F rancesco | Document� 30/2015 cuba Libertà, giustizia, riconciliazione Interventi e omelie nel viaggio apostolico a Cuba (19-22.9.2015) «Possiamo dire che il viaggio del papa a Cuba è stato un successo», commentava Radio vaticana il giorno della partenza di papa Francesco dall’isola. Certamente è stato grande l’entusiasmo ed evidente il sentimento di vicinanza al papa vissuto dai cubani nei giorni del viaggio (19-22.9.2015). La gente «lo voleva ringraziare per quanto ha fatto per far uscire il paese dall’isolamento. Il timore che le sue parole fossero in qualche modo strumentalizzate c’era ma il pontefice ha lanciato un messaggio chiaro: uscire dalle “conventicole”». Diversi i temi forti toccati nelle sue omelie e discorsi: dal rischio di «usare i concittadini» all’imperativo di servire «le persone e non le idee»; dall’auspicata «rivoluzione della tenerezza» alle modalità di vivere la fede cattolica a Cuba, con la sua anima fortemente mariana. Un viaggio nel quale il papa ha inteso incoraggiare il cammino di «un popolo che ha delle ferite, come ogni popolo, ma che (...) cammina con speranza, perché la sua vocazione è di grandezza». Stampa (23.9.2015) da sito web www.vatican.va. Titolazione redazionale. Documenti 30/2015 Il balsamo della riconciliazione Discorso all’arrivo a L’Avana Signor presidente, distinte autorità, fratelli nell’episcopato, signori e signore, molte grazie, signor presidente, per la sua accoglienza e le sue cortesi parole di benvenuto a nome del Governo e di tutto il popolo cubano. Il mio sa- 11 Svegliate il mondo! Mons. Carballo ha aperto con una riflessione l’Incontro mondiale dei giovani religiosi organizzato in Vaticano in occasione dell’Anno della vita consacrata. 16 La ‘ndrangheta e le processioni Il vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, Luigi Renzo, ha pubblicato un Regolamento diocesano per le processioni con l’intenzione di custodirle dalle infiltrazioni mafiose. 21 Bologna: vita e ministero dei preti Un opuscolo sulla vita e il ministero dei presbiteri in vista di una nuova tappa evangelizzatrice è stato elaborato dal Consiglio presbiterale della diocesi petroniana. Direttore responsabile: Gianfranco Brunelli Caporedattore per Documenti: p. Marco Bernardoni Segretaria di redazione: Valeria Roncarati Redazione: p. Marco Bernardoni, Gianfranco Brunelli, Alessandra Deoriti, p. Alfio Filippi, Maria Elisabetta Gandolfi, p. Marcello Matté, Guido Mocellin, Marcello Neri, p. Lorenzo Prezzi, Daniela Sala, Paolo Segatti, Piero Stefani, Francesco Strazzari, Antonio Torresin, Mariapia Veladiano Editore: Centro Editoriale Dehoniano, spa Progetto Grafico: Scoutdesign Srl Impaginazione: Omega Graphics Snc - Bologna Stampa: italia tipolitografia s.r.l. - Ferrara Registrazione del Tribunale di Bologna N. 2237 del 24.10.1957. Associato all’Unione Stampa Periodica Italiana Direzione e redazione: Via Scipione Dal Ferro, 4 40138 Bologna - tel. 051/3941511 segr. 051/3941309 - fax 051/3941399 - www.ilregno.it e-mail: [email protected] Per la pubblicità: Ufficio commerciale CED-EDB e-mail: [email protected] tel. 051/3941206 - fax 051/3941299 Abbonamenti: tel. 051/3941255 - fax 051/3941299 e-mail: [email protected] Quote di abbonamento per l’anno 2015 Il Regno - attualità carta + documenti solo digitale Italia € 65,00; Europa € 90,00; Resto del mondo € 100,00. Il Regno - attualità + documenti edizione digitale Italia € 65,00; Europa € 65,00; Resto del mondo € 65,00. Una copia e arretrati: € 5,00 (CCP 264408 intestato a Centro Editoriale Dehoniano) Anno LX - N. 1216 - 25 settembre 2015 F rancesco luto va anche alle autorità e ai membri del corpo diplomatico che hanno avuto la cortesia di rendersi presenti in questa circostanza. Ringrazio per la loro fraterna accoglienza il cardinale Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo di L’Avana, mons. Dionisio Guillermo García Ibáñez, arcivescovo di Santiago di Cuba e presidente della Conferenza episcopale, gli altri vescovi e tutto il popolo cubano. Grazie a tutti coloro che si sono prodigati nella preparazione di questa visita pastorale. Vorrei chiederle, signor presidente, di trasmettere i miei sentimenti di speciale considerazione e rispetto a suo fratello Fidel. Vorrei inoltre che il mio saluto giungesse in modo particolare a tutte quelle persone che, per diversi motivi, non potrò incontrare e a tutti i cubani dispersi nel mondo. Come lei, signor presidente, ha ricordato, in questo anno 2015 si celebra l’ottantesimo anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche ininterrotte tra la Repubblica di Cuba e la Santa Sede. La Provvidenza mi permette di arrivare oggi in questa amata nazione, seguendo le indelebili orme del cammino aperto dai memorabili viaggi apostolici che hanno compiuto in quest’isola i miei due predecessori, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. So che il loro ricordo suscita gratitudine e affetto nel popolo e nelle autorità di Cuba. Oggi rinnoviamo questi legami di cooperazione e amicizia perché la Chiesa continui ad accompagnare e incoraggiare il popolo cubano nelle sue speranze, nelle sue preoccupazioni, con libertà e tutti i mezzi e necessari per far giungere l’annuncio del Regno fino alle periferie esistenziali della società. Questo viaggio apostolico coincide inoltre con il primo centenario della proclamazione della Vergine della carità del Cobre quale patrona di Cuba, da parte di Benedetto XV. Furono i veterani della guerra d’indipendenza, mossi da sentimenti di fede e di patriottismo, che chiesero che la Vergine mambisa [cubana] fosse la patrona di Cuba come nazione libera e sovrana. Da quel momento, ella ha accompagnato la storia del popolo cubano, sostenendo la speranza che custodisce la dignità delle persone nelle situazioni più difficili e difendendo la promozione di tutto ciò che conferisce dignità all’essere umano. La devozione crescente verso la Vergine della carità del Cobre è una testimonianza visibile della presenza della Vergine nell’anima del popolo cubano. In questi giorni avrò l’occasione di recarmi al Santuario del Cobre come figlio e come pellegrino, a pregare nostra Madre per tutti i suoi figli cubani e per questa amata nazione, perché percorra sentieri di giustizia, di pace, di libertà e di riconciliazione. Il Regno - documenti 30/2015 Geograficamente, Cuba è un arcipelago che si affaccia verso tutte le direzioni, con uno straordinario valore come «chiave» tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. La sua vocazione naturale è quella di essere punto d’incontro perché tutti i popoli si trovino in amicizia, come sognò José Martí, «oltre le strettoie degli istmi e le barriere dei mari» («Conferenza monetaria delle Repubbliche d’America», in Obras escogidas II, La Habana 1992, 505). Questo stesso desiderio fu di san Giovanni Paolo II con il suo ardente appello «affinché Cuba si apra con tutte le sue magnifiche possibilità al mondo e il mondo si apra a Cuba» (Discorso all’arrivo, 21.1.1998, n. 5; Regno-doc. 3,1998,65). Da alcuni mesi, siamo testimoni di un avvenimento che ci riempie di speranza: il processo di normalizzazione delle relazioni tra due popoli, dopo anni di allontanamento. È un processo, è un segno del prevalere della cultura dell’incontro, del dialogo, del «sistema della valorizzazione universale (...) sul sistema, morto per sempre, di dinastia e di gruppo», diceva José Martí (ivi). Incoraggio i responsabili politici a proseguire su questo cammino e a sviluppare tutte le sue potenzialità, come prova dell’alto servizio che sono chiamati a prestare a favore della pace e del benessere dei loro popoli, e di tutta l’America, e come esempio di riconciliazione per il mondo intero. Il mondo ha bisogno di riconciliazione in questa atmosfera di terza guerra mondiale «a pezzi» che stiamo vivendo. Affido queste giornate all’intercessione della Vergine della carità del Cobre, dei beati Olallo Valdés e José López Pieteira e del venerabile Félix Varela, grande propagatore dell’amore tra i cubani e tra tutti gli esseri umani, perché accrescano i nostri legami di pace, solidarietà e rispetto reciproco. Di nuovo, molte grazie, signor presidente. L’Avana, aeroporto internazionale «José Martí», 19 settembre 2015. Francesco Non le ideologie, ma le persone Omelia nella messa a L’Avana Gesù rivolge ai suoi discepoli una domanda apparentemente indiscreta: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?» (Mc 9,33). Una domanda che anche oggi egli può farci: di cosa parlate quoti- 2 F rancesco dianamente? Quali sono le vostre aspirazioni? «Essi – dice il Vangelo – tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande» (Mc 9,34). Si vergognavano di dire a Gesù di cosa stavano parlando. Come nei discepoli di ieri, anche in noi oggi si può riscontrare la medesima discussione: «Chi è il più grande?». Gesù non insiste con la sua domanda, non li obbliga a dirgli di che cosa parlavano per la strada; eppure quella domanda rimane, non sono nella mente, ma anche nel cuore dei discepoli. «Chi è il più grande?». Una domanda che ci accompagnerà per tutta la vita e alla quale saremo chiamati a rispondere nelle diverse fasi dell’esistenza. Non possiamo sfuggire a questa domanda, è impressa nel cuore. Ho sentito più di una volta in riunioni famigliari domandare ai figli: «A chi volete più bene, al papà o alla mamma?». È come domandare: chi è più importante per voi? Questa domanda è davvero solo un semplice gioco per bambini? La storia dell’umanità è stata segnata dal modo di rispondere a questa domanda. La vita autentica è servizio Gesù non teme le domande degli uomini; non ha paura dell’umanità, né dei diversi interrogativi che essa pone. Al contrario, egli conosce i «recessi» del cuore umano, e come buon pedagogo è sempre disposto ad accompagnarci. Fedele al suo stile, fa propri i nostri interrogativi, le nostre aspirazioni e dà loro un nuovo orizzonte. Fedele al suo stile, riesce a dare una risposta capace di porre una nuova sfida, spiazzando le «risposte attese», o ciò che era apparentemente già stabilito. Fedele al suo stile, Gesù pone sempre in atto la logica dell’amore. Una logica capace di essere vissuta da tutti, perché è per tutti. Lontano da ogni tipo di elitarismo, l’orizzonte di Gesù non è per pochi privilegiati capaci di giungere alla «conoscenza desiderata», o a distinti livelli di spiritualità. L’orizzonte di Gesù è sempre una proposta per la vita quotidiana, anche qui, nella «nostra» isola; una proposta che fa sempre sì che la quotidianità abbia un certo sapore di eternità. Chi è il più grande? Gesù è semplice nella sua risposta: «Se uno vuole essere il primo – ossia il più grande – sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). Chi vuole essere grande, serva gli altri, e non si serva degli altri! E questo è il grande paradosso di Gesù. I discepoli discutevano su chi dovesse occupare il posto più Il Regno - documenti 30/2015 importante, su chi sarebbe stato il privilegiato – ed erano i discepoli, i più vicini a Gesù, e discutevano di questo! –, chi sarebbe stato al di sopra della legge comune, della norma generale, per mettersi in risalto con un desiderio di superiorità sugli altri. Chi sarebbe asceso più rapidamente per occupare incarichi che avrebbero dato certi vantaggi. E Gesù sconvolge la loro logica dicendo loro semplicemente che la vita autentica si vive nell’impegno concreto con il prossimo, cioè servendo. L’invito al servizio presenta una peculiarità alla quale dobbiamo fare attenzione. Servire significa, in gran parte, avere cura della fragilità. Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo. Sono i volti sofferenti, indifesi e afflitti che Gesù propone di guardare e invita concretamente ad amare. Amore che si concretizza in azioni e decisioni. Amore che si manifesta nei differenti compiti che come cittadini siamo chiamati a svolgere. Sono persone in carne e ossa, con la loro vita, la loro storia e specialmente la loro fragilità, che Gesù ci invita a difendere, ad assistere, a servire. Perché essere cristiano comporta servire la dignità dei fratelli, lottare per la dignità dei fratelli e vivere per la dignità dei fratelli. Per questo, il cristiano è sempre invitato a mettere da parte le sue esigenze, aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili. Non servite le idee, servite le persone C’è un «servizio» che serve gli altri; però dobbiamo guardarci dall’altro servizio, dalla tentazione del «servizio» che «si» serve degli altri. Esiste una forma di esercizio del servizio che ha come interesse il beneficiare i «miei», in nome del «nostro». Questo servizio lascia sempre fuori i «tuoi», generando una dinamica di esclusione. Tutti siamo chiamati dalla vocazione cristiana al servizio che serve e ad aiutarci a vicenda a non cadere nelle tentazioni del «servizio che si serve». Tutti siamo invitati, stimolati da Gesù a farci carico gli uni degli altri per amore. E questo senza guardare accanto per vedere che cosa il vicino fa o non fa. Gesù ci dice: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). Costui diventa il primo. Non dice: «Se il tuo vicino desidera essere il primo, che serva». Dobbiamo guardarci dallo sguardo che giudica e incoraggiarci a credere nello sguardo che trasforma, al quale ci invita Gesù. 3 F rancesco Questo farci carico per amore non punta verso un atteggiamento di servilismo, ma al contrario, pone al centro la questione del fratello: il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a «soffrirla», e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone. Il santo popolo fedele di Dio che vive a Cuba è un popolo che ama la festa, l’amicizia, le cose belle. È un popolo che cammina, che canta e loda. È un popolo che ha delle ferite, come ogni popolo, ma che sa stare con le braccia aperte, che cammina con speranza, perché la sua vocazione è di grandezza. Così l’hanno seminata i vostri antenati. Oggi vi invito a prendervi cura di questa vocazione, a prendervi cura di questi doni che Dio vi ha regalato, ma specialmente voglio invitarvi a prendervi cura e a servire la fragilità dei vostri fratelli. Non trascurateli a causa di progetti che possono apparire seducenti, ma che si disinteressano del volto di chi ti sta accanto. Noi conosciamo, siamo testimoni della «forza incomparabile» della risurrezione che «produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo» (es. ap. Evangelii gaudium, nn. 276.278; Regno-doc. 21,2013,691). Non dimentichiamoci della buona notizia di oggi: la grandezza di un popolo, di una nazione; la grandezza di una persona si basa sempre su come serve la fragilità dei suoi fratelli. E in questo troviamo uno dei frutti di una vera umanità. Perché, cari fratelli e sorelle, «chi non vive per servire, non serve per vivere». L’Avana, Plaza de la Revolución, 20 settembre 2015. Francesco Povertà e misericordia Con i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi Il cardinale Jaime [Ortega y Alamino] ci ha parlato di povertà, e la sorella Yaileny [suor Yaileny Ponce Torres, Figlia della Carità] ci ha parlato dei più piccoli: «Sono tutti bambini». Io avevo pronta un’omelia da dire ora, in base ai testi biblici, ma quando parlano i profeti – e ogni sacerdote è