Indice Analitico
Breve testo di motivazione della scelta dell’autore e Introduzione allo scritto.
KARL MARX (1818-1883)
Gli scritti giovanili e la sinistra Hegeliana
Marx, Feuerbach, Hegel e la filosofia della prassi
Critica della società borghese
Alienazione economica e comunismo
Materialismo Storico
Socialismo e Comunismo
Il Comunismo
Economia politica: teoria dello sfruttamento.
La definizione di Rivoluzionario
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I RIVOLUZIONARI TRADITORI
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Brevi Cenni Storici
La Russia prima della rivoluzione
I problemi della Russia
Lenin e il Marxismo-Leninismo.
Gli Esclusi
La Prima Rivoluzione
La Rivoluzione d’Ottobre
Guerra Civile Tra l’Armata Rossa e L’Armata Bianca
NEP: La Nuova Politica Economica
L'eco della rivoluzione
Il Costruttivismo
Autori e Opere importanti
John Reed (1887-1920)
Dieci giorni che sconvolsero il mondo
Film Collegati alle opere dell’autore
Reds di Warren Beatty (1981)
Ottobre di S. Ejzenstejn (1928)
Aleksandr Solzenicyn (1918)
Una giornata di Ivan Denisovic
Eric Arthur Blair Alias George Orwell (1903-1950)
La fattoria degli animali
I rivoluzionari traditori
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I RIVOLUZIONARI REPRESSI
Brevi Cenni Storici
Problemi del Dopoguerra
Cattolici, Socialisti e fascisti
La “vittoria mutilata” e l’impresa fiumana
Elezioni del primo dopoguerra
Il fascismo agrario
L’agonia dello Stato liberale
La Marcia su Roma
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Delitto Matteotti e l’Aventino
Dittatura a viso aperto
L’italia Antifascista
Il Futurismo
La rottura con il passato
I manifesti
La modernità e la velocità
Umberto Boccioni
Gli stati d’animo
Autori e Opere importanti
Cesare Pavese (1908-1950)
Il Compagno
Carlo Bernari (1909-1992)
Tanto la rivoluzione non scoppierà
I rivoluzionari repressi
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I RIVOLUZIONARI COMBATTENTI
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Brevi Cenni Storici
La Spagna negli anni Trenta
La vittoria del Fronte Popolare e lo scoppio della guerra civile
L'intervento delle potenze stranierei
Le Brigate Internazionali
La disfatta dei "repubblicani"
Crollo Di Salazar e Rivoluzione dei Garofani
La Rivoluzione “Musicale”
Autori e Opere importanti
Antonio Tabucchi (1943)
Sostiene Pereira
Film Collegati alle opere dell’autore
Alla Rivoluzione Sulla due cavalli
Ernest Hemingway (1899-1961)
Per chi suona la campana
Film Collegati alle opere dell’autore
Terra e libertà (1995) di Ken Loach
I rivoluzionari combattenti
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Brevi Cenni Storici
La vita di Fidel Castro a Cuba fino all’esilio in Messico
La preparazione in Messico
Dalla Sierra Maestra a L’Avana
I rivoluzionari riusciti
Bibliografia
Sitografia
Filmografia
Ringraziamenti (in ordine sparso) per la riuscita dell’opera.
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108
109
109
I RIVOLUZIONARI RIUSCITI
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A Tutti quelli che credono
ancora in un mondo migliore.
Non smettete di farlo,
crediamoci oggi come trent’anni fa,
crediamoci più intensamente di allora.
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Breve testo di motivazione della scelta dell’autore e
Introduzione allo scritto.
Sono sempre stato un polemico, un ribelle, un insoddisfatto dalla società, un sovversivo. O
meglio, dentro di me vi erano tutti gli elementi per diventarlo. C’è voluto qualcosa nella mia
breve storia per scatenare in me questa voglia di “mondo migliore”, e, per statistica, credo che
non sia il solo a cui è successo. Pensando e analizzando attentamente quale sia stato
quell’elemento che mi ha trasformato in un rivoluzionario, mi son reso conto come non sia stato
un semplice evento, ma un insieme di fattori, quali la famiglia, l’informazione e il desiderio
personale di andare sempre a fondo delle questioni. In seguito, nella mia curiosità di giovane
adolescente ho iniziato a informarmi ed ad avere la conferma che questa mia analisi era corretta,
o almeno nel suo piccolo, esatta: le persone a me più vicine, i miei genitori erano a grandi linee
come sono io ora. Non senza sorpresa ho scoperto che anche mio padre, quella figura un po’
austera un po’ eternamente adolescente (N.d.V. Questo è chiaramente un complimento), era un
“rivoluzionario”. La curiosità allora crebbe, ed è in crescita tutt’ora, siccome, con il passare del
tempo, scopro come di rivoluzionari ne è pieno il mondo, anche se non tutti sono reali. Sì, non
tutti sono veramente dei rivoluzionari, molti sono inventati, disegnati, abbozzati o soltanto
etichettati come tali. Mi basta guardare intorno, e notare romanzi, lettere, documentari,
telegiornali che ne parlano, nel bene e nel male.
Per questo mio interesse ho pensato di compiere una piccola ricerca nell’ambito storico-politico,
ma anche letterario, per cercare di analizzare le varie figure di rivoluzionario che si affermano nel
corso della storia, contestualizzandoli all’interno del loro quadro storico e politico.
Sebbene possa essere poco veritiera l’analisi della figura storica del rivoluzionario per mezzo di
romanzi o opere letterarie in genere, ritengo che possa comunque essere utile approfondire il
modo con cui sono stati visti e raccontati dalla letteratura degli ultimi cento anni, anche per
cercare di capire come probabilmente agivano e pensavano i rivoluzionari, e soprattutto cosa li ha
spinti a cambiare via, a rinnegare l’omologazione sociale, passaggio naturale che tutti compiono,
per cercare di combattere con le armi o con la forza i loro nuovi ideali.
Per preparare questa tesina ho iniziato a leggere vari testi significativi segnalatimi dai vari
professori, cercando oltretutto di compiere una determinata selezione all’interno dei molti aspetti
della “rivoluzione”. In seguito, dopo aver compiuto la mia scelta e aver classificato i vari testi in
grandi gruppi ho cercato di chiarirne meglio gli aspetti sociali, storici ma anche personali,
cercando di sfruttare anche i film che sono collegati ai romanzi letti o ai periodi storici presi in
considerazione. Poi, per cercare di capire ancora più a fondo cosa ha spinto i vari autori a
scrivere di determinate vicende piuttosto che di altre, ho analizzato la loro biografia cercando di
valutarne anche le conoscenze storiche e sociali.
Da tutto questo lavoro sono giunto ad una conclusione, abbastanza logica e semplice: Non è
possibile definire univocamente i motivi che spingono un uomo a diventare un rivoluzionario.
Tuttavia è possibile storicamente e a livello letterario definire alcuni gruppi che hanno
caratteristiche storiche e politiche comuni. Tuttavia ho cercato di definire almeno il termine
rivoluzionario, punto chiave di questa breve ricerca, utilizzando più strumenti possibili, dai
dizionari a riferimenti filosofici (ampliamenti introdotti prima della definizione di rivoluzionario)
per chiarirne meglio la semiotica e i significati connotati e denotati del termine.
Il prodotto di questa mia analisi lunga e spesso pedante alla fine ha prodotto questo manoscritto
ed due piccoli supporti, più precisamente una mappa concettuale, che (spero) mi permettà meglio
di illustrare il percorso della mia tesina, ed un cd audio, dove ho cercato di raccogliere quella serie
di canzoni politiche che possono mostrare anche la componente “musicale” delle rivoluzioni. Vi
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sono infatti periodi storici in cui il messaggio musicale era uno strumento di divulgazione delle
rivoluzioni e delle lotte utilizzate dai vari rivoluzionari, e per questo ritengo importante almeno
riportarle.
Il manoscritto invece è costituito da una divisione in quattro blocchi, uno per ognuna tipologia di
rivoluzionari che ho preso in considerazione, ciascuna dei quali suddiviso a sua volta in una parte
più legata all’analisi storica e all’analisi dei testi letterari utilizzati, e in un’altra dove sono
raccolti vari ragionamenti, analisi e osservazioni, mie ma anche di articolisti e saggisti, che mi
hanno permesso di capire e mostrare l’argomento da me scelto.
Spero che il prodotto possa risultarvi interessante e gradito.
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KARL MARX (1818-1883)
Gli scritti giovanili e la sinistra hegeliana
Il giovane Marx esordisce nel campo filosofico come esponente della sinistra hegeliana.
Frequentando l’università di Berlino ed i primi Circoli dove si riunivano i giovani hegeliani, ebbe
modo di conoscere B. Bauer, di cui divenne amico. Abbastanza significativa fu la tesi di laurea
presentata all’università di Jena: “Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella
di Epicuro”. Emergono in questo studio già alcuni motivi che caratterizzeranno la riflessione
filosofica matura di Marx: ad esempio l’interesse mostrato da Epicuro verso il problema della
felicità e dell’autocoscienza dell’uomo, nonché la sua critica verso i condizionamenti negativi
esercitati dalle religioni, che hanno reso l’uomo “schiavo” di paure e superstizioni. Matura già
in questi anni la consapevolezza di stabilire uno stretto rapporto tra riflessione critico-filosofica
ed impegno politico-pratico, nel senso che non è ammissibile una pura ricerca teorica fine a se
stessa, sganciata dalla vita reale e dalle sue complesse problematiche: lo stesso Hegel aveva
insegnato che il pensiero non è separato dal mondo, ossia che l’autocoscienza è tale in quanto si
rapporta dialetticamente con la concretezza della realtà storica e naturale, intervenendo in essa e
modificandola continuamente. Si tratta quindi di sviluppare questo motivo hegeliano per passare
da una filosofia speculativa ad una filosofia della prassi, secondo quelle intuizioni che si
ritrovano già nel pensiero di Ruge e di Feuerbach. Questa esigenza di “praticità” e di impegno
nel mondo da parte di Marx fu resa operante attraverso l’esercizio dell’attività giornalistica che
egli sviluppò per alcuni anni, attraverso cui entrò in contatto con i problemi sociali, economici e
politici della Germania della prima metà dell’800. La censura poi stroncò tale attività e ciò
indusse Marx a dedicarsi prevalentemente ad approfondire le problematiche filosofiche che più
lo interessavano.
Marx, Feuerbach, Hegel e la filosofia della prassi
All’inizio degli anni ’40 Marx lesse le opere di Feuerbach e ne divenne un seguace: in esse infatti
egli trovò i primi “strumenti “ concettuali che gli consentirono di operare una critica serrata
dell’hegelismo. Marx in particolare apprezzò la “demistificazione” della filosofia hegeliana
operata da Feuerbach, lo smascheramento del suo carattere “teologico” e “speculativo”. Marx
così fece propria quell’impostazione metodologica di Feuerbach volta a cogliere il rovesciamento
dei rapporti reali che Hegel aveva operato: l’hegelismo aveva capovolto la realtà , aveva ritenuto
di poter derivare quei predicati storici concreti come lo stato, il diritto, la società civile, la
famiglia, l’economia ecc. da un presunto ed inesistente soggetto spirituale assoluto ed infinito,
da un’essenza ideale astratta. Hegel inoltre, come dimostrato efficacemente da Feuerbach,
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aveva preteso addirittura di far discendere la natura e la sensibilità da un principio metafisico
quale l’idea, il puro pensiero, la coscienza. Così facendo Hegel aveva rappresentato la realtà al
rovescio, giacché è vero esattamente il contrario, ossia la coscienza e tutte le manifestazioni
dello spirito soggettiv, oggettivo ed assoluto derivano da quelle che sono le condizioni materiali
e naturali di esistenza. Infatti le forme della coscienza, il pensiero logico nonché tutto ciò che è
stato prodotto dalla cultura umana trovano la loro base concreta, la loro vera origine da quel
complesso di condizioni sensibili, naturali, sociali in cui l’uomo si è trovato immerso fin dalla
preistoria. Il sistema filosofico di Hegel ha pertanto falsificato il mondo umano, sociale e storico,
sovrapponendo ad esso uno schema astratto ed aprioristico: in questo consiste quello che Marx
definì come “misticismo logico” di Hegel, ossia l’aver posto una “mistica sostanza” ideale e
spirituale, necessaria ed assoluta, a fondamento della storia reale degli uomini, considerati nella
complessità delle loro condizioni naturali, sensibili, sociali ed economiche. Questo tipo di
“falsificazione mistica” si ritrova in ogni aspetto della visione hegeliana: sia nella teoria del
diritto e dello stato (considerati momenti dello spirito universale) sia in quella dell’arte, della
religione, della storia e della filosofia. Quello di Hegel, pertanto, appare a Marx non come un
vero “razionalismo critico”, capace cioè di svelare “scientificamente” le relazioni ed i nessi
causali esistenti tra l’uomo e la natura e tra l’uomo, la società e le produzioni culturali, ma
piuttosto come un razionalismo astratto ed idealistico, che tende ad ingabbiare il mondo reale
entro schemi concettuali aprioristici e metafisici, offrendo una visione deformata e rovesciata
della realtà. Ciò induce Marx ad affermare che quella descritta da Hegel “Non è la storia reale
dell’uomo” ma soltanto una storia ideale e speculativa. Marx tuttavia non ignora i grandi meriti
di Hegel, soprattutto la sua intuizione che la storia è un grandioso processo unitario, un divenire
temporale non casuale che presuppone un soggetto ed un fine e che è basato su una logica
dialettica interna che lo governa al di là delle intenzioni dei singoli: l’errore di Hegel è stato,
come vedremo più precisamente in seguito, quello di avere concepito tale storia come storia
ideale e non invece come storia materiale quale è (per “materiale” Marx intende l’insieme delle
concrete relazioni socio-economico-politiche su cui si fonda ogni società umana e da cui derivano
i grandi cambiamenti epocali). Marx inoltre apprezza in modo particolare l’analisi hegeliana del
lavoro contenuta nella “Fenomenologia dello spirito”, poiché in essa c’è già l’intuizione, che
Marx svilupperà poi in modo originale, che la vera essenza generica dell’uomo è data proprio
dalla sua capacità di lavorare: l’attività lavorativa diventa l’essenza universale della specie
umana. In altre parole l’hegelismo, secondo Marx, aveva giustamente colto il carattere
dinamico-dialettico della storia, il suo essere attività, azione, prassi di un soggetto universale
che tende a dominare e sottomettere la natura, creando un mondo umanizzato, ma aveva
sbagliato nel concepire tale soggetto e tale prassi come qualcosa di meramente spirituale.
D’altronde questi concetti gli servono per prendere anche le distanze da Feuerbach: Marx
riconosce a Feuerbach il merito di “Aver riportato l’uomo sui suoi piedi”, cioè di aver
demistificato l’estraneazione idealistica recuperando una corretta visione sensibile e naturale
dell’uomo. Tuttavia l’antropologia umanistica e naturalistica di Feuerbach evidenzia almeno tre
gravi limiti:
1) In primo luogo il materialismo di Feuerbach appare a Marx statico e non dialettico: ciò
significa che Feuerbach si limita a considerare la realtà sensibile come qualcosa di oggettivo,
di esistente per sé, ma non coglie che la realtà complessiva è un oggetto materiale che entra
in un rapporto dinamico e dialettico con l’attività del soggetto umano. In Feuerbach manca
quindi la considerazione di quel necessario rapporto dialettico esistente tra la prassi storica
del soggetto umano da un lato e l’oggetto natura dall’altro. Feuerbach coglie quindi solo un
aspetto, solo un lato, del reale, quello per cui esso costituisce un oggetto materiale e
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sensibile, ma ignora che in questa stessa realtà si sviluppa l’attività pratico-critica(critica nel
senso di “conoscitiva”) dell’uomo, quella prassi, quell’azione storica del soggetto umano che
trasforma incessantemente, attraverso il lavoro, l’oggetto-natura. Il materialismo “statico”
di Feuerbach, secondo Marx, “non vede” questa prassi reale, storica, concreta dell’uomo, una
prassi altrettanto reale ed oggettiva di quanto non siano reali ed oggettive la materia e la
natura. Così Marx esprime questo concetto nelle sue Tesi su Feuerbach (1845):
Il difetto principale di tutti i materialismi che si sono susseguiti finora(ivi compreso
quello di Feuerbach) è che ciò che gli sta di fronte, la realtà, la sensibilità, viene
concepito soltanto sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività
sensibile, umana, come prassi; non soggettivamente…Feuerbach vuole oggetti
sensibili- realmente diversi dagli oggetti del pensiero; ma egli non concepisce
l’attività umana stessa come attività oggettiva. Nella Essenza del cristianesimo
egli considera quindi schiettamente umano solo il comportamento teoretico, mentre
la prassi viene concepita e descritta solo nella sua forma sordidamente giudaica. Egli
non comprende quindi il significato “rivoluzionario” dell’attività pratico-critica”.
E’ questo il significato della definizione del marxismo come “filosofia della prassi”: essa
non solo vuol dire che la conoscenza e la filosofia non possono risultare estranee al mondo
reale, ai problemi della società umana, non possono limitarsi a contemplare la realtà, ma
devono invece contribuire attivamente a rendere tale realtà sempre più equa e
razionale(secondo quanto aveva già sostenuto Ruge); ma vuol dire anche che, nell’ambito di
una vera concezione materialistica, occorre necessariamente mettere in rilievo la funzione
attiva del soggetto sensibile umano, quella sua attività pratico-critica attraverso cui l’uomo
trasforma il mondo e lo assoggetta alle proprie esigenze: solo attraverso la prassi ossia
l’azione concreta, la teoria(conoscenza) viene continuamente verificata, provata, cambiata,
adeguata: non esiste una teoria pura, cioè del tutto separata dall’azione storica umana, così
come non esiste un pensiero puro separato dalla sensibilità; questo perché la razionalità
umana si sviluppa e si esercita concretamente solo attraverso la prassi, a cui è intimamente
connessa. Così Marx si esprime a questo proposito:”Il problema se il pensiero umano abbia
una verità oggettiva non è un problema teorico, ma pratico. Nella prassi l’uomo deve
dimostrare la verità, cioè la realtà e la potenza, la concretezza del suo pensiero”.
2) Conseguenza diretta di queste considerazioni è la critica secondo cui Feuerbach, per Marx,
tende a considerare in modo solo naturalistico l’essenza dell’uomo, concependola
astrattamente come semplice rapporto naturale esistente tra individuo e specie biologica;
così facendo Feuerbach non coglie la natura storico-sociale dell’uomo, il fatto cioè che non si
possa definire l’uomo se non all’interno del diventire storico della sua essenza. Manca quindi
in Feuerbach, secondo Marx, la prospettiva storica : l’uomo di Feuerbach è un uomo solo
naturale e sensibile a cui manca la concretezza del divenire e del realizzarsi storico di questa
presunta essenza generica. Feuerbach quindi non ha capito che il genere umano non è una
pura essenza biologica ma è la società storica concreta in cui egli vive.
Infine c’è la critica marxiana dell’alienazione religiosa di Feuerbach: secondo Marx, Feuerbach
non ha capito che l’alienazione religiosa non è l’alienzazione di un’astratta ed astorica essenza
umana data, ma è invece il prodotto di quell’alienzaione socio-economica che si è verificata nel
divenire storico. Per Marx infatti la religione si è manifestata come fenomeno culturale legato
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allo sviluppo storico umano, quindi a concrete e precise forme di vita sociale, economica e
materiale che l’uomo ha determinato. Ciò significa che una condizione materiale(economicosociale)alienante è alla base dell’alienazione religiosa, che si produce sul piano della coscienza.
In questo modo Marx integra la critica della religione di Feuerbach e riporta il fenomeno
religioso alla sua radice strutturale, ossia al piano delle condizioni materiali, economico-sociali,
di esistenza. Così Marx esprime tale concetto:
Feuerbach non vede quindi che anche il sentimento religioso è un prodotto sociale e che
l’individuo astratto che egli analizza appartiene ad una determinata forma sociale.
Lo sviluppo storico delle società umane ha prodotto situazioni di vita sempre più alienanti,
privando gran parte degli uomini di ciò che essi stessi hanno prodotto con il loro lavoro,
schiacciando i loro bisogni primari, impedendo alla maggioranza degli uomini uno sviluppo
armonico delle proprie potenzialità, creando un’umanità sofferente, indigente, alienata. In questo
preciso contesto materiale si colloca, secondo Marx, l’alienazione religiosa: essa è stata la
risposta di un’umanità sofferente, oppressa, alienata sul piano economico-sociale, che ha cercato
compensazioni illusorie, chimeriche, quindi narcotizzanti, alla propria condizione miserabile.
Riportiamo il celebre passo di Marx relativo a questo problema:
La “miseria religiosa” è insieme espressione della “miseria reale” e della “protesta” contro
la miseria reale . La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un
mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio
del popolo. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di
abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni.
La conseguenza di ciò è data dal fatto che si deve “Una volta smascherata la “figura sacra”
dell’autoestraneazione smascherare l’autoestraneazione “nelle sue figure profane”. La critica del
cielo si trasforma così nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la
critica della teologia nella critica della politica”.
Critica della società borghese
Nelle opere degli anni ’40 Marx non solo si stacca dalla tesi della sinistra hegeliana (Critica
della filosofia del diritto di Hegel, Manoscritti economico-filosofici, La sacra famiglia,
L’ideologia tedesca, Tesi su Feuerbach, Miseria della filosofia) e del socialismo utopistico,
pervenendo ad una posizione basata su un’antropologia materialistica e sulla teoria del
materialismo storico, ma conduce anche una critica di fondo alla società borghese. Il marxismo
infatti vuole essere soprattutto un pensiero critico volto a svelare le contraddizioni della realtà.
Nella società borghese c’è una frattura evidente, che già Hegel aveva messo in luce, tra la
cosiddetta società civile e la società politica o stato. La società civile è il regno dell’egoismo di
classe, dei particolarismi, dello scontro tra interessi economico-giuridici contrapposti in cui i ceti
e le classi più deboli soccombono. Nella società civile nascono le differenze sociali ed
economiche, nasce l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la ricchezza
spropositata di pochi e la miseria di molti. La società civile borghese è basata dunque su valori
essenzialmente asociali o antisociali, cioè esalta l’egoismo, la competizione, l’individualismo,
l’atomismo sociale; le moderne costituzioni borghesi, nate da rivoluzioni borghesi, non a caso,
osserva Marx, si basano sui diritti dell’individuo, considerati sacri ed inviolabili, e vedono nello
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stato un potere che deve tutelare e garantire proprio tali diritti. Lo stato liberale, democraticoparlamentare, basato sul principio della rappresentanza, della delega, costituisce l’esaltazione
dell’individualismo tipico della società borghese, in cui l’interesse particolare di un singolo o di
un gruppo è considerato intangibile, anche se causa ingiustizia, anche se va contro l’interesse
generale e collettivo.
Quando Hegel presenta lo Stato come superamento dei particolarismi e degli egoismi della
società civile in pratica opera una mistificazione della realtà effettiva, poiché questo Stato
universale, che subordina gli interessi particolari all’interesse generale, non esiste. Lo stato etico
di Hegel è quindi, per Marx, una falsificazione ideologica, poiché la realtà effettiva (cioè non
deformata dall’ideologia) dimostra invece che lo stato, inteso come potere politico-militareburocratico, non solo non sottomette la società civile, ma si rivela piuttosto uno strumento di
questa: è la società civile che si serve dello stato e non viceversa, o meglio sono le classi sociali
dominanti nella società civile che si impadroniscono dello stato e ne fanno lo strumento per
rafforzare il loro potere, per difendere, sotto la parvenza di una falsa universalità, i loro privilegi,
i loro interessi, i loro egoismi di classe. Così lo stato si trasforma in uno strumento attraverso
cui mantenere e difendere lo Status quo sociale, vale a dire il predominio, l’ingiustizia, lo
sfruttamento, è il mezzo di cui le classi dominanti si servono per sottomettere e schiacciare le
classi deboli
Marx quindi conduce una critica radicale dello stesso Stato democratico-borghese che si basa su
una falsa universalità: esso riconosce l’uguaglianza formale dei cittadini, cioè l’uguaglianza
giuridica, ma difende e mantiene la disuguaglianza economica-sociale. A questa democrazia
borghese Marx contrappone un modello di democrazia socialista in cui si realizza non solo
l’uguaglianza giuridico-formale, ma anche quella sostanziale, cioè economico-sociale; una
democrazia vera, in grado di restituire in pieno la natura sociale dell’uomo, cioè l’originaria
uguaglianza e solidarietà dell’uomo preistorico che sono state stravolte poi dallo sviluppo
storico. Per Marx la tanto esaltata uguaglianza giuridico-formale della società borghese
moderna è solo una parvenza, un guscio vuoto senza l’uguaglianza reale, cioè economico-sociale.
Alienazione economica e comunismo
Nei Manoscritti economici-filosofici del ’44 Marx elabora una teoria dell’alienazione
economica, tipica della società borghese, servendosi di schemi concettuali di natura dialetticohegeliani. Nei manoscritti Marx si confronta anche con l’economia politica (cioè la scienza
economica) borghese, in particolare con le tesi di Adam Smith e David Ricardo, di cui svela i
limiti. In primo luogo l’economia politica di Smith e Ricardo considera il modo di produzione
capitalistico non come uno dei tanti modi che si sono alternati nel corso del processo storico, ma
come l’unico possibile, considerandolo cioè naturale, universale, razionale, immutabile:
l’economia politica borghese quindi manca di prospettiva storica, non considera quindi il
capitalismo come il risultato del processo storico e, come tale, destinato ad essere superato. Per
lo stesso motivo (e quindi anche limite) la scienza economica borghese considera la “proprietà
privata” non come un “dato storico”, quindi come semplice esito di un processo, ma come un
assioma assoluto, astorico ed indiscutibile, da cui far discendere le stesse leggi economiche.
Inoltre l’economia politica borghese non coglie la conflittualità immanente nel sistema
capitalistico tra capitale e lavoro salariato, l’opposizione reale esistente tra questi due termini,
che risultano sempre e comunque irriducibili ed inconciliabili (l’interesse del capitalista si oppone
sempre a quello dell’operaio e viceversa, profitto e salario sono opposti). Secondo Marx gli
economisti borghesi tendono invece a mostrare come tra capitale e lavoro, tra profitto e salario ci
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sia invece armonia e conciliazione, cioè vantaggio reciproco, e che il sistema capitalistico, per
quanto attraversato da crisi cicliche di sovrapproduzione e sottoconsumo (come la crisi del 1929)
riesce sempre a trovare poi un suo equilibrio di fondo, in virtù di un automatismo che appare a
Smith e Ricardo del tutto naturale. Ma in questo modo l’economia politica borghese si
comporta, più che come scienza, cioè come conoscenza reale ed effettiva, come ideologia, termine
che in Marx assume un significato negativo: l’ideologia infatti nel sistema marxiano, costituisce
una visione falsa, una falsa rappresentazione della realtà; essa si configura come un sistema di
pseudo-conoscenze che tendono a falsificare e deformare, cioè ad occultare ed a coprire la verità
anziché svelarla, come invece fa la scienza. Tornando all’analisi dell’alienazione, Marx, come
già Feuerbach, attribuisce a questo termine un significato negativo in quanto indica una
situazione patologica di estraneazione e di separazione riferite però alla concretezza del sistema
economico capitalistico. L’alienazione economica assume diversi aspetti:
1. Nel sistema capitalistico il lavoratore è alienato rispetto al prodotto del suo lavoro;
lavorando egli produce delle merci, degli oggetti che non gli appartengono e nello stesso
tempo riproduce il capitale (il lavoro, producendo le merci, cioè scambiandosi con il capitale,
valorizza e riproduce automaticamente il capitale stesso) che nemmeno gli appartiene ma che
anzi gli appare come una potenza ostile. In altre parole l’operaio è espropriato dei prodotti,
del frutto del proprio lavoro.
2. Nel sistema capitalistico il lavoratore è alienato rispetto alla stessa attività lavorativa,
infatti nella fabbrica capitalista il lavoro si presenta come attività ripetitiva, forzata,
meccanica. Il lavoro capitalista perde ogni creatività, ogni interesse e si trasforma in attività
estraniante in cui l’operaio diventa uno strumento, un’appendice della macchina, un semplice
ingranaggio di un sistema che tende a disumanizzarlo.
3. Nel sistema capitalista il lavoratore è alienato rispetto all’altro uomo, che può essere tanto
un altro operaio, in cui vede un concorrente, un rivale, quanto il capitalista, che appare come
un nemico, una persona ostile che lo sfrutta e lo espropria. L’uomo operaio sviluppa così
rapporti sociali conflittuali che tendono a negare la sua innata, naturale socialità.
4. Nel sistema capitalista il lavoratore è alienato rispetto alla stessa “essenza” dell’uomo: qui
Marx si collega all’analisi di Hegel, in particolare al concetto di lavoro ed alla dialettica
servo-signore. L’essenza dell’uomo, ciò che lo differenzia dagli altri animali, è l’attività
(lavoro) attraverso cui l’uomo crea il proprio mondo, modificando la natura e generando le
condizioni materiali della sua stessa esistenza. Così si esprime Marx: “Si possono
distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si
vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i
loro mezzi di sussistenza”. Il lavoro è quindi l’attività specifica del genere umano, attraverso
cui egli acquista coscienza di sé, cioè della propria essenza. Ora questa attività libera,
creatrice, universale viene negata nell’economia capitalista divenendo estraneazione e non
più realizzazione: l’uomo-operaio crea un mondo di cose, di oggetti da cui si sente scisso,
separato, crea ricchezze e valori che non gli appartengono. Pertanto il lavoro alienato
trasforma l’essenza umana da fine, quale dovrebbe essere, a semplice mezzo; come si esprime
Marx il lavoro alienato fa sì che: “l’uomo, proprio in quanto è un essere consapevole, fa della
sua attività vitale, della sua essenza, solo un mezzo della sua esistenza”.
La storia dell’uomo, a partire dall’avvento della proprietà privata e della famiglia, che hanno
infranto il comunismo preistorico, appare come una progressiva perdita dell’essenza umana,
culminante nell’alienazione estrema della società borghese; si pone pertanto il problema della
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riappropriazione di tale essenza. Nel Marx dei manoscritti del ’44 il compito di questa
riappropriazione è assegnato al Proletariato mondiale. Il proletariato, infatti, come il servo di
Hegel, avendo sperimentato tutta la potenza del negativo, cioè tutta l’alienazione storica
dell’uomo, è in grado anche di negare tale alienazione e di superarla attraverso la rivoluzione ed il
comunismo. Il comunismo quindi, nei Manoscritti filosofici del ‘44, si configura come meta
finale della storia, riappropriazione dell’essenza umana, riconciliazione dell’uomo con se stesso e
con la natura.
Materialismo Storico
Nelle opere scritte nella seconda metà degli anni ’40 (Sacra Famiglia, Ideologia Tedesca, Tesi
su Feuerbach, Il Manifesto) Marx giunge ad elaborare la concezione del materialismo storico
inteso come modello interpretativo della realtà storica ed umana. Il fondamento concettuale del
materialismo storico nasce dal rovesciamento della dialettica Hegeliana: la storia dell’uomo,
secondo Marx, non è una storia dello spirito universale dell’uomo ma è la storia della specie
biologica umana che, fin dalla sua comparsa, ha dovuto sviluppare una lunga lotta per la
sopravvivenza. La storia umana è pertanto storia materiale e non storia ideale, come avveniva
nel sistema hegeliano. Ma cosa significa storia materiale? Significa che l’uomo per conservarsi
ed affermarsi ha dovuto produrre le condizioni materiali della propria esistenza. L’uomo cioè,
diversamente dalle altre specie animali che si limitano a consumare passivamente ciò che la
natura offre loro, sviluppa un’attività collettiva, sociale, di produzione dei propri mezzi di
sussistenza, sviluppa cioè un’attività lavorativa attraverso cui progressivamente modifica la
natura sottomettendole alle proprie esigenze. Ciò implica che il lavoro, e quindi l’economia,
rappresenta la struttura universale di tutte le società umane, in rapporto a cui tutti gli altri
aspetti si configurano come sovrastrutture; a questo proposito così si esprime Marx:
L’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società,
ossia la base reale sulla quale si eleva una struttura giuridica e politica e alla quale
corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo della produzione
materiale condiziona, in generale, il processo sociale e spirituale della vita.
Il rapporto struttura-sovrastruttura è un rapporto di causa effetto, anche se non è da interpretare
in modo meccanico e deterministico. Ciò che Marx vuole sottolineare è che, date certe
condizioni economico-sociali di fondo, dati certi rapporti di produzione, si hanno, in
corrispondenza, determinate forme politiche, giuridiche, artistiche, culturali, ecc. Gli aspetti
sovrastrutturali trovano la loro spiegazione, la loro ragione d’essere, la loro radice ultima sempre
e comunque in una determinata forma di organizzazione e produzione economica. Secondo Marx
è possibile risalire alla matrice economica di fondo non solo analizzando le forma politicostatuali, in cui il rapporto struttura-sovrastruttura è più evidente e diretto (es.: sistema feudalemonarchie imperiali, sistema capitalistico-stati nazionali) ma anche nelle stesse produzioni più
astratte e spirituali, come le forma artistiche o quelle religiose (società feudale-epica
cavalleresca, società borghese-romanzo storico). Il materialismo storico di Marx (ed Engels, suo
grande amico e collaboratore) afferma quindi che la sfera ideale dell’uomo, quindi la forma della
coscienza, i grandi apparati ideologici, come il diritto, la politica, la morale, la religione, la stessa
filosofia, non hanno una effettiva assoluta autonomia in quanto presuppongono la realtà
materiale dell’uomo, vale a dire i modi di produzione economici e le relazioni sociali che nei
processi produttivi si stabiliscono tra gli uomini. Da queste strutture economiche-sociali quelle
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produzioni ideali (ideologiche) sono condizionate, i sistemi ideologico-culturali sono
l’espressione sul piano della coscienza, delle strutture economico-sociali. Alla luce di questo
modello interpretativo della realtà storico-umana, che Marx ritiene essere di natura “scientifica”
(a questo proposito alcuni studiosi marxisti hanno parlato di Marx come il “Galilei delle scienze
sociali”) appare evidente il rovesciamento della visione storico-dialettica di Hegel secondo cui la
storia dell’uomo è la storia del suo spirito, cioè dell’evoluzione delle forme della sua coscienza,
rispetto a cui i rapporti socio-economici, materiali, sono soltanto effetti, conseguenze. Agli occhi
di Marx questa prospettiva è una vera e propria falsificazione della realtà giacché è la vita
materiale a determinare l’essere e le forme della coscienza e non viceversa. Marx ed Hengels
però non intendono ridurre il materialismo storico a semplice economicismo o a materialismo
meccanicistico; l’economicismo rappresenta una semplificazione schematica, rigida e
deterministica del rapporto tra strutture (cause) e sovrastrutture (effetti) per cui la produzione
ideale viene ridotta a mera illusione, e riflesso passivo della struttura; allo stesso modo il
materialismo meccanicistico riduce l’uomo a semplice prodotto passivo dell’ambiente e
dell’educazione. Contro queste interpretazioni schematizzanti, Marx ed Hengels sostengono
che nella visione del materialismo storico il rapporto struttura-sovrastruttura è estremamente
complesso e mediato, è di carattere dialettico e non meccanico per cui la relazione tra essere e
coscienza, fermo restando la priorità della sfera economica, è caratterizzata da un’integrazione
ed interazione reciproche, per cui anche le idee, quando diventano patrimonio comune acquistano
un potere materiale, possono cioè agire sul livello della struttura, contribuendo a modificarla.
Ciò è vero soprattutto nelle fasi di passaggio da un sistema economico ad un altro, quando la
società è percorsa da contraddizioni sempre più esplosive, quando cioè determinati rapporti
sociali (cioè tra le classi sociali) anziché favorire lo sviluppo delle nuove forze produttive (cioè di
nuove strutture economiche) lo ostacolano e lo ingabbiano. L’esempio emblematico è quello della
Rivoluzione Francese in cui vecchi rapporti sociali, caratterizzati dal predominio
dell’aristocrazia feudale, vengono a scontrarsi con le nuove forze economico-sociali della
borghesia capitalistica, che chiede un nuovo assetto giuridico e politico della società, quindi
nuovi rapporti sociali, pertanto secondo la concezione materialistica il soggetto della storia reale
non è lo spirito universale dell’uomo, come Hegel credeva, e non è neppure l’uomo astratto o
l’essenza dell’uomo di Feuerbach bensì «gli individui umani viventi» considerati nella
concretezza dei loro bisogni biologici, materiali, sociali. Il materialismo storico rende evidente il
rovesciamento della dialettica Hegeliana operato da Marx: è la vita materiale, cioè
socioeconomica, a determinare l’essere della coscienza e le sue forme e non viceversa, come aveva
sostenuto Hegel, secondo il quale invece gli aspetti economici, politici, sociali, culturali,
religiosi, giuridici, artistici ecc. sono soltanto l’effetto, la conseguenza, i predicati di
un’evoluzione tutta interna ad un soggetto spirituale universale, che si esplica nel divenire
storico-temporale. Inoltre il materialismo di Marx non ha niente a che vedere con il materialismo
metafisico della tradizione filosofica (illuminismo, Hobbes) basato sul concetto di sostanza
materiale estesa: Marx non elabora una metafisica della materia poiché il termine materialismo
indica solo condizioni economico sociali, rapporti sociali e produttivi e non altro. Il materialismo
storico di Marx è quindi una teoria storico-sociale ed economica attraverso cui vedere
interpretate l’evoluzione dell’uomo e della società umana. Alla luce di questo modello teoricoscientifico (secondo alcuni Marx sarebbe stato il Galilei delle scienze sociali, nel senso che il suo
materialismo storico avrebbe introdotto quel metodo moderno di scientificità che Galilei aveva
applicato allo studio della natura) Marx rilegge e reinterpreta l’intero corso della storia umana in
cui individua tappe e passaggi ben precisi. Marx ritiene, come già Hegel, che la storia non sia
una successione casuale e caotica di eventi ma possieda una sua logica interna, sia cioè un
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processo dialettico-razionale basato su momenti in sé necessari e correlati strettamente tra loro,
poiché l’uno è il presupposto dell’altro e costituisce un gradino di una scala ascendente che
procede dall’inferiore al superiore. Marx individua cinque fondamentali formazioni economicosociali che, in epoche diverse, si sono avvicendate nel processo storico: il comunismo primitivo,
antecedente all’età neolitica [nella quale, con la scoperta dell’agricoltura, nascono le proprietà
private dei mezzi di produzione, la divisione del lavoro, la differenza città-campagna, le prime
forme statali ecc.]; la società asiatica, relativa alle antiche civiltà orientali precedenti la civiltà
greco-romana; la società antica greco-romana; la società feudale; la società borghese. Ognuna di
queste grandi formazioni economico-sociali è basata su un determinato metodo di produzione
(sistema economico) e quindi su un determinato rapporto di proprietà. Il passaggio da un’epoca
all’altra implica una rivoluzione economica, sociale e politico-giuridica poiché i vecchi rapporti
economico-sociali, e di conseguenza politici, entrano in crisi mentre avanzano quelle nuove forze
sociali che tendono ad instaurare un nuovo sistema economico e quindi nuovi rapporti di forza
sociali e politici. Il processo storico quindi vede lo scontro tra sistemi economici contrapposti e
classi sociali antagoniste, in quanto portatrici di interessi economici opposti, e quindi di rapporti
sociali e di ordinamenti politici completamente diversi. Le guerre, le conquiste, le rivoluzioni
sono l’effetto, la conseguenza di un certo sistema economico, che a sua volta crea una
determinata forma di dominio sociale e politico di una classe su un’altra, di un popolo su un
altro, di una civiltà su un’altra ecc. Ad esempio nelle civiltà orientali e nel mondo antico grecoromano il sistema economico era basato sulla grande proprietà fondiaria aristocratica che
sfruttava il lavoro di contadini poveri ma soprattutto di schiavi: le guerre di conquista dei grandi
imperi del passato si giustificano non solo per il desiderio di appropriarsi del “bottino”, ma
soprattutto per acquisire nuovi terreni agricoli e catturare intere popolazioni riducendole al rango
di schiavi. L’economia delle grandi civiltà antiche è un’economia essenzialmente schiavistica.
Questo tipo di sistema economico sul piano sociale equivaleva al dominio delle aristocrazie
nobiliari latifondiste e sul piano politico-giuridico si concretizzava nella forma delle monarchie
assolutiste. Come dicono Marx ed Engels nel celebre primo capitolo del manifesto del partito
comunista (1848):
La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e
plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola
oppressori ed oppressi sono sempre stati in contrasto fra loro, hanno sostenuto una lotta
ininterrotta a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una
trasformazione rivoluzionaria di tutte le società o con la rovina comune delle classi in
lotta.[…]Nell’antica Roma abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel Medioevo
signori feudali, vassalli, maestri d’arte, garzoni, servi della gleba, e per di più in quasi
ciascuna di queste classi altre speciali gradazioni.[…]La moderna società borghese, sorta
delle rovine della società feudale, non ha eliminato i contrasti tra le classi. Essa ha
soltanto posto nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta in
luogo delle antiche. L’epoca nostra, l’epoca delle borghesie, si distingue tuttavia perché
ha semplificato i contrasti tra le classi. La società intera si va sempre più scindendo in
[…] due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato
Marx riconosce i grandi meriti storici della borghesia, la cui rivoluzione non ha eguali rispetto al
passato:
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La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria. Dove è
giunta al potere, essa ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache.
