I documenti pubblicati in questa
sezione danno conto in primo
luogo dell’attività delle Centrali
cooperative: consistono infatti
in una relazione del presidente
della Federcasse,
in una del presidente dell’ANCPL,
nei testi di una tavola rotonda
indetta dall’AGCI.
È sembrato inoltre interessante
riproporre alcuni capitoli di un
libro di Agostino Bagnato
dedicato alla cooperazione
come strumento di educazione
D O C U M E N T I
DOCUMENTI
87
Continuità e innovazione nella tradizione
secolare del credito mutualistico visto
come strumento decisivo per il sostegno
solidale dello sviluppo locale: questo
il tema conduttore del discorso del
presidente della Federazione Nazionale
delle Banche di Credito Cooperativo
Cooperazione mutualistica nel mercato bancario:
identità, rete, localismo
di Alessandro Azzi*
“Non v’arrestate, ma studiate il passo”
(Dante Alighieri)
è bisogno di Credito Cooperativo nel nostro
Paese. C’è bisogno di Credito Cooperativo in
Europa. E si potrà rispondere ad una domanda
di credito “diff e rente” soltanto confermando e
innovando, soltanto facendo scelte coerenti anche
se inedite e dotandosi di strumenti nuovi per continuare ad essere realmente originali e capaci di stare
sul mercato. Dunque, conferm a re e innovare. Continuità nello sviluppo, o sviluppo nella continuità.
Le Banche di Credito Cooperativo e le Casse Rurali
sono chiamate a esaltare l’autonomia delle singole
banche raff o rzando la loro stabilità. E si otterrà questo risultato accrescendo la coesione, rafforzando la
cooperazione. Il tutto sempre in un’ottica di coere nza con l’identità.
C’
* Quella pubblicata in queste pagine è una rielaborazione della
relazione tenuta dal Presidente di Federcasse in occasione del
XIII Convegno Nazionale del Credito Cooperativo, tenutosi a
P a rma dal 9 all’11 dicembre, sul tema “Contro c o rrente. Autonomia e coesione. Strategie del Credito Cooperativo per la qualità
della rete e lo sviluppo delle comunità locali”.
Per riflettere e confrontarsi su questa sfida le Banche di Credito Cooperativo e
Casse Rurali (BCC-CR) italiane si sono
riunite nel dicembre 2005 a Parma, in
occasione del loro XIII Convegno nazionale. Tema del dibattito: “Controcorrente. Autonomia e coesione. Strategie
del Credito Cooperativo per la qualità
della rete e lo sviluppo delle comunità
locali”. Ma cosa vuol dire fare banca controcorrente?
Vuol dire non imitare ciò che fanno i
c o n c o rrenti. Perché diff e rente è l’approccio, la visione dell’uomo e dell’economia, il fine ultimo delle BCC-CR. E
perché sarebbe insensato che, amministratori di banche di persone, copiassero le banche di capitali proprio mentre
queste ultime tentano di imitare. Vu o l
dire non omologarsi, spinti dal desiderio di “parificazione” con le altre banche, dimenticando che le BCC non sono, non debbono essere, soltanto delle
buone banche, ma anche delle buone
cooperative e, per ciò che c’è scritto da
sempre negli statuti, delle imprese “a
vocazione sociale”.
F a re banca contro c o rrente vuol dire cres c e repuntando sulla cooperazione raff o rzata e non sulla grande dimensione.
P e rché la cooperazione, la coesione, la
mutualità di rete consentono di superare i limiti della piccola dimensione, esaltandone i vantaggi. Fare banca controc o rrente vuol dire lasciare i centri decisionali più vicini possibile ai soci e ai destinatari dei servizi che si off rono. Vu o l
dire fare banca per lo sviluppo dell’economia reale e non per la crescita della
finanza fine a se stessa o speculativa.
Vuol dire realizzare una forma reale e
s e m p re più rara di finanza democratica,
partecipata, di comunità, capace di inc l u d e re e di promuovere.
Vuol dire poter continuare a rispondere, con orgoglio, ai soci e ai clienti che
domandano dove sono stati impiegati i
loro risparmi che le risorse sono rimaste nella loro terra. E sono state lievito
per lo sviluppo delle persone e delle
imprese del territorio. Vuol dire trovare
il modo più economico per raccogliere i
capitali sui mercati internazionali e impiegarli per finanziare l’economia locale. Vuol dire essere capaci di accompagnare, e non solo valutare, l’impre n d it o re che merita, che è capace, che si
mette in gioco.
ControCorrente significa:
• discern e re quando il pensiero da plurale si fa unico,
• non omologarsi alla cultura d’impre s a
dominante,
• non stancarsi mai di re i n v e n t a re la
banca mutualistica, adattandola al proprio territorio,
• aver scelto di darsi uno Statuto che si
apre con una dichiarazione d’identità
che qualifica e impegna ade s s e re, a fare, a
farsi perc e p i re come “differenti”.
Anche la scelta del luogo del Convegno
non è stata casuale. A Parma vide la luce una delle prime strutture tecniche
nazionali – uno dei primi nodi di rete,
d i remmo oggi – del Credito Cooperativo. Era il 1896 quando qui venne costituita la prima Cassa Centrale delle Casse Rurali Cattoliche Italiane.
Ma Parma è anche il simbolo di un made
in Italy distintivo e di qualità, quello della cultura enogastronomica, quindi dell’agricoltura, uno dei settori nei quali e
per i quali le Casse Rurali nacquero e
che oggi ci ha spinto a individuare soluzioni innovative. Per valorizzare le iniziative imprenditoriali di qualità, quelle legate all’identità dei luoghi e attente all’ambiente.
P a rma parla anche di Europa, essendo
stata scelta come sede dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare. E in
Europa il Credito Cooperativo si è dato
una struttura che ha consentito in molti casi di conciliare l’autonomia e la
competitività fino a raggiungere quote
di mercato che oscillano tra il 15 e il 30
per cento. Ma Parma, purt roppo, è anche l’emblema del “risparmio tradito”.
Della finanza che si stacca dall’economia reale e abbandona la sua funzione
di strumento di sviluppo per diventare
q u a l c o s ’ a l t ro, ingannando chi ad essa
si affida. Il Credito Cooperativo pensa
di aver fatto la propria parte nell’evitare
che gli scandali degli scorsi anni siano
stati vani: rinnovando l’impegno nella
diffusione della cultura delle regole e
inventando un meccanismo senza precedenti nel panorama finanziario italiano, ovvero il Fondo di Garanzia degli
Obbligazionisti (FGO).
P roprio la logica e il meccanismo studiati e messi a punto per il FGO consentono
di pre s e n t a re una proposta di evoluzione del modo delle BCC-CR di stare insieme. Perché le formule di garanzia cooperativa – già sperimentate in forme tra loro diverse da altri sistemi bancari cooperativi europei – consentono di raggiung e re contemporaneamente più obiettivi
di grande rilievo: maggiore stabilità,
m a g g i o repossibilità di re s t a re autonomi, maggiore competitività, maggiore
qualità nella relazione con soci e clienti.
È questo, infatti, il fine ultimo della riflessione: individuare le formule più opp o rtune, più qualificate, più efficaci perchè le BCC-CR possano continuare ad
e s s e re “banche di re l a z i o n e ”.Ed esserlo in
modo sempre più efficiente.
A beneficio dei soci, che costituiscono la
ragion d’essere e il primo patrimonio
delle banche. A beneficio delle impre s e ,
soprattutto di piccola dimensione e art igiane, sfidate oggi su un nuovo terre n o
competitivo e chiamate a ridefinire prodotti e processi, puntando sulla qualità,
su nuovi mercati, su nuove filiere, su rinnovate alleanze. A beneficio delle cooperative, che svolgono una funzione
peculiare nel mercato, di promozione
della partecipazione e di creazione di occupazione. Delle diverse categorie produttive. Delle famiglie, di cui si perc e p iscono le difficoltà e la crisi di fiducia. Del
territorio, insieme al quale le BCC vogliono continuare a costru i re lo sviluppo. Secondo un’accezione precisa. Per
noi lo sviluppo non è la generica cre s c i t a
degli indicatori economici. Il vero sviluppo è sinonimo di ben-essere, di qualità
della vita. Il vero sviluppo parte dal basso. È inclusivo. Pro-muove, dunque
mette in azione. Creando coesione.
Una riflessione per lo sviluppo
Il nostro disegno è quello di assicurare
lo sviluppo delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali anche nel futuro. Perché esse possano, a loro volta, ess e remediatrici di sviluppo. A favore dei
soci e delle comunità locali. Parlare oggi
di questo tema è impegnativo.
In un recente volume, un famoso sociologo1 analizza la nostra società in term ini problematici. La descrive come “sotto
assedio”. In crisi i partiti politici (perché
messa in discussione l’idea e la pratica
conosciuta della rappresentanza), in crisi le tradizionali formule associative, le
comunità si scoprono più deboli e indi-
1 Zygmunt Bauman, “La società sotto assedio”, Laterza, Bari, 2003.
fese. Perfino i legami familiari sono più
labili. Sedotto dalla pubblicità e da potenti modelli televisivi, l’individuo è solo di fronte al mondo globale. In teoria
può collegarsi sempre e dovunque con
tutti. In pratica, i suoi contatti sono momentanei, sempre reversibili e mai duraturi. In più – sempre secondo questo
studioso – la società è sotto assedio a
causa degli squilibri contenuti nel modello di crescita fino ad oggi applicato
nei Paesi cosiddetti sviluppati. Che produce inevitabilmente “eccedenze”: di
m e rci, ma anche di persone.
La nostra idea di sviluppo parte da una
consapevolezza: esso non può esistere
senza coesione sociale, dunque senza
equità. La coesione sociale ci sta così a
cuore che l’impegno alla sua pro m o z i one è scritto oggi nei nostri statuti sociali,
all’articolo 2. Coesione è dunque una
parola cardine nel nostro percorso. Essa
ha un’accezione interna, una di mercato
ed una più ampia ancora, di carattere
sociale. La coesione rappresenta, come
c e rcherò di spiegare, un modo “controc o rrente” di forn i re risposta a quell’esigenza di costru i re futuro.
Il cambiamento all’interno dell’industria bancaria in questi ultimi anni è stato intenso. Sono cadute le barr i e re e la
p ressione competitiva è cresciuta. È
p rofondamente mutata la re g o l a m e n t azione, armonizzandosi a livello euro p e o .
La tecnologia si è ulteriormente evoluta.
Il risultato è stato il drastico e rapido
cambiamento del quadro di riferimento,
divenuto più complesso e articolato.
Un nuovo contesto competitivo
per l’industria bancaria
All’interno del mercato creditizio europeo sono proseguite e si sono accentuate tre grandi tendenze:
• il consolidamento delle stru t t u re attraverso operazioni di concentrazione,
prevalentemente entro i confini nazionali ed in misura più limitata oltre
frontiera;
• l’internazionalizzazione dell’attività finanziaria sui mercati all’ingrosso;
• la crescita delle operazioni al dettaglio
nei confronti delle famiglie.
Il numero delle banche europee, in diminuzione dal 1997, è sceso solo nell’ultimo
anno del 2,8 per cento. Se il calcolo part e
dal 2001, la percentuale supera il 10 per
cento. Da quella data, il numero totale
delle operazioni di consolidamento è stato pari a 470; di queste, quasi il 69 per
cento, ha avuto carattere domestico2. A
fine 2004, gli intermediari nell’area dell ’ E u ropa “a 25” erano 8.374. Nel nostro
Paese, il numero degli enti creditizi è passato, per effetto di processi di concentrazione, dai 970 della metà degli anni ’90 ai
778 del dicembre 2004. Di questi, 227 erano banche incluse in gruppi e 439, ovvero
il 56,4 per cento, erano Banche di Credito
Cooperativo-Casse Rurali.
Nel periodo 1996-2004, la Banca d’Italia ha rilevato che il valore delle operazioni di aggregazione fra banche è stato
in Italia pari al 27 per cento di quello registrato nell’area dell’euro, a fronte di
un peso del nostro sistema intorno al
14 per cento3. Di questo processo, pro-
2 ECB, EU Banking stru c t u res, october 2005.
3
Si è trattato di un processo non particolarmente costoso per la comunità: il totale delle perdite di tutte
le banche cessate o rilevate ricaduto su altre banche o sulle pubbliche finanze non ha raggiunto, cumulato in un quindicennio, l’1,5 per cento del PIL di un anno.
tagoniste sono state anche le BCC, il
cui numero negli ultimi sei anni è conseguentemente diminuito di oltre il 17
per cento, nonostante siano state costituite 24 nuove aziende. La tendenza
pare però rallentare in part i c o l a re nell’ultimo biennio.
Rilevante, in tale processo di consolidamento, è stata soprattutto la scomparsa
di un significativo numero di banche locali, incorporate da intermediari di media e grande dimensione. Tale fenomeno, unito al fatto che molte altre banche
locali hanno perso la loro autonomia a
seguito dell’ingresso quali soggetti controllati in gruppi bancari, ha prodotto
uno scenario in cui le BCC, attualmente,
rappresentano circa l’80 per cento delle
banche non appartenenti a gruppi e la
grande maggioranza delle banche a vocazione locale. In alcune zone del Paese
r a p p resentano ormai le uniche banche
locali. È però ulteriormente aumentato
il grado di “bancarizzazione”: il numero
di sportelli creditizi è infatti cresciuto di
c i rca il 14 per cento.
A l t re novità: la struttura della pro p r i e t à
delle banche e l’apertura ad intermediari
di altri Paesi. Nei primi anni novanta, il
68 per cento dei fondi complessivamente intermediati faceva capo a banche
c o n t rollate dallo Stato o da fondazioni;
tale quota è oggi dell’ordine del 10 per
cento. Inoltre, l’apertura dei mercati ha
d e t e rminato l’ingresso nel nostro Paese
di importanti intermediari internazionali, in una proporzione – come paiono doc u m e n t a re attente indagini – superiore
rispetto ad altri sistemi bancari europei4.
Un nuovo contesto
regolamentare
Anche la cornice normativa è considerevolmente mutata negli ultimi anni.
Molte sono state le riforme che hanno
investito il mondo delle imprese e soprattutto le banche. Si tratta di una produzione legislativa di fonte europea o
nazionale, ma comunque di rilevante
impatto sull’organizzazione aziendale:
dall’adozione dell’euro al nuovo diritto
societario, dalla riforma fiscale – che ha
riguardato in special modo le BCC – all ’ i n t roduzione dei nuovi standard contabili internazionali (IAS), da Basilea2
alla revisione cooperativa.
Sono riforme che hanno avuto un immediato effetto per gli intermediari nel def i n i re un nuovo terreno di gioco, che sarà a breve ulteriormente precisato attraverso la revisione delle Istruzioni di Vi g ilanza. La Banca d’Italia è infatti in procinto di riconsiderare non solo la re g o l amentazione secondaria per coordinarla
con alcuni istituti del nuovo diritto societario, ma anche i principi e i criteri del
c o n t rollo prudenziale sulle banche, alla
luce delle più importanti riforme che
hanno riguardato il settore.
L’impatto di normative di così ampia
portata, specie sulle piccole banche, e
sulle BCC-CR in particolare, poteva ovviamente costituire un forte vincolo allo sviluppo. Rischiava di “distrarre” dal
core business. Poteva richiedere costi di
adeguamento complessivamente
t roppo elevati per banche di piccole
dimensioni.
4 Se si considera solo il caso delle BCC, la cifra approssima lo zero. (cfr. P. Ciocca, “Basilea 2 e IAS: più con-
c o rrenza, minori rischi”, VIII Convention ABI, 29 novembre 2004).
Questa considerazione ci ha spinti ad
accelerare l’adozione decisa di politiche “di sistema”. Le strutture associative, con Federcasse in un ruolo di coordinamento e di indirizzo generale, hanno infatti operato in modo da ridurre
c o n s i d e revolmente i potenziali impatti
negativi di tali importanti riforme, sotto tre punti di vista: quello fiscale, quello societario, quello dei costi di adeguamento.
La realtà del Credito
Cooperativo: sei anni di crescita
Il Testo Unico Bancario del 1993, imp rontato ad una logica di despecializzazione istituzionale, temporale ed operativa, ha dischiuso nuove e maggiori opp o rtunità alle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali, riconoscendone,
nel contempo, l’originale identità.
L’eliminazione di vincoli stringenti e
a n a c ronistici all’operatività e la contemporanea valorizzazione della peculiare
identità delle BCC hanno costituito le
p remesse del crescente successo e della
p ro g ressiva aff e rmazione di merc a t o
delle nostre aziende.
P roprio mentre le trasformazioni incidevano più profondamente e lo stress competitivo saliva, le Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali hanno presidiato più efficacemente il territorio, hanno
acquisito quote di mercato, hanno dimostrato capacità di attrarre nuovi soci,
hanno ottenuto un crescente riconoscimento della propria specificità e positivi
riscontri sul piano della reputazione.
Il presidio territoriale
M e n t re il numero di sportelli delle aziende di credito negli ultimi sei anni è cresciuto di circa il 14 per cento, l’aumento
registrato dalle BCC-CR ha raggiunto circa il 21 per cento. A settembre 2005 la rete delle nostre banche era costituita da
3.563 sportelli, che rappresentavano una
quota dell’11,1 per cento sul totale, cont ro il 10,5 per cento di fine 1999.
Il raff o rzamento della rete distributiva,
in atto già dagli inizi degli anni novanta,
ha determinato una significativa modifica dei connotati strutturali delle nostre
aziende. Esse sono oggi lontane dal tradizionale modello a struttura “monocellulare”5 e si presentano come banche a
vocazione locale con un ambito terr i t oriale di operatività significativamente
più ampio che in passato.
Il rafforzamento del presidio territoriale
del Credito Cooperativo ha anche contribuito all’aumento della concorrenza
mediante l’ingresso delle stesse BCC in
aree in cui già operavano altri interm ediari: i Comuni dove le BCC si confro ntano con altre banche rappresentano, a
giugno 2005, il 31,7 per cento dei Comuni bancati, mentre all’inizio del periodo considerato il corrispondente dato era di circa il 26 per cento.
Le BCC si contraddistinguono ancora,
in generale, come banche che operano
prevalentemente in centri di minore dimensione6. Ma il confronto con la situazione di sei anni fa mostra un progressivo spostamento della presenza
delle BCC in Comuni di dimensioni
maggiori.
5 Banche e altri intermediari esteri detengono oggi in Italia una quota del capitale dei primi quattro gru p-
pi bancari pari in media al 17 per cento; per i primi dieci gruppi la quota facente capo a operatori esteri è
dell’11 per cento. Tale quota è del 7 per cento in Germania, del 3 in Francia, del 2,6 in Spagna.
6 Le BCC-CR monosportello erano 35 a metà del 2005, rispetto alle 62 del 1999.
Nel 6,5 per cento dei Comuni italiani,
inoltre, le BCC-CR restano l’unica presenza bancaria.
L’affermazione di mercato
Il Credito Cooperativo ha fatto re g i s t r a re
in questo periodo un significativo raff o rzamento della propria posizione competitiva sul versante dell’interm e d i a z i o n e
tradizionale, incrementando le quote di
m e rcato relative agli impieghi economici (dal 4,5% del 1999 al 6,5% del giugno
2005) ed alla raccolta diretta (dal 6,5
all’8,3 per cento).
P a rt i c o l a rmente rilevante risulta l’espansione dell’attività di finanziamento.
Negli ultimi sei anni, infatti, il tasso di
crescita degli impieghi economici delle
BCC ha sfiorato il 100%, mentre per l’intero sistema bancario la crescita è stata
significativamente più contenuta, pari a
c i rca il 36 per cento7. Ad agosto 2005, i
p restiti erogati dalle nostre banche avevano raggiunto 80,7 miliardi di euro .
Il forte incremento degli impieghi è
stato indirizzato in modo part i c o l a re
verso il comparto dei finanziamenti a
medio-lungo termine, cresciuti del
135,3% tra la fine del ’99 e la fine del
2004 a fronte di un incremento medio
di sistema del 70,9 per cento.
Si è ampliata anche la platea della
clientela servita. I dati relativi all’intermediazione creditizia per settori di attività economica confermano il ruolo di
leader di mercato svolto dalle BCC quali interlocutori del diffuso tessuto delle
piccole e medie imprese, soprattutto
artigiane. A fronte di uno spazio complessivo nel comparto degli impieghi
pari al 6,5%, le BCC detengono una
quota di mercato superiore al 20% nel
credito a favore di imprese artigiane e
di circa il 16% nel finanziamento delle
a l t re imprese minori (quelle con meno
di venti dipendenti8). Ma nel contempo
le evidenze degli anni più recenti documentano un significativo sviluppo dell’attività di erogazione di credito a favore di imprese non finanziarie di dimensione mediamente maggiore. Per le
BCC, il tasso di incremento percentuale
annuo dei finanziamenti9 a tale tipologia di imprese è stato pari al 15,5%, a
fronte del 7,9% rilevato per l’intera industria bancaria.
Lo sviluppo dell’attività di finanziamento ha tutt’altro che peggiorato la qualità
del credito. Nel periodo è nettamente
migliorato il rapporto sofferenze-impieghi in tutti i settori e i rami di attività
economica.
Anche in relazione all’attività di f u n ding, le BCC hanno registrato nell’ultimo quinquennio una dinamica di crescita superiore alla media. La raccolta
diretta si è incrementata del 73% per le
BCC rispetto al +35% per l’intero sistema bancario. Ad agosto 2005 i depositi
delle nostre banche ammontavano a
99,5 miliardi di euro. Sono rimaste, invece, alquanto modeste le quote di
mercato delle banche della categoria
nella raccolta indiretta (pari all’1,4% a
giugno 2005)10.
A documentare quello che si può sinteti-
7 Alla fine del 2004, circa il 73% dei Comuni in cui eravamo presenti non superava i 10 mila abitanti (il 50%
non superava i 5 mila abitanti).
di riferimento: dicembre 1999-dicembre 2004.
9 Alla fine del 1999, le quote di mercato delle BCC nei confronti delle imprese minori e degli artigiani si attestavano, rispettivamente, a circa il 16 e all’11 per cento.
10 Nel periodo giugno 2004-giugno 2005.
8 Periodo
camente definire un crescente successo
di mercato, le Banche di Credito Cooperativo-Casse Rurali, considerate nel loro
insieme come “sistema”, si posizionano
– secondo gli ultimi dati disponibili11 –
al sesto posto nella graduatoria dei
g ruppi bancari italiani per importo dei
crediti erogati; sono quarte in base all’ammontaredei debiti verso la clientela
o rdinaria e all’utile realizzato nell’eserc izio; terze per patrimonio netto. Prime
per numero di sportelli nel nostro Paese
e per ritmi di cre s c i t a .
La capacità di attrazione
La crescita del Credito Cooperativo in
questi anni non ha riguardato soltanto i
numeri, ma anche le persone, esprimendo un andamento spesso in contro t e ndenza – contro c o rrente, si potrebbe dire
– rispetto al resto dell’industria bancaria. In part i c o l a re, nell’ultimo quinquennio il numero dei dipendenti delle banche della categoria è lievitato di circa il
19 per cento, a fronte della diminuzione
11
del 2,5 per cento per la media dell’industria bancaria12.
Si è inoltre sensibilmente innalzato il
n u m e ro dei soci delle BCC, passato da
557.247 nel 1999 a 749.622 di giugno
2005, con un incremento netto del
34,5%. In questi sei anni anche il numero
di clienti delle BCC è cresciuto. In part icolare, quelli affidati sono aumentati
complessivamente del 30,4%, rispetto al
27,9% delle altre banche.
Il riconoscimento della specificità
e la crescita della reputazione
La valorizzazione dell’i d e n t i t à e della c o esione, i due cardini essenziali della strategia del Credito Cooperativo in questi
anni, hanno incontrato importanti riconoscimenti sul piano oggettivo, della
produzione normativa e regolamentare, che ha valorizzato l’identità distintiva delle BCC ed il ruolo svolto dalle
strutture associative di categoria, ai vari livelli13.
Particolarmente qualificanti sono risul-
La sostenuta dinamica del credito erogato, ha determinato il sensibile aumento del rapporto tra impieghi e depositi. L’indicatore, cresciuto di circa 10 punti percentuali nel quinquennio, si attesta per le
BCC all’82% (rispetto al 104,9% del sistema).
12 Dati relativi al 2003.
13 Nel periodo dicembre 1999-dicembre 2004.
Si ricordino, per accennare soltanto ad alcuni: gli importanti chiarimenti forniti dall’Amministrazione finanziaria in materia di inderogabilità delle clausole mutualistiche, in base ai quali è stato evitato il rischio che, sopprimendo tali clausole, si potesse pro c e d e re alla ripartizione del patrimonio accumulato in
esenzione d’imposta; l’abolizione dell’IVA infragruppo; la dichiarazione, sempre da parte dell’Amministrazione finanziaria, del riconoscimento dei requisiti mutualistici necessari per la fruizione delle agevolazioni fiscali, da valutarsi con riferimento alle condizioni “fiscali” poste dall’art. 26 della cosiddetta Legge Basevi (D.Lg CpS n.1577 del 1947). Da non dimenticare è, poi, l’estensione a tutti i settori cooperativi
della deducibilità dal reddito d’impresa delle somme ripartite come ristorni ai soci.
In relazione alla peculiare attività svolta dalle BCC, inoltre, esse non sono state ricomprese dalla Consob
tra gli emittenti di strumenti finanziari diffusi tra il pubblico in misura rilevante e, di conseguenza, esentate dagli “obblighi informativi” previsti dalla normativa in materia.
N u m e rose, infine, le misure di riconoscimento delle caratteristiche delle BCC prodotte dalla Banca d’Italia, ad esempio: la revisione dei requisiti per la costituzione di nuove BCC, che ha consentito di selezion a re nuove iniziative con caratteristiche di serietà progettuale e di adeguatezza patrimoniale; la pre v i s i one della possibilità per le nostre banche di assumere partecipazioni in imprese non finanziarie; l’innalzamento del limite massimo dell'attività di finanziamento a medio e lungo termine per le banche con un pa-
tati la tutela dell’intrasformabilità delle
aziende della categoria, l’inserimento
delle BCC tra le “cooperative a mutualità
prevalente” operato dal nuovo diritto
societario, con quanto ne consegue sul
piano fiscale; la possibilità – fort e m e n t e
sostenuta dalla Federazione italiana –
che le BCC affidino alle Federazioni Locali le funzioni di i n t e rnal audit sulla base
di una procedura condivisa e periodicamente sottoposta ad una verifica intern a
di efficacia.
Sicuramente un successo ed una grande
o p p o rtunità è stata l’introduzione nell ’ o rdinamento di settore dell’attività di
revisione cooperativa, affidata alle centrali di categoria e, per le BCC, in base ad
un accordo con Confcooperative, alle
strutture associative di sistema, ovvero
Federcasse e le Federazioni Locali.
I m p o rtanti riconoscimenti della distintività del modello BCC, anche sotto il profilo organizzativo, sono altri due re c e n t i
p rovvedimenti, che documentano quanto la valorizzazione della coesione di sistema sia entrata nella logica dei decisori pubblici.
Il primo riguarda un recente pro n u n c i amento dell’Amministrazione Finanziaria. L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 144 del 2005, ha aff e rmato che
sono esenti da Iva le prestazioni di servizi svolte nell’ambito di attività ausiliarie all’attività bancaria rese dai consorz i
locali, oltre che direttamente alle BCC
c o n s o rziate, anche indirettamente alle
BCC non aderenti ai consorzi, tramite le
Federazioni regionali. Appare un modo
molto chiaro di riconoscere l’esistenza
del sistema BCC, del suo modo di art icolarsi a più livelli e del vantaggio nel
farne parte.
Il secondo provvedimento, di notevole
impatto e anch’esso molto recente, è la
direttiva comunitaria di recepimento
della nuova disciplina sui requisiti di capitale, la cosiddetta normativa di Basilea 2. Nel testo approvato prima dal Parlamento Europeo e poi definitivamente
dall’Ecofin, viene esplicitamente pre v ista – per livellare il terreno di gioco con
gli altri gruppi bancari – la possibilità di
r i c o n o s c e rei network cooperativi bancari, e
quindi i gruppi orizzontali, retti da re g ole volontariamente stabilite per accord i
contrattuali o altre regolamentazioni
giuridiche tra le parti che vi part e c i p a n o .
La previsione concede a tali network il beneficio (altrimenti appannaggio dei soli
g ruppi verticali) della “ponderazione zero” delle esposizioni finanziarie “infrag ruppo”, sempre che – oltre ad una serie
di altre condizioni – i soggetti che compongono il network aderiscano ad un medesimo sistema di protezione istituzionale (o di garanzia incrociata) che, attraverso un accordo contrattuale o un accordo di responsabilità legale, garantisca la loro liquidità e la loro solvibilità.
Ciò salvaguarda l’autonomia delle banche cooperative locali e non rende indispensabile un processo di integrazione
v e rticale e di consolidamento del patrimonio, come avviene, invece, nei gruppi
formalizzati. Sono dunque numerosi i
segnali in base ai quali si può parlare di
c rescente aff e rmazione delle Banche di
Credito Cooperativo-Casse Rurali nel
trimonio inferiore ai 50 miliardi di lire, dal 20 al 30 per cento della raccolta complessiva, che ha aperto
nuovi spazi operativi a molte aziende; il coordinamento della disciplina in tema di cessione di rapporti
giuridici con quanto restrittivamente previsto all’art. 36 del Testo Unico Bancario in tema di trasform a z i oni e fusioni eterogenee.
mercato, nella considerazione dell’opinione pubblica e dei decisori.
Le ragioni della coesione
Non è dovuta ad un caso la crescita delle
BCC, e non è stato sinonimo di casualità
che essa si sia accelerata negli ultimi anni. È stato merito delle stesse BCC, del loro dinamismo, della loro flessibilità, della loro capacità di interpretare le esigenze
delle economie e delle comunità locali.
È stato un frutto, indiretto, del pro g re ssivo allontanamento dal territorio di altri intermediari. Ma è stato certamente
anche merito di una crescita di efficienza
delle stru t t u re di sistema.
In primo luogo, dunque, le ragioni della
coesione sono ragioni di opportunità.
E s s e reun “sistema” consente, infatti, a
livello di singola azienda, di unire i vantaggi del localismo con quelli della dimensione, usufruendo di economie di
costo e di gamma e di poter contare su
soluzioni, servizi e prodotti altrimenti
non disponibili, neanche sul mercato
(un esempio evidente: le operazioni di
cartolarizzazione14). Più in generale, a livello di insieme, consente di raggiungere un livello di interlocuzione più alto e
più specializzato (con gli enti locali, con
le associazioni di rappresentanza e professionali…) e di avere una visibilità come soggetto nazionale piuttosto che
esclusivamente come insegna locale.
È in virtù del “sistema” che le BCC possono accedere a strumenti di finanza
s t r a o rdinaria, lanciare prodotti e serv i z i
innovativi, immaginare una politica di
14 È
alleanze, contare sulla rappresentanza e
la tutela della propria identità diff e rente, disporre di un contratto collettivo di
l a v o roproprio e originale.
Le ragioni della coesione sono, però, anche di carattere “difensivo”. Sfide operative, organizzative, di mercato sollecitano, infatti, le BCC-CR a ricerc a re risposte
che facciano perno sempre più su una
rete “di qualità”, che possa contare su
meccanismi di coordinamento e di coesione ancora più efficienti ed efficaci.
In particolare, tre sembrano gli ambiti
meritevoli di una riflessione attenta e riguardano:
• l’evoluzione degli assetti economicopatrimoniali delle BCC;
• le politiche di espansione territoriale;
• la competizione con le altre banche.
L’evoluzione degli assetti
economico-patrimoniali
La forte espansione dei crediti delle
Banche di Credito Cooperativo pone almeno due questioni rilevanti:
• il controllo del rischio, in considerazione della ricomposizione del port a f o g l i o
verso il settore delle imprese non finanziarie (ovvero società di capitali) che assorbono oggi la quota maggiore di impieghi delle BCC (circa il 35%);
• il presidio della struttura per scadenze
delle poste di bilancio, per evitare ogni
possibile criticità.
Le altre banche hanno, infatti, già da
tempo fatto fronte, in modo significativo, al divario tra l’espansione dei pre s t iti e quella della raccolta cogliendo le op-
in virtù del “sistema” del Credito Cooperativo che dal 2002 al 2005, attraverso quattro distinte operazioni di cartolarizzazione – sia di crediti in soff e renza che in bonis – che hanno coinvolto oltre 60 BCC, sono
stati collocati sul mercato titoli per oltre 1.400 milioni di euro, con un rating di “tripla A” per le tranche se nior e, quindi, a condizioni singolarmente impensabili. È in virtù del “sistema” che Iccrea Banca e Banca
Agrileasing possono approvvigionarsi sui mercati usufruendo di un rating “A”.
p o rtunità di diversificazione del f u n d i n g
o ff e rte dalla crescita dell’attività sui
mercati internazionali dei capitali. Altre
risorse sono derivate dal progressivo
smobilizzo del portafoglio di valori mobiliari e dalle ingenti operazioni di cart olarizzazione di crediti in soff e renza ed i n
bonis, che hanno permesso il re i m p i e g o
della liquidità proveniente dalla cessione degli asset, mantenendo, però, la gestione dei rapporti con i propri clienti e
t r a s f o rmando margini di interesse in ricavi da servizi. Queste opzioni debbono
e s s e re perseguibili sempre più e sempre
meglio anche per le BCC. Tutto questo
richiede uns i s t e m a, unn e t w o r k che operi
c o e rentemente e sinergicamente in tutte le sue componenti per assicurare un
adeguato sostegno allo sviluppo dell’intermediazione di ogni singola BCC.
I n o l t re, un più efficace utilizzo del “sistema a rete” potrebbe consentire il raggiungimento di superiori economie, dunque
una più soddisfacente redditività.
