I documenti pubblicati in questa sezione danno conto in primo luogo dell’attività delle Centrali cooperative: consistono infatti in una relazione del presidente della Federcasse, in una del presidente dell’ANCPL, nei testi di una tavola rotonda indetta dall’AGCI. È sembrato inoltre interessante riproporre alcuni capitoli di un libro di Agostino Bagnato dedicato alla cooperazione come strumento di educazione D O C U M E N T I DOCUMENTI 87 Continuità e innovazione nella tradizione secolare del credito mutualistico visto come strumento decisivo per il sostegno solidale dello sviluppo locale: questo il tema conduttore del discorso del presidente della Federazione Nazionale delle Banche di Credito Cooperativo Cooperazione mutualistica nel mercato bancario: identità, rete, localismo di Alessandro Azzi* “Non v’arrestate, ma studiate il passo” (Dante Alighieri) è bisogno di Credito Cooperativo nel nostro Paese. C’è bisogno di Credito Cooperativo in Europa. E si potrà rispondere ad una domanda di credito “diff e rente” soltanto confermando e innovando, soltanto facendo scelte coerenti anche se inedite e dotandosi di strumenti nuovi per continuare ad essere realmente originali e capaci di stare sul mercato. Dunque, conferm a re e innovare. Continuità nello sviluppo, o sviluppo nella continuità. Le Banche di Credito Cooperativo e le Casse Rurali sono chiamate a esaltare l’autonomia delle singole banche raff o rzando la loro stabilità. E si otterrà questo risultato accrescendo la coesione, rafforzando la cooperazione. Il tutto sempre in un’ottica di coere nza con l’identità. C’ * Quella pubblicata in queste pagine è una rielaborazione della relazione tenuta dal Presidente di Federcasse in occasione del XIII Convegno Nazionale del Credito Cooperativo, tenutosi a P a rma dal 9 all’11 dicembre, sul tema “Contro c o rrente. Autonomia e coesione. Strategie del Credito Cooperativo per la qualità della rete e lo sviluppo delle comunità locali”. Per riflettere e confrontarsi su questa sfida le Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali (BCC-CR) italiane si sono riunite nel dicembre 2005 a Parma, in occasione del loro XIII Convegno nazionale. Tema del dibattito: “Controcorrente. Autonomia e coesione. Strategie del Credito Cooperativo per la qualità della rete e lo sviluppo delle comunità locali”. Ma cosa vuol dire fare banca controcorrente? Vuol dire non imitare ciò che fanno i c o n c o rrenti. Perché diff e rente è l’approccio, la visione dell’uomo e dell’economia, il fine ultimo delle BCC-CR. E perché sarebbe insensato che, amministratori di banche di persone, copiassero le banche di capitali proprio mentre queste ultime tentano di imitare. Vu o l dire non omologarsi, spinti dal desiderio di “parificazione” con le altre banche, dimenticando che le BCC non sono, non debbono essere, soltanto delle buone banche, ma anche delle buone cooperative e, per ciò che c’è scritto da sempre negli statuti, delle imprese “a vocazione sociale”. F a re banca contro c o rrente vuol dire cres c e repuntando sulla cooperazione raff o rzata e non sulla grande dimensione. P e rché la cooperazione, la coesione, la mutualità di rete consentono di superare i limiti della piccola dimensione, esaltandone i vantaggi. Fare banca controc o rrente vuol dire lasciare i centri decisionali più vicini possibile ai soci e ai destinatari dei servizi che si off rono. Vu o l dire fare banca per lo sviluppo dell’economia reale e non per la crescita della finanza fine a se stessa o speculativa. Vuol dire realizzare una forma reale e s e m p re più rara di finanza democratica, partecipata, di comunità, capace di inc l u d e re e di promuovere. Vuol dire poter continuare a rispondere, con orgoglio, ai soci e ai clienti che domandano dove sono stati impiegati i loro risparmi che le risorse sono rimaste nella loro terra. E sono state lievito per lo sviluppo delle persone e delle imprese del territorio. Vuol dire trovare il modo più economico per raccogliere i capitali sui mercati internazionali e impiegarli per finanziare l’economia locale. Vuol dire essere capaci di accompagnare, e non solo valutare, l’impre n d it o re che merita, che è capace, che si mette in gioco. ControCorrente significa: • discern e re quando il pensiero da plurale si fa unico, • non omologarsi alla cultura d’impre s a dominante, • non stancarsi mai di re i n v e n t a re la banca mutualistica, adattandola al proprio territorio, • aver scelto di darsi uno Statuto che si apre con una dichiarazione d’identità che qualifica e impegna ade s s e re, a fare, a farsi perc e p i re come “differenti”. Anche la scelta del luogo del Convegno non è stata casuale. A Parma vide la luce una delle prime strutture tecniche nazionali – uno dei primi nodi di rete, d i remmo oggi – del Credito Cooperativo. Era il 1896 quando qui venne costituita la prima Cassa Centrale delle Casse Rurali Cattoliche Italiane. Ma Parma è anche il simbolo di un made in Italy distintivo e di qualità, quello della cultura enogastronomica, quindi dell’agricoltura, uno dei settori nei quali e per i quali le Casse Rurali nacquero e che oggi ci ha spinto a individuare soluzioni innovative. Per valorizzare le iniziative imprenditoriali di qualità, quelle legate all’identità dei luoghi e attente all’ambiente. P a rma parla anche di Europa, essendo stata scelta come sede dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare. E in Europa il Credito Cooperativo si è dato una struttura che ha consentito in molti casi di conciliare l’autonomia e la competitività fino a raggiungere quote di mercato che oscillano tra il 15 e il 30 per cento. Ma Parma, purt roppo, è anche l’emblema del “risparmio tradito”. Della finanza che si stacca dall’economia reale e abbandona la sua funzione di strumento di sviluppo per diventare q u a l c o s ’ a l t ro, ingannando chi ad essa si affida. Il Credito Cooperativo pensa di aver fatto la propria parte nell’evitare che gli scandali degli scorsi anni siano stati vani: rinnovando l’impegno nella diffusione della cultura delle regole e inventando un meccanismo senza precedenti nel panorama finanziario italiano, ovvero il Fondo di Garanzia degli Obbligazionisti (FGO). P roprio la logica e il meccanismo studiati e messi a punto per il FGO consentono di pre s e n t a re una proposta di evoluzione del modo delle BCC-CR di stare insieme. Perché le formule di garanzia cooperativa – già sperimentate in forme tra loro diverse da altri sistemi bancari cooperativi europei – consentono di raggiung e re contemporaneamente più obiettivi di grande rilievo: maggiore stabilità, m a g g i o repossibilità di re s t a re autonomi, maggiore competitività, maggiore qualità nella relazione con soci e clienti. È questo, infatti, il fine ultimo della riflessione: individuare le formule più opp o rtune, più qualificate, più efficaci perchè le BCC-CR possano continuare ad e s s e re “banche di re l a z i o n e ”.Ed esserlo in modo sempre più efficiente. A beneficio dei soci, che costituiscono la ragion d’essere e il primo patrimonio delle banche. A beneficio delle impre s e , soprattutto di piccola dimensione e art igiane, sfidate oggi su un nuovo terre n o competitivo e chiamate a ridefinire prodotti e processi, puntando sulla qualità, su nuovi mercati, su nuove filiere, su rinnovate alleanze. A beneficio delle cooperative, che svolgono una funzione peculiare nel mercato, di promozione della partecipazione e di creazione di occupazione. Delle diverse categorie produttive. Delle famiglie, di cui si perc e p iscono le difficoltà e la crisi di fiducia. Del territorio, insieme al quale le BCC vogliono continuare a costru i re lo sviluppo. Secondo un’accezione precisa. Per noi lo sviluppo non è la generica cre s c i t a degli indicatori economici. Il vero sviluppo è sinonimo di ben-essere, di qualità della vita. Il vero sviluppo parte dal basso. È inclusivo. Pro-muove, dunque mette in azione. Creando coesione. Una riflessione per lo sviluppo Il nostro disegno è quello di assicurare lo sviluppo delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali anche nel futuro. Perché esse possano, a loro volta, ess e remediatrici di sviluppo. A favore dei soci e delle comunità locali. Parlare oggi di questo tema è impegnativo. In un recente volume, un famoso sociologo1 analizza la nostra società in term ini problematici. La descrive come “sotto assedio”. In crisi i partiti politici (perché messa in discussione l’idea e la pratica conosciuta della rappresentanza), in crisi le tradizionali formule associative, le comunità si scoprono più deboli e indi- 1 Zygmunt Bauman, “La società sotto assedio”, Laterza, Bari, 2003. fese. Perfino i legami familiari sono più labili. Sedotto dalla pubblicità e da potenti modelli televisivi, l’individuo è solo di fronte al mondo globale. In teoria può collegarsi sempre e dovunque con tutti. In pratica, i suoi contatti sono momentanei, sempre reversibili e mai duraturi. In più – sempre secondo questo studioso – la società è sotto assedio a causa degli squilibri contenuti nel modello di crescita fino ad oggi applicato nei Paesi cosiddetti sviluppati. Che produce inevitabilmente “eccedenze”: di m e rci, ma anche di persone. La nostra idea di sviluppo parte da una consapevolezza: esso non può esistere senza coesione sociale, dunque senza equità. La coesione sociale ci sta così a cuore che l’impegno alla sua pro m o z i one è scritto oggi nei nostri statuti sociali, all’articolo 2. Coesione è dunque una parola cardine nel nostro percorso. Essa ha un’accezione interna, una di mercato ed una più ampia ancora, di carattere sociale. La coesione rappresenta, come c e rcherò di spiegare, un modo “controc o rrente” di forn i re risposta a quell’esigenza di costru i re futuro. Il cambiamento all’interno dell’industria bancaria in questi ultimi anni è stato intenso. Sono cadute le barr i e re e la p ressione competitiva è cresciuta. È p rofondamente mutata la re g o l a m e n t azione, armonizzandosi a livello euro p e o . La tecnologia si è ulteriormente evoluta. Il risultato è stato il drastico e rapido cambiamento del quadro di riferimento, divenuto più complesso e articolato. Un nuovo contesto competitivo per l’industria bancaria All’interno del mercato creditizio europeo sono proseguite e si sono accentuate tre grandi tendenze: • il consolidamento delle stru t t u re attraverso operazioni di concentrazione, prevalentemente entro i confini nazionali ed in misura più limitata oltre frontiera; • l’internazionalizzazione dell’attività finanziaria sui mercati all’ingrosso; • la crescita delle operazioni al dettaglio nei confronti delle famiglie. Il numero delle banche europee, in diminuzione dal 1997, è sceso solo nell’ultimo anno del 2,8 per cento. Se il calcolo part e dal 2001, la percentuale supera il 10 per cento. Da quella data, il numero totale delle operazioni di consolidamento è stato pari a 470; di queste, quasi il 69 per cento, ha avuto carattere domestico2. A fine 2004, gli intermediari nell’area dell ’ E u ropa “a 25” erano 8.374. Nel nostro Paese, il numero degli enti creditizi è passato, per effetto di processi di concentrazione, dai 970 della metà degli anni ’90 ai 778 del dicembre 2004. Di questi, 227 erano banche incluse in gruppi e 439, ovvero il 56,4 per cento, erano Banche di Credito Cooperativo-Casse Rurali. Nel periodo 1996-2004, la Banca d’Italia ha rilevato che il valore delle operazioni di aggregazione fra banche è stato in Italia pari al 27 per cento di quello registrato nell’area dell’euro, a fronte di un peso del nostro sistema intorno al 14 per cento3. Di questo processo, pro- 2 ECB, EU Banking stru c t u res, october 2005. 3 Si è trattato di un processo non particolarmente costoso per la comunità: il totale delle perdite di tutte le banche cessate o rilevate ricaduto su altre banche o sulle pubbliche finanze non ha raggiunto, cumulato in un quindicennio, l’1,5 per cento del PIL di un anno. tagoniste sono state anche le BCC, il cui numero negli ultimi sei anni è conseguentemente diminuito di oltre il 17 per cento, nonostante siano state costituite 24 nuove aziende. La tendenza pare però rallentare in part i c o l a re nell’ultimo biennio. Rilevante, in tale processo di consolidamento, è stata soprattutto la scomparsa di un significativo numero di banche locali, incorporate da intermediari di media e grande dimensione. Tale fenomeno, unito al fatto che molte altre banche locali hanno perso la loro autonomia a seguito dell’ingresso quali soggetti controllati in gruppi bancari, ha prodotto uno scenario in cui le BCC, attualmente, rappresentano circa l’80 per cento delle banche non appartenenti a gruppi e la grande maggioranza delle banche a vocazione locale. In alcune zone del Paese r a p p resentano ormai le uniche banche locali. È però ulteriormente aumentato il grado di “bancarizzazione”: il numero di sportelli creditizi è infatti cresciuto di c i rca il 14 per cento. A l t re novità: la struttura della pro p r i e t à delle banche e l’apertura ad intermediari di altri Paesi. Nei primi anni novanta, il 68 per cento dei fondi complessivamente intermediati faceva capo a banche c o n t rollate dallo Stato o da fondazioni; tale quota è oggi dell’ordine del 10 per cento. Inoltre, l’apertura dei mercati ha d e t e rminato l’ingresso nel nostro Paese di importanti intermediari internazionali, in una proporzione – come paiono doc u m e n t a re attente indagini – superiore rispetto ad altri sistemi bancari europei4. Un nuovo contesto regolamentare Anche la cornice normativa è considerevolmente mutata negli ultimi anni. Molte sono state le riforme che hanno investito il mondo delle imprese e soprattutto le banche. Si tratta di una produzione legislativa di fonte europea o nazionale, ma comunque di rilevante impatto sull’organizzazione aziendale: dall’adozione dell’euro al nuovo diritto societario, dalla riforma fiscale – che ha riguardato in special modo le BCC – all ’ i n t roduzione dei nuovi standard contabili internazionali (IAS), da Basilea2 alla revisione cooperativa. Sono riforme che hanno avuto un immediato effetto per gli intermediari nel def i n i re un nuovo terreno di gioco, che sarà a breve ulteriormente precisato attraverso la revisione delle Istruzioni di Vi g ilanza. La Banca d’Italia è infatti in procinto di riconsiderare non solo la re g o l amentazione secondaria per coordinarla con alcuni istituti del nuovo diritto societario, ma anche i principi e i criteri del c o n t rollo prudenziale sulle banche, alla luce delle più importanti riforme che hanno riguardato il settore. L’impatto di normative di così ampia portata, specie sulle piccole banche, e sulle BCC-CR in particolare, poteva ovviamente costituire un forte vincolo allo sviluppo. Rischiava di “distrarre” dal core business. Poteva richiedere costi di adeguamento complessivamente t roppo elevati per banche di piccole dimensioni. 4 Se si considera solo il caso delle BCC, la cifra approssima lo zero. (cfr. P. Ciocca, “Basilea 2 e IAS: più con- c o rrenza, minori rischi”, VIII Convention ABI, 29 novembre 2004). Questa considerazione ci ha spinti ad accelerare l’adozione decisa di politiche “di sistema”. Le strutture associative, con Federcasse in un ruolo di coordinamento e di indirizzo generale, hanno infatti operato in modo da ridurre c o n s i d e revolmente i potenziali impatti negativi di tali importanti riforme, sotto tre punti di vista: quello fiscale, quello societario, quello dei costi di adeguamento. La realtà del Credito Cooperativo: sei anni di crescita Il Testo Unico Bancario del 1993, imp rontato ad una logica di despecializzazione istituzionale, temporale ed operativa, ha dischiuso nuove e maggiori opp o rtunità alle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali, riconoscendone, nel contempo, l’originale identità. L’eliminazione di vincoli stringenti e a n a c ronistici all’operatività e la contemporanea valorizzazione della peculiare identità delle BCC hanno costituito le p remesse del crescente successo e della p ro g ressiva aff e rmazione di merc a t o delle nostre aziende. P roprio mentre le trasformazioni incidevano più profondamente e lo stress competitivo saliva, le Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali hanno presidiato più efficacemente il territorio, hanno acquisito quote di mercato, hanno dimostrato capacità di attrarre nuovi soci, hanno ottenuto un crescente riconoscimento della propria specificità e positivi riscontri sul piano della reputazione. Il presidio territoriale M e n t re il numero di sportelli delle aziende di credito negli ultimi sei anni è cresciuto di circa il 14 per cento, l’aumento registrato dalle BCC-CR ha raggiunto circa il 21 per cento. A settembre 2005 la rete delle nostre banche era costituita da 3.563 sportelli, che rappresentavano una quota dell’11,1 per cento sul totale, cont ro il 10,5 per cento di fine 1999. Il raff o rzamento della rete distributiva, in atto già dagli inizi degli anni novanta, ha determinato una significativa modifica dei connotati strutturali delle nostre aziende. Esse sono oggi lontane dal tradizionale modello a struttura “monocellulare”5 e si presentano come banche a vocazione locale con un ambito terr i t oriale di operatività significativamente più ampio che in passato. Il rafforzamento del presidio territoriale del Credito Cooperativo ha anche contribuito all’aumento della concorrenza mediante l’ingresso delle stesse BCC in aree in cui già operavano altri interm ediari: i Comuni dove le BCC si confro ntano con altre banche rappresentano, a giugno 2005, il 31,7 per cento dei Comuni bancati, mentre all’inizio del periodo considerato il corrispondente dato era di circa il 26 per cento. Le BCC si contraddistinguono ancora, in generale, come banche che operano prevalentemente in centri di minore dimensione6. Ma il confronto con la situazione di sei anni fa mostra un progressivo spostamento della presenza delle BCC in Comuni di dimensioni maggiori. 5 Banche e altri intermediari esteri detengono oggi in Italia una quota del capitale dei primi quattro gru p- pi bancari pari in media al 17 per cento; per i primi dieci gruppi la quota facente capo a operatori esteri è dell’11 per cento. Tale quota è del 7 per cento in Germania, del 3 in Francia, del 2,6 in Spagna. 6 Le BCC-CR monosportello erano 35 a metà del 2005, rispetto alle 62 del 1999. Nel 6,5 per cento dei Comuni italiani, inoltre, le BCC-CR restano l’unica presenza bancaria. L’affermazione di mercato Il Credito Cooperativo ha fatto re g i s t r a re in questo periodo un significativo raff o rzamento della propria posizione competitiva sul versante dell’interm e d i a z i o n e tradizionale, incrementando le quote di m e rcato relative agli impieghi economici (dal 4,5% del 1999 al 6,5% del giugno 2005) ed alla raccolta diretta (dal 6,5 all’8,3 per cento). P a rt i c o l a rmente rilevante risulta l’espansione dell’attività di finanziamento. Negli ultimi sei anni, infatti, il tasso di crescita degli impieghi economici delle BCC ha sfiorato il 100%, mentre per l’intero sistema bancario la crescita è stata significativamente più contenuta, pari a c i rca il 36 per cento7. Ad agosto 2005, i p restiti erogati dalle nostre banche avevano raggiunto 80,7 miliardi di euro . Il forte incremento degli impieghi è stato indirizzato in modo part i c o l a re verso il comparto dei finanziamenti a medio-lungo termine, cresciuti del 135,3% tra la fine del ’99 e la fine del 2004 a fronte di un incremento medio di sistema del 70,9 per cento. Si è ampliata anche la platea della clientela servita. I dati relativi all’intermediazione creditizia per settori di attività economica confermano il ruolo di leader di mercato svolto dalle BCC quali interlocutori del diffuso tessuto delle piccole e medie imprese, soprattutto artigiane. A fronte di uno spazio complessivo nel comparto degli impieghi pari al 6,5%, le BCC detengono una quota di mercato superiore al 20% nel credito a favore di imprese artigiane e di circa il 16% nel finanziamento delle a l t re imprese minori (quelle con meno di venti dipendenti8). Ma nel contempo le evidenze degli anni più recenti documentano un significativo sviluppo dell’attività di erogazione di credito a favore di imprese non finanziarie di dimensione mediamente maggiore. Per le BCC, il tasso di incremento percentuale annuo dei finanziamenti9 a tale tipologia di imprese è stato pari al 15,5%, a fronte del 7,9% rilevato per l’intera industria bancaria. Lo sviluppo dell’attività di finanziamento ha tutt’altro che peggiorato la qualità del credito. Nel periodo è nettamente migliorato il rapporto sofferenze-impieghi in tutti i settori e i rami di attività economica. Anche in relazione all’attività di f u n ding, le BCC hanno registrato nell’ultimo quinquennio una dinamica di crescita superiore alla media. La raccolta diretta si è incrementata del 73% per le BCC rispetto al +35% per l’intero sistema bancario. Ad agosto 2005 i depositi delle nostre banche ammontavano a 99,5 miliardi di euro. Sono rimaste, invece, alquanto modeste le quote di mercato delle banche della categoria nella raccolta indiretta (pari all’1,4% a giugno 2005)10. A documentare quello che si può sinteti- 7 Alla fine del 2004, circa il 73% dei Comuni in cui eravamo presenti non superava i 10 mila abitanti (il 50% non superava i 5 mila abitanti). di riferimento: dicembre 1999-dicembre 2004. 9 Alla fine del 1999, le quote di mercato delle BCC nei confronti delle imprese minori e degli artigiani si attestavano, rispettivamente, a circa il 16 e all’11 per cento. 10 Nel periodo giugno 2004-giugno 2005. 8 Periodo camente definire un crescente successo di mercato, le Banche di Credito Cooperativo-Casse Rurali, considerate nel loro insieme come “sistema”, si posizionano – secondo gli ultimi dati disponibili11 – al sesto posto nella graduatoria dei g ruppi bancari italiani per importo dei crediti erogati; sono quarte in base all’ammontaredei debiti verso la clientela o rdinaria e all’utile realizzato nell’eserc izio; terze per patrimonio netto. Prime per numero di sportelli nel nostro Paese e per ritmi di cre s c i t a . La capacità di attrazione La crescita del Credito Cooperativo in questi anni non ha riguardato soltanto i numeri, ma anche le persone, esprimendo un andamento spesso in contro t e ndenza – contro c o rrente, si potrebbe dire – rispetto al resto dell’industria bancaria. In part i c o l a re, nell’ultimo quinquennio il numero dei dipendenti delle banche della categoria è lievitato di circa il 19 per cento, a fronte della diminuzione 11 del 2,5 per cento per la media dell’industria bancaria12. Si è inoltre sensibilmente innalzato il n u m e ro dei soci delle BCC, passato da 557.247 nel 1999 a 749.622 di giugno 2005, con un incremento netto del 34,5%. In questi sei anni anche il numero di clienti delle BCC è cresciuto. In part icolare, quelli affidati sono aumentati complessivamente del 30,4%, rispetto al 27,9% delle altre banche. Il riconoscimento della specificità e la crescita della reputazione La valorizzazione dell’i d e n t i t à e della c o esione, i due cardini essenziali della strategia del Credito Cooperativo in questi anni, hanno incontrato importanti riconoscimenti sul piano oggettivo, della produzione normativa e regolamentare, che ha valorizzato l’identità distintiva delle BCC ed il ruolo svolto dalle strutture associative di categoria, ai vari livelli13. Particolarmente qualificanti sono risul- La sostenuta dinamica del credito erogato, ha determinato il sensibile aumento del rapporto tra impieghi e depositi. L’indicatore, cresciuto di circa 10 punti percentuali nel quinquennio, si attesta per le BCC all’82% (rispetto al 104,9% del sistema). 12 Dati relativi al 2003. 13 Nel periodo dicembre 1999-dicembre 2004. Si ricordino, per accennare soltanto ad alcuni: gli importanti chiarimenti forniti dall’Amministrazione finanziaria in materia di inderogabilità delle clausole mutualistiche, in base ai quali è stato evitato il rischio che, sopprimendo tali clausole, si potesse pro c e d e re alla ripartizione del patrimonio accumulato in esenzione d’imposta; l’abolizione dell’IVA infragruppo; la dichiarazione, sempre da parte dell’Amministrazione finanziaria, del riconoscimento dei requisiti mutualistici necessari per la fruizione delle agevolazioni fiscali, da valutarsi con riferimento alle condizioni “fiscali” poste dall’art. 26 della cosiddetta Legge Basevi (D.Lg CpS n.1577 del 1947). Da non dimenticare è, poi, l’estensione a tutti i settori cooperativi della deducibilità dal reddito d’impresa delle somme ripartite come ristorni ai soci. In relazione alla peculiare attività svolta dalle BCC, inoltre, esse non sono state ricomprese dalla Consob tra gli emittenti di strumenti finanziari diffusi tra il pubblico in misura rilevante e, di conseguenza, esentate dagli “obblighi informativi” previsti dalla normativa in materia. N u m e rose, infine, le misure di riconoscimento delle caratteristiche delle BCC prodotte dalla Banca d’Italia, ad esempio: la revisione dei requisiti per la costituzione di nuove BCC, che ha consentito di selezion a re nuove iniziative con caratteristiche di serietà progettuale e di adeguatezza patrimoniale; la pre v i s i one della possibilità per le nostre banche di assumere partecipazioni in imprese non finanziarie; l’innalzamento del limite massimo dell'attività di finanziamento a medio e lungo termine per le banche con un pa- tati la tutela dell’intrasformabilità delle aziende della categoria, l’inserimento delle BCC tra le “cooperative a mutualità prevalente” operato dal nuovo diritto societario, con quanto ne consegue sul piano fiscale; la possibilità – fort e m e n t e sostenuta dalla Federazione italiana – che le BCC affidino alle Federazioni Locali le funzioni di i n t e rnal audit sulla base di una procedura condivisa e periodicamente sottoposta ad una verifica intern a di efficacia. Sicuramente un successo ed una grande o p p o rtunità è stata l’introduzione nell ’ o rdinamento di settore dell’attività di revisione cooperativa, affidata alle centrali di categoria e, per le BCC, in base ad un accordo con Confcooperative, alle strutture associative di sistema, ovvero Federcasse e le Federazioni Locali. I m p o rtanti riconoscimenti della distintività del modello BCC, anche sotto il profilo organizzativo, sono altri due re c e n t i p rovvedimenti, che documentano quanto la valorizzazione della coesione di sistema sia entrata nella logica dei decisori pubblici. Il primo riguarda un recente pro n u n c i amento dell’Amministrazione Finanziaria. L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 144 del 2005, ha aff e rmato che sono esenti da Iva le prestazioni di servizi svolte nell’ambito di attività ausiliarie all’attività bancaria rese dai consorz i locali, oltre che direttamente alle BCC c o n s o rziate, anche indirettamente alle BCC non aderenti ai consorzi, tramite le Federazioni regionali. Appare un modo molto chiaro di riconoscere l’esistenza del sistema BCC, del suo modo di art icolarsi a più livelli e del vantaggio nel farne parte. Il secondo provvedimento, di notevole impatto e anch’esso molto recente, è la direttiva comunitaria di recepimento della nuova disciplina sui requisiti di capitale, la cosiddetta normativa di Basilea 2. Nel testo approvato prima dal Parlamento Europeo e poi definitivamente dall’Ecofin, viene esplicitamente pre v ista – per livellare il terreno di gioco con gli altri gruppi bancari – la possibilità di r i c o n o s c e rei network cooperativi bancari, e quindi i gruppi orizzontali, retti da re g ole volontariamente stabilite per accord i contrattuali o altre regolamentazioni giuridiche tra le parti che vi part e c i p a n o . La previsione concede a tali network il beneficio (altrimenti appannaggio dei soli g ruppi verticali) della “ponderazione zero” delle esposizioni finanziarie “infrag ruppo”, sempre che – oltre ad una serie di altre condizioni – i soggetti che compongono il network aderiscano ad un medesimo sistema di protezione istituzionale (o di garanzia incrociata) che, attraverso un accordo contrattuale o un accordo di responsabilità legale, garantisca la loro liquidità e la loro solvibilità. Ciò salvaguarda l’autonomia delle banche cooperative locali e non rende indispensabile un processo di integrazione v e rticale e di consolidamento del patrimonio, come avviene, invece, nei gruppi formalizzati. Sono dunque numerosi i segnali in base ai quali si può parlare di c rescente aff e rmazione delle Banche di Credito Cooperativo-Casse Rurali nel trimonio inferiore ai 50 miliardi di lire, dal 20 al 30 per cento della raccolta complessiva, che ha aperto nuovi spazi operativi a molte aziende; il coordinamento della disciplina in tema di cessione di rapporti giuridici con quanto restrittivamente previsto all’art. 36 del Testo Unico Bancario in tema di trasform a z i oni e fusioni eterogenee. mercato, nella considerazione dell’opinione pubblica e dei decisori. Le ragioni della coesione Non è dovuta ad un caso la crescita delle BCC, e non è stato sinonimo di casualità che essa si sia accelerata negli ultimi anni. È stato merito delle stesse BCC, del loro dinamismo, della loro flessibilità, della loro capacità di interpretare le esigenze delle economie e delle comunità locali. È stato un frutto, indiretto, del pro g re ssivo allontanamento dal territorio di altri intermediari. Ma è stato certamente anche merito di una crescita di efficienza delle stru t t u re di sistema. In primo luogo, dunque, le ragioni della coesione sono ragioni di opportunità. E s s e reun “sistema” consente, infatti, a livello di singola azienda, di unire i vantaggi del localismo con quelli della dimensione, usufruendo di economie di costo e di gamma e di poter contare su soluzioni, servizi e prodotti altrimenti non disponibili, neanche sul mercato (un esempio evidente: le operazioni di cartolarizzazione14). Più in generale, a livello di insieme, consente di raggiungere un livello di interlocuzione più alto e più specializzato (con gli enti locali, con le associazioni di rappresentanza e professionali…) e di avere una visibilità come soggetto nazionale piuttosto che esclusivamente come insegna locale. È in virtù del “sistema” che le BCC possono accedere a strumenti di finanza s t r a o rdinaria, lanciare prodotti e serv i z i innovativi, immaginare una politica di 14 È alleanze, contare sulla rappresentanza e la tutela della propria identità diff e rente, disporre di un contratto collettivo di l a v o roproprio e originale. Le ragioni della coesione sono, però, anche di carattere “difensivo”. Sfide operative, organizzative, di mercato sollecitano, infatti, le BCC-CR a ricerc a re risposte che facciano perno sempre più su una rete “di qualità”, che possa contare su meccanismi di coordinamento e di coesione ancora più efficienti ed efficaci. In particolare, tre sembrano gli ambiti meritevoli di una riflessione attenta e riguardano: • l’evoluzione degli assetti economicopatrimoniali delle BCC; • le politiche di espansione territoriale; • la competizione con le altre banche. L’evoluzione degli assetti economico-patrimoniali La forte espansione dei crediti delle Banche di Credito Cooperativo pone almeno due questioni rilevanti: • il controllo del rischio, in considerazione della ricomposizione del port a f o g l i o verso il settore delle imprese non finanziarie (ovvero società di capitali) che assorbono oggi la quota maggiore di impieghi delle BCC (circa il 35%); • il presidio della struttura per scadenze delle poste di bilancio, per evitare ogni possibile criticità. Le altre banche hanno, infatti, già da tempo fatto fronte, in modo significativo, al divario tra l’espansione dei pre s t iti e quella della raccolta cogliendo le op- in virtù del “sistema” del Credito Cooperativo che dal 2002 al 2005, attraverso quattro distinte operazioni di cartolarizzazione – sia di crediti in soff e renza che in bonis – che hanno coinvolto oltre 60 BCC, sono stati collocati sul mercato titoli per oltre 1.400 milioni di euro, con un rating di “tripla A” per le tranche se nior e, quindi, a condizioni singolarmente impensabili. È in virtù del “sistema” che Iccrea Banca e Banca Agrileasing possono approvvigionarsi sui mercati usufruendo di un rating “A”. p o rtunità di diversificazione del f u n d i n g o ff e rte dalla crescita dell’attività sui mercati internazionali dei capitali. Altre risorse sono derivate dal progressivo smobilizzo del portafoglio di valori mobiliari e dalle ingenti operazioni di cart olarizzazione di crediti in soff e renza ed i n bonis, che hanno permesso il re i m p i e g o della liquidità proveniente dalla cessione degli asset, mantenendo, però, la gestione dei rapporti con i propri clienti e t r a s f o rmando margini di interesse in ricavi da servizi. Queste opzioni debbono e s s e re perseguibili sempre più e sempre meglio anche per le BCC. Tutto questo richiede uns i s t e m a, unn e t w o r k che operi c o e rentemente e sinergicamente in tutte le sue componenti per assicurare un adeguato sostegno allo sviluppo dell’intermediazione di ogni singola BCC. I n o l t re, un più efficace utilizzo del “sistema a rete” potrebbe consentire il raggiungimento di superiori economie, dunque una più soddisfacente redditività. Le politiche di espansione territoriale Il Credito Cooperativo non è omogeneamente distribuito su tutto il territorio nazionale. La forte espansione della rete c o m m e rciale realizzatasi nell’ultimo decennio, mentre non ha risolto pienamente tale questione, ha reso più evidente l’aspetto relativo alla sovrapposizione nel medesimo territorio tra le nostre aziende. Nel contempo, cresce la p resenza di concorrenti sulle aree di insediamento delle nostre banche, so- prattutto attraverso l’apertura di nuove filiali, aumentate di circa 3 mila unità ( o v v e rodel 42%) dal 1999 al 2004. Tale situazione spinge a porsi alcuni quesiti, sotto il profilo strategico, chiedendosi se da un punto di vista complessivo, gli assetti territoriali delle BCC determinano una copertura ottimale del mercato. La competizione con le altre banche Il processo di concentrazione dell’industria bancaria, part i c o l a rmente intenso negli ultimi anni, ha certamente concesso alle BCC un periodo di relativa “tregua” concorrenziale, lasciando peraltro liberi degli spazi di mercato per quelle banche, come le nostre, che hanno semp re coltivato la relazione e la prossimità come valori e caratteristiche fondanti il loro modo di “fare banca”. Il periodo di tregua è però terminato. La riorganizzazione sta “entrando in produzione”. E la strategia, anche dei grandi g ruppi, pare quella di guardare al terr i t orio e alla dimensione locale con rinnovato interesse. Proprio in questa fase di buoni numeri, buoni bilanci, buoni tre n d, è allora doveroso appro f o n d i re le analisi, porsi domande, form u l a re ipotesi molteplici di risposta, scegliere insieme con convinzione la strada sulla quale p u n t a re col massimo impegno. Esistono, in particolare, alcune insidie sul piano concorrenziale che meritano adeguata attenzione. Dal lato dei servizi alla famiglia, vanno segnalati l’attivismo e l’intraprendenza del BancoPosta15. 