Essa […] non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato
“pagamento in contanti”. Essa ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i santi
fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco[…] Essa ha fatto della
dignità personale un semplice valore di scambio […] In una parola, al posto dello
sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha messo lo sfruttamento aperto,
senza poteri, diretto e crudo […] Essa per prima ha mostrato che cosa possa l’attività
umana. Essa ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani
e le cattedrali gotiche; essa ha fatto ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le
Crociate […] La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato
città enormi, ha grandemente accresciuto la popolazione urbana in confronto con quella
rurale […] così ha reso ha reso dipendenti dai popoli civili quelli barbari o semibarbari, i
popoli contadini dai popoli borghesi, l’Oriente dall’Occidente […] La borghesia ha creato
delle forze produttive il cui numero e la cui importanza superano quanto mai avessero
fatto tutte insieme le generazioni passate. Soggiogamento delle forze naturali, macchine,
applicazione della chimica all’industria e all’agricoltura, navigazione a vapore, ferrovie,
telegrafi elettrici, dissodamenti di interi continenti, fiumi resi navigabili, intere
popolazioni sorte quasi per incanto del suolo…
Tuttavia la società borghese genera al suo interno quelle forze che, ad un certo punto dello
sviluppo storico, la travolgeranno: le contraddizioni stesse del sistema capitalistico ad un certo
momento esploderanno e porteranno all’abbattimento dell’economia e delle società
capitalistiche. Attraverso l’osservazione del capitalismo più avanzato dell’Ottocento, Marx
ipotizza uno sviluppo socio-economico che per molti aspetti sarà smentito dall’evoluzione
effettiva che si avrà tra Otto e Novecento: secondo Marx, infatti, le tendenze monopolistiche
ed imperialistiche che si intravedono già nella seconda metà dell’Ottocento e che sono la
risposta del capitale alle crisi ricorrenti generate dall’eccessiva concorrenza e quindi dalla
sovrapproduzione (nel sistema capitalistico classico, cioè liberista, la produzione, l’offerta, non
riesce a prevedere i cambiamenti e le fluttuazioni del mercato, cioè della domanda, per cui
ciclicamente ci si ritrova in una situazione di eccessiva produzione che genera una crisi
economica) non sono Sufficienti per eliminare le crisi, il disordine, le contraddizioni proprie del
sistema; anzi la tendenza alla fusione e concentrazione dei capitali, secondo Marx, opera una
semplificazione della società poiché da una lato si concentrano in poche mani enormi ricchezze e
dall’altro la stragrande maggioranza della popolazione tende a proletarizzarsi e a impoverirsi
sempre più [N.B. In particolare questa previsione si è rivelata errata in quanto il capitalismo
contemporaneo, con l’aiuto dello Stato, quindi con una politica di controllo e riforme
dell’economia, con l’assistenza ecc. ha in realtà migliorato le condizioni di vita e di lavoro del
proletariato, soprattutto per merito dell’azione degli stessi partiti socialisti e dei sindacati.
Inoltre lo sviluppo del capitalismo maturo, anziché eliminare tendenzialmente i ceti medi,
proletarizzandoli, in realtà li ha estesi e rafforzati, tanto che il capitalismo contemporaneo è
sempre meno proletario e sempre più terziarizzato]; inoltre, sul lungo periodo, i sempre maggiori
investimenti che i capitalisti sono costretti a fare per rinnovare costantemente l’apparato
tecnologico e produttivo, determinano quella che Marx chiama la caduta tendenziale del saggio
di profitto, cioè una tendenza progressiva ed irreversibile alla diminuzione dei profitti
capitalistici. Tutti questi fattori di crisi e di anarchia del sistema, unitamente alla crescita della
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forza e della coscienza del proletariato mondiale, creano le condizioni per la rivoluzione
socialista, che abbatterà definitivamente la società capitalistico-borghese.
Socialismo e Comunismo
Marx prende le distanze dal cosiddetto socialismo utopistico della prima metà dell’Ottocento
(Fourier, Saint-Simon, Owen, Proudhon ecc.), il quale, del tutto astrattamente, senza tener
conto delle condizioni e delle forze reali, delineava modelli utopistici e fittizi di una perfetta
società socialista e contrapponeva questi modelli ideali, spesso descritti anche nei particolari e
nei dettagli, alla realtà negativa e degenere. Marx invece propone un socialismo scientifico,
basato cioè sull’osservazione attenta e sull’analisi critica delle strutture, degli aspetti e delle
tendenze della società reale. Solo partendo da questa metodologia socio-economica scientifica si
può parlare di socialismo e di rivoluzione. E, infatti, per Marx la lotta di classe, la rivoluzione, il
comunismo sono movimenti reali, forze oggettive, che nascono e si sviluppano nel seno della
società borghese, delle cui contraddizioni rappresentano un esito inevitabile e necessario. Come
Marx stesso dice, il comunismo è il «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» e
pertanto non si può descrivere fantasticamente ed anticipatamente come sarà la società
socialista; si può più che altro ipotizzare quello che non ci sarà più nell’era del comunismo. Sulla
base di queste considerazioni Marx distingue tra socialismo e comunismo. Il socialismo è la
nuova società che nasce subito dopo l’abbattimento rivoluzionario del sistema capitalisticoborghese; il socialismo realizza la socializzazione dei mezzi di produzione che dai privati
passano alla comunità, cioè allo stato. Nella fase del socialismo diventa importante e decisiva la
struttura statale: distrutto lo stato borghese che era strumento di dominio socio-politico della
borghesia, lo Stato diventa socialistica, cioè diventa lo strumento attraverso cui si attua la
dittatura del proletariato. Questo passaggio è necessario poiché occorre una struttura di potere
che da un lato consolidi la conquista rivoluzionaria e dall’altro prepari il terreno al Comunismo.
La borghesia sconfitta infatti potrebbe operare una controrivoluzione, annullando la conquista
del socialismo: occorre dunque un potere socialista, uno Stato socialista che eserciti la dittatura
del proletariato, in modo da imporre, con la forza, questo nuovo modello sociale a quelle classi
sconfitte che non lo accettano. Tuttavia, secondo Marx, la dittatura del proletariato è una
dittatura diversa da tutte le altre dittature storiche, poiché essa è pur sempre il potere autoritario
della maggioranza degli ex oppressi sulla minoranza degli ex oppressori. Nello Stato socialista
ci sono però ancora le tracce delle vecchie società. In esso infatti la proprietà, anziché essere
veramente soppressa, viene invece universalizzata, nel senso che diventa proprietà collettiva,
statale, e gli uomini si trasformano tutti in salariati: lo Stato socialista è rimasto l’unico
capitalista, se così si può dire. In questo contesto ognuno riceve un salario equivalente alla
quantità di lavoro prestato, per cui vale la formula “Ad ognuno secondo il suo lavoro” ed il
criterio di uguaglianza è dato proprio da questa “uguale misura di lavoro”.
Il Comunismo
Ma ciò significa che la società socialista è ancora una società postcapitalista ed è quindi
precomunista. Il comunismo invece rappresenta la fase suprema della storia e segue il distacco
totale dalla vecchia società: con il comunismo si ha la totale, integrale, effettiva soppressione
della proprietà e ciò implica anche una corrispondente rivoluzione antropologica e culturale;
l’uomo infatti cessa di essere “homo aeconomicus”, abituato cioè a misurare se stesso ed il suo
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rapporto col mondo e con gli altri sulla base del possesso privato, e diventa uomo totale, uomo
nuovo, che mira a sviluppare senza instaurare rapporti di potere, di dominio, di possesso.
Sebbene Marx ritenga impossibile descrivere con esattezza e precisione come sarà la futura
società, egli tuttavia tratteggia quei caratteri di fondo che certamente saranno alla base di
questo mitico comunismo maturo: in esso si realizza la vera uguaglianza che non sarà più
misurata dalla quantità di lavoro prestato. Infatti gli uomini fisicamente, moralmente,
intellettualmente non sono uguali, possiedono capacità ed esigenza diverse: e allora in una
società comunista avanzata il criterio dell’uguaglianza sarà dato dalla formula: “Ognuno
secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”. Pertanto nel comunismo maturo
saltano tutte le vecchie barriere e distinzioni: finirà la divisione tra lavoro manuale e lavoro
intellettuale, tra attività superiori ed attività inferiori. Lo sviluppo illimitato della forza
produttiva, che il comunismo consentirà, eliminerà ogni forma di miseria; il lavoro non sarà più
una necessità né qualcosa di alienante, ma diventerà libera attività creatrice; scompariranno le
classi sociali e quindi tutte le forme di divisione e di dominio tra gli uomini. Scomparirà lo stesso
stato inteso come apparato politico-burocratico-militare, e finiranno i contrasti e le guerre tra
popoli e nazioni. Nascerà un’unica, universale comunità, costituita da uomini liberi ed uguali.
Enorme è stato il fascino esercitato da questo mito Marxiano del comunismo sulle menti di
milioni di uomini, negli ultimi 150 anni.
Economia politica: teoria dello sfruttamento.
L’analisi dei meccanismi e delle leggi del sistema capitalistico viene condotta da Marx in due
grandi opere, che rappresentano la summa del suo pensiero economico e sociale: i “lineamenti
fondamentali della critica dell’economia politica” (spesso indicati con il primo termine tedesco
Grundrisse) ed il “Capitale”. Marx ribadisce chiaramente il concetto che la sua analisi critica
dell’economia capitalistica è condotta secondo criteri rigorosamente scientifici e nulla ha da
spartire con le astratte teorie del socialismo utopistico. Molti filosofi ed economisti posteriori a
Marx evidenziarono questa sua esigenza di “scientificità”, anzi alcuni di essi definiranno Marx
come il “Galilei delle scienze sociali”, cioè come colui che per primo ha dato alla scienza
economica e sociale uno statuto scientifico. Marx si colloca nel solco dell’economia politica
classica, come si era definita con A. Smith e D. Ricardo: utilizzando in particolare alcune
intuizioni di Ricardo, Marx perviene, attraverso la teoria del plusvalore, ad una teoria dello
sfruttamento capitalistico. Tuttavia Marx è il continuatore dell’economia politica classica di
Smith e Ricardo e di questa scuola conserva l’impostazione oggettivistica, nel senso che per lui,
come vedremo, il lavoro ed il valore di una merce rappresentano grandezze oggettive e
quantificabili, mentre molte correnti economiche successive avranno un carattere soggettivistico,
nel senso che sosterranno che il valore del lavoro e delle merci non esiste in sé ma costituisce solo
una valutazione soggettiva, che può variare da situazione a situazione e da soggetto a soggetto.
Marx muove dalla constatazione che l’economia capitalistica molto più di quanto non lo siano
stati i sistemi economici precedenti, è essenzialmente un’economia di mercato, è esclusivamente
dominata dalle leggi e dalle richieste del mercato e non certo dai bisogni umani: il capitalismo
rappresenta l’apoteosi delle merci, mai sono state prodotte tante merci nel passato, e tutto viene
mercificato, in primo luogo il lavoro e gli stessi rapporti umani. Ogni merce possiede
intrinsecamente due valori: è in primo luogo valore d’uso, nel senso che possiede una sua utilità,
una sua funzione, serve a qualcosa, altrimenti non verrebbe prodotta. Ma ogni merce è anche un
valore di scambio, cioè è un valore oggettivo in base al quale si determina un rapporto
quantitativo che rende possibile lo scambio, ossia la vendita-acquisto tra due merci. Ma da cosa
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deriva questo valore di scambio, questo “Quantum” identico che esiste in tutte le merci e le
rende scambiabili in determinate proporzioni? Marx, sviluppando la teoria del valore di Ricardo,
arriva a sostenere che il valore di scambio di una determinata merce è dato dalla quantità di
lavoro sociale necessario per produrla: ogni merce incorpora ed oggettiva una quantità di lavoro
sociale che determina il suo valore di merce (anche la materia prima e l’uso delle macchine, in
quanto frutto del lavoro, rientrano in questo calcolo). Importante è sottolineare il fatto che il
valore di scambio non coincide con il prezzo, che è invece la determinazione del valore monetario
di una merce sulla base della legge della domanda e dell’offerta, quindi delle condizioni mutevoli
del mercato, tanto che il prezzo può essere inferiore o superiore al valore di merce oggettivo che
ogni merce possiede. Nel sistema capitalistico, osserva Marx, anche il lavoro è considerato una
merce, è infatti forza-lavoro comprata dal capitalista attraverso il salario (valutazione monetaria
del valore di scambio della merce forza-lavoro). Anche il valore di scambio della forza-lavoro è
determinato dalla quantità di lavoro sociale necessario per produrla, cioè dal valore di tutti i
mezzi di sussistenza necessari a tenere in vita il lavoratore. Con il salario, quindi, il capitalista
paga “equamente” la merce acquistata, cioè la paga in modo adeguato al suo valore oggettivo.
Sennonché nel sistema capitalistico si verifica un fenomeno peculiare: il capitalista spende del
denaro D per acquistare una merce M (forza-lavoro più materie prime) che gli consente di
realizzare un guadagno D1 che è maggiore del capitale investito D. Se ogni scambio è uno
“merce alla pari”, come è possibile, si chiede Marx, che nel ciclo D-M-D1 (che esprime lo
scambio che avviene tra capitale e forza-lavoro) il capitale finale D1 risulti maggiorato,
accresciuto rispetto al capitale investito D? Da dove si origina questo in più di valore, ossia
questo plusvalore, che rende così vantaggioso per il capitalista il ciclo esemplificato dalla
formula D-M-D1? Dall’analisi di questo scambio Marx ricava la sua teoria del plusvalore, cioè
dello sfruttamento capitalistico. Marx scopre in sostanza che il plusvalore non nasce nel
mercato, quando cioè le merci vengono vendute sulla base del loro prezzo, determinato dal valore
di scambio e dal rapporto tra domanda e offerta, ma si origina nella fase della produzione,
quando cioè il capitale si scambia con la forza lavoro infatti, nel dare vita alle merci, produce un
valore (la merce finita), che non è equivalente al salario: è avvenuto che la forza lavoro, nel suo
esplicarsi nel processo produttivo, abbia non solo riprodotto il proprio valore (il salario) ma
aggiunto anche un valore in più, che non esisteva prima; la forza-lavoro cioè, producendo una
merce, produce un valore aggiunto che non si ritrova nel salario né è già presente nella materia
prima e nella macchina usata. La forza lavoro è quindi una merce particolare che, scambiandosi
col capitale, attraverso il salario, produce un valore nuovo, un plusvalore. Questo implica che lo
scambio tra capitale e lavoro non è equivalente, poiché il salario esprime solo una parte del valore
effettivo prodotto dall’operaio (la merce finita); la parte rimanente di questo valore costituisce
appunto il plusvalore, che il capitalista non paga e che rappresenta la vera fonte del profitto
capitalistico. In questo senso si parla di sfruttamento capitalistico, poiché il salario operaio non
comprende in sé il valore in più prodotto dall’operaio stesso. Il plusvalore genera quindi il
profitto, che è il reddito del capitalista: plusvalore e profitto però non coincidono, anche se il
secondo presuppone il primo. Infatti il plusvalore, poiché nasce dalla forza lavoro, è in relazione
con il salario, che Marx chiama con il termine di capitale variabile, cioè la somma complessiva
che il capitalista investe per pagare i salari. Invece l’investimento per macchinari, materie prime
ecc. è chiamato da Marx capitale costante. Marx pertanto chiama saggio del plusvalore il
rapporto espresso dalla formula plusvalore fratto il capitale variabile, mentre il saggio del
profitto è un rapporto espresso dalla formula plusvalore fratto capitale variabile sommato al
capitale costante; da ciò si ricava che il profitto (cioè l’effettivo guadagno del capitalista) è
sempre inferiore al plusvalore. Questa situazione induce il capitalista a ricercare un costante
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aumento della produttività del lavoro operaio (produttività uguale a quantità di merci prodotte
in una unità di tempo) poiché più essa è alta più aumenta il plusvalore relativo (cioè l’operaio
impiega meno tempo a riprodurre il valore del suo salario e quindi aumenta il tempo di lavoro in
cui egli produce plusvalore). Questo spiega la tendenza tipica del sistema capitalistico alla
continua innovazione tecnologica; sennonché l’incremento progressivo della produttività,
soprattutto quando i salari medi non aumentano o si abbassano, conduce alla crisi tipica del
capitalismo, ossia crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo (eccesso dell’offerta di beni
rispetto alla domanda): di qui i licenziamenti, ridimensionamenti aziendali, disoccupazione.
D’altra parte il mantenimento di un certo tasso di disoccupazione conviene al Capitale, poiché
contribuisce a tenere bassi i salari. Studiando i meccanismi di sviluppo dell’economia
capitalistica, Marx individua quella che lui chiama caduta tendenziale del saggio di profitto, che
dovrebbe verificarsi sul lungo periodo: in sostanza la continua innovazione tecnologica
contribuisce a far aumentare di molto il capitale costante investito, ma ciò provoca una tendenza
progressiva alla diminuzione dei profitti. A questa caduta tendenziale del profitto, il sistema
capitalistico oppone una serie di contromisure che, secondo Marx, possono soltanto attenuare o
ritardare questo fenomeno, ma non eliminarlo, poiché esso esprime una tendenza strutturale del
sistema e ne costituisce il punto più debole. Una delle risposte più forti alla caduta tendenziale
del Saggio di Profitto è data dal processo di concentrazione industriale, già delineatosi a fine
‘800: per ridurre gli effetti negativi della concorrenza, dell’eccesso di produzione, del ribasso dei
prezzi ecc., si creano fusioni e accordi tra industrie che operano nello stesso settore o in settori
complementari, nascono cioè i trust e i cartelli, nasce il capitalismo finanziario, basato sulla
compenetrazione tra banche ed imprese, nascono le grandi multinazionali, che tendono ad
esportare i capitali in aree che garantiscono un profitto maggiore. Ma questa evoluzione del
capitalismo in senso monopolistico e multinazionale, non solo creerà tensioni tra le potenze
capitalistiche ed imperialistiche, tensioni che possono tramutarsi in guerre devastanti, ma
semplificherà ulteriormente la società, dividendola sempre più tra una minoranza ricchissima e
potente ed una maggioranza povera e proletaria, e ancora tra pochi paesi sviluppati e ricchi e
molti paesi sottosviluppati e sfruttati: quando questa divaricazione giungerà al suo culmine, il
sistema collasserà, poiché la maggioranza degli sfruttati, grazie anche all’acquisizione di una
coscienza di classe e alla diffusione delle idee socialiste, attuerà la rivoluzione proletaria
mondiale, che abbatterà per sempre il sistema capitalistico. In realtà questo crollo finale del
capitalismo, per una serie molteplice di ragioni economiche, politiche e sociali, non si è verificato
(almeno fino ad oggi) anche perché il capitalismo, dimostrando una vitalità ed una flessibilità
che Marx stesso non poteva prevedere, è riuscito sempre a superare le proprie interne
contraddizioni.
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La definizione di Rivoluzionario
Prima di descrivere i gruppi (o i singoli) da me presi in considerazione, ritengo sia doveroso
cercare di definire in maniera chiara il termine “rivoluzionario”. Il primo strumento che si possa
sfruttare è sicuramente il dizionario, che con un chiaro Colui che rinnova radicalmente, o che
sconvolge un ordine spiega inizialmente la definizione letterale. In senso più lato il termine di
rivoluzionario ha preso il significato di Comunista,marxista o comunque personaggio politico
che ha intenzione di compiere una rivoluzione.
Questo significato, usato comunemente è abbastanza impreciso, perché non rispecchia
chiaramente il significato stretto del termine. Infatti, se ragionassimo su un piano prettamente
legato al significato del vocabolo, dovremmo definire “rivoluzionari” anche tutti coloro che
hanno attuato un colpo di stato, con conseguente ribaltamento della situazione politica, come ad
esempio Franco o Pinochet. Tuttavia costoro sono comunemente definiti “golpisti” perché nella
loro rivoluzione hanno utilizzato l’esercito, applicando un coordinamento di forze di tipo
gerarchico piramidale, e non hanno compiuto un ribaltamento attuato da forze che siano nate dal
“basso”. Proprio questo “ribaltamento dal basso” è la chiave dell’ideologia che differenzia chi
compie rivoluzioni e chi compie golpe. Mentre i secondi cercano di utilizzare la forza per
ristabilire l’ordine e mantenere una condizione dello stato abbastanza conservatrice, se non
capitalista, i primi si rifanno ai testi marxisti, dove la rivoluzione, seguita dalla dittatura del
proletariato (ossia dalla maggioranza delle persone), è lo strumento per migliorare le condizioni
collettive, e non di una casta sociale ristretta. È proprio questa la differenza tra Golpisti e
Rivoluzionari: l’ideologia che li spinge a modificare l’assetto politico e sociale, i primi lo fanno
per non perdere privilegi, altri per guadagnare liberà ed una migliore condizione economica e
sociale.
Il discorso si complica sempre di più, perché non è facile discutere di una materia che non ho mai
studiato, come l’analisi critica del linguaggio comune e definizione di espressioni verbali. Credo
tuttavia che la sottile differenza che sia possibile fare tra i rivoluzionari conosciuti comunemente
e i golpisti sia semplice: i primi non sono nient’altro che persone dei ceti medio-bassi che cercano
di prendere il potere, anche con l’uso della forza, gli altri sono generali, o nella fattispecie
militari, che desiderano ristabilire l’ordine, situando loro stessi in cima alla piramide sociale.
Ma dove è allora la differenza tra Stalin e Hitler, o tra Fidel Castro e Pinochet? Se ragioniamo
su un piano legato ai risultati ottenuti dai vari dittatori, potremmo non notare alcuna differenza,
se non qualche minima inezia sul piano economico, ma se ragioniamo su un piano più legato alle
ideologie politiche, al desiderio di creare una società funzionale per le esigenze di tutti, dove vi
sia maggiore equità, allora potremmo notare come vi è da parte dei dittatori “di sinistra” una
maggiore ideologia. (Con questo non voglio assolutamente difendere o sminuire i loro crimini,
vorrei soltanto puntualizzare sul vero concetto di rivoluzionario e di rivoluzione, che ritengo non
sempre sia stata analizzata con cura né dai media né da personaggi politici del nostro paese.)
Difficile a questo punto trovare una univoca definizione di “rivoluzionario”. Credo che possa
essere sensato utilizzare, con le dovute considerazioni, alcune frasi di Ernesto Guevara de la
Serna, il rivoluzionari per antonomasia, per cercare di capire meglio il significato di Rivoluzione
e rivoluzionario. Il “Che” nel 1960, in un discorso di commiato alle Brigate Internazionali del
Lavoro Internazionale afferma che:
Il rivoluzionario deve essere un lavoratore infaticabile e, oltre che infaticabile,
organizzato.[…]La cosa più importante è la nazione, è l’intero popolo di Cuba e ogni
21
rivoluzionario deve esser sempre pronto a sacrificare qualsiasi beneficio individuale in favore del
beneficio collettivo.
Queste frasi chiariscono meglio l’ideologia e il modo di pensare e agire di un rivoluzionario; tutto
per lui è volto alla rivoluzione che (afferma sempre Guevara) “[…]non è, come pretendono alcuni,
standardizzazione della volontà collettiva, ma, al contrario, è liberatrice delle capacità
individuale dell’uomo” , perché le capacità dell’uomo possono essere veramente misurate ed
applicate al meglio nel momento in cui tutti sono uguali e l’unica differenza è per l’appunto
l’individualità del singolo e non la sua condizione sociale ed economica.
Direi che a questo punto è possibile definire chiaramente il rivoluzionario come colui che, ispirate
da libri marxiani e marxisti, cerca di ridistribuire equamente le risorse del proprio paese, ed è
pronto a tutto pur di poter raggiungere questo obbiettivo.
In conclusione, sebbene sappia quanto sia corretto e giusto parlare anche di tutte quelle persone
che si oppongono con rivolte di vario genere alle rivoluzioni proletarie, lo farò solo in minima
parte, perché non è nelle mie intenzioni iniziali discutere quest’altro argomento ed inoltre vari
eventi storici non hanno permesso una grande diffusione di opere letterarie anti-rivoluzionari di
sinistra (ma solo anticomuniste o antisovietiche, il che a mio avviso non è sufficiente per
compiere un confronto tra le ideologie e letterature).
A seguito dei suddetti motivi ogni qual volta, fatte rarissime eccezioni, parlerò di
“rivoluzionario” intenderò chiaramente tutti coloro che si rispecchiano quell’immagine di uomo
precedentemente definita.
22
I
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Brevi Cenni Storici
La Russia prima della rivoluzione
L'impero russo d'inizio secolo costituiva una realtà complessa e
contraddittoria, dove elementi di innovamento economico e
culturale, convivevano con l'arretratezza della politica. Tutto il
potere era in mano allo Zar Nicola II , della dinastia dei Romanov,
ed ad una ristretta cerchia di nobili e borghesi molto ricchi,
principalmente grossi proprietari terrieri, in un vero e proprio stato
assolutista monarchico. Tuttavia la situazione sociale sembrava
destinata a mutare. Infatti vi erano quattro distinte classi sociali:
l’aristocrazia, chiaramente conservatrice; la media borghesia, che era favorevole alla democrazia;
la classe operaia e il proletariato in genere, che sosteneva una possibile rivoluzione; i contadini, i
quali avevano come unica richiesta ottenere più terra.
I problemi della Russia
La causa dell'arretratezza economica era principalmente questa: dopo la prima rivoluzione
industriale la Russia era rimasta una terra prevalentemente agricola, tanto da essere considerata
"il granaio d'Europa". Il problema di fondo era la mancanza di capitali che permettevano di
avviare una "seconda rivoluzione industriale", e di investire nelle industrie, aiutando così
l’economia.
Sorsero infatti, tra il 1870 circa e il 1910, le prime importanti manifatture tessili (cotone, lana,
lino) e complessi industriali, costruiti e venduti da grandi industrie occidentali. Lo stesso
processo di prima industrializzazione avvenne circa cento anni prima in Inghilterra, che nel
frattempo era economicamente, molto forte e destinata a svilupparsi ulteriormente.
Intanto la popolazione cresceva notevolmente, passando da 70 milioni di abitanti nel 1850 ad
oltre 161 milioni nel 1911. In questo stesso anno circa 5 milioni erano gli addetti alle industrie e
alle attività minerarie. Si trattava, in sé, di una percentuale modesta di lavoratori rispetto al
totale degli abitanti dell’impero. Tuttavia gran parte delle fabbriche era concentrata in poche
grandi città, come Pietrogrado (così era stata ribattezzata l’antica capitale di San Pietroburgo),
Mosca, Kiev, Rostov, Odessa, Baku. Quindi, in quelle particolari città esisteva una forte
componente operaia e proletaria. Inquadrata e sostenuta dai socialisti, fu proprio questa base
operaia a dare il sostegno maggiore alla Rivoluzione russa del 1917.
L'86 % della popolazione viveva però nelle campagne, in cui l'eliminazione della servitù della
gleba, decisa dallo zar Alessandro II nel 1861, non aveva risolto il problema dell'arretratezza e
della miseria dei contadini.
Altro problema della russia era l’arretratezza politica. Infatti l’opposizione dei socialisti al
regime degli zar era clandestina: organizzazioni sindacali e partiti politici erano vietati perché il
governo zarista li riteneva pericolosi e sovversivi, la stampa era sottoposta ad una rigida censura
da parte della polizia. Si è calcolato che nel 1911 solo 40.000 operai o poco più fossero di nascosto
iscritti ai sindacati. Non molti di più, e sempre clandestini, erano gli operai e i proletari che
aderivano al Partito Socialdemocratico Russo nato nel 1898. Nel congresso, tenuto a Londra nel
1903, tale partito si divise in due:
24
il Partito menscevico (questa parola, in russo, vuole dire "di minoranza");
il Partito bolscevico (che significa invece "di maggioranza").
I menscevichi erano il gruppo più moderato. Essi sostenevano che occorreva tentare una politica
di riforme politiche e sociali alleandosi con la borghesia. Questo allo scopo di portare il Partito
socialdemocratico ad essere legalmente riconosciuto e poi ad ottenere il successo in libere
elezioni politiche.
I bolscevichi invece ritenevano che ciò non sarebbe mai stato possibile in un paese arretrato e
quasi privo di una borghesia liberale come la Russia. Quindi, a loro modo di vedere, per
realizzare qualsiasi tipo di cambiamento sarebbe stato indispensabile realizzare una rivoluzione
e prendere il potere con la forza.
Il contrasto fra i due partiti, in sostanza, riproduceva quello che avvenne nei movimenti socialisti
dell'Europa occidentale, fra riformisti e massimalisti.
Occorre però aggiungere che c'era un'assoluta diversità di condizioni fra i paesi dell'Europa
occidentale e la Russia. In Europa si erano affermati e diffusi il liberalismo e la borghesia: il
movimento sindacale e i partiti socialisti, anche se a prezzo di dure lotte, avevano infine
ottenuto la libertà di esistere e di agire.
In Russia, invece, il potere era in gran parte in mano alla nobiltà zarista, mentre scarsa per
numero e per peso politico era la classe borghese.
Tutt'altro che diffusa era l'adesione al liberalismo, mentre i divieti contro l'attività politica e
sindacale dei lavoratori erano fatti rispettare dalla polizia con spietata durezza. La differenza
nelle idee politiche si rispecchiava nella diversa composizione sociale della base dei due partiti.
I menscevichi raccoglievano i loro seguaci fra gli operai specializzati, i tipografi, i ferrovieri e
anche fra i piccoli borghesi; i bolscevichi avevano largo seguito soprattutto fra gli operai meno
qualificati e fra i più poveri.
In sintesi i grandi problemi della Russia erano due: la questione delle libertà politiche e la
questione della terra. In campo politico lo zar Nicola II aveva concesso, dopo il 1905, che si
eleggessero dei parlamenti (chiamati Dume) a livello centrale e locale. Essi tuttavia avevano
scarso potere nei confronti dello zar, quindi si limitavano ad essere consigliativi. Questo fece
strada ad un'insofferenza crescente nei confronti dell'assolutismo zarista sia nella borghesia
liberale sia nella classe operaia. La prima chiedeva una riforma del sistema politico e la
concessione di una costituzione, in modo da potersi avvicinare alle democrazie occidentali. La
seconda, concentrata nelle zone di Mosca, Pietrogrado e degli Urali, aveva un orientamento
socialista e già nel 1905 aveva dato vita ai soviet(che significa consigli), piccoli organi.
Lenin e il Marxismo-Leninismo.
Fra i capi del Partito bolscevico c’era un esponente della piccola nobiltà di
provincia, Vladimir Ulianov detto Lenin, un rivoluzionario rifugiatosi
all’estero che si ispirava alle teorie filosofiche di Karl Marx. Marx aveva
parlato di una rivoluzione realizzata dalla classe operaia, che si sarebbe
compiuta nei paesi più industrializzati come conseguenza del crescente
sfruttamento della stessa classe operaia da parte della borghesia. Lenin
invece diede una propria interpretazione politica del pensiero di Marx,
interpretazione che venne poi chiamata marxismo-leninismo. Egli
capovolse l’idea centrale di Marx sostenendo che, in realtà, la rivoluzione
sarebbe scoppiata nei paesi più arretrati, proprio perché in tali paesi erano
25
insostenibili le condizioni di vita dei lavoratori. Secondo la sua convinzione,
il minuscolo Partito bolscevico (che aveva, prima della Rivoluzione, poco
più di 50.000 iscritti, per di più clandestini) avrebbe dovuto rappresentare la
guida e l’avanguardia rivoluzionaria di una nuova società comunista.
Questa doveva fondarsi sulla dittatura del proletariato, cioè sul dominio di
tale classe sociale sulle altre, che avrebbero finito con lo scomparire, e sulla
proprietà collettiva dei mezzi di produzione (campi, miniere, fabbriche). Tra
i mezzi di produzione da collettivizzare erano comprese quelle terre che non
pochi contadini avevano riscattato a caro prezzo e coprendosi di debiti nel
1867. La piccola dimensione del suo partito non costituiva per Lenin un problema; al contrario lo
rendeva più determinato ed efficiente nel suo compito, che era quello di guidare le masse,
scegliendo per esse i metodi da adottare e gli obiettivi da raggiungere anche a costo di imporli
con la forza. La nuova organizzazione della società avrebbe dovuto comportare l’abolizione della
religione, della proprietà e delle distinzioni fra classi e gruppi sociali.
Gli Esclusi
Escluso e lontano dall’idea rivoluzionaria bolscevica restava tuttavia il mondo contadino: un
mondo disperso in un territorio sterminato, chiuso in piccole realtà separate l’una dall’altra.
Nel primo Novecento i viaggi erano ancora difficili e ogni regione della Russia contadina viveva
una sua vita tradizionale scandita dal ritmo delle stagioni.
D’inverno l’attività agricola si riduceva quasi a nulla a causa delle proibitive condizioni
climatiche, della neve e del gelo. Poi, in primavera, iniziava il disgelo e si ritornava alla vita dei
campi.
Ogni villaggio viveva raccolto intorno a pochi edifici: la chiesa, il mulino, l’officina, del fabbro, in
qualche caso la stazione delle diligenze e poi in quella della ferrovia.
Dal punto di vista economico la campagna russa presentava situazioni e figure diverse. Molti
erano i braccianti e i contadini poveri, proprietari di minuscoli fazzoletti di terra che li
condannavano a una vita di miseria e Stenti. Ma esistevano anche contadini benestanti, se non
proprio ricchi: i kulaki. Erano proprietari di appezzamenti un po’ più grandi, di piccole fattorie, di
stalle con capi di bestiame.
I contadini russi erano in gran parte analfabeti e legati a una cultura orale fatta di racconti e di
leggende, di favole e di avventure,erano anche fortemente tradizionalisti e molto religiosi. Fra
loro la Rivoluzione di Lenin avrebbe trovato enormi difficoltà.
La Prima Rivoluzione
Coinvolto nella prima guerra mondiale, il grande impero russo aveva dimostrato la fragilità e la
debolezza della sua organizzazione politica e militare.
In particolare, mentre le numerose sconfitte mettevano a nudo l'impreparazione dell'esercito, la
produzione agricola si riduceva sempre di più, anche perché la maggior parte dei soldati
proveniva dalle campagne, che restarono alle cure delle donne e dei vecchi.
Durante l'inverno 1916-17 vi fu una dura carestia e molte città rimasero addirittura prive di generi
alimentari. La fame provocò sollevazioni popolari e disordini. Nel febbraio 1917 violente
dimostrazioni operaie contro il governo imperiale scoppiarono a Pietrogrado.
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Fu questa la prima fase della rivoluzione, la cosiddetta rivoluzione di Febbraio. L'imperatore
Nicola II fu costretto ad abdicare a favore del fratello Michele, il quale tuttavia rifiutò di
assumere il potere. Cessò così di esistere l'impero degli zar.
Dopo il crollo della monarchia zarista, due furono le forze che spontaneamente si organizzarono
per prendere in mano le sorti della Russia: da una parte la borghesia liberale, dall'altra gli operai
e, in parte minore, i contadini. Si formò un governo provvisorio, guidato da un principe liberale
che aveva l'appoggio della borghesia. Gli operai delle fabbriche, i contadini delle zone prossime
alle città e i soldati formarono dei soviet (in russo soviet vuol dire "consiglio") che avrebbero
dovuto governare le fabbriche, le città, i villaggi e i reparti dell'esercito.
Quella dei soviet non era un'esperienza nuova: se ne erano formati anche durante la Rivoluzione
del 1905 ed erano stati sciolti quando il governo zarista aveva ripreso il controllo della situazione.
Il governo borghese e il popolo dei soviet erano divisi da un profondo disaccordo su molti punti,
ma in particolare sulla condizione della guerra: il governo infatti intendeva proseguire la guerra a
fianco degli alleati dell'Intesa, mentre le classi popolari, quelle che avevano subito le sofferenze
più dure, desideravano una pace immediata.
La Rivoluzione d’Ottobre
A metà del giugno 1917 un'offensiva dell'esercito russo fu fermata dai tedeschi e si risolse in un
ennesimo disastro militare. La guarnigione di Pietrogrado si rivoltò contro il governo invitando il
soviet della città a prendere tutto il potere. La rivolta fallì e molti esponenti del partito
bolscevico furono arrestati. Lenin fuggì in Finlandia. La guida del governo fu affidata al
socialista Kerenskij nella speranza che questi potesse riconquistare il consenso popolare.
La politica di Kerenskij fu ambigua su un punto che invece era ormai decisivo per il popolo russo:
la pace. Egli prese tempo, rimandando ogni decisione. Debole fu inoltre la sua posiziona nei
confronti di un colpo di stato tentato dal generale Kornilov, comandante supremo dell' esercito,
per stabilire una dittatura militare. Il colpo di stato fu sventato dai bolscevichi che
organizzarono la resistenza armata contro il generale e decisero di prendere il potere.
Durante la notte fra il 6 e il 7 novembre 1917 formazioni armate bolsceviche occuparono tutti i
punti strategici di Pietrogrado. L'8 novembre presero d'assalto e conquistarono il palazzo
d'inverno, un'antica residenza imperiale dove era riunito il governo Kerenskij. Istituirono poi il
nuovo governo rivoluzionario: il soviet dei commissari del popolo. Secondo il calendario allora in
uso in Russia la data del 7 novembre corrispondeva al 25 ottobre. E' per questo che la rivoluzione
iniziata in quel giorno è nota come la Rivoluzione d'Ottobre.
Le prime iniziative prese dal governo rivoluzionario furono l'impegno a firmare una pace
immediata con la Germania (pace di Brest- Litovsk) e un decreto che confiscava le grandi
proprietà terriere. Con un altro decreto fu stabilito il controllo degli operai sulla produzione
industriale.
Guerra Civile Tra l’Armata Rossa e L’Armata Bianca
Dopo la pace con la Germania la situazione continuò ad essere drammatica: in tutto il paese
infuriava infatti la guerra civile.
Contro il governo rivoluzionario si schierarono i generali rimasti fedeli allo Zar, con le loro
armate che furono dette armate bianche. La controrivoluzione trovò l’appoggio delle regioni che
27
volevano costituirsi in repubbliche indipendenti come l’Ucraina, la Georgia, il Caucaso e
l'Armenia.
Le grandi potenze: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, per evitare che la rivoluzione si
allargasse fuori dai confini russi, inviarono truppe a sostegno delle armate bianche.
Lenin e Lev Davidovic Trotzkij, suo strettissimo collaboratore, agirono
con grande durezza e decisione. Trotzkij in persona organizzò un
esercito fedele alla rivoluzione, l’Armata rossa. Lo zar, già imprigionato
in una località di campagna, Ekaterinenburg, venne fucilato con tutta la
sua famiglia (1918). Lenin istituì una polizia politica, la Ceka, che
perseguitò in modo spietato la borghesia, i contadini e perfino gli
esponenti socialisti, rivoluzionari e anarchici che non avevano aderito al
partito bolscevico.
La guerra civile fu crudele e sanguinosa, tanto che si è parlato di "terrore bianco" e "terrore rosso".
Moltissimi pagarono con la vita , fucilati o impiccati, la scelta di sostenere l’una o l’altra parte.
Il 1921 segnò la vittoria dell’Armata rossa: le truppe straniere vennero ritirate, si arresero i
generali zaristi, furono sconfitti i governi autonomi che si erano formati in Ucraina, Georgia,
Armenia. Nacque un nuovo stato: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. (URSS).
NEP: La Nuova Politica Economica
Problemi enormi attendevano il nuovo governo sovietico, che aveva confiscato tutti i mezzi di
produzioni (terre, industrie, macchinari, miniere) e li aveva dichiarati di proprietà collettiva.
La produzione agricola era nel frattempo calata al 55% rispetto a quella degli anni precedenti la
guerra, mentre quella industriale era crollata addirittura al 10% e il commercio estero quasi non
esisteva più.
Lenin stesso si rese conto che non era possibile creare da un giorno all'altro una vera economia
comunista. Trovò quindi una soluzione di compromesso che chiamò Nuova Politica Economica
(abbreviato in NEP).
I contadini furono autorizzati a mantenere una certa quantità di terre in proprietà privata.
Solo le proprietà che superavano certe dimensioni divennero collettive.
Nei settori dell'industria e del commercio lo Stato si limitò ad appropriarsi di tutte quelle
aziende che impiegavano più di 20 dipendenti per un totale di circa 37000 imprese. Restarono
private quelle di dimensioni inferiori. In sostanza, restarono in mano ai privati molte proprietà
contadine di dimensioni medio-piccole, gran parte del commercio interno, la piccole aziende
familiari.