Le politiche di espansione
territoriale
Il Credito Cooperativo non è omogeneamente distribuito su tutto il territorio
nazionale. La forte espansione della rete
c o m m e rciale realizzatasi nell’ultimo decennio, mentre non ha risolto pienamente tale questione, ha reso più evidente l’aspetto relativo alla sovrapposizione nel medesimo territorio tra le nostre aziende. Nel contempo, cresce la
p resenza di concorrenti sulle aree di insediamento delle nostre banche, so-
prattutto attraverso l’apertura di nuove
filiali, aumentate di circa 3 mila unità
( o v v e rodel 42%) dal 1999 al 2004. Tale situazione spinge a porsi alcuni quesiti,
sotto il profilo strategico, chiedendosi se
da un punto di vista complessivo, gli assetti territoriali delle BCC determinano
una copertura ottimale del mercato.
La competizione
con le altre banche
Il processo di concentrazione dell’industria bancaria, part i c o l a rmente intenso
negli ultimi anni, ha certamente concesso alle BCC un periodo di relativa “tregua” concorrenziale, lasciando peraltro
liberi degli spazi di mercato per quelle
banche, come le nostre, che hanno semp re coltivato la relazione e la prossimità
come valori e caratteristiche fondanti il
loro modo di “fare banca”.
Il periodo di tregua è però terminato.
La riorganizzazione sta “entrando in produzione”. E la strategia, anche dei grandi
g ruppi, pare quella di guardare al terr i t orio e alla dimensione locale con rinnovato interesse. Proprio in questa fase di
buoni numeri, buoni bilanci, buoni tre n d,
è allora doveroso appro f o n d i re le analisi, porsi domande, form u l a re ipotesi
molteplici di risposta, scegliere insieme
con convinzione la strada sulla quale
p u n t a re col massimo impegno.
Esistono, in particolare, alcune insidie
sul piano concorrenziale che meritano
adeguata attenzione. Dal lato dei servizi
alla famiglia, vanno segnalati l’attivismo
e l’intraprendenza del BancoPosta15.
15 La relazione della Banca d’Italia del maggio scorso, censendo – ed è la prima volta che accadeva dal do-
poguerra – la diminuzione del numero dei conti correnti (che, peraltro, ha penalizzato essenzialmente le
banche di maggiore dimensione, mentre ha avvantaggiato quelle piccole e minori), sottolineava che tale
flusso si è indirizzato in notevole misura verso il BancoPosta, il quale, secondo gli ultimi dati disponibili,
a v rebbe raggiunto i 4,4 milioni di conti ed accresciuto in un anno il fatturato del 12 per cento.
Dal lato dei servizi alle imprese, occorre
s o t t o l i n e a rel’interesse, che appare ravvivato, da parte degli intermediari di
maggiori dimensioni nei confronti delle
cosiddette PMI e della realtà dei distre tti. Ciò si sta realizzando non tanto attraverso la tradizionale off e rta di credito,
quanto, soprattutto, attraverso formule
più evolute (bond di distretto, stru m e n t i
di copertura, supporto all’attività di mer ger and acquisition, all’intern a z i o n a l i z z azione, all’accesso ai mercati finanziari
con equity ecc…), in corrispondenza di
strategie che pongono al centro la dimensione territoriale16.
Sul piano del complessivo posizionamento, è da considerarsi un’insidia la
scelta dei principali gruppi bancari nazionali di investire cospicue energie intellettuali e risorse economiche per presentarsi come banche di re l a z i o n e,territorio
concettuale e vocazione caratteristici e
specifici delle BCC-CR.
Un’insidia, infine, può derivare dall’attenzione – non sempre sincera e disinteressata – sul modello imprenditoriale
cooperativo conseguente alle note vicende di cronaca, concentratesi nella seconda metà del 2005.
Insomma, non è possibile accontentarsi
del presente e limitarsi a considerare
l’attuale positiva situazione delle BCC,
senza valutare l’orizzonte più ampio e
porsi alcuni fondamentali quesiti, quali:
• cosa sarà, cosa dovrà e potrà essere, il
Credito Cooperativo del 2010 e anche
del 2015?
• quali ostacoli ci porranno la concorrenza delle altre banche e l’evoluzione
della normativa?
• quali opportunità dovremmo cogliere
dall’apertura dei mercati, dal ruolo crescente delle amministrazioni locali, dalla capacità di accompagnare adeguatamente il dinamismo delle imprese nos t re socie e clienti?
Non sono domande alle quali è possibile rinviare una risposta.
Il ruolo del comparto
imprenditoriale
e delle stru t t u re di servizio
Il modello organizzativo delle BCC, da
sempre, ha amplificato la formula cooperativa, valorizzandone l’accezione
interna. Quasi in contemporanea con la
nascita delle Casse Rurali si è avvertita
l’esigenza di costituire strumenti (di
natura associativa ed imprenditoriale)
che ne affiancassero e supportassero
l’attività. La logica che ha ispirato l’originale architettura organizzativa “di sistema” è stata, in sostanza, da sempre,
la sussidiarietà17.
Questo principio non contrasta, ma va-
16 In tale logica, vanno lette le dichiarazioni succedutesi negli ultimi anni di esponenti di vertice di alcune
grandi banche, che si riportano così come tratte dalla stampa specializzata: “La nostra è la più grande ban ca locale italiana” (L. Majocchi, VDG Unicredito, 23 giugno 2003); “Il mercato del credito vedrà protagoniste
le banche nazionali che avranno dimostrato di saper agire come soggetti locali” (C. Passera, AD Banca Intesa, 17 luglio 2004). “Intendiamo aff e rm a re il modello di Banca nazionale dei territori, integrato da una forte
competenza e specializzazione per segmenti e prodotti” (A. Iozzo, AD SanPaolo IMI, 26 ottobre 2005); “ S aremo la banca dei distretti” (R. Mazzotta, Presidente Banca Popolare di Milano, novembre 2005).
17 Sussidiarietà, da subsidium aff e rre, port a re aiuto, come dicevano i latini riferendosi al supporto delle
t ruppe di riserva a quelle di prima linea, è un concetto antico che coincide con il significato di potere legato sempre ai livelli più bassi e alle dimensioni minori. Ma quando il livello di base non riesce a ragg i u n g e re i propri obiettivi, allora è chiamato ad intervenire il livello più elevato con una azione, appunto, di sussidiarietà.
lorizza l’autonomia. Perché autonomia,
è sempre bene ricordare, è un concetto
diverso da autarchia. E infatti nella sussidiarietà vengono riconosciuti, insieme, l’autonomia e la cooperazione.
Di essa c’è part i c o l a rebisogno oggi, nel
contesto competitivo descritto, almeno
per tre ragioni. In quanto la “complementarietà di sistema”:
• consente al localismo di essere eff iciente;
• agevola l’introduzione di innovazioni
di processo e di prodotto anche in aziende di dimensioni contenute;
• concretizza la capacità di relazione ad
un livello territoriale più ampio.
È grazie all’esistenza del “sistema” che
le Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali realizzano economie di costo,
ma anche di specializzazione e di gamma. È ancora grazie al “sistema” che si
possono mettere in campo iniziative
che, per ragioni legate all’onerosità degli investimenti o alle competenze richieste, difficilmente una piccola imp resa bancaria potrebbe realizzare “in
p roprio”. È sempre grazie al “sistema”
che una banca del territorio, insieme ad
altre BCC del territorio e con il supporto tecnico-finanziario delle strutture di
categoria, può diventare p a rtner degli
enti locali o entrare nel capitale della finanziaria regionale. In una parola, è
grazie al “sistema” che le nostre aziende
possono contare sulla parificazione del
terreno competitivo rispetto agli altri
intermediari, soprattutto di maggiori
dimensioni.
Ma qual è, nello specifico, ci si potrebbe
d o m a n d a re, il valore della sussidiarietà
i n t e rna, in uno scenario di mercato nel
quale è alto il numero dei fornitori e ricco il ventaglio di quelli specializzati?
Ebbene, quale che sia la scelta tra m a k e
or b u y, ovvero sia che si offrano risposte
“fabbricandole”, sia che si acquistino all’esterno per veicolarle all’interno, la
sussidiarietà “di sistema” ha quattro indubbi vantaggi:
• consente la personalizzazione delle
soluzioni sulla propria peculiarità;
• minimizza i rischi concorrenziali;
• in caso di b u y, permette di spuntare
condizioni di costo più favorevoli (si garantiscono maggiori volumi e dunque si
ottengono maggiori vantaggi);
• consente di chiudere il circuito del valore all’interno, non disperd e n d o l o .
Proprio in ragione di tali considerazioni, esiste oggi una nuova, e maggiore,
responsabilità del “sistema” nel suo
complesso nell’assicurare alle BCC-CR
un supporto efficace ed efficiente che
consenta ad ogni azienda di avere gli
strumenti per essere leader nel proprio
mercato e favorire lo sviluppo del territorio. Una responsabilità ancora più
immediata nel caso del versante imprenditoriale, la cui funzione di abilitazione ad operare “alla pari” con le alt re banche sui fronti più innovativi è
evidente.
Una strategia e una prassi
“controcorrente”.
Le logiche dei sistemi a rete
Passaggio non irrilevante, considerando l’obiettivo del miglioramento della
qualità della rete del Credito Cooperativo, è il confronto con le altre reti e l’analisi dei meccanismi che assicurano l’efficacia e l’efficienza dei n e t w o r k, in senso
anche teorico.
Una rete di imprese è costituita da realtà
che mantengono la propria autonomia,
ma cooperano e competono valorizzan-
do i tratti e gli obiettivi comuni, condividendo investimenti e rischi.
Le reti hanno due caratteristiche rilevanti18: tendono ad accre s c e recontinuamente il loro bacino di utenza, trascinate da quelle economie che, ad ogni nuovo utente, aumentano l’utilità (e quindi
il valore) per tutti i suoi utenti pre c e d e nti; sono uno strumento organizzativo di
successo per aff rontare la complessità.
Nell’epoca dell’economia della conoscenza, in cui il valore delle componenti
immateriali è determinante, risulta infatti vincente non chi è grande o piccolo,
ma chi riesce ad impiegare cre a t i v a m e nte conoscenze intellettuali e pratiche,
relazionali e sociali. Far parte di una rete
estesa ed efficiente, ovviamente, rende
tale obiettivo più raggiungibile.
Non c’è rete senza
coordinamento
P a rt i c o l a rmente interessante è la g o v e r nance in un sistema a rete, che non si fonda sugli ordinari principi di carattere ger a rchico (nella rete non si danno ordini
di servizio), ma su un misto di condivisione e codificazione. La condivisione favorisce il superamento delle diff e renze dei
contesti di partenza. Essa costa poco ma
ha un limite: genera solitamente un ridotto bacino d’uso. Perciò interviene la
codificazione,che, attraverso la definizione
di standard “ex ante”, favorisce la conservazione e trasmissione della conoscenza
stessa. In ogni rete è indispensabile una
funzione di coordinamento che:
• regoli l’accesso di nuovi membri, condi-
zionandolo al rispetto di certi requisiti iniziali;
• renda trasparenti e osservabili i comport a m e n ti tenuti dai singoli adere n t i ;
• disciplini le scelte, f a v o rendo la cooperazione o il rispetto di certe regole di competizione, con l’erogazione di incentivi o
di sanzioni19.
Si tratta, in sostanza, di un ruolo di met a - o rganizzazione, che può essere implicito (auto-organizzazione) o form a l i z z ato, ma che è in ogni caso essenziale per
il buon funzionamento della rete.
Su queste linee è stata tracciata la rete
del Credito Cooperativo. Che ha, e avrà,
al centro sempre la Banca di Credito Cooperativo.
L’attuale rete
del Credito Cooperativo
Nel 1999 il Credito Cooperativo giunse ad
individuareil sistema a rete come una risposta strategica per coniugare mutualità, solidarietà, relazione vitale con il terr itorio, autonomia sostanziale di ciascuna
BCC con efficienza, capacità di servizio e
di governo del cambiamento.
Definimmo il sistema a rete del Cre d i t o
Cooperativo: “un sistema c o o rdinato d i
autonomie basato su stru t t u re operanti
a vari livelli con funzioni distinte ma com plementari tra loro e saldato insieme da
regole e meccanismi condivisi e rispettati di indi rizzo strategico e di coordinamento”.
Era e resta una nostra definizione originale. Una risposta in grado di consentire
lo sviluppo di sinergie di categoria sotto
quattro profili: economie di scala; con-
18 Enzo Rullani, “Economia della conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti”. Carocci, 2004.
Stesso autore: “La fabbrica dell’immateriale. Pro d u rre valore con la conoscenza”. Il Mulino, 2004.
19 Enzo Rullani, op.cit.
tenimento dei costi; sviluppo dei ricavi;
fluida circolazione delle informazionidelle risorse-delle tecniche-delle migliori prassi. Una formulazione ancora
molto attuale.
Di quella definizione, un elemento forse
rimasto un po’ “sottotraccia” è quello
del coordinamento, che è stato re a l i z z ato essenzialmente in termini “informali”.
Come assicurare la piena
qualità del “sistema a rete”
del Credito Cooperativo?
In questi anni il Credito Cooperativo ha
lavorato strategicamente in due direzioni:
• migliorare la qualità delle singole
aziende, perché siano sempre più delle
buone banche e, insieme, delle buone
cooperative;
• migliorare la qualità della rete, di cui
ogni BCC-CR è protagonista e parte determinante.
Non si tratta di obiettivi che possono ess e re scissi e vissuti separati. La qualità
di ogni banca non può pre s c i n d e redalla
qualità del s u o sistema. Semplicemente
p e rché esso esiste in quanto funzionale
e complementare alla BCC. La coesione
s e rve all’autonomia, perché essa possa
continuare nel tempo.
La rete non ingoia, facilita. Non omologa, semmai integra e alimenta la diff erenza. Non soffoca, né limita, semmai
p rotegge e previene.
Non esistono, in sostanza, dubbi sul
“perché” la coesione nel sistema del Credito Cooperativo sia una risposta strategica indispensabile. Allora il quesito che
ci dobbiamo porre diventa: coesione, come?
Per poter rispondere a questa domanda,
o c c o rre tener conto di due convinzioni:
la prima è che il sistema a rete davvero
consente al radicamento nel territorio di
e s s e re efficiente, conservando, al tempo
stesso, le proprie specificità, e dunque
non può essere una soluzione “alla carta”, da assumere in modo intermittente;
la seconda è che la gestione del rapporto con il territorio va tenuta presso ogni
singola BCC, perché il patrimonio di conoscenza, relazioni, flessibilità, vivacità
che la BCC possiede è una risorsa inimitabile. Come re n d e re, dunque, più eff e ttivo quell’indirizzo strategico comune e
quel coordinamento per fare della re t e
del Credito Cooperativo sempre più una
“ rete di qualità”?
C’erano sostanzialmente due strade:
la prima, quella di favorire l’evoluzione del
n o s t ro modello, per dare un deciso impulso di g o v e rnance e di miglioramento
dei meccanismi di indirizzo, coordinamento, comunicazione e contro l l o ;
la seconda, quella di c a m b i a re il modello,
adottandone uno basato su nuovi strumenti normativi, come il gruppo cooperativo paritetico.
Ci siamo orientati, convintamente, sulla
soluzione più idonea e più coerente, e
quindi sulla prima strada, pervenendo
ad una scelta pienamente “cooperativa”:
per i suoi contenuti e per il metodo con
la quale è stata assunta.
Il Credito Cooperativo italiano è stato
capace nei suoi 120 anni di vita, di re a l i zz a re importanti innovazioni org a n i z z a t ive: la costituzione di supporti associativi
attraverso le Federazioni locali, di un
Istituto Centrale di categoria e poi delle
due Casse Centrali, di società nell’ambito dei servizi, di società strumentali operative in diversi settori, di un sistema di
garanzia assolutamente originale, evolutosi negli anni, e oggi unico e distintivo sia per quanto riguarda la componen-
te obbligatoria della tutela dei depositanti, sia per quella volontaria relativa ai
portatori di obbligazioni nostri clienti.
Tali novità si sono inscritte in un quadro
di profonda coerenza con la pro p r i a
identità e la tradizione. In questa logica,
si pone anche la presente innovazione.
L’architettura del progetto.
Il fattore portante:
l’estensione delle garanzie
Dal confronto con la realtà della cooperazione di credito europea, la sua storia
recente, la sua evoluzione sul piano organizzativo, emergono alcune evidenze:
• la strategia del rafforzamento dell’integrazione per aff ro n t a re le sfide della
c o n c o rrenza o situazioni di crisi;
• la riaff e rmazione costante dell’autonomia delle banche come valore irrinunciabile;
• il raff o rzamento degli istituti centrali
per ampliare le opportunità di business;
• il rafforzamento dei meccanismi di garanzia e del sistema dei contro l l i .
Proprio quest’ultimo fattore è stato il
veicolo che ha maggiormente favorito il
p rocesso di coesione interna di sistema.
Nell’esperienza italiana, dal 1999 ad oggi, la stabilità ha reso possibile l’autonomia e il rafforzamento delle BCC-CR.
Un fattore fondamentale di integrazione, che sembra al momento essere in
grado di rafforz a re quel modello a “re t e ”
che abbiamo disegnato, ma soprattutto
di migliorare sia l’efficienza sia la stabilità delle nostre banche, può dunque pass a re attraverso un ulteriore perf e z i o n amento del sistema di garanzie interno al
Credito Cooperativo.
20
Siamo di fronte alla possibilità di diseg n a re qualcosa di assolutamente originale nel nostro Paese. Proseguendo nel
solco di innovazioni che già hanno permesso al nostro sistema di porsi all’av a n g u a rdia sul terreno della pro s s i m i t à
al cliente, come anche della tutela della
solvibilità delle singole aziende in una
logica di costante raff o rzamento delle
diverse componenti della “rete”.
Tale avanzamento si realizzerà attraverso l’estensione del Fondo di garanzia degli obbligazionisti (FGO) verso
una forma di garanzia incrociata20 d e ll’intero Credito Cooperativo, che vada
a complemento delle tutele già previste dal Fondo di Garanzia dei Depositanti (FGD).
In altre parole, la garanzia “di sistema”,
che viene già accordata a una compagine definita di depositanti e obbligazionisti, verrebbe in questo disegno estesa
alla generalità dei clienti creditori delle
n o s t re Banche.
Questo nuovo schema di garanzie di sistema potrebbe essere denominato
Fondo Istituzionale di Protezione della
Clientela del Credito Cooperativo, ed
avrà l’obiettivo di garantire sempre più
la tutela della solvibilità delle banche
piuttosto che la protezione di part i c o l ari, specifiche categorie di investitori.
Il nuovo Fondo genererà numerosi vantaggi. Sotto un profilo oggettivo e soggettivo.
Sul piano oggettivo:
• vantaggi di merc a t o (intesi come migliore
accesso ai mercati finanziari da parte del
C redito Cooperativo in termini di costo
della raccolta, potendo contare su r a t i n g
più favorevoli);
Di garanzia incrociata tout court si può parlare soltanto da parte di quei gruppi o realtà che effettuano il
consolidamento dei patrimoni delle singole banche.
• vantaggi relazionali e di reputazione (magg i o re competitività e solidità);
• vantaggi regolamentari (la possibilità di
u t i l i z z a re criteri di vigilanza prudenziali
più favorevoli, in relazione a quanto previsto dalla Direttiva di recepimento dell’Accordo sui requisiti di capitale).
Una forma più incisiva di meccanismi
solidali di protezione della clientela tende a favorire un migliore appre z z a m e n t o
da parte del mercato – intendendosi con
questo anche le agenzie di rating e i grandi investitori istituzionali – e dunque l’irrobustimento della “finanza di sistema”.
Ma può consentire anche un più intenso
sviluppo della “finanza di territorio”. In
p rospettiva, infatti, anche per concorrere all’aggiudicazione della tesoreria o all’appalto di servizi del piccolo ente non
si considererà la dotazione patrimoniale
della banca, ma il suo rating.
Perm e t t e re ad ogni Banca di Credito Cooperativo e Cassa Rurale di poter spendere il rating del sistema, senza intaccare
la capacità decisionale di quell’azienda,
rappresenta un vantaggio notevole. In
p rospettiva, decisivo. Si tratta di una forma innovativa di solidarietà “orizzontale” e paritetica, che si muove nella logica
dell’autentica cooperazione.
A questi due vantaggi, si uniscono altri
benefici: in primo luogo, quelli derivanti
dalla citata direttiva di recepimento dell’Accordo di Basilea 2, ovvero la “ponderazione zero” per le esposizioni creditizie
interne ai network bancari cooperativi che
libera capitale per sviluppare l’interm ediazione. Ma anche quelli relativi al potenziamento dell’ “esperienza cooperativa” e la salvaguardia dei valori che ne
stanno alla base. Sia in termini di maggiore tutela di soci e clienti, sia in una
p rospettiva di raff o rzamento di quel
“pluralismo economico” che appare un
valore da difendere all’interno di un sistema finanziario che si va sempre più
concentrando. E non va dimenticato che
p ro p o rre – oggi – l’affinamento di “meccanismi di autogoverno” del sistema è
una scelta in grado di tutelare le nostre
banche da possibili cambiamenti mac roeconomici determinati da politiche
sovra-nazionali.
È possibile, inoltre, leggere i vantaggi
che derivano dalla costituzione del nuovo Fondo anche sotto il profilo dei diversi soggetti coinvolti. Consideriamone
tre, essenziali: i soci-clienti; le BCC in
quanto aziende autonome; il sistema
nel suo complesso.
Per i soci e clienti il vantaggio generale è
il miglioramento della qualità e della
convenienza dei prodotti e dei servizi loro destinati.
Per le BCC, in quanto cooperative mutualistiche, il vantaggio generale è re nd e re la BCC stessa ancora più stabile e
ancora più solida (buona banca), ancora
più coerente (buona cooperativa), ancora più competitiva (le “tre B” della buona
banca-buona cooperativa-buona rete).
Per il sistema, il vantaggio generale è il
miglioramento della rete, in termini di
economicità ed efficienza. Questo meccanismo consentirà ad ogni banca di ess e re considerata davvero, non soltanto
in termini virtuali, ma questa volta reali,
come parte di un sistema. La singola
BCC-CR, anche la più piccola, potrà mettere in campo davvero non soltanto la
sua forza, ma quella di tutte le altre banche della categoria. Con benefici evidenti in termini di accreditamento e re p u t azione. Con benefici economici tangibili.
È un passaggio culturale e strategico
d a v v e roimportante. Le BCC-CR risulteranno, tutte, realtà più solide.
La proposta in oggetto costituisce dun-
que un passaggio di grandissima port ata sul piano culturale e su quello pratico.
Il Credito Cooperativo sarà un “sistema
a rete” in termini oggettivi. Sulla base di
un contratto. Senza che venga violata
l’autonomia d’impresa di ciascuna BCC.
Si tratta, appunto, di uno “sviluppo nella
continuità”. Il progetto è innovativo perché razionalizza i flussi finanziari all’interno del sistema, favorendo una più efficiente allocazione delle risorse, offre ndo risposte concrete ed efficaci alle esigenze delle BCC-CR. Le scelte strategiche e l’attività di tutti i giorni non sono
più limitate dalle risorse possedute direttamente, ma possono essere alimentate e nutrite da risorse esterne, possedute insieme ad altre BCC o da aggre g azioni di BCC. È innovativo perché re c e p isce le migliori prassi dei sistemi cooperativi a livello europeo organizzati a net work21. Si diff e renzia da modelli altern ativi di “garanzia incrociata”, quali quello
olandese della Rabobank e quello francese del Crédit Mutuel e del Crédit Agricole nelle loro articolazioni regionali,
che prevedono la piena disponibilità
delle risorse patrimoniali delle banche
per far fronte agli impegni verso tutti i
c reditori. In questo caso non è così. È
p revisto, infatti, un limite preciso nell’impegno, un ben definito e determinato
tetto, a tutela della stabilità delle banche e della solidità del Fondo di Pro t ezione. E forme di “regionalizzazione” –
correlando rischi, impegni ed interv e n t i
– sulla scorta di quanto già sperimentato con il Fondo di Garanzia dei Depositanti. Anche per tale ragione, si può sostenere che il Fondo vale molto più di
quanto costa.
L’ampliamento dei meccanismi di garanzia “di sistema” si presenta, però, anche come un’iniziativa coerente con la
storia delle Banche di Credito Cooperativo che, fin dal 1978, ben prima che una
normativa lo rendesse obbligatorio per
tutti gli intermediari, hanno dato attuazione ai principi fondanti della cooperazione, solidarietà e sussidiarietà “inventando” un sistema di garanzia e di pro t ezione, il Fondo Centrale di Garanzia, unico ed originale.
Il Fondo Istituzionale di Protezione della Cliente la si inserisce in questo filone. Si inquadra nella capacità di darsi una auto-regolamentazione in grado di pro m u o v e re
sviluppo. In una logica pienamente cooperativa.
I fattori sinergici:
outsourcing - marchio f o rmazione
Se l’estensione delle garanzie costituisce il “fattore strategico” del progetto,
altri elementi possono essere considerati “sinergici” al disegno della complessiva qualificazione della rete del Credito
Cooperativo.
Tali fattori sono:
• l’ulteriore sviluppo del processo di
e s t e rnalizzazione di sistema (o u t s o u rc i n g
di categoria);
• l’evoluzione del nostro marchio come
un marchio (e quindi una marca) di qualità, o meglio delle qualità (che sono molteplici);
• il puntare sulla formazione identitaria
come momento di condivisione della
nostra cultura distintiva, e quindi veicolo di coesione.
21 In part i c o l a reci si riferisce all’esperienza tedesca, nella quale esiste un rating “di sistema” (A+) attribui-
to all’Istituto centrale come alle singole cooperative di credito locali.
Il rafforzamento
dell’esternalizzazione di sistema
In questi ultimi anni, le scelte di estern alizzazione, storicamente consolidate nel
n o s t romondo, si sono indirizzate pre v alentemente verso stru t t u re della categoria22. Esiste, comunque, ancora un cons i d e revole numero di attività potenzialmente esternalizzabili, che perm a n g o n o
nelle banche.
È dunque possibile rafforzare questo
p rocesso, ottenendo il vantaggio di all e g g e r i re le BCC da costi di gestione accentrabili a livello territoriale, di conseg u i re quindi economie di scala, ma anche altri vantaggi, perfezionando ulteriormente il momento della relazione
con la clientela e la ricerca dell’eccellenza nella fornitura di prodotti e servizi.
Questo processo può inoltre tro v a re oggi, nell’anticipato pronunciamento della
Agenzia delle Entrate in materia di IVA
infragruppo, un ulteriore impulso.
Il potenziamento delle politiche di o u t sourcing potrà consentire di cogliere nuove opportunità. In particolare:
• il rafforzamento della specializzazione;
• il costante confronto col mercato;
• un più efficiente coordinamento tra le
strutture esistenti;
• l’adeguamento delle politiche di o u t sourcing ai cambiamenti tecnologici.
O c c o rrerà dunque potenziare questo
processo, razionalizzando quanto già
realizzato. In particolare, sarebbe opportuno prevedere un sempre più eff iciente coordinamento tra le strutture.
Non con l’obiettivo di cre a re mega-con-
s o rzi, ma con quello di garantire davvero la costante ricerca dell’efficienza e
dell’eccellenza.
L’ulteriore affermazione
del marchio
Il marchio, o meglio la marca, in un’azienda svolge almeno tre funzioni essenziali:
• assicura la continuità storica dell’imp resa, ne racconta il passato e la tradizione;
• distingue quell’impresa dalle altre presenti nel mercato e la rende unica;
• evoca un universo di valori ed emozioni riferibili a quella azienda.
Anche in relazione alle iniziative di comunicazione “di sistema” intraprese, la
m a rca del Credito Cooperativo, nelle
sue tre diverse declinazioni e simbologie, ha ottenuto una pro g ressiva visibilità, un crescente accreditamento ed un
generale riconoscimento. La nostra
realtà, documentano ricerche indipendenti, è percepita come “affidabile”, “che
merita fiducia”, “che offre sicure z z a ” .
Autorevoli conferme derivano da altre
indagini, ed è un dato recentissimo, secondo le quali la marca BCC è posizionata molto in alto nella graduatoria della
soddisfazione, anche rispetto ad altri
autorevoli concorrenti, per elementi oggettivi quali: il rapporto costi-benefici,
l’innovatività, l’attenzione al cliente.
Questo dato, espresso dal mercato retail,
emerge ancora più rafforzato nel segmento delle imprese.
L’evoluzione e la sfida da cogliere è ora
22 Indagine SeF Consulting sulla “Ricognizione dello stato del processo di esternalizzazione”, giugno-set-
t e m b re 2005.
Da tale analisi, le motivazioni dell’o u t s o u rcing fanno prevalentemente riferimento al risparmio dei costi ed
al voler cogliere ciò che viene considerato una “nuova opportunità del sistema”. Infatti, i volumi di lavoro
esternalizzato sono medio-alti e ad un buon livello è il gradimento sui servizi off e rt i .
quella non soltanto di proseguire nell’accreditamento della nostra marca e
delle sue caratteristiche uniche e distintive, ma di aff e rmarla, anche agli occhi
dei nostri soci, dei nostri clienti, del
pubblico in generale, come “marca di
qualità”. O meglio marca d e l l e qualità, le
molte qualità che connotano le Banche
di Credito Cooperativo e Casse Rurali.
La “doppia C” – ma anche il “simbolo
clesiano” con le “due C” in Trentino e i
“cavallini incrociati” in Alto Adige – debbono sempre più essere espre s s i o n e
dell’identità delle nostre banche: aziende cooperative, mutualistiche e del terr itorio. E dell’impegno statutario a “ p ro m u o v e re il miglioramento delle condizioni mora li, culturali ed economiche dei soci e delle comuni tà locali, lo sviluppo della cooperazione e l'educa zione al risparmio e alla previdenza nonché la co esione sociale e la crescita responsabile e sosteni bile del territorio”, come afferma l’articolo 2.
Di uno stile di banca “diff e rente”, re a lmente, tangibilmente, “differente”.
In questo senso, la marca deve acquisire
nei confronti del pubblico una nuova,
pregnante, qualificazione, diventando
una sorta di “certificazione” dell’impegno ad essere sempre più buone banche, buone cooperative ed imprese inserite efficacemente in una buona rete.
È chiaro che non si può trattare di un
processo autoreferenziale. Non basta
d i c h i a r a reun’identità per interpre t a r l a .
Né basta aff e rm a re una volontà, una
tensione, verso la piena applicazione di
tale identità, se essa non trova concretizzazione in un continuo percorso di valutazione e miglioramento.
Qui, allora, si coglie appieno il valore
dell’autoregolamentazione che il nostro
mondo è in grado di esprimere. Perché il
rafforzamento dei meccanismi di garanzia interni costituirà un ausilio per la
qualificazione degli assetti economici e
gestionali delle nostre banche (la buona
banca). La revisione cooperativa forn i r à
indicazioni per il rispetto e lo sviluppo
dei principi mutualistici e della democrazia economica (la buona cooperativa). E l’ottimizzazione della nostra rete
potrà consentire alle banche di far cons e g u i re benefici tangibili ai soci e ai
clienti (buona rete).
Il valore della formazione
identitaria
La competitività, la vitalità e lo stesso
valore economico delle aziende è dato
in buona parte da un tipo di risorse definite intangibili.
D ’ a l t ro canto, dopo l’era dell’economia
della produzione e quella dei servizi, la
nostra è davvero l’epoca dell’economia
della conoscenza. Così tra i fattori che
p o rtano valore all’impresa, ci sono, tra
gli altri, elementi appunto intangibili come il marchio, la comunicazione e la tras p a renza, la cultura organizzativa, le re t i
e le alleanze, la reputazione, la capacità
di gestire la conoscenza e di innovare .
Ciò che è ormai assodato per tutte le imp rese, diventa part i c o l a rmente strategico per una realtà complessa come il Credito Cooperativo, che può essere re a lmente ed in modo sempre più incisivo
un “sistema” qualificandosi non solo come una rete operativa edo rg a n i z z a t i v a,ma
anche come una rete di v a l o r i e di cultura
comuni.
Evidente è, dunque, il valore della formazione. Essa è il veicolo per garantire
la trasmissione e la condivisione della
cultura, che è poi quel fattore, pro p r i e t ario, originale e distintivo, che rende le
i m p rese uniche ed inimitabili. La cultura
aziendale è costituita, infatti, dal patri-
monio dei valori, dei principi, della storia, delle norme, dei saperi condivisi all ’ i n t e rno, a cui si fa riferimento per svil u p p a re la strategia dell’impresa, per aggre g a re e motivare le persone, per gestire le relazioni con l’esterno, per valutare
le performance.
È per tale ragione che vogliamo potenziare l’investimento nella formazione
identitaria23 a carattere istituzionale.
Siamo infatti convinti che sia necessario
c o n o s c e re per potersi ri-conoscere (riconos c e re nel duplice significato di “conos c e redi nuovo” e di “appart e n e re”). Da
ciò deriva la possibilità di farsi riconoscere
all’esterno per le proprie strategie, le
p roprie scelte ed i propri comport a m e nti, come soggetti unici e distintivi.
In ragione di questa consapevolezza, in
ogni nostro Consiglio di Amministrazione potrebbe essere attribuita una specifica delega ad un consigliere: perché la
f o rmazione identitaria abbia un reale e
costante impulso nell’impre s a .
La Carta della Coesione
per promuovere coesione
e sviluppo
Favorire lo sviluppo del “sistema a rete”
del Credito Cooperativo attraverso meccanismi che garantiscano l’autonomia
delle singole banche e contemporaneamente una più forte coesione complessiva. Questo è il disegno. Perché le BCCCR possano continuare ad adempiere
alla loro missione e a dare spessore alla
l o ro identità diff e rente. A promuovere
coesione sociale e sviluppo delle comunità locali. Ad impegnarsi per il miglio-
ramento del territorio, per la creazione
di benessere che è qualcosa di più ampio della ricchezza, e riguarda la qualità
della vita delle persone.
Perché possano continuare a lavorare
per costru i re il bene comune e lo sviluppo sostenibile.
