giornale degli studenti
dell’Università Bocconi
Arte petrolio d’Italia
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Cleacc: Ten Years After
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www.traileoni.it
Pubblicazione bimestrale · Anno 16 · Numero 66 · Marzo 2014 · Iniziativa finanziata con i contributi dell’Università Bocconi
INCIPIT
Domenico Genovese
Qualche giorno fa, durante un colloquio di lavoro, il recruiter mi ha posto una domanda
che nessuno mi aveva mai rivolto direttamete: “Perché ti piace scrivere?”.
Nonostante mi sia trovato, abbastanza inspiegabilmente ripensandoci a mente fredda,
per la prima volta a dover formulare una risposta a questa domanda diretta, il mio tempo di reazione è stato pressoché nullo e ho d’istinto risposto “perché posso dire la mia”.
Questo è il motivo che, fatte le dovute eccezioni, muove tutti coloro i quali dedichino
n.66
un po’ del loro tempo alla scrittura.
Realizzando questo numero di “Tra i Leoni” mi sono chiesto se il compito che assolve il
nostro giornale non sia proprio quello di fornire un megafono, uno strumento attraverso cui gli studenti possano esprimere le proprie opinioni, raccontare la propria versione,
il loro punto di vista su temi grandi e piccoli della vita di ognuno di noi.
“AAA” - RATING INDAGASI - 03
La risposta è no. O, almeno, non solo questo. Ciò perché, nonostante sia molto importante il numero di persone che legge le nostre pagine e visita il nostro blog, lo è ancor
ARTE PETROLIO D’ITALIA - 04
ACRONOMICS - 05
di più la quantità di discussioni generate. Di confronti.
Diffondere le proprie idee non è, e non deve essere, l’obiettivo primario di chi scrive
poiché ben più importante è il confronto con i propri lettori e tra di essi.
LE CLAUSOLE VESSATORIE - 06
IN UN’OTTICA GIUSECONOMICA
Ecco, Tra i Leoni ha proprio questo obiettivo, essere motore di dibattito, scintilla di scon-
BUSINESS MODEL INNOVATION: - 07
LA RIVOLUZIONE TV
In questo numero, quindi, oltre a ringraziare tutti coloro i quali si complimentano con
THE MORAL COMPASS NAVIGATES - 08
THE EUROPEAN MAZE
QUO VADIS, SOFIA? - 10
tro, pacato e nelle regole, ma sincero. Costruttivo. Produttivo.
noi del nostro operato, rivolgo un invito a chi, invece, ritenga che stiamo sbagliando.
Che stiamo tralasciando qualche punto di vista. Traendo conclusioni errate.
Tra i Leoni si fregia del titolo di “Giornale ufficiale degli studenti Bocconi” e, come ho già
scritto in passato, è proprio così: siamo aperti a tutti, soprattutto a chi guarda il mondo
con occhi diversi dai nostri perché convinti che la diversità sia il seme dell’evoluzione.
LA MAFIA SECONDO PIF - 11
INTERVISTA
Se le mie parole non fossero abbastanza convincenti, chiudo con una citazione tratta da
“Recueil des pensées de M. Joubert” opera, postuma, che raccoglie gli scritti del filosofo
10 ANNI CLEACC - 12
OCAP: LA PA CHE VOGLIAMO - 13
SONDAGGIO: I GIOVANI E LA CRISI - 14
GIÙ LE MANI DALLE FIABE - 16
VBP: VA DOVE TI PORTA IL RANKING - 17
UOMO AVVISATO... - 18
PECHINO GUARDA AL FUTURO: - 19
LA LUNGA MARCIA DELLE RIFORME
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· traileoni
francese Joseph Joubert: “Lo scopo di una discussione o di un dibattito non deve
essere la vittoria, ma il miglioramento”.
#roarwithTiL
eco
Federica Colli Vignarelli
[email protected]
Rating. Per definizione: giudizio. A tratti - e
in più sensi - universale. Proprio di questo si
è trattato nel luglio scorso, quando S&P’s ha
declassato l’Italia, portandola da un già non
molto dignitoso BBB+ ad un cacofonico tripla
B, con tanto di outlook negativo. Il Bel Paese
si è ritrovato a poco più di un passo dalla temutissima categoria junk, quella su cui nemmeno il più masochista degli investitori, con
una propensione al rischio da Casinò di Lugano, scommetterebbe. Motivazione? La goccia
che ha fatto traboccare il rating pare essere
stata l’abolizione dell’IMU con annesso rinvio a settembre dell’aumento dell’IVA. Poco
importa che la decisione trovasse il generico
benestare dell’UE: un taglio di 6 miliardi al
gettito non s’ha da fare. E rende la capacità
dell’Italia di ripagare i propri debiti solida
come quella di Schettino nel fare manovra.
Conseguenze? Giusto qualcuna. Non allarmano i crolli di Borsa quanto quelli di fiducia:
una falciata al rating comporta una gara tra
gli investitori istituzionali a chi vende per
primo i titoli downgradati, che vedranno aumentare il proprio rendimento e peggiorare
la loro affidabilità. Lo spread schizza alle stelle, il Governo lascia il posto ad un’amministrazione tecnica costretta a misure drastiche. Le
banche non riescono più a raccogliere denaro collocando i suddetti (ormai snobbatissimi) BTP e diventano simil-genovesi nell’erogazione del credito ai clienti, con l’inevitabile
conseguenza di stallo dell’economia, o, con
tono più leopardiano, recessione.
È possibile quantificare un tale danno? Per
la Corte dei Conti sì. Il procuratore Raffaele
De Dominicis ha infatti annunciato, questo
febbraio, l’apertura di un’istruttoria sull’operato di S&P’s in merito al disastroso triplete
di downgrade attuato nei confronti del nostro Paese tra il 2011 e il 2012. Si tratta solo
di un’inchiesta, ha precisato, che potrebbe
banalmente chiudersi con un’archiviazione.
Oppure no.
La seconda ipotesi paventata è quella di
una richiesta di risarcimento. Il valore? 234
miliardi di euro. La causale? Aver tralasciato
un’irrisoria, marginale caratteristica dell’Italia: il fatto che sul suo territorio campeggi il
maggior numero al mondo di siti etichettati
patrimonio dell’umanità. Patrimonio a cui si
aggiunge il bagaglio storico/artistico/letterario che appesantisce (per una volta positivamente) lo stivale: dalla Cappella Sistina alle
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LA CORTE DEI CONTI SOLLEVA IL DUBBIO: È L’ITALIA A MERITARE IL DOWNGRADE O IL
PARERE DELLE AGENZIE?
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“AAA” - RATING INDAGASI
VIENnomics
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terzine dantesche, dal Cenacolo alle pellicole
felliniane, la nostra cultura vale. Nel senso più
economico del termine. Quasi 80 miliardi di
euro l’anno, secondo un rapporto del 2013,
scaturenti dal lavoro di un milione e mezzo di
persone e pari al 5.4% del PIL.
S&P’s, dal canto suo, ha finto di non scomporsi. Facendo leva sulla tutt’altro che austera immagine che ci caratterizza agli occhi
degli stranieri, ha giudicato tali accuse non
solo frivolous ma anche prive di merito, visti
i confini di competenza della Corte dei Conti,
nei quali di certo non rientra il monitoraggio
delle agenzie di rating. Perché in realtà, le
agenzie di rating, non le monitora nessuno. Il
che non costituisce un problema, finché non
commettono errori madornali. Episodio che,
a partire dalla tripla A di Lehman Brothers e
del truffatore seriale Madoff, dal BBB+ della
contabilità creativa di Enron, fino alla doppia
B cucita sulla bandiera argentina alla vigilia
del suo default, è sempre meno raro.
Al di là del caso italiano, un interrogativo sorge spontaneo: è plausibile che prima o poi le
agenzie rispondano di quanto causano o toccherà sempre all’economia reale farlo? Agli
analist l’ardua sentenza.#
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ARTE PETROLIO D’ITALIA
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STORIA
TORIA DELL’ARTE ABOLITA
ABOLITA: TRA MITO E REALTÀ
Maria Eugenia Borneto
[email protected]
Nicole Merlo
[email protected]
UN FUTURO DISTOPICO. 5 febbraio 2014.
Sul web impazza la notizia: “Storia dell’Arte
abolita dai programmi scolastici”. Gli italiani
sparsi per i quattro angoli del globo sono
indignati. Come può la madre patria tradire
le proprie radici in questo modo? In un prossimo futuro vedremo forse i giovani italiani
ignorare, di fronte alle opere d’arte, chi le abbia dipinte, scolpite o realizzate?
L’OPINIONE DEGLI INTERESSATI: i giovani.
Molti ragazzi hanno reagito con orrore alla
notizia dell’abolizione della materia: la generazione di domani mostra quindi di avere a
cuore la cultura e le origini del nostro Paese.
– “Mi vergogno di essere italiano. Mi vergogno
di vivere in uno stato che dimentica le sue radici
e la sua cultura.”
– “Questi sono i momenti in cui non mi sento
italiana, continuate a favorire le materie scientifiche, così quando saremo tutti robot meccanici sarete contenti.”
Questi alcuni dei commenti che hanno invaso Facebook, Twitter e i blog: gli italiani si
sono fatti sentire esprimendo il loro dissenso
con quell’impeto e quell’indignazione che si
vedono forse solo durante le partite di calcio
o di fronte all’ennesimo dibattito sulla rifor-
4
· traileoni
ma elettorale.
