ANNO XLI - N. 3 MARZO 1993 MENSILE DELL'AICCRE ASSOCIAZIONE UNITARIA DI COMUNI PROVINCE REGIONI dal quartiere alla regione per una Comunità europea federale I1 CCRE a Strasburgo alle soglie delle elezioni europee Vu.tu contro a furore «Virtù contro a /urore prenderà l'arme; e Jia e1 combatter corto: ché l'stitico valore nelli italici cor non è ancor morto» La Cattedrale di Strasburgo, la città del19Alsazia dove dal 20 al 23 ottobre si terranno i XIX Stati generali del CCRE. La Cattedrale, detta di Notre-Dame, è uno dei più importanti monumenti del gotico europeo, elaborato da maestranze borgognone e da artisti già attivi a Chartres È la chiusa del «Principe» di Machiavelli, con il richiamo alla famosa strofa della canzone «Italia mia, benché il parlar sia indarno» del Petrarca. Machiavelli incita il Principe a liberare l'Italia dallo straniero, principe che sarà accolto con amore, come «redentore». Con lo stesso ardore, con la stessa «ostinata fede», il nuovo principe, cioè il popolo italiano tutto - e, per esso, i suoi figli migliori - è ora chiamato a cacciare il nemico interno, coloro che si sono impossessati dell'Italia e, irretiti in questioni di potere e di ambizione, ne hanno tradito la libertà. Ma il problema non si ferma qui: si tratta, mossi dallo sdegno e insieme dall'amore, di imboccare la nuova via ed esser coscienti, con chiarezza, dell'obiettivo. Si tratta, dunque, di formulare un programma. Non serve forse a questo la libertà? Non si crea forse la redenzione se non con la solidarietà di ogni giorno e la consapevolezza del cammino da percorrere? La fortuna ci offre il punto di riferimento, certo e preciso: esso è la redenzione dell'Italia mentre si è protagonisti della costruzione europea. Non la mediocre Europa intergovernativa, che guarda inerte alla Bosnia e alla ((pulizia etnica», ma l'Europa federata: battendo le soperchierie e le viltà interne si è nel contempo nel cuore della lotta, in cui si battono le soperchierie e le viltà degli altri, di tutti. I1 federalismo è, prima che istituzione, regola di vita, libertà, giustizia e rispetto della persona umana. E questa Italia che deve rinascere guarda all'Europa - come fu nel Risorgimento, il Risorgimento di Mazzini, di Cattaneo, di Cavour, di Garibaldi - e oltre l'Europa: l'ordine politico italiano deve essere un momento dell'ordine internazionale e dell'autentica costruzione della pace. Perché questo ruolo della nazione? Due so- no i modi di considerare il carattere delle nazioni, ci insegnava, al termine della Resistenza europea contro il fascismo e il nazismo, un grande storico nato in una nostra regione di confine (la Va1 d'Aosta), Federico Chabod (cfr. i corsi universitari su «L'idea di nazione»): «o ponendolo in rapporto con l'ambiente geografico e il clima, con i fattori fisici, insomma; o considerando invece, a guisa di creazione di forze morali, l'educazione, la vita politica, la tradizione». I1 Risorgimento italiano, preceduto da una memoranda preparazione intellettuale e morale, fu il rientro delllItalia nell'Europa: una Europa che cominciava, tutta, a battersi per i diritti dell'uomo e per la comprensione e la fratellanza tra i popoli - prima di tentare di suicidarsi, in due conflitti divenuti mondiali -. In questo senso il principio nazionale, rispettoso della tradizione e del «genio» delle città e delle etnie, era intransigente verso gli egoismi locali, verso le corporazioni, verso l'esaltazione del sangue e del suolo, verso il popolo come «comunità di sangue», verso ogni secessione, e risultava - e risulta - un momento della federazione sovranazionale. Ne è anzi un momento essenziale. Lo Stato nazionale italiano non si è presentato - o non è rimasto dopo l'unità - come una creazione elitaria: è stato il quadro entro il quale si è mossa, ha progredito, con fatica e sofferenza, la nostra gente; e vi hanno collaborato centinaia di migliaia di maestri elementari, di medici condotti, di emigranti che cercavano il lavoro altrove ma ricordavano con dolcezza la propria «patria». Questa è la nazione morale dei federalisti. Ma fare l'Europa mentre si purifica l'Italia è indubbiamente difficile: è l'impegno quotidiano, che non permette alcuna chiusura provinciale. Difficile, ma necessario: ed anche esaltante. Poco più di quarant'anni fa, appena usciti dall'inferno della guerra - la guerra fratricida, dell'Europa che tradiva se stessa -, cercammo di associare i Comuni, le Province, le Regioni a questa grande opera federalista. Avendo chiaro l'obiettivo, il CCRE - e per esso, in Italia, 1'AICCRE - ha lavorato senza interne lotte di potere. La nostra fu e rimane una associazione volontaria di amministratori, di rappresentanti della democrazia di base, ciascuno dei quali portava e porta il contributo della propria formazione culturale som ma rio COMUNI D'EUROPA e ideale, senza conoscere i sordi antagonismi o le lottizzazioni. La partitocrazia ha appena sfiorato 1'AICCRE - e, altrove, il CCRE -: noi possiamo chiamare colleghi e cittadini tutti, democratici di varie provenienze, a lavorare con noi, serenamente. Per lo più uomini di partito noi stessi, che abbiamo fatto la prima mossa, abbiamo poi inteso questa milizia di partito, e non a parole, come un servizio: ed esigiamo che i nostri, come tutti i partiti e tutte le nuove formazioni «politiche» (formazioni cioè che guardino all'interesse generale), considerino i doveri europei come ispiratori, oggi, del nostro agire. Qualche socio può chiederci - e talvolta, in questa stagione di pericolosa depoliticizzazione, ci chiede -: 1'AICCRE che ci offre? L'AICCRE offre anzitutto la possibilità di operare tutti insieme - di partecipare - alla costruzione di un'Italia europea o, se volete, di una Europa dove sia sempre più tangibile il carattere - il «genio» - italiano: con 1'Europa contribuiremo (le parole non suonino sciaguratamente retoriche) a lenire il dolore nel mondo, a cancellare l'ingiustizia, a vincere la fame dei Paesi di irrinunciabile emigrazione di massa. Ma anche, vogliamo sottolinearlo agli astuti «realisti» della politica, offriamo un apporto concreto e immediato all'Italia europea: mentre altri fanno chiacchiere, sul vecchio da cambiare e sul nuovo da inventare, noi continuiamo imperterriti, a studiare, in maniera comparata, e a proporre come legiferare sul governo dei suoli, come basandoci sulle esperienze più avanzate - regolare un'area metropolitana in una Regione riformata, come attuare il federalismo fiscale (cos'è?), come condurre una effettiva politica ambientale pianificando il territorio in un a priori rispetto allo sviluppo economicosociale, come attuare - specie nelle Regioni meno attrezzate, periferiche, più povere una politica del credito finanziario per le autonomie neila libera circolazione comunitaria dei capitali, come utilizzare in maniera ottimale i fondi strutturali comunitari, e via discorrendo. Chi ha inventato (rinunciando all'ambizioso e demagogico, in questo momento, Senato europeo delle Regioni: che sarebbe utile subito, viceversa, nell'àmbito nazionale] il Comitato delle Regioni e delle Comunità locali, introdotto nel Trattato di Maastricht e derivato da quanto proponemmo con successo al Parlamento Europeo e appoggiammo col voto di centinaia e migliaia di Città di tutta la Comunità? I1 CCRE da oltre quarant'anni, attraverso una rete di gemellaggi - i «nostri» gemellaggi, ben programmati e in un chiaro quadro politico -, di incontri sopra le frontiere, di costruttivi dialoghi fra comunità locali e regionali di diverse nazioni e, ora, col Centro e con l'Est del continente, dà un contributo essenziale alla edificazione della società della nuova Europa. Se vogliamo che si acceleri il processo democratico e federale dell'Europa dei Dodici - o, senza tante esitazioni, di «coloro (fra questi) che vorranno» - non è per rinchiuderci in una fortezza, ma al contrario per dar vita a un primo gruppo esemplare e trascinatore, democraticamente aperto, col fine di una Paneuropa anch'essa tutta federata: e sarebbe il passo decisivo verso la pace nel mondo. Pace - cioè cessazione della lotta con le armi - che non basta: bisogna organizzare questa umanità, che cresce continuamente, in una Terra che ha dimensioni e possibilità limitate; quindi un governo sovranazionale, tendenzialmente mondiale, di una tecnica debordante, una selezione, soprattutto qualitativa, della produzione, un rispetto della Natura, che si traduce in maggiori consumi culturali e spirituali e in minori sprechi per attutire la noia degli stupidi. Al lavoro, dunque, e mobilitiamo i colleghi che ancora non ci conoscono. Due date: a ottobre (dal 20 al 23) si terranno a Strasburgo gli Stati generali del CCRE - è il grande appuntamento, prima della data successiva -; nella primavera del 1994, appunto, la seconda data: ci saranno le elezioni europee, che questa volta non interessano solo la «piccola» Europa, ma indirettamente l'Europa più grande, non quella dei mercanti, ma quella della nuova democrazia fra gli Stati. oh giornate del nostro riscatto! oh dolente per sempre colui che da lunge, dal labbro d'altrui, come un uomo straniero, le udrù: che ai suoi figli narrandole un giorno dovrà dir sospirando io non c'era ... (A. Manzoni, «Marzo 1821», ode dedicata alla memoria di Teodoro Korner, morto sul campo di Lipsia nel 1813. caro a tutti i popoli che difendono o lottano per riconquistare una patriai 3 - Gli Stati generali a Strasburgo 4 - Programma provvisorio 6 - «Noi si mura», di Pier Virgilio Dastoli 8 - Fitte riunioni degli organi del CCRE 10 - Cooperazione regionale e municipale, di Pasqua1 Maragall 11 - Verso il fronte democratico?, di Raul Wittenberg 12 - Leggendo un diario, di Roberto Barzanti 14 - Sugli scritti di Altiero Spinelli, di E . P. Inserto: La Comunità di Adriano Olivetti e il federalismo, di Umberto Serafini MARZO 1993 dal 20 al 23 Ottobre 1993 Gli Stati generali a Strasburgo Messaggio di Umberto Serafini, Presidente della Sezione italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, Vice-Presidente anziano del CCRE Un grave errore sarebbe se, a causa del difficile momento che attraversiamo in Italia - istituzionale, politico, economico, sociale e, prima di tutto, morale -, diminuissimo il nostro impegno europeo. L'Europa è il necessario punto di riferimento per il nostro rinnovamento; d'altra parte, nel lavoro insieme agli altri europei scopriamo che taluni nostri buchi neri arrivano sino agli altri Paesi della Comunità e molte cause della nostra caduta sono comuni a tutta la democrazia degli Stati europei «a sovranità illim i t a t a ~ .È nella costruzione comune che dobbiamo trovare tutto l'orgoglio e tutta la gioia della dedizione alla politica e al federalismo - cioè alla solidarietà garantita da istituzioni -. I1 Risorgimento italiano, quello di Mazzini, Cavour, Garibaldi, Minghetti, Cattaneo, Settembrini, fu il nostro rientro nell'Europa - anche se era l'Europa del Romanticismo, che si accingeva in parte a tradire la battaglia per i diritti dell'uomo e della fratellanza tra i popoli -. Nella seconda metà di ottobre - dal 20 al 23, a Strasburgo - dobbiamo partecipare ai XIX Stati generali del CCRE, nei quali si imposteranno le elezioni europee del 1994. Queste elezioni europee saranno fondamentali e, dal lato istituzionale e del superamento del deficit democratico, decisive. I riflessi dell'assetto istituzionale europeo avranno evidenti conseguenze sull'assetto italiano e sulle stesse sorti delle autonomie territoriali. Occorre dunque che fin da ora ciascun Ente associato, Comune, Provincia, Regione, predisponga il suo o i suoi delegati a Strasburgo per l'occasione. cerca di nuovi riferimenti, di nuovi ideali. Tocca agli eletti locali e regionali riaffermare che la realizzazione dell'unione europea, politicamente forte e pacifica, è quanto mai urgente e indispensabile, e dovrà essere perseguita dai responsabili dei Poteri locali e regionali che rappresentano il livello amministrativo più prossimo ai cittadini. Questa constatazione costituisce il nocciolo del principio di sussidiarietà ed è alla base dell'attività della nostra Organizzazione, che attualmente riunisce circa 100.000 Enti territoriali su tutto il territorio europeo, ai quali si aggiungono progressivamente colleghi dell'Europa centrale e orientale via via che in quei Paesi si realizzano libere elezioni locali. Noi costituiamo l'Organizzazione più rappresentativa dell'Europa dei Cittadini, di cui si discuterà a Strasburgo. Fra i temi affrontati agli Stati generali, i delegati saranno invitati a dibattere quello della cooperazione intercomunale e interregionale, e quello del ruolo degli Enti locali e regionali nella realizzazione dell'Europa sociale. Infine, alla vigilia delle prossime elezioni europee, e al momento dell'insediamento del Comitato delle Regioni e delle Collettività locali, nel grande dibattito che si svilupperà potremo fare il punto sulla situazione dell'unione europea e tracciare le prospettive dell'Europa che auspichiamo. Sono fiducioso in una risposta qualitativamente e quantitativamente importante, all'invito rivolto dal CCRE, dalla sua Sezione francese e dalla Città di Strasburgo, e vi attendo a questa assise senza eguali de- gli amministratori locali e regionali di tutta Europa. Messaggio di Catherine Traut-Mann, Sindaco di Strasburgo, Deputato al Parlamento Europeo Benvenuti a Strasburgo! Sede del Parlamento europeo, del Consiglio d'Europa nel cui ambito si riunisce la Conferenza europea dei Poteri locali e regionali, della Corte e della Commissione Europea dei Diritti dell'uomo, Strasburgo è un simbolo della democrazia. Questa città accoglie con grande entusiasmo la XIX edizione degli Stati generali dei Comuni e delle Regioni d'Europa, che riuniranno i rappresentanti eletti di Enti locali e regionali dei Paesi europei. I1 progresso nasce, spesso, dal dialogo e dagli scambi. A Strasburgo questo avviene nell'ambito dei gemellaggi e della cooperazione tecnica avviati tra molte città e il vantaggio che ne consegue è di reciproco interesse. Strasburgo è una realtà ricca di storia che offre ai suoi visitatori una città antica il cui centro è riconosciuto patrimonio culturale di tutta l'umanità da parte delI'UNESCO. Strasburgo si pone in primo piano fra le città europee sedi congressuali ed offre una ricettività di grande qualità, una ristorazione rinomata ed un Palazzo dei Congressi moderno e ben attrezzato che assicura le migliori condizioni di lavoro. Auguro a tutti un lieto soggiorno che sia anche un'ottima occasione di incontro e di scambi. Messaggio di Pasqua1 Maragall, Presidente sovranazionale del CCRE, Sindaco di Barcellona Gli Stati generali del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, ai quali ho il piacere di invitarvi a partecipare, rappresentano la più importante assemblea di eletti locali e regionali d'Europa. Strasburgo, città simbolo dell'impegno per 1'Europa, accoglierà dal 20 al 23 ottobre 1933 i delegati provenienti da tutto il continente. Le evoluzioni verificatesi in Europa sono molte. Alle speranze nate sulle macerie del Muro di Berlino sono succeduti timori e il risorgere di fenomeni che sembravano appartenere al passato e, fra questi, la guerra di nuovo accesasi al centro del nostro continente. I cittadini europei sono alla riMARZO 1993 Il Centro congressi di Strasburgo COMUNI D'EUROPA XIX Stati Generali dei Comuni e delle Regioni d'Europa Strasburgo, 20-23 ottobre 1993 mercoledì 20 ottobre ore 9.00 Registrazione dei congressisti ore 16.00 Seduta solenne di apertura presieduta da Pasqiial Maragall, Presidente del CCRE e Sindaco di Barcellona, alla presenza del Presidente della Repubblica francese* Allocuzioni di benvenuto - del Sindaco di Strasburgo, - del Presidente della Sezione francese del CCRE, - del Presidente del Consiglio generale del Basso-Reno, - del Presidente del Consiglio regionale dell'Alsazia, - del Presidente del Parlamento europeo* Introduzione al dibattito politico "Lo stato dell'unione europea" - Discorso di Pasqual Maragall, Presidente del CCRE e Sindaco di Barcellona Intervento di un "Grande testimone" - ore 19.00 Ricevimento ufficiale ore 20.00 Cena e serata libera giovedì 21 ottobre ore 8.30 Riunione dei gruppi politici Riunione simultanea delle Commissioni A e B ore 10.00 A. La cooperazione intercomunale e interregionale in Europa Atelier l: dalle ore 10.00alle ore 12.00 Per il miglioramento della gestione degli Enti territoriali al servizio dei cittadini Presidente di seduta Jan H. Mans, Sindaco di Kerkrade Vicepresidenti Joakim Ollin, Sindaco di Malmo, Presidente dell'Associazione dei Poteri locali in Svezia Alfred Stingl, Sindaco di Graz, Vicepresidente del CCRE Interventi Jean-Claude Van Cauwenberghe, Sindaco di Charleroi, Vicepresidente del CCRE Grzegorz Grzelak, Vicepresidente dell'Associazione Nazionale dei Poteri locali della Polonia Sally Marshall, Associazione del County Council, Norfolk Lucien H. Sergent, Presidente delegato del Consiglio Generale dell'Essonne, Segretario generale della Sezione francese del CCRE Atelier 2 : dalle ore 12.00alle ore 15.30 (ilztet.t.irziolzepranzo dalle ore 12.35alle ore 13.30) Le cooperazioni per il rafforzamento dell'unità europea e10 sviluppo della solidarietà (reti, scambi di esperienze e programma ECOS) presidente di seduta Gerhard Gebauer, Presidente della Sezione tedesca del CCRE Vicepresidenti Gianfranco Martini, Segretario generale delllAICCRE Jiri Exner, Vice-Sindaco di Praga Bill Dixon Smith, Presidente dell' Associazione del County Council, Essex Abilio Femandes, Sindaco di Evora, Membro del Consiglio direttivo della Sezione portoghese del CCRE Paulette Kunstler, Vice-Sindaco di Besancon Jacques Stadelmann, Sindaco di Delémont Stanislaw Wyganowski, Sindaco di Varsavia Atelier 3: dalle ore 15..?0alle 17.30 Cooperazione verso i Paesi del Sud Léonidas Kouris, Sindaco di Atene, Presidente della Sezione Greca del CCRE Presidente di seduta John Harman, Ledaer, Kiklees, Vicepresidente di AMA Vice-Presidenti Cesar Augusto Vila Franca, Sindaco di Casti10 Branco, Vicepresidente del Consiglio direttivo della Sezione Portoghese del CCRE Daniel Colin, Consigliere regionale di Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Deputato del VAR, Vicepresidente della Interventi Sezione francese del CCRE José Angel Cuerda Montoya, Sindaco di Vitoria Jaime Ravinet de la Fuente, Sindaco di Santiago del Cile * B. I1 ruolo e la collocazione degli Enti territoriali nella realizzazione dell'Europa sociale Atelier I: dalle ore 10.00alle ore 12.00 Le responsabilità e le iniziative degli Enti locali nel campo sociale Kirsten Feld, Presidente della Commissione Affari sociali della Città di Roskilde Presidente di seduta Oscar De Bona, Presidente della Provincia di Belluno Vicepresidenti Jesus Mafiueco Alonso, Presidente della Provincia di Palencia Interventi Toby Harris, Consigliere, AMA Volker Kaske,.Vice Sindaco di Lubecca, Presidente della Commissione Affari sociali del CCRE COMUNI D'EUROPA MARZO 199: Kazimierz Kos. Sezione polacca del CCRE Marie-Francoise Perol Dumont, Vicepresidente del Consiglio generale dell'Haute Vienne, Consigliere regionale di Limousin Willen J. van Velzen, Presidente della Commissione Affari sociali del Parlamento europeo