Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Direttore: Francesco Gui (dir. resp.).
Comitato scientifico: Antonello Biagini, Luigi Cajani, Francesco Dante, Anna
Maria Giraldi, Francesco Gui, Giovanna Motta, Pèter Sarkozy.
Comitato di redazione: Andrea Carteny, Stefano Lariccia, Chiara Lizzi, Enrico
Mariutti, Daniel Pommier Vincelli, Vittoria Saulle, Luca Topi, Giulia Vassallo.
Proprietà: “Sapienza” - Università di Roma.
Sede e luogo di trasmissione: Dipartimento di Storia moderna e contemporanea,
P. le Aldo Moro, 5 - 00185 Roma
tel. 0649913407 – e - mail: [email protected]
Decreto di approvazione e numero di iscrizione: Tribunale di Roma 388/2006
del 17 ottobre 2006
Codice rivista: E195977
Codice ISSN 1973-9443
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Indice della rivista
aprile - giugno 2015, n. 35
MONOGRAFIE
Alcuni aspetti della fortuna editoriale e letteraria dell’Apologia di
Lorenzino de’ Medici
di Francesca Russo
p. 3
Il volto della nazione.
L’immagine di Atatürk nella Turchia contemporanea
di Carlo L.E. Pallard
p. 18
Una costituzione per l’Europa d’altri tempi. Ma con preveggenze
d’attualità
Il testo del progetto del 6 maggio 1951 del Conte Coudenhove-Kalergi
di Francesco Gui
p. 41
***
TESTIMONIANZE DELLA RESISTENZA
Medaglia d’oro all’Abruzzo
Intervista a Nicola Troilo, a cura di Elisiana Fratocchi
p. 53
Quella volta a fianco di Teresa Gullace
Intervista a Gianna Radiconcini, a cura di Elisiana Fratocchi
p. 64
***
RECENSIONI
Antonio Padoa Schioppa, Verso la federazione europea? Tappe e svolte di
un lungo cammino, il Mulino, Bologna, 2014
Parte prima
di Francesco Gui
p. 68
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Alcuni aspetti della fortuna editoriale e letteraria dell’Apologia di
Lorenzino de’ Medici
di Francesca Russo
L’Apologia di Lorenzino de’ Medici non fu pubblicata, come è noto, né durante
la vita del suo autore, né negli anni immediatamente successivi alla sua
soppressione, avvenuta a Venezia nel febbraio 1548 per conto di Cosimo I. La
prima edizione del testo di Lorenzino, a sua volta celebre assassino del
consanguineo duca Alessandro, si ebbe solo nei primi decenni del Settecento1.
La giustificazione ideologica del tirannicidio commesso dal giovane
Medici nel nome della libertà fiorentina fu riscoperta non casualmente. Essa
conobbe una notevole fortuna in particolari contesti storico-politici, tra cui
quello francese, nei quali era ritenuto opportuno richiamare il tema
dell’opposizione politica. In particolar modo, nell’Ottocento l’Apologia ebbe
un’ampia circolazione nella penisola italiana, soprattutto a causa dell’urgenza
di proporre una piattaforma ideologica per le rivendicazioni risorgimentali.
Così la vicenda di Lorenzino e il suo manifesto ideologico anti-tirannico
furono riscoperti e celebrati da chi vedeva con interesse e partecipazione il
raggiungimento dell’indipendenza italiana e poi dell’unificazione. Per contro,
sia l’autore che il testo furono presentati negativamente da chi avversava queste
importanti sfide politiche.
L’uccisore di Alessandro si prestava facilmente a divenire un eroe
risorgimentale, avendo con il suo gesto sconvolto, anche se per poco, gli
equilibri politici italiani determinati da Carlo V, esponente cinquecentesco della
Cfr. F. Russo, Bruto a Firenze. Mito, immagine, personaggio, Napoli, Editoriale Scientifica, 2008,
pp. 281-340; Mito politico ed ideale anti-tirannico nella cultura risorgimentale fra pensiero, letteratura e
melodramma. Il caso di Lorenzino de’Medici e della sua Apologia, in Concordia discors. La convivenza
politica e i suoi problemi, a cura di Gabriella Cotta, Franco Angeli, Milano 2013, pp. 125-143.
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famiglia Asburgo, la nemica principale per antonomasia del processo di
unificazione italiana.
Il gesto di Lorenzino aveva minato altresì l’equilibrio istituzionale
fiorentino fortemente voluto dal pontefice Clemente VII, circostanza che ben
risaltava agli occhi di molti pensatori laici del tardo Settecento e dell’Ottocento,
tanto da sostenere le ragioni di un rilettura contemporanea dei fatti della notte
dell’Epifania del 1537.
Inoltre, volendo prestare fede alle parole dello stesso Lorenzino, il quale
aveva proclamato di aver agito per restaurare le libertà repubblicane a Firenze,
si può comprendere come l’Apologia venisse riletta, in modo particolare
nell’Ottocento, sia come manifesto della causa nazionale contro gli Asburgo, sia
come testimonianza della persistenza degli ideali repubblicani in un contesto in
cui essi trovavano difficoltà ad essere tradotti in prassi istituzionale.
Una storia della fortuna dell’autogiustificazione e del manifesto
antitirannico di Lorenzino deve, ovviamente, muovere dall’analisi delle
edizioni del testo. Le prime edizioni dell’Apologia, come accennato, furono date
alle stampe nel corso del diciottesimo secolo, nonostante si possa affermare che
solo nel secolo successivo il testo di Lorenzino e la sua vicenda storica
divennero noti all’opinione pubblica sensibile ad un’analisi politica della storia
italiana e alla costruzione di miti fruibili per la causa risorgimentale.
Occorre pertanto soffermarsi sulle prime edizioni settecentesche
dell’opera, grazie alle quali essa fu “ritrovata” dopo circa due secoli di oblio,
ovvero di circolazione manoscritta, necessariamente ristretta. La prima versione
a stampa è contenuta nella prima edizione delle Istorie della Repubblica fiorentina
del contemporaneo e conoscente di Lorenzino, Benedetto Varchi, pubblicate a
Leida, molto probabilmente nel 17232. Nello stesso anno, sempre a Leida, il testo
venne offerto alle stampe nell’impresa di recupero delle fonti della storia
italiana, rappresentata dal Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae3.
L’edizione dell’Apologia con la Storia fiorentina di Varchi è interessante
poiché contiene una breve presentazione del testo lorenziniano, atta a
motivarne la pubblicazione con il capolavoro varchiano. Nella Prefazione al
Cfr. B. Varchi, Istoria delle guerre della Repubblica Fiorntina successe nel tempo, che la Casa de Medici
s’impadronì del governo: scritta da Benedetto Varchi, istorico fiorentino, colla vita dell’istesso, et un
discorso, o Apologia di Lorenzo de’ Medici sopra la nascita e morte del duca Alessandro de’ Medici primo
duca di Firenze: opera tirata dall’originale dell’autore da Giovan Filippo Varchi fiorentino, con una tavola
copiosa delle cose più importanti, ornata da alcuni tratti de’ principali personaggi menzionati nella detta
Istoria. Aggiuntovi la vita di Filippo Strozzi, figliuolo di Filippo Nobile Fiorentino, col suo indice, scritta
da Lorenzo suo fratello, la quale da molto lume alla detta Istoria, in Leiden, appresso Pietro Vander,
Stampatore della città, e dell’Università, con il privilegio degli Alti, e Potenti Signori Stati
d’Olanda, e di West-Frisia, 1723. L’Apologia si trova alle pp. 671-679.
3 Cfr. Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae, vol.VIII, Ludguni Batavorum, 1723.
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F. Russo, Alcuni aspetti
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lettore si legge infatti: “habbiamo di più fatto stampare la vita del detto
Benedetto Varchi, un Discorso o Apologia di Lorenzo de’ Medici, sopra la
nascita e la morte d’Alessandro de Medici, primo Duca di Firenze (il quale non
si trova che nel vero originale). Habbiamo creduto di doverlo comunicare al
mondo letterario”4. Si afferma, quindi, l’esistenza del testo dell’Apologia,
nell’originale varchiano, spiegandone anche le ragioni:
avendo il Varchi narrato il caso del Duca Alessandro, e ponderato, se Lorenzo uccisore fusse
degno di lode, o di biasimo, ha stimato bene aggiungere la seguente Apologia, affichè, avendola
comoda, possa ogn’uno (considerate le ponderazioni del Varchi), risolvere, secondo li detterà la
propria prudenza. 5
La presentazione dell’Apologia nell’edizione varchiana non si colora di
sfumature ideologiche, ma rimane piuttosto neutrale rispetto al suo messaggio
anti-tirannico. Il curatore non si addentra in valutazioni politiche circa il
contenuto del testo o la figura dell’autore. Tale riserbo viene meno nella prima
edizione critica “italiana” che ho potuto rinvenire. Si tratta di un’edizione di
fonti della storia toscana, pubblicata a Livorno nel 17556. L’Apologia, a cui è
premessa la celebre lettera dell’autore a Francesco Raffaello de’ Medici, è
presentata con un Avvertimento al lettore che suona come un invito a non
accogliere le pericolose dottrine ivi contenute e a non seguire l’esempio
dell’omicida Lorenzino.
Niuno cui, e note siano le turbolenze di que’ miseri tempi, ne’ quali ebbe cominciamento il
Principato in Firenze, nella persona d’Alessandro de’ Medici – si legge nell’Avvertimento al
discrete e prudente lettore – e noto sia il libero pensare, e temerario agire di coloro, che sotto
pretesto di restituire la primiera libertà al Popolo, e sollevarlo dalla Tirannide, si fanno lecito
imbrattare le sacrileghe mani col sangue de’ Principi, si maraviglierà che Lorenzo de’ Medici
non solo commettesse l’esecrando omicidio nella Persona del Duca Alessandro, ma tentasse
scusarne l’enorme attentato con vani insussistenti argomenti del tutto contrari alla pubblica
quiete, e felicità, ed alle Leggi Divine, da cui riconosce il Suo principio la Monarchia. Tra le varie
specie de’ Governi il Monarchico meritamente esser da preferirsi, è massima presso che
universalmente ricevuta. La podestà de’ Regni immediamente venir da Dio; non doversi al
Principe far resistenza, ancor che i nostri figli ne tolga, ed i nostri beni ne usurpi; doversi con
Ivi, pp. nn.
Ivi, p. 671.
6 Cfr. L. De' Medici, Apologia, in Prodromo della Toscana illustrata. La Toscana illustrata nella sua
storia con vari momenti scelti e documenti per l'avanti inediti o molto rari. Per l'informazione degli
studiosi della medesima, Volume I, in Livorno, 1755, Per Anton Santini e Compagni. Con
Approvazione. L’opera è dedicata dallo stampatore al Sig. Cardinale Neri Maria Corsini. C’è
anche una premessa ”Ai leggitori cortesi lo stampatore”. Qui si afferma che l’idea di curare
quest’opera è del Chiarissimo Proposto Gori, che voleva onorare la sua patria oltre che giovare
ai suoi lettori. Gori ha illustrato la storia della Toscana antica, ora si propone di illustrarla nelle
cose più considerabili, e di pregio, che riguardano l’era di mezzo”.
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caldi prieghi a Dio chiedere gli ottimi Imperadori, e doversi qualunque essi sieno tollerare non
solo, ma rispettare; et a Dio stare di correggere le scelleraggini loro, e non a noi, sono Precetti,
che frequentemente leggonsi nelle Divine Scritture. Onde tu che savio sei leggi la seguente
Apologia non come vera difesa dal commesso delitto, ma come un’accusa, che tanto più il
condanna, quanto più in vece di riconoscere l’enormità del fallo, tenta eluderne la reietà con
apparenti ragioni. Intanto porgi all’Altissimo frequenti voti, acciocchè per lungo tempo ti
conceda l’Augusto Cesareo Monarca, sotto il cui clementissimo governo respiri aria di felicità. 7
L’esecrazione dell’uccisore del primo duca di Firenze appare
comprensibile in una pubblicazione “ufficiale” della Toscana granducale. Il
testo ripropone difatti un’impostazione politica molto tradizionale, incline a
riconoscere le ragioni dell’assolutismo monarchico, convalidate dalla sanzione
divina del potere politico. Da tali presupposti – e sempre che le intenzioni del
curatore non fossero in realtà quelle di far circolare il testo – discende una netta
condanna del tirannicidio e la costruzione nell’immaginario collettivo di uno
stereotipo negativo del tirannicida, rappresentato come traditore della potestà
divina prima ancora che reale.
Un’interpretazione del tutto diversa dell’uccisione di Alessandro de’
Medici si riscontra invece nella pubblicazione dell’Apologia in appendice alla
versione italiana della Vita di Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico del dottore
Gulielmo Roscoe, pubblicata a Pisa nel 17998. La vicenda biografica di Lorenzino
è narrata nel testo con dovizia di particolari, laddove si ripropone
convintamente l’identificazione fra il tirannicida e Bruto, diffusasi fra i
repubblicani toscani dopo l’uccisione dell’esecrato tiranno, primo duca della
repubblica fiorentina9. Si celebra in questa pagine l’ultima gloriosa reazione
della Firenze repubblicana, rappresentata dal gesto del valoroso “Bruto
toscano” nei confronti della strutturazione dello Stato secondo criteri
assolutistici operata dai Medici con l’avallo imperiale.
Nonostante ciò, emerge la percezione dell’impossibilità della
restaurazione e del mantenimento delle libertà repubblicane, a causa della
mancanza di virtù politiche nel popolo e della situazione di contesto italiano ed
europeo. Si afferma infatti:
Gli animi dei fiorentini, benché oppressi sotto il giogo del dispotismo, cominciarono a rivoltarsi
contro un genere di tirannia sì vergognosa ed il numero dei malcontenti e di quelli che si
partivano dalla patria diveniva ogni giorno più grande e più rispettabile. Ma mentre la tempesta
si preparava così da lontano, un colpo uscito dalla mano di un parente, inaspettatamente liberò i
fiorentini dal loro oppressore e porse loro di nuovo l’opportunità di ricuperare quella libertà
che era stata per tanto tempo sì cara ai loro maggiori. Lorenzino de’ Medici fu il secondo Bruto
Ivi, pp. nn.
Cfr. W. Roscoe, Vita di Lorenzo de' Medici, tomo IV, dalla tipografia di Antonio Peverata, Pisa
1799.
9 Ivi, pp. 129-147.
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che spezzò i vincoli di parentela, lusingato dalla speranza di divenire il liberatore della sua
patria. Ma spenti erano allora, i semi delle virtù politiche, né era più soggetto di dubbio se i
fiorentini sarebbero stati schiavi; restava solo a determinarsi chi sarebbe stato il tiranno. 10
Così il traduttore di Roscoe giudica inefficace il tirannicidio di Lorenzino,
che con “simili attentati” ottiene l’effetto “di render, cioè, più forti quelle catene,
che tentato avea di spezzare”11. Queste considerazioni critiche circa l’utilità del
ricorso al tirannicidio sembrano riecheggiare alcuni aspetti della polemica
cinquecentesca intercorsa fra Donato Giannotti e Michelangelo in merito alla
condanna dantesca di Bruto, presentati nei dialoghi giannottiani De’ giorni che
Dante consumò nel cercare l’Inferno e’ l Purgatorio, in cui la questione veniva
affrontata12. Michelangelo, pur incline alla celebrazione dell’uccisore di Cesare,
sosteneva che non sempre al gesto eroico del tirannicida seguivano gli effetti
desiderati e, destando la reazione critica di Giannotti, riteneva che la paziente
attesa di “tempi migliori”, o di azioni virtuose commesse in futuro dallo stesso
principe che governava tirannicamente, rappresentasse una soluzione migliore
dell’uccisione del tiranno13.
Dopo la riscoperta dell’Apologia di Lorenzino nel Settecento si riscontra,
come già ricordato, una grande fortuna del testo e del suo autore nell’Ottocento,
nonostante le divergenti interpretazioni politiche offerte dagli interpreti
dell’opera lorenziniana. Grande iniziatore della fama dell’Apologia nella cultura
politica italiana fu Pietro Giordani. In una discussione determinata dall’edizione
di testi inediti tratti dai codici della Biblioteca Vaticana, pubblicata nel numero
dell’autunno del 1816 della «Biblioteca italiana», Giordani cita l’Apologia
definendola uno dei testi più eloquenti della letteratura europea14. “Né
solamente con le scritture inedite si può fare grand'onore a sé, e gran beneficio
a' nostri studi; ma riproducendo molte di prezioso valore, e divenute sì rare
nelle stampe, che perciò a pochi ne giunge la contezza e l'utilità”, afferma
Giordani, richiamando la necessità di pubblicare i testi poco noti ma
Ivi, pp. 131-132.
Ivi, p. 139.
12 Cfr. D. Giannotti, De’giorni che Dante consumò nel cercare l’Inferno e’l Purgatorio, edizione critica
a cura di D. Redig de Campos, Sansoni, Firenze 1939.
13 In particolare Michelangelo interroga polemicamente l’amico Giannotti: “che sapete voi se
Dante ha avuto opinione che Bruto e Cassio facessero male ad ammazzar Cesare? Non sapete
voi quanta ruina nacque nel mondo dalla morte di quello? Non vedete che sciagurata
successione di Imperatori egli ebbe? Non era meglio che egli vivesse e menasse ad effetto i suoi
pensieri?”. Ivi, p. 279; cfr. F. Russo, L’idea di “Res publica” e pensiero anti-tirannico in Donato
Giannotti negli anni dell’esilio, in «Annali dell’Università degli studi Suor Orsola Benincasa»,
2009, vol. I, pp. 207-222.
14 Cfr. «Biblioteca italiana. Ossia giornale di Scienza ed arti compilato da una società di
letterati», I (1816), presso Antonio Fortunato Stella, Milano, p. 200.
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significativi della tradizione culturale italiana15. Fra questi si fa esplicita
menzione dell’opera di Lorenzino16.
E nondimeno quel narratore di forza e brevità ed efficacia stupenda, di stile freschissimo e per
nulla anticato, non dubitiamo di chiamarlo un italiano Sallustio. L'Apologia di Lorenzino
de'Medici, benché stampata (scorrettissimamente) dal Varchi a Leida e poi nel Magnifico
Lorenzo del Roscoe, quanti la trovano? e se tutta la eloquenza italiana ha nulla da agguagliarle,
o le altre nazioni per vincerla, noi confesseremo d'essere privi d'ogni giudizio. 17
Giordani non si limitò ad esprimere questo parere. Sostenne l’edizione
dell’Apologia presso l’editore toscano Capurro e indusse anche l’amico Giacomo
Leopardi a leggere il testo di Lorenzino e a condividere il suo giudizio circa
l’eloquenza dell’autore18. In una lettera del 3 febbraio del 1819, pubblicata
nell’edizione delle opere di Giordani, il grande letterato rivolse al celebre amico
un invito a prendere in esame il testo di Lorenzino19.
Avete mai letta l’Apologia di Lorenzo de’ Medici? Per me quella brevissima scrittura è la cosa
più eloquente che abbia la nostra lingua. Procuratevela da Lucca, dove (a mia petizione) fu
stampata in fondo alla vita del Giacomini scritta da Jacopo Nardi. 20
Per parte sua, Leopardi rispondeva sul merito all’amico il 21 giugno,
condividendone il giudizio21.
Alcuni giorni fa m’arrivororno da Bologna, la cronica del Compagni, la vita del Giacomini e la
congiura di Napoli. Ma quanto a leggerli è tutt’uno. Solamente a forza di dolore sono riuscito a
leggere l’Apologia di Lorenzino de’ Medici, e confermatomi nel parere che le scritture e i luoghi
più eloquenti sieno dov’altri parla di sé medesimo. Vedete se questi pare contemporaneo di quei
miserabili cinquecentisti ch’ebbero fama d’eloquenti in Italia al tempo loro e dopo e se pare
credibile che l’uno e gli altri abbiano seguito la stessa forma di eloquenza. Dico la greca e la
8tuden che quei poverelli a forza di sudori e d’affanni trasportavano negli scritti loro così a
Ibidem.
Ibidem.
17 Ibid.
18 Cfr. AA. VV., Collezione degli ottimi scrittori italiani in supplemento ai classici milanesi, vol II, Dal
reggimento degli Stati di fra Girolamo Savonarola, con due opuscoli del Guicciardini e l'Apologia di
Lorenzino de' Medici, presso Niccolò Capurro co' caratteri di F. Didot, Pisa 1818. Ho controllato la
Vita del Giacomini di Nardi nell'edizione di Pisa, 1818, e non c'è in fondo l'Apologia. C'è la Istoria
fiorentina di Dino Compagni, e la Vita di Antonio Tebalducci Malespini scritta da Jacopo Nardi.
Edizione: Presso Niccolò Capurro, co' caratteri di F. Didot, Pisa 1818. L'Apologia è contenuta
nella pubblicazione precedente di Didot, quella che contiene il trattato del Savonarola e gli
Avvertimenti del Guicciardini, che sono per altro richiamati nel retro di copertina dell'edizione
del Nardi su citata, come già stampati. Sono dello stesso anno.
19 Cfr. P. Giordani, Scritti editi e postumi pubblicati da Antonio Giussalli, tomo XII; vol. V, Presso
Francesco Sanvito succeduto a Borroni e Scotti, Milano, il 1857, p. 262.
20 Ibidem.
21 Ivi, pp. 262-264.
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spizzico e alla stentata, ch’era uno sfinimento, laddove costui ce la porta tutta di peso, bella e
viva, e la signoreggia e l’adopera da maestro, con una disinvoltura e facilità negli artifizi più
sottili, nella disposizione, nei passaggi, negli ornamenti, negli affetti e nello stile e nella lingua
(tanto arrabbiata e dura presso quegli altri per gli affettatissimi latinismi), che pare ed è non
meno originale di quegli antichi ai quali tuttavia si rassomiglia come uovo a uovo, non
solamente nelle virtù ma in ciascuna qualità di esse. Perché quegli che parla di sé medesimo non
ha tempo né voglia di fare il sofista, e cercar luoghi comuni, che allora ogni vena più scarsa
mette acqua che basta, e lo scrittore cava tutto da sé, non lo deriva da lontano, sicché riesce
spontaneo e accomodato al soggetto, e in oltre caldo e veemente; né lo studio lo può
raffreddare, ma conformare ed abbellire, come ha fatto nel caso nostro. 22
Il giudizio di Leopardi, oltre a segnalare l’importanza del genere letterario
dell’autobiografia, appare decisamente lusinghiero nei confronti del testo di
Lorenzino, della forza espressiva e dell’argomentare deciso dell’autore, del
quale si percepisce la forte passione politica. Le affermazioni di Leopardi e di
Giordani contribuirono a determinare la notevole fortuna ottocentesca del testo;
tant’è che tali giudizi sono stati richiamati nelle successive edizioni
dell’Apologia.23 Nell’edizione pisana del 1818, si ritrovano le ragioni della
pubblicazione del testo di Lorenzino, ”opera divenuta assai rara, a molte parti
richiesta”, che si presenta “corretta dagli infiniti errori copiati nella ristampa,
che ne fu fatta al n. LXXXIV dell’Appendice della vita di Lorenzo il Magnifico
del celebre Sig. Guglielmo Roscoe”24.
All’edizione del ’18 e alla valutazione di Giordani in merito all’eloquenza
del testo di Lorenzino si richiama un’altra edizione di tale scritto, pubblicata a
Milano nel 1830 (anno di notevole importanza, soprattutto a Milano, ai fini
dell’azione politica risorgimentale), insieme al Trattato del Reggimento degli Stati
di Savonarola e agli Avvertimenti civili di Francesco Guicciardini25. Nella Nota
dell’editore premessa al testo se ne ripercorre la precedente vicenda editoriale e
si dichiara l’intento di divulgarne il contenuto fra gli “associati”26.
In fine si è posta l’Apologia di Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici, opera rara che sparge una
Ibidem.
Cfr. F. Erspamer, Introduzione a L. De Medici, Apologia e Lettere, Salerno, Roma pp. 15-16.
24 AA. VV., Collezione degli ottimi scrittori italiani in supplemnto ai classici milanesi, vol. II, Dal
reggimento degli Stati di fra Girolamo Savonarola, con due opuscoli del Guicciardini e l'Apologia di
Lorenzino de' Medici, cit., pp. III-IV.
25 Cfr. AA. VV., Trattato del reggimento degli Stati di F. Girolamo Savonarola, con Avvertimenti civili
di Francesco Guicciardini e l'Apologia di Lorenzino de' Medici, Bettoni, Milano 1830. È un'edizione
della «Libreria economica italiana». Si noti come in questa edizione e poi nelle successive
edizioni ottocentesche dell'Apologia, volte ad esaltare il messaggio politico dell'opera, è riportata
in corsivo un'affermazione estremamente significativa del testo: “La libertà è bene e la tirannide è
male”. Ivi, p. 157.
26 Ivi, p. 6. Si pubblica anche il giudizio di Giordani sull'eloquenza del testo di Lorenzino. Ivi, p.
152.
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gran luce su un delitto famoso di quella età così feconda di delitti; e merita di essere letta e come
un curioso monumento storico dell’epoca, e come una rivelazione delle dottrine allora correnti
in fatto di politica moralità. Noi abbiamo per la ristampa di queste diverse opere seguita
l’edizione procuratane in Pisa dal benemerito Prof. Giovanni Rosini, e speriamo che la loro
importanza farà ad esse trovar grazia presso tutti i nostri Associati, a cui fervorosamente
raccomandiamo questa seconda serie d’una Raccolta per tanti titoli importante, e degna del
pubblico favore. 27
Molto simile a quest’edizione, anche per i cenni alla diffusione in un
ambito “associativo” del testo di Lorenzino, è un’altra pubblicazione milanese
del 183928. Nella conclusione delle Note degli editori, si evidenzia il valore
pedagogico degli scritti pubblicati, al fine di divulgare la convinzione che “non
può mai farsi base di qualunque reggimento il dispregio della virtù” 29.
L’esaltazione del “Bruto toscano” e del suo gesto è presente, però, con
maggiore incisività, in un’edizione veneziana dell’Apologia, pubblicata nel 1840
da Luigi Carrer all’interno di una raccolta di autobiografie30. Il curatore, dopo
aver tratteggiato sulle orme del giudizio leopardiano l’elogio del valore
euristico delle autobiografie31, segnala l’esemplarità del testo di Lorenzino, dal
quale si intuisce il tenace animo del ribelle che lotta contro l’usurpatore e si
rivolge “al tribunale dell’impassibile posterità”, per rivendicare le ragioni del
suo gesto32. Come spiega Carrer:
Chiusa e profonda come la premeditazione necessaria all’uccisione del duca Alessandro, acuta e
incisiva come la punta del pugnale che la consumò, è la Apologia di Lorenzino. Quanto in essa
trovò d’eloquenza un famoso nostro scrittore contemporaneo non sarà forse trovato da tutti,
perché non tutti forse ristringeranno l’eloquenza a que’ limiti che quello scrittore mostrò di
averle assegnati: ma non saravvi alcuno cui non sembri notabilissimo lavoro letterario
l’Apologia, e tale da far essa sola testimonianza della forza intellettuale, del sentire gagliardo, de’
nobili studii di chi la compose, e capace di procurargli fama immortale. Spicca in essa, oltre la
schifosa persona del tiranno, la tetra e solitaria dell’uccisore; di cui appena un fuggevole
lineamento traspira tra la gioia beffarda del prologo dell’Aridosio; nel quale, proemiando ad una
commedia, annunzia la tragedia imminente a cui sarebbe stata teatro Firenze. E nel leggere la
difesa, senti di già, né saprei bene assegnarne il motivo, che lo scrittore dubitava non poter essa
bastare a salvarlo dalla collera persecutrice de’ suoi nemici. Bensì la diresti destinata a un
tribunale dell’impassibile posterità; tanto procede grave e secura, senz’appello a nessuna guisa
Ivi, p. 6.
Cfr. AA. VV., Scrittori politici, Tipografia dei fratelli Ulbicini, Milano 1939. Nel presentare
l'Apologia si ripropongono le stesse considerazioni espresse nell'edizione del 1830, anche se la
lettura dei testi proposti appare meno incline all'esaltazione del tirannicidio. Ivi, Nota degli
editori, pp. nn.
29 Ivi, pp. nn.
30 Cfr. AA. VV., Autori che ragionano di sé, a cura di Luigi Carrer, volume unico, co' tipi del
Gondoliere, Venezia 1844, pp. 140-142.
31 Ivi, p. VI.
32 Ivi, pp. X-XI.
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d’amici, tranne quelli che in ogni tempo avessero in odio l’usurpato potere, e i vili misfatti
compagni all’usurpazioni. 33
Nel 1848, anno cruciale dal punto di vista dell’azione politica
risorgimentale, fu nuovamente pubblicata l’Apologia a Milano, secondo una
versione e presentazione molto simile all’edizione milanese del 1830 già citata34.
L’edizione del testo di Lorenzino era parte di una collezione di testi, ai quali
furono aggiunti documenti non pubblicati nel 1830, come dichiarato nell’Avviso
ai lettori35. Qui si riscontra nuovamente un appello alla diffusione fra gli
“associati” delle opere riprodotte e la speranza di ottenere il loro
apprezzamento per esse36. Di carattere più descrittivo è, invece, l’edizione della
giustificazione del tirannicidio dell’uccisore di Alessandro stampata a Torino
dall’editore Pomba nel 1852, insieme con i Trattati di Bartolomeo Cavalcanti, il
Trattato di Savonarola e gli Avvertimenti civili di Guicciardini37.
Nel 1857 il testo di Lorenzino vide nuovamente la luce grazie all’edizione
degli scritti di Pietro Giordani curata da Antonio Gussalli38. Il curatore degli
scritti giordaniani ricorda, oltre al già menzionato scambio epistolare del
grande erudito con l’amico Giacomo Leopardi in merito all’Apologia,
l’attenzione filologica con cui Giordani si rivolse al testo, anche emendando la
lezione offerta da Carrer nell’edizione del 184039.
