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Document�
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cuba
Libertà, giustizia,
riconciliazione
Interventi e omelie nel viaggio apostolico
a Cuba (19-22.9.2015)
«Possiamo dire che il viaggio del papa a Cuba è
stato un successo», commentava Radio vaticana il giorno della partenza di papa Francesco
dall’isola. Certamente è stato grande l’entusiasmo ed evidente il sentimento di vicinanza
al papa vissuto dai cubani nei giorni del viaggio (19-22.9.2015). La gente «lo voleva ringraziare per quanto ha fatto per far uscire il paese
dall’isolamento. Il timore che le sue parole fossero in qualche modo strumentalizzate c’era
ma il pontefice ha lanciato un messaggio chiaro: uscire dalle “conventicole”». Diversi i temi
forti toccati nelle sue omelie e discorsi: dal rischio di «usare i concittadini» all’imperativo
di servire «le persone e non le idee»; dall’auspicata «rivoluzione della tenerezza» alle modalità di vivere la fede cattolica a Cuba, con la
sua anima fortemente mariana. Un viaggio nel
quale il papa ha inteso incoraggiare il cammino di «un popolo che ha delle ferite, come ogni
popolo, ma che (...) cammina con speranza,
perché la sua vocazione è di grandezza».
Stampa (23.9.2015) da sito web www.vatican.va.
Titolazione redazionale.
Documenti
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Il balsamo
della riconciliazione
Discorso all’arrivo a L’Avana
Signor presidente,
distinte autorità,
fratelli nell’episcopato,
signori e signore,
molte grazie, signor presidente, per la sua accoglienza e le sue cortesi parole di benvenuto a nome
del Governo e di tutto il popolo cubano. Il mio sa-
11 Svegliate il mondo!
Mons. Carballo ha aperto con una riflessione l’Incontro
mondiale dei giovani religiosi organizzato in Vaticano
in occasione dell’Anno della vita consacrata.
16 La ‘ndrangheta e le processioni
Il vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, Luigi Renzo, ha
pubblicato un Regolamento diocesano per le processioni
con l’intenzione di custodirle dalle infiltrazioni mafiose.
21 Bologna: vita e ministero dei preti
Un opuscolo sulla vita e il ministero dei presbiteri in vista di una nuova tappa evangelizzatrice è stato elaborato dal Consiglio presbiterale della diocesi petroniana.
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Anno LX - N. 1216 - 25 settembre 2015
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luto va anche alle autorità e ai membri del corpo
diplomatico che hanno avuto la cortesia di rendersi
presenti in questa circostanza.
Ringrazio per la loro fraterna accoglienza il cardinale Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo di L’Avana, mons. Dionisio Guillermo García Ibáñez, arcivescovo di Santiago di Cuba e presidente della Conferenza episcopale, gli altri vescovi e tutto il popolo
cubano.
Grazie a tutti coloro che si sono prodigati nella preparazione di questa visita pastorale. Vorrei chiederle,
signor presidente, di trasmettere i miei sentimenti di
speciale considerazione e rispetto a suo fratello Fidel.
Vorrei inoltre che il mio saluto giungesse in modo particolare a tutte quelle persone che, per diversi motivi, non potrò incontrare e a tutti i cubani dispersi nel
mondo.
Come lei, signor presidente, ha ricordato, in questo
anno 2015 si celebra l’ottantesimo anniversario dello
stabilimento delle relazioni diplomatiche ininterrotte
tra la Repubblica di Cuba e la Santa Sede. La Provvidenza mi permette di arrivare oggi in questa amata nazione, seguendo le indelebili orme del cammino
aperto dai memorabili viaggi apostolici che hanno
compiuto in quest’isola i miei due predecessori, san
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. So che il loro ricordo suscita gratitudine e affetto nel popolo e nelle
autorità di Cuba. Oggi rinnoviamo questi legami di
cooperazione e amicizia perché la Chiesa continui ad
accompagnare e incoraggiare il popolo cubano nelle
sue speranze, nelle sue preoccupazioni, con libertà e
tutti i mezzi e necessari per far giungere l’annuncio del
Regno fino alle periferie esistenziali della società.
Questo viaggio apostolico coincide inoltre con il
primo centenario della proclamazione della Vergine della carità del Cobre quale patrona di Cuba, da
parte di Benedetto XV. Furono i veterani della guerra
d’indipendenza, mossi da sentimenti di fede e di patriottismo, che chiesero che la Vergine mambisa [cubana] fosse la patrona di Cuba come nazione libera
e sovrana. Da quel momento, ella ha accompagnato
la storia del popolo cubano, sostenendo la speranza
che custodisce la dignità delle persone nelle situazioni
più difficili e difendendo la promozione di tutto ciò
che conferisce dignità all’essere umano. La devozione
crescente verso la Vergine della carità del Cobre è una
testimonianza visibile della presenza della Vergine
nell’anima del popolo cubano. In questi giorni avrò
l’occasione di recarmi al Santuario del Cobre come
figlio e come pellegrino, a pregare nostra Madre per
tutti i suoi figli cubani e per questa amata nazione,
perché percorra sentieri di giustizia, di pace, di libertà
e di riconciliazione.
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Geograficamente, Cuba è un arcipelago che si affaccia verso tutte le direzioni, con uno straordinario
valore come «chiave» tra Nord e Sud, tra Est e Ovest.
La sua vocazione naturale è quella di essere punto
d’incontro perché tutti i popoli si trovino in amicizia,
come sognò José Martí, «oltre le strettoie degli istmi
e le barriere dei mari» («Conferenza monetaria delle Repubbliche d’America», in Obras escogidas II, La
Habana 1992, 505). Questo stesso desiderio fu di san
Giovanni Paolo II con il suo ardente appello «affinché
Cuba si apra con tutte le sue magnifiche possibilità al
mondo e il mondo si apra a Cuba» (Discorso all’arrivo,
21.1.1998, n. 5; Regno-doc. 3,1998,65).
Da alcuni mesi, siamo testimoni di un avvenimento che ci riempie di speranza: il processo di normalizzazione delle relazioni tra due popoli, dopo anni di allontanamento. È un processo, è un segno del prevalere
della cultura dell’incontro, del dialogo, del «sistema
della valorizzazione universale (...) sul sistema, morto
per sempre, di dinastia e di gruppo», diceva José Martí
(ivi). Incoraggio i responsabili politici a proseguire su
questo cammino e a sviluppare tutte le sue potenzialità, come prova dell’alto servizio che sono chiamati
a prestare a favore della pace e del benessere dei loro
popoli, e di tutta l’America, e come esempio di riconciliazione per il mondo intero. Il mondo ha bisogno
di riconciliazione in questa atmosfera di terza guerra
mondiale «a pezzi» che stiamo vivendo.
Affido queste giornate all’intercessione della Vergine della carità del Cobre, dei beati Olallo Valdés e José
López Pieteira e del venerabile Félix Varela, grande
propagatore dell’amore tra i cubani e tra tutti gli esseri umani, perché accrescano i nostri legami di pace,
solidarietà e rispetto reciproco.
Di nuovo, molte grazie, signor presidente.
L’Avana, aeroporto internazionale «José Martí»,
19 settembre 2015.
Francesco
Non le ideologie,
ma le persone
Omelia nella messa a L’Avana
Gesù rivolge ai suoi discepoli una domanda apparentemente indiscreta: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?» (Mc 9,33). Una domanda
che anche oggi egli può farci: di cosa parlate quoti-
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dianamente? Quali sono le vostre aspirazioni? «Essi
– dice il Vangelo – tacevano. Per la strada infatti
avevano discusso tra loro chi fosse più grande» (Mc
9,34). Si vergognavano di dire a Gesù di cosa stavano parlando. Come nei discepoli di ieri, anche in
noi oggi si può riscontrare la medesima discussione:
«Chi è il più grande?».
Gesù non insiste con la sua domanda, non li obbliga a dirgli di che cosa parlavano per la strada; eppure quella domanda rimane, non sono nella mente, ma anche nel cuore dei discepoli. «Chi è il più
grande?». Una domanda che ci accompagnerà per
tutta la vita e alla quale saremo chiamati a rispondere nelle diverse fasi dell’esistenza. Non possiamo
sfuggire a questa domanda, è impressa nel cuore.
Ho sentito più di una volta in riunioni famigliari domandare ai figli: «A chi volete più bene, al papà o
alla mamma?». È come domandare: chi è più importante per voi? Questa domanda è davvero solo
un semplice gioco per bambini? La storia dell’umanità è stata segnata dal modo di rispondere a questa
domanda.
La vita autentica è servizio
Gesù non teme le domande degli uomini; non
ha paura dell’umanità, né dei diversi interrogativi che essa pone. Al contrario, egli conosce i «recessi» del cuore umano, e come buon pedagogo
è sempre disposto ad accompagnarci. Fedele al
suo stile, fa propri i nostri interrogativi, le nostre
aspirazioni e dà loro un nuovo orizzonte. Fedele al
suo stile, riesce a dare una risposta capace di porre
una nuova sfida, spiazzando le «risposte attese», o
ciò che era apparentemente già stabilito. Fedele al
suo stile, Gesù pone sempre in atto la logica dell’amore. Una logica capace di essere vissuta da tutti,
perché è per tutti.
Lontano da ogni tipo di elitarismo, l’orizzonte di
Gesù non è per pochi privilegiati capaci di giungere alla «conoscenza desiderata», o a distinti livelli
di spiritualità. L’orizzonte di Gesù è sempre una
proposta per la vita quotidiana, anche qui, nella
«nostra» isola; una proposta che fa sempre sì che la
quotidianità abbia un certo sapore di eternità.
Chi è il più grande? Gesù è semplice nella sua
risposta: «Se uno vuole essere il primo – ossia il più
grande – sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti»
(Mc 9,35). Chi vuole essere grande, serva gli altri, e
non si serva degli altri!
E questo è il grande paradosso di Gesù. I discepoli discutevano su chi dovesse occupare il posto più
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importante, su chi sarebbe stato il privilegiato – ed
erano i discepoli, i più vicini a Gesù, e discutevano di questo! –, chi sarebbe stato al di sopra della
legge comune, della norma generale, per mettersi
in risalto con un desiderio di superiorità sugli altri.
Chi sarebbe asceso più rapidamente per occupare
incarichi che avrebbero dato certi vantaggi. E Gesù
sconvolge la loro logica dicendo loro semplicemente
che la vita autentica si vive nell’impegno concreto
con il prossimo, cioè servendo.
L’invito al servizio presenta una peculiarità alla
quale dobbiamo fare attenzione. Servire significa, in
gran parte, avere cura della fragilità. Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo.
Sono i volti sofferenti, indifesi e afflitti che Gesù propone di guardare e invita concretamente ad amare.
Amore che si concretizza in azioni e decisioni. Amore che si manifesta nei differenti compiti che come
cittadini siamo chiamati a svolgere. Sono persone
in carne e ossa, con la loro vita, la loro storia e specialmente la loro fragilità, che Gesù ci invita a difendere, ad assistere, a servire. Perché essere cristiano
comporta servire la dignità dei fratelli, lottare per la
dignità dei fratelli e vivere per la dignità dei fratelli.
Per questo, il cristiano è sempre invitato a mettere
da parte le sue esigenze, aspettative, i suoi desideri di
onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più
fragili.
Non servite le idee,
servite le persone
C’è un «servizio» che serve gli altri; però dobbiamo guardarci dall’altro servizio, dalla tentazione
del «servizio» che «si» serve degli altri. Esiste una
forma di esercizio del servizio che ha come interesse
il beneficiare i «miei», in nome del «nostro». Questo
servizio lascia sempre fuori i «tuoi», generando una
dinamica di esclusione.
Tutti siamo chiamati dalla vocazione cristiana al
servizio che serve e ad aiutarci a vicenda a non cadere nelle tentazioni del «servizio che si serve». Tutti
siamo invitati, stimolati da Gesù a farci carico gli uni
degli altri per amore. E questo senza guardare accanto per vedere che cosa il vicino fa o non fa. Gesù
ci dice: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di
tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). Costui diventa
il primo. Non dice: «Se il tuo vicino desidera essere il primo, che serva». Dobbiamo guardarci dallo
sguardo che giudica e incoraggiarci a credere nello
sguardo che trasforma, al quale ci invita Gesù.
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Questo farci carico per amore non punta verso un
atteggiamento di servilismo, ma al contrario, pone
al centro la questione del fratello: il servizio guarda
sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente
la sua prossimità fino in alcuni casi a «soffrirla», e
cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il
servizio non è mai ideologico, dal momento che non
serve idee, ma persone.
Il santo popolo fedele di Dio che vive a Cuba è
un popolo che ama la festa, l’amicizia, le cose belle.
È un popolo che cammina, che canta e loda. È un
popolo che ha delle ferite, come ogni popolo, ma
che sa stare con le braccia aperte, che cammina con
speranza, perché la sua vocazione è di grandezza.
Così l’hanno seminata i vostri antenati. Oggi vi invito a prendervi cura di questa vocazione, a prendervi cura di questi doni che Dio vi ha regalato,
ma specialmente voglio invitarvi a prendervi cura
e a servire la fragilità dei vostri fratelli. Non trascurateli a causa di progetti che possono apparire seducenti, ma che si disinteressano del volto di chi ti
sta accanto. Noi conosciamo, siamo testimoni della
«forza incomparabile» della risurrezione che «produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo»
(es. ap. Evangelii gaudium, nn. 276.278; Regno-doc.
21,2013,691).
Non dimentichiamoci della buona notizia di
oggi: la grandezza di un popolo, di una nazione; la
grandezza di una persona si basa sempre su come
serve la fragilità dei suoi fratelli. E in questo troviamo uno dei frutti di una vera umanità. Perché, cari
fratelli e sorelle, «chi non vive per servire, non serve
per vivere».
L’Avana, Plaza de la Revolución, 20 settembre
2015.
Francesco
Povertà e misericordia
Con i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi
Il cardinale Jaime [Ortega y Alamino] ci ha parlato di povertà, e la sorella Yaileny [suor Yaileny Ponce Torres, Figlia della Carità] ci ha parlato dei più
piccoli: «Sono tutti bambini». Io avevo pronta un’omelia da dire ora, in base ai testi biblici, ma quando
parlano i profeti – e ogni sacerdote è profeta, ogni
battezzato è profeta, ogni consacrato è profeta – è
bene ascoltare loro. E dunque consegno l’omelia al
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cardinale Jaime perché la faccia arrivare a voi e sia
pubblicata. Poi la mediterete. E adesso parliamo un
po’ su quello che hanno detto questi due profeti.
Povertà
Il cardinale Jaime ha dovuto pronunciare una parola molto scomoda, estremamente scomoda, che va
anche controcorrente rispetto a tutta la struttura culturale, tra virgolette, del mondo. Ha detto: «Povertà». E l’ha ripetuta più volte. E penso che il Signore
ha voluto che la ascoltassimo più volte e la accogliessimo nel cuore. Lo spirito mondano non la conosce,
non la vuole, la nasconde, non per pudore, ma per
disprezzo. E se deve peccare e offendere Dio perché
non venga la povertà, lo fa. Lo spirito del mondo
non ama la via del Figlio di Dio, che spogliò sé stesso, si fece povero, si fece nulla, si umiliò, per essere
uno di noi.
La povertà che fece paura a quel ragazzo così
generoso: aveva osservato tutti i comandamenti, e
quando Gesù gli disse: «Ecco, vendi tutto quello che
hai e dallo ai poveri», si fece triste, ebbe paura della
povertà. La povertà, cerchiamo sempre di sfuggirla,
sia per cose ragionevoli, ma sto parlando di sfuggirla
nel cuore. Saper amministrare i beni, è un dovere,
perché i beni sono un dono di Dio, ma quando quei
beni entrano nel cuore e incominciano a dirigere la
tua vita, allora hai perso. Non sei più come Gesù.