Le ragioni per aderire al progetto pro p osto sono molte e su diversi piani. Sono
di carattere strutturale, strategico e di
m e rcato. Sono valutazioni di opport u n ità e di convenienza. Provo a riassumerle:
• la rete è un fattore competitivo: aiuta le piccole imprese e le piccole banche ad affro n t a re i cambiamenti di mercato, livellando il terreno del confronto, anche
con le banche più grandi;
• va nella direzione dell’Europa: la regolamentazione europea (in part i c o l a re Basilea 2) valorizza il “sistema” delle Banche cooperative, proprio riconoscendone il valore peculiare;
• facilita la “finanza di sistema” e quella di ter ritorio;
• consente di qualificare il monitoraggio, e dun que di migliorare gli assetti: il controllo è occasione di miglioramento continuo;
• i vantaggi superano di gran lunga i costi: e i
vantaggi sono di tipo diretto e indiretto.
Per le singole BCC-CR e per il Credito
Cooperativo nel suo insieme;
• infine, è una risposta “contro c o rrente”, ma è
anche una risposta c o e rente con la nostra
storia e la nostra tradizione. Si basa su
principi di cooperazione, solidarietà e
sussidiarietà che hanno contraddistinto
la nostra formula fin dalle sue origini.
L’adesione è volontaria. Il sistema è pro p osto e non imposto.
23 Per tale ragione, e non a caso, nel contratto di apprendistato del Credito Cooperativo recentemente si-
glato non è stato previsto soltanto un più consistente investimento nella formazione dei collaboratori,
ma uno specifico investimento sulla identità peculiare delle BCC.
S t rumento di riferimento per la gestione
del disegno presentato potrebbe allora
e s s e reuna C a rta della Coesione del Credito
Cooperativo, una cornice valoriale che fissi
i principi che orientino gli accordi collaborativi tra BCC-CR e altri soggetti del
“sistema”. Tali accordi saranno poi compendiati in un Protocollo di coesione, che sarà il frutto dell’ampio confronto e della
condivisione al nostro interno, nel quale
forn i re misure regolamentari di attuazione del disegno.
La C a rta della Coesione è, dunque, in un
c e rto senso la logica prosecuzione della Carta dei Valori che il Credito Cooperativo adottò nel 1999 in occasione del
Convegno nazionale di Riva del Gard a .
È una tavola di princìpi che guidano le
scelte di evoluzione del modo di fare sistema e che garantiscono la coerenza
nel tempo e la continuità nello sviluppo. Una sorta di piccolo faro che illumina i passi. La piattaforma valoriale della comunità delle cooperative e delle
comunità delle BCC.
Conclusioni
La finanza cooperativa mutualistica è
nata per “pro m u o v e re”. “Promuovere il
miglioramento delle condizioni morali
ed economiche dei soci e delle comunità locali” è l’obiettivo da sempre scritto
nei nostri statuti. Nell’Ottocento, come
oggi. “Pro m u o v e re” significa anche mettere in moto.
E le Banche di Credito Cooperativo e
Casse Rurali, in oltre 120 anni di vita,
hanno effettivamente messo in moto:
e n e rgie, speranze, realizzazioni. Hanno
stimolato l’auto-organizzazione e la capacità di intraprendere. L’azione e non
l’attesa. La possibilità di cambiare le situazioni, per migliorarle. Dando cre d i t o .
Dando fiducia. Dando strumenti.
Le nostre banche hanno generato valore
e coltivato il terreno perché valori come
la partecipazione, l’attenzione alla persona, la coesione, potessero cre s c e rea
loro volta. Soltanto per citare due numeri: abbiamo stimato con una nostra metodologia “proprietaria” il vantaggio per
i nostri soci, i concreti benefici derivanti
dall’operarecon la propria banca cooperativa. Si attestano su un miliardo di euro l’anno, il 25% del valore globale lord o
p rodotto dal “sistema BCC”.
Il secondo dato è la creazione di occupazione: soltanto in termini diretti, le nos t re banche hanno oggi 29 mila collaboratori, il 19% in più di cinque anni fa. Nel
resto dell’industria bancaria la tendenza
è, come noto, di segno opposto.
Abbiamo promosso non solo crescita, e
non solo la nostra crescita, ma sviluppo.
I due termini non sono sinonimi. Perché
nel secondo concetto ci sono qualità
che il primo non compre n d e .
Sviluppo etimologicamente vuol dire
“ u s c i redal viluppo” e quindi dispiegare.
È questa la nozione di sviluppo alla quale le BCC-CR hanno da sempre cerc a t o
di concorre re. Perché non può esistere
sviluppo senza coesione. E quindi senza
partecipazione. Ci hanno attribuito il
merito di essere palestre di democrazia
economica e luoghi in cui eserc i t a re
c o n c retamente il coinvolgimento.
Le BCC hanno favorito l’inclusione economica, che diventa poi sociale e civile,
sia con riferimento ai soggetti (numerose
sono le iniziative rivolte a coloro che sono più a rischio di marginalità: gli immigrati, gli imprenditori che hanno avuto
d i fficoltà e che, per essere riammessi nel
c i rcuito, si appoggiano a Fondazioni anti-usura, i giovani che avviano piccole
i m p rese, le cooperative, ecc.). Ma anche
con riferimento ai m e t o d i. In particolare
riguardo alla valutazione del merito di
c redito. Discern e re chi merita fiducia da
chi non la merita non può essere una
“tecnologia” delegata unicamente a
macchine e a sistemi esperti. Le BCC
cercano costantemente di ricordarlo: affidando chi merita e valorizzando la conoscenza diretta che solo una banca
d a v v e rodel territorio possiede.
Le BCC-CR sentono la responsabilità di
f a re banca in modo “bio-logico”, seguendo la logica della vita, accompagnandone le diverse fasi ed esigenze, offrendo soluzioni che si qualifichino non
solo in termini di competenza e pro f e ssionalità, ma anche di attenzione a quel
benessere poc’anzi citato.
Anche le BCC si sentono impegnate nel
rilancio dello sviluppo del nostro Paese.
P e rché non siamo semplicemente delle
banche locali, ma siamo, e sempre più
vogliamo essere, delle banche di sviluppo
locale. L’esperienza ci dimostra che la
cooperazione di credito è una “formula
chimica” che può vantare attualità nel
tempo e duttilità nello spazio, adattandosi a germ o g l i a ree cre s c e re in contesti
evoluti come in altri difficili.
La cooperazione di credito può dunque
c o n t r i b u i read assicurare la produzione
di beni produttivi e di bene comune.
Per raggiungere tale obiettivo c’è però
bisogno di amplificare e potenziare la
capacità di cooperare. Cooperare ha la
stessa etimologia di competere, che significa “tendere insieme verso lo stesso
obiettivo”. E davvero per noi i due term ini sono sinonimi: per competere è necessario cooperare. Occorre, però, “m i s u r a reil passo” senza arrestarsi, come suggerisce Dante Alighieri.
●
DOCUMENTI
110
La cooperazione
nel futuro:
come
riafferm a re
valori, ruolo
e missione
dell’impresa
cooperativa
Il 1° marzo 2006 si
è svolta a Roma,
indetta dall’AGCI,
moderata dal
giornalista Franco
Locatelli e
introdotta dalla
relazione del
presidente nazionale
dell’Associazione
Maurizio Zaffi, una
tavola rotonda con
questo titolo
ambizioso.
Pubblichiamo, oltre
alla relazione
introduttiva, gli
interventi dei tre
studiosi che vi
hanno partecipato
INTRODUZIONE
di Maurizio Zaffi
ingrazio tutti per la presenza e part i c o l a rmente le
Rinvito
a u t o revoli personalità che hanno accolto il nostro
a part e c i p a realla tavola rotonda: il loro apporto son certo ci sarà prezioso per definire i problemi
attuali più importanti delle imprese cooperative e la
l o ro collocazione nell’odierno contesto socio-economico del Paese. Scopo di questo incontro è infatti
t r a t t a realcuni temi fondamentali per il presente e
per il futuro dell’intero Movimento cooperativo. Alla
vostra attenzione, in primo luogo, voglio pro p o rre la
questione del ruolo delle Centrali cooperative in
rapporto, da un lato, alla necessità di rispettare l’autonomia dei sodalizi aderenti e, dall’altro, al cosiddetto “processo di affrancamento” delle stesse dai
legami partitici, di cui negli ultimi tempi si è tanto
parlato e scritto.
Passerò quindi al tema della disciplina e poi della go vernance delle imprese cooperative, ovvero dell’insieme delle loro regole costitutive e di funzionamento,
così come ridefinite, in un modo a pare re di molti
non sufficiente, dalla recente riforma del Diritto societario, per pro s e g u i re con alcune considerazioni –
per noi basilari – sul concetto di “prevalenza”, con
particolare riferimento alla mutualità e alle conseguenze in tema di agevolazioni, fiscali e non.
Esprimerò poi la nostra posizione circa gli effetti
sulla stessa natura dell’impresa cooperativa, prodotti dall’attuale disciplina del socio lavoratore re alizzata con la legge n.142/01, appena corretta dalla
legge n.30/03.
Da ultimo, completerò il quadro dei punti fondamentali con un breve commento sul regime dei cont rolli, delegati diretti ed esterni, secondo quanto stabilito dal D. lvo n.220/02.
Queste alcune tra le più rilevanti questioni individuate per la vita delle cooperative. Il dossier distri-
buito comprende schede sintetiche sui
punti da affro n t a re per rimettere in carreggiata il cammino del Movimento sulla strada maestra, che è la coerenza con i
nostri princìpi e valori di sempre. Questi
princìpi e questi valori – e non solo a nostro giudizio – fanno permanere per la
cooperazione una funzione fondamentale anche nel mondo dell’economia
globale, quali fattori di equilibrio rispetto alle tensioni che ne derivano.
Ruolo delle Centrali cooperative
e processo di affrancamento
P rendo le mosse dai ricorrenti appelli
all’obiettivo dell’unità del Movimento
cooperativo: gli ultimi, in ordine di
tempo, si inseriscono nel clima generale di dibattito e di dialettica, anche accesa, recentemente fioriti intorno alle
cooperative, quotidianamente alimentato dai media.
L’unità resta un orizzonte comune, ma
ritengo fuorviante inseguire tale traguardo in una forma strutturale qualsiasi o ricorrendo a soluzioni artificiose. Onestamente, anche la possibilità
di unificare le Centrali – al di là dell’unità dei Movimenti organizzati – ci sembra al momento lontana, atteso il costante manifestarsi di diff e renti concezioni sulla stessa funzione della cooperazione e sul ruolo delle Associazioni
rappresentative del Movimento, nonché l’emergere di talune tentazioni di
egemonizzazione.
Secondo A.G.C.I., ingabbiare il dibattito
sulle prospettive delle Centrali cooperative in una ciclica rincorsa all’unità, significa di fatto forn i re messaggi destinati a sviare energie meglio indirizzabili alla soluzione dei problemi di fondo dell’intero Movimento.
Dunque, l’unificazione è ancora, ad oggi,
solo un orizzonte: e questo non tanto e
non solo per la ragione, che spesso viene addotta, del perd u r a re e, anzi, del cristallizzarsi dei diff e renti riferimenti
ideologici di ciascuna Centrale. Oggi sono ancora influenti, ma in misura cert amente più limitata rispetto al passato. In
certi casi, il rapporto sussiste magari anche per convenienze di ordine, per così
dire, “strumentale”, piuttosto che storico-culturale.
Tutte le Centrali – Legacoop, Confcooperative, A.G.C.I. a part i redal dopoguerra, U . N . C . I . ancor più recentemente e
Unicoop negli ultimissimi tempi – sono
nate con un riferimento di tipo ideologico. Confcooperative e poi U.N.C.I. t u t t ora si identificano con il movimento cattolico. Legacoop era formalmente art icolata in tre correnti – comunista, socialista e repubblicana – intese come realtà
o rganizzate e rappresentate al suo interno. A.G.C.I. si riconosceva, in prevalenza, nell’area di estrazione laica: repubblicana e socialdemocratica e, in minor
misura, socialista e liberale. Infine, Unicoop nasce come emanazione, più o meno diretta, dell’area della destra politica
che fa capo ad Alleanza nazionale.
Un affievolimento dei legami partitici –
dovuto anche al generale appassimento
delle ideologie – è indubbio, pur se in
misura e con intensità differenti.
Per A.G.C.I., l’affrancamento è dipeso,
più che da scelte di gruppi dirigenti,
dalla modificazione profonda della base associativa, costituita oggi da sodalizi i cui Presidenti e soci, quanto a convinzioni politiche, coprono l’intero
spettro dei partiti. Di fatto, ogni Movimento, anche in ragione della sua composizione, è nelle condizioni di aff rontare, con maggiore o minore intensità,
il percorso volto a rendersi più autonomo. E può poi sorprendere, ma vi sono
fasi in cui la “qualità” del rapporto tra
Cooperazione e forze politiche muta indipendentemente o anche in virtù di un
maggiore o minore consolidamento del
rapporto stesso.
Incidentalmente osservo che l’aff r a n c amento, nella nostra esperienza, non ha
significato, sul piano pratico, il venir
meno dei rapporti con le forze politiche,
non foss’altro per il ruolo rilevante che
queste svolgono nelle Istituzioni sul piano della legislazione, della pro g r a m m azione e della gestione degli interventi di
sostegno e di sviluppo dell’economia e
del lavoro, a livello centrale ma, ancor
più, a livello periferico.
Ma torno all’appassimento dell’influenza dei riferimenti originari: anziché permettere ai Movimenti di converg e re su
forme unificanti, ci fa assistere a ulteriori ramificazioni organizzative. Per la Cooperazione, l’ultima, nel 2004, è avvenuta con la nascita della quinta Centrale
cooperativa, ma altre erano “germinate”,
per così dire, in precedenza. Può sembrare un’anomalia, ma è la realtà che
svela tendenze di fondo valide anche per
a l t re aree delle organizzazioni pro d u t t ive e sociali.
A.G.C.I. è notoriamente portatrice di una
visione pluralista del mondo della Cooperazione, perché essa non è riconducibile per storia, cultura ed esperienze
ad un unico modello: riteniamo, tuttavia, che il pro l i f e r a re di soggetti oltre le
reali esigenze di rappresentanza, indebolisce il ruolo e la forza contrattuale del
Movimento stesso.
La pluralità dei Movimenti non è causa
del minus di potenziale – come qualcuno
pretende – nell’elaborazione degli app o rti da off r i re ai tavoli dei confro n t i
( c o n c e rtazione di prima o seconda o altra maniera poco importa) ai fini della
sintesi politica, ma produce una debolezza di incisività del Movimento, nonostante esso sia in grado di mettere in
campo dati importanti sui risultati delle
imprese cooperative per produttività,
tassi di crescita numerici e dimensionali, di addetti, etc.
Per la Cooperazione italiana, continua
quindi a porsi il problema di diventare
soggetto attivo e interlocutore qualificato nella programmazione delle politiche
governative nazionali, territoriali e comunitarie. Va compiuto ogni sforzo per
s u p e r a re gli ostacoli che ci impediscono
di pro p o rci in modo univoco e intendiamo lavorare per questo fine, nell’intere sse dei nostri associati.
Vale osserv a re però che, ai fini dell’acquisizione della soggettività politica,
non è mai stato influente l’istituto del riconoscimento giuridico – risalente alla
Basevi – di cui le Centrali italiane sono
dotate, diversamente da altre Associazioni di imprese e dalle stesse esperienze cooperative euro p e e .
È indispensabile, a nostro giudizio, dare
efficacia ai potenziali dei Movimenti: in
ciò individuiamo il ruolo prioritario delle Centrali. Condizione indispensabile
per poter avviare un colloquio “maturo ”
e un confronto costruttivo all’interno
dell’intero Movimento – nella prospettiva di perseguire quanto meno la necessaria unità d’azione possibile sui pro b l emi concreti, comuni a tutte le imprese
cooperative – è il re c i p roco rispetto tra
gli interlocutori, accompagnato dalla
pratica convinta del dialogo e del confronto, dalla salvaguardia dell’autonomia di giudizio e dalla difesa dei valori e
degli impegni rappresentativi di cui ogni
Associazione è portatrice. Ma è essen-
ziale la rinunzia a pretese di esclusività.
Infatti, il ricordo delle diff e renti origini
delle Centrali, non ci deve impedire di
p o rre in primo piano soprattutto la diversa composizione delle rispettive basi
associative: inevitabilmente, influisce
sugli orientamenti e sulle propensioni
strategiche. Intendo qui riferirmi, in modo part i c o l a re, alla struttura dimensionale, organizzativa e in qualche modo
settoriale dei sodalizi associati alle diverse Centrali.
Legacoop, vede la presenza di un gran
n u m e rodi aziende di notevoli dimensioni. Confcooperative conta, tra le sue
a d e renti, importanti consorzi o comunque aggregazioni organiche consolidate
e la maggior parte delle BCC italiane.
A.G.C.I., invece, vanta una base associativa più minuta e, per così dire, “polverizzata”, che è costituita da un minor num e ro di imprese medio-grandi, accanto
ad una grandissima quantità di piccole
realtà, con bassi livelli di capitalizzazione e di patrimonializzazione: sono quelle maggiormente a rischio in un mercato
globalizzato in cui la concorrenza risulta
s e m p re più accentuata.
Nel suo complesso, è però l’intero Movimento cooperativo a essere composto
in prevalenza di piccole e piccolissime
i m p rese, abbastanza conforme alla re a ltà del tessuto produttivo nazionale.
Stando così le cose, come costituire allora quella “massa critica” indispensabile per poter incidere in qualche misura
sulle scelte politiche che coinvolgono il
mondo della Cooperazione? Come e con
chi è possibile un re c u p e rodella capacità d’iniziativa del Movimento?
Bisogna che ce lo diciamo, il censimento recentemente condotto sulla base del
n u m e ro di iscrizioni al nuovo Albo delle
Società cooperative ci consegna un dato
significativo: le cooperative, aderenti e
non aderenti alle Centrali, sono in totale
70/80.000. Si consideri, solo per fare un
esempio, che Confartigianato riunisce
o l t re1.300.000 aziende.
Se, per le cooperative che rappre s e n t i amo, i problemi concreti, le loro soluzioni
e le conseguenti strategie di org a n i z z azione sono – come realmente sono – vicinissimi a quelli di altre categorie di imp rese (artigiani, agricoltori, piccoli comm e rcianti, etc.), allora sembra coere n t e
p re n d e reseriamente in considerazione
l’ipotesi di realizzare – come Movimento
– alleanze anche “all’esterno”, con le
rappresentanze di dette categorie, nell’intento di costituire quella “massa critica”, di cui sopra dicevo, che può davvero determinare un’influenza reale nei
r a p p o rti con i Governi centrali e locali.
In coerenza con quanto espresso, AGCI è
ben disponibile per l’elaborazione, all ’ i n t e rnodel Movimento cooperativo, di
p i a t t a f o rmecomuni relative ai pro b l e m i
di fondo e, nel contempo, ha già avviato
e intende intensificare rapporti con le
Associazioni delle imprese artigianali,
agricole, commerciali, del terziario, della piccola e media industria, etc..
Di fatto, A.G.C.I., o l t re a 5.500 sodalizi
cooperativi, già associa, con affiliate circa 25.000 aziende, diverse Associazioni
di secondo grado di imprese individuali
o di società di persone e di capitali n o n
cooperative, di dimensioni medio-piccole
che mi piace ricord a re (A.I.C., A.m.p.i.,
C.i.c.a.s., F.agr.i., Fe.n.a.p.i, U.c.i., Unimp resa). Queste imprese sono attive nell’ambito dell’artigianato, della produzione manifatturiera e agricola e, più in
generale, nel terziario avanzato: il rapporto con esse, si rivela già molto promettente sul piano dei risultati, ed è part i c o l a rmente importante per le politiche
aziendali in tema di innovazione e di integrazione operativa.
Tutto questo ovviamente comporterà un
ripensamento delle metodologie dell’interlocuzione istituzionale – specie in
considerazione del fatto che il decentramento politico-amministrativo in atto
recherà una moltiplicazione dei riferimenti istituzionali, A.G.C.I. rafforzerà la
p ropria azione nei territori – ma, ancor
più a monte, avvierà una revisione delle
strategie e delle politicheorg a n i z z a t i v e ,
per sostenere nel migliore dei modi anche i nuovi associati. Ci si impone di
r a p p resentarli al pari di quanto siamo
impegnati a fare per il nucleo dei Sodalizi cooperativi, ovvero per il cosiddetto
“core” istitutivo e originario.
Come strategia di prospettiva, ci proponiamo pertanto di sviluppare capacità
progettuali, qualità, professionalità e
quantità dei servizi alle aziende, affinché
esse possano competere anche su altri
piani oltre a quello dei costi. Dobbiamo
approntare idonei strumenti – tra cui
quelli per garantire l’accesso al cre d i t o ,
in vista della piena applicazione degli
a c c o rdi di Basilea 2, come banche da cos t i t u i reo acquisire o come istituti di garanzia, ecc. – e metodi di gestione per
elevare il grado di imprenditorialità delle imprese cooperative (salvaguard a ndone al contempo le specificità) e pure ,
a questo punto, delle realtà non cooperative come, in genere, delle org a n i z z azioni produttive non profit, con attività,
problemi e difficoltà analoghi a quelle
dei sodalizi cooperativi.
Nello scenario di prospettiva che non
vede particolari spunti di arresto del declino del nostro sistema economico produttivo, abbiamo scelto di dedicare ogni
s f o rzo per avviare concretamente il processo – soprattutto culturale – per por-
t a re i nostri aderenti alla consapevolezza di essere e di comportarsi come imp rese e far assumere ad A.G.C.I. la qualità di efficiente Associazione di imprese,
capace in primis di individuare i fabbisogni delle associate per allestire e re n d e rne idonei i servizi e gli strumenti per farvi fronte. Il tutto sempre restando leali
alla missione, ai nostri valori e agli interessi delle imprese associate, per conc o rrere così allo sviluppo della competitività del sistema Paese, nei contesti all a rgati del mondo globalizzato.
La Riforma del Diritto societario:
g o v e rnance cooperativa,
grado di mutualità, fiscalità
I temi della disciplina della Società cooperativa e della “governance”, come il tema della mutualità con le connesse norme sostanziali e procedurali relative alla
p revalenza, vanno certamente riferiti alla Riforma del Diritto societario. La Riforma era dovuta e attesa perché si potesse non solo ammodern a re il sistema
n o rmativo, ma anche porre a disposizione del sistema produttivo una disciplina
moderna al passo con l’urgenza di costruire un contesto da caratterizzare con
potenziali più dinamici per porci all’altezza dei mercati globalizzati.
Dopo 60 anni, qualunque sia il pro d o tto, la Riforma del Diritto societario si
imponeva e oggi la assumiamo come un
dato di fatto.
Nonostante diverse perplessità, più volte da noi – e non solo da noi – manifestate in altri momenti e in altre sedi, il
giudizio sulla recente Riforma è complessivamente positivo. Il merito principale della nuova disciplina è aver ricondotto all’unità l’istituto della società cooperativa, che la legge di delega aveva
invece messo in discussione.
Sta però di fatto che le soluzioni individuate dal legislatore hanno seguito la
vecchia strada del Codice Civile del
1942: sancita la disciplina generale per
le Società di profitto è stata pre v i s t a
l’applicazione analogica per le impre s e
cooperative, così assimilate alle prime
per numerosi, importanti aspetti.
Vi sono certamente elementi di coere nza nella nuova disciplina con gli obiettivi
essenziali giustamente perseguiti anche
per le cooperative. Sono, con tutta evidenza, principalmente i seguenti:
• consentire la crescita dei potenziali
p roduttivi ed economici, fondamentali
per lo sviluppo e per il consolidamento
aziendale, in modo dinamico e per incidere sul grado di competitività;
• re s p o n s a b i l i z z a reiportatori del capitale di rischio quindi i soci e, in generale,
gli stakeholders (dai fornitori ai lavoratori
dipendenti, dagli investitori alle Istituzioni nazionali e locali) alla part e c i p azione e al contro l l o .
Più di qualche dubbio sul grado di fru ibilità per le imprese cooperative delle
f o rme previste dalle normative, quanto
ad assetti alternativi degli org a n i s m i
statutari e per il controllo interno ed
e s t e rno,pure è lecito. Ma è condivisibile
totalmente il favor dato dalla Riforma alla larga autonomia delle compagini sociali per molte aree decisive della vita e
gestione aziendale.
Non siamo però d’accordo con chi sostiene che, per il momento, non è proprio il caso di aff rontare qualsiasi ipotesi di correzione, di interpretazione o di
rettifica, solo per il fatto che le nuove
n o rme sono in una fase “sperimentale”.
È vero il rischio che, solo a parlarne, si
possa aprire una fase di incertezza normativa che la Riforma avrebbe testé
chiuso, ma noi riteniamo che le incert e zze normative siano un fatto già concreto.
P robabilmente, quando si farà un ris c o n t rocon la realtà, si constaterà che:
• l’applicazione per analogia della forma
SpA, in mancanza di previsione statutaria difforme, sarà dovuta più a scelte non
meditate o non informate da parte di
molte attuali Scrl, convinte invece di rim a n e re tali;
• anche quando sia stata prevista statutariamente l’applicabilità per analogia
della normativa sulle Srl, si potrà verificare che le compagini interessate si trovino di fronte a qualche evenienza imprevista nel ricorre re al credito tramite
s t rumenti finanziari, dovendosi appellare solo a investitori istituzionali e non
potendo fare ricorso al libero merc a t o ;
• la possibilità di ricorre re a modelli di
articolazione dei poteri decisionali e di
controllo diversi dai tradizionali sarà
stata, di fatto, raramente presa in considerazione.
È nostro convincimento che le parti specifiche per l’impresa cooperativa previste
dal Codice Civile innovato debbano essere integrate con un miglior coordinamento con le norme transitorie e di attuazione, nonché con la legislazione settoriale
(vi comprendiamo anche la L. 59/92) che
poi è ancora quella che incide maggiormente sulla vita dei sodalizi, nella maggior parte legata cronologicamente a
scelte del periodo anteriore alla Riforma.
A questo riguardo, occorre essere consapevoli che il problema del raccordo si
pone già e si porrà in modo ancora più
accentuato, con riferimento alle variegate legislazioni regionali coinvolgenti ormai quasi totalmente le attività delle
i m p rese cooperative.
Restando alla cosiddetta Riforma generale, le difficoltà, già sul piano interpre-
tativo, sono piuttosto importanti. Ad
esempio occorre un miglior raccord o
con alcuni meccanismi procedurali e
obbligatori (certificazioni e bilanci
s t r a o rdinari) che si innescano nei casi
di avvio verso la ora possibile trasformazione “eterologa”, sia volontaria che
involontaria, come nell’eventualità della perdita non voluta dei requisiti della
prevalenza.
Quindi la questione della mutualità
prevalente e della sua misura è incisivamente insufficiente nel criterio di tipo quantitativo dettato allo scopo dalla
Riforma. Fra l’altro, ci interessa qui dichiararlo la pratica conseguenza per i
sodalizi “prevalenti” è l’agevolazione fiscale che alla fine, rispetto alle società
“lucrative” che pagano il 33 per cento
sul reddito della società, non è poi tanto attraente: sugli avanzi di gestione
p rodotti, le cooperative pagano se prevalenti dall’8 al 10 per cento, per le non
prevalenti l’aliquota è intorno al 23 per
cento. L’interesse alla “prevalenza” nasce però dal fatto che l’evoluzione delle
n o rmative regionali porta a re n d e re
possibile solo a questo tipo di sodalizi
la titolarità di agevolazioni non fiscali
cosiddette reali: interventi di sostegno
finanziari, di garanzia credito, concessioni di aree, etc.
Un punto rilevante che occorre migliorare è poi la questione della governance che,
tradotta in termini molto poveri, è il rapp o rto tra soci e management e l’eff e t t i v a
partecipazione democratica alle scelte
gestionali con l’esercizio del principio
“una testa un voto”. Naturalmente la
questione governance r i g u a rda tutte le imp rese, non solo le cooperative. Può acc a d e re in queste che i soci abbiano diritti condizionati e aspettative rese più
“esigue” sulla base di qualche meccani-
smo praticabile, sostanzialmente con effetti analoghi ai patti di sindacato o alle
scatole cinesi.
Noi abbiamo però nel nostro Dna, cioè
in quello della cooperazione vera, criteri per i quali la responsabilità del cosiddetto “m a n a g e m e n t” nelle nostre imprese deve trovare i controlli formali e professionali, non già soltanto sui risultati
o sui modi di operare ma, essenzialmente, anche sull’adeguatezza dei ma nagers a costru i re le condizioni per l’effettiva e continua partecipazione dei
soci alla vita della loro impresa non solo con la presenza all’assemblea annuale di bilancio.
Probabilmente, si impone la necessità
di impostare i ragionamenti in modo diverso per le grandi e consolidate imprese cooperative dotate di strutturazione,
tecnica e managerialità, di adeguate
p rofessionalità, rispetto alla gran part e
delle cooperative in cui il processo di dimensionamento, la disponibilità di m a n a g e r s,ma anche di strumenti per l’esercizio del controllo, sono ben lungi dal
poter essere presunti come idonei.
Per noi più che ridefinire quindi modelli
di govern a n c e, occorre ridare alla governan ce un senso coerente ai nostri principi,
adottando prassi, criteri di gestione, ma
soprattutto criteri di rapporto all’intern o
delle aziende, perché la g o v e rn a n c e a s s icuri la trasparenza della gestione anche
dal punto di vista dei vincoli di democrazia, di partecipazione e di rendiconto
sulla realizzazione dei valori cooperativi.
Tutto ciò non ce lo può dare nessuna rif o rma legislativa, ma certamente lo pot remmo re a l i z z a re con la vera part e c i p azione degli amministratori, del m a n a g e ment e dei soci delle diverse categorie.
La cooperazione ha le carte in regola per
v a n t a re la meritevolezza che gli va rico-
nosciuta. Non è tanto l’8 per cento del
PIL prodotto oggi dalle imprese cooperative, non è tanto l’aver raddoppiato il
n u m e rodei soci – passati da 4 a 8 milioni in 10 anni – non è tanto non aver prodotto (come la grande impresa) espulsioni di categorie dei lavoratori delle nos t re aziende, ma il valore è il complesso
delle iniziative che ci hanno visto in prima battuta nei processi di inclusione lavorativa e orientate alla riduzione delle
disegualianze.
Disciplina del socio lavoratore
Continuiamo a sostenere che la relazione fra il socio lavoratore e la propria cooperativa si configura in modo a sé stante e che la soggettività del socio nella
cooperativa presenta delle specificità
tali da non renderlo assimilabile a nessun’altra figura contrattuale.
Infatti, la prestazione di lavoro, nelle imp rese realmente cooperative, viene svolta nell’ambito di società costituite prevalentemente dai lavoratori stessi, allo
scopo di svolgere un’attività economica
o rganizzata in impresa; in esse, lo scopo
mutualistico è tuttora di gran lunga prevalente ed è la stessa causa che, a diff erenza di altre forme societarie, caratterizza il contratto.
Vi è l’esigenza di differenziare la disciplina delle prestazioni di lavoro in re l a z i one alle caratteristiche specifiche dell’attività lavorativa nell’ambito della conc reta articolazione e organizzazione della impresa cooperativa, ma continuiamo
a ritenere indispensabile la modifica di
una legge (la n.142/01, appena corre t t a
dalla n.30/03) che rivela rigidità ideologiche e che contiene norme incompatibili con la vita delle vere cooperative: essa ha concluso la pro g ressiva assimila-
zione del socio lavoratore al lavoratore
dipendente e ciò è esiziale per la form ula cooperativa. Questa è nata, ricord i amocelo sempre, oltre 150 anni fa, sulla
base di una scelta niente affatto teorica
e cioè “capitale e lavoro nelle stesse mani”, proprio quale soluzione per evitare il
conflitto tra i due fattori indispensabili
per la produzione, ovvero per la cre a z i one della ricchezza.
Questi fattori nella loro sintesi costituiscono il “p l u s”che determina la fort u n a
dell’iniziativa economica, svolta in chiave di mutualità e solidarietà, riscontrabile nella esperienza propria di ogni vera
cooperativa.
Gli obiettivi della L. 142/01 erano e sono
s e n z ’ a l t roelogiabili, ma non le soluzioni
per raggiungerli. È ben vero che chiunque presti lavoro – nel senso che impieghi energie fisiche e intellettuali – in
qualunque contesto delle attività economiche, deve godere di forme di pro t ezione, se non altro dirette a valorizzarlo e
a tutelarlo rispetto ad evenienze ed a rischi che potre b b e ro compro m e t t e rne la
stessa capacità. Ma, in realtà, le forme
sono diverse: lavoro associato, lavoro
autonomo, lavoro professionale, lavoro
artigiano, lavoro dipendente, ecc., così
come lo sono le attività basate sull’app o rto delle persone. Quindi le soluzioni
per tutele, o chiamiamole salvaguardie,
possono essere legate alla natura delle
p restazioni e ai contesti e ai modi in cui
le prestazioni personali vengono rese.
L’ e rro re è ammettere l’alterità tra socio
lavoratore e cooperativa. Ed è poi pre v isione incoerente, se non contraddittoria,
che vi possa essere un soggetto terzo, il
Sindacato, il quale ha certamente titolo
a rappre s e n t a re e tutelare i lavoratori dipendenti anche nell’impresa cooperativa, ma non può proporsi alla stessa co-
operativa – se è cooperativa vera – come
tutore del socio lavoratore, quando questi esplica la propria responsabilità nella
gestione dell’impresa tramite la partecipazione agli organismi societari.
La cooperativa è l’impresa in cui il socio
mantiene tutte le responsabilità e i rischi, per così dire, del “capitalista” e sul
quale incombe il dovere, oltre che la titolarità del diritto, di pre d i s p o rre con lo
Statuto, i Regolamenti, ecc., la vera difesa di tutti i suoi diritti: dalla valorizzazione della sua persona, come complesso
di attese professionali e di vita, cui si legano anche i destini della propria famiglia, al conseguimento dell’apporto solidale degli altri soci.
Sono ben diverse l’ampiezza e la natura
degli interessi che vanno tutelati per il
socio lavoratore, rispetto alla gamma
dei diritti meritevoli di tutela per il lavor a t o re dipendente.
