Quadrimestrale - Anno IX - n° 29 - dicembre 2014 Tariffa R.O.C.: “Poste Italiane Spa sped. abb. post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art.1, comma 1, DCB/PO” Rivista di informazione medica n. 29 dicembre 2014 Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Pistoia La voce dell’ordine di Pistoia Pieter Bruegel il Vecchio, Adorazione dei Magi, 1564, Londra, National Gallery Sommario 1 • 3 • 6 • 8 • 12 • 15 • 17 • 18 • 20 • 23 • 27 • 31 • 36 • 37 • EDITORIALE Il fascicolo sanitario elettronico fra dubbi e certezze AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO Ebola: passato, presente e futuro FISIOLOGIA Alterazioni elettrolitiche: calcio, magnesio, fosforo STORIA E SALUTE L’allattamento nel mito e nella storia AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO Uso del latte materno e promozione dell’allattamento al seno nelle TIN LIVELLO MINIMO N. 22 Un osso fantasma LETTERE Il valore delle relazioni FITOTERAPIA Gingko Biloba ATTUALITÀ Il dieting come patologia MED-NEWS dalla letteratura internazionale Il bruxismo. Intervista con il Prof. Daniele Manfredini ATTUALITÀ Ripensare la guerra al cancro PASSATO E PRESENTE La Medicina degli Uomini (4) Nota sulla storia della chirurgia COMUNICAZIONI Punto unico Comitato Pari Opportunità L’Accademia Europea di Dermatologia e Venereologia ricorda il professor Panconesi Premio al dottor Filippo Fassio L’ORDINE DEI MEDICI PER L’ARTE E LA CULTURA Il mio orizzonte è il Montalbano Copertina: Giorgione, Adorazione dei pastori, 1500-1505, Washington, National Gallery of Art Quarta di copertina: Caravaggio, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, 1600, trafugato La voce dell’ordine di Pistoia Bollettino ufficiale quadrimestrale dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Pistoia; anno IX n. 29 – dicembre 2014 Dir. resp. Dott. Gianluca Taliani – Comitato di redazione: Egisto Bagnoni, Pierluigi Benedetti, Gianna Mannori, Ione Niccolai Reg. Trib. Pistoia n. 8 del 9/07/04 – Stampa: GF Press, Masotti EDITORIALE Egisto Bagnoni Presidente dell’Ordine di Pistoia IL FASCICOLO SANITARIO ELETTRONICO FRA DUBBI E CERTEZZE Il 27 settembre 2014 si è svolto a Piacenza il convegno “il fascicolo sanitario elettronico fra dubbi e certezze” organizzato dalla Fnomceo in collaborazione con l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Piacenza. Il tema così attuale ed importante ha richiamato molti Presidenti di Ordine, esperti informatici e funzionari ministeriali e regionali. Le numerose relazioni hanno affrontato l’argomento da tutti i punti di vista e sono state accompagnate da una discussione viva con osservazioni molto pertinenti. Il bilancio che ho fatto al mio ritorno, dopo avere partecipato per l’intera giornata, ha messo in evidenza poche certezze e molte perplessità per le criticità che sono state evidenziate. Come si dice nel mondo sportivo agonistico, l’importante e’ avere partecipato ed avere acquisito una visione aggiornata su di un panorama molto vasto e indefinito. Vi sono alcune cose realizzabili che meriterebbero di essere approfondite e possibilmente condivise. Le finalità del FSE sono quelle di dare al medico uno strumento di lavoro che sia anche una tutela e una garanzia per il cittadino, uno strumento di ricerca per la programmazione dei servizi della Sanità regionale e nazionale. Esiste un Progetto ministeriale di massima che quattro regioni (Lombardia, Emilia Romagna, Trentino e Toscana) hanno ripreso ed individualmente hanno modificato e sperimentato. Dubito fortemente che si possa arrivare ad un modello unico nazionale. Comunque anche per queste quattro Regioni, più virtuose, i tempi di realizzazione saranno abbastanza lunghi e per le altre Regioni non sappiamo neppure come e quando verrà affrontato il problema. Il vero rischio è quello di ritrovarsi tanti progetti quante sono le Regioni. Il grande merito di questo convegno è stato quello di avere evidenziato i problemi e le criticità in modo da poterle affrontare con un metodo possibilmente condiviso. Sono state prospettate anche alcune possibili soluzioni che però sembrano avere costi elevati. Alcuni tecnici esperti hanno anche espresso dei dubbi se veramente valesse la pena di finan- EDITORIALE ziare progetti costosi che non garantiscono reali benefici per i cittadini. Il dubbio più inquietante è che la realizzazione di questo progetto stia a cuore e sia voluto dalla parte pubblica solo per avere dati sulla spesa da controllare senza considerare l’efficienza. L’apparato burocratico è costoso ed autoreferenziale e ha perso di vista il fine principale della sanità: i professionisti hanno bisogno di poter lavorare con serenità in armonia con i cittadini. Se il FSE deve ulteriormente appesantire il lavoro è meglio non realizzarlo ed investire in servizi realmente utili. La Regione Emilia Romagna ha già speso in pochi anni 108 milioni per questo progetto che, per ora, non ha permesso alle aziende sanitarie di scambiare con i medici e gli altri professionisti della sanità un numero sufficiente di dati. Debbono essere resi noti tutti i costi per la realizzazione capillare di questo progetto e per la sua manutenzione, che si presenta difficile per la gestione dei trasferimenti dei cittadini, per i cambi di medico e pediatra di libera scelta, per il pensionamento ed il nuovo ingresso dei professionisti. I medici di famiglia che sono liberi professionisti convenzionati e di età fra i 55 e i 60 anni come media non saranno disponibili ad investimenti consistenti su nuove attrezzature informatiche compatibili con il sistema pubblico. In caso alternativo, saranno LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 2 le aziende in grado di sostenere i costi per fornire a tutti i nuovi strumenti informatici? Quanti cittadini saranno disponibili a permettere che i loro dati sanitari vengano raccolti in banche dati enormi che hanno mostrato e continuano a mostrare falle gigantesche? L’Autority della Privacy ha premesso che i cittadini saranno liberi di non consentire l’informatizzazione dei dati pur mantenendo il diritto di usufruire dei servizi sanitari pubblici. È già stato annunciato che il cittadino avrà il diritto di oscurare alcuni dati senza che questo oscuramento debba essere evidenziato. La tutela di questi diritti certamente mina la sicurezza del sistema. A questo punto dobbiamo anche chiederci se esistono sistemi alternativi meno complessi e meno costosi che possano evidenziare particolari problemi come allergie, intolleranze od altre patologie. Esistono anche altri mezzi come braccialetti, collane e tessere che possono mettere in evidenza particolari situazioni di pericolo. In Inghilterra, che è la patria della privacy e delle tessere sanitarie elettroniche, vi sono soggetti che viaggiano con magliette che evidenziano la loro patologia come l’autismo. Il cittadino singolo per sua tutela, in caso di emergenza o per la normale assistenza sanitaria, potrebbe dotarsi di una chiavetta USB contenente i dati essenziali ed utili a tutela della salute. Hans Memling, Trittico dell’Adorazione dei Magi, 1470 ca, Madrid, Museo del Prado www.omceopistoia.it AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO Ebola: passato, presente e futuro Dott. Michele Spinicci* e Prof. Alessandro Bartoloni** *Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive, Università degli Studi di Firenze **SOD Malattie Infettive e Tropicali, Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi, Firenze – Centro di Riferimento Regionale per lo Studio e la Cura delle Malattie Tropicali – Dipartimento Medicina Sperimentale e Clinica, Università degli Studi di Firenze A distanza di 38 anni dalla sua scoperta, avvenuta nel 1976 nel corso di una epidemia che ha avuto luogo in Zaire (attuale Repubblica Democratica del Congo), in un villaggio nei pressi del fiume che le ha poi dato il nome, Ebola si è definitivamente presentata sulla scena mondiale con l’epidemia esplosa a marzo 2014 nell’Africa Occidentale. Ebola è un virus