Anno II Numero 43
Sabato 7 gennaio 2012
Una copia 2,00 €
S E T T I M A N A L E D I AT T U A L I T À , C U LT U R A , C O S T U M E E A LT R O
Direttore Antonio Del Giudice
quotidianodabr uzzo.it : edizione online con notizie, aggior namenti e lettere dei lettori
L’EDITORIALE
Coraggio
il meglio
è passato
I NUOVI MESTIERI
PER VINCERE LA CRISI
Alle pagine 2 e 3
di Antonio Del Giudice
P
eppino Di Lello, magistrato abruzzese
che fu al fianco di Giovanni Falcone
fino al tragico epilogo, mi ha mandato un
augurio con la celebre frase di Flaiano. Coraggio, il meglio è passato. Non si parla
qui del banale passaggio di calendario fra
il 2011 e il 2012, ma di un’epoca nuova cominciata da qualche lustro e che non si sa
quando invertirà la rotta.
I giornali, che sono attenti ai passaggi simbolici, ci fanno sapere che –salvo erroresiamo al quinto suicidio di imprenditore in
difficoltà. Uno inseguito dagli usurai, uno
dalle banche, uno dalle cartelle esattoriali,
uno dai creditori. E persino uno preoccupato per la sorte dei suoi dipendenti che
non voleva licenziare. Nessun caso riguarda l’Abruzzo, a parte un piccolo imprenditore che, spinto dalla disperazione,
ha simulato un furto nella sua azienda.
è abitudine dei giornali attingere alle statistiche e tenerle aggiornate. I suicidi in carcere, le vittime di incidenti stradali, le
donne massacrate dai mariti/compagni, i
morti di droga e così via. Adesso, nelle statistiche di genere, entrano di diritto gli imprenditori sopraffatti dalla crisi, torchiati
dalla burocrazia, strozzati dall’usura, preoccupati per la sorte dei dipendenti. E
forse anche incupiti dal cerbero Monti che
controllerà i loro redditi, il loro tenore di
vita, la regolarità dei bilanci, la lealtà fiscale. Non sarà del tutto indolore il passaggio dal liberismo pacchiano al
liberalismo einaudiano.
La situazione è quella che è, non più congiunturale ma di tempi lunghi. Anche
l’impresa dovrà partecipare alla “rivoluzione”, se vorrà continuare ad essere protagonista in un Paese diverso. E, a
differenza del passato, non potrà molto
contare sulla generosità dello Stato, che
ormai paga i debiti in titoli del Tesoro, cioè
in cambiali a tassi interessanti.
Dovrà certamente cambiare il panorama
fuori dai cancelli. Più liberalizzazioni,
meno lobby, giustizia civile più rapida, burocrazia rapida e amica, pene più pesanti
per i reati nella pubblica amministrazione,
fisco più vigile e più giusto, salari alleggeriti dai balzelli insopportabili. Dato per
scontato tutto questo, dentro i cancelli servirà più rischio, più fantasia, più voglia di
costruire ricchezza per sé e per gli altri.
Sarà più complicato, ma sarà più utile alla
comunità che è fatta di uomini e donne,
non di braccia senza testa come nel Settecento.
Se non sarà così, non riusciremo a porre limiti al peggio. E l’aforisma di Flaiano sarà
uno zuccherino rispetto alla realtà che ci
aspetta. Si accettano scommesse, le vincite
saranno pagate in contanti.
Buona domenica.
BILANCI
L’AQUILA
CULTURA, I COMUNI
PREFERISCONO LE MISS
LA SFIDA DI MORGESE
NEL PARCO DELLE ARTI
A pagina 11
A pagina 9
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
FAMIGLIE
2
I TRUCCHI PER RISPARMIARE
BARATTO E GRUPPI DI ACQUISTO
COSÌ SI ORGANIZZANO LE FAMIGLIE PER IL 2012
B
aratto e gruppi di acquisto solidale esistono da prima
della crisi, ma con la congiuntura italiana e i problemi
economici abruzzesi, acquistano valore, tanto valore da diventare un nuovo, curioso, interessante stile di vita sposato
da sempre più persone e famiglie.
A Pescara la magia del baratto ha regnato per due mesi in
virtù di un progetto messo in piedi da un gruppo di under
30enni. Si sono stretti in un’associazione, Green Sharing, hanno stilato un progetto rispondendo ad un
bando europeo e a ottobre, a Pescara, in uno spazio in
via di Sotto, hanno dato vita a Eco-Scambio. Un concetto semplice, portare cose per prenderne altre, una
spinta innovativa, misurare il contenuto di acqua
delle cose da scambiare per guadagnarne di altre. E la
magia ha funzionato dal 20 ottobre fino al 19 dicembre
con il mercatino dello scambio, con workshop dedicati
a ragazzi, scolari e curiosi e il proposito di rifarlo al
più presto. “Stiamo scrivendo un nuovo progetto”,
dice una degli organizzatori, Valentina Natarelli, “lo
arricchiremo con una nuova formula e lo rilanceremo
sperando che l’Unione Europea lo approvi di nuovo e
ci consenta di proseguire la nostra esperienza che è
stata fantastica sia dal punto di vista umano che in termini di sostenibilità, la ragione per cui la nostra idea è
nata”.
Sul sito ancora attivo (www.ecoscambio.org) l’idea è
resa più esplicita anche dallo spot interpretato da Valentina e Luigi Milardi, l’altro motore dell’iniziativa: in via
di Sotto per due mesi sono andate e venute persone di
ogni tipo, giovani, meno giovani, pescaresi e anche tanti
stranieri. “Entravano per curiosità, tornavano con qualcosa e ritornavano ancora finché non trovavano qualcos’altro da portare via”, spiega ancora Valentina, “ Ci
hanno portato di tutto: accessori di cucina, cassette, dvd,
pupazzi, vestiti, lampade, play station, attrezzi per fare
ginnastica. In cambio hanno preso oggetti o dello stesso
valore o hanno accumulato crediti e sono tornati in seguito per prendere soprattutto libri, accessori per cucina,
radioline e piccoli elettrodomestici. La crisi ha spinto sicuramente le cose, anche se per alcuni il baratto non era facile da capire, nessuno poteva credere di poter portare via
oggetti senza pagare, poi la voce è girata e lo scetticismo è
passato. Anche a livello sociale siamo diventati un punto di
riferimento, un luogo di incontro fra persone che scambiando hanno socializzato. Per questo vogliamo rifarlo al
più presto”.
Ci si incontra anche per comprare cose, succede nei gruppi
di acquisto solidale. In Abruzzo ne stanno nascendo diversi,
specialmente a Pescara, dove quelli noti sono almeno mezza
dozzina. Diverse famiglie si mettono insieme, fanno una
lista di acquisti a cadenza settimanale o mensile e scelgono
prodotti a chilometro zero, che prima del risparmio rappresentano una precisa scelta di vita e un preciso stile di acquisto, quello consapevole. Così dal 2009 capita a quanti hanno
scelto di entrare nel
gruppo di ‘Consumiamo pensando’ (www.consumiamopensando.it). “Al momento le famiglie sono una trentina, con gli anni sono cresciute, alcuni
si stanno avvicinando anche per via della crisi, anche se risparmiare non è il nostro obiettivo principale”, spiega Giovina Petrelli, uno dei motori. “Lavoriamo sul territorio ma
con prodotti biologici, tutti certificati e ricerchiamo il km
zero, restituendo dignità e anche futuro a piccoli produttori
che sosteniamo con i nostri acquisti. Offriamo una vastità di
prodotti, dalla carne alle verdure, dal pane alla frutta. L’ associazione intende proporre e fare un consumo critico,
duro, forte e di reazione ai centri commerciali. Il risparmio è
una dimensione che si realizza con queste scelte, ma non è
la prima cosa”.
Stanno crescendo in quantità e qualità, un nuovo gruppo
si sta formando a Sambuceto, quello principale ha un disegno ambizioso, conclude Giovina Petrelli: “Recuperare terreni, recuperare coltivazione al biologico
offrendo ai giovani che vivono situazioni difficili la possibilità di ricollocarsi nel lavoro”, in parte succede già:
nel paniere del gruppo ci sono anche i broccoli coltivati
dai detenuti del carcere di Pescara.
Sempre a Pescara, un gruppo formato per ora da 25
giovani coppie è decollato a novembre, è il Gruppo di
acquisto solidale di Pescara Colli che sta crescendo su
Facebook ed è al suo quinto acquisto settimanale.
Niente carne, per ora, solo verdura e frutta a chilometro zero, in arrivo dall’area di Francavilla e l’entroterra
provinciale, spiega Fabio Marcone, uno degli animatori dell’iniziativa, sposata anche dall’associazione di
mutuo soccorso ‘Federico Caffè’. “Siamo nati a fine
novembre e ci appoggiamo alla parrocchia di San
Giovanni San Benedetto di via Pandolfi. Siamo partiti
con la raccolta rispondendo ad una esigenza sentita
da diversi amici, giovani coppie impossibilitate a fare
acquisti al mercato e interessati al concetto di acquisto solidale, consapevole e a chilometro zero. Gli ordini li raccogliamo all’inizio della settimana e il
venerdì il prodotto arriva e viene distribuito”.
Si tratta di una cassetta di frutta e verdura di stagione, peso medio 13/14 chili, prezzo 10 euro (per
aderire e informarsi
[email protected]) e un
grande obiettivo per il futuro: “Vogliamo anche andare oltre il classico gruppo di acquisto e scegliere
anche prodotti come conserve e olio”, conclude
Marcone, “presto faremo anche incontri sia sul consumo critico che sulla cucina, diciamo, sostenibile.
Parte il 20 gennaio un corso sulla cucina del giorno dopo, insegneremo ed impareremo a riutilizzare i cosiddetti avanzi
per altri piatti, ma soprattutto per non gettare via le cose, a
prescindere dalla crisi”.
Monica Di Fabio
[email protected]
FUNERALI LOW COST PER AFFRONTARE LA CRISI
L
e agenzie di pompe funebri, a mio parere, sono come un
servizio pubblico. Devono avere prezzi calmierati”. Da
questa convinzione è nata l’idea di lanciare i funerali low
cost, che Andrea Fantozzi, titolare dell’impresa Funerarium
di Capistrello, operativa sul territorio della Marsica e della
Valle Roveto, sta promuovendo in tutto l’Abruzzo con pagine pubblicitarie apparse sui principali quotidiani locali.
Inserzioni che offrono esequie a prezzi stracciatissimi e che
hanno suscitato una certa curiosità anche nella concorrenza.
Al di là dei prevedibili scongiuri e delle battutacce, la strategia commerciale rivela che anche il settore delle onoranze
funebri sta cercando di affrontare la crisi economica con soluzioni a favore di chi ha minori possibilità e nel rispetto
della tendenza degli ultimi anni che predilige cerimonie
senza sfarzo e opere di bene al posto dei fiori. Ecco, dunque,
che gli imprenditori più attenti si danno da fare inventando
nuove formule che abbattono i costi esorbitanti degli ultimi
anni . E’ il caso di Andrea Fantozzi, che dopo essere stato il
primo a lavorare in Italia nel settore della tanatoprassi, una
sorta di imbalsamazione moderna, ha rilevato l’azienda di
famiglia alla morte del padre. ”L’idea è nata soprattutto
pensando all’aspetto umano”, spiega. “. Oggi i prezzi di un
funerale sono piuttosto alti e molte famiglie si trovano in
imbarazzo. Ho voluto pensare a tutte le fasce sociali. Anche
il servizio considerato di lusso è comunque calmierato. Chi
sceglie un funerale low cost ha tre possibilità: si parte da un
minimo di 1290 euro, formula che offre un servizio base rispettabilissimo, per passare a 1980 euro, con la scelta tra
quattro feretri, fino a un massimo di 2990 euro. Forse tutti i
miei colleghi mi odieranno perché sto voltando pagina a livello commerciale, ma non possiamo ignorare la crisi. Mi
sembra giusto, inoltre portare a conoscenza del grande pubblico i costi perché non si abbia la batosta al termine dei fu-
nerale, come accade in molti casi. Quando offro le mie soluzioni, forse sembrerà ridicolo, ma mi fanno i complimenti.
Molte imprese approfittano del grande dolore che vive una
famiglia quando perde un proprio caro e non sa come organizzare il funerale. Non mi sembra un atteggiamento corretto”. Ma c’è anche chi storce il muso davanti alle formule
economiche. Molti operatori del settore giudicano i funerali
low-cost solo specchietti per le allodole. “Ho delle perplessità su questi prezzi così bassi” dice Lino Ruggero, dirigente
di aziende del settore funerario nel Pescarese , “Non saprei
trovare una giustificazione economica se non nella scarsa
qualità dei materiali. Se ci si attenesse solo ai costi vivi si supererebbe ampiamente la spesa. Considerando, ad esempio,
il cofano, il contenitore in zinco, l’imbottitura, il velo, la coroncina, si va oltre la cifra di 1200 euro. Partecipo a
molto fiere nel settore e non ci sono prodotti che
hanno costi così bassi. Sicuramente non sono italiani”. Insomma il rischio del “Made in China” esiste anche in questo ramo con conseguenze sulla
qualità dei feretri venduti a basso costo. “Usiamo
solo prodotti italiani”, ribatte Andrea Fantozzi .“La
produzione cinese non è riuscita ad inserirsi nel nostro mercato, sono feretri che rischiano di rompersi .
A livello europeo, noi operatori dell’industria funebre italiana non abbiamo nulla da invidiare a Francia, Gran Bretagna e Spagna. La qualità è alta”. Per
chi non può permettersi di affrontare un pagamento
in un’unica soluzione, per basso che sia il costo del
funerale, esiste anche la possibilità di rateizzare la
spesa che viene offerta da molte agenzie.
“ Ci si può rivolgere a una finanziaria” prosegue Andrea Fantozzi , “ di firmare un contratto con la nostra
agenzia che si impegna ad inviare dei bollettini postali
da 89 euro al mese o per una cifra diversa , a seconda di
quanto concordato con la famiglia”. Formule low o extralusso vengono bandite da chi preferisce ricorrere alla cremazione, una pratica sempre più seguita. Il costo del forno e
della raccolta ceneri si aggira sui 600 euro cui vanno ad aggiungersi quello del cofano funebre in legno dolce, sui 950
euro e dell’urna, 350 euro la più economica. Totale: circa
1800 euro, con un risparmio per i familiari delle spese di sepoltura.
Simona Giordano
[email protected]
LAVORO
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
I MESTIERI DELLA CRISI
3
PERSONAL CHEF: IL FUTURO
DEI GIOVANI NELLA CUCINA DI CASA
L
a tradizione è anglosassone, ma la professione di cuoco
a domicilio si sta diffondendo anche in Abruzzo, dove i
giovani devono inventarsele proprio tutte per dare gambe
al proprio progetto di vita a causa della crisi e del tramonto
ufficiale del posto fisso, faro per decine di generazioni. Così,
con inventiva, talento culinario e una base logistica minima,
questi giovani e liberi professionisti stanno prendendo sempre più piede sul mercato del lavoro. Segnalati dai motori di
ricerca o a caccia di visibilità su Facebook, i personal chef si
sono inventati un lavoro unico e anche divertente.
Lo sa bene Dino Cieri che è cuoco, ma soprattutto intagliatore di frutta, fra i migliori presenti in Italia. Cocomeri, carote, zucche, ghiaccio, persino lo zucchero filato fra le sue
mani cambia e si trasforma in figure fantastiche, si arricchisce di trame degne della migliore tradizione del ricamo e
dell’intaglio. “Tutto è cominciato dalla bottega di frutta di
mio padre, a Pollutri”, racconta, “a furia di aiutarlo mi sono
inventato un lavoro, poi ho aperto anch’io un negozietto a
Vasto e incrementato questa attività di intaglio. Mi sono
specializzato in Thailandia da grandi maestri di intaglio che
mi hanno insegnato una tecnica
perfetta che riproduco praticamente su tutto: dal burro, alla
frutta, dal cioccolato allo zucchero filato e anche al ghiaccio,
anzi soprattutto al ghiaccio utilizzato molto per abbellire le
tavole dei buffet. Di lavoro ce n’è tanto, al punto che ci sarebbe bisogno di altri intagliatori, per rispondere a tutte le
richieste che arrivano sia dai ristoranti che da chi organizza
cene, rassegne e buffet”.
La cosa che ha fatto a cui tiene di più risale al Natale appena trascorso, una banana, quella più singolare, invece, la
trasposizione della Pietà di Michelangelo su un cocomero.
Ma nei suoi dieci anni di esperienza anni la galleria è folta
(per curiosare http://artfruit1.myblog.it). Dino ha 44 anni,
ma alle spalle ha un’esperienza che gli ha fruttato premi e
che attraverso corsi per intagliatori sta cercando di trasmettere ad altri talenti abruzzesi. A frequentarli sono per lo più
cuochi, camerieri, persone che gravitano nel mondo enogastronomico e che acquistano con l’intaglio un complemento
singolare per la propria professione, come fa Dario Ceri. Infatti per lui c’è anche la cucina a domicilio. “Lo faccio per lo
più come catering”, spiega, “mi chiamano un po’ ovunque e
anche in questo settore, che forse è meno particolare dell’intaglio, le cose vanno molto bene. Io ho provato a inventarmi
qualcosa da fare e mi è riuscito, la strada che si è
aperta può offrire tanto ai
giovani in cerca di lavoro:
l’intarsio, la cucina, ma
anche e soprattutto la pasticceria. Bisogna tornare all’artigianato, io sono convinto che
questa scelta ci salverà”.
Manuela Porrini e Valentina
Martellucci di anni ne hanno
28 e 26 e stanno cominciando
adesso l’attività di chef a domicilio con la loro attività che
si chiama ‘Argento Vivo cucina in casa, presto online. Entrambe pescaresi, con una
solida tradizione culinaria familiare, la prima, e una grande
passione per la ristorazione, la
seconda, sono una ‘ditta’ da novembre. “A dire il vero abbiamo
cominciato a pensarci quest’estate, perché abbiamo lavorato insieme e volevamo
metterci alla prova, fare qualcosa di nostro che non richiedesse l’esborso di grossi
capitali”, racconta Manuela, figlia di uno dei due proprietari del ristorante pescarese la Vongola. Si è fatta le ossa
oltre che nella cucina del ristorante, anche presso uno chef a
Roma, alla scuola del Gambero Rosso, Valentina, invece,
laureata in Giurisprudenza, coltiva da sempre passione e talento per la ristorazione, dalla sala alla cucina. “In un mese
ci siamo organizzate e oggi stiamo cercando di decollare.
Facciamo la spesa o lavoriamo sulla spesa che ci viene fatta
e cuciniamo in casa al momento. Il pesce è un piatto forte,
ma proponiamo menù stagionali, usando frutta e verdura
fresche dall’antipasto al dolce, e li componiamo in una cena
davanti a tutti. Se richiesto, offriamo anche un servizio di
decorazione della tavola o per occasioni come le feste dei
bambini”. Il prezzo dipende dal menù e dai vini richiesti, di
cui le ragazze si occupano. Si va dai 35 euro per un menu di
carne e 45 per quelli di pesce e più sale il numero delle persone, più le cifre diventano competitive rispetto a un buon
ristorante.
“è una buona esperienza per chi ama la cucina, è sfizioso
andare a casa della gente e proporre cose nuove”, aggiunge
Silvano Foia, chef a domicilio vastese, socio professionista
di Cucinacaracciolo cuochi di Villa Santa Maria (su Facebook Silvano Foia Home Restaurant) . “Lavoro in questo
settore da dodici anni, su Vasto e nell’entroterra, ma ho iniziato come pasticcere formandomi ad una storica attività
cittadina. Poi ho deciso di fare da me e ho messo le ali. Facendo questo lavoro ci si muove molto sul territorio, si imparano nuove tecniche, non si va solo a casa a preparare, si
fanno anche extra nei ristoranti e questo consente di migliorarsi esplorare altri bagagli culturali. Ma è un lavoro faticoso, che si svolge per lo più in primavera ed estate,
durante i giorni di festa e che potrebbe offrire tante occasioni a chi è disposto a sacrificare il proprio tempo”. Le richieste di aiuto sono tante, le risposte da parte dei giovani,
però, poche, proprio per la necessità di immolare feste e fine
settimana alla causa. E poi c’è la qualità da tutelare, perché
il settore pullula di chef a domicilio improvvisati, più competitivi anche perché magari meno ligi alle regole. “Lavorare in trasparenza come faccio io e molti colleghi aiuta
tutti”, conclude Foia, “aiuta a creare opportunità preziose in
un mondo che è affascinante e sempre in evoluzione”.
Monica Di Fabio
[email protected]
Nella foto in alto: Dario Cieri con i suoi frutti intagliati
a un buffet da lui ideato
In basso: Silvano Foia al lavoro in una cucina privata
con i suoi attrezzi del mestiere
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
LA MANOVRA
4
COSA CI ASPETTA NEL 2012
L’ANNO CHE VERRÀ
I
l 2012 comincia con prospettive difficili per lavoratori, piccoli imprenditori, fasce più deboli e famiglie, che pagheranno più degli altri i sacrifici richiesti dalla Manovra
economica imposta dal governo Monti. Il mondo del commercio si sta mobilitando contro le liberalizzazioni delle
fasce orarie che rischiano di consolidare ancora di più potere e forza della grande distribuzione a danno di piccole e
medie imprese commerciali che non hanno forza e mezzi di
tenere orari e ritmi dei grandi. Secondo le previsioni molte
saranno in Abruzzo le attività che soccomberanno alle logi-
che di mercato, non solo per i ritardi di innovazione e la
mancanza di infrastrutture adeguate, ma anche per le tasse,
l’aumento degli adempimenti burocratici e una concorrenza
che si fa sempre più agguerrita. Molte altre imprese resistono stringendo denti e utili fino alla sussistenza, in attesa
che si aprano nuove prospettive per il futuro.