15 La relazione della Banca d’Italia del maggio scorso, censendo – ed è la prima volta che accadeva dal do- poguerra – la diminuzione del numero dei conti correnti (che, peraltro, ha penalizzato essenzialmente le banche di maggiore dimensione, mentre ha avvantaggiato quelle piccole e minori), sottolineava che tale flusso si è indirizzato in notevole misura verso il BancoPosta, il quale, secondo gli ultimi dati disponibili, a v rebbe raggiunto i 4,4 milioni di conti ed accresciuto in un anno il fatturato del 12 per cento. Dal lato dei servizi alle imprese, occorre s o t t o l i n e a rel’interesse, che appare ravvivato, da parte degli intermediari di maggiori dimensioni nei confronti delle cosiddette PMI e della realtà dei distre tti. Ciò si sta realizzando non tanto attraverso la tradizionale off e rta di credito, quanto, soprattutto, attraverso formule più evolute (bond di distretto, stru m e n t i di copertura, supporto all’attività di mer ger and acquisition, all’intern a z i o n a l i z z azione, all’accesso ai mercati finanziari con equity ecc…), in corrispondenza di strategie che pongono al centro la dimensione territoriale16. Sul piano del complessivo posizionamento, è da considerarsi un’insidia la scelta dei principali gruppi bancari nazionali di investire cospicue energie intellettuali e risorse economiche per presentarsi come banche di re l a z i o n e,territorio concettuale e vocazione caratteristici e specifici delle BCC-CR. Un’insidia, infine, può derivare dall’attenzione – non sempre sincera e disinteressata – sul modello imprenditoriale cooperativo conseguente alle note vicende di cronaca, concentratesi nella seconda metà del 2005. Insomma, non è possibile accontentarsi del presente e limitarsi a considerare l’attuale positiva situazione delle BCC, senza valutare l’orizzonte più ampio e porsi alcuni fondamentali quesiti, quali: • cosa sarà, cosa dovrà e potrà essere, il Credito Cooperativo del 2010 e anche del 2015? • quali ostacoli ci porranno la concorrenza delle altre banche e l’evoluzione della normativa? • quali opportunità dovremmo cogliere dall’apertura dei mercati, dal ruolo crescente delle amministrazioni locali, dalla capacità di accompagnare adeguatamente il dinamismo delle imprese nos t re socie e clienti? Non sono domande alle quali è possibile rinviare una risposta. Il ruolo del comparto imprenditoriale e delle stru t t u re di servizio Il modello organizzativo delle BCC, da sempre, ha amplificato la formula cooperativa, valorizzandone l’accezione interna. Quasi in contemporanea con la nascita delle Casse Rurali si è avvertita l’esigenza di costituire strumenti (di natura associativa ed imprenditoriale) che ne affiancassero e supportassero l’attività. La logica che ha ispirato l’originale architettura organizzativa “di sistema” è stata, in sostanza, da sempre, la sussidiarietà17. Questo principio non contrasta, ma va- 16 In tale logica, vanno lette le dichiarazioni succedutesi negli ultimi anni di esponenti di vertice di alcune grandi banche, che si riportano così come tratte dalla stampa specializzata: “La nostra è la più grande ban ca locale italiana” (L. Majocchi, VDG Unicredito, 23 giugno 2003); “Il mercato del credito vedrà protagoniste le banche nazionali che avranno dimostrato di saper agire come soggetti locali” (C. Passera, AD Banca Intesa, 17 luglio 2004). “Intendiamo aff e rm a re il modello di Banca nazionale dei territori, integrato da una forte competenza e specializzazione per segmenti e prodotti” (A. Iozzo, AD SanPaolo IMI, 26 ottobre 2005); “ S aremo la banca dei distretti” (R. Mazzotta, Presidente Banca Popolare di Milano, novembre 2005). 17 Sussidiarietà, da subsidium aff e rre, port a re aiuto, come dicevano i latini riferendosi al supporto delle t ruppe di riserva a quelle di prima linea, è un concetto antico che coincide con il significato di potere legato sempre ai livelli più bassi e alle dimensioni minori. Ma quando il livello di base non riesce a ragg i u n g e re i propri obiettivi, allora è chiamato ad intervenire il livello più elevato con una azione, appunto, di sussidiarietà. lorizza l’autonomia. Perché autonomia, è sempre bene ricordare, è un concetto diverso da autarchia. E infatti nella sussidiarietà vengono riconosciuti, insieme, l’autonomia e la cooperazione. Di essa c’è part i c o l a rebisogno oggi, nel contesto competitivo descritto, almeno per tre ragioni. In quanto la “complementarietà di sistema”: • consente al localismo di essere eff iciente; • agevola l’introduzione di innovazioni di processo e di prodotto anche in aziende di dimensioni contenute; • concretizza la capacità di relazione ad un livello territoriale più ampio. È grazie all’esistenza del “sistema” che le Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali realizzano economie di costo, ma anche di specializzazione e di gamma. È ancora grazie al “sistema” che si possono mettere in campo iniziative che, per ragioni legate all’onerosità degli investimenti o alle competenze richieste, difficilmente una piccola imp resa bancaria potrebbe realizzare “in p roprio”. È sempre grazie al “sistema” che una banca del territorio, insieme ad altre BCC del territorio e con il supporto tecnico-finanziario delle strutture di categoria, può diventare p a rtner degli enti locali o entrare nel capitale della finanziaria regionale. In una parola, è grazie al “sistema” che le nostre aziende possono contare sulla parificazione del terreno competitivo rispetto agli altri intermediari, soprattutto di maggiori dimensioni. Ma qual è, nello specifico, ci si potrebbe d o m a n d a re, il valore della sussidiarietà i n t e rna, in uno scenario di mercato nel quale è alto il numero dei fornitori e ricco il ventaglio di quelli specializzati? Ebbene, quale che sia la scelta tra m a k e or b u y, ovvero sia che si offrano risposte “fabbricandole”, sia che si acquistino all’esterno per veicolarle all’interno, la sussidiarietà “di sistema” ha quattro indubbi vantaggi: • consente la personalizzazione delle soluzioni sulla propria peculiarità; • minimizza i rischi concorrenziali; • in caso di b u y, permette di spuntare condizioni di costo più favorevoli (si garantiscono maggiori volumi e dunque si ottengono maggiori vantaggi); • consente di chiudere il circuito del valore all’interno, non disperd e n d o l o . Proprio in ragione di tali considerazioni, esiste oggi una nuova, e maggiore, responsabilità del “sistema” nel suo complesso nell’assicurare alle BCC-CR un supporto efficace ed efficiente che consenta ad ogni azienda di avere gli strumenti per essere leader nel proprio mercato e favorire lo sviluppo del territorio. Una responsabilità ancora più immediata nel caso del versante imprenditoriale, la cui funzione di abilitazione ad operare “alla pari” con le alt re banche sui fronti più innovativi è evidente. Una strategia e una prassi “controcorrente”. Le logiche dei sistemi a rete Passaggio non irrilevante, considerando l’obiettivo del miglioramento della qualità della rete del Credito Cooperativo, è il confronto con le altre reti e l’analisi dei meccanismi che assicurano l’efficacia e l’efficienza dei n e t w o r k, in senso anche teorico. Una rete di imprese è costituita da realtà che mantengono la propria autonomia, ma cooperano e competono valorizzan- do i tratti e gli obiettivi comuni, condividendo investimenti e rischi. Le reti hanno due caratteristiche rilevanti18: tendono ad accre s c e recontinuamente il loro bacino di utenza, trascinate da quelle economie che, ad ogni nuovo utente, aumentano l’utilità (e quindi il valore) per tutti i suoi utenti pre c e d e nti; sono uno strumento organizzativo di successo per aff rontare la complessità. Nell’epoca dell’economia della conoscenza, in cui il valore delle componenti immateriali è determinante, risulta infatti vincente non chi è grande o piccolo, ma chi riesce ad impiegare cre a t i v a m e nte conoscenze intellettuali e pratiche, relazionali e sociali. Far parte di una rete estesa ed efficiente, ovviamente, rende tale obiettivo più raggiungibile. Non c’è rete senza coordinamento P a rt i c o l a rmente interessante è la g o v e r nance in un sistema a rete, che non si fonda sugli ordinari principi di carattere ger a rchico (nella rete non si danno ordini di servizio), ma su un misto di condivisione e codificazione. La condivisione favorisce il superamento delle diff e renze dei contesti di partenza. Essa costa poco ma ha un limite: genera solitamente un ridotto bacino d’uso. Perciò interviene la codificazione,che, attraverso la definizione di standard “ex ante”, favorisce la conservazione e trasmissione della conoscenza stessa. In ogni rete è indispensabile una funzione di coordinamento che: • regoli l’accesso di nuovi membri, condi- zionandolo al rispetto di certi requisiti iniziali; • renda trasparenti e osservabili i comport a m e n ti tenuti dai singoli adere n t i ; • disciplini le scelte, f a v o rendo la cooperazione o il rispetto di certe regole di competizione, con l’erogazione di incentivi o di sanzioni19. Si tratta, in sostanza, di un ruolo di met a - o rganizzazione, che può essere implicito (auto-organizzazione) o form a l i z z ato, ma che è in ogni caso essenziale per il buon funzionamento della rete. Su queste linee è stata tracciata la rete del Credito Cooperativo. Che ha, e avrà, al centro sempre la Banca di Credito Cooperativo. L’attuale rete del Credito Cooperativo Nel 1999 il Credito Cooperativo giunse ad individuareil sistema a rete come una risposta strategica per coniugare mutualità, solidarietà, relazione vitale con il terr itorio, autonomia sostanziale di ciascuna BCC con efficienza, capacità di servizio e di governo del cambiamento. Definimmo il sistema a rete del Cre d i t o Cooperativo: “un sistema c o o rdinato d i autonomie basato su stru t t u re operanti a vari livelli con funzioni distinte ma com plementari tra loro e saldato insieme da regole e meccanismi condivisi e rispettati di indi rizzo strategico e di coordinamento”. Era e resta una nostra definizione originale. Una risposta in grado di consentire lo sviluppo di sinergie di categoria sotto quattro profili: economie di scala; con- 18 Enzo Rullani, “Economia della conoscenza. Creatività e valore nel capitalismo delle reti”. Carocci, 2004. Stesso autore: “La fabbrica dell’immateriale. Pro d u rre valore con la conoscenza”. Il Mulino, 2004. 19 Enzo Rullani, op.cit. tenimento dei costi; sviluppo dei ricavi; fluida circolazione delle informazionidelle risorse-delle tecniche-delle migliori prassi. Una formulazione ancora molto attuale. Di quella definizione, un elemento forse rimasto un po’ “sottotraccia” è quello del coordinamento, che è stato re a l i z z ato essenzialmente in termini “informali”. Come assicurare la piena qualità del “sistema a rete” del Credito Cooperativo? In questi anni il Credito Cooperativo ha lavorato strategicamente in due direzioni: • migliorare la qualità delle singole aziende, perché siano sempre più delle buone banche e, insieme, delle buone cooperative; • migliorare la qualità della rete, di cui ogni BCC-CR è protagonista e parte determinante. Non si tratta di obiettivi che possono ess e re scissi e vissuti separati. La qualità di ogni banca non può pre s c i n d e redalla qualità del s u o sistema. Semplicemente p e rché esso esiste in quanto funzionale e complementare alla BCC. La coesione s e rve all’autonomia, perché essa possa continuare nel tempo. La rete non ingoia, facilita. Non omologa, semmai integra e alimenta la diff erenza. Non soffoca, né limita, semmai p rotegge e previene. Non esistono, in sostanza, dubbi sul “perché” la coesione nel sistema del Credito Cooperativo sia una risposta strategica indispensabile. Allora il quesito che ci dobbiamo porre diventa: coesione, come? Per poter rispondere a questa domanda, o c c o rre tener conto di due convinzioni: la prima è che il sistema a rete davvero consente al radicamento nel territorio di e s s e re efficiente, conservando, al tempo stesso, le proprie specificità, e dunque non può essere una soluzione “alla carta”, da assumere in modo intermittente; la seconda è che la gestione del rapporto con il territorio va tenuta presso ogni singola BCC, perché il patrimonio di conoscenza, relazioni, flessibilità, vivacità che la BCC possiede è una risorsa inimitabile. Come re n d e re, dunque, più eff e ttivo quell’indirizzo strategico comune e quel coordinamento per fare della re t e del Credito Cooperativo sempre più una “ rete di qualità”? C’erano sostanzialmente due strade: la prima, quella di favorire l’evoluzione del n o s t ro modello, per dare un deciso impulso di g o v e rnance e di miglioramento dei meccanismi di indirizzo, coordinamento, comunicazione e contro l l o ; la seconda, quella di c a m b i a re il modello, adottandone uno basato su nuovi strumenti normativi, come il gruppo cooperativo paritetico. Ci siamo orientati, convintamente, sulla soluzione più idonea e più coerente, e quindi sulla prima strada, pervenendo ad una scelta pienamente “cooperativa”: per i suoi contenuti e per il metodo con la quale è stata assunta. Il Credito Cooperativo italiano è stato capace nei suoi 120 anni di vita, di re a l i zz a re importanti innovazioni org a n i z z a t ive: la costituzione di supporti associativi attraverso le Federazioni locali, di un Istituto Centrale di categoria e poi delle due Casse Centrali, di società nell’ambito dei servizi, di società strumentali operative in diversi settori, di un sistema di garanzia assolutamente originale, evolutosi negli anni, e oggi unico e distintivo sia per quanto riguarda la componen- te obbligatoria della tutela dei depositanti, sia per quella volontaria relativa ai portatori di obbligazioni nostri clienti. Tali novità si sono inscritte in un quadro di profonda coerenza con la pro p r i a identità e la tradizione. In questa logica, si pone anche la presente innovazione. L’architettura del progetto. Il fattore portante: l’estensione delle garanzie Dal confronto con la realtà della cooperazione di credito europea, la sua storia recente, la sua evoluzione sul piano organizzativo, emergono alcune evidenze: • la strategia del rafforzamento dell’integrazione per aff ro n t a re le sfide della c o n c o rrenza o situazioni di crisi; • la riaff e rmazione costante dell’autonomia delle banche come valore irrinunciabile; • il raff o rzamento degli istituti centrali per ampliare le opportunità di business; • il rafforzamento dei meccanismi di garanzia e del sistema dei contro l l i . Proprio quest’ultimo fattore è stato il veicolo che ha maggiormente favorito il p rocesso di coesione interna di sistema. Nell’esperienza italiana, dal 1999 ad oggi, la stabilità ha reso possibile l’autonomia e il rafforzamento delle BCC-CR. Un fattore fondamentale di integrazione, che sembra al momento essere in grado di rafforz a re quel modello a “re t e ” che abbiamo disegnato, ma soprattutto di migliorare sia l’efficienza sia la stabilità delle nostre banche, può dunque pass a re attraverso un ulteriore perf e z i o n amento del sistema di garanzie interno al Credito Cooperativo. 20 Siamo di fronte alla possibilità di diseg n a re qualcosa di assolutamente originale nel nostro Paese. Proseguendo nel solco di innovazioni che già hanno permesso al nostro sistema di porsi all’av a n g u a rdia sul terreno della pro s s i m i t à al cliente, come anche della tutela della solvibilità delle singole aziende in una logica di costante raff o rzamento delle diverse componenti della “rete”. Tale avanzamento si realizzerà attraverso l’estensione del Fondo di garanzia degli obbligazionisti (FGO) verso una forma di garanzia incrociata20 d e ll’intero Credito Cooperativo, che vada a complemento delle tutele già previste dal Fondo di Garanzia dei Depositanti (FGD). In altre parole, la garanzia “di sistema”, che viene già accordata a una compagine definita di depositanti e obbligazionisti, verrebbe in questo disegno estesa alla generalità dei clienti creditori delle n o s t re Banche. Questo nuovo schema di garanzie di sistema potrebbe essere denominato Fondo Istituzionale di Protezione della Clientela del Credito Cooperativo, ed avrà l’obiettivo di garantire sempre più la tutela della solvibilità delle banche piuttosto che la protezione di part i c o l ari, specifiche categorie di investitori. Il nuovo Fondo genererà numerosi vantaggi. Sotto un profilo oggettivo e soggettivo. Sul piano oggettivo: • vantaggi di merc a t o (intesi come migliore accesso ai mercati finanziari da parte del C redito Cooperativo in termini di costo della raccolta, potendo contare su r a t i n g più favorevoli); Di garanzia incrociata tout court si può parlare soltanto da parte di quei gruppi o realtà che effettuano il consolidamento dei patrimoni delle singole banche. • vantaggi relazionali e di reputazione (magg i o re competitività e solidità); • vantaggi regolamentari (la possibilità di u t i l i z z a re criteri di vigilanza prudenziali più favorevoli, in relazione a quanto previsto dalla Direttiva di recepimento dell’Accordo sui requisiti di capitale). Una forma più incisiva di meccanismi solidali di protezione della clientela tende a favorire un migliore appre z z a m e n t o da parte del mercato – intendendosi con questo anche le agenzie di rating e i grandi investitori istituzionali – e dunque l’irrobustimento della “finanza di sistema”. Ma può consentire anche un più intenso sviluppo della “finanza di territorio”. In p rospettiva, infatti, anche per concorrere all’aggiudicazione della tesoreria o all’appalto di servizi del piccolo ente non si considererà la dotazione patrimoniale della banca, ma il suo rating. Perm e t t e re ad ogni Banca di Credito Cooperativo e Cassa Rurale di poter spendere il rating del sistema, senza intaccare la capacità decisionale di quell’azienda, rappresenta un vantaggio notevole. In p rospettiva, decisivo. Si tratta di una forma innovativa di solidarietà “orizzontale” e paritetica, che si muove nella logica dell’autentica cooperazione. A questi due vantaggi, si uniscono altri benefici: in primo luogo, quelli derivanti dalla citata direttiva di recepimento dell’Accordo di Basilea 2, ovvero la “ponderazione zero” per le esposizioni creditizie interne ai network bancari cooperativi che libera capitale per sviluppare l’interm ediazione. Ma anche quelli relativi al potenziamento dell’ “esperienza cooperativa” e la salvaguardia dei valori che ne stanno alla base. Sia in termini di maggiore tutela di soci e clienti, sia in una p rospettiva di raff o rzamento di quel “pluralismo economico” che appare un valore da difendere all’interno di un sistema finanziario che si va sempre più concentrando. E non va dimenticato che p ro p o rre – oggi – l’affinamento di “meccanismi di autogoverno” del sistema è una scelta in grado di tutelare le nostre banche da possibili cambiamenti mac roeconomici determinati da politiche sovra-nazionali. È possibile, inoltre, leggere i vantaggi che derivano dalla costituzione del nuovo Fondo anche sotto il profilo dei diversi soggetti coinvolti. Consideriamone tre, essenziali: i soci-clienti; le BCC in quanto aziende autonome; il sistema nel suo complesso. Per i soci e clienti il vantaggio generale è il miglioramento della qualità e della convenienza dei prodotti e dei servizi loro destinati. Per le BCC, in quanto cooperative mutualistiche, il vantaggio generale è re nd e re la BCC stessa ancora più stabile e ancora più solida (buona banca), ancora più coerente (buona cooperativa), ancora più competitiva (le “tre B” della buona banca-buona cooperativa-buona rete). Per il sistema, il vantaggio generale è il miglioramento della rete, in termini di economicità ed efficienza. Questo meccanismo consentirà ad ogni banca di ess e re considerata davvero, non soltanto in termini virtuali, ma questa volta reali, come parte di un sistema. La singola BCC-CR, anche la più piccola, potrà mettere in campo davvero non soltanto la sua forza, ma quella di tutte le altre banche della categoria. Con benefici evidenti in termini di accreditamento e re p u t azione. Con benefici economici tangibili. È un passaggio culturale e strategico d a v v e roimportante. Le BCC-CR risulteranno, tutte, realtà più solide. La proposta in oggetto costituisce dun- que un passaggio di grandissima port ata sul piano culturale e su quello pratico. Il Credito Cooperativo sarà un “sistema a rete” in termini oggettivi. Sulla base di un contratto. Senza che venga violata l’autonomia d’impresa di ciascuna BCC. Si tratta, appunto, di uno “sviluppo nella continuità”. Il progetto è innovativo perché razionalizza i flussi finanziari all’interno del sistema, favorendo una più efficiente allocazione delle risorse, offre ndo risposte concrete ed efficaci alle esigenze delle BCC-CR. Le scelte strategiche e l’attività di tutti i giorni non sono più limitate dalle risorse possedute direttamente, ma possono essere alimentate e nutrite da risorse esterne, possedute insieme ad altre BCC o da aggre g azioni di BCC. È innovativo perché re c e p isce le migliori prassi dei sistemi cooperativi a livello europeo organizzati a net work21. Si diff e renzia da modelli altern ativi di “garanzia incrociata”, quali quello olandese della Rabobank e quello francese del Crédit Mutuel e del Crédit Agricole nelle loro articolazioni regionali, che prevedono la piena disponibilità delle risorse patrimoniali delle banche per far fronte agli impegni verso tutti i c reditori. In questo caso non è così. È p revisto, infatti, un limite preciso nell’impegno, un ben definito e determinato tetto, a tutela della stabilità delle banche e della solidità del Fondo di Pro t ezione. E forme di “regionalizzazione” – correlando rischi, impegni ed interv e n t i – sulla scorta di quanto già sperimentato con il Fondo di Garanzia dei Depositanti. Anche per tale ragione, si può sostenere che il Fondo vale molto più di quanto costa. L’ampliamento dei meccanismi di garanzia “di sistema” si presenta, però, anche come un’iniziativa coerente con la storia delle Banche di Credito Cooperativo che, fin dal 1978, ben prima che una normativa lo rendesse obbligatorio per tutti gli intermediari, hanno dato attuazione ai principi fondanti della cooperazione, solidarietà e sussidiarietà “inventando” un sistema di garanzia e di pro t ezione, il Fondo Centrale di Garanzia, unico ed originale. Il Fondo Istituzionale di Protezione della Cliente la si inserisce in questo filone. Si inquadra nella capacità di darsi una auto-regolamentazione in grado di pro m u o v e re sviluppo. In una logica pienamente cooperativa. I fattori sinergici: outsourcing - marchio f o rmazione Se l’estensione delle garanzie costituisce il “fattore strategico” del progetto, altri elementi possono essere considerati “sinergici” al disegno della complessiva qualificazione della rete del Credito Cooperativo. Tali fattori sono: • l’ulteriore sviluppo del processo di e s t e rnalizzazione di sistema (o u t s o u rc i n g di categoria); • l’evoluzione del nostro marchio come un marchio (e quindi una marca) di qualità, o meglio delle qualità (che sono molteplici); • il puntare sulla formazione identitaria come momento di condivisione della nostra cultura distintiva, e quindi veicolo di coesione. 21 In part i c o l a reci si riferisce all’esperienza tedesca, nella quale esiste un rating “di sistema” (A+) attribui- to all’Istituto centrale come alle singole cooperative di credito locali. Il rafforzamento dell’esternalizzazione di sistema In questi ultimi anni, le scelte di estern alizzazione, storicamente consolidate nel n o s t romondo, si sono indirizzate pre v alentemente verso stru t t u re della categoria22. Esiste, comunque, ancora un cons i d e revole numero di attività potenzialmente esternalizzabili, che perm a n g o n o nelle banche. È dunque possibile rafforzare questo p rocesso, ottenendo il vantaggio di all e g g e r i re le BCC da costi di gestione accentrabili a livello territoriale, di conseg u i re quindi economie di scala, ma anche altri vantaggi, perfezionando ulteriormente il momento della relazione con la clientela e la ricerca dell’eccellenza nella fornitura di prodotti e servizi. Questo processo può inoltre tro v a re oggi, nell’anticipato pronunciamento della Agenzia delle Entrate in materia di IVA infragruppo, un ulteriore impulso. Il potenziamento delle politiche di o u t sourcing potrà consentire di cogliere nuove opportunità. In particolare: • il rafforzamento della specializzazione; • il costante confronto col mercato; • un più efficiente coordinamento tra le strutture esistenti; • l’adeguamento delle politiche di o u t sourcing ai cambiamenti tecnologici. O c c o rrerà dunque potenziare questo processo, razionalizzando quanto già realizzato. In particolare, sarebbe opportuno prevedere un sempre più eff iciente coordinamento tra le strutture. Non con l’obiettivo di cre a re mega-con- s o rzi, ma con quello di garantire davvero la costante ricerca dell’efficienza e dell’eccellenza. L’ulteriore affermazione del marchio Il marchio, o meglio la marca, in un’azienda svolge almeno tre funzioni essenziali: • assicura la continuità storica dell’imp resa, ne racconta il passato e la tradizione; • distingue quell’impresa dalle altre presenti nel mercato e la rende unica; • evoca un universo di valori ed emozioni riferibili a quella azienda. Anche in relazione alle iniziative di comunicazione “di sistema” intraprese, la m a rca del Credito Cooperativo, nelle sue tre diverse declinazioni e simbologie, ha ottenuto una pro g ressiva visibilità, un crescente accreditamento ed un generale riconoscimento. La nostra realtà, documentano ricerche indipendenti, è percepita come “affidabile”, “che merita fiducia”, “che offre sicure z z a ” . Autorevoli conferme derivano da altre indagini, ed è un dato recentissimo, secondo le quali la marca BCC è posizionata molto in alto nella graduatoria della soddisfazione, anche rispetto ad altri autorevoli concorrenti, per elementi oggettivi quali: il rapporto costi-benefici, l’innovatività, l’attenzione al cliente. Questo dato, espresso dal mercato retail, emerge ancora più rafforzato nel segmento delle imprese. L’evoluzione e la sfida da cogliere è ora 22 Indagine SeF Consulting sulla “Ricognizione dello stato del processo di esternalizzazione”, giugno-set- t e m b re 2005. Da tale analisi, le motivazioni dell’o u t s o u rcing fanno prevalentemente riferimento al risparmio dei costi ed al voler cogliere ciò che viene considerato una “nuova opportunità del sistema”. Infatti, i volumi di lavoro esternalizzato sono medio-alti e ad un buon livello è il gradimento sui servizi off e rt i . quella non soltanto di proseguire nell’accreditamento della nostra marca e delle sue caratteristiche uniche e distintive, ma di aff e rmarla, anche agli occhi dei nostri soci, dei nostri clienti, del pubblico in generale, come “marca di qualità”. O meglio marca d e l l e qualità, le molte qualità che connotano le Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali. La “doppia C” – ma anche il “simbolo clesiano” con le “due C” in Trentino e i “cavallini incrociati” in Alto Adige – debbono sempre più essere espre s s i o n e dell’identità delle nostre banche: aziende cooperative, mutualistiche e del terr itorio. E dell’impegno statutario a “ p ro m u o v e re il miglioramento delle condizioni mora li, culturali ed economiche dei soci e delle comuni tà locali, lo sviluppo della cooperazione e l'educa zione al risparmio e alla previdenza nonché la co esione sociale e la crescita responsabile e sosteni bile del territorio”, come afferma l’articolo 2. Di uno stile di banca “diff e rente”, re a lmente, tangibilmente, “differente”. In questo senso, la marca deve acquisire nei confronti del pubblico una nuova, pregnante, qualificazione, diventando una sorta di “certificazione” dell’impegno ad essere sempre più buone banche, buone cooperative ed imprese inserite efficacemente in una buona rete. È chiaro che non si può trattare di un processo autoreferenziale. Non basta d i c h i a r a reun’identità per interpre t a r l a . Né basta aff e rm a re una volontà, una tensione, verso la piena applicazione di tale identità, se essa non trova concretizzazione in un continuo percorso di valutazione e miglioramento. Qui, allora, si coglie appieno il valore dell’autoregolamentazione che il nostro mondo è in grado di esprimere. Perché il rafforzamento dei meccanismi di garanzia interni costituirà un ausilio per la qualificazione degli assetti economici e gestionali delle nostre banche (la buona banca). La revisione cooperativa forn i r à indicazioni per il rispetto e lo sviluppo dei principi mutualistici e della democrazia economica (la buona cooperativa). E l’ottimizzazione della nostra rete potrà consentire alle banche di far cons e g u i re benefici tangibili ai soci e ai clienti (buona rete). Il valore della formazione identitaria La competitività, la vitalità e lo stesso valore economico delle aziende è dato in buona parte da un tipo di risorse definite intangibili. D ’ a l t ro canto, dopo l’era dell’economia della produzione e quella dei servizi, la nostra è davvero l’epoca dell’economia della conoscenza. Così tra i fattori che p o rtano valore all’impresa, ci sono, tra gli altri, elementi appunto intangibili come il marchio, la comunicazione e la tras p a renza, la cultura organizzativa, le re t i e le alleanze, la reputazione, la capacità di gestire la conoscenza e di innovare . Ciò che è ormai assodato per tutte le imp rese, diventa part i c o l a rmente strategico per una realtà complessa come il Credito Cooperativo, che può essere re a lmente ed in modo sempre più incisivo un “sistema” qualificandosi non solo come una rete operativa edo rg a n i z z a t i v a,ma anche come una rete di v a l o r i e di cultura comuni. Evidente è, dunque, il valore della formazione. Essa è il veicolo per garantire la trasmissione e la condivisione della cultura, che è poi quel fattore, pro p r i e t ario, originale e distintivo, che rende le i m p rese uniche ed inimitabili. La cultura aziendale è costituita, infatti, dal patri- monio dei valori, dei principi, della storia, delle norme, dei saperi condivisi all ’ i n t e rno, a cui si fa riferimento per svil u p p a re la strategia dell’impresa, per aggre g a re e motivare le persone, per gestire le relazioni con l’esterno, per valutare le performance. È per tale ragione che vogliamo potenziare l’investimento nella formazione identitaria23 a carattere istituzionale. Siamo infatti convinti che sia necessario c o n o s c e re per potersi ri-conoscere (riconos c e re nel duplice significato di “conos c e redi nuovo” e di “appart e n e re”). Da ciò deriva la possibilità di farsi riconoscere all’esterno per le proprie strategie, le p roprie scelte ed i propri comport a m e nti, come soggetti unici e distintivi. In ragione di questa consapevolezza, in ogni nostro Consiglio di Amministrazione potrebbe essere attribuita una specifica delega ad un consigliere: perché la f o rmazione identitaria abbia un reale e costante impulso nell’impre s a . La Carta della Coesione per promuovere coesione e sviluppo Favorire lo sviluppo del “sistema a rete” del Credito Cooperativo attraverso meccanismi che garantiscano l’autonomia delle singole banche e contemporaneamente una più forte coesione complessiva. Questo è il disegno. Perché le BCCCR possano continuare ad adempiere alla loro missione e a dare spessore alla l o ro identità diff e rente. A promuovere coesione sociale e sviluppo delle comunità locali. Ad impegnarsi per il miglio- ramento del territorio, per la creazione di benessere che è qualcosa di più ampio della ricchezza, e riguarda la qualità della vita delle persone. Perché possano continuare a lavorare per costru i re il bene comune e lo sviluppo sostenibile. Le ragioni per aderire al progetto pro p osto sono molte e su diversi piani. Sono di carattere strutturale, strategico e di m e rcato. Sono valutazioni di opport u n ità e di convenienza. Provo a riassumerle: • la rete è un fattore competitivo: aiuta le piccole imprese e le piccole banche ad affro n t a re i cambiamenti di mercato, livellando il terreno del confronto, anche con le banche più grandi; • va nella direzione dell’Europa: la regolamentazione europea (in part i c o l a re Basilea 2) valorizza il “sistema” delle Banche cooperative, proprio riconoscendone il valore peculiare; • facilita la “finanza di sistema” e quella di ter ritorio; • consente di qualificare il monitoraggio, e dun que di migliorare gli assetti: il controllo è occasione di miglioramento continuo; • i vantaggi superano di gran lunga i costi: e i vantaggi sono di tipo diretto e indiretto. Per le singole BCC-CR e per il Credito Cooperativo nel suo insieme; • infine, è una risposta “contro c o rrente”, ma è anche una risposta c o e rente con la nostra storia e la nostra tradizione. Si basa su principi di cooperazione, solidarietà e sussidiarietà che hanno contraddistinto la nostra formula fin dalle sue origini. L’adesione è volontaria. Il sistema è pro p osto e non imposto. 