Lorrore della Shoah a.s. 2010/11
Il ricordo per non dimenticare…
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Lorrore della Shoah a.s. 2010/11
Introduzione
Il termine Shoah è voluto dagli ebrei, i quali, attualmente, rifiutano l'altra parola, Olocausto,
in quanto questo indica un sacrificio propiziatorio, il che è sicuramente ingannevole.
L'espressione Shoah si riferisce al periodo che intercorre fra il 30 Gennaio 1933, quando Hitler
divenne Cancelliere della Germania, e l'8 Maggio 1945, la fine della guerra in Europa: in questo
periodo furono milioni le persone soppresse dalla follia razziale nei confronti non solo degli ebrei .
Pur essendo impossibile accertare l'esatto numero di vittime ebree, le statistiche indicano che il
totale fu di oltre 5.860.000 persone. La maggior parte delle autorità generalmente accettano la
cifra approssimativa di sei milioni a cui si devono sommare 5 milioni circa di civili non ebrei uccisi. In
tutto quindi, ma la cifra precisa ha ben poca importanza, oltre 10 milioni di persone furono uccise
dall'odio nazionalsocialista.
Tra i gruppi assassinati e perseguitati dai nazisti e dai loro collaboratori, vi erano: zingari,
serbi, membri dell'intellighentia polacca, oppositori della resistenza di tutte le nazionalità, tedeschi
oppositori del nazismo, omosessuali, testimoni di Geova, delinquenti abituali, o persone definite
"anti sociali", come, ad esempio, mendicanti, vagabondi e venditori ambulanti. La maggior parte
delle persone soppresse passarono per i campi di sterminio, che erano campi di concentramento
con attrezzature speciali progettate per uccidere in forma sistematica. Storicamente il partito
nazista prese la decisone di dare avvio alla cosiddetta "Soluzione Finale" , in realtà molti ebrei
erano già morti a causa delle misure discriminatorie adottate contro di loro durante i primi anni del
Terzo Reich, ma lo sterminio sistematico e scientifico degli ebrei non ebbe inizio fino all'invasione,
da parte della Germania, dell'Unione Sovietica nel Giugno 1941. Per i nazisti ebreo era: chiunque,
con tre o due nonni ebrei, appartenesse alla Comunità Ebraica, o vi si fosse iscritto
successivamente; chiunque fosse sposato con un ebreo o un'ebrea; chiunque discendesse da un
matrimonio o da una relazione extraconiugale con un ebreo. Vi erano poi coloro che non
venivano classificati come ebrei, ma che avevano una parte di sangue ebreo e venivano
classificati come Mischlinge (ibridi). I Mischlinge venivano ufficialmente esclusi dal Partito Nazista e
da tutte le organizzazioni del Partito (per esempio SA, SS, ec.). Benché venissero arruolati
nell'esercito tedesco, non potevano conseguire il grado di ufficiali. Il Terzo Reich considerava
nemico della società ogni individuo che poteva essere considerato una minaccia per il nazismo,
ma gli ebrei erano l'unico gruppo destinato ad un totale e sistematico annientamento. Per sottrarsi
alla sentenza di morte imposta dai Nazisti, gli ebrei potevano solamente abbandonare l'Europa
occupata dai tedeschi. Secondo il piano Nazista, ogni singolo ebreo doveva essere ucciso. Nel
caso di altri "criminali" o nemici del Terzo Reich, le loro famiglie non venivano coinvolte. Di
conseguenza, se una persona veniva eliminata o inviata in un campo di concentramento, non
necessariamente tutti i membri della sua famiglia subivano la stessa sorte. Gli ebrei, al contrario,
venivano perseguitati in virtù della loro origine familiare indelebile. La spiegazione dell'odio
implacabile dei nazisti contro gli ebrei nasceva dalla loro distorta visione del mondo che
considerava la storia come una lotta razziale. Essi consideravano gli ebrei una razza che aveva lo
scopo di dominare il mondo e, quindi, rappresentava un ostacolo per il dominio ariano. Secondo
la loro opinione, la storia consisteva, quindi in uno scontro che sarebbe culminato con il trionfo
della razza ariana, quella superiore: di conseguenza, essi consideravano un loro preciso obbligo
morale eliminare gli ebrei, dai quali si sentivano minacciati. Inoltre, ai loro occhi, l'origine razziale
degli ebrei li identificava come i delinquenti abituali, irrimediabilmente corrotti e considerati
inferiori, la cui riabilitazione era ritenuta impossibile.
Non ci sono dubbi che ci furono altri fattori che contribuirono all'odio nazista contro gli ebrei
e alla creazione di un'immagine distorta del popolo ebraico.
Uno di questi fattori era la centenaria tradizione dell'antisemitismo cristiano, che
propagandava uno stereotipo negativo degli ebrei ritenuti gli "assassini di Cristo", inviati del diavolo
e praticanti di arti magiche. Altri fattori furono l'antisemitismo politico e razziale della seconda metà
del XIX secolo e la prima parte del XX secolo, che considerava gli ebrei come una minaccia per la
stabilità sociale ed economica. La combinazione di questi fattori scatenò la persecuzione,
certamente nota a tutti i tedeschi e lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti che fu in qualche
modo celato dagli stessi esecutori.
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Adolf Hitler, uomo politico tedesco di origine austriaca, chiamato Führer, e
cancelliere del regime nazista, autore dello sterminio pianificato di sei milioni di ebrei.
Una volta assunto il potere nel 1933, attuò una politica di riscatto della nazione
tedesca in nome dei valori nazionalistici, processi, questi, che finirono per trascinare
l'intera Europa nella seconda guerra mondiale. Dopo aver fatto dell'antisemitismo(odio
ossessivo contro gli ebrei) e dell'espansionismo del
popolo ariano i fondamenti della sua propaganda
e della sua politica, tentò di imporre un "ordine
nuovo" trasformando il Partito nazista nello
strumento per abbattere il regime democratico in
Germania e per dare una diffusione mondiale al
movimento fascista da cui si ispirava. .
L’ ascesa politica al potere di Hitler
Figlio di un funzionario delle dogane
austriaco, fu uno studente mediocre e non portò
mai a termine le scuole secondarie. Dopo aver
tentato invano di essere ammesso all'Accademia
di belle arti di Vienna, lavorò in questa città come
decoratore e pittore, leggendo con voracità opere
destinate ad alimentare le sue convinzioni
antisemite e antidemocratiche, così come la sua
ammirazione per l'individualismo e il disprezzo per le
masse. Trasferitosi a Monaco, fu qui sorpreso dallo
scoppio della prima guerra mondiale (1914) e si
arruolò come volontario nell'esercito bavarese.
Dopo la guerra tornò a Monaco e rimase nell'esercito fino al 1920; iscrittosi al
Deutsche Arbeiterpartei (Partito tedesco dei lavoratori), di impronta nazionalista, ne
divenne in breve il capo e, associandovi altri gruppi nazionalisti, lo rifondò con la
denominazione
di
―Nationalsozialistische
Deutsche
Arbeiterpartei”
(Partito
nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, abbreviato in Partito nazista), del quale fu
eletto presidente con poteri dittatoriali; mentre diffondeva la sua ideologia incentrata
sull'odio di razza e sul disprezzo per la democrazia, si legò ai gruppi squadristi paramilitari
fondati dal maggiore Röhm, le SA (squadre d'assalto), avallandone le azioni di violenza
contro uomini e sedi della sinistra socialdemocratica e comunista.
Hitler incentrò la sua azione politica nell'attacco alla Repubblica di Weimar,
accusata di tradimento e di cedimento agli stranieri, raccogliendo l'adesione di
personaggi quali Rudolf Hess, Hermann Göring e Alfred Rosenberg. Nel novembre del
1923, in un momento di confusione e debolezza del governo del paese, fece la sua
prima apparizione sulla scena politica tedesca guidando un tentativo di colpo di stato
in Baviera, il putsch di Monaco. L'esercito però non fu compatto nel sostenere
l'operazione e il putsch fallì. Riconosciuto responsabile del complotto, Hitler venne
condannato a cinque anni di reclusione, ridotti successivamente a otto mesi. Durante la
detenzione, dettò la sua autobiografia, Mein Kampf (La mia battaglia), nella quale
espose i principi dell'ideologia fascista e mussoliniana , il nazismo e della superiorità
della razza ariana e germanica. Tornato in libertà (1924), ricostruì nel 1925 il partito senza
che il governo, che pure aveva cercato di rovesciare, facesse nulla per impedirlo.
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Scoppiata nel 1929 la Grande Depressione, che portò al tracollo del marco e alla
crescita della disoccupazione, Hitler seppe sfruttare il malcontento popolare
guadagnando consensi al Partito nazista e assicurandosi l'appoggio dei settori di destra
dell'alta finanza, della grande industria e dell'esercito(le stesse categorie che
appoggiarono in Italia il fascismo); con la promessa di creare una Germania forte, ricca
e potente attirò milioni di elettori. La sua capacità oratoria infiammava le masse: nelle
elezioni del 1930 i seggi dei nazisti al Reichstag (parlamento) passarono dai dodici del
1928 a centosette; contemporaneamente rafforzò le strutture paramilitari del partito
utilizzando le SA. Durante i due anni seguenti il partito continuò a crescere, traendo
vantaggio dalla forte disoccupazione, dalla paura del comunismo, dalla risolutezza di
Hitler e dalla debolezza dei suoi rivali politici. Hitler riuscì ad accreditarsi come l'uomo
forte, capace di far uscire il governo dall'immobilismo e dai contrasti tra Parlamento e
presidenza della Repubblica. Con il sostegno dei vertici militari ottenne dal presidente
Paul von Hindenburg l'incarico di cancelliere (30 gennaio 1933). Alla morte di
Hindenburg (1934) riunì nella sua persona anche la carica di presidente, facendo
ratificare questo atto con un plebiscito che gli attribuì la maggioranza dei consensi. A
quel punto il suo progetto totalitario poté dispiegarsi senza ostacoli.
La dittatura
Giunto al potere, Hitler si trasformò rapidamente
in dittatore. Un parlamento sottomesso gli concesse
pieni poteri. I sindacati furono eliminati, migliaia di
oppositori rinchiusi nei campi di concentramento e ogni
minimo dissenso represso. Il 30 giugno 1934, nella "notte
dei lunghi coltelli", Hitler si liberò con la violenza degli
elementi più radicali presenti nel suo stesso partito e
nelle SA. In breve tempo l'economia, i mezzi di
comunicazione e tutte le attività culturali passarono
sotto l'autorità nazista attraverso il controllo della lealtà
politica di ogni cittadino, esercitato dalla Gestapo, la
famigerata polizia segreta agli ordini delle SS.
Il Nazionalsocialismo di Hitler
Il termine, più spesso abbreviato in "nazismo", designa la dottrina politica che
dava contenuto ideologico al National Sozialistische Deutsche Arbeiterpartei (NSDAP;
Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori), improntando la sua azione e, in
generale, tutta la politica interna ed estera di Adolf Hitler e del suo governo dal 1933 al
1945. I principi centrali della dottrina nazista, per alcuni aspetti affine al fascismo italiano,
erano ispirati alle teorie che sostenevano una presunta superiorità biologica e culturale
della razza ariana formulate da Houston Stewart Chamberlain e da Alfred Rosenberg,il
dover creare una razza pura e l’ annientamento dei rom , dei gay ,dei down ma
soprattutto degli ebrei paragonati a insetti o a portatori di sventure. Il successo della
formula politica in Germania fu dovuto anche alla sua relazione di continuità con la
tradizione nazionalista, militarista ed espansionista prussiana, nonché al suo
radicamento nella cultura irrazionalista di inizio secolo.
La teoria razziale di Hitler
Al centro della teoria di Hitler sta l'idea della razza. ―Tutta la storia-dice Hitler nel
suo libro "Mein Kampf" (1925)- è solo espressione dell'eterna lotta tra le razze per la
supremazia. La guerra è l'espressione naturale e necessaria di questa lotta in cui il
vincitore, cioè la razza più forte, ha il diritto di dominare. L'unico scopo dello stato è
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mantenere sana e pura la razza e creare le condizioni migliori per la lotta per la
supremazia, cioè per la guerra. E la guerra è l'unica cosa che può dare un senso più
nobile all'esistenza di un popolo.‖ Di tutte le razze quella cosiddetta "ariana" o "nordica"
è, secondo Hitler, la più creativa e valorosa, in fondo l'unica a cui spetta il potere di
governare il mondo. Tradotto nella realtà questo significava per Hitler prima
l'unificazione del continente europeo sotto il dominio della nazione tedesca, per
cercare poi nuovo spazio vitale all'est, cioè in Polonia e in Russia. Ma questo doveva
essere, come scrive Hitler, solo il preludio dell'ultima grande sfida, dello scontro finale
contro gli Stati Uniti. É un fatto singolare e molto significativo, che l'andamento reale
della seconda guerra mondiale rispecchia quasi esattamente questa teoria, che Hitler
aveva sviluppato 14 anni prima dell'inizio della guerra. É un esempio lampante della
testardaggine con cui Hitler seguiva le proprie idee e cercava di applicarle a tutti i costi,
una caratteristica che si nota spesso in lui. Ci sono numerose contraddizioni e
imprecisioni nella teoria razziale di Hitler. Già il concetto di base, la "razza ariana", è
un'assurdità storica. Inoltre Hitler confonde spesso "razza" con "popolo" o "nazione",
confonde i concetti "tedesco", "germanico" e "ariano". Ma probabilmente tutto questo
non è molto importante per Hitler, dato che alcuni capitoli più avanti scrive con molta
franchezza "la propaganda non ha il compito di essere vera, ha invece l'unico compito
di essere efficace." Infatti, questa propaganda doveva rivelarsi molto efficace.
Sicuramente al disoccupato tedesco faceva piacere sentire che in fondo non era un
piccolo disgraziato ma uno che apparteneva a una razza superiore. Parlando del suo
futuro Reich Hitler promette : "Essere uno spazzino in un tale Reich sarà onore più alto
che essere un re in uno stato estero".
L’Antisemitismo Hitleriano
Il secondo elemento fondamentale è
l'antisemitismo. Per Hitler gli ebrei non sono una
comunità religiosa, ma una razza, e cioè la razza
che vuole rovinare tutte le altre. Mescolandosi con
gli altri popoli, gli ebrei cercano di imbastardirli,
distruggendo la purezza della razza e eliminando
così la loro forza, necessaria per la lotta per la
supremazia. L'ebreo è il nemico più pericoloso, è
cattivo fino in fondo. Hitler dice : "Gli Ebrei sono
come i vermi che si annidano nei cadaveri in
dissoluzione." L'antisemitismo diventa in Hitler una
vera e propria ossessione. Pacifismo, marxismo, la
democrazia, il pluralismo, persino il capitalismo
internazionale e la "Lega dei popoli", predecessore
del ONU, tutto questo è risultato del lavoro distruttivo
e sotterraneo degli ebrei. Hitler dice: "L'Ebreo è colui
che avvelena tutto il mondo. Se l'ebreo dovesse
vincere, allora sarà la fine di tutta l'umanità, allora
questo pianeta sarà presto privo di vita come lo era milioni di anni fa." Oggi queste parole
sembrano decisamente ridicole, e anche all'epoca molti le ritenevano tali e vedevano in
esse solo uno strumento politico per incanalare la rabbia del popolo su un capro
espiatorio. Ma l'odio di Hitler contro gli ebrei non era solo strumento politico, era reale con
tutto il suo evidente anacronismo e la sua irrazionalità. Gli orrendi eventi degli anni 19401945, quando l'antisemitismo non poteva più servire come strumento politico, lo
dimostrano in modo spaventoso. E nella lotta contro gli ebrei, Hitler si vede come pioniere
di tutta l'umanità: Nel aprile del 1945, quando Hitler presagiva già la propria fine, detta al
suo segretario: "Un giorno si ringrazierà il Nazionalsocialismo del fatto che io ho annientato
gli ebrei in Germania e in tutta l'Europa centrale".
