P.a.r.i. (Politiche di Armonizzazione Responsabile dei tempi di vita e lavoro nelle Imprese cooperative) Report di ricerca GLI STRUMENTI DI CONCILIAZIONE TRA VITA PRIVATA E LAVORATIVA NELLA COOPERAZIONE TRENTINA ASSOCIAZIONE DONNE IN COOPERAZIONE Il progetto P.a.r.i. è stato realizzato dall’Associazione Donne in Cooperazione con il sostegno economico della Provincia di Trento e in collaborazione con la Federazione della Cooperazione Trentina e il Centro Studi Interdisciplinare di Genere – Università degli Studi di Trento. Supervisione scientifica del progetto di ricerca: Barbara Poggio Ricerca quantitativa e qualitativa: Maura De Bon Coordinatrice di progetto: Simonetta Fedrizzi Nell’ambito del progetto Pari è stata realizzata la pubblicazione della Guida: Conciliazione - strumenti per una gestione efficace dei tempi di vita e lavoro nelle imprese cooperative a cura di Simonetta Fedrizzi 2 Il presente documento è il frutto del lavoro realizzato nell’ambito del progetto P.A.R.I. Politiche di Armonizzazione Responsabile dei tempi di vita e lavoro nelle Imprese cooperative” che ha previsto una ricerca sui modelli cooperativi di conciliazione dei tempi di vita e lavoro e la realizzazione di una Guida: Conciliazione - strumenti per una gestione efficace dei tempi di vita e lavoro nelle imprese cooperative. I dati raccolti hanno permesso di avere una panoramica della complessità delle esperienze del mondo cooperativo nell’ambito della conciliazione fornendo spunti e riflessioni utili ad impostare un lavoro di supporto e di stimolo al cambiamento organizzativo. Sono stati toccati più temi che suggeriscono di porre alcuni punti di attenzione rispetto alla prospettiva di creare o promuovere iniziative di sviluppo e di trasferibilità delle buone prassi che veicolino un cambiamento organizzativo orientato ad una nuova cultura aziendale socialmente responsabile di tipo family friendly. I risultati dell’indagine sono stati esposti nel corso del convegno dal titolo: Buone prassi cooperative di conciliazione dei tempi di vita e lavoro tenutosi il giorno 10 giugno 2009 a Trento di cui trovate qui di seguito l’intervento della dott.ssa Barbara Poggio e il report di ricerca completo. E’ auspicabile che il presente documento dia inizio ad un lavoro di confronto e collaborazione sullo sviluppo di proposte, progetti, strumenti e quant’altro possa essere utile alle cooperative e supportarle al fine di migliorare le possibilità di conciliare i tempi di vita e lavoro dei/lle dipendenti e collaboratori/trici in accordo con le esigenze dell’organizzazione di perseguire gli obiettivi istituzionali e di offrire servizi di qualità ad utenti e territorio. 3 4 Pragmatica della conciliazione: opportunità, ambivalenze e trappole A cura di Barbara Poggio Nel dare un titolo a questo intervento ho deciso di richiamare il noto lavoro di Paul Watzlawick, Pragmatica della Comunicazione, per due ragioni: da un lato per l’enfasi che vorrei porre sulla dimensione della pratica, ovvero su come concretamente si può “fare conciliazione”, dall’altro perché vorrei in questo contributo sottolineare alcuni elementi di criticità e alcuni paradossi che contraddistinguono la concezione dominante della conciliazione. 1. Che cos’è la conciliazione? Credo tuttavia opportuno, prima di entrare nel merito della pragmatica, definire il concetto al centro di questa riflessione, visto che si tratta di un termine non a tutti noto e comunque cui spesso vengono attribuiti diversi significati. Il termine ‘conciliazione’ deriva dal sostantivo concilium, composto dai lemmi cum calare, “chiamare insieme”. Il significato originario è dunque quello di mettere insieme parti diverse, trovare un accordo tra posizioni concorrenti. Nel dibattito sul genere tale accordo riguarda il lavoro e la famiglia, ovvero la ricerca di un equilibrio tra tempi di lavoro e quelli familiari (worklife balance). È a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 che tale esigenza viene tradotta nel dibattito sociale attraverso il termine “conciliazione”, che assume in quel momento una esplicita connotazione di genere: in questa prima accezione conciliare significa infatti, per le donne, trovare un ‘giusto’ equilibrio tra i diversi ruoli (di madre, di moglie, di lavoratrice) e le diverse responsabilità (riproduttiva e produttiva), che renda accettabile il lavoro remunerato. La divisione del lavoro domestico e familiare non viene messa in discussione, ma semplicemente si cerca di permettere alle donne di farsi carico degli impegni familiari senza per questo essere soggette a discriminazioni professionali. La fortuna del termine sembra venir meno a metà degli anni ’70, soppiantata dal concetto di ‘condivisione’ dei diritti e delle responsabilità e dal principio di eguaglianza a cui tale concetto si richiama. È solo all’inizio degli anni ’90 che la parola ‘conciliazione’ torna in auge, divenendo un termine ricorrente nell’ambito degli atti e delle politiche comunitarie, annoverato tra le misure finalizzate a favorire l’integrazione delle donne 5 nel mercato del lavoro. Ciò segna anche un cambiamento nell’orientamento delle strategie comunitarie nei confronti del tema della famiglia e delle responsabilità familiari. L’attenzione si sposta dalla riduzione delle discriminazioni alla lotta a ciò che ostacola l’integrazione delle donne nel mercato del lavoro, attraverso l’introduzione di politiche family friendly, senza tuttavia mettere realmente in discussione né la distribuzione dei ruoli familiari, né i modelli di gestione del tempo che caratterizzano le culture organizzative dominanti. Solo negli ultimi anni, anche a fronte di un crescente utilizzo di questo termine nell’ambito delle politiche familiari e organizzative, si è tornati a metterne in luce, accanto alle potenzialità, anche le dimensioni di criticità e le controindicazioni rispetto a modelli di utilizzo non consapevoli. 2. Perché cresce l’attenzione nei confronti della conciliazione? La crescente attenzione nei confronti della conciliazione negli ultimi anni è dovuta ad alcuni rilevanti cambiamenti che hanno investito la società. Mi riferisco da un lato ai cambiamenti nel mercato del lavoro e dall’altro ai cambiamenti dei modelli individuali di vita e di lavoro. Sul primo versante possiamo richiamare in particolare fenomeni come la diversificazione della forza lavoro e la crescita della presenza femminile; l’affermazione della questione della responsabilità sociale e la rilevanza strategica che per ogni organizzazione assume oggi l’attenzione al cliente (non solo quello esterno, ma anche quello interno). Sul fronte dell’esperienza individuale possiamo evidenziare la crescente rilevanza di altre sfere di vita oltre a quella lavorativa (es. tempo libero), il restringimento delle reti familiari, l’emergere di nuovi bisogni di cura, la maggiore importanza, nell’esperienza lavorativa individuale, di fattori come la qualità e la soddisfazione. Tutti questi fattori rendono sempre più necessaria una attenzione, a diversi livelli (poliltico, organizzativo, individuale), nei confronti della conciliabilità tra diverse sfere di vita e delle diverse esigenze ed esperienze di cui gli individui (uomini e donne) sono portatori. Perché dunque una organizzazione dovrebbe impegnarsi in politiche di conciliazione? Le ragioni sono molte, ma in particolare ritengo opportuno segnalare le seguenti: • riduce le disparità tra uomini e donne e tra persone che hanno diversi carichi familiari; 6 • aumenta la soddisfazione e la motivazione dei dipendenti; • si riducono i livelli di turn-over, assenteismo e patologie da lavoro; • migliora la qualità e il livello delle prestazioni (es. diminuzione dei difetti di produzione); • aumenta il coinvolgimento emozionale e la fidelizzazione dei dipendenti. 3. Come si fa la conciliazione? Delineato lo scenario in cui si colloca l’aumentata attenzione nei confronti di un miglior equilibrio tra vita lavorativa e vita personale, possiamo dunque provare rapidamente ad identificare quali sono gli ambiti strategici per la realizzazione di politiche e pratiche di conciliazione. • Analisi dei bisogni e dei vincoli: prima di avviare azioni e interventi di conciliazione è sempre necessario effettuare una ricognizione delle esigenze esistenti e degli eventuali vincoli, evitando soluzioni preconfezionate e standard e privilegiando interventi situati e mirati. • Organizzazione del lavoro: la gran parte degli interventi in materia di conciliazione è finalizzata a riorganizzare il lavoro, con una specifica attenzione alle dimensioni del tempo e dello spazio (es. part-time, telelavoro, orari flessibili…). • Misure a sostegno dell’impegno di cura (di figli, disabili e anziani): si tratta di azioni finalizzate a supportare le esigenze di cura dei dipendenti nei confronti di familiari, in particolari fasi della vita (es. congedi per motivi familiari, congedi di maternità o paternità, nidi aziendali o altri servizi per l’assistenza a minori o ad altri membri della famiglia non autosufficienti, misure di accompagnamento al rientro da congedi…). • Formazione: rientrano in questa voce gli interventi formativi destinati in particolare alle figure che ricoprono ruoli decisionali (management) o che comunque hanno possibilità di incidere sulle politiche e gli assetti aziendali (rappresentanti sindacali, comitati pari opportunità) con l’obiettivo di fornire strumenti di analisi e cambiamento organizzativo. La formazione può avere 7 anche un ruolo di supporto e reinserimento per le persone che si assentano dal lavoro per ragioni legate alla conciliazione. • Gestione e sviluppo del personale: si tratta in questo caso di sviluppare pratiche di gestione del personale (in particolare nei contesti di selezione e valutazione) che non penalizzino le persone che hanno (o si presume potrebbero avere) carichi familiari. Ciò implica anche un ripensamento delle culture organizzative, privilegiando il conseguimento degli obiettivi piuttosto che la presenza temporale. • Servizi di supporto: esiste un ampio range di misure organizzative mirate a fornire servizi di supporto alle famiglie (es. riparazioni, pulizie, erogazione pasti, manutenzione, ecc.) che spesso non richiedono eccessivi costi alle aziende e hanno invece notevoli ricadute sui dipendenti. • Informazione e sensibilizzazione: vista la rilevanza della dimensione culturale, particolarmente importanti possono rivelarsi quegli interventi che si propongono di sensibilizzare ed informare management, dipendenti, interlocutori delle aziende, decisori politici o più in generale la cittadinanza in merito a questioni di rilievo (ad esempio sull’utilizzo dei congedi parentali da parte dei padri). • Sinergie con il territorio: in molti casi (si pensi ad esempio ai servizi per l’infanzia) può essere utile che gli interventi vengano progettati tenendo conto della specificità, delle opportunità e dei vincoli del contesto territoriale di riferimento, magari anche attuando delle specifiche sinergie con altre realtà, private o pubbliche. 4. Ambivalenze e trappole della conciliazione Dopo aver presentato le ragioni, le opportunità e le principali modalità della conciliazione vorrei tuttavia segnalare alcune ambivalenze e alcune trappole a tutt’oggi insite nei modelli e nelle pratiche dominanti di conciliazione. • Il primo aspetto da sottolineare è che la conciliazione continua ad essere percepita come una serie di strumenti prioritariamente destinati alle donne. Il presupposto di fondo, che in tal modo si continua a riprodurre, è che la gestione 8 delle attività extra-lavorative sia una prerogativa femminile, per cui gli strumenti di conciliazione vengono per lo più percepiti come ausili per consentire alle donne di barcamenarsi meglio tra l’attività professionale e quella di cura, senza mettere in discussione questo tipo di attribuzione. Si tratta inoltre di benefici che spesso hanno un costo specifico per le destinatarie: la rinuncia alle opportunità di carriera, come è evidente nel caso del part-time, che è ad oggi lo strumento prevalente e talvolta anche l’unico all’interno delle organizzazioni. • Il secondo elemento di ambiguità riguarda la particolare enfasi sulla famiglia che caratterizza i modelli di conciliazione più diffusi in Italia (non è un caso che mentre all’estero si parla di work-family balance in Italia si privilegia la formula di conciliazione famiglia-lavoro). Diviene dunque necessario interrogarsi su quale sia l’idea di famiglia sottostante, quali i modelli e le attribuzioni di genere e sul se gli interventi proposti siano finalmente in grado di modificare modelli culturali radicati nella società italiana, che da sempre hanno visto la famiglia (e la sua componente femminile in particolare) come principale ammortizzatore sociale. • Un terzo elemento riguarda l’intreccio tra conciliazione e flessibilità, una parola particolarmente diffusa nella società contemporanea. La conciliazione è spesso messa in relazione con la flessibilità e presentata come un’opportunità per rispondere alle crescenti esigenti di flessibilità del mondo del lavoro. Sembra tuttavia opportuno interrogarsi su quale idea di flessibilità si sta veicolando: flessibilità per le persone o flessibilità per le aziende? La soluzione ottimale sta sicuramente in un positivo equilibrio di entrambe, ma questo non sempre è scontato. • Un ultimo punto da richiamare riguarda il fatto che nella gran parte dei casi gli strumenti di conciliazione sono rivolti ai lavoratori stabilizzati, mentre i lavoratori con contratti atipici o precari ne risultano spesso esclusi, quando in realtà si tratta spesso di coloro che ne avrebbero maggiormente bisogno. Nel progettare le politiche di conciliazione diviene dunque importante trovare soluzioni che non aumentino ulteriormente il solco già profondo che divide le diverse categorie di lavoratori. 5 . Come fare conciliazione evitando gli effetti collaterali 9 Facendo seguito alle considerazioni appena sviluppate, è dunque possibile identificare alcuni punti che è importante tenere presente al fine di promuovere politiche di conciliazione in grado di evitare le trappole e gli effetti perversi che sono stati citati. In particolare appare importante: • Evitare misure rivolte in via esclusiva alle donne, mentre potrebbe essere utile incentivare quelle rivolte agli uomini (ad esempio promuovendo l’utilizzo dei congedi di paternità). • Promuovere misure capaci di scardinare i modelli culturali tradizionali (ad esempio progettando sistemi premianti non fondati prioritariamente sul criterio della presenza temporale, ma piuttosto sul raggiungimento degli obiettivi; oppure promuovendo pratiche di selezione basate sul merito piuttosto che su pre-giudizi di genere). • Investire anche sui soggetti che utilizzano strumenti di conciliazione, evitando di considerarli come risorse “a perdere” (ad esempio attraverso lo svolgimento di colloqui e monitoraggi periodici). • Considerare anche le persone con contratti atipici (ad esempio privilegiando misure che prevedono la fornitura di servizi a tutti i lavoratori, a prescindere dalle tipologie di contratto). • Coinvolgere i diversi attori organizzativi (non solo il management, ma anche i sindacati e altri stakeholder di rilievo). La conciliazione è un ambito su cui si possono trovare e costruire convergenze. • Porre attenzione al modo in cui gli interventi vengono presentati e comunicati al personale interno, ma anche alla cittadinanza (talvolta infatti una comunicazione non efficace può avere effetti critici). 6. Fare conciliazione nel mondo cooperativo: quattro buone ragioni Nel concludere questa riflessione credo valga la pena di dedicare una specifica attenzione al contesto da cui e per il quale è stata sollecitata, vale a dire il mondo della Cooperazione. Credo infatti che si tratti di una realtà in cui la conciliazione dovrebbe 10 essere vista come dimensione imprescindibile e prioritaria, per diverse ragioni. In primo luogo perché il mondo della Cooperazione da sempre si connota per una spiccata attenzione sia alla persona che al contesto territoriale e sociale di riferimento, tanto che i temi della responsabilità sociale e della sostenibilità del lavoro ne sono da sempre obiettivi cruciali. In secondo luogo perché il mondo della cooperazione, proprio per la sua specifica natura e configurazione, così come per la molteplicità di competenze e risorse di cui dispone e per la sua articolazione sul territorio, rappresenta il contesto ideale per l’attivazione di sinergie di rete in grado di rispondere ai bisogni di conciliazione di un ampio bacino di organizzazioni. Non procedere su questa strada rappresenterebbe pertanto non solo una sorta di tradimento dello spirito più profondo della tradizione cooperativistica, ma anche un imperdonabile spreco di risorse e potenzialità. 11 GLI S T R U M E N TI D I C O N C I L I AZ I O N E T R A V I T A P R I V AT A E L AV O R AT I V A N E L L A C O O P E R AZ I O N E T R E N T I N A Report di ricerca 12 Sommario Premessa ................................................................................................................... 14 1. La conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro................................................... 16 2. Il contesto di riferimento.......................................................................................... 18 3. L’indagine quantitativa: le caratteristiche delle cooperative coinvolte ...................... 20 3.1 L’adozione delle buone pratiche........................................................................ 25 3.2 L’influenza delle dimensioni e il tasso di femminilizzazione ............................... 29 4. L’indagine qualitativa .............................................................................................. 33 4.1 L’approccio tradizionale alla conciliazione......................................................... 34 4.1.1 La cultura della conciliazione...................................................................... 34 4.1.2 Congedi ed accompagnamenti al rientro .................................................... 