23 Per tale ragione, e non a caso, nel contratto di apprendistato del Credito Cooperativo recentemente si- glato non è stato previsto soltanto un più consistente investimento nella formazione dei collaboratori, ma uno specifico investimento sulla identità peculiare delle BCC. S t rumento di riferimento per la gestione del disegno presentato potrebbe allora e s s e reuna C a rta della Coesione del Credito Cooperativo, una cornice valoriale che fissi i principi che orientino gli accordi collaborativi tra BCC-CR e altri soggetti del “sistema”. Tali accordi saranno poi compendiati in un Protocollo di coesione, che sarà il frutto dell’ampio confronto e della condivisione al nostro interno, nel quale forn i re misure regolamentari di attuazione del disegno. La C a rta della Coesione è, dunque, in un c e rto senso la logica prosecuzione della Carta dei Valori che il Credito Cooperativo adottò nel 1999 in occasione del Convegno nazionale di Riva del Gard a . È una tavola di princìpi che guidano le scelte di evoluzione del modo di fare sistema e che garantiscono la coerenza nel tempo e la continuità nello sviluppo. Una sorta di piccolo faro che illumina i passi. La piattaforma valoriale della comunità delle cooperative e delle comunità delle BCC. Conclusioni La finanza cooperativa mutualistica è nata per “pro m u o v e re”. “Promuovere il miglioramento delle condizioni morali ed economiche dei soci e delle comunità locali” è l’obiettivo da sempre scritto nei nostri statuti. Nell’Ottocento, come oggi. “Pro m u o v e re” significa anche mettere in moto. E le Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali, in oltre 120 anni di vita, hanno effettivamente messo in moto: e n e rgie, speranze, realizzazioni. Hanno stimolato l’auto-organizzazione e la capacità di intraprendere. L’azione e non l’attesa. La possibilità di cambiare le situazioni, per migliorarle. Dando cre d i t o . Dando fiducia. Dando strumenti. Le nostre banche hanno generato valore e coltivato il terreno perché valori come la partecipazione, l’attenzione alla persona, la coesione, potessero cre s c e rea loro volta. Soltanto per citare due numeri: abbiamo stimato con una nostra metodologia “proprietaria” il vantaggio per i nostri soci, i concreti benefici derivanti dall’operarecon la propria banca cooperativa. Si attestano su un miliardo di euro l’anno, il 25% del valore globale lord o p rodotto dal “sistema BCC”. Il secondo dato è la creazione di occupazione: soltanto in termini diretti, le nos t re banche hanno oggi 29 mila collaboratori, il 19% in più di cinque anni fa. Nel resto dell’industria bancaria la tendenza è, come noto, di segno opposto. Abbiamo promosso non solo crescita, e non solo la nostra crescita, ma sviluppo. I due termini non sono sinonimi. Perché nel secondo concetto ci sono qualità che il primo non compre n d e . Sviluppo etimologicamente vuol dire “ u s c i redal viluppo” e quindi dispiegare. È questa la nozione di sviluppo alla quale le BCC-CR hanno da sempre cerc a t o di concorre re. Perché non può esistere sviluppo senza coesione. E quindi senza partecipazione. Ci hanno attribuito il merito di essere palestre di democrazia economica e luoghi in cui eserc i t a re c o n c retamente il coinvolgimento. Le BCC hanno favorito l’inclusione economica, che diventa poi sociale e civile, sia con riferimento ai soggetti (numerose sono le iniziative rivolte a coloro che sono più a rischio di marginalità: gli immigrati, gli imprenditori che hanno avuto d i fficoltà e che, per essere riammessi nel c i rcuito, si appoggiano a Fondazioni anti-usura, i giovani che avviano piccole i m p rese, le cooperative, ecc.). Ma anche con riferimento ai m e t o d i. In particolare riguardo alla valutazione del merito di c redito. Discern e re chi merita fiducia da chi non la merita non può essere una “tecnologia” delegata unicamente a macchine e a sistemi esperti. Le BCC cercano costantemente di ricordarlo: affidando chi merita e valorizzando la conoscenza diretta che solo una banca d a v v e rodel territorio possiede. Le BCC-CR sentono la responsabilità di f a re banca in modo “bio-logico”, seguendo la logica della vita, accompagnandone le diverse fasi ed esigenze, offrendo soluzioni che si qualifichino non solo in termini di competenza e pro f e ssionalità, ma anche di attenzione a quel benessere poc’anzi citato. Anche le BCC si sentono impegnate nel rilancio dello sviluppo del nostro Paese. P e rché non siamo semplicemente delle banche locali, ma siamo, e sempre più vogliamo essere, delle banche di sviluppo locale. L’esperienza ci dimostra che la cooperazione di credito è una “formula chimica” che può vantare attualità nel tempo e duttilità nello spazio, adattandosi a germ o g l i a ree cre s c e re in contesti evoluti come in altri difficili. La cooperazione di credito può dunque c o n t r i b u i read assicurare la produzione di beni produttivi e di bene comune. Per raggiungere tale obiettivo c’è però bisogno di amplificare e potenziare la capacità di cooperare. Cooperare ha la stessa etimologia di competere, che significa “tendere insieme verso lo stesso obiettivo”. E davvero per noi i due term ini sono sinonimi: per competere è necessario cooperare. Occorre, però, “m i s u r a reil passo” senza arrestarsi, come suggerisce Dante Alighieri. ● DOCUMENTI 110 La cooperazione nel futuro: come riafferm a re valori, ruolo e missione dell’impresa cooperativa Il 1° marzo 2006 si è svolta a Roma, indetta dall’AGCI, moderata dal giornalista Franco Locatelli e introdotta dalla relazione del presidente nazionale dell’Associazione Maurizio Zaffi, una tavola rotonda con questo titolo ambizioso. Pubblichiamo, oltre alla relazione introduttiva, gli interventi dei tre studiosi che vi hanno partecipato INTRODUZIONE di Maurizio Zaffi ingrazio tutti per la presenza e part i c o l a rmente le Rinvito a u t o revoli personalità che hanno accolto il nostro a part e c i p a realla tavola rotonda: il loro apporto son certo ci sarà prezioso per definire i problemi attuali più importanti delle imprese cooperative e la l o ro collocazione nell’odierno contesto socio-economico del Paese. Scopo di questo incontro è infatti t r a t t a realcuni temi fondamentali per il presente e per il futuro dell’intero Movimento cooperativo. Alla vostra attenzione, in primo luogo, voglio pro p o rre la questione del ruolo delle Centrali cooperative in rapporto, da un lato, alla necessità di rispettare l’autonomia dei sodalizi aderenti e, dall’altro, al cosiddetto “processo di affrancamento” delle stesse dai legami partitici, di cui negli ultimi tempi si è tanto parlato e scritto. Passerò quindi al tema della disciplina e poi della go vernance delle imprese cooperative, ovvero dell’insieme delle loro regole costitutive e di funzionamento, così come ridefinite, in un modo a pare re di molti non sufficiente, dalla recente riforma del Diritto societario, per pro s e g u i re con alcune considerazioni – per noi basilari – sul concetto di “prevalenza”, con particolare riferimento alla mutualità e alle conseguenze in tema di agevolazioni, fiscali e non. Esprimerò poi la nostra posizione circa gli effetti sulla stessa natura dell’impresa cooperativa, prodotti dall’attuale disciplina del socio lavoratore re alizzata con la legge n.142/01, appena corretta dalla legge n.30/03. Da ultimo, completerò il quadro dei punti fondamentali con un breve commento sul regime dei cont rolli, delegati diretti ed esterni, secondo quanto stabilito dal D. lvo n.220/02. Queste alcune tra le più rilevanti questioni individuate per la vita delle cooperative. Il dossier distri- buito comprende schede sintetiche sui punti da affro n t a re per rimettere in carreggiata il cammino del Movimento sulla strada maestra, che è la coerenza con i nostri princìpi e valori di sempre. Questi princìpi e questi valori – e non solo a nostro giudizio – fanno permanere per la cooperazione una funzione fondamentale anche nel mondo dell’economia globale, quali fattori di equilibrio rispetto alle tensioni che ne derivano. Ruolo delle Centrali cooperative e processo di affrancamento P rendo le mosse dai ricorrenti appelli all’obiettivo dell’unità del Movimento cooperativo: gli ultimi, in ordine di tempo, si inseriscono nel clima generale di dibattito e di dialettica, anche accesa, recentemente fioriti intorno alle cooperative, quotidianamente alimentato dai media. L’unità resta un orizzonte comune, ma ritengo fuorviante inseguire tale traguardo in una forma strutturale qualsiasi o ricorrendo a soluzioni artificiose. Onestamente, anche la possibilità di unificare le Centrali – al di là dell’unità dei Movimenti organizzati – ci sembra al momento lontana, atteso il costante manifestarsi di diff e renti concezioni sulla stessa funzione della cooperazione e sul ruolo delle Associazioni rappresentative del Movimento, nonché l’emergere di talune tentazioni di egemonizzazione. Secondo A.G.C.I., ingabbiare il dibattito sulle prospettive delle Centrali cooperative in una ciclica rincorsa all’unità, significa di fatto forn i re messaggi destinati a sviare energie meglio indirizzabili alla soluzione dei problemi di fondo dell’intero Movimento. Dunque, l’unificazione è ancora, ad oggi, solo un orizzonte: e questo non tanto e non solo per la ragione, che spesso viene addotta, del perd u r a re e, anzi, del cristallizzarsi dei diff e renti riferimenti ideologici di ciascuna Centrale. Oggi sono ancora influenti, ma in misura cert amente più limitata rispetto al passato. In certi casi, il rapporto sussiste magari anche per convenienze di ordine, per così dire, “strumentale”, piuttosto che storico-culturale. Tutte le Centrali – Legacoop, Confcooperative, A.G.C.I. a part i redal dopoguerra, U . N . C . I . ancor più recentemente e Unicoop negli ultimissimi tempi – sono nate con un riferimento di tipo ideologico. Confcooperative e poi U.N.C.I. t u t t ora si identificano con il movimento cattolico. Legacoop era formalmente art icolata in tre correnti – comunista, socialista e repubblicana – intese come realtà o rganizzate e rappresentate al suo interno. A.G.C.I. si riconosceva, in prevalenza, nell’area di estrazione laica: repubblicana e socialdemocratica e, in minor misura, socialista e liberale. Infine, Unicoop nasce come emanazione, più o meno diretta, dell’area della destra politica che fa capo ad Alleanza nazionale. Un affievolimento dei legami partitici – dovuto anche al generale appassimento delle ideologie – è indubbio, pur se in misura e con intensità differenti. Per A.G.C.I., l’affrancamento è dipeso, più che da scelte di gruppi dirigenti, dalla modificazione profonda della base associativa, costituita oggi da sodalizi i cui Presidenti e soci, quanto a convinzioni politiche, coprono l’intero spettro dei partiti. Di fatto, ogni Movimento, anche in ragione della sua composizione, è nelle condizioni di aff rontare, con maggiore o minore intensità, il percorso volto a rendersi più autonomo. E può poi sorprendere, ma vi sono fasi in cui la “qualità” del rapporto tra Cooperazione e forze politiche muta indipendentemente o anche in virtù di un maggiore o minore consolidamento del rapporto stesso. Incidentalmente osservo che l’aff r a n c amento, nella nostra esperienza, non ha significato, sul piano pratico, il venir meno dei rapporti con le forze politiche, non foss’altro per il ruolo rilevante che queste svolgono nelle Istituzioni sul piano della legislazione, della pro g r a m m azione e della gestione degli interventi di sostegno e di sviluppo dell’economia e del lavoro, a livello centrale ma, ancor più, a livello periferico. Ma torno all’appassimento dell’influenza dei riferimenti originari: anziché permettere ai Movimenti di converg e re su forme unificanti, ci fa assistere a ulteriori ramificazioni organizzative. Per la Cooperazione, l’ultima, nel 2004, è avvenuta con la nascita della quinta Centrale cooperativa, ma altre erano “germinate”, per così dire, in precedenza. Può sembrare un’anomalia, ma è la realtà che svela tendenze di fondo valide anche per a l t re aree delle organizzazioni pro d u t t ive e sociali. A.G.C.I. è notoriamente portatrice di una visione pluralista del mondo della Cooperazione, perché essa non è riconducibile per storia, cultura ed esperienze ad un unico modello: riteniamo, tuttavia, che il pro l i f e r a re di soggetti oltre le reali esigenze di rappresentanza, indebolisce il ruolo e la forza contrattuale del Movimento stesso. La pluralità dei Movimenti non è causa del minus di potenziale – come qualcuno pretende – nell’elaborazione degli app o rti da off r i re ai tavoli dei confro n t i ( c o n c e rtazione di prima o seconda o altra maniera poco importa) ai fini della sintesi politica, ma produce una debolezza di incisività del Movimento, nonostante esso sia in grado di mettere in campo dati importanti sui risultati delle imprese cooperative per produttività, tassi di crescita numerici e dimensionali, di addetti, etc. Per la Cooperazione italiana, continua quindi a porsi il problema di diventare soggetto attivo e interlocutore qualificato nella programmazione delle politiche governative nazionali, territoriali e comunitarie. Va compiuto ogni sforzo per s u p e r a re gli ostacoli che ci impediscono di pro p o rci in modo univoco e intendiamo lavorare per questo fine, nell’intere sse dei nostri associati. Vale osserv a re però che, ai fini dell’acquisizione della soggettività politica, non è mai stato influente l’istituto del riconoscimento giuridico – risalente alla Basevi – di cui le Centrali italiane sono dotate, diversamente da altre Associazioni di imprese e dalle stesse esperienze cooperative euro p e e . È indispensabile, a nostro giudizio, dare efficacia ai potenziali dei Movimenti: in ciò individuiamo il ruolo prioritario delle Centrali. Condizione indispensabile per poter avviare un colloquio “maturo ” e un confronto costruttivo all’interno dell’intero Movimento – nella prospettiva di perseguire quanto meno la necessaria unità d’azione possibile sui pro b l emi concreti, comuni a tutte le imprese cooperative – è il re c i p roco rispetto tra gli interlocutori, accompagnato dalla pratica convinta del dialogo e del confronto, dalla salvaguardia dell’autonomia di giudizio e dalla difesa dei valori e degli impegni rappresentativi di cui ogni Associazione è portatrice. Ma è essen- ziale la rinunzia a pretese di esclusività. Infatti, il ricordo delle diff e renti origini delle Centrali, non ci deve impedire di p o rre in primo piano soprattutto la diversa composizione delle rispettive basi associative: inevitabilmente, influisce sugli orientamenti e sulle propensioni strategiche. Intendo qui riferirmi, in modo part i c o l a re, alla struttura dimensionale, organizzativa e in qualche modo settoriale dei sodalizi associati alle diverse Centrali. Legacoop, vede la presenza di un gran n u m e rodi aziende di notevoli dimensioni. Confcooperative conta, tra le sue a d e renti, importanti consorzi o comunque aggregazioni organiche consolidate e la maggior parte delle BCC italiane. A.G.C.I., invece, vanta una base associativa più minuta e, per così dire, “polverizzata”, che è costituita da un minor num e ro di imprese medio-grandi, accanto ad una grandissima quantità di piccole realtà, con bassi livelli di capitalizzazione e di patrimonializzazione: sono quelle maggiormente a rischio in un mercato globalizzato in cui la concorrenza risulta s e m p re più accentuata. Nel suo complesso, è però l’intero Movimento cooperativo a essere composto in prevalenza di piccole e piccolissime i m p rese, abbastanza conforme alla re a ltà del tessuto produttivo nazionale. Stando così le cose, come costituire allora quella “massa critica” indispensabile per poter incidere in qualche misura sulle scelte politiche che coinvolgono il mondo della Cooperazione? Come e con chi è possibile un re c u p e rodella capacità d’iniziativa del Movimento? Bisogna che ce lo diciamo, il censimento recentemente condotto sulla base del n u m e ro di iscrizioni al nuovo Albo delle Società cooperative ci consegna un dato significativo: le cooperative, aderenti e non aderenti alle Centrali, sono in totale 70/80.000. Si consideri, solo per fare un esempio, che Confartigianato riunisce o l t re1.300.000 aziende. Se, per le cooperative che rappre s e n t i amo, i problemi concreti, le loro soluzioni e le conseguenti strategie di org a n i z z azione sono – come realmente sono – vicinissimi a quelli di altre categorie di imp rese (artigiani, agricoltori, piccoli comm e rcianti, etc.), allora sembra coere n t e p re n d e reseriamente in considerazione l’ipotesi di realizzare – come Movimento – alleanze anche “all’esterno”, con le rappresentanze di dette categorie, nell’intento di costituire quella “massa critica”, di cui sopra dicevo, che può davvero determinare un’influenza reale nei r a p p o rti con i Governi centrali e locali. In coerenza con quanto espresso, AGCI è ben disponibile per l’elaborazione, all ’ i n t e rnodel Movimento cooperativo, di p i a t t a f o rmecomuni relative ai pro b l e m i di fondo e, nel contempo, ha già avviato e intende intensificare rapporti con le Associazioni delle imprese artigianali, agricole, commerciali, del terziario, della piccola e media industria, etc.. Di fatto, A.G.C.I., o l t re a 5.500 sodalizi cooperativi, già associa, con affiliate circa 25.000 aziende, diverse Associazioni di secondo grado di imprese individuali o di società di persone e di capitali n o n cooperative, di dimensioni medio-piccole che mi piace ricord a re (A.I.C., A.m.p.i., C.i.c.a.s., F.agr.i., Fe.n.a.p.i, U.c.i., Unimp resa). Queste imprese sono attive nell’ambito dell’artigianato, della produzione manifatturiera e agricola e, più in generale, nel terziario avanzato: il rapporto con esse, si rivela già molto promettente sul piano dei risultati, ed è part i c o l a rmente importante per le politiche aziendali in tema di innovazione e di integrazione operativa. Tutto questo ovviamente comporterà un ripensamento delle metodologie dell’interlocuzione istituzionale – specie in considerazione del fatto che il decentramento politico-amministrativo in atto recherà una moltiplicazione dei riferimenti istituzionali, A.G.C.I. rafforzerà la p ropria azione nei territori – ma, ancor più a monte, avvierà una revisione delle strategie e delle politicheorg a n i z z a t i v e , per sostenere nel migliore dei modi anche i nuovi associati. Ci si impone di r a p p resentarli al pari di quanto siamo impegnati a fare per il nucleo dei Sodalizi cooperativi, ovvero per il cosiddetto “core” istitutivo e originario. Come strategia di prospettiva, ci proponiamo pertanto di sviluppare capacità progettuali, qualità, professionalità e quantità dei servizi alle aziende, affinché esse possano competere anche su altri piani oltre a quello dei costi. Dobbiamo approntare idonei strumenti – tra cui quelli per garantire l’accesso al cre d i t o , in vista della piena applicazione degli a c c o rdi di Basilea 2, come banche da cos t i t u i reo acquisire o come istituti di garanzia, ecc. – e metodi di gestione per elevare il grado di imprenditorialità delle imprese cooperative (salvaguard a ndone al contempo le specificità) e pure , a questo punto, delle realtà non cooperative come, in genere, delle org a n i z z azioni produttive non profit, con attività, problemi e difficoltà analoghi a quelle dei sodalizi cooperativi. Nello scenario di prospettiva che non vede particolari spunti di arresto del declino del nostro sistema economico produttivo, abbiamo scelto di dedicare ogni s f o rzo per avviare concretamente il processo – soprattutto culturale – per por- t a re i nostri aderenti alla consapevolezza di essere e di comportarsi come imp rese e far assumere ad A.G.C.I. la qualità di efficiente Associazione di imprese, capace in primis di individuare i fabbisogni delle associate per allestire e re n d e rne idonei i servizi e gli strumenti per farvi fronte. Il tutto sempre restando leali alla missione, ai nostri valori e agli interessi delle imprese associate, per conc o rrere così allo sviluppo della competitività del sistema Paese, nei contesti all a rgati del mondo globalizzato. La Riforma del Diritto societario: g o v e rnance cooperativa, grado di mutualità, fiscalità I temi della disciplina della Società cooperativa e della “governance”, come il tema della mutualità con le connesse norme sostanziali e procedurali relative alla p revalenza, vanno certamente riferiti alla Riforma del Diritto societario. La Riforma era dovuta e attesa perché si potesse non solo ammodern a re il sistema n o rmativo, ma anche porre a disposizione del sistema produttivo una disciplina moderna al passo con l’urgenza di costruire un contesto da caratterizzare con potenziali più dinamici per porci all’altezza dei mercati globalizzati. Dopo 60 anni, qualunque sia il pro d o tto, la Riforma del Diritto societario si imponeva e oggi la assumiamo come un dato di fatto. Nonostante diverse perplessità, più volte da noi – e non solo da noi – manifestate in altri momenti e in altre sedi, il giudizio sulla recente Riforma è complessivamente positivo. Il merito principale della nuova disciplina è aver ricondotto all’unità l’istituto della società cooperativa, che la legge di delega aveva invece messo in discussione. Sta però di fatto che le soluzioni individuate dal legislatore hanno seguito la vecchia strada del Codice Civile del 1942: sancita la disciplina generale per le Società di profitto è stata pre v i s t a l’applicazione analogica per le impre s e cooperative, così assimilate alle prime per numerosi, importanti aspetti. Vi sono certamente elementi di coere nza nella nuova disciplina con gli obiettivi essenziali giustamente perseguiti anche per le cooperative. Sono, con tutta evidenza, principalmente i seguenti: • consentire la crescita dei potenziali p roduttivi ed economici, fondamentali per lo sviluppo e per il consolidamento aziendale, in modo dinamico e per incidere sul grado di competitività; • re s p o n s a b i l i z z a reiportatori del capitale di rischio quindi i soci e, in generale, gli stakeholders (dai fornitori ai lavoratori dipendenti, dagli investitori alle Istituzioni nazionali e locali) alla part e c i p azione e al contro l l o . Più di qualche dubbio sul grado di fru ibilità per le imprese cooperative delle f o rme previste dalle normative, quanto ad assetti alternativi degli org a n i s m i statutari e per il controllo interno ed e s t e rno,pure è lecito. Ma è condivisibile totalmente il favor dato dalla Riforma alla larga autonomia delle compagini sociali per molte aree decisive della vita e gestione aziendale. Non siamo però d’accordo con chi sostiene che, per il momento, non è proprio il caso di aff rontare qualsiasi ipotesi di correzione, di interpretazione o di rettifica, solo per il fatto che le nuove n o rme sono in una fase “sperimentale”. È vero il rischio che, solo a parlarne, si possa aprire una fase di incertezza normativa che la Riforma avrebbe testé chiuso, ma noi riteniamo che le incert e zze normative siano un fatto già concreto. P robabilmente, quando si farà un ris c o n t rocon la realtà, si constaterà che: • l’applicazione per analogia della forma SpA, in mancanza di previsione statutaria difforme, sarà dovuta più a scelte non meditate o non informate da parte di molte attuali Scrl, convinte invece di rim a n e re tali; • anche quando sia stata prevista statutariamente l’applicabilità per analogia della normativa sulle Srl, si potrà verificare che le compagini interessate si trovino di fronte a qualche evenienza imprevista nel ricorre re al credito tramite s t rumenti finanziari, dovendosi appellare solo a investitori istituzionali e non potendo fare ricorso al libero merc a t o ; • la possibilità di ricorre re a modelli di articolazione dei poteri decisionali e di controllo diversi dai tradizionali sarà stata, di fatto, raramente presa in considerazione. È nostro convincimento che le parti specifiche per l’impresa cooperativa previste dal Codice Civile innovato debbano essere integrate con un miglior coordinamento con le norme transitorie e di attuazione, nonché con la legislazione settoriale (vi comprendiamo anche la L. 59/92) che poi è ancora quella che incide maggiormente sulla vita dei sodalizi, nella maggior parte legata cronologicamente a scelte del periodo anteriore alla Riforma. A questo riguardo, occorre essere consapevoli che il problema del raccordo si pone già e si porrà in modo ancora più accentuato, con riferimento alle variegate legislazioni regionali coinvolgenti ormai quasi totalmente le attività delle i m p rese cooperative. Restando alla cosiddetta Riforma generale, le difficoltà, già sul piano interpre- tativo, sono piuttosto importanti. Ad esempio occorre un miglior raccord o con alcuni meccanismi procedurali e obbligatori (certificazioni e bilanci s t r a o rdinari) che si innescano nei casi di avvio verso la ora possibile trasformazione “eterologa”, sia volontaria che involontaria, come nell’eventualità della perdita non voluta dei requisiti della prevalenza. Quindi la questione della mutualità prevalente e della sua misura è incisivamente insufficiente nel criterio di tipo quantitativo dettato allo scopo dalla Riforma. Fra l’altro, ci interessa qui dichiararlo la pratica conseguenza per i sodalizi “prevalenti” è l’agevolazione fiscale che alla fine, rispetto alle società “lucrative” che pagano il 33 per cento sul reddito della società, non è poi tanto attraente: sugli avanzi di gestione p rodotti, le cooperative pagano se prevalenti dall’8 al 10 per cento, per le non prevalenti l’aliquota è intorno al 23 per cento. L’interesse alla “prevalenza” nasce però dal fatto che l’evoluzione delle n o rmative regionali porta a re n d e re possibile solo a questo tipo di sodalizi la titolarità di agevolazioni non fiscali cosiddette reali: interventi di sostegno finanziari, di garanzia credito, concessioni di aree, etc. Un punto rilevante che occorre migliorare è poi la questione della governance che, tradotta in termini molto poveri, è il rapp o rto tra soci e management e l’eff e t t i v a partecipazione democratica alle scelte gestionali con l’esercizio del principio “una testa un voto”. Naturalmente la questione governance r i g u a rda tutte le imp rese, non solo le cooperative. Può acc a d e re in queste che i soci abbiano diritti condizionati e aspettative rese più “esigue” sulla base di qualche meccani- smo praticabile, sostanzialmente con effetti analoghi ai patti di sindacato o alle scatole cinesi. Noi abbiamo però nel nostro Dna, cioè in quello della cooperazione vera, criteri per i quali la responsabilità del cosiddetto “m a n a g e m e n t” nelle nostre imprese deve trovare i controlli formali e professionali, non già soltanto sui risultati o sui modi di operare ma, essenzialmente, anche sull’adeguatezza dei ma nagers a costru i re le condizioni per l’effettiva e continua partecipazione dei soci alla vita della loro impresa non solo con la presenza all’assemblea annuale di bilancio. Probabilmente, si impone la necessità di impostare i ragionamenti in modo diverso per le grandi e consolidate imprese cooperative dotate di strutturazione, tecnica e managerialità, di adeguate p rofessionalità, rispetto alla gran part e delle cooperative in cui il processo di dimensionamento, la disponibilità di m a n a g e r s,ma anche di strumenti per l’esercizio del controllo, sono ben lungi dal poter essere presunti come idonei. Per noi più che ridefinire quindi modelli di govern a n c e, occorre ridare alla governan ce un senso coerente ai nostri principi, adottando prassi, criteri di gestione, ma soprattutto criteri di rapporto all’intern o delle aziende, perché la g o v e rn a n c e a s s icuri la trasparenza della gestione anche dal punto di vista dei vincoli di democrazia, di partecipazione e di rendiconto sulla realizzazione dei valori cooperativi. Tutto ciò non ce lo può dare nessuna rif o rma legislativa, ma certamente lo pot remmo re a l i z z a re con la vera part e c i p azione degli amministratori, del m a n a g e ment e dei soci delle diverse categorie. La cooperazione ha le carte in regola per v a n t a re la meritevolezza che gli va rico- nosciuta. Non è tanto l’8 per cento del PIL prodotto oggi dalle imprese cooperative, non è tanto l’aver raddoppiato il n u m e rodei soci – passati da 4 a 8 milioni in 10 anni – non è tanto non aver prodotto (come la grande impresa) espulsioni di categorie dei lavoratori delle nos t re aziende, ma il valore è il complesso delle iniziative che ci hanno visto in prima battuta nei processi di inclusione lavorativa e orientate alla riduzione delle disegualianze. Disciplina del socio lavoratore Continuiamo a sostenere che la relazione fra il socio lavoratore e la propria cooperativa si configura in modo a sé stante e che la soggettività del socio nella cooperativa presenta delle specificità tali da non renderlo assimilabile a nessun’altra figura contrattuale. Infatti, la prestazione di lavoro, nelle imp rese realmente cooperative, viene svolta nell’ambito di società costituite prevalentemente dai lavoratori stessi, allo scopo di svolgere un’attività economica o rganizzata in impresa; in esse, lo scopo mutualistico è tuttora di gran lunga prevalente ed è la stessa causa che, a diff erenza di altre forme societarie, caratterizza il contratto. Vi è l’esigenza di differenziare la disciplina delle prestazioni di lavoro in re l a z i one alle caratteristiche specifiche dell’attività lavorativa nell’ambito della conc reta articolazione e organizzazione della impresa cooperativa, ma continuiamo a ritenere indispensabile la modifica di una legge (la n.142/01, appena corre t t a dalla n.30/03) che rivela rigidità ideologiche e che contiene norme incompatibili con la vita delle vere cooperative: essa ha concluso la pro g ressiva assimila- zione del socio lavoratore al lavoratore dipendente e ciò è esiziale per la form ula cooperativa. Questa è nata, ricord i amocelo sempre, oltre 150 anni fa, sulla base di una scelta niente affatto teorica e cioè “capitale e lavoro nelle stesse mani”, proprio quale soluzione per evitare il conflitto tra i due fattori indispensabili per la produzione, ovvero per la cre a z i one della ricchezza. Questi fattori nella loro sintesi costituiscono il “p l u s”che determina la fort u n a dell’iniziativa economica, svolta in chiave di mutualità e solidarietà, riscontrabile nella esperienza propria di ogni vera cooperativa. Gli obiettivi della L. 142/01 erano e sono s e n z ’ a l t roelogiabili, ma non le soluzioni per raggiungerli. È ben vero che chiunque presti lavoro – nel senso che impieghi energie fisiche e intellettuali – in qualunque contesto delle attività economiche, deve godere di forme di pro t ezione, se non altro dirette a valorizzarlo e a tutelarlo rispetto ad evenienze ed a rischi che potre b b e ro compro m e t t e rne la stessa capacità. Ma, in realtà, le forme sono diverse: lavoro associato, lavoro autonomo, lavoro professionale, lavoro artigiano, lavoro dipendente, ecc., così come lo sono le attività basate sull’app o rto delle persone. Quindi le soluzioni per tutele, o chiamiamole salvaguardie, possono essere legate alla natura delle p restazioni e ai contesti e ai modi in cui le prestazioni personali vengono rese. L’ e rro re è ammettere l’alterità tra socio lavoratore e cooperativa. Ed è poi pre v isione incoerente, se non contraddittoria, che vi possa essere un soggetto terzo, il Sindacato, il quale ha certamente titolo a rappre s e n t a re e tutelare i lavoratori dipendenti anche nell’impresa cooperativa, ma non può proporsi alla stessa co- operativa – se è cooperativa vera – come tutore del socio lavoratore, quando questi esplica la propria responsabilità nella gestione dell’impresa tramite la partecipazione agli organismi societari. La cooperativa è l’impresa in cui il socio mantiene tutte le responsabilità e i rischi, per così dire, del “capitalista” e sul quale incombe il dovere, oltre che la titolarità del diritto, di pre d i s p o rre con lo Statuto, i Regolamenti, ecc., la vera difesa di tutti i suoi diritti: dalla valorizzazione della sua persona, come complesso di attese professionali e di vita, cui si legano anche i destini della propria famiglia, al conseguimento dell’apporto solidale degli altri soci. Sono ben diverse l’ampiezza e la natura degli interessi che vanno tutelati per il socio lavoratore, rispetto alla gamma dei diritti meritevoli di tutela per il lavor a t o re dipendente. Anche la cosiddetta “Riforma Biagi” ha proseguito la tendenza a non dar cre d ito alla cooperazione. Per le cooperative, la certificazione, pur nel dissenso di alcuni interpreti, diviene sempre obbligatoria – non già quindi basata sul concorso delle due parti, come accade per le altre imprese – ma coinvolge, oltre ai rapporti disciplinati con le forme della prima parte della Biagi, anche le pre s t azioni che la cooperativa stessa ha stabilito di disciplinare con il Regolamento interno, mediante il ricorso alla forma del lavoro dipendente. Così si inseriscono elementi di rigidità proprio