IL SAPORE
DELLA PAROLA
La vocazione intellettuale
dei Frati Minori oggi
LETTERA DEL
MINISTRO GENERALE OFM
SUGLI STUDI
Roma 2005
Grafica e impaginazione:
JA per Ufficio Comunicazioni - Roma
PREMESSA
Viviamo un tempo complesso, drammatico e
magnifico, segnato in profondità da cambiamenti del tutto nuovi. Un tempo che ci sfida ad
una capacità rinnovata di incontro, di ascolto e
di dialogo. Non certo in modo funzionale, ma
semplicemente perché amiamo l’uomo, creato a
immagine e somiglianza di Dio in Cristo, Verbo
Incarnato. Questa Lettera a tutto l’Ordine, in
concomitanza con l’elevazione ad Università
Pontificia dell’Antonianum, è nata in me dall’urgenza di ricordare a noi tutti l’importanza di
vivere in questo tempo pieni di passione per
l’uomo, al quale annunciare con parole saporose la lieta notizia dell’amore senza limiti di Dio.
Cerchiamo parole piene di sapore, di spirito e
vita, per coltivare questa passione per Cristo e
per l’uomo. L’attività intellettuale ci può aiutare
in questa ricerca.
Per questo ritengo urgente proseguire la
riflessione sul valore e il luogo proprio degli
studi e della ricerca scientifica nell’Ordine, in
continuità con i documenti degli ultimi quarant’anni, tempo segnato profondamente dalla
grazia del Concilio Ecumenico Vaticano II1. In
quei testi risalta in modo netto il nesso tra gli
studi e l’evangelizzazione, che è una delle
1
In breve sintesi si tengano presenti: «La Formazione nell’Ordine dei Frati Minori», Capitolo Generale Straordinario OFM,
Medellín, 1971, nn. 62-81; «Documento sulla Formazione»,
Consiglio Plenario OFM, 1981, nn. 59-93; «Studi e Missione
dell’Ordine dei Frati Minori oggi», Lettera del Ministro generale, 13.6.1981; «La Formazione francescana e scientifica dei
frati», Lettera del Ministro generale, 23.4.1987; Messaggio
di Giovanni Paolo II al Capitolo generale OFM 1991; «L’Ordine e l’evangelizzazione oggi», Capitolo generale OFM, San
Diego 1991, nn. 10-11. 26-28; «La promozione degli studi
nel nostro Ordine», Relazione del Ministro generale,
4.7.1994; «Riempire la terra del Vangelo di Cristo», Lettera
del Ministro generale, 1996, nn. 127-132; Ratio Studiorum
OFM, Roma 2001; Ratio Formationis Franciscanae OFM
2003. A questi documenti si aggiungano altri svariati testi,
diversi per genere e destinazioni, che accompagnano il
cammino di questi anni.
3
Il Sapore della Parola
essenziali ragion d’essere dell’Ordine. Questo
percorso è stato ripreso e approfondito dal
Capitolo Generale 1991, dal Consiglio Plenario
del 2002 e dal Capitolo Generale del 2003.
Infatti, - come ci ha detto con forza Giovanni
Paolo II nel 1991 - «occorre considerare la formazione intellettuale come un’esigenza fondamentale dell’evangelizzazione»2.
Avverto con forza che questo cammino è
coerente con quello del nostro Ordine verso
l’VIII Centenario della sua fondazione. Anche
oggi «l’edificio dell’Ordine deve essere costruito su
due pareti, cioè sulla santità di vita e sulla scienza»3. Ci proponiamo di rispondere al dono della
nostra vocazione coltivando una maggiore
qualità della nostra vita - è il cammino della
santità - e avvertiamo nello stesso tempo che
«oggi è più che mai necessario promuovere nel
nostro Ordine la formazione intellettuale»4.
Nella «grazia delle origini» troviamo, infatti,
all’interno della vocazione a vivere e a testimoniare il Vangelo come fratelli, quella di annunziare la Parola di Dio nell’ascolto e nel dialogo,
in comunione con la Chiesa. Il percorso di san
Francesco resta esemplare (prima parte).
Questo sforzo ha accompagnato la storia
della nostra Famiglia, esprimendosi soprattutto
nell’urgenza missionaria, caratterizzata dall’incontro con le culture, cioè dall’ascolto, e dalla
preparazione severa richiesta agli annunciatori
della Parola che salva, in vista del dialogo!
(seconda parte).
2
3
4
4
Messaggio di Giovanni Paolo II al Capitolo generale OFM
1991, nn.5-6; cfr. RS, 28-30.
«Dixit autem idem pater [scil. Frater Iohannes de Parma],
quod cum ex duobus parietibus construatur aedificium ordinis, scilicet moribus bonis et scientiam»: A. G. LITTLE wd.,
Tractatus fr. Thomae vulgo dicti de Eccleston de adventu
fratrum minorum in Angliam (Collection d’Ètudes et de
Documents 7, Libraire Fischbacher, Paris 1909), 92.
Capitolo Generale 1991, n. 10; cfr. VC 98.
Il Sapore della Parola
Su questi temi siamo abbastanza preparati.
Mi sembra che ci resti ancora molta strada da
fare per l’incontro della Parola con le parole
molteplici dell’uomo. In breve, si tratta del
dialogo con la cultura, anzi con le culture, divenendo artigiani umili e coraggiosi di ascolto e
di dialogo, discepoli prima che maestri (terza
parte).
Non si tratta di studiare solo in vista delle
sfide dell’evangelizzazione. È in gioco qualcosa
di più e di più esigente. Si tratta di acquisire
l’habitus del cogitare, l’arte del pensare come
arte sapienziale di vita, di fede e di carità. È
dunque possibile parlare di una vocazione
intellettuale dei Frati Minori? Sì, sempre nell’unità della nostra forma vitae, per cui «lo studio,
come tutte le altre cose della nostra vita in fraternità, deve essere innestato sul vigore spirituale di
san Francesco»5, in modo tale da diventare una
base necessaria per la formazione francescana.
Ecco il cammino che in queste pagine desidero fare con voi tutti, cari Fratelli. Rivolgo
un’attenzione particolare a quei Fratelli che
consacrano la vita alla ricerca, all’insegnamento e alla pubblicazione. Apprezzo il loro servizio, che ritengo molto importante per la Fraternità, per lo sviluppo e la compressione adeguata del nostro carisma e per lo svolgimento
dell’evangelizzazione, munus specifico della
nostra vocazione.
Con questi sentimenti inizio la mia riflessione, confortato dalla presenza e dai volti di tanti
Fratelli, che so cercatori assidui e appassionati
della Vita, della Verità e del Bene, che risplendono sul volto di Cristo e che non ci stanchia-
5
Fr. Hermann Schalück, «La promozione degli studi nel nostro
Ordine» in Acta Congressus Repraesentantium Sedum Studiorum OFM, Roma 1994, 60.
5
Il Sapore della Parola
mo di ricercare nei volti di tanti uomini e donne
del nostro tempo straordinario e drammatico e
nei segni dei tempi.
6
1
PAROLA,
VITA FRATERNA
E ANNUNCIO IN
SAN FRANCESCO
1. LA GRAZIA DELLE ORIGINI
Nell’insieme delle fonti scritte che illustrano
le componenti essenziali del carisma francescano, non esiste una sintesi paragonabile per
completezza e lucidità alle poche righe con le
quali frate Francesco nel suo Testamento descrive la nascita della prima Fraternità: «E dopo
che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi
mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso
Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo
la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere
con poche parole e con semplicità, e il signor
Papa me la confermò»6.
Ecco perché è giusto parlare di “grazia delle
origini”: grazia è l’arrivo dei fratelli, nel quale si
rinnova il dono dei discepoli al Signore Gesù:
«Erano tuoi e li hai dati a me»7; grazia è la rivelazione del Vangelo come “forma” di vita per la
fraternità-in-missione, avvenuta nella triplice
apertura dei Vangeli, dove ai due passi sulla
chiamata: «Se vuoi essere perfetto, va e vendi
tutto quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un
tesoro nel cielo; e vieni e seguimi»8; «Se qualcuno
vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso e prenda la sua croce e mi segua»9; si aggiunge l’invio
6
7
8
9
Test, 14-15.
Gv 17,6; Rnb XXII, 42-43
Rnb I, 2; cfr. Mt 19,21; Lc 18,22.
Rnb I, 3; cfr. Mt 16,24
7
Il Sapore della Parola
in missione dei settantadue discepoli: «Quando
i frati vanno per il mondo, non portino niente
per via, né sacco, né bisaccia… E in qualunque
casa entreranno dicano prima: Pace a questa
casa»10-11.
Grazia è la conferma della norma scritta di
vita evangelica da parte del «Signor Papa»,
nella quale Francesco e i primi compagni sentono perdurare il mandato conferito a Pietro di
“confermare” i suoi fratelli: «io ho pregato per
te, che non venga meno la tua fede; e tu, una
volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli»12.
Ogni domanda sul carisma delle origini,
fatta per avere indicazioni di risposta ai problemi e alle domande del nostro tempo, dovrà
muoversi dentro questo triangolo di grazia:
• la chiamata di Francesco e dei primi
compagni a vivere la sequela e l’annuncio
in fraternità;
• il Vangelo e la parola di Dio che si traducono in norme di vita;
• la comunione indefettibile di fede e di
opere con la Chiesa.
2.
FRANCESCO UOMO «SENZA CULTURA»?
Questa indicazione di metodo è tanto più
necessaria nei settori problematici, come quello degli studi, dove una linea ricorrente di
pensiero che risale alle stesse fonti biografiche
ha insistito sulle autodefinizioni di Francesco
come uomo «senza cultura»13 e sugli spunti
polemici contro la «sapienza di questo
mondo»14, per contrapporre ricerca amorosa di
10
11
12
13
14
8
Lc 10,4-5.
Rnb XIV, 1-2; cfr. Anper, 11 e 3Comp, 29.
Lc 22,32.
LOrd, 39; Test, 19.
Rnb XVII, 10.
Il Sapore della Parola
Dio e ricerca di “scienza” e conoscenza, semplicità di vita e impegno nello studio.
