Marzo 2014
Poste Italiane Spa
ospedaleniguarda.it
Sped. abb.post. Dl n. 353/2003
art 1 (comma1) D&B Milano
DISTRIBUZIONE
GRATUITA
Nuova terapia contro metastasi
del tumore al colon retto
le
itoria
Ed
Buoni i risultati in vitro, al via la sperimentazione
Continuare
a fare scuola
Di recente ho avuto l’occasione di riunirmi
in uno dei periodici incontri con tutti i
direttori e i responsabili dell’Ospedale
per illustrare le linee di indirizzo sanitario
e gestionale su cui è necessario orientare
i nostri sforzi nei prossimi mesi. Sono
stati tanti gli argomenti affrontati.
Tra questi ne ho scelto uno particolarmente
significativo, meritevole di riflessione
e approfondimento in questo primo
editoriale del 2014: la cultura sanitaria
che per noi significa formazione e ricerca.
Niguarda è da sempre un luogo di cura
ma anche di cultura sanitaria.
A ricordarcelo ci sono i volti dei giovani
infermieri che frequentano il corso di
laurea infermieristica qui nel nostro
ospedale.
Banchi, aule, lezioni, ma anche tante
ore formazione sul campo, la stessa
che caratterizza l’attività degli oltre
300 specializzandi che tra le corsie
del Niguarda ogni giorno hanno modo
di perfezionare le loro conoscenze
e incrementare il loro bagaglio di
esperienza.
C’è poi il fronte della ricerca. Una
testimonianza concreta è nella notizia di
apertura di questo giornale...
CONTINUA A PAGINA tre
Attualità a pag. 2
Un super antibiotico contro i
batteri resistenti
Sanità a pag. 3
Terapia intensiva a porte aperte
B
loccata in vitro la crescita delle
metastasi di un cancro al color retto.
Lo studio, condotto dai ricercatori
del Laboratorio di genetica molecolare
dell’Istituto di Candiolo diretti da Alberto
Bardelli, che ha lavorato in stretto contatto con
l’Oncologia del Niguarda di Milano, diretta
da Salvatore Siena, è stato pubblicato sulla
prestigiosa rivista scientifica internazionale
“Science Translational Medicine”.
La pubblicazione spiega perché, dopo
un determinato periodo (6-12 mesi), le
cellule tumorali smettono di rispondere al
farmaco a bersaglio molecolare Cetuximab
e ricompaiono le metastasi al fegato. I
ricercatori hanno quindi messo a punto
una nuova combinazione di farmaci
che si è dimostrata in grado di bloccare
la proliferazione del tumore divenuto
resistente.
CONTINUA A PAGINA due
I focus
dell’area oncologica.
DA PAGINA sei a PAGINA dieci
Nuovo Niguarda
Presentato il Blocco Nord: 450 posti
letto che completano il Nuovo Niguarda
La nuova struttura, realizzata a tempo di record, sarà operativa per il 2015
dopo i collaudi e gli accreditamenti
Sommario
Centri Specialistici a pag. 5
I numeri dal Transplant Center
Malattie dalla A alla Z
a pag. 6
La terapia combinata
contro il glioblastoma.
La microchirurgia contro
l’ernia del disco
Gli Specialisti Rispondono
da pag. 8 a 12
Il ginecologo, lo psichiatra,
l’otorino…
Volontariato a pag. 13
I volontari AVO. ALOMAR
contro le malattie reumatiche
News dall’Ospedale a pag. 15
I corsi e le nuove nomine
450 posi letto, 5 sale parto e 5 sale operatorie modernissime: sono solo alcuni numeri del Blocco
Nord, l’opera che completa la riqualificazione del Nuovo Niguarda e che il Presidente della Regione
Lombardia, Roberto Maroni, e l’Assessore alla Salute, Mario Mantovani, hanno potuto vedere
con i loro occhi lo scorso febbraio.
CONTINUA A PAGINA due
Nuovi modelli in Sanità
Niguarda Cardio Center
Una terapia intensiva
a porte aperte
Un pacemaker senza fili
A PAGINA tre
Un dispositivo wireless che si impianta
senza chirurgia
A PAGINA due
Periodico di informazione dell’Azienda Ospedaliera Ospedale Niguarda Ca’ Granda
Il giornale di Niguarda
Anno 9 - Numero 1
due
Presentato il Blocco Nord
“L’ospedale Niguarda è una struttura d’eccellenza
su cui la Regione nell’ultimo decennio ha investito
molto. Vogliamo mantenere un livello alto - ha
detto Maroni, in occasione della conferenza stampa
di presentazione - perché il nostro parametro di
riferimento sono le regioni europee più sviluppate”.
Intanto, il nuovo Blocco Nord è pronto e sono
bastati poco più di 800 giorni lavorativi per
costruirlo. Mancano gli arredi, i collaudi e gli
accreditamenti necessari che, annuncia il
Commissario Straordinario del Niguarda Marco
Trivelli, “saranno completati entro giugno”, e poi
quest’estate si comincerà con il trasferimento delle
attività sanitarie che sarà ultimato nei primi mesi
del 2015.
Le attività
Il Blocco Nord ospiterà il Dipartimento Medico
Polispecialistico con un settore dedicato all’Alta Intensità,
il Dipartimento Materno-Infantile, la Medicina
Riabilitativa, il Servizio di Immunoematologia e Medicina
Trasfusionale (uno dei 9 centri di lavorazione del sangue
SEGUE DALLA PRIMA
La visita nel Blocco Nord, da sinistra Mario Mantovani,
Assessore alla Salute, il Commissario Straordinario,
Marco Trivelli, e il Presidente Roberto Maroni
in Lombardia) e le relative attività ambulatoriali. Disporrà,
inoltre, di un’importante area diagnostica di Radiologia/
Neuroradiologia e di un settore di Endoscopia per
minimizzare gli spostamenti dei pazienti ricoverati quando
hanno necessità di diagnostica strumentale. Al piano terra,
in particolare, saranno collocate le aree ambulatoriali multispecialistiche dedicate ai bambini, nonché quella riservata ai
donatori di sangue. Una novità importante è costituita dagli
impianti (con motori elettrici a soffitto) di sollevamentopazienti che serviranno ben 80 letti, un’innovazione che
servirà sia per aumentare il comfort e la sicurezza sia per
agevolare l’assistenza prestata dal personale infermieristico.
Le stanze di degenza, inoltre, sono predisposte per un
moderno sistema di informatica distribuita.
Niguarda Cardio Center
Un pacemaker senza fili
Un dispositivo wireless che si impianta senza chirurgia
Attualità
H
a le dimensioni di una piccola pila cilindrica e
viene inserito direttamente nel cuore senza bisogno
di chirurgia per l’impianto: è il pacemaker
wireless, una rivoluzione in cardiologia, che si appresta
a diventare realtà per i pazienti seguiti dalla Cardiologia
3-Elettrofisiologia di Niguarda, uno dei pochi centri in Italia
dove prossimamente questi dispositivi di ultima generazione
saranno testati.
Nel mondo i portatori di pacemaker o di altri dispositivi per
il trattamento delle aritmie sono circa 4.000.000 e ogni anno
sono circa 700.000 i nuovi impianti. I sistemi, fino ad oggi
utilizzati, sono complessi e comprendono un generatore di
impulsi - il pacemaker vero e proprio (che viene alloggiato
in una tasca sottocutanea) - e uno o più
elettrocateteri - i “fili”- pronti a rilevare
e ad innescare la stimolazione elettrica
quando il battito rallenta.
“Diversamente
dai
pacemaker
convenzionali – spiega Maurizio
Lunati, Direttore della Cardiologia
3 – Elettrofisiologia - quello senza fili risiede interamente
all’interno del cuore.Il dispositivo è miniaturizzato, è 10 volte
più piccolo, ed incorpora sia la batteria che unmicroelettrodo
in grado di stimolare la contrazione non appena viene
rilevato un ritmo nonadeguato.”
La tecnologia del pacemaker leadless, che assomiglia ad
una comune pila, comprende alcuni
microchip e una piccola batteria
sigillata all’interno della cassa del
dispositivo, in grado di garantire una
longevità superiore. Il pacemaker
leadless viene inserito nel cuore con
un sistema transcatetere attraverso
una semplice puntura percutanea della vena femorale.
L’impianto, a differenza della procedura tradizionale, non
richiede alcuna incisione sul torace ed è molto meno invasivo
per i pazienti. L’assenza della tasca sottocutanea e dei fili di
collegamento, inoltre, contribuisce ad abbassare il rischio di
possibili infezioni.
Microbiologia
Un super antibiotico contro i batteri resistenti
Nuovo studio contro
metastasi del tumore
al colon retto
Staphylococcus aureus, Escherichia coli, Klebsiella
pneumoniae: sono tutti microrganismi che possono
sviluppare resistenze ai principali antibiotici,
diventando così pericolosi e di difficile gestione. Questi
“super batteri” causano circa 400 mila infezioni e 25
mila morti ogni anno solo in Europa, con un impatto
economico che si stima di 1,5 miliardi di euro tra spese
sanitarie e perdita di produttività. A ribadirlo è l’ECDC
(European Centre for Disease Prevention and Control)
che ha diffuso queste cifre nel corso della sesta Giornata
Europea degli Antibiotici, un’occasione in cui gli esperti
hanno richiamato la classe medica e la popolazione ad
un uso più responsabile di questi farmaci. Sono anni
che non ci sono novità terapeutiche tra gli antibiotici
anche perché i batteri sviluppano nuove resistenze più
velocemente dell’introduzione di nuove molecole.
Infatti, se tra il 1980 e il 1990 sono stati introdotti 49
antibiotici, nel decennio successivo il numero è crollato
a 7. Ma è da poco arrivato in Italia un farmaco di nuova
generazione efficace contro ceppi batterici resistenti e
difficili da trattare: ceftarolina fosamil, efficace anche
contro MRSA, lo Staphylococcus aureus resistente alla
meticillina che in Italia è considerato un vero problema
di salute pubblica, con un’incidenza del 38% (doppia
rispetto alla media europea) e che provoca ogni anno più
di 52 mila casi di infezioni.
Approvato per il trattamento delle infezioni complicate
della cute e dei tessuti molli (cSSTI) e per la polmonite
acquisita in comunità (CAP), ceftarolina fosamil è
rimborsato dal SSN in classe H per l’impiego esclusivo
in ambiente ospedaliero o negli ambulatori specialistici.
Si tratta di uno dei pochi nuovi antibiotici autorizzati
negli Stati Uniti e in Europa negli ultimi cinque anni ed è
il primo lanciato dopo l’iniziativa “10 x 20” della Società
americana per le malattie infettive (IDSA), ideata proprio
per supportare lo sviluppo di almeno 10 nuovi antibiotici
entro il 2020.
“E’ una novità importante: “un ritorno al futuro” che
riporta agli albori dell’era post-penicillina- commenta
Giovanni Gesu, Direttore del Laboratorio Analisi
Inoltre, grazie a un nuovo esame, la biopsia
liquida che scova il DNA del tumore nel
sangue, si è riusciti a valutare in anticipo
quando il paziente avrebbe sviluppato la
resistenza alla terapia.
“E’ un lavoro iniziato tre anni fa e che dà
segnali di speranza contro il terzo tumore
per incidenza e mortalità”, ha commentato
il professor Bardelli. Nel mirino, ieri
come oggi, i tumori del colon retto che
presentano l’alterazione di una molecola
(EGFR) presente sulla superficie delle
cellule della mucosa intestinale. Ora partirà
la sperimentazione sulle persone ammalate
che durerà un paio di anni. Verranno
loro somministrati due tipi di farmaci
antitumorali: al già noto Cetuximab sarà
affiancato un farmaco sperimentale il Mek
Inibitore. Il Trial è stato significativamente
chiamato con l’acronimo ARES, che
richiama il nome del mitologico dio della
guerra, perché questa è una nuova battaglia
della scienza medica contro una delle
malattie più difficili da combattere.
L’oncologo Salvatore Siena commenta
“Le scoperte pubblicate su Science
Translational Medicine sulla possibilità di
contrastare la crescita di tumori colorettali
con mutazioni di RAS e di seguirne le tracce
di DNA tumorale nel sangue si fondano
sulla esperienza clinica degli specialisti
della diagnosi e delle terapie del Niguarda
Cancer Center coniugata in modo sinergico
esemplare con la ricerca d’avanguardia
di Alberto Bardelli e colleghi all’Istituto
Ricerca Cancro di Candiolo, Torino. Un
esempio di come la Medicina Oncologica
italiana sia capace di avanzamenti di rilievo
mondiale. Avanzamenti utili alle persone
ammalate”.
Più attenzione nell’utilizzo di questi farmaci per non rinforzare i microrganismi
Chimico Cliniche e Microbiologia. Infatti potremo
usare di nuovo un farmaco sicuro ed efficace, in grado
di aggirare le possibili resistenze. Dovremo, però,
essere bravi ad utilizzarlo con attenzione: solo quando
richiesto e al dosaggio indicato. Se non useremo questi
accorgimenti il rischio è quello di vanificare il vantaggio
ottenuto”.
L’Italia è, infatti, tra i Paesi europei con i livelli
più alti di antibiotico-resistenza. “Nel nostro Paese
la presenza di Staphylococcus aureus resistente alla
meticillina (MRSA) – dichiara Gesu - è doppia rispetto
alla media europea. Si attesta infatti poco al di sotto
del 40%, contro una media europea inferiore al 20%.
Eppure, la diffusione del batterio Staphylococcus aureus
è molto più elevata in altre zone d’Europa, come nei
Paesi scandinavi dove, tuttavia, il batterio è molto
raramente un MRSA. Questa eccezionale concentrazione
delle resistenze in Italia si spiega, da una parte, con una
scarsa attenzione alle misure di prevenzione e, dall’altra,
con l’abuso o il cattivo uso degli antibiotici: non è un
caso, infatti, che nel nostro Paese 1 antibatterico su 5
è utilizzato in modo inappropriato e che l’Italia è tra i
maggiori consumatori di antibiotici dopo la Grecia”.
Antibiotici: istruzioni per l’uso
Ecco cinque pratiche regole per fare un corretto uso
degli antibiotici:
Gli antibiotici combattono i batteri. Non prenderli in
caso di raffreddore o influenza.
Gli antibiotici non curano i virus e non servono
neanche a prevenirli.
Assumi gli antibiotici solo dietro prescrizione medica.
Assumi gli antibiotici seguendo esattamente la
posologia indicata dal medico.
Se assumi troppi antibiotici o li sostituisci
spontaneamente rischi di farli diventare inefficaci.
SEGUE DALLA PRIMA
Nuovi modelli in Sanità
Una terapia intensiva a porte aperte
tre
A
volte le rivoluzioni in medicina passano anche dalle
porte aperte di quello che storicamente è il reparto
più chiuso e meno permeabile alle visite dei propri
cari: la rianimazione. Succede già da 3 anni a Niguarda
dove i medici e gli infermieri della Terapia Intensiva
Generale 1 hanno deciso di rompere con l’isolamento che
spesso caratterizza questi luoghi e hanno fatto una scelta
coraggiosa, quella estendere gli orari di visita per amici e
parenti: non più una sola ora a disposizione, per loro le porte
sono aperte tutti i giorni dalle 14.30 alle 21.00.
