Il cibo e la medicina,
il cibo come medicina
Storia di una relazione
indissolubile
La medicina nasce con l’uso del cibo
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La nascita della medicina, a Oriente e a Occidente, ha nell’uso
dei cibi il suo elemento fondante. L’antico ideogramma cinese
Yi, che indica medicina, è composto, in alto, dall’immagine di
un uomo malato e, in basso, dal carattere jiu, che vuol dire
vino, laddove con il vino si intende l’uso degli alimenti, anche
modificati dal medico, come medicina.
Nel Huang Di Nei Jing, il classico che fonda la medicina
cinese, la cui redazione è coeva a buona parte dei testi del
Corpus hippocraticum (V sec a.C.), la centralità del cibo viene
così sintetizzata: “Cura con i farmaci, guarisci con i cibi”.
Ancor oggi, la dietetica, che nei secoli è stata organizzata in
un sistema complesso, occupa un posto centrale nel sistema
medico conosciuto con il nome di Medicina Tradizionale
Cinese, che larga diffusione sta avendo anche tra i medici e le
popolazioni occidentali.
Ippocrate: La medicina è la
scoperta dell’uso sapiente del cibo
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Ippocrate, nel trattato Antica medicina, testo cruciale per la
fondazione di una medicina che aspira a dotarsi di basi razionali, fa
coincidere la nascita della medicina con la capacità di distinguere
l’alimentazione dell’uomo sano da quella dell’uomo malato.
“ Non sarebbe stata scoperta l’arte medica –si legge in Antica
medicina- né sarebbe stata ricercata, se avesse giovato ai pazienti lo
stesso regime e l’ingerimento delle stesse sostanze che mangiano e
bevono i sani.”
Spinti da questa necessità, gli uomini si ingegnarono a trasformare e
a produrre cibo: “ Bollirono, cossero, mescolarono e temperarono le
sostanze forti e intemperate con quelle più deboli, conformandole
tutte alla natura e al potere dell’uomo.”
La conclusione di questa ricostruzione storica è inevitabile: “A
questa scoperta e a questa ricerca, quale nome più giusto o più
adatto si potrebbe porre se non quello di medicina?”
La salute come equilibrio è il concetto fondante
della medicina a Oriente e a Occidente
OCCIDENTE
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ASCLEPIO XIII
SECOLO A.C.
TERAPIA INTEGRATA:
POESIE, MUSICA,
ERBE, INTERP.SOGNI
EMOZIONI COME
FATTORI DI
MALATTIA
ORIENTE
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YI JING XII A.C.
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DAO DE JING V A.C.
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LIBRO DEI
MUTAMENTI
LIBRO DELLA VIA E
DELLA VIRTU’
(LAOZI)
NEIJING V A.C.
LIBRO DELL’INTERNO
OCCIDENTE
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IPPOCRATE V A.C. LA
SALUTE COME
PROPORZIONE E
MESCOLANZA TRA 4
UMORI FONDAMENT.