a RNA, appartenente alla famiglia dei Filovirus, di cui si conoscono 5 ceppi: Zaire ebolavirus (EBOV), Bundibugyo ebolavirus, Sudan ebolavirus, Taï Forest ebolavirus e Reston ebolavirus. Di questi, i primi tre sono stati responsabili di oltre 20 focolai epidemici di varia entità, verificatisi in Africa Centrale tra il 1976 e il 2012, abitualmente in villaggi ai margini di foreste pluviali, con tassi di letalità compresi tra il 25% e il 75% [tabella 1]. Tabella 1. Cronologia delle epidemie di malattia da virus Ebola www.omceopistoia.it Uganda nel 2000, con 425 contagi e 224 decessi, causato dal ceppo Sudan ebolavirus. Taï Forest ebolavirus è stato associato ad un solo contagio umano, peraltro con esito favorevole, avvenuto nel 1994 in una etologa svizzera che aveva condotto l’autopsia su uno degli esemplari di scimpanzé deceduti per sindrome emorragica nella foresta Taï in Costa d’Avorio. Reston ebolavirus è stato identificato nel 1989 in scimmie delle Filippine; successivi isolamenti sono avvenuti in altri primati non umani e in suini originari delle Filippine, incluse alcune scimmie importate in USA ed in Italia, a Siena. Reston ebolavirus non è considerato patogeno per l’uomo, ma indagini sierologiche hanno dimostrato casi di infezione asintomatica in soggetti che avevano avuto contatto con animali infetti. Nell’Africa Occidentale tre specie di pipistrelli della frutta – Hypsignathus monstrosus, Epomops franqueti e Myonycteris torquata – sono considerate i principali reservoir di Ebola; anche i roditori sono ritenuti potenziali serbatoi, mentre l’uomo ed altri mammiferi sono ospiti suscettibili che sviluppano una grave malattia dopo aver contratto il virus attraverso il contatto diretto con animali infetti o il consumo di alimenti o acqua contaminati. La trasmissione interumana avviene per contatto diretto con tessuti o fluidi corporei, incluse le secrezioni salivari (droplets) di soggetti infetti, mentre non vi LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA Prima dell’epidemia attuale, l’evento più significativo per numero di casi si era registrato in Virus Ebola 3 AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 4 sono evidenze di trasmissione del virus per via aerea. Durante il periodo di incubazione (mediamente di 8-10 giorni con un range di 2-21 giorni) le persone non sono considerate contagiose; il rischio di trasmissione inizia quando il soggetto infetto sviluppa i primi sintomi e perdura fino a quando il virus è rilevabile nel sangue. Le indagini epidemiologiche effettuate riconducono il caso indice dell’attuale epidemia di malattia da virus Ebola (MVE) ad un bambino di 2 anni deceduto nella prefettura di Guéckédou, Guinea, nel Dicembre 2013. Dal momento della prima segnalazione di un focolaio di infezioni da EBOV in quattro distretti del sud-est della Guinea, ricevuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il 23 marzo 2014, il numero di casi e la diffusione geografica sono progressivamente incrementate, raggiungendo livelli senza precedenti; ad agosto il Direttore Generale dell’OMS ha dichiarato l’attuale epidemia una “emergenza di salute pubblica di interesse internazionale”. I dati del bollettino OMS del 22 ottobre 2014 riportano un totale di 9936 casi di MVE e 4877 decessi in sette paesi di tre continenti (Guinea, Liberia, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Spagna, e Stati Uniti). Il giorno successivo alla pubblicazione di questi dati, il Mali ha segnalato il primo caso di MVE sul proprio territorio, divenendo il sesto Paese africano raggiunto dall’epidemia. Nello stesso bollettino OMS, è stata annunciata la fine dell’epidemia in Senegal (1 caso, 0 decessi) e Nigeria (20 casi, 8 decessi). In entrambi i Paesi infatti sono trascorsi 42 giorni (pari al doppio del periodo massimo di incubazione di MVE) da quando l’ultimo paziente affetto da MVE è risultato negativo ai test di laboratorio. Anche la Spagna ha iniziato il periodo di monitoraggio a partire dallo scorso 21 ottobre, dopo che l’unico caso registrato è risultato per due volte negativo ai test per EBOV. Il caso spagnolo e due dei casi registrati negli Stati Uniti si sono verificati in infermieri, contagiati durante la propria attività di assistenza a pazienti affetti da MVE. Complessivamente sono 443 i casi di contagio tra gli operatori sanitari, con 244 decessi. La sicurezza degli operatori sanitari è al centro degli sforzi dei soggetti coinvolti nella risposta all’epidemia di MVE, sia nei Paesi dell’Africa Occidentale che nel resto del mondo, e richiede misure di prevenzione che includono criteri efficaci per l’identificazione dei casi sospetti, infrastrutture e dispositivi di protezione individuale adeguati, pratiche di igiene e decontaminazione corrette; tutto questo non può prescindere da un accurato training di tutto il personale coinvolto. In Italia, il Ministero della Salute ha recentemente emanato un protocollo in merito alla gestione dei casi e dei contatti di MVE che va ad integrare le linee guida nazionali per la prevenzione e il controllo delle febbri emorragiche virali. I casi vengono classificati in sospetto, probabile e confermato in base a criteri clinici, epidemiologici e laboratoristici [tabella 2]. Tabella 2. Criteri e classificazione dei casi di Ebola Dopo quasi un anno dal primo caso di MEV, le esperienze maturate fino ad oggi permettono di fare alcune considerazioni. L’Africa Occidentale sta vivendo la peggior epidemia di Ebola di sempre, per numero di casi e soprattutto per estensione dei territori coinvolti. Nei tre paesi più colpiti (Guinea, Liberia e Sierra Leone) segnalazioni di casi di MVE sono riportate in quasi tutti i distretti, includendo sia aree rurali che urbane ed in particolare le capitali; questa diffusione rende estremamente complesso il lavoro di autorità locali e partner internazionali e ostacola gli interventi che avevano permesso di minimizzare la trasmissione nel corso delle precedenti epidemie, fino al controllo delle stesse. Le previsioni che giungono da WHO Ebola Response Team e dai CDC (Centers for Disease Control and Prevention), concordano nell’affermare che se le misure di controllo – tra cui la pronta www.omceopistoia.it AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO www.omceopistoia.it Bibliografia e fonti utili - Feldmann H, Geisbert TW. Ebola haemorrhagic fever. Lancet 2011;377:849–62 - Centers for Disease Control and Prevention. Ebola virus disease. (http://www.cdc.gov/vhf/ebola) - WHO. Global Alert and Response (GAR). (http:// www.who.int/csr/disease/ebola/en/) - Baize S, Pannetier D, Oestereich et al. Emergence of Zaire Ebola virus disease in Guinea. N Engl J Med. 2014Oct9;371(15):1418-25 - WHO Ebola Response Team. Ebola virus disease in West Africa--the first 9 months of the epidemic and forward projections. N Engl J Med 2014Oct16;371(16):1481-95. - WHO. EBOLA RESPONSE ROADMAP SITUATION REPORT. 