L’importanza di aprire questi reparti è stata di recente ribadita
anche dal Comitato Nazionale per la Bioetica in un
documento pubblicato lo scorso luglio, che si può consultare
sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri (www.
governo.it). La presenza al fianco del malato dei suoi cari “è
un’applicazione, non sempre adeguatamente considerata- si
legge nella pubblicazione-, del principio del rispetto della
persona nei trattamenti sanitari, sancito nell’articolo 32
della Costituzione”. Ma forse non c’è bisogno di andare a
leggere il testo costituzionale per comprendere appieno la
portata di questo nuovo corso, basta ascoltare le parole di
chi ogni giorno lavora in questo reparto: “E’ facile essere
sopraffatti dalla tecnologia in questi luoghi- spiega Roberto
Fumagalli, Direttore dell’Anestesia e Rianimazione 1-. C’è
una macchina per tutto, o quasi, che assiste il paziente. Meno
male che ci sono, sono necessarie, ma è bene ricordarsi che
dentro quel letto c’è una persona, con tutto il suo sentire
e i suoi bisogni, che non possono essere messi in secondo
piano. Ed è stata proprio la ricerca di questa umanizzazione
Editoriale
SEGUE DALLA PRIMA
...Il recente studio condotto dai
nostri clinici in collaborazione
con i ricercatori di Candiolo,
che ha portato alla scoperta
di una nuova terapia per le
metastasi del tumore al colon
retto.
Ospitiamo, poi, il contributo
di Massimo Puoti, DirettoreMalattie Infettive con una
consolidata esperienza nel
mondo dell’università, che
ha delineato uno spaccato
sul ruolo di Niguarda come
ospedale-luogo di insegnamento
e di riferimento per la comunità
scientifica. E’ questo l’orizzonte
a cui vogliamo tendere anche
per il Nuovo Niguarda.
Marco Trivelli
Marco Trivelli
Commissario Straordinario
Niguarda
che ci ha spinti a maturare la nostra scelta”.
Le difficoltà nel rendere operativa questa decisione non
sono mancante, ma i vantaggi di questa apertura sono
per tutti. Innanzitutto per il paziente: ci sono diversi studi
internazionali che dimostrano come la persona ricoverata in
terapia intensiva, anche nei casi gravi, avendo accanto parenti
o amici, riceve enormi benefici in termini di qualità di vita e
di riduzione dello stress. “Questo aiuta il paziente- continua
Fumagalli- e si traduce anche in una somministrazione più
contenuta di farmaci”.
Una disponibilità più ampia si riverbera anche con effetti
positivi sui parenti, che hanno la possibilità di assistere e
comprendere meglio ciò che si fa in una terapia intensiva.
Questo abbatte l’ansia e le incomprensioni, permettendo ad
amici e parenti di andare a casa più sereni. “La gente, come
normale che sia, difficilmente sa cosa si fa in un reparto
come il nostro- sottolinea Paolo Brioschi, Responsabile
della Terapia Intensiva Generale 1-, ma vedendoci all’opera
hanno modo di osservarlo con i loro occhi e di comprendere
il nostro impegno. Tanto è vero che da quando abbiamo
esteso l’orario di visita, i ringraziamenti per il personale
sono aumentati e arrivano anche nei casi in cui il paziente
purtroppo non ce l’ha fatta”. Una migliore comunicazione
tra il personale e i parenti è registrata anche da chi sta a più
stretto contatto con il paziente: gli infermieri. “Nessuno di
noi vorrebbe tornare indietro - dichiara Isabella Fontana,
Coordinatrice infermieristica del reparto -. Fino a tre anni fa,
nell’approssimarsi dell’orario di visita, si creava la ressa.
Oggi il clima è disteso, solidale, di ampia collaborazione tra
noi, i pazienti e i visitatori. Inoltre abbiamo più tempo per
conoscerci e ottenere informazioni sulla vita dell’assistito, i
suoi affetti, i suoi interessi”.
Ma se la terapia intensiva è aperta, non si corre il rischio di
esporre maggiormente i malati alla minaccia delle infezioni?
“Aperta non significa che non ci siano delle regole da
rispettare - risponde Fumagalli -. Ci sono delle norme di
comportamento utili che adottiamo per prevenire il rischio,
come il lavaggio delle mani, a cui si devono sottoporre
tutti, dal personale ai parenti. Ma una volta fatto questo,
perché opporsi ad una carezza o ad un bacio sulla fronte,
dato da una moglie al proprio marito?” Gli fa eco Brioschi:
“Toccare il paziente, parlagli, accarezzalo, è fondamentale.
Anche quando si trova in coma, perché nessuno di noi sa
l’effettivo livello di percezione di queste persone”.
Ma se da questo modello a porte aperte tutti sembrano
trarre beneficio e “i germi sono tenuti a bada”, perché questa
impostazione fatica a prendere piede in Italia? Per rendersene
conto basta guardare i dati pubblicati dal Comitato Nazionale
per la Bioetica: nello stivale la finestra di visita media è di
circa 2 ore e il nostro Paese è nelle retrovie della classifica
che vede la Svezia al primo posto con il 70% delle terapie
intensive aperte, seguita dal 32% degli USA e il 23% della
Gran Bretagna. Forse è un pregiudizio, forse è una forma
mentale difficile da eradicare, ma fatto sta che di porte da
spalancare in Italia ne rimangono parecchie. La speranza è
che quell’umanesimo clinico, che nella Terapia Intensiva
1 di Niguarda ha dato vita ad un focolaio isolato, possa
diventare presto contagioso.
Formazione e ricerca: cifre in chiaro
Nella città di Milano è presente una solida ed
estesa “rete dei saperi,” nella quale la cultura
medica occupa un ruolo di grande rilievo.
I numeri di Milano sono quelli di una delle
più importanti capitali europee delle scienze
mediche: 3 Scuole di Medicina, 11 Istituti di
Ricerca e Cura a Carattere Scientifico e più di
30 aziende del settore biomedico. A Milano
si sviluppa quindi un “distretto culturale e
creativo” delle scienze della vita con pochi
eguali al mondo e che può dare un forte
contributo al rilancio del Sistema Italia. La
sfida fondamentale, come per tanti altri distretti
culturali ed industriali Italiani, è la capacità
di fare sistema in un ambito di competizione
globale dispiegando in maniera incondizionata
qualità come il talento, la passione e l’apertura
al confronto.
In questa ampia rete di cultura medica le
Aziende Ospedaliere Milanesi svolgono
il ruolo di nodi fondamentali, ed è così
anche per il nostro Ospedale. In questo
senso i numeri di Niguarda sono il miglior
biglietto da visita di un centro dove, dalla
sua fondazione, esperienza e competenza
medica si sono sempre tradotti in ricerca ed
innovazione finalizzate al miglioramento
della cura della persona. Dal 2000 al 2013
i professionisti di Niguarda hanno prodotto
2089 lavori scientifici “sfornati” con ritmo
crescente passando dai 120 del 2000 ai 380
del 2013. Si tratta di articoli ad elevato impatto
scientifico. In questo Ospedale si scrive solo se
si ha qualcosa di rilevante da comunicare: per
questo gli articoli dei professionisti di Niguarda
trovano spazio in riviste internazionali di
grande prestigio; i 292 articoli pubblicati nel
2012 hanno avuto un “impact factor” di 1227
con un impact factor medio
più di 300 studenti delle
di 4,2. Duecentocinquanta
scuole di specializzazione
di questi 2089 lavori hanno
post laurea di 10 diverse
visto la collaborazione con
Università italiane. Quattro
centri Statunitensi, 156 con
strutture complesse di
centri francesi, 152 con
Niguarda sono dirette da
centri del Regno Unito,
professori universitari e
140 con centri tedeschi e
diversi direttori hanno già
100 con centri spagnoli
ricoperto ruoli accademici
testimoniando il ruolo
prima
di
approdare
internazionale dell’attività
a Niguarda. Diversi
Massimo Puoti
di ricerca medica di questo
professionisti di Niguarda
Direttore
Ospedale.
hanno
recentemente
Niguarda è protagonista
conseguito
l’Abilitazione
Malattie Infettive
assoluto nel campo della
Scientifica Nazionale a
formazione: è sede ambita di collaborazioni professore universitario dimostrando come la
internazionali, dell’AIMS Academy, di produzione scientifica che si può realizzare a
centinaia di corsi formativi per personale Niguarda sia di pari livello rispetto agli atenei
medico ed altri operatori sanitari. Anche italiani. Su quali progettualità il nostro Ospedale
nel campo della ricerca il nostro Ospedale può essere protagonista nell’integrazione con le
è sede principale o centro collaboratore per Università e nel distretto culturale e scientifico
33 progetti di ricerca finanziati da organismi Milanese? Nella sua mission Niguarda ha
nazionali ed internazionali privati e pubblici. messo al centro la cura della persona attraverso
A Niguarda si stanno svolgendo oltre 700 l’integrazione di competenze ed esperienze
sperimentazioni cliniche su nuovi farmaci, di elevato livello scientifico. Una ricaduta di
nuove apparecchiature, tecniche e “devices” questa mission è la possibilità di integrare
medici. Se questo centro ha i numeri per l’enorme ed eterogeneo patrimonio di incontri,
identificarsi come “hub” internazionale della volti storie e sofferenze che passano attraverso i
rete delle scienze della vita, le Università di centri di riferimento di Niguarda con i prodotti
Milano si sono prefissate il ruolo di motore della ricerca traslazionale che portano dal
di crescita e di luogo di collaborazione e bancone del laboratorio al letto del malato le
di integrazione fra i nodi di questa rete del acquisizioni della ricerca di base.
sapere medico. La collaborazione tra il nostro Niguarda, luogo di cura della persona, può
centro e le Università milanesi ed italiane diventare fonte di conoscenze e palestra
si traduce anche in un rilevante contributo della medicina personalizzata una delle più
alla loro attività formativa: a Niguarda ogni importanti sfide scientifiche dei prossimi anni
giorno entrano per apprendere e danno il nella quale il distretto milanese occupa il fronte
loro contributo di entusiasmo ed innovazione più avanzato.
Sanità
Orari di visita allungati per una rianimazione a misura di paziente
Niguarda Transplant Center
Trapianti: è di 65 anni l’età media dei donatori
cinque
S
i è appena chiuso il 2013 e i numeri
della donazione e degli interventi
del Niguarda Transplant Center
rimangono, come negli anni passati, ad
alti livelli. Passando in rassegna i dati dei
trapianti addominali, le cifre ci dicono
che l’anno scorso sono stati eseguiti
82 trapianti di fegato, 84 di reni e 7
di pancreas. Quello che si osserva
da alcuni anni è un innalzamento
trasversale dell’età media del
donatore,
diretta
conseguenza
dell’allungamento dell’aspettativa di
vita e non solo. “Oggi l’età media dei
donatori si attesta sui 65 anni- ci spiega
Luciano De Carlis, Direttore della
Chirurgia Generale e dei Trapianti- e
un livellamento verso l’alto di questo
dato è avvenuto in maniera significativa
subito dopo l’introduzione dell’obbligo
del casco per la circolazione su moto
e motorini. Fortunatamente questa
norma ha limitato i decessi in seguito
ad incidenti e ristretto il numero di
potenziali donatori a pazienti con
patologie neurologiche o neurovascolari
”. Infatti bisogna ricordare che chi
dona i propri organi può farlo solo se la
morte cerebrale sopraggiunge prima
dell’arresto circolatorio o respiratorio,
unica condizione in cui gli organi
continuano a ricevere l’ossigenazione
che ne consente l’espianto per la
donazione.
Donatori sempre più anziani, da un
lato, e l’incremento esponenziale delle
liste d’attesa, dall’altro, spingono la
medicina e gli addetti ai lavori a trovare
nuove soluzioni. La donazione da
vivente è una di queste e nel nostro
Ospedale si è iniziato presto a fiutare
“i vantaggi” che questa nuova strada
poteva portare con sé. “Per il fegato si
è iniziato già nel 2001 con il primo caso
effettuato in Italia e oggi siamo arrivati
a quota 90- ribadisce De Carlis-”. In
pratica quello che si porta avanti da 13
anni a questa parte è il prelievo di un
parte del fegato del donatore, la metà se
non addirittura il 60%, che va ad essere
trapiantata nel ricevente. La tecnica
sfrutta la capacità di rigenerazione
di quest’organo che ritorna alle
dimensioni originali, sia in chi ha subito
l’espianto sia in chi lo ha ricevuto, nel
giro di circa un mese. Una procedura
analoga è adottata anche nella donazione
da cadavere, è il cosiddetto “split liver”.
“ In questo caso la suddivisione di un
fegato da donatore cadavere consente di
trapiantare due pazienti distinti adulti o
pediatrici- aggiunge lo specialista-”.
Oggi anche grazie alla diffusione di
queste tecniche l’attesa media per
un fegato a Niguarda e nell’Italia del
nord (area NITp, Nord Italia Transplant
program) è di circa un anno. Questo
intervallo però raddoppia se si ha bisogno
di un rene. “L’organo è essenzialmente
“vascolare” ed è più sensibile ad
alterazioni arteriosclerotiche e richiede
donatori mediamente più giovani - dice
De Carlis”. Anche qui la donazione da
vivente è un’alternativa concreta, ancora
più facilitata se per la fase del prelievo si
utilizza la chirurgia robotica. “Siamo
stati uno dei primi centri in Italia ad
adottare questa procedura, già 4 anni
fa- spiega il chirurgo Alessandro
Giacomoni-. Il robot per il prelievo
assicura una maggiore mininvasività
per il donatore, che nel giro di una
settimana può riprendere la sua vita
normale, e una migliore precisione in
corso d’intervento; ad oggi sono quasi
una quarantina i prelievi fatti dalla
nostra équipe utilizzando il robot”.
Una novità importate arriva anche dalla
procedura denominata “trapianto di
doppio rene”: a partire da un donatore
magari in là con l’età (generalmente
oltre i 65-70 anni) si opta per il
trapianto di entrambi i reni nello
stesso ricevente. “Questo fa sì che
gli organi in coppia si compensino a
vicenda raggiungendo comunque una
buona funzionalità, nonostante una non
ottimale condizione degli organi che, se
prelevati singolarmente, non sarebbero
stati utilizzabili - sottolinea De Carlis-.
Abbiamo iniziato questo programma
da due anni e, seppur tecnicamente e
organizzativamente complesso, ci sta
dando ottimi risultati, sono già stati
eseguiti una trentina d’interventi”.
Insomma è un’ottima alternativa per
incrementare il pool di donazione e per
permettere anche a chi non sta nelle
posizioni prioritarie della lista d’attesa di
avere comunque una valida alternativa.
Niguarda Transplant Center
Niguarda e i trapianti: è una storia lunga iniziata nel lontano 1972. In
quell’anno, infatti, viene portato a termine il primo trapianto di rene.
Il 1985, poi, alla Ca’ Granda è la volta del primo cuore e del primo fegato.
Seguiranno negli anni successivi il primo trapianto di pancreas, polmone
e cornea.
Nel corso di oltre quarant’anni si è assistito all’apertura di centri dedicati e
altamente specializzati come il centro per il trapianto di midollo e la banca
dei tessuti.