EUCRASIA    
   DISCRASIA
CAUSE: ESTERNE (venti)
INTERNE (cibo, emozioni)
CHE AGISCONO SULLA
DIATESI
ORIENTE SALUTE E MALATTIA
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SALUTE COME
EQUILIBRIO TRA SHEN,
JING E QI
FORME DI ENERGIA,
RESPONSABILI DEL
BUON FUNZIONAMENTO
E DELLA PRODUZIONE
STESSA DEGLI ORGANI
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
MALATTIA COME
DISORDINE NELLA
PRODUZIONE E
CIRCOLAZIONE
DELL’ENERGIA
I SINTOMI E SEGNI
SONO SPESSO UN
INTRECCIO
SOMATOPSICHICO
LE CAUSE SONO
ESTERNE E INTERNE
(EMOZIONI)
ORIENTE TERAPIE
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PER MANTENERE LA SALUTE OCCORRE
SEGUIRE LA VIA (DAO) E SAPER NUTRIRE LA
VITA
LA NUTRIZIONE DELLA VITA SI FA
SOPRATTUTTO CON LE PRATICHE INTERNE
(MEDITAZIONE, QIGONG)
ALIMENTAZIONE, PIANTE
AGOPUNTURA: la prima regola del buon
agopuntore è regolare lo Shen (Suwen cap.25)
ORIENTE E OCCIDENTE
EVOLUZIONE
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
ORIENTE
LA MTC ODIERNA E’ IL
RISULTATO DELLA
STRATIFICAZIONE E
INTEGRAZIONE DI 2500 ANNI
DI LAVORO CLINICO E
TEORICO ALL’INTERNO DEL
MEDESIMO PARADIGMA
A DISPETTO DELLA
GLOBALIZZAZIONE E’ L’UNICA
MED. TRAD. CHE HA
UN’ESPANSIONE
INTERNAZIONALE
FISSITA’ DEL MODELLO
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OCCIDENTE
XVI SECOLO: RIVOLUZIONE
SCIENTIFICA (FISICA)
CAMBIAMENTO DI
PARADIGMA (MECCANICISMO)
XVII-XIX SECOLO NASCITA
DELLA FISIOPATOLOGIA
XX SECOLO CLINICA E
TERAPIE BASATE SUL
METODO SCIENTIFICO
LIQUIDAZIONE DELL’OLISMO
Duemila e cinquecento anni di
prescrizioni dietetiche
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Per duemila e cinquecento anni, possiamo dire fino alla prima
metà del XX secolo, in Occidente, il medico pratico ha
prescritto regimi dietetici come parte integrante della terapia,
passando dalla centralità dell’orzo di ippocratica memoria alla
centralità otto-novecentesca della triade brodo di carne, pane
bianco e vino rosso.
Poi, con il trionfo della chimica in medicina, il cibo e le piante,
i due strumenti fondamentali nelle mani del medico, si sono
trasformati in contenitori di “principi attivi” da cui produrre
farmaci.
A questo punto, il regime dietetico non serve più, scompare
dall’orizzonte culturale e dalla penna del medico; la sua
prescrizione è riservata alle malattie metaboliche o al paziente
che segue determinate terapie farmacologiche. In questo caso
però, la prescrizione diventa proscrizione: niente zuccheri per i
diabetici (oggi divieto rivisto), ecc.
La cultura medica degli anni ’60-70
declassifica l’alimentazione
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Negli anni ’60 e ’70, anni del trionfo di massa della
biologia riduzionista e della medicina, il cibo come
modulatore della bilancia salute-malattia sembrava
davvero un ferrovecchio, lo strumento di un sapere
antiquato e di una medicina pre-scientifica, destinato a
scomparire definitivamente dal paesaggio medico
moderno.
Contemporaneamente, il consumo di carne passava da
62 Kg a persona all’anno nel 1974 a 85 kg nel 2004.
Il consumo di uova e latte, latticini raddoppiava, mentre
pesce e verdura crescevano molto modestamente
Carne come abbondanza e progresso. Latte come
alimento perfetto da usare anche in età adulta
La ricerca ci sorprende
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In realtà, gli ultimi due decenni del secolo scorso
hanno riservato sorprese di portata generale.
Nel 1981, due scienziati inglesi, Richard Doll e
Richard Peto, pubblicarono un libro sulle cause
del cancro che ha segnato una svolta
nell’identificazione dei principali fattori di rischio.
Secondo Doll e Peto, oltre un terzo dei tumori ha
cause alimentari e quasi un altro terzo è causato
dal fumo di sigaretta.
Il Cibo e gli stili di vita sono i
principali promotori del cancro
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Con il rapporto di Richard Doll e Richard Peto, commissionato
dal governo degli Stati Uniti d’America, il cibo, gli stili di vita,
l’ambiente diventano i principali imputati della crescita
notevole del cancro in tutto l’occidente.
Nel 1997, due importanti associazioni americane di ricerca sul
cancro, American Institute for Cancer Research e World
Cancer Research Found, pubblicano un grosso volume di
sintesi di oltre cinquanta anni di studi epidemiologici e di
ricerca su alimentazione e cancro.
