero a fare esperienza”, spiega, “la Germania e la Spagna sono stati i due Paesi che hanno offerto di più. A molti miei ex allievi ho consigliato di andarci. Ora anche lì si vive questo tipo di crisi, ma il paragone non è neanche fattibile. In Inghilterra non ne parliamo neanche. Esistono associazioni che sostengono le orchestre e gli stessi sostenitori creano delle loro piccole orchestre non professionali e ospitano nelle loro case musicisti stranieri con cui la sera, in casa, si dilettano a suonare insieme a tutta la famiglia. A me è successo a Birmingham. Qui da noi una cosa del genere è impensabile. Nei teatri l’età media degli spettatori è sempre più alta. Manca la conoscenza e manca la diffusione. Ecco perché dico”, sottolinea, “che non c’è una progettualità. Abbiamo portato i nostri ragazzi nelle scuole e mi sono accorto che i bambini sono curiosissimi. E’ lì che si deve investire, è in questo che andrebbero spese risorse, non nell’invitare il cantante famoso”. Interazione tra istituzioni dunque. Questa la chiave anche secondo la Di Salvatore. “Il punto è che bisogna fortificare le realtà culturali territoriali”, dice, “quello che serve sono qualità, ottima produzione, programmazione, capacità distributiva e, soprattutto, capacità di dialogo anche con altre realtà. E’ stata stipulata proprio pochi mesi fa la prima convenzione da quando sono nate le Regioni, tra l’Isa e l’Orchestra della Regione Marche: cento elementi per poter suonare delle composizioni altrimenti non rappresentabili. Non è sulla cultura che si deve risparmiare”, aggiunge “ma sulle spese amministrative e organizzative. Bisognerebbe creare dei poli e puntare sulla qualità. Ecco perché sono fermamente convinta che i laboratori siano un grande potenziale da sfruttare. I Conservatori, in sinergia con le grandi orchestre, dovrebbero fare questo così da dare ai giovani la possibilità di esprimersi e formare anche le generazioni future. Ho dovuto gestire”, spiega ancora Di Salvatore, “4 milioni di euro circa, di cui un milione e 56 mila sono stati destinati ad eventi e laboratori. Laboratori rivolti ai ragazzi dai 3 ai 15 anni e distribuiti, grazia al Conservatorio dell’Aquila in tutti i comuni del cratere. Sono stati donati piccoli strumenti musicali e i docenti sono stati proprio i giovani diplomati. Una docenza ludica che molto può fare per ridare lustro a ciò che di più prezioso abbiamo: la cultura”. Insomma, se il genio è per pochi, la capacità di analisi è invece una possibilità aperta a tutti purché si cerchi una chiave di collaborazione che possa spingere un comune a spendere sì 6 mila euro per l’intrattenimento, ma anche qualcosa per ridare significato al termine ‘cultura’ divenuto ormai una sorta di contenitore vuoto. Come ebbe a dire uno dei più grandi pensatori del nostro secolo, Hans Georg Gadamer, “la cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande”. Un pentagramma bianco dunque, su cui ognuno, dalle istituzioni politiche, ai Conservatori fino ai musicisti, dovrebbero imprimere la loro nota: un modo per ridare movimento ad una sinfonia che sembra ristagnare ormai da troppo tempo. Alessandra Farias [email protected] La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 LE IDEE 13 SOLO CON UNA SOCIETÀ EQUA TORNEREMO A CRESCERE di Euclide Di Pretoro* S crive Edmondo Berselli, nel suo ultimo libro “L’economia giusta”: “la democrazia dei “fattoidi”, che vive di pettegolezzi e sempre nuove trovate televisive, prevale facilmente sulla politica della realtà”. Ecco, l’ampia discussione sull’art.18, di questi ultimi mesi, è solo l’ultimo esempio di un autentico “fattoide”. Una indagine di Unioncamenre, su un campione di 100.000 aziende, rileva come nessuno cita l’art.18 tra i motivi delle mancate assunzioni. Dato rilevato anche da numerosi studi e analisi che dimostrano chiaramente che lo Statuto dei lavoratori non ha frenato l'o ccupazione, dalla sua applicazione ad oggi, anzi. Una riprova che l’art.18 non costituisce un problema per le imprese sta nel dato relativo alle assunzioni. Tra il 22,5% del campione che invece ha fatto assunzioni, oltre i tre quarti (il 76,9%) è costituito da imprese con oltre 50 dipendenti, cioè imprese che ricadono quindi nell’ambito di efficacia dell’art. 18. Nel 2009, l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha percepito un compenso di 4 milioni e 782 mila euro, pari a 435 volte il reddito di un suo operaio. Da circa venti anni il termine egualitarismo è tabù nel dibattito pubblico, demonizzato alla stregua di un’ideologia totalitaria. Ma nel frattempo imponenti quote della ricchezza nazionale sono state dirottate dal lavoro dipendente a vantaggio dei profitti, esasperando una disuguaglianza di reddito senza precedenti storici. Quest’imponente spostamento di punti del Prodotto interno lordo dai salari al capitale non ha certo reso più competitiva l’economia come invece prometteva. Il fatto è che il “fattoide liberalpopulista” è stato in grado di convincere i ceti medi che nella società low cost della Borsa euforizzata e delle public companies, la deregulation sarebbe andata a loro favore; mentre era chiaro a tutti che avrebbe favorito, con gravi iniquità, il capitale monopolistico della grande finanza e accentuato ineguaglianze acute negli assetti sociali. Dopo gli anni del populismo e dell’immobilità, nasce il governo Monti. Esso nasce all’insegna del rigore, dell’equità e dello sviluppo. Ci auguriamo tutti, e auguriamo all’Abruzzo e all’Italia, che parlare di rigore, equità e sviluppo non costituisca il presupposto per un nuovo, ancorchè drammatico, “fattoide”. Non è, infatti, possibile discutere di equità, giustizia sociale e redistribuzione del reddito, prescindendo dalle nude cifre dell’aumento delle diseguaglianze, della disoccupazione e della povertà. Così come non è possibile prescindere dalla precarietà del lavoro e dalle altresì drammatiche condizioni di lavoro delle nostre piccole e piccolissime imprese paralizzate da quel circolo vizioso e soffocante della “finanza bloccata” che non permette loro di riscuotere crediti e quindi pagare debiti verso i fornitori, così che la catena si stringe di giorno in giorno e porta alla morte di tante imprese e alla distruzione di tanti posti di lavoro. Questo non è materia per un nuovo “fattoide” e a sostanziare l’argomento bastano i dati sul flusso delle sofferenze bancarie delle imprese che, nella nostra Regione, passa da 132 milioni di euro del 2008 a 160 del 2009 a 246 del 2010 e nel solo primo semestre 2011 tale valore raggiunge 194 milioni di euro. In rapporto ai prestiti bancari, il valore delle sofferenze delle imprese abruzzesi, passa dal 5,8% del primo trimestre 2008 (inizio crisi) al 9,8% del primo trimestre 2011. La crisi che stiamo attraversando è una gravissima crisi di redistribuzione e non dovrebbe essere un segreto – ci ricorda Berselli - che le società bene ordinate hanno prosperato quando sono riuscite a distribuire con sufficiente equità il benessere generato dall’attività economica. Ci auguriamo che questa crisi serva da insegnamento ai fanatici del “neoliberismo” (di desta e di sinistra), ai fans del “turbo capitalismo”, agli entusiasti della “new economy”. *Sociologo NON LASCIAMO SOLA L’AQUILA di Alberto Ferrigolo L ’ultimo dell’anno L’Aquila era una città spettrale. Battuta dal vento freddo, abbandonata da Dio e dagli uomini. Ferita a morte, impacchettata e immobile come se dovesse essere trasferita in blocco altrove per non essere mai più ricostruita. Una sensazione terribile. L’Aquila è lì, come il 6 aprile 2009. Ma più sola. Da un po’ non ci sale nessuno. Ci vanno in pochi. Così anche i trenta coraggiosi “resistenti” che ancora tengono in piedi le loro attività sono stremati. «Chi ce lo fa fare?» Resistono, ostinati, per passione e amore verso la loro città, per non lasciarla ai fantasmi e al vagare mesto, tra le macerie, dei cani randagi. Bisognerebbe invece andarci a L’Aquila. A fare la spesa, mangiare la pizza, prendere il caffè, per passarci qualche ora e animare le piazze vuote, come testimonianza civile e segno tangibile della nostra solidarietà con quei pochi uomini e donne di buona volontà che non si sono arresi. Nonostante tutto e tutti. Aiutandoli, con la nostra presenza, a ridar fiato alla loro economia. Dovrebbe essere un impegno di tutti andare a L’Aquila. Per una gita, una visita. Bisognerebbe creare eventi. Come quelli che con pervicacia organizza Marzia Buzzanca, titolare della piccola Percorsi di gusto, pizzeria (e non solo) di altissima qualità, già costola del prestigioso Vinalia, ristorante con una cantina fornitissima da far invidia, distrutto dal terremoto. Marzia, il piglio di chi non conosce sconfitte, ha riaperto al civico 7 di via Leosini – budello stretto e breve che porta alla Chiesa romanica di Santa Maria Paganica – dall’8 luglio del 2010, sfornando fantastiche focacce a pranzo e gustosissime pizze a cena e pochi piatti di qualità, non solo per gli aquilani ma per chi capita. E con l’idea di dimostrare che L’Aquila non è città morta. Con lei sono stati solidali personaggi dell’enogastronomia come Niko Romito, chef del Reale di Rivisondoli e oggi gran animatore di Casadonna a Castel di Sangro, Gabriele Bonci, detto anche “il Michelangelo della pizza”, Salvatore Tassa delle Colline Ciociare di Acuto e Davide Oldani del d’O in Brianza. Per animare l’iniziativa “Cene a quattro mani”, serate definite «ad alto tasso di salivazione per tenere viva l’attenzione sulla città». Ma, ironia della sorte, la piccola cucina di Marzia non può ancora disporre del gas, che però arriva ad un isolato più in là, mentre lei è costretta a usare le bombole, che nel freddo aquilano spesso si ghiacciano con i risultati che potete ben immaginare. Stravaganze della burocrazia in una città che non è più una città e dove la cosa più semplice costa enorme fatica. Marzia Buzzanca ora vorrebbe gettare la spugna. Ma gli stessi che non sanno che pesce prendere le consigliano di non mollare, perché i soldi stanno per arrivare, «e tanti». Anche se un piano vero per la ricostruzione non c’è. Il premier Monti ha invitato il Sindaco a presentarlo. Ora tocca agli aquilani. Ma noi stiamogli vicini, senza il nostro aiuto e solidarietà avranno vita assai dura. spettacoli, ar te, gite e svaghi in genere TOURING CLUB 1925 Bomba (Chieti, km. 66.5), alt. 424; 2380-2925; Posto telefonico, Reali Carabinieri, Messaggeria per Archi, Stazione, Prefettura Articoli fotografici Nasuti, Sacchetti Albergo pens. Pallano, Vittoria Meccanico Sacchetti P.; Mistò L. L’AFORISMA "Vivere nel mondo di oggi ed essere contro l'uguaglianza per motivi di razza o colore è come vivere in Alaska ed essere contro la neve." William Faulkner “Sii casta come il ghiaccio, pura come la neve, tu non sfuggirai alla calunnia.” William Shakespeare VOCABOLARIO ABRUZZESE IL LUPARO DI LANCI I l Luparo – mitica figura di un passato nemmeno tanto lontano tra le montagne abruzzesi – costituisce l’originalissimo tema della mostra di Amedeo Lanci, che sarà inaugurata a Pescara il prossimo 14 gennaio 2011 presso il Museo delle Genti d’Abruzzo, in via delle Caserme a Pescara. La mostra viene proposta a distanza di un anno dalla scomparsa dell’artista, avvenuta il 30 gennaio 2010 a Firenze, città nella quale il pittore viveva e operava da quasi cinquant’anni. Nato a Frisa nel 1943, frequentò l’Istituto d’Arte di Lanciano. La sua infanzia in Abruzzo non fu certo facile. Da bambino fece anche il pastorello. Ricordava che per studiare spesso si isolava sopra un ulivo dietro la sua casa. Quando la situazione familiare divenne ancor più difficile, a seguito della morte del padre, fu costretto a lasciare l’Italia per trovare lavoro in Germania, manovale in una fabbrica. Dopo tre anni, il desiderio di portare avanti gli studi artistici lo portò a Firenze, dove si fermerà per sempre. A Firenze divenne l’allievo prediletto di Primo Conti che lo indirizzò a Parigi dove negli anni Sessanta conobbe e frequentò Marc Chagall. Un incontro che non manco di influenzare la sua formazione artistica. Fu il sindaco Piero Bargellini a inaugurare nel 1968 la sua prima mostra al Parterre. In più di quarant’anni numerose sono state le sue mostre non solo in Italia, ma in Russia, Stati Uniti, Grecia e Cina. Lanci, fondatore della corrente “Arte sentimentale”, ha spesso raccontato nelle sue opere magiche e fantastiche il mondo della musica e dei musicisti, con le sue ricorrenti chitarre, non dimenticando l’impegno civile: una sua opera COLPO D’OCCHIO S iamo alle solite, vendere per fare cassa. Non è uno slogan ma la nuova strategia del comune di Pescara per risanare il bilancio. Meglio navigare a vista e trovare un salvagente al quale aggrapparsi un po’, almeno per qualche anno. Il patrimonio immobiliare ci riempirà le tasche e qualcuno chissà farà anche un buon affare. Tutto fa brodo, ma la vecchia gallina questa volta si chiama Ferrhotel. Tramontata l’idea del grande albergo a cinque stelle, spunteranno idee come funghi appetibili però non per tutti. Ma dove è finita la famosa riqualificazione urbana con ampi spazi fruibili dai cittadini, anche di serie B? E il vagheggiato ostello della gioventù o le aree verdi con luoghi ricreativi o espositivi? Aspettiamo un nuovo serbatoio di idee per una città migliore. L’Europa è vicina ma noi siamo ancora molto lontani… DI DOMENICO BIELLI ADELMO POLLA EDITORE Addusulà, adduselà: Origliare, stare a sentire spiando. Adduvenà, ‘nduvenà: Indovinare. “Sput’ e’nduvine”, Proprio così, Ci hai azzeccato, hai colto nel segno. è conservata nel museo di Sant’Anna di Stazzema, inaugurata dal Presidente Pertini. Non aveva mai dimenticato l’Abruzzo e il suo paese, Frisa. Ma i suoi fortissimi legami con la sua terra di origine esplosero soltanto in occasione della prima edizione della mostra, che si tenne a Lanciano – presso il Ponte Diocleziano – nell’ottobre 2007.. L’antropologa Adriana Gandolfi scrive nell’opuscolo della mostra pescarese che “il suo pennello penetra la dimensione del sogno per condividere lo stupore di una rinnovata infanzia, risvegliando il desiderio dell’illusione...”