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Indice
Introduzione
pag. 7
di Attilio Rimoldi - segretario generale Fnp Cisl Lombardia
Oltre il Pil.
Coordinate per una nuova economia politica
pag. 11
di Alberto Berrini - economista
Bisogno e capacità: cura e assistenza
in una prospettiva di sviluppo umano
pag. 19
di Lara Bellardita - psicologa del lavoro
La Cisl e la contrattazione sociale per il benessere pag. 35
di Aldo Carera - docente di Storia economica
Luoghi, interpreti e contenuti
della contrattazione sociale
pag. 65
Tavola Rotonda con
Gigi Petteni - segretario generale Cisl Lombardia
Attilio Rimoldi - segretario generale Fnp Cisl Lombardia
Carmela Tascone - segretario generale Cisl Varese
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FNP
PENSIONATI
LOMBARDIA
In questo numero di “Informa” abbiamo raccolto le relazioni e gli interventi della tavola rotonda del seminario di studio “La crisi e le buone utopie”, organizzato
dalla Fnp Lombardia e BiblioLavoro a Cernobbio, dal 7
al 9 ottobre 2009.
Rivolto al gruppo dirigente del sindacato dei pensionati
Cisl della Lombardia, il seminario ha voluto analizzare le
motivazioni e gli effetti della crisi che stiamo attraversando e le sue conseguenze. Anche con riferimento alle
impostazioni storiche della Cisl, si sono riproposti alcuni concetti culturali-guida in grado di orientare un’azione per una convivenza civile e democratica ridisegnata
a misura d’uomo.
Le “buone utopie” sono quelle che, partendo dalla realtà imperfetta che viviamo, indicano mete e obiettivi
ideali da perseguire per rispondere alle problematiche
sociali che intendiamo rappresentare.
Siamo stati aiutati in quest’analisi da tre relazioni sulle quali si è sviluppato un nutrito dibattito: sulla crisi
finanziaria si è soffermato l’economista Alberto Berrini; sui valori di riferimento, la psicologa del lavoro Lara
Bellardita; sulla storia sindacale della Cisl, lo storico
Aldo Carera.
Il seminario si é concluso con la tavola rotonda “Luoghi,
interpreti e contenuti della contrattazione sociale”.
Raccolte le tante domande e osservazioni scaturite dal
dibattito di quei giorni, il professor Carera le ha riproposte a Gigi Petteni, segretario generale Cisl Lombardia,
a Carmela Tascone, segretario generale Cisl Varese, ad
Attilio Rimoldi, segretario generale Fnp Lombardia.
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Introduzione
di Attilio Rimoldi, segretario generale Fnp Lombardia
La segreteria dei pensionati Cisl della Lombardia ha voluto promuovere un momento di riflessione e riunire
il suo gruppo dirigente per un importante seminario,
organizzato con l’ausilio di BiblioLavoro. In Lombardia
abbiamo costituito, Fnp e Cisl insieme, un gruppo interdisciplinare di ricerca e di azione, “Gira” è il suo acronimo, per favorire lo sviluppo culturale.
Fanno parte di questa iniziativa Alessandro Candido,
giurista, Francesco Maccaletti, sociologo, Alberto Berrini, economista e Lara Bellardita, psicologa del lavoro. Il
gruppo è coordinato da Aldo Carera, che oltre ad essere
presidente di BiblioLavoro è un collaboratore assiduo
della Fnp lombarda.
A lui abbiamo chiesto di guidare i lavori di questo seminario, che è un incontro di riflessione sui grandi temi
della crisi finanziaria ed economica, della cultura sociale dentro una società individualizzata, rapportandoci
alla storia e dell’esperienza sindacale della Cisl.
Il titolo scelto per questo seminario é “La crisi e le buone utopie” e non è casuale.
Siamo infatti consapevoli che gli effetti della crisi pesano negativamente sul mondo del lavoro e sulle condizioni di vita di pensionati e famiglie. Chi fa attività sindacale nella Cisl è quotidianamente impegnato a dare
risposte adeguate alle problematiche occupazionali e
sociali.
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Attraverso un confronto deciso del sindacato, in primis
la Cisl, con il governo e la giunta regionale, è stata realizzata un’azione di tutela che attraverso l’estensione
degli ammortizzatori sociali, i contratti di solidarietà, la
cassa integrazione in deroga, ha consentito la tenuta di
quella coesione sociale che nei momenti di crisi, si sa,
spesso viene meno.
In Lombardia, grazie al contributo determinante della
Fnp, questo impegno straordinario della Cisl si sta sviluppando anche sulle tematiche sociali e socio sanitarie.
Questo é il nostro impegno quotidiano: a livello generale per un rilancio delle attività produttive con programmi di sviluppo e una ripresa dei consumi attraverso politiche sociali e di giustizia fiscale a favore di
pensionati e lavoratori; a livello locale per una tutela
del lavoro e delle politiche socio sanitarie, elementi indispensabili all’affermazione del diritto di cittadinanza.
Sappiamo di non poter trascurare la necessità di aggiungere all’impegno quotidiano anche un’analisi dei
cambiamenti in atto, per adeguare concretamente la
nostra azione per valorizzare il ruolo sindacale.
E’ importante conoscere meglio le ragioni della crisi per
sapere come comportarci nella nostra politica sindacale rivendicativa e di giustizia sociale. Così come verificare alcuni temi che riguardano direttamente l’azione
sindacale. Penso ad esempio, sul piano contrattuale, a
come affrontare culturalmente un sistema di valutazione del benessere, condizione indispensabile per perseguire un livello di maggiore uguaglianza tra i cittadini,
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e di miglior giustizia attraverso le nostre richieste nei
confronti delle controparti istituzionali, a tutti i livelli.
Dobbiamo avere strumenti che ci diano la possibilità
di misurare la condizione di benessere in un modo più
ampio tenendo conto di tutti gli elementi economici,
ma anche gli obiettivi sociali e di uguaglianza in generale, tutto quanto riguarda il benessere delle persone
per indirizzare la nostra azione. Sono esempi di cosa intendiamo ricavare dai vari approfondimenti culturali ai
vari livelli della nostra organizzazione e di questa nostra
iniziativa.
Dal congresso nazionale confederale è emersa un questione fondamentale per il nostro lavoro: la contrattazione sociale nei territori. Questione ancor meglio
precisata dal consiglio generale nazionale Cisl, riunitosi
a Levico poco dopo il congresso, dedicato proprio allo
sviluppo della contrattazione sociale e di secondo livello. Scelta quanto mai opportuna, perché quando si va a
contrattare le condizioni sociali di ogni singolo territorio non si può tener conto solo del reddito singolo del
lavoratore o del pensionato coinvolto. Bisogna considerare tutta una complessità di elementi, anche familiari e sociali locali, che inevitabilmente modificano le
tradizionali impostazioni contrattuali del sindacato.
Questo bisogno di innovazione del sindacato è evidenziato dalla stessa enciclica “Caritas in veritate”. Il passaggio specifico che ci riguarda direttamente è il punto
64: “Riflettendo sul tema del lavoro, è opportuno anche
un richiamo all’urgente esigenza che le organizzazioni sindacali dei lavoratori, da sempre sostenute dalla
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Chiesa, si aprano alle nuove prospettive che emergono nell’ambito lavorativo, superando quelle limitazioni proprie dei sindacati di categoria. Le organizzazioni
sindacali sono chiamate a farsi carico dei nuovi problemi delle nostre società”. Precisa ancora il Papa: “…
Resta sempre valido il tradizionale insegnamento della
Chiesa che propone la definizione di ruoli e funzioni tra
sindacato e politica. Questa distinzione consentirà alle
organizzazioni sindacali di individuare nella società civile l’ambito più consono della loro necessaria azione di
difesa e promozione del mondo del lavoro, soprattutto
a favore dei lavoratori sfruttati e non rappresentati, la
cui amara condizione risulta spesso ignorata all’occhio
distratto della società”.
Ovviamente in questo caso il Papa si riferisce all’intero
mondo, non solo all’Italia, ma se la leggiamo attentamente si riferisce anche alla necessaria nostra azione,
nell’ambito della contrattazione sociale, per dare maggior attenzione a quelli che sono definiti “i lavoratori
sfruttati e non rappresentati”. Un richiamo che non riguarda solo gli attori del mercato del lavoro, ma tutta
la società. Anche da queste riflessioni è nata l’iniziativa
del seminario “La crisi e le buone utopie”.
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Oltre il Pil: coordinate per
una nuova politica economica
di Alberto Berrini, economista
L’azione sindacale in ambito economico si confronta e
si concretizza all’interno di un contesto storico e un
contesto teorico.
Non è in crisi l’economia (=scienza economica) ma un
certo paradigma di economia che chiamiamo neoliberismo. Questo si fonda sull’ipotesi non realistica che i
mercati siano in grado di autoregolarsi.
L’obiettivo di questa relazione non è analizzare la crisi,
ma indicare le coordinate per una via d’uscita cioè per
la ricerca di un nuovo paradigma.
Gli effetti sociali della crisi
Nel frattempo subiamo i “risultati” dell’economia neoliberista che nel Nord del mondo vogliono dire soprattutto disoccupazione con derive verso la povertà; nel
Sud del mondo fame e morte.
Nella zona euro la crescita del 2009 sarà negativa di
circa il 4%, ma la stima a questo punto è ormai evidentemente ottimistica. La disoccupazione corre verso punte ineguagliate dal 1945: raggiungerà nel 2010
l’11,5% della popolazione attiva, che implica una perdita di posti di lavoro in due anni di 8,5 milioni di unità. Solo nel primo trimestre di quest’anno in Europa si
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sono persi quasi 2 milioni di posti di lavoro. Una crisi
sociale da tenere ben nascosta ma che assume la configurazione del dramma nelle aree del pianeta meno
sviluppate. Con il Pil mondiale nel 2009 attorno al -2%
oltre 200 milioni di persone precipiteranno nella povertà. “Una catastrofe umana”, secondo l’espressione usata dalla Banca Mondiale, che denuncia come il numero
di individui “cronicamente affamati” potrebbe salire
quest’anno a oltre un miliardo. Solo nel 2009 per i bassi indici di crescita 46 milioni di persone in più vivranno
con 1,25 dollari al giorno. Altri 53 milioni a fine anno
ridurranno i loro guadagni a meno di 2 dollari al giorno.
Entro il 2015 potrebbero morire da 1,4 a 2,8 milioni di
bambini in più se non arriva la ripresa.
Un rilettura di Dahrendorf
alla luce della crisi finanziaria
Per chi ha vissuto il II Dopoguerra è normale pensare
che sviluppo economico, coesione sociale e democrazia politica siano compatibili o, meglio ancora, siano
elementi complementari di un unico processo. Fino
alla fine degli anni ’70 i Paesi occidentali “democratici”
hanno infatti visto continuamente aumentare la disponibilità di beni e servizi mentre le differenze sociali, che
pur permanevano, tendevano a ridursi. Nel linguaggio
di Dahrendorf si riusciva a quadrare il cerchio. Con l’avvento della globalizzazione il cerchio incantato è andato in frantumi.
“I Paesi dell’Ocse hanno raggiunto un livello di sviluppo
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in cui le opportunità economiche dei loro cittadini mettono capo a scelte drammatiche. Per restare competitivi in un mercato mondiale in crescita devono prendere
misure destinate a danneggiare irreparabilmente la coesione delle rispettive società civili. Se sono impreparati
a prendere queste misure, devono ricorrere a restrizioni delle libertà civili e della partecipazione politica che
configurano addirittura un nuovo autoritarismo. O almeno questo sembra essere il dilemma. Il compito che
incombe sul primo mondo nel decennio prossimo venturo è quello di far quadrare il cerchio fra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica. La quadratura
del cerchio è impossibile; ma ci si può forse avvicinare, e
un progetto realistico di promozione del benessere sociale probabilmente non può avere obiettivi più ambiziosi”. Così scriveva Dahrendorf a metà degli anni ’90,
prima che l’Occidente attraversasse l’età delle grandi
Bolle dalla New Economy alla crisi subprime. Tali bolle
hanno rappresentato la “carta di credito” che era alla
base della crescita dell’ultimo ventennio. Ora che la
“carta di credito” è esaurita i nodi tornano al pettine.
Per quadrare il cerchio
Si tratta di ripensare le categorie economiche cioè di
ripensare gli obiettivi a partire dagli indicatori che dicono se le cose vanno bene o male. Ciò che misuriamo ed
anche come misuriamo influisce su ciò che facciamo.
Servono nuovi indici proprio per migliorare gli sforzi per
raggiungere obiettivi “sani”.
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“La nuova ecologia politica” di Fitoussi
Questo autore inserisce nello schema di Dahrendorf la
sostenibilità ambientale. Questa si ottiene riequilibrando gli obiettivi di breve e lungo periodo ed inserendo la
questione “etica” nel processo economico.
La variabile “libertà politica” (=democrazia) non è come
in Dahrendorf uno degli obiettivi, ma il luogo dove si
può trovare l’equilibrio tra i vari termini del modello.
Lo sviluppo umano o è democratico o non sarà.
Si tratta di ripensare alla distribuzione delle risorse nel
presente e anche nel futuro per garantire alle prossime
generazioni il diritto di esistere.
Il capability approach di Sen
“Il mercato stima le merci e il nostro successo nel mondo
materiale che viene spesso giudicato dalla nostra opulenza: ma, nonostante questo, le merci non sono nulla
più che mezzi rivolti ad altri fini. In definitiva, il problema
da porsi si incentra sul genere di vita che conduciamo
e su ciò che possiamo o non possiamo fare, possiamo
o non possiamo essere”. Invece il capability approach
concepisce la natura umana in termini di potenzialità.
Uomini e donne non possono essere definiti per ciò che
sono, ma per le capacità che hanno, per le possibilità
che sono sì personali, ma che uno Stato giusto deve
favorire.
“Lo sviluppo richiede che siano eliminate le principali
fonti di illibertà; la miseria come la tirannia, l’angustia
delle prospettive economiche come la deprivazione
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sociale sistematica, la disattenzione verso i servizi pubblici come l’intolleranza o l’autoritarismo di uno Stato
repressivo”. Sen mostra in definitiva come lo sviluppo
e l’aumento della ricchezza si siano realizzati in modo
più rapido e profondo in quei Paesi che si sono posti il
compito di realizzare vasti programmi di alfabetizzazione e di assistenza sanitaria.
L’enciclica Caritas in Veritate ovvero l’economia
del bene comune
Tale enciclica da una parte continua il magistero sociale
della Chiesa dall’altra rappresenta un’importante innovazione nel modo di trattare il mercato, l’economia e,
in generale, la vita civile.
“Se oggi vogliamo salvaguardare il contributo di civiltà
tipico della tradizione civile e dell’etica del mercato diventa sempre più urgente una critica alla forma capitalistica che l’economia di mercato ha assunto negli ultimi due secoli. Chi, come la Chiesa, apprezza e valorizza
l’economia di mercato deve duramente criticare l’avvento di una società di mercato cioè una vita in comune
regolata unicamente dal mercato e dai suoi meccanismi
e strumenti. Senza mercato non c’è vita buona, con solo
mercato la vita è ancor meno buona, poiché vengono
emarginati e atrofizzati altri principi e meccanismi fondativi della vita in comune, che non sono riconducibili al
contratto, quali il dono e la reciprocità”. (L.Bruni - Comunione, la vera sfida dell’economia e della pace, 9 luglio 2009).
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“Poiché comincia a farsi strada l’idea che questa crisi non sia molto diversa dalle altre e quindi fra poco si
potrà tornare senza più pericoli all’esuberanza del passato questa lettera enciclica merita di ricevere risposte
intellettualmente rigorose e rispettose di una visione
dell’economia al cui interno ogni uomo, con la sua vita,
è al centro del meccanismo sociale, e non una pagliuzza in balia dei capricci di un mondo imprevedibile. Già
Giovanni Paolo II, nel 2000, aveva sollecitato una “nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e
dei suoi fini”, ma solo un pugno di intellettuali ha finora
raccolto quella sfida. L’economia civile e di comunione,
a partire dalla comunità famigliare, le imprese sociali,
il ruolo della gratuità e del dono, una economia delle
capacità, il concetto di bene comune, il ruolo della sussidiarietà sono solo alcuni esempi della frontiera intellettuale di cui il nostro Paese è centro di elaborazione”.
(L.Campiglio - “La crisi spiegata a chi non l’ha capita”,
Finanza Mercati 09.07.09).
Alla ricerca di nuovi indicatori: i risultati della
commissione Stiglitz
La commissione Stiglitz, voluta da Sarkozy, fornisce le
seguenti dodici raccomandazioni:
• Bisogna analizzare i redditi e il consumo piuttosto che
la produzione
• Rafforzare l’analisi dal punto di vista delle famiglie
• Bisogna tenere in conto il patrimonio delle famiglie
• Dare più importanza alla distribuzione dei redditi
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• Estendere gli indicatori alle attività non legate direttamente al mercato
• Migliorare la valutazione di sanità, educazione e condizioni ambientali
• Valutare in maniera davvero esaustiva le ineguaglianze
rispetto alla qualità della vita
• Realizzare inchieste per capire come le evoluzioni in
un settore della qualità della vita hanno ripercussioni
su altri
• Creare una misura sintetica della qualità della vita
• Integrare nelle inchieste sulla qualità della vita dati
sull’evoluzione effettuata da ogni cittadino nel corso
della propria esistenza
• Valutare la sostenibilità del benessere ossia capire se
questo si può mantenere nel tempo
• Stabilire indicatori precisi che quantifichino le pressioni ambientali
Conclusioni
La crisi non solo riduce le opportunità economiche ma
restringe anche gli spazi sociali e politici. Si tratta al
contrario di “allargare” tali spazi attraverso la democrazia economica che è precondizione di quella politica.
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Bisogno e capacità: cura e assistenza
in una prospettiva di sviluppo umano
di Lara Bellardita, psicologa del lavoro
Il mio intervento sarà forse un po’ fuori dagli schemi,
però spero che questa modalità formativa possa essere
interessante e anche proficua. Vi dico due cose su di me
così almeno mi conoscete. Io mi sono laureata ormai
nel lontano ‘98 in Psicologia in università Cattolica, dopodiché con una borsa di studio ho avuto la possibilità
di specializzarmi negli Stati Uniti e ho fatto tre anni di
studi. Ho fatto un master, esperienza molto interessante perché mi ha permesso di vedere la diversità della
popolazione in Italia e negli Stati Uniti. Negli Usa ho
condotto un lavoro di ricerca sull’inserimento professionale di persone socialmente svantaggiate, come ex
detenuti, ex tossicodipendenti, i quali partecipavano a
un progetto di formazione per poter riacquistare o acquisire ex-novo le competenze per essere competitivi
in ambito lavorativo.
La maggior parte delle volte molto semplicemente erano competenze perché potessero tenersi il lavoro per
almeno tre giorni. Quando sono tornata in Italia ho
continuato a fare ricerca in collaborazione con l’università degli Studi di Bergamo e l’università Cattolica
nell’ambito di un progetto di monitoraggio psicologico
di persone con problemi cardiaci, quindi fino all’anno
scorso più o meno ero coinvolta in questo progetto
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piuttosto interessante. Ho terminato il mio dottorato
di ricerca con questo progetto e poi ho cercato qualcosa di nuovo, mi piace sperimentare cose nuove, mi
piacciono le novità, e il filone della ricerca della psicologia della salute, della psicologia applicata a quelli
che sono i bisogni quotidiani. Quindi continuo la mia
collaborazione con l’università Cattolica come culture
della materia di psicologia clinica, e collaboro con l’Istituto nazionale dei tumori di Milano, in particolare con
il gruppo di ricerca del “Programma Prostata”, dove facciamo sia ricerca che clinica. Come vedete sono temi
tutti salienti in termini di bisogno e assistenza, dove c’è
un approccio molto interessante perché è un approccio di ricerca e azione. Si fa ricerca per poi poter avere
degli strumenti per intervenire, e dagli interventi poi si
riparte con la ricerca. Questa è anche l’idea del “Gira”.
