4 – DAL PRIMO AL SECONDO CONFLITTO MONDIALE
I – IL PRIMO DOPOGUERRA - LA FERROVIA CAMERINI
E L’ASILO INFANTILE – MONUMENTO AI CADUTI
Il difficile dopoguerra fu caratterizzato dalla crisi economica e politica. In
città scoppiavano spesso dei tafferugli di protesta, non solo contro il caro viveri.
A Carmignano, nel maggio del 1919, si costituiva la “Lega dei Lavoratori
della Terra e degli Operai della Cartiera”, di ispirazione cattolica, presieduta da
Paolo Vendramin con l’appoggio del giovane sindaco di Cittadella Gavino
Sabbadin (ispiratore delle Leghe Bianche nel Cittadellese che avevano ottenuto
dai proprietari terrieri l’impegno di stipulare dei patti agrari favorevoli ai
lavoratori della terra). Il progetto della Lega Bianca (che si ispirava all’ideale
del Partito Popolare di don Luigi Sturzo) prevedeva una radicale riforma
agraria, con un’equa distribuzione delle terre, ma democratica e senza ricorso
alla violenza, mediante i “Patti Agrari” che anche i “possidenti” avrebbero
dovuto accettare. La “rivoluzionarie” Leghe Rosse, di ispirazione socialista,
pretendevano invece di attuare subito il principio de “la terra a chi la coltiva”.
Nella nostra zona prevalevano le leghe bianche; il referente carmignanese era
Leonzio Cè, amico di Gavino Sabbadin. Furono attuati degli esperimenti di
riforma agraria, individuando alcuni terreni di proprietà Breda e Negri, come ad
esempio quelli lavorati dai Luisotto, ma i risultati furono modesti.
Il 31 dicembre 1919 si costituiva la “Cooperativa di Consumo CARTAI”
(l’idea sarebbe stata ripresa negli anni Trenta); continuava intanto l’attività della
Società di Mutuo Soccorso, come documentato nelle pagine seguenti.
Il 4 aprile 1920 il giornale cattolico “La Libertà” presentava il “Programma
di Frazionamento e perequazione delle terre” della “Unione del Lavoro” (ex
Ufficio Cattolico del Lavoro), che si opponeva alla socialista “Camera del
Lavoro” orientata allo sciopero agricolo:
“Vogliamo la terra ai contadini attraverso un’equa distribuzione delle terre
che porterà la redenzione ai lavoratori agricoli, specialmente ai piccoli, a coloro
che per secoli non conobbero che miseria e fame. I Socialisti hanno chiesto
l’abolizione delle mezzadrie per rendervi tutti avventizi. Noi vogliamo che a
tutti i contadini sia data la terra o in fitto o a compartecipazione, con una giusta
proporzione per lavoratore. Questa sarà la via alla piccola proprietà famigliare”.
Nel novembre del 1919 si erano svolte le prime elezioni politiche del
dopoguerra che registrarono un generale successo del Partito Popolare Italiano,
fondato in quell’anno da don Luigi Sturzo. A Carmignano il P. P. otteneva il
62,2 % dei voti (318 su 511 votanti, degli 831 aventi diritto), distanziando il
Blocco (liberal-conservatore) con 129 voti ed il Partito Socialista con 64.
591
592
593
594
595
596
La percentuale del P.P.I. a San Pietro in Gu’, nel 1919, era notevole: su 775
iscritti e 377 votanti, i popolari ottenevano 256 voti (67,9 %), seguiti dai
socialisti con 68 voti e dal Blocco che doveva accontentarsi di soli 53 voti.
A Gazzo, 232 elettori, pari al 52,2 % dei 453 votanti (su 773 iscritti)
votarono per il Partito Popolare, 145 espressero il loro voto per i liberalconservatori e 76 per il partito socialista.
Il 19 aprile 1920 fu proclamato, dagli operai della cartiera di Carmignano, il
primo sciopero generale. Il direttore, cav. Odoardo Gavazzeni era anche sindaco
del paese e si comportò con moderazione nel gestire la tensione sociale che si
era creata. La maggior parte degli operai carmignanesi non seguiva la linea
impostata dai “marxisti”, del resto vagamente rivoluzionaria:
“Siamo del parere - si scriveva sul giornale socialista “El Visentin” il 7
febbraio 1920 – che il Consiglio di Fabbrica possa apportare dei reali benefici
ai lavoratori organizzati sulle direttive della lotta di classe perché, per
l’impostazione dei problemi particolari essi, i lavoratori, possano assurgere
alle considerazioni più generali degli attuali rapporti di produzione e quindi
rafforzare la loro convinzione della necessità, improrogabile, di sostituire
all’attuale società basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e di
scambio, una organizzazione sociale poggiante su basi nettamente
comunistiche.”
Nessuno, a Carmignano, avrebbe accolto seriamente l’invito forte e chiaro
del “Visentin” del 24 febbraio 1921, dopo gli accordi tra la “Associazione
Nazionale Industriali Cartai” e la delegazione degli operai:
“Lavoratori, siete piccini perché state in ginocchio, ALZATEVI ! ”
Nel 1921 ci fu l’inaugurazione dei due grandi quadri del pittore Vittorio
Guppin di Schio (costati lire 6.000, ma il quadro dell’Ultima Cena fu pagato
dalla Lega dei Contadini presieduta da Paolino Vendramin). I quadri sono ora
sistemati sopra le porte di ingresso della chiesa parrocchiale.
La tornata elettorale del maggio 1921 avrebbe dimostrato l’aumento dei
socialisti soprattutto a Gazzo, considerata la “roccaforte rossa”, ma la
maggioranza dei cittadini carmignanesi era favorevole al Partito Popolare, come
a Cittadella:
Partito Popolare
Blocco (liberal-conservatore) P. Soc. U.
CITTADELLA
CARMIGNANO
FONTANIVA
GAZZO
GRANTORTO
S. PIETRO IN GU’
1.619
984
612
207
357
376
382
151
174
328
177
212
444
179
195
197
14
105
597
Veterani della Cartiera di Carmignano ne 1921 e Banda Musicale della Cartiera nel 1923
598
Il direttore della Cartiera Gavazzeni (ex agente del deposito della Società
della Cartiera a Milano in via Amedei n. 1) fu sindaco di Carmignano dal 1914
al 1922, anno della sua morte; finita la Grande Guerra, egli favorì la
progettazione di opere pubbliche importanti quali la Ferrovia Padova-PiazzolaCarmignano, voluta dal conte Paolo Camerini e terminata nel 1923.
Il 2 aprile 1911 era stata inaugurata la ferrovia Padova – Piazzola, presente
alla cerimonia, tra gli altri illustri ospiti, il comm. Ernesto Breda, cugino del
defunto senatore Vincenzo Stefano. La Breda, società di costruzioni meccaniche
con stabilimenti a Milano e Sesto San Giovanni, aveva fornito il materiale
rotabile della nuova ferrovia: tre locomotive ‘tender’, cinque vetture passeggeri,
una trentina di vagoni-merci e due carri cisterna.
“Dal greto del fiume Brenta, in località Carbogna, situata a 3.500 metri a
nord di Piazzola, era stato posato un binarietto che raggiungeva su sede
stradale Piazzola. Qui si diramava in due tronchi: uno si dirigeva verso la
ferrovia, l’altro proseguiva fino alle fornaci di laterizi. Sulla ‘decauville’
funzionavano dei vagoncini a bascula che trasportavano ghiaia e sabbia
estratta dal fiume ed erano trainati da animali da soma.
Alla stazione di Piazzola, il materiale veniva ricaricato sui pianali della
ferrovia per essere convogliato a Padova... Questo tipo di trasporto non era che
un pallido inizio di una crescente attività che doveva in seguito caratterizzare e
vitalizzare i traffici merci della nostra ferrovia...” 1
Nel 1916, “la decauville non poteva più sopperire alla crescente richiesta di
materiale ghiaioso, per cui si decise di sostituirla con lo scartamento normale.”
Nel 1925, la linea di Carbogna sarebbe stata prolungata di altri 3 chilometri,
fino a Carturo “dove furono posati molti chilometri di binarietto di mm 750 di
scartamento che congiungevano con due linee gli impianti del cantiere agli
escavatori.1
Il 25 gennaio 1922, in consiglio comunale, il sindaco Odoardo Cavazzeni
aveva comunicato ai consiglieri che il giorno 10 gennaio erano stati convocati i
rappresentanti dei comuni interessati al prolungamento della ferrovia Padova –
Piazzola fino a Carmignano. Il contributo di spesa, era fissato per Carmignano
in lire 1.600 annue, per cinquant’anni dalla data di apertura del nuovo tronco,
secondo “il progetto tecnico già presentato al Ministero dei Lavori Pubblici
dalla Società Anonima per la Ferrovia Padova – Piazzola”.
Per la spesa si sarebbe provveduto mediante “opportuni stanziamenti nei
bilanci, a cominciare dall’esercizio 1923.”
1
1
M. SANTINELLO, La Ferrovia Padova – Piazzola – Carmignano, Calosci, Cortona (AR) 1980, p. 53.
Idem, pp. 62, 95-96, con interessanti foto dei cantieri di escavazione e di scavatori.
599
600
D’altra parte il conte Paolo Camerini, con la solita lungimiranza, il 27 dicembre
1922, acquistava dalla “Fondazione Vincenzo Stefano Breda”, per 60.000 lire,
ben 28.19.94 ettari di terreno (pari a circa 73 campi), in comune di Carmignano,
in località Boschi di Brenta (tra il Maglio ed il confine con Fontaniva, in
previsione di future opere.
L’acquirente pretendeva, fin d’allora, “il diritto di modificare la diga
esistente, le bocche di scarico relativo e di fare gli escavi sui terreni, allo scopo
di migliorare ed aumentare la portata delle risorgive (allora numerose), con
riserva dei diritti dei proprietari che usano delle irrigazioni delle acque di dette
sorgenti per irrigare i loro terreni, obbligandosi di risarcire i danni...” 3
La nuova linea Piazzola – Carmignano fu inaugurata il 22 giugno 1924. Il
“Gazzettino” pubblicava un lungo articolo:
“Da Piazzola – Il nuovo tronco ferroviario Piazzola – Carmignano venne
inaugurato domenica mattina, alla presenza del Sottosegretario al Ministero
per le Comunicazioni on. Caradonna...
Sul piazzale della stazione, con la Banda del paese, si era radunata la
popolazione, trattenuta dalla Milizia... Tutti gli invitati salirono in un treno
speciale e percorsero il nuovo tratto fra manifestazioni di giubilo alle
stazioncine intermedie: Presina, Isola di Carturo e Grantorto, dove il sindaco
Carraro recò il saluto agli ospiti. La cerimonia inaugurale si svolse nella
stazione di Carmignano addobbata di tricolori e infiorata. Ha parlato per
primo il sindaco Gallinaro, seguito dal sig. Giovanni Gava, ambedue
applauditissimi. Quindi prendeva la parola il grande ufficiale Vittorio Fiorazzo
(presidente della Società per la Ferrovia Padova – Piazzola)... Rivolse
espressioni di omaggio all’on. Caradonna e al conte Paolo Camerini. Infine ha
preso la parola l’On. Caradonna che disse fra l’altro: ‘Anziché di politicanti da
strapazzo, l’Italia fa bisogno d’uomini come il vostro conte Camerini, un uomo
che voi amate e continuerete a confortare, un uomo del quale potete ben andare
orgogliosi...
Terminata la cerimonia, agli invitati (e a tutti i componenti della Banda
della Cartiera) viene offerto un rinfresco. Quindi tutti fecero ritorno, con lo
stesso treno speciale che era guidato dal maestro Pietro Tedesco, con
l’assistente Bernardo Fattori e il controllore Attilio Panizzolo.” 4
Anche “Il Veneto” dedicò un bell’articolo all’avvenimento, elencando tutti i
presenti e riportando i vari discorsi tra i quali quello del Commissario generale
Etna che esprimeva “l’auspicio perché venga quanto prima ripreso in esame
quel (progetto di) prolungamento (osteggiato da Vicenza) sino a Thiene e
3
ANDPd, Notarile, F. Ziliotto, b. 3705/522. Il resto dell’ex tenuta Breda era venduta a più famiglie carmignanesi: Basso
di Camazzole, Forte, Costa, Arcaro, Caron, Savio, Carlesso, Moretti, Pigato, Toffanetto, Borsato, Baldo, Marsilio,
Rizzetto, Peruzzi, Pertile, Finco, Pedron, Paganini, Bernardi, Bidese, Busatta, Dellai, Cristofari, Beato, Cenzon, Dalla
Bona, Rodighiero, Vezzaro, Volpato, Carolo, Basso di Via Brenta, Polo, Bartolomei, Golin…
4
Il Gazzettino, 24 giugno 1924.
601
Bassano, per il cui esercizio il Comune di Padova, fino dal 1920 ha deliberato di
contribuire. In questa stazione di Carmignano - concludeva l’oratore - lasciate
quindi che io vegga non la pietra terminale d’un cammino interamente
compiuto, ma la pietra miliare del nuovo cammino da percorrere ! ...”
“Agli invitati viene, quindi, servito un ricchissimo ‘lunch’, durante il quale
due bimbe graziose – Cè Maria e Giannina Bevilacqua – recitano poesie ed
offrono fiori all’on. Caradonna ed al conte Camerini...” 5
Alla storia della “Ferrovia Camerini” il nostro concittadino Mario Santinello
ha dedicato due volumi, il primo edito nel 1980 e l’altro nel 2009.
5
Il Veneto, 23-24 giugno 1924.
602
Pochi giorni dopo l’inaugurazione della “Ferrovia Camerini”, il 6 luglio
1924, il consiglio comunale di Carmignano conferiva “al Conte Paolo Camerini,
mecenate sapiente d’ogni industria, ideatore ed artefice della Ferrovia
603
Carmignano – Piazzola – Padova, la CITTADINANZA ONORARIA”, in segno
di riconoscenza. La cerimonia di consegna “al Festeggiato di una dedica del
Comune” ebbe luogo al “Teatro Sociale”; per rendere più “decorosa la simpatica
festa”, i “comunisti del centro” erano stati invitati a “esporre le bandiere e
pavesare le case”.
Il giorno seguente il conte Camerini inviava la seguente lettera al sindaco
Gallinaro:“Il modo così cordialmente entusiastico col quale la Popolazione
tutta di Carmignano di Brenta volle addimostrare il suo pieno consenso alla
cerimonia che si compì in mio onore, l’artistica pergamena, prezioso ricordo
604
dei nobili sentimenti di codesta Gente, le parole più che gentili e lusinghiere
pronunciate da così elette persone che rappresentavano tutte le classi della
laboriosa popolazione, rimarranno ad accarezzare l’animo mio ogni qualvolta
io sentirò il bisogno di ravvivare il ricordo di aver potuto offrire l’opera mia a
che Carmignano avesse nuova fonte nel promettente suo cammino. Lieto che il
nuovo tronco Ferroviario accomuni i rapporti fra Carmignano e la mia
Piazzola, ripeto alla Signoria Vostra illustrissima, col massimo entusiasmo,
l’augurio vivissimo per la prosperità di codesto Comune di cui mi rende
superbo potermi dire suo Cittadino Onorario…”
605
Anche nel settore delle escavazioni di inerti in Brenta il conte Camerini si
sarebbe dimostrato un innovatore installando, nell’area che sarebbe poi stata
trasformata in “Lido di Carmignano”, una draga a benna prensile a vapore
costruita da una ditta tedesca la “Pankra”, da cui il nome “volgare” attribuitogli
di “pàcara”.
Draga a vapore per l’escavazione del bacino Camerini, poi Lido di Carmignano (g. c. Alfeo
Zancan, detto “Celo Pajaro”)
Il conte Paolo Camerini, (sulla scia dell’ing. Vincenzo Stefano Breda),
aveva idee lungimiranti anche nelle grandi opere dei collegamenti ferroviari
interprovinciali; idee e progetti espressi nel primo dopoguerra e che riassunse in
un’intervista pubblicata ne IL VENETO del 12 – 13 dicembre 1924:
“ - Intorno alla dibattuta questione delle comunicazioni dell’Alto Vicentino
– Aperta appena all’esercizio la Ferrovia Padova – Piazzola si fosse pensato, in
cordiale accordo fra gli Enti con i Comuni del Vicentino, di studiare la
convenienza per tutti di prolungare la linea fino a Thiene, per Sandrigo e
Breganze… (distanza Carmignano – Thiene nel progetto km 23)
Solo per le opposizioni insuperabili della Provincia di Vicenza la proposta
del prolungamento non venne accolta dal Governo, appena cessata la guerra
606
(nel 1919). Di fronte a questa situazione, Padova limitò le sue richieste alla
Piazzola – Carmignano: la concessione del primo gruppo di opere venne
firmata il 4 ottobre 1922 e la linea venne aperta al pubblico esercizio il 6
dicembre 1923. Suggerisco che alle due linee Carmignano – Breganze (via
Sandrigo) e la (pedemontana) Thiene – Bassano fosse stata studiata, in
accordo con Vicenza, una ferrovia Bassano – Vicenza, nell’intendimento di
togliere anche la minima parvenza di voler violentare le ordinarie correnti del
traffico, per quanto esistono in quella direzione, di dotare l’Alto Vicentino di
comunicazioni verso tutti e due i maggiori centri viciniori… il problema delle
comunicazioni dell’Alto Vicentino dovrebbe essere considerato una unità
inscindibile… ritengo, per chiare prove, che soltanto le ferrovie servono
economicamente e tecnicamente nel migliore dei modi al convogliamento del
traffico…”
Il Camerini, evidentemente, si opponeva ai contemporanei progetti di
estensione della Rete Tramviaria Vicentina perché “afferente in modo esclusivo
al Capoluogo” e considerava le tramvie un mezzo di trasporto ormai
tecnicamente superato.
“Io non ho mai pensato - continuava il conte Camerini intervistato - che
spetti proprio a me la cura di risolvere i problemi ferroviari della nostra
Regione. Mi mosse finora soltanto il desiderio di far cosa utile al mio paese e
nulla più.
Io non posso che formulare l’augurio che dai rinnovati dibattiti sorga
finalmente la soluzione del quesito che affanna tanta parte della nostra zona
prealpina, che per le dure prove della recente guerra anela a godere i benefici
di una pace attiva e feconda.”
Il dibattito sulle ferrovie si sarebbe protratto ancora a lungo.
Il giornale “La Provincia di Padova” del 13 – 14 marzo 1926 pubblicava un
articolo dal titolo “La Riunione per le Ferrovie dell’Alto Vicentino”:
“I Comuni dell’Alto Vicentino si sono costituiti in Comitato, presieduto dal
Commissario Prefettizio del Comune di Marostica, cav. Avv. Poletto, allo scopo
di far pratiche presso il Governo per ottenere la concessione di costruire ed
esercitare le ferrovie dell’Alto Vicentino Thiene – Bassano e Breganze –
Carmignano di Brenta, ed ha chiesto l’appoggio della Provincia e del Comune
di Padova.
Alla riunione erano presenti l’ing. Piccinati, della Commissione Reale ed il
Duca Camerini, il Comitato di Bassano – Breganze (progetto ferroviario di km
15), Andrea Costantini Sindaco di Sandrigo… presenti anche i deputati Milani,
Miari e Calore… e l’on. Bodrero.
Fin dal 1919 il Duca Camerini presentò il progetto per continuare la
ferrovia Padova – Piazzola fino a Thiene. Nel 1924, costruito il tronco
Piazzola-Carmignano, si fecero voti che il tronco avesse a continuare nell’Alto
607
Vicentino. La esecuzione di questo tronco ridestò tutte le speranze e si riprese a
discutere tutto il problema delle ferrovie dell’Alto Vicentino…
Si riunirono tutti i Comuni dell’Alto Vicentino per agitare questo problema.
Vicenza Provincia si mosse per stornare il problema. I Comune invece
manifestano chiaro il proposito di unirsi con la ferrovia Piazzola –
Carmignano.
Nel 1925 ricominciò l’agitazione e nel dicembre fu convocata una riunione
a Marostica. La Commissione Reale di Padova manifestava l’intenzione della
Provincia di Padova di concorrere nelle spese per lo studio del progetto…
L’avv. Bizzarini rileva la necessità che i 23 Comuni del Vicentino si
stringano in blocco e nominino una rappresentanza. Il Duca Camerini osserva
che il progetto definitivo non è ancora completato… Ostacoli sono frapposti
dalla Provincia di Vicenza.
Il comm. Fiorazzo comunica il contributo della Camera di Commercio di
Padova per la compilazione del progetto e l’appoggio del Comune (di Padova).
Si discute sulla possibilità o meno di eseguire subito il tronco CarmignanoSandrigo.
La discussione si conclude con la votazione del seguente ordine del giorno:
I convenuti deliberano che venga immediatamente approntato il progetto
ferroviario, anticipandosi la spesa dalla Provincia di Padova, con il concorso
deliberato dal Comune di Padova e Camera di Commercio di Padova,
spiegando ogni attività possibile per la sua esecuzione.”
Purtroppo (anche per Carmignano) il progetto restò sulla carta essendo
prevalsa la linea della Provincia di Vicenza, forte di probabili appoggi politici a
Roma.
Un’opera socialmente importante per Carmignano è stata il “Monumento ai
Caduti – Asilo Infantile - Scuola di Lavoro”; patrocinata dal medico condotto
Antonio Lucato fin dal 1921, fu realizzata con il contributo volontario di molte
famiglie carmignanesi e con quello della cartiera che offrì 30.000 lire “in
memoria del defunto sindaco e direttore cav. Odoardo Gavazzeni” il quale
aveva già contribuito con un’offerta personale di 10.000 lire. Il parroco don
Carlo Pozzolo offrì 5.000 lire; la maestra Teresa Perini contribuì con 700 lire.
Tra le iniziative “pro erigendo Asilo” ricordiamo la raccolta di uova e due
pesche di beneficenza il cui ricavato fu di lire 5.645,75 e l’organizzazione di
un’orchestrina musicale che si esibiva per raccogliere fondi a tale scopo
La grande opera, valutata 150.000 lire, fu solennemente inaugurata il 12
ottobre 1924. Anche questa inaugurazione fu annunciata dai giornali padovani,
ma più appassionatamente commentata da Leonzio Cè nel suo inedito
“Panorama storico originale di Carmignano di Brenta”:
“Nel bel mezzo della cerimonia di inaugurazione, le quattro suore salesie
furono entusiasticamente accolte, a suon di musica, dal buon sindaco Bortolo
608
Gallinaro, fra un folto pubblico festoso, come i primi Angeli Custodi per una
novella Era di Civiltà. Quale padrino si prestò volentieri il Conte Paolo
Camerini.” 6
La festa era stata diligentemente preparata dall’amministrazione comunale
che aveva per tempo spedito gli inviti di partecipazione alle autorità civili e
religiose dei paesi limitrofi e al prefetto di Padova. La signora Elvira Gavazzeni,
in una lettera al sindaco, spiegava le ragioni che le impedivano di partecipare
all’inaugurazione e ricordava con nostalgia il compianto consorte “al quale fu
negata la soddisfazione di veder compiuta l’opera da lui iniziata.”
La direzione dello stabilimento della cartiera, con una lettera del 10 ottobre,
ringraziava “pel gentile invito”, assicurando una sua rappresentanza alla
manifestazione e concedendo “per tale giorno il Corpo Musicale per
l’esecuzione di un programma, nonché le bandiere ed i pennoni”. La direzione
centrale di Basilea, impossibilitata a venire a Carmignano, inviava un
telegramma con il quale annunciava che sarebbe stata comunque partecipe alla
bella festa: “Empêchés de venir – nou sommes de coeur chez vous à la belle fete
– nos meilleurs compliments aux initiateurs courageux. La Direction Centrale.”
Il 6 aprile 1924 si era votato per le elezioni politiche, con il “sistema
Acerbo” che assegnava due terzi dei seggi della Camera alla lista che avesse
ottenuto il maggior numero di voti.
La campagna elettorale era stata caratterizzata da intimidazioni più o meno
gravi. Pochi giorni prima a Cittadella, il 23 marzo, si era solennemente celebrato
il quinto anniversario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento e
6
Ringraziamo il cav. Giovanni Cè per averci messo a disposizione il diario del padre.
609
durante la votazione, fuori dei seggi, erano massicciamente presenti i
rappresentanti del partito fascista che ottenne, a livello nazionale il 65 % dei
voti, come nei nostri paesi, ad eccezione di Fontaniva, come si può osservare
dalla tabella:
CARMIGNANO
Partito Fascista
GRANTORTO FONTANIVA GAZZO
250
235
182
580
Unitari
12
8
5
Popolari
74
95
155
Repubblicani
5
4
4
Democratici
1
1
2
-
Comunisti
8
6
11
30
Massimalisti
8
3
22
-
80
-
Ben superiore alla media nazionale (9 %) il risultato del Partito Popolare nei
nostri comuni e a Cittadella dove superò la lista fascista con 914 voti contro i
765 della Lista Nazionale.
Nonostante il delitto Matteotti (10 giugno 1924), con la riconferma della
fiducia in Mussolini del re Vittorio Emanuele III ci si avviava verso la dittatura
fascista, senza grandi contestazioni per la perdita della libertà democratica.
Eppure qualche traccia di opposizione carmignanese è documentata: il primo
luglio 1924 il signor Angelo Giavi (“agente” del Deposito di Milano assunto
dalla “Société” nel 1906), sostituiva nella direzione della Cartiera l’anti-fascista
Alberto Parisotto, vittima di una spedizione punitiva nei suoi confronti. Ma il 26
settembre 1924 lo stesso Giavi moriva improvvisamente.
Il 18 maggio 1924 il consiglio comunale aveva approvato “per
acclamazione” il “Conferimento ad onorem della Cittadinanza di Carmignano di
Brenta a S. Ecc. il Presidente dei Ministri Benito Mussolini”.
Il sindaco Gallinaro ne dava la motivazione:
“La Nazione è tutta un palpito d’entusiasmo e di fede per il glorioso Capo
del Governo che con illuminato senno, con volontà ferrea, con una costanza
incrollabile, mise nel più alto valore i sacrifici della guerra combattuta e vinta;
infrenò e debellò le deprecate correnti bolseviche che trascinarono la patria
fino nell’orlo della rovina. Ridiede alla Nazione l’ordine, la disciplina, la
610
sicurezza e con la sicurezza il fervido lavoro, la produzione, il benessere...
Carmignano vuole esprimere il suo senso di gratitudine al Capo del Governo,
interprete dei sentimenti della popolazione, in segno di devozione, di
assentimento alla sua opera... per il risanamento morale, intellettuale,
economico della Nazione... il Consiglio Comunale di Carmignano di Brenta
Conferisce la Cittadinanza onoraria a S. E. Benito Mussolini...” 7
Due giorni dopo, il sottosegretario di stato alla Presidenza del Consiglio dei
Ministri, Giacomo Acerbo (futuro ministro dell’Agricoltura) inviava al sindaco
Gallinaro il seguente telegramma: “Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio
mi incarica ringraziare codesto Onorevole Consiglio Comunale del
Conferimento della Cittadinanza Onoraria che Egli accetta formulando i più
fervidi voti per l’avvenire di codesto Comune.”
Alcuni giorni prima, allorché il Consiglio si era orientato sulla decisione,
l’assessore Leonzio Cè scriveva al sindaco una lettera singolare, che potrebbe
apparire un po’ sibillina a noi, ma il cui significato era stato ben recepito
dall’amico sindaco:
7
ASCCB, a. 1924.
611
“Allo scopo di non compromettere il risultato del di Lei compito, in merito
alla Cittadinanza Onoraria da offrire a Sua Eccellenza Mussolini... ho creduto
bene di non fare alcun rilievo in obbiezione alla di Lei proposta, riservando le
mie osservazioni ad altre occasioni…Carmignano non ha mai disconosciuto i
meriti dei benemeriti, ma per ora sono spiacentissimo di non potere aderire alla
di Lei proposta. Spirito di principio e ragioni note ed ignote mi consigliano di
pregare la Forza a non respingere, ma di intervenite all’invito della Ragione.