Questo volume, che è il risultato di quattro anni di lavoro a cui
hanno partecipato i massimi esperti mondiali, propone una
classifica dei cibi, distinguendo tra cibi che aumentano e cibi
che diminuiscono il rischio di cancro.
Con questo testo, la medicina torna a ragionare sul cibo come
modulatore della bilancia salute-malattia, atteggiamento
amplificato da parallele ricerche sul fronte della lotta alle
malattie cardiovascolari, principale causa di mortalità da noi.
Aggiornamenti al 2005
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Indice glicemico e carico glicemico complessivo:
incremento cancro soprattutto apparato gastrointestinale
e ovaio.
Due studi italiani recenti del Centro di Aviano e del Mario
Negri.
Il primo (2003) ha interessato oltre 1.000 donne e oltre
2000 controllo la cui dieta è stata studiata per IG e
Carico glicemico. C’è una ssociazione diretta tra IG, CG e
cancro all’ovaio (iperinsulinemia)
Il secondo (2004) ha interessato circa 800 uomini con
cancro allo stomaco e oltre 2000 controlli. Anche qui
diretta relazione tra CG e incidenza del cancro
Salami, salsicce e company
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Recentemente, su Annals of Oncology, un
gruppo di ricerca, guidato da Fabio Levi
dell’Università di Losanna e da Carlo La Vecchia
del Mario Negri di Milano, ha dimostrato una
relazione diretta tra consumo di insaccati e
alcuni tipi di tumore: della bocca, della faringe,
della laringe, dell’esofago e del colon.
Non è il primo degli studi sull’argomento, ma si è
reso necessario perché le evidenze degli studi
precedenti erano contraddittorie.
Studiate duemila persone
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La popolazione presa in esame ha fatto riferimento, nel periodo
1992-2002, all’ospedale universitario di Losanna in Svizzera: quasi
800 persone con tumori negli organi sopradetti e 1200 persone
come controllo. A tutti è stato somministrato un questionario con
una ottantina di domande con l’intento di stabilire la dieta abituale
di ognuno e di stimare l’introito calorico giornaliero.
I risultati sono stati molto evidenti: chi consumava insaccati più di 3
volte a settimana ha mostrato un aumento del rischio di cancro alla
cavità orale e alla faringe quasi quintuplicato, risultato simile per
l’esofago (aumento di quattro volte e mezzo), un po’ più basso per
la laringe (aumento di 3 volte e mezzo) e per il colon (aumento di 2
volte e mezzo).
Interessante è anche la classifica di pericolosità dei diversi tipi di
insaccati: i salami e le salsicce sono risultati più pericolosi del
prosciutto.
Gli autori dello studio fanno notare che sono scarse le possibilità di
errore sia perché la popolazione studiata era omogenea sia perché il
questionario era stato già ampiamente convalidato.
Carne rossa e tumori
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Lo stesso gruppo di ricerca, nel 2000, ha pubblicato su
International Journal of Cancer uno studio caso-controllo
di ben più ampie dimensioni, realizzato nel nord Italia,
riguardo al rischio tumorale connesso al consumo di
carne rossa.
I ricercatori hanno studiato circa novemila persone
affette da tumore e circa ottomila controlli.
Le conclusioni sono state che il gruppo che consumava
carne rossa tutti i giorni, paragonato al gruppo che ne
consumava al massimo tre volte a settimana, aveva un
aumento significativo del rischio di tumore dello
stomaco, del colon, del retto, del pancreas, della vescica;
anche l’ovaio e il seno erano statisticamente significativi
se pur in modo più lieve.
Cancro al seno e deficit di folati
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Sul cancro al seno, il dato più rilevante viene da
un ampio lavoro pubblicato nel marzo del 2003
su Journal of the National Institute of Cancer da
un autorevole gruppo della Harvard Medical
School, che documenta una relazione diretta tra
bassi livelli di acido folico e di vitamina B6 e
aumento del cancro al seno sia in pre che in
post-menopausa.
Gli autori hanno anche documentato una
relazione tra bassi livelli di vitamina B12 e cancro
al seno nelle donne in età fertile.