Poi quest’anno ho iniziato questa interessante collaborazione con la Cisl che mi permette di ampliare ulteriormente i miei orizzonti. Infine, svolgo attività professionale come psicoterapeuta privatamente e questo
è più o meno il quadro delle esperienze che ho fatto
negli ambiti in cui mi muovo, anche per darvi un’idea di
quello che è il mio bagaglio che oggi voglio condividere
con voi. Non ho intenzione di fare una lezione vera e
propria, però mi piacerebbe incuriosirvi su alcuni temi e
offrire degli spunti di discussione su alcuni aspetti che
riguardano appunto il bisogno e le capacità, come queste due cose possono andare insieme.
Vi dico brevemente come è strutturata questa mattina.
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Parleremo di Martha Nussbaum perché la prospettiva
che propone è la base teorica e filosofica dell’intervento di oggi, e in particolare scenderemo su quello che è
nel dettaglio di quello che lei chiama il Capability Approach. Io l’ho volutamente lasciato in inglese perché
la traduzione in italiano, che è “approccio secondo le
capacità”, in realtà non è così chiara, non spiega esattamente perché per noi capacità ha un tipo di accezione,
mentre la Nussbaum all’interno del quadro teorico che
propone intende qualche cosa di diverso che appunto
andremo a vedere. Quindi l’ho lasciato anche in inglese
proprio per ricordarci che capacità non è soltanto quello che so fare, non è sinonimo di abilità, sono due cose
cose leggermente diverse.
Scenderemo in dettaglio e vedremo qual è la lista delle
capacità che la Nussbaum ha individuato. Ci sarà una
breve visione di un video, una parte di un film che credo possa offrire alcuni spunti per poi aprire una discussione, alcune riflessioni. Questo film si chiama “Couscous”, magari qualcuno di voi l’ha anche visto, e poi
scenderemo più nel dettaglio parlando del problema
della cura, come il tema del bisogno e della cura si
conciliano con tutto questo discorso sulle capacità e
sulle possibilità. Poi vi spiegherò la teoria della ghianda.
Iniziamo da Martha Nussbaum. E’ nata nel ‘47 ed è una
filosofa americana statunitense, un’importante studiosa di filosofia greca e romana e di politica ed etica.
Attualmente è professoressa di Diritto e di etica presso
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l’università di Chicago ed è molto impegnata a livello
internazionale in programmi per lo sviluppo dei diritti e
delle capacità nei Paesi in via di sviluppo; si è impegnata molto e ha scritto sulla questione della condizione
delle donne. È consulente per le Nazioni Unite, per la
redazione dei “Report per i diritti umani”, un programma dell’Onu in collaborazione con l’università di Harvard. Lo scopo di questi report, di questi resoconti, è
proprio di capire quali sono a livello internazionale e
soprattutto in fasce particolarmente critiche della società, le condizioni di vita, la qualità della vita, dopo
andremo anche a vedere che cosa significa qualità della
vita, perché questo di qualità della vita è un tema centrale della nostra chiacchierata di oggi. È stata nominata fra i cento intellettuali più importanti al mondo.
Si tratta sicuramente di una figura di rilievo a livello
internazionale. Martha Nussbaum è presidente della
Human Development and Capability Association. Anche
qui la traduzione non è così scontata, nel senso che
è l’associazione per lo sviluppo umano e per l’approccio secondo le capacità, fondata nel 2004 da Amartya Sen, che già in ambito economico aveva proprio in
qualche modo evidenziato la necessità che ci sia una
distribuzione delle risorse affinché tutti possano avere accesso alle possibilità di vivere in maniera piena e
dignitosa. L’obiettivo principale di questa associazione
è proprio quello di promuovere la ricerca multidisciplinare, lo stiamo facendo anche noi, relativa a problemi
fondamentali quali la povertà, la giustizia, il benessere
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in ambito economico. Quello che la Nussbaum ha sottolineato, anche in aggiunta a quello che aveva detto
Sen, è che le istituzioni, i governi, devono farsi carico di
quello che è il terreno su cui le persone possono crescere. Utilizzo una metafora della terra e della crescita
perché rende bene l’idea di come il seme ha già in se
tutte le informazioni per diventare qualcos’altro, però è
comunque necessario che ci sia un terreno fertile, che
ci siano le cure, che ci sia dell’acqua, che ci siano esposizioni alla luce. Secondo la Nussbaum, terra, acqua
e luce sono responsabilità di cui le istituzioni devono
farsi carico, quindi ci devono essere dei principi costituzionali che garantiscano che le funzioni fondamentali
delle persone possano essere espletate. È paradigmatico l’esempio dei comportamenti dei portatori di disabilità. È una responsabilità, la Nussbaum fa questo
esempio, delle istituzioni che non ci siano ad esempio
barriere architettoniche, che le persone vengano educate ad utilizzare un linguaggio rispettoso rispetto a chi
è portatore di disabilità. Per esempio, prima si utilizzava
il termine handicap, poi si è passati a disabile, adesso
il termine è diversamente abile ma proprio perché enfatizzare il deficit non è rispettoso della dignità della
persona.
La Nussbaum sottolinea che c’è una responsabilità
sicuramente individuale, nel senso che ogni persona
deve rispettare l’altro, rispettare la dignità dell’altro,
però chi è a capo del governo deve farsi carico che ci
siano l’educazione e le condizioni affinché questo avvenga.
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Quindi l’associazione promuove la ricerca di alta qualità sullo sviluppo umano e sull’approccio secondo le
possibilità, ricerca che si declina negli studi sulla qualità della vita, sulla povertà, sulla giustizia, sulla parità
fra i sessi. Andiamo a vedere però che cosa significa
sviluppo umano e capacità. Il paradigma dello sviluppo
umano va al di là di quello che fino a poco tempo fa era
considerato l’unico indice di qualità della vita, ovvero
il Pil. C’è stata tutta una corrente di studi sulla qualità
della vita a partire già dagli anni ‘50 in cui si è cercato
di capire quali potevano essere gli indici che indicano
cosa significa avere una adeguata qualità della vita. Inizialmente tutti questi indici erano di tipo economico.
Gradualmente l’approccio, la prospettiva è cambiata,
e si è visto che tra gli indici importanti della qualità
della vita c’è il benessere, il benessere psicologico per
esempio, che quindi non è solo ed esclusivamente il
guadagno, il reddito che determina quello che significa
avere una buona qualità della vita. Secondo l’approccio della Nussbaum, quello dello sviluppo umano è uno
dei criteri: ciascuna persona deve avere la possibilità di
sviluppare adeguatamente il proprio potenziale, quindi
di nuovo la metafora della ghianda. Infatti si intende
proprio questo, dare ad ognuno la possibilità di migliorare la propria condizione, di usare il proprio talento.
Questo è un discorso che va al di là, va oltre le pari
opportunità, perché ognuno di noi parte da una posizione diversa e ha quindi bisogni diversi. Ci deve essere
una garanzia che tutto questo possa avvenire e sono le
istituzioni che devono fornirla. All’interno del paradig-
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ma dello sviluppo umano è fondamentale il concetto
di Empowerment, dove power significa potere, accrescimento delle proprie possibilità in termini spirituali,
politici, sociali o economici. Spesso questo concetto fa
riferimento alla possibilità di sviluppare la fiducia in sé
stessi o nelle proprie capacità. Sentire di essere in grado
di fare, concetto di autostima e di auto-efficacia anche.
Si tratta sicuramente un concetto multi-livello, perché
la necessità di sviluppare le capacità è a livello di comunità, è a livello di nazione, ed è il risultato del senso di
padronanza che ciascuno di noi può avere rispetto alla
propria vita ed il senso di controllo che noi esercitiamo
su quello che avviene intorno, controllo non in senso
coercitivo ma possibilità anche di avere un impatto su
quello che avviene intorno a noi. E questa è un po’ la
metafora. Voglio leggervi qualcosa scritto dalla Nussbaum e preso da questo testo che è “Giustizia sociale
e dignità umana”, proprio perché dalle sue parole, dagli
esempi che lei fa si può cogliere ancora di più quale è
il messaggio e quali sono le basi di questo approccio,
di questo pensiero. Vi leggo questa pagina: “Mio nipote
Arthur è un ragazzo di 10 anni, robusto e di bell’aspetto.
Adora tutti i tipi di macchine e ne conosce in modo impressionante i meccanismi di funzionamento, con Arthur
potrei parlare tutto il giorno della teoria della relatività
se la capissi bene come lui. Al telefono comincia sempre
con un “Ciao zia Martha”, e poi parte a parlare dell’ultimo problema meccanico o scientifico che lo sta affascinando. Ma fino a poco tempo fa Arthur non era in grado
di studiare in classe con altri bambini e quando esce con
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la mamma a fare la spesa non può restare da solo neanche un minuto. Possiede scarsa abilità sociale, e sembra
incapace di acquisirle. A casa è affettuoso ma diventa
terribile se un estraneo prova a toccarlo. Insolitamente
grande per la sua età è anche molto goffo, incapace di
dedicarsi ai giochi nei quali la maggior parte dei bambini
più piccoli di lui è invece già esperto. Ha inoltre tic fisici
sconcertanti ed emette suoni bizzarri. Ha sia la sindrome di Asperger, una forma di autismo, sia la sindrome di
Tourette, i suoi genitori lavorano a tempo pieno e non
possono permettersi grandi aiuti a pagamento. Per fortuna sua madre lavora come organista in una chiesa e
questo le consente di esercitarsi a casa. Inoltre i fedeli
che frequentano la chiesa non fanno caso se porta Arthur al lavoro, ma e questo è ancora più importante, lo
stato in cui vivono ha consentito dopo una lunga battaglia a sostenere i costi per l’istruzione di Arthur in una
scuola privata dotata delle attrezzature necessarie ad
affrontare la sua particolare combinazione di doti naturali e di disabilità”, questo lo ripeto, “di doti naturali e di
disabilità. Nessuno di noi è in grado di dire se un giorno o
l’altro sarà capace di vivere da solo”.
C’è un altro esempio. Lei parla di un altro ragazzino che
è colpito dalla sindrome di Down e dice: “Una volta è
stato chiesto ai bambini dell’asilo frequentato da Jamie
che cosa desiderassero diventare da adulti, i bambini
hanno risposto dicendo le solite cose, stella del basket,
ballerina di danza classica, vigile del fuoco. Poiché l’insegnante non era sicura che Jamie avesse effettivamente
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capito la domanda, gliel’ha riproposta con la massima
chiarezza, Jamie ha risposto soltanto: grande”. Questo
perché mi piaceva darvi proprio un piccolo assaggio
di come scrive e come descrive le cose Martha Nussbaum. In questo testo poi ha prodotto veramente
molto. Arriviamo quindi a quello che è l’approccio secondo le capacità, che è stato anche un po’ introdotto
dagli esempi che vi ho letto.
Le capacità personali come la capacità di vivere fino
ad un’età avanzata, condurre transazioni economiche
o partecipare alla vita politica (alcune delle cose che
anche voi avete elencato prima) sono viste come parti costitutive dello sviluppo economico, quindi non si
tratta di parlare semplicemente di solidarietà nei confronti di chi è più bisognoso. È molto forte quello che
lei dice, cioè, anche il bisogno fa parte della possibilità
di sviluppo di tutti, di tutta la comunità, questo è il
messaggio forte. Non stiamo parlando di “aiutiamo chi
ha bisogno”. Capacità include abilità individuali e risorse, la traduzione letterale “capacità” non rende bene
l’idea perché il concetto è più ampio. Include le abilità
personali ma anche il terreno, per questo la piantina.
Quello dell’approccio secondo le capacità è in opposizione a visioni antropologiche, economiche e sociali
più tradizionali che vedono lo sviluppo semplicemente
in termini di crescita economica, e la povertà come una
mancanza di introiti. Dicevamo prima, ognuno contribuisce allo sviluppo anche attraverso i propri bisogni
particolari. La Nussbaum considera questo approccio
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come universale, come un qualcosa che è applicabile a
qualsiasi cultura e a qualsiasi contesto. Parte dall’idea
che le teorie del contratto sociale hanno sempre incontrato grandi difficoltà nel trattare argomenti come la
giustizia di base e la libertà in situazioni che presentano
grandi asimmetrie tra le parti sociali, nel senso che se
partiamo da una concezione filosofica in cui l’uomo è
in grado di fare tutto, sempre, in maniera invincibile,
allora non c’è neanche tanto bisogno di scendere nella
trattazione degli argomenti di cui parla la Nussbaum,
ma la realtà delle cose è molto diversa. Ci ritroviamo
a sperimentare situazioni che anche naturalmente ci
mostrano come ognuno di noi, magari in particolari
fasce della vita, come per esempio l’infanzia, ha bisogno, è in una condizione di bisogno e di dipendenza. E
questa condizione di bisogno e dipendenza non è in
sé negativa, non ha un’accensione di negatività, anzi,
è una condizione di bisogno, ma all’interno della quale
ci sono però potenzialità per sé e per gli altri. Mi piace
proprio ribadirlo. Questo è il libro da cui ho tratto le
letture di prima, “Giustizia sociale e dignità umana”, un
libro del 2002, in cui la Nussbaum tratta in maniera
approfondita e ampia la questione proprio della cura
secondo l’approccio basato sulle capacità.
L’idea centrale per la filosofa è un’idea di essere umano
come essere libero e dignitoso che modella la propria
vita in cooperazione e reciprocità con gli altri, quindi in
maniera in qualche modo dipendente, o meglio interdipendente. Lei fa una distinzione che può sembrare
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banale ma che in realtà non lo è, perché c’è una dipendenza che è quella dell’adulto, la dipendenza totale
e che chiaramente è necessario che venga superata, e
che si trasformi in una dipendenza matura, una interdipendenza matura che significa proprio che ciascuno di
noi ha bisogno dell’altro. Sempre in questo libro affronta nuovamente la questione relativa alle capacità soprattutto per le donne, proprio perché in molte culture,
in molte situazioni sono quelle che sono più legate al
tema della cura, sono quelle che tradizionalmente forniscono e offrono una cura ma non necessariamente
hanno la possibilità di riceverla, e quindi di sviluppare il
proprio potenziale.
Veniamo alla lista delle capacità. La Nussbaum sostiene che la lista è aperta, nel senso che non è un dogma.
Le capacità possono variare con i cambiamenti storici, economici. Non è quindi una lista statica, ma è in
movimento come è giusto che sia, altrimenti sarebbe
assolutamente in contrasto con l’idea che ogni persona
abbia il proprio potenziale e bisogni diversi.
La prima capacità della lista è la vita. Avere la possibilità di vivere fino alla fine una vita di normale durata,
di non morire prematuramente o di non subire il fatto
che la propria vita sia stata limitata in modo tale da
essere indegna da essere vissuta. E quindi avere salute fisica, poter godere di buona salute, compresa una
sana riproduzione, poter essere adeguatamente nutriti,
avere una abitazione adeguata. E poi l’integrità fisica,
essere in grado di muoversi liberamente da un luogo
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all’altro, di essere protetti contro le aggressioni compresa l’aggressione sessuale e la violenza domestica,
avere la possibilità di godere del piacere sessuale e di
scelta in campo riproduttivo. Mi ha molto colpito la
foto di un’atleta che la prima volta che l’ho vista correre all’Arena di Milano mi aveva molto emozionato, mi
aveva molto colpito. Poi l’ho rivista perché era anche ai
mondiali a Berlino. Si chiama Rachja Al Gastram e si è
qualificata per le semifinali dei 100 metri ai mondiali. È
un atleta del Barejn, corre. È una donna non con il velo,
comunque con il capo coperto, che nell’ambito della
sua cultura, delle sue possibilità sviluppa il suo potenziale. Questa immagine mi aveva molto colpito.
La seconda è il pensiero. Poter usare i propri sensi per
immaginare, pensare e ragionare, avendo la possibilità di farlo in modo veramente umano, ossia in modo
informato e coltivato da un’istruzione adeguata, comprendente alfabetizzazione, matematica elementare e
formazione scientifica ma non limitata a questo. Essere
in grado di usare l’immaginazione e il pensiero il collegamento con l’esperienza, produzione di opere auto
espressive, di eventi scelti autonomamente di natura
religiosa, letteraria, musicale e così via. Poter usare la
propria mente in modi tutelati dalla garanzia di libertà
di espressione rispetto sia al discorso politico e sia artistico ma anche della libertà di pratica religiosa, quindi
parliamo anche di aspetti legati alla spiritualità, all’anima se vogliamo anche. Anche questi sono fondamentali. Poter andare in cerca del significato ultimo dell’esi-
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stenza a modo proprio. Poter fare esperienze piacevoli
ed evitare dolori inutili. Io mi sono un po’ occupata di
trattamento del dolore cronico, chiaramente gli aspetti psicologici del trattamento del dolore cronico. Esiste adesso tutta una corrente, un in ambito sanitario
sanitario ospedaliero legata al diritto del paziente di
non provare dolore. Non è così scontato perché fino a
qualche tempo fa non c’era questa attenzione, centri di
terapia del dolore erano meno strutturati.
La terza capacità sono i sentimenti. Anche questa è
una cosa che ho sentito prima. Poter provare affetto
per cose e persone oltre che per noi stessi. Amare coloro che ci amano e si curano di noi, soffrire per la loro
assenza. In generale amare, soffrire, provare desiderio,
gratitudine, ira giustificata. Non vedere il proprio sviluppo emotivo distrutto da ansie e paure eccessive o da
eventi traumatici di abuso e di abbandono. Sostenere
questa capacità significa sostenere forme di associazione umana che si possono rivelare cruciali nel loro
sviluppo.
La quarta la ragion pratica. L’associazione che a me è
venuta rispetto alla libertà di coscienza è stata questa:
i bambini a scuola che possono imparare anche dire la
propria, quindi essere in grado di formarsi una concezione di ciò che è bene e impegnarsi in una dimensione
critica su come programmare la propria vita.
La quinta l’appartenenza. Poter vivere con gli altri e
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per gli altri, riconoscere l’umanità altrui e mostrare preoccupazione per il prossimo. Impegnarsi in varie forme di interazione sociale, essere in grado di capire la
condizione altrui e provarne compassione, con-passione. Essere capaci di giustizia e amicizia. Tutelare questa capacità significa tutelare istituzioni che diffondo
e alimentano queste forme di appartenenza, e anche
tutelare la libertà di parola e di associazione politica.
Come dicevo prima, gli spunti anche sull’attualità non
mancano. Avere le basi sociali per il rispetto di sé e per
non essere umiliati. Poter essere trattata come persona dignitosa il cui valore eguaglia quello altrui. Questo
implica, a livello minimo, protezione contro la discriminazione della razza, sesso, tendenza sessuale, religione,
casta, etnia, politica. A livello minimo, nel senso che
secondo la Nussbaum c’è una soglia minima per cui
queste funzioni siano garantite a tutti, e poi una soglia massima che è lo sviluppo del potenziale, quindi in
qualche modo la quercia, qualcuno diceva prima rispetto alla ghianda.
La sesta è vivere in armonia con l’ambiente. Essere
in grado di vivere in relazione con gli animali, le piante,
con il mondo della natura. Provare interesse per esso e
avendone cura.