QUID PRO QUO. Se esiste la possibilità
che uno scenario distopico si realizzi in
Italia, ciò non avverrà certamente per via
dell’abolizione della Storia dell’Arte nelle
scuole.
In realtà, nessuno intende bandire l’insegnamento della Storia dell’Arte in Italia,
come conferma il deputato PD Malpezzi,
membro della commissione della Cultura,
che riassume la vicenda con un lapidario:
“Sono tutte balle”.
Era stato infatti il Ministro Gelmini, nel
2008, ad effettuare tagli nell’orario scolastico, riducendo anche l’insegnamento
della tanto dibattuta materia.
L’erronea notizia, viralmente diffusa sul
web, è, al contrario, una proposta di emendamento del Ministro Carrozza volta al
ripristino delle ore di lezione abolite dalla
precedente riforma.
L’ITALIA, CULLA DELLA CULTURA E DELLA CIVILTA’. Significa forse peccare di patriottismo sostenere che il popolo italiano
sia stato, a partire dall’Impero Romano e
attraverso Umanesimo e Rinascimento,
uno dei fari di cultura e civiltà più importanti della storia?
Molti esperti di Storia dell’Arte sostengono che almeno il 50% del patrimonio artistico e culturale mondiale si trovi in Italia.
Anche se la percentuale è campanilistica,
è corretto sostenere che nel Bel Paese sia
presente il maggior numero di siti arti-
stici riconosciuti dall’UNESCO. Privare gli
studenti di un’educazione che li riallacci
ad una delle più nobili tradizioni italiane
sarebbe come eliminare la filosofia dalle
scuole tedesche o la letteratura romantica
da quelle russe.
L’ARTE: IL PETROLIO D’ITALIA. L’Unione
Europea sostiene che nonostante l’Arte
potrebbe essere “il petrolio” dell’Italia, gli
italiani non facciano nulla per produrla,
conservala o tantomeno sostenerla. Il Paese è accusato di non avere una strategia
nazionale per lo sviluppo del settore culturale e creativo. Anziché investire in questa
preziosa risorsa, l’Italia continua a tagliare
i fondi ad essa dedicati; abolizione della
Storia dell’Arte nelle scuole o meno.
Cultura significa sviluppo economico: l’Italia ha potuto approfittare di questo binomio vincente solo durante il Rinascimento,
quando la cultura italiana e la sua economia dominavano il panorama mondiale. È
passato il tempo dei mecenati che, come i
De Medici, investivano denaro nella creazione e promozione dell’arte.
Sfruttare il proprio “oro nero”, per l’Italia
significherebbe crescita e ripresa: posti
di lavoro per i giovani e maggiori investimenti. Se qui da noi costantemente viene
ripetuto che studiare materie umanistiche
non dà futuro”, allora chi osa fare questo
tipo di scelte si trova costretto a migrare
all’estero: lì forse vivere di Arte e Cultura è
ancora possibile. #
ACRONOMICS
fin
NEL 2001 IL MONDO SI INNAMORA DEI BRIC. DOPO OLTRE UN DECENNIO DI
CROCCANTI VARIANTI SUL TEMA, IL TESTIMONE PASSA AI MINT.
INVESTIRE NELLA “ACRONYM ANXIETY”: RIVOLUZIONE O BLUFF?
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Michele Canzi
[email protected]
“L’acronimo BRIC è semplicemente patetico”: è
il lapidario commento di Jim O’Neill, ex Chairman di Goldman Sachs Asset Management.
Il suo stesso celeberrimo tag apriva nel 2001
le danze speculative verso i Paesi emergenti.
Tuttavia, nel corso del decennio, i BRIC non
sono stati i soli a dominare la scena. In seguito, sono stati coniati i CIVETS. Poi i BASIC,
CRIM, BRICK, CEMENT, BEM, N11 e il Club
del 7%. E c’è dell’altro.
Secondo O’Neill, la crescita delle BRIC economies negli ultimi anni è stata tale da rendere
obsoleta la definizione di “paesi emergenti”. È
stato Antoine van Agtamael, ex economista
della World Bank, a introdurre 30 anni fa questo concetto per indicare aree poco sviluppate ma con discreto potenziale di crescita.
Oggi, è facile cadere in concordia discors classificando alcune di queste aree ancora come
emergenti, quando in realtà contribuiscono
per oltre l’1% del Pil mondiale.
Quindi, quale sarà il destino dell’acronimo
BRIC? Nessun pericolo, rassicura O’Neill, che
ha altre frecce al suo arco: resterà ancora un
cliché accattivante. Del resto sarebbe difficile rimuoverne con un colpo di spugna l’appeal che ha esercitato sulle logiche d’investimento di molti fondi. Forse, spiega l’ex di
Goldman Sachs, è il caso di aggiornarlo con
un nuovo approccio e includere nella magica
formula altri Paesi.
Secondo l’economista, il fulcro outperformers
poggia adesso sulla rinfrescante sigla MINT:
Messico, Indonesia, Nigeria e Thailandia. Queste ed alcune altre regioni ultimamente hanno beneficiato di una crescita esponenziale.
Tuttavia, gli investment gains provenienti da
quei Paesi non sono mai garantiti. Ne è prova
il focolaio di protesta di Gezi Park della scorsa
estate, ma anche il marcato flight-to-quality
che progressivamente allontana i mercati
dall’elevato deficit indonesiano. Inoltre, dettaglio non irrilevante, sembra proprio che i
fondamentali economici del nuovo tetragono non allunghino affatto le radici nello stesso terreno.
Da parte sua, O’Neill ci tiene a precisare che
MINT (come anche BRIC) rappresenta un concetto economico e non finanziario. Le sue
analisi si rifanno alle dinamiche e potenzialità di ogni mercato. Ciononostante, il fascino
degli acronimi rimane innegabile. Per questo
motivo la forma mentis degli investitori si
fa sempre più sistemica e meno specifica, al
prezzo di ineludibili implicazioni euristiche
sulle strategie di investimento.
Etichette e sigle creano comportamenti irra-
zionali fuorvianti e a volte dettano condizioni
d’investimento dogmatiche. Il motivo per cui
sono così accattivanti è che rappresentano
delle scorciatoie mentali e permettono di risparmiare tempo ed energia preziosa sotto
la pressione del trading desk. Ne seguono
rapide previsioni macroeconomiche, voraci
nella scala ed essenziali nell’analisi. Ma a quale prezzo? Ancora oggi noi italiani ripariamo
le fragilità del nostro sistema sotto l’ombrello
dei PIGS.
La moda degli acronimi manifesta da un
lato una preoccupante compenetrazione tra
giornalismo e mercati, sempre più profonda
e quanto mai pericolosa. Dall’altro scopre
il fianco di analisti e investment managers,
che utilizzano sentieri secondari e logiche
approssimative nelle loro valutazioni, senza
curarsi di un effetto domino sui già deboli
fondamentali della porcine economy.
In un mercato quanto mai vittima dell’incertezza, in cui una valutazione oggettiva del
rischio diventa sempre più problematica,
utilizzare rule of thumbs come queste avvelena irrimediabilmente i mercati con la sindrome del gregge. Probabilmente, per dirla
con Albert Edwards (Société Générale) i BRIC
non sono altro che un “Bloody Ridiculous Investment Concept” e i MINT l’ennesima “More
Irritating New Terminology”. #
traileoni ·
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LEX
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law
LE CLAUSOLE VESSATORIE
IN UN’OTTICA
GIUSECONOMICA
QUANDO ELEVATI COSTI DI RACCOLTA ED ELABORAZIONE DELLE
INFORMAZIONI INDUCONO I CONSUMATORI A NON LEGGERE
I CONTRATTI CHE SOTTOSCRIVONO.
Tabita Costantino
[email protected]
Si dicono vessatorie quelle clausole che stabiliscono, in favore del contraente che le ha predisposte, alcune condizioni gravose a danno
della controparte.
Recenti interventi legislativi hanno cercato di
predisporre un articolato corpus normativo
di tutela nei confronti dei consumatori, nello
specifico per porre rimedio all’impiego ormai
preponderante della c.d. contrattazione standardizzata. Essa consiste in forme giuridiche
contrattuali caratterizzate da un’elevata spersonalizzazione come moduli o formulari con i
quali una parte (generalmente quella economicamente più forte), determina il contenuto
e l’altra (privata della possibilità di modificare i
termini dello scambio), si limita a sottoscrivere
la normativa precostituita. Che la standardizzazione sia un’ineliminabile componente delle
moderne strutture imprenditoriali è indiscutibile: sarebbe anacronistico ipotizzare un sistema
di contrattazione individuale che consenta alle
parti di negoziare le singole condizioni di ogni
rapporto giuridico. I vantaggi per le imprese
nella predisposizione di un unico regolamento
contrattuale per una serie indefinita di rapporti,
evitando trattative individuali, sono la riduzione dei costi transattivi e di gestione.
Ma perché la maggior parte dei consumatori accetta senza leggerle, (a differenza che
nel contratto individuale, ove si ha ragione di
credere che i termini possano essere modificati in proprio favore e si dispone, pertanto,
di adeguati incentivi alla lettura) le condizioni
svantaggiose presenti in quei contratti standard (servizi bancari, assicurativi, telefonici o di
fornitura in generale) in cui quotidianamente si
imbatte?