Non intendo di eriggermi a perfetto paladino di quest’ultima, perché torti e
debolezze ne abbiamo tutti, ma un forte bisogno di verità e di libertà mi spinge
a spiegarmi. Sarò ben lietamente onorato di potere, in merito, rispondere tanto
ad un cortese invito Suo, come eventualmente di Sua Eccellenza il R. Prefetto...
L’assessore Leonzio Cè”
Soddisfatta invece la sezione locale del Partito Nazionale Fascista il cui
“commissario” Arturo Milion invitava il sindaco a seguire le direttive del
“Fascio”, a livello locale , con una lettera del 27 giugno 1924.
Sempre in quell’anno la Cartiera richiedeva lo sgombero del locale adibito a
sede della Società di Mutuo Soccorso per adibirlo ad abitazione di suoi
dipendenti di passaggio. Poi il locale, degli inizi del secolo, sarebbe diventato la
“Trattoria da Tripoli”, gestita dalla famiglia Franceschi.
612
L’ultima grande opera pubblica dell’amministrazione Gallinaro è stata
l’acquisto del settecentesco Palazzo Facchetti-Corniani-Negri per adibirlo a sede
municipale. Con delibera consigliare del 5 settembre 1924 si era già deciso
l’acquisto; l’8 novembre si approvava la vendita di alcuni terreni comunali
situati ai Boschi a varie famiglie carmignanesi (che vi avrebbero poi costruito le
loro case): Perin, Meneghetti, Tararan, Missaggia, Cauzzo, Guerra, Dal Cason,
Peruzzo, Rigo...
Tra gli acquirenti anche il conte Paolo Camerini e la Cartiera di Carmignano.
L’atto di compravendita del palazzo fu stilato l’8 giugno 1925 a Cittadella,
nell’ufficio del notaio Antonio Ziliotto: “Vittorio Emanuele III per Grazia di
Dio e per la volontà della Nazione Re d’Italia...
Negri Contessa Pierina fu Conte Eleonoro in Zugni Tauro e Negri Conte Cav.
Vittorio fu Conte Eleonoro (del fu Marcello), entrambi domiciliati a Feltre...
vendono al Comune di Carmignano di Brenta, rappresentato dall’Assessore
anziano Cè Leonzio fu Luigi gli immobili che seguono, ben noti all’Ente
Acquirente, e da adibirsi ad uso di Sede Municipale, per il complessivo prezzo
pagato in Lire 64.000: - In Comune di Carmignano, Sezione unica, in Catasto
Terreni appezzamento distinto al Foglio VIII, col mappale n. 123 b, prato
irriguo di pertiche 9,51 (= 9.510 mq)... in Catasto Fabbricati porzione di casa
al Foglio VIII distinta coi mappali n. 109 b – 110 a (vecchi mappali n. 36 I – 36
II, di piani due, vani 27, in Via Umberto I° al civico n. 78...” 8
Il palazzo era destinato a diventare sede anche di “servizi pubblici” quali
“Posta, Telegrafo, Telefono, Esattoria”, e l’ala est continuare ad ospitare i
carabinieri poiché, in mancanza di un locale adatto, la caserma correva il rischio
di essere trasferita “in altro Comune”. Si decise quindi di restaurare la
settecentesca villa veneta; la liquidazione delle spese per la ristrutturazione della
caserma e per le riparazioni necessarie al “Municipio nuovo... che forma con la
nuova Caserma un unico fabbricato” furono approvate con deliberazione
consigliare del 15 maggio 1926. Per far fronte a tali spese, che ammontavano a
lire 37.000, di decise, ancora una volta, di vendere alcuni “beni comunali”.
Il Palazzo Municipale fu solennemente inaugurato in quello stesso anno;
nell’aula consigliare il parroco don Carlo Pozzolo benedisse il Crocifisso.
Il 29 ottobre 1925 era arrivato a Carmignano il nuovo cappellano don Angelo
Dal Savio, di S. Stefano a Volpino (VR), del quale parleremo tra poco.
Qualcuno afferma che la prima volta che si vide nel nostro paese un pallone
di cuoio sia stato durante la Grande Guerra, nel 1917, in una partita
improvvisata dai militari inglesi di stanza a Carmignano, ma le prime foto che
possediamo di una squadra carmignanese, dalla divisa bianco-celeste, risalgono
8
ANDPd, Notarile, A. Ziliotto, b. 47/1276/571.
613
al 1924. Nel 1925 il “Carmignano”, assunto il nome di U. S. CARMENTA 9,
partecipa al Torneo di calcio “Coppa Valesella”, dedicato al famoso giocatore
vicentino Berto Valesella. Il giornale sportivo “Le Venezie Sportive” ci informa
che il 19 luglio 1925 la vicentina “Savoia” batteva la nostra squadra per 5 a 1.
L’articolo è importante perché riferisce la motivazione della dura sconfitta,
attribuita a mancanza di padronanza del pallone, “difetto della squadre giovani”.
Questa affermazione (cfr. la pagina seguente) ci conferma che la squadra
carmignanese era nata da poco, probabilmente nel 1924.
9
Per la storia del calcio carmignanese cfr. A. GOLIN, Carmenta ’90, a cura dell’A. C. Carmenta, Biblos Ed., Cittadella
1990.
614
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616
617
II – IL REGIME FASCISTA
Il sindaco di Carmignano Gallinaro, con l’entrata in vigore della legge n°
237 del 4 febbraio 1926, fu sostituito dal commissario prefettizio dott. Giulio
Calvi di Padova.
Il 14 novembre 1926 il podestà, “ritenuta l’opportunità di assicurare la
continua presenza in paese di un rappresentante dell’autorità Municipale”,
delegava Luigi Antonio Basso del fu Giacomo, 56 anni, “a sostituirlo per
qualunque atto urgente ed indifferibile di ordinaria e straordinaria
amministrazione”.
Lo stesso Basso, ex agente del senatore Breda, sarebbe stato nominato
podestà tre anni dopo.
Intanto si era costituito anche a Carmignano la sezione locale del Fascio,
con sette membri che componevano il Direttorio ed il 12 ottobre 1927
l’Associazione Nazionale Combattenti inaugurava il suo “Vessillo Sociale”.
Nel 1927 vennero nominati, dal prefetto di Padova, i tre “Fabbricieri” che
sarebbero stati in carica fino al 1931: Virginio Battistella, Bortolo Gallinaro e
Domenico Luisotto.
Nello stesso 1927 si scatenò a Carmignano una campagna antiassociazionismo cattolico.
Un rapporto dei Reali Carabinieri aveva segnalato al prefetto di Padova che
il cappellano don Angelo Dal Savio era “ostile al regime Fascista ed esercitava
clandestinamente propaganda contraria all’istituzione dei Balilla…”
Il responsabile del Gruppo Balilla, il 16 giugno 1927, inviava una lettera al
podestà di Carmignano confermando la “sorda campagna antifascista del
Cappellano Dal Savio il quale teneva un gran numero di ragazzi sotto la sua
istruzione col nome di Aspiranti, sconsigliando loro di indossare la camicia
nera.”
L’associazione cattolica tendeva ad “allontanare gli organizzati
dell’Associazione Balilla”, costituita a Carmignano nel maggio del 1926 con 33
iscritti. L’azione di don Angelo aveva portato al “defezionamento” di 15 Balilla,
passati a far parte degli Aspiranti.
Nella nuova sala dell’Asilo Infantile, durante una recita teatrale, il
cappellano espulse dall’aula due balilla, dicendo loro: “Andate via voi due, che
qui, Balilla non ne vogliamo.”
Il fatto suscitò l’intervento del Comando della Milizia Volontaria per la
Sicurezza Nazionale che confermava al prefetto che il Dal Savio aveva verso i
Balilla una forte ostilità. Anche l’inno degli Aspiranti conteneva parole
“equivoche”: “Noi siamo soldati e la nostra sorte difenderemo fino alla morte,
con la spada in mano, con la croce in spalla, fin che avremo la Libertà!”
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Il prefetto inviava allora al Vescovo di Vicenza una comunicazione il 26
settembre, esponendogli la grave situazione. Mons. Ferdinando Rodolfi rispose
difendendo l’opera del suo sacerdote, ricordando che il Circolo Cattolico era
sorto a Carmignano ancor prima della Grande Guerra (nel 1909 per l’esattezza);
il Dal Savio lo aveva riorganizzato nel 1925, mentre i Balilla carmignanesi
erano nati solo nel maggio 1926. L’incidente doveva considerarsi chiuso.10
Nel novembre del 1927 furono lanciati sulle strade di Carmignano, da
un’automobile in corsa, alcuni opuscoli intitolati “Una parola ai contadini
cattolici”, firmati Guido Miglioli, che rappresentano “l’unica presenza di
posizioni politicamente attive, riferibili al Partito Popolare Italiano (di Don
Sturzo) all’interno della provincia di Padova”.11
Un altro segnale di opposizione è rappresentato dalla contestazione espressa dal
suonatore della banda musicale Luciano Stocco che si rifiutò di suonare in
piazza, durante una manifestazione, l’inno fascista “Giovinezza”; denunciato al
segretario del fascio, fu condannato a suonarlo, da solo in pubblico: che
umiliazione per un sincero cattolico popolare !
L’operaio della cartiera Antonio Lunardi di Lodovico, poco dopo la
Liberazione, avrebbe denunciato alla Commissione per l’Epurazione dal
Fascismo: “Il giorno 31 Maggio dell’anno 1928 fui licenziato dal lavoro per
aver posto nel mio guardaroba di lavoro la fotografia dell’assassinato Giacomo
Mateoti (nel 1924) dalla brigantaglia fascista. Il ... sorprese la fotografia (forse
informato da qualcuno del mio reparto)... mi strappò la immagine cara appesa
nell’interno e con l’oggetto alla mano mi distese denuncia presso le autorità
fasciste le quali deliberarono il mio licenziamento. Perdetti in tal modo ben 118
giornate lavorative... Fui riassunto in servizio il 16 ottobre dello stesso anno e,
durante questo periodo la mia famiglia ed io fummo oggetto di continue
perquisizioni. Il ... fu sempre pronto a scagliarsi contro me e qualsiasi dei suoi
dipendenti, quallora si fosse accorto che questi manifestassero idee contrarie
alle sue e special modo contro di me, con quel fare di terorismo (mi diceva ‘in
gamba’!), che ho il cuore col pelo così ! ...” 12
L’ANNUARIO GENERALE D’ITALIA, “unica Guida Generale del
Regno” (una specie di “Pagine Utili” ante litteram), edizione del 1928,
informava gli Italiani che Carmignano di Brenta era un paese di 3.533 abitanti,
dotato di collegamenti ferroviari, di due asili infantili e di una casa di riposo, di
una banda musicale e della Società di Mutuo Soccorso. Dal punto di vista
economico Carmignano era importante non solo per la cartiera, ma anche per le
sue numerose attività artigianali e commerciali, elencate con nome e cognome
del gestore, come si può leggere nella riproduzione qui pubblicata.
10
Per tutta la vicenda e per la foto del documento del 1927 cfr. A.S.PD, Gabinetto Prefettura, b. 304.
G. CIOTTA – S. ZOLETTO, Antifascisti Padovani (1925 – 1943), Neri Pozza Ed., Vicenza 1999, pp. 38-39.
12
ASPd, Commissariato Provinciale per le Sanzioni contro il Fascismo, b. 4/2.
11
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621
La crisi economica del 1929-30 si fece sentire anche a Carmignano,
nonostante la presenza di una grande industria. L’occupazione nella Cartiera di
Carmignano, che contava 242 addetti nel 1929, scendeva a 207 (164 uomini e
43 donne) nel 1930-31 e a 195 dipendenti nel 1932 (150 operai e 45 operaie).
Una relazione prefettizia del 20 giugno 1930, firmata dal Commissario
Nazionale dei Sindacati Fascisti dell’Industria, dichiarava: “la Cartiera di
Carmignano sul Brenta ha fin qui lavorato normalmente e solo in queste ultime
settimane ha ridotto sensibilmente le ore di lavoro. La riduzione ha un carattere
transitorio, perché la ripresa dell’orario normale è imminente, mentre la
situazione è critica per lindustria tessile e per l’industria meccanica e
metallurgica.” 13
Nel 1930 veniva confermato a Cristiano Cariolaro il contratto stipulato con il
comune nel ’29 per la manutenzione delle “50 lampade elettriche pubbliche”.
Nel 1931, in occasione del XVI anniversario dell’entrata in guerra
dell’Italia, tutti gli ex combattenti carmignanesi, accompagnati dalle famiglie,
dagli amici e dalla Banda della Cartiera gentilmente concessa dalla direzione
dello stabilimento, “si recarono, al suono e al canto degli inni nazionali, sulle
rive del Brenta...”.
Lo stesso anno, il direttore della cartiera cav. Angelo Vian conferiva al
dipendente Valentino Canevaro la “Stella al Merito del Lavoro” per il lungo
servizio prestato in fabbrica dal 1883. La cerimonia di premiazione fu
organizzata nella spaziosa Sala di Musica dove il complesso bandistico
aziendale eseguì disinvoltamente, quasi giocasse in casa, alcuni brani musicali.
Lo stesso Valentino avrebbe raggiunto, nel 1933, i 50 anni di servizio,
record che sarebbe stato in seguito raggiunto solo da Angelo Sommacal nel
1942, da Carlo Baldo nel 1949 e da Arturo Baldo nel 1959.
Per quanto riguarda gli infortuni sul lavoro ricordiamo i tre incidenti mortali
verificatisi dal 1883: Giovanni Parolin nel 1885, Valentino Ruffin nel 1941 ed
Egidio Vanzetto nel 1960.
Alla fine del 1932 la situazione economica della cartiera era in netta ripresa,
come dimostrato dal discorso del presidente dell’Istituto Centrale di Statistica
pronunciato davanti al duce Benito Mussolini: “L’Istituto ha dovuto provvedere
ad un adeguato attrezzamento di macchine automatiche per spogli meccanici...
la fornitura delle cartoline per spogli meccanici è stata affidata ad una casa
italiana che, dopo alcuni anni di esperimenti, fu in grado di fornire delle
cartoline tecnicamente migliori di quelle provenienti dall’estero e ad un prezzo
unitario sensibilmente inferiore. I contratti conclusi con questa ditta, per la
fornitura di 50 milioni di cartoline per il censimento, ci consentiranno di
risparmiare circa 200 mila lire...” (Il Popolo d’Italia, 15 dic. 1932)
13
Idem, Gabinetto Prefettura, b. 369.
622
Quella ditta era la Cartiera di Carmignano che nel 1932 aveva iniziato la
produzione di schede elettrocontabili.
623
Dal 1936 ebbe inizio la specializzazione “nella fornitura di carte speciali p.
e. per le maggiori industrie produttrici di cavi elettrici e telefonici”; poco dopo
si arricchì anche di un grande impianto per ricavare la cellulosa dalla paglia di
frumento”.14
Quest’ultima innovazione era frutto della politica autarchica alla quale era
costretta l’Italia dopo l’imposizione delle sanzioni, a causa dell’aggressione
italiana all’Etiopia.
La Cartiera di Carmignano negli anni Sessanta; sulla destra i capannoni di stoccaggio della paglia
(g. c. Tiziano Comin)
La conquista africana era raccontata ai bambini sui libri di testo, come
quello in dotazione alla Quinta Elementare nel 1937 dal titolo “Il Balilla
Vittorio”.
14
A. STELLA, L’ambiente naturale e la sua struttura economica, in “L’Araldo Cartaro” n. 6 (1959) , p. 23, citato, come
il precedente articolo del Popolo d’Italia, in “Storia e Cultura” n. 5, genn.-marzo 1992, “Scheda sulla Cartiera di
Carmignano”, di L. SCALCO e A. GOLIN, p. 22, e, per i bilanci 1936-1941, pp. 23-24.
624
625
“L’ITALIA CONQUISTA L’ETIOPIA.
L’anno XIV dell’Era Fascista (l’anno I° era il 1922, anno della “Marcia su
Roma”) segna, nell’ascesa inarrestabile e trionfale del Regime instaurato per la
dortuna, la gloria e la potenza d’Italia da Benito Mussolini, un tempo di alta
importanza storica.
L’8 giugno 1935 – XIII il Duce, porgendo il saluto in Cagliari alla
Divisione Sabauda che si preparava a partire per l’Africa Orientale, pronunziò
una frase che conteneva una decisione incrollabile e una immancabile profezia:
‘Abbiamo dei vecchi e dei nuovi conti da regolare: li regoleremo’.
I conti vecchi avevano fatto sanguinare per 50 anni il cuore di tutti quelli
Italiani che sentivano veramente e profondamente della Patria e che
rammentavano le superbe origini romane dell’Italia… Sul Colle di Dogali, il 26
gennaio 1887 forze infinitamente superiori avevano attaccato 500 dei nostri,
comandati dal tenente colonnello De Cristoforis… Seguirono quel
combattimento vittorie e sconfitte e i nomi di Amba Alagi, di Macallè, di Coatit,
di Senafè, di Adua e tanti altri portano in se stessi un contenuto di eroismi
leggendari per i quali la terra d’Africa fu consacrata solennemente ad una
futura immancabile definitiva vittoria italiana…
L’Italia, dopo l’avvento del Regime Fascista, si era risanata… I confini
della Penisola diventavano sempre più angusti. L’Italia dei 35 milioni di
abitanti è oggi l’Italia che ha superato i 42…
Il grande bottino coloniale fu diviso avidamente fra coloro che nei consessi
di pace presero subito il sopravvento. L’Italia uscì non solo delusa, ma
mortificata…
L’Imperatore d’Etiopia, con il quale era stato generosamente stipulato un
patto d’amicizia nel 1928, dimostrò un proposito quasi beffardo di mancare ad
ogni impegno. Incidenti sanguinosi ne furono il risultato… Il Duce comunicò le
intenzioni di finirla agli altri Stati: questi e soprattutto gli Inglesi si
dimostrarono increduli e ostili…
Il malcontento europeo per le decisioni dell’Italia si faceva sempre
maggiore. Gli almanaccatori della Società delle Nazioni traevano oscuri
oroscopi… si cominciava a parlare di sanzioni…
Il 2 ottobre tutti i fascisti, più di 27 milioni, si adunarono ad un ordine del
Duce in tutte le piazze d’Italia e ascoltarono parole storicamente irrevocabili:
‘Un’ora solenne sta per scoccare nella storia della Patria… alle sanzioni
economiche, risponderemo con misure militari – Ad atti di guerra, con atti di
guerra… Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della
Rivoluzione, in piedi ! Fa che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia
conforto ai soldati che attendono in Africa…
626
Il generale De Bono, il 4 ottobre 1935, annunciava l’avanzata e i primi
successi italiani in Africa Orientale… Sul forte di Adigrat tornava ad issarsi la
Bandiera Italiana, ammainata il 18 maggio 1896. Il 6 ottobre le truppe italiane
entrano in Adua…
Il 28 ottobre, nell’anniversario della Marcia su Roma, il Duce inviava alle
Camicie Nere un messaggio nel quale era detto: ‘Un anno carico di vicende
finisce: comincia l’anno XIV del Regime’.
L’8 novembre la nostra bandiera, ammainata il 22 gennaio 1896, tornava a
sventolare sul forte di Macallè. Ma l’Europa, anzi, il mondo, non disarmavano.
A Ginevra, nel mese di ottobre, si era tenuta una serie di riunioni dei
rappresentanti di tutte le Nazioni…
Il 2 novembre ben 52 Stati avevano risposto alla proposta formulata dal
Comitato di coordinamento della Società delle Nazioni per l’applicazione delle
sanzioni. Tre sole avevano avuto fiducia nell’Italia e nel suo buon diritto:
l’Austria, l’Ungheria e l’Albania.
Le sanzioni erano decise a partire dalla data del 18 novembre 1935 (data di
ignominia e di iniquità nella storia del mondo)…
Le sanzioni, mai prima applicate, come un proposito di soffocare
economicamente il popolo italiano e come un tentativo vano di umiliarlo, per
impedirgli di realizzare i suoi ideali…”
Saltiamo 11 pagine (che però il “Balilla Vittorio” avrebbe dovuto studiare):
“Il Maresciallo Badoglio mandava l’ultimo bollettino delle operazioni di
guerra: ‘Oggi 5 maggio 1936, alle ore 16, sono entrato alla testa delle mie
truppe in Addis Abeba’.
A sette mesi dal passaggio del Mareb, dopo meno di tre mesi dalla prima
grande battaglia dell’Endertà, di tappa in tappa, ciascuna segnata da nuove
grandi vittorie, passate oramai alla storia con i nomi di battaglie di Tembien,
dello Scirè e del Lago Ascianghi, le mie truppe vittoriose hanno così frantumato
l’esercito etiopico e occupata la capitale dell’Impero…
La sera del 5 maggio il Duce ordinava l’adunata generale del popolo italiano.
In due ore circa 30 milioni di italiani si trovavano nelle piazze delle città, dei
paesi, dei borghi, delle frazioni. Dato al popolo, che gremiva Piazza Venezia a
Roma e trasmesso per radio dovunque, l’annuncio della conquista di Addis
Abeba, il Duce aggiungeva… ‘l’Etiopia è italiana’…”
Quattro giorni dopo, la sera del 9 maggio 1936, il Duce proclamava la nascita
dell’Impero: Sua Maestà il Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia conferiva al Duce
le insegne di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia.
Anche a Carmignano fu organizzata una grande manifestazione per la
conquista dell’Etiopia. Ecco come l’ha raccontata Otello Cortese, classe 1918:
“Ricordo che quel giorno, davanti alla casa del fascio, erano schierate in
ordine di regime le rappresentanze: in prima fila i ‘figli della lupa’, i Balilla,
627
poi le piccole italiane, a destra gli avanguardisti, i giovani fascisti, infine le
massaie rurali. Gagliardetti e bandierine, la banda musicale della cartiera che
aveva suonato per prima la Marcia Reale, poi l’Inno fascista (‘Giovinezza,
giovinezza, primavera di bellezza, e nel fascismo la nostra libertà…’).
Seguivano poi gli inni patriottici, ‘Il Piave’ e ‘Monte Grappa’.
Tre squilli di tromba, l’attenti, il Federale, simbolo della gerarchia fascista,
tutti a gran voce gridammo ‘A Noi’ (era il saluto al Duce). Aprì la cerimonia,
come al solito, il Signor Giovanni Gava dando il ben venuto al Federale e, con
incredibile arte oratoria, esaltò la conquista dell’Impero dicendo: ‘ è una
pietra miliare che il Duce porta ai fasti, come quando Roma dominò il
mondo…’.
Quel giorno tutti ci sentivamo profondamente fieri di essere italiani, eravamo
orgogliosi e molto partecipi, perché anche molti nostri giovani avevano lottato
per quella conquista, avendo ‘Marciato su Addis Abeba’!
Il fulcro della festa quel giorno era alla trattoria Franceschi (‘Da Tripoli’),
ovunque camice nere e stivali, era la moda del vestire fascista, a ripetizione un
gran cantare ‘Faccetta nera’, la fatidica canzone per quella conquista !
Il paese quel giorno era ebbro di gioia, l’ortodossia fascista era entrata nel
sangue degli italiani. La festa per la conquista dell’Impero, a Carmignano,
durò per ben tre giorni: una massa fragorosa di gente cantava, gridava,
sbattendo coperchi e piatti di metallo, addirittura quelli della contrada di
Spessa avevano staccato la campana dal campanile della chiesa di Sant’Anna,
la avevano legata ad una stanga e in due la portavano in giro, mentre un terzo
tirava con una fune il batocchio, facendola suonare… Tutto questo lungo le vie
del centro, per poi fermarsi sulla piazza, davanti alla casa del fascio.
Durante l’ultima sera di festeggiamenti ci fu il grande avvenimento del
‘bruciare il Negus’, (il Negus era l’ultimo re d’Etiopia), il suo rogo
rappresentava la forza del potere fascista italiano che aveva scalzato dal trono
il tiranno ! E fu così, una pila di legna e sterpaglie, con sopra un fantoccio, e a
dare il via a tutto non poteva che essere il mitico ‘Balocchi’. Fu proprio lui che
con un gesto goffo e ridicolo prese dalla tasca un zolfanello, lo strofinò sui
pantaloni e lo buttò sul mucchio… illuminando tutta la piazza ! La folla
plaudente, divertita in un modo quasi fanciullesco, restò fino a che non si
spense anche l’ultima brace del Negus. Tornamdo a casa, tutti pensavano alla
fortuna dell’Italia nell’avere al potere un uomo come il Duce.” 15
Una reazione all’ingiustizia delle “Sanzioni”, a livello locale, fu
l’installazione di una targa di marmo sulla facciata del palazzo municipale e di
alcune iscrizioni murali firmate “Mussolini”, come quella che vediamo in alcune
foto degli anni Trenta e Quaranta:
15
O. CORTESE, Il Percorso e la Storia, Artegrafica Munari, Carmignano di Brenta 2007, pp. 6-7.
628
“ Non dimenticheremo l’obrobrioso tentativo di strangolamento economico
perpetrato a Ginevra contro il popolo italiano – Mussolini ”.
629
Il Palazzo Municipale negli anni Trenta, con la targa (tra due finestre a pianterreno, tra le altre due
c’era il busto del Duce) delle sanzioni inflitte all’Italia nel 1935 (g. c. Elvira Baldo)
Grazie alla Cartiera, l’economia carmignanese non risentiva delle difficoltà
conseguenti alla politica autarchica attuata dal Governo, anzi, la produzione di
carta, specialmente da imballaggio, passava da poco più di 40.000 quintali nel
1930, ai 52.000 del 1937, ed il numero degli operai della cartiera superavano,
nel 1938, quota 300.
Anche la popolazione carmignanese aveva avuto un notevole incremento di
nascite, dovuto alla politica demografica del Regime: alla fine degli anni Trenta
c’erano a Carmignano 45 famiglie con sette e più figli; 17 ne avevano 9, sei
famiglie avevano 10 figli (Ometto, Pierobon, Zulian, Volpato, Busatta,
Rachela); due famiglie, quelle di Giuseppe Menin e di Giuseppe Strada,
avevano ben 11 figli.
In seguito al Regio Decreto 13 febbraio 1927, era stata introdotta la “tassa
sul celibato”, un’imposta che gravava per 35 lire sui giovani dai 25 ai 35 anni,
per ben 50 lire per gli adulti e per 25 lire sugli ultracinquantenni.
I sacerdoti ne erano esenti. Ogni anno i soggetti dovevano recarsi “presso il
Municipio per la prescritta denuncia agli effetti della Tassa sui Celibi”; nella
seconda metà degli anni Trenta i celibi carmignanesi “registrati” secondo le
classi di nascita (1909 – 1910…) erano circa una ventina.
630
Nel gennaio del 1938, in seguito alla pubblicazione del nuovo codice
svizzero sulle obbligazioni, la “Société pour la Fabrication de Pâte de Bois”,
fondata nel 1870, approvava il nuovo statuto sociale. Il capitale azionario della
Società era, dal 1936, di Franchi Svizzeri 6.300.000, diviso in 8.400 azioni
ordinarie e 4.200 azioni privilegiate, ognuna di 500 franchi svizzeri. La società
svizzera, iscritta nel Registro di Commercio di Basilea nel 1883, era passata da
un capitale sociale iniziale di 2.500.000 franchi ai 3.300.000 durante la Grande
Guerra, ai 6.300.000 del 1936-38.16
Per la Cartiera di Carmignano, l’utile netto dell’esercizio 1936, espresso in
lire italiane 296.724,65, sarebbe passato, alla fine del 1941, a lire 970.749,50.
Macchina Seconda della Cartiera di Carmignano negli anni Trenta. L’operaio al centro è Antonio
Lunardi (g. c. Armando Lunardi)
16
ACCIAPd, b. 9782, “Foglio Annunzi Legali” della Prefettura di Padova, 15 aprile 1938, n. 3.
631
III - LATTERIE ED ALLEVAMENTO DEL BESTIAME
Nell’elenco dei punti vendita del 1928, viene citata solo la “Latteria Sociale”
di Spessa.