La settima capacità è il gioco. Poter vivere, giocare e
godere di attività ricreative. Pensiamo a tutta la questione di bambini in alcuni Paesi in via di sviluppo costretti al lavoro minorile o alla guerra.
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L’ottava è il controllo del proprio ambiente politico
e materiale. Per quanto riguarda l’ambiente politico
significa poter partecipare in modo efficace alle scelte
politiche che governano la propria vita, godere del diritto di partecipazione politica, delle garanzie di libertà di
parola di associazione. Controllo del proprio ambiente
materiale significa invece avere diritto al possesso di
terra e beni immobili, non solo formalmente ma in termini di concrete opportunità. Avere il diritto a cercare
il lavoro sulla stessa base degli altri. Essere garantiti da
perquisizioni o arresti non autorizzati. Sul lavoro essere
in grado di lavorare in modo degno di un essere umano,
esercitando la ragion pratica e stabilendo un rapporto
significativo di un mutuo riconoscimento con gli altri
lavoratori.
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La Cisl e la contrattazione sociale
per il benessere
di Aldo Carera, docente di Storia economica
Un’idea di benessere
Nella storia della Cisl, più che in quella delle altre organizzazioni sindacali del nostro paese, il termine benessere ha avuto un senso non generico ma ha costituito
una delle chiavi di lettura delle sue stesse linee guida
originarie. Sul tema del benessere la Cisl ha introdotto
elementi di novità rispetto ai più tradizionali orientamenti del mondo cattolico ponendosi sul fronte tracciato dai pochi che, nel secondo dopoguerra, prendevano le distanze dall’antica tradizione assistenzialistica
derivata dall’affermazione biblica che bisogno e bisognosi non mancheranno mai. La tradizione si accontentava di atti assistenziali certo di grande significato –
basti pensare alle infinite forme dell’assistenza privata,
pubblica, sociale, delle comunità civili e delle comunità
religiose – ma che si limitavano a trasferire risorse dagli
abbienti verso i derelitti senza avere elaborato azioni in
grado di consentire alle persone di emanciparsi e di migliorare le proprie condizioni di vita; anzi, consono con
la cultura del tempo, per chi ci credeva era un modo per
guadagnarsi il paradiso senza toccare i propri privilegi
sulla terra. L’avanzare dei contesti democratici lungo il
Novecento proponeva nuove responsabilità alle classi
dirigenti e a chi disponeva di risorse. A partire dagli anni
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Trenta nel mondo industriale si è cominciato a pensare
e, in alcuni casi a operare, in termini di sviluppo inteso
non più solo come crescita economica ma anche come
generalizzato benessere individuale e sociale. Il fine ultimo era ristabilire il nesso tra il miglioramento materiale e il miglioramento umano, della vita dell’uomo in
tutte le sue estensioni.
Il concetto di benessere esprime l’equilibrio delicato tra
le libertà individuali e i bisogni sociali che interpretano
le esigenze delle persone; tra il mercato, che vive di libertà, e le manifestazioni di socialità che del mercato
possono contrastare le aberrazioni e sono in grado di
affermare ideali e valori sulle diverse scale che la storia ci ha insegnato (dalle esasperazioni della socialità
marxista al personalismo cristiano). In fondo la società
in cui viviamo ci consente di fare le nostre libere scelte
valutando di volta in volta come vogliamo collocarci
all’interno del sistema di altre libertà, anche negative,
che possono mettere gli interessi uno contro l’altro. Per
reggere il possibile conflitto naturale tra le persone e i
gruppi, la società contemporanea ha imparato a mobilitare tutte le sue forze, individuando tutti gli attori
in grado di dare il loro apporto. Tra questi attori la Cisl,
sin dalla sua costituzione ormai quasi sessant’anni fa,
si è posta con grande determinazione come sindacato
che aveva non solo l’obiettivo della tutela materiale dei
produttori ma operava pensando alla difesa dei lavoratori come consumatori e alle loro complessive esigenze di progresso civile e umano. Così inteso il benessere
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non è solo un problema dello stato (welfare state) ma
si esprime in una dimensione di solidarietà, di condivisione, di menti collettive che devono in qualche modo
essere capaci di agire non solo per condividere sacrifici ma devono saper progettare il proprio futuro. Con
la forza di operare controtendenza in una società che
continua a proporre situazioni di privilegio purtroppo
oggi quasi in assenza, per molti, di quell’istinto di solidarietà che dava senso alle antiche azioni assistenziali.
Quel che resta, per troppi, è l’istantaneo punto di incontro tra individualismi limitati alle «buone azioni»
stimolate dalle emergenze mediaticamente gestite
(per un terremoto, per qualche raccolta di fondi a fini
benefici ecc.); atti che diventano buone azioni solo se
hanno un’anima che governi il rapido gesto con cui trasferiamo automaticamente qualche euro pacificando
così le coscienze.
Nella sua compiuta estensione, il benessere chiama
in causa direttamente il sindacato come portatore di
istanze di giustizia sociale e di valori che hanno nelle
situazioni di privilegio ingiustificate il loro primo nemico. Ed è il sindacato così inteso, a disporre, nelle proprie
istanze costitutive, della strumentazione relazionale
e delle attitudini contrattuali adeguate ad affrontare i problemi delle collettività. Conta, il sindacato, su
un’esperienza in materia che altri soggetti sociali (le
associazioni più varie, il terzo settore), ma anche le
pubbliche amministrazioni, non hanno nel proprio Dna
e nella propria esperienza. Il benessere transita dalle vie
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della contrattazione e richiede comportamenti collettivi, atti di regolazione e contrattuali, che legittimano i
sistemi democratici perché esprimono rappresentanza
e sanno unire libertà e solidarietà.
Il territorio come risorsa
Date queste premesse generali, la nostra attenzione si
rivolge ora a limitato ambito che riguarda il contesto
più vicino alla nostra quotidianità, il territorio. Nella
cultura Cisl, come peraltro nella tradizione delle leghe
bianche, la presenza sul territorio era costitutiva della
stessa esperienza delle leghe; un territorio conosciuto
e interpretato per quel che era in un paese in cui ogni
zona proponeva situazioni lavorative diverse, mercati
del lavoro segmentati, culture del lavoro e dell’associarsi differenziate. Proprio quel che negavano le leghe rosse, la cui proposta organizzativa si sosteneva
sull’uniformazione bracciantile ed operaia in un mondo
in cui braccianti e operai erano una stretta minoranza e la lotta di classe non poteva essere altro che un
miraggio di pochi. Nella tradizione del sindacalismo di
matrice cattolica invece il territorio è sempre stata una
cosa molto concreta.
La Cisl è nata prima sul territorio che nelle fabbriche e
con il territorio ha sempre mantenuto una forte interazione; quando, con gli anni Sessanta, le categorie si
sono rafforzate, non è stata cancellata la percezione di
concretezza propria della dimensione territoriale, for-
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giata su quello che le persone fanno vivendo, lavorando,
confrontandosi – nel bene e nel male - con le fruibilità
di un territorio, con le capacità produttive e bisogni sociali, con le norme di convivenza e con la cultura sociale
elaborate nel tempo. Il territorio dovrebbe esprimere
sempre una buona vita pubblica, perché a livello locale
è più facile avere una dimensione di moralità sociale e
di quell’ordinato svolgersi della vita collettiva che altri livelli non sanno esprimere. Il territorio è anche il
luogo dove le cose cambiano e, nel cambiare, danno
segnali deboli che solo a livello territoriale sono percepibili e sfuggono alle analisi dall’alto, a chi guarda dai
livelli gerarchici superiori avendo altre chiavi di lettura.
Da quella somma sovente inascoltata di segnali deboli,
provenienti dai diversi territori, nascono le dinamiche
forti che caratterizzano i processi storici nei contesti di
libertà (altre sono le vicende dei regimi non democratici). Se non si ascoltano questi segnali ci si trova immersi, quasi all’improvviso, in realtà differenti da quelle
per cui ci si era attrezzati. Distratti dai macro fenomeni
della globalizzazione o da dinamiche sostanzialmente
estranee all’interesse concreto delle persone e delle
comunità in cui esse vivono. Questi segnali deboli non
devono essere trascurati, bisogna coglierli e saperli organizzare, farli interagire, scoprirne le regole ma anche
regolarli con opportune azioni collettive. L’interazione
è sostanza vitale delle comunità locali. Se noi cogliamo questa capacità del territorio riferita alle persone
e alla loro attitudine a mettersi assieme, troviamo un
profilo che forse solo la dottrina sociale della chiesa
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ha inquadrato compiutamente mettendo al centro la
persona. Certo, si può pensare ad altre culture e ad altre
prospettive, degne quanto quella liberale, che evoca le
libertà e quel minimo che serve per regolare il mercato;
o chi si affida alle istituzioni leggendo, ad esempio, la
sussidiarietà non in relazione alla solidarietà ma a mere
tecnicità gerarchicamente ordinate.
Dal punto di vista storico questa dimensione del territorio è parte originaria della presenza del sindacato
del nostro Paese. In Inghilterra il sindacato è nato nelle fabbriche, da noi è nato nelle campagne. Le prime
leghe di sono diffuse tra fine Ottocento e inizio Novecento quando i disagi della vita di lavoro nei campi
diventavano insostenibili o era forte la percezione delle
ingiustizie nei rapporti di lavoro. Questo radicamento
è rimasto nel tempo, soprattutto nella tradizione cattolica ma, come detto, è cambiato l’approccio culturale
al territorio. Nel 1956 Vincenzo Saba in un semplice ma
bellissimo articoletto sulla rivista della Cisl «Sindacato
nuovo» rileggeva il territorio in termini di sviluppo locale, cioè pensando a quel che possono fare le persone che vivono in un determinato ambiente per trovare
ragioni di impegno collettivo a vantaggio dei singoli e
della comunità intera, non affidando tutto a chi ha in
mano le responsabilità amministrative pubbliche ma
operando da liberi soggetti sociali orientati da comportamenti collaborativi, non da logiche accentuatamente
conflittuali. Nel tempo, i territori che più si sono sviluppati a vantaggio del benessere dell’intera comunità (e
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quelli della nostra regione sono esemplari) sono stati
quelli che hanno saputo riassorbire i conflitti e definire
nella legalità le proprie risorse. Così facendo hanno stabilito i confini reali che li distinguono l’uno dall’altro,
riconoscibili non solo dal tracciato di un fiume o da
una visibile discontinuità morfologica del territorio, ma
valorizzando la storia di quel segmento di popolo che lì
abita e lì ha elaborato risorse e regole di convivenza. Il
territorio non costituisce semplicemente un delimitato
ambito d’azione, ma si identifica in una storia di problemi affrontati e risolti concretamente.
Molto dipende da una questione di metodo: guardare
innanzitutto ai fatti. I fatti sono quelli delle persone che
producono iniziative, lavorano, si danno da fare, creano
cultura, esprimono problemi che chiedono di essere affrontati tempestivamente o con capacità progettuale;
questi sono i fatti, e non è detto che ad essi siano in
sintonia gli atti di chi partecipa del governo amministrativo o sociale del territorio. Se il mio territorio è
identificato da confini fisici che ben conosco, cosa so
dei problemi di chi vive all’interno di quei confini?
Come li conosco? Fino a che punto li conosco? Queste domande valgono evidentemente per tutti, anche
per il sindacato. Ma prima di rivolgerle ad altri, queste
domande bisognerebbe rivolgerle a se stessi: fino a che
punto ricorro solo alla mia esperienza di dirigente che
ipotizza di essere il filtro autodidatta di tutte le conoscenze, e fino a che punto invece sono capace di mettere in dubbio, giorno su giorno, le mie certezze e i miei
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comportamenti. Che capacità ho di fare atto di umiltà
e ricondurre le mie intuizioni a un confronto senza filtri
con i fatti, a leggere i miei comportamenti fuori dalle
ritualità che mi portano pigramente a ripetere azioni
già compiute, magari virtuose ma sempre uguali a se
stesse. Riti e abitudini che filtrano ogni capacità di innovazione e miglioramento.
Gli anni Cinquanta e Sessanta
Solo se dispone di questa capacità sempre nuova di
ascolto, di raccolta di informazioni, di attenta analisi
delle situazioni reali, il sindacalista che opera sul territorio si trasforma in leader sociale naturale, cioè in
quella persona che sa aggregare attorno a sé gli altri non in quanto singolo portatore di interessi ma in
quanto interprete delle istanze di una presenza organizzata. Nella Cisl degli anni Cinquanta anche l’azione
contrattuale, quando era pensata come contrattazione
articolata, implicava una dimensione d’ascolto, era un
atto di studio del contesto aziendale, così come per
alcune categorie lo era il contratto territoriale. E questa centralità della contrattazione come costante apprendimento delle esigenze dava senso e densità alle
materie extra contrattuali, arricchimento sempre più
necessario della tutela. Su questo piano i diversi livelli
inevitabilmente interagivano, il locale diventava nazionale. Non per affidarsi ciecamente alle capacità dello
Stato come erogatore di welfare, ma (come la Cisl ha
fatto tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta) per
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porre la questione della sicurezza sociale della persona valorizzando una molteplicità di strumenti. Non per
sfiducia nei confronti delle capacità dello Stato, che
proprio in quei decenni aveva anche promosso buone
riforme sociali, ma per acuta consapevolezza che con
tutta la buona volontà delle classi dirigenti governative,
più di tanto l’azione pubblica non può fare perché troppo complesse sono le questioni da affrontare, perché
sempre meno elementari diventavano le esigenze delle
persone quando uscivano dall’indigenza e si ponevano
nella prospettiva di innalzare gli standard della vita famigliare e sociale una volta sorpassata la soglia della
sopravvivenza materiale.
In casa Cisl, a fronte della diffusione delle casse previdenziali e sanitarie di natura privatistica, si puntava sul
contratto come forma di rielaborazione degli interessi collettivi della classe lavoratrice e come strumento
per definire il punto d’incontro tra benessere, sicurezza
sociale e sviluppo economico diffuso a tutti i livelli sociali e a tutti i contesti. Cioè tre facce della medesima
questione: il benessere sociale della persona veniva riportato a un processo generale di sviluppo costruito a
partire dalla base, a partire dalle aziende e dai territori.
Il che consentiva di riportare le esigenze settoriali alle
responsabilità dei vari soggetti pubblici e privati da cui
dipendevano le scelte orientate a indurre economicità
nella gestione delle risorse materiali e razionalità nella convivenza sociale. Lasciata a sé, l’azione pubblica
poteva cedere a comportamenti poco razionali, costosi
e organizzativamente complicati più di quel che fos-
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se necessario. Nella cultura e, in parte, nell’esperienza
originaria della Cisl era già presente la logica che adesso riportiamo alla bilateralità di natura contrattuale.
Discorsi non facili, in quei primi decenni, dato che le
imprese avevano in mente altro, e quel che davano (ad
esempio in termini di welfare aziendale) preferivano
mantenerlo nel campo delle elargizioni unilaterali, con
velature antisindacali talvolta trasparenti. Per i lavoratori significava comunque poter disporre di asili nido e
d’infanzia, di mense, di consultori medici, di abitazioni
e di spacci, di sostegno allo studio e di proposte per il
tempo libero, ma anche di integrazioni a sollievo dei
costi crescenti per la mobilità dei lavoratori. Pur nelle
permanenze di comportamenti propriamente paternalistici, negli anni Cinquanta e Sessanta crescevano le
forme di welfare contrattate a livello aziendale dalle
commissioni interne e si diffondevano iniziative di tipo
cooperativo. Segno di una progressiva voglia di emancipazione che riguardava non solo i rapporti interni alle
aziende ma anche un modo collettivo, sindacale, di
affrontare i problemi di chi in quel territorio non solo
lavorava ma anche viveva o, pensando all’estendersi del
pendolarismo, non aveva neppure il tempo di vivere se
non nelle festività.
Con l’avanzare degli anni Sessanta, a fronte delle congiunture poco favorevoli, del progressivo irrigidimento
dei rapporti sociali e delle prime forti tensioni conflittuali, le imprese hanno sempre più ridotto la propria disponibilità a investire oltre quel che era richiesto dalle
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strette ragioni della produzione e del profitto, sino ad
arrivare a una lunga fase di blocco dei rinnovi contrattuali. Segno che nessuna conquista del lavoro, in questo paese, poteva essere considerata come definitiva.
Nuove forme di partecipazione: gli anni Settanta
Il passaggio tra anni Sessanta e anni Settanta ha segnato una profonda discontinuità nella stessa concezione del welfare e, per quel che più ci interessa, nelle
concrete azioni sociali a livello di territorio. C’è da dire,
innanzitutto, che si tratta di questioni non ancora ben
studiate in modo rigoroso. Il che, se da un lato rende
più difficile proporre una lettura storiograficamente
solida, d’altro lato consente a ciascuno di noi, se non
proprio giovanissimo, di far riferimento alla propria limitata esperienza e di perdere di vista il contesto di
lungo periodo in cui una fase così delicata nella storia
del paese merita di essere inserita.
Le discontinuità non sono state solo in termini di contestazione studentesca, e di quel che essa ha rappresentato per le sicurezze affaticate e contestate del
capitalismo occidentale; né di esplosione di conflitti
sociali e del lavoro che i nostri territori hanno duramente vissuto. Questioni su cui potremmo discutere a
lungo e ne varrebbe la pena, soprattutto sapendo che
molti hanno da dare testimonianze preziose. Se stiamo
stretti al tema, vediamo che in quel momento storico
si è realizzata una sorta di riscoperta su più piani del
territorio.
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Lo spontaneismo sociale e il movimento operaio, più
che il sindacato, per primi hanno scoperto la dimensione propriamente politica dei contesti locali, non
solo delle fabbriche. In prima istanza sembrava tutto
orientato a definire un nuovo piano di estensione della
contrattazione in termini prevalentemente conflittuali; in seguito ha preso il sopravvento una soggettualità
propriamente politica. Protagonisti i consigli di zona, su
cui a BiblioLavoro abbiamo molti materiali interessanti
anche se alquanto inutilizzati: forse questi sono temi
che ormai non interessano più nessuno. Eppure quelle
carte danno testimonianze vitali di quel che stava accadendo. Ci ricordano un consiglio generale della Cisl di
Milano e provincia, siamo nel ‘73, che vedeva nei consigli unitari di zona un nuovo elemento per la crescita
della democrazia sindacale e della partecipazione diretta dei lavoratori alla produzione delle norme sociali e a
rafforzare l’azione per le riforme. A fianco dei consigli
di fabbrica, il patto federativo tra Cisl, Cgil e Uil attribuiva ai consigli di zona il ruolo di prima istanza territoriale del sindacato con il compito di far emergere le
specifiche esigenze locali. Anche i protagonisti di quegli
anni erano consapevoli della difficoltà a definire concretamente gli obiettivi con cui i Cuz potevano dare un
contribuito efficace all’avanzamento delle condizioni di
vita materiale e civile del mondo operaio. Non bastava, come le vicende successive avrebbero ben chiarito,
una mobilitazione del consenso popolare che, in quelle
congiunture, solo il movimento sindacale era in grado
di consolidare. Erano anche poco chiari i termini dei
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rapporti tra i Cuz e le amministrazioni e gli enti locali, che pure erano chiamati direttamente in causa da
un’iniziativa che intendeva portare il massimo di democratizzazione nelle strutture pubbliche in nome della partecipazione popolare. Il che poneva un problema
di identità politica di questi organismi e un problema
generale di democrazia.