Nonostante i severi limiti posti alle attività private, la NEP diede subito fiato alla disastrata
economia sovietica: negli anni 1923-24 solo il 38,5% della produzione totale era frutto del lavoro
del settore statale, mentre tutto il resto provenne dalle libere attività dei privati.
La percentuale della produzione privata sul totale salì a oltre il 98% nell'agricoltura, grazie
soprattutto all'intraprendenza dei Kulàki, i contadini benestanti.
Nel 1924, alla morte di Lenin, il potere passò a Stalin, che si sbarazzò con la forza di ogni rivale.
Negli anni successivi egli affermò con spietata durezza il suo potere personale.
Rivale di Stalin per il potere, ma anche sul piano politico, era stato Trotzkij, l'eroe della difesa
contro le armate bianche. Trotzkij avrebbe voluto l'esportazione del modello rivoluzionario
sovietico, Stalin invece voleva mantenere il socialismo in Russia senza impegnarsi per il
socialismo nel resto del mondo. Trotzkij fu costretto a scappare dalla Russia, ma Stalin lo fece
uccidere da un sicario in Messico.
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L'eco della rivoluzione
In Occidente le notizie provenienti dalla Russia sollevarono grandi preoccupazioni ed emozioni.
I governi e le classi dirigenti ebbero il timore che il contagio rivoluzionario si allargasse. L'invio
delle truppe occidentali in aiuto dei generali zaristi e delle armate bianche non fu sufficiente a
sconfiggere la Rivoluzione ma la guerra creò enormi difficoltà alla nuova dirigenza bolscevica e
al nuovo stato comunista. Anche per questo motivo prevalsero le idee di Stalin sul
rafforzamento del comunismo all'interno della Russia e sulla rinuncia da esportare la
Rivoluzione nel resto del mondo. Fortissime invece furono le emozione e le speranze che la
Rivoluzione fece nascere nelle classi popolari dell'Occidente soprattutto fra gli operai. La
diffusione delle informazioni era allora assai più lenta e difficile che adesso. La Russia inoltre era
un paese vastissimo e lontano dove le comunicazioni erano ben poco sviluppate. Per lungo tempo
tutto ciò che in Occidente della Rivoluzione era che il popolo si era ribellato e aveva preso il
potere. Anche dopo quando maggiori notizie cominciarono a circolare poco o nulla trapelò delle
crudeli lotte di potere che avevano luogo al vertice dello Stato Comunista, della tirannia
imposta da Stalin al paese e delle persecuzioni che di lì a poco si sarebbero abbattute su
chiunque avesse osato opporsi .
In questa situazione molti pensarono alla Russia sovietica per lungo tempo come al paradiso dei
lavoratori: un paese dove il popolo poteva governarsi da sé, dove si era liberato con le proprie
mani dall'oppressione e dallo sfruttamento. Anche se questo, molto più tardi, non si sarebbe
rivelato vero, l'idea di "fare come in Russia" divenne per molti , che vi credettero in assoluta
buona fede, un ideale traguardo di politica e giustizia sociale.
Il Costruttivismo
I fratelli Naum Gabo e Antoine Pevsner, entrambi scultori, scrissero a Mosca nel 1920 il "realist
manifesto" nel quale venivano illustrati i principi del costruttivismo, cinque concetti destinati ad
esercitare una forte influenza sull'architettura russa del dopoguerra. Essi sono:
1 - Noi rifiutiamo le circonferenze spaziali chiuse come le espressioni
plastiche della modellazione dello spazio. Noi asseriamo che (lo spazio)
può essere modellato esclusivamente dall'interno verso l'esterno, nel suo
spessore, e non dall'esterno verso l'interno attraverso il suo volume. Ciò
in quanto, cos'altro è lo spazio assoluto se non un’unica, coerente ed
illimitata profondità?
2 - Noi rifiutiamo il volume puro quale elemento esclusivo per la
composizione di corpi architettonici e tridimensionali nello spazio. Al
contrario noi richiediamo che i volumi plastici dovranno essere costruiti
stereometricamente.
3 - Noi rifiutiamo gli elementi decorativi dipinti con colori sulle
costruzioni tridimensionali. Noi esigiamo che il cemento armato prenda
il posto delle decorazioni pittoriche.
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4 - Noi rifiutiamo la linea decorativa. Noi esigiamo che ogni linea nel
lavoro artistico debba servire esclusivamente per definire la forza
interna del corpo rappresentato.
5 - Non siamo più soddisfatti degli elementi statici della forma nell'arte
plastica. Noi esigiamo l'inclusione del tempo quale nuovo elemento ed
asseriamo che un vero movimento deve essere impiegato nelle arti
plastiche, al fine di rendere possibile l'uso dei ritmi cinetici in un modo
che non sia semplicemente illusionistico.1
Razionalizzare le forme artistiche, prendere le distanze dall'essenza metafisica dell'estetica
idealista per seguire la strada di un coerente materialismo, creare i nuovi condensatori sociali
attraverso una cultura architettonica nella quale il contenuto e la forma siano indissolubilmente
legati, perseguire l'esatta determinazione delle incognite e la ricerca del metodo giusto per
arrivare alla soluzione del problema architettonico costituiscono i postulati del movimento, e il
materialismo attivo nel tempo presente ne è parte indissolubile:
Nella realtà del tempo presente si forgia la concezione del mondo
dell'architetto contemporaneo e nascono i nuovi metodi del pensiero
architettonico.2
Nel tempo presente le incognite sono più facilmente individuabili perché tutte temporalmente
vicine. Queste vanno sviscerate dal generale al particolare, stabilendo un meccanismo di
priorità. Le incognite prioritarie sono quelle che hanno carattere e rilevanza sociale e sono
costituite dall'individuazione delle esigenze della classe lavoratrice la quale deve organizzare la
propria esistenza quotidiana e, al tempo stesso, contribuire al conformarsi della nuova vita
economica del paese. Gli strumenti dell'architetto costruttivista risiedono nella pianificazione e
nello standard e con essi egli opera scientificamente, funzionalmente e materialmente andando
non solo alla ricerca dei problemi, ma dotando questi delle rispettive soluzioni, procedendo
sempre dal piano del contenuto a quello dell'espressione e mai viceversa.
L'architetto segue così nel proprio lavoro un cammino che va
dall'essenziale al secondario, dall'ossatura all'involucro. Solo una
concezione funzionale dell'architettura stabilisce come punto d'arrivo di
ogni lavoro una severa organizzazione dello spazio e mostra l'obiettivo
verso cui deve essere indirizzato lo sforzo fondamentale. In tal modo la
prima funzione delle condizioni concrete del problema risulta essere
quella di fissare il numero delle singole grandezze spaziali, le loro
dimensioni e i loro rapporti reciproci. Sarà proprio questo, prima di ogni
altro, il punto di partenza dell'architetto contemporaneo, questo lo
indurrà a svolgere il suo progetto dall'interno verso l'esterno e non
1 - Naum Gabo / Antoine Pevsner, Basic Principles of Constructivism; in: U. Conrads, Programs
and manifestoes on 20th- century architecture, Cambridge, Mass., the MIT press, (pag 56). (traduz.
di R.L.).
2 - Moisej Ginzburg, I nuovi metodi del pensiero architettonico. (in Sovremennaja Arkhitektura, 1,
1926, pag. 1-4). In V. Quilici, L'architettura del costruttivismo, Bari, Laterza, 1969, Pag. 368-373.
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viceversa, come avveniva ai tempi dell'eclettismo; questo, infine,
orienterà tutto il suo cammino futuro.1
Ciò si traduce nel rifiuto del non essenziale e nella ricerca dell'espressione e della forma d'arte
negli elementi indispensabili dell'intervento.
Il tentativo di risemantizzare il rapporto tra linguaggio architettonico e tipo edilizio trova
concretezza nella volontà di reinventare le tipologie tradizionali della casa d'abitazione,
dell'università, della scuola, della fabbrica.
L'influenza del suprematismo di Malevic2, che distingue nettamente tra attività pratica e
creazione artistica dando a quest’ultima una supremazia sulla rappresentazione materialistica o
sull’arte a servizio di uno scopo o di un’ideologia (supremazia dell’arte pura sull’arte applicata) e
la volontà di compiere un’opera di totale azzeramento formale da precedenti retaggi, si fonda
sulla convinzione che l'espressione sia in grado di trasformare il contenuto, nell’essenza di ciò che
di esso viene percepito.
E’ proprio su questo complesso territorio dei fenomeni percettivi che il costruttivismo si
differenzia in due gruppi con fondamenti teorici diversi e opposti: uno guidato da Ladowski e
Golosov, l’altro nel quale si riconoscono i fratelli Vesnin, Ginzburg, Tatlin, El Lissitzky. Si
potrebbe obiettare che di queste due tendenze solo la seconda sia realmente costruttivista in
quanto la prima assume una connotazione di carattere formalistico/simbolista. Le differenze
teoriche insite in queste correnti di pensiero diverranno incolmabili tanto da essere responsabili
della scissione dell'associazione dei nuovi architetti , l’Asanova. Il suo direttore, Ladowski,
sosteneva che l'architettura ha, tra gli altri, anche il compito di creare una possente suggestione
sull'ideologia delle masse attraverso la conformazione plastica degli edifici e degli spazi della
città. Nella ricerca dello stile bolscevico, Ladowski teorizzava un razionalismo estetico che
doveva addirittura tendere al risparmio dell'energia psichica necessaria a comprendere le
caratteristiche spaziali e funzionali dell'architettura. La sua teoria, così come quella di Golosov,
si occupa di analizzare le reazioni psicologiche che le forme generano sugli individui e arriva a
compilare un dizionario di simboli che, a detta dei promotori, vengono percepiti in modo
assolutamente oggettivo.
Questo approccio formalista e simbolista fu criticato dai già citati costruttivisti cosiddetti puri
del secondo gruppo i quali sostenevano che la pregnanza dell'ideologia dell'architettura proletaria
non si fonda sulle forme esteriori che operano sugli organi della percezione, e meno ancora
nell'ebbrezza emotiva suscitata nelle masse.3 Il rapporto tra contenitore e contenuto non si
presenta sotto forma di involucro anzi, esso viene negato a favore della macchina edilizia che,
privata della sua carenatura, mette a nudo una bellezza sostanziale e pregnante.
Ciò che in entrambi i gruppi è invece condiviso è la volontà di rompere con il passato, e in questo
aspetto i rispettivi progetti non presentano vistose divergenze linguistiche. Si può dire che il
costruttivismo rifiuti un'eredità architettonica imposta in modo astratto e dogmatico priva di un
diretto legame prestazionale con i nuovi problemi sociali della costruzione funzionalista, motivando così l'azzeramento compiuto. Rifiuta, altresì, di orientare le proprie realizzazioni
1 - Ibid.
2 - “L’arte non vuole stare più al servizio della religione e dello stato, non vuole più illustrare la
storia dei costumi, non vuole più saperne dell’oggetto come tale, e crede di poter affermarsi senza la
‘cosa’ ma ‘in sé e per sé”. M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Schwarz,
Milano, 1959, p. 367.
3 - B. Zevi, Storia dell'architettura moderna, Torino, Einaudi, 1984, pag. 141
31
secondo un pensiero formato da valori astratti quali simboli e immagini artistiche prive di
un’immediata motivazione o motivati da complicati studi psicologici.
Per quanto riguarda la forma, denunciamo categoricamente:
1) gli architetti e gli ingegneri che ignorano i problemi relativi all'aspetto
socio-artistico dell'architettura
2) gli architetti dell' "abbellimento", il cui eclettismo, sprovvisto di
qualsiasi principio, consente loro di applicare gli stili del passato a
edifici con una funzione sociale diversa;
3) la ricerca di forme nuove che astraggono dalla funzione sociale
dell'architettura e dalle possibilità concrete di realizzazione;
4) il dilettantismo ingenuo di architetti che utilizzano la decorazione
architettonica per esprimere simbolicamente la loro visione nel mondo;
5) I tentativi dei cosiddetti architetti del "nuovo stile" che utilizzano gli
elementi della nuova architettura per "modernizzare" e abbellire edifici
la cui concezione è superata.
Noi denunciamo tutto ciò, e ci dichiariamo a favore di uno sviluppo
organico dell'architettura sovietica determinato dalla nuova struttura
della società e dai metodi tecnici più perfezionati dell'industria edilizia.
Noi denunciamo anche i tentativi ideologici, economici, ecc. che
incitano l'utente all'abbellimento superficiale.
Ci proponiamo invece di attirarlo:
1) con un sistema costruttivo di tipo nuovo e una distinzione netta fra le
diverse funzioni sociali e i diversi modi di vita; con l'integrità della
struttura architettonica;
2) con la massima qualità di tutti gli elementi e di tutte le parti della
costruzione che corrispondono alla loro destinazione tecnica e sociale;
3) con un'utilizzazione ben fondata dei diversi elementi architettonici
quali superficie, volume, relazioni spaziali, proporzioni, rilievo, colori,
ecc. Consideriamo queste qualità non come apportatrici di valori
autonomi e astratti, ma in quanto grandezze in costante
trasformazione, la cui espressione cambia in funzione del fine, della
destinazione e delle possibilità di realizzazione."1
Ambiti problematici:
1 - Rapporti architettura / città costruita:
Risemantizzazione del rapporto tipologia edilizia – morfologia urbana.
2 - Leggi di crescita e di sviluppo interne al progetto:
La crescita e lo sviluppo del progetto vanno dal generale al particolare.
3 - Caratteristiche linguistiche degli elementi compositivi:
Negazione del concetto di involucro a favore della nudità della macchina
edilizia che scopre le proprie vulnerabilità e oblique instabilità.
4 - Rapporti tra piano del contenuto e piano dell'espressione:
1 - Estratto dalla “Risoluzione della sezione dell’OSA adottata alla prima conferenza dell’OSA”,
Mosca, 23 aprile 1928 - in: Antologia dell'architettura Moderna, p. 665.
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Diversi contenuti ed espressioni, privi di schematismi e anti-dogmatici
vengono ricercati attraverso lo studio di nuove tipologie edilizie.
5 - Caratteristiche volumetriche:
Negazione delle volumetrie pure, esposizione della struttura.
6 - Spazio interno e rapporto con l'esterno:
Spazi collettivi articolati in modo dinamico con frequenti sconfinamenti all'esterno.
7 - Promesse:
L'architettura costruttivista deve dar vita ai nuovi condensatori sociali.
Autori e Opere importanti
John Reed (1887-1920)
Poche sono le informazioni biografiche che son riuscito a trovare di quest’uomo, forse perché
poco conosciuto o quasi dimenticato (volutamente o meno) dal mondo occidentale.
John Reed nacque a Portland (Oregon) nel 1887, e studiò nell’accedemia della città natale e poi
all’università di Harvard, dove consegui la laurea. Scrisse inizialmente sulle riviste “Lampoon”
e “Monthly”, manifestando subito le proprioe simpatie per il marxismo, dicui fuun dei primi
propagandisti in America. Passato a dirigere la rivista socialista “The masses” (“Le masse”);
successivamente nel 1914 era passato al quotidiano «Metropolitan» e vi aveva pubblicato un
celebre reportage sulla rivoluzione messicana, Messico insorto (Insurgent Mexico, 1914); era
stato corrispondente di guerra in Europa, e in più occasioni aveva cercato di dare delle
spiegazioni economiche all’entrata in guerra degli Usa, in contrapposizione a quelle nazionaliste
date dal governo e dalla classe dirigente. Il più importante in assoluto reportage dalla Russia è il
suo Dieci giorni che sconvolsero il mondo (Ten days that shok the world, 1919) che dà conto in
maniera documentata ma entusiasta della rivoluzione russa, usando una tecnica giornalistica
nuova, a collages, alternando documenti (discorsi, articoli, proclami riprodotti fotograficamente
con i loro titoli in carattere cirillico) a brillanti descrizioni con commenti personali: quello di Reed
è un modo nuovo di fare giornalismo, che avrà influenza anche sugli scrittori. Dopo la
pubblicazione dei "Dieci giorni" fondò negli Stati Uniti il Partito comunista operaio:
imprigionato, dovette rifugiarsi in Unione Sovietica, dove morì di tifo nel 1920: fu sepolto sulla
Piazza Rossa a Mosca, insieme con gli altri protagonisti della rivoluzione.
Opere dell’Autore
John Reed
Dieci giorni che sconvolsero il mondo
Torino, Einaudi, 1946
Questo libro non è un vero e proprio romanzo, più che altro la sua diretta testimonianza degli
avvenimenti avvenuti, in uno stile molto giornalistico, simile ad una cronaca documentaria, su
quei giorni che furono sconvolgenti e liberatori nel contempo. Infatti, in questo libro è descritta la
rivoluzione d’ottobre così come il giornalista statunitense John Reed poté percepirla . Tuttavia
sappiamo che l’autore era di parte e lo cogliamo nel modo in cui trasforma questo semplice
reportage in un una sorta di poema. Lo stesso Lenin affermò:
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Da un quadro esatto e straordinariamente vivo di fatti che hanno un’estrema importanza
per la comprensione di ciò che sono realmente la rivoluzione proletaria e la dittatura del
proletariato.
Ed in effetti non sbaglia,poiché l’epicità e la straordinarietà del racconto è ben visibile, grazie
alla sentita partecipazione che pervade l’autore e che il lettore percepisce fortemente,
permettendogli di avere una continua attenzione durante la lettura dell’opera. Non vi sono in
questo racconto grandi colpi di scena, soprattutto conoscendo già gli avvenimenti a grandi linee
della rivoluzione russa, ed inoltre i personaggi non hanno nulla di letterario, sono semplicemente
riportati per come il giornalista li percepisce durante il suo reportage. Grazie alle note, è
possibile scoprire come alcune informazioni, come l’utilizzo di armi da parte di armate proletarie,
non fossero riportate dal giornalista, a causa delle scarse notizie e dei media che all’epoca erano
utilizzati. Con le testimonianze dirette dei discorsi riportate da Reed è possibile capire la
mentalità generale della gente, dei rivoluzionari, di coloro che volevano la rivoluzione ma non i
bolscevichi, insomma di tutti quelli che hanno parlato con l’autore.
Piacevole ed interessante la lettura, sebbene si tratti più di un documento aderente alla realtà
che di un romanzo storico, in ogni caso molto utile per i possibile ragionamenti riguardo agli
avvenimenti della Russia Rivoluzionaria.
Film Collegati alle opere dell’autore
Reds di Warren Beatty (1981)
Reds (che in inglese significa “Rossi”), narra la storia del giornalista americano John Reed il
quale partecipò alla rivoluzione bolscevica del 1917, e la narrò in un famoso libro: "Dieci giorni
che sconvolsero il mondo". La vicenda inizia a Portland dove John Reed (Jack per gli amici)
arriva come giornalista ormai famoso dopo una serie di articoli sul Messico rivoluzionario di
Pancho Villa. A Portland, Jack si innamora di Louise, moglie di un dentista, bella, inquieta,
colma di ambizioni giornalistiche, anticonformista. I due innamorati fuggono a New York e
vivono a Greenwich Village, un ambiente in armonia con le loro idee rivoluzionarie. Jack è
impegnatissimo nella vita sindacale e politica e lotta perché l'America non intervenga nella
prima guerra mondiale. Louise rimane spesso sola e ha un'avventura passeggera con il
drammaturgo Eugene O'Neil. Pentita, si unisce in matrimonio con Jack. Ma l'unione si rivela
burrascosa. L'America è entrata in guerra e Louise parte per la Francia come crocerossina e
giornalista. Jack, che nel frattempo è stato operato a un rene, raggiunge Louise in Francia e la
convince di seguirlo a Pietroburgo. Siamo nel settembre 1917: stà per nascere dalla rivoluzione un
mondo nuovo. E difatti Jack e Louise partecipano ai momenti culminanti della rivoluzione
d'ottobre. Ritornati negli Stati Uniti scrivono e tengono conferenze sulla loro eccezionale
esperienza. Jack fonda il Partito Comunista Americano e si lancia nella mischia della lotta
politica. Louise si sente trascurata e si ribella quando Jack accetta di partire nuovamente per la
Russia per avere dai grandi capi bolscevichi l'approvazione del Partito comunista americano.
Jack arriva a Leningrado, ma i suoi sforzi si rivelano vani, anzi rimane deluso nel constatare che
gli esaltanti amici della Rivoluzione d'ottobre sono divenuti dei freddi burocrati. Zinoviev gli
appare un cinico demagogo, che riduce la verità solo all'interesse del partito. Jack, deluso, non
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può lasciare la Russia. Ha ormai un posto sul treno della rivoluzione e non può abbandonarlo.
Non riesce così a mantenere la promessa fatta a Louise di essere a casa per Natale. Allora
fugge, ma in Finlandia è catturato e finisce in prigione. Liberato dai Bolscevichi con uno scambio
di prigionieri, viene spedito al congresso dei popoli dell'est a Baku, dove il suo entusiasta
discorso sulla lotta di classe è completamente cambiato in lotta santa dai burocrati russi. Al
ritorno verso Mosca il suo treno è assalito dai controrivoluzionari e solo a stento può
raggiungere la capitale, dove, nella stazione ferroviaria, può riabbracciare Louise, che nel
frattempo aveva abbandonato clandestinamente gli Stati Uniti alla ricerca di Jack. Il loro
incontro è breve, poiché Jack, amareggiato dalle delusioni, provato dagli stenti, è colpito da tifo e
muore in ospedale. Avrà lo sterile onore di essere sepolto accanto alle mura del Cremino.
La storia di questo film può essere “solo” una semplice biografia della vita di John Reeds, con
tutte le sue scelte, con le sue idee. Il titolo già chiarisce di cosa si parla, di chi si parla, con un
gioco di parole carino sul cognome del personaggio principale, e proprio su di lui è incentrata
l’intera vicenda, i punti di vista, seguendo molto bene il filo conduttore del discorso tracciato nel
libro “Dieci giorni che Sconvolsero il mondo”. Infatti proprio di quei giorni, ma anche di qualche
giorno antecedente, vuol parlare il film, mostrando come la vita di questo uomo, impegnato,
modificato quella di molti altri americani. Ovviamente in minima parte, a causa di una
mentalità legata eccessivamente ai profitti, come già attaccata da Jack. Lungo tutto il film è
trattata a lungo la relazione che lega Jack a Louise sia a livello amoroso che politico, perché
anche lei, nel suo piccolo, nel suo anticonformismo, ha scelto lo stesso stile di vita alternativo di
Jack, con una visione del mondo diversa da quella comune, simile a quella social-comunista.
Piacevole e profonda, una visione che lega a se molte idee diverse sia su come il mondo va visto,
sia come un uomo ha scelto di viverlo. Nella sua semplicità mi ha colpito molto, non per la
storia, ma per il modo con cui il personaggio inizia a portare avanti le sue idee, come con forza
porta avanti le sue idee e resta colpito e deluso da coloro che non lo fanno, ed in questo frangente
io un po’ gli somiglio, anche perché credo che ci sia una nota di vera rivoluzione non reazionarietà
nel mantenere le proprie idee, come Jack fa, dall’inizio fino alla fine del film.
Ottobre di S. Ejzenstejn (1928)
Ottobre è un film che Ejsenstejn gira nel 1928 per celebrare il decennale della rivoluzione
d’ottobre, quindi è un film chiaramente ideologico, che ripercorre i fatti alla luce della ideologia
sovietica. Ogni didascalia trabocca ideologia e pensiero socialista (e non poteva essere
diversamente visto il tema), tuttavia Ejzenstejn riesce a non dare eccessivamente peso a questa
ideologia, facendola temporaneamente dimenticare, e a rendere il film un capolavoro con dei
tocchi da vero maestro quale egli era.
Questo film che dura 102 minuti, non è mai opprimente né delude assolutamente. Chiunque lo
guardi non può, al di là delle proprie convinzioni politiche, non farsi trascinare dal ritmo, dalle
immagini, dall'intreccio tra i pochi documenti e ricostruzioni. E, se si pensa che era il 1928 il
giudizio dello spettatore è ancor più ammirato. E' il montaggio è il nucleo principale, quasi da
prendere più importanza degli attori e della stessa rivoluzione. Questo film è davvero una scuola
di regia, le scene sono indimenticabili e colpiscono per la loro freschezze e novità ancora oggi,
quando dovremmo avere alle spalle molti anni di cinema in più e quindi meno pronti alla
sorpresa.
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Ad esempio, tutte le inquadrature del film tendono a proporre delle condizioni in cui regna
l'obliquità. Le bandiere che sventolano, la folla, il ponte che si alza con il cavallo morto che
stramazza in acqua e tanti altri esempi, tutti con un passaggio trasversale anziché
perpendicolare. Questa scelta che potrebbe sembrare banale in realtà racchiude in sé una enorme
rottura ideologica con il cinema Americano legato all'ortogonalità delle immagini e alla figura
del divo. Qui non ci sono divi, e i singoli attori vengono risucchiati dalla massa, che forse è la
vera protagonista della rivoluzione; neanche Lenin, il massimo esponente di questa rivolta, viene
presentato come l'eroe all'“americana”, cosa che ci saremmo potuti tranquillamente aspettare
viste le condizioni politiche, in virtù di una scelta ideologica e stilistica che non si può far altro
che apprezzare.
La struttura è semplice ed efficace. Inizia con una fugace, ma incisiva, caduta dello zar, a
febbraio del 1917, con statue che sono decapitate, cadono, colpite dalla folla. Le stesse statue che
con tecnica efficacissima ma semplice (quale la proiezione delle immagini stesse a ritroso)
simboleggeranno con rara incisività il successivo pericolo di restaurazione (tentativo di Kornilov
e della sua "armata selvaggia"). Centrali, per durata e per ritmi sempre più incalzanti, le
"descrizioni" del fallito "colpo di Stato" del luglio e della successiva vittoria (in ottobre, appunto).
Incalzante, spesso drammatico, il sovrapporsi delle folle e delle macchine, anche da guerra.
Tranne Lenin, fugacemente presente in due episodi (quando ritorna dall'esilio e mentre conquista
il potere), nessun attore compare in modo significativo, di per sé. Le facce sono anonime: la
massa è protagonista dell'opera e l’individualità è quasi totalmente abolita. Anche quando,
concessione alla propaganda, diventa massa caricaturale della borghesia sostenitrice del
"governo provvisorio" e traditrice delle speranze del febbraio. Nettamente delineato il contrasto
di classe ed ampiamente celebrato l'apporto dei soldati, stanchi della guerra, e degli operai,
stanchi delle pessime condizioni umane ed economiche. E, da ultimo, non dimentichiamo che il
Regista, all'epoca, già era "insofferente" dei limiti imposti dal regime alla sua arte. Sempre un
"regista militante", ma mai prono al potere burocratico. Un'opera, oggi, molto significativa: come
testimonianza, ma anche come invito alla riflessione.
Profondo, sebbene poco naturale, poiché voluto dal regime, questo film mostra come veniva
mostrata agli occhi di tutti la rivoluzione d’ottobre. Chiara e fondamentale la presenza della
massa, che comanda e ordina, come l’ideologia comunista vuole. Peccato che questo sia solo il
periodo iniziale del regime e ,da li a poco, tutte le forme artistiche subiranno forti pressioni e
spinte, modificandone chiaramente le caratteristiche di spontaneità e naturalezza.
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Aleksandr Solzenicyn (1918)
Aleksandr Isaevic Solzenicyn è nato a Kislovodsk nel 1918. Si laureò in
matematica all'università di Rostov sul Don. Combattè nella seconda
guerra mondiale raggiungendo il grado di capitano d'artiglieria. Nel 1945,
per una allusione a Stalin contenuta in una sua lettera fu arrestato e
condannato a otto anni di lager. Allo scadere della pena fu recluso per
altri tre anni.
Rilasciato nel 1956, fu riabilitato e autorizzato a stabilirsi a Rjazan', dove
insegnò matematica e cominciò a scrivere. Leader carismatico del
dissenso intellettuale sovietico, Solzenicyn si distinse presto dalle
posizioni di semplice denuncia delle illegalità staliniane per giungere a una aperta
contrapposizione ideologica al regime sovietico con accenti che ricordano il panslavismo del XIX
secolo. Nel 1970 la polemica connessa all'assegnazione del nobel ("for the ethical force with
which he has pursued the indispensable traditions of Russian literature"). Emarginato in patria,
oggetto di mitizzazione messianica presso gli oppositori di regime, caso politico usato
propagandisticamente in occidente. Fu espulso dall'URSS nel 1974. Si stabilì prima a Zurigo,
poi in USA, continuando la sua opera di violenta requisitoria contro i metodi staliniani e i segni
di involuzione censoria dell'URSS. Nel 1993 è tornato nella Russia post-urss.
La pubblicazione nel 1962 del suo romanzo breve Una giornata di Ivan Denisovic sulla rivista
«Novyj Mir», costituì un evento politico oltre che letterario della massima importanza in quegli
anni. Per la prima volta nella letteratura sovietica, si parlava esplicitamente della realtà dei
campi di concentramento stalinisti. Il romanzo rivelava un autentico temperamento di scrittore,
che autorizzava il diffuso paragone con il Dostoevskij delle "Memorie di una casa di morti". La
suggestione del racconto deriva dall'ossessiva ma sdrammatizzata minuzia con cui è descritto lo
squallore quotidiano della vita nei lager, dove l'istinto di sopravvivenza tende a cancellare ogni
impulso di umanità.
Nei successivi romanzi Divisione Cancro (1967), e Il primo cerchio (1969), la testimonianza di
Solzenicyn a carico del terrore stalinista si fa più esplicita e drammatica, anche se meno risolta
in messaggio poetico e in efficacia letteraria. I due romanzi, come i successivi, furono pubblicati
solo in occidente.
Convinto che nelle fasi di grande e rapida trasformazione, come nel caso delle rivoluzioni, la
verità storica sia più accessibile al poeta che allo scienziato, Solzenicyn si è accinto alla
realizzazione di un immenso ciclo «polifonico» dal titolo La ruota rossa, che attraverso la
ricostruzione storico- letteraria di brevi segmenti di tempo, basata sulla consultazione di ampio
materiale d'archivio, si propone la conoscenza della natura e del corso di quella «svolta nella
storia universale» che è stata la rivoluzione russa. Con Agosto 1914 (1971), «primo nodo» del
ciclo, Solzenicyn ha rivolto la sua attenzione soprattutto agli avvenimenti militari che all'inizio
del primo conflitto mondiale preannunciano il disfacimento dell'esercito russo-zarista. Nel 1984
è comparso il «secondo nodo» Novembre 1916, una specie di enciclopedia della vita russa alla
vigilia della rivoluzione. «Terzo snodo» è dedicato al Marzo 1917.
All'estero fu pubblicato nel 1973-1978 in tre volumi Arcipelago Gulag, colossale raccolta di dati
sulle deportazioni e i lager dell'epoca staliniana. L'opera fu portata a termine in 11 anni, grazie
all'aiuto di compagni di prigionia e amici. E' l'opera che gli procurò l'espulsione dall'URSS. A
Zurigo ha pubblicato le memorie letterarie La quercia e il vitello (1975), e Lenin a Zurigo (1976),
dove amplia e approfondisce i capitoli consacrati al protagonista di "Agosto 1914", traendone un
ritratto di straordinaria vivezza.
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Importanti per la conoscenza del suo pensiero alcuni interventi pubblici tenuti in occasione di un
viaggio in USA, Discorsi americani (1976), prima del suo stabilirsi in quel paese.
Opere dell’Autore
Aleksandr Isaevic Solzenicyn
Una giornata di Ivan Denisovic
Torino, Einaudi , 1956
Una giornata di Ivan Denisovic è probabilmente un libro autobiografico, pieno di sentimenti ed
emozioni che probabilmente hanno vissuto per il lungo periodo di prigionia assieme all’animo
dell’autore. L’immagine ossessiva di bisogno di sopravvivenza in una prigionia che lentamente
prende i toni dell’eterno tormento contrasta con la tranquillità con cui Suchov, o meglio Ivan
Denisovic Suchov, compie il suo lavoro di condannato. Dagli occhi di un esperto condannato, la
cui pena è stata più volte prolungata, il microcosmo del gulag viene dipinto con freddezza e
cinismo per coloro che dimenticano quei valori umani tanto cari alla società “perbene” e nel
contempo con calore, nei confronti di chi indipendentemente dalle condizioni di prigionia, dalla
voglia di sopravvivere cerca di aiutare e di collaborare con i compagni di baracca. Si, perché non
solo Suchov permette di mostrare come funzionavano i gulag nel periodo della seconda guerra
mondiale, ma ci mostra il lato umano e disumano di tutti coloro che popolano il gulag, accusando
quando può la drammaticità dei campi di lavoro. Così assieme a lui vi sono tutti i suoi compagni
di prigionia, di diverse etnie e con diverse colpe. I nomi sfuggono perché sono tanti e con una
propensione a mutare fortemente, poiché nella letteratura russa e’ frequente utilizzare o il nome,
o il cognome o il patronimico o il soprannome per distinguere la stessa persona. Se pensare che in
un romanzo con soltanto otto persone è possibile incontrare circa ventiquattro nomi diversi, la
difficoltà di identificazione del personaggio aumenta notevolmente.
Ma alcuni fra tanti vengono chiaramente nominati più frequentemente, come Fetjukov un
compagno di baracca di Suchov, considerato da tutti una “carogna” o un ”avvoltoio”, per il suo
incombente bisogno di avere di più. In questi l’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento e
tutto ciò che fa è finalizzato a faticare il meno possibile per resistere meglio alle condizioni
estreme, come probabilmente farebbero tutti coloro che si sentono disperati. Nonostante la
“normalità” del suo comportamento, dalla maggioranza dei prigionieri viene ritenuto un essere
immondo poiché ha quasi rifiutato totalmente il complesso sistemi di favori dovuti e voluti da
parte dei detenuti.
Altro personaggio importante è Tjurin, cosi ì è chiamato, per il suo ruolo all’interno della bracca.
Un buon caposquadra, riesce sempre a procurare dell’ottimo cibo ai suoi compagni di sventura e
ad evitare brutti inconvenienti, come lavorare dove non si guadagnerebbe né otterrebbe nulla.
Nella sua semplicità Tjurin riordina il caos vigente all’interno del gulag, dove non vi è vera
legge, ma vi è solo lo spadroneggiare dei militari, che sfruttano oltremodo la libera manodopera
che circola attorno a loro, facendoli compiere le pulizie degli uffici anche quando non sono
dovute. Solo questo caposquadra permette ad un gruppo di organizzarsi, perché solo lui ha la
possibilità e i mezzi di nutrirli meglio di come vengono sfamati dai militari.
Non è il solo che è un elemento diverso , vi è anche Alioska, detto il Battista, forte nella fede
nonostante il dramma del gulag. Strano e atipico è sentire, nonostante la sciagura vissuta, come
la fede in un uomo sia tale da cercare di inculcarla nella mente di atei e disillusi carcerati.
Credo che sia un elemento abbastanza importante notare come la morte dei carcerati è
puramente causale e la loro punizione viene riconvertita in produzione attiva per la società.
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Infatti i gulag non erano campi di sterminio volti a distruggere la persona, psicologicamente e
poi fisicamente, ma erano strumenti di punizione e semi-rieducazione e riabilitazione del
colpevole (Sempre che lo fosse veramente). È anche vero che i morti nei gulag furono molti, ma
credo che rapportati al numero di abitanti della Russia e della durata di funzionamento di tali
campi non sia possibile né tollerabile paragonare i campi di sterminio con i gulag.
Lo stile usato dall’autore è chiaro e diretto, spinto principalmente dall’esigenza di descrivere una
giornata qualunque di un carcerato qualunque in un gulag qualunque. È perciò tremendamente
efficace la semplicità delle parole o la presenza di forti emozioni, come l’odio o l’intolleranza nei
confronti di alcuni compagni lavati, o la paura di essere scoperti.
Nel complesso un libro interessante e pieno di sviluppi su cui poter ragionare e riflettere. Devo
dire che è quasi angosciante sentire come i controlli serrati e il desiderio di mangiare fosse il
principale orologio che scandisse i tempi dei carcerati, perché nella mia abitudine di vivere la
normale libertà nulla mi è stato imposto così fortemente. Questo racconto semplice e chiaro, è
stato un forte strumento nel passato per denunciare i crimini compiuti dalla repubblica socialista
sovietica.
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Eric Arthur Blair Alias George Orwell (1903-1950)
Eric Arthur Blair - vero nome dello scrittore, saggista e giornalista inglese
George Orwell - nasce nel 1903 a Motihari, nel Bengala.
Il padre, d'origine angloindiana, è funzionario dell'Indian Civil Service,
l'amministrazione britannica in India. La sua famiglia è pertanto di modeste
condizioni economiche, appartenendo a quella borghesia dei sahib che lo
scrittore stesso definì ironicamente «nobiltà senza terra», per le pretese di
raffinatezza e decoro che contrastavano con gli scarsi mezzi finanziari a sua
disposizione.
Tornato in patria, nel 1907, con la madre e le due sorelle, si stabilisce nel
Sussex, dove s'iscrive alla Saint Cyprian School. Ne esce con un opprimente complesso
d'inferiorità, dovuto alle sofferenze ed alle umiliazioni che era stato costretto a subire per tutti i
sei anni di studio - come racconterà nel suo saggio autobiografico Such, Such were the Joys del
1947. Rivelatosi tuttavia studente precoce e brillante, vince una Borsa di Studio per la famosa
Public School di Eton, che frequenta per quattro anni, e dove ha per insegnante Aldous Huxley,
narratore che, con le sue Utopie alla rovescia, grande influenza avrà sul futuro scrittore. Non
prosegue tuttavia gli studi - come invece ci si aspettava da lui - ad Oxford o Cambridge ma,
spinto da un profondo impulso all'azione, e probabilmente anche dalla decisione di seguire le
orme paterne, si arruola, nel 1922, nella Indian Imperial Police, prestando servizio per cinque anni
in Birmania. Pur avendo ispirato il suo primo romanzo, Burmese Days, l'esperienza vissuta nella
Polizia Imperiale si rivela traumatica per Orwell: diviso tra il crescente disgusto per l'arroganza
imperialista e la funzione repressiva che il suo ruolo gli impone, si dimette nel 1928. Lo stesso
anno parte per Parigi, per una vera e propria esplorazione dei bassifondi della capitale, dove
sopravvive grazie alla carità dell'Esercito della Salvezza e sobbarcandosi di lavori umilissimi.
L'avventura, che continua subito dopo anche a Londra, si concluderà, nel 1933, col romanzoresoconto “Down and Out in Paris and London”.
Tornato in Inghilterra, alterna - fino al 1936 - all'attività di romanziere quella di insegnante in
scuole private, di commesso di libreria e di recensore di romanzi per il New English Weekly.
Scoppiata la Guerra Civile Spagnola, vi prende parte combattendo tre le file del Partito Obrero
de Unificacción Marxísta. L'esperienza spagnola e la disillusione procuratagli dai dissensi
interni della Sinistra, lo portano a pubblicare un diario-reportage ricco di pagine drammatiche e
polemiche, “Homage to Catalonia” (1938), ritenuto da non pochi critici la sua migliore opera. Da
allora in avanti - come dirà l'autore stesso nel saggio del 1946, “Why I Write” - ogni sua riga
sarà spesa contro il Totalitarismo.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, cura per la BBC una serie di trasmissioni
propagandistiche dirette all'India, quindi è direttore del settimanale di Sinistra The Tribune ed
infine corrispondente di guerra dalla Francia, Germania ed Austria, per conto dell'Observer.
Nel 1945 compare il primo dei suoi due famosi romanzi utopici, “Animal Farm”, che coniugando
il romanzo con la favola animale e la lezione satirica, costituisce un unicum della narrativa
orwelliana, mentre nel 1948 esce l'altra sua celebre opera, “Nineteen Eighty-Four”, Utopia che
prefigura un mondo dominato da due superstati perennemente in guerra tra loro, e
scientificamente organizzati all'interno in modo da controllare ogni pensiero ed azione dei propri
sudditi.
Orwell scrisse anche molta saggistica... tale sua produzione, molto vasta per la verità, spazia
dalla critica letteraria ad argomenti sociologici, al pericolo dell'«invasione della Letteratura da
parte della Politica».
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Muore nel 1950, per tubercolosi, in un ospedale di Londra.
Opere dell’Autore
George Orwell
La fattoria degli animali
Milano, Mondadori, 1945
La fattoria degli animali è il semplice racconto di come degli animali di una fattoria si ribellino al
potere del proprietario e, con degli stupendi ideali di uguaglianza , iniziano a creare un nuovo
ordine. In seguito questa utopia viene distrutta dall’avvento di una nuova classe di padroni, i
maiali, che con la loro astuzia, la loro crudeltà d’animo s’impossessano del potere.