OMS: la dieta ha forti effetti, positivi
e negativi, sulla salute
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Il punto di approdo di questo recupero della centralità
del cibo nella prevenzione, può essere simbolicamente
rappresentato dal documento diffuso nel 2003 dalla
Organizzazione Mondiale della Sanità su “Dieta,
nutrizione e prevenzione delle malattie croniche”
“La nutrizione – si legge nel documento- è venuta alla
ribalta come un’importante, modificabile, causa
determinante di malattie croniche (cancro, malattie
cardiovascolari, diabete, obesità ecc). C’è una crescente
evidenza scientifica che dimostra che modificazioni
dietetiche hanno forti effetti, positivi e negativi, sulla
salute nell’arco della vita.”
Gli effetti della restrizione calorica sulla
salute e sull’invecchiamento
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Finalmente abbiamo a disposizione il primo studio su
umani che dimostra gli effetti benefici di una dieta con
meno calorie di quella occidentale standard. Lo studio è
stato pubblicato il 27 aprile 2004 da Proceedings of
National Academy of Sciences.
Primo firmatario l’italiano Luigi Fontana che, con altri
colleghi della Scuola di medicina della Washington
University, ha presentato una ricerca realizzata su
diciotto persone, cinquantenni, che da anni seguono
volontariamente una dieta variabile tra le 1.100 e le
1.900 calorie giornaliere.
Queste persone sono state studiate prima dell’inizio della
dieta, a distanza di un anno e poi al momento dello
studio. Erano in media sei anni che seguivano la dieta.
I risultati dello studio
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I risultati sono davvero notevoli:
abbassamento netto dei livelli di colesterolo LDL
e aumento di HDL,
secca riduzione della pressione arteriosa,
caduta della proteina C reattiva
riduzione del 40% dello spessore della parete
interna della carotide rispetto al gruppo di
controllo costituito da coetanei in buona salute.
Tutti questi fattori determinano la comparsa o
meno di placche aterosclerotiche nei vasi.
Nessuno tra le persone a dieta aveva la minima
ombra di aterosclerosi della carotide.
Meno, ma meglio
Meno cibo ma più buono
Interessante è anche la qualità della dieta seguita: niente cibi
lavorati e precotti contenenti acidi grassi trans, niente cibi ad
elevato indice glicemico (come dolciumi, merendine, snacks,
coca cola e company), ma una dieta variata con abbondanza di
vegetali e frutta.
 Praticamente tutti assumevano una formula vitaminica
antiossidante.
 La quantità di calorie giornaliere assunte è quasi la metà di
quella dei controlli (da 1100-1950 contro 2000-3500 kcal dei
controlli), ma è comunque largamente praticabile da tutti senza
particolari rinunce.
 Interessanti sono le differenze riguardo alle fonti delle calorie che
il gruppo a dieta ricavava da proteine per il 26% (contro il 18%
dei controlli), dai grassi per il 28% (contro il 32% dei controlli) e
dai carboidrati complessi per il 46% (contro il 50%).
Quindi un po’ più di proteine e un po’ meno di grassi e carboidrati.
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Riscontri sugli animali
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Questo lavoro fa seguito a una serie ormai
imponente di lavori su animali. L’ultimo dei quali,
pubblicato sulla stessa rivista il 13 aprile scorso,
ha dimostrato che, contrariamente a quello che
si pensava, gli effetti positivi della restrizione
calorica si vedono anche in animali vecchi e si
vedono molto rapidamente.
Topi adulti, messi a dieta, si ammalano meno di
tumore e vivono di più, mediamente il 25 per
cento in più dei controlli.
Viene decelerata la mortalità e l’incidenza del
cancro nell’età adulta-anziana e rallentata la
progressione dell’invecchiamento e del cancro.