Anche la cosiddetta “Riforma Biagi” ha
proseguito la tendenza a non dar cre d ito alla cooperazione. Per le cooperative,
la certificazione, pur nel dissenso di alcuni interpreti, diviene sempre obbligatoria – non già quindi basata sul concorso delle due parti, come accade per le
altre imprese – ma coinvolge, oltre ai
rapporti disciplinati con le forme della
prima parte della Biagi, anche le pre s t azioni che la cooperativa stessa ha stabilito di disciplinare con il Regolamento
interno, mediante il ricorso alla forma
del lavoro dipendente.
Così si inseriscono elementi di rigidità
proprio nelle imprese mutualiste, ove è
più elevato e consueto il ricorso all’autodisciplina re g o l a m e n t a re, per decidere ad esempio la distribuzione del lavoro
tra i soci in ragione delle commesse e
delle richieste del mercato.
I problemi che abbiamo posto sono re a-
li e richiedono soluzioni innovative: saremmo veramente lieti e pienamente
disponibili, se nel Sindacato emergesse
la possibilità di considerare, per questo
obiettivo, anche la strada di soluzioni rientranti nella validità ricordata dell’autonomia collettiva.
C o n t rolli delegati diretti ed estern i
Da ultimo, una breve riflessione sulle
n o rme vigenti in materia di vigilanza.
È noto che tutti gli Enti cooperativi sono
soggetti ad un’attività di controllo, risalente alla legge Basevi e affidata per delega alle Centrali cooperative per i propri
iscritti, denominata “revisione cooperativa”. Essa è diretta oggi essenzialmente
a valutare il grado di mutualità del sodalizio, include anche l’accertamento della
consistenza dello stato patrimoniale, la
valutazione dei criteri di gestione, etc., e
va finalizzata in qualche modo, almeno
per noi, al servizio cioè all’assistenza per
i problemi dell’impre s a .
A.G.C.I. ha positivamente sperimentato
da qualche anno, per questa funzione, il
criterio di rivolgersi e “abilitare” candidati iscritti o segnalati dagli Ordini professionali (commercialisti, ragionieri,
etc.) e di aff i d a rel’incarico di revisione ai
p rofessionisti che manifestino reale interesse per il fenomeno “cooperazione”.
Ad evitare la posizione “scomoda”, e in
alcuni casi “eccepitaci”, o anche semplicemente il sospetto, del “controllorec o n t rollato” nell’impiego dei revisori per
la vigilanza ordinaria, A.G.C.I. non ricorre
mai a dipendenti delle proprie stru t t u re
centrali o periferiche e fa divieto ai
membri e dirigenti delle stesse stru t t u re
– ancorché non dipendenti – di svolgere
incarichi di revisione.
Com’è noto, poi, gli Enti cooperativi di
m a g g i o re consistenza patrimoniale,
economica e finanziaria, oltre alla predetta vigilanza, ma con cadenza annuale, in analogia a quanto previsto per le
imprese capitalistiche di maggiori dimensioni, sono assoggettati a certificazio ne di bilancio da parte di Società di revisione iscritte all’Albo speciale di cui all’art.
8 del DPR n. 136/75, ovvero autorizzate
dal Ministero delle Attività Produttive, ai
sensi della L. n. 39/1966.
Queste Società sottoscrivono apposite
convenzioni con le Centrali cui le cooperative interessate aderiscono: A.G.C.I. ne
ha in essere 35 con altrettante Società di
revisione e certificazione, tra le quali anche le più note. Ciò perché A.G.C.I. lascia
ai propri associati piena libertà di scelta
della Società convenzionata cui rivolgersi e con la quale concludere i contratti di
committenza, con la sola riserva della
coerenza con le convenzioni sottoscritte
dall’Associazione medesima e notificate
al Ministero vigilante. Tutto ciò con l’impegno di rispettare le condizioni generali di tariffa, i contenuti prefissati ed il limite massimo dei due mandati.
Nessuna di queste Società è dire t t amente promossa da A.G.C.I.
A.G.C.I., con le soluzioni anzidette, ritiene
di garantire il principio della terzietà nello svolgimento delle funzioni di controllo
ed opera costantemente per assicurarn e
il rispetto, nella convinzione che detto
principio costituisce uno degli elementi
che debbono connotare i comportamenti
delle Centrali nell’agire cooperativo.
Questo principio dovrà tro v a re coere n t e
rispondenza anche nelle soluzioni da
a d o t t a re per il previsto affidamento alle
Centrali riconosciute dei controlli per gli
enti cooperativi non aderenti.
Concludo questo troppo lungo discorso
con una specie di dichiarazione di fede.
Al contrario di quanto si possa pensare ,
e cioè che l’unica forma di impresa sia
quella di capitali, in Europa e nel mondo
la formula cooperativa – modo del tutto
peculiaree diverso di organizzare i fattori produttivi dell’impresa senza fini di luc ro – sta registrando una notevole
espansione: infatti essa è ritenuta e avvertita come formula capace di attutire i
conflitti sociali e di attenuare i riflessi
negativi, in tema di esclusione sociale,
che possono derivare dalla globalizzazione dell’economia non govern a t a .
UNITÀ DEL MODELLO
E NUOVA NORMATIVA
di Andrea Zoppini
ingrazio innanzi tutto sinceramente il
RCome
Presidente Zaffi per questo invito.
ricordava il dott. Franco Locatelli,
tra quanti intervengono sono l’unico ad
aver preso parte alla Commissione di Riforma del diritto societario nonché al ristrettissimo gruppo che in Banca Italia
poi ha operato l’adeguamento del nuovo diritto societario al credito cooperativo; avendo partecipato a tali gruppi di
lavoro, quindi, sono evidentemente la
persona meno indicata a dare valutazioni sugli esiti della Riform a .
Vo rrei iniziare l’intervento con una riflessione sulle prospettive future di crescita
economica del Paese: ritengo che non
sia possibile fondare il sistema produttivo italiano esclusivamente sul modello
dell’impresa lucrativa; occorre invece
meditare su come far pro g re d i reanche le
i m p rese mutualistiche e le imprese non
profit per avvantaggiare il sistema economico nazionale nel suo complesso.
È stato detto che “la diff e renza tra un al-
levamento di mucche lucrativo e un allevamento di mucche cooperativo non è
legata a come stanno le mucche, ma a
come stanno le persone”: questa espre ssione, part i c o l a rmente incisiva, fa comp re n d e re che la società cooperativa re alizza un modello di integrazione economica peculiare fondata sulla centralità
della posizione del socio.
Ciò, tuttavia, non significa che l’imp resa mutualistica, per funzionare ,
debba ineluttabilmente essere confinata al “nanismo” o alla gracilità finanziaria, come è dimostrato dalle
esperienze di altri ordinamenti. Allo
stesso modo, non si può aff e rm a re –
come invece è stato fatto con interventi talvolta fortemente disinformati
sul mondo della cooperazione che abbiamo letto sui giornali – che nel sistema cooperativo manchino le regole: le recenti vicende finanziarie hanno semmai evidenziato che nel nostro
Paese sono le leggi esistenti a non essere state applicate, né ad essere state fatte applicare dalle autorità di vigilanza, Banca d’Italia e Consob.
Questo mi pare un dato fondamentale
per chiarire il secondo passaggio del mio
i n t e rvento, ossia la rilevanza della Riforma del diritto societario nell’economia
cooperativa. Gli esiti della riforma del
2003 in realtà vengono da lontano, dalla
r i f o rma del 1992, che già aveva segnato
un primo approdo, pur senza aver realizzato appieno gli obiettivi; quegli obiettivi
che poi sono stati chiaramente indicati
dal progetto di legge Mirone, che ha costituito la base per la legge di delega di
R i f o rma del diritto societario.
Bisogna perciò essenzialmente chiedersi perché sia entrato in crisi il modello di
cooperativa Basevi, un modello fondato
su un concreta intesa sociale tra Stato e
cooperative, che consentiva, da un lato,
la defiscalizzazione della tassazione degli utili per le cooperative, e imponeva,
dall’altro, ai soci delle cooperative il monachesimo più assoluto, in quanto la
s t ruttura patrimoniale della società cooperativa si configurava come una stru ttura del tutto sottratta alla possibilità di
appropriazione egoistica da parte dei
soci alle cooperative.
Il modello Basevi, in ultima analisi, è
parso insoddisfacente per due fondamentali ragioni:
a) La prima ragione era collegata al fatto
che il riconoscimento dei benefici fiscali
avveniva indipendentemente dall'eff e ttiva integrazione mutualistica dei soci,
in quanto la società di impresa era fiscalmente agevolata a prescindere dal
fatto che integrasse concretamente i soci nella propria attività;
b) La seconda critica fondamentale che
era relativa al fatto che un modello caratterizzato dalla soggettiva inappropriabilità del patrimonio (con l’eccezione del capitale nominale) disincentivava
qualsiasi forma di investimento non solo dei soci, ma anche dei soggetti terz i .
P e rciò, la riforma del diritto societario
ha avuto il pregio di superare questo
impasse e dettare modelli alternativi, (i)
collegando in maniera evidente il riconoscimento di determinati benefici fiscali ad una effettiva integrazione mutualistica della compagine fiscale e (i i)
consentendo forme di capitalizzazione
dell’impresa cooperativa, affinché anch’essa, come tutte le altre impre s e ,
possa vivere nel mercato dei capitali,
oltre che nel mercato dei servizi. Perché
è evidente che l’impresa cooperativa
“pura”, cioè l’impresa cooperativa che
opera esclusivamente con i propri soci,
è un impresa che, sostanzialmente, è
condannata a non esistere nel mercato
o, comunque, ad avere un ruolo del tutto marginale sul piano dell’integrazione economica. La Riforma, dunque, ha
perseguito l’obiettivo di pre s e rv a re l’unità del modello cooperativo, pur attribuendo una funzione di meritevolezza –
anche in termini costituzionali – sia alla
cooperativa con una maggiore pro p e nsione al mercato, sia a quella con una
m a g g i o repropensione all’integrazione
mutualistica. È proprio per questa ragione che guardo con una certa cautela
a l l ’ o p p o rtunità di rimettere immediatamente mano alla Riforma appena definita; ma questa è, naturalmente, una valutazione personale.
Nel mondo cooperativo si assiste al contrario ad una diffusa reazione di rigetto
verso la recente Riforma, in favore di un
r i t o rno al radicato modello culturale
della società cooperativa cosiddetta Basevi. Su questa falsariga, sono stati emanati i decreti correttivi con cui è stata
abrogata la norma che prevedeva il limite di tre mandati consecutivi per la nomina a membro del Consiglio di amministrazione in cooperative che applicano
le regole delle S.p.A. (art. 2542).
Non posso esimermi dal rilevare che
questa disposizione risolveva un pro b l ema specifico della governance cooperativa,
a causa dell’evidente rapporto di disparità tra chi, nella cooperativa, esercita la
gestione (e, quindi, il governo) in qualità
di amministratore e il socio che ha il voto
capitario: e proprio tale disparità rischia
di generare fenomeni di autoperpetuazione delle classi dirigenti. La norma
a b rogata imponeva invece in modo semplice e con costi molto modesti, a tutte le
classi dirigenti cooperative di pro g r a mmare il proprio futuro. L’abrogazione del
limite citato è stata un erro re .
Al contempo, non posso far a meno di ril e v a reche taluni pareri interpretativi del
M i n i s t e rodelle Attività produttive e del
Ministero delle Finanze denotano una
scarsissima comprensione delle novità,
in quanto elaborati nel tentativo di cristallizzare il modello della società cooperativa a mutualità prevalente, palese
e s p ressione del timore che le società cooperative possano evolvere verso il
mondo lucrativo.
Con ciò spero di aver implicitamente
risposto alla domanda del dott. Locatelli: la ragione per cui ho fatto tradurre
il libro di un pro f e s s o re americano,
Henry Hansmann, con cui ho studiato
a Yale ormai una decina di anni fa, dal
titolo La proprietà dell’impre s a, è che esso
dimostra chiaramente che non è vero
che le società cooperative siano condannate economicamente alla marginalità, ma che, invece, in tutto il mondo le cooperative si aff e rmano in re l azione a peculiarità strutturali del mercato. Esistono infatti ragioni pre c i s e
che legano la struttura cooperativa al
fatto che nei mercati caratterizzati da
elevata ciclicità, da elevata asimmetria
i n f o rmativa (i mercati, quindi, che funzionano male), la società cooperativa
ha dei vantaggi molto significativi attraverso i quali può competere con le
società lucrative. Per questa ragione le
società cooperative si aff e rmano nel sett o re del credito, come pure nel settore
della grande distribuzione, realizzando
f o rme di disintermediazione delle catene produttive e distributive.
Per concludere, ritengo che il problema
del nostro Paese sia non tanto quello di
g e n e r a re continuamente delle nuove
regole, quanto piuttosto di riuscire ad
applicarle in modo rigoroso, nell’interesse di tutti.
LA MUTUALITÀ
NELL’ERA GLOBALE
di Francesco Capriglione
La prospettiva di un “mercato globale”
– caratterizzato dal pro g ressivo inten1.sificarsi
delle relazioni economiche e
politiche tra i diversi Paesi – interagisce
sulle modalità operative dei soggetti
p resenti nei mercati e segna una decisiva svolta nella definizione delle condizioni strutturali dei medesimi. A fro n t e
di tale cambiamento della pre e s i s t e n t e
realtà si individua l’esigenza di ricerc a re
quale sia, al presente, il ruolo ascrivibile
a coloro che, in modalità diverse, hanno
concorso e concorrono alla determ i n azione del fenomeno in parola e quale sia
l’atteggiamento assunto dal nostro leg i s l a t o recon riguardo alla loro posizione giuridica.
La problematica assume specifico rilievo con riferimento alla valutazione dell’attuale validità dello schema org a n i zzativo proprio della società cooperativa
che, per le sue caratteristiche stru t t u r a l i
e funzionali, può apparire non adeguato
alla realizzazione di forme operative che,
rispetto al passato, si qualificano per le
c rescenti dimensioni, per il mancato radicamento sul territorio, per la capacità
dei protagonisti dell’espansione economica globale di spostarsi rapidamente
da un luogo all’altro del pianeta, vivendo in quelli che Marc Augè chiama “non
luoghi o luoghi anonimi” (cfr. di tale aut o re I non luoghi, Milano, 1996).
L’aumento della concorrenza, che è portato della globalizzazione, implica rischi
variegati tra i quali rileva soprattutto
quello di uno snaturamento dei peculiari profili della tipologia societaria di cui
trattasi: si intravedono ostacoli molte-
plici nella conservazione di un modello
che, alle origini, vede la sua essenza r a ccordarsi alla aff e rmazione di un significativo legame (di natura solidaristica)
tra coloro che fanno parte della compagine sociale; legame che dà ragione dei
requisiti che, in base al diritto positivo,
connotano la sua configurazione (capitale variabile, clausola di gradimento,
voto capitarlo).
Consegue la necessità di incentrare l’analisi sulle vicende che, nel tempo, hanno interessato la “mutualità”, cui secondo l’opinione unanime della dottrina va
ricondotto il fondamento causale della società cooperativa. A tale verifica si deve,
poi, aggiungere quella relativa alla
identificazione delle modalità con cui è
possibile nel presente considerare proponibile il modello cooperativo; e ciò,
tenendo conto, da un lato, dell’esigenza, fortemente avvertita in economia, di
u n ’ i m p renditorialità dalle grandi dimensioni, dall’altro dell’intervenuta assunzione, da parte di soggetti e org a n ismi di nuova creazione (quale le imprese sociali, le o n l u s e i movimenti di volontariato), delle finalità solidaristiche
e sociali riconosciute come tipiche della realtà cooperativa.
2. Alla luce di tale premessa, va subito
detto che la gran parte delle società cooperative hanno subito, nel corso dei
decenni, profondi mutamenti che hanno per alcune di esse determinato il venir meno dell’e s s e n z a mutualistica. Non a
caso, oltre mezzo secolo fa, un illustre
studioso, Giuseppe Ferri, riscontrando
tale realtà nelle “banche popolari”, aveva modo di pre c i s a recome le medesime
della cooperativa avessero “la forma,
ma non la sostanza” (cfr. la voce “Banca
p o p o l a re”, in Enciclopedia del diritto, vol.
V, p.13); con ciò volendo, per l’appunto,
sottolineareil loro divario rispetto all’originario favor mutualitatis della categoria.
A fronte dell’abbandono della mutualità si rinviene, peraltro, la perdita dei benefici fiscali e la tendenza a logiche
espansive sempre più vicine a quelle
proprie delle società lucrative. L’aforisma “piccolo è bello”, che nel passato
aveva contraddistinto i soggetti appartenenti alla “tipologia” societaria in parola, sembra ormai inadeguata per
e s p r i m e re detta formula cooperativa e
non più rispondente alla caratterizzazione di ampia parte degli enti che ne
assumono la qualifica.
Alcuni studiosi nel pre n d e re atto di tale
evenienza non pervengono, tuttavia, alla naturale conclusione che dovrebbe
s c a t u r i reda tale stato di cose, vale a dire il riconoscimento nell’ambito del g e nus societario in questione di una dicotomia tra i soggetti che perseguono uno
scopo mutualistico ed altri che, invece,
si limitano ad utilizzare il relativo schema organizzativo; non si arriva facilmente a concludere che il modello cooperativo costituzionalmente protetto
è rimasto solo quello che ha conservato
l’essenza mutualistica. Ed invero, non
mancano opinioni che ritengono determinante ai fini dell’inquadramento nel
tipo la semplice adozione della “form a
cooperativa”, per cui eufemisticamente
si parla di “mutualità strutturale” con rig u a rdo alle ipotesi che circoscrivono la
qualifica di appartenenza al tipo alla sola adozione dei caratteri formali della
società cooperativa.
È evidente come, nel contesto testé delineato, si assiste ad una sorta di evoluzione dell’originario modello cooperativo: questo, nelle modalità di cui sopra
ho detto, ha tentato di adeguarsi ai più
generali cambiamenti del sistema economico e sociale, incurante del fatto
che, sul piano delle concretezze, così
p e rvenisse alla proposizione di un prototipo lontano, quanto meno a livello
teleologico, da ciò che nel passato aveva
caratterizzato la società cooperativa. Si è
ritenuto, quindi, da studiosi ed operatori di poter dare vita ad una formula che –
sganciata dalles t re t t o i e dello schema cooperativo – fosse in grado di meglio corrispondere alle “richieste” del merc a t o .
Non si è posta attenzione alla circostanza che, forse, per tal via, si finiva col vers a re vino nuovo in otri vecchi.
3.Passando ad esaminare quale sia stata la re a z i o n e d e l l ’ o rdinamento di fro n t e
al determinarsi della descritta realtà, è
bene sottolineare che il legislatore italiano, essendosi reso conto dell’indicato
p rocesso evolutivo della società cooperativa, ne ha preso atto in sede norm a t iva, dando così riconoscimento ad una
situazione giuridica che, per alcuni soggetti della categoria, si era ormai consolidata da tempo.
Di ciò si ha piena contezza già all’epoca
dell’emanazione del Testo Unico Bancario (decreto legislativo n. 385 del 1993),
a l l o rchéviene prevista, all’art. 31, la possibilità per le “banche popolari” di tras f o rmarsi “in Società per Azioni” ovvero
di pro c e d e re a fusioni “da cui risultino
Società per Azioni”. È stata così assecondata la tendenza evolutiva verso lo
schema delle Società per Azioni, per certi versi in linea con le indicazioni dottrinali che si erano dichiarate favorevoli ad
un cambiamento di “tipo” delle banche
popolari, così da perv e n i read una definizione del loro status c o e rente, sul piano sistematico, con le caratteristiche
evidenziate dal processo evolutivo delle
medesime (cfr. Capriglione, Banche popolari. Metamorfosi di un modello, Bari,
2001, p a s s i m, ma soprattutto cap. VI).
Non v’è dubbio che si è in presenza di
una regolazione che, consentendo a taluni enti cooperativi di sottrarsi alla disciplina generale di riferimento, ne legittima la modifica strutturale volta a circ oscrivere il senso della loro qualificazione
societaria al solo utilizzo dello schema
organizzatorio proprio degli appart enenti alla tipologia cooperativa. È questa, del resto, la tappa terminale di un
p rocesso risalente nel tempo che aveva,
in un primo momento, consentito alle
banche popolari l’esenzione dai contro lli sulle cooperative previsti dalla disciplina codicistica, nonché la loro sottrazione a talune prescrizioni introdotte da
leggi speciali (come il decreto legislativo n.1577 del 1947, c.d. legge Basevi); regime normativo che era stato poi confermato dall’espressa previsione della
“non applicabilità” alle popolari delle significative modifiche recate alla re g o l azione delle cooperative dalla legge n.59
del 1992 che aveva attuato una prima riforma delle società di cui trattasi.
Sotto altro profilo, è evidente che il leg i s l a t o reaffiancando le “banche popolari” a quelle di “credito cooperativo” – le
quali, anche in base alla normativa del
citato Testo Unico, hanno conservato integra la loro essenza mutualistica – non
ha inteso superare la chiara distinzione
(tra l’una e l’altra tipologia di enti cre d itizi) determinatasi nel corso degli anni; a
mio avviso, come ho avuto modo di prec i s a re in altre occasioni, la conferm a
della comune matrice delle specie soggettive in parola non costituisce necessariamente valido presupposto per
a s c r i v e re v a l o re unificante alle medesime,
così come un’insigne dottrina aveva, in-
vece, sottolineato all’indomani dell’emanazione del decreto legislativo n.385
del 1993 (cfr. Oppo, C redito cooperativo e te sto unico delle banche, in AA.VV., Le banche.
Regole e merc a t o, a cura di Amorosino, Milano, 1995, p.30 ss).
In altri termini, il legislatore, consapevole dell’intervenuto cambiamento
della configurazione cooperativa delle
banche in parola, ha dettato una disciplina che ne recupera il modello, in
quanto ritenuto idoneo ad integrare e
garantire il pluralismo che contraddistingue la soggettività creditizia. In part i c o l a re, rileva in tale logica il riferimento all’organizzazione dell’attività:
questa, per vero, fa da presupposto alla
individuazione del carattere democratico della gestione, cui è correlata la “posizione del partecipante nell’organizzazione medesima”, donde l’ipotizzata
configurabilità dei connotati tipici della società cooperativa (cfr. Capriglione,
Banche popolari. Metamorfosi di un
modello, cit., p.19 ss).
4. La costruzione normativa testè rapp resentata sarà poi ripresa nel nuovo diritto societario. La Riforma recata dai
d e c reti legislativi nn. 5 e 6 del 2003 ascrive nell’adozione della “forma” cooperativa – che fonda la parità dei soci e la
p a rticolarità della gestione su alcuni requisiti morfologici (numero minimo dei
soci, gradimento degli amministratori
per l’acquisto della qualità di socio, capitale variabile, limite al possesso azionario principio della “porta aperta”, voto
capitario) ai quali si ricollega la peculiare fisionomia delle società di cui trattasi
– prevalenza ai profili strutturali della
mutualità, su quelli funzionali (concernenti il rapporto tra l’ente e il partecipante, donde il decisivo rilievo che assu-
me la destinazione dell’attività svolta a
favore dei soci).
Si è in presenza di un orientamento che
tende a valorizzare il risultato economico e aziendale che si evince dall’allarg amento dell’operatività dell’ente al di là
degli ambiti della mera compagine sociale. Ciò, per converso, dà luogo ad un
ridimensionamento del significato e
della portata della mutualità, che finisce
con l’essere notevolmente affievolita
nella sua configurazione di fondamento
causale della società cooperativa.
Aspetto significativo della Riforma del
diritto societario è, infatti, la pre v i s i o n e
della possibilità per le società cooperative di perd e re, al verificarsi di determ inate condizioni, la qualifica di enti “a
mutualità prevalente” (art. 2545-octies
cod. civ.). Detta possibilità interagisce
su quella che tradizionalmente viene
identificata come l’essenza della mutualità, vale a dire la gestione di serv i z i o
(tra soci); ciò in quanto, ipotizzandosi
una mutualità in grado di evolvere verso
f o rme di non prevalenza si finisce con l’escludere la centralità di detta funzione,
con ovvi riflessi sul relativo collegamento alla causa della società e, dunque,
sulla possibilità di tener fermi i limiti
derivanti dal rapporto tra “mutualità” e
“lucratività” all’interno della cooperazione protetta.
È ben vero che, in tale contesto norm a t ivo, la mutualità individua ancora il fondamento della società cooperativa, ma
la formale previsione del suo ridimensionamento – in termini che non vengono specificati dal legislatore – si risolve
in un’ammissione della non essenzialità
della stessa, almeno con riguardo alla
generalità dei soggetti che assumono
detto inquadramento societario. Come
è stato sottolineato in letteratura, si è in
p resenza di un intento legislativo volto a
d a re attuazione alla “distinzione tra due
diversi tipi di cooperative, che si diff erenziano per la funzione cui adempiono”, donde la conclusione che la mutualità, intesa nella sua accezione tradizionale, viene circoscritta al solo caso in cui
la cooperativa è “rivolta alla re a l i z z a z i one dei bisogni degli associati”, laddove
nelle altre fattispecie prevalgono gli
aspetti lucrativi e la finalizzazione della
società “alla promozione di intere s s i
economici e imprenditoriali” (cfr. Schirò,
Lo scopo mutualistico, in AA.VV., Le cooperati ve prima e dopo la riforma del diritto societario, a
cura di Marasà, Padova, 2004, p. 57).
Da qui la necessità di riconoscere che la
funzione mutualistica ha perso la sua
originaria valenza o, quanto meno, la
c o n s e rva integra unicamente nelle cooperative che non intendono cedere alle
lusinghe di una lucratività il cui naturale
e ffetto è un ampliamento degli orizzonti
operativi al di là della cerchia dei soci,
donde l’esigenza di uscire dalle stre t t o i e
di un’attività rivolta prevalentemente ai
medesimi. È questa una conclusione
che sembra confermata dalla Relazione al
d e c reto legislativo delegato (cfr. Relazio ne, paragr. 15, riportata in “La riforma
delle società”, a cura di Sandulli e Santoro, Torino, 2003, tomo IV, p. 5); in questa
si precisa, infatti, che il mancato rispetto
della prevalenza non dà adito ad una
“non cooperativa”, ad una “società non
mutualistica”, ma solo ad “una cooperativa diversa da quella costituzionalmente riconosciuta”.
5. Alla luce di quanto precede, volendo
formulare qualche considerazione conclusiva sulle “prospettive future della
cooperazione”, va fatto presente che –
anche in relazione al complesso iter a
base della recente regolazione legislativa della materia – sarà bene attendere, comunque, il decorso di un congruo
periodo di concreta sperimentazione
della nuova disciplina normativa; tale
riscontro applicativo appare necessario
ai fini di qualsivoglia valutazione sulla
validità dei risultati della Riforma del
diritto societario.
Ciò posto, non deve essere esclusa la
possibilità di intro d u rre alcune modifiche nella regolazione di cui trattasi, così
da eliminare i dubbi e le perplessità che
tuttora permangono in ordine a specifici
aspetti della stessa. Mi riferisco, in primo luogo, all’esigenza di perv e n i re ad
una puntualizzazione delle modalità in
cui può tro v a re estrinsecazione la “non
prevalenza” della mutualità, senza che
l’eccessiva compressione dei profili mutualistici si traduca in una sorta di elusione degli aspetti tipologici che qualificano le società cooperative.
Per vero, l’indeterminatezza dell’attuale
formulazione in ordine al quantum di mutualità indispensabile per inquadrare in
ambito cooperativo un ente societario
rischia di vanificare l’intera costru z i o n e
voluta dalla riforma, poiché l’assenza di
ogni razionale limitazione al riguardo finisce con il negare sul piano delle concretezze la portata precettiva del complesso dispositivo in esame.
Sotto altro profilo viene in considerazione l’integrazione disciplinare dei decre t i
delegati nn. 6 del 2003 e 37 del 2004 recata dal decreto legislativo 28 dicembre
2004, n.310, che ha modificato la regolazione delle banche cooperative, quale risultava sulla base della normativa testé
richiamata. Con tale intervento – che, come ho già avuto occasione di pre c i s a re,
a p p a re decisamente u l t roneo rispetto alle
finalità di “mero coordinamento” previ-
ste dall’art. 5, comma terzo, della legge
delega n.366 del 2001 (cfr. Capriglione, Le
banche cooperative e il nuovo diritto societario.
P roblematiche e prospettiva, in Banca e borsa,
2005, I, p. 164) – si è dichiarata la inapplicabilità alle “banche di credito cooperativo” del disposto dell’art.2545-octies cod.
civ., con ciò escludendo per gli appart enenti a tale categoria di enti creditizi la
facoltà di optare per la formula della
“mutualità non prevalente”.
Consegue una diversità di trattamento
nell’ambito del genus “banche cooperative” che non si giustifica con riguardo ai
criteri fondanti della sistematica bancaria e, dunque, non legittima (nel riferimento al diff e rente percorso evolutivo
delle “popolari”) l’imposizione di un vincolo sostanziale alle possibilità di cre s c ita delle “banche di credito cooperativo”.
In tale premessa, deve ritenersi coerente
con l’orientamento normativo in tema di
mutualità (quale è stato espresso dal leg i s l a t o re con riguardo a tutti gli enti societari a struttura cooperativa) l’ipotesi
di un’estensione anche ai soggetti bancari da ultimo richiamati della facoltà di
deciderecirca le modalità più congrue di
darsi una organizzazione coerente con la
p ropria essenza cooperativa.
Da ultimo, va ipotizzata la possibilità di
r a c c o rd a re la configurazione di una nuova essenza della mutualità alla funzione
p romozionale delle economie locali che
gli enti cooperativi sono in grado di assolvere ove si abbia riguardo alla specificità sociale e solidaristica che tradizionalmente ne ha contraddistinto l’azione.
Una compiuta valutazione del significato ascrivibile a tale peculiare modo d’essere delle società cooperative appare
collegabile all’approfondimento delle
modalità tecniche della funzione di promozione e, dunque, alla capacità di ri-
u s c i re a svolgere una attività di compenetrazione tra localismo e mutualità (intesa in una accezione che risulti sganciata dalla cosiddetta gestione di servizio e
invece orientata alla valorizzazione degli
elementi strutturali che contraddistinguono le cooperative).
La prospettiva di un cambiamento tanto significativo dell’essenza cooperativa, nel dar vita all’esercizio di un’attività
legata al territorio, si risolve nella prevedibile presenza dei nostri enti nei dis t retti industriali dell’economia locale.
Le particolari conoscenze del m a n a g e ment i m p renditoriale di certe realtà imp renditoriali, tipiche dell’appro c c i o
personalizzato che caratterizza l’agere
cooperativo, appaiono destinate ad int e r a g i re sulle possibilità di crescita economico industriale delle zone in cui le
cooperative sono presenti. Conseguenza ultima di tale mutazione delle società che ci occupano è il riconoscimento
alle medesime del ruolo di “agenti integratori” dei distretti industriali; qualifica che assume specifico rilievo ove riferita a soggetti bancari, che – nel delineato contesto – sembrano destinati a
svolgere un ruolo di propulsione nello
sviluppo zonale, il cui sostegno è in
molteplici casi demandato alle iniziative finanziate (e talora anche pro m o s s e )
dalle banche cooperative.
UNA SITUAZIONE
GIURIDICA IBRIDA
di Gustavo Visentini
ggi ci troviamo in un’economia ibrida,
un’economia cioè non dipendente
dal mercato, e certamente anche la
componente “cooperative” ne risente
O
p e rché è sempre più frequente che si
faccia confluire nel nome “cooperativa”
– un’esperienza antica – la stessa economia di mercato. Le idee chiare dal mondo della cooperazione non ci sono. Ho
partecipato alle riforme degli anni Settanta, assistendo ad una confusione terribile. Spesso, anziché procedere la cooperazione da un progetto definito, e
quindi da una chiara scelta politica che
significa una decantazione di interessi, il
legislatore procede sulle spinte per ass e s t a re le situazioni che di fatto si sono
d e t e rminate, correggendo, modificando
p a role che spesso rimangono solo parole rispetto al fenomeno sottostante.
Il ruolo della cooperativa nella globalizzazione, l’adeguatezza delle regole, quali controlli, il problema del voto, la gover n a n c e, la fiscalità, quali aiuti, cosa succederà nella prossima legislatura e quali
saranno i problemi da aff ro n t a re, sono
tutte domande che richiedono innanzitutto la definizione di quale cooperativa
abbiamo in testa dal punto di vista sociale ed economico, prima che giuridico,
poi si aff ronta il problema politicamente: la scelta, la definizione del progetto è
la scelta politica, che poi diventa, per
l’interprete, la ratio legis.
Se noi prendiamo le attuali leggi sulla
cooperazione non riusciamo a capire
qual è la ratio, perché non c’è un progetto.
Cooperative a mutualità prevalente: la
nuova legge manifesterebbe una scelta
politica molto forte, anzi in un primo momento era fortissima questa scelta politica per tante ragioni, per volontà di innovare, per volontà di fare dispetti, non
lo so, ma certamente era molto netta.
Oggi la cooperativa a mutualità pre v alente conosce la possibilità di emettere
s t rumenti finanziari, i finanziatori per un
t e rzo possono part e c i p a re con voto alle
assemblee, per un terzo consiglieri di
amministrazione; e gli strumenti finanziari possono avere reddito, dividendi,
quindi all’interno dello stesso org a n ismo c’è quello che si intendeva e si dice
cooperativa ed un aspetto capitalistico
forte: che poi sia un terzo è questione di
quantità, con la conseguenza pratica
che il terzo che vi partecipa o spinge fortemente perché sia un’impresa come
tutte le altre sul mercato che mi dia direttamente i dividendi – cioè che mi dia i
dividendi attraverso gli utili che pro d u c e
e quindi uno stimolo fortissimo all’utile
– oppure prevale il momento dei soci
che l’utile lo cercano ma hanno altri interessi nella cooperativa. Allora vuol dire che questo terzo partecipa per altri tipi di interessi diversi dall’utile, part e c ipa per aggregarsi a certi fenomeni, per
e n t r a rein sistemi, ma è difficile contes t a requesto, quindi è un ibrido.