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La Germania nazista, per cementare la diffusione del regime tra le masse, usava i
mezzi di propaganda, quali il cinema, la televisione e i manifesti politici. Il fuhrer del
grande reich, fu in grado di avvalersi di quello che può probabilmente definirsi come il più
grande talento propagandista del secolo scorso,
Joseph Goebbels. Grazie a questo uomo, di
straordinaria
intelligenza,
l’ideologia
nazionalsocialista divenne il punto di riferimento nella vita
quotidiana di ogni tedesco, il fine a cui ogni ariano
doveva immolare la propria esistenza. Il suo
eccezionale talento contribuì non poco alla scalata
al potere del nazismo, ossia di una piccola formazione
politica che, nel giro di pochi anni, sarebbe stata in
grado di conquistare l’indiscussa supremazia, prima
sulla Germania, poi sull’intera Europa. Negli anni che
precedettero la sua nomina a cancelliere del reich,
Adolf Hitler utilizzò sempre con maggior frequenza
Goebbels, nell’opera di persuasione delle masse,
completamente infervorate ed estasiate dai suoi
infuocati comizi, incentrati sulla necessità di riportare
la Germania umiliata dalle potenze vincitrici, ai fasti di
un tempo. Nominato capo dell’ufficio della
propaganda nel 1929, Goebbels concentrò nelle sue
mani un potere smisurato, con la nomina a ministro e con l’assunzione, nel novembre
1933, della guida della camera della cultura, così ebbe l’assoluto controllo su cinema,
musica, stampa, teatro, radio, arte e televisione. Fu comunque la radio, sempre più
diffusa nelle case dei tedeschi, lo strumento maggiormente utilizzato, per
l’indottrinamento delle masse. Con appositi
provvedimenti legislativi fu inoltre stabilito che i
giornalisti dovessero rispondere, non più ai direttori,
ma all’apparato statale, mentre tutte le agenzie di
stampa vennero assorbite dall’unica consentita, la
DNB ( DEUTSCHES NACHRICHTEN BUREAU). In
Germania, tutto funzionava, dunque, sotto l’egida
della svastica, che faceva la comparsa in ogni
luogo,
in
ogni
angolo
della
nazione,
accompagnata dal motto Ein Volk, Ein Reich, Ein
Furher (Un popolo, una nazione, un capo), lanciato
dalle righe del giornale "Der Angriff". Scopo del
regime era di creare l’immagine di una potenza
destinata al dominio assoluto sotto il comando del
suo fuhrer invincibile, guida del supremo popolo
ariano. Nell’immaginario della propaganda, Adolf
Hitler, doveva apparire, agli occhi dei tedeschi,
come una divinità, cui riservare cieca devozione.
La propaganda nazista produsse documentari e
film, volti ad affermare le dottrine del Mein Kampf e
dunque a persuadere i tedeschi circa la necessità di eliminare le razze etnicamente
inferiori, ad inculcare la più totale devozione e fiducia nel proprio fuhrer e ad affermare la
grandezza di un reich. Goebbels, che fu tra l’altro uno dei più fervidi sostenitori della
persecuzione degli ebrei, che ideò la famigerata "notte dei cristalli", organizzò sterminati
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raduni di massa. Da questo punto di vista il raduno di Norimberga del 1934 rappresentò la
massima espressione della maestosità voluta dal potentissimo ministro della propaganda.
Il raduno avvenne in una grande arena che era ispirata all’idea di grandiosità, e, di
fronte ad una folla sterminata, di fronte alle milizie, schierate con i loro stendardi,
preannunciato dal suono delle trombe, un unico
uomo, Adolf Hitler, idolatrato come un Dio,
attraversò quella massa di persone deliranti fino a
raggiungere il palco, ove un complesso e
particolare gioco di luci contribuì a fargli assumere
una dimensione quasi soprannaturale; nulla fu
lasciato al caso, ogni particolare, ogni minimo
dettaglio fu studiato a tavolino, in maniera quasi
maniacale, da Goebbels. Si raggiunse in pieno lo
scopo voluto da Goebbels, ossia quello di creare l’
immagine di un guerriero invincibile, indiscusso
capo di una nazione stretta nella più totale
devozione per la sua guida suprema. Nelle
olimpiadi di Berlino del 1936, crearono la
straordinaria "Olympia", in cui si evidenziò la
morbosa attenzione per ogni particolare volto ad
esaltare il culto della perfezione fisica, incarnata
dalla
pura
razza
ariana.
L’incessante
martellamento del ministero della propaganda contribuì, pertanto, in maniera
fondamentale, a creare quella sorta di delirio di massa che caratterizzò la Germania
nazista, totalmente asservita e succube di una ideologia che avrebbe ridotto il paese ad
un cumulo di rovine. In un primo momento le produzioni di Goebbels avevano lo scopo di
affermare l’ideale di grandezza della Germania e del popolo ariano e di diffondere l’odio
contro gli ebrei, successivamente l’unico obbiettivo fu quello di esaltare lo spirito di
coraggio e sacrificio di ogni tedesco per la vittoria finale. Con la fine della guerra ormai
vicina, con la Wehrmacht ridotta ad un manipolo di ragazzini della gioventù Hitleriana, la
propaganda continuò, incessante ed incurante della realtà, la propria opera di
persuasione di massa, con filmati e discorsi radiofonici incentivanti alla resistenza estrema.
Ma ormai, nonostante gli ultimi sforzi di sferzare la popolazione, il sogno di gloria di creare
un grande reich millenario era ormai svanito: di fronte ad un’ Armata Rossa ormai
padrona della capitale, Joseph Goebbels, il grande oratore, colui che più di ogni altro
glorificò il fuhrer della grande Germania, decise, il 1 maggio 1945, di seguire Adolf Hitler
nella morte, indegno di proseguire un’esistenza priva di un nazionalsocialismo.
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Le leggi razziali furono emanate, in Germania, due volte durante il periodo nazista.
Le prime nel 1933, subito dopo la salita al potere di
Hitler, e poi successivamente nel 1935, con le leggi
di Norimberga.
Le leggi del 1933
Nel 1933 le prime leggi contro gli ebrei
vennero
promulgate
ma
non
furono
scrupolosamente applicate, ed in ogni caso erano
meno devastanti di quelle successive. I medici,
negozianti ed avvocati di origine ebraica subirono
il primo boicottaggio. Solo sei giorni dopo venne
promulgata la legge di "ripristino dell'impiego nel
pubblico servizio" che, di fatto, escludeva gli ebrei
dall'impiego in ruoli al servizio dello Stato. Queste
leggi significarono l'esclusione diretta ed indiretta
da remunerative posizioni privilegiate, riservate
viceversa ai tedeschi "ariani". Da allora gli ebrei
dovettero lavorare in occupazioni umili e
sottoposte, comunque, a persone non ebree.
Le leggi di Norimberga
Il 15 settembre 1935, mentre stava concludendosi l’imponente congresso della
NSDAP, il Reichstag si riunì nella sala dell’Associazione culturale di Norimberga. In quella
sede, Hitler presentò all’approvazione dei delegati alcune leggi che avrebbero segnato
in modo profondissimo la vita degli ebrei tedeschi. Il primo provvedimento, denominato
Legge sulla cittadinanza, riservava la pienezza dei diritti ai cittadini di sangue tedesco o
affini, escludendo gli ebrei da questi diritti.
La Legge per la protezione del sangue e dell’onore
tedesco, invece, vietava severamente i matrimoni tra ebrei
e cittadini di sangue tedesco . Inoltre era vietato agli ebrei
esporre la bandiera tedesca ed impiegare a servizio donne
di età inferiore ai 45 anni. Quest’ultima proibizione esprime
una delle ossessioni di Hitler: l’incubo secondo cui gli ebrei,
dopo aver accolto in casa come domestica una ragazza
tedesca bisognosa, abusano di lei, cancellandone per
sempre la purezza razziale.
Il 17 settembre 1935, il quotidiano della NSDAP
Völkischer Beobachter ammonì che il Führer, al congresso
del partito, aveva rinnovato <<l’ordine di continuare ad
astenersi dall’intraprendere azioni autonome contro gli
ebrei>>. Gli estremisti avevano ottenuto quanto
chiedevano: un’offensiva antiebraica più energica e
decisa. Queste leggi furono importanti perché con esse gli ebrei furono privati di tutti i
diritti, iniziarono a essere emarginati dalla società.
(Nella foto in alto a destra, il giornale tedesco annuncia: ―Gli ebrei sono la nostra
rovina‖, nella foto in basso a sinistra, il giornale inglese informa la popolazione riguardo
alle atrocità naziste contro gli ebrei.)
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Ecco alcune delle leggi di Norimberga
15 settembre 1935
Fermamente convinti che la purezza del sangue tedesco sia essenziale per la futura
esistenza del popolo tedesco, ispirati dalla irremovibile determinazione a salvaguardare il futuro
della nazione tedesca, il Reichstag ha unanimamente deciso l'emanazione della seguente legge
che viene così promulgata:
Articolo I
1. I matrimoni tra ebrei e i cittadini di sangue tedesco e apparentati sono proibiti. I matrimoni contratti a
dispetto della presente legge sono nulli anche quando fossero contratti senza l'intenzione di violare la legge.
2. Le procedure legali per l'annullamento possono essere iniziati soltanto dal Pubblico Ministero.
Articolo II
Le relazioni sessuali extraconiugali tra ebrei e cittadini di sangue tedesco e apparentati sono proibite.
Articolo III
Agli ebrei non è consentito di impiegare come domestiche cittadine di sangue tedesco e apparentate.
Articolo IV
1. Agli ebrei è vietato esporre la bandiera nazionale del Reich o i suoi colori nazionali.
2. Agli ebrei è consentita l'esposizione dei colori giudaici. L'esercizio di questo diritto è tutelato dallo Stato.
Articolo V
1. Chi violi la proibizione di cui all'Articolo 1 sarà condannato ai lavori forzati.
2. Chi violi la proibizione di cui all'Articolo 2 sarà condannato al carcere o ai lavori forzati.
3. Chi violi quanto stabilito dall'Articolo 3 o 4 sarà punito con un minimo di un anno di carcere o con una delle
precedenti pene.
Articolo VI
Il Ministro degli Interni del Reich in accordo con il Vice Führer e il Ministro della Giustizia del Reich emaneranno
i regolamenti legali ed amministrativi richiesti per l'attuazione ed il rafforzamento della legge.
Articolo VII
La legge diverrà effettiva il giorno successivo alla sua promulgazione ad eccezione dell'Articolo 3 che diverrà
effettivo entro e non oltre il 1° gennaio 1936
Legge sulla cittadinanza tedesca - Norimberga 1935
Il Parlamento del Reich all'unanimità ha approvato la seguente legge che così viene promulgata:
1. Il suddito dello Stato è quella persona che gode della protezione del Reich tedesco e che in conseguenza
di ciò ha specifici ordini verso di esso.
2. Lo status di suddito del Reich viene acquisito in accordo con i decreti del Reich e la Legge di Cittadinanza
dello Stato.
1. Un cittadino tedesco è un suddito dello Stato di sangue tedesco o affine, che dimostri con la sua condotta
di voler servire fedelmente la Germania e il popolo tedesco.
2. La Cittadinanza del Reich viene acquisita attraverso la concessione di un Certificato Statale di
Cittadinanza.
3. Il cittadino del Reich è l'unico detentore di tutti i diritti politici in accordo con la Legge.
Il Ministro degli Interni del Reich, in coordinamento con il Vice Führer emanerà le ordinanze legali ed
amministrative per implementare e completare questa legge.
(Norimberga 15 settembre 1935, al Congresso del Partito della Libertà
Il Führer cancelliere del Reich
Adolf Hitler
Il Ministro degli Interni del Reich Frick)
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Le leggi razziali fasciste sono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi,
che vennero approvati in Italia fra il 1938 e il primo quinquennio degli anni quaranta,
inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica di Salò, rivolti prevalentemente –
ma
non
solo
–
contro
le
persone
di
religione
ebraica.
Furono lette per la prima volta il 18 settembre 1938 a Trieste da Benito Mussolini dal
balcone del Municipio in occasione della sua visita alla città. Per la legislazione fascista
era ebreo chi era nato da genitori entrambi ebrei oppure da un ebreo e da uno straniero
oppure da una madre ebrea in condizioni di paternità ignota oppure chi, pur avendo un
genitore ariano, professasse la religione ebraica. Sugli ebrei venne emanata una serie di
leggi discriminatorie. La legislazione fascista ammise tuttavia la discussa figura dell'ebreo
"arianizzato", ovvero dell'ebreo che avesse particolari meriti: militari, civili o politici. Agli
ebrei arianizzati le leggi razziali furono applicate con alcune deroghe e limitazioni. La
legislazione antisemita comprendeva: il divieto di matrimonio tra italiani ed ebrei, il divieto
per gli ebrei di avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto per tutte
le pubbliche amministrazioni e per le società private di carattere pubblicistico di avere
alle proprie dipendenze ebrei, il divieto di trasferirsi in Italia ad ebrei stranieri, la revoca
della cittadinanza italiana concessa a ebrei stranieri, il divieto di svolgere la professione di
notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali, il
divieto di iscrizione dei ragazzi nelle scuole pubbliche, il divieto per le scuole medie di
assumere come libri di testo opere alla cui redazione avesse partecipato in qualche
modo un ebreo. Fu inoltre disposta la creazione di scuole –,a cura delle comunità
ebraiche , specifiche per ragazzi ebrei. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare
solo in quelle scuole.
Infine vi furono una serie di limitazioni da cui erano esclusi i cosiddetti arianizzati: il
divieto di svolgere il servizio militare, esercitare il ruolo di tutore di minori, essere titolari di
aziende dichiarate di interesse per la difesa nazionale, essere proprietari di terreni o di
fabbricati urbani al di sopra di un certo valore. Per tutti fu disposta l'annotazione dello
stato di razza ebraica nei registri dello stato civile.
Ecco come gli scienziati italiani giustificavano il razzismo
1.LE RAZZE UMANE ESISTONO
L’esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma
corrisponde a una realtà materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è
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rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri
fisici 'e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le
razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma
soltanto che esistono razze umane differenti.
2.ESISTONO GRANDI RAZZE E PICCOLE RAZZE
Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che
comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma
bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i
mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni.