E tale scrittura, da siffatti maestri giudicata unica in tutta la lingua italiana, fu sin qui dagli
editori maltrattata di guisa, che senza un particolare ingegno e una perizia non comune di
queste cose, è affatto disperato l’intenderla bene; essendone in ogni stampa, il senso o guasto da
omissioni ed aggiunte, o confuso da falsissima punteggiatura. Per buona sorte il Giordani si
diede a correggermi un esemplare della veneta del 1840 (procurata dal Carrer); dove supplendo
i difetti, levando le giunte, e facendo del tutto nuova la punteggiatura, restituì la vera lezione. E
io in cambio di un errata corrige, do quì tutta per disteso emendata l’Apologia; perciocchè,
attesa la moltitudine delle correzioni quello prenderebbe non minore spazio che questa. 40
Ibidem.
Cfr. AA. VV., Trattato del reggimento degli Stati di F. Girolamo Savonarola, con gli Avvertimenti
civili di Francesco Guicciardini e l'Apologia di Lorenzo de' Medici, con giunta delle mutazioni de' regni
di Ottavio Sammarco ed un discorso di Lionardo Salviati, dalla Tipografia di G. Silvestri, Milano
1848. Il giudizio di Giordani sull'eloquenza del testo è a p. 144. Ivi, p. 144. Anche qui si trova
stampato in corsivo il giudizio di Lorenzino: “la Libertà è bene, e la Tirannide è male”. Ivi, p. 145.
35 Ivi, pp. 4-6.
36 Ivi, p. 6.
37 Cfr. AA. VV., Trattati sopra gli ottimi reggimenti delle repubbliche antiche e moderne, con tre lettere
sopra la riforma di una repubblica di Bartolomeo Cavalcanti, con trattato del reggimento degli Stati di
Fra Gerolamo Savonarola, gli Avvertimenti civili di Francesco Guicciardini, l'Apologia di Lorenzino de'
Medici, Pomba e co., Torino 1852.
38 Cfr. P. Giordani, Scritti editi e postumi, cit., vol. V, pp. 262-276.
39 Ivi, p. 264.
40 Ivi, p. 264. Anche qui si trova il “corsivo”, sull'affermazione lorenziniana circa il valore
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A distanza di un anno dall’edizione degli scritti di Giordani, apparve a
Trieste una nuova edizione dell’Apologia con l’Aridosia, commedia scritta dal
tirannicida in occasione della celebrazione delle nozze della sua futura vittima
con Margherita d’Asburgo. Le opere di Lorenzino furono pubblicate insieme
alle Commedie di Francesco D’Ambra41. Ai testi di Lorenzino si premetteva una
nota di Antonio Racheli, contenente “alcune notizie” sull’autore42. Si tratta di
una delle poche presentazioni negative del “Bruto toscano” nel corso
dell’Ottocento43.
Racheli mette in luce le contraddizioni del carattere e l’animo passionale
del tirannicida, da sempre incline a compiere gesti irrazionali e persino folli.
Narra, difatti, l’episodio della mutilazione delle statue dell’arco di Costantino,
perpetrata dal giovane Medici mentre era presso la corte di Clemente VII,
impresa che gli valse l’ira del pontefice, che lo definì “vituperio e infamia della
famiglia Medici” e una veemente orazione critica pronunciata presso
l’Accademia romana da Francesco Maria Molza44. Racheli descrive in toni critici
la permanenza fiorentina dell’autore dell’Apologia presso “l’orribile tiranno
Alessandro”, del quale egli era divenuto “cagnotto, mezzano, buffone e spia” 45.
Narra l’episodio della morte del duca, tratto dal Varchi. Cita l’Aridosia, come
esempio dell’inclinazione di Lorenzino per le scienze umane e della sua
attitudine letteraria, pur esprimendo delle critiche rispetto allo stile usato
dall’autore46.
Il curatore dell’edizione triestina afferma comunque la difficoltà di
giudicare univocamente Lorenzino, la cui personalità rivela molteplici
sfaccettature. Nonostante ciò, Racheli esprime una netta propensione a
considerarlo solo un omicida e non un eroe47. Scriveva infatti:
Ebbe dunque, come pare, il maggiore degli ardimenti, quello di spezzare una corona. Da tali
estremi muovono tutte le opinioni intorno a questo uomo fatale. Chi profondato nella miseria di
que’ tempi, non vede virtù che attraverso a sacrifici di sangue e di fama, fa del Medici un altro
positivo della libertà e la condanna della tirannia, evidente messaggio politico da “attualizzare”.
Ivi, p. 263.
41 Cfr. AA. VV., Commedie di Francesco D'Ambra, con l'Aridosia di Lorenzo de' Medici e l'Apologia
sopra la nascita e la morte di Alessandro de Medici, primo Duca di Firenze, dalla Sezione letterarioartistica del Lloyd austriaco, Trieste 1858.
42 Ivi, p. 6.
43 Forse tale giudizio è causato dall'essere stata tale opera pubblicata “ufficialmente” in territorio
asburgico.
44 Ibidem.
45 Ibidem.
46 Ibidem.
47 Ibidem.
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Bruto; chi rivive col pensiero ai tempi veramente grandi della storia, non vede nel Medici che un
assassino!”. 48
Ad Alessandro D’Ancona, esponente della scuola storica, si deve un’altra
importante edizione ottocentesca dell’Apologia, pubblicata insieme ad una
raccolta di Autobiografie di italiani illustri49. Si tratta di un’opera volta a dare
rilievo a personalità eminenti della tradizione culturale e artistica italiana. La
presenza di Lorenzino fra esse è testimonianza della fama raggiunta dal “Bruto
toscano”. L’edizione di D’Ancona appare difatti, ai fini della ricostruzione della
fortuna di Lorenzino nell’Ottocento, molto interessante, poiché D’Ancona
ripercorre il percorso di diffusione e di notorietà del testo lorenziniano nel corso
del XIX secolo50. Stando alle sue parole:
La celebrata Apologia di Lorenzino de Medici è il secondo scritto che pubblichiamo. Essa non
può dirsi veramente una compiuta Autobiografia; ma la fama che meritatamente gode, e l’averla
già il Carrer accolta nella sua edizione degli Autori che ragionano di sé, non che, per ultimo, l’aver
potuto consultare il Codice Riccardiano, che corregge i falli di che abbondano le comuni
edizioni, ci consigliarono a non lasciarla da banda. E come l’abbiamo adesso ridotta, crediamo
possa meglio meritarsi l’appellativo che le diedero Giordani e Leopardi, della sola scrittura
eloquente che possieda l’Italia. Non è qui luogo ad esaminare se tal lode sia alquanto esagerata,
o troppo esclusiva; ma certo è che non le si può negare forza di espressione e di concepimento,
sicchè appaia ragionata e calcolata come l’operato di chi la dettava, incisiva e vibrata come la
punta del pugnale che aveva spento il tiranno di Firenze. 51
D’Ancona indica come una delle ragioni principali del successo del testo i
giudizi di Giordani e Leopardi e l’edizione veneziana del Carrer52. L’esaltazione
del “Bruto toscano”, paragonato a Bruto uccisore di Cesare, si ricava invece da
un’altra edizione milanese dell’Apologia, pubblicata nel 1862 a cura di Carlo
Teoli, pseudonimo di Eugenio Camerini53.
Lorenzo, nato di casa regnatrice – si legge nella Prefazione – e destinato a succedere al tiranno,
abborrendo da un’ingiusta signoria, spense in lui le sue ragioni e non se ne vantò: si dolse della
infelicità dei tempi e della viltà degli uomini, che lo condannarono a rifare il secondo e non il
primo Bruto, ch’egli più veramente emulò. Lorenzino, felice d’ingegno e di stile, uccise con la
Ibidem.
Cfr. AA. VV., Autobiografie. Petrarca, Lorenzino de' Medici, Chiabrera, Vico, Raffaello da Montelupo,
Foscolo, Balbo, Barbera e Bianchi, Firenze 1859.
50 Ibidem.
51 Ivi, pp. 13-14.
52 Ibidem.
53 AA.VV., L'Apologia, l'Aridosio, commedia e le Lettere di Lorenzino de' Medici; aggiuntovi il racconto
della sua morte, fatto dal capitano Francesco Bibbona, che la effettuò. L'orazione di Francesco Maria
Molza contro Lorenzino, per la mutilazione delle statue dell'Arco di Costantino in Roma, tradotta in
italiano da Giulio Bernardino Tomitano; con prefazione e varianti; e una tavola rappresentante una rara
medaglia, Daelli e c. editori, Milano 1862.
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penna una seconda volta il duca Alessandro. 54
Si evince in questa citazione il riferimento alle due immagini di Bruto,
ricavate dalla storia romana, Decimo Bruto, autore della cacciata dei Tarquini, e
Marco Giunio Bruto, autore della congiura delle “idi di marzo”. Per Teoli,
ovviamente, Lorenzino si è ispirato con il suo agire cospiratorio più al “secondo
Bruto”.
Nelle edizioni tardo ottocentesche dell’Apologia, si riscontra, forse anche a
causa dell’affievolirsi dei toni risorgimentali, una presentazione più neutrale del
testo, attenta al dato stilistico o filologico, nonché l’affievolirsi dei toni
encomiastici o critici nei confronti della personalità del tirannicida, a seconda
delle inclinazioni politiche del curatore del testo. Il mutamento della temperie
patriottica emerge dall’edizione curata da Ferdinando Biglioni, per i tipi di
Sonzogno, pubblicata a Milano nel 188755. Nella Prefazione, il curatore dà conto
delle vicende che fanno da sfondo al gesto di Lorenzino e delle diverse letture
politiche del testo, senza esprimere un giudizio di parte56. Biglioni si schiera
solo per dare ragione a Giordani e Leopardi nel ritenere che l’Apologia sia
“vanto dell’eloquenza italiana”57.
Anche nell’edizione del testo pubblicata a Roma da Perino, nel 1891 e nel
1892, mancano giudizi politici circa il gesto di Lorenzino e il suo testo
giustificatorio, che viene pubblicato senza una presentazione critica 58. La più
nota delle edizioni tardo ottocentesche è dovuta all’opera critica e filologica di
Giuseppe Lisio, esponente della scuola carducciana, che ricava il testo proposto
da una contaminazione di vari manoscritti59. L’interesse filologico di Lisio per i
testi è dichiarato nella Prefazione60.
Una lettura deformata dal pregiudizio politico sull’autore si sarebbe
riproposta in seguito, nell’edizione datata 1916, a cura di Massimo Bontempelli,
per l’Istituto editoriale italiano61. Nella Prefazione significativamente intitolata
Lorenzaccio, il curatore descrive l’uccisore di Alessandro e autore dei testi
pubblicati come un personaggio melanconico, invidioso, vizioso e cattivo
Prefazione, ivi, p. V.
Cfr. L. De' Medici, Aridosia e Apologia con prefazione di Ferdinando Biglioni, Sonzogno, Milano
1887.
56 Ivi, pp. 30-48.
57 Ivi, p. 48.
58 Cfr. AA. VV., L'ammazzamento di Lorenzino de' Medici con l'Apologia e l'orazione del Molza contro
Lorenzino; Perino editore, Roma 1891 e 1892.
59 Cfr. AA. VV., Orazioni scelte del secolo XVI, ridotte a buona lezione e commentate dal Prof. Giuseppe
Lisio, Sansoni, Firenze 1897, pp. 133-139.
60 Ivi, p. VI.
61 Cfr. L. De’ Medici, L'Apologia e l'Aridosia, con una prefazione di Massimo Bontempelli, Istituto
editoriale italiano, Milano 1916.
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d’animo, che per vendicare la sua condizione di soggezione nei confronti del
duca, indossa la “maschera di Bruto”, dopo aver “provato quella di Alcibiade”
mutilando a Roma i bassorilievi dell’arco di Costantino e le statue delle muse
nella basilica di San Paolo, pur di avere notorietà62.
Bontempelli afferma che i motivi che indussero l’autore dell’Apologia ad
uccidere il duca furono molti: “mania politica, sanculottismo, letteratura”63.
Come è evidente da questi brevi riferimenti, il giudizio storico sul “Bruto
toscano” si presenta difficoltoso e spesso partigiano, a causa dell’attitudine
critica dello studioso nei confronti della legittimità del ricorso al tirannicidio e
delle priorità politiche del presente. Ovviamente, non fu sempre così.
Nell’edizione Utet del 1921 e nell’interessantissima edizione curata da Gino
Valori e pubblicata a Milano nel 1935, mancano riferimenti politici e commenti
sul messaggio contenuto nella giustificazione del tirannicida 64.
Nonostante ciò, la breve storia delle edizioni dell’Apologia qui presentata è,
a mio avviso, sintomatica della grande notorietà raggiunta dall’uccisore del
duca Alessandro e dal suo manifesto politico tra la fine del Settecento e
l’Ottocento. Lorenzino è presentato nelle numerose versioni editoriali del suo
testo come il “nuovo Bruto” ed è per questa ragione, a seconda dei punti di
vista dei curatori dell’Apologia, lodato o criticato.
Si può sostenere in definitiva l’esistenza di un mito di Lorenzino, come
riproposizione del mito di Bruto, elaborata tra la fine del XVIII secolo e la prima
metà del XIX, parallelamente alle rivendicazioni politiche del Risorgimento
italiano. Tale mito aveva certamente la finalità di veicolare con forza il
messaggio politico anti-tirannico, a difesa dell’ideale repubblicano e della
tradizione di autogoverno e di libertà della polis, contenuto nelle eloquenti
pagine dell’Apologia.
Ritengo pertanto che sia necessario approfondire gli aspetti legati alla
diffusione del mito di Lorenzino nell’Ottocento. Esso è presente non solo nelle
diverse edizioni della sua giustificazione ideologica dell’atto antitirannico
compiuto, ma si deve soprattutto alla grande fortuna letteraria che l’uccisore di
Alessandro conobbe nel corso dell’Ottocento nella penisola italiana, ma anche
in Francia, negli stati tedeschi e in Inghilterra. Lorenzino divenne soggetto di
Ivi, p. XI.
Ibidem.
64 Cfr. L. De' Medici, Aridosia e Apologia, Rime e lettere, con introduzione e note a cura di Federico
Ravello, Utet, Torino 1921; F. Bibboni, L'ammazzamento di Lorenzino de' Medici, con l'Apologia di
Lorenzino de' Medici, a cura di Gino Valori, ITE, Milano 1935. Per quest'ultima edizione,
pubblicata durante gli anni del fascismo, si può immaginare che i giudizi sul “Bruto toscano”
siano stati limitati anche a causa dalla estrema pericolosità del tema del tirannicidio, affrontato
nel contesto di un sistema di forte restrizione delle libertà politiche.
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opere poetiche, opere liriche, drammi storici.
Il tema della fruizione letteraria del personaggio Lorenzino andrebbe, a
mio avviso, ulteriormente studiato, poiché sottende numerosi significati politici,
in modo particolare nel contesto del processo risorgimentale italiano.
All’argomento sono stati dedicati alcuni studi, che hanno affrontato la questione
della fortuna di Lorenzino nell’Ottocento dal punto di vista esclusivamente
letterario e stilistico, piuttosto che da quello dell’analisi del messaggio politico
che si evince dai testi dedicati all’autore dell’Apologia65. La costruzione della
mitologia del personaggio Lorenzino, maschera di Bruto, in particolare nel
dramma e nel melodramma italiano ottocentesco appare, a mio avviso,
funzionale alla delineazione di una tipologia di “eroe nazionale”, atto a
suscitare impegno e coinvolgimento nella causa patriottica66.
Nel suo saggio dedicato al Risorgimento italiano, Alberto Banti si
sofferma, in un significativo capitolo intitolato Immaginare e progettare una
nazione, sulla grande valenza politica delle opere letterarie ottocentesche, che
traggono spunto dalle vicende storiche del passato italiano67. “Ciò che è ancor
più interessante è che, nella grandissima varietà dei generi, degli stili, delle
ispirazioni e degli intrecci – scrive Banti – queste opere tendono purtuttavia a
disegnare un quadro coerente di che cosa sia la nazione italiana e di perchè
occorra battersi per essa”68. A tal fine, si tratteggia un nucleo concettuale che
“viene fatto giocare in vivaci narrazioni poetiche, romanzesche o
drammaturgiche, che mettono in scena la storia o il presente della nazione,
affidandosi a intrecci e a personaggi carichi di fortissime valenze simbolicoemotive”69.
Credo che le numerose opere dedicate a Lorenzino nel corso del
diciannovesimo secolo vadano in tal senso. Vittorio Alfieri, autore di due
tragedie dedicate a Bruto primo e a Bruto secondo, recuperò dall’oblio in cui era
caduto il personaggio storico di Lorenzino, che divenne oggetto di un poemetto
in ottave: l’Etruria vendicata70. Dopo il rilancio alfieriano, il personaggio
Lorenzino fu ripreso tanto da divenire quasi un tema diffuso nella produzione
letteraria italiana dell’Ottocento. Si ricordano soprattutto i drammi storici di
Cfr. G. Bustico, Lorenzino de’ Medici. Sul teatro dall’Alfieri a Sem Benelli, Domodossola,
Tipografia Ossolana, 1910; J.G. Bromfield, De Lorenzino de’ Medici à Lorenzaccio. Étude d’un thème
historique, Librairie Marcel Didier, Paris 1972.
66 Cfr. F. Russo, Mito politico ed ideale anti-tirannico…, cit.
67 Cfr. A.M. Banti, Il Risorgimento italiano, Laterza, Roma 2004, pp. 53-73.
68 Ivi, p. 55.
69 Ivi, p. 56.
70 Il Bruto primo e il Bruto secondo sono contenuti nell’edizione delle Tragedie di Alfieri pubblicata
da Didot a Parigi fra il 1787 e il 1789. All’Etruria vendicata Alfieri lavora fra il 1778 e il 1786. In
Italia il poemetto di Alfieri è pubblicato nel 1805 a Pisa.
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Giuseppe Revere, di Antonio Ghiglione, di Luigi Leoni, di Vittorio Salmini
dedicati all’uccisore di Alessandro, presente anche come personaggio principale
nel Filippo Strozzi di Giovan Battista Niccolini71.
Il Medici assunse le vesti del protagonista anche in testi approntati per
l’opera lirica: tra gli altri, il Lorenzino di Francesco Maria Piave, opera musicata
da Pacini e scritta per essere rappresentata a Venezia presso il teatro La Fenice
nel carnevale del 1844, e il Lorenzino di Giuseppe Perosio, volto in musica dal
maestro Marenco72. Nonostante ciò, fu proprio in Francia, grazie all’opera di
Alfred De Musset, che Lorenzino, nella veste di Lorenzaccio ottenne la sua più
vasta notorietà73. Ma vale la pena di ricordare anche il Lorenzino di Alexandre
Dumas padre, dato alle stampe nel 184274.
L’uccisore ufficialmente consanguineo (cosa da lui ripetutamente negata)
di Alessandro de’ Medici divenne quindi, tramite le edizioni dell’Apologia e le
versioni della sua vicenda scritte per i drammi teatrali e per il melodramma, un
personaggio storico noto e la sua azione politica ebbe vasta fama e riscontrò
diverse letture critiche.
Per tali ragioni, varrà decisamente la pena, come suggerito, ovvero iniziato
nel presente contributo, di seguitare a investigare su coloro che, fin dal
Settecento, si dedicarono a proporre al pubblico la figura e l’opera del
suggestivo e provocatorio Lorenzino, approfondendo le loro finalità e le loro
motivazioni, non meno che i contesti politico-culturali in cui essi si muovevano,
insieme ai messaggi tanto espliciti quanto impliciti di cui intendevano, grazie
all’autore dell’Apologia, farsi portatori.
Cfr. G. Revere, Lorenzino de’ Medici in Drammi storici, Le Monnier, Firenze 1860; A. Ghiglione,
Alessandro de’ Medici duca di Firenze, dramma storico, Parigi, s.n., 1835; L. Leoni, Lorenzino de’
Medici, in Opere drammatiche, Tipografia e libreria elvetica, Campolago 1843; V. Salmini,
Lorenzino de’ Medici, dramma in 5 atti e versi, con prefazione di P. G. Molmenti, Barbini, Milano
1873; G.B. Niccolini, Filippo Strozzi. Tragedia preceduta da una vita di Filippo e da documenti
inediti, Le Monnier, Firenze 1847.
72 Cfr. F.M. Piave, Lorenzino de’ Medici, tragedia lirica musicata dal cavaliere Giovanni, Pacini,
Molinari, Venezia 1844; G. Perosio, Lorenzino de’ Medici, dramma lirico in 4 atti, con musica di R.
Marenco, F. Lucca, Milano 1879.
73 Il Lorenzaccio di De Musset venne pubblicato nel 1834 e sarebbe stato reso celebre dalla
rappresentazione di Sarah Bernhardt nella parte di Lorenzino nel 1896 presso il Théâtre de la
Renaissance.
74 A. Dumas, Lorenzino, drame en cinq actes et en prose, Marchand, Paris 1842.
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Il volto della nazione.
L’immagine di Atatürk nella Turchia contemporanea
di Carlo L.E. Pallard
1.
La ragazza di Atatürk
Il primo agosto del 1997 campeggiava sulle prime pagine dei principali
quotidiani turchi un’immagine destinata a diventare un’icona della Turchia
contemporanea1. Un gruppo di manifestanti islamisti, donne velate e uomini
con la barba, sfilava nel centro di Ankara. A pochi metri di distanza una
ragazza sorridente, capelli sciolti e maniche corte, mostrava loro la foto di
Atatürk, il fondatore della repubblica, passato alla storia per aver abolito il
califfato e imposto alle istituzioni e alla società della Turchia un’impronta
profondamente secolarista. I manifestanti e la giovane donna erano separati da
una barriera di sicurezza, simbolo potente della polarizzazione ideologica della
società turca.
Per comprendere la rilevanza di questo episodio è necessario collocarlo
nella contingenza storica in cui avvenne.
Il ‘97 viene ricordato come un anno particolarmente difficile e travagliato
nella storia della Turchia contemporanea2. Al governo del paese si era per la
prima volta insediato un premier islamista, Necmettin Erbakan. La sua
posizione era tuttavia estremamente debole.
Cfr. Y. Navaro-Yashin, Faces of the State. Secularism and Public Life in Turkey, Princeton
University Press, Princeton 2002, pp. 190-191.
2 Per quanto riguarda gli eventi relativi al governo Erbakan e alla crisi istituzionale del 1997,
vedi E.J. Zürcher, Storia della Turchia. Dalla fine dell’impero ottomano ai nostri giorni, Donzelli
editore, Roma 2007, pp. 357-370; L. Nocera, La Turchia contemporanea, Carocci, Roma 2011, pp.
76-79; A. Biagini, Storia della Turchia contemporanea, Bompiani, Milano 2002, pp. 156-158.
1
18
C.L.E. Pallard, Il volto
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Alle elezioni politiche del 24 dicembre 1995, gli islamisti del Partito del
benessere (Refah Partisi) avevano ottenuto il 21,3% delle preferenze e, nella
complicata situazione politica di quegli anni segnati dalla crisi delle forze
politiche tradizionali, emersero come il partito di maggioranza relativa. In un
paese come la Turchia un risultato di questo tipo era eccezionale per una
formazione religiosa, ma in termini assoluti si trattava comunque di
un’affermazione troppo striminzita per aver la pretesa di costituire un solido
esecutivo di ispirazione islamista. Avvenne così che, soltanto dopo lunghe
trattative e il fallito tentativo di costituire una coalizione che escludesse gli
islamisti, Erbakan ottenne l’incarico di formare un governo insieme al DYP
(Doğru Yol Partisi, Partito della giusta via), il principale partito conservatore.
La situazione in cui il nuovo esecutivo si trovò a operare non era di certo
facile. Non solo l’establishment dello stato turco – forze armate, presidenza,
magistratura – si dimostrò evidentemente ostile a Refah e al suo leader, ma la
convivenza con gli alleati della coalizione fu da subito abbastanza problematica.
I deputati del DYP, comunque fedeli all’ideologia repubblicana, non avevano
infatti grande simpatia per i “sovversivi” islamisti. Tansu Çiller, ex-primo
ministro e segretaria del partito, aveva accettato di sostenere Erbakan soltanto
perché questi acconsentì a metterla al riparo dalle pesanti accuse di corruzione
che la riguardavano3.
In ogni caso, a fronte della drammatica crisi economica che il paese stava
vivendo, vi era un accordo di massima sul fatto che la stabilità del governo
fosse più importante della sua collocazione ideologica. Fu così che per i primi
mesi i militari lasciarono lavorare l’esecutivo senza porre particolari ostacoli.
Dal canto suo Erbakan, almeno per quanto riguarda la politica interna turca, si
dimostrò molto meno radicale di quanto ci si potesse immaginare. Del resto le
condizioni in cui Refah si trovò a governare, ostaggio dell’alleanza con il DYP e
sotto costante attacco dei mezzi d’informazione, consigliavano di mantenere un
basso profilo.
A far precipitare le cose fu l’atteggiamento in politica estera del governo di
Erbakan, teso a prendere almeno simbolicamente le distanze dall’Occidente e
solidarizzare con i paesi musulmani. All’inizio del ‘97 si moltiplicarono le
manifestazioni pubbliche in favore di Hamas e Hezbollah, e proseguì il
riavvicinamento diplomatico con l’Iran. Questi sviluppi fecero temere
conseguenze gravi, tali da mettere in discussione l’appartenenza a lungo
termine della Turchia al blocco atlantico. Una situazione di questo tipo non
poteva essere tollerata dagli ambienti militari.
3
E.J. Zürcher, op.cit, p. 362.
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C.L.E. Pallard, Il volto
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Il 28 febbraio 1997, in occasione della riunione del Consiglio di sicurezza
nazionale (Millî Güvenlik Kurulu, MGK), i generali espressero il proprio punto di
vista attraverso quello che è passato alla storia come il memorandum del 28
febbraio (28 şubat muhtırası). Nel documento stilato nel corso della riunione si
stabilivano una serie di decisioni relative alle riforme necessarie per la Turchia,
che il governo era costretto ad attuare immediatamente. La maggior parte delle
riforme imposte dai militari andava nel senso del rafforzamento della laicità
dello stato e dello smantellamento dell’influenza religiosa. Il nucleo del loro
messaggio era semplice e chiaro: la Turchia faceva parte del mondo occidentale
e tale assunto non poteva essere messo in discussione.
Accettare le condizioni dettate dal MGK rappresentò certamente una
grave umiliazione per Refah, e per giunta inutile, visto che nei mesi successivi la
defezione di molti deputati della maggioranza costrinse comunque Erbakan a
rassegnare le dimissioni.
Il nuovo governo, ispirato dai militari e composto da una strana alleanza
tra i conservatori del Partito della madrepatria (Anayurt Partisi, ANAP) e i
progressisti del Partito socialdemocratico del popolo (Sosyaldemokrat Halkçı
Parti, SHP), assunse subito un atteggiamento ostile e quasi persecutorio nei
confronti degli ambienti religiosi da cui provenivano i dirigenti e la gran parte
degli elettori di Refah.
Nell’estate del ‘97 la situazione sociale si fece sempre più tesa. In particolar
modo la riforma della scuola, che mirava ad impedire l’accesso all’istruzione
religiosa prima dell’ottavo anno del percorso scolastico, fu percepita dagli
ambienti religiosi come un’interferenza indebita nelle scelte educative delle
famiglie4.
Il 31 luglio migliaia di persone, in massima parte sostenitori di Refah,
scesero in strada ad Ankara per protestare contro l’introduzione del nuovo
sistema scolastico. La foto di quella che sarebbe diventata la “ragazza di
Atatürk” venne scattata proprio durante questa imponente manifestazione
islamista, per diventare di pubblico dominio nel giro di poche ore.
Come si venne a sapere nei giorni seguenti, il nome della protagonista di
questa vicenda era Chantal Zakari, giovane artista di Smirne in visita ad Ankara
accompagnata dal compagno statunitense Mike Mandel5. Fu subito evidente – a
partire dal nome di battesimo Chantal – che Zakari non era musulmana, e
naturalmente questo particolare attirò l’attenzione dei media e dell’opinione
pubblica.
Cfr. S. Kinzer, Turkish Leader Gets Way on Schools, in «International Herald Tribune», 18 agosto
1997.
5 M. Yıldırım, M. Oğuz, İşte cesur kız [Ecco la ragazza coraggiosa], in «Hürriyet», 1 agosto 1997.
4
20
C.L.E. Pallard, Il volto
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Per la borghesia laica e l’informazione mainstream legata all’ideologia dello
stato, il fatto che la ragazza non fosse musulmana non poteva che rappresentare
l’immagine di un paese laico e moderno, dove l’identità nazionale non era
minacciata dalle minoranze religiose o dal secolarismo, ma dalla
politicizzazione dell’Islam6.
I media islamisti vollero invece trovarne la conferma del carattere
provocatorio e anti-islamico del gesto di Zakari. Immediatamente venne
costruita una teoria del complotto, secondo cui la provocazione sarebbe stata
orchestrata da non meglio precisate forze occulte internazionali al fine di
screditare il movimento islamista e fornire una giustificazione mediatica
all’intervento dei militari in politica. Curioso è il fatto che gran parte delle teorie
cospirazioniste diffuse negli ambienti religiosi si basassero sulla convinzione,
del tutto infondata, che Chantal Zakari lavorasse per la CIA o per il Mossad e
che fosse un’ebrea sionista. In realtà si trattava di una cristiana cattolica di
origine levantina7.
Benché gli islamisti sfogassero su di lei tutta la propria frustrazione e il
proprio livore, agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica turca Zakari
divenne una vera e propria eroina. I giornali e le televisioni, che la
ribattezzarono con titoli altisonanti come “la figlia della Repubblica8”, crearono
attorno a lei un vero proprio culto della personalità. Per circa 10 giorni il suo
volto fu protagonista assoluto dei notiziari televisivi e delle prime pagine dei
giornali. La sua storia fu raccontata decine di volte, spesso con grande apporto
di immaginazione da parte dei giornalisti.