I tagli colpiscono in modo incisivo le categorie più deboli,
anziani, vecchi, bambini, disabili: persone che avrebbero diritto a servizi e politiche sociali mirate, ma che si ritroveranno a dover fare sacrifici simili a quelli di tutti gli altri e
senza quegli interventi di sostegno che in moltissimi casi
sono necessari per vivere in modo paritario, oppure per andare semplicemente avanti. In Abruzzo l’aumento delle
tasse e dei prezzi dei generi di prima necessità, il picco di disoccupazione giovanile e il costo della vita rendono ancora
più difficile la già complicata esistenza delle famiglie, costrette ad inventarsi rimedi e nuove strategie di risparmio
per arrivare a fine mese rinunciando al meno possibile. Una
terapia, secondo l’opinione di Massimo Cipollone, difficile
da considerare come rimedio ma che addirittura potrebbe
aggravare la crisi. (mdf)
COMMERCIO, L’ORARIO CONTINUATO
TRAVOLGE I PICCOLI ESERCENTI
L
a testa d’ariete si è chiamata “città d’arte e turistiche”.
Solo a loro la legge consentiva di lasciare ai negozi la libertà pressoché totale di restare aperti quando e quanto volessero. La Regione ha tentennato nello stabilire quali città
potessero fregiarsi di questo titolo, e i Comuni dei vari hinterland che ospitano i grandi centri commerciali avevano
iniziato a studiare come far passare i capannoni delle zone
industriali per attrazioni turistiche. A sgombrare il campo
da ogni forzatura è arrivato il decreto Monti, che ha introdotto una liberalizzazione totale delle aperture, a prescindere dalla natura della città che ospita il negozio. In altre
parole, mentre nelle ore notturne chiudono caserme e pronti
soccorso per assenza di fondi e personale, potrebbe restare
aperto invece il centro commerciale con l’orario continuato
ventiquattro ore su ventiquattro.
Contro la deregulation si sono però da subito scagliati i
principali soggetti in campo: le associazioni dei datori di lavoro, ovvero Confesercenti e Confcommercio, e i sindacati
dei dipendenti del terziario, Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e
Uiltucs-Uil. La paura dei 33 mila 374 proprietari di negozi in
Abruzzo è che liberalizzando gli orari altre quote di mercato
si spostino verso la grande distribuzione, l’unica in grado di
garantire aperture nei giorni festivi e fino a tarda sera. Già
oggi il consumo in Abruzzo è concentrato nelle mani di
pochi giganti del commercio, specie nel settore food: se in
Italia la grande distribuzione controlla il 70 per cento del
settore, in Abruzzo la quota arriva al 90 per cento (stima del
centro studi Confesercenti), e solo il tentativo di ritorno nei
centri urbani di alcune insegne della media distribuzione sta
provando a invertire la tendenza fra molte difficoltà. Ma
anche nel settore del non-food il boom dei centri commerciali sta mietendo le prime vittime abruzzesi che pure hanno
puntato molto sulla dislocazione di filiali nelle più grandi
piattaforme commerciali. Sempre di più insomma i risparmi
degli abruzzesi vanno ad arricchire le casse di catene internazionali che in Abruzzo fanno solo “raccolta”, e le liberaliz-
zazioni potrebbero rafforzare questa tendenza. E ai dubbi
dei proprietari dei negozi si aggiungono quelli dei dipendenti, che temono di dover dire addio a qualunque domenica in famiglia. Il loro calendario rischia insomma di
diventare senza più giorni “rossi” in cui potersi riposare. C’è
poi la partita degli edicolanti, che si sono visti liberalizzare
le autorizzazioni alle aperture ed agli orari nonostante il
calo costante della vendita dei giornali:
ormai in Abruzzo non si vendono più di 50
mila quotidiani al giorno il guadagno di ogni ora di lavoro oscilla fra i
2,5 e i 3 euro. In tutta Italia d’altronde a giugno 2011 si sono
venduti quasi
230 mila
quotidiani in
meno
– ogni
giorno
– rispetto
all’anno
precedente.
Ma
questa è la nuova era delle liberalizzazioni, almeno per i piccoli esercizi commerciali e gli edicolanti: tutti gli altri, dalle
grandi assicurazioni ai notai ai farmacisti, quel tempo può
aspettare.
Piero Giampietro
[email protected]
ANNO NUOVO, PROBLEMI VECCHI: MEDICINE
L
’Italia ricomincia
da tre. Tante, in
sei mesi, le manovre
di aggiustamento dei
conti publici. Altre ne
sono state fatte, negli
ultimi sedici anni, da
entrambi gli schieramenti di questo bipolarismo sballato. Nessuna riforma
istituzionale, strutturale, fiscale e politica.
Lo “spread” si tiene alto, la condizione dei
cittadini peggiora e Berlusconi e Bossi se la
prendono con Monti. In fondo, hanno governato solo otto degli ultimi dieci anni, che
responsabilità possono avere? La crisi, nata
negli USA tre anni fa con il fallimento della
Lehmann Brothers, ha avuto origini finanziarie grazie all’assurda “deregulation neoliberista” dei mercati. Dagli USA si è poi
estesa, con modi e intensità diverse in alcune aree del mondo, sino ad avere effetti
sui conti pubblici (i cosidetti “debiti sovrani”) e sulle economie reali. L’ultima fase
ha riguardato l’Euro e il debito pubblico di
Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda. Più in
particolare dell’Italia, titolare del terzo debito al mondo dopo USA e Giappone. Gli
Stati Uniti, per occultare le crescenti disuguaglianze di reddito fra i cittadini, hanno
perseguito da molti anni un modello di sviluppo insostenibile, fondato sull’indebitamento delle famiglie e su una bilancia dei
pagamenti in persistente passivo. Un modello non perpetrabile all’infinito, poiché gli
squilibri nei flussi correnti degli operatori
“Stato>Famiglie>Estero” generando stock
crescenti di passività finanziarie, hanno
messo in difficoltà gli stessi mercati finanziari. In alcuni casi si sono tentate reazioni
con interventi di espansione della liquidità.
In genere, con effetti solo di breve momento.
Di fronte alla crisi l’Europa, trascurando
persino i rischi di contagio della crisi greca,
è rimasta inerte. Nel 2011, si evidenzia un
fatto nuovo. Le esportazioni di capitali dai
Paesi maturi a quelli emergenti esplodono,
raggiungendo livelli mai registrati prima.
Queste toccano i 1.041 miliardi di dollari:
574 miliardi investiti in Equity, 423 investimenti Diretti e 151 di Portafoglio. 467 miliardi sul totale appartengono a Creditori
Privati. L’enorme volume di capitali esportati fa supporre che il capitale prodotto in
“occidente” venga investito altrove e che, di
conseguenza, nei Paesi maturi l’investimento ristagni. Con effetti depressivi su sviluppo e occupazione. Se imprese e cittadini
ricchi dei Paesi maturi tendono a non investire più a casa loro, lì, si riducono base produttiva, forza lavoro occupata e livelli
d’innovazione. Questo enorme flusso di capitali in uscita ha, almeno, tre origini diverse: 1) Il Governo USA, per incoraggiare
gli investimenti, offre risorse finanziarie a
costo zero, ma esse finiscono nei paesi
“emergenti”, dove tassi d’interesse e opportunità di profitto sono maggiori. E’ questa,
forse, la ragione per cui neppure l’industria
americana riesce ad avvantaggiarsi di tali
eccellenti condizioni. Ciò fa supporre che incentivare gli investimenti privati non aiuti
ad uscire da crisi e stagnazione e che, solo
l’investimento pubblico, possa far aumen-
tare la domanda con effetti reali sull’economia. 2) La progressiva riduzione delle capacità competitive dei Paesi “maturi” sul
mercato mondiale, ha favorito la delocalizzazione delle produzioni (“globalizzazione”). L’investimento all’estero non offre
solo vantaggi relativi ai costi di produzione,
ma anche di domanda interna molto più
alta. Come in Cina dove il nuovo vasto ceto
medio dispone di più denaro rispetto ai
Paesi occidentali. In un’area in cui l’industria è partita quasi da zero, è anche più facile sperimentare nuove tecnologie e nuovi
prodotti. Va pure detto che la produzione cinese che invade i mercati occidentali, è
frutto di investimenti fatti là dalle grandi
imprese americane o europee. 3) La “vecchia
industria” occidentale è “appesantita” da relazioni sociali molto più vincolanti e costose
che nei Paesi emergenti (vedi Fiat). In occidente, dunque, la finanziarizzazione dell’economia, la de-regolamentazione dei
mercati finanziari e la crescita esplosiva
dell’uso dei prodotti “derivati”, hanno ridotto e marginalizzato il mercato di tutte le
LA MANOVRA
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
GLI EFFETTI SUL SOCIALE
5
I TAGLI NON RISPARMIANO
BAMBINI,
ANZIANI
E
DISABILI
L
o ha ricordato anche il Presidente Napolitano nel discorso di fine anno. Nel 2012 occorrerà riformare le politiche sociali. Non ci sono più i soldi per sostenere il vecchio
Stato sociale che aiutava tutti, che era molto generoso con i
ricchi e molto avaro con i poveri. Che attribuisce la stessa indennità di accompagnamento sia a chi ha 10 milioni in
banca sia a chi una misera pensione sociale. Che detrae i familiari a carico anche a chi ha una villa al mare e una Porsche Cayenne. Che eroga contributi a pioggia per i bisogni
sociali per oltre 50 miliardi di euro (assegni familiari e detrazioni fiscali, pensioni sociali ed
integrazioni, indennità e
pensioni agli invalidi e
disabili, pensioni
di guerra),
mentre
lascia solo 8 miliardi per i servizi di assistenza sociale. Un sistema iniquo.
Il 2011 è stato l’anno dello smantellamento dei servizi alla
persona costruiti nell’arco di dieci anni, dopo la legge 328
del 2000, salutata come legge storica per le politiche sociali,
ma di fatto mai attuata ed oggi di fatto cancellata. In
Abruzzo i servizi sociali dei Comuni hanno subito un taglio
di fondi di circa il 50%. I servizi domiciliari e i centri diurni
sono stati ridimensionati o chiusi: centinaia di famiglie e di
persone in difficoltà non hanno più assistenza. Molte cooperative hanno chiuso i battenti sia per i ritardi dei pagamenti
dei Comuni sia per la chiusura dei servizi. Nonostante le
rassicurazioni politiche e le affermazioni sulla carta, il Piano
sociale regionale del 2011 è stato lo strumento che ha azzerato la programmazione dei servizi ed inferto un colpo
quasi mortale ai servizi, dopo che il governo Berlusconi ha
nel corso dei suoi tre anni quasi azzerato il fondo nazionale
per le politiche sociali. Timidamente hanno protestato i sindaci, timidamente hanno protestato alcune associazioni,
scarse le reazioni delle Caritas locali, mentre venivano cancellati anche quei pochi diritti sociali e costituzionali conquistati nell’ultimo decennio.
Come per l’economia, i servizi alla persona sono tornati agli
anni ’80 in Italia ed in Abruzzo. Quando tutto era affidato
alla beneficenza e al volontariato. Dobbiamo arrenderci ai
tagli o possiamo fare qualcosa?
Entro il 31 gennaio di questo
nuovo anno il Governo Monti
dovrà far approvare al
Parlamento la legge delega fiscale e assistenziale. Si tratta di un
appuntamento decisivo
per le politiche sociali.
Dai 50 miliardi di euro
destinati ai contributi sociali dovranno essere tagliati 15 miliardi di euro,
ovvero il 30%. Chi pagherà questi tagli saranno sicuramente le
persone disabili e gli anziani, insieme alle famiglie e quindi ai bambini.
Fra gli addetti ai lavori
si sostiene che riformare
la socio-assistenza significherà passare dalle politiche sociali universali
(poco, ma a tutti, indipendentemente dal reddito) a quelle selettive
(dare di più ma solo a
coloro che ne hanno ef-
fettivo bisogno in assenza di un proprio patrimonio). Altro
punto chiave: spendere i soldi destinati alle indennità di accompagnamento per le fasce di reddito alte direttamente ai
servizi, perché varie indagini hanno rivelato che molte indennità vengono spese in maniera impropria e ce ne sono
molte altre che finiscono anche in mano a chi non ne ha diritto (si veda la storia dei falsi ciechi anche in Abruzzo).
Di certo saranno anni di passione per i servizi sociali abruzzesi: il budget regionale del 2012 è rimasto invariato rispetto
al 2011 (che però era il 50% del 2008), ma i tagli nazionali ridurranno ancora i servizi dei Comuni del 30%. Occorrerà
avere il coraggio di riconvertire una parte della spesa sanitaria per alimentare i servizi socio-sanitari. In Abruzzo la sanità è ancora in prevalenza ospedalocentrica, mentre al
territorio arrivano poche risorse. Abbiamo forse azzerato il
deficit. Ma il sistema sanitario abruzzese rimane ancora
molto indietro e obsoleto rispetto all’integrazione socio-sanitaria, vera chiave per non arrendersi alla distruzione dei
servizi e dei diritti delle persone in difficoltà.
Andrea Bollini
[email protected]
REGIONE
Una legge in difesa
dei più deboli
I
l Consiglio regionale abruzzese, nella seduta del 28 dicembre scorso, ha approvato una legge regionale che consentirà ai centri sanitari che si occupano di bambini e adulti
con disabilità o abusati e maltrattati di poter operare anche
nel 2012 in regime di accreditamento provvisorio.
Si tratta di un provvedimento atteso da circa 10 anni che finalmente la Regione, con un’intesa bipartisan, ha adottato,
riconoscendo il diritto di cura per bambini vittime di violenza e per i servizi dedicati all’autismo. Nei mesi scorsi le
associazioni erano scese in campo per chiedere parità di
trattamento con le altre strutture del servizio sanitario, che
pure negli anni scorsi avevano goduto di accreditamenti.
Con la legge del 28 dicembre si è ripristinata l’uguaglianza
di trattamento con il riconoscimento di servizi che vanno
avanti da oltre dieci anni ma che i precedenti governi regionali avevano per inerzia trascurato.
Una buona notizia per centinaia di famiglie che potranno
continuare a ricevere quei servizi specialistici di cura, che
rappresentano la più grande opportunità di inserimento sociale verso la vita adulta di quei bambini segnati alla nascita
da disabilità o maltrattamenti e che solo adeguate terapie
sono in grado spesso di guarire e restituire alla normalità.
PIU’ DANNOSE DELLA MALATTIA?
attività “reali”. Gli operatori finanziari non
tengono più conto dei movimenti di fondo
dell’economia reale perché guadagnano,
principalmente, intervenendo sui movimenti di breve e brevissimo periodo dei
mercati finanziari stessi.
Semplificando (come ben evidenzia uno studio recente di Carlo D’Ippoliti e Alessandro
Roncaglia dell’Università La Sapienza), gli
operatori finanziari utilizzano ormai correntemente i “credit default swaps” non solo e
non tanto per operazioni di copertura da rischi, ma anche per speculare sulle prospettive di peggioramento della situazione.
Assicurandosi contro il “default” o anche
solo contro la caduta di prezzo di un titolo
che non si possiede (ovvero acquistando
“naked” CDS), speculano al ribasso con
maggior efficacia (e maggiore leva) di
quanto sia possibile, ad esempio, con vendite allo scoperto dei titoli. Insomma, rischi
molto bassi e vantaggi molto grandi. Una
tale libertà d’azione ha contribuito all’enorme crescita della quota del settore finanziario sul PIL di tutti i Paesi del mondo.
Ma in misura molto minore è aumentato il
numero degli addetti. Mentre, in presenza
di una forma di mercato oligopolistica, gli
eccezionali profitti hanno in gran parte alimentato le retribuzioni, divenute elevate e
con punte inimmaginabili, per i massimi dirigenti. Il metodo delle “stock options”, ha
poi loro consentito anche grosse elusioni
delle imposte sul reddito. Inutile sottolineare gli effetti distorsivi nell’allocazione,
oltre che dei capitali, della forza-lavoro più
qualificata e il danno complessivo derivante
per l’economia reale. La via maestra dei “capitali”, dunque, non è più l’industria ma la
finanza. Un’area aperta ad ogni possibile
innovazione e tuttora priva di vincoli. Il denaro, così, si ottiene direttamente dal denaro. Sembrerebbe fantastico. Se non fosse
che i pesanti effetti negativi di questi enormi
flussi di capitali in uscita, stanno provocando un rapidissimo processo di decadenza di tutto l’Occidente. Solo i Paesi
asiatici sembrano mostrare energie e capacità per affrontare il futuro. L’Europa, continua ad attribuire importanza esclusiva agli
squilibri reali dei conti pubblici e/o dei
conti con l’estero trascurando, ancora, i
meccanismi finanziari della speculazione e le esigenze di avanzamento del
processo di integrazione. Nonostante le
manovre tampone di riequilibrio di bilancio, gli interventi a sostegno delle
banche (oltre 500 miliardi di euro l’ultimo maxi-prestito della BCE), quelli di
incremento degli ammortizzatori sociali
e la riduzione delle entrate fiscali dovuta
all’entrata in crisi dell’economia reale, i disavanzi pubblici degli Stati sono aumentati
di tre o quattro volte. In assenza di variazioni strategiche (italiane ed europee), cresce il timore che il circolo vizioso
“recessione-manovre-recessione” si accentui. Intanto, la povertà si diffonde, ma i ricchi diventano sempre più ricchi. Già, perché
se qualcuno perde, c’è sempre qualcun’altro
che guadagna. Perché, se in caso di fallimento del “privato” interviene lo Stato, al
privato restano i profitti ma al “pubblico”
vanno le perdite. E sempre con buona pace
per il “bene comune” e … per i “soliti noti”
sui quali
grava, prevalentemente, il costo
della crisi.
Massimo Cipollone
[email protected]
Su www.quotidianodabruzzo.it l’articolo di
Massimo Cipollone e in allegato la tabella relativa ai Paesi OCSE- settore pubblico avanzo
e disavanzo in percentuale del PIL
e le previsioni 2011-2012
IMPRESA
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
LE RIFORME DA FARE
7
LA BUROCRAZIA COSTA 21 MILIARDI
I
ncredibile ma vero. Il costo della burocrazia per le imprese in Italia è di 21 miliardi
di euro e di parecchi milioni di euro in
Abruzzo. La cifra, per quanto impressionante, è frutto di uno studio molto preciso
ed è fornita dal direttore generale di Confindustria Pescara, Luigi Di Giosaffatte. “Basterebbe eliminare o snellire 71 procedure
burocratiche per consentire alle imprese di
risparmiare più di 12 miliardi di euro all'anno. Il taglio stimato sui soli interventi in
materia di lavoro, previdenza, prevenzione
incendi e beni culturali ammonta a 5,5 miliardi di euro l'anno”.
In un momento in cui i fondi per lo sviluppo e il rilancio dell'economia non saltano mai fuori, sembra assurdo che il
Moloch della burocrazia fagociti tutti questi
soldi. Sul rapporto d'amore-odio tra Impresa e Pubblica Amministrazione è stato
scritto adesso anche un libro 'Semplificazione Amministrativa: dal dire al fare'.
Il testo è basato sui risultati del progetto
Iride, ovvero sull'indagine sui rapporti tra
impresa e pubblica amministrazione in Provincia di Pescara. Il lavoro di rilevazione e
analisi su un campione di imprese associate
è stato svolto dal gruppo di lavoro composto da Alessandro Addari, Ernesto Anchini,
Donatello Aspromonte, Nicola Cinquino,
con il coordinamento tecnico-scientifico del
direttore generale di Confindustria Pescara
Luigi Di Giosaffatte.
“Abbiamo utilizzato un metodo induttivo;
siamo partiti da una elaborazione di un metodo qualitativo per valutare 13 livelli di
performance della Pubblica Amministrazione, attraverso la costituzione di tre focus
group, per poi passare ad una ricognizione
generale sul rapporto impresa e Pubblica
Amministrazione in Italia. Lo spunto è
giunto dai dati della Banca Mondiale che
vedono l'Italia, nel 2010, al 78mo posto in
graduatoria su 183 Paesi per quanto riguarda il rapporto tra la P.A. e le imprese,
un risultato peggiorato di due posizioni nel
2011, con una percentuale di imprese che
vedono la burocrazia come un ostacolo che
è passata dal 18,2 % del 2010 al 19.3% nel
2011”.
Il problema non è però quello di individuare i provvedimenti da adottare, né tantomeno il costo delle singole azioni, perché
le riforme sono a costo zero, basta tradurle
in pratica. “Il nostro studio esamina atti
normativi strategici come lo Small Business
Act ed il Piano per la Semplificazione Amministrativa 2010-2012 che se effettivamente
attuati possono dare un impulso consistente
alle attività di impresa. La constatazione
amara è però che la semplificazione amministrativa non produce
dati positivi.
