ANNO XLI - N. 3
MARZO 1993
MENSILE DELL'AICCRE
ASSOCIAZIONE UNITARIA DI COMUNI PROVINCE REGIONI
dal quartiere alla regione per una Comunità europea federale
I1 CCRE a Strasburgo alle soglie delle elezioni europee
Vu.tu contro a furore
«Virtù contro a /urore
prenderà l'arme; e Jia e1
combatter corto:
ché l'stitico valore
nelli italici cor non è ancor morto»
La Cattedrale di Strasburgo, la città del19Alsazia dove dal 20 al 23 ottobre si terranno i XIX
Stati generali del CCRE. La Cattedrale, detta di Notre-Dame, è uno dei più importanti monumenti del gotico europeo, elaborato da maestranze borgognone e da artisti già attivi a Chartres
È la chiusa del «Principe» di Machiavelli, con
il richiamo alla famosa strofa della canzone
«Italia mia, benché il parlar sia indarno» del
Petrarca. Machiavelli incita il Principe a liberare l'Italia dallo straniero, principe che sarà
accolto con amore, come «redentore». Con lo
stesso ardore, con la stessa «ostinata fede», il
nuovo principe, cioè il popolo italiano tutto
- e, per esso, i suoi figli migliori - è ora
chiamato a cacciare il nemico interno, coloro
che si sono impossessati dell'Italia e, irretiti
in questioni di potere e di ambizione, ne hanno tradito la libertà.
Ma il problema non si ferma qui: si tratta,
mossi dallo sdegno e insieme dall'amore, di
imboccare la nuova via ed esser coscienti, con
chiarezza, dell'obiettivo. Si tratta, dunque,
di formulare un programma. Non serve forse
a questo la libertà? Non si crea forse la redenzione se non con la solidarietà di ogni giorno
e la consapevolezza del cammino da percorrere?
La fortuna ci offre il punto di riferimento,
certo e preciso: esso è la redenzione dell'Italia mentre si è protagonisti della costruzione
europea. Non la mediocre Europa intergovernativa, che guarda inerte alla Bosnia e alla
((pulizia etnica», ma l'Europa federata: battendo le soperchierie e le viltà interne si è nel
contempo nel cuore della lotta, in cui si battono le soperchierie e le viltà degli altri, di
tutti.
I1 federalismo è, prima che istituzione, regola di vita, libertà, giustizia e rispetto della
persona umana. E questa Italia che deve rinascere guarda all'Europa - come fu nel Risorgimento, il Risorgimento di Mazzini, di Cattaneo, di Cavour, di Garibaldi - e oltre
l'Europa: l'ordine politico italiano deve essere un momento dell'ordine internazionale e
dell'autentica costruzione della pace.
Perché questo ruolo della nazione? Due so-
no i modi di considerare il carattere delle nazioni, ci insegnava, al termine della Resistenza europea contro il fascismo e il nazismo, un
grande storico nato in una nostra regione di
confine (la Va1 d'Aosta), Federico Chabod
(cfr. i corsi universitari su «L'idea di nazione»): «o ponendolo in rapporto con l'ambiente geografico e il clima, con i fattori fisici, insomma; o considerando invece, a guisa di
creazione di forze morali, l'educazione, la vita politica, la tradizione». I1 Risorgimento
italiano, preceduto da una memoranda preparazione intellettuale e morale, fu il rientro
delllItalia nell'Europa: una Europa che cominciava, tutta, a battersi per i diritti dell'uomo e per la comprensione e la fratellanza tra
i popoli - prima di tentare di suicidarsi, in
due conflitti divenuti mondiali -. In questo
senso il principio nazionale, rispettoso della
tradizione e del «genio» delle città e delle etnie, era intransigente verso gli egoismi locali,
verso le corporazioni, verso l'esaltazione del
sangue e del suolo, verso il popolo come «comunità di sangue», verso ogni secessione, e
risultava - e risulta - un momento della federazione sovranazionale. Ne è anzi un momento essenziale.
Lo Stato nazionale italiano non si è presentato - o non è rimasto dopo l'unità - come
una creazione elitaria: è stato il quadro entro
il quale si è mossa, ha progredito, con fatica
e sofferenza, la nostra gente; e vi hanno collaborato centinaia di migliaia di maestri elementari, di medici condotti, di emigranti che
cercavano il lavoro altrove ma ricordavano
con dolcezza la propria «patria». Questa è la
nazione morale dei federalisti.
Ma fare l'Europa mentre si purifica l'Italia
è indubbiamente difficile: è l'impegno quotidiano, che non permette alcuna chiusura provinciale. Difficile, ma necessario: ed anche
esaltante.
Poco più di quarant'anni fa, appena usciti
dall'inferno della guerra - la guerra fratricida, dell'Europa che tradiva se stessa -, cercammo di associare i Comuni, le Province, le
Regioni a questa grande opera federalista.
Avendo chiaro l'obiettivo, il CCRE - e per
esso, in Italia, 1'AICCRE - ha lavorato senza interne lotte di potere. La nostra fu e rimane una associazione volontaria di amministratori, di rappresentanti della democrazia di
base, ciascuno dei quali portava e porta il
contributo della propria formazione culturale
som
ma
rio
COMUNI D'EUROPA
e ideale, senza conoscere i sordi antagonismi
o le lottizzazioni. La partitocrazia ha appena
sfiorato 1'AICCRE - e, altrove, il CCRE
-: noi possiamo chiamare colleghi e cittadini
tutti, democratici di varie provenienze, a lavorare con noi, serenamente. Per lo più uomini di partito noi stessi, che abbiamo fatto la
prima mossa, abbiamo poi inteso questa milizia di partito, e non a parole, come un servizio: ed esigiamo che i nostri, come tutti i partiti e tutte le nuove formazioni «politiche»
(formazioni cioè che guardino all'interesse
generale), considerino i doveri europei come
ispiratori, oggi, del nostro agire.
Qualche socio può chiederci - e talvolta,
in questa stagione di pericolosa depoliticizzazione, ci chiede -: 1'AICCRE che ci offre?
L'AICCRE offre anzitutto la possibilità di
operare tutti insieme - di partecipare - alla
costruzione di un'Italia europea o, se volete,
di una Europa dove sia sempre più tangibile
il carattere - il «genio» - italiano: con 1'Europa contribuiremo (le parole non suonino
sciaguratamente retoriche) a lenire il dolore
nel mondo, a cancellare l'ingiustizia, a vincere la fame dei Paesi di irrinunciabile emigrazione di massa. Ma anche, vogliamo sottolinearlo agli astuti «realisti» della politica, offriamo un apporto concreto e immediato all'Italia europea: mentre altri fanno chiacchiere, sul vecchio da cambiare e sul nuovo da inventare, noi continuiamo imperterriti, a studiare, in maniera comparata, e a proporre come legiferare sul governo dei suoli, come basandoci sulle esperienze più avanzate - regolare un'area metropolitana in una Regione
riformata, come attuare il federalismo fiscale
(cos'è?), come condurre una effettiva politica
ambientale pianificando il territorio in un a
priori rispetto allo sviluppo economicosociale, come attuare - specie nelle Regioni
meno attrezzate, periferiche, più povere una politica del credito finanziario per le autonomie neila libera circolazione comunitaria
dei capitali, come utilizzare in maniera ottimale i fondi strutturali comunitari, e via discorrendo. Chi ha inventato (rinunciando all'ambizioso e demagogico, in questo momento, Senato europeo delle Regioni: che sarebbe
utile subito, viceversa, nell'àmbito nazionale]
il Comitato delle Regioni e delle Comunità
locali, introdotto nel Trattato di Maastricht
e derivato da quanto proponemmo con successo al Parlamento Europeo e appoggiammo
col voto di centinaia e migliaia di Città di tutta la Comunità?
I1 CCRE da oltre quarant'anni, attraverso
una rete di gemellaggi - i «nostri» gemellaggi, ben programmati e in un chiaro quadro
politico -, di incontri sopra le frontiere, di
costruttivi dialoghi fra comunità locali e regionali di diverse nazioni e, ora, col Centro e
con l'Est del continente, dà un contributo essenziale alla edificazione della società della
nuova Europa. Se vogliamo che si acceleri il
processo democratico e federale dell'Europa
dei Dodici - o, senza tante esitazioni, di
«coloro (fra questi) che vorranno» - non è
per rinchiuderci in una fortezza, ma al contrario per dar vita a un primo gruppo esemplare e trascinatore, democraticamente aperto, col fine di una Paneuropa anch'essa tutta
federata: e sarebbe il passo decisivo verso la
pace nel mondo. Pace - cioè cessazione della
lotta con le armi - che non basta: bisogna
organizzare questa umanità, che cresce continuamente, in una Terra che ha dimensioni e
possibilità limitate; quindi un governo sovranazionale, tendenzialmente mondiale, di una
tecnica debordante, una selezione, soprattutto qualitativa, della produzione, un rispetto
della Natura, che si traduce in maggiori consumi culturali e spirituali e in minori sprechi
per attutire la noia degli stupidi. Al lavoro,
dunque, e mobilitiamo i colleghi che ancora
non ci conoscono. Due date: a ottobre (dal 20
al 23) si terranno a Strasburgo gli Stati generali del CCRE - è il grande appuntamento,
prima della data successiva -; nella primavera del 1994, appunto, la seconda data: ci saranno le elezioni europee, che questa volta
non interessano solo la «piccola» Europa, ma
indirettamente l'Europa più grande, non
quella dei mercanti, ma quella della nuova democrazia fra gli Stati.
oh giornate del nostro riscatto!
oh dolente per sempre colui
che da lunge, dal labbro d'altrui,
come un uomo straniero, le udrù:
che ai suoi figli narrandole un giorno
dovrà dir sospirando io non c'era ...
(A. Manzoni, «Marzo 1821»,
ode dedicata alla memoria
di Teodoro Korner, morto sul campo
di Lipsia nel 1813. caro a tutti
i popoli che difendono o lottano per riconquistare una
patriai
3 - Gli Stati generali a Strasburgo
4 - Programma provvisorio
6 - «Noi si mura», di Pier Virgilio Dastoli
8 - Fitte riunioni degli organi del CCRE
10 - Cooperazione regionale e municipale, di Pasqua1 Maragall
11 - Verso il fronte democratico?, di Raul Wittenberg
12 - Leggendo un diario, di Roberto Barzanti
14 - Sugli scritti di Altiero Spinelli, di E . P.
Inserto: La Comunità di Adriano Olivetti e il federalismo, di Umberto Serafini
MARZO 1993
dal 20 al 23 Ottobre 1993
Gli Stati generali a Strasburgo
Messaggio di Umberto Serafini, Presidente della Sezione italiana del Consiglio
dei Comuni e delle Regioni d'Europa,
Vice-Presidente anziano del CCRE
Un grave errore sarebbe se, a causa del
difficile momento che attraversiamo in Italia - istituzionale, politico, economico, sociale e, prima di tutto, morale -, diminuissimo il nostro impegno europeo. L'Europa
è il necessario punto di riferimento per il nostro rinnovamento; d'altra parte, nel lavoro insieme agli altri europei scopriamo che
taluni nostri buchi neri arrivano sino agli altri Paesi della Comunità e molte cause della
nostra caduta sono comuni a tutta la democrazia degli Stati europei «a sovranità illim i t a t a ~ .È nella costruzione comune che
dobbiamo trovare tutto l'orgoglio e tutta la
gioia della dedizione alla politica e al federalismo - cioè alla solidarietà garantita da
istituzioni -. I1 Risorgimento italiano, quello di Mazzini, Cavour, Garibaldi, Minghetti,
Cattaneo, Settembrini, fu il nostro rientro
nell'Europa - anche se era l'Europa del Romanticismo, che si accingeva in parte a tradire la battaglia per i diritti dell'uomo e della
fratellanza tra i popoli -.
Nella seconda metà di ottobre - dal 20
al 23, a Strasburgo - dobbiamo partecipare ai XIX Stati generali del CCRE, nei
quali si imposteranno le elezioni europee
del 1994. Queste elezioni europee saranno
fondamentali e, dal lato istituzionale e del
superamento del deficit democratico, decisive. I riflessi dell'assetto istituzionale europeo avranno evidenti conseguenze sull'assetto italiano e sulle stesse sorti delle
autonomie territoriali. Occorre dunque che
fin da ora ciascun Ente associato, Comune,
Provincia, Regione, predisponga il suo o i
suoi delegati a Strasburgo per l'occasione.
cerca di nuovi riferimenti, di nuovi ideali.
Tocca agli eletti locali e regionali riaffermare che la realizzazione dell'unione europea, politicamente forte e pacifica, è quanto mai urgente e indispensabile, e dovrà essere perseguita dai responsabili dei Poteri
locali e regionali che rappresentano il livello amministrativo più prossimo ai cittadini.
Questa constatazione costituisce il nocciolo del principio di sussidiarietà ed è alla
base dell'attività della nostra Organizzazione, che attualmente riunisce circa
100.000 Enti territoriali su tutto il territorio europeo, ai quali si aggiungono progressivamente colleghi dell'Europa centrale e
orientale via via che in quei Paesi si realizzano libere elezioni locali. Noi costituiamo
l'Organizzazione più rappresentativa dell'Europa dei Cittadini, di cui si discuterà a
Strasburgo.
Fra i temi affrontati agli Stati generali,
i delegati saranno invitati a dibattere quello della cooperazione intercomunale e interregionale, e quello del ruolo degli Enti
locali e regionali nella realizzazione dell'Europa sociale.
Infine, alla vigilia delle prossime elezioni
europee, e al momento dell'insediamento
del Comitato delle Regioni e delle Collettività locali, nel grande dibattito che si svilupperà potremo fare il punto sulla situazione dell'unione europea e tracciare le
prospettive dell'Europa che auspichiamo.
Sono fiducioso in una risposta qualitativamente e quantitativamente importante,
all'invito rivolto dal CCRE, dalla sua Sezione francese e dalla Città di Strasburgo,
e vi attendo a questa assise senza eguali de-
gli amministratori locali e regionali di tutta
Europa.
Messaggio di Catherine Traut-Mann,
Sindaco di Strasburgo, Deputato al Parlamento Europeo
Benvenuti a Strasburgo!
Sede del Parlamento europeo, del Consiglio d'Europa nel cui ambito si riunisce la
Conferenza europea dei Poteri locali e regionali, della Corte e della Commissione
Europea dei Diritti dell'uomo, Strasburgo
è un simbolo della democrazia. Questa città accoglie con grande entusiasmo la XIX
edizione degli Stati generali dei Comuni e
delle Regioni d'Europa, che riuniranno i
rappresentanti eletti di Enti locali e regionali dei Paesi europei.
I1 progresso nasce, spesso, dal dialogo e
dagli scambi. A Strasburgo questo avviene
nell'ambito dei gemellaggi e della cooperazione tecnica avviati tra molte città e il
vantaggio che ne consegue è di reciproco
interesse. Strasburgo è una realtà ricca di
storia che offre ai suoi visitatori una città
antica il cui centro è riconosciuto patrimonio culturale di tutta l'umanità da parte delI'UNESCO. Strasburgo si pone in primo piano fra le città europee sedi congressuali ed
offre una ricettività di grande qualità, una
ristorazione rinomata ed un Palazzo dei Congressi moderno e ben attrezzato che assicura le migliori condizioni di lavoro.
Auguro a tutti un lieto soggiorno che sia
anche un'ottima occasione di incontro e di
scambi.
Messaggio di Pasqua1 Maragall, Presidente sovranazionale del CCRE, Sindaco
di Barcellona
Gli Stati generali del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa, ai quali ho
il piacere di invitarvi a partecipare, rappresentano la più importante assemblea di
eletti locali e regionali d'Europa. Strasburgo, città simbolo dell'impegno per 1'Europa, accoglierà dal 20 al 23 ottobre 1933 i
delegati provenienti da tutto il continente.