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· traileoni
Guardando al comportamento del consumatore nel momento in cui decide di effettuare
un qualsiasi acquisto, la valutazione di tutte le
alternative disponibili richiede un investimento: la raccolta di informazioni (sulla base di
precedenti esperienze/consigli di amici/visite
nei punti vendita) ha un costo opportunità in
quanto necessita di tempo, energie e denaro
che potrebbero essere diversamente impiegati.
Le condizioni generali del contratto possono
essere considerate un elemento insito nella
valutazione della convenienza dell’acquisto al
pari del prezzo o delle qualità fisiche del prodotto. Il consumatore investirà in informazione
fino a che i benefici ricavabili dalla perfetta conoscenza delle condizioni generali eguaglino il
costo atteso per ottenerla.
Vi sono tuttavia numerose ragioni che propendono per l’inferiorità dei primi: nella quasi totalità dei casi, i tecnicismi propri del linguaggio
giuridico non permettono al consumatore medio di ottenere dalla sola lettura del contratto
l’informazione necessaria ed il costo di un parere legale sembrerebbe sproporzionato nel
caso di beni di modesta entità. Inoltre, poiché
i mercati concorrenziali tendono all’uniformità,
dopo aver investito, il consumatore potrebbe
scoprire che non è possibile concludere scambi
più vantaggiosi. Ebbene, in presenza di elevati
costi di informazione, la decisione di non leggere un contratto standard, può quindi essere
considerata del tutto razionale.
In un tale scenario di asimmetria informativa,
è proprio la presunzione dell’ignoranza del
consumatore ad agevolare l’inserimento delle
clausole: le imprese possono coscientemente
trasferire sui clienti la maggior parte dei rischi.
Interessante sottolineare come, se una parte almeno rilevante dei consumatori fosse informata del contenuto delle condizioni generali, non
potendo le imprese distinguere le categorie di
clienti, queste sarebbero incentivate ad offrire
contratti vantaggiosi anche ai non informati.
Citando Eisenberg, fra gli errori sistematici che
la psicologia cognitiva ha rilevato negli individui che si trovano nella condizione di prendere
decisioni in situazioni di incertezza, vi è la sottovalutazione dei rischi che presentano basse
probabilità nonostante il loro materializzarsi
provocherebbe perdite ingenti; quasi tutti i rischi allocati attraverso clausole vessatorie presentano entrambe le caratteristiche. #
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BUSINESS MODEL
INNOVATION:
LA RIVOLUZIONE TV
Alessandro Colombo
[email protected]
Nel 1997 Marc Randolph e Reed Hastings
fondavano in California una startup nel settore video entertainment. Delusi dal modello
“Blockbuster” di noleggio dei film (paghi un
quid per ogni singolo titolo), decisero di offrire un servizio di noleggio illimitato con tariffa
fissa mensile e consegna a domicilio. La startup si chiamava Netflix. Dopo aver superato
il milione di dvd spediti giornalmente, nel
2010 Netflix ha applicato la formula flat allo
streaming online. Forte di una ricca libreria
digitale di contenuti e complice la diffusione
di tablet e Smart TV, oggi Netflix è la prima
fonte del traffico internet nordamericano durante le fasce serali.
In Italia il mercato pay-tv è ancora sostanzialmente dominato dall’offerta decoder/parabola di SKY e Mediaset Premium. Lo scorso
dicembre, però, Mediaset ha introdotto un
nuovo servizio “solo streaming” chiamato
Infinity. Cristina Lupi è account manager di
Leo Burnett e si sta occupando del lancio e
del marketing di Infinity.
Può fare un bilancio di questi primi tre
mesi di funzionamento del servizio? La
risposta dei consumatori ha raggiunto le
vostre aspettative?
Siamo soddisfatti dei risultati raggiunti nella fase di lancio. Il servizio dimostra di saper
soddisfare la domanda di quegli utenti che
sono alla ricerca di forme d’intrattenimento
all’avanguardia e libere dai vincoli tipici delle pay-tv tradizionali. Ad oggi abbiamo avuto 3 milioni di visitatori unici sul sito. Siamo
al lavoro anche per arricchire la gamma dei
device abilitati: ad aprile saremo su tutti gli
smartphone, e a seguire su XBOX e Nintendo
Wii-U.
I servizi di video streaming rischiano di
cannibalizzare la pay-tv tradizionale?
Dove i margini di profitto sono più elevati?
Sempre di più il pubblico è alla ricerca di
servizi d’intrattenimento personalizzati, su
misura, che però si aspetta di continuare a
fruire sul televisore di casa. Se guardiamo ad
Infinity, l’utilizzo del servizio avviene prevalentemente in ambito domestico; la metà dei
contenuti che eroghiamo vengono visti su un
televisore.
La televisione in generale continua a godere
di ottima salute, ed è destinata a rimanere il
device più usato dagli Italiani. Anche a livello
europeo il tempo dedicato alla TV è in crescita. Crescita fondamentalmente dovuta all’aumento della visione di contenuti on demand.
In sostanza l’online video va a sommarsi alla
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INTERVISTA A CRISTINA LUPI, ACCOUNT MANAGER DI LEO BURNETT
TV tradizionale e alla pay-tv, facendo sì che la
TV nel suo complesso sia pienamente in salute e in crescita.
Il cambiamento in atto riguarda, semmai, il
passaggio da una visione “familiare” con tutti i
membri della famiglia raccolti davanti alla TV
del salotto, a una visione “individuale” in cui
ognuno accede al contenuto che preferisce
sul proprio device.
Si prevede che entro il 2014 SKY e Netflix
sbarchino in Italia con piattaforme simili.
Su quali strategie si baserà la competizione?
La competizione è “fisiologica” come in tutti
i mercati. Essendo partiti per primi, avremo il
vantaggio di una maggiore esperienza accumulata e di una migliore comprensione del
mercato italiano. La partita è aperta, c’è spazio per tutti, ciascuno con le proprie caratteristiche distintive.
Ora come ora la legge italiana esclude le
prime visioni dal catalogo dei film che possono essere compresi nel canone mensile
di noleggio. Ritiene che in futuro le cose
potrebbero cambiare?
Si tratta più che altro una questione di finestre di diritti rilasciati dalle major, che sono
molto stringenti in merito. È comunque tutto
in continua evoluzione. #
traileoni ·
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THE MORAL COMPASS NAVIG
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Uttara Thakore
[email protected]
I wanted to write an article for Tra i Leoni about
the Syrian refugee situation in Milan. I had
hoped that someone, anyone who is essentially
me but with a few details different, would read
it and know what I have come to know. But I
don’t know how to write about war and the
consequences of war, or how to make sense
of something that makes no sense. I don’t understand the politics of this. I don’t think even
the politicians involved understand. These are
excerpts from journals I kept, to remember my
encounter with each refugee I met. They are
interspersed with some facts I discovered afterwards. I didn’t want to think of these refugees as an endless sea of broken human beings,
but as people I met in the trajectory of my life.
People who like me, are doing the best they can
with the cards they’ve been dealt.
Saturday, Somewhere on the outskirts of Milan
I am in a beautiful old building. My friend is with
me, he is holding a bag full of kinder. We thought
the Syrian children would like them, but we don’t
know how many to expect. I call Anna, the social worker I requested help coordinate my visit.
I don’t know what to expect in meeting her and
these refugees. I don’t know if I will be of any use.
Suddenly I feel very young.
A door opens somewhere and I can hear children
laughing. A woman with unruly curly blonde hair
comes out. She has red paint on her face, a clown
nose. She smiles and I like her immediately. She
introduces herself, we talk and she takes us inside.
There are about 20 children in a large room full
of toys. There is a baby girl in the arms of another volunteer, Christina. The oldest child here is
probably not yet 12. There are clowns here, and
everyone is laughing. The room has an uplifting
happy energy that only a room full of children can
have. The volunteers are wearing Albero della
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· traileoni
Vita tshirts, which I recognize as the name of the
non-profit organization Anna is from.
I maneuver thru the room the way you do at a
friend’s house party. Meet one person, than two
and eventually stop feeling awkward. I’m speaking to one of the clowns. She has a kind face.
She’s wearing feather earrings which the children
find very funny. Her English is decent but I make
an effort in Italian. I usually feel shy to speak
Italian but she is patient. She tells me about the
children.
There are usually more she says, and they come
to play for 3 hours every day. They stay with their
families upstairs. They are hosted by a catholic
charity, Caritas. All of them have been fingerprinted on their arrival, which is of course standard
procedure. But this makes it next to impossible
for any of them to leave Italy. They do not want to
stay. They say there is nothing for them here and
they are not wrong.
Italy, because of its geographical placement,
is the entry point into Europe for people from
conflict situations. Syrians and Africans are
brought to Italy in boats, by smugglers who
are often hard merciless people. Germany and
Sweden are more welcoming. They want to go
to these countries.
I find a UNHCR video on Youtube of a church in
Hamburg that decided to shelter refugees from
Libya. I have a friend from Hamburg. I pictured
someone as tall and gallant as him walking by,
seeing people camped out on the street and not
standing for it and doing something about it, no
matter what his government says.
There are refugees in Europe. This news is not new.
What’s not widely known is that this political mess
is taking childhoods. Will it end, or will broken human beings be driven to desperation? Will people
hate them because they don’t know any better?
The EU’s political and military might put Syria’s
neighbors under great pressure to open their borders to millions of Syrians. They did not open their
own. One of the most fundamental principles of
international law dictates that a country is obligated not to refoule, or force back refugees to places of persecution. Of course, you would rightly
think, its never that simple is it. But if a country
represents a family and a family represents a person, what would you do if a neighbour you knew
was banging on your door, terrified, begging that
you let her in because her husband was trying to
kill her. We knew the home next to ours was troubled, we heard the couple fighting, we heard their
children crying. Would you be brave enough to
protect her and her children? What if it was you?