Oggi la grande esperienza maturata in ambito trapiantologico ha dato vita al
Niguarda Transplant Center, un riferimento multi-disciplinare in cui le diverse
esperienze specialistiche convergono in unico snodo di coordinamento, per
una risposta sempre più vicina alle esigenze dei pazienti.
News
News cardio
Guarda “Il battito della ricerca”
“Cuori artificiali” a flusso continuo: toccata quota 100
T
utti sanno che cos’è il trapianto di cuore ma quasi nessuno
sa che il trapianto non è l’ultima spiaggia per i pazienti
affetti da scompenso cardiaco severo: oggi si può vivere per
anni con un sistema meccanico di assistenza cardiaca, il cosiddetto
“cuore artificiale”. Il reportage di Vito Salinaro, “Tum tum- il
battito della ricerca”, indaga sulle possibilità delle assistenze
meccaniche, attraverso le voci dei medici, Maria Frigerio, Direttore
del Dipartimento Cardiotoracovascolare e Luigi Martinelli,
Direttore della Cardiochirurgia, e le storie di alcuni pazienti seguiti
a Niguarda. Guarda il video su Youtube.
Guarda il video sul canale
OspedaleNiguardaTV
I
n totale si avvicina a 200 il numero degli impianti
di LVAD (left ventricular assist device) effettuati
a Niguarda. Il nostro Ospedale è il centro in Italia
che ha la più ampia casistica a livello nazionale.
“Abbiamo superato la soglia dei 100 impianti per
i dispositivi di ultima generazione, quelli a flusso
continuo- annuncia Luigi Martinelli, Direttore della
Cardiochirurgia-”.
Impropriamente vengono indicati con il termine di
“cuore artificiale”, ma nello specifico sono un aiuto
quando l’organo non è più in grado di fornire sangue
e quindi ossigeno in misura sufficiente al resto del
corpo. “Si tratta di pompe che drenano il sangue
dal ventricolo sinistro e lo spingono nell’aorta-
spiega Martinelli-. Vengono impiantate all’interno
del torace e sono collegate via cavo a un sistema di
controllo e a una fonte di energia esterni, batterie
ricaricabili o rete elettrica”. Il miglioramento
dei risultati negli ultimi anni ha fatto di questi
dispositivi una valida alternativa al trapianto in caso
di scompenso cardiaco.
Centri Specialistici
Buoni i numeri del centro, che punta ad incrementare la donazione da vivente per ridurre i tempi d’attesa
sei
Neuro-oncologia
La terapia combinata contro il glioblastoma
Chirurgia, radioterapia e chemio. In futuro forse un vaccino
Malattie dalla A alla Z
R
imane uno dei tumori più
aggressivi che colpisce il
cervello: è il glioblastoma,
una patologia per cui negli ultimi
tempi vi sono state delle conquiste
nella comprensione dei meccanismi
di sviluppo. Una conoscenza più
approfondita che ha portato a
qualche miglioramento persino
nelle terapie, anche se ancora non
si è trovata una cura risolutiva.
“E’ un tumore abbastanza raro che
colpisce pazienti dai 25 anni in
su, con una maggiore probabilità
d’esordio intorno ai 50 annispiega Elio Agostoni, Direttore
della Neurologia e Stroke Unit. Nel corso del 2013 a Niguarda i
pazienti ricoverati per questo tipo
di neoplasia sono stati 71”. Per loro
la strada dei trattamenti si avvale
della terapia combinata. Chirurgia,
laddove possibile, radioterapia, e
chemioterapia sono i cardini di un
approccio multidisciplinare, che oltre al
neurologo coinvolge il neurochirurgo,
il radioterapista e l’oncologo, ma
anche il neuroradiologo e l’anatomiapatologica nelle fasi diagnostiche.
Se praticabile, la chirurgia rimane una
delle prime opzioni da valutare anche
se purtroppo è difficile asportare del
tutto le cellule maligne. “ Si tratta di
tumori infiltranti - spiega Agostoni-,
con l’intervento si rimuove tutto
grazie alle tecniche diagnostiche
sempre più avanzante è possibile
individuare queste forme, in cui il
trattamento deve proseguire e non
essere sospeso così come si faceva
in passato”.
quello che si può asportare senza
compromettere la funzionalità delle
strutture cerebrali sane”.
La radioterapia e la chemioterapia
hanno
migliorato
ulteriormente
l’aspettativa di vita dei pazienti. “La
radioterapia viene utilizzata in tutti
casi. Viene condotta per circa un
mese e mezzo e prevede un dosaggio
piuttosto aggressivo- dice la neurologa
Francesca Imbesi-”. Può capitare che
il trattamento produca quello che viene
chiamato una pseudo-progressione
della malattia. “In pratica nella
risonanza magnetica la lesione appare
ingrandita- precisa la specialista-, ma
la maggior diffusione non è dovuta
a un peggioramento della malattia,
ma ad un effetto delle cure. Oggi
Tra i farmaci più utilizzati negli
ultimi anni c’è da segnalare la
temozolomide. L’efficacia di
questo chemio-terapico è legata
alla presenza di un particolare
gene e ad uno stato di attivazione/
disattivazione,
chiamata
metilazione. “Il gene Mgmt è
responsabile della produzione di
una proteina in grado di riparare
i danni che radio e chemioterapia
provocano nel tumore- spiega Imbesi-.
La metilazione è un meccanismo
biologico di spegnimento del gene,
che quindi non produce più la proteina
riparatrice. I pazienti con metilazione
di Mgmt sono quindi quelli più sensibili
ai trattamenti”.
Intanto la medicina si muove alla
ricerca di nuovi percorsi. Per farlo
anche il centro di Niguarda partecipa
a diverse sperimentazioni, nazionali
ed internazionali, utili per confrontare
l’efficacia di nuovi farmaci. Una
delle alternative a cui si guarda con
più aspettative è lo sviluppo di nuove
molecole che riescano ad intervenire
in modo mirato sulle cellule tumorali,
cercando di inibire la loro attività
angiogenica. Ovvero la capacità che la
neoplasia ha di attrarre a sé la rete di vasi
sanguigni necessari per la sua crescita.
Un’altra novità è l’immuno-terapia.
“Si sta cercando di trattare il tumore
come se fosse un virus e attraverso una
sorta di vaccino si prova a stimolare
l’attacco del sistema immunitario
contro le cellule tumorali- specifica
Agostoni-. Allo stato attuale si tratta
ancora di protocolli sperimentali con
esiti tutti da verificare. Per quello
che abbiamo a disposizione oggi,
solo integrando i vari trattamenti e
mettendo insieme le competenze dei
vari specialisti si potranno migliorare
in maniera più incisiva i risultati”.
Glioblastoma-i sintomi
I pazienti colpiti da glioblastoma
possono presentare sintomi molto
variabili tra loro, dal mal di testa
con nausea e vomito alla crisi
epilettica improvvisa, fino a sintomi
neurologici focali come quelli
che caratterizzano gli ictus (come
perdita del linguaggio e paralisi,
che però a differenza dell’ischemia
si instaurano gradualmente). Anche
perdite di memoria o cambiamenti
della personalità possono essere un
campanello d’allarme.
Mal di schiena
Ernia del disco: come intervenire
Attenzione al peso e alla postura. La tecnica microchirurgica
T
erza, quarta, quinta vertebra lombare e prima
sacrale: sono queste le sedi più frequenti
dell’ernia al disco, una patologia diffusa, che
interessa prevalentemente i giovani e le persone di
mezza età. Secondo le stime, infatti, il mal di schiena
è un disturbo molto comune che colpisce dal 60
all’80% della popolazione e per l’8% dei casi si tratta
di ernia del disco. Sedentarietà, posture scorrette,
sovrappeso, uso frequente di auto o motoveicoli
per gli spostamenti, sono questi i fattori di rischio
principali su cui fare prevenzione.
Come si origina
Per capire cosa succede alla nostra colonna quando
l’ernia fuoriesce, bisogna comprendere il sofisticato
sistema di ammortizzazione che la caratterizza.
“Immaginiamo i dischi intervertebrali come dei
cuscinetti, posti tra una vertebra e l’altra al fine
di consentire i movimenti della colonna- spiega
lo specialista Marco Cenzato Direttore della
Neurochirurgia- . Come un cuscino è formato da una
federa e da un’imbottitura, così il disco è costituito
da un involucro esterno, l’anello fibroso, e da una
parte interna, più malleabile, il nucleo polposo.
L’ernia si ha quando l’involucro si lacera e il nucleo
polposo viene espulso all’esterno”.
Il sintomo principale è il dolore lombare dovuto allo
stiramento del legamento che decorre posteriormente
al disco: quello che popolarmente viene indicato
come il “colpo della strega”. Ma non solo: “Se,
fuoriuscendo dalla sua sede, il nucleo del disco
Prevenire è meglio…
comprime le radici nervose, il dolore si irradia alla
gamba, interessando la parte posteriore della coscia
e raggiungendo, talvolta, anche il tallone e il piede,
è la cosiddetta lombosciatalgia o, nell’accezione
più comune, sciatica. Altri sintomi sono formicolii e
alterazioni della sensibilità, per arrivare a disturbi
della forza se la radice del nervo è compressa in
modo significativo- aggiunge Cenzato-”.
Diagnosi e trattamento
A provocarla non è necessariamente un intenso sforzo
fisico. “Anche sollecitazioni modeste, in situazioni di
debolezza strutturale del disco o di scarsa tonicità
muscolare possono causarne l’insorgenza- spiega
lo specialista-”. La diagnosi, quindi, si basa sulla
valutazione dei sintomi raccontati dal paziente e
sull’esame clinico; importanti indicazioni possono
arrivare da indagini strumentali come la risonanza
magnetica oppure la Tac.
Riposo, farmaci anti-infiammatori e cortisonici, sono
le indicazioni da seguire per la fase acuta. “Nell’arco
di qualche settimana, il materiale del nucleo polposo
si disidrata, riducendo a poco a poco il proprio
volume, e anche il dolore, di conseguenza, dovrebbe
notevolmente attenuarsi- spiega il neurochirurgo-”.
L’intervento
Quando la compromissione dei nervi è importante
e i sintomi non rientrano, diventa necessario
l’intervento chirurgico. “In presenza di gravi
La prevenzione dell’ernia si basa sul mantenimento di un buon tono muscolare, sul controllo del peso
corporeo, su un’attività fisica regolare. È importante anche imparare a sollevare i pesi in modo corretto,
non piegando il busto in avanti, ma flettendo le gambe. E per chi passa molte ore al volante? “Il consiglio
è di tenere lo schienale leggermente flesso all’indietro, posizionando un cuscino, ne esistono di specifici,
da applicare al sedile del veicolo, all’altezza della regione lombare- dice l’esperto-. Per le altre attività, la
regola da seguire è di evitare di rimanere nella stessa posizione per periodi eccessivamente lunghi. A casa,
o dove l’ambiente lavorativo lo consenta, l’ideale sarebbe utilizzare una sedia ergonomica, che permette
di “scaricare” in modo corretto il peso dalla colonna vertebrale”.
sofferenze del nervo, è bene intervenire con una certa
tempestività. Il rischio, altrimenti, è che il sintomo
non regredisca dopo l’operazione, cronicizzandosisottolinea Cenzato-”.
Ancora molto diffuse sono le convinzioni che si
tratti di un intervento rischioso. In realtà, anche la
neurochirurgia vertebrale, così come altre branche
della chirurgia, oggi si avvale di tecniche sempre
meno invasive, spesso supportate da una raffinata
tecnologia e con un’incidenza minima di rischi e
complicanze. “Lo stesso intervento tradizionale di
rimozione dell’ernia non è nemmeno paragonabile
a quello che veniva eseguito in passato: attraverso
un’incisione di due centimetri al massimo viene
raggiunto lo spazio tra le vertebre e, con l’ausilio
dei microscopi viene “liberata” la radice nervosa
in modo estremamente preciso e mirato- prosegue
lo specialista-. I tempi di recupero sono piuttosto
rapidi: già il secondo giorno il paziente è in grado di
camminare, al terzo viene dimesso. Nel giro di due
settimane può riprende la vita normale-”.
Appuntamento - 25 maggio
Giornata Nazionale del
Sollievo: visite gratuite
D
omenica 25 maggio Niguarda aderisce
alla Giornata Nazionale del Sollievo e del
Dolore con gli specialisti in algologia che
effettueranno visite gratuite e daranno informazioni
sulle sindromi dolorose e le tecniche di controllo.
PRENOTAZIONI
A ridosso dell’evento sarà possibile prenotare una
visita gratuita (fino ad esaurimento posti) per la
giornata di domenica 25 maggio, attraverso:
Numero verde di Prenotazione Regionale
800.638.638 - lun-sab: 8.00-20.00
Sportello Prenotazione di Niguarda
Area Sud, Blocco Sud - lun-ven: 8.00-19.30
sab: 8.00-13.00
sette
Niguarda Centro di Riferimento per le Malattie Rare
La sindrome di West: una rara forma di epilessia
Colpisce in età neonatale e può compromettere lo sviluppo
patologia si intensificano riproponendosi
ad intervalli sempre più serrati. Spesso
i primi episodi colpiscono in fase di
addormentamento o al risveglio. Un altro
aspetto che accompagna questi spasmi- e
che viene spesso riportato dai genitoricoinvolge lo sguardo: è la perdita del
contatto visivo. “Sono bambini che ti
guardano, ti sorridono, ma poi ad un certo
punto smettono di farlo, il loro sguardo
diventa
improvvisamente
assentespiega la neuropsichiatra dell’infanzia e
dell’adolescenza, Stefania Bergamoni-.
Nel corso della crisi, inoltre, possono
esserci anche delle deviazioni degli occhi
che accompagnano lo spasmo”.
Un tracciato nel caos e il ritardo
Il vero “termometro” che segnala la
presenza di questa rara forma epilettica
sono le anomalie nel tracciato dell’elettroencefalogramma. “In questi casi l’esito
dell’esame appare del tutto caotico,
disordinato, con onde dalla forma
irregolare- spiega la neuropsichiatra-.
E’ il secondo elemento tipico della
triade e viene definito ipsaritmia”. Il
terzo è il ritardo o il deterioramento
psico-motorio. “Può succedere che la
malattia di base sia presente fin dalla
nascita, in questi casi il bambino ha
Spasmi muscolari
E’ una cosiddetta triade di manifestazioni
a caratterizzare la malattia. I più evidenti
sono gli spasmi infantili. In pratica il
bambino compie involontariamente dei
movimenti che interessano il tronco e
gli arti superiori: si piega in avanti o
all’indietro, alzando (ma non i tutti casi)
le braccia. Si tratta di gesti ripetitivi e
repentini senza alcun controllo. Le crisi si
presentano a grappolo e si ripetono nel
giro di pochi secondi; con l’avanzare della
difficoltà a raggiungere le normali
tappe dello sviluppo. Quando invece la
sindrome si instaura nei mesi successivi
ha l’effetto retrogrado di cancellare le
abilità acquisite- sottolinea Bergamoni-.
Ad esempio il bambino non è più in
grado di mantenere la posizione seduta
o di prendere gli oggetti con le mani. La
regressione è molto veloce e può avvenire
anche nell’arco di due settimane”.
Primaria o secondaria
Ci sono delle forme in cui la malattia non
è collegata a nessuna causa evidente.
In altre parole se si eseguono esami
specialistici come la risonanza magnetica
non si trovano malformazioni cerebrali
o altri motivi che possono spiegare la
sindrome: sono le forme primarie.