Le evoluzioni verificatesi in Europa sono molte. Alle speranze nate sulle macerie
del Muro di Berlino sono succeduti timori
e il risorgere di fenomeni che sembravano
appartenere al passato e, fra questi, la guerra di nuovo accesasi al centro del nostro
continente. I cittadini europei sono alla riMARZO 1993
Il Centro congressi di Strasburgo
COMUNI D'EUROPA
XIX Stati Generali dei Comuni e delle Regioni d'Europa
Strasburgo, 20-23 ottobre 1993
mercoledì 20 ottobre
ore 9.00
Registrazione dei congressisti
ore 16.00
Seduta solenne di apertura presieduta da Pasqiial Maragall, Presidente del CCRE e Sindaco di Barcellona, alla presenza del Presidente
della Repubblica francese*
Allocuzioni di benvenuto
- del Sindaco di Strasburgo,
- del Presidente della Sezione francese del CCRE,
- del Presidente del Consiglio generale del Basso-Reno,
- del Presidente del Consiglio regionale dell'Alsazia,
- del Presidente del Parlamento europeo*
Introduzione al dibattito politico
"Lo stato dell'unione europea"
- Discorso di Pasqual Maragall, Presidente del CCRE e Sindaco di Barcellona
Intervento di un "Grande testimone"
-
ore 19.00
Ricevimento ufficiale
ore 20.00
Cena e serata libera
giovedì 21 ottobre
ore 8.30
Riunione dei gruppi politici
Riunione simultanea delle Commissioni A e B
ore 10.00
A. La cooperazione intercomunale e interregionale in Europa
Atelier l: dalle ore 10.00alle ore 12.00
Per il miglioramento della gestione degli Enti territoriali al servizio dei cittadini
Presidente di seduta
Jan H. Mans, Sindaco di Kerkrade
Vicepresidenti
Joakim Ollin, Sindaco di Malmo, Presidente dell'Associazione dei Poteri locali in Svezia
Alfred Stingl, Sindaco di Graz, Vicepresidente del CCRE
Interventi
Jean-Claude Van Cauwenberghe, Sindaco di Charleroi, Vicepresidente del CCRE
Grzegorz Grzelak, Vicepresidente dell'Associazione Nazionale dei Poteri locali della Polonia
Sally Marshall, Associazione del County Council, Norfolk
Lucien H. Sergent, Presidente delegato del Consiglio Generale dell'Essonne, Segretario generale della Sezione
francese del CCRE
Atelier 2 : dalle ore 12.00alle ore 15.30
(ilztet.t.irziolzepranzo dalle ore 12.35alle ore 13.30)
Le cooperazioni per il rafforzamento dell'unità europea e10 sviluppo della solidarietà (reti, scambi di esperienze e programma
ECOS)
presidente di seduta
Gerhard Gebauer, Presidente della Sezione tedesca del CCRE
Vicepresidenti
Gianfranco Martini, Segretario generale delllAICCRE
Jiri Exner, Vice-Sindaco di Praga
Bill Dixon Smith, Presidente dell' Associazione del County Council, Essex
Abilio Femandes, Sindaco di Evora, Membro del Consiglio direttivo della Sezione portoghese del CCRE
Paulette Kunstler, Vice-Sindaco di Besancon
Jacques Stadelmann, Sindaco di Delémont
Stanislaw Wyganowski, Sindaco di Varsavia
Atelier 3: dalle ore 15..?0alle 17.30
Cooperazione verso i Paesi del Sud
Léonidas Kouris, Sindaco di Atene, Presidente della Sezione Greca del CCRE
Presidente di seduta
John Harman, Ledaer, Kiklees, Vicepresidente di AMA
Vice-Presidenti
Cesar Augusto Vila Franca, Sindaco di Casti10 Branco, Vicepresidente del Consiglio direttivo della Sezione
Portoghese del CCRE
Daniel Colin, Consigliere regionale di Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Deputato del VAR, Vicepresidente della
Interventi
Sezione francese del CCRE
José Angel Cuerda Montoya, Sindaco di Vitoria
Jaime Ravinet de la Fuente, Sindaco di Santiago del Cile *
B. I1 ruolo e la collocazione degli Enti territoriali nella realizzazione dell'Europa sociale
Atelier I: dalle ore 10.00alle ore 12.00
Le responsabilità e le iniziative degli Enti locali nel campo sociale
Kirsten Feld, Presidente della Commissione Affari sociali della Città di Roskilde
Presidente di seduta
Oscar De Bona, Presidente della Provincia di Belluno
Vicepresidenti
Jesus Mafiueco Alonso, Presidente della Provincia di Palencia
Interventi
Toby Harris, Consigliere, AMA
Volker Kaske,.Vice Sindaco di Lubecca, Presidente della Commissione Affari sociali del CCRE
COMUNI D'EUROPA
MARZO 199:
Kazimierz Kos. Sezione polacca del CCRE
Marie-Francoise Perol Dumont, Vicepresidente del Consiglio generale dell'Haute Vienne, Consigliere regionale di Limousin
Willen J. van Velzen, Presidente della Commissione Affari sociali del Parlamento europeo
Atelier 2: dtrlle or.e 12.00 ulle ore 15.30
(iirtet~t~urinrre
~ ) i . o i ~clulle
i o ore 12.45 crlle or-e 14.30)
11 ruolo degli Enti territoriali nella lotta contro I'emarginazione
Presidente di seduta
Paul Meyers, Presidente della Sezione belga del CCRE, Consigliere comunale di Hasselt
Vicepresidenti
Angel Luna Gonzalez, Sindaco di Alicante
Léon Bollendorff, Vicepresidente del CCRE, Presidente della Sezione lussemburghese del CCRE
Interventi
Elizabeth Anson, Presidente della Associazione dei Consigli dei Distretti, Waverley
Jean Bourdais. Primo Vicepresidente di Ille-et-Vilaine
Cristiana Storelli. Deputato al Gran Consiglio del Canton Ticino
Patrizia Toia, Consigliere regionale della Lombardia
Jean Paul Tricart, Comn~issionedella Comunità europea
Atelier 3 : dtrlle ore 15.30 ulle ore 17.30
La collocazione degli Enti territoriali nella attivazione dello spazio sociale europeo e il contributo dei Fondi strutturali della
Comunità per lo sviluppo e il miglioramento del lavoro
Presidente di seduta
Albert Bore, Consigliere di Birmingham
Vicepresidente
Sig.ra Onur, Vice Sindaco di Braunschweig
Interventi
Olga Bennet, Membro del Dublin Cooperation
Jacques Cestor, Vicepresidente del Consiglio generale di Var, Sindaco di Brignoles
Fabio Pellegrini, Segretario generale aggiunto dell'AICCRE
Stoove, Direttore degli Affari sociali di Haarlem
ore 17.45
Riunione dei gruppi politici
Cena libera
ore 21.30
Serata spettacolo a scelta:
Suoni e luci nella Cattedrale
(ore 21.30 versione francese, ore 22.30 versione tedesca)
o Concerto Percussioni di Strasburgo
venerdì 22 ottobre
ore 8.30
Riunione della delegazione italiana
ore 10.00
Dibattito Politico su "Lo Stato dell'unione europea"
Presidente di seduta
Umberto Serafini, Vicepresidente del CCRE, Presidente dell'AICCRE
Interventi
Charles Gray, Membro del Regional Council di Strathclyde, Presidente del LGIB, Cosla, Vicepresidente del
CCRE
Constantin Kosmopoulos, Vicepresidente del CCRE, Sindaco di Salonicco
Pourvoyeur, Vice Direttore generale del Segretariato generale del Consiglio delle Comunità*
Franz Romeder, Presidente dell'Associazione dei Comuni austriaci
Andrea Santini, Sindaco, Deputato di Issy les Moulineaux, Vicepresidente della Sezione francese del CCRE
ore 13.00
Pranzo al Palazzo dei Congressi
ore 14.30
Visite di studio o culturali, a scelta:
Le Istituzioni europee
Scoperta della città di Strasburgo in battello
Visita di un'impresa
Mobilità urbana
Porto di Strasburgo
Trattamento delle acque
Conservazione del patrimonio architettonico
Grandi progetti urbanistici
Strutture culturali e media
Conservazione del patrimonio naturale
ore 16.00
Commissione delle risoluzioni
ore 20.00
Cena di gala
Spettacolo "Magia delle acque"
sabato 23 ottobre
ore 10.00
Seduta solenne di chiusura presieduta da Josef Hofmann, Primo Vicepresidente del CCRE
Conclusioni
del Sindaco di Strasburgo
di Riccardo Triglia, Presidente della IULA*
Messaggio
del Presidente della Cominissione della Comunità europea*
Allocuzioni
del Segretario generale del Consiglio d'Europa*
del Primo Ministro della Repubblica francese*
Intervento di chiusura di Pasqua1 Maragall, Presidente del CCRE e Sindaco di Barcellona
ore 12.00
Chiusura degli Stati Generali
COMUNI D'EUROPA
il Parlamento europeo verso le elezioni
di Pier Virgilio Dastoli
Pochissimi addetti ai lavori sono stati informati dai dodici governi nazionali sulle date
delle prossime elezioni a suffragio universale
e diretto del Parlamento europeo, che si svolgeranno nel Regno Unito, in Danimarca ed
Irlanda giovedi 9 giugno 1994 (festa di San
Primo) e negli altri nove paesi membri (Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna)
la successiva domenica 12 giugno (festa del
più noto S. Gaspare del Bufalo, ecclesiastico
romano esiliato ed incarcerato nel 1810 per
aver rifiutato il giuramento a Napoleone Bonaparte). Nel frattempo la Spagna, i Paesi
Bassi, la Grecia e, molto probabilmente, 1'1talia avranno rinnovato i loro parlamenti nazionali, mentre i Lussemburghesi saranno
chiamati a rinnovare la loro Camera dei Deputati contemporaneamente al Parlamento
europeo.
Nessuno sa, invece, se e quale procedura
uniforme sarà adottata per eleggere il Parlamento europeo, poiché ufficialmente il Consiglio dei Ministri della Comunità ha ricevuto
la (seconda) proposta di sistema elettorale,
approvata dal Parlamento europeo il 10 marzo 1993 («uappouto De Guchh)), ma fino ad
ora né la presidenza danese né alcun governo
della Comunità ha chiesto che il tema sia sottoposto all'ordine del giorno del Consiglio. Si
sa, invece, che in quattro paesi sono state
avanzate o preannunziate proposte di modifica dei sistemi nazionali (in Francia dal governo Balladur; in Germania da esponenti della
CDU; in Italia dal Movimento Europeo e nel
Regno Unito dai liberali e dai laburisti).
Coloro che hanno avuto la pazienza di leggere tutte le conclusioni del Consiglio europeo di Edimburgo (dicembre 1992) sanno che
il numero dei parlamentari europei dovrebbe
aumentare per far posto ai rappresentanti dei
nuovi Lander tedeschi (i deputati della Germania dovrebbero dunque aumentare da 8 1 a
99) e per «compensare» quasi tutti gli altri
paesi (francesi, italiani e britannici aumentano da 8 1 a 87.. ...). Diciamo «dovrebbe», perché l'aumento viene effettuato modificando i
trattati comunitari ed ogni modifica richiede,
come è noto, la ratifica dei dodici parlamenti
nazionali e, per ora, nessun governo e nessun
parla'mento nazionale si è affrettato ad aprire
la procedura di ratifica.
In attesa di Maastricht
...
Si prevede (e la maggioranza delle forze
politiche europee lo auspica) che, nel frattempo, il Trattato di Muastricht sia entrato in vigore, se sarà stato ratificato per via referendaria dalla Danimarca (18 maggio), per via
parlamentare dal Regno Unito (autunno) ed
avrà ricevuto la consacrazione costituzionale
da parte del Tribunale Supremo tedesco di
Karlsruhe.
I n questo caso, il Parlamento europeo elet-
to nel giugno 1994 «godrà» di nuovi poteri,
ai quali dovrà far fronte, in parte, fin dalla seduta costitutiva del luglio 1994: designazione
del mediatore per il periodo luglio 1994giugno 1999, partecipazione alla procedura di
nomina della Commissione per il periodo
gennaio 1995-dicembre 1999, rafforzamento
dei poteri della commissione per le petizioni,
designazione della propria delegazione per le
procedure di conciliazione legislativa con il
Consiglio.. ..
I1 Parlamento europeo, e più precisamente
quello attualmente in carica, ha diligentemente avviato autonome iniziative per dare
attuazione al Trattato di Maastricht: è così
che
" il Regolamento interno sarà ampiamente
modificato nel prossimo mese di luglio, su
proposta dei relatori Puout (conservatore britannico), Rothley (socialdemocratico tedesco)
e Vecchi (PDS, italiano);
" è stato predisposto un progetto di statuto
del mediatore (rapporto Bindi, democristiana
italiana: ma la presidenza danese, coadiuvata
dal c.d. «gruppo degli amici» e cioè da un
consigliere giuridico per paese, ha letteralmente riscritto, mostrando una buona dose di
gratuita arroganza, il progetto di statuto preparato dal PE)
" i testi degli accordi interistituzionali per la
procedura legislativa (Roumeliotis, socialista
greco, e Buu Puuon, socialista spagnolo) e per
le commissioni di inchiesta (Musso, gollista
francese);
"
la commissione affari esteri ha elaborato
un rapporto sulla nuova politica estera e della
sicurezza comune (Veude i Aldea, socialista
spagnolo);
" la commissione per la politica regionale sta
elaborando delle proposte per l'aula sii1 ruolo
e sulla composizione del Comitato delle regioni e delle collettività locali (rapporto
Melis);
" la commissione per le libertà pubbliche intende presentare una serie di risoluzioni sulle
disposizioni del trattato di Maastricht relative alla cooperazione giudiziaria.ed agli affari
interni, con particolare riferimento al progetto di polizia europea (Europol);
" la commissione economica ha iniziato una
serie di audizioni per la preparazione della seconda fase dell'Unione economica e monetaria.
...pensando al dopo-Maastricht
Si lavora dunque sull'attuazione del Trattato di Maastricht, ma tutti pensano già al
dopo-Maastricht, perché - anche se fosse rispettato il prudente calendario stabilito dai
governi - l'inizio della nuova legislatura europea sarà contrassegnato dai negoziati pre-
paratori della revisione «costituzionale» del
1996.
Anche se tutti gli obiettivi dell'integrazione europea per il 1993 saranno raggiunti:
" piena attuazione del mercato unico con la
libera circolazione delle persone,
" conclusione dei negoziati di adesione con
l'Austria, la Finlandia, la Norvegia e la
Svezia,
" adozione delle modalità per l'elettorato attivo e passivo dei cittadini dell'unione nelle
elezioni europee del 1994,
" entrata in vigore degli accordi di associazione con i paesi dell'Europa centrale ed
orientale,
" conclusione della prima fase dell'unione
economica e monetaria,
" creazione del Comitato delle regioni e delle collettività locali,
" nomina del mediatore europeo,
l'agenda europea del 1994 è già carica di appuntamenti che anticipano il dibattito sulla
revisione costituzionale del 1996. Per citare
solo gli impegni più importanti:
* la conclusione dei negoziati di adesione sarà seguita dalle procedure di ratifica nei dodici paesi della C E e nei quattro paesi candidati. Tali procedure - che i paesi candidati
vorrebbero concludere entro il 31 dicembre
1994 - si incroceranno non solo con le più
sopra ricordate elezioni legislative in Grecia,
Lussemburgo, Paesi Bassi, Germania e Danimarca, ma anche con il rinnovo dei parlamenti di tre paesi candidati su quattro (Austria,
Norvegia e Svezia), paesi nei quali avvenimenti come l'adesione alla Comunità provocano profonde divisioni e richiedono l'intervento diretto dei cittadini attraverso ratifiche referendarie
" l'inizio della seconda fase dell'unione economica e monetaria, con la creazione dell'Istituto Monetario Europeo
" l'adozione delle modalità per l'elettorato
attivo e passivo di tutti i cittadini dell'unione nelle elezioni comunali delle città di residenza
" la creazione della polizia europea (Europ011
* l'entrata in vigore del nuovo sistema delle
risorse proprie, deciso dal Consiglio europeo
di Edimburgo (che dovrà essere stato nel
frattempo ratificato dai parlamenti dei dodici
paesi membri)
" la nomina della nuova Commissione europea, secondo le modalità previste dal Trattato di Maastricht.
Verso le elezioni europee del 1994
I parlamentari europei, eletti nel giugno
1994, si prepareranno ad esercitare il ruolo
che attribuisce loro il Trattato di Maastricht,
MARZO 1993
facendo riferimento ai programmi che i loro
partiti hanno presentato prima delle elezioni
europee. I due terzi della nuova Assemblea
saranno politicamente vincolati dai programmi che le tre famiglie europee - il Partito dei
Socialisti Europei (PSE), il Partito Popolare
Europeo (PPE) e la Federazione dei Partiti
Liberali, democratici e riformatori (ELDR)
- hanno già preannunciato di voler approvare nel prossimo mese di dicembre. I n più, il
PPE è pronto ad associare la presentazione
del proprio programma elettorale ad una candidatura per la presidenza della Commissione
europea (l'ex-primo ministro belga e presidente del PPE, Wilfried Martens) e tale scelta sarà probabilmente seguita da una decisione analoga dei liberali europei.
È molto probabile che i veri punti di dissenso fra i tre programmi di PSE, PPE e
ELDR (e fra questi ed i partiti che oggi costituiscono gli altri cinque gruppi politici al Parlamento europeo: i regionalisti del gruppo
«arcobaleno», i verdi, l'estrema destra, i gollisti del gruppo «democratico europeo» ed i comunisti della «coalizione delle sinistre») riguarderanno il modello di Comunità per gli
anni futuri, il suo assetto «costituzionale», il
suo ruolo nella politica economica e sociale, la
sua ampiezza geo-politica, la sua capacità di
intervento nella politica della sicurezza e della difesa.
Approfondimento o ailargamento?
I n questo quadro, la linea di divisione fra
partiti e programmi potrebbe divenire l'alternativa fra il c.d. approfondimento della c o munità (cioè la revisione costituzionale del
1996) ed il suo allargamento.
Accettare la posizione espressa dai governi
dei Dodici a Lisbona (giugno 1992) e naturalmente rivendicata dai paesi candidati, secondo la quale la domanda di adesione e l'ingresso nella Comunità devono essere sottoposti
alla condizione, sufficiente e necessaria, di
accettare l'intero «acquis» del Trattato di
Maastricht, significa affidare la scelta del modello di Comunità per i1...2000 ad una ennesima Conferenza intergovernativa.
Essa dovrà essere convocata a Sedici nella
prima metà del 1996 (proabilmente dal Consiglio europeo di Roma, giugno 1996), concludersi con l'accordo unanime di sedici plenipotenziari, nella migliore delle ipotesi alla
fine del 1996 (Consiglio europeo di Dublino,
dicembre 1996), in vista delle ratifiche che
unanimemente dovranno essere effettuate
dai Sedici entro la fine del 1997 (insieme alle
elezioni legislative nel Regno Unito, nei Paesi
Bassi, in Spagna ed in Irlanda), per entrare in
vigore all'inizio del 1998. Come è noto, tale
Conferenza intergovernativa dovrà trovare
unanimi soluzioni ai problemi rinviati - o
parzialmente risolti - con il Trattato di
Maastricht ed in particolare:
" il deficit democratico (poteri legislativi del
Parlamento europeo)
" la gerarchia delle norme (leggi/regolamenti) ed i rapporti tra potere legislativo (Parlamento/Consiglio) e potere esecutivo (Commissione)
MARZO 1993
il ruolo, la composizione ed il funzionamento del Consiglio
" l'estensione della cittadinanza dell'unione
" la «quantità» e la «qualità» di alcune competenze dell'unione, anche in relazione al
principio di sussidiarietà
* la dimensione della difesa europea
" la validità temporanea delle clausole di
«opting out», concesse al Regno Unito in materia di moneta e di dimensione sociale ed alla Danimarca in materia di moneta, cittadinanza, difesa e affari giudiziari
" la vocazione federale dell'unione europea.
La malcelata speranza di coloro che sostengono la priorità dell'allargamento sull'approfondimento è legata alla fondata convinzione
che un negoziato a sedici - su questioni centrali come quelle più sopra indicate - non
potrà non concludersi con un rallentamento
dei vincoli sopranazionali e la creazione progressiva di una grande area di volontaria cooperazione intergovernativa. È questa la linea
scelta dal governo socialdemocratico danese,
che ha convocato a Copenaghen una «Conferenza di governi» (i Dodici, i Sette dell'EFTA, i paesi dell'Europa centrale ed orientale...), per far adottare una comune dichiarazione sulle prospettive del nuovo ordine europeo; è questa la linea di politica economica
di molti esperti della sinistra europea, che vogliono rendere ancor più inconsistenti i già
modesti contenuti dell'unione economica; è
questa infine l'ipotesi su cui sta lavorando lo
«European Policy Forum», un gruppo di «teste d'uovo» europee al servizio del governo
Major, che presenterà entro la fine del 1994
una proposta di «costituzione europea decentralizzata» in vista della scadenza del 1996.
La forza di suggestione dei paesi candidati
è grande anche per quei governi e per quei
partiti che condividono o addirittura sostengono la necessità e l'urgenza di ulteriori passi
in avanti sulla via dell'integrazione europea:
i tedeschi della CDU e dell'SPD sentono certamente il peso della difficile scelta fra l'approfondimento a Dodici, che lascerebbe in
anticamera i «cugini» austriaci, e l'allargamento immediato.
Sarà duro, inoltre, far digerire a quei danesi che avranno votato per il sì a Maastricht il
rinvio dell'adesione dei vicini svedesi, finlandesi e norvegesi.
Infine, in alcuni paesi come l'Italia la tentazione è forte di concedere il sostegno alle
prime quattro adesioni con l'impegno ad accelerare l'apertura dei negoziati con altri paesi candidati (Malta, Turchia: ma la scomparsa
di Ozal apre per i turchi un periodo di grande
incertezza) o con alcuni paesi dell'Europa
centrale (la Slovenia e l'Ungheria, in primo
luogo).
Esigere l'approfondimento prima dell'allargamento, significa chiedere ai Dodici (o ad
un numero di paesi inferiore a dodici) un
chiarimento preliminare sul modello di Comunità capace di accogliere anche i nuovi
Stati: questioni come la dimensione della difesa europea, il ruolo del Consiglio, i rapporti
fra Esecutivo e Legislativo, i poteri del Parlamento europeo e, last but not least, la votazione federale dell'unione europea divengono così elementi essenziali che concorrono a
definire il modello di Comunità.
I1 Parlamento europeo, approvando con
una chiara maggioranza dei presenti (204 a
favore e 122 fra voti contrari e astensioni), la
risoluzione del socialdemocratico tedesco
Klaus Hansch sulla concezione dell'unione
europea nel quadro di un ordine globale su
scala europea (v. Comuni d'Europa, gennaio
1994), sembra aver scelto nettamente la via
dell'approfondimento. «I1 trattato di Maastricht - afferma la risoluzione - è necessario ma non sufficiente per porre l'Unione in
grado di rilevare adeguatamente le nuove sfide ed in particolare di accogliere molti nuovi
Stati ....essa potrà farlo se si trasforma, sulla
base di una Costituzione elaborata dal Parlamento europeo e sottoposta alla ratifica degli
Stati membri, in una Unione dotata di strutture federali ...una conferenza intergovernativa incaricata di avviare questo processo, in
cooperazione con i1 Parlamento europeo, sulla base di un progetto di Costituzione dell'Unione, deve essere convocata prima del 1996
e prima di qualunque decisione in merito all'allargamento».
Poiché non ci si può attendere che, per iniziativa di uno o più governi, un processo costituente sia avviato prima delle elezioni europee del giugno 1994, spetta in primo luogo
(segu? a pag. 9)
Veduta aerea di Strasburgo
COMUNI D'EUROPA
a Parigi e Strasburgo
Fitte riunioni degli organi del CCRE
I1 15 marzo si è riunito a Strasburgo il Comitato Direttivo del CCRE, formato in base al
nuovo Statuto. Hanno presieduto prima il
primo vicepresidente Hofmann e poi il presidente Maragall. I delegati italiani (AICCRE)
erano: Martini, Pellegrini, Serafini, Zorzetto, oltre il revisore dei conti (uscente) Dozio.