Nel contempo, dal punto di vista istituzionale con la
nascita delle Regioni stava prendendo forma un nuovo interlocutore intermedio il cui ruolo e le cui abilità erano tutte da scoprire. Nel 1971 in Lombardia si
costituiva il Consiglio regionale; nel 1974 le regioni
hanno cominciato ad essere operative. Un documento approvato in una sessione di studio del Consiglio
generale della Cisl lombarda nel 1975 sui rapporti tra
sindacato e Regione si chiedeva: sono tre anni che la
Regione lombarda è operativa, il problema è: come ci
comportiamo? Il sindacato è in grado di cogliere le
possibili istanze partecipative di questo nuovo ente? Il
sindacato è una controparte? Il sindacato ha un’identità regionale? Sino a qual punto questa nuova identità
deve rimettere in discussione le modalità di presenza
del sindacato nei vari territori della regione? Il ricordo
dei testimoni (non ci sono ancora studi in merito) ci segnala molteplici ambiti d’azione su cui la nuova struttura regionale della Cisl (la prima riunione del Consiglio
generale Usr data 12 dicembre 1970, primo segretario
Paolo Sala) si è tempestivamente impegnata.
Anche la costituzione di queste nuove istituzioni pub-
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bliche dava il segno che i livelli territoriali, regionali e
locali, stavano assumendo un nuovo ruolo su materie
cui i cittadini erano particolarmente interessati, con
punte di particolare vivacità: dai distretti scolastici ai
bacini di traffico, dalle comunità montane ai contesti
metropolitani, dalla politica sanitaria all’emergente
questione ambientale. Questa estensione delle problematiche sociali locali implicava un compiuto riposizionamento dell’azione sindacale tendenzialmente
propensa a salvaguardare la forza che le derivava dalla
centralizzazione organizzativa e contrattuale secondo
una rigidità poco funzionale al nuovo contesto. Non
mancavano segnali di qualche scollamento all’interno
dell’organizzazione. La nuova articolazione, anche organizzativa, poneva non pochi problemi gestionali che
chiamavano in causa gli assetti istituzionali e le scelte
politiche. Ma mancava l’agilità necessaria. Il dibattito
allora in corso non ha forse considerato adeguatamente le implicazioni e i condizionamenti indotti dal contesto unitario. Il prevalere delle mediazioni non era in
sintonia con il nuovo protagonismo delle istanze locali,
propense per antica tradizione a muoversi secondo logiche autonomistiche e a non riportarsi alle esigenze di
ordine generale e di accentuata valenza politica.
Né tali incertezze di fondo hanno impedito alla Usr
lombarda di porsi come interlocutore al meglio delle
proprie potenzialità, per quanto consentito anche dalle
tensioni interne, così come sempre accade in presenza
di cambiamenti organizzativi, di sovrapposizioni di le-
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adership, di inevitabili contrasti personali. Nulla toglie
che, nonostante questa complessa realtà, la Cisl in quegli scorci di anni Settanta abbia acquisito nuove sensibilità nei confronti delle potenzialità presenti nel mondo delle imprese e nei territori; alcune semplificazioni
troppo schematiche hanno ceduto campo a forme più
articolate di presenza che hanno messo progressivamente in dubbio un concetto di soggettualità politica
che era sempre più in difficoltà a operare in un quadro
in cui gli interlocutori aumentavano di numero e che
vedeva aumentare materie e livelli di trattativa.
Nel 1975, sempre in fase di avvio della struttura regionale, era ben presente la difficoltà a entrare dentro
le cose. I documenti dell’Usr constatano che l’azione
svolta non andava oltre la «consulenza», per cui anche
i risultati conseguiti nelle vertenze regionali e territoriali, pur significativi, erano sempre parziali; l’entusiasmo
rischiava di afflosciarsi. Tanto più che la sovrapposizione di competenze tra i vari livelli dava il segno che si
stavano affermando processi omnicomprensivi, grandi
contenitori difficili da dipanare anche riguardo la loro
logica funzionale e i loro obiettivi. Si direbbe che quella
tensione verso lo sviluppo come meta da condividere,
quella su cui la Cisl aveva costruito una propria cultura
autonoma, fosse ormai soffocata dalle procedure e da
nuove ritualità burocratico-organizzative. Né facilitavano le cose, dopo qualche breve anno di sollievo nella
seconda metà del decennio Settanta, il sopravanzare di
nuove tensioni pesantemente congiunturali segnate da
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un’inflazione che stava mettendo in ginocchio l’intero
paese e l’avanzare di una nuova crisi petrolifera a inizio
anni Ottanta.
In presenza di cambiamenti istituzionali o quando la
società diventa più dinamica, per il sindacato non è
facile cogliere quei segnali deboli di cui si diceva; in
quel momento storico, quand’anche li ha colti, non gli
è stato facile interpretarli. Nel lungo periodo sembra
prevalere un costante disagio. La Cisl in particolare, a
livello di territorio ha cercato di perseguire una ristrutturazione organizzativa puntando, dopo Montesilvano,
sui comprensori, anticipazione di cambiamenti nelle
amministrazioni locali poi non realizzati. Anche contemporaneo il tentativo di rilanciare i consigli unitari
di zona, si confrontava con vincoli burocratici e rigidità
d’ogni genere che ne erodevano slanci e possibilità di
iniziativa.
La riscoperta del territorio (gli anni Ottanta)
A fine anni Settanta il consiglio unitario di zona era
visto come lo strumento che poteva consentire ai lavoratori, ai delegati e ai consigli di fabbrica di esercitare
direttamente il proprio impegno di lotta intercategoriale nei nuovi campi d’azione consentiti a livello locale
da una ridisegnata politica economica e sociale. Nel
1980, l’assemblea costituiva del consiglio unitario di
zona Corsico e Giambellino, e così in tante altre zone di
Milano, era piena di slanci e di enfasi per la varietà delle
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possibili iniziative. Ma non ci si illudeva: altrettanto forte era la preoccupazione che questa forma di presenza
sul territorio non funzionasse. Che l’impegno diretto
sul terreno delle lotte sociali non fosse da protagonisti.
La sensazione era di essere ai margini delle cose, di contare ma non di contare abbastanza, di essere utili ma
di correre il rischio di dare copertura alle inefficienze
burocratiche e istituzionali. L’intento era di recuperare
lo slancio iniziale di soggetti politici capaci di condurre
lotte di massa nei quartieri e nelle zone, in rapporto
costante e dialettico con le altre forze sociali; di essere capaci di impostare in termini politici il rapporto
con gli enti locali. Si voleva portare le riforme nella loro
specifica dimensione territoriale e dare una prospettiva
politica al coordinamento tra le categorie, alla gestione
delle politiche sociali di zona, agli interventi nel campo
dei trasporti, dei servizi sociali sul territorio, nella riforma della sanità. Un universo troppo ampio e dispersivo,
certamente disomogeneo rispetto al contesto del Paese, più di quanto lo fossero gli stessi intenti nei primi
anni Settanta.
Le carte dei Cuz di inizio anni Ottanta testimoniano
le preoccupazioni della Federazione Cgil, Cisl e UilIl riguardo il recupero del rapporto tra base e organizzazione sindacale. Per il sindacato dei lavoratori si poneva in
fondo il problema di ricostruire sul territorio il rapporto
con se stesso, con quel mondo del lavoro che, riportato ai disagi quotidiani lì dove i lavoratori vivevano,
sembrava sfuggirgli. Come recuperare il rapporto fra
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base e relazioni sindacali? Modificando, in una nuova
centralità del territorio, la stessa identità del sindacato,
quella che la Cisl aveva sottolineato nelle sue origini:
la relazione primaria dell’istanza sindacale con il posto
di lavoro, la dimensione contrattuale propria delle esigenze di tutela del lavoratore nell’ambiente di lavoro
innanzitutto, luogo originario delle declinazione esterne nelle materie extra-contrattuali. Oppure lasciare
l’extra-contrattuale definirsi in forma autonoma dal
nucleo proprio della contrattazione, l’uno e l’altro da
riportare a nuova identità trovando nel contempo nuovi collanti organizzativi per non farsi travolgere da divaricazioni potenzialmente distruttive. Oppure, come è
accaduto, procedere senza affrontare le questioni sino
in fondo.
A inizio anni Ottanta non era solo il sindacato a porsi
il problema di una nuova territorialità emergente. Il decennio precedente aveva lasciato in eredità discontinuità strutturali profonde che alcuni analisti cominciavano a rileggere non solo in termini di riassetti aziendali
e di nuovi livelli di internazionalizzazione economicofinanziaria. Se molti si interessavano ai nuovi contesti
produttivi (si pensi alla questione dei distretti), altri elaboravano schemi interpretativi aperti alle componenti
meta-economiche, identificavano processi sociali, culturali e politici. Consideravano l’interazione tra quanto
poteva essere fonte locale di ricchezza e quanto era invece parte di compiuti processi di sviluppo e, in quanto tali, centrati sulle complessive esigenze dell’uomo,
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il lavoratore, ma non solo. Significativi non solo negli
spazi fisici in cui si potevano realizzare, ma rilevanti per
la crescita generale del sistema Italia anche dal punto di vista delle esigenze della democrazia realizzata.
Giovanni Marongiu (raffinato studioso, per diversi anni
presidente della Fondazione Giulio Pastore) vent’anni
fa proponeva una formula molto efficace: il centro è
forte se la periferia è forte. Sono i rapporti centro-periferia a far evolvere quell’assetto statuale che era nato
con lo stato moderno e che troppa forza concentrava
nel centro gerarchico del sistema politico-economico.
In un paese come il nostro, ma allo stesso modo in altri
paesi sviluppati, i territori sembravano ambiti decentrati, esclusi dai tavoli di comando; il potere era altrove.
I processi locali mancavano di ruolo, l’identità dei territori era troppo affidata ai campanilismi e ai localismi.
Non si aveva consapevolezza della ragioni per cui alcuni territori potevano svilupparsi costantemente, anche
lungo processi secolari in grado di riassorbire tutte le
crisi del capitalismo, così come è accaduto in molte
terre lombarde, se non proprio a tutta la regione. Altri
erano segnati da progressi molto più faticosi, o cedevano all’immobilismo delle proprie rigidità, altri infine
agonizzavano.
La riscoperta dei territori in termini di società locali
non va interpretata solo in termini politici. Sono accadimenti che riguardano la funzionalità delle vicende
locali rispetto al generale modo di leggere e di vivere l’economia e la società. Fatto salvo che la nostra è
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un’economia di mercato, dove i rapporti di forza sono
quel che sono e originano, in via naturale, situazioni di
conflitto, la nostra vita sociale richiede ordine sociale,
regole che siano in grado di contenere il disordine senza cadere nelle obbligazioni e nei vincoli di chi in nome
dell’ordine elimina la libertà dei singoli e delle libere
associazioni. Ordine e regolazione sociale in nome di
interessi generali condivisi (possiamo dire, su altro piano: prendersi responsabilità di un bene comune) richiedono a ogni società locale di trovare di volta in volta
un punto di equilibrio nonostante la costante dinamica
di ogni elemento in gioco. Ai danni del disordine non
si rimedia con un ordine che congeli ogni possibilità di
trasformazione. Si tratta di definire i processi di governance territoriale cioè le azioni di regolazione tra i vari
soggetti al fine di prendere decisioni vincolanti (produrre norme) non in termini di obbligo ma di responsabilità. E’ la chiave che può aprire alla partecipazione effettiva di tutti i soggetti e di tutti gli attori verso
obiettivi tendenzialmente comuni. Quella comunanza
di intenti di ordine sociale che gli anni Settanta avevano di fatto disperso negli eccessi di una conflittualità
incapace di rielaborarsi in termini pacificati.
Si può dire che con gli anni Ottanta, dal punto di vista
sindacale, la Cisl si è ritrovata su temi già a suo tempo
elaborati e che erano parte della sua storia, lo sviluppo
locale e le forme di regolazione/contrattazione a livello di territorio, non solo d’azienda. Ma il contesto era
profondamente cambiato e continuava a cambiare. I
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nuovi piani di intelligenza sociale richiedevano sintonie
che anche gli attori istituzionali stavano smarrendo. La
dura sostanza con cui si riformulavano la rappresentanza politica e le forme partitiche tutto poteva mettere
in gioco salvo la propria innata convinzione di poter
procedere autonomamente nell’assunzione di tutte le
responsabilità e nell’elaborazione delle risposte a qualsiasi ordine di problemi. Il protagonismo della politica
poneva al sindacato la necessità di ridefinire molto della sua stessa esperienza nelle forme di rappresentanza
del lavoro industriale, sottoposto a profonde ristrutturazioni con la fine del Novecento. Molto era richiesto
dall’avanzare del riformismo federalista e dei cambiamenti in corso nelle società locali, nelle esigenze delle
persone, soprattutto di chi si trovava nei contesti critici
conseguenti la perdita di valore dei salari, o chi perdeva il lavoro, e per le tensioni di un welfare pubblico
che cominciava a cedere spazi crescenti al privato. Nel
contempo l’attesa di benessere individuale e sociale si
esprimeva in nuove domande cui non bastava essere
al centro di dispute teoriche ma che chiedevano azioni
gratificanti in termini di efficacia operativa.
Nel mondo del lavoro, l’idea stessa di benessere doveva essere reinterpretata prendendo atto della fine della
fase fordista, ma non di un taylorismo che permane
nelle grandi strutture di servizio e, culturalmente, nelle
piccole e medie imprese. Un benessere che non aveva
più a parametro la figura canonica del lavoratore ma
una frammentazione di situazioni lavorative orientate
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ciascuna da priorità minimali, in un mondo sempre più
concentrato su problemi molto interni a sé stessi. Ove
le logiche e le strategie non confidano sulla capacità di
elaborazione dei soggetti sociali ma vengono mutuate dalla generalizzazione degli individualismi aggressivi
o vedono trasformate sistematicamente le dinamiche
collettive in mere espressioni di corporativismi a basso
livello di moralità. Poi le cose procedono comunque,
alcuni brandelli di sviluppo sono conseguiti per loro
propria forza o per la capacità di attori che hanno mantenuto abilità e senso del proprio agire. Ma sarebbe un
errore drammatico quello di non dedicare riflessioni e
azioni atte ad arginare i particolarismi, a restituire la
percezione dell’esistenza di interessi generali a valere,
su scala diversa, per l’intero paese ma anche nel singolo ambiente locale. E’ difficile trovare altra linea di
resistenza contro le molte distorsioni che sarebbe comodo e irresponsabile attribuire alla globalizzazione o
quel che transita lontano dal nostro campo d’azione.
Tali e tante sono le distorsioni nei comportamenti di
chi agisce negli ambiti dell’economia e della finanza,
di chi influisce sul mercato del lavoro, di chi può operare identificando le esigenze dei lavoratori lungo tutto
il loro percorso di vita, quando si lavora e quando il
tempo di lavoro è negato perché è disoccupazione o
quando si è già dedicato troppo tempo della propria
vita al lavoro. Problemi nostri, così come di tutti i paesi di antica industrializzazione: non sentiamoci eletti
o negletti. Dovremmo solo uscire da qualche eccesso
di provincialismo e confrontarci con accadimenti non
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solo nostri ma che riguardano non pochi altri paesi capitalistici.
Per tutti noi, così come per le altre società avanzate,
il nostro star bene, il nostro benessere, si posiziona su
soglie progressivamente più avanzate che, una volta
raggiunte, non possono essere più rinunciabili. Di questo avanzamento, che la Cisl ha messo a fuoco culturalmente e operativamente a metà Novecento, il sindacato è stato parte decisiva. Si pensi a tutto quanto
è stato realizzato nelle imprese e agli spazi di rappresentanza sociale guadagnati nei territori quando ci si è
mossi mettendo l’interesse delle persone innanzi tutto.
Questa non rinunciabilità del benessere ha una chiave di volta nella responsabilità. Responsabilità rispetto
alle esigenze delle persone, cui vanno sempre rispetto e
dignità, che vogliono risposte, che chiedono servizi primari orientati sulle loro umanissime esigenze. Priorità
che richiamano quella sicurezza sociale della persona
che la Cisl aveva sostenuto quando ha cominciato a
intuire l’eccessivo ampliarsi dei campi d’intervento di
un’azione pubblica che, ove governata da mere logiche
politiche o burocratico-tecnocratiche, avrebbe portato
agli eccessi, non sempre umanamente tollerabili, della
spersonalizzazione.
Disegnare una nuova mappa
Rivitalizzati dai nuovi (ancorché nebulosi) rapporti tra
centro e periferia, i territori hanno cominciato a cumu-
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lare sovraccarichi di responsabilità senza poter disporre
delle mappe necessarie per leggere in modo equilibrato
tutte le esigenze, definirne le priorità, identificare l’intera sequenza degli attori, elaborare condivisioni responsabili. In mancanza di mappe e di itinerari predefiniti, diventa molto difficile procedere guardando avanti
e non limitarsi a operare giorno dopo giorno cedendo
di volta in volta ai rapporti di forza che di fatto tagliano
l’erba sotto i piedi a chi considera importante definire punti d’intesa ed elaborare norme efficaci. Rimane
l’autoreferenzialità degli attori. Lo stesso territorio,
soffocato dagli eccessi di mediazioni interne tra poche
forze contrapposte (molte volte rinchiuse nei fortini
della politica), diventa preda di una sorta di generale
autoreferenzialità al ribasso. Eppure, per rileggere in
senso inverso la frase di Marongiu, anche il territorio
ha bisogno di relazioni verso l’esterno in una sorta di
rapporto di diritto/dovere che definisce le reciproche
vitalità. Non diversamente accade alle persone: ciascuno di noi, nella norma, vive di relazioni e di relazioni
sono intrecciate le nostre biografie individuali. Nessuno
ne può prescindere perché, nonostante i degradi degli
individualismi, la nostra società implica condivisioni o
le impone nei fatti: è insensato ragionare per distinzione da quel 4% della popolazione italiana che oggi vive
sotto i livelli minimi di bisogno o dalle crescenti quote
di immigrati indigenti. Anche chi ha la ventura di potersi permettere uno stile di vita superiore alla media non
sfugge alle miserie sociali cui tutti sono esposti se prevale l’insicurezza sociale, se le inadeguatezze culturali,
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comportamentali e umane abbassano la soglia collettiva della convivenza. Ci sono esigenze che riguardano
tutti, anche chi non ne è consapevole e vive da free
rider, da rapace che si appropria dei beni sociali messi
a disposizione di tutti i membri della collettività. Il benessere oggi è patrimonio delle welfare community. E’
patrimonio e responsabilità di tutti.
Di questa comunità orientata al benessere il sindacato
può essere parte se riesce a estendere, nella sua cultura
e nei suoi comportamenti, la propria matrice originaria
di associazione nata dalle esigenze di tutela dei lavoratori dipendenti, da cui deriva la sua distinguibile identità rispetto ad altri soggetti sociali, con la necessaria
estensione verso i servizi di cui hanno bisogno i lavoratori lungo tutta la loro vita e tutti i cittadini. Questa
estensione non può avvenire altro che, in prima istanza, nei territori tramite un ruolo fattivo di promozione
della contrattazione e della regolazione sociale. Certo,
occorrerà riflettere sulle forme organizzative, occorrerà pensare a un sindacalista nuovo per competenze e
per abilità, occorrerà trovare la giusta connessione tra
le dotazioni tradizionali della contrattazione e la loro
estensione oltre la gestione del rapporto di lavoro. Cose
che ora si fanno sullo slancio delle azioni e delle esperienze di cui i singoli e le organizzazioni sono portatori.
Azioni preziose ma che richiedono di essere inserite in
un disegno ben riconoscibile che non sia tracciato solo
dalle buone volontà.