Ovunque andasse, Zakari veniva riconosciuta e fermata per strada. Alcuni
passanti commossi volevano abbracciarla e baciarla, altri più semplicemente le
si avvicinavano per poterla conoscere e ringraziare, e spesso gli esercenti le
offrivano gratuitamente la propria merce. Anche i più imporanti esponenti
della politica e i rappresentanti delle più alte isituzioni si vollero personalmente
congratulare con lei9.
Paradossalmente il gesto di sfidare gli islamisti con l’immagine di Atatürk,
simbolo della Turchia repubblicana, aveva trasformato la stessa Zakari in
un’icona vivente della nazione turca. La “ragazza di Atatürk” divenne per tutti,
Y. Navaro-Yashın, op. cit., p. 191.
Come esempio della posizione islamista - ancora a distanza di anni - sull’argomento, vedi F.
Altınok, O Laikçi Eylem Provokasyonmuş! [Quell’azione laicista è stata una provocazione!], in
«Haksöz Haber», 25 marzo 2012.
8 D. Hizlan, İşte gerçek 'Cumhuriyet Kızı' [Ecco la vera “figlia della repubblica”], in «Hürriyet», 1
agosto 1997.
9 [Senza indicazione dell’autore], Tebrik Yağdı [Sono piovute congratulazioni], in «Hürriyet», 1
agosto 1997.
6
7
21
C.L.E. Pallard, Il volto
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
nel bene o nel male, l’incarnazione dei valori fondanti della repubblica. Oggetto
di venerazione o di odio per alcuni, e di problematica riflessione per molti altri,
agli occhi dei turchi Chantal Zakari smise di essere una persona reale, per
diventare lei stessa rappresentazione mediatica di una determinata visione del
mondo. Si può dire che Zakari divenne, seppur per un periodo di tempo
estremamente limitato, un simbolo della Turchia costantemente esposto accanto
a quello tradizionale di Atatürk, a cui del resto era intimamente legato.
Il gesto di Zakari fu presentato all’opinione pubblica turca come un atto di
puro patriottismo, al fine di difendere la nazione minacciata dal fanatismo
religioso. Il quotidiano Hürriyet riportò persino le parole che la giovane donna
avrebbe rivolto ai manifestanti: “non rıuscirete a distruggere la nostra
repubblica” e ancora “questo non è l’Iran ma la Turchia di Atatürk”10. Non c’è
dubbio che queste frasi, che con la loro retorica risultano forse più patetiche che
eroiche, suonino alquanto artefatte. Infatti non furono probabilmente mai
pronunciate.
Nel 2011, quattordici anni dopo l’evento che li ha resi famosi in Turchia,
Chantal Zakari e il compagno Mike Mandel avrebbero pubblicato The State of
Ata11, un interessante volume fotografico dedicato all’iconografia di Atatürk
nella Turchia comporanea. Il libro di Zakari e Mandel, ben lontano dal
rappresentare un’apologia incondizionata della potenza “sacra” dei simboli
repubblicani, è ricco di osservazioni interessanti e originali sui molteplici – e
talvolta ambigui – utilizzi dell’effıge di Atatürk. L’immagine del grande statista
risulta infatti sempre soggetta a inevitabili interpretazioni rispecchianti gli
interessi politici e le tendenze culturali del presente.
Un’intervista, rilasciata proprio in occasione dell’uscita di The State of Ata,
può essere a tal proposito davvero illuminante. Dalle dichiarazioni dei due
artisti emerge chiaramente la strumentalizzazione mediatica dell’evento del
199712.
Innanzitutto il gesto di Zakari, per nulla premeditato, non intendeva
primariamente essere un’azione politica. L’intento principale era infatti
artistico: Mandel ebbe l’idea di scattare alcune fotografie della fidanzata che
mostrava l’icona di Atatürk accanto agli islamisti, affascinato dall’accostamento
di due immagini così differenti.
[Senza indicazione dell’autore], Herkesi ağlattı [Ha commosso tutti], in «Hürriyet», 1 agosto
1997.
11 M. Mandel, C. Zakari, The State of Ata. The Contested Imagery of Power in Turkey, Eighteen
Publications, Boston 2010.
12 M. Mandel, C. Zakari [intervista a cura di Photo-Eye Blog], Interviews: Mike Mandel and Chantal
Zakari, da «Photo-Eye Blog», 1 ottobre 2010, http://blog.photoeye.com/2010/10/interviews-mikemandel-and-chantal.html
10
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C.L.E. Pallard, Il volto
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Diversamente da quanto riportato dai giornali, Zakari e Mandel non
ebbero alcuno scontro vero e proprio – né fisico né verbale – con i manifestanti.
Al contrario alcuni di essi si fermarono per spiegare che anche loro
supportavano Atatürk e rispettavano i valori repubblicani, mentre altri si
limitarono a passare oltre, dimostrando tutt’al più la propria stizza con qualche
gestaccio. È vero che nel tardo pomeriggio la situazione si fece più tesa, e alcuni
fondamentalisti islamici si scontrarono fisicamente con i giornalisti e la polizia,
ma l’azione della “ragazza di Atatürk” era avvenuta in realtà diverse ore prima.
Nella stessa occasione, Zakari, pur essendo in realtà una sostenitrice della
laicità dello stato, ha voluto sottolineare come il suo gesto non volesse costituire
un attacco contro i manifestanti islamisti, e che non intendeva ledere il loro
diritto a esprimere pubblicamente le proprie opinioni. Come si è detto, The State
of Ata, lungi dall’essere un’acritica difesa del culto del fondatore della Turchia
(come ci si poteva forse aspettare dalla “ragazza di Atatürk”), ha dimostrato un
atteggiamento piuttosto dialogante e aperto verso le tendenze islamiste o
comunque opposte al kemalismo.
La strumentalizzazione mediatica del gesto di Zakari è emblematica
dell’utilizzo pubblico che viene fatto dell’immagine di Atatürk. Lo stato, i
media, i movimenti politici più disparati, e non ultimi i cittadini comuni: tutti
questi attori, spesso seguendo ciascuno i propri interessi, giocano un ruolo nella
definizione (e costante ri-definizione) dell’immagine di Atatürk.
2.
Un “santo” popolare?
Atatürk morì nel palazzo Dolmabahçe di Istanbul – la residenza dei sultani del
XIX secolo – alle ore 09:05 del 10 novembre 1938. Fabio L. Grassi ha sottolineato
il paradosso di un uomo di cui non si conosce il mese e il giorno di nascita, ma
di cui sono noti i minuti e i secondi della morte13. Era l’inizio di un culto parareligioso del defunto leader, destinato a durare fino a oggi.
Il 10 novembre di ogni anno, alle ore 09:05, l’intera Turchia si ferma in
luttuoso silenzio. Nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici e nei negozi, i turchi
sospendono le proprie attività per rendere tributo al fondatore della
Repubblica. Il rituale è chiaramente ispirato dallo stato e dalle forze armate, che
si prodigano a fare suonare le sirene affinché tutto il popolo sia reso partecipe
dell’evento. Ma nessuno obbliga i turchi a parteciparvi, e l’adesione spontanea
della gran maggioranza della popolazione testimonia quanto il culto di Atatürk
sia profondamente radicato nella coscienza collettiva.
13
F.L. Grassi, Atatürk. Il fondatore della Turchia moderna, Salerno ed., Roma 2008, p. 19.
23
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Gli storici discutono su quale sia stato il ruolo di Atatürk nello sviluppo di
un proprio culto della personalità. Sicuramente Kemal dimostrò sempre
un’autostima al limite del narcisismo, e soprattutto indirizzò attivamente la
storiografia nazionale verso l’esaltazione del genio e delle straordinarie doti del
grande fondatore. Le sue opere memorialistiche, e in particolar modo il Nutuk14,
sottolineano il ruolo demiurgico giocato da Atatürk nella storia nazionale,
spesso contrapponendolo ai suoi principali rivali politici, generalmente descritti
come deboli, pavidi, corrotti o semplicemente incapaci15. Kemal era ben
consapevole del culto che stava nascendo attorno alla sua figura, e quando il
parlamento propose per lui il cognome di Atatürk (padre deı turchi), egli lo
accettò molto volentieri.
Erik J. Zürcher ha però sottolineato ciò che invece ha storicamente
distanziato Atatürk rispetto ad altre grandi figure autoritarie del XX secolo.
Kemal non fu mai un grande oratore, nel senso in cui poteva esserlo Mussolini.
In Turchia non esistette mai un equivalente di Palazzo Venezia, e quel rapporto
“mistico” tra il leader e le masse che ha contraddistinto i totalitarismi europei
del ‘900 è stato quasi del tutto assente nel kemalismo. Atatürk parlava in
pubblico raramente e non mostrava la tendenza a spettacolarizzare la sua figura
e la sua vita privata.
In verità il culto di Atatürk, se si vuole parlare in questi termini, si
manifestò nel quadro di quello che non fu mai un regime di massa. La figura di
Kemal, finché egli fu in vita, fu presentata al popolo più nelle forme tradizionali
della monarchia che in quelle moderne del dittatore novecentesco16.
Alla morte di Atatürk, cominciò evidentemente il processo di mitizzazione
del defunto leader, ma in modo meno spinto di quanto si possa pensare. İsmet
İnönü, che gli era succeduto al potere con modalità non troppo limpide, era
soprattutto interessato a usare l’eredità di Kemal per legittimare se stesso. A
questo scopo, l’immagine di Atatürk fu utilizzata soprattutto in accostamento
con quella di İnönü. La strategia del nuovo presidente non si dimostrò
indovinata, cosicché egli finì in realtà per essere una figura molto impopolare (e
lo rimane tutt’ora)17.
Al contrario, si stava sviluppando attorno ad Atatürk un sincero culto
popolare. Lo dimostra il fatto che un grande âşık (bardo, cantore tradizionale)
K. Atatürk, Nutuk, Millî Eğitim Basımevi, Istanbul 1970, pp. 1-10. Il Nutuk è la trascrizione del
celebre discorso (tale è appunto il significato di questo termine ottomano ormai desueto) tenuto
da Atatürk tra il 15 e il 20 ottobre del 1927, dal quale si può far cominciare l'era del regime
kemalista a partito unico.
15 Cfr. E.J. Zürcher, Storia della Turchia, cit., pp. 213-214.
16 Ivi, pp. 227-228.
17 Cfr. F.L. Grassi, op.cit., p. 356.
14
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come Veysel Şatıroğlu18 dedicò un brano ad Atatürk, nella forma tradizionale
dell’ağıt (lamento funebre), testimoniando lo sgomento del popolo per la morte
del leader e la sincera devozione delle masse nei suoi confronti19. Atatürk
entrava così, accanto a personaggi come Dede Korkut o Köroğlu20, nel
repertorio di “eroi” della tradizione popolare turca.
Peraltro, nel 1950, la fine della dittatura monopartitica del CHP – il Partito
repubblicano del popolo (Cumhuriyet Halk Partisi) fondato da Atatürk ed
ereditato da İnönü – determinò il trionfo elettorale del neo-costituito Partito
democratico (Demokrat Parti) di Adnan Menderes e Celal Bayar.
L’accostamento dell’immagine di Atatürk all’impopolare regime di İnönü
finì per trascinare nel fango, agli occhi di alcuni, anche la memoria del grande
fondatore. Difatti, quando si seppe della vittoria del DP, in diverse città della
Turchia alcuni sostenitori di quest’ultimo partito distrussero o imbrattarono le
statue e le immagini di Atatürk.
Le idee dei dirigenti del Partito democratico erano però molto diverse. Il
governo di Menderes non si limitò a punire i colpevoli degli atti vandalici
commessi contro le immagini pubbliche di Atatürk, ma consolidò con maggior
vigore il culto ufficiale della personalità del fondatore dello stato nazionale
turco.
Fu proprio nel decennio in cui il DP governò la Turchia che vennero
proclamate le leggi volte a proteggere la memoria di Atatürk e a sanzionare le
mancanze di rispetto verso la sua persona; inoltre fu costruito il mausoleo ad
Anıtkabır e avvenne la sistematica occupazione dello spazio pubblico con statue
e ritratti del “Padre dei turchi”21. Ogni oggetto utilizzato da Kemal e ogni luogo
legato alla sua vita furono sacralizzati, a tal punto che il culto di Atatürk
cominciò ad assomigliare a quello dei santi della tradizione cattolica.
Ancora oggi in Turchia il peso delle leggi per la tutela della memoria di
Atatürk è notevole. Lo dimostra la vicenda di Murat Vural, che nel 2005 è stato
condannato a 22 anni per aver imbrattato una statua di Atatürk22.
Veysel Şatıroğlu (1894-1973), conosciuto soprattutto come Âşık Veysel (Veysel il bardo), è stato
il più importante cantore popolare turco del XX secolo.
19 Âşık Veysel, Atatürk’e Ağıt [Canto funebre per Atatürk], in «Âşık Veysel», Columbia Plak,
1973. La data si riferisce ovviamente alla pubblicazione dell’album contenente il brano,
composto però molti anni prima.
20
Dede Korkut e Köroğlu sono i protagonisti delle più famose saghe epiche (destan) della
letteratura popolare turca.
21 Cfr. A. Mango, Atatürk. The biography of the founder of modern Turkey, John Murray, London
2001, p. 36.
22 [Senza indicazione dell’autore], Man sentenced to 22 years for defacing Ataturk statues, in
«Hürriyet Daily News», 11 febbraio 2005.
18
25
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Successivamente la condanna è stata ridotta a 13 anni, e Vural è stato infine
rilasciato con la condizionale nel giugno del 2013. Nell’agosto del 2014 la Corte
europea dei diritti dell’uomo ha giudicato largamente spropositata la condanna
inflitta a Vural, a cui lo stato turco dovrà pagare 26.000 euro di danni 23. Oggi c’è
chi in Turchia sarebbe pronto a rivedere le severissime leggi che proteggono la
memoria di Atatürk, ma si tratta di un argomento ancora molto difficile da
affrontare24.
Anche il culto popolare di Atatürk si modificò negli anni del governo
democratico, assumendo talvolta i tratti di una devozione mistica e parareligiosa. Il fanatismo che ormai circondava la figura di Atatürk si manifestò in
modo eclatante tra il 6 e il 7 settembre del 1955, quando si diffuse la falsa notizia
– forse suggerita dai servizi segreti turchi – che i greci avessero messo una
bomba nella casa natale di Kemal a Salonicco. Quello che ne seguì fu un
violentissimo pogrom contro la popolazione greca di Istanbul. Il saccheggio dei
quartieri dove risiedeva la minoranza, con decine di morti e centinaia di feriti,
provocò a lungo termine la fuga dalla Turchia della maggior parte della
popolazione greca rimasta nell’antica capitale ottomana25.
Nel 1960 il governo del DP fu rovesciato da un colpo di stato militare, e
dieci anni più tardi ve ne fu un secondo. Eppure, sia i militari che il DP si
richiamavano esplicitamente ad Atatürk. La sua figura cominciò quindi a venire
politicizzata e utilizzata in difesa di ideologie politiche contrapposte.
Questa tendenza si radicalizzò nel corso degli anni ’70, quando emersero
due diverse immagini di Atatürk: da una parte il nazionalista, fiero difensore
dell’ordine sociale e dello stato, sostenuto dai nazionalisti e dai conservatori;
dall’altra un altro Atatürk, il rivoluzionario anti-imperialista, il repubblicano
laico che aveva sfidato l’autorità legittima del sultano e l’ordine imposto dalle
potenze vincitrici, e che era il punto di riferimento dei movimenti socialisti e
comunisti26.
Anticipato da un decennio molto difficile per la Turchia, tra stagnazione
economica, instabilità politica, e soprattutto una guerra civile strisciante tra
gruppi di destra e di sinistra, il colpo di stato dell’80 avrebbe rappresentato uno
http://www.hurriyetdailynews.com/default.aspx?pageid=438&n=man-sentenced-to-22-yearsfor-defacing-ataturk-statues-2005-11-02
23 M. McNamee, This man got a 13-year prison sentence for pouring paint over a statue, in
«TheJournal.ie», 16 ottobre 2014
http://www.thejournal.ie/prison-statue-turkish-echr-human-rights-1736916-Oct2014/
24 Cfr. T. Seibert, Some Turks ready to abolish law that protects memory of Ataturk, in «The Atlantic»,
16 agosto 2011 http://www.thenational.ae/news/world/some-turks-ready-to-abolish-law-thatprotects-memory-of-ataturk
25 D. Güven, 6-7 Eylül olayları [Gli eventi del 6-7 settembre], in «Radikal», 6 settembre 2005.
26 F.L. Grassi, op. cit., p. 359.
26
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dei momenti più drammatici della storia turca contemporanea. Il 12 settembre
1980 inaugurò infatti una dittatura militare – piuttosto sanguinosa – durata
circa tre anni, fino alla promulgazione di una nuova costituzione e la
restaurazione di una sorta di democrazia.
Benché ufficialmente i militari dichiarassero di voler colpire
indistintamente tutti coloro che costituivano un pericolo per l’unità e la stabilità
del paese, le vittime principali del colpo di stato furono gli attivisti e gli
intellettuali di sinistra, contro i quali si scatenò una vera e propria caccia alle
streghe. Per contrastare le ideologie comuniste e socialiste, l’esercito stesso si
fece portatore di una nuova ideologia di stato, denominata “sintesi turcoislamica” (Türk-İslam sentezi), che era stata elaborata in ambienti borghesi e
conservatori negli anni ’7027. Mischiando la classica retorica occidentalista e
patriottica con i valori religiosi dell’Islam, i militari imposero al paese una
svolta conservatrice gravida di conseguenze per la storia della Turchia28.
Il culto della personalità di Atatürk rappresentò una parte importante
della sintesi turco-islamica. Mai prima di allora la sua effige fu tanto presente
nella vita dei turchi. L’immagine di Atatürk, privata di ogni significato politico,
divenne una potentissima raffigurazione della nazione – e dello stato – accanto
alla bandiera e agli altri simboli della patria29.
Tuttavia è necessario sottolineare come in questo modo la figura di
Atatürk non venisse soltanto depoliticizzata, ma anche in sostanza tradita.
Tutta la vicenda storica di Kemal era caratterizzata da un’azione progressista,
volta a emancipare la società turca dalla pesante eredità delle tradizioni
ottomane. Ora la sua figura veniva usata per legittimare una politica
conservatrice, impegnata a rivalutare le tradizioni religiose e l’ordine
patriarcale della società.
Evidentemente il culto della personalità di Atatürk imposto dai militari, in
quanto parte di un’oppressiva religione di stato, aveva poco a che vedere con la
sincera e spontanea devozione che molti turchi provavano verso il fondatore
della loro repubblica, e sicuramente non aveva nulla di “popolare”30.
Negli anni ’90 l’establishment turco ebbe tuttavia a pentirsi amaramente
dell’impronta conservatrice imposta alla società nel decennio precedente. Fu
così che, quando si palesò il fenomeno rappresentato dai movimenti politici
Cfr. E.J. Zürcher, The Young Turk Legacy and National Building. From the Ottoman Empire to
Atatürk’s Turkey, I.B. Tauris & Co Ltd, New York 2010, pp. 348-350.
28 Sul colpo di stato del 1980 e le sue conseguenze, vedi Id., Storia della Turchia..., cit., pp. 337348.
29 Cfr. F.L. Grassi, op. cit., p. 360.
30 G. Çandar, Atatürk’s Ambiguous Legacy, in «The Wilson Quarterly (1976-)», vol. 24, n. 4, 2000,
pp. 8-96.
27
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islamisti, emerse una sorta di “neo-kemalismo” volto a recuperare alcuni aspetti
essenziali della figura e dell’azione di Kemal, in particolare per quanto riguarda
la laicità dello stato e l’emancipazione femminile. A tutto ciò si unì la paura che
la crescita dell’islamismo politico potesse mettere a rischio la stessa
sopravvivenza del culto di Atatürk e dei valori fondanti della repubblica31.
Questo è il contesto in cui si è verificata anche la vicenda di Chantal
Zakari, che se non altro testimonia la rinascita di forme spontanee e sincere di
devozione nei confronti dell’immagine di Atatürk. Sarebbe rimasto in ogni caso
il rischio di strumentalizzazioni “dall’alto”, a cui la stessa Zakari non ha potuto
o saputo sottrarsi.
A tutto ciò vale la pena aggiungere che per circa un secolo l’effige di
Atatürk è stata riprodotta milioni di volte sulle monete come sulle cartoline
(potremmo definirle “santini”), oltre che in decine di migliaia di pubblicazioni
cartacee. È entrata nelle case, dove non mancano mai ritratti e fotografie del
padre della patria, in tutti gli edifici pubblici, negli uffici e nelle scuole, nei
negozi e nelle officine.
Non c’è nessuno in Turchia la cui vita non sia stata segnata dalla presenza
del grande fondatore, ma l’impatto più forte è stato sicuramente quello
esercitato sull’immaginazione dei bambini. La scrittrice di successo Elif Şafak
considera l’onnipresenza dei ritratti di Atatürk come il ricordo più intenso della
sua infanzia:
Ho trascorso parte della mia infanzia insieme ai miei nonni materni. Il nonno, che era un
ufficiale dell’esercito in pensione e un veterano di guerra, teneva un enorme calendario con le
foto di Atatürk sopra al suo letto. Andava a dormire guardando il leader della nazione e si
svegliava sapendo che egli stava lì a vegliare su di lui. Ogni dicembre era un evento importante
quello di comprare il nuovo calendario di Atatürk e vedere che foto erano state stampate per
l’anno venturo.
[…] Mia madre mi ha sempre detto di ricordare Atatürk nel mio cuore con gratitudine, dal
momento che non aveva salvato solo la nazione, ma anche noi donne turche. […] Rimasi molto
sorpresa quando, al primo anno di università, cominciai a leggere molte cose a proposito della
tarda età ottomana e venni a conoscenza di un movimento e una prolifica letteratura
femminista in Turchia, che risaliva alla metà del XIX secolo, se non prima. Mi avevano sempre
insegnato che la coscienza di genere, come tutte le altre conquiste fondamentali del progresso,
fosse una creazione dello stesso Atatürk.
[…] A scuola dovevamo scrivere poesie e temi sul padre della patria, e giurare di essere fedeli
alla sua eredità. Ci dicevano che ci sarebbero stati nemici dentro e fuori la nazione, e che noi
avremmo dovuto difenderlo [Atatürk ndr.] con le unghie e i denti. Per anni tutti gli scolari delle
[Senza indicazione dell’autore], Ataturk’s image: A secularist’s lament. The cult of Ataturk may be
slowly weakening, in «The Economist», 25 febbraio 2012
31
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C.L.E. Pallard, Il volto
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elementari dovevano ripetere il giuramento nazionale: “Io sono un turco. La mia esistenza sia
un dono alla nazione”. 32
Fino all’ottobre del 2013 gli scolari turchi di tutte le classi dovevano
rendere omaggio all’immagine di Atatürk – ovviamente presente in ogni classe
accanto alla bandiera – pronunciando un “giuramento dello studente” (Öğrenci
andı) finalizzato a esaltare i valori repubblicani e l’eredità kemalista, e che si
concludeva con il più celebre motto coniato da Atatürk: ne mutlu Türküm diyene
(beato chi dice “io sono turco”)33.
Sembra evidente quanto questi rituali, rafforzati dopo il “colpo di stato
post-moderno” del 1997, facessero parte di un disegno volto a indottrinare le
giovani generazioni nel culto di Atatürk e nella fedeltà allo stato. Eppure sono
stati proprio i giovani cresciuti in questo modo a risultare protagonisti, nel
nuovo millennio, di una rinascita e ridefinizione dell’utilizzo “dal basso”
dell’immagine di Atatürk.
3.
Atatürk 2.0
I primi 15 anni del nuovo secolo sono stati più di ogni altra epoca caratterizzati
dallo sviluppo e dalla diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione. Internet ha
consentito di accedere più facilmente e liberamente a ogni tipo di informazione,
e soprattutto ha contribuito a liberare la figura storica di Atatürk dalla
narrazione sacralizzante, ma anche arida e stereotipata, in cui era stata
confinata dopo il colpo di stato del 1980.
La rinascita di un sincero culto popolare di Atatürk si è manifestata in un
cambiamento iconografico di vasta portata. Nelle tradizionali immagini di
Atatürk, tipiche della Turchia novecentesca, il fondatore dello stato turco
appariva sempre serio, impettito, distante dalla vita comune delle persone. Più
simile a un santo o a un monarca di epoche passate che a un paladino del
popolo. Negli ultimi anni si è potuto assistere alla diffusione di forme di
rappresentazione molto diverse.
Sempre più persone preferiscono esibire fotografie e ritratti di Kemal colto
in situazioni della quotidianità, sorridente, vestito in modo semplice e sportivo.
Il culto di Atatürk non si è indebolito, ma c’è un tentativo da parte delle persone
E. Şafak, Someone to watch over me: how Atatürk lives on in modern Turkey – in pictures, in «The
Guardian», 8 novembre 2013.
http://www.theguardian.com/world/gallery/2013/nov/08/ataturk-turkey-photography-ersoyemin Traduzione mia.
33 [Senza indicazione dell’autore], Öğrenci andı kalıdırıldı [Il giuramento dello studente è stato
abolito], in «Milliyet», 8 ottobre 2013
http://www.milliyet.com.tr/ogrenci-andi-kaldirildi/gundem/detay/1774380/default.htm
32
29
C.L.E. Pallard, Il volto
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
– e non delle masse anonime a cui è rivolta la “religione di stato” – di
riappropriarsene34.
La temperie culturale in cui è necessario contestualizzare il nuovo culto
popolare di Atatürk – molto spesso legato agli ambienti laicisti che si sentono
sempre più schiacciati dall’egemonia conservatrice – ha anche favorito il
diffondersi di pratiche che possono apparire sintomi di fanatismo politico o di
semplice cattivo gusto.
Una moda che si è diffusa negli ultimi anni è quella dei tatuaggi
raffiguranti l’effige, o molto più sovente la firma, di Atatürk. Il tatuaggio in
quanto tale è una pratica mal vista da parte dei conservatori religiosi, e in una
società musulmana come quella turca costituisce un atto di ribellione molto più
provocatorio di quanto possa sembrare a un italiano.
Usare il tatuaggio per “marchiare” il proprio corpo con quello che è un
simbolo non solo della Turchia, ma anche di un certo modo di vivere e di
pensare, è un forte segno di appartenenza a una determinata categoria sociale.
Significa in poche parole rivendicare la propria collocazione all’interno della
civiltà occidentale – di cui l’uso del tatuaggio è visto come un simbolo – e
fondare questo sentimento su quell’uomo che ha rappresentato l’idea che la
Turchia dovesse culturalmente far parte dell’Occidente35.
Il tatuaggio è soltanto la forma più diffusa e meno eclatante di un
fenomeno di radicalizzazione e politicizzazione che la figura di Atatürk sta
subendo in questi ultimi anni da parte delle nuove generazioni. Nel 2009 un
utente anonimo ha diffuso su Youtube il video di un ragazzo intento a
dipingere un ritratto di Atatürk con il proprio sangue. Il disegnatore si è
tagliuzzato i polpastrelli con una lametta e ha utilizzato le dita insanguinate
come una matita o un pennello. Il risultato è tecnicamente notevole,
dimostrando il fatto che l’artista è dotato di grande talento, ma un gesto simile è
difficilmente comprensibile se si prescinde dal significato che l’immagine di
Atatürk ha assunto in Turchia soprattutto negli ultimi anni36.
La rete ha rappresentato il principale campo di battaglia in cui si è svolta
la ripresa del culto di Atatürk da parte delle nuove generazioni. I social network
come Facebook e Twitter sono molto usati per condividere le frasi celebri di
Un tipico esempio di questa volontà di raffigurare Atatürk in un modo più intimo e
sottolinearne il lato umano, è stato il discusso film Mustafa del regista Can Dundar. Vedi P.
Turgut, A Turkish Film Draws Fire for Its Portrait of Atatürk, in «Time», 13 novembre 2013
http://content.time.com/time/world/article/0,8599,1858434,00.html
35
P. Zalewski, Turkey's Tattoo Politics, in «The Atlantic», 4 novembre 2010
http://www.theatlantic.com/international/archive/2010/11/turkeys-tattoo-politics/66094/
36 T. Özgür, Kanıyla Atatürk Resmi Çizdi! [Ha disegnato Atatürk con il sangue!!], 5 febbraio 2009
[file video], https://www.youtube.com/watch?v=lM-cppqgBPA
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Atatürk, commemorare gli eventi relativi alla sua vita, e ovviamente
diffonderne l’immagine. Ritratti di Atatürk sono spesso usati come immagini di
profilo, spesso accompagnate dalla sigla TC (Türkiye Cumhuriyeti, Repubblica di
Turchia) anteposta al nome dell’utente.
Quest’ultimo particolare parrebbe dimostrare un’identificazione con lo
stato da parte dei nuovi apologeti di Atatürk. In realtà non è così, ma al
contrario l’insistenza sulle radici dello stato turco è un atto di protesta verso un
governo e un establishment che vengono sempre più percepiti – a torto o a
ragione – come distanti dai valori repubblicani incarnati dal fondatore.
La più grande novità di questi anni è proprio l’emergere di una nuova
generazione di turchi, per i quali l’ammirazione per Atatürk e la devozione nei
suoi confronti non sono in nessun modo legate al culto della personalità
imposto dall’alto, e sono anzi spesso in contrasto con lo stato.
Se Atatürk è diventato un simbolo di ribellione e di indipendenza per una
nuova generazione, le ragioni di questo fenomeno non vanno ricercate soltanto
nei cambiamenti nella sfera della comunicazione, ma anche e soprattutto in ciò
che è successo ai vertici dello stato turco.
Da dieci anni alla guida della Turchia si è saldamente installato il Partito
della giustizia e dello sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, AKP) di Recep
Tayyip Erdoğan. Il partito, nato dall’ala riformista e democratica del vecchio
movimento islamista, ha rappresentato un grande cambiamento nella scena
politica turca37.
