1 Gruppo di lavoro Il presente rapporto è frutto di un lavoro congiunto di Soleterre e di IRS, che ha accompagnato tutto il percorso di sperimentazione e di valutazione dell’azione. Chiara Lainati e Elena Zucchetti (Soleterre – Strategie di Pace ONLUS) hanno curato la I parte sulla sperimentazione. Sergio Pasquinelli e Giselda Rusmini (IRS - Istituto per la Ricerca Sociale) hanno curato la II parte sulla valutazione. 2 Indice Premessa…………………………………………………………………..……………………………..……………………………..…………….. 4 Parte I Lo spazio di ascolto e di cura per assistenti familiari straniere……..…………………………………….…..…. 5 1. L’origine dell’intervento…………………………………………………………………………………………………………... 5 2. Obiettivi e metodologia di intervento………………………………………………………………………………………. 6 3. La realizzazione della sperimentazione…………………………………………………………………………………..… 7 Il quadro sinottico delle attività realizzate Parte II La valutazione del percorso……..………………………………………………………………………………………....…. 12 1. Premessa metodologica……………………………………………………………………………………….……………..… 12 2. Lavoro, famiglia, vita personale: un identikit delle assistenti familiari………………………………..…. 13 L’autonomia abitativa La prossimità residenziale ai familiari Le relazioni familiari a distanza Il tempo libero e l’uso dei servizi La soddisfazione e il futuro 3. Dopo la sperimentazione…………………..…………………..…………………..…………………..………………….…. 19 Il cambiamento delle relazioni e del tempo per sé La conoscenza dei propri diritti e delle procedure di ricongiungimento La conoscenza dei servizi e degli spazi ricreativi e culturali della città L’esperienza del gruppo Prospettive future e raccomandazioni……..………………………………………………………………………………………..…. 26 3 Premessa Questo rapporto si propone di presentare la sperimentazione e la relativa attività valutativa realizzata nell’ambito del progetto Lavoro domestico e di cura. Buone pratiche e benchmarking per l’integrazione e la conciliazione della vita familiare e lavorativa - PROG-105572- AZ.10 finanziato dal fondo FEI 2013, e promosso da Soleterre in partenariato con IRS. Con questa azione il progetto ha inteso sperimentare uno spazio di ascolto e cura volto a migliorare il benessere e le condizioni di conciliazione dei tempi di lavoro e familiari per le assistenti familiari straniere sul territorio di Milano. La sperimentazione si è realizzata nel quadro di un accordo stabilito con il servizio CuraMi del Comune di Milano, gestito dalla Cooperativa EUREKA, che ha contribuito a promuovere la partecipazione delle assistenti familiari registrate presso lo sportello del servizio. L’intervento è stato progettato e realizzato grazie al contributo di diversi enti pubblici e privati che hanno condiviso con noi le loro esperienze, rilevando bisogni e risorse di questo particolare target. A loro va il nostro ringraziamento: ACLI COLF, ConCura, lo Sportello Badanti di Sesto San Giovanni e il Comune di Saronno (soggetto aderente alla rete di progetto). Si ringrazia ChiamaMilano per aver fornito al gruppo delle assistenti familiari un luogo accogliente, in centro città e soprattutto gratuito, dove incontrarsi e distrarsi dal lavoro durante tutto il periodo della sperimentazione. La disponibilità di uno spazio aperto di incontro nei giorni festivi è una risorsa rara nella città di Milano. Un ringraziamento particolare infine va a tutte le donne straniere assistenti familiari che hanno coprogettato lo spazio con passione e impegno, insieme alle operatrici, e hanno contribuito a far emergere nuove riflessioni per favorire luoghi di pensiero e di incontro per un target di lavoratrici troppo spesso a rischio di isolamento sociale. 4 Parte I LO SPAZIO DI ASCOLTO E DI CURA PER ASSISTENTI FAMILIARI STRANIERE 1. L’origine dell’intervento L’intervento nasce da una lettura del lavoro di cura che guarda soprattutto alle condizioni psico-sociali e lavorative delle assistenti familiari straniere, che presentano diversi fattori di rischio per la loro integrità individuale, lavorativa e familiare: - un settore lavorativo imperniato su un intenso lavoro di relazione, dove sono in gioco non solo la competenza professionale (spesso non qualificata) ma anche il capitale sociale e umano delle assistenti familiari. Una professione che in presenza di assistiti non autonomi (soggetti anziani e/o malati) richiede una dedizione quasi esclusiva; - condizioni alloggiative spesso caratterizzate da co-residenzialità con il datore di lavoro (assistito), caratteristica che impedisce la possibilità di disporre di un proprio luogo di vita, di espressione di sé e delle relazioni familiari e sociali; - una condizione di vita familiare di conseguenza spesso negata, con i figli che rimangono al Paese di origine; - condizioni di impiego spesso informali e che, anche in presenza di regolare contratto, prevedono tempi di lavoro lunghi in cui i riposi giornalieri, notturni e settimanali, spesso non vengono rispettati. La combinazione di questi fattori pone potenzialmente le assistenti familiari in una situazione in cui spazio e tempo di lavoro, tempo per sé e per la famiglia, risultano intrecciati e confusi a livello pratico ed emotivo. In particolare è rilevante il problema che incontrano molte donne che hanno scelto o si sono ritrovate a convivere con un progetto familiare a distanza. Grazie alla coabitazione con l’assistito, le assistenti cercano di ottimizzare il tempo di lavoro per massimizzare i guadagni e raggiungere nel più breve tempo possibile gli obiettivi prefissati con il progetto migratorio e dunque tornare al Paese di origine. In realtà questo non avviene nella maggior parte dei casi e spesso vengono a definirsi dinamiche ricattatorie che allontanano sempre di più il progetto di rientro. Le famiglie al Paese di origine si abituano a livelli di consumo alti e le aspettative che hanno dato inizio al progetto migratorio iniziale cambiano e aumentano costantemente. Di conseguenza, il momento del ritorno viene continuamente procrastinato, con grave sofferenza per le relazioni familiari che vengono vissute a distanza, nei brevi ritagli di tempo disponibili, o addirittura “congelate”. Questi fattori espongono le assistenti familiari ad alti livelli di stress che, se non accompagnati o prevenuti, rischiano di portare a situazioni di grave emarginazione sociale oltre che a gravi difficoltà relazionali nel luogo di lavoro, come già alcuni servizi del pubblico e del privato sociale hanno riscontrato negli ultimi anni. 5 2. Obiettivi e metodologia di intervento L’obiettivo dell’azione è stato quello di accompagnare le assistenti familiari nella conciliazione del loro tempo di lavoro con il loro tempo personale e con la famiglia a distanza attraverso la promozione di percorsi di benessere psico-sociale e di cittadinanza sul territorio. Affinché l’intervento rivolto alle assistenti familiari non rimanesse isolato ma potesse sperimentare un’integrazione con i servizi di cura della città rivolti alle famiglie, Soleterre ha stretto un accordo con il servizio CuraMI del Comune di Milano, gestito dalla Cooperativa Eureka. Si sono così voluti accompagnare tre aspetti rilevanti per gli obiettivi di progetto: - integrare le competenze e le risorse di CuraMi (intermediazione lavorativa tra assistenti familiari e famiglie) con quelle offerte da Soleterre attraverso il progetto (accompagnamento psico-sociale di gruppo alla conciliazione lavorativa e familiare per l’integrazione con i cittadini di Milano), rafforzando il lavoro di rete che in questi anni il Comune di Milano si è impegnato a favorire nelle diverse politiche per la città tra il settore pubblico e privato; - contribuire alle politiche di cura della città grazie anche al sistema di monitoraggio e valutazione curato da IRS, facendo emergere i principi di buone prassi contenuti nell’esperienza, confrontandosi con altre prassi locali ed europee; - promuovere la cittadinanza e le competenze professionali e trasversali delle assistenti familiari, attraverso una presa in carico integrata della dimensione lavorativa e della dimensione socio-familiare del loro percorso migratorio, attivando risorse sopite e poco valorizzate dalle assistenti. La progettazione dello spazio di ascolto e di cura delle assistenti familiari si è basato su due assunti principali: 1- spazio coprogettato con le assistenti familiari, per costruire fin dall’inizio una solida adesione agli obiettivi di progetto, rispondere a bisogni reali, attivare competenze specifiche e/o trasversali spesso ignorate o poco valorizzate dalle assistenti familiari stesse. 