Atelier 2: dtrlle or.e 12.00 ulle ore 15.30 (iirtet~t~urinrre ~ ) i . o i ~clulle i o ore 12.45 crlle or-e 14.30) 11 ruolo degli Enti territoriali nella lotta contro I'emarginazione Presidente di seduta Paul Meyers, Presidente della Sezione belga del CCRE, Consigliere comunale di Hasselt Vicepresidenti Angel Luna Gonzalez, Sindaco di Alicante Léon Bollendorff, Vicepresidente del CCRE, Presidente della Sezione lussemburghese del CCRE Interventi Elizabeth Anson, Presidente della Associazione dei Consigli dei Distretti, Waverley Jean Bourdais. Primo Vicepresidente di Ille-et-Vilaine Cristiana Storelli. Deputato al Gran Consiglio del Canton Ticino Patrizia Toia, Consigliere regionale della Lombardia Jean Paul Tricart, Comn~issionedella Comunità europea Atelier 3 : dtrlle ore 15.30 ulle ore 17.30 La collocazione degli Enti territoriali nella attivazione dello spazio sociale europeo e il contributo dei Fondi strutturali della Comunità per lo sviluppo e il miglioramento del lavoro Presidente di seduta Albert Bore, Consigliere di Birmingham Vicepresidente Sig.ra Onur, Vice Sindaco di Braunschweig Interventi Olga Bennet, Membro del Dublin Cooperation Jacques Cestor, Vicepresidente del Consiglio generale di Var, Sindaco di Brignoles Fabio Pellegrini, Segretario generale aggiunto dell'AICCRE Stoove, Direttore degli Affari sociali di Haarlem ore 17.45 Riunione dei gruppi politici Cena libera ore 21.30 Serata spettacolo a scelta: Suoni e luci nella Cattedrale (ore 21.30 versione francese, ore 22.30 versione tedesca) o Concerto Percussioni di Strasburgo venerdì 22 ottobre ore 8.30 Riunione della delegazione italiana ore 10.00 Dibattito Politico su "Lo Stato dell'unione europea" Presidente di seduta Umberto Serafini, Vicepresidente del CCRE, Presidente dell'AICCRE Interventi Charles Gray, Membro del Regional Council di Strathclyde, Presidente del LGIB, Cosla, Vicepresidente del CCRE Constantin Kosmopoulos, Vicepresidente del CCRE, Sindaco di Salonicco Pourvoyeur, Vice Direttore generale del Segretariato generale del Consiglio delle Comunità* Franz Romeder, Presidente dell'Associazione dei Comuni austriaci Andrea Santini, Sindaco, Deputato di Issy les Moulineaux, Vicepresidente della Sezione francese del CCRE ore 13.00 Pranzo al Palazzo dei Congressi ore 14.30 Visite di studio o culturali, a scelta: Le Istituzioni europee Scoperta della città di Strasburgo in battello Visita di un'impresa Mobilità urbana Porto di Strasburgo Trattamento delle acque Conservazione del patrimonio architettonico Grandi progetti urbanistici Strutture culturali e media Conservazione del patrimonio naturale ore 16.00 Commissione delle risoluzioni ore 20.00 Cena di gala Spettacolo "Magia delle acque" sabato 23 ottobre ore 10.00 Seduta solenne di chiusura presieduta da Josef Hofmann, Primo Vicepresidente del CCRE Conclusioni del Sindaco di Strasburgo di Riccardo Triglia, Presidente della IULA* Messaggio del Presidente della Cominissione della Comunità europea* Allocuzioni del Segretario generale del Consiglio d'Europa* del Primo Ministro della Repubblica francese* Intervento di chiusura di Pasqua1 Maragall, Presidente del CCRE e Sindaco di Barcellona ore 12.00 Chiusura degli Stati Generali COMUNI D'EUROPA il Parlamento europeo verso le elezioni di Pier Virgilio Dastoli Pochissimi addetti ai lavori sono stati informati dai dodici governi nazionali sulle date delle prossime elezioni a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo, che si svolgeranno nel Regno Unito, in Danimarca ed Irlanda giovedi 9 giugno 1994 (festa di San Primo) e negli altri nove paesi membri (Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna) la successiva domenica 12 giugno (festa del più noto S. Gaspare del Bufalo, ecclesiastico romano esiliato ed incarcerato nel 1810 per aver rifiutato il giuramento a Napoleone Bonaparte). Nel frattempo la Spagna, i Paesi Bassi, la Grecia e, molto probabilmente, 1'1talia avranno rinnovato i loro parlamenti nazionali, mentre i Lussemburghesi saranno chiamati a rinnovare la loro Camera dei Deputati contemporaneamente al Parlamento europeo. Nessuno sa, invece, se e quale procedura uniforme sarà adottata per eleggere il Parlamento europeo, poiché ufficialmente il Consiglio dei Ministri della Comunità ha ricevuto la (seconda) proposta di sistema elettorale, approvata dal Parlamento europeo il 10 marzo 1993 («uappouto De Guchh)), ma fino ad ora né la presidenza danese né alcun governo della Comunità ha chiesto che il tema sia sottoposto all'ordine del giorno del Consiglio. Si sa, invece, che in quattro paesi sono state avanzate o preannunziate proposte di modifica dei sistemi nazionali (in Francia dal governo Balladur; in Germania da esponenti della CDU; in Italia dal Movimento Europeo e nel Regno Unito dai liberali e dai laburisti). Coloro che hanno avuto la pazienza di leggere tutte le conclusioni del Consiglio europeo di Edimburgo (dicembre 1992) sanno che il numero dei parlamentari europei dovrebbe aumentare per far posto ai rappresentanti dei nuovi Lander tedeschi (i deputati della Germania dovrebbero dunque aumentare da 8 1 a 99) e per «compensare» quasi tutti gli altri paesi (francesi, italiani e britannici aumentano da 8 1 a 87.. ...). Diciamo «dovrebbe», perché l'aumento viene effettuato modificando i trattati comunitari ed ogni modifica richiede, come è noto, la ratifica dei dodici parlamenti nazionali e, per ora, nessun governo e nessun parla'mento nazionale si è affrettato ad aprire la procedura di ratifica. In attesa di Maastricht ... Si prevede (e la maggioranza delle forze politiche europee lo auspica) che, nel frattempo, il Trattato di Muastricht sia entrato in vigore, se sarà stato ratificato per via referendaria dalla Danimarca (18 maggio), per via parlamentare dal Regno Unito (autunno) ed avrà ricevuto la consacrazione costituzionale da parte del Tribunale Supremo tedesco di Karlsruhe. I n questo caso, il Parlamento europeo elet- to nel giugno 1994 «godrà» di nuovi poteri, ai quali dovrà far fronte, in parte, fin dalla seduta costitutiva del luglio 1994: designazione del mediatore per il periodo luglio 1994giugno 1999, partecipazione alla procedura di nomina della Commissione per il periodo gennaio 1995-dicembre 1999, rafforzamento dei poteri della commissione per le petizioni, designazione della propria delegazione per le procedure di conciliazione legislativa con il Consiglio.. .. I1 Parlamento europeo, e più precisamente quello attualmente in carica, ha diligentemente avviato autonome iniziative per dare attuazione al Trattato di Maastricht: è così che " il Regolamento interno sarà ampiamente modificato nel prossimo mese di luglio, su proposta dei relatori Puout (conservatore britannico), Rothley (socialdemocratico tedesco) e Vecchi (PDS, italiano); " è stato predisposto un progetto di statuto del mediatore (rapporto Bindi, democristiana italiana: ma la presidenza danese, coadiuvata dal c.d. «gruppo degli amici» e cioè da un consigliere giuridico per paese, ha letteralmente riscritto, mostrando una buona dose di gratuita arroganza, il progetto di statuto preparato dal PE) " i testi degli accordi interistituzionali per la procedura legislativa (Roumeliotis, socialista greco, e Buu Puuon, socialista spagnolo) e per le commissioni di inchiesta (Musso, gollista francese); " la commissione affari esteri ha elaborato un rapporto sulla nuova politica estera e della sicurezza comune (Veude i Aldea, socialista spagnolo); " la commissione per la politica regionale sta elaborando delle proposte per l'aula sii1 ruolo e sulla composizione del Comitato delle regioni e delle collettività locali (rapporto Melis); " la commissione per le libertà pubbliche intende presentare una serie di risoluzioni sulle disposizioni del trattato di Maastricht relative alla cooperazione giudiziaria.ed agli affari interni, con particolare riferimento al progetto di polizia europea (Europol); " la commissione economica ha iniziato una serie di audizioni per la preparazione della seconda fase dell'Unione economica e monetaria. ...pensando al dopo-Maastricht Si lavora dunque sull'attuazione del Trattato di Maastricht, ma tutti pensano già al dopo-Maastricht, perché - anche se fosse rispettato il prudente calendario stabilito dai governi - l'inizio della nuova legislatura europea sarà contrassegnato dai negoziati pre- paratori della revisione «costituzionale» del 1996. Anche se tutti gli obiettivi dell'integrazione europea per il 1993 saranno raggiunti: " piena attuazione del mercato unico con la libera circolazione delle persone, " conclusione dei negoziati di adesione con l'Austria, la Finlandia, la Norvegia e la Svezia, " adozione delle modalità per l'elettorato attivo e passivo dei cittadini dell'unione nelle elezioni europee del 1994, " entrata in vigore degli accordi di associazione con i paesi dell'Europa centrale ed orientale, " conclusione della prima fase dell'unione economica e monetaria, " creazione del Comitato delle regioni e delle collettività locali, " nomina del mediatore europeo, l'agenda europea del 1994 è già carica di appuntamenti che anticipano il dibattito sulla revisione costituzionale del 1996. Per citare solo gli impegni più importanti: * la conclusione dei negoziati di adesione sarà seguita dalle procedure di ratifica nei dodici paesi della C E e nei quattro paesi candidati. Tali procedure - che i paesi candidati vorrebbero concludere entro il 31 dicembre 1994 - si incroceranno non solo con le più sopra ricordate elezioni legislative in Grecia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Germania e Danimarca, ma anche con il rinnovo dei parlamenti di tre paesi candidati su quattro (Austria, Norvegia e Svezia), paesi nei quali avvenimenti come l'adesione alla Comunità provocano profonde divisioni e richiedono l'intervento diretto dei cittadini attraverso ratifiche referendarie " l'inizio della seconda fase dell'unione economica e monetaria, con la creazione dell'Istituto Monetario Europeo " l'adozione delle modalità per l'elettorato attivo e passivo di tutti i cittadini dell'unione nelle elezioni comunali delle città di residenza " la creazione della polizia europea (Europ011 * l'entrata in vigore del nuovo sistema delle risorse proprie, deciso dal Consiglio europeo di Edimburgo (che dovrà essere stato nel frattempo ratificato dai parlamenti dei dodici paesi membri) " la nomina della nuova Commissione europea, secondo le modalità previste dal Trattato di Maastricht. Verso le elezioni europee del 1994 I parlamentari europei, eletti nel giugno 1994, si prepareranno ad esercitare il ruolo che attribuisce loro il Trattato di Maastricht, MARZO 1993 facendo riferimento ai programmi che i loro partiti hanno presentato prima delle elezioni europee. I due terzi della nuova Assemblea saranno politicamente vincolati dai programmi che le tre famiglie europee - il Partito dei Socialisti Europei (PSE), il Partito Popolare Europeo (PPE) e la Federazione dei Partiti Liberali, democratici e riformatori (ELDR) - hanno già preannunciato di voler approvare nel prossimo mese di dicembre. I n più, il PPE è pronto ad associare la presentazione del proprio programma elettorale ad una candidatura per la presidenza della Commissione europea (l'ex-primo ministro belga e presidente del PPE, Wilfried Martens) e tale scelta sarà probabilmente seguita da una decisione analoga dei liberali europei. È molto probabile che i veri punti di dissenso fra i tre programmi di PSE, PPE e ELDR (e fra questi ed i partiti che oggi costituiscono gli altri cinque gruppi politici al Parlamento europeo: i regionalisti del gruppo «arcobaleno», i verdi, l'estrema destra, i gollisti del gruppo «democratico europeo» ed i comunisti della «coalizione delle sinistre») riguarderanno il modello di Comunità per gli anni futuri, il suo assetto «costituzionale», il suo ruolo nella politica economica e sociale, la sua ampiezza geo-politica, la sua capacità di intervento nella politica della sicurezza e della difesa. Approfondimento o ailargamento? I n questo quadro, la linea di divisione fra partiti e programmi potrebbe divenire l'alternativa fra il c.d. approfondimento della c o munità (cioè la revisione costituzionale del 1996) ed il suo allargamento. Accettare la posizione espressa dai governi dei Dodici a Lisbona (giugno 1992) e naturalmente rivendicata dai paesi candidati, secondo la quale la domanda di adesione e l'ingresso nella Comunità devono essere sottoposti alla condizione, sufficiente e necessaria, di accettare l'intero «acquis» del Trattato di Maastricht, significa affidare la scelta del modello di Comunità per i1...2000 ad una ennesima Conferenza intergovernativa. Essa dovrà essere convocata a Sedici nella prima metà del 1996 (proabilmente dal Consiglio europeo di Roma, giugno 1996), concludersi con l'accordo unanime di sedici plenipotenziari, nella migliore delle ipotesi alla fine del 1996 (Consiglio europeo di Dublino, dicembre 1996), in vista delle ratifiche che unanimemente dovranno essere effettuate dai Sedici entro la fine del 1997 (insieme alle elezioni legislative nel Regno Unito, nei Paesi Bassi, in Spagna ed in Irlanda), per entrare in vigore all'inizio del 1998. Come è noto, tale Conferenza intergovernativa dovrà trovare unanimi soluzioni ai problemi rinviati - o parzialmente risolti - con il Trattato di Maastricht ed in particolare: " il deficit democratico (poteri legislativi del Parlamento europeo) " la gerarchia delle norme (leggi/regolamenti) ed i rapporti tra potere legislativo (Parlamento/Consiglio) e potere esecutivo (Commissione) MARZO 1993 il ruolo, la composizione ed il funzionamento del Consiglio " l'estensione della cittadinanza dell'unione " la «quantità» e la «qualità» di alcune competenze dell'unione, anche in relazione al principio di sussidiarietà * la dimensione della difesa europea " la validità temporanea delle clausole di «opting out», concesse al Regno Unito in materia di moneta e di dimensione sociale ed alla Danimarca in materia di moneta, cittadinanza, difesa e affari giudiziari " la vocazione federale dell'unione europea. La malcelata speranza di coloro che sostengono la priorità dell'allargamento sull'approfondimento è legata alla fondata convinzione che un negoziato a sedici - su questioni centrali come quelle più sopra indicate - non potrà non concludersi con un rallentamento dei vincoli sopranazionali e la creazione progressiva di una grande area di volontaria cooperazione intergovernativa. È questa la linea scelta dal governo socialdemocratico danese, che ha convocato a Copenaghen una «Conferenza di governi» (i Dodici, i Sette dell'EFTA, i paesi dell'Europa centrale ed orientale...), per far adottare una comune dichiarazione sulle prospettive del nuovo ordine europeo; è questa la linea di politica economica di molti esperti della sinistra europea, che vogliono rendere ancor più inconsistenti i già modesti contenuti dell'unione economica; è questa infine l'ipotesi su cui sta lavorando lo «European Policy Forum», un gruppo di «teste d'uovo» europee al servizio del governo Major, che presenterà entro la fine del 1994 una proposta di «costituzione europea decentralizzata» in vista della scadenza del 1996. La forza di suggestione dei paesi candidati è grande anche per quei governi e per quei partiti che condividono o addirittura sostengono la necessità e l'urgenza di ulteriori passi in avanti sulla via dell'integrazione europea: i tedeschi della CDU e dell'SPD sentono certamente il peso della difficile scelta fra l'approfondimento a Dodici, che lascerebbe in anticamera i «cugini» austriaci, e l'allargamento immediato. Sarà duro, inoltre, far digerire a quei danesi che avranno votato per il sì a Maastricht il rinvio dell'adesione dei vicini svedesi, finlandesi e norvegesi. Infine, in alcuni paesi come l'Italia la tentazione è forte di concedere il sostegno alle prime quattro adesioni con l'impegno ad accelerare l'apertura dei negoziati con altri paesi candidati (Malta, Turchia: ma la scomparsa di Ozal apre per i turchi un periodo di grande incertezza) o con alcuni paesi dell'Europa centrale (la Slovenia e l'Ungheria, in primo luogo). Esigere l'approfondimento prima dell'allargamento, significa chiedere ai Dodici (o ad un numero di paesi inferiore a dodici) un chiarimento preliminare sul modello di Comunità capace di accogliere anche i nuovi Stati: questioni come la dimensione della difesa europea, il ruolo del Consiglio, i rapporti fra Esecutivo e Legislativo, i poteri del Parlamento europeo e, last but not least, la votazione federale dell'unione europea divengono così elementi essenziali che concorrono a definire il modello di Comunità. I1 Parlamento europeo, approvando con una chiara maggioranza dei presenti (204 a favore e 122 fra voti contrari e astensioni), la risoluzione del socialdemocratico tedesco Klaus Hansch sulla concezione dell'unione europea nel quadro di un ordine globale su scala europea (v. Comuni d'Europa, gennaio 1994), sembra aver scelto nettamente la via dell'approfondimento. «I1 trattato di Maastricht - afferma la risoluzione - è necessario ma non sufficiente per porre l'Unione in grado di rilevare adeguatamente le nuove sfide ed in particolare di accogliere molti nuovi Stati ....essa potrà farlo se si trasforma, sulla base di una Costituzione elaborata dal Parlamento europeo e sottoposta alla ratifica degli Stati membri, in una Unione dotata di strutture federali ...una conferenza intergovernativa incaricata di avviare questo processo, in cooperazione con i1 Parlamento europeo, sulla base di un progetto di Costituzione dell'Unione, deve essere convocata prima del 1996 e prima di qualunque decisione in merito all'allargamento». Poiché non ci si può attendere che, per iniziativa di uno o più governi, un processo costituente sia avviato prima delle elezioni europee del giugno 1994, spetta in primo luogo (segu? a pag. 9) Veduta aerea di Strasburgo COMUNI D'EUROPA a Parigi e Strasburgo Fitte riunioni degli organi del CCRE I1 15 marzo si è riunito a Strasburgo il Comitato Direttivo del CCRE, formato in base al nuovo Statuto. Hanno presieduto prima il primo vicepresidente Hofmann e poi il presidente Maragall. I delegati italiani (AICCRE) erano: Martini, Pellegrini, Serafini, Zorzetto, oltre il revisore dei conti (uscente) Dozio. Serafini è subito intervenuto per contestare la brevità dei Comitati Direttivi e, in genere, degli organi politici del CCRE, ai quali un tempo si dedicavano più giornate di dibattito; chiede comunque che sia spostato all'inizio il punto 15 al1'0.d.