La restrizione calorica modifica
l’espressione genica
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L’’indagine sulla espressione genica dimostra un aumento
dell’espressione dei geni legati:
alla capacità enzimatica di scissione delle proteine,
alla produzione dell’energia
all’avvio della gluconeogenesi.
all’espressione della lipoproteina Apo B-100, componente
essenziale delle LDL e della VLDL
Al contrario , una riduzione della attività dei geni
legati:
alla biosintesi dei lipidi
alla crescita e alla proliferazione
all’angiogenesi
Del resto, anche lo studio sugli umani ha dimostrato che le
prime importanti modificazioni positive si sono verificate
appena un anno dopo l’inizio del regime dietetico. Come si
dice: non è mai troppo tardi!
Cibo e cervello:
relazione bidirezionale
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La relazione cibo e cervello è bidirezionale:
da una parte, l’assunzione del cibo è sotto
il controllo del sistema nervoso centrale,
dall’altra, sostanze assunte con gli alimenti
possono modificare l’attività di reti nervose
e quindi il comportamento (L.F. Agnati,
Nutrizione e cervello, 1992)
La nutrizione può alterare il cervello
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La nutrizione può alterare le funzioni
cerebrali:
nel breve periodo, alterando la
neurotrasmissione, il metabolismo e
l’attività neuronale
nel lungo periodo, alterando la struttura
della membrana delle cellule nervose (G.E.
Gibson and J.P. Blass, Nutrition and brain
function, in Siegel, Basic Neurochemistry, VI ed.,
1999)
I principali neurotrasmettitori
derivano da aminoacidi
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Triptofano>>>Serotonina>>>Melatonina
Tirosina>>>Dopamina>>>Noradrenalina
>>>Adrenalina
Istidina>>>Istamina
Glutammato>>>GABA
Colina>>>Acetilcolina
Dall’istidina la istamina, sostanza
infiammatoria e neuromodulatore

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L’istamina interagisce con tutti i più importanti
sistemi di neurotrasmissione, modulando
funzioni fisiologiche fondamentali legate
all’attivazione e all’attenzione (stimolazione
ipotalamo e sistemi neuroendocrini legati
all’attività diurna). Ha quindi un ruolo fisiologico
di eccitazione del SNC
Ruolo patologico legato alla attivazione di NMDA,
alla modificazione del sistema vascolare e quindi
all’attività immunitaria (disturbi vestibolari e
nausea da movimento, in primis)
Alimenti ricchi di istamina
o che ne facilitano la liberazione
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Formaggi stagionati
Insaccati
Aringhe
Pomodori
Fegato di maiale
Bevande fermentate
Fragole
Cioccolato
Bianco d’uovo
Alcuni pesci (crostacei soprattutto, ma anche alici)
Carne di maiale
La Barriera ematoencefalica
protezione selettiva del cervello
Esempio di competizione selettiva
tra aminoacidi: il triptofano
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1971. Fernstron e Wurtman dimostrarono per la prima
volta che è possibile modificare la concentrazione cerebrale
di serotonina modificando la disponibilità di triptofano.
Esperimenti sui topi:
pasto essenzialmente proteico, cresce triptofano nel
sangue, ma non cresce parallelamente la serotonina
cerebrale;
Pasto essenzialmente a base di carboidrati, crescono
entrambi i livelli
Spiegazione: nelle proteine c’è una maggiore quantità di
AA a larga molecola competitori con il triptofano per il
passaggio oltre la barriera ematoencefalica (BBB), inoltre,
l’insulina, che viene attivata dai carboidrati, fa diminuire la
concentrazione dei competitori.
Triptofano: colazione continentale
e mediterranea a confronto


Recentemente su American Journal of Clinical Nutrition
da Richard J. Wurtman, direttore del Centro di ricerche
cliniche del celebre MIT (Massachusetts Institute of
Technology), dopo tanti anni di studi sui topi, ha voluto
verificare gli effetti sugli umani di una tipica colazione
“continentale” a base di proteine e una a base di
carboidrati.
I dati pubblicati confermano che una colazione ricca di
carboidrati determina una disponibilità di triptofano
(misurata come ratio con i competitori) superiore del
cinquanta per cento a quella prodotta da una colazione
proteica. Quindi, maggiore disponibilità di triptofano
cerebrale, maggiore possibilità di sintesi di serotonina,
umore migliore.