Hai la tua sicurezza dove l’aveva il giovane triste,
quello che se ne andò rattristato. Per voi, sacerdoti,
consacrati, consacrate, credo che può essere utile ciò
che diceva sant’Ignazio – e questa non è propaganda
pubblicitaria di famiglia! –, lui diceva che la povertà
è il muro e la madre della vita consacrata. La madre perché genera più fiducia in Dio. E il muro perché la protegge da ogni mondanità. Quante anime
distrutte! Anime generose, come quella del giovane
intristito, che sono partiti bene e poi si sono attaccati a quella mondanità ricca, e sono finiti male. Vale
a dire, mediocri. Sono finiti senza amore perché la
ricchezza impoverisce, ma impoverisce male. Ci toglie il meglio che abbiamo, ci rende poveri dell’unica
ricchezza che conta, per farci mettere la sicurezza in
altre cose.
Lo spirito di povertà, lo spirito di spogliazione, lo
spirito di lasciare tutto, per seguire Gesù. Questo lasciare tutto, non lo invento io. Ricorre più volte nel
Vangelo. Nella chiamata dei primi che lasciarono le
barche, le reti, e lo seguirono. Quelli che lasciarono
tutto per seguire Gesù. Una volta mi raccontava un
vecchio prete saggio, parlando di quando lo spirito
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di ricchezza, di mondanità ricca, entra nel cuore di
un consacrato, di un sacerdote, di un vescovo, di un
papa, di chiunque, diceva che quando uno incomincia ad accumulare denaro, e per assicurarsi il futuro, certo, allora il futuro non sta in Gesù, sta in una
compagnia di assicurazione di tipo spirituale, che io
controllo. Dunque, quando, per esempio, una congregazione religiosa – mi diceva lui – incomincia ad
accumulare denaro e a risparmiare, risparmiare, Dio
è così buono che le manda un economo disastroso,
che la manda in fallimento. Sono tra migliori benedizioni di Dio per la sua Chiesa, gli economi disastrosi,
perché la rendono libera, la rendono povera.
La nostra santa madre Chiesa è povera, Dio la
vuole povera, come ha voluto povera la nostra santa madre Maria. Amate la povertà come una madre.
E semplicemente vi suggerisco, se qualcuno di voi
vuole farlo, di domandarvi: come va il mio spirito
di povertà? Come va la mia spogliazione interiore?
Credo che possa far bene alla nostra vita consacrata,
alla nostra vita presbiterale. Dopo tutto, non dimentichiamoci che è la prima delle Beatitudini: «Beati i
poveri in spirito», quelli che non sono attaccati alla
ricchezza, ai poteri di questo mondo.
Piccolezza
E la sorella ci parlava degli ultimi, dei più piccoli
che, anche se sono grandi, alla fine li trattiamo come
bambini perché si presentano come bambini. «Il più
piccolo». Questa è un’espressione di Gesù. E sta nel
protocollo sul quale saremo giudicati: «Quello che
avete fatto al più piccolo di questi fratelli, l’avete fatto
a me» (cf. Mt 25). Ci sono servizi pastorali che possono essere più gratificanti dal punto di vista umano,
senza essere cattivi o mondani, ma quando uno cerca
di dare preferenza interiore al più piccolo, al più abbandonato, al più malato, a quello che nessuno considera, che nessuno vuole, al più piccolo, e si mette al
servizio del più piccolo, costui sta servendo Gesù nel
modo più alto.
Tu [si rivolge alla suora] sei stata mandata dove
non volevi andare. E hai pianto. Hai pianto perché
non ti piaceva, e questo non vuol dire che sei una suora piagnona, no. Dio ci liberi dalle suore piagnone!
Che stanno sempre a lamentarsi... Questo non lo dico
io, lo diceva santa Teresa, alle sue monache. Viene
da lei. Guai a quella suora che va in giro tutto il giorno a lamentarsi che «mi hanno fatto un’ingiustizia».
Nel linguaggio castigliano dell’epoca diceva: «Guai
alla suora che va dicendo: mi hanno trattato senza
ragione». Tu hai pianto perché eri giovane, avevi altre
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aspettative, pensavi forse che in una scuola potevi fare
più cose, e che potevi organizzare un futuro per la
gioventù... E ti hanno mandato lì: «Casa di misericordia», dove la tenerezza e la misericordia del Padre si
fa più evidente, dove la tenerezza e la misericordia del
Padre si fa carezza.
Quante religiose, e quanti religiosi, bruciano – e
ripeto il verbo: bruciano – la loro vita accarezzando
«materiale» di scarto, accarezzando quelli che il mondo scarta, quelli che il mondo disprezza, che il mondo preferisce non ci siano; quello che il mondo oggi,
con metodi di analisi nuovi che esistono, quando si
prevede che [un figlio] può venire con una malattia
degenerativa, si propone di mandarlo indietro, prima
che nasca. È il più piccolo. E una ragazza giovane,
piena di aspettative, incomincia la sua vita consacrata
rendendo presente la tenerezza di Dio nella sua misericordia. A volte non lo capiscono, non lo sanno, ma
com’è bello per Dio, e quanto bene può fare, ad esempio, il sorriso di uno spastico, che non sa come farlo; o
quando ti vogliono baciare e ti sbavano la faccia. È la
tenerezza di Dio, è la misericordia di Dio. O quando
sono arrabbiati e ti danno un colpo...
E bruciare la mia vita così, con «materiale» di scarto agli occhi del mondo, questo non parla solamente
di una persona; ci parla di Gesù, che, per pura misericordia del Padre, si fece nulla, si annientò, dice il testo
della Lettera ai Filippesi, capitolo 2. Si fece nulla. E
questa gente a cui tu dedichi la tua vita, imitano Gesù,
non perché lo hanno voluto, ma perché il mondo li ha
portati a questo. Sono nulla e li si nasconde, non li si
mostra, o non li si visita. E se possibile, e se si arriva
in tempo, li si manda indietro. Grazie per quello che
fai, e a voi, grazie a tutte queste donne e a tante donne
consacrate, al servizio di ciò che è inutile, perché non
si può fare nessuna impresa, non si possono guadagnare soldi, non si può portare avanti assolutamente
nulla di «costruttivo», tra virgolette, con questi nostri
fratelli, con i minori, con i più piccoli. Lì risplende
Gesù. E lì risplende la mia scelta per Gesù. Grazie a
te a tutti i consacrati e le consacrate che fanno questo.
La grazia del confessionale
«Padre, io non sono suora, io non mi curo di malati, io sono prete, e ho una parrocchia, o aiuto un
parroco. Chi è il mio Gesù prediletto? Chi è il più
piccolo? Chi è che mi mostra di più la misericordia
del Padre? Dove lo posso trovare?». Naturalmente,
ritorno sempre al protocollo di Matteo 25. Lì trovate tutti: l’affamato, il carcerato, il malato… Lì potete
trovarli. Ma c’è un posto privilegiato per il sacerdote
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dove si manifesta l’ultimo, il minimo, il più piccolo,
ed è il confessionale. E lì, quando quell’uomo, o quella donna, ti mostra la sua miseria – attenzione!, che
è la stessa che hai tu e da cui Dio ti ha salvato, per
non farti arrivare fino a lì – quando ti mostra la sua
miseria, per favore, non sgridarlo, non punirlo, non
castigarlo. Se non hai peccato, tira la prima pietra,
ma solo a questa condizione. Se no, pensa ai tuoi
peccati. E pensa che tu puoi essere quella persona. E
pensa che tu, potenzialmente, puoi arrivare ancora
più in basso. E pensa che tu, in quel momento, hai un
tesoro tra le mani, che è la misericordia del Padre.
Per favore – ai sacerdoti –: non stancatevi di perdonare. Siate perdonatori. Non stancatevi di perdonare, come faceva Gesù. Non nascondetevi dietro
paure o rigidità. Come questa suora, e tutte quelle
che fanno il suo stesso lavoro, non perdono la calma
quando trovano il malato sporco e messo male, ma
lo servono, lo puliscono, lo curano, così voi, quando
arriva il penitente, non essere maldisposto, non essere nevrotico, non cacciarlo dal confessionale, non
sgridarlo. Gesù lo abbracciava. Gesù lo amava. Domani festeggiamo san Matteo. Come rubava quello!
E poi, come tradiva il suo popolo! E dice il Vangelo
che, la sera, Gesù andò a cena con lui e altri come
lui. Sant’Ambrogio ha una frase che mi commuove
molto: «Dove c’è misericordia, c’è lo spirito di Gesù.
Dove c’è rigidità, ci sono solo i suoi ministri».
Fratello sacerdote, fratello vescovo, non abbiate
paura della misericordia. Lascia che scorra attraverso
le tue mani e il tuo abbraccio di perdono, perché colui o colei che sta lì è il più piccolo. E perciò è Gesù.
Questo è quello che mi viene da dire dopo aver
ascoltato questi due profeti. Il Signore ci conceda
queste grazie che loro hanno seminato nei nostri cuori: povertà e misericordia. Perché lì c’è Gesù.
L’Avana, Chiesa cattedrale, 20 settembre 2015.
Francesco
L’inimicizia
che distrugge
Saluto ai giovani a L’Avana
Voi siete in piedi e io sto seduto. Che vergogna!
Ma, sapete perché sto seduto? Perché ho preso appunti di alcune cose che ha detto il nostro compagno
e delle quale voglio parlarvi. Una parola si è imposta
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con forza: sognare. Uno scrittore latinoamericano
diceva che noi uomini abbiamo due occhi, uno di
carne e uno di vetro. Con l’occhio di carne vediamo
ciò che guardiamo. Con l’occhio di vetro vediamo
ciò che sogniamo. Bello, vero?
Nell’obiettività della vita deve entrare la capacità
di sognare. E un giovane che non è capace di sognare è recintato in se stesso, è chiuso in se stesso. Tutti
sognano cose che non accadranno mai... Ma sognale, desiderale, cerca orizzonti, apriti, apriti a cose
grandi. Non so se a Cuba si usa la parola, ma noi
argentini diciamo no te arrugues, non tirarti indietro, apriti. Apriti e sogna. Sogna che il mondo con
te può essere diverso. Sogna che se darai il meglio
di te, aiuterai a far sì che questo mondo sia diverso.
Non lo dimenticate, sognate. A volte vi lasciate trasportare e sognate troppo, e la vita vi taglia la strada.
Non importa, sognate. E raccontate i vostri sogni.
Raccontate, parlate delle cose grandi che desiderate, perché più grande è la capacità di sognare – e
la vita ti lascia a metà strada –, più cammino hai
percorso. Perciò, prima di tutto sognare.
Creare l’amicizia sociale
Hai detto una piccola frase che avevo scritto qui
durante l’intervento, ma l’ho sottolineata e ho preso
qualche appunto: che sappiamo accogliere e accettare
chi la pensa diversamente. In realtà noi, a volte, siamo chiusi. Ci mettiamo nel nostro piccolo mondo:
«O è così, o niente». E sei andato oltre: che non ci
chiudiamo nelle conventicole delle ideologie o delle
religioni. Che possiamo crescere di fronte agli individualismi. Quando una religione diventa conventicola, perde il meglio che ha, perde la sua realtà di
adorare Dio, di credere in Dio. È una conventicola.
È una conventicola di parole, di preghiere, di «io
sono buono, tu sei cattivo», di prescrizioni morali. E
quando io ho la mia ideologia, il mio modo di pensare e tu hai il tuo, mi chiudo in questa conventicola
dell’ideologia.
Cuori aperti, menti aperte. Se la pensi in modo
diverso da me, perché non ne parliamo? Perché stiamo sempre a litigare su ciò che si separa, su ciò in
cui siamo diversi? Perché non ci diamo la mano in
ciò che abbiamo in comune? Dobbiamo avere il coraggio di parlare di quello che abbiamo in comune.
E dopo possiamo parlare di quello che di diverso
abbiamo o pensiamo. Ma dico parlare. Non dico litigare. Non dico chiuderci. Non dico «spettegolare»,
come hai detto tu. Ma ciò è possibile solo quando
ho la capacità di parlare di ciò che ho in comune
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con l’altro, di ciò per cui siamo capaci di lavorare
insieme. A Buenos Aires – in una parrocchia nuova, in una zona molto, molto povera – un gruppo
di giovani universitari stava costruendo alcuni locali
parrocchiali. E il parroco mi ha detto: «Perché non
vieni un sabato e così te li presento?». Si dedicavano
a costruire il sabato e la domenica. Erano ragazzi
e ragazze dell’università. Sono andato e li ho visti,
e me li hanno presentati: «Questo è l’architetto, è
ebreo, questo è comunista, questo è cattolico praticante, questo è…». Erano tutti diversi, ma tutti stavano lavorando insieme per il bene comune. Questa
si chiama amicizia sociale, cercare il bene comune.
L’inimicizia sociale distrugge. E una famiglia si
distrugge per l’inimicizia. Un paese si distrugge per
l’inimicizia. Il mondo si distrugge per l’inimicizia. E
l’inimicizia più grande è la guerra. Oggigiorno vediamo che il mondo si sta distruggendo per la guerra.
Perché sono incapaci di sedersi e parlare: «Bene, negoziamo. Che cosa possiamo fare in comune? In quali cose cederemo? Ma non uccidiamo altra gente».
Quando c’è divisione, c’è morte. C’è morte nell’anima, perché stiamo uccidendo la capacità di unire.
Stiamo uccidendo l’amicizia sociale. Questo vi chiedo oggi: siate capaci di creare l’amicizia sociale.
Feconda, laboriosa, sofferta speranza
Poi c’è un’altra parola che hai detto. La parola
speranza. I giovani sono la speranza di un popolo.
Questo lo sentiamo dire dappertutto. Ma che cos’è la
speranza? È essere ottimisti? No. L’ottimismo è uno
stato d’animo. Domani ti alzi col mal di fegato e non
sei ottimista, vedi tutto nero. La speranza è qualcosa
di più. La speranza è sofferta. La speranza sa soffrire
per portare avanti un progetto, sa sacrificarsi. Tu sei
capace di sacrificarti per un futuro o vuoi solo vivere il presente e che quelli che verranno si arrangino?
La speranza è feconda. La speranza dà vita. Tu sei
capace di dare vita, o diventerai un ragazzo o una
ragazza spiritualmente sterile, incapace di creare vita
per gli altri, incapace di creare amicizia sociale, incapace di creare patria, incapace di creare grandezza?
La speranza è feconda. La speranza si dà nel lavoro.
Voglio ricordare qui un problema molto grave che si
sta vivendo in Europa, cioè il gran numero di giovani
che non ha lavoro. Ci sono paesi in cui la percentuale
dei giovani dai 25 anni in giù disoccupati è del 40%.
Penso a un paese. In un altro paese del 47 %, e in un
altro ancora del 50%. È chiaro che un popolo che
non si preoccupa di dare lavoro ai giovani, un popolo
– e quando dico popolo non dico governi –, un intero
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popolo che non si preoccupa della gente, che questi
giovani lavorino, questo popolo non ha futuro.