“In questi casi è ipotizzata la presenza
di mutazioni genetiche non ancora
identificate- sostiene la specialista-”. Nelle
forme secondarie alla base della malattia
c’è una causa organica riscontrabile, come
può essere una malformazione o una
lesione che affligge il sistema nervoso
centrale. Oppure può essere collegata ad
un’altra patologia. “Le correlazioni più
frequenti sono con la sclerosi tuberosa
e con la neurofibromatosi- spiega
l’esperta-. Ci sono poi i casi in cui il
piccolo può essere andato incontro ad una
sofferenza ischemica cerebrale durante il
parto”.
Le terapie
Il trattamento farmacologico punta
sulla somministrazione di vigabatrin.
“E’ un anticonvulsivante molto efficace
in quelle forme correlate alla sclerosi
tuberosa. In tutti gli altri casi la terapia
si basa sull’utilizzo di ACTH, l’ormone
adrenocorticotropo. La strategia è quella
di attaccare la malattia con un trattamento
ad alte dosi. Dopo la prima settimana di
cura si va progressivamente a diminuire il
dosaggio- precisa Bergamoni-. Entrambi i
trattamenti vengono effettuati in regime di
ricovero, sia per monitorare l’andamento
delle terapie, attraverso esami elettroencefalografici ripetuti a distanza di pochi
giorni, sia per controllare eventuali effetti
collaterali”.
L’intervento chirurgico può essere
un’opzione contro la malattia per ridurre
gli spasmi. “In questi casi come per gli altri
tipi di epilessia la zona su cui intervenire
deve essere focalizzata in una precisa
area cerebrale che può essere raggiunta
chirurgicamente- dice Bergamoni-”.
Intervista
Ginevra ha un anno, ma la malattia è “esplosa”
all’improvviso quando aveva 6 mesi, durante un
soggiorno al mare, l’estate scorsa. Il caso è stato
preso tempestivamente grazie all’attenzione di
mamma Gaia, di cui abbiamo raccolto le parole, e
del nonno medico.
Com’è iniziato tutto?
Ricordo quei giorni, poco prima del compimento
del sesto mese di Ginevra. Eravamo al mare e ha
iniziato ad avere delle crisi di pianto la sera. Poteva
andare avanti anche 4 ore, era proprio inconsolabile.
Inizialmente abbiamo pensato al momento
particolare dato dallo svezzamento e dalla comparsa
dei primi denti. Ma non si calmava neanche
attaccandola al seno e a volte è capitato anche che
vomitasse. Poi si addormentava e dormiva 12 ore.
Di giorno stava bene, ma poi la sera ricominciava.
Aveva perso anche il sorriso, non sorrideva più a
nessuno e peggiorava di giorno in giorno.
Dopo quanto i primi spasmi?
Dopo circa 10 giorni. Non li dimenticherò mai: in
una frazione di secondo le si irrigidivano le gambe e
le braccia, si buttava all’indietro sulla schiena con gli
occhi roteati all’insù. Erano diversi dagli attacchi che
ci si immagina quando si parla di epilessia. Ci siamo
subito allarmati perché mio padre, che era al mare
con noi, è chirurgo e, intuendo subito la possibile
gravità, ha contattato dei colleghi. Dopo 2-3 giorni
siamo andati a fare l’elettro-encefalogramma, che
è apparso molto disturbato. Dopo questo esame ci
siamo rivolti al Niguarda.
Qui cosa è stato fatto?
Hanno subito intuito che si potesse trattare della
sindrome di West, sospetto che è diventato realtà
dopo gli esami svolti. Intanto le crisi erano sempre
più prolungante e la bambina continuava a piangere.
A questo si aggiungeva il fatto che non sorrideva
più. Iniziava a non rispondere più agli stimoli,
non seguiva più gli oggetti con lo sguardo, era
completamente assente. Non è stato facile.
E poi?
Si è andati a verificare che a causare la sindrome
non ci fosse qualche lesione cerebrale o qualche
altra malattia, come la sclerosi tuberosa. Per questo
è stata fatta la risonanza magnetica, che per fortuna
non ha evidenziato alcun problema. Quindi è iniziata
la terapia con l’ACTH.
Siete stati ricoverati?
Sì per quasi un mese, da fine luglio a fine agosto.
Alla terza puntura gli spasmi si sono arrestati e non
sono più tornati. Però è stato un trattamento molto
debilitante per la bambina, che durante il ricovero
non faceva altro che dormire e mangiare. Il farmaco
infatti è della famiglia del cortisone e ha scatenato
nella piccola una fame mostruosa. Alla fine della
cura non sembrava neanche più lei, tanto era grassa e
gonfia. In più ci sono state delle altre complicazioni:
la pressione si era alzata parecchio e c’è stato
bisogno di farla seguire anche dai cardiologi che le
hanno prescritto degli anti-ipertensivi e dei diuretici.
E’ stato un percorso difficile…
Molto. Per fortuna riportata a casa, all’inizio di
settembre, Ginevra ha ricominciato a sorridere e a
riprendere contatto con il mondo. Anche l’appetito
ha iniziato a placarsi. Nei mesi successivi si è
riallineata al suo percorso di sviluppo. Ora gattona,
sta in piedi da sola, dice “mamma” e “pappa”. A noi
sembra che stia molto bene. E’ sveglia, è vivace.
Intanto i controlli continuano. Solo il tempo potrà
dirci se la malattia non ha lasciato esiti. Bisogna
avere molta pazienza.
LE ALTRE STORIE
Niguarda è uno dei 34 Presidi della Rete regionale dedicata alle malattie rare ed è in grado di
garantire la diagnosi, la terapia e l’assistenza per
più di 120 differenti patologie. Leggi le storie
degli altri pazienti nella sezione dedicata sul
sito: www.ospedaleniguarda.it
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20099 Sesto S. Giovanni (MI)
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Malattie Rare
E
’ una forma rara e molto insolita
di epilessia: è la sindrome di
West e colpisce in età neonatale,
spesso in maniera subdola. Il picco
d’insorgenza è intorno ai 6-7 mesi dalla
nascita e può capitare che la malattia
irrompa, così, quasi all’improvviso,
andando a compromettere uno sviluppo
psicomotorio del tutto normale fino a quel
momento. In alcuni casi può “apparire”
senza cause conosciute per poi “sparire”,
se trattata adeguatamente senza lasciare
strascichi, in altri può essere contenuta
grazie ai farmaci o alla chirurgia, ma
con possibili ricadute sullo sviluppo delle
abilità cognitive o motorie. In altri ancora
può evolvere a distanza di anni in altre
forme di epilessia.
otto
Ginecologia
Tumori e gravidanza: oggi si può
Curare e diventare genitori
L
Gli Specialisti Rispondono
a malattia oncologica da una parte e la possibilità
di avere figli dall’altra, come se fossero due eventi
separati: un tempo era questo l’approccio scelto
per trattare quei tumori che colpiscono in età giovanile e
che rischiano di pregiudicare la maternità o la paternità.
Oggi i due aspetti non sono più considerati come due
fasi slegate, ma vengono affrontati simultaneamente per
favorire la cura e la qualità di vita dopo la malattia.
E’ possibile il percorso della gravidanza
durante o dopo la malattia oncologica?
Assolutamente sì e, basandosi sui dati degli studi
internazionali, si tratta di un aspetto che si tende
sempre di più a tenere in considerazione, anche
perché l’innalzamento dell’età in cui si cerca
una gravidanza ha portato questa eventualità a
diventare sempre più frequente.
Quali sono i casi che capita di trattare più
spesso?
Nella donna il caso a maggior incidenza è
il tumore alla mammella, seguito da quello
Fabio Sanguineti
dell’endometrio e della cervice. Poi ci sono
anche le neoplasie non ginecologiche come i linfomi, il carcinoma della
tiroide e il melanoma, patologie che possono costituire un rischio anche
per la paternità dei maschi. Infatti, questi pazienti, sia uomini che donne,
devono sottoporsi a chemioterapie, radiochirurgie o interventi che possono
pregiudicare la loro attività riproduttiva, per mantenerla bisogna puntare sul
trattamento più conservativo possibile.
Il tempo e la stadiazione del tumore sembrano essere dei fattori
determinanti per cura e fertilità, è così?
Sì, l’intervento precoce nelle fasi iniziali della malattia è una raccomandazione
sempre valida, anche se non bisogna farsi prendere dalla fretta d’intervenire.
Sono casi complicati, in cui ciascuna mossa va ben ponderata, altrimenti si
rischia di non avere il risultato sperato né in termini di prognosi né per la
conservazione della fertilità. Per questo è bene rivolgersi a centri altamente
specializzati.
Abbiamo raccolto il parere di due esperti in materia, il
chirurgo ginecologico Fabio Sanguineti e il ginecologo
Maurizio Bini, Responsabile del Centro Studi e
Trattamento per i Disturbi della Fertilità.
La crioconservazione gametica, ovvero il
congelamento di ovuli e spermatozoi, è una
possibilità importante, che Niguarda offre a
questi pazienti?
Sì, l’idea alla base è quella di uno “stoccaggio”
dei rispettivi ovuli o spermatozoi, prima di iniziare
eventuali terapie che possono compromettere
la fertilità, in modo da avere una “riserva” da
cui attingere per avere comunque una chance
riproduttiva tramite inseminazione artificiale.
Qual è la frequenza di utilizzo del servizio ed è
vero che la crioconservazione è più facile per lui?
Maurizio Bini
Effettuiamo mediamente 6-7 congelamenti al mese.
La maggior parte sono pazienti oncologici, ma ci sono anche casi di malattie
neurologiche o reumatiche che comportano l’assunzione di farmaci che possono
compromettere la fertilità. E’ più facile per lui, più complessa per lei: nella donna,
infatti, il prelievo richiede un intervento chirurgico e la possibilità di conservazione
si abbassa ad una decina di ovuli anziché milioni di spermatozoi come, invece,
avviene per l’uomo. Bisogna, inoltre, adottare specifiche precauzioni per l’ovocita,
che essendo molto più grosso e contenendo una maggiore percentuale di acqua,
può andare incontro più facilmente ad una esplosione durante il congelamento.
Qual è il tasso di riutilizzo?
Non tutti utilizzano quanto conservato, solo il 15%. C’è comunque da sottolineare
un aspetto psicologico non secondario: chi crioconserva ha anche un miglior
successo nelle terapie oncologiche. Questo probabilmente perché chi sceglie
questa procedura ha una grossa speranza che incoraggia e aiuta ad affrontare al
meglio la malattia.
La Ginecologia
Il reparto affronta la prevenzione, la diagnosi e
la cura della malattia oncologica ginecologica,
con un approccio pluridisciplinare. Per farlo si
avvale della collaborazione con l’Oncologia,
la Radioterapia e l’Anatomia Patologica. Gli
interventi vengono effettuati sia con tecnica
tradizionale, sia mininvasiva (laparoscopia
diagnostica e operativa, isteroscopia diagnostica e
operativa) e con l’ausilio del Robot. Al suo interno
opera Il Centro Studi e Trattamenti per i Disturbi
della fertilità, un riferimento per oltre 600 nuove
coppie ogni anno.
Dopo la chirurgia
Un ambulatorio per le donne operate al seno e non solo
U
ospedaleniguarda.it
areaprivata.ospedaleniguarda.it
Giovanna
Beretta
S.O.S. linfedema
n gonfiore al braccio o alla gamba che
diventa dolente a causa di un’ostruzione
linfatica. E’ il linfedema, una patologia che
può avere diverse cause. Tra queste ci può essere la
chirurgia oncologica: infatti in pazienti operati per
un tumore può succedere che la rimozione di uno
o più linfonodi porti ad un’alterazione nel sistema
linfatico che può causare questa patologia. Nella
maggior parte dei casi le pazienti sono donne operate
per un tumore al seno. Per loro e per tutti gli altri
casi a Niguarda è attivo un ambulatorio che da oltre
13 anni li aiuta nella gestione di questa condizione. La
parola a Giovanna Beretta, Direttore della Medicina
Riabilitativa e Neuroriabilitazione.
Cos’è il linfedema?
E’ un edema, ossia un gonfiore di natura linfatica
che interessa principalmente gli arti, causato
dall’accumulo di liquidi a livello interstiziale. Questa
condizione può portare ad un aumento del volume del
braccio o della gamba, anche 2-3 volte superiore alla
norma, che può determinare difficoltà di movimento
e di flessione. Se ci riferiamo alle donne operate al
seno, il linfedema può comparire nel 15-20% dei
casi e tende a manifestarsi nel corso degli anni: solo
raramente è molto precoce e compare subito dopo
l’intervento; insorge soprattutto nel corso dei primi
2-3 anni, e in diversi casi può essere ad esordio molto
più tardivo.
Quali sono le caratteristiche dell’ambulatorio?
Afferiscono mediamente circa 400 pazienti l’anno,
che vengono seguiti da medici, fisioterapisti,
massoterapisti e terapisti occupazionali. Trattiamo tutti
i tipi di linfedema; nel 70% dei casi sono donne che
hanno subito l’asportazione del pacchetto linfonodale
Per info e prenotazioni
Numero verde di prenotazione regionale
800.638.638 (lun-sab: 8.00-20.00)
ascellare in seguito alla chirurgia del tumore della
mammella. Ma negli ultimi anni è in aumento anche la
quota d’intervento per gli arti inferiori, sia donne sia
uomini operati, ad esempio, per un melanoma, per un
tumore alla prostata, alla vescica, all’utero o all’ovaio.
Come può essere trattato?
E’ importante ricordare che la tempestività è un
fattore fondamentale per la buona gestione di questa
condizione. Per questo esiste un filo diretto tra noi
professionisti della riabilitazione e le chirurgie
dove i pazienti vengono operati. E’ fondamentale
informali di questa possibile complicazione ed è
bene che ai primi sospetti si rivolgano a noi per un
consulto. Le “armi” che abbiamo a disposizione sono
delle particolari tecniche che puntano a far defluire i
liquidi dalla zona ingrossata. Questo si realizza con il
linfodrenaggio manuale, alternato alla pressoterapia,
una tecnica che sfrutta l’azione di particolari bracciali
gonfiabili. Le sedute si completano, quindi, con il
bendaggio elastico compressivo e con gli esercizi di
rieducazione per favorire il drenaggio.
Esiste una prevenzione per il linfedema?
Io non parlerei di prevenzione: ci sono delle buone
norme da seguire, non è detto che siano sufficienti
a scongiurarlo, ma possono aiutare. Sicuramente è
molto utile indossare la guaina elastica che serve a
mantenere gli effetti benefici del trattamento. I primi
tempi può risultare fastidiosa, ma poi ci abitua e se
ne trae un grosso beneficio. Tra i consigli c’è quello
di evitare di stressare il braccio, il che non vuol dire
non utilizzarlo. E’ bene non sollevare pesi troppo
gravosi; evitare un’eccessiva esposizione al caldo.
Se si devono fare delle punture utilizzare l’altro
braccio e mantenere un buon livello di igiene per
Medicina
Riabilitativa
e
Neuroriabilitazione
La presa in carico del paziente propone percorsi
di cura integrati, con l’apporto di differenti
professionalità grazie alla presenza di équipe
multidisciplinari - medico, fisioterapista, terapista
occupazionale, logopedista (esperto in disturbi del
linguaggio e della deglutizione) - e in regimi che
possono variare dalla degenza ordinaria, al dayhospital, all’ambito ambulatoriale.