Una relazione del 1907 aveva fatto il punto sui caseifici della provincia di
Padova:
“Nel distretto di Cittadella prevale la razza tirolese, con razze affini (borlina,
bruno alpina e rendena nel primo dopoguerra). Quivi, per l’unità di coltura
meno estesa, per il medio affitto ed anche per la mezzadria, in causa della
maggior freschezza di terreni e della irrigazione molto diffusa, il caseificio si
presenta abbastanza importante.
Generalmente la fisionomia che hanno i caseifici impiantati è quella di piccola
industria, sorta più per volontà individuale che per vera spinta determinata
dall’ambiente. Questi i caseifici, mantenuti e sorti per volontà esclusiva dei
privati:
1 : Casalserugo... - 8 : Caseificio Campodarsego... - 10 : Caseificio P. Giaretta,
Gazzo Padovano – 11 : Biasia, Villalta di Gazzo – 12-13-14-15 : S. Pietro in Gù
– 16 : Caseificio Elia Rigon, Carmignano di Brenta – 17 : Fratelli Rigon,
Carmignano – 18 : Cristiano Rigon, Carmignano – 19 : Fratelli Dalla Bona,
Carmignano – 20 : Fratelli Paganini, Carmignano – 21 : Caseificio di S.
Martino di Lupari. Questi i principali caseifici privati sorti nella Provincia. A S.
Pietro in Gù, Gazzo e Carmignano ve ne sono altri piccoli, pur privati, che
lavorano limitate quantità di latte...
Nelle latterie Fiaccadori (Gorgo), Wollemborg (Abano), Giaretta e Biasia
(Gazzo), Bettinardi, Pesavento e Agostinelli (S. Pietro in Gù), Rigon
(Carmignano), le condizioni sono all’incirca simili; abbiamo scrematrice,
zangola, impastatrice perfette, preparazione di burro, formaggio magro e
semigrasso e allevamento di maiali lattonzoli. Una stalla del proprietario
fornisce il primo quantitativo di latte che viene completato con quello portato
da altri agricoltori, affittuali o meno dell’azienda centrale. Si può calcolare una
lavorazione di latte da 6 a 12 ettolitri (al giorno)... Tutti i proprietari dei
caseifici di S. Pietro in Gù, Gazzo e Carmignano mandano le loro vacche al
pascolo nelle Alpi, con grande beneficio degli animali e vantaggio economico...
La prima latteria sociale impiantata in provincia fu quella di Galliera Veneta,
nel 1876... le forme cooperative non hanno ancora trovato l’ambiente adatto
per potersi sviluppare con vantaggio... le latterie cooperative hanno
sicuramente la possibilità di risolvere un problema che diverrà sempre più
importante nell’agricoltura Padovana. Diffuse quà e là, eserciteranno una
specie di calmiere e influiranno, come hanno influito a Carrara S. Giorgio e a
632
Carmignano, per fare aumentare i prezzi del latte ai privati, rendendo così più
produttivo l’allevamento bovino...” 17
Dalla relazione del dott. Dino Sbrozzi deduciamo quindi l’esistenza di una
latteria cooperativa a Carmignano che si dovrebbe identificare con quella di
Spessa.
Per la Latteria Sociale di Camazzole bisognerà attendere il 1935 per la sua
istituzione.
Attrezzi per la lavorazione del latte (g. c. Umberto Todeschini)
17
D. SBROZZI, Il Gazzettino Agricolo, alla data.
633
Per quanto concerne l’allevamento del bestiame, abbiamo accennato
all’interesse dimostrato da Vincenzo Stefano Breda nella sua tenuta di
Camazzole.
Il 24 ottobre 1904 si svolse a Cittadella un’importante “Mostra Bovina”
organizzata dal Comizio Agrario Distrettuale. Furono premiati numerosi
allevatori di Gazzo , ma qualche premio fu portato a Carmignano: nella sezione
“Vitelle” una menzione onorevole fu ottenuta da Nicola Manuzzato di
Carmignano che ottenne anche il primo premio nella sezione “Manze da 2 a 4
anni”, seguito dall’amministrazione della tenuta del defunto senatore V. S.
Breda che ebbe il secondo premio e da Giuseppe Casarin, mezzadro della tenuta
di Giarabassa del cav. Busetto.
Un’altra bella “Esposizione bovina e cavallina” fu organizzata dal “Comizio
Agrario di Cittadella” in occasione della Fiera di Ottobre del 1912, alla quale
parteciparono numerosi bovini carmignanesi.
Nel primo dopoguerra, dal 1922, fu rilanciata la “Mostra Bovina di Gazzo
Padovano” destinata a diventare una delle più importanti rassegne del Veneto.
Fin dal 1926, il “Gazzettino” affermava:
“La Fiera attrae sempre a questo paese (Gazzo), centro importante e
fiorentissimo di ogni attività agricola, la grande folla di espositori, di visitatori e
di compratori.” 18
Nel 1929 la Cattedra Ambulante di Agricoltura eseguiva uno “Studio
Monografico del Cittadellese”, pubblicato nel numero 32 del “Gazzettino
Agricolo” , con dati significativi:
Comune
Sup. agraria Sup. arativi Prati irrigui Sup. netta Vite e gelso
ettari
ettari
ettari
seminativi promiscui
CARMIGNANO
1.292
647
640
562
60
GAZZO
2.169
1.079
1.075
969
65
S. PIETRO IN GU
1.682
836
840
744
57
Nel 1905, la superficie agraria dei tre comuni era, rispettivamente, di 1.311,
2.170 e 1.681 ettari; nel 1913 era rimasta praticamente uguale; 1312 ettari a
Carmignano, 2170 a Gazzo e 1684 a S. Pietro in Gu’. Quindi, nel 1929, essa era
in parte diminuita solo a Carmignano, ma sarebbe aumentata nel 1931.
18
Cfr. A. GOLIN... “nella Comune del Gazzo” cit., p. 119.
634
Per quanto concerne i prodotti agricoli, ecco la superficie e la relativa
produzione:
Comuni
Frumento
Granoturco
Avena
Cocomeri
ettari – q.li
ettari - q.li
ha – q.li
ha - q.li
CARMIGNANO
220 – 3.300
216 - 4.968
6 - 90
4 - 400
GAZZO
380 - 6.840
372 - 10.044
20 - 340
2 - 200
S. PIETRO IN GU
290 - 5.220
287 - 7.749
8 - 136
3 - 300
Nel 1929, la “Commissione Approvazione Tori”, su incarico del Consiglio
Provinciale dell’Economia di Padova, eseguì la “visita ordinaria” ai tori della
provincia.
Nel distretto di Cittadella furono approvati 106 tori su 161.
Comuni
Tori approvati Tori rividibili
Tori scartati
GAZZO
29
3
22
S. PIETRO IN GU’
19
6
4
CARMIGNANO
12
4
9
CITTADELLA
13
-
-
FONTANIVA
8
-
-
GRANTORTO
6
3
2
Il comune con maggior numero di tori (54) era Gazzo, 25 dei quali di razza
rendena, seguiti da quelli di razza Borlina, Svitto-Rendena e Bigio Alpina.
Anche a Carmignano prevaleva la razza Rendena, con 12 tori su 25.
Giovanni Rigon possedeva tre tori, Gregorio Traverso e Sante Forte due, gli altri
(Tessari, Piccoli, Battistella, Luisotto, Rigoni, Rodighiero, Busatta, Carolo,
Cunico, Dalla Bona...) uno.
635
Toro alla pesa davanti all’osteria “Da Romano” (Cariolaro senior, ora Hotel Zenith). Oltre ai
fratelli Vezzaro, tra i numerosi curiosi ci sono Pietro Cariolaro, Aldo Bettinardi, Amos Bortoli,
Romano Cariolaro junior con la bimba Lia in braccio e Luigina Cariolaro (ragazzina sulla destra)
(g. c. famiglia Vezzaro)
Nel 1930 fu effettuato il “Censimento Generale dell’Agricoltura Italiana” del
quale diamo solo alcuni dati 19:
Comune
CARMIGNANO
CITTADELLA
FONTANIVA
GALLIERA
GAZZO
GRANTORTO
S. PIETRO IN GU
S. MARTINO LUP.
TOMBOLO
Possessori Cavalli Asini e muli Ovini-caprini
di bestiame
348
1.105
646
501
402
366
311
882
512
108
265
78
40
88
117
150
324
123
107
304
280
128
54
136
63
272
116
158
220
275
26
35
94
58
172
101
Suini
858
3.282
1.502
571
1.233
633
1.184
1.369
569
19
Fonte: Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Roma – Censimento Generale dell’Agricoltura 19 marzo 1930,
vol. I, Censimento del Bestiame.
636
Censimento dei Bovini:
Comuni
Vitelli Tori Manzi
e torelli
e buoi
CARMIGNANO
Vitelle Vacche Vacche
manzette da latte comuni
Tot.
76
4
45
694
834
18
1.671
1.648
6
633
872
1.427
526
5.102
FONTANIVA
726
4
240
387
496
438
2.291
GALLIERA
757
1
106
183
593
-
1.642
GAZZO
120
6
117
1.022
1.626
2
2.993
GRANTORTO
134
3
48
497
565
9
1.256
75
5
44
951
1.301
65
2.441
1.092
6
404
480
503
969
3.454
476
1
77
304
126
456
1.440
CITTADELLA
S. PIETRO IN GU
S. MARTINO LUP.
TOMBOLO
Negli anni Trenta le campagne carmignanesi continuavano ad essere ben
irrigate dalle storiche rogge veneziane ed in parte da alcune risorgive.
Questi i dati del 1931:
Superficie totale del territorio comunale
ettari
1.473
Superficie agraria
ettari
1.312
Superficie irrigata
“
800
Superficie asciutta
“
512
Superficie irrigata con l’acqua della Roggia Molina
“
200
“
“
“
“
“
“ Rezzonico
“
60
“
“
“
“
“
Roggia Grimana “
340
“
“
“
“
di sorgenti naturali “
160
637
Gli impianti di sollevamento per prelevare acqua dal sottosuolo erano 20
pompe che servivano ad irrigare una superficie di 40 ettari.
Il sistema di irrigazione era “a scorrimento”.
La Roggia Rezzonico in contrà Ca’ Michieli (ora Carolo)
Nel giugno del 1931 fu organizzata a Padova, in occasione della Fiera del
Santo, la “Rassegna dei riproduttori bovini delle Venezie” durante la quale
furono esposti 12 bovini di Gazzo, un toro di Antonio Casarotto di S. Pietro in
Gu’ ed un torello di Giovanni Rigon di Carmignano.
Nel 1932, alla seconda Mostra Bovina di Gazzo parteciparono 48 animali
gadiensi, 25 di Carmignano, 12 di S. Pietro in Gu’ e 4 di Piazzola: per la
categoria “Torelli” si distinsero gli allevatori carmignanesi fratelli Battistella.
In giugno del 1934, la Cattedra di Agricoltura presentava alla “XVI Fiera
Campionaria di Padova” alcune scelte “bovine di razza Bruna di Rendena” tra le
quali le vacche da latte CAVALIERA di Gregorio Traverso e LOMBARDA dei
fratelli Forte di Camazzole che appare in una foto di prima pagina nel
“Gazzettino Agricolo” del 9 giugno 1934.
Nella quinta edizione del “Mercato – Concorso” di Gazzo del 1935 furono
premiati, tra gli altri, i carmignanesi Luigi Piccoli per la categoria Tori e i
fratelli Forte per le “manzette”.20
20
Tutte le annate del GAZZETTINO AGRICOLO sono consultabili in Biblioteca Universitaria a Padova. Per la
questione delle razze bovine cfr. S. VARINI, La montagna che vive in pianura cit., cap. III (“Non tutte le vacche però
sono della Val di Rendena”), pp. 56-63 e articoli vari nella rivista RENDENA.
638
639
Negli anni Trenta continua, anche a Carmignano, la pratica della
“monticatura”, ossia dell’alpeggio delle vacche sulle montagne, con partenza a
fine maggio, inizio di giugno e ritorno in pianura a settembre.
Le mete preferite dei nostri allevatori erano Enego, Fozza, Asiago, Gallio,
Valstagna, Rubbio, Conco, S. Giacomo di Lusiana, Campolongo, Valrovina, ma
anche Seren del Grappa, Pieve Tesino, Grigno e Caldonazzo.
Nel 1934 c’erano a Carmignano 104 cavalli, 92 asini, 80 muli (che servivano
anche per la raccolta dei sassi da calce in Brenta), 1.650 bovini, 226 suini, 131
pecore (di proprietà di carmignanesi) e 7 capre.
In quell’anno partirono per la montagna 518 vacche, 170 pecore, una capra e 81
suini, in totale 770 animali.
L’anno seguente “monticarono” 908 vacche, 163 vitelli, 242 pecore, 4 capre e
78 maiali.
Tra i 25 allevatori carmignanesi, i maggiori trasportatori di bovini erano
Antonio Paganini (che portava a Gallio 78 vacche, 29 vitelli, 22 capre ed un
maiale), Giovanni Rigoni (a Fozza, con 33 vacche, 25 vitelli e 10 maiali),
Giovanni Rigon (a Caldonazzo, con 36 vacche, 17 vitelli, 15 capre ed un maiale,
ma nel 1934 il podestà Rigon aveva mandato, sempre a Caldonazzo, ben 90
vacche), i Fratelli Forte che trasportavano a Fozza 31 vacche e 14 vitelli,
Luisotto Giovanni Domenico e i Fratelli Luisotto che trasportavano ad Asiago
rispettivamente 20 e 16 vacche ed infine i Fratelli Alberti che portavano a Gallio
17 vacche e 10 vitelli.
Per quanto concerne gli ovini, si era consolidata la tradizione delle famiglie
Peruzzo di via Ospitale: Agostino nel 1935 portava in montagna a Pieve Tesino
108 pecore, Valentino 84 pecore e due capre (mentre l’anno precedente aveva
portato in Val Seren del Grappa 68 pecore) e Gio. Batta se ne andava a Enego
con 3 vacche, 9 vitelli, 50 pecore e due capre.
Un’attività interessante e molto diffusa in paese era quella della bachicoltura
che rappresentava un’integrazione al redito agricolo di numerose famiglie fin
dall’Ottocento. Acquistati i semi (“gli ovetti”), si preparavano i graticci (“le
ree”) con le canne palustri dove si mettevano “i cavalieri” che si sarebbero
nutriti (più o meno “di furia”) di foglie di “moraro” (di gelso). I bozzoli finali
erano portati alle filande di Cittadella o di Piazzola. Nel 1935 furono censiti a
Carmignano 74 bachicoltori i quali, con un totale di 36,55 once di seme,
produssero 2.362,70 kg di bozzoli. La resa per oncia era variabile; i maggiori
produttori erano: Baldo Stefano che con sole 0,75 once riusciva ad ottenere 91
kg di bozzoli, Tellatin Bertrando (90 kg), Agostini Antonio (72 kg), Ballardin
Francesco (70), Bosco Pasquale (69), Peruzzo Emilio (68), Pigato Florindo (65),
Stocco Bernardo detto “il Barba” (62), Bartolomei Virginio e Agostini Giovanni
i quali, con un’oncia di seme, produssero 58 kg di bozzoli e infine Milan
Giovanni e Dal Monte Francesco con 53 chili.
640
Strenuo difensore delle razze bovine venete da latte è stato il veterinario di
Carmignano dott. Leone Candiani (1901 – 1960), autore di una relazione dal
titolo “Considerazioni su razze bovine venete da latte destinate allo spegnimento
(Rendena, Borlina, Vald’Adige)”, così commentata da Sergio Varini nel suo
ultimo libro: “E’ una reprimenda che lui pronuncia in un pubblico convegno.
Senza mezzi termini e senza peli sulla lingua, si scaglia contro le CATTEDRE
AMBULANTI, gli Ispettorati Agrari del tempo...
Egli avrebbe voluto che le ‘Cattedre’ rifondessero i danni provocati agli
allevatori indotti a fecondare le loro vacche con tori a triplice attitudine quali
erano, allora, i maschi della Bruno Alpina. Nascevano degli eredi che avevano
perso le originarie e tipiche caratteristiche da latte senza assumere, peraltro,
quelle specifiche per carne e lavoro: un fallimento!”
Vacche di razza Bruna sul campo vicino alla chiesetta di Spessa (g. c. Sergio Varini)
641
IV
GLI “ANNI VESTITI DI NERO” – LA GUERRA DI SPAGNA IL CINEMA-TEATRO E LA COLONIA IN BRENTA
Sia dal cortile del nuovo Asilo Infantile, costruito nel 1924, e sia dal campo
sportivo del patronato si poteva entrare nella sala teatrale, costruita nel 1925,
dotata di “palcoscenico, sottopalco con camerini, deposito costumi ecc.”, come
ci ricorda Antonio Nodari 21:
“La sala era capace di 300 posti a sedere. La Compagnia Filodrammatica
diretta dall’allora parroco facente funzioni don Angelo Dal Savio, ebbe molto
successo nelle rappresentazioni teatrali negli anni dal 1925 al 1932,
riscuotendo successi con pienoni e richieste di repliche. I componenti più dotati
e preparati erano Antonio Condrini, Antonio Bertoluzzo, Armando Rambaldi,
Angelo Terzo, Alessandro Lovato ed altri. La Compagnia si esibiva anche a
Grantorto, a Montecchio Maggiore ed in altri centri. Venivano rappresentati
drammi e commedie come ‘Una notte sul molo’, ‘Spartaco’, ‘Il padrone delle
ferriere’, ‘Aida’, ‘I martiri di Belfiore’ ecc.
Factotum della Compagnia era Don Angelo che si occupava degli scenari,
fondali, trucchi, costumi, prove, copioni ecc., il tutto frutto del suo appassionato
ed intelligente lavoro. Le serate teatrali venivano allietate, negli intervalli, da
una orchestrina composta di sei elementi e diretta dal maestro Ugo Bin.”
Nel suo libro di memorie, Silvio Baldo accenna ad un gruppo di giovani
scapestrati che saranno la causa di una bella iniziativa culturale:
“Fu nel 1922 l’inizio della ‘Compagnia degli Scapoli’ come la chiamavamo
noialtri; alla festa anniversaria del 4 Novembre, si faceva un bel banchetto alla
sera e poi si aggiungevano ai combattenti i giovanotti e le ragazze di
Carmignano e si ballava fino al mattino dopo, nella sala del cinema (Botton),
con un’instancabile orchestrina; eravamo una bella compagnia: Vittorio e
Angelo Sommacal, i fratelli Amos e Guido Bortoli, i fratelli Mario e Virginio
Sorgato, Vico Moro, Gaetano Polo, Giovanni Toniolo, Giovanni Lago
elettricista del paese, Oreste Pegoraro daziere alle dipendenze del sig.
Giovanni Gava, Livio Baldo ed il sottoscritto...”
L’orchestrina di cui si parla era diretta dal maestro Ugo Bin e la possiamo
vedere in una foto del 1922; in piedi (da sinistra): Luciano Stocco al violoncello,
Duilio Corà al flauto traverso, Angelo Sommacal al clarinetto, Aldo Sommacal
e Willy Mosiman ai violini; seduti: Lodovico Moro alla chitarra, Bortolo
Bevardo all’armonium, il maestro Bin e Giuseppe Bovo ai violini.
21
A. NODARI, Storia di Carmignano cit., p. 172.
642
Questa orchestrina, che sarebbe stata chiamata “La Carmenta”, (e che come
sappiamo aveva dato il suo contributo per raccogliere fondi per la costruzione
dell’Asilo nel 1924) si rinnovò agli inizi degli anni Trenta.
La Carmenta seconda edizione(1933). In piedi (in alto da sinistra): Lino Fusco, Luciano Stocco,
Gino Fugolo, Duilio Corà, Angelo Brendolin, Angelo Sommacal,Cristiano Forte; in seconda fila:
Gino Dal Broi, Vandy Bortoli e Bruno Bovo; seduti: Bortolo Bevardo, don Angelo Dal Savio ed il
futuro maestro della Banda Musicale Giuseppe Bovo.
643
Le prime esperienze teatrali carmignanesi erano state effettuate nel
Laboratorio sociale della ditta “Botton & Cè”, in via Roma, dove, nel 1921, era
stata fatta la prima proiezione (a pagamento) del cinema muto. A dire il vero, la
novità del cinema era arrivata a Carmignano durante la Grande Guerra allorché,
nel 1918, nella barchessa del sig. Giovanni Rigon in Via Spessa, venivano
proiettati dei filmati per i militari convalescenti o in riposo a Carmignano dopo
l’esperienza della vita in trincea.
La compagnia teatrale che si esibiva in via Roma era detta “Perini –
Maestri” perché ci recitavano alcuni maestri e maestre, sotto la regia della
maestra Teresa Perini che ingaggiò altri attori locali come il nostro Silvio Baldo
che ricorda, nel suo diario:
“La signorina Perini, maestra da tanti anni a Carmignano, ci propose di
organizzarci per recitare qualche commedia ed è ciò che facemmo e con ottimi
risultati. Per primo facemmo ‘Il Padrone delle Ferriere’, poi ‘I due Sergenti’ e
delle commedie in dialetto veneziano, come ‘La bozeta de ogio’, ‘Il moroso de
la nona’, ‘La Politica dei Villani’. Io ebbi poi il privilegio di declamare ‘La
Sagra di Santa Gorizia’, un libretto di una cinquantina di pagine, mandate tutte
a memoria. Della compagnia teatrale facevano parte la maestra Perini, regista,
Vittorio Sommacal, Gaetano Polo, Antonio Sani, il maestro Broccato, le
signorine maestre Boscherini e Pigozzo ed una nipote della maestra Perini.”
Scioltasi questa prima compagnia teatrale, sorse quella diretta dal dott.
Leone Candiani, autore di commedie e farse in dialetto veneto (ricordiamo “I
Stornei sul Campanil”, “Toni Oco”...) con la collaborazione del compassato
Antonio Lepschy)...”
Il repertorio era quello classico veneziano di Carlo Goldoni e Giacinto
Gallina, poi “Fedora” di G. Flucco, “Il piccolo Parigino” di A. P. Berton,
“L’ombra del Campanile” di A. Molinari... e gli adattamenti teatrali delle opere
liriche dell’Aida, Rigoletto e la Sonnambula. Nell’intervallo delle commedie si
esibivano con successo l’aspirante cantante lirica Lidia Stocco e la già ricordata
orchestrina “La Carmenta”.
Un documento del 1922, (relativo alla raccolta di fondi per la costruzione
dell’Asilo Infantile coordinata dal dott. Lucato), ci informa che in quell’anno
esistevano due compagnie teatrali: la “Compagnia Filodrammatica” di
Carmignano (detta anche “Compagnia Giovani Filodrammatici” o “Piccoli
Attori Filodrammatici”) e la “Compagnia Piccoli Dilettanti della Cartiera” (detta
anche “Compagnia Dilettanti Filodrammatici della Cartiera”, che contribuirono
rispettivamente con offerte di 1.200 lire e di 250 lire.
Il 20 maggio 1926 si costituiva a Carmignano la nuova sezione del Fascio.
Anche nel nostro paese il processo di “fascistizzazione” della società era in atto,
con l’inquadramento operato dal Partito Nazionale Fascista dal settore giovanile
644
agli adulti: Figli della Lupa, Balilla, Avanguardisti, Piccole Italiane, Giovani
Italiane e Massaie Rurali. L’azione anti-balilla del cappellano don Angelo Dal
Savio (nel 1927) non era che un episodio isolato di opposizione al fascismo.
645
646
Libri di testo delle scuole elementari in dotazione nel 1935 (g. c. Renato Gatti)
647
La costruzione dell’ASILO INFANTILE – MONUMENTO AI CADUTI –
SCUOLA DI LAVORO era stata realizzata da un “Comitato Pro Asilo” che
aveva raccolto i fondi necessari all’opera. Tutto il complesso era stato terminato
il 28 maggio 1928; solo allora il dott. Antonio Lucato, a nome del“Comitato per
la Costruzione dell’Asilo in Carmignano Centro”, consegnava al podestà avv.
Angelo Schiesari: “lo stabile ad uso Asilo e Scuola di Lavoro – al Foglio XV,
mappale 18: Fabbricato comprendente a pian terreno refettorio, cucina, grande
aula per bambini – al primo piano seconda aula per bambini, sala per
laboratorio-scuola di lavoro, 4 camere- vasto granaio. Ai lati del cortile interno
sorge una tettoia e un fabbricato isolato di un vasto locale per teatro dei
bambini e refettorio…” 22
La “Sala del Teatro” era utile anche per altre occasioni, come quella per la
“conferenza anti-blasfema”, tenutasi nel 1927.
22
ASCCB, b. 148.
648
Nel 1928 fu organizzata a Carmignano la “Scuola Popolare di Disegno e
Plastica”, promossa dall’assessore Leonzio Cè. “Le lezioni - ha scritto Antonio
Nodari - avevano luogo alla domenica mattina presso le due sale al primo
piano, site vicino al campanile della vecchia chiesa. L’arredamento venne
costruito dal sig. Leonzio Cè, mentre i modelli di gesso, la carta ed il materiale
didattico vennero forniti dalla scuola, dietro versamento della quota di
frequenza fissata in L. 30 annue per ogni allievo. Direttore della Scuola venne
nominato il prof. Angelo Turri di Vicenza. I giovani che si iscrissero alla scuola
furono 65 (anche provenienti dai comuni limitrofi). Vennero svolte 24 lezioni.
Al termine della Scuola venne organizzata una mostra dei lavori e la
premiazione avvenne il primo dicembre 1929 presso il Teatro Vittoria di Via
Umberto I°, presenti le autorità provinciali e locali.
Per l’anno scolastico 1929/30, Direttore della Scuola venne nominato il prof.
Foglino del Liceo Scientifico di Vicenza. I 48 frequentanti furono suddivisi
secondo la loro professione (n. 16 falegnami, n. 5 muratori, n. 17 meccanicifabbri, n. 4 sarti e n. 6 studenti).
Dal lato didattico la Scuola ebbe un ottimo risultato: lo si denotò dalle relazioni
finali che i professori Turri e Foglino stilarono al termine dei rispettivi corsi.”
23
Purtroppo, per cause varie, questa bella iniziativa di avviamento al lavoro si
interruppe, ma sarebbe stata ripresa, per un anno nel 1941 e poi nel secondo
dopoguerra, come vedremo.
Il 29 ottobre 1929 veniva inaugurato l’asilo infantile di Camazzole, tra le
autorità il nuovo podestà di Carmignano, il camazzolese Luigi Antonio Basso.
23
A. NODARI, Storia di Carmignano cit., pp. 163-64.
649
Il GAZZETTINO del 3 novembre 1929 comunicava: “Nella ricorrenza della
celebrazione della Marcia su Roma, a Camazzole è stata solennizzata
l’apertura dell’Asilo eretto alla memoria dei gloriosi Caduti... A render più
solenne la cerimonia concorse la Banda della Cartiera che svolse un scelto
programma sul piazzale della Chiesa, trattenendo così il numeroso pubblico.”
L’opera, costruita su area donata al comune dall’Agenzia Breda nel 1922, era
stata voluta da un comitato presieduto da L. A. Basso, Giuseppe Caron e dal
“curato” don Gaetano Lobba.
All’inizio del 1930, alla presenza del tenente Valle, aveva luogo la consegna
del “Vessillo del Gruppo Mutilati ed Invalidi di Guerra” carmignanesi.
Nello stesso anno si riprogettarono le nuove Scuole Elementari di
Carmignano, essendo stato respinto un progetto del 1928, qui riprodotto,
abbastanza interessante.
Una volta deciso il progetto finale, le scuole, dedicate ai Principi di
Piemonte, nel 1932 erano terminate; si poteva così destinare il vecchio edificio
650
di Via Umberto I (costruito nel 1902-03) ad altri usi: completamente
trasformato, esso avrebbe aperto “i battenti alle falangi Fasciste.” 24
Nello stesso periodo (1932) veniva inaugurata la scuola elementare di Ospitale.
24
G. BELLUZZO, Carmignano di Brenta cit., p. 115-116, anche per la vicenda dei due progetti.
651
Nel 1932 era inaugurato anche il “Patronato Parrocchiale S. Carlo”. Nella
processione dalla chiesa al centro, dopo la banda della cartiera, un gruppo di
universitari (tra i quali il futuro primo ministro on. Mariano Rumor ed il futuro
presidente dell’Unesco V. Veronese) portavano il baldacchino del Santissimo
Sacramento, presente anche il futuro senatore Giorgio Oliva.