I would like to think I wouldn’t be scared. I would
like to think I would know I wasn’t better in any
way than this woman. That I could empower her,
when she is healed, to fight her husband herself,
and I could tell her children I wouldn’t let bad people hurt them. That I could look her in the eyes and
say don’t cry because people care. I care.
I hear a story about a woman who lost both her
boys at sea. She had to toss their bodies overboard. I think she is in Italy but I don’t know where.
I don’t know what to think. I’m not a mother, I
don’t know what it is like to love someone more
than yourself. I can’t imagine losing them, I’m
afraid to let my mind go there. I am playing with
the children and this story hurts me physically. But
they are full of sunshine and my smile returns.
We are playing cat and mouse, standing in a circle. The boys like my Batman tshirt. I tell them I am
Batman in Arabic and they laugh. Two little hands are in each of mine. One belongs to Yusuf and
the other to a girl whose name I don’t know. She
is the oldest. She asks me my name, and talks like
a young woman. She seems so smart. But she’s a
baby. She shouldn’t ever have to even be in the
same room as this story I just heard.
The little baby I saw before is in my arms now. Her
name is Zaen. She looks at me with big beautiful eyes, like button shaped windows. Her head
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ATES THE EUROPEAN MAZE
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smells like happiness. She’s a really sweet baby,
she doesn’t cry at all. I sit in an armchair on the
side of the room with her while the other children
are making masks. I give her a toy but she tries to
eat it. I realize I have a big silly smile on my face. I
think it has been there for a while.
Zaen cuddles up to me and I watch her, completely won over. Syrians are beautiful. They look
like some strange cross between Europeans and
Asians. I cannot stop smelling her head, how does
it smell so good. I think of someone daring to hurt
this, I don’t know, symbol of all that is good and
pure about our world. My blood boils. I don’t care
what war it is and who is to be overthrown. How
could anyone hurt a child.
I go out for some not-so-fresh air. I think I just feel
overwhelmed. I borrow a lighter from one of the
young men. He is Syrian but he looks like almost
Ukranian. We talk. He tells me about his daily
struggles in Italy. It is tough he says. But he knows
it could be worse.
I am home now. The rain was horrible. My feet are
wet and I feel a sneeze coming on. But in this moment, I am grateful for the privileges of my life. I
didn’t realize so much work went into keeping the
first world intact.
As I write this, my friend asks me what I did there,
and what I will do as a volunteer. What will do I
do? Everything I can, all the while knowing it’s
never enough and there are people who are in
worse situations, nameless faceless people I will
never know, whose pain I cannot even begin to
understand. If it weren’t for, some would say fate,
I could be one of these people. I see for maybe the
first time that web that connects us all. I feel compelled to give as much as I can. Yet it feels selfish
because it makes me feel like I’m doing something
to fix what is wrong, inarguably wrong, with our
world. I fall asleep eventually and it’s a deep dreamless sleep.
Orwell was a literary gem but he was wrong.
We are all equal and none more equal than
others. This isn’t an animal farm; we are human
beings for a reason. We evolved over centuries,
we are all very smart capable people, and every
answer is a google search away. So maybe we’re
not asking the right questions. I didn’t know.
Worst excuse ever. What were we doing that
was so important that it kept us from the truth?
I don’t know if you’ve noticed but Italy is changing. Its changing overnight and it will keep
changing. One day, there were 500 Syrian refugees camped out outside Stazione Centrale,
in little makeshift tents under Dolce & Gabbana
hoardings.
I know people who are trying to do some good.
But the able affect change, not the well-meaning. And those who affect change are the truly
successful ones. I will never be rich enough to
save the world, nor do I want to. I’m sure the
greatest tyrants of the world thought they were
changing the world. Its not enough for me to sit
in a room and talk about what someone should
do. Not for me, and probably not for you, because we’re smarter than that and we know lives hang in the balance. If we have it in us to be
the generation the refines the world, if we can
correct the engineering of the vicious cycle that
the world has been, why don’t we? The world
has descended on this city we live in. Find your
place in it.
Tuesday
I’m on my way to Bocconi to meet a friend in her
office. We’ll probably go out later tonight, drink
many beers. It’s a beautiful day so I walk. I see a
woman on the car lane, cleaning someone’s windshield. She’s smiling, infact she seems oddly happy given that she’s cleaning a windshield. She’s
wearing a headscarf and I realize she’s Syrian. I’m
far away, but our eyes meet and she smiles at me.
I smile back. It’s not as confused a smile it would
have been if I hadn’t known why she’s so happy.
She’s alive and well when she could be dead or
worse, and so am I. And that’s all we need.#
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QUO VADIS, SOFIA?
DA PARETO A HEIDEGGER: UN PONTE TRA FILOSOFIA
FI
ED ECONOMIA È POSSIBILE?
Saverio Marziliano
[email protected]
Perché parlare di filosofia, oggi?
E ancora, perché farlo dalle pagine del giornale degli studenti di una delle più note business school europee?
L’idea nasce da un articolo uscito due settimane fa su Corriere.it, in cui si evidenziava
una certa consuetudine che vede porre
l’insegnamento della filosofia ai margini
dell’offerta formativa di licei ed università.
Scelta che può rientrare, secondo l’autrice,
“in quell’attacco all’umanesimo che alcuni intellettuali di varia estrazione denunciano.”
La situazione attuale potrebbe, però, essere anche una diretta conseguenza della disputa che dalla metà del ’900 ha visto
contrapporsi la filosofia “analitica” e quella
“continentale”. Una divisione tutt’altro che
dialettica o retorica, bensì marcatamente
geografica e antopologico-culturale.
Secondo Franca D’agostini, celebre filosofa italiana e studiosa del fenomeno, infatti:
“[…] il vero problema riguardava piuttosto
la domanda: che cosa si fa in filosofia? Le due
tradizioni sembravano (in parte sembrano)
essere portatrici di due modi molto diversi di
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· traileoni
fare filosofia: un modo rigoroso, attento ai risultati dalla scienza, da praticarsi in sedi universitarie, e con scarsi contatti o nessuno con
la vita pubblica (filosofia analitica); un modo
stilisticamente libero, generalmente avverso
alla scienza, interessato alla politica e alla vita
pubblica (filosofia continentale).”
A questo punto viene spontaneo chiedersi
cosa c’entrino l’Università Bocconi e i suoi
studenti con tutto questo.
Il nostro Ateneo si muove da tempo in una
prospettiva di internazionalizzazione, scelta
che ha dato luogo a decisioni molto importanti che avranno profonde conseguenze
sui piani di studi dei corsi di laurea e sui profili degli studenti laureati.
Il trend evidenzia una sempre maggiore
attenzione per gli insegnamenti in ambito
matematico-quantitativo, con una conseguente marginalizzazione delle materie di
matrice storico-filosofica.
Senza un tentativo per trovare il giusto bilanciamento tra le due aree d’influenza, storica e
scientifica, il progetto di rendere la nostra università “commerciale” una vera e propria “business school” rischia di deviare verso un’eccessiva focalizzazione o specializzazione.
Questo potrebbe minare lo sviluppo in autonomia di quella “visione d’insieme”, da
sempre elemento distintivo degli studiosi
di scuola “continentale” e europea rispetto
all’approccio più scientifico e settoriale di
quelli di scuola “analitica” e anglosassone.
Secondo Gianni Vattimo, noto filosofo e politico italiano, il rischio è quello di ritrovarsi:
“[…] una generazione di piccoli produttori
legati a saperi specifici che poi velocemente
tramontano. C’è invece una formazione che
è tanto più significativa quanto più slegata
all’uso delle macchine.”
Ritornando però al quesito iniziale, ossia a
cosa serva oggi la filosofia, il responso non
può certamente essere univoco.
Anzi, in uno scenario in continuo mutamento come quello odierno, caratterizzato
dall’assenza di momenti di pausa o speculazione teoretica, ciò appare ancora più come
una chimera.
In ogni caso, è sempre Vattimo a tentare di
fornire una risposta esaustiva: “Serve a non
farsi dirigere nella visione del mondo soltanto
dalle canzonette. È una messa in ordine delle
idee sulla vita e su noi stessi. Husserl diceva che
studiare la filosofia è come fare di professione
l’essere umano.”
Sta a noi, quindi, decidere se far ordine e
valutare se siano o meno solo canzonette. #
LA MAFIA
SECONDO PIF
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Sofia Bernardini
[email protected]
Mercoledì 26 febbraio. L’Aula Magna è gremita
come non mai. Viene proiettato il film “La mafia
uccide solo d’estate”. E l’ospite d’eccezione della serata è Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. La
sua carriera è un crescendo che l’ha portato a
conquistare tutti: da inviato per “Le Iene” a ideatore del programma “Il Testimone” su MTV, dal
debutto cinematografico come regista e attore
protagonista fino a conduttore dell’anteprima
del Festival di Sanremo. Noi di “Tra i Leoni” lo
abbiamo intervistato prima di vedere il suo film.
Perché hai scelto proprio “La mafia uccide
solo d’estate” come titolo?
La verità è solo una: i miei genitori mi raccontavano scuse per non preoccuparmi della mafia.