I giovani entrano a far parte della cultura dello
scarto. E tutti sappiamo che oggi, in questo impero
del dio denaro, si scartano le cose e si scartano le persone. Si scartano i bambini perché non li si vuole o
perché li si uccide prima che nascano. Si scartano gli
anziani – sto parlando del mondo, in generale –, si
scartano gli anziani perché non producono più. In alcuni paesi, c’è la legge sull’eutanasia, ma in tanti altri
c’è un’eutanasia nascosta, occulta. Si scartano i giovani perché non si dà loro lavoro. Allora, che cosa resta
a un giovane senza lavoro? Se un paese non inventa,
se un popolo non inventa possibilità di lavoro per i
suoi giovani, a quel giovane restano solo o le dipendenze, o il suicidio, o andare in giro a cercare eserciti
di distruzione per creare guerre. Questa cultura dello
scarto sta facendo del male a tutti noi, ci toglie la speranza. Ed è quello che hai chiesto per i giovani: vogliamo speranza. Speranza che è sofferta, è laboriosa,
è feconda. Ci dà lavoro e ci salva dalla cultura dello
scarto. E questa speranza convoca, convoca tutti, perché un popolo che sa autoconvocarsi per guardare al
futuro e costruire l’amicizia sociale – come ho già detto, anche se si pensa in modi diversi –, questo popolo
ha speranza.
E se io incontro un giovane senza speranza – l’ho
già detto una volta – quel giovane è un «pensionato».
Ci sono giovani che sembrano andare in pensione a
22 anni. Sono giovani con una tristezza esistenziale. Sono giovani che hanno puntato la loro vita sul
disfattismo di base. Sono giovani che si lamentano.
Sono giovani che fuggono dalla vita. Il cammino della
speranza non è facile e non si può percorrere da soli.
C’è un proverbio africano che dice: «Se vuoi andare in fretta, vai solo, ma se vuoi arrivare lontano, vai
accompagnato». E io voglio che voi, giovani cubani,
anche se la pensate in modo diverso, anche se avete
punti di vista diversi, andiate in compagnia, insieme,
cercando la speranza, cercando il futuro e la nobiltà
della patria.
Abbiamo iniziato con la parola «sognare», e voglio
concludere con un’altra espressione che mi hai detto
e che io uso spesso: la cultura dell’incontro. Per favore,
non dividiamoci tra noi. Andiamo insieme, uniti, anche se la pensiamo diversamente, anche se sentiamo
diversamente. Ma c’è qualcosa che è superiore a noi,
è la grandezza del nostro popolo, è la grandezza della
nostra patria, ed è a questa bellezza, a questa dolce
speranza della patria, che dobbiamo arrivare. Grazie.
Bene, vi saluto augurandovi ogni bene, augurandovi… Tutto quello che vi ho detto. Ve lo auguro.
Pregherò per voi. E vi chiedo di pregare per me. E se
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rancesco
qualcuno di voi non è credente – e non può pregare
perché non è credente – che almeno mi auguri cose
buone. Che Dio vi benedica, vi faccia procedere lungo
questo cammino di speranza verso la cultura dell’incontro, evitando quelle conventicole di cui ha parlato
il nostro compagno. E che Dio vi benedica tutti.
L’Avana, 20 settembre 2015.
Francesco
Lo sguardo
che cambia la storia
Omelia nella messa a Holguin
Celebriamo la festa dell’apostolo ed evangelista
san Matteo. Celebriamo la storia di una conversione.
Egli stesso, nel suo Vangelo, ci racconta come è stato
l’incontro che ha segnato la sua vita, ci introduce in
un «gioco di sguardi» che è in grado di trasformare
la storia.
Un giorno come qualunque altro, mentre era seduto al banco della riscossione delle imposte, Gesù
passò, lo vide, si avvicinò e gli disse: «Seguimi». Ed
egli si alzò, lo seguì.
Gesù lo guardò. Che forza di amore ha avuto lo
sguardo di Gesù per smuovere Matteo come ha fatto! Che forza devono avere avuto quegli occhi per
farlo alzare! Sappiamo che Matteo era un pubblicano, cioè riscuoteva le tasse dagli ebrei per darle ai romani. I pubblicani erano malvisti, considerati anche
peccatori, e per questo vivevano isolati e disprezzati
dagli altri. Con loro non si poteva mangiare, né parlare e né pregare. Per il popolo erano dei traditori,
che prendevano dalla loro gente per dare ad altri. I
pubblicani appartenevano a questa categoria sociale.
E Gesù si fermò, non passò oltre frettolosamente,
lo guardò senza fretta, lo guardò in pace. Lo guardò
con occhi di misericordia; lo guardò come nessuno
lo aveva guardato prima. E quello sguardo aprì il suo
cuore, lo rese libero, lo guarì, gli diede una speranza,
una nuova vita, come a Zaccheo, a Bartimeo, a Maria Maddalena, a Pietro e anche a ciascuno di noi.
Anche se noi non osiamo alzare gli occhi al Signore,
lui sempre ci guarda per primo.
È la nostra storia personale; come tanti altri, ognuno di noi può dire: anch’io sono un peccatore su cui
Gesù ha pone il suo sguardo. Vi invito oggi, a casa o
in chiesa, quando siete tranquilli, soli, a fare un moIl Regno -
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mento di silenzio per ricordare con gratitudine e gioia
quella circostanza, quel momento in cui lo sguardo
misericordioso di Dio si è posato sulla nostra vita.
Il suo amore ci precede, il suo sguardo anticipa le
nostre necessità. Egli sa vedere oltre le apparenze, al
di là del peccato, al di là del fallimento o dell’indegnità. Sa vedere oltre la categoria sociale a cui apparteniamo. Egli va al di là di tutto ciò. Egli vede quella
dignità di figli, che tutti abbiamo, a volte sporcata dal
peccato, ma sempre presente nel profondo della nostra anima. È la nostra dignità di figli. Egli è venuto
proprio a cercare tutti coloro che si sentono indegni
di Dio, indegni degli altri. Lasciamoci guardare da
Gesù, lasciamo che il suo sguardo percorra le nostre
strade, lasciamo che il suo sguardo ci riporti la gioia,
la speranza, la gioia della vita.
Lo sforzo e il sacrificio
della Chiesa a Cuba
Dopo averlo guardato con misericordia, il Signore disse a Matteo: «Seguimi!». E Matteo si alzò e lo
seguì. Dopo lo sguardo, la parola. Dopo l’amore, la
missione. Matteo non è più lo stesso; è cambiato interiormente. L’incontro con Gesù, con il suo amore
misericordioso, lo ha trasformato. E in quel momento
si lasciò alle spalle il banco delle imposte, il denaro,
la sua esclusione. Prima aspettava seduto per riscuotere, per prendere dagli altri; ora con Gesù deve alzarsi per dare, per offrire, per offrirsi agli altri. Gesù
lo ha guardato e Matteo ha trovato la gioia nel servizio. Per Matteo e per tutti coloro che hanno percepito
lo sguardo di Gesù, i concittadini non sono quelli di
cui si approfitta, si usa, si abusa. Lo sguardo di Gesù
genera un’attività missionaria, di servizio, di dedizione. I suoi concittadini sono quelli che lui serve. Il suo
amore guarisce le nostre miopie e ci stimola a guardare oltre, a non fermarci alle apparenze o al politicamente corretto.
Gesù va avanti, ci precede, apre la strada e ci invita
a seguirlo. Ci invita ad andare lentamente superando
i nostri pregiudizi, le nostre resistenze al cambiamento degli altri e anche di noi stessi. Ci sfida giorno per
giorno con una domanda: credi? Credi che sia possibile che un esattore si trasformi in un servitore? Pensi
che sia possibile che un traditore diventi un amico?
Pensi che sia possibile che il figlio di un falegname
sia il Figlio di Dio? Il suo sguardo trasforma il nostro
sguardo, il suo cuore trasforma il nostro cuore. Dio è
Padre che vuole la salvezza di tutti i suoi figli.
Lasciamoci guardare dal Signore nella preghiera,
nell’eucaristia, nella confessione, nei nostri fratelli, so-
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prattutto quelli che si sentono abbandonati, più soli.
E impariamo a guardare come lui guarda noi. Condividiamo la sua tenerezza e la sua misericordia con i
malati, i carcerati, gli anziani e le famiglie in difficoltà. Ancora una volta siamo chiamati a imparare da
Gesù, che vede sempre quello che c’è di più autentico
in ogni persona, che è appunto l’immagine del Padre.
So con quale sforzo e sacrificio la Chiesa a Cuba
sta lavorando per portare a tutti, anche nei luoghi
più remoti, la parola e la presenza di Cristo. Una
menzione speciale meritano le cosiddette «case di
missione», che, data la scarsità di chiese e sacerdoti,
consentono a molte persone di avere un luogo per
la preghiera, l’ascolto della Parola, la catechesi e la
vita comunitaria. Sono piccoli segni della presenza
di Dio nei nostri quartieri e un aiuto quotidiano per
rendere vive le parole dell’apostolo Paolo: «Vi esorto:
comportatevi in maniera degna della chiamata che
avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo
a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo
del vincolo della pace» (Ef 4,1-3).
Desidero ora rivolgere lo sguardo alla vergine Maria, nostra signora della carità del Cobre, che Cuba ha
accolto tra le sue braccia aprendole le sue porte per
sempre, e a lei chiedo di mantenere su ciascuno dei
figli di questa nobile nazione il suo sguardo materno,
e che «quei suoi occhi misericordiosi» siano sempre
attenti a ciascuno di voi, alle vostre case, alle vostre famiglie e alle persone che possono avere l’impressione
che per loro non c’è posto. Che lei ci custodisca tutti
come ha custodito Gesù nel suo amore. E che lei ci
insegni a guardare gli altri come Gesù ha guardato
ognuno di noi.
Holguin, Plaza de la Revolución «Calixto García
Iñíguez», 21 settembre 2015.
Francesco
La rivoluzione
della tenerezza
Omelia nella messa a Santiago
Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci mette di fronte alla dinamica che il Signore genera ogni
volta che ci visita: ci fa uscire da casa. Sono immagini che più volte siamo invitati a contemplare. La
presenza di Dio nella nostra vita non ci lascia mai
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tranquilli, ci spinge sempre a muoverci. Quando
Dio ci visita, sempre ci tira fuori di casa. Visitati per
visitare, incontrati per incontrare, amati per amare.
E qui vediamo Maria, la prima discepola. Una
giovane, forse tra i 15 e i 17 anni, che in un villaggio della Palestina è stata visitata dal Signore che le
annunciava che sarebbe diventata la madre del Salvatore. Lungi dal credersi chissà chi e dal pensare
che tutti sarebbero venuti ad assisterla o servirla, lei
esce di casa e va a servire. Va ad aiutare sua cugina Elisabetta. La gioia che scaturisce dal sapere che
Dio è con noi, con la nostra gente, risveglia il cuore,
mette in movimento le nostre gambe, «ci tira fuori»,
ci porta a condividere la gioia ricevuta, e condividerla come servizio, come dedizione in tutte quelle
situazioni «imbarazzanti» che i nostri vicini o parenti stanno vivendo.
Una forza rivoluzionaria
Il Vangelo ci dice che Maria uscì in fretta, passo lento ma costante, passi che sanno dove andare;
passi che non corrono per «arrivare» troppo rapidamente o vanno troppo lenti come per non «arrivare» mai. Né agitata né addormentata, Maria va di
fretta, per accompagnare sua cugina incinta in età
avanzata. Maria, la prima discepola, visitata è uscita
a visitare. E da quel primo giorno è sempre stata
la sua caratteristica peculiare. È stata la donna che
ha visitato tanti uomini e donne, bambini e anziani,
giovani. Ha saputo visitare e accompagnare nelle
drammatiche gestazioni di molti dei nostri popoli;
ha protetto la lotta di tutti coloro che hanno sofferto
per difendere i diritti dei loro figli. E ora, lei non
cessa di portarci la Parola di vita, suo Figlio, nostro
Signore.
Anche queste terre sono state visitate dalla sua
presenza materna. La patria cubana è nata e cresciuta nel calore della devozione alla Vergine della
carità. «Ella ha dato una forma propria e speciale
all’anima cubana – hanno scritto i vescovi di questa terra – suscitando nel cuore dei cubani i migliori ideali di amore per Dio, per la famiglia e per la
patria».
Lo affermarono anche i vostri connazionali cent’anni fa, quando chiesero a papa Benedetto
XV di dichiarare la Vergine della carità patrona di
Cuba, e scrissero: «Né le disgrazie e né le privazioni
riuscirono a “spegnere” la fede e l’amore che il nostro popolo cattolico professa a questa Vergine, ma
anzi, nelle più grandi vicissitudini della vita, quando
era più vicina la morte o prossima la disperazione,
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sempre è sorta come luce che dissipa ogni pericolo, come rugiada consolatrice (...) la visione di questa Vergine benedetta, cubana per eccellenza (...),
perché così l’hanno amata le nostre indimenticabili
madri, così la benedicono le nostre spose». Così essi
scrivevano cent’anni fa.
In questo santuario, che conserva la memoria del
santo popolo fedele di Dio che cammina a Cuba,
Maria è venerata come Madre della carità. Da qui
lei custodisce le nostre radici, la nostra identità, perché non ci perdiamo su vie di disperazione. L’anima
del popolo cubano, come abbiamo appena sentito, è
stata forgiata tra dolori, privazioni che non sono riusciti a spegnere la fede; quella fede che si è mantenuta viva grazie a tante nonne che hanno continuato
a render possibile, nella quotidianità domestica, la
presenza viva di Dio; la presenza del Padre che libera, fortifica, risana, dà coraggio ed è rifugio sicuro e
segno di nuova risurrezione. Nonne, madri, e tanti
altri che con tenerezza e affetto sono stati segni di
visitazione – come Maria – di coraggio, di fede per i
loro nipoti, nelle loro famiglie. Hanno tenuto aperta
una fessura, piccola come un granello di senape, attraverso la quale lo Spirito Santo ha continuato ad
accompagnare il palpitare di questo popolo.
E «ogni volta che guardiamo a Maria torniamo
a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza
e dell’affetto» (es. ap. Evangelii gaudium, n. 288;
Regno-doc. 21,2013,693).
Come Maria
Generazione dopo generazione, giorno dopo
giorno, siamo invitati a rinnovare la nostra fede.
Siamo invitati a vivere la rivoluzione della tenerezza
come Maria, Madre della Carità. Siamo invitati a
«uscire di casa», a tenere gli occhi e il cuore aperti agli altri. La nostra rivoluzione passa attraverso
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la tenerezza, attraverso la gioia che diventa sempre
prossimità, che si fa sempre compassione – che non
è pietismo, è patire-con, per liberare – e ci porta a
coinvolgerci, per servire, nella vita degli altri.
La nostra fede ci fa uscire di casa e andare incontro agli altri per condividere gioie e dolori, speranze
e frustrazioni. La nostra fede ci porta fuori di casa
per visitare il malato, il prigioniero, chi piange e chi
sa anche ridere con chi ride, gioire con le gioie dei
vicini. Come Maria, vogliamo essere una Chiesa
che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi,
dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità di un popolo
nobile e dignitoso. Come Maria, Madre della carità, vogliamo essere una Chiesa che esce di casa per
gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione. Come Maria vogliamo essere una Chiesa che
sa accompagnare tutte le situazioni «imbarazzanti»
della nostra gente, impegnati nella vita, nella cultura, nella società, non nascondendoci ma camminando con i nostri fratelli, tutti insieme. Tutti insieme,
servendo, aiutando. Tutti figli di Dio, figli di Maria,
figli di questa nobile terra cubana.
Questo è il nostro «rame» (cobre) più prezioso,
questa è la nostra più grande ricchezza e la migliore
eredità che possiamo lasciare: come Maria, imparare a uscire di casa sui sentieri della visitazione. E imparare a pregare con Maria, perché la sua preghiera
è colma di memoria e di ringraziamento; è il cantico
del popolo di Dio che cammina nella storia. È la
memoria viva che Dio è in mezzo a noi; è la memoria perenne che Dio ha guardato l’umiltà della sua
gente, ha soccorso il suo servo come aveva promesso
ai nostri padri e alla loro discendenza per sempre.