Per info e prenotazioni
Numero verde di prenotazione regionale
800.638.638 (lun-sab: 8.00-20.00)
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Opuscolo
Sfoglialo sul sito
www.ospedaleniguarda it,
area opuscoli:
Esercizi di fisioterapia/mastectomia
abbassare il rischio di possibili infezioni. Anche il
controllo del peso gioca un ruolo importante. Per
questo il nostro intervento si allarga, laddove ce ne
sia bisogno, anche all’educazione alimentare, grazie
ad una stretta collaborazione con gli specialisti
della dietetica, che realizzano consulenze e visite.
Comunque questi ed altri consigli li abbiamo raccolti
in un opuscolo pensato per i pazienti, consultabile sul
sito dell’Ospedale.
Oncologia e chirurgia toracica
Tumore al polmone: obiettivo diagnosi precoce
nove
L
a diagnosi precoce è una carta
fondamentale per battere i
tumori: intervenire quando
la malattia è ancora contenuta è un
denominatore comune che accompagna
le storie di chi ce l’ha fatta. I casi
di tumore al polmone non fanno
eccezione. E insieme al fattore tempo
non va sottovalutata l’importanza di
una diagnosi che sappia fotografare la
stadiazione della malattia, unica vera
coordinata su cui impostare la terapia
migliore. A che punto sono oggi i
trattamenti per questo tipo di neoplasia,
che rimane una delle cause di morte
più diffusa nei paesi occidentali? E le
tecniche diagnostiche: ci sono novità?
Abbiamo fatto qualche domanda al
chirurgo Massimo Torre, Direttore
della Chirurgia Toracica.
Chirurgia, chemioterapia e radioterapia, sono queste le opzioni a
disposizione per i pazienti colpiti dal
tumore al polmone: su cosa si punta
di più?
Ogni caso ha la sua storia. Nei pazienti
in cui la patologia è intercettata
precocemente la chirurgia molto spesso
è risolutiva. In quelli che noi specialisti
chiamiamo “terzo stadio”, ossia quando
lo stato della malattia è più avanzato,
la combinazione delle varie armi a
disposizione è la strategia migliore.
Per questo il percorso all’interno del
Niguarda Cancer Center è di tipo multispecialistico e i casi sono seguiti grazie
al confronto tra i chirurghi, gli oncologi,
i radioterapisti, gli pneumologi e gli
specialisti dell’anatomia patologica
e della medicina nucleare, per le fasi
diagnostiche.
Venendo proprio alla diagnosi, le
tecniche si sono affinate negli ultimi
anni?
Una nuova procedura si sta affermando
negli ultimi anni. Si tratta dell’EBUS,
l’Endobronchial Ultrasound, una
tecnica che al più presto contiamo
di poter utilizzare anche nel nostro
centro. E’ uno speciale ago ecoguidato che unisce le caratteristiche
dell’ecografia e della broncoscopia
garantendo una maggiore precisione
nelle biopsie ai linfonodi. Il fattore che
incide maggiormente sulla prognosi
del tumore polmonare, infatti, è lo stato
d’interessamento dei linfonodi.
E per quanto riguarda l’approccio
Chirurgia toracica
Massimo Torre
che la vede protagonista, ovvero
la chirurgia, in che direzione si sta
andando?
Quello su cui ci siamo focalizzati negli
ultimi anni è la riduzione dell’impatto
traumatico sui pazienti. Per farlo stiamo
puntando sempre di più sulla chirurgia
mininvasiva. Già oggi gli interventi
sono realizzati grazie a mini-incisioni.
Questo consente una chirurgia indolore
con degenze contenute. Parliamo di
pazienti che subiscono una lobectomia
polmonare e che al terzo o quarto giorno
possono andare a casa. Per fortuna la
chirurgia oncologica non è più così
devastante come quella di un tempo, è
molto più conservativa, mirata e sicura.
Il tutto si accompagna ad un esito
tanto più favorevole quanto più
tempestivamente ci si accorge della
malattia?
Sì e farlo non è facile, perché si tratta di
La struttura è dedicata alla terapia
chirurgica delle patologie del torace,
in particolare di natura tumorale (del
polmone, del mediastino, della gabbia
toracica). Vengono seguiti ogni anno
una media di 400 pazienti (tra questi
anche i casi di malformazione toracica,
anche dell’età pediatrica).
L’attività
è strettamente connessa al servizio di
diagnostica svolto sul territorio dal polo
di Villa Marelli e all’attività oncologica
in ambito ospedaliero ad opera delle
una patologia spesso silente che non dà
sintomi specifici.
Il nostro centro può contare sull’attività
della pneumologia diagnostica che
nel polo di Villa Marelli è in grado di
offrire con competenza e rapidità tutti
i necessari accertamenti che possono
essere utili per una diagnosi precoce.
Nel giro di una giornata il paziente
può così sottoporsi ad una radiografia
al torace, ad una spirometria e se
necessario ad una Tac.
E questo per un paziente con un
problema polmonare anche post
influenzale rappresenta un sicuro punto
di riferimento. Da non dimenticare
poi la prevenzione legata al fattore
di rischio principale ovvero il fumo,
ma anche l’inquinamento che in una
città come Milano incide in maniera
significativa sulle malattie polmonari e
sulla loro crescente diffusione.
Strutture di Pneumologia ed Oncologia, in
modo da garantire al paziente un percorso
diagnostico-terapeutico completo e di alto
profilo specialistico.
Per info e prenotazioni
Numero verde di prenotazione regionale
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Niguarda Cancer Center
Le nuove frontiere in oncologia
La “biopsia liquida” e le altre metodiche sperimentali per trattamenti personalizzati
F
armaci sempre più mirati che,
come pallottole intelligenti,
colpiscono in maniera selettiva
le cellule tumorali. In oncologia lo
sviluppo di terapie personalizzate ha
dato un notevole impulso alla ricerca,
aprendo nuove strade per trattamenti
innovativi. Dogma fondamentale di
questo approccio è la conoscenza
specifica
delle
caratteristiche
molecolari del tumore. Il Niguarda
Cancer Center negli ultimi anni è
stato tra i principali protagonisti per
lo sviluppo di nuovi farmaci e terapie
soprattutto per il carcinoma del colon
retto. Abbiamo fatto qualche domanda
all’oncologo Andrea Sartore Bianchi,
Responsabile dell’Oncologia Clinica
Molecolare.
La nuova sfida in oncologia sembra
essere chiara: ottenere “l’identikit”
direttamente dal DNA delle cellule
tumorali per prevedere quali cure
saranno le più efficaci. A che punto
siamo?
Negli ultimi anni quella della
personalizzazione delle cure è stata
una “pista” sempre più battuta e anche
noi l’abbiamo perseguita per mettere a
punto nuovi farmaci, soprattutto per il
trattamento del tumore al colon-retto in
fase avanzata.
Questo vi ha anche impegnati nella
fase di progettazione di strumenti
utili per rilevare “quell’impronta
genetica”, su cui cercare di calibrare
i trattamenti?
Certamente e oggi abbiamo sviluppato
strumenti clinici di diagnostica
molecolare innovativi, soprattutto
per il carcinoma colon-rettale in
fase metastatica. Per il momento
li
utilizziamo
nell’ambito
di
sperimentazioni cliniche, ma presto
potrebbero affiancare e complementare
la
diagnostica
convenzionale.
Mi riferisco alla biopsia liquida
e all’utilizzo del modello degli
xenopatient.
Cosa sono?
La biopsia liquida è stata messa a punto
proprio a Niguarda, in collaborazione
con il Prof. Alberto Bardelli
dell’Istituto per la Ricerca e la Cura
del Cancro di Candiolo, e consente
con un semplice prelievo di sangue
l’identificazione di frammenti di DNA
tumorale che ci danno un’idea precisa
sulle caratteristiche della patologia e le
possibili resistenze ai trattamenti. Negli
xenopatient invece la neoplasia viene
prelevata mediante biopsia dal paziente
e riprodotta in modelli animali. Questo
consente di condurre dei mini-trial, studi
in laboratorio, per scoprire le specifiche
molecolari del tumore. Si tratta di
metodiche d’avanguardia ancora in
via di perfezionamento ma che hanno
già determinato un’accelerazione nella
messa a punto di nuovi farmaci.
Quali sono stati negli ultimi anni gli
avanzamenti per il tumore del colon
retto?
Grazie
alla
collaborazione
tra
l’Oncologia e l’Anatomia Patologica
di Niguarda e l’Istituto per la Ricerca
e la Cura del Cancro di Candiolo
negli anni scorsi siamo riusciti a fare
entrare nell’uso clinico e a migliorare
l’indice terapeutico di trattamenti
come cetuximab, panitumumab e, più
recentemente, regorafenib. Si tratta
di farmaci a bersaglio molecolare che
rappresentano un significativo passo in
avanti per la terapia di questo tipo di
tumore.
Su cosa si lavora attualmente?
Tanti progetti, il filo rosso è sempre quello
dell’identificazione dei meccanismi
di resistenza che si trasformano in
opportunità terapeutiche. Nell’ambito
del carcinoma del colon-retto, abbiamo
individuato delle nuove anomalie
genetiche tumorali “azionabili”, cioè
attaccabili con farmaci ad hoc. Una di
queste è l’oncogene HER-2. Grazie ai
finanziamenti del progetto di Oncologia
Clinica Molecolare “5 per mille” di
AIRC (ndr Associazione Italiana per la
Ricerca sul Cancro), è stata avviata una
sperimentazione clinica denominata
HERACLES che confronta gli effetti di
due diverse combinazioni terapeutiche
che bloccano HER2. Un approccio
che si basa proprio su xenopatient e
biopsia liquida e che noi coordiniamo
a livello nazionale. Inoltre conduciamo
con soli fondi autonomi, provenienti
dall’Oncologia Ca’ Granda ONLUS
Fondazione, uno studio con il farmaco
temozolomide per i carcinomi del
colon-retto metastatici che hanno un
altro difetto genetico, cioè la perdita
dell’enzima MGMT.
Il reparto
L’Oncologia Falck svolge attività
clinica per la cura dei tumori solidi,
in particolare dell’apparato digerente
ed epatobiliare, del polmone, della
mammella, dell’ovaio e dell’utero,
della testa e collo, sarcomi e tumori
a sede primitiva ignota. Si avvale
anche della Struttura Semplice di
Oncologia Clinica Molecolare che
coordina, quando ne sussistono
i presupposti, un orientamento
terapeutico personalizzato sulla base
del profilo molecolare del tumore, sia
in ambito sperimentale che di pratica
clinica.
L’itinerario
diagnosticoterapeutico si svolge in modo
integrato con gli altri dipartimenti con
équipe multidisciplinari (senologia,
ginecologia, testa-collo, tumori del retto,
tumori del colon e metastasectomia
epatica e polmonare), che si occupano
di patologie anche non così frequenti
come i tumori neuroendocrini, del
retto, del rinofaringe, del testicolo e
germinali e del medulloblastoma.
Andrea Sartore Bianchi
Per info e prenotazioni
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Gli Specialisti Rispondono
Tra le novità chirurgia sempre meno invasiva e innovative tecniche diagnostiche
dieci
NEWS DAL WEB
App vaccinazioni: schiaccia i virus con un touch
E
’ disponibile gratuitamente nei
principali store per mobile la
nuova App del Ministero della
Salute “Planner delle vaccinazioni”,
pensata per avere sempre sotto controllo
le vaccinazioni del tuo piccolo, su
smartphone o tablet. L’app suggerisce le
vaccinazioni da fare e quando farle, in base
al Piano nazionale vaccini 2012-2014 ed è
anche un utile pro-memoria per ricordare
le dosi già somministrate.
Per far funzionare l’applicazione occorre
impostare pochi dati essenziali del bambino
e, se lo desideri, si possono aggiungere una
foto del piccolo e i riferimenti del proprio
pediatra. Dopo ogni vaccinazione inserita,
puoi giocare col tuo bambino facendogli
schiacciare le immagini di virus e batteri
con un semplice “tap”.
www.salute.gov.it
Le parole della salute
Le bioimmagini con la PET
Utile per la diagnosi precoce dei tumori e per la loro stadiazione
Gli Specialisti Rispondono
L
a tomografia a emissione di
positroni (o PET, dall’inglese
Positron Emission Tomography)
è una tecnica diagnostica utilizzata in
medicina nucleare per la produzione di
bioimmagini. Quando viene utilizzata
e come funziona? Ce lo siamo fatti
spiegare da Claudio Rossetti, Direttore
della Medicina Nucleare.
La tecnica
Con l’esame PET si ottengono mappe
dei processi funzionali all’interno del corpo ed è
una tecnica diagnostica di grande importanza per la
diagnosi di numerose patologie: rivelazione precoce
di tumori, verifica dello stadio della malattia
e dell’efficacia terapeutica, studio di patologie
cardiache e cerebrali e studio di infezioni
-infiammazioni. Grazie ad essa, come normalmente
avviene anche per le altre indagini di medicina
nucleare, si producono delle immagini relative alla
concentrazione ed alla distribuzione nell’organismo
di particolari molecole radioattive, denominate
radiofarmaci, preventivamente somministrate al
paziente.
Il radiofarmaco
Il tracciante viene infuso in una vena circa un’ora
prima dell’inizio dell’esame, ed è necessario
per poter identificare le diverse zone del corpo
e il loro funzionamento. Uno dei composti
più utilizzati è il [18F]-FDG
(fluoridesossiglucosio)
che
si
accumula nelle aree dove avviene
un maggiore consumo di glucosio.
In molte patologie, come nel caso
di tumori, problemi neurologici o
cardiovascolari, oppure negli stati
di infezioni-infiammazioni, i tessuti
malati accumulano il radiofarmaco
generando così dei punti più luminosi
nelle immagini prodotte.
Chi si può sottoporre all’esame?
La PET impiega sostanze radiomarcate, tuttavia la
dose d’irradiazione è relativamente bassa, ed è
equivalente circa a quella che si assume quando si
esegue una Tac. Chiunque può essere sottoposto a
questo tipo di esame. L’unica eccezione sono le donne
in gravidanza o che presentano un ritardo nel ciclo
mestruale: è bene che segnalino il loro stato prima
dell’iniezione, a causa di possibili conseguenze sul
feto. Se la gravidanza insorge anche a breve distanza
di tempo dall’esecuzione dell’esame non si corre
alcun rischio. Durante il periodo di allattamento è
necessario che le donne avvertano il medico di questa
circostanza per ricevere istruzioni sul periodo della
necessaria interruzione dell’allattamento al seno, che
varia a seconda del radiofarmaco utilizzato.
Preparazione
Per eseguire la PET è necessario il digiuno da cibi
LE FASI DELL’ESAME
Il
radiofarmaco
viene
somministrato
tramite un’iniezione in vena, generalmente
nell’avambraccio.
Il periodo di attesa tra la somministrazione del
tracciante e l’esame è variabile in base al differente
meccanismo di distribuzione e generalmente può
variare fra 10 minuti e 1 ora. Questo tempo deve
essere trascorso in sale dedicate all’interno del
reparto di Medicina Nucleare.