~. (Programma degli Stati generali di Strasburgo), ma la proposta viene respinta. Quindi il presidente dell'unione delle Città russe, Kirpitchnikov, quale facente funzione di Chairman del Bureau internazionale delle tredici associazioni russe di Poteri locali, propone l'adesione al CCRE. I1 Direttivo, all'unanimità, ammette le città russe come semplici «membri associati». Si passa successivamente a eleggere il nuovo Bureau esecutivo, composto di nove vicepresidenti, più il presidente Maragall, il primo vicepresidente Hofmann e la segretaria europea Gateau: fra i nove viene confermato Serafini. Successivamente viene eletto il Comitato di gestione finanziaria, di sette membri (sarà presieduto da Hofmann), fra i quali è incluso Poli, membro della Giunta dell'AICCRE. Infine Aurelio Dozio è stato confermato come uno dei Revisori dei conti. Si è impiegato poi molto tempo per discutere una questione collaterale, cioè il rapporto rappresentativo fra Enti locali e Regioni nella CPLRE (Consiglio d'Europa), con continui riferimenti (e confusi, per l'incerta presidenza) analoghi al Comitato delle Regioni e delle Collettività locali previsto nell'altro ambito della Comunità europea in base al Trattato di Maastricht. Nella ripresa pomeridiana si è finalmente affrontato il problema di un «manifesto» in vista degli Stati generali di Strasburgo e delle elezioni europee del 1994 e tenendo presente. il grande disegno, storico, del CCRE -, previsto nel recente Bureau esecutivo di Barcellona. La Segretaria europea Gateau ha comunicato che era a disposizione di tutti i membri del Direttivo un progetto di Manifesto (in realtà quello preparato dalla stessa Gateau e inviato alle Sezioni nazionali) con numerose integrazioni italiane: questo testo integrato è stato distribuito nelle traduzioni francese, tedesca, inglese e spagnola (traduzioni redatte a cura dell'AICCRE). Su richiesta dei delegati italiani esso sarà esaminato ad una prossima riunione dei Segretari nazionali (11 maggio a Parigi), ma avrà la sua sanzione finale da parte di un organo politico, cioè - in pratica - dal Bureau esecutivo (tornando quindi, ha osservato ironicamente Zorzetto, all'organo che lo aveva affidato al Comitato Direttivo). A questo punto Martini COMUNI D'EUROPA ha protestato per lo scarso impegno che trova nella formulazione della strategia politica il CCRE, con inaccettabili preoccupazioni da parte della Segretaria Gateau sul costo della politica (il che - ha commentato sarcasticamente l'oratore - vorrebbe dire che il CCRE dovrebbe impegnarsi finanziariamente solo per la propria sopravvivenza materiale o per servizi «indennizzati»). Pellegrini ha a sua volta insistito affinché il CCRE, sia nel Manifesto (che il belga van Cauwenberghe ha richiesto sia severo ed esente da piatti luoghi comuni) sia in tutti gli atti politici, che precedono le prossime elezioni europee del 1994, si coordini con tutti i movimenti che sono impegnati per le riforme istituzionali comunitarie - in senso democratico e federale -, e particolarmente ha chiesto che si risponda agli inviti rivolti al CCRE dal Movimento Europeo. Finalmente si è venuti alla preparazione degli Stati generali di Strasburgo, che Serafini ha sottolineato è scandalosamente in ritardo: comunque egli ha presentato un elenco di sette punti politici (vocazione federale; Co- stituzione europea e Costituente; allargamento da considerare con priorità «politica»; andare oltre Maastricht; razzismo e disoccupazione; autogoverno sì e autodeterminazione - e pulizia etnica! - no; azione'in previsione di una possibile anarchia planetaria armata e coordinamento con i movimenti democratici e federalisti nonché problemi del controllo istituzionale intercontinentale dell'ecologia), che Maragall si è impegnato a discutere in successive riunioni del Bureau esecutivo il più presto possibile. Zorzetto ha lamentato lo scarso e frammentario impegno per i problemi ambientali e Serafini, a proposito della «grande testimonianza» richiesta per gli Stati generali, è tornato a difendere la candidatura del premio Nobel Rita Levi Montalcini, che ha il grande pregio, tra l'altro, di essere ebrea e donna, laddove le donne sono assai scarse fra i protagonisti previsti per il grande incontro di Strasburgo, a cui I'AICCRE si preparerà con tutte le sue forze (l'ottobre è vicino). Al lavoro i segi*etari nazionali L'attività politica del CCRE continua intensa. Tra le diverse riunioni statutarie, agli inizi del mese, si sono riuniti a Parigi i Segretaui nazionali con un fittissimo ordine del giorno. Del resto, con il nuovo Statuto, il ruolo dei Segretari nazionali è cresciuto, collocandosi tra il Comitato Direttivo e il Comitato Esecutivo, quest'ultimo di nuova costituzione. A l rallentamento del processo di unione, de- rivato dall'esito negativo del referendum danese, si sono aggiunte le d$icoltà di una situazione monetaria, economica e sociale, con conseguenze pesanti su quella politica: tutto procede fahcosamente tra vecchie e nuove difficoltà. I Segretari nazionali, il cui primo compito era quello di preparare il Comitato Direttivo di Strasburgo del 15 marzo, hanno concentrato i loro lavori soprattutto su quegli aspetti che possono contribuire a rilanciare un'azione propulsiva del processo politico ed istituzionale dell'Unione. In particolare ci sembra di dover sottolineare due questioni: i XIX Stati generali, che si terranno a Strasburgo dal 20 al 23 ottobre p.v., e l'avvio del futuro «Comitato delle Regioni e dei Poteri locali» che dovrebbe entrare in attività in quel periodo ed in tale prospettiva si tratta di definire le prime regole di attività, l'organizzazione dei servizi, i costì di funzionamento. Gli Stati generali coincideranno più o meno con l'entrata in vigore del Trattato di Maastricht. A questo proposito, è stata discussa una prima bozza di un manifesto da presentare al Comitato Direttivo a Strasburgo. Manqesto da lanciare, in autunno, con l'adesione da parte di migliaia di amministratori regionali e locali europei, per contribuire attraverso una vasta campagna al rilancio di un processo politico per la riforma istituzionale europea. Gli Stati generali ed il Man$esto, di fatto, apriranno anche la campagna del CCRE per le elezioni europee della primavera del '94 e per riproporre l'obiettivo del ruolo costituente del Parlamento europeo come traguardo prossimo della democratizzazione della Comunità europea. Strasburgo, quartiere medievale MARZO 1993 La comunità di Adriano Olivetti di Umberto Serafini Col 1993 cominciamo il <<secondo»quarantennio di vita di cLomuni d'Europa», mentre già, nell'ottobre 1991, abbiamo celebrato a Losanna - sono stato relatore io stesso (v. «Comuni d'Europa», novembre 1991) - i quarant'anni di vita di tutto il CCE (è la sigla di allora). Abbiamo ricordato più volte che Adriano Olivetti - il quale, come succede, non è stato mai profeta in patria (mentre è stato ben conosciuto e studiato in Europa, in America e in Africa - dal movimento di liberazione algerino -: basti ricordare quel che di lui hanno scritto Brugmans, Friedrich, Marc) - f u invitato a Seelisberg, nella famosa riunione promozionale del CCE sul lago dei Quattro Cantoni: soprattutto gli amici svizzeri pensavano al suo classico «L'ordine politico della comunità», composto prevalentemente durante l'esilio in casa loro, quando a stento - agli inizi della Resistenza Adriano fu strappato a un carcere politico italiano e ospitato dal vicino Paese. Poi sul pensiero di Olivetti mi sono soffemzato a lungo, negli anni cinquanta, col «cattolico» Costantino Mortati, ilquale mi ha dato un aiuto soMARZO 1993 stanziale soprattutto nel periodo di redazione (1952) della «Carta europea delle libertà locali*, e poi nell'impegno a ridefinire caratteri e compiti aklla Regione in Italia e in Europa. Ma, mentre è opportuno non perdere la «memoria storica» di quel che ha significato per la nostra Associazione e per la nostra rivista Olivetti pensatore politico (oltre che attivo ant$ascista: pochi ricordano che quando Filippo Turati <(fuggì»da ll'lta lia fascista ne parlavo a suo tempo con Pertini, che aveva curato la parte marittima del viaggio, dalla Ligurìa a Calvi in Corsica -, la macchina che lo portava da Ivrea al mare era guidata da quel pessimo autista che era Adriano), mi pare per completezza di dover riandare alle mie preoccupazioni del periodo «promozionale» del CCE, cioè di non rappresentare adeguatamente - i cinque o sei europei che eravamo - tutte le componenti «ideologiche», che sembravano fondamentali nella costruzione federalista dell'Europa: c'era molto socialismo, ortodosso e no, c'era radicalismo svizzero e il liberalismo «regionalista» (rappresentato in Italia da Luigi Einaudi), ci fu allora - da me sollecitato - un incontro a cui io tenincontro con Luigi go molto, il mio <<storico» Sturzo, nell'autunno 1950 nel convento romano di via Mondovì. Sottolineai a don Luigi che tre questioni mi sembravano essenziali e le dovevo chiarire con lui: il contributo ideale e fattivo dei <popolari»(e vecchi popolari erano il Sindaco di Udine Centazzo e il Senatore Bastianetto, Sindaco di San Donà del Piave, cioè due federalisti allora assai attivi) - si chiamassero democristiani o cristiano sociali, nelle varie contrade europee -; L'alleanza degli autonomisti coi federalisti sovranaziona li; l'aspetto «meridiana lista» di un corretto federa lismo sovranazionale. Don Sturzo si rivelò, come mi aspettavo, L'uomo giusto, che aderì con sincero entusiasmo sì, entusiasmo - a questa prospettiva, perfettamente congeniale con tutta la sua lunga e sempre coerente battaglia politica e culturale (V. «Comuni d'Europa», introduzioni di Serafini al congresso delllAICCRE a Palemzo marzo 1986 - e al Congresso di Roma marzo 1991). U.S. Volendo tornare a ragionare sulla «comunità» di Adriano Olivetti mi pare utile e opportuno concentrarmi specialmente nel confronto col federalismo, cioè nel confronto con le scuole e con la prassi federaliste - e mi riferisco particolarmente al federalismo entrato nell'attualità politica dopo il primo conflitto mondiale e soprattutto durante la Resistenza (la Resistenza al fascismo e al nazismo, per capirci, se per caso qualche cosiddetto storico revisionista avesse a che ridire) e dopo il secondo conflitto, ma che è interessante scandagliare in alcuni prodromi, e mi riferisco a prodromi britannici (lo stimolo era il Commonwealth), nella seconda metà del secolo XIX e nella prima parte del XX. Si dà per sottinteso che per altro, in linea teorica, prendiamo le mosse da Kant («Per la pace perpetua» 1795), che aveva immediatamente alle spalle la rivoluzione americana e i sacri testi del «Federalist» (Hamilton, Jay, Madison: forse finora abbiamo un pò trascurato Madison) e la rivoluzione francese, e da Proudhon, che è lo scrittore-simbolo di una larga costellazione, alla quale poi si riferiranno i federalisti «integrali». Questo confronto col federalismo ha due motivi. I1 primo è che l'architettura e le innovazionidel progetto di Olivetti si chiariscono assai bene in questo confronto, che è spesso trascurato: già osservai in una mia recensione (su «Mondo Operaio», giugno 1986) alla pur diligente biografia di Valerio Ochetto su Adriano Olivetti questa lacuna: ma ora potrei aggiungere che è difetto ricorrente nella cultura politica e nella pubblicistica italiana. La graiide biografia UTET di Luigi Einaudi, autore Riccardo Faucci (1986) - Einaudi fu un autore di Adriano Olivetti - trascura scandalosamente il pensiero federalista del nostro economista. I1 secondo motivo è che, anche nel confronto con Adriano Olivetti, si può contribuire alla comprensione e all'approfondimento del federalismo - di cui una parte del mondo politico dà oggi l'impressione di COMUNI D'EUROPA non sapere cosa sia -, alla sua distinzione, una volta per tutte, dal confederalismo e da certi sapienti (o saputi) e recenti neoinnamorati di quest'ultimo, a una constatazione dell'arricchimento che ha avuto negli ultimi decenni o che è comunque pronto ad avere lo stesso più rigoroso federalismo e, infine, al chiarimento dei suoi rapporti con problemi scottanti come quelli dell'essenza e del ruolo dei partiti politici, del mercato economico, dello Stato sociale, della libertà metapolitica degli uomini (della persona umana), eccetera. Su Adriano Olivetti non ho moltissimo da aggiungere oggi a quello che scrissi in morte, ma a cui andavo già riflettendo da tempo, «Ci ha lasciato uno dei più grandi Maestri del federalismo integrale» («Comuni d'Europa», marzo 1960), e completai (Ivrea, 1962) nella commemorazione che ne feci ai primi passi della Fondazione a lui intitolata e chi mi accingevo a presiedere: ne ho scritto in altre occasioni, ma qui mi fermerò specificatamente - e vedremo il perché - su «I1 socialismo personalista e comunitario di A.O.» («Critica Sociale», febbraio 1980) - tutto o quasi tutto quello che ho scritto su di lui sino al 1982 è in ogni modo raccolto nel mio «Adriano Olivetti e il Movimento Comunità», Roma, edizioni Officina, .ove si affrontano parallelamente problemi e dibattiti federalisti, convergenti o divergenti da Olivetti o semplicemente complementari -: dopo 1'82 vorrei ricordare solo la citata recensione al libro di Ochetto, e mi rifarò anche a un saggetto recente (uscito sulla rivista «Queste istituzioni», ottobre-dicembre 1992), intitolato «La nascita della partitocrazia italiana e il Movimento Comunità». I1 federalismo integrale è quel federalismo che si preoccupa anzitutto di una lettura del principio di sussidiarietà verso il basso, interessato soprattutto alla comunità di base. Veramente il principio di sussidiarietà, che dopo Maastricht è di moda (anche se molti lessici ultramoderni non lo registrano: vedasi il Palazzi-Folena), è poco più di una tautologia. Esso, in fondo, dice: «A ciascun livello (dal Comune alla Comunità mondiale) si deve fare quel che va fatto a quel livello». La vaghezza del principio fa sì che esso venga strumentalizzato nella maniera più contraddittoria: se ne servono perfino i nazionalisti più astuti (va fatto al livello della nazione tutto quello che interessa a lorsignori, e spesso addio sovranazionalità o limitazione autentica della sovranità dello, Stato nazionale). Ma i federalisti integrali insistono poi per l'estensione del principio federale dal campo politicoistituzionale a quello economico-sociale. I1 padre del federalismo integrale viene considerato Proudhon, di cui si ha un idea confusa: personalmente consiglio un libretto di Mario Albertini (Firenze 1974, Sintesi Vallecchi) - libretto generalmente non amato dagli «integrali» - e le sue semplici pagine, per fare un esempio, sul cdroit d'aubaine,,. Ma, risalendo alla «comunità di base», nascono i dissidi tra gli stessi federalisti. Qui mi piace citare un bel libro, che ho finito di leggere da poco, «Lettere a Marta - ricordi e riflessioni» di Antonio Giolitti e il suo splendido ultimo capitolo, «Illusioni perdute, speranze salvate». Giolitti, di cui anche taluni di noi amici abbiamo criticato affettuosamente nell'azione, forse a torto, un certo amletismo, scrive, citando a sua volta un testo di Luigi Ferrajoli: «Esso [il garantismo] postula una concezione universalista e perciò individualistica dei diritti: ciascuno, uomo e donna, sempre e ovunque, è titolare dei diritti fondamentali, in quanto individuo, non in quanto membro di una determinata «comunità» (sia essa classe o nazione o etnia ecc.): perché in questo caso i suoi diritti non sarebbero fondamentali, universali, ma deriverebbero e dipenderebbero dall'appartenenza a quella comunità non alla comunità del genere umano». Io, paradossalmente, ho sostenuto tempo fa che la vera minoranza da difendere è l'uomo. Molti federalisti integrali, viceversa, si sono proprio preoccupati della comunità come organismo, dell'etnìa, degli interessi MARZO 1993 corporativi: in qualche modo ha peccato in questo senso lo stesso Alexandre Marc, uno dei capiscuola del federalismo integrale - e mi toccò di criticare, al sofferto congresso di Montreux (1964) del Mouvement fédéraliste européen, ove io difendevo, nell'àmbito della corrente di Etienne Hirsch, il «fronte democratico europeo», la «Charte» che a Marc si ispirava -. I1 colmo dell'errore, per altro, è stato raggiunto, a mio avviso, da Guy Héraud con la sua proposta di «regioni monoetnicheo. È evidente che, con questa premessa, il passo al secessionismo è breve - con le violenze che poi esso richiama: si comincia con le Leghe e si può finire con la lotta fratricida in Bosnia -. I n linea generale la matrice dei guai, ha osservato a suo tempo Walter Lippmann (in «U.S. War Aims», scritto durante il secondo conflitto mondiale), è una applicazione esasperata del principio - padre di infinite secessioni - di self-detemzination (autodeterminazione), difeso dopo il primo conflitto mondiale dal presidente Wilson, versione abusiva di un democratico autogoverno (nell'àmbito di autonomie territoriali: affermava Lippmann che l'autodeterminazione «rejects the idea1 of state within diverse peoples find justice and liberty under equals laws and become a Commonwealtha). Recentemente ho sostenuto, a una assemblea del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa a Praga, che non si ha il diritto alla secessione ma, con Diderot, si ha il diritto all'insurrezione contro la tirannide, il totalitarismo e anche il falso federalismo (imposto e dittatoriale). In conclusione le comunità minori, le Regioni, le Nazioni oltre a garantire l'autogoverno (e vedremo come), possono e debbono funzionare da contropoteri nei riguardi di una sovrannazionalità e anche di un governo mondiale, che si affermino a dispetto di quei diritti dell'individuo, di cui si è discorso sopra (e a questo proposito a me piace sempre ricordare il profetico «Il Mondo Nuovo» di Aldous Huxley, pubblicato nel 1932, ove non solo si ipotizza una tirannica oligarchia mondiale, ma si intuisce perfino la pianificazione genetica - l'immaginario processo Bokanovsky -). Vorrei citare ancora Giolitti che, richiamando i1 saggio «Per la pace perpetua» di Kant, sottolinea che vi si constatava che «la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti». Cioè: si mira al «governo mondiale» non «come utopia ma come processo di istituzionalizzazione sempre più ampio della inscindibile coppia 'stato d i dirittodemocrazia'». Mi è capitato di domandarmi («Sovranità popolare e federalismo», in «Comuni d'Europa» giugno 1991): «Popolare? Di un dato popolo? di un gruppo di popoli? di tutti i popoli della Terra? E poi: in un dato momento? nel dispiegarsi di una fase storica? tenendo conto dei soli viventi o anche dei trapassati e dei nascituri?». Nello stesso articolo richiamavo un passo del commento all'articolo 11 della nostra Costituzione, scritto da Costantino Mortati nell'ambito del saggio «Ispirazione democratica della Costituzione»: «È degno di nota come alla corrente che conduce gli orientamenti statali a subordinarsi a quello internazionale, ne corrisponda una uguale da parte di quest'ultimo, che tende a dare rilevanza e garanzia internazionale ai diritti fondamentali della persona. Per la prima volta nella storia gli interessi della persona umana, come tale, in tutti i loro aspetti, non solo di libertà formale ma di protezione delle sue esigenze di sviluppo, sono presi in considerazione dalla società degli Stati». Piero Calamandrei, nella introduzione alla ristampa post-bellica e a Resistenza compiuta del libro «Diritti di libertà» di Francesco Ruffini (uscito nel 1925 nelle edizioni di Gobetti), aveva scritto dell'idea «che attraverso un accordo internazionale di tutti gli Stati, la garanzia scambievole dei diritti di libertà sia sottratta al potere dei singoli stati e sia affidata al controllo internazionale di una federazione superiore agli stati»: l'idea dunque di un «intervento umanitario» si faceva già allora strada, ma palesemente a certe