Questi gruppi costituiscono dal punto, di vista biologico le vere razze, l’esistenza delle
quali è una verità evidente.
3.IL CONCETTO DI RAZZA È CONCETTO PURAMENTE BIOLOGICO
Esso quindi è basato su altre considerazioni che :non i concetti di popolo e di
nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche,. linguistiche religiose. Però alla
base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli italiani
sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché
essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di
questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo
molto antico costituiscono î diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle
altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora
inassimilate una alle altre le diverse razze.
4. LA POPOLAZIONE DELL'ITALIA ATTUALE È NELLA MAGGIORANZA DI ORIGINE
ARIANA
Questa popolazione a civiltà ariana abita da
diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane.
L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che
costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
5. È UNA LEGGENDA L'APPORTO DI MASSE INGENTI DI UOMINI IN TEMPI STORICI
Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di
popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che,
mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente. In
tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è
la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi
rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un
millennio.
6. ESISTE ORMAI UNA PURA «RAZZA ITALIANA»
Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza
con il concetto storico-linguistico di popolo, ma sulla parentela di sangue che unisce gli
Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di
sangue è titolo di nobiltà della Nazione italiana.
7. È TEMPO CHE GLI ITALIANI SI PROCLAMINO FRANCAMENTE RAZZISTI
Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo.
Frequentissimo è stato sempre nel discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La
questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente
biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve
essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però
introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e
gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli italiani un modello
fisico e psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca
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completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'italiano ad un
ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
8. È NECESSARIO FARE UNA NETTA DISTINZIONE FRA I MEDITERRANEI D'EUROPA
(OCCIDENTALI) DA UNA PARTE GLI ORIENTALI E GLI AFRICANI DALL'ALTRA
Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di
alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le
popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche
assolutamente inammissibili.
9. GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA
Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria
nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato
all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre
rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai
assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo
assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
10. I CARATTERI FISICI E PSICOLOGICI PURAMENTE EUROPEI DEGLI ITALIANI NON
DEVONO ESSERE ALTERATI IN NESSUN MODO
L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si
deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un
ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi
altri. II carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi
razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.
[Manifesto degli scienziati razzisti - «Giornale d’Italia» 14 luglio 1938].
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Con Notte dei cristalli viene indicato il pogrom condotto dai nazisti (SS) nella notte
tra il 9 e 10 novembre 1938 in Germania, Austria e Cecoslovacchia .Il pogrom della ―notte
dei cristalli‖, segna un decisivo passo avanti della campagna antisemita nazista. La
violenza e le devastazioni di quella notte portarono alla
luce una nuova ferocia antisemita, che avrebbe portato
alla cosiddetta ―soluzione finale‖. Il pretesto per
scatenare le violenze contro gli ebrei fu l’assassinio, il 7
novembre 1938, di Ernst von Rath, diplomatico tedesco.
Tre giorni dopo, durante la notte dei cristalli (così
ironicamente definita riferendosi ai vetri infranti delle
vetrine dei negozi ebrei), vennero date alle fiamme 119
sinagoghe, saccheggiati 7500 negozi di ebrei, 91 israeliti
vennero uccisi e 26000 chiusi nei campi di
concentramento. Appariva ormai chiaro che il
―problema ebraico‖ non era risolvibile senza violenza.
La polizia ricevette l'ordine di non intervenire e i vigili del
fuoco badavano soltanto che il fuoco non attaccasse
anche altri edifici. Tra le poche eccezioni ci fu l'agente
Wilhelm Krützfeld che impedì che il fuoco radesse al suolo
la Nuova Sinagoga di Berlino, che per la sua azione venne punito.
Nessuno tra i vandali, assassini e incendiari venne processato.
Dal 7 al 9 di novembre
Gli assalti e gli atti di violenza nei confronti di persone di religione ebraica,
l’incendio di abitazioni e di edifici di culto come "rappresaglia" per l'attentato di Parigi non
cominciarono però il 9 novembre. Già a partire dal 7 novembre ci furono pogrom in molte
località delle aree Kurhessen e Magdeburg-Anhalt. Gli esecutori erano appartenenti alle
SA e SS che però agirono vestiti in
borghese. È ormai accertato che le azioni
avessero una guida centralizzata almeno
a livello di Gau.
La sera del 7 novembre furono
danneggiate la sinagoga e altri edifici di
persone di religione ebraica a Kassel e nei
dintorni.. La sera del 8 novembre fu data
alle fiamme la sinagoga di Bad Hersfeld.
Nei pressi di Fulda e di Melsungen furono
danneggiate sinagoghe e abitazioni. Nel
corso della nottata vi furono ripetuti
maltrattamenti di persone di religione
ebraica fino a giungere alla prima vittima nella località di Felsb
Nel pomeriggio del 9 novembre iniziarono i pogrom a Dessau,la sinagoga e
l'edificio della comunità ebraica furono incendiati. Alle 19 iniziarono i danneggiamenti
anche a Chemnitz.
La notte dal 9 al 10 novembre 1938
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Il 9 novembre ebbe luogo l'annuale incontro di Hitler e altri funzionari di partito con
i reduci a Monaco di Baviera per l'anniversario del (fallito) putsch di Monaco del 9
novembre 1923. Verso le ore 22 il Ministro della Propaganda Joseph Goebbels tenne un
discorso molto acceso nel quale incolpava "gli ebrei" della morte di vom Rath. Goebbels
si riferì ai pogrom dei giorni precedenti e fece l'osservazione che il partito non organizzava
azioni antisemite ma, laddove fossero accadute, non le avrebbe ostacolate. I Gauleiter e
Comandanti delle SA presenti interpretarono questa frase come un invito all'azione. Dopo
il discorso di Goebbels telefonarono con i loro comandi locali che a loro volta passarono
gli ordini alle squadre. Dopodiché membri delle SA in borghese entrarono in azione.
Alcune centinaia di sinagoghe vennero danneggiate e molte furono incendiate. Migliaia
di appartamenti e negozi furono distrutti e saccheggiati.
10 novembre 1938
I pogrom continuarono fino alla mattina del 10 novembre e in alcune zone rurali si
protrassero fino nel pomeriggio. A partire dal 10 novembre e nei giorni seguenti circa
30.000 uomini di religione ebraica furono arrestati dalla Gestapo e dalle SS e deportati nei
campi di concentramento di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen. La maggior parte
di loro fu rilasciata solo quando si
"dichiararono" disposti all'esilio.
Parecchie centinaia persero la
vita durante la detenzione.
La Sinagoga di Berlino
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Dopo l’ emanazione delle leggi razziali, e
della notte dei cristalli, iniziò un’emigrazione degli
ebrei che lasciarono la Germania in cerca di
fortuna. Ormai era impossibile vivere sotto il dominio
nazista, gli ebrei avevano perso tutti i loro diritti,
erano perseguitati, non avevano libertà, si
trovavano all’estremo della classe sociale di
appartenenza.. L’unica soluzione era la fuga. Le
persone si dirigevano soprattutto in America e in
Australia. Molti riuscirono a salvarsi dalla morte.
Quando però fu emanata la legge di divieto di
espatrio, per gli ebrei non ci fu scampo… chi non
era fuggito trovò la morte nei campi di sterminio…
Ecco alcuni scienziati ed artisti ebrei fuggiti…
Scienziati,filosofi,artisti ebrei durante la Shoah.
Nel corso del Novecento il mondo ebraico muta radicalmente. C'è la Shoah, certo,
ma non solo. Ci sono anche Freud, che reinterpreta la mente umana, Einstein che scopre
nuove leggi dell'universo, Schönberg che scompone la musica, e poi scrittori, artisti e poeti
ebrei che segnano indelebilmente la cultura del Novecento. A partire dalla fine
dell'Ottocento gli ebrei esprimono una forza simbolica del tutto inedita, vitalissima, che
non è alimentata solo dallo sterminio o dalla persecuzione ma dall'essere stati capaci di
straordinaria creatività e insieme del più radicale degli annullamenti. E, ancora, dall'essere
stati un intreccio tra la volontà di farsi uguali agli altri, integrarsi totalmente, e una
durevole percezione di sé come di un'identità sul confine.
La Shoah,spinse gli scienziati,culturisti,scrittori e artisti ebrei tedeschi a rifugiarsi in
America. In America gli ebrei si insediarono nel Lower East Side quartiere di New
York situato lungo l’East River, il braccio di mare che separa Manhattan da Brooklyn e
Quenns. Come detto prima, alcuni scienziati,letterari,artisti fecero scoperte
innovative,durante l’olocausto. Alcuni sono Freud, Einstein e
Schönberg.
Sigismund Schlomo Freud
Detto Sigmund (Freiberg, 6maggio 1856 – Londra, 23
settembre 1939)
è
stato
un neurologo e psicoanalista austriaco,
fondatore
della psicoanalisi, una delle principali correnti della
moderna psicologia.
Ha
elaborato
una
teoria scientifica e filosofica,
secondo
la
quale
l'inconscio esercita influssi determinanti sul comportamento
e sul pensiero umano, e sulle interazioni tra individui.
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Arnold Schönberg
Arnold Schönberg (Vienna, 13 settembre 1874 – Los
Angeles, 13
luglio 1951)
è
stato
un
compositore austriaco naturalizzato statunitense.
È stato uno dei primi compositori del XX secolo a scrivere
musica completamente al di fuori dalle regole del
sistema tonale e l'ideatore del metodo dodecafonico,cioè,
come Schönberg amava definirla, "metodo di composizione
con dodici note poste in relazione soltanto l'una con l'altra",
prevede che tutti e dodici i suoni della scala cromatica
appaiano lo stesso numero di volte, affinché nessun suono
prevalga sugli altri.
Le composizioni non sono pertanto basate sulla tonica
e non presentano più la struttura gerarchica tipica del
sistema tonale.
Schönberg inventa lo Sprechgesang,
o canto parlato, nel quale l'esecutore deve sfiorare
l'intonazione della nota in una sorta di recitazione allucinata,
carica di sbigottimento ed emozione. La tecnica
compositiva non è ancora dodecafonica, ma atonale; per questo all'ascoltatore sembra
di camminare senza un punto di appoggio. L'avvento al potere di Adolf
Hitler nel 1933 costringe Schönberg, convertitosi al luteranesimo all'età di quattordici anni
ma di origini ebraiche, a fuggire in Francia. Sempre nello stesso anno ottiene asilo
negli Stati Uniti, dove trascorrerà il resto dei suoi anni. Si reca inizialmente a Boston e
a New York, stabilendosi infine in California. Dal 1936 al 1944 insegna alla USC (University of
Southern California) di Los Angeles.
Albert Einstein
Albert
Einstein (Ulma, 14
marzo 1879 – Princeton, 18
aprile 1955)
un fisico e filosofo
tedesco naturalizzato svizzero,
divenuto
in
cittadino statunitense.
è
La grandezza di Einstein è
consistita nell'aver mutato per
sempre il modello istituzionale di
interpretazione del mondo fisico.
Infatti ricevette il Premio Nobel per
la Fisica,per avere scoperto le leggi
sulla teoria della relatività.
Einstein si oppose ai governi
dittatoriali e per questo motivo (e
per
le
sue
origini
ebraiche)
abbandonò la Germania subito
dopo la presa del potere da parte
del partito nazista.
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stato
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Durante la seconda guerra mondiale i ghetti servirono come contenitori in un
forzoso processo di concentramento della popolazione ebraica, che ne facilitava il
controllo da parte dei nazisti, e per una separazione fisica degli ebrei dal resto della
popolazione, perché incolpati di sporcare le altre razze.
Gli abitanti dei ghetti dell'Europa orientale, trasportati da varie regioni europee,
privati di ogni diritto, sottoalimentati e obbligati a lavorare per l'industria bellica tedesca
venivano progressivamente deportati nei campi di sterminio durante l'olocausto. I
principali ghetti sorsero a Będzin, a Białystok, a Budapest, a Cracovia, a Częstochowa, a
Kolozsvár, a Łachwa, a Łódź,a Lwów, a Marcinkance, a Mińsk Mazowiecki, a Pińsk, a
Riga, a Sosnowiec, a Theresienstadt,a Varsavia, e a Wilno.
Il Ghetto di Varsavia
La città di Varsavia tra il 1918 e il 1939 in Europa ospitava la più alta concentrazione
di ebrei rispetto al numero di abitanti, superata solo da New York in scala mondiale, il
ghetto, arrivò nel periodo del maggiore addensamento (primavera 1941) a circa 450 mila
abitanti. La concentrazione di ebrei aumentò a causa di forzati trasferimenti, dai territori
polacchi inclusi al Reich ma fu crescente anche la mortalità nel ghetto dovuta al
peggiorare delle condizioni di vita. Dall'ottobre 1939 fino alla metà dell'anno 1942
morirono principalmente di fame e a causa delle malattie epidemiche, all'incirca 100.000
ebrei, ossia uno ogni quattro abitanti del ghetto.
Un gruppo di intellettuali ebrei creò nel ghetto il circolo Oneg Shabat (Delizia del
Sabato), con lo scopo di lasciare una testimonianza della disperata volontà di vita del
ghetto e del suo sterminio. Emanuel Ringelblum era il responsabile e i documenti scritti e
raccolti da lui e dal suo circolo furono sotterrati nel ghetto e ritrovati alla fine della guerra.
A Varsavia la prima azione di eliminazione iniziò nel luglio del 42 coinvolgendo migliaia di
ebrei che furono condotti nei campi di concentramento (Treblinka). Tale situazione fu
combattuta con forme di autodifesa, contrattacchi e resistenza della popolazione ebrea,
quello che si faceva un po’ in tutti i ghetti fu organizzata in maniera particolarmente
rilevante a Varsavia.
(Ebrei del ghetto di Varsavia)
Nel 1939 Czerniakòw è nominato presidente dello Judenrat, il Consiglio ebraico di
Varsavia fino al 23 luglio 1942, quando a seguito dell'ordine della deportazione dei
bambini del ghetto si suicida. Lascia un biglietto alla moglie: ―Mi ordinano di uccidere con
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le mie mani i figli del mio popolo. Non mi resta altro che morire.”
Presso l'Amministrazione della comunità la sua ultima nota dice: ―Worthoff e
compagni (del Comando di deportazione) sono stati da me ed esigevano che per
domani sia pronto un trasporto di bambini. Con ciò il mio calice amaro è colmo fino
all'orlo poiché non posso consegnare alla morte dei bimbi inermi. Ho deciso di
scomparire.
Non si consideri ciò un atto di viltà o una fuga. Io sono impotente, il cuore mi si
spezza per il cordoglio e la pietà, non posso sopportare più oltre. Il mio gesto mostrerà a
tutti la verità e, forse, porterà sulla giusta via da intraprendere. Sono consapevole che vi
lascio una pesante eredità.”
Nel suo diario Czerniakòw registra tutto ciò che vede lasciando una testimonianza
delle atrocità subite dal suo popolo.