Una lettura attenta e serena degli Scritti di
Francesco, con particolare attenzione ai testi
normativi, aiuta a superare quelle contrapposizioni. La tensione al conoscere e l’amore alla
Parola di Dio si intrecciano fra loro lungo l’intero arco dell’esperienza evangelica di Francesco,
dall’invocazione che apre il più antico dei suoi
scritti, «Altissimo, glorioso Dio, / illumina le
tenebre de lo core mio», ricalcata sul salmo
«Dio mio, illumina le mie tenebre»15, fino all’illuminante conclusione dell’Ammonizione VII:
«E sono vivificati dallo Spirito della divina
Scrittura coloro che ogni scienza che sanno e
desiderano sapere (omnem litteram quam
sciunt et cupiunt scire), non l’attribuiscono al
proprio io carnale (corpori), ma la restituiscono
con la parola e con l’esempio all’altissimo
Signore Dio, al quale appartiene ogni bene». Si
noti la forza dell’affermazione: anche il conoscere la “cultura scritta” (littera implica sempre
questa accezione) e il “desiderare di sapere”
sono pienamente conformi alla vita nello Spirito, purché siano finalizzati alla lode divina e
tradotti in vita esemplare.
La “scienza”, dunque, è un luogo teologico
di rivelazione in cui lo Spirito, attraverso la
Parola, discende per farsi incontro all’uomo. Se
vissuto con questo spirito lo studio non può che
suscitare il rendimento di grazie che si esprime
nella restituzione a Dio (reddunt ea Deo cuius
est omne bonum) attraverso parole ed esempi
(verba et exemplo).
È un pensiero che non solo conferma l’amore straordinario di Francesco per le «divine
parole scritte», da lui insistentemente raccomandate, ma spiega anche perché la Scrittura
ha tanto spazio nei suoi Scritti, letteralmente
15
Sal 17, 29.
9
Il Sapore della Parola
intessuti di citazioni, reminiscenze, applicazioni vitali della Parola di Dio. Non sorprende, di
conseguenza, che per Francesco «regina» delle
virtù non sia la povertà, come affermato a
lungo, ma la sapienza, riflesso della luce perenne del Verbo incarnato: «Ave, regina sapienza, il
Signore ti salvi con tua sorella, la santa pura
semplicità»16. Nella lauda francescana le virtù
sono disposte in una successione che risponde
al dinamismo della vita cristiana secondo lo
Spirito: la regina sapienza deve essere tradotta
in parole ed opere dalla santa, pura semplicità,
e vivere la sapienza significa seguire l’umiltà e
la povertà del Signore nostro Gesù Cristo, il
quale è per noi modello di carità e obbedienza al
Padre e ai fratelli.
3.
I LIBRI E LA PREDICAZIONE
All’interno della Fraternità delle origini, la
prima forma scritta di vita approvata da Innocenzo III (1209) si sviluppa progressivamente
sino a costituire la Regola non bollata (1221), un
testo dove ogni norma sulla vita comunitaria e
sulle modalità della missione nasce costantemente all’interferenza tra la parola del Vangelo,
le aspettative dei tempi e le indicazioni della
Chiesa. Le Costituzioni del Concilio Lateranense
IV (1215) avevano disposto che i vescovi assumessero «uomini idonei, potenti in opere e in
parole, per esercitare salutarmente l’ufficio della
santa predicazione» (art. 10), e che ogni chiesa
metropolitana avesse «un teologo, che istruisse i
sacerdoti e altri nella sacra Scrittura» (art. 11).
Le disposizioni si riflettono innanzitutto nel
testo della Regola del 1221, che non solo provvede a fissare norme e “spirito” della predicazione (cap. XVII), ma dispone inoltre che i chierici possano avere «i libri necessari per adempiere al loro ufficio» (possint habere tantum libros
16
10
Salvir, 1.
Il Sapore della Parola
necessarios ad implendum eorum officium17).
Una recente indagine, estesa dalle fonti francescane alla letteratura cristiana medioevale18, ha
mostrato senza ombra di dubbio che l’espressione ad implendum eorum officium si riferisce
non all’ufficio liturgico, ma all’intero “ufficio”
dei chierici, ai quali dunque vengono concessi
gli strumenti librari indispensabili per la Liturgia delle ore, l’Eucaristia e la predicazione.
La stessa indagine ha messo in luce che anche
la tanto discussa proibizione «et non curent
nescientes litteras litteras discere»19 non significa
«e coloro che non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle», ma più precisamente «e
quelli che non sanno leggere, non si preoccupino di
imparare», in omaggio alla norma paolina che
«ciascuno rimanga nella condizione in cui era
quando fu chiamato»20, risolvendosi di fatto in
una disposizione legata alla situazione culturale
del tempo e difficilmente applicabile ad una
società come quella del terzo millennio, dove
l’alfabetizzazione in moltissimi paesi ha raggiunto la quasi totalità dei cittadini.
Rispecchiano contemporaneamente la
centralità della Parola e le disposizioni della
Chiesa le severe norme per i predicatori inserite nella Regola bollata (1223), la quale ordina
che «nessuno dei frati osi assolutamente predicare al popolo, se prima non sia stato esaminato ed
approvato dal ministro generale di questa fraternità e dal medesimo non gli sia stato concesso
l’ufficio della predicazione»21: e siccome ogni
esame richiede una preparazione adeguata,
questa non poteva essere conseguita se non
17
18
19
20
21
Rnb III, 7.
cfr. Carlo PAOLAZZI, OFM «I frati Minori e i libri: per l’esegesi di
“ad implendum eorum officium” (Rnb III,7) e “nescientes
litteras” (Rnb III, 9; Rb X, 7)», in Archivum Franciscanum
Historicum 1-2/2004, pp. 3-59.
Rb X, 8.
1Cor 7, 20; Rnb VII, 6.
Rb IX, 2.
11
Il Sapore della Parola
attraverso l’ascolto orante, la lettura, e naturalmente lo studio della Parola di Dio, perché «a
pochissimi lo spirito di sapienza è dato miracolosamente, senza studio delle lettere» (S. Giovanni
da Capistrano). Ricalcata allusivamente su un
versetto salmistico («Eloquia Domini eloquia
casta, argentum igne examinatum»22), la successiva esortazione ai predicatori perché «nella
predicazione che fanno, le loro parole siano
esaminate e caste»23, è invito accorato ad annunciare solo la parola di Dio, libera da scorie
umane e purificata dal fuoco dello Spirito.
Secondo l’intuizione del mio predecessore Fr.
John Vaughn, «è proprio la consapevolezza del
“mandato” ricevuto dalla Chiesa di predicare la
penitenza tra i fedeli e tra gli infedeli e l’obbedienza alla Chiesa, a convincere san Francesco
circa la necessità degli studi e lo spinge a fondare
una “Scuola Teologica”»24.
Questo insieme di disposizioni, concessioni,
esortazioni costituisce infatti l’antecedente
legislativo della importante Lettera a frate Antonio, dove l’appellativo «vescovo» allude verosimilmente al mandato episcopale della predicazione, al quale il fondatore dell’Ordine aggiunge quello dell’insegnamento: «A frate Antonio,
mio vescovo, frate Francesco augura salute. Ho
piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati,
purché in questa occupazione tu non estingua lo
spirito dell’orazione e della devozione, come sta
scritto nella Regola». In linea con le Costituzioni lateranensi, l’insegnamento di frate Antonio
era sicuramente rivolto ai frati «che sono e
saranno e desiderano essere sacerdoti dell’Altissimo»25, dove il verbo desiderano non può riferirsi che a chierici in attesa di essere promossi al
sacerdozio e quindi alla predicazione, mentre
22
23
24
25
12
Sal 11,7.
Rb IX, 3.
«Studi e Missione dell’Ordine dei Frati Minori oggi», Lettera
del Ministro generale, 13.6.1981, in AO, 100 (1981), 261262.
LOrd, 14.
Il Sapore della Parola
all’intera fraternità è indirizzata una raccomandazione parallela del Testamento, che appare
una sorta di sigillo di autenticità della stessa
lettera a frate Antonio: «E tutti i teologi e quelli che amministrano le santissime parole divine,
dobbiamo onorarli e venerarli come coloro che ci
amministrano lo spirito e la vita»26.
La «santa, pura semplicità», sembra dire tra
le righe Francesco, non è la virtù di chi ignora
la Parola di Dio, ma di chi l’ascolta e la studia
con fede, la medita assiduamente con animo
orante, e per la forza dello Spirito la vive e la
annuncia con l’esempio e con le parole.
Era dunque in linea con il pensiero del
fondatore e con la legislazione primitiva il
Dottore Serafico san Bonaventura, non sempre
giudicato equamente dagli studiosi del nostro
tempo, quando in polemica con i maestri secolari ribadiva con forza il dovere dei Frati Minori di attendere allo studio della Parola e il loro
diritto a disporre dei libri indispensabili: «La
Regola alza la voce e impone espressamente ai
frati l’autorità e l’ufficio della predicazione (cfr.
Rb IX), cosa che non credo si ritrovi in altre Regole. Se dunque non devono predicare favole, ma le
parole divine; e queste non possono conoscerle se
non leggono; né leggere se non hanno i testi scritti: è del tutto ovvio che appartiene alla perfezione della Regola avere i libri così come predicare.
E come non è contrario alla povertà dell’Ordine
avere messali per cantare la Messa e breviari per
dire le Ore, così non è contrario avere libri e
Bibbie per predicare le parole divine»27.
Se è vero che lungo i secoli i movimenti di
riforma dell’Ordine sono partiti normalmente
con tendenze alla vita solitaria e contemplativa, è altrettanto vero che dopo qualche tempo
26
27
Test, 13.
Epistola de tribus quaestionibus, in Opera omnia, ed. Quaracchi, vol. VIII, 332-333.
13
Il Sapore della Parola
hanno sempre riscoperto la dimensione “pastorale” del carisma,28 in omaggio alla parola di
Francesco: «Lodatelo perché è buono ed esaltatelo nelle opere vostre, poiché per questo vi mandò
nel mondo intero, affinché rendiate testimonianza alla voce di lui con la parola e con le opere»29.
Si è già detto dell’insistenza con la quale
Francesco esorta a venerare «le divine parole
scritte, … onorando nelle sue parole il Signore
che le ha pronunciate»30. Sarà importante
aggiungere che il santo di Assisi, vero puro di
cuore capace di vedere in ogni cosa il Dio
Bellezza somma, Luce eterna, Bontà fontale,
aveva grande rispetto per ogni testo scritto,
sacro o profano, come risulta da un episodio
emblematico narrato da Tommaso da Celano:
«Una volta un frate gli domandò perché raccogliesse con tanta premura perfino gli scritti dei
pagani e quelli che certamente non contenevano il nome di Dio, ed egli rispose: “Figlio mio,
perché vi sono le lettere con cui si può comporre il santissimo nome del Signore Iddio; d’altronde, ogni bene che vi si trova, non va riferito ai pagani o ad altri uomini, ma soltanto a
Dio, fonte di qualsiasi bene!”»31.