condizioni. Ebbene, la comunità di base di Adriano Olivetti non è un organismo statico, o quasi biologico, è invece una comunità di partecipazione, come voleva il federalismo di Walter Lippmann e come suggeriva a Olivetti un personalismo ben inteso. E una comunità che, in «una contesa tra due forme di democrazia, e precisamente tra una forma ben temperata di democrazia diretta o partecipativa, e la democrazia fondata sulla delega totale e irrestituibile, a piccoli gruppi o élites politiche, di ogni potere di decisione, si schiera con la prima» (Luciano Gallino, introduzione a «Fini e fine della politica - la sfida di Adriano Olivetti» di Giulio Sapelli e Roberto Chiarini, Fondazione A. Olivetti, Milano 1990). Ovviamente su partecipazione, mercato, pianificazione sarebbe - e sarà - utile e divertente confrontare tutto il pensiero di Adriano Olivetti coi dogmi di Giovanni Sartori (ora con l'ultimo volume, «Democrazia. Cosa è»: e Sartori ce lo spiega), che non sono da trascurare, ma da leggere individuando i suoi reali bersagli e senza lasciarsi impressionare. - - L'OPC e il personalismo di Olivetti I1 federalismo personalista di Olivetti portava ad alcune coerenti e rigorose conseguenze. È suo il capovolgimento della cosiddetta rappresentanza organica, il che implica una critica definitiva della rappresentanza corporativa, della rappresentanza di interessi in senso stretto, di interessi economici, di categoria, professionali, tecnici. Si legge nel17«Ordinepolitico delle comunità»: «Errore dottrinario che da anni fuorvia la letteratura politica è l'idea di una possibilità concreta di rappresentanza economica: nemmeno in uno Stato largamente collettivizzato o socialista, ove i consigli economici territoriali potrebbero sviluppare la loro forza creativa col minor danno possibile, una tale rappresentanza ha senso. L'idea di rappresentanza presuppone una identità giuridica e un'identità funzionale: un notaio può rappresentare dieci, cento, mille notai perché ogni vantaggio che ottiene per se stesso si estende automaticamente all'intera categoria. Un dirigente di fabbrica non può rappresentare che se stesso o la particolare organizzazione a cui appartiene, e ciò indipendentemente dalla natura giuridica, di diritto privato o pubblico, di questa. Ma nemmeno la rappresentanza professionale, come elemento politico, porterebbe a risultati socialmente utili. I conflitti trasferiti dall'ordine sindacale all'ordine politico non porterebbero a nessuna soluzione coerente, ma alla creazione di nuovi privilegi. Infine, nessun problema economico è strettamente tecnico, tanto è inscindibile dal problema umano e sociale ad esso collegato...». Da questa premessa e tuttavia dalla constatazione che la democrazia tradizionale tende, accanto alle «esperienze», a non offrire canali istituzionali per fare avanzare valori personali, Olivetti è stato portato all'invenzione degli «ordini politici»: «ordini» che rappresentano alcuni «interessi generali» (plurale di «interesse generale»), dedotti, a priori, da alcune funzioni politiche fondamentali, che non possono non riconoscersi allo Stato democratico attuale (giustizia, lavoro, assistenza, educazione, economia, urbanistica). Questa deduzione a priori rappresenta il capovolgimento della prospettiva di dare rilevanza costituzionale a categorie professionali, tecniche, economiche, a corporazioni varie. Naturalmente per tener fede a questo a priori, nell'«Ordine politico delle comunità» si pievedono quegli accorgimenti che, nella formazione in concreto degli «ordini politici», non permettono che rientrino dalla finestra quegli interessi «costituiti» che si sono cacciati dalla porta. Gli «ordini politici» poi, nella visione olivettiana, rappresentano una struttura verticale dello Stato, che rompe ogni eventuale chiusura in se stessa della comunità territoriale. Ma poi il personalismo di Olivetti scend e più a fondo e teorizza l'aspetto dualistico delle manifestazioni sociali e spirituali della persona: «queste» egli scrive «devono avere un primo campo di attività libera che si attua e si svolge nella società e che garantisce la libertà della società stessa: una seconda attività deve assumere un aspetto politico» (io ho sottolineato a suo tempo e per evitare equivoci un aspetto istituzionale e di diritto pubblico) «affinché la libertà sia sociale*. Qui mi permetterei di parafrasare o addirittura di riprodurre quanto ho scritto nel minisaggio «Il socialismo personalista e comunitario di Adriano Olivetti» («Critica Sociale», 26 febbraio 1980). «La prima manifestazione [delle due enunciate qui sopra] trova Adriano esplicitamente debitore di Proudhon e riguarda soprattutto un'economia socializzata e non statizzata» - ci torneremo poi nel prosieguo dell'analisi - «pluralista, non sottoposta all'Autorità (1863: Le principe fédératifi ...» G...Tutti ricordiamo la distinzione rousseauniana fra l'atomistica volontà di tutti e la volontà generale: ebbene, in Rousseau e nel pensiero politico posteriore - di destra e di sinistra - che eredita il suo concetto di volontà generale, l'affermazione e la stessa definizione di questa ultima sono del tutto problematiche. Per Rousseau essa si realizza solo in piccole comunità (quindi si elude la casistica dei grandi Stati moderni) e attraverso la democrazia diretta: ma si preparano anche le ambiguità e le devianze future quando nel Contratto Sociale si parla di «costrizione a esser liberio; quando la persona umana si identifica, senza residui, col cittadino; quando in analogia con la fisiologia organica ci si riferisce a una «personalità» della comunità (il moi commun). «Forzare un uomo ad esser libero è un eufemismo per renderlo ciecamente obbediente alla massa o al partito più forte», esclama il Sabine (Storia delle dottrine politiche, edita in Italia da Olivetti - 1953 - nelle edizioni di Comunità). Superfluo sottolineare cosa ne hanno ricavato conservatori, radicali e progressisti, i giacobini e Robespierre, Burke, Hegel, Marx, Lenin, gli statolatri di destra. La «persona» di Adriano (e qui opera anche il suggerimento del pensiero cattolico) trascende i1 cittadino e lo Stato e - questo è il punto - non lascia adito a extrapolazioni a favore dello «spirito di gruppo». Per Adriano la volontà generale non passa per il Volkgeist o per il partito guida (né per una oligarchia di partiti)» - è quasi superfluo ricordare la durissima polemica antipartitocratica, nome e concetto, del Movimento Comunità - «ma per la persona umana in concreto: si fanno fuori, dunque, anche rutti i ripieghi moderati e corporativi, ove compaiono l'individuo nel suo aspetto unilaterale, alienato o schiavo dell'«amor proprio» (direbbe Rousseau), e la correlata rappresentanza degli interessi costituiti (neo-feudalesimo) -. La democrazia del suffragio universale non sfugge al pericolo di restare l'espressione pura e semplice della «volontà di tutti», mentre il referendum simula una partecipazione decisionale diretta, ma in realtà il cittadino risponde a una domanda condizionante; a loro volta l'assemblearismo più spinto e la democrazia più partecipativa non sono necessariamente l'espressione della volontà generale, cioè della persona in tutta la sua ricchezza intellettuale e morale, se inseguono fini particolari e contraddittori, mentre ogni persona dovrebbe esprimersi tirando COMUNI D'EUROPA le somme di tutto quello che essa è portata a sostenere in sedi diverse e particolari, responsabilizzandosi come fosse titolare di governo (e così governo e autogoverno tenterebbero razionalmente a coincidere). Per Adriano affinché ciò si realizzi bisogna strutturare la comunità di base («a misura d'uomo») in modo da interrogare la persona nella sua interezza, integrando il canale ordinario del suffragio universale con la voce specifica del lavoratore-produttore (anche in una economia socializzata occorre bilanciare col fattore umano la facile prevaricazione dei tecnici) e con la voce della cultura intesa non come zona di privilegio, ma come modo disinteressato e aperto a tutti di guardare - nella ricerca della verità e della bellezza - a lungo termine alla realtà. Queste comunità di base andranno federate secondo un'architettura che affiancherà al criterio territoriale quello delle «funzioni politiche»: ma degli «ordini politici» abbiamo già parlato. Economia, ambiente, pianificazione Torniamo a questo punto alla «prima» delle manifestazioni sociali e spirituali della persona e a quella parte del «federalismo» di Olivetti - per altro di tutti gli «integrali» - che può sembrare superata, ma che s'imbatte tuttora in problemi irrisolti dal liberismo classico: il federalismo socioeconomico. Qui, si diceva, Adriano è debitore a Proudhon, anche se in definitiva lo corregge e lo supera. Per il socialismo di Proudhon «motivo ispiratore di fondo è l'immanenza dei conflitti al tessuto sociale e l'illusorietà, quindi, di ogni tentativo di risolvere le antinomie una volta per tutte»: è un'osservazione di un acuto saggio («Rileggendo Proudhon», in Mondo Operaio del settembre 1978) di Giuliano Amato. L'errore di Proudhon sembra l'aver minimizzato la «seconda» manifestazione del dualismo olivettiano, per la quale passa la realizzazione della volontà generale. Trascinato dalla polemica antistatalista, egli liquida lo stesso problema dello Stato - che pure anche per lui ha nel campo economico compiti non eliminabili (l'equa distribuzione del credito - occorrerebbe domandare al professor Gianfranco Miglio cosa pensa del federalismo fiscale in vigore nella Germania federale -, il controllo delle grandi imprese gestite da «compagnie operaie», ecc.): a ben vedere, ha osservato ancora Amato, questa «liquidazione» si ritorce contro la stessa preoccupazione di fondo di Proudhon, cioè causa l'eliminazione di uno dei poli di una antinomia (società-Stato) «capace di generare.. . una permanente tensione ed un equilibrato bilanciamento delle rispettive potenzialità prevaricantb. A mia volta io ho aggiunto a suo tempo che la mancata soluzione «tecnica», oltre che la liquidazione dottrinaria della problematica della volontà generale, dato che le esigenze di un potere pubblico rimangono, tendono a portare Proudhon e molti proudhoniani - ci siamo di nuovo! - (per esempio Silvio Trentin, di cui v. «Scritti inediti - testimonianze e studi», Parma 1972, con contributi di Lussu e Tobler e presentazione di Bobbio) all'ipotesi di una «rappresentanza degli interessi» (corporativismo), cioè alla confusione tra società e Stato. I1 personalismo di Olivetti non è caduto nel : «ortranello in cui è caduto ~ r o u d h o n gli dini politici» rientrano nella manifestazione della «libertà sociale», cioè delle istituzioni politiche e quindi della volontà generale. Intendiamoci: sia il federalismo sociale di Proudhon che quello di Olivetti accettano il mercato economico e la «giustizia commutativa»: ma Olivetti poi cammina per una sua strada. Caduto il muro di Berlino con tutto il resto e imperversando la moda di trascurare non tanto le semplici correzioni quanto i limiti e le subordinazioni che chiede al mercato l'irrinunciabile «Stato sociale» (cioè uno Stato civile), andrà, con pazienza e non conformismo, riletto questo capitolo del pensiero di Olivetti, che appunto, anche qui, si muove sul suo «dualismo», insomma su una dialettica società libera - Stato. Mi riprometto di riapprofondire appena possibile questo capitolo dopo una ulteriore riflessione, ma sul momento vorrei tentare un primo approccio, del tutto parziale, anzi inevitabilmente unilaterale. Cos'è, cosa può essere, cosa deve essere il mercato economico? Intanto, per cominciare, si presenta come lo strumento essenziale di una democrazia dei consumatori, un referendum permanente che si offre loro sulla produzione; ma, appunto, con gli stessi difetti o limiti del referendum: di fatto si presenta con scelte condizionate; non dà che molto indirettamente al consumatore l'occasione di suggerire una produzione del tutto nuova. L'informazione è prevalentemente in mano della produzione, che quindi egemonizza lo strumento della persuasione e addirittura la facoltà di suggestione, di creazione di gusti fittizzi, disutili o dannosi. Come vi comandino fra i produttori i più forti e in sostanza non ci sia neanche una democrazia dei produttori è stato descritto da note e vivaci pagine di Galbraith. I1 mercato e l'economia che esso determina non producono giustizia economica territoriale, distribuzione equilibrata della ricchezza. La logica di mercato della produzione, a parte monopoli, oligopoli, ecc., è la competizione scatenata a scopo di profitto, profitto che ovviamente non va interamente al capitale gestito dal produttore, pubblico o privato, ma ai salari, alla ricerca tecnologica, agli ammortamenti, e via discorrendo. L'azienda quindi pensa a se stessa come a un complesso sociale e ha difensori acritici di rango sociale assai diverso. Infine il sistema «competitivo di mercato» entra in crisi se la crescita econoMARZO 1993 mica - e non importa di quali prodotti non aumenta via via adeguatamente, cioè non ci si limita a un assetto di mantenimento. Ci fermiamo volutamente qui, perché momentaneamente ci basta per accennare a diverse posizioni dalle quali si può correggere strutturalmente il mercato. Inserire il mercato economico in un sistema di informazione - e stavamo per dire di controinformazione - assolutamente democratico? È una strada: ma limitata, irta di difficoltà e perfino di pericoli (uso improprio della controinformazione). Agire sulla proprietà d'impresa e sulia gestione? Visto che una proprietà azionaria del tutto determinante - ci riferiamo alle imprese maggiori - è venuta in gran parte meno, con l'azionariato diffuso e frazionato, si parlò un tempo di «capitalismo dirigenziale» (managerial Capitalism): ma la gestione in mano ai managers, che non sono poi così autonomi dalla proprietà come si ipotizza, non va contro i difetti del mercato da noi richiamati. In questo dopoguerra si scrisse addirittura di una «rivoluzione dei managerr» (Burnham), che avrebbero quasi formato una classe a sé, visto - si affermava - che sono loro che decidono (o che decidevano) sia in regime capitalistico che in regime sovietico: ma la teoria si rivelò presto superficiale e infondata. Insomma quali sono una proprietà e una gestione che possano dare alla produzione un orientamento che tenga conto in partenza delle istanze sociali? al limite, dell'esigenza, che fu considerata reazionaria quando enunciata (1971) dal M.I.T. di Boston, in uno studio fatto per conto del «Club di Roma» di Peccei - e sulla quale le sinistre si sono dovute ricredere -: «I limiti della crescita (economica)»? In realtà come i produttori possono contribuire a un mercato che, oltre che dello sviluppo economico, si preoccupi della qualità di vita, dello sviluppo armonioso della città e del territorio, della tutela dell'ambiente? A questo punto si deve ritornare a Olivetti e a l a sua «civiltà di cultura», coi suoi forti «consumi spirituali», guardando a un futuro anche non prossimo e che tuttavia non si rivolga ai malestri del capitalismo con un'alzata di spalle. L'utopia di Olivetti, restando sul terreno dell'offerta, recita: «Socializzare senza statizzare, organizzando la società economica in modo autonomo, rendendola indipendente dall'intervento prevalente dello Stato; onde la libertà dell'individuo, la difesa della persona, l'accrescere del benessere materiale siano garantiti dalla collaborazione di una pluralità di istituti a ciascun scopo coerentemente designati». Olivetti soggiunge: «Alla proprietà capitalista succede, nello Stato delle Comunità, un sistema organico federalista al quale partecipano una pluralità di interessi morali e materiali». È noto che Olivetti pensava a soluzioni, di cui una è MARZO 1993 citata abitualmente, quella della Zeiss di Jena, come organizzata (1891) da Ernst Abbe: una Fondazione che dipenda equilibratamente dai lavoratori-produttori, da enti scientifici (università)-del territorio, da Enti territoriali minori e dalla Regione. Non mi inoltro su questo terreno, che tuttavia - nella stagione delle «privatizzazioni» - sembrerà meno irreale se pensiamo in prospettiva a un mondo che è in grado di produrre più volte quel che può occorrere a tutti gli uomini - e ove la disoccupazione non ha senso -, un mondo nel quale finora gli Stati sono stati capaci di organizzare la possibilità di sovrauccidere (overkill) tutta l'umanità più e più volte, un mondo per altro la cui estensione territoriale e la cui natura permettono uno sviluppo produttivo e un consumo con limiti quantitativi e soprattutto qualitativi (regolati non dal profitto ma dalla ragione) abbastanza precisi.. . Comunque fin qui, con correzioni anche essenziali, Olivetti rimarrebbe sul terreno proudhoniano ovvero sul primo aspetto del suo stesso «dualismo»: ma la sua preoccupazione per lo sviluppo della produzione sul territorio (urbanistica in senso lato) - che egli addita al proudhoniano Georges Gurvitch, di cui conosce «Le temps present et l'idée du droit social» (Parigi 1932) - lo porta a riaprire la dialettica fra la libertà nella società e la libertà sociale, o se volete fra società e Stato C(. è titolo di un suo libro «Società Stato Comunità»); o meglio, fra società e istituzioni pubbliche, cioè politiche. Adriano Olivetti è il suggeritore avanti lettera di una politica ambientale razionale. Lo sviluppo economico va concepito simultaneamente a una politica ambientale (in sostanza, a una pianificazione del territorio): esso determina case di abitazione, fabbriche, zone destinate all'agricoltura, strade, ponti, linee ferroviarie, porti e aeroporti, ecc. ecc. Occorre dunque una sintesi a priori di programma economico e pianificazione del territorio. In conclusione non è la logica del capitalismo che può indicare quello sviluppo che creerà la riconciliazione dell'uomo con la natura e che offrirà non il massimo del profitto, ma il massimo della vivibilità e della bellezza, cura costante, l'ultima, di Adriano. Ma torniamo al rapporto società-Stato. «Nel sistema comunitario» scrive Olivetti «i piani produttivi sono ... elaborati prevalentemente da organismi economici autonomi. Lo Stato Federale, le Regioni, le Comunità ... ne prendono conoscenza o intervengono direttamente per procedere a soluzioni che impediscono perturbamenti locali o il raggiungimento di quei fini sociali od immediati che lo Stato Federale delle Comunità si prefigge». I dati economici e tutti gli effetti sociali previsti prendono, riportati al territorio amministrato, forma di «piano» definitivo nell'ambito della Comunità, che anche per questo è l'ente di me- diazione, alla base, tra l'esigenza delle persone e quella della collettività. In sostanza l'intervento statale - se complessivamente vogliamo considerarlo tale - è affidato a tre livelli distinti: il piano federale, che «consisterà in un insieme di leggi, provvedimenti e disposizioni di carattere generale, approvate via via dagli organi legislativi ed esecutivi nazionali», il piano regionale, che «provveda all'esecuzione nell'àmbito regionale, delle disposizioni federali, e organizza attraverso i suoi organi autarchici, il coordinamento dei piani inferiori.. .»; il