Se qualcuno veniva ammazzato mi dicevano “è
questione di femmine o di debiti di gioco”. E mi
raccontavano che la mafia non uccide i bambini. In un colloquio con la direttrice di MTV, per
scherzo ho detto che “tanto la mafia uccide solo
d’estate”. Il mio produttore ha sentito la frase, gli
è piaciuta e ha detto “questo è il titolo del film”.
A onor del vero, però, va detto che i delitti eccellenti, quelli più famosi, sono sempre successi
in estate. Anche se tra mafiosi si ammazzavano
sempre e comunque. Piersanti Mattarella, ad
esempio, è stato ucciso il 6 gennaio.
Con questo film hai debuttato come regista,
ma hai anche vestito i panni dell’attore protagonista. Quale dei due ruoli ti ha divertito
di più e in quale, invece, ti sei immedesimato
maggiormente?
Regia tutta la vita. Ci sono una serie di motivi
che mi hanno spinto anche a recitare: un po’
perché essendo il primo film dovevo vendere
anche il mio nome, un po’ perché raccontavo in
qualche modo la mia storia. La mia intenzione è
continuare innanzitutto a fare film, se ci riesco,
e scegliere l’eventuale mio coinvolgimento a
seconda della sceneggiatura.
Quanto c’è della vera infanzia di Pif in quella
di Arturo?
Poco, nel senso che rispecchia la mia generazione. La generazione che è nata e cresciuta a
Palermo in piena guerra di mafia. Però non ero
così sveglio come Arturo. Non avevo la passione per Andreotti, anzi avevo esattamente il sentimento opposto. All’età di Arturo il problema
proprio non si poneva, perché in quel periodo
tutti i genitori negavano il pericolo della mafia.
Pietro Grasso ha dichiarato che il tuo film è “il
più bello sulla mafia che abbia mai visto”. Hai
intenzione di parlare ancora dell’argomento?
No. Racconto quello che ho voglia di raccontare, non voglio essere monotematico. La mafia è
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Gianluca Basciu
[email protected]
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INTERVISTA A PIERFRANCESCO DILIBERTO, ATTORE E REGISTA DEL FILM
“LA
LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE”
D ESTATE
qualcosa che mi ha segnato, mi sento coinvolto
e quindi mi è venuto spontaneo. Il mondo è bello perché ci sono tante cose di cui parlare.
In un’intervista hai detto che il tuo professore di
inglese parlava di te dicendo: “l’acqua lo bagna,
il vento lo asciuga”. Quale è stato il momento in
cui hai capito che eri dentro la guerra di mafia?
Con Dalla Chiesa, quando avevo 10 anni, mi ricordo che c’era stato un segnale. Ma anche con
Chinnici, dal momento che un mio compagno di
classe viveva nel suo stesso palazzo. Mi sono svegliato drammaticamente nel ‘92, quando hanno
ucciso Salvo Lima. Ma già a fine anni ‘80 era tutto
molto più chiaro: si stava sgretolando un sistema, e dentro il sistema c’era anche la mafia. È
crollato tutto con il crollo del muro di Berlino. E la
mafia è stata la prima ad entrare in crisi.
Hai trovato subito qualcuno che credesse in
questo progetto?
Sì, il mio produttore Mario Gianani. Lui era
un fan de “Il Testimone”. Lo guardava anche il
regista Saverio Costanzo e un giorno mi hanno chiamato chiedendomi se avessi idee per
un film. Io avevo quest’idea da circa sei anni,
gliel’ho proposta e lui l’ha accettata subito. Il
mio è stato sicuramente un esordio felice.
Uscito lo scorso 28 novembre, il film ha vinto il
Premio del pubblico del Torino Film Festival
e si trova ancora nelle sale cinematografiche
italiane.
traileoni ·
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CLEACC: TEN YEARS AFTER
IL 6 MARZO LA NOSTRA UNIVERSITÀ HA ORGANIZZATO UNA GRANDE FESTA TRA
STUDENTI, ALUMNI E PROFESSORI PER IL DECENNALE DELL’ATTIVITÀ DEL CLEACC,
DELL’ACME E DI ASK (CENTRO DI RICERCA ART,
DELLACME
AR SCIENCE AND KNOWLEDGE).
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Chiara Asia Carnevale
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Sono ormai passati 10 anni dal primo laureato
Cleacc, ma forse per il nucleo originario di professori e professionisti che ne ha dato la luce
sembrava essere una scommessa vincente già
in partenza. Sotto la sua spinta e intuizione,
Claudio Demattè, professore e allora fresco reduce dall’incarico di presidente della cosidetta
“Rai dei professori”, nell’ottica di un ripensamento dell’offerta formativa Bocconi, si circonda di
un gruppetto di docenti tra i quali Guido Guerzoni, Anna Merlo, Gino Zaccaria, Gabriele Troilo,
Silvia Bagdadli, Alex Turrini, Magda Antonioli,
ma anche Severino Salvemini e Paola Dubini,
divenuti direttori del corso dopo Demattè e
Stefano Baia Curioni, prima direttore del biennio in italiano, poi dell’Acme con didattica in
inglese dal 2007, che ricorda con entusiasmo
il grandissimo successo del primo anno di operatività del corso che annoverò 1000 richieste
d’iscrizione per soli 100 posti, nel 2005 raddoppiati in due classi.
“Era il gruppo di studenti migliori in Bocconi
quell’anno” afferma il professor Baia spiegando
come l’alta qualità della didattica Bocconi in
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· traileoni
quel momento avesse colto la necessità di creare nuovi “mestieri della conoscenza” divenuti
sempre più centrali dato il grande sviluppo dei
settori culturali nell’economia post-industriale
globale, portatori di una domanda specifica
di competenze e consapevolezza del proprio
ruolo. L’implicito della fondazione di un corso
innovativo come il Cleacc recava in sé l’intento
di portare due forti unilateralità come il sapere
umanistico, tradizionale e specialistico, e il sapere economico ad un terreno di dialogo come
istanza formativa e quindi ad una nuova, rinnovata consapevolezza della relazione con l’arte
nello svolgere i mestieri della cultura.
A chi accusa il corso di essere meno “economico” basterebbe dare un’occhiata ai 150 crediti
dedicati alle materie economico-manageriali e
ai 30 riguardanti materie umanistiche che più
che formare un corso di laurea ibrido suggeriscono, invece, un’apertura mentale e culturale
e suggeriscono sia sbocchi di lavoro alternativi
sia un input per la ricerca e l’arricchimento personale. Ed è proprio su questo punto che insiste la professoressa Paola Dubini, ricordando
di come il Cleacc e l’Acme sfornino manager al
pari di tutti gli altri corsi di laurea Bocconi, che
però hanno la peculiarità di attirare persone per
le quali questo corso ha rappresentato la condicio sine qua non per l’iscrizione in Bocconi e
che sono studenti che danno valore alla cultura
e alle arti a prescindere da una carriera orientata a quei settori. Afferma la Dubini: “I laureati
Cleacc possono andare a lavorare dove vogliono”: vero sia nel prosieguo della specialistica,
prevalentemente in management, marketing,
arts management e comunicazione, e quindi
nella scelta del contesto aziendale nel quale
lavorare, ma anche in senso geografico, con un
35% costantemente impiegato all’estero.
In 10 anni di strada, tante sono state le evoluzioni e i cambiamenti effettuati per rimanere in
linea con le richieste del mercato del lavoro e
per mantenere quel livello di eccellenza di cui
è portatrice il nome “Bocconi” e ciò che in questi giorni celebriamo con i circa 2500 laureati e
con tutti i professori che vi hanno investito è il
risultato di un’identità molto forte che alla base
economico-manageriale riesce ad aggiungere,
senza mai sottrarre, un quid di sensibilità artistica che fornisce una solida base per rimanere
sempre al passo coi tempi e con le sfide che il
mercato del lavoro lancia ogni giorno. #
OCAP: LA PA CHE VOGLIAMO
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Il rettore Andrea Sironi, seguito da un videomessaggio di Graziano Delrio, neo Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
(assente per ovvi motivi), ha inaugurato l’evento OCAP del 20 febbraio: “La PA che vogliamo!”.
Queste le priorità individuate da OCAP per il
miglioramento:
• Qualificazione del capitale umano. È necessario ottenere un vantaggio competitivo
sulle competenze, stravolgendo il sistema di
assunzione e carriere per i dipendenti pubblici.
Come? Inserendo nel breve periodo 1000 giovani ragazzi motivati e meritevoli nella Pubblica
Amministrazione.
• Valutazione esterna dell’efficienza amministrativa. Gli enti pubblici devono sottoporsi
alla valutazione di soggetti esterni e all’obbligo
di pubblicazione dei risultati ottenuti.
• Incentivazione al miglioramento. Gli enti
che si dimostrano virtuosi è giusto che ricevano
un premio annuale con un allentamento rispetto ai vincoli legislativi.
Conclusa la tavola rotonda, abbiamo intervistato Giuseppe Sala Commissario Unico Delegato
del Governo per l’EXPO 2015 e Raffaele Bonanni, Segretario Generale della CISL.
GIUSEPPE SALA
Si è parlato di PA e giovani: è possibile considerare il settore pubblico attrattivo, soprattutto per uno studente o un neolaureato
odierno?
“Bisogna distinguere sicuramente fra PA a livello centrale e PA locale. A livello locale potete
trovare molti motivi di interesse. Considerate
ad esempio il Comune di Milano, che è una realtà che ha sotto di sé molti aspetti diversi: la
macchina comunale da un lato, e importanti
società partecipate dall’altro. In altre parole una
virtuale holding che vale un paio di miliardi, se
dovessimo parlare in termini aziendali. Il mio
personale parere è quello di strutturare le cose
in modo tale da riconoscere il ruolo del pubblico, ma gestire il tutto con mano privatistica in
termini, ad esempio, di efficienza.”