Santiago, Santuario nazionale della «Virgen de la
caridad del Cobre», 22 settembre 2015.
Francesco
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S
anta Sede |
vita consacrata
Rimanete
nel mio amore
Mons. Carballo alla veglia in apertura
dell’Incontro mondiale per giovani
consacrati (Roma, 15-18.9.2015)
C
«Siate forti, siate fedeli, svegliate il mondo!». Con questa esortazione nella veglia
di preghiera celebrata in Piazza S. Pietro lo
scorso 15 settembre, mons. José Rodríguez
Carballo, segretario della Congregazione
per gli istituti di vita consacrata e le società
di vita apostolica, ha aperto l’Incontro mondiale dei giovani consacrati e consacrate
organizzato dal dicastero vaticano in occasione dell’Anno della vita consacrata. «Non
ci sono vocazioni speciali – ha sottolineato
mons. Carballo – ci sono vocazioni specifiche». E la vocazione alla vita consacrata è
una chiamata specifica per la quale «verrà
chiesto di rompere con il passato e di condividere tutto con Gesù: il suo stile di vita,
il suo cammino, la sua missione e la sua
sorte». Tre i momenti che hanno scandito la
riflessione, caratterizzati ciascuno da un’esortazione ai giovani consacrati: «Non siate
vittime della pigrizia che vi porta a scegliere
il cammino più comodo e facile»; «rimanete! Non abbiate paura»; «portate frutto, risvegliate il mondo!». Pubblichiamo il testo
dell’intervento insieme al messaggio finale
consegnato al termine del Convegno dedicato ai formatori alla vita consacrata dello
scorso mese di aprile (cf. riquadro a p. 13).
Stampa (21.9.2015) da sito web www.congregazionevitaconsacrata.va.
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arissimi giovani consacrati, cari fratelli
e sorelle consacrati, carissimi tutti: «Il
Signore vi dia la pace!».
Benvenuti in questa meravigliosa piazza di San Pietro, pensata e realizzata
come icona della Chiesa madre di Roma che accoglie tutti gli uomini e le donne di buona volontà che si
avvicinano alla tomba di Pietro, in particolare quanti
– come voi, cari giovani – vengono a Roma per ravvivare la loro fede e il dono della loro propria vocazione, che Dio ha depositato nel cuore di ognuno di
noi (cf. 2Tm 1,6), in modo che, vivendo in costante
atteggiamento di gratitudine, conducendo una vita
segnata dalla passione per Cristo e per l’umanità,
aperti sempre alla speranza, possiamo comunicare e
testimoniare questo dono davanti agli uomini e alle
donne del nostro tempo, particolarmente davanti ai
giovani, con convinzione e in autenticità di vita.
Grazie per aver ascoltato il nostro invito a partecipare a questa veglia di preghiera con la quale
iniziamo il primo Incontro mondiale dei giovani
consacrati, nel contesto dell’Anno della vita consacrata. Che questi giorni che trascorreremo insieme
per riflettere sugli elementi essenziali della vita consacrata – consacrazione, vita fraterna in comunità
e missione – e per celebrare il dono della nostra comune vocazione a seguire Cristo «più da vicino»
attraverso i consigli evangelici di obbedienza, senza
nulla di proprio e in castità, illuminati anche dalla
parola e dall’esempio del nostro amato papa Francesco, ci servano per ravvivare, come ci chiede l’apostolo Paolo (cf. 2Tm 1,6-11) il dono della vocazione alla quale siamo stati chiamati.
In questo contesto, alla luce della Parola che abbiamo proclamato e seguendo l’esempio di papa
Francesco, desidero lasciarvi tre parole che possano
aiutarvi, cari giovani, e aiutare tutti nel cammino di
fedeltà creativa alla quale quanti siamo stati chiamati
a seguire Cristo nella vita consacrata siamo chiamati.
Queste tre parole sono: animo, siate forti! Perseverate, siate fedeli! Portate frutto, risvegliate il mondo!
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S
anta Sede
Animo, siate forti!
Il Signore è stato generoso con voi, guardandovi
con amore (cf. Mc 10,17-30), chiamandovi a condividere la sua vita e la sua missione (cf. Mc 3,13). Siate
voi generosi con lui. Non siate vittime della pigrizia
che vi porta a scegliere il cammino più comodo e facile. È vero che quello che il Signore ci chiede, seguirlo
«più da vicino» (cf. Mt 19,21), e quello che esige la vita
consacrata vissuta in pienezza supera le nostre forze e
capacità. Ma non abbiamo ascoltato forse che nella
nostra debolezza si manifesta la forza di Dio (cf. 2Cor
12,9)? Non afferma la Scrittura che per Dio «nulla è
impossibile» (Lc 1,37), e che tutto possiamo in colui
che ci dà forza (cf. Fil 4,13)?
Non allineatevi, miei cari giovani, al numero di
coloro che udendo la «tromba dello Spirito» (sant’Agostino) che li chiama a seguire il Signore nella vita
consacrata non possono rispondere a essa, a causa del
rumore e della dispersione in cui vivono, o semplicemente perché sono troppo attaccati ai propri piani e
progetti per dare la vita al progetto di Dio.
Non siate di quelli che davanti alla chiamata del
Signore dicono «domani, per domani rispondere lo
stesso» (Lope de Vega). Non siate di coloro – i perpetuamente chiamati – che vivono un processo di
discernimento vocazionale senza fine, senza mai decidere, adducendo ogni tipo di pretesto per non mantenere l’appuntamento con il Signore (cf. Lc 14,15-24)
o per rimandare la risposta all’invito del Signore (cf.
Lc 9,60). Non formate parte di una certa «aristocrazia
dello Spirito», che sentendosi chiamata dal Signore
non si impegna mai a seguirlo. Non fate della questione vocazionale una storia senza fine, una semplice
ricerca, senza desiderare di incontrare il Signore e di
seguirlo con coraggio, per timore di perdere la propria
libertà o autonomia.
Dice la Scrittura: «Se ascoltaste oggi la sua voce!
Non indurite il cuore» (Sal 95,7-8). Sì, se ascoltate la
voce del Signore, vivete un serio e sereno discernimento vocazionale, facendovi accompagnare da un autentico maestro di spirito, e pregate incessantemente (cf.
Lc 22,46), perché il Signore vi faccia conoscere la sua
santa volontà. E, conosciuta la volontà del Signore,
con fede viva, speranza certa e carità perfetta, non rimandate la risposta per molto tempo, non passate la
vita nell’incertezza di chi non assume con coraggio il
rischio di una risposta generosa. Sapendo che Dio è
chiamato a essere il tuo tutto – la tua ricchezza, la tua
sicurezza, la tua vera libertà, la tua sovrabbondante
ricchezza, il tuo bene, il sommo bene, ogni bene (san
Francesco) – consegnati a lui con tutto il tuo cuore,
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con tutta la tua mente, con tutta la tua anima e con
tutte le tue forze (cf. Dt 6,5), rinnovando costantemente questa offerta, perché l’amore di Cristo continui a
far ardere il tuo cuore e si mantenga viva la passione
per il primo e unico amore (cf. Os. 2,9).
Cari giovani, siate generosi con il Signore, il grande elemosiniere, come lo chiamava Francesco d’Assisi, uno, tra molti, che nella sua gioventù lascia tutto
per abbracciarsi a colui che è tutto. Non siate pigri
né avari con il Signore, sapendo che egli non si lascia
vincere in generosità. Hai fame e sete di significato:
Dio è il tuo pane e la tua acqua. Cammini nelle tenebre: Dio è la tua «luce elevata», il tuo Hermon. Cammini nel peccato: Dio è abbraccio di misericordia e
perdono.
Cari giovani, siate coraggiosi e forti nello spirito,
abbiate la diligenza propria dell’amore che non conosce limiti nel donarsi, anche se tutto questo comporta l’andare contro corrente. In questo contesto vi
ricordo le parole di papa Francesco ai giovani che ha
incontrato a Torino: vivete, non vivacchiate. Non vivete una vita che vita non è. Maria, la vergine del fiat,
coraggiosa e fidente, vi accompagni, ci accompagni
nel nostro sì, coraggioso e fiducioso.
Rimanete, siate fedeli!
Nel testo del Vangelo che abbiamo ascoltato, in
sette versetti si ripete dieci volte il verbo rimanere.
Probabilmente l’autore del quarto Vangelo constatava che già nella Chiesa a cui si rivolgeva non pochi,
di fronte alla difficoltà di vivere le esigenze della loro
vita cristiana, erano tentati di lasciare e di tornare
indietro. Fu la tentazione alla quale cedette il giovane ricco (cf. Mt 19,16ss). È la tentazione a cui cedono tanti giovani e non tanto giovani, nel momento
presente. Di fronte alle esigenze che comporta la vita
consacrata decidono di lasciare, dimenticando la parola che un giorno hanno dato al Signore nella loro
professione religiosa o di vita consacrata.
Forse tutto è cominciato con piccole infedeltà che
sono andate spegnendo la passione che ardeva nei
loro cuori; piccole infedeltà che hanno portato, poco
a poco, a grandi e gravi infedeltà. Forse tutto è cominciato con una vita senza passione, dominata dalla
mediocrità, dalla rassegnazione e dalla mancanza di
speranza, o forse da una vita che non è più alimentata da una profonda comunione con Cristo, che ha
reso insipido, senza senso il sale della propria vocazione (cf. Mt. 15,13-16). Molte e complesse possono
essere le cause. Certo è che la fedeltà, come già diceva il beato Paolo VI, non è la virtù del nostro tempo.
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anta Sede
Priorità per il servizio dei formatori
D
odici «priorità» per i formatori degli istituti di
vita consacrata e le società di vita apostolica:
è l’elenco redatto dal prefetto della competente
Congregazione vaticana, card. João Braz de Aviz,
unito al messaggio finale che è stato consegnato
ai partecipanti al precedente Congresso internazionale, dedicato alla formazione, tenuto a Roma
in aprile (7-11.4.2014). Pubblichiamo qui il testo
del messaggio finale e l’elenco delle dodici «priorità» (www.vatican.va).
Beati voi, formatori e formatrici
Al termine di questo Congresso l’esperienza e
la riflessione vissute insieme con profonda e vivace
partecipazione ci chiedono di accostare la Parola alla
nostra vita di consacrati e consacrate, alle nostre comunità e fraternità, ai nostri istituti, alle nostre culture
e terre di provenienza, al nostro servizio nella Chiesa
e nel mondo.
(Mt 5, 1-10) Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei
cieli. Beati voi che, sentendovi poveri di fronte al sublime compito di formare Cristo nei cuori, confidate
nell’azione dello Spirito Santo, che mostra Gesù come
«il più bello tra i figli dell’uomo». È lo Spirito che suscita il desiderio di conformarsi a Cristo nella profondità del cuore, che infonde i sentimenti del Figlio e fa
nascere le sue emozioni, i suoi affetti, la sua stessa sensibilità; che accende la passione dell’annuncio perché
sia visibile nel nostro tempo la forma di vita del Figlio
di Dio. Quando questo avviene il Vangelo si rivela in
modo nuovo e il Regno di Dio è in mezzo a noi.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati voi
quando sapete condividere con i formandi la fatica
della conversione, della difficoltà nel lasciare tutto
per seguire Cristo, della risposta generosa. Beati voi,
formatori, se siete liberi di accogliere nel vostro cuore
le sofferenze dei giovani, se li guardate con empatia, senza riserve, permettendo loro di riversare almeno un po’ della propria pena nel vostro cuore e a
voi di accoglierla con la tenerezza e la misericordia
del Padre. Beati quei formatori che piangono per le
delusioni e i fallimenti che inevitabilmente incontreranno. Siate certi, riceverete consolazione dal Signore:
il quale asciugherà ogni lacrima e renderà fecondo il
vostro servizio.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati
voi, se sapete attendere con pazienza i tempi di maturazione del buon seme gettato con costanza e fiducia, senza imporre nulla con la forza o l’astuzia, senza
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pretendere di esser voi a gestire il raccolto. Beati i formatori-seminatori, che continuano a seminare in ogni
caso, in ogni momento, in ogni cuore, ben sapendo
che il seme ha una sua forza ed efficacia. Beati voi se
agite senza mai fare alcuna violenza, sottile e nascosta, nemmeno per ottenere il bene, perché Dio vi darà
la terra promessa dei cuori. Beati i formatori che con
la loro mitezza ricordano a chi è in formazione che
l’unica cosa davvero necessaria è farsi come ciotole
di terracotta, in cui altri possano bere a piccoli sorsi il
cielo.
Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati. Beati voi, se portate nel cuore l’intenso desiderio di vedere realizzata la giustizia di Dio,
la sua passione per la vita e la fraternità. E cercate il
disegno divino in ciascuna persona vocata, anche a
costo di non essere compresi; senza imporre i punti
di vista personali, o gli interessi di istituto, affinché
ognuno sia se stesso secondo il sogno di Dio. Beati
voi se farete questo, perché la verità vi darà la libertà
di chiedere l’impegno totale a ogni giovane a voi affidato e di essere persuasivi e credibili, senza manipolazioni o forzature. E il Padre esaudirà i santi desideri
del vostro cuore.
Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia. Beati voi formatori e formatrici se avete incontrato
il Dio ricco di tenerezza lasciando che la sua misericordia plasmi in voi un cuore di carne, compassionevole,
capace di scoprire il fuoco sotto la cenere di chi sembra aver perso ogni speranza. Se saprete ridare forza
alla fiamma che sembra spegnersi insegnerete le vie
per scendere nelle tante attuali terre del dolore, ed essere consolazione di Dio. Sarete testimoni di Dio che
ascolta il grido del povero, vede le miserie umane e
si china su di esse con misericordia. I vostri giovani vi
seguiranno. Beata la comunità di formazione, piccola
«Chiesa in uscita», «dalle porte aperte». Fraternità in
cui il giovane «si mette mediante opere e gesti, nella
vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione, se è necessario, e assume la
vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel
popolo» (Francesco, Discorso ai vescovi del Giappone,
20.3.2015).
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati voi
se avete un cuore retto e sincero, una vita senza ipocrisia e uno sguardo trasparente. La formazione alla
vita consacrata è itinerario di purificazione del cuore
perché possa entrare nel mistero dell’eternamente
Amante. Guidate i giovani, con impegno costante, a
vivere la comunione con lui senza doppiezze, a gustare la sua intimità e le sue cose (cf. Lc 2,49). Beato
segue a pag. 4 >
13
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anta Sede
> continua da pag. 3
quel formatore che trasmette al giovane la bellezza di
Dio e la certezza che solo l’Eterno può riempire la sete
d’affetto del cuore umano. Beato il formatore innamorato di Dio e appassionato per l’uomo, che sa comunicare, a un tempo, la bellezza di amare Dio con un
cuore totalmente umano, e amare la persona con un
cuore che sta imparando a voler bene in modo divino.
Beati voi formatori se saprete vedere i giovani con gli
occhi di Dio, e saprete vedere Dio nel loro cuore!