piano delle Comunità, che «è finalmente il solo piano completo che contiene dettagli esecutivi». I1 federalismo personalista di Olivetti si articola in una scala in cui nulla è lasciato all'egoismo o al secessionismo locale o di gruppo, ma che nello stesso tempo lascia tutta l'iniziativa necessaria all'hic et nunc: «affidato alla Divisione Urbanistica della Comunità il Piano prenderà quella forma, più o meno perfetta, più o meno ordinata, che la volontà e il gusto degli uomini.. . che saranno chiamati a comporlo, detteranno». Come si vede è anche studiosamente curata l'unitarietà decisionale attraverso un coordinamento costante, che evita la contraddizione fra decisioni economiche, sociali e urbanistiche e fra l'alto (lo Stato) e il basso (la Comunità locale). Partiti, sovranazionalità, sinergie A questo schizzo del sistema federale olivettiano manca una parola sul partito politico, argomento lungamento discusso nel Movimento Comunità, fondato da Adriano Olivetti e a cui abbiamo partecipato in diversi «socialisti senza tessera» (o sul momento «senza tessera»). Comune a tutto il Movimento è stata la denuncia durissima della partitocrazia: si può rileggere, riscontrando un sorprendente carattere di attualità, il documento collettivo «Tempi nuovi metodi nuovi - dichiarazione politica» del 1953, ma elaborato lungo tutto il 1952. Detto questo, chi scrive fece obiezioni di fondo a Olivetti, che confinava il partito nella «prima» manifestazione del suo dualismo (come pura espressione della «libertà nella società»): obiettavo, oltretutto, che, dato il ruolo che inevitabilmente assume un partito nell'approccio al potere, tanto vale determinarne caratteri e limiti nell'àmbito (costituzionale) della «libertà sociale». È fondamentale il suo ruolo nel proporre un programma, contingente quanto si voglia ma globale e alternativo a un altro programma o ad altri programmi proposti, mentre i diversi livelli olivettiani non potevano adempiere spontaneamente a questo compito di scelta operativa coordinata: ma ero in pieno accordo che il partito deve essere imbrigliato in un ruolo «di servizio», mentre è spinto a trascendere se la società è senza valide strutture prepartitiche e anCOMUNI D'EUROPA che semplicemente di libera espressione extrapartitica («libera» e con strumenti idonei per realizzarsi: potrebbero essere quei «mezzi stabili» offerti al cittadino, che Costantino Mortati ed io riuscimmo a introdurre nella «Carta europea delle libertà locali» del Consiglio dei Comuni d'Europa - 1952-'53 -). Nel fatto poi i partiti politici si sono costantemente opposti o hanno copertamente sabotato (in Italia e fuori) il federalismo infranazionale (non alludo a quello leghista, che è uno «sfederalismo») e sovranazionale (il continuo opporsi, chiacchere a parte, all'autonomia sovranazionale dei gruppi politici del Parlamento Europeo e, quindi, l'umorismo di fingere di progettare partiti «europei», che europei non sono né si vuole che siano). Per completare il quadro della prospettiva federalista della «comunità» di Olivetti faremo ancora un paio di osservazioni. La prima può essere il verificare la posizione olivettiana verso il federalismo sovranazionale. Occorre qui subito sottolineare che Adriano scrisse l'«Ordine politico delle Comunità» pensando anzitutto alla prossima Costituzione, postfascista dello Stato nazionale italiano: ma non ignorava l'esistenza dei problemi dell'organizzazione strutturale e giuridica della sovranazionalità; più in generale, non gli era estranea la mèta finale di ridurre questo nostro mondo, subordinato a guerre e comunque ad armamenti costosi e minacciosi ... sotto il segno di un comune ordine istituzionale. Ma torno di seguito a parafrasare me stesso («Ci ha lasciato uno dei più grandi maestri del federalismo integrale...», 1960). Olivetti «era consapevole che la sua impostazione di un nuovo federalismo avrebbe dato preziosi suggerimenti per tentare un colloquio fra Est e Ovest, non basato sull'equivoco né sulla pretesa di imporre antistoricamente vecchie e irripetibili esperienze (v. il ... «Saggio preliminare intorno al salto dalla dittatura alla libertà»): ma, pur riconoscendo che il federalismo è automaticamente tale solo se non trova limiti al suo espandersi, confessava che gli aspetti strutturali e costituzionali di esso al livello sopranazionale non erano stati oggetto di un suo studio specifico.. . Olivetti insisteva perché non si procedesse a realizzazioni supernazionali senza appoggiarsi ai tre princìpi - e alle tre forze relative - della rappresentanza democratica (attraverso un associazionismo fra enti territoriali locali, che non decadesse a particolaristico, confusionario e spesso reazionario municipalismo), della rappresentanza del lavoro e della rappresentanza della cultura: se provò talvolta un certo fastidio per il federalismo europeo organizzato (che pure di fatto, aiutò generosamente) era perché lo trovava organizzato - a suo avviso - arcaicamente e senza la necessaria anzidetta articolazione (del resto anche per le prospettive mondiali vedasi la sua collaborazione alla «Di- chiarazione politica: Tempi nuovi metodi nuovi» del Movimento Comunità, dove al paragrafo «Popoli coloniali e aree depresse» fu lui che volle l'esplicita citazione del «Disegno di Costituzione mondiale» presentato da un gruppo di studiosi dell'università di Chicago, in cui si postulava accanto ai tradizionali valori democratici il peso della istituzioni culturali e delle forze sindacali). Nella scala federale di Olivetti si prevedevano il Comune, la sua Comunità, la Regione, lo Stato federale nazionale, la Federazione (regionale in senso anglosassone o continentale) di Nazioni, la Federazione mondiale. Federalista o confederalist a? Olivetti era chiaramente federalista, anche se anomalo. Del resto su questo punto oggi occorre fare chiarezza, perché anche le forme anomale di federalismo non rappresentano un salto di qualità - e quindi non sono in realtà federaliste - nell'organizzazione sovranazionale, se almeno un loro elemento costitutivo, che non trae legittimazione e forza da una esclusiva fonte nazionale, non entra in giuoco. Spiego con un esempio su un terreno che è stato solo considerato pre-federale, quello «comunitario europeo». La trovata geniale dei Trattati di Roma - ma con un tallone di Achille - era la seguente (che io definisco da tempo «il mercato delle vacche a posteriori»): sul terreno attribuito alla Comunità la Commissione esecutiva, formata da un p001 di personaggi nazionali che giuravano «indipendenza dalle origini nazionali e fedeltà all'Europa» aveva il monopolio della proposta progettuale, che di conseguenza nasceva, buona o cattiva che poi risultasse, come ipotesi direttamente sovranazionale: ai Ministri nazionali competeva di amputare e deteriorare il progetto, che rimaneva pur Uempre un'ipotesi «europea» e non la somma algebrica di singoli interessi nazionali e basta, e alla fine toccava di decidere o di sospendere ogni decisione. Quando più che smantellare dogane si è trattato di costruire una «nuova economia», la linea proposta di volta in volta dalla Commissione è risultata sempre più casuale o arbitraria, creando il sospetto di sudditanza a diverse lobbies (a parte la minaccia di stasi dell'agire comunitario, se spiacevole, rivolta direttamente o indirettamente alla Commissione esecutiva da parte della rappresentanza intergovernativa): a questo tallone d'Achille si poteva solo rimediare sottoponendo la Commissione a una dipendenza responsabile verso il Parlamento Europeo - cioè un parlamento eletto, almeno teoricamente, su problematica sovranazionale e i cui parlamentari sono organizzati in gruppi politici sovranazionali, cioè per discutere tesi europee si, ma alternative e tutte legittimate da elettori «europei». Si rifletta che nel Consiglio dei Ministri della Comunità chi è in minoranza non può intervenire sugli elettori, della cui delega gode la maggioranza, perché ogni Ministro dipende da un elettorato nazionale «separato»: nel Parlamento Europeo ogni elettore deve tener conto dei problemi di tutti e tutti, senza distinzione di nazionalità, possono arrivare a lui. La confederazione non è legittimata a porre le basi di un ordine democratico superiore alle componenti: per Olivetti la Federazione Mondiale dovrà avere una sua piena autonomia, e con questa potrà, nella giustizia, tutelare la pace con l'efficacia necessaria. La seconda e ultima osservazione sul federalismo di Olivetti non riguarda la sua architettura, ma l'azione politica «per il federalismo». Adriano era allergico alle sinergie politiche, anche alle sinergie perfettamente fisiologiche: era un costruttore metodico, non di rado un geloso purista; tenace e coraggioso nell'utopia, temeva poi il rischio di operazioni di cui non si potevano controllare tutti i passaggi e soprattutto di cui non si poteva esser sicuri a priori non tanto sul «successo» quanto sulla correttezza del risultato. Federalista europeo, non si trovava d'accordo con Spinelli sulla «rottura» di incerti effetti, che avrebbe provocato la Costituente europea. Mentre mi ha sempre assecondato - con qualche indubbia perplessità - nel mio impegno anche creativo, se mi si consente, nel Consiglio dei Comuni (e anche delle Regioni) d'Europa, non credo di averlo mai sedotto con la mia teoria del «blocco storico», della sinergia tra la lotta per le autonomie territoriali e la lotta per la federazione sovranazionale. Per altro si può concludere che il suo federalismo, comunque lo si configurasse ai piani superiori e comunque si lottasse per esso, per ben procedere non poteva a suo avviso non fondarsi sulla sua Comunità, la sua «comunità concreta», «cellula base di ogni costituzione politica», embrione di ogni sviluppo democratico successivo, che non avanzi a spese della ricchezza della persona umana. I1 letto di Procuste a cui molte ideologie sottopongono la persona umana era quanto si può immaginare di più lontano dalla sua idea di progresso. ~ ~ Umberto Serafini Poscritto Della sottovalutazione del federalismo di Einaudi nel libro di Riccardo Faucci ne scrivemmo a suo tempo in parecchi federalisti «militanti» (anch'io in «Comuni d'Europa», come vecchio «einaudiano»: credo nel 1938, avevo comprato, tra i libri usati di una bancarella, «Gli ideali di un economista», una edizione di «La Voce» del 1921, raccolta che conteneva fra l'altro la recensione di Einaudi del libro di Cabiati e Agnelli senior sugli Stati Uniti d'Europa): il rimprovero era stato ribadito da Umberto Morelli, nel 1990, nel suo volume <<Controil mito dello Stato sovrano - Luigi Einaudi e l'unità europea» (Morelli poi aveva anche citato la riflessione di Mario Albertini nella prefazione alla ristampa MARZO 1993 1984 - del libro «La guerra e l'unità europea» di Einaudi, uscito originariamente nelle olivettiane edizioni di Comunità: «L'abitudine di pensare per etichette fa si che Einaudi sia considerato soprattutto, o soltanto, come un economista»). Riccardo Faucci - 1992 - ha puntigliosamente replicato in un saggio introduttivo a «L'Europa necessaria. I1 federalismo liberale di Luigi Einaudi* di Claudio Cressati. A parte, appunto, il tentativo un po' ingenuo di difesa, il saggio è senz'altro interessante e anche utile, perché richiama intelligentemente l'evoluzione del federalismo di Einaudi e le sue posizioni verso la guerra, lo Stato, la Nazione, eccetera. Questi concetti hanno affannato la cultura politica italiana agli inizi del secolo - in un incrocio di posizioni, dalle quali è poi scaturito anche il fascismo o, meglio, è scaturita la sua ambiguità - e che tornano ad affacciarsi oggi, nella cosiddetta crisi della prima Repubblica italiana (tra l'altro, quando sembrano dimenticate le lucide lezioni di Federico Chabod su «l'idea di nazione* - lezioni del valdostano Chabod tenute tra la fine della Resistenza europea e il periodo iniziale della «liberazione» -). Faucci ricorda i contatti tra Einaudi e Adriano Olivetti e rileva, giustamente, che G . Berta, nel suo «Le idee al potere. Adriano Olivetti fra la fabbrica e la Comunità*, «non dà conto dei rapporti con Einaudi, presentando Olivetti esclusivamente come superatore del "liberismo radicale ... del 'Mondo' di Mario Pannunzion». Accusa analoga Faucci fa a Umberto Morelli, mentre rileva posizioni simili nelle componenti del federalismo-autonomismo dell'uno e dell'altro autore: a sua volta - sempre Faucci - nota che C. Malandrino, nel volume (1990) «Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone* (Silone di cui Adriano fu editore non conformista, in una stagione di discriminazioni staliniste, imperanti nella Sinistra), malgrado le forti analogie «non menziona* Einaudi. Adriano Olivetti scrisse l'«Ordine politico delle Comunità* in funzione soprattutto di una Costituente italiana e credeva che, in un nuovo ordine mondiale - ove avrebbe potuto avere il suo posto una Federazione europea, ma che aveva il suo riferimento definitivo in un governo mondiale, garante della pace - la nazione avrebbe avuto un ruolo irrinunciabile, anche se «condizionato» (questo «utopista» aveva fiducia, tutto sommato, nella possibilità di organizzare in forma permanente la pace). A questo proposito è uscito tempestivamente (1993) «I1 pensiero politico di Hegel» di Giuseppe Bedeschi, che colloca lucidamente e finalmente questo eminente filosofo tedesco che Schopenhauer riteneva «un ciarlatano» - nel cuore della restaurazione, o forse della reazione, romantica europea. I1 peggior Croce e naturalmente Gentile si sono così spesso rifatti a questo Hegel: esaltazione della guerra (la pace «a lungo andare, è MARZO 1993 un ristagno per gli uomini»); successione legittima di «popoli dominanti»; Stato aorganico» (e anche corporativo); eccetera. La concezione hegeliana, commenta a un certo punto Bedeschi, è «gravida di conseguenze di tipo nazionalistico-imperialistico». Già che mi ci trovo, richiamo un passo (da «Pagine sulla guerra», che è la prima guerra mondiale) di Benedetto Croce, rendendomi conto naturalmente della parziale giustificazione di Croce nello sdegno per gli insulti, che certa demagogia rivolgeva ai poveri combattenti, morti - come scrisse con commozione, in una dedica di un libro, il mio caro, ingenuo, onesto amico Ruggero Zangiandi - «senza sapere perché»: «Chiamare la guerra, chiamare questa religiosa ecatombe alla quale la vecchia Europa si è offerta fidente nell'avvenire e guardando ai figli dei figli, chiamarla (come usano gli umanitari e i massoni) «resto di barbarie e sopravvivenza d'istinti sanguinari», è tal giudizio, che basterebbe a rendere chiara la insanabile inferiorità, la pochezza, l'ottusità della forma mentale massonicap. Si badi che, confortato dal precedente hegeliano, penso non si possa confondere questa posizione crociana con quella verso la guerra -vòlta a conquistare superiori livelli di autonomia e di pace degli «interventisti democratici* italiani nella prima guerra mondiale, Salvemini, i bissolatiani, i repubblicani. Viceversa a tratti Einaudi sembra non lontano dalla concezione salveminiana - implicita nella prima guerra mondiale, nella quale ha difeso l'intervento pour cause -, quasi opposta alla «metafisica» tedesca di Croce. Già che siamo in argomento, si potrebbe affrontare l'atteggiamento di Olivetti del religioso Olivetti, ebreo, protestante e cattolico - di fronte al problema della razza: ma basta scorrere il catalogo delle sue edizioni di Comunità. Oggi il razzismo in senso stretto non è più di moda (fra i cosiddetti intellettuali e i loro reggicoda): anche nei salotti gira l'espressione «la genetica molecolare ci fa tutti più uguali». In realtà gli orecchianti vanno al di là del segno, poiché - abbandonata ogni definizione trascendentale della razza - l'esistenza di sottogruppi della specie umana, non esistenti ab aeterno ma «figli della loro stessa storia* e, d'altra parte, dai confini talvolta incerti, visto che gli uomini emigrano e si mescolano, è innegabile e non fa assolutamente male a nessuno. E' l'uso che se ne fa a non andar bene. Comunque la fantasia umana e il cicaleccio della pseudocultura trovano sempre il modo di divertirci: è stato dunque inventato il «razzismo spirituale». Non so - non ne sono competente se Oswald Spengler ne faccia parte, ma il fatto è che lo scrittore sta tornando di moda. Alcuni lo ironizzano (anche in base a certi suoi appunti autobiografici e al progettato libro «A se stesso*), altri lo prendono sul serio: ma lo spazio che occupa e l'attenzione crescente sono senz'altro uno spreco. Insomma torna di moda l'antilluminista, l'irrazionalista, il prenazista Spengler: egli a un certo punto non si è contentato nemmeno di Hitler e lo ha giudicato «un Dummkopf, un fesso». Spengler aveva scritto: «L'esistenza dell'animale da preda è tragica, perché esso deve lottare contro la preda e contro i suoi simili. Incomincia così la solitaria vita interiore (anima) nell'uomo, a cominciare dal momento in cui egli aggredisce il mondo, elevandosi grandiosamente. La sua anima è quella di un animale da preda...». Siamo alla Superbestia. Nessuno ci obbliga - diciamo noi - a fondare la lotta per la libertà e per l'amore - cioè per la società democratica e federalista sul positivismo di Comte e di Spencer o sulla dialettica hegeliana o sul suo capovolgimento marxista; nessuno di noi sbarra il cammino - e non lo faceva certo Adriano Olivetti - alla creatività dell'uomo e nessuno, a partire da chi scrive, trova necessariamente la spinta alla lotta in una idea fideista di progresso: nessun federalista è legato a quello che un mediocre esegeta di Spengler (introduzione all'edizione Guanda di «l1 tramonto dell'occidente~, 1991, lire settantamila) chiama «l'intero mondo cristiano-borghese». Per altro occorre, armati di intelligenza, guardare con attenzione al concetto spengleriano di destino: scomodando il povero Goethe, Spengler ci dice che (seguiamo il suo esegeta) «nelle mutevoli trasformazioni, nell'incoercibile varietà del contingente, è presente un elemento necessario, un principio da cui si dispiega il movimento della forma: un «fenomeno simbolico originario» del tutto simile a quello che Goethe cercava nel mondo naturale per spiegarne i processi metamorfici». L'esegeta continua: «allo storico Spengler chiede la medesima "forza di visione" del naturalista fedele al metodo goethiano. E' questa visione che dà la possibilità di vedere la traccia che ci guida attraverso l'insieme confuso degli aspetti accidentali, mostrandoci come lo sviluppo delle forme di una cultura segua una sua necessità interna, la certezza di una logica organica che ne stabilisca l'ascesa e il declino, lo splendore e il tramonto*. E buona notte! Ignoriamo se, prima di essere giustiziato, Mussolini si è confortato col pensiero del destino spengleriano: certo è che, avendo ricevuto in omaggio da Spengler alcune pubblicazioni di interesse politico, gli rispose (24 maggio 1925) che avrebbe letto molto volentieri le sue opere («Non sappiamo», scrive Vittorio Frosini nella prefazione all'edizione italiana - 1971 - degli Urfragen di Spengler, «se il dittatore le abbia lette davvero; certo è che, avendo egli preso visione di un successivo libro di Spengler, Anni decisivi, apparso