22 OCTOBER 2014. (http://apps. who.int/iris/bitstream/10665/137091/1/roadmapsitrep22Oct2014_eng.pdf?ua=1) - Ministero della Salute. Malattia da Virus Ebola (MVE) – Protocollo centrale per la gestione dei casi e dei contatti sul territorio nazionale. Circolare del 1 ottobre 2014 LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA ricerca dei contatti, un adeguato isolamento dei casi, la capacità di gestione clinica, la sicurezza delle cerimonie di sepoltura, il coinvolgimento delle comunità e il sostegno di partner internazionali – non saranno rapidamente intensificate, la situazione di questa area geografica è destinata a peggiorare ulteriormente nei prossimi mesi, con migliaia di casi e di morti ogni settimana. Nel resto del mondo, ed in particolare in Paesi come l’Italia, l’importazione di casi è poco probabile ma non impossibile; il rischio si concentra soprattutto tra le figure professionali che rientrano in patria dopo essere state impegnate nella risposta all’epidemia in loco, e si può verificare in forma di casi isolati o piccoli focolai come accaduto in Spagna e Usa; come in questi casi, una risposta pronta e competente da parte delle autorità sanitarie è in grado di circoscrivere rapidamente l’episodio, garantendo la sicurezza delle comunità. Al momento è del tutto inconsistente dal punto di vista scientifico l’ipotesi che focolai di infezione possano essere introdotti sul territorio italiano attraverso i flussi migratori del Mediterraneo, in considerazione delle caratteristiche dell’infezione – 21 giorni come massima incubazione, contagiosità limitata al periodo sintomatico, decorso acuto – rispetto alle tempistiche e alle modalità di questi viaggi. Per quanto Ebola rimanga una grave malattia infettiva potenzialmente mortale, è verosimile che le statistiche relative alla letalità subiscano un notevole ridimensionamento nei contesti sanitari avanzati: finora solo 1 dei 4 casi di USA e Spagna è risultato letale, e molti dei casi rimpatriati e trattati in Paesi avanzati hanno avuto esito favorevole. Del resto già durante l’epidemia di Marburg - Filovirus responsabile di una febbre emorragica con caratteri molto simili a MEV - in Yugoslavia e Germania nel 1967, i tassi di letalità si attestavano intorno al 25%, ben inferiori a quelli registrati nel corso delle successive epidemie in Africa Sub-Sahariana. La terapia della MVE si basa attualmente su interventi di supporto delle funzioni vitali, dal momento che non sono disponibili farmaci specifici di provata efficacia e sicurezza. L’immunizzazione passiva con derivati ematici di pazienti convalescenti è stata utilizzata in passato, ma l’efficacia è controversa; recentemente, in pochi casi selezionati, è stata impiegata una combinazione di anticorpi monoclonali con risultati incoraggianti. La nuova attenzione della comunità scientifica verso questa malattia, che si traduce anche nell’impulso allo sviluppo di nuovi farmaci e vaccini efficaci, consente di ben sperare in una implementazione delle armi con cui affrontare Ebola nel prossimo futuro. 5 FISIOLOGIA Alterazioni elettrolitiche: calcio, magnesio, fosforo Ione Niccolai LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 6 CALCIO Il calcio ematico è disponibile in tre forme ma l’unico fisiologicamente attivo è il calcio ionizzato, che rappresenta circa il 45% e non è influenzato dall’albumina. Il 40% è legato alle proteine, circa il 15% unito a componenti diffusibili. Molti processi cellulari importanti, come la contrazione della cellula miocardica e l’aggregazione piastrinica dipendono dal calcio, che è essenziale per la funzione neuromuscolare e per le ossa. La sua concentrazione totale è ovviamente legata alla concentrazione di albumina. Diversamente nelle ipoalbuminemie si riduce il calcio totale, ma il calcio ionizzato può essere normale. Il calcio antagonizza anche l’azione del potassio e del magnesio sulle membrane per cui può essere utile per correggere l’iperpotassiemia e l’ipermagnesemia. IPOCALCEMIA Si considera ipocalcemia quando i valori del calcio sono inferiori a 8,5mg/dl. Il segno clinico più importante è la tetania che può causare depressione della contrattilità miocardica anche con prolungamento dell’intervallo QT. Si possono avere anche aritmie ventricolari. Le principali cause sono: ipovitaminosi D, ipoparatiroidismo, sindrome di Cushing, pancreatite acuta e cronica, trasfusioni ripetute, insufficienza renale, ipoalbuminemia e alcuni farmaci come cortisonici, furosemide, calcitonina e ipoalbuminemia. Ovviamente il trattamento dipende dalla gravità del deficit. Se la calcemia è inferiore a 1,9mmol/l ed è presente tetania e laringospasmo è indispensabile un trattamento parenterale di emergenza con gluconato di calcio al 10% infuso lentamente e ripetibile fino alla normalizzazione del parametro. Dovrà essere corretto ove necessario anche il livello del magnesio. Nei casi più leggeri può essere sufficiente anche una semplice supplementazione orale del calcio. IPERCALCEMIA molto frequente nei pazienti ospedalizzati. E’ spesso associata, se importante, a gravi modificazioni dello stato mentale a disidratazione. Anche qui è fondamentale dimostrare l’incremento del calcio ionizzato. Molto importanti an- che i livelli del fosfato serico e del paratormone. Cause: le più frequenti sono l’iperparatiroidismo primitivo e secondario, i tumori, più rare ipervitaminosi D la terapia diuretica aggressiva, la tireotossicosi, la malattia di Addison. Valori superiori 12mg/dl sono un’emergenza. Il trattamento deve essere aggressivo e prevedere anche attenta correzione della volemia. E’ indispensabile mantenere un flusso urinario di almeno 200ml/h per cui possono essere necessarie anche alte dosi di diuretici. In questi casi è obbligatorio il posizionamento precoce di un monitoraggio della pressione venosa centrale. MAGNESIO È il catione intracellulare più rappresentato dopo il potassio. E’ molto importante per consentire il passaggio attraverso le membrane di potassio, sodio e calcio. E’ anche fondamentale stabilizzatore elettrico delle membrane. Contemporaneo deficit di potassio e magnesio incrementano moltissimo il rischio di aritmie cardiache. IPOMAGNESEMIA. Le sue conseguenze sono fondamentalmente legate al sistema nervoso e neuromuscolare con alterazioni della coscienza, iperiflessia, ipotensione, insufficienza respiratoria, aritmie cardiache. Casi di lieve deficit possono essere trattati anche con somministrazione orale di soli sali di magnesio, in caso di deficit severi è indispensabile una correzione per via parenterale somministrando 50meq ogni sei ore sorvegliando attentamente i livelli ematici . Spesso l’ipomagnesemia si associa a ipocalcemia e ipopotassiemia, per cui è necessario correggere il deficit di magnesio prima di poter vedere normalizzati i livelli di potassio e calcio. IPERMAGNESEMIA si ritrova in pratica solo nei pazienti con insuff.renale. Livelli di 5-6mg/ dl sono abbastanza ben tollerati. Livelli superiori a 6mg/dl si accompagnano ad alterazioni dello stato mentale, iporeflessia insuff.respiratoria. Il trattamento prevede la somministrazione di 10-20 mEq. di calcio per contrastare la sintomatologia e furosemide per accelerare l’escrezione www.omceopistoia.it FISIOLOGIA di magnesio. Nei pazienti con insufficienza renale grave è indispensabile la dialisi. FOSFORO Ipofosfatemia le manifestazioni acute possono essere anche importanti con alterazione dello stato mentale, debolezza muscolare, rabdomiolisi, riduzione della contrattilità miocardica, emolisi, depressione respiratoria. I casi lievi con livelli ematici intorno a 2,5mg/l di PO4 serico possono essere trattati anche con la sola somministrazione orale di preparati di sodio e potassio fosfato bilanciati, 250mg ogni otto ore. I pazienti con più grave ipofosfatemia richiedono invece somministrazione endovenosa di fosfato di sodio o di potassio al dosaggio 2mg/kg di peso corporeo ogni sei ore per poi proseguire con la somministrazione orale. Iperfosfatemia si verifica quasi esclusivamente nell’insufficienza renale di notevole entità e nelle gravi lisi cellulari. La manifestazione più importante è l’ipocalcemia per la formazione di complessi calcio-fosforo nei tessuti molli. Indispensabile idratare e forzare la diuresi con acetazolamide 500mg ogni 6 ore, bloccanti dell’assorbimento intestinale del fosforo, in particolare leganti enterici del fosforo tipo carbonato di calcio alle dosi di 0,5-1,5 gr ai pasti. Sconsigliabili, anche se efficaci, gli antiacidi contenenti alluminio o magnesio. Ovviamente nei casi gravi unica terapia è la dialisi. www.omceopistoia.it LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA Albrecht Durer, Altare di Dresda, 1496, Gemaldegalerie, Dresda 7 STORIA E SALUTE L’allattamento nel mito e nella storia Prof. Giampaolo Perugi LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA Quando Era si accorse che il lattante attaccato al materno non è possibile. E vi si parla di nutrici: suo seno era Eracle, nato dagli amori adulterini Ulisse è allattato da Euriclea che subito lo ricodel suo sposo Zeus con