1932: Inaugurazione del Patronato San Carlo, nel ventesimo anniversario della fondazione del
Circolo Giovanile San Carlo (g. c. Cesare Milan)
652
Il parroco don Carlo Pozzolo ed il cappellano don Angelo Dal Savio con i giovani dell’Assoziazione
Cattolica di Carmignano. Alla sinistra del parroco, con il berrettino, Giuseppe Gallinaro; alla
sinistra di don Angelo, seduto, il futuro padre Paolino Cristofari; a sinistra dello stendardo (don)
Pasquale Stocco (g. c. Cesare Milan)
Nel 1934, essendo podestà Giovanni Rigon, vennero ampliate le Scuole
Elementari con due nuove ali; cominciò a funzionare il posto telefonico
pubblico Telve (“dalla Giacomina”, poi Bar “Moretto”, ora “Terzo Tempo”) e
venne installato un nuovo impianto automatico di benzina Agip. A Carmignano
infatti circolavano già una ventina di autoveicoli (ora ci sembrano pochi, ma in
confronto con i paesi limitrofi c’era una differenza enorme: a Fontaniva per
esempio, fino al 1945, c’erano solo tre automobili); nel 1939 le automobili di
Carmignano erano esattamente 26 delle quali 6 della cartiera, 3 dei Rigon, due
dei Miotello e due auto (Ansaldo 4 H e Fiat 509) di Albino Tonta che fu anche il
primo tecnico idraulico del paese.
La motocicletta più ammirata in paese era la “Ganna” del “sindacalista”
carmignanese Girolamo Benincà, che possedeva anche una moderna macchina
da scrivere di fabbricazione tedesca.
653
1945 : Luigi Cattani ed il distributore di benzina davanti al bar “Bettinardi” (g. c. famiglia Sani)
Casa costruita nel 1922 da Cristiano Forte, commerciante di formaggi di origine asiaghese,
acquistata negli anni ’40 dal dott. Leone Candiani, dal 2008 del signor Tiziano Meneghetti
(g. c. Tiziano Comin)
654
Macchine della giuria davanti alla Cartiera di Carmignano prima di una corsa ciclistica su
percorso cittadino, preceduto da un’escursione in montagna (g. c. famiglia Sani)
Nel 1934 avviene l’inaugurazione della Colonia Elioterapica dedicata ad
Arnaldo Mussolini, fratello del Duce: si trattava di due baracche di legno,
progettate nel 1933, con copertura della spesa per la locale “Colonia
Elioterapica Arnaldo Mussolini” del 9 settembre di quell’anno. Le baracche “per
gestione Colonia Fluviale” furono costruite in località “da Curami” dove, nel
1932, era già stata sperimentata la colonia balneare “del Patronato”
parrocchiale, su iniziativa delle suore salesie e del cappellano don Angelo Dal
Savio; in una baracca di legno, dove venivano accolti anche bimbi di S. Pietro in
Gù (che giungevano a Carmignano con una carretta da contadini trainata da un
cavallo) suor Emanuela e la signora Ginevra Biffanti (Milan) procuravano un
pasto caldo ad un bel gruppo di bambini che vediamo in alcune foto.
Contemporaneamente anche sull’altra riva del Brenta era istituita la
“Colonia Elioterapica di Cittadella – Galliera – Fontaniva e Tombolo
VITTORIO EMANUELE FILIBERTO DUCA D’AOSTA” che fu riaperta il
primo luglio 1934: quota di iscrizione L. 1 per bimbo e centesimi 50 per il
viaggio. L’8 luglio, il Gazzettino riferisce che la colonia aveva ricevuto la visita
del Commissario del Fascio e dell’Ispettore di zona del Partito Nazional Fascista
e che in quei giorni stava per essere ultimata la chiesetta, che la vecchia tettoia
era stata sistemata e che una nuova tettoia era stata “adibita al reparto
femminile”.
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Quattro foto della colonia parrocchiale in Brenta degli anni 1932-1933 (g. c. Gianni Galzignato)
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I bambini della “colonia elioterapica” erano “curati ed educati secondo le
provvidenze che il Duce ha voluto per tutti i bimbi d’Italia (per i paesi di
campagna lontani dai fiumi si organizzava un “Campo Solare” o “Solarium”,
come a S. Martino di Lupari.
L’attività della colonia di Fontaniva era intensa:
- Ore 8 : alzabandiera e saluto
- 8 – 8,15 : preghiera
- 8,15 – 9 : gioco
- 9 – 10 : passeggiata in Brenta
- 10 – 10,30 : ginnastica
- 10,30 – 11 : gioco
- 11 – 11,15 : bagno di 10 minuti. Dopo il bagno 5 – 10 minuti di sole
- 12 : raduno delle squadre per la colazione, quindi, fino alle ore 14,30,
riposo
- 14,30 – 15 : educazione fascista
- 15 – 15,10 : religione curata dalle Suore
- 15,15 – 15,45 : ginnastica
- ore 16 ; merenda
- 16 – 17,45 gioco, quindi ogni signora o signorina si accertava che i
fanciulli della sua squadra abbiano curato la loro pulizia e per il ritorno
alle loro famiglie.”
Il trasporto a Cittadella, Galliera e Tombolo avveniva “con una comoda
autocorriera”. Gli ospiti ed il giornalista del Gazzettino visitarono i locali “ove
erano pronte le razioni per il pranzo dei bambini composte di carne e brodo,
pane, formaggio e frutta, cibi tutti sanissimi e di ottima qualità”.
La colonia in Brenta di Carmignano e S. Pietro in Gu’ avvenne il 9 luglio
1934:
“Stamane, sul luogo ove sorge la colonia elioterapica ‘Arnaldo Mussolini’,
alla presenza delle autorità locali e di S. Pietro in Gù, ha avuto luogo la
cerimonia di apertura della colonia stessa. Fu semplicissima: la benedizione del
rev. don Domenico Valente, vicario parrocchiale di questo Comune, brevi
parole ben dette dal segretario del Fascio e presidente della Colonia Sig.
Giovanni Gava e il saluto alla bandiera. Alla cura, per primo turno,
partecipano 55 bambine di S. Pietro in Gù e 75 di Carmignano. E’ un gioioso
spettacolo vedere tutte queste bambine nei loro costumini, allegre, che cantano
e corrono sotto i raggi del sole sulla sabbia, ove fortificano la loro salute e ove,
sotto la sorveglianza delle reverendissime Suore, accrescono la educazione e
istruzione”.25
25
Il Gazzettino del 10 luglio 1934.
658
La Colonia elioterapica in Brenta, visitata dalle autorità nel 1935
Alzabandiera nella colonia in Brenta nel 1934
Il Gazzettino del 15 luglio comunica che “le iscrizioni alla colonia hanno
sorpassato di molto la previsione. Si devette pertanto provvedere
all’ingrandimento della colonia stessa con la costruzione di un’altra capanna. I
curanti del primo turno sono 150. Questa popolazione è riconoscente ai
preposti alla Colonia, sorta per iniziativa del Regime Fascista. Un vivo elogio
va anche alle rev. Suore che con pazienza e amore si dedicano pel buon
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andamento della Colonia e, durante le ore di siesta, impartiscono ai bambini
norme di canto, ginnastica e di educazione.”
Il 4 agosto 1934 “ebbe luogo la chiusura del I° turno delle bambine della
colonia elioterapica A. Mussolini, eretta dall’Ente Opere Assistenziali di
Carmignano nell’anno 1933. Il I° turno, della durata di un mese, ha accolto 60
bambine del Comune di S. Pietro in Gù e 90 di questo Comune. Il Segretario del
Fascio, all’atto del congedamento, ha raccomandato alle bambine la
riconoscenza profonda che esse devono avere per il Duce, creatore delle colonie
fasciste, per la robustezza della razza. Il secondo turno per i bambini si è iniziato
stamane con 52 bambini di S. Pietro in Gù e 98 di Carmignano.
Durante il primo turno la Colonia è stata onorata della visita dell’On. Di
Carlo, dal vice-presidente dell’Ente Opere Assistenziali on. Ferri e dal viceprefetto comm. Vandelli, dall’ispettore di zona dott. Angelo Alessio e dal
direttore didattico prof. Benvenuto Trevisan.”
Nel 1935, i bimbi iscritti alla colonia sarebbero stati 159.
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661
Le foto della colonia in Brenta dedicata ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, sono conservate
nell’archivio fotografico del Comune di Carmignano di Brenta
Negli anni Trenta la Banda Musicale della Cartiera aveva fatto un salto di
qualità con l’arrivo a Carmignano, nel 1925, del maestro vicentino Giovanni
Marzot che in pochi anni portò il complesso bandistico ad un notevole livello
tecnico-musicale, apprezzato dal pubblico carmignanese durante il tradizionale
concerto in piazza del 15 agosto, festa dell’Assunta.
I maggiori servizi bandistici erano annunciati dai giornali padovani (IL
VENETO ed IL GAZZETTINO) che pubblicavano anche articoli concernenti le
annuali gite turistico-musicali della Banda della Cartiera, organizzate
dall’infaticabile Raffaello Zordan, (presidente del complesso bandistico della
Cartiera dal 1922 al 1951) ed altre gite organizzate dalle autorità fasciste,
specialmente dall’Associazione dei Combattenti.26
26
Per la storia della banda musicale cfr. A. GOLIN, Carrellata Storica sulla Banda Musicale, Rebellato Ed. 1981 e LA
BANDA – I Gruppi Musicali a Carmignano (1890 – 1995), Artegrafica Munari, Carmignano di Brenta 1995.
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Ecco il programma della Banda della Cartiera del 1932:
Confrontiamo il programma del 1932 con quello eseguito in “Piazza
Umberto I° ” il 7 luglio 1934:
- 1 Marcia brillante
- 2 VERDI, Il Trovatore (Finale)
- 3 MARZOT, Madrigale
- 4 PUCCINI, Madame Butterfly (Fantasia)
- 5 MARIOTTI, Voci della Foresta (Valzer).
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Particolarmente riuscita è stata la “tradizionale Sagra dell’Assunzione” del
1934:
“Alle ore 8,30 ha avuto luogo la grande processione col Simulacro della
Vergine e con l’intervento della locale Banda della Cartiera. Numerosissimo il
concorso dei fedeli. Alle ore 9 seguì l’apertura della Pesca di Beneficienza, con
ricchi premi pro Ente Opere Assistenziali – Colonia Elioterapica ‘A.
Mussolini’. Nel pomeriggio vi furono alcuni tradizionali giochi popolari. Alla
sera la Banda della Cartiera svolse uno scelto programma. Magnifici furono i
fuochi artificiali. Le offerte pro pesca di beneficienza furono le seguenti:
Cartiera di Carmignano, Impiegati, Maestranze Lire 396 – Direttore della
Cartiera L. 50 – Vian Carlo L. 30 – Cariolaro Ferruccio L. 50 – Luigia
Bortoletta L. 30 – Franceschi Riccardo L. 10 – Todescato Angelo L. 20 – Golin
Umberto L. 10 – Luraschi Angelo L. 10 – Marcolan Antonio L. 5 – Galzignato
Fratelli L. 20 – Golin Angelo L. 5 – Peruzzo Giovanna ved. Frigo L. 3 – N. N. L.
7,50 – Impiegati Comunali L. 30 – Battistella Virginio L. 5 – Rigoni Giovanni fu
Pietro L. 10 – Ceroni Ettore L. 5 – Ceroni Giovanni L. 5 – Ceroni Alfredo L. 1 –
Battistella Angelo Prae L. 1 – Miotello Fratelli L. 5 – Rigon Giovanni fu C. L.
20 – Don Domenico Valente L. 5 – Cecchin Fratelli L. 3 – Tondin Giuseppe L. 2
– Lucato cav. Antonio L. 20 – Zecchini Giacomo L. 1 – Paganini Antonio L. 10
– Traverso Gregorio L. 10 – N. N. L. 5 – Ditta Domeniconi L. 10 – Pertile
Giovanni L. 5 – Sabadin Girolamo L. 2. Inoltre tanti altri offersero doni e
oggetti vari.
Un vivo elogio per l’opera prestata va rivolto al Comitato della pesca
signori Lepsky Antonio, Gatti Giovanni, Friziero Stefano, Stocco Luciano,
Marchiori Jolanda, Sorelle Gava, Stocco Lia, Zordan Ida, Cè Maria e qualche
altre che si prodigarono per la buona riuscita e raccolta offerte della pesca
stessa.”
Nel giugno del 1936, dopo 21 anni di sospensione, veniva riaperta al culto la
chiesetta di S. Anna, donata alla parrochia di Carmignano dal cav. Giuseppe
Girardi.
A metà degli anni Trenta, la fascistizzazione del paese era ormai completa;
nel dicembre del 1935 anche a Carmignano fu organizzato “il giorno della
Fede”: tutte le madri e le spose avrebbero dovuto offrire alla Patria le loro fedi
nuziali d’oro, ricevendone in cambio una di metallo.
“Il 9 maggio 1937 (primo anniversario della proclamazione dell’Impero)
furono solennemente festeggiati i 29 reduci dall’Africa Orientale. Incontro alla
stazione ferroviaria, sfilata al suono degli inni patriottici per Via Provinciale,
Margherita, Roma, Vittorio Emanuele III, Umberto I e Chiesa…
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Essendo la Chiesa Parrocchiale incapace a ricevere la fiumana di gente
accorsa, la Santa Messa fu celebrata all’aperto”.27
Qualche giorno prima, i reduci avevano ricevuto questo invito:
“La S. V. è invitata a trovarsi, in perfetta divisa coloniale, domenica 9
corrente alle ore 8 precise nel Piazzale della Stazione Ferroviaria per la
Celebrazione del I° Annuale della Fondazione dell’Impero. A mezzogiorno V. S.
parteciperà al banchetto presso la Trattoria Tripoli offerto dalle Autorità a tutti
i reduci dell’A. O. I. ”
Durante la festa, rallegrata dalla banda della Cartiera che insisteva nel
suonare “Faccetta Nera”, fu consegnata ai reduci, gratis come premio, la tessera
del Partito Fascista.
Due anni dopo, il 25 giugno 1939, sarebbero stati festeggiati i quattro reduci
carmignanesi dalla Guerra di Spagna. Il “Gazzettino” del 28 giugno
commentava:
“Cameratesco Raduno – Per festeggiare i Legionari dell’invitta Divisione
Littorio, si sono raccolti 70 camerati della Milizia e della locale Sezione
Combattenti. Al termine del cameratesco raduno, vivificato da canti patriottici,
dissero elevate parole Don Giuseppe Belluzzo e il vice-presidente dei
Combattenti Giovanni Gatti che consegnò ai reduci la tessera
dell’Associazione.”
Contemporaneamente al ritorno dei reduci dall’Africa, altri militari partivano
per un’altra avventura, la Guerra di Spagna; uno di questi (considerati dagli
oppositori del fascismo come dei “mercenari”), Secondo Mariga, ha scritto un
interessante diario della sua esperienza militare in terra iberica.
La guerra di Spagna era scoppiata il 17 luglio 1936 con l’insurrezione delle
truppe di Francisco Franco di stanza in Marocco, contro il governo nazionale
repubblicano filocomunista, il “Frente Popular”, in carica dal 1934. Il “caudillo”
si mise a capo dei nazionalisti, aiutato massicciamente dall’Italia e dalla
Germania. Il primo contingente di di 3.000 “volontari” italiani sbarcava a
Cadice il 22 dicembre 1936. La Brigata Legionaria Italiana, di 6.000 uomini, vi
sbarcò il 5 gennaio 1937.
Il nostro “legionario” Mariga arrivò in Ispagna da Napoli, dopo cinque giorni
di nave. La guerra spagnola era stata presentata ai soldati italiani dalla
propaganda fascista come una crociata “contro le orde rosse convulse, le
masnade barbariche marxiste”. Gli italiani erano quindi i “difensori della Civiltà
e della Legge umana e divina”, i “soldati della nuova Europa” che combattevano
le forze governative spagnole aiutate dalle “rivoluzionarie brigate rosse
internazionali”. Secondo Varo Varanini, “l’esercito rosso” era composto per il
25 % da Francesi (tra i quali il romanziere André Malraux, futuro ministro della
27
G. BELLUZZO, Carmignano... cit., pp. 128-132.
666
Cultura, comandante della squadriglia “Espana” nell’agosto-ottobre 1936), dal
35% da sovietici (la famosa “Brigata Kleber”), dal 5% di inglesi, e per il10 % da
polacchi. Vi erano poi alcune migliaia di americani con lo scrittore Ernest
Hemingway (1898 – 1961) che dedicherà alla guerra di Spagna il suo
indimenticabile “Per chi suona la campana ?” ed alcune centinaia di “rinnegati
italiani antifascisti”. L’aviazione “rossa” era soprattutto di provenienza francese
e russa.
Stralciamo solo alcuni passi dal diario (di 45 paginette) del mitragliere Mariga:
“Il 3 febbraio 1937 si partiva per il fronte (da Aguilar de la Frontiera verso
Malaga). Alle 9 del mattino del 4 si udivano i primi colpi di fucili nemici e
quindi la risposta italiana con vari colpi di cannone e si iniziava lo
schieramento disponendo il fronte con a testa i carri armati, fucilieri,
mitraglieri, artiglieri ecc. e così si dava inizio un’imbattibile combattimento e
dopo 5 ore di inesorabile fuoco la nostra artiglieria riusciva a sfragellare il
fronte che resistette per un potente forte da loro costruito… dopo 10 ore di
continuo fuoco, noi mitraglieri potemmo varcare queste indomabili alture e
dare alla fuga tutto il nemico, occupando noi l’intera posizione… esposti al
freddo, pioggia, vento, perché scoperti di qualsiasi indumento personale, notte
d’inferno…
All’alba del mattino del 7 febbraio iniziava un nuovo combattimento da ambe le
parti e, dopo 4 ore di implacabile fuoco la nostra valorosa artiglieria, con
l’aiuto della nostra gloriosa aviazione, riuscirono a scoprire il loro covo
infernale e, questo sfragellato e incendiato, dovettero nuovamente abbandonare
le loro posizioni da noi all’istante occupate… iniziando con i nostri instancabili
camions l’avanzata verso il nemico in fuga, proseguendo fino alle 5 di sera fino
a 3 chilometri dalla città di Malaga dove si ebbe una nuova ed impressionante
resistenza… Alle 9 del giorno 8 febbraio si sfilava fino alle porte della
martoriata Malaga… ingresso che nessun sentimentale potrà descrivere…
(accolti) da squilli, gridi, evviva e pianti di quel sofferente popolo… nei visi, nei
sorrisi, nelle case si descriveva il lutto di tante mortalità… per le vie
impressionanti per i saccheggi (subiti), incendi… tutto si trasformava: i loro
vessilli, le loro insegne sventolavano da ogni casa, terrazza, finestra, il sorriso
nella bocca, nel cuore di quel popolo li rendeva vittoriosi.
Dopo 4 giorni di vita malaghese, il giorno 12 si partiva per dare soccorso ad un
previsto pericolo nel fronte di Granada… il 14 si ripartiva per Cordoba,
destinati in riposo come premio del dovere compiuto… il 4 marzo si marciava
alla stazione della bella e divertente Cordoba… per un lontano destino: un
percorso in treno di circa 800 chilometri, varcando le più alte montagne… di
paese in paese, di città in città: Villa Nueva, Fonte de l’Arco, Salamanca e
Siguenza (arrivati il giorno 8)… attendendo nuove disposizioni sul fronte di
667
Guadalajara… quel grande paese saccheggiato e incendiato, la grande e ricca
Cattedrale spogliata di ogni valore, scoprendo varie tombe di vescovi e
sacerdoti, sflagellando altari, colonne, immagini e ogni altra cosa preziosa…
indescrivibile il dolore, l’impressione di quel disagiato popolo. In questo paese
fu formato il concentramento di tutte le forze armate Divisioni Italiane,
Germaniche e Spagnole, a disposizione del fronte di Guadalajara.
Il giorno 10 marzo si ripartiva a piedi (18 chilometri) fino a Mandayena; il
giorno apresso si proseguiva verso Brignegce, 28 chilometri di viaggio
lunghissimo e faticoso, ostacolato dal maltempo, pioggia, grandine, bufera di
vento e freddo, ma noi fanti, noi mitraglieri ci crediamo invincibili nel compiere
il nostro dovere, per difendere l’ideale del nostro amato Duce, portatore di
civiltà cristiana e fascista…
Volendo descrivere il tutto del giorno 12 marzo mi sarebbe doloroso… incendi,
borghesi impauriti, spiritati, Rossi nascosti che ci tradivano dando notizie
all’aviazione nemica che continuamente ci perseguitava… rovine sopra rovine,
morti e parecchi feriti nostri. Il mattino del 13, tutti uniti, si ripartiva per
prendere posizione in linea… la più tragica giornata del giorno 14 fu dominata
dal continuo fuoco da ambo le parti… proseguendo al più furioso successivo
giorno 15… dopo varie e dolorose resistenze, potemmo col più pietoso atto
eroico avanzare poche centinaia di metri, con l’inizio ad un più potente fuoco…
Mentre il furioso sonno ci coglieva, si udiva da lontano, verso il fronte nemico,
diverse voci che sgolatamente gridavano verso di noi frasi da renderci un po’
intimoriti: chiamandoci fratelli e amici, ci esortavano di piegare le armi e
combattere con loro, dichiarandosi essi pure Italiani fuoriusciti, Divisioni
Comunisti, Matteotti e Garibaldi, per distruggere il fascismo, gridando poi Viva
l’Italia Libera, Viva il Re, a morte Mussolini e il fascismo; durato questo per
mezz’ora, dando fine con inni Comunisti fra i quali Bandiera Rossa Trionferà…
che poi, studiata dai nostri ufficiali la critica situazione, ci diede ordine di
indietreggiare nelle vecchie posizioni… il 16 si ebbe vari attacchi… il nemico
avendosi fortificato in un’immenso bosco… dandosi poi all’opera l’aviazione
Italiana, sterminando varie parti del bosco, emanando enormi rovine e gran
numero di cadaveri… il 17 si portavano in combattimento 20 apparecchi rossi i
quali bombardarono Siguenza e Mandayana, mettendo in queste strage, quando
dopo il ritorno furono inseguiti da 4 caccia Italiani… si svolgeva sopra la
nostra prima linea un potente attacco… con la perdita di 4 apparecchi rossi, dei
quali uno incendiato e precipitato a poca distanza da noi… la nostra aviazione
volle vendetta, sorvolando con 20 apparecchi da bombardamento, mettendo
strage anche nel vicino paese di Guadalajara; sparita questa (l’aviazione),
iniziava… un forte combattimento tra artiglieria… si svolgeva un dramma
tragico tra mitraglieri e fucilieri nazionali e rossi…
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In questo frattempo si potè notare vari tradimenti da parte nostra, che qualche
traditore si teneva in comunicazione con i rossi dando loro notizie di nostre
posizioni… nel termine del combattimento, per ordine del nostro glorioso
Capitano, demmo un grido con saluto al Duce… quale ci dirige e protegge.
Dopo 5 giorni di dure e aspre lotte, il nostro trascurato corpo sentiva un forte
bisogno di riposo, ma che per mancanza di forze (militari) dovettimo renderci
resistibili ed imbattibili, inchinati di morire ma non cedere. Dio volle che dopo
il combattimento ebbimo dal Battaglione Carroccio il cambio…
Sono le 9 del mattino, giorno 18, indimenticabile per noi… Vista la critica
situazione, ci demmo a prepararci delle trincee, dei ricoveri per ripararsi
dall’aviazione… ad un tratto si udiva la voce del nostro glorioso Capitano il
quale ci avvisava di numerosi apparecchi nemici in vista (40) tutti diretti sulla
nostra linea, gettando nei primi sorvoli un’immensità di biglietti con varie
iscrizioni, uno nel quale invitava noi Italiani di abbandonare le armi e andare
con loro che essi hanno pane e lavoro; ci dicevano che siamo stati traditi
perché Mussolini ci aveva promesso di portarci in Abissinia, mentre ci ha
portati al macello, a combattere contro dei fratelli che combattono per la loro
indipendenza… dicevano che Madrid sarà il macello, la tomba del fascismo.
Mentre questi si allontanavano, si avvicinavano altri (aerei) da combattimento,
rendendoci nella più misera disperazione… trovandosi difronte ai battaglioni
rossi che disperatamente avanzavano e fulminavano le nostre truppe, ma lo
spirito del nostro valente Comandante non diveniva meno e non disperava, ma
bensì esprimeva il suo amor patrio… mentre egli avanza, seguito dai suoi
valenti arditi, rimase ferito…
Fermi, immobili, nascosti dalle poche pietre, si attendeva quando alcuni di noi
si arrendevano… con fucile e braccia alte, con un fazzoletto bianco in mano,
segno di resa… i nostri comandanti comandavano di non sparare…
Tutti fermi, avanzava un solo ufficiale rosso a braccia aperte, incitando ad
avvicinarsi un nostro tenente, facendo cenno di non sparare… scambiandosi
alcune parole e una stretta di mano; mentre questo si compiva, noi mitraglieri
ci tenevamo accorti d’un tradimento, mirando squadroni di destra e di sinistra
che velocemente si divulgavano in modo da renderci rinchiusi e farci tutti
prigionieri… volemmo ribellarci dando nuovamente varie scariche… dallo
stesso complimentoso tenente fummo per la seconda volta proibiti, a minaccia
di rivoltella, a sparare e così tra loro conversavano, incitandosi uno con l’altro
di cedere le armi, ma indecisi davano occasione al nemico di accerchiamento,
quando tutti potemmo comprendere il loro bene riuscito gioco e mentre dalla
nostra sinistra si giocava, dalla destra continuava l’avanzata dei suoi carri
armati e il forte fuoco dell’artiglieria (rossa)… dovettimo rendersi decisi a
scappare o morire, vistosi traditi… noi pochi mitraglieri volemmo, con altre
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potenti scariche, vendicare la nostra sorte lasciando cadaveri i due ufficiali
ancora in conversazione e molti altri che si lanciavano contro di noi…
Che dolore, che strazio dovere soccombere tale disfatta, tale umiliazione…
nessun rimedio in quell’istante per noi, essendo loro superiori… 30.000 contro
noi rimasti appena 6.000, nulla più c’era da fare che ritirarsi e formare una
seconda linea… la nostra fuga fu sanguinosa, arma in spalla e a grande
velocità, cercando posizioni per ripararci un po’, di gran corsa a rientrare in
quel paesello flagellato e incendiato… il sangue scorreva per i piccoli canaletti,
i morti impedivano il nostro percorso… dovendo abbandonare anche questo
crudele abitato perché questi stessi (abitanti) che pochi giorni prima ci
acclamavano, oggi ci bersagliano… popolo crudele, verrà l’ora in cui
comprenderai e piangerai il nobile e sacro sangue per te sparso… Alle 11 della
notte del giorno 18 vuole chiudersi la fase del martirio… è la Divisione Littorio
che ci dà il cambio…” 28
Ma non era finita per il nostro Secondo Mariga che partì per il fronte di Bilbao il
9 maggio e poi “trasportati in soccorso a una divisione Spagnola nel fronte di
Santander, vicino Espinosa, quale trucco per impressionare il nemico e
costringerlo a levare forze su Bilbao, per portarle su questo fronte, in modo di
sleggerire quell’altro…”
La battaglia di Santander si svolse dal 14 al 26 agosto 1937:
“Grande era il nostro animo di subito ataccare, volendo in questa fare
comprendere che siamo quelli di Guadalajara e che vogliamo vendicare i nostri
gloriosi martiri…
Il 14 Agosto noi legionari (delle Fiamme Nere) siamo pronti per lo sbalzo. La
nostra artiglieria inizia il duello contro il nemico… 12 giorni durò
l’avanzamento; il 26 la desiderata meta Santander da noi fu liberata…”
L’intervento dell’aviazione italiana fu decisiva.