. In realtà attraverso l’antico mondo dei lupari, Amedeo Lanci intese impegnarsi nel rappresentare pittoricamente il suo rapporto ancestrale con le montagne dell’Abruzzo. In occasione della inaugurazione è previsto il concerto dei Discanto. L’amato gruppo musicale era divenuto tra gli elementi di ispirazione delle opere di Amedeo Lanci, che li volle anche a Firenze, nella sua Accademia. Interverrà Anna Laffi, moglie dell’artista e presidente dell’Associazione Culturale Amedeo Lanci, costituitasi a Firenze, grazie alla partecipazione di numerosi artisti e giovani allievi del maestro di Frisa. (a.b.) La VIPERA A nno nuovo vita vecchia. C'era un grande idealista che aveva un grande sogno. I piccoli uomini comuni si accontentano dei piccoli sogni in saldo, che non costano nulla ma che forse fanno vivere un po' meglio. Quattro piccoli sogni, banalissimi, per il 2012. 1) Gli applausi ai funerali. Basta col lutto-spettacolo 2) La tv del dolore, quella che scava nelle lacrime e nel sangue, che indugia nei particolari autocompiacendosi di farsi "i fatti vostri" nei salotti e di servire in tavola il caso pietoso che mette in pace la coscienza. Basta con lo spettacolo-lutto. 3) I trenini a capodanno e in tutto l'anno, col solito cretino che da bambino sognava di fare il capostazione e da grande può farlo finalmente a suon di musica brasiliana trascinandosi dietro i vagoni umani più rincretiniti di lui. Basta col tutto-spettacolo. 4) La tv autorefenziale. Per qualsiasi spettacolo banal-cultural-istituzional-festival sul Tg Abruzzo c'è l'intervista al potente-referente, sempre lo stesso, quello del 2011. L'avevamo detto all'inizio: era un solo piccolo sogno. Basta sognare... GUIDA AI PIACERI cinema e tv PESCARA MAGFEST STASERA AL MATTA P Immaturi - il viaggio Regia: Paolo Genovese Cast: Raoul Bova, Ambra Angiolini, Ricky Menphis, Luca Bizzarri Genere: Commedia Dopo essersi ritrovati per affrontare di nuovo gli esami di maturità, i sette protagonisti del film decidono di fare insieme quel viaggio del dopo maturità che avevano progettato, ma mai realizzato. Così, accompagnati da mogli, mariti e parenti vari si recano in Grecia dove emergono nuove debolezze e ostacoli da superare, convincendoli che la strada verso la maturità è ancora lunga. J. Edgar Regia: Clint Eastwood Cast: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench Genere: Biografico, Drammatico Il film racconta la storia di J. Edgar Hoover che è stato a lungo uno degli uomini più potenti del mondo. A capo della FBI per quasi cinquant'anni, ha usato in modo spregiudicato il suo potere per proteggere i cittadini americani. Nel corso del suo mandato non ha esitato a infrangere le regole pur di salvaguardare la sicurezza del suo Paese, utilizzando gli elementi che riteneva fondamentali per esercitare potere: la conoscenza, specie dei segreti, e la paura. Tutti giù per aria Regia: Francesco Cordio Cast: Fernando Cormik, Dario Fo, Ascanio Celestini, Marco Travaglio Genere: Documentario Il documentario nasce da un'idea di Alessandro Tartaglia Polcini, cassintegrato Alitalia e giornalista. Viene raccontata la vertenza che ha riguardato la compagnia di volo italiana tra settembre 2008 e aprile 2009, adottando il punto di vista dei lavoratori, quasi sempre trascurato dai mezzi di informazione. Alvin superstar 3 Regia:Mike Mitchell Cast: Jason Lee, Matthew Gray Gluber, Justin Long, Christina Applegate Genere: Animazione, Commedia, Family Alvin, Simon, Theodore e le Chippettes stanno trascorrendo una crociera su una nave di lusso portando grande scompiglio. Ma in seguito ad un naufragio vengono scaraventati su un'isola deserta. Cercando un modo per poter far ritorno a casa si accorgono che, in realtà, l'isola non è così deserta come poteva sembrare. Il 13º apostolo Regia: Alexis Sweet Cast: Claudio Gioè, Claudia Pandolfi, Stefano Pesce Genere: Poliziesco Nel corso di investigazioni su casi misteriosi, Gabriel Antinori, gesuita e professore di teologia, nonché membro della Congregazione della Verità, organismo segreto della Chiesa che ha lo scopo di indagare sui fenomeni paranormali, incrocia la strada di Claudia, psicoterapeuta scettica che tende a spiegare ogni cosa con la razionalità. Tra i due scatterà un'intesa molto particolare che li condurrà verso scelte inaspettate. American horror story Ideatore: Ryan Murphy, Brad Falchuk Cast: Connie Britton, Dylan McDermott, Jessica Lange, Denis O'Hare Genere: Horror Il terapeuta Ben Harmon, sua moglie Vivien e la loro figlia Violet si trasferiscono a Los Angeles nella speranza di poter ritrovare l'unità familiare persa a causa di alcune vicende scabrose che li hanno interessati. Ben presto si rendono conto che quello non è il posto migliore in cui ricominciare, dal momento che la casa è infestata da presenze terrificanti e per vicini hanno una famiglia invadente e che dimostra di conoscere molti dei segreti celati nella casa. Rossella Cinquina roseguono le iniziative de Il Magfest il festival dedicato alle donne nel teatro contemporaneo. Stasera, alle 21:30, Matta di Pescara (ex-mattatoio di via Gran Sasso), sarà la volta di “Dream through your singing mouth” di e con Helen Chadwick, cantante, compositrice e performer che ha lavorato, tra gli altri, con la Royal Shakespeare Company. Alle 19.00 invece, per quanto riguarda la sezione ‘Giovane’, due spettacoli si terranno l’Aurum: oggi andrà in scena “Soit gentil tiens courage” con Lorenza Sorino, per la regia di Antonio G. Tucci, in collaborazione con il “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano; domani si prosegue con “La terra è come il cielo”, per la regia di Ottaviano Taddei (produzione Terrateatro), con Cristina Cartone. L’ingresso è libero. L’ultimo appuntamento è previsto, sempre domani, alle 22:00, al Matta, con il concerto di due cantautori abruzzesi: Sandra Ippoliti e Orlando Ef. A nno nuovo, vita nuova, buoni propositi, grandi speranze, indispensabile approccio ottimistico per dare l’avvio a gennaio, mentre il sole accresce, se pur impercettibilmente, il suo passo. Per quante sorprese possa riservare, il 2012 contiene gli echi dell’anno trascorso e i semi del 2013: una pianificazione degli obiettivi gioverebbe non poco in questi giorni adatti alla riflessione e alla programmazione. I segni di Terra, Toro, Vergine e Capricorno, vocati al pragmatismo e alla concretezza, sostenuti da input positivi, hanno già organizzato la nuova agenda: il bilancio è positivo, per alcuni eccezionale, per altri le occasioni fortunose sono in arrivo proprio in questi giorni, per tutti il primo semestre è da sfruttare al massimo, con passione. I segni d’Aria fantasticano su progetti originali con scarsa adesione alla realtà: gioverebbero partner di Terra, anche se noiosetti, per tesaurizzare le irrepetibili opportunità dell’estate. I segni di Fuoco guardano avanti con ottimismo, fiducia, a volte con ingenuità: sognano giorni di sole, cose che scaldano il cuore, una vincita che capovolga il corso della vita. E i segni d’Acqua ? Il Cancro riscopre la generosità del partner e degli amici; lo Scorpione giura che il conto in rosso non sarà l’unico nemico da sconfiggere. I Pesci si lasciano coinvolgere in terapeutiche lezioni di ballo perché qualcosa è nell’aria: in arrivo Venere, dea dell’amore e del benessere, dal prossimo week-end al 7 febbraio regalerà magie d’amore agli inguaribili romantici dello zodiaco, scatenando gelosie e ripicche. La vostra astrologa prefeRITA*** www.ritalarovere.it D’Abruzzo, nuovo numero in edicola è in edicola l’ultimo numero di D’Abruzzo, il trimestrale di turismo, cultura e ambiente, diretto da Gaetano Basti. Tra le diverse tematiche affrontate nelle 72 pagine della rivista, la speranza che le difficoltà che si frappongono alla ricostruzione dell’Aquila siano finalmente superate, gli itinerari di montagna a Monte San Vito e a Monte Rotella, le giornate ecologiche, storie di migranti, la tradizione de La Panarda, il ricordo di Andrea Pazienza nel libro di Franco Giubilei e altri temi legati all’agricoltura, come L’Europa a Kilometro O e la Campagna a portata di mano. IL PRODOTTO TIPICO IL PARROZZO H a una sua voce (scheda) sull’enciclopedia ormai più consultata al mondo Wikipedia che scrive:”Il parrozzo (o panrozzo) è un tipico dolce pescarese, associato alle tradizioni gastronomiche del Natale (ma non solo). è molto diffuso in Abruzzo, soprattutto nella zona orientale” , aggiungendo nei dettagli “Il parrozzo fu ideato e preparato nel 1920 da Luigi D’Amico, titolare di un laboratorio di pasticceria a Pescara. D'Amico ebbe l’idea di fare un dolce dalle sembianze di un pane rustico anche detto pane rozzo (da cui è derivato il nome “Pan rozzo”), che era una pagnotta semisferica che veniva preparata dai contadini con il granoturco e destinata ad essere conservata per molti giorni. D’Amico fu ispirato dalle forme e dai colori di questo pane e riprodusse il giallo del granoturco con quello delle uova, alle quali aggiunse la farina di mandorle; invece, lo scuro colore dato dalla bruciatura della crosta del pane cotto nel forno a legna fu sostituito con la copertura di cioccolato” La prima persona alla quale Luigi D’Amico fece assaggiare il parrozzo fu Gabriele d'Annunzio, che, estasiato dal nuovo dolce, scrisse un sonetto La Canzone del Parrozzo: ”è tante ‘bbone stu parrozze nove che pare na pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a su gran forne tè la terre lavorata da lu bbove, la terre grasse e lustre che se coce… e che dovente a poche a poche chiù doce de qualunque cosa doce…”. Ma fu proprio per l’abilità di Luigi D’Amico che questo dolce fu diffuso ben oltre la città di Pescara e l’Abruzzo intero. Viene spesso prodotto in casa da brave casalinghe in veste di maestre pasticcere, magari con qualche modifica alla ricetta originale. Proprio alla tradizionale forma “a cupola” si sono ispirati alcuni chef dell’Istituto Alberghiero di Villa Santa Maria che, in occasione della cena ufficiale del G8, tenutosi all’Aquila dopo il terribile terremoto del 2009, prepararono un dolce per la speciale occasione a cui diedero il nome di Cupola di Collemaggio. Chi lo vuole provare nella ricetta originale di Lugi D’Amico non farà fatica a trovarlo ben oltre le festività natalizie. Raffaele Cavallo [email protected] DEL TEMPO LIBERO I BORGHI CHIETI Dapporto al Marrucino DELLA DOMENICA Le foto di Ansel Adams a Rizziero Arte D oppio appuntamento al teatro Marrucino di Chieti, oggi alle 21.00 e domani alle ore 17.00. In scena Massimo Dapporto, Antonella Elia, Susanna Marcomeni, Massimo Cimaglia nella piéce “La Verità". è la nuova sceneggiatura del giovane autore francese Florian Zeller, grande successo di pubblico e di critica a inizio 2011 per la messa in scena al Théâtre Montparnasse di Parigi con Pierre Arditi nel ruolo del protagonista. Maurizio Nichetti cura la regia della versione tutta italiana con Massimo Dapporto Una commedia sulla menzogna, anche se il titolo sembra confondere. Michel è un bugiardo incallito a cui tutti mentono. Alice, la sua amante, è la moglie del suo migliore amico Paul ed è assalita da continui sensi di colpa. Paul si confida con il suo amico perché ha paura di essere ingannato. Laurence, moglie di Michel, sospetta dell'infedeltà del marito e vuole fargli credere di essere infedele. A costo di grandi sforzi e inganni, Michel riuscirà a persuadere tutti sugli svantaggi di dire la verità e dei benefici del silenzio. Il pubblico verrà accompagnato, allegramente, tra tradimenti veri e tradimenti raccontati. La natura dei singoli personaggi oscilla continuamente dal ruolo della vittima a quella del colpevole... alla fine al pubblico rimarrà il piacere di capire dalle ultime battute di Laurence la Verità del titolo...ma sarà un bene conoscerla davvero? Perché come è noto la Verità può anche far male. Un continuo scambio di ruoli tra i quattro personaggi della pièce, un gioco di specchi è il vero divertimento della commedia. PESCARA Son Caribe al Sabor Cubano R iprende l’attività artistica al Sabor Cubano di Pescara vecchia (via Flaiano angolo piazza Garibaldi) . Oggi il quartetto latinoamericano Son Caribe tornerà per la seconda