la bella ninfa Alcmena, lo nosce al suo ritorno ad Itaca sotto le spoglie del allontanò con rabbia da sé; ma il latte continuò a mendico, in virtù del legame profondo che l’alsgorgarle dal seno lasciando una striscia bianca lattamento ha creato tra loro; oppure di animali nel cielo. Fu così la via Lattea. cui quel compito è demandato (particolarmente Il mito, uno dei tanti che appartengono al ciclo raccomandato, ma di difficile reperimento, queldei tradimenti di Zeus e delle vane collere di Era, lo di asina): tocca ad una lupa allattare i piccoli è forse soltanto il più famoso tra gli innumerevoli Romolo e Remo. Ma l’allattamento materno è la altri che presso tutte le popolazioni del mondo ri- regola, infranta solo in casi di assoluta necessità. mandano al tema dell’allattamento. Il segno, ine- Pochissimi lo sconsigliano, o addirittura lo vietaquivocabile, questo, dell’importanza che tutte le no, come Platone che nella Repubblica, per impeculture umane hanno attribuito a questa delicata dire un eccessivo attaccamento “familistico” del funzione della donna. piccolo alla madre, voleva l’allattamento affidato L’allattamento è uno di quei dati antropologici a nutrici di stato. dei quali sembra quasi inutile voler tracciare una La diffusione pressoché universale della pratica storia, tanto esso appare legato per natura all’esi- dell’allattamento al seno non escludeva, né del genza di assicurare il primo nutrimento al bamresto esclude ancor oggi, differenze: in alcuni bino. In realtà non è così. casi il piccolo viene attaccato al seno subito dopo Presso i popoli antichi o quelli che, per comodità, la nascita, in altri qualche giorno più tardi; in chiamiamo “primitivi” l’allattamento al seno si alcuni casi l’allattamento al seno viene protratto presenta quasi come una scelta senza alternative. Nessuna madre se ne ritiene dispensata in virtù di qualche sua condizione di privilegio. Le stesse divinità femminili allattano i propri piccoli. Lo stesso fanno regine e donne potenti. Le narrazioni mitologiche e poetiche sono ricchissime di riferimenti del genere: Efesto allattato da Era, Ettore da Ecuba, Astianatte da Andromaca e così via. Lo stesso in Egitto: Iside, la dea della fecondità, è spesso rappresentata con molte mammelle e con il figlio Horus attaccato al seno. A Roma esisteva una specifica divinità, Rumina, che proteggeva l’allattamento. Certamente è presente in alcuni testi letterari una attenzione per le circostanze in cui l’allattamento Iacopo Tintoretto, L’origine della Via Lattea, 1575-1580, Londra, National Gallery 8 www.omceopistoia.it STORIA E SALUTE www.omceopistoia.it Bernardo Luini, Madonna che allatta il bambino, sec. XVI, Milano, Pinacoteca Ambrosiana legame affettivo profondo con cui la natura unisce i genitori ai figli”); avanza anzi la tesi che il latte materno altro non sia, sebbene rifluito verso l’alto e sbiancato all’aria e al calore, che lo stesso sangue che ha portato a compimento il piccolo essere nei “recessi segreti” del corpo materno, cosicché rifiutare il proprio latte significa non portare fino in fondo la gravidanza, oltretutto col rischio che, nel piccolo, l’influenza del seme dei genitori venga alterata da quella di chi gli fornirà il primo nutrimento. Che l’indole e il carattere del bambino venissero condizionati in modo definitivo dal latte della nutrice fu opinione a lungo sostenuta. La ripeté ad esempio Laurent Joubert (1529-1583) della scuola medica di Montpellier, decimo di venti figli e dunque dotato, in materia di gravidanze, parti e allattamento, di un’esperienza familiare fuori del comune: in un suo libro tradotto in “volgare toscano” nel 1592, inteso a combattere i pregiudizi correnti in campo medico, sostenne senz’altro l’opportunità dell’allattamento materno, con la motivazione, tra le altre, che dando il bimbo ad allattare ad un’estranea si correva il rischio che ne prendesse vizi e vere e proprie malformazioni morali; aggiungeva, anzi, che una puerpera avrebbe dovuto sentirsi offesa LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA molto a lungo, fino a due anni ed anche oltre (secondo certi viaggiatori, le donne siberiane lo prolungavano fino a 5 o addirittura 7 anni), in altri viene progressivamente interrotto assai prima; in alcuni casi il momento dello svezzamento è accompagnato da specifici “riti di passaggio”, cosa che altrove non avviene; diversi sono i medicamenti o i riti cui si fa ricorso quando il latte materno viene a mancare o si rivela insufficiente.1 Per non parlare, poi, delle diverse prescrizioni circa l’opportunità o la liceità per la donna di intrattenere rapporti sessuali durante l’allattamento: un argomento, quest’ultimo, sul quale le discussioni di igienisti, medici, moralisti sono proseguite fin quasi ai nostri giorni. A quanto sembra, per molto tempo, le cose non mutarono: il latte della nutrice o il latte animale erano considerati soluzioni di ripiego. Il ricorso ad essi sembrava un disonore per la madre e, oltretutto, risultava meno comodo e, come ben ci si accorgeva, assai più pericoloso per la salute del bambino. Ma con l’avanzare della civiltà e di talune esigenze “sociali” ed estetiche, avvertite soprattutto dalle madri appartenenti a ceti più elevati, prese sempre più piede il costume di affidare i figli a nutrici, a seconda dei casi alloggiate nella casa familiare oppure no. L’uso di dare il figlio a balia si diffuse sin dall’antichità, se è vero che gli imperatori Antonino il Pio e Marco Aurelio sentirono la necessità di svolgere quella che diremmo un’azione promozionale a favore dell’allattamento materno, fino a prevedere sovvenzioni per le madri che se ne facessero carico, e nel Codice Teodosiano, della fine del IV secolo, si avvertì il bisogno di inserire una norma che regolarizzasse la pratica dell’allattamento mercenario. Era la corruzione dei costumi, denunciava Tacito, la causa che spingeva le matrone romane ad allontanare i figli dal proprio seno, ed infatti ciò non avveniva tra i Germani. Ne Le notti attiche, di un erudito latino, Aulo Gellio, vissuto nel II secolo d.C., si riporta l’appassionata perorazione per l’allattamento materno svolta dal filosofo Favorino presso una altolocata matrona romana la quale desiderava non aggiungere il compito gravoso dell’allattamento ai dolori e alle fatiche del parto, oltretutto temendo che esso potesse danneggiarle “le rotondette grazie” del seno. Contro questa scelta, definita “contro natura” e addirittura assimilata ad una volontaria interruzione della gravidanza, il filosofo schiera svariate ragioni, di ordine igienico e psicologico (“colei che abbandona la propria creatura, la stacca da sé e la dà ad allevare ad un’altra, viene a rompere o almeno ad attenuare e allentare quel nodo, quel 9 STORIA E SALUTE LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 10 se il padre del bambino non insisteva perché fosse lei ad allattare, perché questo voleva dire che la considerava una donna moralmente difettosa. Nonostante queste e simili esortazioni il costume del baliatico continuò a diffondersi. Ordinanze circa i doveri e i salari delle nutrici compaiono nel tardo medioevo e nei primi secoli dell’età moderna, a conferma del fatto che “dare i figli a balia” era una pratica diffusa, inevitabile negli istituti per trovatelli, dettata da ambizioni di distinzione sociale nelle famiglie agiate di ambiente urbano. Essa costituiva d’altro canto una fonte di reddito non indifferente per migliaia di famiglie del contado: ne è una riprova anche il fatto che la scelta delle famiglie cui affidare i lattanti da parte delle istituzioni pubbliche che accoglievano i bambini abbandonati veniva spesso gestita in maniera clientelare, sulla base di relazioni che le autorità preposte intrattenevano con determinate aree del territorio. Non raro, perciò, il caso che la balia, per amore del guadagno, fingesse di avere latte sufficiente, riempiendo invece il bambino di alimenti indigesti e dannosi. A fronte degli indici elevatissimi di mortalità