40 4.1.3 Gli ostacoli ai percorsi di carriera................................................................ 41 4.1.4 L’investimento nelle attività formative/informative....................................... 44 4.2 L’avanguardia cooperativa ................................................................................ 45 4.2.1 Gli elementi di successo: la capacità innovativa, il posizionamento del management, il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei dipendenti............ 47 4.2.2 Gli elementi di criticità: la dislocazione territoriale, le reti informative, i criteri di monitoraggio ................................................................................................... 50 4.2.3 Congedi, aspettative ed accompagnamenti al rientro ................................ 53 4.2.4 L’investimento nelle attività formative/informative....................................... 55 4.3 Le realtà in transizione ...................................................................................... 57 5. Considerazioni conclusive....................................................................................... 59 13 Premessa In questo report vengono presentati gli esiti di un’indagine svolta nell’ambito del progetto “Progetto P.A.R.I. - Politiche di Armonizzazione Responsabile dei tempi di vita e lavoro nelle Imprese cooperative” 1. Il progetto, promosso dall’Associazione Donne in Cooperazione2, si è proposto di indagare gli strumenti conciliativi tra i tempi di vita e lavoro sperimentati dalle cooperative aderenti alla Federazione Trentina della Cooperazione, cercando di portare alla luce le iniziative in materia di conciliazione già in essere, allo scopo di: - rendere visibili le azioni già intraprese dalle cooperative e loro valorizzazione attraverso la raccolta e diffusione delle buone prassi nella cooperazione; - rafforzare la cooperazione tra le cooperative; - sviluppare una cultura organizzativa socialmente responsabile condivisa e partecipata in grado di accogliere l’introduzione di innovazioni organizzative concepite a vantaggio della conciliazione dei tempi di vita e lavoro; - migliorare il clima aziendale-conciliativo complessivo. Questi obiettivi sono stati individuati tenendo in considerazione che sono parte di un cambiamento strategico e coerente del contesto organizzativo e sociale complessivo del movimento cooperativo. Rendere visibile il legame tra le azioni a sostegno delle politiche conciliative e la responsabilità sociale, la creazione di capitale sociale e il miglioramento complessivo del clima lavorativo permette di promuovere una nuova cultura organizzativa socialmente responsabile, in linea con le strategie di identità e centralità della persona nel sistema cooperativo, ed inserita nel percorso di responsabilità sociale avviato dalla Federazione Trentina della Cooperazione3. In questo contesto, non va dimenticato che le strategie e le politiche conciliative hanno un importante riferimento nel 7° principio della Co operazione, che riguarda l’impegno verso la collettività e il suo sviluppo sostenibile4. L’uguaglianza, l’equità, la solidarietà, accanto ai valori etici dell’altruismo e della responsabilità sociale sono delle costanti dell’agire cooperativo, che non può non tenere conto di questo aspetto della vita dei 1 Si desidera ringraziare Elisa Bellé per la collaborazione prestata alla realizzazione della ricerca. L’ Associazione Donne in Cooperazione è nata nell’ottobre 2005 e conta ad oggi 228 soci e socie e ha tra i suoi obiettivi statutari quello di avvicinare i tempi di vita e lavoro; favorire una maggiore partecipazione delle donne alla governance delle cooperative; favorire la valorizzazione e il ruolo della figura femminile nel movimento cooperativo; promuovere iniziative di informazione e sensibilizzazione sulle tematiche femminili. 3 Questi gli obiettivi dichiarati in sede di presentazione del progetto. 4 Alleanza Cooperativa Internazionale nel Congresso di Manchester del 1995. 2 14 soci, dei lavoratori, delle famiglie e della comunità di riferimento in cui operano5. Tutto ciò può far presupporre che il mondo cooperativo sia culturalmente e strutturalmente “sensibile” e “predisposto” ad attuare politiche volte a valorizzare le risorse umane anche in termini di favorire la conciliazione tra responsabilità lavorative e responsabilità personali/familiari. Dovrebbe pertanto essere possibile costruire un legame virtuoso tra cooperazione e questioni di pari opportunità e di uguaglianza di accesso6. L’indagine ha quindi inteso verificare quanto questa ipotesi fosse reale e concreta nella pratica quotidiana del lavoro cooperativo, tenendo al contempo in considerazione la complessità e la varietà della articolazione e degli ambiti di intervento delle realtà cooperative. In altri termini, la ricerca è stata finalizzata ad approfondire e indagare gli strumenti conciliativi utilizzati dalle cooperative, a partire dalla considerazione che per valorizzare le risorse umane è necessario intervenire al fine di ridurre le discriminazioni ancora esistenti tra uomini e donne nel mondo del lavoro, in termini di possibilità di partecipazione e permanenza nel mercato del lavoro e di uguali possibilità di sviluppo e di progressione di carriera; ed è altresì necessario ed utile intervenire in termini di politiche di conciliazione tra sfera lavorativa e privata. Politiche che dovrebbero favorire la possibilità di un maggiore equilibrio per uomini e donne nella gestione dei tempi di lavoro e di vita, senza necessariamente implicare disinvestimenti in termini di professionalità e carriera. L’obiettivo di mappare gli strumenti conciliativi presenti nelle cooperative è stato raggiunto attraverso alcuni successivi step di ricerca: - Raccolta ed analisi di dati attraverso la somministrazione di questionari alle cooperative; - Conduzione di interviste in profondità a testimoni privilegiati (responsabili delle risorse umane, direttori/trici e presidenti/esse delle cooperative coinvolte nell’indagine) di un campione di cooperative eterogenee per tipologia, dislocazione territoriale, grandezza, composizione per sesso, presenza di strumenti e pratiche di conciliazione; - Analisi delle informazioni raccolte sulle pratiche conciliative attuate; 5 Associazione Donne in Cooperazione, 2007; Progetto“PARI - Politiche di Armonizzazione Responsabile dei tempi di vita e lavoro nelle Imprese cooperative” , p. 1. 6 Questo in base a tre punti di attenzione. Il primo riguarda il fatto che è ipotizzabile una naturale connessione tra valori cooperatori e politiche di genere dato che entrambi pongono la valorizzazione della persona al centro delle scelte, indipendentemente dal sesso di appartenenza; il secondo richiama la corrispondenza che dovrebbe sussistere tra responsabilità sociale dell’impresa cooperativa e contesti aziendali favorevoli alla conciliazione e alla piena realizzazione delle capacità individuali; il terzo, infine, richiama la storia della cooperazione cha ha spesso tacitamente assegnato alle donne ruoli sostitutivi di responsabilità familiare ed aziendale e carichi di lavoro prettamente maschili (Mariangela Franch, 2007, Prefazione a Differenze di genere e modello cooperativo (a cura di Simonetta Fedrizzi), I Quaderni di Gelso, n.9, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento) 15 - Individuazione di buone prassi. I risultati della ricerca contribuiranno alla costituzione di una “banca delle idee” come strumento condiviso, migliorabile ed implementabile nel tempo, che permetta di acquisire nuovi progetti, diffondere e valorizzare le buone prassi esistenti, favorire la replicabilità delle tipologie di buone prassi all’interno delle cooperative, alimentando in modo permanente la raccolta . Il report qui presentato si struttura in due parti principali. Nella prima viene riportata la sintesi dei risultati dell’indagine quantitativa che hanno permesso di delineare un quadro generale della realtà cooperativa rispetto all’utilizzo di strumenti di flessibilità e conciliazione dei tempi di vita e lavoro. La seconda parte è dedicata all’analisi delle interviste effettuate con responsabili delle risorse umane, presidenti o direttori/trici delle cooperative coinvolte. Ciò ha permesso di approfondire l’approccio e la cultura cooperativa alla conciliazione. Il report si conclude con alcune riflessioni generali che costituiscono spunti per lo sviluppo di azioni volte a sostenere le cooperative nell’approccio e nell’implementazione di politiche di conciliazione. 1. La conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro Il tema della conciliazione tra tempi di lavoro e altri tempi di vita si pone come una delle questioni centrali nel dibattito sul rapporto tra genere e organizzazione ed in particolare nella riflessione sulle possibilità di avanzamento di carriera delle donne all’interno delle organizzazioni, nonché come uno dei punti critici e focali per leggere le caratteristiche della presenza delle donne nel mercato del lavoro e le modalità di entrata e permanenza nello stesso. Attribuire alla donna lavoratrice il compito di trovare formule di conciliazione tra lavoro di cura e lavoro salariato determina un terzo ambito di lavoro, quello di gestire la definizione ad incastro dei tempi quotidiani al fine di poter svolgere un’attività professionale. In altri termini, dato il persistere di uno squilibrio sostanziale nei carichi di lavoro familiari verso la componente femminile e la mancanza di adeguate misure di sostegno pubbliche, le opportunità di lavoro per le donne sono non raramente 16 condizionate dalle possibilità di appoggiarsi su reti “informali” – parentali, amicali o di vicinato – per condividere compiti e prorogare gli impegni7. In sintesi, si può dire che la conciliazione è letta sia come ricerca di formule flessibili di gestione dei tempi di vita e di lavoro, dove uno degli scopi fondamentali è rispondere alla soddisfazione delle esigenze di flessibilità dei lavoratori, in via prioritaria rispetto alle esigenze dell’azienda8; sia come strumento atto a rispondere alla crescente domanda di flessibilità, cercando di equilibrarla con le esigenze legate alla vita personale e familiare di lavoratori e lavoratrici. In questa prospettiva è necessario analizzare con attenzione le misure di conciliazione ed i presupposti che le strutturano, cercando di evidenziare eventuali ambivalenze che possono consolidare, se non altro sul piano simbolico-culturale, stereotipi e prassi che giustificano le barriere che si frappongono allo sviluppo professionale e delle carriere femminili. In altri termini, non basta che ci sia un riconoscimento formale, per quanto importante, di opportunità di conciliazione rivolte ad entrambi, uomini e donne, se questo non porta ad un effettivo riequilibrio dei ruoli e dei compiti e quindi alla riduzione delle asimmetrie. Se all’interno delle organizzazioni continuano ad esistere modelli culturali di genere che attribuiscono alle donne la responsabilità prevalente nella cura dei figli e nei compiti familiari, viene meno la possibilità, formalmente offerta dalla legge a uomini e donne, di godere delle stesse opportunità di conciliazione. Tenuto conto di ciò, è importante considerare l’opportunità di attivare misure che siano realmente indirizzate ed usufruite anche dalla componente maschile, per incidere significativamente sulla tradizionale attribuzione delle responsabilità di cura e riproduzione alle donne e produrre i presupposti per un effettivo cambiamento culturale. L’obiettivo dovrebbe essere quello di proporre un modello di conciliazione che sia equilibrato rispetto alle esigenze legate al cambiamento e all’innovazione organizzativa ed a quelle individuali di donne e uomini. Ciò implica la necessità di rivedere e riorganizzare i processi e i metodi di lavoro, di destrutturare tempi e luoghi di erogazione della prestazione lavorativa, di rivedere la cultura della presenza a favore della cultura della responsabilizzazione verso gli obiettivi strategici dell’organizzazione. Ma implica anche il pensare la conciliazione come dimensione che considera individui, aziende e sistema sociale in una sorta di ecosistema che agisce al fine del miglioramento dei sistemi lavorativi e sociali. In questo modo è riconosciuta la centralità alle azioni intraprese sulle/dalle 7 Senza contare che la gestione di tali reti sociali, di fatto, costituisce un lavoro in sé che esige tempo, disponibilità ed investimenti emotivi non trascurabili. Inoltre, fare parte di una rete di sostegno implica una restituzione delle prestazioni ricevute, anche in forme differenti ma non meno “vincolanti”. 8 Come previsto dall’articolo 9 della Legge 53 dell’ 8 marzo 2000. 17 organizzazioni, superando sia l’approccio che considera la conciliazione come un problema della singola donna, sia quello che ne vede la soluzione in un lontano e sfuocato “cambiamento di mentalità” che investa la società nel suo complesso. 2. Il contesto di riferimento Il mondo cooperativo ricopre un ruolo importante nell’economia e nella società trentina, che nel tempo continua a crescere sia nei numeri che nella qualità dei servizi offerti. Come è noto la cooperazione è una forma di impresa fatta da persone che insieme si impegnano per la soddisfazione di un bisogno comune e la tutela di interessi collettivi. Dal 1895 la Federazione Trentina della Cooperazione si occupa di rappresentanza, assistenza, tutela e integrazione del movimento cooperativo trentino. Oggi aderiscono alla Federazione la gran parte delle cooperative presenti sul territorio provinciale, nel complesso circa 550 cooperative, raggruppate in quattro grandi settori: credito; consumo; agricoltura, lavoro/società, servizi e abitazione (LSSA). Si contano in totale 227.000 soci, di cui la componente femminile, socie e dipendenti di cooperative, seppur presente in proporzioni sostanzialmente paritarie rispetto a quella maschile, non occupa posizioni incisive. La cooperazione agricola trentina rappresenta la quasi totalità delle produzioni agricole nel settore vitivinicolo, ortofrutticolo e lattiero-caseario. Comprende circa 20.000 soci che conferiscono il loro prodotto per la lavorazione e la vendita, oltre un centinaio di cooperative di primo grado, articolate in strutture consortili, circa 2.500 dipendenti. La cooperazione di consumo può contare su oltre 81.500 soci, 379 punti vendita e 2.310 collaboratori impegnati nelle 81 famiglie cooperative, nel Sait e nei Superstore di Trento e Rovereto. Secondo dati del 2007, in 195 località del Trentino, il punto vendita cooperativo rappresenta l’unico negozio dove acquistare beni alimentari a costi contenuti. Il credito cooperativo conta 47 Casse Rurali, 376 sportelli complessivi ed oltre 2600 collaboratori. I trentini soci di un istituto di credito cooperativo sono oltre 107.000 (in media è socia una famiglia su due). La cooperazione di lavoro, sociale, servizio e abitazione (LSSA) è un settore composto da cooperative sorte, salvo alcune eccezioni, negli ultimi decenni. Le cooperative che attualmente operano in questo comparto sono circa 300. Quasi un terzo opera nella produzione-lavoro, 72 nei servizi economici, un’ottantina nel campo sociale, 35 18 nell’abitazione. I soci nell’insieme superano le 25.000 unità. In termini occupazionali si contano quasi 8.000 addetti. In base ai valori e ai principi cooperativi la Federazione opera per la valorizzazione della persona nel rispetto della sua identità e della comunità trentina per rafforzare le relazioni tra imprese cooperative e la comunità di riferimento. I valori cooperativi possono essere riassunti nella democrazia; eguaglianza; equità; solidarietà; onestà; responsabilità e auto-aiuto. Accanto ad essi si sono aggiunti valori etici quali la trasparenza, la responsabilità sociale e l’altruismo9. I principi cooperativi sono: (1) l’adesione libera e volontaria; (2) il controllo democratico esercitato dai soci; (3) la partecipazione economica dei soci; (4) l’autonomia ed indipendenza; (5) L’educazione, informazione e formazione; (6) la cooperazione tra cooperative; (7) l’impegno verso la collettività (sviluppo sostenibile della collettività). Valori e principi cooperativi sono chiamati in causa nel dare una risposta ai nuovi bisogni di conciliazione della famiglia, alla garanzia di una cultura rispettosa delle differenze e al diritto ad una partecipazione democratica alla vita istituzionale. Negli ultimi anni la Cooperazione trentina, grazie anche alle iniziative promosse dalla Federazione, ha iniziato un percorso orientato ad una migliore armonizzazione tra impegni personali e impegni professionali di lavoratori e lavoratrici, potenziando le misure conciliative esistenti e promuovendo nuove iniziative in tema di conciliazione. Part-time, banca delle ore, nido interaziendale, flessibilità di orario sono alcuni degli strumenti già adottati dalla Federazione e dalle società aderenti. La Federazione opera in questo senso anche attraverso l’Associazione Donne in Cooperazione, istituita all’interno della FTCOOP nel 2005. Essa richiama tra i suoi fini istituzionali: favorire l’equilibrio tra famiglia-lavoro; armonizzare i tempi di lavoro con quelli familiari e personali; veicolare un cambiamento culturale per valorizzare il contributo e il potenziale femminile nel lavoro e nella vita sociale; promuovere la formazione delle donne per accrescere in loro la consapevolezza delle proprie capacità personali e professionali; promuovere la partecipazione delle donne alla governance delle cooperative. 9 Simonetta Fedrizzi (a cura di), Differenze di genere e modello cooperativo, Quaderni di Gelso, n.9, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento (2007). 