Il “detto” di Francesco non ritorna nei
biografi successivi, forse intimiditi dalla sua
straordinaria apertura religiosa e culturale, ma
certamente si applica bene all’attività di quei
Frati Minori che lungo i secoli hanno predicato,
tradotto e commentato i testi sacri in altre
lingue, convinti che ogni lingua e ogni cultura
ha in sé la possibilità di accogliere e riproporre
il “bene” delle Scritture32.
28
29
30
31
32
14
cfr. P. MARANESI, Nescientes litteras. L’ammonizione della Regola francescana e la questione degli studi nell’Ordine (sec. XIIIXVI), Istituto Storico del Cappuccini, Roma 2000.
LOrd, 9.
LOrd, 35-36.
1Cel, 82; cfr. anche 2Cel, 165.
Cfr. Fr. John VAUGHN, «La Formazione francescana e scientifica dei frati», Lettera del 23.4.1987 in AO 106 (1987), 53.
2
LA PAROLA NELLA
STORIA DEL CARISMA
1. L’INCONTRO CON LE CULTURE
Giovanni da Pian del Carpine, Giovanni da
Montecorvino, Odorico da Pordenone e
Giovanni di Marignolli, evangelizzatori della
Cina, andavano scalzi, indossavano l’abito della
penitenza come i più poveri spirituali, ma
erano persone di buona formazione intellettuale che, attraverso lo studio, seppero mettersi in
ascolto di culture diverse da quelle da cui
provenivano: sappiamo di loro che parlavano
lingue come l’armeno o il tartaro; che Giovanni da Montecorvino (1247-1328) celebrò la
Messa secondo il rito romano, ma pronunciando in espressione tartara «tanto le parole del
canone come del prefazio (tam verba canonis
tam prefationis)»; che scrisse per il gruppo
mongolo degli Ongut trentadue inni e che
tradusse nella loro lingua il Nuovo Testamento
e il Salterio.
L’estrema fiducia nella possibilità della parola, o del linguaggio, da parte di Raimondo Lullo
(1235-1316), è risultata determinante per il
superamento dell’idea di crociata di stampo
medievale. La profezia del Lullo, riguardo all’educazione religiosa e alla preparazione linguistica e culturale dei missionari, sembra trovare
rispondenza tre secoli più tardi, nei consigli
dati dal cappuccino Girolamo da Narni al papa
Gregorio XV, in vista dell’istituzione della
Congregazione di Propaganda Fide (1622).
Cultore della lingua biblica si dimostrò Francesco Ximenes de Cisneros, umanista e riformatore, con la fondazione dell’Università d’Al15
Il Sapore della Parola
calà (1499), grazie alla quale fu realizzata la
prestigiosa Bibbia Poliglotta. Attinsero alla sua
riforma degli studi, incentrata sul ritorno alle
fonti e alle lingue originali, anche i missionari
che lasciarono la patria per evangelizzare le
Americhe: Andrés de Olmos, Toribio Motolinía, Jerónimo Mendieta, Juan de Torquemada, Jan Bautista Viseo ed altri. Uno di loro,
Bernardino di Sahagún (1499-1590), affascinato dalla lingua e dalla cultura locale, spese
ben trent’anni della sua vita nella raccolta di
dati sulle società precolombiane (Codex
Florentinus). In tal modo giunse a comporre
inni con l’utilizzo dell’idioma degli indigeni e,
ricorrendo alla saggezza dei loro proverbi,
tentò di tradurre il cristianesimo secondo i
canoni della cultura azteca. Egli sognava una
repubblica indiana e spagnola nell’obiettivo di
superare, con il principio dell’unità della fede,
le distanze culturali.
Assertore dello studio della cultura locale
per l’evangelizzazione fu anche Luis Bolaños,
redattore del primo catechismo in guaranì - e
fondatore delle prime riduzioni del Paraguay -,
il quale fu uno dei protagonisti del sinodo di
Assunción, convocato dal confratello Martin
Ignacio di Loyola, vescovo di Rio della Plata
(1601). La fama di quest’ultimo è dovuta, in
modo particolare, al suo Itinerario: un diario di
viaggio in Cina che, grazie ad una estesa e
fulminea diffusione, contribuì non poco ad
accendere l’interesse dell’Occidente nei
confronti dell’Impero celeste. Martin Ignacio di
Loyola, che per ben tre volte coprì la circonferenza del globo, ridusse le distanze geografiche
e allargò gli spazi della comunicazione. Suo
emulo nella concezione della globalizzazione
culturale può essere ritenuto anche il Frate
Minore conventuale veneziano Vincenzo Coronelli (1650-1718), il primo a realizzare dei
globi di grandi dimensioni, richiesti proprio dal
re Luigi XIV, per la reggia di Versailles.
16
Il Sapore della Parola
2. L’ASCOLTO SI FA DIALOGO
Il mondo diverso dell’altro, ascoltato, amato,
studiato, compreso nelle sue espressioni culturali e linguistiche più varie, è così diventato per i
nostri Frati il luogo proprio del dialogo e dell’annuncio: luogo che accoglie la Parola, l’arricchisce
delle risonanze tipiche di ogni popolo e di ogni
cultura, la rende accessibile a tutti.
Si capisce allora perché il catechismo di
Pedro de la Piñuela, in lingua cinese, Ch’u hui
wên-ta, pubblicato per la prima volta nel 1680,
venne utilizzato per oltre due secoli, conoscendo numerosissime edizioni, l’ultima delle quali
nel 1929. Pedro è un meticcio, espressione
corporea dell’interculturalità e prodotto culturale del Messico, quel paese diventato ponte tra
Oriente Occidente e nuovo centro del modo
missionario francescano. Pedro non è tuttavia
solo un divulgatore, ma anche un linguista. Lo
prova il fatto d’aver rielaborato, per necessità
legate all’evangelizzazione, la grammatica del
confratello Basilio Brollo, celebre per aver
redatto il primo dizionario completo cineselatino (1694).
Figure eccezionali sono anche quei francescani, come ad esempio Giovanni Wild, che nel
confronto con i riformatori protestanti preferivano lasciare da parte il metodo della controversia, per insistere invece sulla “parte vera,
affirmativa, Catholica”33. Una forma particolare
di predicazione fu anche quella adottata dalla
diplomazia cappuccina francese, incarnata in
modo eminente da Giuseppe le Clerc da Tremblay, conosciuto come «la petite eminence
grise» di Richelieu, o quella, per così dire, della
politica spagnola dell’Immacolata, alla quale va
collegata in qualche modo la rinascita scotista
promossa dal Luca Wadding e da altri francescani italiani della famiglia conventuale.
33
Luca Baglioni, Arte del predicare, Venezia 1562 (Cap.6).
17
Il Sapore della Parola
La figura di Leonardo da Porto Maurizio
(1676-1751), scelta dalla Chiesa come patrono
delle missioni popolari, merita una qualche
sottolineatura. Egli, quale scotista convinto,
propugnatore della dottrina dell’Immacolata tanto da suggerire al papa una modalità per
proclamarne il dogma senza radunare un
Concilio -, sottile diplomatico nella mediazione
tra fazioni politiche avverse, rappresenta bene
lo spirito francescano nel secolo culturalmente
più avverso alla figura del Santo di Assisi.
Leonardo, confidente di Benedetto XIV - uno
dei pochi, se non l’unico papa ad esser lodato
da Voltaire -, fu invitato a predicare il Giubileo
del 1750, durante il quale venne inaugurata la
prassi della Via Crucis al Colosseo. L’originalità
della sua predicazione consiste, come spiega
egli stesso, nel porsi a metà strada tra la teatralità dei gesuiti e l’intellettualismo dei figli di san
Vincenzo. La devozione, incentrata sulla
rappresentazione del mistero della Passione,
riproduce l’attaccamento dei francescani ai
luoghi santi della Palestina, riproposto lungo i
secoli attraverso diverse forme, non ultima
quella del Monte Sacro di Varallo.
In tempi più vicini a noi, un autentico
traduttore della Parola, nel vero senso del
termine, può essere ravvisato in Gabriele M.
Allegra (1907-1976). La sua traduzione della
Bibbia in cinese dai testi originali riproduce la
visione francescana della missione quale opera
di propagazione della Parola. Interprete del
pensiero scotista, egli sembra trasferire in
campo biblico la dottrina del primato di Cristo,
sostenuta dal Dottor Sottile, ponendo in risalto
il primato della Parola.
3.
UNA FRATERNITÀ CHE ANNUNCIA
L’opera di questi uomini di genio, non avrebbe potuto diventare patrimonio comune, né
assumere continuità nell’alveo di una tradizio18
Il Sapore della Parola
ne, se non fosse stata dotata di strutture organizzative.
Uno tra i più efficaci organizzatori del sapere francescano è senz’altro Luca Wadding
(1588-1657). Egli concepì l’attività culturale in
termini collegiali, tanto da fondare a Roma un
collegio di studiosi per la pubblicazione degli
scritti di san Francesco. Favorì la promozione
della rinascita scotista e della storiografia religiosa e letteraria dell’Ordine. I suoi Annales
(1625), ispirati a quelli del Baronio, intendono
proporre l’itinerario percorso dall’Ordine nella
sua storia e risultano una ponderosa operazione di autocoscienza religiosa e comunitaria.
Dopo di lui, un altro studioso, Girolamo De
Gubernatis, avrebbe tentato di offrire una visione dell’Ordine di stampo universalistico. Nel
capitolo generale del 1688, egli aveva prospettato, mediante un opuscolo dal titolo Idea Orbis
Seraphici, un progetto di storia dell’Ordine,
divisa in 4 parti, per un totale di 35 volumi. Si
trattò di un’impresa colossale, realizzata solo in
parte, ma non per questo meno ammirevole in
considerazione dello sforzo ideologico/organizzativo.
Per l’apprendimento delle lingue araba e
cinese e per la preparazione dei missionari,
destinati al medio Oriente e alla Cina, vennero
fondati in Roma due Collegi missionari: S.
Bartolomeo all’Isola Tiberina e S. Pietro in
Montorio. Per l’America Latina invece erano
stati attivati i cosiddetti Collegi di Propaganda
Fide a: Queretaro, Guatemala, Zacatecas,
Messico, Pachuca e altrove. In tali strutture si
preparavano con lo studio e un’intensa vita
spirituale i missionari inviati ad evangelizzare
quelle popolazioni che non avevano ancora
conosciuto l’annuncio cristiano.