Un caso emblematico
resta quello relativo
alla media italiana per
il rilascio di una concessione edilizia che
ammonta a 257 giorni.
In realtà tempi così
lunghi rischiano di essere anticiclici, vale a
dire che lo scenario che
induce una impresa a
fare investimenti infrastrutturali potrebbe subire, in un lasso di
tempo così lungo, una
variazione tale da rendere più rischioso avviare l'investimento”.
Fortunatamente, secondo Di Giosaffatte, i
modelli positivi non mancano: “Nel libro citiamo l’esempio dell’accordo tra Provincia
di Pescara, la banca che gestisce il servizio
di tesoreria e il consorzio di garanzia collettiva confidi mutualcredito. In forza di tale
intesa l’Ente certifica il credito, la Banca ne
anticipa l’importo per 180 giorni a un tasso
molto competitivo e il Consorzio Fidi concede una garanzia per il 50% del totale dell'importo dell'anticipazione. L’impresa può
ottenere fondi e può programmare ulteriori
lavori”. Sulla possibilità di replicare il modello in altre realtà la risposta è lapidaria:
“Si può fare da domani in tutta Italia”. Per il
direttore di Confindustria Pescara questa
procedura potrebbe anche essere applicata
nel caso in cui si realizzasse il progetto di
pagare le imprese con i titoli di Stato “Basterebbe fare un accordo generale con l’Abi per
smobilizzare subito i fondi ottenuti in questa maniera, coinvolgendo anche i consorzi
fidi, ex art.107 del Testo Unico Bancario vigilati dalla Banca d’Italia”. La massa di liquidità immessa nel sistema economico
sarebbe impressionante. “L’importo di 64
miliardi di Euro di debiti che lo Stato deve
alle imprese deve essere purtroppo aggiornato a circa 70 miliardi, cifra toccata nel
2011. Le norme ci sono basta applicarle e
farle rispettare ed esistono anche alcune
buone pratiche amministrative che possono essere replicate in tutta la
Pubblica Amministrazione”.
Altro esempio positivo
citato nella ricerca del
progetto Iride è quello
dello sportello Inps. “Lì
sono state ridotte notevolmente le code allo
sportello; questo dato ci è
stato confermato anche i
consulenti delle aziende
incontrati in occasione
dei focus group. L’Inps
fornisce risposte on line certificate, fissa appuntamenti con i vari dirigenti responsabili
dei servizi e accetta anche dei documenti
come allegati ai messaggi di posta elettronica. Tutto questo fa risparmiare tempo e
denaro alle imprese”.
Sul ruolo dei consulenti per Di Giosaffatte
va aperto un capitolo a parte: “Spesso sono
loro a tenere i contatti tra le aziende e gli
enti pubblici. Purtroppo abbiamo rilevato
che le domande che vengono formulate agli
uffici della P.A. di frequente non sono chiare
e i quesiti non chiari o poco definiti rallentano le risposte. A bloccare la macchina amministrativa è anche la rigidità delle
procedure”. Due esempi chiariscono meglio
il concetto. “Mancano i finanziamenti, ma
questo è un problema cronico. Abbiamo riscontrato che per errori banali, per piccole
difformità di procedura gli uffici pubblici
sono costretti a rimandare la pratica indietro perché non possono fare una deroga ai
regolamenti che consente la correzione dell'anomalia senza annullare o interrompere il
procedimento e questo provoca un danno in
termini di tempi e costi. Come se non bastasse c’è anche una difformità interpretativa tra i vari comuni tale da creare
comportamenti diversi sulla gestione della
medesima pratica a distanza di pochi chilometri”.
Nello Di Marcantonio
[email protected]
Nella foto Luigi Di Giosaffatte, direttore
generale di Confindustria Pescara
PROGETTO IRIDE
I
l Progetto IRIDE è un lavoro di rilevazione e analisi su un campione di imprese
associate coordinato dal Direttore Generale
di Confindustria Pescara Luigi Di Giosaffatte.
Il Progetto IRIDE pone in evidenza le carenze della P.A., ma in logica propositiva
punta alla promozione dei modelli positivi
di semplificazione per una divulgazione
sul territorio. IRIDE rappresenta un modello di studio e miglioramento da replicare sull’intero territorio nazionale.
Tredici i temi misurati nel volume, dalla disponibilità del personale preposto alla competenza dello stesso, passando poi per
tempi di attesa, semplicità e onerosità delle
procedure. Sono state anche analizzate la
chiarezza interpretativa delle risposte e il
supporto Internet per arrivare infine al coordinamento tra uffici interni e con gli altri
Enti.
Due i cluster di riferimento, quello delle
aziende e quello della P.A., con tre focus
group e due questionari.
L’AQUILA
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
MANUELE MORGESE
9
LA SFIDA DELL’ATTORE CARPENTIERE
N
onostante le vacanze e il freddo, l’attore e direttore artistico di Teatro Zeta,
Manuele Morgese, passa le sue giornate nel
cantiere del Parco delle Arti, un nuovo spazio teatrale di cinque mila metri quadrati
immerso nel verde delle campagne di Monticchio, nella zona est dell’Aquila.
Manuele Morgese, napoletano di nascita e
aquilano d’adozione, da anni porta avanti la
realtà di Teatro Zeta, un piccolo spazio di
produzione e sperimentazione, nato in un
garage e diventato in poco tempo polo di
attrazione culturale e luogo di creazione artistica.
La determinazione dell’attore napoletano
darà alla luce un progetto ambizioso e importante per la città. “Parco delle Arti, come
progetto, nasce prima del terremoto, nel
2008”, dice Manuele Morgese imbrattato
dalla testa ai piedi, di vernice bianca,
”Nasce per volontà di Teatro Zeta nel tentativo di decentrare le attività di formazione
professionale per il teatro. I teatri erano tutti
in centro storico e avevamo immaginato
delle aree più vaste e alternative come capannoni industriali per fare formazione
professionale, cosa che è accaduta a fine
2011 con il bando regionale dell’Accademia
d’arte drammatica nazionale. Così il Parco
delle Arti è nato per formare gli attori professionisti in regione”. Le fondamenta di
questo nuovo spazio teatrale sono state
poste nel febbraio del 2011 e in meno di un
anno, a marzo di quest’ anno, sarà pronto il
primo lotto che ospiterà gli allievi dell’accademia e gli uffici.
Il presidente onorario dell’Accademia d’arte
drammatica è il drammaturgo italo-americano, Mario Fratti e i dodici allievi trascorreranno tre anni, diciotto ore a settimana,
dal lunedì al venerdì, a contatto con insegnati del calibro di Kathy Marchand del Living Theatre, Pino Micol, Max Cutrera,
Gabriele Ciaccia e molti altri, lavorando sul
corpo, sulla voce, esercitandosi nel canto,
nella danza, nella scherma e studiando storia del teatro e tutte le materie classiche
delle accademie nazionali.
La struttura è stata finanziata per il quaranta per cento del progetto, quattrocento
mila euro, da Arcus Spa, un braccio del Ministero dei Beni Culturali e del Ministero
delle Infrastrutture. Sono necessari ancora
trecento mila euro per la scenotecnica e
quindi palcoscenico, graticcia e poi luci, sipario, poltrone e arredamenti.
“Teatro Zeta l’ho visto sempre come un movimento di idee, o come idee in movimento”, continua Morgese, “idee giovani e
alternative e alternativo è il fatto che il progetto cammina ed evolve ad una velocità
notevole. Alternativo è anche il fatto che
nella città della non ricostruzione come
L’Aquila ci sia un progetto di nuova costruzione. Io non mi sono mai fermato, anche il
trenta di dicembre ero qui con gli operai che
hanno messo il massetto per il pavimento e
oggi sono qui a fare le prove di vernice.
Grandi limiti sono i permessi e le utenze
che però stiamo risolvendo, nonostante la
situazione fisiologica che c’è all’Aquila.
Dopo un anno dalla domanda di allaccio
della corrente ancora siamo senza elettricità”.
Il teatro di Parco delle Arti conterà duecento
cinquanta posti all’interno e mille nella platea esterna e, oltre all’accademia di teatro,
sarà sede di un progetto di formazione cinematografica per attori, dei corsi di teatro
per bambini, per attori non professionisti, di
attività legate al sociale e di produzione di
spettacoli di sperimentazione e produzione
“Sto cercando di creare una rete di teatri
molto grandi che vede Firenze, Milano,
New York, Berlino”, parla Morgese camminando negli ampi spazi del teatro, “una rete
di professionisti su vari livelli: dal cinema,
alla musica, dall’audiovisivo, alla pittura,
insomma una serie di attività che faranno
da contorno al teatro ed è per questo che si
chiama Parco delle Arti. La sala non nasce
per ospitare delle compagnie, ma abbiamo
l’esigenza di provare su un palcoscenico
vero, vista l’importanza delle produzioni
che la compagnia Teatro Zeta mette in
scena, come l’ultimo Caligola di Camus con
regia di Pino Micol”.
L’attività di Teatro Zeta si svolge, attualmente, in un piccolo teatrino alla periferia
dell’Aquila dove Manuele Morgese, insieme
a cinque giovani collaboratori, professionisti del teatro, porta avanti una stagione con
cento soci e corsi e laboratori per quasi
cento allievi.
“Man mano
che vado
avanti non
so quali
siano i miei
sogni” dice
ancora Manuele Morgese, “io
voglio fare
l’attore e paradossalmente tutto
nasce per
questo motivo. Io voglio fare
l’attore, non
l’imprenditore. Per
fare questo
ho costruito prima Teatro Zeta, la sala storica, partendo da un garage e mettendo in
gioco molte risorse personali. Con il tempo
ho notato di avere delle capacità imprenditoriali che, a dire la verità, non pensavo di
possedere. Parco delle Arti nasce, però, soprattutto, da una volontà professionale e
non demagogica di ridare alla città uno spazio teatrale. Spero, personalmente, in una
riapertura, in tempi brevi, degli spazi storici
nel centro della città e spero che il nostro
spazio insieme ad altri sarà, in futuro, uno
dei tanti luoghi culturali di cui questa città
ha bisogno”.
Manuele Morgese, prima di andare via,
mette in ordine le ultime cose, spegne una
vecchia radio e poi chiude le porte del teatro quando ormai è notte “Io sto facendo
semplicemente il mio dovere senza remore
e con grande coraggio, mettendoci la faccia
e sporcandomi le mani”, racconta infine
l’attore partenopeo. “Sono partito da zero,
non sono ricco di famiglia, so che il denaro
ha un grande valore e quello che mi è stato
affidato dal ministero è mio dovere utilizzarlo per fare ciò che il ministero mi chiede.
Io, quindi, mi schiero in prima linea e faccio
tutto ciò che c’è da fare, oltre a fare l’attore.
La mia giornata dura più di dodici ore e mi
sento sereno perché sto facendo il massimo
e, in questo momento, lo sto facendo anche
per questa città e per i ragazzi che lavorano
con me. Ho il dovere di chiudere questo
progetto con tutte le armi che ho a disposizione e se le mie braccia e il mio fisico, oltre
che il mio intelletto, sono necessari sono
pronto a metterle a disposizione e sono
pronto a dare tutto me stesso”.
Francesco Paolucci
[email protected]
In alto: l’attore Manuele Morgese
nella versione carpentiere all’interno
del cantiere del Parco delle Arti
Nella foto piccola la struttura teatrale
vista dall’esterno
CULTURA
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
LE SCELTE DEGLI ENTI LOCALI
11
LE MISS BATTONO I VIOLINI
I Comuni spendono per i concorsi di Bellezza, non per la Classica
L
’armonia dissonante è una cosa, la stonatura è altro. Se
fosse uno spartito su di esso le note risulterebbero messe
letteralmente a caso, senza che dietro vi sia un’idea o, come
la definisce il direttore del Conservatorio Luisa D’Annunzio
di Pescara Massimo Magri, una progettualità.
Succede così che per comprare una tappa di Miss Italia
anche il più piccolo comune d’Abruzzo è disposto a spendere anche 6 mila 500 euro, ma per un concerto d’archi di
tre giovani diplomati in uno dei conservatori della nostra
regione, ad esempio, quei mille euro non ci sono mai. E in
effetti le casse degli assessorati alla cultura piangono miseria e, come conferma la responsabile alle politiche culturali
della Regione Abruzzo Paola Di Salvatore, nel 2012 un’altra
scure si abbatterà sui fondi ad esse destinati “ma ci stiamo
impegnando per riportare le cose ai livelli del 2008 grazie
allo sblocco dei fondi Fas”.
è vero che una serata d’intrattenimento con presentatore,
spettacolo e ragazze in costume da bagno ha un ritorno
d’immagine non indifferente, ma questo non vuol dire sacrificare la cultura. Nessuna offesa è semplicemente una differenza terminologica, o per usare un eufemismo musicale,
di tonalità: intrattenimento e cultura sono due cose simili,
ma diverse e per questo perfettamente in grado di coesistere. Peccato che più che una pacifica e proficua convivenza sembra proprio che quello socialmente più forte
abbia messo nel dimenticatoio, o quasi, quella cultura che il
Maestro Claudio Abbado ha definito “un bene primario
come l’acqua. I teatri, le biblioteche e i cinema sono come
tanti acquedotti” che, vuoi la crisi vuoi le nuove ‘priorità’
sociali, fanno acqua da tutte le parti.
“Mai avuto problemi a vendere una tappa di Miss Italia”,
conferma un ragazzo che per qualche mese ha lavorato nel
settore, “la base era 4 mila euro se poi si volevano anche gli
ospiti allora si arrivava fino a 6 mila e 500 euro. Ne avrò
vendute una decina e non ho avuto neanche un rifiuto”.
Rifiuti che invece sono all’ordine del giorno per chi cerca di
vendere, a prezzi stracciatissimi, musica colta. All’estero la
cosa è diversa sebbene, come conferma Magri, la crisi ormai
si faccia sentire ovunque. “Per un musicista è importante
andare all’estero a fare esperienza”, spiega, “la Germania e
la Spagna sono stati i due Paesi che hanno offerto di più. A
molti miei ex
allievi ho consigliato di andarci. Ora
anche lì si vive
questo tipo di
crisi, ma il paragone non è
neanche fattibile. In Inghilterra non ne
parliamo neanche. Esistono associazioni che
sostengono le orchestre e gli stessi
sostenitori creano
delle loro piccole orchestre non professionali e ospitano
nelle loro case musicisti stranieri con cui la
sera, in casa, si dilettano a suonare insieme
a tutta la famiglia. A me è successo a Birmingham. Qui da noi una cosa del genere è impensabile. Nei
teatri l’età media degli spettatori è sempre più alta. Manca
la conoscenza e manca la diffusione. Ecco perché dico”, sottolinea, “che non c’è una progettualità. Abbiamo portato i
nostri ragazzi nelle scuole e mi sono accorto che i bambini
sono curiosissimi. E’ lì che si deve investire, è in questo che
andrebbero spese risorse, non nell’invitare il cantante famoso”.
Interazione tra istituzioni dunque. Questa la chiave anche
secondo la Di Salvatore. “Il punto è che bisogna fortificare
le realtà culturali territoriali”, dice, “quello che serve sono
qualità, ottima produzione, programmazione, capacità distributiva e, soprattutto, capacità di dialogo anche con altre
realtà. E’ stata stipulata proprio pochi mesi fa la prima convenzione da quando sono nate le Regioni, tra l’Isa e l’Orchestra della Regione Marche: cento elementi per poter suonare
delle composizioni altrimenti non rappresentabili. Non è
sulla cultura che si deve risparmiare”, aggiunge “ma sulle
spese amministrative e organizzative. Bisognerebbe creare
dei poli e puntare sulla qualità. Ecco perché sono fermamente convinta che i laboratori siano un
grande potenziale da sfruttare. I Conservatori, in sinergia con le grandi orchestre,
dovrebbero fare questo così da dare ai
giovani la possibilità di esprimersi e formare anche le generazioni future. Ho
dovuto gestire”, spiega ancora Di Salvatore, “4 milioni di euro circa, di cui
un milione e 56 mila sono stati destinati ad eventi e laboratori. Laboratori
rivolti ai ragazzi dai 3 ai 15 anni e distribuiti, grazia al Conservatorio
dell’Aquila in tutti i comuni del cratere. Sono stati donati piccoli strumenti
musicali e i docenti sono stati proprio i
giovani diplomati. Una docenza ludica
che molto può fare per ridare lustro a ciò
che di più prezioso abbiamo: la cultura”.
Insomma, se il genio è per pochi, la capacità di analisi è invece una possibilità
aperta a tutti purché si cerchi una
chiave di collaborazione che
possa spingere un comune
a spendere sì 6 mila
euro per l’intrattenimento, ma anche
qualcosa per ridare significato al
termine ‘cultura’ divenuto
ormai una
sorta di
contenitore
vuoto. Come ebbe a dire uno dei più grandi pensatori del
nostro secolo, Hans Georg Gadamer, “la cultura è l’unico
bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché
diminuire diventa più grande”. Un pentagramma bianco dunque, su cui ognuno,
dalle istituzioni politiche, ai Conservatori fino ai musicisti, dovrebbero imprimere la loro nota: un modo per
ridare movimento ad una sinfonia
che sembra ristagnare ormai da
troppo tempo.
Alessandra Farias
[email protected]
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
LE IDEE
13
SOLO CON UNA SOCIETÀ EQUA
TORNEREMO A CRESCERE
di Euclide Di Pretoro*
S
crive Edmondo Berselli, nel suo ultimo libro “L’economia giusta”: “la
democrazia dei “fattoidi”, che vive di
pettegolezzi e sempre nuove trovate
televisive, prevale facilmente sulla
politica della realtà”. Ecco, l’ampia discussione sull’art.18, di questi ultimi
mesi, è solo l’ultimo esempio di un autentico “fattoide”.
Una indagine di Unioncamenre, su un campione di 100.000
aziende, rileva come nessuno cita l’art.18 tra i motivi delle
mancate assunzioni. Dato rilevato anche da numerosi studi
e analisi che dimostrano chiaramente che lo Statuto dei lavoratori non ha frenato l'o
ccupazione, dalla sua applicazione ad oggi, anzi.
Una riprova che l’art.18 non costituisce un problema per le
imprese sta nel dato relativo alle assunzioni. Tra il 22,5% del
campione che invece ha fatto assunzioni, oltre i tre quarti (il
76,9%) è costituito da imprese con oltre 50 dipendenti, cioè
imprese che ricadono quindi nell’ambito di efficacia dell’art.
18.
Nel 2009, l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha percepito un compenso di 4 milioni e 782 mila
euro, pari a 435 volte il reddito di un suo operaio. Da circa
venti anni il termine egualitarismo è tabù nel dibattito pubblico, demonizzato alla stregua di un’ideologia totalitaria.
Ma nel frattempo imponenti quote della ricchezza nazionale sono state dirottate dal lavoro dipendente a vantaggio
dei profitti, esasperando una disuguaglianza di reddito
senza precedenti storici.
Quest’imponente spostamento di punti del Prodotto interno
lordo dai salari al capitale non ha certo reso più competitiva
l’economia come invece prometteva.
Il fatto è che il “fattoide liberalpopulista” è stato in grado di
convincere i ceti medi che nella società low cost della Borsa
euforizzata e delle public companies, la deregulation sarebbe andata a loro favore; mentre era chiaro a tutti che
avrebbe favorito, con gravi iniquità, il capitale monopolistico della grande finanza e accentuato ineguaglianze acute
negli assetti sociali.
Dopo gli anni del populismo e dell’immobilità, nasce il governo Monti. Esso nasce all’insegna del rigore, dell’equità e
dello sviluppo. Ci auguriamo tutti, e auguriamo all’Abruzzo e all’Italia, che parlare di rigore, equità e sviluppo
non costituisca il presupposto per un nuovo, ancorchè
drammatico, “fattoide”.
Non è, infatti, possibile discutere di equità, giustizia sociale
e redistribuzione del reddito, prescindendo dalle nude cifre
dell’aumento delle diseguaglianze, della disoccupazione e
della povertà.
Così come non è possibile prescindere dalla precarietà del
lavoro e dalle altresì drammatiche condizioni di lavoro
delle nostre piccole e piccolissime imprese paralizzate da
quel circolo vizioso e soffocante della “finanza bloccata” che
non permette loro di riscuotere crediti e quindi pagare debiti verso i fornitori, così che la catena si stringe di giorno in
giorno e porta alla morte di tante imprese e alla distruzione
di tanti posti di lavoro.
Questo non è materia per un nuovo “fattoide” e a sostanziare l’argomento bastano i dati sul flusso delle sofferenze
bancarie delle imprese che, nella nostra Regione, passa da
132 milioni di euro del 2008 a 160 del 2009 a 246 del 2010 e
nel solo primo semestre 2011 tale valore raggiunge 194 milioni di euro. In rapporto ai prestiti bancari, il valore delle
sofferenze delle imprese abruzzesi, passa dal 5,8% del
primo trimestre 2008 (inizio crisi) al 9,8% del primo trimestre 2011.
La crisi che stiamo attraversando è una gravissima crisi di
redistribuzione e non dovrebbe essere un segreto – ci ricorda Berselli - che le società bene ordinate hanno prosperato quando sono riuscite a distribuire con sufficiente equità
il benessere generato dall’attività economica.