che si riscontravano tra i bambini dati a balia, alcuni studiosi hanno avanzato il sospetto che la pratica del baliatico costituisse in realtà una sorta di infanticidio mascherato, sospetto che potrebbe apparire atroce se non sapessimo per certo che l’infanticidio costituì per secoli il più diffuso surrogato dell’aborto e una forma “tardiva” di controllo delle nascite. Il fatto che erano soprattutto le femmine - notoriamente meno apprezzate - ad esser date a balia sembrerebbe confermare questa ipotesi. Proprio i dati relativi alla mortalità dei bambini affidati a nutrici (ancora nei primi decenni dell’Ottocento si parlava di una mortalità di oltre il 30%) o allattati con latte animale, insieme al più generale movimento di idee, manifestatosi intorno al XVIII secolo, teso a rivalutare tutto quanto fosse “naturale”, determinarono una maggiore attenzione e insistenza di medici e di naturalisti a favore dell’allattamento materno. Le motivazioni addotte continuavano ad essere le stesse proposte in passato, al tempo stesso mediche e morali. Uno studioso svedese, Rosenstein (1706-1773), riteneva l’allattamento materno non solo giovevole alla salute del bambino e della puerpera, ma soprattutto ad ottenere che il bambino si appropriasse dell’indole e delle inclinazioni materne. Linneo, il famoso naturalista settecentesco, in una sua operetta intitolata La nutrice maligna o Dissertazione sugli eventi funesti dell’allattamento mercenario, dopo avere indicato i rarissimi casi che sconsigliavano l’allattamento materno, passava poi ad elencare puntigliosamente tutti gli ef- fetti nocivi di un allattamento diverso, quand’anche ci fosse stata accorta valutazione delle condizioni di salute della nutrice. E sui criteri che dovevano presiedere alla scelta della balia molto si discettava: età, robustezza della complessione, stato di salute, ambiente di vita (le donne abitanti in campagna preferibili alle cittadine), persino colore dei capelli (le brune meglio delle bionde e, comunque, mai le rosse). La nutrice più apprezzata era quella il cui figlio fosse appena morto, dal momento che in questo caso il suo latte era ancora “fresco”. Il paladino più noto ed influente dell’allevamento al seno materno fu indubbiamente Rousseau, che nel primo libro di Emilio, in coerenza con la sua esaltazione di quanto è naturale («Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo»), se la prendeva sia col costume di costringere il neonato in fasciature che ne impedivano i movimenti sia con l’allattamento mercenario, sostenendo che i vantaggi dell’allattamento materno non sono soltanto fisici, ma anche e soprattutto morali. A partire dagli inizi dell’Ottocento la storia dell’allattamento venne a complicarsi. Col declino (per ragioni economiche, sociali, amministrative, scientifiche) della mortalità infantile cominciarono a diffondersi pratiche di controllo delle nascite e le energie così risparmiate dai genitori si poterono concentrare con maggiore attenzione su un numero minore di figli. Questo progressivo restringimento delle relazioni genitori-figli coinvolse anche la fase dell’allattamento. Il baliatico venne progressivamente abbandonato e ciascuna famiglia prese ad allevare da sé i propri figli. Contemporaneamente si moltiplicavano gli appelli degli esperti a favore dell’allattamento materno (tanto che nel 1874 l’Assemblea Nazionale francese votò una legge per la sua promozione). In un opuscolo conservato presso la Biblioteca Forteguerriana di Pistoia, intitolato Sugli errori popolari intorno alla medicina, dato alle stampe a Pistoia nel 1877 dal dottor Stefano Bazzani, tra gli errori di molte specie «che, nati dall’ignoranza, dalla superstizione e dall’interesse, hanno messo salde radici nel popolo delle città e negli abitatori delle campagne», vengono annoverati anche quelli concernenti l’«Igiene dei bambini» e sul tema dell’allattamento: «Le madri, anche se sanissime, per una vana ambizione, schivano uno dei più sacri e dolci doveri, l’allattamento della propria prole, per metterla nelle mani di balia mercenaria, la quale per quanta cura e per quanta affezione porti a bambino non suo, sarà sempre ben lungi dal prodigargli l’affezione e le cure di una madre», così che «non www.omceopistoia.it STORIA E SALUTE Pablo Picasso, Maternidad, 1901 www.omceopistoia.it 1. Cfr. Marvin Harris, Antropologia culturale, Ed. Zanichelli, Bologna, 1990 LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA farà meraviglia, se, alla fine dell’allattamento, in luogo di trovare un bambino vegeto e robusto, si ha, il più spesso, rachitico o scrofoloso»; e, a conclusione del paragrafo, si invitano le madri a non dimenticare che «molte delle malattie che si verificano al tempo della pubertà, ripetono il loro germe da un regime di vita mal diretto nella prima infanzia». Né vanno sottovalutati gli sforzi della letteratura e della pubblicistica del tempo tesi a declinare l’immagine della donna nella rassicurante versione borghese di “angelo del focolare” e di amorosa nutrice dei figli. D’altra parte, però, altri fattori tendevano invece a stimolare il ricorso a forme di allattamento non materno. Si pensi anzitutto agli imponenti fenomeni d’ordine sociale connessi alla rivoluzione industriale e al massiccio ingresso delle donne in mansioni lavorative extradomestiche che rendevano problematico il ricorso o quanto meno il prolungamento dell’allattamento al seno. Ciò però non si tradusse in una ulteriore diffusione del baliatico, bensì dell’allattamento artificiale. Dalle scoperte relative alla composizione chimica del latte scaturì infatti l’ innovazione rivoluzionaria della produzione di latti artificiali, che consentirono l’allattamento manuale domestico del bambino con prodotti via via perfezionati. Un ruolo importantissimo ebbe in questa avventura lo svizzero Henri Nestlé (1814-1890), il quale mise a punto una farina lattea che aveva il pregio di essere semplice, di composizione nota e costante, facile a prepararsi e di lunga conservabilità. Parlare di “innovazione rivoluzionaria” non è una esagerazione se si pensa a quanto la disponibilità di latti artificiali e di altri alimenti conservati ha drasticamente abbattuto le malattie dovute a carenze di nutrizione. Forse solo apparentemente meno importanti furono le innovazioni che si realizzarono, già nell’Ottocento, nella produzione dei poppatoi, che divennero sempre più igienicamente affidabili. Ricordiamo, ad esempio, l’introduzione poco dopo la metà del secolo della tettarella in gomma, molto più facilmente lavabile e quindi più igienica delle boccette e spugne usate in precedenza. A tutto ciò doveva poi aggiungersi l’evidente interesse delle case farmaceutiche produttrici di latti artificiali a raccomandarne l’impiego, sia magnificandone i requisiti, sia scoraggiando le madri dall’allattamento al seno, di cui si sottolineavano i rischi per la salute e per la “linea”. A tali campagne a favore dell’impiego dei latti artificiali collaborarono o per lo meno non si opposero con chiarezza gli ambienti medico-pediatrici, in una connection di interessi talvolta poco limpida. Non era raro che i difensori del “latte di mamma” venissero attaccati dai convertiti al latte artificiale come nostalgici e superati tradizionalisti. E, di fatti, l’immagine della mamma allattante non ha avuto nel corso del secolo passato molta fortuna. Ne fornirebbe una conferma la storia delle bambole: mentre nell’Ottocento si era diffusa l’usanza di dare alle bambine dei bambolotti da far loro accudire come se fossero delle piccole madri, la loro scomparsa a favore di bambole alla Barbie non potrebbe essere considerata come un indizio del modesto appeal posseduto dal modello della mamma casalinga e dedita ai figli? Da qualche decennio, però, a partire da quando nel 1956 sorse negli USA la Leache League, sono state lanciate vaste campagne per la promozione dell’allattamento materno con risultati assai incoraggianti. Ma a questo punto chi si interessa di storia non può che lasciar la parola agli addetti ai lavori. 