I divieti nazisti nel ghetto di Varsavia vennero violati sia dentro che oltre il muro di
recinzione con una disobbedienza comune e azioni di resistenza civile ispirate o
comandate dalla cospirazione. Nella primavera del 1943 scoppiò nel ghetto un'eroica e
disperata insurrezione. Dopo trenta giorni di combattimento solo un pugno di uomini
sopravvisse nelle fogne e negli scantinati del quartiere raso al suolo.
Il Ghetto di Cracovia
Il 3 marzo 1941 venne creato il ghetto di Cracovia, a sud della città. Il 20 marzo il
ghetto, venne circondato da mura e da filo spinato. Vi furono concentrati gli ebrei della
città e quelli rastrellati nei vicini villaggi.
Alla fine del 1941 nel ghetto erano concentrate 18.000 persone in gran parte
utilizzate come mano d'opera per le aziende del comprensorio.
(Gli ebrei si trasferiscono all'interno del ghetto di Cracovia )
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Il 19 marzo 1942 i nazisti diedero il via alla "Intelligenz Aktion" cioé l'arresto e
l'assassinio di tutte le persone considerate come punti di riferimento per la comunità
ebraica. A metà del '42 cominciò l'esodo forzato degli ebrei nei campi di sterminio (Belzec
e Auschwitz).
In seguito il ghetto fu ristretto e diviso in Area A e Area B, il 13 marzo '43 gli abitanti
dell'Area A furono trasferiti al campo di Plaszow: il film di Spielberg "Schindler's List" narra la
storia di Oskar Schindler che salvò a Cracovia più di 1000 ebrei utilizzandoli in una sua
fabbrica "di copertura".
Il ghetto di Lublino
Nella Polonia orientale, occupata dai nazisti, a Lublino si decise di concentrare
migliaia di ebrei sia della città e dei paesi circostanti, sia deportati dai territori della
Polonia e della Germania. Fu progettata una "riserva" dove la concentrazione dei
deportati sarebbe dovuta arrivare a due milioni di persone.
Le difficoltà di concentrare una tale popolazione fece abbandonare il piano
iniziale di "riserva giudaica" per optare per la creazione del ghetto.
I nazisti previdero la creazione del consiglio ebraico, lo Judenrat, come era
consueto fare anche negli altri ghetti, lo scopo reale non era quello di dare autonomia
agli ebrei ma di "imporre" una collaborazione, facilitare la creazione di liste di lavoratori e
responsabilizzare il controllo sulle attività sovversive. Gli ebrei del ghetto avevano l'obbligo
di cucire ed esporre la stella di David nei loro vestiti. Spettò allo Judenrat nell'estate del
1940 la compilazione delle liste di ebrei da inviare ai campi, l'alternativa fu quella di
organizzare attività lavorative utili in modo da preservare più lavoratori possibili. Il ghetto di
Lublino ebbe a causa delle scarse condizioni igieniche una epidemia di tifo nell'estate del
1941 che decimò gli ebrei del ghetto, anche a seguito di ciò i tedeschi diedero il via alle
deportazioni, nel 1942, oltre trentamila ebrei furono evacuati verso il campo di
concentramento di Belzec, alcuni di questi furono uccisi tra i boschi circostanti la città.
Il ghetto ridotto a 4.000 persone fu spostato in un quartiere periferico della città, qui
le selezioni continuarono specialmente per quelli che non potevano dimostrare di avere
un lavoro utile. Il Judenrat già dimezzato perse totalmente d'importanza, tra il 42 e il 48
quasi 1000 degli ebrei sopravvissuti fino allora furono inviati ai campi di sterminio tra cui
Majdanek e Belzec. L'Armata Rossa entrò a Lublino il 24 luglio 1944 ma nessun ebreo
rimase vivo poiché i nazisti prima di ritirarsi sterminarono i sopravvissuti.
Il Ghetto di Lodz
La città di Lodz fu occupata dall'esercito tedesco nel settembre 1939,
immediatamente vennero attuate tutte le leggi antiebraiche già emanate fino allora. La
persecuzione fu brutale: furono incendiate e saccheggiate sistematicamente tutte le
sinagoghe e i negozi di ebrei, furono confiscati beni e abitazioni e cominciarono le
deportazioni ai campi di concentramento. Nella città di Lodz fu imposto agli ebrei l'uso di
un bracciale con la stella di David che fu poi sostituito con la stella cucita sui vestiti, gli
ebrei che non si adeguarono al contrordine vennero immediatamente arrestati.
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(Il Ghetto fu creato tra il dicembre del 39 e l'aprile del 40, vi confluirono più di
160.000 persone in un area di pochi chilometri quadrati divisa in tre aree collegate da
ponti di legno. Alla fine del 1942 tra nuovi arrivi e nascite la popolazione ammontava a
oltre 200.000 persone. La massa di lavoratori ebrei fu impiegata in 96 fabbriche che
ottennero livelli di produzione incredibili dovuti alla necessità di giustificare
l'indispensabilità dei lavoratori ebrei che altrimenti finivano deportati nei campi di
sterminio.)
Lo Judenrat creò un apparato burocratico con 1.300 impiegati, si fecero scuole
elementari, 5 ospedali e un servizio di polizia ebraica. Di fatti tutto questo non servì a
salvare dallo sterminio migliaia di ebrei inabili al lavoro. Diversi raid furono eseguiti tra il 40
ed il 42, furono rastrellati o inseriti il liste direttamente dallo judenrat ebrei anziani e
bambini, uomini ricoverati negli ospedali e tutti coloro che per vari motivi non
sembravano adatti al lavoro.
Tra gennaio e maggio del 42 furono trasferiti a Chelmno 55.000 ebrei e 5.000 zingari.
Nel maggio del 1944 gli ebrei sopravvissuti nel ghetto erano 77.000 di questi la maggior
parte fu deportata ad Auschwitz dove trovò la morte. Con l'avanzata dei russi, i tedeschi
trasferirono 600 dei 1.200 sopravvissuti in fabbriche smantellate dal ghetto e ricostruite in
Germania. I restanti ebrei furono salvati dai russi che entrarono a Lodz il 19 gennaio 1945.
Il Ghetto di Lvov
(Tra il 25 ed il 27 luglio 1941 a Lvov venne commesso un orribile pogrom nel quale
morirono 2.000 ebrei. Cacciati casa per casa gli uomini vennero uccisi o bastonati, le
donne brutalizzate e violentate. L'intero pogrom venne filmato dagli uomini delle SS che
avevano organizzato il massacro.)
Lvov (oggi in Ucraina) allo scoppio della Seconda guerra mondiale contava
340.000 abitanti di cui un terzo ebrei. Nell'accordo tra nazisti e russi per la spartizione della
Polonia Lvov ricadeva nella sfera di influenza sovietica i quali avviarono una azione di
immediata comunistizzazione della vita economica e sociale. A Lvov confluirono più di
100.000 ebrei in fuga dalla Polonia nazista ma i sovietici reagirono espellendo un notevole
numero di ebrei in Siberia. Il 22 giugno 1941, i tedeschi attaccarono l'Unione Sovietica e
circa 10.000 ebrei fuggirono con le truppe russe in ritirata, il 30 giugno i tedeschi entravano
a Lvov e le SS organizzarono immediatamente un pogrom, gli ebrei furono accusati di
collaborazione con i russi nell'uccisione di alcuni prigionieri politici ucraini, per quattro
giorni gli ebrei vennero massacrati dagli ucraini e dai tedeschi, ne morirono 4.000. L'8
novembre 1941 venne istituito il ghetto e gli ebrei vi vennero insediati, tra violenze
inaudite. Durante l'inverno i tedeschi organizzarono squadre di lavoro ebraiche da inviare
in campi di lavoro coatto. Vennero consegnati 15.000 ebrei che vennero
immediatamente deportati verso il campo di concentramento di Belzec, altri 8.000 ebrei
vennero deportati nel campo di concentramento di Janowska dove vennero uccisi. Nel
settembre 1942 tutti gli ebrei vennero concentrati in un'area più piccola, dirigenti e
impiegati dello Judenrat vennero impiccati. A novembre si svolse un'altra Aktion: circa
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6.000 ebrei "inabili al lavoro" vennero inviati ai campi di sterminio. Nel gennaio del 1943 il
ghetto venne ufficialmente trasformato in Julag "campo di lavoro ebraico" e altri 10.000
ebrei vennero uccisi perché privi di permessi di lavoro. Alla fine di gennaio venne sciolto lo
Judenrat e numerosi componenti assassinati. Il 17 marzo altri 15.000 ebrei vennero uccisi e
8.000 inviati ad Auschwitz. Il 1° giugno 1943 i nazisti decisero di liquidare definitivamente il
ghetto. Quando le SS e i collaborazionisti ucraini entrarono nel ghetto furono accolti dal
lancio di bottiglie incendiarie. Nove tra ucraini e tedeschi vennero uccisi. I tedeschi
reagirono incendiando uno ad uno i palazzi del ghetto. Il 2 giugno l'operazione terminò
con la distruzione del ghetto.
Vita quotidiana nei ghetti
Il primo problema che si pose fu quello del sovraffollamento che, ad esempio, nel
ghetto di Varsavia, comportava la presenza media di 13/15 persone per stanza
disponibile; in questa situazione proliferavano numerose malattie, prima fra tutte il tifo. La
mortalità, poi, si fece sempre più elevata perché nei ghetti entravano quantità sempre
più ridotte di cibo, provocando fame e denutrizione.
I consigli ebraici e la resistenza nei ghetti
In ogni ghetto, i nazisti istituirono un’autorità denominata Consiglio ebraico,
incaricata di gestire la vita del ghetto. Spesso, questi Consigli ebraici decisero di
collaborare con i loro nemici, nell’illusione che l’obbedienza e la fedele esecuzione degli
ordini ricevuti spingesse i tedeschi ad un comportamento più umano. Ma l’obiettivo dei
nazisti non era lo sfruttamento lavorativo degli ebrei, bensì il loro completo
annientamento, prescindendo da ogni razionale calcolo di tipo economico. A partire dal
1942, i nazisti procedettero alla liquidazione dei ghetti polacchi. Periodicamente, nelle
singole città, venivano organizzati dei convogli ferroviari destinati ai campi di sterminio.
Emerse che il fine dei tedeschi era il puro e semplice sterminio di tutta la popolazione
ebraica, in vari ghetti sorsero nuclei di resistenza; l'episodio più significativo si registrò a
Varsavia, nell'aprile del 1943. La resistenza del ghetto proseguì per varie settimane, ma
alla fine il ghetto venne completamente raso al suolo.
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Il ghetto di Roma
È il 16 ottobre del 1943, il "sabato nero" del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le
SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200
bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno
dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di
Auschwitz in territorio polacco.
Solo quindici uomini e una donna ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei
duecento bambini è mai tornato.
Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a
Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale
italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console
tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto
strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al
Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che
non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione.
La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a
Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della
Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità
Israelitiche Italiane, per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della
salvezza. L’oro viene consegnato ai nazisti. La comunità non è, ovviamente, al corrente
dell’accordo che i due hanno già fatto con Kesserling. Non può sapere che già è stato
deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. La città e il
Vaticano si mobilitano per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la
comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a
Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare
i tempi. Dannecker è un ―esperto‖ di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai
rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre
ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse
proceduto al rastrellamento. Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e organizza
la retata. Oggi, però, sempre grazie ai documenti segreti, si scopre che milleduecento
persone avrebbero ancora potuto salvarsi, anche dopo l’intervento di Dannecker: gli
americani erano entrati in possesso di una trasmittente che decifrava i messaggi nazisti.
Il ghetto ebraico di Roma
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Ghetto di Venezia
Il ghetto di Venezia era la zona di Venezia dove gli ebrei veneziani erano obbligati
a risiedere durante il periodo della Repubblica veneta. Dal suo nome deriva la parola
ghetto. Il Ghetto si trova nel sestiere di
Cannaregio ed è sede della Comunità Ebraica
di Venezia.
Gli ebrei a Venezia
A Venezia viene instituito il primo ghetto nella storia. I primi insediamenti di ebrei
risalgono al IV-V secolo. A Venezia la comunità crebbe e si organizzò, godendo un clima
di relativa tolleranza, finché il Consiglio dei Pregadi (Senato) dispone il 29 marzo 1516 che
tutti
gli
ebrei
dovessero
obbligatoriamente
risiedere
nel
Ghetto. Nel corso del '500 vennero
edificate varie sinagoghe. Poiché
la comunità prosperava e si
espandeva gli edifici divenivano di
notevole altezza, anche sette piani,
caso unico in Venezia. Per legge,
infatti, agli Ebrei non era consentito
costruire nuovi edifici. L'unica
soluzione d'espansione era dunque
costruire sopraelevazioni ad edifici
già
esistenti.
Robuste
porte
chiudevano i due ingressi del
Ghetto Nuovo e ogni sera gli
abitanti dovevano rientrare e rimanere rinchiusi fino al mattino successivo.
Con il tempo, nonostante le sopraelevazioni, si rese necessario ricorrere ad
ampliamenti e i ghetti divennero tre:
Ghetto Novo, Ghetto Vecchio e Ghetto
Novissimo, tutti in aree contigue. Via via
la
comunità
si
consolidava
economicamente ed era ricca di
fermenti culturali. Tradizionalmente gli
ebrei veneziani esercitavano l'usura,
che ai cristiani era impedita da motivi
religiosi.
Rimangono
numerosissime
testimonianze letterarie ed epistolari di
questa attività in quanto andare in
ghetto a contrarre un prestito o a
riscattare degli oggetti tenuti in
garanzia, faceva parte degli usi abituali.
I rapporti della comunità con la Repubblica furono instabili e periodicamente si
svolgevano campagne di conversione. Con la caduta della Repubblica e l'avvento di
Napoleone furono eliminate le discriminazioni nei confronti degli ebrei i quali furono
equiparati in tutto agli altri cittadini. Le porte del ghetto furono eliminate così come
l'obbligo di residenza. Il ghetto fu riaperto successivamente durante il nazismo. Al giorno
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d'oggi questo complesso è rimasto abbastanza integro anche se gli ebrei veneziani sono
ormai poche centinaia. Due sinagoghe sono tuttora aperte al culto e quasi tutti gli altri
edifici della comunità svolgono ancora funzioni istituzionali.
Ghetto di Ferrara
Il Ghetto di Ferrara fu istituito nel 1627, nella
zona più antica della città, a poca distanza dal
Duomo e dal Castello Estense. Fu chiuso
definitivamente nel 1859.
La Storia
La presenza ebraica a Ferrara precede di
secoli l'istituzione del ghetto. Quando esso fu
imposto nel 1627 circa 1.500 ebrei vivevano a
Ferrara. La chiusura del ghetto durò oltre un secolo.
Le porte che l'occupazione francese aprì nel 1796 si
richiusero nel 1826, anche se con regole meno
rigide, fino all'unità italiana nel 1861. Anche dopo la
sua chiusura, il ghetto rimase il centro della vita della
comunità ebraica di Ferrara, che Giorgio Bassani ha
immortalato nei suoi romanzi, Il giardino dei Finzi
Contini e Cinque storie ferraresi.