nel 1933, lo segnalò in un corsivo anonimo del Popolo d'ltalia e ne sollecitò autorevolmente la traduzione italiana, che venne pubblicata a Milano nel 1 9 3 5 ~ ) . I1 «superuomo» di noi federalisti - for- te, fortissimo, coraggioso allo spasimo, realmente creativo - si «eleva grandiosamente» ribellandosi, se c'è, alla crudeltà della natura, guarda al futuro opponendosi alla realtà dell'uomo-bestia, non vagheggia di diventare la Superbestia, vuole la società degli uomini che si amano e dialogano, irremovibile nell'impegno per questa «utopia». Anzi lotta contro la sofferenza di ogni essere dotato di sensibilità e, dunque, di coscienza: perché è sapiente e sa cos'è la sofferenza. Se si è ir'rimediabilmente pessimisti, si rileggano allora le pagine pulite e commoventi di Schopenhauer: dato che il male e l'origine di ogni sofferenza è la ,vo- AICCRE lontà di vivere - l'egocentrica, individuale volontà di vivere -, ci si può liberare da essa con la promozione della giustizia fra gli individui; e poi - ascendendo - con la bontà, cioè amore e compassione per gli altri «soggetti»; infine - è la conclusione del suo pessimismo - con l'ascesi, «orrore per la volontà stessa di vivere». Non c'è posto per la Superbestia (e neanche per l'esaltazione della guerra). Perché questa apparente divagazione finale sul federalismo di Adriano Olivetti? Se il federalismo deve «cambiare il mondo» - siamo noi ora a usare questa espressione -, bisogna pure analizzare il motore primo che lo anima in ciascuno di noi, talvolta lo riconosco - arrivando solo a constatazioni provvisorie, anche se a esclusioni certe. Più volte mi sono interrogato sulla religiosità di Adriano Olivetti come sull'esistenzialismo sconsolato di Altiero Spinelli (cf. il finale di «Altiero Spinelli. Appunti per una biografia» di Edmondo Paolini, con le sue acute osservazioni sul «credo» di Spinelli, e il commento alle citazioni di Paolini, che ho fatto io stesso nella recensione del libro, in «Comuni d'Europa», settembre 1988). La solidarietà istituzionalizzata si fonda sull'amore del prossimo: da che muove questo amore? ASSOCIAZIONE ITALIANA PER IL CONSIGLIO DEI COMUNI E DELLE REGIONI D'EUROPA ASSOCIAZIONE EUROPEA DEI COMUNI, DELLE PROVINCE, DELLE REGIONI E DELLE ALTRE COMUNITÀ LOCALI 00187 ROMA COMUNI D'EUROPA i PIAZZA DI TREVI, 86 i TELEFONO (06) 68.40.461 (5 LINEE) - FAX (06) 6793275 MARZO 1993 Un nuovo vicepresidente alla CPLRE (segue da pag. 71 al Parlamento europeo avviare questo processo, introducendo il tema della Costituzione europea nel dibattito elettorale. Per far questo, un progetto di Costituzione - dotato di un sistema di «tipo federale» (un governo, con poteri limitati ma reali; un parlamento bicamerale in rappresentanza dei cittadini e delle diverse articolazioni costituzionali nazionali: Stati e regioni; un insieme di competenze che assicurino l'efficacia dell'azione comune in politica economica, del territorio e della sicurezza esterna; un bilancio ed una politica fiscale tali da garantire la solidarietà interna) - deve essere elaborato ed approvato dal Parlamento europeo, in tempo utile prima delle seconde Assise interparlamentari (le prime si svolsero a Roma nel novembre 19901, degli Stati generali delle collettività locali e regionali unite nell'ambito del CCRE (ottobre 1993) e dell'approvazione dei programmi elettorali europei (PSE: 15 novembre 1993; PPE e ELDR: 10 dicembre 1993). Si ha purtoppo l'impressione che questo Parlamento europeo non abbia né cultura né consapevolezza del proprio ruolo «costituente». Dopo la lunga attesa alla quale fu costretto il primo relatore di questa legislatura, Emilio Colombo, che ottenne tuttavia dall'Assemblea l'approvazione d i due risoluzioni interlocutorie (luglio e dicembre 1990), il mandato di relatore è passato al presidente della stessa commissione affari istituzionali, Marcelino Oreja (PPE - Spagna) dopo la nomina d i Colombo a ministro degli esteri. Oreja si è mosso con calcolata prudenza, per evitare l'opposizione di coloro che considerano I'operazione «costituzione» poco credibile in mancanza della definitiva ratifica del Trattato di Maastricht. La probabile convocazione anticipata delle elezioni legislative in Spagna e la parallela probabile decisione di Oreja d i «lasciare 1'Europa» per candidarsi alle Cortes interromperebbe inaspettatamente il suo lavoro di relatore. Non possiamo fin d a ora profetare chi sarà il suo successore alla presidenza della commissione affari istituzionali e nel ruolo di relatore: è dunque difficiledire oggi con quale impegno e con quali ipotesi d i lavoro politico si presenterebbe il nuovo relatore e quanto sono reali i rischi di uno slittamento sine die del calendario della commissione affari istituzionali. Sarebbe tuttavia molto grave se i deputati ed i gruppi, i cui partiti politici a livello europeo hanno considerato come prioritaria l'azione per la costituzione europea (si pensi al «manifesto europeo», approvato ad Atene dal PPE nel novembre 1992), non agissero in coerenza con queste priorità nel Parlamento europeo. Certo, uno stimolo alla coerenza dell'azione parlamentare può venire dalle organizzazioni più impegnate nell'azione federalista: dall'unione europea dei Federalisti e dalla Gioventù Federalista Europea, che hanno avviato congiuntamente - con il comitato federale di Otzenhausen - una campagna per una petizione al Parlamento europeo; dal MARZO 1993 L'annuale sessione plenaria della Conferenza permanente dei poteri locali e regionali d'Europa, organismo che opera nell'ambito del Consiglio d'Europa, si è svolta dal l 6 a1 18 marzo con un programma di lavori assai consistente che aveva come punto centrale il miglioramento statutario della Conferenza e il rafforzamento della partecipazione ad essa delle Regioni e degli Enti locali. Il lungo dibattito su questo tema, che ha visto approvati numerosi emendamenti alle proposte originali presentate dalla presidenza, si è concluso con l'approvazione di una Risoluzione che ora passerà all'esame delllAssemblea parlamentare e del Comitato dei Ministri. I delegati alla Conferenza hanno dedicato poi il loro esame alla politica degli Enti locali e regionali in favore della protezione dell'ambiente e di un progetto di convenzione sulla cooperazione interterritoviale. Particolare interesse hanno suscitato le relazioni sull'evoluzione dell'autonomia locale e regionale nei paesi dellJEuvopa centrale e orientale e sugli effetti del Mercato unico sugli Enti locali e regionali. Nel corso della Conferenza hanno preso la parola il Segretario generale del Consiglio d'Europa sig.ra Lalumiere, il presidente dell'Assemblea parlamentare on. Martinez, il Ministro degli Affari sociali del Belgio Onkelinx, sugli speci,ficiproblemi di carattere sociale, e il Presidente del CCRE Maragall, Sindaco di Barcellona. Durante la sessione è stato eletto il sesto vicepresidente della CPLRE. Essendoci un unico candidato è stato eletto per acclamazione l'avv. Gianfranco Martini, Segretario generale dell'AICCRE. I membri della CPLRE appartenenti ai partiti europei aderenti all'lnternazionale socialista si sono riuniti a Strasburgo per la prima volta insieme, seguendo l'esempio dei colleghi delllAssemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Presenti delegazioni di diciotto paesi europei, è stato eletto un Bureau provvisorio, presieduto dal socialista francese Alain Chenard e del quale fa parte il Segretario generale aggiunto dellJAICCRE Fabio Pellegrini del PDS. Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa ed in particolare dal «manifesto» politico elaborato in vista degli Stati generali di Strasburgo; dal Movimento Europeo internazionale, con le iniziative preparatorie del Congresso d'Europa, che si riunirà probabilmente a Berlino nel febbraio 1994; e dagli intergruppi parlamentari federalisti, che hanno deciso di convocare per il prossimo mese di luglio le prime «assise interparlamentari federaliste». Su un piano più ampio, è necessario che le organizzazioni che rappresentano in Europa gli interessi economici e sociali (sindacati nella CES ed imprenditori nelllUNICE) siano capaci di coniugare la rivendicazione d i un più forte ruolo della Comunità in politica economica con l'esigenza di affidare tale poli- tica al governo di istituzioni più democratiche e più efficaci. E d infine, la Commissione Delors - che ha suonato più volte l'allarme sullo «choc» dell'allargamento - dovrebbe essere consapevole che il suo ruolo d i garante dello sviluppo dell'integrazione europea deve andare al di là della semplice esecuzione delle decisioni prese dai governi. Che idee ha e che iniziative intende proporre ai suoi colleghi il commissario responsabile alle questioni istituzionali, ambasciatore Vanni d'Archirafi? Non c'è molto tempo per evitare un rischioso salto all'indietro dell'integrazione europea. Ciascuno deve portare il suo contributo alla costruzione dell'edificio comunitario. «Noi, si mura». m COMUNI D'EUROPA il CCRE e l'interdipendenza planetaria Cooperazione regionale e municipale di Pasqual Maragall* Dal 3 al 6 marzo più di 450 partecipanti, rappresentanti 31 0 regioni, città ed organizzazioni di .69 nazioni, si sono incontrati a Firenze per discutere di cooperazione fra autorità locali e regionali a livello mondiale. Le precedenti conferenze si erano svolte nel 1990 e nel 1991 a Rotterdam e a Praga. I temi in discussione sono spaziati dalla politica ambientale alla partecipazione dei cittadini al processo democratico locale, alla politica sociale e particolarmente al probkma della emarginazione. Organizzatori della conferenza la Regione Toscana ed il Comune e la Provincia di Firenze, rappresentati direttamente dal presidente Vannino Chiti, dal sindaco Giorgio Morales e dalla presidente Mila Pierulli. L'AICCRE era presente con il presidente Umberto Serafìni ed il segretario generale aggiunto Fabio Pellegrini. Per i l CCRE è intervenuto il suo presidente Pasqual Maragall, che ha tenuto a sottolineare i l ruolo squisitamente europeo e federalista del CCRE e il cui discorso riportiamo di seguito. I1 nostro pianeta è oggi il risultato di una serie di interdipendenze: l'economia ha ormai implicazioni a livello mondiale e la scomparsa dei blocchi ha abbattuto i muri politico-militari, dando luogo ad una nuova situazione, alla quale dobbiamo adattarci. Dinanzi alla fine di un mondo diviso in blocchi, nel quale si aprono nuovi orizzonti di libertà in ordine all'attività internazionale delle città e di altre parti attrici pubbliche e private, oltre agli stati, bisogna rafforzare la cooperazione decentrata fra comuni, mediante piani di attuazione che rispondano alle necessità delle rispettive popolazioni. I1 vecchio concetto secondo il quale le relazioni internazionali sono esclusivamente quelle che gli Stati stabiliscono fra loro, attraverso organi statali preposti all'esercizio della politica estera, è praticamente superato. Oggi, le relazioni internazionali si configurano sempre più come transnazionali e si può dire che ogni tipo di agenti intermedi faccia politica internazionale direttamente, mentre i governi locali e regionali godono già di un margine di risposta crescente rispetto al volume di domande che ricevono. I1 mondo, e più concretamente l'Europa, sono immersi in un accelerato processo di trasformazione che obbliga a riconsiderare gli schemi tradizionali. In qualità di Presidente del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, desidero dar risalto all'impegno assunto dalla nostra organizzazione con l'Unione Europea, che si basa fondamentalmente sulla nostra cultura specifica, sui nostri interessi peculiari, sui no* Presidente del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa COMUNI D'EUROPA stri progetti per il futuro in quanto governi locali; in quanto città e regioni. Tutto questo può essere sintetizzato in una parola: sussidiarietà. Ovvero, per molti di noi, federalismo. Pensiamo ad un'Europa federale, con istituzioni comunitarie rappresentative e forti che assumano le competenze at- te a permettere ad ognuno di noi di esercitare meglio le proprie. Non utilizziamo il principio di sussidiarietà contro l'Europa, ma piuttosto in favore dell'Europa. L'unione europea progredirà e si consoliderà se i cittadini, dai comuni e dalle regioni, si sentiranno partecipi del progetto europeo. Ciò che la situazione attuale richied e con prioritaria urgenza è la creazione della cittadinanza europea. Pertanto, la questione di maggior importanza è incominciare a definire le nostre posizioni basilari in merito alla creazione di una Europa federale, decentrata e, soprattutto, solidale. Vorrei evidenziare alcuni aspetti dell'attuale processo di unificazione europea che rivestono interesse per noi tutti, comuni e regioni particolarmente. Sia che apparteniamo già alla Comunità Europea, sia che ancora non ne facciamo parte. Mi riferisco al progetto di cittadinanza europea che significa la concessione di diritti politici nell'ambito locale e comunitario a tutti coloro che possiedano la nazionalità di un paese della Comunità Europea. Ma mi si consenta di rammentare qual è la nostra posizione riguardo a ciò che nel Trattato di Maastricht ci concerne più direttamente, e cioè il Comitato delle Regioni, e quale sia la situazione attuale in merito. L'Art. 198 A del suddetto Trattato recita che il Comitato delle Regioni è «un Comitato di carattere consultivo composto da rappresentanti degli enti regionali e locali». Pretendere di escludere i comuni e gli altri enti locali in favore unicamente delle regioni contraddice tanto il senso letterale quanto lo spirito del Trattato, ci conduce ad un conflitto che può paralizzare la costituzione dell'apposito Comitato e, in ogni caso, ci indebolisce tutti. I1 riconoscimento di un solo livello territoriale attenta al principio di sussidiarietà e mi sembra impensabile si possa fare un passo indietro rispetto, per esempio, alla composizione dell'attuale Consiglio Consultivo. I n che modo faremo radicare le istituzioni comunitarie, se si esclude l'unico organismo al quale possono accedere - con funzioni strettamente consultive - i più immediati rappresentanti dei cittadini? I comuni, gli enti locali, le città, saranno nel Comitato delle Regioni. E sono certo che in esso deterranno una posizione conforme alla loro autentica rappresentatività. Ma il nostro mondo non finisce con il continente europeo: le nostre città sono capaci di guardare oltre. Le città, per la loro natura di realtà aperte a tutti gli interscambi, non possono racchiudersi in un ambito geografico rigido, per ampio che possa essere. Dobbiamo accettare una quota di responsabilità mondiale, dobbiamo assumerci certi doveri di cooperazione con paesi e città più sfortunati di noi; a volte, più sfortunàti di noi; a volte più sfortunati anche a causa nostra. Per questo aspiriamo ad essere interlocutori validi e riconosciuti delle grandi organizzazioni internazionali. I n primo luogo, delle Nazioni Unite, dei loro organismi specializzati come l'UNESC0, l'ENUAP, 1'HABITAT, ecc. e dei loro programmi, come il PNUD. La Conferenza di Rio '92 ha permesso per la prima volta alle Associazioni Internazionali di città ed enti locali, la IULA e 1'FMCU in testa, di apparire congiuntamente e di occupare uno spazio proprio all'interno della Conferenza e nella gestione dei programmi che dalla stessa sono derivati. Si è inoltre dato inizio ad esperienze di cooperazione fra città del Nord e del Sud nell'ambito di programmi finanziati dalla Banca Mondiale. Questa presenza internazionale ci impone una stretta collaborazione, un coordinamento permanente e, se possibile, un certo grado di unione fra le associazioni di città, sia continentali che mondiali. I n qualità di Presidente del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, ma anche in quanto membro del Comitato Esecutivo (segiie in ultima) MARZO 1993 verso il fronte democratico? La mossa dei sindacati italiani nell'ambito della Confederazione sindacale europea (CES) di Raul Wittenberg * C'è voluto un po' prima che i sindacati confederali italiani decidessero insieme un'azione generale di lotta contro l'emorragia di posti di lavoro che sotto i colpi della recessione investe tutti i settori; persino nella pubblica amministrazione si parla di cassa integrazione. Sciopero generale, sì o no? La situazione è gravissima, ristrutturazioni industriali si succedono in un rosario drammatico, sindaci e vescovi si schierano nella difesa delle strutture produttive, il terziario non riesce più a assorbire i travasi dall'industria, le piccole e medie aziende boccheggiano strozzate dal costo del denaro. Lotte, manifestazioni e cortei d a mesi percorrono la penisola. C i vuole un governo che governi, ma la debolezza obiettiva della compagine di Giuliano Amato era evidente. Quindi nelle confederazioni sindacali c'era il timore che uno sciopero generale le desse il colpo di grazia lasciando i sindacati senza l'unico interlocutore che potesse provvedere almeno prima dei referendum. Tanto più che il governo è il terzo attore del mega-negoziato dal quale dovrebbe uscire un nuovo sistema di contrattazione e un nuovo disegno della busta paga dopo l'abbattimento delle indicazioni al costo della vita. Poi, finalmente, la decisione di Cgil Cisl Uil. Sciopero generale sì, il 2 aprile. «Per l'occupazione, non contro il governo». Perché il 2 aprile? Perché la crisi non è solo italiana, investe l'intero vecchio continente, in Francia è stata determinante nel capovolgimento della situazione politica. E nell'agenda di Cgil, Cisl e Uil c'era un appuntamento continentale. La loro confederazione europea, la Ces, aveva indetto proprio per il 2 aprile una giornata di mobilitazione nei Dodici paesi della Comunità e in quelli dell'Efta, con l'indicazione ai sindacati nazionali di far confluire le loro iniziative in quella giornata. Ecco dunque la scelta italiana di uno sciopero generale appunto il 2 aprile, e per la prima volta il sindacato italiano è riuscito a far emergere nella pubblica opinione e nella consapevolezza dei lavoratori la dimensione europea della crisi e soprattutto della risposta sindacale. Del resto la Ces aveva chiamato i lavoratori europei a scendere in piazza con la medesima parola d'ordine, l'occupazione. Manifestazioni un po' dappertutto, con il blocco dei trasporti in Gran Bretagna e una grande manifestazione unitaria in Spagna delle due confederazioni Ugt e Commissioni Operaie. I1 segretario generale della Ces, l'italiano Emilio Gabaglio, ha chiamato per ben due volte i giornalisti per annunciare l'iniziativa europea, a sostegno d i una «piattaforma» di rivendicazioni decisa dal massimo organo della Confederazione europea dei sindacati e presentata alle istituzioni comunitarie. Del * Condirettore di "EuropaRegioni" MARZO 1993 resto lo stesso presidente della Commissione di Bruxelles, Jacques Delors, aveva in più occasioni espresso la sua preoccupazione per la crisi occupazionale in Europa che - con 16 milioni di persone senza lavoro - vede collocarsi il tasso di disoccupazione su una media del 10% (con punte del 20% in Spagna). Dieci anni fa, all'inizio del cammino verso il «grande mercato», la situazione era simile. Nel frattempo furono