L’esecuzione dell’esame avviene facendo
distendere il paziente sul letto del tomografo PET,
la macchina che registra le radiazioni emesse.
Durante l’indagine è necessario togliere gli
oggetti metallici (collane e braccialetti) dal campo
di rilevazione, che potrebbero interferire con la
produzione dell’immagine.
Al termine della procedura il paziente può
riprendere le normali attività. I composti radioattivi
usati sono eliminati rapidamente dall’organismo,
generalmente in poche ore. In alcuni casi, a
seconda del tracciante utilizzato, è consigliabile
evitare la vicinanza con bimbi piccoli e donne in
gravidanza per alcune ore.
zuccherati (frutta dolci, biscotti, etc…) da almeno
sei ore. È preferibile astenersi dall’attività fisica
intensa nelle ore precedenti l’indagine. È bene inoltre
assumere abbondanti liquidi (acqua e bevande non
zuccherate). Merita particolare attenzione il controllo
della glicemia nei pazienti diabetici.
undici
Psichiatria
Sepolti in casa dagli oggetti
Gli accumulatori compulsivi. Sintomo o malattia? Gli anziani i più a rischio
Di cosa parliamo, di un disturbo a
sé stante o di una manifestazione di
qualche altra patologia?
Parliamo di un sintomo e non di una
malattia in sé. Può essere presente
in diverse patologie, come i disturbi
ossessivi compulsivi, le forme gravi di
depressione e le psicosi importanti. Poi
ci sono i casi legati al deterioramento
cognitivo negli anziani. Spesso
questo comportamento si correla con
una trascuratezza della cura di sé e
dell’ambiente dove si vive. E’ un
sintomo vistoso che quindi colpisce
l’immaginazione ed è facile rimanerne
impressionati. Il primo caso descritto
in letteratura è quello di due fratelli
newyorkesi, che negli anni quaranta
del secolo scorso furono trovati morti
nel loro appartamento, letteralmente
seppelliti dal crollo delle cose che
avevano accumulato. In casi come
questi si può parlare di un sintomo che
diventa talmente evidente da costituire
il nucleo della malattia, ma sono
circostanze eccezionali.
Quali sono i meccanismi che fanno
insorgere questo comportamento?
L’aspetto fondamentale è l’incapacità di
separarsi dalle cose che rappresentano
qualcosa di particolarmente significativo per il soggetto.
In
generale
questo
tipo
di
comportamento viene messo in
relazione con un’incapacità di
affrontare le perdite di tipo umano,
di tipo relazionale e di tipo affettivo.
Negli ultimi anni ci sono stati degli
interessanti studi che hanno evidenziato
anche una base biologica del problema.
In sostanza in questi pazienti sono
state riscontrate delle anomalie
nei circuiti neuronali. In più, se
ci si pensa, in queste persone la
tendenza all’accumulo sfrenato non
è altro che un’estremizzazione di un
comportamento da sempre nella natura
umana: quello di crearsi delle scorte
per fronteggiare possibili periodi di
penuria.
Nel vostro lavoro di tutti i giorni
avete a che fare con accumulatori
compulsivi, a quale identikit
corrispondono?
Ogni mese facciamo diverse centinaia
di interventi domiciliari in cui
l’operatore va a casa del paziente.
Capita di entrare in abitazioni le cui
condizioni sono del tutto simili a quelle
viste nelle trasmissioni tv.
In 4 casi su 5 si tratta di anziani che
hanno un iniziale danno di tipo
cognitivo e che spesso preludono ad
una stato di demenza. Queste persone
tengono di tutto e di più. Nei casi
più estremi si accumula anche la
spazzatura. Non c’è da stupirsi dell’età
avanzata di questi soggetti.
Tutti gli anziani infatti anche i più
facoltosi, diventano molto più parchi
con l’avanzare dell’età. Ed è una
reazione ad una sensazione di maggiore
difficoltà che avvertono nei confronti
del proprio futuro, soprattutto in
tempi di crisi economica: con questo
atteggiamento si sentono più attrezzati
a fronteggiarlo.
Da chi arriva la segnalazione?
Ad accorgersene sono i famigliari,
quando ci sono. Oppure i conoscenti o i
vicini, se c’è confidenza.
Però non è così facile scovare questo
comportamento.
Soprattutto nel caso degli anziani
colpiti da demenza, permane comunque
quello che noi tecnici chiamiamo
“comportamento passe-partout”, cioè
mantengono un atteggiamento sociale
normale, salutano chi incontrano,
non modificano le proprie abitudini,
però poi si varca la soglia della loro
abitazione e si vede quello che è
impossibile non notare. Di solito sono
anziani soli, ma a volte si tratta di
coppie in cui il convivente è talmente
succube dell’altro da accettare questo
strano comportamento.
Trattamenti: cosa si fa?
La strategia è quella di curare la
malattia sottostante.
In generale è molto difficile convincere
queste persone a separarsi delle loro
cose. Nei casi più gravi, quando
ci accorgiamo che quel tipo di
Leo Nahon
Psichiatria 3
La struttura svolge attività di
prevenzione, cura e riabilitazione
delle
patologie
psichiatriche
maggiori, con particolare attenzione
alle patologie depressive e disturbi
bipolari, mettendo in atto anche una
funzione di valutazione della qualità
degli interventi. L’attività si svolge
sia in Ospedale sia nei poli territoriali
(tra cui 2 centri psicosociali, una
comunità riabilitativa ad alta
assistenza, un centro diurno e una
struttura abitativa). Una particolare
attenzione è rivolta ai problemi ed alle
patologie correlate all’emigrazione.
Per info e prenotazioni
N. verde di prenotazione regionale
800.638.638
(lun-sab: 8.00-20.00)
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comportamento mina la propria
autonomia personale, e che costituisce
un ostacolo verso le più basilari attività
della cura di sé, come alimentarsi, allora
si predispone un ricovero e si chiede
all’ufficio di igiene di intervenire per
una bonifica. Si tratta di misure estreme
in cui comunque si tenta di ottenere il
consenso del cittadino.
Nefrologia
Calcoli e osteoporosi: una coppia da sorvegliare
In comune uno squilibrio nel metabolismo del calcio. Contro i calcoli più acqua, meno sale e proteine
D
elle vere e proprie pietruzze che si formano
nel nostro corpo: sono i calcoli renali, un
problema che interessa dal 5 al 10% della
popolazione con un trend di crescita negli ultimi
decenni imputabile al maggior consumo di proteine
animali nella nostra alimentazione.
I calcoli non sono tutti uguali, ne esistono di differenti
tipi. Per tutti, i 6 millimetri di diametro sono la
grandezza limite per cui la loro espulsione non
può avvenire in maniera naturale. Ecco che allora
bisogna ricorrere a diverse procedure per la loro
frantumazione, tra le più utilizzate c’è la litotrissia
che grazie alle onde d’urto è in grado di sbriciolare
queste formazioni.
Coliche e mal di schiena possono essere una traccia,
ma in pochi sanno che la calcolosi può essere un
campanello d’allarme anche per l’osteoporosi. In
che modo? Per saperne di più abbiamo parlato con la
nefrologa Maria Elisabetta De Ferrari, che segue
i pazienti dell’Ambulatorio della Calcolosi e del
Metabolismo Minerale.
La manifestazione acuta della calcolosi è la colica…
Di solito i calcoli si formano nei reni e possono rimanere
in questa sede o essere espulsi, se le dimensioni lo
consentono. Questo transito, dal rene alla vescica, per
poi andare verso l’esterno, dà origine alla colica. Una
sensazione molto dolorosa difficilmente dimenticabile
da chi l’ha provata!
I calcoli non sono tutti uguali, come si formano?
Ne esistono di diversi tipi: ci sono quelli più comuni
formati da sali di calcio, specialmente calcio-ossalato,
ci sono quelli di acido urico e quelli di struvite,
conseguenti ad una particolare infezione urinaria.
Poi ci possono essere quelli di cistina, causati da una
rara patologia ereditaria. Per la diagnosi del tipo di
calcolosi è essenziale analizzare la composizione del
calcolo una volta espulso mediante un esame chimico
o cristallografico. Per tutti i casi la formazione è
conseguente ad una sovrasaturazione nell’urina dei
cosiddetti sali litogeni. E’ un po’ come buttare troppo
sale nell’acqua per la pasta, se si eccede, si vedranno
dei granelli sul fondo della pentola che non riescono a
sciogliersi. Allo stesso modo nei nostri reni i cristalli
precipitano e si aggregano formando i calcoli.
Cosa consiglia a chi è incorso in un episodio di
calcolosi?
Intanto di non sottovalutare il fenomeno che potrebbe
ripresentarsi nel tempo. Inoltre consiglio di effettuare
delle analisi del sangue e delle urine per identificare
i cosiddetti fattori di rischio metabolici. E’ poi
importante eseguire dei controlli radiologici, come
un’ecografia delle vie urinarie e/o una TAC all’addome
senza contrasto.
Oltre alla frantumazione con il litotritore ed i
vari trattamenti farmacologici, anche le abitudini
alimentari giocano un ruolo importante?
La terapia comune per tutte le calcolosi prevede la
diluizione urinaria: bere molti liquidi, in particolare
acqua, anche quella del rubinetto. Ci sono studi che
lo confermano: avere un’idratazione giornaliera
pari o superiore ai 2 litri limita le recidive, che sono
Nefrologia
frequenti per questo tipo di patologia. Un altro
consiglio: ridurre sensibilmente il consumo di sale
e di proteine animali, come carne, pesce e uova.
Contrariamente a quello che si pensava fino a qualche
anno fa, la dieta deve essere normo-calcica. Cioè non
bisogna bandire alimenti come latte, formaggi e yogurt.
In alcuni casi, questo poteva creare dei grossi problemi
a livello scheletrico con una demineralizzazione
ossea, soprattutto se il paziente aveva dei livelli alti di
dispersione di calcio nelle urine.
E’ la relazione tra calcoli e osteoporosi?
Le due patologie in alcuni casi possono convergere.
Infatti i calcoli di calcio si formano proprio quando
nell’urina i livelli di calcio si innalzano. Il principale
serbatoio di questo prezioso elemento sono le ossa,
per cui può succedere che la calcolosi diventi un
campanello d’allarme per l’osteoporosi e viceversa.
Quindi soprattutto nei soggetti più a rischio, come
le donne nell’età post-menopausa, i calcoli possono
essere correlati ad una demineralizzazione ossea.
In questi casi vale la pena indagare con una MOC
(Mineralometria Ossea Computerizzata), per
impostare, eventualmente, una terapia comune per le
due patologie.
A Niguarda la struttura è in grado di assicurare tutti i livelli per la diagnosi e
le terapie contro le patologie renali: dalla diagnostica in ambito di ricovero
e in diversi ambulatori, alla dialisi sia in ospedale che domiciliare, fino al
trapianto (eseguito dalla Chirurgia Generale e dei Trapianti) che si avvale
delle tecniche più innovative come il prelievo d’organo (in caso di donazione
da vivente) effettuato con il robot, molto meno invasivo per il donatore.
Per info e prenotazioni
Numero verde di prenotazione regionale 800.638.638 (lun-sab: 8.00-20.00)
Maria Elisabetta De Ferrari
ospedaleniguarda.it - areaprivata.ospedaleniguarda.it
Gli Specialisti Rispondono
C
ase stipate di oggetti fino
all’inverosimile. Persone che
si ripetono come un mantra
“questo potrebbe servirmi”. Così non
si butta mai niente, tutto si accatasta
in maniera disordinata e confusa
con il rischio di finire letteralmente
sepolti in casa: sono gli accumulatori
compulsivi. Abbiamo imparato a
conoscerli anche grazie a trasmissioni
tv, “made in U.S.A.”, che con le loro
telecamere hanno varcato la soglia di
queste abitazioni. Ma di cosa si tratta?
Di una malattia? O di un sintomo? Chi
si cela dietro questo comportamento?
Abbiamo raccolto il parere dello
specialista Leo Nahon, Direttore della
Psichiatria 3.
dodici Otorino
Tonsille e adenoidi, quando è meglio toglierle
I consigli dello specialista
Alberto Dragonetti
Gli Specialisti Rispondono
Post intervento e i tempi di recupero
Dopo l’intervento il paziente resta in ospedale
una notte e il giorno dopo può essere dimesso.
In caso di asportazioni delle adenoidi il tempo
di recupero è di circa una settimana. Si parla
di 15 giorni per le tonsille, per cui è molto
importante l’alimentazione.
“Nei primi giorni deve essere solo liquida e
a temperatura ambiente- precisa Dragonetti-.
Nei giorni successivi possono essere
introdotti cibi dalla consistenza semi-solida
come gelato, yogurt, frullati e purè. E’ molto
importante il riposo assoluto per evitare
possibili sanguinamenti”.
Per info e prenotazioni
N. verde regionale 800.638.638
(lun-sab: 8.00-20.00)
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S
ono a forma di mandorla e si trovano ai lati della
gola: sono le tonsille (più propriamente dette
“tonsille palatine”), un’importante barriera del
nostro sistema immunitario. Le adenoidi (o “tonsille
faringee”), invece, non sono visibili e si trovano dietro
le fosse nasali. Quando è necessario intervenire per la
loro asportazione? Ce lo siamo fatti spiegare da Alberto
Dragonetti, Direttore dell’Otorinolaringoiatria.
Quando le adenoidi possono diventare un problema?
Quando si ingrossano, favorendo l’insorgenza di apnee
ostruttive del sonno. Si tratta di un disturbo che impedisce
di dormire bene e di riposare profondamente, a causa di
pause anche importanti della respirazione. Le adenoidi
molto probabilmente hanno una funzione di filtro,
anche se gli studi più recenti ci indicano che la loro
attività immunitaria è molto ridotta. L’ingrossamento di
queste strutture può portare, inoltre, ad una ostruzione
nasale che può favorire riniti e sinusiti, oltre che otiti
recidivanti. Molto spesso l’infiammazione delle adenoidi
si accompagna a quella delle tonsille e la patologia
frequentemente si manifesta in età pediatrica.
Abbiamo parlato di apnee notturne, come si possono
individuare: il russamento può essere un campanello
d’allarme?
Non è sufficiente quanto riferito dal genitore, come ad
esempio il fatto che il piccolo dorma con la bocca aperta
o che di notte presenti una certa difficoltà a respirare. In
questi casi è meglio avere un esame oggettivo, come la
polisonnografia, che è in grado di sciogliere ogni dubbio.
E’ importante, poi, la visita specialistica con la fibroscopia,
un endoscopio flessibile a fibre ottiche che consente di
vedere effettivamente la situazione delle vie aeree nasali.
E’ fondamentale, inoltre, per il buon esito del caso che i
bambini vengano seguiti sia dall’otorino sia dal pediatra.
Per le tonsille quando si interviene?
Quando gli episodi infettivi si ripetono con una certa
frequenza, mediamente intorno ai 6-7 nel corso di un
anno. Comunque è una questione un po’ controversa,
ogni specialista ha il suo punto di vista. Secondo la mia
opinione i bambini sotto i 5 anni non vanno mai sottoposti
all’intervento, sia per le tonsille sia per le adenoidi, se
non in casi molto gravi di apnee ostruttive del sonno o
di deficit dello sviluppo. Ovviamente prima di valutare
l’intervento bisogna provare con le terapie mediche, che
si basano sulla profilassi antibiotica, la somministrazione
di immunostimolanti, l’utilizzo di spray nasali a base di
cortisonici ed eventualmente gli antistaminici, nei casi in
cui ci sia un’associazione con le allergie. Se nonostante
questi tentativi le infiammazioni si ripetono allora bisogna
pensare alla possibilità chirurgica, che comunque va
valutata caso per caso.