Il ghetto oggi
Il quartiere ebraico ha mantenuto in larga misura la sua struttura e i suoi caratteri
originari. Dalla piazza della Cattedrale ha inizio via Mazzini, la strada principale del
ghetto, tipica fino alla seconda guerra mondiale per i suoi vecchi negozi. Al suo imbocco
era collocato uno dei cinque cancelli di chiusura. Lo
ricorda una lapide sull'edificio dell'ex-oratorio di San
Crispino, dove gli ebrei dovevano riunirsi per le
prediche coatte. Un altro cancello era posto alla fine
della strada. Su via Mazzini 95 si trovano, in un edificio
in uso alla comunità ebraica di Ferrara sin dal 1485, le
tre sinagoghe ferraresi, le uniche sopravvissute tra
quelle esistenti nel ghetto, con l'annesso Museo
ebraico.
Da via Mazzini si passa in via Vignatagliata,
con i suoi antichi edifici trecenteschi. Al n.33, due
lapidi ricordano il medico e filosofo Isacco Lampronti;
al n.44 vi era un tempo il forno delle azzime, e al n.79
la scuola che dopo le leggi razziali del 1938 ospitò i
ragazzi ebrei espulsi dalle scuole statali e dove
insegnò anche Giorgio Bassani.
(In Alto a sinistra troviamo la foto dell’ingresso del ghetto di Ferrara, e a fianco la
foto di una delle sue vie.)
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I nazisti iniziarono la costruzione dei campi di
sterminio (o di concentramento).
Così gli ebrei
furono man mano trasportati dai ghetti fino a
questi campi…
Lì, i prigionieri, venivano
impiegati in lavori particolarmente pesanti, oppure
prestati ad industrie bisognose di manodopera. Il
duro lavoro e le pessime condizioni igieniche, unite
ad
una
scarsa
alimentazione
portavano
rapidamente alla distruzione totale dell’ uomo…
E alla fine di questo
processo di sterminio sia fisico
che sociale, gli uomini venivano
uccisi nelle camere a gas o
fucilati .Nei campi di sterminio
non sono stati eliminati solo ebrei,
ma hanno trovato la morte
anche slavi, zingari, testimoni di
Geova, omosessuali, portatori di
handicap fisico o psichico e
oppositori del nazismo. Sono stati
deportati nei campi anche
prigionieri
di
guerra.
All’ interno dei campi di sterminio
avvenivano numerosi esperimenti sulle persone.
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Il campo di concentramento di Dachau fu un campo di concentramento nazista
creato nei pressi della cittadina di Dachau, a nord di Monaco di Baviera, nel sud della
Germania. Insieme con il campo di sterminio di Auschwitz, Dachau è, il simbolo dei campi
di concentramento nazisti.
Storia
Dachau fu il primo campo di concentramento. Originariamente venne destinato
agli oppositori politici di Hitler, e poi in seguito divenne un campo di concentramento
destinato, oltre che agli oppositori politici, anche ad ebrei e a minoranze "sgradite", come
testimoni di Geova, omosessuali, emigranti, zingari, e prigionieri polacchi, russi.
L'organizzazione, venne elaborata da uno dei primi comandanti del campo,
Theodor Eicke , che destinò il centro di comando e gli altri servizi per la gestione.
Il 21 marzo 1933, Heinrich Himmler, in una conferenza stampa, annunciò la
creazione di un campo di concentramento a Dachau. Già il 22 marzo vi furono internati
circa 150 detenuti. Nei primi giorni sotto la sorveglianza della polizia bavarese e, dall'11
aprile, anche dalle SS. Il 23 marzo si registrarono i primi omicidi. Nel mese di maggio, Hans
Beimler, che sino al momento del suo arresto era stato membro del Reichstag, riuscì ad
evadere e fuggire all'estero, dove rese pubbliche le informazioni riguardanti quello che lui
definì il campo di omicidio a Dachau. Alla fine del mese venne nominato comandante
del campo Theodor Eicke che isolò completamente la struttura dagli estranei,neppure ai
vigili del fuoco fu permesso entrare nei locali per verificare il rispetto delle norme di
sicurezza antincendio. Il campo di concentramento di Dachau divenne da questo
momento una zona al di fuori della legge.
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Gli anni dal 1935 al 1939
Con l'anno 1935 aumentò il numero degli internati. Arrivarono al campo non solo gli
oppositori politici ma anche criminali comuni, zingari, ebrei, testimoni di Geova e
omosessuali. Il primo aprile 1938 arrivarono al campo i primi prigionieri provenienti
dall'Austria da poco annessa, senza alcun combattimento, con
l'Anschluss.
Nel mese di ottobre arrivarono i primi prigionieri dai Sudeti, poi
diversi di questi vennero rilasciati, ma invitati ad espatriare,
lasciando i loro beni, nei luoghi di origine, che vennero comprati a
poco prezzo dai tedeschi. Nel corso del 1939, prima dello scoppio
della seconda guerra mondiale, le persecuzioni contro gli ebrei
divennero ancora più forti.
Gli anni dal 1942 al 1943
Il 2 gennaio
1942 ebbe luogo il
primo trasporto per
disabili verso il Castello di Hartheim, in
Austria, dove i pazienti, in applicazione
della Aktion T4, venivano uccisi col gas. Il
22 febbraio iniziarono sperimentazioni su
vasta scala, ed i medici vennero incaricati
di testare gli effetti sull'organismo umano
della permanenza ad alta quota e della
caduta improvvisa da una grande altezza.
Tali studi servirono per i piloti della Luftwaffe
. La serie di prove nella seconda metà di
maggio 1942 costò la vita a circa 200
detenuti. Quasi contemporaneamente Claus Schilling iniziò i suoi primi esperimenti per lo
studio di farmaci contro la malaria e le malattie tropicali.
Liberazione del campo
La liberazione di Dachau fu un duro colpo per l'opinione pubblica britannica e
americana,
non
solo
perché era il secondo
campo
di
concentramento
ad
essere
liberato
dagli
Alleati occidentali, ma
anche, perché fu il primo
sito ad Ovest, nel quale si
venne
pienamente
a
conoscenza della reale
brutalità
nazista.
Per
diversi anni, dopo la
liberazione,
il
campo
venne utilizzato prima per
i prigionieri tedeschi, ed al
suo interno si tennero pure le sedute del tribunale militare per il processo che riguardò i
crimini commessi a Dachau.
(piantina del campo di concentramento di Dachau)
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ll campo di concentramento di Buchenwald prende il nome dalla località di
Buchenwald, a circa otto chilometri da Weimar nella regione della Turingia,
nella Germania orientale. Tra il 1937 e il 1945 Buchenwald fu uno dei più importanti campi
di concentramento e di sterminio nazisti situato sul suolo tedesco. Fu costruito su una
collina boscosa dell' Ettersberg (Buchenwald significa letteralmente Bosco di faggi). In
totale furono internati in questo
campo di concentramento circa
250.000 uomini provenienti da tutti i
paesi europei. Esso venne istituito
nell'estate del 1937 come luogo di
punizione per detenuti politici. Con il
legname della vicina foresta di
Ettesberg un gruppo di deportati
costruì le prime baracche di
Buchenwald
nel
1937,
nelle
vicinanze di Weimar in un luogo
lontano da tutto e da tutti. Furono
costruite
cinquanta
baracche,
circondate
da filo
spinato elettrificato, vigilate da SS e
dominate dai camini dei forni crematori. Nel 1938, dopo la persecuzione avvenuta
durante la così detta "Notte dei cristalli", la polizia tedesca e le SS inviarono almeno 10.000
Ebrei a Buchenwald, dove furono vittime di trattamenti estremamente crudeli. I prigionieri
erano confinati nella zona nord del campo, mentre gli alloggi delle SS e gli edifici
amministrativi erano situati nella parte sud. La prigione, conosciuta anche col nome di
"bunker", era situata all'entrata della zona principale. In queste strutture le SS fucilavano i
prigionieri, mentre le impiccagioni venivano eseguite nella zona dei crematori. Non vi
furono sezioni per le donne sino al 1944.
A partire dal 1941 fu condotto in baracche speciali, un programma di vari
esperimenti medici. Furono fatti esperimenti per la ricerca di vaccini contro il tifo e
malattie contagiose, utilizzando 729 detenuti,
154 dei quali morirono. Altri esperimenti
miravano alla ricerca di pomate per la cura
delle ustioni provocate dalle bombe
incendiarie, ad alcuni prigionieri furono
provocate severe ustioni con il fosforo. Nel
1944, il medico delle SS Dottor Carl Vaernet
mise in atto una serie di esperimenti che
secondo le sue teorie avrebbero dovuto
"curare" i detenuti omosessuali.
Durante
la seconda guerra mondiale Buchenwald
divenne uno dei più vasti campi di
concentramento della Germania nazista con
numerosi campi satelliti sotto la sua
amministrazione, raggiungendo il massimo
affollamento nel 1944 con oltre centomila internati. Ebrei e Zingari venivano trasportati da
Buchenwald ai campi più a est, per il loro sterminio. Quando più tardi questi campi
vennero liberati dall'armata sovietica, i deportati vennero ammassati a Buchenwald.
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Di per sé Buchenwald non era un campo di sterminio, come Auschwitz, ma i
prigionieri venivano lasciati affamati, maltrattati e fatti lavorare fino alla morte nella cava
di pietra e nelle fabbriche di armamenti adiacenti. Nel marzo del 1943, difatti, la ditta di
armamenti Gustloff aprì una grossa fabbrica di munizioni nella parte est del campo di
concentramento. Nei primi giorni dell'aprile 1945, con l'avvicinamento dell'esercito
americano, i tedeschi cominciarono a evacuare i prigionieri. Molti di questi prigionieri
morirono di fatica in viaggio o poco prima dell'arrivo a destinazione, oppure fucilati dalle
SS.
Molte vite furono salvate grazie al movimento di resistenza all'interno di
Buchenwald. I membri della resistenza, ricoprendo incarichi amministrativi chiave, ebbero
la possibilità di sabotare gli ordini dei nazisti e quindi di rallentare l'evacuazione. Il 9 aprile
1945, i prigionieri, affamati ed esausti, assaltarono le torri di guardia, prendendo il controllo
del campo. Gli alleati liberarono Buchenwald l'11 aprile 1945 quando già era in mano
degli stessi deportati e un comitato clandestino internazionale ne gestiva
democraticamente la vita.
Il Lavoro dei prigionieri
Buchenwald è stato uno dei campi affidati alla autogestione da parte dei "triangoli
verdi" cioè dei delinquenti comuni e fu il campo dove maggiormente fu sperimentato
l'annientamento per mezzo del lavoro. All'interno del campo furono trattenuti un grosso
numero di prigionieri di guerra russi. Alcuni
detenuti
vennero
utilizzati
come
manodopera
per
gli
stabilimenti
della BMW, in particolare quello di
Eisenach e Abteroda. Periodicamente
venivano selezionati i prigionieri che erano
ancora in grado di lavorare, dunque lo
staff delle SS inviava coloro che risultavano
troppo deboli o incapaci di continuare a
Bernung o Sonnenstein. In questi luoghi i
prigionieri venivano uccisi con il gas.
All'interno del campo i prigionieri troppo
debilitati venivano uccisi per mezzo di iniezioni di fenolo, somministrate dai dottori.
Le efferatezze sui prigionieri
Frau Koch aveva un desiderio feticista per i tatuaggi dei prigionieri, che avrebbe
fatto scorticare dalle vittime e avrebbe tenuto da parte. Nel block 50, dove i medici
nazisti facevano gli esperimenti medici di ogni genere, la pelle dei prigionieri che
avevano tatuaggi, dopo l'uccisione, veniva conciata e si diceva servisse per fare
copertine di libri e paralumi per Ilse Koch. I presunti manufatti in pelle umana sono stati
analizzati nel 1948 da un laboratorio, secondo il quale gli stessi sarebbero costituiti di pelle
di capra.
Numero di vittime
Il numero totale delle vittime è stato stimato in circa 56.000. Tra
questi vi sono 15.000 sovietici, 7.000 polacchi, 6.000 ungheresi, 3.000
francesi e altre 26.000 persone da 26 paesi europei. Gli ebrei uccisi
furono in complesso 11.000. Vi furono inoltre anche 9.000 vittime
tedesche (prigionieri politici, religiosi, omosessuali e altro).
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In tutto il mondo Auschwitz è diventato simbolo del terrore.
Il campo di Auschwitz è stato creato dai Tedeschi nel 1940, nella periferia di
Oswiecim, una città polacca che fu
annessa al Terzo Reich dai nazisti.
Facevano parte del complesso tre
lager principali e 39 sottocampi di lavoro.
L'area
di
interesse
del
campo
(Interessengebiet), con sempre nuove
espropriazioni forzate e demolizioni delle
proprietà degli abitanti residenti, arrivò a
ricoprire, dal Dicembre 1941, la superficie
complessiva di circa 40 chilometri quadrati.
All'interno di questa superficie avevano
sede anche alcune aziende modello,
agricole
e
di
allevamento,
volute
personalmente da Hitler, nelle quali i
deportati venivano sfruttati come schiavi. I
lager principali erano:
Auschwitz
Conosciuto in seguito come Stammlager («lager principale»), era l'originario
Konzentrationslager («campo di concentramento») reso operativo dal 14 Giugno 1940 e
centro amministrativo dell'intero complesso. Il numero di prigionieri rinchiusi
costantemente in questo campo fluttuò tra le 15.000 e le oltre 20.000 unità. Qui furono
uccise, in una piccola camera a gas ricavata dall'obitorio, o morirono, a causa delle
difficili condizioni di vita, circa 70.000 persone, per lo più intellettuali polacchi e prigionieri
di guerra sovietici.
Auschwitz II – Birkenau
Birkenau era il Vernichtungslager («campo di sterminio») del complesso di Auschwitz
nel quale persero la vita circa un milione di persone, per lo più ebrei e zingari condotti alle
camere a gas immediatamente dopo il loro arrivo. Birkenau era inoltre il più esteso
Konzentrationslager dell'intero sistema concentrazionario nazionalsocialista e arrivò a
contare fino a oltre 100.000 prigionieri contemporaneamente presenti. Gli internati, reclusi
separatamente in diversi settori maschili e femminili, erano utilizzati per il lavoro coatto o vi
risiedevano temporaneamente in attesa di
trasferimento verso altri campi. Il campo,
situato
nell'omonimo
villaggio
di
Brzezinka,distava circa tre chilometri dal
campo principale e fu operativo dall'8
Ottobre 1941.
Auschwitz III – Monowitz
Fu il principale Arbeitslager («campo
di lavoro») che sorgeva nei pressi del
complesso industriale Buna Werke per la
produzione di gomma sintetica, proprietà
dell'azienda
I.G.
Farben
che
però,
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nonostante l'impegno profuso, non entrò mai in produzione. Il campo, situato a circa 7
chilometri da Auschwitz I, fu operativo dal 31 Ottobre 1942 e alloggiò fino a 12.000
internati, tra cui Primo Levi ed Elie Wisiel.