Un sistema retributivo più meritevole e incentivante in termini economici può essere il
punto di partenza per incoraggiare i giovani
ad avvicinarsi al mondo pubblico?
“Si, assolutamente obbligatorio. È facile per me
lavorare nel settore pubblico perché ho lavorato per tanti anni nel settore privato e devo
dire di essere abbastanza tranquillo economicamente. Ma capisco essere estremamente
difficile per una persona che non è nella mia
situazione, e soprattutto per voi giovani, fare
questo ragionamento. È anche vero che, se
come mi dite voi, andiamo a considerare tutti i
giovani che lasciano l’Italia, vediamo che il problema oggi è sia del pubblico che del privato e
questo perché in generale non c’è percezione
della meritocrazia. Per chi ha già lavorato nel
settore privato è piacevole lavorare nel pubblico in quanto ci si occupa di problematiche che
riguardano la tua vita e quella della tua famiglia
e delle persone, ma è ovvio che non basta: bisogna avere qualcosa in cambio.
Inoltre, se dovessimo fare un esempio che veda
pubblico e privato direttamente interessati,
soprattutto nel panorama italiano, dovremmo
parlare del turismo. Ma cosa si è fatto e cosa si
fa? Nulla! Il tema è cosa vuol fare il pubblico per
rendere competitivo e attrattivo il nostro paese.
Vi ricordate cosa ha fatto qualche ministro del
turismo negli ultimi anni? No, perché è un ministro senza portafoglio, non ha leve per agire.”
RAFFAELE BONANNI
Introduzione dei giovani nel settore pubblico: come sbloccare il turnover?
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#POLITICALLYCONCRETE
“Noi sosteniamo di sbloccare il turn over solo
per un progetto di inserimento di giovani, perché c’è una forte esigenza di accorpare l’esperienza di chi lavora da tempo nel settore e l’entusiasmo giovanile. Sostengo da molti anni che
propedeutico a questo può essere fare accordi
per stage e tirocini per gli studenti universitari:
essi possono aprire al confronto l’amministrazione Pubblica e rafforzare la vocazione dei ragazzi verso quest’ultima.”
Giovani e PA, dunque, al centro del dibattito
odierno, vogliamo quindi concludere con una
frase di Livia Pomodoro, direttrice del Tribunale di Milano: “Se si continua a ragionare in termini
di riassetto e riammodernamento vero di questo
Stato, allora questa sarà la vostra stagione!”
Questa tipologia di eventi genera in noi studenti un forte desiderio di contribuire al cambiamento del Paese ma, purtroppo, la realtà
delle cose è indubbiamente poco incentivante.
La motivazione e la passione che appartiene a
noi giovani per definizione, è linfa necessaria
alla creazione di una comunità capace di agire
con razionalità, costanza ed onestà.
Non possiamo tirarci indietro davanti alle problematiche della nostra comunità, considerando il bene come una cosa comune e non privilegio di pochi. Coraggio è la parola giusta;
ci vuole coraggio per rimanere in Italia e non
“scappare”. Ci vuole coraggio per affrontare le
nostre sfide.
Noi siamo qui per fare tutto questo. Noi siamo
qui per fare “squadra”. Noi siamo qui per migliorare l’Italia.
Insieme, possiamo solo crescere. #
di Federica Bandera, Donato Boccardi,
Silvia Profeti, Mara Squadroni
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ALLARME GIOVANI:
ALCUNI NON HANNO
ANCORA CAPITO CHE
L’ITALIA È IN CRISI
UN SONDAGGIO PROPOSTO A UNIVERSITARI MILANESI DIMOSTRA CHE NON TUTTI
SONO CONSAPEVOLI DELL’
DELLAT
ATTUALE SITUAZIONE ECONOMICA
Giorgia Ortolani
[email protected]
Che la disoccupazione giovanile stia toccando
record storici, lo sanno ormai anche le pietre.
Nel novembre 2013 quella italiana è arrivata al
41,6%, guadagnando quattro punti in dodici
mesi. “In totale, i disoccupati tra i 15-24enni sono
659 mila”, riporta il Sole 24 Ore. “Un giovane
su dieci è disoccupato”. Ma non solo. In questo
dato non sono compresi gli inattivi, chiamati anche NEET dagli inglesi (Not in Education,
Employment or Training). Da noi se ne contavano oltre due milioni nel 2009 e ora, cinque
anni dopo, la situazione rimane tale quale. Rappresentano il 23,9% nel nostro paese, in cui la
loro mancata integrazione economica costava,
nel 2011, il 2-2,5% del PIL nazionale (Eurofound,
‘The cost of NEETs to society’). Situazione tragica, insomma. Per trovare altri dati allarmanti
basterebbe leggere le statistiche pubblicate da
Istat o Eurofound. Eppure, è evidente che nel
meccanismo di comunicazione s’inceppi qualcosa, perlomeno a Milano.
Siamo sicuri che i giovani abbiano capito in che
momento storico si trovano?
I risultati ottenuti dal questionario proposto a
un campione di studenti universitari, mediamente benestanti, rivelano una scarsa consape-
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· traileoni
volezza della crisi, oltre che una certa inattività.
Le undici domande poste miravano a indagare
da un lato le aspettative che hanno i giovani per
il loro futuro, dall’altro cosa stanno facendo per
reagire.
La maggior parte afferma di sapere già che tipo
di professione vuole intraprendere ed è piuttosto rilassata circa quanto la aspetta una volta
terminati gli studi. In particolare, alla domanda:
“Quanto sei sicuro sul tuo percorso lavorativo
post-universitario?”, il 57% si è posizionato tra
il 6 e l’8 su una scala crescente da 1 a 10. Solo
tre persone su quasi centosettanta credono di
avere speranze di successo pari a 1.
Ottimisti? Forse.
Insospettisce però che più della metà degli
intervistati crede che guadagnerà più dei genitori, soprattutto quando nel marzo 2013 la
Regione Toscana riportava che: “I giovani d’oggi
(…) hanno visto disattese molte delle aspettative di un redditizio inserimento occupazionale
prospettate loro dalla generazione precedente”.
Viene quindi da chiedersi il perché gli studenti
dell’Università Cattolica, dell’Università Bocconi
e del Politecnico di Milano siano così fiduciosi.
La capitale finanziaria italiana dà così tanta sicurezza in più, o sono certi milanesi a non aver
ancora capito in che condizione si trovi la loro
generazione? Dove sono quei giovani toscani
di cui parlava il rapporto?
Si potrebbe addirittura avanzare qualche dubbio riguardo quanto questa mancata sensibilizzazione dipenda dall’educazione ricevuta.
“Ricordati che possiamo diventare di nuovo
poveri. Studia, ma soprattutto datti da fare. Il
piatto di minestra non te lo regala nessuno!”,
diceva Giampaolo Pansa, nella sua lettera aperta ai giovani universitari, già nel 2011. Chissà se
qualcuno gli ha dato ascolto.
La parola “incoscienza” è forse quella che viene
più spontanea da pronunciare di fronte a questo scenario. Sebbene l’87% sia sicuro che all’estero ci siano più opportunità lavorative, in pochi dichiarano di essere realmente disposti ad
andarsene; il 25% “per motivi personali” intende
infatti rimanere.
Chi vorrebbe lasciare tutto e cominciare una
nuova vita in un paese straniero? Pochi. Però
sono molti quelli che si vedono costretti a farlo
per forze maggiori, forze economiche. Escludendo alcune eccezioni, se questo 25% non
sente la necessità di andarsene, evidentemente
sta bene dov’è al momento.
Ma allora la crisi, dov’è?
Ed ecco che, a bassa voce, viene l’accusa: raccomandati. Una spiegazione a questa inconsapevolezza infatti potrebbe essere che i giovani
intervistati appartengono a un mondo fatto
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di agi e comodità, in cui la vera risorsa sono le
conoscenze. Nonostante solo il 3% degli intervistati ammetta che il suo vantaggio competitivo sarà la famiglia, è facile supporre che la
percentuale sia ben maggiore. La cosiddetta
raccomandazione chiarirebbe il perché certi
universitari siano così sicuri di trovare lavoro e,
allo stesso tempo, così restii allo scomodarsi da
casa per cercare fortuna altrove.
Ciò non scuserebbe però l’incoscienza, anzi.
Credere che questa crisi non possa mettere a
rischio anche le poltrone “comode” è ingenuo.
Ugualmente, chi spera di trovare lavoro (e tenerselo) solo per il nome che porta, oltre che
mancare d’orgoglio personale, rischia di sbattere la faccia per terra.
ce che contare su agenti “interni”. “Need a job?
Invent it”, recitava un titolo del “The New York
Times” nel marzo 2013. La provocazione evidentemente non è stata accolta oltreoceano.