“25 Agosto, a 6 chilometri da Santander, corre voce della resa di
Santander… 26 agosto: giorno di piena soddisfazione, di entusiasmo e di
emozioni, avendoci il Generale Franco concesso l’alto onore di entrare, noi
Italiani e precisamente noi delle Fiamme Nere e Divisione Littorio… la fanfara
delle Fiamme Nere suona Giovinezza, noi legionari si marcia… siamo beati e
contenti, la folla applaude, le ragazze gridano ‘Adios, Adios Italianitos’, molti
fucili sono infiorati… un autocarro colmo di ragazze raggianti che urlano,
come impazzite, ‘Arriba Espania, Viva Franco, Viva l’Italia, Viva Mussolini…
Noi legionari vittoriosi e gloriosi ci siamo raggruppati… noi del Battaglione
Mitraglieri Divisionale ci siamo accantonati a 6 chilometri da Santander, vicino
28
Ringraziamo il sig. Callisto Mariga, figlio di Secondo, per averci gentilmente messo a disposizione il prezioso diario
del papà. Un altro carmignanese, il sig. B… ha partecipato alla Guerra di Spagna, ma con il solo compito di trasporto di
armi e militari da Cadice a Santander.
670
al campo di aviazione ove potei vedere i molti apparecchi rossi lì
abbandonati…”
Il nostro concittadino fu rimpatriato il 23 febbraio 1938, “a bordo della
magnifica nave ospedaliera ‘Gradisca’, sbarcando a Napoli il 6 marzo.”
Il 18 giugno 1939, i quattro reduci carmignanesi sarebbero stati festeggiati in
paese, come annunciato dal “Gazzettino”: “Ritorno di Legionari dopo aver
combattuto in terra di Spagna”.
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Tutte le feste civili erano organizzate nel locale cinematografico della
Società di Mutuo Soccorso, una grande sala costruita dal Comune. Nel 1936, il
podestà Giovanni Rigon affittava la sala alla “Ditta Baldo Giuseppe & Figli”,
“con l’autorizzazione di apporre le migliorìe opportune”. In realtà, l’intelligente
ristrutturazione trasformava il “fabbricato adibito a cinema” nel moderno
“Cinema – Teatro Vittoria” inaugurato il 19 marzo 1937: “iniziando gli
spettacoli cinematografici con rappresentazioni continuate dalle ore 16 alle 23.
La Sala è stata rimessa completamente a nuovo e arredata per le maggiori
comodità; un attrezzamento tecnico modernissimo garantisce in modo perfetto
le proiezioni che saranno scelte fra i capolavori dell’arte cinematografica,
affinché il pubblico sia attratto al più sano e più piacevole godimento...”
Volantino con l’annuncio della nuova gestione del Cinema-Teatro Vittoria “Baldo” del 1937
(g. c. cav. Marcello Tonta)
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Primo film in programma “La Regina Cristina”, con Greta Garbo seguito la
settimana successiva dalla proiezione del film “Sui mari della Cina” interpretato
da Clark Gable; terzo film “La grande avventura”.
Gente in piazza davanti al Caffè Bettinardi. A sinistra del cancello le locandine del cinema Baldo
Nel settore sportivo, continuava l’attività del Carmenta, allora denominata
“G.I.L. di Carmignano”; sono gli anni “vestiti di nero” ed anche la squadra
carmignanese si adegua al clima politico dell’epoca adottando il color nero per
la propria divisa, ma con un distintivo rosso e giallo.
Abbiamo rintracciato anche l’Inno del Carmenta, con l’aiuto di alcuni
giocatori di quel tempo (Guido Menin, Ferruccio Volpato...); il testo è di Aldo
Cè:
“La nostra squadra è ben composta, abbiamo Massa dalla faccia tosta;
abbiamo Metto il cannoniere; abbiam Pessetto il bersagliere!
Questa è una squadra che perdiana ! può anche andare contro l’Ambrosiana; e
si è abbonata alla vittoria; questa è una squadra che passa alla storia!
Oh su! Carmenta, fatti onore, il distintivo che tu hai sul cuore: dice il colore
rosso e giallo che i neri non cadranno in fallo”.
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Errata corrige: nella foto il terzo giocatore, a terra, è Filippo Bottelli
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Nella stessa foto del 1939 vediamo, in qualità di guardalinee, Giovanni
Munaretto, autista della Cartiera di Carmignano che aveva la passione delle auto
e che partecipò per la seconda volta, nel 1939 alle Mille Miglia, come
annunciato dal “Gazzettino”:
“DA CARMIGNANO – Cittadini alla Mille Miglia – Munaretto Giovanni si
è iscritto alla Corsa delle Mille Miglia che si effettuerà il 8 aprile prossimo
venturo, su FIAT 500, assieme a Luigi Santon di Fontaniva”. La famosa corsa
automobilistica era passata anche per Carmignano nel 1938.
Altri personaggi sportivi di quel tempo erano veramente poliedrici; Paolo
Rasotto, per esempio, oltre a giocatore ed allenatore, sarebbe diventato anche
arbitro federale. Piero Rigoni, oltre al ciclismo, nel quale emerse (come prima di
lui Lino Galzignato, Giannino Gava e Bertrando Agugiaro), si dedicò anche al
calcio, nel ruolo di portiere alla fine degli anni Quaranta e in tutti gli anni
Cinquanta, diventando, dal 1955 al 1958, allenatore del Carmenta.
Ritornando agli anni Trenta, continuava la tradizione delle Corse Campestri,
delle Corse Podistiche e di quelle Ciclistiche, organizzate in modo eccellente dal
responsabile del settore sportivo Plinio Zordan, in collaborazione con Ettore
Gava, corrispondente sportivo per il giornale vicentino “Le Venezie Sportive –
Fonosport”. In qualche occasione venne a Carmignano anche il corrispondente
della “Gazzetta dello Sport”. Il “Gazzettino” del 7 gennaio 1938 comunicava:
“CARMIGNANO DI BRENTA - Seconda prova di Corsa Campestre per Fiovani
Fascisti su percorso irregolare. Si è distinto il giovane Sommacal Mario,
compiendo il giro di 4 km. in 15 minuti – II° Menin Lino a 2 secondi – III°
Piacentini Elio in 15’ 4’’ – IV° Cattapan Antonio in 15’ 7’’ – V° Dal Broi Lino
in 16’.” 29
29
Il cav. Ettore Gava ha conservato alcuni ritagli di giornale dell’epoca relativi alla sua esperienza. Egli fece spesso
parte anche alla giuria delle corse ciclistiche organizzate a Carmignano.
680
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683
Il 26 novembre 1938, il Podestà Giovanni Rigon:
“Visto che nel Comune necessita l’area per la costruzione della nuova
Chiesa e piazza comunale; Vista la relazione dell’ing. comunale; Considerato,
dopo sopraluoghi, rilievi e su parere di Autorità, Tecnici e Popolazione, che
l’unico posto per la posizione topografica e sistemazione del centro del Comune
è quello prescelto, Visto che il terreno è di proprietà delle seguenti ditte:
a) Fratelli Alberti fu Antonio (Foglio VIII – Mappali n. 97b – 108 – 109b –
123, con porzione di fabbricato rirale)
b) Stocco Luciano (Foglio VIII, Mapp. n. 168) – Totale ettari 0.55.00
Visto che la ditta Stocco Luciano, con atto generoso, offre gratuitamente il
terreno a favore della sede dell’erigenda chiesa; Visto che con la costruzione
della nuova chiesa verrebbe appagato il desiderio di tutta la cittadinanza e
nello stesso tempo il Comune sistemerebbe la piazza centrale ingrandendo
l’attuale piazza del Municipio, completando così il piano edilizio del paese
DELIBERA
di chiedere alla Reale Prefettura l’autorizzazione per l’esproprio del terreno e
porzione di casa rurale della Ditta Alberti Fratelli...” 30
Il “Progetto per l’ampliamento della Piazza Vittorio Emanuele III” era
dell’ing. Francesco Piantavigna di Cittadella il quale, oltre alla planimetria,
presentò una relazione:
“Il Comune di Carmignano è proprietario del fabbricato urbano distinto in
censo al mapp. n° 110 del foglio 8°, nonché del terreno al mapp. n° 167
antistante al fabbricato ed a levante è proprietario del nuovo fabbricato
scolastico, con ampio piazzale, distinto in mappa con il mapp. n° 111.
Nel fabbricato urbano sopradescritto ha sede il Municipio e la Caserma dei
Reali Carabinieri.... L’attuale Amministrazione di Carmignano, così come le
passate Amministrazioni, ha in animo di procedere allo acquisto dei terreni
attigui alla proprietà comunale, per poter disporre di una conveniente area
libera da adibire a piazza pubblica. La nuova piazza ampliata, già intitolata
‘Vittorio Emanuele III’, oltre che donare decoro ai fabbricati pubblici antistanti
ed al centro del paese, potrebbe permettere l’istituzione di una annuale fiera,
tanto desiderata dagli agricoltori locali ed anche l’eventuale mercato
settimanale...”
30
Archivio Storico Comunale di Carmignano, Cart. 1938, Cat. I, Deliberazione del Podestà.
684
1937: Progetto della nuova chiesa e particolare del mercato coperto di Carmignano (g. c. Tiziano
Comin)
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689
Nel gennaio del 1935 era arrivato a Carmignano il nuovo parroco, don
Giuseppe Belluzzo. Il 31 dicembre 1936 l’arciprete dichiarava:
“La vecchia chiesa, ampliata nel 1769, si trova in tristi condizioni statiche;
con una superficie di 400 metri quadrati è insufficiente e fuori centro (del
paese). Ha cinque altari, col maggiore privilegiato: il primo a sinistra è
dedicato alla Madonna della Salute, onorata dal popolo in modo speciale. Il
primo a destra è dedicato a San Giuseppe, con statua in legno scolpito; il
secondo a destra è dedicato a Sant’ Antonio, con statua in legno; le statue sono
state scolpite dalla Ditta Cremasco di Schio; anche la statua di S. Luigi
Gonzaga è opera della ditta Cremasco. In fondo a destra c’è il Battistero; la
chiesa ha tre porte; sopra la maggiore c’è la cantoria con l’organo, attualmente
pericolante; a sinistra dell’altar maggiore c’è la sacristia, angusta. Davanti, a
15 metri dalla chiesa passa la strada (comunale); ha sagrato. Il Campanile è
tutt’uno con la chiesa; la cupola fu demolita perché cadente, in seguito a diffida
dell’ing. Piantavigna (tecnico comunale) di Cittadella del 10 maggio 1935.”
Nello stesso 1936, il futuro “monsignore” iniziava a raccogliere “l’offerta
del mattone” per la costruzione di “una chiesa parrocchiale nuova”, essendo
quella vecchia “insufficiente, eccentrica e incapace di un suo ampliamento”.
L’ing. Federico Miotti aveva presentato un progetto di ampliamento che però
non incontrò pareri favorevoli; erano allora incominciate in paese le “grandi
discussioni” sul luogo più opportuno dove edificare il nuovo tempio sacro.
Prevalse la proposta del parroco, sostenuto dal medico condotto dott. Antonio
Lucato, dai “fabbriceri” e dal “consigliere parrocchiale” Luciano Stocco (che
avrebbe poi donato un pezzo di terreno “a favore dell’erigenda Chiesa”) e si
giunse così alla sera del 4 marzo 1937:
“La riunione si tenne nella sala podestarile in Municipio. La riunione,
durata 2 ore e 30 minuti, fu animatissima, ma corretta e, fatta eccezione di
qualche nota stonata, favorevole per la Chiesa nuova. Con particolare
attenzione si prese in esame - la questione del luogo – la questione finanziaria –
le modalità per l’acquisto dell’area e l’inizio delle pratiche (relative) – la
sistemazione della strada Ferrovia-Centro – l’inizio della questua delle uova…
L’Arciprete, presidente della seduta, chiudeva ringraziando tutti i convenuti,
facendo voti di veder presto quanto fu stabilito.” 31
L’8 luglio 1939 un gruppo di ex combattenti si recava sul Monte Grappa per
scegliere il masso che avrebbe costituito la prima pietra della nuova chiesa. La
cerimonia della “posa” avveniva il 16 luglio, ma i lavori di costruzione, affidati
alla Cooperativa Edile di Carmignano (sorta nel 1930), si interruppero a causa
dello scoppio della seconda guerra mondiale.
31
Per la storia della nuova chiesa abbiamo a disposizione la “Cronistoria Parrocchiale” di mons. Giuseppe Belluzzo e
l’opuscolo dello stesso parroco dal titolo “La Nuova Chiesa di Carmignano di Brenta”, Tip. A. Palladio, Vicenza, 1946.
690
“Andrai a Carmignano di Brenta. C’è la Chiesa da fare !” – Così aveva
scritto Sua Ecc. il Vescovo di Vicenza Ferdinando Rodolfi, nel gennaio del
1935, ad un giovane sacerdote di Chiampo.
Dopo un anno di vita pastorale carmignanese, l’arciprete don Giuseppe
Belluzzo affrontò con decisione il problema della nuova chiesa da costruire, già
caldeggiata, ma invano, dal suo predecessore don Carlo Pozzolo il quale era
riuscito ad aprire ai giovani il “Patronato S. Carlo” nel 1932.
La prima offerta, un “granellino di senape”, fu il ricavato dalla vendita di
garofani fatta durante la Settimana Santa del 1936. Seguirono altre iniziative,
da settembre, tra le quali l’offerta per mattoni, per una vetrata, per una
colonna, per un banco, per le pile dell’acqua santa, per l’altar maggiore.
Si mobilitarono confraternite religiose ed associazioni parrocchiali, che
organizzarono pesche di beneficenza, ma anche laiche, come gli ex combattenti,
stabilimenti industriali e banche.”
Il “Canto della Stella” per le vie del paese a Natale, già sperimentato da don
Carlo Pozzolo, fu ripreso in grande stile, sempre “pro chiesa”, con l’aggiunta ai
cantori di alcuni suonatori della “Banda della Cartiera.”.
Il 15 agosto 1937, come abbiamo visto, veniva esposto, nel centrale “Bar
Bettinardi”, un primo progetto dell’architetto Mario Vio e del geom. Antonio
Candiani.
Tutto il 1938 fu speso in lunghe ed estenuanti trattative per l’acquisto del
terreno che terminarono solo il 20 gennaio 1939.
(Nel 1940 la parrocchia di Carmignano avrebbe acquistato dai fratelli Giovanni
Battista, Gio. Maria e Cesare Alberti del fu Antonio “i mappali al Foglio VIII
del Comune di Carmignano di Brenta n. 97 b (prato irrigatorio di are 28,60 – n.
108 (seminativo arborato di are 8,55 – n. 109 a (fabbricato rurale di are 2,30 – n.
123 a (prato irriguo di are 2,40). Totale are 41,85”, per il prezzo di 15.000 lire.)
“A questo punto - scriveva don Giuseppe Ballardin nel 1946 - la
popolazione, che per tanto tempo aveva sperato e pregato, balzava in piedi.
Il 10 febbraio, al suono festoso delle campane, uomini e giovani con cavalli,
asinelli e mezzi motorizzati, si rovesciavano sul Brenta, aprivano strade,
gettavano ponti e asportavano montagne di materiali: sassi, sabbia, ghiaia.
Quanto lavoro !… quanta fatica e quanti sacrifici…
L’8 luglio 1939 i Combattenti, saldi sui loro ferrei cavalli ornati di
bandierine multicolori, seguiti da un automezzo della Cartiera, raggiungevano
il Monte Grappa per prelevare il masso, già individuato, che doveva essere la
Prima Pietra.
691
17 luglio 1939: Il vescovo di Vicenza mons. Ferdinando Rodolfi alla posa della prima pietra della
nuova chiesa carmignanese (g. c. Gianni Galzignato)
Nel 1939, il comando della GIL si impegnò a costruire, su terreno comunale
di circa 2.000 metri quadrati, una colonia “solare” modello, questa volta in
muratura, in località Boschi, che poteva ospitare un centinaio di bimbi.
Il GAZZETTINO del primo giugno 1939 annunciava:
“La colonia fluviale Arnaldo Mussolini – L’attuale colonia fluviale in legno
è destinata a scomparire ed essere sostituita da una costruzione in muratura
capace di rispondere alle molte esigenze tecnico-igieniche-morali. E’ stato
studiato un fabbricato; il progetto è del dott. Geom. Leone Candiani… con lo
studio di una piscina scoperta su terreno adiacente – parco solario – campo di
Marte – campo di tiro al volo per la locale Società Cacciatori – campo per
bocciofila o per gioco di palla canestro. Si prevede una spesa di L. 20.000.”
692
Come al solito ci furono generose offerte da parte di cittadini e ore di
volontariato: per il trasporto del materiale edile, si offrirono gratuitamente le
ditte G. Busatta, L. Biffanti, Carolo, Costa, Ometto, D. Pertile, Traverso, Tessari
e Zurlo.
Aperta nel luglio del 1939, la colonia ospitò “oltre 100 bambini del Comune
in condizioni economiche disagiate”.32
L’anno seguente, 1940, la colonia apre i battenti a ottanta bambini
carmignanesi.
32
Delibera Comunale n. 42 del 24 giugno 1939, citata, come altre, dalle laureande Sabrina Zonta e Marina Bizzotto nella
loro tesi di laurea “Il fiume Brenta e le sue rive – Rapporto tra uomo e ambiente”, Rel prof. M. Schembri, IUAV,
Venezia a.a. 2000-2001. Cfr. anche la tesi di laurea di Silvia Basso.
693
L’articolo di giornale più bello dedicato alla colonia in Brenta (“Bimbi al
Sole”) è stato pubblicato da “Il Veneto” il 7 agosto 1944.
La colonia di Carmignano di Brenta venne visitata dal Segretario Generale
dell’Opera Balilla e da un suo collaboratore per verificare se l’istituzione fosse
all’altezza della fama ormai raggiunta:
“(Arrivati finalmente a Carmignano) ... ad un tratto, sul fondo, un
magnifico prato, di fronte al Brenta: dalla costruzione semplice ed elegante,
con un non so ché di caratteristico e di fiabesco, mi appare quasi all’improvviso
nuova, pulita, in un simpatico stile Novecento, circondata da un giardino
spazioso, la Colonia Solare di Carmignano di Brenta. In una invidiabile
posizione, essa spicca nettamente sul verde scenario di monti lontani, quasi
sempre incappucciati da qualche capricciosa nuvoletta: mi dà la precisa
sensazione di un balcone fiorito su cui cinguettano centinaia di uccelli... Credo,
signori, che questa sia la più bella colonia della provincia ! ...
I bambini mangiavano su quattro nuovi tavoli a forma di ‘M’ su cui fuma
una calda minestra... Le (due) maestre (e la direttrice) ci accompagnavano
lungo i tavoli, indicandoci ogni tanto qualche bambina sfollata, dicendocene il
nome... Una delle due maestre mi accompagna in cucina. Tre donne in
grembiule bianco sono indaffarate fra il rubinetto ed i fornelli. Ovunque
scrupolosa pulizia...” 33
Lo stesso giornale, il 21 agosto 1944 in piena guerra e poco dopo i
bombardamenti che avevano distrutto i ponti di Fontaniva (3 agosto), avrebbe
scritto:
“Le colonie dell’Opera Balilla continuano ad accogliere i figli del popolo
maggiormente bisognosi di assistenza e di cure… Fra quelle della nostra
provincia, questa di Carmignano di Brenta, che sorge fra il verde in una
suggestiva zona vicino al fiume, è una delle migliori ed è ormai al suo quinto
anno di feconda attività.”
Il 7 luglio 1945, all’indomani della turbolenta Liberazione, il sindaco
Leonzio Cè avrebbe fatto ai suoi concittadini una proposta alternativa:
“CITTADINI ! – Trenta famiglie paesane sono senza tetto. Sono poveri
vecchi, veterani del lavoro. Sono sinistrati dalla guerra. Sono internati che,
dopo tante sofferenze, tornano alle loro famiglie. Sono lavoratori che chiedono
una ridotta dimora.
Restringiamo un pò le nostre comodità e condividiamo con essi il tetto della
nostra casa. Un apposito incaricato si occupa della pietosa missione: voglio
lusingarmi che tutti obbediranno alle disposizioni di legge, senza costringere
l’Autorità a ricorrere a spiacevoli misure.
33
Il Veneto, 7 agosto 1944.
694
CITTADINI ! – La Colonia, già santuario educativo e palestra di salute, non
può essere tramutata in una spelonca del vizio, maledetto da Dio, e condannato
dall’umanità.
Resta perciò abolito, in modo assoluto, ogni permesso di ballo in tale
ambiente provvisoriamente necessario al collocamento di famiglie sinistrate e
bisognose.”
La vecchia colonia elioterapica fu infatti trasformata in alloggi popolari.
Dell’edificio originario sussiste al giorno d’oggi la torretta alzabandiera, in
quanto i nuovi proprietari, le famiglie Mariga, Comin e Toffanin, avrebbero
ristrutturato l’immobile, a nord-ovest del quale esiste il pozzo del Consorzio di
Irrigazione “Brenta” detto appunto “Colonie”.34
Della colonia brentana parrocchiale parleremo più avanti, nel capitolo
dedicato alla “Ricostruzione”.
Le manifestazioni civili organizzate dalle autorità locali fasciste erano ben
pubblicizzate: straordinario fu il viaggio in treno a Padova il 24 settembre 1938
34
Per la funzione dei pozzi cfr. Consorzio di Bonifica Pedemontana Brenta di Cittadella, Ufficio Manutenzione Pozzi.
695
per assistere all’oceanica adunata in Prato della Valle per vedere, magari solo da
lontano, il duce Benito Mussolini.
Le adunate locali erano organizzate davanti al Municipio, davanti alla Casa
del Fascio e al Monumento ai Caduti, sempre presente la banda musicale.
696
Anche per le “Massaie Rurali” si organizzavano delle gite ad hoc.
Leggiamo ora un pezzo del 1939 inviato al Gazzettino dal corrispondente
Ugo Gardin:
“Gita dei Combattenti – Domenica 30 Luglio u.s. una comitiva di oltre 150
combattenti effettuò una gita ad Asiago con quattro torpedoni da gran turismo.
La partenza ebbe luogo alle ore 5 dal Piazzale della Casa del Fascio; la prima
tappa ebbe luogo a Canove di Roana e alle 8,30 i Combattenti raggiungevano
Asiago ove, inquadrati e con la fanfara in testa, si recarono in quel Monumento
Ossario. Colà, il Sac. don Giuseppe Belluzzo nostro Arciprete celebrò una S.
Messa in suffragio dei Caduti della Grande Guerra.
I Combattenti sfilarono nuovamente per la Città e furono ricevuti dal
Presidente di questa Sezione cap. cav. Arturo Milion, da quello della Sezione di
Asiago, cav. Bonomo, e dal Rag. Munari.
I Combattenti consumarono un rancio al Caffè alla Rosa, ove ebbero
l’onore d’avere la gradita visita di S. Ecc. Piero Bolzon che rivolse ai Camerati
parole d’occasione.
697
Visitarono i dintorni d’Asiago ove avevano eroicamente combattuto. Prima
della partenza, la Fanfara suonò degli Inni patriottici fra numeroso popolo che
applaudiva. Il ritorno fu felicissimo e la comitiva sostò a Breganze per gustare i
rinomati ‘torresani’ e rientrò verso le ore 21,30 al canto degli inni patriottici.
Un vero elogio va rivolto al Segretario dei Combattenti Sig. Giovanni Gatti
che organizzò e diresse in forma veramente ammirevole la bella gita.”
1939: Gita del gruppo Combattenti ad Asiago con la Banda della Cartiera
Un’altra iniziativa meritevole, interrotta per cause belliche, fu l’istituzione
nel 1940 del “Regio Corso Secondario di Avviamento Professionale (Tipo
Industriale)”. Il 16 maggio 1941 fu pubblicato un “Elenco nominativo dei
promossi nella prima sessione”: tra i sette maschi c’erano Sergio Cervaro, Pietro
Campesan, Giuseppe Zanella e Ugo Baldo; tra le dodici promosse c’erano
Josette Bertoluzzo, Gilda Brendolin, Luigina Ceroni, Elsa Piva, Dina Strada e
Concetta Toniolo.
Purtroppo, l’anno scolastico seguente, gli studenti carmignanesi dovettero
frequentare la Scuola di Avviamento di Cittadella e qualcuno, privo di bicicletta,
dovette rinunciare alla carriera scolastica.
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Nel 1939 erano terminate le scuole elementari di Camazzole, dedicate a
Cesare Battisti. Nello stesso anno si progettava il tronco stradale che collegava
la stazione ferroviaria al centro, inserendosi tra le due vie Ronchi; la nuova via
si chiamerà, alla fine della guerra, Viale Martiri della Liberazione.
All’inizio del 1938 Lino Cariolaro aveva iniziato, in via Borghi, una nuova
attività artigianale a Carmignano consistente nella raccolta e nella pulitura di
sacchetti di carta per rifornire le cartiere del territorio, dando lavoro ad una
quindicina di operai, ma il 6 aprile di quell’anno il “Console Comandante la 53°
Legione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale” comunicava alla
Prefettura di Padova: “la Ditta Cariolaro Lino – Lavorazione della cartaccia in
Carmignano sul Brenta, per sopravvenuta diminuzione di lavoro, procedeva, la
settimana scorsa, al licenziamento di parecchia mano d’opera femminile. Prime
licenziate furono le donne ammogliate con figli, qualcuna delle quali versa in
tristi condizioni...”
Il 16 aprile 1938, il direttore della Confederazione Fascista degli Industriali
Unione Provinciale di Padova, dott. C. Nobile, precisava al Prefetto che “la
Ditta Cariolaro Lino è stata costretta, a causa di riduzione del lavoro, a
licenziare, alla fine del mese di febbraio, n. 10 operaie e n. 2 operai. Di dette
operaie solamente tre erano sposate, mentre le rimanenti erano nubili. Non ci
risulta che il Cariolaro abbia provveduto, in data 4 aprile, a licenziare tutto il
personale, ma bensì è stato costretto a sospendere i propri dipendenti per il
fatto che le cartiere non ritiravano le materie prime. Sospensione che è durata
tre giorni in quanto, in seguito a nuove richieste di materiale, la ditta ha ripreso
le lavorazioni. Da informazioni assunte, ci risulta che la ditta ha già una forte
quantità di scorte di materie prime pronte per la lavorazione.”
Verso la fine del mese, la vertenza si avviava alla conclusione; con una
lettera al prefetto del 26 aprile, il dirigente dell’Ufficio Provinciale di
Collocamento informava che “la ditta Cariolaro di Carmignano non ha chiuso
il suo stabilimento ma bensì, in seguito all’invito del Collocatore locale di
riassumere alcune operaie bisognose, ha sospeso per alcuni giorni tutta la
maestranza, non intendendo di aderire alla richiesta del Collocatore,
ritenendola inopportuna. Però, in seguito all’intervento delle autorità locali,
Segretario del Fascio, Podestà e Comandante la locale stazione Reali
Carabinieri, il Cariolaro ha concluso con l’aderire all’invito (precedentemente
fattogli dal collocatore) e riassunse, dopo alcuni giorni, parte delle operaie
bisognose.” 35
Documenti dell’archivio comunale di Carmignano, come ad esempio quello
relativo agli “utenti di Pesi e Misure” ci danno un’idea dello sviluppo del
commercio carmignanese nel 1939.
35
ASPd, Gabinetto Prefettura, b. 497. Il rilancio dell’azienda Cariolaro avverrà nel secondo dopoguerra.
700
701
Le osterie, quasi tutte dotate di corte da bocce, erano le dieci già esistenti a
fine Ottocento, con l’aggiunta di quelle di Antonio Canella ai Boschi e di Frigo
in Via Vegri, le rivendite di generi alimentari erano cinque, una anche a Spessa
e lo Spaccio della Cartiera; tre panifici (Galzignato in centro, Golin in via
Cartiera e Ongaro in via Provinciale), due latterie (Damini e Giuseppe Tondin fu
Antonio, tre caseifici (Cooperativa S. Anna in via Spessa, caseifici di
Camazzole e “Cremerie Damini” in via Quartiere, poi Bonotto) e tre negozianti
di formaggio (Strada Umberto, Cristiano Forte e Francesco Gamba), ma presso
le grandi aziende agricole si produceva ancora il formaggio nella propria
“casara”: da Rigon Giovanni, Rigoni Fratelli, Paganini Antonio, Traverso
Gregorio e Forte Fratelli a Camazzole.