11 AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO Uso del latte materno e promozione dell’allattamento al seno nelle TIN Tempo per una pianificazione di interventi efficaci Dott.ssa Silvia Perugi, SOD Neonatologia e Terapia intensiva Neonatale (TIN), Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi, Firenze In considerazione degli innumerevoli benefici provati sia per il neonato sia per la madre, esiste un consenso generale nel ritenere che il latte materno adeguatamente supplementato rappresenti il gold standard per l’alimentazione del pretermine, e che il latte fresco della propria madre sia superiore al latte di banca. Negli anni sono stati proposti vari programmi per la promozione dell’allattamento materno nelle unità di terapia intensiva neonatale, ma sebbene varie condizioni siano sicuramente associate ad un maggior successo dell’allattamento in questa categoria di pazienti, una review del 2009 (1) concludeva che l’evidence based in questo settore era ancora limitata. Noti fattori favorenti sono: il contatto pelle a pelle, intervento di consulenti alla pari per l’allattamento, uso simultaneo del tiralatte su entrambi i seni, formazione multidisciplinare del personale sanitario, riconoscimento come Baby Friendly Hospital. LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 12 Uno studio norvegese appena pubblicato (2) si propone di valutare l’efficacia di un programma strutturato per incoraggiare e sostenere l’allattamento materno applicato in una terapia intensiva neonatale norvegese definita come “traditional open-bay NICU”, analizzando retrospettivamente i dati relativi ad un totale di 203 neonati con peso alla nascita inferiore a 1500 g ed età gestazionale media compresa tra 28,5w e 30w in tre diversi periodi : 1986-87; 1996; 2007-08. Si tratta della terapia intensiva dell’ Haukeland University Hospital, Bergen, costruita negli anni ’80, unità di III livello, con circa 6000 nati/anno e centro di riferimento per le nascite pretermine per le province limitrofe. La TIN viene descritta come affollata, e priva di stanze singole, con la possibilità però di posizionare una sedia reclinabile fra le incubatrici o in vicinanza del letto del bambino. I genitori possono stare qualche tempo da soli col proprio figlio quando il neonato è or- Firenze, Careggi, Pediatria www.omceopistoia.it AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO www.omceopistoia.it LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA mai stabile, fuori dalla TIN in una stanza separata. I genitori dispongono se necessario di una sistemazione fuori dallo stabile per un tempo limitato e vengono incoraggiati a trascorrere più tempo possibile in TIN vicino al neonato, praticando il pelle a pelle; inoltre viene incoraggiata la spremitura manuale, e le mamme possono tirare il latte in ospedale avendo a disposizione una stanza separata e, a casa, con tiralatte forniti gratuitamente dall’ospedale stesso. La mamma viene incoraggiata a tirarsi il latte entro le prime ore dopo il parto. Si tratta di un Ospedale accreditato come BFH nel 1994, mentre la TIN ha ricevuto l’accreditamento secondo i recenti requisiti OMS nel 2007. Per quanto riguarda la strategia alimentare attuata, i neonati ricevevano il gavage fin dalle prime ore di vita con graduale aumento in base alla tolleranza e sospensione della nutrizione parenterale al raggiungimento di una quota enterale di 130-140 ml/Kg/die, con fortificazione del latte umano a partire da un quoziente enterale di 170 ml/kg/die. Il programma di incentivo all’allattamento descrive un primo step tra la prima coorte di pazienti del periodo ‘86-’87 (n=67 neonati) e la seconda coorte datata 1996 (n= 58) in cui viene introdotta rispetto al passato in cui veniva riportato solo un generico atteggiamento di “incoraggiamento” all’allattamento, la spremitura precoce del seno subito dopo il parto e l’utilizzo di un nuovo strumento chiamato “ the breastfeeding wheel” (tradotto e riprodotto con il consenso di B.Persson, Svezia). Tale “ruota dell’allattamento” illustra schematicamente 10 passaggi attraverso i quali il neonato pretermine può essere aiutato nel passaggio dal sondino al seno, attraverso il pelle a pelle, i primi approcci al seno materno, i primi tentativi di suzione via via più efficaci, l’allattamento a semidomanda, ed infine l’allattamento completo a richiesta. Il secondo step descritto è l’introduzione dei consulenti specifici in allattamento tra la seconda e la terza coorte di neonati del 2007-08 (n=78): si tratta di infermiere specificamente formate in allattamento che lavorano con le mamme sia singolarmente che in gruppo e che tengono lezioni anche alle altre infermiere, in modo da assicurare una formazione uniforme e condivisa da tutto il personale. I dati sull’allattamento sono stati raccolti al momento del raggiungimento della quota enterale piena, ad un mese di vita, alla dimissione, ed in follow-up a 2-4 mesi, a 6-8 mesi ed a 12-13 mesi di età corretta. Nei tre periodi presi in considerazione è stato ottenuto un incremento progressivo e significativo (p<0,001 ad ogni end points) del tasso di allattamento materno: al momento del raggiungimento dell’alimentazione enterale piena si è passati dal 55% (con allattamento esclusivo 33%) all’ 89% (esclusivo 62%); alla dimissione dal 48% (11% esclusivo) al 92% (60% esclusivo). A 2-4 mesi di età corretta il tasso di allattamento materno passava dal 15% al 62% e a 6-8 mesi dal 10% al 53%; in questo caso però è mancante il dato sull’allattamento esclusivo (vedi tabella). Da notare che nessuna patologia materna né neonatale intercorsa ha avuto un effetto significativo sul tasso di allattamento: solo il fumo materno si è dimostrato associato in modo significativo a tassi minori di allattamento dopo la dimissione. Altro fattore risultato interferire negativamente è la condizione di mamma single alla data del follow-up a 6-8 mesi ma non alla dimissione. Ciò dimostra che la maggior parte delle madri di neonati VLBW possono riuscire ad intraprendere un allattamento di successo se adeguatamente supportate dal personale sanitario attraverso programmi ben strutturati in una terapia intensiva neonatale aperta, anche se questa è affollata, con spazi ristretti, che forse in questo caso non consentono neppure alle mamme di tirarsi il latte vicino al proprio bambino. Anche in una TIN non concepita con i canoni architettonici favorevoli ad un’assistenza centrata sulla famiglia né alla salvaguardia della privacy si possono raggiungere ottimi risultati utilizzando ciò che si ha a disposizione, ma non è sufficiente un generico atteggiamento di incoraggiamento all’allattamento. Fondamentale invece 13 AGGIORNAMENTO SCIENTIFICO risulta ancora una volta la formazione specifica del personale in allattamento materno e l’uniformità di approccio e di conoscenze da parte di tutte le figure professionali che vengono in contatto con le mamme, che può essere coadiuvato dall’utilizzo di strumenti riproducibili. Infine, importante il tasso di allattamento esclusivo raggiunto alla dimissione al termine del programma anche se è assente il dato relativo alla quota dei neonati allattati direttamente al seno. Anche per promuovere l’allattamento materno le parole chiave sono ancora una volta attitudine, formazione, pianificazione. Colgo l’occasione per dare l’informazione della disponibilità anche in Italia di strumenti di formazione strutturata ad hoc; mi riferisco in par- ticolare al nuovo Corso di Nutrizione con latte materno nelle Unità di Terapia Neonatale, promosso dal Gruppo di Studio di Nutrizione della SIN, messo a punto da colleghi delle TIN di Trieste e dell’AOU Careggi. Bibliografia 1. Renfrew MJ, Craig D, Dyson L et al. Breastfeeding promotion for infants in neonatal units: a systematic review and economic analysis. Healt Technol Assess, 2009 2. Husebye ES, Kleven IA, Kroken LK, Torsvik IK, Haaland OA, Markestad T. Targeted Program for Provision of Mother’s Own Milk to Very Low Birth Weight Infants. Pediatrics. 