profeta, ogni battezzato è profeta, ogni consacrato è profeta – è bene ascoltare loro. E dunque consegno l’omelia al Il Regno - documenti 30/2015 cardinale Jaime perché la faccia arrivare a voi e sia pubblicata. Poi la mediterete. E adesso parliamo un po’ su quello che hanno detto questi due profeti. Povertà Il cardinale Jaime ha dovuto pronunciare una parola molto scomoda, estremamente scomoda, che va anche controcorrente rispetto a tutta la struttura culturale, tra virgolette, del mondo. Ha detto: «Povertà». E l’ha ripetuta più volte. E penso che il Signore ha voluto che la ascoltassimo più volte e la accogliessimo nel cuore. Lo spirito mondano non la conosce, non la vuole, la nasconde, non per pudore, ma per disprezzo. E se deve peccare e offendere Dio perché non venga la povertà, lo fa. Lo spirito del mondo non ama la via del Figlio di Dio, che spogliò sé stesso, si fece povero, si fece nulla, si umiliò, per essere uno di noi. La povertà che fece paura a quel ragazzo così generoso: aveva osservato tutti i comandamenti, e quando Gesù gli disse: «Ecco, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri», si fece triste, ebbe paura della povertà. La povertà, cerchiamo sempre di sfuggirla, sia per cose ragionevoli, ma sto parlando di sfuggirla nel cuore. Saper amministrare i beni, è un dovere, perché i beni sono un dono di Dio, ma quando quei beni entrano nel cuore e incominciano a dirigere la tua vita, allora hai perso. Non sei più come Gesù. Hai la tua sicurezza dove l’aveva il giovane triste, quello che se ne andò rattristato. Per voi, sacerdoti, consacrati, consacrate, credo che può essere utile ciò che diceva sant’Ignazio – e questa non è propaganda pubblicitaria di famiglia! –, lui diceva che la povertà è il muro e la madre della vita consacrata. La madre perché genera più fiducia in Dio. E il muro perché la protegge da ogni mondanità. Quante anime distrutte! Anime generose, come quella del giovane intristito, che sono partiti bene e poi si sono attaccati a quella mondanità ricca, e sono finiti male. Vale a dire, mediocri. Sono finiti senza amore perché la ricchezza impoverisce, ma impoverisce male. Ci toglie il meglio che abbiamo, ci rende poveri dell’unica ricchezza che conta, per farci mettere la sicurezza in altre cose. Lo spirito di povertà, lo spirito di spogliazione, lo spirito di lasciare tutto, per seguire Gesù. Questo lasciare tutto, non lo invento io. Ricorre più volte nel Vangelo. Nella chiamata dei primi che lasciarono le barche, le reti, e lo seguirono. Quelli che lasciarono tutto per seguire Gesù. Una volta mi raccontava un vecchio prete saggio, parlando di quando lo spirito 4 F rancesco di ricchezza, di mondanità ricca, entra nel cuore di un consacrato, di un sacerdote, di un vescovo, di un papa, di chiunque, diceva che quando uno incomincia ad accumulare denaro, e per assicurarsi il futuro, certo, allora il futuro non sta in Gesù, sta in una compagnia di assicurazione di tipo spirituale, che io controllo. Dunque, quando, per esempio, una congregazione religiosa – mi diceva lui – incomincia ad accumulare denaro e a risparmiare, risparmiare, Dio è così buono che le manda un economo disastroso, che la manda in fallimento. Sono tra migliori benedizioni di Dio per la sua Chiesa, gli economi disastrosi, perché la rendono libera, la rendono povera. La nostra santa madre Chiesa è povera, Dio la vuole povera, come ha voluto povera la nostra santa madre Maria. Amate la povertà come una madre. E semplicemente vi suggerisco, se qualcuno di voi vuole farlo, di domandarvi: come va il mio spirito di povertà? Come va la mia spogliazione interiore? Credo che possa far bene alla nostra vita consacrata, alla nostra vita presbiterale. Dopo tutto, non dimentichiamoci che è la prima delle Beatitudini: «Beati i poveri in spirito», quelli che non sono attaccati alla ricchezza, ai poteri di questo mondo. Piccolezza E la sorella ci parlava degli ultimi, dei più piccoli che, anche se sono grandi, alla fine li trattiamo come bambini perché si presentano come bambini. «Il più piccolo». Questa è un’espressione di Gesù. E sta nel protocollo sul quale saremo giudicati: «Quello che avete fatto al più piccolo di questi fratelli, l’avete fatto a me» (cf. Mt 25). Ci sono servizi pastorali che possono essere più gratificanti dal punto di vista umano, senza essere cattivi o mondani, ma quando uno cerca di dare preferenza interiore al più piccolo, al più abbandonato, al più malato, a quello che nessuno considera, che nessuno vuole, al più piccolo, e si mette al servizio del più piccolo, costui sta servendo Gesù nel modo più alto. Tu [si rivolge alla suora] sei stata mandata dove non volevi andare. E hai pianto. Hai pianto perché non ti piaceva, e questo non vuol dire che sei una suora piagnona, no. Dio ci liberi dalle suore piagnone! Che stanno sempre a lamentarsi... Questo non lo dico io, lo diceva santa Teresa, alle sue monache. Viene da lei. Guai a quella suora che va in giro tutto il giorno a lamentarsi che «mi hanno fatto un’ingiustizia». Nel linguaggio castigliano dell’epoca diceva: «Guai alla suora che va dicendo: mi hanno trattato senza ragione». Tu hai pianto perché eri giovane, avevi altre Il Regno - documenti 30/2015 aspettative, pensavi forse che in una scuola potevi fare più cose, e che potevi organizzare un futuro per la gioventù... E ti hanno mandato lì: «Casa di misericordia», dove la tenerezza e la misericordia del Padre si fa più evidente, dove la tenerezza e la misericordia del Padre si fa carezza. Quante religiose, e quanti religiosi, bruciano – e ripeto il verbo: bruciano – la loro vita accarezzando «materiale» di scarto, accarezzando quelli che il mondo scarta, quelli che il mondo disprezza, che il mondo preferisce non ci siano; quello che il mondo oggi, con metodi di analisi nuovi che esistono, quando si prevede che [un figlio] può venire con una malattia degenerativa, si propone di mandarlo indietro, prima che nasca. È il più piccolo. E una ragazza giovane, piena di aspettative, incomincia la sua vita consacrata rendendo presente la tenerezza di Dio nella sua misericordia. A volte non lo capiscono, non lo sanno, ma com’è bello per Dio, e quanto bene può fare, ad esempio, il sorriso di uno spastico, che non sa come farlo; o quando ti vogliono baciare e ti sbavano la faccia. È la tenerezza di Dio, è la misericordia di Dio. O quando sono arrabbiati e ti danno un colpo... E bruciare la mia vita così, con «materiale» di scarto agli occhi del mondo, questo non parla solamente di una persona; ci parla di Gesù, che, per pura misericordia del Padre, si fece nulla, si annientò, dice il testo della Lettera ai Filippesi, capitolo 2. Si fece nulla. E questa gente a cui tu dedichi la tua vita, imitano Gesù, non perché lo hanno voluto, ma perché il mondo li ha portati a questo. Sono nulla e li si nasconde, non li si mostra, o non li si visita. E se possibile, e se si arriva in tempo, li si manda indietro. Grazie per quello che fai, e a voi, grazie a tutte queste donne e a tante donne consacrate, al servizio di ciò che è inutile, perché non si può fare nessuna impresa, non si possono guadagnare soldi, non si può portare avanti assolutamente nulla di «costruttivo», tra virgolette, con questi nostri fratelli, con i minori, con i più piccoli. Lì risplende Gesù. E lì risplende la mia scelta per Gesù. Grazie a te a tutti i consacrati e le consacrate che fanno questo. La grazia del confessionale «Padre, io non sono suora, io non mi curo di malati, io sono prete, e ho una parrocchia, o aiuto un parroco. Chi è il mio Gesù prediletto? Chi è il più piccolo? Chi è che mi mostra di più la misericordia del Padre? Dove lo posso trovare?». Naturalmente, ritorno sempre al protocollo di Matteo 25. Lì trovate tutti: l’affamato, il carcerato, il malato… Lì potete trovarli. Ma c’è un posto privilegiato per il sacerdote 5 F rancesco dove si manifesta l’ultimo, il minimo, il più piccolo, ed è il confessionale. E lì, quando quell’uomo, o quella donna, ti mostra la sua miseria – attenzione!, che è la stessa che hai tu e da cui Dio ti ha salvato, per non farti arrivare fino a lì – quando ti mostra la sua miseria, per favore, non sgridarlo, non punirlo, non castigarlo. Se non hai peccato, tira la prima pietra, ma solo a questa condizione. Se no, pensa ai tuoi peccati. E pensa che tu puoi essere quella persona. E pensa che tu, potenzialmente, puoi arrivare ancora più in basso. E pensa che tu, in quel momento, hai un tesoro tra le mani, che è la misericordia del Padre. Per favore – ai sacerdoti –: non stancatevi di perdonare. Siate perdonatori. Non stancatevi di perdonare, come faceva Gesù. Non nascondetevi dietro paure o rigidità. Come questa suora, e tutte quelle che fanno il suo stesso lavoro, non perdono la calma quando trovano il malato sporco e messo male, ma lo servono, lo puliscono, lo curano, così voi, quando arriva il penitente, non essere maldisposto, non essere nevrotico, non cacciarlo dal confessionale, non sgridarlo. Gesù lo abbracciava. Gesù lo amava. Domani festeggiamo san Matteo. Come rubava quello! E poi, come tradiva il suo popolo! E dice il Vangelo che, la sera, Gesù andò a cena con lui e altri come lui. Sant’Ambrogio ha una frase che mi commuove molto: «Dove c’è misericordia, c’è lo spirito di Gesù. Dove c’è rigidità, ci sono solo i suoi ministri». Fratello sacerdote, fratello vescovo, non abbiate paura della misericordia. Lascia che scorra attraverso le tue mani e il tuo abbraccio di perdono, perché colui o colei che sta lì è il più piccolo. E perciò è Gesù. Questo è quello che mi viene da dire dopo aver ascoltato questi due profeti. Il Signore ci conceda queste grazie che loro hanno seminato nei nostri cuori: povertà e misericordia. Perché lì c’è Gesù. L’Avana, Chiesa cattedrale, 20 settembre 2015. Francesco L’inimicizia che distrugge Saluto ai giovani a L’Avana Voi siete in piedi e io sto seduto. Che vergogna! Ma, sapete perché sto seduto? Perché ho preso appunti di alcune cose che ha detto il nostro compagno e delle quale voglio parlarvi. Una parola si è imposta Il Regno - documenti 30/2015 con forza: sognare. Uno scrittore latinoamericano diceva che noi uomini abbiamo due occhi, uno di carne e uno di vetro. Con l’occhio di carne vediamo ciò che guardiamo. Con l’occhio di vetro vediamo ciò che sogniamo. Bello, vero? Nell’obiettività della vita deve entrare la capacità di sognare. E un giovane che non è capace di sognare è recintato in se stesso, è chiuso in se stesso. Tutti sognano cose che non accadranno mai... Ma sognale, desiderale, cerca orizzonti, apriti, apriti a cose grandi. Non so se a Cuba si usa la parola, ma noi argentini diciamo no te arrugues, non tirarti indietro, apriti. Apriti e sogna. Sogna che il mondo con te può essere diverso. Sogna che se darai il meglio di te, aiuterai a far sì che questo mondo sia diverso. Non lo dimenticate, sognate. A volte vi lasciate trasportare e sognate troppo, e la vita vi taglia la strada. Non importa, sognate. E raccontate i vostri sogni. Raccontate, parlate delle cose grandi che desiderate, perché più grande è la capacità di sognare – e la vita ti lascia a metà strada –, più cammino hai percorso. Perciò, prima di tutto sognare. Creare l’amicizia sociale Hai detto una piccola frase che avevo scritto qui durante l’intervento, ma l’ho sottolineata e ho preso qualche appunto: che sappiamo accogliere e accettare chi la pensa diversamente. In realtà noi, a volte, siamo chiusi. Ci mettiamo nel nostro piccolo mondo: «O è così, o niente». E sei andato oltre: che non ci chiudiamo nelle conventicole delle ideologie o delle religioni. Che possiamo crescere di fronte agli individualismi. Quando una religione diventa conventicola, perde il meglio che ha, perde la sua realtà di adorare Dio, di credere in Dio. È una conventicola. È una conventicola di parole, di preghiere, di «io sono buono, tu sei cattivo», di prescrizioni morali. E quando io ho la mia ideologia, il mio modo di pensare e tu hai il tuo, mi chiudo in questa conventicola dell’ideologia. Cuori aperti, menti aperte. Se la pensi in modo diverso da me, perché non ne parliamo? Perché stiamo sempre a litigare su ciò che si separa, su ciò in cui siamo diversi? Perché non ci diamo la mano in ciò che abbiamo in comune? Dobbiamo avere il coraggio di parlare di quello che abbiamo in comune. E dopo possiamo parlare di quello che di diverso abbiamo o pensiamo. Ma dico parlare. Non dico litigare. Non dico chiuderci. Non dico «spettegolare», come hai detto tu. Ma ciò è possibile solo quando ho la capacità di parlare di ciò che ho in comune 6 F rancesco con l’altro, di ciò per cui siamo capaci di lavorare insieme. A Buenos Aires – in una parrocchia nuova, in una zona molto, molto povera – un gruppo di giovani universitari stava costruendo alcuni locali parrocchiali. E il parroco mi ha detto: «Perché non vieni un sabato e così te li presento?». Si dedicavano a costruire il sabato e la domenica. Erano ragazzi e ragazze dell’università. Sono andato e li ho visti, e me li hanno presentati: «Questo è l’architetto, è ebreo, questo è comunista, questo è cattolico praticante, questo è…». Erano tutti diversi, ma tutti stavano lavorando insieme per il bene comune. Questa si chiama amicizia sociale, cercare il bene comune. L’inimicizia sociale distrugge. E una famiglia si distrugge per l’inimicizia. Un paese si distrugge per l’inimicizia. Il mondo si distrugge per l’inimicizia. E l’inimicizia più grande è la guerra. Oggigiorno vediamo che il mondo si sta distruggendo per la guerra. Perché sono incapaci di sedersi e parlare: «Bene, negoziamo. Che cosa possiamo fare in comune? In quali cose cederemo? Ma non uccidiamo altra gente». Quando c’è divisione, c’è morte. C’è morte nell’anima, perché stiamo uccidendo la capacità di unire. Stiamo uccidendo l’amicizia sociale. Questo vi chiedo oggi: siate capaci di creare l’amicizia sociale. Feconda, laboriosa, sofferta speranza Poi c’è un’altra parola che hai detto. La parola speranza. I giovani sono la speranza di un popolo. Questo lo sentiamo dire dappertutto. Ma che cos’è la speranza? È essere ottimisti? No. L’ottimismo è uno stato d’animo. Domani ti alzi col mal di fegato e non sei ottimista, vedi tutto nero. La speranza è qualcosa di più. La speranza è sofferta. La speranza sa soffrire per portare avanti un progetto, sa sacrificarsi. Tu sei capace di sacrificarti per un futuro o vuoi solo vivere il presente e che quelli che verranno si arrangino? La speranza è feconda. La speranza dà vita. Tu sei capace di dare vita, o diventerai un ragazzo o una ragazza spiritualmente sterile, incapace di creare vita per gli altri, incapace di creare amicizia sociale, incapace di creare patria, incapace di creare grandezza? La speranza è feconda. La speranza si dà nel lavoro. Voglio ricordare qui un problema molto grave che si sta vivendo in Europa, cioè il gran numero di giovani che non ha lavoro. Ci sono paesi in cui la percentuale dei giovani dai 25 anni in giù disoccupati è del 40%. Penso a un paese. In un altro paese del 47 %, e in un altro ancora del 50%. È chiaro che un popolo che non si preoccupa di dare lavoro ai giovani, un popolo – e quando dico popolo non dico governi –, un intero Il