Di quel disegno conosciamo solo qualche tratto. Una
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recente indagine sulla contrattazione sociale in alcuni
paesi europei ci offre un quadro tanto differenziato da
lasciar poco spazio alle certezze. In Svezia, ad esempio, le
rappresentanze sindacali hanno visto progressivamente
il terzo settore erodere i loro spazi di azione su obiettivi
sociali. Dalla Germania si segnala grande difficoltà nel
costruire localmente buoni rapporti tra parti sociali e
attori pubblici. Così sta accadendo ovunque gli eccessi
di centralizzazione soffocano le potenzialità sindacali
locali. E neppure è possibile ipotizzare rapide modifiche
nelle strategie relazionali e nelle politiche, dato che una
buona e duratura regolazione sociale a livello territoriale può scaturire solo da un percorso culturale e dunque
richiede tempi lunghi e costanti investimenti in risorse
umane. Peraltro in Belgio il buon livello di cooperazione
tra sindacato, terzo settore e amministrazioni locali è
ascrivibile a un percorso consolidato nel tempo e alla
presenza di un sindacato di matrice cristiana che si è
fatto portatore, più di altri, dell’idea di servizi territoriali centrati sui bisogni delle persone in una prospettiva
di sviluppo locale. Pur nella varietà delle possibili casistiche è evidentemente in corso un cambiamento non
irrilevante nelle forme della cittadinanza sociale; il che
implica, non dimentichiamolo, una specifica riflessione
sui rapporti tra rappresentanza sociale e rappresentatività politica.
Nel patrimonio culturale e operativo della Cisl non
mancano risorse che possono essere d’aiuto. Nell’intervenire alla 12a Settimana confederale di studio della
Cisl (1966), Mario Romani invitava l’intera organizza-
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zione a prendere atto che, se si guardava alle cose concrete, ogni giorno portava cambiamenti ma anche ogni
giorno richiedeva di operare per un progresso costruito
responsabilizzando le persone. Se la realtà è di per sé
dinamica, non meno dinamico deve essere l’atteggiamento di chi intende promuovere miglioramenti reali.
Per gli uomini e per le organizzazioni, secondo Romani,
il peggior nemico non è esterno, ma è dentro: è la pigrizia mentale che ti fa pensare che tutto sia immobile
o, al più, che le cose possano andare avanti sempre allo
stesso modo mentre invece nulla nella vita sociale è
immobile. Ogni scostamento richiede nuove forme e
nuove disponibilità a farsi responsabile delle azioni che
possano indirizzare gli accadimenti.
A metà anni Sessanta era in corso l’espansione delle
coperture extra contrattuali, cioè di tutte quelle forme
di intervento, di pressione, di sollecitazione, che non
avevano come obbligo un contratto ma che richiedevano di operare con enti, istituzioni, pubblici poteri,
centri decisionali economici e politici; e che non potevano trascurare di tener conto dell’opinione pubblica.
L’attività extra-contrattuale allora, così come oggi la
contrattazione sociale, era parte del processo di produzione di razionalità nei comportamenti pratici delle
imprese e dei territori. Per il sindacato, il cuore della
razionalità, secondo Romani, era nella sua capacità di
stare all’essenziale delle questioni e in quell’essenzialità il sindacato poteva esprimere il meglio delle proprie
originalità.
Se teniamo per buone queste considerazioni, verrebbe
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da ipotizzare che dagli anni Settanta in poi il sindacato
si è trovato con troppa carne al fuoco, per sua volontà
o perché così hanno voluto le cose. Nulla di che, se ogni
singola azione scaturisse da una coerenza di fondo, non
solo necessaria per rendere più determinato ogni passo, ma indispensabile per sostenere quella formidabile
operazione di promozione motivazionale tra i lavoratori
di cui il sindacato ha tanto bisogno soprattutto oggi nei
sommovimenti epocali del mercato del lavoro. Se tutto
si tiene diventa più facile, a tutti i livelli, illuminare ogni
possibile interlocutore – e con esso l’opinione pubblica
- sul proprio punto di vista, solido per quanto le convinzioni che lo sostengono sono solide. Ma anche efficace
per quanto forza e pazienza sanno fare nel costruire
relazioni non occasionali.
Un documento sull’autoriforma federalista, predisposto nel 1996 dall’Ufficio studi dell’Usr Lombardia, in un
passaggio dedicato alle dinamiche sindacali affermava,
non senza tono provocatorio, che il sindacato, al centro, dovrebbe essere liberato da ogni impegno se non
quello di elaborare una visione dello sviluppo da cui far
derivare progetti e azioni conseguenti. Il decentramento a livello periferico di quote di potere organizzativo,
entro certi limiti, poteva essere un modo per favorire
una crescita generale dell’organizzazione a partire dalle
dinamiche reali, quelle che consentono alle organizzazioni di realizzare processi di autoapprendimento e
agli uomini di acquisire nuove competenze innescando
un moto di lungo periodo in grado di far crescere una
nuova classe dirigente sindacale. Il territorio e l’impre-
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sa sono l’habitat dell’organizzazione e costituiscono il
laboratorio di messa a punto delle competenze relazionali sempre più indispensabili nelle società complesse.
Poi si tratta di contare sull’abilità e sull’intelligenza degli uomini, su quel che ciascuno di noi sa fare quando
deve sciogliere un nodo, risolvere un problema. Contano anche le intuizioni istantanee e il caso.
Il presidente Obama, nella primavera 2009 ha tenuto
una prolusione a una cerimonia organizzata da un’università cattolica dell’Indiana. Parlava a giovani la cui vita
è proiettata in un mondo segnato da crescenti diversità
di pensiero, culturali, di fede e che, per sopravvivere a
tante differenze, ha sempre più bisogno di capacità di
cooperare. E la cooperazione, per Obama, richiede di
mettere da parte, anche solo per un momento, le diversità, esige che si impari l’uno dall’altro, si identifichi
un obiettivo comune che valga sacrifici da parte di ciascuno per essere conseguito. Parole che verrebbe facile
ricondurre alla solita retorica americana della frontiera,
ma che forse potrebbero essere lette senza cedere al
cinismo e alla sciatteria in cui è facile per noi rintanarsi.
Per chiarire il suo pensiero Obama richiamava le vicende che nel 1964 avevano portato alla elaborazione
della legge sui diritti civili. Un’iniziativa del presidente
Eisenhower, promotore di una commissione composta
da cinque bianchi e un afro-americano, in cui erano distinguibili democratici e repubblicani, un governatore
del sud e uno del nord. Impossibile mettersi d’accordo
sino a che il presidente della commissione aveva trovato il bandolo di quella matassa intrecciata di fili tanto
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diversi. Durante una cena nel Winsconsin per caso aveva scoperto che tutti avevano una passione comune:
la pesca. Il giorno dopo, verso il tramonto, aveva trasferito la commissione al gran completo su una barca
e su quella barca la matassa si sciolse. Commentava
Obama: “Io non faccio finta che le sfide che abbiamo
davanti oggi siano facili o che le risposte giungeranno
presto, o che tutte le nostre diversità e visioni si risolveranno felicemente, perché la vita non è così semplice. Ma non possiamo trascurare che ciascuno di noi è
dotato della dignità propria di tutti i figli di Dio, ha la
grazia per riconoscersi nell’altro, per capire che tutti noi
cerchiamo lo stesso amore nella famiglia, la stessa realizzazione di una vita ben vissuta da esseri umani”.
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Luoghi, interpreti e contenuti
della contrattazione sociale
Tavola rotonda con Gigi Petteni, segretario generale Cisl Lombardia
Attilio Rimoldi, segretario generale Fnp Cisl Lombardia
Carmela Tascone, segretario generale Cisl Varese
Coordina Aldo Carera, docente di Storia economica
Aldo Carera
Nelle relazioni dei docenti si sono utilizzati approcci differenti, ma il disegno complessivo che dovrebbe emergere da questo seminario è quello di avere spunti per il
lavoro del sindacato, che in una situazione in crisi ha bisogno di assumere obiettivi basati anche su impostazioni
filtrate e nutrite di utopia. L’utopia è sempre vista come
qualcosa di lontano, di impraticabile, ma può essere filtro per un vero cambiamento che non sia solo aggiustamento del momento.
Nel passato, la vita sindacale è stata contaminata
dall’utopia che ha permesso di affermare risultati insperati. L’utopia può essere di stimolo, favorire un’azione che permetta di cambiare le cose e non lasciare che
le buone intenzioni restino sulla carta. Utopia che deve
trasformarsi e diventare azione pratica, assumere una
funzione di coinvolgimento sociale, essere azione cooperativa. Questa è la condizione per riuscire a cambiare
le cose.
Per entrare in questa materia e poter essere più concreti
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forse e anche più vicini alle vostre attese, tenendo conto
di tutto il lavoro che è stato fatto in queste giornate, ho
provato a organizzare delle domande da porre ai dirigenti sindacali presenti a questa tavola rotonda. Sono
stato aiutato in questo lavoro dalle relazioni e dagli interventi di ieri. Alla fine della giornata, se non ho sbagliato a contare, ci sono stati 12 interventi che hanno
fatto una bella sintesi delle questioni che meritano di
essere riproposte alla riflessione di oggi.
Parto da una indicazione di Padre Gemelli che diceva:
“Chi opera nel sociale, che sia un formatore, che sia un
dirigente, che sia un sindacalista, deve avere in mente
l’officina e la visione di come questa funziona”. L’officina sono le competenze, le cose da fare, le cose concrete.
E lui ha detto: “L’officina è il territorio”. Nell’officina si
lavora bene se si hanno le competenze tecniche, però
ci vuole anche una visione, una prospettiva, un respiro.
Forse ciò che ci attendiamo stamattina sono indicazioni
concrete sulle buone azioni che si possono fare per cambiare le cose, a partire da ciò che più è vicino alle nostre
competenze.
Attilio Rimoldi
La prima questione da affrontare è: il ruolo della Fnp
sul territorio. Devo partire da qualche riferimento storico perché per un sindacato come quello dei pensionati, che non ha la sua rappresentanza nella fabbrica
ma deve cercare il consenso nel territorio dove la gente
vive, ha dovuto porsi subito il problema di come aggre-
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gare gli iscritti, cercando strumenti che permettessero
di rappresentare, di dialogare con la gente nell’ambito
proprio della loro quotidianità. Si lanciò allora l’idea di
una sede in ogni campanile. Chi ha un po’ più di militanza nella Fnp ricorda certamente che questo è stato
uno degli sforzi più grossi compiuti: organizzare in ogni
paese, quindi sul territorio, una presenza sindacale che
agisse in termini di rappresentanza dei bisogni e degli
interessi dei pensionati e delle loro famiglie. Un lavoro
impegnativo fatto da dirigenti e da tanti militanti per
rapportarsi con la gente, per vivere i loro problemi, per
cercare di dare risposte organizzate di vertenze collettive e soprattutto di servizi alle persone.
I risultati di questo lavoro sono stati molti e importanti,
anche in termini di iscritti. Per noi della Fnp sarebbe
stato veramente un disastro se non avessimo messo
immediatamente in campo una presenza forte, significativa, nell’ambito territoriale, come condizione per
diventare interlocutori delle istituzioni sulle questioni sociali. Oggi, con soddisfazione, possiamo dire che
abbiamo superato questo scoglio della rappresentanza, anche se sempre si pongono questioni legate alla
rappresentatività che interpellano la nostra capacità di
iniziativa organizzativa e di sviluppo dei servizi sindacali
tra i pensionati oltre che della capacità vertenziale nel
confronto delle controparti.
La Fnp è comunque per la Cisl una categoria essenziale
per la politica dell’organizzazione ai vari livelli, soprattutto nell’ambito territoriale. L’evoluzione che c’è stata
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negli anni passati, sia nell’ambito dei rapporti sindacali
con le istituzioni a livello centrale, con la Regione, e poi
con il decentramento e il trasferimento di poteri ai Comuni, ha richiesto al sindacato di organizzare una presenza forte anche in questi ambiti. La Fnp, così radicata
sul territorio, è diventata uno strumento imprescindibile della politica sindacale della Cisl. Strumento qualche
volta anche inconsapevole, non organizzato, non precisamente riconosciuto, ma riferimento determinante
della presenza della Cisl nel territorio. Ha continuato ad
esercitare questo ruolo con decisione anche in questi
ultimi 3 anni, in cui ho assunto questa responsabilità
a livello regionale, con la consapevolezza che questo
impegno è sicuramente un bene per tutta l’organizzazione.
I pensionati Cisl continueranno ad operare in questa
direzione e lo farà sempre di più, continuando con più
forza ad essere uno strumento di tutta l’organizzazione
per far sentire la voce della Cisl nella società e con le
istituzioni. Infatti, vogliamo accentuare la nostra capacità di interlocuzione con le istituzioni, regionali e territoriali, in modo da poter essere riconosciuti come reali
rappresentanti dei pensionati, ma anche di esigenze
sociali particolari e generali.
Carera ha posto la domanda: “Ma le istituzioni cosa
sono? Sono controparte?”. È un problema che anche
noi abbiamo discusso più volte, preparando le varie
piattaforme. Certo è difficile contrattare con un Comune partendo dal presupposto che è una controparte,
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perché dovremmo avere obiettivi riconosciuti anche
dagli stessi enti locali. Però ci sono momenti in cui
l’istituzione può diventare anche controparte o perché
non riconosce il nostro ruolo o perché non condivide le
nostre richieste. E allora bisogna trovare forme di pressione che siano però riconosciute come valide dalla nostra base e sostenute dall’opinione pubblica.
L’azione della Fnp è dunque in primo luogo finalizzata
ad affermare il suo ruolo di rappresentanza e di tutela
dei propri iscritti e in secondo luogo a sostenere tutta
la Cisl ed essere strumento di presenza e di rappresentanza di tutta l’organizzazione. Questa impostazione
generale deve oggi fare i conti con una fase di trasformazione sociale che sta cambiando molti fattori della
società. Occorre quindi un grande salto di qualità. Mi
pare che dal punto di vista degli indirizzi la Cisl abbia
già scelto la sua linea, mirando a valorizzare l’azione
nei territori. C’è quindi una luce che ci indica la strada da percorrere. L’ultimo congresso confederale, e il
consiglio generale di Levico ancor di più, ha disegnato
in modo chiaro la strada da percorrere in riferimento
alla rappresentanza e alla necessità di una presenza sul
territorio dell’intera Cisl. Per noi questa scelta è un riconoscimento del lavoro svolto dalla Fnp nel passato e
siamo convinti che sia la linea da seguire.
Aldo Carera ha detto che l’officina c’è, io qualche volta
sostengo che non è ben chiaro a quale tipo di produzione deve dedicarsi, perché gli operai ci sono ma spesso
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manca quel coordinamento funzionale al “cosa dobbiamo produrre”. Come Fnp abbiamo cercato di privilegiare le cose che riguardavano prevalentemente la realtà
della nostra rappresentanza territoriale, il mondo dei
pensionati. Oggi però si pone il problema di avere una
rappresentanza più ampia, che si estende anche alle
problematiche del mondo del lavoro frantumato. Sul
territorio dobbiamo rappresentare la classe lavoratrice
non più tutelabile solo in fabbrica, ma dispersa in mille rivoli. Abbiamo il problema di rappresentare le classi
popolari presenti sul territorio: lavoratori, famiglie, giovani, pensionati. C’è tutto un lavoro da fare insieme,
è un cammino di crescita per valorizzare la contrattazione sul territorio, soprattutto da parte della confederazione, e parliamo in particolare nella nostra realtà
lombarda, certamente non ultima nella realtà nazionale. Abbiamo positivamente registrato negli ultimi tempi che anch’essa si è spesa in tal senso, ha espresso
elementi di valorizzazione di questo ruolo e prodotto
elementi di cambiamento significativo.
In un passo dell’enciclica “Caritas in veritate” il Papa
ci richiama come sindacato ad essere meno categoria
e avere più un’idea di rappresentanza generale della
persona, di lavoratore nel suo ambito più generale, di
cittadino.
Questa è una sfida che spinge la Fnp ad assumere
maggior consapevolezza del ruolo che può svolgere sul
territorio e la porta a chiedere con insistenza anche a
tutta la Cisl di fare dei passi in avanti da questo pun-
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to di vista, anche culturali. E’ una direzione già assunta dalla Cisl, che sollecita però la necessità di mettere
in campo strumenti organizzativi adeguati, perché un
sindacato come il nostro, fondato sull’autonomia delle
categorie, se non assume una modalità organizzativa
capace di creare coinvolgimento e impegno di tutti rischia di non dare gambe alle buone idee. Dobbiamo
quindi ridiscutere una forma organizzativa di presenza
e di presidio del territorio che impegni tutta la Cisl, sapendo comunque che noi proprio per la caratteristica
che abbiamo, dobbiamo e abbiamo qualcosa di più da
dare. Tutto ciò in un contesto che veda impegnata tutta la Cisl, diventando in effetti strumento determinante per la realizzazione delle politiche territoriali di tutta
l’organizzazione.
Io credo che come pensionati abbiamo correttamente
assunto quest’esigenza di presidio del territori per rappresentare al meglio i nostri iscritti, ma nel cammino
di crescita dell’organizzazione questa sta diventando
sempre più una necessità di tutta la Cisl. E noi dentro
questo disegno mettiamo a disposizione tutto il nostro
patrimonio organizzativo e umano, compreso il nostro
patrimonio fatto anche di conoscenze, di formazione
che abbiamo sviluppato in questi anni.
Siamo qui per dire: facciamo questi passi in avanti insieme per rappresentare sempre meglio, non solo quelli
che sono iscritti alla Fnp, ma tutta l’area popolare presente nelle nostre città e nei nostri paesi. Ha bisogno di
un sindacato che ne rappresenti i bisogni.
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Gigi Petteni
Grazie dell’invito e dell’opportunità di un confronto
con voi. Quando il professor Carera ha posto la prima
domanda sul ruolo della Fnp ho scritto alcuni appunti veloci su un foglietto. Sottolineo in particolare due
parole: respiro e visione. Il ruolo della Fnp, quello che
è stato e che tuttora è, io credo che sia sotto gli occhi
di tutti. Se tutti i lavoratori immigrati o nuovi cittadini
normali, come mi piace chiamarli, smettessero di lavorare per un giorno e si fermassero, l’economia lombarda si incepperebbe. Se la Fnp stesse ferma un giorno, la
Cisl in Lombardia sarebbe ferma.
Partendo da questo dato assolutamente attuale occorre liberarci da qualche luogo comune, perché dobbiamo
tutti insieme decidere quale Cisl ci sarà nel futuro. Se è
vero che andiamo a spiegare a tutto il mondo che dopo
questa crisi tutto sarà diverso, il mondo del lavoro, la
società, i giovani. Allora sarà diversa anche la Cisl, o no?
Perché noi non rappresentiamo delle entità astratte.
Allora il problema è come dentro questo cambiamento
generale ci diamo gli indirizzi per guidare anche quello
che saremo noi domani. Perché il sindacato fa sempre i
conti con il cambiamento, ma ci sono delle fasi che segnano cambiamenti lunghi, e chi intercetta per primo o
in modo adeguato questi cambiamenti riesce a guidare
e a governare il futuro interpretando meglio questa realtà in cambiamento.
La Cisl è un’organizzazione che poi nella sua storia, lo
dico sommessamente qui, ha saputo attorniarsi anche
di studiosi, di persone del pensiero, per capire ed inter72
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pretare i cambiamenti. Cosa che intendiamo fare anche
noi! La Cisl che noi pensiamo per il domani intende
muoversi nella prospettiva di un intreccio culturale tra
noi, la Fnp in particolare, e le categorie di rappresentanza dei lavoratori. La Cisl dovrà giocare un ruolo non
irrilevante dentro questa sfida della visione di quale
mondo potremmo avere dopo la crisi e su quali basi
sviluppare la nostra azione. Per cui io vorrei che dal
gruppo dirigente dei pensionati uscissero alcune elaborazioni, con la garanzia che noi non intendiamo il ruolo
della Fnp come supplenza della Cisl, né di salvadanaio
per l’organizzazione.