Ci auguriamo che questa crisi serva da insegnamento ai fanatici del “neoliberismo” (di desta e di sinistra), ai fans del
“turbo capitalismo”, agli entusiasti della “new economy”.
*Sociologo
NON LASCIAMO
SOLA L’AQUILA
di Alberto Ferrigolo
L
’ultimo dell’anno
L’Aquila era una
città spettrale. Battuta dal vento
freddo, abbandonata
da Dio e dagli uomini. Ferita a morte,
impacchettata e immobile come se dovesse
essere trasferita in blocco altrove per non essere mai più ricostruita. Una sensazione terribile.
L’Aquila è lì, come il 6 aprile 2009. Ma più
sola. Da un po’ non ci sale nessuno. Ci
vanno in pochi. Così anche i trenta coraggiosi “resistenti” che ancora tengono in
piedi le loro attività sono stremati. «Chi ce
lo fa fare?» Resistono, ostinati, per passione
e amore verso la loro città, per non lasciarla
ai fantasmi e al vagare mesto, tra le macerie,
dei cani randagi.
Bisognerebbe invece andarci a L’Aquila. A
fare la spesa, mangiare la pizza, prendere il
caffè, per passarci qualche ora e animare le
piazze vuote, come testimonianza civile e
segno tangibile della nostra solidarietà con
quei pochi uomini e donne di buona volontà che non si sono arresi. Nonostante
tutto e tutti. Aiutandoli, con la nostra presenza, a ridar fiato alla loro economia. Dovrebbe essere un impegno di tutti andare a
L’Aquila. Per una gita, una visita.
Bisognerebbe creare eventi. Come quelli che
con pervicacia organizza Marzia Buzzanca,
titolare della piccola Percorsi di gusto, pizzeria (e non solo) di altissima qualità, già
costola del prestigioso Vinalia, ristorante
con una cantina fornitissima da far invidia,
distrutto dal terremoto. Marzia, il piglio di
chi non conosce sconfitte, ha riaperto al civico 7 di via Leosini – budello stretto e
breve che porta alla Chiesa romanica di
Santa Maria Paganica – dall’8 luglio del
2010, sfornando fantastiche focacce a pranzo
e gustosissime pizze a cena e pochi piatti di
qualità, non solo per gli aquilani ma per chi
capita. E con l’idea di dimostrare che
L’Aquila non è città morta.
Con lei sono stati solidali personaggi dell’enogastronomia come Niko Romito, chef
del Reale di Rivisondoli e oggi gran animatore di Casadonna a Castel di Sangro, Gabriele Bonci, detto anche “il Michelangelo
della pizza”, Salvatore Tassa delle Colline
Ciociare di Acuto e Davide Oldani del d’O
in Brianza. Per animare l’iniziativa “Cene a
quattro mani”, serate definite «ad alto tasso
di salivazione per tenere viva l’attenzione
sulla città». Ma, ironia della sorte, la piccola
cucina di Marzia non può ancora disporre
del gas, che però arriva ad un isolato più in
là, mentre lei è costretta a usare le bombole,
che nel freddo aquilano spesso si ghiacciano
con i risultati che potete ben immaginare.
Stravaganze della burocrazia in una città
che non è più una città e dove la cosa più
semplice costa enorme fatica.
Marzia Buzzanca ora vorrebbe gettare la
spugna. Ma gli stessi che non sanno che
pesce prendere le consigliano di non mollare, perché i soldi stanno per arrivare, «e
tanti». Anche se un piano vero per la ricostruzione non c’è. Il premier Monti ha invitato il Sindaco a presentarlo. Ora tocca agli
aquilani. Ma noi stiamogli vicini, senza il
nostro aiuto e solidarietà avranno vita assai
dura.
spettacoli, ar te, gite e svaghi in genere
TOURING CLUB
1925
Bomba
(Chieti, km. 66.5), alt. 424; 2380-2925;
Posto telefonico, Reali Carabinieri, Messaggeria per Archi, Stazione, Prefettura
Articoli fotografici Nasuti, Sacchetti
Albergo pens. Pallano, Vittoria
Meccanico Sacchetti P.; Mistò L.
L’AFORISMA
"Vivere nel mondo di
oggi ed essere contro
l'uguaglianza per motivi
di razza o colore è come vivere in
Alaska ed essere contro la neve."
William Faulkner
“Sii casta come il ghiaccio, pura
come la neve, tu non sfuggirai
alla calunnia.”
William Shakespeare
VOCABOLARIO
ABRUZZESE
IL LUPARO
DI LANCI
I
l Luparo – mitica figura di un passato
nemmeno tanto lontano tra le montagne
abruzzesi – costituisce l’originalissimo
tema della mostra di Amedeo Lanci, che
sarà inaugurata a Pescara il prossimo 14
gennaio 2011 presso il Museo delle Genti
d’Abruzzo, in via delle Caserme a Pescara.
La mostra viene proposta a distanza di un
anno dalla scomparsa dell’artista, avvenuta
il 30 gennaio 2010 a Firenze, città nella
quale il pittore viveva e operava da quasi
cinquant’anni.
Nato a Frisa nel 1943, frequentò l’Istituto
d’Arte di Lanciano.
La sua infanzia in Abruzzo non fu certo facile. Da bambino fece anche il pastorello.
Ricordava che per studiare spesso si isolava
sopra un ulivo dietro la sua casa. Quando
la situazione familiare divenne ancor più
difficile, a seguito della morte del padre, fu
costretto a lasciare l’Italia per trovare lavoro in Germania, manovale in una fabbrica. Dopo tre anni, il desiderio di portare
avanti gli studi artistici lo portò a Firenze,
dove si fermerà per sempre.
A Firenze divenne l’allievo prediletto di
Primo Conti che lo indirizzò a Parigi dove
negli anni Sessanta conobbe e frequentò
Marc Chagall. Un incontro che non manco
di influenzare la sua formazione artistica.
Fu il sindaco Piero Bargellini a inaugurare
nel 1968 la sua prima mostra al Parterre. In
più di quarant’anni numerose sono state le
sue mostre non solo in Italia, ma in Russia,
Stati Uniti, Grecia e Cina. Lanci, fondatore
della corrente “Arte sentimentale”, ha
spesso raccontato nelle sue opere magiche e
fantastiche il mondo della musica e dei musicisti, con le sue ricorrenti chitarre, non dimenticando l’impegno civile: una sua opera
COLPO D’OCCHIO
S
iamo alle solite, vendere per fare cassa. Non è uno slogan ma la nuova strategia del comune di Pescara per risanare il bilancio.
Meglio navigare a vista e trovare un salvagente al quale aggrapparsi un po’, almeno per qualche anno. Il patrimonio immobiliare ci riempirà le tasche e qualcuno chissà
farà anche un buon affare. Tutto fa brodo, ma la vecchia gallina questa volta si chiama
Ferrhotel. Tramontata l’idea del grande albergo a cinque stelle, spunteranno idee come
funghi appetibili però non per tutti.
Ma dove è finita la famosa riqualificazione urbana con ampi spazi fruibili dai cittadini,
anche di serie B? E il vagheggiato ostello della gioventù o le aree verdi con luoghi ricreativi o espositivi?
Aspettiamo un nuovo serbatoio di idee per una città migliore. L’Europa è vicina ma noi
siamo ancora molto lontani…
DI DOMENICO BIELLI
ADELMO POLLA EDITORE
Addusulà, adduselà: Origliare, stare a sentire spiando.
Adduvenà, ‘nduvenà: Indovinare.
“Sput’ e’nduvine”, Proprio
così, Ci hai azzeccato, hai colto
nel segno.
è conservata nel museo di Sant’Anna di
Stazzema, inaugurata dal Presidente Pertini.
Non aveva mai dimenticato
l’Abruzzo e il suo paese, Frisa.
Ma i suoi fortissimi legami con la
sua terra di origine esplosero soltanto in occasione della prima
edizione della mostra, che si
tenne a Lanciano – presso il
Ponte Diocleziano – nell’ottobre
2007.. L’antropologa Adriana
Gandolfi scrive nell’opuscolo
della mostra pescarese che “il
suo pennello penetra la dimensione del sogno per condividere lo stupore di una
rinnovata infanzia, risvegliando il desiderio dell’illusione...”. In realtà attraverso l’antico mondo
dei lupari, Amedeo Lanci intese impegnarsi
nel rappresentare pittoricamente il suo
rapporto ancestrale con le
montagne dell’Abruzzo.
In occasione della inaugurazione è previsto il concerto dei Discanto. L’amato
gruppo musicale era divenuto tra gli elementi di ispirazione delle opere di
Amedeo Lanci, che li volle
anche a Firenze, nella sua
Accademia. Interverrà Anna
Laffi, moglie dell’artista e
presidente dell’Associazione
Culturale Amedeo Lanci, costituitasi a Firenze, grazie alla
partecipazione di numerosi
artisti e giovani allievi del
maestro di Frisa. (a.b.)
La VIPERA
A
nno nuovo vita vecchia. C'era un grande idealista che aveva un grande
sogno. I piccoli uomini comuni si accontentano dei piccoli sogni in
saldo, che non costano nulla ma che forse fanno vivere un po' meglio. Quattro piccoli sogni, banalissimi, per il 2012. 1) Gli applausi ai funerali. Basta col
lutto-spettacolo 2) La tv del dolore, quella che scava nelle lacrime e nel sangue, che indugia nei particolari autocompiacendosi di farsi "i fatti vostri" nei salotti e di servire in
tavola il caso pietoso che mette in pace la coscienza. Basta con lo spettacolo-lutto. 3) I
trenini a capodanno e in tutto l'anno, col solito cretino che da bambino sognava di fare
il capostazione e da grande può farlo finalmente a suon di musica brasiliana trascinandosi dietro i vagoni umani più rincretiniti di lui. Basta col tutto-spettacolo. 4) La tv autorefenziale. Per qualsiasi spettacolo banal-cultural-istituzional-festival sul Tg Abruzzo
c'è l'intervista al potente-referente, sempre lo stesso, quello del 2011. L'avevamo detto
all'inizio: era un solo piccolo sogno. Basta sognare...
GUIDA AI PIACERI
cinema e tv
PESCARA
MAGFEST STASERA AL MATTA
P
Immaturi - il viaggio
Regia: Paolo Genovese
Cast: Raoul Bova, Ambra Angiolini, Ricky
Menphis, Luca Bizzarri
Genere: Commedia
Dopo essersi ritrovati per affrontare di nuovo gli esami di
maturità, i sette protagonisti del film decidono di fare insieme quel viaggio del dopo maturità che avevano progettato, ma mai realizzato. Così, accompagnati da mogli, mariti
e parenti vari si recano in Grecia dove emergono nuove debolezze e ostacoli da superare, convincendoli che la strada
verso la maturità è ancora lunga.
J. Edgar
Regia: Clint Eastwood
Cast: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts,
Armie Hammer, Judi Dench
Genere: Biografico, Drammatico
Il film racconta la storia di J. Edgar Hoover che è stato a
lungo uno degli uomini più potenti del mondo. A capo della
FBI per quasi cinquant'anni, ha usato in modo spregiudicato
il suo potere per proteggere i cittadini americani. Nel corso
del suo mandato non ha esitato a infrangere le regole pur di
salvaguardare la sicurezza del suo Paese, utilizzando gli elementi che riteneva fondamentali per esercitare potere: la conoscenza, specie dei segreti, e la paura.
Tutti giù per aria
Regia: Francesco Cordio
Cast: Fernando Cormik, Dario Fo, Ascanio
Celestini, Marco Travaglio
Genere: Documentario
Il documentario nasce da un'idea di Alessandro Tartaglia
Polcini, cassintegrato Alitalia e giornalista. Viene raccontata
la vertenza che ha riguardato la compagnia di volo italiana
tra settembre 2008 e aprile 2009, adottando il punto di vista
dei lavoratori, quasi sempre trascurato dai mezzi di informazione.
Alvin superstar 3
Regia:Mike Mitchell
Cast: Jason Lee, Matthew Gray Gluber, Justin Long, Christina Applegate
Genere: Animazione, Commedia, Family
Alvin, Simon, Theodore e le Chippettes stanno trascorrendo
una crociera su una nave di lusso portando grande scompiglio. Ma in seguito ad un naufragio vengono scaraventati su
un'isola deserta. Cercando un modo per poter far ritorno a
casa si accorgono che, in realtà, l'isola non è così deserta
come poteva sembrare.
Il 13º apostolo
Regia: Alexis Sweet
Cast: Claudio Gioè, Claudia Pandolfi,
Stefano Pesce
Genere: Poliziesco
Nel corso di investigazioni su casi misteriosi, Gabriel Antinori, gesuita e professore di teologia, nonché membro della
Congregazione della Verità, organismo segreto della Chiesa
che ha lo scopo di indagare sui fenomeni paranormali, incrocia la strada di Claudia, psicoterapeuta scettica che tende
a spiegare ogni cosa con la razionalità. Tra i due scatterà
un'intesa molto particolare che li condurrà verso scelte inaspettate.
American horror story
Ideatore: Ryan Murphy, Brad Falchuk
Cast: Connie Britton, Dylan McDermott,
Jessica Lange, Denis O'Hare
Genere: Horror
Il terapeuta Ben Harmon, sua moglie Vivien e la loro figlia
Violet si trasferiscono a Los Angeles nella speranza di poter
ritrovare l'unità familiare persa a causa di alcune vicende
scabrose che li hanno interessati. Ben presto si rendono
conto che quello non è il posto migliore in cui ricominciare,
dal momento che la casa è infestata da presenze terrificanti
e per vicini hanno una famiglia invadente e che dimostra di
conoscere molti dei segreti celati nella casa.
Rossella Cinquina
roseguono le iniziative de Il Magfest il festival dedicato alle donne nel teatro contemporaneo. Stasera, alle 21:30, Matta di Pescara (ex-mattatoio di via
Gran Sasso), sarà la volta di “Dream through your
singing mouth” di e con Helen Chadwick, cantante,
compositrice e performer che ha lavorato, tra gli altri,
con la Royal Shakespeare Company. Alle 19.00 invece, per quanto riguarda la sezione ‘Giovane’, due
spettacoli si terranno l’Aurum: oggi andrà in scena
“Soit gentil tiens courage” con Lorenza Sorino, per la
regia di Antonio G. Tucci, in collaborazione con il
“Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano; domani si prosegue con “La terra è
come il cielo”, per la regia di Ottaviano Taddei (produzione Terrateatro), con Cristina Cartone. L’ingresso
è libero.
L’ultimo appuntamento è previsto, sempre domani,
alle 22:00, al Matta, con il concerto di due cantautori
abruzzesi: Sandra Ippoliti e Orlando Ef.
A
nno nuovo, vita nuova,
buoni propositi, grandi
speranze, indispensabile approccio ottimistico per dare
l’avvio a gennaio, mentre il sole
accresce, se pur impercettibilmente, il suo passo. Per quante
sorprese possa riservare, il 2012
contiene gli echi dell’anno trascorso e i semi del 2013: una
pianificazione degli obiettivi
gioverebbe non poco in questi
giorni adatti alla riflessione e
alla programmazione. I segni di
Terra, Toro, Vergine e Capricorno, vocati al pragmatismo e
alla concretezza, sostenuti da
input positivi, hanno già organizzato la nuova agenda: il bilancio è positivo, per alcuni
eccezionale, per altri le occasioni fortunose sono in arrivo
proprio in questi giorni, per
tutti il primo semestre è da
sfruttare al massimo, con passione. I segni d’Aria fantasticano su progetti originali con
scarsa adesione alla realtà: gioverebbero partner di Terra,
anche se noiosetti, per tesaurizzare le irrepetibili opportunità
dell’estate. I segni di Fuoco
guardano avanti con ottimismo,
fiducia, a volte con ingenuità:
sognano giorni di sole, cose che
scaldano il cuore, una vincita
che capovolga il corso della
vita. E i segni d’Acqua ? Il Cancro riscopre la generosità del
partner e degli amici; lo Scorpione giura che il conto in rosso
non sarà l’unico nemico da
sconfiggere. I Pesci si lasciano
coinvolgere in terapeutiche lezioni di ballo perché qualcosa è
nell’aria: in arrivo Venere, dea
dell’amore e del benessere, dal
prossimo week-end al 7 febbraio regalerà magie d’amore
agli inguaribili romantici dello
zodiaco, scatenando gelosie e
ripicche.
La vostra astrologa
prefeRITA***
www.ritalarovere.it
D’Abruzzo, nuovo numero in edicola
è
in edicola l’ultimo numero di D’Abruzzo, il trimestrale di
turismo, cultura e ambiente, diretto da Gaetano Basti. Tra
le diverse tematiche affrontate nelle 72 pagine della rivista, la
speranza che le difficoltà che si frappongono alla ricostruzione dell’Aquila siano finalmente superate, gli itinerari di
montagna a Monte San Vito e a Monte Rotella, le giornate
ecologiche, storie di migranti, la tradizione de La Panarda, il
ricordo di Andrea Pazienza nel libro di Franco Giubilei e
altri temi legati all’agricoltura, come L’Europa a Kilometro
O e la Campagna a portata di mano.
IL PRODOTTO TIPICO
IL PARROZZO
H
a una sua voce (scheda) sull’enciclopedia ormai più
consultata al mondo Wikipedia che scrive:”Il parrozzo (o panrozzo) è un tipico dolce pescarese, associato
alle tradizioni gastronomiche del Natale (ma non solo).
è molto diffuso in Abruzzo, soprattutto nella zona
orientale” , aggiungendo nei dettagli “Il parrozzo fu
ideato e preparato nel 1920 da Luigi D’Amico, titolare di
un laboratorio di pasticceria a Pescara. D'Amico ebbe
l’idea di fare un dolce dalle sembianze di un pane rustico anche detto pane rozzo (da cui è derivato il nome
“Pan rozzo”), che era una pagnotta semisferica che veniva preparata dai contadini
con il granoturco e destinata ad essere conservata per molti giorni. D’Amico fu
ispirato dalle forme e dai colori di questo pane e riprodusse il giallo del granoturco
con quello delle uova, alle quali aggiunse la farina di mandorle; invece, lo scuro colore dato dalla bruciatura della crosta del pane cotto nel forno a legna fu sostituito
con la copertura di cioccolato” La prima persona alla quale Luigi D’Amico fece assaggiare il parrozzo fu Gabriele d'Annunzio, che, estasiato dal nuovo dolce, scrisse
un sonetto La Canzone del Parrozzo: ”è tante ‘bbone stu parrozze nove che pare na
pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a su gran forne tè la terre lavorata da lu
bbove, la terre grasse e lustre che se coce… e che dovente a poche a poche chiù
doce de qualunque cosa doce…”.
Ma fu proprio per l’abilità di Luigi D’Amico che questo dolce fu diffuso ben oltre
la città di Pescara e l’Abruzzo intero. Viene spesso prodotto in casa da brave casalinghe in veste di maestre pasticcere, magari con qualche modifica alla ricetta originale. Proprio alla tradizionale forma “a cupola” si sono ispirati alcuni chef
dell’Istituto Alberghiero di Villa Santa Maria che, in occasione della cena ufficiale
del G8, tenutosi all’Aquila dopo il terribile terremoto del 2009, prepararono un
dolce per la speciale occasione a cui diedero il nome di Cupola di Collemaggio.
Chi lo vuole provare nella ricetta originale di Lugi D’Amico non farà fatica a trovarlo ben oltre le festività natalizie.
Raffaele Cavallo
[email protected]
DEL TEMPO LIBERO
I BORGHI
CHIETI
Dapporto al Marrucino
DELLA DOMENICA
Le foto di
Ansel Adams
a Rizziero
Arte
D
oppio appuntamento al teatro Marrucino di Chieti, oggi alle
21.00 e domani alle ore 17.00. In scena Massimo Dapporto, Antonella Elia, Susanna Marcomeni, Massimo Cimaglia nella piéce
“La Verità". è la nuova sceneggiatura del giovane autore francese
Florian Zeller, grande successo di pubblico e di critica a inizio 2011
per la messa in scena al Théâtre Montparnasse di Parigi con Pierre
Arditi nel ruolo del protagonista. Maurizio Nichetti cura la regia
della versione tutta italiana con Massimo Dapporto Una commedia
sulla menzogna, anche se il titolo sembra confondere. Michel è un
bugiardo incallito a cui tutti mentono. Alice, la sua amante, è la moglie del suo migliore amico Paul ed è assalita da continui sensi di
colpa. Paul si confida con il suo amico perché ha paura di essere ingannato. Laurence, moglie di Michel, sospetta dell'infedeltà del marito e
vuole fargli credere di essere infedele. A costo di grandi sforzi e inganni, Michel riuscirà a persuadere tutti sugli svantaggi di dire la
verità e dei benefici del silenzio.
Il pubblico verrà accompagnato, allegramente, tra tradimenti veri e
tradimenti raccontati. La natura dei singoli personaggi oscilla continuamente dal ruolo della vittima a quella del colpevole... alla
fine al pubblico rimarrà il piacere di
capire dalle ultime
battute di Laurence la
Verità del titolo...ma
sarà un bene conoscerla davvero? Perché
come è noto la Verità
può anche far male.
Un continuo scambio di
ruoli tra i quattro personaggi della pièce, un
gioco di specchi è il vero
divertimento della commedia.
PESCARA
Son Caribe al Sabor Cubano
R
iprende l’attività artistica al Sabor Cubano di
Pescara vecchia (via Flaiano angolo piazza
Garibaldi) .