P roviamo allora a risalire nella esperienza che è anche riflettuta oggi dal nome
mutualità prevalente o no, e dalle regole
che sono date per la mutualità non prevalente: esse esprimono il vecchissimo
principio che la mutualità sta nell'app ropriarsi direttamente da parte dei soci
dell’intermediario capitalista.
Attraverso la mutualità di lavoro, la cooperativa di lavoro, non c’è un interm ediario capitalista e un impre n d i t o re int e rmediario che specula, che guadagna
sul mercato attraverso l’intermediazione del capitale.
In effetti, la società per azioni è nata – al
di là di episodi o vicende – per raccogliere capitale dal pubblico, cioè è uno strumento finanziario, è uno strumento capitalista: la società per azioni è l’org a n i zzazione del capitale.
L’imprenditore commerciale è sempre
stato disciplinato sulla base di principi
che sono nati nel commercio all’ingro sso nel Medioevo italiano ed è servito all’industria e a tutti gli altri passaggi perché il problema di fondo era lo stesso:
o rg a n i z z a re il capitale d’impresa dei fattori produttivi, è l’organizzazione del capitale, cioè delle scelte in ordine alla
destinazione degli investimenti, dei
p rodotti, etc.
Nella cooperativa, le scelte vengono
p rese direttamente da coloro che ci lavorano dentro e che consumano dentro ,
quindi si scavalca il momento del capitale: tutto questo nella letteratura e nelle vicende è chiaro. Se partiamo da questo tipo di cooperativa, da questo fenomeno sociale che certamente esiste e
che ha bisogno di una sua regolamentazione, ci rendiamo immediatamente
conto che questo fenomeno è incompatibile con una disciplina dell’altro fenomeno, quello capitalista, cioè del dire
faccio i due. Mi si risponde talvolta: “Sono sempre i soci che, arricchendosi dell ’ a p p o rto degli altri che danno loro il capitale al fine dell’intermediazione, guadagnano di più attraverso i ristorn i ,
etc.”, e quindi diventa mutualistica in
questo senso. Ma anche la società capitalistica è mutualistica in questo senso
p e rché i dividendi – appunto – me li divido, cioè lo spirito del corpo sociale è
lo stesso, solo che la modalità è pro f o ndamente diversa.
Per modello prendiamo allora la logica
che esprime la cooperativa in senso vecchio e ci rendiamo conto di una serie di
p roblemi che sono stati posti dal moder a t o reFranco Locatelli.
Il voto: certamente se la cooperativa è
cooperativa secondo l’ideologia iniziale,
secondo la “cooperativa purissima”,
chiamiamola in questo senso, il socio è
fisico, il socio vota perché è anche lavo-
ratore, perché è consumatore, perché
p a rtecipa. Si capisce benissimo perché
ogni socio ha un voto, perché non è l’int e resse sul capitale, ma l’interesse dell’Associazione.
Ascarelli diceva che erano “associazioni”, poi è una questione di nomi anche
quella, ma certamente non è l’org a n i z z azione del capitale la cooperativa, ma è
l ’ o rganizzazione del consumo, del lavoro, del credito quando erano le antiche
cooperative di credito e allora il pro b l ema del voto sparisce.
Viceversa, se nella cooperativa si innesta una intermediazione di capitale, cioè
diventa una società anche in parte di capitale, che può diventare in parte dominante, il singolo diventa disintere s s a t o
come nella società per azioni nella diffusione di capitale, tanto più che ha un voto solo quindi effettivamente non gliene
i m p o rta più niente.
Il problema della g o v e rn a n c e. È evidente
che la cooperativa nel senso della non
intermediazione del capitale, non ha un
p roblema forte di governance perché si autogoverna: è l’associazione, sono loro
stessi che vivono l’azienda dentro in un
modo o nell’altro nel consumo e via dicendo; mentre nell’altro caso il pro b l ema di governance diventa spaventoso perché, avendo ciascuno un voto ed essendo gente che non ha interesse del capitale – ma vengono eventuali altri interessi e altre forme o forme di org a n i z z azione politica etc. – lo stacco tra il gestore e la parte per cui gestisce, i fiducianti,
diventa enorme, diventa incontrollabile,
diventa un’entità forse senza contro l l o .
E così la fiscalità, si spiega da sola, il
p roblema delle revisioni, il problema del
c o n t rollo attraverso le società di revisione: se sono associazioni, se sono cooperative, non hanno bisogno di spendere
questi ulteriori soldi. Noi abbiamo un
g rosso problema di costi di tutte queste
attività e, scherzando, si può dire che
una delle lobbies più forti nella Comunità
e u ropea sono gli amministratori di condomini perché ogni anno ci fanno cambiare dicendo che bisogna mettere una
n o rma. Beh, teniamo presente che proprio questo sistema di economia mista
che abbiamo si è adeguato formalmente
ai sistemi anglosassoni, ma non nelle
sostanze. Anche l’altro ieri una delle società americane di revisione credo che
abbia fatto una transazione di duemila
m i l i a rdi di lire, adesso, anche stando alle lire, sono cifre enorm i .
Effettivamente c’è un interesse fortissimo di un certo componente del mercato a sviluppare questo tipo di attività e
allora ecco che si dilatano: nella cooperativa vera, non c’è alcun bisogno di
questo tipo di controlli perché ci sono
autocontrolli o possibilità di contro l l i .
Ma cosa ne viene fuori? Che questo tipo
di cooperativa, quella pura diciamo, ad
un certo momento si volge all’estern o ,
si ingrandisce e ha un suo limite di dimensioni, cioè non è in grado di diventare grande.
Ecco perché troviamo in America i tassinari, l’agricoltura, ma non troviamo la
società di assicurazioni o la banca: per
forza, perché sono più legati alla tradizione quindi l’agricoltura è fortissima, in
banca sono le società civili che sono la
stessa cosa delle cooperative, cioè la
persona è presente: possono diventare
grandissime, alcune cooperative sono
molto grandi, la dimensione del fenomeno cooperativo negli Stati Uniti sull’economia pesa notevolmente, ma è
s e m p rela cooperativa del contadino che
sta lì a lavorare, non che è diventata
un’altra realtà.
Finisco perché sono solo spunti.
Al momento in cui la società per azioni
è nata, come tutte le società, perc h é
partiva dalla società che si chiama Com pany in Inghilterra e in America è partita
dal fenomeno della C o r p o r a t i o n, cioè
dell’ente, mentre in Inghilterra e nelle
nostre tradizioni è partita dalla società,
dalla partnership che è diventata poi persona giuridica, ma negli Stati Uniti pensare che una società abbia una persona
giuridica era anomalo, che la società
partecipi ad un’altra no, tant’è vero che
la legge negli Stati Uniti si chiama anti trust, p e rché per fare i gruppi dovevano
appoggiarsi al t ru s t p e rché le società
non potevano part e c i p a re. Anche da
noi una legge che non è mai stata applicata diceva che le persone giuridiche, le
società, non potevano partecipare ad
altre società: è stata fatta nel 1942 forse
per ragioni di guerra, ma nasceva da
questa tradizione. La società è di persone fisiche.
Poi il sistema tedesco nasce da tutt’altra
linea, l’italiano è diventato mezzo ibrido
tra l’uno e l’altro, fatto sta che sono nate
delle partecipazioni di società in altre
etc. e si sono creati i gruppi, fenomeno
che è molto più comune da noi, negli
Stati Uniti non lo è.
Quindi c’è una grossa diff e renza tra il caso in cui i soci sono persone fisiche diffuse nel mercato e il caso in cui sono entità, che possono arrivare fino allo Stato.
Tutto il fenomeno della fine dell’Ottocento dei Comuni che entravano in società era considerato una cosa assurd a ,
in Francia c’è stata una legge per ammetterlo molto limitata, poi invece con
la metà del Novecento è diventato comune come se fossero altre società,
gruppi e poi non si sa più chi è dietro, diventano entità senza configurazione nei
rapporti sociali, sono delle Istituzioni,
quindi c’è una grossa diff e renza tra le
due situazioni.
La cooperativa è di persone fisiche, l’aver autorizzato la cooperativa a fare società e a part e c i p a re in società e quindi a
creare un ibrido tra la cooperativa e la
società, che poi fa tutt’altra vita, è un
problema notevole, una scelta politica
notevole. Non mi si può rispondere “se
no non campa”, “se no non si muove”.
Facciamo altre scelte, vediamo, ma certamente pone un problema enorme e il
p roblema è che la cooperativa man mano diventa un’entità non suff i c i e n t emente controllata con questi sistemi.
Ed ecco che può succedere quello che è
successo con la vicenda Unipol, come
modello lo prendo e come modello è
molto indicativo: finché c’è l’uomo, finché c’è il servizio fatto di beni reali, il pericolo c’è ma meno, quando si va alla finanza, insegna il prof. Capriglione, il pericolo è spaventoso.
Il motivo per cui la finanza, addirittura
il Fondo Monetario Internazionale si
voleva che non fosse impresa, la banca,
che fosse un’attività di pubblico serv izio, cioè al servizio dell’industria, poi
con le vicende Reagan etc. il mondo oggi è mutato, ma la finanza è pericolosissima perché la crisi posso posticiparla
tantissimo, la finanza si moltiplica senza controllo, ha bisogno di regole sue
particolari.
E allora ci troviamo che nel mondo cooperativo la governance diventa anonima
e poi si butta sulla finanza a rischio che
non sia controllato, cioè chi poi sopporterà i rischi alla fine non lo fa, diventa ancora più azionariato diffuso: il cooperatore che sottoscrive per altri tipi
di interessi è molto più vicino, anzi è in
posizione peggiore del consumatore
medio dell’azionariato diffuso ma senza le difese o le caratteristiche dell’azionariato diffuso: il fenomeno diventa pericolosissimo.
E allora penso sia necessario rendersi
conto di che cosa si vuole fare, conoscere il sistema e il fenomeno sociale e fare
scelte politiche in ordine a quello e poi
a rr i v a re alla coerenza e tentare norm e ,
queste sono le riforme, anche a costo di
cambiarle. Altrimenti è un accomodamento di quello che c’è e si rischia di aggravarlo. Lo strumento finanziario – per
r i p e t e rela parola strumento o prodotto
finanziario che è stata fatta – è uguale a
valore immobiliare, più estesa, per cog l i e reil momento del collocamento del
p rodotto sul mercato, ma non indica il
r a p p o rto sottostante, il rapporto di finanziamento, il contratto...
P rendiamo il prodotto finanziario e vediamo: nel Codice civile si regola il rapp o rto sottostante, vediamo qual è la natura e ci accorgiamo che è un’azione o
un’obbligazione. L’averla messa accanto
e aver detto che è per un terzo, ecco che
l’ibrido è venuto in pieno. È stato pensato o è stato fatto un gioco di parole? Facciamo le riforme che sono accomodamenti e poi aggravano!
●
DOCUMENTI
132
E d u c a re
con la
cooperazione
di Agostino Bagnato
Agostino Bagnato,
dirigente
cooperativo,
giornalista
e scrittore,
ha scritto un libro
originale
(cfr. la recensione
nel n. 4/2005
della Rivista)
in cui ripercorre
l’esperienza della
cooperazione
leggendola come
strumento
di educazione.
Ne riproduciamo
alcuni capitoli
significativi
Antonio Labriola
e l’esperienza cooperativistica
Per compre n d e re il contributo di Antonio Labriola al
consolidamento e allo sviluppo del cooperativismo
negli ultimi due decenni dell’Ottocento è necessario
r i c o rre re anche all’ausilio dei contemporanei. L’app o rto del filosofo è fondamentalmente teorico, legato al dibattito tra i socialisti e tra socialisti, liberali e
repubblicani. La piena comprensione del valore educativo nel processo di emancipazione dei lavoratori
da parte di Labriola fa compiere al dibattito un salto
di qualità, anche se non mancarono incompre n s i o n i
e fraintendimenti. Il contributo labrioliano al cooperativismo deve essere letto in senso lato, in quanto
egli non ha avuto occasione diretta d’intervenire.
Il suo insegnamento resta un punto di riferimento
fondamentale per compre n d e re l’atteggiamento degli intellettuali verso l’organizzazione del lavoro in
t e rmini produttivi e non di mero rivendicazionismo
sindacale. In questo senso, l’apporto del pensiero di
Labriola all’interno del movimento socialista può
e s s e re considerato fondamentale. E di questo se ne
re s e roconto i contemporanei.
A l f redo Angiolini, uno dei primi storici socialisti, all’inizio del secolo scorso, scrive:
“Fra i primi e i migliori socialisti non bisogna diment i c a re il professor Antonio Labriola, dottissimo in
istoria, in economia, in filosofia. Il 20 giugno 1889
egli teneva nel C i rcolo romano di studi sociali un’importante conferenza, nella quale proclamava i suoi principi socialisti. Merita di essere riportato qualche brano di quella bella conferenza: ‘Dottrina di apostoli, di
p recursori, di scuotitori di dormienti, il socialismo
mira a risolvere i problemi che gli scettici ignorano, i
liberali rimandano all’infinito, i demagoghi sfru t t ano. Nessun uomo schiavo dell’altro uomo, nessun
uomo strumento della ricchezza altrui [...] Labriola
seguita rilevando il lavoro immane, multiforme, di
lunga durata, che il socialismo deve condurre a ter-
mine per rigenerare tutto intero il corpo
sociale. Bisogna per ciò che cresca il num e rodei socialisti teorici e che si formi e
f o rtifichi lo spirito di classe e di comunanza ne’ lavoratori: allora il socialismo
dovrà combattere per il trionfo di questi
d e t e rminati principi: diritto all’esistenza, diritto al lavoro, diritto al completo
compenso del lavoro prodotto. Quanto
all’ultimo di questi diritti, Labriola rileva
che presentemente la massa de’ pro d o tti economici va distribuita fra il pro p r i etario del fondo a titolo di rendita, l’intraprenditore sotto il nome di premio, il
detentore di capitali come interesse, i
poteri pubblici per imposte e tasse e i lavoratori infine come salario e mercede
[...] Nella futura organizzazione tutto il
salario sarà diviso in due parti sole: prelevamento pubblico per le spese di comune e generale interesse, compenso a
ciascuno secondo il lavoro pro d o t t o .
I mezzi per giungere al trionfo di questi
principi sono la pressione costante del
l a v o ro sul capitale (dimodoché, ad
esempio, gli scioperi divengono re g o l atori del rialzo de’ salari), la cooperazione, la partecipazione degli operai alla vita politica, e più che altro la propaganda
[...] Bisogna guadagnare alla causa sociale gli operosi e gli intelligenti delle
classi privilegiate. Uno studioso, un professore, un borghese, un capitalista, che
entra convinto nelle vie del socialismo
vale oggi più che non cento o mille proletari, come vivo documento del decrescere dell’egoismo ne’ più interessati,
come prova del trionfo ideale anticipato
di una causa, che nei derelitti e ne’ travagliati si rivela per gli impeti passionali
della rivolta”.
Un contributo di particolare import a n z a
nell’analisi del pensiero e dell’azione labrioliani sotto l’aspetto pedagogico è
dato dal catalogo Antonio Labriola e la sua
università. Mostra documentaria per i settecen to anni della Sapienza (1303-2003) a cento
anni dalla morte di Labriola (1904-2004), a
cura di Nicola Siciliani de Cumis, Aracne, Roma 2005. L’apposita scheda dedicata al tema Cooperativismo e università r iporta punti di vista del filosofo sul cooperativismo.
“Se la democrazia non deve rimanere in
perpetuo un vano nome, anzi un’arma di
s f ruttamento raffinato per gli accaparr atori di voti, se la sovranità popolare deve
pure esprimere un che di schietto e di
v e r i t i e ro,gli uomini, signori tutti per diritto di natura, alla presente gerarchia
politica degli Stati, sostituiranno la cooperativa sociale del comune benessere
morale e materiale”.
Si tratta del testo tratto dalla Conferenza
dal titolo Del socialismo, tenuta al Roma al
C i rcolo operaio romano di studi sociali
il 20 giugno 1889, pubblicato in opuscolo, Perino, Roma 1889.
Nel 1889 Labriola aff e rma ancora:
“Utile istradamento la cooperazione,
p u rché non degeneri in egoismo collettivo d’una frazione di operai contro tutti
gli altri. Assidua, costante, passionata
vuol essere la partecipazione degli operai alla vita politica; non solo perc h é
questa è opportuna palestra di socialità, ma anche per pre m e re d’ogni part e
su la pubblica finanza, e renderla atta a
s o d d i s f a rei più generali bisogni dei meno abbienti. Cooperazione, Comune e
Stato; ecco i tre termini di quella form a
sociale, che non sarà più di sfruttati e di
s f ruttatori”.
Infine, nel 1896, durante il discorso
inaugurale dell’anno accademico 18961897, rivolto agli studenti, sostiene:
“Noi professori siamo, senza dubbio,
o rgogliosi della superiorità della condi-
zione morale, in cui ci troviamo rispetto
a quelli che ci precedettero nei secoli
scorsi, pei quali le libertà furono privilegi; e per rispetto ancora a quei cultori
della scienza, che dovettero in altri tempi, e devono in altri paesi, piegare dinnanzi ai capricci dei mecenati, o alle
prepotenze dei protettori e dei grandi.
Ma saremo, per fermo, più orgogliosi,
se, associando voi all’opera nostra la
vostra intelligente docilità, ci perm e t t erete di chiamarvi cooperatori nostri in questo lavoro, che è il più gradito e nobile
che capiti ad uomo di eserc i t a re ord i n atamente, anzi commilitoni sotto l’insegna di quella libera e spregiudicata ric e rca, che per noi e per voi tutti è diritto
e dovere ad un tempo” .
Il dibattito fu accesissimo tra dirigenti,
intellettuali e pensatori maggiormente
impegnati nel movimento socialista, ma
finendo con il coinvolgere anche esponenti liberali e repubblicani mazziniani.
Antonio Labriola, il grande filosofo che
aveva aderito al movimento socialista,
pro f e s s o re di filosofia all’Università di
Roma “La Sapienza” – nel 1890 promot o re della Lega dei lavoratori per aff i a ncare la Federazione operai socialista e il
C i rcolo operaio di studi sociali promossi
da Andrea Costa, rispettivamente nel
1888 e nel 1889 – che interviene sulle
questioni sociali è uno stimolo per tutti,
una sfida al confronto teorico e org a n i zzativo, un imperativo culturale.
In una lettera a Filippo Turati, il 24 luglio
1892, scrive:
“Ma v’ingannate quando credete che io
non viva in contatto degli operai. Ho
menato a Roma vita assai agitata e anche ru m o rosa dal 1888 al 1° maggio ’91 –
avrò fatto un duecento discorsi, ed ho
p reso parte ad altrettante riunioni – ho
ideato circoli, federazioni e cooperative –
ho regalato migliaia di lire e di opuscoli
– e per ora e per un pezzo basta. Ho imparato abbastanza per dire con sicure zza: non bisogna aff rettarsi. In questi
quindici mesi che son succeduti al 1°
maggio 1891, ho avuto sulle spalle imputati e loro famiglie, avvocati e testimoni, e inoltre le spie e mi ricordo dell ’ i m p ressione che feci sui giudici con la
p recisazione delle mie informazioni. La
mia casa è un va e vieni di operai d’ogni
p a rte d’Italia [...]. Non c’è giornale o
g i o rnaletto o opuscolo di questi ultimi
anni che non sia passato per le mani – e
tutto il tramenio segreto dei guastagiuoco mi è trasparente in ogni particolare”.
Nonostante le dispute ideologiche, il
cooperativismo cresce nella società italiana alla fine dell’Ottocento e all’inizio
del XX secolo. Non si tratta soltanto di
una risposta ai bisogni dei lavoratori,
ma anche di una differente org a n i z z a z i one del lavoro. È questo aspetto che deve
e s s e re sempre più approfondito, perché
rappresenta la reazione alle teorie tayloristiche e al nascente fordismo. Si tratta
della reazione alla subalternità dell’uomo alla macchina e alla catena di montaggio, alla fabbrica pesante, al lavoro
alienante.
Se il luddismo nella prima metà dell’Ottocento era l’opposizione alla modern i zzazione della produzione che, attraverso
l ’ i n t roduzione di nuove macchine creava
disoccupazione, per cui i lavoratori pensavano di risolvere il problema distru ggendo le macchine stesse, la cooperativa di produzione e lavoro costituisce il
tentativo degli operai di organizzarsi in
p roprio. Si tratta della presa di coscienza
dei propri diritti di lavoratori, per dirla
con Karl Marx, ma rappresenta nello
stesso tempo un salto di qualità culturale. La scelta di org a n i z z a reda sé il pro-
prio lavoro, come ord i n a re i turni, come
remunerare la mano d’opera è sicuramente la conquista maggiore del movimento operaio. Non si tratta soltanto di
c o n t r a t t a reil salario con il proprietario
della fabbrica o della terra da coltivare ,
ma di decidere autonomamente come e
chi lavora, quanto tempo e che salario
deve perc e p i re, avendo la cooperativa
come unico soggetto contrattuale.
Gli accordi interni alla cooperativa non
sono un gesto gerarchico, ma il risultato
della partecipazione e della discussione,
sicché la responsabilità dei soci si configura come un doppio dovere rivolto a se
stessi e agli altri.
Si tratta dunque di un processo inconsapevole ma formidabile dal punto di vista
dell’educazione alla responsabilità, alla
partecipazione responsabile al pro c e s s o
p roduttivo, al controllo dei risultati, alla
utilizzazione della ricchezza prodotta, alla crescita civile della persona. Se ne
rende conto perfettamente Antonio Labriola che, di fronte alle diffidenze dei
socialisti per la cooperazione di pro d uzione e lavoro, sprona a guard a re i fattori educativi e non soltanto economici,
indicando nella vita produttiva associata un fattore importante di crescita e di
emancipazione dei lavoratori.
Banche di Credito Popolare
e Casse Rurali: due esperienze
a confronto
Luigi Luzzatti, un giovane avvocato liberale veneziano, fonda la prima banca di
credito popolare, banca costituita da
piccoli risparmiatori nelle zone rurali. A
differenza della cooperativa di consumo
che vende anche a credito, la Cassa rurale raccoglie il risparmio e lo reinveste, finanziando i progetti dei soci, in maggio-
ranza agricoltori. Il successo degli istituti è in grande misura legato proprio all’originalità dell’assetto giuridico e org anizzativo voluto da Luzzatti. Anche se
egli parte dal modello tedesco creato
nel 1862 da Franz Hermann Schulze-Delitzsch2 della Münchener Darlehens-Ve re i n
mit Solidarschaft, se ne discosta, in quanto
si sforza di adeguarlo alla realtà italiana
integrandolo con il modello inglese. Nasce così la banca aperta a tutti che consente di ampliare la piccola clientela, di
a u m e n t a re il numero dei soci e di allarg a re la propria attività, fungendo da volano per lo sviluppo economico delle zone circostanti.
Infatti, Luzzati si rende conto che lo sviluppo economico dell’Italia passa attraverso il coinvolgimento del maggior num e ro di soggetti produttivi; pertanto, si
rivolge a commercianti, artigiani, professionisti, proprietari terrieri, piccoli industriali per dare vita a vere e proprie
banche popolari. Sorge così a Lodi nel
1864 la prima Banca popolare, con il
motto: “Al popolo il denaro del popolo”.
Da questo principio nasce anche l’impegno di collegare il credito popolare con
il cooperativismo nelle sue prime forme
attive, subito dopo l’unità d’Italia.
Nel corso del VII congresso dell’Ica nel
1907, Luigi Luzzatti sottolinea come in
Gran Bretagna sia nata la cooperazione
di consumo, in Germania il credito pop o l a re, in Francia la cooperativa di produzione. In Italia erano stati superati
molti ritardi e il cooperativismo aveva
raggiunto gli altri Paesi con una esperienza diffusa sul piano del dibattito teorico, la creazione articolata di stru t t u re
cooperative tra cui le banche popolari, le
società braccianti, le cooperative di consumo, le affittanze collettive, il credito
agrario, i consorsi agrari, le case popola-
ri. Egli sostiene che il successo del cooperativismo in Italia è anche dovuto al
c redito popolare e a quelli che chiama i
“sodalizi della mutualità”.
La risposta all’iniziativa di Luzzatti è la
nascita delle Casse rurali. Si tratta di una
risposta mutuata dall’esperienza del tedesco Friedrich Wilhelm Raiffeisen. Leone Wo l l e m b o rgera ebreo e liberale, ma
si appoggio ai preti nel Veneto per diff o n d e re le casse rurali, in funzione di organizzare la piccola gente, escludendo il
p roletariato rurale, che egli considerava
pericoloso per la pace sociale, anche
p e rché influenzato dalle idee socialiste
e rivoluzionarie. Il principio della responsabilità personale e quello della
delimitazione locale dell’attività di ogni
singola cassa, corrispondente ai confini
della parrocchia, fecero delle casse rurali l’estensione vera e propria della famiglia contadina, dando ad essa una identità sociale sconosciuta nel passato.
A sua volta, il cappellano Luigi Cerutti, a
part i redal 1892, proprio nel clima determinato dalla diffusione della dottrina
sociale della Chiesa cattolica enunciata
con l’enciclica R e rum Novaru m, fondò in
soli sei mesi ben trenta Casse ru r a l i ,
prendendo a modello quella che a Loreggia aveva creato Leone Wollemborg.
Le Casse rurali furono lo strumento della crescita cooperativa cattolica nelle
campagne, sfruttando anche ritardi ed
e rrori socialisti, basati entrambi su
obiettivi rivoluzionari e sulla proprietà
collettiva della terra.
I socialisti e i repubblicani radicali non
f u rono estranei alla costruzione di una
solida politica finanziaria verso la cooperazione, consapevoli che senza adeguati mezzi economici non sarebbe stato possibile attuare investimenti per la
competitività con le imprese private.
Uno dei protagonisti del sostegno finanziario pubblico alle cooperative è il ravennate Nullo Baldini. Lo storico Valerio
Castronovo riassume così l’impegno di
Baldini per la nascita dell’Istituto Nazionale di Credito per la Cooperazione:
“Si spiega perciò come Baldini venne interessandosi ai problemi del credito. Era
stato fra i primi a prendere atto che le
banche popolari, acquistando sempre
più i caratteri di veri e propri istituti di
c redito ordinario, non avre b b e ro potuto
fornire se non in misura assai limitata, i
mezzi necessari per il fabbisogno delle
cooperative e tanto più per la loro diff usione. Ma nemmeno s’era illuso che l’Istituto di Credito per le Cooperative,
fondato a Milano nel 1904 con un fondo
di 400.000 lire, sottoscritto quasi interamente dalla Società Umanitaria, sare bbe stato in grado di supplire alla mancanza cronica di capitali del movimento
cooperativo.
Baldini condivise perciò il pro g e t t o
avanzato nel 1905 dalla Lega Nazionale
delle Cooperative [...] di cre a re un’apposita banca, che avrebbe dovuto nascere
con i contributi dello Stato, della Banca
d’Italia, della Società Umanitaria e delle
Casse di Risparmio. Qualcosa di simile,
insomma, alla Cassa centrale pru s s i a n a
per le cooperative sorta con l’appoggio
dello Stato.
Ma questa iniziativa sollevò l’opposizione pregiudiziale dei conservatori e finì
per arenarsi in Parlamento, fra interm inabili controversie. Finché non fu Luigi
Luzzatti, uno dei leader più illuminati
dello schieramento democratico, a rilanciare nell’ottobre del 1908 l’idea di
c o s t i t u i re un ente pubblico che potesse
agire come centro propulsivo della cooperazione e della mutualità, in ciò confortato anche dall’autorevole pare re fa-
vorevole del dire t t o re della Banca d’Italia Bonaldo Stringher, a cui certo non facevano difetto né la prudenza né il rigore
nella tutela degli interessi finanziari dello Stato.
Era questa la soluzione che Baldini da
tempo perorava, forte anche del fatto
che egli era riuscito infine (dopo aspre
polemiche che l’avevano opposto di volta in volta a Salvemini e ad Antonio Labriola) ad avere dalla sua il pieno appoggio della dirigenza socialista, e in part icolare della corrente maggioritaria di Filippo Turati e di Claudio Treves”.
Come si vede, ritorna il nome di Labriola nella polemica che si è accesa da tempo all’interno del movimento socialista
sul ruolo della cooperazione.
Accantonata la vecchia tesi (pur risorgente di tanto in tanto) che la cooperazione fosse un mezzo per imbrigliare lo
sviluppo della lotta di classe, i socialisti
avevano cominciato a considerare le cooperative anche come strumento di difesa contro il carovita e, inoltre, come una
leva utile per aggregare alcuni strati di
piccoli proprietari contadini e di mezzadri. D’altra parte, la Lega Nazionale delle
Cooperative, grazie al suo carattere pluralistico, era giunta a compre n d e reanche sodalizi di matrice repubblicana, radicale e cattolica.
Ci sarebbero voluti tuttavia ancora parecchi anni prima che il progetto di dar
vita a una “banca delle cooperative” app rodasse al tavolo del governo e di qui
in Parlamento. Fu Giolitti a riproporlo,
durante il suo quarto ministero, quello
che sarebbe passato come il più caratterizzato in senso riformista al punto da
prefigurare la possibilità di una stre t t a
collaborazione fra liberali e socialisti.
Sta di fatto che uno dei punti di convergenza fra i due schieramenti fu appunto
il provvedimento che nell’agosto 1913
a v rebbe dato vita all’Istituto Nazionale
di Credito per la Cooperazione.
Le parole di Valerio Castronovo concludono la perfetta illustrazione del processo che ha portato alla nascita di uno
strumento pubblico, di natura finanziaria, per il sostegno al cooperativismo, rimasto in vigore nei decenni successivi attraverso la Banca Nazionale
del Lavoro e tuttora esistente all’interno dello stesso istituto di credito come
“Sezione speciale”, meglio nota come
Coopercredito.
La storia del cooperativismo italiano si
a rricchisce così di un nuovo capitolo. Il
giudizio su come ha funzionato questo
s t rumento di sostegno pubblico e sui risultati conseguiti non è oggetto del presente studio. Tuttavia, si può aff e rm a re
che, al di là di alcune forz a t u re e distorsioni, l’Istituto Nazionale di Credito per
la Cooperazione e successivamente Cooperc redito hanno svolto una funzione
positiva, sollevando le cooperative dalle strettoie spesso soffocanti delle banche locali e coinvolgendo i loro dirigenti attorno a progetti finanziari molto impegnativi.
L’ e s e rcizio della fidejussione dei soci sui
p restiti bancari è un capitolo della storia
del cooperativismo che deve essere ancora analizzato e scritto, anche per le
conseguenze negative che ha avuto sul
patrimonio di migliaia di cooperatori,
quando il prestito non è stato onorato e
la “garanzia” è stata applicata dalla banche creditrici, con messa all’asta del patrimonio dei singoli, oltre che di quello
cooperativo.
Ma l’esercizio della finanza ha contribuito a far cre s c e re il senso di responsabilità dei lavoratori soci, li ha spinti a part ecipare alla vita dell’impresa, li ha co-
s t retti a conoscere procedimenti giudiziari e aspetti del diritto fallimentare diversamente ignorati e quindi sono entrati in contatto con gli ingranaggi della
giustizia civile e talvolta anche di quella
penale, in presenza del reato di bancarotta fraudolenta.
Sono aspetti della storia del cooperativismo che gli storici trascurano, ma rappresentano pagine importanti di quel
lungo cammino di crescita umana e imp renditoriale, senza il quale l’economia
e la società italiane sare b b e ro diverse.
Il Novecento
Il Novecento trova il cooperativismo come protagonista della storia d’Italia.
Storia politica, in primo luogo, per il
ruolo assunto dai lavoratori organizzati
nella società. E poi storia economica e
sociale, di grande rilievo anche educativo e formativo per l’impegno delle cooperative verso i soci.
Si tratta di una pagina molto import a nte, ma che non è molto conosciuta sul
piano generale, come fatto di consolidamento politico e culturale per la pre d ominanza che hanno avuto i partiti politici e i sindacati, part i c o l a rmente nel secondo dopoguerr a .
E p p u re, non c’è periodo del XX secolo,
non c’è settore di attività, non c’è re g i one in cui le cooperative non abbiano
svolto una funzione importante talvolta
d e t e rminante: si pensi all’occupazione
delle terre demaniali e latifondistiche
per difendere i diritti di uso civico; alla
resistenza contro le squadracce fasciste
e all’aggressione contro le Case del Popolo; alla partecipazione alla Resistenza
e alla guerra di Liberazione; alla ricos t ruzione post-bellica a cominciare dagli “scioperi a rovescio” contro la disoc-
cupazione e la miseria; alla riforma fondiaria del 1950; alla creazione della re t e
di supermercati con il marchio Coop e
Conad; alla costruzione di grandi infrastrutture civili con imprese gigantesche
note in tutto il mondo come Cmc, Cmb
nate nell’Ottocento associando braccianti e contadini poveri; alla presenza
sul mercato di colossi agro-alimentari
come Granarolo, Va l f rutta, Caviro che
vende vini in brik o Giv (Gruppo italiano
vini) che produce vini di qualità diffusi in
tutto il mondo; alle Banche di credito
cooperativo, eredi delle Banche di cre d ito popolare di Luzzatti e delle Casse rurali di Wo l l e m b o rge Cerutti; fino a Unipol, una delle grandi compagnie di assicurazione esistenti in Euro p a .
È stata una passeggiata? No, assolutamente. È il risultato di un lavoro durissimo, di una organizzazione capillare e
complessa, di un impegno pro f e s s i o n ale che in oltre cento anni ha visto dirigenti socialisti, liberali, radicali, cattolici, comunisti e democristiani, tutti di
grande qualità politica e di elevata moralità e dignità professionale.
In questo secolo il movimento cooperativo ha ottenuto riconoscimenti giuridici
che ne hanno fatto uno dei capisaldi dell ’ o rganizzazione della società. La Costituzione della Repubblica riconosce il
ruolo sociale della cooperazione all’art icolo 45, mentre la legge del 1947 sulla
rappresentanza delle cooperative che
p o rta il nome di Alberto Basevi, uno dei
padri del pensiero cooperativistico mod e rno, fissa i compiti spettanti alle centrali cooperative per la vigilanza e il cont rollo delle attività delle imprese, attività
delegata dallo Stato in riconoscimento
della qualità civile espressa dal complesso delle cooperative operanti in Italia.