nelle imprese mutualiste, ove è più elevato e consueto il ricorso all’autodisciplina re g o l a m e n t a re, per decidere ad esempio la distribuzione del lavoro tra i soci in ragione delle commesse e delle richieste del mercato. I problemi che abbiamo posto sono re a- li e richiedono soluzioni innovative: saremmo veramente lieti e pienamente disponibili, se nel Sindacato emergesse la possibilità di considerare, per questo obiettivo, anche la strada di soluzioni rientranti nella validità ricordata dell’autonomia collettiva. C o n t rolli delegati diretti ed estern i Da ultimo, una breve riflessione sulle n o rme vigenti in materia di vigilanza. È noto che tutti gli Enti cooperativi sono soggetti ad un’attività di controllo, risalente alla legge Basevi e affidata per delega alle Centrali cooperative per i propri iscritti, denominata “revisione cooperativa”. Essa è diretta oggi essenzialmente a valutare il grado di mutualità del sodalizio, include anche l’accertamento della consistenza dello stato patrimoniale, la valutazione dei criteri di gestione, etc., e va finalizzata in qualche modo, almeno per noi, al servizio cioè all’assistenza per i problemi dell’impre s a . A.G.C.I. ha positivamente sperimentato da qualche anno, per questa funzione, il criterio di rivolgersi e “abilitare” candidati iscritti o segnalati dagli Ordini professionali (commercialisti, ragionieri, etc.) e di aff i d a rel’incarico di revisione ai p rofessionisti che manifestino reale interesse per il fenomeno “cooperazione”. Ad evitare la posizione “scomoda”, e in alcuni casi “eccepitaci”, o anche semplicemente il sospetto, del “controllorec o n t rollato” nell’impiego dei revisori per la vigilanza ordinaria, A.G.C.I. non ricorre mai a dipendenti delle proprie stru t t u re centrali o periferiche e fa divieto ai membri e dirigenti delle stesse stru t t u re – ancorché non dipendenti – di svolgere incarichi di revisione. Com’è noto, poi, gli Enti cooperativi di m a g g i o re consistenza patrimoniale, economica e finanziaria, oltre alla predetta vigilanza, ma con cadenza annuale, in analogia a quanto previsto per le imprese capitalistiche di maggiori dimensioni, sono assoggettati a certificazio ne di bilancio da parte di Società di revisione iscritte all’Albo speciale di cui all’art. 8 del DPR n. 136/75, ovvero autorizzate dal Ministero delle Attività Produttive, ai sensi della L. n. 39/1966. Queste Società sottoscrivono apposite convenzioni con le Centrali cui le cooperative interessate aderiscono: A.G.C.I. ne ha in essere 35 con altrettante Società di revisione e certificazione, tra le quali anche le più note. Ciò perché A.G.C.I. lascia ai propri associati piena libertà di scelta della Società convenzionata cui rivolgersi e con la quale concludere i contratti di committenza, con la sola riserva della coerenza con le convenzioni sottoscritte dall’Associazione medesima e notificate al Ministero vigilante. Tutto ciò con l’impegno di rispettare le condizioni generali di tariffa, i contenuti prefissati ed il limite massimo dei due mandati. Nessuna di queste Società è dire t t amente promossa da A.G.C.I. A.G.C.I., con le soluzioni anzidette, ritiene di garantire il principio della terzietà nello svolgimento delle funzioni di controllo ed opera costantemente per assicurarn e il rispetto, nella convinzione che detto principio costituisce uno degli elementi che debbono connotare i comportamenti delle Centrali nell’agire cooperativo. Questo principio dovrà tro v a re coere n t e rispondenza anche nelle soluzioni da a d o t t a re per il previsto affidamento alle Centrali riconosciute dei controlli per gli enti cooperativi non aderenti. Concludo questo troppo lungo discorso con una specie di dichiarazione di fede. Al contrario di quanto si possa pensare , e cioè che l’unica forma di impresa sia quella di capitali, in Europa e nel mondo la formula cooperativa – modo del tutto peculiaree diverso di organizzare i fattori produttivi dell’impresa senza fini di luc ro – sta registrando una notevole espansione: infatti essa è ritenuta e avvertita come formula capace di attutire i conflitti sociali e di attenuare i riflessi negativi, in tema di esclusione sociale, che possono derivare dalla globalizzazione dell’economia non govern a t a . UNITÀ DEL MODELLO E NUOVA NORMATIVA di Andrea Zoppini ingrazio innanzi tutto sinceramente il RCome Presidente Zaffi per questo invito. ricordava il dott. Franco Locatelli, tra quanti intervengono sono l’unico ad aver preso parte alla Commissione di Riforma del diritto societario nonché al ristrettissimo gruppo che in Banca Italia poi ha operato l’adeguamento del nuovo diritto societario al credito cooperativo; avendo partecipato a tali gruppi di lavoro, quindi, sono evidentemente la persona meno indicata a dare valutazioni sugli esiti della Riform a . Vo rrei iniziare l’intervento con una riflessione sulle prospettive future di crescita economica del Paese: ritengo che non sia possibile fondare il sistema produttivo italiano esclusivamente sul modello dell’impresa lucrativa; occorre invece meditare su come far pro g re d i reanche le i m p rese mutualistiche e le imprese non profit per avvantaggiare il sistema economico nazionale nel suo complesso. È stato detto che “la diff e renza tra un al- levamento di mucche lucrativo e un allevamento di mucche cooperativo non è legata a come stanno le mucche, ma a come stanno le persone”: questa espre ssione, part i c o l a rmente incisiva, fa comp re n d e re che la società cooperativa re alizza un modello di integrazione economica peculiare fondata sulla centralità della posizione del socio. Ciò, tuttavia, non significa che l’imp resa mutualistica, per funzionare , debba ineluttabilmente essere confinata al “nanismo” o alla gracilità finanziaria, come è dimostrato dalle esperienze di altri ordinamenti. Allo stesso modo, non si può aff e rm a re – come invece è stato fatto con interventi talvolta fortemente disinformati sul mondo della cooperazione che abbiamo letto sui giornali – che nel sistema cooperativo manchino le regole: le recenti vicende finanziarie hanno semmai evidenziato che nel nostro Paese sono le leggi esistenti a non essere state applicate, né ad essere state fatte applicare dalle autorità di vigilanza, Banca d’Italia e Consob. Questo mi pare un dato fondamentale per chiarire il secondo passaggio del mio i n t e rvento, ossia la rilevanza della Riforma del diritto societario nell’economia cooperativa. Gli esiti della riforma del 2003 in realtà vengono da lontano, dalla r i f o rma del 1992, che già aveva segnato un primo approdo, pur senza aver realizzato appieno gli obiettivi; quegli obiettivi che poi sono stati chiaramente indicati dal progetto di legge Mirone, che ha costituito la base per la legge di delega di R i f o rma del diritto societario. Bisogna perciò essenzialmente chiedersi perché sia entrato in crisi il modello di cooperativa Basevi, un modello fondato su un concreta intesa sociale tra Stato e cooperative, che consentiva, da un lato, la defiscalizzazione della tassazione degli utili per le cooperative, e imponeva, dall’altro, ai soci delle cooperative il monachesimo più assoluto, in quanto la s t ruttura patrimoniale della società cooperativa si configurava come una stru ttura del tutto sottratta alla possibilità di appropriazione egoistica da parte dei soci alle cooperative. Il modello Basevi, in ultima analisi, è parso insoddisfacente per due fondamentali ragioni: a) La prima ragione era collegata al fatto che il riconoscimento dei benefici fiscali avveniva indipendentemente dall'eff e ttiva integrazione mutualistica dei soci, in quanto la società di impresa era fiscalmente agevolata a prescindere dal fatto che integrasse concretamente i soci nella propria attività; b) La seconda critica fondamentale che era relativa al fatto che un modello caratterizzato dalla soggettiva inappropriabilità del patrimonio (con l’eccezione del capitale nominale) disincentivava qualsiasi forma di investimento non solo dei soci, ma anche dei soggetti terz i . P e rciò, la riforma del diritto societario ha avuto il pregio di superare questo impasse e dettare modelli alternativi, (i) collegando in maniera evidente il riconoscimento di determinati benefici fiscali ad una effettiva integrazione mutualistica della compagine fiscale e (i i) consentendo forme di capitalizzazione dell’impresa cooperativa, affinché anch’essa, come tutte le altre impre s e , possa vivere nel mercato dei capitali, oltre che nel mercato dei servizi. Perché è evidente che l’impresa cooperativa “pura”, cioè l’impresa cooperativa che opera esclusivamente con i propri soci, è un impresa che, sostanzialmente, è condannata a non esistere nel mercato o, comunque, ad avere un ruolo del tutto marginale sul piano dell’integrazione economica. La Riforma, dunque, ha perseguito l’obiettivo di pre s e rv a re l’unità del modello cooperativo, pur attribuendo una funzione di meritevolezza – anche in termini costituzionali – sia alla cooperativa con una maggiore pro p e nsione al mercato, sia a quella con una m a g g i o repropensione all’integrazione mutualistica. È proprio per questa ragione che guardo con una certa cautela a l l ’ o p p o rtunità di rimettere immediatamente mano alla Riforma appena definita; ma questa è, naturalmente, una valutazione personale. Nel mondo cooperativo si assiste al contrario ad una diffusa reazione di rigetto verso la recente Riforma, in favore di un r i t o rno al radicato modello culturale della società cooperativa cosiddetta Basevi. Su questa falsariga, sono stati emanati i decreti correttivi con cui è stata abrogata la norma che prevedeva il limite di tre mandati consecutivi per la nomina a membro del Consiglio di amministrazione in cooperative che applicano le regole delle S.p.A. (art. 2542). Non posso esimermi dal rilevare che questa disposizione risolveva un pro b l ema specifico della governance cooperativa, a causa dell’evidente rapporto di disparità tra chi, nella cooperativa, esercita la gestione (e, quindi, il governo) in qualità di amministratore e il socio che ha il voto capitario: e proprio tale disparità rischia di generare fenomeni di autoperpetuazione delle classi dirigenti. La norma a b rogata imponeva invece in modo semplice e con costi molto modesti, a tutte le classi dirigenti cooperative di pro g r a mmare il proprio futuro. L’abrogazione del limite citato è stata un erro re . Al contempo, non posso far a meno di ril e v a reche taluni pareri interpretativi del M i n i s t e rodelle Attività produttive e del Ministero delle Finanze denotano una scarsissima comprensione delle novità, in quanto elaborati nel tentativo di cristallizzare il modello della società cooperativa a mutualità prevalente, palese e s p ressione del timore che le società cooperative possano evolvere verso il mondo lucrativo. Con ciò spero di aver implicitamente risposto alla domanda del dott. Locatelli: la ragione per cui ho fatto tradurre il libro di un pro f e s s o re americano, Henry Hansmann, con cui ho studiato a Yale ormai una decina di anni fa, dal titolo La proprietà dell’impre s a, è che esso dimostra chiaramente che non è vero che le società cooperative siano condannate economicamente alla marginalità, ma che, invece, in tutto il mondo le cooperative si aff e rmano in re l azione a peculiarità strutturali del mercato. Esistono infatti ragioni pre c i s e che legano la struttura cooperativa al fatto che nei mercati caratterizzati da elevata ciclicità, da elevata asimmetria i n f o rmativa (i mercati, quindi, che funzionano male), la società cooperativa ha dei vantaggi molto significativi attraverso i quali può competere con le società lucrative. Per questa ragione le società cooperative si aff e rmano nel sett o re del credito, come pure nel settore della grande distribuzione, realizzando f o rme di disintermediazione delle catene produttive e distributive. Per concludere, ritengo che il problema del nostro Paese sia non tanto quello di g e n e r a re continuamente delle nuove regole, quanto piuttosto di riuscire ad applicarle in modo rigoroso, nell’interesse di tutti. LA MUTUALITÀ NELL’ERA GLOBALE di Francesco Capriglione La prospettiva di un “mercato globale” – caratterizzato dal pro g ressivo inten1.sificarsi delle relazioni economiche e politiche tra i diversi Paesi – interagisce sulle modalità operative dei soggetti p resenti nei mercati e segna una decisiva svolta nella definizione delle condizioni strutturali dei medesimi. A fro n t e di tale cambiamento della pre e s i s t e n t e realtà si individua l’esigenza di ricerc a re quale sia, al presente, il ruolo ascrivibile a coloro che, in modalità diverse, hanno concorso e concorrono alla determ i n azione del fenomeno in parola e quale sia l’atteggiamento assunto dal nostro leg i s l a t o recon riguardo alla loro posizione giuridica. La problematica assume specifico rilievo con riferimento alla valutazione dell’attuale validità dello schema org a n i zzativo proprio della società cooperativa che, per le sue caratteristiche stru t t u r a l i e funzionali, può apparire non adeguato alla realizzazione di forme operative che, rispetto al passato, si qualificano per le c rescenti dimensioni, per il mancato radicamento sul territorio, per la capacità dei protagonisti dell’espansione economica globale di spostarsi rapidamente da un luogo all’altro del pianeta, vivendo in quelli che Marc Augè chiama “non luoghi o luoghi anonimi” (cfr. di tale aut o re I non luoghi, Milano, 1996). L’aumento della concorrenza, che è portato della globalizzazione, implica rischi variegati tra i quali rileva soprattutto quello di uno snaturamento dei peculiari profili della tipologia societaria di cui trattasi: si intravedono ostacoli molte- plici nella conservazione di un modello che, alle origini, vede la sua essenza r a ccordarsi alla aff e rmazione di un significativo legame (di natura solidaristica) tra coloro che fanno parte della compagine sociale; legame che dà ragione dei requisiti che, in base al diritto positivo, connotano la sua configurazione (capitale variabile, clausola di gradimento, voto capitarlo). Consegue la necessità di incentrare l’analisi sulle vicende che, nel tempo, hanno interessato la “mutualità”, cui secondo l’opinione unanime della dottrina va ricondotto il fondamento causale della società cooperativa. A tale verifica si deve, poi, aggiungere quella relativa alla identificazione delle modalità con cui è possibile nel presente considerare proponibile il modello cooperativo; e ciò, tenendo conto, da un lato, dell’esigenza, fortemente avvertita in economia, di u n ’ i m p renditorialità dalle grandi dimensioni, dall’altro dell’intervenuta assunzione, da parte di soggetti e org a n ismi di nuova creazione (quale le imprese sociali, le o n l u s e i movimenti di volontariato), delle finalità solidaristiche e sociali riconosciute come tipiche della realtà cooperativa. 2. Alla luce di tale premessa, va subito detto che la gran parte delle società cooperative hanno subito, nel corso dei decenni, profondi mutamenti che hanno per alcune di esse determinato il venir meno dell’e s s e n z a mutualistica. Non a caso, oltre mezzo secolo fa, un illustre studioso, Giuseppe Ferri, riscontrando tale realtà nelle “banche popolari”, aveva modo di pre c i s a recome le medesime della cooperativa avessero “la forma, ma non la sostanza” (cfr. la voce “Banca p o p o l a re”, in Enciclopedia del diritto, vol. V, p.13); con ciò volendo, per l’appunto, sottolineareil loro divario rispetto all’originario favor mutualitatis della categoria. A fronte dell’abbandono della mutualità si rinviene, peraltro, la perdita dei benefici fiscali e la tendenza a logiche espansive sempre più vicine a quelle proprie delle società lucrative. L’aforisma “piccolo è bello”, che nel passato aveva contraddistinto i soggetti appartenenti alla “tipologia” societaria in parola, sembra ormai inadeguata per e s p r i m e re detta formula cooperativa e non più rispondente alla caratterizzazione di ampia parte degli enti che ne assumono la qualifica. Alcuni studiosi nel pre n d e re atto di tale evenienza non pervengono, tuttavia, alla naturale conclusione che dovrebbe s c a t u r i reda tale stato di cose, vale a dire il riconoscimento nell’ambito del g e nus societario in questione di una dicotomia tra i soggetti che perseguono uno scopo mutualistico ed altri che, invece, si limitano ad utilizzare il relativo schema organizzativo; non si arriva facilmente a concludere che il modello cooperativo costituzionalmente protetto è rimasto solo quello che ha conservato l’essenza mutualistica. Ed invero, non mancano opinioni che ritengono determinante ai fini dell’inquadramento nel tipo la semplice adozione della “form a cooperativa”, per cui eufemisticamente si parla di “mutualità strutturale” con rig u a rdo alle ipotesi che circoscrivono la qualifica di appartenenza al tipo alla sola adozione dei caratteri formali della società cooperativa. È evidente come, nel contesto testé delineato, si assiste ad una sorta di evoluzione dell’originario modello cooperativo: questo, nelle modalità di cui sopra ho detto, ha tentato di adeguarsi ai più generali cambiamenti del sistema economico e sociale, incurante del fatto che, sul piano delle concretezze, così p e rvenisse alla proposizione di un prototipo lontano, quanto meno a livello teleologico, da ciò che nel passato aveva caratterizzato la società cooperativa. Si è ritenuto, quindi, da studiosi ed operatori di poter dare vita ad una formula che – sganciata dalles t re t t o i e dello schema cooperativo – fosse in grado di meglio corrispondere alle “richieste” del merc a t o . Non si è posta attenzione alla circostanza che, forse, per tal via, si finiva col vers a re vino nuovo in otri vecchi. 3.Passando ad esaminare quale sia stata la re a z i o n e d e l l ’ o rdinamento di fro n t e al determinarsi della descritta realtà, è bene sottolineare che il legislatore italiano, essendosi reso conto dell’indicato p rocesso evolutivo della società cooperativa, ne ha preso atto in sede norm a t iva, dando così riconoscimento ad una situazione giuridica che, per alcuni soggetti della categoria, si era ormai consolidata da tempo. Di ciò si ha piena contezza già all’epoca dell’emanazione del Testo Unico Bancario (decreto legislativo n. 385 del 1993), a l l o rchéviene prevista, all’art. 31, la possibilità per le “banche popolari” di tras f o rmarsi “in Società per Azioni” ovvero di pro c e d e re a fusioni “da cui risultino Società per Azioni”. È stata così assecondata la tendenza evolutiva verso lo schema delle Società per Azioni, per certi versi in linea con le indicazioni dottrinali che si erano dichiarate favorevoli ad un cambiamento di “tipo” delle banche popolari, così da perv e n i read una definizione del loro status c o e rente, sul piano sistematico, con le caratteristiche evidenziate dal processo evolutivo delle medesime (cfr. Capriglione, Banche popolari. Metamorfosi di un modello, Bari, 2001, p a s s i m, ma soprattutto cap. VI). Non v’è dubbio che si è in presenza di una regolazione che, consentendo a taluni enti cooperativi di sottrarsi alla disciplina generale di riferimento, ne legittima la modifica strutturale volta a circ oscrivere il senso della loro qualificazione societaria al solo utilizzo dello schema organizzatorio proprio degli appart enenti alla tipologia cooperativa. È questa, del resto, la tappa terminale di un p rocesso risalente nel tempo che aveva, in un primo momento, consentito alle banche popolari l’esenzione dai contro lli sulle cooperative previsti dalla disciplina codicistica, nonché la loro sottrazione a talune prescrizioni introdotte da leggi speciali (come il decreto legislativo n.1577 del 1947, c.d. legge Basevi); regime normativo che era stato poi confermato dall’espressa previsione della “non applicabilità” alle popolari delle significative modifiche recate alla re g o l azione delle cooperative dalla legge n.59 del 1992 che aveva attuato una prima riforma delle società di cui trattasi. Sotto altro profilo, è evidente che il leg i s l a t o reaffiancando le “banche popolari” a quelle di “credito cooperativo” – le quali, anche in base alla normativa del citato Testo Unico, hanno conservato integra la loro essenza mutualistica – non ha inteso superare la chiara distinzione (tra l’una e l’altra tipologia di enti cre d itizi) determinatasi nel corso degli anni; a mio avviso, come ho avuto modo di prec i s a re in altre occasioni, la conferm a della comune matrice delle specie soggettive in parola non costituisce necessariamente valido presupposto per a s c r i v e re v a l o re unificante alle medesime, così come un’insigne dottrina aveva, in- vece, sottolineato all’indomani dell’emanazione del decreto legislativo n.385 del 1993 (cfr. Oppo, C redito cooperativo e te sto unico delle banche, in AA.VV., Le banche. Regole e merc a t o, a cura di Amorosino, Milano, 1995, p.30 ss). In altri termini, il legislatore, consapevole dell’intervenuto cambiamento della configurazione cooperativa delle banche in parola, ha dettato una disciplina che ne recupera il modello, in quanto ritenuto idoneo ad integrare e garantire il pluralismo che contraddistingue la soggettività creditizia. In part i c o l a re, rileva in tale logica il riferimento all’organizzazione dell’attività: questa, per vero, fa da presupposto alla individuazione del carattere democratico della gestione, cui è correlata la “posizione del partecipante nell’organizzazione medesima”, donde l’ipotizzata configurabilità dei connotati tipici della società cooperativa (cfr. Capriglione, Banche popolari. Metamorfosi di un modello, cit., p.19 ss). 4. La costruzione normativa testè rapp resentata sarà poi ripresa nel nuovo diritto societario. La Riforma recata dai d e c reti legislativi nn. 5 e 6 del 2003 ascrive nell’adozione della “forma” cooperativa – che fonda la parità dei soci e la p a rticolarità della gestione su alcuni requisiti morfologici (numero minimo dei soci, gradimento degli amministratori per l’acquisto della qualità di socio, capitale variabile, limite al possesso azionario principio della “porta aperta”, voto capitario) ai quali si ricollega la peculiare fisionomia delle società di cui trattasi – prevalenza ai profili strutturali della mutualità, su quelli funzionali (concernenti il rapporto tra l’ente e il partecipante, donde il decisivo rilievo che assu- me la destinazione dell’attività svolta a favore dei soci). Si è in presenza di un orientamento che tende a valorizzare il risultato economico e aziendale che si evince dall’allarg amento dell’operatività dell’ente al di là degli ambiti della mera compagine sociale. Ciò, per converso, dà luogo ad un ridimensionamento del significato e della portata della mutualità, che finisce con l’essere notevolmente affievolita nella sua configurazione di fondamento causale della società cooperativa. Aspetto significativo della Riforma del diritto societario è, infatti, la pre v i s i o n e della possibilità per le società cooperative di perd e re, al verificarsi di determ inate condizioni, la qualifica di enti “a mutualità prevalente” (art. 2545-octies cod. civ.). Detta possibilità interagisce su quella che tradizionalmente viene identificata come l’essenza della mutualità, vale a dire la gestione di serv i z i o (tra soci); ciò in quanto, ipotizzandosi una mutualità in grado di evolvere verso f o rme di non prevalenza si finisce con l’escludere la centralità di detta funzione, con ovvi riflessi sul relativo collegamento alla causa della società e, dunque, sulla possibilità di tener fermi i limiti derivanti dal rapporto tra “mutualità” e “lucratività” all’interno della cooperazione protetta. È ben vero che, in tale contesto norm a t ivo, la mutualità individua ancora il fondamento della società cooperativa, ma la formale previsione del suo ridimensionamento – in termini che non vengono specificati dal legislatore – si risolve in un’ammissione della non essenzialità della stessa, almeno con riguardo alla generalità dei soggetti che assumono detto inquadramento societario. Come è stato sottolineato in letteratura, si è in p resenza di un intento legislativo volto a d a re attuazione alla “distinzione tra due diversi tipi di cooperative, che si diff erenziano per la funzione cui adempiono”, donde la conclusione che la mutualità, intesa nella sua accezione tradizionale, viene circoscritta al solo caso in cui la cooperativa è “rivolta alla re a l i z z a z i one dei bisogni degli associati”, laddove nelle altre fattispecie prevalgono gli aspetti lucrativi e la finalizzazione della società “alla promozione di intere s s i economici e imprenditoriali” (cfr. Schirò, Lo scopo mutualistico, in AA.VV., Le cooperati ve prima e dopo la riforma del diritto societario, a cura di Marasà, Padova, 2004, p. 57). Da qui la necessità di riconoscere che la funzione mutualistica ha perso la sua originaria valenza o, quanto meno, la c o n s e rva integra unicamente nelle cooperative che non intendono cedere alle lusinghe di una lucratività il cui naturale e ffetto è un ampliamento degli orizzonti operativi al di là della cerchia dei soci, donde l’esigenza di uscire dalle stre t t o i e di un’attività rivolta prevalentemente ai medesimi. È questa una conclusione che sembra confermata dalla Relazione al d e c reto legislativo delegato (cfr. Relazio ne, paragr. 15, riportata in “La riforma delle società”, a cura di Sandulli e Santoro, Torino, 2003, tomo IV, p. 5); in questa si precisa, infatti, che il mancato rispetto della prevalenza non dà adito ad una “non cooperativa”, ad una “società non mutualistica”, ma solo ad “una cooperativa diversa da quella costituzionalmente riconosciuta”. 5. Alla luce di quanto precede, volendo formulare qualche considerazione conclusiva sulle “prospettive future della cooperazione”, va fatto presente che – anche in relazione al complesso iter a base della recente regolazione legislativa della materia – sarà bene attendere, comunque, il decorso di un congruo periodo di concreta sperimentazione della nuova disciplina normativa; tale riscontro applicativo appare necessario ai fini di qualsivoglia valutazione sulla validità dei risultati della Riforma del diritto societario. Ciò posto, non deve essere esclusa la possibilità di intro d u rre alcune modifiche nella regolazione di cui trattasi, così da eliminare i dubbi e le perplessità che tuttora permangono in ordine a specifici aspetti della stessa. Mi riferisco, in primo luogo, all’esigenza di perv e n i re ad una puntualizzazione delle modalità in cui può tro v a re estrinsecazione la “non prevalenza” della mutualità, senza che l’eccessiva compressione dei profili mutualistici si traduca in una sorta di elusione degli aspetti tipologici che qualificano le società cooperative. Per vero, l’indeterminatezza dell’attuale formulazione in ordine al quantum di mutualità indispensabile per inquadrare in ambito cooperativo un ente societario rischia di vanificare l’intera costru z i o n e voluta dalla riforma, poiché l’assenza di ogni razionale limitazione al riguardo finisce con il negare sul piano delle concretezze la portata precettiva del complesso dispositivo in esame. Sotto altro profilo viene in considerazione l’integrazione disciplinare dei decre t i delegati nn. 6 del 2003 e 37 del 2004 recata dal decreto legislativo 28 dicembre 2004, n.310, che ha modificato la regolazione delle banche cooperative, quale risultava sulla base della normativa testé richiamata. Con tale intervento – che, come ho già avuto occasione di pre c i s a re, a p p a re decisamente u l t roneo rispetto alle finalità di “mero coordinamento” previ- ste dall’art. 5, comma terzo, della legge delega n.366 del 2001 (cfr. Capriglione, Le banche cooperative e il nuovo diritto societario. P roblematiche e prospettiva, in Banca e borsa, 2005, I, p. 164) – si è dichiarata la inapplicabilità alle “banche di credito cooperativo” del disposto dell’art.2545-octies cod. civ., con ciò escludendo per gli appart enenti a tale categoria di enti creditizi la facoltà di optare per la formula della “mutualità non prevalente”. Consegue una diversità di trattamento nell’ambito del genus “banche cooperative” che non si giustifica con riguardo ai criteri fondanti della sistematica bancaria e, dunque, non legittima (nel riferimento al diff e rente percorso evolutivo delle “popolari”) l’imposizione di un vincolo sostanziale alle possibilità di cre s c ita delle “banche di credito cooperativo”. In tale premessa, deve ritenersi coerente con l’orientamento normativo in tema di mutualità (quale è stato espresso dal leg i s l a t o re con riguardo a tutti gli enti societari a struttura cooperativa) l’ipotesi di un’estensione anche ai soggetti bancari da ultimo richiamati della facoltà di deciderecirca le modalità più congrue di darsi una organizzazione coerente con la p ropria essenza cooperativa. Da ultimo, va ipotizzata la possibilità di r a c c o rd a re la configurazione di una nuova essenza della mutualità alla funzione p romozionale delle economie locali che gli enti cooperativi sono in grado di assolvere ove si abbia riguardo alla specificità sociale e solidaristica che tradizionalmente ne ha contraddistinto l’azione. Una compiuta valutazione del significato ascrivibile a tale peculiare modo d’essere delle società cooperative appare collegabile all’approfondimento delle modalità tecniche della funzione di promozione e, dunque, alla capacità di ri- u s c i re a svolgere una attività di compenetrazione tra localismo e mutualità (intesa in una accezione che risulti sganciata dalla cosiddetta gestione di servizio e invece orientata alla valorizzazione degli elementi strutturali che contraddistinguono le cooperative). La prospettiva di un cambiamento tanto significativo dell’essenza cooperativa, nel dar vita all’esercizio di un’attività legata al territorio, si risolve nella prevedibile presenza dei nostri enti nei dis t retti industriali dell’economia locale. Le particolari conoscenze del m a n a g e ment i m p renditoriale di certe realtà imp renditoriali, tipiche dell’appro c c i o personalizzato che caratterizza l’agere cooperativo, appaiono destinate ad int e r a g i re sulle possibilità di crescita economico industriale delle zone in cui le cooperative sono presenti. Conseguenza ultima di tale mutazione delle società che ci occupano è il riconoscimento alle medesime del ruolo di “agenti integratori” dei distretti industriali; qualifica che assume specifico rilievo ove riferita a soggetti bancari, che – nel delineato contesto – sembrano destinati a svolgere un ruolo di propulsione nello sviluppo zonale, il cui sostegno è in molteplici casi demandato alle iniziative finanziate (e talora anche pro m o s s e ) dalle banche cooperative. UNA SITUAZIONE GIURIDICA IBRIDA di Gustavo Visentini ggi ci troviamo in un’economia ibrida, un’economia cioè non dipendente dal mercato, e certamente anche la componente “cooperative” ne risente O p e rché è sempre più frequente che si faccia confluire nel nome “cooperativa” – un’esperienza antica – la stessa economia di mercato. Le idee chiare dal mondo della cooperazione non ci sono. Ho partecipato alle riforme degli anni Settanta, assistendo ad una confusione terribile. Spesso, anziché procedere la cooperazione da un progetto definito, e quindi da una chiara scelta politica che significa una decantazione di interessi, il legislatore procede sulle spinte per ass e s t a re le situazioni che di fatto si sono d e t e rminate, correggendo, modificando p a role che spesso rimangono solo parole rispetto al fenomeno sottostante. Il ruolo della cooperativa nella globalizzazione, l’adeguatezza delle regole, quali controlli, il problema del voto, la gover n a n c e, la fiscalità, quali aiuti, cosa succederà nella prossima legislatura e quali saranno i problemi da aff ro n t a re, sono tutte domande che richiedono innanzitutto la definizione di quale cooperativa abbiamo in testa dal punto di vista sociale ed economico, prima che giuridico, poi si aff ronta il problema politicamente: la scelta, la definizione del progetto è la scelta politica, che poi diventa, per l’interprete, la ratio legis. Se noi prendiamo le attuali leggi sulla cooperazione non riusciamo a capire qual è la ratio, perché non c’è un progetto. Cooperative a mutualità prevalente: la nuova legge manifesterebbe una scelta politica molto forte, anzi in un primo momento era fortissima questa scelta politica per tante ragioni, per volontà di innovare, per volontà di fare dispetti, non lo so, ma certamente era molto netta. Oggi la cooperativa a mutualità pre v alente conosce la possibilità di emettere s t rumenti finanziari, i finanziatori per un t e rzo possono part e c i p a re con voto alle assemblee, per un terzo consiglieri di amministrazione; e gli strumenti finanziari possono avere reddito, dividendi, quindi all’interno dello stesso org a n ismo c’è quello che si intendeva e si dice cooperativa ed un aspetto capitalistico forte: che poi sia un terzo è questione di quantità, con la conseguenza pratica che il terzo che vi partecipa o spinge fortemente perché sia un’impresa come tutte le altre sul mercato che mi dia direttamente i dividendi – cioè che mi dia i dividendi attraverso gli utili che pro d u c e e quindi uno stimolo fortissimo all’utile – oppure prevale il momento dei soci che l’utile lo cercano ma hanno altri interessi nella cooperativa. Allora vuol dire che questo terzo partecipa per altri tipi di interessi diversi dall’utile, part e c ipa per aggregarsi a certi fenomeni, per e n t r a rein sistemi, ma è difficile contes t a requesto, quindi è un ibrido. P roviamo allora a risalire nella esperienza che è anche riflettuta oggi dal nome mutualità prevalente o no, e dalle regole