Oggi il quartetto latinoamericano Son Caribe tornerà per la seconda volta a proporre al club di
via Flaiano, le proprie sonorità che spaziano da
Cuba al Venezuela e Brasile, dal son, al latin jazz
e la bossanova, grazie al talento della brava cantante italo-venezuelana Angela Parra, il tastierista italo-venezuelano Gianni Regnicoli e il
percussionista-batterista pescarese Roberto Rapini.
TORNIMPARTE
Saturnino, domani la premiazione
D
omani, alle ore 16.30 presso la chiesa di San Panfilo, a Villagrande di Tornimparte, consegna dei premi regionali “Il Saturnino”.
Per la pittura il riconoscimento va al maestro Mimmo Emanuele.
Per la storia delle tradizioni popolari alla professoressa Lia Giancristoforo. Per la musica al professor Marco Della Sciucca. Per il giornalismo a Lucio Valentini della Rai e per l’attività di particolare
rerilevanza
p
alla redazione di TVUno. La consegna dei premi sarà
MOsTRE
S
Gessopalena
Abitanti:1694, altitudine: 644 s l m
U
n panorama davvero ampio e suggestivo è quello
che si può godere dall’altura del paese di Gessopalena che abbraccia le valli circostanti, le case, le
strade, i sottopassi, le scalinate e i cunicoli scavati
nella roccia gessosa. Arrivare al paese è semplice:
dall’autostrada A14 si esce a Val di Sangro, si percorre
la fondovalle seguendo l’indicazione Casoli e poi Gessopalena.
Noto fin dall’antichità per le sue cave, il paese, ha conosciuto in passato tempi di agiatezza, come dimostrano i palazzi Talone e Persiani(sec XVII), l’antico
portale dell’annunziata, ricomposto nella nuova
chiesa di S.Maria Maggiore, la splendida chiesa di
S.Maria dei Raccomandati. All’interno il trittico della
Madonna della Misericordia, attribuito a Giovanni
Francesco da Rimini, due dipinti su tavola dei Santi
Pietro e Paolo e una notevole raccolta di oreficeria religiosa costituiscono un interessante museo di arte
sacra. Altrettanto interessanti sono il Museo del gesso
nel borgo medioevale e l’opera artistica in vetro e d
acciaio realizzato da Costas Varotsos alla Morgia
nel1997.
Il paese vanta di aver dato i natali a molti personaggi
illustri, tra i quali spicca per originalità d’ingegno e
grandezza Gennaro Finamore (1836-1923) che per
primo iniziò in Abruzzo gli studi di Tradizioni popolari ad un livello che lo portò ad essere apprezzato e
conosciuto dalla comunità scientifica europea. Oltre al
Santo Patrono, il paese commemora la settimana di
passione con una spettacolare forma di teatro religioso popolare che si effettua nel mercoledì Santo
degli anni pari.
Gessopalena è uno dei tanti paesi abruzzesi che furono coinvolti dal dolore della guerra, Medaglia d'oro
al Merito Civile il paese fu raso al suolo durante la seconda guerra mondiale. Un monumento alla Resistenza, un cippo con iscrizioni di versi di Carlo
Bernani è stato posto di recente alla sommità del
borgo medievale.
Municipio : tel.0872 988112
Dove dormire: Hotel Di Falco, via Peligna 33
tel 0872 916004
Dove mangiare : Cascina Di Mont’alto Antonio Vincenzo Persiani
Gaetano Basti
[email protected]
CENTRO SPECIALISTICO
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ono 30 le istantanee
esposte fino al 18 gennaio 2012 in galleria, nella
mostra dal titolo “Ansel
Adams”, che ripercorrerà
non solo i quarant’anni
della sua carriera ma ricostruirà anche il suo percorso artistico, iniziato
precocemente all'età di
quattordici anni. è, infatti,
il 1916, quando al giovane
Adams viene regalata una
Kodak Brownie, in occasione di una gita con la famiglia
allo Yosemite National Park: una vera e propria folgorazione, in grado di indirizzare, da quel momento in poi,
ogni sua scelta di vita. Egli scopre, così le sue grandi passioni: natura e fotografia. Le foto di Adams non si limitano a essere meramente documentaristiche. Attraverso
la visione nitida dell’ambiente incontaminato, il fotografo lascia trapelare tutte le sfumature, in una gamma,
allora inedita, del suo animo: “una grande fotografia –
come amava dire il maestro - è la piena espressione di
ciò che l’autore sente del soggetto che sta fotografando
nel senso più profondo; per questo è la vera espressione
di ciò che lo stesso fotografo sente sulla vita nella propria complessità”.
• Pescara, galleria Rizziero Arte fino al 18 gennaio
2012, Via Regina Elena n. 65
Dal lunedì al venerdì: ore 10.30 -12.30 e 16.00-19.30
Sabato: solo per appuntamento
info: 085.4219731, [email protected]
• KEITH HARING E IL MURALE DI MILWAUKEE
Chieti, Museo Archeologico la Civitella
Fino al 19 febbraio 2012
Dal martedì alla domenica, orario 9/20, ingresso euro 7
• GARIBALDI E L'UNITà D'ITALIA
I Mille volti del Mito
Fondazione Carichieti
Museo Palazzo de' Mayo
corso Marrucino, 121 - Chieti
mostra aperta fino al 29 gennaio 2012
orari: 10.00-12.00/17.00-19-00, chiuso il lunedì
Il pezzo sulla mostra a pag 17 del numero 34 della Domenica d'Abruzzo
• ASHBY E L’ABRUZZO
Immagini e memoria 1901/1923
Teramo, Museo Civico Archeologico “F. Savini”Villa Frigerj, da oggi al 18 maggio 2012
Dal martedì al sabato: ore 9.00-13.00 e 16.00-19.00
Domenica e festivi: ore 10.00-13.00 e 16.00-19.00
info: 0861-240546
Le madonne lignee a Teramo
L
e straordinarie madonne lignee che hanno affascinato
il pubblico di Trento e di Rimini ritornano in Abruzzo
sono esposte alla Pinacoteca Civica di Teramo, fino al 31
gennaio 2012. Più di 50.000 visitatori hanno ammirato i
capolavori, una ventina di opere tra dipinti su tavola e
sculture lignee databili tra la fine del XII sec. e gli esordi
del XVI, in gran parte salvate dai Vigili del Fuoco dopo il
terremoto dell'aprile 2009. Tali capolavori rivelano, tra l'altro, come l'Abruzzo sia stato crocevia di culture e centro
di elaborazione di spinte culturali grazie ai frequenti contatti con i territori d'oltralpe e l'Oriente
Bizantino, sulle rotte dei pellegrini e dei
commerci lungo la via degli Abruzzi e
per le vie del mare. A Teramo l'esposizione si presenta ulteriormente arricchita: oltre alla straordinaria Madonna
di Castelli e alla Madonna della Cattedrale aprutina, figura anche la stupefacente Madonna di Ancarano di Silvestro
Dell'Aquila (gentilmente concessa in
prestito dal Vescovo di Ascoli Piceno) ed
è ulteriormente impreziosita da due Madonne della Pinacoteca Civica. Il catalogo è edito da Allemandi, con testi di
Lucia Arbace, Gaetano Curzi, Alessandro Tomei e Marta Vittorini.
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
NEVE
19
100 ANNI DI SCI
IL MONDO A ROCCARASO
PER I CAMPIONATI GIOVANILI
Q
uest’inverno a Roccaraso la neve non è bianca, infatti
sta assumendo le sfumature dei colori dello sci mondiale. I colori diventeranno definitivamente saturi a fine
febbraio, quando sulle piste dell’Aremogna e di Montepratello mille e mille solchi azzurri, rossi, gialli, verdi e neri
verranno tracciati dagli atleti juniores dello sci Alpino per
contendersi, tra le curve più o meno strette degli slalom e
quelle più ampie della velocità, i titoli mondiali maschili e
femminili.
Il 2012 è l’anno in cui non si svolgono le Olimpiadi e i Campionati maggiori, per cui gli Altopiani Maggiori d’Abruzzo
si troveranno al centro dell’attenzione mondiale dello sci e
Roccaraso e Rivisondoli coroneranno il sogno dell’organizzazione di un evento straordinario, che vuole spostare
l’obiettivo più avanti, verso l’assegnazione di una competizione sciistica di profilo ancora più alto.
Lo sci apparve su queste montagne nel lontano febbraio del
1910 e da allora quattro sono stati gli anni che hanno caratterizzato un percorso agonistico di assoluto rilievo.
E’ il 1928, quando Roccaraso ospita il nono Campionato
delle Valli d’Italia. Si tratta di una dura gara di sci di fondo.
Il resoconto riportato in un bollettino del Club Alpino Italiano rivela quale fosse l’accoglienza per atleti e tifosi. La
piccola ma operosa Roccaraso offre ospitalità a più di 300
persone. E’ un inverno caratterizzato dallo “scarso innevamento”, ma si ignorano i confronti su cui si basa questo
dato generico. Per gli atleti della Valligiani il campo di gara
è una dura salita verso l’Aremogna, prima di un tratto di
falsopiano e della discesa di ritorno verso il Piano delle Cinquemiglia, per giungere con un ulteriore
“strappo” verso il traguardo
in paese, posto sotto il trampolino di salto. L’avvenimento organizzato dalla
Gazzetta dello Sport fu definito sulle pagine del giornale
“il giusto premio assegnato
all’entusiasmo di quei montanari che tanto generosamente
si erano prodigati per la diffusione dello sci nell’Italia centrale”. Quindi, dopo meno di
venti anni dalle prime tracce
con gli sci, compresa la sosta
della Guerra Mondiale, Roccaraso era già balzata agli onori
della cronaca sciistica per le innumerevoli competizioni che già
si erano organizzate, non di minore importanza erano quelle che
si svolgevano sul trampolino di
salto “Roma”, costruito in sinergia tra lo Sci club Roma e lo Sci
club Roccaraso nato nel 1922.
Non si andò molto lontano e nel 1931 la Federazione Italiana dello Sci organizza i primi Campionati italiani
assoluti di sci Alpino; quelli maschili furono assegnati a
Cortina d’Ampezzo e quelli femminili a Roccaraso. Sulla
pista del Colle Belisario, affianco al trampolino di salto, si
svolse la discesa libera e su una pista ora abbandonata, tracciata sulla montagna di fronte, si gareggiò per lo slalom. Da
quel momento la pista fu dotata dell’impianto di illuminazione per sciare di notte e raggiunto il traguardo si arrivava
direttamente negli alberghi posti lungo il viale principale.
L’altoatesina Paola Wiesinger vinse la discesa libera, lo slalom e la combinata. Racconta l’Annuario dello sci italiano
che la sciatrice giunse a Roccaraso convinta di dover partecipare a gare di fondo, ma non avendo portato con se gli sci
da discesa ne ricevette un paio lunghi due metri e venti,
mentre lei superava di poco il metro e sessanta.
Giungiamo al 1994, quando tornano i Campionati italiani
assoluti, assegnati allo Sci club EUR che qui li organizza e
questa volta sono maschili e femminili. Roccaraso in quei
giorni fu invasa da mille e mille tifosi di Alberto Tomba e
Deborah Compagnoni. Era la fine di marzo, il sole inesorabile lanciava i suoi raggi per sciogliere la neve e far si che la
Pulsatilla, il fiore simbolo di Roccaraso, potesse timidamente affacciarsi sul muro della pista Azzurra dell’Aremogna e poi sulle cime più alte. Quell’anno in quota era caduta
molta neve e così Enzo Sima, di Piancavallo, uno specialista
nella preparazione delle piste, attuò un massiccio rimescolamento della neve con soluzioni chimiche che la indurirono
al punto tale che si gareggiò su un manto tipico
delle giornate invernali
più fredde. Roccaraso e
quelli dello Sci club EUR
ricevettero il plauso
della Federazione italiana dello sci, che restò
sorpresa per l’impeccabile organizzazione.
Marzo 2005: Roccaraso
e Rivisondoli si presentano all’Europa mostrando le piste di gara
innevate come poche
volte accade in quel
periodo. Gli austriaci,
più degli altri, restano
sorpresi per tanta
neve, non immaginavano di trovarne più
che a casa loro e soprattutto ben preparata su piste
all’altezza della competizione internazionale. è la Finale di
Coppa
Europa che apre le porte ai
Campionati mondiali juniores. Roccaraso e Rivisondoli
entrano definitivamente nel novero dello sci che conta.
Mancano due mesi ai Mondiali che si svolgeranno per dieci
giorni a partire dal 29 febbraio e fervono i preparativi per
ospitare le 54 nazioni partecipanti e tra queste Israele, Libano e Iran. Saranno 500 gli atleti che si contenderanno le
medaglie delle varie discipline e 200 gli accompagnatori, tra
allenatori, skiman e addetti ai servizi ausiliari. Le piste di
gara: la Lupo dell’Aremogna, per gli slalom giganti; la Gran
Pista di Pizzalto, per gli slalom e i parallelo; la Direttissima
di Montepratello, per le discipline veloci, super G e discesa
libera, sono state adeguate alle ultime normative internazionali e hanno superato il collaudo definitivo dei tecnici della
Federazione internazionale dello sci.
Il volto di un lupo è il logo della manifestazione, che incomincia ad apparire in ogni angolo dei due paesi e sulle
strade che conducono sugli Altopiani. Un giovane orafo di
Roccaraso lo ha coniato nell’oro per crearne una spilla da
offrire ai massimi rappresentanti dello sci, della politica e
dei media che assisteranno alle competizioni. La pluricampionessa dello sci di fondo e membro della Federazione internazionale dello sci, Manuela Di Centa, sarà la
rappresentante ufficiale della massima istituzione sciistica.
L’organizzazione è stata affidata a due tecnici di indiscusse
capacità. Giulio Rossi il direttore generale, ormai di casa a
Roccaraso per l’organizzazione di molte edizioni della Carving Cup, è un milanese tutto sport, infatti è impegnato
anche nell’organizzazione delle Olimpiadi brasiliane. Valerio Ghirardi, ex allenatore delle atlete nazionali di sci, tra
cui Debora Compagnoni e Isolde Kostner, è il responsabile
delle piste e di tutto ciò che riguarda la competizione da un
punto di vista strettamente agonistico. Saranno impegnati
circa 430 uomini, tra preparatori delle piste, addetti alle
gare, forze dell’ordine e servizio sanitario che avrà a disposizione tre elicotteri per ogni evenienza.
Insomma, una bella storia centenaria che si impreziosisce
della terza manifestazione sciistica mondiale in ordine di
importanza, che quest’anno viene organizzata nella località
sciistica più a sud dell’Europa.
è proprio il caso di affermare: In bocca al lupo Altipiani
Maggiori d’Abruzzo.
Ugo Del Castello
[email protected]
In alto una pista innevata di Roccaraso
Nella foto piccola la partenza di una gara negli anni ‘30
In basso il principe Umberto
un habituée delle piste
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
STORIE
RENZO D’AMICO
21
HO LASCIATO TUTTO A ROMA
PER FARE IL CUOCO AD ALFEDENA
S
ette camere e cucina. La locanda al piano
terra, che dà sulla strada lunga e dritta
che porta da Castel di Sangro ad Alfedena,
le stanze – non grandi, eccetto la suite – al
piano di sopra, arredate con un gusto sano
e sobrio, che per raggiungerle bisogna
uscire facendo esattamente due passi. Né il
tempo d’una digestione o di prender il
freddo che te la blocca… Se non d’Amelie,
la Locanda Monte Greco lungo via De Amicis è certo il mondo di Renzo&Floriana,
inossidabile coppia nella vita e sul lavoro.
Ma non è tutto il loro mondo, ché nella
testa, l’immaginario e la pratica sono molto
più ampi di quel che appare a prima vista.
Qui, forse, il loro segreto…
All’incrocio esatto tra la Val di Sangro e il
Parco Nazionale dell’Abruzzo, sotto il
paese di Scontrone e nel mezzo d’una valle
larga e aperta contornata dai monti, la Locanda Monte Greco s’è fatta piano piano
largo tra guide enogastronomiche nazionali
e internazionali come luogo gourmet. A
parlarne per primo, nel 2003, il Gambero
Rosso, in una recensione che ha fatto storia,
tradotta pure nell’edizione Usa. Anche perché Renzo, lo chef, il cuoco, il cortese servitore, l’affabulatore che intrattiene
raccontando storie, aneddoti, favole, fiabe e
che, lì per lì, non capisci se siano vere e da
quale esperienza di vita sgorghino, non prepara mai un piatto uguale a un altro. E non
perché si sia scordato la ricetta o l’abbia
confusa, ma solo perché la creatività prorompente di questo romano non alto, robu-
sto e compatto, classe 1938, è tale, che
sopravviene alle regole. Filosofia di vita e
lauti pasti.
Il motto della casa è: “Si fa con quel che
c’è”. O con la spesa del mattino al mercato
di Castel di Sangro. E ora che c’è il traforo
anche a Isernia. O dove capita. La spesa dipende dall’estro del momento, da come ci si
è alzati e s’è messo a terra il piede appena
scesi dal letto. E da quel che offre il mercato.
Quel che importa è la qualità. Il menu
scritto è quasi una finzione, solo un omaggio alla tradizione. Niente di più. Mai corrisponde. Inutile sfogliarlo, è fuorviante.
Nulla è uguale, niente ripetibile, tutto è replicabile. In forme di volta in volta diverse.
In cucina la variazione è continua. Tra una
correzione e l’improvvisazione. Meglio,
jamsession di prodotti, ingredienti e sapori.
Come nel jazz. Si deve stare al gioco delle
note.
Non poteva che esser così. C’è troppa ricchezza e fantasia nella vita di Renzo. Che
cuoco vero, come lo s’intende classicamente, mai lo è stato. Eppure la passione ha
sempre bruciato dentro al suo petto largo e
generoso di ex fumatore pentito, convertito
e riconvertito a uno stile di vita oggi più salubre.
Genitori di Alfedena, trapiantatisi a Roma e
con un modesto esercizio di Vini&liquori ai
Parioli, adatto alla ristorazione e oggi gestito da terzi, lui romano di nascita, come
lavoro e per trentadue anni, dai 30 ai 62, ha
fatto il commercialista, studio affermato,
clientela Vip e facoltosa, ore e ore di lavoro,
consulenze, consigli ai clienti, conteggi, versamenti, transazioni, cause fiscali da sostenere, vincere o non perdere, sballottato tra
scartoffie e archivi ad armeggiare con numeri e cifre che spesso non tornano ma da
far quadrare.
Un bel giorno s’è detto: “Ora basta!”. E s’è
chiesto: “Che vita sto facendo?” Per rispondersi: “Assurda, non posso continuare
così”. Così Renzo D’Amico s’è dato un limite. “Mi sono versato gli ultimi tre anni di
contributi, fino ai 65, ma a 62 ho chiuso. Né
soddisfazioni né stimoli”. Ha restituito le
pratiche ai clienti, s’è congedato, ha donato
l’avviato studio alla segretaria. “I casini che
sarebbero scoppiati nel ’92, con Tangentopoli, li avevo già annusati. Avevo intuito la
bolla perché la conoscevo… Tutto ciò non
mi riguarda, ho pensato. Mi era crollato il
castello delle illusioni sulla professione”.
L’approdo alla cucina? Ovvio quanto naturale. Tra il ’58 e il ’60, poco più che ventenne, Renzo vive a Londra. Per anni, poi,
va su e giù a New York, per passione e
amore della città. Portando con sé pentole e
coltelli da cucina a domicilio, dagli amici,
presso famiglie e persone con un certo tenore di vita. A Roma s’è fatto le ossa organizzando feste in case altrui. Anche da
commercialista. “Un giorno un direttore di
banca mi cerca al telefono e mi fa, “dove
sei?” A New York gli dico. Dopo qualche
giorno mi raggiunge, mi convoca a casa sua
e gli cucino gli spaghetti italiani con vongole veraci del mercato”. Più che uomo da
dolce vita, lui la vita se la rende dolce. Frequenta la Roma degli anni Sessanta, tutta
locali e Music Inn, dove si fa jazz. Conosce
Chet Baker e Gato Barbieri.
Nel 1999, chiuso lo studio, si trasferisce ad
Alfedena. Forse alla ricerca delle origini.
“Avevo anche pensato di fermarmi a New
York, ma Alfedena m’attirava. In alternativa
Positano, ma in molti mi sconsigliarono”.
Tra l’abbandono di Roma e l’inizio lavori ad
Alfedena “passa solo un mese e mezzo”.
Floriana, già assistente del presidente delle
Poste prima dell’arrivo di Corrado Passera
come A. d., si fa trasferire all’ufficio di Isernia rinunciando a carriera, benefit e privilegi. Mattina in ufficio, sera in locanda.
ché sia informale, una cosa alla Renzo…”
ha precisato. “Divertissement con tantissime ricette”.
La “Renzomania della cucina” contagia.
Francesca, 41 anni, sposata a Kim Sitzler, viceambasciatore di Pace in Svizzera, tre figlie, di 6 anni, 3 e mezzo, 3 mesi - Vittoria,
Camilla, Olivia -, che di Renzo è figlia, ha
vissuto a lungo a Parigi e ora è a Berna.