volta a proporre al club di via Flaiano, le proprie sonorità che spaziano da Cuba al Venezuela e Brasile, dal son, al latin jazz e la bossanova, grazie al talento della brava cantante italo-venezuelana Angela Parra, il tastierista italo-venezuelano Gianni Regnicoli e il percussionista-batterista pescarese Roberto Rapini. TORNIMPARTE Saturnino, domani la premiazione D omani, alle ore 16.30 presso la chiesa di San Panfilo, a Villagrande di Tornimparte, consegna dei premi regionali “Il Saturnino”. Per la pittura il riconoscimento va al maestro Mimmo Emanuele. Per la storia delle tradizioni popolari alla professoressa Lia Giancristoforo. Per la musica al professor Marco Della Sciucca. Per il giornalismo a Lucio Valentini della Rai e per l’attività di particolare rerilevanza p alla redazione di TVUno. La consegna dei premi sarà MOsTRE S Gessopalena Abitanti:1694, altitudine: 644 s l m U n panorama davvero ampio e suggestivo è quello che si può godere dall’altura del paese di Gessopalena che abbraccia le valli circostanti, le case, le strade, i sottopassi, le scalinate e i cunicoli scavati nella roccia gessosa. Arrivare al paese è semplice: dall’autostrada A14 si esce a Val di Sangro, si percorre la fondovalle seguendo l’indicazione Casoli e poi Gessopalena. Noto fin dall’antichità per le sue cave, il paese, ha conosciuto in passato tempi di agiatezza, come dimostrano i palazzi Talone e Persiani(sec XVII), l’antico portale dell’annunziata, ricomposto nella nuova chiesa di S.Maria Maggiore, la splendida chiesa di S.Maria dei Raccomandati. All’interno il trittico della Madonna della Misericordia, attribuito a Giovanni Francesco da Rimini, due dipinti su tavola dei Santi Pietro e Paolo e una notevole raccolta di oreficeria religiosa costituiscono un interessante museo di arte sacra. Altrettanto interessanti sono il Museo del gesso nel borgo medioevale e l’opera artistica in vetro e d acciaio realizzato da Costas Varotsos alla Morgia nel1997. Il paese vanta di aver dato i natali a molti personaggi illustri, tra i quali spicca per originalità d’ingegno e grandezza Gennaro Finamore (1836-1923) che per primo iniziò in Abruzzo gli studi di Tradizioni popolari ad un livello che lo portò ad essere apprezzato e conosciuto dalla comunità scientifica europea. Oltre al Santo Patrono, il paese commemora la settimana di passione con una spettacolare forma di teatro religioso popolare che si effettua nel mercoledì Santo degli anni pari. Gessopalena è uno dei tanti paesi abruzzesi che furono coinvolti dal dolore della guerra, Medaglia d'oro al Merito Civile il paese fu raso al suolo durante la seconda guerra mondiale. Un monumento alla Resistenza, un cippo con iscrizioni di versi di Carlo Bernani è stato posto di recente alla sommità del borgo medievale. Municipio : tel.0872 988112 Dove dormire: Hotel Di Falco, via Peligna 33 tel 0872 916004 Dove mangiare : Cascina Di Mont’alto Antonio Vincenzo Persiani Gaetano Basti [email protected] CENTRO SPECIALISTICO Eliminazione delle Balbuzie Soluzioni ttecnico-funzionale ecnico-funzionale fonologica fonol o ogica e psi psicologica cologica Prenota al Numero Verde 800-090-732 CELL: 340/8671477 www.marcosantilli.it - [email protected] ono 30 le istantanee esposte fino al 18 gennaio 2012 in galleria, nella mostra dal titolo “Ansel Adams”, che ripercorrerà non solo i quarant’anni della sua carriera ma ricostruirà anche il suo percorso artistico, iniziato precocemente all'età di quattordici anni. è, infatti, il 1916, quando al giovane Adams viene regalata una Kodak Brownie, in occasione di una gita con la famiglia allo Yosemite National Park: una vera e propria folgorazione, in grado di indirizzare, da quel momento in poi, ogni sua scelta di vita. Egli scopre, così le sue grandi passioni: natura e fotografia. Le foto di Adams non si limitano a essere meramente documentaristiche. Attraverso la visione nitida dell’ambiente incontaminato, il fotografo lascia trapelare tutte le sfumature, in una gamma, allora inedita, del suo animo: “una grande fotografia – come amava dire il maestro - è la piena espressione di ciò che l’autore sente del soggetto che sta fotografando nel senso più profondo; per questo è la vera espressione di ciò che lo stesso fotografo sente sulla vita nella propria complessità”. • Pescara, galleria Rizziero Arte fino al 18 gennaio 2012, Via Regina Elena n. 65 Dal lunedì al venerdì: ore 10.30 -12.30 e 16.00-19.30 Sabato: solo per appuntamento info: 085.4219731, [email protected] • KEITH HARING E IL MURALE DI MILWAUKEE Chieti, Museo Archeologico la Civitella Fino al 19 febbraio 2012 Dal martedì alla domenica, orario 9/20, ingresso euro 7 • GARIBALDI E L'UNITà D'ITALIA I Mille volti del Mito Fondazione Carichieti Museo Palazzo de' Mayo corso Marrucino, 121 - Chieti mostra aperta fino al 29 gennaio 2012 orari: 10.00-12.00/17.00-19-00, chiuso il lunedì Il pezzo sulla mostra a pag 17 del numero 34 della Domenica d'Abruzzo • ASHBY E L’ABRUZZO Immagini e memoria 1901/1923 Teramo, Museo Civico Archeologico “F. Savini”Villa Frigerj, da oggi al 18 maggio 2012 Dal martedì al sabato: ore 9.00-13.00 e 16.00-19.00 Domenica e festivi: ore 10.00-13.00 e 16.00-19.00 info: 0861-240546 Le madonne lignee a Teramo L e straordinarie madonne lignee che hanno affascinato il pubblico di Trento e di Rimini ritornano in Abruzzo sono esposte alla Pinacoteca Civica di Teramo, fino al 31 gennaio 2012. Più di 50.000 visitatori hanno ammirato i capolavori, una ventina di opere tra dipinti su tavola e sculture lignee databili tra la fine del XII sec. e gli esordi del XVI, in gran parte salvate dai Vigili del Fuoco dopo il terremoto dell'aprile 2009. Tali capolavori rivelano, tra l'altro, come l'Abruzzo sia stato crocevia di culture e centro di elaborazione di spinte culturali grazie ai frequenti contatti con i territori d'oltralpe e l'Oriente Bizantino, sulle rotte dei pellegrini e dei commerci lungo la via degli Abruzzi e per le vie del mare. A Teramo l'esposizione si presenta ulteriormente arricchita: oltre alla straordinaria Madonna di Castelli e alla Madonna della Cattedrale aprutina, figura anche la stupefacente Madonna di Ancarano di Silvestro Dell'Aquila (gentilmente concessa in prestito dal Vescovo di Ascoli Piceno) ed è ulteriormente impreziosita da due Madonne della Pinacoteca Civica. Il catalogo è edito da Allemandi, con testi di Lucia Arbace, Gaetano Curzi, Alessandro Tomei e Marta Vittorini. La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 NEVE 19 100 ANNI DI SCI IL MONDO A ROCCARASO PER I CAMPIONATI GIOVANILI Q uest’inverno a Roccaraso la neve non è bianca, infatti sta assumendo le sfumature dei colori dello sci mondiale. I colori diventeranno definitivamente saturi a fine febbraio, quando sulle piste dell’Aremogna e di Montepratello mille e mille solchi azzurri, rossi, gialli, verdi e neri verranno tracciati dagli atleti juniores dello sci Alpino per contendersi, tra le curve più o meno strette degli slalom e quelle più ampie della velocità, i titoli mondiali maschili e femminili. Il 2012 è l’anno in cui non si svolgono le Olimpiadi e i Campionati maggiori, per cui gli Altopiani Maggiori d’Abruzzo si troveranno al centro dell’attenzione mondiale dello sci e Roccaraso e Rivisondoli coroneranno il sogno dell’organizzazione di un evento straordinario, che vuole spostare l’obiettivo più avanti, verso l’assegnazione di una competizione sciistica di profilo ancora più alto. Lo sci apparve su queste montagne nel lontano febbraio del 1910 e da allora quattro sono stati gli anni che hanno caratterizzato un percorso agonistico di assoluto rilievo. E’ il 1928, quando Roccaraso ospita il nono Campionato delle Valli d’Italia. Si tratta di una dura gara di sci di fondo. Il resoconto riportato in un bollettino del Club Alpino Italiano rivela quale fosse l’accoglienza per atleti e tifosi. La piccola ma operosa Roccaraso offre ospitalità a più di 300 persone. E’ un inverno caratterizzato dallo “scarso innevamento”, ma si ignorano i confronti su cui si basa questo dato generico. Per gli atleti della Valligiani il campo di gara è una dura salita verso l’Aremogna, prima di un tratto di falsopiano e della discesa di ritorno verso il Piano delle Cinquemiglia, per giungere con un ulteriore “strappo” verso il traguardo in paese, posto sotto il trampolino di salto. L’avvenimento organizzato dalla Gazzetta dello Sport fu definito sulle pagine del giornale “il giusto premio assegnato all’entusiasmo di quei montanari che tanto generosamente si erano prodigati per la diffusione dello sci nell’Italia centrale”. Quindi, dopo meno di venti anni dalle prime tracce con gli sci, compresa la sosta della Guerra Mondiale, Roccaraso era già balzata agli onori della cronaca sciistica per le innumerevoli competizioni che già si erano organizzate, non di minore importanza erano quelle che si svolgevano sul trampolino di salto “Roma”, costruito in sinergia tra lo Sci club Roma e lo Sci club Roccaraso nato nel 1922. Non si andò molto lontano e nel 1931 la Federazione Italiana dello Sci organizza i primi Campionati italiani assoluti di sci Alpino; quelli maschili furono assegnati a Cortina d’Ampezzo e quelli femminili a Roccaraso. Sulla pista del Colle Belisario, affianco al trampolino di salto, si svolse la discesa libera e su una pista ora abbandonata, tracciata sulla montagna di fronte, si gareggiò per lo slalom. Da quel momento la pista fu dotata dell’impianto di illuminazione per sciare di notte e raggiunto il traguardo si arrivava direttamente negli alberghi posti lungo il viale principale. L’altoatesina Paola Wiesinger vinse la discesa libera, lo slalom e la combinata. Racconta l’Annuario dello sci italiano che la sciatrice giunse a Roccaraso convinta di dover partecipare a gare di fondo, ma non avendo portato con se gli sci da discesa ne ricevette un paio lunghi due metri e venti, mentre lei superava di poco il metro e sessanta. Giungiamo al 1994, quando tornano i Campionati italiani assoluti, assegnati allo Sci club EUR che qui li organizza e questa volta sono maschili e femminili. Roccaraso in quei giorni fu invasa da mille e mille tifosi di Alberto Tomba e Deborah Compagnoni. Era la fine di marzo, il sole inesorabile lanciava i suoi raggi per sciogliere la neve e far si che la Pulsatilla, il fiore simbolo di Roccaraso, potesse timidamente affacciarsi sul muro della pista Azzurra dell’Aremogna e poi sulle cime più alte. Quell’anno in quota era caduta molta neve e così Enzo Sima, di Piancavallo, uno specialista nella preparazione delle piste, attuò un massiccio rimescolamento della neve con soluzioni chimiche che la indurirono al punto tale che si gareggiò su un manto tipico delle giornate invernali più fredde. Roccaraso e quelli dello Sci club EUR ricevettero il plauso della Federazione italiana dello sci, che restò sorpresa per l’impeccabile organizzazione. Marzo 2005: Roccaraso e Rivisondoli si presentano all’Europa mostrando le piste di gara innevate come poche volte accade in quel periodo. Gli austriaci, più degli altri, restano sorpresi per tanta neve, non immaginavano di trovarne più che a casa loro e soprattutto ben preparata su piste all’altezza della competizione internazionale. è la Finale di Coppa Europa che apre le porte ai Campionati mondiali juniores. Roccaraso e Rivisondoli entrano definitivamente nel novero dello sci che conta. Mancano due mesi ai Mondiali che si svolgeranno per dieci giorni a partire dal 29 febbraio e fervono i preparativi per ospitare le 54 nazioni partecipanti e tra queste Israele, Libano e Iran. Saranno 500 gli atleti che si contenderanno le medaglie delle varie discipline e 200 gli accompagnatori, tra allenatori, skiman e addetti ai servizi ausiliari. Le piste di gara: la Lupo dell’Aremogna, per gli slalom giganti; la Gran Pista di Pizzalto, per gli slalom e i parallelo; la Direttissima di Montepratello, per le discipline veloci, super G e discesa libera, sono state adeguate alle ultime normative internazionali e hanno superato il collaudo definitivo dei tecnici della Federazione internazionale dello sci. Il volto di un lupo è il logo della manifestazione, che incomincia ad apparire in ogni angolo dei due paesi e sulle strade che conducono sugli Altopiani. Un giovane orafo di Roccaraso lo ha coniato nell’oro per crearne una spilla da offrire ai massimi rappresentanti dello sci, della politica e dei media che assisteranno alle competizioni. La pluricampionessa dello sci di fondo e membro della Federazione internazionale dello sci, Manuela Di Centa, sarà la rappresentante ufficiale della massima istituzione sciistica. L’organizzazione è stata affidata a due tecnici di indiscusse capacità. Giulio Rossi il direttore generale, ormai di casa a Roccaraso per l’organizzazione di molte edizioni della Carving Cup, è un milanese tutto sport, infatti è impegnato anche nell’organizzazione delle Olimpiadi brasiliane. Valerio Ghirardi, ex allenatore delle atlete nazionali di sci, tra cui Debora Compagnoni e Isolde Kostner, è il responsabile delle piste e di tutto ciò che riguarda la competizione da un punto di vista strettamente agonistico. Saranno impegnati circa 