Regno - documenti 30/2015 popolo che non si preoccupa della gente, che questi giovani lavorino, questo popolo non ha futuro. I giovani entrano a far parte della cultura dello scarto. E tutti sappiamo che oggi, in questo impero del dio denaro, si scartano le cose e si scartano le persone. Si scartano i bambini perché non li si vuole o perché li si uccide prima che nascano. Si scartano gli anziani – sto parlando del mondo, in generale –, si scartano gli anziani perché non producono più. In alcuni paesi, c’è la legge sull’eutanasia, ma in tanti altri c’è un’eutanasia nascosta, occulta. Si scartano i giovani perché non si dà loro lavoro. Allora, che cosa resta a un giovane senza lavoro? Se un paese non inventa, se un popolo non inventa possibilità di lavoro per i suoi giovani, a quel giovane restano solo o le dipendenze, o il suicidio, o andare in giro a cercare eserciti di distruzione per creare guerre. Questa cultura dello scarto sta facendo del male a tutti noi, ci toglie la speranza. Ed è quello che hai chiesto per i giovani: vogliamo speranza. Speranza che è sofferta, è laboriosa, è feconda. Ci dà lavoro e ci salva dalla cultura dello scarto. E questa speranza convoca, convoca tutti, perché un popolo che sa autoconvocarsi per guardare al futuro e costruire l’amicizia sociale – come ho già detto, anche se si pensa in modi diversi –, questo popolo ha speranza. E se io incontro un giovane senza speranza – l’ho già detto una volta – quel giovane è un «pensionato». Ci sono giovani che sembrano andare in pensione a 22 anni. Sono giovani con una tristezza esistenziale. Sono giovani che hanno puntato la loro vita sul disfattismo di base. Sono giovani che si lamentano. Sono giovani che fuggono dalla vita. Il cammino della speranza non è facile e non si può percorrere da soli. C’è un proverbio africano che dice: «Se vuoi andare in fretta, vai solo, ma se vuoi arrivare lontano, vai accompagnato». E io voglio che voi, giovani cubani, anche se la pensate in modo diverso, anche se avete punti di vista diversi, andiate in compagnia, insieme, cercando la speranza, cercando il futuro e la nobiltà della patria. Abbiamo iniziato con la parola «sognare», e voglio concludere con un’altra espressione che mi hai detto e che io uso spesso: la cultura dell’incontro. Per favore, non dividiamoci tra noi. Andiamo insieme, uniti, anche se la pensiamo diversamente, anche se sentiamo diversamente. Ma c’è qualcosa che è superiore a noi, è la grandezza del nostro popolo, è la grandezza della nostra patria, ed è a questa bellezza, a questa dolce speranza della patria, che dobbiamo arrivare. Grazie. Bene, vi saluto augurandovi ogni bene, augurandovi… Tutto quello che vi ho detto. Ve lo auguro. Pregherò per voi. E vi chiedo di pregare per me. E se 7 F rancesco qualcuno di voi non è credente – e non può pregare perché non è credente – che almeno mi auguri cose buone. Che Dio vi benedica, vi faccia procedere lungo questo cammino di speranza verso la cultura dell’incontro, evitando quelle conventicole di cui ha parlato il nostro compagno. E che Dio vi benedica tutti. L’Avana, 20 settembre 2015. Francesco Lo sguardo che cambia la storia Omelia nella messa a Holguin Celebriamo la festa dell’apostolo ed evangelista san Matteo. Celebriamo la storia di una conversione. Egli stesso, nel suo Vangelo, ci racconta come è stato l’incontro che ha segnato la sua vita, ci introduce in un «gioco di sguardi» che è in grado di trasformare la storia. Un giorno come qualunque altro, mentre era seduto al banco della riscossione delle imposte, Gesù passò, lo vide, si avvicinò e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò, lo seguì. Gesù lo guardò. Che forza di amore ha avuto lo sguardo di Gesù per smuovere Matteo come ha fatto! Che forza devono avere avuto quegli occhi per farlo alzare! Sappiamo che Matteo era un pubblicano, cioè riscuoteva le tasse dagli ebrei per darle ai romani. I pubblicani erano malvisti, considerati anche peccatori, e per questo vivevano isolati e disprezzati dagli altri. Con loro non si poteva mangiare, né parlare e né pregare. Per il popolo erano dei traditori, che prendevano dalla loro gente per dare ad altri. I pubblicani appartenevano a questa categoria sociale. E Gesù si fermò, non passò oltre frettolosamente, lo guardò senza fretta, lo guardò in pace. Lo guardò con occhi di misericordia; lo guardò come nessuno lo aveva guardato prima. E quello sguardo aprì il suo cuore, lo rese libero, lo guarì, gli diede una speranza, una nuova vita, come a Zaccheo, a Bartimeo, a Maria Maddalena, a Pietro e anche a ciascuno di noi. Anche se noi non osiamo alzare gli occhi al Signore, lui sempre ci guarda per primo. È la nostra storia personale; come tanti altri, ognuno di noi può dire: anch’io sono un peccatore su cui Gesù ha pone il suo sguardo. Vi invito oggi, a casa o in chiesa, quando siete tranquilli, soli, a fare un moIl Regno - documenti 30/2015 mento di silenzio per ricordare con gratitudine e gioia quella circostanza, quel momento in cui lo sguardo misericordioso di Dio si è posato sulla nostra vita. Il suo amore ci precede, il suo sguardo anticipa le nostre necessità. Egli sa vedere oltre le apparenze, al di là del peccato, al di là del fallimento o dell’indegnità. Sa vedere oltre la categoria sociale a cui apparteniamo. Egli va al di là di tutto ciò. Egli vede quella dignità di figli, che tutti abbiamo, a volte sporcata dal peccato, ma sempre presente nel profondo della nostra anima. È la nostra dignità di figli. Egli è venuto proprio a cercare tutti coloro che si sentono indegni di Dio, indegni degli altri. Lasciamoci guardare da Gesù, lasciamo che il suo sguardo percorra le nostre strade, lasciamo che il suo sguardo ci riporti la gioia, la speranza, la gioia della vita. Lo sforzo e il sacrificio della Chiesa a Cuba Dopo averlo guardato con misericordia, il Signore disse a Matteo: «Seguimi!». E Matteo si alzò e lo seguì. Dopo lo sguardo, la parola. Dopo l’amore, la missione. Matteo non è più lo stesso; è cambiato interiormente. L’incontro con Gesù, con il suo amore misericordioso, lo ha trasformato. E in quel momento si lasciò alle spalle il banco delle imposte, il denaro, la sua esclusione. Prima aspettava seduto per riscuotere, per prendere dagli altri; ora con Gesù deve alzarsi per dare, per offrire, per offrirsi agli altri. Gesù lo ha guardato e Matteo ha trovato la gioia nel servizio. Per Matteo e per tutti coloro che hanno percepito lo sguardo di Gesù, i concittadini non sono quelli di cui si approfitta, si usa, si abusa. Lo sguardo di Gesù genera un’attività missionaria, di servizio, di dedizione. I suoi concittadini sono quelli che lui serve. Il suo amore guarisce le nostre miopie e ci stimola a guardare oltre, a non fermarci alle apparenze o al politicamente corretto. Gesù va avanti, ci precede, apre la strada e ci invita a seguirlo. Ci invita ad andare lentamente superando i nostri pregiudizi, le nostre resistenze al cambiamento degli altri e anche di noi stessi. Ci sfida giorno per giorno con una domanda: credi? Credi che sia possibile che un esattore si trasformi in un servitore? Pensi che sia possibile che un traditore diventi un amico? Pensi che sia possibile che il figlio di un falegname sia il Figlio di Dio? Il suo sguardo trasforma il nostro sguardo, il suo cuore trasforma il nostro cuore. Dio è Padre che vuole la salvezza di tutti i suoi figli. Lasciamoci guardare dal Signore nella preghiera, nell’eucaristia, nella confessione, nei nostri fratelli, so- 8 F rancesco prattutto quelli che si sentono abbandonati, più soli. E impariamo a guardare come lui guarda noi. Condividiamo la sua tenerezza e la sua misericordia con i malati, i carcerati, gli anziani e le famiglie in difficoltà. Ancora una volta siamo chiamati a imparare da Gesù, che vede sempre quello che c’è di più autentico in ogni persona, che è appunto l’immagine del Padre. So con quale sforzo e sacrificio la Chiesa a Cuba sta lavorando per portare a tutti, anche nei luoghi più remoti, la parola e la presenza di Cristo. Una menzione speciale meritano le cosiddette «case di missione», che, data la scarsità di chiese e sacerdoti, consentono a molte persone di avere un luogo per la preghiera, l’ascolto della Parola, la catechesi e la vita comunitaria. Sono piccoli segni della presenza di Dio nei nostri quartieri e un aiuto quotidiano per rendere vive le parole dell’apostolo Paolo: «Vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,1-3). Desidero ora rivolgere lo sguardo alla vergine Maria, nostra signora della carità del Cobre, che Cuba ha accolto tra le sue braccia aprendole le sue porte per sempre, e a lei chiedo di mantenere su ciascuno dei figli di questa nobile nazione il suo sguardo materno, e che «quei suoi occhi misericordiosi» siano sempre attenti a ciascuno di voi, alle vostre case, alle vostre famiglie e alle persone che possono avere l’impressione che per loro non c’è posto. Che lei ci custodisca tutti come ha custodito Gesù nel suo amore. E che lei ci insegni a guardare gli altri come Gesù ha guardato ognuno di noi. Holguin, Plaza de la Revolución «Calixto García Iñíguez», 21 settembre 2015. Francesco La rivoluzione della tenerezza Omelia nella messa a Santiago Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci mette di fronte alla dinamica che il Signore genera ogni volta che ci visita: ci fa uscire da casa. Sono immagini che più volte siamo invitati a contemplare. La presenza di Dio nella nostra vita non ci lascia mai Il Regno - documenti 30/2015 tranquilli, ci spinge sempre a muoverci. Quando Dio ci visita, sempre ci tira fuori di casa. Visitati per visitare, incontrati per incontrare, amati per amare. E qui vediamo Maria, la prima discepola. Una giovane, forse tra i 15 e i 17 anni, che in un villaggio della Palestina è stata visitata dal Signore che le annunciava che sarebbe diventata la madre del Salvatore. Lungi dal credersi chissà chi e dal pensare che tutti sarebbero venuti ad assisterla o servirla, lei esce di casa e va a servire. Va ad aiutare sua cugina Elisabetta. La gioia che scaturisce dal sapere che Dio è con noi, con la nostra gente, risveglia il cuore, mette in movimento le nostre gambe, «ci tira fuori», ci porta a condividere la gioia ricevuta, e condividerla come servizio, come dedizione in tutte quelle situazioni «imbarazzanti» che i nostri vicini o parenti stanno vivendo. Una forza rivoluzionaria Il Vangelo ci dice che Maria uscì in fretta, passo lento ma costante, passi che sanno dove andare; passi che non corrono per «arrivare» troppo rapidamente o vanno troppo lenti come per non «arrivare» mai. Né agitata né addormentata, Maria va di fretta, per accompagnare sua cugina incinta in età avanzata. Maria, la prima discepola, visitata è uscita a visitare. E da quel primo giorno è sempre stata la sua caratteristica peculiare. È stata la donna che ha visitato tanti uomini e donne, bambini e anziani, giovani. Ha saputo visitare e accompagnare nelle drammatiche gestazioni di molti dei nostri popoli; ha protetto la lotta di tutti coloro che hanno sofferto per difendere i diritti dei loro figli. E ora, lei non cessa di portarci la Parola di vita, suo Figlio, nostro Signore. Anche queste terre sono state visitate dalla sua presenza materna. La patria cubana è nata e cresciuta nel calore della devozione alla Vergine della carità. «Ella ha dato una forma propria e speciale all’anima cubana – hanno scritto i vescovi di questa terra – suscitando nel cuore dei cubani i migliori ideali di amore per Dio, per la famiglia e per la patria». Lo affermarono anche i vostri connazionali cent’anni fa, quando chiesero a papa Benedetto XV di dichiarare la Vergine della carità patrona di Cuba, e scrissero: «Né le disgrazie e né le privazioni riuscirono a “spegnere” la fede e l’amore che il nostro popolo cattolico professa a questa Vergine, ma anzi, nelle più grandi vicissitudini della vita, quando era più vicina la morte o prossima la disperazione, 9 F rancesco sempre è sorta come luce che dissipa ogni pericolo, come rugiada consolatrice (...) la visione di questa Vergine benedetta, cubana per eccellenza (...), perché così l’hanno amata le nostre indimenticabili madri, così la benedicono le nostre spose». Così essi scrivevano cent’anni fa. In questo santuario, che conserva la memoria del santo popolo fedele di Dio che cammina a Cuba, Maria è venerata come Madre della carità. Da qui lei custodisce le nostre radici, la nostra identità, perché non ci perdiamo su vie di disperazione. L’anima del popolo cubano, come abbiamo appena sentito, è stata forgiata tra dolori, privazioni che non sono riusciti a spegnere la fede; quella fede che si è mantenuta viva grazie a tante nonne che hanno continuato a render possibile, nella quotidianità domestica, la presenza viva di Dio; la presenza del Padre che libera, fortifica, risana, dà coraggio ed è rifugio sicuro e segno di nuova risurrezione. Nonne, madri, e tanti altri che con tenerezza e affetto sono stati segni di visitazione – come Maria – di coraggio, di fede per i loro nipoti, nelle loro famiglie. Hanno tenuto aperta una fessura, piccola come un granello di senape, attraverso la quale lo Spirito Santo ha continuato ad accompagnare il palpitare di questo popolo. E «ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto» (es. ap. Evangelii gaudium, n. 288; Regno-doc. 21,2013,693). Come Maria Generazione dopo generazione, giorno dopo giorno, siamo invitati a rinnovare la nostra fede. Siamo invitati a vivere la rivoluzione della tenerezza come Maria, Madre della Carità. Siamo invitati a «uscire di casa», a tenere gli occhi e il cuore aperti agli altri. La nostra rivoluzione passa attraverso Il Regno - documenti 30/2015 la tenerezza, attraverso la gioia che diventa sempre prossimità, che si fa sempre compassione – che non è pietismo, è patire-con, per liberare – e ci porta a coinvolgerci, per servire, nella vita degli altri. La nostra fede ci fa uscire di casa e andare incontro agli altri per condividere gioie e dolori, speranze e frustrazioni. La nostra fede ci porta fuori di casa per visitare il malato, il prigioniero, chi piange e chi sa anche ridere con chi ride, gioire con le gioie dei vicini. Come Maria, vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità di un popolo nobile e dignitoso. Come Maria, Madre della carità, vogliamo essere una Chiesa che esce di casa per gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione. Come Maria vogliamo essere una Chiesa che sa accompagnare tutte le situazioni «imbarazzanti» della nostra gente, impegnati nella vita, nella cultura, nella società, non nascondendoci ma camminando con i nostri fratelli, tutti insieme. Tutti insieme, servendo, aiutando. Tutti figli di Dio, figli di Maria, figli di questa nobile terra cubana. Questo è il nostro «rame» (cobre) più prezioso, questa è la nostra più grande ricchezza e la migliore eredità che possiamo lasciare: come Maria, imparare a uscire di casa sui sentieri della visitazione. E imparare a pregare con Maria, perché la sua preghiera è colma di memoria e di ringraziamento; è il cantico del popolo di Dio che cammina nella storia. È la memoria viva che Dio è in mezzo a noi; è la memoria perenne che