2- spazio inteso come luogo di espressione, inclusione e benessere psico-sociale per assistenti familiari che hanno difficoltà a ritagliarsi spazi di tempo per sé, per sostenerle nel ridefinire il confine degli ambiti della loro vita personale, nelle relazioni con gli assistiti in Italia e con i figli e le famiglie nel Paese di origine. E’ a partire da una migliore espressione e definizione dell’identità individuale e sociale, infatti, che si ritiene di poter aiutare le assistenti familiari a meglio delimitare lo spazio ed il tempo da dedicare alla famiglia e al lavoro, così da conciliare meglio le due dimensioni. 6 3. La realizzazione della sperimentazione La progettazione del servizio è cominciata negli ultimi mesi del 2014. Soleterre, insieme ad IRS, ha definito i criteri di selezione del gruppo target. Si sono volute coinvolgere esclusivamente donne straniere impiegate come assistenti familiari (fisse o a giornata) con tutta o una parte di famiglia nel Paese di origine. Questa scelta è stata dettata dal fine di monitorare un target omogeneo che rispondesse agli obiettivi di progetto, cioè accompagnare la conciliazione del tempo di lavoro e per la famiglia delle donne con la famiglia a distanza. Per ulteriori approfondimenti sulla costruzione del campione si rimanda alla seconda parte di questo rapporto dedicata alla valutazione. In questa fase si anticipa solo che da una lista iniziale di circa 350 potenziali beneficiarie, estrapolata prevalentemente dalla bancadati dello Sportello Badanti del Comune di Milano (progetto CuraMI), si è arrivati a individuare un target finale di 46 donne, impiegate come assistenti familiari (fisse o a giornata), con tutta o parte della famiglia al Paese di origine. Ventinove donne di questo gruppo hanno partecipato alla sperimentazione, mentre le altre sono state coinvolte nel gruppo di controllo, utile ai fini della valutazione del percorso. Si è trattato di un collettivo con una distribuzione abbastanza bilanciata per quel che riguarda le provenienze geografiche (e quindi dei relativi modelli migratori): metà provenienti da Paesi del Sud America (Perù, Ecuador e Bolivia) e l’altra metà da Paesi dell’ex Urss (Ucraina, Georgia, Russia e Moldavia), nonché singole donne da Costa d’Avorio, Sri Lanka ed Eritrea. Lo spazio di ascolto e di cura è stato progettato e coordinato grazie ad uno staff multidisciplinare composto da un counselor del lavoro che ha coordinato l’azione, una psicologa e un’antropologa. Questo ha favorito un’attenzione integrata alle diverse dimensioni della vita e del lavoro delle assistenti familiari. La sperimentazione è durata 4 mesi e ha visto la realizzazione di 13 incontri nelle giornate di sabato pomeriggio. I primi incontri hanno contribuito a costruire l’appartenenza di gruppo e a condividere con le donne gli obiettivi e la progettazione delle attività. In particolare, attraverso un’intensa attività di brain storming ed esplicitazione dei bisogni e delle aspettative, sono state individuate 3 aree tematiche di attenzione: Prima area tematica: cura degli aspetti relazionali sociali del gruppo per favorire dinamiche di fiducia e di auto-aiuto, di benessere e di svago, aspetti fondamentali per la “decontaminazione” dal ruolo lavorativo, come abbiamo visto, pervadente. A questo scopo sono state programmate: gite e visite per favorire la conoscenza del contesto di accoglienza e offrire alle donne opportunità di “riconoscimento sociale” e di protagonismo attraverso esperienze di tipo culturale da cui si erano sempre sentite escluse o ai margini (es. prove alla Scala, pomeriggio del FAI, visita di alcuni luoghi significativi della città); attività ludiche, di espressione artistica, corporea e di rilassamento per favorire una diversa e più completa percezione di loro stesse e delle loro esigenze e possibilità anche fisico/corporee: 7 o l’espressione di sé e la condivisione di vissuti emozionali spesso negati o “congelati”; o il recupero di vissuti ed esperienze di gioco e di divertimento finalizzati a controbilanciare un tempo di vita e di lavoro percepito sempre come estremamente “pesante”; o un uso del corpo “inedito” per le assistenti familiari, essendo spesso troppo dedicato ai gesti della cura. Seconda area: esplorazione dei diritti del lavoro e della migrazione e delle opportunità offerte dai servizi territoriali a sostegno dei migranti e dei loro bisogni. A questo scopo sono stati organizzati momenti di riflessione di gruppo sulle questioni che risultavano dubbie, ostiche o sconosciute, stimolando le donne ad uno sforzo di consapevolezza, espressione e sintesi dei loro bisogni informativi. Ciò ha portato alla formulazione di quesiti chiari cui si è data risposta con modalità diverse ma sempre partecipate attraverso: la realizzazione di un video sui diritti del lavoro; l’incontro/confronto con un esperto; la ricerca di gruppo dei servizi territoriali preposti alla soddisfazione di alcuni bisogni fondamentali e di cittadinanza (lavoro, casa, scuola, sanità). Queste modalità si sono rivelate potenti strumenti di empowerment, in grado di alimentare fiducia nelle capacità delle donne di esprimersi in modo chiaro e di trovare risposte non solo per loro stesse, ma anche per altre donne impossibilitate a partecipare al gruppo. Le informazioni sono state infatti raccolte in due autoproduzioni, il video e l’opuscolo informativo sui servizi e i diritti. Terza area: esplorazione e riconciliazione con la loro storia ed esperienza nel Paese di provenienza e nel Paese di accoglienza, rispetto alle loro relazioni significative: con i figli e altri famigliari, l’assistito e la sua famiglia, altre reti relazionali. Su quest’area è stata posta un’attenzione trasversale a tutti gli incontri, trattandosi di un ambito molto personale e sensibile. Sono stati dedicati almeno 4 incontri e l’uso di modalità espressive anche non verbali perché questa area tematica potesse essere esplicitata nelle sue articolazioni. Il tema della relazione con l’assistito e con le famiglie datrici di lavoro è emerso fin dal principio ed è stato più volte argomento di scambio e confronto nei suoi diversi aspetti giuridico, relazionale e affettivo. La relazione con i figli e le famiglie left behind ha invece incontrato resistenze. Per questo motivo il tema è stato avvicinato in modo graduale, ricorrendo anche all’uso dell’espressione artistica, stimolando la riflessione attraverso l’utilizzo di spezzoni di video e film, di giochi di immedesimazione, rispecchiamento e empatia o di giochi motori dal particolare significato simbolico. L’apertura di un gruppo sul social network FaceBook è stato infine l’occasione di condividere anche con i familiari le esperienze del gruppo. A caratterizzare l’intero percorso è stata una metodologia che ha privilegiato un approccio esperienziale, attraverso la proposta di un ambiente preparato con cura, dove trovare i materiali e gli strumenti di approfondimento e la guida attenta di conduttrici che hanno osservato, accompagnato, stimolato, ma mai si 8 sono sostituite. Questo ha fatto sì che le acquisizioni e le consapevolezze non siano avvenute solo attraverso il passaggio di nozioni e informazioni, ma soprattutto in virtù di esperienze vissute direttamente. Ogni incontro ha avuto un tema dominante che si è sempre intrecciato con aspetti di svago, benessere e cura delle relazioni del gruppo, attraverso un’attenzione costante all’accoglienza, supportata ogni volta dalla proposta di una merenda a buffet cui pian piano anche le donne hanno dato il loro contributo. Le donne hanno reagito con una partecipazione inizialmente discontinua, a causa della priorità data sempre agli