Serafini è subito intervenuto per contestare la brevità dei Comitati Direttivi e, in genere, degli organi politici del CCRE, ai quali un
tempo si dedicavano più giornate di dibattito; chiede comunque che sia spostato all'inizio il punto 15 al1'0.d.~. (Programma degli
Stati generali di Strasburgo), ma la proposta
viene respinta.
Quindi il presidente dell'unione delle Città russe, Kirpitchnikov, quale facente funzione di Chairman del Bureau internazionale
delle tredici associazioni russe di Poteri locali, propone l'adesione al CCRE. I1 Direttivo,
all'unanimità, ammette le città russe come
semplici «membri associati». Si passa successivamente a eleggere il nuovo Bureau esecutivo, composto di nove vicepresidenti, più il
presidente Maragall, il primo vicepresidente
Hofmann e la segretaria europea Gateau: fra
i nove viene confermato Serafini. Successivamente viene eletto il Comitato di gestione finanziaria, di sette membri (sarà presieduto
da Hofmann), fra i quali è incluso Poli, membro della Giunta dell'AICCRE. Infine Aurelio Dozio è stato confermato come uno dei
Revisori dei conti.
Si è impiegato poi molto tempo per discutere una questione collaterale, cioè il rapporto rappresentativo fra Enti locali e Regioni
nella CPLRE (Consiglio d'Europa), con continui riferimenti (e confusi, per l'incerta presidenza) analoghi al Comitato delle Regioni e
delle Collettività locali previsto nell'altro ambito della Comunità europea in base al Trattato di Maastricht.
Nella ripresa pomeridiana si è finalmente
affrontato il problema di un «manifesto» in vista degli Stati generali di Strasburgo e
delle elezioni europee del 1994 e tenendo
presente. il grande disegno, storico, del
CCRE -, previsto nel recente Bureau esecutivo di Barcellona. La Segretaria europea Gateau ha comunicato che era a disposizione di
tutti i membri del Direttivo un progetto di
Manifesto (in realtà quello preparato dalla
stessa Gateau e inviato alle Sezioni nazionali)
con numerose integrazioni italiane: questo testo integrato è stato distribuito nelle traduzioni francese, tedesca, inglese e spagnola
(traduzioni redatte a cura dell'AICCRE). Su
richiesta dei delegati italiani esso sarà esaminato ad una prossima riunione dei Segretari
nazionali (11 maggio a Parigi), ma avrà la sua
sanzione finale da parte di un organo politico, cioè - in pratica - dal Bureau esecutivo
(tornando quindi, ha osservato ironicamente
Zorzetto, all'organo che lo aveva affidato al
Comitato Direttivo). A questo punto Martini
COMUNI D'EUROPA
ha protestato per lo scarso impegno che trova
nella formulazione della strategia politica il
CCRE, con inaccettabili preoccupazioni da
parte della Segretaria Gateau sul costo della
politica (il che - ha commentato sarcasticamente l'oratore - vorrebbe dire che il CCRE
dovrebbe impegnarsi finanziariamente solo per
la propria sopravvivenza materiale o per servizi «indennizzati»). Pellegrini ha a sua volta
insistito affinché il CCRE, sia nel Manifesto
(che il belga van Cauwenberghe ha richiesto
sia severo ed esente da piatti luoghi comuni)
sia in tutti gli atti politici, che precedono le
prossime elezioni europee del 1994, si coordini con tutti i movimenti che sono impegnati
per le riforme istituzionali comunitarie - in
senso democratico e federale -, e particolarmente ha chiesto che si risponda agli inviti rivolti al CCRE dal Movimento Europeo.
Finalmente si è venuti alla preparazione
degli Stati generali di Strasburgo, che Serafini ha sottolineato è scandalosamente in ritardo: comunque egli ha presentato un elenco di
sette punti politici (vocazione federale; Co-
stituzione europea e Costituente; allargamento da considerare con priorità «politica»; andare oltre Maastricht; razzismo e disoccupazione; autogoverno sì e autodeterminazione
- e pulizia etnica! - no; azione'in previsione di una possibile anarchia planetaria armata
e coordinamento con i movimenti democratici e federalisti nonché problemi del controllo
istituzionale intercontinentale dell'ecologia),
che Maragall si è impegnato a discutere in
successive riunioni del Bureau esecutivo il più
presto possibile.
Zorzetto ha lamentato lo scarso e frammentario impegno per i problemi ambientali
e Serafini, a proposito della «grande testimonianza» richiesta per gli Stati generali, è tornato a difendere la candidatura del premio
Nobel Rita Levi Montalcini, che ha il grande
pregio, tra l'altro, di essere ebrea e donna,
laddove le donne sono assai scarse fra i protagonisti previsti per il grande incontro di Strasburgo, a cui I'AICCRE si preparerà con tutte le sue forze (l'ottobre è vicino).
Al lavoro i segi*etari nazionali
L'attività politica del CCRE continua intensa.
Tra le diverse riunioni statutarie, agli inizi del
mese, si sono riuniti a Parigi i Segretaui nazionali con un fittissimo ordine del giorno. Del resto,
con il nuovo Statuto, il ruolo dei Segretari nazionali è cresciuto, collocandosi tra il Comitato
Direttivo e il Comitato Esecutivo, quest'ultimo
di nuova costituzione.
A l rallentamento del processo di unione, de-
rivato dall'esito negativo del referendum danese,
si sono aggiunte le d$icoltà di una situazione
monetaria, economica e sociale, con conseguenze pesanti su quella politica: tutto procede fahcosamente tra vecchie e nuove difficoltà.
I Segretari nazionali, il cui primo compito era
quello di preparare il Comitato Direttivo di
Strasburgo del 15 marzo, hanno concentrato i
loro lavori soprattutto su quegli aspetti che possono contribuire a rilanciare un'azione propulsiva del processo politico ed istituzionale dell'Unione. In particolare ci sembra di dover sottolineare due questioni: i XIX Stati generali, che si
terranno a Strasburgo dal 20 al 23 ottobre p.v.,
e l'avvio del futuro «Comitato delle Regioni e
dei Poteri locali» che dovrebbe entrare in attività in quel periodo ed in tale prospettiva si tratta
di definire le prime regole di attività, l'organizzazione dei servizi, i costì di funzionamento.
Gli Stati generali coincideranno più o meno
con l'entrata in vigore del Trattato di Maastricht. A questo proposito, è stata discussa una
prima bozza di un manifesto da presentare al
Comitato Direttivo a Strasburgo. Manqesto da
lanciare, in autunno, con l'adesione da parte di
migliaia di amministratori regionali e locali europei, per contribuire attraverso una vasta campagna al rilancio di un processo politico per la
riforma istituzionale europea.
Gli Stati generali ed il Man$esto, di fatto, apriranno anche la campagna del CCRE per le elezioni europee della primavera del '94 e per riproporre l'obiettivo del ruolo costituente del Parlamento europeo come traguardo prossimo della
democratizzazione della Comunità europea.
Strasburgo, quartiere medievale
MARZO 1993
La comunità di Adriano Olivetti
di Umberto Serafini
Col 1993 cominciamo il <<secondo»quarantennio di vita di cLomuni d'Europa», mentre
già, nell'ottobre 1991, abbiamo celebrato a
Losanna - sono stato relatore io stesso (v.
«Comuni d'Europa», novembre 1991) - i
quarant'anni di vita di tutto il CCE (è la sigla
di allora). Abbiamo ricordato più volte che
Adriano Olivetti - il quale, come succede,
non è stato mai profeta in patria (mentre è
stato ben conosciuto e studiato in Europa, in
America e in Africa - dal movimento di liberazione algerino -: basti ricordare quel
che di lui hanno scritto Brugmans, Friedrich,
Marc) - f u invitato a Seelisberg, nella famosa riunione promozionale del CCE sul lago
dei Quattro Cantoni: soprattutto gli amici
svizzeri pensavano al suo classico «L'ordine
politico della comunità», composto prevalentemente durante l'esilio in casa loro, quando
a stento - agli inizi della Resistenza Adriano fu strappato a un carcere politico italiano e ospitato dal vicino Paese. Poi sul pensiero di Olivetti mi sono soffemzato a lungo,
negli anni cinquanta, col «cattolico» Costantino Mortati, ilquale mi ha dato un aiuto soMARZO 1993
stanziale soprattutto nel periodo di redazione
(1952) della «Carta europea delle libertà locali*, e poi nell'impegno a ridefinire caratteri
e compiti aklla Regione in Italia e in Europa.
Ma, mentre è opportuno non perdere la
«memoria storica» di quel che ha significato
per la nostra Associazione e per la nostra rivista Olivetti pensatore politico (oltre che attivo ant$ascista: pochi ricordano che quando
Filippo Turati <(fuggì»da ll'lta lia fascista ne parlavo a suo tempo con Pertini, che aveva
curato la parte marittima del viaggio, dalla
Ligurìa a Calvi in Corsica -, la macchina
che lo portava da Ivrea al mare era guidata da
quel pessimo autista che era Adriano), mi pare per completezza di dover riandare alle mie
preoccupazioni del periodo «promozionale»
del CCE, cioè di non rappresentare adeguatamente - i cinque o sei europei che eravamo
- tutte le componenti «ideologiche», che
sembravano fondamentali nella costruzione
federalista dell'Europa: c'era molto socialismo, ortodosso e no, c'era radicalismo svizzero e il liberalismo «regionalista» (rappresentato in Italia da Luigi Einaudi), ci fu allora -
da me sollecitato - un incontro a cui io tenincontro con Luigi
go molto, il mio <<storico»
Sturzo, nell'autunno 1950 nel convento romano di via Mondovì. Sottolineai a don Luigi che tre questioni mi sembravano essenziali
e le dovevo chiarire con lui: il contributo
ideale e fattivo dei <popolari»(e vecchi popolari erano il Sindaco di Udine Centazzo e il
Senatore Bastianetto, Sindaco di San Donà
del Piave, cioè due federalisti allora assai attivi) - si chiamassero democristiani o cristiano sociali, nelle varie contrade europee -;
L'alleanza degli autonomisti coi federalisti sovranaziona li; l'aspetto «meridiana lista» di un
corretto federa lismo sovranazionale. Don
Sturzo si rivelò, come mi aspettavo, L'uomo
giusto, che aderì con sincero entusiasmo sì, entusiasmo - a questa prospettiva, perfettamente congeniale con tutta la sua lunga e
sempre coerente battaglia politica e culturale
(V. «Comuni d'Europa», introduzioni di Serafini al congresso delllAICCRE a Palemzo marzo 1986 - e al Congresso di Roma marzo 1991).
U.S.
Volendo tornare a ragionare sulla «comunità» di Adriano Olivetti mi pare utile
e opportuno concentrarmi specialmente nel
confronto col federalismo, cioè nel confronto con le scuole e con la prassi federaliste - e mi riferisco particolarmente al federalismo entrato nell'attualità politica dopo il primo conflitto mondiale e soprattutto durante la Resistenza (la Resistenza al
fascismo e al nazismo, per capirci, se per
caso qualche cosiddetto storico revisionista
avesse a che ridire) e dopo il secondo conflitto, ma che è interessante scandagliare in
alcuni prodromi, e mi riferisco a prodromi
britannici (lo stimolo era il Commonwealth), nella seconda metà del secolo XIX
e nella prima parte del XX.
Si dà per sottinteso che per altro, in linea teorica, prendiamo le mosse da Kant
(«Per la pace perpetua» 1795), che aveva
immediatamente alle spalle la rivoluzione
americana e i sacri testi del «Federalist»
(Hamilton, Jay, Madison: forse finora abbiamo un pò trascurato Madison) e la rivoluzione francese, e da Proudhon, che è lo
scrittore-simbolo di una larga costellazione, alla quale poi si riferiranno i federalisti
«integrali».
Questo confronto col federalismo ha due
motivi. I1 primo è che l'architettura e le innovazionidel progetto di Olivetti si chiariscono assai bene in questo confronto, che
è spesso trascurato: già osservai in una mia
recensione (su «Mondo Operaio», giugno
1986) alla pur diligente biografia di Valerio
Ochetto su Adriano Olivetti questa lacuna:
ma ora potrei aggiungere che è difetto ricorrente nella cultura politica e nella pubblicistica italiana. La graiide biografia
UTET di Luigi Einaudi, autore Riccardo
Faucci (1986) - Einaudi fu un autore di
Adriano Olivetti - trascura scandalosamente il pensiero federalista del nostro
economista.
I1 secondo motivo è che, anche nel confronto con Adriano Olivetti, si può contribuire alla comprensione e all'approfondimento del federalismo - di cui una parte
del mondo politico dà oggi l'impressione di
COMUNI D'EUROPA
non sapere cosa sia -, alla sua distinzione,
una volta per tutte, dal confederalismo e da
certi sapienti (o saputi) e recenti neoinnamorati di quest'ultimo, a una constatazione dell'arricchimento che ha avuto negli
ultimi decenni o che è comunque pronto ad
avere lo stesso più rigoroso federalismo e,
infine, al chiarimento dei suoi rapporti con
problemi scottanti come quelli dell'essenza
e del ruolo dei partiti politici, del mercato
economico, dello Stato sociale, della libertà
metapolitica degli uomini (della persona
umana), eccetera.
Su Adriano Olivetti non ho moltissimo
da aggiungere oggi a quello che scrissi in
morte, ma a cui andavo già riflettendo da
tempo, «Ci ha lasciato uno dei più grandi
Maestri del federalismo integrale» («Comuni d'Europa», marzo 1960), e completai
(Ivrea, 1962) nella commemorazione che
ne feci ai primi passi della Fondazione a lui
intitolata e chi mi accingevo a presiedere:
ne ho scritto in altre occasioni, ma qui mi
fermerò specificatamente - e vedremo il
perché - su «I1 socialismo personalista e
comunitario di A.O.» («Critica Sociale»,
febbraio 1980) - tutto o quasi tutto quello
che ho scritto su di lui sino al 1982 è in
ogni modo raccolto nel mio «Adriano Olivetti e il Movimento Comunità», Roma,
edizioni Officina, .ove si affrontano parallelamente problemi e dibattiti federalisti,
convergenti o divergenti da Olivetti o semplicemente complementari -: dopo 1'82
vorrei ricordare solo la citata recensione al
libro di Ochetto, e mi rifarò anche a un
saggetto recente (uscito sulla rivista «Queste istituzioni», ottobre-dicembre 1992),
intitolato «La nascita della partitocrazia
italiana e il Movimento Comunità».
I1 federalismo integrale è quel federalismo che si preoccupa anzitutto di una lettura del principio di sussidiarietà verso il
basso, interessato soprattutto alla comunità di base. Veramente il principio di sussidiarietà, che dopo Maastricht è di moda
(anche se molti lessici ultramoderni non lo
registrano: vedasi il Palazzi-Folena), è poco
più di una tautologia. Esso, in fondo, dice:
«A ciascun livello (dal Comune alla Comunità mondiale) si deve fare quel che va fatto a quel livello». La vaghezza del principio
fa sì che esso venga strumentalizzato nella
maniera più contraddittoria: se ne servono
perfino i nazionalisti più astuti (va fatto al
livello della nazione tutto quello che interessa a lorsignori, e spesso addio sovranazionalità o limitazione autentica della sovranità dello, Stato nazionale). Ma i federalisti integrali insistono poi per l'estensione
del principio federale dal campo politicoistituzionale a quello economico-sociale. I1
padre del federalismo integrale viene considerato Proudhon, di cui si ha un idea confusa: personalmente consiglio un libretto di
Mario Albertini (Firenze 1974, Sintesi
Vallecchi) - libretto generalmente non
amato dagli «integrali» - e le sue semplici
pagine, per fare un esempio, sul cdroit d'aubaine,,. Ma, risalendo alla «comunità di base», nascono i dissidi tra gli stessi federalisti.
Qui mi piace citare un bel libro, che ho
finito di leggere da poco, «Lettere a Marta
- ricordi e riflessioni» di Antonio Giolitti
e il suo splendido ultimo capitolo, «Illusioni perdute, speranze salvate». Giolitti, di
cui anche taluni di noi amici abbiamo criticato affettuosamente nell'azione, forse a
torto, un certo amletismo, scrive, citando a
sua volta un testo di Luigi Ferrajoli: «Esso
[il garantismo] postula una concezione universalista e perciò individualistica dei diritti: ciascuno, uomo e donna, sempre e ovunque, è titolare dei diritti fondamentali, in
quanto individuo, non in quanto membro
di una determinata «comunità» (sia essa
classe o nazione o etnia ecc.): perché in
questo caso i suoi diritti non sarebbero fondamentali, universali, ma deriverebbero e
dipenderebbero dall'appartenenza a quella
comunità non alla comunità del genere
umano». Io, paradossalmente, ho sostenuto
tempo fa che la vera minoranza da difendere è l'uomo.
Molti federalisti integrali, viceversa, si
sono proprio preoccupati della comunità
come organismo, dell'etnìa, degli interessi
MARZO 1993
corporativi: in qualche modo ha peccato in
questo senso lo stesso Alexandre Marc,
uno dei capiscuola del federalismo integrale - e mi toccò di criticare, al sofferto congresso di Montreux (1964) del Mouvement
fédéraliste européen, ove io difendevo, nell'àmbito della corrente di Etienne Hirsch,
il «fronte democratico europeo», la «Charte» che a Marc si ispirava -. I1 colmo dell'errore, per altro, è stato raggiunto, a mio
avviso, da Guy Héraud con la sua proposta
di «regioni monoetnicheo. È evidente che,
con questa premessa, il passo al secessionismo è breve - con le violenze che poi esso
richiama: si comincia con le Leghe e si può
finire con la lotta fratricida in Bosnia -.
I n linea generale la matrice dei guai, ha osservato a suo tempo Walter Lippmann (in
«U.S. War Aims», scritto durante il secondo conflitto mondiale), è una applicazione
esasperata del principio - padre di infinite
secessioni - di self-detemzination (autodeterminazione), difeso dopo il primo conflitto mondiale dal presidente Wilson, versione abusiva di un democratico autogoverno
(nell'àmbito di autonomie territoriali: affermava Lippmann che l'autodeterminazione «rejects the idea1 of state within diverse peoples find justice and liberty under
equals laws and become a Commonwealtha). Recentemente ho sostenuto, a
una assemblea del Consiglio dei Comuni e
delle Regioni d'Europa a Praga, che non si
ha il diritto alla secessione ma, con Diderot, si ha il diritto all'insurrezione contro la
tirannide, il totalitarismo e anche il falso
federalismo (imposto e dittatoriale). In
conclusione le comunità minori, le Regioni,
le Nazioni oltre a garantire l'autogoverno
(e vedremo come), possono e debbono funzionare da contropoteri nei riguardi di una
sovrannazionalità e anche di un governo
mondiale, che si affermino a dispetto di
quei diritti dell'individuo, di cui si è discorso sopra (e a questo proposito a me piace sempre ricordare il profetico «Il Mondo
Nuovo» di Aldous Huxley, pubblicato nel
1932, ove non solo si ipotizza una tirannica
oligarchia mondiale, ma si intuisce perfino
la pianificazione genetica - l'immaginario
processo Bokanovsky -).
Vorrei citare ancora Giolitti che, richiamando i1 saggio «Per la pace perpetua» di
Kant, sottolinea che vi si constatava che
«la violazione del diritto avvenuta in un
punto della terra è avvertita in tutti i punti». Cioè: si mira al «governo mondiale»
non «come utopia ma come processo di istituzionalizzazione sempre più ampio della
inscindibile coppia 'stato d i dirittodemocrazia'». Mi è capitato di domandarmi («Sovranità popolare e federalismo», in
«Comuni d'Europa» giugno 1991): «Popolare? Di un dato popolo? di un gruppo di
popoli? di tutti i popoli della Terra? E poi:
in un dato momento? nel dispiegarsi di una
fase storica? tenendo conto dei soli viventi
o anche dei trapassati e dei nascituri?».