Dio ha guardato l’umiltà della sua gente, ha soccorso il suo servo come aveva promesso ai nostri padri e alla loro discendenza per sempre. Santiago, Santuario nazionale della «Virgen de la caridad del Cobre», 22 settembre 2015. Francesco 10 S anta Sede | vita consacrata Rimanete nel mio amore Mons. Carballo alla veglia in apertura dell’Incontro mondiale per giovani consacrati (Roma, 15-18.9.2015) C «Siate forti, siate fedeli, svegliate il mondo!». Con questa esortazione nella veglia di preghiera celebrata in Piazza S. Pietro lo scorso 15 settembre, mons. José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ha aperto l’Incontro mondiale dei giovani consacrati e consacrate organizzato dal dicastero vaticano in occasione dell’Anno della vita consacrata. «Non ci sono vocazioni speciali – ha sottolineato mons. Carballo – ci sono vocazioni specifiche». E la vocazione alla vita consacrata è una chiamata specifica per la quale «verrà chiesto di rompere con il passato e di condividere tutto con Gesù: il suo stile di vita, il suo cammino, la sua missione e la sua sorte». Tre i momenti che hanno scandito la riflessione, caratterizzati ciascuno da un’esortazione ai giovani consacrati: «Non siate vittime della pigrizia che vi porta a scegliere il cammino più comodo e facile»; «rimanete! Non abbiate paura»; «portate frutto, risvegliate il mondo!». Pubblichiamo il testo dell’intervento insieme al messaggio finale consegnato al termine del Convegno dedicato ai formatori alla vita consacrata dello scorso mese di aprile (cf. riquadro a p. 13). Stampa (21.9.2015) da sito web www.congregazionevitaconsacrata.va. Il Regno - documenti 30/2015 arissimi giovani consacrati, cari fratelli e sorelle consacrati, carissimi tutti: «Il Signore vi dia la pace!». Benvenuti in questa meravigliosa piazza di San Pietro, pensata e realizzata come icona della Chiesa madre di Roma che accoglie tutti gli uomini e le donne di buona volontà che si avvicinano alla tomba di Pietro, in particolare quanti – come voi, cari giovani – vengono a Roma per ravvivare la loro fede e il dono della loro propria vocazione, che Dio ha depositato nel cuore di ognuno di noi (cf. 2Tm 1,6), in modo che, vivendo in costante atteggiamento di gratitudine, conducendo una vita segnata dalla passione per Cristo e per l’umanità, aperti sempre alla speranza, possiamo comunicare e testimoniare questo dono davanti agli uomini e alle donne del nostro tempo, particolarmente davanti ai giovani, con convinzione e in autenticità di vita. Grazie per aver ascoltato il nostro invito a partecipare a questa veglia di preghiera con la quale iniziamo il primo Incontro mondiale dei giovani consacrati, nel contesto dell’Anno della vita consacrata. Che questi giorni che trascorreremo insieme per riflettere sugli elementi essenziali della vita consacrata – consacrazione, vita fraterna in comunità e missione – e per celebrare il dono della nostra comune vocazione a seguire Cristo «più da vicino» attraverso i consigli evangelici di obbedienza, senza nulla di proprio e in castità, illuminati anche dalla parola e dall’esempio del nostro amato papa Francesco, ci servano per ravvivare, come ci chiede l’apostolo Paolo (cf. 2Tm 1,6-11) il dono della vocazione alla quale siamo stati chiamati. In questo contesto, alla luce della Parola che abbiamo proclamato e seguendo l’esempio di papa Francesco, desidero lasciarvi tre parole che possano aiutarvi, cari giovani, e aiutare tutti nel cammino di fedeltà creativa alla quale quanti siamo stati chiamati a seguire Cristo nella vita consacrata siamo chiamati. Queste tre parole sono: animo, siate forti! Perseverate, siate fedeli! Portate frutto, risvegliate il mondo! 11 S anta Sede Animo, siate forti! Il Signore è stato generoso con voi, guardandovi con amore (cf. Mc 10,17-30), chiamandovi a condividere la sua vita e la sua missione (cf. Mc 3,13). Siate voi generosi con lui. Non siate vittime della pigrizia che vi porta a scegliere il cammino più comodo e facile. È vero che quello che il Signore ci chiede, seguirlo «più da vicino» (cf. Mt 19,21), e quello che esige la vita consacrata vissuta in pienezza supera le nostre forze e capacità. Ma non abbiamo ascoltato forse che nella nostra debolezza si manifesta la forza di Dio (cf. 2Cor 12,9)? Non afferma la Scrittura che per Dio «nulla è impossibile» (Lc 1,37), e che tutto possiamo in colui che ci dà forza (cf. Fil 4,13)? Non allineatevi, miei cari giovani, al numero di coloro che udendo la «tromba dello Spirito» (sant’Agostino) che li chiama a seguire il Signore nella vita consacrata non possono rispondere a essa, a causa del rumore e della dispersione in cui vivono, o semplicemente perché sono troppo attaccati ai propri piani e progetti per dare la vita al progetto di Dio. Non siate di quelli che davanti alla chiamata del Signore dicono «domani, per domani rispondere lo stesso» (Lope de Vega). Non siate di coloro – i perpetuamente chiamati – che vivono un processo di discernimento vocazionale senza fine, senza mai decidere, adducendo ogni tipo di pretesto per non mantenere l’appuntamento con il Signore (cf. Lc 14,15-24) o per rimandare la risposta all’invito del Signore (cf. Lc 9,60). Non formate parte di una certa «aristocrazia dello Spirito», che sentendosi chiamata dal Signore non si impegna mai a seguirlo. Non fate della questione vocazionale una storia senza fine, una semplice ricerca, senza desiderare di incontrare il Signore e di seguirlo con coraggio, per timore di perdere la propria libertà o autonomia. Dice la Scrittura: «Se ascoltaste oggi la sua voce! Non indurite il cuore» (Sal 95,7-8). Sì, se ascoltate la voce del Signore, vivete un serio e sereno discernimento vocazionale, facendovi accompagnare da un autentico maestro di spirito, e pregate incessantemente (cf. Lc 22,46), perché il Signore vi faccia conoscere la sua santa volontà. E, conosciuta la volontà del Signore, con fede viva, speranza certa e carità perfetta, non rimandate la risposta per molto tempo, non passate la vita nell’incertezza di chi non assume con coraggio il rischio di una risposta generosa. Sapendo che Dio è chiamato a essere il tuo tutto – la tua ricchezza, la tua sicurezza, la tua vera libertà, la tua sovrabbondante ricchezza, il tuo bene, il sommo bene, ogni bene (san Francesco) – consegnati a lui con tutto il tuo cuore, Il Regno - documenti 30/2015 con tutta la tua mente, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze (cf. Dt 6,5), rinnovando costantemente questa offerta, perché l’amore di Cristo continui a far ardere il tuo cuore e si mantenga viva la passione per il primo e unico amore (cf. Os. 2,9). Cari giovani, siate generosi con il Signore, il grande elemosiniere, come lo chiamava Francesco d’Assisi, uno, tra molti, che nella sua gioventù lascia tutto per abbracciarsi a colui che è tutto. Non siate pigri né avari con il Signore, sapendo che egli non si lascia vincere in generosità. Hai fame e sete di significato: Dio è il tuo pane e la tua acqua. Cammini nelle tenebre: Dio è la tua «luce elevata», il tuo Hermon. Cammini nel peccato: Dio è abbraccio di misericordia e perdono. Cari giovani, siate coraggiosi e forti nello spirito, abbiate la diligenza propria dell’amore che non conosce limiti nel donarsi, anche se tutto questo comporta l’andare contro corrente. In questo contesto vi ricordo le parole di papa Francesco ai giovani che ha incontrato a Torino: vivete, non vivacchiate. Non vivete una vita che vita non è. Maria, la vergine del fiat, coraggiosa e fidente, vi accompagni, ci accompagni nel nostro sì, coraggioso e fiducioso. Rimanete, siate fedeli! Nel testo del Vangelo che abbiamo ascoltato, in sette versetti si ripete dieci volte il verbo rimanere. Probabilmente l’autore del quarto Vangelo constatava che già nella Chiesa a cui si rivolgeva non pochi, di fronte alla difficoltà di vivere le esigenze della loro vita cristiana, erano tentati di lasciare e di tornare indietro. Fu la tentazione alla quale cedette il giovane ricco (cf. Mt 19,16ss). È la tentazione a cui cedono tanti giovani e non tanto giovani, nel momento presente. Di fronte alle esigenze che comporta la vita consacrata decidono di lasciare, dimenticando la parola che un giorno hanno dato al Signore nella loro professione religiosa o di vita consacrata. Forse tutto è cominciato con piccole infedeltà che sono andate spegnendo la passione che ardeva nei loro cuori; piccole infedeltà che hanno portato, poco a poco, a grandi e gravi infedeltà. Forse tutto è cominciato con una vita senza passione, dominata dalla mediocrità, dalla rassegnazione e dalla mancanza di speranza, o forse da una vita che non è più alimentata da una profonda comunione con Cristo, che ha reso insipido, senza senso il sale della propria vocazione (cf. Mt. 15,13-16). Molte e complesse possono essere le cause. Certo è che la fedeltà, come già diceva il beato Paolo VI, non è la virtù del nostro tempo. 12 S anta Sede Priorità per il servizio dei formatori D odici «priorità» per i formatori degli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica: è l’elenco redatto dal prefetto della competente Congregazione vaticana, card. João Braz de Aviz, unito al messaggio finale che è stato consegnato ai partecipanti al precedente Congresso internazionale, dedicato alla formazione, tenuto a Roma in aprile (7-11.4.2014). Pubblichiamo qui il testo del messaggio finale e l’elenco delle dodici «priorità» (www.vatican.va). Beati voi, formatori e formatrici Al termine di questo Congresso l’esperienza e la riflessione vissute insieme con profonda e vivace partecipazione ci chiedono di accostare la Parola alla nostra vita di consacrati e consacrate, alle nostre comunità e fraternità, ai nostri istituti, alle nostre culture e terre di provenienza, al nostro servizio nella Chiesa e nel mondo. (Mt 5, 1-10) Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi che, sentendovi poveri di fronte al sublime compito di formare Cristo nei cuori, confidate nell’azione dello Spirito Santo, che mostra Gesù come «il più bello tra i figli dell’uomo». È lo Spirito che suscita il desiderio di conformarsi a Cristo nella profondità del cuore, che infonde i sentimenti del Figlio e fa nascere le sue emozioni, i suoi affetti, la sua stessa sensibilità; che accende la passione dell’annuncio perché sia visibile nel nostro tempo la forma di vita del Figlio di Dio. Quando questo avviene il Vangelo si rivela in modo nuovo e il Regno di Dio è in mezzo a noi. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati voi quando sapete condividere con i formandi la fatica della conversione, della difficoltà nel lasciare tutto per seguire Cristo, della risposta generosa. Beati voi, formatori, se siete liberi di accogliere nel vostro cuore le sofferenze dei giovani, se li guardate con empatia, senza riserve, permettendo loro di riversare almeno un po’ della propria pena nel vostro cuore e a voi di accoglierla con la tenerezza e la misericordia del Padre. Beati quei formatori che piangono per le delusioni e i fallimenti che inevitabilmente incontreranno. Siate certi, riceverete consolazione dal Signore: il quale asciugherà ogni lacrima e renderà fecondo il vostro servizio. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati voi, se sapete attendere con pazienza i tempi di maturazione del buon seme gettato con costanza e fiducia, senza imporre nulla con la forza o l’astuzia, senza Il Regno - documenti 30/2015 pretendere di esser voi a gestire il raccolto. Beati i formatori-seminatori, che continuano a seminare in ogni caso, in ogni momento, in ogni cuore, ben sapendo che il seme ha una sua forza ed efficacia. Beati voi se agite senza mai fare alcuna violenza, sottile e nascosta, nemmeno per ottenere il bene, perché Dio vi darà la terra promessa dei cuori. Beati i formatori che con la loro mitezza ricordano a chi è in formazione che l’unica cosa davvero necessaria è farsi come ciotole di terracotta, in cui altri possano bere a piccoli sorsi il cielo. Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati voi, se portate nel cuore l’intenso desiderio di vedere realizzata la giustizia di Dio, la sua passione per la vita e la fraternità. E cercate il disegno divino in ciascuna persona vocata, anche a costo di non essere compresi; senza imporre i punti di vista personali, o gli interessi di istituto, affinché ognuno sia se stesso secondo il sogno di Dio. Beati voi se farete questo, perché la verità vi darà la libertà di chiedere l’impegno totale a ogni giovane a voi affidato e di essere persuasivi e credibili, senza manipolazioni o forzature. E il Padre esaudirà i santi desideri del vostro cuore. Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia. Beati voi formatori e formatrici se avete incontrato il Dio ricco di tenerezza lasciando che la sua misericordia plasmi in voi un cuore di carne, compassionevole, capace di scoprire il fuoco sotto la cenere di chi sembra aver perso ogni speranza. Se saprete ridare forza alla fiamma che sembra spegnersi insegnerete le vie per scendere nelle tante attuali terre del dolore, ed essere consolazione di Dio. Sarete testimoni di Dio che ascolta il grido del povero, vede le miserie umane e si china su di esse con misericordia. I vostri giovani vi seguiranno. Beata la comunità di formazione, piccola «Chiesa in uscita», «dalle porte aperte». Fraternità in cui il giovane «si mette mediante opere e gesti, nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione, se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (Francesco, Discorso ai vescovi del Giappone, 20.3.2015). Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati voi se avete un cuore retto e sincero, una vita senza ipocrisia e uno sguardo trasparente. La formazione alla vita consacrata è itinerario di purificazione del cuore perché possa entrare nel mistero dell’eternamente Amante. Guidate i giovani, con impegno costante, a vivere la comunione con lui senza doppiezze, a gustare la sua intimità e le sue cose (cf. Lc 2,49). Beato segue a pag. 4 > 13 S anta Sede > continua da pag. 3 quel formatore che trasmette al giovane la bellezza di Dio e la certezza che solo l’Eterno può riempire la sete d’affetto del cuore umano. Beato il formatore innamorato di Dio e appassionato per l’uomo, che sa comunicare, a un tempo, la bellezza di amare Dio con un cuore totalmente umano, e amare la persona con un cuore che sta imparando a voler bene in modo divino. Beati voi formatori se saprete vedere i giovani con gli occhi di Dio, e saprete vedere Dio nel loro cuore! Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati voi formatori, uomini e donne in pace con se stessi, se sarete sensibili al bisogno immenso di pace in un mondo diviso e saprete costruire pace nel cuore dell’altro e nelle relazioni. Beati coloro che educano alla pace e all’unità interiore come fondamento di ogni fraternità. Beati voi se saprete formare alla fraternità ordinata e alla convivialità delle differenze, nella varietà delle culture: lì il Signore abita. Assieme ai vostri giovani, sarete figli di Dio e disarmerete i cuori da ogni aggressività, come terapia di bontà e benedizione per tutti. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando siete perseguitati a causa della testimonianza che rendete al Signore Gesù, gioia dei vostri occhi, delizia dei vostri cuori. Beati voi formatori dei paesi ove i cristiani sono perseguitati: vivete nella vostra carne il mistero pasquale. Beati voi che, come il chicco di grano, portate molto frutto. La Chiesa tutta in voi e con voi soffre, alimenta la speranza, invoca la pace e annuncia il regno dei cieli. Dal congresso alla vita: alcune priorità In tale visione accogliete, come attenzione di questo dicastero, alcuni orientamenti, come priorità pedagogico-spirituali per il vostro servizio di formatori. – Siate formatori beati, contenti di poter prestare questo servizio. E rendete nota la vostra gioia, per trasmetterla ai vostri giovani. – Date attenzione alla formazione del cuore, non solo dei comportamenti, ben ricordando che cor ad cor loquitur. È la passione per Gesù che vi rende formatori. – Non presumete di voi stessi, curate la vostra formazione continua, siate disposti a imparare ogni giorno l’arte del formare i cuori: imparate da Gesù e dalla sua pedagogia, ma anche dai vostri giovani, dai vostri errori, dalla vita. – Non dimenticate che è il Padre che forma in ogni giovane la personalità del Figlio per la potenza dello Spirito: voi siete mediatori di questa azione trinitaria. – Siate formatori a tempo pieno e dando il meglio di voi stessi. È il Signore che vi affida i giovani che accompagnate come realtà preziosa ai suoi occhi e che deve divenire tale anche ai vostri stessi occhi. Il Regno - documenti 30/2015 – Abbiate un cuore grande per accogliere quanti il Padre vi affida da ogni parte della terra. Valorizzate ogni persona perché la comunità formativa sia espressione dell’unica fede e dello stesso carisma, nella varietà delle culture e delle ricchezze di ognuno. – Formate giovani dal cuore innamorato di Dio e appassionato per l’uomo, «cittadini del mondo» in dialogo con ogni cultura; giovani ricchi di misericordia per «i senza dignità», che imparano a cercare Dio nelle periferie dell’esistenza, liberi di lasciarsi formare dalla vita per tutta la vita. – Non pretendete nulla da essi che non sia già vissuto e messo in atto da voi. Senza imporre pesi impossibili e motivando sempre ogni richiesta con la legge della libertà dei figli di Dio, la legge dell’amore. – Dedicate il vostro tempo a incontri regolari, col gruppo e soprattutto coi singoli. È la relazione interpersonale tra formatore e formando lo strumento per eccellenza dell’azione educativa. – L’equipe formativa, specie nelle comunità educative numerose, esprima le varie competenze pedagogiche, nel rispetto dei ruoli specifici, nella condivisione dello stesso modello formativo e nella convergenza verso il bene dei giovani. La formazione dei formatori è una precisa e inderogabile responsabilità dei superiori con voi promotori di una autentica cultura della formazione continua. – Non abbiate paura di accompagnare il giovane e la giovane a scoprire sé stessi e la propria verità, con le proprie debolezze, ma fate sentire in quei momenti la vostra vicinanza come sacramento dell’amore del Padre, che guarisce e perdona. In modo particolare fate avvertire la vostra vicinanza a coloro che per vari motivi abbandonano il cammino formativo. – Ma non abbiate timore soprattutto di accompagnare i vostri giovani lungo la via della Pasqua di Gesù. A questo deve mirare ogni cammino formativo per tutta la vita, in compagnia di Maria, discepola e madre ai piedi della croce. Cari formatori e formatrici, la Chiesa vi ama, vi apprezza e prega per voi. Senza il vostro servizio la vita consacrata non potrebbe esistere, o avrebbe un futuro incerto. Senza la vostra pazienza e il vostro discernimento il popolo di Dio rischierebbe di non veder più quella via luminosa capace di far brillare, in un mondo che passa, il mondo definitivo trasfigurato dalle Beatitudini. Roma, 11 aprile 2015. ✠ João Braz card. de Aviz, prefetto ✠ José Rodríguez Carballo, ofm, segretario 14 S anta Sede E ciò che succede nella nostra società succede nella Chiesa e nella vita consacrata. In questo contesto è necessario ri-accendere costantemente il fuoco dell’amore a Cristo mediante una profonda comunione con lui, come i tralci alla vite (cf. Gv 15,1ss), per ri-avvivare la nostra donazione incondizionata al Signore. È necessario riconoscere che senza di lui non possiamo far nulla (cf. Gv 15,1ss), e che «lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41). Per tutto questo abbiamo bisogno di alimentare la nostra fedeltà con una vita forgiata secondo i sentimenti di Cristo (cf. Fil 2,5), attraverso un progetto di vita «ecologico» nel quale abbiamo tempo per noi stessi, tempo per gli altri, a partire dai fratelli e sorelle della nostra comunità-fraternità, e tempo per Dio. Senza questo progetto ecologico di vita, la tentazione di lasciare si farà sentire, e, piuttosto prima che dopo, molto probabilmente cediamo e ce ne andiamo. Nella nostra vita, come in quella di Paolo, sicuramente, con maggior forza e frequenza del previsto, sentiamo le spine conficcate nella nostra carne (cf. 2Cor 12,7), che in momenti particolari di notte oscura o di crisi esistenziale, come quella vissuta da Elia, ci fanno sperimentare la fatica di andare avanti nella sequela di Gesù che abbiamo intrapreso, e che, come lui, sentiamo il bisogno di gridare: «Ora basta!» (cf. 1Re 19,4). È allora che il Signore ci rassicura: «Ti basta la mia grazia» (cf. 2Cor 12,9). E se rinnoviamo la nostra fiducia in lui, anche noi sperimenteremo, come san Paolo, che la sua grazia in noi non sarà vana (cf. 1Cor 15,10). Rimanete. Non abbiate paura. Non venga meno la vostra fede né si indebolisca la vostra speranza. Il Signore, come un giorno a Geremia, oggi assicura a ciascuno di noi: «Io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8). Maria, la vergine fedele, è il nostro modello di fedeltà in tutte le circostanze della nostra vita. Portate frutto, risvegliate il mondo! L’albero si riconosce dai suoi frutti (cf. Mt 7,16). Gesù ci dice: «Questa è la volontà del Padre mio: che portiate frutto» (cf. Gv 15,8). Non siamo consacrati per noi stessi. Nemmeno possiamo chiuderci nelle nostre beghe di casa o nei nostri problemi, come ci ricorda papa Francesco nella lettera apostolica a tutti i consacrati (II, 4). Siamo consacrati per vivere secondo la logica del dono, donandoci, in libertà evangelica (obbedienza), senza nulla di proprio, assumendo la kenosis o minorità come forma di vita (povertà), e con cuore indiviso (castità), a Cristo e agli altri. Il consacrato è Il Regno - documenti 30/2015 tutto per il Signore, e, poiché è tutto per il Signore, è tutto per gli altri. E tutto questo motivato dall’amore incondizionato, l’unica ragione valida per scegliere la vita consacrata. Colui che ha consacrato tutta la sua vita al Signore, deve vivere secondo l’amore e con l’amore, lasciando che sia l’amore a dare frutti abbondanti: nella sua comunità, nella Chiesa e nel mondo. Cari giovani, siate padri e madri, non zitelli e zitelle (papa Francesco). Fuggite dalla tentazione di idolatrare la vostra immagine, dalla tentazione di Narciso, che vi porterà, come il personaggio mitologico, a morire nelle vostre proprie reti. Ricordate sempre che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35). E che è dando che si riceve (san Francesco). Non vivete, cari giovani, chiusi in voi stessi, nei vostri interessi, piani e progetti. Il vostro amore e la vostra castità siano fecondi e, per questo, che il vostro amore affondi le sue radici nell’humus, nel terreno fertile del Signore. Chiedetevi, come papa Francesco chiede a tutti i consacrati, se Gesù è ancora il vostro primo e unico amore. Solo se egli occupa il vostro cuore potrete amare nella verità e nella misericordia ogni persona che incontrerete sulla vostra strada, perché avrete appreso da lui che cos’è amore e come amare. Solo allora saprete amare in verità, amare con la «A» maiuscola, perché avrete il suo stesso cuore, come afferma il santo padre nella Lettera ai consacrati (I, 2). Sì, abbiate il cuore pieno di Dio e in esso entreranno tutti gli uomini e le donne che incontrerete nel cammino. Abbiate il cuore pieno di Dio e il vostro sarà casto e fecondo nello stesso tempo. Abbiate il cuore pieno di Dio e sarete Vangelo vivente, e darete frutti, e frutti abbondanti. Maria, madre dei consacrati, volgi a tutti i consacrati quegli occhi tuoi misericordiosi e ottienici dal tuo Figlio e Signore nostro il dono della fedeltà. Maria, vergine fatta Chiesa, che mai non ci manchi il vino di un amore appassionato per te e per quanti incontreremo nel nostro cammino. Maria, figlia di Dio Padre, Madre di Dio Figlio, sposa dello Spirito Santo, cammina con noi per i sentieri della vita e ottienici dall’altissimo, onnipotente e buon Signore il dono di fare in ogni momento qualunque cosa egli dica. Vergine addolorata, la cui festa oggi celebriamo, prega, madre, per noi. Fiat, fiat, amen, amen. Piazza San Pietro, 15 settembre 2015. ✠ José Rodríguez Carballo, ofm, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica 15 C hiesa in Italia | calabria Fuori la ‘ndrangheta dalle processioni Regolamento diocesano per le processioni del vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea «Le processioni religiose si svolgano con ordine e serietà (...). L’itinerario ed eventuali soste devono essere preventivamente stabiliti dal parroco e dal consiglio pastorale e comunicati ai fedeli». A seguito delle vicende che nel luglio 2014 avevano richiamato l’attenzione sulla presenza della ‘ndrangheta nella gestione delle processioni religiose, lo scorso 1° marzo è entrato in vigore, per tre anni ad experimentum, il Regolamento diocesano per le processioni approvato dal vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, mons. Luigi Renzo, il 12 febbraio. Evidente sia il richiamo ai fondamenti («ogni processione (...); deve costituire nella festa un momento importante, vissuto spiritualmente con intensità, preparato da congrua catechesi e preghiera»), sia il desiderio di valorizzare e difendere la religiosità popolare da infiltrazioni perverse e scandalose: «I portatori delle statue siano prevalentemente fedeli che vivono con assiduità la vita della parrocchia o della confraternita, di cui eventualmente si è parte. (...) Non sono ammessi a questo compito persone aderenti ad associazioni condannate dalla Chiesa, che siano sotto processo in corso per associazione mafiosa o che siano incorse in condanna per mafia, senza prima aver dato segni pubblici di pentimento e di ravvedimento». Stampa (1.9.2015) da sito web www.diocesimileto.it. Il Regno - documenti 30/2015 Premessa Nel cammino pastorale della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea il Regolamento per le processioni costituisce un’utile e pratica applicazione delle disposizioni e norme del Direttorio diocesano sulle feste religiose, in vigore dal 5 febbraio 2009. Riferimenti normativi sono altresì: – il Direttorio su pietà popolare e liturgia della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (2002); – la lettera pastorale Pietà popolare: da problema a risorsa pastorale (anno 2013-2014); – la nota Testimoniare la verità del Vangelo. Nota Pastorale sulla ‘ndrangheta, della Conferenza episcopale calabra (25.12.2014; Regno-doc. 2,2015,11ss). Ciò premesso, vengono ora indicati gli orientamenti e norme per la diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea. A. Orientamenti e norme pastorali 1. Il rito della processione è profondamente radicato nell’animo popolare tanto da essere praticato in tutte le religioni di tutti i tempi. Con tale rito una comunità vuole esprimere i propri sentimenti di devozione a Dio e dare pubblica testimonianza della propria fede. Ha costituito nel passato e può essere ancora oggi un mezzo efficace per esaltare la propria identità religiosa e la propria coesione interna. 2. La processione deve costituire nella festa un momento importante, vissuto spiritualmente con intensità, preparato da congrua catechesi e preghiera, mai carente della partecipazione dei singoli fedeli – compresi i componenti il comitato – ai sacramenti della riconciliazione e dell’eucaristia. Ogni processione deve mantenere il suo profilo teologico, liturgico e antropologico. 16 C hiesa in Italia 3. Sotto il profilo teologico «si dovrà mettere in luce che la processione è un segno della condizione della Chiesa, popolo di Dio in cammino che, con Cristo e dietro Cristo, consapevole di non avere in questo mondo una stabile dimora (cf. Eb 13,14), marcia per le vie della città terrena verso la Gerusalemme celeste; segno anche della testimonianza di fede che la comunità cristiana deve rendere al suo Signore nelle strutture della società civile; segno infine del compito missionario della Chiesa, la quale sin dagli inizi, secondo il mandato del Signore (cf. Mt 28, 19-20), si è messa in marcia per annunciare per le strade del mondo il Vangelo della salvezza». 4. Sotto il profilo liturgico, nello spirito di un ricuperato rapporto armonico tra pietà popolare e la stessa liturgia, le processioni «si dovranno orientare verso la celebrazione della liturgia: presentando il percorso come cammino della comunità vivente nel mondo verso la comunità che dimora nei cieli»; provvedendo che siano svolte sotto la presidenza ecclesiastica, onde evitare manifestazioni irrispettose e degenerative, stabilendo lungo il tragitto «momenti di preghiera e di proclamazione della parola di Dio»; valorizzando il canto e l’apporto di strumenti musicali; concludendo le stesse con una preghiera dossologica a Dio, fonte di ogni santità, e con la benedizione impartita dal vescovo, dal presbitero o dal diacono. 5. Sotto il profilo antropologico «si dovrà evidenziare il significato della processione quale “cammino compiuto insieme”. Coinvolti nello stesso clima di preghiera, uniti nel canto, volti all’unica meta, i fedeli si scoprono solidali gli uni con gli altri, determinati a concretizzare nel cammino della vita gli impegni cristiani maturati nel processo processionale». 6. Strutturate per bene secondo questi tre profili, le processioni, pur nella nostra società distratta e individualistica, ricupereranno il loro carattere corale e comunitario, e non perderanno la nota di festosità che dovrà toccare il cuore di tutti, anche dei poveri che vivono nell’indigenza e nella precarietà. B. Disciplina e svolgimento 1. La buona riuscita della processione dipende dalla preparazione remota e prossima, svolta con il comitato festa, con la comunità, con gli animatori liturgici, con i ministranti, con il servizio volontari. Non è significativa e opportuna una processione se non c’è concorso di popolo e il raccoglimento generale dei fedeli. Il Regno - documenti 30/2015 2. Le processioni religiose, pertanto, si svolgano con ordine e serietà tali da onorare veramente il Signore e da edificare il popolo, attraverso un itinerario significativo. Non si tratta di cortei folkloristici, marce civili, o spettacoli a soggetto religioso. L’itinerario ed eventuali soste devono essere preventivamente stabiliti dal parroco e dal consiglio pastorale e comunicati ai fedeli. 