creati 6-9 milioni di nuovi posti di lavoro, che però negli ultimi tre anni si sono bruciati tutti. Siccome la recessione aumenta, diceva Gabaglio, la previsione è che senza cambiamenti nella politica macroeconomica nel '94 ci troveremo con 18 milioni di disoccupati. E sì che nel luglio '92 la Ces e l'associazione degli imprenditori europei avevano sottoscritto per la prima volta un documento, anzi una dichiarazione comune piuttosto generica ma che comunque sottolineava la necessità di un rilancio dell'economia. Poi la presidenza Major della Cee dovette riconoscere che la disoccupazione e non l'inflazione era il male da curare prioritariamente. Infatti i1 vertice comunitario avrebbe adottato provvedimenti, pur giudicati insufficienti dai sindacati. Infine, a metà febbraio il Consiglio dei rninistri economici e finanziari esprimeva le medesime preoccupazioni, al punto da giudicare irrealistici i parametri di convergenze previsti dal Trattato di Maastricht. Come dicevamo, non sono bastate ai sindacati europei le iniziative per la crescita che i1 Consiglio aveva adottato a Edimburgo. Troppo pochi i 7 miliardi di ECU(13mila miliardi di lire) assegnati al Fondo investimenti per le infrastrutture europee, con un impatto sul prodotto interno lordo di appena lo 0,5%. Negativo i1 taglio alle richieste di Delors per le risorse interne della Cee, passate da1l11,20% del Pil comunitario a11'1,27%, invece che a11'1,32 come chiedeva la Commissione. La contro-manovra della Ces (ammesso che quella della Cee possa definirsi una manovra e non piuttosto un palliativo) non vuole saccheggiare i bilanci statali, ma punta al sostegno degli investimenti privati attraverso una riduzione dei tassi d'interesse «massiccia quanto coordinata», dice Gabaglio. Per affrontare l'emergenza però, la Cee ed i governi nazionali facciano la loro parte con investimenti infrastrutturali nelle grandi reti (trasporti, comunicazioni ecc.) e nella protezione dell'ambiente. La Ces rivendica inoltre provvedimenti per la formazione professionale in quanto i processi produttivi e le strutture industriali sono lontani dall'aver concluso il loro ammodernamento tecnologico. C'è poi la rivendicazione classica, quella di una «ristrutturazione» dell'orario di lavoro, basata sulla circostanza che seppure vi fosse una crescita annua del 2,5-3%, questa non potrebbe assorbire tutta la disoccupazione. Tutto questo farà saltare i vincoli posti d a Maastricht ai Dodici per realizzare la famosa convergenza, specialmente riguardo al debito pubblico? Gabaglio, d'accordo con quanto ebbe a dire Guido Carli quand'era al Tesoro, sostiene che quei vincoli non vanno intesi come scadenze mortali, ma come una tendenza, una strada che i vari Stati debbono dimostrare di volta in volta d'aver imboccato. Ma se di vincoli si tratta, allora è bene inserirne un quinto per valutare lo stato di convergenza, il tasso di disoccupazione. La Ces lo proporrà in sede di revisione del Trattato, prevista come possibile nel 1996. (E da tutta la «forzafe- deralista» richiesta assai prima, cioè subito dopo le prossime elezioni europee nel '94, n.d.r.). «L'Internazionale» (1928-30), dell'espressionista Otto Griebel COMUNI D'EUROPA leggendo un diario L'Europa impossibile nel lavoro paziente di un derniurgo Altiero Spinelli, «Diario europeo», a cura di Edmondo Paolini, I1 Mulino, voll. 11 (19701976) e m (1976-1986),pp. 1026 e pp. 1434, L. 70.000 e L. 80.000. Non si può davvero dire che i nostri giorni siano facili per la costruzione di una credibile Europa politica. Mai come oggi la domanda d i Europa è stata tanto diffusa ed attuale. Mai come oggi essa appare lontana e contraddetta dalle corpose controtendenze dei risorgenti nazionalismi, delle paralizzanti paure, della sfrenata intolleranza, dei disegni egemonici. Perfino il timido e faticoso passaggio del Trattato siglato a Maastricht sembra ad ogni passo rimesso in discussione o interpretato riduttivamente. La lettura del diario tenuto da Altiero Spinelli negli ultimi quindici anni della sua combattiva esistenza suscita qualcosa di più di un interesse soltanto storico e non si presta neppure ad esser usato quale eccezionale strumento per ripercorrere, quasi giorno per giorno, un'intensa vicenda biografica. I tratti che individuano la singolare figura di Spinelli nel panorama dell'intellettualità politica italiana ne risultano confermati ed assumono risvolti drammatici, verso la fine, quando l'ansia per dare uno sbocco al progetto di un'accettabile e salda Unione dell'Europa induce ad accelerare affannosamente i tempi, ad afferrare con piglio inusitato ogni occasione. Questo politico che odiava i trasformismi e le ipocrisie della tradizione itali- ca si ispira ad una moralità che si alimenta da una voglia determinatissima di testimonianza attiva attraverso le opere. E rimanda ad atteggiamenti protestantici o ad un senso della missione individuale che s'impasta di accenti weberiani e si compiace di severe inflessioni religiose. Una volta, durante un'animata seduta della Commissione di Bruxelles, gli capita d i notare un'osservazione d i Dahrendorf, autorevole collega, secondo il quale lui, Spinelli, ha sempre concepito la politica come Gesinnungspolitiker, come politico di principi. E quando la figlia Barbara gli invia alcune righe tratte da Max Weber le trascrive (27 giugno 1975) rispecchiandovisi pienamente: «La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi co? passione e discernimento al tempo stesso. E perfettamente esatto, e confermato da tutta l'esperienza storica, che .il possibile non sarebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l'impossibile. Ma colui il quale può accingersi a questa impresa deve essere un capo; non solo, ma anche in un certo senso molto sobrio della parola, un eroe». In ostinata applicazione di questo esigente metro di condotta Spinelli non coltiva affatto, come una certa letteratura si è sforzata di far credere, i giardini dell'utopia. I1 suo progetto di Unione europea, dal federalismo rivoluzionario del Manifesto d i Ventotene alle più complesse e neutre elaborazioni istituzionali culminate nel 1984, non si sublima mai in un paradigma astratto contrapposto ad Lo Spinelli di Ventotene, con Albertini presidente del MFE COMUNI D'EUROPA di Roberto Barzanti* un'aggrovigliata realtà, da prendere o arrangiare per come nella sostanza si presenta. Da noi è frequente bollare di utopistica ogni scomoda idealità e conferire un valore nobilmente consolatorio ad una prospettiva ardua di mutamento. È il frutto malefico dell'esaltazione di un accomodante tatticismo, che preferisce risolversi in adeguamento accordo, in calcolo del particulare. Anche il disegno più coraggioso e impossibile nella congiuntura del presente deve farsi lievito dell'azione, ancoraggio alle sue ragioni ultime, affrontare le situazioni con spietato realismo per spingere verso esiti alti, verso soluzioni che avvicinino lo sbocco desiderato. E nell'affermazione di questa caparbia volontà non c'è posto per la rassegnazione, anche se corposi possono farsi gli equivoci, monocorde l'azione, anacronistica o nostalgica la sua effettiva incidenza. I blocchi di diario che coincidono con il secondo e terzo volume dell'opera, curata con scrupolosa attenzione da Edmondo Paolini, coprono gli anni dell'incarico di commissario C E E (1970-1976) e quelli di europarlamentare (1976-1986). E d è davvero intrigante seguire un'utopista dentro i meandri del labirinto comunitario, accanito nello strappare il più piccolo progresso, irato contro la sorniona inerzia di troppi, infuriato contro le viltà e i silenzi della tecnocrazia, contro i raggiri delle diplomazie. Annota Spinelli il 6 ottobre 1971: «Più che mai è evidente che non ci sarà politica monetaria comune se non c'è il quadro e l'impegno dell'unione politica». Ora si ascolta come affermazione scontata nella bocca di molti che professano un magari tiepido e doveroso europeismo. Far prevalere una logica di fatto federalistica d ' i n t e r n o di un consesso che non si è mai emancipato dall'impronta intergovernativa della sua genesi fu la diuturna preoccupazione di Altiero Spinelli in una fase nella quale era meno evidente il ruolo della Comunità, più settoriale il suo peso, più interno il suo travaglio. L'epitaffio funebre per la vecchia Comunità funzionalista e liberoscambista pensato sulla scia dell'empirico approccio di Jean Monnet era scritto da tempo. In una pagina del 1974 (30 aprile) non c'è che d a dettarlo: «Sempre più è chiaro che la Comunità del Mercato comune è condannata a morte a termine se non c'è un rilancio politico per costituire un governo europeo il quale assicuri la tensione costruttiva, anche se ci sono passi indietro nella sfera economica». Una sorta di primato etico e istituzionale dell'unità politica dell'Europa sopravanza i concreti contenuti delle scelte, relega in sottordi- * Vicepresidente del Parlamento europeo. Il testo è la versione integrale di un articolo che «L'Unità» ha pubblicato i1?0/11/92 per ampi stralci MARZO 1993 ne il collegamento con i movimenti ed i partiti di massa che invadono la scena senza limiti. Ma l'antagonismo dei blocchi e le asprezze degli scontri, la rigidità degli schieramenti e le chiusure nazionali congiurano nell'eclissare la portata della questione Europa. Che talvolta diventa per una ristretta élite professione di fede e per i «padroni del vapore» un gigantesco affare negli anni duri della ricostruzione. I1 commissario in perenne dissidio con gli avveduti colleghi, ma attento a conquistare, a vantaggio della sua tesi, anche una virgola, a stabilire rapporti buoni con gli eurocrati della sua scuola, a spostare le convinzioni di un ambasciatore o di un ministro entra nell'agone della politica di massa. È un forte cambiamento per lui che aveva prediletto Pareto e Lenin e avvertito le novità di Gramsci, non distaccandosi però da un'ottica alla radice antiparlamentaristica e da una burbera diffidenza verso i confusi entusiasmi dei «partiti della rivoluzione». Un gradualismo liberal-socialista - se questa semplificante categoria serve ad abbreviare un discorso che dovrebbe farsi circostanziato - si congiunge ad una scelta di collocazione internazionale che situano l'Europa nella tradizione dei valori dell'Occidente e, con un suo distinguibile ruolo, nell'alveo delle sue alleanze politico-militari. Si capisce, allora, il disaccordo con la posizione del Pci e le critiche che Spinelli continua a rivolgergli anche dopo la conversione europeista. Egli entrò nelle liste del Pci, quale indipendente, nel 1976 e da allora il suo lavoro si intreccia fortemente con il cammino e le revisioni del partito della sua coraggiosa giovinezza. Il profeta fa i comizi, si affanna nelle aule parlamentari, cerca di ripartire dal basso o comunque da un punto di vista diverso da quello, preferito, d i un ceto dirigente ristretto e separato. Ai suoi occhi il Parlamento europeo chiacchiera troppo e invano, resta dominato dall'imbrigliante logica dei gruppi politici e dei v MARZO 1993 v Lo Spinelli istituzionale, col Presidente Pertini loro presidenti: eppure è quella la sede che, finalmente, può risvegliare gli animi, incardinando il suo progetto su un consenso ampio, in grado di dar legittimazione democratica al sogno impossibile e coerente verità morale agli atti quotidiani. Lungo il decennio del mandato di rappresentante del popolo, a partire dal 1979 nell'assemblea d i Strasburgo eletta a suffragio universale e diretto, si assiste ad un paradosso. Lui, che non aveva mancato di lanciar strali contro il bla bla pigro e reticente di deputati privi di autentico scatto di determinazione, si cala perfino eccessivamente dentro il lavorio parlamentare per arruolare alla buona causa. Già in un appunto del 12 ottobre 1973 si profila netta un'intuizione alla quale Spinelli dedicherà gli ultimi anni: «...dobbiamo chiedere che il Parlamento europeo, rinnovato per esser composto di persone che hanno ricevuto il mandato di preparare la costituzione (o i pezzi di costituzione), sia incaricato da un vertice di preparare il progetto di istituzioni necessarie per coprire il campo che il vertice stesso ha riconosciuto come meritevole di diventar comune. Il progetto sarà poi ratificato dai parlamenti nazionali. Questo è il solo modo di far partecipare seriamente le forze politiche alla costituzione europea». A dire il vero l'idea di far assumere un ruolo costituente al Parlamento europeo si emanciperà da una visione molto dipendente da una decisione di vertice e l'esigenza di mobilitare simultaneamente i parlamenti nazionali s'imporrà con sempre maggior forza, ma l'asse del ragionamento è abbozzato una volta per tutte, la rotta è segnata. Fino alla data fatidica del 14 febbraio 1984, nella quale viene approvato dall'assemblea, con larghissima maggioranza, il progetto di Trattato sull'unione da cui data una nuova fase delle vicende comunitarie. Spinelli annota con enfasi magniloquente: «Oggi si è conclusa la lunga marcia del Parlamento europeo verso di me». Se la sfida fosse stata raccolta almeno nelle sue linee di fondo l'Europa dei Dodici non si sarebbe trovata ad affrontare gli imprevedibili sconvolgimenti dell'Est con l'incertezza e l'impotenza di oggi. In fondo la dominante federalistica dell'architettura di un disegno che sarà giustamente etichettato con il nome di Spinelli era stata abbastanza stemperata nel composito mix di ispirazioni e di equilibri destinato a contrassegnare l'edificio atipico della Comunità, con quel tanto di confederalismo che ci deve essere e di cooperazione tra governi, di rispettoso rapporto tra identità diverse ed inestinguibili. Chi è stato a fronte dell'emergenza più realista? Molti organi di stampa si sono intrattenuti con dovizia di citazioni sui giudizi che Spinelli verga la sera nelle pagine del suo giornaIone di bordo su politici, funzionari, colleghi e collaboratori meno noti. Se non si vuol risolvere la scorribanda tra nomi e fatti o fatterelli in vacuo pettegolezzo, si dovrà sottolineare piuttosto come l'ispida e umorale insofferenza senile di Altiero esprima una non rassegnata stanchezza ed il mai dismesso convincimento che in ultima analisi contano gli uomini, gli individui singolarmente presi, con le loro virtù e i loro difetti, se si preferisce i loro peccati. L'incontro con il Pci è assai più l'incontro con Enrico Berlinguer che non l'accordo con Giorgio Amendola, dal quale lo divide l'analisi del quadro internazionale ed il non reciso legame di ferro con 1'Urss. Di Berlinguer dice, in morte, che «è stato l'uomo che ha trasformato il Pci in un partito democratico autentico» ed aggiunge: «Se gli fosse riuscito nel '76 di fargli fare l'esperienza governativa, avrebbe fatto del suo partito una grande forza politica. Non essendoci riuscito, si è impastoiato in una serie di mezze visioni)). Solo attraverso le opere, fosse pure «in partibus infiCOMUNI D'EUROPA delium», è lecito guadagnarsi la salvezza o ben meritare. L'adesione alla strategia del compromesso storico segna il grado di massima sintonia coi comunisti, perché Spinelli non fa mai coincidere la causa europea con lo schieramento delle sinistre dilaniate al loro interno da fragorose contraddizioni, assai percepibili e ricorrenti. A chi gli parla di «sinistra europea» oppone giudizi drastici in particolare su Craxi e la gran parte dei socialisti italiani: «Craxi .è un formidabile creatore e sfruttatore di trabocchetti per i suoi avversari. Ma una volta che ci son caduti dentro, e che lui dovrebbe compiere un atto politico costruttivo, anziché una manovra (di partito, parlamentare, propagandistica o d'altro genere) non sa che fare perché ha disprezzato le ideologie (anche quella del suo partito) e non ha idee. E fa allora marcia indietro, si lascia dominare dagli eventi, restando però a galla e pensando al prossimo colpo. È stato paragonato a Mussolini quando inventò il fascismo. E il paragone è giusto» (17 agosto 1982). L'evoluzione del Pci non lo convince fino in fondo: i comunisti «continuano con un passo deciso a trasformarsi per diventare un partito democratico con forti propositi riformatori, capace di governare oltre che di essere all'opposizione, legato indissolubilmente alla democrazia, all'occidente, all'Europa Unita», ma il passo si rivela «lento e lacunoso». Vien da domandarsi se la scelta della dimensione europea come opzione di fondo sia restata negli anni per il Pci ed ora per il Pds così irrevocabile e necessaria, accettata in tutte le sue implicazioni. Vien d a interrogarsi sul giudizio che Altiero Spinelli avrebbe dato sullo squilibrato ed insufficiente Trattato di Maastricht, che tuttavia appare un'acquisizione obbligata per andar oltre verso mete più ambiziose. Guai a forzare pagine che pretendono di conservare i loro spazi bianchi. Eppure quando si trattò di prender posizione di fronte all'Atto Unico,. Spinelli,. dopo averlo giudicato un topolino nato morto, si sforzò d i rilevarne tutte le potenzialità. Sapeva che quel magro e pur significativo avanzamento era dovuto anche al progetto varato dal Parlamento nel 1984 e che il pertugio del possibile talvolta è la sola strada traverso la quale difendere la costruzione di ciò che oggi è impossibile, o sembra tale. Non si chiudono i due volumi senza ritenere una sofferta e umanissima lezione: le toccanti annotazioni sulla malattia di Ursula e l'integrale dedizione degli affetti, l'impietosa analisi, da saggio stoico, del proprio corpo minacciato e attaccato dal cancro, il frenetico accavallarsi, ora dopo ora, di intenzioni e appuntamenti fissati sulla pagina a futura memoria e per esame di coscienza. Fino alla fine lo accompagna una combattiva speranza. L'Europa politica che può essere edificata e della quale più che mai s'avverte l'urgenza non avrà i tratti pieni del suo progetto, ma dovrà esser segnata - se vorrà esistere davvero - dall'ispirazione che ha sostenuto la sua tenace lotta che si attenua o si ripiega talora in un bisbiglio di preghiera: «Nunc dimit& te, Domine, sewum tuum». COMUNI D'EUROPA Sugli scritti di Altiero Spinelli Con la recente uscita del I11 Volume del Diario europeo si completa la pubblicazione degli scritti di Altiero Spinelli, programmata dopo la sua morte dalla casa editrice «I1 Mulino» di Bologna - alla quale egli era legato da un lungo rapporto di collaborazione e di amicizia -, in accordo con gli eredi e alcuni tra i più stretti collaboratori di Spinelli. Era stato deciso, infatti, di stampare immediatamente quanto Spinelli aveva già scritto della seconda parte della autobiografia Come ho tentato di diventare saggio. lo, Ulisse e una raccolta di tutti i discorsi tenuti al Parlamento europeo. Subito dopo, una biografia, tre antologie su tematiche specifiche e il Dia- > rio che Spinelli aveva redatto dal 1948 alla sua morte. Nel marzo 1987 veniva quindi pubblicata, con il titolo definitivo scelto da Spinelli di La goccia e la roccia ( l ) , il centinaio di cartelle che egli aveva già preparato per il seguito delle memorie, accompagnate da alcune note che il curatore del volumetto, Edmondo Paolini, aveva aggiunto (2). Questo testo, corrispondente ai primi tre capitoli previsti da Spinelli, sarà poi ripubblicato in appendice alla ristampa del primo volume per dare un corpus unico all'autobiografia (3). I1 volume Discorsi al Parlamento europeo. 