19 3. L’indagine quantitativa: le caratteristiche delle cooperative coinvolte Allo scopo di indagare come si configurano le buone prassi nelle cooperative trentine, è stato innanzitutto somministrato un questionario all’intera popolazione delle cooperative operanti sul territorio provinciale raggiungibili telematicamente. A tale questionario hanno risposto poco più di un quarto delle cooperative interpellate (153). Poiché, come è ovvio, gli esiti di risposta non hanno rispettato logiche probabilistiche, non possiamo considerare l’insieme delle informazioni ottenute come un campione pienamente rappresentativo della popolazione, dovendo di conseguenza commentare i dati a nostra disposizione dal punto di vista meramente descrittivo. In tal senso è opportuno iniziare con una breve panoramica delle caratteristiche strutturali delle cooperative che hanno risposto al nostro questionario. Poco più della metà appartengono al settore LSSA, mentre fanno registrare percentuali prossime al 15% settori quali il credito, l’agricoltura e i consumi, e infine sono presenti con due realtà rispondenti gli organismi centrali intersettoriali (vedi tab. 1). Tab. 1 – Le cooperative intervistate secondo il settore di appartenenza Settore Agricolo Consumo Credito LSSA Organismi centrali Totale n. % 21 28 25 77 2 153 13,7 18,3 16,3 50,3 1,3 100,0 Se consideriamo, invece, il comprensorio di appartenenza, possiamo rilevare che circa il 40% opera nella Valle dell’Adige (C05), mentre le restanti cooperative sono distribuite abbastanza omogeneamente sul territorio provinciale, ad eccezione del comprensorio c10 che fa registrare una percentuale pari al 15% (vedi tab. 2). 20 Tab. 2 – Le cooperative intervistate secondo il comprensorio di appartenenza Comprensorio n. % c01 7 4,6 c02 5 3,3 c03 4 2,6 c04 7 4,6 c05 60 39,2 c06 15 9,8 c07 5 3,3 c08 10 6,5 c09 12 7,8 c10 23 15,0 c11 5 3,3 153 100,0 Totale Se passiamo alla dimensione delle cooperative possiamo osservare che, mentre il numero medio di dipendenti corrisponde al 78,1%, quello dei soci/e lavoratori/trici è pari a 21,9%. Se scomponiamo la numerosità dei dipendenti e dei soci in base al sesso, possiamo inoltre rilevare che le donne superano in entrambi i casi gli uomini di oltre 10 punti percentuali (vedi tab. 3). Come evidenzia la tab. 4, le lavoratrici dipendenti superano la componente maschile in tutti i settori ad esclusione di quello del credito10. Per quanto concerne la composizione dei soci lavoratori possiamo invece osservare che la quota femminile risulta maggioritaria nel settore agricolo e in quello del credito (vedi tab. 5). Tab. 3 – Composizione per sesso di lavoratori dipendenti e di soci lavoratori delle cooperative intervistate Uomini % Donne % Totale Dipendenti 2807 41,1 4015 58,9 6822 Soci/e lavoratori/trici 830 43,5 1079 56,5 1909 10 Dalle interviste emerge, tuttavia, che anche in questo settore si sta registrando un progressivo aumento della componente femminile. 21 Tab. 4 – Composizione per sesso dei lavoratori dipendenti secondo il settore di appartenenza delle cooperative intervistate. Valori assoluti e percentuali Dipendenti uomini % Dipendenti donne % Totale Settore Agricolo 553 38,7 875 61,3 1428 Consumo 295 42,7 396 57,3 691 Credito 999 61,7 619 38,3 1618 LSSA 955 31,1 2114 68,9 3069 5 31,3 11 68,8 16 2807 41,1 4015 58,9 6822 Organismi centrali Totale Tab. 5 – Composizione per sesso dei soci lavoratori secondo il settore di appartenenza delle cooperative intervistate. Valori assoluti e percentuali Soci uomini % Soci donne % Totale Settore Agricolo 116 88,5 15 11,5 131 Consumo 39 12,6 271 87,4 310 Credito 132 68,4 61 31,6 193 LSSA 543 42,6 732 57,4 1275 Totale 830 43,5 1079 56,5 1909 Nelle cooperative monitorate, se da un lato si registra in media una presenza di donne (lavoratrici dipendenti e di socie lavoratrici) maggiore di quella maschile, dall’altro si rileva che la componente femminile è occupata con contratti lavorativi meno tutelati rispetto a quelli della componente maschile. Come si evince, infatti, dalla tab. 6, mentre non ci sono differenze fra il numero di uomini e donne assunti con contratto a tempo indeterminato, fra coloro che sono assunti con un contratto a tempo determinato o svolgono una mansione lavorativa in base ad un contratto di collaborazione, circa i tre quarti sono donne. A tal proposito è opportuno segnalare che fra le cooperative da noi intervistate circa un terzo ha dichiarato di far ricorso a lavoratori/trici autonomi con partita IVA, mentre all’incirca un quarto ha affermato di intrattenere rapporti di lavoro 22 del tipo “prestazione” o “collaborazione occasionale” o ancora di “ lavoro a progetto” (vedi tab. 7). Tab. 6 – Composizione per sesso dei lavoratori alcune tipologie contrattuali. Valori assoluti e percentuali Dipendenti uomini % Dipendenti donne % Totale % A tempo indeterminato 2656 49,2 2740 50,8 5396 100,0 A tempo determinato 432 21,8 1553 78,2 1985 100,0 Con contratti atipici/forme di collaborazione 54 27,4 143 72,6 197 100,0 Tipologia di contratto Tab. 7 – Presenza di contratti atipici o di collaborazioni nelle cooperative rispondenti. Valori percentuali Contratti atipici Si % Somministrazione di lavoro (ex lavoro interinale) 7,8 Lavoro a progetto 23,5 Prestazione o collaborazione occasionale 25,5 Rapporto di lavoro autonomo con partita IVA (consulenti, professionisti, associati in partecipazione, ecc.) 35,3 Lavoro ripartito (job sharing) 0,7 Se consideriamo i settori di riferimento delle cooperative rispondenti, si può notare come siano prevalentemente le donne ad avere contratti a tempo determinato e quindi meno stabili. Questo è vero soprattutto nel settore agricolo, dove è forte l’influenza della stagionalità, che sembra coinvolgere sostanzialmente solo manodopera femminile. In generale non si registra un elevato ricorso a contratti atipici se non nel settore creditizio, dove però siamo nell’ordine delle due decine di unità, con un’incidenza sul totale dei dipendenti dell’1,2%, e nel settore lavoro, sociale, servizio e abitazione dove invece, su un totale di 77 cooperative rispondenti, il totale dei contratti atipici è di circa 180 e corrisponde al 4,5% di tutti i lavoratori e le lavoratrici. 23 Tab. 8 – Dipendenti per settore, sesso e tipologia di contratto. Valori percentuali T. indet. Uomini T. Indet. Donne Totale T. Det. Uomini T. Det. Donne Totale Atipico Uomini Atipico Donne Totale Agricolo 85,9 14,1 100,0 5,9 94,1 100,0 100,0* 0,0 100,0 Consumo 41,3 58,7 100,0 48,8 51,2 100,0 0,0 0,0 100,0 Credito 63,0 37,0 100,0 53,8 46,2 100,0 63,2 36,8 100,0 LSSA 36,1 63,9 100,0 29,4 70,6 100,0 22,7 77,3 100,0 Organismi centrali 20,0 80,0 100,0 50,0 50,0 100,0 Totale 49,2 50,8 100,0 21,8 78,2 100,0 27,4 72,6 100,0 Settore *si tratta di 2 soli casi. Il part time riguarda una quota consistente di persone, che corrisponde al 22,1% del totale dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti o soci/e delle cooperative rispondenti. Ma il dato più significativo è che la quasi totalità (circa il 90%) di coloro che sono assunti con un contratto a tempo parziale (verticale e/o orizzontale) sono donne (vedi tab. 9). Nelle interviste in profondità, di cui daremo conto nella seconda parte del report, è emerso chiaramente che la motivazione predominante per la richiesta del part time è la presenza di figli, soprattutto piccoli. Tab. 9 – Distribuzione dei contratti part time per tipologia e sesso Part time di tipo: Uomini % Donne % Totale % Orizzontale 173 10,0 1559 90,0 1732 100,0 Verticale 27 13,5 173 86,5 200 100,0 Totale 200 10,4 1732 89,6 1932 100,0 Da queste prime informazioni possiamo dedurre che la realtà delle cooperative trentine non si discosta da quella delle altre realtà organizzative. La presenza della componente lavorativa femminile è consistente e tende ad aumentare nel tempo. Tuttavia rimane in una posizione svantaggiata rispetto a quella maschile, sia per la 24 tipologia di contratti con cui è assunta (tre quarti delle assunzioni a tempo determinato o con contratti atipici riguardano donne), sia per la necessità di ricorrere al part time con la conseguenza di essere sostanzialmente escluse dalle possibilità di progressioni professionali e di carriera. Di seguito entreremo nel merito delle informazioni raccolte rispetto alla presenza nelle realtà cooperative di strumenti di flessibilità oraria, di servizi a supporto della conciliazione dei tempi di lavoro e di vita, di organismi di parità, l’investimento in percorsi formativi. 3.1 L’adozione delle buone pratiche Come era probabile attendersi, la componente femminile appare minoritaria e/o impiegata dal punto di vista lavorativo con contratti in genere meno tutelati rispetto a quelli riservati ai maschi. Questo fenomeno è in parte addebitabile al fatto che ancora oggi le donne si trovano di norma “costrette” a dover conciliare vita lavorativa con carichi familiari più gravosi rispetto a quelli dei colleghi uomini. La permanenza di rilevanti asimmetrie nella gestione dei carichi di cura all’interno delle famiglie condiziona sicuramente le opportunità delle donne rispetto alla partecipazione lavorativa, inducendole spesso ad accettare condizioni contrattuali poco vantaggiose sotto diversi punti di vista (contratti atipici, lavoro a tempo parziale, ecc.). Rispetto a tali problematiche occorre pertanto anche valutare in che misura i datori di lavoro e quindi le cooperative operanti in Trentino mettano in atto buone pratiche che incidano nel ridurre le differenze tra uomini e donne nelle modalità di presenza e di successo nel mondo del lavoro. Per quanto concerne gli strumenti di flessibilità, possiamo anzitutto dire che circa la metà delle cooperative intervistate ha dichiarato di mettere in pratica forme di orario personalizzato (53,6%), di flessibilità oraria in entrata e/o uscita(46,4%) e aspettativa non retribuita (45,8%). Percentuali inferiori di cooperative adottano invece forme di flessibilità, quali la banca delle ore (36,6%) e/o l’autogestione della pausa pranzo (28,1%), (vedi tab. 10). 25 Tab. 10 – Distribuzione delle cooperative che adottano alcuni strumenti di flessibilità Si % No % Totale % Flessibilità oraria in entrata e/o uscita 46,4 53,6 100,0 Forme di orario personalizzato 53,6 46,4 100,0 Autogestione pausa pranzo 28,1 71,9 100,0 Banca delle ore 36,6 63,4 100,0 Aspettativa non retribuita 45,8 54,2 100,0 Lavoro a distanza – Telelavoro 5,2 94,8 100,0 Strumenti flessibilità Per quanto attiene ai servizi a supporto della conciliazione dei tempi di lavoro e di vita possiamo invece registrare lo scarso numero di cooperative, quantomeno tra le rispondenti, che hanno dichiarato di fornire qualcuno di questi servizi (vedi tab. 11); nella maggior parte dei casi si tratta in ogni caso di iniziative a favore dei figli dei/lle dipendenti. Le informazioni raccolte attraverso le interviste richiamano tra i fattori che limitano la predisposizione di servizi per i/le dipendenti: le dimensioni numeriche, che impediscono la sostenibilità dei costi; la dislocazione territoriale, per cui può essere visto come discriminatorio proporre un servizio “centralizzato”, difficilmente usufruibile dai/lle dipendenti che lavorano in zone decentrate; la presenza sul territorio di strutture, gestite anche da altre cooperative, non completamente utilizzate, per cui diventa illogico proporne di nuove ed uguali. Molti tra gli intervistati hanno poi sottolineato la mancanza di una effettiva “richiesta” interna, ovvero dichiarano che non si è mai presa in considerazione la possibilità di pensare a servizi specifici per i loro lavoratori e lavoratrici, come supporto sia nella gestione dei figli o di altre persone bisognose di cure, sia delle altre incombenze quotidiane, perché di fatto non ne hanno mai registrato una richiesta esplicita e quindi, probabilmente, non è percepito come un bisogno “effettivo”11. 11 “Credo che se fossero emersi dei bisogni ci si sarebbe interrogati di più sulle risorse che potevano essere attivate”. [Direttore cooperativa LSSA]. 26 Tab. 11 – Numero di cooperative che hanno attivato servizi a supporto della conciliazione. Valori assoluti e percentuali Si % Tot. Nido aziendale, nido interaziendale, convenzione con nido 7 4,6 153 Baby sitting a domicilio, spazi accoglienza bambini 0 0,0 153 Campi/colonie estivi per i figli 6 3,9 153 Catering, stireria, lavanderia, aggiustatura 0 0,0 153 Supporto per i familiari anziani e disabili 5 3,3 153 Servizi Anche la percentuale di cooperative che hanno dichiarato di aver attivato corsi di formazione risulta alquanto ridotta. Fanno eccezione soltanto i corsi di empowerment e crescita personale (50,3%) e le iniziative di mentoring (28,1%), (vedi tab. 12). L’investimento formativo non è particolarmente corposo ed è decisamente limitato alle iniziative formative su tematiche relative alla conciliazione, così come sembra essere poco incisivo per quanto riguarda i percorsi di rientro da lunghi periodi di assenza, qualunque sia la loro origine. Tab. 12 – Attività formative realizzate dalle cooperative. Valori assoluti e percentuali Si % Tot Corsi di empowerment e crescita personale 77 50,3 153 Bilanci di competenze 23 15,7 153 Formazione su tematiche relative alla conciliazione 6 3,9 153 Formazione per facilitare il rientro dalla maternità e dal congedo parentale 13 8,5 153 11 7,2 153 37 24,2 153 Aggiornamento continuo per coloro che si assentano per periodi prolungati Iniziative di mentoring (ad esempio per sostenere percorsi di miglioramento di carriera) 27 Per quanto attiene gli organismi/strumenti di parità attuabili all’interno delle strutture lavorative, va detto che un numero molto ridotto delle cooperative da noi interpellate ha dichiarato che al suo interno esistono organismi/figure/strutture di parità. Viceversa, poco più del 10% di esse ha ammesso di aver attivato azioni positive o iniziative specifiche a favore della valorizzazione delle donne e previsto tipi di congedo diversi ed ulteriori rispetto a quelli già previsti dalle leggi vigenti (vedi tab. 13). Tab. 13 – Presenza di organismi, strumenti di parità nelle cooperative. Valori percentuali Si % Organismi/figure/strutture di parità (Comitato di Pari Opportunità, punto di ascolto e consulenza sulla conciliazione, ecc.) 2,0 Azioni positive o iniziative specifiche a favore della valorizzazione delle donne 11,1 Tipi di congedo diversi ed ulteriori a quelli previsti dalle leggi vigenti 12,4 Passando infine alla situazione relativa all’utilizzo dei congedi, benché più della metà delle cooperative abbia dichiarato che il personale faccia ricorso a tale opzione, va detto che sono molto poche le cooperative in cui gli uomini abbiano usufruito di congedi e in cui si adottino pratiche per incentivare i congedi parentali, (vedi tab. 14). Tab. 14 – Utilizzo e promozione dei congedi parentali. Valori percentuali Si % Il personale utilizza i congedi parentali 56,2 Vi sono stati uomini che hanno usufruito dei congedi parentali 19,6 Sono previsti strumenti per incentivare l’utilizzo dei congedi da parte dei padri 2,0 Sono previsti altri tipi di congedo (ad esempio individuali per motivi di studio) 40,5 28 3.2 L’influenza delle dimensioni e il tasso di femminilizzazione Le 153 cooperative che hanno risposto differiscono ovviamente in termini di ampiezza (numero di dipendenti) e grado di femminilizzazione (percentuale di donne rispetto al totale dei dipendenti) ed è ipotizzabile che entrambe queste caratteristiche possano incidere sulla scelta delle cooperative di attuare buone prassi. Infatti, da una parte può essere verosimile che siano le cooperative di più grandi dimensioni ad attuare maggiormente le buone prassi, in quanto si può presumere che dispongano di maggiori risorse economiche ed organizzative rispetto alle piccole. Dall’altra è altrettanto plausibile ipotizzare che siano le cooperative con un maggior numero di dipendenti donne ad essere maggiormente orientate verso le buone prassi, proprio perché si trovano chiamate a doversi confrontare con una più consistente domanda interna, dati i presupposti già esposti sul prevalere di una cultura tradizionale della divisione dei ruoli e della conseguente attribuzione dei carichi di cura tra i due generi. La dimensione ed il grado di femminilizzazione non possono peraltro essere considerate come due facce della stessa medaglia, in quando non si può sostenere che al crescere della dimensione della cooperativa aumenti di pari passo la percentuale di dipendenti donne. La correlazione fra il numero di dipendenti donne e il numero di persone alle dipendenze ammonta infatti allo 0.08, valore che sostanzia quanto affermato. Per verificare l’esistenza di una relazione fra l’impiego di ogni singola buona prassi/azione e il grado di femminilizzazione, da una parte, e la dimensione della cooperativa, dall’altra, abbiamo suddiviso le cooperative interpellate rispetto alla percentuale di donne alle dipendenze e al numero totale di dipendenti. Per quanto riguarda la dimensione, abbiamo preso in considerazione le cooperative con un numero di dipendenti non superiore a 10 (34% del totale), quelle con un numero di dipendenti superiore a 10, ma inferiore o uguale a 50, (39.2% del totale) e quelle con più di 50 dipendenti (26.8% del totale). Per quanto attiene invece al grado di femminilizzazione abbiamo preso in esame le cooperative con un numero di dipendenti donne inferiore al 33.3% (27.0% del totale), quelle con un numero di dipendenti donne compreso fra il 33.3 e il 66.6 per cento (37.8% del totale) e quelle con un numero di dipendenti donne superiore al 66.6 per cento (35.2% del totale). La dimensione della cooperativa e il grado di femminilizzazione sono stati poi incrociati col fatto che le cooperative attuino o meno 29 una data buona prassi. Da questo tipo di analisi sono state escluse diverse buone prassi (il babysitting, i campi estivi per i figli, il catering, l’assistenza ad anziani e disabili, i corsi di conciliazione, i corsi di rientro da maternità, i corsi per aggiornamento continuo, le pari opportunità, la valorizzazione delle donne, i tipi di congedi diversi e gli incentivi per congedi per i padri), in quanto un numero troppo ridotto (da 0 a 15) fra le cooperative rispondenti ha dichiarato di attuarle. In sintesi le informazioni ottenute sono riportate di seguito. Strumenti di flessibilità: Per quanto concerne la flessibilità dell’orario di lavoro, si può dire che questa buona prassi non aumenta al crescere del grado di femminilizzazione, mentre possiamo notare che le cooperative di più ampie dimensione appaiono più inclini ad