impegni lavorativi, che poi si è trasformata in una presenza assidua, calda, partecipata e che si è aperta all’accoglienza di nuove partecipanti arrivate tramite il passaparola. A conclusione della sperimentazione, in accordo con il servizio CuraMi, questa esperienza contribuisce ad aggiornare il profilo e il curriculum delle assistenti familiari registrate nel database dello sportello, essendo stato considerato un percorso formativo significativo in termini di rafforzamento delle competenze trasversali e relazioni delle donne. Il quadro sinottico delle attività realizzate Programma degli incontri Attività e metodi utilizzati Costituzione del gruppo (1/2/2015) Presentazione del progetto e dei soggetti coinvolti. Attività rompighiaccio di riscaldamento corporeo con musica. “Lo specchio”: una conduttrice propone dei movimenti che le partecipanti devono ripetere a specchio. Presentazione delle partecipanti e avvio della costruzione del gruppo con attività ludica: a coppie si raccontano l’una all’altra e dicono 2 verità e una bugia. Ognuna presenta la partner al gruppo, in plenaria, e chiede di indovinare la bugia. Divisione del gruppo in sottogruppi che lavorano su bisogni, desideri, aspettative Saluti con gioco motorio a specchio stimolato dalle partecipanti. Coprogettazione del percorso: condivisione bisogni, aspettative e proposte (7/2/2015) Attività rompighiaccio musicale. “Jam session”: ogni donna sceglie una percussione e propone un ritmo cui il gruppo pian piano si sintonizza. Nuovo gioco di presentazione per approfondire la conoscenza. “Il cesto degli oggetti”: sedute in cerchio, al centro un cesto di oggetti vari, ognuna sceglie quello che ritiene meglio la rappresenti e spiega al gruppo il perché. Ripresa del lavoro di identificazione di bisogni, desideri, aspettative, attraverso l’espressione grafico/pittorica e presentazione dei disegni al gruppo. Divisione di bisogni, desideri, aspettative in macro categorie. Saluti con ripresa della jam session. Consolidamento del gruppo intorno alla proposta (14/2/2015) Lavoro sulla coesione di gruppo e le relazioni, approfittando della festa di San Valentino. Attività rompighiaccio: a cerchio tutte per mano e ad occhi chiusi vanno verso il centro aggrovigliandosi, cercando poi di sgrovigliarsi. Gioco di empatia emotiva: riconoscere le emozioni rappresentate in alcune foto e riprodurle con l’espressione del viso e del corpo. Le altre sono invitate a coglierle e assumerle a loro volta. Quando tutti i membri del gruppo rappresentano l’emozione in oggetto, il soggetto nominato dice di che emozione si trattava. 9 Lavoro a coppie di ascolto emotivo: per un minuto si guardano negli occhi restituendosi poi quello che hanno provato e percepito. Attività motoria: ballo a coppie con aumento progressivo del contatto, dallo sguardo all’abbraccio. Esercizio di Patch Adams “gli abbracci”: a coppie si abbracciano per due minuti o più e condividono le emozioni generate. Saluti e ripetizione esercizio groviglio. Diritti del lavoro, di immigrazione e cittadinanza I: incontro di progettazione (28/2/2915) Attività rompighiaccio: ognuna si presenta al gruppo con un gesto e il gruppo ripete lo stesso gesto. Questo esercizio simbolicamente ripropone il tema dell’empatia promosso durante l’incontro precedente, offrendo a tutte l’opportunità di esprimersi liberamente attraverso modalità non verbali rispecchiandosi nel gruppo. Lavoro sui diritti: sottogruppi di brainstorming su questioni poco chiare relative a diritti del lavoro, della migrazione, di cittadinanza. Una portavoce le espone in plenaria e il gruppo contribuisce ad integrare, arricchire, chiarire meglio le domande. Queste verranno utilizzate negli incontri successivi per realizzare un video e per avviare delle ricerche di approfondimento con aiuto di esperti. Gioco del “mi faccio sostenere”. Saluti con abbracci a catena. Diritti del lavoro, di immigrazione e cittadinanza II: raccolta delle domande (7/3/2015) Riprese video delle domande sui diritti, in contemporanea attività graficoespressiva di rappresentazione delle abitazioni del Paese di provenienza. Discussione delle attività precedenti e delle rappresentazioni pittoriche. Festa della donna e scambio sulle celebrazioni al Paese. Saluti con abbraccio a sandwich. In giro per la città alla scoperta di nuovi luoghi di cultura e socialità (14/3/2015) In giro per la città: autogestione di gruppo (21/3/2015) Incontro autonomo tra le donne: in concomitanza con le giornate FAI, le donne si incontrano eleggendo una referente e coordinatrice di gruppo e visitano con il FAI una chiesa. Svago e conoscenza luoghi significativi della città. Ingresso al teatro La Scala per le prove de La Carmen. Gita turistica per la città. Foto ricordo e calciobalilla in piazza. Diritti del lavoro, di immigrazione e cittadinanza III: video diritti lavoro e incontro (28/3/2015) I servizi del territorio: mappe di gruppo I (11/4/2015) Lavoro in sottogruppi sui servizi per il lavoro con relative mappatura a cartina. Restituzione al gruppo della cartina tematica e dei servizi individuati. Festeggiamento della Pasqua e saluti. I servizi del territorio: mappe di gruppo II (18/4/2015) Presentazione nuove arrivate Esercizio di rilassamento (consapevolezza della respirazione e del corpo con approccio energetico) per scaricare il profondo carico emotivo che la condivisione delle esperienze personali sulla migrazione e il lutto genera Attività motoria. “Macchina umana lava-persone”: ogni donna è invitata a passare attraverso l’autolavaggio umano. In questo percorso la donna viene ripulita da dolori e carichi negativi. Restituzione sulle due giornate di attività esterne. Visione del video autoprodotto in risposta alle domande sui diritti del lavoro. Incontro con esperta sul diritto dell’immigrazione. Ringraziamento e saluti. 10 Lavoro in sotto-gruppi (uno sui servizi socio-sanitari e abitativi e l’altro sul riconoscimento dei titoli di studio), restituzione al gruppo della cartina tematica creata da ogni gruppo. Ringraziamento e saluti con Macchina umana coccole/lava-persone in uscita. L’esperienza migratoria, le relazioni con il Paese di origine (famiglie) e con il Paese di accoglienza (famiglie degli assistiti) 25/4/2015 Io e la mia esperienza migratoria: i miei punti forti 2/5/2015 Conclusione del percorso e valutazione 9/5/2015 Gioco motorio di coppia: sedersi e alzarsi da terra schiena contro schiena, agganciate per le braccia. Incontro dedicato all’analisi dell’esperienza migratoria dal Paese di origine (partenza, viaggio, arrivo e ritorno) al Paese ospitante (ruolo lavorativo e relazioni con familiari al Paese). Discussione sull’esperienza migratoria, la relazione con le famiglie di origine e sul lavoro e la relazione con le famiglie assistite a partire da stimoli video. Statue viventi sulla tematica. Ringraziamenti e gioco con cumuli di mani: ogni donna in sequenza appoggia la mano su quella dell’altra e pronuncia una parola ritenuta importante rispetto al lavoro della giornata. Alla fine si rilanciano tutte le mani insieme verso l’alto urlando. Incontro al parco Sempione per pic nic sul prato. Gioco “Io sono” con nome associato ad un aggettivo; Gioco “Mi piaccio perchè...” e le altre donne del gruppo si posizionano spazialmente, vicino o lontano, nella misura in cui anche loro condividono l’aspetto evidenziato; Gioco “Cartina del mondo”: utilizzando il suolo come una cartina geografica si chiede alle partecipanti di disporsi dapprima secondo il Paese di provenienza, poi di collocarsi geograficamente nel Paese dove vorrebbero andare per un viaggio, infine di collocarsi in un Paese dove gli piacerebbe andare a vivere per un anno. Massaggio reciproco a cerchio. Esplorazione attività inaugurazione EXPO. Accoglienza con merenda speciale di chiusura. Esercizio rompighiaccio. “Il saluto”: camminando sparse per lo spazio e a turno si propone una modalità di saluto con la prima persona che si incrocia (come un soldato, come vecchi amici, come damine ecc.). Visione di presentazione foto che ripercorrono il percorso fatto insieme. Valutazione percorso attraverso attività col “gomitolo dei pensieri e dell’esperienza”: riflessione collettiva sul senso del percorso giunto al termine a partire da alcune domande sui bisogni ed eventuali cambiamenti generati a livello personale, lavorativo, relazionale. Le donne si devono esprimere una alla volta passando poi il testimone attraverso il lancio di un gomitolo alla successiva compagna creando così simbolicamente un intreccio di pensieri ed esperienze che le lega. In contemporanea le parole delle donne verranno annotate per arrivare, come da loro richiesto, alla redazione di una lettera condivisa finalizzata a chiedere il prosieguo dell’esperienza. Questionario di valutazione. Saluti e distribuzione booklet informazioni e servizi, attestato e foto di gruppo. 