La legge Basevi è il momento più alto di
elaborazione nell’esercizio della responsabilità dei soci e dei dirigenti, obbligando gli uni e gli altri a confrontarsi con
i doveri più alti, dal semplice operaio e
bracciante o consumatore associati all’impiegato e al contabile, fino agli amministratori con funzione di rappre s e ntanza esterna.
A questi compiti che esaltano la socialità corrispondono agevolazioni fiscali, a
cominciare dal fondo di riserva che non
è tassato e ai ristorni. I tentativi degli ultimi tempi di omologare le cooperative
alle società di capitali come Spa e Srl sono in parte falliti proprio perché le cooperative sono riuscite a dimostrare la
mutualità prevalente dell’attività, rivolta
ai soci e anche all’esterno, con iniziative
di carattere sociale rivolte alla collettività; la riforma del diritto societario lascia
a p e rta la strada del futuro anche per
quei giganti come Coop che rischiano di
non rispondere al carattere di “mutualità prevalente” prevista dalla legge; pertanto, la loro trasformazione in società
di capitali lascia aperta la porta della
mutualità, basata peraltro sul sistema
elettorale che salvaguarda sostanzialmente il principio di “una testa un voto”.
Il XX secolo può essere suddiviso in
q u a t t rograndi periodi.
La grande crescita 1904-1920
Negli anni che precedono la prima guerra mondiale il cooperativismo raggiunge
il massimo sviluppo, esercitando una
influenza rilevante anche sulla vita politica del Paese. Il riformismo socialista e
l’impegno sociale dei cattolici pro d u c ono risultati rilevanti in tutto il Paese,
grazie soprattutto alla politica liberaldemocratica di Giovanni Giolitti e dei
g o v e rni che lo hanno preceduto e seguito. Anche durante la guerra 1915-18 il
cooperativismo continua a svolgere un
ruolo positivo, visto come necessità per
sostenere lo sforzo bellico del Paese per
il sostentamento della popolazione.
Alla fine della guerra risultano 2.408 cooperative di consumo, 3.015 di produzione e lavoro, 751 di costruzioni edili e
statali, 1.141 agricole. Il totale di 7.317
imprese associate dà la dimensione del
cooperativismo. La nascita della cooperazione tra gli ex-combattenti, soprattutto per ottenere la concessione di
terre da coltivare, imprime un’accelerazione ulteriore allo sviluppo del cooperativismo.
Il governo riconosce il ruolo sociale delle cooperative di consumo, dando impulso nelle grandi città alla creazione di
i m p rese associate per gestire ogni sort a
di attività collegate al commercio e ai
servizi. Nel 1919 la legge n. 603 fissa i
principi generali dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie e per la previdenza, superando la mutualità che
aveva costituito la forma prevalente di
assistenza ai lavoratori per circa cento
anni. Nel 1920 la Lega propone al cong resso un accordo tra cooperazione, sindacati e partito socialista per coord i n a re
le iniziative di lotta, impegnare il governo contro il carovita e per stimolare la
creazione di nuova occupazione, in una
visione certamente rivoluzionaria. La rivista La cooperazione italiana incita il movimento operaio ad intrapre n d e re iniziative riformiste, spingendo perché i socialisti entrino nel governo.
Le violenze fasciste contro le forze org anizzate del movimento operaio e contro
la cooperazione cominciano a pre o c c up a re. Nel 1921 la rivista scrive:
“Una inaudita eruzione di violenza imp e rversa nelle città d’Italia contro le
istituzioni proletarie (persone, giornali,
biblioteche di partito, camere del lavoro, comuni socialisti) con saccheggi,
devastazioni e sangue… Noi ammoniamo la classe dominante e le sue autorità che il gioco è terribilmente pericoloso: la violenza chiama violenza. Si vuole
la guerra civile?”.
Nel 1920 esistono 243 cooperative agricole di conduzione collettiva con 53.032
ettari coltivati, 3.600 cooperative di consumo, 2.700 cooperative di pro d u z i o n e .
In totale si contano 10.000 imprese associate con circa 2.000.000 di soci. Si
tratta dell’organizzazione più numero s a
esistente in Italia, più numerosa dello
stesso sindacato unitario Cgl (Confederazione generale del lavoro) e del Partito
socialista.
In quello stesso anno nascono la Confederazione nazionale dell’industria, come reazione al vastissimo movimento di
lotta sindacale e politica e in part i c o l a re
c o n t rol’occupazione delle fabbriche e la
Confederazione nazionale dell’agricoltura. Entrambe guardano con simpatia
ai Fasci di combattimento che Benito
Mussolini ha creato nel 1919 a Milano.
Nella storia del pensiero cooperativistico è questo il periodo delle più significative realizzazioni sul piano legislativo,
dottrinario e organizzativo. Nello stesso
tempo sono gli anni che vedono una
considerevole crescita imprenditoriale
delle cooperative, in part i c o l a re di quelle di lavoro. Il clima di collaborazione
sociale, creato dalla politica di Giovanni
Giolitti e dalle iniziative socialiste legate
al riformismo, ha consentito la grande
c rescita della percezione del sentimento
cooperativo come una delle condizioni
per lo sviluppo del Paese.
Durante gli anni difficili della prima
guerra mondiale le cooperative hanno
contribuito a sostenere lo sforzo bellico
della nazione; in part i c o l a re le donne sono state chiamate a part e c i p a realla produzione in molte stru t t u re. Questo elemento di democrazia economica rappresentato dalla partecipazione delle
donne alla vita produttiva non è stato
ancora sufficientemente analizzato dalla
storiografia. È indubbio che durante
quegli anni le donne hanno maturato
una grande consapevolezza del loro ru olo nella società e anche nella maturazione dei propri diritti di natura sindacale.
Il fascismo
Il fascismo segna una pesante battuta
d ’ a rresto del cooperativismo democratico, libero, volontario. Le organizzazioni
di rappresentanza liberamente elette
dalla base vengono distrutte, ma l’idea
cooperativa sopravvive, intesa come
strumento del regime che si appro p r i a
delle stru t t u re disponibili a collaborare ,
annientando quelle che resistono alle
p ressioni per piegare la propria missione alla politica del fascismo. Chi paga il
p rezzo maggiore sono le cooperative di
produzione e lavoro, quelle agricole di
conduzione collettiva. Le cooperative di
consumo sono ridimensionate e con il
p a s s a re del tempo piegate sempre più
alla logica degli spacci aziendali e dei
centri dopolavoristici.
L’ o rganizzazione politica è centralizzata,
b u rocratizzata e sottoposta interamente
alla volontà del regime. L’Ente nazionale
della cooperazione diventa la struttura
di rappresentanza dell’intera cooperazione italiana, i cui dirigenti sono nominati da Mussolini. I soci non hanno alcuna voce in capitolo. Gli stessi Consorz i
agrari, organismi lontani dalla lotta politica e da qualsiasi impegno riform a t o re ,
vengono assoggettati alla logica corporativa e trasformati nel 1938 addirittura
in enti morali, perdendo ogni connotato
associativo.
Nel 1924 un decreto legge obbliga i prefetti a sciogliere tutte le organizzazioni
non dichiaratamente fasciste. Il tentativo del regime di dare vita ad una Confederazione generale della cooperazione
italiana che rappresenti tutte le impre s e
associate, fallisce per l’opposizione delle organizzazioni libere e democratiche
di farsi assorbire dal fascismo. Comincia l’esilio di molti dirigenti del cooperativismo italiano e Nullo Baldini si
adopera per cre a re all’estero l’Unione
delle cooperative con lo scopo di off r i re
l a v o roagli esuli.
Nel 1928 le cooperative a diverso titolo
sono 7.500 con 1.600.000 soci, nel 1937
sono 14.500 con 2.400.000, nel 1943 sono circa 11.000, secondo i dati forniti
dall’Ente nazionale della cooperazione.
Ma non si tratta di organismi come erano in precedenza e come saranno conosciute successivamente. La Repubblica
di Salò tenta di mantenere le maglie del
cooperativismo fittizio, mentre molte
cooperative che avevano superato l’agg ressione iniziale del fascismo, mantenendo dirigenti di formazione riformista, specie in Emilia, Piemonte e Liguria, forniscono sostegno economico e
logistico alla lotta partigiana. Giulio
Cerreti, presidente della Lega delle cooperative dopo la Liberazione, così ricorda il fenomeno:
“Ci sono state molte cooperative nelle
zone a forte presenza partigiana che servivano per rifornimenti e, credo, anche
per certo lavoro del genio zappatori, del
genio costruttori di ponti, eccetera. I lavori venivano fatti dai terrazzieri delle
cooperative dell’Emilia, della Romagna,
dell’Appennino tosco-emiliano e questa
esperienza di uomini organizzati, oltre
ad assolvere alla sua funzione economico-sociale, divenne un fatto anche militare, di lotta”.
Ma l’aspetto negativo della politica fascista rispetto alla cooperazione, che
o c c o rre sottolineare in questa sede, riguarda il processo di deresponsabilizzazione avviato dalla politica centralistica, burocratica e autoritaria. Lo sforzo straordinario di re n d e repro t a g o n i s t i
del proprio destino attraverso l’educazione alla responsabilità, al dovere e alla disciplina off e rto dal lavoro associato, con il fascismo si trasforma in un
controllo burocratico. Dirigenti a ogni
livello nominati per ragioni politiche,
quasi con lo status di impiegati pubblici,
sono un veleno per il cooperativismo e
per la sua capacità di educare all’etica
civile e dello stato. La famosa frase “Qui
non si fa politica”, scritta a caratteri cubitali nei locali dopolavoristici, rende
inutile l’aggregazione sociale, appiattita com’è sulla banalità del quotidiano,
p e r a l t rodeterminato dall’alto.
In questo senso si può parlare di un passo indietro nella formazione della coscienza civile della popolazione. In eff e tti, si tratta di un appannamento delle
conquiste dei precedenti decenni, ma il
segno lasciato non è stato del tutto cancellato. Non soltanto durante il fascismo si sono avute manifestazioni contrarie alla politica economica del re g ime, in particolare nelle campagne e tra
gli artigiani, ma subito dopo la caduta di
Benito Mussolini sono risorte le organizzazioni cooperative ed è ripresa la lotta per la ricostruzione del Paese.
La ricostruzione
La cooperazione riprende vigore e slancio subito dopo il passaggio delle tru ppe alleate nelle regioni meridionali, in
part i c o l a re nel settore agricolo, del consumo e della produzione. La Liberazione vede il rifiorire delle imprese associate nelle regioni che maggiormente avevano soff e rto l’occupazione tedesca e la
p a rtecipazione di molti cooperatori alla
g u e rra partigiana attesta il vasto sentimento democratico di vasti strati della
popolazione, nonostante lunghi anni di
p ropaganda martellante del regime e la
spietata repressione.
Ai socialisti si affiancano i comunisti, divenuti numericamente maggiori, avendo compreso l’importanza che riveste
l’associazionismo economico per la ricostituzione del Paese e anche per esercitare una influenza capillare tra i lavoratori. Palmiro Togliatti pronuncia a Reggio Emilia il celebre discorso sui ceti
medi, aprendo la strada all’impegno
s e m p re più massiccio dei comunisti nelle cooperative.
La Lega delle Cooperative e Mutue viene
subito ricostituita, anche per l’impegno
di Alberto Basevi. Alla sua testa viene
eletto il socialista Emilio Canevari, il
quale aderisce al Partito social-democratico dopo la scissione operata da
Giuseppe Saragat nel 1947. La reazione
di socialisti e comunisti costringe Canevari alle dimissioni. Viene eletto il comunista Giulio Cerreti, formidabile organizzatore degli antifascisti in esilio,
responsabile dell’avviamento al lavoro
di migliaia di operai italiani all’estero attraverso la creazione di cooperative di
lavoro in Francia.
Qualche mese prima era stata ricostituita la Confederazione Italiana delle Cooperative, in aperta rottura con l’ipotesi
di costru i re una centrale cooperativa
unitaria. Del resto l’impegno dei cattolici in campo sociale si dispiega in ogni
direzione. In primo luogo imprimono
una forte accelerazione alla cooperazione agricola, non tanto in funzione della
r i f o rma agraria, quanto in direzione dei
servizi tecnici e di credito per l’azienda
familiarecoltivatrice, tenuto soprattutto
conto della presenza travolgente della
Federazione nazionale Coltivatori dire tti, creata da Paolo Bonomi nell’autunno
del 1944. Le Casse rurali hanno uno sviluppo crescente e diventano uno dei cardini della ricostruzione e della stessa rinascita dell’agricoltura.
Si ricostituiscono le cooperative di produzione e lavoro per prendere parte alle
opere di ricostruzione. Ma un fenomeno nuovo è quello della cooperazione
di abitazione, anche per effetto della legislazione agevolativa in materia, di cui
il Piano Fanfani attorno all’Ina-Casa è
una testimonianza diretta dell’impegno dello Stato per far fronte all’emergenza abitativa.
Uno dei fattori nuovi della cooperazione nel secondo dopoguerra fu rappresentato dallo sviluppo della cooperazione edilizia, favorita dalla crisi degli
alloggi nell’immediato dopoguerra. Fu
calcolato che per riport a re la situazione
al 1939, quando già era considerata deficitaria, occorreva costru i re circa 3 milioni di vani, ma che, considerando l’inattività edilizia durante il conflitto, il
fabbisogno si aggirava allora su
7.600.000 vani nuovi. Tra il 1949 e il 1950
f u rono approvati vari pro v v e d i m e n t i
(Fanfani, Tupini, Aldisio) che in vario
modo tendevano a favorire l’edilizia pop o l a re e cooperativa, richiamandosi alle norme previste dal testo unico sull’edilizia economica del 1938. Tra il 1951 e
il 1959, durante il miracolo economico,
la cooperazione edilizia conobbe l’inc remento maggiore passando da 3.602
a 15.601 cooperative, con un’incidenza
sul totale che saliva dal 25,1 al 49,9 per
cento. Il settore edile svolse un ruolo
trainante nella fase di sviluppo più intenso, tra il 1953 e il 1964, con un incremento del 298 per cento. L’intero settore invece risentì della congiuntura sfav o revole nella seconda metà degli anni
Sessanta quando l’incremento medio
oscillò intorno al 2,2% con una diminuzione nel ’66-67 dello 0,4%.
A proposito della legislazione cooperativa sulle cooperative di abitazione, responsabile per sua parte del gigantismo
urbanistico degli ultimi cinquanta anni,
Guido Bonfante scrive:
“Nel settore edilizio anzi, la pro s p e t t i v a
è decisamente peggiorata rispetto al
passato consentendosi espressamente
la possibilità di trasformazione delle cooperative del tipo a proprietà indivisa
nel tipo a proprietà divisa e facilitandosi
u l t e r i o rmentel’insorgere in forme massicce di cooperative di profittatori costituite solo per godere dei benefici fiscali
e che, ad esempio, una volta costruito il
fabbricato, alienano a terzi gli alloggi”.
Bisogna tuttavia ricord a re che la cooperazione di abitazione svolge un ruolo imp o rtante nel form a re una coscienza abitativa tra migliaia di lavoratori. Non ci si
riferisce al diritto alla casa, che pur è terreno di dibattito e di costante iniziativa
politica, quanto alla crescita della consapevolezza che il possesso dell’abitazione – sia a titolo di concessione da
parte di un ente pubblico (quale Ina-Casa o Istituto case popolari) o la proprietà
dell’alloggio – comportano una dire t t a
assunzione di responsabilità nella gestione dello stesso alloggio, nel pagamento del canone o delle quote di mutuo, nella partecipazione al mantenimento del patrimonio.
È una scelta che non sempre matura ri-
sultati positivi, ma generalmente il merito di possedere in modo permanente
un alloggio è una conquista di grande
valore sociale e civile, i cui effetti sul
c o m p o rtamento delle persone non semp re è stato studiato.
La Costituente
Il dibattito in seno alla Costituente è
molto acceso attorno ai temi della cooperazione. I comunisti invocano il riconoscimento della proprietà cooperativa,
a fianco della proprietà privata e di quella pubblica, influenzati dalla collettivizzazione in Unione Sovietica e di alcune
esperienze di gestione associata, in part i c o l a re nelle campagne di Ravenna.
Si tratta di una forzatura che non trova
accoglimento.
Il punto di mediazione tra le varie posizioni porta alla formulazione di principi
rispondenti alla storia e alla tradizione
del diritto in Italia e che trova la sua
ospitalità nell’art. 45 della Costituzione
della Repubblica Italiana, promulgata il
1° gennaio 1948.
L’ a rticolo 45 così recita:
“La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di
mutualità e senza fine di speculazione
privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e
ne assicura, con gli opportuni controlli,
il carattere e le finalità.
La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato”.
Questi principi generali erano già stati
tradotti nel Decreto legislativo 14 dic e m b re1947 n.1577, meglio noto come
“Legge Basevi”, approvato quasi contestualmente. Questa legge rappresenta il
punto più avanzato della concezione
della cooperazione come strumento della politica sociale da parte dello Stato e
resta ancora oggi un caposaldo del rapp o rto tra organizzazioni cooperative e le
istituzioni pubbliche.
Questi principi hanno retto la struttura
organizzativa del movimento cooperativo italiano, soprattutto per quanto rig u a rda la rappresentatività della cooperazione e i rapporti con lo Stato. La delega concessa dal potere centrale alle
o rganizzazioni cooperative per la vigilanza sulle imprese associate e i poteri
di revisione della contabilità e dei bilanci, hanno rappresentato l’elemento
decisivo del rapporto di appart e n e n z a ,
accanto al collante ideologico e politico. Si tratta di due aspetti inscindibili
del Movimento cooperativo italiano.
Anche dopo la fine del collateralismo
dichiarato tra partiti politici e centrali
cooperative, il peso storico dell’appartenenza ha rappresentato uno degli elementi importanti dell’identità e dell’orgoglio cooperativi.
Educazione e modello economico
In effetti questo è uno dei segni più vistosi della crisi del modello cooperativo negli anni ’50 e ’60, in seguito alla industrializzazione e al miracolo economico. Ma il riformismo socialista e il
realismo dei comunisti hanno il sopravvento sulle discriminazioni politiche operate dalla Democrazia cristiana,
in particolare nei confronti della cooperazione di lavoro.
La crisi di numerosi settori industriali in
Emilia spingono le maestranze ad associarsi, anche se la legislazione impedisce alle imprese artigiane di adottare la
forma cooperativa, tranne che per le garanzie sui prestiti erogati dalle banche.
Nascono i Consorzi fidi che sollecitano
una imprenditoria associata nelle re g i oni dell’Italia centro-settentrionale, ac-
canto allo sviluppo dell’impresa familiare. Nasce lentamente e si consolida il
modello della piccola e media impresa
(Pmi) che trova nella cooperativa il modello più valido, sostenuto successivamente dalla politica industriale e dalle
scelte di programmazione delle Regioni,
a part i redal 1970.
Le cooperative diventano un punto di
forza del modello economico italiano.
S c h i e re di economisti e di sociologi
s ’ i n t e rrogano sul successo di questo
modello, attribuendone la causa all’inventiva, alla fantasia, alla voglia di rischiare della classe imprenditoriale italiana. Ma dietro il successo del modello
Pmi c’è la scuola del cooperativismo, la
voglia di fare e l’agire economico che
padri e nonni di tanti imprenditori hanno appreso nelle leghe operaie e nelle
cooperative a cavallo del Novecento,
c’è la “grande università della vita associata”, per usare l’espressione così cara
a Maksim Gor’kij.
Quale altra impresa privata o pubblica,
quale altra multinazionale avrebbe potuto imprimere uno slancio creativo così profondo, se non il lavoro responsabile condotto insieme ai propri simili,
sulla spinta di una motivazione politica
e ideale davvero irripetibile, nel bene e
nel male.
Si tratta di aspetti che ancora non sono
stati valutati con sufficiente attenzioni,
ascritti alla dimensione delle ideologie
e alla politicità del cooperativismo. È
tempo, al contrario, di condurre una riflessione attenta di quanto l’educazione e la formazione conseguite attraverso il lavoro associato abbiano influito
nella identificazione inconsapevole e
poi nella costruzione e nel consolidamento del modello economico e imp renditoriale del Paese.
Agricoltura e cooperativismo
Nascita delle Leghe braccianti
Nella seconda metà dell’Ottocento,
nelle aziende agrarie della Pianura padana, proprietà di ricchi borghesi, di
società fondiarie e di banche, il lavoro
bracciantile non è regolato da norme
contrattuali per quanto riguarda il salario e l’orario. Nascono le prime associazioni operaie con lo scopo di trattare
con il proprietario le condizioni di lavoro. Le prime Leghe braccianti ottengono risultati importanti sotto la dire z i one degli agitatori e organizzatori socialisti, tra cui si mette in evidenza il romagnolo Andrea Costa, influenzato all’inizio della sua attività dalle idee dei rivoluzionari russi Michail Aleksandrovic
Bakunin e Anna Kulishoff, giunti in Italia come delegati dell’Intern a z i o n a l e
socialista, fondata Karl Marx e Friedrich
Engels a Londra nel 1864.
Le prime cooperative agricole nascono
tra braccianti impegnati nei lavori di bonifica idraulica, sempre nella Pianura
padana. L’impegno organizzativo di
Nullo Baldini fa crescere rapidamente il
numero delle cooperative nelle province romagnole. L’esperienza positiva nell’esecuzione delle opere di bonifica fa
degli “scarriolanti” dei veri e propri specialisti della materia, portando alla legge che riconosce il diritto di part e c i p a re
agli appalti pubblici. Non c’è opera di
bonifica lungo la Valle del Po e delle zone paludose che non veda la presenza
delle cooperative. Quando il governo
decide la bonifica di Ostia e dintorni,
l’appalto è vinto da una società romana
di proprietà dell’ingegnere Aristodemo
Angeletti, originario di Ravenna. Per l’esecuzione dei lavori, Angeletti si rivolge
all’Associazione generale degli operai
braccianti del Comune di Ravenna. Un
primo nucleo di cinquanta “scarr i o l a n t i ”
a rriva alla fine dell’estate del 1884 con il
compito di pre p a r a rela base logistica. Il
gruppo più numeroso, guidato dal presidente Armando Armuzzi, composto da
circa 500 braccianti e 50 donne ausiliarie, giunge nel mese di novembre. Le
maestranze sono alloggiate in locali
p resi in affitto, precisamente nel grande
casale chiamato Palazzaccio di pro p r i età del conte Senni a Isola Sacra nei pre ssi di Fiumicino, in case e magazzini di
p roprietà dei principi Chigi e Aldobrandini a Ostia.
Inizia la grande opera di redenzione del
Litorale romano, costata sudore e sangue, dolore e morte, ma destinata a
c a m b i a re il volto dell’Agro romano e del
litorale con la fondazione della città di
Ostia Lido, di Fiumicino e la creazione
della grande azienda agricola di Maccarese e Campo Salino.
L’altro grande avvenimento storico riguarda i Fasci siciliani, vasto moto di
p rotesta e di lotta contro le condizioni di
sottosviluppo e di sfruttamento, guidato in primo luogo dai socialisti e dai repubblicani. In primo luogo, le cooperative di lavoro e quelle agricole si pongono
alla testa dei moti nel 1893, repressi nel
sangue. Ma il segno lasciato da quella
esperienza è duraturo, influenzando gli
stessi ambienti cattolici. Infatti, nel 1900
il sacerdote Luigi Sturzo fonda a Caltagirone, suo paese natale, un’affittanza collettiva a conduzione divisa, distinguendosi dalle gestioni collettive socialiste, a
cominciare da quella ravennate sotto la
guida di Nullo Baldini.
L’inizio del cooperativismo agricolo
p rende il via nella netta contrapposizione tra proponimenti collettivistici di
ispirazione socialista e la conduzione in-
dividuale della famiglia agricola di matrice cattolica. Questo dualismo si perpetuerà per lunghi decenni e giungerà fino alle soglie del Duemila. L’esperienza
delle Cab (Conduzione agricola braccianti) ravennati, eredi dell’esempio di
Baldini e delle stalle sociali nell’area
emiliana e padana, tentativo di impre nditoria agricola associata, costituisce un
esempio che è stato a lungo studiato.
Bisogna ricord a re che quelle esperienze
sono state molto importanti per la formazione di una classe dirigente agricola
e cooperativa improntata a criteri di managerialità ed efficienza, educando migliaia di braccianti e di piccoli agricoltori alla conoscenza delle tecniche agronomiche di volta in volta innovative, alla
meccanizzazione agricola, all’impiego di
pesticidi e fitofarmaci, al rispetto delle
regole sanitarie. Ancora una volta il lav o roassociato, espresso nelle forme che
sono decise insieme, diventa palestra
f o rmativa del comportamento dell’individuo e quindi contribuisce a form a re il
carattere aperto alla realtà circostante,
ricettivo delle novità, consapevole di dover continuamente impossessarsi delle
nuove scoperte tecnico-economiche e
delle scoperte scientifiche.
L’eversione della feudalità
L’eversione della feudalità ha avuto un
p e rcorso lento e diff e renziato da zona a
zona. L’accelerazione napoleonica con
l’editto di Giuseppe Bonaparte del 1806
per le province napoletane ha pro d o t t o
e ffetti duraturi che la restaurazione non
è riuscita a cancellare, ma bisogna attendere lo Stato unitario perché il processo di superamento delle strutture
feudali, sia in campo giuridico che economico-sociale, si avviasse a conclusione. Nonostante la volontà delle classi
politiche nell’Italia unita di pro c e d e re
sulla strada della modernizzazione del
Paese, sono necessari molti anni perc h é
l’assetto giuridico e la struttura economica presentino vistosi segni di cambiamento.
Il settore più direttamente interessato
all’eversione della feudalità è l’agricoltura. Più propriamente si tratta di molte
zone rurali nell’Italia centro - m e r i d i o n ale. La vendita dei demani collettivi e l’alienazione dei beni dell’asse ecclesiastico, nota come “mano mort a” (abbazie,
monasteri, conventi, istituti religiosi,
ecc.) hanno come immediata conseguenza la restrizione dei diritti feudali
delle popolazioni su quelle terre, detti
usi civici (come semina, legnatico, pascolo, allevamento brado).
Subito dopo inizia il procedimento di liquidazione degli usi civici per consentire ai nuovi proprietari il pieno possesso
della terra e l’avvio di lavori di miglioramento e di trasformazione fondiaria.
Emblematico è il caso delle terre nell’ex
Stato pontificio: la legge 24 giugno 1888
n.5489 abolisce tutti gli usi civici sulle
terre possedute, salvo compenso agli
utenti. L’opposizione delle popolazioni
è durissima, in quanto si vedono privati
di un diritto per la elementare sopravvivenza. Dopo anni di discussione e di lotte che coinvolgono le popolazioni interessate, nel 1891 viene approvata la legge n. 381 che prevede l’indennizzo per le
popolazioni sia in denaro che pre f e r i b i lmente in terreni staccati dal latifondo e
gestiti dai Comuni, mentre la legge 4
agosto 1894 n. 397 stabilisce le norm e
per il riconoscimento delle collettività
degli utenti che nel Lazio prendono il
nome di Università agrarie. In altre regioni il nome è Partecipanze, Comunanze, Collettività, a seconda delle consue-
tudini. Molti di questi enti che si configurano come stru t t u re pubbliche esistono ancora oggi e continuano a gestire
vasti patrimoni, nonostante le alienazioni e le affrancazioni che sono avvenute
nel corso del Novecento. Basti citare le
Università agrarie di Tolfa, Allumiere,
Monte Romano, Ta rquinia, Capodimonte tra le più importanti. Molti enti si sono sciolti con il passare del tempo, dopo
a v e reassegnato le quote, molto spesso
di un ettaro, agli utenti che le hanno
successivamente affrancate. La pro p r i età residua è passata al demanio dei rispettivi Comuni.
Occupazione delle terre
Per eserc i t a re la difesa dei loro diritti e
per gestire le terre concesse, i contadini
si riuniscono in Leghe, su iniziativa dei
socialisti, dei repubblicani e delle org anizzazioni cattoliche, anche se queste
ultime hanno una funzione passiva, impegnate piuttosto nella creazione di
Casse rurali che si diffondono rapidamente nelle campagne. Alle lotte per la
terra si accompagnano quelle per miglioramenti salariali e per la riduzione
dell’orario di lavoro .
Nel 1901 nasce a Bologna la Federt e rr a ,
o v v e rola Federazione dei lavoratori della terra che organizza ben 724 Leghe
contadine. Il movimento sindacale assume carattere organizzato su scala nazionale con il IV Congresso della Federazione delle Camere del Lavoro, cui
aderiscono le stesse Leghe contadine,
p reludio della fondazione della Cgl,
Confederazione generale del lavoro, avvenuta nel 1906.
La nascita della Federazione dei lavoratori della terra del Lazio e della Sabina
nel 1905 è il tentativo di coord i n a ree indirizzare verso obiettivi precisi il vasto
movimento che all’inizio del Novecento
investe le campagne. Nello stesso tempo si precisa il programma per la nascita
e lo sviluppo delle cooperative agricole,
superando contrasti e divisioni intern e .
La cooperazione è vista come passaggio
al socialismo. Nel 3° congresso dei socialisti laziali, svoltosi a Roma nel dic e m b re1905, è approvato un documento che sancisce questi principi.
Ma non è facile costituire le cooperative
per gestire collettivamente la terra, sia
per mancanza di esperienza che per la
prevalenza degli aspetti sindacali. Nel
1907 si svolge il congresso delle Leghe
contadine e delle cooperative, indetto
congiuntamente dalla Camera del Lavoro e dalla Lega delle Cooperative. Viene
approvato un importante documento
congiunto sullo sviluppo della cooperazione agricola nel Lazio. I suoi contenuti
sono validi anche per le altre re g i o n i
centro-meridionali.
Riconosciuta la imprescindibile necessità di diff o n d e re nel Lazio la cooperazione agraria per l’integrazione del movimento di resistenza, per il miglioramento delle popolazioni agricole, per
la coltura delle terre incolte, fa obbligo
a ogni lega di pro m u o v e re d’accord o
con la Federazione delle Cooperative
di Roma la costituzione di cooperative
agricole con sezioni di consumo e
quindi iniziare con mezzi moderni di
coltura collettiva, di credito, di rivendita dei prodotti, la trasformazione agraria della regione.
Al successivo congresso contadino del
1909, che interessa altre regioni centromeridionali, si parla di organizzare cooperative per la vendita, l’acquisto, la
coltivazione e la gestione delle aff i t t a nze collettive.
L’epopea della terra con le leghe conta-
dine, le invasioni, le occupazioni e la
coltivazione dei demani e delle pro p r i età latifondistiche e usurpate, è stata una
grande scuola politica, di crescita umana e culturale, di crescita della consapevolezza civica e della possibilità di riscatto ed emancipazione della popolazione contadina, analfabeta e abbrutita
da spaventose condizioni di vita. La letteratura è piena di riferimenti a questa
realtà, come la pittura, soprattutto
quella legata al naturalismo e al gruppo
dei XXV pittori della Campagna ro m ana. Molti contadini sono diventati amministratori di Università agrarie, consiglieri comunali, sindaci, dimostrando
una capacità di governo nell’interesse
collettivo che ne ha fatto figure ancora
oggi ricordate con rispetto nelle zone
rurali del Paese.
La guerra e il fascismo
Lo scoppio della prima guerra mondiale
interrompe le agitazioni contadine e le
occupazioni. I lunghi anni del conflitto
t rovano nelle trincee milioni di contadini con il sogno della terra, ora pro m e s s a
dai comandanti militari dopo la vittoria.
Ma il ritorno a casa non realizza il miracolo agognato. Di conseguenza, anche
per le spaventose condizioni di miseria
in cui la guerra ha gettato il Paese, rip rende la lotta per la terra nel centromeridione, mentre al nord si moltiplicano scioperi e agitazioni di braccianti e
mezzadri per miglioramenti salariali e
mutamenti nella ripartizione del prodotto. La costituzione dell’Opera nazionale combattenti è un punto di svolta
nel movimento per la terra, in quanto
salda le rivendicazioni dei socialisti e
dei cattolici con quelle dei nazionalisti.
L’ondata di invasioni e di occupazioni è
seguita dalla nascita di cooperative con
l’obiettivo di conduzione associata da
p a rte della Federt e rra e di distribuzione
tra i contadini da parte dei cattolici riuniti nella Confederazione nazionale
delle cooperative. Il governo non può
assistere a lungo senza prendere una
decisione. Il decreto Visocchi del 1919
che prevede l’esproprio delle terre incolte porta il nome del ministro dell’agricoltura, ma è un puro e semplice palliativo, in quanto – tra dispute locali e
lungaggini tecniche – si riesce alla fine a
e s p ro p r i a re poche migliaia di ettari,
gettando nella delusione e nello sconf o rto milioni di contadini.
Il fascismo fa il resto. Le Case del popolo, le Camere del lavoro, le Leghe contadine, le cooperative sono prese d’assalto dalle squadracce, in part i c o l a re nelle
zone della Pianura padana. La re s i s t e nza operaia e contadina è strenua, ma la
p rotezione della forza pubblica verso le
bande fasciste per la connivenza delle
autorità locali con i Fasci di combattimento, porta alla distruzione delle cooperative che non si piegano a essere
assoggettate agli scherani locali. Il fascismo colpisce soprattutto le org a n i z z azioni di rappresentanza del cooperativismo, attraverso le quali viene esercitato
il protagonismo delle cooperative, vero
e proprio patrimonio della democrazia e
frutto delle lotte e delle conquiste del
movimento operaio e contadino italiano. Subito dopo la conquista del potere
in seguito alla marcia su Roma, si compie l’ultima aggressione al cooperativismo democratico: Rossoni, ministro del
g o v e rnoMussolini, annulla il decreto Visocchi e le modifiche apportate successivamente per attenuarne gli effetti sulla
grande proprietà, dando inizio alla corporativizzazione delle campagne.