adottare con maggiore frequenza la flessibilità dell’orario di lavoro. Per quanto concerne la personalizzazione dell’orario di lavoro risulta che le cooperative con oltre un terzo di dipendenti donne attua più diffusamente questo particolare strumento di flessibilità (il 66% le cooperative con una percentuale di dipendenti donne compresa fra il 33.3 e il 66.6 per cento e circa il 60% le cooperative con una percentuale di dipendenti donne superiore ai due terzi del totale). Va poi osservato che al crescere della dimensione della cooperativa si registra un aumento quasi lineare dell’adozione della personalizzazione dell’orario di lavoro Per quanto attiene all’autogestione della pausa pranzo possiamo dire che al crescere del grado di femminilizzazione aumenta in modo proporzionale l’attuazione di tale soluzione organizzativa. Altrettanto non si può tuttavia sostenere per la dimensione della cooperativa, sebbene le cooperative interpellate con oltre 50 dipendenti registrino una percentuale sensibilmente più elevata rispetto alle mediopiccole. Passando alla banca delle ore occorre osservare che non sembra esservi alcuna relazione fra il grado di femminilizzazione e l’adozione di questo strumento. Al contrario appare in modo piuttosto evidente che all’aumentare del numero di dipendenti cresce la percentuale di cooperative che fanno ricorso a tale modalità organizzativa. Considerando le aspettative non retribuite, possiamo osservare che il numero di cooperative che fanno ricorso a questo strumento aumenta in modo quasi lineare, 30 sia al crescere del numero di dipendenti, sia all’aumentare della percentuale di dipendenti donne. Per quanto riguarda il telelavoro non sembra esserci alcuna associazione né con la dimensione né con il grado di femminilizzazione della cooperativa. Servizi offerti dalle cooperative a supporto della conciliazione dei tempi di lavoro e di vita dei dipendenti Per quanto concerne il nido aziendale non sembra esserci alcuna relazione con la percentuale di dipendenti donne, mentre sono le cooperative con oltre 50 dipendenti a far registrare la percentuale nettamente più elevata rispetto alle altre classi dimensionali. Come anticipato, tutti gli altri tipi di servizi inseriti nella scheda sono solo sporadicamente presenti (campi/colonie estive per i figli: sei casi, supporto per i familiari anziani e disabili: cinque casi) o del tutto assenti (babysitting a domicilio, spazi accoglienza bambini, catering) Le attività formative Per quanto attiene ai corsi di empowerment va detto che il numero delle cooperative che attuano tale prassi sembra crescere all’aumentare della loro dimensione e del loro grado di femminilizzazione, anche se per quanto concerne quest’ultima caratteristica l’associazione appare più lineare Il numero di cooperative che attuano bilanci di competenze sembra aumentare sia in ragione del grado di femminilizzazione, sia in ragione della dimensione della cooperativa, anche se la relazione con quest’ultima caratteristica appare più forte. In merito al mentoring, possiamo dire che mentre non sembra esserci alcuna relazione fra l’adozione di questa prassi e il grado di femminilizzazione (la percentuale di cooperative che la implementano non varia al variare delle dipendenti donne), il numero di cooperative che fanno mentoring cresce con l’aumentare della dimensione. Per quanto riguarda le altre attività formative indicate nella scheda, solo 6 realtà attuano della formazione su tematiche relative alla conciliazione; 13 la realizzano per i rientri dalla maternità e 11 prevedono un aggiornamento continuo per chi si assenta per periodi prolungati. 31 Organismi e strumenti di parità Solo 3 cooperative hanno organismi, figure o strutture di parità; 17 hanno attuato o attuano azioni positive o iniziative specifiche a favore della valorizzazione delle donne e, infine, 19 prevedono tipi di congedo diversi ed ulteriori rispetto a quelli previsti dalle leggi vigenti. Utilizzo dei congedi Per quanto attiene ai congedi parentali, occorre dire che non sembra esserci una relazione chiaramente lineare con il grado di femminilizzazione, da una parte, e la dimensione della cooperativa, dall’altra. Tuttavia va detto che nelle cooperative con meno di un terzo di dipendenti donne, da un lato, e con meno di 10 dipendenti dall’altro, si registra un “atteggiamento” meno propenso ad utilizzare questo tipo di strumenti. In riferimento ai congedi parentali utilizzati dai dipendenti uomini, occorre dire che, mentre non si registra alcuna relazione con la percentuale di dipendenti donne, appare chiaro che la propensione ad applicare questa prassi cresce con la dimensione della cooperativa. Solo 3 cooperative prevedono incentivi per l’utilizzo dei congedi da parte dei padri. Per quanto concerne infine gli altri tipi di congedi, ad esempio per motivi di studio, sembra che questa buona prassi sia associata più con il grado di femminilizzazione che con la dimensione della cooperativa, anche se questa ultima caratteristica sembra incidere in modo più forte e lineare[G1]. 32 4. L’indagine qualitativa 12 L’indagine qualitativa è stata svolta attraverso la metodologia dell’intervista semistrutturata. Questo tipo di metodologia permette di raccogliere informazioni e/o interpretazioni rispetto all’oggetto di studio, nel nostro caso le politiche di conciliazione delle cooperative intervistate, utilizzando una traccia di intervista non strettamente rigida e vincolata, che l’intervistatore o l’intervistatrice può utilizzare modificando liberamente la sequenza e/o personalizzando la formulazione dei quesiti, in base al contesto e all’interazione con l’intervistato/a. Le interviste effettuate hanno avuto l’obiettivo di approfondire gli strumenti e le pratiche adottate dalle cooperative per rispondere alle esigenze di conciliazione di lavoratori e lavoratrici. A partire dalle risposte del questionario precedentemente somministrato (o utilizzando lo stesso per le cooperative che non l’hanno compilato ma sono state individuate per le interviste) abbiamo cercato di approfondire i seguenti aspetti: - quali sono le modalità di attivazione degli strumenti di flessibilità (sono solo dichiarati o vi è un reale impegno nell’applicazione e, in tal caso, in che modo?); - l’influenza dell’uso di strumenti di flessibilità sulla reale possibilità di sviluppo professionale e/o di carriera: questi due elementi sono compatibili o alternativi? Le interviste in profondità sono state rivolte a membri delle cooperative che ne conoscessero bene organizzazione e politiche del lavoro adottate. Sono stati quindi coinvolti/e responsabili delle risorse umane, direttori/trici e presidenti/esse di un campione di cooperative eterogenee per tipologia, dislocazione territoriale, grandezza, composizione per sesso, presenza di strumenti e politiche di flessibilità e di conciliazione. In questo modo si è cercato di avere una panoramica il più ampia possibile della complessità delle esperienze del mondo cooperativo, al fine di raccogliere spunti e riflessioni utili ad impostare un lavoro di supporto e di stimolo al cambiamento organizzativo, coerentemente con i principi fondamentali della cooperazione richiamati precedentemente, nella direzione della valorizzazione delle persone e delle loro diversità ed esigenze, all’interno di un approccio attento alla dimensione di genere e allo sviluppo delle pari opportunità. 12 All’indagine qualitativa ha partecipato offrendo un supporto qualificato nella realizzazione delle interviste ed un contributo critico significativo nella loro rilettura la dott.ssa Elisa Bellé. 33 A prescindere dalle diverse dimensioni considerate - tipologia, dislocazione territoriale, grandezza, composizione per sesso, presenza di strumenti e politiche di flessibilità e di conciliazione - le cooperative intervistate sembrano riconducibili a tre differenti modalità di approccio alla conciliazione che, a loro volta, sembrano derivare da tre diversi tipi di cultura organizzativa. In realtà le informazioni raccolte, e lo stesso obiettivo della ricerca, non permettono di approfondire l’analisi sulle culture organizzative, ma è comunque possibile provare a delinearne alcuni tratti. Complessivamente sono state effettuate 20 interviste in profondità. Il campione non può ovviamente essere definirsi rappresentativo delle caratteristiche e dell’approccio alle tematiche relative all’armonizzazione dei tempi di lavoro e di vita di tutto il mondo cooperativo, ma permette di tracciarne alcuni tratti significativi. È stata infatti posta attenzione nel selezionare realtà che fossero “rappresentative” rispetto al proprio contesto di riferimento (tipologia di appartenenza) e che nell’insieme racchiudessero tutte le combinazioni date dalle dimensioni considerate (tipologia, dislocazione territoriale, grandezza, composizione per sesso, presenza di strumenti e politiche di flessibilità e di conciliazione). Proponiamo di seguito i risultati dell’indagine in base alle tre modalità di attenzione alla conciliazione evidenziate, per arrivare poi nelle considerazioni conclusive ad alcune riflessioni di sintesi. 4.1 L’approccio tradizionale alla conciliazione 4.1.1 La Cultura della conciliazione Le cooperative che rientrano in questa tipologia sono caratterizzate da una cultura aziendale in cui predomina un approccio alla conciliazione che ripropone una tradizionale e chiara divisione dei ruoli tra uomini e donne, con l’attribuzione a queste ultime dei compiti di cura come naturalmente iscritti al loro genere. In molti casi non esistono né particolari strumenti di flessibilità, né di conciliazione, tanto meno servizi di supporto per i/le dipendenti. L’attenzione alla conciliazione sembra essere genericamente intesa come una disponibilità a comprendere le esigenze dei dipendenti e a fare in modo che concilino vita lavorativa e vita privata attraverso le ore di permesso e le ferie. Viene dunque dichiarata una forma di comprensione e disponibilità, che ci sembra tipica della cultura cooperativa. 34 La rappresentazione del lavoro che emerge in alcuni casi è inoltre di tipo totalizzante: è il lavoro come vocazione, che assorbe tempo ed energie, al di là dell’orario ed al di là della pura prestazione lavorativa. “Il nostro lavoro prende molto, anche proprio come orario. Io esco alle sette la mattina e torno a casa alle sei e mezza la sera, anche più tardi se c’è consiglio di amministrazione. Quindi la mia giornata è molto centrata sul lavoro, più che sulla famiglia e più o meno quello è il problema di tutti… l’orario in sé non concilia molto, nella quotidianità, però nel suo complesso abbiamo potuto recuperare in altro modo.” [Direttore cooperativa LSSA] Ovviamente non è possibile fare delle generalizzazioni, ma i casi in cui è sottolineata questa importanza del lavoro quasi come missione sono collocati all’interno delle cooperative prevalentemente maschili. Le dimensioni della cooperativa o il loro grado di dispersione sul territorio sembrano incidere in modo significativo sull’orientamento a riconoscere l’accesso a strumenti di flessibilità e di conciliazione. Le cooperative con meno dipendenti o con filiali/punti vendita più dispersi sul territorio segnalano maggior difficoltà ad attivare questo tipo di iniziative. “Noi questi strumenti dove possibile li attiviamo, non a livello di responsabili di filiale però. Anche perché un responsabile di filiale non può essere ad esempio a part time. La nostra organizzazione non ce lo permette.” [Direttore cooperativa di consumo] “(…) negli ultimi mesi è stata rifiutata una richiesta di part time. Da parte nostra la disponibilità c’è, ma è sempre condizionata dal fatto che abbiamo i vincoli del servizio e dell’apertura al pubblico (…) se l’azienda rimane di queste dimensioni sarà molto difficile mettere in atto qualsiasi tipo di iniziativa. Un domani, chissà, magari ci possiamo trovare di fronte ad una prospettiva di fusione con altre realtà, il che renderebbe la cosa possibile.” [Direttore cooperativa di consumo] In alcuni casi è esplicitato il problema dell’armonizzazione dei servizi rispetto al territorio. “(…) è stata fatta una convenzione con un nido, più o meno una decina di anni fa, ma è stato difficile gestire il servizio perché le uniche che potevano trarne vantaggio erano le persone dislocate in sedi attorno a Trento, ma chi era dislocato ai quattro angoli del Trentino… diventava quasi una discriminazione.” [Presidente cooperativa LSSA] 35 Più in generale viene ribadita con forza la necessità di garantire un servizio adeguato, di rispettare gli orari di apertura al pubblico e/o di fornitura del servizio. Tuttavia, in genere, si esplicita la disponibilità e la pratica di tenere conto e cercare di conciliare le esigenze aziendali e del personale nel momento in cui vengono pianificati eventuali turni di presenza o si presentino particolari necessità cui far fronte, anche se formalmente non esistono strumenti di flessibilità. Ad esempio adottando sistemi di recupero ore su base mensile o annuale, utilizzando le ore lavorate in periodi di picchi stagionali. “Noi abbiamo un approccio molto molto familiare, non abbiamo una gerarchia, una contabilità scientifica per gestire il personale. Io l’ho impostato personalmente da sempre proprio sulla gestione umana, che tenga conto naturalmente dei costi, ma impostata proprio sui rapporti umani, interpersonali, anche tra i dipendenti. Anche perché vediamo che alla fine questo paga in termini di resa anche del personale, perché lavorano meglio, sono più contenti.” [Direttore cooperativa di consumo] L’elasticità nel gestire i rapporti con i collaboratori e le collaboratrici e la disponibilità a trovare soluzioni, anche se ponendo di caso in caso vincoli organizzativi più o meno “forti”, è stata sottolineata praticamente in tutte le interviste. Ciò che caratterizza le soluzioni trovate in questo gruppo di cooperative, che abbiamo definito “tradizionali”, nell’approccio alla conciliazione e alla gestione delle risorse umane, è l’informalità. Si tratta in molti casi di pratiche non istituzionalizzate e che non si prevede di istituzionalizzare, basate su un accordo tra responsabile e personale ed in genere avallate dal Consiglio d’Amministrazione della cooperativa. “Sono tutte forme che vanno nella direzione di dire: ‘C’è un problema, c’è una segnalazione’. Allora, bisogna tener conto anche degli equilibri all’interno della cooperativa, però se ne parla con i capi reparto e si trova una soluzione.” [Responsabile del personale cooperativa agricola] “(…) Contrattualmente noi abbiamo l’orario nostro poi però cerchiamo sempre di far sempre sostituzioni e spostamenti a zone, in modo da cercare sempre di impostare l’organizzazione del personale per zone, così pesa meno a loro e costa meno all’azienda.” [Direttore cooperativa di consumo] Il problema principale in queste circostanze sembra essere quello di non creare invidie e dunque non danneggiare il clima organizzativo, accordando eventuali forme di flessibilità di orario o di modalità di presenza sul lavoro, in un clima di generale condivisione. 36 In un caso in particolare, le soluzioni trovate alle esigenze di conciliazione di collaboratori e collaboratrici sono risultate essere articolate ed innovative. “La flessibilità in amministrazione consiste nell’uscita alle 17, un’ora in anticipo il venerdì, la pausa pranzo abbreviata da due ore ad un’ora e mezza per anticipare l’uscita, oltre a qualche forma di orario personalizzato in base ad esigenze individuali. C’è un caso di dipendente in maternità facoltativa che anziché prendersi il periodo di maternità facoltativa tutto insieme lo ha suddiviso in tre giorni settimanali, facendo inoltre orario continuato anziché spezzato, per esigenze di allattamento. Una dipendente al sesto mese di gravidanza, che ricopre incarichi di responsabilità, decide quando e se lavorare, di giorno in giorno, a seconda del proprio stato fisico. Lo strumento della banca ore è invece maggiormente usato per le lavoratrici stagionali, mentre per l’amministrazione si spostano le ore lavorative “oppure ci si gestisce con i permessi (…) È un’elasticità ragionata, che consenta di mantenere i servizi. Però alle richieste è sempre stato detto di sì, col rischio di passare per eccessivi. Però, fino a che questo equilibrio si mantiene…” [Direttore cooperativa agricola] Questo potrebbe essere un esempio di buona pratica da “sponsorizzare”, tuttavia va considerato che la sua gestione informale la rende dipendente dalla volontà del singolo – il prossimo Consiglio d’Amministrazione o il prossimo direttore potrebbero scegliere di operare in senso opposto – quindi non è incardinabile come una reale politica aziendale. La conciliazione è sostanzialmente sempre letta come qualcosa che riguarda le donne ed è fortemente legata alla maternità e, meno, ai problemi di assistenza familiare, mentre non risulta praticamente mai concepita in un senso più ampio, di armonizzazione delle diverse sfere dell’agire e degli interessi delle persone. “Le richieste di conciliazione che emergono sono sempre legate all’esigenza di stare vicino ai figli, altre tipologie ci sono state, per assistenza ai genitori, quello lo si tratta come un caso del tutto straordinario e particolare e si cerca di assecondare la richiesta, in base alla gravità del caso.” [Direttore cooperativa di credito] Una cultura come quella cooperativa, che dà valore alla persona incontrandosi con un approccio tradizionale alla conciliazione, secondo il quale risulta forte la divisione dei ruoli e dei compiti, tende a considerare “naturale” e, in un certo senso, anche importante, concedere o riconoscere la necessità tutta femminile di conciliare il lavoro con la famiglia. L’attenzione viene espressa in termini di comprensione, disponibilità a comprendere bisogni, esigenze, eventuali difficoltà. Ma questa “comprensione” ha anche un altro risvolto: i carichi di cura e quindi le strategie conciliative delle donne, 37 come la richiesta di part time, implicano la altrettanto “naturale” ed implicita rinuncia alla carriera. Avere un ruolo di responsabilità sembra necessariamente implicare un surplus di orario di lavoro, che viene visto come non compatibile con gli impegni di cura. Solo in un caso la concessione di strumenti quali il part time è legata a valutazioni “meritocratiche”: il riconoscimento delle capacità professionali della persona e quindi l’importanza per l’azienda di mantenerla in organico. “(…) le richieste di part time, a qualsiasi livello sia, fino ad ora sono state tutte accettate (…) Questo non per partito preso ma perché la persona è valida e ci siamo riorganizzati pur di averla. (…) Ripeto, non è perché bisogna vantarsi di fare i buonisti, è perché quelle donne che chiedevano queste opportunità comunque erano persone importanti per l’azienda e valide.