3. Si evitino, per quanto possibile, soprattutto d’estate, processioni in pieno mezzogiorno e sotto un sole cocente. È più opportuno riportare le processioni alla sera per renderle spiritualmente più proficue e fisicamente più partecipate. 4. Si devono svolgere, di norma, nei confini della parrocchia. Nei luoghi dove operano più parrocchie si rispettino le legittime consuetudini, con l’intesa e la collaborazione dei parroci interessati. 5. Nel corso dell’anno le processioni non siano troppo frequenti, a discapito della vita liturgica e sacramentale. Non è consentito introdurre nuove processioni senza l’espressa autorizzazione dell’ordinario. 6. I portatori delle statue siano prevalentemente fedeli che vivono con assiduità la vita della parrocchia o della confraternita, di cui eventualmente si è parte. È compito del parroco o del rettore della chiesa, magari in collaborazione con il comitato festa debitamente costituito, vigilare sulla scelta di tali persone. Non sono ammessi a questo compito persone aderenti ad associazioni condannate dalla Chiesa, che siano sotto processo in corso per associazione mafiosa o che siano incorse in condanna per mafia, senza prima aver dato segni pubblici di pentimento e di ravvedimento. In base alla durata del percorso i portatori si possono alternare per turnazione preventivamente stabilita. 7. Nelle processioni sono proibiti tutti quei gesti in qualsiasi modo contrari al carattere sacro e liturgico di queste. In particolare è tassativamente vietato: – ogni forma di «incanto» o riffa per poter portare le statue; – protrarre la processione oltre le due ore, al massimo tre per i centri più grossi; – trasportare le statue per tutte le strade e i vicoli del paese; – raccogliere denaro con cassette o attaccandolo a drappi o alle stesse sacre immagini; – girare o sostare con le sacre immagini davanti a case o persone, tranne che si tratti di ospedali, case di cura, ammalati; 17 C hiesa in Italia – accostare alla sacra immagine, durante il percorso, bambini o oggetti per voto; tali gesti di pietà possono essere convenientemente adempiuti in tempi diversi, magari prima o dopo la processione; – chiacchierare, fumare, usare il telefonino, posare per foto e quanto altro possa disturbare lo spirito di raccoglimento e di preghiera; – interrompere la processione con batterie e fuochi artificiali vari, tali da intralciare il normale passaggio del corteo; – sottoporre le statue allo spettacolo di danze, balli, anche se fossero di antica tradizione. C. Ordinamento rituale e pastorale 1. Il clero, a cui spetta presiedere e guidare la processione, intervenga con le vesti liturgiche previste e sia di esempio ai fedeli nella modestia e nella pietà. 2. Le confraternite e le pie associazioni partecipino convenientemente ordinate e procedano con i propri labari e insegne. 3. Durante il percorso, da svolgersi in clima di sacralità visibile, si alternino sapientemente canti, preghiera, ascolto di brani biblici e musica. Ci siano anche di tanto in tanto brevi pause di silenzio, che favoriscano la riflessione personale. Ove è possibile si provveda a un’idonea apparecchiatura di amplificazione acustica. 4. I complessi bandistici suonino inni sacri e accompagnino il canto dei fedeli, alternandosi con le preghiere del popolo e del clero. Non possono, però, suonare in chiesa. 5. Dove c’è la consuetudine, il canto delle litanie avvenga una sola volta durante o alla fine del tragitto. 6. Mentre si svolge la processione è proibita in chiesa la celebrazione di sante messe o altri riti liturgici. 7. La processione inizi con una adeguata esortazione ai fedeli e si concluda con la preghiera comune e la benedizione del sacerdote (cf. Benedizionale). La benedizione eucaristica è riservata solo per la solennità del Corpus Domini. 8. La processione non si concluda immediatamente con la celebrazione della messa, ma secondo le indicazioni del Benedizionale. D. Adempimenti canonici e civili 1. Ogni processione, tranne quelle strettamente liturgiche (Corpus Domini, Presentazione del Signore, rogazioni ecc.), dev’essere preventivamente autoIl Regno - documenti 30/2015 rizzata dalla curia diocesana; se ne chieda pertanto tempestivamente il nulla osta almeno una settimana prima. 2. L’avviso per le processioni, formulato con apposito modulo in triplice copia, a norma degli artt. 24 e 25 del testo unico della Legge di pubblica sicurezza, e munito del nulla osta dell’ordinario diocesano, dev’essere indirizzato al sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza almeno tre giorni prima della data del suo svolgimento, con segnalazione dettagliata del percorso e delle eventuali soste. 3. Un’eventuale richiesta dell’elenco dei portatori delle statue da parte delle autorità civili, pur nello spirito di un’opportuna e saggia collaborazione di massima, non trova fondamento nel vigente sistema normativo dello stato italiano. L’esercizio pubblico del culto, infatti, nel cui ambito ricadono anche le processioni religiose, è garantito pienamente dagli artt. 17 e 19 della Costituzione italiana. Per la Chiesa cattolica tale garanzia è stata ribadita anche nell’Accordo del 18 febbraio 1984 tra la Repubblica italiana e la Santa Sede (Legge 25 marzo 1985, n. 121), che nell’art. 2 afferma: «È assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica». L’esercizio pubblico del culto tocca, pertanto, sia l’ambito proprio del diritto di libertà religiosa e del diritto di riunione sia l’ambito dei rapporti tra Repubblica italiana e Santa Sede (Costituzione italiana, art. 7). In caso di eventuali divergenze a riguardo, consultare l’ordinario diocesano. 4. Se la festa prevede manifestazioni esterne, si osservino con cura le disposizioni del Direttorio diocesano, particolarmente i nn. 14-17. E. Speciali processioni e riti devozionali e votivi Processione del Corpus Domini – Tra le processioni si distingue, per importanza e per significato nella vita pastorale della parrocchia o della città, quella annuale della solennità del corpo e sangue di Cristo. Il popolo con questo gesto rende pubblica testimonianza di fede e di venerazione verso il Santissimo Sacramento. (cf. Sacra congregazione dei riti, istr. Eucharisticum mysterium, 25.5.1967, n. 59). – Nell’organizzazione della processione si tenga conto delle consuetudini locali sia per l’addobbo delle vie e delle piazze sia per la composta sfilata di quanti vi partecipano. 18 C hiesa in Italia Basta sangue per le strade di Napoli! I l 19 settembre, festa di san Gennaro, a poche ore dall’ultimo omicidio di matrice camorristica, il vescovo di Napoli, mons. Sepe, ha dedicato parte della sua omelia alla piaga della criminalità organizzata che affligge la città. Sepe non ha dimenticato nemmeno il dramma delle migrazioni forzate, riservando un passaggio anche all’emergenza dei profughi e alla gestione della loro accoglienza (www.chiesadinapoli.it). «È in questo giorno di festa, in cui tutti, e non solo a Napoli, testimoniamo la nostra profonda devozione al martire Gennaro, che ha offerto il suo sangue per Cristo, vogliamo gridare con forza: basta sangue per le nostre strade e in tante case; basta violenza; basta dolore e lutto; basta morti di innocenti; basta naufragi e cadaveri di quanti cercano, coraggiosamente ma troppo spesso tragicamente, libertà, pane e futuro. Ci stiamo abituando tristemente, purtroppo, alle immagini dei telegiornali, alle foto e agli articoli dei giornali, alle centinaia di persone che muoiono ogni giorno nelle traversate verso la vita. Purtroppo, dobbiamo costatare che stanno prendendo corpo l’indifferenza e il cinismo di tanti. Ma noi non possiamo restare inerti. Abbiamo il dovere di assumerci le nostre responsabilità, di combattere le scellerate speculazioni degli scafisti, ma dobbiamo anche saper aprire le nostre braccia e i nostri cuori. (...) Non c’è civiltà se non c’è umanità vissuta. Ma Napoli, la Campania e il Sud per storia, tradizione e vocazione sanno accogliere e lo stanno dimostrando a dispetto della insensibilità di tante aree dell’Europa. (...) In questi giorni, tutti noi, vescovi della Campania, ci siamo riuniti per fare un inventario delle nostre possibilità materiali da mettere a disposizione, con la collaborazione delle autorità competenti, in favore dei tanti immigrati assegnati alla nostra regione. (...) Non è dissimile la condizione della Napoli d’oggi, dove la metafora della sete d’acqua introduce l’im- – Si faccia uso di lumi, incenso e baldacchino, sotto il quale inceda il sacerdote con il Santissimo. – Dove si conserva l’uso dell’ombrello processionale, questo sia affidato a un ministro o a un responsabile di aggregazioni ecclesiali, non ad autorità pubbliche. – Nel corso della processione, se la consuetudine lo comporta, e se lo consiglia il bene pastorale, si possono fare anche delle stazioni o soste con la benedizione eucaristica. Il Regno - documenti 30/2015 magine estrema del deserto, di un luogo cioè seducente ma insidioso e sofferente, a causa della mancanza di tante cose e innanzitutto, del lavoro, di legalità, di spazi di vita non contaminati, di accessi ai più elementari diritti e ai più normali servizi sociali. “La città diventa così come un deserto – ho scritto nella lettera pastorale –. Una distesa arida e desolata, un territorio indifeso. Mediante un processo di progressivo impoverimento, spariscono le attività produttive, si inquina il territorio, si dissolvono quasi le testimonianze della civiltà per fare spazio al vuoto umano e sociale, alla criminalità”. A Napoli è tuttora presente la più crudele di tutte le seti, ossia la sete del necessario, che è sete di conoscenza e di senso, ma anche mancanza di quell’acqua indispensabile per bagnare i campi vitali che una città dovrebbe offrire ai suoi abitanti. Ed è così che la sete del necessario porta taluni a cercare fonti avvelenate, come la violenza e la turpe offerta di un reddito facile, con la conseguente caduta dei valori, per cui la vita diventa arida e priva di senso. (...) La sete del necessario è una sete maligna che arriva a contrabbandare per “normali” alcuni comportamenti diffusi e deprecabili, come quello dell’indifferenza, dell’egoismo e dell’intolleranza, o come quello che porta ad affidarsi al potente di turno e al padrino di quartiere, mettendo nelle loro mani sporche perfino i propri legittimi diritti. Ma questa è una strada buia, dolorosa e senza orizzonti, che finisce con la morte nel cuore e una tragica fine per chi decide di imboccarla. Contro questo pericolo sempre presente ci adopereremo con tutte le forze per costruire l’uomo nuovo e una società migliore, stando soprattutto dalla parte dei giovani e del loro futuro. La delinquenza e la violenza non prevarranno. Le molte seti non fanno di Napoli un deserto. Occorre proclamarlo con forza nel giorno di san Gennaro e alla vigilia del Giubileo della misericordia». – Nei centri urbani con più parrocchie la processione sia unica, come segno dell’unità della Chiesa intorno all’eucaristia; vi partecipi tutto il presbiterio locale e sia presieduta alternativamente di anno in anno da uno dei parroci. Processione e pii esercizi del Venerdì santo La processione del Cristo morto e dell’Addolorata, con le varette o misteri, si svolga esclusivamente dopo e a completamento della celebrazione della 19 C hiesa in Italia Passione del Signore del Venerdì pomeriggio. Dove non c’è questa pia tradizione, in alternativa, si faccia il pio esercizio della Via crucis per le vie della parrocchia. Processione dell’Affruntata o ‘Ncrinata Nel confermare in toto le norme sulle «Sacre rappresentazioni pasquali» del Direttorio diocesano sulle feste religiose e quanto determinato nella notificazione Per una degna celebrazione dell’Affruntata, del 25 marzo 2011 (Prot. n. 13/11/V), al fine di ovviare ad altre possibili situazioni incresciose già verificatesi e per educare la comunità al vero senso religioso di quelle particolari manifestazioni pasquali della pietà popolare, si ribadisce quanto segue: – I fedeli cristiani, quelli cioè che si sforzano di seguire la via del Vangelo, non si lascino espropriare di ciò che appartiene al loro patrimonio religioso più genuino, lasciandolo in mano a gente senza scrupolo, che non ha nulla di cristiano e anzi persegue una «religione capovolta», offensiva del vero cristianesimo popolare. – I pastori siano più coraggiosi e uniti per dare segni nuovi di presenza e di speranza al popolo di Dio. Occorrono segnali concreti di «rottura» da certi andazzi impropri: è opportuno affidare ai giovani che frequentano la parrocchia e sono veramente impegnati in un cammino di fede la possibilità di portare le statue, rendendoli protagonisti anche nell’organizzazione. – I membri delle confraternite che curano tradizionalmente le Affruntate rinuncino a certi pretesi privilegi e si mostrino più collaborativi con i parroci nell’eseguire scrupolosamente tutte le direttive diocesane in materia. – La scelta dei portatori delle statue sia fatta per estrazione dall’elenco dei prenotati, fermo restando Il Regno - documenti 30/2015 che non possono iscriversi coloro di cui è detto nel precedente n. 6 del punto B. di questo Regolamento. – L’iscrizione, assolutamente gratuita e senza «incanti» né diretti, né velati, sia aperta per tempo con pubblico avviso affisso in chiesa all’inizio della Quaresima. La successiva estrazione dei nominativi dei portatori deve avvenire sempre pubblicamente la Domenica delle Palme alla presenza del parroco e del padre spirituale. – Non è consentito iscriversi nel servizio di portare le statue a persone estranee alla comunità parrocchiale. – Se il tragitto è lungo e fosse necessario, sia estratto tra gli iscritti un secondo gruppo di portatori per un’eventuale alternanza. Non è consentito ad altri sostituirsi agli estratti durante il percorso. Altre consuetudini contrarie sono soppresse. Ciò premesso e considerato, DISPONIAMO che le presenti norme, discusse e approvate dal Consiglio presbiterale nella seduta del 12 febbraio 2015, affidate alla vigile cura e all’impegno dei parroci, dei direttivi delle confraternite interessate, dei fedeli laici di buona volontà, entrino in vigore ad experimentum ad triennium il prossimo 1° marzo 2015. Mileto, 12 febbraio 2015. ✠ Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, ordinario diocesano Filippo Ramondino, cancelliere vescovile 20 C hiesa in Italia | bologna La vita e il ministero dei presbiteri Documento del Consiglio presbiterale della diocesi di Bologna S’intitola «Presbiterio bolognese e nuova tappa evangelizzatrice» il documento presentato e consegnato al termine dell’ultima Tre giorni del clero di Bologna (14-16.9.2015). Collocandosi nell’ottica della «nuova tappa evangelizzatrice indicata da papa Francesco nella esortazione apostolica Evangelii gaudium», il documento, frutto di un lungo lavoro, si articola in sei capitoli, che toccano aspetti come la «spiritualità diocesana», la dimensione affettiva del presbitero, la cura delle relazioni (nel presbiterio e con i laici) e la ridefinizione del volto delle parrocchie «in uscita missionaria». Il testo – in corso d’opera «inviato a tutti i presbiteri, esaminato da loro, e poi discusso in assemblea plenaria il 30 aprile» – integra