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati
figli di Dio. Beati voi formatori, uomini e donne in pace
con se stessi, se sarete sensibili al bisogno immenso di
pace in un mondo diviso e saprete costruire pace nel
cuore dell’altro e nelle relazioni. Beati coloro che educano alla pace e all’unità interiore come fondamento
di ogni fraternità. Beati voi se saprete formare alla
fraternità ordinata e alla convivialità delle differenze,
nella varietà delle culture: lì il Signore abita. Assieme
ai vostri giovani, sarete figli di Dio e disarmerete i
cuori da ogni aggressività, come terapia di bontà e
benedizione per tutti.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è
il regno dei cieli. Beati voi quando siete perseguitati
a causa della testimonianza che rendete al Signore
Gesù, gioia dei vostri occhi, delizia dei vostri cuori.
Beati voi formatori dei paesi ove i cristiani sono perseguitati: vivete nella vostra carne il mistero pasquale.
Beati voi che, come il chicco di grano, portate molto
frutto. La Chiesa tutta in voi e con voi soffre, alimenta
la speranza, invoca la pace e annuncia il regno dei cieli.
Dal congresso alla vita: alcune priorità
In tale visione accogliete, come attenzione di questo dicastero, alcuni orientamenti, come priorità pedagogico-spirituali per il vostro servizio di formatori.
– Siate formatori beati, contenti di poter prestare
questo servizio. E rendete nota la vostra gioia, per trasmetterla ai vostri giovani.
– Date attenzione alla formazione del cuore, non
solo dei comportamenti, ben ricordando che cor ad
cor loquitur. È la passione per Gesù che vi rende formatori.
– Non presumete di voi stessi, curate la vostra
formazione continua, siate disposti a imparare ogni
giorno l’arte del formare i cuori: imparate da Gesù e
dalla sua pedagogia, ma anche dai vostri giovani, dai
vostri errori, dalla vita.
– Non dimenticate che è il Padre che forma in ogni
giovane la personalità del Figlio per la potenza dello
Spirito: voi siete mediatori di questa azione trinitaria.
– Siate formatori a tempo pieno e dando il meglio
di voi stessi. È il Signore che vi affida i giovani che accompagnate come realtà preziosa ai suoi occhi e che
deve divenire tale anche ai vostri stessi occhi.
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– Abbiate un cuore grande per accogliere quanti
il Padre vi affida da ogni parte della terra. Valorizzate ogni persona perché la comunità formativa
sia espressione dell’unica fede e dello stesso carisma, nella varietà delle culture e delle ricchezze di
ognuno.
– Formate giovani dal cuore innamorato di Dio
e appassionato per l’uomo, «cittadini del mondo» in
dialogo con ogni cultura; giovani ricchi di misericordia per «i senza dignità», che imparano a cercare Dio
nelle periferie dell’esistenza, liberi di lasciarsi formare
dalla vita per tutta la vita.
– Non pretendete nulla da essi che non sia già vissuto e messo in atto da voi. Senza imporre pesi impossibili e motivando sempre ogni richiesta con la legge
della libertà dei figli di Dio, la legge dell’amore.
– Dedicate il vostro tempo a incontri regolari, col
gruppo e soprattutto coi singoli. È la relazione interpersonale tra formatore e formando lo strumento per
eccellenza dell’azione educativa.
– L’equipe formativa, specie nelle comunità educative numerose, esprima le varie competenze pedagogiche, nel rispetto dei ruoli specifici, nella condivisione dello stesso modello formativo e nella convergenza verso il bene dei giovani. La formazione dei
formatori è una precisa e inderogabile responsabilità
dei superiori con voi promotori di una autentica cultura della formazione continua.
– Non abbiate paura di accompagnare il giovane
e la giovane a scoprire sé stessi e la propria verità, con
le proprie debolezze, ma fate sentire in quei momenti
la vostra vicinanza come sacramento dell’amore del
Padre, che guarisce e perdona. In modo particolare
fate avvertire la vostra vicinanza a coloro che per vari
motivi abbandonano il cammino formativo.
– Ma non abbiate timore soprattutto di accompagnare i vostri giovani lungo la via della Pasqua di
Gesù. A questo deve mirare ogni cammino formativo
per tutta la vita, in compagnia di Maria, discepola e
madre ai piedi della croce.
Cari formatori e formatrici, la Chiesa vi ama, vi
apprezza e prega per voi. Senza il vostro servizio la
vita consacrata non potrebbe esistere, o avrebbe un
futuro incerto. Senza la vostra pazienza e il vostro
discernimento il popolo di Dio rischierebbe di non
veder più quella via luminosa capace di far brillare, in
un mondo che passa, il mondo definitivo trasfigurato
dalle Beatitudini.
Roma, 11 aprile 2015.
✠ João Braz card. de Aviz,
prefetto
✠ José Rodríguez Carballo, ofm,
segretario
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anta Sede
E ciò che succede nella nostra società succede nella
Chiesa e nella vita consacrata.
In questo contesto è necessario ri-accendere costantemente il fuoco dell’amore a Cristo mediante
una profonda comunione con lui, come i tralci alla
vite (cf. Gv 15,1ss), per ri-avvivare la nostra donazione incondizionata al Signore. È necessario riconoscere che senza di lui non possiamo far nulla (cf. Gv
15,1ss), e che «lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41). Per tutto questo abbiamo bisogno
di alimentare la nostra fedeltà con una vita forgiata
secondo i sentimenti di Cristo (cf. Fil 2,5), attraverso
un progetto di vita «ecologico» nel quale abbiamo
tempo per noi stessi, tempo per gli altri, a partire dai
fratelli e sorelle della nostra comunità-fraternità, e
tempo per Dio. Senza questo progetto ecologico di
vita, la tentazione di lasciare si farà sentire, e, piuttosto prima che dopo, molto probabilmente cediamo e
ce ne andiamo.
Nella nostra vita, come in quella di Paolo, sicuramente, con maggior forza e frequenza del previsto,
sentiamo le spine conficcate nella nostra carne (cf.
2Cor 12,7), che in momenti particolari di notte oscura o di crisi esistenziale, come quella vissuta da Elia,
ci fanno sperimentare la fatica di andare avanti nella
sequela di Gesù che abbiamo intrapreso, e che, come
lui, sentiamo il bisogno di gridare: «Ora basta!» (cf.
1Re 19,4). È allora che il Signore ci rassicura: «Ti
basta la mia grazia» (cf. 2Cor 12,9). E se rinnoviamo
la nostra fiducia in lui, anche noi sperimenteremo,
come san Paolo, che la sua grazia in noi non sarà
vana (cf. 1Cor 15,10).
Rimanete. Non abbiate paura. Non venga meno
la vostra fede né si indebolisca la vostra speranza. Il
Signore, come un giorno a Geremia, oggi assicura a
ciascuno di noi: «Io sono con te per proteggerti» (Ger
1,8). Maria, la vergine fedele, è il nostro modello di
fedeltà in tutte le circostanze della nostra vita.
Portate frutto, risvegliate il mondo!
L’albero si riconosce dai suoi frutti (cf. Mt 7,16).
Gesù ci dice: «Questa è la volontà del Padre mio: che
portiate frutto» (cf. Gv 15,8). Non siamo consacrati per
noi stessi. Nemmeno possiamo chiuderci nelle nostre
beghe di casa o nei nostri problemi, come ci ricorda
papa Francesco nella lettera apostolica a tutti i consacrati (II, 4). Siamo consacrati per vivere secondo la
logica del dono, donandoci, in libertà evangelica (obbedienza), senza nulla di proprio, assumendo la kenosis
o minorità come forma di vita (povertà), e con cuore
indiviso (castità), a Cristo e agli altri. Il consacrato è
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tutto per il Signore, e, poiché è tutto per il Signore, è
tutto per gli altri. E tutto questo motivato dall’amore
incondizionato, l’unica ragione valida per scegliere la
vita consacrata. Colui che ha consacrato tutta la sua
vita al Signore, deve vivere secondo l’amore e con l’amore, lasciando che sia l’amore a dare frutti abbondanti: nella sua comunità, nella Chiesa e nel mondo.
Cari giovani, siate padri e madri, non zitelli e zitelle (papa Francesco). Fuggite dalla tentazione di
idolatrare la vostra immagine, dalla tentazione di
Narciso, che vi porterà, come il personaggio mitologico, a morire nelle vostre proprie reti. Ricordate
sempre che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere»
(At 20,35). E che è dando che si riceve (san Francesco).
Non vivete, cari giovani, chiusi in voi stessi, nei vostri
interessi, piani e progetti.
Il vostro amore e la vostra castità siano fecondi e,
per questo, che il vostro amore affondi le sue radici
nell’humus, nel terreno fertile del Signore. Chiedetevi, come papa Francesco chiede a tutti i consacrati, se
Gesù è ancora il vostro primo e unico amore. Solo se
egli occupa il vostro cuore potrete amare nella verità e nella misericordia ogni persona che incontrerete
sulla vostra strada, perché avrete appreso da lui che
cos’è amore e come amare. Solo allora saprete amare
in verità, amare con la «A» maiuscola, perché avrete
il suo stesso cuore, come afferma il santo padre nella
Lettera ai consacrati (I, 2).
Sì, abbiate il cuore pieno di Dio e in esso entreranno tutti gli uomini e le donne che incontrerete nel
cammino. Abbiate il cuore pieno di Dio e il vostro
sarà casto e fecondo nello stesso tempo. Abbiate il
cuore pieno di Dio e sarete Vangelo vivente, e darete
frutti, e frutti abbondanti.
Maria, madre dei consacrati, volgi a tutti i consacrati quegli occhi tuoi misericordiosi e ottienici dal
tuo Figlio e Signore nostro il dono della fedeltà. Maria, vergine fatta Chiesa, che mai non ci manchi il
vino di un amore appassionato per te e per quanti incontreremo nel nostro cammino. Maria, figlia di Dio
Padre, Madre di Dio Figlio, sposa dello Spirito Santo,
cammina con noi per i sentieri della vita e ottienici
dall’altissimo, onnipotente e buon Signore il dono di
fare in ogni momento qualunque cosa egli dica. Vergine addolorata, la cui festa oggi celebriamo, prega,
madre, per noi. Fiat, fiat, amen, amen.
Piazza San Pietro, 15 settembre 2015.
✠ José Rodríguez Carballo, ofm,
segretario della Congregazione
per gli istituti di vita consacrata
e le società di vita apostolica
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hiesa in Italia |
calabria
Fuori
la ‘ndrangheta
dalle processioni
Regolamento diocesano per le processioni
del vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea
«Le processioni religiose si svolgano con ordine e serietà (...). L’itinerario ed eventuali
soste devono essere preventivamente stabiliti dal parroco e dal consiglio pastorale e comunicati ai fedeli». A seguito delle vicende
che nel luglio 2014 avevano richiamato l’attenzione sulla presenza della ‘ndrangheta
nella gestione delle processioni religiose,
lo scorso 1° marzo è entrato in vigore, per
tre anni ad experimentum, il Regolamento
diocesano per le processioni approvato dal
vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, mons.
Luigi Renzo, il 12 febbraio. Evidente sia il
richiamo ai fondamenti («ogni processione
(...); deve costituire nella festa un momento importante, vissuto spiritualmente con
intensità, preparato da congrua catechesi e
preghiera»), sia il desiderio di valorizzare
e difendere la religiosità popolare da infiltrazioni perverse e scandalose: «I portatori
delle statue siano prevalentemente fedeli che
vivono con assiduità la vita della parrocchia
o della confraternita, di cui eventualmente
si è parte. (...) Non sono ammessi a questo
compito persone aderenti ad associazioni
condannate dalla Chiesa, che siano sotto
processo in corso per associazione mafiosa
o che siano incorse in condanna per mafia,
senza prima aver dato segni pubblici di pentimento e di ravvedimento».
Stampa (1.9.2015) da sito web www.diocesimileto.it.
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Premessa
Nel cammino pastorale della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea il Regolamento per le processioni
costituisce un’utile e pratica applicazione delle disposizioni e norme del Direttorio diocesano sulle feste
religiose, in vigore dal 5 febbraio 2009. Riferimenti
normativi sono altresì:
– il Direttorio su pietà popolare e liturgia della
Congregazione per il culto divino e la disciplina dei
sacramenti (2002);
– la lettera pastorale Pietà popolare: da problema
a risorsa pastorale (anno 2013-2014);
– la nota Testimoniare la verità del Vangelo. Nota
Pastorale sulla ‘ndrangheta, della Conferenza episcopale calabra (25.12.2014; Regno-doc. 2,2015,11ss).
Ciò premesso, vengono ora indicati gli orientamenti e norme per la diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea.
A. Orientamenti e norme pastorali
1. Il rito della processione è profondamente radicato nell’animo popolare tanto da essere praticato in tutte le religioni di tutti i tempi. Con tale rito
una comunità vuole esprimere i propri sentimenti
di devozione a Dio e dare pubblica testimonianza
della propria fede. Ha costituito nel passato e può
essere ancora oggi un mezzo efficace per esaltare
la propria identità religiosa e la propria coesione
interna.
2. La processione deve costituire nella festa un
momento importante, vissuto spiritualmente con intensità, preparato da congrua catechesi e preghiera,
mai carente della partecipazione dei singoli fedeli –
compresi i componenti il comitato – ai sacramenti
della riconciliazione e dell’eucaristia. Ogni processione deve mantenere il suo profilo teologico, liturgico e antropologico.
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hiesa in Italia
3. Sotto il profilo teologico «si dovrà mettere in
luce che la processione è un segno della condizione
della Chiesa, popolo di Dio in cammino che, con
Cristo e dietro Cristo, consapevole di non avere in
questo mondo una stabile dimora (cf. Eb 13,14),
marcia per le vie della città terrena verso la Gerusalemme celeste; segno anche della testimonianza
di fede che la comunità cristiana deve rendere al
suo Signore nelle strutture della società civile; segno infine del compito missionario della Chiesa, la
quale sin dagli inizi, secondo il mandato del Signore (cf. Mt 28, 19-20), si è messa in marcia per annunciare per le strade del mondo il Vangelo della
salvezza».
4. Sotto il profilo liturgico, nello spirito di un ricuperato rapporto armonico tra pietà popolare e la
stessa liturgia, le processioni «si dovranno orientare verso la celebrazione della liturgia: presentando
il percorso come cammino della comunità vivente
nel mondo verso la comunità che dimora nei cieli»;
provvedendo che siano svolte sotto la presidenza ecclesiastica, onde evitare manifestazioni irrispettose e
degenerative, stabilendo lungo il tragitto «momenti di preghiera e di proclamazione della parola di
Dio»; valorizzando il canto e l’apporto di strumenti
musicali; concludendo le stesse con una preghiera
dossologica a Dio, fonte di ogni santità, e con la benedizione impartita dal vescovo, dal presbitero o dal
diacono.
5. Sotto il profilo antropologico «si dovrà evidenziare il significato della processione quale “cammino
compiuto insieme”. Coinvolti nello stesso clima di
preghiera, uniti nel canto, volti all’unica meta, i fedeli si scoprono solidali gli uni con gli altri, determinati
a concretizzare nel cammino della vita gli impegni
cristiani maturati nel processo processionale».
6. Strutturate per bene secondo questi tre profili, le processioni, pur nella nostra società distratta e individualistica, ricupereranno il loro carattere
corale e comunitario, e non perderanno la nota di
festosità che dovrà toccare il cuore di tutti, anche dei
poveri che vivono nell’indigenza e nella precarietà.
B. Disciplina e svolgimento
1. La buona riuscita della processione dipende
dalla preparazione remota e prossima, svolta con il
comitato festa, con la comunità, con gli animatori
liturgici, con i ministranti, con il servizio volontari.
Non è significativa e opportuna una processione se
non c’è concorso di popolo e il raccoglimento generale dei fedeli.