11 Parte II LA VALUTAZIONE DEL PERCORSO 1. Premessa metodologica La metodologia di valutazione adottata ha previsto la formazione di un gruppo sperimentale composto dalle lavoratrici che hanno partecipato agli incontri, e da un gruppo di controllo formato da assistenti interessate alle attività sperimentali, ma impossibilitate a parteciparvi. L’obiettivo di questa suddivisione è mettere a confronto i due gruppi rispetto al cambiamento intervenuto fra l’inizio e la fine della sperimentazione su alcuni aspetti specifici, per “misurare” quanto fosse riconducibile alle attività sperimentali. A tutte le assistenti è stato sottoposto un questionario iniziale ed uno a conclusione del percorso sperimentale (dopo quattro mesi) volto a registrare i cambiamenti. L’esiguità del campione e il tempo tutto sommato ridotto fra la prima somministrazione e la seconda (gennaio-maggio 2015) fanno sì che il risultato non possa essere considerato rappresentativo. Esso, tuttavia, offre spunti di riflessione importanti. Il target è stato costruito a partire dal database fornito dallo Sportello Badanti del Comune di Milano (progetto CURAMI). A partire da un campione di 338 donne straniere attive, con famiglia, sono state selezionate 96 donne occupate, cittadine extra-UE, con tutta o parte della famiglia residente all’estero. Di queste hanno risposto in 86. Alcune di loro non risultavano più occupate, altre non hanno dato la disponibilità. Al campione originale sono state aggiunte 9 donne presenti nel database dello sportello di Soleterre. Alla fine, 21 donne hanno aderito alla sperimentazione frequentando del tutto o in parte gli incontri organizzati nell’ambito del progetto (gruppo sperimentale) e 17 pur essendo interessate alla proposta hanno dichiarato di non poter partecipare per mancanza di tempo, ma si sono rese disponibili per le interviste (gruppo di controllo). Al gruppo di sperimentazione si sono aggiunte altre 8 donne, coinvolte attraverso il passaparola dalle assistenti frequentanti. In totale le lavoratrici che hanno preso parte alle attività progettuali nel gruppo di controllo e in quello di sperimentazione sono 46 (tabella 1). Tabella 1 – Le assistenti che hanno preso parte alle attività progettuali Assistenti familiari N Coinvolte nel gruppo di sperimentazione 29 Coinvolte nel gruppo di controllo 17 Totale 46 12 Si tratta di un numero contenuto, a fronte della mole di contatti, che testimonia della grande difficoltà di queste donne nel ritagliarsi del tempo per sé. Anche coloro che hanno preso parte ai due gruppi hanno manifestato la “fatica” di partecipare: le assistenti del gruppo di sperimentazione frequentando gli incontri in maniera piuttosto irregolare e le lavoratrici del gruppo di controllo faticando a trovare il tempo per essere intervistate. Alle assistenti dei due gruppi è stato sottoposto un questionario strutturato, con domande prevalentemente chiuse, all’inizio e alla fine della sperimentazione. Le donne che hanno preso parte alle attività sperimentali hanno compilato il questionario in autonomia, sotto la guida delle conduttrici, durante il primo e l’ultimo degli incontri; le lavoratrici del gruppo di controllo sono state intervistate telefonicamente nei giorni e agli orari più confacenti per loro (spesso di domenica). Nel complesso, 37 assistenti hanno compilato i questionari, di cui 5 solo il primo e 5 solo il secondo. I temi indagati riguardano alcuni aspetti socio-demografici, la condizione occupazionale, abitativa, e familiare, il rapporto con l’assistito/a e i suoi familiari, le relazioni sociali, la comunicazione con figli e i familiari all’estero, il tempo libero e l’uso dei servizi, la conoscenza dei propri diritti, la soddisfazione per vari aspetti della vita. 2. Lavoro, famiglia, vita personale: un identikit delle assistenti familiari Le donne coinvolte nel gruppo sperimentale e in quello di controllo provengono soprattutto dal Sud America (53%), in particolare da Perù, Ecuador e in misura minore Bolivia, e dai Paesi dell’Europa dell’Est (41%), più precisamente dall’Ucraina, ma anche Georgia, Moldavia e Russia. Sono molto limitate le assistenti provenienti da Paesi africani (6%, da Costa d’Avorio ed Eritrea). Si tratta di donne che hanno fra 38 e 60 anni, con un età media di 50 anni. La maggior parte di esse è separata/divorziata (38%), ma non mancano le donne sposate (31%) o nubili (25%), mentre è contenuta la presenza di vedove (6%). La quasi totalità ha figli (91%). Il tempo di residenza in Italia varia da un minimo di 4 ad un massimo di 22 anni, con un valore medio di 12 anni. In ragione di questo lungo periodo di permanenza, la metà delle donne intervistate è titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo, mentre la parte restante ha un normale permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Al momento dell’intervista, la stragrande maggioranza delle assistenti era occupata full-time presso una sola famiglia e in qualche caso per più di una famiglia (81%), alcune assistenti risultavano lavorare a tempo parziale (13%) e due erano disoccupate da breve tempo (6%). 13 L’autonomia abitativa Oltre la metà delle donne intervistate vive in casa dell’anziano assistito (60%). Di queste, 7 donne su 10 dispongono di una stanza per sé e 9 su 10 possono uscire da casa liberamente durante il tempo di riposo. In realtà, si tratta spesso di una libertà solo “formale”. Durante gli incontri del gruppo di sperimentazione è emerso che, di fatto, le assistenti sono talmente assorbite dalle richieste degli anziani e dei loro parenti da dare la priorità al lavoro anche durante il loro (poco) tempo libero. Per esempio, diverse assistenti hanno saltato alcuni incontri perché proprio quel giorno l’assistito non stava particolarmente bene e non potevano lasciarlo, altre hanno avuto difficoltà a rispettare gli orari degli incontri perché non hanno potuto concordare degli aggiustamenti con l’anziano e/o i suoi familiari. Le assistenti familiari che risiedono autonomamente (40%) si dividono equamente fra quante vivono con il proprio compagno (in un caso con il marito ricongiunto), e quante abitano con altre persone (parenti, amiche o altri) condividendo con esse il costo dell’alloggio. La prossimità residenziale ai familiari Il 60% delle assistenti familiari intervistate ha dei familiari a Milano o nelle vicinanze. Quasi nella metà dei casi è presente in città una sorella dell’intervistata, a testimonianza di una emigrazione al femminile. Gli altri parenti sono cugine/i, cognate/i, zie e nipoti. La quasi totalità delle assistenti familiari ha figli (91%), in larga parte uno o due (mediamente 1,83 a testa). Fra le assistenti madri, tutte hanno almeno un figlio al Paese d’origine. Si tratta di giovani di età compresa fra 11 e 40 anni. I figli in Italia (4 casi) hanno fra i 22 e i 29 anni, si tratta soprattutto di femmine. Il 31% delle madri ha figli minori: nessuna li ha con sé in Italia. I bambini e i ragazzi che vivono al Paese d’origine hanno fra 11 e 17 anni, risiedono con i nonni, il papà o qualche zia/zio. Le relazioni familiari a distanza Le assistenti familiari intervistate comunicano frequentemente con i propri figli all’estero attraverso il telefono, in assoluto il mezzo più utilizzato (vi ricorre il 97% delle intervistate). È abbastanza diffuso anche l’uso delle videochiamate tramite Skype (52%) e dello scambio di messaggi e foto attraverso Facebook (45% delle assistenti) (tabella 2). Diverse lavoratrici, in proposito, hanno sottolineato che le nuove tecnologie legate all’introduzione degli smartphones collegati a internet hanno decisamente migliorato la qualità della comunicazione a distanza rispetto ad alcuni anni fa. Diverse assistenti hanno anche evidenziato che i costi si sono abbassati. 