ogni capitolo con una «sintesi degli interventi» apportati sui temi specifici dai sacerdoti (singoli o gruppi). Dal lavoro, scrivono gli estensori, «è emersa la coscienza pungente di limiti, inadeguatezza, ferite proprie e altrui e del sistema nel suo insieme, e non sono stati fatti sconti; ma insieme a questo la consapevolezza che di questa povertà il Signore si può servire e si sta servendo per aprire nuove strade al Vangelo. A condizione di camminare insieme: nessuno può fare da solo!». Originale in nostro possesso. Il Regno - documenti 30/2015 P resentazione Abbiamo la gioia di vedere raccolto in questo fascicolo il lavoro del Consiglio presbiterale nell’anno 2014-2015, sulla vita e il ministero dei presbiteri nell’ottica della nuova tappa evangelizzatrice indicata da papa Francesco nella esortazione apostolica Evangelii gaudium. Attraverso le sue commissioni e l’Ufficio di presidenza, il Consiglio presbiterale ha prodotto un documento di lavoro. Il testo, articolato in 6 capitoli, è stato inviato a tutti i presbiteri, esaminato da loro, e poi discusso nell’assemblea plenaria del 30 aprile presso il seminario arcivescovile. Dai 45 interventi che ci sono stati, molti consegnati per iscritto oppure verbalizzati, si è ricavata una sintesi che ora viene a integrare i singoli capitoli del documento iniziale e riportata come appendice a ciascuno di loro. Le conclusioni dell’arcivescovo alla giornata del 30 sono riportate in conclusione. Della giornata del 30 aprile è doveroso ricordare alcuni elementi positivi: abbiamo sperimentato il desiderio e la volontà tenace di esserci, per contribuire insieme come presbiterio al futuro della nostra Chiesa. La partecipazione dei preti è stata numerosa, costante, attenta, appassionata: davvero molti preti credono nella possibilità di un cammino condiviso come presbiterio. Ha sorpreso, per numero, qualità e intensità, la successione ordinata di 45 interventi – tutti preparati –, molti dei quali scritti, anche spediti da lontano, come hanno fatto don Davide Zangarini dalla missione di Mapanda in Tanzania e altri che non potevano essere presenti. Il volto del presbiterio che ha offerto l’insieme della giornata, e che in qualche modo questo documento riflette, è sotto gli occhi di tutti, con le sue luci e le sue ombre. È emersa la coscienza pungente di limiti, inadeguatezza, ferite proprie e altrui e del sistema nel suo insieme, e non sono stati fatti sconti; ma insieme a questo la consapevolezza che di que- 21 C hiesa in Italia sta povertà il Signore si può servire e si sta servendo per aprire nuove strade al Vangelo. A condizione di camminare insieme: nessuno può fare da solo! Ce lo siamo ripetuti con forza e varie sfumature: chi come felice evidenza di cui sta facendo esperienza, chi manifestando il dispiacere di non riuscirei come vorrebbe, chi ha parlato di ferite aperte a motivo di chi non c’è o se ne è andato, altri hanno dato voce al bisogno da farci aiutare a uscire dall’individualismo e dall’isolamento che uccide anche noi. Il cardinale arcivescovo – che ha voluto fortemente questa Due giorni e ne ha seguito accuratamente la preparazione – ha presieduto sempre solo in ascolto. Quando poi alla fine ha preso la parola ha impresso al cammino compiuto fino a quel momento un’accelerazione decisa. Ha enunciato la necessità ormai imprescindibile di conversione radicale del presbiterio, a partire dal lavoro di queste giornate. Così le sue parole, più che una conclusione, hanno segnato un punto di partenza. A volte anche i preti sono tentati di pensare che non vale più la pena o sperano al massimo in una riedizione aggiornata di quello che ci ha fatto bene nel passato... E invece il Signore ci sorprende e ci precede sempre: crederlo ci fa onore, averlo sperimentato ci ha riempito di gioia. Bologna, Tre giorni del clero, 14-16 settembre 2015. P resbiterio bolognese e nuova tappa evangelizzatrice 1. La spiritualità diocesana del presbiterio a servizio dell’evangelizzazione La spiritualità diocesana del presbiterio bolognese si inserisce nella fisionomia concreta di questa Chiesa locale, con le sue caratteristiche peculiari, i doni ricevuti e coltivati, i frutti più evidenti che il seme del Vangelo ha prodotto da questo terreno. Nel momento del passaggio della diocesi alla guida di un nuovo arcivescovo, il presbiterio si pone come elemento di continuità e custode della tradizione vivente della Chiesa locale, con le sue luci e le sue ombre, i suoi doni e i suoi ritardi particolarmente in ordine all’evangelizzazione. Molti presbiteri hanno espresso l’esigenza di una più solida e profonda formazione alla spiritualità diocesana. Questa spiritualità qualifica il presbitero Il Regno - documenti 30/2015 diocesano, come quella carmelitana un carmelitano e quella gesuita un gesuita. Ogni prete ha qualche rudimento di spiritualità diocesana, in certo senso già la vive, ma forse abbiamo trascurato di coltivare questo aspetto di capitale importanza. Non possiamo permetterci di confondere la spiritualità diocesana con i nostri gusti personali, e neppure illuderci di viverla perché ci siamo aggregati in circoli chiusi, elitari... quasi cordate o lobby dentro il presbiterio stesso. Nella Proposta di vita spirituale per i presbiteri diocesani, redatta dal Consiglio presbiterale nel 2003, si legge: «La diocesanità non configura un ideale di prete generico, una sorta di contenitore che ciascuno riempirebbe a piacimento, ma una modalità specifica di esistenza presbiterale che si propone come una via autentica e originale di vita cristiana» (n. 23). Molti presbiteri hanno evidenziato la difficoltà di intravedere un cammino comune di Chiesa locale, una progettualità condivisa, degli obiettivi precisi, mentre avremmo bisogno sempre di più di camminare insieme, su un progetto comune. Questo è garantito dal «rapporto con il vescovo nell’unico presbiterio. La condivisione della sua sollecitudine ecclesiale, la dedizione alla cura evangelica del popolo di Dio nelle concrete situazioni storiche e ambientali della nostra terra debbono diventare la fonte prima e imprescindibile dei nostri criteri di discernimento e di azione» (cf. Giovanni Paolo II, es. ap. postsidondale Pastores dabo vobis, n. 31). Vescovo e presbiteri sembrano invece a volte scollegati tra loro nell’affrontare le sfide dell’evangelizzazione, con l’impressione che si sia lentamente estenuata l’iniziativa e la capacità di affrontare insieme i problemi più importanti e strategici della vita della diocesi. Anche quando l’arcivescovo insiste su alcune carenze del nostro presbiterio – quali la dignità culturale del nostro ministero, e una nuova attenzione al laicato per la sua specifica missione nella Chiesa e nel mondo – l’appello non trova una risposta strutturata e condivisa da parte dell’intero presbiterio, e rischia di cadere nel vuoto. Sintesi interventi del presbiterio Negli interventi è emerso come la spiritualità diocesana, di per sé propria di ogni battezzato, si specifichi per il presbitero nel rapporto – costituito non solo dalla relazione interpersonale ma anche dalla condivisione di progettazione pastorale – con il vescovo e con gli altri presbiteri, e inoltre nella conoscenza e coinvolgimento personale con il territorio in cui viviamo e con 22 C hiesa in Italia la sua storia; i due poli sono dunque il sacramento dell’ordine e la realtà socioculturale e umana in cui si è inseriti. Sul piano operativo, a fronte di possibili segnali di stanchezza da parte dei preti, oppure della ricerca di spiritualità alternative, è stata ribadita l’esigenza di una formazione permanente, per la quale alcune proposte esistono già ma restano inefficaci se non c’è l’iniziativa e volontà personale di ciascuno di «formarsi». 2. Teologia e vita del presbiterio Ogni volta che avviamo una qualche riflessione intorno al presbiterio, dobbiamo avere ben chiaro che esso non è la «somma» dei singoli sacerdoti, come se considerassimo gli stessi quali semplici «operatori pastorali» che svolgono un compito specifico nella vita della diocesi. Siamo in realtà di fronte a un mistero di «unità sovrannaturale» che deriva da un sacramento che ci fa ministri dei divini misteri a servizio della Chiesa locale, in stretto legame di obbedienza e collaborazione con il vescovo e in un’unità animata dallo Spirito Santo; siamo pertanto un corpus che è originato dall’alto ed è a servizio della missione da Cristo affidata alla sua Chiesa attraverso il ministero degli apostoli e dei loro successori. Se non partiamo da questa premessa «teologica» inesorabilmente ogni nostro ragionamento non potrà che scivolare in valutazioni di tipo puramente umano, pur validissime, ma che accentueranno le «distinzioni» fra di noi (per motivazioni di vario genere: età e formazione, affinità o meno, ideologie, simpatie o antipatie, pregiudizi ecc.); questo non aiuta il crescere di un «sentire comune», che deve anche essere continuamente rigenerato. Sintesi interventi del presbiterio La natura non meramente funzionale delle relazioni reciproche e del «fare unità» dei presbiteri tra loro e col vescovo, già emersa nel punto precedente, esige che questo spessore venga sistematicamente evidenziato e alimentato, evitando tutto ciò che può minarlo (autoreferenzialità dei singoli; appiattimento su una dimensione giuridica o amministrativa; riduzione di tutto alle «cose da fare»; scarsa attenzione verso i confratelli «in crisi» o affaticati) e valorizzando invece ciò che favorisce una più intensa comunione (come il ridare forza alla figura del vicario pastorale, una maggiore attenzione verso chi è in difficoltà, ipotizzare esperienze di vita comune per condividere la fatica Il Regno - documenti 30/2015 della evangelizzazione, vivere più intensamente i momenti di incontro tra presbiteri). Anche a chi è intervenuto per questo ambito appare prioritaria la cura della formazione permanente, per la cui progettazione si potrebbe costituire una commissione. 3. La dimensione affettiva del presbitero «Il motivo vero e profondo del sacro celibato è (...) la scelta di una relazione personale più intima e completa con il mistero di Cristo e della Chiesa a vantaggio dell’intera umanità» (Paolo VI, lett. enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 51). Dio, ricevendo in sé il dono che egli stesso ha suscitato nel vergine, risponde in modo divino alle esigenze della sua sessualità umana. Nella giovinezza, tali esigenze si fanno presenti come desiderio di intimità e possono invece implodere nell’isolamento. Nell’età adulta, come bisogno di generatività che può implodere nella stagnazione (e tuttavia, è solo quando si arriva a generare che si ha l’intimità più profonda e vera. Ecco il profilo mariano della verginità sacerdotale: nell’annuncio egli genera quanto ha ricevuto). L’affettività si presenta come esigenza di avere un centro di attrazione attorno al quale raccogliere e unificare la propria persona. Quando tale esigenza è soddisfatta e si ha un centro d’attrazione, che nel caso del prete è Gesù stesso che mi ha amato e mi ha affidato il suo Vangelo, la persona vede la realtà intera a partire da questo amore, come una chiave di lettura del reale. Quando invece tale esigenza non è sufficientemente accolta e gratificata, o questo centro non è sufficientemente amato, o non ne è abbastanza rispettata la centralità e priorità, la vita affettiva del prete si disintegra, divenendo debole e povera d’amore, trasgressiva o caotica, come fosse priva d’un punto di riferimento o ne avesse diversi e contraddittori, e dipendente (affettivamente) da ciò che di volta in volta sembra garantirle gratificazione affettiva di cui sente il bisogno. Uscire da questa situazione richiede consapevolezza della radice del problema, e un cammino personalmente accompagnato e sostenuto in un contesto relazionale aperto è positivo. «L’umanità del prete è la normale mediazione quotidiana dei beni salvifici del Regno» (CEI, La formazione permanente, n. 23). Se ciò è vero, la sua dimensione affettiva riverbera esistenzialmente il dono del Vangelo. Egli, nella sua persona sessualmente connotata, parla del Cristo. Nessun prete può dunque pensare che il suo eventuale disagio affettivo sia qualcosa che riguarda solo lui. Purtroppo... 23 C hiesa in Italia Sintesi interventi del presbiterio Se la presentazione offerta nel documento di lavoro tendeva a evidenziare soprattutto il rapporto con Cristo, gli interventi si sono concentrati prevalentemente sulle relazioni vissute dal prete sul piano umano e ministeriale, esaminate in una molteplicità di dimensioni e prospettive. Cercando di dare un ordine logico, si potrebbe proporre la seguente scansione: (a) c’è carenza di presbiteri che sappiano essere «padri» per i confratelli e quindi capaci di aiutarli per la loro vita spirituale; (b) un altro punto di riferimento privilegiato per la relazione del presbitero è la comunità cristiana, con la quale dovremmo arrivare a intrattenerci volentieri, nel «piacere di sentirsi popolo»; (c) ne deriva l’esigenza di ripensare le immagini ideali di riferimento, dove quelle che evidenziano una disparità (padre, sposo, ...) dovrebbero essere sostituite, o almeno accompagnate, da altre che privilegiano una pastorale di insieme e un agire «missionario». In altra prospettiva, è stato rilevato che il sovraccarico di questioni amministrative grava sulla vita spirituale e affettiva del prete, e che non si può trascurare di verificare i processi intrapsichici e psicologici che influiscono sulla vita affettiva. 4. Le relazioni nel presbiterio per una vera comunione evangelizzante Il prete oggi non si può concepire se non dentro una logica di comunione, prima di tutto tra preti: la realtà del presbiterio dice un legame profondo tra di noi. Questo è espresso bene da diversi luoghi e momenti di incontro a livello zonale o vicariale che devono comunque essere rimotivati e verificati. A livello pratico, questo va a toccare diversi aspetti: la stima vicendevole, la capacità di collaborazione, la progettazione pastorale e la vita comune, il non isolarsi, il trovare occasioni di incontro. Il ministero che ci è affidato si deve poter innestare su quello di chi ci ha preceduto e tener conto di chi verrà dopo di noi, pur nel rispetto dei carismi e delle competenze di ciascuno. Al contrario, un’eccessiva personalizzazione del ministero costringe le comunità cristiane a una faticosa ridefinizione del proprio assetto a ogni cambio di presbitero. Sintesi interventi del presbiterio Gli interventi relativi a questo punto hanno confermato che non è possibile imporre alla parrocchia un cambio di fisionomia ogni volta che si avvicenda il parroco: l’elemento di continuità è la comunità con Il Regno - documenti 30/2015 la sua storia, non la peculiarità del prete; e questo obiettivo è raggiungibile se c’è da parte di tutti sia un effettivo ascolto del territorio, della gente, della realtà sociale (come già emerso al punto 1) sia una più profonda comunione presbiterale. Non si nascondono le fatiche della coabitazione o anche solo dell’incontro sistematico tra i preti, tuttavia la fraternità aiuta, aumenta, fa crescere la spinta missionaria; e, dall’altro lato, l’evangelizzazione è il punto d’incontro per superare le spigolosità umane che emergono nelle relazioni; questa dimensione appare dunque decisiva. È da sottolineare positivamente che diversi interventi proposti sui vari punti del documento siano espressione non del singolo ma di un lavoro di equipe e quindi anche del confronto tra sensibilità diverse. La comunione dovrebbe esprimersi a molteplici livelli: la preghiera insieme, il confronto pastorale, la convivialità. Non sempre però questo s’incontra, anzi, sembra che ci sia un deficit crescente di appartenenza alla diocesi. 