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] In sintesi possiamo dire che, in generale, non è emersa chiaramente l’esistenza di una politica aziendale di investimento e progettazione sullo sviluppo delle risorse umane. Nella maggior parte dei casi le risposte indicano un atteggiamento di risposta a richiesta. La risposta dell’organizzazione è quella di trattare caso per caso, senza introdurre cambiamenti contrattuali ed organizzativi più generali, e forse questo atteggiamento favorisce anche una limitazione nelle richieste di soluzioni conciliative. “Attendiamo quelle che sono le istanze, non le precediamo. Questo non vuol dire che non ci sia un’attenzione, ma non abbiamo previsto prima di attivare determinati strumenti (…) “Non è consuetudine nella nostra realtà il fare richieste di flessibilità. Non so se è perché siamo restii nella concessione, quindi non creiamo neanche voglia nella domanda.” [Direttore cooperativa di credito] Come sottolineato, si precisa in genere che c’è disponibilità e volontà di andare incontro alle esigenze delle persone, ma è sempre una risposta al problema, all’urgenza. Manca l’idea di un piano di sviluppo delle risorse umane che tenga conto anche delle differenze e delle diverse esigenze che contraddistinguono i membri delle organizzazioni. Non si può quindi parlare di una cultura della conciliazione anche se esiste in alcuni casi un utilizzo di strumenti di flessibilità informali. La risposta è data più in termini di “spirito cooperativo”: la prassi diffusa di trovare soluzioni alle necessità conciliative dei singoli, anche se non esiste una “regola scritta”, trova un suo fondamento nel valore cooperativo del “prendersi cura” delle persone e quindi delle loro necessità. Tuttavia, 38 contemporaneamente, si sottolinea la volontà e la necessità di non creare discriminazioni tra i/le dipendenti. In alcuni casi, viene esplicitamente affermato che a fronte di malcontenti interni è stata revocata una concessione data o non è stato dato parere favorevole per non incorrere in contestazioni. La formalizzazione di un diritto e dell’utilizzo di uno strumento di flessibilità, piuttosto che un altro tipo di intervento favorevole alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, di fatto eviterebbe questi problemi, stabilendo regole e modalità precise di utilizzo. L’impressione che si è avuta in molti casi è di un atteggiamento paternalistico nella gestione delle risorse umane e delle problematiche portate dalle persone con esigenze di conciliazione e di cura/assistenza, dovuto anche al fatto che l’accesso agli strumenti di flessibilità viene gestito informalmente, è una concessione, una dipendenza da, e non un diritto, seppure vincolato e limitato da precise regole e situazioni. Inoltre, in alcune situazioni si è potuto constatare un fraintendimento dell’intendere gli strumenti di conciliazione o i servizi per i dipendenti. Ciò che veniva definita come flessibilità era di fatto, in alcuni casi, un adeguamento dell’orario o l’introduzione di una flessibilità funzionale all’organizzazione, che trascendeva la valutazione delle necessità dei/le dipendenti, al di là che l’applicazione si sia poi rilevata vantaggiosa anche per il personale. Infine, la composizione di genere del personale non sembra incidere particolarmente sulla cultura del lavoro, sulla sua organizzazione e sulla scarsa riflessione intorno ai temi della conciliazione. Solo in un caso è stato esplicitato che la composizione fortemente al femminile ha avuto una certa influenza sull’attenzione nella gestione dei tempi. “(…) È chiaro che essendo tutte donne, anche se poi siamo alle solite, che le posizioni più forti poi sono occupate dalla maggioranza di uomini, è chiaro che c’è una particolare attenzione alla conciliazione dei tempi (…)” [Presidente cooperativa LSSA] Nell’insieme, si è intravista spesso in questo gruppo di cooperative una concezione organizzativa rigida, in cui conciliare sembra essere sinonimo di “stravolgere” l’ordine organizzativo, penalizzando il servizio. Il concetto di necessità aziendale vincola e permea significativamente tutta la visione del lavoro e la sua organizzazione, insieme ad una cultura e ad una pratica del genere tradizionalista e poco tesa alla messa a tema di alcune questioni. L’atteggiamento, peraltro non nuovo, è quello della formale attesa di un cambiamento che dovrebbe arrivare da sé. 39 4.1.2 Congedi ed accompagnamenti al rientro Per quanto riguarda i congedi parentali, a farne uso sono sostanzialmente solo le madri, mentre pochissimi sono i casi di padri che hanno deciso di dedicare del tempo lavorativo ai propri figli; del resto il clima e la cultura organizzativa di questo insieme di cooperative non sembrano particolarmente propensi ad accogliere positivamente una scelta di paternità “attiva”: Conseguentemente, non risultano esserci iniziative di informazione in merito a questo tema. Solo in un caso è stato citato che tutto il personale è stato messo a conoscenza della normativa sui congedi tramite il giornale di informazione interno alla cooperativa. A fronte di una forte resistenza di tipo culturale, un simile tipo di richiesta potrebbe mettere a rischio il percorso di carriera del lavoratore che opta per un congedo parentale, oltre a suscitare una sorta di tacita disapprovazione organizzativa. “Non siamo ancora pronti, secondo me non verrebbe accolta in maniera positiva. Non da parte mia, io potrei anche concepire, capire; però credo che culturalmente la mia Cooperativa non sarebbe ancora pronta per accogliere certe istanze fatte da colleghi maschi (…) La richiesta di un congedo di paternità potrebbe pregiudicare la carriera del richiedente,“perché non c’è la mentalità, non c’è la storia, non abbiamo l’esperienza.” [Direttore cooperativa di credito] “(…) noi ogni tanto mandiamo delle circolari, quindi sono stati a suo tempo informati (…) Ma credo che sarebbe un po’deriso, forse. Da noi, come si vede anche qualcuno che magari sta a casa, nel settore pubblico, è visto un po’ come un fannullone.” [Direttore cooperativa di consumo] Dall’altra parte, si ritiene che i congedi siano una prerogativa femminile. “È difficile che una mamma rinunci al congedo.” [Direttore cooperativa di credito] In generale, in questo gruppo di cooperative, per assenze di lungo periodo si intende specificatamente la maternità e di solito non sono presenti particolari forme di affiancamento o di formazione al rientro al lavoro. A volte ciò è giustificato con il fatto che il tipo di lavoro svolto non è legato a cambiamenti repentini, ad esempio per lo sviluppo di nuove tecnologie, per cui diventa inutile prevedere un percorso di accoglienza e di reinserimento formalizzato. Sembra che l’accompagnamento al rientro sia una pratica informale, non istituzionalizzata, che viene messa in atto a seconda delle circostanze, ma non sistematicamente. 40 “Al massimo noi facciamo un affiancamento, insomma, questo succede, quando una rientra dalla maternità, comunque qualcosina cambia.” [Presidente cooperativa LSSA] “Non si tratta di una pratica formale, ufficializzata, ma la dipendente che rientra dalla maternità solitamente trascorre del tempo, in genere una settimana, presso la sede centrale e viene aggiornata sulle novità intercorse in azienda durante la sua assenza.” [Direttore cooperativa di credito] In più casi, invece, abbiamo incontrato, modalità di mantenimento dei contatti con le persone assenti attraverso l’invio dei giornali/opuscoli informativi interni, in cui vengono riportati gli aggiornamenti ed i cambiamenti, oppure anche mediante l’invito a partecipare, dove possibile, alle riunioni. In altri casi è lasciata al/la dipendente la facoltà di tenersi aggiornato/a “Se c’è la buona volontà da parte di chi lavora, però viene fatto singolarmente. Anche perché quando sono via non li disturbiamo, si prendono il loro periodo di libertà.” [Direttore cooperativa di credito] In alcuni contesti, come le Casse rurali, è prevista al rientro dalla maternità la possibilità di avere un anno di contratto part time, che può essere prolungato oppure no a seconda delle esigenze organizzative. In sintesi, non sono emerse particolari iniziative od innovazioni per quanto riguarda l’accompagnamento delle persone che si assentano per vari motivi dal lavoro. La gestione delle situazioni è, come abbiamo visto precedentemente, in parte informale, in parte subita. Risulta chiaro che il concetto di genitorialità condivisa, di ruolo attivo dei padri nella vita dei loro figli e figlie appaia come qualcosa di “estraneo”, perché ancora non condiviso dalla cultura aziendale. A ciò non corrisponde però una volontà, per lo meno esplicitata, di intervenire affinché tale cultura cambi, attendendo un’evoluzione “spontanea” della situazione. È un’ulteriore conferma della natura conservatrice e tradizionalista di questo gruppo di cooperative. 4.1.3 Gli ostacoli ai percorsi di carriera È noto che le scelte di conciliazione, come il part time, possono avere delle ripercussioni negative sulle possibilità di avanzamento professionale e di carriera. Dato che in generale tali scelte sono fatte ancora soprattutto dalle donne, questo implica forti disequilibri nelle opportunità maschili e femminili di realizzazione nel mondo del lavoro, soprattutto perché il sistema premiante tende ad essere basato sul “tempo di facciata”, 41 ovvero sulla permanenza sul luogo di lavoro, vista come simbolo di fedeltà, produttività, investimento, eccetera, al di là dei risultati effettivamente raggiunti. Questo ovviamente va a discapito della componente femminile che, vincolata dai carichi di cura, difficilmente può eccedere in ore di lavoro in più. Tale aspetto emerge anche dalle interviste fatte, in particolar modo in questo gruppo di cooperative, che rimarca più fortemente la necessità di fare una scelta – carriera versus famiglia – e delle conseguenze che la scelta comporta. “ (…) Noi questi strumenti dove possibile li attiviamo, non a livello di responsabili di filiale però. Anche perché un responsabile di filiale non può essere ad esempio a part time. La nostra organizzazione non ce lo permette.” [Direttore cooperativa di consumo] “Non c’è dubbio che in termini oggettivi, se io penso a quanto lavoro io, come direttore, una mamma con due figli secondo me non ha il tempo di farlo. (…) Per cui credo che per certi posti ci voglia una disponibilità di tempo oggettiva e allora è una questione di scelta. … Allora tu potresti dire: “Ma perché non sta a casa il marito. Potrebbe anche… ecco, qui però usciamo dal caso concreto della cooperativa” [Responsabile delle risorse umane cooperativa Agricola]. Appare da queste considerazioni una idea della carriera come fondamentalmente inconciliabile con la genitorialità, secondo una cultura lavorativa basata sul sacrificio, speculare ed opposto ad una cultura della conciliazione, dove è importante la presenza assidua, il lavoro inteso come vocazione. Questo tipo di cultura organizzativa lascia difficilmente spazio alle pratiche di conciliazione, oltre ad essere piuttosto tradizionalista dal punto di vista del genere, sebbene non in maniera esplicitamente dichiarata. “Secondo me però ci sono delle funzioni che tu devi presidiare, in cui tu devi star lì: tempo, tempo ed energia. Se io stessi a casa con i miei figli dovrei cercarmi un lavoro part time. Allora sto a casa con i miei figli, non faccio il direttore (…), faccio un altro lavoro, dove posso esprimere al massimo il mio apporto all’azienda, ma non potrei garantire quell’essere presenti, quell’essere assidui. Ma allora è una scelta: sto a casa io e, non so, mia moglie può disporre del tempo di cui oggi dispongo io. Quindi è una scelta.” [Responsabile delle risorse umane cooperativa Agricola] È in qualche modo richiesta una doppia scelta, sul luogo di lavoro ed in famiglia. Nel primo caso, una scelta di progressione di carriera sembra dover mettere in conto un “sacrificio” per quanto concerne la vita familiare. Nel secondo caso si tratta di un 42 accordo che la coppia stabilisce al suo interno, decidendo come ripartire i compiti genitoriali. La concezione di genitorialità che sembra emergere rimanda ad una visione piuttosto dicotomica, in cui in ultima analisi è sempre uno dei due genitori che si assume la maggior parte della responsabilità di cura dei figli e che dunque deve poi sacrificare la propria vita lavorativa. Per alcuni è chiaro che per esserci un cambiamento ci deve essere un cambiamento nel modo di intendere e valutare il lavoro, che prescinda dal tempo dedicato a favore di altri aspetti. In questo modo i percorsi di carriera al femminile potranno non essere penalizzati dalla maternità, che rimane un “fantasma” che accompagna l’esperienza lavorativa di tutte le donne, indipendentemente dall’avere effettivamente dei figli o meno. “Questo meccanismo cambierà quando cambierà il modo di intendere il lavoro. Nel senso che attualmente il lavoro è stato impostato da uomini, con tempi da uomini. Allora, una donna deve mettere al mondo un figlio per vederlo un’ora il sabato e la domenica? Per questo dico che bisogna cambiare mentalità (…) Nel momento in cui avremo un direttore generale donna, che resterà tale e non che vorrà assomigliare ad un uomo, che resterà tale, allora ci sarà veramente un cambiamento epocale, perché allora cambieranno anche i modi, perché io dico sempre che il tempo di una donna è sempre diverso dal tempo di un uomo”. [Presidente cooperativa LSSA] Tra gli intervistati c’è anche chi intravede già un cambiamento, legato ad un mutamento nel modo di vivere ed interpretare i ruoli all’interno della coppia di partner. ” In parte sono d’accordo e in parte no. Intanto dipende chi ha di partner una donna e da questo punto di vista le cose sono cambiate. Non sarei così pessimista, se continua con questo trend fra qualche anno potrebbe esserci un cambiamento nella nostra cooperativa in favore delle donne.” [Direttore cooperativa LSSA] In conclusione, va detto che gli ostacoli alle possibilità di avanzamento di carriera esistono anche per gli uomini, laddove ci sia una scelta di genitorialità condivisa, ovvero nei casi in cui i padri esprimano la volontà di occuparsi dei figli e di dedicare loro del tempo, usufruendo dei congedi parentali. “ (…) è una questione anche di sensibilizzazione personale e comunque dare meno tempo all’azienda, ma per ragioni oggettive, ti potrebbe precludere un avanzamento di carriera. Perché vedo la carriera come un incremento di responsabilità, non come un incremento di lodi o di soldi. Io almeno la vedo come un onere, un peso, una responsabilità. E allora, se non hai il tempo, certe responsabilità 43 non si possono prendere. (…) Dipende cosa uno vuole dalla vita, perché se uno ambisce ad un incarico importante, è chiaro che non farà scelte che lo distolgano dal lavoro. Se invece ha altre priorità, può sfruttare degli strumenti che sono importanti. Anche qua, è una questione di scelta.” [Direttore cooperativa Agricola] “Le opportunità che si presentano per gli uomini si presentano anche per le donne nella nostra realtà, quindi sta solamente nel coglierle e cogliere le opportunità spesso vuol dire anche sacrificare del tempo. Quindi chi è disposto a farlo secondo me riesce anche a ricoprire ruoli importanti (…)” [Direttore cooperativa di credito] Non sono stati invece rilevati interventi o azioni positive volte ad abbattere la segregazione verticale che caratterizza anche il mondo cooperativo. Solo in un caso siamo venuti a conoscenza che è stato inserito l’obbligo di una quota femminile all’interno del Consiglio di Amministrazione di una cooperativa, ovvero stabilendo che il numero di uomini non possa superare quello delle donne. Ciò è stato condizionato dal fatto che si tratta di una cooperativa quasi esclusivamente al femminile, ma con posizioni di potere occupate quasi esclusivamente da uomini. “(è stata una) scelta obbligata. Poi il mondo è un po’ cambiato. È chiaro che gli uomini sono sempre più disponibili e più desiderosi di entrare delle donne, che a volte bisogna obbligarle, per cui si è arrivati a mettere una quota minima.” [Presidente cooperativa LSSA] 4.1.4 L’investimento nelle attività formative/informative Un ruolo importante nelle politiche di sviluppo delle risorse umane e di cambiamento organizzativo è ricoperto dall’investimento in formazione. Le indicazioni raccolte da questo insieme di realtà cooperative non hanno evidenziato particolari percorsi in questa logica, pur segnalando alcune singole iniziative. Una cooperativa in particolare, nel tentativo di coinvolgere il personale e di rinnovare in prospettiva la dirigenza ha deciso di investire nella formazione di due giovani collaboratori. L’obiettivo sembra quello di “stimolare” le prospettive della cooperativa, caratterizzata da un certo invecchiamento del personale e da alcune difficoltà ad intravedere prospettive future di sviluppo anche in relazione al territorio di riferimento, che soffre di un progressivo abbandono della valle da parte dei giovani. Pochi altri i casi rilevati di investimento in formazione per lo sviluppo professionale dei propri collaboratori e collaboratrici. 