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2. Le processioni religiose, pertanto, si svolgano
con ordine e serietà tali da onorare veramente il Signore e da edificare il popolo, attraverso un itinerario significativo. Non si tratta di cortei folkloristici,
marce civili, o spettacoli a soggetto religioso. L’itinerario ed eventuali soste devono essere preventivamente stabiliti dal parroco e dal consiglio pastorale
e comunicati ai fedeli.
3. Si evitino, per quanto possibile, soprattutto
d’estate, processioni in pieno mezzogiorno e sotto
un sole cocente. È più opportuno riportare le processioni alla sera per renderle spiritualmente più
proficue e fisicamente più partecipate.
4. Si devono svolgere, di norma, nei confini della
parrocchia. Nei luoghi dove operano più parrocchie
si rispettino le legittime consuetudini, con l’intesa e
la collaborazione dei parroci interessati.
5. Nel corso dell’anno le processioni non siano
troppo frequenti, a discapito della vita liturgica e
sacramentale. Non è consentito introdurre nuove
processioni senza l’espressa autorizzazione dell’ordinario.
6. I portatori delle statue siano prevalentemente
fedeli che vivono con assiduità la vita della parrocchia o della confraternita, di cui eventualmente si
è parte. È compito del parroco o del rettore della
chiesa, magari in collaborazione con il comitato festa debitamente costituito, vigilare sulla scelta di tali
persone.
Non sono ammessi a questo compito persone
aderenti ad associazioni condannate dalla Chiesa,
che siano sotto processo in corso per associazione
mafiosa o che siano incorse in condanna per mafia,
senza prima aver dato segni pubblici di pentimento
e di ravvedimento.
In base alla durata del percorso i portatori si possono alternare per turnazione preventivamente stabilita.
7. Nelle processioni sono proibiti tutti quei gesti in qualsiasi modo contrari al carattere sacro e
liturgico di queste. In particolare è tassativamente
vietato:
– ogni forma di «incanto» o riffa per poter portare le statue;
– protrarre la processione oltre le due ore, al
massimo tre per i centri più grossi;
– trasportare le statue per tutte le strade e i vicoli
del paese;
– raccogliere denaro con cassette o attaccandolo
a drappi o alle stesse sacre immagini;
– girare o sostare con le sacre immagini davanti
a case o persone, tranne che si tratti di ospedali, case
di cura, ammalati;
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– accostare alla sacra immagine, durante il percorso, bambini o oggetti per voto; tali gesti di pietà
possono essere convenientemente adempiuti in tempi diversi, magari prima o dopo la processione;
– chiacchierare, fumare, usare il telefonino, posare per foto e quanto altro possa disturbare lo spirito di raccoglimento e di preghiera;
– interrompere la processione con batterie e fuochi artificiali vari, tali da intralciare il normale passaggio del corteo;
– sottoporre le statue allo spettacolo di danze,
balli, anche se fossero di antica tradizione.
C. Ordinamento rituale e pastorale
1. Il clero, a cui spetta presiedere e guidare la
processione, intervenga con le vesti liturgiche previste
e sia di esempio ai fedeli nella modestia e nella pietà.
2. Le confraternite e le pie associazioni partecipino convenientemente ordinate e procedano con i
propri labari e insegne.
3. Durante il percorso, da svolgersi in clima di
sacralità visibile, si alternino sapientemente canti,
preghiera, ascolto di brani biblici e musica. Ci siano
anche di tanto in tanto brevi pause di silenzio, che
favoriscano la riflessione personale. Ove è possibile
si provveda a un’idonea apparecchiatura di amplificazione acustica.
4. I complessi bandistici suonino inni sacri e accompagnino il canto dei fedeli, alternandosi con le
preghiere del popolo e del clero. Non possono, però,
suonare in chiesa.
5. Dove c’è la consuetudine, il canto delle litanie
avvenga una sola volta durante o alla fine del tragitto.
6. Mentre si svolge la processione è proibita in
chiesa la celebrazione di sante messe o altri riti liturgici.
7. La processione inizi con una adeguata esortazione ai fedeli e si concluda con la preghiera comune e la benedizione del sacerdote (cf. Benedizionale). La benedizione eucaristica è riservata solo per la
solennità del Corpus Domini.
8. La processione non si concluda immediatamente con la celebrazione della messa, ma secondo
le indicazioni del Benedizionale.
D. Adempimenti canonici e civili
1. Ogni processione, tranne quelle strettamente
liturgiche (Corpus Domini, Presentazione del Signore, rogazioni ecc.), dev’essere preventivamente autoIl Regno -
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rizzata dalla curia diocesana; se ne chieda pertanto
tempestivamente il nulla osta almeno una settimana
prima.
2. L’avviso per le processioni, formulato con apposito modulo in triplice copia, a norma degli artt.
24 e 25 del testo unico della Legge di pubblica sicurezza, e munito del nulla osta dell’ordinario diocesano, dev’essere indirizzato al sindaco o all’autorità
di pubblica sicurezza almeno tre giorni prima della
data del suo svolgimento, con segnalazione dettagliata del percorso e delle eventuali soste.
3. Un’eventuale richiesta dell’elenco dei portatori delle statue da parte delle autorità civili, pur nello
spirito di un’opportuna e saggia collaborazione di
massima, non trova fondamento nel vigente sistema
normativo dello stato italiano. L’esercizio pubblico
del culto, infatti, nel cui ambito ricadono anche le
processioni religiose, è garantito pienamente dagli
artt. 17 e 19 della Costituzione italiana. Per la Chiesa
cattolica tale garanzia è stata ribadita anche nell’Accordo del 18 febbraio 1984 tra la Repubblica italiana e la Santa Sede (Legge 25 marzo 1985, n. 121),
che nell’art. 2 afferma: «È assicurata alla Chiesa la
libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del
culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica». L’esercizio pubblico del culto tocca, pertanto,
sia l’ambito proprio del diritto di libertà religiosa e
del diritto di riunione sia l’ambito dei rapporti tra
Repubblica italiana e Santa Sede (Costituzione italiana, art. 7). In caso di eventuali divergenze a riguardo, consultare l’ordinario diocesano.
4. Se la festa prevede manifestazioni esterne, si
osservino con cura le disposizioni del Direttorio diocesano, particolarmente i nn. 14-17.
E. Speciali processioni
e riti devozionali e votivi
Processione del Corpus Domini
– Tra le processioni si distingue, per importanza
e per significato nella vita pastorale della parrocchia
o della città, quella annuale della solennità del corpo e sangue di Cristo. Il popolo con questo gesto
rende pubblica testimonianza di fede e di venerazione verso il Santissimo Sacramento. (cf. Sacra congregazione dei riti, istr. Eucharisticum mysterium,
25.5.1967, n. 59).
– Nell’organizzazione della processione si tenga conto delle consuetudini locali sia per l’addobbo
delle vie e delle piazze sia per la composta sfilata di
quanti vi partecipano.
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Basta sangue per le strade di Napoli!
I
l 19 settembre, festa di san Gennaro, a poche
ore dall’ultimo omicidio di matrice camorristica, il vescovo di Napoli, mons. Sepe, ha dedicato parte della sua omelia alla piaga della criminalità organizzata che affligge la città. Sepe non
ha dimenticato nemmeno il dramma delle migrazioni forzate, riservando un passaggio anche
all’emergenza dei profughi e alla gestione della
loro accoglienza (www.chiesadinapoli.it).
«È in questo giorno di festa, in cui tutti, e non solo
a Napoli, testimoniamo la nostra profonda devozione
al martire Gennaro, che ha offerto il suo sangue per
Cristo, vogliamo gridare con forza: basta sangue per
le nostre strade e in tante case; basta violenza; basta
dolore e lutto; basta morti di innocenti; basta naufragi e cadaveri di quanti cercano, coraggiosamente
ma troppo spesso tragicamente, libertà, pane e futuro. Ci stiamo abituando tristemente, purtroppo,
alle immagini dei telegiornali, alle foto e agli articoli
dei giornali, alle centinaia di persone che muoiono
ogni giorno nelle traversate verso la vita. Purtroppo,
dobbiamo costatare che stanno prendendo corpo
l’indifferenza e il cinismo di tanti. Ma noi non possiamo restare inerti. Abbiamo il dovere di assumerci
le nostre responsabilità, di combattere le scellerate
speculazioni degli scafisti, ma dobbiamo anche saper
aprire le nostre braccia e i nostri cuori. (...) Non c’è civiltà se non c’è umanità vissuta. Ma Napoli, la Campania e il Sud per storia, tradizione e vocazione sanno
accogliere e lo stanno dimostrando a dispetto della
insensibilità di tante aree dell’Europa. (...) In questi
giorni, tutti noi, vescovi della Campania, ci siamo riuniti per fare un inventario delle nostre possibilità
materiali da mettere a disposizione, con la collaborazione delle autorità competenti, in favore dei tanti
immigrati assegnati alla nostra regione. (...)
Non è dissimile la condizione della Napoli d’oggi,
dove la metafora della sete d’acqua introduce l’im-
– Si faccia uso di lumi, incenso e baldacchino,
sotto il quale inceda il sacerdote con il Santissimo.
– Dove si conserva l’uso dell’ombrello processionale, questo sia affidato a un ministro o a un responsabile di aggregazioni ecclesiali, non ad autorità
pubbliche.
– Nel corso della processione, se la consuetudine lo comporta, e se lo consiglia il bene pastorale,
si possono fare anche delle stazioni o soste con la
benedizione eucaristica.
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magine estrema del deserto, di un luogo cioè seducente ma insidioso e sofferente, a causa della mancanza di tante cose e innanzitutto, del lavoro, di legalità, di spazi di vita non contaminati, di accessi ai
più elementari diritti e ai più normali servizi sociali.
“La città diventa così come un deserto – ho scritto
nella lettera pastorale –. Una distesa arida e desolata,
un territorio indifeso. Mediante un processo di progressivo impoverimento, spariscono le attività produttive, si inquina il territorio, si dissolvono quasi le
testimonianze della civiltà per fare spazio al vuoto
umano e sociale, alla criminalità”.
A Napoli è tuttora presente la più crudele di
tutte le seti, ossia la sete del necessario, che è sete
di conoscenza e di senso, ma anche mancanza di
quell’acqua indispensabile per bagnare i campi vitali che una città dovrebbe offrire ai suoi abitanti.
Ed è così che la sete del necessario porta taluni a
cercare fonti avvelenate, come la violenza e la turpe
offerta di un reddito facile, con la conseguente caduta dei valori, per cui la vita diventa arida e priva di
senso. (...) La sete del necessario è una sete maligna
che arriva a contrabbandare per “normali” alcuni
comportamenti diffusi e deprecabili, come quello
dell’indifferenza, dell’egoismo e dell’intolleranza,
o come quello che porta ad affidarsi al potente di
turno e al padrino di quartiere, mettendo nelle loro
mani sporche perfino i propri legittimi diritti. Ma
questa è una strada buia, dolorosa e senza orizzonti,
che finisce con la morte nel cuore e una tragica fine
per chi decide di imboccarla.
Contro questo pericolo sempre presente ci adopereremo con tutte le forze per costruire l’uomo
nuovo e una società migliore, stando soprattutto
dalla parte dei giovani e del loro futuro. La delinquenza e la violenza non prevarranno. Le molte seti
non fanno di Napoli un deserto. Occorre proclamarlo
con forza nel giorno di san Gennaro e alla vigilia del
Giubileo della misericordia».
– Nei centri urbani con più parrocchie la processione sia unica, come segno dell’unità della Chiesa
intorno all’eucaristia; vi partecipi tutto il presbiterio
locale e sia presieduta alternativamente di anno in
anno da uno dei parroci.
Processione e pii esercizi del Venerdì santo
La processione del Cristo morto e dell’Addolorata, con le varette o misteri, si svolga esclusivamente
dopo e a completamento della celebrazione della
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hiesa in Italia
Passione del Signore del Venerdì pomeriggio. Dove
non c’è questa pia tradizione, in alternativa, si faccia
il pio esercizio della Via crucis per le vie della parrocchia.
Processione dell’Affruntata o ‘Ncrinata
Nel confermare in toto le norme sulle «Sacre rappresentazioni pasquali» del Direttorio diocesano sulle
feste religiose e quanto determinato nella notificazione Per una degna celebrazione dell’Affruntata, del 25
marzo 2011 (Prot. n. 13/11/V), al fine di ovviare ad
altre possibili situazioni incresciose già verificatesi e
per educare la comunità al vero senso religioso di
quelle particolari manifestazioni pasquali della pietà
popolare, si ribadisce quanto segue:
– I fedeli cristiani, quelli cioè che si sforzano di
seguire la via del Vangelo, non si lascino espropriare di ciò che appartiene al loro patrimonio religioso più genuino, lasciandolo in mano a gente senza
scrupolo, che non ha nulla di cristiano e anzi persegue una «religione capovolta», offensiva del vero
cristianesimo popolare.
– I pastori siano più coraggiosi e uniti per dare segni nuovi di presenza e di speranza al popolo di Dio.
Occorrono segnali concreti di «rottura» da certi
andazzi impropri: è opportuno affidare ai giovani
che frequentano la parrocchia e sono veramente impegnati in un cammino di fede la possibilità di portare le statue, rendendoli protagonisti anche nell’organizzazione.
– I membri delle confraternite che curano tradizionalmente le Affruntate rinuncino a certi pretesi
privilegi e si mostrino più collaborativi con i parroci
nell’eseguire scrupolosamente tutte le direttive diocesane in materia.
– La scelta dei portatori delle statue sia fatta per
estrazione dall’elenco dei prenotati, fermo restando
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documenti
30/2015
che non possono iscriversi coloro di cui è detto nel
precedente n. 6 del punto B. di questo Regolamento.
– L’iscrizione, assolutamente gratuita e senza
«incanti» né diretti, né velati, sia aperta per tempo
con pubblico avviso affisso in chiesa all’inizio della
Quaresima. La successiva estrazione dei nominativi
dei portatori deve avvenire sempre pubblicamente
la Domenica delle Palme alla presenza del parroco
e del padre spirituale.
– Non è consentito iscriversi nel servizio di portare le statue a persone estranee alla comunità parrocchiale.
– Se il tragitto è lungo e fosse necessario, sia
estratto tra gli iscritti un secondo gruppo di portatori per un’eventuale alternanza. Non è consentito ad
altri sostituirsi agli estratti durante il percorso. Altre
consuetudini contrarie sono soppresse.
Ciò premesso e considerato,
DISPONIAMO
che le presenti norme, discusse e approvate dal
Consiglio presbiterale nella seduta del 12 febbraio
2015, affidate alla vigile cura e all’impegno dei parroci, dei direttivi delle confraternite interessate, dei
fedeli laici di buona volontà, entrino in vigore ad experimentum ad triennium il prossimo 1° marzo 2015.
Mileto, 12 febbraio 2015.
✠ Luigi Renzo,
vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea,
ordinario diocesano
Filippo Ramondino,
cancelliere vescovile
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hiesa in Italia |
bologna
La vita
e il ministero
dei presbiteri
Documento del Consiglio presbiterale
della diocesi di Bologna
S’intitola «Presbiterio bolognese e nuova tappa evangelizzatrice» il documento presentato e consegnato al termine dell’ultima Tre
giorni del clero di Bologna (14-16.9.2015).