In epoca contemporanea, con la fine dei
giurisdizionalismi, l’Ordine dopo secoli di divi19
Il Sapore della Parola
sione ritrovava una certa unità, di cui Roma
apparve quasi il simbolo. Il Ministro generale,
Bernardino da Portogruaro, che aveva speso
gran parte del suo ventennale servizio visitando infaticabilmente le Province d’Europa, ritenne opportuno dar vita ad un centro di studi che
potesse fungere da base culturale per tutto l’Ordine, e cioè l’Antonianum. Prima ancora aveva
fondato il periodico Acta Ordinis, organo di
raccordo tra le varie Entità dell’Ordine dei Frati
Minori, dimostrando così di credere alla forza
della comunicazione. Egli intese avallare ulteriormente il suo proposito con l’istituzione di
un Centro di studi tale da consentire l’accostamento in termini didattici alle fonti già indagate dagli studiosi del collegio di Quaracchi,
fondato dal medesimo qualche anno prima e
che oggi continua nel Collegio S. Bonaventura
di Grottaferrata (Roma).
L’Ordine, che in Europa, col proposito di
reclutare nuove vocazioni, aveva dato vita ai
cosiddetti Collegi Serafici, andava assumendo
un indirizzo didattico, grazie anche alla benefica influenza e collaborazione da parte delle
moderne Congregazioni femminili francescane.
Tale orientamento si rese ancora più evidente
nella missione nord americana, in cui era assai
diffuso il servizio pastorale svolto attraverso le
scuole. Panfilo da Magliano, fondatore delle
due Province dell’Est, istituì infatti un centro di
studi superiori, divenuto più tardi la rinomata
Università di S. Bonaventura.
Nel secolo XX in varie Province dell’Ordine
troviamo presenti e operanti diverse Università
tenute dalle medesime, oltre a Collegi e Centri
di Studio di varia natura. Dopo un periodo di
relativa contrazione, attualmente assistiamo ad
una nuova fioritura di questa realtà, che ci
obbliga a riflettere e a fare scelte più decise in
ordine alla qualificazione intellettuale dell’Ordine, superando il calo culturale che si è
evidenziato chiaramente negli ultimi decenni.
20
Il Sapore della Parola
La storia riassunta in breve ci consegna un
testimone prezioso e ci provoca a cercare risposte creative per il nostro tempo.
21
Il Sapore della Parola
22
3
LA PAROLA
NELL’INCONTRO
CON LA CULTURA
1.
STUDIARE COME RICERCA DELLA VITA
E DELLA VERITÀ
È scomodo passare dalla storia al presente.
Eppure è necessario. Sulla base del percorso
compiuto sinora mi chiedo con voi se esiste una
vocazione intellettuale del Frate Minore, quale
dimensione propria della nostra forma di vita e
quindi valida per tutti i Frati e, in modo speciale, per quanti si dedicano in modo prioritario
allo studio, alla ricerca e all’insegnamento.
Dobbiamo ammettere che il lavoro intellettuale non appare del tutto integrato nella
nostra vita francescana. Spesso è considerato
per la sua utilità pratica, ma senza essere ritenuto un elemento necessario: al contrario resterebbe al margine. Mi sembra che possiamo
ripensare un modello francescano di vita intellettuale: perché da una parte la vita francescana si può nutrire del lavoro intellettuale e
dall’altra lo illumina e sostiene. Che cosa intendiamo per “vocazione intellettuale”? Con
questa espressione intendo anzitutto il gusto
della ricerca della Vita, della Verità e del Bene34.
Oso dire questa parola. Vorrei pronunziarla non
come affermazione di una verità che noi possediamo per poi darla agli altri, quanto piuttosto
come cammino mai compiuto di ricerca e di
desiderio.35
34
35
cfr. Fr. Hermann Schalück, «La promozione degli studi nel
nostro Ordine», 75.
cfr. RS, 9. 13.15.
23
Il Sapore della Parola
a. Cammino di espropriazione
La ricerca della Vita, della Verità e del Bene,
sconfinato oceano di luce, richiede un’intelligenza appassionata e insieme attenta e rispettosa perché, dato che il manifestarsi della verità
non è mai immediato, la ricerca non può essere
che insonne ermeneutica. Se non siamo noi ad
andare alla verità ma è la verità che viene a noi
in modi diversi, l’atteggiamento preliminare e
preminente per accoglierla è l’apertura all’ascolto, a cui seguirà l’inquieto interrogare.
Sono convinto che abbiamo urgente bisogno
di questo dinamismo, per non fermarci nella
ripetizione stanca e sterile di parole e di formule ormai esauste36 e, quindi, per ascoltare e
incontrare l’uomo di oggi attraverso un atteggiamento nutrito di simpatia e d’interesse37.
Credo che per noi francescani il problema non
dovrebbe essere tanto quello di studiare per
trovare punti di contatto tra la Parola e la cultura, ma desiderare di ascoltare e conoscere
(studio) il mondo e l’uomo per “ri-conoscere”
in esso le «orme di Cristo» - sia nella forma della
presenza che, specialmente oggi, dell’assenza e poter quindi lodare Dio38. Il Cantico delle
creature non può essere letto forse come un’espressione della forma sapienziale francescana
di andare al e nel mondo?
In questo senso il mondo non è una sfida da
vincere, ma un’occasione da cogliere, un
kairos39. Dinanzi all’accelerazione della storia e
al confronto, spesso teso e violento, tra culture e
religioni, ci chiediamo inquieti per quali vie sia
ancora possibile rinvenire queste tracce di
Cristo nel mondo. Ci confrontiamo con molti
36
37
38
39
24
FP, 1.3; Sdp, 6.
CCGG art. 162.
Cfr. RFF, 32. 90
FP, 2.
Il Sapore della Parola
“segni dei tempi” non immediatamente intelligibili e interpretabili40. Spesso siamo costretti a
fermarci in un silenzio non rassegnato, ma
rispettoso e denso di ricerca. Lo studio è allora
un itinerario teso a non spegnere questa ricerca.
È un esercizio di umanità e di fede, di dialogo e
di confronto con chi è diverso da noi, di intelligenza e di contemplazione del mistero più grande che abita il mondo e la persona umana.
Lo studio è allora innanzitutto «dono» e
«ricerca di Dio», «rendimento di grazie», atto
del «ricondurre» tutto a Lui: in una parola, via
alla santità. Con san Bonaventura parliamo di
impegno «affinché diventiamo buoni (ut boni
fiamus)»41.
In questo senso avverto una profonda affinità tra la povertà francescana e l’umiltà di una
ricerca disinteressata della verità, in continuità
con la determinazione effettiva di non appropriarsi di nulla e di restare umili. Lo studio e la
ricerca sono espropriazione permanente del
sapere. Significa in un certo senso liberarsi,
purificarsi dalle proprie precomprensioni per
accogliere la realtà nella sua diversità e leggerla criticamente42. È una versione di ciò che
Francesco chiama “restare sottomessi a ogni
creatura”43. È la necessaria coscienza della
propria «docta ignorantia»44, del socratico “nonsapere”. I limiti della conoscenza s’impongono
a qualsiasi pretesa prometeica di possedere il
reale, anche nelle scienze. Un vero cammino di
studio e di ricerca trasforma questa presunzione in desiderio e spogliamento: è una forte
esperienza esistenziale di povertà che ci fa
mendicanti.
40
41
42
43
44
Sdp, 7-9.
cfr. Sententiarum I, q. 3.
RS, 26.
cfr. In cammino verso il Capitolo generale straordinario, «La
Vocazione dell’Ordine oggi», Roma 2005, 18-19.
S. BONAVENTURA, Breviloquium, pars V, cap. 6 (Opera omnia,
ed. Quaracchi, vol. V, 260).
25
Il Sapore della Parola
b. Senza fissa dimora
Questa ricerca della Vita, della Verità e del
Bene è un movimento permanente che ci rende
itineranti, senza nulla di proprio. La ricerca
scientifica cerca di stabilire i risultati ottenuti,
mentre ne mette in evidenza il carattere relativo e spinge ad andare sempre più lontano. Non
ci si può fermare in ciò che si conosce già. Colui
che cerca non ha dove posare il capo. Alla fine
chi ricerca è preso per mano dall’oggetto che
studia e condotto verso nuovi orizzonti della
vita e della verità. Il Beato Giovanni Duns Scoto
ci dice: «Nel cammino del genere umano la conoscenza della verità è sempre in crescita»45.
Lungo questo cammino apprendiamo la
libertà. Nel mezzo dei contrasti economici,
sociali, istituzionali e delle diverse e spesso
contrapposte visioni antropologiche, chi cerca
la verità va oltre le sue idee preconcette, i suoi
interessi personali, per sottomettersi a ciò che
s’impone come vero all’intelligenza, impegnandosi nella ricerca e accettando di esserne
trasformato. È atto di una libertà responsabile. Un tale atteggiamento ci è quanto mai
necessario in questo tempo: tra noi, nel dialogo con l’uomo contemporaneo e nel confronto ecclesiale.
c. La letizia della verità
C’è un altro aspetto che mi sta a cuore sottolineare e che ritengo molto importante nella
nostra tradizione. Il gusto e la gratuità del
cammino verso la verità fanno sì che chi studia
diventi gradualmente un umile, paziente e
devoto servitore della vita. Ciò non toglie allo
45
26
«In processu generationis humanae semper crevit notitia
veritatis»: Ordinatio IV, d. 1, q. 3, n. 8 (ed. Parisien., vol. XVI,
p. 136a). Qui Scoto indirettamente accenna all’affermazione
di san Gregorio Magno: «Per incrementa temporum crevit
scientia spiritualium patrum [Testamenti Veteris et Novi]»:
In Ezechielem II, hom. 4, n. 12 (PL 76, 980).
Il Sapore della Parola
studio la serietà e la fatica scientifica, ma è
capace anche di donare soddisfazione e gioia,
perché per mezzo dello studio si ritrova la vera
fonte della vita.
È il gaudium de veritate tipico della tradizione agostiniana, della quale siamo tanto debitori46. È bello addentrarsi nello studio come un
luogo nel quale sperimentare una gioia particolare, quella che viene dalla ricerca e dalla
scoperta della Vita, della Verità e del Bene,
capace di donare una più profonda unità interiore tra vita e pensiero.