Il nuovo stile politico proposto dall’AKP, definito “democrazia
conservatrice” (muhafazakâr demokrasi), ha inizialmente promesso una
normalizzazione dei rapporti tra lo stato e i cittadini, e uno sforzo di
democratizzazione senza precedenti nella storia della Turchia.
Con il tempo l’azione riformatrice del governo è tuttavia diventata sempre
meno incisiva, mentre sono cresciuti l’autoritarismo e la volontà di controllo
sulla società da parte del partito. Soprattutto a partire dalla terza vittoria
elettorale dell’AKP nel 2011, è diventato evidente che la “democrazia
conservatrice” consiste in una ripresa della sintesi turco-islamica all’interno di
un nuovo ordine autoritario controllato dal partito di governo e non
dall’esercito.
In questo contesto è emersa in modo eclatante l’aperta contestazione
dell’ordine presente in Turchia da parte della nuova generazione, nata e
cresciuta dopo il colpo di stato del 1980. Tra il maggio e il giugno del 2013 la
Sulla storia dell’AKP e dei governi guidati da Recep Tayyip Erdoğan, vedi L. Nocera, op. cit.,
pp. 103-125.
37
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Turchia è stata travolta da una gigantesca ondata di manifestazioni di massa
contro il governo.
Tutto si è sviluppato da un sit-in di protesta contro il progetto di
riqualificazione di Piazza Taksim a Istanbul, dove il parco di Gezi avrebbe
dovuto essere cancellato e sostituito con la riproduzione di una caserma
ottomana. La violentissima e ingiustificata reazione delle forze dell’ordine è
stata la miccia che ha dato il via a una vera e proprio rivolta generazionale 38.
I giovani che hanno partecipato alle manifestazioni dell’estate del 2013
hanno fatto un larghissimo uso dell’immagine di Atatürk, tentando di sottrarne
il monopolio sia al governo che alla tradizionale opposizione kemalista, da essi
apertamente sconfessata.
L’elemento più caratteristico delle manifestazioni è stata la bandiera turca
con l’immagine di Atatürk sovraimpressa. I due grandi simboli della Turchia
moderna, cioè l’Ayyıldız39 e l’effige di Atatürk, si sono così trovati impressi su
un unico drappo, che è diventato il simbolo principale della protesta. Allo
stesso modo, le marce che hanno attraversato le più importanti città turche sono
state spesso scandite dal coro Atatürk’ün askerleriyiz (siamo i soldati di Atatürk),
mentre il principale edificio di Piazza Taksim è stato coperto da un gigantesco
telo recante l’immagine del fondatore della Turchia repubblicana40.
I “ragazzi di Gezi” – come sono stati ribattezzati dalla stampa
internazionale – hanno mostrato un approccio alla figura di Atatürk molto più
libero e intimo rispetto alla tradizione sacralizzante del culto di stato.
L’artista Erdem Gündüz ha per esempio inventato la cosiddetta protesta
del duran adam (uomo in piedi). Il 17 giugno 2013 il coreografo, allora
ventisettenne, si è recato a Taksim e si è fermato a fissare la gigantografia di
Atatürk che dominava la piazza. È rimasto assolutamente fermo in quella
posizione per ore, senza muoversi o spostare lo sguardo, imitato da centinaia di
altre persone attorno a lui. In breve tempo l’hastag #duranadam è diventato un
fenomeno mondiale su Twitter. Nei giorni successivi migliaia di persone hanno
poi replicato il gesto di Gündüz in decine di città della Turchia 41.
Cfr. Y. Takşın, C. Maritato, D. Cristiani, G. Barbato, M. Chiarella, C. Çandar, Che cosa vuole
l’altra Turchia, in «Limes», n. 6, luglio 2013, pp. 49-69.
39 Letteralmente “la luna-stella”, è il modo affettuoso con cui viene comunemente chiamata la
bandiera turca, corrispondente alla nostra espressione “il tricolore”.
40 L. Harding, Turkey's protesters proclaim themselves the true heirs of their nation's founding father,
in «The Guardian», 8 giugno 2013
http://www.theguardian.com/world/2013/jun/08/turkey-protesters-proclaim-heirs-ataturk
41 [Senza indicazione dell’autore], Nuova ondata di arresti a Istanbul E «l’uomo in piedi» sfida
Erdogan, in «La Stampa», 18 giugno 2013
http://www.lastampa.it/2013/06/18/esteri/turchia-libero-il-fotografo-italianotJET6QmEhMG5zU2XFGs1TN/pagina.html
38
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L’idea che un movimento di protesta anti-governativo – se non
esplicitamente anti-statale – utilizzi come simbolo l’effige del fondatore dello
stato, può sembrare incoerente. Gli oppositori del governo, che hanno dato vita
a questo utilizzo “sovversivo” dell’immagine di Kemal, si rifanno però a una
lettura alternativa e anarchica della vita e dell’azione politica di Atatürk.
Nel 1933, infatti, a seguito di alcuni disordini che si erano verificati nella
città di Bursa, Atatürk avrebbe pronunciato un discorso rivolto alla gioventù
turca, affidando loro il futuro della nazione, e consentendo (anzi, ordinando)
alle future generazioni di portare avanti i valori della rivoluzione repubblicana
anche contro le legittime istituzioni statali, qualora queste avessero tradito i
valori da cui erano nate. Non è certo se questo discorso sia mai stato realmente
pronunciato42, ma è assolutamente vero che il movimentismo “giacobino” era
una parte essenziale della cultura politica in cui Atatürk e la sua azione
affondavano le proprie radici43.
L’unico fatto certo è che questa visione rivoluzionaria e sovversiva del
ruolo storico di Atatürk non è che una delle diverse interpretazioni usate per
legittimare l’utilizzo pubblico della sua immagine da parte di diversi attori
politici.
4.
Quanti Atatürk?
I giovani manifestanti che stavano inondando le principali città della Turchia
non erano gli unici a utilizzare l’effige di Atatürk. Quasi in contemporanea, il
premier Erdoğan44 si impegnava in una serie di interventi pubblici al fine di
legittimare la propria posizione e compattare l’elettorato dell’AKP. E in ogni
comizio, l’immagine di Erdoğan era sistematicamente associata a quella di
Atatürk. Alle spalle del premier turco si ergevano le gigantografie del fondatore
dello stato turco, per sottolineare che Atatürk prima di ogni altra cosa
rappresentava le istituzioni impersonate da Erdoğan e dal suo governo. Al
meeting dell’AKP del 20 agosto 2013, furono esposti l’uno a fianco dell’altro
due giganteschi teli recanti le immagini di Erdoğan e Atatürk, per altro ritratti
in posizioni e abbigliamento molto simili45.
[Senza indicazione dell’autore], Atatürk'ün Bursa Nutku yalan mı?[Il discorso di Bursa di
Atatürk è un falso?], in «Haber7», 2 agosto 2013
http://www.haber7.com/guncel/haber/1057923-ataturkun-bursa-nutku-yalan-mi
43 E. Kızılkaya, Turkish anarchists turn to Kemalism, in «Al-Monitor», 6 dicembre 2013
http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2013/12/anarchists-turkey-ataturk-kemalismsecular-akp.html
44 Oggi presidente della repubblica.
45 S.Tisdall, Recep Tayyip Erdogan: Turkey's elected sultan or an Islamic democrat?, in «The
Guardian», 24 ottobre 2012
42
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Del resto, come è testimoniato dalla storia politica della Turchia, associare
la propria immagine a quella di Atatürk è una delle modalità principali per
legittimare la propria leadership.
Può apparire strano che il leader di un partito famoso per le sue posizioni
conservatrici possa utilizzare l’immagine di Atatürk, il riformatore laico e
occidentalista per eccellenza. Si può essere infatti portati a pensare che i
conservatori musulmani coltivino un’irriducibile ostilità verso la figura di
Atatürk e rifiutino con forza i suoi ideali. In realtà si tratta di una questione più
complessa46.
Nel già citato The state of Ata di Zakari, due attiviste conservatrici, Hatice
Hekinci e Güler Yıldız, sono state intervistate in merito alla loro opinione
sull’utilizzo politico dell’immagine di Atatürk. Hekinci è un’ex-studentessa di
legge che ha preferito lasciare l’università che scoprirsi il capo, mentre Yıldız ha
fondato un’associazione femminile di ispirazione conservatrice a Istanbul.
Entrambe considerano positivamente la figura storica di Atatürk, ma sono
concordi sul fatto che la sua immagine sia stata strumentalizzata e trasformata
in un’icona politica di parte. Yıldız descrive come nella cittadina conservatrice
di Sultanbeyli, nell’hinterland di Istanbul, i militari abbiano imposto al comune
di costruire una grande statua di Atatürk, con le spalle rivolte al centro del
paese. Secondo Yıldız e Hekinci questo atteggiamento ha allontanato la gente
da un’ammirazione sincera per Kemal, e rischia di trasformarlo in un simbolo
di oppressione. Atatürk al contrario dovrebbe appartenere a tutti47.
La posizione delle ragazze intervistate da Zakari coincide sostanzialmente
con quella dei governi conservatori che hanno guidato la Turchia nell’ultimo
decennio. La tattica dei conservatori non è tanto quella di distruggere il mito di
Atatürk, ma di svuotarlo del suo contenuto politico – talvolta effettivamente
inconciliabile con le politiche dell’AKP – per poterlo utilizzare come un simbolo
politicamente neutro dello stato nazionale turco48.
In Turchia esistono oggi due tendenze contrapposte rispetto alla figura di
Atatürk. Da una parte la generazione “ribelle” di Gezi spinge per una
politicizzazione dell’immagine di Atatürk, che ne riscopra l’aspetto radicale e
rivoluzionario. Dall’altra parte il governo conservatore dell’AKP ha un progetto
http://www.theguardian.com/world/2012/oct/24/recep-tayyip-erdogan-turkey
46 Per una considerazione generale sul ruolo giocato dal culto di Atatürk nella Turchia
contemporanea, cfr. F.L. Grassi, Il grande condottiero è sempre in sella, in «Limes», n. 4, settembre
2010, pp. 175 – 181.
47 M. Mandel, C. Zakari, The State of Ata. The Contested Imagery of Power in Turkey, cit., pp. 156157.
48 F.L. Grassi (intervista a cura di Martino Francesco), Atatürk e l'AKP, nessun attacco frontale, in
«Osservatorio
Balcani
Caucaso»,
11
ottobre
2011,
http://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Atatuerk-e-l-AKP-nessun-attacco-frontale-100247
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di depoliticizzazione della figura di Atatürk. Il vecchio approccio sacralizzante
novecentesco, che faceva di Atatürk una sorta di santo o re taumaturgo il cui
nome era sacro e avvolto da un culto religioso, è sostanzialmente stato sconfitto
dalla storia e dai fallimenti elettorali dei movimenti politici che ancora lo
sostenevano. Tuttavia è tuttora seguito da una parte della dirigenza dei partiti
di opposizione.
Se la volontà di rivendicare l’eredità di Atatürk è un elemento di
divisione, perché crea una faida insanabile tra i possibili eredi, la sua figura in
quanto tale continua malgrado tutto a unire la Turchia. Ciò che Atatürk ha
lasciato alla Turchia contemporanea è un forte senso dello stato e soprattutto
della nazione. Oggi esiste una Turchia perché un uomo ha voluto che in
Anatolia sopravvivesse un pezzo dell’impero ottomano in quanto stato
nazionale turco. Quell’uomo era Atatürk, e quasi nessun altro paese al mondo si
può identificare così fortemente con un singolo personaggio storico.
Finché esisterà uno stato nazionale turco, il viso di Atatürk sarà il volto di
quella nazione.
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Una costituzione per l’Europa d’altri tempi.
Ma con preveggenze d’attualità
Il testo del progetto del 6 maggio 1951 del Conte Coudenhove-Kalergi
di F. Gui
Una fase di notevoli incertezze, si sa, è quella attualmente attraversata
dall’Unione europea. Per un verso, non solo gli elementi populisti, ma anche
personalità tanto moderate quanto autorevoli propendono per un netto
regresso intergovernativo. Per contro, esponenti politici e pubblicisti non meno
influenti ritengono necessario un deciso, se non definitivo passaggio all’assetto
federale.
Non sarà inutile pertanto riflettere e documentarsi su quali modelli
istituzionali potrebbero risultare funzionali al perseguimento di quest’ultima
opzione, laddove la scelta intergovernativa, non dotata di particolare
originalità, dovrebbe risultare già nota e frequentata. Facendo attenzione,
tuttavia, nel ragionare di modelli, a non limitarsi ad una semplice rassegna,
bensì a valutare quale di essi risulti più funzionale alle finalità e ai fondamenti
politico-identitari dell’Unione europea come pensiamo sia essa oggi e ancor più
sia candidata a diventare in futuro.
Vale a dire, domanda: riteniamo che l’Unione, una volta divenuta
federazione, democratica beninteso, possa o debba proporsi come l’Europe
puissance talvolta evocata da personalità francesi, quali Jacques Delors, o magari
come qualcosa di ancor più visibile sul palcoscenico planetario
1? In questo caso, che per taluni andrebbe definito hamiltonianospinelliano, l’adozione di un assetto di tipo presidenziale, paragonabile a quello
Fra gli altri, molto legato alla presidenza di François Mitterrand, Gérard-David Desrameaux,
Pour une Europe puissance dans un monde plus ordonné, Lanore 2005, es. p. 12, p. 66, passim. Un po’
datato, “L’Europe puissance. À propos d’une illusion politique”, di Jean-Pierre Maury,
Università di Perpignan, http://mjp.univ-perp.fr/m/europuissance.pdf.
1
41
F. Gui, Una costituzione
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
statunitense, dovrebbe risultare il più funzionale. O sarà invece la visione di
un’Europa robusta sì, politica anche, ma “civile”, a vocazione regionale,
rigorosamente estranea a logiche egemonico-militari globali, a risultare più
confacente allo spirito collettivo dei suoi stati e dei suoi abitanti, oltre che
all’evoluzione del quadro mondiale? In tale ipotesi, che rimanda ad autori tra
cui Mario Telò2, l’assetto sovranazionale dovrebbe presumibilmente avvicinarsi
a quello dello stato federale plurinazionale e pluri-religioso, nonché neutrale
per eccellenza: dicasi la Confoederatio Helvetica.
In realtà, sta proprio qui il problema, attestato fra un’Europa ancora
memore delle proprie sconfitte e delle proprie colpe criminose (o forse anche un
tantino edonistico-consumistica) che si ritrae dalle logiche di potenza, e la
componente uscita invece vincitrice dalle guerre novecentesche. Quest’ultima,
di classe A sul piano politico-militare, si considera tutto sommato ancora idonea
ad esercitare un ruolo a livello mondiale, non necessariamente in chiave
egoistica, ma anche di guida ed impulso verso traguardi collettivi di
civilizzazione. Che del resto è auto-motivazione in parte analoga a quella fatta
propria dagli Stati Uniti, kantianamente impegnati, diciamo così, ad introdurre
regimi “repubblicani” in ogni area del mondo, quale premessa indispensabile
della pace perpetua e del progresso illimitato.
A tutto ciò si aggiunga, per ulteriore complicazione, lo speciale
attaccamento sentimental-culturale a talune statualità nazionali in particolare,
da cui discende l’altrettanto delorsiana quanto ossimorica teorizzazione
dell’Unione come “federazione di stati nazione”3. Onde per cui la conciliazione
fra le due Europe di cui sopra, la possente e la civile (con la Germania peraltro
sempre più innamorata di se stessa), costituisce a tutti gli effetti il nodo
gordiano appeso al quale il Vecchio Mondo continua a contorcersi da decenni
senza riuscire a darci un taglio. Fortuna che nel frattempo l’Ue ha mostrato
comunque di saper crescere di dimensione, sia per l’arrivo, onore ed onere, di
nuovi stati membri, sia dal punto di vista della coesione e funzionalità
istituzionale.
Presumibilmente pertanto, e lasciando da parte l’ipotesi alternativa del
regresso verso l’intergovernativismo da organizzazione internazionale, il
percorso di natura federale manterrà a lungo un andamento per tappe, a
Mario Telò, L’Europa potenza civile, Laterza, Roma-Bari 2004. Anche
www.puntoeuropa.it/pe/sensibilizzazione/convegni/europapotciv.php (audio e video).
2
http://
Cfr.
http://www.delorsinstitute.eu/011015-88-Federation-of-NationStates.html; anche Gaëtane Ricard-Nihoul, Pour une Fédération européenne
d'États-nations : la vision de Jacques Delors revisitée, préface de Jacques Delors,
Larcier, Bruxelles, 2012.
3
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F. Gui, Una costituzione
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carattere settoriale e non certo esente da contraddizioni, fino a collocarsi in una
zona per così dire intermedia fra il menzionato lascito di Hamilton e quell’altro
già prospettato, ovvero Sonderbund e dintorni. Per un verso, infatti, l’Europa
non potrà che continuare a delegare agli Usa la leadership globale, senza peraltro
restare asservita grazie proprio alle istituzioni comuni; per l’altro, l’Unione non
riuscirà ad esentarsi dal partecipare al processo che dicevamo kantiano,
impegnandosi come minimo in interventi di autotutela esterna. Da cui la
presumibile soluzione istituzionale, nell’eventualità federale o semi-federale,
posta a metà strada fra le Alpi bernesi e gli Appalachi, con probabile maggior
vicinanza alle prime che non ai secondi.
È proprio per tutte queste ragioni che risulta davvero opportuno e
urgente, stante la necessità di un serio dibattito in argomento e a dispetto di
tante reticenze/noncuranze, riprendere a ragionare su certi autorevoli
suggerimenti di natura euro-istituzionale recentemente espressi. Nel caso,
quello espresso dalla corte costituzionale tedesca di Karlsruhe, chiamata a
pronunciarsi sul trattato di Lisbona, con cui notoriamente si regola la nostra
attuale coesistenza continentale.
Come è noto, nei Gründe, o “motivazioni”, contenuti in esordio alla
sentenza del 30 giugno 2009, dopo un accenno al “Comitato per gli Stati Uniti
d’Europa” promosso da Jean Monnet, viene avanzata una precisa indicazione. Il
progetto esemplare di costituzione mirante all’edificazione di uno stato federale
europeo, se non di una “nazione” europea, resta quello reso pubblico a
Strasburgo, sotto la presidenza del conte Nichard Nikolaus von CoudenhoveKalergi, il 6 maggio del 1951. Con un particolare importante, che vale la pena di
rimarcare: a sottoscriverlo non fu una singola personalità o associazione dalle
buone intenzioni, bensì 70 membri dell’Assemblea consultiva del Consiglio
d’Europa, i quali nel febbraio precedente, sempre sotto la presidenza
dell’animatore di Paneuropa, avevano insediato a Basilea il “Comitato
costituzionale per gli Stati Uniti d’Europa”.
La Corte si è peritata di sottolineare al riguardo che il progetto:
si orientava alla struttura organizzativa della costituzione svizzera, con un parlamento
bicamerale e un Bundesrat quale organo di governo. I popoli della federazione dovevano essere
rappresentati nella Camera dei deputati in proporzione al numero degli abitanti con un
deputato per ogni milione o frazione di milione della popolazione (art. 9 paragrafo 3 del
Progetto di una costituzione federale europea…)4.
4
Cfr. “Traduzione della sentenza del Bundesverfassungsgericht, secondo senato, del 30 giugno
2009
sul
Trattato
di
Lisbona”,
http://www.cortecostituzionale.it/documenti/convegni_seminari/
Traduzione_sentenza.pdf.
al
motivo
5,
43
F. Gui, Una costituzione
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Annotazioni stringate, ma tutt’altro che marginali, specie tenendo conto
delle critiche, per così dire, notoriamente mosse dalla medesima sentenza al
trattato di Lisbona, di cui questa stessa rivista si è occupata più di una volta. Per
le “toghe rosse”, infatti, l’attuale Parlamento europeo, per quanto democratico
lo si voglia chiamare, non rispecchia, nella ripartizione per nazionalità dei suoi
deputati, la reale composizione della popolazione europea. Ovverossia si
discosta ampiamente dal principio “one man, one vote”, come base per
l’assegnazione ai diversi stati di un numero di deputati proporzionale a quello
dei loro cittadini, ovvero per far corrispondere ad ogni deputato eletto un
numero sostanzialmente eguale di cittadini europei. E dunque, data tale
incongruenza, l’assemblea di Strasburgo resterebbe ancora la sede di
rappresentanza dei vari stati sovrani mediante l’espressione parlamentare dei
loro singoli “popoli”, non della volontà generale del “popolo” dell’Unione5.
Al contrario, il progetto del 1951 viene incontro con precisione – al di là di
una minima tolleranza per gli stati con meno di un milione di abitanti – alla
suddetta esigenza. Ma non che questo resti l’unico pregio della vera e propria
costituzione, per quanto stringata, proposta dal preveggente euro-federalista
asburgico (con mamma giapponese) degli anni Trenta: il suo progetto
prevedeva infatti anche un Senato co-legislatore, composto da delegati espressi
dai diversi parlamenti nazionali. Tutt’altra cosa, cioè, rispetto al decisamente
invasivo Consiglio dei ministri, ovvero dei rappresentanti dei governi, a
tutt’oggi accampato a Bruxelles. Per non dire poi del Consiglio europeo. Tant’è
che persino l’attuale sistema di voto qualificato in Consiglio, per quanto tenga
conto della popolazione dei singoli stati, viene considerato anch’esso dalla
Corte tedesca un principio di rappresentanza/sovranità “dei” popoli
dell’Unione e non “del” popolo europeo.
Del resto, sempre secondo Karlsruhe, la composizione stessa della Corte di
giustizia della Ue, diversamente da quanto previsto nel progetto del ’51, mostra
la prevalenza della sovranità paritaria degli stati sul principio della democrazia
federale. Il giudizio complessivo suona pertanto così:
Nella composizione del Consiglio europeo, della Commissione e della Corte di giustizia
europea, il principio dell’eguaglianza degli Stati resta ancorato a diritti di designazione
nazionale in linea di principio paritari. Perfino per un Parlamento europeo eletto in piena
armonia con il principio di eguaglianza, questa struttura rappresenterebbe un notevole ostacolo
nell’implementazione personale e oggettiva della volontà rappresentativa della maggioranza
Ivi, «279 aa) La regola democratica di base, cioè la pari opportunità di successo nel diritto
elettorale (“one man, one vote“), vale solo all’interno di un popolo, non anche in un organo di
rappresentanza sovranazionale, che resta – nonostante la nuova accentuazione della
cittadinanza dell’Unione – una rappresentanza dei popoli collegati tra di loro attraverso i
trattati».
5
44
F. Gui, Una costituzione
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
parlamentare. Anche dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ad es., la Corte di giustizia
deve essere composta sempre secondo il principio “uno Stato, un giudice“ sotto l’influenza
determinante degli Stati, indipendentemente dal numero dei loro abitanti. Il funzionamento
dell’Unione europea resta caratterizzato dall’influenza delle negoziazioni dei governi e dalla
competenza tecnica, amministrativa e gestionale della Commissione, nonostante risultino
complessivamente rafforzati i diritti di partecipazione del Parlamento europeo. 6
D’accordo, concesso: non sarà certo la Corte di Karlsruhe, impegnata nella
difesa ferrea delle sue prerogative e di quelle del Bundestag, ad essere sospettata
di entusiasmi per l’Europa federale. Basta annotare come essa si pronunci in
difesa dell’intergovernativo diritto di veto, sia pure rebus sic stantibus, per
averne palese conferma. Né che la sentenza si preoccupi troppo di come sanare
le diseguaglianze di rappresentanza in seno al Parlamento europeo, ovvero
sembri credere ad una Commissione quale vero governo dell’Unione, a dispetto
delle innovazioni introdotte con gli Spitzenkandidaten. Alla fin fine, con buona
pace dei federalisti, per quel che riguarda le decisioni prese a livello europeo,
sarà sempre il Bundestag a pronunciare l’ultima parola a nome del popolo
tedesco.
Con tutto ciò, varrà tuttavia la pena di non indulgere in autogratificanti
quanto provinciali recriminazioni verso l’intransigenza teutonica. Tra l’altro, il
primo obiettivo della sentenza della Corte era quello di rassicurare i ricorrenti
contro il trattato di Lisbona sul fatto che la sovranità restava comunque al
popolo tedesco, e dunque che il trattato poteva essere ratificato senza violare la
Legge fondamentale. Il che concorre almeno un poco a spiegare toni e
argomentazioni.
Sia come sia, in ogni caso un’Europa con ambizioni realmente federali non
potrà mai prescindere da una rigorosa impostazione democratica delle proprie
istituzioni, pena ritrovarsi addosso precisamente la reazione del suo demos.
Quest’ultimo, e la Corte è stata chiara sul punto, potrebbe infatti sentirsi tradito
da decisioni adottate senza una reale maggioranza di cittadini che le
condividano, ovvero da organismi essenziali fattisi sempre più pletorici e
disequilibrati per via dell’allargamento a nuovi stati e staterelli. Per non dire –
aggiungiamo noi – della persistenza dei diritti di veto concessi agli stati
membri, destinati a diventare fonte di impasse a danni dei più7, se non di ricatti e
di corruzione.
Ivi, motivo 288, con alcuni ritocchi alla traduzione.
A titolo di esempio, recentemente, per effetto dell’esercizio del veto da parte di taluni governi
e con notevole costernazione dei parlamentari europei, la Commissione dell’Unione ha dovuto
ritirare una proposta di direttiva, bloccata da anni, che garantiva a tutte le donne europee un
eguale periodo di congedo retribuito per motivi di maternità, «Agence Europe», 01/07/2015.
6
7
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F. Gui, Una costituzione
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Ad ogni buon conto, la Corte non esclude un possibile traguardo, ovvero
la “solenne fondazione” dell’Europa federale, purché, appunto, essa sia
davvero tale nelle sue istituzioni; con l’aggiunta – scoglio imponente – della
necessità un preventivo consenso a carattere costituzionale del popolo tedesco,
fin a tale momento detentore indiscusso della sovranità, dato che la legge
fondamentale tedesca non autorizza, ad avviso della Corte, e diversamente
dall’articolo 11 della Costituzione italiana, una limitazione della sovranità
mediante i processi decisionali previsti8.
Sarà consigliato, pertanto, ringraziare i signori giudici per il loro
contributo di riflessioni e di argomentazioni, non meno che per aver
rispolverato il progetto del conte Coudenhove-Kalergi (un cognome dalle
ascendenze davvero paneuropee, olandesi comprese, e non solo) come modello
di costituzione federale. Davvero federale, per lo meno nei suoi aspetti
irrinunciabili, e con la fisionomia parecchio elvetica.
Di conseguenza, non risulterà disutile riprodurre in questa sede, in lingua
italiana, il testo della costituzione menzionata dalle toghe di Karlsruhe,
sottolineando ancora una volta l’importanza dei principi e degli assetti
istituzionali in essa enunciati9.
I quali principi e assetti si susseguono a partire dall’affermazione della
superiorità della legge federale su quella nazionale per passare; alla
rivendicazione di uno statuto comune della cittadinanza europea; al
recepimento del criterio “one man, one vote” nella ripartizione dei deputati
all’interno del popolo europeo; al riconoscimento della necessità di un senato
come seconda camera e con pari poteri di decisione rispetto alla prima;
all’elettività dell’esecutivo e della Corte di Giustizia (con un numero fisso di
membri) da parte dell’Assemblea federale.
Non soltanto, ma anche: al riconoscimento dei poteri di bilancio del
parlamento, per non dire della facoltà ad esso concessa di modificare la
costituzione a maggioranza dei tre quarti (salvo poter conferire competenze
aggiuntive alla Corte di Giustizia con semplice legge federale); al conferimento
della responsabilità per la politica di sicurezza interna ed esterna (“ordine e
pace”) in capo al Bundesrat, per parte sua tenuto a “ricorrere ad ogni misura”
Cfr. “Traduzione della sentenza…”, cit.: «347…dall’introduzione della cittadinanza dell’Unione
non si può desumere la fondazione di uno Stato federale… In seguito alla realizzazione del
principio della sovranità popolare in Europa, solo i popoli degli Stati membri possono disporre
del proprio potere costituente e della sovranità dello Stato. Senza una volontà esplicitamente
dichiarata dei popoli, gli organi eletti non sono autorizzati a creare, nei rispettivi spazi delle
costituzioni nazionali, un nuovo soggetto di legittimazione, né a delegittimare quelli esistenti».
9 Si può consultare in argomento Christian Pernhorst, Das paneuropäische Verfassungsmodell des
Grafen Richard N. Coudenhove-Kalergi, Nomos, Baden-Baden 2008, pp. 140-44; 254-57.
8
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F. Gui, Una costituzione
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
pur di garantirla; all’autorizzazione parimenti erogata all’esecutivo di adottare
“alle Maßnahmen” ai fini dell’unificazione economica degli Use; all’abbandono
del principio dell’unanimità, alias diritto di veto; alla garanzia – punto davvero
spinelliano, l’Europa a due velocità – dell’entrata in vigore della costituzione
ove ratificata da un numero minimo di paesi.
Particolare interesse riveste inoltre, a nostro avviso, per quel riguarda
l’Unione dei nostri giorni, la proposta contenuta nel progetto di un Senato
federale designato nei suoi componenti dai parlamenti dei singoli stati membri.
Qualora infatti si intenda ridurre il peso dei governi all’interno dell’Unione
odierna, ridimensionando Consiglio dei ministri e Consiglio europeo ma senza
per questo abolirli10 l’introduzione di una rappresentanza dei parlamenti
nazionali mediante una seconda Camera potrebbe decisamente rispondere allo
scopo. Da un canto, si accrescerebbe il peso specifico dell’Unione, come potere
sovranazionale, senza peraltro estromettere nessuno. Dall’altro si
coinvolgerebbero di più i parlamenti (ed anche i cittadini) degli stati
dell’Unione nel processo decisionale europeo, oltretutto prevedendo una pur
schematica proporzionalità di attribuzione di seggi in Senato – un punto su cui
chi scrive si è già espresso altrove – fra delegati di stati grandi e delegati di stati
piccoli.