Nello stesso articolo richiamavo un passo
del commento all'articolo 11 della nostra
Costituzione, scritto da Costantino Mortati nell'ambito del saggio «Ispirazione democratica della Costituzione»: «È degno
di
nota come alla corrente che conduce gli
orientamenti statali a subordinarsi a quello
internazionale, ne corrisponda una uguale
da parte di quest'ultimo, che tende a dare
rilevanza e garanzia internazionale ai diritti fondamentali della persona. Per la prima
volta nella storia gli interessi della persona
umana, come tale, in tutti i loro aspetti,
non solo di libertà formale ma di protezione delle sue esigenze di sviluppo, sono presi in considerazione dalla società degli Stati». Piero Calamandrei, nella introduzione
alla ristampa post-bellica e a Resistenza
compiuta del libro «Diritti di libertà» di
Francesco Ruffini (uscito nel 1925 nelle
edizioni di Gobetti), aveva scritto dell'idea
«che attraverso un accordo internazionale
di tutti gli Stati, la garanzia scambievole dei
diritti di libertà sia sottratta al potere dei
singoli stati e sia affidata al controllo internazionale di una federazione superiore agli
stati»: l'idea dunque di un «intervento
umanitario» si faceva già allora strada, ma
palesemente a certe condizioni.
Ebbene, la comunità di base di Adriano
Olivetti non è un organismo statico, o quasi biologico, è invece una comunità di partecipazione, come voleva il federalismo di
Walter Lippmann e come suggeriva a Olivetti un personalismo ben inteso. E una comunità che, in «una contesa tra due forme
di democrazia, e precisamente tra una forma ben temperata di democrazia diretta o
partecipativa, e la democrazia fondata sulla
delega totale e irrestituibile, a piccoli gruppi o élites politiche, di ogni potere di decisione, si schiera con la prima» (Luciano
Gallino, introduzione a «Fini e fine della
politica - la sfida di Adriano Olivetti» di
Giulio Sapelli e Roberto Chiarini, Fondazione A. Olivetti, Milano 1990).
Ovviamente su partecipazione, mercato,
pianificazione sarebbe - e sarà - utile e
divertente confrontare tutto il pensiero di
Adriano Olivetti coi dogmi di Giovanni
Sartori (ora con l'ultimo volume, «Democrazia. Cosa è»: e Sartori ce lo spiega), che
non sono da trascurare, ma da leggere individuando i suoi reali bersagli e senza lasciarsi impressionare.
- -
L'OPC e il personalismo di Olivetti
I1 federalismo personalista di Olivetti
portava ad alcune coerenti e rigorose conseguenze. È suo il capovolgimento della cosiddetta rappresentanza organica, il che
implica una critica definitiva della rappresentanza corporativa, della rappresentanza
di interessi in senso stretto, di interessi
economici, di categoria, professionali, tecnici. Si legge nel17«Ordinepolitico delle comunità»: «Errore dottrinario che da anni
fuorvia la letteratura politica è l'idea di una
possibilità concreta di rappresentanza economica: nemmeno in uno Stato largamente
collettivizzato o socialista, ove i consigli
economici territoriali potrebbero sviluppare la loro forza creativa col minor danno
possibile, una tale rappresentanza ha senso. L'idea di rappresentanza presuppone
una identità giuridica e un'identità funzionale: un notaio può rappresentare dieci,
cento, mille notai perché ogni vantaggio
che ottiene per se stesso si estende automaticamente all'intera categoria. Un dirigente
di fabbrica non può rappresentare che se
stesso o la particolare organizzazione a cui
appartiene, e ciò indipendentemente dalla
natura giuridica, di diritto privato o pubblico, di questa. Ma nemmeno la rappresentanza professionale, come elemento politico, porterebbe a risultati socialmente
utili. I conflitti trasferiti dall'ordine sindacale all'ordine politico non porterebbero a
nessuna soluzione coerente, ma alla creazione di nuovi privilegi. Infine, nessun problema economico è strettamente tecnico,
tanto è inscindibile dal problema umano e
sociale ad esso collegato...».
Da questa premessa e tuttavia dalla constatazione che la democrazia tradizionale
tende, accanto alle «esperienze», a non offrire canali istituzionali per fare avanzare
valori personali, Olivetti è stato portato all'invenzione degli «ordini politici»: «ordini» che rappresentano alcuni «interessi generali» (plurale di «interesse generale»), dedotti, a priori, da alcune funzioni politiche
fondamentali, che non possono non riconoscersi allo Stato democratico attuale (giustizia, lavoro, assistenza, educazione, economia, urbanistica). Questa deduzione a
priori rappresenta il capovolgimento della
prospettiva di dare rilevanza costituzionale
a categorie professionali, tecniche, economiche, a corporazioni varie. Naturalmente
per tener fede a questo a priori, nell'«Ordine politico delle comunità» si pievedono
quegli accorgimenti che, nella formazione
in concreto degli «ordini politici», non permettono che rientrino dalla finestra quegli
interessi «costituiti» che si sono cacciati
dalla porta. Gli «ordini politici» poi, nella
visione olivettiana, rappresentano una
struttura verticale dello Stato, che rompe
ogni eventuale chiusura in se stessa della
comunità territoriale.
Ma poi il personalismo di Olivetti scend e più a fondo e teorizza l'aspetto dualistico delle manifestazioni sociali e spirituali
della persona: «queste» egli scrive «devono
avere un primo campo di attività libera che
si attua e si svolge nella società e che garantisce la libertà della società stessa: una seconda attività deve assumere un aspetto
politico» (io ho sottolineato a suo tempo e
per evitare equivoci un aspetto istituzionale e di diritto pubblico) «affinché la libertà sia sociale*. Qui mi permetterei di
parafrasare o addirittura di riprodurre
quanto ho scritto nel minisaggio «Il socialismo personalista e comunitario di Adriano
Olivetti» («Critica Sociale», 26 febbraio
1980).
«La prima manifestazione [delle due
enunciate qui sopra] trova Adriano esplicitamente debitore di Proudhon e riguarda
soprattutto un'economia socializzata e non
statizzata» - ci torneremo poi nel prosieguo dell'analisi - «pluralista, non sottoposta all'Autorità (1863: Le principe fédératifi ...» G...Tutti ricordiamo la distinzione
rousseauniana fra l'atomistica volontà di
tutti e la volontà generale: ebbene, in
Rousseau e nel pensiero politico posteriore
- di destra e di sinistra - che eredita il
suo concetto di volontà generale, l'affermazione e la stessa definizione di questa ultima sono del tutto problematiche. Per
Rousseau essa si realizza solo in piccole comunità (quindi si elude la casistica dei
grandi Stati moderni) e attraverso la democrazia diretta: ma si preparano anche le ambiguità e le devianze future quando nel
Contratto Sociale si parla di «costrizione a
esser liberio; quando la persona umana si
identifica, senza residui, col cittadino;
quando in analogia con la fisiologia organica ci si riferisce a una «personalità» della
comunità (il moi commun). «Forzare un uomo ad esser libero è un eufemismo per renderlo ciecamente obbediente alla massa o al
partito più forte», esclama il Sabine (Storia
delle dottrine politiche, edita in Italia da
Olivetti - 1953 - nelle edizioni di Comunità).
Superfluo sottolineare cosa ne hanno ricavato conservatori, radicali e progressisti,
i giacobini e Robespierre, Burke, Hegel,
Marx, Lenin, gli statolatri di destra. La
«persona» di Adriano (e qui opera anche il
suggerimento del pensiero cattolico) trascende i1 cittadino e lo Stato e - questo è
il punto - non lascia adito a extrapolazioni a favore dello «spirito di gruppo». Per
Adriano la volontà generale non passa per
il Volkgeist o per il partito guida (né per
una oligarchia di partiti)» - è quasi superfluo ricordare la durissima polemica antipartitocratica, nome e concetto, del Movimento Comunità - «ma per la persona
umana in concreto: si fanno fuori, dunque,
anche rutti i ripieghi moderati e corporativi, ove compaiono l'individuo nel suo
aspetto unilaterale, alienato o schiavo
dell'«amor proprio» (direbbe Rousseau), e
la correlata rappresentanza degli interessi
costituiti (neo-feudalesimo) -. La democrazia del suffragio universale non sfugge
al pericolo di restare l'espressione pura e
semplice della «volontà di tutti», mentre il
referendum simula una partecipazione decisionale diretta, ma in realtà il cittadino
risponde a una domanda condizionante; a
loro volta l'assemblearismo più spinto e la
democrazia più partecipativa non sono necessariamente l'espressione della volontà
generale, cioè della persona in tutta la sua
ricchezza intellettuale e morale, se inseguono fini particolari e contraddittori, mentre
ogni persona dovrebbe esprimersi tirando
COMUNI D'EUROPA
le somme di tutto quello che essa è portata
a sostenere in sedi diverse e particolari, responsabilizzandosi come fosse titolare di
governo (e così governo e autogoverno tenterebbero razionalmente a coincidere). Per
Adriano affinché ciò si realizzi bisogna
strutturare la comunità di base («a misura
d'uomo») in modo da interrogare la persona nella sua interezza, integrando il canale
ordinario del suffragio universale con la voce specifica del lavoratore-produttore (anche in una economia socializzata occorre
bilanciare col fattore umano la facile prevaricazione dei tecnici) e con la voce della
cultura intesa non come zona di privilegio,
ma come modo disinteressato e aperto a
tutti di guardare - nella ricerca della verità e della bellezza - a lungo termine alla
realtà. Queste comunità di base andranno
federate secondo un'architettura che affiancherà al criterio territoriale quello delle
«funzioni politiche»: ma degli «ordini politici» abbiamo già parlato.
Economia, ambiente, pianificazione
Torniamo a questo punto alla «prima»
delle manifestazioni sociali e spirituali della persona e a quella parte del «federalismo» di Olivetti - per altro di tutti gli «integrali» - che può sembrare superata, ma
che s'imbatte tuttora in problemi irrisolti
dal liberismo classico: il federalismo socioeconomico. Qui, si diceva, Adriano è debitore a Proudhon, anche se in definitiva lo
corregge e lo supera. Per il socialismo di
Proudhon «motivo ispiratore di fondo è
l'immanenza dei conflitti al tessuto sociale
e l'illusorietà, quindi, di ogni tentativo di
risolvere le antinomie una volta per tutte»:
è un'osservazione di un acuto saggio («Rileggendo Proudhon», in Mondo Operaio del
settembre 1978) di Giuliano Amato.
L'errore di Proudhon sembra l'aver minimizzato la «seconda» manifestazione del
dualismo olivettiano, per la quale passa la
realizzazione della volontà generale. Trascinato dalla polemica antistatalista, egli liquida lo stesso problema dello Stato - che
pure anche per lui ha nel campo economico
compiti non eliminabili (l'equa distribuzione del credito - occorrerebbe domandare
al professor Gianfranco Miglio cosa pensa
del federalismo fiscale in vigore nella Germania federale -, il controllo delle grandi
imprese gestite da «compagnie operaie»,
ecc.): a ben vedere, ha osservato ancora
Amato, questa «liquidazione» si ritorce
contro la stessa preoccupazione di fondo di
Proudhon, cioè causa l'eliminazione di uno
dei poli di una antinomia (società-Stato)
«capace di generare.. . una permanente tensione ed un equilibrato bilanciamento delle
rispettive potenzialità prevaricantb. A mia
volta io ho aggiunto a suo tempo che la
mancata soluzione «tecnica», oltre che la liquidazione dottrinaria della problematica
della volontà generale, dato che le esigenze
di un potere pubblico rimangono, tendono
a portare Proudhon e molti proudhoniani
- ci siamo di nuovo! - (per esempio Silvio Trentin, di cui v. «Scritti inediti - testimonianze e studi», Parma 1972, con
contributi di Lussu e Tobler e presentazione di Bobbio) all'ipotesi di una «rappresentanza degli interessi» (corporativismo),
cioè alla confusione tra società e Stato. I1
personalismo di Olivetti non è caduto nel
: «ortranello in cui è caduto ~ r o u d h o n gli
dini politici» rientrano nella manifestazione della «libertà sociale», cioè delle istituzioni politiche e quindi della volontà generale.
Intendiamoci: sia il federalismo sociale
di Proudhon che quello di Olivetti accettano il mercato economico e la «giustizia
commutativa»: ma Olivetti poi cammina
per una sua strada. Caduto il muro di Berlino con tutto il resto e imperversando la
moda di trascurare non tanto le semplici
correzioni quanto i limiti e le subordinazioni che chiede al mercato l'irrinunciabile
«Stato sociale» (cioè uno Stato civile), andrà, con pazienza e non conformismo, riletto questo capitolo del pensiero di Olivetti, che appunto, anche qui, si muove sul
suo «dualismo», insomma su una dialettica
società libera - Stato. Mi riprometto di
riapprofondire appena possibile questo capitolo dopo una ulteriore riflessione, ma
sul momento vorrei tentare un primo approccio, del tutto parziale, anzi inevitabilmente unilaterale.
Cos'è, cosa può essere, cosa deve essere
il mercato economico? Intanto, per cominciare, si presenta come lo strumento essenziale di una democrazia dei consumatori,
un referendum permanente che si offre loro sulla produzione; ma, appunto, con gli
stessi difetti o limiti del referendum: di fatto si presenta con scelte condizionate; non
dà che molto indirettamente al consumatore l'occasione di suggerire una produzione
del tutto nuova. L'informazione è prevalentemente in mano della produzione, che
quindi egemonizza lo strumento della persuasione e addirittura la facoltà di suggestione, di creazione di gusti fittizzi, disutili
o dannosi. Come vi comandino fra i produttori i più forti e in sostanza non ci sia
neanche una democrazia dei produttori è
stato descritto da note e vivaci pagine di
Galbraith. I1 mercato e l'economia che esso
determina non producono giustizia economica territoriale, distribuzione equilibrata
della ricchezza. La logica di mercato della
produzione, a parte monopoli, oligopoli,
ecc., è la competizione scatenata a scopo di
profitto, profitto che ovviamente non va
interamente al capitale gestito dal produttore, pubblico o privato, ma ai salari, alla
ricerca tecnologica, agli ammortamenti, e
via discorrendo. L'azienda quindi pensa a
se stessa come a un complesso sociale e ha
difensori acritici di rango sociale assai diverso. Infine il sistema «competitivo di
mercato» entra in crisi se la crescita econoMARZO 1993
mica - e non importa di quali prodotti non aumenta via via adeguatamente, cioè
non ci si limita a un assetto di mantenimento.
Ci fermiamo volutamente qui, perché
momentaneamente ci basta per accennare a
diverse posizioni dalle quali si può correggere strutturalmente il mercato. Inserire il
mercato economico in un sistema di informazione - e stavamo per dire di controinformazione - assolutamente democratico?
È una strada: ma limitata, irta di difficoltà
e perfino di pericoli (uso improprio della
controinformazione). Agire sulla proprietà
d'impresa e sulia gestione?
Visto che una proprietà azionaria del
tutto determinante - ci riferiamo alle imprese maggiori - è venuta in gran parte
meno, con l'azionariato diffuso e frazionato, si parlò un tempo di «capitalismo dirigenziale» (managerial Capitalism): ma la gestione in mano ai managers, che non sono
poi così autonomi dalla proprietà come si
ipotizza, non va contro i difetti del mercato da noi richiamati. In questo dopoguerra
si scrisse addirittura di una «rivoluzione
dei managerr» (Burnham), che avrebbero
quasi formato una classe a sé, visto - si affermava - che sono loro che decidono (o
che decidevano) sia in regime capitalistico
che in regime sovietico: ma la teoria si rivelò presto superficiale e infondata. Insomma
quali sono una proprietà e una gestione che
possano dare alla produzione un orientamento che tenga conto in partenza delle
istanze sociali? al limite, dell'esigenza, che
fu considerata reazionaria quando enunciata (1971) dal M.I.T. di Boston, in uno studio fatto per conto del «Club di Roma» di
Peccei - e sulla quale le sinistre si sono dovute ricredere -: «I limiti della crescita
(economica)»?
In realtà come i produttori possono contribuire a un mercato che, oltre che dello
sviluppo economico, si preoccupi della qualità di vita, dello sviluppo armonioso della
città e del territorio, della tutela dell'ambiente?
A questo punto si deve ritornare a Olivetti e a l a sua «civiltà di cultura», coi suoi
forti «consumi spirituali», guardando a un
futuro anche non prossimo e che tuttavia
non si rivolga ai malestri del capitalismo
con un'alzata di spalle. L'utopia di Olivetti, restando sul terreno dell'offerta, recita:
«Socializzare senza statizzare, organizzando la società economica in modo autonomo, rendendola indipendente dall'intervento prevalente dello Stato; onde la libertà dell'individuo, la difesa della persona,
l'accrescere del benessere materiale siano
garantiti dalla collaborazione di una pluralità di istituti a ciascun scopo coerentemente designati». Olivetti soggiunge: «Alla
proprietà capitalista succede, nello Stato
delle Comunità, un sistema organico federalista al quale partecipano una pluralità di
interessi morali e materiali». È noto che
Olivetti pensava a soluzioni, di cui una è
MARZO 1993
citata abitualmente, quella della Zeiss di
Jena, come organizzata (1891) da Ernst
Abbe: una Fondazione che dipenda equilibratamente dai lavoratori-produttori, da
enti scientifici (università)-del territorio,
da Enti territoriali minori e dalla Regione.
Non mi inoltro su questo terreno, che tuttavia - nella stagione delle «privatizzazioni» - sembrerà meno irreale se pensiamo
in prospettiva a un mondo che è in grado
di produrre più volte quel che può occorrere a tutti gli uomini - e ove la disoccupazione non ha senso -, un mondo nel quale
finora gli Stati sono stati capaci di organizzare la possibilità di sovrauccidere (overkill) tutta l'umanità più e più volte, un
mondo per altro la cui estensione territoriale e la cui natura permettono uno sviluppo produttivo e un consumo con limiti
quantitativi e soprattutto qualitativi (regolati non dal profitto ma dalla ragione) abbastanza precisi.. . Comunque fin qui, con
correzioni anche essenziali, Olivetti rimarrebbe sul terreno proudhoniano ovvero sul
primo aspetto del suo stesso «dualismo»:
ma la sua preoccupazione per lo sviluppo
della produzione sul territorio (urbanistica
in senso lato) - che egli addita al proudhoniano Georges Gurvitch, di cui conosce
«Le temps present et l'idée du droit social»
(Parigi 1932) - lo porta a riaprire la dialettica fra la libertà nella società e la libertà
sociale, o se volete fra società e Stato C(.
è titolo di un suo libro «Società Stato Comunità»); o meglio, fra società e istituzioni
pubbliche, cioè politiche.
Adriano Olivetti è il suggeritore avanti
lettera di una politica ambientale razionale. Lo sviluppo economico va concepito simultaneamente a una politica ambientale
(in sostanza, a una pianificazione del territorio): esso determina case di abitazione,
fabbriche, zone destinate all'agricoltura,
strade, ponti, linee ferroviarie, porti e aeroporti, ecc. ecc.
Occorre dunque una sintesi a priori di
programma economico e pianificazione del
territorio. In conclusione non è la logica
del capitalismo che può indicare quello sviluppo che creerà la riconciliazione dell'uomo con la natura e che offrirà non il massimo del profitto, ma il massimo della vivibilità e della bellezza, cura costante, l'ultima,
di Adriano. Ma torniamo al rapporto
società-Stato.