Questa gioia è frutto anche del desiderio,
come scrive la nostra Ratio Studiorum all’art. 3:
«lo studio, come “espressione del mai appagato
desiderio di conoscere sempre più a fondo Dio,
abisso di luce e fonte di ogni umana verità” (VC
98), è fondamentale nella vita e nella formazione, sia permanente che iniziale, di ogni frate
minore». In questa prospettiva bonaventuriana
di «desiderio», lo studio non può intendersi
come possesso, ricchezza, “status”, come un
desiderare di «sapere soltanto parole per essere
ritenuti più sapienti degli altri…», un bramare di
«sapere le sole parole e spiegarle agli altri»47; più
che un possesso lo studio è «lasciarsi possedere
dalla Verità e dal Bene, per amare e lodare il
Signore al quale appartiene ogni bene, e per
servire i fratelli nella carità di Cristo»48. In tal
modo lo studio può diventare esercizio profondo di ricerca come desiderio ed espropriazione,
che ha come frutto la letizia.
d. Anticipazione del futuro
Credo che abbiamo urgente bisogno di
questo inquieto interrogare, inteso come
46
47
48
cfr. S. Agostino, Confessiones, 10, 23, 33, Nuova Biblioteca
Agostiniana, Roma 1975.
Am, VII.
RS, 4.
27
Il Sapore della Parola
cammino di libertà e di letizia, per non limitarci a tornare alla «grazia delle origini», quasi
appagati o nostalgici del nostro passato. Vogliamo realmente vivere la grazia delle origini «non
solo come memoria del passato, ma come profezia dell’avvenire»49. Il pensiero ha bisogno di
alimentarsi alla sorgente della Verità, della Vita
e del Bene e contemporaneamente di proiettarsi su orizzonti aperti. Una filosofia e teologia
critica impedirà che lo sguardo retrospettivo
cada in un puro tradizionalismo o in una
nostalgia sentimentale verso le nostre origini.
Al tempo stesso, l’accuratezza del pensiero,
aiuterà a superare ogni ideologia futuristica ed
utopistica. Il pensiero francescano è stato capace di discernere i segni dei tempi e di trovare
sempre di nuovo la coraggiosa forza di una
parola profetica verso il mondo, la società e, se
necessario, anche all’interno della stessa Chiesa, per far ricordare quell’ordo divino che solo
può promettere la salvezza e la felicità dell’uomo.
È lo Spirito a proiettarci verso il futuro50. Per
questo la ricerca non può fermarsi. Vorrebbe dire
che la nostra proposta carismatica ha cessato di
essere vitale. La ricerca, di cui lo studio è una
dimensione, non può fermarsi se vogliamo
«scoprire creativamente nuovi cammini per
promuovere e diffondere i valori evangelici»51.
e. Come fratelli
Lo studio non è solo un’occupazione privata
e solitaria. La ricerca della verità ci tocca come
Fraternità in forza del nostro stesso carisma.
Nel contesto della vita fraterna possiamo essere educati ed educare progressivamente al
gusto della ricerca e del pensiero, al confronto
e al dialogo tra posizioni diverse. In tal modo
49
50
51
28
Cfr. NMI, 3; VC, 110.
Cf. VC, 110.
RFF, 34.
Il Sapore della Parola
«gli studi contribuiscono alla costruzione della
Fraternità»52 e la aprono alla Fraternità più
ampia della comunità ecclesiale e degli uomini
di buona volontà. Questa attitudine fraterna
costituisce anche un valido antidoto contro le
tendenze alla concorrenza e all’autoaffermazione negli studi e nella ricerca e, insieme, un incitamento alla collaborazione e al dialogo tra le
discipline.
Se la ricerca della Verità, della Vita e del
Bene è animata da questi presupposti, che ho
cercato di richiamare in sintonia con la nostra
tradizione, avremo la base per un dialogo fecondo e simpatico con la cultura, senza chiusure ed
esclusivismi53. La Chiesa ha bisogno di questa
profezia in un tempo nel quale il dialogo è
sempre più il nuovo nome della carità, garanzia
di pace e di giustizia54. Per questo è importante
e urgente promuovere nell’Ordine lo studio
della filosofia, delle religioni e delle culture, per
poterci aprire in modo rigoroso e qualificato al
dialogo e al confronto, in continuità con lo spirito e la pratica della fraternità che ci è propria.
Scopriamo una relazione particolare tra i
Frati che hanno la vocazione all’attività intellettuale e tutti gli altri. È importante che tutte le
Entità abbiano alcuni Frati che si dedicano agli
studi in modo prioritario e a volte esclusivo. La
loro ricerca deve stimolare tutti gli altri fratelli
all’ascolto e al dialogo, così come il lavoro e
l’evangelizzazione dei più deve aprire e illuminare chi si dedica allo studio. C’è nella nostra
Fraternità una tale reciprocità? Quando Francesco vuole comprendere tutti i suoi Frati nell’ottica delle loro attività, utilizza tre parole: «scongiuro (…) tutti i miei frati occupati nella predicazione, nell’orazione, nel lavoro…»55, predicatori,
lavoratori e oranti. Chi si consacra al lavoro
52
53
54
55
cfr. RS, 24.
cfr. EN, n. 20.
cfr. NMI, nn. 55-56.
Rnb, XVII, 5.
29
Il Sapore della Parola
intellettuale «con fedeltà e devozione», non soffocando in sé l’operazione dello Spirito, proprio
nel lavoro e attraverso il suo lavoro, senza
giustapposizioni artificiali, può diventare insieme «laborator, praedicator et orator».
Questa unità della nostra forma vitae resta un
appello urgente per noi tutti. Apre la verifica
anche sul ruolo che ha il lavoro nella nostra vita.
Il lavoro è una necessità legata alla nostra professione di povertà e di minorità. Ci rende più solidali con tanti uomini e donne per i quali il lavoro non è più fonte di dignità. Ci obbliga a scegliere ancora la gerarchia di valori che ci sorregge56.
Tutto questo mi fa pensare anche ai Frati e ai
candidati forse meno portati per lo studio strettamente inteso. Anche oggi dobbiamo riconoscere che le capacità intellettuali non possono
essere discriminanti per la vocazione francescana. Eppure a noi tutti incombe il dovere di
garantire a tutti i Frati, senza distinzioni, un
livello di preparazione tale da permettere a
ciascuno di integrarsi nella vita della Fraternità. Siamo vigilanti affinché, a motivo di un
concetto troppo accademico e quindi ridotto di
cultura, non ci accada di escludere alcuni Frati,
ledendo così l’uguaglianza tra noi. Interroghiamoci sui livelli di accessibilità agli studi nei
diversi contesti in cui viviamo e sulle conseguenze per il discernimento vocazionale e di
servizi nella Fraternità.
2.
LO STUDIO COME ASCOLTO E
ACCOGLIENZA DELL’ALTRO
a. Ascoltare e vedere
Viviamo in una civiltà dell’immagine. Forse
la realtà ci ha sorpassato e non ci sentiamo
56
30
In cammino verso il Capitolo generale straordinario, «La Vocazione dell’Ordine oggi», Roma 2005, 26-30.
Il Sapore della Parola
ancora a nostro agio in una situazione tanto
nuova da trasformare il modo stesso di percepire la realtà. La possibilità di vedere uomini, cose
e fatti in tempo reale ci sta modificando. A volte
questa realtà genera in noi paura e autodifesa.
Temiamo che questa civiltà dell’immagine
produca un’enorme riduzione della dimensione
dell’ascolto. Non ci spieghiamo l’insensato bisogno umano di apparire. È tutto negativo? O
possiamo entrare dentro questa svolta per
trovare anche in essa un valore? Come collegare ascolto e cultura dell’immagine?
Ricordo la dimensione biblica dell’ascolto,
tenendo presente che nella stessa Scrittura il
“vedere” ha una grande importanza, specie
quando indica l’incontro con il Dio vivente e
con l’uomo, creato a sua immagine. Certo, nella
fede biblica Dio è udibile, ma non visibile. L’autentica risposta e l’atteggiamento fondamentale è quello di ascoltare: «Ascolta Israele», «ascoltate oggi la parola del Signore», «beati coloro che
ascoltano la parola di Dio e la osservano». L’ultima
beatitudine di Giovanni è riservata a coloro che
credono senza vedere57. Ma questo ascolto giunge al suo punto più alto e si completa nell’incontro con il Verbo fatto carne. Attraverso l’umanità
di Gesù Cristo e quindi di ogni uomo, noi possiamo “udire e vedere”: «Ciò che era fin da principio,
ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo
veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo
contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita…»58.
L’esperienza integrale della fede ci salva da
quell’ascolto che si perde nel «si dice» delle
chiacchiere quotidiane e dal quel “vedere” che
è consumo di informazioni e di immagini. In
questo modo si rompe l’inautenticità nella
quale siamo immersi per risvegliarci alla verità.
57
58
Gv 20, 29.
1Gv 1, 1-2.
31
Il Sapore della Parola
L’ascolto e il vedere sono dunque un atto di vera
e propria interpretazione della realtà, che non
va aggredita, posseduta e dominata, ma al
contrario va accolta, riconosciuta e promossa.
Questo percorso implica un lasciarsi espropriare, un esodo da sé. Per questo è una vera
esperienza nel senso etimologico di experior,
un passaggio attraverso un pericolo mortale,
dove si compie una reale mutazione di sé.
L’ascolto di una parola veritiera genera un
nuovo modo di vedere e opera sempre una
profonda trasformazione. S. Agostino parla di
«dare alla luce una nuova vita (parturitio novae
vitae)»59, dove l’ascolto è «memoria di sé,
memoria di Dio (Memoria mei, memoria Dei)».
Lo stupore è il frutto di questa nuova capacità
di ascolto.
Lo studio è una delle strade verso questo
ascolto nuovo dell’uomo e del mondo. Esso,
infatti, ci libera dalla paura della nobile fatica
del pensare, mentre noi ci accontentiamo spesso di ripetere formule e idee altrui. Ci libera
ancora dalla paura del silenzio, per prendere
una certa distanza dalla realtà. Da qui nascono
parole nuove per dare alla luce una nuova vita,
oltre le parole usurate dall’abitudine e dall’ovvietà. Un simile percorso porta con sé la sofferenza di ogni nuova nascita, insieme alla gioia
della scoperta.
b. Ascoltare e vedere oggi
Viviamo un tempo come quello di Samuele,
del quale si dice che «la parola del Signore era
rara in quei giorni»60. Dio sembra tacere o quasi
essersi eclissato dal nostro orizzonte. Il sacerdote Eli – istituzione - non individua subito la
voce del Signore. È un esercizio che richiede
59
60
32
S. Agostino, Confessiones, VIII, 6, 15, Nuova Biblioteca
Agostiniana, Roma 1975.