Bisogna reagire, agganci o meno, eppure in
pochissimi lo stanno facendo. La maggior parte
del campione d’universitari milanesi conta più
sul sistema che su di sé. Sperano di appoggiarsi
a titoli di studio, ignari o incuranti del pericolo
dell’overeducation, ovvero di ricoprire professioni che richiedono un livello accademico inferiore a quello conseguito. Il 65% si definisce
più propenso a un lavoro stipendiato piuttosto
che uno da libero professionista, tradendo la
speranza che intervengano agenti esterni inve-
C’è tuttavia la possibilità che questo “rifiuto”
della crisi sia dovuto invece a una sorta di annichilimento mentale. Nel tentativo cioè di non
affrontare la disoccupazione dilagante, certi
giovani la ignorano, nascondendosi dietro l’ottimismo. A conferma di questo modo di pensare ci sono le attitudini degli stessi ragazzi nei
confronti dell’Italia. Tutti chiedono un rinnovamento, universalmente definito necessario, ma
è curioso scoprire che in pochi la danno per
spacciata. Sanno che qualcosa deve cambiare,
Eclatante è comunque quel 20% che ammette
di non star facendo nulla di diverso da quello
che avrebbe fatto se nessuna crisi si fosse verificata. Com’è che la paura di entrare nelle larghe
fila dei disoccupati non li tange?
La convinzione di farcela a prescindere dalle
condizioni in cui ci si trova è degna di rispetto solo se nasce da una follia consapevole. Chi
decide di andare controcorrente senza sapere
che, molto probabilmente, sarà abbattuto dalle
onde non è coraggioso: è irresponsabile.
ma nella loro quotidianità non sembra esserci
urgenza. Il disgusto degli italiani, palpabile in
ogni manifestazione e/o servizio televisivo, appare lontano. In particolare, solo il 22% definisce l’Italia “una continua delusione”, contro un
12% che crede che “in Italia ci sia ancora molto
da fare”. Ma se dunque ci sono ancora persone
che valutano un investimento in Italia non del
tutto fallimentare, come pensano di farlo fruttare? Contano in un qualche intervento paranormale in grado di sconvolgere le sorti del paese,
o si adoperano per far sì che le loro speranze
non restino sogni irrealizzabili?
Ciò che si evince dunque dalle risposte di
questo gruppo di universitari milanesi è una
mancata interiorizzazione della crisi. Che sia
incoscienza, annichilimento o un sistema che
di meritocratico non ha niente, questo è in
dubbio. Bisogna però chiedersi se gli studenti
citati nelle statistiche di disoccupazione giovanile, quelli classificati come NEET, quelli a cui si
dice sia stato rubato il futuro, sono consapevoli
di essere i diretti interessati. Il sondaggio fatto rappresenta un’eccezione o è solo la punta
dell’iceberg? #
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GIÙ LE MANI DALLE
FIABE
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IL DIPARTIMENTO DELLE PARI OPPORTUNI
OPPORTUNITÀ METTE
IN GUARDIA DA PRINCIPESSE E LIETO FINE:
“PROMUOVONO UN SOLO MODELLO E IMPEDISCONO
IDENTIFICAZIONI DIVERSE”
DIVERSE
Beatrice Ballestrero
[email protected]
Nel mese di febbraio, gli insegnati si trovano
tra le mani tre volumi dal titolo “Educare alla
diversità”, ma tra le pagine si legge “bando alle
fiabe”.
I contenuti. Gli opuscoli sconsigliano a bambini e ragazzi la lettura di fiabe colpevoli di
presentare stereotipi che danneggerebbero
la formazione dei più piccoli. In essi viene
puntato il dito contro il modello della famiglia tradizionale che non sarebbe più al
passo con i tempi, così come si abbandona
l’identificazione di maschi e femmine in ruoli
predefiniti e non interscambiabili
La Pubblicazione. Gli opuscoli, redatti
dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) e dall’istituto Beck sono stati
diffusi con il logo della Presidenza del Consiglio all’insaputa del Ministero dell’Istruzione.
L’ex Vice Ministro Guerra sconfessa l’iniziativa:
“Non è accettabile che materiale didattico su
questi argomenti sia diffuso tra gli insegnanti
da un ufficio del Dipartimento Pari opportunità
senza alcun confronto con il Miur”.
La polemica. Nasce su due fronti la bufera
per la diffusione dei volumi “educativi”. Da
un lato suscita perplessità la dinamica di distribuzione della collana, arrivata nella aule
prima che chi di competenza prendesse atto
del progetto, dall’altro fa scalpore il metodo
di un’iniziativa che ha lo scopo di combattere
omofobia e discriminazione, instaurando il
rispetto per le diversità e sconfessando l’immobilità sociale, ma che lo fa scomunicando
la tradizione.
Ciò che maggiormente colpisce l’opinione
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· traileoni
pubblica, tristemente abituata ad incongruenze nel funzionamento delle istituzioni,
è l’aspetto ideologico della vicenda. Difficile
concepire come le fiabe che hanno accompagnato l’infanzia di generazioni e generazioni, possano improvvisamente scomparire,
bollate come eretiche. Dal mondo cattolico
non hanno tardato ad elevarsi proteste contro l’iniziativa che, “all’insegna della correttezza politico-sociale, potrebbe in realtà mirare a
distruggere il concetto di famiglia tramite una
sottile propaganda pro omosessualità”. Certo è
che oltre a suscitare scalpore, il “kit antidiscriminazioni” solleva diversi interrogativi tanto
sotto un profilo pedagogico quanto sociale e
culturale.
Davvero le fiabe non educano al rispetto per
il diverso? Il brutto anatroccolo insegna a non
vergognarsi della propria diversità e anzi ad
essere fieri di quegli apparenti difetti che possono poi rivelarsi doni. Pocahontas combatte
l’odio tra popoli stranieri mostrando la tolleranza verso l’estraneo.
La fiaba mostra solo un improbabile mondo a
lieto fine? Cenerentola e Biancaneve sposano
il principe azzurro, è vero, ma non dimentichiamo che sono due orfane indesiderate
dalle persone che si trovano accanto. Bambi,
così come la Sirenetta, affrontano la morte di
un genitore e questo tema pare tutto fuorché falsamente melenso.
Le figure di principesse inducono le bambine
ad attendere invano un principe azzurro? Gli
eroi mostrano ai bambini che solamente con
la violenza si ottiene il successo?
Il modello della fiaba ritrae un protagonista
impegnato a superare ostacoli per affermare
i propri sogni e ideali e forse da questo punto
di vista, non sembra così irrealistico.
Non ci sono racconti di principi che sposano
altri principi ma non è solo attraverso le fiabe
che un bambino impara a conoscere la realtà.
È con il dialogo e il confronto su temi quali
razzismo e omofobia che i giovani possono
sviluppare senso critico e una mentalità aperta, senza essere privati, durante l’infanzia, di
quelle storie che fanno parte del nostro patrimonio culturale. In futuro è possibile che
nuovi racconti soppiantino in parte quelli
passati e presenti ma sarà un processo graduale, non una repentina messa al bando delle fiabe tradizionali che, a quanto pare, non
siamo ancora pronti a salutare per sempre. #
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VA DOVE TI PORTA
IL RANKING
DRAMMI ESISTENZIALI DI UN BOCCONIANO MEDIO
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Federica Torriero
[email protected]
Come per le rondini all’inizio della primavera,
anche per ogni studente universitario arriva
il momento di migrare verso altri luoghi, con
la scusa di arricchire il proprio curriculum vitae e con la ben più nota consapevolezza di
trascorrere sei mesi di puro divertimento (o
quasi) ancora più lontano da casa.
Di modi per partire ce ne sono tanti, e tutti
li conoscono. Non tutti sanno, però, che l’iter
processuale precedente all’agognato verdetto (sono stato preso o no?) si presenta ben
più arduo e tortuoso di quanto raccontino i
fortunati degli anni passati. A cominciare dal
procacciamento dei certificati di lingua: lo
studente in questione è sottoposto al tipico
stress da “non posso prendere meno di 6”,
così è costretto a rifiutare un voto anche di
mezzo centesimo inferiore e a rifare l’esame,
sperando di rientrare nella rosa dei candidati.
Passato questo primo scoglio, che per quelli
che padroneggiano (per così dire) unicamente l’italiano e il dialetto d’origine è certamente il più grande, la dieta-scambio prevede una
fase di mantenimento della media, se si gode
già di una buona posizione. O, in alternativa,
la possibilità di alzarla di qualche punto con
gli esami imminenti. Nel frattempo sui diversi
profili Instagram spuntano ad intervalli regolari le foto dei colleghi più grandi sulle spiagge della California, in mezzo ai grattacieli di
Manhattan o in qualche famoso mercato
spagnolo. Il più delle volte producono un
positivo effetto di incitamento stile Yes, You
Can!, ma spesso si limitano ad incrementare
un’irrefrenabile voglia di maledirli.
Certamente il momento di più alta tensione psicofisica dei malcapitati si registra con
l’avvicinarsi del termine per la presentazione
delle domande e con la relativa scelta delle mete. Leggende metropolitane narrano
come decennali e solide amicizie si rompano
proprio per questi motivi: quando tutti credono di aver inserito le scelte più consone
e di aver fatto i calcoli esatti sulla base delle
dichiarazioni reciproche, ecco che all’ultimo
spunta un tale, mai visto né sentito prima,
con una media stellare che attacca l’anello
più debole rompendo tutta la catena. Tuttavia, una volta consegnata la domanda, i giochi sono fatti: non resta che aspettare l’uscita
delle graduatorie, per cui (come spesso accade) non è prevista una data precisa, ma solo
un periodo approssimativo in cui è legittimo
cominciare a preoccuparsi.