Le rivendite di sali e tabacchi erano quattro (una in centro, una a Camazzole,
una in Via Provinciale e la quarta in Via Cartiera); due macellerie, due molini
(Bianchi a S. Giovanni e Bigolin, poi Benetello, a Carmignano), due mercerie,
di Dorigato e di Luciano Stocco (con bazar), alcuni sarti ed un negozio di filati
(Zanella), tre falegnami: Gaetano Serafin in via Chiesa Vecchia, Pietro Mella
(nell’attuale sede della Cassa di Risparmio, dove fecero il loro apprendistato due
giovani futuri mobilieri, Pio Caretta e Pietro Campesan), Federico Tessari in
centro e i fratelli Marsilio a Camazzole; un artigiano carraio (“carradore”)
Secondo Toniolo; la Società Industria Legno di Botton in via Roma, poi
Magazzini Bernardi; la fornace di calce Domeniconi (dal 1892), tre pese
pubbliche (Cariolaro in centro – Luraschi in Provinciale – Savio a Camazzole),
un meccanico e autista (Albino Tonta) e tre meccanici per biciclette (Zulian,
Marsan e Bredo), due fabbri, Luigi Giacchin il “favaro” in via Quartiere (che
continuava l’opera del padre Antonio) e Giacomo Zecchini maniscalco in via
Chiesa (Vecchia), la farmacia della dott. Antonietta Zanetti, un negozio di
scarpe (Lorenzin) e due ciabattini; il distributore di benzina Bettinardi, due
ambulanti di cenci e ferro vecchio; tre commercianti di cartaccia, Rino Sani,
Gildo Missaggia ed Elino Cariolaro (con deposito in via Borghi con più di trenta
operai); un pescivendolo (Angelo Comin), un commerciante di granaglie (Gio.
Batta Parise in via Provinciale); un venditore ambulante di frutta e verdura.
Il 19 maggio 1940, il podestà di Carmignano Giovanni Rigon del fu
Cristiano era destituito dalla carica podestarile e diffidato per “comportamenti
anti-fascisti”. Il 25 maggio, “il cav. Fausto Marinello, archivista Capo di
Prefettura, era nominato Commissario (prefettizio) per la temporanea gestione
del Comune di Carmignano di Brenta”.36 E intanto 283 carmignanesi erano
chiamati, o richiamati, sotto le armi.
36
Idem, b. 54. Cfr. G. CIOTTA – S. ZOLETTO, Antifascistti Padovani (1925 – 1943), Neri Pozza Ed., Vicenza 1999, p.
131.
702
Durante il secondo conflitto mondiale, si cercò di far fronte alla carenza di
produzione cerealicola istituendo gli “orti di guerra”, come annunciato da un
articolo del Gazzettino il 2 luglio 1942:
“Nel Piazzale del Palazzo Municipale e della Colonia Elioterapica ai Boschi
fu, a suo tempo, seminato il grano. Furono raccolti 400 kg (di frumento) nel
Piazzale municipale e 600 kg in quello della Colonia.”
L’anno seguente anche il campo sportivo della Cartiera diventò un campo di
granoturco; fu proprio un giocatore del Carmenta, il contadino Giacomo Dalla
Bona, con il cugino Antonio, ad eseguire l’operazione.
Era cominciato il periodo più duro della guerra; i generi alimentari
arrivavano negli unici punti di distribuzione autorizzati mediante il
razionamento tramite tessere, dai Golin “Rondon” in via Cartiera e a Camazzole
e “da Cariolaro” in centro. Il sistema era quello delle tessere annonarie nel 1944,
gestito dall’amministrazione comunale.
Il 18 novembre 1941, per esempio, il presidente della “Sezione Provinciale
dell’Alimentazione” inviava alla Ditta Ceroni Giovanni, titolare del forno in via
Provinciale, una circolare sulla “Prenotazione generi alimentari razionati”:
“Per l’acquisto del pane i consumatori dovranno prenotarsi servendosi
dell’apposita cedola del III mese della carta annonaria con steletta.
Per la prenotazione della farina di granoturco, ogni famiglia potrà
utilizzare una o più carte con steletta servendosi della cedola del III mese; i
panificatori ed i rivenditori di pane dovranno, sulle cedole che vengono usate
per la prenotazione della farina di granoturco, apporre il timbro POLENTA. Lo
stesso timbro dovrà essere apposto, all’atto della consegna del detto genere,
anche sui buoni giornalieri di prelevamento.” 37
Esempio di carta annonaria (tessera) emessa dal Comune di Carmignano nel 1944 (g. c. Giorgio
Golin)
37
ASCCB, a. 1941, carte sparse.
703
Nel 1941, Carmignano era stato riconosciuto come un comune “di notevole
importanza industriale”, capace di attirare, specialmente con la sua Cartiera,
numerosi “immigrati”; in quell’anno, gli operai dello stabilimento cartaio aveva
raggiunto quota 347 (250 uomini e 97 donne, ai quali bisogna aggiungere una
ventina di impiegati e tre o quattro addetti allo spaccio aziendale):
“Il Duce del Fascismo – Capo del Governo – Ministro dell’Interno.
Veduta la proposta del Prefetto di Padova che i comuni di Piazzola sul
Brenta, Abano Terme e Carmignano di Brenta...
- Ritenendo che l’istruttoria disposta ha dimostrato la fondatezza di tale
proposta, confermando sia la notevole attrezzatura industriale dei Comuni
suddetti, sia l’entità del flusso immigratorio che vi si verifica e che non vi può
trovare adeguato collocamento; - Su conforme avviso espresso dal Ministero
delle Corporazioni – Direzione Generale dell’industria; - Veduto l’art. I della
legge 6 luglio 1939, n° 1092 (recante provvedimenti contro l’urbanesimo)
DECRETA : I Comuni di Piazzola sul Brenta – Abano Terme e Carmignano
di Brenta in Provincia di Padova sono riconosciuti di notevole importanza
industriale...
Il Prefetto ed i Podestà interessati sono incaricati della esecuzione del
presente Decreto...
Roma addì 2 ottobre 1941 XIX – Pel Ministro (firmato) Buffarini...”
704
Dopo i bombardamenti dell’agosto 1944, il problema più importante era
diventato il pane. Dopo il crollo dei ponti di Fontaniva e di Carturo, i panettieri
avrebbero dovuto continuare a procurarsi la farina presso il mulino autorizzato
dei Fratelli Munari a Fontaniva, ma per far ciò i fornai carmignanesi avrebbero
dovuto fare, in bicicletta o a cavallo, quasi 80 km di strada, dovendo attraversare
il Brenta sul Ponte Vecchio di Bassano del Grappa.
Il 17 ottobre 1944, il podestà di Carmignano propose al prefetto di Padova:
“L’assegnazione potrebbe essere fatta al molino locale della ditta
BENETELLO Maria ved. Bigolin o ad un molino del vicino Comune di S.
Pietro in Gù (Meneghetti), si intende assegnando a detti molini il quantitativo di
frumento da macinare per uso industriale. Il frumento potrà essere prelevato al
Consorzio Agrario di S. Pietro in Gù.” 38
Una circolare prefettizia autorizzò allora i panettieri a provvedersi di farina
in Destra Brenta.
Mulino Munari a Fontaniva negli anni Quaranta (g. c. Emanuele Munari)
38
Archivio Storico del Comune di Gazzo, a. 1944, b. 98/IV, cat. XI.
705
Durante il secondo conflitto mondiale giungevano periodicamente al podestà,
dal Ministero della Guerra, le comunicazioni delle morti dei nostri soldati
combattenti sui vari fronti. L’arciprete Belluzzo le registrava nel suo libro
coronistorico, con quelle dei prigionieri in terra straniera.
I primi morti, sul fronte albanese furono Pietro Bragagnolo e Sante Muraro.
Le famiglie venivano prontamente avvisate dalle autorità e dal parroco e
subito dopo seguiva una cerimonia al Monumento ai Caduti, come documentato
da una serie di fotografie scattate da Severino Sani.
706
707
Anche i giornali padovani ne davano il triste annuncio.
El-Alamein non è solo il nome della battaglia studiata nei libri di storia,
famosa per l’offensiva egiziana del maresciallo tedesco Rommel, seguita dalla
vittoria degli inglesi favoriti dall’impiego dei nuovi cannoni anticarro, dai carri
armati Sherman e dal predominio aereo britannico: ad El Alamein morirono
migliaia di soldati italiani tra i quali alcuni carmignanesi. Il sergente Antonio
Dal Cason, per esempio, poco prima della battaglia dei primi di novembre 1942,
viaggiava su di un camion militare allorché la colonna italiana fu mitragliata da
un aereo inglese. Antonio si gettò a terra ma fu colpito ugualmente; dall’altra
parte dello stesso automezzo si gettò il suo compaesano Ettore Giacchin che
708
invece restò illeso; fatto prigioniero, dopo la ritirata delle divisioni mobili di
Rommel e dopo aver coraggiosamente resistito con le appiedate divisioni,
arresesi alla fine al generale Montgomery, il bersagliere Ettore fu fatto
prigioniero e condotto dapprima in Egitto (nel “Campo Criminale n° 2”), poi
in India, in Israele ed infine in Irak (il cui ricordo lo avrebbe ossessionato a
lungo, per la durezza dei lavori ai quali fu sottoposto e per la sete patita), fino al
1946.
Alcuni dei 19 militari carmignanesi che partirono per l’Africa Orientale
riuscirono a ritornare in patria, dopo aver vissuto delle esperienze, non tutte
negative. … Citton, alla fine della guerra, dopo essere stato prigioniero in Sud
Africa, vi rimase facendo fortuna e sposandosi con una sudafricana. … Savio
lavorò come prigioniero di guerra negli Sati Uniti come cuoco, … Gildo
Giacchin… , Mario Mella…
Per un altro fronte di guerra, quello dei Balcani, rinviamo al citato opuscolo
di Otello Cortese “Il Percorso e la Storia”.
709
V - LA CURAZIA DI CAMAZZOLE DIVENTA PARROCCHIA –
I LAVORI FINALI DELLA NUOVA CHIESA DI CARMIGNANO
E L’ISTITUZIONE DELLA SCUOLA MEDIA
“Nel 1941 / 42 - ha scritto don Gaetano Lobba nel suo Libro Cronistorico
della Parrocchia di Camazzole - con il concorso di tutte le famiglie di
Camazzole, erano ripresi i lavori di ampliamento della Chiesa: venne
prolungato il corpo centrale della chiesa per metri 2,50, alzato il corpo centrale
di m. 3,75. eretta la nuova facciata, costruita la navata sinistra, portati più in
fuori gli altari che prima occupavano parte della navata di destra, rinnovata la
balaustra davanti l’altare con due gradini di marmo, messe in opera 18 finestre
a vetri colorati, costruite tre nuove porte in legno, rinnovato il pavimento in
marmette, sostituito l’altare maggiore con l’attuale (con il materiale del vecchio
si è composto quello di S. Biagio), rinnovato il pavimento del coro, costruita
una piccola abside dietro l’altar maggiore, ampliata la sacristia e costruita una
stanza sopra la medesima.
Nel 1942, il beneficio della chiesa di S. Bernardino si arricchiva con il
passaggio di sette campi e mezzo dal beneficio di Carmignano a quello di
Camazzole e con il versamento di L. 6.800 perché il reddito netto della dote
beneficiaria non fosse inferiore a L. 2.500 annue. Furono poi completati i lavori
di ampliamento della chiesa.
Il 13 giugno 1942 Sua Eccellenza Mons. Ferdinando Rodolfi erigeva il
parrocchia la curazia di Camazzole. Il I° luglio dello stesso anno, con bolla
vescovile n. 514, il vescovo di Vicenza nominava il curato don Gaetano Lobba
primo parroco di Camazzole.”
Per un profilo di questo sacerdote, “che ha contraddistinto un’epoca nella
comunità di Camazzole” utilizziamo l’opuscolo del prof. Giuliano Mattiello
pubblicato nel 1997.
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“Nel giugno 1944 - il Comando Tedesco ‘Allievi Ufficiali’, che aveva preso
sede nel cuore del paese, occupava anche la chiesa e la trasformava in
autoparco con depositi di armi e munizioni. E fu durante l’occupazione tedesca
che i patrioti (partigiani) di Povolaro organizzarono un piano dinamitardo per
incendiare i depositi, piano tempestivamente ed energicamente sventato
dall’Arciprete, salvata la Chiesa da certa rovina e l’innocente popolazione da
crudeli rappresaglie.
Volava intanto rapido l’inverno e veniva la primavera del 1945, e l’attesa
Liberazione. Ma la situazione economica del dopoguerra era critica:
disoccupazione, caro vita, prezzi dei materiali alle stelle, eppure la Chiesa
bisognava ultimarla, ma dove e come pescare le ingenti somme occorrenti ?
Il Vescovo Mons. Carlo Zinato diceva all’Arciprete: ‘Voi temete di ultimare la
vostra bella Chiesa ed io comincio adesso con un’opera non meno ardita della
vostra: la ricostruzione della Cattedrale abbatuta dalle incursioni aeree.
Avanti : Duc in altum !’…
I maggiorenti del paese si riunirono il 27 febbraio 1946: ‘Avanti!’, ma… e i
denari ? Si pensò allora ad un prestito da parte di cittadini a base oro, che
incontrò l’approvazione dell’Autorità Diocesana. Dopo qualche settimana, la
cittadinanza doveva torcere sempre più il collo per guardare le strutture
murarie che si elevavano rapidamente verso la loro meta (squadre di giovani si
erano organizzate per portare all’interno dell’edificio i mattoni scaricati sul
piazzale dai camion) e i forestieri, meravigliati, esclamavano : ‘Varda, varda
ciò, che alti che i xe andai… se i continua cusì, i fa presto a finirla… ma i travi,
dove xei ?… Li gai trovà ? E vennero anche le mastodontiche travature dalla
lontana Val Cava, in quel di Val di Cembra, trainate da pesanti bilici. Coi
legnami anche le corde, le capriate (disegnate dal tecnico Leonzio Cè), i travi e
i murali. I cittadini soffermandosi davanti alla chiesa, guardavano il tetto che
s’avanzava a batter d’occhio e ammiravano gli operai: ‘Varda - dicevano - i
pare osei ! Che bravi fioi ! Fin desso tutto xe ndà benon… Sarìa on pecà che
capitasse qualke disgrassia.’ Si provvedeva poi a fare il sottofondo in cemento,
a mettere in opera le porte, le vetrate, il nuovo altar maggiore, lavoro della
Ditta ‘Fratelli Menini’ di Castelfranco Veneto, al trasporto ed al
ringiovanimento dell’organo De Lorenzi. Il giorno dell’inaugurazione, anche la
facciata puntava verso la sua mèta.” 39
Ma di quel giorno inaugurale parleremo nei prossimi capitoli.
Un anno prima, il 4 novembre 1945, fu organizzato a Carmignano un
importante “Congresso Eucaristico intervicariale” (Vicariati di Fontaniva e di
Quinto) al quale partecipò numeroso clero e proveniente dalle parrocchie vicine
ed una marea di folla, come possiamo vedere dalle foto di Severino Sani.
39
Carmignano di Brenta e la sua nuova Chiesa cit., pp. 9-16
716
L’inviato del settimanale della Diocesi di Vicenza “La Verità” (che l’anno
seguente si sarebbe chiamato “La Voce dei Berici”) comunicava, il 29 settembre
1946: “CARMIGNANO DI BRENTA E IL SUO NUOVO TEMPIO – L’industre e
generosa popolazione di Carmignano attende festante, il 6 ottobre prossimo
venturo, l’Angelo della Diocesi, Sua Ecc. Reverendissima Mons. Carlo Zinato,
per la solenne benedizione del suo nuovo tempio sorto, quasi per incanto, in
poco più di due anni di lavoro. Nel nuovo Tempio l’occhio trova subito, in
beneficio dell’equilibrio dei volumi che lo compongono, quell’armonia
d’insieme che lo fa riposare e trova questa mole, che chiude la bella e grande
piazza del Municipio nell’anfiteatro alpestre che le fa da scenario di fondo,
perfettamente intonata ai palazzi settecenteschi che la chiudono ai fianchi (in
realtà solo Villa Facchetti-Corniani-Negri ad est risale al XVIII secolo).
Di quel rosso mattone che dà a tutte le ore alla nuova costruzione una tinta
calda e suggestiva, specialmente nei riflessi dell’alba e del tramonto, le forme
architettoniche, ispirate al Palladio, si rincorrono piane nella fuga prospettica
che le disciplinano. Il concetto fondamentale scaturisce di prepotenza nel fondo
della facciata, dove i vuoti si stagnano possenti nel muro di fondo con ombre
solenni, nei fianchi, nel corpo absidale e nell’interno, con quella uniformità che
non stanca perché indice di armonia.
Il nuovo Tempio si sviluppa in una pianta rettangolare avente una profondità
di metri 65,27, una larghezza di metri 27 ed un’altezza di 20 metri (di più di 23
con la croce installata nel 1948, pregevole opera in ferro battuto di Cristiano
Cariolaro). Esso consta di una navata centrale, di due pseudo navate laterali, di
un corpo absidale e del pronao (porticato nella facciata). Nel pronao, che
s’innesta alla navata centrale, come vuole l’antica Liturgia, trova posto da una
parte il Battistero e dall’altra la scala a ventaglio che dà accesso alla loggia.
Nell’abside grandiosa, due corridoi laterali smistano l’accesso alle due
sacristie e alla contro- abside del retro coro adibito ad aule della Dottrina
Cristiana. Ciò che costituisce una grande novità stilistica è l’imponente parte
divisoria tra la navata centrale e i nicchioni laterali, parete che si conclude con
un triplice ordine di archi e pilastri che, giocando tra loro in forma nuova,
conferiscono all’ambiente una veste di elegante monumentalità.
Le strutture in legno, che risolvono il tetto, parlano dell’esattezza degli
artefici, dopo che della dovizia del materiale in legno e in ferro che hanno
permesso la sua bella realizzazione. Per il soffitto, l’Architetto progettista Luigi
Candiani di Treviso prevede un attacco a vela colle pareti e, in corrispondenza
dei tre grandi archi della navata centrale, tre cupole a piccolo rilievo, dove
potranno figurare degli affreschi. E quando i tre archi grandiosi e il colonnato
del pronao figureranno anche nel piano nobile sovrastante la loggia e quando il
timpano graverà su tali vuoti, netto, preciso, ne scaturirà l’equilibrio in quel
difficile gioco architettonico.”
717
La nuova chiesa a metà dell’opera (g. c. famiglia Sani)
6 ottobre 1946: il vescovo di Vicenza mons. Carlo Zinato arriva a Carmignano per benedire la
nuova chiesa
718
719
Momenti dell’inaugurazione della nuova chiesa di Carmignano; in primo piano i confratelli del
Santissimo Sacramento (g. c. famiglia Sani)
720
Anche la facciata era in dirittura d’arrivo, anche grazie ad una generosa
donazione del dott. Leone Finesso (subentrato al conte Camerini nell’attività di
escavazione in Brenta) che il parroco ringraziava vivamente :
“Illustrissimo Signore,
Non ho davvero parole per ringraziare la S. V. Ill.ma del munifico dono fatto
alla Chiesa… Da qualche tempo, con paziente lavoro,andavamo raccogliendo i
pochi rimasugli di sabbia depositate dal Suo scavatore molti anni fa sulla riva
brentana del Bacino; materiale un po’ scarto, frammisto a terriccio, filamenti di
radici ed erbacce.
La Sua provvidenziale offerta (arrivata tramite la Ferrovia Camerini) è
giunta in un ottimo momento e ci darà la possibilità di portare a termine la
muratura della facciata già a buon punto.”
La nuova chiesa quasi ultimata in una cartolina del 1947 (g. c. Tiziano Comin)
721
Alla fine del 1944, vista la pericolosità e la problematicità del percorso
Carmignano – Cittadella che gli studenti che abitavano in Destra Brenta
dovevano affrontare ogni giorno per andare a scuola, i genitori dei 34 alunni
delle tre classi di Scuola Media inviarono una lettera al Provveditore agli Studi
di Padova per ottenere l’instituzione di una sezione staccata del “Ginnasio” di
Cittadella a Carmignano:
“Nell’interesse della frequenza scolastica dei nostri figli inscritti alla
Scuola Media ‘G. V. Mezzomo’ di Cittadella, noi sottoscritti genitori Vi
chiediamo di voler studiare le opportunità, realizzando poi al più presto l’idea
di stabilire in questo Comune una sezione staccata della suddetta Scuola Media
per gli alunni che, avendo la residenza nei comuni di Carmignano di Brenta,
Grantorto, Gazzo e S. Pietro in Gu, sono attualmente impossibilitati a recarsi a
Cittadella. L’attuale situazione bellica non consente la regolare frequenza alle
lezioni degli scolari. Questi paesi non hanno più del tutto, o quasi,
comunicazioni normali ferroviarie e stradali col predetto capoluogo: il ponte
(con la linea ferroviaria affiancata sul Brenta, tra i territori di Carmignano e
Fontaniva), centrato più volte in occasioni di incursioni aeree, è stato distrutto
e la strada di fortuna che è stata costruita sul letto del Brenta stesso è
impercorribile perché, come è attualmente, è soggetta ad essere sommersa. Il
ponte sul Brenta in territorio di Carturo, che normalmente era utilizzato dagli
alunni di Grantorto e di Gazzo, è stato colpito... Pure preoccupati... ci troviamo
apertamente riluttanti a mandare i nostri figli a Cittadella, sapendo che il farlo
equivale a esporli pressoché quotidianamente ai rischi dell’offesa aerea...
Abbiamo studiato, dal canto nostro, la possibilità di realizzare la richiesta...
(adibendo le Scuole Elementari di Camazzole anche per le Medie).
Gli insegnanti delle materie principali risiedono già a Carmignano: la
Professoressa Antonietta Sommacal (materie letterarie), la sorella Armida
Sommacal (laureanda in Lettere), la prof. Pia Zecchini (materie letterarie), la
prof. Pierucci (matematica), la signorina Gianna Rigoni, (laureanda in
matematica); per la Religione, i sacerdoti locali hanno risposto
affermativamente; per il Disegno ci si potrebbe giovare dell’opera del
Geometra Giuseppe Zecchini di quì... (per la lingua straniera, l’Inglese, sarebbe
stato nominato il prof. Manfredo Palazzi di S. Pietro in Gu’)
I genitori si dichiarano disposti a pagare un onere mensile... per il
funzionamento di questa scuola straordinaria... Alleghiamo elenco nominativo
degli alunni inscritti regolarmente, per l’anno 1944/45 alla Scuola Media di
Cittadella: Classe Prima... n. 17 alunni... Classe Seconda n. 7 alunni... Classe
Terza n. 10 alunni...
722
Totale n° 34 alunni: n. 25 di Carmignano – n. 4 di Grantorto – n. 2 di S.
Pietro in Gu e di Gazzo – n. 1 di Camisano...” 42
La risposta del Provveditore agli Studi di Padova del 3 novembre 1944 fu
negativa, ma i genitori carmignanesi non si arresero e inviarono un’altra lettera
in Provveditorato l’11 novembre, analizzando “pacatamente” le ragioni del
“diniego”: l’esiguità del numero degli allievi e le disposizioni ministeriali:
“Una volta data loro l’oppurtunità di frequentare la scuola, tutti i 34 allievi
la frequenterebbero... Se avesse valore risolutivo il fatto ‘esiguità del numero
degli allievi’, molte scuole di ogni ordine e grado si dovrebbero chiudere... le
scuole elementari di Carmignano di Brenta sono ‘frequentate’ da una piccola
parte degli iscritti, eppure gli iscritti figurano in grande numero... a che cosa si
bada : alla ‘realtà’ delle cose o alla loro apparenza ?
Al Ministero è stata specificatamente sottoposta, e convenientemente
appoggiata, la nostra istanza ? Ne dubitiamo... Siamo in tempo di guerra,
guerreggiata anche per i civili, e la esperienza della vita quotidiana dà a vedere
anche ai ciechi che molto di ciò che era ritenuto inamovibile... nell’urto con le
nuove esigenze è stato tenuto in non cale o addirittura spazzato e ripudiato... a
situazioni nuove, disposizioni nuove...
L’istituzione di una sezione UNICA seonda-terza, in cui i professori
insegnerebbero, nella medesima aula e alla presenza di tutta la scolaresca delle
due classi, le materie dell’una e dell’altra classe, richiamando di volta in volta
l’attenzione dei rispettivi alunni. Chi e che cosa può opporsi a tale progetto ?
Siamo stati scolari anche noi e ricordiamo bene le classi abbinate di una volta !
Ma bisogna volere, fortemente volere...Vi preghiamo vivamente di ritornare
sulla Vostra decisione negativa. Se, malgrado tutto, riterrete di non poter
esaudire questa nostra legittima richiesta... adiremo direttamente al Ministero
e, occorrendo, al Duce – per la risoluzione finale...”
Il Provveditore non poteva rimanere insensibile a “tale” legittima richiesta;
l’8 gennaio del 1945 iniziarono le lezioni a Carmignano. Alla fine della guerra,
le lezioni ripresero, nella sede di Cittadella, con più tranquillità, ma con il solito
problema della passerella di Fontaniva, in attesa del nuovo ponte solo
progettato; perciò il sindaco Cristofari, il 13 gennaio 1947, scriveva al
Ministero della Pubblica Istruzione – Direzione Generale Scuola Media:
“... L’istituzione della scuola è indispensabile perché la più prossima è
quella di Cittadella che dista da qui circa 10 Km e vi si accede per una strada
pericolosissima. Si aggiunge che vi è il Brenta da passare ed il relativo ponte è
andato totalmente distrutto dalla Guerra. Ora il transito è ammesso a mezzo di
pericolosa passerella (come nel 1944) ed è acconsentito solo nei mesi in cui il
fiume è in magra. Per il rifacimento del manufatto lungo oltre mezzo chilometro
42
Archivio Privato di Gabriella Lepscky.
723
ci vorranno degli anni... Anche se dovesse essere costruito il ponte, i genitori
non si fidano ad inviare in bicicletta i loro figliuoli a Cittadella perché nel
tragitto si sono verificate diverse disgrazie, alcune delle quali mortali. Da
tenere presente, inoltre, la carenza delle coperture (tubolari) per bicicletta… Il
Comune dispone di adattissimo fabbricato… assegnato gratuitamente per l’uso
della Scuola Media…”
1947 – Classe III - : da sin. Franco Golin, Maria Vitali, Leonildo Bovo, Gabriella Donadello (di S.
Pietro in Gu’), Sergio Cortese, professoressa ... , Sandro Mion, Maria Luisa Benetello, Paola
Gardin, Antonio Fusco e la bidella Caterina Zanella (g. c. Franco Golin)
L’ex scuola comunale del 1903, ex Casa del Fascio, continuò la sua funzione
scolastica fino al 1972; negli anni Cinquanta e Sessanta, (come vedremo più
avanti), la Scuola Media di Carmignano accoglieva anche numerosi studenti di
paesi più o meno vicini: Pozzoleone, S. Pietro in Gù, Grantorto, Fontaniva, ma
anche ragazzi di Gazzo, Villalta, Grantortino, Lanzè, Bolzano Vicentino, Tezze
e perfino una signorina di Cartigliano che preferiva Carmignano a Bassano.
724
VI - PERSONAGGI IMPORTANTI : ANTONIO LUCATO,
GUIDO BOVO, GIOVANNI BOTTON E LIO STOCCO
1 – Il DOTTOR LUCATO
Nominato medico condotto a Carmignano alla fine del 1911, il dott. Antonio
Lucato (nato a Cornedo Vicentino nel 1876) si dedicò con passione alla cura dei
malati carmignanesi, ma si inserì positivamente anche nelle attività civiche del
paese promuovendo iniziative degne di lode come la raccolta di fondi per la
costruzione dell’Asilo Infantile – Scuola di Lavoro – Monumento ai Caduti
inaugurato nel 1924; di tale opera egli era stato nominato “presidente” e cassiere
responsabile della raccolta delle offerte delle ditte e dei singoli cittadini.