«Nel sistema comunitario» scrive Olivetti «i piani produttivi sono ... elaborati prevalentemente da organismi economici autonomi. Lo Stato Federale, le Regioni, le
Comunità ... ne prendono conoscenza o intervengono direttamente per procedere a
soluzioni che impediscono perturbamenti
locali o il raggiungimento di quei fini sociali od immediati che lo Stato Federale delle
Comunità si prefigge». I dati economici e
tutti gli effetti sociali previsti prendono, riportati al territorio amministrato, forma di
«piano» definitivo nell'ambito della Comunità, che anche per questo è l'ente di me-
diazione, alla base, tra l'esigenza delle persone e quella della collettività. In sostanza
l'intervento statale - se complessivamente
vogliamo considerarlo tale - è affidato a tre
livelli distinti: il piano federale, che «consisterà in un insieme di leggi, provvedimenti
e disposizioni di carattere generale, approvate via via dagli organi legislativi ed esecutivi nazionali», il piano regionale, che
«provveda all'esecuzione nell'àmbito regionale, delle disposizioni federali, e organizza attraverso i suoi organi autarchici, il
coordinamento dei piani inferiori.. .»; il
piano delle Comunità, che «è finalmente il
solo piano completo che contiene dettagli
esecutivi».
I1 federalismo personalista di Olivetti si
articola in una scala in cui nulla è lasciato
all'egoismo o al secessionismo locale o di
gruppo, ma che nello stesso tempo lascia
tutta l'iniziativa necessaria all'hic et nunc:
«affidato alla Divisione Urbanistica della
Comunità il Piano prenderà quella forma,
più o meno perfetta, più o meno ordinata,
che la volontà e il gusto degli uomini.. . che
saranno chiamati a comporlo, detteranno».
Come si vede è anche studiosamente curata
l'unitarietà decisionale attraverso un coordinamento costante, che evita la contraddizione fra decisioni economiche, sociali e
urbanistiche e fra l'alto (lo Stato) e il basso
(la Comunità locale).
Partiti, sovranazionalità, sinergie
A questo schizzo del sistema federale olivettiano manca una parola sul partito politico, argomento lungamento discusso nel
Movimento Comunità, fondato da Adriano Olivetti e a cui abbiamo partecipato in
diversi «socialisti senza tessera» (o sul momento «senza tessera»). Comune a tutto il
Movimento è stata la denuncia durissima
della partitocrazia: si può rileggere, riscontrando un sorprendente carattere di attualità, il documento collettivo «Tempi nuovi
metodi nuovi - dichiarazione politica» del
1953, ma elaborato lungo tutto il 1952.
Detto questo, chi scrive fece obiezioni di
fondo a Olivetti, che confinava il partito
nella «prima» manifestazione del suo dualismo (come pura espressione della «libertà
nella società»): obiettavo, oltretutto, che,
dato il ruolo che inevitabilmente assume
un partito nell'approccio al potere, tanto
vale determinarne caratteri e limiti nell'àmbito (costituzionale) della «libertà sociale». È fondamentale il suo ruolo nel proporre un programma, contingente quanto
si voglia ma globale e alternativo a un altro
programma o ad altri programmi proposti,
mentre i diversi livelli olivettiani non potevano adempiere spontaneamente a questo
compito di scelta operativa coordinata: ma
ero in pieno accordo che il partito deve essere imbrigliato in un ruolo «di servizio»,
mentre è spinto a trascendere se la società
è senza valide strutture prepartitiche e anCOMUNI D'EUROPA
che semplicemente di libera espressione extrapartitica («libera» e con strumenti idonei per realizzarsi: potrebbero essere quei
«mezzi stabili» offerti al cittadino, che Costantino Mortati ed io riuscimmo a introdurre nella «Carta europea delle libertà locali» del Consiglio dei Comuni d'Europa
- 1952-'53 -). Nel fatto poi i partiti politici si sono costantemente opposti o hanno
copertamente sabotato (in Italia e fuori) il
federalismo infranazionale (non alludo a
quello leghista, che è uno «sfederalismo») e
sovranazionale (il continuo opporsi, chiacchere a parte, all'autonomia sovranazionale
dei gruppi politici del Parlamento Europeo
e, quindi, l'umorismo di fingere di progettare partiti «europei», che europei non sono né si vuole che siano).
Per completare il quadro della prospettiva federalista della «comunità» di Olivetti
faremo ancora un paio di osservazioni. La
prima può essere il verificare la posizione
olivettiana verso il federalismo sovranazionale. Occorre qui subito sottolineare che
Adriano scrisse l'«Ordine politico delle Comunità» pensando anzitutto alla prossima
Costituzione, postfascista dello Stato nazionale italiano: ma non ignorava l'esistenza dei problemi dell'organizzazione strutturale e giuridica della sovranazionalità;
più in generale, non gli era estranea la mèta
finale di ridurre questo nostro mondo, subordinato a guerre e comunque ad armamenti costosi e minacciosi ... sotto il segno
di un comune ordine istituzionale.
Ma torno di seguito a parafrasare me
stesso («Ci ha lasciato uno dei più grandi
maestri del federalismo integrale...»,
1960).
Olivetti «era consapevole che la sua impostazione di un nuovo federalismo avrebbe dato preziosi suggerimenti per tentare
un colloquio fra Est e Ovest, non basato
sull'equivoco né sulla pretesa di imporre
antistoricamente vecchie e irripetibili esperienze (v. il ... «Saggio preliminare intorno
al salto dalla dittatura alla libertà»): ma,
pur riconoscendo che il federalismo è automaticamente tale solo se non trova limiti al
suo espandersi, confessava che gli aspetti
strutturali e costituzionali di esso al livello
sopranazionale non erano stati oggetto di
un suo studio specifico.. . Olivetti insisteva
perché non si procedesse a realizzazioni supernazionali senza appoggiarsi ai tre princìpi - e alle tre forze relative - della rappresentanza democratica (attraverso un associazionismo fra enti territoriali locali,
che non decadesse a particolaristico, confusionario e spesso reazionario municipalismo), della rappresentanza del lavoro e della rappresentanza della cultura: se provò
talvolta un certo fastidio per il federalismo
europeo organizzato (che pure di fatto, aiutò generosamente) era perché lo trovava organizzato - a suo avviso - arcaicamente
e senza la necessaria anzidetta articolazione (del resto anche per le prospettive mondiali vedasi la sua collaborazione alla «Di-
chiarazione politica: Tempi nuovi metodi
nuovi» del Movimento Comunità, dove al
paragrafo «Popoli coloniali e aree depresse»
fu lui che volle l'esplicita citazione del «Disegno di Costituzione mondiale» presentato da un gruppo di studiosi dell'università
di Chicago, in cui si postulava accanto ai
tradizionali valori democratici il peso della
istituzioni culturali e delle forze sindacali).
Nella scala federale di Olivetti si prevedevano il Comune, la sua Comunità, la Regione, lo Stato federale nazionale, la Federazione (regionale in senso anglosassone o
continentale) di Nazioni, la Federazione
mondiale. Federalista o confederalist a?
Olivetti era chiaramente federalista, anche
se anomalo. Del resto su questo punto oggi
occorre fare chiarezza, perché anche le forme anomale di federalismo non rappresentano un salto di qualità - e quindi non sono in realtà federaliste - nell'organizzazione sovranazionale, se almeno un loro
elemento costitutivo, che non trae legittimazione e forza da una esclusiva fonte nazionale, non entra in giuoco. Spiego con un
esempio su un terreno che è stato solo considerato pre-federale, quello «comunitario
europeo».
La trovata geniale dei Trattati di Roma
- ma con un tallone di Achille - era la seguente (che io definisco da tempo «il mercato delle vacche a posteriori»): sul terreno
attribuito alla Comunità la Commissione
esecutiva, formata da un p001 di personaggi
nazionali che giuravano «indipendenza dalle origini nazionali e fedeltà all'Europa»
aveva il monopolio della proposta progettuale, che di conseguenza nasceva, buona o
cattiva che poi risultasse, come ipotesi direttamente sovranazionale: ai Ministri nazionali competeva di amputare e deteriorare il progetto, che rimaneva pur Uempre
un'ipotesi «europea» e non la somma algebrica di singoli interessi nazionali e basta,
e alla fine toccava di decidere o di sospendere ogni decisione. Quando più che smantellare dogane si è trattato di costruire una
«nuova economia», la linea proposta di volta in volta dalla Commissione è risultata
sempre più casuale o arbitraria, creando il
sospetto di sudditanza a diverse lobbies (a
parte la minaccia di stasi dell'agire comunitario, se spiacevole, rivolta direttamente o
indirettamente alla Commissione esecutiva
da parte della rappresentanza intergovernativa): a questo tallone d'Achille si poteva
solo rimediare sottoponendo la Commissione a una dipendenza responsabile verso il
Parlamento Europeo - cioè un parlamento eletto, almeno teoricamente, su problematica sovranazionale e i cui parlamentari
sono organizzati in gruppi politici sovranazionali, cioè per discutere tesi europee si,
ma alternative e tutte legittimate da elettori «europei». Si rifletta che nel Consiglio
dei Ministri della Comunità chi è in minoranza non può intervenire sugli elettori,
della cui delega gode la maggioranza, perché ogni Ministro dipende da un elettorato
nazionale «separato»: nel Parlamento Europeo ogni elettore deve tener conto dei
problemi di tutti e tutti, senza distinzione
di nazionalità, possono arrivare a lui. La
confederazione non è legittimata a porre le
basi di un ordine democratico superiore alle componenti: per Olivetti la Federazione
Mondiale dovrà avere una sua piena autonomia, e con questa potrà, nella giustizia,
tutelare la pace con l'efficacia necessaria.
La seconda e ultima osservazione sul federalismo di Olivetti non riguarda la sua
architettura, ma l'azione politica «per il federalismo». Adriano era allergico alle sinergie politiche, anche alle sinergie perfettamente fisiologiche: era un costruttore metodico, non di rado un geloso purista; tenace e coraggioso nell'utopia, temeva poi il rischio di operazioni di cui non si potevano
controllare tutti i passaggi e soprattutto di
cui non si poteva esser sicuri a priori non
tanto sul «successo» quanto sulla correttezza del risultato. Federalista europeo, non si
trovava d'accordo con Spinelli sulla «rottura» di incerti effetti, che avrebbe provocato la Costituente europea. Mentre mi ha
sempre assecondato - con qualche indubbia perplessità - nel mio impegno anche
creativo, se mi si consente, nel Consiglio
dei Comuni (e anche delle Regioni) d'Europa, non credo di averlo mai sedotto con la
mia teoria del «blocco storico», della sinergia tra la lotta per le autonomie territoriali
e la lotta per la federazione sovranazionale.
Per altro si può concludere che il suo federalismo, comunque lo si configurasse ai
piani superiori e comunque si lottasse per
esso, per ben procedere non poteva a suo
avviso non fondarsi sulla sua Comunità, la
sua «comunità concreta», «cellula base di
ogni costituzione politica», embrione di
ogni sviluppo democratico successivo, che
non avanzi a spese della ricchezza della
persona umana. I1 letto di Procuste a cui
molte ideologie sottopongono la persona
umana era quanto si può immaginare di più
lontano dalla sua idea di progresso.
~
~
Umberto Serafini
Poscritto
Della sottovalutazione del federalismo
di Einaudi nel libro di Riccardo Faucci ne
scrivemmo a suo tempo in parecchi federalisti «militanti» (anch'io in «Comuni d'Europa», come vecchio «einaudiano»: credo
nel 1938, avevo comprato, tra i libri usati
di una bancarella, «Gli ideali di un economista», una edizione di «La Voce» del
1921, raccolta che conteneva fra l'altro la
recensione di Einaudi del libro di Cabiati
e Agnelli senior sugli Stati Uniti d'Europa): il rimprovero era stato ribadito da Umberto Morelli, nel 1990, nel suo volume
<<Controil mito dello Stato sovrano - Luigi Einaudi e l'unità europea» (Morelli poi
aveva anche citato la riflessione di Mario
Albertini nella prefazione alla ristampa MARZO 1993
1984 - del libro «La guerra e l'unità europea» di Einaudi, uscito originariamente
nelle olivettiane edizioni di Comunità:
«L'abitudine di pensare per etichette fa si
che Einaudi sia considerato soprattutto, o
soltanto, come un economista»). Riccardo
Faucci - 1992 - ha puntigliosamente replicato in un saggio introduttivo a «L'Europa necessaria. I1 federalismo liberale di
Luigi Einaudi* di Claudio Cressati. A parte, appunto, il tentativo un po' ingenuo di
difesa, il saggio è senz'altro interessante e
anche utile, perché richiama intelligentemente l'evoluzione del federalismo di Einaudi e le sue posizioni verso la guerra, lo
Stato, la Nazione, eccetera. Questi concetti hanno affannato la cultura politica italiana agli inizi del secolo - in un incrocio di
posizioni, dalle quali è poi scaturito anche
il fascismo o, meglio, è scaturita la sua ambiguità - e che tornano ad affacciarsi oggi, nella cosiddetta crisi della prima Repubblica italiana (tra l'altro, quando sembrano
dimenticate le lucide lezioni di Federico
Chabod su «l'idea di nazione* - lezioni
del valdostano Chabod tenute tra la fine
della Resistenza europea e il periodo iniziale della «liberazione» -). Faucci ricorda i
contatti tra Einaudi e Adriano Olivetti e
rileva, giustamente, che G . Berta, nel suo
«Le idee al potere. Adriano Olivetti fra la
fabbrica e la Comunità*, «non dà conto dei
rapporti con Einaudi, presentando Olivetti
esclusivamente come superatore del "liberismo radicale ... del 'Mondo' di Mario
Pannunzion». Accusa analoga Faucci fa a
Umberto Morelli, mentre rileva posizioni
simili nelle componenti del federalismo-autonomismo dell'uno e dell'altro autore: a
sua volta - sempre Faucci - nota che C.
Malandrino, nel volume (1990) «Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone* (Silone di cui
Adriano fu editore non conformista, in una
stagione di discriminazioni staliniste, imperanti nella Sinistra), malgrado le forti
analogie «non menziona* Einaudi.
Adriano Olivetti scrisse l'«Ordine politico delle Comunità* in funzione soprattutto
di una Costituente italiana e credeva che,
in un nuovo ordine mondiale - ove avrebbe potuto avere il suo posto una Federazione europea, ma che aveva il suo riferimento
definitivo in un governo mondiale, garante
della pace - la nazione avrebbe avuto un
ruolo irrinunciabile, anche se «condizionato» (questo «utopista» aveva fiducia, tutto
sommato, nella possibilità di organizzare in
forma permanente la pace). A questo proposito è uscito tempestivamente (1993) «I1
pensiero politico di Hegel» di Giuseppe
Bedeschi, che colloca lucidamente e finalmente questo eminente filosofo tedesco che Schopenhauer riteneva «un ciarlatano»
- nel cuore della restaurazione, o forse
della reazione, romantica europea. I1 peggior Croce e naturalmente Gentile si sono
così spesso rifatti a questo Hegel: esaltazione della guerra (la pace «a lungo andare, è
MARZO 1993
un ristagno per gli uomini»); successione legittima di «popoli dominanti»; Stato aorganico» (e anche corporativo); eccetera. La
concezione hegeliana, commenta a un certo
punto Bedeschi, è «gravida di conseguenze
di tipo nazionalistico-imperialistico». Già
che mi ci trovo, richiamo un passo (da «Pagine sulla guerra», che è la prima guerra
mondiale) di Benedetto Croce, rendendomi conto naturalmente della parziale giustificazione di Croce nello sdegno per gli insulti, che certa demagogia rivolgeva ai poveri combattenti, morti - come scrisse
con commozione, in una dedica di un libro,
il mio caro, ingenuo, onesto amico Ruggero
Zangiandi - «senza sapere perché»:
«Chiamare la guerra, chiamare questa religiosa ecatombe alla quale la vecchia Europa si è offerta fidente nell'avvenire e guardando ai figli dei figli, chiamarla (come
usano gli umanitari e i massoni) «resto di
barbarie e sopravvivenza d'istinti sanguinari», è tal giudizio, che basterebbe a rendere chiara la insanabile inferiorità, la pochezza, l'ottusità della forma mentale massonicap. Si badi che, confortato dal precedente hegeliano, penso non si possa confondere questa posizione crociana con
quella verso la guerra -vòlta a conquistare
superiori livelli di autonomia e di pace degli «interventisti democratici* italiani
nella prima guerra mondiale, Salvemini, i
bissolatiani, i repubblicani. Viceversa a
tratti Einaudi sembra non lontano dalla
concezione salveminiana - implicita nella
prima guerra mondiale, nella quale ha difeso l'intervento pour cause -, quasi opposta
alla «metafisica» tedesca di Croce.
Già che siamo in argomento, si potrebbe
affrontare l'atteggiamento di Olivetti del religioso Olivetti, ebreo, protestante e
cattolico - di fronte al problema della razza: ma basta scorrere il catalogo delle sue
edizioni di Comunità. Oggi il razzismo in
senso stretto non è più di moda (fra i cosiddetti intellettuali e i loro reggicoda): anche
nei salotti gira l'espressione «la genetica
molecolare ci fa tutti più uguali». In realtà
gli orecchianti vanno al di là del segno, poiché - abbandonata ogni definizione trascendentale della razza - l'esistenza di
sottogruppi della specie umana, non esistenti ab aeterno ma «figli della loro stessa
storia* e, d'altra parte, dai confini talvolta
incerti, visto che gli uomini emigrano e si
mescolano, è innegabile e non fa assolutamente male a nessuno. E' l'uso che se ne fa
a non andar bene. Comunque la fantasia
umana e il cicaleccio della pseudocultura
trovano sempre il modo di divertirci: è stato dunque inventato il «razzismo spirituale». Non so - non ne sono competente se Oswald Spengler ne faccia parte, ma il
fatto è che lo scrittore sta tornando di moda. Alcuni lo ironizzano (anche in base a
certi suoi appunti autobiografici e al progettato libro «A se stesso*), altri lo prendono sul serio: ma lo spazio che occupa e l'attenzione crescente sono senz'altro uno
spreco. Insomma torna di moda l'antilluminista, l'irrazionalista, il prenazista Spengler: egli a un certo punto non si è contentato nemmeno di Hitler e lo ha giudicato
«un Dummkopf, un fesso». Spengler aveva
scritto: «L'esistenza dell'animale da preda
è tragica, perché esso deve lottare contro la
preda e contro i suoi simili. Incomincia così
la solitaria vita interiore (anima) nell'uomo, a cominciare dal momento in cui egli
aggredisce il mondo, elevandosi grandiosamente. La sua anima è quella di un animale
da preda...». Siamo alla Superbestia. Nessuno ci obbliga - diciamo noi - a fondare
la lotta per la libertà e per l'amore - cioè
per la società democratica e federalista sul positivismo di Comte e di Spencer o
sulla dialettica hegeliana o sul suo capovolgimento marxista; nessuno di noi sbarra il
cammino - e non lo faceva certo Adriano
Olivetti - alla creatività dell'uomo e nessuno, a partire da chi scrive, trova necessariamente la spinta alla lotta in una idea fideista di progresso: nessun federalista è legato a quello che un mediocre esegeta di
Spengler (introduzione all'edizione Guanda di «l1 tramonto dell'occidente~, 1991,
lire settantamila) chiama «l'intero mondo
cristiano-borghese». Per altro occorre, armati di intelligenza, guardare con attenzione al concetto spengleriano di destino: scomodando il povero Goethe, Spengler ci dice che (seguiamo il suo esegeta) «nelle mutevoli trasformazioni, nell'incoercibile varietà del contingente, è presente un elemento necessario, un principio da cui si dispiega il movimento della forma: un «fenomeno simbolico originario» del tutto simile
a quello che Goethe cercava nel mondo naturale per spiegarne i processi metamorfici». L'esegeta continua: «allo storico Spengler chiede la medesima "forza di visione"
del naturalista fedele al metodo goethiano.
E' questa visione che dà la possibilità di vedere la traccia che ci guida attraverso l'insieme confuso degli aspetti accidentali, mostrandoci come lo sviluppo delle forme di
una cultura segua una sua necessità interna, la certezza di una logica organica che ne
stabilisca l'ascesa e il declino, lo splendore
e il tramonto*. E buona notte!