Quali sono le caratteristiche dell’intervento?
Viene effettuato in anestesia generale. E oggi c’è un
vantaggio importante per le adenoidi. In passato, infatti,
la loro rimozione avveniva per così dire “alla cieca”.
Invece negli ultimi anni, grazie all’utilizzo di particolari
endoscopi, il chirurgo può vedere con più precisione dove
intervenire. Questo tipo di chirurgia “guidata” è indicata,
soprattutto, nei bambini in cui le adenoidi sono associate
ad otiti recidivanti, in questi casi, infatti, la rimozione di
tutti i residui è essenziale.
Anche per le tonsille ci sono importanti innovazioni
tecnologiche: si possono asportare con il laser o con il
bisturi ad ultrasuoni…
Sì, ma la tecnica tradizionale, vale a dire “a freddo”,
con pinza, forbici e bisturi, secondo la mia esperienza
è quella meno traumatica e più utile per un decorso
meno doloroso. Altrettando importante in entrambe le
procedure, sia per le tonsille sia per le adenoidi, è la fase
finale dell’intervento: quella dedicata all’emostasi per
favorire una corretta coagulazione del sangue.
tredici
Associazioni
La solidarietà è in corsia con l’Associazione Volontari Ospedalieri
na mano appoggiata sulla spalla di
chi soffre. Una visita a chi non ha
nessuno che lo venga a trovare.
Sono gesti che si ripetono ogni giorno tra
i diversi reparti del nostro Ospedale, così
come in altre 500 strutture sanitarie in tutta
Italia. A compierli sono loro: i volontari
AVO (Associazione Volontari Ospedalieri),
una presenza discreta che da più di 35 anni
si aggira tra le corsie per confortare gli
ammalati e per portare loro una solidarietà
“nuova”.
“Compito dei volontari è occuparsi della
persona e non della sua malattia- ci spiega
Francesca Sforza coordinatrice AVO
a Niguarda-, rendere più umano il suo
percorso ospedaliero, ascoltarla, fargli
compagnia, essere la mano da stringere
che trasmette calore, comprensione ed aiuto
silenzioso. Sono aspetti importanti che il
personale ospedaliero non può curare per
mancanza di tempo e risorse”. La storia di
AVO e quella di Niguarda si sono intrecciate
nel 1980, quando i primi volontari iniziarono
ad operare in Ospedale, oggi sono circa una
cinquantina e si alternano in 7 reparti.
La “famiglia AVO” è composta da donne
e uomini di diverse provenienze: “Dallo
studente al professionista, dall’impiegato
al pensionato, alla casalinga e ognuno
ha deciso di donare almeno 3 ore alla
settimana del proprio tempo ai pazienti”.
I nuovi volontari possono avere dai 18 ai
70 anni. Dopo un colloquio informativo e
una prima selezione attitudinale, vengono
ammessi al corso di formazione base, della
durata di circa un mese e mezzo con lezioni
a cadenza settimanale. Al corso seguono
6 mesi di tirocinio in ospedale. Durante
questo periodo il volontario ha modo di
verificare la propria motivazione e completa
la formazione, affiancato dai tutor.
Ma quali sono le caratteristiche per essere un
buon volontario? “Saper ascoltare e saper
osservare- risponde senza esitare Sforza-.
Nella società di oggi sembra non esserci
più spazio per queste capacità. Bisogna
guardarsi intorno per cogliere i particolari
che ci possono aiutare a capire chi è l’altro e
comprendere se il nostro aiuto è gradito. Ci
avviciniamo con discrezione alle persone e
le ascoltiamo senza darle mai per scontate.
Conosciamo la loro storia e le sosteniamo”.
E’ un aiuto prezioso come quello che
la signora Sforza ha incontrato tanti anni
fa sempre tra le mura ospedaliere in un
momento difficile della sua vita. “Mia
mamma ha subito un intervento a cui non è
sopravvissuta. Sono passati più di 35 anni.
Ricordo l’attesa e lo smarrimento, seduta su
Diventa volontario
L’Associazione è aperta a tutti coloro che intendono offrire gratuitamente un
po’ del proprio tempo. I prossimi corsi per diventare volontario si terranno
sabato 15-22-29 marzo e 5-12 aprile dalle 9.30 alle 12.30 presso l’Ospedale
Pio Albergo Trivulzio- via Trivulzio 15, Milano.
A Niguarda
Area Centro-Padiglione 12
02 6444.2645 (lun/mer: 10.30-12.00)
[email protected]
quelle panchine davanti alla sala operatoria.
Una signora si è seduta vicino a me, mi ha
parlato, mi ha tranquillizzato. E’ stato il
mio primo contatto con un volontario”. Da
quell’incontro è germogliata quella voglia di
essere utile al prossimo. “Nel volontariato ci
si prodiga per l’altro, ma a sua volta essere
d’aiuto ti restituisce tanto- sottolinea Sforza-.
Io vado a casa e sono contenta. Infatti,
noi volontari sappiamo che questa sera
qualcuno parlerà di noi e siamo felici, non
certo per una questione di popolarità, ma
perché siamo riusciti a donare qualcosa”.
www.avomilano.org
La storia e i numeri di AVO
L’AVO è nata nel 1975 presso
l’ospedale di Sesto San Giovanni. Da
allora le sedi sono diventate più di 240,
diffuse su tutto il territorio nazionale.
Oggi sono oltre 30.000 i volontari
di AVO attivi in oltre 500 strutture
ospedaliere. Solo a Milano sono oltre
1.000 i volontari AVO, che trascorrono
più di 150.000 ore in un anno di
servizio in 11 ospedali (Besta, Centro
Traumatologico Ortopedico CTO,
Don Gnocchi, Niguarda, Ospedale
Maggiore Policlinico, Gaetano Pini, Pio
Albergo Trivulzio, San Giuseppe, San
Paolo, Ospedale di Melzo, Galeazzi).
Cerchi un alloggio vicino a Niguarda?
Tutte le soluzioni per pazienti e parenti
S
ono diverse le possibilità di alloggio per i pazienti e i parenti che vengono da
fuori che si possono consultare sul sito dell’Ospedale; si va dalle soluzioni
per alloggi, hotel convenzionati, stanze, agli appartamenti gestiti dalle
parrocchie, da enti privati e associazioni di volontariato, il tutto con costi molto
contenuti. C’è poi il progetto “A casa lontani da casa”, sostenuto da 5 onlus, che
nasce per rispondere a un bisogno preciso: quello della ricerca di una sistemazione
a costi ridotti per le oltre 100.000 persone (malati e parenti accompagnatori) che
ogni anno giungono a Milano per essere curati in strutture sanitarie specializzate.
GUARDA LA DISPONIBILITÀ
Sul sito www.ospedaleniguarda.it consulta l’elenco
degli alloggi nella sezione “Alberghi e Alloggi”
Cerca una casa accoglienza sul sito www.acasalontanidacasa.it
Associazioni
Malattie reumatiche: i volontari di ALOMAR
Gli alleati dei pazienti lombardi
M
più a lavorare con continuità, così ho
dovuto smettere e ho iniziato a dedicare
un po’ di tempo all’associazione. Sono
entrata a farne parte e ho avuto la
tessera d’iscrizione numero 32. Oggi
sono più di 3000 i pazienti iscritti e
una cinquantina i volontari attivi e
suddivisi in 7 sezioni sparse in tutta
la Lombardia-”. Tra queste c’è anche
quella di Niguarda.
Sono tante le attività proposte. In primo
piano c’è l’attenzione per la corretta
informazione. Basta dare un’occhiata
al sito dell’associazione per scovare
molti opuscoli redatti con l’aiuto dei
medici, che aiutano a conoscere meglio
le patologie, i sintomi e i trattamenti
più innovativi. Artrite reumatoide,
spondilite anchilosante, artrosi: sono
solo alcuni dei temi approfonditi nelle
brochure che i volontari di Alomar
portano sempre con sé, anche nelle
sale d’attesa degli ambulatori di
reumatologia. Là dove ci può essere
l’esito di una prima diagnosi, là dove
è più facile intercettare i bisogni dei
pazienti.
“Una delle richieste che ci viene
avanzata più di frequente è un supporto
psicologico, al quale il medico può,
eventualmente, indirizzare la persona
interessata, al momento della diagnosi
di patologie molto impattanti- sostiene
Pisu-”. Altrettanto importante è la
presenza di quelle figure con cui il
malato dovrà imparare a familiarizzare
come il fisioterapista e il terapista
occupazionale.
Il
primo
avrà
premura di mantenere in allenamento
e preservare la funzionalità delle
articolazioni. Il secondo è una figura
chiave per quella che viene chiamata
“economia articolare”. “E’ l’esperto
che insegna a compiere i movimenti
di tutti i giorni senza sovraccaricare i
punti nevralgici- spiega Pisu-”.
Un altro aspetto per cui l’associazione
si pone come riferimento riguarda il
diritto dei malati.
“Di certo una persona informata è in
grado di far rispettare i propri diritti,
soprattutto in materia d’esenzione
o per arrivare ad ottenere i sussidi
d’invalidità- afferma la Presidente-”.
Non mancano poi le iniziative come
corsi di yoga e danza/movimentoterapia, molto utili per promuovere il
rilassamento dei pazienti. Tutto opera
intorno all’attività dei volontari e del
personale medico e infermieristico
con cui si è creato una proficua
collaborazione. “Una delle novità su
Periodico d’informazione dell’A.O.
Ospedale Niguarda Ca’ Granda
Direttore Responsabile:
Monica Cremonesi
In redazione: Giovanni Mauri,
Andrea Vicentini,
Maria Grazia Parrillo
Direzione e redazione:
Piazza Ospedale Maggiore 3
20162 - Milano
tel. 02 6444.2562
[email protected]
Foto: Archivio Niguarda copyright
Stampa: RDS WEB PRINTING S.r.l.
Via Belvedere, 42
cui puntiamo per il 2014 è l’attivazione
di un nuovo progetto per il supporto
psicologico “Gruppi di Ascolto
Condiviso” che saranno organizzati
in diversi centri di reumatologia
lombardi, tra i quali Niguarda. E’ in
previsione anche l’ apertura di una
linea telefonica dedicata per mettere in
contatto diretto uno psicologo, esperto
di queste problematiche, con i pazienticonclude Pisu-”.
Per entrare in contatto
con ALOMAR
www.alomar.it - [email protected]
A Niguarda
Sede ALOMAR,
Area Ingresso, Padiglione 2
(2° e 4° martedì del mese 10.30-14.00)
Cell. 329 0285612
20862 Arcore (MB)
Tel. 039.5968130
Fax 039.5968131
Tiratura: 25.000 copie
Reg. Tribunale Milano:
n. 326 del 17 maggio 2006
Pubblicità: Eurocompany s.r.l.
via Canova 19 - 20145 Milano
tel. 02.315532
Fax 02.33609213
www.eurocompany.mi.it
[email protected]
Pubblicato online sul sito:
www.ospedaleniguarda.it
Il giornale di Niguarda
alattie che erodono le
articolazioni, le ossa. E
che di pari passo, spesso,
consumano anche la vita di chi ne è
colpito. Sono le malattie reumatiche,
un gruppo eterogeneo di patologie
(oltre 100), e sono tanti coloro che ne
soffrono: oltre 5 milioni e mezzo di
persone solo in Italia.
Per loro la ricerca è un grande alleato
su cui contare: la terapia ha fatto un
notevole salto di qualità con l’avvento
dei farmaci biotecnologici. Ma non
tutte le malattie reumatiche possono
beneficiare di questi innovativi
trattamenti. Inoltre si tratta di patologie
croniche, da cui non si guarisce, ma per
cui le terapie servono a contenere e a
frenare il decorso. Imparare a convivere
con questi “ingombranti compagni di
vita”, non è facile e lo sanno bene i
volontari di ALOMAR, Associazione
Lombarda Malati Reumatici, nata
nel 1986 con l’obiettivo di sostenere
le persone colpite da questo tipo di
malattie.
“Spesso non è facile sopportare una
diagnosi del genere- spiega Maria
Grazia Pisu, Presidente di ALOMAR-.
Chi entra a far parte della nostra
associazione come volontario, ha
vissuto sulla propria pelle questo tipo
di esperienza”. Anche per lei è stato
così. “Quarant’anni fa la mia vita è
cambiata. A 21 anni, dopo il parto, ho
iniziato ad avere dolori articolari. Ci
sono voluti 10 anni per diagnosticarmi
un Lupus Eritematoso Sistemico
(LES) che mi ha presentato la vita
sotto una nuova luce. Non riuscivo
Volontariato
U
Da oltre 35 anni al fianco di chi soffre in ospedale
quattordici
Arte
La Città dell’Arte
N
ella nostra rassegna dedicata all’arte, già da
qualche numero abbiamo deciso di fare un
salto temporale. Esaurite le presentazioni
sui grandi maestri che hanno “battezzato” con le
loro opere la nascita dell’Ospedale negli anni trenta,
il nostro sguardo si è ora soffermato su un altro
grande “giacimento artistico” del Niguarda, il MAPP.
Il Museo d’Arte Paolo Pini è un museo d’arte
contemporanea situato nell’ex Ospedale Psichiatrico
Paolo Pini di Milano, ideato da Teresa Melorio
ed Enza Baccei. Il progetto è portato avanti con la
collaborazione del Dipartimento di Salute Mentale
dell’Ospedale Niguarda, sotto la direzione artistica di
Marco Meneguzzo e l’adesione di alcune note gallerie
d’arte milanesi. Cambiano le opere, non cambia la
nostra guida: il Primario Emerito Enrico Magliano,
un medico con la “malattia dell’arte”. Protagonista di
questo numero: l’artista Gunter Brus.
MAPP - Museo d’Arte Paolo Pini
è in via Ippocrate 45 a Milano.
Il Museo è aperto dal lunedì al venerdì
dalle 9.30 alle 16.00; il parco è aperto
tutti i giorni dalle 8.00 alle 19.00.
Gunter Brus il precursore della Body Art
S
u una parete del MAPP appare un acrilico di grandi dimensioni dipinto da Gunter Brus nel 1996. E’ emozionante pensare
che un artista già celebre in tutto il mondo come precursore della “Body Art” abbia dato la sua disponibilità al MAPP,
non donando un’opera, ma venendo personalmente a dipingerla. Ed è ancora più emozionante ammirare la sensibilità
dell’artista, famoso per essere truce, violento, sado-maso e dissacrante nelle sue performance, che per il MAPP ha invece dipinto
una scena magica quasi fiabesca in cui due mappamondi si rimpallano tra una figura umana stilizzata e un personaggio d’altri
tempi con una lunga tuba.