Certo, l’esperienza storica insegna che, con il tempo, tanto gli Usa che la
Svizzera sarebbero passati dall’elezione dei senatori ad opera dei parlamenti
statali o cantonali all’elezione diretta mediante voto dei cittadini dei medesimi
stati o cantoni.
Tuttavia, almeno in una prima fase, l’istituzione della seconda camera alla
maniera di Coudenhove contribuirebbe effettivamente a potenziare la
dimensione democratica dell’Unione senza allarmare eccessivamente le capitali
dei singoli paesi, e tuttavia stemperando non poco lo spirito nazionalistico delle
competizioni condotte dai governi in sede europea, che tanto contribuiscono a
riaccendere i falsi patriottismi e a far dimenticare valori e obiettivi comuni.
Certo, un problema potrebbe porsi con il continuo avvicendarsi di
presenze senatoriali in sede europea ogni volta che in un singolo paese si
tengano le elezioni parlamentari, come previsto dal progetto del ’51 al capitolo
III (art. 9, c. 7). Riuscirebbe infatti parecchio arduo assicurare una stabilità
decisionale e politica in tali condizioni; tuttavia non pare impossibile escogitare
Interessante notare come nella bozza di trattato per uno statuto della Comunità europea, al
tempo della Comunità europea di difesa e della celebre Assemblea ad hoc, si prevedesse tanto
un parlamento bicamerale quanto un Consiglio dei ministri; quest’ultimo doveva avere lo scopo
di “armonizzare l’azione dell’esecutivo europeo con quella dei governi degli stati membri” (art.
35). Cfr. in proposito www.cvce.eu/content/publication/1999/4/15/807979a3-4147-427e-86b9565a0b917d4f/publishable_en.pdf.
10
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F. Gui, Una costituzione
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
in proposito dei rimedi accettabili. Da annotare inoltre en passant che il
medesimo progetto, pur disponendo, come nel caso svizzero, il rinnovo
annuale della presidenza del Bundesrat, non prevedeva la rotazione di tale
carica (e della vicepresidenza) fra i membri dell’esecutivo, bensì la scelta
annuale, a maggioranza semplice, in seno al Rat (art. 15), su chi dei suddetti
componenti dovesse occupare la poltrona più alta11.
Ciò detto, ecco alla pagina che segue il testo del progetto di costituzione
federale europea propagandato dall’austro-ceco-nipponico conte Coudenhove,
il cui secondo cognome, Kalergi, a scanso di equivoci, risulta di origine greca (il
primo invece olandese). E sarà forse per via di questo vasto retroterra etnicoculturale che i firmatari della costituzione da lui proposta – l’ultima delle
cinque elaborate nel corso della sua vita – non risultano essere gli stati sovrani,
bensì, precisamente: “Noi, i popoli”. Qualcosa di un po’ più lasco, però, e forse
più timido, rispetto a: “Il popolo svizzero e i cantoni”. Per non dire poi di: “We
the people. E tuttavia…
Cosicché, volendo precisare il punto proprio in conclusione: ora, sarà pur
vero
che
l’altoaristocratico-talqualmassonico-cosmopolitico-proebraico
visionario interbellico, ma rimasto attivo ben oltre gli anni Cinquanta, ha finito
per passare alle cronache come troppo attento alle esigenze dei concorrenti
confederali, quasi ad essere assai spesso confuso con loro. Salvo talvolta aver
patrocinato anche lui l’Europe puissance. Tuttavia, e valga il vero, quel suo
progetto del ’51, promosso all’interno del moderato Consiglio d’Europa, ma
considerato federalisticamente esemplare alla Corte di Karlsruhe, possiede
ancora virtù e potenzialità di cui avvalersi.
In tema di esecutivi e loro prerogative, vale la pena di annotare che la bozza di statuto della
Comunità europea prevedeva invece la sfiducia costruttiva, risultando al tempo stesso meno
rispettosa del principio “one man, one vote” per l’elezione dei deputati federali, ivi, art. 15 e
capitolo II.
11
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F. Gui, Una costituzione
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Proposta di una costituzione federale europea
del 6 maggio 1951
Noi, i popoli
(…....)
Consapevoli della nostra comunità culturale, impegnati a promuovere la
giustizia sociale, miranti all’accrescimento del benessere generale, decisi a
salvare la libertà umana, determinati ad assicurare la pace,
abbiamo deciso di unire i nostri stati in una federazione denominata
Stati Uniti d’Europa
i cui poteri sono stabiliti nella presente Costituzione.
Titolo 1
PRINCIPI
Art. 1. Tutti gli stati membri della federazione hanno pari diritti e comuni
doveri.
Art. 2 (1) La Federazione è una comunità di Stati sovrani, decisi a creare e
mantenere in vigore istituzioni costituzionali comuni.
(2) Gli stati membri continuano ad esercitare i propri diritti di sovranità
direttamente, nella misura in cui essi non li hanno trasferiti agli organi comuni,
previsti nella presente costituzione.
(3) L’adesione alla Federazione è volontaria.
3 (1) Quando i corpi costituzionalmente competenti di almeno 5 paesi europei
con una popolazione complessiva di oltre un centinaio di milioni avranno
ratificato questa Costituzione, essa entrerà in vigore per questi Stati.
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F. Gui, Una costituzione
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
(2) Tutti gli altri paesi europei, laddove rispettino i diritti umani nei termini
formulati dal Consiglio d’Europa, potranno successivamente aderire alla
federazione previa ratifica di ciò. Il loro ingresso deve perciò essere approvato
dall’Assemblea federale europea.
Art. 4. Il governo federale stabilisce uno statuto comune per tutti gli
appartenenti agli Stati membri, i quali devono essere considerate cittadini degli
Stati Uniti d’Europa.
Titolo II
POTERI
Art. 5. La federazione ha l’obbligo di adottare tutte le misure per garantire
l’ordine e la pace.
Art. 6 (1) La Federazione mantiene relazioni diplomatiche e consolari con le
potenze che non ne fanno parte. Può concludere accordi internazionali.
(2) Gli Stati membri possono scambiare sia tra loro che con le potenze straniere
rappresentanti diplomatici.
Art. 7. La federazione è autorizzata ad adottare tutte le misure per
l’unificazione economica europea.
Art. 8 (1) La Federazione rispetta le costituzioni democratiche dei suoi Stati
membri.
(2) In caso di incompatibilità tra la legislazione di uno Stato membro e una
legge federale, si applica la legge federale.
Titolo III
Le autorità federali
1.Il Parlamento federale
Art. 9 (1) Il Parlamento federale, costituito da una Camera dei Rappresentanti e
da un Senato, esercita il potere legislativo della Federazione.
(2) Il Parlamento si riunisce almeno una volta all’anno.
50
F. Gui, Una costituzione
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(3) I popoli che appartengono alla federazione sono rappresentati nella Camera
dei Rappresentanti in proporzione alla loro popolazione con un deputato per
ogni milione di abitanti o frazione di esso.
(4) I deputati sono eletti con elezioni dirette per 4 anni, sulla base del suffragio
universale, in conformità con le leggi nazionali di ciascuno Stato membro.
(5) Il Senato è composto da rappresentanti dei parlamenti nazionali.
(6) Ogni Stato nomina 12 delegati, quelli sotto un milione solo 6.
(7) Dopo ogni elezione parlamentare nei loro stati, le rispettive delegazioni
vengono rinnovate.
(8) Le due Camere si riuniscono separatamente. Tuttavia, i loro poteri sono gli
stessi, ed è richiesta l’approvazione di entrambe le Camere per ogni decisione.
Art. 10. La preparazione della legge di bilancio federale è riservata al
Parlamento.
Art 11. Le due camere del parlamento si riuniscono nell’Assemblea federale nei
seguenti casi:
a) elezione del Consiglio federale
b) elezione dei giudici della Corte Federale
c) ammissione di nuovi Stati membri
d) revisione costituzionale.
2. Il Consiglio federale
Art. 12 (1) L’autorità esecutiva è un Consiglio Federale, i cui nove membri sono
eletti dall’Assemblea federale per quattro anni.
(2) Il Consiglio federale rimane in carica fino alla costituzione del nuovo
Consiglio.
Art. 13 (1) Il Consiglio federale è responsabile davanti al Parlamento per tutti i
suoi atti.
(2) Le competenze del Consiglio federale vengono distribuite tra i suoi membri
in base ai diversi settori dell’amministrazione.
51
F. Gui, Una costituzione
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
(3) Tutte le decisioni vengono prese in nome del Consiglio federale.
Art. 14. Se la pace esterna o interna, ovvero la sicurezza della Federazione
vengono disturbate o minacciate, il Consiglio federale deve adottare tutte le
misure necessarie. In questo caso, egli deve riferire immediatamente al
Parlamento.
Art. 15 (1) Il Consiglio federale elegge per un anno a maggioranza semplice uno
dei suoi membri come Presidente e un altro come Vicepresidente. Il Presidente,
ed in caso di suo impedimento il Vicepresidente, esercitano la presidenza del
Consiglio federale.
(2) Il Presidente del Consiglio federale è parimenti Presidente degli Stati Uniti
d’Europa.
3. La Corte federale
Art. 16 (1) Il Tribunale federale è composto da 15 membri
(2) I giudici vengono eletti a vita da una maggioranza di due terzi
dell’Assemblea federale, che li sceglie da un elenco di 45 candidati stilato dal
governo federale. I giudici eleggono al loro interno il proprio presidente
Art. 17 (1) Il Tribunale federale è competente:
a)
per l’interpretazione della Costituzione;
b)
per la risoluzione delle controversie tra Stati membri.
(2) Il Parlamento federale può estendere ad ulteriori aree le competenze del
Tribunale federale mediante legge federale.
Titolo IV
Modifiche costituzionali
Art. 18. Le modifiche alla Costituzione richiedono la maggioranza di tre quarti
di tutti i membri dell’Assemblea federale.
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F. Gui, Una costituzione
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Testimonianze dalla Resistenza
a cura di Elisiana Fratocchi
Medaglia d’oro all’Abruzzo
Intervista a Nicola Troilo
Una storia misconosciuta quella dell’Abruzzo combattente antifascista durante
la seconda guerra mondiale. Se la storiografia, coadiuvata non poco dalla
letteratura, ha per anni sottolineato il ruolo del Nord nella liberazione
dell’Italia, un’altra realtà emerge da recenti riconoscimenti e pubblicazioni.
Ettore Troilo, Brigata Maiella e Nascita della Repubblica1, questo il titolo del libro
curato da Nicola Mattoscio2, presentato lo scorso 19 maggio nella Sala Pietro da
Cortona dei Musei Capitolini di Roma. Il volume, ricordando le gesta della
coraggiosa brigata che prese il nome dalla suggestiva montagna
dell’Appennino centrale, presenta un Abruzzo protagonista della lotta armata
al nazifascismo. L’esercito tedesco stava distruggendo capillarmente i paesi
nella regione, compiendo numerose stragi di civili. Contro i tedeschi la Brigata
Maiella reagì con attivismo instancabile ottenendo crescenti successi, tanto da
essere inquadrata – nel febbraio 1944 – nella 209ª Divisione dell’esercito italiano
con il nome di Banda Patrioti della Maiella.
E si comprende: i meriti della Maiella non vanno infatti circoscritti in
ambito esclusivamente regionale, data la loro straordinaria importanza per la
liberazione dell’intera nazione e per la costruzione della nuova Italia
repubblicana. «Unico esempio di formazione regolarmente organizzata che
opera fuori del territorio nel quale si forma, inquadrata nel dispositivo alleato
come reparto di avanguardia»3, la Brigata ottiene la Medaglia d’Oro al Valor
Militare conferita alla Bandiera il 14 novembre 1963. Per non voler dire, a
maggior gloria, della positività dei rapporti intrattenuti con gli Alleati, in
particolare con inglesi, neozelandesi e polacchi.
L’onorificenza viene concessa dopo una lunga milizia esercitata sotto la
guida in primis del comandante della Brigata, Ettore Troilo, il cui operato non
Nicola Mattoscio (a cura), Ettore Troilo, Brigata Maiella e Nascita della Repubblica, Menabò
Fondazione Pescarabruzzo, Pescara 2014.
2 Presidente delle fondazioni Pescarabruzzo e Brigata Maiella.
3 Ferruccio Parri, Prefazione a Nicola Troilo, Brigata Maiella, La nuova Italia, Firenze 1967, p. 5.
1
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Testimonianze della Resistenza
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
tarda a rivelarsi nella sua straordinarietà. Nato a Torricella Peligna, in provincia
di Chieti, Troilo si laurea in legge a Roma nel 1922. Prima di conseguire la
laurea, animato da un fervido credo negli ideali libertari, parte volontario per la
Grande Guerra. Un retroscena ideologico che affonda le radici in una tradizione
socialista, anticlericale e risorgimentale e che lo conduce a organizzare a tempo
debito la Resistenza abruzzese, mantenendola al tempo stesso politicamente
inclusiva, ovvero senza restringerla entro i limiti di un particolare disegno
partitico.
L’eccezionale determinazione di Troilo si conferma di fronte al maresciallo
Giovanni Messe4, quando rifiuta di entrare nel Regio Esercito trasformando la
sua formazione in reparto regolare. A queste pressioni il comandante oppone il
desiderio di continuare la lotta di liberazione in piena autonomia, rivendicando
il diritto di restare fedele all’originaria ampiezza di valori che caratterizzava il
gruppo. Quei valori che tanto dovevano anche alla frequentazione di figure
come Ferruccio Parri e soprattutto Giacomo Matteotti, al quale Troilo si era
tenuto vicino fino agli ultimi giorni di vita.
L’ampio respiro del suo orientamento politico affonda significativamente
le radici in una tradizione di famiglia, attestata da Nicola, figlio di Ettore Troilo
in un suo saggio del 1967, Brigata Maiella5, e approfondita nell’intervista che
segue. In realtà, tale tradizione, alquanto misconosciuta, si ambientava in un
contesto di convinzioni risorgimentali, liberali e persino anticlericali diffuse in
tutto il territorio di Chieti. L’esistenza di questo filone culturale viene
testimoniata dall’esempio di altre figure come l’economista Umberto Ricci6.
Torricella, nello specifico, è il paese natio di vari personaggi che hanno
lasciato un significativo contributo alla storia e alla cultura italiana. Silvio
d’Amico, il famoso critico teatrale, era per metà torricellano: Fedele d’Amico,
suo padre, era nato a Torricella Peligna e lì aveva vissuto prima di trasferirsi a
Roma. Il nonno del compositore Vincenzo Bellini era di Torricella, così come
Alessandro Madonna, presidente della Corte di Cassazione di età liberale e
storico locale. Da Torricella proveniva, inoltre, Antonio Piccone Stella,
successore di Corrado Alvaro alla direzione del radiogiornale e poi direttore
centrale dei servizi giornalistici per la tv della Rai.
Giovanni Messe (Mesagne, 10 dicembre 1883 – Roma, 18 dicembre 1968), ricopre il ruolo di
Capo di Stato Maggiore Generale del Regio Esercito nel periodo 1944-1945, verrà insignito poi
del grado di Maresciallo d’Italia.
5 N. Troilo, Brigata Maiella, cit.
6 Umberto Ricci (Chieti 1879 – Il Cairo 1946), economista e statistico, zio di Altiero Spinelli.
Specializzato in teoria economica ed economia agricola, venne privato della cattedra
universitaria per aver scritto un articolo critico nei confronti della politica economica del
Regime Fascista.
4
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Testimonianze della Resistenza
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Primo figlio di Ettore, anche lui va da sé di Torricella, Nicola Troilo
approfondisce in questa intervista cortesemente concessa gli aspetti e le origini
delle vive tradizioni culturali che hanno interessato la regione, a dispetto della
sua posizione geograficamente isolata. Una preziosa occasione, insomma, non
solo per conoscere nel dettaglio la vicenda del gruppo di combattenti della
Maiella, ma anche per apprezzare i valori e le motivazioni di un Abruzzo
coraggioso quanto intellettualmente vivace ed evoluto. Ma non basta,
l’intervista rappresenta anche un occasione per ripercorrere, attraverso la
personalità e i momenti fondamentali della vita di Ettore Troilo, non pochi nodi
cruciali della storia del Novecento.
“L’ultimo prefetto politico”: così veniva ricordato Ettore Troilo un anno fa,
quando nella prefettura di Milano è stata dedicata una targa a lui e al suo
predecessore nella carica, Riccardo Lombardi, figura di spicco del socialismo
italiano, cui Troilo era ideologicamente e personalmente legato. Voluto da Parri,
l’animatore della Maiella divenne prefetto di Milano nel dicembre del ‘46,
mostrando dedizione ed energia nell’opera di ricostruzione della città
pesantemente danneggiata a seguito degli avvenimenti bellici. Carattere
simbolico assume ancora oggi la riapertura, nel maggio del 1946, del teatro
della Scala, e nel settembre dello stesso anno quella della Fiera Campionaria.
Un impegno destinato a breve vita, tuttavia. Dal novembre successivo l’ex
comandante partigiano viene infatti dimissionato da Mario Scelba, allora
ministro degli Interni. Sono ore intense quelle che seguono l’estromissione di
Troilo. La prefettura è subito occupata da ex partigiani, per lo più comunisti,
Pajetta compreso; ben centoventi, se non oltre, fra i sindaci della provincia si
dimettono per protesta. In compenso De Gasperi offre a Troilo un incarico
all’ONU, ma questi non accetta e torna alla sua professione di avvocato,
rinunciando alla possibilità di una pensione da funzionario di stato. Un
esempio di integrità civile e morale che lo scorso 19 maggio la città di Roma ha
deciso di onorare. Prima della presentazione del libro, infatti, un giardino in
zona Prati è stato dedicato al comandante della Maiella nel corso di una
cerimonia ufficiale.
E chi meglio di suo figlio potrà illustrare a questo punto le motivazioni di
tale significativo quanto doveroso riconoscimento? Perché Nicola Troilo,
anch’egli avvocato, non è certo da spettatore che entra in questa storia. Non che
lui, in verità, ami molto parlare di sé, tant’è che dal suo volume, quello del ’67
per intendersi, emerge esclusivamente un lucido e commosso tributo alla storia
della Resistenza e all’operato del padre. Niente autogratificazioni personali. Il
suo intento, in cui riesce pienamente, resta quello di scrivere di Resistenza per
“ripossedere o ritradurre i motivi che la animarono e sorressero nella realtà
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attuale per rendere consapevoli sé stessi e partecipe l’uomo, ogni uomo, a quei
motivi”7.
In realtà, anche Nicola partecipa agli eventi che racconta, a soli 14 anni.
Ma per accertare questo è necessario ricorrere ad alcuni accenni di Ferruccio
Parri rintracciabili nell’introduzione al suo libro8, ripubblicato nel 2011, grazie
ai quali è stato possibile interrogare sul punto l’intervistato riservato.
Lo scorso 19 maggio è stato dedicato un giardino a suo padre, in zona Prati.
Perché questa decisione del Comune di Roma e perché proprio i Prati? Quali
motivi ravvisiamo nella scelta del luogo?
Quella era la nostra zona di Roma. Io sono nato a Lungotevere dei Mellini, poi
ci siamo trasferiti in via Crescenzio, ai Prati, appunto, che sono rimasti il nostro
quartiere per molto tempo. Mio padre, sebbene fosse un deciso anticlericale,
scelse di farmi fare elementari e medie dai preti del Marcantonio Colonna.
Paradossalmente, era una scelta finalizzata a tenermi lontano dalla propaganda
fascista. A volte, insomma, mio padre accettò dei compromessi che
ripugnavano, diciamo, alla sua coscienza di laico, pur di evitare mali maggiori.
Basti pensare che in quel periodo comprava l’Osservatore Romano, l’unico
quotidiano che poteva informare abbastanza oggettivamente su cosa stesse
accadendo in Italia e nel mondo. I Prati, certo. Noi, però, venivamo dalla
provincia di Chieti. Per cui, nel ’43, per paura dei bombardamenti, mio padre ci
ordinò di lasciare Roma e di spostarci a Torricella Peligna, il paese della mia
famiglia. I miei nonni – paterno e materno – erano entrambi laureati in
medicina all’università di Napoli, che rimaneva, all’epoca, la capitale della
cultura scientifica. Ma mentre mio nonno paterno rimase in paese a fare il
medico condotto, il padre di mia madre, Michele Piccone, andò in Argentina ed
esercitò lì la professione, lì dove incontrò mia nonna materna, piemontese
emigrata. Tornavano in Italia ogni 10 anni. In uno di questi ritorni mia madre
incontrò mio padre e fu così che restò in Italia definitivamente.
Chi era Ettore Troilo prima di diventare il comandante della Brigata Maiella?
Mio padre era un avvocato civilista. Prima ancora di laurearsi era stato
volontario alla prima guerra mondiale, mosso da un desiderio di rinnovamento.
Aveva appena finito il liceo a Lanciano, avvertiva un forte sentimento
patriottico, stimolato anche da una tradizione di famiglia. Era un garibaldino,
N. Troilo, Brigata Maiella, cit. p. 8.
F. Parri, Prefazione, cit., p. 5: “Nicola Troilo, giovanissimo operò con il padre: cronaca
minuziosa […] fatta sul ricordo diretto”.
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un carducciano, detestava D’Annunzio. Era un uomo del Risorgimento: per lui,
la prima guerra era la quarta guerra di indipendenza. Dopo tre anni passati nel
fango delle trincee si aprì a una realtà più ampia: si laureò in Legge a Roma, poi
si spostò a Milano per fare la pratica e lì venne in contatto con «Critica sociale»,
la rivista di Filippo Turati, del quale diventò assiduo discepolo. Grazie a Turati
conobbe Giacomo Matteotti di cui sarà fedele amico e collaboratore, restandogli
accanto fino agli ultimi giorni. Nell’ambiente di Turati ebbe modo di avvicinarsi
al socialismo, le cui teorie cercò di diffondere anche in Abruzzo.
Si trattò di una scoperta o era già presente, in Abruzzo, una tradizione di
pensiero laico, se non anticlericale? Sembra si possano riscontrare affini
componenti ideologiche in altre figure provenienti dal territorio di Chieti,
basti pensare alla famiglia di Altiero Spinelli, in particolare allo zio Umberto
Ricci.
Un filone anticlericale in questi posti può essere rintracciato dai tempi dei
Borboni. I preti non erano ben visti. Il passaggio dal Regno di Napoli ai Savoia
inasprì ulteriormente questo atteggiamento, anche perché – come si sa – fino al
’29, Stato e Chiesa non erano in ottimi rapporti. La popolazione di queste zone
era una popolazione montana, contadina e artigiana. Per artigiani si intende per
lo più fabbri, calzolai, falegnami, sarti. Lo spirito di queste classi era un po’
anarcoide, come lo era quello di tutti i contadini meridionali: lo Stato non era
certo un amico. Questo spirito si era mantenuto vivo e fece sì che il fascismo
non attecchisse veramente. Solo la piccola borghesia dei maestri elementari,
degli impiegati dello stato ha offerto un terreno fertile a certe forme di fascismo.
Ma i contadini erano la maggior parte e tra loro, al massimo, dominava una
specie di indifferenza sotto la quale nascondere l’istinto di ribellione.
Fino al ’43, però, suo padre lavorava a Roma. Quando tornò in Abruzzo?
Nel ’43 avevamo praticamente perso la guerra dappertutto. A Roma le scuole
chiusero parecchio prima, per paura dei bombardamenti. Mio padre, per
prudenza, come accennato, decise di mandarci a Torricella. Lui, però, rimaneva
a Roma. Già da luglio aveva iniziato la sua resistenza attiva. Il giorno dopo la
caduta del fascismo era andato a liberare i detenuti politici da Regina Coeli e l’8
settembre partecipava alla difesa di Roma a Porta San Paolo. A metà settembre
Roma era ormai caduta in mano nemica e mio padre decise di partire anche lui
per difendere l’Abruzzo, convinto del fatto che la libertà andava conquistata e
non si poteva lasciare che ce la restituissero gli stranieri. Verso il 15 settembre
arrivarono in Abruzzo gli ultimi treni da Roma carichi di abruzzesi che avevano
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partecipato alla difesa della capitale. Da loro giungevano le ultime notizie della
situazione politica e militare; dopodiché la zona fu isolata definitivamente. Non
funzionavano più i servizi postali, telegrafici, telefonici e i mezzi pubblici. Le
campagne si affollavano di gente che voleva evitare il centro urbano per paura
dei bombardamenti. Serpeggiava la notizia che a Chieti si era disciolto lo Stato
Maggiore dell’Esercito, che aveva accompagnato il re e il maresciallo Badoglio
nella fuga verso Pescara. A Chieti si disperdeva anche la divisione Legnano,
poco prima dell’arrivo dei soldati tedeschi. L’esercito abbandonato a se stesso
rifluiva per tutta la regione. Nel frattempo si iniziava a comprendere che
proprio su quel territorio si stava costruendo la celebre “Linea Gustav”.
Come iniziò a questo punto la Resistenza di Troilo in Abruzzo?
Il 19 ottobre del 1943 era domenica mattina, una bellissima giornata di sole.
Tutto il paese stava in giro, come sempre le donne a messa e gli uomini in
piazza. Mio padre e io stavamo nel corso del paese. Arrivarono tre camion delle
SS e si sparpagliarono cominciando a reclutare braccia da lavoro da convogliare
verso Roccaraso, per le fortificazioni della linea Gustav. A questi uomini veniva
chiesto che mestiere svolgessero. Per ovvie ragioni, quelli delle SS erano
disposti a risparmiare alcune figure: il farmacista, il medico, il podestà del
paese. Anche mio padre fu interrogato sul suo mestiere: «Sono dottore», rispose
astutamente. Ma di fronte non aveva certo uno stupido: «Dottore in cosa?».
Incapace di mentire, «in giurisprudenza», rispose mio padre. Dopodiché, invece
di salire i gradini del camion aggirò pacatamente il mezzo e con l’impermeabile
sotto braccio si allontanò. I tedeschi che lo vedevano pensavano che fosse uno
dei rilasciati, data la tranquillità con cui camminava. Se non avesse aggirato
quel camion, probabilmente tutta questa storia non potremmo raccontarla.
Com’erano i tedeschi nella vostra zona? Si può parlare di un eccesso di
durezza, o qualsiasi occupante avrebbe trattato allo stesso modo la
popolazione occupata?
I tedeschi odiavano gli italiani, che erano visti come traditori. Inaspriti dalla
situazione bellica, arrivavano armati fino ai denti. Erano però assolutamente
sprovvisti di equipaggiamenti e di viveri, per cui si rifornivano, per così dire, in
loco. Ora, siccome nelle nostre zone in molti casi si usava ancora il baratto,
privare il contadino degli attrezzi da campagna, del bestiame, delle provviste
significava condannarlo alla fame. La situazione precipitò quando il generale
Kesserling ordinò di fare della zona terra bruciata, per rendere più difficile
l’avanzata degli Alleati. I paesi rasi al suolo furono 21: anche in questo caso non
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si evitò l’eccesso. Entro le 4 del pomeriggio dovemmo evacuare la casa,
rifugiandoci in una vecchia scuola rurale che era stata chiusa. Ci accalcammo lì
in 24. Il giorno successivo arrivò un messaggero a comunicarci che Casoli, il
paese arroccato su un cocuzzolo sotto la Maiella, era stato liberato dagli inglesi.
A quel punto mio padre con 15 uomini partì immediatamente per Casoli, con
un ragazzo come guida. Un analfabeta che aiutava colonne di sfollati ad
attraversare il fronte, il quale poi, eroicamente, morì. Tutti erano ormai decisi a
combattere contro l’esercito del Führer. Io e la mia famiglia siamo rimasti nella
scuola ancora per una settimana, poi abbiamo raggiunto mio padre a Casoli.
Quali furono i contatti con gli alleati, invece?
Forse migliori rispetto all’esperienza di qualsiasi altro caso di brigata partigiana
formatasi spontaneamente. A Casoli mio padre iniziò a prendere contatti con il
presidio neozelandese, dicendo che noi eravamo a disposizione per proseguire
insieme la loro avanzata, per tentare di salvare i paesi lì intorno che stavano per
essere distrutti. I neozelandesi sembravano intenzionati ad assecondare la
richiesta. Sfortunatamente il presidio venne trasferito poco dopo. Al suo posto
arrivò un battaglione di inglesi paracadutisti, sicché mio padre ricominciò a
prendere i contatti con i nuovi ufficiali. Fu un’impresa davvero ardua. Primo di
tanti problemi era quello linguistico. A fare da interpreti c’erano però i
contadini che avevano vissuto molti anni in America o in Australia. Ma
soprattutto a fare grande ostacolo era la diffidenza degli inglesi, visto che fino a
3 mesi prima eravamo nemici. Fortuna che l’arrivo a Casoli del maggiore Lionel
Wigram fece il miracolo. Wigram aveva diretto scuole militari in Inghilterra, ma
non aveva esitato a scrivere saggi critici sull’uso della fanteria inglese in Sicilia.
Tant’è che per lui essere inviato a Casoli rappresentava una punizione: lì non
comandava nulla ed era sottoposto al suo parigrado. Però Wigram parlava bene
italiano, e tedesco, e fu anche il primo che, particolare determinante, ebbe
fiducia in mio padre. Così convinse i generali inglesi ad armare questi
partigiani, assumendosi la responsabilità della Brigata verso gli inglesi. Il suo
merito fu di comprendere appieno la fede che animava gli uomini della Maiella
e di avere fiducia in loro. Sposò la loro causa e la difese con passione. Quando
mio padre fu chiamato per l’ultimo colloquio, prima di ottenere il via libera, il
maggiore gli restò vicino. In quel colloquio gli inglesi volevano sapere se nel
desiderio di combattere rientrassero progetti politici. A queste domande mio
padre rispose ribadendo l’assoluta apoliticità della formazione. Il fine era la
Liberazione, ognuno poteva avere il proprio credo.