Laureata in filosofia con tesi su Marsilio Ficino, 110 e lode, un master in Turismo sostenibile, uno stage e poi l’assunzione a l’Ile de
France. Stava realizzando una promettente
carriera, ma la nascita della seconda figlia la
interrompe. Ma non si perde d’animo. Appena può si mette a cucinare per negozi e
Dove ci sono anche Teresa, che rigoverna le
stanze e aiuta in cucina, Jolanda, che bada,
attenta, alla clientela in tavola col sorriso silente, Dalia, che piano piano sta diventando
sous chef, aiutante, sostituta, erede ai fornelli. Piccoli segreti trasmessi con discrezione e tanta dedizione. Un gruppo
affiatato. Flory bada però al sodo, all’amministrazione e ai conti, tenendo d’occhio
l’esuberanza creativa di Renzo e dritta la
barra dell’impresa, con pacatezza.
“Da tempo mi accadono cose molto divertenti”. A settembre Renzo ha tenuto una
scuola di cucina a italo-americani in cerca
delle proprie origini, territoriali e culinarie.
“In primavera replico, ho molte richieste. E
non escludo di fare scuola in Oklahoma e
una consulenza a un ristorante americano.
Vogliono che faccia la mia cucina all’aperto,
on the road…”.
“La vita vale la pena viverla cavalcando le
onde” dice Renzo. Su questa linea rientra
anche l’incontro con un tizio che un mese fa
gli ha proposto di fare una scuola di cucina
“in Svezia”, essendo la moglie insegnante
di svedese. “E perché no?” s’è detto, “pur-
vernissage. Prepara cocktail. Cucina per le
case. Come il babbo.
Renzo D’Amico quando nevica infila le ciaspole ai piedi e va nella neve alta ascoltando il silenzio attutito delle montagne.
Libero. D’estate fa lunghe passeggiate e va
per funghi, che poi cuoce. Ogni tanto
prende la macchina e corre a Parigi. O da
Francesca a Berna. Week end a Positano. La
scorsa estate ha girato i Paesi Baschi. A mesi
va in Oklahoma. Ma il centro della sua vita
resta Alfedena. E la sua locanda. Che gli fa
conoscere gente e gli apre le porte. Le radici
sono solide, gli appoggi pure. Flory, Teresa,
Jolanda, Dalia tra questi.
Non importa dove si vive, ma cosa si fa. Vivere ad Alfedena essendo al centro del
mondo.
Alberto Ferrigolo
[email protected]
In alto Renzo D’Amico con moglie e figlia
In basso la sala da pranzo della locanda
A sinistra una camera da letto
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
LA FESTA
SACRO E PROFANO
23
IL CULTO DEL PORCO
E IL FUOCO DI SANT’ANTONIO
N
el Trecentonovelle (novella LXXV) Franco Sacchetti (1332-1400) racconta il curioso incidente occorso a Giotto (1267-1337), per le vie di Firenze, a causa di un ‘porco di Sant’Antonio’: “Mossesi Giotto una di queste domeniche con sua brigata per andare ed essendo nella via
del Cocomero alquanto ristato, dicendo una certa novella, passando certi porci di S.Antonio, e uno di
quelli correndo furiosamente, diede fra le gambe a Giotto per siffatta maniera, che Giotto cadde in
terra. Il quale aiutatosi da se e da compagni, levandosi e scotendosi, né biastemò i porci, né disse verso
loro alcuna parola; ma voltosi ai compagni, mezzo sorridendo, disse: O non hanno è ragione? Che ho
guadagnato a miei dì con le setole loro migliaia di lire, e mai diedi loro una scodella di broda”.
L’aneddotica, realistica e un po’ comica del Sacchetti ci mette di fronte ad uno dei simboli
iconografici inconfondibili di sant’Antonio ‘abate’. Che, stando a Evagrio (345-399), contemporaneo di Atanasio di Alessandria (295-373) , autore della prima, classica Vita Antonii,
nasce a Coma, in Egitto, circa il 250 d.C.. La successiva ‘Leggenda
di Patras’ (P.Noordeloos-F.Halkin,1943) attesta che Antonio
morì il 17 gennaio, a 107 anni di età; un dato, questo, raccolto
da un altro celebre testo, le ‘Vitae Patrum’ sugli eremiti del deserto, che si diffonde in Occidente nel secolo X e che verrà riutilizzato incessantemente più tardi dai Francescani e dai
Domenicani. Il 17 gennaio è, quindi, il dies natalis, la
festa del santo eremita, che Atanasio, però, non descrive
mai come ‘abate’, cioè capo di una comunità monastica, quanto
campione dell’ascesi e modello di vita eremitica. Antonio, dunque, diventa ‘abate’ solo quando numerosi e nuovi dettagli leggendari vengono progressivamente aggiunti alla sua biografia;
operazione dei secoli XI-XII, condotta dai Canonici regolari antoniani, in una riformulazione ben meditata della
vita del santo nella ‘Legenda breviarii’. Lo stesso
Aymar Falco, storico dei Canonici antoniani, nella ‘Antonianae historiae compendium’ (Lione, 1543) non
nascondeva l’imbarazzo a spiegare il titolo di abate
per Antonio, in una città, Patras, mai identificata.
Ma torniamo al maiale, circa il quale lo stesso Alighieri (1265-1321), in polemica con gli ‘avidi’ canonici, si esprime nel XXIX del Paradiso: “Di
questo ingrassa il porco S.Antonio / ed altri
assai che sono ancor più porci / pagando di
moneta senza conio”!
Nell’associazione del maiale a sant’Antonio,
allora, possiamo vedere l’intera e complessa
vicenda della devozione in Occidente, incrementata dall’Ordine canonicale ospedaliero,
sorto in Francia nel sec. XI, con l’arrivo nel Delfinato, da Costantinopoli, delle reliquie di Antonio. I canonici, oltre a questuare liberamente
– e furono organizzatissimi in questo – godevano della prerogativa di poter allevare i maiali nelle città, oltre che nelle campagne. A
questo ‘privilegio del porco’ alludeva, ancora
nel 1297, lo stesso Bonifacio VIII (1230-1303),
quando approvava di par suo l’Ordine canonicale. I maiali davano una cospicua rendita,
ma servivano anche da cibo per i malati
degli ospedali antoniani e con il loro lardo si
confezionava un balsamo medicamentoso
con cui si curava il ‘fuoco sacro’. L’animale,
a questo punto, diveniva uno dei perni economici della congregazione, nonché della
loro attività istituzionale ed ospedaliera.
Ciò che ne fece un vero e proprio simbolo
identitario, associato di pari passo alla figura
del santo patrono dell’Ordine. Un’associazione
ideale e programmatica, questa, che presto si
espresse iconograficamente, al punto da fare
dei diversi cicli pittorici la base di ulteriori e
nuovi racconti agiografici scritti.
Analoga affermazione polisemica nella vicenda di Antonio è quella del ‘fuoco sacro’, detto non a caso ‘fuoco di
sant’Antonio’. A rileggere Atanasio e quindi Evagrio non
troviamo un rapporto con il fuoco di Antonio che non sia
quello delle passioni carnali e delle tentazioni, che il santo
conbatté ‘eroicamente’ nelle solitudini del deserto egiziano. Ma con l’arrivo delle sue reliquie in Francia la taumaturgia del santo affrontò immediatamente il problema
epidemico dell’ergotismo ed i miracoli che si verificarono
sul versante della malattia furono tali da qualificarlo terapeuticamente. L’ergotismo si manifestava a causa di intossicazione alimentare,
dovuta al consumo di farina di segale, infettata
da un parassita: il claviceps purpurea. Questa
patologia assumeva diverse forme, tra cui la cancrenosa, con iniziali sensazioni di spasma di calore e bruciore e che conduceva
all’amputazione spontanea dell’arto in necrosi. Si determina, pertanto, un accostamento semantico tra le capacità di
combattimento della lussuria e il ‘fuoco sacro’ del corpo; che, ancora ai primi del Quattrocento, il teologo Jean Gerson (1363-1429) metteva bene in rilievo: Antonio allontanava il
fuoco del corpo così come aveva saputo allontanare il demonio.
Se è vero che Atanasio aveva parlato, metaforicamente, di Antonio quale dono provvidenziale all’Egitto: “Dio l’aveva dato come medico all’Egitto”, ora, fuor di metafora, l’Ordine
antoniano, detentore delle sacre reliquie, poteva dedicarsi alla propagazione del culto in
tutta Europa, nel contesto della attività ospedaliera. Ed infatti l’Ordine di fatto cesserà di
esistere con la scomparsa della malattia, anche se, tentando di riciclarsi, nel XVII sec. vorrà
dedicarsi alla cura della sifilide. Ma il ‘fuoco sacro’, di cui si cominciò a notare la patogenesi
nel 1596, a Marburgo, è una forma di herpes (Herpes zoster) di origine virale e dalle manifestazioni cutanee molto simili all’ergotismo. Per cui, come è stato notato (L.Fenelli, 2011) “la
denominazione ‘fuoco di sant’Antonio’ poteva adattarsi a sindromi diverse”.
Nella accezione popolare ‘il fuoco di sant’Antonio’, si presta a considerare patologie consimili, che nella mentalità collettiva hanno un punto di riferimento curativo in sant’Antonio. I
titolari, quindi, delle terapie non potevano che essere quei religiosi, gelosi custodi delle reliquie antoniane, con le quali preparavano anche una bevanda miracolosa, a base di vino, ottenuta versando questo nella ‘cassa contenente le ossa’ del santo; prerogativa che ottenne
persino l’assenso apostolico! Parliamo del ‘fuoco’ da curare, ma dobbiamo dire anche del
‘fuoco’ con cui, a questo punto dello sviluppo del culto, Antonio poteva anche colpire il blasfemo che offendeva la sua immagine sacra, o la sua stessa presenza santa nel territorio.
In una tale accezione e con risvolti ignei ben localizzati anche in Abruzzo, come a Fara Filiorum Petri, attraverso la tradizione delle ‘farchie’ ardenti, si ribadisce il ruolo dai diversi
ed incisivi significati, del fuoco. Che si trasforma talvolta in arma, offensiva e provvidenzialistica del santo, a vantaggio di una comunità di abitanti che lo onora. E’ vero
che a Fara F.P. il ricordo dei fatti del 1799, nel respingere un tentativo di assedio di soldati ‘rivoluzionari’, assume un ben determinato conio ‘borbonico e,
per certi versi, anche sanfedista. Antonio qui si confronta con il generale
Couthard, capo del corpo di spedizione francese, incendiando le querce de
La Selva di Fara, oppure trasformando i soldati in alberi ardenti. Perfino i
loro cavalli si genuflessero innanzi a Lui. Ma questa narrazione locale, attraverso l’intervento di Antonio, riafferma ben dentro l’età moderna il ruolo
del fuoco nell’agiografia antoniana, assieme alla sua distinta e potente taumaturgia, che lo costituisce padrone dell’elemento naturale e suo utilizzatore
precipuo. Come ha magistralmente sintetizzato Laura Fenelli (Dall’eremo
alla stalla. Storia di Sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza Ed.,2011) Antonio è un santo antico – e come tale molto riproposto in età della Controriforma – che ha saputo trasformarsi. Da eremita e asceta insigne a grande
taumaturgo; da ‘medico’ a santo contadino, protettore degli animali. Il
maiale, il fuoco, la campanella e il Tau (dal bastone eremitico a segno distintivo degli antoniani) sono attributi, ben evidenziati iconograficamente, che narrano del suo lungo, incontrastato cammino affermativo
per tutto l’Occidente.
Antonio Alfredo Varrasso
[email protected]
La festa del 17 gennaio
P
er la cultura contadina la sua festa (il 17 gennaio) apre il ciclo
dell'anno ed è ancora un giorno fondamentale del calendario,
che indica oltre ai giorni dell'anno anche le opere da compiere e i lavori da eseguire nelle campagne. Lo spirito di questa antica festa, che si ricollega alle altre feste
abruzzesi di fuochi invernali, prima o dopo il solstizio d'inverno,
ancora vive. Il giorno del Santo continua ad esser un "giorno di
fuochi", e la memoria che vince l'oblio torna a raccontare ai più piccoli e a ricordare ai più anziani, usi e costumi delle comunità di un
tempo, perché non se ne smarrisca definitivamente il significato e la
bellezza. Tanti piccoli centri si animano già prima e la gente dei luoghi prepara mucchi di legna o colonne di canne che, una volta accese, rischiareranno scorci
e piazze, daranno luce a facciate di palazzi e chiese nei tanti borghi abruzzesi: i "fuochi di Sant'Antonio". Enormi cataste di
legna, dette in Abruzzo "focaracci" e "focaroni". A Fara Filiorum
Petri e in qualche paese della Puglia, al posto della legna vengono
usati fasci di canne dette “farchie”.
Lo spirito di questa antica festa contadina resiste in Abruzzo, e in alcuni centri riveste particolare importanza: Atri, Bisenti, Bolognano,
Abbateggio, Carpineto della Nora, Lettomanoppello, Atessa, San
Vito Chietino, Villa Santa Maria, Gessopalena, Lanciano, Fara Filiorum Petri, Pretoro, Ortona, Pescara, Loreto Aprutino, San Valentino
in Abruzzo Citeriore, Massa D'Albe, Pratola Peligna, Scanno, Pescocostanzo, Scontrone, Pescasseroli, Ateleta, Alfedena, Opi, Barrea,
Ofena, Ortona dei Marsi, Collelongo, Ovindoli, Pizzoli, San Benedetto dei Marsi, Secinaro,
Villavallelonga, Bagno, Castel Vecchio Subequo.
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
MANOPPELLO
25
IL CASO
LA VERONICA RITROVATA IN ABRUZZO
Era scomparsa da Roma nel 1527, anche il Vaticano lo ammette dopo cinque secoli
di Antonio Bini
Q
occhi aperti, e le riproduzioni successive
con gli occhi chiusi, persistendo in ogni
caso il silenzio sulla esistenza o meno della
reliquia in S. Pietro.
Quando Papa Benedetto XVI decise di recarsi in pellegrinaggio a Manoppello, la visita fu annunciata e poi smentita per mesi e
contrariamente al largo anticipo che precede gli appuntamenti pubblici del Papa fu
uando il 31 maggio 1999 in un’affollata
conferenza stampa a Roma, presso la
sede dell’associazione stampa estera, p.
Heinrich Pfeiffer espose il risultato dei suoi
studi affermando che la Veronica dovesse
identificarsi nel Volto Santo di Manoppello,
la notizia fu ripresa da televisioni italiane e
straniere, anche tra i titoli di testa. Spesso
lo scenario veniva collegato agli stereotipi
classici della visione dell’Abruzzo montano, per cui il luogo veniva indicato come
“uno sperduto villaggio ai piedi della Maiella”.
Stampa cattolica e gerarchie ecclesiastiche
mostrarono indifferenza e distacco, isolando sostanzialmente p. Pfeiffer, direttore
del corso di beni culturali dell’Università
Gregoriana, considerato tra i più autorevoli studiosi di arte cristiana del mondo.
Vari sindonologi italiani non mancarono di
mostrare fastidio per la notizia, intervenendo in alcuni casi per sostenere che poteva trattarsi al massimo di un copia della
Veronica.
Sarà Paul Badde, giornalista e scrittore tedesco, a descrivere in suo libro pubblicato
nell’anno 2006 le voci negative sul conto di
p. Pfeiffer. “Quel professore mi diceva che
al mondo c’era un’immagine ancor più significativa della Sindone. Solo un pazzo
poteva sostenere una cosa simile e, come
tale mi era stato indicato p. Pfeiffer”.
Anch’io, allora dirigente responsabile della
promozione turistica regionale, venni accusato di aver fatto un’operazione di marketing, avendo organizzato la conferenza
stampa a ridosso del grande Giubileo del
2000, mentre l’obiettivo era semplicemente
quello di far conoscere l’importanza storica
e spirituale della reliquia. Nell’occasione
furono anche presentate delle risultanze di
indagini svolte dal prof. Donato Vittore,
docente dell’Università di Bari, mediante
impiego di uno scanner di tipo satellitare
che dimostrò l’assenza di pigmento o di
ordito nel telo.
Il problema non era comunque il Volto
Santo, da secoli al centro di una sentita e
diffusa devozione locale, quanto mettere in
discussione che la leggendaria Veronica
non si trovasse più a Roma, nella basilica
di S. Pietro.
La Veronica è stata la più importante reliquia della cristianità. Proveniente dall’oriente, era venerata in S.Pietro
dall’ottavo secolo, fino ad essere il motivo
fondamentale dei pellegrinaggi a Roma,
anche anteriormente al primo giubileo indetto da Bonifacio VIII nel 1300.
Tra i pellegrini recatisi a Roma si ricordano
Dante e Boccaccio.
Dopo il 1500 è caduto il silenzio su questa
prodigiosa immagine. Ma proprio nell’approssimarsi del Giubileo, nell’imminenza
dell’inizio e della fine dell’anno santo del
2000, due importanti mostre organizzate a
Foto di Paul Badde
Roma con la collaborazione della Biblioteca Apostolica Vaticana, la prima sul pelconfermata dalla sala stampa vaticana solo
legrinaggio medievale a Roma (Palazzo
una decina di giorni prima del primo setVenezia) e la seconda su “Il Volto di Cristo”
tembre 2006. Sappiamo che la visita fu for(Palazzo delle Esposizioni), riportavano
temente contrastata dai canonici di S.Pietro,
d’attualità il ruolo storico della Veronica,
proprio per il significato che avrebbe potuto
con documenti, monete, ecc. provenienti da
darsi all’evento, quale implicito riconoscivari musei stranieri. Dalle due mostre
mento delle tesi identificazione della Veroemerse evidente la chiara differenza tra le
nica avanzata dopo anni di studi da p.
riproduzioni e incisioni della Veronica
Pfeiffer.
prima del cinquecento, che appariva con gli
Il culto della reliquia sul web
I
l web è letteralmente invaso da siti di informazione e di
immagini sul Volto Santo di Manoppello. Tra i tanti, si segnalano alcuni siti dedicati esclusivamente al Volto Santo,
da quello ufficiale del Santuario www.voltosanto.it/Italiano
ad un aggiornatissimo blog da San Francisco (USA) holyfa-
La visita fu poi qualificata come semplice
“pellegrinaggio privato”, etichetta sulla
quale sorrise lo stesso Papa Ratzinger a Manoppello.
Nel frattempo altri studiosi – soprattutto
stranieri - si sono avvicinati al Volto Santo.
Il libro di Paul Badde pubblicato in Germania il 2006 portò il settimanale Der Spiegel a
scrivere di “un giallo culturale, pieno di su-
spense e intrecci, a mo’ di Dan Brown”,
Tra gli italiani va sottolineata l’importanza
del saggio di Saverio Gaeta “L’enigma del
Volto di Gesù“, ed. Rizzoli, 2010, in cui tra
l’altro si avanzano interessanti ipotesi che
collegano personaggi coinvolti nel Sacco di
Roma del 1527 all’Abruzzo.
Un’ipotesi compatibile con l’arrivo a Manoppello del Volto Santo che, secondo il
ceofmanoppello.blogspot.com e a siti che contengono importanti gallerie fotografiche che esaltano le singolari peculiarità iconografiche del Volto Santo. Tra questi il polacco
www.manoppello.eu e il tedesco
www.sudariumchristi.com
primo documento attestante la presenza in
Abruzzo della reliquia - la Relatione Historica di P. Donato da Bomba, sarebbe pervenuta nel paese abruzzese “circa l’anno
1506”. La formula dubitativa impiegata dal
cappuccino appare indicata con doverosa
cautela, considerato che la relazione veniva
redatta soltanto nel 1640.
Anche Bruno Forte, arcivescovo della diocesi Chieti-Vasto, nel cui territorio ricade
Manoppello, in più occasioni ha mostrato
di condividere gli studi fin qui condotti sul
Volto Santo.
I pellegrini che giungono a Manoppello da
tutto il mondo sono relativamente interessati a queste ricerche, volendo soprattutto
pregare e meditare di fronte a quella misteriosa immagine ed a quello sguardo profondo e umano che nessun dipinto può
rendere tale.
Nell’anno 2011 una mostra del Volto Santo
è stata esposta a Lucca nel mese di aprile e
un’altra mostra si è tenuta a Lourdes, nel
mese di settembre. La mostra, visitata da
oltre 150 mila persone, è stata fortemente
voluta da Philippe Perrier, vescovo della
diocesi di Lourdes-Tarbes, molto legato al
Volto Santo.
Ma l’anno che finisce deve essere ricordato
perché dopo quasi cinque secoli è caduto il
silenzio sulla scomparsa della Veronica da
S. Pietro. Il 6 dicembre 2011, ormai a ridosso del Natale, l’Osservatore Romano ha
ospitato un articolo di Paul Badde, che in
più occasioni, con articoli e un suo libro finora tradotto in sette lingue, aveva attaccato il Vaticano di reticenza. Badde può
scrivere per la prima volta nell’organo di
stampa della Santa Sede che la Veronica, è
da alcuni secoli a Manoppello, in quanto
scomparsa durante il cosiddetto Sacco di
Roma.
L’episodio segue un comunicato stampa
concernente la presentazione della mostra
intitolata “L’uomo, il volto, il Mistero”, avvenuta a Roma il 14 luglio 2011.