2014 Aug;134(2):e489-95. Number of Children Receiving Exclusive, Partial, or No MM at Different Age LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 14 www.omceopistoia.it LIVELLO MINIMO SCHEDA DI LIVELLO MINIMO N° 22 Pierluigi Benedetti UN OSSO FANTASMA Se a uno studente dei nostri giorni, venisse chiesto durante l’esame di anatomia di elencare le ossa che formano lo scheletro del palato, l’interrogato dovrebbe rispondere, secondo quello che ha appreso dalla voce dell’insegnante e dallo studio dei libri di osteologia, che il palato osseo dell’uomo è formato anteriormente dai processi palatini delle ossa mascellari superiori, unite fra di loro nella sutura mediana del palato; e nella parte posteriore dalle lamine orizzontali delle ossa palatine, che si articolano fra di loro e con le lamine mascellari antistanti. www.omceopistoia.it LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA Questa risposta, esatta ed esaustiva per uno studente dei nostri giorni, non sarebbe stata completa se a darla fosse stato un ipotetico studente di Medicina dell’Università di Padova o di Bologna di cinquecento anni fa. Infatti fino a quella che fu chiamata a buon diritto la rivoluzione anatomica di Vesalio (15151564), a cui si accenna nell’articolo alla fine Bollettino, veniva descritto nello scheletro del palato, oltre alle due ossa suddette anche l’osso intermascellare; osso di cui nei libri di anatomia normale umana, da circa cinquecento anni, non si trova più traccia. La spiegazione di questo apparente enigma è di ordine storico, più che scientifico. Infatti, fino agli ultimi decenni del Cinquecento e in alcune Università ancora per molto tempo dopo, veniva insegnata l’anatomia che Galeno (126-216 d. C.), aveva descritto, senza che nessuno (o quasi) per più di mille anni si fosse dato la pena di verificare se le sue affermazioni fossero vere o false. Purtroppo, in più di una occasione, Galeno, aveva descritto non quello che aveva visto nella dissezione di cadaveri umani, ma piuttosto quello che aveva osservato dissecando cadaveri di animali, spesso scimmie, maiali e buoi; ed estrapolando poi quei dati anche per l’uomo. L’osso intermascellare o osso incisivo esiste nel babbuino, oggetto delle dissezioni di Galeno, ed in molti mammiferi, ma non nello scheletro dell’uomo dopo la nascita. Questo fu uno dei 220 errori di Galeno che Vesalio mise in luce nel suo libro “De humani corporis fabrica”, edito nel 1543. Per citare, a modo di esempio, altre due delle numerose false nozioni anatomiche insegnate per più di mille anni, basate sull’autorità di Galeno e prese per buone anche nei testi arabi medioevali, si ricorda che per Galeno l’utero della donna era bicorne, come quello di alcuni animali; e che esisteva una rete vascolare “mirabile” alla base del cervello, di cui non c’è traccia nell’uomo e che si ritrova solo in certi erbivori. Così nella scimmia e in molti mammiferi, per esempio nei ruminanti, si trova l’osso intermascellare, che non esiste, se non come rara variante, nella specie umana. Queste false affermazioni, come si è detto, furono tramandate e insegnate per secoli, e anche se a qualcuno venivano dei dubbi, si guardava bene da esporli, perché mettere in discussione l’autorità degli antichi autori era per la “scienza ufficiale” del tempo, inammissibile. L”ipse dixit” con cui si chiudeva la bocca agli scettici non valeva solo per l’autorità di Aristotele, ma anche per tutti gli autori antichi ri- 15 LIVELLO MINIMO conosciuti depositari di una cosiddetta scienza che rifiutava di leggere il libro della natura. Vesalio stesso racconta di aver insegnato, nei primi tempi in cui era professore di anatomia a Padova, queste falsità e ne fa pubblica confessione, adducendo a sua discolpa il fatto di aver attribuito alla sua imperizia in campo anatomico il non trovare, per esempio, alla base del cranio i vasi della rete mirabile, che Galeno aveva descritto, estrapolando dall’animale all’uomo una struttura inesistente in quest’ultimo. *************** Chiarito il mistero dell’osso fantasma, forse non è inutile prendere spunto dall’osso intermascellare per alcune considerazioni sull’osso mascellare umano. Fino al terzo mese della vita intrauterina esiste nell’uomo un osso intermascellare, distinto dal resto dello scheletro del palato, condizione assimilabile a quella delle scimmie. Questo si salda con il resto del palato e alla nascita, di solito, non si trova traccia macroscopica di questa sutura. In rari casi rimangono di essa nell’infanzia, ed ancor più raramente nell’età adulta, segni apprezzabili. Si deve precisare che questa regione del palato durante il periodo embrionale è sede di un complesso rimaneggiamento strutturale, che abbastanza di frequente non avviene in manie- ra corretta e porta alle varie forme di malformazioni definite come schisi palatine. Nell’adulto il mascellare superiore è un osso pari del cranio che si unisce all’omologo dell’altro lato nella sutura mediana del palato, e si articola indietro con l’osso palatino, anch’esso un osso pari. Ciascuna delle due ossa palatine con la sua parte posteriore (processo piramidale) va ad incastrarsi nell’incisura pterigoidea dello sfenoide, osso cranico impari, mediano, incuneato nella base del cranio. In greco “sfen” significa cuneo, “oides” significa simile; motivo per cui quest’osso fu così chiamato con buona ragione dagli anatomisti settecenteschi. Chi utilizza in ortodonzia apparecchiature fissate ai mascellari che rapidamente espandono la sutura mediana del palato, sarà bene che tenga ben in mente questo stretto incastro fra ossa palatine e sfenoide. Questi apparecchi infatti allontanano rapidamente fra di loro due ossa pari (mascellare e palatino); ma, essendo i due palatini incuneati posteriormente, dentro due parti simmetriche dello sfenoide (osso impari), determinano su questo un cambiamento non lineare della sua struttura, cioè, una sua deformazione. LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 16 www.omceopistoia.it LETTERE Riceviamo e volentieri pubblichiamo Il valore delle relazioni L’invito dell’amico Pierluigi Benedetti a scrivere qualcosa per il giornale dell’ordine mi ha fatto riflettere. Non voglio parlare di psichiatria, di cui si sente anche troppo discutere su giornali e TV, ma spostare l’attenzione su qualcosa che serva veramente a rimettersi in discussione. Mi sono chiesto: ma la gente cosa vuole da noi? Di che cosa ha bisogno? Ha bisogno, io credo, di una buona relazione. Per me la relazione è confronto, scambio, osservazione, ma è soprattutto conoscere i propri desideri e quelli degli altri. Il mio desiderio è quello di saper decifrare il desiderio dell’altro? Cosa desidera chi mi sta di fronte? Non è una risposta facile, ma anche se fosse una fatica di tutta una vita non mi posso sottrarre dal capire cosa l’altro desidera da me e da se stesso. Ci sono dei mezzi che ci possono aiutare? Innanzitutto la parola. Chi mi parla vuole mandarmi un messaggio che è insieme espressione dei propri pareri e richieste. Io posso dire quello che penso e che sento: le parole sono più importanti del cibo che mangio. Bisogna poi imparare a tradurre il messaggio. Cosa è che mi vuol dire la persona con cui interloquisco. Mi dice tutto o mi tiene nascosto qualcosa? Cosa si aspetta da me? Quali sono i sentimenti che avverte? Non si parla solo con la bocca, ma soprattutto con il cuore che mi consente di sentire, di giudicare, di darmi uno scopo. Poi bisogna che impari a dare un significato alle parole e alla persona. Trasmetto gioia e la ricevo? Cosa vorrei che fosse l’altro per me? Uno che mi vuol bene, che mi stima, che mi dà fiducia. Spesso si rimane fermi a ripetizioni, ad esibizioni di concetti difficili, a giudizi che vorrebbero sembrare verità e invece sono luoghi comuni e risaputi. Allora non è la quantità di scienza che conta, ma il modo con cui mi avvicino all’altro. Per questo ho detto dei desideri e della loro