Ignoriamo se, prima di essere giustiziato, Mussolini si è confortato col pensiero
del destino spengleriano: certo è che, avendo ricevuto in omaggio da Spengler alcune
pubblicazioni di interesse politico, gli rispose (24 maggio 1925) che avrebbe letto
molto volentieri le sue opere («Non sappiamo», scrive Vittorio Frosini nella prefazione all'edizione italiana - 1971 - degli Urfragen di Spengler, «se il dittatore le abbia
lette davvero; certo è che, avendo egli preso visione di un successivo libro di Spengler, Anni decisivi, apparso nel 1933, lo segnalò in un corsivo anonimo del Popolo d'ltalia e ne sollecitò autorevolmente la traduzione italiana, che venne pubblicata a Milano nel 1 9 3 5 ~ ) .
I1 «superuomo» di noi federalisti - for-
te, fortissimo, coraggioso allo spasimo,
realmente creativo - si «eleva grandiosamente» ribellandosi, se c'è, alla crudeltà
della natura, guarda al futuro opponendosi
alla realtà dell'uomo-bestia, non vagheggia
di diventare la Superbestia, vuole la società
degli uomini che si amano e dialogano, irremovibile nell'impegno per questa «utopia».
Anzi lotta contro la sofferenza di ogni essere dotato di sensibilità e, dunque, di coscienza: perché è sapiente e sa cos'è la sofferenza. Se si è ir'rimediabilmente pessimisti, si rileggano allora le pagine pulite e
commoventi di Schopenhauer: dato che il
male e l'origine di ogni sofferenza è la ,vo-
AICCRE
lontà di vivere - l'egocentrica, individuale volontà di vivere -, ci si può liberare da
essa con la promozione della giustizia fra
gli individui; e poi - ascendendo - con la
bontà, cioè amore e compassione per gli altri «soggetti»; infine - è la conclusione del
suo pessimismo - con l'ascesi, «orrore per
la volontà stessa di vivere». Non c'è posto
per la Superbestia (e neanche per l'esaltazione della guerra).
Perché questa apparente divagazione finale sul federalismo di Adriano Olivetti?
Se il federalismo deve «cambiare il mondo»
- siamo noi ora a usare questa espressione
-, bisogna pure analizzare il motore primo
che lo anima in ciascuno di noi, talvolta lo riconosco - arrivando solo a constatazioni provvisorie, anche se a esclusioni certe. Più volte mi sono interrogato sulla religiosità di Adriano Olivetti come sull'esistenzialismo sconsolato di Altiero Spinelli
(cf. il finale di «Altiero Spinelli. Appunti
per una biografia» di Edmondo Paolini,
con le sue acute osservazioni sul «credo» di
Spinelli, e il commento alle citazioni di
Paolini, che ho fatto io stesso nella recensione del libro, in «Comuni d'Europa», settembre 1988). La solidarietà istituzionalizzata si fonda sull'amore del prossimo: da
che muove questo amore?
ASSOCIAZIONE ITALIANA PER IL CONSIGLIO DEI COMUNI E DELLE REGIONI D'EUROPA
ASSOCIAZIONE EUROPEA DEI COMUNI, DELLE PROVINCE, DELLE REGIONI E DELLE ALTRE COMUNITÀ LOCALI
00187 ROMA
COMUNI D'EUROPA
i
PIAZZA DI TREVI,
86
i
TELEFONO (06) 68.40.461 (5 LINEE) - FAX (06) 6793275
MARZO 1993
Un nuovo vicepresidente alla CPLRE
(segue da pag. 71
al Parlamento europeo avviare questo processo, introducendo il tema della Costituzione
europea nel dibattito elettorale. Per far questo, un progetto di Costituzione - dotato di
un sistema di «tipo federale» (un governo,
con poteri limitati ma reali; un parlamento
bicamerale in rappresentanza dei cittadini e
delle diverse articolazioni costituzionali nazionali: Stati e regioni; un insieme di competenze che assicurino l'efficacia dell'azione comune in politica economica, del territorio e
della sicurezza esterna; un bilancio ed una
politica fiscale tali da garantire la solidarietà
interna) - deve essere elaborato ed approvato dal Parlamento europeo, in tempo utile
prima delle seconde Assise interparlamentari
(le prime si svolsero a Roma nel novembre
19901, degli Stati generali delle collettività
locali e regionali unite nell'ambito del CCRE
(ottobre 1993) e dell'approvazione dei programmi elettorali europei (PSE: 15 novembre
1993; PPE e ELDR: 10 dicembre 1993).
Si ha purtoppo l'impressione che questo
Parlamento europeo non abbia né cultura né
consapevolezza del proprio ruolo «costituente». Dopo la lunga attesa alla quale fu costretto il primo relatore di questa legislatura, Emilio Colombo, che ottenne tuttavia dall'Assemblea l'approvazione d i due risoluzioni interlocutorie (luglio e dicembre 1990), il mandato di relatore è passato al presidente della
stessa commissione affari istituzionali, Marcelino Oreja (PPE - Spagna) dopo la nomina
d i Colombo a ministro degli esteri. Oreja si
è mosso con calcolata prudenza, per evitare
l'opposizione di coloro che considerano I'operazione «costituzione» poco credibile in mancanza della definitiva ratifica del Trattato di
Maastricht.
La probabile convocazione anticipata delle
elezioni legislative in Spagna e la parallela
probabile decisione di Oreja d i «lasciare 1'Europa» per candidarsi alle Cortes interromperebbe inaspettatamente il suo lavoro di relatore. Non possiamo fin d a ora profetare chi
sarà il suo successore alla presidenza della
commissione affari istituzionali e nel ruolo di
relatore: è dunque difficiledire oggi con quale impegno e con quali ipotesi d i lavoro politico si presenterebbe il nuovo relatore e quanto
sono reali i rischi di uno slittamento sine die
del calendario della commissione affari istituzionali.
Sarebbe tuttavia molto grave se i deputati
ed i gruppi, i cui partiti politici a livello europeo hanno considerato come prioritaria l'azione per la costituzione europea (si pensi al
«manifesto europeo», approvato ad Atene dal
PPE nel novembre 1992), non agissero in
coerenza con queste priorità nel Parlamento
europeo.
Certo, uno stimolo alla coerenza dell'azione parlamentare può venire dalle organizzazioni più impegnate nell'azione federalista:
dall'unione europea dei Federalisti e dalla
Gioventù Federalista Europea, che hanno avviato congiuntamente - con il comitato federale di Otzenhausen - una campagna per
una petizione al Parlamento europeo; dal
MARZO 1993
L'annuale sessione plenaria della Conferenza permanente dei poteri locali e regionali d'Europa, organismo che opera nell'ambito del Consiglio d'Europa, si è svolta dal l 6 a1 18 marzo con un programma
di lavori assai consistente che aveva come punto centrale il miglioramento statutario della Conferenza
e il rafforzamento della partecipazione ad essa delle Regioni e degli Enti locali.
Il lungo dibattito su questo tema, che ha visto approvati numerosi emendamenti alle proposte originali presentate dalla presidenza, si è concluso con l'approvazione di una Risoluzione che ora passerà
all'esame delllAssemblea parlamentare e del Comitato dei Ministri.
I delegati alla Conferenza hanno dedicato poi il loro esame alla politica degli Enti locali e regionali in favore della protezione dell'ambiente e di un progetto di convenzione sulla cooperazione interterritoviale. Particolare interesse hanno suscitato le relazioni sull'evoluzione dell'autonomia locale e regionale nei paesi dellJEuvopa centrale e orientale e sugli effetti del Mercato unico sugli Enti locali
e regionali.
Nel corso della Conferenza hanno preso la parola il Segretario generale del Consiglio d'Europa
sig.ra Lalumiere, il presidente dell'Assemblea parlamentare on. Martinez, il Ministro degli Affari sociali del Belgio Onkelinx, sugli speci,ficiproblemi di carattere sociale, e il Presidente del CCRE Maragall, Sindaco di Barcellona.
Durante la sessione è stato eletto il sesto vicepresidente della CPLRE.
Essendoci un unico candidato è stato eletto per acclamazione l'avv. Gianfranco Martini, Segretario generale dell'AICCRE.
I membri della CPLRE appartenenti ai partiti europei aderenti all'lnternazionale socialista si sono
riuniti a Strasburgo per la prima volta insieme, seguendo l'esempio dei colleghi delllAssemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Presenti delegazioni di diciotto paesi europei, è stato eletto un Bureau provvisorio, presieduto dal socialista francese Alain Chenard e del quale fa parte il Segretario
generale aggiunto dellJAICCRE Fabio Pellegrini del PDS.
Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa ed in particolare dal «manifesto» politico
elaborato in vista degli Stati generali di Strasburgo; dal Movimento Europeo internazionale, con le iniziative preparatorie del Congresso d'Europa, che si riunirà probabilmente a Berlino nel febbraio 1994; e dagli intergruppi parlamentari federalisti, che hanno
deciso di convocare per il prossimo mese di
luglio le prime «assise interparlamentari federaliste».
Su un piano più ampio, è necessario che le
organizzazioni che rappresentano in Europa
gli interessi economici e sociali (sindacati nella CES ed imprenditori nelllUNICE) siano
capaci di coniugare la rivendicazione d i un
più forte ruolo della Comunità in politica
economica con l'esigenza di affidare tale poli-
tica al governo di istituzioni più democratiche e più efficaci.
E d infine, la Commissione Delors - che
ha suonato più volte l'allarme sullo «choc»
dell'allargamento - dovrebbe essere consapevole che il suo ruolo d i garante dello sviluppo dell'integrazione europea deve andare al
di là della semplice esecuzione delle decisioni
prese dai governi. Che idee ha e che iniziative intende proporre ai suoi colleghi il commissario responsabile alle questioni istituzionali, ambasciatore Vanni d'Archirafi?
Non c'è molto tempo per evitare un rischioso salto all'indietro dell'integrazione europea. Ciascuno deve portare il suo contributo alla costruzione dell'edificio comunitario.
«Noi, si mura».
m
COMUNI D'EUROPA
il CCRE e l'interdipendenza planetaria
Cooperazione regionale e municipale
di Pasqual Maragall*
Dal 3 al 6 marzo più di 450 partecipanti, rappresentanti 31 0 regioni, città ed organizzazioni
di .69 nazioni, si sono incontrati a Firenze per
discutere di cooperazione fra autorità locali e regionali a livello mondiale. Le precedenti conferenze si erano svolte nel 1990 e nel 1991 a Rotterdam e a Praga. I temi in discussione sono spaziati dalla politica ambientale alla partecipazione dei cittadini al processo democratico locale,
alla politica sociale e particolarmente al probkma della emarginazione.
Organizzatori della conferenza la Regione
Toscana ed il Comune e la Provincia di Firenze,
rappresentati direttamente dal presidente Vannino Chiti, dal sindaco Giorgio Morales e dalla
presidente Mila Pierulli. L'AICCRE era presente con il presidente Umberto Serafìni ed il segretario generale aggiunto Fabio Pellegrini.
Per i l CCRE è intervenuto il suo presidente
Pasqual Maragall, che ha tenuto a sottolineare
i l ruolo squisitamente europeo e federalista del
CCRE e il cui discorso riportiamo di seguito.
I1 nostro pianeta è oggi il risultato di una serie di interdipendenze: l'economia ha ormai
implicazioni a livello mondiale e la scomparsa
dei blocchi ha abbattuto i muri politico-militari, dando luogo ad una nuova situazione, alla quale dobbiamo adattarci.
Dinanzi alla fine di un mondo diviso in
blocchi, nel quale si aprono nuovi orizzonti
di libertà in ordine all'attività internazionale
delle città e di altre parti attrici pubbliche e
private, oltre agli stati, bisogna rafforzare la
cooperazione decentrata fra comuni, mediante piani di attuazione che rispondano alle necessità delle rispettive popolazioni.
I1 vecchio concetto secondo il quale le relazioni internazionali sono esclusivamente
quelle che gli Stati stabiliscono fra loro, attraverso organi statali preposti all'esercizio della
politica estera, è praticamente superato. Oggi, le relazioni internazionali si configurano
sempre più come transnazionali e si può dire
che ogni tipo di agenti intermedi faccia politica internazionale direttamente, mentre i governi locali e regionali godono già di un margine di risposta crescente rispetto al volume
di domande che ricevono.
I1 mondo, e più concretamente l'Europa,
sono immersi in un accelerato processo di trasformazione che obbliga a riconsiderare gli
schemi tradizionali.
In qualità di Presidente del Consiglio dei
Comuni e delle Regioni d'Europa, desidero
dar risalto all'impegno assunto dalla nostra
organizzazione con l'Unione Europea, che si
basa fondamentalmente sulla nostra cultura
specifica, sui nostri interessi peculiari, sui no* Presidente del Consiglio dei Comuni e delle Regioni
d'Europa
COMUNI D'EUROPA
stri progetti per il futuro in quanto governi
locali; in quanto città e regioni.
Tutto questo può essere sintetizzato in una
parola: sussidiarietà. Ovvero, per molti di
noi, federalismo. Pensiamo ad un'Europa federale, con istituzioni comunitarie rappresentative e forti che assumano le competenze at-
te a permettere ad ognuno di noi di esercitare
meglio le proprie.
Non utilizziamo il principio di sussidiarietà contro l'Europa, ma piuttosto in favore
dell'Europa. L'unione europea progredirà e si
consoliderà se i cittadini, dai comuni e dalle
regioni, si sentiranno partecipi del progetto
europeo. Ciò che la situazione attuale richied e con prioritaria urgenza è la creazione della
cittadinanza europea.
Pertanto, la questione di maggior importanza è incominciare a definire le nostre posizioni
basilari in merito alla creazione di una Europa
federale, decentrata e, soprattutto, solidale.
Vorrei evidenziare alcuni aspetti dell'attuale processo di unificazione europea che rivestono interesse per noi tutti, comuni e regioni particolarmente. Sia che apparteniamo
già alla Comunità Europea, sia che ancora
non ne facciamo parte. Mi riferisco al progetto di cittadinanza europea che significa la
concessione di diritti politici nell'ambito locale e comunitario a tutti coloro che possiedano la nazionalità di un paese della Comunità
Europea.
Ma mi si consenta di rammentare qual è la
nostra posizione riguardo a ciò che nel Trattato di Maastricht ci concerne più direttamente, e cioè il Comitato delle Regioni, e
quale sia la situazione attuale in merito.
L'Art. 198 A del suddetto Trattato recita
che il Comitato delle Regioni è «un Comitato
di carattere consultivo composto da rappresentanti degli enti regionali e locali». Pretendere di escludere i comuni e gli altri enti locali in favore unicamente delle regioni contraddice tanto il senso letterale quanto lo spirito
del Trattato, ci conduce ad un conflitto che
può paralizzare la costituzione dell'apposito
Comitato e, in ogni caso, ci indebolisce tutti.
I1 riconoscimento di un solo livello territoriale attenta al principio di sussidiarietà e mi
sembra impensabile si possa fare un passo indietro rispetto, per esempio, alla composizione dell'attuale Consiglio Consultivo.
I n che modo faremo radicare le istituzioni
comunitarie, se si esclude l'unico organismo
al quale possono accedere - con funzioni
strettamente consultive - i più immediati
rappresentanti dei cittadini? I comuni, gli enti locali, le città, saranno nel Comitato delle
Regioni. E sono certo che in esso deterranno
una posizione conforme alla loro autentica
rappresentatività.
Ma il nostro mondo non finisce con il continente europeo: le nostre città sono capaci di
guardare oltre. Le città, per la loro natura di
realtà aperte a tutti gli interscambi, non possono racchiudersi in un ambito geografico rigido, per ampio che possa essere. Dobbiamo
accettare una quota di responsabilità mondiale, dobbiamo assumerci certi doveri di cooperazione con paesi e città più sfortunati di noi;
a volte, più sfortunàti di noi; a volte più sfortunati anche a causa nostra.
Per questo aspiriamo ad essere interlocutori validi e riconosciuti delle grandi organizzazioni internazionali. I n primo luogo, delle
Nazioni Unite, dei loro organismi specializzati come l'UNESC0, l'ENUAP, 1'HABITAT, ecc. e dei loro programmi, come il
PNUD. La Conferenza di Rio '92 ha permesso per la prima volta alle Associazioni Internazionali di città ed enti locali, la IULA e
1'FMCU in testa, di apparire congiuntamente
e di occupare uno spazio proprio all'interno
della Conferenza e nella gestione dei programmi che dalla stessa sono derivati.
Si è inoltre dato inizio ad esperienze di
cooperazione fra città del Nord e del Sud nell'ambito di programmi finanziati dalla Banca
Mondiale. Questa presenza internazionale ci
impone una stretta collaborazione, un coordinamento permanente e, se possibile, un certo
grado di unione fra le associazioni di città, sia
continentali che mondiali.
I n qualità di Presidente del Consiglio dei
Comuni e delle Regioni d'Europa, ma anche
in quanto membro del Comitato Esecutivo
(segiie in ultima)
MARZO 1993
verso il fronte democratico?
La mossa dei sindacati italiani nell'ambito
della Confederazione sindacale europea (CES)
di Raul Wittenberg *
C'è voluto un po' prima che i sindacati confederali italiani decidessero insieme un'azione
generale di lotta contro l'emorragia di posti
di lavoro che sotto i colpi della recessione investe tutti i settori; persino nella pubblica
amministrazione si parla di cassa integrazione. Sciopero generale, sì o no? La situazione
è gravissima, ristrutturazioni industriali si
succedono in un rosario drammatico, sindaci
e vescovi si schierano nella difesa delle strutture produttive, il terziario non riesce più a
assorbire i travasi dall'industria, le piccole e
medie aziende boccheggiano strozzate dal costo del denaro. Lotte, manifestazioni e cortei
d a mesi percorrono la penisola. C i vuole un
governo che governi, ma la debolezza obiettiva della compagine di Giuliano Amato era
evidente. Quindi nelle confederazioni sindacali c'era il timore che uno sciopero generale
le desse il colpo di grazia lasciando i sindacati
senza l'unico interlocutore che potesse provvedere almeno prima dei referendum. Tanto
più che il governo è il terzo attore del mega-negoziato dal quale dovrebbe uscire un
nuovo sistema di contrattazione e un nuovo
disegno della busta paga dopo l'abbattimento
delle indicazioni al costo della vita. Poi, finalmente, la decisione di Cgil Cisl Uil. Sciopero
generale sì, il 2 aprile. «Per l'occupazione,
non contro il governo». Perché il 2 aprile?
Perché la crisi non è solo italiana, investe
l'intero vecchio continente, in Francia è stata
determinante nel capovolgimento della situazione politica. E nell'agenda di Cgil, Cisl e
Uil c'era un appuntamento continentale.
La loro confederazione europea, la Ces,
aveva indetto proprio per il 2 aprile una giornata di mobilitazione nei Dodici paesi della
Comunità e in quelli dell'Efta, con l'indicazione ai sindacati nazionali di far confluire le
loro iniziative in quella giornata. Ecco dunque la scelta italiana di uno sciopero generale
appunto il 2 aprile, e per la prima volta il sindacato italiano è riuscito a far emergere nella
pubblica opinione e nella consapevolezza dei
lavoratori la dimensione europea della crisi e
soprattutto della risposta sindacale. Del resto
la Ces aveva chiamato i lavoratori europei a
scendere in piazza con la medesima parola
d'ordine, l'occupazione. Manifestazioni un
po' dappertutto, con il blocco dei trasporti in
Gran Bretagna e una grande manifestazione
unitaria in Spagna delle due confederazioni
Ugt e Commissioni Operaie.