Al “Volto Santo” è stata dedicata l’ultima
tappa dell’esposizione, inaugurata in agosto a San Marino. Le sorprese vengono
proprio da questa parte del comunicato,
laddove si afferma che l’antica reliquia
della Veronica è “scomparsa in seguito al
Sacco di Roma del 1527”.
Nella brevità del riferimento, si colgono
due aspetti di straordinario interesse. è infatti la prima volta che un documento –
tale deve considerarsi sotto il profilo sostanziale il comunicato stampa ascrivibile
al responsabile dei musei vaticani – professor Paolucci - riferisce, sia pure incidentalmente rispetto all’esigenze informative
connesse alla presentazione della mostra,
che la Veronica non è più presente in San
Pietro, confermando una serie rilevante di
ipotesi e di dubbi avanzati da storici e da
studiosi, soprattutto negli ultimi anni. Ma
il comunicato offre un ulteriore elemento
teso ad indicare con precisione che la
scomparsa del Velo coincise con il Sacco di
Roma del 1527.
L’autorevolezza del professor Paolucci, in
passato anche ministro dei Beni Culturali
del governo italiano, ha portato a fare finalmente luce su dubbi e incertezze che si trascinavano da troppo tempo.
Sul Volto Santo si continuerà a discutere,
ma di certo non potrà più escludersi a priori
l’ipotesi che si tratti realmente della Veronica.
Numerosi sono i video presenti su You Tube, da quelli amatoriali a quelli professionali.
MESTIERI PERDUTI
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
IL COMMERCIO DELLA NEVE
26
DALLE NEVIERE AL FRIGORIFERO
LOBBY E BATTAGLIE DAL SETTECENTO
L
a storia è sempre puntuale e ripetitiva: c’è una fine per
ogni cosa. è il caso, per esempio, della raccolta, conservazione e vendita della neve: un’attività economica durata
secoli, capace di procurare lauti guadagni, di soddisfare i
gusti, spesso esotici, della gente e, nello stesso tempo, di
aiutare le persone a sopportare con meno dolore piccoli interventi chirurgici. Ad un certo punto, questa geniale attività (conservare per un certo tempo la neve non era
un’operazione semplice) scomparve più o meno rapidamente agli inizi del Novecento, quando cominciarono a diffondersi sempre di più le fabbriche che producevano
ghiaccio artificiale. Anche l’Abruzzo ha vissuto una simile
esperienza: la vendita della neve, praticata da tempo immemorabile, entrò in una crisi irreversibile e fu spazzata via
dalla comparsa delle nuove macchine frigorifiche, in altri
termini dall’avvento della moderna industria del freddo.
Un’attività antichissima. Il commercio della neve è un
esempio caratteristico di come un prodotto naturale possa
essere sostituito da uno artificiale, in seguito al progredire
della tecnica. In realtà i casi non sono molti. Vogliamo ricordarne soltanto uno. Nella seconda metà dell’Ottocento, la
soda Solvay e la gomma sintetica hanno soppiantato rispettivamente la soda ottenuta dalle ceneri del legno e la
gomma naturale. Molti scrittori latini (Seneca, Plinio il Vecchio, Marziale) riportano notizie sull’uso della neve per refrigerare bevande nei mesi estivi, per scopi medicamentosi
e, infine, come conservante. Per esempio, agli inizi dell’Impero romano, i ricchi potevano soddisfare i loro gusti più
stravaganti con l’importazione di alimenti di lusso: ebbene,
per conservarli si costruivano locali refrigeranti, riempiti di
neve e ghiaccio. Più in generale, notizie sul commercio
della neve sono riportate in diverse epoche e in diverse località del mondo. Gli studiosi sono d’accordo sul fatto che
sia stato praticato, sebbene con andamento alterno, dall’epoca romana fino a tutto il XIX secolo.
La Maiella: capitale
del commercio della neve
In Abruzzo, i centri montani e pedemontani della Maiella
rappresentavano l’area dove l’attività di raccolta e conservazione della neve registrava una particolare intensità. Il
prodotto era prelevato o immagazzinato nei depositi, le cosiddette “neviere”, per essere smerciato nelle località situate
lungo la fascia adriatica. Leggendo gli atti dei ‘Parlamenti
Teatini’ (un organo legislativo dell’epoca) si apprendono
molte notizie sul commercio della neve in Abruzzo Citra
(l’allora provincia di Chieti) nel corso dei Seicento. Le delibere che riguardavano l’approvazione dell’affitto del commercio della neve erano di competenza del ‘Comitato, un
organismo amministrativo di quel periodo. Per esempio,
nel 1656 la gabella della neve fu assegnata al Barone Giovanni Lorenzo Dario, stabilendo che una parte dei proventi
sarebbe stata destinata a finanziare impegni di spesa del comune di Chieti. Nel 1661, l’appalto della neve fu riformato,
in particolare la procedura relativa alla riscossione dell’imposta. “Si imponga lo jus esigendi (il diritto di riscossione) di
sei carlini (moneta dell’epoca) per ciascuna salma (una salma
= 275 litri) di neve e che la salma della neve abbia di essere di decine venti così che s’habbia da far pagare da tutte quelle persone
che vogliono introdurre neve in questa città, oppure da questa cavarla”. Nel 1673-1674 le fonti parlano di tentativi di turbativa d’asta, a testimonianza del fatto che l’appalto del
commercio della neve rappresentava una buona fonte di
guadagno per gli assegnatari.
Il Settecento: alti e bassi
Nella prima metà del Settecento si hanno poche notizie sul
commercio della neve in Abruzzo Citra. Ciò fa pensare ad
una crisi di questa attività per motivi che non si conoscono.
Invece, nella seconda metà del Settecento la vendita della
neve registrò una crescita notevole per ragioni soprattutto
militari. L’Abruzzo era situato nella parte più settentrionale
del Regno di Napoli. Spesso bisognava rifornire importanti
piazzeforti militari come Civitella del Tronto e Pescara. Qui,
il consumo della neve per uso medico rappresentava un
problema ricorrente, considerando il notevole afflusso di
militari, in particolare in periodi di guerra. Per questi motivi, il commercio della neve era sottoposto ad un regime di
monopolio, attraverso l’assegnazione di una privativa. I
proventi dell’attività non andavano a favore dell’Università
(cioè del comune) e la stessa privativa era assegnata solo a
chi si impegnava a vendere la neve al prezzo più basso,
nonché a fare la migliore offerta
Pescara: la città delle neve
Nel caso di Pescara, l’offerta avveniva nella parrocchia di S.
Cetteo, protettore della città). Nel 1758 l’offerta ammontò a
500 libbre di cera, mentre la privativa fu aggiudicata sulla
base di un ‘tornese’ (1 tornese=sei cavalli) il rotolo (1 rotolo=891 grammi) per i mesi di aprile, maggio, giugno, settembre, ottobre e novembre, e di otto ‘cavalli’ per i mesi di
giugno, luglio e agosto. Si tratta di cifre non elevate. Infatti,
a causa dell’importanza che si attribuiva alla neve in
campo medico, a Pescara, centro militare molto importante,
dove spesso si ammassavano ingenti truppe da impiegare
nella difesa del Regno, il prezzo praticato nell’attribuzione
della privativa era molto inferiore a quello richiesto in altre
città dell’Abruzzo. In particolare, era modesto il valore
delle offerte di cera rispetto alle analoghe pretese di altre
amministrazioni comunali. In ogni caso, Pescara restava
una piazza molto ambita, anche perché vi si praticava la
vendita di acqua gelata e limonate, acquistate soprattutto
dai militari. La vendita di questi prodotti era monopolio
esclusivo dell’appaltatore della neve che, pertanto, vigilava
attentamente sui numerosi casi di violazione. Per esempio,
nel 1776, furono denunciati dall’appaltatore due cittadini
per aver venduto acqua gelata e limonate in contravvenzione alla privativa della neve.
Affitti e revoche:
il caso di Chieti
Abbastanza numerosi erano i casi di revoca dell’appalto
della neve da parte dell’autorità comunale, in seguito alle
lamentele di cittadini e amministratori. Il motivo era la
scarsa efficienza e qualità del servizio espletato dall’appaltatore. Si tratta di episodi che evidenziano la crescente importanza del commercio della neve nel contesto economico
e sociale dell’epoca. Un‘attività che le autorità locali disciplinavano in maniera rigida, controllando l’appaltatore per
evitare disfunzioni nell’approvvigionamento e nella vendita del prodotto. Il caso di Chieti è emblematico, considerando peraltro che intorno alla metà del Settecento nel
capoluogo teatino erano in attività sei neviere, per comples-
sive 30 canne (1 canna=2,65 mq), di cui una di proprietà di
un tale Giustino Cara, destinata ad assicurare un rifornimento costante di neve alla città di Pescara. Nel 1761, in seguito alle proteste di alcuni amministratori, il Regio Capo
della Neve del Comune di Chieti fu costretto a revocare
l’appalto della neve e a procedere ad una gara: “Il nuovo appaltatore, si legge nelle carte della Regia Udienza (l’autorità giudiziaria dell’epoca), era peggiore dei primi e molto meno idoneo,
infatti è stato carcerato per non aver pagato l’estaglio (affitto), è
un miserabile e dovrebbesi a lui somministrare il pane per vivere.
La città mai avrebbe la neve, la mancanza di essa sarebbe inevitabile”.
Come funzionava l’appalto
della vendita della neve
Nella città di Chieti (seconda metà del Settecento) la gara di
appalto, con il sistema ‘della candela vergine’ si svolgeva
nell’abitazione del Regio Avvocato Fiscale. Di solito, le offerte erano numerose. L’aggiudicatario si impegnava ad assicurare un servizio regolare, a non vendere la neve, né al
dettaglio né all’ingrosso, fuori della città di Chieti, nonché
ad applicare prezzi concordati a seconda del periodo dell’anno. Nessun altro cittadino o residente era autorizzato a
commercializzare il prodotto. Se l’assegnatario della vendita della neve si fosse reso inadempiente, si sarebbe proceduto al sequestro dei beni. Il regolamento prevedeva anche
che, in caso di offerta migliore, il servizio poteva essere revocato e assegnato ad un altro appaltatore. Un regolamento, dunque, rigido. Malgrado ciò, il commercio della
neve fu spesso oggetto di contrasti tra gli appaltatori e la
nobiltà dell’epoca. I motivi di queste controversie riguardavano la partecipazione ai proventi diretti e indiretti, che derivavano dalla vendita della neve.
Nobiltà e appaltatori
una lotta continua
Nel 1765 il barone di Orsogna, Cassiodoro De Lellis, denunciava alle autorità Carmine Amoroso di Rapino, affittuario
insieme con altri dell’approvvigionamento della neve della
città di Chieti. La neve era prelevata nella Maiella, in un
feudo di proprietà del barone. Gli affittuari trasportavano
la neve anche in altre località della provincia (Pescara, Bucchianico, Guardiagrele), eludendo in tal modo il pagamento
del beneficio dovuto al barone. Altrettanto interessanti
erano i casi di controversia con protagonisti gli stessi appaltatori. Nel 1765 Rocco Vitelli di Orsogna denunciava all’autorità giudiziaria Domenico Cirotti, Teofilo Cirotti e
Carmine Amoroso di Rapino. Secondo Vitelli, affittuario del
trasporto della neve dal deposito di Grotta Caparra a Lanciano, i loro colleghi di lavoro, affittuari delle neviere di
Roccamorice, avevano sequestrato un carico di neve, destinato a Lanciano. Vitelli chiedeva al giudice il riconoscimento del danno emergente e del lucro cessante derivanti
dalla cessata inattività “continuata per 10 giorni in tempo
di fiera”. In effetti, Lanciano era una piazza importante per
la vendita della neve per via delle famose fiere che vi si
svolgevano. In queste occasioni il rifornimento della città ri-
MESTIERI PERDUTI
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
IL COMMERCIO DELLA NEVE
27
chiedeva una organizzazione adeguata considerando che si
smerciavano in media 5 salme al giorno di neve, mentre per
l’approvvigionamento occorrevano molte carrozze.
I ladri di neve
Nel corso della prima metà dell’Ottocento, la vendita della
neve continuò ad essere un’attività economica molto praticata in tutta la provincia di Chieti, con un quadro geografico simile a quello precedente. Nel frattempo,
aumentavano i casi di furto di neve a danno degli affittuari.
La vicenda di Pennapiedimonte è molto emblematica. Il
paese, situato alle pendici della Maiella, era sempre stato
un importante punto di raccolta e di smistamento della
neve a livello provinciale e, in alcuni casi, anche in altre regioni (soprattutto la Puglia). La situazione era abbastanza
analoga a quella di altri centri della Maiella (Guardiagrele,
Pretoro, Rapino, Roccamontempiano, Lettomanoppello,
Tocco Cassauria), dove spesso le autorità locali denunciavano all’Intendente (il prefetto dell’epoca) furti di ingenti
quantità di neve da parte di “forestieri”: un fenomeno difficile da contrastare e risolvere, non solo a causa di un sistema di sicurezza poco efficiente, ma anche per una
normativa non sempre chiara.
L’assalto a Pennapiedimonte
Il 6 giugno 1846 il sindaco di Pennapiedimonte si lamentava “degli abusi che si commettono da forestieri che vengono a rilevare la neve in questa montagna”. La risposta
dell’Intendente (15 giugno 1846) poneva all’attenzione del
Decurionato (il consiglio comunale dell’epoca) una serie di
quesiti e di problemi di natura giuridica: “A chi appartiene
il fondo su cui i forestieri pigliano la neve? Se appartiene al
comune, qual è la sua natura, patrimoniale o demaniale?
Chi è stato solito a servirsi sinora della neve raccolta sul
fondo in esame? La neve istessa giace come naturalmente è
caduta o è stata raccolta e si conserva coll’opera dell’uomo?
Il decurionato dica la tariffa con cui intenderebbe regolare
l’esercizio del commercio della neve”. La risposta del sindaco (20 giugno 1846): “La neve trovasi in terreno comunale [… ] la sua vendita è questione ancora da sistemare per
bene[…], di pochi forestieri si conosce il nome, mentre moltissimi nel numero di 50 vengono qui e son essi di Guardiagrele, Orsogna, Rapino, Manoppello, Bolognano”.
La risposta del sindaco
Il 25 giugno 1846 il comune di Pennapiedimonte prendeva
una decisione che serviva più a rassicurare gli abitanti che a
regolamentare in modo chiaro il fenomeno: “Considerando
il bisogno di cassa e persuaso dello schiamazzo di cittadini
che temono perché i forestieri abusivamente vanno a prendersi la neve per i loro negozi senza somministrare cosa al
cuna al comune […] obbliga costoro a pagare una somma
determinata se vorranno seguitare il trasporto della neve”.
Qualche settimana dopo (13 luglio 1846), il sindaco comunicava all’Intendente di aver provveduto in linea di massima
a regolamentare la vendita della neve: “Anticamente la
neve qui si è venduta, ma non si sa da quando […] per voce
si sa che si estraeva già 70 anni fa […] si decide di dare l’appalto della neve ad un forestiero, Timoteo Di Bello, per lo
estaglio (tassa) di ducati 20 a quintale”.
Per garantire meglio
il prodotto
Negli anni 1850-1860, il Governo Borbonico si preoccupò di
disciplinare meglio l’intero sistema della vendita della
neve, invitando gli Intendenti e i Comuni a studiare nuovi
regolamenti. L’obiettivo principale era quello di garantire la
qualità del prodotto, nonché un servizio più rapido ed efficiente. In genere le nuove disposizioni prevedevano che la
cosiddetta neve di seconda qualità “neve di Neviera non
terrosa né fangosa” fosse venduta ad un prezzo nettamente
inferiore a quello della neve di prima qualità “perfettamente bianca pura di Neviera o di Montagna”. La differenza di prezzo era di oltre un terzo. Si stabilì anche che il
luogo di vendita fosse facilmente accessibile al pubblico,
l’orario di vendita molto flessibile, per venire incontro alle
esigenze della clientela, nonché la richiesta notturna di
neve per motivi di salute. Infine, l’appaltatore si impegnava
a non fa mancare mai la neve nel suo spaccio, in caso contrario era tenuto a pagare una pesante multa comprensiva
del costo derivante dalle spese per l’acquisto e la vendita
diretta da parte del Comune.
La conferma di Pescara
Pescara si confermava una piazza importante per la vendita
della neve anche in età postunitaria. Nella deliberazione comunale del primo gennaio 1883 si legge: “[…] la neve in Pescara rappresenta un genere di prima necessità sia per gli
usi di famiglia, in mancanza di acque sorgive sia per i casi
urgenti di malattia, tanto più che vi ha una Infermeria Militare e quindi è di somma necessità il provvedere come in
ogni anno si è fatto”. Pertanto si accettava l’offerta di Cetteo
Madrigale “il quale si propone di assumere per un triennio
il servizio della vendita della neve in Pescara […] per il
prezzo di Centesimi dieci al chilogrammo dal primo Giugno al 30 settembre di ciascun anno”. Del tutto diversa, per
esempio, era la situazione della città di Chieti. Documenti
dell’epoca attestano che la vendita della neve nel capoluogo
teatino, oltre per conservare meglio alcuni alimenti, spesso
aveva una finalità edonistica: era cioè utilizzata per preparare sorbetti e bevande durante l’estate, soddisfazione riservata ad un numero ristretto di persone. Tale uso era
giustificato dal fatto che la città di Chieti non soffriva di carenza d’acqua, essendo il suo territorio ricco di risorse idriche. Peraltro, non a caso, la vendita della neve a Pescara fu
abbandonata anche in seguito all’attivazione nel 1910 della
rete idrica pubblica.
Un regolamento
molto preciso
Di fronte a queste impellenti necessità, il Comune di Pescara aveva elaborato un regolamento molto dettagliato e
severo per disciplinare il commercio della neve in città. Il
regolamento si può ricostruire attraverso l’aggiudicazione
dell’appalto della vendita della neve, approvata nella seduta consiliare del 15 maggio 1890. L’appalto fu assegnato a
Sabatino Di Brigida “per un anno a cominciare da oggi sino
a tutto Aprile 1891”. Di Brigida “pagherà lo estaglio [tassa]
di Lire 550 in tre rate e sarà obbligato dal giorno 25 corrente
mese a tutto settembre prossimo venturo a mantenere
aperto uno spaccio normale di vendita della neve a minuto
alle seguenti condizioni: a) Il prezzo a minuto non potrà essere maggiore di 5/100 per ogni kg e la neve dovrà essere
buona, non pietrosa né fangosa; b) Lo spaccio dovrà restare
aperto continuamente al pubblico ed in servizio del medesimo dalle ore 6,30 antem. alle ore 11 pom. di ciascun
giorno, eccezione fatta dei casi di richieste per cause di malattie, nei quali sarà obbligatorio di riaprire lo spaccio anche
di notte; c) […] nei casi di richiesta superiore al quintale,
avrà diritto l’appaltatore di pretendere un preavviso di ore
24; d) In caso di mancanza di neve, “è passibile di una penale ragguagliata a lire 4 per ogni ora”.
La lobby della neve a Pescara
Considerando l’importanza sociale del servizio relativo alla
vendita della neve nella città di Pescara, era naturale che
tale attività fosse soggetta a manovre speculative finalizzate
a trasformare il servizio stesso in una vera e propria struttura oligopolistica. Il processo si intensificò nell’ultimo decennio dell’Ottocento, con l’incremento demografico della
città. In questo periodo il commercio della neve nel capoluogo adriatico diventò per i privati una delle attività più
redditizie. La truffa, da lungo tempo sospettata, fu portata
alla luce nel luglio 1893. Il 23 luglio il sindaco di Pescara inviava una pesante denuncia al prefetto di Chieti: “Devo far
noto alla S. V. che in questo Comune da vari anni i concorrenti
per l’appalto sulla neve hanno trovato il modo di mettersi d’accordo fra loro con pregiudizio della finanza Comunale. Il sistema
della candela vergine pare servisse mirabilmente le manovre dei
pochi che, per tanti anni, hanno avuto il monopolio dell’appalto”.
Qualche sentore il sindaco l’aveva gia avuto. “Nello scorso
anno, mentre presiedevo l’appalto, mi accorsi che il sistema adoperato era una brutta commedia e l’aggiunta di poche lire al
prezzo d’asta serviva solamente a salvare le apparenze” Infatti,
subito “i concorrenti si ritiravano dall’appalto dopo l’aumento
delle poche lire, ricevendo dall’aggiudicatario generoso compenso
per la loro opera compiacente”. A questo punto, il sindaco decideva di adottare il sistema delle schede segrete, con ottimi
risultati. Infatti, “mentre negli anni scorsi il Comune ricavava
dall’appalto sulla neve appena Lire 412 in media, nel corrente
anno la maggiore offerta è stata di Lire 757,95”.
Marcello Benegiamo
[email protected]
A fianco una nevaia, struttura
per la conservazione della neve.
A sinistra “Neve” di Teofilo Pantini,
L’Aquila, Collezione della Cassa di Risparmio
In alto “Cacciatori nella neve”, di Pieter Bruegel
La Domenica d’Abruzzo
Sabato 7 gennaio 2012
LIBRI
LAURA DELLI COLLI
IL CINEMA A TAVOLA
UN DIZIONARIO DEI GUSTI
I
ndigestione di film o scorpacciata di prelibatezze? Entrambe
le cose. Perché il connubio cinema-tavola imbandita, cucina,
banchetti, pranzi e cene a casa o al ristorante è indissolubile.