430 uomini, tra preparatori delle piste, addetti alle gare, forze dell’ordine e servizio sanitario che avrà a disposizione tre elicotteri per ogni evenienza. Insomma, una bella storia centenaria che si impreziosisce della terza manifestazione sciistica mondiale in ordine di importanza, che quest’anno viene organizzata nella località sciistica più a sud dell’Europa. è proprio il caso di affermare: In bocca al lupo Altipiani Maggiori d’Abruzzo. Ugo Del Castello [email protected] In alto una pista innevata di Roccaraso Nella foto piccola la partenza di una gara negli anni ‘30 In basso il principe Umberto un habituée delle piste La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 STORIE RENZO D’AMICO 21 HO LASCIATO TUTTO A ROMA PER FARE IL CUOCO AD ALFEDENA S ette camere e cucina. La locanda al piano terra, che dà sulla strada lunga e dritta che porta da Castel di Sangro ad Alfedena, le stanze – non grandi, eccetto la suite – al piano di sopra, arredate con un gusto sano e sobrio, che per raggiungerle bisogna uscire facendo esattamente due passi. Né il tempo d’una digestione o di prender il freddo che te la blocca… Se non d’Amelie, la Locanda Monte Greco lungo via De Amicis è certo il mondo di Renzo&Floriana, inossidabile coppia nella vita e sul lavoro. Ma non è tutto il loro mondo, ché nella testa, l’immaginario e la pratica sono molto più ampi di quel che appare a prima vista. Qui, forse, il loro segreto… All’incrocio esatto tra la Val di Sangro e il Parco Nazionale dell’Abruzzo, sotto il paese di Scontrone e nel mezzo d’una valle larga e aperta contornata dai monti, la Locanda Monte Greco s’è fatta piano piano largo tra guide enogastronomiche nazionali e internazionali come luogo gourmet. A parlarne per primo, nel 2003, il Gambero Rosso, in una recensione che ha fatto storia, tradotta pure nell’edizione Usa. Anche perché Renzo, lo chef, il cuoco, il cortese servitore, l’affabulatore che intrattiene raccontando storie, aneddoti, favole, fiabe e che, lì per lì, non capisci se siano vere e da quale esperienza di vita sgorghino, non prepara mai un piatto uguale a un altro. E non perché si sia scordato la ricetta o l’abbia confusa, ma solo perché la creatività prorompente di questo romano non alto, robu- sto e compatto, classe 1938, è tale, che sopravviene alle regole. Filosofia di vita e lauti pasti. Il motto della casa è: “Si fa con quel che c’è”. O con la spesa del mattino al mercato di Castel di Sangro. E ora che c’è il traforo anche a Isernia. O dove capita. La spesa dipende dall’estro del momento, da come ci si è alzati e s’è messo a terra il piede appena scesi dal letto. E da quel che offre il mercato. Quel che importa è la qualità. Il menu scritto è quasi una finzione, solo un omaggio alla tradizione. Niente di più. Mai corrisponde. Inutile sfogliarlo, è fuorviante. Nulla è uguale, niente ripetibile, tutto è replicabile. In forme di volta in volta diverse. In cucina la variazione è continua. Tra una correzione e l’improvvisazione. Meglio, jamsession di prodotti, ingredienti e sapori. Come nel jazz. Si deve stare al gioco delle note. Non poteva che esser così. C’è troppa ricchezza e fantasia nella vita di Renzo. Che cuoco vero, come lo s’intende classicamente, mai lo è stato. Eppure la passione ha sempre bruciato dentro al suo petto largo e generoso di ex fumatore pentito, convertito e riconvertito a uno stile di vita oggi più salubre. Genitori di Alfedena, trapiantatisi a Roma e con un modesto esercizio di Vini&liquori ai Parioli, adatto alla ristorazione e oggi gestito da terzi, lui romano di nascita, come lavoro e per trentadue anni, dai 30 ai 62, ha fatto il commercialista, studio affermato, clientela Vip e facoltosa, ore e ore di lavoro, consulenze, consigli ai clienti, conteggi, versamenti, transazioni, cause fiscali da sostenere, vincere o non perdere, sballottato tra scartoffie e archivi ad armeggiare con numeri e cifre che spesso non tornano ma da far quadrare. Un bel giorno s’è detto: “Ora basta!”. E s’è chiesto: “Che vita sto facendo?” Per rispondersi: “Assurda, non posso continuare così”. Così Renzo D’Amico s’è dato un limite. “Mi sono versato gli ultimi tre anni di contributi, fino ai 65, ma a 62 ho chiuso. Né soddisfazioni né stimoli”. Ha restituito le pratiche ai clienti, s’è congedato, ha donato l’avviato studio alla segretaria. “I casini che sarebbero scoppiati nel ’92, con Tangentopoli, li avevo già annusati. Avevo intuito la bolla perché la conoscevo… Tutto ciò non mi riguarda, ho pensato. Mi era crollato il castello delle illusioni sulla professione”. L’approdo alla cucina? Ovvio quanto naturale. Tra il ’58 e il ’60, poco più che ventenne, Renzo vive a Londra. Per anni, poi, va su e giù a New York, per passione e amore della città. Portando con sé pentole e coltelli da cucina a domicilio, dagli amici, presso famiglie e persone con un certo tenore di vita. A Roma s’è fatto le ossa organizzando feste in case altrui. Anche da commercialista. “Un giorno un direttore di banca mi cerca al telefono e mi fa, “dove sei?” A New York gli dico. Dopo qualche giorno mi raggiunge, mi convoca a casa sua e gli cucino gli spaghetti italiani con vongole veraci del mercato”. Più che uomo da dolce vita, lui la vita se la rende dolce. Frequenta la Roma degli anni Sessanta, tutta locali e Music Inn, dove si fa jazz. Conosce Chet Baker e Gato Barbieri. Nel 1999, chiuso lo studio, si trasferisce ad Alfedena. Forse alla ricerca delle origini. “Avevo anche pensato di fermarmi a New York, ma Alfedena m’attirava. In alternativa Positano, ma in molti mi sconsigliarono”. Tra l’abbandono di Roma e l’inizio lavori ad Alfedena “passa solo un mese e mezzo”. Floriana, già assistente del presidente delle Poste prima dell’arrivo di Corrado Passera come A. d., si fa trasferire all’ufficio di Isernia rinunciando a carriera, benefit e privilegi. Mattina in ufficio, sera in locanda. ché sia informale, una cosa alla Renzo…” ha precisato. “Divertissement con tantissime ricette”. La “Renzomania della cucina” contagia. Francesca, 41 anni, sposata a Kim Sitzler, viceambasciatore di Pace in Svizzera, tre figlie, di 6 anni, 3 e mezzo, 3 mesi - Vittoria, Camilla, Olivia -, che di Renzo è figlia, ha vissuto a lungo a Parigi e ora è a Berna. Laureata in filosofia con tesi su Marsilio Ficino, 110 e lode, un master in Turismo sostenibile, uno stage e poi l’assunzione a l’Ile de France. Stava realizzando una promettente carriera, ma la nascita della seconda figlia la interrompe. Ma non si perde d’animo. Appena può si mette a cucinare per negozi e Dove ci sono anche Teresa, che rigoverna le stanze e aiuta in cucina, Jolanda, che bada, attenta, alla clientela in tavola col sorriso silente, Dalia, che piano piano sta diventando sous chef, aiutante, sostituta, erede ai fornelli. Piccoli segreti trasmessi con discrezione e tanta dedizione. Un gruppo affiatato. Flory bada però al sodo, all’amministrazione e ai conti, tenendo d’occhio l’esuberanza creativa di Renzo e dritta la barra dell’impresa, con pacatezza. “Da tempo mi accadono cose molto divertenti”. A settembre Renzo ha tenuto una scuola di cucina a italo-americani in cerca delle proprie origini, territoriali e culinarie. “In primavera replico, ho molte richieste. E non escludo di fare scuola in Oklahoma e una consulenza a un ristorante americano. Vogliono che faccia la mia cucina all’aperto, on the road…”. “La vita vale la pena viverla cavalcando le onde” dice Renzo. Su questa linea rientra anche l’incontro con un tizio che un mese fa gli ha proposto di fare una scuola di cucina “in Svezia”, essendo la moglie insegnante di svedese. “E perché no?” s’è detto, “pur- vernissage. Prepara cocktail. Cucina per le case. Come il babbo. Renzo D’Amico quando nevica infila le ciaspole ai piedi e va nella neve alta ascoltando il silenzio attutito delle montagne. Libero. D’estate fa lunghe passeggiate e va per funghi, che poi cuoce. Ogni tanto prende la macchina e corre a Parigi. O da Francesca a Berna. Week end a Positano. La scorsa estate ha girato i Paesi Baschi. A mesi va in Oklahoma. Ma il centro della sua vita resta Alfedena. E la sua locanda. Che gli fa conoscere gente e gli apre le porte. Le radici sono solide, gli appoggi pure. Flory, Teresa, Jolanda, Dalia tra questi. Non importa dove si vive, ma cosa si fa. Vivere ad Alfedena essendo al centro del mondo. Alberto Ferrigolo [email protected] In alto Renzo D’Amico con moglie e figlia In basso la sala da pranzo della locanda A sinistra una camera da letto La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 LA FESTA SACRO E PROFANO 23 IL CULTO DEL PORCO E IL FUOCO DI SANT’ANTONIO N el Trecentonovelle (novella LXXV) Franco Sacchetti (1332-1400) racconta il curioso incidente occorso a Giotto (1267-1337), per le vie di Firenze, a causa di un ‘porco di Sant’Antonio’: “Mossesi Giotto una di queste domeniche con sua brigata per andare ed essendo nella via del Cocomero alquanto ristato, dicendo una certa novella, passando certi porci di S.Antonio, e uno di quelli correndo furiosamente, diede fra le gambe a Giotto per siffatta maniera, che Giotto cadde in terra. Il quale aiutatosi da se e da compagni, levandosi e scotendosi, né biastemò i porci, né disse verso loro alcuna parola; ma voltosi ai compagni, mezzo sorridendo, disse: O non hanno è ragione? Che ho guadagnato a miei dì con le setole loro migliaia di lire, e mai diedi loro una scodella di broda”. L’aneddotica, realistica e un po’ comica del Sacchetti ci mette di fronte ad uno dei simboli iconografici inconfondibili di sant’Antonio ‘abate’. Che, stando a Evagrio (345-399), contemporaneo di Atanasio di Alessandria (295-373) , autore della prima, classica Vita Antonii, nasce a Coma, in Egitto, circa il 250 d.C.. La successiva ‘Leggenda di Patras’ (P.Noordeloos-F.Halkin,1943) attesta che Antonio morì il 17 gennaio, a 107 anni di età; un dato, questo, raccolto da un altro celebre testo, le ‘Vitae Patrum’ sugli eremiti del deserto, che si diffonde in Occidente nel secolo X e che verrà riutilizzato incessantemente più tardi dai Francescani e dai Domenicani. Il 17 gennaio è, quindi, il dies natalis, la festa del santo eremita, che Atanasio, però, non descrive mai come ‘abate’, cioè capo di una comunità monastica, quanto campione dell’ascesi e modello di vita eremitica. Antonio, dunque, diventa ‘abate’ solo quando numerosi e nuovi dettagli leggendari vengono progressivamente aggiunti alla sua biografia; operazione dei secoli XI-XII, condotta dai Canonici regolari antoniani, in una riformulazione ben meditata della vita del santo nella ‘Legenda breviarii’. Lo stesso Aymar Falco, storico dei Canonici antoniani, nella ‘Antonianae historiae compendium’ (Lione, 1543) non nascondeva l’imbarazzo a spiegare il titolo di abate per Antonio, in una città, Patras, mai identificata. Ma torniamo al maiale, circa il quale lo stesso Alighieri (1265-1321), in polemica con gli ‘avidi’ canonici, si esprime nel XXIX del Paradiso: “Di questo ingrassa il porco S.Antonio / ed altri assai che sono ancor più porci / pagando di moneta senza conio”! Nell’associazione del maiale a sant’Antonio, allora, possiamo vedere l’intera e complessa vicenda della devozione in Occidente, incrementata dall’Ordine canonicale ospedaliero, sorto in Francia nel sec. XI, con l’arrivo nel Delfinato, da Costantinopoli, delle reliquie di Antonio. I canonici, oltre a questuare liberamente – e furono organizzatissimi in questo – godevano della prerogativa di poter allevare i maiali nelle città, oltre che nelle campagne. A questo ‘privilegio del porco’ alludeva, ancora nel 1297, lo stesso Bonifacio VIII (1230-1303), quando approvava di par suo l’Ordine canonicale. I maiali davano una cospicua rendita, ma servivano anche da cibo per i malati degli ospedali antoniani e con il loro lardo si confezionava un balsamo medicamentoso con cui si curava il ‘fuoco sacro’. L’animale, a questo punto, diveniva uno dei perni economici della congregazione, nonché della loro attività istituzionale ed ospedaliera. Ciò che ne fece un vero e proprio simbolo identitario, associato di pari passo alla figura del santo patrono dell’Ordine. Un’associazione ideale e programmatica, questa, che presto si espresse iconograficamente, al punto da fare dei diversi cicli pittorici la base di ulteriori e nuovi racconti agiografici scritti. Analoga affermazione polisemica nella vicenda di Antonio è quella del ‘fuoco sacro’, detto non a caso ‘fuoco di sant’Antonio’. A rileggere Atanasio e quindi Evagrio non troviamo un rapporto con il fuoco di Antonio che non sia quello delle passioni carnali e delle tentazioni, che il santo conbatté ‘eroicamente’ nelle solitudini del deserto egiziano. Ma con l’arrivo delle sue reliquie in Francia la taumaturgia del santo affrontò immediatamente il problema epidemico dell’ergotismo ed i miracoli che si verificarono sul versante della malattia furono tali da qualificarlo terapeuticamente. L’ergotismo si manifestava a causa di intossicazione alimentare, dovuta al consumo di farina di segale, infettata da un parassita: il claviceps purpurea. Questa patologia assumeva diverse forme, tra cui la cancrenosa, con iniziali