1976-1986, curati da Pier Virgilio Dastoli, viene pubblicato nel gennaio del 1987, su iniziativa del Gruppo comunista e apparentati-al Parlamento europeo, nelle cui fila Altiero Spinelli era stato eletto come indipendente. Nel libro sono raccolti, in ordine cronologico, tutti gli interventi fatti in plenaria, nonché, per la sua particolare importanza, quello pronunciato il 4 febbraio 1986 davanti alla commissione affari istituzionali, l'ultimo tenuto in sede parlamentare prima di morire e dove rilancia la strategia costituente in vista delle elezioni del 1986. Nel volume non compaiono i 25 discorsi pronunciati alla Camera dei deputati italiana, durante i sette anni in cui Spinelli ne ha fatto parte (4). Nell'aprile del 1988 viene pubblicato, nella collana di storia contemporanea, Altiero Spinelli. Appunti per una biografia, che l'editore aveva affidato a Edmondo Paolini. Da 1989 al 1991, più o meno nello stesso periodo della pubblicazione dei tre volumi del Diario, l'editrice bolognese stampa tre antologie di scritti politici tra i più significativi di Spinelli, curati da tre studiosi federalisti, che oltre ad ampie introduzioni, premettono ai testi brevi note storiche e redazionali. La prima antologia, uscita nell'agosto del 1989, è curata da Sergio Pistone, e riporta, sotto il titolo Una strategia per gli Stati Uniti d'Europa, 16 testi che vanno dal 1941 al già citato discorso del febbraio 1986 di fronte alla commissione istituzionale del P E , che mettono in luce la coerenza della battaglia politica di Spinelli nel corso di 45 anni di azione federalista. La seconda, dal titolo L'Europa tra Ovest ed Est, pubblicata nel settembre 1990, è curata da Cesare Merlini, e raccoglie 24 testi scritti dal 1941 al 1982, riguardanti problemi della politica internazionale conseguenti all'assetto mondiale dopo Yalta, direttamente collegati o collegabili alla strategia federalista. La terza, infine, curata da Lucio Levi, viene pubblicata nel maggio 1991 con il titolo La crisi degli Stati nazionali: in essa, dopo quattro testi riguardanti il tema della democrazia, vengono riproposti alcuni scritti di Spinelli sulla Germania (tre testi), sull'Italia (tre testi) e sulla Francia (quattro testi). Le duemilaottocento pagine del Diario europeo, curate d a Edmondo Paolini ( 9 , sono state divise, per motivi editoriali, in tre volumi, che rispettano, però, tre precisi periodi della battaglia fèderalista di Spinelli. Infatti il primo, pubblicato nel novembre 1989, va dal 10 giugno 1948 al 25 ottobre 1969 e riguarda sia il periodo della stretta militanza nel Movimento federalista europeo, a livello nazionale e sovranazionale (dal 10 giugno al 1948 al 24 giugno 1962), sia il periodo, che termina nell'autunno del 1969, che si riferisce alle riconsiderazioni di Spinelli sulla struttura e i compiti della Comunità europea (con i corsi alla J. Hopkins di Bologna nonché la collaborazione organica alla rivista «I1 Mulino» e alle attività dell' Associazione di cultura e politica bolognese), alla fondazione del Centro italiano di democrazia europea (CIDE) e dell'Istituto affari internazionali (IAI), e alla collaborazione come consulente politico del ministro degli esteri italiano, Pietro Nenni. I1 secondo volume, pubblicato nel novembre 1991, copre il periodo 29 giugno 1970 ' 2 3 maggio 1976, cioè i sei anni circa in cui Spinelli ha ricoperto l'incarico d i membro della Commissione esecutiva della Comunità. I1 terzo volume, pubblicato nel giugno 1992, va dal 24 giugno 1976 al 2 1 aprile MARZO 1993 1986, a pochi giorni dalla morte e si riferisce agli anni di azione al Parlamento europeo (in questo periodo sono compresi i sette anni di membro del Parlamento italiano 1976-1983). Per dare il quadro completo delle opere di Spinelli, ricordiamo anche, in ordine cronologico, gli undici libri da lui pubblicati in vita: A.S. e E.R., Problemi della Federazione europea (Manifesto di Ventotene), edizione clandestina ciclostilata; a stampa, Movimento italiano per la Federazione europea, Roma, 1944. Più volte ristampato (v. in particolare: Spinelli-Rossi, Il Manifesto di Ventotene, Guida, Napoli 1982, con prefazione di M. Albertini e, in appendice, il saggio di Norberto Bobbio Il federalismo nel dibattito politico e culturale della Resistenza, scritto in occasione del trentennale della fondazione del MFE, nonché l'intervista a Spinelli di Sonia Schmidt). lavoro collettivo di discussione e riflessione, scritto in vista dell'importante vertice europeo di Parigi del 19-20 ottobre 1972, concernente la strategia federalista da seguire. E. Paolini, Altiero Spinelli, Appunti per una biografia, il Mulino, Bologna, 1988. A. Spinelli, Pci, che fare? Torino, Einaudi 1778. Riflessioni sulla strategia e obiettivi della sinistra, italiana ed europea, con la proposta di un «compromesso storico» a livello europeo. 1989. A. Spinelli, La mia battaglia per unJEuropa diversa, Manduria, Lacaita 1979. Raccolta di 22 discorsi, note ed articoli pubblicati tra il 1972 e il 1978, curati da A. Chiti-Batelli su indicazione di Spinelli, in vista delle prime elezioni dirette. A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio. Io, Ulisse, il Mulino, Bologna 1984. A. Spinelli, Dagli Stati sovrani agli Stati Uniti d'Europa, Firenze, La Nuova Italia 1950. Raccolta di 22 saggi, articoli e discorsi scritti tra il 1941 ed il 1948, con prefazione di Aldo Garosci. A. Spinelli, Manifesto dei federalisti europei, Parma, Guanda 1957. Documento di lavoro elaborato come sostegno all'azione del Congresso del popolo europeo, vicino «allo spirito di Machiavelli ed Hamilton,,. A. Spinelli, Il lungo monologo, Roma, Ateneo 1967. Raccolta di episodi e meditazioni del periodo del confino, (vi è anche ristampata la polemica con Francesco Carnelutti sul problema carcerario). A. Spinelli, L'avventura europea, Bologna, il Mulino 1972. Ampio saggio, risultato di un L'Opuscolo realizzato nell'ambito del programma di formazione «Altiero Spinelli e l'unificazione dell'Europa», a cura del MFE e con il contributo dell'AICCRE (contiene «Altiero>>,ricordo di Umberto Serafini) A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio. Io, Ulisse, il Mulino, Bologna 1984. Nuova ristampa (comprendente anche La goccia e la roccia), Come ho tentato di diventare saggio, il Mulino, Bologna 1988. La «Biblioteca federalista» del Mulino, pubblicata sotto gli auspici della Fondazione L. Bolis, ha edito nella sua collana altri due testi: A. Spinelli, Il progetto europeo, il Mulino, Bologna 1985. Raccolta di alcuni saggi (in particolare del Manifesto di Ventotene) che documentano la formazione del disegno federalista, con introduzione di M. Albertini e, in appendice, l'intervista di Sonia Schmidt. agenzia settimanale Piazza di Trevi, 86 - 00187 Roma Te/. 6840461 - fax 6793275 MARZO 1993 Roma 1989. G . Montani, Altiero Spinelli et la naissance d'un nouveau comportament politique. Saggio dal volumetto Trois introductions au federalisme, Institut d'etudes federalistes Altiero Spinelli, Ventotene 1989 (edito anche in lingua inglese). Ai testi sopra ricordati vanno aggiunte le migliaia di pagine di saggi, lettere, relazioni, discorsi, articoli che Spinelli aveva scritto dagli - anni del carcere e del confino fino alla morte (l'ultimo testo sono alcune -pagine - manoscritte sul tema della saggezza che stava preparando per la «lettura» annuale agli amici del Mulino del settembre 1986, pubblicate in La goccia e la roccia),documenti da lui stesso raccolti in 42 raccoglitori e donati, per sua volontà, al Centro di studi federalisti di Torino, diretto da Sergio Pistone (6). NOTE Perché sono diventato federalista. A. Spinelli, Rapporto sull'Europa, Milano, Comunità 1965. Risultato delle riconsiderazioni di Spinelli sul ruolo delle istituzioni comunitarie e soprattutto della Commissione come motore del processo di integrazione europea. E. Paolini, Altiero Spinelli e llun$icazione dell'Europa, Consiglio regionale del Lazio, E.P. A. Spinelli, L'Europa non cade dal cielo, Bologna, il Mulino 1960. Raccolta di 40 tra i più significativi testi, che coprono il periodo 1948-1959, con «a guisa di introduzione», il noto articolo pubblicato sul n. 8 1 della rivista francese «Preuves», ottobre 1957, dal titolo A. Spinelli (a cura), Che fare per l'Europa?, Milano, Comunità 1963. Atti del convegno omonimo, tenutosi a Roma il 2 e 3 febbraio 1963. A. Chiti Batelli, L 'idea d'Europa nel pensiero di Altiero Spinelli, Manduria, Lacaita A. Spinelli, Il Maniferto di Ventotene, il Mulino, Bologna, 1991, con il saggio di Norberto Bobbio, già citato. Dopo la morte, sono stati pubblicati alcuni testi su Altiero Spinelli, tra i quali ricordiamo: (1) Come risulta da alcune pagine del Diario e, soprattutto, da una lettera manoscritta inviata il 6 luglio 1984 all'amico Giorgio Braccialarghe, (l'ultimo superstite degli otto che elaborarono e sottoscrissero il «"Manifesto'' di Ventotene»), tra i titoli previsti da Spinelli per il seguito delle memorie vi era Io, don Chisciotte, titolo poi abbandonato proprio per le critiche mosse dal Braccialarghe, che lo riteneva non rispondente all'azione concreta svolta per quarantacinque anni da Spinelli. (2) Le note si sono rese necessarie poiché il testo, come è scritto nella Premessa alla Goccia ..., ((presentava, nel dattiloscritto, qualche punto interrogativo o incompletezza che la morte ha impedito a Spinelli di chiarire o di colmare. Difatti, Le pagine che qui si pubblicano non erano in stesura definitiva, ma da completarsi, sia in alcuni dati da verificare, sia nella forma, come anche nell'equilibrio tra i vari argomenti trattati. Proprio qualche giorno prima di morire egli aveva espresso una certa insoddisfazione per la stesura di questa seconda parte delle memorie, restata peraltro ferma ai primi mesi del 1946...». (3) Pubblicata, sempre da ((11 Mulinon, nel maggio 1988. (4) Vi è pubblicato, però, a guisa di premessa, l'intervento pronunziato al convegno del CESPI, de11'8-9 novembre 1978, sul tema Quale Europa? I comunisti italiani e le ekrioni europee nel quale, come scrive il curatore, «Spinelli delinea i termini fondamentali della battaglia che egli si apprestava a condurre nel Parlamento eletto*. ( 5 ) I1 Diario non presenta la stessa cadenza temporale: mentre per il primo periodo è molto discontinuo e lacunoso, dal 1970 alla morte è compilato giornalmente. Ogni volume è corredato da note al testo; da una cronolgia dei principali avvenimenti mondiali, europei e deUa Comunità con, in parallelo, una cronologia della vita e dell'azione di Spinelli; da un repertorio di sigle e da un glossario; da centinaia di brevi biografie di persone citate nel testo, importanti per il loro ruolo, per la loro personalità o per il loro impegno federalista; un indice dei nomi. Nel complessso, questo apparato è di 306 pagine, più 23 pagine di introduzioni. I1 testo pubblicato si basa sulla fedele trascrizione dattilografica fatta dalla figlia Diana e, alla morte di questa, proseguito dalla segretaria di Spinelli, Viviane Schmit, di 39 quaderni manoscritti. I1 dattiloscritto è stato rivisto da Spinelli, che non vi ha apportato alcuna correzione, tranne a qualche errore ortografico. (6) Per un successivo accordo tra gli eredi, il Mulino e l'Istituto federalista di Torino, a questo è andata la microfilmatura di tutto il materiale che, in originale, è stato affidato all'università europea di Firenze, per la migliore garanzia di conservazione. Cooperazione regionale e municipale (segue da pag. 10) della IULA e Presidente incaricato della Federazione Mondiale delle C i t t à Unite [FMCU], attribuisco a tale obiettivo la massima importanza. Dobbiamo proporci in via prioritaria la promozione di rapporti il più possibile stretti fra IULA e FMCU, le due organizzazioni mondiali di gran lunga più importanti, fino ad arrivare all'unificazione. Oggi questo è un obiettivo plausibile, perché le differenze storiche fra le due organizzazioni non hanno più ragione di essere. L'attitudine aperta e l'inclinazione al dialogo dei presidenti dello IULA e dell'FMCU, gli amici Triglia e Sampaio, trasformano il gravoso compito unificatore in qualcosa di fattibile e che può intraprendersi immediatamente. I1 CCRE, a causa dell'importanza decisiva che i comuni e gli enti locali europei rivestono in entrambe le organizzazioni mondiali, e poiché in nessun caso può esimersi dal proprio ruolo di massimo rappresentante delle associazioni europee, ha una responsabilità speciale, maggiore di quella di qualunque altro ente, in merito al conseguimento di detta unificazione. I1 mondo attuale ci invita ad unirci. E la nostra posta in gioco, e sono certo che ci apprestiamo a vincerla. Dobbiamo fomentare, assumerci e gestire direttamente iniziative di cooperazione nordsud ed est-ovest, tenendo conto che le linee politiche nel primo e nel secondo caso devono essere differenti ed adattarsi alle rispettive diverse realtà economiche e sociali. Ciò richiede: - accomunare gli sforzi di tutti i cittadini verso iniziative più ambiziose, operando una netta divisione delle responsabilità per ottenere maggior profitto dalle nostre limitate risorse; - distinguere fra cooperazione classica cioè, azioni programmabili a medio e lungo termine, anche in materia di bilancio preventivo - ed interventi d'urgenza che non possiamo prevedere, ma che obbligano e sempre più ci obbligheranno ad agire senza dilazioni. I n quest'ultimo caso, le richieste fra città aumenteranno sempre di più. Poiché le città non possono destinare grandi preventivi alla cooperazione, sarà necessario dotarle di strutture minime d'azione, in grado di fare qualcosa di diverso dalle grandi organizzazioni internazionali: attivare la mobilizzazione e la sensibilizzazione cittadina. Nel settore della cooperazione programmabile e d'urgenza, le città rappresentano gli intermediari più idonei tra popolazione, organizzazioni non governative ed organismi internazionali. E dobbiamo risolvere la questione relativa a come le istituzioni statali, coi loro programmi di cooperazione, normalmente sovraccarichi sia organizzativamente, sia finanzia~iamente,accettano questa nuova situazione ed intendono il vantaggio derivabile dal potenziamento del ruolo delle città e delle regioni nell'ambito della cooperazione e delle relazioni transnazionali in generale. Spetta a noi poteri locali svolgere un compito pedagogico nei confronti dei nostri governi. Già da qualche tempo a Barcellona abbiamo raccolto queste nuove sfide e rivolto i nostri sforzi e la nostra dedizione al settore della cooperazione internazionale. Lo abbiamo fatto nei limiti delle nostre possibilità, non sempre sufficienti, ma con l'inequivocabile volontà di esercitare un'azione costante ed efficace per mezzo di strumenti differenti. Barcellona presta assistenza tecnica e realizza-la produzione di risorse umane direttamente, per mezzo di consulenze in merito a progetti, dell'organizzazione di seminari e «giornate tecniche», ricevendo borsisti ed organizzando visite d i responsabili politici e tecnici provenienti d a un gran numero di amministrazioni locali dei paesi dell'Europa Centrale ed Orientale, della regione mediterranea e dell'America Latina. Per tale motivo, la nostra città si è dotata di uno strumento di particolare utilità per canalizzare questi sforzi nel settore della cooperazione tecnica creando una società, la Tecnologie Urbane di Barcellona, S.A. (TUBSA), che raggruppa diverse aziende comunali e private specializzate in settori differenti dell'ingegneria urbana e che consente l'agile trasferimento della tecnologia urbana sperimentata nella città di Barcellona ad altre amministrazioni pubbliche. È in atto una collaborazione con le città d i San Paolo e del Messico, in materia di Rifor- mensile dell'AICCRE Direttore responsabile: Umberto Serafini Condirettore: Giancarlo Piombino Redazione: Mario Marsala Direzione e redazione: Piazza di Trevi 86 - 00187 Roma Indir. telegrafico: Comuneuropa - Roma te]. 6840461-2-3-4-5, fax 6793275 Questo numero è stato finito di stampare il 18/5/1993 ISSN 0010-4973 Abbonamento annuo: per la Comunità europea, inclusa l'Italia L. 30.000 Estero L. 40.000; per Enti L. 150.000 Sostenitore L. 500.000 Benemerito L. 1.000.000 COMUNI D'EUROPA ma Amministrativa e miglioria del paesaggio urbano; con Pietroburgo, per il progetto della rete di distribuzione degli alimenti e per il Piano Comunale di sviluppo turistico; con Praga, per la consulenza tecnica riguardo alla sua pianificazione strategica; con Tangeri, Luanda e Maputo, per la definizione della politica di trattamento dei residui urbani. Siamo convinti che il concetto di cooperazione debba andare di pari passo con quello di solidarietà, ragione per la quale Barcellona porta anche avanti azioni specifiche in questo senso. Perciò, oltre ad offrire appoggio economico a numerose O N G ai fini della realizzazione di progetti per lo sviluppo, abbiamo istituito il premio annuale Barcellona Solidarietà che, quest'anno, celebrerà la terza edizione e che premia iniziative a favore dell'infanzia nel Terzo Mondo. Facciamo in modo altresì di generare le risorse in grado di permetterci una capacità di risposta in situazioni eccezionali o di crisi, quali quelle dei due convogli di aiuti umanitari recentemente inviati a Sarajevo, la collaborazione prestata nella Campagna per la Pace nel Sahara Occidentale o gli aiuti per il finanziamento di autobus urbani offerti alla città dell'Avana. Infine, come consta peraltro dalla dichiarazione fra le città di Rio d e Janeiro e Barcellona, che nel corso del 1992 sono state capitali del mondo in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull'Ambiente e lo Sviluppo e della celebrazione dei Giochi Olimpici, desidero ricordare che il progresso dell'umanità è sempre stato ottenuto mediante la cooperazione, attraverso la creazione di strutture sempre più ampie, più complesse, più diversificate. I1 progresso va sempre di pari passo con l'associazione e I'interscambio, con l'integrazione delle unità esistenti in unità maggiori. Le città danno origine ai vincoli più immediati e più ampi alla base, generano la cultura del civismo che integra le peculiarità più specifiche, le caratteristiche che identificano il singolo con quanto vi è di più aperto ed universale. Per questo, oggi; civismo ed universalismo costituiscono le due facce di una medesima realtà. Un solo mondo unito dai legami intrecciati fra loro dalle città. I1 mondo dei cittadini. Una copia L. 3.000 (arretrata L. 5.000) I versamenti devono essere effettuati: 1) sul c/c bancario n. 300.008 intestato: AICCRE c/o Istituto bancario San Paolo di Torino, sede a Roma, Via della Stamperia, 64 - 00187 Roma, specificando la causale del versamento; 2) su1c.c.p. n. 38276002 intestato a "Comunid'Europa", piazza diTrevi, 86-00187 Roma; 3) a mezzo assegno circolare - non trasferibile - intestato a: AICCRE, specificando la causale del versamento. Aut. Trib. di Roma n. 4696 dell'll-6-1955. Tip. Della Valle F. via Spoleto, 1 Roma Fotocomposizione: Graphic Art 6 s.r.l., Via Ludovico Muratori Roma 11/13 Associato all'USPI - Unione Stampa periodica italiana MARZO 1993