Attenzione
all’eccesso di carboidrati



Un eccesso di carboidrati, a parte ogni altra considerazione
metabolica, sul cervello ha un effetto deleterio: ne rallenta l’attività,
diminuendone la capacità di utilizzare il glucosio, principale
carburante cerebrale.
Quindi, sulla base di questi studi di neurochimica cerebrale si può
concludere che, per il nostro buon umore, è sbagliato eliminare i
carboidrati e che anzi la colazione e il pranzo dovrebbero avere una
netta prevalenza di frutta, verdura, pasta, lasciando alla sera il
fondamentale introito di proteine, del pesce in particolare
Ci guadagnerebbe anche il controllo del peso, in quanto, proprio
Fernstrom, in collaborazione con endocrinologi di Copenhagen, ha
recentemente dimostrato che negli obesi la ratio del triptofano è
bassa e rimane bassa anche quando calano di peso. Ed è proprio la
ridotta concentrazione di triptofano e di serotonina cerebrale che
scatena la fame causando una rapida ripresa del peso tanto
faticosamente perduto.
Lipidi e cervello
Materia grigia
Materia bianca
Lipidi: 32,7% di cui:
Colesterolo 22%
Fosfolipidi 70% di cui
fosfatidiletanolamina 27% e
fosfatidilcolina 30%
Sfingolipidi 7,1%
Lipidi 54,9% di cui:
Colesterolo 27,5%
Fosfolipidi 45,9% di cui
fosfatidiletanolamina 25% e
fosfatidilcolina 15%
Sfingolipidi 26,4%
Le funzioni degli acidi grassi
essenziali nei fosfolipidi
1.
2.
3.
Mantenimento dell’equilibrio cellulare
garantendo la fluidità della membrana e
quindi lo scambio metabolico
Comunicazione intracellulare. Derivati
dagli acidi grassi funzionano da secondi
messaggeri
Produzione di sostanze attive nei
processi infiammatori e immunitari:
produzione di eicosanoidi
Effetti sul cervello
di una dieta carente di omega-3

1.
2.
3.
Numerosi studi su animali hanno mostrato che
una dieta carente di alfa-linolenico e derivati ha
i seguenti effetti nel lungo periodo sul cervello:
ridotta quantità di omega-3 nel cervello,
compensata da un incremento di omega-6. La
dieta è quindi in grado di cambiare la
composizione della membrana nervosa
cambi nelle sinapsi ippocampali con
modificazioni comportamentali
alterazione della neurotrasmissione
Olio di pesce e depressione



Un gruppo di medici inglesi ha descritto il caso di un ventenne, da
sette anni affetto da una grave forma di depressione resistente ai
farmaci, che, con una supplementazione di olio di pesce, nel giro di
un mese, ha migliorato nettamente tutta la sintomatologia, al punto
che, nell’arco di nove mesi, la malattia appare in remissione
completa.
Sul numero di Ottobre 2002 della stessa rivista, David F. Horrobin,
uno dei componenti del gruppo, assieme a Malcolm Peet,
dell’Università di Sheffield, hanno pubblicato i risultati di uno studio
controllato, realizzato con settanta persone, reclutate da medici di
famiglia.
Gran parte di loro sono donne, con una età media sui
quarantacinque anni e un livello di depressione abbastanza
accentuato, nonostante seguano regolarmente la normale terapia
farmacologia. Questa relativa inefficacia dei farmaci ha spinto i
ricercatori a provare su un gruppo quello che era successo al
giovane di cui abbiamo parlato sopra.
Olio di pesce contro placebo


Le persone partecipanti allo studio, oltre ai soliti
farmaci antidepressivi, hanno preso, per dodici
settimane, pillole contenenti olio di pesce, a un
dosaggio da uno a quattro grammi al giorno,
oppure un placebo (paraffina).