sensazioni di spasma di calore e bruciore e che conduceva all’amputazione spontanea dell’arto in necrosi. Si determina, pertanto, un accostamento semantico tra le capacità di combattimento della lussuria e il ‘fuoco sacro’ del corpo; che, ancora ai primi del Quattrocento, il teologo Jean Gerson (1363-1429) metteva bene in rilievo: Antonio allontanava il fuoco del corpo così come aveva saputo allontanare il demonio. Se è vero che Atanasio aveva parlato, metaforicamente, di Antonio quale dono provvidenziale all’Egitto: “Dio l’aveva dato come medico all’Egitto”, ora, fuor di metafora, l’Ordine antoniano, detentore delle sacre reliquie, poteva dedicarsi alla propagazione del culto in tutta Europa, nel contesto della attività ospedaliera. Ed infatti l’Ordine di fatto cesserà di esistere con la scomparsa della malattia, anche se, tentando di riciclarsi, nel XVII sec. vorrà dedicarsi alla cura della sifilide. Ma il ‘fuoco sacro’, di cui si cominciò a notare la patogenesi nel 1596, a Marburgo, è una forma di herpes (Herpes zoster) di origine virale e dalle manifestazioni cutanee molto simili all’ergotismo. Per cui, come è stato notato (L.Fenelli, 2011) “la denominazione ‘fuoco di sant’Antonio’ poteva adattarsi a sindromi diverse”. Nella accezione popolare ‘il fuoco di sant’Antonio’, si presta a considerare patologie consimili, che nella mentalità collettiva hanno un punto di riferimento curativo in sant’Antonio. I titolari, quindi, delle terapie non potevano che essere quei religiosi, gelosi custodi delle reliquie antoniane, con le quali preparavano anche una bevanda miracolosa, a base di vino, ottenuta versando questo nella ‘cassa contenente le ossa’ del santo; prerogativa che ottenne persino l’assenso apostolico! Parliamo del ‘fuoco’ da curare, ma dobbiamo dire anche del ‘fuoco’ con cui, a questo punto dello sviluppo del culto, Antonio poteva anche colpire il blasfemo che offendeva la sua immagine sacra, o la sua stessa presenza santa nel territorio. In una tale accezione e con risvolti ignei ben localizzati anche in Abruzzo, come a Fara Filiorum Petri, attraverso la tradizione delle ‘farchie’ ardenti, si ribadisce il ruolo dai diversi ed incisivi significati, del fuoco. Che si trasforma talvolta in arma, offensiva e provvidenzialistica del santo, a vantaggio di una comunità di abitanti che lo onora. E’ vero che a Fara F.P. il ricordo dei fatti del 1799, nel respingere un tentativo di assedio di soldati ‘rivoluzionari’, assume un ben determinato conio ‘borbonico e, per certi versi, anche sanfedista. Antonio qui si confronta con il generale Couthard, capo del corpo di spedizione francese, incendiando le querce de La Selva di Fara, oppure trasformando i soldati in alberi ardenti. Perfino i loro cavalli si genuflessero innanzi a Lui. Ma questa narrazione locale, attraverso l’intervento di Antonio, riafferma ben dentro l’età moderna il ruolo del fuoco nell’agiografia antoniana, assieme alla sua distinta e potente taumaturgia, che lo costituisce padrone dell’elemento naturale e suo utilizzatore precipuo. Come ha magistralmente sintetizzato Laura Fenelli (Dall’eremo alla stalla. Storia di Sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza Ed.,2011) Antonio è un santo antico – e come tale molto riproposto in età della Controriforma – che ha saputo trasformarsi. Da eremita e asceta insigne a grande taumaturgo; da ‘medico’ a santo contadino, protettore degli animali. Il maiale, il fuoco, la campanella e il Tau (dal bastone eremitico a segno distintivo degli antoniani) sono attributi, ben evidenziati iconograficamente, che narrano del suo lungo, incontrastato cammino affermativo per tutto l’Occidente. Antonio Alfredo Varrasso [email protected] La festa del 17 gennaio P er la cultura contadina la sua festa (il 17 gennaio) apre il ciclo dell'anno ed è ancora un giorno fondamentale del calendario, che indica oltre ai giorni dell'anno anche le opere da compiere e i lavori da eseguire nelle campagne. Lo spirito di questa antica festa, che si ricollega alle altre feste abruzzesi di fuochi invernali, prima o dopo il solstizio d'inverno, ancora vive. Il giorno del Santo continua ad esser un "giorno di fuochi", e la memoria che vince l'oblio torna a raccontare ai più piccoli e a ricordare ai più anziani, usi e costumi delle comunità di un tempo, perché non se ne smarrisca definitivamente il significato e la bellezza. Tanti piccoli centri si animano già prima e la gente dei luoghi prepara mucchi di legna o colonne di canne che, una volta accese, rischiareranno scorci e piazze, daranno luce a facciate di palazzi e chiese nei tanti borghi abruzzesi: i "fuochi di Sant'Antonio". Enormi cataste di legna, dette in Abruzzo "focaracci" e "focaroni". A Fara Filiorum Petri e in qualche paese della Puglia, al posto della legna vengono usati fasci di canne dette “farchie”. Lo spirito di questa antica festa contadina resiste in Abruzzo, e in alcuni centri riveste particolare importanza: Atri, Bisenti, Bolognano, Abbateggio, Carpineto della Nora, Lettomanoppello, Atessa, San Vito Chietino, Villa Santa Maria, Gessopalena, Lanciano, Fara Filiorum Petri, Pretoro, Ortona, Pescara, Loreto Aprutino, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Massa D'Albe, Pratola Peligna, Scanno, Pescocostanzo, Scontrone, Pescasseroli, Ateleta, Alfedena, Opi, Barrea, Ofena, Ortona dei Marsi, Collelongo, Ovindoli, Pizzoli, San Benedetto dei Marsi, Secinaro, Villavallelonga, Bagno, Castel Vecchio Subequo. La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 MANOPPELLO 25 IL CASO LA VERONICA RITROVATA IN ABRUZZO Era scomparsa da Roma nel 1527, anche il Vaticano lo ammette dopo cinque secoli di Antonio Bini Q occhi aperti, e le riproduzioni successive con gli occhi chiusi, persistendo in ogni caso il silenzio sulla esistenza o meno della reliquia in S. Pietro. Quando Papa Benedetto XVI decise di recarsi in pellegrinaggio a Manoppello, la visita fu annunciata e poi smentita per mesi e contrariamente al largo anticipo che precede gli appuntamenti pubblici del Papa fu uando il 31 maggio 1999 in un’affollata conferenza stampa a Roma, presso la sede dell’associazione stampa estera, p. Heinrich Pfeiffer espose il risultato dei suoi studi affermando che la Veronica dovesse identificarsi nel Volto Santo di Manoppello, la notizia fu ripresa da televisioni italiane e straniere, anche tra i titoli di testa. Spesso lo scenario veniva collegato agli stereotipi classici della visione dell’Abruzzo montano, per cui il luogo veniva indicato come “uno sperduto villaggio ai piedi della Maiella”. Stampa cattolica e gerarchie ecclesiastiche mostrarono indifferenza e distacco, isolando sostanzialmente p. Pfeiffer, direttore del corso di beni culturali dell’Università Gregoriana, considerato tra i più autorevoli studiosi di arte cristiana del mondo. Vari sindonologi italiani non mancarono di mostrare fastidio per la notizia, intervenendo in alcuni casi per sostenere che poteva trattarsi al massimo di un copia della Veronica. Sarà Paul Badde, giornalista e scrittore tedesco, a descrivere in suo libro pubblicato nell’anno 2006 le voci negative sul conto di p. Pfeiffer. “Quel professore mi diceva che al mondo c’era un’immagine ancor più significativa della Sindone. Solo un pazzo poteva sostenere una cosa simile e, come tale mi era stato indicato p. Pfeiffer”. Anch’io, allora dirigente responsabile della promozione turistica regionale, venni accusato di aver fatto un’operazione di marketing, avendo organizzato la conferenza stampa a ridosso del grande Giubileo del 2000, mentre l’obiettivo era semplicemente quello di far conoscere l’importanza storica e spirituale della reliquia. Nell’occasione furono anche presentate delle risultanze di indagini svolte dal prof. Donato Vittore, docente dell’Università di Bari, mediante impiego di uno scanner di tipo satellitare che dimostrò l’assenza di pigmento o di ordito nel telo. Il problema non era comunque il Volto Santo, da secoli al centro di una sentita e diffusa devozione locale, quanto mettere in discussione che la leggendaria Veronica non si trovasse più a Roma, nella basilica di S. Pietro. La Veronica è stata la più importante reliquia della cristianità. Proveniente dall’oriente, era venerata in S.Pietro dall’ottavo secolo, fino ad essere il motivo fondamentale dei pellegrinaggi a Roma, anche anteriormente al primo giubileo indetto da Bonifacio VIII nel 1300. Tra i pellegrini recatisi a Roma si ricordano Dante e Boccaccio. Dopo il 1500 è caduto il silenzio su questa prodigiosa immagine. Ma proprio nell’approssimarsi del Giubileo, nell’imminenza dell’inizio e della fine dell’anno santo del 2000, due importanti mostre organizzate a Foto di Paul Badde Roma con la collaborazione della Biblioteca Apostolica Vaticana, la prima sul pelconfermata dalla sala stampa vaticana solo legrinaggio medievale a Roma (Palazzo una decina di giorni prima del primo setVenezia) e la seconda su “Il Volto di Cristo” tembre 2006. Sappiamo che la visita fu for(Palazzo delle Esposizioni), riportavano temente contrastata dai canonici di S.Pietro, d’attualità il ruolo storico della Veronica, proprio per il significato che avrebbe potuto con documenti, monete, ecc. provenienti da darsi all’evento, quale implicito riconoscivari musei stranieri. Dalle due mostre mento delle tesi identificazione della Veroemerse evidente la chiara differenza tra le nica avanzata dopo anni di studi da p. riproduzioni e incisioni della Veronica Pfeiffer. prima del cinquecento, che appariva con gli Il culto della reliquia sul web I l web è letteralmente invaso da siti di informazione e di immagini sul Volto Santo di Manoppello. Tra i tanti, si segnalano alcuni siti dedicati esclusivamente al Volto Santo, da quello ufficiale del Santuario www.voltosanto.it/Italiano ad un aggiornatissimo blog da San Francisco (USA) holyfa- La visita fu poi qualificata come semplice “pellegrinaggio privato”, etichetta sulla quale sorrise lo stesso Papa Ratzinger a Manoppello. Nel frattempo altri studiosi – soprattutto stranieri - si sono avvicinati al Volto Santo. Il libro di Paul Badde pubblicato in Germania il 2006 portò il settimanale Der Spiegel a scrivere di “un giallo culturale, pieno di su- spense e intrecci, a mo’ di Dan Brown”, Tra gli italiani va sottolineata l’importanza del saggio di Saverio Gaeta “L’enigma del Volto di Gesù“, ed. Rizzoli, 2010, in cui tra l’altro si avanzano interessanti ipotesi che collegano personaggi coinvolti nel Sacco di Roma del 1527 all’Abruzzo. Un’ipotesi compatibile con l’arrivo a Manoppello del Volto Santo che, secondo il ceofmanoppello.blogspot.com e a siti che contengono importanti gallerie fotografiche che esaltano le singolari peculiarità iconografiche del Volto Santo. Tra questi il polacco www.manoppello.eu e il tedesco www.sudariumchristi.com primo documento attestante la presenza in Abruzzo della reliquia - la Relatione Historica di P. Donato da Bomba, sarebbe pervenuta nel paese abruzzese “circa l’anno 1506”. La formula dubitativa impiegata dal cappuccino appare indicata con doverosa cautela, considerato che la relazione veniva redatta soltanto nel 1640. Anche Bruno Forte, arcivescovo della diocesi Chieti-Vasto, nel cui territorio ricade Manoppello, in più occasioni ha mostrato di condividere gli studi fin qui condotti sul Volto Santo. I pellegrini che giungono a Manoppello da tutto il mondo sono relativamente interessati a queste ricerche, volendo soprattutto pregare e meditare di fronte a quella misteriosa immagine ed a quello sguardo profondo e umano che nessun dipinto può rendere tale. Nell’anno 2011 una mostra del Volto Santo è stata esposta a Lucca nel mese di aprile e un’altra mostra si è tenuta a Lourdes, nel mese di settembre. La mostra, visitata da oltre 150 mila persone, è stata fortemente voluta da Philippe Perrier, vescovo della diocesi di Lourdes-Tarbes, molto legato al Volto Santo. Ma l’anno che finisce deve essere ricordato perché dopo quasi cinque secoli è caduto il silenzio sulla scomparsa della Veronica da S. Pietro. Il 6 dicembre 2011, ormai a ridosso del Natale, l’Osservatore Romano ha ospitato un articolo di Paul Badde, che in più occasioni, con articoli e un suo libro finora tradotto in sette lingue, aveva attaccato il Vaticano di reticenza. Badde può scrivere per la prima volta nell’organo di stampa della Santa Sede che la Veronica, è da alcuni secoli a Manoppello, in quanto scomparsa durante il cosiddetto Sacco di Roma. L’episodio segue un comunicato stampa concernente la presentazione della mostra intitolata “L’uomo, il volto, il Mistero”, avvenuta a Roma il 14 luglio 2011. Al “Volto Santo” è stata dedicata l’ultima tappa dell’esposizione, inaugurata in agosto a San Marino. Le sorprese vengono proprio da questa parte del comunicato, laddove si afferma che l’antica reliquia della Veronica è “scomparsa in seguito al Sacco di Roma del 1527”. Nella brevità del riferimento, si colgono due aspetti di straordinario interesse. è infatti la prima volta che un documento – tale deve considerarsi sotto il profilo sostanziale il comunicato stampa ascrivibile al responsabile dei musei vaticani – professor