I1 segretario generale della Ces, l'italiano
Emilio Gabaglio, ha chiamato per ben due
volte i giornalisti per annunciare l'iniziativa
europea, a sostegno d i una «piattaforma» di
rivendicazioni decisa dal massimo organo della Confederazione europea dei sindacati e
presentata alle istituzioni comunitarie. Del
* Condirettore di "EuropaRegioni"
MARZO 1993
resto lo stesso presidente della Commissione
di Bruxelles, Jacques Delors, aveva in più occasioni espresso la sua preoccupazione per la
crisi occupazionale in Europa che - con 16
milioni di persone senza lavoro - vede collocarsi il tasso di disoccupazione su una media
del 10% (con punte del 20% in Spagna).
Dieci anni fa, all'inizio del cammino verso il
«grande mercato», la situazione era simile.
Nel frattempo furono creati 6-9 milioni di
nuovi posti di lavoro, che però negli ultimi
tre anni si sono bruciati tutti. Siccome la recessione aumenta, diceva Gabaglio, la previsione è che senza cambiamenti nella politica
macroeconomica nel '94 ci troveremo con 18
milioni di disoccupati.
E sì che nel luglio '92 la Ces e l'associazione degli imprenditori europei avevano sottoscritto per la prima volta un documento, anzi
una dichiarazione comune piuttosto generica
ma che comunque sottolineava la necessità di
un rilancio dell'economia. Poi la presidenza
Major della Cee dovette riconoscere che la
disoccupazione e non l'inflazione era il male
da curare prioritariamente. Infatti i1 vertice
comunitario avrebbe adottato provvedimenti, pur giudicati insufficienti dai sindacati.
Infine, a metà febbraio il Consiglio dei rninistri economici e finanziari esprimeva le medesime preoccupazioni, al punto da giudicare
irrealistici i parametri di convergenze previsti
dal Trattato di Maastricht.
Come dicevamo, non sono bastate ai sindacati europei le iniziative per la crescita che i1
Consiglio aveva adottato a Edimburgo. Troppo pochi i 7 miliardi di ECU(13mila miliardi
di lire) assegnati al Fondo investimenti per le
infrastrutture europee, con un impatto sul
prodotto interno lordo di appena lo 0,5%. Negativo i1 taglio alle richieste di Delors per le
risorse interne della Cee, passate da1l11,20%
del Pil comunitario a11'1,27%, invece che
a11'1,32 come chiedeva la Commissione.
La contro-manovra della Ces (ammesso che
quella della Cee possa definirsi una manovra
e non piuttosto un palliativo) non vuole saccheggiare i bilanci statali, ma punta al sostegno degli investimenti privati attraverso una
riduzione dei tassi d'interesse «massiccia
quanto coordinata», dice Gabaglio. Per affrontare l'emergenza però, la Cee ed i governi nazionali facciano la loro parte con investimenti infrastrutturali nelle grandi reti (trasporti, comunicazioni ecc.) e nella protezione
dell'ambiente. La Ces rivendica inoltre provvedimenti per la formazione professionale in
quanto i processi produttivi e le strutture industriali sono lontani dall'aver concluso il loro ammodernamento tecnologico. C'è poi la
rivendicazione classica, quella di una «ristrutturazione» dell'orario di lavoro, basata sulla
circostanza che seppure vi fosse una crescita
annua del 2,5-3%, questa non potrebbe assorbire tutta la disoccupazione.
Tutto questo farà saltare i vincoli posti d a
Maastricht ai Dodici per realizzare la famosa
convergenza, specialmente riguardo al debito
pubblico? Gabaglio, d'accordo con quanto
ebbe a dire Guido Carli quand'era al Tesoro,
sostiene che quei vincoli non vanno intesi come scadenze mortali, ma come una tendenza,
una strada che i vari Stati debbono dimostrare di volta in volta d'aver imboccato. Ma se
di vincoli si tratta, allora è bene inserirne un
quinto per valutare lo stato di convergenza, il
tasso di disoccupazione. La Ces lo proporrà
in sede di revisione del Trattato, prevista come possibile nel 1996. (E da tutta la «forzafe-
deralista» richiesta assai prima, cioè subito dopo
le prossime elezioni europee nel '94, n.d.r.).
«L'Internazionale» (1928-30), dell'espressionista Otto Griebel
COMUNI D'EUROPA
leggendo un diario
L'Europa impossibile nel lavoro
paziente di un derniurgo
Altiero Spinelli, «Diario europeo», a cura di
Edmondo Paolini, I1 Mulino, voll. 11 (19701976) e m (1976-1986),pp. 1026 e pp. 1434,
L. 70.000 e L. 80.000.
Non si può davvero dire che i nostri giorni
siano facili per la costruzione di una credibile
Europa politica. Mai come oggi la domanda
d i Europa è stata tanto diffusa ed attuale.
Mai come oggi essa appare lontana e contraddetta dalle corpose controtendenze dei risorgenti nazionalismi, delle paralizzanti paure,
della sfrenata intolleranza, dei disegni egemonici. Perfino il timido e faticoso passaggio
del Trattato siglato a Maastricht sembra ad
ogni passo rimesso in discussione o interpretato riduttivamente.
La lettura del diario tenuto da Altiero Spinelli negli ultimi quindici anni della sua combattiva esistenza suscita qualcosa di più di un
interesse soltanto storico e non si presta neppure ad esser usato quale eccezionale strumento per ripercorrere, quasi giorno per giorno, un'intensa vicenda biografica.
I tratti che individuano la singolare figura
di Spinelli nel panorama dell'intellettualità
politica italiana ne risultano confermati ed
assumono risvolti drammatici, verso la fine,
quando l'ansia per dare uno sbocco al progetto di un'accettabile e salda Unione dell'Europa induce ad accelerare affannosamente i
tempi, ad afferrare con piglio inusitato ogni
occasione. Questo politico che odiava i trasformismi e le ipocrisie della tradizione itali-
ca si ispira ad una moralità che si alimenta da
una voglia determinatissima di testimonianza
attiva attraverso le opere. E rimanda ad atteggiamenti protestantici o ad un senso della
missione individuale che s'impasta di accenti
weberiani e si compiace di severe inflessioni
religiose. Una volta, durante un'animata seduta della Commissione di Bruxelles, gli capita d i notare un'osservazione d i Dahrendorf,
autorevole collega, secondo il quale lui, Spinelli, ha sempre concepito la politica come
Gesinnungspolitiker, come politico di principi.
E quando la figlia Barbara gli invia alcune righe tratte da Max Weber le trascrive (27 giugno 1975) rispecchiandovisi pienamente: «La
politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi co?
passione e discernimento al tempo stesso. E
perfettamente esatto, e confermato da tutta
l'esperienza storica, che .il possibile non sarebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l'impossibile. Ma colui il quale può
accingersi a questa impresa deve essere un capo; non solo, ma anche in un certo senso molto sobrio della parola, un eroe».
In ostinata applicazione di questo esigente
metro di condotta Spinelli non coltiva affatto, come una certa letteratura si è sforzata di
far credere, i giardini dell'utopia. I1 suo progetto di Unione europea, dal federalismo rivoluzionario del Manifesto d i Ventotene alle
più complesse e neutre elaborazioni istituzionali culminate nel 1984, non si sublima mai
in un paradigma astratto contrapposto ad
Lo Spinelli di Ventotene, con Albertini presidente del MFE
COMUNI D'EUROPA
di Roberto Barzanti*
un'aggrovigliata realtà, da prendere o arrangiare per come nella sostanza si presenta. Da
noi è frequente bollare di utopistica ogni scomoda idealità e conferire un valore nobilmente consolatorio ad una prospettiva ardua di
mutamento. È il frutto malefico dell'esaltazione di un accomodante tatticismo, che preferisce risolversi in adeguamento accordo, in
calcolo del particulare.
Anche il disegno più coraggioso e impossibile nella congiuntura del presente deve farsi
lievito dell'azione, ancoraggio alle sue ragioni
ultime, affrontare le situazioni con spietato
realismo per spingere verso esiti alti, verso
soluzioni che avvicinino lo sbocco desiderato.
E nell'affermazione di questa caparbia volontà non c'è posto per la rassegnazione, anche
se corposi possono farsi gli equivoci, monocorde l'azione, anacronistica o nostalgica la
sua effettiva incidenza.
I blocchi di diario che coincidono con il secondo e terzo volume dell'opera, curata con
scrupolosa attenzione da Edmondo Paolini,
coprono gli anni dell'incarico di commissario
C E E (1970-1976) e quelli di europarlamentare (1976-1986). E d è davvero intrigante seguire un'utopista dentro i meandri del labirinto comunitario, accanito nello strappare il più
piccolo progresso, irato contro la sorniona
inerzia di troppi, infuriato contro le viltà e i
silenzi della tecnocrazia, contro i raggiri delle
diplomazie.
Annota Spinelli il 6 ottobre 1971: «Più che
mai è evidente che non ci sarà politica monetaria comune se non c'è il quadro e l'impegno
dell'unione politica». Ora si ascolta come affermazione scontata nella bocca di molti che
professano un magari tiepido e doveroso europeismo. Far prevalere una logica di fatto federalistica d ' i n t e r n o di un consesso che non
si è mai emancipato dall'impronta intergovernativa della sua genesi fu la diuturna preoccupazione di Altiero Spinelli in una fase nella
quale era meno evidente il ruolo della Comunità, più settoriale il suo peso, più interno il
suo travaglio. L'epitaffio funebre per la vecchia Comunità funzionalista e liberoscambista pensato sulla scia dell'empirico approccio
di Jean Monnet era scritto da tempo. In una
pagina del 1974 (30 aprile) non c'è che d a
dettarlo: «Sempre più è chiaro che la Comunità del Mercato comune è condannata a
morte a termine se non c'è un rilancio politico per costituire un governo europeo il quale
assicuri la tensione costruttiva, anche se ci
sono passi indietro nella sfera economica».
Una sorta di primato etico e istituzionale dell'unità politica dell'Europa sopravanza i concreti contenuti delle scelte, relega in sottordi-
* Vicepresidente del Parlamento europeo. Il testo è la
versione integrale di un articolo che «L'Unità» ha
pubblicato i1?0/11/92 per ampi stralci
MARZO 1993
ne il collegamento con i movimenti ed i partiti di massa che invadono la scena senza limiti.
Ma l'antagonismo dei blocchi e le asprezze
degli scontri, la rigidità degli schieramenti e
le chiusure nazionali congiurano nell'eclissare
la portata della questione Europa. Che talvolta diventa per una ristretta élite professione
di fede e per i «padroni del vapore» un gigantesco affare negli anni duri della ricostruzione.
I1 commissario in perenne dissidio con gli
avveduti colleghi, ma attento a conquistare, a
vantaggio della sua tesi, anche una virgola, a
stabilire rapporti buoni con gli eurocrati della
sua scuola, a spostare le convinzioni di un
ambasciatore o di un ministro entra nell'agone della politica di massa. È un forte cambiamento per lui che aveva prediletto Pareto e
Lenin e avvertito le novità di Gramsci, non
distaccandosi però da un'ottica alla radice antiparlamentaristica e da una burbera diffidenza verso i confusi entusiasmi dei «partiti
della rivoluzione». Un gradualismo liberal-socialista - se questa semplificante categoria
serve ad abbreviare un discorso che dovrebbe
farsi circostanziato - si congiunge ad una
scelta di collocazione internazionale che situano l'Europa nella tradizione dei valori dell'Occidente e, con un suo distinguibile ruolo,
nell'alveo delle sue alleanze politico-militari.
Si capisce, allora, il disaccordo con la posizione del Pci e le critiche che Spinelli continua
a rivolgergli anche dopo la conversione europeista. Egli entrò nelle liste del Pci, quale indipendente, nel 1976 e da allora il suo lavoro
si intreccia fortemente con il cammino e le revisioni del partito della sua coraggiosa giovinezza. Il profeta fa i comizi, si affanna nelle
aule parlamentari, cerca di ripartire dal basso
o comunque da un punto di vista diverso da
quello, preferito, d i un ceto dirigente ristretto e separato.
Ai suoi occhi il Parlamento europeo chiacchiera troppo e invano, resta dominato dall'imbrigliante logica dei gruppi politici e dei
v
MARZO 1993
v
Lo Spinelli istituzionale, col Presidente Pertini
loro presidenti: eppure è quella la sede che,
finalmente, può risvegliare gli animi, incardinando il suo progetto su un consenso ampio,
in grado di dar legittimazione democratica al
sogno impossibile e coerente verità morale
agli atti quotidiani.
Lungo il decennio del mandato di rappresentante del popolo, a partire dal 1979 nell'assemblea d i Strasburgo eletta a suffragio
universale e diretto, si assiste ad un paradosso. Lui, che non aveva mancato di lanciar
strali contro il bla bla pigro e reticente di deputati privi di autentico scatto di determinazione, si cala perfino eccessivamente dentro il
lavorio parlamentare per arruolare alla buona
causa. Già in un appunto del 12 ottobre 1973
si profila netta un'intuizione alla quale Spinelli dedicherà gli ultimi anni: «...dobbiamo
chiedere che il Parlamento europeo, rinnovato per esser composto di persone che hanno
ricevuto il mandato di preparare la costituzione (o i pezzi di costituzione), sia incaricato
da un vertice di preparare il progetto di istituzioni necessarie per coprire il campo che il
vertice stesso ha riconosciuto come meritevole di diventar comune. Il progetto sarà poi ratificato dai parlamenti nazionali. Questo è il
solo modo di far partecipare seriamente le
forze politiche alla costituzione europea». A
dire il vero l'idea di far assumere un ruolo costituente al Parlamento europeo si emanciperà da una visione molto dipendente da una
decisione di vertice e l'esigenza di mobilitare
simultaneamente i parlamenti nazionali s'imporrà con sempre maggior forza, ma l'asse del
ragionamento è abbozzato una volta per tutte, la rotta è segnata. Fino alla data fatidica
del 14 febbraio 1984, nella quale viene approvato dall'assemblea, con larghissima maggioranza, il progetto di Trattato sull'unione
da cui data una nuova fase delle vicende comunitarie. Spinelli annota con enfasi magniloquente: «Oggi si è conclusa la lunga marcia
del Parlamento europeo verso di me». Se la
sfida fosse stata raccolta almeno nelle sue linee di fondo l'Europa dei Dodici non si sarebbe trovata ad affrontare gli imprevedibili
sconvolgimenti dell'Est con l'incertezza e
l'impotenza di oggi. In fondo la dominante
federalistica dell'architettura di un disegno
che sarà giustamente etichettato con il nome
di Spinelli era stata abbastanza stemperata
nel composito mix di ispirazioni e di equilibri
destinato a contrassegnare l'edificio atipico
della Comunità, con quel tanto di confederalismo che ci deve essere e di cooperazione tra
governi, di rispettoso rapporto tra identità
diverse ed inestinguibili. Chi è stato a fronte
dell'emergenza più realista?
Molti organi di stampa si sono intrattenuti
con dovizia di citazioni sui giudizi che Spinelli verga la sera nelle pagine del suo giornaIone di bordo su politici, funzionari, colleghi
e collaboratori meno noti. Se non si vuol risolvere la scorribanda tra nomi e fatti o fatterelli in vacuo pettegolezzo, si dovrà sottolineare piuttosto come l'ispida e umorale insofferenza senile di Altiero esprima una non rassegnata stanchezza ed il mai dismesso convincimento che in ultima analisi contano gli uomini, gli individui singolarmente presi, con le
loro virtù e i loro difetti, se si preferisce i loro
peccati.
L'incontro con il Pci è assai più l'incontro
con Enrico Berlinguer che non l'accordo con
Giorgio Amendola, dal quale lo divide l'analisi del quadro internazionale ed il non reciso
legame di ferro con 1'Urss. Di Berlinguer dice, in morte, che «è stato l'uomo che ha trasformato il Pci in un partito democratico autentico» ed aggiunge: «Se gli fosse riuscito nel
'76 di fargli fare l'esperienza governativa,
avrebbe fatto del suo partito una grande forza politica. Non essendoci riuscito, si è impastoiato in una serie di mezze visioni)). Solo attraverso le opere, fosse pure «in partibus infiCOMUNI D'EUROPA
delium», è lecito guadagnarsi la salvezza o
ben meritare.
L'adesione alla strategia del compromesso
storico segna il grado di massima sintonia coi
comunisti, perché Spinelli non fa mai coincidere la causa europea con lo schieramento
delle sinistre dilaniate al loro interno da fragorose contraddizioni, assai percepibili e ricorrenti. A chi gli parla di «sinistra europea»
oppone giudizi drastici in particolare su Craxi e la gran parte dei socialisti italiani: «Craxi
.è un formidabile creatore e sfruttatore di trabocchetti per i suoi avversari. Ma una volta
che ci son caduti dentro, e che lui dovrebbe
compiere un atto politico costruttivo, anziché
una manovra (di partito, parlamentare, propagandistica o d'altro genere) non sa che fare
perché ha disprezzato le ideologie (anche
quella del suo partito) e non ha idee. E fa allora marcia indietro, si lascia dominare dagli
eventi, restando però a galla e pensando al
prossimo colpo. È stato paragonato a Mussolini quando inventò il fascismo. E il paragone
è giusto» (17 agosto 1982).
L'evoluzione del Pci non lo convince fino
in fondo: i comunisti «continuano con un passo
deciso a trasformarsi per diventare un partito
democratico con forti propositi riformatori, capace di governare oltre che di essere all'opposizione, legato indissolubilmente alla democrazia, all'occidente, all'Europa Unita», ma il
passo si rivela «lento e lacunoso».
Vien da domandarsi se la scelta della dimensione europea come opzione di fondo sia
restata negli anni per il Pci ed ora per il Pds
così irrevocabile e necessaria, accettata in
tutte le sue implicazioni. Vien d a interrogarsi
sul giudizio che Altiero Spinelli avrebbe dato
sullo squilibrato ed insufficiente Trattato di
Maastricht, che tuttavia appare un'acquisizione obbligata per andar oltre verso mete
più ambiziose. Guai a forzare pagine che pretendono di conservare i loro spazi bianchi.
Eppure quando si trattò di prender posizione
di fronte all'Atto Unico,. Spinelli,. dopo averlo giudicato un topolino nato morto, si sforzò
d i rilevarne tutte le potenzialità. Sapeva che
quel magro e pur significativo avanzamento
era dovuto anche al progetto varato dal Parlamento nel 1984 e che il pertugio del possibile
talvolta è la sola strada traverso la quale difendere la costruzione di ciò che oggi è impossibile, o sembra tale.
Non si chiudono i due volumi senza ritenere una sofferta e umanissima lezione: le toccanti annotazioni sulla malattia di Ursula e
l'integrale dedizione degli affetti, l'impietosa
analisi, da saggio stoico, del proprio corpo
minacciato e attaccato dal cancro, il frenetico
accavallarsi, ora dopo ora, di intenzioni e appuntamenti fissati sulla pagina a futura memoria e per esame di coscienza. Fino alla fine
lo accompagna una combattiva speranza.
L'Europa politica che può essere edificata e
della quale più che mai s'avverte l'urgenza
non avrà i tratti pieni del suo progetto, ma
dovrà esser segnata - se vorrà esistere davvero - dall'ispirazione che ha sostenuto la
sua tenace lotta che si attenua o si ripiega talora in un bisbiglio di preghiera: «Nunc dimit&
te, Domine, sewum tuum».
COMUNI D'EUROPA
Sugli scritti di Altiero Spinelli
Con la recente uscita del I11 Volume del
Diario europeo si completa la pubblicazione
degli scritti di Altiero Spinelli, programmata
dopo la sua morte dalla casa editrice «I1 Mulino» di Bologna - alla quale egli era legato da
un lungo rapporto di collaborazione e di amicizia -, in accordo con gli eredi e alcuni tra
i più stretti collaboratori di Spinelli.
Era stato deciso, infatti, di stampare immediatamente quanto Spinelli aveva già scritto della seconda parte della autobiografia Come ho tentato di diventare saggio. lo, Ulisse e
una raccolta di tutti i discorsi tenuti al Parlamento europeo. Subito dopo, una biografia,
tre antologie su tematiche specifiche e il Dia-
>
rio che Spinelli aveva redatto dal 1948 alla
sua morte.