Nel 1928, in collaborazione con Raffaello Zordan, egli organizzò la “Festa
del Fiore” raccogliendo offerte per Lire 1101,65 e ricavando dalla vendita dei
fiori L. 1.404, sempre a scopo benefico.
Nel 1932 gli fu conferita la nomina a “Cavaliere della Corona d’Italia”, su
proposta di un suo amico che volle restare anonimo anche alla consegna
dell’onorificenza.
“Carmignano di Brenta – Il 15 maggio 1931.
A Sua Eccellenza il Segretario di Sua Maestà Vittorio Emanuele III Re
d’Italia
Cogliamo occasione del Centenario Antoniano e dell’approssimarsi alla
storica Festa redentrice dello Statuto che unì i figli d’Italia alle Leggi di Casa
Savoia… (per presentare) la richiesta per il titolo di Cavaliere della Corona
d’Italia al benemerito Dott. Antonio Lucato, Medico locale.
Interprete della cittadinanza riconoscente verso l’Uomo che merita i
migliori riguardi, per le sue occupazioni filantropiche, mi pregio di inoltrare
domanda a questa Regia Segretaria a ciò che questa si degni di intercedere a
Sua Maestà il Re (per ottenere) il premio meritato per l’Amico confidenziale,
Medico solerte, spronatore dell’edilizia (locale) e igiene del paese ed infine per
il Presidente dei due Asili – Monumenti Caduti di Carmignano e Camazzole
frazione, dove le Suore Salesie accolgono e istruiscono tutta l’infanzia ed
insieme da quali fonti di sapere e di lavoro ingentiliscono e maturano il giovane
sesso femminile.
Il primo Istituto, il quale è un vero monumento per arte e vastità, è veramente
merito del dott. Lucato che, nominato a Presidente per plebiscitaria volontà, lo
seppe condurre ad esauriente finitura ed a definitivo pagamento.
Nominato l’anno scorso anche Presidente della numerosa Società Operaia di
Mutuo Soccorso in un momento di decadenza, il dott. Lucato seppe rinvigorire
il Sodalizio ed ottenere in un anno un attivo netto di L. 4.670.
725
Sarebbe in questo momento tanto inatteso quanto gradito il premio che
potrebbe accompagnare l’Onomastico dell’Illustre Padovano (13 giugno, S.
Antonio) ed insieme un fausto evento che tutta Carmignano godrebbe,
riconoscentissima all’Affezzionatissima Casa Savoia.
Con la massima venerazione e fiducia, il richiedente devotissimo
- già operaio alla Regia Fabbrica d’Armi di Roma (1917 – 18)
- già Assessore anziano locale (1920 – 1926)
- membro della Commissione Asilo (1921 – 27)
- presentemente membro della Commissione Soc. Op. di Mutuo Soccorso
Cè Leonzio fu Luigi ”
726
In occasione della consegna della nomina del Cavalierato, domenica 15
maggio 1932, l’allora segretario politico carmignanese, Giovanni Gava, si
rivolse al festeggiato con queste parole:
“Caro Camerata... Accogli la decorazione di Cavaliere della Corona
d’Italia per quell’alto spirito di dignità che essa ti porta, forse contro la tua
innata umiltà.
Non è di nessuno la colpa se oggi ti abbiamo costretto qui a questa
Cerimonia; la colpa è solamente tua e questa colpa, che è invece il premio delle
tue diuturne fatiche, si sintetizza in questa pergamena che serberai fra i ricordi
più cari della tua vita.” 43
Il giorno seguente, Leonzio Cè scrisse al “Primo Segretario di Sua Maestà”:
“Mi è graditissimo informare che ieri 15 corrente, alle ore 11, nella Sala
Municipale, alla presenza di tutte le autorità locali e di tutte le persone influenti
di Carmignano, ha avuto luogo la simpatica cerimonia di consegna della Croce
di Cavaliere con pergamena, eseguita dal Podestà e Segretario Politico, al
benemerito Dott. Lucato Antonio, per il titolo già conferito da Sua Maestà il Re
in data 24 Gennaio 1932.
Il festeggiato, che lontano da ogni vana ambizione non intende con ciò
impreziosire i propri meriti, disse fra tutti i ringraziamenti: ‘Questo titolo che
so di non meritare e che non ho l’onore di conoscere l’anonimo che me l’abbia
procurato, mi è particolarmente caro perché mi è stato conferito da Sua Maestà
il Re che io, da buon Italiano, ho sempre amato con devozione…
Il sottoscritto è voce di Popolo per le sue peregrinazioni di lavoro e
politiche (negli anni scorsi), nella nuova Era (fascista) ha seguito ed osservato
il dott. Lucato benemerito per tutti ed in tutto, e pur mantenendosi anonimo per
un certo senso di riguardo verso il generoso dott. Lucato, ringrazia di cuore la
generosa bontà di Sua Maestà per avere accettato la mia supplica, mentre
insieme indirizzo una prece a suffragio del defunto Senatore Boselli in
riconoscenza della sua partecipazione trasmessami.
Se la mia modesta opera di fedeltà e d’affetto alla Real Casa può meritare
qualche benevola attenzione, specialmente nel criticissimo momento attuale,
sarò ben lieto di mettere a disposizione ogni mia attitudine per l’adempimento
delle eventuali mansioni a pro della Patri e per la necessaria sistemazione
finanziaria che minaccia di far cadere la nostra casa nelle mani dei creditori e
del Credito Fondiario.
Con i più profondi Ossequi Devotissimo Cè Leonzio”
43
Archivio Privato di Leila Lucato e per le lettere al Segretario di S. M. il Re Archivio Privato di Giovanni Cè.
727
Il dott. Lucato era anche un abile conferenziere. Era convinto
dell’importanza dell’informazione e della prevenzione; il 21 maggio 1939, per
esempio, tenne presso la Sala del Cinema Vittoria una apprezzata conferenza
sulla lotta contro la tubercolosi.
In un’altra occasione, purtroppo triste, quella dei suoi funerali, furono
pronunciati due discorsi pubblici, (il primo del segretario comunale ed il
secondo del solito Giovanni Gava), che mettono in rilievo la sua personalità:
“Carmignano di Brenta, li 30 gennaio 1942, anno XX.
All’alba del 1912, il dott. Antonio Lucato assunse la condotta medicochirurgica di questo Comune e per 30 anni continuativi esercitò la sua
professione con lo spirito di un apostolo.
La professione fu per lui una missione d’amore e di conforto per le umane
sofferenze. Nessun riposo, nessuna tregua al suo lavoro fino all’ultimo giorno,
finché le forze lo sostennero. La morte lo colse quasi all’improvviso
nell’adempimento del suo dovere.
‘Quando non potrò più essere utile alle altrui sofferenze – diceva – allora
desidero morire’. Il destino volle esaudirlo.
Distinto professionista, studioso, attivissimo, godeva larga riputazione et
tutti ricorrevano alla scienza, anche quando la scienza nulla poteva, per avere
una parola di conforto, di rassegnazione, di fede...
Cittadino rettilineo, prese costante interesse alla cosa pubblica, sempre
primo a sollecitare, a spronare l’esecuzione di opere e lavori nell’interesse
della comunità. Benemerito Presidente fino dalla fondazione del locale Asilo
Infantile, diede allo stesso le più assidue cure per il buon funzionamento e
costituzione di un capitale fruttifero. Sempre solerte a tutte le commissioni
pubbliche ove era preposto, il suo parere improntato di spirito di giustizia e
largo senso di umanità era sempre apprezzato e seguito.
Fascista appassionato e convinto, vide nella figura del Duce e nella
rivoluzione fascista l’aprirsi di una nuova era per le sorti e il destino della
nostra Patria nel mondo.
Sposo affettuoso, dedicò alla famiglia tutte le più amorose e delicate cure e
condivide con l’adorata sposa e amabile figliola (Leila) le gioie e i dolori della
vita.
Chiuse la sua vita serenamente, con cristiana rassegnazione.
Autorità, amici, cittadini, conoscenti, tutti porgono a te, dott. Lucato,
l’ultimo saluto, riverenti davanti alla tua salma e riportano nel cuore la
memoria della tua illibata figura di medico, di uomo, di cittadino...”
728
“Signori,
Io mi veggo dinanzi un popolo commosso...
Un vecchio adagio dice che gli epitaffi, le iscrizioni che si fanno sulla tomba
dei trapassati, sono la maggior parte bugiarde. Non regge questa declaratoria
su quanto noi scriviamo e diciamo commossi alla soglia della tomba che
accoglierà i resti mortali del dott. Lucato. Quanto vi dico è verità cristallina e
voi tutti ne siete i testimoni viventi e probanti...
Il dott. Lucato, come cittadino, era perfetto. La sua Patria, la nostra Patria
era per lui la cosa più sacra e venerata... come fascista era esempio rarissimo...
come professionista era invidiato dai paesi vicini e anche da centri importanti,
perché la sua fama era corsa molto lontano dal nostro paese...
E’ eroe del cielo, della terra, del mare, di un’idea, di una missione che butta
dietro a sé l’istinto della propria conservazione e guarda serenamente,
arditamente in faccia il pericolo, il sacrificio, la morte...
Quante notti ha passate insonni, perché il pensiero dei suoi malati in cura
ne agitava lo spirito e lo sospingeva allo studio, ai ritrovati della scienza, alla
selezione di essi per individuare quello che rispondeva meglio alla bisogna. Era
felice quando l’ammalato dava segni di superata crisi e in questi soli momenti si
sentiva tranquillo...
Vivente, fu l’anima di tutte le innovazioni apportate per l’abbeglimento e
risanamento del paese: dall’Asilo al monumento ai Caduti, allo stabilimento
scolastico, alla nuova chiesa, alle strade, alla sistemazione del centro cittadino.
Lascia dietro di sé una luminosa scia di opere di bene.
Sarà ricordato da tutti ed in particolare dai poveri, dai diseredati, per i
quali aveva sempre non solo la parola di conforto, ma la mano protesa e, in
silenzio, benefattrice. Credette schietto e praticante. Sentiva nell’anima sua la
spinta arcana della carità di Cristo, ed è per questo che egli ha combattuto e
vinto la sua battaglia ed è per questo che sarà benedetto. Di lassù, dove il
guiderdone di Dio ti corona di fulgida gloria immortale, benedici alla
fedelissima compagna di tua vita, la tua adorata Pia... alla tua cara Leila che fu
per te un continuo sogno di dolcezze familiari... e da ultimo benedici anche noi
e fa che, sul tuo esempio, abbiamo a percorrere quella vita che fu da te battuta
con sublime dedizione al dovere.
Benedici infine alla nostra Patria in armi e fa che presto sia baciata, ancora
una volta, dal sole della Vittoria.” 44
44
Ibidem. Purtroppo, l’archivio privato del dott. Lucato, dopo la morte della figlia adottiva Leila, è andato disperso.
729
1942: Cerimonia funebre per il dott. Lucato nella chiesa vecchia di Carmignano (g. c. T. Comin)
La casa del dottor Lucato sotto la neve (g. c. famiglia Sani)
730
2 – GUIDO BOVO
Nato il 23 febbraio 1924, frequentò le scuole elementari di Carmignano
distinguendosi come il migliore della sua classe. Studente ginnasiale modello,
dall’intelligenza vivace, partecipò, nel maggio del 1939, ai LUDI JUVENILES
DELLA CULTURA, superando centinaia di “Avanguardisti” della provincia di
Padova con un componimento che lo classificò al terzo posto, dopo i padovani
Camillo Semenzato e Aldo Fontana.
Iscrittosi alla facoltà di Scienze Politiche a Padova, non riuscì a laurearsi a
causa delle vicende belliche.
Poco tempo prima della guerra, quando in paese cominciarono a farsi sentire
voci di dissenso nei confronti della cultura fascista, manifestò anche lui delle
perplessità nei riguardi della politica del regime; si consolò rifugiandosi nello
studio e nella lettura dei classici e degli autori moderni. Dopo aver letto alcuni
articoli del giornalista e scrittore dott. Giuseppe Mesirca (poi anche critico
d’arte), entrò in contatto con lui nel 1943. Lasciamo la parola all’illustre
scrittore gallierese che curò l’edizione della raccolta di poesie VIOLE NERE.
731
“Quando, nell’estate del 1943, Guido venne da me per la prima volta,
preceduto da una lettera dove esprimeva il desiderio d’incontrarmi, avevo al
mio attivo due libri di racconti: ‘Storia di Antonia’ del 1939 e ‘Un uomo
solitario’ del 1942 e già collaboravo a riviste e a giornali.
La sua comparsa nel freddo e asettico ambiente dell’Ospedale, mi fece l’effetto
di trovarmi dinnanzi all’incarnazione dell’Apollo Musagete sceso in terra per
consolare i mortali con la dolcezza dei suoi canti. Da tutta la sua bella persona
spirava quell’aura poetica che è il privilegio di pochissimi (penso a Goethe
giovane). La lettura di quel mazzetto di liriche che portava con sé, e sulle quali
desiderava esprimessi il parere, mi confermò dell’eccezionalità di un
temperamento poetico a cui la natura aveva elargito tutti i suoi doni. E la prima
di queste liriche, ‘Dedica’, che dà il titolo alla raccolta, si può considerare il
paradigma dell’intera silloge, tanto è perfetta nella sua concisa brevità di
epitaffio: ‘Ho colto nel mio giardino / per colei che sul collo lucente / porta il
mio giovane emblema / piccole viole nere’.
Qui Guido diciannovenne, in versi liberi, costruisce una sorta di Eden
primigenio, di luogo fatato dove alberi, acque, luci vespertine, fanno da
contorno, o meglio da scenario, come certi paesaggi irreali e trasognati di
Poussin o del primo Corot… Anche il linguaggio, tenuto su toni alti, condito di
ricercate preziosità verbali e sintattiche, concorre a ricreare quel clima
ineffabile di paradiso perduto, tramato di malinconie e di incantamenti, dove
Eros e Thanatos (amore e morte) formano il fatale connubio così caro a poeti
romantici e classici a un tempo, Foscolo e Leopardi.
Quando ci rincontrammo quasi ogni giorno, nelle ore ardenti, in riva al fiume,
il ‘nostro’ Brenta turchino scorrente fra i sassi abbaglianti, durante le soste fra
un bagno e l’altro nell’acqua gelida, stesi sull’erba, al sole infuocato dei
pomeriggi d’estate, egli mi rivelò a poco a poco i tesori della sua bella anima
armoniosa e vidi in lui una coscienza diritta e una severità eccezionale.
La vita di Guido era trascorsa sempre calma e serena nel suo paese natale,
vicino al Brenta celeste. Nel febbraio del 1944 s’iniziano le avventure che
incidono non poco la sua vita spirituale. Chiamato alle armi, sfugge per caso a
un bombardamento aereo che colpisce la caserma, a Padova, abbandonata la
sera prima. Viene mandato a La Spezia e vede il bel mare turchino. Trasferito a
Bassano in maggio, la gioia della vicinanza al caro paese vien turbata dalla
minaccia, paurosa come un incubo, di un possibile trasferimento in Germania.
E’ costretto a fuggire da Bassano alla vigilia della partenza ordinata dai
Tedeschi. Ma non può restare nella casa paterna, esposto al pericolo di arresti
e di deportazione. E’ ancora il Brenta che gli offre un rifugio sicuro. In un’ansa
del fiume sorge una casa solitaria, quasi a ridosso all’argine (casa Bidese a
Camazzole). Qui Guido rimase sino a settembre, trascorrendo i giorni più
importanti della sua vita. Lontano dalle distrazioni e dai rumori del mondo,
732
poté raccogliersi in se stesso, meditare con agio le segrete voci del cuore. Mi
sono recato molte volte a trovarlo in quel luogo incantevole. Trovavo Guido
seduto sotto un noce frondoso che stormiva al vento sceso dai monti. Egli aveva
scoperto e scopriva ogni giorno bellezze insospettate in quei terreni
apparentemente aridi e desolati. E non mancava di condurmi a vederle: dopo
un bosco di pioppi, c’era una zona selvaggia che l’argine del fiume limitava a
un lato. Innumerevoli stagni, dall’acqua limpidissima, si succedevano l’un dopo
l’altro, riflettenti le nubi che vagavano per il cielo, gonfie e lente. Alberi antichi
e giovinetti insieme, salici e betulle, querce e olmi… e ai loro piedi ciuffi d’erbe
stranissime, fiori purpurei dagli esili steli e dappertutto tappeti vellutati di
muschio che impregnavano l’aria d’un aroma acuto… Oltre l’argine scorreva il
Brenta larghissimo, che col caldo si popolava di ragazzi ignudi. Chi potrà dire
la bellezza del nostro fiume in estate ? Nessun paesaggio rivela, come quello
che si scorge dalla sua riva erbosa, il senso del trionfo immenso della luce. E il
mitico scenario dei monti vicini, che si svelano e si nascondono col moto delle
nubi ? Il tuffarsi nell’acqua gelida del fiume è come un rito in onore della
natura meravigliosa.
E fu proprio in Brenta che potei scoprire il suo alto grado di tensione poetica,
quel fuoco d’uno interamente invaso e travolto dalle Muse… mentre la guerra si
faceva sempre più spietata e crudele (l’odissea di Guido, le sue fughe, i suoi
convulsi trasferimenti da un luogo all’altro, braccato come in una caccia
all’uomo, i bombardamenti del Brenta, del suo ponte, mira preferita degli aerei
anglo-americani, quindi la malattia, l’agonia, tante stazioni di una lacerante
Via Crucis conclusasi in crescendo con la fine, il Golgota amaro), noi due
cercammo di sottrarci e di evadere dalla sua morsa inesorabile, cercando un
riparo… nella letteratura.
Chiusa la ‘stagione’ di VIOLE NERE, che destò molto l’interesse in Diego
Valeri a una prima lettura, a partire dal Gennaio 1941 Guido aveva cambiato
totalmente registro. QUESTO E’ UN DIARIO, la raccolta di poesie trovata
dopo la sua morte tra le carte segrete, già dal titolo stesso rivela la loro qualità
tutta nuova sia nell’ispirazione che nella loro resa semantica. Dalla sontuosità,
dalla ricchezza verbale e immaginifica del primo volume, Guido intraprende un
cammino del tutto spogliato d’ogni seduzione sintattica, intriso di una ricercata
povertà da Verlaine padano, leggero e vagante, come si addice appunto a un
diario, a un diario dell’anima, del cuore messo a nudo. E colpisce in questi
componimenti, dall’allure rapsodica di improvvisi chopiniani, l’estrema grazia
nell’uso della rima, il sapiente gioco degli echi e dei rimandi per cui le quartine
e le terzine dei sonetti petrarcheschi, da lui ripresi in chiave tutta moderna, si
rivestoni d’una maliosa, toccante, inedita musicalità d’accenti.
E non si dimentichino le prose, basate più sulla memoria che su avvenimenti
reali, nel loro snodarsi in un ampio respiro proustiano per i misteriosi labirinti
733
dell’essere, per le oscure problematiche del vivere e del morire, dove Guido si
aggira tra l’angoscia e la paura, smarrito e brancolante come in un incubo
kafkiano.
Ci resta, purtroppo, il gran dubbio sugli ulteriori sviluppi di quest’opera in
progress, in via di continua sperimentazione, se la sua voce non si fosse
spezzata così all’improvviso, lasciandola in tronco, quasi pendesse su di lui,
fatale, l’antico adagio che chi muore giovane è caro agli dei.
Invito a rileggere l’ultima delle sue poesie, scritta il 19 gennaio 1945 (a poco
meno di un mese dalla sua dipartita), che suona come un toccante commiato
alla vita:
‘Memoria de’ begli anni / scampati alla tristezza, / or solo mi sei cara./ Ma
ricordare spezza / questa già tanto amara / favola antica. Ieri / pur mi volevi
bene, / amica. Ma tu speri / nel tempo che riviene, / povero Guido? Aprire / la
porta è cosa vana / per noi, è un morire, / biond’amica lontana’…”
Guido Bovo con i suoi amici (vicino al Cinema Baldo) poco prima della guerra.
Da sinistra: Pio Caretta, Antero…, Serse Vanzetto, Tina Gatti, Guido Bovo, Renato Gatti, Giovanni
Stefani; accovacciato Filippo Bottelli (g. c. Renato Gatti)
734
Alla fine della sua trepidante testimonianza, Giuseppe Mesirca esprimeva
due auspici: “- che Carmignano non dimentichi questo raro e forse unico figlio
eletto della sua terra, intitolando, a ricordo perenne del suo nome, qualche
istituzione culturale; - che si ristampi e diffonda VIOLE NERE, magari
arricchito di altri componimenti inediti, lettere ecc…” 45
Ascoltiamo ora una preziosa testimonianza di una cugina di Guido, la prof.ssa
Elisabetta Bovo:
GUIDO BOVO - Un giovane poeta scomparso da ricordare e da….”incontrare”
Era sollevato Giacomo Bovo, mio prozio paterno, nel… compiere l’opera !
Si era impegnato nello scrivere la dedica e mi consegnava, in un momento che
aveva voluto… ‘solenne’, in quell’anniversario speciale, una copia del libro
VIOLE NERE di Guido, il figlio primogenito mancato precocemente il 17
febbraio 1945.
Era come se, da tanto tempo, avesse pensato a quel dono come a una…
consegna ufficiale del testimone, tale da emozionarlo profondamente e da
incrinare la voce:
- Alla mia cara nipote... il ricordo di Guido possa trasmettere il pensiero… la
memoria di quel caro giovane ai… giovani !
Seppur in modo... speciale, Guido era... in me, e potevo dire di ... conoscerlo da
sempre !
Ero nata, qualche anno dopo la sua scomparsa, nel giorno del suo onomastico
e pure compleanno del fratello suo, che chiamavo affettuosamente Nì.
Festeggiavamo con gli zii, in quella particolarmente, e nelle altre occasioni,
facendolo “vivere”.
La sua storia, il suo essere, il pensiero e gli scritti, erano nella mia
quotidianità e i ricordi erano rinforzati dalla “fratellanza” (più che parentela) di
Guido con mio padre (legame arricchito da affinità spirituali e da vissuti negli
eventi bellici), e, curiosamente, da altrettanto famigliare intesa con mia madre,
sua vicina di casa e “complice fruitrice” di libri in un amichevole scambio
adolescente e nel dialogo ricco di “scoperte” culturali. Gli zii scherzavano su
quel matrimonio fra due già “figli” loro, che la vita donava ancora a riempire il
grande vuoto del lutto. Più che prozii erano dunque per me altri nonni, che
avevano scelto la continuità nel nostro nucleo famigliare, nel nipote e consorte,
e poi nei pronipoti, e... negli ultimi nati.
45
La lettera di G. MESIRCA, è stata inviata da Galliera ad Alberto Golin il 28 marzo 1988, non potendo lo scrittore,
indisposto, partecipare alla “Serata di Poesia e Musica” organizzata dalla Biblioteca Civica di Carmignano per il 30
marzo al Centro Giovanile, alla quale era stato invitato personalmente dallo stesso Golin alcuni giorni prima. Alla serata
erano presenti, oltre ai protagonisti, i giovani musicisti Simone Gheller, Simone Pedron, Fabio Menegon, Emiliano
Arcaro e Claudio Ongaro, i giovani poeti Elio Tessari, Franco Conzato e Daniela Tondin ed il più quotato Pino Cervato,
la cugina di Guido Bovo, prof. Elisabetta Bovo e la prof. Amelia Bonotto, grande amica di Guido. Alberto Golin ha più
volte proposto alle varie amministrazioni dal 1988 di intitolare la Biblioteca Comunale a Guido Bovo.
735
Quel dono, quell’ulteriore libro consegnato (già conservavo gelosamente le
ultime copie di quell’antica stampa), rappresentavano per me un mandato, che
assunsi con gioia e gratitudine, pur sentendo già istintivamente il compito.
All’epoca insegnavo a ragazzi vivacissimi, poco inclini allo studio e piuttosto
votati allo svago ed alle biricchinate. Inventai per loro un gioco nuovo: quello
dei ricercatori ! Dapprima di oggetti..., poi di monumenti o vestigia del
passato... infine di personaggi… Nacquero così le prime schede dei “Nomi da
non dimenticare”. Fra questi ebbe un suo posto, caro ai ragazzi, il mio Guido.
Negli anni scolastici successivi, con altri ragazzi, nacque l’idea di un volumetto
sul nostro paese, Carmignano di Brenta. Zio ricevette con grande piacere quei
piccoli indagatori. Al loro socializzare in famiglia gli sviluppi del lavoro,
corrispose un’attenzione nuova nella Comunità per i “Personaggi”. In occasione
del nostro primo scambio-gemellaggio scolastico, in Germania, ad Albbruck
(nel 1981), quei ragazzi presentarono Guido con particolare slancio ed
ammirazione. Capii allora ch’Egli aveva un posto nel loro cuore e che sarebbero
stati loro a farlo “vivere”.
C’era sì un interesse del più alto mondo culturale per gli scritti, per la storia di
Guido, che Giuseppe Mesirca aveva fatto conoscere curando la pubblicazione,
già nel 1946, dei quaderni lasciati, ben riposti e fasciati con indicazione
dell’amico medico e scrittore, ma era qualcosa di ovattato, di sospeso.., che non
si capiva bene se avesse potuto... decollare, uscendo dalla sfera più familiare e
territorialmente circoscritta. I ragazzi non si erano posti troppi problemi e
l’avevano… promosso... al rango degli scrittori che studiavano sui libri. Piaceva
loro, in particolare, il verseggiare sul Brenta, sull’autunno, sui treni della
guerra… Con lo stesso spirito, semplice ed ammirato nel contempo, un altro
carmignanese, Pino Cervato, prese a “dipingere” il cuore, il pensiero di Guido
declamandone versi in una radio locale. Ci fu poi una festa carmignanese,
dedicata alla celebrazione dei suoi personaggi, in cui, ricordandoLo, fu
consegnata una targa allo zio.
E ci fu, quindi, una serata dedicata alle “Poesie di casa nostra”, e quindi
anche a Guido. A me spettò una prima memoria... Altri (Pino Cervato ed una
grande amica di Guido, la prof.ssa Amelia Bonotto) avevano il compito di
leggere, declamare sfogliando il vecchio libro ingiallito... Guido “viveva” come
lo zio aveva sognato! Ma si avvertiva il vuoto di informazioni, che il pudore, il
dolore schivo dei famigliari, il suo “andare”, collegato alla guerra, nello scrigno
di lontananze penose da ripercorrere o da toccare solo lievemente per non
soffrire, avevano lasciato. Si avvertiva il desiderio di scoprire. Si riannodarono i
fili del pensiero, della ricerca. Si incontrarono costruttive volontà: la “Storia” di
Alberto Golin, il ricordo degli amici, l’orgogliosa cittadinanza del paese in cui
era vissuto fin dalla tenerissima età, l’impegno di un editore-scrittore del
territorio. Con Bino Rebellato, che aveva “conosciuto” Guido tramite Mesirca,
736
trascorsi ore intense nel suo ricordo. Ciò che coglieva dai suoi scritti lo
innalzava nella valutazione, e rendeva palpitante l’incontro. Ebbi la gioia di
“parlare di lui” con un cuore accogliente e celebrante, che ne aveva colto “i
sensi segreti”, “la pacata attesa”, il “suono intenso”, “l’abbandono”…, di cui
parlerà in “Amore di una terra”, edito nel ’90.
Ed ebbi quindi la gioia di conoscere, in un incontro profondamente ricco e
costruttivo per altri ragazzi, nel suo stesso paese, il Dr. Mesirca. Ricordo, nella
sua grande riservatezza ed assoluta parsimonia di parole, quel suo iniziale
guardarmi da lontano, a brevi tratti... Il cognome già informava, ma non ebbe a
chiedermi alcunché, né io osavo... aprire del tutto una porta che sentivo
socchiusa. Ma i cuori lavorano... Parlammo insieme di Pace e di ragazzi
impegnati. Quando morì, lo accompagnai con pochi altri... Era il tramonto e
ricordai la nota del nonno Giuseppe sul funerale di Guido: “… al crepuscolo,
causa il continuo andare e venire di aerei che bombardavano la Stazione di
Carmignano”… Non potei che “dialogare” con entrambi lungo quel tragitto.