I risultati sono davvero interessanti.I gruppi che
hanno ricevuto un trattamento con l’olio di pesce
sono andati nettamente meglio del placebo,
migliorando il punteggio, misurato con apposite
scale (Hamilton e altre), riguardo ai sintomi
chiave della malattia: umore depresso, fobia
sociale, disturbi del sonno, stanchezza.
Ne basta poco


Il fatto più intrigante è che il migliore risultato è
stato ottenuto con il dosaggio più basso di olio
di pesce: un grammo al giorno.
A questo dosaggio, l’entità del miglioramento è
di ampiezza superiore, scrivono gli autori dello
studio, a qualsiasi altro risultato ottenuto con
l’aumento del dosaggio dei farmaci, che è una
pratica standard in caso di inefficacia del primo
dosaggio del farmaco.
Olio di pesce, depressione
bipolare e psicosi



Ovviamente, è troppo presto per tirare conclusioni definitive,ma
la conferma che queste ricerche sono su una strada, che appare
molto feconda, viene da studi preliminari
Uno studio sul disturbo bipolare è stato pubblicato nel1999 e
condotto da Andrew L. Stoll, psichiatra, direttore del laboratorio
di ricerca in psicofarmacologia della Harvard Medical School e
autore di un libro “The omega-3 connection”, uscito negli Usa
alla fine dell’anno scorso. Anche in questo caso, i risultati sono
positivi.
Due studi clinici, recenti, hanno poi testato l’efficacia della
supplementazione dell’olio di pesce nelle persone affette da
disturbi psicotici. Il primo studio con placebo, ha mostrato un
buon risultato nel gruppo in trattamento, ma lo studio era
davvero piccolo, poche decine di persone. Il secondo, con oltre
un centinaio di pazienti, ha potuto dimostrare l’efficacia, nella
riduzione della sintomatologia, della supplementazione di due
grammi di olio di pesce al giorno, solo in un sottogruppo.
Uno strumento preventivo e
terapeutico sicuro

Come si dice, quindi, c’è ancora strada da fare,
ma, in attesa delle evidenze definitive,
considerato che gli eventuali effetti collaterali
sono davvero minimi (qualche doloretto di
pancia, a meno che non ci sia una tendenza alle
emorragie) in particolare alla dose efficace più
bassa (1 grammo al giorno), sarebbe davvero
utile che l’olio di pesce (nonché l’indicazione di
consumare pesce frequentemente) divenisse una
chance del medico di base e dello specialista,
non solo per proteggere il cuore e ad abbassare
i trigliceridi, ma anche per il cervello.
Anche perché la terapia farmacologica
della depressione non è così efficace


La depressione è, a tutt’oggi, una malattia che è difficile
curare con i soli farmaci. Nonostante il grande impegno
delle case farmaceutiche nella ricerca e nella propaganda
delle pillole contro il male oscuro, spesso il farmaco
fallisce.
Il farmaco più prescritto nel mondo, la fluoxetina
cloridrato (Prozac) produce un miglioramento
significativo solo nel 56 per cento di coloro che seguono
un ciclo completo di terapia, che dura parecchi mesi. Ma
solo il 70 per cento, mediamente, arriva in fondo alla
cura. La causa di ciò sono spesso gli effetti collaterali,
più rilevanti e frequenti nel caso dei vecchi farmaci
(cosiddetti triciclici), ma, tuttavia, altrettanto significativi
anche nel caso dei nuovi ( inibitori selettivi della
serotonina e inibitori della serotonina e noradrenalina).
Terapia integrata della depressione


Per fortuna, va emergendo un orientamento alla terapia
integrata della depressione, con combinazione di farmaci
(o piante come l’Iperico), psicoterapia, attività fisica,
l’esposizione alla luce, l’alimentazione. Il pesce, ricco di
acidi grassi polinsaturi omega-3, è il perno
dell’alimentazione. La ragione sta innanzitutto nel fatto
che il cervello è l’organo più grasso del nostro
organismo, le cui membrane cellulari sono ricche di
fosfolipidi.