14 Tabella 2 Mezzo di comunicazione utilizzato con i figli e con gli altri familiari all’estero (più risposte possibili; valori percentuali) Telefono Figli % si 96,6 Altri familiari % si 93,8 Skype 51,7 40,6 Facebook 44,8 34,4 E-mail 24,1 15,6 Posta 3,4 3,1 Invio di denaro 79,3 56,3 Invio di pacchi 72,4 34,4 Sfiora l’80% la quota di assistenti che ha dichiarato di inviare periodicamente denaro ai propri figli, con una frequenza temporale variabile, mentre il 72% ha dichiarato di inviare loro dei pacchi (in alcuni casi contenenti beni alimentari di prima necessità, meno costosi che in patria). Il 90% delle assistenti ha affermato di non avere difficoltà a comunicare con i propri figli all’estero. La soddisfazione per i contatti è piuttosto buona: il 55% si dichiara abbastanza soddisfatto e il 35% molto soddisfatto delle comunicazioni con i figli all’estero. Vi è tuttavia una parte minoritaria di lavoratrici (10%) poco soddisfatta dei contatti, che ritiene di avere difficoltà di comunicazione legate prevalentemente al costo. La comunicazione con gli altri familiari avviene ricorrendo agli stessi canali utilizzati con i figli, sebbene sia inferiore di circa il 10% l’utilizzo di Skype, Facebook e delle e-mail; risulta decisamente più contenuto l’invio di denaro e di pacchi. Il livello di soddisfazione per i contatti con gli altri familiari al Paese d’origine è piuttosto simile. Quanto riescono a fare ritorno a casa le assistenti familiari? A fonte di una permanenza media in Italia di circa 12 anni, le intervistate sono tornate a casa circa 5 volte: questo significa che sono tornate al Paese d’origine in media 2 volte ogni 5 anni. Va precisato che il tempo trascorso senza ritornare a casa tende ad accumularsi all’inizio del soggiorno in Italia, soprattutto quando le assistenti sono irregolarmente soggiornanti. Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, i rientri tendono ad assumere una cadenza regolare, spesso annuale. Tabella 3 – Assistenti familiari per numero di ritorni a casa ogni 5 anni, in classi (valori percentuali) Numero di ritorni a casa ogni 5 anni in Italia Nessuno 12,9 Meno di 2 58,1 % Più di 2 29,0 Totale 100,0 15 Quali sono i principali ostacoli al ritorno periodico a casa? In primo luogo il costo del viaggio, in alcuni casi inteso anche come mancato guadagno (indicato dal 56% delle intervistate), in secondo luogo i contrasti con il datore di lavoro sui giorni di ferie (25%) e in misura minore sono state segnalate le difficoltà burocratiche (15,6%). Va precisato che il 28% delle assistenti non ha segnalato alcun tipo di ostacolo (tabella 4). Tabella 4 – I principali ostacoli al ritorno periodico al Paese d’origine (più risposte possibili; valori percentuali) Tipo di ostacolo % si Il costo del viaggio 56,2 I contrasti con il datore di lavoro sui giorni di ferie 25,0 Le difficoltà burocratiche (visti, passaporto, ecc.) 15,6 Durante gli incontri è emerso come per alcune donne, nonostante siano trascorsi numerosi anni, il ritorno a casa rappresenti ancora solo un desiderio e un sogno; altre, invece, hanno raccontato la gioia e allo stesso tempo il sentirsi un po’ “straniere” anche una volta tornate a casa, a causa della difficoltà di riconoscere ed essere riconosciute e del cambiamento dei luoghi un tempo familiari (mutati anche grazie alla migliorata situazione economica a cui loro stesse hanno contribuito). Il tempo libero e l’uso dei servizi I servizi più utilizzati dalle assistenti intervistate sono quelli sanitari (medico di base, medici specialisti, ecc.): oltre il 90% vi ha fatto ricorso da quando vive in Italia. In secondo luogo vi sono i servizi bancari (conto corrente, carte prepagate con iban, ecc.), cui ricorre il 78% delle intervistate. È parecchio diffuso anche l’uso di servizi pubblici di utilità sociale come quelli per trovare lavoro e per avere accesso alla casa (72%). Va tuttavia precisato che questo dato si lega al fatto che moltissime assistenti intervistate sono iscritte allo Sportello Badanti del Comune di Milano, che svolge attività di incrocio domanda/offerta di lavoro privato di cura. La metà delle assistenti ha fatto ricorso anche a servizi di sindacati o associazioni di categoria, spesso per il rinnovo del permesso di soggiorno o per avere assistenza fiscale (patronato). Quattro assistenti su 10 hanno anche usufruito di servizi formativi. Meno di 1 lavoratrice su 10 ha stipulato polizze assicurative, in ragione del numero limitato di quante dispongono di un casa propria e di una macchina (tabella 5). 16 Tabella 5 – Tipo di servizio utilizzato da quando le assistenti risiedono in Italia (più risposte possibili; valori percentuali) Servizi % si Sanitari (medico di base, medici specialisti, ecc.) 93,8 Bancari (conto corrente, carte prepagate con iban, ecc.) 78,1 Servizi sociali (per il lavoro, la casa, ecc.) 71,9 Servizi di sindacati / associazioni di categoria 50,0 Corsi di formazione (per assistenti familiari, di lingua, ecc.) 40,6 Assicurativi (sull’auto, sulla casa, salute, ecc.) 9,4 Nel poco tempo libero a disposizione, a quali attività ed eventi hanno preso parte queste donne? Il luogo più frequentato è senza dubbio la chiesa/parrocchia: quasi 9 su 10 vi si sono recate almeno una volta nel corso dell’ultimo anno (tabella 6). In secondo luogo ci sono ristoranti e pizzerie (65% delle intervistate), seguite da mostre e musei (34%). Più limitata la frequentazione di cinema, palestre e concerti (circa 2 assistenti su 10) e di teatri, spettacoli sportivi e centri benessere (circa 1 su 10). Nel complesso, le assistenti che nel corso degli ultimi 12 mesi hanno frequentato almeno una volta tre o più tipi di eventi/luoghi di svago e cultura sono il 47%, quota che si riduce al 25% se escludiamo la chiesa/parrocchia. Tabella 6 – I luoghi e gli eventi frequentati almeno una volta negli ultimi 12 mesi, durante il tempo libero (più risposte possibili; valori percentuali) Luogo/evento % si Chiesa / parrocchia 87,5 Ristoranti / pizzerie 65,6 Musei / mostre 34,4 Cinema 21,9 Palestra 18,8 Concerti 18,7 Teatro 9,4 Spettacoli sportivi (partite, ecc.) 9,4 Spa, centro benessere, sauna, ecc. 9,3 La maggioranza delle assistenti familiari intervistate ha dichiarato di aver frequentato regolarmente, nel corso dell’ultimo anno, amici, parenti o conoscenti in Italia (84,4%). Si tratta di un dato per certi versi sorprendente, che va letto considerando che le assistenti interpellate lavorano da parecchi anni in Italia e che molte di esse (60%) hanno parenti che lavorano in città. Gli incontri si sono svolti prevalentemente a casa di 17 altri e in luoghi come bar, ristoranti ecc. Molto limitata la quota di assistenti che ha ricevuto amici e parenti a casa propria (6%), in ragione del fatto che la maggior parte di esse corisiede con il datore di lavoro. Infine, abbiamo indagato due aspetti importanti in grado di impattare sulla qualità della vita e sulle relazioni sociali delle assistenti familiari: la conoscenza dei propri diritti di lavoratrice e delle procedure per il ricongiungimento familiare. Il risultato non è confortante: ben il 47% delle intervistate ha dichiarato di non conoscere o di conoscere poco i suoi diritti di lavoratrice, percentuale che sale al 75% in riferimento alle procedure per il ricongiungimento familiare. La soddisfazione e il futuro Quanto le donne intervistate sono soddisfatte degli aspetti della propria vita legati alle relazioni sul lavoro e al di fuori di esso? A sorpresa, la relazione mediamente più soddisfacente è quella con l’assistito (con un punteggio medio di 8,1 su una scala da 0 a 10), seguita da quella con i familiari dell’anziano/a (7,8) e