Collocandosi nell’ottica della «nuova tappa
evangelizzatrice indicata da papa Francesco
nella esortazione apostolica Evangelii gaudium», il documento, frutto di un lungo lavoro, si articola in sei capitoli, che toccano
aspetti come la «spiritualità diocesana», la
dimensione affettiva del presbitero, la cura
delle relazioni (nel presbiterio e con i laici) e
la ridefinizione del volto delle parrocchie «in
uscita missionaria». Il testo – in corso d’opera «inviato a tutti i presbiteri, esaminato
da loro, e poi discusso in assemblea plenaria
il 30 aprile» – integra ogni capitolo con una
«sintesi degli interventi» apportati sui temi
specifici dai sacerdoti (singoli o gruppi). Dal
lavoro, scrivono gli estensori, «è emersa la
coscienza pungente di limiti, inadeguatezza,
ferite proprie e altrui e del sistema nel suo
insieme, e non sono stati fatti sconti; ma insieme a questo la consapevolezza che di questa povertà il Signore si può servire e si sta
servendo per aprire nuove strade al Vangelo.
A condizione di camminare insieme: nessuno
può fare da solo!».
Originale in nostro possesso.
Il Regno -
documenti
30/2015
P
resentazione
Abbiamo la gioia di vedere raccolto in questo
fascicolo il lavoro del Consiglio presbiterale nell’anno 2014-2015, sulla vita e il ministero dei presbiteri
nell’ottica della nuova tappa evangelizzatrice indicata da papa Francesco nella esortazione apostolica
Evangelii gaudium.
Attraverso le sue commissioni e l’Ufficio di presidenza, il Consiglio presbiterale ha prodotto un documento di lavoro. Il testo, articolato in 6 capitoli,
è stato inviato a tutti i presbiteri, esaminato da loro,
e poi discusso nell’assemblea plenaria del 30 aprile
presso il seminario arcivescovile.
Dai 45 interventi che ci sono stati, molti consegnati per iscritto oppure verbalizzati, si è ricavata
una sintesi che ora viene a integrare i singoli capitoli
del documento iniziale e riportata come appendice
a ciascuno di loro. Le conclusioni dell’arcivescovo
alla giornata del 30 sono riportate in conclusione.
Della giornata del 30 aprile è doveroso ricordare alcuni elementi positivi: abbiamo sperimentato
il desiderio e la volontà tenace di esserci, per contribuire insieme come presbiterio al futuro della
nostra Chiesa. La partecipazione dei preti è stata
numerosa, costante, attenta, appassionata: davvero
molti preti credono nella possibilità di un cammino
condiviso come presbiterio. Ha sorpreso, per numero, qualità e intensità, la successione ordinata di 45
interventi – tutti preparati –, molti dei quali scritti,
anche spediti da lontano, come hanno fatto don Davide Zangarini dalla missione di Mapanda in Tanzania e altri che non potevano essere presenti.
Il volto del presbiterio che ha offerto l’insieme
della giornata, e che in qualche modo questo documento riflette, è sotto gli occhi di tutti, con le sue
luci e le sue ombre. È emersa la coscienza pungente
di limiti, inadeguatezza, ferite proprie e altrui e del
sistema nel suo insieme, e non sono stati fatti sconti;
ma insieme a questo la consapevolezza che di que-
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hiesa in Italia
sta povertà il Signore si può servire e si sta servendo
per aprire nuove strade al Vangelo. A condizione di
camminare insieme: nessuno può fare da solo! Ce
lo siamo ripetuti con forza e varie sfumature: chi
come felice evidenza di cui sta facendo esperienza,
chi manifestando il dispiacere di non riuscirei come
vorrebbe, chi ha parlato di ferite aperte a motivo di
chi non c’è o se ne è andato, altri hanno dato voce al
bisogno da farci aiutare a uscire dall’individualismo
e dall’isolamento che uccide anche noi.
Il cardinale arcivescovo – che ha voluto fortemente questa Due giorni e ne ha seguito accuratamente la preparazione – ha presieduto sempre solo
in ascolto. Quando poi alla fine ha preso la parola
ha impresso al cammino compiuto fino a quel momento un’accelerazione decisa. Ha enunciato la
necessità ormai imprescindibile di conversione radicale del presbiterio, a partire dal lavoro di queste
giornate. Così le sue parole, più che una conclusione, hanno segnato un punto di partenza.
A volte anche i preti sono tentati di pensare che
non vale più la pena o sperano al massimo in una
riedizione aggiornata di quello che ci ha fatto bene
nel passato... E invece il Signore ci sorprende e ci
precede sempre: crederlo ci fa onore, averlo sperimentato ci ha riempito di gioia.
Bologna, Tre giorni del clero, 14-16 settembre 2015.
P
resbiterio bolognese
e nuova tappa evangelizzatrice
1. La spiritualità diocesana del presbiterio
a servizio dell’evangelizzazione
La spiritualità diocesana del presbiterio bolognese si inserisce nella fisionomia concreta di questa
Chiesa locale, con le sue caratteristiche peculiari, i
doni ricevuti e coltivati, i frutti più evidenti che il
seme del Vangelo ha prodotto da questo terreno.
Nel momento del passaggio della diocesi alla guida
di un nuovo arcivescovo, il presbiterio si pone come
elemento di continuità e custode della tradizione
vivente della Chiesa locale, con le sue luci e le sue
ombre, i suoi doni e i suoi ritardi particolarmente in
ordine all’evangelizzazione.
Molti presbiteri hanno espresso l’esigenza di una
più solida e profonda formazione alla spiritualità
diocesana. Questa spiritualità qualifica il presbitero
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documenti
30/2015
diocesano, come quella carmelitana un carmelitano
e quella gesuita un gesuita.
Ogni prete ha qualche rudimento di spiritualità diocesana, in certo senso già la vive, ma forse
abbiamo trascurato di coltivare questo aspetto di
capitale importanza. Non possiamo permetterci
di confondere la spiritualità diocesana con i nostri gusti personali, e neppure illuderci di viverla
perché ci siamo aggregati in circoli chiusi, elitari... quasi cordate o lobby dentro il presbiterio stesso. Nella Proposta di vita spirituale per i presbiteri
diocesani, redatta dal Consiglio presbiterale nel
2003, si legge: «La diocesanità non configura un
ideale di prete generico, una sorta di contenitore
che ciascuno riempirebbe a piacimento, ma una
modalità specifica di esistenza presbiterale che si
propone come una via autentica e originale di vita
cristiana» (n. 23).
Molti presbiteri hanno evidenziato la difficoltà di intravedere un cammino comune di Chiesa
locale, una progettualità condivisa, degli obiettivi
precisi, mentre avremmo bisogno sempre di più di
camminare insieme, su un progetto comune. Questo è garantito dal «rapporto con il vescovo nell’unico presbiterio. La condivisione della sua sollecitudine ecclesiale, la dedizione alla cura evangelica
del popolo di Dio nelle concrete situazioni storiche
e ambientali della nostra terra debbono diventare
la fonte prima e imprescindibile dei nostri criteri
di discernimento e di azione» (cf. Giovanni Paolo II, es. ap. postsidondale Pastores dabo vobis, n.
31). Vescovo e presbiteri sembrano invece a volte
scollegati tra loro nell’affrontare le sfide dell’evangelizzazione, con l’impressione che si sia lentamente estenuata l’iniziativa e la capacità di affrontare
insieme i problemi più importanti e strategici della
vita della diocesi.
Anche quando l’arcivescovo insiste su alcune carenze del nostro presbiterio – quali la dignità culturale del nostro ministero, e una nuova attenzione al
laicato per la sua specifica missione nella Chiesa e
nel mondo – l’appello non trova una risposta strutturata e condivisa da parte dell’intero presbiterio, e
rischia di cadere nel vuoto.
Sintesi interventi del presbiterio
Negli interventi è emerso come la spiritualità diocesana, di per sé propria di ogni battezzato, si specifichi
per il presbitero nel rapporto – costituito non solo dalla
relazione interpersonale ma anche dalla condivisione
di progettazione pastorale – con il vescovo e con gli
altri presbiteri, e inoltre nella conoscenza e coinvolgimento personale con il territorio in cui viviamo e con
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hiesa in Italia
la sua storia; i due poli sono dunque il sacramento
dell’ordine e la realtà socioculturale e umana in cui si
è inseriti.
Sul piano operativo, a fronte di possibili segnali
di stanchezza da parte dei preti, oppure della ricerca
di spiritualità alternative, è stata ribadita l’esigenza
di una formazione permanente, per la quale alcune
proposte esistono già ma restano inefficaci se non c’è
l’iniziativa e volontà personale di ciascuno di «formarsi».
2. Teologia e vita del presbiterio
Ogni volta che avviamo una qualche riflessione
intorno al presbiterio, dobbiamo avere ben chiaro
che esso non è la «somma» dei singoli sacerdoti, come se considerassimo gli stessi quali semplici «operatori pastorali» che svolgono un compito
specifico nella vita della diocesi. Siamo in realtà di
fronte a un mistero di «unità sovrannaturale» che
deriva da un sacramento che ci fa ministri dei divini misteri a servizio della Chiesa locale, in stretto
legame di obbedienza e collaborazione con il vescovo e in un’unità animata dallo Spirito Santo; siamo
pertanto un corpus che è originato dall’alto ed è a
servizio della missione da Cristo affidata alla sua
Chiesa attraverso il ministero degli apostoli e dei
loro successori.
Se non partiamo da questa premessa «teologica»
inesorabilmente ogni nostro ragionamento non potrà che scivolare in valutazioni di tipo puramente
umano, pur validissime, ma che accentueranno le
«distinzioni» fra di noi (per motivazioni di vario genere: età e formazione, affinità o meno, ideologie,
simpatie o antipatie, pregiudizi ecc.); questo non
aiuta il crescere di un «sentire comune», che deve
anche essere continuamente rigenerato.
Sintesi interventi del presbiterio
La natura non meramente funzionale delle relazioni reciproche e del «fare unità» dei presbiteri tra loro
e col vescovo, già emersa nel punto precedente, esige
che questo spessore venga sistematicamente evidenziato e alimentato, evitando tutto ciò che può minarlo
(autoreferenzialità dei singoli; appiattimento su una
dimensione giuridica o amministrativa; riduzione di
tutto alle «cose da fare»; scarsa attenzione verso i confratelli «in crisi» o affaticati) e valorizzando invece
ciò che favorisce una più intensa comunione (come
il ridare forza alla figura del vicario pastorale, una
maggiore attenzione verso chi è in difficoltà, ipotizzare esperienze di vita comune per condividere la fatica
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documenti
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della evangelizzazione, vivere più intensamente i momenti di incontro tra presbiteri).
Anche a chi è intervenuto per questo ambito appare
prioritaria la cura della formazione permanente, per la
cui progettazione si potrebbe costituire una commissione.
3. La dimensione affettiva del presbitero
«Il motivo vero e profondo del sacro celibato è
(...) la scelta di una relazione personale più intima
e completa con il mistero di Cristo e della Chiesa
a vantaggio dell’intera umanità» (Paolo VI, lett.
enc. Sacerdotalis caelibatus, n. 51). Dio, ricevendo
in sé il dono che egli stesso ha suscitato nel vergine, risponde in modo divino alle esigenze della sua
sessualità umana. Nella giovinezza, tali esigenze si
fanno presenti come desiderio di intimità e possono
invece implodere nell’isolamento. Nell’età adulta,
come bisogno di generatività che può implodere
nella stagnazione (e tuttavia, è solo quando si arriva
a generare che si ha l’intimità più profonda e vera.
Ecco il profilo mariano della verginità sacerdotale:
nell’annuncio egli genera quanto ha ricevuto).
L’affettività si presenta come esigenza di avere
un centro di attrazione attorno al quale raccogliere
e unificare la propria persona. Quando tale esigenza
è soddisfatta e si ha un centro d’attrazione, che nel
caso del prete è Gesù stesso che mi ha amato e mi
ha affidato il suo Vangelo, la persona vede la realtà
intera a partire da questo amore, come una chiave di lettura del reale. Quando invece tale esigenza
non è sufficientemente accolta e gratificata, o questo centro non è sufficientemente amato, o non ne è
abbastanza rispettata la centralità e priorità, la vita
affettiva del prete si disintegra, divenendo debole e
povera d’amore, trasgressiva o caotica, come fosse
priva d’un punto di riferimento o ne avesse diversi e
contraddittori, e dipendente (affettivamente) da ciò
che di volta in volta sembra garantirle gratificazione
affettiva di cui sente il bisogno.
Uscire da questa situazione richiede consapevolezza della radice del problema, e un cammino personalmente accompagnato e sostenuto in un contesto relazionale aperto è positivo.
«L’umanità del prete è la normale mediazione
quotidiana dei beni salvifici del Regno» (CEI, La
formazione permanente, n. 23). Se ciò è vero, la sua
dimensione affettiva riverbera esistenzialmente il
dono del Vangelo. Egli, nella sua persona sessualmente connotata, parla del Cristo. Nessun prete può
dunque pensare che il suo eventuale disagio affettivo sia qualcosa che riguarda solo lui. Purtroppo...
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hiesa in Italia
Sintesi interventi del presbiterio
Se la presentazione offerta nel documento di lavoro
tendeva a evidenziare soprattutto il rapporto con Cristo, gli interventi si sono concentrati prevalentemente
sulle relazioni vissute dal prete sul piano umano e ministeriale, esaminate in una molteplicità di dimensioni e prospettive.
Cercando di dare un ordine logico, si potrebbe
proporre la seguente scansione: (a) c’è carenza di presbiteri che sappiano essere «padri» per i confratelli e
quindi capaci di aiutarli per la loro vita spirituale;
(b) un altro punto di riferimento privilegiato per la
relazione del presbitero è la comunità cristiana, con
la quale dovremmo arrivare a intrattenerci volentieri,
nel «piacere di sentirsi popolo»; (c) ne deriva l’esigenza di ripensare le immagini ideali di riferimento, dove
quelle che evidenziano una disparità (padre, sposo,
...) dovrebbero essere sostituite, o almeno accompagnate, da altre che privilegiano una pastorale di insieme e
un agire «missionario».
In altra prospettiva, è stato rilevato che il sovraccarico di questioni amministrative grava sulla vita
spirituale e affettiva del prete, e che non si può trascurare di verificare i processi intrapsichici e psicologici
che influiscono sulla vita affettiva.
4. Le relazioni nel presbiterio
per una vera comunione evangelizzante
Il prete oggi non si può concepire se non dentro
una logica di comunione, prima di tutto tra preti: la
realtà del presbiterio dice un legame profondo tra
di noi. Questo è espresso bene da diversi luoghi e
momenti di incontro a livello zonale o vicariale che
devono comunque essere rimotivati e verificati.
A livello pratico, questo va a toccare diversi
aspetti: la stima vicendevole, la capacità di collaborazione, la progettazione pastorale e la vita comune,
il non isolarsi, il trovare occasioni di incontro.
Il ministero che ci è affidato si deve poter innestare su quello di chi ci ha preceduto e tener conto
di chi verrà dopo di noi, pur nel rispetto dei carismi
e delle competenze di ciascuno. Al contrario, un’eccessiva personalizzazione del ministero costringe le
comunità cristiane a una faticosa ridefinizione del
proprio assetto a ogni cambio di presbitero.
Sintesi interventi del presbiterio
Gli interventi relativi a questo punto hanno confermato che non è possibile imporre alla parrocchia un
cambio di fisionomia ogni volta che si avvicenda il
parroco: l’elemento di continuità è la comunità con
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documenti
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la sua storia, non la peculiarità del prete; e questo
obiettivo è raggiungibile se c’è da parte di tutti sia un
effettivo ascolto del territorio, della gente, della realtà
sociale (come già emerso al punto 1) sia una più profonda comunione presbiterale.
Non si nascondono le fatiche della coabitazione o
anche solo dell’incontro sistematico tra i preti, tuttavia la fraternità aiuta, aumenta, fa crescere la spinta
missionaria; e, dall’altro lato, l’evangelizzazione è il
punto d’incontro per superare le spigolosità umane
che emergono nelle relazioni; questa dimensione appare dunque decisiva.