Potrebbe essere sintetizzata così semplicemente la vicenda narrata ne La fattoria degli animali
di Orwell, ma questo racconto va più in la di una fiaba o di una semplice storia, visto che è una
fortissima accusa nei confronti della dittatura sovietica sotto il potere di Stalin. Questo libro,
stampato nel 1945 ha una sua piccola storia, che determina molte scelte dell’autore, soprattutto
la rabbia e l’indignazione con cui scrive. Infatti alla fine degli anni ’30 giunge in occidente la
scoperta delle Purghe Staliniane, che uccisero circa tre milioni di uomini ed erano in procinto di
mandarne altrettanto nei Gulag, e sempre in quegli anni (1939) Stalin e Hitler, firmarono un
patto di non aggressione reciproca, che permise al dittatore Nazista di attaccare la Polonia e la
Cecoslovacchia. Sono questi i motivi che spingono Orwell a scrivere una fortissima invettiva
contro che successe in russia dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Infatti, lui esprime la sua
disillusione e odio nei confronti dello Stalinismo e di tutti i totalitarismi con una fiaba, che riesce
bene a collegare con una serie di rapporti tra le persone e gli animali. Più precisamente i maiali
vengono scelti dall’autore per rappresentare i comunisti e così si sviluppa il suo racconto
allegorico.
Orwell ci racconta di un contadino ubriacone, di nome Mr Jones (lo Zar), che maltratta e sfrutta
tutti gli animali della sua fattoria (la popolazione russa), fino a quando questi, spinti dal Verro
Maggiore (Lenin o, più probabilmente, Marx), un anziano maiale che gli descrive un sogno
prima di morire, li spinge alla rivolta. Così, dopo lunghe battaglie gli animali prendono il potere
e scacciano i loro padroni guadagnandosi con la forza la libertà. Iniziano la nuova era della
fattoria scrivendo delle leggi inviolabili, ma una nuova “classe dirigente” è già pronta a spuntare,
quella dei maiali (i comunisti) che sono dotati di un’intelligenza superiore. I porci sono capitanati
da due leader indiscussi: Napoleon (Stalin) e Palla di Neve (Trotzki), i quali iniziano a
collaborare con tutti, ma poi lentamente prendono il potere. Scompare in fatti il merlo Mosè (la
casta sacerdotale), mentre Gondrano (il proletariato) aumentano sempre più, perché pensa che
“se lo dicono loro, sarà giusto, quindi dovrò lavorare di più”. Con il passare del tempo Palla di
neve e Napoleon si trovano sempre più in contrapposizione, fino al momento in cui il primo
viene scacciato a causa delle sue idee troppo innovative, o più precisamente a causa della sua
presenza che rischiava di mettere in dubbio la leadership di Napoleon. A questo punto
avvengono fatti strani: solo ai maiali è concesso entrare nella casa di Mr Jones, solo a loro è
concesso dormire sui letti, solo a loro è concesso ubriacarsi, o stare su due zampe, perché le leggi
inviolabili sono cambiate per permettere ai maiali di assomigliare il più possibile agli uomini, a
danno degli animali della fattoria, che vengono privati del cibo, che vengon fatti macellare o
produrre di più, pur di permettere ai maiali di guadagnare di più e di diventare dei nuovi Mr
Jones.
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In questo racconto si capisce chiaramente cosa pensa Orwell dello stalinismo, ma soprattutto ci
permette di capire meglio la storia di quel periodo. Infatti grazie alla sua allegoria, ci porta
informazioni che possono aiutarci a capire meglio quello che successe in Russi dopo la
rivoluzione d’ottobre, fino alla seconda guerra mondiale. Lo stile è semplice, proprio per dare
questa sensazione di favola, sebbene i temi principali che vengono portati non sono così leggeri.
In questa favola si legge chiaramente l’indignazione di Orwell nei confronti di coloro che hanno
tradito i loro ideali, che hanno abusato del loro potere.
Per quanto possa sembrare un semplicissimo racconto credo che possa far pensare, soprattutto
su quello che si può ottenere nonostante gli elevati ideali di partenza se non si sta attenti a
rispettarli fino in fondo. Nella sua semplicità mi ha colpito, mi ha fatto ragionare anche su me
stesso, sulla mia identità oltre che sulla questione storica o politica. Una lettura sicuramente
piacevole, per dei contenuti morali, sociali e politici così forti e profondi.
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I rivoluzionari traditori
I primi rivoluzionari che sono riusciti ad ottenere qualcosa di concreto, sono sicuramente i
rivoluzionari russi, con la loro importantissima rivoluzione d’ottobre che ha modificato le sorti
del mondo nel ventesimo secolo. Perché questi primi rivoluzionari sono stati da me definiti con il
termine di “Traditori”? Per un motivo puramente storico, più che letterario, ma che, al contrario,
è ben reso dalla letteratura, più che dalla enumerazione sterile di dati e numeri dei morti che il
regime sovietico ha causato.
A livello storico notiamo che i bolscevichi compirono un primo processo di progressismo,
modificando e rivedendo lievemente le ipotesi necessarie per lo sviluppo della rivoluzione
marxista. Infatti a differenza delle teoria di Marx, in cui la rivoluzione era possibile solo nelle
società più industrializzate, Lenin, (l’ideatore per l’appunto del marxismo-leninismo, nonché il
primo leader della Russia comunista) ribalta questa idea ed affermò che la rivoluzione avesse più
probabilità di scoppiare nella società russa, maggiormente arretrata e meno industrializzata.
Questa analisi, che in un primo momento fu fondamentale per permettere ai bolscevichi di
prevaricare i menscevichi ed ottenere tutto il potere, in un secondo momento venne meno, e
causò un processo di burocratizzazione, cambiamento che segnò la fine della rivoluzione.
Sebbene possiamo dire che la rivoluzione sia solo il periodo di tempo in cui avviene il
cambiamento totale del potere, dovremmo ricordarci che spesso questo impiega un lasso di
tempo variabile, a causa di guerriglie o problemi burocratici che la frenano. Nel caso della
rivoluzione russa possiamo dire che il livello di rallentamento era tale da bloccare e far regredire
la rivoluzione. Come si nota chiaramente nell’opera di John Reeds1, un buon rivoluzionario si
trova ostacolato a compiere le cose più semplici, come passare da una parte all’altra di una città,
nonostante il possesso dei permessi necessari. Anzi, è proprio a causa di queste autorizzazioni
che lui si vede bloccato e rallentato, poiché i soldati non possono capirle, siccome quasi tutta
l’armata rivoluzionaria era composta da gente semplice, quasi sempre analfabeta, non ancora
dotata degli strumenti critici per capire e gestire direttamente la rivolta. Questo processo di
anti-progressismo è sicuramente uno dei diversi motivi che mi hanno spinto a definire questi
rivoluzionari Traditori.
In seguito, dopo la lettura di alcuni testi che accusano il regime sovietico di barbarie, come quelli
autobiografici di Solzenicyn, è possibile capire meglio il secondo, e forse principale, motivo della
scelta di “Traditori” quale aggettivo per questi rivoluzionari. Infatti sappiamo che per poter
limitare il disaccordo della popolazione nel regime, venne lautamente utilizzata la propaganda e
i mezzi d’informazione, statalizzando, censurando e uniformando ogni notizia. Inoltre vennero
istituiti i così detti Gulag, una sorta di campi di concentramento-prigionia. È importante notare
che i campi di lavoro forzato erano stati organizzati inizialmente dagli zar, con il fine specifico di
avere una manodopera semi-gratuita che lavorasse in condizione estreme. Dopo la rivoluzione e
la caduta degli zar, venne modificato dal regime l’utilizzo di questi mezzi di repressione, dove
giungevano prima oppositori politici, poi tutti coloro che vennero colpiti dalle purghe staliniane.
Ma in sé, la creazione di uno strumento punitivo nei confronti dei criminali non è “malvagio” né
anti-rivoluzionario, lo diventa quanto si colpiscono con capi d’accusa falsi gli oppositori politici,
o quando non esiste un vero processo, ma diventa un semplice strumento per poter ottenere una
dichiarazione di colpevolezza da parte del giudice, per poter punire il presunto colpevole e poter
istigare il terrore del regime nella popolazione. Con questi strumenti, tutto ciò che potesse
1 Si veda la sezione in fondo all’opera per poter capire meglio di cosa tratta l’opera di John Reeds
“Dieci giorni che sconvolsero il mondo”
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sembrare antirivoluzionario, come le più semplici critiche, venivano punite, e Solzenicyn ce lo
descrive chiaramente, con gli occhi di qualcuno che ha vissuto gli orrori dei gulag per un motivo
minimo1. Questi, che fu recluso per otto anni, appena uscito attaccò con forza le atrocità di
questi gulag, e grazie alle sue opere ci permette di osservarli dal punto di vista di chi li conosce,
ma non vuole strumentalizzare questi oscenità per il suo credo politico. Infatti a differenza degli
autori del Libro nero del comunismo (opera che non ho avuto la fortuna di leggere), non enumera
sterilmente i morti, ma cerca di riferire in che condizioni vivevano i reclusi o a che fatiche erano
sottoposti. La creazione dei Gulag, che fu sicuramente un dramma, non può essere lontanamente
equiparata ai Lager Nazisti, mostratici da Primo Levi, per una serie di motivi legati alle
condizioni umane, all’organizzazione e ai principi che li muovevano.
I gulag, a differenza dei lager non vennero creati con l’obbiettivo di annientare una razza o gli
oppositori politici, ma con l’intento di rieducare gli elementi considerati pericolosi (anche e
soprattutto gli oppositori) alla nuova società, utilizzando il principio di rieducazione per mezzo
del lavoro forzato tipico del pensiero di Beccaria. È anche vero che a causa delle condizioni
climatiche e ambientali dei luoghi di reclusione, c’è stata una forte presenza di decessi causati
dalla fame e dal freddo, cosa comune in tutta la regione Russa. Queste affermazioni che possono
sembrare forti, perché cozzano contro il pensiero comune, si basano su una semplice idea: per
eliminare le opposizioni non è necessaria la costruzione di campi di concentramento. Esempio
tipico ce lo insegna la nostra storia, poiché il fascismo non utilizzò i campi di concentramento
come mezzo per reprimere gli avversari politici, si limitò ad attacchi fisici e alle squadracce; allo
stesso modo fece inizialmente Lenin, facendo impiccare e fucilare i suoi antagonisti politici.
Ritengo inoltre che sia insensato rapportare il numero dei morti nei gulag, con quelli morti dai
lager, perché, sarebbe uno sterile esercizio matematico-numerico, dove si potrebbe notare un
maggior numero di morti nei gulag russi, ed in un secondo momento, un maggior numero di
decessi nei lager se rapportati alla popolazione ed ai tempi di decesso. Inoltre non ci sarebbe un
corretto contesto storico, dove sia possibile capire meglio le condizioni, i principi e le cause dei
decessi nei gulag e nei lager. I lager e i gulag sono diversi, sono stati concepiti ed utilizzati in
maniera diversa, e devono restare tali, ognuno nel proprio contesto storico. Questo concetto
viene espresso in maniera migliore della mia da parte di Furio Colombo2, affermando:
“Dunque non dobbiamo buttarci addosso ondate diverse di morti. A ciascun popolo, a
ciascuna nazione compete la propria eredità, il proprio dolore. A noi tutti la felicitazione
reciproca peril fatto di vivere insieme nella comune libertà rinnovata. Ma in bocca a un
italiano che non abbia riconosciuto l’orrore delle deportazioni e la realtà dello sterminio
che ha coinvolto il nostro paese (è italiano, infatti, Primo Levi, massimo narratore dei
campi di stermini è italiano Giorgio Perlasca oppositore accanito e testimone) la chiamata
in causa di altre tragedie appare come un tentativo non nobile di cambiare il discorso. La
storia senza contesto è prima di senso. E il giudizio senza responsabilità è soltanto un
espediente.”
Tuttavia per i rivoluzionari russi, e tutti gli anticonformisti, resta la macchia, il peccato di aver
rovinato il loro ideale e solo a loro è concesso rimediare, autocriticarsi e riscattarsi. È questa la
principale colpa di questi rivoluzionari, che hanno spinto una rivoluzione sugli ideali di
1 Ricordiamo che Solzenicyn venne punito perché in una sua lettera alludeva a Stalin.
2 Nell’articolo Se il Libro nero diventa un alibi apparso sul La Repubblica il 07/03/1998 poco dopo
la pubblicazione in Italia de Il libro nero del Comunismo.
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uguaglianza e parità, ed in seguito hanno ristabilito un ordine gerarchico del tutto simile a quello
precedente, come allegoricamente e giustamente criticava Orwell nella sua Animal Farm. Il
modo con cui Stalin (o, parlando a livello più letterario, il porco Napoleon) ha insudiciato l’ideale
socialista non può non essere definito come traditore, occhi non solo per tutta la popolazione
russa che credeva in quegli ideali di uguaglianza e parità, ma anche per tutti gli internazionalisti
che nel mondo hanno visto il loro modello di società prima realizzarsi e poi implodere,
autodistruggendosi, colpendo non solo il sistema ma anche chiunque fosse nelle prossime
vicinanze del regime. In quella stupenda favola che è La Fattoria degli Animali troviamo tutti gli
strumenti usati da coloro che un tempo erano rivoluzionari e poi si sono trasformati in gerarchi:
Clarinetto1 incarna pienamente la maschera dell’alfabetizzazione usata con il duplice scopo, di
permettere un maggior funzionamento della propaganda e di illudere la massa di aver raggiunto
un buon livello culturale e critico da capire quello che succedeva a livello storico politico e sociale,
è sicuramente il primo tra tutti i tradimenti; a seguire la modifica delle leggi, che davano notevoli
potere in più ai porci despoti togliendoli sempre più a coloro che avevano permesso loro di
raggiungere quel potere da tempo sognato, rappresentatati pienamente dalla collettività
animale; in pratica la burocratizzazione che cresceva esponenzialmente nella Russia postrivoluzionaria. Con la stessa forza che Orwell usa per attaccare il totalitarismo russo, noi
dovremmo fare lo stesso nei confronti di ogni regime, indifferentemente da qualunque esso fosse,
perché proprio in questa scelta di libertà si basa la nostra società.
Sicuramente questi rivoluzionari hanno sbagliato, ma ritengo che l’abbiano fatto a causa della
loro “debolezza umana”, legata alla possibilità di ottenere improvvisamente quello che non
avevano mai potuto neppure sognare, e assolutamente non a causa della loro ideologia (Sebbene
questa spingeva tutti a raggiungere una società perfetta con tutti i mezzi morali concesso, come
appare scritto nei testi Marxiani). Proprio in questa ideologia era inevitabile e di opinione
comune a tutti la collettivizzare e ridistribuire i terreni e i ruoli sociali, per permettere
all’economia di risanarsi, ma soprattutto, per permettere alla società di stabilizzarsi.
Alla luce di ciò che hanno compiuto, questi rivoluzionari possono essere considerati sicuramente
criminali, ma non possono essere tali le loro ideologie, nella maniera più assoluta, come afferma
Eugenio Scalfari2 :
“Sappiamo per esperienza che dalle ideologie che promettono il paradiso in cielo o in terra
spesso derivano fanatismo, intolleranza, violenza discriminazione guerra. Per questi
crimini contro l’uomo si possono e si debbono ricercare i responsabili diretti. […] Carlo
Marx e Federico Engels sono responsabili del massacro dei kulaki e dei lager
concentrazionisti? San Paolo è responsabile delle stragi degli albigesi e della notte di San
Bartolomeo? […] Si può anche rispondere di sì a questa domanda, con un’avvertenza però:
la risposta affermativa configura un reato d’opinione; sarà difficile anzi impossibile
distinguere tra opinioni buone e opinioni cattive. Così si comportano i fondametnalisti,
ma il pensiero liberale può indursi al fondamentalismo? Io credo di no e perciò rifiuto il
reato di opinione come un delle principali storture di cui è fatto il legno dell’umanità”
1 Clarinetto, nella versione italiana de La fattoria degli animali è il maiale che informa la
fattoria di ciò che viene deciso da Napoleon, e incarna la propaganda e l’informazione del regime
sovietico.
2 Nell’articolo I crimini comunisti e il reato d’opinione apparso su La Repubblica il 09/11/1997.
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Credo che siano questi i rivoluzionari della rivoluzione d’ottobre, almeno quelli che ho potuto
analizzare ed osservare: una serie di personalità che hanno tradito i loro ideali a causa di una
“overdose” di potere e di libertà. Si vede bene anche a livello cinematografico, dove John Reeds
nota, sicuramente per primo, il cambio che hanno compiuto i suoi compagni di rivoluzione, da
uomini di puri ideali, a burocrati schiavi di quello che avevano creato. Infatti al suo secondo
ritorno in Russia, le personalità non sono più quelle rappresentate egregiamente da Ejzenstejn1,
fuse con la massa, la vera protagonista della rivoluzione, ma si sono mutate, diventando divi,
creando il culto della propria persona.
Così con questo primo piccolo passaggio è iniziato il processo di burocratizzazione, dopo il quale
molti hanno messo in dubbio che i rivoluzionari non volessero creare una società equa e paritaria,
spinti dall’avversità nei confronti dei capitalisti e della classe borghese-nobile e dal pensiero
progressista di Marx, ma volessero prendere il posto dei loro sovrani, diventando dominatori a
loro volta, istituendo una autocrazia. Sono essenzialmente questi i “rivoluzionari traditori”,
nella loro complessità per come sono riuscito a vederli.
1 Nel film Ottobre dove viene autoelogiata la rivoluzione d’ottobre in maniera stupenda.
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Brevi Cenni Storici
Problemi del Dopoguerra
Dopo la conclusione della prima guerra mondiale, l’Italia si trovava alle prese con mille problemi
che il conflitto aveva lasciato dietro sé.
L’economia mostrava i tratti tipici della crisi postbellica: sviluppo abnorme di alcuni settori
industriali, sconvolgimento dei flussi commerciali, deficit grave del bilancio statale, inflazione
altissima. Inoltre nelle varie classi si mostravano fermenti. Quella operaia, chiedeva
miglioramenti economici e maggior potere in fabbrica, inoltre ,infiammata dagli echi della
Russia, mostrava frange rivoluzionarie. I contadini erano decisi ad ottenere dalla classe dirigente
l’attuazione delle promesse fatte durante il conflitto. I ceti medi si organizzavano più che in
passato per difendere i proprio interessi e i loro ideali patriottici.
Cattolici, Socialisti e Fascisti
Questi problemi erano comuni in tutta l’Europa, ma erano più gravi in Italia, dove l’economia era
meno avanzata e il processo di democratizzazione era appena iniziato, basti pensare che primo
suffragio universale maschile avvenne nel 1913. Alla fine la classe dirigente, liberale
principalmente, fu aspramente criticata perché considerata responsabile della guerra, e a suo
discapito presero più potere quelle forze socialiste e cattoliche che erano estranee alla tradizione
liberale. La prima ventata di novità venne nel 1919 dal Partito Popolare Italiano, (Ppi) fondato da
Don Luigi Sturzo, con un programma di impostazione democratica. Si definiva aconfessionale,
ma era chiaramente di stampo cattolica; oltretutto la sua formazione fu permessa dal nuovo
atteggiamento assunto dal vaticano, che cercava un partito per limitare la minaccia socialista.
Altra novità fu la crescita del Partito Socialista Italiano (Psi). All’interno di questo partito era
schiacciante la maggioranza massimalista rispetto quella riformista, tuttavia il gruppo più
numeroso, che si ispirava anche alla rivoluzione bolscevica, non guidava le masse ma ne seguiva
i movimenti. Fu questo atteggiamento che spinse alcuni, principalmente giovani come Gramsci,
a formare una frangia estrema della sinistra socialista. La maggioranza socialista, che si illudeva
di poter condurre una rivoluzione alla russa, si precluse ogni possibilità di dialogo con le forze
democratiche e borghesi, attaccando il loro nazionalismo e ferendo coloro che difendevano i
“valori della vittoria”. Fra questi piccoli gruppi spuntava quello fondato da Benito Mussolini,
nel 1919, denominato “Fasci di Combattimento”. Questo piccolo gruppo mostrava elementi
legati al socialismo, dichiarandosi di sinistra, proponendo riforme sociali, ma esibiva un acceso
nazionalismo, ed una tendenza ad attuare azioni violente dirette, come ad esempio il primo
assalto all’ “Avanti”.
La “vittoria mutilata” e l’impresa fiumana
In relazione alle vicende della conferenza di Parigi, si diffuse tra l’opinione pubblica un
atteggiamento di risentimento verso gli ex alleati e il governo. Clamorosa fu la protesta attuata
da D’Annunzio con l’occupazione di Fiume. Inoltre nel 1919 avvennero una serie di agitazioni
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sociali, causate dai più disparati motivi. Il primo fu l’aumento dei prezzi, e nelle principali città
avvennero proteste contro il caro-viveri, anche se più in generale tutto il costo della vita
aumentò, il che comportò una serie di scioperi, sia nel campo operaio, sia in quello agrario. In
quest’ultimo, si potè notare una forte lotta tra leghe rosse e leghe bianche (le prime socialiste, le
seconde cattoliche), che differenziavano solo per pochi obbiettivi. È comunque da notarsi che
tutte queste piccole rivolte e rivoluzioni avvennero ognuna per proprio conto, senza collegamenti
tra loro.
Elezioni del primo dopoguerra
Le prime elezioni del dopoguerra, che utilizzavano per la prima volta il sistema proporzionale, si
rivelarono disastranti per i partiti liberal-democratici, che si erano presentati divisi, mentre
invece i socialisti si affermarono con 156 seggi, seguiti dai 100 seggi dei popolari. Tuttavia questi
risultati non erano in grado di formare una vera maggioranza, poiché i socialisti si rifiutavano di
collaborare con i partiti “borghesi” e i gli accordi tra popolari e liberal-democratici non erano
molto forti per far reggere a lungo la maggioranza. A salire al governo fu l’anziano Giolitti, il
quale riuscì, solo più avanti, a risolvere la questione fiumana, firmando il trattato di Rapallo che
chiudeva il negoziato diretto con la Jugoslavia. Inoltre attuò alcune leggi, come la tassazione per
i sovrapprofitti nell’industria bellica e la liberalizzazione del prezzo del pane, per limitare le
spinte rivoluzionarie. Questo suo progetto fallì, poiché le condizioni politiche non lo
permettevano e inoltre l’azione degli operai, che crearono forti disordini (come ad esempio
l’occupazione delle fabbriche) mostrava una forte tendenza e attesa rivoluzionaria. Tuttavia
queste attese non si realizzarono, a causa di una serie di compromessi sindacali, che delusero gli
operai e stimolarono nei borghesi un desiderio di rivincita. Fu per l’appunto questo fallimento che
causò la scissione di una frangia dei socialisti (capitanati da Gramsci) nel congresso di Livorno,
con la successiva fondazione del Partico Comunista d’Italia (Pci).
Il fascismo agrario
Tra la fine del ’20 e l’inizio del ’21 il fascismo, abbandonando gli
originari caratteri radical-democratici, si qualificò decisamente in senso
antisocialista. Le azioni squadristiche colpirono le sedi ed esponenti del
movimento operaio e contadino del Centro-nord, in particolare le leghe
rosse nella valle padana. Le cause della repentina crescita del fascismo
agrario furono varie: Forza “militare”, connivenza dei pubblici poteri,
tentativo di Giolitti di usare il fascismo per ridurre alla ragione i
socialisti e popolari, ma anche consensi in quelle categorie contadine
(piccoli proprietari, mezzadri, piccoli affittuari) che mal sopportavano il
controllo esercitato dalle organizzazioni socialiste nelle campagne.
L’inserimento “nei blocchi nazionali”, durante le elezioni del maggio
1921 (dove il fascismo si coalizzò assieme ai gruppi costituzionali, composti dai liberali,
conservatori e democratici) diede al fascismo una completa legittimazione.
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L’agonia dello Stato liberale
L’esito delle elezioni di maggio, con le quali il fascismo ottenne alla Camera 35 deputati e dove i
gruppi liberali erano rafforzati (sebbene non in maniera sufficiente per poter riacquistare il
completo controllo del Parlamento), mise fine all’ultimo esperimento governativo di Giolitti.
Infatti, il suo successore, l’ex socialista Ivanoe Bonomi, cercò vanamente di far uscire dalla
“guerra civile”, spingendo ad una tregua, le due parti in lotta. Vi riuscì nel 1921 quando fece
firmare un patto di pacificazione tra socialisti e fascisti, sebbene lo stesso patto fosse puramente
teorico e poco pratico. Precisamente il patto consisteva nella rinuncia alla violenza da ambo le
parti. I socialisti in particolare dovevano sciogliere o sconfessare le formazioni denominate
“arditi del popolo”, gruppi paramilitari in contrapposizione allo squadrismo. Questo patto
faceva infatti parte di un gioco politico di Mussolini, che cercava di farsi spazio nella politica
“ufficiale”. Tuttavia la strategia di Mussolini non piaceva ai fascisti intransigenti, che si
riconoscevano nello squadrismo agrario e nei suoi capi locali, denominati ras. Questi “Ras”
sabotarono il patto di pacificazione, e rischiarono di far crollare la leadership di Mussolini, che si
vide costretto a sconfessare il patto, poiché era conscio di non poter fare a meno della massa
d’urto dello squadrismo agrario. E’ anche da dirsi che il patto non aveva mai funzionato, né da
una né dall’altra parte. A questo punto i ras accettarono la trasformazione del movimento in
partito, dando così vita dal Partito Nazionale Fascista, comandato da Mussolini. In seguito il
potere passò da Bonomi a Luigi Facta, liberista di scarsissime capacità politiche, che non riuscì a
limitare l’ondata fascista che iniziò a prevalere sempre più, compiendo azioni clamorose, come
occupazione con le armi di grandi centri (Ferrara, Bologna, Cremona). I socialisti non riuscirono
in nessun modo a fermare l’offensiva fascista, che giocava sia sul piano della violenza armata,
sia su quella della manovra politica. Nemmeno riuscirono a giocare le loro carte nel piano
parlamentare, né a mobilitare le masse. Fu addirittura disastroso lo sciopero legalitario in difesa
delle liberà costituzionali del primo agosto, dove i fascisti colsero il pretesto per atteggiarsi a
custodi dell’ordine, lanciando una nuova e violenta offensiva verso il movimento operaio. Per una
intera settimana ci furono attacchi a sezioni, circoli, sedi e giornali socialisti. Così il movimento
operaio uscì distrutto materialmente e moralmente. Questo comportò una scissione ulteriore,
infatti i riformisti guidati da Turati fondarono il Partito Socialista Unitario (Psu).
La Marcia su Roma
Mentre trattava con i principali leader liberali per una partecipazione al governo, Mussolini
lasciò che le milizie fasciste si preparassero per un colpo di Stato. Il successo della marcia su
Roma, avvenuto il 18 ottobre 1922, fu reso possibile solo dal rifiuto del re a firmare lo stato
d’assedio. Il nuovo governo Mussolini (lungi dal rappresentare, come parvi a molti, un ritorno
alla normalità) preparava la fine dello Stato Liberale.
Una volta al potere Mussolini attuò una politica autoritaria (soprattutto contro il movimento
operaio) e creò nuovi istituti (il Gran Consiglio del Fascismo e la Milizia) incompatibili con i
principi liberali. Al tempo stesso continuò a promettere la normalizzazione e a collaborare con
forze politiche non fasciste. Oltre all’appoggio di liberali e cattolici, Mussolini poteva valersi di
quello del potere economico, e del sostegno della chiesa che vedeva nel fascismo un baluardo
contro la minaccia socialista. Un ulteriore rafforzamento il fascismo ottenne con le elezioni del
’24, tenute secondo la nuova legge maggioritaria: da esse le opposizioni uscirono notevolmente
ridimensionate.
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Delitto Matteotti e l’Aventino
Questo successo nelle elezioni rafforzò notevolmente la posizione di Mussolini ed alimentò le
speranze di quei fiancheggiatori che, fingendo di non vedere le aggressioni degli squadristi,
speravano in un’evoluzione del fascismo in senso liberal-conservatore. Le opposizioni, indebolite
e sfiduciate, non sembravano in grado di reinserirsi nel gioco politico.
Tuttavia, pochi mesi dopo le elezioni avvenne un evento che sconvolse lo scenario politico. Il 10
giugno 1924, il deputato del Psu Giacomo Matteotti, fu rapito a Roma da un gruppo di
squadristi (membri in un’organizzazione illegale legata al Pnf) e venne ucciso a coltellate. Il suo
cadavere venne ritrovato in un’automobile abbandonata poco distante dalla capitale due mesi
dopo. Pochi giorni prima della sua scomparsa, Matteotti pronunciò un imponente discorso
accusatorio nei confronti del fascismo, dei suoi atti di violenza e contestò la validità dei risultati
elettorali. Era dunque naturale che un avvenimento di questo tipo colpisse fortemente l’opinione
pubblica con una ondata di indignazione nei confronti del fascismo e dei suoi capi, anche perché
sebbene vennero presi gli esecutori i mandanti non vennero mai scoperti. Il paese capì che il
delitto era il risultato di una pratica ormai consolidata di violenze di cui Mussolini e i suoi
collaboratori portavano intera responsabilità. Il fascismo si trovò così isolato, facendo
scomparire divise e stemmi del fascio dalla circolazione e facendo moltiplicando le vendite dei
giornali antifascisti.
Tuttavia l’opposizione, che era stata provata dalle recenti elezioni, non poteva mettere in
minoranza il governo né era in grado di affrontare una mobilitazione di massa. L’unica iniziativa
che videro possibile fu l’astensione del lavoro parlamentare fino alla ripristinazione della legalità
democratica.
La Seccessione dell’Aventino aveva un indubbio significato ideale, ma sicuramente una
scarsissima efficacia pratica. I partiti “aventiniani” si limitarono ad agitare di fronte all’opinione
pubblica una questione morale, sperando in un intervento della corona o in uno sfaldamento della
maggioranza. Ma il re non intervenne e la maggioranza , pur criticando al fascismo l’illegalità,
non tolsero la fiducia al capo del governo. Mussolini, per venire in contro alle loro richieste, di
dimise dalla carica di ministro degli Interni e sacrificò alcuni suoi collaboratori più coinvolti
nell’affare Matteotti.
Nel giro di pochi mesi l’ondata antifascista rifluì, e Mussolini contrattacò. Il 3 gennaio 1925
dichiarò chiusa la questione morale e minacciò di usare la forza contro le opposizioni. Nei giorni
successivi avvennero moltissimi arresti, perquisizioni e sequestri a danno dei partiti
d’opposizione e dei suoi organi di stampa. La questione Matteotti, anziché causare la fine del
fascismo accellerò la sua presa totale del potere.
Dittatura a viso aperto
Dopo il 3 gennaio non ci furono più mezze misure o compromessi: o si era fascisti o antifascisti,
la dittatura o la liberà. Molti intellettuali che erano rimasti neutrali a questo punto sentirono il
bisogno di schierarsi chiaramente. Avvennero scontri tra acculturati, con i manifesti degli
intellettuali. Ad un Manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile, ci fu la risposta di quello di
Benedetto Croce, mentre il fascismo portava a compimento l’occupazione dello Stato ed
eliminava ogni residuo di libertà politica e sindacale. Molti antifascisti fuggirono all’estero e i
grandi quotidiani vennero fascistizzati tramite pressioni sui proprietari. Inoltre non bastò al
fascismo aver eliminato tutti gli oppositori ed esercitare una dittatura di fatto, ma decise anche
di formulare nuove leggi per poter distruggere e stravolgere i connotati dello stato liberale.
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Infatti introdusse le leggi definite “fascistissime”, una serie di leggi che rafforzavano il poteri del
capo del governo rispetto agli altri ministri e anche rispetto al parlamento. Poi altre leggi
sindacali che proibivano le sciopero e permettevano solo ai sindacati fascisti di poter firmare
contratti collettivi In seguito, dopo l’ultimo attentato fallito a Mussolini, vennero stipulate le
leggi che scioglievano i partiti antifascisti. Inoltre venne reinserita la pena di morte per chi aveva
commesso reati a danno della sicurezza dello stato; per giudicare tali crimini venne formato un
Tribunale speciale per la difesa dello Stato. L’ultima legge “fascistissima” fu la modifica e la
legge elettorale del 1928 che inseriva un sistema a lista unica.
Così moriva lo Stato liberale, sebbene fosse già stato distrutto dalle primissime leggi
fascistissime del 1926. Ad esso si sostituiva un nuovo regime, un regime a partito unico che si
differenziava dagli antichi sistemi assolutistici perché non si accontentava di reprimere e
controllare le masse, ma pretendeva di inquadrarle in proprie organizzazioni.
L’Italia Antifascista
A partire soprattutto dagli anni 1925-26, quando il dissenso politico fu proibito non solo in via di
fatto ma anche a termini di legge, un numero crescente di italiani dovette affrontare il carcere o il
confino politico, l’esilio o la clandestinità. Non tutti coloro che nutrivano sentimenti
antifascisti, o che avevano svolto attività di opposizione nel periodo in cui si costruiva la
dittatura, sperimentarono i rigori della repressione.
Molti, anzi i più si appartarono in volontario silenzio o cercarono di sfruttare i ridotti spazi di
autonomia culturale che il regime lasciava sussistere purchè non si trasformassero in centri di
opposizione politica. Fu questa la strada scelta da quasi tutti gli ex popolari, dalla maggioranza
dei liberali non fascistizzati e anche da molti socialisti. Se i cattolici potevano contare su
qualche forma di tacito e prudente appoggio da parte di una chiesa alleata sì del fascismo, ma
non al punto di da interrompere ogni contatto con i vecchi militanti del Ppi, i liberali trovarono
un importante punto di riferimento in Benedetto Croce. Protetto dalla sua notorietà
internazionale ma anche da una precisa scelta del regime (preoccupato dei danni che sarebbero
derivati alla sua immagine da un intervento repressivo), l’anziano filosofo poté proseguire senza
eccessivi fastidi la sua attività culturale e pubblicistica. Grazie ai suoi libri e alla sua rivista “La
Critica”, che continuò a stamparsi per tutto il ventennio, molti intellettuali ebbero la possibilità
di conoscere e mantenere in vita la tradizione dell’idealismo liberale (contrapposta a quella
idealistico-totalitaria impersonata da Gentile): Anche se questa attività in tanto fu possibile in
quanto rinunciava ad ogni aperto sconfinamento nel campo della politica. Per coloro che
intendevano opporsi attivamente al fascismo, restavano aperte solo due strade: l’esilio all’estero
e l’agitazione clandestina in patria.
A praticare fin dall’inizio quest’ultima forma di lotta furono soprattutto, anche se non
esclusivamente, i comunisti: gli unici preparati all’attività cospiratoria, sia per le caratteristiche
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della loro struttura organizzativa, sia perché erano già stati oggetto di repressioni sistematiche
da parti delle autorità. Durante il ventennio il Pci riuscì a tenere in piedi e ad alimentare
dall’interno e dall’esterno una propria rete clandestina, a diffondere opuscoli, giornali, libri e
volantini di propaganda, a infiltrare suoi uomini nei sindacati e nelle organizzazioni giovanili
fasciste. Tutto questo nonostante i moderati risultati immediati e gli altissimi rischi cui
andavano soggetti i militanti. Anche gli altri gruppi antifascisti, come i socialisti o i
repubblicani, cercarono di tenere in vita qualche isolato nucleo clandestino.
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Il Futurismo
La rottura con il passato
Il futurismo è un’avanguardia storica di matrice totalmente italiana. Nato nel 1909, grazie al
poeta e scrittore Filippo Tommaso Marinetti, il futurismo divenne in breve tempo il movimento
artistico di maggior novità nel panorama culturale italiano. Si rivolgeva a tutte le arti,
comprendendo sia poeti che pittori, scultori, musicisti, e così via, proponendo in sostanza un
nuovo atteggiamento nei confronti del concetto stesso di arte.
Ciò che il futurismo rifiutava era il concetto di un’arte élitaria e decadente, confinata nei musei e
negli spazi della cultura aulica. Proponeva invece un balzo in avanti, per esplorare il mondo del
futuro, fatto di parametri quali la modernità contro l’antico, la velocità contro la stasi, la
violenza contro la quiete, e così via.
In sostanza il futurismo si connota già al suo nascere come un movimento che ha due caratteri
fondamentali:
•
•
l’esaltazione della modernità;
l’impeto irruento del fare artistico.
Il futurismo ha una data di nascita precisa: il 20 febbraio 1909. In quel giorno, infatti, Marinetti
pubblicò sul «Figaro», giornale parigino, il Manifesto del Futurismo. In questo scritto sono già
contenuti tutti i caratteri del nuovo movimento. Dopo una parte introduttiva, Marinetti
sintetizza in undici punti i principi del nuovo movimento.
Noi vogliamo cantar l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare
il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il
pugno.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza
della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti
dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello
della Vittoria di Samotracia.
Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra,
lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e mugnificenza, per aumentare l’entusiastico
fervore degli elementi primordiali.
Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo
può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le
forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se
vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi
viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il
gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
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Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro
il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica.
Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le
maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante
fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni
ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro
fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di
coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che
scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli
aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla
entusiasta.
In un altro suo scritto, Marinetti disse come doveva essere l’artista futurista.
«Chi pensa e si esprime con originalità, forza, vivacità, entusiasmo, chiarezza, semplicità,
agilità e sintesi. Chi odia i ruderi, i musei, i cimiteri, le biblioteche, il culturismo, il
professoralismo, l’accademismo, l’imitazione del passato, il purismo, le lungaggini e le
meticolosità. Chi vuole svecchiare, rinvigorire e rallegrare l’arte italiana, liberandola dalle
imitazioni del passato, dal tradizionalismo e dall’accademismo e incoraggiando tutte le creazioni
audaci dei giovani».
Il fenomeno del futurismo ha quindi una spiegazione genetica molto chiara. La cultura
dell’Ottocento era stata troppo condizionata dai modelli storici. Il passato, specie in Italia, era
divenuto un vincolo dal quale sembrava impossibile affrancarsi. Oltre ciò, la tarda cultura
ottocentesca si era anche caratterizzata per quel decadentismo che proponeva un’arte fatta di
estasi pensose quale fuga dalla realtà nel mondo dei sogni. Contro tutto ciò insorse il futurismo,
cercando un’arte che esprimesse vitalità e ottimismo per costruire un mondo nuovo basato su
una nuova estetica.
L’adesione al futurismo coinvolse molte delle giovani leve di artisti, tra cui numerosi pittori che
crearono nel giro di pochi anni uno stile futurista ben chiaro e preciso. Tra essi, il maggior
protagonista fu Umberto Boccioni al quale si affiancarono Giacomo Balla, Gino Severini, Luigi
Russolo e Carlo Carrà.
Il movimento ebbe due fasi, separate dalla prima guerra mondiale. Lo scoppio della guerra
disperse molti degli artisti protagonisti della prima fase del futurismo. Boccioni morì nel 1916 in
guerra. Carrà, dopo aver incontrato De Chirico, si rivolse alla pittura metafisica e come lui, altri
giovani pittori, quali Mario Sironi e Giorgio Morandi, i cui esordi erano stati da pittori futuristi.
Nel dopoguerra il carattere di virile forza di questo movimento finì per farlo integrare
nell’ideologia del fascismo, esaurendo così la sua spinta rinnovatrice e finire paradossalmente
assorbito negli schemi di una cultura ufficiale e reazionaria. Questa sua adesione al fascismo ne
ha molto limitato la critica riscoperta da parte della cultura italiana che ha sempre visto questo
movimento come qualcosa di folkloristico e provinciale. La sua rivalutazione sta avvenendo solo
da pochi anni e solo dopo che soprattutto la storiografia inglese ha storicamente rivalutato
questo fenomeno artistico. Il futurismo, tuttavia, nonostante il suo limite di essere un
movimento solo italiano, e non internazionale, ha esercitato notevole influenza nel dibattito
artistico di quegli anni, contribuendo in maniera determinante alla nascita delle avanguardie
russe, quali il Cubofuturismo, il Suprematismo e il Costruttivismo.
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I manifesti
Uno dei tratti più tipici del futurismo è proprio la grande produzione di manifesti. Attraverso
questi scritti gli artisti dichiaravano i propri obiettivi e gli strumenti per ottenerli. Essi risultano,
quindi, molto importanti per la comprensione del futurismo. Da essi è possibile non solo valutare
le intenzioni degli artisti, ma anche in che misura le intenzioni si sono attuate nella loro
produzione reale.
Il primo manifesto sulla pittura futurista risale al 1910. A firmarlo furono Boccioni, Carrà,
Russolo, Severini e Balla. In esso non si va molto oltre della semplici enunciazioni di principi che
ricalcano gli obiettivi fondamentali del movimento. Si ribadisce il rifiuto del passato,
dell’accademismo, delle convenzioni e delle imitazioni.
Molto più interessante appare il secondo manifesto che gli stessi artisti redassero l’anno
successivo, e datato 11 febbraio 1911. In esso – La pittura futurista. Manifesto tecnico – si legge:
Il gesto, per noi, non sarà più un momento fermato del dinamismo universale: sarà, decisamente,
la sensazione dinamica eternata come tale.
Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma
appare e scompare incessantemente. Per la persistenza delle immagini nella retina, le cose in
movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che
percorrono. Così un cavallo da corsa non ha quattro gambe: ne ha venti, e i loro movimenti sono
triangolari.
In questo passo si coglie già uno dei principali fondamenti della pittura futurista: l’intenzione di
rappresentare non degli oggetti statici ma degli oggetti in continuo movimento. E cercando
soprattutto di rappresentarli conservando l’immagine visiva del loro dinamismo. La sensazione
dinamica doveva ricercarsi moltiplicando le immagini, scomponendole e ricomponendole secondo
le direzioni del loro movimento.
Più oltre segue un passo che ci fornisce un altro dei parametri fondamentali della pittura
futurista.
Lo spazio non esiste più; una strada bagnata dalla pioggia e illuminata da globi elettrici
s’inabissa fino al centro della terra. Il Sole dista da noi migliaia di chilometri; ma la casa che ci
sta davanti non ci appare forse incastronata nel disco solare? […] Le sedici persone che avete
intorno a voi in un tram che corre sono una, dieci, quattro tre: stanno ferme e si muovo; vanno e
vengono, rimbalzano sulla strada, divorate da una zona di sole, indi tornano a sedersi, simboli
persistenti della vibrazione universale. E, talvolta, sulla guancia della persona con cui parliamo
nella via noi vediamo il cavallo che passa oltre. I nostri corpi entrano nei divani su cui ci
sediamo, e i divani entrano in noi, così che il tram che passa entra nelle case, le quali alla loro
volta si scaraventano sul tram e con esso si amalgamano.
«I nostri corpi entrano nei divani, e i divani entrano in noi»: la frase esprime con estrema
chiarezza uno dei tratti più tipici del futurismo: la scelta di intersercare le immagini, arrivando
ad una rappresentazione di sintesi dove tutte le cose si compenetrano tra loro creando un nuovo
tipo di spazialità.
Parte del manifesto è ovviamente dedicata allo stile, affermando che la nuova pittura deve
basarsi sulla scomposizione del colore già attuata dai divisionisti. Ma il divisionismo deve
essere solo uno strumento, non un fine della rappresentazione. La scomposizione dei colori (che
loro definiscono «complementarismo congenito»), non solo deve esaltare la sensazione di
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dinamicità, ma deve contribuire a quella nuova spazialità dove è proprio la luce, insieme al moto,
a far compenetrare gli oggetti tra loro.
Il manifesto si conclude con una sintesi finale espressa in quattro punti:
NOI PROCLAMIAMO:
Che il complementarismo congenito è una necessità assoluta nella pittura, come il verso libero
nella poesia e come la polifonia nella musica;
Che il dinamismo universale deve essere reso come sensazione dinamica;
Che nell’interpretazione della Natura occorre sincerità e verginità;
Che il moto e la luce distruggono la materialità dei corpi.
La modernità e la velocità
La pittura futurista ha molte analogie con il cubismo e qualche notevole differenza. Il cubismo
scomponeva l’oggetto in varie immagini e poi le ricomponeva in una nuova rappresentazione. Il
futurismo non intersecava diverse immagini della stessa cosa ma interseca direttamente diverse
cose tra loro. Il risultato stilistico a cui si giungeva era, però, molto simile ed affine. Del resto,
non bisogna dimenticare che gli artisti futuristi erano ben a conoscenza di ciò che il cubismo
faceva in Francia. Non solo perché il futurismo nacque, di fatto, a Parigi con Marinetti, ma
anche perché uno di loro, Gino Severini, viveva ed operava nella capitale francese.
Ciò che invece distingue principalmente i due movimenti fu soprattutto il diverso valore dato al
tempo. Come detto, la dimensione temporale era già stata introdotta nella pittura dal cubismo.
Ma si trattava di un tempo lento, fatto di osservazione, riflessione e meditazione. Il futurismo
ha invece il culto del tempo veloce. Del dinamismo che agita tutto e deforma l’immagine delle
cose.
È proprio la velocità il parametro estetico della modernità. Del resto il mito della velocità per il
futurismo ha degli impeti quasi religiosi. Disse Marinetti in un suo scritto: «Se pregare vuol dire
comunicare con la divinità, correre a grande velocità è una preghiera».
Nei quadri futuristi, la velocità si traduceva in linee di forza rette che davano l’idea della scia
che lasciava un oggetto che correva a grande velocità. Mentre in altri quadri, soprattutto di
Balla, la sensazione dinamica era ricercata come moltiplicazione di immagini messe in sequenza
tra loro. Così che le innumerevoli gambe che compaiono su un suo quadro non appartengono a
più persone, ma sempre alla stessa bambina vista nell’atto di correre («Bambina che corre sul
balcone»).
Umberto Boccioni
Umberto Boccioni (1882-1916) è stato il maggior esponente del futurismo italiano. Nato a Reggio
Calabria, si trasferì a Roma all’età di diciotto anni. Qui iniziò il suo apprendistato artistico
prendendo lezioni di disegno e frequentando la Scuola libera del nudo. A Roma Boccioni entrò in
contatto con Severini e Sironi ed insieme ai due frequentò lo studio del più anziano Giacomo
Balla, da poco rientrato da Parigi.
Nel 1907 si trasferì a Venezia e, dopo altri viaggi compiuti a Parigi e in Russia, si stabilì a
Milano. In questa fase prefuturista la pittura di Boccioni si modella soprattutto sulla lezione di
Balla: la pittura dal vero e la tecnica divisionista. I suoi interessi per la vibrazione del colore e
della luce lo portano ad esiti molto vicini all’ambiente divisionista del nord Italia, dove il
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maggior rappresentante restava Pellizza da Volpedo, scomparso proprio in quegli anni (1907). I
soggetti dei quadri di questo periodo, soprattutto nella scelta di periferie urbane in costruzione,
anticipano i successivi sviluppi del futurismo. A Milano Boccioni ha anche modo di conoscere la
pittura simbolista di Previati e della Secessione viennese e la pittura espressionista tedesca.
L’incontro con queste tendenze lo porterà ad attenuare i suoi interessi per il naturalismo e a
ricercare una pittura più intensa sul piano psicologico ed espressivo. Nacquero così alcune sue
celebri tele, quali il famoso trittico degli «Stati d’animo». Il suo interesse per la psicologia,
tuttavia, non ebbe mai i toni decadenti e raffinati della pittura simbolista, ma si concentrò sui
temi della interiorità dell’uomo moderno, coniugando a ciò le suggestioni più intense del
futurismo.
Nel gennaio del 1910 conobbe Marinetti, e l’incontro risultò decisivo per i successivi sviluppi
della sua pittura. La sua adesione alle idee futuriste di Marinetti fu immediata e dopo pochi
mesi firmò il primo manifesto della pittura futurista. La svolta stilistica avviene con la redazione
del quadro «La città che sale» realizzato sempre nel 1910. L’anno successivo fu il principale
ispiratore del Manifesto tecnico della pittura futurista. In esso si definisce più chiaramente il
parametro fondamentale del futurismo in pittura: la «sensazione dinamica». La scomposizione
della luce e del colore si unisce alla scomposizione dei volumi e dello spazio, portando il
futurismo ad esiti molto vicini al cubismo.
In breve diviene il maggior artista italiano del periodo. Partecipa a numerose manifestazioni in
Italia e all’estero. La sua attività si svolge anche sul piano teorico e nel 1914 pubblica due testi
fondamentali per comprendere la sua visione artistica: «Pittura Scultura Futuriste» e
«Dinamismo plastico».
Allo scoppio della prima guerra mondiale viene richiamato alle armi. Il 17 agosto del 1916, all’età
di soli trentaquattro anni, muore per un banale incidente mentre era nelle retrovie dei campi di
battaglia.
La sua precoce morte ha privato l’arte moderna di uno degli esponenti più geniali del panorama
europeo di quegli anni. La sua attività di pittore si è svolta per un arco di circa dieci anni. In
questo periodo Boccioni riesce ad attraversare, e far proprie, le maggiori novità artistiche del
periodo, dal divisionismo al futurismo, dall’espressionismo al cubismo. E lo fa con ispirazione
tale da consentirgli di produrre opere di sempre elevata qualità. Passa attraverso i territori della
psicologia (notevoli sono i suoi quadri intitolati Stati d’animo), pur senza essere un decadente,
così come apprende dall’espressionismo la capacità di comunicare, pur senza giungere alle
esasaperazioni deformistiche di quella corrente.
Dal 1911 si dedica alla scultura, nella quale giunge in breve tempo a risultati eccezionali. Nel
1912 redige il Manifesto tecnico della scultura futurista, ma, più che l’attività teorica, appaiono
subito straordinari gli esiti a cui giunge con la sua opera. Con la scultura «Forme uniche nella
continuità dello spazio» (1913), Boccioni realizza una delle sculture più famose in assoluto di
questo secolo. Indaga la deformazione plastica di un corpo umano in movimento, giungendo ad
una forma aerodinamica dove il corpo, stilizzato al limite della riconoscibilità, riesce tuttavia a
trasmettere una grande sensazione di forza e di potenza. La statua diviene il simbolo stesso
dell’uomo futuro, così come lo immaginavano i futuristi: novello Icaro, metà uomo e metà
macchina, lanciato in corsa a percorrere il mondo con forza e velocità.
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Gli stati d’animo
Umberto Boccioni, Stati d’animo. Gli addii (prima versione), 1911
La prima versione di questo famoso capolavoro di Boccioni appare molto diversa dalla seconda
versione. In quest’ultimo quadro è la sintesi cubista a delineare le principali scelte stilistiche. La
prima versione appare invece di linguaggio ancora divisionista, benché portato a limiti estremi
che già risente di suggestioni espressioniste e astratte. Il secondo quadro appare, tutto sommato,
più semplice da comprendere ed anche di maggiore fascino. Il primo rimane confuso in un colore
che è più diagramma di flussi psichici che non rappresentazione facilmente decifrabile. Tuttavia
il confronto tra i due quadri appare molto interessante per capire le due principali direzioni che,
negli anni ’10, prende l’arte europea: da un lato il cubismo dall’altro l’espressionismo. E Boccioni,
che è l’artista italiano più eclettico ed aggiornato, sembra anch’egli far proprie le due esperienze,
anche se dalla produzione successiva appare evidente come sarà il cubismo a coinvolgerlo
maggiormente, pur restando un artista sempre originale e di grande spessore.
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Umberto Boccioni, Stati d’animo. Gli addii, 1911
Che Boccioni sia interessato all’espressione delle interiorità psicologiche viene ampiamente
confermato dai suoi trittici intitolati «Stati d’animo». L’opera si compone di tre quadri,
intitolati: «Gli addii», «Quelli che vanno», «Quelli che restano». Del trittico, Boccioni ha
eseguito due diverse versioni. La prima, risalente al 1910, utilizza ampiamente la tecnica
divisionista, dando alle immagini una risoluzione prevalentemente coloristica. Nella seconda
versione, posteriore al suo viaggio a Parigi, è invece avvertibile l’influenza della pittura cubista.
La prima versione de «Gli addii» è attualmente conservata al Cimac di Milano. La seconda
versione è invece in possesso del Museum of Modern Art di New York. Noi ci occuperemo di
questa seconda tela.
Il quadro ha per contenuto delle persone che si salutano, abbracciandosi, sullo sfondo di treni e
paesaggi ferroviari. Il quadro è diviso verticalmente in due parti dall’immagine frontale di una
locomotiva a vapore. Nella metà di destra sono visibili diversi vagoni ferroviari, quasi
trasparenti e intersecati tra loro, ma di cui sono chiaramente individuabili le linee costruttive di
contorno. Nella metà di sinistra appare invece l’immagine di un traliccio della corrente elettrica
e la linea ondulata delle colline. È il tipico paesaggio che si coglie, in genere, dal finestrino di un
treno in corsa. Anche il numero, scritto al centro, rimanda ad una immagine ferroviaria: esso è
realizzato con gli stessi caratteri che contrassegnano i vagoni ferroviari.
Nella parte inferiore del quadro si intravedono diverse sagome di persone che si abbracciano e si
salutano. Hanno un aspetto molto stilizzato e sono visti da diverse angolazioni. Sembrano
smaterializzarsi nel vapore che fuoriesce dalla caldaia del treno a vapore.
L’immagine vuole quindi rappresentare la memoria immediata di chi, dopo aver salutato delle
persone, inizia un viaggio in treno. Nella sua mente si sovrappongo le immagini del treno, del
paesaggio che percepisce in corsa, e il ricordo dei saluti che ha appena scambiato con chi è
rimasto nella stazione. L’intersezione e la sovrapposizione di questi elementi avviene con molto
equilibrio, ricorrendo sia alle scomposizioni tipiche del cubismo, sia alla compenetrazione dei
corpi teorizzata dal futurismo.
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Ciò che unifica il quadro è la dominante verde, utilizzata in varie gamme, ma sempre su toni
spenti. In questo caso il verde ha un valore tipicamente espressionistico: materializza lo stato
d’animo sobrio e mesto di chi ha appena intrapreso un viaggio con la sensazione del distacco da
persone care. In questo verde Boccioni inserisce il complementare rosso, sempre su tonalità
spente, secondo linee ondulate che sembrano materializzare il senso di ondeggiamento del treno
in movimento che dà forma ondulata alla percezione della realtà circostante.
La grande maestria di Boccioni sta nel sintetizzare, e far proprie, più suggestioni stilistiche, che
egli riesce a padroneggiare con misura e sintesi. In questo quadro vi ritroviamo il futurismo, il
cubismo, l’espressionismo, tutto miscelato in una tecnica esecutiva che è ancora divisionista.
Ma il quadro riesce pienamente nel suo intento di dare immagine a qualcosa di assolutamente
immateriale come uno stato d’animo.
Autori e Opere importanti
Cesare Pavese (1908-1950)
Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un
paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre,
cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la
famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese
rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si
fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia, della
nostalgia e del nido. Il padre di Cesare muore quasi subito: questo
episodio inciderà molto sull’indole del ragazzo, già di per sé
scontroso e introverso.
Molti si sono occupati dell’adolescenza di Cesare, di questo
ragazzo timido, amante dei libri, della natura e sempre pronto ad isolarsi dagli altri, a
nascondersi, a inseguire farfalle e uccelli, a sondare il mistero dei boschi.
Davide Laiolo, suo grande amico, in un libro intitolato Il vizio assurdo tende ad evidenziare due
elementi fondamentali: la morte del padre e il conseguente irrigidirsi della madre che, con la sua
freddezza ed il suo riserbo, attuerà un sistema educativo più da padre asciutto ed aspro che non
da madre affettuosa e dolce. L’altro elemento è la tendenza al “vizio assurdo”, la vocazione
suicida. Ritroviamo infatti sempre un accenno alla mania suicida in tutte le lettere del periodo
liceale, soprattutto quelle dirette all’amico Mario Sturani.
Questo mondo adolescente di Cesare, così difficile, così traboccante di solitudine e di
isolamento per Monti sarebbe invece il risultato della introversione tipica della adolescenza, per
Fernandez la risultante di traumi infantili (morte del padre e mondo femminile in cui viene
allevato, desiderio inconscio di autopunizione). Per altri ancora invece il dramma della
impotenza sessuale, indimostrabile forse, ma a momenti rintracciabile in alcune pagine de Il
Mestiere di vivere.
Qualunque sia l’interpretazione che si vuole dare a questi primi anni, non si può negare che si
profila subito in essi la storia di un destino tragico e amaro, evidenziato da un disperato bisogno
d’amore, da una ricerca di apertura verso gli altri, verso il mondo, verso le relazioni
interpersonali, destino di solitudine, di amarezza, di tristezza, di disperata sconfitta. Una
grande dicotomia tra l’attrazione per la solitudine e il bisogno di non essere solo.
Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua
inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura “come schermo metaforico
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della sua condizione esistenziale” (Venturi), in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti
interiori.
Studia nell’Istituto “Sociale” dei Gesuiti e nel “Ginnasio moderno” quindi passa al Liceo
“D’Azeglio”, dove avrà come professore un maestro d’umanità, Augusto Monti, al quale molti
intellettuali torinesi di quegli anni devono tanto. L’ingresso al liceo “D’Azeglio” è di somma
importanza per la vita di Cesare, il quale tra il 1923 e il 1926 partecipa a quel rinnovamento delle
coscienze che non solo esercitava l’azione educatrice di Monti ma che trovava concretezza e
palpabilità nell’opera di Gramsci e Gobetti. Dapprima Pavese è assai riluttante ad impegnarsi
attivamente nella lotta politica, verso la quale egli non nutre grande interesse, anche perché
tende a fondere sempre il motivo politico con quello più propriamente letterario. È però attratto
dai giovani che seguono Monti: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Tullio Pinelli, Massimo
Mila, i quali non aderiscono né al movimento di Strapaese (legato al fascismo) né a quello di
Stracittà (movimento apparentemente progressivo ma in realtà anch’esso trincerato dietro lo
scudo fascista), in opposizione ai quali essi coniano la sigla Strabarriera.
Cesare trova gusto nelle discussioni, si trova a suo agio nelle trattorie, assieme agli operai, ai
venditori ambulanti, alla gente qualunque: molti di questi saranno un giorno protagonisti dei
suoi romanzi. Ha la sensazione di essere giovane, rinato e, negli ultimi anni dell’Università,
nella sua vita privata entra colei che sarà al centro della sua anima, “la donna dalla voce rauca”.
Cesare appare addirittura trasformato: per tutto il tempo durante il quale ha la sensazione che
questa donna gli sia vicina, diventa cordiale, umano, affettuoso, aperto al colloquio con gli altri.
Quella donna gli riporta l’incanto dell’infanzia, il suo viso, quando non la sente sua non è più il
mattino chiaro, è una nube, ma una nube dolcissima e, anche se vive altrove, gli riflette sempre
“lo sfondo antico”. Quelle colline e quel cielo tornano ancora umanissimi come il “dolce incavo
della sua bocca”.
Nel 1930 ( a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt
Whitman e comincia a lavorare alla rivista “La cultura”, insegnando in scuole serali e private,
dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben
presto fama e notorietà. Gli anni del liceo e poi dell’università portano nella vita del ragazzo
solitario il suggello dell’amicizia: tutto contribuisce ad umanizzare le sue rabbiose letture: le
dispute letterarie, l’eccitante accostamento al mondo vietato della politica, i caffè concerto, i miti
sfolgoranti dell’industria cinematografica, le marce in collina, le vogate sul Po che rinvigoriscono
il suo corpo, precocemente squassato dall’asma. In confronto al paese, la città si presenta come
una grande fiera, come una festa continua. Di giorno la vita è piena, i negozi sono tanti, i tram
sferragliano e dovunque si ascolta musica.
Nel 1931 muore la madre, pochi mesi dopo la laurea: per l’ammirazione mai manifestata e per il
rimorso di non aver mai saputo dimostrare il suo affetto e la sua tenerezza per lei, la sua morte
segna un altro solco amaro nella vita dello scrittore. Rimasto solo, si trasferisce nell’abitazione
della sorella Maria, presso la quale resterà fino alla morte.
Intanto sempre nel 1931 viene stampata a Firenze la sua prima traduzione: Il nostro signor
Wrenn di Sinclair Lewis. Il mestiere di traduttore ha tale importanza non solo nella vita di
Pavese ma per tutta la cultura, da aprire uno spiraglio ad un periodo nuovo nella narrativa
italiana. Con le sue traduzioni, egli dà la misura di quanto sia grande la sua ansia di libertà, la
sua esigenza di rompere lo schema delle retoriche nazionalistiche ed aprire a sé e agli altri nuovi
orizzonti culturali, capaci di smuovere quelle incrostazioni vecchie e nuove che avevano fatto
ammalare la società italiana. Egli vuole presentare coscientemente “il gigantesco teatro dove,
con maggior franchezza che altrove, veniva recitato il dramma di tutti”. Il fascismo negava ogni
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iniziativa alle grandi masse, condannava ed impediva gli scioperi, mentre in quei romanzi
americani si leggeva la possibilità di creare nuovi rapporti sociali.
Contro la monotonia della prosa d’arte e diversamente dall’ermetismo, Pavese dimostrava come
il contatto con le grandi masse americane attraverso quei romanzi vivificasse anche il
linguaggio, con l’inserimento della parlata popolare, così da renderlo congeniale con i nuovi
contenuti. Di tutti, quello che diventa la coscienza del suo destino è Peter Mathiessen (lo
scrittore della Natura: Il leopardo delle nevi, L’albero dove è nato l’uomo, Il silenzio africano.),
per la comune ricerca del linguaggio, per il senso tragico e per il considerare inutile la vita,
nonché per l’estremo gesto suicida.
Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per
l’amicizia che lo lega a Giulio: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con “la donna dalla
voce rauca”, una intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta
antifascista: Cesare accetta di far giungere al proprio domicilio lettere fortemente
compromettenti sul piano politico: scoperto, non fa il nome della donna e il 15 maggio 1935 viene
condannato per sospetto antifascismo a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro.
Tre anni che si ridurranno poi a meno di uno, per richiesta di grazia: torna infatti dal confino nel
marzo del 1936, ma questo ritorno coincide con un’amara delusione: l’abbandono della donna e il
matrimonio di lei con un altro. L’esperienza (che sarà il soggetto del suo primo romanzo, Il
carcere), e la delusione giocano insieme per farlo sprofondare in una crisi grave e profonda, che
per anni lo terrà avvinto alla tentazione dolorosa e sempre presente del suicidio.
Si richiude in un isolamento forse peggiore di quello adolescenziale ma ancora una volta a
salvarlo è la letteratura, il suo “valere alla penna”.
Nel 1936 compare a Firenze, per le edizioni Solaria, la prima raccolta di poesie Lavorare stanca
che comprendeva le poesie scritte dal 1931 al 1935 e che fu letta da pochi. Una seconda edizione,
comprendente anche le poesie scritte fino al 1940, fu pubblicata nel 1942 da Einaudi. In quegli
anni scrive ancora racconti, romanzi brevi, saggi: sembra aver riacquistato la fiducia in sé stesso
e nella vita e, soprattutto frequentando gli intellettuali antifascisti della sua città, pare aver
maturato anche una coscienza politica. Tuttavia non partecipa né alla guerra né alla Resistenza:
chiamato alle armi, viene dimesso perché malato di asma.
Destinato a Roma per aprire una sede della Einaudi, si trova isolato e in lui prevale la
ripugnanza fisica per la violenza, per gli orrori che la guerra comporta e si rifugia nel Monferrato
presso la sorella, dove vivrà per due anni “recluso tra le colline” con un accenno di crisi religiosa e
soprattutto con la certezza di essere diverso, di non sapere partecipare alla vita, di non riuscire
ad essere attivo e presente, di non essere capace di avere ideali concreti per vivere.
Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito comunista ma anche questa scelta, come la crisi
religiosa, altro non era se non un ennesimo equivoco, una nuova maniera di prendere in giro se
stesso, di illudersi di possedere quella capacità di aderenza alle cose, alle scelte, all’impegno che
invece gli mancavano. La sua probabilmente era una sorta di tentativo di riparazione, di voglia di
mettere a posto la coscienza e del resto ancora il suo impegno è sempre letterario: scrive articoli e
saggi di ispirazione etico-civile, riprende il suo lavoro editoriale, riorganizzando la casa editrice
Einaudi, si interessa di mitologia e di etnologia, elaborando la sua teoria sul mito, concretizzata
nei Dialoghi con Leucò.
Recatosi a Roma per lavoro (dove soggiornerà per un periodo stabilmente, a parte qualche
periodica evasione nelle Langhe) conosce una giovane attrice: Constance Dowling. È di nuovo
l’amore. La giovane con le sue efelidi rosse e forse in qualche modo con una sincera ammirazione
per un uomo ormai famoso e noto, ricco di intelletto e capace di una forte emotività, accende
ancora una volta Cesare, ma poi va via, lo abbandona. Costance torna in America e Pavese
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scrive Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…(opera che ispirò successivamente musicisti come
Claudio Lolli).
A questo secondo abbandono, alle crisi politiche e religiose che riprendono a sconvolgerlo, allo
sgomento e all’angoscia che lo assalgono nonostante i successi letterari (nel 1938 Il compagno
vince il premio Salento; nel 1949 La bella estate ottiene il premio Strega; pubblica La luna e i
falò, considerato il suo miglior racconto) alla nuova ondata di solitudine e di senso di vuoto non
riesce più a reagire. Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido si toglie la vita in un
albergo di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. solo un biglietto
“Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono…….”.
Aveva solo 42 anni.
Opere dell’Autore
Cesare Pavese
Il Compagno
Torino, Einaudi, 1947
Il compagno di Cesare Pavese è la storia di un giovane torinese, Pablo, che passa il suo tempo
tra un'osteria e l'altra, suonando la chitarra. Da qui nascono gli incontri che egli fa con donne e
uomini; ma la vicenda prende ben presto la sua strada, che si snoda attorno al rapporto con
Linda, la ragazza di Amelio, un suo amico, il quale, durante un viaggio in motocicletta, ha un
incidente e resta paralizzato. La figura di Amelio compare in primo piano all'inizio, poi sembra
lasciata ad un destino ormai privo di senso. Ma ecco che Amelio diventa il punto di riferimento
di tutta la storia: egli svolgeva un'attività politica ben precisa, a cui Pablo non pensava e dalla
quale poi Linda, che gli si è fatta amica, vorrebbe tenerlo distante. L'ambiente è quello popolare e
proletario delle borgate torinesi, su cui s'innesta una certa curiosità che Pavese aveva per
l'avanspettacolo. Ad un certo punto, infatti, s'inserisce nella vicenda un amico di Linda, Lubrani,
impresario teatrale, che fa conoscere a Pablo qualche attore e gli fa scoprire la vita notturna del
dopo teatro. Pablo continua a tirare avanti la propria vita senza uno scopo preciso, pur tendando
di uscirne: fa il camionista, cerca in qualche modo di trovare quel senso, soprattuto per poter
vivere con Linda. Nella seconda parte, Pavese sposta la vicenda a Roma, dove Pablo si
trasferisce dopo la rottura con Linda. Si fa nuovi amici, ha una nuova donna che ha ereditato dal
marito, morto, un negozio da ciclista. Ma soprattutto Pablo si accosta alla politica. Il romanzo
cambia subito tono: da quella che era la descrizione dell'ambiente torinese, ora diventa la
cospirazione politica nella periferia romana. Però per Pavese l'ambiente torinese era più
importante dell'ambiente della capitale dove ha inserito la tematica principale del libro - e lo si
riscontra anche durante la lettura del testo - in modo che la prima parte risulta narrativamente
più importante della seconda parte romana. Evidentemente a Pavese manca, in quest'ultima
parte, quella possibilità di resa espressiva che gli offriva Torino. Al capoluogo piemontese era
chiaramente più legato e, per esso, sentiva un interesse ben preciso, mentre per Roma,
l'esposizione dei fatti risulta solo molto descrittiva. Quindi Il compagno, il romanzo
politicamente più impegnato di Pavese, a mio avviso non risulta essere fra le sue opere più
importanti, proprio per le discordanze e gli squilibri sopra scritti. Ma leggendo il compagno si
resta tuttavia colpiti per come Pavese sia riuscito a raccontare la cospirazione politica senza
entrare in un ambito mitico ed eroico, bensì raccontandola minuziosamente, addentrandosi
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anche nei minimi particolari. Una vita vista al di là del mito e della retorica. Effettivamente,
nella cospirazione, si è sempre pensato all'eroe, a colui che saziava di gesta eroiche tutta la
storia. Qui, invece, ci troviamo di fronte a dei personaggi che non hanno nulla di eroicamente
degno di considerazione, nessuna dimensione storica intellettuale: sono degli operai i quali, a
modo loro, cercano di dare alla loro attività politica un senso preciso.
E questa ricerca di senso preciso lo troviamo soprattutto nello stile un po’ sdrucciolo dell’autore,
che da un senso continuo di incompiutezza in ogni frase, in ogni ritmo. Leggere un opera così
particolare all’inizio è abbastanza difficile, perché non è un’ottica comune vedere tutto
incompleto, anche i più piccoli particolari. Questo continuo bisogno di raggiungere un obbiettivo
lo troviamo soprattutto nel finale, dove ormai Pablo ha chiarito i suoi ideali, ma fallisce, viene
scoperto e incarcerato. Triste, ma forse tipica di Pavese, la componente pessimista del romanzo,
che vede ogni cosa, soprattutto i rapporti amorosi come già in procinto di fallire.
Credo che sia molto interessante vedere come un compagno del ventennio possa cercare la sua
strada, sebbene complessa, a causa della sua impossibilità a darle un senso, forse più che pensare
al classico compagno della rivolta studentesca o del luglio ‘77. Più che altro perché ritengo che
Pavese sia riuscito a dare una giusta dimensione ai suoi personaggi, un giusto equilibrio tra
persona normale e rivoluzionario, senza nulla di eroico o straordinario, mostrandoli solo per
quelli che erano.
Carlo Bernari (1909-1992)
Carlo Bernari, pseudonimo di Carlo Bernard, nacque a Napoli nel 1909, in una famiglia di
origine francese. Frequentando la tintoria di proprietà dei genitori, entrò sin da piccolo a contatto
con la classe popolare ed operaia, che frequentò poi assiduamente quando, espulso dalla scuola a
tredici anni, fu mandato dal padre a lavorare come sarto. Contemporaneamente riuscì a studiare
da autodidatta e si formò nell’ambiente liberale e socialista dei caffè letterari napoletani,
avvicinandosi alle idee dell’avanguardia e dell’antifascismo. Con un gruppo di giovani
intellettuali - fra cui G. Pierce e P. Ricci -, a cui era legato da un forte legame d’amicizia e da un
comune spirito anticonformista, visse un’esperienza d’avanguardia, testimoniata dai manifesti
del «circumvisionismo» e dell’«udaismo» (da U.D.A. - Unione Distruttivisti Attivisti). A
Parigi, dove si recò nel 1930, entrò in contatto con il gruppo dei surrealisti e con italiani in esilio,
coniugando così ad una vocazione intellettuale già in fase di maturazione, un impegno civile che
rimarrà costante per tutta la vita. Ritornato in Italia lavorò ad un romanzo iniziato in Francia,
dal titolo Tempo passato, che diventò successivamente Tre operai, il romanzo con cui esordì nel
1934, nella collana «I giovani», diretta da Cesare Zavattini, presso Rizzoli. Considerata un
antecedente del neorealismo, l’opera, insolita per forma e contenuti, fu osteggiata dalla censura
fascista. Successivamente, vivendo tra Milano e Roma, lo scrittore lavorò come libraio
antiquario e come redattore capo di «Circoli», dal 1937 al 1938, e di «Tempo», rivista fondata nel
1939 con Arnoldo Mondadori e Cesare Zavattini. Nel 1943, a Roma, partecipò alla Resistenza
e, dopo la guerra, continuò l’attività di giornalista dirigendo «La Settimana» e lavorando come
curatore della collana «La commedia umana» della casa editrice «La nuova Biblioteca» di
Milano. Svolse conferenze in varie università degli Stati Uniti e, in seguito ad un viaggio in
Cina, scrisse il volume Il gigante Cina, edito nel 1957.
Nell’attività narrativa lo scrittore indagò il rapporto tra individuo e società, cercando di
individuare le ragioni storiche dei conflitti: dalla Napoli industriale di Tre operai, in cui si
intreccia analisi sociale ed esistenziale della classe operaia, al contesto storico successivo
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all’Unità d’Italia in Quasi un secolo, alla realtà tra le due guerre nella Napoli di Prologo alle
tenebre, alla crisi del dopoguerra, sempre nella città partenopea, in Speranzella - con cui ottenne
nel 1949 il Premio Viareggio - e in Vesuvio e pane. La condizione sociale ed esistenziale del
Meridione diviene materia del successivo Domani e poi domani - ambientato in Puglia - e di Era
l’anno del sole quieto - specchio della fase di industrializzazione del Sud agli inizi degli anni
Sessanta - e dei successivi romanzi e racconti.
È morto a Roma nel 1992.
Opere dell’Autore
Carlo Bernari
Tanto la rivoluzione non scoppierà
Milano, Mondatori, 1976
Strano, molto strano questo romanzo. Tanto la rivoluzione non scoppierà è un romanzo
multisfaccettato e abbastanza complesso da sfiorare la filosofia. Narra la vicenda di Denito
Elio, chiamato così dagli atti dell’Autorità Inquirente, che ripercorre la sua vita dal principio fino
alla sua fine. Più precisamente descrive la vita e i pensieri di un rivoluzionario, nato e cresciuto
in una situazione familiare complessa e spiacevole, dove per tutta la vita è stato rimproverato
per i suoi eccessi di verità, che si trova immischiato in una vicenda di sesso e politica tra il suo
datore di lavoro, sua moglie, l’amante di entrambi gli uomini nonché segretaria del dirigente.
Elio è uno “scrittore rivoluzionario salottiero”, che svolge un lavoro d’ufficio in una azienda a cui
fa capo Leone Rocchi, detto Leo, ricco ed importante persona dell’ambiente sociale milanese, che
paga il suo dipendente ribelle per ribellarsi ed istigare alla Rivoluzione-che-tanto-non-scoppierà,
sebbene a sua volta finanzi segretamente questa rivolta che non deve avverarsi. Ben presto Elio
diventerà l’amante di Leda Lucìdi, segretaria di Leo, che collabora con lui per la riuscita di un
romanzo di accusa e protesta contro la società reazionaria in cui vive ogni giorno. Presto
diventerà anche l’amante di Sara, la moglie di Leo, solo quando si scopre da questo tradito con
la segretaria. In questa circolarità, in questo ciclico scambio amoroso e sessuale, vi è un
inquinamento ideologico, più che affettivo, dove si confondono i confini delle varie ideologie. A
questo punto, dove tutto viene mischiato e rimodernato, emozioni, sentimenti ed ideologie, Elio
decide di scrivere Il Grande Recupero per smascherare le tecniche subdole e i vari trucchi
adottati dall’azienda nello smercio di vecchie menzogne e vecchie trovate per essere vendute
come nuove. In questo “romanzo-critica” Elio vive la vicenda che vuole narrare con gli occhi di
Leo, diventando lui, per capire meglio e per esprimere meglio ciò che questa classe sociale dei
“recuperatori” rappresenta per lui. Ma non sa che anche Leo, ha preparato a sua volta un
“romanzo critica” speculare al suo, dove è lui, il rivoluzionario, ad essere il protagonista.
Quando i due romanzi sono terminati le due figure finiscono per essere quasi identiche agli occhi
di Denito, che, pur di sottrarsi a tale recupero, preferisce la fuga, ottenendo un letto e una
minestra fra le prostitute, le stesse che una sera, rischiano di bruciarlo vivo. Ma a salvarlo è
Calabò (detto Salvatore), un rigattiere che lo direziona ad una nuova occupazione, una missione
tra gli oggetti inservibili ma riutilizzabili. Si tratta quindi del nuovo ed ennesimo recupero e
Calabò diventa così un nuovo Leo. Così viene “imprigionato” come collaboratore per un
sequestro direzionato a Leo, al fine di ucciderlo per uccidersi e porre fine a tutti i problemi, non in
chiave nichilistica, ma distruttivistica, ossia permettendo una distruzione di un pilastro sociale
per permettere. Tutto si concluderà con la morte di Leo, e nel contempo la lunga infermità di
Elio,causata da problemi durante il sequestro-omicidio, fino al suo suicidio. Tutto descritto dalle
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testimonianze e dai referti dell’Autorità Inquisitoria che si occupa dell’omicidio del suddetto
Leone Rocchi.
Il ritmo spezzato, il salti temporali, i continui blocchi con cui questo romanzo è composto sono
sicuramente caratteristiche, così come le fortissime allegorie legate alle questioni politiche di
quel periodo storico e politico. Non è stato facile leggerlo perché non sempre il filo del discorso
era lineare, né la terminologia, perché, essendo tutto legato ai pensieri del rivoluzionario Elio,
spesso alcuni passaggi logici sono dati per scontati. Più che di una storia densa ed intrigante, ci
si più innamorare del modo in cui i personaggi vengono tratteggiati, con i loro comportamenti e
ragionamenti riguardo alla complessa Rivoluzione-che-tanto-non-scoppierà, al loro modo di
essere rivoluzionari ed esseri sociali. Così tutto viene recuperato e riciclato, in ogni campo,
amoroso, politico, storico e sociale, non esistono novità e non potrà esistere rivoluzione finchè ci
sarà riciclo di idee. Con una serie di ragionamenti come questi viene marcato Elio, il più
interessante tra i personaggi, non perché vive tutte le vicende, ma perché prova per tentativi ad
uscire da una macchina avviata e non intenzionata a fermarsi. In questo modo non trova altre
soluzioni che uccidersi per uccidere, uccidere il nemico in sé, togliendo la possibilità di farsi
recuperare. Complesso e allo stesso tempo profondo modo di ragionare è la linea di confine di
questo interessante romanzo.
Nel complesso un interessante romanzo, sebbene abbia fatto un po’ fatica a leggerlo a causa dei
ragionamenti forse troppo filosofici per la mia abitudinaria visione di romanzo. Gli spunti di
riflessione sono molti e continui, per non permettere di bloccarsi su una faccia del poliedrico e
complesso rivoluzionario. Lo consiglierei a tutti quelli che hanno occhi per poter capire meglio il
rivoluzionario, e nel contempo lo sconsiglierei a quelli che non sanno cogliere bene le sfumature,
poiché sono sottili le linee utilizzate per tratteggiare i personaggi in questo romanzo incantevole.
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I rivoluzionari repressi
In questo percorso di analisi e ricerca delle varie tipologie e forme di rivoluzionario, ritengo sia
importante esaminare quello che successe nel nostro paese, durante la dittatura fascista e dopo
la seconda guerra mondiale. La prima domanda da porsi su questi tipi di rivoluzionari è: Perché
repressi? E da cosa? Ovvio porsi questa domanda, ma è più complesso ottenere delle risposte.
A livello storico potremmo senza ombra di dubbio analizzare a capire le leggi fascistissime, lo
squadrismo che colpiva questi rivoluzionari (sebbene è giusto dire che questi sovversivi non
fossero una gran parte degli italiani) ed i mezzi che spinsero molti italiani ad andare al confino.
Sicuramente questi elementi storici vanno accostati con i problemi storici che la sinistra italiana
ha avuto nel periodo del dopoguerra, dalle lotte in piazza alle vittorie sul piano economico e
politico, ma soprattutto andrebbe presa in questione l’impossibilità di governare da parte del
Partito Comunista Italiano, partito che rappresentava la stragrande maggioranza dei
rivoluzionari (Contrapposto al Psi, che rappresentava i riformisti) . Vorrei evitare il più possibile
di parlare di politica più che di storia, perché questo porterebbe fuori dai binari principali la mia
analisi storica, e mi scuso anticipatamente per ogni mio possibile errore storico o politico, ma
posso affidarmi al mio libro di testo di storia ed alle mie conoscenze politiche acquisite durante i
miei diciannove anni di vita.
La situazione degli oppositori politici in Italia durante il periodo del fascismo e della guerra di
Liberazione era, soprattutto per i social-comunisti, complessa e spinosa. Infatti in più occasioni
antecedenti all’instaurazione del totalitarismo fascista giornali, gruppi, sindacati di sinistra
vennero attaccati e bruciati dalle squadracce anti-comunisti e anti-bolscevichi. Lo possiamo
riscontrare chiaramente ne Il Compagno, dove l’ambiente romano che Pablo incontra è
fortemente antifascista, forse a causa della vicinanza con il vertice Fascista. In queste sue
conoscenze capisce, ragiona, impara cosa vuol dire diventare rivoluzionari, ma soprattutto cosa
costa, il rischio che si corre a portare in giro un giornale antifascista per informare la popolazione
sui quello che viene compiuto dal regime. Credo che ci sia un bel passaggio, un bel dialogo tra
Pablo e Scarpa, che spieghi cosa voglia dire rivoluzionario e nel contempo descrive chiaramente
la situazione italiana ed europea:
- Qui da voi non è niente – mi disse. Mi raccontò della Germania e delle carceri di
Spagna. Mentre parlava mi venivano i sudori. – Abbiamo contro tutto il mondo, - mi
diceva. - non farti illusioni. È questo che qui non volete capire. Difendono il piatto e la
tasca, i borghesi. Sono pronti a far fuori metà della terra, a scannare i bambini, pur di non
perdere la greppia e lo staffile. Arriveranno anche in Italia, sta’ sicuro. Parleranno magari
di Dio o della mamma. […]
- Se tu non sapessi com’è, - mi spiegò, - non saresti un compagno. Ma altro è saperlo, altro
sapersi regolare. Tutti siamo borghesi quando abbiamo paura. E chiuder gli occhi e non
vedere il temporale, è soltanto paura, paura borghese. Che cos’è , se non questo, il
marxismo: veder le cose come sono e provvedere?