dalle relazioni sociali al di fuori del lavoro, in Italia (7,4) (tabella 6). Le relazioni “vicine” – ossia quelle che avvengono qui e ora – sembrano essere vissute meglio di quelle “lontane”, più dolorose (diverse assistenti non hanno saputo rispondere alle domande riguardanti il rapporto con i loro figli). Se la vicinanza emotiva verso i familiari all’estero è piuttosto sentita (punteggio di 6,9), quella per i figli diminuisce (6,3). Molte hanno sottolineato il dispiacere per una lontananza che fa soffrire (“La vorrei più vicina”, “Vorrei essergli sempre vicina, vorrei stare là”, “Li sento vicini, ma mi mancano tanto. Sento un vuoto”). Tabella 6 – Il livello di soddisfazione per vari aspetti della vita (scala da 0 a 10; valore minimo, massimo e medio) Aspetto indagato Minimo Massimo Media Relazione con l’anziano assistito 3 10 8,1 Relazioni con i parenti dell’anziano 2 10 7,8 Relazioni sociali fuori dal lavoro, in Italia 0 10 7,4 Vicinanza emotiva ad altri familiari all’estero 1 10 6,9 Soddisfazione per la Sua vita in generale 0 10 6,5 Vicinanza emotiva ai figli all’estero 1 10 6,3 Partecipazione alle scelte riguardanti i figli all’estero 0 9 6,3 Qualità e quantità del tempo dedicato a se stessa 0 10 5,8 Interrogate in merito alla partecipazione alla vita e alla crescita dei figli (che ha ottenuto un punteggio medio di 6,3) diverse lavoratrici hanno preferito non rispondere, anche adducendo che i figli sono ormai adulti, con famiglia, e che prendono le proprie decisioni in autonomia. Nel complesso l’aspetto più insoddisfacente riguarda il tempo dedicato a sé stesse (punteggio medio di 5,8). 18 Per quanto tempo pensano di rimanere ancora in Italia? La metà delle intervistate pensa di trattenersi meno di 10 anni (di queste, oltre la metà vorrebbe rimanere solo altri 2 o 3 anni); vi è poi una parte che immagina di rimanere più di una decina d’anni (15,6%), mentre una minoranza intende rimanere per sempre (12,5%). Circa 2 donne su 10 non hanno saputo rispondere. Fra le assistenti con figli minori (9), la maggioranza (5) non è intenzionata a chiedere il ricongiungimento familiare. 3. Dopo la sperimentazione Come è cambiata la situazione delle assistenti a quattro mesi dalla prima intervista? Alle assistenti del gruppo sperimentale e di quello di controllo abbiamo sottoposto un questionario strutturato a domande chiuse. In primo luogo abbiamo riproposto i temi oggetto dell’analisi di soddisfazione chiedendo alle assistenti se la situazione fosse peggiorata, rimasta uguale o migliorata; abbiamo poi indagato se le loro conoscenze in tema di diritto del lavoro e dell’immigrazione – due temi affrontati durante il percorso – fossero rimaste uguale o aumentate; abbiamo anche chiesto di valutare il cambiamento nella conoscenza e nell’uso dei servizi e degli spazi ricreativi e culturali della città. Infine, abbiamo dato voce alle assistenti del gruppo sperimentale per quanto riguarda la loro esperienza di partecipazione agli incontri organizzati nell’ambito del progetto. L’analisi che proponiamo si basa su 32 questionari, e per tale motivo il risultato non può essere considerato rappresentativo. Nonostante questo, l’esito ci pare meritevole di attenzione. La discussione dei risultati è arricchita dalle osservazioni delle professioniste che hanno condotto il gruppo di lavoro durante i 13 incontri1 e dal materiale prodotto dalle stesse partecipanti. Il cambiamento delle relazioni e del tempo per sé Relazioni sul lavoro, rapporti sociali, vicinanza emotiva ai figli e agli altri familiari, tempo per sé e soddisfazione per la propria vita. A conclusione del percorso sperimentale, questi aspetti sono peggiorati, rimasti uguali o migliorati? La differenza di risposta fra il gruppo di sperimentazione e quello di controllo è netta: le lavoratrici che hanno partecipato agli incontri mostrano un miglioramento in misura decisamente superiore alle assistenti che non hanno preso parte alle attività (tabella 7). 1 Alice Baroni (psicologa) e Alice Sophie Sarcinelli (antropologa) con il coordinamento di Elena Zucchetti. 19 Tabella 7 Assistenti che hanno riferito un miglioramento di vari aspetti della loro vita, per tipo di gruppo (valori percentuali) Relazioni sociali fuori dal lavoro, in Italia Gruppo di sperimentazione 82,4 Gruppo di controllo 20,0 Quantità del tempo dedicato a se stessa 81,3 14,3 Soddisfazione per la Sua vita in generale 76,5 0,0 Qualità del tempo dedicato a se stessa 75,0 14,3 Relazione con l’anziano assistito 60,0 7,7 Vicinanza emotiva ad altri familiari all’estero 58,8 6,7 Relazione con i parenti dell’anziano 56,3 16,6 Vicinanza emotiva ai figli all’estero 53,8 6,7 Aspetto indagato Le lavoratrici del gruppo di sperimentazione riferiscono in larghissima parte un miglioramento per gli aspetti della propria vita inerenti le relazioni sociali al di fuori del lavoro (82%), il tempo dedicato a sé stesse in termini di quantità (81%) e di qualità (75%), e la soddisfazione per la propria vita in generale (76%). Rispetto a quest’ultimo punto, va sottolineato che nessuna assistente del gruppo di controllo ha segnalato un aumento di soddisfazione per la propria vita. Per quanto riguarda l’analisi del cambiamento nella quantità e nella qualità del tempo dedicato a sé stesse, abbiamo escluso coloro che avevano perso il lavoro e che dunque si sono trovate loro malgrado a disporre di un tempo molto diverso dal solito. È interessante notare che molte donne che non hanno segnalato alcun cambiamento nell’orario di lavoro abbiano indicato un miglioramento della quantità di tempo dedicato a sé stesse. Questo può essere spiegabile in quanto diverse donne che hanno preso parte agli incontri, ritagliandosi qualche ora esclusivamente per sé stesse, hanno vissuto una sorta di dilatazione del tempo di vita personale. Il 60% delle assistenti del gruppo sperimentale ha indicato un miglioramento nella relazione con l’anziano assistito, contro il 7,7% del gruppo di controllo. Va sottolineato, in proposito, che diverse lavoratrici non sono state in grado di distinguere il loro rapporto con l’assistito dalle sue condizioni di salute, e hanno indicato un peggioramento nella relazione spiegando che lo stato di salute dell’anziano si era aggravato. Nonostante questo limite, evidenziatosi durante gli incontri, diverse assistenti attraverso il miglioramento della sfera affettiva e relazionale mediato dal gruppo hanno aumentato il senso di fiducia nel rapportarsi con gli altri, anche nelle relazioni con l’assistito e i familiari (“Ora quando torno a casa abbraccio la signora, la accarezzo. Prima ero più arrabbiata”, “sono riuscita a parlare con la “nonna” e migliorare il mio rapporto con lei”, “sono cambiata tanto a livello personale. Prima ero più tesa, adesso mi sento più morbida. Il mio rapporto al lavoro e più elastico, sono più rilassata”). Il miglioramento nel rapporto con i parenti dell’anziano assistito è stato indicato dal 56% delle assistenti del gruppo sperimentale (contro il 16% di quelle del gruppo di controllo). In proposito, le partecipanti agli incontri 20 hanno affermato di sentirsi spesso riconosciute dai parenti dell’assistito solo per gli aspetti funzionali (di cura) che svolgono, senza che venga presa in considerazione anche l’aspetto relazionale e affettivo che si instaura tra loro e l’anziano/a. Anche su questo punto le conduttrici degli incontri hanno rilevato una aumentata capacità delle partecipanti di impostare diversamente la relazione non soltanto con se stesse, ma anche con gli assistiti e i loro parenti. La vicinanza emotiva per i propri figli all’estero è l’elemento rispetto al quale si evidenzia meno diffusamente un miglioramento: lo ha segnalato il 54% delle donne che ha preso parte agli incontri, contro il 7% del gruppo di controllo. Va sottolineato che diverse donne non sono state in grado di rispondere a questa domanda, come avvenuto con quelle riguardanti il rapporto con i figli contenute nel primo questionario. Alcune donne per poter partire hanno dovuto attuare una sorta di “scissione degli affetti” (realizzatasi anche attraverso