È da sottolineare positivamente che diversi interventi proposti sui vari punti del documento siano espressione non del singolo ma di un lavoro di equipe e quindi
anche del confronto tra sensibilità diverse. La comunione dovrebbe esprimersi a molteplici livelli: la preghiera
insieme, il confronto pastorale, la convivialità. Non
sempre però questo s’incontra, anzi, sembra che ci sia
un deficit crescente di appartenenza alla diocesi.
5. Le relazioni dei presbiteri con i laici
Il presbitero è con loro e per loro, sempre nella
dinamica di comunione con tutto il popolo di Dio.
La Chiesa non è fatta dai preti, la missione della
Chiesa non può fare a meno dei laici.
Occorre che il prete impari a suscitare corresponsabilità nell’impegno di evangelizzare. Le occasioni
di incontro con gli adulti sono altrettante occasioni di
evangelizzazione degli adulti stessi? Forse qualcosa di
recente si è mosso in questo senso, ma ancora molto
resta da fare. Ciò significa accompagnare con entusiasmo e generosità di tempo la crescita delle persone
nella fede perché vivano e scelgano cristianamente.
Primato dell’evangelizzazione significa anche
mantenere uno stile accogliente verso tutti favorendo
relazioni calde e «attrattive» in modo che coloro che
ci incontrano si sentano accolti e desiderino «venire
e vedere» come e dove abitiamo. Da questo segue la
necessità del discernimento su cosa mettere al centro
della nostra vita.
Sintesi interventi del presbiterio
È stato il punto forse meno trattato negli interventi
dei preti. C’è perplessità sull’impostazione del documento di lavoro, nella misura in cui legge il rapporto
in un’unica direzione, mentre anche il prete riceve stimoli di crescita attraverso il suo rapporto con la comunità. Inoltre, pure in questa reciprocità c’è una dimensione affettiva (rimando al punto 3), nel lasciarsi
amare e curare dagli altri.
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hiesa in Italia
Un processo inevitabilmente lento e ponderato
S
abato 12 settembre, l’arcivescovo di Bologna,
card. Carlo Caffarra, ha diramato un comunicato stampa nel quale esprime le prime considerazioni in merito all’accoglienza dei profughi in
diocesi in seguito all’appello di papa Francesco
durante l’Angelus di domenica 6 settembre (cf.
Regno-doc. 29,2015,3). Pubblichiamo il testo integrale del comunicato (www.chiesadibologna.it).
L’accoglienza dei profughi cui ci ha invitato papa
Francesco all’Angelus di domenica scorsa si può realizzare attraverso un processo che sarà inevitabilmente
lento e ponderato e con queste caratteristiche.
– Non si tratterà di un’accoglienza emergenziale
di persone appena arrivate, per le quali sono attivi
appositi centri: Centro accoglienza richiedenti asilo
(CARA) e Centro accoglienza straordinaria (CAS); si
tratterà invece di accoglienza di singoli o nuclei familiari già identificati e conosciuti per i quali si potrà
predisporre un percorso specifico caso per caso.
– In questo processo l’arcidiocesi agirà attraverso
la Caritas diocesana che si interfaccerà da un lato
con la Prefettura e i centri di cui sopra e dall’altro
con le Caritas presenti sul territorio (parrocchiali, interparrocchiali o di zona o di vicariato). Alle Caritas
presenti sul territorio faranno riferimento le singole
parrocchie o comunità religiose o altre realtà che si
rendono disponibili all’accoglienza.
– Si vuole offrire ai profughi percorsi di vera accoglienza e integrazione e, al tempo stesso, garantire chi accoglie di non essere lasciato a se stesso
nel gestire situazioni che sono delicate e faticose.
Ogni realtà che accoglie è necessario che sia quotidianamente visitata, monitorata e sostenuta dalla
comunità tutta e da altre figure esterne competenti
e autorevoli. Potrebbe essere questo uno spazio affidato anche ad associazioni, movimenti e altre aggregazioni ecclesiali, che possono offrire alla realtà
ospitante svariate forme di sostegno organizzato.
– Sarà gioia e onore per chi accoglie offrire amicizia, vicinanza fraterna, vitto e alloggio gratuitamente, escludendo quindi, nella generalità dei casi,
Anticipando in qualche misura il punto successivo, è stato inoltre rilevato che proprio il rapporto tra
preti e laici, che deve evolvere sempre di più dalla semplice collaborazione alla corresponsabilità, dal «lavorare per» al «lavorare con», può aiutare a costruire
una comunità «in uscita» e quindi maggiormente
missionaria.
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ogni forma di rimborso economico per l’accoglienza
prestata. Tutto ciò che invece comporterà costi e impegni ulteriori (ad esempio, assistenza sanitaria, corsi
di lingua e di formazione, adempimenti burocratici
e tutto quello che, pur necessario, esula dal vitto e
dall’alloggio) non sarà a carico della realtà ospitante,
ma impegno delle realtà caritative e istituzioni preposte che sovrintendono, gestiscono e tutelano questa accoglienza e il suo buon andamento.
– La parrocchia non si identifica con il parroco o
la canonica o le strutture parrocchiali. Proprio perché l’accoglienza sia espressione di tutta la comunità cristiana, si chiede che i sacerdoti responsabili
di parrocchie e zone pastorali non si facciano carico
da soli dell’accoglienza. Se non si riuscisse a garantire una effettiva corresponsabilità con almeno alcuni
parrocchiani, neppure il parroco da solo potrebbe far
fronte al bisogno; in tal caso si prenderà atto con dolore della impossibilità di accogliere.
– Il primo passo che ora concretamente possiamo
compiere nelle nostre comunità è indirizzare alle Caritas presenti sul territorio o a un referente individuato appositamente, le disponibilità di accoglienza
che vengono offerte (un appartamento abitabile ma
ora non utilizzato, una famiglia disposta ad accogliere in casa propria qualcuno, altri spazi utilizzabili
allo scopo). Nel frattempo la Caritas diocesana attiva
i contatti con le istituzioni per capire di cosa c’è bisogno. In una fase successiva si potrà iniziare a ipotizzare abbinamenti tra singole situazioni di bisogno e
le realtà più adatte ad accoglierle.
Queste sono prime indicazioni d’intenti e di prospettive, per iniziare a dare corpo alla richiesta del
papa, sgomberare il campo da improvvisazioni, e
cercare di muoverci in modo ordinato. Siamo solo
all’inizio, ma ci siamo messi subito in cammino e a
Dio piacendo speriamo di fare molta strada.
Bologna, 12 settembre 2015.
✠ Carlo card.Caffarra,
arcivescovo
6. Presbiteri e parrocchie in uscita missionaria
A livello diocesano il progetto di ridefinizione del
«volto missionario delle parrocchie» ha coinciso in
questi anni con quello della «pastorale integrata».
Oggi, probabilmente, sono già possibili alcune valu-
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hiesa in Italia
tazioni sulle esperienze fatte per vedere come continuare nei prossimi anni.
La parrocchia per la sua stessa struttura resta
un punto di riferimento fondamentale per la vita di
fede delle persone. Il suo schema di educazione costituisce un invito fondamentale per le famiglie che
a lei si rivolgono per i sacramenti dell’iniziazione
cristiana, e poi nei momenti fondamentali della vita.
Questa sorta di appuntamenti per età costituisce un
invito che è per così dire naturale nella vita di tante
famiglie. Battesimo, comunione, cresima, matrimonio, funerale. La vitalità della parrocchia passa attraverso le diverse attività che in essa trovano spazio,
le associazioni, i gruppi presenti al suo interno.
Lo stesso orario delle messe rimane per sé un invito anche per i ricomincianti. La vitalità e la visibilità
delle parrocchie rimangono un valore grande anche
oggi e costituiscono un appello che sembra imprescindibile nell’attuale evangelizzazione. Nella vita
delle parrocchie la fede si confonde con la tradizione,
esse si richiamano a vicenda in un binomio non sempre chiaro e positivo, ma pur sempre importante.
La stessa struttura della parrocchia è anche il limite della sua capacità di evangelizzazione: la tradizione spesso odora di stantio, di vecchio e poco
attraente; la sua struttura impedisce snellezza e
quella personalizzazione e attenzione alla singola
vicenda umana, che oggi sembra essere sempre più
necessaria.
Diverse parrocchie provano percorsi propri e
personalizzati di vita cristiana. Sono tante le parrocchie che stanno ripensando il metodo educativo.
Tanti stanno abbandonando con più o meno convinzione lo schema del catechismo «scolastico» a favore di uno più esperienziale, che soprattutto coinvolga maggiormente i genitori.
I tentativi fatti nella catechesi per età superiori
sono più variegati e audaci. Alcune parrocchie e
altri luoghi di culto si stanno specializzando nel ricevere persone di età adulta che desiderano riavvicinarsi.
Sintesi interventi del presbiterio
Quest’ultimo punto ha visto, insieme al primo, il
più alto interesse per numero e vivacità di interventi,
ma in questo caso – a differenza del primo punto –
con una notevolissima varietà di prospettive, tra le
quali appare veramente difficile effettuare una sintesi; dal che si può dedurre che il tema è percepito
come decisivo, ma c’è ancora un cammino da fare
per l’individuazione delle linee operative (e forse, più
a monte, dei criteri di fondo che devono animare le
ricadute operative).
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Tra i temi affrontati: la pastorale integrata e il
ripensamento della modalità di organizzazione della
presenza sul territorio; la valorizzazione dei diversi
apporti (ad esempio, quello dei religiosi); la verifica
del servizio offerto dagli uffici diocesani... Due interventi hanno chiesto di poter ricevere poche e chiare
indicazioni a cui attenersi: è forse il suggerimento
che tra la pluralità di opzioni proposte emerga un
orientamento autorevole (il discernimento operato
dal futuro arcivescovo, magari dopo opportuna consultazione?) a cui tutti, almeno per un «periodo di
prova e di verifica», si adeguano lealmente? Non a
caso, uno degli altri elementi emersi nel dibattito è
l’importanza dell’obbedienza. Questa potrebbe essere
una modalità di attuazione concreta di molti degli
orientamenti emersi nei punti precedenti che rischierebbero di essere vanificati se ciascuno procedesse in
modo autonomo.
C
onclusioni del card. Carlo Caffarra
all’assemblea del 30 aprile 2015
Ringrazio l’Ufficio di presidenza del Consiglio
presbiterale per il lavoro fatto in questi mesi e con sacrificio. È un lavoro parallelo ad altri due in corso,
quello della CEI e quello della Congregazione per il
clero. Abbiamo toccato e stiamo toccando il nodo della vita della Chiesa oggi: vita e ministero dei sacerdoti.
Domanda di metodo: che cosa ci prefiggiamo
con questo documento? Penso a una ratio vitae dei
presbiteri. Si tratta di pensare a una riforma della
vita e del ministero dei presbiteri, una vera e propria
conversione. Non è la prima volta che la Chiesa si
trova di fronte a questa necessità, e quando lo ha
fatto ha seguito alcune costanti:
– la Chiesa ha chiesto anzitutto un forte ritorno al Vangelo, non inteso come un salto all’indietro
dal 2015 al I secolo. Ma ritorno al Vangelo come
norma di vita vissuta della Chiesa, nella semplicità
della liturgia, nel magistero dei concili, nella grande
esperienza dei santi pastori della Chiesa.
– La Chiesa ha inoltre sentito il bisogno di richiamare il clero alla vita comune. Su questo è necessario riflettere molto. Sappiamo bene che non è cosa
facile; non lo è mai stata.
– La Chiesa ha richiesto infine un rinnovato legame dei presbiteri con la Sede Apostolica e con il
proprio vescovo.
Sul documento di lavoro: dobbiamo avere ben
chiaro il principio architettonico che deve presiedere alla riforma del clero. La costruzione di un edifi-
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C
hiesa in Italia
cio non avviene accatastando pietra su pietra. Ogni
progetto parte da un’ispirazione di fondo che poi
prende corpo. Appena entrate in San Petronio (la
maggiore delle basiliche della diocesi – ndr) cogliete
questa ispirazione fondamentale: qual è il principio
architettonico?
Abbiamo varie categorie bibliche/teologiche. Io
preferisco esprimermi così: è la nostra identificazione con il Signore risorto che dona la vita per
l’uomo perduto, dono eucaristicamente presente
nella Chiesa. In una parola sola: la carità pastorale. Personalmente ho una speciale venerazione per
due pagine della Scrittura: Atti, capitolo 20 (testamento di Paolo); e Vangelo di Giovanni, capitolo
21 (dialogo tra Gesù e Pietro).
Ogni aspetto della vita e della missione del clero
va coniugato a partire da questa ispirazione fondamentale. Su questo papa Francesco parla in Evangelii gaudium ed è ritornato in varie omelie: chi è che
annuncia il vangelo della grazia, della misericordia,
della bellezza di seguire Cristo? Chi lo ha incontrato.
Se no l’annuncio diventa un insegnamento, o un’esortazione morale. No, non è così: hai incontrato la misericordia, non perché sei giusto, ma perché sei stato
redento: qui è la vera sorgente dell’evangelizzazione.
Qual è la situazione della Chiesa?
Siamo a una nuova tappa del cammino di evangelizzazione. Un cammino lo stiamo facendo come
diocesi. La Evangelii gaudium è stata oggetto di una
due giorni del clero l’anno scorso e la base del cammino del Consiglio pastorale diocesano. Solo il tema
dell’evangelizzazione ci radica in ciò che è essenziale.
Sapete che diventando vecchi si diventa ostinati,
perché si ripetono sempre le stesse cose. Ma sono
Il Regno -
documenti
30/2015
rimasto meravigliato dalle riflessioni del numero
5, le più brevi. Si è affrontato il tema dei laici riconducendolo a quello dei ministeri istituiti o della
collaborazione pastorale dei laici nel servizio della
comunità cristiana. Ma questa non è la missione
specifica dei laici! Su questo la nostra Chiesa deve
convertirsi. Il laico esiste per un’altra missione. Perché il laico possa realizzare la sua missione deve capire (e vivere) che ciò che celebra la domenica ha a
che fare profondamente con quello che fa il lunedì,
se no non è un cristiano. Convertiamoci su questo
punto. Non ci siamo ancora.
Più di una volta si chiede: ma qual è la situazione
della Chiesa oggi, in Europa, in Italia, a Bologna?
Non ho trovato una risposta chiara. Stiamo meditando nell’Ufficio di letture sull’Apocalisse: viene tanta
luce da quel libro! Cristo ha assicurato l’indefettibilità della Chiesa; ma non della Chiesa in Occidente.
Sappiamo che cosa era la Chiesa in Asia Minore e in
Africa del Nord... E sappiamo che cosa è adesso! Che
sia questo anche il destino dell’Europa?
Però ci sono due argomenti che non mi convincono di questa risposta.
– Viviamo in una Chiesa di martiri. Neppure la
Chiesa pre-costantiniana ne ha dati tanti e sappiamo che i martiri vincono. Hanno la forza del sangue
di Cristo. Ci sono i martiri!
– Noi non vediamo la realtà più profonda della
Chiesa. Ha fatto crescere di più la Chiesa il pontificato di Leone XIII o la vita di Teresa di Lisieux? Le
sue sorelle non sapevano che cosa scrivere di lei al
momento della morte, tanto la sua vita era sembrata
a loro insignificante, mentre lei aveva portato su di
sé l’immane tragedia dell’incredulità moderna... Ci
sono i santi che danno linfa alla Chiesa!
Allora concludiamo dicendo: grande la pace del
Signore con chi confida in lui.
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