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Una figura davvero notevole questo Wigram…
Il maggiore Wigram, purtroppo, fu uno dei primi a perdere la vita nel corso di
un singolare combattimento. In una villa di Pizzoferrato, detta casa Casati9,
c’era un accantonamento di tedeschi, verso il quale Wigram si diresse insieme a
20 inglesi e 15 patrioti, ordinando l’assalto. La villa saltò in aria con una bomba.
Il maggiore ordinò ai tedeschi la resa e dall’interno dissero di volerla accettare.
Dalla finestra, però, partì una scarica di mitraglia che colpì alcuni uomini.
Wigram rimase mortalmente ferito. Il comando passò così a un tenente che
venne presto ferito anch’egli gravemente. A quel punto, gli inglesi, scoraggiati,
manifestarono il desiderio della resa.
Perché la resa anziché la fuga?
Ventidue persone, ventidue bocche da fuoco si erano scoraggiate. Tra l’altro va
tenuto conto che venivano dal deserto e da noi si trovavano ad affrontare un
clima gelido. Per d più il rientro era molto impervio. Così si rinchiusero in una
chiesetta a bere il tè intorno a un falò, colti da irreversibile sfiducia. Per gli
alleati, arrendersi significava soltanto rimanere prigionieri dei nemici. Stessa
sorte non sarebbe toccata invece ai patrioti che avessero optato per la resa.
Quelli che si erano salvati si misero perciò in fuga, per rientrare a Pizzoferrato il
giorno successivo. In ogni caso, dopo la morte del maggiore, mio padre
continuò a tenere buoni rapporti con gli inglesi, che molta fiducia riponevano in
lui. Rapporti che, però, cessarono dopo la guerra.
La Maiella fu l’unica a continuare a combattere, restando unita, anche dopo la
liberazione del proprio territorio. Quali furono le altre zone di attività della
formazione?
Poco prima della liberazione abruzzese i componenti della formazione avevano
iniziato a chiedersi come e dove poter impiegare ancora le proprie forze. Nel
frattempo continuavano ad arrivare volontari. Questo aspetto andò a
confermare l’idea che mio padre aveva avuto molto tempo prima: alleati e
patrioti avrebbero dovuto combattere insieme fino alla cessazione delle ostilità.
I suoi uomini erano dello stesso avviso; estremamente fiduciosi nel loro capo, lo
vedevano più come un capofamiglia che come un comandante militare. Il punto
di forza della Maiella risedeva proprio in questo carattere collettivo e familiare,
in virtù del quale – ancora una volta – mio padre non ebbe bisogno di grandi
consultazioni per andare dal comando inglese a sollecitare nuove azioni
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Villa costruita da un alto magistrato Piemontese.
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congiunte. Fu con orgoglio che ricevette la risposta degli alleati: i suoi uomini
avevano vinto ogni diffidenza, la reticenza aveva ceduto il passo
all’ammirazione. La Maiella perdeva a questo punto ogni possibile carattere
locale e assumeva una valenza di importanza nazionale.
E dunque, come andarono le cose?
In Abruzzo i tedeschi erano in fuga ovunque; tra il 15 e il 20 giugno la prima
parte di operazioni per la Maiella era terminata10. Salutati parenti e amici,
lasciate le ultime istruzioni alle donne, la Maiella si dirigeva lontano da casa.
Nel frattempo la formazione era stata riorganizzata internamente e potenziata
grazie alla collaborazione degli Alleati: da 500 uomini si giunse circa a 1500.
Dopodiché gli inglesi ritirarono le loro truppe perlopiù sulla costa e il settore
interno fu lasciato al II Corpo Polacco del Generale Anders e al Corpo Italiano
di Liberazione. La Maiella era destinata insomma ad operare nell’entroterra,
sulla direttrice L’Aquila-Fabriano-Pergola; pertanto doveva combattere al
fianco dei polacchi, avanzando nelle Marche, in Romagna e in Emilia. La
Maiella fu la prima ad entrare a Bologna, il 21 aprile ’45. Durante l’inverno, per
un lungo periodo, la Brigata fu l’unica formazione italiana regolare presente in
Emilia Romagna. Soltanto dopo arrivarono gli uomini del Regio Esercito.
Questa è un po’ la storia dei patrioti abruzzesi.
Perché, nel caso della Maiella, la parola “patrioti” veniva preferita a
“partigiani?
La storia della Maiella è singolare nel panorama della Resistenza italiana. Nella
vulgata comune post-bellica, partigiani erano quelli che avevano lottato in zone
occupate dai tedeschi. Chi invece combatteva al fianco degli Alleati, o ai soldati
regolari, non sentiva questa parola come la più identificativa. Di fatto, nella
maggior parte dei casi, i partigiani erano inquadrati in formazioni organizzate
dai partiti, comunisti in primis. La nostra, al contrario, era assolutamente
apartitica. La ragione per cui la Brigata era nata non era in primo luogo politica:
si trattava di un movimento spontaneo di popolo, che voleva vendicarsi della
violenza subita. Mio padre e un po’ di studenti universitari avevano chiare le
loro posizioni, ma il fine rimaneva la liberazione delle nostre terre. Alcuni
capisaldi teorici non vennero però celati fin dall’interrogatorio con Messe, nel
Per la storia completa delle azioni della Brigata Maiella in Abruzzo cfr. N. Troilo, Brigata
Maiella, cit.; N. Mattoscio, (a cura di), Ettore Troilo, Brigata Maiella e Nascita della Repubblica, cit.
10
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quale fu ribadito che la Maiella avrebbe combattuto perché l’Italia tornasse
innanzitutto democratica, con libere istituzioni11.
Quali erano però le concezioni politiche di Ettore Troilo?
Mio padre era un socialista riformista; sebbene attratto dal comunismo di allora,
non ha mai voluto abbandonare il PSI. A questo avevano sicuramente
contribuito le frequentazioni del periodo pre-bellico: Filippo Turati, Anna
Kuliscioff, Giacomo Matteotti12. Di fronte al giardino che hanno dedicato ora a
mio padre ai Prati c’era la casa di Ivanoe Bonomi, nella quale si riuniva il CLN
clandestino, compresa la componente di ispirazione socialista. Nel dopoguerra
mio padre fu un lombardiano. Riccardo Lombardi, come si sa, era stato un
prefetto dalla Liberazione, poi entrò come ministro dei Trasporti nel governo
De Gasperi, esprimendo la preferenza per un prefetto partigiano come suo
successore. La scelta cadde perciò su mio padre, anche per volere di Ferruccio
Parri e di altri uomini del governo De Gasperi che avevano partecipato alla
Resistenza.
Nel suo libro del ‘67 lei scrive in terza persona, senza lasciare intendere che
anche lei è stato protagonista di questa storia. Alcune accenni
nell’introduzione di Ferruccio Parri lasciano invece immaginare una realtà
diversa.
Nei primi sei mesi di attività della Maiella ho compiuto delle operazioni. A noi
ragazzi toccava rifornire gli uomini rifugiati nelle campagne. Andavamo al
paese per i rifornimenti, impiegando ogni volta dalle due alle tre ore di
cammino. Io ero un ragazzo “vestito da città” che non destava particolari
sospetti. Se lo stesso compito fosse stato affidato alle donne, queste non
sarebbero passate altrettanto inosservate. In realtà, per un po’ ho lavorato anche
al comando. Non c’erano molti uomini disponibili. Ricevevamo le domande di
arruolamento per formare i plotoni. All’interno del medesimo plotone
cercavamo di inserire persone dello stesso paese. Non mi hanno messo un fucile
in mano per via dei miei 14 anni. Più tardi, una volta superata la zona della
Maiella, ho accompagnato mio padre fino a Palena, pregandolo che mi portasse
“Il gruppo sarebbe stato organizzato esclusivamente come un’unità militare, senza
commissari politici o altri organi di carattere non militare. Chiese che i suoi uomini fossero
armati e nutriti, equipaggiati ma non pagati. La Maiella avrebbe obbedito alle direttive delle
Forze Armate Alleate solo per questioni di carattere militare, riservando agli organi interni
l’organizzazione del gruppo e la disciplina”, N. Troilo, Brigata Maiella, cit., p. 52.
12 Cfr., supra, p. 3.
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con lui. Non volle. A quel punto dovevo restare, toccava a me fare il
capofamiglia. La mia avventura finisce nel giugno ‘44. Poi sono andato a
trovare la Brigata a Recanati, nel periodo di riposo che era stato concesso.
Come ci si sente a vedere l’amico che cade in battaglia? La paura, quanto
incideva sulle vostre azioni?
Il più giovane partigiano è stato uno che assicurava di avere 17 anni e si è
arruolato. In realtà ne aveva 14 anche lui. Sia come sia, viene spedito
direttamente al fronte. Della prima nottata che passa in un fossato, con un
soldato morto a fianco, scrive in un suo taccuino: «Quella notte ho avuto paura
e ho pianto e poi non ho pianto più». Questo può riassumere l’elaborazione
della paura e della disperazione nell’animo di un partigiano. Si dovevano
controllare le emozioni, così come andava domato l’istinto della violenza. Mio
padre e il vicecomandante della Brigata, Domenico Troilo13, non usarono mai la
crudeltà contro i fascisti. Li arrestavano man mano che i paesi venivano liberati
e li consegnavano agli inglesi. Non c’è stata una sola vendetta da parte nostra.
Davvero mai nessuna violenza?
Nella liberazione di Monte Mauro uno dei patrioti ha messo in fila 15
prigionieri. Domenico Troilo lo ha trattenuto dalla sciocchezza che stava per
compiere. È rimasto l’unico episodio in cui si possa rintracciare un istinto alla
violenza. Che a volte, per la verità, non può non essere compreso. Soltanto nel
mio paese ci sono state 101 vittime civili su 3800 abitanti. Senza ragione sono
stati massacrati bambini di sei mesi e vecchi di 85 anni. Da noi c’erano le truppe
alpine formate da bavaresi e austriaci: vicini di casa dunque. Eppure hanno
dimostrato di essere mossi ugualmente da ferocia. Anche gli austriaci – che
volevamo credere meno crudeli – hanno ucciso due bambini scoperti a portare
cibo ai maiali. Erano ragazzi di 12 e 14 anni. Ciononostante persino episodi
come questi non dovevano alimentare violenza. Tutt’altro. “Non diventeremo
come loro”, è stato il monito che mio padre ha costantemente rivolto ai suoi
uomini.
Domenico Troilo (1922-2007), vicecomandante della Brigata Maiella. Nonostante il cognome,
non è legato da alcuna parentela a Ettore Troilo. Decorato con Medaglia d’Argento al Valor
Militare, insignito della Croce di valoroso da parte del II corpo d’armata polacco.
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Quella volta a fianco di Teresa Gullace
Intervista a Gianna Radiconcini
Memorie di una militante azionista1 è il volume da poco pubblicato da Gianna
Radiconcini, per Carocci editore. Un libro che raccoglie le resistenze di anni, a
partire da quella al nazifascismo, condotta dall’autrice appena diciassettenne.
La Radiconcini – come lei stessa racconta – inizia a lavorare per la liberazione
intorno all’ottobre del ’43, affiancando militanti del partito comunista, sebbene
lei comunista non sia stata mai. Staffetta prima, europeista poi, ama definirsi
“militante azionista” e le sue battaglie di donna resistente si intrecciano con i
nodi cruciali della storia italiana ed europea del ‘900, compresa la questione del
diritto di famiglia che l’ha interessata personalmente. Uscita recentemente e
presentata in numerose occasioni, la pubblicazione autobiografica 2 ha ottenuto
notevoli successi e consensi perché Gianna la storia l’ha vissuta davvero di
persona. E una piccola tranche ce la consegna nella breve ma intensissima
intervista che ci ha rilasciato recentemente per «Eurostudium3w», che si è
rivelata preziosa fonte d’informazione circa gli eventi accaduti a Roma tra l’8
settembre del ’43 e il giugno ’44.
L’autrice offre il racconto dettagliato di alcuni episodi drammatici
consegnati al grande pubblico dall’arte di autori e registi. La corsa fatale della
Magnani che insegue un camion di tedeschi ispira al cinema italiano una delle
sue scene più celebri. Siamo in Roma Città Aperta di Roberto Rossellini, e la
Magnani interpreta Pina, una donna romana uccisa mentre cercava di
raggiungere il suo uomo coinvolto in una retata tedesca. La vicenda – come
neorealismo comanda – viene fornita al regista da eventi realmente accaduti.
Pina è al secolo Teresa Gullace, una donna uccisa il 4 marzo 1944 mentre,
incinta del sesto figlio, cercava di parlare con suo marito prigioniero dei
tedeschi. Gianna Radiconcini racconta i dettagli di questa storia. In via Giulio
Cesare, davanti alla caserma, il 4 marzo 1944, erano presenti lei e alcune sue
compagne. Sempre a lei è toccato visitare il figlio della Gullace il giorno
successivo l’assassinio, tentando un’impossibile consolazione.
Il rigore della Radiconcini ne fa un personaggio anomalo nell’ambito della
Resistenza. Determinata nel rifiuto di distintivi di sorta, non ha accettato alcun
Gianna Radiconcini, Memorie di una militante azionista. Storia della figlia di un onesto cappellaio,
Carocci, Roma, 2015.
2 Ibidem.
1
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brevetto che formalizzasse il suo antifascismo. Convinta del fatto che alcuni
valori non vadano fissati ma perpetuati con nuove azioni, la “figlia di un onesto
cappellaio” è stata impegnata come politica prima e come giornalista 3 poi ad
affermare le sue convinzioni civili e morali.
Qual è stato il suo contributo alla Resistenza romana?
Io avevo 17 anni ed ero antifascista da molto tempo. Ero antifascista per motivi
quasi estetici. Era un antifascismo non ideologico ancora. Però, mano mano,
negli anni avevo elaborato le mie opinioni, anche se rimanevano confuse circa
lo schieramento politico cui aderire, cosa che non mi era chiara e probabilmente
non era chiara a moltissima gente. Mi fu offerto di collaborare con i resistenti e
io ho cominciato nell’autunno 1943. Già dall’8 settembre avevo voglia di andare
a combattere, anche se non sapevo affatto usare le armi. Circa un mese dopo,
Giulia Rocco, una mia ex compagna di scuola – sorella di Emanuele Rocco,
antifascista impegnato col partito comunista – mi propose di incontrare una
“capa” che ci avrebbe detto cosa fare. Questa persona, di cui ignoravo l’identità,
era del partito comunista. Io sapevo di non essere comunista ma ritenevo che
non fosse importante dividersi nei vari schieramenti politici finché ci fossero
stati il fascismo e il nazismo, ma l’importante era combattere contro invasori e
dittatori. Così ci siamo dati appuntamento in un appartamento disabitato.
Siamo entrati in una stanza dove c’era la signora ad attenderci.
Chi era la signora?
Sorpresa! Era la mia insegnante di lettere dell’anno precedente. A pensare che
avevo convinto a venire con me anche altre persone della scuola! Era Marcella
Ferrari, moglie di Enzo Lapicirella, carissimo amico di mia sorella. L’anonimato,
dunque, rimaneva impossibile. Ci conoscevamo troppo bene per operare in un
periodo clandestino in cui sarebbe bene non sapere nulla delle persone con cui
si collabora. Ci fu presentata un’altra “capa”. Era Laura Lombardo Radice,
sorella di Lucio, storico amico di mio fratello Silvio, e sorella di Giuseppina che
mi aveva dato delle lezioni di matematica.
Lei ha assistito a una delle uccisioni più deprecate di quella fase. Parliamo
dell’assassinio di Teresa Gullace.
La Gullace è stata uccisa nella seconda metà dell’inverno ’44. Io e le mie
compagne eravamo in Viale Giulio Cesare, del quartiere Prati, dove si
Gianna Radiconcini è stata inviata e corrispondente da Bruxelles e Strasburgo per il TG1 e per
il GR3; ha collaborato con testate come «Noi donne», «La Voce Repubblicana», «L’Europeo»,
«Panorama».
3
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trovavano delle caserme. In una di queste caserme erano stati rinchiusi tutti gli
uomini sotto i 45 anni, trovati nei tram privi di documenti che giustificassero la
loro presenza di borghesi. Per essere lasciati liberi avrebbero dovuto svolgere
un lavoro particolare, invece erano persone che non si erano presentate ai bandi
che obbligavano i nati tra il 1910 e il 1925 a presentarsi alle armi. Davanti alle
caserme c’erano le figlie e le mogli degli uomini rastrellati e rinchiusi. Poi
c’erano ragazze come me organizzate dal Pci per fare massa di manovra a un
cenno delle nostre “cape”. Dovevamo mettere insieme un gruppo di persone
abbastanza nutrito per sfondare la porta della sede del reggimento e liberare i
prigionieri.
È andata a buon fine la manovra?
È andata così. A un certo punto compare una motocicletta guidata da un SS con
un altro SS dietro, un ragazzino biondo che, imbracciato il mitra, ha dato una
sventagliata nella nostra direzione. Una donna del gruppo cade a terra, e lì
rimane. Morta. Era Teresa Gullace, incinta di 7 mesi del suo sesto figlio. Erano
stati arrestati il marito e il più grande dei suoi figli che aveva 18 anni. Questo
ragazzo fu liberato perché doveva andare a occuparsi dei fratellini. Il giorno
dopo, con un po’ di soldi e un po’ di cibo, comandata dalle mie “cape” andai a
trovarlo. Era attonito, aveva gli occhi fissi nel vuoto. Se ne stava senza parlare
con i bambini intorno che urlavano e piangevano. Dopo aver ricevuto il mio
pacco, mi ha guardato e mi ha detto: “Io non so più cosa fare”. Sono rimasta lì,
senza parole.
Facile cedere alla rassegnazione dopo una scena del genere…
Invece il pomeriggio siamo tornate lì in via Giulio Cesare. Eravamo moltissime:
due marciapiedi pieni di donne, anche la strada era gremita. C’erano tanti
fascisti giovanissimi che con le armi ci tenevano a distanza, sotto tiro. A un
certo momento ho visto arrivare uomini in borghese. Ho capito che stava per
succedere qualcosa. Questi fascisti ci puntavano le armi, e mentre cominciava lo
scambio di contumelie, partirono gli spari. Il ragazzo che stava vicino a me
cadde per terra. Una fitta sparatoria ci spingeva da via Paolo Emilio verso via
Fabio Massimo. Volevo dimostrare di non aver paura, in realtà ne avevo
tantissima. A via Fabio Massimo un milite in divisa mi ha spinto in un portone,
lì siamo rimasti un’oretta circa. Finita la sparatoria ci hanno fatto uscire. Ero
impaurita ma ero talmente arrabbiata che non scappavo. A volte l’audacia
senza paura è pura incoscienza. Proprio così.
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A proposito di audacia, nel suo libro leggiamo che il suo primo atto di
ribellione è stato addirittura l’acquisto di cariche di dinamite.
Io avevo una paura terribile delle armi, però, una mia amica mi disse che un ex
compagno di scuola possedeva 10 kg di dinamite e che era disposto a venderla.
Credo che poi questo ragazzo abbia fatto parte di bande armate fasciste, era un
personaggio particolare. Conoscevo due partigiani amici di famiglia cui dissi
che ci sarebbero stati 10 kg di dinamite che avrei preso se solo avessi avuto soldi
per comprarla. Purtroppo neanche loro disponevano dei mezzi necessari
all’acquisto. Allora, inventando una balla clamorosa, andai a cercare soldi. Quei
due partigiani erano Luciano Vella, studente di medicina, e Franco Calandra,
amico di famiglia e insegnante di filosofia. Mi avevano dato ordine di
comprarla e ho pensato di vendere l’unica cosa preziosa che possedevo.
Non si sarà venduta mica è venduta qualche gioiello della mamma?
Macché! Avevo una medaglia della Madonna di Loreto con scritto il mio
nome e la data del battesimo, la vendetti con catenina annessa. Dissi al
gioielliere che dovevo comprare delle scarpe e mia madre non voleva darmi
soldi. Dopo aver pesato l’oro, lui mi dette una cifra che per l’epoca mi sembrava
clamorosa. Andai a prendere la dinamite e la misi sotto al divano. Questi 10 kg
erano incartati in tanti pacchettini che sembravano libri. Avevano anche lo
spaghetto come i libri, si trattava della miccia.
La sua attività di resistente le è valsa brevetti o medaglie?
Non ho fatto nessun atto di grande valore che meritasse la medaglia. Mi
offersero, invece, il brevetto di partigiana che rifiutai. Durante il fascismo
c’erano gli antemarcia, lo Sciarpa Littorio, tutte le onorificenze che potevano
servire per la carriera. Ho sempre disprezzato le persone che si fregiassero di
questi valori. Per non essere la Sciarpa Littoria dell’antifascismo, ho rifiutato. Io
sono stata una staffetta. Portavo ordini, distribuivo stampa e andavo a schivare
pallottole.
Una porzione dell’intervista è andata in onda su Carta Bianca, programma di
Elleradio 88.100, nella puntata del 23 Aprile 2015.
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Testimonianze della Resistenza
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Antonio Padoa Schioppa, Verso la federazione europea? Tappe e
svolte di un lungo cammino, il Mulino, Bologna, 2014
Parte prima
Difficile dubitare, obiettivamente, che Antonio Padoa Schioppa sia dotato di
spiccate qualità analitico-divinatorie. Il suo recente volume in tema di
perseguimento dell’Europa federale (con question mark in fondo…) invita il
lettore a ripercorrere insieme la traiettoria comunitario-unionale a partire
dall’epoca del primo europarlamento democraticamente eletto, anno 1979, fino
ai nostri giorni. Nel senso che il testo, oltre ad offrire ampi contributi di
attualità, ripropone scritti dell’autore-accompagnatore usciti su «il Mulino», «Il
Federalista», quotidiani autorevoli, pubblicazioni in varie lingue e molto altro
ancora, a far data appunto da quel periodo.
Sicché, condotto per mano, l’ospite-discepolo avrà modo di farsi convinto
de visu, qualora non lo fosse già prima, delle rimarchevoli doti di preveggenza
(di competenza inutile dirlo) dello studioso in parola. Il quale, benché
professionalmente dedito alla storia del diritto medievale, o forse proprio per
questo, risulta indiscutibilmente in grado – da federalista europeo appassionato
- di rivolgere uno sguardo tanto assiduo quanto perspicuo alle vicende dei
nostri tempi.
Ebbene, per avere sicura conferma delle doti di prescienza - come del resto
lo stesso APS ammette “con una punta di compiacimento” – ci si accomodi pure
alla lettura dei primi contributi al volume. A titolo di esempio, è consigliata una
sosta sul quarto dei saggi proposti, anno 1991 (in realtà scritto agli esordi del
’90), per annotare con quale precisione e sicurezza l’autore argomentasse di
“unione economica” e “unione politica”. Per annotare, sia chiaro, non solo la
capacità del nostro di prevedere che i suddetti traguardi sarebbero entrati,
niente da fare, progressivamente in agenda, ma anche di prefigurare, non in
solitudine, d’accordo, ulteriori esigenze e problemi destinati ad accamparsi ben
presto in mezzo ai piedi del popolo europeo.
Elencava infatti l’autore: politica regionale e sociale; redistribuzione a
favore dei più poveri, sussidiarietà, politica fiscale; politica dell’ambiente;
ricerca e nuove tecnologie; energia. Nonché, ovviamente, aumento delle risorse
proprie. Tutte materie di controversa e persistente attualità, come ognuno può
constatare, tanto oggi che ieri, dalle cronache quotidiane.
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Recensioni
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Dopodiché, la chiaroveggenza ci mette poco a risaltare ancor più sul
terreno istituzionale. Carta canta, le successive evoluzioni verificatesi in tema di
ruolo e poteri del Parlamento, di nomina della Commissione e via dicendo
risultavano intuibili al suddetto precursore già al declinare dello scorso
millennio. Con in più le “toppe” che rimanevano - e restano in buona parte a
tutt’oggi - da cucire addosso all’abito costituzionale troppo, troppo succinto.
Costituzionale, istituzionale, politico. Sì, perché la ragione di così solide
capacità divinatorie, come lo stesso APS lascia intendere, sta proprio nella
specificità di approccio, tutta spinelliana e federalista, oltre che professionale, di
cui dispone il titolare della corposa pubblicazione in oggetto (ben 500 pagine e
passa). Una specificità che gli consente di discostarsi dal solito terreno, alquanto
plebeo, del dare/avere – economia, crescita, finanza - su cui ci si accapiglia
normalmente a proposito di UE, per rivendicare invece il primato del fattore
“istituzioni”.
Di conseguenza, detto proprio in esordio del testo, nell’ottica adottata “la
costruzione dell’Europa unita è vista come un processo… nella direzione di una
struttura politica di impianto federale”. E questo perché, prosegue
l’argomentazione, la costruzione comune è stata dotata fin dalle origini delle
quattro istituzioni fondamentali (Consiglio dei ministri, Commissione,
Parlamento e Corte di giustizia) che costituiscono gli aspetti tipici della
statualità, in grado di evolvere, come confermato dall’esperienza, per dar luogo
ad un “progressivo avanzamento costituzionale”. Tortuoso e traballante quanto
si vuole, ma comunque avanzamento (v anche p. 123; più p. 217 e segg., sulla
natura “politica” della “struttura” fin dalle origini).
Ecco dunque rivelata l’arma da taglio di cui APS si è avvalso per esibire
tanta lucidità visiva nel corso di un buon trentennio ed oltre. Id est l’approccio,
o taglio, appunto, “costituzionalistico”. A riprova della bontà del metodo,
l’argomentazione punta sollecitamente il dito sulle vicende iniziali della
costruzione comune, sottolineando come già nei primi anni Cinquanta, ai tempi
della Comunità europea di difesa, lo sbocco finale, il dove si andasse prima o
poi a parare, fosse già emerso assai visibile e alla fin dei conti ineludibile. Tant’è
che, pur andata a catafascio la Comunità tanto di difesa che politica, pur
dovendosi far nuovamente ricorso al gradualismo funzionalistico (definizione
peraltro respinta nella sua accezione denigratoria, p. 219) di monnettiana
fattura, il bastimento avrebbe ripreso comunque a puntare verso il polo che
invariabilmente lo orienta. Del resto, non fu lo stesso Jean Monnet, qualche
tempo dopo, a riportare in auge la dizione “Stati Uniti d’Europa”? E non fu
Altiero Spinelli medesimo a riconoscere i meriti delle Comunità (p. 219)? In
effetti sì. Talché, appunto, l’approdo finale non poteva e non può che essere uno
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Recensioni
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
e uno soltanto. L’Europa federale, dalla natura eminentemente “politica, non
economica” (p. 12).
Ciò detto, la finezza, pari all’onestà intellettuale, del ripercursore del
trentennio post-elezione-diretta lo porta a confessare che l’intento della sua
raccolta di saggi su come eravamo e come siamo– rivolta ad un pubblico più
ampio dello specialistico - non è stato tanto di mera ricostruzione storica o di
esternazione di sapienza giuridica. Bensì, precisamente, e la cosa di questi
tempi richiede anche del coraggio, di comunicazione della “dinamica” e delle
“potenzialità delle istituzioni dell’Unione europea”. Con l’aggiunta di due
istanze, o sollecitazioni, che riemergono puntuali in tutta la successione
espositiva: ovverossia l’esigenza di una piena democraticità ed efficacia (corsivi
dell’autore) dell’Unione.
Democraticità ed efficacia da raggiungere come? e soprattutto mediante
cosa? Così la risposta, valida per il passato e, malgrado i progressi nel frattempo
realizzati, anzi, in forza di essi, ancor più valida per i nostri giorni:
a) l’attribuzione al Parlamento europeo della piena codecisione legislativa e di un proprio
potere fiscale; b) il conferimento alla Commissione di un efficace potere di governo
dell’economia europea…; c) il superamento del potere di veto in entrambi i Consigli [europeo e
dei ministri] (pp. 13-14; anche 130 e altrove).
Tre precise condizioni istituzionali sulle quali non c’è bisogno (altro punto
di batti e ribatti) che tutti gli stati si trovino d’accordo. Basterebbe che ce ne
fosse un numero sufficiente – di questi tempi si parla di Eurogruppo - per tirare
gloriosamente innanzi.
Un’agenda concreta, insomma, sulla quale sarebbe davvero arduo, per chi
crede all’Unione europea a vocazione federale, ivi compreso il sottoscritto,
avanzare obiezioni. E che tuttavia, sempre ad avviso di chi scrive, rivela anche
un certo ottimismo sulla praticabilità, rebus sic stantibus, o adhuc stantibus, della
serie a), b), c) qui sopra riprodotta. Quasi da autorizzare l’ipotesi che, per una
volta almeno, le facoltà perspicue dello storico del diritto, capace di guardare
molto indietro per comprendere in anticipo quanto accadrà in avanti, possano
risultare minimamente indulgenti verso il pungolo della speranza, a scapito
della consueta, rigorosa disamina della realtà effettuale.
Beninteso, prima di proseguire va reso noto che quanto si sta per obiettare
in questa sede, specie in tema di rappresentatività del Parlamento europeo, è
già stato ritenuto piuttosto ininfluente dal suddetto APS. E questo sia nel corso
di amichevoli conversazioni con il sottoscritto scrivente, sia in base a quanto si
legge nel volume, p. 419 e segg., sulla sentenza della Corte costituzionale
tedesca riguardo il trattato di Lisbona (però si veda anche a pagg. 127-128).
Ciononostante, il medesimo scrivente resta convinto che l’allargamento a 28
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Recensioni
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
paesi, con la vocazione ad ampliarsi ulteriormente, abbia reso la situazione
complessiva un po’ troppo paludosa per consentire ampie falcate sul percorso
a), b), c) ove prima non vengano affrontate talune, tanto per dire, cospicue
incongruenze.