che sono date per la mutualità non prevalente: esse esprimono il vecchissimo principio che la mutualità sta nell'app ropriarsi direttamente da parte dei soci dell’intermediario capitalista. Attraverso la mutualità di lavoro, la cooperativa di lavoro, non c’è un interm ediario capitalista e un impre n d i t o re int e rmediario che specula, che guadagna sul mercato attraverso l’intermediazione del capitale. In effetti, la società per azioni è nata – al di là di episodi o vicende – per raccogliere capitale dal pubblico, cioè è uno strumento finanziario, è uno strumento capitalista: la società per azioni è l’org a n i zzazione del capitale. L’imprenditore commerciale è sempre stato disciplinato sulla base di principi che sono nati nel commercio all’ingro sso nel Medioevo italiano ed è servito all’industria e a tutti gli altri passaggi perché il problema di fondo era lo stesso: o rg a n i z z a re il capitale d’impresa dei fattori produttivi, è l’organizzazione del capitale, cioè delle scelte in ordine alla destinazione degli investimenti, dei p rodotti, etc. Nella cooperativa, le scelte vengono p rese direttamente da coloro che ci lavorano dentro e che consumano dentro , quindi si scavalca il momento del capitale: tutto questo nella letteratura e nelle vicende è chiaro. Se partiamo da questo tipo di cooperativa, da questo fenomeno sociale che certamente esiste e che ha bisogno di una sua regolamentazione, ci rendiamo immediatamente conto che questo fenomeno è incompatibile con una disciplina dell’altro fenomeno, quello capitalista, cioè del dire faccio i due. Mi si risponde talvolta: “Sono sempre i soci che, arricchendosi dell ’ a p p o rto degli altri che danno loro il capitale al fine dell’intermediazione, guadagnano di più attraverso i ristorn i , etc.”, e quindi diventa mutualistica in questo senso. Ma anche la società capitalistica è mutualistica in questo senso p e rché i dividendi – appunto – me li divido, cioè lo spirito del corpo sociale è lo stesso, solo che la modalità è pro f o ndamente diversa. Per modello prendiamo allora la logica che esprime la cooperativa in senso vecchio e ci rendiamo conto di una serie di p roblemi che sono stati posti dal moder a t o reFranco Locatelli. Il voto: certamente se la cooperativa è cooperativa secondo l’ideologia iniziale, secondo la “cooperativa purissima”, chiamiamola in questo senso, il socio è fisico, il socio vota perché è anche lavo- ratore, perché è consumatore, perché p a rtecipa. Si capisce benissimo perché ogni socio ha un voto, perché non è l’int e resse sul capitale, ma l’interesse dell’Associazione. Ascarelli diceva che erano “associazioni”, poi è una questione di nomi anche quella, ma certamente non è l’org a n i z z azione del capitale la cooperativa, ma è l ’ o rganizzazione del consumo, del lavoro, del credito quando erano le antiche cooperative di credito e allora il pro b l ema del voto sparisce. Viceversa, se nella cooperativa si innesta una intermediazione di capitale, cioè diventa una società anche in parte di capitale, che può diventare in parte dominante, il singolo diventa disintere s s a t o come nella società per azioni nella diffusione di capitale, tanto più che ha un voto solo quindi effettivamente non gliene i m p o rta più niente. Il problema della g o v e rn a n c e. È evidente che la cooperativa nel senso della non intermediazione del capitale, non ha un p roblema forte di governance perché si autogoverna: è l’associazione, sono loro stessi che vivono l’azienda dentro in un modo o nell’altro nel consumo e via dicendo; mentre nell’altro caso il pro b l ema di governance diventa spaventoso perché, avendo ciascuno un voto ed essendo gente che non ha interesse del capitale – ma vengono eventuali altri interessi e altre forme o forme di org a n i z z azione politica etc. – lo stacco tra il gestore e la parte per cui gestisce, i fiducianti, diventa enorme, diventa incontrollabile, diventa un’entità forse senza contro l l o . E così la fiscalità, si spiega da sola, il p roblema delle revisioni, il problema del c o n t rollo attraverso le società di revisione: se sono associazioni, se sono cooperative, non hanno bisogno di spendere questi ulteriori soldi. Noi abbiamo un g rosso problema di costi di tutte queste attività e, scherzando, si può dire che una delle lobbies più forti nella Comunità e u ropea sono gli amministratori di condomini perché ogni anno ci fanno cambiare dicendo che bisogna mettere una n o rma. Beh, teniamo presente che proprio questo sistema di economia mista che abbiamo si è adeguato formalmente ai sistemi anglosassoni, ma non nelle sostanze. Anche l’altro ieri una delle società americane di revisione credo che abbia fatto una transazione di duemila m i l i a rdi di lire, adesso, anche stando alle lire, sono cifre enorm i . Effettivamente c’è un interesse fortissimo di un certo componente del mercato a sviluppare questo tipo di attività e allora ecco che si dilatano: nella cooperativa vera, non c’è alcun bisogno di questo tipo di controlli perché ci sono autocontrolli o possibilità di contro l l i . Ma cosa ne viene fuori? Che questo tipo di cooperativa, quella pura diciamo, ad un certo momento si volge all’estern o , si ingrandisce e ha un suo limite di dimensioni, cioè non è in grado di diventare grande. Ecco perché troviamo in America i tassinari, l’agricoltura, ma non troviamo la società di assicurazioni o la banca: per forza, perché sono più legati alla tradizione quindi l’agricoltura è fortissima, in banca sono le società civili che sono la stessa cosa delle cooperative, cioè la persona è presente: possono diventare grandissime, alcune cooperative sono molto grandi, la dimensione del fenomeno cooperativo negli Stati Uniti sull’economia pesa notevolmente, ma è s e m p rela cooperativa del contadino che sta lì a lavorare, non che è diventata un’altra realtà. Finisco perché sono solo spunti. Al momento in cui la società per azioni è nata, come tutte le società, perc h é partiva dalla società che si chiama Com pany in Inghilterra e in America è partita dal fenomeno della C o r p o r a t i o n, cioè dell’ente, mentre in Inghilterra e nelle nostre tradizioni è partita dalla società, dalla partnership che è diventata poi persona giuridica, ma negli Stati Uniti pensare che una società abbia una persona giuridica era anomalo, che la società partecipi ad un’altra no, tant’è vero che la legge negli Stati Uniti si chiama anti trust, p e rché per fare i gruppi dovevano appoggiarsi al t ru s t p e rché le società non potevano part e c i p a re. Anche da noi una legge che non è mai stata applicata diceva che le persone giuridiche, le società, non potevano partecipare ad altre società: è stata fatta nel 1942 forse per ragioni di guerra, ma nasceva da questa tradizione. La società è di persone fisiche. Poi il sistema tedesco nasce da tutt’altra linea, l’italiano è diventato mezzo ibrido tra l’uno e l’altro, fatto sta che sono nate delle partecipazioni di società in altre etc. e si sono creati i gruppi, fenomeno che è molto più comune da noi, negli Stati Uniti non lo è. Quindi c’è una grossa diff e renza tra il caso in cui i soci sono persone fisiche diffuse nel mercato e il caso in cui sono entità, che possono arrivare fino allo Stato. Tutto il fenomeno della fine dell’Ottocento dei Comuni che entravano in società era considerato una cosa assurd a , in Francia c’è stata una legge per ammetterlo molto limitata, poi invece con la metà del Novecento è diventato comune come se fossero altre società, gruppi e poi non si sa più chi è dietro, diventano entità senza configurazione nei rapporti sociali, sono delle Istituzioni, quindi c’è una grossa diff e renza tra le due situazioni. La cooperativa è di persone fisiche, l’aver autorizzato la cooperativa a fare società e a part e c i p a re in società e quindi a creare un ibrido tra la cooperativa e la società, che poi fa tutt’altra vita, è un problema notevole, una scelta politica notevole. Non mi si può rispondere “se no non campa”, “se no non si muove”. Facciamo altre scelte, vediamo, ma certamente pone un problema enorme e il p roblema è che la cooperativa man mano diventa un’entità non suff i c i e n t emente controllata con questi sistemi. Ed ecco che può succedere quello che è successo con la vicenda Unipol, come modello lo prendo e come modello è molto indicativo: finché c’è l’uomo, finché c’è il servizio fatto di beni reali, il pericolo c’è ma meno, quando si va alla finanza, insegna il prof. Capriglione, il pericolo è spaventoso. Il motivo per cui la finanza, addirittura il Fondo Monetario Internazionale si voleva che non fosse impresa, la banca, che fosse un’attività di pubblico serv izio, cioè al servizio dell’industria, poi con le vicende Reagan etc. il mondo oggi è mutato, ma la finanza è pericolosissima perché la crisi posso posticiparla tantissimo, la finanza si moltiplica senza controllo, ha bisogno di regole sue particolari. E allora ci troviamo che nel mondo cooperativo la governance diventa anonima e poi si butta sulla finanza a rischio che non sia controllato, cioè chi poi sopporterà i rischi alla fine non lo fa, diventa ancora più azionariato diffuso: il cooperatore che sottoscrive per altri tipi di interessi è molto più vicino, anzi è in posizione peggiore del consumatore medio dell’azionariato diffuso ma senza le difese o le caratteristiche dell’azionariato diffuso: il fenomeno diventa pericolosissimo. E allora penso sia necessario rendersi conto di che cosa si vuole fare, conoscere il sistema e il fenomeno sociale e fare scelte politiche in ordine a quello e poi a rr i v a re alla coerenza e tentare norm e , queste sono le riforme, anche a costo di cambiarle. Altrimenti è un accomodamento di quello che c’è e si rischia di aggravarlo. Lo strumento finanziario – per r i p e t e rela parola strumento o prodotto finanziario che è stata fatta – è uguale a valore immobiliare, più estesa, per cog l i e reil momento del collocamento del p rodotto sul mercato, ma non indica il r a p p o rto sottostante, il rapporto di finanziamento, il contratto... P rendiamo il prodotto finanziario e vediamo: nel Codice civile si regola il rapp o rto sottostante, vediamo qual è la natura e ci accorgiamo che è un’azione o un’obbligazione. L’averla messa accanto e aver detto che è per un terzo, ecco che l’ibrido è venuto in pieno. È stato pensato o è stato fatto un gioco di parole? Facciamo le riforme che sono accomodamenti e poi aggravano! ● DOCUMENTI 132 E d u c a re con la cooperazione di Agostino Bagnato Agostino Bagnato, dirigente cooperativo, giornalista e scrittore, ha scritto un libro originale (cfr. la recensione nel n. 4/2005 della Rivista) in cui ripercorre l’esperienza della cooperazione leggendola come strumento di educazione. Ne riproduciamo alcuni capitoli significativi Antonio Labriola e l’esperienza cooperativistica Per compre n d e re il contributo di Antonio Labriola al consolidamento e allo sviluppo del cooperativismo negli ultimi due decenni dell’Ottocento è necessario r i c o rre re anche all’ausilio dei contemporanei. L’app o rto del filosofo è fondamentalmente teorico, legato al dibattito tra i socialisti e tra socialisti, liberali e repubblicani. La piena comprensione del valore educativo nel processo di emancipazione dei lavoratori da parte di Labriola fa compiere al dibattito un salto di qualità, anche se non mancarono incompre n s i o n i e fraintendimenti. Il contributo labrioliano al cooperativismo deve essere letto in senso lato, in quanto egli non ha avuto occasione diretta d’intervenire. Il suo insegnamento resta un punto di riferimento fondamentale per compre n d e re l’atteggiamento degli intellettuali verso l’organizzazione del lavoro in t e rmini produttivi e non di mero rivendicazionismo sindacale. In questo senso, l’apporto del pensiero di Labriola all’interno del movimento socialista può e s s e re considerato fondamentale. E di questo se ne re s e roconto i contemporanei. A l f redo Angiolini, uno dei primi storici socialisti, all’inizio del secolo scorso, scrive: “Fra i primi e i migliori socialisti non bisogna diment i c a re il professor Antonio Labriola, dottissimo in istoria, in economia, in filosofia. Il 20 giugno 1889 egli teneva nel C i rcolo romano di studi sociali un’importante conferenza, nella quale proclamava i suoi principi socialisti. Merita di essere riportato qualche brano di quella bella conferenza: ‘Dottrina di apostoli, di p recursori, di scuotitori di dormienti, il socialismo mira a risolvere i problemi che gli scettici ignorano, i liberali rimandano all’infinito, i demagoghi sfru t t ano. Nessun uomo schiavo dell’altro uomo, nessun uomo strumento della ricchezza altrui [...] Labriola seguita rilevando il lavoro immane, multiforme, di lunga durata, che il socialismo deve condurre a ter- mine per rigenerare tutto intero il corpo sociale. Bisogna per ciò che cresca il num e rodei socialisti teorici e che si formi e f o rtifichi lo spirito di classe e di comunanza ne’ lavoratori: allora il socialismo dovrà combattere per il trionfo di questi d e t e rminati principi: diritto all’esistenza, diritto al lavoro, diritto al completo compenso del lavoro prodotto. Quanto all’ultimo di questi diritti, Labriola rileva che presentemente la massa de’ pro d o tti economici va distribuita fra il pro p r i etario del fondo a titolo di rendita, l’intraprenditore sotto il nome di premio, il detentore di capitali come interesse, i poteri pubblici per imposte e tasse e i lavoratori infine come salario e mercede [...] Nella futura organizzazione tutto il salario sarà diviso in due parti sole: prelevamento pubblico per le spese di comune e generale interesse, compenso a ciascuno secondo il lavoro pro d o t t o . I mezzi per giungere al trionfo di questi principi sono la pressione costante del l a v o ro sul capitale (dimodoché, ad esempio, gli scioperi divengono re g o l atori del rialzo de’ salari), la cooperazione, la partecipazione degli operai alla vita politica, e più che altro la propaganda [...] Bisogna guadagnare alla causa sociale gli operosi e gli intelligenti delle classi privilegiate. Uno studioso, un professore, un borghese, un capitalista, che entra convinto nelle vie del socialismo vale oggi più che non cento o mille proletari, come vivo documento del decrescere dell’egoismo ne’ più interessati, come prova del trionfo ideale anticipato di una causa, che nei derelitti e ne’ travagliati si rivela per gli impeti passionali della rivolta”. Un contributo di particolare import a n z a nell’analisi del pensiero e dell’azione labrioliani sotto l’aspetto pedagogico è dato dal catalogo Antonio Labriola e la sua università. Mostra documentaria per i settecen to anni della Sapienza (1303-2003) a cento anni dalla morte di Labriola (1904-2004), a cura di Nicola Siciliani de Cumis, Aracne, Roma 2005. L’apposita scheda dedicata al tema Cooperativismo e università r iporta punti di vista del filosofo sul cooperativismo. “Se la democrazia non deve rimanere in perpetuo un vano nome, anzi un’arma di s f ruttamento raffinato per gli accaparr atori di voti, se la sovranità popolare deve pure esprimere un che di schietto e di v e r i t i e ro,gli uomini, signori tutti per diritto di natura, alla presente gerarchia politica degli Stati, sostituiranno la cooperativa sociale del comune benessere morale e materiale”. Si tratta del testo tratto dalla Conferenza dal titolo Del socialismo, tenuta al Roma al C i rcolo operaio romano di studi sociali il 20 giugno 1889, pubblicato in opuscolo, Perino, Roma 1889. Nel 1889 Labriola aff e rma ancora: “Utile istradamento la cooperazione, p u rché non degeneri in egoismo collettivo d’una frazione di operai contro tutti gli altri. Assidua, costante, passionata vuol essere la partecipazione degli operai alla vita politica; non solo perc h é questa è opportuna palestra di socialità, ma anche per pre m e re d’ogni part e su la pubblica finanza, e renderla atta a s o d d i s f a rei più generali bisogni dei meno abbienti. Cooperazione, Comune e Stato; ecco i tre termini di quella form a sociale, che non sarà più di sfruttati e di s f ruttatori”. Infine, nel 1896, durante il discorso inaugurale dell’anno accademico 18961897, rivolto agli studenti, sostiene: “Noi professori siamo, senza dubbio, o rgogliosi della superiorità della condi- zione morale, in cui ci troviamo rispetto a quelli che ci precedettero nei secoli scorsi, pei quali le libertà furono privilegi; e per rispetto ancora a quei cultori della scienza, che dovettero in altri tempi, e devono in altri paesi, piegare dinnanzi ai capricci dei mecenati, o alle prepotenze dei protettori e dei grandi. Ma saremo, per fermo, più orgogliosi, se, associando voi all’opera nostra la vostra intelligente docilità, ci perm e t t erete di chiamarvi cooperatori nostri in questo lavoro, che è il più gradito e nobile che capiti ad uomo di eserc i t a re ord i n atamente, anzi commilitoni sotto l’insegna di quella libera e spregiudicata ric e rca, che per noi e per voi tutti è diritto e dovere ad un tempo” . Il dibattito fu accesissimo tra dirigenti, intellettuali e pensatori maggiormente impegnati nel movimento socialista, ma finendo con il coinvolgere anche esponenti liberali e repubblicani mazziniani. Antonio Labriola, il grande filosofo che aveva aderito al movimento socialista, pro f e s s o re di filosofia all’Università di Roma “La Sapienza” – nel 1890 promot o re della Lega dei lavoratori per aff i a ncare la Federazione operai socialista e il C i rcolo operaio di studi sociali promossi da Andrea Costa, rispettivamente nel 1888 e nel 1889 – che interviene sulle questioni sociali è uno stimolo per tutti, una sfida al confronto teorico e org a n i zzativo, un imperativo culturale. In una lettera a Filippo Turati, il 24 luglio 1892, scrive: “Ma v’ingannate quando credete che io non viva in contatto degli operai. Ho menato a Roma vita assai agitata e anche ru m o rosa dal 1888 al 1° maggio ’91 – avrò fatto un duecento discorsi, ed ho p reso parte ad altrettante riunioni – ho ideato circoli, federazioni e cooperative – ho regalato migliaia di lire e di opuscoli – e per ora e per un pezzo basta. Ho imparato abbastanza per dire con sicure zza: non bisogna aff rettarsi. In questi quindici mesi che son succeduti al 1° maggio 1891, ho avuto sulle spalle imputati e loro famiglie, avvocati e testimoni, e inoltre le spie e mi ricordo dell ’ i m p ressione che feci sui giudici con la p recisazione delle mie informazioni. La mia casa è un va e vieni di operai d’ogni p a rte d’Italia [...]. Non c’è giornale o g i o rnaletto o opuscolo di questi ultimi anni che non sia passato per le mani – e tutto il tramenio segreto dei guastagiuoco mi è trasparente in ogni particolare”. Nonostante le dispute ideologiche, il cooperativismo cresce nella società italiana alla fine dell’Ottocento e all’inizio del XX secolo. Non si tratta soltanto di una risposta ai bisogni dei lavoratori, ma anche di una differente org a n i z z a z i one del lavoro. È questo aspetto che deve e s s e re sempre più approfondito, perché rappresenta la reazione alle teorie tayloristiche e al nascente fordismo. Si tratta della reazione alla subalternità dell’uomo alla macchina e alla catena di montaggio, alla fabbrica pesante, al lavoro alienante. Se il luddismo nella prima metà dell’Ottocento era l’opposizione alla modern i zzazione della produzione che, attraverso l ’ i n t roduzione di nuove macchine creava disoccupazione, per cui i lavoratori pensavano di risolvere il problema distru ggendo le macchine stesse, la cooperativa di produzione e lavoro costituisce il tentativo degli operai di organizzarsi in p roprio. Si tratta della presa di coscienza dei propri diritti di lavoratori, per dirla con Karl Marx, ma rappresenta nello stesso tempo un salto di qualità culturale. La scelta di org a n i z z a reda sé il pro- prio lavoro, come ord i n a re i turni, come remunerare la mano d’opera è sicuramente la conquista maggiore del movimento operaio. Non si tratta soltanto di c o n t r a t t a reil salario con il proprietario della fabbrica o della terra da coltivare , ma di decidere autonomamente come e chi lavora, quanto tempo e che salario deve perc e p i re, avendo la cooperativa come unico soggetto contrattuale. Gli accordi interni alla cooperativa non sono un gesto gerarchico, ma il risultato della partecipazione e della discussione, sicché la responsabilità dei soci si configura come un doppio dovere rivolto a se stessi e agli altri. Si tratta dunque di un processo inconsapevole ma formidabile dal punto di vista dell’educazione alla responsabilità, alla partecipazione responsabile al pro c e s s o p roduttivo, al controllo dei risultati, alla utilizzazione della ricchezza prodotta, alla crescita civile della persona. Se ne rende conto perfettamente Antonio Labriola che, di fronte alle diffidenze dei socialisti per la cooperazione di pro d uzione e lavoro, sprona a guard a re i fattori educativi e non soltanto economici, indicando nella vita produttiva associata un fattore importante di crescita e di emancipazione dei lavoratori. Banche di Credito Popolare e Casse Rurali: due esperienze a confronto Luigi Luzzatti, un giovane avvocato liberale veneziano, fonda la prima banca di credito popolare, banca costituita da piccoli risparmiatori nelle zone rurali. A differenza della cooperativa di consumo che vende anche a credito, la Cassa rurale raccoglie il risparmio e lo reinveste, finanziando i progetti dei soci, in maggio- ranza agricoltori. Il successo degli istituti è in grande misura legato proprio all’originalità dell’assetto giuridico e org anizzativo voluto da Luzzatti. Anche se egli parte dal modello tedesco creato nel 1862 da Franz Hermann Schulze-Delitzsch2 della Münchener Darlehens-Ve re i n mit Solidarschaft, se ne discosta, in quanto si sforza di adeguarlo alla realtà italiana integrandolo con il modello inglese. Nasce così la banca aperta a tutti che consente di ampliare la piccola clientela, di a u m e n t a re il numero dei soci e di allarg a re la propria attività, fungendo da volano per lo sviluppo economico delle zone circostanti. Infatti, Luzzati si rende conto che lo sviluppo economico dell’Italia passa attraverso il coinvolgimento del maggior num e ro di soggetti produttivi; pertanto, si rivolge a commercianti, artigiani, professionisti, proprietari terrieri, piccoli industriali per dare vita a vere e proprie banche popolari. Sorge così a Lodi nel 1864 la prima Banca popolare, con il motto: “Al popolo il denaro del popolo”. Da questo principio nasce anche l’impegno di collegare il credito popolare con il cooperativismo nelle sue prime forme attive, subito dopo l’unità d’Italia. Nel corso del VII congresso dell’Ica nel 1907, Luigi Luzzatti sottolinea come in Gran Bretagna sia nata la cooperazione di consumo, in Germania il credito pop o l a re, in Francia la cooperativa di produzione. In Italia erano stati superati molti ritardi e il cooperativismo aveva raggiunto gli altri Paesi con una esperienza diffusa sul piano del dibattito teorico, la creazione articolata di stru t t u re cooperative tra cui le banche popolari, le società braccianti, le cooperative di consumo, le affittanze collettive, il credito agrario, i consorsi agrari, le case popola- ri. Egli sostiene che il successo del cooperativismo in Italia è anche dovuto al c redito popolare e a quelli che chiama i “sodalizi della mutualità”. La risposta all’iniziativa di Luzzatti è la nascita delle Casse rurali. Si tratta di una risposta mutuata dall’esperienza del tedesco Friedrich Wilhelm Raiffeisen. Leone Wo l l e m b o rgera ebreo e liberale, ma si appoggio ai preti nel Veneto per diff o n d e re le casse rurali, in funzione di organizzare la piccola gente, escludendo il p roletariato rurale, che egli considerava pericoloso per la pace sociale, anche p e rché influenzato dalle idee socialiste e rivoluzionarie. Il principio della responsabilità personale e quello della delimitazione locale dell’attività di ogni singola cassa, corrispondente ai confini della parrocchia, fecero delle casse rurali l’estensione vera e propria della famiglia contadina, dando ad essa una identità sociale sconosciuta nel passato. A sua volta, il cappellano Luigi Cerutti, a part i redal 1892, proprio nel clima determinato dalla diffusione della dottrina sociale della Chiesa cattolica enunciata con l’enciclica R e rum Novaru m, fondò in soli sei mesi ben trenta Casse ru r a l i , prendendo a modello quella che a Loreggia aveva creato Leone Wollemborg. Le Casse rurali furono lo strumento della crescita cooperativa cattolica nelle campagne, sfruttando anche ritardi ed e rrori socialisti, basati entrambi su obiettivi rivoluzionari e sulla proprietà collettiva della terra. I socialisti e i repubblicani radicali non f u rono estranei alla costruzione di una solida politica finanziaria verso la cooperazione, consapevoli che senza adeguati mezzi economici non sarebbe stato possibile attuare investimenti per la competitività con le imprese private. Uno dei protagonisti del sostegno finanziario pubblico alle cooperative è il ravennate Nullo Baldini. Lo storico Valerio Castronovo riassume così l’impegno di Baldini per la nascita dell’Istituto Nazionale di Credito per la Cooperazione: “Si spiega perciò come Baldini venne interessandosi ai problemi del credito. Era stato fra i primi a prendere atto che le banche popolari, acquistando sempre più i caratteri di veri e propri istituti di c redito ordinario, non avre b b e ro potuto fornire se non in misura assai limitata, i mezzi necessari per il fabbisogno delle cooperative e tanto più per la loro diff usione. Ma nemmeno s’era illuso che l’Istituto di Credito per le Cooperative, fondato a Milano nel 1904 con un fondo di 400.000 lire, sottoscritto quasi interamente dalla Società Umanitaria, sare bbe stato in grado di supplire alla mancanza cronica di capitali del movimento cooperativo. Baldini condivise perciò il pro g e t t o avanzato nel 1905 dalla Lega Nazionale delle Cooperative [...] di cre a re un’apposita banca, che avrebbe dovuto nascere con i contributi dello Stato, della Banca d’Italia, della Società Umanitaria e delle Casse di Risparmio. Qualcosa di simile, insomma, alla Cassa centrale pru s s i a n a per le cooperative sorta con l’appoggio dello Stato. Ma questa iniziativa sollevò l’opposizione pregiudiziale dei conservatori e finì per arenarsi in Parlamento, fra interm inabili controversie. Finché non fu Luigi Luzzatti, uno dei leader più illuminati dello schieramento democratico, a rilanciare nell’ottobre del 1908 l’idea di c o s t i t u i re un ente pubblico che potesse agire come centro propulsivo della cooperazione e della mutualità, in ciò confortato anche dall’autorevole pare re fa- vorevole del dire t t o re della Banca d’Italia Bonaldo Stringher, a cui certo non facevano difetto né la prudenza né il rigore nella tutela degli interessi finanziari dello Stato. Era questa la soluzione che Baldini da tempo perorava, forte anche del fatto che egli era riuscito infine (dopo aspre polemiche che l’avevano opposto di volta in volta a Salvemini e ad Antonio Labriola) ad avere dalla sua il pieno appoggio della dirigenza socialista, e in part icolare della corrente maggioritaria di Filippo Turati e di Claudio Treves”. Come si vede, ritorna il nome di Labriola nella polemica che si è accesa da tempo all’interno del movimento socialista sul ruolo della cooperazione. Accantonata la vecchia tesi (pur risorgente di tanto in tanto) che la cooperazione fosse un mezzo per imbrigliare lo sviluppo della lotta di classe, i socialisti avevano cominciato a considerare le cooperative anche come strumento di difesa contro il carovita e, inoltre, come una leva utile per aggregare alcuni strati di piccoli proprietari contadini e di mezzadri. D’altra parte, la Lega Nazionale delle Cooperative, grazie al suo carattere pluralistico, era giunta a compre n d e reanche sodalizi di matrice repubblicana, radicale e cattolica. Ci sarebbero voluti tuttavia ancora parecchi anni prima che il progetto di dar vita a una “banca delle cooperative” app rodasse al tavolo del governo e di qui in Parlamento. Fu Giolitti a riproporlo, durante il suo quarto ministero, quello che sarebbe passato come il più caratterizzato in senso riformista al punto da prefigurare la possibilità di una stre t t a collaborazione fra liberali e socialisti. Sta di fatto che uno dei punti di convergenza fra i due schieramenti fu appunto il provvedimento che nell’agosto 1913 a v rebbe dato vita all’Istituto Nazionale di Credito per la Cooperazione. Le parole di Valerio Castronovo concludono la perfetta illustrazione del processo che ha portato alla nascita di uno strumento pubblico, di natura finanziaria, per il sostegno al cooperativismo, rimasto in vigore nei decenni successivi attraverso la Banca Nazionale del Lavoro e tuttora esistente all’interno dello stesso istituto di credito come “Sezione speciale”, meglio nota come Coopercredito. La storia del cooperativismo italiano si a rricchisce così di un nuovo capitolo. Il giudizio su come ha funzionato questo s t rumento di sostegno pubblico e sui risultati conseguiti non è oggetto del presente studio. Tuttavia, si può aff e rm a re che, al di là di alcune forz a t u re e distorsioni, l’Istituto Nazionale di Credito per la Cooperazione e successivamente Cooperc redito hanno svolto una funzione positiva, sollevando le cooperative dalle strettoie spesso soffocanti delle banche locali e coinvolgendo i loro dirigenti attorno a progetti finanziari molto impegnativi. L’ e s e rcizio della fidejussione dei soci sui p restiti bancari è un capitolo della storia del cooperativismo che deve essere ancora analizzato e scritto, anche per le conseguenze negative che ha avuto sul patrimonio di migliaia di cooperatori, quando il prestito non è stato onorato e la “garanzia” è stata applicata dalla banche creditrici, con messa all’asta del patrimonio dei singoli, oltre che di quello cooperativo. Ma l’esercizio della finanza ha contribuito a far cre s c e re il senso di responsabilità dei lavoratori soci, li ha spinti a part ecipare alla vita dell’impresa, li ha co- s t retti a conoscere procedimenti giudiziari e aspetti del diritto fallimentare diversamente ignorati e quindi sono entrati in contatto con gli ingranaggi della giustizia civile e talvolta anche di quella penale, in presenza del reato di bancarotta fraudolenta. Sono aspetti della storia del cooperativismo che gli storici trascurano, ma rappresentano pagine importanti di quel lungo cammino di crescita umana e imp renditoriale, senza il quale l’economia e la società italiane sare b b e ro diverse. Il Novecento Il Novecento trova il cooperativismo come protagonista della storia d’Italia. Storia politica, in primo luogo, per il ruolo assunto dai lavoratori organizzati nella società. E poi storia economica e sociale, di grande rilievo anche educativo e formativo per l’impegno delle cooperative verso i soci. Si tratta di una pagina molto import a nte, ma che non è molto conosciuta sul piano generale, come fatto di consolidamento politico e culturale per la pre d ominanza che hanno avuto i partiti politici e i sindacati, part i c o l a rmente nel secondo dopoguerr a . E p p u re, non c’è periodo del XX secolo, non c’è settore di attività, non c’è re g i one in cui le cooperative non abbiano svolto una funzione importante talvolta d e t e rminante: si pensi all’occupazione delle terre demaniali e latifondistiche per difendere i diritti di uso civico; alla resistenza contro le squadracce fasciste e all’aggressione contro le Case del Popolo; alla partecipazione alla Resistenza e alla guerra di Liberazione; alla ricos t ruzione post-bellica a cominciare dagli “scioperi a rovescio” contro la disoc- cupazione e la miseria; alla riforma fondiaria del 1950; alla creazione della re t e di supermercati con il marchio Coop e Conad; alla costruzione di grandi infrastrutture civili con imprese gigantesche note in tutto il mondo come Cmc, Cmb nate nell’Ottocento associando braccianti e contadini poveri; alla presenza sul mercato di colossi agro-alimentari come Granarolo, Va l f rutta, Caviro che vende vini in brik o Giv (Gruppo italiano vini) che produce vini di qualità diffusi in tutto il mondo; alle Banche di credito cooperativo, eredi delle Banche di cre d ito popolare di Luzzatti e delle Casse rurali di Wo l l e m b o rge Cerutti; fino a Unipol, una delle grandi compagnie di assicurazione esistenti in Euro p a . È stata una passeggiata? No, assolutamente. È il risultato di un lavoro durissimo, di una organizzazione capillare e complessa, di un impegno pro f e s s i o n ale che in oltre cento anni ha visto dirigenti socialisti, liberali, radicali, cattolici, comunisti e democristiani, tutti di grande qualità politica e di elevata moralità e dignità professionale. In questo secolo il movimento cooperativo ha ottenuto riconoscimenti giuridici che ne hanno fatto uno dei capisaldi dell ’ o rganizzazione della società. La Costituzione della Repubblica riconosce il ruolo sociale della cooperazione all’art icolo 45, mentre la legge del 1947 sulla rappresentanza delle cooperative che p o rta il nome di Alberto Basevi, uno dei padri del pensiero cooperativistico mod e rno, fissa i compiti spettanti alle centrali cooperative per la vigilanza e il cont rollo delle attività delle imprese, attività delegata dallo Stato in riconoscimento della qualità civile espressa dal complesso delle cooperative operanti in Italia. La legge Basevi è il momento più alto di elaborazione nell’esercizio della responsabilità dei soci e dei dirigenti, obbligando gli uni e gli altri a confrontarsi con i doveri più alti, dal semplice operaio e bracciante o consumatore associati all’impiegato e al contabile, fino agli amministratori con funzione di rappre s e ntanza esterna. A questi compiti che esaltano la socialità corrispondono agevolazioni fiscali, a cominciare dal fondo di riserva che non è tassato e ai ristorni. I tentativi degli ultimi tempi di omologare le cooperative alle società di capitali come Spa e Srl sono in parte falliti proprio perché le cooperative sono riuscite a dimostrare la mutualità prevalente dell’attività, rivolta ai soci e anche all’esterno, con iniziative di carattere sociale rivolte alla collettività; la riforma del diritto societario lascia a p e rta la strada del futuro anche per quei giganti come Coop che rischiano di non rispondere al carattere di “mutualità prevalente” prevista dalla legge; pertanto, la loro trasformazione in società di capitali lascia aperta la porta della mutualità, basata peraltro sul sistema elettorale che salvaguarda sostanzialmente il principio di “una testa un voto”. Il XX secolo può essere suddiviso in q u a t t rograndi periodi. La grande crescita 1904-1920 Negli anni che precedono la prima guerra mondiale il cooperativismo raggiunge il massimo sviluppo, esercitando una influenza rilevante anche sulla vita politica del Paese. Il riformismo socialista e l’impegno sociale dei cattolici pro d u c ono risultati rilevanti in tutto il Paese, grazie soprattutto alla politica liberaldemocratica di Giovanni Giolitti e dei g o v e rni che lo hanno preceduto e seguito. Anche durante la guerra 1915-18 il cooperativismo continua a svolgere un ruolo positivo, visto come necessità per sostenere lo sforzo bellico del Paese per il sostentamento della popolazione. Alla fine della guerra risultano 2.408 cooperative di consumo, 3.015 di produzione e lavoro, 751 di costruzioni edili e statali, 1.141 agricole. Il totale di 7.317 imprese associate dà la dimensione del cooperativismo. La nascita della cooperazione tra gli ex-combattenti, soprattutto per ottenere la concessione di terre da coltivare, imprime un’accelerazione ulteriore allo sviluppo del cooperativismo. Il governo riconosce il ruolo sociale delle cooperative di consumo, dando impulso nelle grandi città alla creazione di i m p rese associate per gestire ogni sort a di attività collegate al commercio e ai servizi. Nel 1919 la legge n. 603 fissa i principi generali dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie e per la previdenza, superando la mutualità che aveva costituito la forma prevalente di assistenza ai lavoratori per circa cento anni. Nel 1920 la Lega propone al cong resso un accordo tra cooperazione, sindacati e partito socialista per coord i n a re le iniziative di lotta, impegnare il governo contro il carovita e per stimolare la creazione di nuova occupazione, in una visione certamente rivoluzionaria. La rivista La cooperazione italiana incita il movimento operaio ad intrapre n d e re iniziative riformiste, spingendo perché i socialisti entrino nel governo. Le violenze fasciste contro le forze org anizzate del movimento operaio e contro la cooperazione cominciano a pre o c c up a re. Nel 1921 la rivista scrive: “Una inaudita eruzione di violenza imp e rversa nelle città d’Italia contro le istituzioni proletarie (persone, giornali, biblioteche di partito, camere del lavoro, comuni socialisti) con saccheggi, devastazioni e sangue… Noi ammoniamo la classe dominante e le sue autorità che il gioco è terribilmente pericoloso: la violenza chiama violenza. Si vuole la guerra civile?”