partenze notturne), affidando ad altri componenti della famiglia il ruolo di madre. Si tratta, dunque, di un’area intima e potenzialmente fonte di sofferenza, che anche durante il percorso è stata toccata solo quando si è creato un buon grado di conoscenza e di fiducia. Il percorso ha consentito alle donne di aprire un’area di riflessione sulle relazioni familiari, un’area assolutamente “congelata” che a detta delle conduttrici avrebbe meritato qualche ulteriore occasione di riflessione. La conoscenza dei propri diritti e delle procedure di ricongiungimento Poiché durante il percorso sperimentale sono stati affrontati anche i temi del diritto del lavoro e dell’immigrazione, nel secondo questionario è stato chiesto alle assistenti se nel corso degli ultimi quattro mesi le loro conoscenze in merito fossero rimaste uguali o migliorate. Anche in questo caso il miglioramento è decisamente più marcato per le assistenti del gruppo sperimentale (tabella 8). Tabella 8 Assistenti che hanno riferito un aumento di conoscenze, per tipo di gruppo (valori percentuali) Aspetto indagato Conoscenza dei suoi diritti di lavoratrice Conoscenza delle procedure di ricongiungimento Gruppo di sperimentazione 76,5 Gruppo di controllo 6,7 52,9 6,7 Durante gli incontri era emerso in modo rilevante il bisogno delle partecipanti di conoscere i propri diritti e di essere rispettate. Le donne hanno espresso sensazione di sentirsi spesso sfruttate (orari di lavoro e richieste smisurate che spesso le espongono al rischio di burn out), di non essere riconosciute come professioniste e 21 come persone portatrici di bisogni (ad esempio non poter avere dei permessi di lavoro pagati per fare delle visite mediche). L’esperta legale di Soleterre, a partire dalle domande formulate, aveva pertanto fornito alle donne informazioni legate al diritto dell’immigrazione (come arrivare in Italia, come restarvi e come ottenere rinnovi del visto e carta di soggiorno) e alle procedure di ricongiungimento. In queste occasioni sono emerse memorie dolorose di esperienze passate (situazioni di clandestinità e incarcerazione) e attuali (sensazioni di insicurezza/ansia rispetto ai rinnovi o ancora desideri di ricongiungere familiari lontani). La trasmissione di contenuti “burocratici” si è così mescolata alla condivisione delle emozioni su questi delicati temi. In tema di ricongiungimento, diverse assistenti hanno espresso il desiderio di far venire i loro figli in Italia, ma di essere impossibilitate perché ormai maggiorenni. La conoscenza dei servizi e degli spazi ricreativi e culturali della città Fra le assistenti che hanno partecipato agli incontri risulta sensibilmente maggiore la quota di coloro che riferiscono un miglioramento nella conoscenza e nell’uso di servizi territoriali (82%) e di posti della città in precedenza sconosciuti (70%), risetto a quelle del gruppo di controllo (tabella 9). Tabella 9 Assistenti che hanno riferito un aumento di conoscenze sui servizi e gli spazi ricreativi e culturali della città, per tipo di gruppo (valori percentuali) Aspetto indagato Conoscenza e utilizzo di nuovi servizi territoriali (pubblici, privati, non profit) Conoscenza e utilizzo di nuovi posti della città (cinema, parchi, centri per benessere e sport, associazioni, ecc.) Gruppo di sperimentazione Gruppo di controllo 82,4 20,0 70,6 13,3 Poiché durante gli incontri le donne avevano manifestato il bisogno di conoscere i servizi disponibili sul territorio, le conduttrici avevano organizzato delle attività tese a far conoscere diverse tipologie di servizio, quali: - servizi di ricerca lavorativa e di orientamento al lavoro (Servizio Curami, Servizio Accoglienza Immigrati Caritas Ambrosiana, Servizi Chiamamilano, corsi di italiano e cittadinanza per adulti stranieri della Fondazione Ismu e di altri enti); - servizi presenti sul territorio di Milano e provincia relativamente alla ricerca-richiesta della casa, ai servizi socio-sanitari, nonché alle procedure per richiedere il riconoscimento dei titoli professionali; - servizi di supporto psicologico e alla violenza di genere. 22 Durante lo svolgersi degli incontri, le assistenti familiari hanno lasciato emergere un bisogno molto grande di dedicare spazio e tempo allo svago. L’esigenza di attività ludiche/culturali (mostre, gite, etc), durante le quali poter conoscere meglio la città e sperimentare spazi di vago e spensieratezza, si lega al bisogno di abbandonare per un po’ il peso emotivo derivante dal costante contatto con persone anziane malate. Era inoltre emersa la necessità di conoscere meglio la città per poterla “raccontare” ai parenti in patria (“quando torno mi chiedono com’è Milano? E io non so niente…”). Sono state quindi organizzate alcune visite, fra cui un’uscita al Teatro alla Scala per assistere all’opera “Carmen” con successiva passeggiata per la zona di Brera (Accademia), e una visita al Castello Sforzesco comprensiva di uno spettacolo musicale e di attività di gruppo nel parco adiacente. Per molte donne si è trattato di opportunità mai avute prima. L’invito a teatro, in particolare, ha rappresentato una grande occasione per accedere ad un luogo che molte di loro avevano visto solo da fuori e, come evidenziato dalle conduttrici del gruppo, per sentirsi “riconosciute socialmente” avendo l’opportunità di essere finalmente “al centro”, dopo essersi sempre sentiti “ai margini”. L’esperienza del gruppo Interrogate se negli ultimi quattro mesi avessero fatto nuove amicizie, il 100% delle assistenti partecipanti al gruppo sperimentale ha risposto affermativamente (contro il 40% del gruppo di controllo). Durante gli incontri, come riferito dalle conduttrici, la relazione tra le partecipanti è stata positiva e le modalità comunicative ed espressive proposte hanno permesso a donne di lingue e Paesi diversi di entrare in contatto tra loro, di mettersi in gioco e di esprimere il loro vissuto, anche di grande sofferenza. Col susseguirsi degli incontri si è andata creando una profonda sensazione di appartenenza al gruppo, espressa nei saluti (caratterizzati da un intenso calore), nell’attesa e nella gioia di ritrovarsi, nonché nel portare qualcosa di se’ all’incontro (cibo, riflessioni/idee rispetto al gruppo). Le donne, chiamate a scegliere un nome per il gruppo, hanno scelto il termine “API”, che rappresenta le caratteristiche di laboriosità e femminilità insieme, e che assume anche il significato di “Amiche Preziose Internazionali”. Verso la conclusione del percorso, le conduttrici hanno cercato di promuovere l’utilizzo della neonata pagina Facebook del gruppo API, di incoraggiare le capacità propositive, di accoglienza e inclusione delle donne, e di “spostare” gradualmente i compiti di coordinamento ad alcune partecipanti, per favorire l’empowerment e la sostenibilità del progetto. Al termine dei 13 incontri, le partecipanti sono state invitate dalle conduttrici a riflettere sul senso personale del percorso giunto al termine. I pensieri ed i vissuti espressi sono stati annotati in modo da tenerne traccia, per rispondere alla richiesta del gruppo di essere supportato nella stesura di una lettera volta a chiedere la prosecuzione degli incontri (box 1): 23 Box 1 – La lettera scritta dalle assistenti familiari a conclusione del percorso sperimentale Milano, 9 Maggio 2015 In occasione dell’incontro finale del progetto FEI 2013: “Lavoro domestico e di cura. Buone pratiche e benchmarking per l’integrazione della vita familiare e la conciliazione della vita familiare e lavorativa. PROG-105572”, noi donne del gruppo “Amiche Preziose Internazionali” abbiamo discusso insieme per avanzare la presente domanda. PREMESSO CHE QUESTO PROGETTO: è il primo che ci riconosce come persone, non solo come lavoratrici, e che ci fa vivere anche altre parti di noi stesse e della nostra vita: “ha pensato innanzitutto a noi assistenti familiari” (Iryna); “riconosce che anche noi badanti abbiamo tante cose belle, siamo badanti ma non solo badanti” (Nino); “ci ha permesso di sentirci ancora bambine, ma anche di crescere” (Irina); “abbiamo imparato non solo i nostri