Ora, e valga il vero, che in via generale, come afferma ripetutamente APS,
si imponga quale dovere addirittura etico, oltre che a tutela dei legittimi
interessi della maggioranza degli stati, dare un bel taglio ai diritti di veto, su
questo non pare proprio si possano fare obiezioni. E sia pure concesso che il
ricorso al “no” secco, come minimizzano taluni, risulti raramente produttivo
per chi provi a pronunciarlo, e pertanto raramente utilizzato dai governi,
tuttavia fin troppo lucente brilla il pericolo di ricatto che può provenire da paesi
anche piccoli, magari sotto pressione di potenze esterne, in occasioni a dir poco
eccezionali che richiederebbero invece provvedimenti immediati. Del resto è
ormai acclarato che la capacità decisionale dell’Unione, lo hanno denunciato
alcuni membri della Commissione, viene spesso menomata dalla possibilità
offerta a singoli paesi di bloccare processi normativi di notevole importanza.
Sul punto, pertanto, nulla quaestio. Ed è oltretutto probabile che ulteriori
evoluzioni “istituzionali” diano nuove ragioni alla prescienza di cui (e di chi) si
è detto. Tuttavia, al fondo, o a valle di tutto, sussiste un nodo che preoccupa e
che rischia di delegittimare le istituzioni stesse della Ue, tanto da rendere
davvero arduo per paesi grandi e rigorosi (tipo la Germania, per intendersi)
accettare seri progressi verso modalità di governo federale. Vale a dire che fino
a quando si accetterà che in ogni istituzione dell’Unione tutti i paesi accampino
una propria donna, o un proprio uomo (ma su questo APS propone dei
correttivi); non solo, ma che nel Parlamento europeo la rappresentanza - come
denunciato appunto dalla Corte tedesca di Karlsruhe - resti troppo squilibrata a
favore dei piccoli; fino a quando, appunto, le cose staranno in questo modo, non
è credibile che soprattutto i paesi grandi accettino di cedere la propria sovranità
alla UE sotto profili decisivi: per esempio, punto b), affidando alla
Commissione il governo dell’economia, ovvero, punto a), riconoscendo al
Parlamento europeo poteri pienamente parlamentari.
E non basta, perché anche una Corte di giustizia a 28 togati, uno per paese
(di fatto sconosciuti ai più) non può godere di una fiducia incondizionata,
indispensabile all’autorevolezza e alla credibilità di un tribunale sovranazionale
del genere. Come già più volte argomentato su questa rivista, si impone
dunque, a nostro avviso, un pur doloroso salto di qualità, o atto di
responsabilità che dir si voglia, a livello beninteso “costituzionale”, per far sì
che le ricordate facoltà divinatorie si confermino nella pienezza della loro
lungimiranza.
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Recensioni
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Naturalmente resta un fatto oggettivo, come sottolineato (e previsto) da
APS, che, a seguito delle ultime elezioni del Parlamento europeo, la dinamica
democratica del rapporto fra Commissione ed eletti dei cittadini europei ha
preso uno slancio davvero pregevole. Tuttavia la prevalenza del Consiglio, così
accresciutasi in questi ultimi anni, mostra piuttosto bene quale istituzione
eserciti ancora la parte del leone.
In definitiva, a parer nostro, soltanto una coraggiosa presa d’atto
dell’esigenza di una vera “democraticità” all’interno delle istituzioni della Ue
potrà correttamente sbloccare gli impasse dell’edificio comune da decenni in
costruzione, anche se c’è da temere che gli esecrati diritti di veto attribuiti ai
singoli stati (prime vittime le riforme “costituzionali”) continuino a paralizzare
l’attuale quadro, per quanto oggettivamente insostenibile.
Etno-demo-crazia
“Democraticità”. Certamente, proprio qui sta il groppo: e non che il problema si
riduca, lo ammette anche il sottoscritto, a puri fatti numerici, a pur esagerati
squilibri fra entità dei singoli paesi, in certi casi addirittura incomparabili e
tuttavia formalmente fatte eguali l’una all’altra (salvo in Consiglio, appunto). A
riprova, serietà di una scrittura, alla p. 15 del volume, compare puntualmente la
valenza del demos, altrimenti detto volontà generale dei cittadini, cui andrebbe
attribuito tutto il kratos che gli spetta per garantire piena legittimità alle comuni
istituzioni. E pertanto, citazione dal testo: “I cittadini europei debbono poter
determinare le linee di fondo della politica europea. E l’Unione deve disporre
dei mezzi per attuarla” (p. 17).
Un demos, appunto. Un popolo costituzionale, esatto. Ma siamo poi
davvero sicuri, come lo è l’autore magistralmente itinerante fra “tappe e
svolte”, che il demos europeo a 28 (con entità balcaniche ulteriormente in arrivo)
disponga di tutti i requisiti per esercitare il kratos? Ché poi Kratos sarebbe il dio
della guerra, o per lo meno della difesa comune europea, patrocinata sempre da
APS. Alla p. 19 si asserisce in effetti che ethnos e demos racchiusi nella Ue
possiedono le doti per coesistere all’interno di un medesimo ordinamento. Un
ordinamento caratterizzato dalla marcata sussidiarietà, nell’accettazione di una
“cornice di poche regole fondamentali” e con “l’unico limite invalicabile del
rispetto dei principi costituzionali, dei quali la Carta dei diritti del 2000 è
l’espressione solenne a livello europeo”.
In breve, nella nostra Europa un comune sentire esisterebbe già, cementato
dalla tutela della pace, dal rifiuto di imporre la democrazia con la forza, da
“l’accettazione di una prospettiva cosmopolitica”, nonché, all’interno, da
“solidarietà, welfare e Stato sociale”. Cui si aggiunge il netto rifiuto dell’idea
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Recensioni
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
che “la democrazia politica possa svilupparsi appieno soltanto al livello dello
stato nazionale”.
Oddio, magari in Francia non è sicuro quanto quest’ultima asserzione,
peraltro pienamente condivisibile, venga accolta con applausi di massa. E a dir
la verità, guardando allo stato attuale di tutta la Ue, che ethnos, demos e kratos si
stringano piuttosto volentieri la mano è una scena che ci piacerebbe davvero
contemplare. Ma però… L’impressione, insomma, specialmente per quanto
riguarda paesi di recente democratizzazione, è che la veduta risulti meno
rasserenante di quanto si vorrebbe sperare. In realtà, anche nel nostro paese, il
sentimento di appartenenza alla “comunità” continentale, nonché il senso del
dovere nei suoi confronti - che poi vuol dire rendersi affidabili per i propri
partner, oltre che motivati e competenti nella partecipazione all’avventura
comune - lasciano ancora molto, ma molto a desiderare.
Sotto questo profilo – sommesso rimbrotto rivolto a un certo federalismo
casalingo - uno sforzo quotidiano e coordinato, anche a costo di urtarsi con
qualcuno, per fare del processo di unione europea il compimento di quello
risorgimentale, coinvolgendo la società dal basso e nelle sue diverse espressioni
associative, nonché esigendo le necessarie riforme interne proprio per la
credibilità del ruolo che si vuole esercitare ai fini dell’unificazione europea, non
risulta ancora prendere anima e respiro. E non che la cosa valga soltanto per
l’Italia, perché anche presso altri partner si auspicherebbe il sorgere di un simile
fervore, accompagnato da un impegno collettivo di natura transnazionale per
far davvero nascere il demos europeo. Un “empito di passione civile”, su cui
anche l’autore del volume, sia pure un po’ fuggevolmente (p. 28), si dichiara
d’accordo.
Poco ma sicuro: per lo meno al di qua delle Alpi, una maggiore
partecipazione alla dimensione europea si rivelerebbe davvero quel che si dice
una mano santa. Nei due sensi: uno, che non sarebbe affatto male, per elevare il
livello della vita civile, mettersi al pari degli altri paesi più efficienti ed evoluti;
secondo, che la penisola, volente o nolente, rappresenta la terza gamba del
treppiede fondativo, circonfuso al Benelux, con cui si è avviato il processo
comunitario. Sicché la zampa-stivale risulta di fatto per molti aspetti
determinante, cosa su cui APS del resto concorda, nel promuovere o nello
scoraggiare ulteriori “svolte e tappe”. Anche recentemente, tanto per dire, a
livello di esponenti di governo, tra Silvio e Mario, con rispettivi supporter, s’è
notata la differenza… Quanto ai protagonismi dell’oggi, si starà a vedere: di
certo, dopo l’annuncio di voler trasformare l’assetto politico interno in un
meccanismo all’americana, non si sa quanto questo finirà per “azzeccarsi” con il
sistema dei partiti europei, ovvero quanto l’Italicum sia Europaeum. Né quanto
il demos sopranazionale possa così irrobustirsi. Videbimus. In ogni caso, un
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Recensioni
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
maggiore senso della particolare responsabilità peninsulare nei confronti
dell’interesse comune andrebbe largamente diffuso e promosso fra i giovani.
Ciò detto, resta comunque indubbio, per tutte le ragioni addotte, e per la
stessa importanza determinante riconosciuta dall’autore al Parlamento europeo,
che invocare un riequilibrio, seppur numerico, di presenze istituzionali fra paesi
piccoli (o polverio baltico-balcanico) e paesi grandi, al fine assicurare una
“democraticità” per lo meno formale al quadro “costituzionale” comune, non è
cosa poi tanto marginale. In realtà, potrebbe risultare indispensabile per
azzardare i nuovi passi in avanti, muovendo su un terreno solido e legittimato.
Perché insomma non iniziare una trattativa verso quello che - in un documento
della rete “l’Università per l’Europa. Verso l’Unione politica” (vedi
www.universitapereuropa.eu) - abbiamo definito un “patto con i tedeschi”? In
base ad esso, nell’assise di Strasburgo, ogni paese, Italia compresa, otterrebbe il
peso di rappresentanza che esso merita. E il contributo alla creazione di un
demos europeo non risulterebbe affatto trascurabile.
Ad oggi, infatti – come lamentato e conteggiato dalla Corte tedesca, su cui
in questo stesso numero di «EuroStudium3w» - le maggioranze
nell’europarlamento possono risultare parecchio sfalsate rispetto al principio
democratico di rappresentanza “one man, one vote”, con l’effetto di provocare
il discredito e la sfiducia da parte, ma non solo, del populismo antieuropeo sulle
decisioni strasburghesi. Viceversa, la sicurezza di essere adeguatamente
rappresentati incoraggerebbe il popolo tedesco, ma anche gli altri più numerosi,
ad accettare precisamente i traguardi a), b), c), indicati da APS. Per i
“piccoli”potrebbero
poi
trovarsi
dei
temperamenti
all’eccessiva
miniaturizzazione a Strasburgo, ma anche nelle altre istituzioni, tra cui la Curia
o la Corte dei conti (non a caso nella Bce si è già superato il principio “one state,
one chair”). E sia pur vero che su come fargliela mandar giù ai piccoli ci sarà
parecchio da esercitare le meningi, in primo luogo fra specialisti
“costituzionalisti”. Ma anche a evitare sistematicamente il “nodo” (beninteso:
specie per la Commissione, APS alcuni suggerimenti li avanza) si finirà per
incentivare il dilagare della dimensione intergovernativa, a vocazione non
federale.
Magari così non fosse. Magari si riuscisse a legittimare pienamente il
Parlamento europeo. A quel punto, la società politica europea risulterebbe in
grado di sospingere i confratelli francesi a cedere brandelli di sovranità, in
primis per quanto attiene al governo comune dell’economia, affidato alla
Commissione sotto il controllo del Parlamento. Quanto al dito sul bouton qui
frappe, lo si percepisce anche dalla raccolta di saggi, per quello toccherà invece
aspettare ancora un po’. Eppure il riassetto caldeggiato produrrebbe
sicuramente dei passi in avanti. Se poi si riuscisse anche (come discettato
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Recensioni
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
altrove in questa rivista) ad associare al Parlamento un innovativo Senato degli
stati, esso stesso almeno in parte rispettoso delle proporzioni quantitative, la
dimensione democratica allora sì che si irrobustirebbe a dismisura.
Ci sarebbe però allora da temere un eccesso di presenze teutoniche nel
quadro continentale, con la prospettiva dell’Europa tedesca e non della
Germania europea sullo sfondo? In effetti, il presenzialismo berlinese è
innegabile, dovuto anche alla grande preparazione e meticolosità delle sue
donne, e uomini. Con tutto ciò, una buona dose di saggezza strategica si è
notata a proposito del modo con cui la signora cancelliera e il suo seguito - ma
valgano anche i compromessi accettati sul caso greco - hanno recentemente
patrocinato la creazione di una sorta di mercato comune del commercio e degli
investimenti fra Ue e Usa, il Ttip.
Per questa via, ci pare, la Bundesregierung ha confermato la volontà di
restare strettamente legata al sistema occidentale. Pertanto ha rafforzato
ulteriormente i rapporti con la potenza a suo tempo promotrice, e non poco
persuasiva, della democrazia germanica postbellica, piuttosto che lasciar
sospettare solipsistiche prospettive da stato-potenza d’altre epoche. Il che non
toglie, appunto, che ogni paese, compreso il nostro, faccia bene a tenersi sveglio,
agendo all’interno del demos e degli assetti costituzionali con dedizione e
competenza. Per lo meno si eviti, per scipitezza e trascurataggine, di offrire
l’alibi al colosso austro-germanico, con appendici varie, di dover assumere una
fisionomia egemonica, fosse pure in direttorio apparentemente paritetico con
una Parigi in realtà piuttosto depressa.
Peccato soltanto che al momento, quanto a sensibilizzazione in chiave
eurocentrica, il demos italiano, benché cittadino europeo, resti ancora parecchio
inerte. Ma quando mai i nostri studenti, buttato lì così, impareranno bene la
“lingua franca”, ottima tra l’altro per trovarsi un posto di lavoro nel mercato
unico europeo e beyond? Ma quando mai i nostri media la smetteranno di
confondere fra Consiglio d’Europa e Consiglio europeo? Tutti interrogativi
vagamente deprimenti recentemente sollevati, con speranza di di giorrni
migliori, anche in seno alla rete di “l’Università per l’Europa…”.
Realisticamente, insomma, un serio pericolo di regresso, nella fase attuale,
quella delle 28 aspiranti monadi, in verità sussiste. E difatti lo stesso APS,
sempre nella sua introduzione al volume, malgrado l’ottimismo oggettivato
(non teleologico, p. 11) della sua analisi, un “orizzonte scuro” a p. 21 lo
titoleggia. Benché i trattati già lo permettano, osserva, tutta una serie di passi in
avanti viene omessa, mentre la Francia e la Germania (“gravemente
responsabile” per le mancate politiche di crescita, p. 23), di iniziative unilaterali,
onde gratificare l’opinione pubblica interna, ne prendono in quantità.
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Recensioni
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
Ma non è finita. L’analisi posta in conclusione dell’esordio, rivolta alle
distrette del presente, non esclude nemmeno un fallimento dell’intero processo
iniziato anni Cinquanta con le quattro istituzioni embrionalmente fondanti
dell’assetto “costituzionale” messe all’opera. Di fatto, suona il duro vaticinio, il
tracollo dell’Unione comporterebbe nient’altro che il tramonto dell’intera civiltà
europea, come accaduto in passato ad altre analoghe esperienze. Con calma,
però. Perché non senza ragioni il lungiveggente Padoa-Schioppa corre presto ai
ripari (p. 25) mutuando un “eppur si muove” precisamente da colui (a parte
Spinelli) che non solo ebbe ad inventare il cannocchiale, ma fu anche in grado di
comprendere come si muovono il sole e l’altre stelle.
Ché se poi non sarà proprio l’amore dantesco ad animare il tutto poco
male. L’importante, l’indispensabile è scongiurare il tracollo, adottando a tal
fine misure adeguate, quali vengono puntualmente messe in fila dal Galileo
APS sempre nella chiusa dell’introduzione. A ben vedere, come osservato a p.
29, la nostra Unione (e specialmente l’Eurozona), con la moneta unica, con le
competenze esclusive e concorrenti, con la dialettica fra una Commissione
irrobustita, un Consiglio deliberante a maggioranza e un Parlamento alquanto
codecisore, si propone già, letteralmente, come un “torso” di federazione.
Insomma: grazie ai guadagni assicurati da Lisbona; per effetto della vicenda
della presidenza Juncker e degli Spitzenkandidaten, che ha conferito finalmente
un carattere politico all’elezione del capo dell’esecutivo; con i progressi
compiuti sul piano della gestione dell’economia durante la crisi dei nostri
giorni; mercè l’oggettiva domanda di Europa proveniente da tutto il mondo, si
può restar fidenti che al torso michelangiolesco le potenzialità per balzare in
piedi non mancano proprio.
Eppure eppure, poco da fare, malgrado tutto, tanto nella introduzione che
nelle battute estreme del ricco tomo passato al vaglio in questa sede (vedi p.
522), un inquietante senso di incertezza, di tutto o nulla, aleggia forte nel
messaggio dell’intellettuale preveggente. La nostra Unione, insomma, sta
rischiando e sta rischiando davvero parecchio.
Fortuna, verrebbe da buttar lì, che a darci qualche speranza,
successivamente alla chiusura dello scritto, è intervenuto tra gli altri il
quantitative easing di Mario Draghi, accompagnato da ulteriori respiri di sollievo
sul terreno economico. E forse vi ha contribuito quella spinta alla solidarietà
eurocentrica, sia pure relativa, che nasce dall’aggravarsi del quadro
internazionale su più di un fronte. Il che dovrebbe far minimamente pesare la
bilancia a favore della perpetuazione della seconda delle due alternative
proposte all’estremo capoverso: ovvero che “mai come in questo momento
l’Europa è stata altrettanto vicina al punto di non ritorno verso un’unione
federale”. Il che nulla toglie, vale la pena di ripeterlo, all’oggettiva quanto
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Recensioni
Eurostudium3w aprile-giugno 2015
epocale drammaticità della visione dell’autore. L’altra ipotesi incombente resta
infatti “il fallimento, del suo processo di integrazione”.
Diononvoglia. Ma davvero gli europei stanno rischiando di mancare alla
propria missione di civiltà, caldeggiata ripetutamente dal medesimo autore,
ossia di porre le basi per quell’unificazione politica di tutto il genere umano
vagheggiata non solo dal filosofo di Königsberg, tedesco di Germania, ma
anche dallo ut unum sint del cristianesimo, o dal socialismo e dal liberalismo
stesso? (v. p. 41; ancora più ispirate: pagg. 64-65) Ma veramente gli europei non
saranno mai in grado di comprendere, agendo di conseguenza, che non esiste
soltanto l’appartenenza nazionale, dato che ognuno di noi è, e si sente, tanto
cittadino della propria città e della propria regione, quanto del proprio stato,
della propria federazione e del mondo intero? Esattamente: almeno cinque
livelli di appartenenza e di autogoverno, non uno soltanto (p. 170).
In sintesi, nel sapiente costituzionalismo dello storico del diritto iniziato
fin dalla giovane età alla contemplazione sovranazionale - suggestioni della
Storia d’Europa di Croce (p. 523), ma perché a Spinelli don Benedetto non fece lo
stesso effetto? - le istanze profonde, sotto sotto, si rivelano proprio queste. Di
qui la lucida angoscia per eventuali regressi destinati addirittura a livello di
civiltà a rivelarsi catastrofici. Eppure, nel nome della kantiana o crociana
provvidenza, una ragione, una logica, un’etica dovranno pur prevalere. Le
stesse, appunto, che consentono, a chi è in grado, di pre-vedere. E per certi
aspetti, sia pure nel segno della laicità delle istituzioni, autorizzano a credere. Il
federalismo europeo come una fede? Anche.
Belle le pagine, a riprova, quelle del nostro recensito, in cui il federalismo,
come obiettivo a carattere costituzionale sovranazionale, viene alquanto
esplicitamente posto in connessione con il messaggio universalistico del
cristianesimo, con i suoi valori egualitari e solidaristici, con la sua forse unica
capacità di affermare la separazione fra chiesa e stato, con il suo contributo
“incommensurabile” assicurato nei secoli all’edificazione della nostra civiltà.
Anche per queste ragioni, anzi, soprattutto per queste, se ne può dedurre,
l’eventuale fallimento del processo di unificazione federale europea, lungi dal
ridursi all’insuccesso di un esperimento di ingegneria istituzionale, finirebbe
per assumere i toni di una catastrofe epocale (pagg. 313-314). Il contesto
cronologico e tematico delle quali riflessioni, facile a comprendersi, va
individuato nella stagione di discussione del preambolo euro-identitario (finito
pavidamente silenziato) che doveva introdurre il trattato costituzionale del
2004, a sua volta poi affossato fra la Loira e la Schelda.
Poco da fare, suggestivo e ben più che costituzionalistico il compito
affidato dalla storia al federalismo, con l’Europa chiamata, per i suoi meriti e le
sue colpe, al dovere di realizzarlo. Un compito in cui credere e che consente
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appunto di prevedere. Prevedere un processo di civilizzazione e valutare nel
profondo le catastrofi di un eventuale insuccesso. Con parecchie dosi di
incertezza, tuttavia, sulle tempistiche del percorso. Fa davvero impressione al
riguardo la citazione di Luigi Einaudi e del suo articolo dedicato agli Stati Uniti
d’Europa, risalente al 1897, apposta in esordio a “Quale futuro per l’Europa”
del 2002 (p. 285). Già allora, al futuro ispiratore di Ernesto Rossi, oltre che
presidente della Repubblica italiana, i sei ministri degli Esteri delle maggiori
potenze europee sembravano riunirsi e consultarsi regolarmente, neanche
appartenessero ad un Consiglio dei ministri Ue dei nostri giorni! Ovvero,
“quasi componessero un gabinetto europeo”! Mancava soltanto, auspicava
Einaudi, che passassero presto dal metodo dell’unanimità a quello della
maggioranza…
Ecco, salvo che per arrivarci a quel metodo, che ancora oggi traballa
alquanto, dovevano prima scoppiare due guerre mondiali con tutto il resto!
Forse l’allora ventitreenne Luigi scalpitava un tantino. O forse ricordava che,
messaggio di Kant, ove l’uomo non voglia pervenirci con la ragione, a certi
obiettivi la natura-provvidenza ti ci conduce per forza. Appunto le due guerre
mondiali, prima di arrivare all’Aja o alla Dichiarazione Schuman… Ennesimo
grazie comunque ad APS per la citazione einaudiana.
Riprendendo il percorso dall’inizio
D’accordo, ripigliando fiato, la visitazione del tomo dedicato alla federazione
europea con punto interrogativo ha finito per assumere un andamento un
attimo dispersivo, vagamente aereo, soffermandosi in linea di massima
sull’esordio e sul finale del testo, ambedue rivolti soprattutto all’oggi e al
domani incerto, per quanto corredati di importanti affermazioni di principio,
oltre che illustrazioni metodologiche e considerazioni complessive. Meglio a
questo punto tornare al passo dopo passo, andando per ordine, pagine alla
mano e piedi al suolo.
Prendendo perciò a scorrere uno dopo l’altro i singoli contributi
preveggenti, si è già notato come essi risalgano all’epoca di Altiero Spinelli
strasburghese – elevato nel 1981 (p. 41) a “figura centrale della legislatura” –
con il suo progetto di Unione europea proposto al primo Europarlamento
direttamente eletto, che si auspicava “costituente”. Per parte sua, il documento
spinelliano si guadagnava già nel 1993 la definizione di “padre misconosciuto
di tutti i progetti successivi di riforma della Comunità, nessuno dei quali ne ha
peraltro neppure lontanamente eguagliato la qualità” (p. 127). Ad ogni buon
conto, la sequenza si fa incalzante soprattutto attorno all’epoca di Maastricht,
con i dilemmi presenti fin dall’88 su come conciliare Comunità e Unione,
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qualora alcuni stati non avessero voluto aderire alla seconda. Ovvero, in
generale, su come andare avanti laddove qualche stato membro, a caso,
preferisca restare indietro.
Ancor più pungolante si presentava (e si presenta) l’anno successivo con,
in bella fila: le aspettative riposte nel mercato unico delorsiano (fervide anche le
lodi al Piano Delors!) da cui far sbocciare la moneta unica, banca centrale
inclusa; le certezze manifestate sull’inevitabilità di un processo di riforma
innescato dal disegno spinelliano per quanto naufragato, anzi, proprio per
questo in attesa di rimedi; la ricorrente sollecitazione a superare i diritti di veto
(suvvia, ma se anche il papa è eletto a maggioranza qualificata…); l’invocazione
di una “era del costituzionalismo non ancora giunta per la Comunità”, per non
dire di una legittimità democratica assicurata dalla volontà popolare
pienamente riconosciuta nel parlamento (“il potere di fare le leggi non può che
spettare ad un organismo eletto a suffragio universale”, p. 59).
Insomma, l’Europa di domani – detto ormai ieri, e di parecchio - dovrà
avere una propria Costituzione, caposaldo della democrazia “di matrice
europea”. Previsione che si sarebbe alquanto avverata con la nota vicenda del
trattato costituzionale del 2004, atto a superare i testi di Maastricht, Amsterdam
e Nizza, per poi andare incontro anch’esso al naufragio, ma recuperato
abbastanza nella scrittura di Lisbona, oggi in vigore. Un qualcosa di simile alla
Ced colata a picco, da cui si sarebbe risorti con i trattati di Roma, ovvero al
progetto Spinelli del 1984, poi compensato da mercato unico e trattato di
Unione. Tutti va e vieni ben presenti, va da sé, all’estensore del volume.
Ma in che modo, e dove, trovare la forza per vincere tante resistenze e
realizzare finalmente l’obiettivo sperato dell’autore, dichiaratamente ispirato al
messaggio di Mario Albertini? All’epoca, scriveva APS, la paura della guerra,
che aveva animato il processo unitario anni Cinquanta, si era parecchio
attenuata; tuttavia la volontà popolare europea si pronunciava quasi ovunque
in favore dei fatidici Stati uniti de noantri, Sue o Use che si voglia chiamarli. Già,
eccoci al punto, e qui la questione si complica: in verità, ai nostri giorni, come
l’autore ammette in conclusione, il consenso di massa all’Europa federata
mediante costituzione è penosamente venuto meno. Da cui le perplessità
dell’oggi, o vacillamenti delle saldezze profetiche più sopra segnalati.
Ma quali erano i suggerimenti promulgati già a fine anni Ottanta per
portare l’opera a sicuro compimento? In breve, urgeva un impegno collettivo su
larga scala, di natura in primo luogo culturale, per superare i miti ancora
incistati nei cervelli pensanti, nei media, nelle istituzioni pubbliche, vuoi per
nostalgia della nazione-stato, vuoi per vagheggiamenti socio-catartici ormai
alquanto ammaccati. Tant’è che la Chiesa stessa, o “le” Chiese, realtà rimasta
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“immune dal contagio dell’ideologia nazionale”, venivano invitate dal nostro
ad agire come forza “determinante” (p. 64).
Bene. Se ne vorrà allora dedurre, da parte dei soliti spiriti scettici, che
quelli profusi da APS erano solo ingenui entusiasmi, deglutibili forse nel
precedente millennio, ma oggi a dir poco ammuffiti e ridicolizzati? Per parte
nostra, anche a rischio di ripetersi, vale esattamente il contrario. A ben vedere,
dal momento che l’Unione si trova ormai, sia pure in bilico, ma comunque in
una fase, sempre incrociando le dita, di credibile passaggio verso un assetto a
carattere di statualità-federale, la ricetta è ottima, anzi, semmai ancora da
arricchire.
A questo punto infatti, poco da fare, urge l’emergere di forze politiche
dichiaratamente federaliste, di movimenti di opinione pubblica, di
associazionismi, anche religiosi, perché no?, determinati a realizzare l’obiettivo
perseguito da decenni, di reti universitarie all’opera per consolidare le basi
culturali dell’edificio statuale comune, di forze economiche e sociali interessate
a sostenere il salto oltre l’asticella. E se così stanno le cose, perché l’asticella lì
effettivamente si trova, si attenderebbe appunto dalle componenti federaliste
della società europea più consapevoli un surplus di coraggio e di spirito
“politico”, di strategie e di dialogo con i soggetti più attivi per completare
finalmente l’opera avviata dai “padri”, sia quelli ottocenteschi, pressoché
dimenticati, sia quelli resistenzial-postbellici ufficialmente riconosciuti.
Fantasticherie? Mah, seguendo ancora una volta il percorso preveggente,
seppur oggi un po’ angosciato di APS (ma con Galileo sempre in mente), vale la
pena di soffermarsi sulle conclusioni di quel suo contributo sul trattato di
Maastricht, del 1992 (pagg. 116-118). In effetti di strada, da allora, se ne è fatta
molta. Moneta unica e banca centrale europea erano ormai “certe”, ma ancora
inesistenti. Come minimo, il trattato era ancora fortunosamente da ratificare. Lo
stesso dicasi per cittadinanza europea, politica estera e sicurezza, giustizia e
affari interni, ambiente, ricerca, protezione dei consumatori. Idem per la fiducia
del Parlamento alla Commissione e la medesima durata del mandato, idem per
la codecisione e idem per altro ancora, Unione stessa inclusa. Tutto
preziosamente elencato dal giurista professionale, con corredo di critiche a
quanto restava di incompleto (da notare l’obiezione alla regola del voto a
maggioranza assoluta per gli emendamenti parlamentari, anche a p. 151), e
tutto utile ancora oggi. Per sapere e prevedere, sperando bene.
Una dote davvero egregia all’attivo del nostro, come confermato
puntualmente nel ‘93, non appena andata a buon fine la tormentata ratifica del
Trattato di Unione. A parte la Danimarca, anche il referendum francese passò per
un soffio, con i terremoti finanziari (povera lira!) insorti nel contesto. E però
aveva ragione lui: altro che trattato “nato morto”, a detta di molti; in realtà le
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sue potenzialità erano tutte da sviluppare (p. 122). Indubbiamente. Perché tra
l’altro, niente da fare, una rinuncia degli stati alla piena sovranità era già
“presente e operante nei trattati in vigore” (p. 125).