. Nel 1920 esistono 243 cooperative agricole di conduzione collettiva con 53.032 ettari coltivati, 3.600 cooperative di consumo, 2.700 cooperative di pro d u z i o n e . In totale si contano 10.000 imprese associate con circa 2.000.000 di soci. Si tratta dell’organizzazione più numero s a esistente in Italia, più numerosa dello stesso sindacato unitario Cgl (Confederazione generale del lavoro) e del Partito socialista. In quello stesso anno nascono la Confederazione nazionale dell’industria, come reazione al vastissimo movimento di lotta sindacale e politica e in part i c o l a re c o n t rol’occupazione delle fabbriche e la Confederazione nazionale dell’agricoltura. Entrambe guardano con simpatia ai Fasci di combattimento che Benito Mussolini ha creato nel 1919 a Milano. Nella storia del pensiero cooperativistico è questo il periodo delle più significative realizzazioni sul piano legislativo, dottrinario e organizzativo. Nello stesso tempo sono gli anni che vedono una considerevole crescita imprenditoriale delle cooperative, in part i c o l a re di quelle di lavoro. Il clima di collaborazione sociale, creato dalla politica di Giovanni Giolitti e dalle iniziative socialiste legate al riformismo, ha consentito la grande c rescita della percezione del sentimento cooperativo come una delle condizioni per lo sviluppo del Paese. Durante gli anni difficili della prima guerra mondiale le cooperative hanno contribuito a sostenere lo sforzo bellico della nazione; in part i c o l a re le donne sono state chiamate a part e c i p a realla produzione in molte stru t t u re. Questo elemento di democrazia economica rappresentato dalla partecipazione delle donne alla vita produttiva non è stato ancora sufficientemente analizzato dalla storiografia. È indubbio che durante quegli anni le donne hanno maturato una grande consapevolezza del loro ru olo nella società e anche nella maturazione dei propri diritti di natura sindacale. Il fascismo Il fascismo segna una pesante battuta d ’ a rresto del cooperativismo democratico, libero, volontario. Le organizzazioni di rappresentanza liberamente elette dalla base vengono distrutte, ma l’idea cooperativa sopravvive, intesa come strumento del regime che si appro p r i a delle stru t t u re disponibili a collaborare , annientando quelle che resistono alle p ressioni per piegare la propria missione alla politica del fascismo. Chi paga il p rezzo maggiore sono le cooperative di produzione e lavoro, quelle agricole di conduzione collettiva. Le cooperative di consumo sono ridimensionate e con il p a s s a re del tempo piegate sempre più alla logica degli spacci aziendali e dei centri dopolavoristici. L’ o rganizzazione politica è centralizzata, b u rocratizzata e sottoposta interamente alla volontà del regime. L’Ente nazionale della cooperazione diventa la struttura di rappresentanza dell’intera cooperazione italiana, i cui dirigenti sono nominati da Mussolini. I soci non hanno alcuna voce in capitolo. Gli stessi Consorz i agrari, organismi lontani dalla lotta politica e da qualsiasi impegno riform a t o re , vengono assoggettati alla logica corporativa e trasformati nel 1938 addirittura in enti morali, perdendo ogni connotato associativo. Nel 1924 un decreto legge obbliga i prefetti a sciogliere tutte le organizzazioni non dichiaratamente fasciste. Il tentativo del regime di dare vita ad una Confederazione generale della cooperazione italiana che rappresenti tutte le impre s e associate, fallisce per l’opposizione delle organizzazioni libere e democratiche di farsi assorbire dal fascismo. Comincia l’esilio di molti dirigenti del cooperativismo italiano e Nullo Baldini si adopera per cre a re all’estero l’Unione delle cooperative con lo scopo di off r i re l a v o roagli esuli. Nel 1928 le cooperative a diverso titolo sono 7.500 con 1.600.000 soci, nel 1937 sono 14.500 con 2.400.000, nel 1943 sono circa 11.000, secondo i dati forniti dall’Ente nazionale della cooperazione. Ma non si tratta di organismi come erano in precedenza e come saranno conosciute successivamente. La Repubblica di Salò tenta di mantenere le maglie del cooperativismo fittizio, mentre molte cooperative che avevano superato l’agg ressione iniziale del fascismo, mantenendo dirigenti di formazione riformista, specie in Emilia, Piemonte e Liguria, forniscono sostegno economico e logistico alla lotta partigiana. Giulio Cerreti, presidente della Lega delle cooperative dopo la Liberazione, così ricorda il fenomeno: “Ci sono state molte cooperative nelle zone a forte presenza partigiana che servivano per rifornimenti e, credo, anche per certo lavoro del genio zappatori, del genio costruttori di ponti, eccetera. I lavori venivano fatti dai terrazzieri delle cooperative dell’Emilia, della Romagna, dell’Appennino tosco-emiliano e questa esperienza di uomini organizzati, oltre ad assolvere alla sua funzione economico-sociale, divenne un fatto anche militare, di lotta”. Ma l’aspetto negativo della politica fascista rispetto alla cooperazione, che o c c o rre sottolineare in questa sede, riguarda il processo di deresponsabilizzazione avviato dalla politica centralistica, burocratica e autoritaria. Lo sforzo straordinario di re n d e repro t a g o n i s t i del proprio destino attraverso l’educazione alla responsabilità, al dovere e alla disciplina off e rto dal lavoro associato, con il fascismo si trasforma in un controllo burocratico. Dirigenti a ogni livello nominati per ragioni politiche, quasi con lo status di impiegati pubblici, sono un veleno per il cooperativismo e per la sua capacità di educare all’etica civile e dello stato. La famosa frase “Qui non si fa politica”, scritta a caratteri cubitali nei locali dopolavoristici, rende inutile l’aggregazione sociale, appiattita com’è sulla banalità del quotidiano, p e r a l t rodeterminato dall’alto. In questo senso si può parlare di un passo indietro nella formazione della coscienza civile della popolazione. In eff e tti, si tratta di un appannamento delle conquiste dei precedenti decenni, ma il segno lasciato non è stato del tutto cancellato. Non soltanto durante il fascismo si sono avute manifestazioni contrarie alla politica economica del re g ime, in particolare nelle campagne e tra gli artigiani, ma subito dopo la caduta di Benito Mussolini sono risorte le organizzazioni cooperative ed è ripresa la lotta per la ricostruzione del Paese. La ricostruzione La cooperazione riprende vigore e slancio subito dopo il passaggio delle tru ppe alleate nelle regioni meridionali, in part i c o l a re nel settore agricolo, del consumo e della produzione. La Liberazione vede il rifiorire delle imprese associate nelle regioni che maggiormente avevano soff e rto l’occupazione tedesca e la p a rtecipazione di molti cooperatori alla g u e rra partigiana attesta il vasto sentimento democratico di vasti strati della popolazione, nonostante lunghi anni di p ropaganda martellante del regime e la spietata repressione. Ai socialisti si affiancano i comunisti, divenuti numericamente maggiori, avendo compreso l’importanza che riveste l’associazionismo economico per la ricostituzione del Paese e anche per esercitare una influenza capillare tra i lavoratori. Palmiro Togliatti pronuncia a Reggio Emilia il celebre discorso sui ceti medi, aprendo la strada all’impegno s e m p re più massiccio dei comunisti nelle cooperative. La Lega delle Cooperative e Mutue viene subito ricostituita, anche per l’impegno di Alberto Basevi. Alla sua testa viene eletto il socialista Emilio Canevari, il quale aderisce al Partito social-democratico dopo la scissione operata da Giuseppe Saragat nel 1947. La reazione di socialisti e comunisti costringe Canevari alle dimissioni. Viene eletto il comunista Giulio Cerreti, formidabile organizzatore degli antifascisti in esilio, responsabile dell’avviamento al lavoro di migliaia di operai italiani all’estero attraverso la creazione di cooperative di lavoro in Francia. Qualche mese prima era stata ricostituita la Confederazione Italiana delle Cooperative, in aperta rottura con l’ipotesi di costru i re una centrale cooperativa unitaria. Del resto l’impegno dei cattolici in campo sociale si dispiega in ogni direzione. In primo luogo imprimono una forte accelerazione alla cooperazione agricola, non tanto in funzione della r i f o rma agraria, quanto in direzione dei servizi tecnici e di credito per l’azienda familiarecoltivatrice, tenuto soprattutto conto della presenza travolgente della Federazione nazionale Coltivatori dire tti, creata da Paolo Bonomi nell’autunno del 1944. Le Casse rurali hanno uno sviluppo crescente e diventano uno dei cardini della ricostruzione e della stessa rinascita dell’agricoltura. Si ricostituiscono le cooperative di produzione e lavoro per prendere parte alle opere di ricostruzione. Ma un fenomeno nuovo è quello della cooperazione di abitazione, anche per effetto della legislazione agevolativa in materia, di cui il Piano Fanfani attorno all’Ina-Casa è una testimonianza diretta dell’impegno dello Stato per far fronte all’emergenza abitativa. Uno dei fattori nuovi della cooperazione nel secondo dopoguerra fu rappresentato dallo sviluppo della cooperazione edilizia, favorita dalla crisi degli alloggi nell’immediato dopoguerra. Fu calcolato che per riport a re la situazione al 1939, quando già era considerata deficitaria, occorreva costru i re circa 3 milioni di vani, ma che, considerando l’inattività edilizia durante il conflitto, il fabbisogno si aggirava allora su 7.600.000 vani nuovi. Tra il 1949 e il 1950 f u rono approvati vari pro v v e d i m e n t i (Fanfani, Tupini, Aldisio) che in vario modo tendevano a favorire l’edilizia pop o l a re e cooperativa, richiamandosi alle norme previste dal testo unico sull’edilizia economica del 1938. Tra il 1951 e il 1959, durante il miracolo economico, la cooperazione edilizia conobbe l’inc remento maggiore passando da 3.602 a 15.601 cooperative, con un’incidenza sul totale che saliva dal 25,1 al 49,9 per cento. Il settore edile svolse un ruolo trainante nella fase di sviluppo più intenso, tra il 1953 e il 1964, con un incremento del 298 per cento. L’intero settore invece risentì della congiuntura sfav o revole nella seconda metà degli anni Sessanta quando l’incremento medio oscillò intorno al 2,2% con una diminuzione nel ’66-67 dello 0,4%. A proposito della legislazione cooperativa sulle cooperative di abitazione, responsabile per sua parte del gigantismo urbanistico degli ultimi cinquanta anni, Guido Bonfante scrive: “Nel settore edilizio anzi, la pro s p e t t i v a è decisamente peggiorata rispetto al passato consentendosi espressamente la possibilità di trasformazione delle cooperative del tipo a proprietà indivisa nel tipo a proprietà divisa e facilitandosi u l t e r i o rmentel’insorgere in forme massicce di cooperative di profittatori costituite solo per godere dei benefici fiscali e che, ad esempio, una volta costruito il fabbricato, alienano a terzi gli alloggi”. Bisogna tuttavia ricord a re che la cooperazione di abitazione svolge un ruolo imp o rtante nel form a re una coscienza abitativa tra migliaia di lavoratori. Non ci si riferisce al diritto alla casa, che pur è terreno di dibattito e di costante iniziativa politica, quanto alla crescita della consapevolezza che il possesso dell’abitazione – sia a titolo di concessione da parte di un ente pubblico (quale Ina-Casa o Istituto case popolari) o la proprietà dell’alloggio – comportano una dire t t a assunzione di responsabilità nella gestione dello stesso alloggio, nel pagamento del canone o delle quote di mutuo, nella partecipazione al mantenimento del patrimonio. È una scelta che non sempre matura ri- sultati positivi, ma generalmente il merito di possedere in modo permanente un alloggio è una conquista di grande valore sociale e civile, i cui effetti sul c o m p o rtamento delle persone non semp re è stato studiato. La Costituente Il dibattito in seno alla Costituente è molto acceso attorno ai temi della cooperazione. I comunisti invocano il riconoscimento della proprietà cooperativa, a fianco della proprietà privata e di quella pubblica, influenzati dalla collettivizzazione in Unione Sovietica e di alcune esperienze di gestione associata, in part i c o l a re nelle campagne di Ravenna. Si tratta di una forzatura che non trova accoglimento. Il punto di mediazione tra le varie posizioni porta alla formulazione di principi rispondenti alla storia e alla tradizione del diritto in Italia e che trova la sua ospitalità nell’art. 45 della Costituzione della Repubblica Italiana, promulgata il 1° gennaio 1948. L’ a rticolo 45 così recita: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fine di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato”. Questi principi generali erano già stati tradotti nel Decreto legislativo 14 dic e m b re1947 n.1577, meglio noto come “Legge Basevi”, approvato quasi contestualmente. Questa legge rappresenta il punto più avanzato della concezione della cooperazione come strumento della politica sociale da parte dello Stato e resta ancora oggi un caposaldo del rapp o rto tra organizzazioni cooperative e le istituzioni pubbliche. Questi principi hanno retto la struttura organizzativa del movimento cooperativo italiano, soprattutto per quanto rig u a rda la rappresentatività della cooperazione e i rapporti con lo Stato. La delega concessa dal potere centrale alle o rganizzazioni cooperative per la vigilanza sulle imprese associate e i poteri di revisione della contabilità e dei bilanci, hanno rappresentato l’elemento decisivo del rapporto di appart e n e n z a , accanto al collante ideologico e politico. Si tratta di due aspetti inscindibili del Movimento cooperativo italiano. Anche dopo la fine del collateralismo dichiarato tra partiti politici e centrali cooperative, il peso storico dell’appartenenza ha rappresentato uno degli elementi importanti dell’identità e dell’orgoglio cooperativi. Educazione e modello economico In effetti questo è uno dei segni più vistosi della crisi del modello cooperativo negli anni ’50 e ’60, in seguito alla industrializzazione e al miracolo economico. Ma il riformismo socialista e il realismo dei comunisti hanno il sopravvento sulle discriminazioni politiche operate dalla Democrazia cristiana, in particolare nei confronti della cooperazione di lavoro. La crisi di numerosi settori industriali in Emilia spingono le maestranze ad associarsi, anche se la legislazione impedisce alle imprese artigiane di adottare la forma cooperativa, tranne che per le garanzie sui prestiti erogati dalle banche. Nascono i Consorzi fidi che sollecitano una imprenditoria associata nelle re g i oni dell’Italia centro-settentrionale, ac- canto allo sviluppo dell’impresa familiare. Nasce lentamente e si consolida il modello della piccola e media impresa (Pmi) che trova nella cooperativa il modello più valido, sostenuto successivamente dalla politica industriale e dalle scelte di programmazione delle Regioni, a part i redal 1970. Le cooperative diventano un punto di forza del modello economico italiano. S c h i e re di economisti e di sociologi s ’ i n t e rrogano sul successo di questo modello, attribuendone la causa all’inventiva, alla fantasia, alla voglia di rischiare della classe imprenditoriale italiana. Ma dietro il successo del modello Pmi c’è la scuola del cooperativismo, la voglia di fare e l’agire economico che padri e nonni di tanti imprenditori hanno appreso nelle leghe operaie e nelle cooperative a cavallo del Novecento, c’è la “grande università della vita associata”, per usare l’espressione così cara a Maksim Gor’kij. Quale altra impresa privata o pubblica, quale altra multinazionale avrebbe potuto imprimere uno slancio creativo così profondo, se non il lavoro responsabile condotto insieme ai propri simili, sulla spinta di una motivazione politica e ideale davvero irripetibile, nel bene e nel male. Si tratta di aspetti che ancora non sono stati valutati con sufficiente attenzioni, ascritti alla dimensione delle ideologie e alla politicità del cooperativismo. È tempo, al contrario, di condurre una riflessione attenta di quanto l’educazione e la formazione conseguite attraverso il lavoro associato abbiano influito nella identificazione inconsapevole e poi nella costruzione e nel consolidamento del modello economico e imp renditoriale del Paese. Agricoltura e cooperativismo Nascita delle Leghe braccianti Nella seconda metà dell’Ottocento, nelle aziende agrarie della Pianura padana, proprietà di ricchi borghesi, di società fondiarie e di banche, il lavoro bracciantile non è regolato da norme contrattuali per quanto riguarda il salario e l’orario. Nascono le prime associazioni operaie con lo scopo di trattare con il proprietario le condizioni di lavoro. Le prime Leghe braccianti ottengono risultati importanti sotto la dire z i one degli agitatori e organizzatori socialisti, tra cui si mette in evidenza il romagnolo Andrea Costa, influenzato all’inizio della sua attività dalle idee dei rivoluzionari russi Michail Aleksandrovic Bakunin e Anna Kulishoff, giunti in Italia come delegati dell’Intern a z i o n a l e socialista, fondata Karl Marx e Friedrich Engels a Londra nel 1864. Le prime cooperative agricole nascono tra braccianti impegnati nei lavori di bonifica idraulica, sempre nella Pianura padana. L’impegno organizzativo di Nullo Baldini fa crescere rapidamente il numero delle cooperative nelle province romagnole. L’esperienza positiva nell’esecuzione delle opere di bonifica fa degli “scarriolanti” dei veri e propri specialisti della materia, portando alla legge che riconosce il diritto di part e c i p a re agli appalti pubblici. Non c’è opera di bonifica lungo la Valle del Po e delle zone paludose che non veda la presenza delle cooperative. Quando il governo decide la bonifica di Ostia e dintorni, l’appalto è vinto da una società romana di proprietà dell’ingegnere Aristodemo Angeletti, originario di Ravenna. Per l’esecuzione dei lavori, Angeletti si rivolge all’Associazione generale degli operai braccianti del Comune di Ravenna. Un primo nucleo di cinquanta “scarr i o l a n t i ” a rriva alla fine dell’estate del 1884 con il compito di pre p a r a rela base logistica. Il gruppo più numeroso, guidato dal presidente Armando Armuzzi, composto da circa 500 braccianti e 50 donne ausiliarie, giunge nel mese di novembre. Le maestranze sono alloggiate in locali p resi in affitto, precisamente nel grande casale chiamato Palazzaccio di pro p r i età del conte Senni a Isola Sacra nei pre ssi di Fiumicino, in case e magazzini di p roprietà dei principi Chigi e Aldobrandini a Ostia. Inizia la grande opera di redenzione del Litorale romano, costata sudore e sangue, dolore e morte, ma destinata a c a m b i a re il volto dell’Agro romano e del litorale con la fondazione della città di Ostia Lido, di Fiumicino e la creazione della grande azienda agricola di Maccarese e Campo Salino. L’altro grande avvenimento storico riguarda i Fasci siciliani, vasto moto di p rotesta e di lotta contro le condizioni di sottosviluppo e di sfruttamento, guidato in primo luogo dai socialisti e dai repubblicani. In primo luogo, le cooperative di lavoro e quelle agricole si pongono alla testa dei moti nel 1893, repressi nel sangue. Ma il segno lasciato da quella esperienza è duraturo, influenzando gli stessi ambienti cattolici. Infatti, nel 1900 il sacerdote Luigi Sturzo fonda a Caltagirone, suo paese natale, un’affittanza collettiva a conduzione divisa, distinguendosi dalle gestioni collettive socialiste, a cominciare da quella ravennate sotto la guida di Nullo Baldini. L’inizio del cooperativismo agricolo p rende il via nella netta contrapposizione tra proponimenti collettivistici di ispirazione socialista e la conduzione in- dividuale della famiglia agricola di matrice cattolica. Questo dualismo si perpetuerà per lunghi decenni e giungerà fino alle soglie del Duemila. L’esperienza delle Cab (Conduzione agricola braccianti) ravennati, eredi dell’esempio di Baldini e delle stalle sociali nell’area emiliana e padana, tentativo di impre nditoria agricola associata, costituisce un esempio che è stato a lungo studiato. Bisogna ricord a re che quelle esperienze sono state molto importanti per la formazione di una classe dirigente agricola e cooperativa improntata a criteri di managerialità ed efficienza, educando migliaia di braccianti e di piccoli agricoltori alla conoscenza delle tecniche agronomiche di volta in volta innovative, alla meccanizzazione agricola, all’impiego di pesticidi e fitofarmaci, al rispetto delle regole sanitarie. Ancora una volta il lav o roassociato, espresso nelle forme che sono decise insieme, diventa palestra f o rmativa del comportamento dell’individuo e quindi contribuisce a form a re il carattere aperto alla realtà circostante, ricettivo delle novità, consapevole di dover continuamente impossessarsi delle nuove scoperte tecnico-economiche e delle scoperte scientifiche. L’eversione della feudalità L’eversione della feudalità ha avuto un p e rcorso lento e diff e renziato da zona a zona. L’accelerazione napoleonica con l’editto di Giuseppe Bonaparte del 1806 per le province napoletane ha pro d o t t o e ffetti duraturi che la restaurazione non è riuscita a cancellare, ma bisogna attendere lo Stato unitario perché il processo di superamento delle strutture feudali, sia in campo giuridico che economico-sociale, si avviasse a conclusione. Nonostante la volontà delle classi politiche nell’Italia unita di pro c e d e re sulla strada della modernizzazione del Paese, sono necessari molti anni perc h é l’assetto giuridico e la struttura economica presentino vistosi segni di cambiamento. Il settore più direttamente interessato all’eversione della feudalità è l’agricoltura. Più propriamente si tratta di molte zone rurali nell’Italia centro - m e r i d i o n ale. La vendita dei demani collettivi e l’alienazione dei beni dell’asse ecclesiastico, nota come “mano mort a” (abbazie, monasteri, conventi, istituti religiosi, ecc.) hanno come immediata conseguenza la restrizione dei diritti feudali delle popolazioni su quelle terre, detti usi civici (come semina, legnatico, pascolo, allevamento brado). Subito dopo inizia il procedimento di liquidazione degli usi civici per consentire ai nuovi proprietari il pieno possesso della terra e l’avvio di lavori di miglioramento e di trasformazione fondiaria. Emblematico è il caso delle terre nell’ex Stato pontificio: la legge 24 giugno 1888 n.5489 abolisce tutti gli usi civici sulle terre possedute, salvo compenso agli utenti. L’opposizione delle popolazioni è durissima, in quanto si vedono privati di un diritto per la elementare sopravvivenza. Dopo anni di discussione e di lotte che coinvolgono le popolazioni interessate, nel 1891 viene approvata la legge n. 381 che prevede l’indennizzo per le popolazioni sia in denaro che pre f e r i b i lmente in terreni staccati dal latifondo e gestiti dai Comuni, mentre la legge 4 agosto 1894 n. 397 stabilisce le norm e per il riconoscimento delle collettività degli utenti che nel Lazio prendono il nome di Università agrarie. In altre regioni il nome è Partecipanze, Comunanze, Collettività, a seconda delle consue- tudini. Molti di questi enti che si configurano come stru t t u re pubbliche esistono ancora oggi e continuano a gestire vasti patrimoni, nonostante le alienazioni e le affrancazioni che sono avvenute nel corso del Novecento. Basti citare le Università agrarie di Tolfa, Allumiere, Monte Romano, Ta rquinia, Capodimonte tra le più importanti. Molti enti si sono sciolti con il passare del tempo, dopo a v e reassegnato le quote, molto spesso di un ettaro, agli utenti che le hanno successivamente affrancate. La pro p r i età residua è passata al demanio dei rispettivi Comuni. Occupazione delle terre Per eserc i t a re la difesa dei loro diritti e per gestire le terre concesse, i contadini si riuniscono in Leghe, su iniziativa dei socialisti, dei repubblicani e delle org anizzazioni cattoliche, anche se queste ultime hanno una funzione passiva, impegnate piuttosto nella creazione di Casse rurali che si diffondono rapidamente nelle campagne. Alle lotte per la terra si accompagnano quelle per miglioramenti salariali e per la riduzione dell’orario di lavoro . Nel 1901 nasce a Bologna la Federt e rr a , o v v e rola Federazione dei lavoratori della terra che organizza ben 724 Leghe contadine. Il movimento sindacale assume carattere organizzato su scala nazionale con il IV Congresso della Federazione delle Camere del Lavoro, cui aderiscono le stesse Leghe contadine, p reludio della fondazione della Cgl, Confederazione generale del lavoro, avvenuta nel 1906. La nascita della Federazione dei lavoratori della terra del Lazio e della Sabina nel 1905 è il tentativo di coord i n a ree indirizzare verso obiettivi precisi il vasto movimento che all’inizio del Novecento investe le campagne. Nello stesso tempo si precisa il programma per la nascita e lo sviluppo delle cooperative agricole, superando contrasti e divisioni intern e . La cooperazione è vista come passaggio al socialismo. Nel 3° congresso dei socialisti laziali, svoltosi a Roma nel dic e m b re1905, è approvato un documento che sancisce questi principi. Ma non è facile costituire le cooperative per gestire collettivamente la terra, sia per mancanza di esperienza che per la prevalenza degli aspetti sindacali. Nel 1907 si svolge il congresso delle Leghe contadine e delle cooperative, indetto congiuntamente dalla Camera del Lavoro e dalla Lega delle Cooperative. Viene approvato un importante documento congiunto sullo sviluppo della cooperazione agricola nel Lazio. I suoi contenuti sono validi anche per le altre re g i o n i centro-meridionali. Riconosciuta la imprescindibile necessità di diff o n d e re nel Lazio la cooperazione agraria per l’integrazione del movimento di resistenza, per il miglioramento delle popolazioni agricole, per la coltura delle terre incolte, fa obbligo a ogni lega di pro m u o v e re d’accord o con la Federazione delle Cooperative di Roma la costituzione di cooperative agricole con sezioni di consumo e quindi iniziare con mezzi moderni di coltura collettiva, di credito, di rivendita dei prodotti, la trasformazione agraria della regione. Al successivo congresso contadino del 1909, che interessa altre regioni centromeridionali, si parla di organizzare cooperative per la vendita, l’acquisto, la coltivazione e la gestione delle aff i t t a nze collettive. L’epopea della terra con le leghe conta- dine, le invasioni, le occupazioni e la coltivazione dei demani e delle pro p r i età latifondistiche e usurpate, è stata una grande scuola politica, di crescita umana e culturale, di crescita della consapevolezza civica e della possibilità di riscatto ed emancipazione della popolazione contadina, analfabeta e abbrutita da spaventose condizioni di vita. La letteratura è piena di riferimenti a questa realtà, come la pittura, soprattutto quella legata al naturalismo e al gruppo dei XXV pittori della Campagna ro m ana. Molti contadini sono diventati amministratori di Università agrarie, consiglieri comunali, sindaci, dimostrando una capacità di governo nell’interesse collettivo che ne ha fatto figure ancora oggi ricordate con rispetto nelle zone rurali del Paese. La guerra e il fascismo Lo scoppio della prima guerra mondiale interrompe le agitazioni contadine e le occupazioni. I lunghi anni del conflitto t rovano nelle trincee milioni di contadini con il sogno della terra, ora pro m e s s a dai comandanti militari dopo la vittoria. Ma il ritorno a casa non realizza il miracolo agognato. Di conseguenza, anche per le spaventose condizioni di miseria in cui la guerra ha gettato il Paese, rip rende la lotta per la terra nel centromeridione, mentre al nord si moltiplicano scioperi e agitazioni di braccianti e mezzadri per miglioramenti salariali e mutamenti nella ripartizione del prodotto. La costituzione dell’Opera nazionale combattenti è un punto di svolta nel movimento per la terra, in quanto salda le rivendicazioni dei socialisti e dei cattolici con quelle dei nazionalisti. L’ondata di invasioni e di occupazioni è seguita dalla nascita di cooperative con l’obiettivo di conduzione associata da p a rte della Federt e rra e di distribuzione tra i contadini da parte dei cattolici riuniti nella Confederazione nazionale delle cooperative. Il governo non può assistere a lungo senza prendere una decisione. Il decreto Visocchi del 1919 che prevede l’esproprio delle terre incolte porta il nome del ministro dell’agricoltura, ma è un puro e semplice palliativo, in quanto – tra dispute locali e lungaggini tecniche – si riesce alla fine a e s p ro p r i a re poche migliaia di ettari, gettando nella delusione e nello sconf o rto milioni di contadini. Il fascismo fa il resto. Le Case del popolo, le Camere del lavoro, le Leghe contadine, le cooperative sono prese d’assalto dalle squadracce, in part i c o l a re nelle zone della Pianura padana. La re s i s t e nza operaia e contadina è strenua, ma la p rotezione della forza pubblica verso le bande fasciste per la connivenza delle autorità locali con i Fasci di combattimento, porta alla distruzione delle cooperative che non si piegano a essere assoggettate agli scherani locali. Il fascismo colpisce soprattutto le org a n i z z azioni di rappresentanza del cooperativismo, attraverso le quali viene esercitato il protagonismo delle cooperative, vero e proprio patrimonio della democrazia e frutto delle lotte e delle conquiste del movimento operaio e contadino italiano. Subito dopo la conquista del potere in seguito alla marcia su Roma, si compie l’ultima aggressione al cooperativismo democratico: Rossoni, ministro del g o v e rnoMussolini, annulla il decreto Visocchi e le modifiche apportate successivamente per attenuarne gli effetti sulla grande proprietà, dando inizio alla corporativizzazione delle campagne. La cooperazione è distrutta. I Consorz i agrari vengono sottratti alla gestione democratica e trasformati in strumenti della politica del regime. Inizia il lungo inverno della dittatura. Il bisogno di terra non può essere a lungo eluso dal fascismo, anche per la forte incidenza esercitata dall’Opera nazionale combattenti. La terra degli agrari sostenitori del regime non si tocca! La risposta è duplice. Da una parte il vasto programma di bonifica integrale in molte parti d’Italia, la