Forni crematori
Ebrei nel campo
I
Esperimenti nel campo…
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Il treno per Auschwitz
I convogli di deportati erano composti da vagoni merci contenenti dalle 80 alle 120
persone costrette a inimmaginabili condizioni di vita e igieniche, che spesso viaggiavano
per 10-15 giorni per raggiungere la loro ultima meta. Eichmann e i suoi collaboratori in
qualità di esperti di "problemi ebraici" gestirono l'intera parte logistica dello sterminio
suddividendo
i
convogli
sui
diversi
centri di sterminio in
base alla capacità
"ricettiva" dei centri
stessi:
il
grande
complesso di Auschwitz
ricoprì sempre un ruolo
fondamentale
nel
processo di "soluzione
finale".
Le
azioni
di
sterminio, della durata
di 4-6 settimane, si
susseguirono per tutta
la durata del conflitto
coinvolgendo
successivamente
diversi
gruppi
provenienti
dalle
nazioni sotto il controllo tedesco. Dal 14 Giugno 1940 (data del primo arrivo di deportati al
campo) al 1942, i treni sostavano sui binari nel pressi del lager principale di Auschwitz I.
Nel Maggio 1944 per semplificare le operazioni di sterminio dei numerosi convogli
provenienti dall'Ungheria, la linea ferroviaria fu prolungata all'interno del campo di
Birkenau fino a una nuova banchina a tre binari chiamata Bahnrampe. La Bahnrampe fu
utilizzata fino al Novembre 1944 quando le operazioni di sterminio furono sospese.
«Il treno è arrivato
al binario 3 del campo. I
deportati sono raccolti
sulla banchina centrale.
All’orizzonte, a destra e a
sinistra, si vedono i camini
rettangolari e gli edifici
dei forni crematori II e III.»
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«La prima fase della Selezione consisteva nel dividere i prigionieri in due colonne,
separando gli uomini da donne e bambini. Sullo sfondo l’edificio dell’ingresso
principale del campo.»
«La Selezione vera e propria iniziava dalla colonna delle donne, a destra
nella fotografia. La lunga colonna di prigionieri incamminata sull’altro lato dei
binari si sta dirigendo verso i forni crematori II e III. L’edifico rettangolare, al centro
dell’immagine in alto, è la sala dei forni del crematorio II. Sullo sfondo un camion è
caricato con i bagagli abbandonati sulla banchina.»
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Arbeit macht frei
Arbeit macht frei (che in tedesco significa: "Il lavoro rende liberi") era il messaggio di
benvenuto posto all'ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti durante la
seconda guerra mondiale.
La scritta assunse nel tempo un forte significato simbolico, essendo in grado di
riassumere in sé tutta la menzogna, la crudeltà e la barbarie dei campi di
concentramento nazisti, nei quali i lavori forzati, la condizione di privazione inumana dei
prigionieri e non ultimo il destino finale di morte, stridevano con grottesca ironia rispetto
all'apparente candore etico del motto.
L'idea di porre la scritta ad Auschwitz è probabilmente dovuta al maggiore Rudolf
Höß, primo comandante responsabile del campo di sterminio; la frase, comunque,
costituiva il titolo di un
romanzo del 1872 dello
scrittore tedesco Lorenz
Diefenbach. I prigionieri
che lasciavano il campo
per recarsi al lavoro, o
che vi rientravano, erano
costretti a sfilare sotto il
cancello
d'entrata
accompagnati dal suono
di
marce
marziali
eseguite
da
una
orchestra di deportati
appositamente costituita.
Contrariamente a quanto
rappresentato in alcuni
film, la maggior parte dei
prigionieri ebrei era detenuta nel campo di Auschwitz II - Birkenau e non passava quindi
da questo cancello.
Questo motto era presente in molti campi di concentramento e sterminio (ed è
ancora presente per memoria storica nei campi dismessi) tra i quali: il campo principale di
Auschwitz, Dachau, Flossenbürg, Gross-Rosen, Sachsenhausen, e al ghetto-campo di
Terezin.
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Liberazione del campo
Il 27 gennaio 1945 il campo fu liberato dalle truppe sovietiche. La prima armata
che entrò nel lager fu la LX Armata del Primo Fronte Ucraino. Furono trovati circa 7.000
prigionieri ancora in vita. Inoltre, furono trovati migliaia di indumenti abbandonati, oggetti
vari che possedevano i prigionieri prima di entrare nel lager e 8 tonnellate di capelli umani
imballati e pronti per il trasporto.
Oggetti che appartenevano ai prigionieri…
Le valigie..
Le scarpe..
41
Le spazzole..
I capelli
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Annelies Marie Frank,Anna Frank,nata a
Francoforte il 12 giugno 1929 era una ragazza
ebrea tedesca,diventata
un
simbolo
della Shoah per il suo diario scritto nel periodo in
cui la sua famiglia si nascondeva dai nazisti e
per la sua morte nel campo di concentramento di Bergen-Belsen.
Visse parte della sua vita ad Amsterdam,Paesi Bassi, dove la famiglia era riparata
dopo l'ascesa al potere dei nazisti in Germania. Le fu privata la cittadinanza tedesca
nel1941.
Seconda figlia di Otto Heinrich Frank e della moglie
Edith,apparteneva ad una famiglia di patrioti tedeschi che
prestarono servizio durante la Prima guerra mondiale.
Nel 1933,Hitler vinse le elezioni in Germania. Dopo tutte le
manifestazioni antisemitiche il papà di Anna decise di
andarsene da Francoforte e continuare la sua vita assieme alla
famiglia ad Amsterdam.
Ma,nel 1940,l’esercito tedesco invase anche l’Olanda e i
Frank furono costretti a subire le leggi razziali come il resto degli
ebrei.
Il 12 giugno ‘42, Anna riceve per il suo tredicesimo
compleanno un quadernino nero rilegato dove inizierà a
scrivere
il Diario.
Il 6 luglio 1942 dovette nascondersi con la famiglia in un
alloggio segreto chiamato in olandese ―Achterhuis‖.L'alloggio
segreto era situato in un antico edificio nella parte ovest di
Amsterdam.La porta d'ingresso dell'Achterhuis venne poi
nascosta dietro una libreria girevole.
In quel nascondiglio trovarono rifugio oltre alla famiglia
Frank un dentista ebreo,un macellaio dipendente della
fabbrica di Otto,Auguste Van Pels,moglie di Hermann van Pels,
e suo figlio.
Durante il periodo di clandestinità, Anna scrive il
celeberrimo Diario, descrivendo con considerevole talento le
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paure causate dal vivere da clandestini,i sentimenti per Peter,i conflitti con i genitori e i
compagni di sventura e le sue aspirazioni di diventare scrittrice.
Dopo più di due anni, il 4 agosto 1944 la Polizia Segreta di Stato fa irruzione
nell'alloggio segreto,dopo una segnalazione da parte di una persona che non è mai stata
identificata.
Il 2 settembre Anna Frank e gli altri clandestini vennero caricati sull'ultimo treno
merci in partenza per Auschwitz, dove giunsero tre giorni dopo.
La madre,Edith Frank Hollander,morì il 6 gennaio 1945 mentre Hermann Van Pels
morì in una camera a gas il giorno stesso dell'arrivo.
Solo il padre di Anna, tra i clandestini,
sopravvisse ai campi di concentramento.
Rimasto sempre ad Auschwitz, il campo venne
liberato dall'esercito russo il 27 gennaio 1945; il
3 giugno 1945 tornò ad Amsterdam dopo tre
mesi di viaggio. Miep Gies,un amico di Otto gli
consegnò il diario e, dopo aver scoperto il
destino degli altri clandestini, ne modificò la
grammatica e la sintassi, omettendo alcune
parti troppo private e rendendolo adatto alla
pubblicazione.
Il diario venne pubblicato nel 1947 con il
titolo di ‘Het Achterhuis’. Otto Frank morì a
Basilea, in Svizzera, il 19 agosto 1980.
Il Diario di Anna Frank inizia come una
espressione privata dei propri pensieri intimi,
manifestando l'intenzione di non permettere
mai che altri ne prendessero visione. Descrive
la sua vita, la propria famiglia ed i propri
amici,e del ragazzo di cui si innamorò comprendendo anche la sua vocazione di
diventare scrittrice affermata di racconti. Nell'inverno 1944,le capitò di ascoltare una
trasmissione radio di Gerrit Bolkestein— membro del governo Olandese in esilio — che
menzionò la pubblicazione di lettere e diari, cosa che spinse Anna a riscrivere sotto altra
forma, e con diversa prospettiva,il proprio.
Esistono quindi tre versioni del diario:
-la versione A, l'originale di Anna della quale non è stato ritrovato il quaderno;
-la versione B, la seconda redazione di Anna, su fogli volanti, in vista della
pubblicazione;
-la versione C, scritta da Otto Frank basandosi sulla versione B, apportando
modifiche e cancellazioni.
Una recente edizione critica del diario compara queste tre versioni.
La casa dove Anna e la famiglia si nascondevano è ora un museo.
I negazionisti della Shoah hanno tentato spesso di mettere in forse l'autenticità del
diario provata oltre ogni ragionevole dubbio da Simon Wiesenthal che riuscì persino a
ritrovare il poliziotto che aveva eseguito l'arresto.
Seguendo il consiglio del padre, Anna copiava brani e brevi poemi che l'avevano
colpita in modo particolare, tratti dai molti libri che aveva letto durante la permanenza
nell'Achterhuis.
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Primo Michele Levi (Torino,31 luglio 1919 –Torino,11 aprile 1987)
uno scrittore italiano, autore di racconti,memorie, poesie e romanzi.
è
stato
Nel 1944 venne deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Il suo romanzo Se
questo è un uomo, che racconta le sue esperienze nel lager nazista, è considerato un
classico della letteratura mondiale.
Primo Levi venne trovato morto nell'aprile 1987 alla base della tromba delle scale di
casa sua, dando adito a sospetti di suicidio.
Nato da Ester Luzzati e Cesare Levi, appartenenti ad una famiglia di origini
ebraiche proveniente dalla Provenza e dalla Spagna,
Primo Levi visse un'infanzia turbata da alcune
incomprensioni con il padre, dovute ad una notevole
differenza di età e differenze di carattere.
Nel 1934 si iscrisse al Liceo Classico Massimo
d'Azeglio di Torino, noto per aver ospitato docenti illustri
e oppositori del fascismo come Cesare Pavese,Massimo
Mila e molti altri.
Nel 1937 si diplomò e si iscrisse al
di laurea in chimica presso l'Università di Torino.
corso
Nel novembre del 1938 entrano in vigore in Italia
le leggi razziali, dopo che in Germania l'antisemitismo si è
manifestato attraverso atti di violenza e sopraffazione.
Tali leggi introducono gravi discriminazioni ai danni dei
cittadini italiani che il regime fascista considera "di razza
ebraica". Le leggi razziali ebbero un determinante
influsso indiretto sul suo percorso universitario ed intellettuale.
« Nella mia famiglia si accettava, con qualche insofferenza, il fascismo. Mio
padre si era iscritto al partito di malavoglia ma si era pur messo la camicia nera. Ed io
fui balilla e poi avanguardista. Potrei dire che le leggi razziali restituirono a me, come
ad altri, il libero arbitrio. »
Le leggi razziali precludevano l'accesso allo studio universitario agli ebrei, ma
concedevano di terminare gli studi a quelli che lo avessero già intrapreso. Levi era in
regola con gli esami, ma aveva difficoltà a trovare un relatore per la sua tesi, finché
nel 1941 non si laureò con lode, con una tesi di fisica. Nel diploma viene riportata la
precisazione ―di razza ebraica‖. In quel periodo suo padre si ammalò di tumore.
Le difficoltà economiche e le leggi razziali resero affannosa la ricerca di un
impiego. Venne assunto in modo illegale da un'impresa, con il compito di trovare un
metodo conveniente per estrarre le tracce di nichel contenute nel materiale di scarto di
una cava d'amianto.
Nel 1942 si trasferì a Milano,
fabbrica svizzera di medicinali.
trovando
un
impiego
migliore
Qui
Levi,insieme
ad
alcuni
amici,
venne
in
ambienti antifascisti militanti ed entrò nel Partito d'Azione clandestino.
44
presso
contatto
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una
con
Lorrore della Shoah a.s. 2010/11
Nel 1943 si inserì in un nucleo partigiano operante in Val d'Aosta.
Poco dopo, nel dicembre 1943, venne arrestato dalla milizia fascista nel villaggio di
Amay e trasferito nel campo di transito di Fossoli a Carpi, provincia di Modena.
Il 22 febbraio 1944, Levi ed altri 650 ebrei vennero stipati su un treno merci e
destinati al campo di concentramento di Auschwitz in Polonia.
Levi fu qui registrato (con il numero 174.517) e subito condotto al campo
chiamato Auschwitz III, dove rimase fino alla liberazione da parte dell'Armata Rossa del 27
gennaio 1945. Fu uno dei venti sopravvissuti fra i 650 che erano arrivati con lui al campo.
Levi
attribuì
la
sua
sopravvivenza a una serie di incontri
e coincidenze fortunate.
Il viaggio di ritorno in Italia,
narrato nel romanzo La tregua, sarà
lungo e travagliato e si protrarrà fino
ad ottobre.
L'esperienza nel campo di
concentramento
lo
sconvolse
profondamente
fisicamente
e
psicologicamente. Non trovando
impiego, si spostò a Milano, dove
venne assunto in una fabbrica di
vernici.
Mosso dalla prorompente necessità di testimoniare l'incubo vissuto nel lager, si
gettò febbrilmente nella scrittura di un romanzo che fosse testimonianza della sua
esperienza ad Auschwitz e che verrà intitolato Se questo è un uomo. In questo periodo
conobbe Lucia Morpurgo, che diventerà sua moglie. Levi ebbe poi ad affermare che
questo incontro sarebbe stato fondamentale per la stesura del suo libro.
Nel 1947 terminò il manoscritto, ma molti editori, tra cui Einaudi, lo rifiutarono.
Venne pubblicato da un piccolo editore, De Silva.Incontrò uno scarso successo di
vendita. Delle 2500 copie stampate, se ne vendettero solo 1500, soprattutto a Torino.
In questo periodo Levi abbandonò il mondo della letteratura e si dedicò alla
professione di chimico;dopo una breve esperienza come lavoratore autonomo con un
amico, trova impiego presso la Siva, una ditta di produzione di vernici di Settimo Torinese,
di cui assumerà la direzione fino al pensionamento.
Nel 1956 incontrò uno straordinario riscontro di pubblico.
Riprese così fiducia nei propri mezzi espressivi partecipando a numerosi incontri
pubblici e riproponendo Se questo è un uomo ad Einaudi, che decise di pubblicarlo.
Questa nuova edizione incontrò un successo immediato.
Uno degli obiettivi che si era proposto scrivendo il suo romanzo era far
comprendere al popolo tedesco che cosa era stato fatto in suo nome e di fargliene
accettare una responsabilità almeno parziale.
Nel 1962, quattordici anni dopo la stesura di Se questo è un uomo, incominciò a
lavorare a un nuovo romanzo sul viaggio di ritorno da Auschwitz intitolato La tregua che
vinse la prima edizione del Premio Campiello nel ’63. Nella sua produzione letteraria
l'osservazione della natura e l'impatto della scienza e della tecnica sulla quotidianità
diventarono lo spunto per originali situazioni narrative.