44 “Stiamo mettendo in campo questo percorso formativo, per circa 15 persone, 9 capi filiale e 6 persone da affiancare o che un domani potrebbero diventare capi filale.” [Direttore cooperativa di consumo] “Per esempio io ho terminato in gennaio un corso triennale, quasi sempre i sabati e le domeniche, ma le parti che ho frequentato il venerdì mi sono state conteggiate come ore lavorative e la cooperativa comunque ha pagato tutto il costo del corso come investimento di formazione interna.” [Direttore cooperativa LSSA] In altri casi, dipendenti che portavano avanti percorsi di studio universitario, non hanno avuto possibilità di usufruire di un congedo per studio o l’accesso alle 150 ore, mentre hanno dovuto gestire la situazione per mezzo di permessi orari o ferie. Dunque sembra emergere una certa rigidità nella gestione delle scelte di percorsi di studio individuali paralleli a quello lavorativo, in quanto vengono poco “conciliati” dall’organizzazione, dal momento che risulta essere difficile metterli in pratica da parte dei dipendenti e dunque, nei fatti, essi vengono scoraggiati. 4.2 L’avanguardia cooperativa Le cooperative più attive in termini di politiche di conciliazione si sono rivelate essere anche quelle che maggiormente dichiarano di mettere ”la persona al centro”, riferendosi non solo agli utenti, ma anche ai dipendenti. Il loro modello di gestione delle risorse umane sembra infatti riconoscere il principio che la soddisfazione del cliente esterno passa attraverso la soddisfazione di quello interno. “La sensibilità verso il tema della conciliazione nasce anche dal fatto che c’è la convinzione che se una persona è soddisfatta sul livello personale, privato, noi siamo convinti che rende molto di più sul lavoro, si ammala molto di meno. Più una persona è contenta e più può dare a livello di lavoro.” [Coordinatore di area cooperativa LSSA] L’investimento sul personale è forte: c’è un riconoscimento delle capacità professionali e del ruolo svolto dalle persone, così come la consapevolezza dell’importanza di fidelizzare le risorse e valorizzarle. ”[se non si attuassero queste politiche] si eliminerebbero dal lavoro molte persone molto brave che in quel momento magari hanno dei problemi sul piano personale. L’obiettivo è quello di avere intorno a noi le persone migliori, meglio uno bravo part time che due scarsi a tempo pieno. Anche la politica dell’assunzione per noi è particolare. Noi quando troviamo una persona brava la assumiamo, 45 indipendentemente dal fatto se ne abbiamo bisogno o no, perché abbiamo una flessibilità tale da potercela gestire”. [Presidente cooperativa LSSA] Questo comporta il riconoscimento di una maggiore autonomia e un maggiore grado di libertà nella gestione del proprio lavoro cui però corrisponde anche una maggiore assunzione di responsabilità da parte del lavoratore o della lavoratrice. “C’è molta autonomia, c’è molta libertà e il dipendente è molto responsabile di quello che fa. Però nello stesso tempo sa anche che si può permettere di stare a casa una giornata se c’è un bisogno. Ma questo non è lasciato al caso, è strutturato, pensato e voluto.” [Direttore cooperativa LSSA] Le cooperative che investono sul personale hanno chiaro anche il costo economico conseguente a politiche di gestione del personale poco attente a cogliere le caratteristiche dei propri collaboratori e collaboratrici. Formare una risorsa è un costo in termini economici ed organizzativi. Una risorsa formata e professionalmente competente che decide di andarsene è per l’organizzazione una perdita significativa. Le cooperative che attuano politiche di conciliazione sembrano dunque consapevoli dei benefici che ne derivano. “Questo investimento nelle politiche di conciliazione ha anche un ritorno per la cooperativa. Tu formi del personale che, se non si trovasse in un clima di questo tipo, dove trova da parte del coordinamento e del Consiglio di Amministrazione una risposta positiva alle proprie esigenze, probabilmente cercherebbe anche dell’altro.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA]. In altri termini queste cooperative, seppure a volte inconsapevolmente, applicano una logica “I win you win”: ovvero l’investimento in politiche di conciliazione, il cercare di offrire “benessere” ai dipendenti viene fatto con l’obiettivo di trovare un accordo tra reciproche esigenze – personali ed aziendali – con la consapevolezza che entrambi potranno trarne beneficio, in termini di qualità della vita i primi (migliore gestione dei tempi individuali e della famiglia, minore stress, maggiore capacità di rispondere alle esigenze di cura, eccetera), in termini di miglioramento delle performance i secondi (minor turn over, minori assenze, aumento della qualità del servizio, miglioramento del clima, maggiore fidelizzazione, ecc.). Risulta poi esplicitata chiaramente, in alcune interviste, la necessità di trovare un modo per rilevare con attenzione gli effetti di questo tipo di investimenti a livello aziendale. 46 Del resto la verifica e la valutazione sono momenti importanti per ogni nuovo percorso, innovazione, politica attuata. Permettono di comprendere se è stato raggiunto l’obiettivo e con quali risultati, e di capire e scegliere come procedere nel futuro. Sembra quindi che queste cooperative, o per lo meno quelle che prima e con maggiore investimento hanno iniziato a considerare come rispondere alle esigenze di conciliazione, abbiano chiare le varie fasi del processo e percepiscano come questo si svolga in una sorta di circolo virtuoso, nel quale spesso l’arrivo (il raggiungimento di un obiettivo) non è altro che lo stimolo per una nuova partenza. 4.2.1 Gli elementi di successo: la capacità innovativa, il posizionamento del management, il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei dipendenti Abbiamo già accennato al fatto che questo gruppo di cooperative si caratterizza per la presenza di alcuni elementi di attenzione, che favoriscono lo sviluppo di politiche ed azioni di conciliazione. Tali elementi sono presenti in maniera più o meno accentuata anche in base al tipo di percorso sviluppato dalle singole realtà e al punto di evoluzione o di cambiamento culturale in cui si trovano. Le pratiche conciliative sono l’espressione concreta di un processo culturale che fa proprio patrimonio un insieme di concetti quali la conciliazione, la revisione dei ruoli di genere tradizionali, la condivisione della cura tra uomini e donne, la valorizzazione delle persone e delle pari opportunità e così via. Una delle capacità riscontrate nelle cooperative più virtuose è quella di differenziare gli strumenti di conciliazione a seconda delle caratteristiche e necessità dei servizi/settori di riferimento; dei bisogni espressi dalle persone; dell’interazione con colleghi e colleghe, arrivando fino a forme di personalizzazione degli orari di lavoro e dei percorsi lavorativi, o a prevedere forme di inserimento lavorativo che tengano conto delle diverse esigenze delle persone. “Sui servizi, alcuni al mattino, altri al pomeriggio, non ci sono orari rigidi, ma vengono stabiliti in base ad un accordo iniziale con il dipendente. Si fa il colloquio e si cerca di capire quale tipo di servizio potrebbe essere più adatto alle esigenze del dipendente.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] “Le assunzioni vengono fatte cercando di concordare il tipo di orario sulla base delle esigenze del dipendente e l’orario stesso può essere modificato nel corso del tempo con una certa flessibilità.” [Coordinatore di area cooperativa LSSA] Si tratta di cooperative che riescono a pensare a strumenti innovativi. Non si fermano “all’usuale” – come può essere il semplice ricorso al part time – ma cercano soluzioni 47 più ad hoc, in grado di calibrare le aspettative e i bisogni individuali con il tipo di lavoro svolto e con le caratteristiche e necessità del servizio da erogare, le esigenze organizzative con quelle conciliative di colleghi e colleghe. Sono organizzazioni che sembrano aver chiaro che il lavoro a tempo ridotto non è sempre la soluzione migliore, neanche per la persona che evidenzia un problema di conciliazione dei tempi. La carica innovativa viene espressa anche attraverso la ricerca di soluzioni alternative, utilizzando le risorse disponibili e facendo rete. “Ad esempio noi abbiamo magari dei dipendenti che lavorando su turni e si trovano magari scoperti perché hanno un collega in malattia. Allora stiamo attivando una lista di persone che hanno collaborazioni con noi e che si rendono disponibili in determinati periodi dell’anno per organizzare le sostituzioni senza pesare sulle equipe. (…)” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] In diversi casi emerge anche l’orientamento a formalizzare pratiche informali trasformandole in diritti accessibili a tutti. “Altra cosa è la formalizzazione delle nostre prassi. Questa cosa ad esempio dei rientri dalle maternità con l’affiancamento di un tutor è una cosa che si fa, però non è stata istituzionalizzata, quindi tanti dipendenti non sanno di poterla chiedere.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] “I due progetti attivati hanno sostanzialmente formalizzato le pratiche conciliative che già esistevano, seppure in forma non ufficializzata.” [Coordinatore di area cooperativa LSSA] Altro aspetto che si può collegare alla apertura all’innovazione e al cambiamento è la capacità di cogliere gli stimoli e le opportunità offerte dal territorio o dagli strumenti legislativi. Ne sono esempi la presenza di progetti presentati in base all’ex art.9 della legge 53/2000 o l’adesione all’Audit Famiglia&Lavoro promosso dalla Provincia Autonoma di Trento. In entrambi i casi si tratta di opportunità che aiutano ad attivare risorse accessibili per proporre cambiamenti significativi. Oltre ad investire in modo significativo sulle risorse umane, si cerca di responsabilizzarle e renderle autonome nelle loro attività quotidiane e nella capacità di prendere decisioni per risolvere problemi contingenti. Questo è particolarmente importante non solo in termini di qualità delle performance organizzative, grazie alla maggiore capacità sviluppata di rispondere e risolvere problemi emergenti e nuovi bisogni; ma anche come incentivo motivazionale, nei casi in cui il tipo di lavoro svolto non consenta particolari possibilità di sviluppo ed avanzamento professionale, nei 48 lavori logoranti, nelle situazioni in cui il contesto è intrinsecamente fonte di stress, data la particolarità dei servizi erogati ed il coinvolgimento emotivo che spesso comporta. Lavorare sulla crescita del personale coinvolgendolo in progetti che valorizzino le attitudini, la creatività, le capacità organizzative, può essere uno stimolo importante che rimotiva al lavoro, crea dinamicità nell’organizzazione, mobilita risorse e competenze “assopite”, riduce i fattori che portano al turn over. In genere, i processi organizzativi innovativi che hanno successo evidenziano un incremento dell’autonomia e dell’assunzione di responsabilità da parte del personale attivamente coinvolto. In questi contesti, fondamentale sembra essere il coinvolgimento dei vertici organizzativi, del management e dei Consigli di Amministrazione. Le realtà dove sono i vertici ad essere promotori o ad aver accolto positivamente e fatta propria la proposta di organizzare il lavoro e i processi con maggiore attenzione alle persone sono quelle che riescono a proporre cambiamenti organizzativi più strutturati ed efficaci e i cambiamenti culturali più evidenti e consolidati. “Io, che mi occupo del personale e la responsabile per la certificazione SA8000, stiamo lavorando insieme ad un percorso di ascolto dei dipendenti. A partire da giugno sono state fatte delle riunioni con un rappresentante per ogni struttura e servizio, che aveva il compito di riportare esigenze e problemi. Dopo la raccolta di tali informazioni il CdA ha organizzato degli incontri con tutti i lavoratori. L’atteggiamento della direzione sembra essere decisamente improntato all’ascolto ed al dialogo.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] “Rispetto alla possibilità di introdurre questa misura all’interno del progetto vi è stata subito un’adesione molto convinta dei vertici dirigenziali e del consiglio di amministrazione.” [Responsabile delle Risorse Umane cooperativa di credito] Ciò è vero soprattutto se viene posta attenzione a coinvolgere nel processo le persone che concretamente lavorano a vario titolo nella cooperativa. In alcune situazioni le persone intervistate hanno sottolineato con molta convinzione il clima positivo della cooperativa, la cultura di attenzione ai/lle dipendenti, definita in alcune situazioni “una gestione di tipo familiare”, nel tentativo di sottolineare l’attenzione alla dimensione umana. “Si comportano proprio come una seconda famiglia. C’è molta attenzione alle risorse, all’umanità e io credo proprio che faccia parte della cultura della cooperativa, anche perché è a tutti i livelli.” [Dirigente ufficio personale Consorzio] 49 Le ricadute organizzative e sul clima, rispetto all’adozione di strumenti di flessibilità, sembrano essere molto positive e non sembrano comportare criticità di sorta. “Si crea un clima di coesione, di unità, perché le persone sono trasparenti tra di loro.” [Dirigente ufficio personale organismo di secondo livello] Le cooperative registrano una diminuzione del turn over, un aumento della fidelizzazione ed un maggiore coinvolgimento, investimento e partecipazione del personale alla vita organizzativa. Se sembrano evidenti i ritorni in termini di soddisfazione e motivazione del personale con le conseguenti ricadute nella qualità e continuità dei servizi offerti, più difficile risulta essere la capacità di cogliere l’impatto economico e performativo delle politiche ed azioni di conciliazione. Ma questo è un aspetto che affronteremo più approfonditamente nel prossimo paragrafo. 4.2.2 Gli elementi di criticità: la dislocazione territoriale, le reti informative, i criteri di monitoraggio Dalle interviste emergono alcuni elementi di criticità rispetto alle possibilità di mettere in atto strumenti di conciliazione. Alcuni di questi elementi si sono rivelati comuni a quelli espressi dalle cooperative che abbiamo definito “tradizionali” e stanno a monte del percorso di individuazione, progettazione ed attuazione di iniziative volte a favorire la conciliazione; altri si collocano più a valle o comunque lungo il percorso da compiere e sono quindi frutto di un atteggiamento più pro-attivo, che va oltre alla realizzazione del singolo intervento. Nascono dunque dallo sviluppo di una maggiore presa di posizione rispetto alle problematiche della conciliazione ed alla volontà di individuare e sperimentare soluzioni più organiche che non intervengano solo al presentarsi del problema. La dislocazione territoriale emerge come un problema sentito anche da questo gruppo di cooperative, e riguarda in particolare il timore di creare sacche di discriminazione tra dipendenti del capoluogo e dipendenti che operano in zone decentrate e in realtà più circoscritte. L’armonizzazione dei servizi rispetto al territorio accomuna dunque questo gruppo di cooperative con quello precedentemente considerato. “Quindi non siamo riusciti a trovare una soluzione, ma un tentativo è stato fatto. Avevo anche parlato con xxx perché pensavamo magari ad una collaborazione con la Federazione per istituire una rete tra cooperative. Chi si occupa di asili nido nella 50 cooperazione, se può dare la possibilità, non soltanto a Trento, ma anche sulle valli, se si può attivare una convenzione. A livello di cooperativa singola noi possiamo fare ben poco, anche perché rispetto ai 180 dipendenti siamo in 15, quindi fare un nido per 15 persone sarebbe come premiare un’élite.