Paolucci - riferisce, sia pure incidentalmente rispetto all’esigenze informative connesse alla presentazione della mostra, che la Veronica non è più presente in San Pietro, confermando una serie rilevante di ipotesi e di dubbi avanzati da storici e da studiosi, soprattutto negli ultimi anni. Ma il comunicato offre un ulteriore elemento teso ad indicare con precisione che la scomparsa del Velo coincise con il Sacco di Roma del 1527. L’autorevolezza del professor Paolucci, in passato anche ministro dei Beni Culturali del governo italiano, ha portato a fare finalmente luce su dubbi e incertezze che si trascinavano da troppo tempo. Sul Volto Santo si continuerà a discutere, ma di certo non potrà più escludersi a priori l’ipotesi che si tratti realmente della Veronica. Numerosi sono i video presenti su You Tube, da quelli amatoriali a quelli professionali. MESTIERI PERDUTI La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 IL COMMERCIO DELLA NEVE 26 DALLE NEVIERE AL FRIGORIFERO LOBBY E BATTAGLIE DAL SETTECENTO L a storia è sempre puntuale e ripetitiva: c’è una fine per ogni cosa. è il caso, per esempio, della raccolta, conservazione e vendita della neve: un’attività economica durata secoli, capace di procurare lauti guadagni, di soddisfare i gusti, spesso esotici, della gente e, nello stesso tempo, di aiutare le persone a sopportare con meno dolore piccoli interventi chirurgici. Ad un certo punto, questa geniale attività (conservare per un certo tempo la neve non era un’operazione semplice) scomparve più o meno rapidamente agli inizi del Novecento, quando cominciarono a diffondersi sempre di più le fabbriche che producevano ghiaccio artificiale. Anche l’Abruzzo ha vissuto una simile esperienza: la vendita della neve, praticata da tempo immemorabile, entrò in una crisi irreversibile e fu spazzata via dalla comparsa delle nuove macchine frigorifiche, in altri termini dall’avvento della moderna industria del freddo. Un’attività antichissima. Il commercio della neve è un esempio caratteristico di come un prodotto naturale possa essere sostituito da uno artificiale, in seguito al progredire della tecnica. In realtà i casi non sono molti. Vogliamo ricordarne soltanto uno. Nella seconda metà dell’Ottocento, la soda Solvay e la gomma sintetica hanno soppiantato rispettivamente la soda ottenuta dalle ceneri del legno e la gomma naturale. Molti scrittori latini (Seneca, Plinio il Vecchio, Marziale) riportano notizie sull’uso della neve per refrigerare bevande nei mesi estivi, per scopi medicamentosi e, infine, come conservante. Per esempio, agli inizi dell’Impero romano, i ricchi potevano soddisfare i loro gusti più stravaganti con l’importazione di alimenti di lusso: ebbene, per conservarli si costruivano locali refrigeranti, riempiti di neve e ghiaccio. Più in generale, notizie sul commercio della neve sono riportate in diverse epoche e in diverse località del mondo. Gli studiosi sono d’accordo sul fatto che sia stato praticato, sebbene con andamento alterno, dall’epoca romana fino a tutto il XIX secolo. La Maiella: capitale del commercio della neve In Abruzzo, i centri montani e pedemontani della Maiella rappresentavano l’area dove l’attività di raccolta e conservazione della neve registrava una particolare intensità. Il prodotto era prelevato o immagazzinato nei depositi, le cosiddette “neviere”, per essere smerciato nelle località situate lungo la fascia adriatica. Leggendo gli atti dei ‘Parlamenti Teatini’ (un organo legislativo dell’epoca) si apprendono molte notizie sul commercio della neve in Abruzzo Citra (l’allora provincia di Chieti) nel corso dei Seicento. Le delibere che riguardavano l’approvazione dell’affitto del commercio della neve erano di competenza del ‘Comitato, un organismo amministrativo di quel periodo. Per esempio, nel 1656 la gabella della neve fu assegnata al Barone Giovanni Lorenzo Dario, stabilendo che una parte dei proventi sarebbe stata destinata a finanziare impegni di spesa del comune di Chieti. Nel 1661, l’appalto della neve fu riformato, in particolare la procedura relativa alla riscossione dell’imposta. “Si imponga lo jus esigendi (il diritto di riscossione) di sei carlini (moneta dell’epoca) per ciascuna salma (una salma = 275 litri) di neve e che la salma della neve abbia di essere di decine venti così che s’habbia da far pagare da tutte quelle persone che vogliono introdurre neve in questa città, oppure da questa cavarla”. Nel 1673-1674 le fonti parlano di tentativi di turbativa d’asta, a testimonianza del fatto che l’appalto del commercio della neve rappresentava una buona fonte di guadagno per gli assegnatari. Il Settecento: alti e bassi Nella prima metà del Settecento si hanno poche notizie sul commercio della neve in Abruzzo Citra. Ciò fa pensare ad una crisi di questa attività per motivi che non si conoscono. Invece, nella seconda metà del Settecento la vendita della neve registrò una crescita notevole per ragioni soprattutto militari. L’Abruzzo era situato nella parte più settentrionale del Regno di Napoli. Spesso bisognava rifornire importanti piazzeforti militari come Civitella del Tronto e Pescara. Qui, il consumo della neve per uso medico rappresentava un problema ricorrente, considerando il notevole afflusso di militari, in particolare in periodi di guerra. Per questi motivi, il commercio della neve era sottoposto ad un regime di monopolio, attraverso l’assegnazione di una privativa. I proventi dell’attività non andavano a favore dell’Università (cioè del comune) e la stessa privativa era assegnata solo a chi si impegnava a vendere la neve al prezzo più basso, nonché a fare la migliore offerta Pescara: la città delle neve Nel caso di Pescara, l’offerta avveniva nella parrocchia di S. Cetteo, protettore della città). Nel 1758 l’offerta ammontò a 500 libbre di cera, mentre la privativa fu aggiudicata sulla base di un ‘tornese’ (1 tornese=sei cavalli) il rotolo (1 rotolo=891 grammi) per i mesi di aprile, maggio, giugno, settembre, ottobre e novembre, e di otto ‘cavalli’ per i mesi di giugno, luglio e agosto. Si tratta di cifre non elevate. Infatti, a causa dell’importanza che si attribuiva alla neve in campo medico, a Pescara, centro militare molto importante, dove spesso si ammassavano ingenti truppe da impiegare nella difesa del Regno, il prezzo praticato nell’attribuzione della privativa era molto inferiore a quello richiesto in altre città dell’Abruzzo. In particolare, era modesto il valore delle offerte di cera rispetto alle analoghe pretese di altre amministrazioni comunali. In ogni caso, Pescara restava una piazza molto ambita, anche perché vi si praticava la vendita di acqua gelata e limonate, acquistate soprattutto dai militari. La vendita di questi prodotti era monopolio esclusivo dell’appaltatore della neve che, pertanto, vigilava attentamente sui numerosi casi di violazione. Per esempio, nel 1776, furono denunciati dall’appaltatore due cittadini per aver venduto acqua gelata e limonate in contravvenzione alla privativa della neve. Affitti e revoche: il caso di Chieti Abbastanza numerosi erano i casi di revoca dell’appalto della neve da parte dell’autorità comunale, in seguito alle lamentele di cittadini e amministratori. Il motivo era la scarsa efficienza e qualità del servizio espletato dall’appaltatore. Si tratta di episodi che evidenziano la crescente importanza del commercio della neve nel contesto economico e sociale dell’epoca. Un‘attività che le autorità locali disciplinavano in maniera rigida, controllando l’appaltatore per evitare disfunzioni nell’approvvigionamento e nella vendita del prodotto. Il caso di Chieti è emblematico, considerando peraltro che intorno alla metà del Settecento nel capoluogo teatino erano in attività sei neviere, per comples- sive 30 canne (1 canna=2,65 mq), di cui una di proprietà di un tale Giustino Cara, destinata ad assicurare un rifornimento costante di neve alla città di Pescara. Nel 1761, in seguito alle proteste di alcuni amministratori, il Regio Capo della Neve del Comune di Chieti fu costretto a revocare l’appalto della neve e a procedere ad una gara: “Il nuovo appaltatore, si legge nelle carte della Regia Udienza (l’autorità giudiziaria dell’epoca), era peggiore dei primi e molto meno idoneo, infatti è stato carcerato per non aver pagato l’estaglio (affitto), è un miserabile e dovrebbesi a lui somministrare il pane per vivere. La città mai avrebbe la neve, la mancanza di essa sarebbe inevitabile”. Come funzionava l’appalto della vendita della neve Nella città di Chieti (seconda metà del Settecento) la gara di appalto, con il sistema ‘della candela vergine’ si svolgeva nell’abitazione del Regio Avvocato Fiscale. Di solito, le offerte erano numerose. L’aggiudicatario si impegnava ad assicurare un servizio regolare, a non vendere la neve, né al dettaglio né all’ingrosso, fuori della città di Chieti, nonché ad applicare prezzi concordati a seconda del periodo dell’anno. Nessun altro cittadino o residente era autorizzato a commercializzare il prodotto. Se l’assegnatario della vendita della neve si fosse reso inadempiente, si sarebbe proceduto al sequestro dei beni. Il regolamento prevedeva anche che, in caso di offerta migliore, il servizio poteva essere revocato e assegnato ad un altro appaltatore. Un regolamento, dunque, rigido. Malgrado ciò, il commercio della neve fu spesso oggetto di contrasti tra gli appaltatori e la nobiltà dell’epoca. I motivi di queste controversie riguardavano la partecipazione ai proventi diretti e indiretti, che derivavano dalla vendita della neve. Nobiltà e appaltatori una lotta continua Nel 1765 il barone di Orsogna, Cassiodoro De Lellis, denunciava alle autorità Carmine Amoroso di Rapino, affittuario insieme con altri dell’approvvigionamento della neve della città di Chieti. La neve era prelevata nella Maiella, in un feudo di proprietà del barone. Gli affittuari trasportavano la neve anche in altre località della provincia (Pescara, Bucchianico, Guardiagrele), eludendo in tal modo il pagamento del beneficio dovuto al barone. Altrettanto interessanti erano i casi di controversia con protagonisti gli stessi appaltatori. Nel 1765 Rocco Vitelli di Orsogna denunciava all’autorità giudiziaria Domenico Cirotti, Teofilo Cirotti e Carmine Amoroso di Rapino. Secondo Vitelli, affittuario del trasporto della neve dal deposito di Grotta Caparra a Lanciano, i loro colleghi di lavoro, affittuari delle neviere di Roccamorice, avevano sequestrato un carico di neve, destinato a Lanciano. Vitelli chiedeva al giudice il riconoscimento del danno emergente e del lucro cessante derivanti dalla cessata inattività “continuata per 10 giorni in tempo di fiera”. In effetti, Lanciano era una piazza importante per la vendita della neve per via delle famose fiere che vi si svolgevano. In queste occasioni il rifornimento della città ri- MESTIERI PERDUTI La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 IL COMMERCIO DELLA NEVE 27 chiedeva una organizzazione adeguata considerando che si smerciavano in media 5 salme al giorno di neve, mentre per l’approvvigionamento occorrevano molte carrozze. I ladri di neve Nel corso della prima metà dell’Ottocento, la vendita della neve continuò ad essere un’attività economica molto praticata in tutta la provincia di Chieti, con un quadro geografico simile a quello precedente. Nel frattempo, aumentavano i casi di furto di neve a danno degli affittuari. La vicenda di Pennapiedimonte è molto emblematica. Il paese, situato alle pendici della Maiella, era sempre stato un importante punto di raccolta e di smistamento della neve a livello provinciale e, in alcuni casi, anche in altre regioni (soprattutto la Puglia). La situazione era abbastanza analoga a quella di altri centri della Maiella (Guardiagrele, Pretoro, Rapino, Roccamontempiano, Lettomanoppello, Tocco Cassauria), dove spesso le autorità locali denunciavano all’Intendente (il prefetto dell’epoca) furti di ingenti quantità di neve da parte di “forestieri”: un fenomeno difficile da contrastare e risolvere, non solo a causa di un sistema di sicurezza poco efficiente, ma anche per una normativa non sempre chiara. L’assalto a Pennapiedimonte Il 6 giugno 1846 il sindaco di Pennapiedimonte si lamentava “degli abusi che si commettono da forestieri che vengono a rilevare la neve in questa montagna”. La risposta dell’Intendente (15 giugno 1846) poneva all’attenzione del Decurionato (il consiglio comunale dell’epoca) una serie di quesiti e di problemi di natura giuridica: “A chi appartiene il fondo su cui i forestieri pigliano la neve? Se appartiene al comune, qual è la sua natura, patrimoniale o demaniale? Chi è stato solito a servirsi sinora della neve raccolta sul fondo in esame? La neve istessa giace come naturalmente è caduta o è stata raccolta e si conserva coll’opera dell’uomo? Il decurionato dica la tariffa con cui intenderebbe regolare l’esercizio del commercio della neve”. La risposta del sindaco (20 giugno 1846): “La neve trovasi in terreno comunale [… ] la sua vendita è questione ancora da sistemare per bene[…], di pochi forestieri si conosce il nome, mentre moltissimi nel numero di 50 