1Sam, 3,1.
Il Sapore della Parola
una veglia continua, un’interpretazione insonne. Dio chiama il piccolo Samuele nel silenzio
della notte e delle parole umane. Lo chiama
con il nome proprio: è il risveglio della coscienza e l’assunzione di un nuovo destino dai quali
nasce il profeta.
Questo itinerario biblico può diventare
esemplare per chi ricerca vie nuove per abitare
questo tempo difficile. Lo studio è una di queste
strade se diventa un esercizio di ascolto obbediente, di ospitalità dell’altro in quanto diverso
da noi, di sguardo nuovo su di lui. Ci provocano a ciò le culture che oggi si affacciano sulla
scena del mondo, le tante fedi e religioni con
cui siamo chiamati a dialogare, le sfide etiche,
quelle del mondo della comunicazione, la
tecnologia, l’ingegneria genetica e tante altre
tavole di confronto. Nei diversi continenti e
paesi nei quali siamo presenti queste sfide ci
provocano in tanti modi. È difficile indicare una
sola strada, anzi impossibile. Si tratta di diventare sempre più consapevoli della necessità di
educarci all’ascolto e al dialogo per apprendere
l’arte dell’incontro con le culture.
Senza dubbio è urgente incarnare il nostro
carisma nelle diverse culture in cui siamo
presenti e scoprire in esse i germi dell’intuizione evangelica di san Francesco, che è in grado
di rivelarne anche nuove profondità61. «Pensare
la fede» è, allora, esercizio profetico dei credenti
a servizio della liberazione dell’uomo e del
discernimento delle forme culturali nelle quali
viviamo. Per questo abbiamo bisogno di consolidare sia l’opzione vocazionale che la nostra
preparazione. Infatti, come ha detto il mio
predecessore Fr. Hermann Schalück, «la presunzione, la superficialità, l’indifferenza per le scienze umane e sacre sono da considerarsi un’offesa al
dono della vita, all’uomo e alla Verità… Considero un abuso e una mancanza di rispetto il presen61
Cfr. RS, 16. 26.72.74.
33
Il Sapore della Parola
tarsi per servire una causa nobile, come il Vangelo e l’uomo, senza la debita preparazione o senza
la capacità di dialogo e di lettura dei segni dei
tempi. È da reputare, perciò, un dovere fondamentale per ogni frate, ognuno secondo i suoi
doni, il dedicarsi allo studio. Poiché lo studio, se
ben fondato sui valori francescani, può davvero
aiutarci nella maturazione umana, intellettuale e
spirituale e nel renderci capaci di cogliere, con
intelligenza evangelica, i valori cristiani e francescani della cultura contemporanea»62.
In questo contesto guardo con voi ai diversi
ambiti e culture nelle quali viviamo.
Penso in modo particolare all’esigenza
dell’ascolto e del dialogo in Asia, continente nel
quale il dialogo interreligioso assume un posto
speciale. La nostra presenza in Asia è ridotta,
eppure ci sfida a prepararci adeguatamente per
quello che è senz’altro il continente del futuro,
grazie alla giovinezza della sua popolazione e
alle enormi potenzialità in essa contenute, a
tutti i livelli.
Penso all’Oceania, dove la storia dell’evangelizzazione ci fa avvertire come primaria l’urgenza dell’inculturazione della fede cristiana,
in vista della quale è necessaria una solida e
adeguata preparazione. A tale proposito, Papa
Paolo VI, nel visitare l’Oceania, ha insistito sul
fatto che il cattolicesimo, «non solo non soffoca
quanto vi è di buono e di originale in ogni
forma di cultura umana, ma accoglie, rispetta e
valorizza il genio di ogni popolo, e riveste di
varietà e di bellezza l’unica inconsutile veste
della Chiesa di Cristo»63. In questo immenso
continente siamo fortemente invitati a operare
62
63
34
«La promozione degli studi nel nostro Ordine» in Acta
Congressus Repraesentantium Sedum Studiorum OFM, Roma
1994, 70.
Discorso ai Vescovi dell’Oceania (Sydney, 1 dicembre 1970):
AAS 63 (1971), 56.
Il Sapore della Parola
in armonia con i cristiani indigeni per assicurare che la fede e la vita della Chiesa siano espresse in forme appropriate a ciascuna cultura64.
Penso all’Africa, sterminato continente che
grida pace e giustizia, dimenticato com’è dalla
comunità internazionale. A questo proposito è
quanto mai attuale l’affermazione di Paolo VI
nell’Enciclica «Populorum progressio»: «Lo
sviluppo è il nuovo nome della pace»65. Giovanni
Paolo II nell’Esortazione Apostolica «Novo
Millennio Ineunte» ha attualizzato quel grido,
ricordando che scommettere sulla carità è
questione di fedeltà al Vangelo66. L’Africa è ricca
di culture e di tradizioni, nelle quali il cristianesimo e il francescanesimo attendono di
diventare senz’altro più africani: e questo esige
un qualificato investimento di riflessione e di
studio per rispondere alla nostra vocazione di
«custodi della speranza»67.
Penso all’Africa del Nord e al Medio Oriente,
dove la presenza francescana in un contesto
musulmano continua a chiederci lo sforzo di
conoscere e incontrare quel mondo particolare
e oggi alla ribalta, nello spirito dell’incontro di
Francesco col Sultano: ciò non sarà possibile
senza lo studio rigoroso del mondo islamico e
della lingua araba, nella condivisione da minori della vita di tanta gente, accettando e imparando a vivere come minoranza.
Penso all’America centrale e del sud, aree a
forte maggioranza cristiana con la loro creatività pastorale e teologica. In esse la crescita del
64
65
66
67
cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Ecclesia in
Oceania, 2001, 17.
Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 76-80: AAS 59
(1967) 294-296.
cfr. Giovanni Paolo II Novo Millennio Ineunte, nn. 49-50.
cfr. RS, 27; Giovanni Paolo II, Discorso al Pontificio Ateneo
Antonianum, 16 gennaio 1982, n. 4a: «Come San Francesco,
siate anche voi nel mondo di oggi i custodi della speranza».
35
Il Sapore della Parola
confronto con altre comunità cristiane e con le
sette ci sfida a rinnovare la nostra presenza e il
nostro annuncio. In questo subcontinente la
situazione di povertà e di ingiustizia costituisce
ancora una enorme provocazione a pensare i
fondamenti della pace, della giustizia e dell’integrità del creato. Ciò ci provoca a conoscere
meglio i meccanismi che permettono oggi tanta
scandalosa miseria e a pensare nel tempo della
globalizzazione a partire dalla cattedra degli
esclusi e dei più poveri68.
Penso al mondo occidentale, dalla vecchia
Europa all’America del Nord, dove occorre
ripensare la possibilità stessa di «dire Dio» in un
mondo secolarizzato, dove il sacro riemerge ma
la fede sembra eclissarsi. Il destino dell’occidente dopo il tramonto delle grandi e folli ideologie
del XX secolo appare quanto mai incerto e bisognoso di un supplemento di anima per guardare al futuro, soprattutto con una radicale riflessione etica sui confini della vita e della morte e
su una antropologia rispettosa dell’integralità
della persona umana, soggetto di diritti non
alienabili e mai riducibili al dominio dell’economia e della sfera privata dell’individuo.
c. Ascoltare e vedere per annunciare il Vangelo
L’evangelizzazione in contesti tanto differenti esige un rigoroso lavoro dell’intelligenza.
La Parola di Dio va annunciata in parole
comprensibili all’uomo di ogni epoca. La scuola
francescana è chiamata a dare oggi alla Chiesa
il suo valido contributo in tal senso, coltivando
un «pensare la fede» alla maniera francescana,
capace di offrire ragioni per credere, sperare e
amare nel contesto odierno.
Siamo chiamati a non chiuderci in noi stessi, quasi spaventati dalla complessità, ma a
68
36
cfr. EN, n. 31; RS, 27.
Il Sapore della Parola
considerare il mondo come il nostro luogo ordinario e benedetto di vita e di pensiero. In esso
impariamo a dialogare con tutti e alla pari,
senza pretendere posizioni privilegiate ma
diventando interlocutori credibili. I grandi
maestri della Scuola Francescana non hanno
forse sempre amato il confronto con sistemi di
pensiero diversi ma pur sempre ricchi dei semi
di Colui che è il Bene? Non sono forse questi
semi diffusi ovunque?
Nella nostra storia siamo sempre rimasti
aperti e sensibili alle situazioni concrete della
storia e della cultura. Il francescanesimo si è
incontrato e ha influenzato le arti figurative, la
poesia e la letteratura, l’architettura e altre
espressioni dello spirito umano. Fedeli alla logica dell’Incarnazione siamo chiamati a continuare su questa strada. Oggi più che mai non
vogliamo studiare per occupare posizioni
influenti e di potere nella società o nella Chiesa. La nostra vocazione di minori ci indica la
strada dell’ascolto obbediente e dell’ospitalità
dell’altro come quella tipica dei poveri. L’itinerario che lo studio inaugura è proprio di chi si
scopre povero perché mendicante di senso,
appassionato ricercatore della verità in ogni
manifestazione dell’uomo e del mondo, insieme a tante persone di buona volontà.
San Francesco ci dice, con poche e semplici
parole, di essere «soggetti ad ogni creatura
umana per amore di Dio»69. Si tratta dell’umile
sottomissione alla realtà storica e umana che si
studia, per amarla, per accoglierla con rispetto
e per restituirla come dono di Dio (per amore di
Dio). La minorità non permette di rivendicare
alcun diritto sugli altri, che siamo chiamati a
servire anche con la nostra ricerca intellettuale.
Ciò che si è appreso va condiviso come una
ricchezza comune che viene dall’Altissimo.
69
Rnb, XVI, 6.
37
Il Sapore della Parola
Cammino esigente in una società e in istituzioni
culturali che tendono a fare degli specialisti i
depositari privilegiati di un sapere che li distingue dagli altri.
Mi sembra dunque che come Frati Minori,
in forza del nostro stesso nome, siamo chiamati a sviluppare un’attitudine di vita che restituisca allo studio la sua qualità di umile servizio.