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] Ritroviamo il tema dell’“equità sociale”, ovvero la preoccupazione di non creare discriminazione. Nel caso specifico, il dubbio che viene posto risulta essere poco “adeguato” alla contingenza, in quanto la cooperativa in questione si distingue per la capacità di differenziare notevolmente le possibilità di flessibilità degli orari, a seconda delle caratteristiche del gruppo di riferimento. Questo tipo di preoccupazione lo ritroviamo anche in altri casi, sempre legati all’articolazione della cooperativa sul territorio. “Si è pensato di attivare un nido aziendale, ma finora l’ipotesi è sembrata non realizzabile, anche per ragioni di spazio fisico richiesto dalle norme. Il trasferimento di sede, programmato per il 2010, sembrerebbe essere un’occasione per ripensare in termini concreti al progetto. Vi sono tuttavia alcune perplessità, che riguardano, oltre la fattibilità economica del progetto, la discrepanza che si verrebbe a creare tra dipendenti degli uffici e dipendenti delle filiali, spesso lontani dalla sede centrale, che dunque più difficilmente potrebbero usufruire di tale servizio.” [Dirigente ufficio personale Consorzio] Tuttavia, ciò che sembra differenziare l’atteggiamento tra i due gruppi presi in considerazione – cooperative di tipo tradizionale e di tipo innovativo – è la tendenza di queste ultime, di fronte alle difficoltà, a cercare di mobilitare risorse e reti formali e informali per trovare soluzioni adeguate. Ciò non significa che all’intenzione segua sempre l’adozione di una azione, ma in linea di massima permane una sorta di “atteggiamento propositivo”, ovvero non è abbandonata la possibilità che in futuro ci possa essere una risposta alla situazione individuata. “Non riusciamo a garantire a tutti i lavoratori le stesse cose. La lavanderia e stireria ragionevolmente sarà a Trento, non sarà a Cles, quindi per tutti quelli che lavorano in Val di Non sarà un po’ più difficile, lo stesso per il nido aziendale. Però sviluppiamo cose su Trento e via via andiamo a cercare possibilità di convenzionarci nelle realtà dove siamo.” [Presidente cooperativa LSSA]. Un altro elemento percepito come critico da più organizzazioni è la possibilità di avere accesso alle informazioni utili, per quanto riguarda ad esempio la conoscenza delle fonti di finanziamento disponibili o di come predisporre e presentare un progetto perché 51 possa essere finanziabile. Da più parti è stata infatti messa in luce l’importanza delle reti di informazione, che spesso mescolano elementi personali (reti informali) ad altri più strettamente lavorativi (reti formali). Così, a volte, la possibilità di presentare un progetto di cambiamento organizzativo attento alle problematiche della conciliazione si è venuta a creare per mezzo della conoscenza, da parte del responsabile del personale, di figure esterne che hanno fornito l’informazione e/o hanno dato il supporto tecnico-professionale per la stesura dell’iniziativa. È opportuno sottolineare che pochi sapevano di potersi rivolgere alla Federazione per chiedere informazioni e supporto. Un esempio in tal senso è rappresentato dalla presentazione di progetti ex art. 9 della legge 53/2000. Come è noto questo articolo prevede il finanziamento di progetti di innovazione organizzativa che favoriscano la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita. Nel gruppo delle cooperative intervistate abbiamo rintracciato più esperienze di progettazione su questa voce di finanziamento. Il ritorno che abbiamo avuto è stato quello di un’esperienza progettuale interessante e soddisfacente, ma allo stesso tempo lunga e faticosa. Elementi di difficoltà segnalati sono stati la gestione degli aspetti burocratici, la comprensione delle richieste necessarie per l’approvazione del progetto, la traduzione delle esigenze emerse in obiettivi concreti e la sottolineatura della difficoltà a trovare informazioni e sostegno progettuale. Queste considerazioni da parte degli interessati si possono tradurre nell’opportunità di attivare supporti tecnici o di avvio di scambi di informazione attraverso la messa in rete delle esperienze. In altri termini, le difficoltà burocratiche incontrate in fase di progettazione e di sperimentazione dei nuovi strumenti di conciliazione lasciano supporre che l’esistenza di un ufficio deputato alla consulenza sui temi della conciliazione, che informi sistematicamente sulle possibilità legislative e sui bandi esistenti e che segua le cooperative in fase di progettazione, potrebbe facilitare la realizzazione dei progetti, rendendoli probabilmente anche più organici, completi ed efficaci. Un ulteriore elemento di criticità, che a nostro avviso corrisponde ad un avanzamento nel percorso di cambiamento organizzativo, è la difficoltà di individuare criteri di monitoraggio capaci di cogliere gli effetti concreti che hanno le politiche e le azioni di conciliazione sull’organizzazione e le sue possibilità di crescita e sviluppo. “Per quanto riguarda le ricadute, mentre prima erano a pancia, si sentivano le questioni, adesso ci stiamo strutturando per anche calcolarne i costi sociali delle ricadute positive, perché non è sufficiente calcolarne gli aspetti se vogliamo morali, ma l’obiettivo che ci siamo dati è quello di calcolarne i costi sociali, che è la cosa più 52 difficile. Che possono essere costi aziendali o sociali anche intesi come nidi, o quelle cose lì.” [Presidente cooperativa LSSA] Le cooperative che si interrogano su come misurare efficienza ed efficacia delle politiche di conciliazione e degli strumenti implementati evidenziano la strutturazione di un percorso di cambiamento ed innovazione organizzativa articolato ed attento alle possibili evoluzioni. 4.2.3 Congedi, aspettative ed accompagnamenti al rientro All’interno di questo gruppo di cooperative è rintracciabile una certa attenzione anche alla promozione di strumenti come i congedi di maternità e paternità, i congedi parentali, le azioni di accompagnamento al rientro da lunghi periodi di assenza o dalla maternità, l’aumento dei periodi di aspettativa non retribuita o la possibilità di utilizzarla per una più vasta gamma di tipologie di bisogni e situazioni specifiche. Per quanto riguarda le misure cosiddette di “buon rientro”, le azioni sono di vario tipo: dal mantenimento dei contatti e dalla trasmissione delle informazione nel periodo di assenza, alla previsione di un colloquio personalizzato al rientro dalla maternità per le dipendenti, allo scopo di rivedere incarichi ed orari in base alle esigenze, a percorsi formativi specifici per il reinserimento, all’affiancamento di un tutor. “Viene fatta formazione specifica anche sui rientri dalla maternità. Al rientro dalla maternità, da congedi o aspettative lunghe il dipendente viene affiancato da un tutor e a seguito di questo periodo si rilevano i gap formativi o le esigenze di conoscenza di temi della cooperativa. in quel senso lì si parla di facilitare il rientro da assenze prolungate. noi abbiamo una alta percentuale di rientri dalla maternità, nel 2008 sono rientrate 15 persone dalla maternità, quasi un 10% del personale. Invece per l’aggiornamento continuo, il nostro strumento è il sito: il personale accede con una password all’area riservata e vede quali sono le novità, le circolari, piuttosto che modifiche di regolamenti… In più c’è anche il sistema della newsletter.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] “Esiste una sorta di accompagnamento al rientro da lunghi periodi di assenza: in genere la persona che si deve assentare accompagna l’inserimento del suo sostituto o sostituta e quest’ultimo accompagna il rientro di chi si è assentato con il supporto del supervisore. Inoltre le persone assenti sono tenute aggiornate anche in base al loro desiderio o meno di esserlo.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] 53 Anche in questo gruppo di cooperative non sempre questo tipo di iniziative sono formalizzate, rappresentando spesso delle prassi di mantenimento dei contatti, allo scopo di tenere informate le persone momentaneamente assenti dall’organizzazione o per facilitare il rientro di coloro che si sono assentati. In queste realtà sembra inoltre, seppure in misura ancora circoscritta, maggiormente diffuso l’utilizzo dei congedi parentali anche da parte dei padri, soprattutto in periodi particolari come quello estivo. Non è stato d’altra parte riscontrato un particolare impegno nel dare informazione a riguardo di questo strumento, né tanto meno l’orientamento ad incentivarlo tramite azioni di sensibilizzazione, informazione, sostegno al cambiamento dei ruoli e dei compiti tradizionalmente attribuiti ai due sessi. Anche l’aspettativa non retribuita può venire utilizzata per esigenze di conciliazione, e pure in questo caso iniziano ad emergere scelte conciliative maschili. “Di recente sono state inserite nel regolamento le possibilità di accedere all’aspettativa non retribuita per motivi di conciliazione famiglia-lavoro. Vi sono ad esempio alcuni dipendenti, anche uomini, che richiedono l’aspettativa nei mesi estivi per la cura dei figli.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] Inoltre, l’aspettativa non retribuita può essere utilizzata per una pluralità di motivi di conciliazione quale, ad esempio, la necessità di periodi di assenza più lunghi per poter raggiungere la famiglia nei paesi d’origine da parte dei lavoratori e delle lavoratrici straniere; tale aspettativa può inoltre essere cumulata con altri tipi di permessi per motivi di studio da chi frequenta l’università o le scuole serali. La possibilità del congedo di paternità è per ora presente in un solo caso, peraltro all’avanguardia sull’intero territorio nazionale, presentandosi come un primo tentativo di proporre una cultura della genitorialità diversa, che sia riconosciuta dalle stesse organizzazioni lavorative. “Siamo dovuti passare dal concetto del papà che deve chiedere il permesso all’azienda di assentarsi a dire “l’azienda ti dice che forse è opportuno che tu in questi tre giorni stia a casa.” [Responsabile delle Risorse Umane cooperativa di credito] Nel contratto era già prevista la possibilità di chiedere due giorni di permesso: l’azienda è perciò passata dal concetto di permesso a quello di congedo, innalzandolo da due a tre giorni e rendendolo obbligatorio. “La scelta è stata per dare un segnale sul fatto che la conciliazione non è un problema che riguarda solo le donne, ma anche i padri.” [Responsabile delle Risorse Umane cooperativa di credito] 54 Anche se tre giorni non sono molti, questa opportunità assume un rilevante valore simbolico, in particolare all’interno di un contesto sociale, come quello italiano, che non prevede ancora – a differenza di altri – uno specifico riconoscimento del coinvolgimento paterno nelle prime fasi di vita dei figli. In alcuni dei casi considerati si è anche pensato di istituire figure deputate all’informazione sulla conciliazione, ovvero sulle opportunità e i vincoli previsti dalle leggi vigenti e dai contratti di riferimento e sulle risorse presenti sul territorio e nell’organizzazione. In altri casi questo ruolo informativo viene svolto all’interno di uno spazio dedicato nel sito della cooperativa, dove è possibile reperire tutte le informazioni in materia di conciliazione che potrebbero essere utili a tutti i dipendenti, uomini e donne. Quest’area di intervento rimane comunque poco sviluppata e poco incentivata e può dunque rappresentare un ambito strategico da consolidare. 4.2.4 L’investimento nelle attività formative/informative Dal momento che queste realtà si caratterizzano per un consistente investimento sulle persone, non stupisce la significativa attenzione alla dimensione formativa. Le dimensioni ridotte di queste realtà spesso fanno sì che esse utilizzino le opportunità formative offerte dai circuiti in cui sono inserite. In cooperative di piccole dimensioni non si possono realizzare grandi progressioni di carriera, ma l’attenzione alla persona e all’investimento su di essa è molto forte: lo staff è l’elemento principale su cui investono alcune realtà, ed è considerato un investimento strategico. In altre situazioni, si ragiona sui percorsi di crescita, a volte predisponendo percorsi specifici in base alle esigenze formativi, accompagnandoli da adeguate valutazione rispetto al grado di soddisfazione dei dipendenti e dei responsabili. “Noi facciamo moltissima formazione, interna ed esterna. Stiamo parlando di più o meno 4000 ore l’anno ed è coinvolto tutto il personale (circa 180 persone). Vengono organizzati dei momenti ad hoc rispetto alle varie tematiche. (…) La formazione viene molto tarata su quelle che sono le esigenze del singolo. La cooperativa investe molto in formazione. (…) Vengono differenziate le esigenze formative e vengono approntati percorsi specifici. Ogni anno viene presentato un piano formativo, che parte a settembre e si conclude a giugno. Al termine dell’anno viene registrato il grado di soddisfazione dei dipendenti e dei responsabili ed anche sulla base dei risultati si pianifica l’attività formativa per l’anno successivo.” [Responsabile del personale cooperativa LSSA] 55 Sembra quindi esserci una costante comunicazione tra operatori e vertici nella stesura dei programmi formativi. Sono rintracciabili programmi di formazione annuali, sulla base di una preventiva consultazione dei responsabili delle varie aree, gruppi, squadre, che fa sì che l’offerta formativa tenga conto e cerchi di rispondere anche alle esigenze quotidiane dei dipendenti. Sono evidenziabili anche alcune forme di mentoring, anche se non come pratica diffusa. Il mentoring è stato esplicitato come formazione relativa alla progressione di carriera o alla formazione su un più ampio spettro di mansioni, effettuata talvolta sulla base di richieste degli stessi dipendenti oppure su segnalazione da parte dei responsabili. Sembra essere insomma, più che un vero e proprio mentoring, una tipologia di formazione più classica che viene messa in atto quando un dipendente viene individuato per una progressione di carriera. Così come abbiamo avuto modo di vedere per gli altri strumenti considerati, anche l’investimento nella formazione può avere risvolti positivi per l’organizzazione, che vanno al di là dell’acquisizione di competenze e professionalità. “Nell’ambito formativo viene ritenuto particolarmente importante un momento annuale di confronto tra ufficio incaricato e responsabili di squadra, che ha notevolmente migliorato l’organizzazione del lavoro, il clima, i rapporti lavorativi. Si tratta di una sorta di bilancio annuale delle competenze, che viene effettuato per ogni singolo dipendete, segnalando criticità ed aspetti positivi e facendo un colloquio tra responsabile e dipendenti. (…) è visto come momento di confronto, di richieste, che possono aiutare, visto che non si ha mai tempo di fermarsi un attimo.” [Dirigente ufficio personale Consorzio] C’è ci ha chiaramente sottolineato come l’attività si sia rivelata un’ottima “strategia” per favorire il clima organizzativo, la qualità e la personalizzazione delle relazioni, il senso di “squadra”, la motivazione nel lavoro. Questo perché le persone sono state stimolate ad un maggiore investimento nel proprio lavoro dal fatto del sentirsi prese in considerazione, sia dal punto di vista umano, sia professionale. Sono stati segnalati anche ottimi risultati rispetto alla gestione dei conflitti ed un abbassamento delle conflittualità e della tensione nei vari gruppi/squadre di lavoro, grazie anche al buon livello di soddisfazione e di risposta alle proprie esigenze. Prima di passare al paragrafo successivo, riteniamo opportuno sottolineare un elemento che non è emerso in questo gruppo di interviste, ovvero le misure di supporto alla carriera. A differenza di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, sono emersi pochissimi riferimenti alla necessità di riequilibrare i percorsi di carriera di uomini e 56 donne. Se infatti da un lato è stata spesso evidenziata l’importanza e la strategicità di investire sulle persone per mantenere le “eccellenze”, valorizzare le professionalità presenti nelle organizzazioni, questo non sembra necessariamente tradursi anche in percorsi di supporto alla carriera che mitighino le discontinuità lavorative dovute a maternità, carichi di cura, eccetera; o per lo meno nelle interviste i nostri interlocutori non hanno ritenuto necessario approfondire questo argomento allo stesso modo di altri obiettivi e motivazioni, considerati sostanziali per spiegare le scelte compiute in tema di conciliazione di tempi di lavoro e di vita. 4.3 Le realtà in transizione Abbiamo anticipato che le cooperative coinvolte nell’indagine sembrano riconducibili a tre diverse modalità di approccio alla conciliazione, che a loro volta riflettono tre differenti tipi di cultura organizzativa. Nei paragrafi precedenti abbiamo cercato di evidenziare le peculiarità delle cooperative che presentano un orientamento più tradizionale rispetto alle problematiche connesse alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e di quelle che esprimono un atteggiamento culturalmente più orientato alla parità e alla valorizzazione delle risorse. In questo paragrafo cercheremo di mettere in luce alcuni caratteri che permettono di delineare un terzo gruppo di cooperative, che si collocano in una posizione intermedia tra le due categorie precedentemente individuate. In alcuni casi si tratta di realtà permeate da una cultura tradizionale, che presentano tuttavia alcuni elementi di innovazione, derivanti dall’inserimento di responsabili con visioni più avanzate in tema di conciliazione o di parità tra uomini e donne, che cercano di introdurre elementi di innovazione a livello organizzativo, tenendo conto anche delle esigenze di collaboratori e collaboratrici. Ciò può talvolta portare a situazioni di conflittualità o di mancato risultato, dovute a una diversa visione del CdA o della presidenza, che si posiziona su politiche più conservative13. Oppure si tratta di cooperative spinte da problemi contingenti a trovare soluzioni più attente ai bisogni di conciliazione dei dipendenti per salvaguardare la qualità del servizio, la tenuta dell’organizzazione, il mantenimento di risorse qualificate, indotte comunque per necessità ad avviare un processo di cambiamento, anche se talvolta sembra mancare 13 Può ovviamente verificarsi anche il contrario: una posizione più innovativa del CdA o della presidenza non trova nei collaboratori più stretti – direttore, coordinatori – l’appoggio o le capacità necessarie per implementare efficacemente le scelte operate. 57 una piena consapevolezza della questione conciliativa e permangano visioni tradizionali della conciliazione, vista come un “affare di donne”, la cui risposta può essere una concessione “generosa” del part time. In questo gruppo possono essere inserite anche quelle cooperative che attuano prassi informali innovative che stentano ad essere “ufficializzate”, probabilmente per la presenza di vertici non ancora in grado di coglierne pienamente la potenzialità, anche se ne intravedono i benefici e colgono la necessità di considerare i bisogni espressi dai dipendenti. Sono realtà che si pongono tra le due tipologie prima analizzate, nel senso che possono presentare una cultura di tipo tradizionale, caratterizzata da prassi storicamente perpetuate che evidenziano punti di attenzione o organizzazioni in cui un percorso è iniziato ma non è ancora pienamente strutturato o armonizzato, si presenta con interventi spot e non sempre formalizzati. È nel grado di intenzionalità dell’azione che si può scorgere la vicinanza più ad un gruppo che all’altro. “Le esigenze di conciliazione sono in parte soddisfatte dalle possibilità di rotazione dello staff e dall’utilizzo di volontari/e. possibilità di autogestione delle unità operative. Non c’è una vera e propria politica conciliativa anche se c’è molta attenzione allo sviluppo e alla crescita dei collaboratori.” [Responsabile delle Risorse Umane cooperativa LSSA] Ci sono infine cooperative che dimostrano di aver avuto buone intuizioni e stanno lavorando con risultati apprezzabili e/o con impegno in queste direzioni. In esse si vanno facendo strada nuove politiche di gestione, di valutazione e di sviluppo del personale, che si muovono sui binari della conciliazione e dell’attenzione alle peculiarità delle persone, senza quasi percepire la portata di quanto messo in atto e di quanto questo sia leggibile in termini di politiche e di azioni di conciliazione. Qui il rischio può essere di depotenziare la portata di quanto realizzato, non cogliendo l’opportunità di prevedere alcuni elementi nei processi che possono realmente rappresentare una svolta nella cultura organizzativa. È quanto ad esempio accade quando si ragiona sui sistemi di valutazione del personale ponendo attenzione sulle sue caratteristiche, ma senza dedicare una specifica attenzione ad alcune differenze, come quelle di genere, che spesso hanno rilevanti implicazioni in termini di valutazione e riconoscimento delle prestazioni. Si tratta senz’altro di un ulteriore ambito di intervento che potrebbe essere maggiormente sostenuto dalla Federazione, offrendo a queste realtà strumenti appropriati per sostenere il proprio percorso di crescita e di sviluppo. 