Con questo semplice discorso, Scarpa mostra la condizione dei rivoluzionari a Pablo, il nuovo
compagno, che forse ancora non ha capito quando sia difficile la loro posizione. Inoltre ci
permette di capire cosa è per loro essere rivoluzionari, mostrandoci la loro interpretazione del
marxismo, legata alla possibilità ed alla capacità analitica e critica di capire l’attualità e di
trovare una soluzione per risolvere i problemi. A questo punto possiamo dire sicuramente che i
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primi rivoluzionari sono repressi dallo Stato, o meglio dal Regime, che non permette loro di
esprimersi come rivoluzionari, figurarsi come oppositori. Ma lo spirito rivoluzionario non si fa
bloccare dalle barriere politiche o dal terrore portato da squadroni militari e paramilitari, e spinge
chiunque sia votato alla causa a rischiare, per far vedere che sono vivi, per far vedere che non
sono scomparsi e che restano vicino alla gente comune. Sempre ne Il Compagno, uno scatto d’ira
di Pablo lo costringe a dire:
Dissi, cercando di stare calmo, che da un pezzo si faceva qualcosa. Che non io, ch’ero
niente, ma i grossi passavano il tempo a discutere. Che l’impegno comune doveva valere
per tutti. Che era inutile farsi l’illusione che i bei tempi tornassero e se noi facevamo paura
c’era chi faceva pietà. Mi divertì vedere le facce quando dissi che da un pezzo si trattava.1
Si legge chiaramente come i rivoluzionari hanno intenzione di reagire, di non stare in silenzio
senza lamentarsi, ma agire, sebbene cercando di non farsi prendere dalle autorità, che
rovinerebbero l’impegno utilizzato per migliorare la condizione comune. Questi rivoluzionari,
quelli che durante il fascismo cercavano di attaccare il governo sono una sorta di combattenti,
poiché utilizzano ogni mezzo per poter preparare e attuare la rivoluzione, ma non riescono poiché
continuamente presi e colpiti dal regime. Pensare a Pablo è facile, anche lui viene colpito dal
regime, anche viene mandato in galera, viene preso e picchiato nel suo letto, perché non è
possibile per i fascisti che qualcuno sia una insidia per il loro regime, soprattutto i loro agognati
nemici, i rivoluzionari, i comunisti, i bolscevichi.
Ma non sono solo questi gli oppressori che reprimono la rivolta, e impediscono una qualsivoglia
modifica della struttura sociale o una qualsiasi espressione libera. Vi sono anche quelli che sono
stati repressi negli anni successivi alla “liberazione” dal fascismo dell’Italia da diversi elementi,
che forse è possibile analizzare storicamente più che politicamente.
Sappiamo che furono diverse le motivazioni che isolarono e mal videro i rivoluzionari (che in
Italia erano i comunisti): l’adesione dell’Italia al patto atlantico nel marzo del 1949, collegata al
processo di Maccartismo avvenuto negli Usa, che indubbiamente influì su tutti paesi a loro
legati politicamente ed economicamente come ad esempio il piano Marshall; la situazione di
isolamento che il Pci aveva, causata sia dagli scarsi tentativi di accodi tra la DC e il blocco di
sinistra del Psi-Pci che dall’immagine che nei primi anni del dopoguerra avevano accostato i
comunisti (definiti come i “mangiabambini”) agli stalinisti ed agli eccidi del regime sovietico,
nonostante più volte fu ribadita la lontana del “socialismo italiano” dal modello russo (così come
lo definisce Togliatti nel suo Memoriale di Yalta). Questi furono alcuni motivi che repressero i
rivoluzionari della prima repubblica, ama altri vennero ironicamente, o forse logicamente,
dall’interno.
Infatti per molti fu importante rianalizzare l’attualizzazione del modello marxista nella società
moderna, profondamente modificata rispetto a quella analizzata dal filosofo tedesco cento anni
prima. Fu un motivo di rivisitazione dei testi marxiani al fine di poter mantenere intatti i valori
riattualizzando le applicazioni pratiche. In Tanto la rivoluzione non scoppierà vi sono molti
riferimenti alla politica attuale, ma soprattutto alla condizione dei rivoluzionari, scherniti,
sfruttati da un sistema che non ne aveva più timore, ma anzi stava iniziando a capire che tutto
può essere utilizzato a proprio tornaconto ottenendone un guadagno economico. In questa
società, definita del recupero, le riflessioni sulla stessa identità del rivoluzionario sono profonde
Discorso avvenuto in risposta del Capitano, personaggio borghese che cercava di sfruttare la posizione
rivoluzionaria di Pablo per cercare di ottenere un qualche accordo per l’organizzazione antifascista. E’ l’ultimo
discorso politico che Pablo compie prima di venire incarcerato.
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legate soprattutto alla rivoluzione che tanto non scoppierà, perché lentamente sta venendo
risucchiata dai processi economici che anziché accentuare la differenza tra le classi le sta
omogeneizzando nei livello gerarchici inferiori, permettendo ai meno abbienti di sentirsi più
agiati, sebbene la loro condizione non sia effettivamente cambiata. Ma un passaggio mi ha
colpito in particolare , dove è possibile capire cosa è bene per i rivoluzionari la coerenza e come
può diventare un modo per bloccarsi ed autofrenarsi:
“La rovina è che tu ti ritieni la perfezione in persona, mente tutti gli altri sono
l’imperfezione, la volubilità, i voltagabbana. Perciò in ogni decisione vedi sempre un
tentativo di recuperare qualcosa o qualcuno. Non ti rendi conto dell’evoluzione naturale
delle cose; e soprattutto non ti accorgi che intestardendoti sulle tue posizioni sei tu il
conservatore.”1
Così con poche parole viene mostrato un altro metodo per reprimersi, l’eccessiva testardaggine,
che porta ad una possibilità di essere i veri reazionari. Sembra strano pensare che l’essere
testardi possa diventare un problema per i rivoluzionari, poiché più che ad un legame storico o
politico, sembra una caratteristica puramente caratteriale, tuttavia basta pensare alle
caratteristiche degli originari progressisti: questi ritenevano che, analizzando la società e
l’economia di un paese, utilizzando come supporto i ragionamenti marxisti, fosse possibile
comprendere quali fossero i problemi dello stato e cercare di sanarli. Eppure nel momento in cui
un rivoluzionario non continua ad analizzare la società e l’economia, si ferma e non diventa più
un progressista, trasformandolo in una sorta di conservatore. Probabilmente è stata questa una
delle tante cause che hanno portato una crisi della sinistra italiana, rimasta sempre bloccata in
una situazione superata nonostante l’evolversi frenetico delle caratteristiche sociali. Colpa
probabilmente ne ha anche il Pci, che ha incanalato e diretto di nascosto buona parte dei
movimenti, oltre che lo stesso difetto di base dei rivoluzionari che confondevano coerenza con
reazione.
La differenza tra questi due termini è sottilissima ed il confine è molto labile, il che rende difficile
spiegarla egregiamente. Infatti essere coerente o reazionario, prima che rappresentare una
condizione ideologica, comporta una scelta. Entrambe le scelte, implicano un mantenimento
dell’idea o dell’opinione che il soggetto aveva prima che un evento (come una discussione od una
scissione politica), solo che, chi è coerente, dopo aver ragionato a lungo, capisce che il fenomeno
a cui ha assistito non è in grado di mutare il suo pensiero. Chi è invece reazionario, si convince
che l’evento a cui ha assistito non può cambiare la sua idea perché non sarebbe sensato
correggere un qualcosa di giusto in quanto tale. Riducendo ai minimi termini la questione, il
coerente prende coscienza della possibilità che la propria idea possa essere rivista, il
conservatore non vuole cambiare la propria idea,perché gli fa comodo. Ora, ricollegando questa
differenziazione ai rivoluzionari repressi, notiamo chiaramente una fortissima presenza di
coerenza nei rivoluzionari antifascisti, mentre, col passare del tempo, una crescita di
conservatorismo nei rivoluzionari, che cercavano degli appigli per potersi definire repressi e
cercare di istigare la rivolta, per liberare dalle catene sociali l’intero gruppo proletario, sebbene
queste catene stessero lentamente scomparendo a causa dell’evoluzione delle classi dirigenti.
Mi rendo conto che questo discorso sia difficile, non solo per me che lo sto scrivendo, ma
soprattutto per chi, leggendo cerca di capire cosa voglia dire. Molto semplicemente, ho
intenzione di mostrare come è troppo riduttivo dire che i rivoluzionari erano repressi dal governo,
Discorso che fa Leda a Elio durante un burrascoso momento di ricopiatura a computer de Il grande Recupero, il
romanzo ideato da lui.
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dalla situazione politica internazionale, o da un partito politico, ma vorrei mostrare soprattutto
come le persone rivoluzionarie, man mano che gli anni passavano, avevano il bisogno di
rinnovarsi, correndo il rischio di perdere la loro figura di ribelli, cosa che non tutti erano disposti
a fare.
Così, per mezzo della letteratura possono essere mostrati e nel contempo criticati, per le loro
azioni non corrette e per i loro inutili sproloqui, per i loro tentativi falliti di criticare la società di
cui facevano parte ed in parte la dirigevano. Tutte queste sfaccettature non sono mostrabili
attraverso la storia, che in questo caso pecca, poiché non è in grado di dare oggettivamente le
stesse informazioni che vengono fornite dall’autocritica di scrittori rivoluzionari.
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Brevi Cenni Storici
Storia della guerra civile Spagnola
La guerra civile spagnola del 1936-39 è la prova generale
della Seconda guerra mondiale perché vede impegnate a
sostegno delle due parti in lotta – più o meno
direttamente e con differente peso militare – da un lato
Inghilterra, Francia e Urss, e dall’altro Italia,
Germania e Portogallo. La Spagna, dunque, è il teatro
del primo scontro armato tra fascismo e antifascismo,
con gli italiani – le camice nere di Mussolini da un lato,
e gli oppositori del regime dall’altro – impegnati su
entrambi i fronti.
La Spagna negli anni Trenta
La Spagna degli anni Trenta è ancora una realtà precapitalistica, ad eccezione di alcune zone
fortemente industrializzate. Ai pochi grandi proprietari terrieri, infatti, si contrappone la massa
di braccianti agricoli, operai e minatori, tra cui trovano terreno fertile le teorie e i movimenti
socialisti; tra i ceti medi urbani, invece, si fanno strada, oltre a quelli socialisti, anche i
movimenti democratico-repubblicani e anticlericali. Alle elezioni politiche del 1931 i repubblicani
e i socialisti alleati ottengono una importante affermazione, che segna la caduta della dittatura
di Primo de Rivera e del re Alfonso XIII. La destra cattolica, però, grazie anche al favore
dell’esercito, torna al potere l’anno seguente.
La situazione politica e sociale è incandescente. Nel 1934, per reprimere i moti insurrezionali dei
minatori (ottobre spagnolo), interviene la legione straniera comandata dal generale Francisco
Franco.
La vittoria del Fronte Popolare e lo scoppio della guerra civile
Due anni dopo, nel febbraio del '36, alle nuove elezioni politiche, le forze di sinistra tornano al
governo grazie al primo esperimento di Fronte popolare (repubblicani moderati, socialisti,
comunisti e cattolici baschi autonomisti). In estate però la situazione precipita: il 17 luglio le
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truppe di stanza nel Marocco insorgono ed il giorno dopo la rivolta si estende a tutto il paese. È
l’inizio della guerra civile, con pesanti ripercussioni anche sul piano internazionale. Le forze
governative, appoggiate da operai e contadini, stroncano la ribellione a Madrid, Barcellona e in
molti centri industriali del Nord e dell’Est ma i ribelli riescono ad imporsi in Navarra, Galizia e
Nuova Castiglia e ad occupare le principali città dell’Andalusia (Cadice, Cordoba e Siviglia).
Nella spietata guerra civile che si combatte in gran parte del paese sono contrapposti il governo
repubblicano che può contare sulle forze di polizia e masse di volontari in genere provenienti
dalle regioni industriali e le forze nazionaliste (franchiste) che riuniscono quasi tutti i quadri
delle forze armate (salvo l’aviazione) e le forze politiche nazionaliste, cattoliche e tradizionaliste.
L'intervento delle potenze stranierei
Il regime fascista italiano e quello nazista, prendendo spunto dall’assassinio del monarchico J.
Calvo Sotelo (13 luglio) intervengono prima in forma quasi clandestina appoggiando i militari
ribelli che aderiscono al “pronunciamento” del generale Francisco Franco, poi nell’autunno in
modo palese.
Mussolini ed Hitler – uniti dal Patto d’acciaio dell’ottobre 1936 – inviano notevoli rinforzi –
uomini e armi, anche aerei – a sostegno di Franco. Complessivamente gli effettivi italiani
saranno 78.846 tra esercito, marina e aviazione, di cui 6.000 caduti e 15.000 feriti. Il Portogallo
fornì a Franco non meno di 20.000 volontari, garantendo la sicurezza delle frontiere con i territori
occupati dai ribelli.
L’invio di aerei forniti da Hitler e Mussolini permette ai rivoltosi di trasferire sulla penisola
l’Esercito d’Africa, le loro truppe più efficienti, che iniziano ad avanzare verso Madrid.
Al cospicuo impegno di Italia e Germania, non corrisponde un eguale sforzo da parte di
Inghilterra (governata dai conservatori che perseguono una politica di pace con la Germania) e
Francia (governata sì da un fronte popolare formato da radicali, socialisti e comunisti, ma alle
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prese con pesanti difficoltà interne). Molto di più fanno l'Urss, che invia armi e consiglieri
militari e organizza le Brigate Internazionali, e il Messico.
Le Brigate Internazionali
In soccorso del Fronte popolare, si schierano anche i fuoriusciti italiani, gli antifascisti in esilio,
soprattutto aderenti a Giustizia e Libertà (Carlo Rosselli organizza una colonna di volontari fin
dall’estate del 1936), gli anarchici come Camillo Berneri; i comunisti confluiscono nelle Brigate
internazionali, composte da uomini di diversa nazionalità ed anche di differenti tendenze
politiche. La partecipazione dei volontari italiani, inquadrati nella Brigata Garibaldi, è
consistente, circa 3.350 effettivi, e mise in campo alcuni tra i maggiori esponenti
dell'antifascismo: i comunisti Togliatti, Longo, Di Vittorio e Vidali, il socialista Nenni, il
repubblicano Pacciardi.
Guidate dal generale russo Emil Kléber, le Brigate internazionali hanno un ruolo determinante
nella difesa di Madrid, distinguendosi nella battaglia di Guadalajara nel marzo 1937, dove si
trovano di fronte gli antifascisti italiani del battaglione Garibaldi e i cosiddetti volontari fascisti
del Corpo Truppe Volontarie, e nelle grandi offensive repubblicane su Belchite (agosto) e
Teruel (dicembre 1937 - gennaio 1938) e sull'Ebro (luglio 1938).
Nel fronte antifascista però non mancano contrasti e divergenze interne, specie tra comunisti e
anarchici, che ne indeboliscono l’azione. Inoltre, se la guerra civile spagnola segna una prima
generale mobilitazione delle forze antifasciste in Europa, il patto di non aggressione tra
Germania e Urss del 1939 ne determina una secca una battuta d’arresto, per ordine dello stesso
Stalin ai comunisti europei; l’azione riprenderà con vigore solo con l’aggressione tedesca ai danni
della stessa Unione Sovietica, e il delinearsi dell’alleanza antinazista che vede Stalin impegnato
al fianco delle democrazie occidentali.
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Nell'autunno del '38, su pressione delle democrazie occidentali impegnate nella politica di "non
intervento", il governo repubblicano decide il ritiro dal fronte delle Brigate internazionali,
tenendo una parata di addio il 29 ottobre 1938 a Barcellona. Dei 59.380 volontari accorsi in
Spagna da cinquanta diversi paesi per combattere il fascismo, i caduti furono 9934 mentre 7686
furono feriti gravemente.
La disfatta dei "repubblicani"
Non riuscendo ad avere ragione della resistenza dei madrileni, i nazionalisti attaccano ed
occupano le Province basche, le Asturie e l’Aragona dividendo la Catalogna dalla parte centrale.
Per tentare di bloccare queste iniziative i lealisti effettuano delle operazioni diversive che
culminano nelle battaglie di Brunete, Belchite, Teruel ed infine nel luglio del 1938 nell’offensiva
dell’Ebro, dove i repubblicani riescono a penetrare in territorio nemico per circa quaranta
chilometri, ma poi la superiorità di mezzi, soprattutto aerei ed artiglieria, degli insorti li
costringe a ritornare alle basi di partenza.
Il 23 dicembre del '38, dopo avere riorganizzato i reparti e raggruppato notevoli quantitativi di
scorte e mezzi, l'esercito nazionalista scatena, da sud verso nord, l'offensiva finale dell'Ebro per
conquistare la Catalogna. L'avanzata, pur contrastata dalle residue forze repubblicane della
regione, oramai prive di armamento pesante, scardina uno dopo l'altro tutti i centri difensivi
avversari posti a difesa del grande fiume e, dopo un mese di violenti combattimenti, il 26 gennaio
1939, le prime avanguardie motorizzate e blindate franchiste e italiane entrano a Barcellona.
Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del '39 circa 200.000 soldati repubblicani (insieme ad
altre decine di migliaia di donne e bambini) chiedono asilo in Francia dove vennero internati in
grandi campi di concentramento. La guerra sta volgendo al termine e il 27 febbraio l'Inghilterra e
la Francia optano per il riconoscimento ufficiale del governo del generale Francisco Franco. Il
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giorno seguente, il presidente repubblicano Azaña, che con un aereo si è rifugiato in Francia, da'
le sue dimissioni da capo del governo.
A marzo i nazionalisti occupano Madrid e Valencia. La guerra civile è finita. Dopo tre anni di
violenti combattimenti, nel 1939, il generale Franco riesce ad imporre la propria dittatura. Siamo
alla vigilia della seconda guerra mondiale, alla quale però la Spagna, dilaniata dal conflitto
interno, non prenderà parte, permettendo al regime franchista di sopravvivere, a differenza di
quelli fascista e nazista.
Storia della Rivoluzione Portoghese
Crollo Di Salazar e Rivoluzione dei Garofani
Il 25 aprile 1974, dopo quasi cinquant’anni di vita, cadeva il regime clericofascista portoghese e si instaurava una democrazia, dai difficili inizi, garantita
dai militari. Erano infatti le forze armate, che avevano diretto il “golpe”, a
costringere alle dimissioni il primo ministro Marcelo Caetano, successore di
Antonio Oliveira Salazar, e saranno le forze armate che rimarranno a garantire
la contrastate transizione. Alla base della rivoluzione c’era la sconfitta, ormai
delineatasi, della guerra in africa, che aveva visto il Portogallo impegnato nell’ostinata difesa dei
suoi possedimenti coloniali (Guinea, Bissau, Angola e Mozambico) contro i movimenti
indipendentisti locali. La guerra, o piuttosto la guerriglia su larga scala, iniziata nel 1961 aveva
logorato il Portogallo costringendolo a tenere in Africa più della metà del proprio esercito. Uno
dei generali più prestigiosi, Antonio de Spinola, che in un libro di grande successo, Il Portogallo
e il futuro, aveva dato la guerra per perduta sostenendo la necessità di una federazione tra la
madrepatria e i terroristi d’oltremare, diventava l’ispiratore del “Golpe” e il capo della giunta
militare. La libertà veniva restaurata in Portogallo, ma rimanevano i gravi problemi della
liquidazione della guerra in Africa, del passaggio alla democrazia, di un’economia arretrata nelle
strutture e indebolita dal tasso d’inflazione del 30% e di un esercito diviso tra moderati e
rivoluzionari. La situazione era pieda di incognite e preannunciava nuovi sviluppi. Essi si
verificarono qualche mese più tardi quando, approfittando di un ritorno conservatore favorito da
Spinola, gli ufficiali di tendenza radicale costringevano il generale alle dimissioni, sostituendolo
con il capo di stato maggiore Francisco Costa Gomes. Iniziava così una nuova fase nella
politica portoghese, caratterizzata da un braccio di ferro tra miliari e forze politiche (socialisti,
comunisti, socialdemocratici, cattolici ed extraparlamentari di sinistra) ciascuna delle quali
cercherà di venire a patti con i militari per influenzarli a proprio vantaggio. Il confronto tra i
partiti e i militari, tra i partiti di sinistra e quelli di destra e la lotta interna tra le varie tendenze
della giunta creerà una situazione caotica e porterà il paese sull’orlo della guerra civile.
Nel corso del 1975, la situazione andava peggiorando e il paese diventava sempre più
ingovernabile, mentre i colpi di scena si succedevano a ritmo incalzante. Le elezioni dell’aprile
per la Costituente avevano dato la maggioranza relativa ai socialisti e buona parte ai
socialdemocratici. Sembravano quindi esserci le condizioni per un governo progressista che
rafforzasse la democrazia e realizzasse le riforme, ma subito dopo le elezioni iniziava la
contestazione della vittoria socialista, sia da parte dei militanti dei sinistra, sia da parte dei
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comunisti, delusi per i risultati conseguiti. Sconfitti alle elezioni, i comunisti riuscivano ad
aumentare la loro forza nel paese, grazie ai militaridi sinistra e soprattutto al primo ministro
filocomunista Gonzalez. I mesi della primavera e dell’estate trascorreranno tra uno stillicidio di
incidenti e di scontri in piazza e frequenti crisi governative, mentre la situazione economica e
finanziaria peggiorava di giorni in giorno. Solo la divisione sempre più netta tra le gerarchie
militari e il traumatico vuoti di potere che si creava nel paese, la cui vita produttiva arrivava
sull’orlo della paralisi, determineranno le condizioni per il pritiro dal governo dei militari e il
ritorno del potere ai partiti politici , e in particolare a quello maggioritario, composto dai
socialisti di Soares. Ma durante tutto il ’75 la crisi portoghese rimaneva aperta in modo
preoccupante con la prospettiva di un “golpe” militare ispirato e appoggiato dai comunisti di
Cunhal(il leader del partito comunista portoghese). Data la posizione internazionale del
Portogallo e la sua importanza strategia nello schieramento atlantico le conseguenze della crisi
portoghese interessavano direttamente gli equilibri europei e il processo di stabilizzazione
internazionale condotto e ispirato dalla politica del segretario di Stato americano Kissinger, ma
un intervento diretto degli americani sarebbe stato inaccettabile al resto dell’Europa e
probabilmente controproducente. Spetterà alla Germania di Bonn e alla socialdemocrazia
tedesca intervenire nella questione portoghese, prima a sostegno del partito Socialista e poi
dell’economia portoghese, rovinata da quasi due anni di caos e anarchia, poiché nel 1976 il
Portogallo raggiunse il più alto livello di inflazione mai raggiunto in Europa (pari al 34%) e il più
grande deficit pro capite nella bilancia dei pagamenti.
La Rivoluzione “Musicale”
E’ interessante sapere che la rivoluzione, che avvenne nel 25 aprile del ’74 fu strettamente legata
alla musica. Infatti la Rivoluzione dei Garofani (in portoghese A Revolução dos Cravos), così
soprannominata per l’assenza di violenza tale da permettere ai militari di invadere la città di
Lisbona con dei garofani rossi nelle canne dei loro fucili, fu fortemente legata all’emissione
radiofonica di tre importantissime canzoni.
La prima, "E depois do adeus", è, a rigore, una canzonetta d'amore come tante altre; era stata
scelta come rappresentante del Portogallo per l'Eurofestival del 1974; e fu proprio "Radio
Eurofestival '74", una emittente musicale di Lisbona, che poco prima della mezzanotte del 25
aprile, la trasmise. Era il primo segnale di allerta per le Forze Armate del MFA.
Alle 0,25 del 25 aprile l'emittente cattolica "Radio Renascença" diede il segnale di inizio della
rivolta, segnando quindi un momento veramente decisivo nella storia del paese Lusitano. Lo fece
ancora una volta con una canzone, la bellissima "Grândola vila morena" di José "Zeca" Afonso,
scelta dal MFA come segnale definitivo per l'avvio delle operazioni che avrebbero portato alla
liberazione di Lisbona. La canzone, per il suo testo, era stata proibita severamente
dal regime fascista portoghese. La terza, "Eu vim de longe", è una canzone di esilio che il popolo
fece sua durante la giornata del 25 aprile e tutto il periodo successivo (fu cantata dalla folla anche
durante l'assalto alla sede della PIDE, la terribile polizia politica salazarista).
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E DEPOIS DO ADEUS
E DOPO L'ADDIO
Paulo de Carvalho - José Niza - José Paulo de Carvalho - José Niza - José
Calvário
Calvário
Quis saber quem sou
O que faço aqui
Quem me abandonou
De quem me esqueci
Perguntei por mim
Quis saber de nós
Mas o mar
Não me traz
Tua voz
Volevo sapere chi ero,
Quel che faccio qui,
Chi mi mi abbandonò,
Di chi mi son dimenticato.
Ho chiesto di me stesso,
Volevo sapere di noi
Ma il mare
Non mi porta
La tua voce
Em silêncio, amor
Em tristeza e fim
Eu te sinto, em flor
Eu te sofro, em mim
Eu te lembro, assim
Partir é morrer
Como amar
É ganhar
E perder
In silenzio, amore,
Nella tristezza e nella fine
Io ti sento come un fiore
Io ti soffro, dentro me,
Io ti ricordo così.
Partire è morire,
Come amare
È guadagnare
E perdere
Tu vieste em flor
Eu te desfolhei
Tu te deste em amor
Eu nada te dei
Em teu corpo, amor
Eu adormeci
Morri nele
E ao morrer
Renasci
Sei venuta come un fiore
E ti ho sfogliata,
Ti sei data con amore,
Io non ti ho dato nulla
Nel tuo corpo, amore,
Mi sono addormentato,
Son morto dentro
E nel morire
Sono rinato
E depois do amor
E depois de nós
O dizer adeus
O ficarmos sós
Teu lugar a mais
Tua ausência em mim
Tua paz
Que perdi
Minha dor
Que aprendi
E dopo l'amore
E dopo di noi,
Dirci addio
E restare soli
Il nulla al tuo posto,
La tua assenza in me,
La tua pace,
Che ho perso,
Il mio dolore
Che ho imparato
De novo vieste em flor
Te desfolhei
E ancora sei venuta come un fiore,
Ti ho sfogliata
E depois do amor
E depois de nós
O adeus
O ficarmos sós.
E dopo l'amore
E dopo di noi
L'addio
E restare soli.
GRÂNDOLA, VILA MORENA
José Afonso
GRÂNDOLA, BRUNO PAESE
José Afonso
Grândola, vila morena
Terra da fraternidade
O povo é quem mais ordena
Dentro de ti ó cidade
Grândola, bruno paese
Terra della fratellanza
E' il popolo che più conta
Dentro di te, paese
Dentro de ti ó cidade
O povo é quem mais ordena
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena
Dentro di te, paese,
E’ il popolo che più conta,
Terra della fratellanza
Grândola, bruno paese.
Em cada esquina um amigo
Em cada rosto igualdade
Grândola, vila morena
Terra da Fraternidade
Ad ogni angolo un amico,
In ogni volto uguaglianza,
Grândola, bruno paese
Terra della fratellanza
Terra da fraternidade
Grândola, vila morena
Em cada rosto igualdade
O povo é quem mais ordena
Terra della fratellanza
Grândola, bruno paese,
In ogni volto uguaglianza,
È il popolo che più conta
À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade
Jurei ter por companheira
Grândola, vila morena
All'ombra di un leccio
Di cui non si sapeva l'età
Ho giurato di aver per compagna
Grândola, bruno paese
Grândola, vila morena
Jurei ter por companheira
À sombra duma azinheira
Que já não sabia a idade.
Grândola, bruno paese
Ho giurato di aver per compagna,
All'ombra di un leccio
Di cui non si sapeva l'età.
EU VIM DE LONGE
José Mário Branco
SON VENUTO DA LONTANO
José Mário Branco
Quando o avião aqui chegou
quando o mês de Maio começou
Quando l'aereo è arrivato qui
Quando Maggio è cominciato,
80
eu olhei para ti
então entendi
foi um sonho mau que já passou
foi um mau bocado que acabou
Ti ho guardata
E allora ho capito,
È stato un brutto sogno che è passato,
Un boccone amaro che è finito
Tinha esta viola numa mão
uma flor vermelha n'outra mão
tinha um grande amor
marcado pela dor
e quando a fronteira me abraçou
foi esta bagagem que encontrou
Avevo questa viola in una mano,
Un fiore rosso nell'altra,
Avevo un grande amore
Segnato dal dolore
E quando alla frontiera mi ha abbracciato
E' stato questo bagaglio che ha trovato
Eu vim de longe
de muito longe
o que eu andei p'ra'qui chegar
Eu vou p'ra longe
p'ra muito longe
onde nos vamos encontrar
com o que temos p'ra nos dar
Son venuto da lontano,
Da molto lontano,
Quanto ho camminato per arrivar qui,
E vado lontano
Molto lontano
Dove ci incontreremo
Con quel che abbiamo, per darcelo
E então olhei à minha volta
vi tanta esperança andar à solta
que não exitei
e os hinos cantei
foram feitos do meu coração
feitos de alegria e de paixão
E allora ho guardato attorno a me,
E ho visto tanta speranza libera in giro
Che non ho esitato
A cantare gli inni
Composti dal mio cuore,
Fatti d'allegria e di passione
Quando a nossa festa s'estragou
e o mês de Novembro se vingou
eu olhei p'ra ti
e então entendi
foi um sonho lindo que acabou
houve aqui alguém que se enganou
Quando la nostra festa s'è rovinata
E il mese di novembre s'è vendicato
Ti ho guardata
E allora ho capito
Che è stato un bel sogno che è finito.
Che qualcuno qui s'è sbagliato
Tinha esta viola numa mão
coisas começadas noutra mão
tinha um grande amor
marcado pela dor
e quando a espingarda se virou
foi p'ra esta força que apontou
Tenevo questa viola in una mano,
E cose cominciate nell'altra,
Avevo un grande amore
Segnato dal dolore,
E quando il cannone s'è girato
E' stato a questa forza che ha mirato.
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Autori e Opere importanti
Antonio Tabucchi (1943)
Antoni Tabucchi nasce a Pisa. il 24 settembre 1943 ma viene allevato
nella casa dei nonni materni a Vecchiano, un borgo nelle vicinanze della
città toscana.
Durante gli anni dell’università, intraprende numerosi viaggi in Europa,
sulle tracce degli autori incontrati nella ricca biblioteca dello zio materno.
Al ritorno da uno di questi viaggi a Parigi, trova su una bancarella nei
pressi della Gare de Lyon, firmato con il nome di Alvaro de Campos, uno
degli eteronimi del poeta portoghese Fernando Pessoa (1888-1935) il poema
Tabacaria, nella traduzione francese di Pierre Hourcade. Dalle pagine di
questo libercolo ricava l'intuizione di quello che sarà per più vent'anni
l’interesse principale della sua vita.
Recatosi infatti a Lisbona, sviluppa per la città del fado e per il Portogallo una vera passione.
Finisce così per laurearsi nel 1969 con Silvio Guarnieri e Luciana Stegagno Picchio con una
tesi sul Surrealismo in Portogallo.
Si perfeziona alla Scuola Normale Superiore di Pisa negli anni ‘70 e nel 1973 viene chiamato
ad insegnare Lingua e Letteratura Portoghese a Bologna.
Con María José de Lancastre, ha tradotto in italiano molte delle opere di Fernando Pessoa,
ha scritto un libro di saggi e una commedia teatrale su questo grande scrittore.
Nel 1973 scrive il suo primo romanzo, Piazza d'Italia (Bompiani 1975), un tentativo di scrivere
la storia dalla prospettiva dei perdenti, in questo caso gli anarchici toscani, nella tradizione di
grandi scrittori italiani di un passato più o meno prossimo, come Giovanni Verga, Federico
De Roberto, Tomasi Di Lampedusa, Beppe Fenoglio, e contemporanei, come Vincenzo
Consolo.
Nel 1978, anno in cui viene chiamato a insegnare all’università di Genova, pubblica Il piccolo
naviglio (Mondadori) e, nel 1981 Il gioco del rovescio e altri racconti (Il Saggiatore), seguito da
Donna di porto Pim (Sellerio 1983). Il 1984 è l’anno del suo primo romanzo importante,
Notturno indiano, da cui nel 1989 è stato tratto un film di Alain Corneau, con Jean-Hugues
Anglade, Clémentine Célarié e Otto Tausig. Il protagonista è un uomo che cerca di
rintracciare un amico scomparso in India, ma in realtà è in cerca della propria identità.
Nel 1985 pubblica Piccoli equivoci senza importanza (Feltrinelli) e, nel 1986, Il filo
dell'orizzonte. Anche in questo romanzo il protagonista, Spino, che cerca di dare un nome al
cadavere di uno sconosciuto è il tipico personaggio sulle tracce di se stesso. Non si sa se
questi personaggi riescano nel loro intento, ma nel corso della loro vita sono costretti ad
affrontare l’immagine che gli altri restituiscono di loro. Anche da questo romanzo è stato
tratto un film (1993) con Claude Brasseur e la regia del portoghese Fernando Lopez.
Nel 1987 anno in cui pubblica I volatili del Beato Angelico (Sellerio) e Pessoana Minima
(Imprensa Nacional, Lisboa), riceve in Francia il Prix Médicis, per il miglior romanzo
straniero (Notturno indiano). Nel 1988 scrive la commedia I dialoghi mancati (Feltrinelli).
Nel 1989 il presidente della Repubblica portoghese gli conferisce l’Ordine Do Infante Dom
Herique e nello stesso anno è nominato Chevalier des Arts et des Lettres dal Governo
francese.
Nel 1990 pubblica Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa (Feltrinelli) e l’anno
successivo, L'angelo nero (Feltrinelli 1991). Nel 1992 scrive in portoghese Requiem, un
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romanzo che più tardi verrà tradotto in italiano (Feltrinelli, vincitore del Premio P.E.N. Club
italiano) e pubblica Sogni di sogni (Sellerio).
Il 1994 è un anno molto importante nella vita di Antonio Tabucchi. E’ l’anno de Gli ultimi tre
giorni di Fernando Pessoa (Sellerio), ma soprattutto del romanzo per il quale è diventato
maggiormente conosciuto: Sostiene Pereira (Feltrinelli), vincitore del Premio Super
Campiello, del Premio Scanno e dl Premio Jean Monnet per la Letteratura Europea. Il
protagonista di questo romanzo diventa il simbolo della difesa della libertà d'informazione per
gli oppositori politici di tutti i regimi antidemocratici. In Italia, durante la campagna
elettorale, intorno a questo libro si aggrega l’opposizione contro il magnate della
comunicazione Silvio Berlusconi. Il regista Roberto Faenza ne trae il film omonimo (1995) in
cui affida a Marcello Mastroianni la parte di Pereira e a Daniel Auteil la parte del dottor
Cardoso.
In novembre viene chiamato dell’Ecole des Hautes Etudes di Parigi a tenere una serie di
lezioni. Nel 1995 appaiono Conversaciones con Antonio Tabucchi di Carlos Gumpert
(Anagramma) e Dove va il romanzo (Imucron)
Nel 1997 scrive il romanzo La testa perduta di Domasceno Monteiro, basato sulla storia vera
di un uomo, il cui corpo fu trovato in un parco. Si scoprì che l’uomo era stato assassinato in
una stazione di polizia della Guardia Nazionale Repubblicana nei dintorni di Lisbona. Un
fatto di cronaca che colpì la sensibilità e l’immaginazione dello scrittore. Per portare a termine
questo romanzo, Tabucchi ha lavorato sui documenti raccolti dagli investigatori che, al
Cosiglio d’Europa, a Strasburgo, tengono sotto controllo il rispetto dei diritti umani e le
condizioni di detenzione in Europa. In poche parole, controllano le relazioni che intercorrono
tra i cittadini e gli agenti all’interno dei commissariati di polizia. Il romanzo si rivelò profetico
quando il sergente José dos Santos, l’assassino, finalmente confessò il delitto, per il quale fu
condannato a una pena di 17 anni di reclusione.
Nel 1997 scrive Marconi, se ben mi ricordo (Eri). L’anno successivo, L'Automobile, la
Nostalgie et l'Infini (Seuil, Parigi 1998)
Una vecchia diatriba sul ruolo dell’intellettuale lo contrappone a Umberto Eco, secondo il
quale l’intellettuale ha principalmente il compito di organizzare la conoscenza, mentre
Tabucchi rivendica il diritto, di fronte ai fatti preoccupanti della nostra società, di prendere
posizione e, quando è necessario, suonare l’allarme. E' il tema che collega i brevi saggi raccolti
ne La gastrite di Platone pubblicato prima in Francia, per la traduzione di Bernard Comment,
e in seguito in Italia (Sellerio 1998). L’autore toscano vi contesta un’affermazione del
Tractatus di Ludwig Wittgenstein: “Nulla dire se non ciò che può dirsi... Su ciò di cui non si
può parlare si deve tacere”, perché permetterebbe di parlare soltanto di ciò che si conosce.
Fantasia e immaginazione appartengono esse stesse, in un certo qual modo alla conoscenza,
anche se non hanno nulla a che fare con la logica di Wittgenstein, ma rappresentano una
forma di conoscenza che interessa il sospetto e il dubbio.
Il 1998 è l’anno in cui riceve dall’Accademia Leibniz il Premio Nossack. Nel 1999 scrive Gli
Zingari e il Rinascimento (Sipiel) e Ena poukamiso gemato likedes (Una camicia piena di
macchie. Conversazioni di A.T. con Anteos Chrysostomidis, Agra, Atene 1999). I dubbi
sono come macchie su una camicia bianca, fresca di bucato. La missione di ogni intellettuale e
di ogni scrittore è di instillare i dubbi per la perfezione, perché la perfezione genera ideologie,
dittatori e idee totalitariste. La Democrazia non è uno stato di perfezione.
Attratto fatalmente dai personaggi tormentati e pieni di contraddizioni, Antonio Tabucchi, il
più europeo degli scrittori italiani, non sta mai dalla parte dell’Autorità. Nei suoi romanzi il
sentimento e lo sdegno trovano il modo di esprimersi in un senso più lato e fanno appello ad
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un pubblico più vasto, oltre i limiti della lingua e i confini nazionali. I suoi romanzi sono stati
tradotti in tutta Europa.
La capacità di dubitare è molto importante, quasi a livello fisiologico: bisogna dubitare delle
religioni fondamentaliste che non ammettono dubbi; dei regimi politici imposti, che non
ammettono dubbi, di ogni forma estetica di perfezione, che non da spazio al dubbio. Anche se
esistono dei valori fondamentali sui quali non è possibile equivocare: come l’affermazione
“Tratta il prossimo tuo come te stesso”, o la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Nel 2001 Tabucchi pubblica Si sta facendo sempre più tardi, un romanzo epistolare.
Diciassette lettere che celebrano il trionfo della parola, che come “messaggi nella bottiglia”,
non hanno destinatario, sono missive che l’autore ha indirizzato “a un fermo posta
sconosciuto”. E' lo stesso Tabucchi a definirle “discorsi autoreferenziali”, tentativi di spiegare
a se stessi qualcosa che si è capito in ritardo; a causa di ciò si è perduta un’occasione
irripetibile e poi... “la vita è transitata”. Per queso libro gli viene attribuito il premio France
Culture 2002 per la letteratura straniera.
Lisbona è la città in cui vive scrivendo per sei mesi all’anno, insieme alla moglie, che vi è nata,
e ai figli: un maschio e una femmina. Passa il resto dell’anno in Toscana, e insegna
Letteratura all’Università di Siena. Tabucchi infatti, si considera scrittore solo in un senso
ontologico, perché dal punto di vista esistenziale è felice di potersi definire “professore
universitario”. La Letteratura per Tabucchi non è una professione, “ma qualcosa che
coinvolge i desideri, i sogni e la fantasia”. (Antonio Tabucchi, un dubitatore impegnato.
Intervista di Asbel Lopez).
Antonio Tabucchi ha accesso alle pagine culturali del “Corriere della Sera” e del “País”, dove
i suoi articoli appaiono regolarmente nella sezione letteraria.