Ciò detto, giunti a questo punto, non sarà possibile seguire ogni dettaglio
dell’annalistica produzione riedita nel tomo e dedicata a quei frangenti, per
quanto istruttiva essa possa essere. Si può consultarla egregiamente impegnata
fra: tematiche dell’allargamento; questione tedesca; valutazione dei ruoli del
Parlamento, della Commissione e del Consiglio con relativi poteri e riforme da
compiere (p. 130); concezione della sussidiarietà (non quella “uniformizzante”
come negli Usa, p. 132); esigenza di superamento sia delle ratifiche
all’unanimità (oggi cresciute a 28, osservazione nostra) sia anche – indubbia
preveggenza - delle conferenze intergovernative per la riforma dei trattati a
favore delle “convenzioni”; rivendicazione di “un ruolo di codecisione
costituente” al Parlamento europeo (p. 137). Il tutto punteggiato
dall’interrogativo fatidico: “Quale costituzione per l’Europa?, ovvero, più
assertivo: “Quale federalismo per quale Europa” (a. D. 1995).
Il tracciato consolare si distende poi in linea retta lungo le colonne dei
successivi trattati, quasi fossero cippi marmorei, avviati con la ratifica di
Maastricht, che già prevedeva ulteriori evoluzioni istituzionali. Sulla via,
analisi, problemi, proposte, prese d’atto, vaticinii e via dicendo si susseguono e
si rincorrono metodicamente, con la fiaccola “costituzionale” sempre lì a dar
luce. Tanto per dire: i) le elezioni europee, come la quarta, del giugno ’94,
riescono poco partecipate perché mancano programmi, candidati visibili
(fortuna gli Spitzen dei nostri tempi…) e partiti veri; ii) i principi fondamentali
vanno sempre ribaditi e progressivamente inseguiti, vale a dire: sovranità
popolare a livello europeo, bilanciamento di poteri fra Consiglio, Commissione,
Parlamento e Corte di giustizia; iii) i diritti di cittadinanza europea restano
insufficienti; iv) la sussidiarietà richiede una riflessione e un confronto sugli
ordinamenti costituzionali interni agli stati; v) il tema della solidarietà e della
coesione, onde evitare “la legge del più forte” (davvero?), va sempre tenuto in
caldo. E via così in vista dei passetti, un po’ sì, un po’ no, del trattato di
Amsterdam.
Quanto alla panoplia costituzional-riformatrice, nel lungo articolo
assertivo del ’95, dedicato a quale federalismo per quale Europa, la rastrelliera
risulta ampia e davvero suggestiva, ben oltre le due alabarde ormai scontate:
potere di codecisione del Parlamento e abolizione del diritto di veto, con
votazioni a maggioranza in Consiglio/i , più questioni procedurali annesse
(anche p. 167). Passando alla Commissione, per assicurare efficienza al sistema,
a lei vada il potere regolamentare, spettando al Parlamento quello legislativo.
Venendo ora alle balestre, tutte miranti lontano, la riduzione del numero di
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commissari si accompagna all’allungamento del periodo di presidenza dei
Consigli, al ruolo più invasivo del PE nella nomina del presidente della
Commissione (con Maastricht era stata introdotta la fiducia), al potere di questi
di scegliersi i commissari, fino alla “attribuzione alla Corte di giustizia di
compiti di Corte costituzionale al livello europeo” (p. 152).
Di lì a due pagine spunta invece il perentorio diniego ad un’ipotesi per sé
assai innovativa e tale da affascinare parecchio, anche negli anni successivi, una
parte almeno dell’europeismo più fervido. Tant’è che la Cdu tedesca l’avrebbe
riproposta nel suo congresso di Lipsia del 2011. Dicasi l’elezione a suffragio
universale diretto del presidente della Commissione, apparentemente ottima
per dare un governo come si deve all’Unione, ma a senso di APS invece
“improponibile”, se non altro per “l’ostacolo linguistico” (anche p. 259). Bel
tema però quello del presidente eletto, che meriterebbe ben altre spremiture di
cervelli rispetto a quanto abbia ottenuto in tutti questi anni, non solo nel
volume suddetto, ma in tutto il parlatoio europeo. Chi scrive ha altre volte
commentato l’indifferenza riscontrata in argomento anche a livelli decisamente
elevati. D’accordo, l’obiezione linguistica non è trascurabile, al pari di altre,
avanzate per esempio dallo stesso Cdu Elmar Brok, che teme non già una
competizione fra partiti, bensì l’accentuarsi di acrimoniose rivalità Nord-Sud.
Dopodiché il quesito su quale assetto, quale modello possa risultare
ottimale per il governo di un’Europa federata resta tutto intero sul tappeto, in
una con l’apatia persino degli opinion makers a farci grandi strologamenti sopra.
Chi scrive resta grato a Beniamino Caravita per avergli sentito proporre
l’esempio svizzero, caratterizzato dalla presenza degli esponenti di tutte le forze
politiche all’interno del governo della Confederazione. Un po’ come, a ben
vedere, è andata di recente con l’ultima commissione Junker (anche se, in verità,
lo stile elvetico conduce al presidente a rotazione annuale). In ogni caso, lo
schema d’Oltralpe merita di essere tenuto presente per immaginare, decidere?,
come possa un bel giorno sortir fuori l’autogoverno continentale. Di sicuro, il
regime non potrà essere di tipo mono-parlamentare, stante che, in un contesto
federale, il rapporto esecutivo-legislativo non si esplica in un puro governo di
maggioranza, comportando necessariamente una dialettica, o contrattazione, sia
fra le due camere, del popolo e degli stati, sia fra di esse e l’esecutivo.
Suggestivo in ogni caso, oltre che doveroso, prendere a soffregarsi
vigorosamente la sommità del capo su cosa potrà produrre un giorno
l’esperimento europeo. Più imperioso, di sicuro, quanto antagonistico, il
modello Usa; maggiormente conciliativo, se non forse vagamente soporifero,
quello svizzero, magari più adatto ad uno stato neutrale. E una via di mezzo?
Tutta da studiare. E come poi venire a capo del groviglio federal-confederale
costituito dal Consiglio? APS pare accettare un Consiglio codecisore con il
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Parlamento, quasi potesse costituire la seconda camera, quella degli stati. E
però, come già accennato a proposito di un possibile Senato, anche su
quest’ultima ipotesi varrebbe davvero la pena di impegnarsi a discettare e
studiare. Ovverossia, volendo scherzare un attimo, come disse all’epoca la
santità sua: “damose da fa’!”. E in effetti non è che avesse torto.
Per la verità, il connazionale di Donald Tusk aggiunse anche “E volemose
bbene!”, ma perché no? Anzi, la raccomandazione viene a proposito, stante che
fra le ricorrenti problematiche affrontate nel volume si accampano proprio
quelle riguardanti le possibili divergenze fra stati che vogliono procedere verso
l’obiettivo federale e quelli che preferiscono (Gran Bretagna?) restare indietro.
Tutto il tema insomma del “nucleo duro” (con Italia dentro…), dell’Eurogruppo
che va in avanguardia, e via dicendo. E come poter conciliare le nuove regole
instaurate fra chi è andato avanti con quelle che restano a valere nei rapporti
con chi è rimasto indietro? Nell’ipotesi poi che qualcuno, invece, incapace “de
volesse bbene”, possa appellarsi al principio dell’unanimità per impedire i
progressi altrui, andrà valutata l’extrema ratio di denunciare i trattati esistenti
per crearne di nuovi, se non per darsi semplicemente una costituzione federale,
ad opera dell’hard core, o “nucleo duro” euro-tenace. Da leggere a p. 160, ma
anche altrove.
Begli esercizi, non c’è che dire, e di particolare attualità nel corrente
decennio, tenuto in palpitazione dall’attesa del referendum inglese
preannunciato dal premier conservatore. Nel 1995, APS non avrebbe trovato
indecoroso, tutt’altro, semmai utilmente severo, ridurre il Regno Unito, ove
recalcitrante, allo status di “soggetto associato entro una zona di libero scambio,
restando salvo il diritto di adesione in tempi successivi” (p. 173). Chissà. Si starà
a vedere.
Quel che si può aggiungere, concludendo un po’ a largo raggio in
argomento, è che sarebbe proprio ora che sulle varie tematiche suddette, sui
modelli possibili di patto federale, come su tanti argomenti ancora - il bilancio
comunitario minimo minimo al 2% del Pil? (p. 166) - ma anche su punti meno
specialistici, anche più valoriali e a vocazione identitaria, sarebbe proprio ora,
appunto, che si avviasse finalmente uno “spazio pubblico europeo”. E vada
pure che si chiami chat, social network continentale, purché faccia finalmente
decollare un dialogo-confronto fra pubblicisti, cervelli brillanti, università,
partiti politici, associazioni, giovani, uomini della strada (con euro-programmi
televisivi!) per mettere a confronto pregi e difetti reciproci, “costituzionali” e
non. L’obiettivo resta quello di elaborare scelte possibili, soluzioni condivise,
compromessi ragionevoli. Ad oggi, purtroppo, ogni opinione pubblica,
comprese le più europeiste, i dibattiti, quando li fa, se li mantiene tutti
all’interno del Facebook o Twitter nazionale.
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Verso il crinale del millennio
Orbene, proseguendo lungo la rincorsa del domani già ben delineato nel
passato, alla vigilia della conferenza intergovernativa di quello che sarà il
trattato di Amsterdam, è sempre più chiaro ad APS che all’Europa serve una
“vera Costituzione”, spinellianamente promossa dall’europarlamento (p. 169).
Affermazione ardita, ma non irrealistica. Certo, per assistere alla comparsa
ufficiale del trattato già ricordato che, seppure a mezza bocca, articolerà
finalmente la parola “costituzionale” si dovrà attendere ancora circa un
decennio, fino al vertice di Roma del 2004. Salvo vederlo mandato a picco dal
sovranismo dei connazionali di Schuman e Monnet. E tuttavia la questione resta
lì, e non si smussa tanto facilmente, malgrado gli allargamenti intervenuti. I
quali allargamenti, da una parte, d’accordo, rendono assai più complicata la
partita, ma dall’altra magari fossero avvenuti previo il cosiddetto
“approfondimento”!
Sia come sia, nel corso del lento ma non troppo svolgersi degli eventi, fra
le riforme di Amsterdam, Nizza e la questione nuovi ingressi, la vis propositivaprevisiva dell’autore di certo non è doma. Dalle noterelle per rendere il voto a
maggioranza in Consiglio più rispettoso dei rapporti di popolazione
all’introduzione di un principio di maggioranza di ¾ degli stati ai fini l’entrata
in vigore di una riforma dei trattati, alla stabilizzazione della presidenza del
Consiglio europeo (non chiarissima, ma interessante la turnazione in gruppi per
i paesi più piccoli), alla diminuzione del numero dei commissari, alla
rivendicazione per la Curia di un ruolo di “Corte costituzionale dell’Unione”,
alla ristrutturazione delle regioni, anche in chiave transnazionale, per garantire
che federalismo è sussidiarietà, e via proponendo, si giunge alla prospettiva
fascinosa di un “nuovo federalismo” in grado di tutelare persino le etnie
variegate e le culture intrecciate, dalle valli alle coste marine, evitando i pericoli
di centralismo come quelli sperimentati nell’Urss e nella Jugoslavia, che
“dovrebbero aprire gli occhi a chiunque” (pp. 167-171).
Ma non che la verve propositiva si arrestasse a questo. Al riguardo basta
consultare le ricche annotazioni successive con cui si perorava la causa
dell’andare avanti con chi ci sta, nell’interesse dei cittadini dell’Unione. Anche a
costo “di decidere l’approvazione di un nuovo Trattato, concluso inizialmente
tra un gruppo maggioritario di Stati dell’attuale Unione” (p. 172; vedi anche,
molto, molto dettagliata, l’Appendice). Da cui ulteriori considerazioni sulla
federazione europea ottimale, ossia dotata di un governo centrale “minimo”,
seppur adeguato a garantire gli interessi comuni. Insomma, interessante anche
la persistente preoccupazione della tutela delle diversità e della sussidiarietà,
onde evitare pericoli di accentramento, seguiti da conflitti che la lacerazione
jugoslava denunciava come orribili.
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Ricchezza per ricchezza, interesse per interesse: è nella riflessione di
ampio respiro del ’97, dedicata a “Crisi della democrazia e modello federale” e
riservata agli atti del coevo Congresso federalista, che il pensiero di APS si apre
ad ancor più ampi orizzonti. Ne vengono investiti: la crisi della democrazia;
l’eccessiva personalizzazione della politica (causa segnali allarmanti di origine
mediasettica? probabile); la sussidiarietà (molto ben argomentata, con proposta
di federalismo “orizzontale”); e persino il “modello delle fonti giuridiche”, di
cui la struttura federale del potere “impone una revisione”. Non potendo
approfondire il tema per incompetenza, la nostra impresa di sorvolo riesce
soltanto ad esprimere un intrigato sobbalzo per la critica all’illuminismo
rilevabile a p. 186. Gli si imputa di aver “ingiustamente” relegato in posizione
marginale “tre categorie di fonti complementari rispetto alla legge”: “la
giurisprudenza, la consuetudine, la dottrina”. Pizzicotti di rivalsa medievistica
riservati a colleghi e giuristi impastati di libero pensiero? Materia interessante,
però. Di sicuro resta la curiosità di sapere qualcosa di più sul punto.
Completando la lettura del saggio, corredato di inviti a riflettere sulla
democrazia diretta e sull’opportunità di scandire in modo più ordinato le varie
consultazioni elettorali (qualcosa tipo election day?), si giunge alla sollecitazione
ad individuare i principi cardine della futura costituzione europea. Eccone
almeno cinque: “sovranità popolare, equilibrio dei poteri, sussidiarietà,
concorrenza, solidarietà”. Tutti temi su cui la Cig, o Conferenza
intergovernativa imminente (non correvano ancora tempi di Convenzione) era
invitata a sfornare risultati di rilievo, con l’Italia partecipe.
Laddove poi, a trattato di Amsterdam partorito, il lettore di fine millennio
avesse desiderato (o quello odierno desiderasse) avvalersi di un’analitica
valutazione degli stop and go costituzionali registrati nell’occasione, si può
tranquillamente rassicurarlo sulla validità del saggio successivo, anno ’98. Fra le
molte considerazioni, profetica quella degli Spitzenkandidaten (p. 191); davvero
assennata la preoccupazione di ritrovarsi, in vista del grande allargamento, con
i soliti commissari uno per ogni stato, grande o piccolo che esso sia (curiosa
l’ipotesi di una ponderazione per popolazione anche a Berlaymont, al di là della
riduzione del numero); preziose, da non perdere le valutazioni sui passi avanti
o no in tema di codecisione del Parlamento (tra cui: dove richiesta la
maggioranza assoluta e dove non); altrettanto pregevoli quelle sull’avvenuto
superamento o meno (più meno che più) dei diritti di veto i lungo i vari pilastri,
nonché in tema di cooperazioni rafforzate/flessibilità.
Al che si aggiungano: ancora un colpo d’occhio iperveggente a proposito
di Consiglio, ovvero “l’organo che la Cig ha maggiormente privilegiato” (ne
sappiamo qualcosa anche oggi…); la mesta constatazione della persistente
possibilità per ogni stato di “esercitare preliminarmente il diritto di veto”
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rispetto a cooperazioni promosse dai partner più volenterosi (pp. 204-206);
l’esclusione della flessibilità per le materie di competenza esclusiva della
“Comunità” (p. 206). Tanto lungimirante, poi, da suonare quasi ovvia la
previsione che una politica monetaria senza una politica economica era da
considerarsi semplicemente “impensabile”. Eppure… E va da sé che
l’allargamento, stante un così grande “deficit democratico”, “renderà ancora
più grave la situazione” (p. 209).
Posandoci ora sul crinale del millennio, anno 2000 preciso, incontriamo da
subito la calda perorazione al “diritto alla pace” ed al “ripudio della guerra”
che, rimasta inedita fino alla sortita del volume, impreziosiva il commento
sull’annunciata Carta dei diritti dell’Unione, di lì a poco consacrata dal Vertice
di Nizza. Va da sé che per il nostro mentore e maestro il ripudio della guerra
come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali non escludeva,
anzi, irrobustiva l’esigenza di “una forza comune” per la difesa, esterna ma
anche interna, della Ue, tale da portarla a raggiungere almeno in casa “l’antico
ideale europeo” della “pace perpetua”. Attenzione, però, perché un certo
federalismo non fa concessioni a nessuno: tant’è che il diritto alla pace
comportava (e comporta) anche il dovere da parte della Ue di cessioni di
sovranità, in primo luogo alle Nazioni Unite, purché ovviamente
profondamente riformate sul piano istituzionale precisamente grazie
all’apporto dell’Europa unita (“di domani”, d’accordo, p. 215).
Da assaporare anche l’ultima considerazione connessa al tema della pace.
E cioè che la struttura federale europea porta altrettanto costitutivamente in
seno il dovere di rendere impossibile il ripetersi delle “tragedie immani” dei
due conflitti mondiali novecenteschi. Pienamente d’accordo: quei massacri
globali, “scatenati proprio dagli stati europei”, con l’aggiunta del tentato
sterminio degli ebrei, per non dire di Hiroshima, devono attestarsi
irreversibilmente nella coscienza collettiva come la memoria di una sorta di
rinnovata, mostruosa crocifissione, da cui far nascere una nuova era. Ovvero
dar vita ad un più alto livello di civiltà, fondato sul superamento dello stato
nazionale come sovrano assoluto. Parere personale, ovviamente, quanto
confortato dal noto Manifesto. Con la speranza un po’ ingenua, perché non sarà
certo facile, del culto universale della carta dei diritti-doveri dell’uomo, per
parte sua non priva di risonanze evangeliche.
Mantenendosi sempre sui larghi orizzonti, oltre che sul crinale del
millennio, meritano ancora attenzione le considerazioni sulla specificità del
federalismo europeo, condizionato in primo luogo dalla presenza di stati dalla
storia intensa quanto diversificata (esempio: politica di sicurezza comune? molti
non stanno neanche nella Nato…). A ciò si aggiungano: l’esiguità delle strutture
centrali dell’Unione, la totale assenza di un apparato periferico, la mancanza di
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risorse proprie e un bilancio che andrebbe almeno raddoppiato per affrontare
spese che sarebbe più produttivo sostenere in comune, pur mantenendosi
sempre “largamente al di sotto della quota di un normale bilancio federale
tradizionale”(p. 225). Dopodiché si esigono sempre e comunque istituzioni
efficienti, a cominciare, punto capitale infaticabilmente ricorrente, dalla rinuncia
al diritto di veto. Difatti, non poco icastico: “Per gli stati membri l’Unione esiste
se (e solo se) ognuno di loro è disposto ad accettare di essere messo in
minoranza” (p. 228).
Istruttivi anche alcuni punti solo apparentemente tecnici: i) il fatto che il
Parlamento europeo venga chiamato a pronunciarsi quasi sempre a
maggioranza assoluta dei suoi componenti ne rende difficili le decisioni; (ii) che
nelle materie “comunitarie” più importanti solo il Consiglio possa deliberare,
beninteso all’unanimità, rivela mancanza di efficienza e di democrazia; iii) che
la codecisione Consiglio-Parlamento dovrebbe risparmiare le norme di “natura
regolamentare”, da lasciare invece alla Commissione. E così via destreggiandosi
ancora fra i tre pilastri di Maastricht, solo successivamente ricongiunti mediante
il trattato di Lisbona.
Incuriosisce un poco che l’efficientizzazione istituzionale, per così dire,
proposta da APS preveda una sorta di bicameralismo fra Parlamento e
Consiglio, con un crescente ruolo del primo rispetto al secondo, o sorta di
riequilibrio di status e di poteri fra i due (a parte la politica di difesa). Quanto
alla Commissione, sfiduciabile a questo punto anche dal Consiglio europeo,
verrebbe a costituire il governo “ordinario” dell’Unione , ma con poteri di
guida e di controllo più che di gestione degli affari comuni. La qual gestione,
stante l’esiguità dell’apparato, andrà presumibilmente conferita alle
amministrazioni nazionali, regionali e locali (p. 231). Anche in questo caso un
federalismo parecchio europeo. Eppure, eppure, sia concessa l’iterazione, l’idea
di un Senato degli stati, cui affidare in buona parte il ruolo del Consiglio dei
ministri, non ci dispiacerebbe per nulla.
Suggestiva infine l’indefettibile rivendicazione dell’esistenza del demos
europeo, fermamente negato da Joseph Halevi Horowitz Weiler, il presidente
(complimenti!) dell’Istituto Universitario europeo di Firenze, ma recuperato dal
nostro grazie anche alla sapienza dei vari Bartolo da Sassoferrato dell’età di
mezzo, i quali riconoscevano “più livelli possibili e reali di associazione e di
convivenza”. Senza che questo, beninteso, porti a svalutare i popoli nazionali, i
quali “anzi costituiscono una delle ricchezze e delle ragioni di fascino della
nostra civiltà” (p. 233). Purché però, d’altro canto, non si neghino nemmeno i
valori comuni e le esperienze storico-culturali condivise che caratterizzano
l’Europa, con il cristianesimo sempre in primo piano, per esempio nella
individuazione della “persona”. E non dimenticando nemmeno, ulteriore
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rimando al Medioevo dal sapore condivisibilmente corporativo, il ruolo
dell’università. Cui forse andrebbe aggiunta, un po’ trascurata, l’eredità
universalistica dell’impero romano, seppur fondata sulla spada, asseveratrice
del diritto.
Nizza, trattato di Nizza. È ora di orientare il nostro drone sul nuovo
approdo del lungo itinerario con la federazione europea all’orizzonte. Accanto
alle annotazioni sul mancato inserimento nei trattati della Carta dei diritti
(rimandato a Lisbona), nonché su talune carenze rilevabili in tale documento a
proposito di diritti della famiglia e diritti sociali, APS colpisce con la
dichiarazione di principio: “il fine primo e ultimo di una Costituzione politica è
la tutela della persona umana”. Per cui, muovendosi sul registro politicocostituzionale, andrebbero inseriti nella Carta “anzitutto i principi della
sovranità popolare, dell’equilibrio dei poteri, della solidarietà e della
sussidiarietà” (p. 238).
Venendo ai progressi istituzionali, la soluzione un commissario-uno stato,
per quanto non ottimale, viene considerata accettabile per consentire ai nuovi
arrivati di coinvolgersi meglio nella “dinamica politica e operativa dell’Unione”
(p. 241). D’accordo, tuttavia l’assetto assembleare dell’esecutivo non ne aiuta
l’efficacia e l’autorevolezza, anche per via della singolare, se non anomala
identità di molti stati europei, specie dopo la dissoluzione della Yugoslavia (su
cui, se utile, F. Gui al n. 32 di questa rivista). Tra l’altro, anche gli imprenditori
inglesi, tutt’altro che ostili alla Ue, hanno a tempo debito lamentato le
sovrapposizioni di competenze e i disguidi che intervengono fra così tanti
commissari.
Stimolante parecchio invece l’accenno all’avvenuta abolizione nel nuovo
trattato del ruolo “politico” del presidente della Commissione europea, seppur
nel sensibile rafforzamento dei poteri dello Junker di turno. Federalismo
europeo sui generis anche in questo caso, con un esecutivo privato del ruolo
politico, in quanto inviso “in particolare”, toh!, al governo francese. Di sicuro, ai
nostri giorni, sarebbe istruttivo chiedere qualcosa in proposito proprio a JeanClaude, notoriamente messo sotto torchio da tale amico, di nome Wolfgang
(letteralmente: “Passo-del-lupo”). In effetti l’arcigno Schäuble pare poco
contento di veder assurgere un vero politico a Berlaymont, per quanto Spitzen.
Sarà forse per la persistente scarsa rappresentatività delle istituzioni chiave
dell’Unione? Possibile. Ma la questione della Commissione quale “tutore” dei
trattati o anche “attore”di governo resta, eccome se resta. Da leggere,
comunque, detto di passata, la “Lettera aperta a W. S.” p. 437, su cui si tornerà a
suo tempo.
Quanto al Parlamento, che risultasse composto in modo deformato e
“deformante” (e perché? oggi?) lo riconosceva all’epoca anche l’autore,
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rallegrandosi peraltro che alla Germania unificata fosse stato riconosciuto
l’aumento di popolazione, e dunque di rappresentanti nel Pe. Poco male per il
qualche disdoro registrato in terra di Francia, dove si era pretesa in ogni caso
l’eguale ponderazione in Consiglio per gli stati “grandi”. Con il che, non
riuscendo da parte nostra a soffermarci sull’analisi dedicata a quest’ultimo
groviglio, fatto di pesi per stato e per popolazione, vuoi a maggioranze
assolute, vuoi relative, sia consentito almeno valorizzare la seguente,
soddisfatta asserzione: “Per la prima volta si introduce nei Trattati l’elemento
costituito dalla popolazione complessiva dell’Unione” (p. 247).
Condivisibile. Valutare la popolazione dell’Unione nel suo insieme ha
aperto oggettivamente una saracinesca al riconoscimento del popolo europeo,
anche se la Corte di Karlsruhe non lo contempla nemmeno oggi (v. altrove in
questo numero). Nondimeno resta curioso che proprio nella camera (si fa per
dire) degli stati venga tenuta in conto la popolazione. Viceversa l’istituzione
rappresentativa del demos formulatore della volontà generale, alias il
Parlamento, quanto a rappresentatività di quelli che sono ormai i “cittadini
europei”, lasciamo perdere. Non a caso, sempre la corte costituzionale
tedesca… (vedi ancora altrove, nel numero medesimo).
Non meno utile, nel prosieguo, l’elencazione dei settori gratificati dal
trattato con il voto a maggioranza in Consiglio, non meno di quelli “di portata
costituzionale” ancora sottoposti al dito col veto: dagli ambiti sociali,
commerciali, culturali (l’immigrazione!) alla difesa comune, alla ratifica dei
trattati, all’ammissione di nuovi partner e così via. Colpa della “ragion di stato
nazionale”, dai potenziali danni incommensurabili per l’Unione, lasciata alla
mercè di qualunque staterello renitente (pp. 248-256). Figurarsi oggi.
Giunti a questo punto, agguantata saldamente la soglia del millennio,
preso atto del sostanziale “insuccesso di Nizza” (p. 259), chiarito
preventivamente che la costituzione europea non deve intendersi come la
intendeva l’«Economist», ovvero come un accordo bellamente confederale (p.
257), bensì come il fondamento pattizio di un assetto realmente federale, ci si
può ulteriormente autoconvincere che il singolare approccio di APS è
sostanzialmente condivisibile: “In realtà una costituzione europea esiste già”.
Ed essa corrisponde proprio a quell’impianto politico-costituzionalistico con cui
fin dall’inizio le solo apparentemente funzionalistiche Comunità vennero
deliberatamente dotate delle quattro istituzioni che presentano “i caratteri della
statualità”: Consiglio, Commissione, Parlamento e Corte. Sulla base di esse ogni
trattato ha provveduto ogni volta ad aggiungere nuovi traguardi, soprattutto in
campo economico.
Il nodo, il problemone, sempre a collocarsi su quel crinale millenaristico
che aveva prodotto il topolino di Nizza, era come fare per accelerare il processo,
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a cosa ricorrere per produrre un salto decisivo. Assai lucidamente il medievista
futurologo asseriva già allora che per uscire dalla secche nell’occasione della
prossima riforma dei trattati, prevista nello stesso testo di Nizza per il 2004,
risultava necessario emanciparsi dal metodo della contrattazione
intergovernativa. Il quale aveva “mostrato in modo eclatante i suoi insuperabili
limiti intrinseci”, dato che erano sempre troppo pochi gli statisti in grado di
distaccarsi “dal quotidiano e dal contingente” (p. 260). Serviva una spinta più
forte, più partecipata, tale da consentire di sostituire il vecchio metodo con “una
procedura di natura costituente” (p. 261).
Poco da fare, nei vaticini di APS si conteneva la soluzione, peraltro già
sperimentata per la Carta dei diritti, della Convenzione costituente (echi di
Philadelphia 1787…). Ad essa sarebbe stata affidata (seppur con Cig conclusiva)
la redazione del trattato costituzionale, ivi partecipando i rappresentanti dei
parlamenti nazionali, di quello europeo, della Commissione e anche dei
governi. A farsene promotori e sostenitori dovevano essere in primo luogo i sei
stati fondatori delle Comunità, quelli che, appunto, avevano adottato lo schema
politico-istituzionale fin dagli esordi. Obiettivo: una federazione “leggera” ma
efficace (p. 262).
Dopodiché, proprio qui, a conclusione della seconda parte della raccolta
proposta dal volume, quella del dopo Maastricht, e prima dell’esordio della
terza, dedicata agli anni che avrebbero portato dalla Convenzione a Lisbona
(2002-2008), la solidità analitico-precognitiva dell’estensore offriva una notevole
conferma di sé: “Una volta di più sarà la Francia il fronte decisivo”. Più centrato
di così! Anche perché il medesimo autore, pur critico nei confronti dei governi,
riteneva che questa volta, almeno i Sei fondatori, Francia compresa, si sarebbero
convinti ad andare avanti.
Peccato soltanto che precisamente fra gli eredi carolingi, in verità non
tanto a partire dall’Eliseo, ma dalla società stessa, il rigurgito nazionalista
avrebbe fatto premio sulla ragione, la cultura, la passione civile. Peccato
davvero, carissimi (si fa per dire) papà e figlia Le Pen. E peccato davvero, caro
Fabius.
Ma su questo ed altro varrà la pena di tornare nella seconda puntata
dedicata alla preziosa riedizione-rivisitazione mandata in stampa dallo studioso
di provenienza familiare culturalmente ebraica, geograficamente venetopartenopea, di nascita viennese, dai cospicui riconoscimenti accademici
oltrefrontiera e con cattedra milanese. Più euro-sussidiario di così…
Francesco Gui
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Eurostudium3w aprile-giugno 2015 Direttore: Francesco Gui (dir