Finalmente, in una giornata soleggiata di inizio Aprile, mentre all’esterno gli uccellini cantano e all’interno delle aule le lezioni procedono regolari, i telefoni si illuminano in contemporanea, mostrando quel mittente tanto
odiato e temuto che non ricordi mai come
e quando tu abbia salvato il numero nella
rubrica. Nel messaggio il verdetto finale. Da
quel momento in poi è inutile ogni tentativo
di ritrovare la calma: la gioia o la disperazione prendono il sopravvento, condizionando
il resto della giornata, la settimana a seguire
e gran parte della propria autostima. I motivi per cui ogni anno centinaia di studenti si
sottopongono a queste torture gratuite non
sono mai stati un mistero. Oltre alle più ovvie
ragioni summenzionate di arricchimento del
curriculum, volto a ottenere qualche punto in
più in un futuro colloquio di lavoro, l’idea di
stare quasi sei mesi lontani da Milano (all’avanscoperta di posti affascinanti e di nuove
discoteche in cui sbocciare nel fine settimana)
vince decisamente su tutto il resto.
Attenzione soltanto a non perdere troppo la
testa, oltre che i capitali, perché alla fine si dovrà pur tornare a casa.#
traileoni ·
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UOMO AVVISATO...
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STORIA DI UNA PIANTA NELL
NELL’ITALIA
ITALIA OD
ODIERNA
Luca Stefanutti
[email protected]
Prendete un seme e piantatelo. La sua crescita
dipenderà da molti fattori, quali il terreno, l’umidità, il clima. Fattori che noi consideriamo
esogeni. Non è così. Noi trasformiamo il terreno, annaffiamo la pianta e modifichiamo il
clima. L’ultimo fattore è il più difficile da concepire, ma lo stiamo facendo. Dall’inizio del
1900 si è avuto un incremento esponenziale
dei gas “serra” presenti nell’atmosfera che ci
hanno resi più vulnerabili non solo ai raggi
dannosi del sole, ma anche a noi stessi. Così
facendo si è inasprito il riscaldamento globale, contribuendo allo scioglimento dei Poli.
Essi, sciogliendosi in maniera incrementale
di anno in anno, hanno riversato tonnellate
di acqua dolce nei mari, alterando il delicato
equilibro tra la stessa e quella salata, caratteristica tipica della nostra vita su questo pianeta
(vedi le correnti sottomarine come quella corrente Nord Atlantica). I mari si sono innalzati
e di conseguenza è maggiore anche l’acqua
evaporata, che ha favorito un inasprimento
dei fenomeni climatici: esempio è quello dei
cicloni, che negli ultimi 30 anni hanno in media raddoppiato la loro distruttività. Allo stesso tempo le fasce climatiche sono diventate
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· traileoni
sempre più definite: in Australia il 98% della
popolazione vive entro 20 km dalla costa causa l’aridità interna, invece in India possono
cadere fino a 83 cm d’acqua in un giorno solo.
Ma torniamo al nostro seme. Appena piantato, avrà qualche momento di incertezza in cui
valuterà le condizioni, se gli permetteranno
la vita a lungo termine. La stessa difficoltà è
presente nel singolo quando tenta di capire
questo quadro generale e per lo più astratto,
soprattutto nell’Italia odierna. Non trovando
un beneficio a breve termine e non volendo
cambiare abitudini, l’Italiano si vede “costretto” ad accantonare l’argomento, postponendolo ad un non meglio definito periodo.
Eppure questo seme è venuto da una pianta
che a sua volta ce l’ha fatta. Come noi, quando i primi passi li avevamo mossi, culminati
nella ratifica del Protocollo di Kyoto nel 2002.
Tempo di stanziare (2007) ed attuare (2012)
dei fondi futuri prima di ricadere nelle nostre
contraddizioni tipiche. €600 milioni pro efficienza energetica quando l’installazione di
panneli fotovoltaici fa “aumentare la rendita
catastale (e le tasse) di una casa”.
Il terreno è diventato sicuramente più aspro
rispetto quello dove è nata la pianta precedente. Dal 2000 ad oggi, l’altezza media del
mare a Venezia è salita di 12 cm. Ci sono dei
progetti per preservare la laguna (come un
sistema di pareti mobili in grado di isolare
temporaneamente la città dalle maree dell’Adriatico) ma non per le altre 33 località in tutta
Italia che rischiano di essere sommerse entro
il 2080. E la perdita di queste zone non è nulla
se paragonato all’indebitamento che dovremo sopportare per soddisfare l’incremento
del fabbisogno energetico, derivante da stagioni più altalenanti rispetto al passato.
Ma basta un piccolo raggio di luce e la piantina potrebbe spuntare da un momento all’altro. Vi sono alcune direttive Comunitarie che
fanno riflettere sull’importanza di questo problema, ma nessuna di queste è stata adottata
chiaramente dallo Stato Italiano. Tuttavia basterebbero queste linee guida e una legislazione chiara in tema di efficienza energetica,
in maniera da plasmare le abitudini con l’avvento delle nuove generazioni.
E quando la piantina deciderà di sbocciare,
saranno solo due gli scenari possibili. L’Italia è
cambiata, siamo riusciti a capire l’importanza
dell’ambiente che sta intorno a noi. O l’Italia
non è cambiata, e un grosso sferragliante autotreno passerà sulle nostre ultime speranze
di vita.#
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PECHINO GUARDA
AL FUTURO: LA LUNGA
MARCIA DELLE RIFORME
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UNO SGUARDO ALLE POLITICHE CHE PROIETTERANNO
LA CINA NEL FUTURO
Marco Rastelli
[email protected]
Il piano di riforme emanato il 15 novembre
scorso dai leader cinesi, due giorni dopo la
chiusura del terzo plenum del Partito, è andato ben oltre le aspettative. Il Partito Comunista (PCC) ha gettato le basi per una delle più
radicali riforme che l’intero Paese abbia mai
affrontato almeno da 30 anni a questa parte.
L’ambizioso obiettivo è quello di convertire la
Cina in un’economia di libero mercato con
il consumatore al centro, meno restrizioni
sociali e, cosa ancora più importante, un welfare state più ampio.
Il documento, tuttavia, rischia di deludere
molti dei lettori - soprattutto stranieri - alla
ricerca di particolari, di politiche realizzabili
nel breve e tastabili da subito con mano. Non
era questo lo scopo del piano di riforme, almeno non in questa fase. Il presidente Xi
Jinping ed il premier Li Keqiang, nominati
nel marzo 2013, hanno voluto definire le
linee guida dando al contempo le indicazioni
di massima da seguire da un punto di vista
politico e, cosa fondamentale, sociale al fine
di raggiungere i target prefissati per il 2020.
Questa strategia non deve stupire. Stabilire
dei principi e delle guidelines per poi perseguire questi obiettivi in maniera graduale
rientra in pieno nell’ottica strategica del Partito Comunista.
Siamo di fronte al cambio di rotta di un Paese
che, da solo, conta quasi il 20% della popolazione mondiale e che secondo le stime di
molti analisti supererà il livello del PIL degli
Stati Uniti nel 2019, anno precedente alla tan-
to attesa quanto cruciale scadenza del 2020.
Oltre alle riforme sociali legate alla distensione della policy sul figlio unico (con l’entrata in
vigore delle nuove norme, le coppie potranno avere due figli se uno solo dei genitori è
figlio unico e non solo in caso entrambi lo siano come accade ora); all’aumento graduale
e progressivo del welfare state (le imprese a
partecipazione statale saranno tenute a restituire il 30% dei profitti all’amministrazione
centrale che li destinerà a fondi di previdenza
sociale); al cambiamento del hukou system (in
futuro sarà più facile per i migranti dalle campagne ottenere la residenza nelle città Tier 3
e Tier 4 senza perdere alcun diritto, mentre
la popolazione dei grandi centri sarà strettamente controllata nei numeri) e al riconoscimento di maggiori diritti per gli abitanti
delle zone rurali che avranno il diritto di possedere, utilizzare e trasferire per contratto la
proprietà della loro terra, così come la facoltà
di utilizzare tale diritto potestativo sul capitale a garanzia di altre operazioni, il progetto
mira a rimodellare il panorama competitivo,
consentendo alle aziende private di potersi
misurare con i colossi statali in alcuni settori
dell’economia cinese e di calibrare la loro of-
ferta di prodotti e servizi sulla base di una nuova struttura di mercato caratterizzata dalla
crescente domanda privata che emergerà da
qui al 2020.
Le riforme proposte fanno parte del grande
progetto di trasformazione del Paese: una
radicale riconversione dell’economia verso
una maggiore dipendenza da consumi e servizi, cercando di affrontare le disuguaglianze
e il malcontento che da sempre sono fonte di
grande ansia per una leadership che prezza
la stabilità politica e sociale sopra ogni altra
cosa. Il segretario al Tesoro statunitense Jacob Lew, durante una breve sosta a Pechino
per il suo tour asiatico, ha descritto il progetto
come “ambizioso” ed ha osservato che sarà
cruciale capire di quanto tempo necessiterà
la Cina per metabolizzare questi cambiamenti: “La direzione è significativa, ma il carattere
e il ritmo con cui verranno applicate le riforme
conta ancora di più” ha riferito Lew ai giornalisti presenti. Quantomeno il Partito e i suoi
leader hanno mostrato un forte impegno al
riguardo. Questo rappresenta sicuramente
un buon punto da cui partire, ma la strada da
percorre resta ancora tanta.#
traileoni ·
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REDAZIONE
Stare tra i leoni significa passare dove nessuno osa,
indagare ciò di cui nessuno vuole parlare, significa
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