La Cisl ha un modello di organizzazione che ha bisogno di avere una visione, di avere un respiro teorico,
ma questo deve essere incarnato in una sua praticità.
Il modello della contrattazione decentrata, della contrattazione nei luoghi di lavoro e nel territorio, che oggi
dobbiamo rileggere e mettere in campo, è un modello
di vicinanza. Oggi infatti dobbiamo essere un’organizzazione di vicinanza, di rappresentanza dei bisogni di
lavoratori e cittadini e quindi dobbiamo essere presenti in ogni luogo. Non si tratta solo di rispondere alla necessità dell’iscritto di fare meno chilometri per trovare
il sindacato, la sede di questo o quel paese. Occorre
realizzare l’idea di essere sostegno vero delle persone.
Il tutto parte dall’idea che ho del concetto di persona.
Ho sempre pensato, quando inauguravo una sede in
un paesino, non alle questioni di concorrenza ma che
aprendo quel presidio ci sarebbero state delle persone
che avrebbero trovato la possibilità di risolvere i loro
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problemi, di esprimere i loro bisogni, che in una condizione diversa non avrebbero potuto fare senza grandi
disagi o l’aiuto di qualche familiare. Questa é l’idea di
organizzazione che dobbiamo perseguire, è la sfida che
noi abbiamo, altrimenti ci consumiamo solo su questioni lontane da noi.
Il nostro modello sindacale regge la sua capacità, la
sua anomalia se riesce ad essere presente e radicato
nella realtà. Noi abbiamo una crisi di contrattazione,
non abbiamo di autonomia, perché tutto quello che è
cambiato ha modificato le condizioni del nostro lavoro. Gli strumenti che avevamo nella borsa per andare a
esercitare questo ruolo contrattuale non sono più validi. Alcuni li dobbiamo cambiare, perché se avevamo
un cacciavite grande e la vite è diventata più piccola
dobbiamo avere uno strumento più adeguato. E allora
sta qui la nostra sfida. Se vogliamo non “fare” ma “agire”, allora credo che sia inevitabile intrecciare maggiormente il nostro modo di lavorare.
Abbiamo delle potenzialità e una di queste passa attraverso un intreccio sinergico con le Unioni territoriali,
con le categorie, con i servizi. Se vogliamo questo modello di organizzazione, dobbiamo crederci e lavorare
per costruirlo. Spero tanto che il 60° della Cisl che andremo a celebrare il prossimo anno sia un’occasione
per dare quel respiro di riflessione, ma anche di operatività che sempre ci hanno contraddistinto nei momenti del cambiamento, facendo emergere quello che è il
Dna della nostra organizzazione.
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Carmela Tascone
La mia presenza qui vuole essere un segnale per dire
come ciascuno di noi, come dirigente di una struttura territoriale Cisl, ha bisogno di confronti e verifiche
sul suo modo di lavorare. Entro subito nel merito della
questione ricordando che quando sono andata alla Cisl
di Varese nel 2004 è stata la categoria dei pensionati a
introdurmi per farmi conoscere le problematiche sociali e il loro intreccio con il mondo del lavoro.
Ricordo che a Varese ho trovato una realtà già molto
vivace sui temi della contrattazione, ho imparato dai
pensionati i termini con cui si indicano i vari servizi socio sanitari e le funzioni svolte dai vari livelli di competenza. E’ stato un accompagnamento ad un acquisizione di conoscenze che mi mancavano perché la mia
esperienza sindacale si era formata nel mondo dell’industria. Quindi per me è stato sicuramente un impatto
anche educativo questa collaborazione con la Fnp per
giocare un ruolo sul territorio come Cisl. Un’esperienza
che mi ha anche insegnato il rigore di saper fare alcune
cose e sapermi muovere su alcuni terreni molto diversi da quelli della fabbrica. Credo quindi che l’officina
del fare sulle tematiche sociali non possa fare a meno
dell’esperienza della Fnp, in cui si riesce a cogliere fino
in fondo il valore della presenza nel territorio di una categoria attenta a queste tematiche sociali per l’intera
Cisl.
Noi abbiamo sul territorio un patrimonio di persone e
di conoscenze che devono essere utilizzate, un patrimonio che consente tra l’altro di avere la possibilità
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di riferimenti importanti, con una presenza diffusa di
volontari attraverso sedi e recapiti anche a sostegno
dell’attività dei servizi sindacali. Presidio del territorio
e vertenzialità sociale, queste due condizioni insieme
sono fondamentali per la Cisl e sono originate e rese
possibili dalla collaborazione con la categoria dei pensionati Fnp. Del resto, a Varese la funzionalità e la diffusione delle sedi nel territorio, a partire dalle zone principali, fa affidamento in particolare alle risorse umane
ed economiche della Fnp. Rischio di fare un discorso
di dipendenza, di scarsa autonomia? Non credo. Perché se non ci fosse stata la diffusione sul territorio in
questi termini di collaborazione con la Fnp, la nostra
presenza sarebbe ben inferiore. Questa è una condizione che credo si debba valutare in termini positivi, non
di dipendenza da una parte oppure dall’altra. Questo è
il primo passo che vorrei indicare, un passo importante
da generalizzare per creare maggior interesse e collaborazione. A Varese ho trovato un’officina attrezzata e
ho cercato di potenziarla. Il rapporto sotto questo profilo è oggi un rapporto di presenza significativa con una
categoria che lavora sulle tematiche sociali, perché ha
assunto tra i suoi compiti queste problematiche.
Abbiamo bisogno, però, di rappresentare ancora di più
le esigenze e i bisogni dei lavoratori e dei cittadini del
territorio di nostra rappresentanza, non possiamo avere in mente soltanto una condizione statica, perché è
chiaro che lo sviluppo della contrattazione di secondo
livello evidenzierà nuovi aspetti nella rappresentazione
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dei bisogni del mondo del lavoro proiettati nel sociale
che il sindacato, la Cisl, sarà chiamata ad affrontare.
Condizioni e richieste si moltiplicheranno, problemi
nuovi si aggiungeranno a quelli del socio-sanitario e
dei servizi sociali. Ne riparleremo l’anno prossimo, ma
certamente sempre di più occorrerà compiere scelte su
ciò che siamo in grado di fare con le risorse che abbiamo. Dovremo scegliere le priorità dei problemi e su
questi fare una contrattazione a divenire. Oggi stiamo
lavorando sul tema dell’assistenza domiciliare partendo da una riflessione sviluppata nelle zone, cercando di
coinvolgere la gente che ha questo problema o che lo
avrà nel futuro prossimo. Quindi stiamo coinvolgendo
anche il territorio in quanto tale e poi poco per volta tenderemo a intrecciare il bisogno con quello che è
previsto dalle norme. Ma non ce la faremo a seguire e
a diffondere il sociale se pensiamo ad una piattaforma
comune basata su incontri generalizzati con i Comuni
per esaminare i consuntivi e poi darsi appuntamento
all’anno successivo.
Questo lavoro di confronto sulle tematiche sociali ha
bisogno di una verifica permanente. E’ un impegno
importante che meriterebbe sicuramente del tempo e
coinvolgimento diffuso di persone preparate. Io credo
che se in un’Unione sindacale ci fossero 10-12 persone
preparate in maniera forte, come un operatore sindacale che segue 40-50 aziende così un operatore sociale
sul territorio potrebbe seguire 12-14 Comuni, potrebbero fare officina per coinvolgere gli operatori delle categorie perché acquistino una visione più ampia delle
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loro funzioni. Se vogliamo difendere la contrattazione
dal punto di vista del bisogno e della risposta sindacale,
continuare a stare fermi sul “a chi tocca” e “chi lo deve
fare” è la premessa per lasciare le cose come stanno.
Mi permetto di dire questo forse perché ho alle spalle
tutto sommato un’isola felice, perché i nostri operatori
hanno assunto la visione della necessità di una contrattazione diffusa, perché c’è un indirizzo condiviso con la
Fnp che mette a disposizione risorse umane preparate
su tutti i terreni e quindi riusciamo, pur con tanti limiti,
a fare vertenzialità sociale.
Aldo Carera
La seconda questione da affrontare oggi è come relazionarsi con chi porta avanti altre forme di rappresentanza,
a livello di amministrazioni locali, di imprese. E’ il problema della responsabilità sociale per le imprese, ma anche
il passaggio che cerca di unire l’azione sul territorio alle
relazioni sociali. E’ la questione delle azioni sindacali deboli, che rischiano di rendere difficile la capacità di costruire relazioni incisive con le amministrazioni locali, ma
anche con le imprese.
In alcuni Paesi europei il sindacato conta poco o niente,
perché ormai il volontariato organizzato lo ha sostituito,
diventando l’interlocutore delle amministrazioni locali.
Questo è un rischio anche per il nostro Paese? La seconda questione è: quali sono gli spazi praticabili per la par-
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tecipazione dei cittadini? Il terzo punto è un problema
di comunicazione, di come utilizzare la comunicazione.
Fare pressione vuol dire avere strumenti adeguati, capacità di intervento, forme di lotta.
Queste sono le tre questioni che propongo al dibattito,
adesso sentiamo le valutazioni dei nostri interlocutori.
Attilio Rimoldi
Il problema del rapporto con gli altri attori della società
è un tema vero, non sempre risolto con formule che resistono nel tempo. Esaminando oggi le nostre esperienze storiche, facciamo fatica a darci regole che resistano
ad esempio alle vicende politiche che condizionano
persino le stesse strategie delle grandi centrali sindacali. Ma la domanda si indirizza in particolare al rapporto
con quella parte di mondo che in questa fase storica
interagisce poco con le problematiche che noi poniamo come Fnp. Con il mondo dell’impresa, in passato
abbiamo avuto esperienze durante la contrattazione
aziendale che hanno permesso anche di sviluppare rivendicazioni basate su elementi sociali. Ricordiamo ad
esempio gli accordi per asili nido, o per la formazione
professionale, le 150 ore. Oggi invece l’impresa è in un
certo senso come distaccata dal territorio, ha interessi
che non combaciano con quelli della comunità in cui
sono inserite.
Questa considerazione ci porta a dire che per uscire
dalla crisi vi é l’esigenza di recuperare un ruolo forte
delle imprese, che instaurino un legame con il territo-
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rio. Lo sostengono anche gli economisti. Dobbiamo allora, anche come sindacato, recuperare contatti e rapporti su esigenze condivise con le imprese che vivono
e agiscono nel territorio e, nell’ambito di questo ruolo,
prestare particolare attenzione alle aziende sociali.
La crisi ci sollecita a guardare con nuovo interesse anche al mondo delle imprese del Terzo settore, perché
queste operano anche su tematiche legate ai temi della
nostra vertenzialità. E’ evidente che il non profit opera
pensando al proprio ambito di azione operativo, quindi limitato, mentre da parte nostra c’è una visione più
generale. Parlo ad esempio delle esperienze nell’ambito
dei piani di zona dove già sono sorti problemi, in termini di difficoltà di rapporti e in qualche caso di contrapposizione nelle scelte, perché pur avendo stessi fini sulle questioni sociali nella gestione vediamo soluzioni da
punti di vista diversi. E così vale per i vari stadi di contrattazione, con le istituzioni che molte volte giocano
a metterci sullo stesso piano, negando il nostro ruolo
contrattuale. Mentre noi andiamo sempre cercando di
porre questioni con una visione generale dei problemi,
ci si trova con soluzioni che accontentano il bisogno
specifico di chi opera nel terzo settore ma che lasciano
non risolte le tematiche delle nostre rivendicazioni.
Per questo abbiamo avuto qualche volta delle difficoltà
e qualche conflitto in queste nostre relazioni per cui è
davvero indispensabile recuperare regole condivise con
queste associazioni, per un rapporto in grado di avere
direzioni comuni di operare. Costruiamo partendo dalle
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nostre convinzioni, chiedendo anche a loro di inserire
i loro obiettivi in una visione più globale dei problemi
sociali del territorio.
Quando si agisce sul territorio bisogna anche tenere in
considerazione, rispetto ai problemi di rappresentanza
di nostro interesse, che ci sono anche realtà, che vanno
dalle attività sportive a quelle culturali, inclusi i gruppi
che si occupano di anziani, che operano attraverso varie
forme di associazionismo e hanno una presenza forte sul territorio. Hanno sicuramente un’incidenza sulle
modalità di vita all’interno dei singoli territori, anche
se agiscono in modo esclusivamente separato. Anche
qui, credo che noi come sindacato abbiamo il compito di verificare se è possibile trovare punti d’incontro
per costruire un modello sociale partecipativo da portare avanti, scambiandoci opinioni e conoscenza degli
obiettivi per favorire soprattutto canali informativi reciproci e di consenso importanti. Sulla importanza di
rendere partecipe questo mondo sui nostri obiettivi e
quindi cercare di spostare dalla nostra parte la società
civile su queste tematiche è indispensabile.
Un problema prioritario è avere un’interlocuzione primaria con i nostri iscritti che abitano in quel territorio.
Quando agiamo nella contrattazione come Pensionati
possiamo certamente fare delle assemblea, ma non riusciamo ancora a lavorare in profondità in questa direzione per coinvolgere i cittadini di ogni età. Questo
perché la struttura organizzativa della Cisl non ci dà ancora la possibilità di coinvolgere quei lavoratori iscritti
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e non iscritti che lavorano magari in un paese diverso
ma abitano lì e hanno gli stessi problemi sociali di quel
territorio. Quindi la prima cosa da fare è mettere in
campo strumenti che ci permettono di conoscere e di
coinvolgere gli iscritti alla Cisl che abitano in quel territorio sulle tematiche della nostra iniziativa.
E’ anche un problema culturale, non solo di organizzazione. Rimango stupefatto a vedere come su una questione come la non autosufficienza la società civile si
mostra completamente distratta e assente. Eppure noi
siamo convinti e affermiamo che questa è una priorità
assoluta del lavoro sindacale, al pari del lavoro e delle tutele del mondo giovanile. Una priorità sempre più
necessaria in una società anziana e con legami sempre
più tenui e limitati nelle famiglie. Eppure non riusciamo
a modificare questa assenza di considerazione da parte
della società civile, e non solo attraverso l’informazione
dei mass media. Sicuramente abbiamo qualche difetto
di comunicazione anche noi che dobbiamo recuperare,
ma resta il fatto che per vincere queste battaglie c’è
bisogno di avere l’apporto massimo della società civile
che deve ricevere messaggi culturali dai diversi canali
della formazione delle coscienze, perché deve capire il
valore di queste battaglie sociali e stare dalla nostra
parte.
Dobbiamo mobilitarci per favorire questa cultura che
certamente faciliterebbe il mettere in campo i nostri
strumenti di pressione, dalle manifestazioni alla raccolta di firme, dai presidi alle marce dimostrative, dalla
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propaganda capillare alle assemblee pubbliche. Abbiamo ormai esperienza che di fronte a risposte negative
delle istituzioni, gli strumenti tradizionali di lotta arrischiano di essere spuntati. Le grandi manifestazioni di
piazza, l’abbiamo visto molte volte negli ultimi anni,
non hanno mai portato a dei grossi risultati in termini
di risposta alle nostre richieste.
E’ importante costruire relazioni, formare alleanze, impegnare i gruppi dirigenti a confronti serrati, ma alla
base di questo vi è la capacità di formare vaste fasce
di opinione favorevoli ai nostri obiettivi. Per favorire la
rappresentatività di chi contratta bisogna individuare
anche nuovi strumenti di coinvolgimento degli iscritti e della popolazione del territorio interessato, senza
rinunciare a esercitare comunque anche forme di pressione tradizionale, in quanto tutto dipende anche degli
atteggiamenti degli interlocutori.
Quindi le forme di pressione possono essere adattate
alla realtà in quel momento controparte. Può diventare lo sciopero all’interno dell’azienda industriale locale,
può diventare la manifestazione quando l’interlocutore è l’istituzione, può diventare più o meno incisivo
in rapporto alle questioni presenti, ma secondo il mio
modo di vedere e secondo l’esperienza di questi anni,
la priorità è quella che va portata dalla nostra parte
una fetta importante della società civile. Quando facciamo queste cose non possiamo farle da soli. La notevole contrattazione che facciamo sui territori spesso
non porta risultati perché i cittadini di quel territorio ne
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sono quasi inconsapevoli. Allora, appare quasi sempre
che se non riusciamo a raggiungere un risultato è colpa
nostra, se si raggiungono risultati sono bravi i sindaci.
Questo criterio non va bene. Se coinvolgiamo la società
civile, questa deve sapere che se riusciamo a raggiungere un risultato è anche merito di chi ci ha detto di sì,
ma prima di tutto è merito nostro che abbiamo posto
le domande per avere queste risposte.
Questo è il lavoro da fare con più forza nella nostra
vertenzialità locale.
Gigi Petteni
Parto dal tema della rappresentanza, questione molto
delicata che mi consente magari poi di fare un esempio
di alcune scelte che potrebbero sembrare anche una
follia, anche se coinvolgono responsabilità rilevanti. Vi
racconto delle prime 3-4 telefonate che ho ricevuto
stamattina. La prima: un dirigente mi dice “Sai che le
Acli fanno una petizione per lo Statuto dei lavori? Siamo d’accordo con la raccolta delle firme, ma noi qui
dobbiamo decidere come caratterizzarci”. La seconda
mi informa su una discussione aperta per tutelare dei
lavoratori con la cassa integrazione in deroga. La terza
telefonata mi dice “Queste associazioni che con noi difendono le questioni degli immigrati non vengono con
noi alla manifestazione di domani, anche se abbiamo
lavorato insieme. Hanno aderito a quella del 17 contro
ogni razzismo”. Faccio questi esempi per sottolineare
che noi non abbiamo nessun monopolio della rappre-
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sentanza e dobbiamo avere la capacità di giocarla. Allora vi esprimo una forte preoccupazione che mi ha accompagnato in queste settimane e che mi ha portato
poi a condividere una scelta insieme al gruppo di ricerca della Lombardia. In questo momento, per esempio,
il tema del lavoro è forzatamente al primo posto, ma
non perché sia stata compiuta una scelta culturale del
Paese. La crisi ci chiede di intervenire: chi non parla di
lavoro adesso? Dopo anni di vuoto, adesso si sparla di
lavoro, più che parlarne. E poi ci si mette anche qualche
sindacalista, non della Cisl, a scrivere su dei sondaggi e
a dire che i lavoratori non sono tutelati e a criticare il
sindacato.
Non mi resta che dire che ce ne sono già troppi che si
impegnano a mettere in evidenza i nostri limiti, evitiamo di farlo tra di noi. Valorizziamo invece il lavoro
fatto per ottenere la cassa integrazione in deroga e poi
grazie agli accordi aziendali garantire ai lavoratori che
rischiano di perdere il lavoro la possibilità di usufruirne!
Se non ci fosse nessuno ad occuparsi di queste cose, si
potrebbero ampliare i discorsi generali ma i lavoratori
sarebbero senza tutele. Il pluralismo nel fare è anche
questo. Siccome lo spazio del dibattito sulla crisi, sulle
scelte e sugli effetti sul lavoro e sui lavoratori é occupato, andiamo ad occuparne degli altri più concreti. Da
questo punto di vista noi dobbiamo essere pragmatici,
seri, capaci di risposte concrete rispetto alle persone in
difficoltà.