Siamo dinanzi ad una vera e propria convergenza tra la spiritualità francescana e il lavoro
intellettuale.
d. Ascoltare lo Spirito del Signore
L’ascolto dell’uomo e della realtà nella
prospettiva francescana si nutre di un ascolto
più profondo. Ricordiamo l’esortazione di san
Francesco a proposito del lavoro in generale:
«così che… non spengano lo spirito della santa
orazione e devozione, al quale devono servire
tutte le altre cose temporali»70. Qui si tratta dello
Spirito del Signore e della sua «santa operazione». L’attività dello spirito umano, se è profonda e vera, s’incontra con quella dello Spirito di
Dio nell’uomo, non la sostituisce. Chi respira
nel soffio dello Spirito resta libero e non si irrigidisce in alcuna attività. S. Paolo lo esprime
bene: «Ora vediamo come in uno specchio, in
maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a
faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono
conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte
più grande è la carità!»71.
Nella ricerca umana della conoscenza e
della verità c’è una parabola e una realizzazione parziale della ricerca di Dio. È il desiderio
che lo Spirito suscita e alimenta in noi e che ci
rende poveri, ci aiuta a mantenere la giusta
70
71
38
Rb, V, 2.
1Cor 13, 12-13.
Il Sapore della Parola
considerazione del lavoro autonomo dello
spirito umano. In verità, «pensare la fede» è un
esercizio altamente spirituale e cristiano: unifica
la persona e aiuta a restare con «il cuore rivolto
verso il Signore», trasformandosi in carità che
pensa amando e ama pensando. Incoraggia la
profondità della vista che consente di cogliere il
filo rosso dentro fenomeni e fatti frastagliati e
sconnessi al primo approccio. Permette al
credente di riconoscere il piano salvifico di Dio
operante nella storia e di aderirvi con la vita.
Come ben diceva il nostro fratello Giacomo
Bini «la lunga storia delle diverse espressioni in
cui si è incarnato il carisma francescano mostra
con evidenza la fecondità della relazione tra
impegno intellettuale e serietà dell’esperienza
spirituale: a partire dell’esperienza di Dio, l’intelligenza riceve nuova forza per la ricerca della
verità; e la verità trovata esige di essere condivisa, annunciata. Non esiste autentica esperienza
di Dio che non si trasformi in nuova luce per l’intelligenza e in nuovo slancio per l’annuncio»72.
Queste ampie prospettive ci aprono di
nuovo alla chiamata missionaria, che avvertiamo ancora attuale dopo 800 anni. Mentre
nuovi campi si aprono all’annuncio di Gesù
Cristo unico Salvatore del mondo e all’implantatio Ordinis, specie in Asia e Africa, invito tutti
i Frati a sentirsene direttamente responsabili,
così da avere l’audacia di ripartire ancora per
vivere e annunciare il Vangelo quando e come
piacerà al Signore73.
72
73
«Saluto del Gran Cancelliere per l’inaugurazione dell’Anno
Accademico 2000-2001» al Pontificio Ateneo Antonianum, in
Liber Triennalis 1999-2002, Roma 2003, 47; cfr. anche RS, 15.
cfr. Rnb, XVI, 7-8.
39
Il Sapore della Parola
3.
STRUTTURE E MEZZI AL SERVIZIO DEGLI
STUDI, DELLA RICERCA E DELL’INSEGNAMENTO
a. Le Università, i Centri di Studio e di Ricerca
Il nostro Ordine conta 14 Università,, ecclesiastiche e civili; due Centri di Ricerca, la
Commissione Scotista e il Collegio di S. Bonaventura a Grottaferrata; la Pontificia Accademia Mariana Internazionale e altri 32 Centri di
Studio, mentre l’11 gennaio scorso il compianto Giovanni Paolo II ha concesso all’Antonianum il titolo di Università Pontificia.
Il cammino dal lontano 1887, anno dell’inaugurazione del Collegio Sant’Antonio, è
stato lungo, spesso faticoso, eppure in crescita.
L’intuizione del Ministro generale Fr. Bernardino Dal Vago da Portogruaro si è rivelata quanto
mai profetica. L’Ordine ha bisogno, oggi come
alla fine del XIX secolo, di uno «Studio generale», non esclusivo certo, ma posto al servizio di
tutti nella città di Roma per promuovere una
visione francescana caratterizzata da uno zelo
universale rivolto a tutto il mondo e a tutte le
persone, di qualsiasi nazione, lingua, colore o
sesso, aperto alla visione di una fraternità
universale dei figli di Dio, riconoscendo la
dignità e il valore di ognuno. Il rispetto dell’individuo e l’integrazione in una grande famiglia
umana e cristiana, sono le caratteristiche di
questo universalismo francescano. Un universalismo che si costruisce attraverso la comunicazione, la condivisione, il dialogo e la solidarietà. Se questo universalismo è richiesto a
tutte le nostre Università e Centri di Studio e di
Ricerca, molto più esso deve caratterizzare le
Università e i Centri che sono a Roma.
Il posto particolare che la Pontificia Università “Antonianum” occupa nell’Ordine74 e la mia
74
40
SSGG 112-114.
Il Sapore della Parola
personale convinzione circa l’importanza dello
studio per garantire ai Frati una qualità di vita
e di testimonianza in vista di una profonda e
autentica “rifondazione” del nostro Ordine, mi
ha spinto a scrivere questa lettera. Ora sono
provocato a riflettere brevemente sul valore e
sui compiti non solo dell’Antonianum, ma
anche di tutte le altre nostre Università, Centri
di Studio e di Ricerca, dove vogliamo impegnarci come Frati Minori, non soltanto per
mantenerli ma per potenziarli in numero e
soprattutto in qualità75.
Lo studio, la ricerca e l’insegnamento, intesi
come cammino verso la Vita, la Verità e il Bene,
come ascolto e dialogo con l’altro, trovano
nell’Università e nei Centri di Studio e di Ricerca luoghi speciali di elaborazione e di promozione. Questi Centri sono animati essenzialmente dallo spirito dello studio, della ricerca
metodica della Vita, della Verità e del Bene,
presenti in tutti gli infiniti ambiti del reale, e
della sua trasmissione attraverso l’insegnamento. È per questo motivo che il Frate Minore
cerca incontrare Dio nella complessità dell’esperienza umana e scopre come suoi alleati in
questa ricerca tutte le discipline che tentano di
dare senso alla nostra vita e missione.
Desidero incoraggiare, nelle nostre Università e Centri, lo studio, la ricerca e l’insegnamento di tutte le discipline. Tra quelle sacre
ricordo per noi Frati Minori l’importanza di
ascoltare, conoscere, amare e studiare anzitutto
la Parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture.
Non limitiamoci però alle Scienze sacre. Siamo
chiamati ad aprirci anche alle discipline che si
riferiscono all’uomo: Psicologia, Pedagogia,
Economia, Scienze politiche, Sociologia, Antropologia, Comunicazioni sociali, Letteratura,
Arti, Filosofia e Storia; e quelle che si riferisco75
cfr. RS 119.
41
Il Sapore della Parola
no al creato: Scienze esatte, naturali e ambientali76, poiché «niente di ciò che esiste è estraneo
all’interesse e all’amore del Frate Minore»77. Lo
studio, la ricerca e l’insegnamento, se vissuti
come «itinerario e via per essere illuminati da
Dio nella mente e nel cuore»78, ci condurranno a
Lui.
Per questa ragione lo studio, la ricerca e l’insegnamento, finalità di ogni Università e
Centro di Studi, sono essenzialmente esperienza di vita. Nessuna di queste attività è per un
Frate Minore - studente, professore o ricercatore - un distintivo con cui abbellire il proprio io.
Piuttosto è fatica e passione per il vero, il buono
e il bello, che danno forma alla nostra interiorità, senso all’esistenza umana e religiosa,
ragione alle nostre scelte vocazionali79. L’obiettivo ultimo dello studio, della ricerca e dell’insegnamento nelle nostre Università e Centri di
Studio, e dei Frati Minori che si dedicano a ciò,
non è quindi quello di acquisire e offrire informazioni, meno ancora quello di avere un titolo.
Ma di stimolare la ricerca della Vita, della Verità
e del Bene, in noi e negli altri. Non è certo sufficiente essere ben informati. Solo la trasformazione della mente e del cuore, porterà ad uno
studio, una ricerca, un insegnamento veramente fecondi.
Le nostre Università e Centri di Studio e di
Ricerca sono chiamati ad offrire il proprio
contributo all’elaborazione di una cultura al
servizio integrale dell’uomo, capace di andare
oltre i criteri della praticità, del rendimento e
della concorrenza, non estranei alle stesse
Università. Seguendo la secolare tradizione dei
grandi rappresentanti della Scuola francesca-
76
77
78
79
42
cfr. RS, 48-69.
RS, 48.
RS, 13.
cfr. RS, 11.
Il Sapore della Parola
na, le nostre Università devono scommettere
sulla “diaconia” del sapere a servizio dell’uomo,
superando così quel potere della scienza che
sfrutta l’uomo.
D’altra parte, tutti i Centri di Studio e Ricerca francescani sono chiamati a trasmettere in
modo attualizzato il patrimonio culturale, filosofico e teologico della Scuola Francescana,
convinti che «dal grande deposito della teologia
e della sapienza francescana possono essere tratte risposte adeguate anche ai drammatici interrogativi dell’umanità»80. Questo esige, senza
dubbio, uno studio critico e approfondito della
tradizione culturale francescana. Studiarla per
curiosità è sterile, studiarla in modo apologetico è trionfalismo dannoso. È necessario
approfondirla criticamente, per illuminare con
un vero e proprio atto di speranza le grandi
questioni che il nostro tempo ci pone.
Aperti al dialogo fecondo con le culture, le
nostre Università e Centri di Studio e di Ricerca, hanno l’importante compito di creare ponti
tra quelle e il Vangelo. Giovanni Paolo II ci ha
detto: «Compito delle vostre Università e Centri
di Ricerca è di operare un incontro fecondo tra il
Vangelo e diverse espressioni culturali del nostro
tempo, per andare verso l’uomo d’oggi… Secondo
l’esempio di San Francesco e la grande tradizione
culturale dell’Ordine francescano, sia vostra cura
porre il Vangelo nel cuore della cultura e della
storia contemporanea»81.
L’apertura alla complessità del sapere
umano induce all’ascolto e al dialogo, come ho
cercato di richiamare in questa Lettera. L’intellettuale vero è sempre capace di domande,
80
81
Giovanni Paolo II, «Messaggio ai partecipanti al Congresso
Internazionale delle Università, Centri di Studio e di Ricerca
OFM», 19 settembre 2001, in Atti del Congresso Internazionale delle Università, Roma 2002, 25.