Nel 1975 decise di andare in pensione e di dedicarsi a tempo pieno alla sua attività
di scrittore.
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Nel 1982 tornò al tema della Seconda guerra mondiale, raccontando in Se non
ora, quando? le avventure picaresche di un gruppo di partigiani ebrei di origini polacche
e russe, che tendono imboscate ai tedeschi sul fronte orientale e giungono ad
attraversare i territori del Reich sconfitto da dove alcuni prenderanno la via
della Palestina per la costruzione dello stato di Israele.
Nel saggio I sommersi e i salvati (1986) tornò per l'ultima volta sul tema
dell'Olocausto, cercando di analizzare con distacco la sua esperienza, chiedendosi
perché le persone si siano comportate in quel modo ad Auschwitz e perché alcuni siano
sopravvissuti e altri no. In particolare estese la sua analisi a quella che definì "zona grigia",
rappresentata da quegli ebrei che si erano prestati a lavorare per i tedeschi controllando
gli altri prigionieri nei campi di concentramento. L'11
aprile del 1987 Primo Levi morì cadendo dalla tromba
delle scale della propria casa di Torino, dando adito al
sospetto che si trattasse di un suicidio. Il pensiero ed il
ricordo del lager avrebbero continuato a tormentare
Levi anche decenni dopo la liberazione, sicché egli
sarebbe in un qualche modo una vittima ritardata della
detenzione ad Auschwitz.
Il suicidio di Levi rimane comunque un'ipotesi
contestata da molti, poiché lo scrittore non aveva
dimostrato in alcun modo l'intenzione di uccidersi ma
anzi aveva dei piani in corso per l'immediato futuro.
Primo Levi abbandonò la fede ebraica dopo la
terribile esperienza del Lager.
Le spoglie dello scrittore riposano presso il campo
israelitico del "Cimitero Monumentale" di Torino. Lo stile
letterario di Primo Levi, come emerge dalle sue maggiori
opere, è uno stile di stampo realista-descrittivo. Si tratta
di una narrazione asciutta, sintetica ed esauriente quanto basta per comprendere i
sentimenti e lo sfondo sociale dell'ambientazione dell'opera: stile che ben si adatta al
vasto pubblico a cui Levi intende rivolgersi, in special modo nella trattazione di un
argomento di estrema importanza, come quello della prigionia in un Lager. Esistono
differenze significative tra le varie opere, soprattutto Se questo è un uomo. L'opera prima
fu composta molto rapidamente, quasi con furia, sentendo incalzare la necessità di
testimoniare il dramma, ancora molto recente all'epoca dei fatti; per le opere successive,
Levi compone i propri libri in modo molto più sistematico, dandosi precise scadenze e
scrivendo praticamente in orari prestabiliti.
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Elenco Autori
GIACOMO DEBENEDETTI
16 ottobre 1943
CORDELIA EDVARDSON
La principessa delle ombre
LIANA MILLU
Il fumo di Birkenau
MARGA MINCO
La caduta
JONA OBERSKY
Anni d'infanzia
CYNTHIA OZICK
Lo scialle
ALEXANDER STILLE
FRED UHLMAN
CLAUDINE VEGH
ELIE WIESEL
Uno su mille. Cinque famiglie ebraiche
durante il fascismo
L'amico ritrovato
Non gli ho detto arrivederci. I figli dei
deportati parlano
La notte
Giacomo
Debenedetti
(Biella, 25
giugno 1901– Roma,20
gennaio 1967)è
stato
uno scrittore, saggista e critico letterario italiano, uno dei
primi in Italia ad accogliere la lezione della psicoanalisi e
delle
scienze
umane
in
genere.
La
storia
Venerdì 15 ottobre 1943 nell'ex ghetto di Roma arriva una
donna per comunicare che molto probabilmente
sarebbero presto stati deportati nei campi di sterminio
duecento capifamiglia ebrei con le loro famiglie, ma
nessuno le crede. Però il giorno successivo le famose SS
circondano il ghetto e lo rastrellano facendo prigionieri più
di mille ebrei increduli e terrorizzati. Dopo averli caricati sui
camion, li portano poco distante, alla stazione, dove, due
giorni dopo, il treno prende la via del Nord, verso i Lager: è
il 18 ottobre 1943.
Il libro
Come dichiara lo stesso Debenedetti, il libro "16 ottobre 1943", è stato scritto da chi l'ha
vissuto direttamente. L'autore, uno storico spinto dall'urgenza del dramma, dà vita ad un
racconto intriso di piccoli e grandi fatti, sforzandosi naturalmente di restare il più possibile
estraneo e indifferente alla tragedia che prendeva forma pagina dopo pagina, quasi
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che questa distanza tra narratore e materia narrata, accentuasse la "verità" della
disperazione, della speranza, del dolore dei razziati. Nel racconto, sempre teso e preciso,
sono inserite ad arte alcune oasi meditative sull'ebraismo: pagine in cui l'autore nascondo
lo sguardo gelido del cronista per rivelarci alcune briciole preziose della saggezza del
popolo di Israele. Nella prima oasi si ricorda che per gli ebrei la notte era un pericolo,
pericolo di essere picchiati, uccisi o peggio imprigionati nei Lager. Nella seconda invece
ci rammenta che l'idea principale del giudaismo è la giustizia ed era la missione degli
ebrei portarla in Europa. Nelle altre pagine Debenedetti cerca di spiegare i motivi della
mancata fuga, tra cui l'ingenuità e il fanatismo. Il libro è avvincente e composto con una
tecnica "filmica": ossia si passa dalla visione d'insieme, all'interno della famiglia, della
comunità.
Cordelia Edvardson figlia della scrittrice Elisabeth Langgässer, è nata a
Monaco di Baviera nel 1929, ma è vissuta a Berlino sino al 1948, anno in cui venne
deportata a Theresienstadt e poi ad Auschwitz. Uscita dal Lager è vissuta per molti anni in
Svezia, dove ha fatto la giornalista e nel 1974 si è trasferita in
Israele.
La storia
Cordelia si sente diversa dalle altre. A renderla tale è
innanzitutto la sua nascita, frutto della relazione tra Elisabeth
Langgasser e un uomo sposato, per di più ebreo. La bambina
è illegittima e non è ariana. Ma un altro forte elemento di
diversità sta proprio nel rapporto strettissimo con la madre,
una donna affascinante, e al tempo stesso immatura ed
esaltata, che confida alla bambina pensieri e visioni, la
coinvolge nei suoi tormenti creativi, la sommerge di versi e di
retorica. Cordelia finisce per credersi, proprio perchè figlia di
tale madre, una "prescelta". Il lato più "terreno" della sua
nascita è rappresentato da sua nonna, decisa ad allevare
Cordelia nel modo "giusto", prendendosi cura di lei secondo
tutte le regole e rimpinzandola di cibo. Cordelia, in conclusione, è una bambina sola e
molto precoce. Il suo "innamoramento" per la madre viene bruscamente interrotto dal
matrimonio di lei con uno studioso, che, sposandosi con una mezza ebrea, ha rinunciato
alla carriera universitaria. Durante il viaggio di nozze, la madre di Cordelia lascia la
piccola presso amici di famiglia, fanatici nazisti, che umiliano la bambina chiamandola
sporca ebrea. Da quel momento in poi le cose cambiano sempre più in fretta, le leggi
razziali sono state promulgate e la bambina viene allontanata da casa e
dall'Associazione Cattolica, di cui fa parte. Viene poi costretta a portare la Stella di
Davide e, di conseguenza, a dormire in case non sue perchè se restasse nella propria la
Stella di Davide verrebbe affissa sulla porta segnalando la presenza di ebrei e quindi
mettendo in pericolo l'intera famiglia. La madre, avendo sposato un ariano puro, è al
sicuro. Per Cordelia la situazione è diversa: Berlino viene progressivamente "ripulita" dagli
ebrei e il rifugio nelle poche case ancora segnate dalla stella è sempre più precario. La
madre riesce a far adottare Cordelia da due domestici spagnoli, che vivono in casa di
un'amica e la ragazza diventa cittadina spagnola. Con loro Cordelia vivrà per molti mesi
nell'ospedale ebraico divenuto un'anticamera del campo di concentramento, poi verrà
deportata a Theresienstadt e sarà lì che avrà il primo vero contatto con l'ebraismo.
Finalmente liberata, Cordelia arriva in Svezia dove verrà accolta e curata. Ma solo
quando ritroverà interamente le sue radici riuscirà davvero ad affrontare la propria collera
di sopravvissuta che guarda gli altri pensando: "Ma io non voglio che sia finita, non voglio
guarire, non voglio dimenticare! Siete voi che volete cancellare e andare avanti. Voi
volete togliermi la mia angoscia, cancellarla e proteggervi dalla mia collera, ma così
cancellate me, perchè io sono tutto questo".
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E' un romanzo autobiografico che non si propone soltanto come testimonianza ma
anche come opera letteraria di alto livello costruita con una rara sapienza. Cordelia
riesce a placarsi, senza per questo dimenticare e può compiere a ritroso una nuova
discesa agli Inferi, misurandosi con il proprio passato. Un passato che è anche il nodo
doloroso del rapporto con la madre.
Il libro
Il passato che è soprattutto il Lager, incomprensibile tradimento, punizione per un delitto
ignoto somministrata da un'altra madre, la Germania, la sua terra, il paese in cui è nata e
di cui parla la lingua. Alla fine però Cordelia riuscirà a riposare tra le braccia della madre
.
Liana Millu
è nata a Pisa, ma vive a Genova. E' stata deportata ad
Auschwitz e ha scritto questo libro appena tornata dal campo di sterminio.
Le storie
Lily Marlene. La protagonista è Lily, diciassettenne ebrea ungherese che lavora alla
cava di sabbia di Birkenau e che nonostante la vita del Lager è ancora graziosa e allegra
e spesso canta la canzone "Lily Marlene". L'amante della
sua kapò è un bell'uomo, che ogni tanto le sorride. Lei lo
aspetta tutti i giorni con il batticuore, anche se lui le parla a
malapena. Ma il giorno in cui lui la bacia, li vede la kapò,che
si sfoga picchiando Lily a sangue e poi mette il suo nome tra
quelli dei prescelti per la selezione.
La clandestina. Maria
è una giovane ebrea dell'Est, arrivata nel lager già incinta di
pochi mesi. Per mesi riesce a nascondere la gravidanza
fasciandosi il ventre, finché una vecchia della sua baracca,
Adele, la denuncia alla kapò. La ragazza però sopravvive e
una notte, l'ultima notte di Hanukkà, partorisce un maschio.
Ma è l'ora dell'appello, le compagne se ne vanno e la
lasciano sola in preda ad una forte emorragia e lei e il
bambino muoiono dissanguati.
Alta tensione. Bruna, ebrea milanese, vede spesso il
figlio tredicenne chiuso nel lager vicino. Durante le marce gli dà quel poco cibo di cui
riesce a privarsi. Il bambino si ammala, viene scelto per la "selezione" e rinchiuso in
baracche cinte da fili percorsi dall'alta tensione. Bruna lo viene a sapere e appena può
corre incontro al figlio: i due si abbracciano attraverso il reticolato e muoiono insieme.
Il biglietto da cinque rubli. Zinuchka è un'ebrea russa che sogna di rivedere il marito
rinchiuso nel lager degli uomini, ma quando crede di averlo rintracciato scopre che è un
giovane omonimo e che il marito è morto. Ma quel ragazzo assomiglia al marito e lei
decide di aiutarlo, ma viene picchiata a morte mentre cerca di farlo fuggire.
Scheiss egal. Due graziose sorelle olandesi finiscono insieme in un lager. Una delle
due vuole sopravvivere a tutti i costi e decide di entrare nel postribolo per i soldati
tedeschi. L'altra invece non vuole assolutamente farlo e disconosce la sorella rifiutando
perfino i regali che lei le fa per alleviarle la malattia che la porterà alla "selezione" e alla
morte.
L'ardua sentenza. Lise è sposata e molto innamorata, ma suo marito è deportato
anche lui non si sa in quale lager. La ragazza non sa se sia ancora vivo, ma parla sempre
di lui, ma per poterlo ritrovare deve riuscire a sopravvivere. Il modo più sicuro per
sopravvivere è quello di trovarsi come innamorato un hocane, che le dia pane e cibo.
Ma lei non sa se restargli fedele e quindi morire o cercare di sopravvivere ma tradirlo.
Il libro
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Ciascun racconto narra una storia vera. Pur raccontando in prima persona quello
che ha visto e vissuto, Liana Millu non ha mai voluto assumere il ruolo di protagonista, né
dire qualcosa di sé. Le protagoniste sono le "altre", le compagne di Birkenau accanto alle
quali è vissuta e di cui ci riferisce, con grande e affettuosa misura, le storie. Sopravvivere è
tutto, ma non per tutte: ci sono donne indomite, a Birkenau, che scelgono di morire a
modo loro, come Zinuchka, come Bruna. E ci sono quelle che decidono di testimoniare
sino in fondo una speranza disperata. Non per caso i due racconti più belli e i più strazianti
sono quelli che riguardano le due madri, Maria e Bruna. L'una e l'altra riescono a rendere
di nuovo "umane", davanti alla propria dolorosissima maternità, le compagne impazzite,
incrudelite, le donne che vivono sotto le nubi di fumo dei camini e che sperano nel futuro,
sapendo di dire una bugia.
MARGA MINCO
L'autrice
Marga Minco, olandese, è nata nel
1932 da una famiglia di ebrei ortodossi. Aveva
la stessa età di Anna Frank quando i tedeschi
arrestarono i suoi genitori, che opposero
resistenza per permettere alla figlia di fuggire.
Infatti lei rimase con una famiglia ariana fino
alla fine della guerra. Diventò poi giornalista e
scrittrice.
La storia
In una città olandese, ai nostri giorni, due operai del comune aprono un paio di
pozzi neri per vuotarli. Di fronte c'è la Casa di Riposo dove vive Frieda Borgstein, che sta
per compiere 85 anni. Pensando al passato ricorda il marito e i figli deportati e morti in un
campo di sterminio. Solo lei si era salvata, in verità lei avrebbe voluto seguire i suoi
familiari, ma una caduta glielo impedì e finì per vedere solo una lunga macchina grigia
sparire dietro l'angolo dell'isolato. Per tutta la vita Frieda continua a chiedersi perchè
proprio lei si è salvata. Ogni tanto ne parla con Abels, che era innamorato della sua figlia
maggiore. Anche lui era stato in un campo di concentramento, ma si era salvato. La
vecchia signora intanto esce per ordinare i dolce per la sua festa di compleanno, ma
cade in uno dei pozzi neri e muore. Intanto Abels incontra Kessels, colui che tanti anni
prima avrebbe dovuto salvare la famiglia Borgstein. Dopo il funerale di Frieda, i due
parlano del passato. Abels viene a sapere che proprio quando Kessels stava per salvare i
Borgstein, i tedeschi si erano insospettiti ed avevano arrestato anche lui e spedito in un
campo di concentramento. Ora era tutto finito e il destino aveva provveduto a
completare il puzzle con il pezzo mancante.