Opere dell’Autore
Antonio Tabucchi
Sostiene Pereira
Milano, Feltrinelli, 1994
Sostiene Pereira, che può essere considerato un romanzo storico, è uno dei testi più importanti
della letteratura contemporanea. La semplicità con cui lo si legge e l’impegno sociale del tema
in esso trattato sono eccezionali e piene d’immagini forti. Il sintagma “Sostiene Pereira”,
ripetuto in ogni pagina del romanzo, serve a far sì che il lettore concentri la sua attenzione su
quello che Tabucchi considera “un personaggio in cerca di autore”. Pereira si discosta dal
topos sia dell’eroe romantico in lotta contro il mondo che dalla figura del partigiano, pronto a
combattere per la liberazione del proprio paese dalla dittatura. Con questo non si vuole
affermare la diversità di questo libro dalla precedente produzione di Tabucchi: in Pereira si
riscontra il fare tipico dell’eroe che tende alla libertà del suo popolo, arrivando a schierarsi
contro l’ordine costituito: Avverrà nella parte finale dell’opera e precisamente nel momento in
cui Pereira, vecchio, stanco e quasi rassegnato, scoprirà nuovamente il piacere di battersi per
un ideale, mostrandosi dal suo punto di vista come “nuovo rivoluzionario”
La trama del romanzo, ambientato a Lisbona nel 1934, si svolge durante la dittatura di
Salazar e alla vigilia del più grande disastro della storia. Pereira è solo “un semplice direttore
della pagina culturale di un modesto giornale del pomeriggio”, il “Lisboa”. E’ un vedovo,
grasso, attempato e debole di cuore, sia fisicamente che emotivamente, poiché non ha più
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passioni che lo spingono a vivere. In seguito alla lettura di un saggio sulla morte, conosce un
ragazzo, Francesco Monteiro Rossi, scrittore di necrologi che accompagnano la scomparsa di
eminenti personalità della cultura portoghese. I coccodrilli che il giovane redige tuttavia non
possono essere pubblicati per il rischio di incorrere nella censura del regime, poiché sono
grondanti di teorie social-comuniste ed anarchiche.
Altro personaggio di fondamentale rilievo all’interno della vicenda pare essere Manuel, un
cameriere del Cafè Orquidea presso cui il protagonista consuma solitamente il pasto
abituale: omelette alle erbe e limonata. Infatti Manuel è molto più informato di quanto sia
Pereira che è un giornalista, e forse qui si nota una forte differenza tra lo “stare” e l’ “agire”. Il
protagonista non vuole agitarsi, sebbene nella sua città le squadracce salazariste
imperversino creando violenze gratuite, mentre il giovane cameriere è sempre informato e
cerca di smuovere Pereira dal suo sonno parlandogli delle notizie che il giornalista dovrebbe
portare agli occhi di tutti i lettori. In virtù di queste frequentazioni, Pereira riflette sul ruolo
dell’intellettuale nella società, il quale non si deve limitare a denunciare i soprusi, ma agire
attivamente per la loro estirpazione.
Durante il viaggio di ritorno da Coimbra, meta di incontro con un suo vecchio amico, il
giornalista conosce una donna ebrea e questo incontro non fa che rinforzare la necessità di
impegnarsi attivamente; tesi condivisa dal dottor Cardoso, il medico-filosofo di una clinica
talassoterapica in cui Pereira è ricoverato per recuperare il suo pessimo stato di salute. Il
Dott. propugna inoltre la tesi della confederazione delle anime e della compresenza di un io
egemone che sovrasta gli altri: questa idea affascina e fa riflettere il protagonista sul suo ruolo
e sulla sua situazione interiore, sul suo bisogno di impegnarsi e sul lento processo di presa di
coscienza sociale che dopo l’incontro con Monteiro Rossi ha iniziato, a insaputa dello stesso
protagonista.
Al ritorno dal viaggio di Pereira dalla clinica talassoterapica offre rifugio in casa propria a
Monteiro Rossi, che morirà assassinato nella sua temporanea abitazione dopo l’arrivo della
“Polizia Politica”. La violenza di tale epilogo impressionerà così fortemente Pereira che sarà
spronato, grazie anche alla spinta del suo medico curante, a denunciare l’uccisione e a
pubblicare un articolo realista e crudo a riguardo.
Tabucchi ci informa che in portoghese “pereira significa albero del pero, e come tutti i nomi
degli alberi da frutto è un cognome di origine ebraica, così come in Italia i cognomi di origine
ebraica sono nomi di città. Con questo volli subito rendere omaggio a un popolo che ha
lasciato una grande traccia nella civiltà portoghese e che ha subito le grandi ingiustizie della
storia”. Pereira dunque discende da una famiglia che appartiene a un popolo contro cu si
accanirono le grandi dittature del passato, anche se lui non sembra saperlo. C’è in questo un
ulteriore motivo di sofferenza e dolore, “compassione” per dirla come Foscolo, verso coloro che
professano una religione schiacciata dalla storia. Pereira è un cattolico, seppure sfiori l’eresia
per la sua diffidenza nei confronti della resurrezione della carne: “Tutta la sua carne, quella
ciccia che circondava la sua anima, ebbene, quella no, quella non sarebbe tornata a risorgere, e
poi perché? Si chiedeva Pereira. Tutto quel lardo che lo accompagnava quotidianamente, il
sudore, l’affanno a salire le scale, perché dovevano risorgere? No, non voleva credere nella
resurrezione della carne”. Pereira è l’emblema di una società che è caduta e che vuol rialzarsi
per alzare gli occhi al cielo e scrutare quel valore per cui molti uomini, fin dai tempi passati,
hanno combattuto: la libertà. Un valore che la crisi della borghesia ha ucciso per spianare la
strada ai grandi totalitarismi.
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Sostiene Pereira può essere considerato un Romanzo di Formazione: il giornalista evolve nel
suo pensare, conosce persone nuove e si butta a capofitto nella ricerca di valori cancellati
assurdamente dalle dittature, facendo nascere in sé lentamente la voglia di non cedere al
dispotismo. Ad emergere è, inoltre, la concezione della letteratura secondo Pereira, il quale
afferma: “non è facile fare del proprio meglio in un paese come questo, per una persona come
me, (…) io non sono Thomas Mann”. A venire a galla è soprattutto la rassegnazione e la
consapevolezza dell’impossibilità di mettere in atto qualsiasi forma di ribellione e di
espressione della propria coscienza, così come una concretizzazione delle proprie scelte. C’è
un’evoluzione che nell’avviarsi verso il finale: la letteratura non è più incompatibile con la
storia, ma parte integrante di essa. Riferendosi a Monteiro Rossi e alla donna di cui egli è
innamorato, Marta, Pereira spiega: “Se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso,
non avrebbe senso aver studiato lettere a Coimbra e aver sempre creduto che la letteratura
fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di
questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e devo pubblicare
racconti dell’Ottocento francese, non avrebbe senso più niente, ed è di questo che sento il
bisogno di pentirmi, come se io fossi un’altra persona e non il Pereira che ha sempre fatto il
giornalista, come se io dovessi rinnegare qualcosa”.
E’ tuttavia alla fine che il protagonista si rende conto della sua funzione nella società e
dell’importante ruolo del giornalista e del suo anche modesto parere per compiere un processo
di liberazione che nel Portogallo sarebbe avvenuto soltanto nel 1964. E così, grazie anche agli
altri personaggi, da Monteiro Rossi al dottor Cardoso, che Pereira comprende l’entità del suo
ruolo che consiste nel far coincidere le pagine della letteratura con le pagine della storia,
mostrando a tutti come è veramente la situazione politica e sociale nel suo periodo storico,
disegnandone i confini come si tratteggia un personaggio di un romanzo.
Il linguaggio usato da Tabucchi è piuttosto semplice, caratterizzato da proposizioni
eminentemente paratattiche che paiono ripetutamente troncate e rallentate dal ricorrente
“Sostiene Pereira”, al quale deve comunque riconoscersi il contributo a generare simpatia e
affetto per un personaggio a cui non si può non voler bene.
Film Collegati alle opere dell’autore
Alla Rivoluzione Sulla due cavalli
Alla fin fine non è che l'ennesima commediola degli equivoci. Eppure vi è nel film un afflato
che, sebbene non originalissimo, rende l'insieme più che piacevole e molto più complesso di
quanto detto nei telegiornali, che liquidarono il film come la frivola corsa verso la rivoluzione
di due ragazzi.La storia è quella di due ragazzi, Victor e Marco, entrambi studenti esuli a
Parigi, ma l'uno esule vero, figlio di oppositori politici al regime di Salazar, l'altro, italiano,
nella capitale francese perché a sua detta perseguitato dai servizi segreti per la sua attività
comunistoide a Bologna, ma in realtà perché (come gli rinfaccia Victor) a Bologna non aveva
“più ragazze da scoparsi”. La storia,dicevamo, inizia in un cinema parigino, dove Victor
incontra un poeta portoghese anch'egli esule. La discussione tra i due si sofferma
sull'esistenza o no di una resistenza al regime di Gaetano (che è subentrato a Salazar alla sua
morte), resistenza incarnata dalle utopie di Victor, ma che il poeta nega assolutamente. Nella
stessa notte una telefonata sveglia Victor e Marco: la voce rotta del poeta strilla che la
rivoluzione in Portogallo è avvenuta. Veloci i ragazzi corrono in macchina attraverso la
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Francia giù verso il portogallo. se comune è il tragitto compiuto sulla due cavalli di Marco,
diverso è il motivo: Victor corre per riabbracciare la patria, amata, ancorché di opinabili
confini, Marco per gustare l'esplosione di vita della rivoluzione, col desiderio un po’ retorico e
molto italiano di esserci, di presenziare anche lui all'evento. Il film è quasi tutto qui, nel
confronto-scontro tra Victor, tutto percorso da utopie socialiste e ambizioni poetiche(cocktail
come si diceva in apertura già visto, specie ne Il postino di Neruda, ma sempre piacevole) e
Marco, incarnazione dell'anima più consumista-yuppie degli anni ‘70, personaggio che lo
spettatore facilmente può immaginare oggi stempiato e attempato imprenditore. Il discorso
illuminante di questa prospettiva avviene durante il viaggio: incerti se raccogliere un
autostoppista Victor di cedi no perché pesa e rallenta l'andatura, Marco spinge per il sì,
perché è sempre una nuova persona da conoscere, forse più interessante della rivoluzione
stessa.Il viaggio attraverso la Francia è un viaggio attraverso gli anni ‘70,pieno di stravaganti
personaggi che da Poitiers vogliono andare in India via autostop, umoristico e garbato, in cui
si nota, nell'idea e nella regia, l'impronta di Tre uomini e una gamba, seppure molto
migliorata.Immancabile l'amore: a Bordeaux i due raccattano l'ex di Victor, ora sposa di un
tipico sbruffone futuro imprenditore anche lui, anche lui italiano. È subito chiaro che l'amore
di Victor non è sopito, come d'altronde l'attrazione che su di lei esercita il poeta-sognatore
Victor. Rapporto di coppia che diventa però triangolo amoroso nell'attraversamento
difficoltoso di una Spagna polverosa e decadente quanto la salute del suo caudillo. E
finalmente l'arrivo in Portogallo, dove è esplosa la rivoluzione esplodono l'amore e il sesso tra
i tre. A Lisbona l'eterogeneo trio arriva in ritardo: Victor, il vero rivoluzionario non è
riconosciuto nessuno e la manifestazione di popolo tanto attesa, la festa si è svolta in onore
degli esuli famosi,in primis il poeta che negava la possibilità della rivoluzione, ora osannato
come rivoluzionario vero, poche ore prima che i tre arrivassero a Lisbona. La rivoluzione
sembra latitare: la telecamera inquadra un Victor sperso, che ha ritrovato l'amore, che non
sperava più di trovare, ma ha perso la rivoluzione, il socialismo, che era sicuro di aver
finalmente scovato. Marco invece si consola subito opzionando una portoghese di colore nel
finale, quando la festosa sfilata dei tifosi del Benfica viene scambiata da Victor per la
Rivoluzione. Quanta delusione per il povero esule: in realtà presto si scopre che dovrà
attendere solo il 1 maggio per la sua catarsi rivoluzionaria. Diventerà poeta o anch'egli
imprenditore?
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Ernest Hemingway (1899-1961)
Ernest Miller Hemingway nasce a Oak Park, nell’Illinois, il 21 luglio del
1899, alle otto del mattino. Suo padre, Clarence Edmonds Hemingway,
era un medico di soli ventotto anni, collezionista di monete, francobolli,
cimeli indiani, animali impagliati, appassionato di caccia e pesca ed
eccellente cuoco. Sua madre, invece, Grace Hall, era un contralto che,
abbandonata la carriera operistica a causa di alcuni disturbi alla vista, si
era dedicata alle lezioni di musica a domicilio e, più tardi, alla pittura. La
famiglia di Hemingway era agiata, di religione protestante. I rapporti tra
i genitori non furono mai buoni: il padre era un uomo fragile e severo,
mentre la madre mostrava un carattere ambizioso e dominatore.
Hemingway e i suoi cinque fratelli, di cui era il secondogenito, vissero la loro infanzia fra i
continui litigi dei genitori sull’educazione dei figli e la gestione del patrimonio familiare.
Hemingway si diplomò nel 1917 alla Oak Park High School, dove la sua inclinazione e il suo
talento per le lettere vennero presto notati e incoraggiati da alcuni insegnanti. Mentre sua
madre, Grace, avrebbe voluto per il figlio una carriera da violoncellista, il giovane
Hemingway si mostrava incline alle stesse passioni che il padre gli aveva trasmesso: l’amore
per la caccia, la pesca e la vita all’aria aperta. Lasciò l'università per la scuola di giornalismo.
Nell’ottobre del 1917 venne assunto come cronista dal «Kansas City Star», ma l’intervento
degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale lo stimolarono a offrirsi volontario per
combattere in Europa. Verrà tuttavia riformato a causa di un difetto alla vista e, lasciato lo
«Star», nel 1918 si arruolerà, insieme ad un amico, come autista di ambulanze della Croce
Rossa. Quella stessa estate, dopo la traversata dell’Atlantico e brevi soste a Parigi e Milano,
si era trovato sul fronte italiano. A Fossalta di Piave, in particolare, dopo essere stato colpito
e ferito dalle schegge di un proiettile, finì in un ospedale milanese dove rimase per tre mesi
subendo numerose operazioni alla gamba. Qui si innamorò di Agnes Hannah von Kurowsky,
un’infermiera americana di origine tedesca. La ragazza, tuttavia, respinse la domanda di
matrimonio di Hemingway il quale, ritiratosi dalla Croce Rossa, decise di ritornare a
combattere nell’esercito italiano fino all’armistizio.
Riattraversato l’oceano e nel 1919 sbarcò negli Stati Uniti dove venne trionfalmente accolto
dalla stampa ed elogiato per il suo coraggio e la resistenza al dolore. Tuttavia, così come
molti altri reduci anche Hemingway, dopo la guerra, aveva stentato a riadattarsi alla vita
civile. Per questo motivo, sembra che avesse prese a soffrire di insonnia e a bere per
combatterla. Leggeva moltissimo, e di tutto. Proprio durante quell’estate, tra gite ed
escursioni nei boschi del Michigan, riprese a scrivere racconti. Sua madre, però, scontenta di
questa passione, tentò a più riprese di osteggiarla finché, su invito di un amico del padre, lo
scrittore non accettò di stabilirsi a Toronto. Dal 1920 diventò un collaboratore del «Toronto
Star»,scrivendo una dozzina di articoli in tre mesi. Stabilitosi a Chigago, collaborò con una
rivista di settore, che poi decise di abbandonare dopo aver conosciuto e sposato, il 3 settembre
del 1921, Elizabeth Hadley Richardson, una ragazza di St. Louis, orfana di entrambi i genitori
e più grande di lui di otto anni.
Con l’aiuto economico della moglie e alcune lettere di presentazione di Sherwood Anderson a
Gertrude Stein, Lewis Galantiére, Sylvia Beach ed Ezra Pound, Hemingway partì per
l’Europa e, nel febbraio del 1922, riprense a collaborare con il «Toronto Star». Per questo
giornale seguì grandi eventi internazionali: la guerra greco-turca e la pace di Losanna.
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Quando, poi, invitò la moglie a raggiungerlo, accade un avvenimento assai strano: Elizabeth
smarrì, o le furono rubati, tutti i manoscritti del marito.
Nel 1923 a Parigi uscì il primo libro di Hemingway, Three Stories e Two Poems. Il 10 ottobre
dello stesso anno nacque il suo primo figlio, John Hadley Nicanor, soprannominato Bumby.
A Parigi, in questo periodo, ebbe modo di scrivere racconti e pubblicare poesie su una rivista
tedesca. All’inizio del 1925 l’editore americano Horace Liveright accettò di stampare il suo
secondo libro dal titolo In Our Time. Nell’ottobre del 1926 uscì Fiesta dopo che, con la
pubblicazione di Torrenti di Primavera, Hemingway aveva interrotto i rapporti con Liveright,
per poter passare ad un altro editore. Nel 1927 vennero pubblicati i racconti che diedero
conferma delle doti letterarie di Hemingway: Men without woman. Durante lo stesso anno
lo scrittore aveva divorziato da Elizabeth Hadley per sposare una ricca amica della moglie che
lavora nella redazione parigina di «Vogue»: Pauline Pfeiffer.
Dal 1928 al 1939, dopo essere tornato negli Stati Uniti insieme alla moglie, passò il suo tempo
scrivendo, pescando e cacciando in Florida. Lo stesso anno, dopo la nascita del suo
secondogenito, Patrick, che aveva messo a repentaglio la vita di Pauline, suo padre morì
suicida sparandosi un colpo alla testa. Nel 1929 uscì Addio alle armi. Nel 1931 nacque il terzo
figlio di Hemingway, Gregory Hancock, mentre lo scrittore stava preparando Morte nel
pomeriggio, Winner Take Nothing e Verdi colline d’Africa, che uscirono rispettivamente nel
1932, 1933 e 1935. Nel 1936 scoppiò la guerra di Spagna. Hemingway partì nel 1937 come
corrispondente di guerra della «North American Newspaper Alliance», dopo aver compiuto
il suo Avere e non avere, che venne poi pubblicato l’anno seguente, insieme a The Fifth
Column and the First Forty Nine Stories. E’ in Spagna che Hemingway iniziò una relazione
con Martha Gellhorn, giornalista e romanziera che nel 1940, dopo il divorzio da Pauline (per
abbandono del tetto coniugale), divenne la sua terza moglie.
L’autore si stabilì a Cuba con Martha e scrisse Per chi suona la campana, che uscì nel 1940.
La seconda guerra mondiale lo vide dapprima in Estremo Oriente, insieme a Martha, come
corrispondente di guerra, poi al comando del suo Pilar, un panfilo trasformato in battello
antisommergibili e, infine, in Europa, al seguito dell’esercito americano. Finita la guerra e
ottenuto il divorzio da Martha Gellhorn, Hemigway, sposò una giornalista americana, Mary
Welsh, e tornò anche alla sua attività di scrittore. Nel 1950 uscì Di là dal fiume e tra gli alberi
e nel ’52 Il vecchio e il mare. L’anno dopo Hemingway vinse il Premio Pulitzer e, nel 1954,
dopo un incidente aereo nel quale fu ritenuto morto, il Nobel per la letteratura. Nonostante i
vari riconoscimenti e successi, per Hemingway cominciaro anni di crisi esistenziale. Per
questo interruppe la stesura delle sue memorie, il postumo Festa mobile, e la revisione di un
romanzo cominciato nel 1946, Il giardino dell’Eden, per fare il suo ultimo viaggio in Europa,
dal quale scaturì anche un libro intitolato Un’estate pericolosa.
Nel 1960 Hemingway venne ricoverato in una clinica del Minnesota. I suoi disturbi nervosi
erano sempre più gravi, tanto che i medici si decisero a ricorrere all’elettrochoc, che gli causò
una perdita di memoria, vera tragedia per lo scrittore. Guastatisi i suoi rapporti con la Cuba
di Fidel Castro, l’autore tornò a stabilirsi a Ketchum, nell’Idaho, dove la moglie riuscì a
sventare un primo tentativo di suicidio dello scrittore. Poco più tardi in una bella domenica di
sole del 2 luglio 1961, quasi sessantaduenne, Hemigway si alzò di buon mattino e, afferrato
uno dei suoi fucili da caccia, si sparò in bocca.
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Opere dell’Autore
Ernest Hemingway
Per chi suona la campana
Milano, Mondadori, 1940
Possiamo senza dubbio dire che questo è un libro eccezionale in tutti i sensi: per l’intensità
con cui viene descritto il personaggi principale, Robert Jordan; per come in cinquecento pagine
viene raccontato ogni più piccolo pensiero che viene elaborato nelle menti dei personaggi
durante l’intera vicenda, durante quei tre giorni e quelle tre notti; per i forti legami d’amore e
di politica che regolano l’intera vicenda.
Ma La vicenda in sé racconta solo di un americano, di nome Robert Jordan, chiamato
amichevolmente Roberto oppure l’Ingles, che svolge il compito di dinamitardo specializzato.
Robert è un professore di spagnolo che ha sposato la causa socialista, la quale lo porta in
Spagna a collaborare come volontario nella milizia antifranchista. Dopo diverse missioni nel
paese, viene mandato ad aiutare una banda di partigiani nella zona tra Madrid e Segovia, con
l’obbiettivo di far saltare un ponte per impedire ai rinforzi franchisti di arrivare in zona. Entra
con contatto con la “banda di Pablo”, capitanata, per l’appunto, da un certo Pablo, un uomo
che ha perso il suo coraggio e la sua fede nella rivoluzione. In questa banda conosce anche la
moglie di Pablo, Pilar, che è il comandante effettivo della Banda, grazie al suo carisma, ma
soprattutto alle sue capacità critiche e organizzative. All’interno di questo gruppo di miliziani
vi è anche Maria, giovane ragazza salvata dalla banda dai fascisti, dai quali ha subito degli
abusi. Tra Robert e questa ragazza nasce una intensa, ma breve, storia d’amore.
Nel giro di solo tre giorni e tre notti (e nella bellezza di 500 pagine) Robert organizza l’atto
dinamitardo, ma a causa di diversi problemi (come il furto di parte dell’esplosivo o la disfatta
di una squadra che doveva coprire l’operazione oppure il tradimento di qualcuno, che ha
permesso all’esercito franchista di compiere una contro-offensiva) è costretto a sacrificarsi per
poter riuscire a far saltare il ponte.
Lo stile usato è fortemente introspettivo, sono lunghi i monologhi interiori, legati ai più
disparati argomenti. Ogni piccola parola prende un grande peso per la coscienza di Robert,
che continua a porsi dubbi di vario genere, sul suo amore, sul suo credo politico, sul suo
desiderio di avere un futuro, e sul suo modo di immaginarlo e volerlo. Non credo che sia
semplice dilatare a tal punto una vicenda di questa complessità emotiva, ma credo che
l’autore ci sia riuscito egregiamente. Nei discorsi che Robert compie con Pilar, nei dialoghi
che si confondo tra il reale e l’individuale, L’Ingles cresce e si scopre sempre più. Assapora la
nuova e inaspettata passione travolgente che lo lega a Maria, mostandogli un lato di sè che
non credeva di possedere; scopre la sua determinazione e la sua certezza di essere sulla giusta
strada e la sua compassione più che odio nei confronti di Pablo, che ormai è dilaniato dalla
paura e dall’insopportazione di una guerra da cui vuole fuggire ad ogni costo. In solo tre giorni
e tre notti Robert compie un vero e proprio salto di qualità, peccato che sia l’ultimo. In questo
suo cambiamento si evolve, mostra e rafforza il suo carattere passionale e deciso,
rivelandoselo nella sua passione amorosa e nel suo desiderio di giustizia sociale.
Credo sia importante notare che è pronto a tutto pur di compiere il suo dovere e completare la
missione, è pronto a sacrificare la sua vita, il suo amore, il suo futuro. Proprio in queste ultime
pagine si vede in maniera netta la distinzione tra un normale guerrigliero e un eroe, seppur
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non troppo riuscito: il sacrificio personale, volto al bene collettivo, o almeno alla speranza di
portarlo, è la caratteristica chiave. In pochi momenti tutto cambia, da uomo in eroe.
Davvero un bellissimo romanzo, denso di significati e di analisi interiore. Ho come la netta
sensazione che ci fosse un bel po’ di Hemingway in quel Robert, sia conoscendo la sua
biografia, sia per una sensazione che ho. Interessante su molti altri aspetti, oltre a quello
narrativo, come ad esempio l’analisi psicologica del personaggio e la suspance crescente che
lega gli avvenimenti, che credo descriva la stessa situazione emotiva di chi l’ha vissuta
(almeno nel romanzo).
Film Collegati alle opere dell’autore
Terra e libertà (1995) di Ken Loach
Un film interessante nei suoi eccessi, ma abbastanza profondo, soprattutto nella precisinoe
con cui descrive le immagini del periodo storico in cui è ambientato. Il film narra la vicenda di
un giovane inglese, David Carr, operaio disoccupato, iscritto al partito comunista, che nel
1936 s'imbarca per la Spagna e si arruola, per combattere i Franchisti, nel P.O.U.M. Di
questo movimento fanno parte stranieri di alcuni Paesi d'Europa, ideologicamente marxisti, a
sostegno del legittimo Governo repubblicano di Madrid, dalla cui parte è in azione anche il
partito comunista spagnolo. In Aragona, davanti alle trincee del generale Franco, David
entra nella compagnia comandata da Lawrence, dove fa amicizia con Bernard (francese), con
un italiano antifascista e con un irlandese, amante di Blanca (l'ideologa del gruppo e ardente
"passionaria", insieme ad un altra giovane, Maite). La vita dei combattenti in montagna è
dura: frequenti gli attacchi e gli uomini si accorgono presto che a loro mancano armi e
munizioni, di cui invece abbondano i compagni stalinisti. Un villaggio già in mano ai
Franchisti viene occupato: il parroco locale, accusato dalla gente di aver dato una soffiata
all’esercito francista contro cinque anarchici che sono stati fucilati, viene fucilato a sua volta,
e l'irlandese rimane ucciso nella mischia. Poco dopo Blanca si lega a David, mentre i volontari
partecipano ad accese discussioni dei borghigiani in materia di collettivizzazione delle terre.
Nascono dissapori tra le varie forze della sinistra da quando il Governo ha decretato che le
fazioni spariscono assorbite e inquadrate nelle forze regolari. Nel mentre, ferito al volto e al
petto mentre insegna a giovanissime reclute a manovrare il fucile, David viene inviato in
ospedale a Barcellona. Raggiunto qui da Blanca, dopo una sola notte di amore la donna si
rivolta contro l'inglese che le appare incerto nelle sue scelte (è passato nelle Brigate
internazionali, tradendo la milizia) e torna subito a combattere nel reparto di Lawrence. Poi
David la raggiunge in montagna: la compagnia si batte ancora eroicamente contro i
falangisti, ma ecco che su tre camion arrivano miliziani, con un ordine del Governo: il
P.O.U.M. è stato sciolto, con in più l'accusa di collusioni con il generale Franco. E' un falso
ignobile, ma il manipolo di Lawrence è costretto a consegnare i suoi vecchi fucili. Blanca,
colpita da un proiettile, muore e viene sepolta sotto quella terra che amava e che sognava di
vedere ripartita fra tutti. Un pugno di quella terra riarsa e il fazzoletto rosso della donna
vengono da David riportati in seguito in Patria. La storia è in sé semplice, ambientata nei
drammatici momenti della guerra di Spagna, ma ha dei dettagli che la rendono nel contempo
piacevolmente profonda, e stupidamente superficiale. L’ossimoro che ho appena usato è
notabile in alcuni momenti particolari: infatti, Loach, disegna con precisione i vari personaggi,
a cominciare da quello prima solo impetuoso, poi anche turbato, del protagonista, rievocando
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magnificamente quegli anni e quelle vicende belliche che li hanno segnati, lasciando ampio
spazio agli sguardi e ai gesti, che rendono bene la polemica tra i vari personaggi e tra l’opera e
il pubblico. Ma credo ecceda in dettagli smodati, come, nella conclusione del film, quando,
durante il funerale dell’anziano rivoluzionario, la sua nipote, che ha riscoperto tramite le
lettere del nonno l’intera vicenda, si lascia scappare un saluto comunista come estremo saluto,
prontamente seguita da anziani conoscitori del defunto. Sapendo che non si è mai veramente
sviluppato un movimento comunista in Inghilterra, ritengo e spero che sia solo un gran finale
di una bella vicenda, perché alienerebbe parzialmente la visione d’insieme dell’opera.
Devo dire che mi è piaciuto, mi ha reso bene l’idea di un momento storico confuso per gli
stessi “compagni” uniti nella lotta contro il fascismo, con tutti i contorni ben delineati delle
varie personalità dei personaggi, in modo preciso, ma non pedante. Piacevole, soprattutto
ricco di spunti per quanto riguarda la mentalità di quegli anni e dei contadini che forse non
erano molto lontani dalla realtà. Mi è rimasta in pressa una frase, un bellissimo paragone che
un personaggio pronuncia in un discorso pubblico: “La rivoluzione è come una vacca in cinta;
se non la aiutiamo rischiamo di perdere vacca e vitello, e domani non avremo più latte di cui
sfamarci”. Con questa semplice frase, che ha il sapore della saggezza contadina, credo che si
possa spiegare bene quale e’ lo spirito dei personaggi tratteggiati nel film, sempre in cerca di
aiutare la loro rivoluzione a riuscire.
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I rivoluzionari combattenti
Chiariamo che definire alcuni rivoluzionari “combattenti” equivale ad utilizzare un termine
impreciso, poiché quasi tutti i rivoluzionari, in un modo o nell’altro sono stati combattenti,
ossia hanno lottato fisicamente più che politicamente per vedere realizzati quegli ideali che
sognavano e desideravano tanto. Per questo motivo non è possibile escludere totalmente i
rivoluzionari precedentemente analizzati e mostrati, sebbene io preferisca concentrarmi su
alcuni progressisti che mi hanno particolarmente interessato, quelli che ho potuto apprezzare
in due paesi dell’Europa: Spagna e Portogallo.
La storia di questi due paesi è diversa poiché, sebbene entrambe subirono un colpo di stato ed
una dittatura fascista, solo nella prima si sviluppò una violenta e asprissima guerra tra le
forze legittime della repubblica e quelle franchiste. Per questo motivo, rifacendomi alla vera e
propria lotta che compirono i rivoluzionari social-comunisti (che avevano intenzione di
innovare il loro paese), ho pensato di definire questa tipologia con il termine “combattente”.
Ma vi sono personaggi totalmente diversi in questa categoria. Quello che probabilmente mi è
piaciuto di più e Pereira, ben narrato e descritto da Antonio Tabucchi, non solo per come lui
spinge alla rivoluzione, ma soprattutto per il percorso interiore che compie prima di chiarire la
sua nuova posizione politica e idelogica. Infatti, l’anziano Pereira è un giornalista cattolico
del Lisboa, “un giornale cattolico del pomeriggio della capitale portoghese”, totalmente
lontano dalle posizioni estremiste e pericolose dei giovani socialisti, che vengono sempre
colpiti dalla Polizia politica (uno dei tanti strumenti di repressione delle opposizioni durante il
regime salazarista). Ma, per sorte o per volere divino, l’anziano scrittore incontra e conosce un
giovane, Monteiro Rossi, comunista e italiano, che lentamente lo trascina in un vortice di
politica complesso e senza senso apparente. Infatti, grazie a questi incontri, a questo scambio
di opinioni, dove si nota come il desiderio di migliorare ottenere qualcosa di più di Rossi è tale
da diventare contagioso, Pereira cambia inconsciamente idea. In seguito, dopo la morte di
Rossi, scriverà un articolo di accusa ,che farà stampare sul suo giornale “cattolico”(definito
così, sebbene sarebbe stato più preciso dire “fortemente influenzato dal regime”) compiendo
un piano geniale da lui ideato, poco prima di fuggire. Con questa semplice storia, narrata
egregiamente da un professore di Portoghese, viene mostrato un classico esempio di
rivoluzionario che non usa le armi, o meglio usa quell’arma che fa più morti della spada: la
penna. Infatti, è grazie a questo strumento che Pereira riesce a capire e ad attuare la sua
piccola rivoluzione, o meglio il suo atto di ribellione dal regime; è leggendo alcuni necrologi di
Monteiro che criticano scrittori illustri del passato prossimi alla morte, che Pereira si imbatte
in un nuovo universo, quello della rivolta, quello dell’uguaglianza e della libertà di stampa e
d’opinione. Lo scrivere è per lui un modo per cercare di essere dentro la rivoluzione, per cercare
di parteciparvi, di far sentire la propria voce, di viverla.
Ma non è il solo. Dopo diversi anni un altro personaggio, sempre portoghese, ma giovane ed
esule, di nome Victor, cerca di tornare in patria dopo lo scoppio della “rivoluzione dei
garofani”. Parte assieme ad un amico italiano ed ad una ex amante francese per una sorta di
epopea comica da Parigi a Lisbona.
Come di fronte ad uno specchio questi due personaggi sono simili e nel contempo diversi, non
solo a livello estetico (uno è un anziano e panciuto giornalista mentre l’altro è un giovane e
snello studente), ma anche per quanto riguarda il proprio pensiero e il proprio modo di pensare.
Sono entrambi rivoluzionari, più o meno convinti oppositori del regime catto-fascista di
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Salazar1, pronti a dare tutti pur di esserci nella rivoluzione. Ma Pereira fugge da Lisbona,
capendo quanto è pericolosa per lui restare in quella città (visto che già da tempo era
controllato dalla polizia), mentre invece Victor torna finalmente in patria, perché vuole essere
presente durante la rivoluzione. E mentre Victor ritorna alla sua patria a bordo di una
scassatissima due cavalli, scopre sé stesso, pian piano, nei suoi pensieri, nelle immagini,
attraverso i territori democratici e dittatoriali, dove incontra amici e nemici. Mentre viaggia
cerca nel suo intimo e si trova, mentre Pereira preferisce scrutare nel suo animo a fondo prima
di decidersi a partire. Questo Victor è a sua volta un altro rivoluzionario combattente, ma che
non combatte solo per la rivoluzione, ma che combatte soprattutto per essere presente alla
rivoluzione, per potervici partecipare, siccome lui è esule, e per tutto il suo esilio non ha
desiderato altro che poter tornare in patria e far regnare nel suo paese la democrazia e la
libertà. Questi due rivoluzionari portoghesi combattono non solo per la insurrezione popolare,
per aiutarla e fomentarla, ma si trovano occupati singolarmente su due fronti distinti e
complessi: su quello emotivo il primo, e sul piano esistenziale (nel senso di essere presente
durante la rivolta) il secondo.
Un altro rivoluzionario è Roberto, l’ingles, o lo stesso Hemingway, che fu un guerrigliero a
sua volta, prima di scrivere Per chi Suona la campana. È corretto questa volta usare il termine
combattente nel senso proprio, perché Robert Jordan è li, sulla prima linea, sul fronte a dare
tutto sé stesso per vincere per la sua causa. Più precisamente Robert ha scelto precisamente
di combattere non solo per mantenere intatta la sua integrità morale e ideologica (visto che
veniva chiesto a molto comunisti-socialisti di partecipare come volontari alla milizia,
mantenendo alto in questo modo il loro ideale politico) ma soprattutto perché ha degli
obbiettivi pratici che vorrebbe realizzare. Voleva una bella casa nel Montana, una bella
moglie, e credeva che potesse vivere bene solo quando avesse partecipato attivamente alla
distruzione delle ingiustizie. Ma il destino non era d’accordo con lui e lo fece rimanere in
Spagna in eterno. Sebbene questa è solo una storia che narra di un combattente che era morì
in battaglia, per fortuna la nostra memoria ha potuto portarci dei testimoni diretti, come dice
chiaramente Pietro Veronese2:
Di storie come queste è piena la memoria degli ultimi veterani della guerra civile
spagnola che vivono ancora. Uomini e donne che allora partirono poco più che
ventenni senza pensarci due volte obbedendo a un richiamo della coscienza, a una
voglia d’avventura, con un fagotto sulle spalle e due lire in tasca. Oggi
ultraottantenni, senza aver perso nessuna delle convinzioni di allora, sommergono
con i loro sorridenti ricordi chiunque abbia voglia di ascoltarli. Ho chiesto a Wally
Togwell3 se non pensava che gli ideali di allora fossero ormai sepolti. “No di certo”,
ha risposto, “allora lottavamo contro il fascismo e oggi contro il razzismo”. Ma certo
compagno Togwell, che sciocco son stato a non pensarci da solo. Sta tranquillo: No
pasaràn.
1 Sebbene nel periodo in cui osserviamo la vicenda di Victor, a capo del governo vi è Caetano,
che mantiene intatta la struttura sociale e politica del regime costruita dal suo predecessore.
2 In un articolo de il Venerdì apparso il 2/10/98
3 Wally Togwell è un reduce della guerra civile spagnola che nell’articolo parla della sua
storia e di come la guerra ha cambiato anche la sua vita amorosa.
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Forse queste poche righe non possono descrivere come era complessa e nel contempo
spontanea la situazione dei rivoluzionari volontari che confluirono in Spagna durante la
guerra civile, ma sicuramente possono ricordarci quanto forte era lo spirito di quelle persone:
mantenere le proprie convinzioni politiche, dopo tutto quello che è successo nell’ultimo secolo,
dopo le crisi politiche, i crolli economici, i cambiamenti partitici non è da persone comuni.
Tuttavia possiamo notare con rammarico una continua ricerca interiore di sicurezza e di
autocritica dei rivoluzionari combattenti. Lo notiamo sia nei continui e profondi monologhi
interiori di Robert, sia nella storia descrittaci dal film di Ken Loach, Terra e Libertà, che
prende spunto da Omaggio alla Catalonia di George Orwell. In questo film il protagonista è
un inglese, David, che si iscrive nella milizia e poi passa all’esercito comunista di supporto a
quello repubblicano, per poi tornare alla milizia poco prima del suo smantellamento. È
l’incertezza mista alla sicurezza la chiave di lettura di ogni singolo rivoluzionario
combattente. Sembra un ossimoro ben congeniato da un buon letterato, ma in realtà è proprio
l’unico modo per cercare di capire gli estremi umani del combattente, poiché ha si una scelta
chiara e che non cambierà quasi mai, ma ha nel suo contempo un dubbio, sul mezzo morale per
poter conseguire il suo obbiettivo. Cercherò di chiarire il mio concetto che si complica forse a
causa della mia scarsa capacità di scrittore. Il rivoluzionario combattente ha compiuto una
scelta che lo caratterizza nella maniera più evidente e lampante: quella di combattere a viso
aperto il nemico, di organizzarsi come un esercito regolare e quella di utilizzare la più forte
rivolta possibile per poter sgominare l’avversario ed ottenere la vittoria per poter far partire la
rivoluzione. Nel contempo il rivoluzionario combattente ha un dubbio di base, che determina
la sua natura: come combattere? La risposta a questa domanda è forse eccessivamente
soggettiva, poiché dipende dalle condizioni culturali e sociali in cui è cresciuta la persona,ma
possiamo notare una serie di possibili risposte a questa domanda.
La prima differenziazione è sicuramente tra la scelta violenta o non violenta. Pereira opta per
la seconda, più rischiosa, data l’impotenza del rivoluzionari di difendersi dai possibili
aggressori reazionari, ma forse più redditizia, poiché la divulgazione di informazioni permette
di accrescere le fila dei rivoltosi e così portarli prima alla rivoluzione. Robert e David invece
scelgono di lottare con le armi in prima fila. È vero che vi è una differenza storica tra questi
personaggi, data dalla regione e dal contesto politico e culturale, che secondo me è
tralasciabile, visto che la “rivoluzione dei garofani” del ’75 vide la presenza in Portogallo di
militari pronti allo scontro armato, sebbene non utilizzarono i loro armamenti e non causarono
conflitti. Quindi in entrambi i paesi vi fu la presenza di una armata rivoluzionaria, sebbene in
due momenti storici diversi, che ottennero risultati diversi.
All’interno dei rivoluzionari che scelsero di combattere con le armi possiamo notare che alcuni
preferiscono entrare in un esercito regolare, quello repubblicano, e altri preferiscono entrare
nella milizia. Questi due eserciti avevano principi e idee differenti: infatti il primo era più
legato al burocratizzato Urss, con il vantaggio di aver armi più efficienti, ma con lo
svantaggio di non poter provare l’applicazione dell’ideale socialista; il secondo invece dava
questa grande possibilità, sentire come, almeno in un piccolo gruppo, fosse possibile realizzare
una utopia, o più precisamente, il loro sogno. D’altro canto la disciplina era minore e la resa
sul campo non poteva esser migliore di quella dell’esercito regolare.
Questa scelta che può sembrare banale, diventa importantissima per la coerenza e l’ideale del
singolo rivoluzionario, poiché senza coerenza morale, senza una linea ideologia di fondo che
lega e giustifica tutti gli atti di violenza non si può cercare di organizzare qualcosa di
concreto. Sebbene giustificare non sia il termine corretto, perché alcuni rivoluzionari,
precedentemente analizzati, hanno utilizzato questa spiegazione per autorizzare massacri,
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non ne esistono altri, poiché questa scelta giustifica soltanto la formazione di un grosso
esercito per poter compiere la rivoluzione, andando parzialmente contro i testi marxisti.
Infatti nella milizia, dove è possibile sviluppare un socialismo spontaneo, vi sono meno
possibilità di riuscita, mentre nell’esercito regolare ce ne sono di più, ma non si seguono i
dettami del comunismo. Fu anche questo uno dei tanti motivi che spinsero una lotta interna
tra gli antifranchisti durante la guerra civile spagnola, un motivo di carattere puramente
ideologico.