58 5. Considerazioni conclusive Dalla ricerca condotta sembra emergere l’esistenza di una cultura condivisa, che tende a prendere in considerazione le esigenze delle persone, propria del mondo cooperativo. È probabilmente questa cultura diffusa a far sì che non ci siano realtà dichiaratamente “ostili” rispetto all’utilizzo di strumenti di conciliazione tra la sfera lavorativa e quella privata. Al contempo sembrano tuttavia esistere modi diversi di rispondere a questa “attenzione”, che non sempre implicano una traduzione dei principi generali in pratiche concrete. In particolare, è possibile riconoscere l’esistenza di tre diverse modalità di approccio alla conciliazione, basate sul prevalere di tre dimensioni, quali il dovere, l’intuizione e la consapevolezza. Il primo gruppo, che comprende le cooperative con un approccio più tradizionale, tende ad applicare gli strumenti previsti contrattualmente, riconoscendoli come dovuti ed inevitabili, evidenziando il peso organizzativo e gestionale che comportano. Queste cooperative sembrano “subire” la situazione per cause indipendenti dalla loro volontà (a seconda dei casi, dimensioni, dislocazione territoriale, presenza femminile, ecc.). Queste realtà rivelano un atteggiamento passivo, non sembrano avere un progetto di sviluppo delle risorse umane che contempli anche la risposta ad esigenze individuali di conciliazione. Le cooperative in “transizione” utilizzano invece con maggiore “fluidità” gli strumenti di conciliazione. Sono cooperative che presentano una maggiore attenzione alle esigenze dei loro dipendenti. A volte hanno intuizioni e risposte innovative in termini conciliativi, che non sono tuttavia valorizzate e tradotte in prassi organizzative formalizzate. Infine il gruppo delle realtà più innovative presenta una maggiore consapevolezza dell’utilità e dell’importanza degli strumenti di conciliazione, non solo in favore di lavoratori e lavoratrici, ma per l’organizzazione stessa. In alcuni casi è evidente l’esistenza di una vera e propria progettualità organizzativa, che riguarda lo sviluppo complessivo delle risorse umane, contemplando quindi anche l’attenzione alle esigenze conciliative (raramente anche indipendentemente dalla presenza di carichi di cura). Vorremmo di seguito richiamare alcuni punti di attenzione, emersi attraverso l’analisi, rispetto alla prospettiva di creare o promuovere iniziative di sviluppo e di trasferibilità delle buone prassi all’interno del mondo cooperativo, al fine di incentivare un effettivo 59 cambiamento dei sistemi organizzativi delle cooperative e lo sviluppo di una nuova cultura aziendale family friendly e socialmente responsabile. • L’articolazione territoriale e i costi dei servizi: un dato sicuramente importante riguarda la difficoltà di attivare servizi per le cooperative che presentano una articolazione sul territorio provinciale. Il rischio infatti è quello di concentrare i servizi solo su Trento, creando uno squilibrio organizzativo tra centro e periferia. In questo senso un’indagine capillare tra le varie realtà cooperative, volta a fare emergere i bisogni maggiormente condivisi ed alla creazione di servizi diffusi sul territorio e utilizzabili da organizzazioni diverse potrebbe rappresentare una soluzione, che avrebbe il vantaggio di armonizzare i servizi e ridurre i costi di sistema anche per le singole cooperative. L’altro forte freno all’investimento nei servizi è infatti quello dei costi, non facilmente sostenibili dalle realtà di dimensioni medio piccole. La pratica del consorzio potrebbe ridurre sensibilmente l’impatto sulle singole cooperative e potrebbe avere sviluppi interessanti anche nelle articolazioni e sinergie con il territorio. Al momento, come è emerso dai dati quantitativi raccolti, la presenza di servizi messi a disposizione di lavoratori e lavoratrici è sostanzialmente quasi inesistente. Il sostegno progettuale: spesso la possibilità di realizzare progetti o percorsi di conciliazione è vincolata alla capacità di trovare le risorse necessarie e quindi di accedere alle informazioni utili. Nelle interviste abbiamo avuto l’impressione che spesso ciò sia legato alla eventualità che i responsabili delle cooperative siano in grado di attivare reti informali di conoscenze che li possano indirizzare agli uffici competenti o a relazionarsi con realtà esterne di supporto. Ciò mette in luce l’importanza delle reti di informazione, che spesso mescolano elementi personali ad altri più strettamente professionali e, d’altra parte, lascia intravedere un ritardo nella creazione di una rete sistematica di circolazione delle informazioni e di promozione delle iniziative. Tale rete dovrebbe svilupparsi a partire da un ufficio preposto, capace di informare capillarmente, assistere e consigliare in fase di progettazione. Per quanto è a nostra conoscenza la Federazione Trentina della Cooperazione ha avviato un percorso in questa direzione che potrebbe fornire la risposta adeguata a questo bisogno. Quello che ci è sembrato di cogliere è che l’informazione non stia raggiungendo adeguatamente le realtà cooperative associate ed è quindi auspicabile un maggiore investimento nella focalizzazione dei mezzi e dei metodi di informazione da utilizzare. 60 Il vincolo delle dimensioni: l’indagine ha messo in luce che le realtà piccole ed articolate sul territorio faticano molto ad organizzarsi in forme flessibili e ad attivare forme di conciliazione, essendo molto legate ai vincoli di bilancio, alle questioni di apertura delle strutture ed alla fornitura del servizio, che spesso dipende da uno, due lavoratori per struttura. Questo implica la necessità di uno sforzo innovativo e creativo nel pensare a forme conciliative adeguate, sforzo che potrebbe essere facilitato dal lavoro in rete e dal supporto di uno sportello “professionalizzato” su questi ambiti. Due opzioni che abbiamo peraltro già delineato nei punti precedenti come strumenti utili di cui il mondo cooperativo potrebbe/dovrebbe dotarsi. L’eguaglianza nelle soluzioni dei bisogni: è emerso chiaramente e trasversalmente dalle interviste il timore che si creino differenze nelle possibilità di accedere agli strumenti conciliativi e formativi. Questo eventuale problema sembra riguardare in particolare la distinzione tra attività amministrative e di erogazione concreta di servizi, a causa dei diversi vincoli che connotano le due attività. In realtà, questo può essere un falso problema, nel momento in cui è chiaro che introdurre strumenti e politiche di conciliazione significa trovare soluzioni che contemporaneamente rispondano alle esigenze individuali ed aziendali, in quanto gli interessi di entrambi i soggetti devono essere salvaguardati. Ciò significa che le soluzioni non posso essere uguali, ma vanno calibrate tenendo in considerazione una pluralità di variabili. In altri termini, il trattamento egualitario di tutti i dipendenti e le dipendenti non sta nel dare a tutti lo stesso servizio/strumento di flessibilità, ma nel trovare la soluzione migliore per quel bisogno all’interno dei vincoli di quel contesto. Gli strumenti vanno quindi personalizzati a seconda dei diversi ambiti dell’organizzazione. Di fatto, come emerge nel rapporto, alcune cooperative stanno già lavorando in questa direzione con risultati significativi. Ancora una volta creare rete, mettere in circolo le informazioni, supportare le organizzazioni può essere la strategia vincente. Il ruolo della dirigenza: allo scopo di realizzare un effettivo cambiamento organizzativo risulta cruciale il coinvolgimento e l’adesione della dirigenza. Il processo di applicazione ed implementazione degli strumenti conciliativi avrà tanto più successo quanto più sarà sostenuto dai vertici organizzativi e quanto più la conciliazione entrerà a far parte degli obiettivi strategici dell’organizzazione. In caso contrario sarà molto più difficile ottenere risultati apprezzabili, anche in presenza di progetti ed attività significative. Un ruolo fondamentale nella realizzazione delle politiche e delle azioni di conciliazione è svolto in particolare 61 dalle figure intermedie – coordinatori, responsabili di filiale, capo squadra, ecc. – che vanno coinvolti e formati affinché abbiano gli strumenti adeguati per gestire i cambiamenti. Il valore cooperativo dell’attenzione alla persona: nelle interviste viene spesso fatto riferimento all’attenzione che la cultura della cooperazione trentina ha tradizionalmente rivolto ai bisogni delle persone, alla dimensione umana del lavoro, alla mission cooperativa, non solo come prestazione di servizio, ma anche come filosofia del lavoro non meramente produttivistica. Tuttavia, abbiamo avuto l’impressione in alcuni casi che questo principio non si traduca in una affettiva pratica di diversity management, ma tenda a sfociare piuttosto in una gestione paternalistica delle risorse umane da parte dei vertici aziendali. Ciò è rintracciabile nella tendenza a gestire le situazioni di necessità conciliativa, anziché attraverso la formalizzazione (contrattuale, organizzativa) di prassi ed interventi attuati stabilmente, tramite il perpetuarsi di una logica del “venirsi incontro, mettersi d’accordo, trovare soluzioni tra noi”, che è un modo per risolvere questioni contingenti, per dare risposte a breve termine, ma che non implica delle riflessioni e degli effettivi cambiamenti strutturali e culturali nell’organizzazione del lavoro all’interno della cooperativa. Gli strumenti di monitoraggio e valutazione: dalle interviste realizzate nelle cooperative più attive nel attuare politiche di conciliazione emerge l’esigenza di approntare strumenti di rilevazione ed indicatori delle loro ricadute sull’organizzazione, in modo da ottimizzare efficacia ed efficienza degli strumenti e delle azioni messi in campo. È stata segnalata la difficoltà di individuare strumenti ed indicatori adeguati, che rendano tecnicamente misurabili gli effetti, non solo in termini di clima organizzativo, ma anche in termini di ricadute economiche e sociali. Ciò consentirebbe alle cooperative di effettuare un salto di qualità nella programmazione e nella messa in pratica di tali politiche. Anche in questo ambito è facilmente intuibile l’importanza di un supporto tecnico, di cui potrebbe farsi adeguatamente portavoce la Federazione. La cultura organizzativa: nel complesso, dal piccolo frammento di realtà cooperative intercettato, emerge una cultura della conciliazione che stenta a diffondersi, una cultura organizzativa e del lavoro ancora prevalentemente tradizionale, legata a doppio filo ad una cultura di genere anch’essa tradizionale. Vi sono poi realtà in controtendenza, che al momento non interpretano né un 62 sentire comune, né una tendenza in forte diffusione, ma che appaiono isolate nella propria eccezionalità. Il forte investimento di queste realtà in politiche di conciliazione sembra discendere da due elementi di cultura, lavorativa e non, irriducibili a qualsiasi forma di tecnicismo: il primo elemento è una visione del lavoro inteso come sfera intrecciata ad altre, all’interno di un complessivo equilibrio nella vita di chi lavora. Emerge il rispetto, l’importanza che viene attribuita a tale complesso equilibrio di sfere, dunque una visione non meramente produttivistica del lavoro, conditio sine qua non per un reale interesse a sviluppare coerenti politiche di conciliazione. Secondo elemento, connesso al precedente, è una cultura di genere meno discriminatoria e tradizionalista, ovvero che non propone una divisione delle incombenze familiari e genitoriali e dei ruoli di tipo tradizionale: la cura – il privato – alle donne; il lavoro – il pubblico – agli uomini. Va però detto che anche in queste realtà più innovative ritroviamo uno degli aspetti di maggior resistenza culturale ed organizzativa, in relazione al quale abbiamo registrato il più forte e generalizzato ritardo. Ci riferiamo al congedo parentale usufruibile ma non usufruito dai padri, tematica legata a doppio filo a quella della cultura di genere. È questo un ambito dove si è finora investito poco in termini di informazione, promozione, sostegno. Il persistere del mancato riequilibrio nei ruoli genitoriali e nel tempo dedicato allo svolgimento delle mansioni di cura e crescita dei figli comporta il persistere di discriminazioni nelle opportunità lavorative e nelle possibilità di crescita professionale tra uomini e donne, che continuano ad essere legate alla presenza fisica e alla continuità lavorativa. Oltre al lavoro e alla famiglia: nella cultura conciliativa non emerge in quasi nessuna realtà, per lo meno compiutamente, l’idea che conciliazione possa significare anche favorire tempi di vita individuali, non legati a precise incombenze familiari, bensì semplicemente dettati dalla necessità di difendere spazi di tempo per sé, per coltivare i propri interessi, per dedicarsi ad altro, per avere un ruolo attivo nella collettività, ma anche per “oziare”. Questo tipo di concezione, generalmente definita come “qualità del vita”, che implica anche un’area del “non fare”, sembra essere ancora lontana dal diffondersi, rimanendo la conciliazione legata ad una generale cultura del lavoro e dell’esistenza come necessità: lo strumento conciliativo è legittimo se permette di passare dalle necessità legate alla sfera lavorativa a quelle legate alla sfera genitoriale/familiare, altrimenti appare prevalentemente come una sorta di “lusso”, difficilmente giustificabile. 63 Nuovi investimenti formativi: si rivela centrale da questo punto di vista un investimento capillare in formazione alla conciliazione, da strutturarsi diversamente a seconda della tipologia di cooperativa e di cultura organizzativa. In questo senso anche la produzione di materiale informativo ad hoc, in grado di illustrare in compendio gli strumenti di cui è possibile fare uso potrebbe incentivare scelte di conciliazione. La presenza di un ufficio specificatamente dedicato ai temi della conciliazione può senz’altro rappresentare un forte impulso ed un sostegno, sia a quelle cooperative che ancora non praticano politiche di conciliazione, sia a quelle che hanno già intrapreso un percorso e che necessiterebbero magari di confronto con altre realtà e di consulenze specialistiche. Sia per quanto riguarda l’organizzazione dei servizi, sia per la circolazione di idee e progetti, sia per un’attività di formazione strutturata, un ufficio preposto potrebbe rappresentare una possibilità di promozione notevole delle pratiche di conciliazione. L’influenza della presenza femminile: le realtà incontrate, come abbiamo avuto modo di sottolineare, non possono essere considerate come rappresentative di tutto il mondo cooperativo e gli strumenti di indagine utilizzati non avevano come obiettivo la focalizzazione sulla composizione per sesso delle cooperative e nemmeno un’analisi territoriale e/o settoriale delle realtà associative. Tuttavia, la percezione è stata di una sensibilità conciliativa presente in misura maggiore in cooperative tradizionalmente al femminile, nel numero dei componenti o nella tipologia del servizio fornito (sostanzialmente le cooperative sociali di tipo A). Per contro, le cooperative con forte prevalenza di dirigenti uomini tendono ad essere meno focalizzate sull’adozione e l’utilizzo di strumenti di conciliazione. Dal punto di vista della cultura di genere e conciliativa sembrano inoltre esserci significative differenze tra le cooperative di valle e le cooperative che operano a Trento. Gli elementi di conservatorismo e tradizionalismo della cultura e dell’organizzazione sociale nelle realtà di valle sembrano incidere significativamente sulla presenza di una cultura di genere e conciliativa . Anche il tipo di settore sembra avere un suo peso: le cooperative di consumo ed agricole tendono ad avere maggiori difficoltà ad individuare elementi di innovazione, le realtà più dinamiche sono state intercettate tra quelle creditizie e quelle sociali. L’investimento in servizi e cooperazione interorganizzativa: un’ultima considerazione va dedicata alla mancanza di offerta di servizi per soci lavoratori e dipendenti/collaboratori. L’area dei servizi alla persona e dei servizi di prossimità è risultata sostanzialmente non “sviluppata” dalla quasi totalità delle cooperative 64 contattate sia tramite i questionari sia con le interviste. Sono infatti decisamente rari i casi in cui a strumenti di flessibilità oraria si accosta la presenza di servizi messi a disposizione del personale e dei/lle soci/e delle cooperative. Questo elemento lascia perplessi, se si pensa che, per loro stessa natura, queste realtà offrono servizi tra i più vari alla comunità, per cui sembrerebbe non essere particolarmente oneroso o difficoltoso mettere a disposizione queste stesse opportunità per l’utenza interna, gratuitamente, attraverso l’utilizzo del tempo messo a disposizione da altri appartenenti all’associazione, volontari o a pagamento, con un sistema di tariffe agevolate o di altro tipo. Questo potrebbe essere un ambito su cui lavorare, cercando di sviluppare sinergie tra realtà diverse presenti sullo stesso territorio, in una sorta di “distretto cooperativo”. Ciò potrebbe permettere di contenere i costi e la sostenibilità economica delle iniziative e di rispondere, contemporaneamente, ad una più vasta gamma di necessità. Questa soluzione potrebbe incidere positivamente e significativamente anche sulle palesate discriminazioni evidenziate da diverse persone intervistate che possono crearsi tra centro (città) e periferia (valli). 65