vengono qui e son essi di Guardiagrele, Orsogna, Rapino, Manoppello, Bolognano”. La risposta del sindaco Il 25 giugno 1846 il comune di Pennapiedimonte prendeva una decisione che serviva più a rassicurare gli abitanti che a regolamentare in modo chiaro il fenomeno: “Considerando il bisogno di cassa e persuaso dello schiamazzo di cittadini che temono perché i forestieri abusivamente vanno a prendersi la neve per i loro negozi senza somministrare cosa al cuna al comune […] obbliga costoro a pagare una somma determinata se vorranno seguitare il trasporto della neve”. Qualche settimana dopo (13 luglio 1846), il sindaco comunicava all’Intendente di aver provveduto in linea di massima a regolamentare la vendita della neve: “Anticamente la neve qui si è venduta, ma non si sa da quando […] per voce si sa che si estraeva già 70 anni fa […] si decide di dare l’appalto della neve ad un forestiero, Timoteo Di Bello, per lo estaglio (tassa) di ducati 20 a quintale”. Per garantire meglio il prodotto Negli anni 1850-1860, il Governo Borbonico si preoccupò di disciplinare meglio l’intero sistema della vendita della neve, invitando gli Intendenti e i Comuni a studiare nuovi regolamenti. L’obiettivo principale era quello di garantire la qualità del prodotto, nonché un servizio più rapido ed efficiente. In genere le nuove disposizioni prevedevano che la cosiddetta neve di seconda qualità “neve di Neviera non terrosa né fangosa” fosse venduta ad un prezzo nettamente inferiore a quello della neve di prima qualità “perfettamente bianca pura di Neviera o di Montagna”. La differenza di prezzo era di oltre un terzo. Si stabilì anche che il luogo di vendita fosse facilmente accessibile al pubblico, l’orario di vendita molto flessibile, per venire incontro alle esigenze della clientela, nonché la richiesta notturna di neve per motivi di salute. Infine, l’appaltatore si impegnava a non fa mancare mai la neve nel suo spaccio, in caso contrario era tenuto a pagare una pesante multa comprensiva del costo derivante dalle spese per l’acquisto e la vendita diretta da parte del Comune. La conferma di Pescara Pescara si confermava una piazza importante per la vendita della neve anche in età postunitaria. Nella deliberazione comunale del primo gennaio 1883 si legge: “[…] la neve in Pescara rappresenta un genere di prima necessità sia per gli usi di famiglia, in mancanza di acque sorgive sia per i casi urgenti di malattia, tanto più che vi ha una Infermeria Militare e quindi è di somma necessità il provvedere come in ogni anno si è fatto”. Pertanto si accettava l’offerta di Cetteo Madrigale “il quale si propone di assumere per un triennio il servizio della vendita della neve in Pescara […] per il prezzo di Centesimi dieci al chilogrammo dal primo Giugno al 30 settembre di ciascun anno”. Del tutto diversa, per esempio, era la situazione della città di Chieti. Documenti dell’epoca attestano che la vendita della neve nel capoluogo teatino, oltre per conservare meglio alcuni alimenti, spesso aveva una finalità edonistica: era cioè utilizzata per preparare sorbetti e bevande durante l’estate, soddisfazione riservata ad un numero ristretto di persone. Tale uso era giustificato dal fatto che la città di Chieti non soffriva di carenza d’acqua, essendo il suo territorio ricco di risorse idriche. Peraltro, non a caso, la vendita della neve a Pescara fu abbandonata anche in seguito all’attivazione nel 1910 della rete idrica pubblica. Un regolamento molto preciso Di fronte a queste impellenti necessità, il Comune di Pescara aveva elaborato un regolamento molto dettagliato e severo per disciplinare il commercio della neve in città. Il regolamento si può ricostruire attraverso l’aggiudicazione dell’appalto della vendita della neve, approvata nella seduta consiliare del 15 maggio 1890. L’appalto fu assegnato a Sabatino Di Brigida “per un anno a cominciare da oggi sino a tutto Aprile 1891”. Di Brigida “pagherà lo estaglio [tassa] di Lire 550 in tre rate e sarà obbligato dal giorno 25 corrente mese a tutto settembre prossimo venturo a mantenere aperto uno spaccio normale di vendita della neve a minuto alle seguenti condizioni: a) Il prezzo a minuto non potrà essere maggiore di 5/100 per ogni kg e la neve dovrà essere buona, non pietrosa né fangosa; b) Lo spaccio dovrà restare aperto continuamente al pubblico ed in servizio del medesimo dalle ore 6,30 antem. alle ore 11 pom. di ciascun giorno, eccezione fatta dei casi di richieste per cause di malattie, nei quali sarà obbligatorio di riaprire lo spaccio anche di notte; c) […] nei casi di richiesta superiore al quintale, avrà diritto l’appaltatore di pretendere un preavviso di ore 24; d) In caso di mancanza di neve, “è passibile di una penale ragguagliata a lire 4 per ogni ora”. La lobby della neve a Pescara Considerando l’importanza sociale del servizio relativo alla vendita della neve nella città di Pescara, era naturale che tale attività fosse soggetta a manovre speculative finalizzate a trasformare il servizio stesso in una vera e propria struttura oligopolistica. Il processo si intensificò nell’ultimo decennio dell’Ottocento, con l’incremento demografico della città. In questo periodo il commercio della neve nel capoluogo adriatico diventò per i privati una delle attività più redditizie. La truffa, da lungo tempo sospettata, fu portata alla luce nel luglio 1893. Il 23 luglio il sindaco di Pescara inviava una pesante denuncia al prefetto di Chieti: “Devo far noto alla S. V. che in questo Comune da vari anni i concorrenti per l’appalto sulla neve hanno trovato il modo di mettersi d’accordo fra loro con pregiudizio della finanza Comunale. Il sistema della candela vergine pare servisse mirabilmente le manovre dei pochi che, per tanti anni, hanno avuto il monopolio dell’appalto”. Qualche sentore il sindaco l’aveva gia avuto. “Nello scorso anno, mentre presiedevo l’appalto, mi accorsi che il sistema adoperato era una brutta commedia e l’aggiunta di poche lire al prezzo d’asta serviva solamente a salvare le apparenze” Infatti, subito “i concorrenti si ritiravano dall’appalto dopo l’aumento delle poche lire, ricevendo dall’aggiudicatario generoso compenso per la loro opera compiacente”. A questo punto, il sindaco decideva di adottare il sistema delle schede segrete, con ottimi risultati. Infatti, “mentre negli anni scorsi il Comune ricavava dall’appalto sulla neve appena Lire 412 in media, nel corrente anno la maggiore offerta è stata di Lire 757,95”. Marcello Benegiamo [email protected] A fianco una nevaia, struttura per la conservazione della neve. A sinistra “Neve” di Teofilo Pantini, L’Aquila, Collezione della Cassa di Risparmio In alto “Cacciatori nella neve”, di Pieter Bruegel La Domenica d’Abruzzo Sabato 7 gennaio 2012 LIBRI LAURA DELLI COLLI IL CINEMA A TAVOLA UN DIZIONARIO DEI GUSTI I ndigestione di film o scorpacciata di prelibatezze? Entrambe le cose. Perché il connubio cinema-tavola imbandita, cucina, banchetti, pranzi e cene a casa o al ristorante è indissolubile. Infatti, «esistono piatti da mangiare con gli occhi e film da gustare con il palato…» scrive la giornalista e critica cinematografica Laura Delli Colli nell’introduzione al suo Il gusto del cinema italiano «in cento ricette» (325 pp, € 18, Cooper editore), prezioso volumetto di curiose e appetitose suggestioni cineenogatronomiche, giunto quest’anno alla decima edizione consecutiva. Un viaggio ironico e al tempo stesso divertito nel meglio del cinema nostrano e anche internazionale attraverso la buona tavola, i pranzi, le cene e le ricette che si consumano in formato celluloide. Scene assai gustose, appunto… Qualche titolo significativo? La grande abbuffata di Marco Ferreri durante la quale vengono consumati rognoni trifolati o l’anatra all’arancia e i pomodori verdi fritti dell’omonimo film che ha come dicitura finale: Alla fermata del treno; oppure, ancora, il famoso tacchino di Pranzo di Natale. E che dire, invece, del Pranzo di Babette? O di Chocolate con Juliette Binoche e della “Sacher torte” di Nanni Moretti in Bianca? Per non parlare della cucina di Baaria nel film di Tornatore e quella di Meryl Streep in Julie&Julia e la Focaccia blues pugliese e lo squaglio al cioccolato con cui Claudio Bisio spalma Giorgia Wurth in Ex. E la panna montata di Milk con Sean Penn e i succulenti piatti della comunità orientale hmong di Gran Torino con Clint Eastwood? Molto spesso i nostri ricordi migliori sono legati proprio alla cucina e alla narrazione di cosa “si cucina in cucina”, così capita, per esempio, che anche il ricordo più profondo di un film o di un personaggio sia legato alla tavola e a quel che in essa è stato servito. Come scordare, infatti, la scena della forchettata di spaghetti a piene ganasce che lega Alberto Sordi in canottiera al mitico quanto famoso Un americano a Roma o i muffin di Tara in Via col vento? Potremmo continuare all’infinito, perché Laura Delli Colli in un decennio di edizioni aggiornate di anno in anno ha ormai messo insieme un ricettario da far invidia allo storico “Artusi”, storico e tradizionale “talismano della felicità” enogastronomica ante litteram, tra Ottocento e Novecento. «Una buona tazza di cioccolato verso le undici apre lo stomaco per il pranzo» diceva Marcello Mastroianni nel corso di una Zia Antonia sapeva di menta Andrea Vitali Garzanti € 13,90 “Aglio, cipolle, rape, ravanelli e porri sono verdure indigeste che non diamo mai agli ospiti della casa!” Suor Speranza ne è sicura: nel minestrone che ha distribuito ai pazienti della Casa di Riposo di Bellano l'aglio non l'ha fatto mettere di sicuro. Allora come mai Ernesto Cervicati, entrando nella stanza di zia Antonia, ha sentito quell'odore, invece dell'aroma inconfondibile e fresco della menta? Ernesto conosce bene il rassicurante profumo delle mentine di cui è golosa la sua anziana parente. Certo meglio di suo fratello Antonio, che della zia non ha mai voluto saperne: gli interessava molto di più Augusta Peretti, una trentacinquenne ossigenata e vogliosa, nonché figlia di salumiere. Ernesto invece aveva accolto zia Antonia in casa sua e l'aveva accudita per tre anni, finché lei, un po' per non gravare troppo sul nipote, un po' per pudore, aveva deciso di trasferirsi all'ospizio. Quel sorprendente odore d'aglio è un piccolo enigma. Forse è l'indizio di qualcosa di più grave. A indagare, oltre a Ernesto e all'energica suor Speranza, si ritrova anche il dottor Fastelli, medico dal carattere gioviale ma di grande sensibilità. Intorno a questo profumato mistero. scena di un suo famoso film citando Jean Anthelme Brillat-Savarin politico e gastronomo francese vissuto tra il 1755 e il 1826. Tantissime dunque le ricette, tra curiosità e passioni ''rubate'' nella cucina d'autore. Tra i film più recenti, si va dai passatelli in brodo de Il cuore grande delle ragazze di Avati al risotto al parmigiano di Tatanka di Gagliardi, dal sartù di riso del cortometraggio The Wholly family di Gilliam agli spaghetti al filetto di pomodoro di Hereafter, ancora una volta di Eastwood, dagli spaghetti alle vongole da Terraferma di Crialese alla tortilla spagnola di La pelle che abito di Almodovar, dai calamari ripieni di Corpo celeste di Alice Rohrwacher al guacamole di Nessuno mi può giudicare di Bruno, passando per il guazzetto di pesce di Immaturi di Genovese, per l'impepata di cozze di Che bella giornata, protagonista Checco Zalone, e per il sanguinaccio napoletano di Benvenuti al Sud. Oltre ai primi piatti e ai secondi, ampio spazio anche ai dolci, come insegna sempre Moretti, nella vita e nei film, e che in Habemus Papam ha messo ciambelle e bombe fritte nel bel mezzo di scene clou. Dalle pellicole uscite quest'anno, Lezioni di cioccolato 2 insegna la ricetta dei cioccolatini, Bar Sport quella della mitica Luisona, la grande pasta con ciliegina che troneggia sempre in bella vista sul bancone, chissà da quanto tempo, e che nessuno ha forse mai davvero osato mangiare anche una sola volta… E poi ne Il padre e lo straniero i Loukoum, in Carnage di Polanski la torta umida e da Hysteria di Tanya Wexler in arrivo con l'anno nuovo il rice pudding. Sazi o non ancora? L’Almanacco di Laura Delli Colli, perché di questo in definitiva si tratta, vi conduce per mano ai film, alla loro trama, ai loro personaggi, ai riferimenti storici, cinematografici e alle citazioni cinematografiche, che sono sempre d’obbligo, e, accanto, vi sciorina la ricetta. Che l’autrice ha rigorosamente provato, interpretato, fatta propria e (in alcuni casi) anche modificato all’uopo. Con doverosi consigli d’autore, che non potrete assolutamente sottrarvi dallo sperimentare. Consiglio spassionato: è buona cosa guardare il libro, scegliersi il film e la ricetta, prepararsi la cena, scendere sotto casa, affittarsi il Dvd e gustarsi il tutto guardandosi la pellicola. Ottimo libro per i giorni di festa. Alberto Ferrigolo [email protected] In alto la copertina del libro A sinistra, l’autrice Laura Delli Colli La setta degli angeli Andrea Camilleri Sellerio € 14 «Questo libro racconta un fatto storico, ma soprattutto punta l’indice su un fenomeno assai diffuso oggi nel nostro paese: il rifiuto della conoscenza della verità» (Andrea Camilleri). La storia di uno scandalo nella Sicilia di inizio Novecento e dell’avvocato Matteo Teresi che lo denunzia finendo per patirne da solo le conseguenze. Tutto d’invenzione è il rustico paesotto: il paesaggio remoto, le otto chiese (sette per gli abbienti, una per i contadini), il Circolo litigioso e scalmanato, nel quale i soci di surreale e sgarbata scimunitaggine siedono male sui propri glutei come in una stampa di Hogarth; le scivolose segretezze, le vacanterie escandescenti di angusti e scaduti puntigli, le aggressioni sbagliate fatte in nome dell’onore, la follia atroce di un brigante dal nome biblico, l’astio e le divisioni tra bassa aristocrazia di campagna, professionisti borghesi, massari, campieri, nullatenenti. Assolutamente vera è invece la faccenda, testimoniata da Filippo Turati e da Don Luigi Sturzo. E personaggio storico è il protagonista Matteo Teresi, avvocato dei poveri e giornalista. Un fremito, un rimbombo, un intollerabile fracasso investe il villaggio. Si teme un’epidemia di colera. Corre l’anno 1901. Per un susseguirsi sbrigliato di equivoci, si crede al contagio. A un’invasione del Maligno. 