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Brevi Cenni Storici
La vita di Fidel Castro a Cuba fino all’esilio in Messico
Fidel Castro nasce il 13 agosto 1926 in un paesino sulla costa
settentrionale della provincia di Oriente, a Cuba. Il padre, Angel
Castro, è uno spagnolo che ha partecipato alla guerra di indipendenza
del 1898, militando come soldato semplice nell’esercito della Corona.
Finita la guerra, decide di rimanere sull’isola e trova un lavoro di
sorvegliante in una piantagione dell’United Furit. Solo nel 1920 riesce
a comprare un terreno da coltivare, un lavoro certo per potersi
permettere una famiglia. Angel Castro ha due figli dalla prima
moglie. Dalla seconda, Lina Ruz, ha altri sei figli, tra i quali Fidel e
Raul . Il padre, un uomo duro e ignorante, ha sempre fatto in modo che i rapporti con Fidel
fossero pessimi. Fra i due non c’era comprensione, né stima. Se il figlio era pieno di slanci, di
idealismo, il padre era rimasto un contadino chiuso. Fidel racconterà più tardi che il padre
sfruttava i contadini, non pagava le tasse e corrompeva i politici... un perfetto reazionario.
Anche se il padre era contrario, a sette anni Fidel riesce ad avere il permesso di andare a
scuola. Va a Santiago a vivere da parenti. Fa le elementari e le medie in scuole di gesuiti. Per
il liceo si trasferisce invece nella capitale, L’Avana. Si diploma nel 1945 al Collegio Belen, un
altro istituto dei gesuiti. Nello stesso anno si iscrive alla facoltà di legge all’università
dell’Avana. In questo modo entra in contatto con la politica nazionale. Cuba infatti è appena
uscita dalla prima dittatura del "sergente" Fulgencio Batista. Batista ha infatti concluso la
"fase liberale" del suo regime, impostagli dalla situazione mondiale, con la convocazione di
una "libera" consultazione elettorale. Libera nel senso che Batista si è astenuto da fare entrare
in azione il dispositivo militare di cui continua a mantenere il controllo. Dalla votazione esce
vittorioso il candidato democratico, Ramon Grau San Martin, leader del partito "autentico".
Per Cuba è finito il periodo di dittatura, ma non è neanche cominciato quello della
democrazia, visto che il regime "autentico" si rivela ben presto incompetente e corrotto, e
soprattutto incapace di affrontare i gravi problemi economici e sociali del paese. La tensione
politica cresce : ed è proprio nel settore universitario in cui esplode con maggiore violenza.
Nella Cuba prerivoluzionaria gli studenti infatti, come del resto in tutta l’America latina,
erano sempre intervenuti nella politica. Quando Fidel inizia gli studi universitari, la
degenerazione è ormai giunta al culmine. La vita politica del giovane Castro inizia dunque in
quegli anni, con gli studenti. Nel 1948, con alcuni compagni cubani, partecipa a un Congresso
studentesco latino-americano a Bogotà. Nell’aprile di quell’anno a Bogotà, Fidel assiste ad
una vera e dura sommossa popolare per la prima volta. È l’inizio di una violenta guerra civile
che durerà quasi dieci anni e che costerà alla Colombia quasi duecentomila vittime. Fidel
lotta e combatte a fianco della popolazione, per poco però, infatti, dopo aver chiesto asilo
all’ambasciata cubana, viene rimpatriato. Sempre nel 1948 Fidel conosce una giovane
studentessa di filosofia, Mirta Diaz Balart, anche lei originaria della provincia di Oriente, e
decide di sposarla. Puntualmente, dopo nove mesi, nel ‘49, nasce Fidelito. Dopo la laurea, nel
1950, Fidel esercita l’avvocatura e entra nello studio legale Aspiazu & Resende, a L’Avana.
La pratica forense del Dr. Castro dura solo fino al 1952. Ormai infatti Fidel si è buttato nella
politica. È membro influente del "Partito ortodosso", ala sinistra dell’"autenticismo". Dopo il
suicidio di Eduardo Chibàs, guida politica del partito ortodosso, nell’agosto del 1951, Cuba è
nel clima teso pre-elettorale. Al candidato "autentico" e all’ex-dittatore Batista, gli ortodossi
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decidono di contrapporre un loro uomo, Roberto Agramonte. I comunisti lasciano intendere
che lo appoggeranno, i pronostici lo danno già vincente. Fidel Castro è uno degli
organizzatori più attivi della campagna elettorale. Ma, il 10 marzo 1952, il sergente Fulgencio
Batista prende con la forza quel potere che il popolo gli aveva negato con il voto. Comincia
così la seconda lunga dittatura di Batista. Per Fidel non ci sono molte soluzioni. L’unica è una
rivoluzione. Il primo problema è trovare un gruppo di persone adatte. Entra in contatto con un
gruppo di giovani che sta organizzando attività di tipo resistenziale. Pubblicano
clandestinamente un giornale. Gli esponenti principali sono Abel Santamaria e Jesus
Montané. Fidel assume subito il comando, aiutato da Abel e dal fratello minore Raul, che non
lo ha mai abbandonato. Il progetto prevede di prendere con la forza la caserma Moncada a
Santiago de Cuba per rifornirsi di armi. Nei primi mesi del 1953 il piano prende corpo.
L’assalto è studiato nei minimi particolari. Viene decisa la data : 26 luglio, all’alba, in pieno
Carnevale... in modo da cogliere di sorpresa i soldati presumibilmente ubriachi e con i sistemi
di sicurezza al minimo. Sono circa 150 gli uomini che lasciano la capitale, qualche giorno
prima, per dirigersi verso oriente. L’inizio della rivoluzione però fallisce miseramente. Lo
scontro, durato 3 ore, si conclude con la ritirata di Fidel. Tre rivoluzionari morti, quasi tutti gli
altri vengono catturati e torturati, alcuni fino alla morte, nella caserma. Solo una trentina dei
prigionieri sopravvive. Pochi riescono a non farsi prendere. Dopo qualche giorno viene
catturato anche Fidel e il 21 settembre si apre il processo. Fidel non si difende, attacca.
Durante il processo del 6 ottobre pronuncia il discorso "La storia mi assolverà". Il testo che
ormai conoscono tutti è un ampliamento del discorso, ed è stato scritto durante la sua
prigionia. Riesce, dal carcere, a farlo avere ai compagni che ne stampano clandestinamente
centomila copie. Fidel parla di "libertà economica" e di "giustizia sociale" ; ma in concreto le
misure che vengono auspicate sono ben lontane da un attacco vero e proprio alla borghesia
cubana e un accenno al problema della dipendenza neocoloniale. Viene comunque condannato
a 15 anni di prigione nel penitenziario dell’Isola dei Pini. Qui trova Raul, condannato a 13
anni. Intanto la moglie Mirta causa seri problemi politici a Fidel essendo suo fratello il
sottosegretario del Governo. Nel maggio del 1955 il Congresso vota un’amnistia generale.
Sul battello che riporta sull’isola i prigionieri nasce il "Movimento 26 Luglio" (M 26-7). Fidel,
subito dopo la liberazione, divorzia. Mirta si sposerà di nuovo, Fidel no. Fidelito sarà
all’Avana quando il padre tornerà trionfante.
Non vedendo possibilità di una lotta politica interna, Fidel e Raul lasciano Cuba il 7 luglio
1955.
La preparazione in Messico
Dopo essere stati liberati, nell’estate del ‘55 Fidel e Raul Castro partono per un volontario
esilio in Messico. L’idea è di organizzare un corpo di spedizione per "invadere" Cuba e
provocare un’insurrezione generale nell’isola. L’idea strategica centrale è ancora, grosso modo,
la stessa dell’attacco alla caserma Moncada del ’53. Sbarcare vicino a Santiago de Cuba (la
zona preferita dai Castro che provengono proprio dalla provincia di Oriente e che quindi
conoscono bene) e attaccare una caserma, in coincidenza con un’insurrezione nella città
provocata dalla rete clandestina del Movimento 26 Luglio. I preparativi della spedizione
durano quasi due anni. Si tratta di raccogliere i fondi per finanziare l’impresa, di addestrare
gli uomini alla guerriglia e di rafforzare la rete resistenziale a Cuba. Sul piano politico, il
biennio 1955-56 segna il progressivo distacco del Movimento dal Partito ortodosso. Se la
frattura politica è comunque sfocata, nel senso che le riforme che il Movimento auspica
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continuano ad essere abbastanza vaghe, è invece reale e profonda sul piano organizzativo, sia
perché Fidel avoca a sé la direzione suprema del movimento rivoluzionario, sia perché il
Partito ortodosso non è pronto a trasformarsi in un’organizzazione compatta, come la
strategia che Fidel aveva scelto esigeva. A Città del Messico, Ñico Lopez, un altro esule
cubano compagno di Fidel e superstite dell’attacco alla caserma Moncada, conosce Ernesto
Guevara, che in quegli anni lavora all’Ospedale generale della capitale, e lo presenta a Raul,
poi a Fidel. Quando Fidel propone a Guevara di unirsi ai rivoluzionari come medico,
l’argentino decide che è giunta l’ora di passare all’attacco, unico sistema per battere il
capitalismo. Il quartier generale degli esiliati è in una casa di una cubana, è lì che Fidel
conosce Ernesto Che Guevara, colui che sarà uno dei protagonisti della Rivoluzione. Il
gruppo viene addestrato in una fattoria vicino alla capitale, sotto la guida di un anziano
ufficiale di origine cubana. Ernesto Guevara è l’unico con una formazione culturale e politica
superiore a Fidel Castro. Non ancora militante comunista, è invece già saldamente ancorato
al marxismo-leninismo. Improvvisamente nel giugno 1956 la polizia fa irruzione nella fattoria
e arresta tutti. Guevara avrebbe dovuto essere espulso dal Messico per via del permesso di
soggiorno scaduto, mentre i cubani vengono rilasciati per mancanza di capi di imputazione
seri. Fidel è assolutamente contrario ad abbandonare l’argentino, sapendo di aver bisogno di
uno come lui, al punto di perdere tempo e denaro preziosi per tirarlo fuori dal carcere grazie ad
un burocrate corrotto. Anche se il Movimento è stato fortemente indebolito dall’azione della
polizia, Fidel si rende conto che è giunto il momento di partire per Cuba. Ernesto Guevara si
congeda dalla moglie Hilda e dalla figlia di appena sei mesi. Il 26 agosto 1956 Fidel annuncia
che rientrerà a Cuba prima della fine dell’anno. "Prima che giunga il 1957 - proclama - saremo
liberi o martiri". Alle critiche di aver dato la possibilità a Batista di organizzare una difesa,
Fidel risponde che non c’è problema, che si chiama "guerra psicologica". Fidel compra da uno
statunitense il "Granma", una barca per una ventina di persone, e si fa cedere anche un piccolo
terreno sulle sponde del fiume Tuxpan per far aggiustare la vecchia imbarcazione. Saranno
però in ottantadue i rivoluzionari che lasceranno il Messico sul Granma la notte del 25
novembre 1956.
Dalla Sierra Maestra a L’Avana
Nella notte del 25 novembre 1956 ottantadue uomini salgono a bordo del Granma, una
vecchia imbarcazione di legno, lunga tredici metri e larga cinque, e costruita per accogliere al
massimo venticinque persone. Navigando a luci spente per non venire fermati dalle autorità
messicane, la barca scende il Rio Tuxpan e raggiunge il mare aperto a sud del Golfo del
Messico dove imperversa il maltempo. Il Movimento 26 di luglio, che opera a Cuba sotto le
direttive di Fidel stesso, ha predisposto l’appoggio logistico allo sbarco in più punti dell’isola:
Manzanillo, Campechuela, Media Luna, Pilón. Un servizio di accoglienza è stato
organizzato da un gruppo di contadini conquistati alla causa. Sull’altro fronte, l’esercito di
Batista è pronto a combattere. Gli aerei C47 e B25 si danno il cambio lungo la costa. Un
elenco di imbarcazioni da diporto è stato segnalato ai guardacoste e ogni sospetto deve essere
fermato per controlli. La pioggia, la nebbia e il cattivo tempo che, nello stretto che separa
l’isola dal Messico, avevano reso quasi impossibile la traversata, ora proteggono dai fasci
luminosi della marina cubana gli uomini di Fidel. All’alba del 2 dicembre, dopo una settimana
di faticosa navigazione, il Granma costeggia la terraferma, ma si incaglia lontano dalla
spiaggia prevista dove ci sono i compagni ad attenderli. Finiscono in un’inestricabile palude di
mangrovie, e vengono subito individuati dall’aviazione nemica. L’unica possibile via di
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salvezza che si presenta ai guerriglieri è la Sierra Maestra, che si erge non molto lontano da
loro. In condizioni terribili, molti si perdono, e per molti giorni vagano alla cieca in una
giungla fittissima, carichi di armi. Sfuggono per poco all’esercito di Batista però, infatti la
barca è stata scoperta, e per tutta l’isola si diffonde la voce che Fidel Castro è sbarcato con
duecento uomini. Tre giorni dopo lo sbarco, in un canneto chiamato Alegría del Pio, i ribelli
devono subire il primo violentissimo attacco da parte dell’esercito. Solo 15 degli 82 uomini si
salvano, questi si dividono in gruppi e si ritroveranno solo dopo giorni. Molti sono feriti.
Anche Ernesto Guevara, il medico della spedizione, viene ferito molto gravemente al collo e
al petto. A L’Avana non tarda a diffondersi la notizia che Fidel è morto e che i rivoluzionari
non sono più un problema per la dittatura di Batista. Il mondo intero se ne convince presto, e
persino l’esercito ritira dalla Sierra Maestra una parte significativa delle proprie unità. Ci
vorranno diverse settimane prima che il gruppo dei sopravvissuti si ritrovi. I primi mesi del
1957 vengono usati per ampliare i territori dei guerriglieri sulla Sierra Maestra e per
riorganizzare un esercito con l’apporto di nuovi contadini conquistati dalla causa della
Rivoluzione. Restano nascosti per non attirare l’esercito di Batista sulla Sierra sapendo di
essere ancora pochi. In pochi mesi però i ribelli si organizzano, crescono di numero
costantemente, e incominciano a colpire alcune postazioni nemiche. Il 17 gennaio avevano già
conquistato la caserma di La Plata, importantissima postazione sulla Sierra, e in seguito
riescono ad avere sempre un maggiore dominio della regione. Verso la metà di febbraio Fidel
vince un’altra battaglia ospitando sulla Sierra il giornalista del New York Times Herbert
Matthews, che scriverà un articolo sul quotidiano statunitense raccontando le imprese dei
giovani cubani rivoluzionari, e convincendo così il mondo intero che Castro e compagni sono
ancora vivi e determinati. In marzo incominciano manifestazioni e insurrezioni in tutta l’isola,
incominciando a preoccupare Batista che aveva largamente sottovalutato la potenzialità della
rivoluzione. Sul piano politico, Fidel lavora tantissimo cercando di creare un ampio fronte di
appoggio alla guerriglia cui partecipino tutti i settori politici e sociali in lotta contro la
dittatura. L’impresa non è facile: i partiti borghesi sono disposti ad aiutare l’esercito ribelle,
ma rifiutano qualsiasi tipo di alleanza con i comunisti, mentre i comunisti sono d’accordo di
trattare con i partiti borghesi, ma si rifiutano di aderire alla strategia guerrigliera di Fidel.
Solo in estate Fidel riesce a unire le forze grazie a compromessi e lunghe trattative. Intanto
sulla Sierra il Che lavora per istruire i contadini analfabeti. Fonda una scuola di reclutamento
e di addestramento a El Hombrito, e diffonde la voce della Rivoluzione grazie alla radio e ai
giornali. Forte dei suoi successi, la guerriglia arruola adepti che hanno origini sociali diverse,
compreso un gran numero di donne, che, anche secondo il Che, sono importantissime in un
processo rivoluzionario per garantire collegamenti e comunicazioni con le altre forze
combattenti.
Il 1958 incomincia bene per la Rivoluzione. Ormai sono più di seicento gli uomini che lottano e
combattono, senza contare quelli che in città compiono sabotaggi, manifestano, scioperano e
mantengono una rete di informazioni e di aiuti per il M 26-7. La Sierra è ormai completamente
"territorio libre de Cuba", come, nel febbraio ’58, dice Fidel a Radio Rebelde, che trasmette
dalla Sierra Maestra comunicando ai cubani gli ideali della Revolucion. Più tardi sarà il Che
di persona che parlerà al popolo su Radio Bemba. Grazie anche alla stampa clandestina del
Movimento e alle radio locali, sulla Sierra arrivano sempre più volontari, contadini,
studenti… I partiti riconoscono ormai in Fidel Castro il capo supremo del Movimento. La
dittatura è disorientata. In marzo Fidel da al fratello Raul il comando di una colonna di
guerriglieri con il compito di prendere Santiago de Cuba avanzando verso Oriente. Il 9 aprile
fallisce però lo sciopero generale rivoluzionario programmato da Fidel. L’esercito soffoca nel
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sangue i manifestanti di molte città, e Batista ritrova fiducia e continua a credere, ora più di
prima, che il problema della rivoluzione si sta risolvendo a suo favore. Spera infatti che con un
attacco finale ai guerriglieri, a Cuba ritornerà l’ordine. Ai primi di maggio partono verso la
Sierra quattordici battaglioni dell’esercito più sette compagnie con mortai e carri armati, vale
a dire circa diecimila uomini sostenuti dall’aviazione e dalla marina. Ma i barbudos, come
venivano chiamati perché avevano tutti la barba, giocano in casa e, al riparo in una giungla
che conoscono alla perfezione, affiancati dai contadini, padroni assoluti degli accessi più
importanti, dei ponti stradali e ferroviari, riescono a combattere una forza armata dieci volte
più potente di loro. Si impadroniscono di radiotrasmittenti nemiche dalle quali riescono a
ordinare agli aerei di Batista di bombardare le sue stesse postazioni. Riescono ad
impossessarsi di oltre cinquecento armi di ogni tipo, compresi mortai e carri armati. Tra il 25
di maggio e la metà di agosto del ’58 l’esercito di Batista viene duramente sconfitto e a
L’Avana il panico si diffonde tra i dirigenti del regime.
Nell’estate del ’58, non solo Fidel riesce a consolidare l’alleanza dei partiti e dei movimenti
contro la dittatura, ma nasce finalmente a Caracas il "Fronte Civico" proposto da Fidel un
anno prima per organizzare meglio le attività nelle città. In agosto il Che viene nominato
Comandante della colonna 8 "Ciro Redondo" dell’esercito ribelle, con il compito di avanzare
fino alla provincia di Las Villas, mentre Camilo Cienfuegos dovrà guidare la colonna 2
"Antonio Maceo" verso nord per arrivare a Yaguajay, sopra Santa Clara, nel centro-nord di
Cuba (l’obiettivo della colonna era all’inizio la provincia di Pinar del Rio, all’estremità ovest
dell’isola). In agosto e settembre molte città cadono nelle mani del Che e di Camilo
Cienfuegos, e l’esercito di Batista incomincia a traballare non più solo nella giungla della
Sierra. Per oltre un mese le due colonne seguono lo stesso itinerario, poi, vicino al confine fra
la provincia di Camaguey e quella di Las Villas, il 5 ottobre si separano. Cienfuegos ripiega
verso nord, mentre Guevara prosegue verso ovest seguendo da vicino la costa meridionale
dell’isola. Gli obiettivi delle due colonne sono, rispettivamente, il fortino di Yaguajay e la
città di Santa Clara, capitale della provincia di Las Villas e chiave della strada verso
L’Avana. Le sorti della guerra civile a Cuba si decidono fra Natale 1958 e Capodanno 1959.
La battaglia di Santa Clara comincia alle 5 del mattino del 29 dicembre e dura
ininterrottamente per più di tre giorni, fino al pomeriggio del 1o gennaio. Nel corso della
battaglia giunge dall’Avana anche un treno blindato, che però viene fatto deragliare dai
guerriglieri. Quando i combattimenti cessano a Santa Clara, anche Yaguajay è caduta e il
dittatore Fulgencio Batista ha già abbandonato Cuba in aereo. Per impedire problemi enormi
tra i vari movimenti e partiti scesi in campo nella lotta contro il regime, Guevara e
Cienfuegos devono assolutamente raggiungere L’Avana al più presto e prendere il controllo
fino all’arrivo di Fidel Castro. Il dittatore, prima di partire, ha insediato in extremis una
specie di giunta destinata a ostacolare la presa ufficiale del potere da parte dei rivoluzionari.
Le due colonne arrivano nella capitale nel pomeriggio del 2 gennaio 1959, ma la giunta è stata
tolta di mezzo dai partigiani del Direttorio rivoluzionario, un altro movimento che ha avuto
un ruolo importante nella rivoluzione, ma che è sempre stato un alleato difficile per il M 26-7.
I partigiani hanno occupato il Palazzo presidenziale e non sembrano disposti a dividere il
potere con i castristi. Dopo un periodo di tensione dove Camilo ha occupato una caserma e il
Che si è insediato nella Cabaña, l’antica fortezza coloniale che dal porto domina la città, il
pericolo di uno scontro viene scongiurato definitivamente quando, il 6 gennaio, arriva Fidel
Castro da Santiago appena conquistata.
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I rivoluzionari riusciti
Questa è probabilmente la parte meno letteraria dell’intero scritto, poiché ho pensato che se
volessi descrivere veramente di un rivoluzionario riuscito avrei dovuto prendere uno che è
riuscito realmente nel suo progetto, poiché, per la stragrande maggioranza delle persone, le
utopie scientifiche teoricamente non possono essere applicate con successo. Per questo motivo
non ho cercato dei personaggi letterari, ma ho semplicemente cercato di raccogliere maggiori
informazioni sul mio Rivoluzionario per antonomasia e su quello che lui ha fatto per diventare
tale.
Sto ovviamente parlando di Ernesto Guevara della Serna, più conosciuto con il soprannome
di “Che”, il Comandante che in collaborazione con Fidel Castro, collaborò alla rivoluzione
cubana. Ho scelto lui, non solo perché è diventato il rivoluzionario per eccellenza, non solo
perché buona parte delle persone che indossano delle magliette con raffigurato il suo volto non
conoscono veramente la sua storia, mentre io ritengo sia importante saperla per non attaccarsi
a delle chimere e a dei cliché che rischiano di svalutare la vera figura del Guevara. Ho scelto
lui proprio per poter mostrare come almeno una volta nella storia un rivoluzionario è riuscito a
compiere il suo intento, senza frenarsi, combattendo con tutti i mezzi possibili le ingiustizie e
senza guadagnarsi privilegi economici o senza burocratizzare il sistema, alla quale
costruzione aveva partecipato attivamente. Ma inizialmente credo sia sensato analizzare la
sua storia, prima di cercare di ricostruire, attraverso i testi e i documenti rimasti il suo
pensiero.
Ernesto Guevara de la Serna, nasce nella città di Rosario, in Argentina, vicino al confine con
il Paraguay, il 14 luglio 1928, figlio di Ernesto Guevara Lynch, un piccolo imprenditore
mediamente abbiente, e di Celia de la Serna, cattolica ma recentemente convertita al
liberalismo. Entrambi i genitori sono colti ed eredi, senza molto piacere, di un’oligarchia che
gli sembra passiva e timorosa. Il piccolo Ernesto cresce per i primi due anni a Caraguatay,
luogo scelto dai genitori per l’allevamento dei figli, e sfortunatamente da piccolissimo si
ammala di una broncopolmonite che quasi lo uccide, probabilmente la causa del suo asma che
segnò la sua adolescenza e tutta la sua vita. Infatti fu costretto a trasferirsi in diversi paese,
sia in cerca di un ambiente più salubre, sia per i continui impegni lavorativi del padre. Abitò a
Cordoba, in seguito ad Altagracia, in luoghi più secchi e più salubri per la salute del giovane
Ernestito. La madre Celia gli insegna a leggere e a scrivere, sia in spagnolo che in francese,
visto che il giovane Guevara non riusciva a frequentare la scuola regolarmente a causa degli
attacchi di asma. Nella sfortuna quegli stessi attacchi lo portano a leggere in continuazione,
e libri di ogni tipo. La scuola elementare che frequenta è piena di figli di contadini che, a
differenza di lui, non avrebbero mai avuto le opportunità (prettamente legate alla rendita dei
genitori) di crearsi un futuro diverso, e questo Ernestito, lo capisce chiaramente. La sua
passione per la lettura la si riscontra anche quando durante gli anni del liceo: legge
Baudelaire in lingua originale, Neruda, Marx, Freud, Steinbeck,Zola, Verne, Salgari. La sua
lettura è a dir poco frenetica e lo porta ad acquisire una cultura precoce, infatti il suo baglio
culturale a tredici anni è paragonabile a quello di un diciottenne. Inizia a praticare sport, il
rugby, in particolare, dove sviluppa un forte spirito combattivo già tipico della sua persona.
Durante il periodo della seconda guerra mondiale il padre si iscrive ad una armata
antifascista, e Ernestito lo segue, diventando un vero informatore e controllore dei traffici
degli immigrati tedeschi. Finisce il liceo e inizialmente si iscrive ad ingegneria, ma, inseguito
alla vista della nonna agonizzante, cambia radicalmente idea e si iscrive alla facoltà di
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medicina. Studia medicina e nel contempo viaggia per tutta l’Argentina e tutto il Sud
America, ampliando i suoi contatti con gli ambienti poveri del continente. A fine dicembre
1951 parte assieme ad Alberto Granado, un suo grande amico, con La Poderosa, una moto che
gli permette di visitare diversi paesi della costa del sud pacifico. Non sono dotati di molto
danaro, e per sopravvivere mangiano poco e compiono brevi lavoretti, come diagnosticare
malattie alla povera gente, sempre l’unico contatto di Ernesto. Durante questo viaggio La
Poderosa si rompe e, dopo averla ribattezzata la Gracilina, i due ripartono con ogni mezzo
disponibile. Proprio durante questo periodo Ernesto inizia a tenere un diario della sua vita e
delle sue esperienze, cosa che continuerà a fare fino alla fine dei suoi giorni. Ad agosto del
1952 i due si dividono, Ernesto vuole tornare a Buenos Aires, per terminare gli studi, mentre
Alberto rimane in Venezuela. Ernesto diventa un medico a tutti gli effetti, dopo aver ricevuto
la laurea, e inizia a lavorare come medico generale e sceglie lui di aiutare chi non aveva
abbastanza danaro per poter permettersi le cure di un medico comune.
Ma la voglia di viaggiare di Guevara non è stata placata, visto che nel 1953 decide di partire
nuovamente verso i paesi del Centro America. Va in Equador, dove incontra Ricardo Rojo,
un esiliato argentino, che gli racconta della straordinaria riforma agraria promulgata dal
presidente del Guatemala Jacobo Arbenz, che aveva avuto il coraggio di espropriare più di
duecentocinquantamila acri di terra della United Fruit Company. È questo il motivo che
spinge Guevara a partire verso il Guatemala, dove l’ambiente politico e sociale lo interessa.
Incontra Hilda Gadea, una esiliata peruviana, che lo mette in contatto con un gruppo di
rivoluzionari cubani, sopravvissuti all’assalto compiuto dalla seconda dittatura di Batista.
Ernesto, che da sempre aveva dimostrato un acceso antimilitarismo, aveva nel contempo
affermato fortemente che per compiere le rivoluzioni ci sarebbe voluto un intervento armato da
parte del popolo, da parte sua. E questa sua idea è in comunione con i guerriglieri cubani:
Dario lopez, Mario Dalmau, Armando Arencibia e Nico Lopez, le sue prime conoscenze che
iniziano a chiamarlo “Che”, a causa dell’utilizzo spropositato di questo temine argentino di
origine guaranì, utilizzato per intercalare. Nell’agosto del 1954, in seguito all’intervento
militare statunitense contro il legittimo governo Arbenz, il Che si rifugia a Città del
Messico, dove stringe amicizia con un profugo guatemalteco, con cui farà per un po’ il
fotografo ambulante. L’anno successivo Ernesto ottine un posto all’istituto di Cardiologia
all’Ospedale Genale della città e qui, per caso, rincontra Nico Lopez, che lo introduce incasa
di Maria Atonia Gonzalez, sorella di un perseguitato politico del regime di Batista. Proprio
in queste case e grazie alla Gonzalez, il Che Incontra Fidel Castro e decide di arruolarsi
subito come medico alla spedizione che si sta preparando verso Cuba.
Il gruppo si addestra a lungo, ma viene anche scoperto ed imprigionato. In carcere passano
due mesi, fino a che il 25 novembre 1956, lo Yacht Granma parte con a bordo ottantadue
uomini con rotta verso l’isola di Cuba. Dopo una settimana di mare mosso, dove Guevara
fatica a sopportare la nausea, il gruppo sbarca a Playa de las Coloradas nella parte orientale
dell’isola. Nel giro di tre giorni il gruppo viene decimato: settanta uomini muoiono sul campo
di battaglia: Solamente dodici sopravvivono e decidono di rifugiarsi nella vegetazione della
Serra Maestra. Gli scontri armati tra l’esercito di Batista e i Barbudos1, che accolgono tra le
loro fila sempre più gente durano per circa due anni, fino a che il 28 dicembre 1958 il
Comandante Guevara, a capo della propria divisione militare, vince la decisiva battaglia di
Santa Clara e dopo pochi giorni, precisamente il 2 gennaio 1950, la colonna del Che entra
vittoriosamente all’Avana. Il 9 febbraio un decreto del governo dichiara Ernesto Guevara
Barbuti. Probabilmente chiamati così perché Fidel Castro, il loro generale aveva la barba ed era un modo per
definili univocamente, per altri invece chiamati così per l’impossibilità di farsi la barba da quanto erano cacciati.
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cittadino cubano di nascita per i servizi resi alla rivoluzione. Tra giugno e novembre inizia un
lungo viaggio tra i paesi non allineati: si incontra, tra gli altri, con Nasser, Nehru, Sukarno e
Tito. Al ritorno è nominato Presidente del Banco Nacional de Cuba. L'anno seguente visita i
paesi dell'est europeo e la Cina: intavola trattative commerciali con Mikoyan, Mao e Chu en
Lai. A febbraio del 1961 Guevara viene nominato Ministro dell'Industria. In questo periodo
lavora circa 10 ore al giorno, e si arrabbia moltissimo se alcuni dei suoi dipendenti ne lavora di
meno. Non si tratta di sfruttamento, ma di una scelta di collettivizzazione del lavoro, tutti
dovevano lavorare lo stesso tempo degli altri, dal ministro all’operaio. Il 15 aprile mercenari
finanziati dalla Cia tentano un'invasione dell'isola alla Baia dei Porci: il Che partecipa
attivamente alla difesa e alla sconfitta degli invasori.
Il resto è meno interessante, sebbene segni il mito del Che. Infatti la sua vita politica
prosegue fra mille impegni e viaggi all’estero. La vita politica di Guevara prosegue tra mille
impegni e viaggi all'estero: l'11 dicembre 1964 pronuncia un discorso davanti all'Assemblea
Generale della Nazioni Unite, a New York; pochi giorni dopo parte per l'Africa e per la
Cina. Il 14 marzo 1965 rientra a La Habana. All'aeroporto lo accoglie Fidel Castro: è l'ultima
volta che il Che compare in pubblico.
Il 3 ottobre, in risposta alle supposizioni fatte da alcuni giornali stranieri sulla sorte del Che,
Castro legge la lettera di addio, scritta da quest'ultimo prima della sua partenza da Cuba. A
novembre del 1966 Ernesto Guevara, travestito ed irriconoscibile, raggiunge la selva boliviana
e si aggrega al focolaio guerrigliero, che è lì istallato. A marzo dell'anno seguente arrivano al
campo base Régis Debray e Ciro Bustos, che vengono arrestati il 20 aprile ed iniziano a
rivelare la presenza del Che e di alcuni cubani in Bolivia. L'esercito di Barrientos riesce a
limitare la diffusione della guerriglia, che, infatti, mai attecchirà tra gli spaventati
campesinos boliviani. L'8 ottobre 1967, alla Quebrada del Yuro, vicino al villaggio di
Higueras, un distaccamento di rangers si scontra col gruppo di guerriglieri capeggiato da
Guevara: il Che, colpito da una raffica di mitragliatrice alle gambe, è fatto prigioniero. Poche
ore dopo verrà freddato con un colpo di pistola al cuore.
Questa è la sua vita, ma forse non basta a descrivere quello che lui pensava, forse c’è bisogno
di una interpretazione a queste nozioni storiche e biografiche. Possiamo capire bene cosa
pensava riguardo al suo essere rivoluzionario e come cercava di attuarlo con i documenti dei
suoi discorsi che abbiamo. Sicuramente la sua condizione economica non era limitante, infatti
poté studiare medicina, ma crebbe in un ambiente di poveri contadini, che non possedevano
nulla, mentre in netta contrapposizione ai suoi vicini di banco vi erano i ricchi proprietari
terrieri che cercavano di guadagnare il più possibile. Inoltre il suo carattere era chiaramente
segnato da una caparbietà, lo troviamo nei suoi discorsi quando parla di sì, del rivoluzionario:
la Rivoluzione si fa attraverso l’uomo, ma l’uomo deve forgiare giorno per giorno il
suo spirito rivoluzionario.
In queste poche parole si capisce come l’autocritica volta a rinforzare i propri ideali, le proprie
certezze determinano la scelta del rivoluzionario, che non solo si oppone ad un sistema
proponendo la sua alternativa, ma si motiva per organizzare una resistenza e poter
partecipare attivamente alla riuscita del suo progetto. Questa autocritica è volta anche ad
una scelta quasi elitaria, ossia non tutti sono rivoluzionari, ma solo quelli che hanno una
determinata etica, e che non compiono atti efferati.
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La condotta rivoluzionaria è lo specchio della fede rivoluzionaria e quando qualcuno
che si proclama rivoluzionari non si comporta come tale no può essere altro che
pregevole. […] Dentro le masse rivoluzionarie la vigilanza della morale deve essere
più rigida se è il caso della vigilanza contro il non rivoluzionario o l’indifferente.
Queste forti frasi contraddistinguono il suo carattere ma spingono a vedere il rivoluzionario
come uomo fortemente legato alla morale, perché senza di essa non potrebbe esserci nessun
controllo né per gli altri né per se stessi.
Ma questo è una forma di freno? È una forma di autorepressione che tende a bloccare il
movimento? No, per il Che l’autoanalisi non è motivo di arresto del processo rivoluzionario,
anzi, è lo strumento che permette di vedere di volta in volta il proprio rapporto nell’ambito
sociale e politico ed capire cosa è più corretto fare. Per questo motivo non possiamo far entrare
nella categoria di rivoluzionari traditori né repressi il dottor Guevara, perché non compie nulla
che potrebbe tradire i suoi ideali né bloccare il proprio progresso rivoluzionario.
A guardare attentamente si potrebbe muovere la critica di una ipocrisia del Che, causata dal
fatto che, essendo lui antimilitarista, non si spiega la sua scelta di combattere in una
guerriglia nella Sierra Maestra o in Bolivia. Credo che la risposta sta in una sua affermazione
risalente ai tempi del liceo, che gli costò l’uscita dalla classe e la sospensione delle lezioni da
parte dell’insegnante.
I militari non danno cultura al popolo, perché se il popolo fosse colto non li
accetterebbe.
In questa semplice frase pone una differenza tra il guerrigliero per la libertà e la cultura e il
militare oppressore. Infatti lui vedeva nella dittatura di Batista1, nell’utilizzo dei militari per
bloccare le manifestazioni argentine, una sorta di repressione nuda e cruda, senza
motivazione, senza un accrescimento culturale o sociale per chiunque, indipendentemente
dalla parte presa. Sicuramente questo per Guevara fa la differenza, poiché lui pensa che le sue
rivoluzioni possano portare la cultura, così come effettivamente è successo a Cuba, cosa che
non è successo in molti dei paesi colpiti dalle dittature più militariste.
Grazie anche alle sue parole è possibile avere una nuova definizione di rivoluzionario, una
diversa, che forse rischia di sfociare in uno Stacanovismo politico se male interpretata:
Il rivoluzionario vero, il membro del partito dirigente della Rivoluzione dovrà
lavorare ogni ora, ogni minuto della sua vita, in questi annidi lotta tanto dura che ci
aspettano, con un interesse sempre rinnovato e sempre crescente e sempre fresco.
In questa bella definizione si capisce come secondo lui può riuscire un rivoluzionario, la sua
linea guida, la sua tecnica per poter riuscire. Semplice ma nel contempo funzionale è legata
prettamente all’energia e alla ricerca del rivoluzionario di evolversi. Quindi non bisogna
considerarsi arrivati, o aver concluso la rivoluzione, perché essa è in continuo movimento e
solo il vero rivoluzionario, quello che riesce nel suo intento di rivoluzionario, la segue e non
cerca di comandarla o segregarla a determinati ruoli. Si limita a curarla, a controllarla e a
capirla, cosa mai avvenuta da parte dei rivoluzionari traditori, che hanno creduto di poterla
modificare, di poter essere loro i fautori della rivoluzione e non i promuovitori, poiché la
Ricordiamo che Batista dopo il crollo della sua prima dittatura ne istaurò una seconda di carattere reazionario
per evitare che Fidel Castro, che vinse legalmente le elezioni, prendesse il potere.
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rivoluzione si muove da sé, avanza tra le genti che sono nelle condizioni economiche e sociali
permettendogli di proliferare.
Forse per questo motivo lo considero il solo che è riuscito nel suo intento, non per l’aurea
mitica di chimera realizzata che ormai gli è stata attribuita dagli anni ‘70 ad oggi, con tutti i
rimbalzi musicali e legati alla moda che sono seguiti, ma soprattutto per la sua progressione
nella visione marxista, o meglio, nel mantenimento dell’ideale progressista, modificato
dall’evolversi della società , che ovviamente non poteva più essere identica a quella analizzata
da Marx cento anni prima.
Sicuramente questa è la caratteristica principale del rivoluzionario riuscito, capire dove si è
sbagliato per correggersi, capire dove si vuole arrivare e da dove si sta partendo.
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Bibliografia
John Reed
Carlo Bernari
Dieci giorni che sconvolsero il mondo
Torino, Einaudi, 1946
Tanto la rivoluzione non scoppierà
Milano, Mondatori, 1976
Aleksandr Isaevic Solzenicyn
Ernesto “Che” Guevara
Una giornata di Ivan Denisovic
Torino, Einaudi , 1956
Idearlo
Roma, Newton, 2002
George Orwell
Paco Ignacio Taibo II
La fattoria degli animali
Milano, Mondadori, 1945
Senza Perdere la Tenerezza
Milano, Il Saggiatore, 1996
Cesare Pavese
A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto
Il Compagno
Torino, Einaudi, 1947
Profili storici 3 – dal 1900 ad oggi
Bari, Laterza, 2000
Antonio Tabucchi
Saverio Tutino
Sostiene Pereira
Milano, Feltrinelli, 1994
L’ottobre Cubano
Torino, Einaudi, 1968
Ernest Hemingway
Per chi suona la campana
Milano, Mondadori, 1940
Giuseppe Vettori
Canti rivoluzionari nel mondo
Roma, Newton, 1975
AA. VV.
Spagna 1936-1939
(Fotografia e informazione di guerra)
Venezia, Marsilio, 1976
Sitografia
http://www.cubaycuba.net/ELCHE/CHEvita.htm
http://www.ica-net.it/quinterna/1946_70indifesa/fondamenti1.htm
http://utenti.tripod.it/Guctrad/cravos.html
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http://www.italialibri.net/autori/pavesec.html
http://www.themagazine.it/Autori/PQRS/Solzenicyn_Aleksandr/index.shtml
http://www.italialibri.net/autori/tabucchia.html
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Filmografia
S. Ejzenstejn
Ottobre
Urss 1928
Ken Loach
Terra e Libertà
Inghilterra 1995
Dell’opera: Storia del Comunismo, edito da Rizzoli
La guerra civile Spagnola
1999
Alla rivoluzione sulla due Cavalli
Ringraziamenti (in ordine sparso) per la riuscita dell’opera.
Ringrazio il prof. Michele Airoldi per la collaborazione e il continuo aiuto durante la
produzione di questo testo; i miei genitori per avermi sopportato, ma soprattutto per
l’educazione che mi hanno dato e il continuo stimolo all’analisi storica e politica degli
avvenimenti, ma soprattutto per esserci; il prof. Paolo Guidera per i diversi spunti di
riflessione storici e per la gran quantità di materiale che mi ha fornito; Emanuale Ferrari per la
“collaborazione musicale”(mi ha fornito molte canzoni interessanti); Laura Carniel, per il
continuo supporto morale, che in alcuni momenti è stato fondamentale; Camilla Serri, mia
sorella, per le discussioni avute nel passato, dove mi ha permesso di capire quanto sia
importante la storia per capire i problemi attuali (ed in alcuni casi dimostrare all’interlocutore
che ha appena pronunciato una scemenza); tutti coloro che ora ho dimenticato e che
meriterebbero un ringraziamento; me stesso per aver resistito fino in fondo nella realizzazione
di questo progetto.
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