Con Mesirca sapevamo di avere nel cuore un amico comune. Nessuno meglio di
lui ne aveva colto l’essenza, i doni d’intelletto e di sensibilità, la bontà della
produzione e la sicura promessa. La sua descrizione resta il ritratto fedele
dell’uomo e del personaggio. Nei giorni successivi il funerale, ricevetti il regalo
più.. dolce; la figlia sua mi portò un pacchettino: conteneva scritti di Guido. Le
parole che mi riportava per la consegna furono... rugiada, poiché completavano
il nostro... dialogo muto.
Fra i fogli Guido aveva lasciato una sua memoria degli “ Anni Giovanili”:
ritrovai frammenti di storia della famiglia nostra e, meglio, quel suo sentire la
vita, il fluire..
Volli rileggere tutto, ”rivisitare” gli apporti, avendo conferma che poco era il
salvato: aveva infatti buttato molto della sua produzione, alla ricerca di qualcosa
di più suo, di genuino, non tracciato su solchi percorsi..
Il rivolo dei contributi restituiva un’immagine… bella…, a partire dall’aspetto,
che dicevano armonioso, avvenente. Guido era elegante,atletico, vincente nello
sport, ammirato, cercato dagli amici... Un giovane di cui si sottolineava la
particolare bravura…, un “fenomeno in molti sensi”, come si direbbe oggi! Era
certamente l’orgoglio dei genitori, lo studente ideale, l’amico dotato e generoso,
il giovine ben proiettato, ma non per questo vanesio o superficiale..
Tutt’altro: era ricco nella vita interiore, riflessivo, indagatore nello spirito. Gli
eventi lo provavano particolarmente, suscitando ancor più meditazioni e
ricerche di senso e di essenzialità e motivando lo studio fino all’accelerazione
del percorso scolastico. Era conscio delle caducità ed avvertiva, forte, il volgere
delle cose…
Il suo animo giovane conosceva l’angoscia, il nero, una tenebra pesante che
proprio l’intelligenza, e la consapevolezza della guerra di allora, e il confronto
737
coi Grandi, tendevano a mantenere come sfondo degli atti; ma era ricco, anche
di... slancio, e fra l’abisso e il volo del sogno, dell’emozione che si faceva
entusiasmo, si stendeva la ragnatela della malinconia, in un più accettabile
guardare alla vita senza grandi illusioni, ma non rinnegandola..
Viveva in lui la ricerca, che diveniva studio intenso e proiezione, per un anelito
personale mai sazio e per quell’ aver “respirato” gli ampi confini della famiglia
nei racconti dello zio Giuseppe (in realtà Josè, come Giacomo era Jacò, essendo
nati in Brasile, e portatori entrambi di un’esperienza di vita più ricca e varia,
multiculturale e multiprospettica, in cui traspariva a volte quella saudade che
non è solo nostalgia e malinconia…).
Già, lo zio Giuseppe, mio nonno, così vicino al suo spirito e che Egli associava,
nel ricordo giovanile, al mare, “scoperto con lui, o al podere dell’accoglienza
che rifuggiva la guerra, o alla musica che faceva vivere la casa e i rapporti…
Giuseppe sentiva i suoni nelle parole; di Guido, come diceva Bino Rebellato,
“non sai se... giunga alla parola attraverso la musica o a questa attraverso le
parole”.
C’era in lui un suono di violini nel crepuscolo e un dolce obliare… ma la notte
... aveva la luna…
Era il profumo di viole nere che il nonno Giuseppe sentì e tradusse nel valzer
omonimo, alla dipartita di Guido. Come una luce che, spegnendosi, crea un
angosciante cono d’ombra e la sofferenza è più di un lutto, così fu per la
“partenza” di Guido: impensabile, rapida più del pensiero. Un rapimento crudele
che lasciò sospesi… quasi in attesa di un qualche ritorno.
Ora, forse, innalzato da cuori innocenti e da un sentire affettuoso, può
realizzarsi l’ ”incontro” sperato ed atteso.
Non posso che auspicarlo, poiché Guido è un Amico... da “ incontrare”... Una
voce del passato, ma così vera ed attuale…
Zio Giacomo, nella dedica, ricordava che ”…VIOLE NERE , composto in varie
forme letterarie, venne scritto dal caro Guido nel periodo più tumultuoso e
periglioso della sua vita”…”Vi aleggia la mestizia, ma anche tanta e tanta
speranza nella vita del dopoguerra 1940-45, guerra che lo portò immaturamente
alla morte…”.
Ma era già matura l’esperienza-riflessione... e chiaro era il messaggio!
Nella sofferenza dell’oggi, la rilettura degli scritti e il profilo della sua vita,
possono aiutare ad amare il “passaggio” che ognuno compie nel mondo,
passaggio che può essere arricchito dal “sentire” le sue voci, i silenzi, i moniti
delle grandi anime, dal cogliere quel loro guardare e palpitare, e può essere
sollevato dal mirare la Luce che tutto pervade e che attira come meta.
In quella Luce, nella profondità della verità e della pienezza delle cose, era
l’abbandono… ed è ora la vita di Guido.
Elisabetta Bovo
738
3 - UN MARTIRE CARMIGNANESE
Padre GIOVANNI BOTTON ( 1 9 0 8 – 1 9 4 4 )
“Era una mattina d’estate del 1934. Il postino bussò alla porta d’un
casolare di campagna dicendo ad alta voce: ‘Posta !’ Si affacciò una donna
anziana, salutò, ricevette la lettera e rientrò. In casa c’era lei, settantenne, con
il marito di poco più vecchio. Era la casa dei Botton (ancor oggi esistente in via
Palazzina). I figli avevano tutti sciamato, disperdendosi per varie parti d’Italia.
La donna si chiamava Margherita e suo marito Pio.
‘Pio, disse Margherita andando verso di lui, una lettera da Gino’.
Il figlio era missionario a Parma, nell’Istituto fondato dal Beato Guido
Conforti, ed era prete da qualche anno; ora era in partenza per la Cina.
‘E inutile - diceva Gino nella lettera - che vi dica di essere contenti: siete
stati voi che mi avete insegnato che non siamo nati per questa terra, ma per il
paradiso; e per il paradiso merita bene che si faccia qualche sacrificio. E da voi
ho imparato come ci si deve sacrificare. Voi mi sarete un modello così alto, che
io, apostolo, non so se potrò raggiungerlo...
Sappiamo del resto che i nostri cuori saranno sempre vicini... Io non ho bisogno
di niente, solo voglio che siate contenti’.
Essere contenti, proprio non era possibile. Rassegnati sì, perché questa era
la volontà di Dio.
Pio e Margherita si erano incontrati molti anni prima, in circostanze
particolari.
Margherita era figlia di un ‘Carbonaro’ milanese dei tempi in cui i patrioti
si univano in società segrete per l’indipendenza dell’Italia, allora sotto il
dominio dell’Austria; si chiamava Mattia Gabardo ed era stato amico di Silvio
Pellico; ricercato dalla polizia, si era rifugiato nel Veneto, in un paese della
Valsugana. Qui si era sposato ed era nata una bimba, Margherita. La famiglia
versava in condizioni difficili e Margherita, ancora giovinetta, era stata
costretta ad ‘andare a servizio’. Fu così che arrivò a Carmignano, per servire
in un’osteria (dalla ‘Giacomina’, poi bar ‘Moretto’), portando vino ai clienti. In
quell’osteria si recava anche il giovane Pio Botton, alla domenica. Fu così che
incontrò Margherita Gabardo e se ne innamorò. Si sposarono ed ebbero dieci
figli: l’ultimo fu il nostro Giovanni, che in casa chiamavano Gino.
In quello scorcio del 1934, la famiglia contava tre figli dati al Signore;
Luigi, il fratello maggiore, si era fatto religioso filippino a Vicenza (nel 1906) e
si trovava a Roma; la sorella Maria (suor Clemenza) era entrata dalle suore
Dorotee di Vicenza (nel 1916), e il nostro Gino era missionario a Parma. Gli
altri fratelli e sorelle si erano sposati e i vecchi genitori erano rimasti soli nella
vecchia casa di via Palazzina.
739
Arrivato il giorno della partenza, padre Gino era prima passato da
Carmignano a salutare parenti e amici. La nave, ‘Il Conte Verde’, sarebbe
partita da Venezia. Il mattino del 7 settembre, Gino salutò i genitori,
sforzandosi di mostrarsi allegro, e si avviò al porto accompagnato da fratelli e
sorelle. Margherita lo accompagnò fin sulla soglia, gli diede un bacio e scoppiò
in singhiozzi... Pio, febbricitante in poltrona, commentò con un sospiro: ‘Mora
mia, non lo vedremo mai più...’
Nell’autunno del 1920, Gino era entrato nell’Istituto dei Missionari
saveriani di Vicenza...” 46
Gino frequentò le classi del ginnasio e conobbe di persona il venerabile
Padre, ‘il prete della Provvidenza’. Fece il noviziato nella casa madre di Parma e
fu ordinato sacerdote dallo stesso fondatore dell’Istituto mons. Guido Conforti
(arcivescovo di Parma) il 4 aprile 1931.
Il Gazzettino del 22 agosto 1934 annunciava “La Partenza di un Missionario”
di Carmignano:
“Mercoled’ scorso, solennità dell’Assunta, tutta la parrocchia si strinse
attorno al concittadino Padre Giovanni Botton per l’ultimo saluto di addio. Era
venuto da qualche giorno tra i suoi cari e partirà per la lontana Cina. Al
Novello Missionario i nostri cordialissimi auguri di fecondo apostolato.”
A salutare Gino e gli altri sei padri in partenza per la Cina, c’era anche padre
Uccelli, che era stato in Cina dal 1906 al 1919.
“Arrivarono a Shanghai la sera del 3 dicembre 1934, festa di San Francesco
Saverio, apostolo dell’Oriente e patrono dell’Istituto. Si recarono nel Henan, a
Zhengzhou, dove c’era la Casa Religiosa saveriana. Qui si misero di buona
lena a studiare la lingua, sotto la guida di alcuni maestri cinesi...
La missione affidata ai saveriani si estendeva per 32.000 chilometri quadrati e
aveva una popolazione di sette-otto milioni di abitanti. I primi missionari vi si
erano recati nel 1904 e vi avevano trovato non più di 600 cristiani, Dopo
trent’anni i cristiani avevano superato i 20.000.
Nella missione di Zhengzhou c’erano 23 missionari italiani, 11 sacerdoti
cinesi, 93 suore di cui 18 straniere e 75 cinesi. Erano state costruite 14 chiese,
un ospedale, 2 orfanotrofi, 2 ricoveri per anziani e 3 scuole primarie.
Dopo un anno di studio, p. Giovanni fu mandato nel distretto di Juzhu, che si
trovava verso i monti dell’ovest, distante da Xiang-xian, la più vicina
cristianità, ben 90 km. Le cristianità erano una ventina, in montagna, e si
potevano raggiungere camminando a lungo a piedi per strade o viottoli di
montagna, o a dorso di mulo...
46
Cfr. A. LUCA, I Martiri Saveriani – Giovanni Botton, Centro Saveriano Animazione Missionaria di Brescia (CSAM),
Graphital litografia, Parma 2000.
740
Tre giorni dopo l’arrivo, fu trovato un bambino abbandonato: era appena
nato e stava per morire; toccò a p. Giovanni versare l’acqua del battesimo su
quell’esserino morente e farne un angelo.
Il direttore del distretto, padre Tonetto condusse Gino a fare il primo giro di
missione. Qualche settimana dopo, p. Botton era già in giro da solo.
Ecco quanto scrive in una sua lettera ad un confratello il 13 settembre 1935:
‘C’è da tribolare, sai! Che viaggi, che letti, che cibi, che sporcizia !... zanzare,
pulci... Però credi che il Signore ci dà anche tanta gioia... quanta gioia a
pensare alle anime buone di quei miei poveri straccioni puzzolenti. Oh, le puzze
della Cina ! Ma in paradiso avremo i profumi’.
Il giorno di S. Giovanni Battista (29 giugno), p. Giovanni battezzò 12 adulti,
bene preparati dai catechisti: ecco le consolazioni.
‘Per noi, - scrive nel 1937 -, la lentezza e l’imperturbabilità dei cinesi sono
terribilmente irritanti; per loro assolutamente naturali. Essi raramente perdono
la calma. A me, per tenerla stretta, la pazienza, ci vuole più fatica che non per
tutti i miei viaggi e più sforzo che per adattarmi alle esigenze di questo bel
mondo cinese’.
Ai familiari scriveva lettere rassicuranti:
‘La mia abitazione è magnifica. Noi due preti abbiamo due stanze per ciascuno:
lo studio e la camera da letto; senza contare le stanze di uso comune e per gli
ospiti. Abbiamo poi stanzoni per più di 400 persone, quando uomini e donne
vengono da lontano per le feste e devono fermarsi, o quando sono qui per un
certo periodo a studiare il catechismo. Ci sono poi cortili, cortiletti, orteselli,
giardinetti, visèle e alberi per far ombra; due pozzi con acqua fresca e buona,
una chiesa e una grotta per tener freschi i viveri.
Che cosa volete di più ?
A 7 – 8 km ci sono i monti e un fiume più grande del nostro Brenta. Non ci
sono boschi: dove c’è un po’ di terra, è tutta coperta di frumento o di miglio, e
dove son tutti sassi, non ci crescono nemmeno le piante’.
Ma Juzhou era anche il paese dei briganti: ‘Sui monti - scrive nel 1936 quella brava gente è già in movimento. Giorni fa, un gruppo di 500 si sono
fermati a passare la notte fuori di una porta della città, tranquilli e
indisturbati...
Ma il problema più grave è la fame... molti, anche cristiani, partono con
tutta la famiglia... vanno, non sanno dove, lontano; qui morirebbero di fame;
altrove può darsi che trovino da vivere... il timore è che, costretto dalla fame,
anche qualche cristiano si dia ai monti e si unisca alle bande dei briganti...
Intanto, attorno alla chiesa, si raccoglievano bambine abbandonate... raccolte
nude e affamate, 14 hanno trovato il vestitino imbottito e il latte caldo...’
Ad aggravare la miseria si aggiunse la guerra. Il Giappone, già dal 1931,
aveva dimostrato le sue mire imperialiste: aveva occupato la Manciuria,
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regione della Cina nord-orientale e vi aveva posto un governo fantoccio. Le
intenzioni aggressive del Giappone militarista si erano fatte più evidenti verso
la fine del 1936. In previsione di una guerra, il governo cinese aveva
cominciato a reclutare soldati: ‘Vogliono portarmi via anche il cuoco scriveva p. Botton il primo marzo 1936 - Prima andavano soldati i volontari, i
delinquenti o gli affamati, ora obbligano ogni paese a dare un certo numero di
soldati.’
Il 7 luglio 1937, in seguito a una sparatoria fra truppe di confine, i
giapponesi presero pretesto per muovere i propri eserciti verso Pechino e
l’intera Cina... Il 1938 vide l’avanzata giapponese progredire...
Durante il primo anno di guerra, p. Botton aveva scritto ai parenti per
rassicurarli che la guerra era lontana, ma agli inizi del 1938, quando
cominciarono i bombardamenti di Zhengzhou, le suore di Juzhou cucirono una
grande bandiera tricolore da stendere sul tetto della chiesa. Un primo
bombardamento avvenne nel 1939; in chiesa, rottura di vetri e calcinacci;
padre Botton uscì fuori, tutto impolverato, e si precipitò verso il centro della
città di Juzhou a soccorrere i feriti...
Poiché l’opera di soccorso dei profughi continuava senza posa, il vescovo
mons. Luigi Calza, nel settembre 1940, chiamò p. Botton a Zhengzhou e gli
diede il compito di Procuratore della Missione. Egli dovette abbandonare la
sua Juzhou, il suo ‘primo amore’ !
Padre Botton ha ora alle sue cure sei squadre di muratori... ‘il solo ospedale -scrive - con tutte le sue complicazioni, sarebbe più che abbastanza per
stancarmi. Nella parte opposta della città stanno mettendo su una filanda, con
telai per tessere, per dare lavoro a 400 profughi’.
L’Italia è intanto entrata in guerra con la Germania; l’una e l’altra sono
amiche del Giappone, e quindi nemiche della Cina. Sospetti e accuse circolano
tra le alte sfere. I Padri dell’ospedale diZhengzhou vengono persino sospettati
di essere in comunicazione radio con il nemico... i missionari sono sotto accusa
per la loro nazionalità e si aspettano un qualche grave provvedimento; la
sentenza arriva il 6 maggio 1942: entro un mese gli italiani dovranno recarsi in
un campo di concentramento a Neixiang, nei pressi della città di Nanyang, nel
Henan meridionale. Il 2 giugno partirono su carrette trainate da uomini, perché
non c’erano più animali, e scortati dalla polizia. Percorsero 400 km, con 40
gradi all’ombra... mangiavano i soliti cibi cinesi. Giunsero a Neixiang dopo 15
giorni di viaggio e furono alloggiati in una vecchia pagoda mancante di tutto...
il vescovo era malandato in salute e amareggiato per le sorti della missione.
Nel novembre 1943, furono rilasciati dal concentramento i padri Zulian e
Botton e destinati all’ospedale di Hsuchang.” 47
47
Ibidem, cfr. anche “Un secolo di Vocazioni a Carmignano di Brenta, Parrocchia di S. Maria Assunta di Carmignano di
Brenta, Artegrafica Munari, Carmignano 2002, pp. 42-43.
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Padre Ermanno Zulian fu testimone degli ultimi giorni di padre Giovanni e
raccolse tale testimonianza in un diario dal titolo “Ho amato i Cinesi”, utilizzato
anche dal Consiglio Pastorale di Carmignano nel 1994 per una pubblicazione
dal titolo “Padre Gino Botton – La Parrocchia di Carmignano nel 50° del
Martirio in Cina”.
“ 29 aprile 1944 – I Giapponesi avanzano. P. Botton mi fa coraggio. In
residenza, nel cortile delle suore, abbiamo un sacco di gente, specialmente
donne. Botton gira a rincuorare tutti... Verso mezzogiorno entra nel cortile un
sergente che punta la pistola sui Padri, gridando: ‘Voi siete spie !’ In quel
momento arriva il colonnello Ly con tutto il suo seguito. Vede il sergente con la
pistola spianata e si mette in mezzo dicendo: ‘Questo è il dottor Zulian e questo
è il direttore dell’ospedale, Botton. Sono buoni amici e ti raccomando di dire a
tutti i soldati di rispettarli’.
30 aprile 1944 – All’alba torno all’ospedale; chiamo p. Botton che è in
chiesa e ha appena finito la Messa: ‘Padre, sparano; venga fuori’.
Arrivano gli aerei: dal cielo fuoco di mitraglia, da terra l’antiaerea. Scendiamo
nella cantina-rifugio tutti: suore, donne, maestri e cristiani, I soldati cinesi
resistono accanitamente; noi, dentro il rifugio, preghiamo. Una bomba cade
poco lontano da noi. Le mitraglie giapponesi cantano sempre più vicine.
Verso le cinque della sera si sente nel nostro cortile uno scalpitìo di scarponi
che si avvicinano: arrivano i giapponesi !
Botton dice ‘Vengono ! Io esco, se no ci gettano qualche bomba e si muore
tutti’.
Sale svelto la scaletta di legno, con un fazzoletto bianco in mano. Sulla porta ci
sono due giapponesi con la baionetta innestata. Botton grida: ‘Italia ! Italia !’,
poi getta un grido e rotola per le scale; i soldati gli hanno piantato la baionetta
in corpo. Uno dei soldati scende sparando; io grido ‘Italia ! Chiesa cattolica !
Non ci sono soldati !’ Il soldato grida arrabbiato e spara di nuovo, poi si ritira.
Padre Botton versa sangue in abbondanza; in cinese egli dice ai cristiani: ‘Non
piangete. Sono contento così’. Poi con un sospiro: ‘Signore, vieni a prendermi...
Soffro tanto... Offro la mia vita per la Cina...’ Io gli dico: ‘Coraggio ! Il Signore
t’aiuterà’. Lui risponde: ‘Non c’è nulla da fare, con due coltellate nella pancia
e quattro pallottole in petto... Non importa. Io muoio. Lei si faccia coraggio’.
Dopo un po’, scalpitìo di cavalli e rumore di carretti in cortile. Una voce grida
in cinese: ‘C’è gente là dentro ?’. ‘Sì, gridiamo noi, Chiesa cattolica’. La voce
traduce in giapponese e poi grida: ‘Fuori !’. Usciamo; c’è un ufficiale
giapponese e un giovane interprete cinese; dietro di loro, soldati sporchi e pieni
di polvere, armati fino ai denti. Mi domandano la nazionalità; dico che un altro
italiano, dentro, sta morendo. L’ufficiale e l’interprete scendono con noi. Botton
sta veramente morendo. L’ufficiale si scusa dicendo: ‘Sono gli errori della
guerra’. Di nuovo mi conducono fuori; arriva un Comandante superiore,
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l’ufficiale di prima gli parla e quegli mi fa segno di scendere con lui. Botton
spasima. Con un filo di voce prega: ‘Signore, vieni a prendermi. Soffro molto.
Oh, mamma mia “’. Gli suggerisco una giaculatoria; dice: ‘Offro la mia vita
perché il Signore salvi la Cina’.
Padre Botton cessava di vivere verso mezzanotte. Dico ai cristiani: ‘Ha dato la
vita per salvarvi !’ Essi accennano di sì e qualcuno piange. Così è morto il
nostro caro padre Botton: come il buon Pastore che dà la vita per le sue pecore.
Meilin, un’infermiera pagana, con le lacrime agli occhi, disse: ‘Se questi
missionari danno la vita per noi cinesi, la loro religione è la vera, sarò
cristiana anch’io !’
Fu sepolto nell’orto. Aveva scritto ai suoi:- ‘Stiamo allegri, che presto
andremo a far sagra in Paradiso !’ ”
Quando padre Zulian, uscito dalle prigioni di Mao nel 1951, tornò in Italia,
venne a Carmignano a trovare la mamma di p. Gino che gli disse: - ‘Padre, mi
dica tutta la verità !’, e padre Ermanno le raccontò tutto “perché son forti le
mamme che hanno dato ai figli la più sublime vocazione del mondo ! ” 48
48
A. LUCA, G. Botton cit. e “Padre Gino Botton” cit., Artegrafica Munari, Carmignano di Brenta 1994.
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4 – IL DOTT. FRA’ LIO STOCCO (1 9 0 9 – 1 9 7 4)
Di un anno più giovane di Giovanni Botton, entrato ancora ragazzo
all’Istituto Saveriano di Vicenza, decise poi di diventare missionario. Emessa
anche lui, come padre Gino, la professione nelle mani del fondatore, il beato
Guido Conforti, il 15 novembre 1925, per dieci anni poté acquisire una vasta
preparazione medica, frequentando l’Università di Parma, il corso di
erboristeria, la farmacia dell’Ospedale Maggiore, il gabinetto di ricerche
cliniche, il gabinetto dentistico del dott. Pellegrini.
Con questo bagaglio scientifico, partiva per la Cina il 2 ottobre 1936. Qui
esercitò una molteplice attività medica in ospedale e negli ambulatori che gli
vennero affidati dalle stesse autorità locali. Ma ascoltiamo il racconto di quell’
eccezionale esperienza cinese in una sorprendente intervista rilasciata, nel 1953
durante un soggiorno in montagna, dallo stesso Lio al giornalista
dell’AVVENIRE D’ITALIA Amato Viduci, dal titolo eclatante:
“Inaspettato incontro a ‘Passo Rolle’ – UN MISSIONARIO CURO’ MAO
TSE TUNG ALL’OSPEDALE CATTOLICO DI CHENGCHOW Nell’ottobre 1936 s’imbarcò alla volta della Missione Cattolica Cinese di
Chengchow, nella provincia di Honan...
Su proposta del governatore locale fu, dalla moglie stessa del Generalissimo
Tchang Kai Chek, Sun-Mei-Ling, nominato direttore di una scuola speciale per
la formazione medica chirurgica militare. In seguito si stabilì a Loyang e
successivamente di nuovo a Chengchow dove c’era l’Ospedale Cattolico che
disponeva di ben 240 posti letto e aveva sparsi nelle varie città altri 15
ambulatori... Il dott. Stocco aveva un collegio di 10 dottori, di cui 6 dottoresse
suore con specializzazioni oculistiche. La zona in cui sorgeva il nosocomio era
per largo tratto infestata dal tracoma, per mancanza d’igiene ed a causa del
continuo soffiar del cosidetto ‘vento giallo’... L’ospedale disponeva di un
perfetto gabinetto di Raggi X...
Durante la guerra cino-giapponese, venne sovvenzionato, ma successivamente
dovette sopperire da solo alle innumerevoli spese. Nella occupazione comunista
(1948) l’ospedale di Chengchow fu l’unico rimasto aperto e funzionante e, dopo
la occupazione della città, ben 720 soldati vi furono curati gratuitamente. La
statistica personale del Missionario Stocco, in 17 anni di apostolato in Cina,
registra oltre 15.000 interventi chirurgici...
Prima dell’avvento dell’attuale governo comunista, ebbe conoscenza e
possibilità di curare le massime Autorità del presente regime, tanto civili che
militari... fra gl’innumerevoli pazienti trovarono ospitalità all’Ospedale
Cattolico e furono affidati alle cure dello Stocco lo stesso Mao Tse Tung, il
generale Liou-Pai-Tcheng comandante delle truppe conquistatrici del Tibet e
della Cina Centrale, altri due generali cinesi, l’attuale Ministro degli Esteri
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Chow eng Lai, l’ambasciatore presso la Romania ed il Governatore militare
della IV Zona militare cinese.
Presa la città di Chengchow il 24 ottobre 1948, nella stessa sera fu invitato il
dott. Stocco e trasportato in macchina in un albergo dove già si trovavano le
maggiori Autorità della travolgente azione di occupazione. Così ebbe occasione
di rivedere i suoi vecchi malati traformati ora in generali, ministri, governatori
ecc. Ricevette parole di alto elogio pel comportamento dell’Ospedale Cattolico
e per la sua opera. Ebbe anche ampia assicurazione di protezione, aiuto, fiducia
ecc. ”
Purtroppo le promesse non furono mantenute; fra’ Lio subì per cinque anni
(1948 – 1953) una subdola persecuzione psicologica che lo mise a dura prova;
allettandolo con promesse di lauti compensi economici, di cattedre
d’insegnamento, il governo comunista tentò di indurlo a restare in Cina, per
esercitare la sua preziosa attività medica, a patto che rinunciasse alla fede
cattolica. Imprigionato e giunto per tre volte, per minaccia, davanti al plotone di
esecuzione, il 17 gennaio 1953 venne espulso dalla Cina.
Nel 1956 fu destinato alla missione di Khulna, nel Pakistan orientale; per
nove anni lavorò come medico missionario all’ospedale di Jessore da lui stesso
costruito. Partecipò a congressi internazionali relativi alla cura della lebbra,
sperando di creare a Jessore un Lebbrosario. Su invito del vescovo di Maxeni,
che cercava un medico per i lebbrosi, ai primi di ottobre 1965 si trasferiva in
Sierra Leone. Per nove anni egli si dedicò prevalentemente alla cura dei
lebbrosi, adottando metodi preventivi con le visite a domicilio e creando il
centro di riabilitazione a Makeni. Per i suoi modi caritatevoli e benevoli, egli era
amato da tutti: cristiani, protestanti, mussulmani, ricchi e poveri.
Colto da scompenso cardiaco, morì nella casa religiosa di Makeni il 19
novembre 1974.49
49
Cfr. “Un secolo di Vocazioni a Carmignano di Brenta”, a cura di G. GALLINARO e A. GOLIN, Artegrafica Munari,
Carmignano di Brenta 2002, p. 44.
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Dal Primo al Secondo Dopoguerra