5. Le relazioni dei presbiteri con i laici Il presbitero è con loro e per loro, sempre nella dinamica di comunione con tutto il popolo di Dio. La Chiesa non è fatta dai preti, la missione della Chiesa non può fare a meno dei laici. Occorre che il prete impari a suscitare corresponsabilità nell’impegno di evangelizzare. Le occasioni di incontro con gli adulti sono altrettante occasioni di evangelizzazione degli adulti stessi? Forse qualcosa di recente si è mosso in questo senso, ma ancora molto resta da fare. Ciò significa accompagnare con entusiasmo e generosità di tempo la crescita delle persone nella fede perché vivano e scelgano cristianamente. Primato dell’evangelizzazione significa anche mantenere uno stile accogliente verso tutti favorendo relazioni calde e «attrattive» in modo che coloro che ci incontrano si sentano accolti e desiderino «venire e vedere» come e dove abitiamo. Da questo segue la necessità del discernimento su cosa mettere al centro della nostra vita. Sintesi interventi del presbiterio È stato il punto forse meno trattato negli interventi dei preti. C’è perplessità sull’impostazione del documento di lavoro, nella misura in cui legge il rapporto in un’unica direzione, mentre anche il prete riceve stimoli di crescita attraverso il suo rapporto con la comunità. Inoltre, pure in questa reciprocità c’è una dimensione affettiva (rimando al punto 3), nel lasciarsi amare e curare dagli altri. 24 C hiesa in Italia Un processo inevitabilmente lento e ponderato S abato 12 settembre, l’arcivescovo di Bologna, card. Carlo Caffarra, ha diramato un comunicato stampa nel quale esprime le prime considerazioni in merito all’accoglienza dei profughi in diocesi in seguito all’appello di papa Francesco durante l’Angelus di domenica 6 settembre (cf. Regno-doc. 29,2015,3). Pubblichiamo il testo integrale del comunicato (www.chiesadibologna.it). L’accoglienza dei profughi cui ci ha invitato papa Francesco all’Angelus di domenica scorsa si può realizzare attraverso un processo che sarà inevitabilmente lento e ponderato e con queste caratteristiche. – Non si tratterà di un’accoglienza emergenziale di persone appena arrivate, per le quali sono attivi appositi centri: Centro accoglienza richiedenti asilo (CARA) e Centro accoglienza straordinaria (CAS); si tratterà invece di accoglienza di singoli o nuclei familiari già identificati e conosciuti per i quali si potrà predisporre un percorso specifico caso per caso. – In questo processo l’arcidiocesi agirà attraverso la Caritas diocesana che si interfaccerà da un lato con la Prefettura e i centri di cui sopra e dall’altro con le Caritas presenti sul territorio (parrocchiali, interparrocchiali o di zona o di vicariato). Alle Caritas presenti sul territorio faranno riferimento le singole parrocchie o comunità religiose o altre realtà che si rendono disponibili all’accoglienza. – Si vuole offrire ai profughi percorsi di vera accoglienza e integrazione e, al tempo stesso, garantire chi accoglie di non essere lasciato a se stesso nel gestire situazioni che sono delicate e faticose. Ogni realtà che accoglie è necessario che sia quotidianamente visitata, monitorata e sostenuta dalla comunità tutta e da altre figure esterne competenti e autorevoli. Potrebbe essere questo uno spazio affidato anche ad associazioni, movimenti e altre aggregazioni ecclesiali, che possono offrire alla realtà ospitante svariate forme di sostegno organizzato. – Sarà gioia e onore per chi accoglie offrire amicizia, vicinanza fraterna, vitto e alloggio gratuitamente, escludendo quindi, nella generalità dei casi, Anticipando in qualche misura il punto successivo, è stato inoltre rilevato che proprio il rapporto tra preti e laici, che deve evolvere sempre di più dalla semplice collaborazione alla corresponsabilità, dal «lavorare per» al «lavorare con», può aiutare a costruire una comunità «in uscita» e quindi maggiormente missionaria. Il Regno - documenti 30/2015 ogni forma di rimborso economico per l’accoglienza prestata. Tutto ciò che invece comporterà costi e impegni ulteriori (ad esempio, assistenza sanitaria, corsi di lingua e di formazione, adempimenti burocratici e tutto quello che, pur necessario, esula dal vitto e dall’alloggio) non sarà a carico della realtà ospitante, ma impegno delle realtà caritative e istituzioni preposte che sovrintendono, gestiscono e tutelano questa accoglienza e il suo buon andamento. – La parrocchia non si identifica con il parroco o la canonica o le strutture parrocchiali. Proprio perché l’accoglienza sia espressione di tutta la comunità cristiana, si chiede che i sacerdoti responsabili di parrocchie e zone pastorali non si facciano carico da soli dell’accoglienza. Se non si riuscisse a garantire una effettiva corresponsabilità con almeno alcuni parrocchiani, neppure il parroco da solo potrebbe far fronte al bisogno; in tal caso si prenderà atto con dolore della impossibilità di accogliere. – Il primo passo che ora concretamente possiamo compiere nelle nostre comunità è indirizzare alle Caritas presenti sul territorio o a un referente individuato appositamente, le disponibilità di accoglienza che vengono offerte (un appartamento abitabile ma ora non utilizzato, una famiglia disposta ad accogliere in casa propria qualcuno, altri spazi utilizzabili allo scopo). Nel frattempo la Caritas diocesana attiva i contatti con le istituzioni per capire di cosa c’è bisogno. In una fase successiva si potrà iniziare a ipotizzare abbinamenti tra singole situazioni di bisogno e le realtà più adatte ad accoglierle. Queste sono prime indicazioni d’intenti e di prospettive, per iniziare a dare corpo alla richiesta del papa, sgomberare il campo da improvvisazioni, e cercare di muoverci in modo ordinato. Siamo solo all’inizio, ma ci siamo messi subito in cammino e a Dio piacendo speriamo di fare molta strada. Bologna, 12 settembre 2015. ✠ Carlo card.Caffarra, arcivescovo 6. Presbiteri e parrocchie in uscita missionaria A livello diocesano il progetto di ridefinizione del «volto missionario delle parrocchie» ha coinciso in questi anni con quello della «pastorale integrata». Oggi, probabilmente, sono già possibili alcune valu- 25 C hiesa in Italia tazioni sulle esperienze fatte per vedere come continuare nei prossimi anni. La parrocchia per la sua stessa struttura resta un punto di riferimento fondamentale per la vita di fede delle persone. Il suo schema di educazione costituisce un invito fondamentale per le famiglie che a lei si rivolgono per i sacramenti dell’iniziazione cristiana, e poi nei momenti fondamentali della vita. Questa sorta di appuntamenti per età costituisce un invito che è per così dire naturale nella vita di tante famiglie. Battesimo, comunione, cresima, matrimonio, funerale. La vitalità della parrocchia passa attraverso le diverse attività che in essa trovano spazio, le associazioni, i gruppi presenti al suo interno. Lo stesso orario delle messe rimane per sé un invito anche per i ricomincianti. La vitalità e la visibilità delle parrocchie rimangono un valore grande anche oggi e costituiscono un appello che sembra imprescindibile nell’attuale evangelizzazione. Nella vita delle parrocchie la fede si confonde con la tradizione, esse si richiamano a vicenda in un binomio non sempre chiaro e positivo, ma pur sempre importante. La stessa struttura della parrocchia è anche il limite della sua capacità di evangelizzazione: la tradizione spesso odora di stantio, di vecchio e poco attraente; la sua struttura impedisce snellezza e quella personalizzazione e attenzione alla singola vicenda umana, che oggi sembra essere sempre più necessaria. Diverse parrocchie provano percorsi propri e personalizzati di vita cristiana. Sono tante le parrocchie che stanno ripensando il metodo educativo. Tanti stanno abbandonando con più o meno convinzione lo schema del catechismo «scolastico» a favore di uno più esperienziale, che soprattutto coinvolga maggiormente i genitori. I tentativi fatti nella catechesi per età superiori sono più variegati e audaci. Alcune parrocchie e altri luoghi di culto si stanno specializzando nel ricevere persone di età adulta che desiderano riavvicinarsi. Sintesi interventi del presbiterio Quest’ultimo punto ha visto, insieme al primo, il più alto interesse per numero e vivacità di interventi, ma in questo caso – a differenza del primo punto – con una notevolissima varietà di prospettive, tra le quali appare veramente difficile effettuare una sintesi; dal che si può dedurre che il tema è percepito come decisivo, ma c’è ancora un cammino da fare per l’individuazione delle linee operative (e forse, più a monte, dei criteri di fondo che devono animare le ricadute operative). Il Regno - documenti 30/2015 Tra i temi affrontati: la pastorale integrata e il ripensamento della modalità di organizzazione della presenza sul territorio; la valorizzazione dei diversi apporti (ad esempio, quello dei religiosi); la verifica del servizio offerto dagli uffici diocesani... Due interventi hanno chiesto di poter ricevere poche e chiare indicazioni a cui attenersi: è forse il suggerimento che tra la pluralità di opzioni proposte emerga un orientamento autorevole (il discernimento operato dal futuro arcivescovo, magari dopo opportuna consultazione?) a cui tutti, almeno per un «periodo di prova e di verifica», si adeguano lealmente? Non a caso, uno degli altri elementi emersi nel dibattito è l’importanza dell’obbedienza. Questa potrebbe essere una modalità di attuazione concreta di molti degli orientamenti emersi nei punti precedenti che rischierebbero di essere vanificati se ciascuno procedesse in modo autonomo. C onclusioni del card. Carlo Caffarra all’assemblea del 30 aprile 2015 Ringrazio l’Ufficio di presidenza del Consiglio presbiterale per il lavoro fatto in questi mesi e con sacrificio. È un lavoro parallelo ad altri due in corso, quello della CEI e quello della Congregazione per il clero. Abbiamo toccato e stiamo toccando il nodo della vita della Chiesa oggi: vita e ministero dei sacerdoti. Domanda di metodo: che cosa ci prefiggiamo con questo documento? Penso a una ratio vitae dei presbiteri. Si tratta di pensare a una riforma della vita e del ministero dei presbiteri, una vera e propria conversione. Non è la prima volta che la Chiesa si trova di fronte a questa necessità, e quando lo ha fatto ha seguito alcune costanti: – la Chiesa ha chiesto anzitutto un forte ritorno al Vangelo, non inteso come un salto all’indietro dal 2015 al I secolo. Ma ritorno al Vangelo come norma di vita vissuta della Chiesa, nella semplicità della liturgia, nel magistero dei concili, nella grande esperienza dei santi pastori della Chiesa. – La Chiesa ha inoltre sentito il bisogno di richiamare il clero alla vita comune. Su questo è necessario riflettere molto. Sappiamo bene che non è cosa facile; non lo è mai stata. – La Chiesa ha richiesto infine un rinnovato legame dei presbiteri con la Sede Apostolica e con il proprio vescovo. Sul documento di lavoro: dobbiamo avere ben chiaro il principio architettonico che deve presiedere alla riforma del clero. La costruzione di un edifi- 26 C hiesa in Italia cio non avviene accatastando pietra su pietra. Ogni progetto parte da un’ispirazione di fondo che poi prende corpo. Appena entrate in San Petronio (la maggiore delle basiliche della diocesi – ndr) cogliete questa ispirazione fondamentale: qual è il principio architettonico? Abbiamo varie categorie bibliche/teologiche. Io preferisco esprimermi così: è la nostra identificazione con il Signore risorto che dona la vita per l’uomo perduto, dono eucaristicamente presente nella Chiesa. In una parola sola: la carità pastorale. Personalmente ho una speciale venerazione per due pagine della Scrittura: Atti, capitolo 20 (testamento di Paolo); e Vangelo di Giovanni, capitolo 21 (dialogo tra Gesù e Pietro). Ogni aspetto della vita e della missione del clero va coniugato a partire da questa ispirazione fondamentale. Su questo papa Francesco parla in Evangelii gaudium ed è ritornato in varie omelie: chi è che annuncia il vangelo della grazia, della misericordia, della bellezza di seguire Cristo? Chi lo ha incontrato. Se no l’annuncio diventa un insegnamento, o un’esortazione morale. No, non è così: hai incontrato la misericordia, non perché sei giusto, ma perché sei stato redento: qui è la vera sorgente dell’evangelizzazione. Qual è la situazione della Chiesa? Siamo a una nuova tappa del cammino di evangelizzazione. Un cammino lo stiamo facendo come diocesi. La Evangelii gaudium è stata oggetto di una due giorni del clero l’anno scorso e la base del cammino del Consiglio pastorale diocesano. Solo il tema dell’evangelizzazione ci radica in ciò che è essenziale. Sapete che diventando vecchi si diventa ostinati, perché si ripetono sempre le stesse cose. Ma sono Il Regno - documenti 30/2015 rimasto meravigliato dalle riflessioni del numero 5, le più brevi. Si è affrontato il tema dei laici riconducendolo a quello dei ministeri istituiti o della collaborazione pastorale dei laici nel servizio della comunità cristiana. Ma questa non è la missione specifica dei laici! Su questo la nostra Chiesa deve convertirsi. Il laico esiste per un’altra missione. Perché il laico possa realizzare la sua missione deve capire (e vivere) che ciò che celebra la domenica ha a che fare profondamente con quello che fa il lunedì, se no non è un cristiano. Convertiamoci su questo punto. Non ci siamo ancora. Più di una volta si chiede: ma qual è la situazione della Chiesa oggi, in Europa, in Italia, a Bologna? Non ho trovato una risposta chiara. Stiamo meditando nell’Ufficio di letture sull’Apocalisse: viene tanta luce da quel libro! Cristo ha assicurato l’indefettibilità della Chiesa; ma non della Chiesa in Occidente. Sappiamo che cosa era la Chiesa in Asia Minore e in Africa del Nord... E sappiamo che cosa è adesso! Che sia questo anche il destino dell’Europa? Però ci sono due argomenti che non mi convincono di questa risposta. – Viviamo in una Chiesa di martiri. Neppure la Chiesa pre-costantiniana ne ha dati tanti e sappiamo che i martiri vincono. Hanno la forza del sangue di Cristo. Ci sono i martiri! – Noi non vediamo la realtà più profonda della Chiesa. Ha fatto crescere di più la Chiesa il pontificato di Leone XIII o la vita di Teresa di Lisieux? Le sue sorelle non sapevano che cosa scrivere di lei al momento della morte, tanto la sua vita era sembrata a loro insignificante, mentre lei aveva portato su di sé l’immane tragedia dell’incredulità moderna... Ci sono i santi che danno linfa alla Chiesa! Allora concludiamo dicendo: grande la pace del Signore con chi confida in lui. 27