Nel marzo 1987 veniva quindi pubblicata,
con il titolo definitivo scelto da Spinelli di La
goccia e la roccia ( l ) , il centinaio di cartelle
che egli aveva già preparato per il seguito delle memorie, accompagnate da alcune note che
il curatore del volumetto, Edmondo Paolini,
aveva aggiunto (2). Questo testo, corrispondente ai primi tre capitoli previsti da Spinelli,
sarà poi ripubblicato in appendice alla ristampa del primo volume per dare un corpus unico
all'autobiografia (3).
I1 volume Discorsi al Parlamento europeo.
1976-1986, curati da Pier Virgilio Dastoli,
viene pubblicato nel gennaio del 1987, su iniziativa del Gruppo comunista e apparentati-al
Parlamento europeo, nelle cui fila Altiero
Spinelli era stato eletto come indipendente.
Nel libro sono raccolti, in ordine cronologico,
tutti gli interventi fatti in plenaria, nonché,
per la sua particolare importanza, quello pronunciato il 4 febbraio 1986 davanti alla commissione affari istituzionali, l'ultimo tenuto
in sede parlamentare prima di morire e dove
rilancia la strategia costituente in vista delle
elezioni del 1986. Nel volume non compaiono i 25 discorsi pronunciati alla Camera dei
deputati italiana, durante i sette anni in cui
Spinelli ne ha fatto parte (4).
Nell'aprile del 1988 viene pubblicato, nella collana di storia contemporanea, Altiero
Spinelli. Appunti per una biografia, che l'editore aveva affidato a Edmondo Paolini.
Da 1989 al 1991, più o meno nello stesso
periodo della pubblicazione dei tre volumi
del Diario, l'editrice bolognese stampa tre antologie di scritti politici tra i più significativi
di Spinelli, curati da tre studiosi federalisti,
che oltre ad ampie introduzioni, premettono
ai testi brevi note storiche e redazionali.
La prima antologia, uscita nell'agosto del
1989, è curata da Sergio Pistone, e riporta,
sotto il titolo Una strategia per gli Stati Uniti
d'Europa, 16 testi che vanno dal 1941 al già
citato discorso del febbraio 1986 di fronte alla commissione istituzionale del P E , che mettono in luce la coerenza della battaglia politica di Spinelli nel corso di 45 anni di azione
federalista.
La seconda, dal titolo L'Europa tra Ovest
ed Est, pubblicata nel settembre 1990, è curata da Cesare Merlini, e raccoglie 24 testi
scritti dal 1941 al 1982, riguardanti problemi
della politica internazionale conseguenti all'assetto mondiale dopo Yalta, direttamente
collegati o collegabili alla strategia federalista.
La terza, infine, curata da Lucio Levi, viene pubblicata nel maggio 1991 con il titolo La
crisi degli Stati nazionali: in essa, dopo quattro
testi riguardanti il tema della democrazia,
vengono riproposti alcuni scritti di Spinelli
sulla Germania (tre testi), sull'Italia (tre testi)
e sulla Francia (quattro testi).
Le duemilaottocento pagine del Diario europeo, curate d a Edmondo Paolini ( 9 , sono
state divise, per motivi editoriali, in tre volumi, che rispettano, però, tre precisi periodi
della battaglia fèderalista di Spinelli.
Infatti il primo, pubblicato nel novembre
1989, va dal 10 giugno 1948 al 25 ottobre
1969 e riguarda sia il periodo della stretta militanza nel Movimento federalista europeo, a
livello nazionale e sovranazionale (dal 10 giugno al 1948 al 24 giugno 1962), sia il periodo,
che termina nell'autunno del 1969, che si riferisce alle riconsiderazioni di Spinelli sulla
struttura e i compiti della Comunità europea
(con i corsi alla J. Hopkins di Bologna nonché
la collaborazione organica alla rivista «I1 Mulino» e alle attività dell' Associazione di cultura e politica bolognese), alla fondazione del
Centro italiano di democrazia europea (CIDE) e dell'Istituto affari internazionali (IAI),
e alla collaborazione come consulente politico
del ministro degli esteri italiano, Pietro
Nenni.
I1 secondo volume, pubblicato nel novembre 1991, copre il periodo 29 giugno 1970 ' 2 3 maggio 1976, cioè i sei anni circa in cui
Spinelli ha ricoperto l'incarico d i membro
della Commissione esecutiva della Comunità.
I1 terzo volume, pubblicato nel giugno
1992, va dal 24 giugno 1976 al 2 1 aprile
MARZO 1993
1986, a pochi giorni dalla morte e si riferisce
agli anni di azione al Parlamento europeo (in
questo periodo sono compresi i sette anni di
membro del Parlamento italiano 1976-1983).
Per dare il quadro completo delle opere di
Spinelli, ricordiamo anche, in ordine cronologico, gli undici libri da lui pubblicati in vita:
A.S. e E.R., Problemi della Federazione europea (Manifesto di Ventotene), edizione clandestina ciclostilata; a stampa, Movimento italiano per la Federazione europea, Roma,
1944. Più volte ristampato (v. in particolare:
Spinelli-Rossi, Il Manifesto di Ventotene, Guida, Napoli 1982, con prefazione di M. Albertini e, in appendice, il saggio di Norberto
Bobbio Il federalismo nel dibattito politico e
culturale della Resistenza, scritto in occasione
del trentennale della fondazione del MFE,
nonché l'intervista a Spinelli di Sonia
Schmidt).
lavoro collettivo di discussione e riflessione,
scritto in vista dell'importante vertice europeo di Parigi del 19-20 ottobre 1972, concernente la strategia federalista da seguire.
E. Paolini, Altiero Spinelli, Appunti per una
biografia, il Mulino, Bologna, 1988.
A. Spinelli, Pci, che fare? Torino, Einaudi
1778. Riflessioni sulla strategia e obiettivi
della sinistra, italiana ed europea, con la proposta di un «compromesso storico» a livello
europeo.
1989.
A. Spinelli, La mia battaglia per unJEuropa
diversa, Manduria, Lacaita 1979. Raccolta di
22 discorsi, note ed articoli pubblicati tra il
1972 e il 1978, curati da A. Chiti-Batelli su
indicazione di Spinelli, in vista delle prime
elezioni dirette.
A. Spinelli, Come ho tentato di diventare
saggio. Io, Ulisse, il Mulino, Bologna 1984.
A. Spinelli, Dagli Stati sovrani agli Stati
Uniti d'Europa, Firenze, La Nuova Italia
1950. Raccolta di 22 saggi, articoli e discorsi
scritti tra il 1941 ed il 1948, con prefazione
di Aldo Garosci.
A. Spinelli, Manifesto dei federalisti europei,
Parma, Guanda 1957. Documento di lavoro
elaborato come sostegno all'azione del Congresso del popolo europeo, vicino «allo spirito
di Machiavelli ed Hamilton,,.
A. Spinelli, Il lungo monologo, Roma, Ateneo 1967. Raccolta di episodi e meditazioni
del periodo del confino, (vi è anche ristampata la polemica con Francesco Carnelutti sul
problema carcerario).
A. Spinelli, L'avventura europea, Bologna,
il Mulino 1972. Ampio saggio, risultato di un
L'Opuscolo realizzato nell'ambito del programma di formazione «Altiero Spinelli e l'unificazione dell'Europa», a cura del MFE e
con il contributo dell'AICCRE (contiene
«Altiero>>,ricordo di Umberto Serafini)
A. Spinelli, Come ho tentato di diventare
saggio. Io, Ulisse, il Mulino, Bologna 1984.
Nuova ristampa (comprendente anche La
goccia e la roccia), Come ho tentato di diventare saggio, il Mulino, Bologna 1988.
La «Biblioteca federalista» del Mulino,
pubblicata sotto gli auspici della Fondazione
L. Bolis, ha edito nella sua collana altri due
testi:
A. Spinelli, Il progetto europeo, il Mulino,
Bologna 1985. Raccolta di alcuni saggi (in
particolare del Manifesto di Ventotene) che
documentano la formazione del disegno federalista, con introduzione di M. Albertini e, in
appendice, l'intervista di Sonia Schmidt.
agenzia settimanale
Piazza di Trevi, 86 - 00187 Roma
Te/. 6840461 - fax 6793275
MARZO 1993
Roma 1989.
G . Montani, Altiero Spinelli et la naissance
d'un nouveau comportament politique. Saggio
dal volumetto Trois introductions au federalisme, Institut d'etudes federalistes Altiero
Spinelli, Ventotene 1989 (edito anche in lingua inglese).
Ai testi sopra ricordati vanno aggiunte le
migliaia di pagine di saggi, lettere, relazioni,
discorsi, articoli che Spinelli aveva scritto dagli
- anni del carcere e del confino fino alla
morte (l'ultimo testo sono alcune -pagine
- manoscritte sul tema della saggezza che stava
preparando per la «lettura» annuale agli amici
del Mulino del settembre 1986, pubblicate in
La goccia e la roccia),documenti da lui stesso
raccolti in 42 raccoglitori e donati, per sua
volontà, al Centro di studi federalisti di Torino, diretto da Sergio Pistone (6).
NOTE
Perché sono diventato federalista.
A. Spinelli, Rapporto sull'Europa, Milano,
Comunità 1965. Risultato delle riconsiderazioni di Spinelli sul ruolo delle istituzioni comunitarie e soprattutto della Commissione
come motore del processo di integrazione
europea.
E. Paolini, Altiero Spinelli e llun$icazione
dell'Europa, Consiglio regionale del Lazio,
E.P.
A. Spinelli, L'Europa non cade dal cielo,
Bologna, il Mulino 1960. Raccolta di 40 tra
i più significativi testi, che coprono il periodo
1948-1959, con «a guisa di introduzione», il
noto articolo pubblicato sul n. 8 1 della rivista
francese «Preuves», ottobre 1957, dal titolo
A. Spinelli (a cura), Che fare per l'Europa?,
Milano, Comunità 1963. Atti del convegno
omonimo, tenutosi a Roma il 2 e 3 febbraio
1963.
A. Chiti Batelli, L 'idea d'Europa nel pensiero di Altiero Spinelli, Manduria, Lacaita
A. Spinelli, Il Maniferto di Ventotene, il
Mulino, Bologna, 1991, con il saggio di Norberto Bobbio, già citato.
Dopo la morte, sono stati pubblicati alcuni
testi su Altiero Spinelli, tra i quali ricordiamo:
(1) Come risulta da alcune pagine del Diario e, soprattutto, da una lettera manoscritta inviata il 6 luglio
1984 all'amico Giorgio Braccialarghe, (l'ultimo superstite degli otto che elaborarono e sottoscrissero il «"Manifesto'' di Ventotene»), tra i titoli previsti da Spinelli per
il seguito delle memorie vi era Io, don Chisciotte, titolo
poi abbandonato proprio per le critiche mosse dal Braccialarghe, che lo riteneva non rispondente all'azione concreta svolta per quarantacinque anni da Spinelli.
(2) Le note si sono rese necessarie poiché il testo, come è scritto nella Premessa alla Goccia ..., ((presentava,
nel dattiloscritto, qualche punto interrogativo o incompletezza che la morte ha impedito a Spinelli di chiarire
o di colmare. Difatti, Le pagine che qui si pubblicano non
erano in stesura definitiva, ma da completarsi, sia in alcuni dati da verificare, sia nella forma, come anche nell'equilibrio tra i vari argomenti trattati. Proprio qualche
giorno prima di morire egli aveva espresso una certa insoddisfazione per la stesura di questa seconda parte delle
memorie, restata peraltro ferma ai primi mesi del
1946...».
(3) Pubblicata, sempre da ((11 Mulinon, nel maggio
1988.
(4) Vi è pubblicato, però, a guisa di premessa, l'intervento pronunziato al convegno del CESPI, de11'8-9 novembre 1978, sul tema Quale Europa? I comunisti italiani
e le ekrioni europee nel quale, come scrive il curatore,
«Spinelli delinea i termini fondamentali della battaglia
che egli si apprestava a condurre nel Parlamento eletto*.
( 5 ) I1 Diario non presenta la stessa cadenza temporale: mentre per il primo periodo è molto discontinuo e lacunoso, dal 1970 alla morte è compilato giornalmente.
Ogni volume è corredato da note al testo; da una cronolgia dei principali avvenimenti mondiali, europei e deUa
Comunità con, in parallelo, una cronologia della vita e
dell'azione di Spinelli; da un repertorio di sigle e da un
glossario; da centinaia di brevi biografie di persone citate
nel testo, importanti per il loro ruolo, per la loro personalità o per il loro impegno federalista; un indice dei nomi.
Nel complessso, questo apparato è di 306 pagine, più 23
pagine di introduzioni. I1 testo pubblicato si basa sulla
fedele trascrizione dattilografica fatta dalla figlia Diana
e, alla morte di questa, proseguito dalla segretaria di Spinelli, Viviane Schmit, di 39 quaderni manoscritti. I1 dattiloscritto è stato rivisto da Spinelli, che non vi ha apportato alcuna correzione, tranne a qualche errore ortografico.
(6) Per un successivo accordo tra gli eredi, il Mulino
e l'Istituto federalista di Torino, a questo è andata la microfilmatura di tutto il materiale che, in originale, è stato
affidato all'università europea di Firenze, per la migliore
garanzia di conservazione.
Cooperazione regionale e municipale
(segue da pag. 10)
della IULA e Presidente incaricato della Federazione Mondiale delle C i t t à Unite
[FMCU], attribuisco a tale obiettivo la massima importanza. Dobbiamo proporci in via
prioritaria la promozione di rapporti il più
possibile stretti fra IULA e FMCU, le due organizzazioni mondiali di gran lunga più importanti, fino ad arrivare all'unificazione.
Oggi questo è un obiettivo plausibile, perché le differenze storiche fra le due organizzazioni non hanno più ragione di essere. L'attitudine aperta e l'inclinazione al dialogo dei
presidenti dello IULA e dell'FMCU, gli amici
Triglia e Sampaio, trasformano il gravoso
compito unificatore in qualcosa di fattibile e
che può intraprendersi immediatamente. I1
CCRE, a causa dell'importanza decisiva che
i comuni e gli enti locali europei rivestono in
entrambe le organizzazioni mondiali, e poiché in nessun caso può esimersi dal proprio
ruolo di massimo rappresentante delle associazioni europee, ha una responsabilità speciale, maggiore di quella di qualunque altro
ente, in merito al conseguimento di detta unificazione. I1 mondo attuale ci invita ad unirci. E la nostra posta in gioco, e sono certo che
ci apprestiamo a vincerla.
Dobbiamo fomentare, assumerci e gestire
direttamente iniziative di cooperazione nordsud ed est-ovest, tenendo conto che le linee
politiche nel primo e nel secondo caso devono essere differenti ed adattarsi alle rispettive diverse realtà economiche e sociali.
Ciò richiede:
- accomunare gli sforzi di tutti i cittadini
verso iniziative più ambiziose, operando una
netta divisione delle responsabilità per ottenere maggior profitto dalle nostre limitate
risorse;
- distinguere fra cooperazione classica cioè, azioni programmabili a medio e lungo
termine, anche in materia di bilancio preventivo - ed interventi d'urgenza che non possiamo prevedere, ma che obbligano e sempre
più ci obbligheranno ad agire senza dilazioni.
I n quest'ultimo caso, le richieste fra città
aumenteranno sempre di più. Poiché le città
non possono destinare grandi preventivi alla
cooperazione, sarà necessario dotarle di
strutture minime d'azione, in grado di fare
qualcosa di diverso dalle grandi organizzazioni internazionali: attivare la mobilizzazione e
la sensibilizzazione cittadina.
Nel settore della cooperazione programmabile e d'urgenza, le città rappresentano gli intermediari più idonei tra popolazione, organizzazioni non governative ed organismi internazionali. E dobbiamo risolvere la questione relativa a come le istituzioni statali,
coi loro programmi di cooperazione, normalmente sovraccarichi sia organizzativamente,
sia finanzia~iamente,accettano questa nuova
situazione ed intendono il vantaggio derivabile dal potenziamento del ruolo delle città e
delle regioni nell'ambito della cooperazione e
delle relazioni transnazionali in generale.
Spetta a noi poteri locali svolgere un compito
pedagogico nei confronti dei nostri governi.
Già da qualche tempo a Barcellona abbiamo raccolto queste nuove sfide e rivolto i nostri sforzi e la nostra dedizione al settore della cooperazione internazionale. Lo abbiamo
fatto nei limiti delle nostre possibilità, non
sempre sufficienti, ma con l'inequivocabile
volontà di esercitare un'azione costante ed
efficace per mezzo di strumenti differenti.
Barcellona presta assistenza tecnica e realizza-la produzione di risorse umane direttamente, per mezzo di consulenze in merito a
progetti, dell'organizzazione di seminari e
«giornate tecniche», ricevendo borsisti ed organizzando visite d i responsabili politici e
tecnici provenienti d a un gran numero di amministrazioni locali dei paesi dell'Europa
Centrale ed Orientale, della regione mediterranea e dell'America Latina.
Per tale motivo, la nostra città si è dotata
di uno strumento di particolare utilità per canalizzare questi sforzi nel settore della cooperazione tecnica creando una società, la Tecnologie Urbane di Barcellona, S.A. (TUBSA), che
raggruppa diverse aziende comunali e private
specializzate in settori differenti dell'ingegneria urbana e che consente l'agile trasferimento della tecnologia urbana sperimentata
nella città di Barcellona ad altre amministrazioni pubbliche.
È in atto una collaborazione con le città d i
San Paolo e del Messico, in materia di Rifor-
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Questo numero è stato finito di stampare il 18/5/1993
ISSN 0010-4973
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COMUNI D'EUROPA
ma Amministrativa e miglioria del paesaggio
urbano; con Pietroburgo, per il progetto della
rete di distribuzione degli alimenti e per il
Piano Comunale di sviluppo turistico; con
Praga, per la consulenza tecnica riguardo alla
sua pianificazione strategica; con Tangeri,
Luanda e Maputo, per la definizione della politica di trattamento dei residui urbani.
Siamo convinti che il concetto di cooperazione debba andare di pari passo con quello
di solidarietà, ragione per la quale Barcellona
porta anche avanti azioni specifiche in questo
senso. Perciò, oltre ad offrire appoggio economico a numerose O N G ai fini della realizzazione di progetti per lo sviluppo, abbiamo
istituito il premio annuale Barcellona Solidarietà che, quest'anno, celebrerà la terza edizione e che premia iniziative a favore dell'infanzia nel Terzo Mondo.
Facciamo in modo altresì di generare le risorse in grado di permetterci una capacità di
risposta in situazioni eccezionali o di crisi,
quali quelle dei due convogli di aiuti umanitari recentemente inviati a Sarajevo, la collaborazione prestata nella Campagna per la Pace
nel Sahara Occidentale o gli aiuti per il finanziamento di autobus urbani offerti alla città
dell'Avana.
Infine, come consta peraltro dalla dichiarazione fra le città di Rio d e Janeiro e Barcellona, che nel corso del 1992 sono state capitali
del mondo in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull'Ambiente e lo Sviluppo
e della celebrazione dei Giochi Olimpici, desidero ricordare che il progresso dell'umanità
è sempre stato ottenuto mediante la cooperazione, attraverso la creazione di strutture
sempre più ampie, più complesse, più diversificate.
I1 progresso va sempre di pari passo con l'associazione e I'interscambio, con l'integrazione delle unità esistenti in unità maggiori. Le
città danno origine ai vincoli più immediati e
più ampi alla base, generano la cultura del civismo che integra le peculiarità più specifiche,
le caratteristiche che identificano il singolo con
quanto vi è di più aperto ed universale.
Per questo, oggi; civismo ed universalismo
costituiscono le due facce di una medesima
realtà. Un solo mondo unito dai legami intrecciati fra loro dalle città. I1 mondo dei cittadini.
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MARZO 1993
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