Infatti, «esistono piatti da mangiare con gli occhi e film da gustare con il palato…» scrive la giornalista e critica cinematografica Laura Delli Colli nell’introduzione al suo Il gusto del
cinema italiano «in cento ricette» (325 pp, € 18, Cooper editore),
prezioso volumetto di curiose e appetitose suggestioni cineenogatronomiche, giunto quest’anno alla decima edizione
consecutiva. Un viaggio ironico e al tempo stesso divertito nel
meglio del cinema nostrano e anche internazionale attraverso
la buona tavola, i pranzi, le cene e le ricette che si consumano
in formato celluloide. Scene assai gustose, appunto…
Qualche titolo significativo? La grande abbuffata di Marco Ferreri durante la quale vengono consumati rognoni trifolati o
l’anatra all’arancia e i pomodori verdi fritti dell’omonimo film
che ha come dicitura finale: Alla fermata del treno; oppure, ancora, il famoso tacchino di Pranzo di Natale. E che dire, invece,
del Pranzo di Babette? O di Chocolate con Juliette Binoche e
della “Sacher torte” di Nanni Moretti in Bianca? Per non parlare della cucina di Baaria nel film di Tornatore e quella di
Meryl Streep in Julie&Julia e la Focaccia blues pugliese e lo
squaglio al cioccolato con cui Claudio Bisio spalma Giorgia
Wurth in Ex. E la panna montata di Milk con Sean Penn e i
succulenti piatti della comunità orientale hmong di Gran Torino con Clint Eastwood?
Molto spesso i nostri ricordi migliori sono legati proprio alla
cucina e alla narrazione di cosa “si cucina in cucina”, così capita, per esempio, che
anche il ricordo più profondo di un film o di un
personaggio sia legato alla
tavola e a quel che in essa
è stato servito. Come scordare, infatti, la scena della
forchettata di spaghetti a
piene ganasce che lega Alberto Sordi in canottiera al
mitico quanto famoso Un
americano a Roma o i muffin di Tara in Via col vento?
Potremmo continuare all’infinito, perché Laura
Delli Colli in un decennio
di edizioni aggiornate di
anno in anno ha ormai
messo insieme un ricettario da far invidia allo storico “Artusi”, storico e
tradizionale “talismano
della felicità” enogastronomica ante litteram, tra
Ottocento e Novecento.
«Una buona tazza di cioccolato verso le undici apre
lo stomaco per il pranzo»
diceva Marcello Mastroianni nel corso di una
Zia Antonia
sapeva di menta
Andrea Vitali
Garzanti
€ 13,90
“Aglio, cipolle, rape, ravanelli e porri sono
verdure indigeste che non diamo mai agli
ospiti della casa!” Suor Speranza ne è sicura: nel minestrone
che ha distribuito ai pazienti della Casa di Riposo di Bellano
l'aglio non l'ha fatto mettere di sicuro. Allora come mai Ernesto Cervicati, entrando nella stanza di zia Antonia, ha sentito
quell'odore, invece dell'aroma inconfondibile e fresco della
menta? Ernesto conosce bene il rassicurante profumo delle
mentine di cui è golosa la sua anziana parente.
Certo meglio di suo fratello Antonio, che della zia non ha mai
voluto saperne: gli interessava molto di più Augusta Peretti,
una trentacinquenne ossigenata e vogliosa, nonché figlia di
salumiere. Ernesto invece aveva accolto zia Antonia in casa
sua e l'aveva accudita per tre anni, finché lei, un po' per non
gravare troppo sul nipote, un po' per pudore, aveva deciso di
trasferirsi all'ospizio.
Quel sorprendente odore d'aglio è un piccolo enigma. Forse è
l'indizio di qualcosa di più grave.
A indagare, oltre a Ernesto e all'energica suor Speranza, si ritrova anche il dottor Fastelli, medico dal carattere gioviale ma
di grande sensibilità. Intorno a questo profumato mistero.
scena di un suo famoso
film citando Jean Anthelme Brillat-Savarin politico e gastronomo
francese vissuto tra il
1755 e il 1826.
Tantissime dunque le ricette, tra curiosità e passioni ''rubate'' nella
cucina d'autore. Tra i
film più recenti, si va
dai passatelli in brodo
de Il cuore grande delle
ragazze di Avati al risotto al parmigiano di
Tatanka di Gagliardi,
dal sartù di riso del
cortometraggio The
Wholly family di Gilliam
agli spaghetti al filetto di pomodoro di Hereafter,
ancora una volta di Eastwood, dagli spaghetti alle vongole da
Terraferma di Crialese alla tortilla spagnola di La pelle che abito
di Almodovar, dai calamari ripieni di Corpo celeste di Alice Rohrwacher al guacamole di Nessuno mi può giudicare di Bruno,
passando per il guazzetto di pesce di Immaturi di Genovese,
per l'impepata di cozze di Che bella giornata, protagonista
Checco Zalone, e per il sanguinaccio napoletano di Benvenuti
al Sud. Oltre ai primi piatti e ai secondi, ampio spazio anche ai
dolci, come insegna sempre Moretti, nella vita e nei film, e che
in Habemus Papam ha messo ciambelle e bombe fritte nel bel
mezzo di scene clou. Dalle pellicole uscite quest'anno, Lezioni
di cioccolato 2 insegna la ricetta dei cioccolatini, Bar Sport
quella della mitica Luisona, la grande pasta con ciliegina che
troneggia sempre in bella vista sul bancone, chissà da quanto
tempo, e che nessuno ha forse mai davvero osato mangiare
anche una sola volta… E poi ne Il padre e lo straniero i Loukoum, in Carnage di Polanski la torta umida e da Hysteria di
Tanya Wexler in arrivo con l'anno nuovo il rice pudding.
Sazi o non ancora? L’Almanacco di Laura Delli Colli, perché
di questo in definitiva si tratta, vi conduce per mano ai film,
alla loro trama, ai loro personaggi, ai riferimenti storici, cinematografici e alle citazioni cinematografiche, che sono sempre
d’obbligo, e, accanto, vi sciorina la ricetta. Che l’autrice ha rigorosamente provato, interpretato, fatta propria e (in alcuni
casi) anche modificato all’uopo. Con doverosi consigli d’autore, che non potrete assolutamente sottrarvi dallo sperimentare. Consiglio spassionato: è buona cosa guardare il libro,
scegliersi il film e la ricetta, prepararsi la cena, scendere sotto
casa, affittarsi il Dvd e gustarsi il tutto guardandosi la pellicola. Ottimo libro per i giorni di festa.
Alberto Ferrigolo
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In alto la copertina del libro
A sinistra, l’autrice Laura Delli Colli
La setta degli angeli
Andrea Camilleri
Sellerio
€ 14
«Questo libro racconta un fatto storico, ma
soprattutto punta l’indice su un fenomeno
assai diffuso oggi nel nostro paese: il rifiuto della conoscenza della verità» (Andrea Camilleri). La storia di uno scandalo
nella Sicilia di inizio Novecento e dell’avvocato Matteo Teresi che lo denunzia finendo per patirne da solo le conseguenze.
Tutto d’invenzione è il rustico paesotto: il paesaggio remoto,
le otto chiese (sette per gli abbienti, una per i contadini), il
Circolo litigioso e scalmanato, nel quale i soci di surreale e
sgarbata scimunitaggine siedono male sui propri glutei come
in una stampa di Hogarth; le scivolose segretezze, le vacanterie escandescenti di angusti e scaduti puntigli, le aggressioni
sbagliate fatte in nome dell’onore, la follia atroce di un brigante dal nome biblico, l’astio e le divisioni tra bassa aristocrazia di campagna, professionisti borghesi, massari,
campieri, nullatenenti. Assolutamente vera è invece la faccenda, testimoniata da Filippo Turati e da Don Luigi Sturzo.
E personaggio storico è il protagonista Matteo Teresi, avvocato dei poveri e giornalista. Un fremito, un rimbombo, un
intollerabile fracasso investe il villaggio. Si teme un’epidemia
di colera. Corre l’anno 1901. Per un susseguirsi sbrigliato di
equivoci, si crede al contagio. A un’invasione del Maligno.
29
FRESCHI DI STAMPA
Mare al Mattino
Margaret Mazzantini
Erinaudi
€ 12
Jamila è madre e ragazzina, e dal
suo Paese, la Libia, vuole scappare. Portare in salvo se stessa e
suo figlio Farid, attraverso il
mare, fino all’Italia. Angelina,
sull’altra sponda, guarda le barche arrivare. Sono passati quarant’anni e lo strappo brucia ancora: il ricordo
della cacciata, l’immagine di Gheddafi con gli occhiali da sole, le amiche arabe arrivate a salutare e
Alì, soprattutto Alì, la sua promessa d’amore.
Quando arrivarono in Italia i tripolini erano soli:
erano gli anni Settanta, densi, accesi, non c’era
tempo né attenzione da dedicare a queste famiglie
e alla loro diaspora. Quel tempo e quell’attenzione
poi non sono mai arrivati. Oggi Angelina ha un figlio, Vito, ha scritto una tesina di maturità sui tripolini, su quel passato che la madre rimpiange e a
volte nasconde. Le storie di Angelina e di Jamila
non si incontrano ma si specchiano l’una nell’altra.
Agent 6
Tom Rob Smith
Sperling&Kupfer
€ 19,90
Mosca 1950. Bloccato dai mostruosi meccanismi della burocrazia sovietica, l'ex agente
segreto Leo Demidov non può
partire con la moglie e le figlie
alla volta di New York.Il loro è
un "tour di pace", destinato a migliorare le relazioni tra le due superpotenze che si
fronteggiano nella Guerra Fredda. Eppure Leo ha
paura per loro: perché è stata scelta proprio la sua
famiglia? Chi e che cosa si nasconde dietro il viaggio oltrecortina? Quando i peggiori incubi di Leo
prendono corpo, e un tragico omicidio distrugge
tutto ciò che ama, lui chiede solo una cosa: che gli
sia concesso di indagare per cercare l'assassino che
ha colpito al cuore la sua famiglia.
Il re pallido
David Foster Wallace
Einaudi Stile Libero Big
€ 21
Commercialisti e agenti del fisco
sono figure professionali non
molto amate. Lavorare per o all’agenzia delle entrate è forse
una delle cose più noiose della storia, a provare a
immaginarselo.
All’improvviso, guardando una soap opera in tv, a
un uomo succede di venir folgorato da una pazza
voglia di arruolarsi. All’ufficio delle tasse.
Un romanzo così, poteva e doveva essere un romanzo da cinquemila pagine, che sarebbe poi stato
possibile ridurre a un migliaio, forse. Così confidava l’autore. Ma “Un Re Pallido” di pagine ne ha
molte meno. Perché è un romanzo incompiuto.
In città zero gradi
Daniel Glattauer
Feltrinelli
€ 16
Max detesta il Natale e quest'anno, per la prima volta in
vita sua, è fermamente intenzionato a lasciarselo alle spalle e a
fuggire in un paradiso esotico.
Purtroppo, però, ha fatto i conti
senza Kurt, il suo cane. Kurt è
stato un investimento sbagliato: passa la maggior
parte del tempo a dormire e, quando si muove, tutt'al più lo fa per sbaglio. A chi affidarlo durante la
vacanza? All'inizio Katrin non ha nulla a che spartire né con l'uno né con l'altro.
Alla soglia dei trent'anni deve, suo malgrado, sopportare genitori che devono, loro malgrado, sopportare il fatto che lei non abbia ancora trovato
l'uomo giusto. Con l'avvicinarsi del Natale e della
tradizionale riunione di famiglia, la pazienza di
tutti giunge al limite. Di colpo, però, ecco che all'orizzonte spunta Kurt.
A Katrin non piacciono granché gli animali, ma a
suo padre ancora meno. L'inserzione di Max per
un dog-sitter è un'occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Così in un attimo lei architetta
un piano formidabile.
LA DOMENICA D’ABRUZZO
La signorina
Assunta
Contrasti
generazionali
LA VIGNETTA DI LUDì
LE RUBRICHE
LA PRIMA ITALIA
Quando l’Abruzzo non era l’Abruzzo
Aria fritta
Spigolando tra i giornali
N
on possiamo andare avanti così. Lo
capisci?». «Non è colpa mia».
«Colpa tua o no, non puoi restare.
Siamo già al 37 dicembre e io ho un contratto a tempo determinato. Mi scalano
dallo stipendio i giorni di affiancamento. Non posso permettermelo! Ho
tante cose da realizzare. C’è l’Italia da
resuscitare». «Vabbuò, fino a Pasqua c’è
un sacco di tempo!». «Ascoltami 2011:
fra Governi politici e Governi tecnici,
manovre da sviscerare, piscine pubbliche da svuotare dalle lacrime di coccodrillo del neo Welfare Emotivo (non per
niente sono nate le Associazioni di Emotivi Anonimi!), secessionisti convinti che
in Padania il bisesto non valga perché il
calendario è nato in Egitto e non ci si
può fidare di questi extracomunitari che
vengono a rubarci giorni, educazione,
storia, unità e civiltà (verità provata dal
fatto che ai leghisti non è rimasto quasi
nulla di tutto ciò) e Sindacati che protestano perché nessuno se li fila più, dopo
aver ceduto a tutto… mi sento in equilibrio precario. E c’ho pure ‘sto pensiero
della sentenza dei Maya!». «Ma quale
sentenza? Sta’ calmo 2012: è solo una
profezia. E pure se fosse una sentenza?
Ahò, non hai letto il Libro Nero della
Giustizia?». «Comprendo che tu voglia
tranquillizzarmi, ma è veramente tempo
che mi metta al lavoro. Così come, per
te, è tempo di lasciare posto ai giovani».
«Non posso: non ho abbastanza contributi per andare in pensione». «Hai firmato la lettera di dimissioni». «Che
c’entra? Quella la fanno firmare contestualmente all’assunzione». «Comunque
le cose non cambiano: te ne devi andare.
C’ho da fare e non posso perdere altro
tempo». «E dove vado?». «Non lo so,
2011. Non mi posso far carico pure degli
Anni in mobilità. Prova a bussare. Pare
che ti sarà dato». «Hai idea di quanto
costi la retta della Casa di Cura del
Sacro Spirito dei Caritatevoli per i Poveri?». «No. Ma se sono caritatevoli coi
poveri dovrebbe costare poco. L’ho letto
nel libro di Dalla Torre, “Il complotto
laicista, dal 1890 al 2011”, edizione Ottopermille, con prefazione di ICI». «Macché!». «E allora che facciamo?». «Non lo
so». «E neppure io». «Sccc… non facciamoci sentire, sennò arriva il Presidente
della Repubblica degli Anni e scioglie il
Calendario per formare un Anno tecnico!».
Assunta Altieri
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I
Conciliare civiltà e sicurezza
L'acquedotto delle uccole insidiato da una paramassi
I
beni archeologici sono spesso un elemento di contraddizione tra il dovere e
l’opportunità di preservarli e le esigenze
delle comunità e delle persone presenti
oggi nei territori in cui i reperti antichi si
trovano.
Non di rado la realizzazione di un’opera
pubblica viene bloccata, poiché si rinvengono ruderi preziosi testimoni di un civiltà, che non possono essere distrutti con
indifferenza dagli escavatori meccanici.
Questa interruzione, però, viene mal digerita da quanti vogliono che l’opera sia portata a termine, soprattutto quando essa
appare particolarmente utile.
Un caso di questo genere si è verificato di
recente a proposito della strada statale 5,
nel tratto che collega l’area peligna a
quella subequana, ovvero nella zona delle
gole di San Venanzio, uno degli angoli più
suggestivi d’Abruzzo, ma che non poche
insidie riserva ai viaggiatori, a causa del
ripetuto distacco di massi dalle alture che
costeggiano la strada.
Per questa ragione l’Anas aveva predisposto il progetto per la realizzazione di gallerie definite paramassi, in modo da
consentire di viaggiare “al coperto” nei
tratti più pericolosi.
Nel tratto oggetto dell’intervento, però, si
trova un acquedotto romano che alimentava la vicina Corfinium. La realizzazione
del progetto porterebbe alla distruzione
dell’acquedotto nella zona interessata dai
lavori. Inevitabilmente è intervenuta la Soprintendenza ai Beni archeologici
d'Abruzzo, ponendo l’esigenza di una ridefinizione del progetto che consenta di
salvaguardare anche l’opera antica. Ovviamente questo fatto ha suscitato non poche
polemiche nella zona, soprattutto tra
quanti non hanno una spiccata sensibilità
per quello che esula dalle loro immediate
esigenze, convenienze e conoscenze. Né la
questione archeologica è la sola, poiché ad
essa si aggiunge quella ambientale e le
svariate difficoltà che incontra ogni realizzazione pubblica nel nostro sventurato
Paese: discussioni e proteste a non finire e
l’opera, opportuna per la sicurezza dei
passeggeri, manca all’appello.
Mentre l’Anas e le amministrazioni interessate sono all’opera per dipanare questo
groviglio, non sarà inopportuno dire qualcosa di quell’acquedotto, una realizzazione di tutto rispetto che consiste in una
galleria scavata nella roccia lunga più di 5
chilometri, costeggiata da una stradicciola
(anch’essa tagliata nella viva roccia) su cui
si aprono più di cento sfiatatoi, detti uccole. Un lavoro di non poco conto se si
considera che quando fu realizzata non si
ricorreva né all’esplosivo, né alle mega
frese, ma si andava avanti prevalentemente a colpi di scalpello. Né terminata
l’opera era finito il lavoro. Spesso occorreva intervenire per la sua manutenzione,
come ci testimonia una bella epigrafe che
oggi fa mostra di sé nel complesso parrocchiale di Castelvecchio Subequo. In essa si
dice che per disposizione dei decurioni
Corfinio si fece carico di riparare il canale
dell’acquedotto rovinato dal trascorrere
del tempo (CIL IX 3308). è interessante
notare che nel testo il canale sia definito
forma, termine ancora oggi in uso con tale
significato soprattutto nella zona peligna,
come dimostrano alcuni studi del compianto Ernesto Giammarco, a ribadire che
il passato non è mai lettera morta. Si faccia, dunque, la paramassi, ma l’acquedotto
non si scassi.
SEDE LEGALE
Antonio Del Giudice
Via Nicola Fabrizi, 90 65121 Pescara
Settimanale registrato al tribunale di Pescara
n.22/2010 Registrato il 29/09/2010
SEDE OPERATIVA
Maurizio Piccinino CAPOSERVIZIO ATTUALITà
Paolo Smoglica CAPOSERVIZIO CULTURA
Stefano Petrovich PROGETTO GRAFICO
Alberto Ferrigolo
[email protected]
Marco Presutti
[email protected]
FONDAZIONE DOMENICA D’ABRUZZO
DIRETTORE RESPONSABILE
nnanzitutto i botti. E le vittime, il morto
o i morti, i feriti, le menomazioni, i bambini, le case distrutte, i locali danneggiati,
la festa che finisce in tragedia. E la realtà
in farsa. Con la scoperta di tanti piccoli o
grandi (e privati) “arsenali del divertimento”. Questo raccontano giornali e Tg
dell’anno nuovo, come nel primo giorno
del vecchio, 365 giorni fa. Ordinanze dei
sindaci o meno. Unità nazionale e “continuità demenziale”. «Divieti inutili, sangue
a Capodanno» titola la Repubblica, «I botti
fanno la festa ai divieti» scrive Libero.
Poi c’è il messaggio del Presidente, «che
sprona l’Italia» per il Corriere, la quale
«può farcela, anzi deve» (l’Unità) mentre
per Libero «il Presidente chiede responsabilità ma la Cgil ribatte: “Ci saranno tensioni”». Titolo al quale replica la vignetta
di ElleKappa: «15 miliardi per l’acquisto
di 131 caccia bombardieri F-35» esclama il
primo personaggio. «Indispensabili in
caso di tensioni sociali» fa eco il secondo.
La Repubblica vede però un «coro di consensi» al discorso di Napolitano.
Internazionale, settimanale che pubblica il
meglio dei giornali stranieri, spara una copertina dal titolo forte: «La fine del capitalismo» sopra un’immagine di un Karl
Marx versione Babbo Natale. Ovvero, «la
crisi dimostra che il sistema non funziona
più. è arrivato il momento di cercare
un’alternativa». L’inchiesta è del settimanale tedesco Die Zeit, ma il concetto ha
quasi due secoli di vita… Buon anno a
tutti, anche perché nell’attesa, a breve, sarà
tosta….
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Silvio Di Lorenzo PRESIDENTE
Deborah Caldora, Gennaro Strever,
Francesco Gravina VICE-PRESIDENTI
Antonio Di Nunzio AMMINISTRATORE DELEGATO
Massimo Pomilio DIRETTORE GENERALE
CONSIGLIERI
Ermando Bozza, Stefano Crocetta, Marina Cvetic,
Concetta Petruzzi, Giuseppe Ranalli, Gennaro Zecca
Questo numero è stato chiuso in redazione alle 19 di mercoledì 4 gennaio
Tipografia Galeati Industrie Grafiche srl Via Selice, 187/189 40026 Imola (Bologna) Distribuzione Adriatica Press srl Via Aterno 29 66020 San Giovanni Teatino (CH)
Prezzi: euro 2,00, copia arretrata euro 4,00 + Sped. postale.
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7 gennaio 2012 - Agenzia Giornalistica Economica d`Abruzzo