29 FRESCHI DI STAMPA Mare al Mattino Margaret Mazzantini Erinaudi € 12 Jamila è madre e ragazzina, e dal suo Paese, la Libia, vuole scappare. Portare in salvo se stessa e suo figlio Farid, attraverso il mare, fino all’Italia. Angelina, sull’altra sponda, guarda le barche arrivare. Sono passati quarant’anni e lo strappo brucia ancora: il ricordo della cacciata, l’immagine di Gheddafi con gli occhiali da sole, le amiche arabe arrivate a salutare e Alì, soprattutto Alì, la sua promessa d’amore. Quando arrivarono in Italia i tripolini erano soli: erano gli anni Settanta, densi, accesi, non c’era tempo né attenzione da dedicare a queste famiglie e alla loro diaspora. Quel tempo e quell’attenzione poi non sono mai arrivati. Oggi Angelina ha un figlio, Vito, ha scritto una tesina di maturità sui tripolini, su quel passato che la madre rimpiange e a volte nasconde. Le storie di Angelina e di Jamila non si incontrano ma si specchiano l’una nell’altra. Agent 6 Tom Rob Smith Sperling&Kupfer € 19,90 Mosca 1950. Bloccato dai mostruosi meccanismi della burocrazia sovietica, l'ex agente segreto Leo Demidov non può partire con la moglie e le figlie alla volta di New York.Il loro è un "tour di pace", destinato a migliorare le relazioni tra le due superpotenze che si fronteggiano nella Guerra Fredda. Eppure Leo ha paura per loro: perché è stata scelta proprio la sua famiglia? Chi e che cosa si nasconde dietro il viaggio oltrecortina? Quando i peggiori incubi di Leo prendono corpo, e un tragico omicidio distrugge tutto ciò che ama, lui chiede solo una cosa: che gli sia concesso di indagare per cercare l'assassino che ha colpito al cuore la sua famiglia. Il re pallido David Foster Wallace Einaudi Stile Libero Big € 21 Commercialisti e agenti del fisco sono figure professionali non molto amate. Lavorare per o all’agenzia delle entrate è forse una delle cose più noiose della storia, a provare a immaginarselo. All’improvviso, guardando una soap opera in tv, a un uomo succede di venir folgorato da una pazza voglia di arruolarsi. All’ufficio delle tasse. Un romanzo così, poteva e doveva essere un romanzo da cinquemila pagine, che sarebbe poi stato possibile ridurre a un migliaio, forse. Così confidava l’autore. Ma “Un Re Pallido” di pagine ne ha molte meno. Perché è un romanzo incompiuto. In città zero gradi Daniel Glattauer Feltrinelli € 16 Max detesta il Natale e quest'anno, per la prima volta in vita sua, è fermamente intenzionato a lasciarselo alle spalle e a fuggire in un paradiso esotico. Purtroppo, però, ha fatto i conti senza Kurt, il suo cane. Kurt è stato un investimento sbagliato: passa la maggior parte del tempo a dormire e, quando si muove, tutt'al più lo fa per sbaglio. A chi affidarlo durante la vacanza? All'inizio Katrin non ha nulla a che spartire né con l'uno né con l'altro. Alla soglia dei trent'anni deve, suo malgrado, sopportare genitori che devono, loro malgrado, sopportare il fatto che lei non abbia ancora trovato l'uomo giusto. Con l'avvicinarsi del Natale e della tradizionale riunione di famiglia, la pazienza di tutti giunge al limite. Di colpo, però, ecco che all'orizzonte spunta Kurt. A Katrin non piacciono granché gli animali, ma a suo padre ancora meno. L'inserzione di Max per un dog-sitter è un'occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Così in un attimo lei architetta un piano formidabile. LA DOMENICA D’ABRUZZO La signorina Assunta Contrasti generazionali LA VIGNETTA DI LUDì LE RUBRICHE LA PRIMA ITALIA Quando l’Abruzzo non era l’Abruzzo Aria fritta Spigolando tra i giornali N on possiamo andare avanti così. Lo capisci?». «Non è colpa mia». «Colpa tua o no, non puoi restare. Siamo già al 37 dicembre e io ho un contratto a tempo determinato. Mi scalano dallo stipendio i giorni di affiancamento. Non posso permettermelo! Ho tante cose da realizzare. C’è l’Italia da resuscitare». «Vabbuò, fino a Pasqua c’è un sacco di tempo!». «Ascoltami 2011: fra Governi politici e Governi tecnici, manovre da sviscerare, piscine pubbliche da svuotare dalle lacrime di coccodrillo del neo Welfare Emotivo (non per niente sono nate le Associazioni di Emotivi Anonimi!), secessionisti convinti che in Padania il bisesto non valga perché il calendario è nato in Egitto e non ci si può fidare di questi extracomunitari che vengono a rubarci giorni, educazione, storia, unità e civiltà (verità provata dal fatto che ai leghisti non è rimasto quasi nulla di tutto ciò) e Sindacati che protestano perché nessuno se li fila più, dopo aver ceduto a tutto… mi sento in equilibrio precario. E c’ho pure ‘sto pensiero della sentenza dei Maya!». «Ma quale sentenza? Sta’ calmo 2012: è solo una profezia. E pure se fosse una sentenza? Ahò, non hai letto il Libro Nero della Giustizia?». «Comprendo che tu voglia tranquillizzarmi, ma è veramente tempo che mi metta al lavoro. Così come, per te, è tempo di lasciare posto ai giovani». «Non posso: non ho abbastanza contributi per andare in pensione». «Hai firmato la lettera di dimissioni». «Che c’entra? Quella la fanno firmare contestualmente all’assunzione». «Comunque le cose non cambiano: te ne devi andare. C’ho da fare e non posso perdere altro tempo». «E dove vado?». «Non lo so, 2011. Non mi posso far carico pure degli Anni in mobilità. Prova a bussare. Pare che ti sarà dato». «Hai idea di quanto costi la retta della Casa di Cura del Sacro Spirito dei Caritatevoli per i Poveri?». «No. Ma se sono caritatevoli coi poveri dovrebbe costare poco. L’ho letto nel libro di Dalla Torre, “Il complotto laicista, dal 1890 al 2011”, edizione Ottopermille, con prefazione di ICI». «Macché!». «E allora che facciamo?». «Non lo so». «E neppure io». «Sccc… non facciamoci sentire, sennò arriva il Presidente della Repubblica degli Anni e scioglie il Calendario per formare un Anno tecnico!». Assunta Altieri vai su www.quotidianodabruzzo.it I Conciliare civiltà e sicurezza L'acquedotto delle uccole insidiato da una paramassi I beni archeologici sono spesso un elemento di contraddizione tra il dovere e l’opportunità di preservarli e le esigenze delle comunità e delle persone presenti oggi nei territori in cui i reperti antichi si trovano. Non di rado la realizzazione di un’opera pubblica viene bloccata, poiché si rinvengono ruderi preziosi testimoni di un civiltà, che non possono essere distrutti con indifferenza dagli escavatori meccanici. Questa interruzione, però, viene mal digerita da quanti vogliono che l’opera sia portata a termine, soprattutto quando essa appare particolarmente utile. Un caso di questo genere si è verificato di recente a proposito della strada statale 5, nel tratto che collega l’area peligna a quella subequana, ovvero nella zona delle gole di San Venanzio, uno degli angoli più suggestivi d’Abruzzo, ma che non poche insidie riserva ai viaggiatori, a causa del ripetuto distacco di massi dalle alture che costeggiano la strada. Per questa ragione l’Anas aveva predisposto il progetto per la realizzazione di gallerie definite paramassi, in modo da consentire di viaggiare “al coperto” nei tratti più pericolosi. Nel tratto oggetto dell’intervento, però, si trova un acquedotto romano che alimentava la vicina Corfinium. La realizzazione del progetto porterebbe alla distruzione dell’acquedotto nella zona interessata dai lavori. Inevitabilmente è intervenuta la Soprintendenza ai Beni archeologici d'Abruzzo, ponendo l’esigenza di una ridefinizione del progetto che consenta di salvaguardare anche l’opera antica. Ovviamente questo fatto ha suscitato non poche polemiche nella zona, soprattutto tra quanti non hanno una spiccata sensibilità per quello che esula dalle loro immediate esigenze, convenienze e conoscenze. Né la questione archeologica è la sola, poiché ad essa si aggiunge quella ambientale e le svariate difficoltà che incontra ogni realizzazione pubblica nel nostro sventurato Paese: discussioni e proteste a non finire e l’opera, opportuna per la sicurezza dei passeggeri, manca all’appello. Mentre l’Anas e le amministrazioni interessate sono all’opera per dipanare questo groviglio, non sarà inopportuno dire qualcosa di quell’acquedotto, una realizzazione di tutto rispetto che consiste in una galleria scavata nella roccia lunga più di 5 chilometri, costeggiata da una stradicciola (anch’essa tagliata nella viva roccia) su cui si aprono più di cento sfiatatoi, detti uccole. Un lavoro di non poco conto se si considera che quando fu realizzata non si ricorreva né all’esplosivo, né alle mega frese, ma si andava avanti prevalentemente a colpi di scalpello. Né terminata l’opera era finito il lavoro. Spesso occorreva intervenire per la sua manutenzione, come ci testimonia una bella epigrafe che oggi fa mostra di sé nel complesso parrocchiale di Castelvecchio Subequo. In essa si dice che per disposizione dei decurioni Corfinio si fece carico di riparare il canale dell’acquedotto rovinato dal trascorrere del tempo (CIL IX 3308). è interessante notare che nel testo il canale sia definito forma, termine ancora oggi in uso con tale significato soprattutto nella zona peligna, come dimostrano alcuni studi del compianto Ernesto Giammarco, a ribadire che il passato non è mai lettera morta. Si faccia, dunque, la paramassi, ma l’acquedotto non si scassi. SEDE LEGALE Antonio Del Giudice Via Nicola Fabrizi, 90 65121 Pescara Settimanale registrato al tribunale di Pescara n.22/2010 Registrato il 29/09/2010 SEDE OPERATIVA Maurizio Piccinino CAPOSERVIZIO ATTUALITà Paolo Smoglica CAPOSERVIZIO CULTURA Stefano Petrovich PROGETTO GRAFICO Alberto Ferrigolo [email protected] Marco Presutti [email protected] FONDAZIONE DOMENICA D’ABRUZZO DIRETTORE RESPONSABILE nnanzitutto i botti. E le vittime, il morto o i morti, i feriti, le menomazioni, i bambini, le case distrutte, i locali danneggiati, la festa che finisce in tragedia. E la realtà in farsa. Con la scoperta di tanti piccoli o grandi (e privati) “arsenali del divertimento”. Questo raccontano giornali e Tg dell’anno nuovo, come nel primo giorno del vecchio, 365 giorni fa. Ordinanze dei sindaci o meno. Unità nazionale e “continuità demenziale”. «Divieti inutili, sangue a Capodanno» titola la Repubblica, «I botti fanno la festa ai divieti» scrive Libero. Poi c’è il messaggio del Presidente, «che sprona l’Italia» per il Corriere, la quale «può farcela, anzi deve» (l’Unità) mentre per Libero «il Presidente chiede responsabilità ma la Cgil ribatte: “Ci saranno tensioni”». Titolo al quale replica la vignetta di ElleKappa: «15 miliardi per l’acquisto di 131 caccia bombardieri F-35» esclama il primo personaggio. «Indispensabili in caso di tensioni sociali» fa eco il secondo. La Repubblica vede però un «coro di consensi» al discorso di Napolitano. Internazionale, settimanale che pubblica il meglio dei giornali stranieri, spara una copertina dal titolo forte: «La fine del capitalismo» sopra un’immagine di un Karl Marx versione Babbo Natale. Ovvero, «la crisi dimostra che il sistema non funziona più. è arrivato il momento di cercare un’alternativa». L’inchiesta è del settimanale tedesco Die Zeit, ma il concetto ha quasi due secoli di vita… Buon anno a tutti, anche perché nell’attesa, a breve, sarà tosta…. Via L’Aquila, 9 65121 Pescara - Tel. 085.441411 Segreteria 085.4414109 - [email protected] Redazione 085.4414102/103/104/105 Fax 085.2056530 Pubblicità/Abbonamenti 085.4414106 CONSIGLIO D’AMMINISTRAZIONE Silvio Di Lorenzo PRESIDENTE Deborah Caldora, Gennaro Strever, Francesco Gravina VICE-PRESIDENTI Antonio Di Nunzio AMMINISTRATORE DELEGATO Massimo Pomilio DIRETTORE GENERALE CONSIGLIERI Ermando Bozza, Stefano Crocetta, Marina Cvetic, Concetta Petruzzi, Giuseppe Ranalli, Gennaro Zecca Questo numero è stato chiuso in redazione alle 19 di mercoledì 4 gennaio Tipografia Galeati Industrie Grafiche srl Via Selice, 187/189 40026 Imola (Bologna) Distribuzione Adriatica Press srl Via Aterno 29 66020 San Giovanni Teatino (CH) Prezzi: euro 2,00, copia arretrata euro 4,00 + Sped. postale.