Quest’ultimi sono composti da una molecola di grasso
(glicerolo) legata, da una parte, all’acido fosforico e a un
alcol, e, dall’altra, a un acido grasso, per lo più
polinsaturo, che può essere omega-6 od omega-3.
La membrana del neurone
nei depressi


Ci sono evidenze, da studi europei, nordamericani,
australiani e giapponesi, che, nella depressione e in altri
disturbi psichiatrici, l’equilibrio tra omega-6 e omega-3
viene alterato, con un deficit di quest’ultimi.
Bassi livelli di omega-3 nel sangue e nei globuli rossi, si
associano a malattie cardiovascolari, depressione e
psicosi.
Alimentazione e terapia
della schizofrenia
C’è un crescente interesse per le terapie naturali nell’ambito del
trattamento della schizofrenia.
In Inghilterra verso la fine degli anni ’90 è stato lanciato il progetto
“Food and Mood”, tenendo anche conto che a livello popolare si è
andato diffondendo l’approccio alimentare basato su riduzione di
zuccheri, grassi saturi e l’incremento di olio di pesce.
 A livello scientifico tutto inizia con uno studio pilota che constata
la riduzione dei livelli di acidi grassi nella membrana eritrocitaria
di pazienti schizofrenici. Nel 2000 uno studio, realizzato post
mortem dimostra ridotti livelli di polisanturi nel cervello di
persone schizofreniche.
 Più recentemente, sono state fatti notare i dati in comune tra la
sindrome metabolica e la schizofrenia, in particolare la insulino
resistenza che è riscontrabile in pazienti al primo episodio e
quindi ancora senza farmaci
Riduzione del glucosio e controllo
della epilessia


Nel luglio del 2004, su Lancet neurology, Eric H
Kossoff, della Johns Hopkins University, riassume
il lavoro del loro centro di terapia alimentare
della epilessia: 500 bambini trattati con dieta
ipoglicemica, ipocalorica e ricca di corpi
chetonici. A 1 anno, più del 50% dei trattati ha
una riduzione di più del 50% degli attacchi. A 36 anni anche con dieta interrotta il 44% riduce
gli attacchi di > 50%.
La società americana per l’epilessia descrive al
2003 che il 46% degli adulti trattati ha una
riduzione di > del 50% degli attacchi
Dieta ketogenica, dieta Atkins e
altri tipi di dieta in corso di studio
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Dieta ketogenica: 80% lipidi, 15%
proteine e 5% carboidrati
Dieta Atkins: 60%, 30%, 10%
Dieta ketogenica modificata sostituendo
grassi saturi con polinsaturi
L’elemento fondamentale sembra
la riduzione del glucosio
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La dieta ketogenica infatti funziona solo quando
si hanno nel sangue livelli molto bassi di
glucosio.
Il cervello infatti in presenza di glucosio
preferisce il glucosio ai corpi chetonici
I meccanismi ipotizzati riguardano una riduzione
della produzione di aspartato a partire dal
glutammato e maggiore disponibilità quindi per
produrre Gaba da questo
Alimentazione, organizzazione sociale
e industria: tendenze storiche
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Riduzione imponente del tempo necessario
all’approvvigionamento, alla preparazione e al
consumo del cibo.
Aumento dei cibi pronti (dal classico surgelato, al
precotto, all’insalata già lavata e imbustata)
Riduzione dei pasti consumati a casa e aumento
di quelli consumati al ristorante, al bar, alla
mensa, al lavoro
McDonaldizzazione del pranzo (basso costo,
scarsa qualità, diffusione capillare)
Alimentazione, gusto e medicina
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Nel 1804 Grimod de la Reynière, avvocato
gastronomo francese pubblicò il famoso
Almanach des Gourmands che è diventato il
simbolo della autonomia del gusto dalla
medicina.
Il gourmand rivendica il gusto e il piacere come
unica guida nella scelta degli alimenti
Oggi siamo nella condizione di dover lavorare
con urgenza a una nuova alleanza tra
ghiottoneria e medicina, ambedue minacciate da
un’offerta alimentare che offende il gusto e
minaccia la salute
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Il cibo e la medicina, il cibo come medicina