Quest’anno abbiamo portato avanti con decisione
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questo lavoro, ci siamo dati degli strumenti di tutela
sociale, estendendoli a coloro che non li avevano, lavorando per rimuovere i vincoli normativi ed economici
che li limitavano. Grazie a questa impostazione, assunta e sostenuta con decisione della nostra organizzazione, a partire dalla realtà lombarda abbiamo permesso
di tutelare molti lavoratori delle piccole aziende in crisi.
Abbiamo fatto questo in termini prioritari perché io voglio misurare le mie pulsazioni con quelle della gente
quando vive una situazione che non vede una prospettiva, quando gli viene comunicato che 500 lavoratori
della sua fabbrica andranno fuori, oppure che 300 andranno in cassa integrazione, o che 100 saranno messi
in mobilità. E questo vale anche quando i numeri sono
molto più bassi ma diffusi e per una situazione di crisi
poco governata da chi ha questo compito, crisi che tra
l’altro non fa vedere soluzioni di facile reimpiego dei
lavoratori.
Voglio apprezzare e sollecitare anche tutti gli elementi
della solidarietà che si muovono attorno a queste situazioni, a partire dai mondi vicini alla mia cultura, A
me va bene che i vescovi riescano a svolgere un lavoro
di sensibilizzazione, mi va bene che il mio vescovo vada
nella fabbriche in difficoltà, mi va bene che a Milano si
diano le bandiere da mettere fuori dalle finestre perché scatti una solidarietà più forte nei confronti dei
lavoratori, però mi interrogo su come la Cisl regionale possa aggiungere altre iniziative a quella comunque
positiva di essere gestore degli ammortizzatori sociali,
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che comunque non riescono a coprire tutte le forme di
precariato. Ed è la ragione per cui lanciare un’iniziativa
di sensibilizzazione: una marcia per il lavoro, per portare in campo chi ci sta, sabato 24 ottobre a Milano, in
questa città che si è dimenticata del valore del lavoro
e non ha visione della crisi e delle persone. Lo faremo
come Cisl e Cgil. Sono sereno anche se ci sono già state
critiche! Manca la Uil, ma ormai ognuno si assume le
sue responsabilità. Aderiscono invece le Acli, il mondo
dell’associazionismo. Invece settimana prossima Cisl e
Uil firmeranno il contratto dei metalmeccanici e io mi
troverò il giorno prima e il giorno dopo la manifestazione a fare un’iniziativa a difesa del contratto. Voglio
sottolineare questo aspetto per dire che noi, come Cisl,
ci assumiamo la responsabilità di un’azione di questo
tipo, con le polemiche che scoppieranno, vista anche
la situazione sindacale a livello nazionale. Non è uno
scherzo gestire la manifestazione senza incidenti, respingendo possibili provocazioni. Personalmente però
sono molto sereno.
E’ una iniziativa che voglio condividere con voi, perché
assieme possiamo contribuire a dare alcune risposte a
un lavoro sindacale difficile in questa crisi che coinvolgerà anche nei prossimi mesi tanti lavoratori e con un
quadro politico non dà risposte adeguate per rilanciare lo sviluppo. Abbiamo posto il problema del lavoro
al centro della nostra azione e quindi anche la vostra
presenza è importante. Non è l’ora dei particolarismi
adesso. Quest’iniziativa è necessaria perché dobbiamo
tenere aperto il discorso della rappresentanza sindacale
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sui temi del lavoro, della disoccupazione e dello sviluppo, senza dimenticare le problematiche sociali di un
mondo sempre più anziano.
In questa stagione avere delle alleanze “a geometria
variabile” consente di rafforzare un’idea che va tutta
costruita in questo tempo, sul nostro modello di autonomia. La Lombardia può dare un contributo importante alle scelte necessarie che la politica deve fare e
all’azione sindacale generale. E’ questa una fase delicata, che segnerà gli indirizzi degli assestamenti futuri
dentro tutto il sindacato. Il tema della rappresentanza
deve continuamente essere riproposto a tutti i livelli e
non è mai conquistato una volta per sempre. Quando dico che le soluzioni alle problematiche del lavoro
si giocano su più tavoli, ho toccato non un esempio
astratto, ma ho anticipato quello che sarà il dibattito
dei prossimi giorni, dentro e attorno all’organizzazione.
Il tema della rappresentanza e delle centinaia di conflitti che abbiamo ai vari tavoli di confronto si pone.
E’ un problema enorme, perché noi ci incontriamo con
molti degli attori coinvolti di qua e di là del tavolo, non
tutti graditi nello stesso modo. Se non facciamo questo
lavoro proponendoci come interlocutori credibili, sarà
inevitabile lo “sgomita mento” sulla rappresentanza,
su chi è legittimato e chi no. E’ naturale e inevitabile. Non possiamo neanche permettere che siano altri
a decidere la nostra rappresentanza. Sta a noi decidere
se incontriamo le diverse controparti nei vari tavoli di
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confronto, o se decidiamo diversamente. Con la Cgil
ho un conflitto dal punto di vista delle decisioni contrattuali, ma non voglio averlo dal punto di vista della
gestione delle crisi aziendali. La Cgil non è un interlocutore qualsiasi, è un interlocutore che ha una storia.
E poi non vorrei che in futuro possano essere altri a
decidere se noi dobbiamo esserci! Dobbiamo decidere
dove e su che cosa li incontriamo. Se continuiamo a
incontrarli anche a livello lombardo sulle cose che ci
dividono, oppure se pensiamo che sia opportuno stare
dentro questo gioco della rappresentanza, nel rapporto
che noi esercitiamo, a partire dalle cose concrete della
crisi e del lavoro, ma anche nel rapporto sempre più necessario con Regione e gli enti locali, dove si gioca per
il futuro una nuova partita di rappresentanza stimolata
dal federalismo che decentrerà compiti e poteri, in uno
scenario che è già completamente cambiato.
Io continuo ancora a meravigliarmi di chi nel sindacato
si stupisce che i sindaci ci snobbino o ci rispondano in
modo evasivo. E’ il modello che ha determinato questa situazione. Vi porto l’esempio del mio paese. San
Martino ha un po’ più di mille abitanti, il mio sindaco
è stato riconfermato per 23 voti. Io sentivo una grossa
responsabilità personale per la sua conferma perché il
suo giovane antagonista, alla fine, l’accusava di scarsa autonomia. Perché questo povero sindaco, invece di
decidere da solo, ascoltava la gente e il sindacato. Questa era considerata una colpa.
Tra l’altro io venivo additato come uno di quelli più
ascoltato. Era una colpa? Però in quel paesino lì io sono
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cresciuto e mi ricordo quando il consiglio comunale,
con meno di 1000 abitanti, convocava il pre-consiglio
e alcune volte non bastava una sera per andare a decidere e nessun consigliere, se non era informato, andava
in Comune e alzava la mano. Quel mondo non esiste
più e oggi dobbiamo creare le condizioni per esercitare al meglio il nostro ruolo in uno scenario completamente diverso, magari creando le condizioni per cui,
con qualche aggiustamento futuro, nella visione dei
rapporti possa determinarsi una forma più concreta di
coinvolgimento delle parti sociali nelle scelte delle istituzioni. E’ chiaro che con questo modello decisionale
che permette l’esclusione di un vero dibattito e non
dà stimoli alla partecipazione, dobbiamo essere noi
a costruire elementi di relazione, avere la capacità di
lavorare dentro la comunità per legittimare le nostra
rappresentanza e le nostre richieste.
Ragionando sugli spunti del dibattito di ieri, a proposito
della contrattazione decentrata, mi sono chiesto: qual
è il livello che scegliamo? Il modello dovrebbe essere quello di stare di più dove si costruiscono relazioni,
l’agorà, intesa come la piazza. I sindacalisti e gli attivisti sono quelli che hanno la capacità di interloquire, di
relazionarsi con più soggetti in questo ambito, perché
la nostra forza sta nel confrontarsi, per far conoscere
le nostre opinioni, avere consenso, appoggio alle nostre richieste, per poi relazionarsi con le controparti. Un
modello che è esattamente quello che permette di fare
una politica di alleanze. Io credo nella politica di alle-
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anze e nel fatto di contrapporre a questo modello decisionista una forte partecipazione. Il professor Carera ha
posto una questione su cui bisogna riflettere. Ha detto:
“Se si indebolisce la contrattazione dentro nei luoghi di
lavoro, inevitabilmente si indebolisce la contrattazione
nella stessa società”. Esattamente questo è il problema che dobbiamo affrontare, perché la contrattazione
che si può fare dentro e fuori i luoghi di lavoro non ha
caratteristiche asettiche. Un contesto è legato all’altro.
L’esperienza ci ha insegnato che quello che quello che
veniva contrattato in azienda aveva poi anche una ricaduta sociale.
Oggi più di ieri le tematiche del lavoro hanno immediata ricaduta dal punto di vista sociale. L’occupazione, gli
orari e le retribuzioni, le questioni del lavoro poi pesano
in termini di consumi e di vita sociale. Sono tematiche
sempre più intrecciate e la riflessione porta inevitabilmente a parlare della responsabilità sociale dell’impresa. Ieri ho scritto una lettera al presidente Formigoni,
pubblicata dal Corriere della Sera, in cui esprimo esattamente questi concetti: non può essere che una società finanziaria rilevi un’azienda che ha qualche centinaio
o migliaia di persone, dopodiché imposta una ristrutturazione, licenzia molti lavoratori, chiede contributi
statali o risorse pubbliche e poi, giustificando le proprie
scelte con le leggi di mercato e della crisi, abbandona
il tutto. Magari per fare una speculazione edilizia sulle
aree dimesse.
E non è neanche sollecitata da indirizzi normativi a fare
in modo che nel territorio possa continuare una atti-
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vità. Allora io, che non sono per fare la rivoluzione del
proletariato, chiedo però alle istituzioni che si decidano
norme e interventi, perché questo modello economico
deve prevedere una forte responsabilità sociale dell’impresa.
Occorre fare in modo che ci siano norme che costringano chi decide di fare scelte di questo tipo a risarcire
la comunità, perché si recuperi il bene sociale del lavoro. Qualche ragionamento ulteriore su come affrontare
la partecipazione sociale delle imprese, va fatto. Siccome molte delle nostre realtà sono state sviluppate attraverso un incrocio tra l’economico e il sociale, molto
è stato costruito nel passato con l’intervento diretto
o indiretto dell’impresa produttiva che assumeva questa impostazione per il radicamento che aveva con il
territorio. Siccome dobbiamo anche qui prendere atto
che non avviene più così, allora occorre costruire dei
sistemi di intervento funzionali a questo scopo. Sarà
lo strumento delle fondazioni, su cui la Cisl è molto
attenta, saranno forme nuove di co-partecipazione, di
azionariato popolare, certamente soluzioni che danno
valore al ruolo dei lavoratori. La nostra sfida, accanto
al compito tradizionale sindacale, è ricercare soluzioni
partecipate del lavoro e nel sociale.
Per intrecciare il livello aziendale e territoriale della
contrattazione non bisogna aspettare la definizione di
regole che precisino il tutto. Bisogna lavorare da subito
per determinare un sistema che si costruisce con la capacità di relazionarsi e di contrattare dentro le aziende
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e nel rapporto diretto con il territorio. E la crisi, nonostante tutti i problemi che crea, ci sta offrendo anche
delle opportunità. In fondo, magari inconsapevolmente,
stiamo facendo delle sperimentazioni: in questa situazione di crisi quanta contrattazione già si sta facendo
con connotati che vanno oltre le problematiche del
lavoro? Quando si contrattano le condizioni per le
case popolari, il mutuo, l’affitto, non si danno risposte
al bisogno della persona che sta in fabbrica o che è
pensionata? Quando si affrontano forme organizzative
interne che permettono di tutelare o evidenziare tematiche sociali di fasce particolari di persone (gli anziani,
i giovani, le donne, gli extracomunitari), mettiamo al
centro della nostra azione una visione che va oltre le
problematiche del lavoro e investe invece questioni sociali di grande rilevanza per la stessa convivenza civile.
Facciamo molte iniziative centrate su questo aspetto,
ma dobbiamo avere anche la capacità di cogliere il percorso che va oltre l’emergenza.
In questo momento c’è la crisi e su questa siamo impegnati, ma il problema è: siamo in grado di darci gli
strumenti perché il sindacato ritorni a essere un punto
di riferimento non solo per le persone ma per l’interlocuzione con imprese e istituzioni, per dare la risposta ai
più diversi bisogni? Oggi anche per queste controparti
può essere conveniente averci come interlocutori, ma
dobbiamo riuscire a stabilizzare queste impostazioni
anche per il post-crisi, altrimenti al primo vento di ripresa torniamo ad essere considerati soggetti di disturbo, di intralcio rispetto allo sviluppo.
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Carmela Tascone
Io credo che, salvo alcune situazioni territoriali, ci sia
un deficit di rappresentanza dettato dal cambiamento radicale del modo di produrre. Nel 1970 i luoghi di
lavoro erano molto grandi, gli iscritti si concentravano
nelle grandi fabbriche e davano forza sindacale con una
presenza diffusa di delegati preparati sulle questioni del
lavoro, ma con una visione che interpretava anche molte questioni sociali. Dall’interno dei luoghi di lavoro si
sono generate le condizioni per diverse riforme sociali a
livello nazionale, ma anche rivendicazioni generate sui
territori. C’era anche una vivacità nella contrattazione
sociale perché tutto sommato la forza che si aveva in
fabbrica doveva trovare sfogo in rivendicazioni sociali,
con riflessi anche sotto il profilo più territoriale.
Ricordo ad esempio le rivendicazioni dell’1%, sugli asili
nido e per la formazione culturale e professionale con
le 150 ore. Questa iniziativa tutta aziendale ci ha fatto
forse vivere un po’ di rendita e col venire meno delle
grandi fabbriche e lo spezzettamento del lavoro i luoghi dei confronti territoriali non sono stati definiti. Si è
delegato alla politica le questioni sociali che nel tempo
cambiavano. Vediamo ad esempio che gli statuti dei
Comuni impostati in questi anni non prevedono nella
loro programmazione alcun incontro con le organizzazioni sindacali.
Lo stesso statuto della Regione, modificato di recente,
non mi pare che su questo tema abbia assunto posizioni ben definite, al di là di qualche variazione. Non
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dico che gli altri ci devono fare posto, ma un’influenza
sul nostro agire indubbiamente c’é. Non dobbiamo poi
dimenticare nei rapporti con le istituzioni locali, il problema delle “controparti” politiche che hanno una loro
influenza. Perché, se hai l’amministrazione comunale di
centro-sinistra hai da preoccuparti del rapporto con la
Cgil perché il rischio è che questa dica che tutto va
bene a prescindere. Se invece hai l’amministrazione di
centro-destra hai la Cgil che spinge al contrasto a tutti
i costi perché quello lì è il nemico. A Varese la composizione delle amministrazioni sicuramente non brilla per
disponibilità al confronto, per cui c’è sempre da misurare la disponibilità soggettiva del sindaco o dell’assessore. E’ come lavorare in un contesto molto fluido, diverso da quando in un’azienda ci si incontra col datore
di lavoro su un problema che comunque deve trovare
una composizione.
Sappiamo che quando sarà in porto in tutti i suoi
aspetti il federalismo, compreso quello dei costi, sul
piano territoriale emergeranno questioni aggiuntive
alle attuali, in termini anche di aggravi di tassazioni per
la popolazione che solleciteranno la nostra azione. E’
chiaro che in qualche misura bisognerà anche formalizzare tempi e luoghi di confronto. Detto questo, non
dobbiamo spaventarci. Già ci siamo, facciamo i nostri
incontri, cerchiamo di avere delle interlocuzioni.
Dobbiamo invece ragionare dal punto di vista dell’importanza dell’intreccio della contrattazione sociale
tra impresa privata e territorio. Abbiamo ad esempio
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un asilo nido presso l’impresa X: come può diventare un asilo nido del territorio Y? Come creare quindi
un intreccio maggiore tra iniziative concordate in una
azienda ed estenderle sul territorio con costi e beneficiari diversi? A questo proposito abbiamo fatto un accordo con una grandissima azienda, la Luxottica, dove
si è scelta la strada di aumenti salariali erogati non in
termini monetari, ma in termini di possibilità di godere
dei servizi da destinare a minori e al personale anziano.
L’aumento é dirottato su un voucher per l’assistenza
domiciliare per chi ha un non autosufficiente in casa,
oppure figli all’asilo nido. Esperienze di questa natura
cominciano a nascere, vanno pubblicizzate ed estese.
Come contribuire ad una rappresentanza sul territorio? Anch’io sono convinta che l’alleanza con il mondo
dell’associazionismo, e in particolare con quel mondo
che gestisce i diversi bisogni socio-sanitari e sociali è
fondamentale. Ma quando parliamo di terzo settore
dobbiamo sapere che gli interessi sono molto variegati.
Voi sapete che negli anni d’oro c’erano i cosiddetti incontri con il terzo settore, con i cosiddetti “tecnici per
la conoscenza delle risposte organizzate al bisogno”. Se
qualcuno di voi qualche volta ha provato ad andare a
questi incontri, avrà notato subito la differenza d’impostazione tra bisogni generali da soddisfare ed esigenze specifiche della cooperativa X o Y. Questa eroga un
servizio per rispondere a bisogni determinati dalla sua
utenza, ma che non sempre collimano con interessi diversi di altre cooperative dello stesso terzo settore. Per
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questo noi dobbiamo adottare una strategia sul territorio di alleanze costruite con l’insieme di questo mondo
associativo, sulla base di una lettura delle esigenze delle fasce di popolazione più bisognose di assistenza, più
che della sintesi delle necessità organizzative di tutte
le cooperative del settore. Io credo che mentre siamo
avanti sulla capacità di sviluppare confronto, sulla individuazione delle richieste, sulle linee guida da perseguire, sull’intreccio con il mondo associativo abbiamo
molto da fare.
Un altro terreno da colmare è la capacità di coinvolgimento degli iscritti, dei cittadini, della gente. Attilio
Rimoldi proponeva di costruire piattaforme che riescano a saldare gli interessi dei lavoratori che abitano in
quel territorio e dei cittadini pensionati che abitano
nello stesso territorio. Significa quindi avere capacità di
lettura del bisogno con impostazioni che coinvolgono
iscritti e non iscritti, di quel territorio, bisogna fare un
confronto associativo che superi i limiti delle singole
categorie, bisogna costruire condizioni che permettano di ”informare” la gente, tornando poi in quei luoghi
dove va la gente per chiedere conferma delle nostre
letture. Certo, questo implica tempo, significa che devo
cominciare a leggere il problema del singolo territorio o
distretto, devo chiedere la verifica col mondo associativo, devo coinvolgere i cittadini di quel territorio per
far conoscere che ci mobilitiamo su richieste condivise,
chiedere poi un incontro all’istituzione che deve dare
risposte e se un incontro non ci viene dato fare una
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bella conferenza stampa per denunciare che in quella
realtà si trascurano i problemi sociali.
E’ dura, noi con le istituzioni non abbiamo moltissimi
spazi operativi, abbiamo lo strumento del coinvolgimento popolare, della dialettica, la volontà di affermare risultati utili alla collettività. Mi pare importante
rimettere in circolo queste analisi per la ricerca di soluzioni efficaci, che passano inevitabilmente anche da un
rafforzamento di risorse umane ed economiche verso il
territorio. Tutto ciò implica sostanzialmente un lavoro
che parta, più che da una piattaforma onnicomprensiva, da un’analisi delle problematiche del giorno per
giorno, cercando di ricostruire un rapporto con la gente
attraverso la realizzazione di risultati.