La cooperazione è distrutta. I Consorz i
agrari vengono sottratti alla gestione
democratica e trasformati in strumenti
della politica del regime.
Inizia il lungo inverno della dittatura. Il
bisogno di terra non può essere a lungo
eluso dal fascismo, anche per la forte incidenza esercitata dall’Opera nazionale
combattenti. La terra degli agrari sostenitori del regime non si tocca! La risposta è duplice. Da una parte il vasto programma di bonifica integrale in molte
parti d’Italia, la più imponente e spettacolare è quella riguardante il completamento delle storiche opere idrauliche
nella Pianura pontina con la creazione di
migliaia di poderi assegnati a famiglie
p rovenienti dalle zone poverissime del
Friuli e del Veneto; dall’altro l’avventura
coloniale che coinvolge tanti contadini
con il miraggio del “posto al sole”.
Il secondo dopoguerra
La terza ondata di occupazione di terre
si verifica subito dopo la caduta del fascismo, a part i redal 1943 nelle regioni
meridionali. Le cooperative agricole rinascono immediatamente, questa volta
sotto l’impulso del Pci e della Dc. L’obiettivo è la riforma agraria generale per
socialisti e comunisti, mentre i democristiani propugnano, attraverso l’opera
di Paolo Bonomi, il sostegno dell’azienda contadina. Il clima politico incandescente del dopoguerra facilita le lotte
agrarie, al nord per miglioramenti salariali e il superamento della mezzadria,
nel centro-meridione contro il latifondo
e la colonia. Sono due mondi diff e re n t i
ma uniti in uno scopo unitario: la riforma agraria. Le occupazioni di terre si
susseguono con ritmo incessante, nonostante gli eccidi di Portella della Ginestra (Palermo) il 1° maggio 1947, Melissa, Montescaglioso, Celano, Ferrara. Il
decreto Gullo del 1944 sulla quotizzazione delle terre incolte e malcoltivate,
dal nome del ministro dell’agricoltura
dell’epoca, alimenta le speranze dei
contadini. Le cooperative riescono ad
avere in assegnazione numerose porzioni di latifondo e di terre incolte. Si
tratta di una conquista politica fondamentale. Le terre sono poste a coltura
talora in forma indivisa, ma il più delle
volte vengono divise in quote e assegnate ai soci. Il ruolo delle cooperative è
fondamentale, anche per mediare opposti interessi tra i contadini. Non semp re l’operazione riesce, per cui si susseguono fallimenti e delusioni.
La sconfitta del Fronte popolare nelle
elezioni politiche del 18 aprile 1948 segna una battuta d’arresto delle lotte
agrarie, anche perché Paolo Bonomi
non ha schierato la potente organizzazione della Federazione nazionale Coltivatori diretti e la capillare rete dei Cons o rzi agrari per la riforma. L’alleanza dei
cattolici democratici con lo schieramento conservatore e reazionario dei proprietari terrieri, la paura di Alcide De Gasperi di recriminazioni conservatrici negli ambienti vaticani, la preoccupazione
di irritare gli Stati Uniti, portarono all’abbandono del progetto originario di
r i f o rmaagraria generale, limitandosi ad
uno stralcio riguardante soltanto l’esproprio oneroso di parte del latifondo
abbandonato. Nasce così la riforma fondiaria, detta “stralcio”, che ha intere s s ato molte regioni e che ha visto la nascita
di decine di migliaia di piccole aziende
agricole nel Veneto, Toscana, Lazio,
A b ruzzo, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.
E le cooperative? Scacciate dalla porta
sono rientrate dalla finestra.
Nessuna cooperativa che aveva occupa-
to le terre successivamente espropriate
ottiene la terra, in conseguenza della
scelta di pro c e d e re all’appoderamento
individuale. Ma la necessità di dotare le
singole aziende dei servizi tecnici necessari spingono gli enti a costituire cooperative di servizio tra gli assegnatari dei
poderi. Nascono centri di assistenza nei
b o rghi rurali che sono veri e propri punti
d ’ i n c o n t rodei contadini provenienti da
ogni angolo d’Italia, favorendo l’aggregazione sociale e l’integrazione culturale, anche per effetto delle attività scolastiche e form a t i v e .
Superata la fase dell’appoderamento, si
pone il problema dello sviluppo delle
nuove zone agricole e della integrazione
nell’economia di mercato che inizia negli anni Sessanta con il miracolo economico. Gli enti di riforma, come Opera Sila, Ente Maremma, Ente Tre Ve n e z i e ,
Ente Fucino, ecc. si trasformano in Enti
di sviluppo agricolo. Promuovono la
c reazione di cantine, frantoi, macellerie,
latterie, caseifici e centri di lavorazione
di frutta e verdura per i produttori delle
diverse regioni, utilizzando i finanziamenti del Piano verde n.1 (1961) e n.2
(1967), delle Regioni dopo la loro costituzione nel 1970 e della Comunità economica euro p e a .
Si tratta di iniziative che hanno avuto
una funzione decisiva nella formazione
p rofessionale di migliaia di agricoltori,
di cui hanno elevato la capacità impre nditoriale, la rete di conoscenze e le re l azioni istituzionali, facendo della gestione delle cooperative vere e proprie pales t re di educazione politica, amministrativa e di responsabilità. Non tutte le iniziative hanno avuto successo, anche per
l’esasperata protezione politica e finanziaria, conseguenza del quadro norm a t ivo italiano ed europeo, che ha port a t o
talvolta a comportamenti poco etici, ma
la cooperazione agricola è stata decisiva
per accrescere il ruolo degli agricoltori
nella società.
Si deve anche ricord a re che le cooperative agricole promosse al di fuori delle zone di riforma hanno avuto un ruolo alt rettanto importante. Basti pensare alla
s t r a o rdinaria crescita imprenditoriale in
Emilia-Romagna, Toscana, Ve n e t o ,
Lombardia, Trentino-Alto Adige, cre a ndo quel tessuto agro-industriale che ancora oggi rappresenta uno dei punti di
forza del sistema alimentare del Paese.
Le ultime occupazioni
La quarta ondata di occupazione di terre
ha inizio, in modo inaspettato e in forme
assolutamente inedite, nella seconda
metà degli anni Settanta del secolo
scorso. È la conseguenza dello c h o c p etro l i f e ro seguito alla guerra del Kippur
nel 1973. La bilancia dei pagamenti italiana raggiunge deficit vertiginosi a causa dell’alto prezzo del petrolio ma anche
per l’ingente acquisto di derrate alimentari. Queste ultime sono imputabili alla
crisi generale dell’agricoltura seguita all’industrializzazione del Paese, all’abbandono della montagna e delle zone
i n t e rne, all’emigrazione di milioni di
persone dal Mezzogiorn o .
La discussione tra politici, economisti,
sindacalisti su come aff ro n t a re l’emergenza trova una prima conclusione nella scelta di un Piano agricolo nazionale
basato sulla utilizzazione delle risorse
naturali, a cominciare dalla terra. Ma i
tempi politici sono lunghi. La disoccupazione fa sentire il suo morso nelle
grandi città. Studenti, giovani disoccupati, operai cominciano a organizzare
movimenti di lotta per il lavoro e la coltivazione delle terre. Nel Mezzogiorno il
r i c o rdo delle occupazioni del latifondo
t rent’anni prima non si è spento. Nascono comitati di lotta e si verificano le prime occupazioni di terre del demanio
m i l i t a rea Persano, in provincia di Salerno. Nascono le prime cooperative tra
disoccupati, studenti, braccianti, pastori in Sicilia, Sardegna, Puglia, Basilicata,
A b ruzzo, Lazio, Toscana, finanche nella
ricca Lombardia.
I giovani chiedono di coltivare le terre
pubbliche abbandonate, quelle dei proprietari assenteisti, quelle destinate alla
speculazione edilizia. Di fronte al rifiuto
generalizzato, iniziano le occupazioni,
secondo un copione già noto. I risultati
sono limitati, ma significativi. Per la prima volta si ritrovano insieme intellettuali, professionisti, studenti, disoccupati, contadini. L’opinione pubblica assiste incredula e guarda con sarc a s m o
agli avvenimenti inusitati. Il Parlamento
a p p rova un provvedimento per incentivare la formazione professionale dei disoccupati, la legge n. 268 del 1978, che
p revede anche il sostegno alle cooperative giovanili.
È l’ultimo sussulto per la conquista della terra come bene di produzione. La rif o rma dei patti agrari, giunta negli anni
Ottanta, con il superamento della mezzadria attraverso accordi tra le parti che
p revedono la restituzione del podere al
proprietario, chiude la storia delle lotte
per la riforma agraria in Italia.
Ma le piccole conquiste delle cooperative giovanili alla fine degli anni Settanta
sono un punto di svolta, in quanto alla
coltivazione della terra si accompagnano iniziative di assistenza e di re c u p e ro
di persone disturbate e in difficoltà, in
base al rinnovato interesse che si accende tra gli operatori socio-sanitari. Molte
cooperative agricole che mettono a dis-
posizione delle istituzioni e dei centri
socio-sanitari le proprie strutture, sia
per le attività terapeutiche basate sul lav o romanuale e sulla produzione agricola e artigianale sia per l’assistenza vera e
propria, si trasformano in cooperative
sociali integrate, finendo con il cre a re al
proprio interno le condizioni previste
dai protocolli sanitari che consentono la
gestione delle misure previste per il rec u p e rodei portatori di handicap.
Il cooperativismo si adegua ai tempi,
dunque, senza abbandonare la propria
p e c u l i a re origine e soprattutto senza
smarrire le ragioni sociali che gli fanno
attraversare i decenni come strumento
i m p o rtante dell’organizzazione del lavoro nella società che cambia.
La scelta imprenditoriale
Il cooperativismo in agricoltura rappresenta, accanto a quello dei consumatori, del credito e del lavoro, la parte più
consistente della realtà produttiva associata. Si tratta di un comparto economico di grande valore con punte di eccellenza per quanto riguarda pro d u z i o n i
di qualità in tutti i segmenti, i cui marchi sono conosciuti e apprezzati da milioni di consumatori, in Italia e all’estero. Senza la cooperazione agro - a l i m e ntare l’immagine dell’Italia nel mondo
s a rebbe differente, priva di una componente fondamentale per storia, tradizione, cultura e sapere. Tutto ciò è stato
possibile grazie alle scelte compiute dagli agricoltori e dai dirigenti delle cooperative, scelte che hanno comportato
un cambiamento d’orizzonte anche culturale per i produttori e le loro famiglie,
elevandone il bisogno di conoscenza
generale e non soltanto tecnico-agronomica. I figli dei contadini che hanno
occupato le terre hanno frequentato gli
istituti tecnici e molti hanno avuto accesso all’università, hanno compreso il
v a l o re del sapere, hanno saputo mettere a frutto dell’azienda la nuova concezione del mondo.
La stessa globalizzazione dei mercati ha
imposto una maggiore capacità di distinguersi e diff e renziarsi, facendo dell’agricoltura e del vivere in campagna
una sorta di valore aggiunto, fattore di
qualità e di personalità. Tutto ciò è dovuto anche al contributo culturale, all’esempio educativo fornito dalle cooperative, dalla solidarietà e dalla condivisione delle scelte, dalla correttezza nei
c o m p o rtamenti, dalla vigile cura del bene collettivo. Quante battaglie sono
state combattute e vinte per convincere
gli agricoltori che la cooperativa è la
“casa comune”, che non può essere considerata un rifugio conveniente a seconda delle circostanze, che i conferimenti
della produzione debbono essere di
qualità e non lo scarto residuale del
c o m m e rcio privato.
Ci sono stati fallimenti, ma oggi è prevalso il meglio e la cooperazione agroalimentare è diventata decisiva per la
modernizzazione e il futuro dell’agricoltura italiana. In poco più di trenta
anni, grazie alla politica agricola dell ’ E u ropa e alle scelte delle Regioni, all’apertura dei mercati e alle scelte imp renditoriali fondate sulla qualità delle produzioni e la salvaguardia ambientale, le campagne italiane sono radicalmente cambiate e competono alla
pari con i Paesi più avanzati in Euro p a
e con gli Stati Uniti.
L’ a g r i c o l t o re italiano è profondamente
mutato come persona, in possesso di
una mentalità aperta, di una concezione
della società libera e pro g ressista, di
una cultura imprenditoriale moderna. È
c resciuta una personalità ricettiva, permeabile ai cambiamenti, disponibile al
c o n f ronto e alla partecipazione.
Il primo dato della sostanziale svolta lo
si ha nel 1974, quando le campagne italiane votano in maggioranza per manten e re in vigore la legge sul divorzio; successivamente, il nuovo diritto di famiglia – con l’equiparazione della donna
all’uomo nell’esercizio del diritto di proprietà, di successione e nella titolarità
per la gestione dell’azienda in qualità di
capofamiglia – fu approvato con la sostanziale adesione degli agricoltori. Si
può parlare di una pacifica rivoluzione
verde che ha investito la società rurale e
contadina con risultati positivi sul piano
economico e sociale.
Senza il contributo educativo e formativo
del cooperativismo questi successi sarebbero stati decisamente più lenti e meno sicuri, comunque meno generalizzati.
Cooperative di pescatori
Lo stesso ragionamento si può fare per i
pescatori italiani. Tenuti per lunghissimo tempo al livello più basso della scala
sociale, i pescatori hanno cominciato a
conquistareun ruolo visibile nell’economia del Paese nella seconda metà del
Novecento. La costituzione delle cooperative di pesca è iniziata nei primi decenni del secolo scorso, in particolare nei
centri più importanti dell’Adriatico, sia
per utilizzare le prime misure assicurative sulla salute e all’attuazione delle prime provvidenze previdenziali, sia per essere presenti sul mercato ittico che si
andava configurando proprio in quegli
anni. La nascita dell’industria di lavorazione del pesce e l’adozione di tecnologie moderne per la conservazione del
pescato spingevano alla costituzione di
cooperative, finalizzate anche all’utilizzazione di finanziamenti pubblici.
Dopo la costruzione dei primi mercati
del pesce e delle abitazioni per i pescatori nei villaggi marinari, lo Stato re p u bblicano sostenne l’ammodernamento
della flotta peschereccia per consentire
uno sfruttamento più re g o l a redelle risorse marine. Tutto ciò è stato accompagnato da un graduale processo di educazione al mare e alla pesca, condotto da
p a rte delle associazioni cooperative,
nella consapevolezza di contribuire alla
s a l v a g u a rdia delle risorse, in presenza di
continui e crescenti pericoli di inquinamento e di sfruttamento incontrollato
delle specie ittiche.
L’individualismo e l’egoismo spesso
esasperati del pescatore, di cui è ricca la
letteratura italiana e mondiale (si pensi
soltanto alla celebre figura di Santiago,
il vecchio pescatore solitario de The old
man and the sea di Ernest Hemingway),
hanno rappresentato un terreno ostico
di educazione alla responsabilità e soprattutto alla conoscenza moderna del
mare. La convinta e coraggiosa consapevolezza di poter sfidare le acque perché se ne conoscono le regole per millenaria consuetudine ed esperienza, ha
costituito spesso un ostacolo per l’accettazione di norme legate alla compatibilità ambientale.
La vita interna della cooperativa, la
discussione sulle nuove regole nazionali ed europee, la condivisione di metodologie moderne per praticare il più
antico dei mestieri al mondo, l’accettazione dei vincoli ambientali contro i
luoghi comuni più frusti (il mare è di
tutti, il mare distrugge e rigenera ogni
cosa, i pesci si spostano e non hanno
nazionalità!...) ha fatto maturare una
cultura imprenditoriale nuova e positi-
va. I primi significativi segnali sono
stati registrati in questi ultimi anni
proprio con la crescita dell’impresa cooperativa di pesca, anche se non mancano tensioni ogni qual volta è necessario aff ro n t a re emergenze ambientali
o economiche, allorquando molti pescatori ritengono che la risposta individuale sia la più semplice per aggirare
vincoli e limiti all’attività di pesca. Ma
la traccia segnata dal cooperativismo è
divenuta indelebile e non più reversibile, condizione irrefutabile per la pesca del futuro.
Oggi la pesca marittima, l’acquacoltura, l’allevamento nelle valli e la trasformazione industriale rappresentano un
segmento importantissimo dell’economia alimentare italiana. I pescatori sono protagonisti di attività modern e ,
grazie all’utilizzo di imbarcazioni e tecnologie avanzatissime, alla cui continua implementazione contribuiscono
in maniera decisiva le cooperative.
Questa realtà rappresenta una ricchezza immensa per il Paese, in quanto contribuisce a conservare e a utilizzare correttamente il vastissimo patrimonio di
cultura, tradizioni, culti e festività re l igiose alcuni dei quali affondano le radici nel paganesimo (si pensi alla Barabbata di Marta sul lago di Bolsena!), cucina ed eno-gastronomia che rimanda a
contaminazioni etniche e migrazioni,
modi di essere che caratterizzano ogni
borgo marinaro.
Anche la ricerca scientifica è stata posta
al servizio della pesca e dei pescatori, in
modo part i c o l a re attraverso la costituzione di cooperative di biologi e di ricercatori impegnati a svolgere complesse
r i c e rche in stretto collegamento con le
comunità costiere .
Il Mediterraneo esprime la propria storia
millenaria proprio nella cultura del mare
e della pesca, di cui le cooperative di pescatori sono oggi titolari e depositarie,
cercando di trasmetterle alle popolazioni dell’entro t e rra attraverso attività innovative e complementari che arr i c c h iscono la vita economica e sociale della
costa e della terr a f e rma. La pesca non è
soltanto produzione, ma anche storia,
tradizioni, cultura, arte, alimentazione
salutare e benessere fisico: un grande
patrimonio che rappresenta un vero e
p roprio asset del Paese.
●
DOCUMENTI
155
Intraprendere
insieme
in una fase
di difficoltà
di Franco Buzzi*
Nel suo intervento
il presidente di
ANCPL-Legacoop
ripercorre tre anni
di iniziative
e di crescita
della cooperazione
di produzione
e lavoro,
che hanno coinciso
con un periodo
tutt’altro
che facile nella
vicenda del settore
1 Pubblichiamo in queste pagine
l ’ i n t e rvento del presidente
dell’Associazione Nazionale delle
Cooperative di Produzione e Lavoro
a d e renti alla Legacoop alla
3ª Assemblea triennale
dell’Associazione, tenutasi a Roma
il 28 e 29 marzo 2006.
ari amici delegati, gentili ospiti, siamo grati alle
cooperative associate di avere contribuito all’organizzazione di questa terza Assemblea triennale partecipando sia ai dibattiti preparatori che
alle assemblee congressuali regionali e terr i t o r i a l i .
Il dibattito è stato ampio e non si può certamente
d i re che il confronto interno sia mancato, al contrario la vivacità della discussione, la sua non buro c r aticità, è una manifestazione di vitalità che riteniamo
debba essere apprezzata. Ringraziamo inoltre i nostri ospiti che contribuiranno a rendere maggiormente utile l’iniziativa.
Non è stata una preparazione facile, anche perchè è
avvenuta in un periodo di grandi tensioni. Ci siamo
trovati, per fare i due esempi maggiori, dentro la
questione Unipol-Bnl e nel pieno di una campagna
elettorale combattutissima, forse anche tro p p o
aspra. Ma così sono andate le cose e per quanto rig u a rdava noi abbiamo cercato di tenere il timone
della discussione sui problemi delle imprese, interp retando e dando un luogo di riflessione alle nostre
migliaia di soci, e pensiamo di aver fatto bene perché
prima di tutto noi siamo qui per tutelare i loro legittimi interessi e dare forza alle loro aspettative.
L’assemblea congressuale di Ancpl è un momento di
verifica dell’attività svolta dall’Associazione in questi ultimi anni, dello stato delle cooperative associate, dei programmi di sviluppo del nostro settore. Il
tempo che ci separa dall’ultima Assemblea triennale
è stato segnato profondamente dalle vicende legate
alla Riforma del Diritto Societario Cooperativo.
Tutto iniziò con il varo della Legge Delega 366 del
2001, in cui si manifestò un orientamento che puntava al ridimensionamento del ruolo dell’impresa cooperativa, in part i c o l a redi quella di maggiori dimensioni, anzichè favorirne la crescita e la competitività.
I punti che suscitarono la nostra fortissima opposizione furono quelli connessi alla ridefinizione del
concetto di mutualità, ma soprattutto all’intro d u z i one di disposizioni dirette ad agevolare la trasform a-
C
zione delle società cooperative – non
più rientranti nel concetto di mutualità –
in società lucrative. Con la nomina della
Commissione presieduta dall’On. Vi e t t i
fu possibile instaurare un concreto ed
utile confronto fra Centrali cooperative,
Governo e Commissioni parlamentari, il
cui risultato finale, il D.Lgs. 17 gennaio
2003 n°6, ci consente di aff e rm a re che –
grazie alla capacità di mobilitazione unitaria di tutto il Movimento – finalmente,
dopo tanti tentativi andati a vuoto, la cooperazione ha una legge organica che la
disciplina superando la storica dispersione delle norme cooperative nei testi
più disparati.
Il nuovo quadro normativo riconosce e
valorizza la natura mutualistica e la funzione sociale dell’impresa cooperativa,
riconduce tutte le cooperative nell’ambito dell’art. 45 della Costituzione indicando nel carattere di mutualità l’elemento essenziale per una società che
voglia definirsi una cooperativa, mentre
ai soli fini dell’agevolazione fiscale nelle
Cooperative a mutualità prevalente devono essere rispettati i requisiti della
Basevi, oltre che operare pre v a l e n t emente con i soci lavoratori.
Va infine ricordato che la nuova re g o l amentazione di istituti come il ristorno,
la destinazione degli utili, l’indivisibilità delle riserve ha richiesto un grande
l a v o rodi revisione degli statuti e dei regolamenti che si è raccordato con il profondo riordino della disciplina fiscale,
che è passata attraverso un quadriennio di incertezze, di transitorietà e che,
infine, è andata a regime con un notevole aggravio del carico fiscale complessivo per le cooperative.
Abbiamo voluto riperc o rrere una vicenda che costituisce una svolta nella storia
della cooperazione italiana anche per
d a re atto agli amministratori, ai dirigenti e ai soci delle cooperative che hanno
operato, con competenza e puntualità,
all’aggiornamento dei modelli statutari
per renderli coerenti con la natura imp renditoriale e la missione sociale delle
singole cooperative.
In questo quadro, nel support a re l’iniziativa svolta da Legacoop, l’Ancpl ha
cercato di concentrare gli sforzi per dare
voce agli interessi settoriali, rappre s e ntarli in tutte le sedi normative e fiscali,
per dare alle cooperative associate le linee guida perché, in piena autonomia,
p o t e s s e roorientare la loro scelta di posizionamento mutualistico.
A consuntivo va detto che la grande
maggioranza delle cooperative di pro d uzione e lavoro è a mutualità pre v a l e n t e ,
realizzando il proprio scopo sociale mediante l’apporto del lavoro dei soci sup e r i o re al 50% del totale.
In questo periodo la cooperazione di
produzione e lavoro ha conseguito risultati economici soddisfacenti in re l azione ad un contesto economico del nos t roPaese di pesante recessione. Non è
purt roppo un luogo comune dire che il
Paese attraversa da anni una grave crisi
economica in cui si sommano bassi tassi di crescita ad altri elementi negativi
quali il diff e renziale tra l’inflazione italiana e quella europea e la deriva dei
conti pubblici. Il settore manifatturiero
non ha mezzi necessari per autofinanz i a rela ricerca e lo sviluppo, anche perché non cresce la produttività. Il valore
aggiunto del lavoro è spesso basso e
c o rrisponde quasi, in molte attività man i f a t t u r i e re, al costo del lavoro. Si può
immaginare che i margini per l’accumulazione siano minimi.
Abbiamo costi alti (petrolio, materie
prime) e il valore della nostra produzio-
ne media è bassa. Il problema quindi
non è quello dell’alto costo del lavoro,
ma è la scarsa capacità di creare valore
che rende difficile la nostra capacità
competitiva.
Anche la “nostra delocalizzazione”, a
p a rte i suoi aspetti negativi almeno nel
b reve termine, incide poco sui valori aggregati, perché quello che abbiamo perso nell’export è di più di quello che produciamo fuori e poi è nel giusto chi dice
che a forza di delocalizzare si perde anche la testa pensante delle imprese. Sono utili processi innovativi, ma vanno
c o n t rollati. Ci sono processi di liberalizzazione lasciati a metà che rendono difficile lo sviluppo della concorrenza, e ci
sono servizi costosi, molto più che nel
resto dell’Europa, per non parlare di Usa
e Asia che sono molto più avvantaggiati.
Lo snellimento della Pubblica amministrazione e la sua semplificazione è stata avviato, ma va portato ulteriormente
avanti così come è necessario affrontare situazioni di inefficienza e arretratezza nel sistema dei servizi e delle infras t ru t t u re che sono davvero di impedimento allo sviluppo di una stru t t u r a
produttiva competitiva.
Lo scontro politico in atto
non aiuta il Paese
Il nostro Paese ha perso terreno oltre
che con le grandi locomotive economiche mondiali anche nel confronto con i
partner e u ropei più significativi.
Nell’Unione Europea siamo, in sostanza, il sistema economico industriale
che cresce di meno, che ha perso più
punti sulla capacità di innovazione, che
ha pur recuperato in termini di occupazione, ma al caro prezzo di una maggiore diffusione di precariato e scarsa qua-
lificazione. Il nostro Paese ha l’assoluta
necessità di ritrovarsi su una lettura
c o rretta, rigorosa dei dati essenziali
che riguardano l’economia. Ogni questione diviene secondaria rispetto alla
priorità di riprendere una linea di sviluppo e a tal fine è necessario che le
forze produttive si ritrovino a dialogare,
esprimano un alto livello di capacità di
elaborazione e proposta nel rispetto
dei propri ruoli, perché non c’è prospettiva per nessuna forza sociale senza un
nuovo sviluppo.
Negli ultimi anni la scena politica italiana è stata caratterizzata da profonde divisioni, sulle principali scelte di politica
economica e sociale.
Noi siamo decisamente convinti della
validità di un sistema bipolare basato
sulla dialettica del confronto e sulle alternanze, ma quello che è accaduto e sta
accadendo in Italia, anche in questa
campagna elettorale, è ben altra cosa.
Apparteniamo alla famiglia cooperativa, abbiamo valori profondamente radicati nella storia del movimento democratico del nostro Paese, una realtà
produttiva fatta di migliaia di imprese e
milioni di persone. Solo come produzione e lavoro abbiamo contribuito a
re a l i z z a reopere come la ristrutturazione della Scala di Milano, opere essenziali per i Giochi olimpici, la Tav, la Variante di valico, la sede di “Sole 24 ore”,
grandi strutture ospedaliere, centri direzionali e commerciali che sono di riferimento per il settore, abbiamo aziende manifatturiere leader nei comparti di
appartenenza. Nonostante ciò, per finalità politiche meramente stru m e n t ali, siamo stati oggetto di gravi attacchi
ai quali abbiamo giustamente risposto,
ma che ci lasciano stupiti per la mancanza di sensibilità verso il bene pub-
blico come obiettivamente è un intero
sistema imprenditoriale. Se si proseguisse con le divisioni allo stato esistenti tra le varie forze politiche, difficilmente ci potre b b e ro essere delle buone prospettive di sviluppo. Per questo
riteniamo necessaria – come ha re c e ntemente sottolineato il Presidente di
Legacoop, Poletti – la costruzione di un
nuovo patto sociale su un progetto di
sviluppo condiviso dalle istituzioni,
dalle forze politiche, dai principali soggetti economici e sociali.
Riteniamo che la politica economica
condotta dal Governo non sia stata sufficiente a stimolare le forze produttive e
non abbia corrisposto alle effettive priorità che il Paese ha di fronte.
All’inizio della legislatura sulla vicenda dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori ci furono forti contrapposizioni tra
il Governo e le Organizzazioni sindacali, con polemiche sull’opportunità di
incrementare la competitività agendo
dal lato del costo del lavoro senza
un’ampia riforma degli ammortizzatori
sociali e quindi con un progetto condiviso da imprese e sindacati. Noi siamo
convinti che la competitività cresca se
si migliora in efficienza, in sviluppo
tecnologico, in innovazione, se ci si
dota delle infrastru t t u re e dei serv i z i
necessari ad un moderno sistema industriale.
Lo sviluppo dei processi di intern a z i onalizzazione richiede massa critica in
t e rmini di capacità produttiva, disponibilità di capitali e di competenze pro f e ssionali, utilizzo di reti commerciali di cui
le singole imprese non dispongono; diviene necessario allora per il nostro sistema di piccole e medie imprese una
politica di supporto all’export .
Lo sviluppo nel territorio
e nel Sud
La globalizzazione che accresce la mobilità delle imprese non è di per sé un
fatto negativo ma pone problemi nuovi
al nostro sistema cooperativo. Certo per
molte cooperative che hanno una base
sociale costituita da soci lavoratori ci
sono livelli di complessità in più da aff ro n t a re, però è molto importante il
contributo che può dare il contesto territoriale nel quale si opera e le politiche
di sviluppo locale.
Solo una conoscenza approfondita delle
specificità territoriali, economiche, produttive e sociali può consentire di sfru tt a re al meglio le possibilità di sviluppo
industriale, a fronte di un’azione attiva
delle Istituzioni locali per favorire la coesione tra gruppi sociali ed economici
legati a comuni interessi economici, che
possono determ i n a re sviluppo impre nditoriale e promozione di nuove imprese. È emblematico a questo proposito il
caso dei Distretti industriali cooperativi
che sono certamente casi limitati in Italia e in Europa, ma a nostro avviso non
impossibili da re p l i c a re; pensiamo alle
realtà imolesi, reggiane, ma anche di altri paesi (Mondragón).
I Distretti industriali sono stati e sono
tuttora un esempio importante di tale
realtà, ma occorre considerare che non
si sono aff e rmati in eguale misura nei
vari territori. Oggi le condizioni di contesto per lo sviluppo delle imprese nei tradizionali Distretti industriali sono in rapido cambiamento e le potenzialità
maggiori sono nei Distretti ad alta tecnologia; questo è valido anche per le zone del Sud del Paese le quali, per ridurre
il divario con le aree più forti del Centro N o rd, non necessariamente devono re a-
l i z z a rele stesse filiere produttive, specie
in settori ormai in crisi, ma devono saper sfru t t a re le risorse, le intelligenze e
la volontà di crescita e di riscatto diffuse
nelle popolazioni meridionali.
Occorre lavorare per progetti di sviluppo
i m p renditoriale che possano vedere la
p resenza delle cooperative più grandi e
le stru t t u re consortili, come soggetti che
stimolano o contribuiscono a promuovere nuove iniziative, con partecipazioni
dirette, supporti commerciali o finanziari, attività di tutoraggio.
Considerata la piccola entità media delle cooperative meridionali, per aument a re la massa critica e la capacità competitiva occorre re a l i z z a rei possibili progetti di integrazione, anche senza porsi
obiettivi non realistici di unificazioni o
fusioni di imprese. L’obiettivo di medio
lungo periodo era ed è la creazione di
una rete di “teste regionali” con il pieno
coinvolgimento delle Cooperative locali, di Cooperative nazionali, dei Consorz i
e delle Finanziarie per la promozione cooperativa (Coopfond, CFI, …). L’ i d e a
guida è quella di creare collegamenti
stabili tra cooperative, anche del settore
dei servizi, con l’obiettivo di realizzare
investimenti comuni in professionalità
ed iniziative imprenditoriali che consentano di posizionarle al meglio nei segmenti più qualificati del merc a t o .
Unipol-Bnl
La vicenda Unipol-Bnl ha reso necessaria l’apertura di un dibattito e di una riflessione su aspetti fondamentali della
vita associativa di Legacoop. L’iniziativa
di Unipol era legittima.
Ci sono state nel merito diversità di posizioni all’interno dei soci, ma le decisioni assunte dalla maggioranza di essi non
può essere contestata dal lato della legittimità come è stato fatto da molti
“commentatori” delle vicende politiche
ed economiche del nostro Paese, a volte
i n t e ressati a volte disinform a t i .
L’importanza della strumentazione finanziaria nello sviluppo cooperativo
mantiene tutta la sua attualità ed il
p rogetto stesso era un progetto imp rontato ad un obiettivo industriale
non speculativo; Bankitalia (dopo sei
mesi dal via libera della Consob) ha ritenuto inadeguato il livello delle garanzie patrimoniali e le prospettive di stabilità, e il successivo accordo con Bnp
Paribas è stato positivo, perché ha consentito di valorizzare l’ingente investimento di capitali e cre a re valide sinergie fra banca e assicurazione.
L’attacco che abbiamo subìto come sistema cooperativo è stato estre m a m e nte pesante e la soluzione trovata in tempi rapidi sia, prima, per il cambio dei dirigenti, poi per l’accordo suddetto, è stata una buona dimostrazione di capacità
i m p renditoriali e di gestione della gover nance in un momento tanto delicato.
La vicenda ha comunque evidenziato il
forte limite della struttura di g o v e rn a n c e
del gruppo. Altri errori inoltre sono stati
commessi nella valutazione del contesto, sia imprenditoriale che istituzionale
nel quale si inseriva l’off e rta, nelle alleanze realizzate. Inoltre per troppo tempo si è saputo ben poco del piano industriale e finanziario che supportava l’offerta data la sua grandissima rilevanza
economica per l’intero Movimento. È
c h i a roche errori gravi di comunicazione
ci sono stati, sia all’interno dell’org a n i zzazione che rispetto all’opinione pubblica. Con parole schiette siamo stati portati in piazza in malo modo e ci siamo
t rovati a rispondere ad attacchi inauditi
senza essere preparati. Il primo effetto
negativo è stata la cattiva pubblicità e il
polverone che si è scatenato attorno ad
un obiettivo del tutto legittimo e sicuramente utile a sostenere lo sviluppo, che
hanno coinvolto il Movimento cooperativo, costringendo anche forze politiche
che hanno sempre guardato con simpatia e vicinanza all’economia sociale a
p re n d e re le distanze, rendendo così più
acuta l’ostilità che alcune forze della
maggioranza e ambienti confindustriali
non ci hanno mai fatto mancare.