Gunter Brus, Senza titolo, 1996
Arte e Storia
Gunter Brus - Biografia
G
unter Brus nasce in Austria il 27 settembre 1938 ed è stato uno dei fondatori dell’Auctionismo Viennese un movimento artistico
che, superando i confini tradizionali della pittura, assume il corpo come “luogo” di performance violente, autolesioniste, sadiche
e trasgressive, aprendo la strada alla “Body Art”, Arte del Corpo, che si diffonde come corrente artistica in Europa e negli
Stati Uniti negli anni sessanta. La prima opera di Brus venne realizzata in quegli anni quando lui stesso, dipinto di bianco con un’ascia
piantata in testa e una lunga sutura su tutto il corpo, se ne andò passeggiando per Vienna! Venne immediatamente arrestato, imprigionato
e condannato. Del resto nello stesso periodo a Milano il nostro Piero Manzoni firmava sulla pelle le sue modelle (statue viventi) e
proponeva un suo “body product” confezionato in scatola (“Merda d’Artista”). Ora le performance di Body Art vengono “immortalate”
con foto, video, film e vengono vendute a suon di dollari.
Celebre la performance “The Artist is Present” svoltasi di recente niente po’ po’ di meno che al celeberrimo MOMA (Museum Of Modern
Art) di New York in cui Marina Abramovic restò immobile seduta su una sedia sette ore al giorno per tre mesi ad incontrare lo sguardo
di chi si fosse seduto innanzi a lei. Ma Gunter Brus, padre della Body Art, già 15 anni prima aveva creato un’opera per il nostro MOMA.
L’artista immortalato durante la realizzazione dell’opera al MAPP
Niguarda al MiART - dal 28 al 30 marzo
Anche quest’anno il MAPP sarà presente al
MiART, una delle kermesse più importanti
dedicata all’arte moderna e contemporanea,
dal 28 al 30 marzo 2014 in Fieramilanocity.
Saranno esposte delle opere scultoree
realizzate dagli autori delle Botteghe d’Arte
insieme con un collettivo di artisti torinesi
che si chiama “The Boounty Killart”.
Le Botteghe d’Arte del MAPP sono
laboratori di arteterapia in cui artisti
professionisti, inseriti in un’équipe
multiprofessionale,
conducono
stage
lavorando “a quattro mani” con gli utenti
del Dipartimento di Salute Mentale.
L’obiettivo è quello utilizzare la pratica
dell’espressione artistica come strumento di
cura da affiancarsi a quelli tradizionalmente
usati in psichiatria.
Storia di Niguarda
Psichiatria e neurologia “al bivio”. La nascita del primo dipartimento di Neuroscienze
L
e malattie nervose e mentali hanno avuto per
lungo tempo, sino a oltre la metà del Novecento,
un campo d’indagine e di cura comuni, anche
se la distinzione clinica tra psichiatria e neurologia
risale in realtà alla fine dell’Ottocento. Non stupisce
dunque che, al momento della fondazione, anche per
il nuovo ospedale milanese si prevedesse un comune
reparto neuropsichiatrico.
“Nel 1964”- scrive Alberto Giannelli (direttore
della psichiatria a Niguarda sul finire degli anni
settanta-inizio ottanta, ndr) “la Neurologia si separa
dalla Psichiatria, coerentemente con l’orientamento
prevalente in Italia anche a livello didattico,
universitario e a Virginio Porta subentra, dopo una
breve presenza di Giuseppe Rovetta, […] Francesco
Erminio [al quale nel 1998 sarebbe succeduto, sino
al 2005, Carlo Alberto De Fanti]”. “Nel frattempo
andava sviluppandosi autonomamente il Servizio
di Neurofisiologia, diretto in un primo tempo da
Francesco Erminio, successivamente, dal 1976, da
Carlo Marobbio.
Intanto, nell’ambito del Pronto soccorso, le emergenze
legate ai traumi cranici rappresentano un grave
problema clinico e gestionale. Mancando a Niguarda
un reparto specializzato in chirurgia cranica i problemi
di diagnosi e trattamento diventano enormi. È una
lacuna che va colmata. Per questa ragione, nel 1969
viene istituita una divisione di Neurotraumatologia alla
cui guida viene chiamato Augusto Beduschi, allievo
di Gian Maria Fasiani. L’anno successivo iniziano i
lavori di ristrutturazione (che termineranno sei anni
più tardi) del quarto e quinto piano del padiglione
Rossini, destinato ad accogliere la nuova struttura,
concepita con modalità di assoluta modernità rispetto
agli standard del tempo. Nell’ambito dei quaranta
posti letto previsti ve ne sono alcuni riservati anche
alla neurochirurgia pediatrica (con stanze singole per
il ricovero simultaneo bambino-madre).
Vengono inoltre create anche un’unità sub-intensiva
postchirurgica (la prima del genere in ospedale)
e un’area tecnologicamente attrezzata (anch’essa
una novità) con un impianto televisivo a circuito
chiuso per ricevere immagini in diretta dalla camera
operatoria ed è previsto l’uso di un computer (novità
assoluta in ambito sanitario).
Si include anche una “palestra” per la riabilitazione
precoce post-operatoria e, al quinto piano, viene
concepito un reparto rianimatorio dedicato
esclusivamente ai pazienti neurochirurgici (primo
esempio in Italia) che inizia a funzionare come entità
autonoma nel 1976, quando, al termine dei lavori di
ristrutturazione, viene ufficialmente aperto al Rossini
(sede nella quale resterà sino al 2002, quando sarà
trasferito al dipartimento Emergenza e Accettazione,
la nuova struttura per la gestione integrata delle
urgenze inaugurata proprio quell’anno) il reparto
neurotraumatologico, divenuto nel frattempo
una più organica divisione di Neurochirurgia. La
Neurorianimazione è sotto la direzione di Marialuisa
Bozza Marrubini (1924-1995) e il coordinamento di
Marina Rossanda, due anestesiste ben note nel mondo
scientifico per i loro studi riguardanti la patogenesi,
la classificazione e il trattamento degli stati di coma.
In quegli stessi anni anche la neuroradiologia
assume a Niguarda la fisionomia di una disciplina
a se stante – pur restando a far parte, sino al 1981,
del secondo servizio di Radiodiagnostica diretto
da Giuseppe Carnevali – grazie all’arrivo di un
neuroradiologo “puro”, Giuseppe Scialfa, allievo del
bolognese Giovanni Ruggiero (1922-2009) e forte di
una straordinaria esperienza sul campo ottenuta in
Francia.
Nel 1981,su iniziativa di Augusto Beduschi, viene
istituito il dipartimento di Scienze neurologiche
dell’Ospedale di Niguarda, primo dipartimento
ospedaliero di Neuroscienze lombardo e anche primo
in Italia. Una struttura che istituzionalizza quello
che Beduschi ha insegnato a fare a chi lavora con
lui: collaborare e interagire con i colleghi che hanno
competenze diverse e complementari per favorire il
buon risultato clinico e il buon decorso del paziente
operato.
Nel 1983 la Neurorianimazione diviene autonoma
anche giuridicamente assumendo il nome di IV
Servizio di Anestesia e Rianimazione, sotto la
direzione di Marina Rossanda, alla quale subentra
alcuni mesi più tardi (per le dimissioni della Rossanda
che, eletta in Parlamento, lascia l’attività ospedaliera)
Luigi Boselli. Nel frattempo le disposizioni di
legge rendono possibile l’osservazione legale per la
dichiarazione della morte cerebrale al fine di prelievo
d’organi da cadavere a cuore battente: questa attività,
strettamente connessa con la diagnostica neurologica
dei pazienti in coma per lesione cerebrale acuta, porta
la Neurorianimazione a garantire donazioni d’organo
di eccellente qualità per l’allora nascente chirurgia
dei trapianti.
Testo a cura di Vittorio Alessandro Sironi,
tratto dal libro “Niguarda un ospedale
per l’uomo nel nuovo millennio”
Corsi e convegni
12-13 marzo
quindici
News
Nuove nomine e pensionamenti
D
Mario Ravini
Corso Base di Ecografia Clinica
in Emergenza Urgenza 2014
Presso la Medicina d’Urgenza e Pronto Soccorso del
Niguarda è attiva una Scuola di ecografia clinica in
emergenza-urgenza certificata dalla S.I.M.E.U. (Società
Italiana di Medicina di Emergenza e Urgenza). I corsi
sono rivolti a medici che operano nell’urgenza o in
reparti per malati acuti, interessati ad arricchire la propria
professionalità e a migliorare le capacità di gestione
autonoma dei problemi clinici. Il percorso formativo
di base è nato per rispondere ad un’esigenza specifica:
fornire ai medici che operano nell’urgenza le conoscenze
e le competenze per ottenere con l’ecografia immediate risposte a quesiti emersi
nel corso della valutazione clinica dei pazienti. Non sono necessarie conoscenze o
competenze precedenti di ecografia.
Sede: Area Nord- Blocco DEA- Aula DEA 1- DEA2
13-14 marzo
Malattia Dolore e Rete Territoriale
Il dolore, in molte condizioni patologiche cessa di essere un
sintomo cosiddetto “utile” nel favorire in acuto la diagnosi
della patologia primaria, trasformandosi in inutile sintomo
e diventando esso stesso la malattia del paziente. La
malattia dolore per le sue implicazioni epidemiologiche,
fisiologiche e psicologiche se non diagnosticata, e curata
tempestivamente è frequentemente difficile da guarire,
rischiando di influenzare negativamente la qualità di vita
di molte persone. Il congresso ha come obiettivo quello di
analizzare la questione da diversi punti di vista, grazie al
contributo degli specialisti del Niguarda e diversi relatori
esterni.
Il corso si rivolge a tutto il personale medico, agli psicologi, al personale
infermieristico, ai tecnici sanitari ed è aperto a tutte le figure professionali.
Sede: Area Ingresso, Padiglione 1, Aula Magna
Dal 24 al 28 marzo (II ed)
Dal 12 al 16 maggio (III ed)
Training on the job: formazione
sul campo in ecocardiografia 2014
L’ecocardiografia ha assunto un ruolo sempre più rilevante
nella diagnostica cardiologica ed è diventata uno strumento
diagnostico indispensabile nella pratica clinica.
Sempre maggiore è il numero di cardiologi, internisti ed
anestesisti che si avvicinano alla metodica con lo scopo di
acquisire le conoscenze necessarie alla corretta esecuzione
ed interpretazione dell’esame ecocardiografico.
Sede: Area Sud - Blocco Sud - Laboratorio di Ecocardiografia
4-5 aprile
Ecografia della translucenza nucale: da screening
delle anomalie cromosomiche a screening delle
gravidanze a basso e alto rischio
Lo screening delle anomalie cromosomiche, in particolare mediante la
misurazione della translucenza nucale, ha rappresentato negli ultimi 15 anni
l’obbiettivo principale degli esami effettuati in gravidanza precoce. L’uso di
diversi marcatori biochimici e la definizione di algoritmi per la stima del rischio
di patologie ostetriche quali la pre-eclampsia, l’ipertensione gestazionale,
il diabete ed il parto prematuro, consentono oggi di utilizzare l’esame del
primo trimestre come spartiacque tra una gravidanza a basso rischio ed una
gravidanza ad alto rischio. Il corso, aperto ai ginecologi, vuole approfondire
tutti gli aspetti legati alle potenzialità diagnostiche dell’ecografia del I trimestre
e degli altri test di screening biochimici e genetici sia in relazione alle anomalie
cromosomiche, ma anche in relazione alle patologie malformative fetali e alle
patologie ostetriche.
Sede: Area Ingresso, Padiglione 1, Aula Magna
Per informazioni
www.ospedaleniguarda.it
Vuoi ricevere
il Giornale di Niguarda?
B
asta mandarci una mail e specificare il tuo
nome, cognome e l’indirizzo a cui recapitare il giornale. Sarai inserito nella lista
degli abbonati e riceverai gratuitamente a casa il
nostro periodico.
[email protected]
Giovanni Pietro Gesu
Massimo Torre
opo più di quarant’anni nel nostro Marcello Gambacorta
Ospedale Marcello Gambacorta,
Direttore
del
Dipartimento
Medicina di Laboratorio e dell’Anatomia
Patologica, è andato in pensione.
Dopo oltre trent’anni a Niguarda ci saluta
anche Mario Ravini, Direttore della
Tiziana Redaelli
Chirurgia Toracica. A loro va il nostro
ringraziamento e un caro saluto.
Tiziana Redaelli è il nuovo Direttore del
Dipartimento di Neuroscienze.
Giovanni Pietro Gesu è il nuovo
Direttore del Dipartimento di Medicina di
Laboratorio.
Edgardo Bonacina
Massimo Torre è il nuovo Direttore
(facente funzioni) della Chirurgia Toracica.
Edgardo Bonacina è il nuovo Direttore
(facente funzione) dell’Anatomia Patologica. Ai neo incaricati i complimenti e i
migliori auspici per il loro lavoro.
Fotonotizia
Donazione sangue: una raccolta speciale
N
el mese di gennaio il Rotary
club San Carlo - Trezzano
sul Naviglio ha promosso
una raccolta di sangue effettuata dalla
Legione della Guardia di Finanza di
Milano a favore del nostro Ospedale.
Nella foto da sinistra Marco Trivelli,
Commissario Straordinario Niguarda,
Sergio Casartelli di Avis Milano,
Armando De Angelis, Chirurgo di Niguarda e Presidente Rotary club San Carlo
Trezzano sul Naviglio, Gaetano Truppo, Rotary Club San Carlo Trezzano sul Naviglio.
CRAL
C
Tesseramento ancora aperto
’è tempo fino a fine aprile per diventare socio-CRAL. Per ricevere la tua tessera
passa in sede. Sono tante le iniziative in programma a prezzi scontati: spettacoli
teatrali, viaggi guidati, mostre e tanto altro. Per rimanere sempre aggiornato
consulta il sito www.cralniguarda.it.
C.R.A.L. - Area Centro-Padiglione 10, tel. 02.6444.2327,
sede aperta lunedì e mercoledì dalle 11.30 alle 14.00, venerdì dalle 11.00 alle 14.00.
www.cralniguarda.it
Prenotazione - Libera Professione
S
Il medico lo scelgo con un click
cegliere il medico che ci visiterà in base al
suo curriculum e alla valutazione che altri
pazientiprimadinoihannolasciato,sapendo
subito quanto ci costerà la sua prestazione; il tutto
comodamente da casa, davanti al computer
e con pochi click. Per farlo basta andare sul
portale dedicato alla libera professione a cui si
può accedere andando sul sito dell’Ospedale di
Niguarda, www.ospedaleniguarda.it, oppure
collegandosi direttamente a www.areaprivata.
ospedaleniguarda.it.
Dalla parte del paziente
D
“I tutorial” per gli interventi
in day-surgery
evi sottoporti all’asportazione di un condiloma? Alla frantumazione di calcoli
mediante litotrissia? O alla rimozione chirurgica di una fistola coccigea? Per
tutte queste procedure, effettuate a Niguarda in regime di day surgery (ovvero
di ricovero giornaliero), e per molte altre ancora sono stati realizzati dei video che
spiegano al paziente di cosa si tratta. In pochi minuti sono state concentrate tutte le
informazioni salienti come la preparazione, dove recarsi il giorno dell’intervento, i
tempi di recupero e il percorso post-operatorio.
GUARDA I VIDEO
Cercali nella sezione opuscoli sul sito www.ospedaleniguarda.it
oppure sul canale-YouTube OspedaleNiguardaTV
Guarda il video
sul canale OspedaleNiguardaTV
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Nuova terapia contro metastasi del tumore al colon retto