più imponente e spettacolare è quella riguardante il completamento delle storiche opere idrauliche nella Pianura pontina con la creazione di migliaia di poderi assegnati a famiglie p rovenienti dalle zone poverissime del Friuli e del Veneto; dall’altro l’avventura coloniale che coinvolge tanti contadini con il miraggio del “posto al sole”. Il secondo dopoguerra La terza ondata di occupazione di terre si verifica subito dopo la caduta del fascismo, a part i redal 1943 nelle regioni meridionali. Le cooperative agricole rinascono immediatamente, questa volta sotto l’impulso del Pci e della Dc. L’obiettivo è la riforma agraria generale per socialisti e comunisti, mentre i democristiani propugnano, attraverso l’opera di Paolo Bonomi, il sostegno dell’azienda contadina. Il clima politico incandescente del dopoguerra facilita le lotte agrarie, al nord per miglioramenti salariali e il superamento della mezzadria, nel centro-meridione contro il latifondo e la colonia. Sono due mondi diff e re n t i ma uniti in uno scopo unitario: la riforma agraria. Le occupazioni di terre si susseguono con ritmo incessante, nonostante gli eccidi di Portella della Ginestra (Palermo) il 1° maggio 1947, Melissa, Montescaglioso, Celano, Ferrara. Il decreto Gullo del 1944 sulla quotizzazione delle terre incolte e malcoltivate, dal nome del ministro dell’agricoltura dell’epoca, alimenta le speranze dei contadini. Le cooperative riescono ad avere in assegnazione numerose porzioni di latifondo e di terre incolte. Si tratta di una conquista politica fondamentale. Le terre sono poste a coltura talora in forma indivisa, ma il più delle volte vengono divise in quote e assegnate ai soci. Il ruolo delle cooperative è fondamentale, anche per mediare opposti interessi tra i contadini. Non semp re l’operazione riesce, per cui si susseguono fallimenti e delusioni. La sconfitta del Fronte popolare nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 segna una battuta d’arresto delle lotte agrarie, anche perché Paolo Bonomi non ha schierato la potente organizzazione della Federazione nazionale Coltivatori diretti e la capillare rete dei Cons o rzi agrari per la riforma. L’alleanza dei cattolici democratici con lo schieramento conservatore e reazionario dei proprietari terrieri, la paura di Alcide De Gasperi di recriminazioni conservatrici negli ambienti vaticani, la preoccupazione di irritare gli Stati Uniti, portarono all’abbandono del progetto originario di r i f o rmaagraria generale, limitandosi ad uno stralcio riguardante soltanto l’esproprio oneroso di parte del latifondo abbandonato. Nasce così la riforma fondiaria, detta “stralcio”, che ha intere s s ato molte regioni e che ha visto la nascita di decine di migliaia di piccole aziende agricole nel Veneto, Toscana, Lazio, A b ruzzo, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. E le cooperative? Scacciate dalla porta sono rientrate dalla finestra. Nessuna cooperativa che aveva occupa- to le terre successivamente espropriate ottiene la terra, in conseguenza della scelta di pro c e d e re all’appoderamento individuale. Ma la necessità di dotare le singole aziende dei servizi tecnici necessari spingono gli enti a costituire cooperative di servizio tra gli assegnatari dei poderi. Nascono centri di assistenza nei b o rghi rurali che sono veri e propri punti d ’ i n c o n t rodei contadini provenienti da ogni angolo d’Italia, favorendo l’aggregazione sociale e l’integrazione culturale, anche per effetto delle attività scolastiche e form a t i v e . Superata la fase dell’appoderamento, si pone il problema dello sviluppo delle nuove zone agricole e della integrazione nell’economia di mercato che inizia negli anni Sessanta con il miracolo economico. Gli enti di riforma, come Opera Sila, Ente Maremma, Ente Tre Ve n e z i e , Ente Fucino, ecc. si trasformano in Enti di sviluppo agricolo. Promuovono la c reazione di cantine, frantoi, macellerie, latterie, caseifici e centri di lavorazione di frutta e verdura per i produttori delle diverse regioni, utilizzando i finanziamenti del Piano verde n.1 (1961) e n.2 (1967), delle Regioni dopo la loro costituzione nel 1970 e della Comunità economica euro p e a . Si tratta di iniziative che hanno avuto una funzione decisiva nella formazione p rofessionale di migliaia di agricoltori, di cui hanno elevato la capacità impre nditoriale, la rete di conoscenze e le re l azioni istituzionali, facendo della gestione delle cooperative vere e proprie pales t re di educazione politica, amministrativa e di responsabilità. Non tutte le iniziative hanno avuto successo, anche per l’esasperata protezione politica e finanziaria, conseguenza del quadro norm a t ivo italiano ed europeo, che ha port a t o talvolta a comportamenti poco etici, ma la cooperazione agricola è stata decisiva per accrescere il ruolo degli agricoltori nella società. Si deve anche ricord a re che le cooperative agricole promosse al di fuori delle zone di riforma hanno avuto un ruolo alt rettanto importante. Basti pensare alla s t r a o rdinaria crescita imprenditoriale in Emilia-Romagna, Toscana, Ve n e t o , Lombardia, Trentino-Alto Adige, cre a ndo quel tessuto agro-industriale che ancora oggi rappresenta uno dei punti di forza del sistema alimentare del Paese. Le ultime occupazioni La quarta ondata di occupazione di terre ha inizio, in modo inaspettato e in forme assolutamente inedite, nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso. È la conseguenza dello c h o c p etro l i f e ro seguito alla guerra del Kippur nel 1973. La bilancia dei pagamenti italiana raggiunge deficit vertiginosi a causa dell’alto prezzo del petrolio ma anche per l’ingente acquisto di derrate alimentari. Queste ultime sono imputabili alla crisi generale dell’agricoltura seguita all’industrializzazione del Paese, all’abbandono della montagna e delle zone i n t e rne, all’emigrazione di milioni di persone dal Mezzogiorn o . La discussione tra politici, economisti, sindacalisti su come aff ro n t a re l’emergenza trova una prima conclusione nella scelta di un Piano agricolo nazionale basato sulla utilizzazione delle risorse naturali, a cominciare dalla terra. Ma i tempi politici sono lunghi. La disoccupazione fa sentire il suo morso nelle grandi città. Studenti, giovani disoccupati, operai cominciano a organizzare movimenti di lotta per il lavoro e la coltivazione delle terre. Nel Mezzogiorno il r i c o rdo delle occupazioni del latifondo t rent’anni prima non si è spento. Nascono comitati di lotta e si verificano le prime occupazioni di terre del demanio m i l i t a rea Persano, in provincia di Salerno. Nascono le prime cooperative tra disoccupati, studenti, braccianti, pastori in Sicilia, Sardegna, Puglia, Basilicata, A b ruzzo, Lazio, Toscana, finanche nella ricca Lombardia. I giovani chiedono di coltivare le terre pubbliche abbandonate, quelle dei proprietari assenteisti, quelle destinate alla speculazione edilizia. Di fronte al rifiuto generalizzato, iniziano le occupazioni, secondo un copione già noto. I risultati sono limitati, ma significativi. Per la prima volta si ritrovano insieme intellettuali, professionisti, studenti, disoccupati, contadini. L’opinione pubblica assiste incredula e guarda con sarc a s m o agli avvenimenti inusitati. Il Parlamento a p p rova un provvedimento per incentivare la formazione professionale dei disoccupati, la legge n. 268 del 1978, che p revede anche il sostegno alle cooperative giovanili. È l’ultimo sussulto per la conquista della terra come bene di produzione. La rif o rma dei patti agrari, giunta negli anni Ottanta, con il superamento della mezzadria attraverso accordi tra le parti che p revedono la restituzione del podere al proprietario, chiude la storia delle lotte per la riforma agraria in Italia. Ma le piccole conquiste delle cooperative giovanili alla fine degli anni Settanta sono un punto di svolta, in quanto alla coltivazione della terra si accompagnano iniziative di assistenza e di re c u p e ro di persone disturbate e in difficoltà, in base al rinnovato interesse che si accende tra gli operatori socio-sanitari. Molte cooperative agricole che mettono a dis- posizione delle istituzioni e dei centri socio-sanitari le proprie strutture, sia per le attività terapeutiche basate sul lav o romanuale e sulla produzione agricola e artigianale sia per l’assistenza vera e propria, si trasformano in cooperative sociali integrate, finendo con il cre a re al proprio interno le condizioni previste dai protocolli sanitari che consentono la gestione delle misure previste per il rec u p e rodei portatori di handicap. Il cooperativismo si adegua ai tempi, dunque, senza abbandonare la propria p e c u l i a re origine e soprattutto senza smarrire le ragioni sociali che gli fanno attraversare i decenni come strumento i m p o rtante dell’organizzazione del lavoro nella società che cambia. La scelta imprenditoriale Il cooperativismo in agricoltura rappresenta, accanto a quello dei consumatori, del credito e del lavoro, la parte più consistente della realtà produttiva associata. Si tratta di un comparto economico di grande valore con punte di eccellenza per quanto riguarda pro d u z i o n i di qualità in tutti i segmenti, i cui marchi sono conosciuti e apprezzati da milioni di consumatori, in Italia e all’estero. Senza la cooperazione agro - a l i m e ntare l’immagine dell’Italia nel mondo s a rebbe differente, priva di una componente fondamentale per storia, tradizione, cultura e sapere. Tutto ciò è stato possibile grazie alle scelte compiute dagli agricoltori e dai dirigenti delle cooperative, scelte che hanno comportato un cambiamento d’orizzonte anche culturale per i produttori e le loro famiglie, elevandone il bisogno di conoscenza generale e non soltanto tecnico-agronomica. I figli dei contadini che hanno occupato le terre hanno frequentato gli istituti tecnici e molti hanno avuto accesso all’università, hanno compreso il v a l o re del sapere, hanno saputo mettere a frutto dell’azienda la nuova concezione del mondo. La stessa globalizzazione dei mercati ha imposto una maggiore capacità di distinguersi e diff e renziarsi, facendo dell’agricoltura e del vivere in campagna una sorta di valore aggiunto, fattore di qualità e di personalità. Tutto ciò è dovuto anche al contributo culturale, all’esempio educativo fornito dalle cooperative, dalla solidarietà e dalla condivisione delle scelte, dalla correttezza nei c o m p o rtamenti, dalla vigile cura del bene collettivo. Quante battaglie sono state combattute e vinte per convincere gli agricoltori che la cooperativa è la “casa comune”, che non può essere considerata un rifugio conveniente a seconda delle circostanze, che i conferimenti della produzione debbono essere di qualità e non lo scarto residuale del c o m m e rcio privato. Ci sono stati fallimenti, ma oggi è prevalso il meglio e la cooperazione agroalimentare è diventata decisiva per la modernizzazione e il futuro dell’agricoltura italiana. In poco più di trenta anni, grazie alla politica agricola dell ’ E u ropa e alle scelte delle Regioni, all’apertura dei mercati e alle scelte imp renditoriali fondate sulla qualità delle produzioni e la salvaguardia ambientale, le campagne italiane sono radicalmente cambiate e competono alla pari con i Paesi più avanzati in Euro p a e con gli Stati Uniti. L’ a g r i c o l t o re italiano è profondamente mutato come persona, in possesso di una mentalità aperta, di una concezione della società libera e pro g ressista, di una cultura imprenditoriale moderna. È c resciuta una personalità ricettiva, permeabile ai cambiamenti, disponibile al c o n f ronto e alla partecipazione. Il primo dato della sostanziale svolta lo si ha nel 1974, quando le campagne italiane votano in maggioranza per manten e re in vigore la legge sul divorzio; successivamente, il nuovo diritto di famiglia – con l’equiparazione della donna all’uomo nell’esercizio del diritto di proprietà, di successione e nella titolarità per la gestione dell’azienda in qualità di capofamiglia – fu approvato con la sostanziale adesione degli agricoltori. Si può parlare di una pacifica rivoluzione verde che ha investito la società rurale e contadina con risultati positivi sul piano economico e sociale. Senza il contributo educativo e formativo del cooperativismo questi successi sarebbero stati decisamente più lenti e meno sicuri, comunque meno generalizzati. Cooperative di pescatori Lo stesso ragionamento si può fare per i pescatori italiani. Tenuti per lunghissimo tempo al livello più basso della scala sociale, i pescatori hanno cominciato a conquistareun ruolo visibile nell’economia del Paese nella seconda metà del Novecento. La costituzione delle cooperative di pesca è iniziata nei primi decenni del secolo scorso, in particolare nei centri più importanti dell’Adriatico, sia per utilizzare le prime misure assicurative sulla salute e all’attuazione delle prime provvidenze previdenziali, sia per essere presenti sul mercato ittico che si andava configurando proprio in quegli anni. La nascita dell’industria di lavorazione del pesce e l’adozione di tecnologie moderne per la conservazione del pescato spingevano alla costituzione di cooperative, finalizzate anche all’utilizzazione di finanziamenti pubblici. Dopo la costruzione dei primi mercati del pesce e delle abitazioni per i pescatori nei villaggi marinari, lo Stato re p u bblicano sostenne l’ammodernamento della flotta peschereccia per consentire uno sfruttamento più re g o l a redelle risorse marine. Tutto ciò è stato accompagnato da un graduale processo di educazione al mare e alla pesca, condotto da p a rte delle associazioni cooperative, nella consapevolezza di contribuire alla s a l v a g u a rdia delle risorse, in presenza di continui e crescenti pericoli di inquinamento e di sfruttamento incontrollato delle specie ittiche. L’individualismo e l’egoismo spesso esasperati del pescatore, di cui è ricca la letteratura italiana e mondiale (si pensi soltanto alla celebre figura di Santiago, il vecchio pescatore solitario de The old man and the sea di Ernest Hemingway), hanno rappresentato un terreno ostico di educazione alla responsabilità e soprattutto alla conoscenza moderna del mare. La convinta e coraggiosa consapevolezza di poter sfidare le acque perché se ne conoscono le regole per millenaria consuetudine ed esperienza, ha costituito spesso un ostacolo per l’accettazione di norme legate alla compatibilità ambientale. La vita interna della cooperativa, la discussione sulle nuove regole nazionali ed europee, la condivisione di metodologie moderne per praticare il più antico dei mestieri al mondo, l’accettazione dei vincoli ambientali contro i luoghi comuni più frusti (il mare è di tutti, il mare distrugge e rigenera ogni cosa, i pesci si spostano e non hanno nazionalità!...) ha fatto maturare una cultura imprenditoriale nuova e positi- va. I primi significativi segnali sono stati registrati in questi ultimi anni proprio con la crescita dell’impresa cooperativa di pesca, anche se non mancano tensioni ogni qual volta è necessario aff ro n t a re emergenze ambientali o economiche, allorquando molti pescatori ritengono che la risposta individuale sia la più semplice per aggirare vincoli e limiti all’attività di pesca. Ma la traccia segnata dal cooperativismo è divenuta indelebile e non più reversibile, condizione irrefutabile per la pesca del futuro. Oggi la pesca marittima, l’acquacoltura, l’allevamento nelle valli e la trasformazione industriale rappresentano un segmento importantissimo dell’economia alimentare italiana. I pescatori sono protagonisti di attività modern e , grazie all’utilizzo di imbarcazioni e tecnologie avanzatissime, alla cui continua implementazione contribuiscono in maniera decisiva le cooperative. Questa realtà rappresenta una ricchezza immensa per il Paese, in quanto contribuisce a conservare e a utilizzare correttamente il vastissimo patrimonio di cultura, tradizioni, culti e festività re l igiose alcuni dei quali affondano le radici nel paganesimo (si pensi alla Barabbata di Marta sul lago di Bolsena!), cucina ed eno-gastronomia che rimanda a contaminazioni etniche e migrazioni, modi di essere che caratterizzano ogni borgo marinaro. Anche la ricerca scientifica è stata posta al servizio della pesca e dei pescatori, in modo part i c o l a re attraverso la costituzione di cooperative di biologi e di ricercatori impegnati a svolgere complesse r i c e rche in stretto collegamento con le comunità costiere . Il Mediterraneo esprime la propria storia millenaria proprio nella cultura del mare e della pesca, di cui le cooperative di pescatori sono oggi titolari e depositarie, cercando di trasmetterle alle popolazioni dell’entro t e rra attraverso attività innovative e complementari che arr i c c h iscono la vita economica e sociale della costa e della terr a f e rma. La pesca non è soltanto produzione, ma anche storia, tradizioni, cultura, arte, alimentazione salutare e benessere fisico: un grande patrimonio che rappresenta un vero e p roprio asset del Paese. ● DOCUMENTI 155 Intraprendere insieme in una fase di difficoltà di Franco Buzzi* Nel suo intervento il presidente di ANCPL-Legacoop ripercorre tre anni di iniziative e di crescita della cooperazione di produzione e lavoro, che hanno coinciso con un periodo tutt’altro che facile nella vicenda del settore 1 Pubblichiamo in queste pagine l ’ i n t e rvento del presidente dell’Associazione Nazionale delle Cooperative di Produzione e Lavoro a d e renti alla Legacoop alla 3ª Assemblea triennale dell’Associazione, tenutasi a Roma il 28 e 29 marzo 2006. ari amici delegati, gentili ospiti, siamo grati alle cooperative associate di avere contribuito all’organizzazione di questa terza Assemblea triennale partecipando sia ai dibattiti preparatori che alle assemblee congressuali regionali e terr i t o r i a l i . Il dibattito è stato ampio e non si può certamente d i re che il confronto interno sia mancato, al contrario la vivacità della discussione, la sua non buro c r aticità, è una manifestazione di vitalità che riteniamo debba essere apprezzata. Ringraziamo inoltre i nostri ospiti che contribuiranno a rendere maggiormente utile l’iniziativa. Non è stata una preparazione facile, anche perchè è avvenuta in un periodo di grandi tensioni. Ci siamo trovati, per fare i due esempi maggiori, dentro la questione Unipol-Bnl e nel pieno di una campagna elettorale combattutissima, forse anche tro p p o aspra. Ma così sono andate le cose e per quanto rig u a rdava noi abbiamo cercato di tenere il timone della discussione sui problemi delle imprese, interp retando e dando un luogo di riflessione alle nostre migliaia di soci, e pensiamo di aver fatto bene perché prima di tutto noi siamo qui per tutelare i loro legittimi interessi e dare forza alle loro aspettative. L’assemblea congressuale di Ancpl è un momento di verifica dell’attività svolta dall’Associazione in questi ultimi anni, dello stato delle cooperative associate, dei programmi di sviluppo del nostro settore. Il tempo che ci separa dall’ultima Assemblea triennale è stato segnato profondamente dalle vicende legate alla Riforma del Diritto Societario Cooperativo. Tutto iniziò con il varo della Legge Delega 366 del 2001, in cui si manifestò un orientamento che puntava al ridimensionamento del ruolo dell’impresa cooperativa, in part i c o l a redi quella di maggiori dimensioni, anzichè favorirne la crescita e la competitività. I punti che suscitarono la nostra fortissima opposizione furono quelli connessi alla ridefinizione del concetto di mutualità, ma soprattutto all’intro d u z i one di disposizioni dirette ad agevolare la trasform a- C zione delle società cooperative – non più rientranti nel concetto di mutualità – in società lucrative. Con la nomina della Commissione presieduta dall’On. Vi e t t i fu possibile instaurare un concreto ed utile confronto fra Centrali cooperative, Governo e Commissioni parlamentari, il cui risultato finale, il D.Lgs. 17 gennaio 2003 n°6, ci consente di aff e rm a re che – grazie alla capacità di mobilitazione unitaria di tutto il Movimento – finalmente, dopo tanti tentativi andati a vuoto, la cooperazione ha una legge organica che la disciplina superando la storica dispersione delle norme cooperative nei testi più disparati. Il nuovo quadro normativo riconosce e valorizza la natura mutualistica e la funzione sociale dell’impresa cooperativa, riconduce tutte le cooperative nell’ambito dell’art. 45 della Costituzione indicando nel carattere di mutualità l’elemento essenziale per una società che voglia definirsi una cooperativa, mentre ai soli fini dell’agevolazione fiscale nelle Cooperative a mutualità prevalente devono essere rispettati i requisiti della Basevi, oltre che operare pre v a l e n t emente con i soci lavoratori. Va infine ricordato che la nuova re g o l amentazione di istituti come il ristorno, la destinazione degli utili, l’indivisibilità delle riserve ha richiesto un grande l a v o rodi revisione degli statuti e dei regolamenti che si è raccordato con il profondo riordino della disciplina fiscale, che è passata attraverso un quadriennio di incertezze, di transitorietà e che, infine, è andata a regime con un notevole aggravio del carico fiscale complessivo per le cooperative. Abbiamo voluto riperc o rrere una vicenda che costituisce una svolta nella storia della cooperazione italiana anche per d a re atto agli amministratori, ai dirigenti e ai soci delle cooperative che hanno operato, con competenza e puntualità, all’aggiornamento dei modelli statutari per renderli coerenti con la natura imp renditoriale e la missione sociale delle singole cooperative. In questo quadro, nel support a re l’iniziativa svolta da Legacoop, l’Ancpl ha cercato di concentrare gli sforzi per dare voce agli interessi settoriali, rappre s e ntarli in tutte le sedi normative e fiscali, per dare alle cooperative associate le linee guida perché, in piena autonomia, p o t e s s e roorientare la loro scelta di posizionamento mutualistico. A consuntivo va detto che la grande maggioranza delle cooperative di pro d uzione e lavoro è a mutualità pre v a l e n t e , realizzando il proprio scopo sociale mediante l’apporto del lavoro dei soci sup e r i o re al 50% del totale. In questo periodo la cooperazione di produzione e lavoro ha conseguito risultati economici soddisfacenti in re l azione ad un contesto economico del nos t roPaese di pesante recessione. Non è purt roppo un luogo comune dire che il Paese attraversa da anni una grave crisi economica in cui si sommano bassi tassi di crescita ad altri elementi negativi quali il diff e renziale tra l’inflazione italiana e quella europea e la deriva dei conti pubblici. Il settore manifatturiero non ha mezzi necessari per autofinanz i a rela ricerca e lo sviluppo, anche perché non cresce la produttività. Il valore aggiunto del lavoro è spesso basso e c o rrisponde quasi, in molte attività man i f a t t u r i e re, al costo del lavoro. Si può immaginare che i margini per l’accumulazione siano minimi. Abbiamo costi alti (petrolio, materie prime) e il valore della nostra produzio- ne media è bassa. Il problema quindi non è quello dell’alto costo del lavoro, ma è la scarsa capacità di creare valore che rende difficile la nostra capacità competitiva. Anche la “nostra delocalizzazione”, a p a rte i suoi aspetti negativi almeno nel b reve termine, incide poco sui valori aggregati, perché quello che abbiamo perso nell’export è di più di quello che produciamo fuori e poi è nel giusto chi dice che a forza di delocalizzare si perde anche la testa pensante delle imprese. Sono utili processi innovativi, ma vanno c o n t rollati. Ci sono processi di liberalizzazione lasciati a metà che rendono difficile lo sviluppo della concorrenza, e ci sono servizi costosi, molto più che nel resto dell’Europa, per non parlare di Usa e Asia che sono molto più avvantaggiati. Lo snellimento della Pubblica amministrazione e la sua semplificazione è stata avviato, ma va portato ulteriormente avanti così come è necessario affrontare situazioni di inefficienza e arretratezza nel sistema dei servizi e delle infras t ru t t u re che sono davvero di impedimento allo sviluppo di una stru t t u r a produttiva competitiva. Lo scontro politico in atto non aiuta il Paese Il nostro Paese ha perso terreno oltre che con le grandi locomotive economiche mondiali anche nel confronto con i partner e u ropei più significativi. Nell’Unione Europea siamo, in sostanza, il sistema economico industriale che cresce di meno, che ha perso più punti sulla capacità di innovazione, che ha pur recuperato in termini di occupazione, ma al caro prezzo di una maggiore diffusione di precariato e scarsa qua- lificazione. Il nostro Paese ha l’assoluta necessità di ritrovarsi su una lettura c o rretta, rigorosa dei dati essenziali che riguardano l’economia. Ogni questione diviene secondaria rispetto alla priorità di riprendere una linea di sviluppo e a tal fine è necessario che le forze produttive si ritrovino a dialogare, esprimano un alto livello di capacità di elaborazione e proposta nel rispetto dei propri ruoli, perché non c’è prospettiva per nessuna forza sociale senza un nuovo sviluppo. Negli ultimi anni la scena politica italiana è stata caratterizzata da profonde divisioni, sulle principali scelte di politica economica e sociale. Noi siamo decisamente convinti della validità di un sistema bipolare basato sulla dialettica del confronto e sulle alternanze, ma quello che è accaduto e sta accadendo in Italia, anche in questa campagna elettorale, è ben altra cosa. Apparteniamo alla famiglia cooperativa, abbiamo valori profondamente radicati nella storia del movimento democratico del nostro Paese, una realtà produttiva fatta di migliaia di imprese e milioni di persone. Solo come produzione e lavoro abbiamo contribuito a re a l i z z a reopere come la ristrutturazione della Scala di Milano, opere essenziali per i Giochi olimpici, la Tav, la Variante di valico, la sede di “Sole 24 ore”, grandi strutture ospedaliere, centri direzionali e commerciali che sono di riferimento per il settore, abbiamo aziende manifatturiere leader nei comparti di appartenenza. Nonostante ciò, per finalità politiche meramente stru m e n t ali, siamo stati oggetto di gravi attacchi ai quali abbiamo giustamente risposto, ma che ci lasciano stupiti per la mancanza di sensibilità verso il bene pub- blico come obiettivamente è un intero sistema imprenditoriale. Se si proseguisse con le divisioni allo stato esistenti tra le varie forze politiche, difficilmente ci potre b b e ro essere delle buone prospettive di sviluppo. Per questo riteniamo necessaria – come ha re c e ntemente sottolineato il Presidente di Legacoop, Poletti – la costruzione di un nuovo patto sociale su un progetto di sviluppo condiviso dalle istituzioni, dalle forze politiche, dai principali soggetti economici e sociali. Riteniamo che la politica economica condotta dal Governo non sia stata sufficiente a stimolare le forze produttive e non abbia corrisposto alle effettive priorità che il Paese ha di fronte. All’inizio della legislatura sulla vicenda dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori ci furono forti contrapposizioni tra il Governo e le Organizzazioni sindacali, con polemiche sull’opportunità di incrementare la competitività agendo dal lato del costo del lavoro senza un’ampia riforma degli ammortizzatori sociali e quindi con un progetto condiviso da imprese e sindacati. Noi siamo convinti che la competitività cresca se si migliora in efficienza, in sviluppo tecnologico, in innovazione, se ci si dota delle infrastru t t u re e dei serv i z i necessari ad un moderno sistema industriale. Lo sviluppo dei processi di intern a z i onalizzazione richiede massa critica in t e rmini di capacità produttiva, disponibilità di capitali e di competenze pro f e ssionali, utilizzo di reti commerciali di cui le singole imprese non dispongono; diviene necessario allora per il nostro sistema di piccole e medie imprese una politica di supporto all’export . Lo sviluppo nel territorio e nel Sud La globalizzazione che accresce la mobilità delle imprese non è di per sé un fatto negativo ma pone problemi nuovi al nostro sistema cooperativo. Certo per molte cooperative che hanno una base sociale costituita da soci lavoratori ci sono livelli di complessità in più da aff ro n t a re, però è molto importante il contributo che può dare il contesto territoriale nel quale si opera e le politiche di sviluppo locale. Solo una conoscenza approfondita delle specificità territoriali, economiche, produttive e sociali può consentire di sfru tt a re al meglio le possibilità di sviluppo industriale, a fronte di un’azione attiva delle Istituzioni locali per favorire la coesione tra gruppi sociali ed economici legati a comuni interessi economici, che possono determ i n a re sviluppo impre nditoriale e promozione di nuove imprese. È emblematico a questo proposito il caso dei Distretti industriali cooperativi che sono certamente casi limitati in Italia e in Europa, ma a nostro avviso non impossibili da re p l i c a re; pensiamo alle realtà imolesi, reggiane, ma anche di altri paesi (Mondragón). I Distretti industriali sono stati e sono tuttora un esempio importante di tale realtà, ma occorre considerare che non si sono aff e rmati in eguale misura nei vari territori. Oggi le condizioni di contesto per lo sviluppo delle imprese nei tradizionali Distretti industriali sono in rapido cambiamento e le potenzialità maggiori sono nei Distretti ad alta tecnologia; questo è valido anche per le zone del Sud del Paese le quali, per ridurre il divario con le aree più forti del Centro N o rd, non necessariamente devono re a- l i z z a rele stesse filiere produttive, specie in settori ormai in crisi, ma devono saper sfru t t a re le risorse, le intelligenze e la volontà di crescita e di riscatto diffuse nelle popolazioni meridionali. Occorre lavorare per progetti di sviluppo i m p renditoriale che possano vedere la p resenza delle cooperative più grandi e le stru t t u re consortili, come soggetti che stimolano o contribuiscono a promuovere nuove iniziative, con partecipazioni dirette, supporti commerciali o finanziari, attività di tutoraggio. Considerata la piccola entità media delle cooperative meridionali, per aument a re la massa critica e la capacità competitiva occorre re a l i z z a rei possibili progetti di integrazione, anche senza porsi obiettivi non realistici di unificazioni o fusioni di imprese. L’obiettivo di medio lungo periodo era ed è la creazione di una rete di “teste regionali” con il pieno coinvolgimento delle Cooperative locali, di Cooperative nazionali, dei Consorz i e delle Finanziarie per la promozione cooperativa (Coopfond, CFI, …). L’ i d e a guida è quella di creare collegamenti stabili tra cooperative, anche del settore dei servizi, con l’obiettivo di realizzare investimenti comuni in professionalità ed iniziative imprenditoriali che consentano di posizionarle al meglio nei segmenti più qualificati del merc a t o . Unipol-Bnl La vicenda Unipol-Bnl ha reso necessaria l’apertura di un dibattito e di una riflessione su aspetti fondamentali della vita associativa di Legacoop. L’iniziativa di Unipol era legittima. Ci sono state nel merito diversità di posizioni all’interno dei soci, ma le decisioni assunte dalla maggioranza di essi non può essere contestata dal lato della legittimità come è stato fatto da molti “commentatori” delle vicende politiche ed economiche del nostro Paese, a volte i n t e ressati a volte disinform a t i . L’importanza della strumentazione finanziaria nello sviluppo cooperativo mantiene tutta la sua attualità ed il p rogetto stesso era un progetto imp rontato ad un obiettivo industriale non speculativo; Bankitalia (dopo sei mesi dal via libera della Consob) ha ritenuto inadeguato il livello delle garanzie patrimoniali e le prospettive di stabilità, e il successivo accordo con Bnp Paribas è stato positivo, perché ha consentito di valorizzare l’ingente investimento di capitali e cre a re valide sinergie fra banca e assicurazione. L’attacco che abbiamo subìto come sistema cooperativo è stato estre m a m e nte pesante e la soluzione trovata in tempi rapidi sia, prima, per il cambio dei dirigenti, poi per l’accordo suddetto, è stata una buona dimostrazione di capacità i m p renditoriali e di gestione della gover nance in un momento tanto delicato. La vicenda ha comunque evidenziato il forte limite della struttura di g o v e rn a n c e del gruppo. Altri errori inoltre sono stati commessi nella valutazione del contesto, sia imprenditoriale che istituzionale nel quale si inseriva l’off e rta, nelle alleanze realizzate. Inoltre per troppo tempo si è saputo ben poco del piano industriale e finanziario che supportava l’offerta data la sua grandissima rilevanza economica per l’intero Movimento. È c h i a roche errori gravi di comunicazione ci sono stati, sia all’interno dell’org a n i zzazione che rispetto all’opinione pubblica. Con parole schiette siamo stati portati in piazza in malo modo e ci siamo t rovati a rispondere ad attacchi inauditi senza essere preparati. Il primo effetto negativo è stata la cattiva pubblicità e il polverone che si è scatenato attorno ad un obiettivo del tutto legittimo e sicuramente utile a sostenere lo sviluppo, che hanno coinvolto il Movimento cooperativo, costringendo anche forze politiche che hanno sempre guardato con simpatia e vicinanza all’economia sociale a p re n d e re le distanze, rendendo così più acuta l’ostilità che alcune forze della maggioranza e ambienti confindustriali non ci hanno mai fatto mancare. Desideriamo dire il nostro pare re forte e c h i a ro a proposito di questa sorta di condanna morale rispetto alla connivenza fra politica ed