diritti, ma ci siamo anche svagate, ci siamo divertite, noi che lavoriamo sempre” (Olga); “abbiamo imparato a giocare e a rivivere la nostra infanzia” (Bertha) “a 31 anni poter tornare a giocare come bambine… Mi sono divertita molto!” (Nino); “qualcuna è cambiata da così a così” (Bertha); ha generato un grande cambiamento in noi stesse e nelle nostre relazioni di lavoro e familiari: “fin dall’inizio ho notato un cambiamento, mi è cambiato l’umore. Mi ha emozionato venire qua e col tempo ho avuto un cambiamento molto importante: ogni volta che uscivo di qui mi sentivo meglio. Ho sentito sciogliere delle cose dentro di me” (Tatiana); “prima di venire qui ero un’altra persona. Nonostante lavorassi con una signora e avessi tanto sentimento, non potevo esprimerlo. Qui mi trovo in una famiglia: siamo tutte di posti diversi ma condividiamo, ci abbracciamo. Ora quando torno a casa abbraccio la signora, la accarezzo. Prima ero più arrabbiata, ora ho tanta pazienza e sono molto affettuosa, anche con mio marito. Sono sempre la stessa persona, ma ora mi sento meglio” (Juana); “sono riuscita a parlare con la “nonna” e migliorare il mio rapporto con lei” (Tetiana); “sono cambiata tanto a livello personale. Prima ero più tesa, adesso mi sento più morbida. Il mio rapporto al lavoro e più elastico, sono più rilassata” (Gladys); ci ha rese più sicure di noi stesse, consapevoli delle nostre capacità e dei nostri diritti: “prima durante la mia ora di riposo non uscivo, non andavo da nessuna parte, ora esco, mi sento più disinvolta.” (Juana); “Ho imparato a essere meno timida, a superare la mia paura di parlare e di sbagliare” (Bertha); “Mi sento sicura con il mio lavoro, non mi sento sola quando esco fuori in città” (Olga); “Adesso so come agire, per ogni cosa so dove andare” (Gladys); “Abbiamo imparato tante cose che non sapevamo dei nostri diritti, abbiamo potuto chiarire dei dubbi” (Bertha); “Abbiamo avuto il coraggio di chiedere ciò di cui abbiamo bisogno e abbiamo ottenuto un contratto di lavoro, di non lavorare il Sabato per poter venire qui” (Veronika e Tetiana); 24 ci ha rese più flessibili, positive, capaci di interpretare gli eventi e vederli da diversi punti di vista: “Dopo questi bellissimi incontri tratto meglio la mia “nonna” quando lei mi tratta male. Ho imparato a essere più comprensiva nei suoi confronti, a capire che è colpa della sua malattia” (Veronika); “quando siamo venute qui la prima volta abbiamo parlato solo del nostro lavoro, dei nostri problemi e dei nostri assistiti. Dopo non abbiamo più parlato solo di lavoro. Qui abbiamo trovato un forte sostegno, la possibilità di sfogarci e di cambiare prospettiva. I problemi li abbiamo ancora, però ora possiamo andare avanti con felicità e con un sorriso sulle labbra. Questa è una cosa bellissima” (Irina); “ora mi sento più leggera e sorridente e dimentico i miei problemi, cioè vedo la vita in modo più positivo, non solo negativo” (Olga); “qui ognuno scambia i suoi problemi e condivide la felicità. Non viviamo solo di cose brutte. Possiamo vedere che oltre l’essere badanti esistono tante altre cose” (Nino) ci ha ridato uno spazio di socialità e di relazioni umane che ci mancava moltissimo, non avendo ritrovato qui ciò che abbiamo lasciato al nostro Paese: “dopo 21 anni di lavoro qua, ero diventata rigida, mi mancava riunirmi così. È stato un importantissimo corso di relazione umana…” (Yolanda); “è stata una bella esperienza di condivisione di allegria e di tristezze (Gladys), di “conoscenza di persone meravigliose” (Bertha); “mi è servito a uscire da amicizie solo tra latine” (Francisca); “prima mi sentivo sola e qua ho trovato una famiglia che qui non avevo, ora voi siete come mie parenti” (Olga); “per me questo tempo è stato cortissimo, ma mi è servito perché ho trovato le ragazze che cercavo. Mi sentivo chiusa, non sapevo con chi parlare, avevo solo un’amica. Mi sentivo che stavo andando all’indietro” (Teodora); “sono venuta qui con grande piacere, ho conosciuto tanti amici che non avevo prima” (Eka); “ora mi sento in Italia come potevo sentirmi nel mio Paese d’origine. Sono sicura che questo progetto deve vivere e aiutare tante altre persone” (Tatiana). Tutte queste esperienze ed emozioni ci hanno fatto capire che noi badanti abbiamo molte cose belle da dare a noi stesse e alle persone a noi care perché, ancor prima di essere badanti, siamo delle donne con una vita ricca da esplorare. PER QUESTO NOI, AMICHE PREZIOSE INTERNAZIONALI, CHIEDIAMO CHE LE A.P.I. CONTINUINO A ESISTERE! SOGNIAMO DI AVERE ANCORA UNO SPAZIO PER CONDIVIDERE, SOSTENERCI, CONOSCERE, DIVERTIRCI E, SPERIAMO, ANCHE CUCINARE INSIEME. ABBIAMO TANTA VOGLIA DI FARE E SCOPRIRE INSIEME QUESTO PAESE IN CUI VIVIAMO. 25 Prospettive future e raccomandazioni Pur nei limiti temporali del percorso svolto (13 incontri), i dati derivanti dai questionari e i riscontri delle conduttrici hanno evidenziato un importante valore formativo e trasformativo dell’esperienza su tutte le partecipanti, che ha consentito loro di rimettere in discussione il senso di sé, dei propri valori di riferimento e delle proprie modalità relazionali. A conclusione di questa analisi sul percorso sperimentale svolto, possiamo affermare che si è trattato di una esperienza valida, che a nostro giudizio merita di essere riproposta ed estesa. Fino ad oggi i servizi, soprattutto quelli pubblici, hanno privilegiato un’offerta orientata a sostenere la prestazione lavorativa attraverso l’incontro domanda/offerta di lavoro privato di cura, la gestione amministrativa del contratto, la formazione professionale delle assistenti familiari e il riconoscimento delle competenze. Come messo in luce anche dalla ricognizione sulle buone pratiche, sono davvero pochi i progetti che hanno preso in considerazione aspetti di vita “altri” di queste preziose lavoratrici. Si verifica, nei fatti, un paradosso: le assistenti familiari straniere vivono una frattura relazionale molto importante, ma si pretende che siano in grado di offrire una buona relazione ai loro assistiti. Questo progetto che ha assunto un punto di vista poco battuto, avvicinandosi in parte alle esperienze di automutuo aiuto di cui si contano diverse esperienze in Lombardia ha messo in luce che il benessere dell’assistente familiare si riflette anche sul suo lavoro e sul rapporto con l’assistito ed i suoi familiari. La qualità del lavoro di cura dipende non solo dalle conoscenze e dalle competenze delle lavoratrici, ma anche dal loro benessere psicosociale, legato ad ambiti di vita non strettamente collegati al lavoro. Favorire la conciliazione fra la vita lavorativa e quella personale e familiare delle lavoratrici migliora anche, indirettamente, l’accudimento dell’assistito. Intravvediamo, così, la necessità di una maggiore e proficua integrazione fra la sfera dei servizi sociali e di quelli per il lavoro. Nell’ambito dei numerosi sportelli per l’assistenza familiare, già attivi sul territorio, potrebbero essere attivati periodicamente percorsi di questo tipo, e potrebbe essere valorizzata la partecipazione delle lavoratrici attraverso il riconoscimento di uno specifico “attestato di frequenza”, magari riconosciuto a livello nazionale. Si tratta di offrire un percorso complementare alla formazione professionale. Sarebbe interessante, in proposito aprire un’altra prospettiva di analisi sull’opportunità e la sostenibilità di estendere e mettere a regime un modello di questo tipo. Due occasioni importanti per sperimentare su un’ampia scala territoriale questo tipo di attività sono rappresentate oggi da due nuove leggi sul lavoro di cura svolto dalle assistenti familiari: quella appena approvata in Lombardia (LR 75/2015) e quella in corso di definizione in Lazio. Auspichiamo, in conclusione, che i risultati di questo progetto possano aprire spazi di riflessione seri sull’offerta di servizi tesi a migliorare la conciliazione fra la vita lavorativa, quella familiare e personale delle assistenti familiari, che rappresentano la prima risorsa di cura cui fanno ricorso le famiglie italiane con anziani non autosufficienti. 26