Il libro
La caduta è una storia sul caso, quel caso che ebbe un ruolo cruciale nelle
vicende degli ebrei. Frieda per tutta la sua lunga vita ha continuato a chiedersi perchè
hanno portato via i suoi familiari e non lei e non troverà mai una risposta, come non la
troverà Kessels, fermato dalla Gestapo per motivi che gli resteranno ignoti. Il caso ha
anche voluto che proprio una caduta, che l'aveva salvata tanti anni prima, sia stata ora
la causa della sua morte.
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JONA OBERSKY
L'autore
Jona Obersky, fisico nucleare, è nato nel 1938 ad
Amsterdam. Deportato con i genitori e sopravvissuto, venne
adottato da una famiglia olandese.
La storia
Il racconto inizia con il ricordo di una festa di
compleanno, uno degli ultimi lieti di un bambino. Subito dopo il
protagonista, di cui non viene mai fatto il nome, viene
deportato insieme ai suoi genitori, prima in un campo di
concentramento, dove il padre viene diviso dalla moglie e dal
figlio. La vita nel campo, con le sue regole allucinanti, la fame, i
pidocchi, è sempre filtrata dalle parole della madre che
continua ad educare e a pregare il figlio di comportarsi in un certo modo, a tentare di
mantenere ogni giorno una parvenza di regole di "senso" nelle cose che l'uno e l'altra
devono fare. E dopo un viaggio terribile, in cui le angherie dei soldati tedeschi si
aggiungeranno alla fame, alla sete e alle malattie, il treno cade nelle mani dei Russi. I
deportati sono salvi, ma lo sono davvero?
Il libro
La peculiarità del libro è quella di dare pochissimi ragguagli geografici, di non
fornire nessuna data o spiegazione: non sappiamo come si chiamano il protagonista e la
sua famiglia, nè dove è situato il campo in cui sono rinchiusi, né quanto tempo duri la loro
prigionia. Però l’elemento fondamentale è l’amore, che porterà il protagonista alla
sopravvivenza e alla salvezza.
CYNTHIA OZICK
L'autrice
Cynthia Ozick, è nata a New York nel 1928, da una
famigli di ebrei russi. Ha una reputazione da polemista
perchè lotta con ardore per i diritti dell'uomo, così
minacciati nella società d'oggi. Ha scritto racconti e
romanzi con grande successo di critica.
La storia
Rosa stringe tra le braccia la figlia neonata,
Magda, durante una faticosissima marcia da un lager
all'altro. Nasconde la figlia in uno scialle per salvarla dai
soldati tedeschi. Un'amica di Rosa, Stella, è gelosa di
Magda. Il latte di Rosa finisce e allora Magda succhia
lo scialle, che è magico perchè la nutre e la bambina
cresce ugualmente. A quindici mesi Magda è gonfia
d'aria: Rosa la nutre con quello che trova, sempre
nascosta nello scialle, per salvarla anche da Stella perchè ha paura che voglia addirittura
mangiarla. Un giorno Stella toglie lo scialle alla bambina, che viene vista da una SS, che la
getta sul filo ad alta tensione. Stella si giustifica dicendo che voleva coprirsi con lo scialle
perchè aveva freddo. Rosa non può fare nulla, non può nemmeno fare uscire quel grido
che le nasce dal cuore. Allora si riempie la bocca con lo scialle per fermare quell'urlo e
sente il sapore della figlia e continua a bere finchè lo scialle non rimane secco
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ALEXANDER STILLE
L'autore
Alexander Stille è nato a New York nel 1957, dove
suo padre e i suoi nonni si erano rifugiati nel 1941. Ebrei
russi, vivevano in Italia dal 1922. Il padre di Alexander,
famoso giornalista, aveva preso il nome di Stille quando le
leggi razziali proibirono agli ebrei di lavorare come
giornalisti. In America questo pseudonimo diventò
ufficialmente il cognome della famiglia. Oggi l'autore vive
a Roma, dove lavora come giornalista indipendente.
Le storie
Il volume contiene le storie di cinque famiglie di
ebrei italiani durante l'epoca fascista. La prima, la
famiglia Ovazza di Torino, è un tipico esempio di totale
assimilazione all'Italia nuova di Mussolini e ai suoi valori.
Ettore Ovazza era un borghese patriota, un acceso
fascista, uno degli ebrei fedeli al regime. Convinto che le leggi razziali fossero solo una
manovra tattica di Mussolini, rimase in Italia e finì torturato e ucciso con tutta la sua
famiglia. Molto diversa la storia di un'altra famiglia di Torino, i Foa, borghesi, ma più
intellettuali e meno ricchi degli Ovazza. I tre ragazzi Foa, laici e assimilati, ebbero storie
diverse: Vittorio, antifascista, fece diversi anni di prigione; Beppe e Anna, invece,
emigrarono in America. Alla vicenda dei Foa si intreccia quella di Dino Segre, padre
famoso scrittore con lo pseudonimo di Pitigrilli. Pitigrilli aveva il padre ebreo e la madre
cattolica. Divenne informatore della polizia segreta fascista e mandò in galera buona
parte dei giovani ebrei antifascisti torinesi, tra cui Vittorio Foa. Vittorio uscì dal carcere e fu
ricercato sia come antifascista, sia come ebreo, ma riuscì a salvarsi con la moglie in modo
fortunoso. La terza famiglia, i Di Veroli, faceva parte del ceto popolare della più antica
comunità ebraica. Erano gente modesta, ma lavoratrice, che cercava di portare avanti
ogni genere di commercio e le leggi razziali causarono loro gravi difficoltà economiche.
Quando i tedeschi deportarono gli ebrei del ghetto, quarantuno persone della famiglia Di
Veroli furono arrestate e nessuna tornò. Quella di Riccardo Pacifici e di Massimo Teglio,
ebrei genovesi, è invece una storia completamente diversa.
Pacifici, rabbino di Genova, rimase in Italia per cercare di aiutare gli altri ebrei e
Teglio si rifiutò di fuggire dalla sua città per strappare il maggior numero di vittime dalle
mani dei tedeschi. Pacifici finì per essere arrestato e venne deportato ad Auschwitz con la
moglie. Solo il figlio Emanuele si salvò. Teglio, invece, riuscì a sfuggire alla morte dozzine di
volte. L'ultima storia è quella degli Schoneit, ferraresi piccolo borghesi e molto religiosi.
All'inizio riuscirono a tirare avanti in condizioni abbastanza normali. Il 9 settembre 1943
rimasero a Ferrara: il padre fu arrestato e poi rilasciato, poi, il 26 febbraio, tutta la famiglia
fu deportata a Fossoli, poi a Ravensbruck, la madre, e a Buchenwald, il padre e il figlio.
Carlo e Franco Schoneit riuscirono a non separarsi mai, mentre la moglie e madre, riuscì a
tenersi in contatto ingannando i tedeschi. Tutti e tre gli Schoneit riuscirono a tornare a
Ferrara anche se molto provati.
Il libro
Quella di Stille è un'affascinante ricerca condotta su esperienze soggettive,
ricavate da interviste personali, lettere e diari. Ci offre un quadro tipico dell’esperienza
degli ebrei italiani, che fu quasi unica in Europa. Infatti in Italia ebrei e fascisti convissero
per sedici anni e sino al 1938, qualsiasi ebreo poteva iscriversi al partito fascista. Questo
influenzò la decisione degli Ovazza, se rimanere o emigrare dopo il 1938 e li rese più
deboli e impreparati nel momento del pericolo. Le pagine sui Foa sono invece un
esempio del grande contributo dato dagli intellettuali ebrei all'antifascismo attivo, mentre
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quella di Pacifici e Teglio testimoniano come molte vittime predestinate siano riuscite a
salvarsi e ad aiutare altri ebrei a sfuggire alla morte. La storia degli Schoneit ci mostra
come faticosamente la loro famiglia sia riuscita a rimanere unita anche se lontana e ci
mostra un racconto cronologicamente esatto, di quel periodo dagli inizi del fascismo fino
alla fine della guerra.
FRED UHLMAN
L'autore
Fred Uhlman, nato a Stoccarda nel 1901, è morto a
Londra nel 1985. Emigrato in Inghilterra, fu un pittore di
successo e inoltre ha scritto un'agile autobiografia edita
da Feltrinelli.
La storia
Due adolescenti, uno figlio di un medico ebreo,
l'altro proveniente da una grande famiglia aristocratica,
frequentano un prestigioso ginnasio di Stoccarda, che è
ancora l'unica città che si può ritenere felice, lontana
dalla guerra. I due ragazzi hanno un carattere molto simile
e, tra loro, nasce una bellissima amicizia; mentre ormai
l'anno scolastico volge al termine, tra loro si insinua
un'ombra: il giovane conte della famiglia aristocratica
non saluta l'amico che incontra a teatro. Il giorno seguente gli rivela la ragione: sua
madre è rimasta affascinata dalla politica di Hitler, così non può salutare un ebreo. L'inizio
del nuovo anno scolastico non migliora le cose; il nazismo, infatti, si è instaurato anche a
Stoccarda (anche se non con la forza) e molti compagni assumono atteggiamenti ostili.
Allora i suoi genitori decidono di mandarlo a terminare gli studi in America. poco dopo
riceve una lettera dal conte che gli dice di aver conosciuto Hitler e di averlo trovato
eccezionale. Il libro finisce però con una riconciliazione post-mortem: infatti in un
opuscolo, inviatogli in America dal suo ex-preside del ginnasio sui compagni morti in
guerra trent'anni prima, legge vicino al nome del suo vecchio amico: "implicato nel
complotto contro Hitler, giustiziato".
Il libro
Nel suo stile semplice e nella struttura chiara, lo scrittore ricostruisce l'ambiente e la
personalità con precisione molto lenta ma senza perdere il ritmo molto incalzante.
Nonostante non ci siano gesti di violenza, si respira l'atmosfera tetra del nazismo pronto a
esplodere in sangue. E' un libro che parla dell'amicizia e del sentimento dell'umana
solidarietà come bene più prezioso ed è peer questo che il grottesco demone omicida
dell'antisemitismo si rivela qui quasi all'insaputa del lettore, per quello che è uno dei più
terribili nemici dell'uomo e della cultura.
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CLAUDINE VEGH
L'autrice
Claudine Rozengard Vegh, francese, è medico
psichiatra ed ha due figli. I suoi genitori sono stati
entrambi deportati e suo padre, un avvocato ebreo, è
morto nel lager. Claudine Vegh si è salvata grazie ad
una coppia di coniugi che l'ha tenuta con sè dal 1942
sino alla liberazione.
Il libro
Diciassette brevi storie di vita vissuta, diciassette
infanzie tra i cinque e i quattordici anni, narrate in poche
pagine dai protagonisti: gli orfani dei deportati.
Trentacinque anni dopo la liberazione da parte degli
alleati, uomini e donne orami adulti, accettano di
parlare delle loro esperienze con Claudine Vegh. Questo libro è nato per caso perchè
queste informazioni dovevano servire per una tesi universitaria, ma è diventato poi un
libro. Le persone che raccontano sono molto diverse l'una dall'altra, vengono da ambienti
sociali diversi, sono di religione diversa e vengono dalla Francia e dalla Germania e si
sono salvate in modo diverso: grazie al caso, alla fortuna, agli alleati, agli amici, ecc.
Comunque tutti hanno in comune qualcosa, hanno perso nei campi di sterminio
qualcuno che stava loro molto a cuore e sono cresciuti tra estranei. Tutti hanno dovuto
nascondersi, cambiare nome, venire considerati come un peso, un rischio per coloro che
li ospitavano; quasi tutti hanno portato la stella gialla, sono stati picchiati dai compagni
che li chiamavano "sporchi ebrei" e inoltre hanno visto portare via i genitori dai gendarmi
e hanno taciuto il proprio dolore per lunghi periodi. Nella prefazione l'autrice confessa di
non aver sentito la parola "padre" per metà della sua vita, mentre tutti gli interrogati
hanno confermato che tutti si sono portati dietro in solitudine, il peso del loro dolore per
tutta la vita. Per troppo tempo infatti erano vissuti nell'incertezza, nella speranza di vederli
tornare poichè non esisteva nessuna prova fisica della loro morte; la situazione dei figli dei
deportati era molto diversa da quella dei bambini rimasti orfani in altre situazioni: se i
genitori muoiono per disgrazia non significa che anche i figli saranno condannati; ma se
muoiono perchè ebrei, i loro figli sentiranno incombere su di loro lo stesso destino. E'
indubbio che il libro rivesta un grande interesse sia per il tipo di testimonianze, sia per la
sua attualità. Ma c'è un altro elemento da considerare: la sua pregnanza di splendide e
commoventi "storie di vita", tanto più intense e suggestive, quanto più brevi, acui sono
dedicate non più di quattro pagine e da ciascuna balzano fuori immagini indimenticabili
che scorrono quasi cinematograficamente.
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ELIE WIESEL
L'autore
Elie Wiesel è nato nel 1928 a Sighet in Transilvania; la sua famiglia faceva parte di
un gruppo di ebrei ungheresi che vivevano entro i confini della Romania. Nel 1944 la sua
famiglia fu deportata nei campi di concentramento nazisti. Non vide più la madre e la
sorella; il padre morì sotto i suoi occhi. Dopo la liberazione Elie fu mandato in Francia dove
si dedicò al giornalismo. "La notte" è il suo libro più celebre, ma ha scritto altre opere, tra
cui: "L'alba", "Le porte della foresta", "Il canto dei morti".
La storia
Nella primavera del 1944, i tedeschi arrivarono a Sighet, la città di Wiesel, in
Transilvania. Da quel periodo inizia il viaggio per i campi di concentramento: Birkenau,
Auschwitz, Buchenwald. Appena arrivati nel primo campo
la madre e la sorella vengono condotte al forno
crematorio; il protagonista e suo padre, vivono diversi anni
lavorando nei vari campi di sterminio.
Durante questo periodo molte sono le situazioni di
tensione, terrore e tristezza, come quando viene eseguita
la selezione; proprio in questi momenti Elie riflette
sull'esistenza di Dio. Nelle occasioni di sconforto, infatti, il
ragazzo perde la fede, non capisce come possa esservi
tanto male sulla terra, se veramente esiste qualcuno o
qualcosa che deve rappresentare il bene e la pace. Il
libro termina con la liberazione degli ebrei da parte della
Armata Rossa; Elie Wiesel viene condotto in Francia dove
cerca di ricostruirsi una vita.
Il libro
Questo romanzo è molto significativo e profondo; infatti, l'autore non si è limitato a
descrivere dettagliatamente i fatti accaduti, ma li ha arricchiti con le sue considerazioni,
le sue riflessioni, i suoi comportamenti tanto forti da sentirsi immersi nel romanzo, tanto
intensi da temere per il proprio destino come se fossimo noi i protagonisti. Per noi che non
viviamo (e spero non vivremo mai), queste situazioni, questo libro è un insegnamento di
vita; ci fa conoscere aspetti dell'uomo veramente agghiaccianti. Durante la lettura, di
fronte ad ogni episodio di violenza ci si chiede: "com'è possibile che degli uomini siano
riusciti a fare tanto?".
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