affari che si sarebbe consumata attorno alla vicenda Unipol: noi siamo convinti che per governare uno Stato moderno, nell’epoca della globalizzazione, la politica non possa disinteressarsi dell’economia. Per governare bisogna che la politica mantenga la piena autonomia sia quando si adottano provvedimenti che possono essere favorevoli ad interessi economici privati, sia quando questi interessi sono a vantaggio della collettività. Ma l’aspetto che più ci è parso offensivo, si riferisce alle affermazioni di coloro che, a fini di lotta politica, hanno puntato il dito sulle imprese cooperative, che grazie alle agevolazioni fiscali turbere bbero la concorrenza. È chiaro che tocca a noi alzare la testa, alz a re il livello del confronto con i poteri pubblici, le forze economiche e sociali e spronare le cooperative all’unità e ad adottare programmi e iniziative di sviluppo. In ogni caso la vicenda impone una profonda riflessione su come debbano essere regolati i rapporti tra le cooperative socie di società di rilevanza per l’intero sistema per un loro efficace controllo in c o e renza con gli interessi del Movimento cooperativo. Occorre trovare un punto di equilibrio che rispetti da un lato l’autonomia imprenditoriale delle imprese e dei soci e dall’altro le conseguenze che grandi iniziative imprenditoriali cooperative possono avere sull’intero Movimento. Dobbiamo dotarci di strumenti di g o vernance condivisi che possano dare le maggiori garanzie rispetto al ripetersi di gravi violazioni dell’etica cooperativa (suddivisione dei ruoli, limite dei mandati, sistemi di elezione con particolari garanzie, ecc.), terreni sui quali è necessaria una forte capacità di elaborazione e proposta e l’assunzione di codici di autoregolamentazione da appro v a re nel pro s s imo congresso di Legacoop. In questa fase di profonde incertezze e cambiamenti, a noi compete rilanciare la centralità del socio lavoratore quale p rotagonista della propria esperienza di l a v o roe di impre s a . La missione della Cooperativa si esprime nella capacità di essere impresa eff iciente e, al tempo stesso, portatrice di valori di solidarietà ed etica sociale. È p e rtanto necessario conciliare un’org anizzazione d’impresa sana e competitiva con i valori dell’equità sociale e della mutualità responsabile. Ecco pert a n t o che l’esigenza di tenere alta la coscienza e la pratica dei valori cooperativi presuppone la valorizzazione del ruolo del socio che veda riconosciuti i propri diritti di lavoratore e, nel contempo, possa a s p i r a rein maniera compiuta alle aspettative di ristorno di parte dei risultati economici della gestione d’impre s a . In questa prospettiva occorre aggiorn a re il patto sociale per costru i re un modello d’impresa in grado di dare concreta attuazione alle istanze e alle attese economiche del socio cooperatore . Etica cooperativa e responsabilità sociale Ribadiamo la scelta che il mondo cooperativo resti sempre ancorato a un solido sistema di valori, non subordinato a nessuna logica economica o d’affari che venga sempre “prima” dell’agire impre nditoriale. Constatiamo positivamente che negli ultimi anni molte nostre cooperative si sono misurate con la re n d icontazione sociale, con bilanci di sostenibilità, con l’adozione di codici di comportamento. L’Ancpl stessa realizza da tre anni un seminario annuale nel quale viene rappresentata l’azione sociale di un gruppo significativo di cooperative. A nostro giudizio il primo obiettivo da realizzare è quello di re n d e repiù concreta, meno autore f e renziale, la re n d i c o ntazione della responsabilità sociale cooperativa. Dobbiamo fare la scelta di appartenenza ad un sistema che oltre al pieno rispetto delle leggi, si autore g o l amenti, aderisca a codici etici, rendiconti la propria azione nei confronti sia dei p ropri soci sia del pubblico. Le cooperative di produzione e lavoro hanno realizzato in questi ultimi anni inn u m e revoli iniziative volte a sollecitare i poteri pubblici e le forze sociali per il pieno rispetto delle normative sugli appalti, per una lotta senza quart i e re al lav o ro nero e alla malavita che occupa parti importanti dell’economia. Riteniamo di poter dire con sicurezza che i gruppi dirigenti delle cooperative n o s t reassociate abbiano superato innum e revoli verifiche e prove sulla loro competenza, onestà, trasparenza nell’ag i re. Per noi non va distinta la riflessione critica su errori di g o v e rn a n c e commessi, dalla convinzione di essere un sistema imprenditoriale che ha radici assolutamente sane. Ribadiamo che dalla lotta per la legalità le cooperative hanno tutto da guadag n a re. Su questi temi abbiamo org a n i zzato numerose iniziative e ci sentiamo impegnati nel pro s e g u i re. Proponiamo i n o l t re che in Legacoop si apra una discussione sull’opportunità di chiedere alle cooperative associate, come atto di scelta volontaria, di dotarsi di una cert ificazione di responsabilità sociale e sostenibilità sulla base di standard definiti da enti esterni riconosciuti a livello internazionale. I numeri del nostro movimento Nell’insieme le cooperative hanno avuto risultati positivi, ma con significative differenze tra territori e settori. Purt roppo si deve constatare la crisi di molte piccole realtà cooperative, specie in settori sottoposti ad una forte concorrenza internazionale. Le cooperative che operano nei comparti ad alta intensità di lavoro e del contot e rzismo stanno vivendo una situazione di difficoltà e il periodo di prolungata crisi le ha indebolite al punto da pro v ocare anche alcune cessazioni di attività. Le Cooperative del Settore Costruzioni hanno proseguito il processo di ripre s a produttiva iniziato nel 1998 e mai interrotto e le loro buone performances e c o n omiche che, nonostante i fattori di diff icoltà presenti soprattutto nei grandi lavori infrastrutturali, sono state ottenute vanno attribuite prevalentemente alla buona capacità realizzativa che hanno saputo esprimere, frutto delle elevate competenze professionali di cui dispongono. Un altro dato da evidenziare, nell’ambito della destinazione degli utili è che la quota che va ad incrementare le riserve indivisibili è del 90% per il Settore delle Costruzioni e dell’85% per il Sett o re Industriale. La conseguenza di queste azioni, sul versante della capitalizzazione è stata molto evidente, tant’è che (nel Settore Costruzioni) nella classifica delle prime cinquanta imprese a livello nazionale in termini di patrimonio netto, sono presenti 21 Cooperative. Questi dati, più di tanti altri ragionamenti teorici, confermano il livello di mutualità e socialità delle cooperative di produzione e lavoro nel loro insieme. I n o l t re, la redditività netta delle Cooperative di produzione e lavoro ha consentito al nostro settore di diventare, nel 2005, il maggior contribuente (1/3 del totale) di Coopfond – fondo mutualistico per lo sviluppo cooperativo. Le Cooperative associate all’Ancpl sono 883 e alla fine del quinquennio 2001/2005 raggiungeranno un volume d’affari di circa 9.000 milioni di euro . Ricomprendendo la quota parte di volume d’affari sviluppato dalle società cont rollate e collegate che entrano nell’area di consolidamento, si raggiunge complessivamente il valore di 10.600 milioni. In questo arco temporale la crescita complessiva del fatturato è stata pari al 30%. Il livello occupazionale supera le 34.000 unità e tiene conto, da un lato, di una crescita costante che ha caratterizzato in generale i tre Settori e, dall’altro , della cessazione dell’attività di una delle maggiori realtà del Settore Costruzioni e di altre imprese del Settore Industriale che non hanno retto di fronte alle diff icoltà del mercato. Va inoltre segnalato che il tipo di attività che viene svolto da gran parte delle Cooperative dei tre Settori, è in grado di attivare un consistente fenomeno di occu- pazione indotta che si stima ragionevolmente in almeno 10.000 unità. I soci lavoratori sono pari a 24.000 unità, anch’essi in modesto ma costante aumento da parecchi anni. I mezzi propri, in considerevole aumento nel periodo in esame, hanno raggiunto i 3.000 milioni rispetto ai 2.500 del 2001, a testimonianza del grande impegno che le Cooperative hanno rivolto al tema della capitalizzazione, oggetto di numerosi momenti di discussione e riflessione promossi dall’Ancpl. Anche il buon livello di redditività (sup e r i o remediamente al 3% quella netta) ha consentito di rafforzare il grado di capitalizzazione delle Cooperative (ora pari al 36% in rapporto al valore della produzione) e di dotarle di un buon grado di solidità patrimoniale, oltre che ampliare in modo significativo il ristorno ai soci lavoratori. Ciononostante, i problemi aperti sono molti e in taluni casi – come nei settori manifatturieri a scarso contenuto tecnologico, a basso valore aggiunto, legati al settore della moda o in generale a una s t ruttura organizzativa di contoterzismo – la fase ciclica negativa in analogia con i settori corrispondenti difficilmente lascia intravedere una possibile ripresa. Le prospettive per le nostre imprese I forti cambiamenti avvenuti ci dicono che occorre cambiare il paradigma con cui misurare i risultati acquisiti e soprattutto la prospettiva. L’obiettivo che in questi anni abbiamo perseguito di qualificare e consolidare la struttura produttiva esistente, così come quello di difendere le nostre tradizionali aree di mercato, presenta, insie- me a evidenti e notevoli successi, anche una serie di limiti per il cui superamento o c c o rre impegnarci a fondo. La nostra dimensione imprenditoriale, pur se mediamente superiore alle altre imprese dei settori di riferimento, è ancora inadeguata alla realizzazione di una politica di innovazione. La pur importante crescita della nostra redditività, il livello di accumulazione raggiunto attraverso la quasi totalità del trasferimento degli utili a riserve patrimoniali indivisibili ha stabilizzato molte delle nostre cooperative, ma è innegabile che quando esse si misurano su grandi progetti, di general contractor, su tematiche nuove di p roject finance, di opere complesse, ecc. le risorse interne possono e s s e re insufficienti. I progetti di sviluppo debbono nascere in capo alle imprese. Nulla può sostituire l’iniziativa specifica delle cooperative, è da esse, che conoscono il mercato, i suoi cambiamenti e le sue opportunità, che devono venire idee imprenditoriali. L’Associazione può svolgere un ruolo di indirizzo e di supporto, non è pro p o n i b ile un progetto imprenditoriale che possa essere elaborato al di sopra e al di fuori delle cooperative. Le idee nascono nelle imprese, nel territorio in cui esse operano, si rafforzano con le alleanze che possono costituire, si sviluppano anche con il sostegno che il Movimento Cooperativo può dare loro . Nei prossimi anni l’Associazione deve porsi l’obiettivo di cre a re le condizioni politiche per il miglioramento della legislazione, delle pro c e d u re degli appalti pubblici, in relazione al re c e p i m e n t o delle normative europee, per nuove leggi di politica industriale, le relazioni industriali, i contratti di lavoro, ecc.. L’Ancpl intende inoltre, in raccordo con Legacoop, dare il suo contributo sulle tematiche istituzionali apert e . Siamo contrari alle leggi di riforma costituzionale che sono state re c e n t e m e n t e a p p rovate e che saranno sottoposte a referendum; non crediamo che al Paese servano simili stravolgimenti, è invece u rgente interv e n i renel completamento dei percorsi già avviati di decentramento amministrativo, di effettiva liberalizzazione dei servizi. Occorre definire delle priorità negli investimenti sulle infrastru t t ure, la logistica, l’ammodernamento della città, l’ambiente, i sistemi portuali, ecc.. Un’altra priorità riguarda la diminuzione del costo del lavoro attraverso una sostanziale riduzione del cosiddetto cuneo fiscale. L’obiettivo indicato da Prodi di una riduzione di 5 punti è assolutamente condivisibile, anzi noi riteniamo sia giusta l’indicazione di Confindustria di a n d a reverso un’ulteriore riduzione nel tempo. Pensiamo che questa sia la vera grande riforma fiscale da fare in Italia p e rché l’attuale sistema impositivo penalizza gravemente sia i lavoratori sia la competitività delle imprese. Il vero problema di politica economica finanziaria quindi non è se è possibile re a l i z z a requesto impegno, bensì quali strumenti e interventi sono necessari per raggiungerlo. Innanzitutto occorre una forte riduzione di innumerevoli meccanismi di privilegio che avvantaggiano tante categorie e un’azione efficace contro l’evasione fiscale e contributiva. Negli ultimi anni l’attenzione su queste tematiche è cro llata verticalmente anche a seguito del sistematico ricorso a leggi di condono e di sanatoria che hanno danneggiato le i m p rese regolari e i contribuenti onesti. L’altro filone riguarda la struttura del sistema impositivo. A tal proposito la ne- cessità di ricorre re alla ristrutturazione del prelievo sulle rendite finanziarie olt re che a criteri di equità fiscale deve corrispondere all’esigenza di favorire le imp rese e i soggetti che impiegano le risorse a fini produttivi, che reinvestono gli utili, ecc. agendo in part i c o l a re sull’imposizione fiscale sui redditi più elevati e quelli di natura speculativa. Sulle politiche del lavoro riteniamo prioritario lavorare sulla riapertura di un tavolo di confronto o di concertazione sulle grandi partite aperte. Il punto di riferimento principale su cui si devono c o n c e n t r a retutte le forze è lo sviluppo dell’occupazione pro f e s s i o n a l i z z a t a , cioè di un sistema formativo che interagisca con le necessità dell’apparato economico-produttivo. La vera sfida dei prossimi anni è la capacità di coniugare la flessibilità necessaria con la professionalità che può derivare soltanto da una stabilità lavorativa pur correlata con continui momenti di a c c rescimento professionale e form a t ivo. La diffusione del precariato di questi ultimi anni è servita più a dare risposte eff i m e re e propagandistiche al problema dell’occupazione. Anche il tema della Ricerca non è stato, finora, una priorità del sistema impre nditoriale del nostro Paese. Occorre avvicinare in modo stabile il mondo delle i m p rese al mondo della ricerca scientifica e tecnologica e far compiere un salto di qualità a ciascuno dei due, nel recip roco riconoscimento di utilità. Non è un percorso agevole, viste le distanze ed i diff e renti linguaggi; sarà necessario, quindi, cre a re delle interf a c c e , dei facilitatori di questo rapporto che sappiano muoversi su tutti i piani necessari: una attenta conoscenza di ciò che offrono i centri di ricerca in termini di o p p o rtunità e di servizi e soprattutto avere un contatto continuo con le cooperative per trasferire conoscenza, per offrire assistenza di base nella valutazione delle proprie criticità e per assisterle nel contatto con i centri di ricerca e le università. Di fatto si tratta di aiutare a c re a re nuove imprese support a n d o l e con la ricerca di collaborazioni commerciali, produttive, di comunicazione, di v e n t u re capital ecc. giocando, come Associazione d’intesa con Legacoop, un ru olo di promotore insieme a Enti terr i t oriali, Camere di Commercio, Enti locali ma soprattutto Fondazioni Bancarie che possono aggiungere risorse a quelle pubbliche e quelle che investitori privati possono mettere nei progetti. Le problematiche finanziarie dello sviluppo cooperativo Il tema della finanza ha assunto una dimensione di grandissimo rilievo nella fase attuale dello sviluppo dell’attività economica e produttiva ed è facilmente prevedibile che acquisirà sempre magg i o repeso, a seguito dei cambiamenti in corso nei mercati finanziari. Nelle cooperative di produzione e lavoro il capitale e la finanza non sono un obiettivo fine a se stesso, non rivestono una specifica finalità speculativa, ma costituiscono uno strumento per lo sviluppo. Senza i necessari mezzi finanziari non c’è alimentazione della filiera degli investimenti, non c’è sostegno al fabbisogno di capitale circolante. Infatti, mentre i profitti sono stati e sono ancora in grado di assicurare una buona remunerazione del capitale proprio, in parallelo aumenta – in valore assoluto e p e rcentuale – il debito oneroso verso il sistema bancario per finanziare il fabbi- sogno di circolante e le crescenti immobilizzazioni finanziarie. Il fenomeno va contrastato mediante un ulteriore incremento della capitalizzazione, e al contempo, con il miglioramento della capacità delle cooperative di produzione e lavoro di rapportarsi al mercato finanziario per acquisire le risorse necessarie per la cre s c i t a . Si prevede per l’immediato futuro una s t retta dei criteri di concessione del credito bancario per raccordarsi ai nuovi coefficienti di rischiosità connessi all’applicazione di Basilea 2. Questa circ ostanza va vista da parte delle imprese cooperative come un rischio da scongiurare mediante il miglioramento ulteriore delle informazioni contabili e dei progetti industriali per adeguare il merito c reditizio alle esigenze aziendali, ma anche puntando alla disintermediazione bancaria attraverso l’utilizzo di nuovi s t rumenti finanziari. Nella consapevolezza che le risorse finanziarie assumono un crescente peso strategico nel successo competitivo, diventa centrale lo sviluppo del ruolo e delle competenze finanziarie dell’imp resa cooperativa; in questa prospettiva l’Ancpl, si è impegnata a far cre s c e re la cultura economica settoriale sui temi della capitalizzazione e della finanza d ’ i m p resa, valorizzando le risorse professionali cooperative per individuare le soluzioni tecniche e gli strumenti che potranno, utilmente, essere declinati nelle specificità strutturali di ogni singola impre s a . Inoltre, per le realtà cooperative caratterizzate da piccole imprese, occorre svil u p p a re politiche e strumenti associativi specifici come i Confidi che consentano di accedere a prodotti finanziari adeguati e avere maggiori possibilità operative. Lo sviluppo imprenditoriale delle cooperative P.L. La sempre maggiore apertura dei merc ati e l’internazionalizzazione di gran part e dei settori dell’economia obbligano a scelte rapide e commisurate alla velocità dei cambiamenti in corso. Molte nostre cooperative manifatturiere si trovano quindi nella necessità di rivedere le loro condizioni produttive e organizzative e i necessari processi innovativi. In molte imprese si sta riflettendo sulle conseguenze che questa situazione potrebbe pro d u rre sui livelli occupazionali e sulla stessa tenuta sociale. Per molte imprese cooperative che si misurano sui mercati esteri non semp re può essere soddisfatta la condizione, mantenendo condizioni di competitività, di re s t a re nelle unità produttive locali di origine. Si pongono quindi dei p roblemi complessi da aff ro n t a re giacché noi respingiamo nettamente l’impostazione di chi dice che quando una cooperativa diventa grande o svolge determinati mestieri è bene che si trasformi in una SpA. La nostra storia e la nostra realtà quotidiana sono lì a dimostrare che la form a societaria cooperativa è compatibile con un gran numero di missioni impre nditoriali e noi riteniamo che sia possibile porsi l’obiettivo di allarg a re ulteriormente le aree economiche dove l’impresa cooperativa possa pienamente operare. Le risposte ai complessi problemi organizzativi che si evidenziano vanno quindi cercate all’interno del diritto societario cooperativo, sperimentando a fondo le possibilità offerte attraverso l’istituto del gruppo cooperativo, difendendo il diritto delle cooperative di cos t i t u i reo part e c i p a rea società di capita- li strumentali all’esercizio dell’attività mutualistica. Anche per cooperative grandi (pensiamo alle nostre imprese generali di cos t ruzioni, ma non solo ad esse) che vogliono misurarsi sui nuovi mercati, per la disporre dei capitali necessari il ricorso a mezzi finanziari adeguati è un problema oggettivo. Una impresa quindi che ha come m i s s i o n la prevalente re m unerazione del lavoro apportato dai soci, può non essere sempre in grado di aff ro n t a requeste sfide di mercato in una posizione di leadership, e non subord i n a t a ad altri gruppi. Come spesso ricordano molti cooperatori che hanno lunga esperienza alle spalle, fino a che eravamo fornitori di l a v o ro, beni e servizi alle grandi imprese, tutto andava bene. Quando le cooperative divengono pro t a g o n i s t e , escono fuori mille obiezioni sulla loro legittimità ad operare, sulla loro mancanza di contendibilità, ecc, ecc. Come se si ignorasse che la stragrande maggioranza delle aziende quotate (per non parlare delle altre SpA) per una serie di meccanismi non sono obiettivamente scalabili. Il punto però è oggi come consentire a molte cooperative di valorizzare al massimo il patrimonio accumulato e pure, non dimenticando, di consentire anche a cooperative di più recente costituzione di reperire i necessari mezzi finanziari che un mercato che avesse fiducia nella capacità imprenditoriale delle cooperative stesse potrebbe mettergli a disposizione. I percorsi possibili per acquisire questo risultato potre b b e ro essere diversi a part i re, ovviamente e preferibilmente, da quelli previsti dal nuovo diritto societario, anche se occorre porsi l’obiet- tivo di attrarre capitali anche esterni e quindi di pro p o rre titoli commerc i a l i pur con dei limiti, ed inoltre di valorizzare gli effettivi valori patrimoniali delle cooperative. A questo proposito avanziamo la proposta di pro m u o v e re un gruppo di lavoro di rappresentanti cooperativi ed esperti per individuare le possibili individuazioni di modelli societari che mantenendo i riferimenti paradigmatici cooperativi (“una testa un voto”, “la porta aperta”, la natura mutualistica...) proponga modelli societari e/o strumentali che consentano alle cooperative di mantenere la loro capacità competitiva in relazione alle mutate condizioni economiche. Le prospettive delle costruzioni e dell’ingegneria O l t re ai problemi nel settore manifattur i e roanche il ciclo delle costruzioni è interessato da segnali di inversione di tendenza. Le ragioni all’origine di tale mutato orientamento sono diverse: il clima di sfiducia generale ha portato (e port a ancora in parte) ad investire nel settore , soprattutto nell’edilizia residenziale, ma – dati i livelli di prezzo raggiunti – non spinge più come prima. L’economia industriale è in recessione e non chiede nuovi investimenti in stru tt u re produttive; le opere pubbliche, dopo anni di crescita sostanzialmente ininterrotta dal 1996, danno segni di frenata dovuta alla scarsa disponibilità di nuove risorse finanziarie pubbliche e da prassi burocratiche che, anziché agevolare i p rogetti, li bloccano. I bandi di gara, segno visibile dell’andamento congiunturale del mercato pubblico, stanno diminuendo; le nuove Amministrazioni regionali e soprattutto le Amministrazioni locali sono di fronte ad un restringimento reale dei trasferimenti dallo Stato e non riescono a re c up e r a rerisorse in quantità sufficienti dall’imposizione locale e/o ricorrendo al Project finance, la cui applicazione è divenuta importante ma non al livello delle necessità. In più ci sono sempre maggiori ritardi nel pagamento degli stati di avanzamento lavori. Comunque, seguendo le previsioni dei principali osservatori, non dovrebbe verificarsi una brusca inversione nel ciclo, anche se si accentueranno le differenze nelle capacità di spesa da parte delle Amministrazioni. Si prevede un periodo molto complesso nel quale la capacità di dialogo con le Amministrazioni, sia per re c u p e r a reinformazioni sulle opportunità sia per proporle, sarà una leva competitiva fondamentale. La legislazione, in ulteriore fase di adeguamento, potrebbe aiutare questa capacità di dialogo, correggendo ulteriormente la “Merloni”. Con il recepimento della Dire t t i v a 18/2004 (servizi, lavori e forn i t u re) si può ulteriormente modificare un approccio rigido e schematico favorendo m a g g i o rmente la possibilità di dialogo ( a c c o rdi quadro e dialogo competitivo) tra Pubblica amministrazione ed imprese, ponendo i due soggetti su un piano di maggiore parità e consentendo alle i m p rese più strutturate di avere vantaggi competitivi. Nel settore dell’ingegneria, pro g e t t a z i one e consulting si è in una fase non positiva, per il calo delle attività e, in particolare, perché in tanti casi si sta mort i f icando la centralità della qualità del progetto. Il settore è fortemente polverizzato e occorre spostare l’attenzione da un m e rcato quasi esclusivamente pubblico ad altri che esprimano un maggiore valore aggiunto e valorizzino l’apporto delle imprese di ingegneria. Il nostro settore è impegnato in un percorso che vede la realizzazione di progetti capaci di integrare le capacità imp renditoriali per accre s c e re complessivamente il livello della nostra off e rta e su questa strada occorre andare avanti. Il problema della dimensione d’impre s a è diffuso ovunque. In Italia, in part i c o l are, la numerosità delle imprese di costruzioni è molto alta: ISTAT calcola in 2,9 il numero di addetti medio per imp resa e di 5 addetti medi per le impre s e non artigiane per un totale di oltre 650.000 imprese iscritte alle Camere di Commercio. Il numero di imprese con attestazioni SOA è poco meno di quello dell’ Albo Nazionale Costruttori al momento della sua chiusura. È una struttura di off e rta che tende a c h i e d e re protezione più che proporsi di i n n o v a re e di ristrutturarsi e vi sono, segni importanti di aumento della fragilità del settore tra le piccole imprese. Nella cooperazione del settore è diffusa la preoccupazione per il crescente aff o llamento di imprese partecipanti agli appalti con il pericolo di un ulteriore prog ressivo accrescimento dell’entità dei ribassi. Una particolare annotazione va fatta per il comparto dei grandi lavori nel quale, nonostante le promesse del Gov e rno, si registra una forte incert e z z a nella disponibilità di risorse finanziarie. La scarsa redditività dei lavori, acquisiti con ribassi d’asta elevati, e l’ulteriore aggravamento finanziario con ritardo sui pagamenti, completano poi un quadro negativo. A controbilanciare questa situazione ha contribuito il comparto dell ’ i m m o b i l i a re e dell’attività autopro- mossa, con iniziative complesse di cos t ruzione e gestione, di p roject finance, settori verso i quali sono ormai molte le cooperative proiettate. R i t o rna prioritario nell’azienda il saper f a re, la gestione delle commesse, pro c ed u re adeguate e professionalità all’altezza del compito, contenimento dell’indebitamento. In questa prospettiva, non sembra ci siano all’orizzonte ipotesi di integrazione tra cooperative, se non su progetti, anche a carattere strutturale e non episodica, e ciò potrà riguardare sia cooperative di grande dimensione sia cooperative di piccole e medie dimensioni. Senza pro p o rre scorciatoie di trasform azione delle cooperative, crediamo sia corretto porsi di fronte ai problemi in modo aperto con l’obiettivo di sviluppare appieno le capacità che le cooperative, quasi tutte, hanno dimostrato di p o s s e d e re. Sono percorsi già avviati da cooperative di altri settori e che riteniamo utile cominciare a studiare ed a sperimentare. Per favorire questa capacità di ulteriore sviluppo per la cooperazione delle cos t ruzioni e per tutte le cooperative che intervengono nella filiera delle costruzioni, è opportuno verificare l’apporto dato dai Consorzi e l’ulteriore contributo che possono dare in futuro, alla luce degli scenari prima descritti. I Consorz i si confermano strumenti di support o molto importanti per lo sviluppo e per la c rescita della leadership delle cooperative. Sono imprese di servizio alle cooperative associate, alle quali forniscono serv izi differenziati, ma il loro apporto va adeguato alla complessità dei mercati ed alle differenze esistenti nelle basi sociali Ord i n a re e valorizzare l’attività dei Cons o rzi, quindi, è un lavoro prioritario per i progetti di consolidamento e sviluppo dei vari “gruppi” di cooperative: le grandi come le piccole, le specializzate e le generaliste. Occorre ripre n d e rei temi della programmazione, con attenzione alle reali capacità delle cooperative per favor i rne lo sviluppo, e con rischi ridotti sui C o n s o rzi e un impegno adeguato anche sulle specializzazioni che i Consorz i stanno consolidando. È necessario rivedere il modello di gover nance dando più efficacia agli indirizzi strategici affidati ai Consorzi da parte delle cooperative associate. È un tema complesso che rimanda ad una re s p o nsabilità delle cooperative a volte messa in secondo piano rispetto a problemi ritenuti più diretti. È una delle linee di lavoro prioritarie, da affro n t a recon decisione, puntando ad una semplificazione degli assetti esistenti e con la piena responsabilità delle cooperative Cosa significa oggi fare sistema Le cooperative più strutturate hanno la piena libertà e autonomia ovviamente , ma riteniamo sia anche nel loro intere sse contribuire allo sviluppo della cooperazione anche dove essa stenta ad aff e rmarsi, senza chiusure e rigidità. L’ a p p a rtenenza e lo spirito cooperativo sono agli antipodi di ogni sorta di egoismo. Inoltre un nostro limite è la scarsa dimensione imprenditoriale che possiamo corre g g e re, almeno in parte, con lo sviluppo di sistemi a rete, nelle svariate forme che essi possono assumere . Oggi è però è necessaria una nuova forma di elaborazione e proposta e occorre in questo percorso il massimo coinvolgimento delle cooperative. Sono necessarie alleanze imprenditoriali sempre maggiori. In questi ultimi anni ci siamo mossi in questa direzione e nonostante un quadro politico e di Governo che spesso si è mostrato ostile, siamo riusciti a far valere le nostre ragioni e salvag u a rd a re le nostre capacità imprenditoriali. Al di là dell’oggettiva competizione fra le imprese rappresentate, l’Ancpl continuerà a coltivare buoni rapporti con Ance, Confindustria, Artigianato e altre organizzazioni imprenditoriali e sindacali, improntati al reciproco rispetto, e finalizzati al conseguimento degli obiettivi comuni delle impre s e . Conclusioni Cari amici cooperatori, abbiamo di fronte problemi veramente complessi e abbiamo bisogno di tutte le nostre forze per portare avanti con successo il programma di lavoro delineato e arr i c c h i t o dal dibattito congressuale. Il miglioramento dell’efficienza org a n i zzativa dell’Associazione che ha costituito oggetto di discussione negli ultimi anni si conferma un obiettivo import a nte. Ci sentiamo parte integrante del sistema organizzativo di Legacoop e siamo impegnati a part e c i p a real prossimo dibattito congressuale di Legacoop. L’orizzonte europeo, la presenza attiva nel Cecop debbono spro n a rci a rifuggire dalle sterili chiusure campanilistiche, per aff e rm a re una moderna cooperazione europea, che coniughi in modo eff icace solidarietà e competizione. Occorre un’azione comune delle stru t t ure ai vari livelli, la volontà di part e c i p a re al processo di rinnovamento, l’assunzione di responsabilità da parte dei dirigenti delle cooperative associate che cre d ono nella utilità dell’Associazione. A nos t rogiudizio la cosiddetta struttura politico sindacale va rafforzata. In molti casi negli ultimi anni è stato fatto il contrario ed è stato un erro re. Le cooperative debbono interv e n i re sul finanziamento delle stru t t u re associative, farsene carico, e sulla base di programmi chiari, investire su di essi ed e s i g e rerisultati. Operando diversamente le Associazioni divengono autoreferenti, indebolendo se stesse e l’insieme del Movimento. L’Ancpl ribadisce la scelta di decidere insieme alle cooperative il modello e la s t ruttura organizzativa più adeguata. Ci riproponiamo come gruppo dirigente in questa Assemblea per chiedere un mandato a rinnovare l’Organizzazione, anche nell’ambito di un processo di raff o rz amento di Legacoop. Pensiamo debba essere fatto uno sforzo comune per ric e rc a requadri motivati e disponibili ad una esperienza cooperativa, impegnati in un progetto di accrescimento della cultura d’impresa. Anche la struttura di rappresentanza deve evolvere sul piano di una sempre maggiore professionalità e competenza sulle specifiche materie di interesse delle cooperative. Un ritardo grave che dobbiamo superare è quello della presenza femminile nell’insieme della nostra Organizzazione. Nella fase preparatoria c’è stato un confronto anche aspro sulle soluzioni organizzative, in part i c o l a re con la P.L. Toscana. Discussioni legittime. Cerchiamo insieme delle soluzioni, ma senza scavalcare con accordi verticistici i nostri associati. Vi chiediamo soltanto che i cambiamenti che si rendono necessari si re a l i z z i n o con la partecipazione delle cooperative associate, le più rappresentative delle varie realtà del Movimento, dell’Emilia Romagna e delle altre Regioni, compreso il Mezzogiorno che è il vero, grande p roblema irrisolto dello sviluppo del nos t ro Paese e che ha bisogno del massimo sostegno dell’intera Organizzazione. Siamo un Sindacato d’impresa. Ribadiamo con fermezza questo concetto, non burocratico. Siamo, prima di tutto, come Ancpl, l’Associazione di tutela delle cooperative associate. Oltre a ciò sarà massimo il n o s t rosforzo per contribuire allo sviluppo, alla promozione di cooperative, i veri, diremmo gli unici agenti capaci di aff e rm a re i nostri valori, l’etica del cooper a re, per cre a re lavoro, ricchezza, nella piena legalità e rispetto dei diritti, in un grande sforzo di compatibilità dello sviluppo con l’ambiente, di aff e rmazione della giustizia sociale. ●