Aldo Carera
Apriamo ora la parte finale del nostro seminario. L’ultimo giro tra i nostri interlocutori é più centrato sulle
questioni interne. Il problema posto é: chi deve portare
avanti gli obiettivi indicati? Chi è l’attore della contrattazione territoriale? Il problema è se il sindacato è chi
contratta solo le questioni del lavoro o se si pone il problema di essere presente sulle questioni sociali. Come
concorrono questi livelli? Sono in concorrenza l’uno con
l’altro? E poi c’è un altro punto di cui bisogna discutere: la formazione della classe dirigente. Nella tradizione
della Cisl, il modo migliore per fare formazione di base è
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sempre stato far sì che la gente contratti. Il primo modo
di fare formazione è fare sindacato. Però è importante
capire anche quali sono le esigenze di tipo formativo che
sono conseguenti ad un certo modo di agire sul territorio. Queste mi sembrano essere le questioni da rilanciare
al dibattito.
Attilio Rimoldi
La nostra risposta su quale ruolo della categoria nel sociale è scontata: vogliamo giocare tutto il nostro peso
di presenza e di vertenzialità sulle questioni sociali, a
partire dalle questioni socio sanitarie e assistenziali.
Non è così evidentemente il compito delle altre categorie che si pongono soprattutto le questioni di tutela lavorativa. E’ il ruolo della confederazione quello di
coinvolgere tutto il sindacato su questioni generali che
interessano lavoratori e pensionati, quello di un ruolo di guida nell’agire sindacale col mondo sempre più
complesso. In effetti spesso nelle nostre riunioni, quelle
interne alla Fnp, si sentono critiche nei confronti delle
categorie perché sono assenti, forse non condividono,
comunque non si impegnano a sostenere le questioni
sociali dal punto di vista del territorio. È chiaro che tutto questo porta comunque a ribadire l’esigenza di dare
complessivamente maggior confederalità alla nostra
azione.
Quando parliamo di autonomia delle categorie dobbiamo vedere questo discorso dentro un disegno più
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ampio che riguarda proprio l’azione confederale, perché
i problemi che abbiamo, con la globalizzazione, con la
crisi, ci portano che a dire che la valutazione del benessere nella società non è solo questione di lavoro
o di opportunità sociali, ma è un insieme complesso
di impostazioni economiche, politiche, sociali, che ha
bisogno nel sindacato di essere portate a sintesi.
Un sindacato come la Cisl se si vuole rinnovare, se vuole avere prospettive future, se intende essere capace di
avere una presenza che interpreta la società e agisce al
suo interno, deve muoversi salvaguardando gli spazi di
autonomia categoriali, ma deve sviluppare una politica
con una visione più confederale della propria azione.
Noi qualche passo lo stiamo facendo in questo senso,
con qualche difficoltà, diciamocelo pure, perché quando si affermano queste impostazioni sui fatti concreti, anche al nostro interno qualche critica viene fuori:
certo la confederazione non sempre da l’impressione
di muoversi su questo terreno, ma questo deve essere
l’obiettivo.
Bisogna allora culturalmente acquisire il dato che oggi
i problemi sono talmente ampi dentro questo modello
di società, che c’è bisogno di una visione confederale dell’azione, poi si possono fare anche delle critiche,
porre condizioni che valorizzino le qualità e le risorse
specifiche patrimonio di ogni singola categoria. Questo è il motivo per cui in alcuni momenti anche noi
fatichiamo ad avere rapporti corretti con le categorie,
perché non c’è in tutti lo sforzo di vedere la propria
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azione dentro questa visione ampia che è la confederalità. Pensiamo ad esempio, in mancanza di una visione
confederale, come possiamo stabilire un equilibrio fra
noi che rappresentiamo quelli che stanno nelle case di
riposo come assistiti e le categorie che rappresentano
quelli che stanno nelle case di riposo come lavoratori.
Se non avessimo questa visione confederale nascerebbe immediatamente un conflitto, perché aumentare i
salari vorrebbe dire anche aumentare la retta. Questo
è un piccolo esempio della complessità delle questioni
che stiamo sollevando volendo affrontare le tematiche
sociali. Vogliamo cambiare la società ma per operare in
questo campo diventa indispensabile il lavoro di confronto e di indirizzo confederale.
Da parte mia vedo così l’azione della Fnp: una categoria
alla quale sta a cuore una propria autonomia e persegue
obiettivi di tutela del mondo anziano. Un’autonomia
da giocare e da mettere in campo per costruire un’azione confederale che tenga conto dei nostri obiettivi, pur
in una visione più generale dei problemi. Sosteniamo i
nostri obiettivi sapendo che per affermarli dobbiamo
per forza fare azione di concerto con la confederazione.
Nell’azione storica della Cisl, la formazione sindacale è
sempre stata perseguita. E anche noi come Fnp, qualche volta con qualche fatica, continuiamo a impegnarci
in questa direzione. La faremo certamente in questo disegno di collaborazione dentro la Cisl per fare un passo
in avanti sulla qualità della contrattazione, formazione
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del resto che già facciamo a sostegno di chi sta già operando sul territorio. La scelta di sostenere programmi
di formazione per l’azione di coloro a cui vengono dati
degli incarichi di responsabilità è uno degli obiettivi che
ci siamo dati perché riteniamo fondamentale aiutare
quelle persone su cui l’organizzazione punta per affermare risultati contrattuali. Quindi ci preoccupiamo
di dare gli strumenti per fare meglio quelle cose. Questo vale per tutta l’attività formativa e in questo lavoro
credo che noi andremo avanti.
Purtroppo nell’ambito delle nostre attività ci sono anche dei professionisti della formazione, quelli che hanno come hobby di partecipare ai corsi di formazione,
senza poi un impegno diretto sul territorio. È importante invece la selezione che deve avvenire proprio
nell’ambito della realtà territoriale più vicino ai problemi. Ecco, sotto questo aspetto non aggiungo altro,
rimarco ancora come in questo momento c’è bisogno
di una Cisl nuova, di una Cisl radicata sui nostri valori
ma capace di interpretare i bisogni di oggi. Una confederalità non come strumento di schiacciamento delle
autonomie e delle esperienze positive, ma come fulcro
dell’azione nel territorio che deve diventare un’esigenza prioritaria, per un cammino che dobbiamo fare con
fatica anche aiutando le altre categorie.
Gigi Petteni
Occorre fare uno sforzo per capire lo stato in cui siamo
nei rapporti unitari. Oggi ad esempio c’è lo sciopero
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della Fiom sul contratto. Per evitare strumentalizzazioni che non ci servono, e pur sapendo che siamo dentro
la crisi, se non vado errato mi sembra che le adesioni
siano quelle che sappiamo, siamo a livelli del 10-15%.
Io non so se abbiamo percepito meglio il clima, però
la crisi nella gente non ha fatto scattare un di più di
lotta, ma un di più di preoccupazioni. Non ha portato
ad alzare i toni, ha portato a riconoscere di più la fatica
di una risposta. La nostra é la linea vincente! Eppure
dobbiamo stare molto attenti perché quella linea di responsabilità, quella linea faticosa tenuta questo anno,
dove non sono mancati anche fra di noi dubbi e preoccupazioni, ci può sempre essere rovesciata contro. Al
consiglio generale ho detto: “Dobbiamo stare molto attenti perché questo è un tempo un po’ come la Formula
1. In sei mesi poi pensare di correre per vincere il titolo
e poi non riuscire più ad andare nemmeno sul podio”.
Abbiamo questi 5-6 mesi in cui la Cgil è coinvolta da un
congresso molto travagliato, poi la Cisl dovrà mettere lì
la condizione su cui recuperare il percorso comune. Per
questo cerco di evitare di affrontare queste situazioni
di divisione negli interventi ufficiali, dove deve essere
giocata una partita di diplomazia.
Questa può diventare una stagione straordinaria per la
Cisl se nella sua unità riesce a fare scelte forti, iniziative
decise e poi gestite perché diventino operative. Abbiamo bisogno di un grande sforzo organizzativo. Dalle intuizioni bisogna poi passare alla capacità di sviluppare
uno sforzo organizzativo, perché altrimenti il tutto non
marcia.
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Per essere chiaro, nel rapporto fra Cisl Lombardia e Fnp
della Lombardia c’è condivisione su questo impegno.
Voi vedete che io poche volte cito la Fnp. C’è un bel
rapporto ed è una cosa naturale. Con la Fnp condivido
il percorso di scegliere delle priorità. La Fnp mi ha detto:
“Per noi la priorità è l’emergenza della non autosufficienza, è la questione sociale da affiancare alle problematiche del lavoro”. Abbiamo assunto queste questioni
del lavoro, le abbiamo affiancate a queste tematiche
sociali. E quindi abbiamo lavorato in questa direzione:
io ho fatto la mia parte e la Fnp ha fatto totalmente
la sua. Questo rapporto di vicinanza non ha mai determinato una confusione di ruolo rispetto a questi
obiettivi, perché contano alla fine i fatti. Ne approfitto
per fare una citazione su questo percorso che abbiamo
sviluppato con la Regione Lombardia sulle linee guida.
La trattativa è stata totalmente gestita dalla Fnp e da
chi aveva la delega per la segreteria Cisl. Io non mi sono
mai intromesso. Siamo arrivati allo snodo finale e ho
detto: “Il giudizio che mi dai tu è il giudizio che io esprimerò al tavolo finale”. Quando sono andato dall’assessore al bilancio, dopo 2 ore e mezzo di discussione si è
alzato, ha guardato dalla finestra e mi ha detto: “Con
queste motivazioni, dei trasferimenti delle risorse, del
bilancio di tutto, avrei tutti i motivi per riconoscere un
problema e per motivare la non condizione oggi di dare
una risposta a questo problema. Ma il fatto che in questa fase così difficile si stiano facendo degli sforzi enormi, compreso il fatto di ciò che voi state facendo sul
tema del lavoro, tenendo una coesione sociale in una
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situazione difficilissima, assumendo grandi responsabilità ai tavoli mi fa dire che devo avere più responsabilità perché ci sia anche l’inizio di un’apertura di risorse
per segnare una strada nuova nei rapporti su queste
questioni”. Questo vuol dire far camminare insieme i
problemi e l’assessore al bilancio ce l’ha riconosciuto.
Questa è l’azione concreta che abbiamo e stiamo cercando di fare sul campo, insieme.
Nella Cisl giustamente voi dovete dare più voce alle
cose che interessano la vostra categoria, ma per fare
integrazione su questi temi è sufficiente che facciate
quello che fate nella vita di ogni giorno per contrassegnare in ogni territorio una presenza forte dell’intera
Cisl sulle problematiche sociali. Nel concreto dico che
dobbiamo fare un grande sforzo amministrativo, per
garantire il presidio sindacale del territorio, ma questo
può venire se accompagnato da un indirizzo motivazionale. Se hai dirigenti e attivisti carichi di motivazioni
non ti accorgi alla fine della settimana quante ore hai
fatto, ma pensi ai risultati raggiunti. Allora, io insisto
perché riusciamo a cogliere bene le linee scelte e le sfide che vogliamo affrontare, caricandoci davvero di più
di responsabilità in questo momento qui, perché questo è uno di quei cambiamenti della società che potrà
pesare e segnare per lungo tempo la nostra attività.
E’ questa la motivazione che ci porta a fare uno sforzo
anche nel campo formativo. Ieri sera, a cena di cosa abbiamo parlato? Di come cogliere l’opportunità del 60°
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della Cisl, come momento in cui possiamo immaginare
delle iniziative tese a valorizzare storia, partecipazione,
nuovo impegno. Può essere un momento bello in cui
riconosciamo l’impegno di coloro che hanno lavorato
per l’organizzazione, ma soprattutto incentrato sulla
necessità di rilanciare un elemento forte di motivazione su cui aggregare consenso e impegno su ciò che noi
dobbiamo affrontare.
Per quanto riguarda il rapporto complessivo con le categorie, questa sfida si vince se evidenziamo il come si
crea la classe dirigente di domani. Io spero che si riesca a convincere le categorie che siccome non c’è più
identità di categoria, occorre far crescere una classe
dirigente che sia disponibile alla mobilità tra una categoria e l’altra. Se fai due passaggi così hai costruito
una nuova classe dirigente, e il problema del rapporto
pubblico, privato, categoria grossa, piccola, si supera. Io
penso che il futuro sia quello di costruire una mobilità
del nostro gruppo dirigente che lo arricchisce di più,
che gli fa crescere consapevolezza di queste diversità
che devono affrontare, ed è la concezione su cui dentro
l’organizzazione si porta un respiro nuovo e diverso. Infine, il tema della comunicazione. Ognuno di noi cerca
di arrangiarsi, prende spazio, ma se la comunicazione la
vogliamo fare con lo strumento che aiuta a dare una
informazione a lavoratori e cittadini, che non è sostitutiva ma integrativa del lavoro dei sindacalisti, tutta
questa partita è da razionalizzare. Se in Lombardia tenteremo di prendere un canale televisivo per dare infor-
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mazione nostra, dovremo farlo insieme. E sono scelte
che portano un’organizzazione ad essere pragmatica,
concreta, ad avere una visione complessiva dei bisogni per poter incidere nel futuro. Sta a noi decidere se
vogliamo dare solo la risposta parziale o se vogliamo
puntare a questa razionalizzazione che permette di valorizzare il lavoro dell’intera organizzazione.
Carmela Tascone
Le questioni poste sono: il rapporto tra le diverse categorie e la formazione di una nuova classe dirigente. Sulla questione del rapporto con le categorie, io credo che
dobbiamo avere coraggio di parlare anche dei servizi
sindacali. Non è un problema soltanto di disinteresse
dei gruppi dirigenti perché si tratta di materie che si
sentono oggi delegabili ad altre parti dell’organizzazione. Anche a mio parere noi viviamo in un sistema
organizzativo che anziché intrecciare rapporti e competenze, ci porta spesso a lavorare a comportamenti
stagni. Ad esempio, la politica dei quadri sul territorio è
sempre una politica verticale. Ogni categoria decide chi
mettere nella propria squadra. Certo in genere si sente
con la sua categoria a livello regionale, ma in questo
c’è un imprimatur che deve essere sempre di categoria.
Questo modello organizzativo va bene finché ci sono
problemi da risolvere, quando c’è da aiutare qualcuno
a ricollocarsi oppure ci sono costi organizzativi per attività specifiche della categoria che fa comodo poter
dividere con la struttura orizzontale.
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Bisogna invece riaffermare una modalità organizzativa
che costringa un pochino tutti a fare i conti con un
rapporto di intreccio e di sinergia, superando condizionamenti che risultano molte volte limitativi della possibilità di intervenire in scelte specifiche che poi hanno
riflessi su tutta l’organizzazione. Certo l’autonomia è
un valore da garantire nella Cisl, ma qualche regola che
porti ad un maggior interscambio tra categorie e Unioni non può essere ignorata. Se vogliamo veramente
adeguare il modello organizzativo alle nuove esigenze
interne, finanziarie e di uomini, non possiamo poi pensare a soluzioni che non coinvolgano l’insieme dell’organizzazione nei suoi rapporti tra i vari livelli dell’attività sindacale e nella ricerca di soluzioni formative
adeguate alle esigenze e ai bisogni di una struttura che
è e resta complessa.
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L’associazione BiblioLavoro onlus è stata costituita nel
2002 per iniziativa della Cisl Lombardia e delle sue articolazioni di territorio e di categoria, in particolare della
Fnp Lombardia. All’obiettivo originario di conservare e valorizzare la memoria storica del lavoro e del sindacato, di
promuove attività culturali ed editoriali, BiblioLavoro ha
visto ampliarsi nel 2009 il suo campo d’intervento con la
progettazione, realizzazione e gestione della formazione
sindacale.
BiblioLavoro si rivolge dunque ad un pubblico diversificato che va dagli operatori, formatori e dirigenti sindacali
a tesisti, ricercatori e docenti universitari, dai bibliotecari,
archivisti, responsabili e operatori di istituzioni culturali
pubbliche e private agli studenti e insegnanti delle scuole
superiori.
Biblioteca, emeroteca, videoteca, archivi storici
La biblioteca di BiblioLavoro conta oltre 22.000 titoli tra
libri, opuscoli, periodi e video consultabili nel catalogo on
line del Servizio bibliotecario nazionale (www.biblioteche.
regione.lombardia.it/OPACMI46/cat/SF) oppure nella sezione BiblioLavoro nel sito www.lombardia.cisl.it
Il settore periodici comprende circa 1700 testate, di cui
circa 300 riviste correnti appartenenti all’area del sindacato e delle scienze sociali. Più di 600 sono periodici sindacali locali e nazionali, confederali e di categoria, di zona
e di fabbrica. Una collezione in continua crescita e una
fonte primaria per chiunque studi la realtà del sindacato
nei suoi aspetti storici e di attualità, ma anche per chi
intenda studiare la società italiana nei suoi aspetti econo109
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mici, sociali e culturali a partire dal secondo dopoguerra.
Anche la maggior parte delle riviste è inserita nel catalogo
Sbn.
BiblioLavoro è anche impegnata nella conservazione, gestione e valorizzazione dell’archivio video della sezione
“lavoro e temi sociali” del Filmmaker Festival, una delle
più importanti rassegne del cinema indipendente e dei
giovani registi che ha luogo ogni anno a Milano. La classificazione di questo archivio costituisce il primo esempio
di catalogo video inserito in Sbn ed è esperienza di riferimento per analoghe iniziative di videoteche e circoli cinematografici. I video del Filmmaker Festival disponibili a BiblioLavoro sono oltre 3.000, 2.000 dei quali già catalogati.
La videoteca è inoltre alimentata da documenti filmati
provenienti direttamente dal sindacato e dai tradizionali
circuiti distributivi.
BiblioLavoro conserva e ne garantisce la consultabilità archivi storici di rilevanza regionale e nazionale (Cisl Milano 1945-81; Fim-Cisl Milano 1949-81; Cisl Como 19501980; Federtessili; Fib/Fiba-Cisl Milano) oltre ad una serie
di archivi personali di esponenti sindacali milanesi e lombardi che costituiscono un indispensabile complemento
agli archivi di organizzazione.
Formazione sindacale
Nel campo della formazione BiblioLavoro si muove in una
logica di sussidiarietà tra i vari livelli territoriali e tra le categorie, aumentando il grado di coerenza degli interventi
formativi con le esigenze culturali, politiche e organizzative della Cisl.
I progetti formativi intendono perseguire l’integrazione
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sistematica tra una visione della società consona ai valori,
alla cultura e alle linee d’azione riconoscibili nell’identità della Cisl, e la fornitura di quelle competenze tecnicoprofessionali su cui si regge la possibilità di incidere sulla
cultura del lavoro, sui rapporti di lavoro e sulle relazioni
sociali.
Promozione culturale, attività editoriale
BibloLavoro ricomprende una specifica funzione di studio
e di gestione delle conoscenze propria di un’attività di
servizio nel campo della convegnistica, della documentazione specializzata, della produzione e realizzazione di ricerche, rielaborazioni e approfondimenti tematici nonché
nella gestione delle relazioni con il mondo degli studi e
della produzione culturale.
A partire dal 2007 BiblioLavoro ha iniziato una propria
attività editoriale con la pubblicazione di strumenti e materiali per approfondire e far conoscere la storia e l’attualità della CISL, del sindacato e del mondo del lavoro. Una
specifica collana è dedicata alla raccolta di documenti e
testimonianze.
BiblioLavoro è a Sesto San Giovanni (Mi)
in viale Fulvio Testi, 42
Tel. 02 24426244 – [email protected]
E’ aperta al pubblico il lunedì e il venerdì dalle 9 alle 13;
il mercoledì dalle 14 alle 18.
Prenotandosi è comunque possibile accedere alla biblioteca
anche in altri giorni e altri orari
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Finito di stampare nel mese di marzo 2010
da Larioprint snc - Como
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