Idem, 25.
43
Il Sapore della Parola
umile e coraggioso nel prestare attenzione
sincera agli argomenti di chi ha posizioni diverse. Questa attitudine ci impedisce di cadere in
varie forme di ideologia, che pretendono di
rendere esclusiva un’idea o una parte e sono frutto della falsa sicurezza di una fede, che ha paura
di pensare e pensa di poter saltare le domande e
le ambiguità presenti nel reale. Ecco una missione notevole che resta aperta alle nostre Università e Centri di Studio e di Ricerca82.
b. Altri ambiti
di conservazione e di sviluppo culturale
Accanto alle Università, ai Centri di Studio e
di Ricerca, nell’Ordine abbiamo altre pregevoli
Istituzioni culturali, da custodire e promuovere
nelle Province più antiche e da sviluppare in
quelle più recenti. Invito a leggere questa parte
con l’attenzione rivolta agli articoli 118-141
della nostra Ratio Studiorum, che richiamo con
forza.
Le biblioteche e gli archivi sono al primo
posto. Non si tratta di musei, quanto di luoghi
dove il patrimonio librario e cartaceo va custodito, reso accessibile e reso motore di ricerca e
di sviluppo intellettuale in collegamento con le
domande del nostro tempo. In molte Province il
necessario ridimensionamento delle Case
rischia di far perdere o di non salvaguardare
abbastanza un notevole patrimonio culturale.
Ricordo ai Ministri e ai Custodi che la cura per
queste istituzioni tocca l’interesse e il futuro
dell’Ordine intero e non è soltanto affare privato della singola Entità. È necessario provvedere, anche in collaborazione con enti civili e
sociali, alle biblioteche e agli archivi, evitando
l’abbandono, la noncuranza, la dispersione e
82
44
Circa le aree dello studio, cfr. Stefano OPPES, OFM,
«Formazione e studio nella nuova Ratio Studiorum
dell'Ordine dei Frati Minori», Antonianum LXXVII
1(2002), 13-23.
Il Sapore della Parola
l’oblio del patrimonio librario, favorendone la
custodia o il trasferimento nelle case dell’Ordine, in particolare nei Centri di Studio.
Lo stesso vale per il patrimonio culturale
costituito da tante nostre Case, dalle Chiese e
dalle opere d’arte che vi sono contenute. Occorre un supplemento di fantasia e di attenzione
per trovare i modi di conservazione e di attualizzazione di questo patrimonio, senza trasformarci in custodi inerti di musei. Senza dubbio
l’arte è un luogo privilegiato di dialogo con la
cultura contemporanea e, per strade tutte da
inventare, di evangelizzazione.
Per promuovere una simile attenzione è
altresì necessario curare gli studi letterari, artistici e tecnici. Si tratta di una reale necessità
perché la ricerca non diventi strumento di
possesso e di dominio, ma di umile avvicinamento al grande mistero nascosto in ogni cosa.
Questa esperienza francescana dello studio e
dell’attività artistica, non ci presenta la figura
del Frate Minore come uno che vuole conquistare per poter aumentare il profitto tecnico o
economico, ma come un essere toccato, scosso
e affascinato, un essere preso dalla meraviglia
per il Vero, il Bene e il Bello che è inerente alle
cose. Attraverso la via pulchritudinis potremo
sviluppare elementi essenziali della visione
francescana del mondo, dell’uomo e del mistero di Dio e, nello stesso tempo, incontrare molti
uomini e donne della nostra epoca.
Un altro campo che mi preme richiamare è
quello delle comunicazioni sociali. Si tratta
ormai di un vero e proprio «luogo», un’agorà
unica nella quale gli uomini di oggi si incontrano tra loro in modi nuovi e dagli sviluppi imprevedibili. Invito pertanto i Ministri, i Custodi e
tutti i Frati, soprattutto i più giovani, a conoscere, studiare ed entrare in questo mondo non
45
Il Sapore della Parola
da intrusi, ma come chi sa di essere a casa
ovunque ci sia ciò che è pienamente umano.
Non posso esimermi dal sottolineare, in
questa sede, la necessità di garantire ricercatori e studiosi della storia, letteratura, filosofia,
teologia e tradizione francescana. Non solo per
quanto riguarda direttamente le origini, ma per
tutto l’arco di ottocento anni nei quali la nostra
tradizione si mantiene viva. In particolare, istituzioni come la Commissione Scotista, il Collegio S. Bonaventura dei Frati Editori di Quaracchi e la Pontificia Accademia Mariana Internazionale invocano per la loro continuità Frati
seriamente preparati e aperti a collaborazioni
esterne.
46
CONCLUSIONE
Giunto al termine di questa Lettera, desidero comunicarvi con semplicità che in questo
momento considero fondamentale una maggiore vicinanza tra i Frati che si dedicano all’evangelizzazione e quelli che si impegnano nello
studio, nella ricerca e nell’insegnamento. La
loro compresenza nel corso della storia francescana non può essere considerata una disgrazia, bensì una ricchezza. È piuttosto il divorzio
e l’opposizione tra le due a costituire una
disgrazia, come verifichiamo spesso nella
nostra storia. In tal modo sono stati penalizzati
lo studio, la ricerca e la predicazione.
Molti Frati dediti all’evangelizzazione si
sono considerati dispensati dallo studio e molti
tra gli studiosi hanno creduto di essere sollevati dall’evangelizzazione. È l’ora della riconciliazione. Se i Frati sembrano lasciarsi assorbire
completamente dai ministeri e servizi, è necessario ricordare loro la necessità dello studio:
un’adeguata preparazione intellettuale è fondamentale per qualunque attività apostolica. Allo
stesso tempo a quanti si dedicano allo studio,
alla ricerca e all’insegnamento in modo prioritario, sento la necessità di ricordare che queste
attività non possono essere separate dal dono e
dall’impegno di vivere con letizia le esigenze
della nostra forma vitae.
Vorrei che con questa Lettera iniziasse un
dialogo sui temi che vi ho presentato. Mi sta a
cuore soprattutto che tale dialogo continui a
vari livelli e nei diversi contesti culturali, nelle
Entità, nelle Fraternità locali, nelle Case di
formazione, nelle nostre Università e nei Centri
47
Il Sapore della Parola
di Studio. Un dialogo che ci porti ad andare
oltre, perché possiamo guardare con fiducia e
lucidità al futuro che ci attende e che già inizia
tra noi. Non ho certo la pretesa di aver detto
tutto e bene. Il dialogo tra noi potrà completare questo testo.
Su quanti sono in ricerca della Verità, della
Vita e del Bene e su quanti sono in atteggiamento d’incontro, di ascolto e di dialogo, invoco la benedizione del Signore e del Serafico
Padre.
Roma, dalla Curia generale dell’Ordine,
13 giugno 2005
Festa di S. Antonio di Padova,
Dottore Evangelico
Fr. José Rodríguez Carballo, OFM
Ministro Generale
Fr. Massimo Fusarelli, OFM
Segretario Generale per la
Formazione e gli Studi
Prot. 095700
48
Il Sapore della Parola
ABBREVIAZIONI
Sacra Scrittura
Sal
Salmi
1Sam
Primo libro di Samuele
Mt
Matteo
Lc
Luca
Gv
Giovanni
1Cor
Prima Lettera ai Corinzi
1Gv
Prima Lettera di Giovanni
Scritti di San Francesco d’Assisi
Am
Ammonizioni
LOrd
Lettera a tutto l’Ordine
Rb
Regola bollata
Rnb
Regola non bollata
Salvir
Saluto alle virtù
Test
Testamento
Altre abbreviazioni
1Cel
Vita Prima di Fr. Tommaso da
Celano
Anper Anonimo perugino
3Comp Leggenda dei Tre Compagni
AAS
Acta Apostolicae Sedis
EN
Paolo VI, Evangelii nuntiandi,
Lettera apostolica, Roma 1975.
VC
Giovanni Paolo II, Vita consecrata,
Esortazione apostolica, 1996.
Giovanni Paolo II, Novo Millennio
NMI
Ineunte, Lettera apostolica, 2001.
CCGG Costituzioni generali dell’Ordine
dei Frati Minori, Roma 2004.
SSGG
Statuti Generali dell’Ordine dei
Frati Minori, Roma 2004.
AO
Acta Ordinis Fratrum Minorum
FP
La formazione permanente nell’ Ordine dei Frati Minori, Roma 1995.
Ratio Studiorum, Roma 2001.
RS
49
Il Sapore della Parola
RFF
Sdp
50
Ratio Formationis Franciscanae,
Roma 2003.
Il Signore ti dia pace, Documento
del Capitolo generale 2003, Roma
2003.
Il Sapore della Parola
51
Il Sapore della Parola
INDICE
Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1 Parola, vita fraterna e annuncio in
san francesco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
1. La grazia delle origini . . . . . . . . . . . . . . . . 7
2. Francesco uomo «senza cultura»? . . . . . . . 8
3. I libri e la predicazione . . . . . . . . . . . . . 10
2 La Parola nella storia del carisma. . . . . . . . . 15
1. L’incontro con le culture . . . . . . . . . . . . . 15
2. L’ascolto si fa dialogo . . . . . . . . . . . . . . . 17
3. Una Fraternità che annuncia. . . . . . . . . . 18
3 La Parola nell’incontro con la cultura . . . . . 23
1. Studiare come ricerca della vita
e della verità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
a. Cammino di espropriazione. . . . . . . . 24
b. Senza fissa dimora. . . . . . . . . . . . . . . 26
c. La letizia della verità . . . . . . . . . . . . . 26
d. Anticiparziobe del futuro . . . . . . . . . . 27
e. Come fratelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28
2. Lo studio come ascolto
e accoglienza dell’altro . . . . . . . . . . . . . . 30
a. Ascoltare e vedere . . . . . . . . . . . . . . 30
b. Ascoltare e vedere oggi . . . . . . . . . . . 32
c. Ascoltare e vedere
per annunciare il Vangelo . . . . . . . . . 36
d. Ascoltare lo Spirito del Signore . . . . . 38
3. Strutture e mezzi al servizio degli
studi, della ricerca e dell’insegnamento . 40
a. Le Università, i Centri di Studio
e di Ricerca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40
b. Altri ambiti di conservazione
e di sviluppo culturale . . . . . . . . . . . . 44
Conclusione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
Abbreviazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
Indice . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
52
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il sapore della parola