Desideriamo dire il nostro pare re forte e
c h i a ro a proposito di questa sorta di
condanna morale rispetto alla connivenza fra politica ed affari che si sarebbe
consumata attorno alla vicenda Unipol:
noi siamo convinti che per governare
uno Stato moderno, nell’epoca della
globalizzazione, la politica non possa
disinteressarsi dell’economia.
Per governare bisogna che la politica
mantenga la piena autonomia sia quando si adottano provvedimenti che possono essere favorevoli ad interessi economici privati, sia quando questi interessi sono a vantaggio della collettività.
Ma l’aspetto che più ci è parso offensivo,
si riferisce alle affermazioni di coloro
che, a fini di lotta politica, hanno puntato il dito sulle imprese cooperative, che
grazie alle agevolazioni fiscali turbere bbero la concorrenza.
È chiaro che tocca a noi alzare la testa, alz a re il livello del confronto con i poteri
pubblici, le forze economiche e sociali e
spronare le cooperative all’unità e ad
adottare programmi e iniziative di sviluppo. In ogni caso la vicenda impone una
profonda riflessione su come debbano
essere regolati i rapporti tra le cooperative socie di società di rilevanza per l’intero
sistema per un loro efficace controllo in
c o e renza con gli interessi del Movimento
cooperativo. Occorre trovare un punto di
equilibrio che rispetti da un lato l’autonomia imprenditoriale delle imprese e
dei soci e dall’altro le conseguenze che
grandi iniziative imprenditoriali cooperative possono avere sull’intero Movimento. Dobbiamo dotarci di strumenti di g o vernance condivisi che possano dare le
maggiori garanzie rispetto al ripetersi di
gravi violazioni dell’etica cooperativa
(suddivisione dei ruoli, limite dei mandati, sistemi di elezione con particolari garanzie, ecc.), terreni sui quali è necessaria
una forte capacità di elaborazione e proposta e l’assunzione di codici di autoregolamentazione da appro v a re nel pro s s imo congresso di Legacoop.
In questa fase di profonde incertezze e
cambiamenti, a noi compete rilanciare
la centralità del socio lavoratore quale
p rotagonista della propria esperienza di
l a v o roe di impre s a .
La missione della Cooperativa si esprime nella capacità di essere impresa eff iciente e, al tempo stesso, portatrice di
valori di solidarietà ed etica sociale. È
p e rtanto necessario conciliare un’org anizzazione d’impresa sana e competitiva
con i valori dell’equità sociale e della
mutualità responsabile. Ecco pert a n t o
che l’esigenza di tenere alta la coscienza
e la pratica dei valori cooperativi presuppone la valorizzazione del ruolo del
socio che veda riconosciuti i propri diritti di lavoratore e, nel contempo, possa
a s p i r a rein maniera compiuta alle aspettative di ristorno di parte dei risultati
economici della gestione d’impre s a .
In questa prospettiva occorre aggiorn a re
il patto sociale per costru i re un modello
d’impresa in grado di dare concreta attuazione alle istanze e alle attese economiche del socio cooperatore .
Etica cooperativa
e responsabilità sociale
Ribadiamo la scelta che il mondo cooperativo resti sempre ancorato a un solido sistema di valori, non subordinato a
nessuna logica economica o d’affari che
venga sempre “prima” dell’agire impre nditoriale. Constatiamo positivamente
che negli ultimi anni molte nostre cooperative si sono misurate con la re n d icontazione sociale, con bilanci di sostenibilità, con l’adozione di codici di comportamento.
L’Ancpl stessa realizza da tre anni un seminario annuale nel quale viene rappresentata l’azione sociale di un gruppo significativo di cooperative.
A nostro giudizio il primo obiettivo da
realizzare è quello di re n d e repiù concreta, meno autore f e renziale, la re n d i c o ntazione della responsabilità sociale cooperativa. Dobbiamo fare la scelta di appartenenza ad un sistema che oltre al
pieno rispetto delle leggi, si autore g o l amenti, aderisca a codici etici, rendiconti
la propria azione nei confronti sia dei
p ropri soci sia del pubblico.
Le cooperative di produzione e lavoro
hanno realizzato in questi ultimi anni inn u m e revoli iniziative volte a sollecitare i
poteri pubblici e le forze sociali per il
pieno rispetto delle normative sugli appalti, per una lotta senza quart i e re al lav o ro nero e alla malavita che occupa
parti importanti dell’economia.
Riteniamo di poter dire con sicurezza
che i gruppi dirigenti delle cooperative
n o s t reassociate abbiano superato innum e revoli verifiche e prove sulla loro
competenza, onestà, trasparenza nell’ag i re. Per noi non va distinta la riflessione
critica su errori di g o v e rn a n c e commessi,
dalla convinzione di essere un sistema
imprenditoriale che ha radici assolutamente sane.
Ribadiamo che dalla lotta per la legalità
le cooperative hanno tutto da guadag n a re. Su questi temi abbiamo org a n i zzato numerose iniziative e ci sentiamo
impegnati nel pro s e g u i re. Proponiamo
i n o l t re che in Legacoop si apra una discussione sull’opportunità di chiedere alle cooperative associate, come atto di
scelta volontaria, di dotarsi di una cert ificazione di responsabilità sociale e sostenibilità sulla base di standard definiti
da enti esterni riconosciuti a livello internazionale.
I numeri del nostro movimento
Nell’insieme le cooperative hanno avuto
risultati positivi, ma con significative
differenze tra territori e settori.
Purt roppo si deve constatare la crisi di
molte piccole realtà cooperative, specie
in settori sottoposti ad una forte concorrenza internazionale.
Le cooperative che operano nei comparti ad alta intensità di lavoro e del contot e rzismo stanno vivendo una situazione
di difficoltà e il periodo di prolungata
crisi le ha indebolite al punto da pro v ocare anche alcune cessazioni di attività.
Le Cooperative del Settore Costruzioni
hanno proseguito il processo di ripre s a
produttiva iniziato nel 1998 e mai interrotto e le loro buone performances e c o n omiche che, nonostante i fattori di diff icoltà presenti soprattutto nei grandi lavori infrastrutturali, sono state ottenute
vanno attribuite prevalentemente alla
buona capacità realizzativa che hanno
saputo esprimere, frutto delle elevate
competenze professionali di cui dispongono. Un altro dato da evidenziare, nell’ambito della destinazione degli utili è
che la quota che va ad incrementare le
riserve indivisibili è del 90% per il Settore delle Costruzioni e dell’85% per il Sett o re Industriale. La conseguenza di queste azioni, sul versante della capitalizzazione è stata molto evidente, tant’è che
(nel Settore Costruzioni) nella classifica
delle prime cinquanta imprese a livello
nazionale in termini di patrimonio netto, sono presenti 21 Cooperative.
Questi dati, più di tanti altri ragionamenti teorici, confermano il livello di
mutualità e socialità delle cooperative
di produzione e lavoro nel loro insieme.
I n o l t re, la redditività netta delle Cooperative di produzione e lavoro ha consentito al nostro settore di diventare, nel
2005, il maggior contribuente (1/3 del totale) di Coopfond – fondo mutualistico
per lo sviluppo cooperativo. Le Cooperative associate all’Ancpl sono 883 e alla
fine del quinquennio 2001/2005 raggiungeranno un volume d’affari di circa 9.000
milioni di euro .
Ricomprendendo la quota parte di volume d’affari sviluppato dalle società cont rollate e collegate che entrano nell’area
di consolidamento, si raggiunge complessivamente il valore di 10.600 milioni. In questo arco temporale la crescita
complessiva del fatturato è stata pari al
30%. Il livello occupazionale supera le
34.000 unità e tiene conto, da un lato, di
una crescita costante che ha caratterizzato in generale i tre Settori e, dall’altro ,
della cessazione dell’attività di una delle
maggiori realtà del Settore Costruzioni e
di altre imprese del Settore Industriale
che non hanno retto di fronte alle diff icoltà del mercato.
Va inoltre segnalato che il tipo di attività
che viene svolto da gran parte delle Cooperative dei tre Settori, è in grado di attivare un consistente fenomeno di occu-
pazione indotta che si stima ragionevolmente in almeno 10.000 unità. I soci lavoratori sono pari a 24.000 unità, anch’essi in modesto ma costante aumento da parecchi anni.
I mezzi propri, in considerevole aumento nel periodo in esame, hanno raggiunto i 3.000 milioni rispetto ai 2.500 del
2001, a testimonianza del grande impegno che le Cooperative hanno rivolto al
tema della capitalizzazione, oggetto di
numerosi momenti di discussione e riflessione promossi dall’Ancpl.
Anche il buon livello di redditività (sup e r i o remediamente al 3% quella netta)
ha consentito di rafforzare il grado di capitalizzazione delle Cooperative (ora pari al 36% in rapporto al valore della produzione) e di dotarle di un buon grado di
solidità patrimoniale, oltre che ampliare
in modo significativo il ristorno ai soci
lavoratori.
Ciononostante, i problemi aperti sono
molti e in taluni casi – come nei settori
manifatturieri a scarso contenuto tecnologico, a basso valore aggiunto, legati al
settore della moda o in generale a una
s t ruttura organizzativa di contoterzismo
– la fase ciclica negativa in analogia con
i settori corrispondenti difficilmente lascia intravedere una possibile ripresa.
Le prospettive
per le nostre imprese
I forti cambiamenti avvenuti ci dicono
che occorre cambiare il paradigma con
cui misurare i risultati acquisiti e soprattutto la prospettiva.
L’obiettivo che in questi anni abbiamo
perseguito di qualificare e consolidare
la struttura produttiva esistente, così come quello di difendere le nostre tradizionali aree di mercato, presenta, insie-
me a evidenti e notevoli successi, anche
una serie di limiti per il cui superamento
o c c o rre impegnarci a fondo. La nostra
dimensione imprenditoriale, pur se mediamente superiore alle altre imprese
dei settori di riferimento, è ancora inadeguata alla realizzazione di una politica
di innovazione.
La pur importante crescita della nostra
redditività, il livello di accumulazione
raggiunto attraverso la quasi totalità del
trasferimento degli utili a riserve patrimoniali indivisibili ha stabilizzato molte
delle nostre cooperative, ma è innegabile che quando esse si misurano su grandi progetti, di general contractor, su tematiche nuove di p roject finance, di opere complesse, ecc. le risorse interne possono
e s s e re insufficienti.
I progetti di sviluppo debbono nascere
in capo alle imprese. Nulla può sostituire l’iniziativa specifica delle cooperative,
è da esse, che conoscono il mercato, i
suoi cambiamenti e le sue opportunità,
che devono venire idee imprenditoriali.
L’Associazione può svolgere un ruolo di
indirizzo e di supporto, non è pro p o n i b ile un progetto imprenditoriale che possa essere elaborato al di sopra e al di
fuori delle cooperative. Le idee nascono
nelle imprese, nel territorio in cui esse
operano, si rafforzano con le alleanze
che possono costituire, si sviluppano
anche con il sostegno che il Movimento
Cooperativo può dare loro .
Nei prossimi anni l’Associazione deve
porsi l’obiettivo di cre a re le condizioni
politiche per il miglioramento della legislazione, delle pro c e d u re degli appalti
pubblici, in relazione al re c e p i m e n t o
delle normative europee, per nuove leggi di politica industriale, le relazioni industriali, i contratti di lavoro, ecc..
L’Ancpl intende inoltre, in raccordo con
Legacoop, dare il suo contributo sulle
tematiche istituzionali apert e .
Siamo contrari alle leggi di riforma costituzionale che sono state re c e n t e m e n t e
a p p rovate e che saranno sottoposte a referendum; non crediamo che al Paese
servano simili stravolgimenti, è invece
u rgente interv e n i renel completamento
dei percorsi già avviati di decentramento
amministrativo, di effettiva liberalizzazione dei servizi. Occorre definire delle priorità negli investimenti sulle infrastru t t ure, la logistica, l’ammodernamento della
città, l’ambiente, i sistemi portuali, ecc..
Un’altra priorità riguarda la diminuzione
del costo del lavoro attraverso una sostanziale riduzione del cosiddetto cuneo
fiscale. L’obiettivo indicato da Prodi di
una riduzione di 5 punti è assolutamente condivisibile, anzi noi riteniamo sia
giusta l’indicazione di Confindustria di
a n d a reverso un’ulteriore riduzione nel
tempo. Pensiamo che questa sia la vera
grande riforma fiscale da fare in Italia
p e rché l’attuale sistema impositivo penalizza gravemente sia i lavoratori sia la
competitività delle imprese.
Il vero problema di politica economica
finanziaria quindi non è se è possibile
re a l i z z a requesto impegno, bensì quali
strumenti e interventi sono necessari
per raggiungerlo.
Innanzitutto occorre una forte riduzione
di innumerevoli meccanismi di privilegio che avvantaggiano tante categorie e
un’azione efficace contro l’evasione fiscale e contributiva. Negli ultimi anni
l’attenzione su queste tematiche è cro llata verticalmente anche a seguito del
sistematico ricorso a leggi di condono e
di sanatoria che hanno danneggiato le
i m p rese regolari e i contribuenti onesti.
L’altro filone riguarda la struttura del sistema impositivo. A tal proposito la ne-
cessità di ricorre re alla ristrutturazione
del prelievo sulle rendite finanziarie olt re che a criteri di equità fiscale deve corrispondere all’esigenza di favorire le imp rese e i soggetti che impiegano le risorse a fini produttivi, che reinvestono gli
utili, ecc. agendo in part i c o l a re sull’imposizione fiscale sui redditi più elevati e
quelli di natura speculativa.
Sulle politiche del lavoro riteniamo
prioritario lavorare sulla riapertura di un
tavolo di confronto o di concertazione
sulle grandi partite aperte. Il punto di riferimento principale su cui si devono
c o n c e n t r a retutte le forze è lo sviluppo
dell’occupazione pro f e s s i o n a l i z z a t a ,
cioè di un sistema formativo che interagisca con le necessità dell’apparato economico-produttivo.
La vera sfida dei prossimi anni è la capacità di coniugare la flessibilità necessaria con la professionalità che può derivare soltanto da una stabilità lavorativa
pur correlata con continui momenti di
a c c rescimento professionale e form a t ivo. La diffusione del precariato di questi
ultimi anni è servita più a dare risposte
eff i m e re e propagandistiche al problema dell’occupazione.
Anche il tema della Ricerca non è stato,
finora, una priorità del sistema impre nditoriale del nostro Paese. Occorre avvicinare in modo stabile il mondo delle
i m p rese al mondo della ricerca scientifica e tecnologica e far compiere un salto
di qualità a ciascuno dei due, nel recip roco riconoscimento di utilità.
Non è un percorso agevole, viste le distanze ed i diff e renti linguaggi; sarà necessario, quindi, cre a re delle interf a c c e ,
dei facilitatori di questo rapporto che
sappiano muoversi su tutti i piani necessari: una attenta conoscenza di ciò che
offrono i centri di ricerca in termini di
o p p o rtunità e di servizi e soprattutto
avere un contatto continuo con le cooperative per trasferire conoscenza, per
offrire assistenza di base nella valutazione delle proprie criticità e per assisterle
nel contatto con i centri di ricerca e le
università. Di fatto si tratta di aiutare a
c re a re nuove imprese support a n d o l e
con la ricerca di collaborazioni commerciali, produttive, di comunicazione, di
v e n t u re capital ecc. giocando, come Associazione d’intesa con Legacoop, un ru olo di promotore insieme a Enti terr i t oriali, Camere di Commercio, Enti locali
ma soprattutto Fondazioni Bancarie che
possono aggiungere risorse a quelle
pubbliche e quelle che investitori privati
possono mettere nei progetti.
Le problematiche finanziarie
dello sviluppo cooperativo
Il tema della finanza ha assunto una dimensione di grandissimo rilievo nella
fase attuale dello sviluppo dell’attività
economica e produttiva ed è facilmente
prevedibile che acquisirà sempre magg i o repeso, a seguito dei cambiamenti in
corso nei mercati finanziari.
Nelle cooperative di produzione e lavoro
il capitale e la finanza non sono un
obiettivo fine a se stesso, non rivestono
una specifica finalità speculativa, ma costituiscono uno strumento per lo sviluppo. Senza i necessari mezzi finanziari
non c’è alimentazione della filiera degli
investimenti, non c’è sostegno al fabbisogno di capitale circolante.
Infatti, mentre i profitti sono stati e sono
ancora in grado di assicurare una buona
remunerazione del capitale proprio, in
parallelo aumenta – in valore assoluto e
p e rcentuale – il debito oneroso verso il
sistema bancario per finanziare il fabbi-
sogno di circolante e le crescenti immobilizzazioni finanziarie.
Il fenomeno va contrastato mediante un
ulteriore incremento della capitalizzazione, e al contempo, con il miglioramento della capacità delle cooperative
di produzione e lavoro di rapportarsi al
mercato finanziario per acquisire le risorse necessarie per la cre s c i t a .
Si prevede per l’immediato futuro una
s t retta dei criteri di concessione del credito bancario per raccordarsi ai nuovi
coefficienti di rischiosità connessi all’applicazione di Basilea 2. Questa circ ostanza va vista da parte delle imprese
cooperative come un rischio da scongiurare mediante il miglioramento ulteriore
delle informazioni contabili e dei progetti industriali per adeguare il merito
c reditizio alle esigenze aziendali, ma anche puntando alla disintermediazione
bancaria attraverso l’utilizzo di nuovi
s t rumenti finanziari.
Nella consapevolezza che le risorse finanziarie assumono un crescente peso
strategico nel successo competitivo, diventa centrale lo sviluppo del ruolo e
delle competenze finanziarie dell’imp resa cooperativa; in questa prospettiva l’Ancpl, si è impegnata a far cre s c e re
la cultura economica settoriale sui temi
della capitalizzazione e della finanza
d ’ i m p resa, valorizzando le risorse professionali cooperative per individuare le
soluzioni tecniche e gli strumenti che
potranno, utilmente, essere declinati
nelle specificità strutturali di ogni singola impre s a .
Inoltre, per le realtà cooperative caratterizzate da piccole imprese, occorre svil u p p a re politiche e strumenti associativi
specifici come i Confidi che consentano
di accedere a prodotti finanziari adeguati e avere maggiori possibilità operative.
Lo sviluppo imprenditoriale
delle cooperative P.L.
La sempre maggiore apertura dei merc ati e l’internazionalizzazione di gran part e
dei settori dell’economia obbligano a
scelte rapide e commisurate alla velocità dei cambiamenti in corso.
Molte nostre cooperative manifatturiere
si trovano quindi nella necessità di rivedere le loro condizioni produttive e organizzative e i necessari processi innovativi. In molte imprese si sta riflettendo
sulle conseguenze che questa situazione potrebbe pro d u rre sui livelli occupazionali e sulla stessa tenuta sociale.
Per molte imprese cooperative che si
misurano sui mercati esteri non semp re può essere soddisfatta la condizione, mantenendo condizioni di competitività, di re s t a re nelle unità produttive
locali di origine. Si pongono quindi dei
p roblemi complessi da aff ro n t a re giacché noi respingiamo nettamente l’impostazione di chi dice che quando una
cooperativa diventa grande o svolge
determinati mestieri è bene che si trasformi in una SpA.
La nostra storia e la nostra realtà quotidiana sono lì a dimostrare che la form a
societaria cooperativa è compatibile
con un gran numero di missioni impre nditoriali e noi riteniamo che sia possibile porsi l’obiettivo di allarg a re ulteriormente le aree economiche dove l’impresa cooperativa possa pienamente operare. Le risposte ai complessi problemi
organizzativi che si evidenziano vanno
quindi cercate all’interno del diritto societario cooperativo, sperimentando a
fondo le possibilità offerte attraverso l’istituto del gruppo cooperativo, difendendo il diritto delle cooperative di cos t i t u i reo part e c i p a rea società di capita-
li strumentali all’esercizio dell’attività
mutualistica.
Anche per cooperative grandi (pensiamo alle nostre imprese generali di cos t ruzioni, ma non solo ad esse) che vogliono misurarsi sui nuovi mercati, per
la disporre dei capitali necessari il ricorso a mezzi finanziari adeguati è un problema oggettivo. Una impresa quindi
che ha come m i s s i o n la prevalente re m unerazione del lavoro apportato dai soci,
può non essere sempre in grado di aff ro n t a requeste sfide di mercato in una
posizione di leadership, e non subord i n a t a
ad altri gruppi.
Come spesso ricordano molti cooperatori che hanno lunga esperienza alle
spalle, fino a che eravamo fornitori di
l a v o ro, beni e servizi alle grandi imprese, tutto andava bene. Quando le cooperative divengono pro t a g o n i s t e ,
escono fuori mille obiezioni sulla loro
legittimità ad operare, sulla loro mancanza di contendibilità, ecc, ecc. Come
se si ignorasse che la stragrande maggioranza delle aziende quotate (per
non parlare delle altre SpA) per una serie di meccanismi non sono obiettivamente scalabili.
Il punto però è oggi come consentire a
molte cooperative di valorizzare al massimo il patrimonio accumulato e pure,
non dimenticando, di consentire anche
a cooperative di più recente costituzione di reperire i necessari mezzi finanziari che un mercato che avesse fiducia
nella capacità imprenditoriale delle cooperative stesse potrebbe mettergli a
disposizione.
I percorsi possibili per acquisire questo
risultato potre b b e ro essere diversi a
part i re, ovviamente e preferibilmente,
da quelli previsti dal nuovo diritto societario, anche se occorre porsi l’obiet-
tivo di attrarre capitali anche esterni e
quindi di pro p o rre titoli commerc i a l i
pur con dei limiti, ed inoltre di valorizzare gli effettivi valori patrimoniali delle
cooperative. A questo proposito avanziamo la proposta di pro m u o v e re un
gruppo di lavoro di rappresentanti cooperativi ed esperti per individuare le
possibili individuazioni di modelli societari che mantenendo i riferimenti
paradigmatici cooperativi (“una testa
un voto”, “la porta aperta”, la natura mutualistica...) proponga modelli societari
e/o strumentali che consentano alle cooperative di mantenere la loro capacità
competitiva in relazione alle mutate
condizioni economiche.
Le prospettive delle costruzioni
e dell’ingegneria
O l t re ai problemi nel settore manifattur i e roanche il ciclo delle costruzioni è interessato da segnali di inversione di tendenza. Le ragioni all’origine di tale mutato orientamento sono diverse: il clima
di sfiducia generale ha portato (e port a
ancora in parte) ad investire nel settore ,
soprattutto nell’edilizia residenziale, ma
– dati i livelli di prezzo raggiunti – non
spinge più come prima.
L’economia industriale è in recessione e
non chiede nuovi investimenti in stru tt u re produttive; le opere pubbliche, dopo anni di crescita sostanzialmente ininterrotta dal 1996, danno segni di frenata
dovuta alla scarsa disponibilità di nuove
risorse finanziarie pubbliche e da prassi
burocratiche che, anziché agevolare i
p rogetti, li bloccano.
I bandi di gara, segno visibile dell’andamento congiunturale del mercato pubblico, stanno diminuendo; le nuove
Amministrazioni regionali e soprattutto
le Amministrazioni locali sono di fronte
ad un restringimento reale dei trasferimenti dallo Stato e non riescono a re c up e r a rerisorse in quantità sufficienti dall’imposizione locale e/o ricorrendo al
Project finance, la cui applicazione è divenuta importante ma non al livello delle
necessità. In più ci sono sempre maggiori ritardi nel pagamento degli stati di
avanzamento lavori.
Comunque, seguendo le previsioni dei
principali osservatori, non dovrebbe verificarsi una brusca inversione nel ciclo,
anche se si accentueranno le differenze
nelle capacità di spesa da parte delle
Amministrazioni. Si prevede un periodo
molto complesso nel quale la capacità
di dialogo con le Amministrazioni, sia
per re c u p e r a reinformazioni sulle opportunità sia per proporle, sarà una leva
competitiva fondamentale.
La legislazione, in ulteriore fase di adeguamento, potrebbe aiutare questa capacità di dialogo, correggendo ulteriormente la “Merloni”.
Con il recepimento della Dire t t i v a
18/2004 (servizi, lavori e forn i t u re) si
può ulteriormente modificare un approccio rigido e schematico favorendo
m a g g i o rmente la possibilità di dialogo
( a c c o rdi quadro e dialogo competitivo)
tra Pubblica amministrazione ed imprese, ponendo i due soggetti su un piano
di maggiore parità e consentendo alle
i m p rese più strutturate di avere vantaggi competitivi.
Nel settore dell’ingegneria, pro g e t t a z i one e consulting si è in una fase non positiva, per il calo delle attività e, in particolare, perché in tanti casi si sta mort i f icando la centralità della qualità del progetto. Il settore è fortemente polverizzato e occorre spostare l’attenzione da un
m e rcato quasi esclusivamente pubblico
ad altri che esprimano un maggiore valore aggiunto e valorizzino l’apporto delle imprese di ingegneria.
Il nostro settore è impegnato in un percorso che vede la realizzazione di progetti capaci di integrare le capacità imp renditoriali per accre s c e re complessivamente il livello della nostra off e rta e
su questa strada occorre andare avanti.
Il problema della dimensione d’impre s a
è diffuso ovunque. In Italia, in part i c o l are, la numerosità delle imprese di costruzioni è molto alta: ISTAT calcola in
2,9 il numero di addetti medio per imp resa e di 5 addetti medi per le impre s e
non artigiane per un totale di oltre
650.000 imprese iscritte alle Camere di
Commercio.
Il numero di imprese con attestazioni
SOA è poco meno di quello dell’ Albo
Nazionale Costruttori al momento della
sua chiusura.
È una struttura di off e rta che tende a
c h i e d e re protezione più che proporsi di
i n n o v a re e di ristrutturarsi e vi sono, segni importanti di aumento della fragilità
del settore tra le piccole imprese.
Nella cooperazione del settore è diffusa
la preoccupazione per il crescente aff o llamento di imprese partecipanti agli appalti con il pericolo di un ulteriore prog ressivo accrescimento dell’entità dei ribassi. Una particolare annotazione va
fatta per il comparto dei grandi lavori nel
quale, nonostante le promesse del Gov e rno, si registra una forte incert e z z a
nella disponibilità di risorse finanziarie.
La scarsa redditività dei lavori, acquisiti
con ribassi d’asta elevati, e l’ulteriore
aggravamento finanziario con ritardo sui
pagamenti, completano poi un quadro
negativo. A controbilanciare questa situazione ha contribuito il comparto dell ’ i m m o b i l i a re e dell’attività autopro-
mossa, con iniziative complesse di cos t ruzione e gestione, di p roject finance, settori verso i quali sono ormai molte le cooperative proiettate.
R i t o rna prioritario nell’azienda il saper
f a re, la gestione delle commesse, pro c ed u re adeguate e professionalità all’altezza del compito, contenimento dell’indebitamento.
In questa prospettiva, non sembra ci siano all’orizzonte ipotesi di integrazione
tra cooperative, se non su progetti, anche a carattere strutturale e non episodica, e ciò potrà riguardare sia cooperative
di grande dimensione sia cooperative di
piccole e medie dimensioni.
Senza pro p o rre scorciatoie di trasform azione delle cooperative, crediamo sia
corretto porsi di fronte ai problemi in
modo aperto con l’obiettivo di sviluppare appieno le capacità che le cooperative, quasi tutte, hanno dimostrato di
p o s s e d e re. Sono percorsi già avviati da
cooperative di altri settori e che riteniamo utile cominciare a studiare ed a sperimentare.
Per favorire questa capacità di ulteriore
sviluppo per la cooperazione delle cos t ruzioni e per tutte le cooperative che
intervengono nella filiera delle costruzioni, è opportuno verificare l’apporto
dato dai Consorzi e l’ulteriore contributo che possono dare in futuro, alla luce
degli scenari prima descritti. I Consorz i
si confermano strumenti di support o
molto importanti per lo sviluppo e per la
c rescita della leadership delle cooperative.
Sono imprese di servizio alle cooperative associate, alle quali forniscono serv izi differenziati, ma il loro apporto va adeguato alla complessità dei mercati ed alle differenze esistenti nelle basi sociali
Ord i n a re e valorizzare l’attività dei Cons o rzi, quindi, è un lavoro prioritario per i
progetti di consolidamento e sviluppo
dei vari “gruppi” di cooperative: le grandi
come le piccole, le specializzate e le generaliste. Occorre ripre n d e rei temi della
programmazione, con attenzione alle
reali capacità delle cooperative per favor i rne lo sviluppo, e con rischi ridotti sui
C o n s o rzi e un impegno adeguato anche
sulle specializzazioni che i Consorz i
stanno consolidando.
È necessario rivedere il modello di gover nance dando più efficacia agli indirizzi
strategici affidati ai Consorzi da parte
delle cooperative associate. È un tema
complesso che rimanda ad una re s p o nsabilità delle cooperative a volte messa
in secondo piano rispetto a problemi ritenuti più diretti. È una delle linee di lavoro prioritarie, da affro n t a recon decisione, puntando ad una semplificazione
degli assetti esistenti e con la piena responsabilità delle cooperative
Cosa significa oggi fare sistema
Le cooperative più strutturate hanno la
piena libertà e autonomia ovviamente ,
ma riteniamo sia anche nel loro intere sse contribuire allo sviluppo della cooperazione anche dove essa stenta ad aff e rmarsi, senza chiusure e rigidità. L’ a p p a rtenenza e lo spirito cooperativo sono
agli antipodi di ogni sorta di egoismo.
Inoltre un nostro limite è la scarsa dimensione imprenditoriale che possiamo corre g g e re, almeno in parte, con lo
sviluppo di sistemi a rete, nelle svariate
forme che essi possono assumere .
Oggi è però è necessaria una nuova forma di elaborazione e proposta e occorre
in questo percorso il massimo coinvolgimento delle cooperative. Sono necessarie alleanze imprenditoriali sempre
maggiori. In questi ultimi anni ci siamo
mossi in questa direzione e nonostante
un quadro politico e di Governo che
spesso si è mostrato ostile, siamo riusciti a far valere le nostre ragioni e salvag u a rd a re le nostre capacità imprenditoriali. Al di là dell’oggettiva competizione
fra le imprese rappresentate, l’Ancpl
continuerà a coltivare buoni rapporti
con Ance, Confindustria, Artigianato e
altre organizzazioni imprenditoriali e
sindacali, improntati al reciproco rispetto, e finalizzati al conseguimento degli
obiettivi comuni delle impre s e .
Conclusioni
Cari amici cooperatori, abbiamo di fronte problemi veramente complessi e abbiamo bisogno di tutte le nostre forze
per portare avanti con successo il programma di lavoro delineato e arr i c c h i t o
dal dibattito congressuale.
Il miglioramento dell’efficienza org a n i zzativa dell’Associazione che ha costituito oggetto di discussione negli ultimi
anni si conferma un obiettivo import a nte. Ci sentiamo parte integrante del sistema organizzativo di Legacoop e siamo impegnati a part e c i p a real prossimo
dibattito congressuale di Legacoop.
L’orizzonte europeo, la presenza attiva
nel Cecop debbono spro n a rci a rifuggire
dalle sterili chiusure campanilistiche,
per aff e rm a re una moderna cooperazione europea, che coniughi in modo eff icace solidarietà e competizione.
Occorre un’azione comune delle stru t t ure ai vari livelli, la volontà di part e c i p a re
al processo di rinnovamento, l’assunzione di responsabilità da parte dei dirigenti delle cooperative associate che cre d ono nella utilità dell’Associazione. A nos t rogiudizio la cosiddetta struttura politico sindacale va rafforzata.
In molti casi negli ultimi anni è stato
fatto il contrario ed è stato un erro re. Le
cooperative debbono interv e n i re sul finanziamento delle stru t t u re associative, farsene carico, e sulla base di programmi chiari, investire su di essi ed
e s i g e rerisultati.
Operando diversamente le Associazioni
divengono autoreferenti, indebolendo
se stesse e l’insieme del Movimento.
L’Ancpl ribadisce la scelta di decidere insieme alle cooperative il modello e la
s t ruttura organizzativa più adeguata. Ci
riproponiamo come gruppo dirigente in
questa Assemblea per chiedere un mandato a rinnovare l’Organizzazione, anche
nell’ambito di un processo di raff o rz amento di Legacoop. Pensiamo debba
essere fatto uno sforzo comune per ric e rc a requadri motivati e disponibili ad
una esperienza cooperativa, impegnati
in un progetto di accrescimento della
cultura d’impresa. Anche la struttura di
rappresentanza deve evolvere sul piano
di una sempre maggiore professionalità
e competenza sulle specifiche materie di
interesse delle cooperative. Un ritardo
grave che dobbiamo superare è quello
della presenza femminile nell’insieme
della nostra Organizzazione.
Nella fase preparatoria c’è stato un
confronto anche aspro sulle soluzioni
organizzative, in part i c o l a re con la P.L.
Toscana. Discussioni legittime. Cerchiamo insieme delle soluzioni, ma
senza scavalcare con accordi verticistici
i nostri associati.
Vi chiediamo soltanto che i cambiamenti che si rendono necessari si re a l i z z i n o
con la partecipazione delle cooperative
associate, le più rappresentative delle
varie realtà del Movimento, dell’Emilia
Romagna e delle altre Regioni, compreso il Mezzogiorno che è il vero, grande
p roblema irrisolto dello sviluppo del nos t ro Paese e che ha bisogno del massimo sostegno dell’intera Organizzazione.
Siamo un Sindacato d’impresa. Ribadiamo con fermezza questo concetto, non
burocratico.
Siamo, prima di tutto, come Ancpl, l’Associazione di tutela delle cooperative
associate. Oltre a ciò sarà massimo il
n o s t rosforzo per contribuire allo sviluppo, alla promozione di cooperative, i veri, diremmo gli unici agenti capaci di aff e rm a re i nostri valori, l’etica del cooper a re, per cre a re lavoro, ricchezza, nella
piena legalità e rispetto dei diritti, in un
grande sforzo di compatibilità dello sviluppo con l’ambiente, di aff e rmazione
della giustizia sociale.
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