conoscenza. Non sono confronti, ma non posso sottrarmi a tutto il valore che ha la relazione, ed a coinvolgermi nel confronto senza fermarmi alla noia o ad atteggiamenti di sufficienza. Non mi devono dare noia gli altri, ma devo accoglierli come arricchimento di vita. Tito Caselli ************ “nec pigeat mento subposuisse manum”, “non ti rincresca di aver sollevato con la mano il mento (di chi aveva l’acqua alla gola)”. Ovidio - “Lettere dal Ponto (II 6, 14)” www.omceopistoia.it LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA Le parole di Tito Caselli, se accolte con animo aperto e con mente lucida, faranno riflettere molti di noi, medici più o meno giovani, su episodi del passato, in cui per i motivi più vari, a volte per paura di esser coinvolti, più spesso per stanchezza, abbiamo prestato poca attenzione a quel che ci diceva un paziente che si rivolgeva a noi per essere aiutato in una circostanza difficile della sua vita. Non mi riferisco alla diagnosi o alla terapia di un dato malanno, ma a richieste che impegnavano emotivamente la nostra persona e che possiamo aver eluso, come si dice sopra, con ripetizioni ed esibizioni di concetti difficili e luoghi comuni e risaputi. Abbiamo in quelle circostanze risposto alle parole con parole, non con il calore di un’emozione rivelatrice della condivisione del problema. Di rado ce ne siamo accorti nel momento in cui stava succedendo; ma dopo, magari in una riflessione notturna, ammaestrati dall’evoluzione delle circostanze. L’uomo non vive di solo pane e un malato non guarisce solo con le medicine; a volte basta ascoltare e condividere l’emozione di chi soffre e chiede aiuto. Grazie Tito! Il tuo messaggio, frutto di una vita di lavoro che ha avuto ed ha lo scopo di aiutare il prossimo a sopportare la fatica di vivere, è per tutti noi acquisizione di consapevolezza e monito per il futuro: non ci hai dato una lezione, ci hai fornito una medicina. E ti prego non interrompere la cura, avremo sempre bisogno di parole come le tue. Pierluigi Benedetti 17 FITOTERAPIA Gingko Biloba Ione Niccolai Il Gingko Biloba è una bellissima, monumentale, pianta ornamentale piuttosto comune che si vede frequentemente anche nei nostri parchi e giardini; è originario dell’Asia centrale, coltivato ovunque, particolarmente in Europa e negli Stati Uniti. È una antichissima pianta fossile, probabilmente già presente quando sulla terra si trovavano solamente piante primordiali come le felci e gli equiseti. Si conosce il suo uso utilizzato come pianta medicinale da oltre 1000 anni. In medicina cinese era utilizzato per moltissimi problemi inclusi problemi digestivi e respiratori, oggi rappresenta uno dei fitoterapici più studiati ed utilizzati. In particolare sono stati studiate le foglie ed i loro estratti, per le proprietà antiossidanti e per la loro azione ormai ben codificata su alcuni problemi vascolari, per il trattamento della perdita di memoria, la demenza, la degenerazione maculare. È uno dei rimedi fitoterapici più studiati e più conosciuti. Negli ultimi anni sono stati pubblicati oltre 400 trial clinici, mirati a una migliore conoscenza dei suoi usi clinici e su i suoi meccanismi di azione. I suoi principi attivi più importanti, responsabili degli effetti terapeutici, sono i lattoterpenici e i glucosidi flavonoidi presenti nelle foglie. Questi principi attivi conferiscono al Gingko azio- LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 18 ne vaso e tessuto protettiva che include: effetto rilassante sui vasi sanguigni in spasmo, azione protettiva nei confronti di aumentata permeabilità capillare, inibizione dell’aggregazione piastrinica, attività antitrombotica, antiedematosa ed antishemica. Il suo estratto ha attività free radical scavenger nei confronti dei radicali idrossilici e dell’anione superossido probabilmente legate ai flavonoidi. Ha anche attività PAF (fattore attivante le piastrine) antagonista ed effetti emoreologici legate all’azione dei Gingkolidi. Tra le attività bioattive del Gingko sembra avere particolare importanza la neuroprotezione, attraverso numerosi meccanismi, inclusa la diminuzione dell’utilizzo di glucosio nelle aree del cervello che mediano i processi somatosensoriali e la vigilanza. L’azione d’incremento delle facoltà cognitive può essere messo in relazione anche ai flavonoidi presenti nell’estratto che determinano: – incremento del rilascio di catecolamine e altri neurotrasmettitori – inibizione del reuptake delle amine biogene – inibizione delle monoamino-ossidasi – protezione dei meccanismi di EDRF (endothetial derived Relaxing Factor) – Inibizione delle proteasi che regolano il metabolismo dell’angiotensina Indicazioni cliniche: trattamento e prevenzione della demenza. Studi double blind placebo versus estratto standardizzato di Gingko 120 mg in 200 pazienti con Alzheimer o demenza vascolare. Il gruppo trattato con Ginko 120mg. die ha mostrato miglioramento delle performance cognitive a sei mesi rispetto a quello trattato con placebo. A 12 mesi tutti i pazienti trattati erano tornati alle condizioni basali, che erano però significativamente migliori rispetto a quelli trattati con placebo, che avevano già subito un notevole deterioramento. Il 29% dei pazienti trattati con il Gincko, per ventisei settimane, migliorava di quattro o più punti della scala ADSA (Disease Assessment ScaleCognitive) in confronto co il gruppo trattato con il placebo. www.omceopistoia.it FITOTERAPIA www.omceopistoia.it claudicatio intermittens (Chan, Current Therapy 2012) d) Nel morbo di Alzheimer, il terpene contenuto nel Gingko avrebbe un’azione simile al Donepezil (Aricept) Hughes, Current Med.Diag.Treat 2005) e) Sembra ridurre lo sviluppo della demenza (Dekosky JAMA 3000,2253;2008.) f) Deve essere sospeso prima di qualsiasi intervento chirurgico per la sua azione antiaggregante piastrinica (Chan, Current Therapy 2012.) g) È ben tollerato e gli effetti collaterali sono lievi: bruciori gastrici, mal di testa, reazioni allergiche, alterazioni dell’aggregazione piastrinica, sanguinamenti (Hughes, Current Med.Diag. Treat. 2005). LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA Ci sono però anche studi che non mostrano particolari benefici rispetto al placebo. Nelle disfunsioni sessuali, in numerosi studi randomizzati a doppio cieco, il Ginko era associato a un significativo miglioramento; anche nella terapia delle vertigini, si ritrovava una significativa riduzione dei sintomi. Nella letteratura medica internazionale si ritrova che: a) avrebbe un’azione antiaggregante, vasodilatatrice e di rimozione dei radicali acidi. Usato per il deterioramento psichico, disfunzioni sessuali (Chan, Current Therapy 2012) b) Mal di montagna (Basnyat, The Lancet 361 “2003) c) Utile nella profilassi dell’emicrania e nella 19 ATTUALITÀ Il dieting come patologia Alcune riflessioni su donna e diete Dott. Vitale Mundula, Medico nutrizionista, Presidente A.I.D.E.A Onlus (Associazione Italiana lotta ai Dismetabolismi da Errata Alimentazione) LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 20 L’Italia (ma tutto il mondo occidentale) abbonda di guru, sacerdoti, vestali, riviste, libri, trasmissioni televisive, vicine di casa, colleghe d’ufficio, internet e l’elenco (infinito) potrebbe continuare: un vero esercito, insomma, votato alla causa suprema di questa nostra opulenta società: far dimagrire milioni di persone. Se tutti questi missionari (a pagamento) abbiano le competenze per affrontare un problema tanto complesso, nessuno effettua verifiche o chiede riscontri basati sulle evidenze scientifiche. Peraltro queste non sono poi importanti in quanto alla terapia, è noto da millenni, è sotteso l’aspetto magico e rituale. La razionalità degli interventi deve inchinarsi e cedere il passo“ai miracoli”, alle diete magiche”, alle strampalate ma suadenti promesse di “perdere dieci chili in un mese”, di “riacquisire la forma fisica e l’amore” e cosi a seguire. Tutti, in modo apodittico, raccomandano: “l’importante è un’alimentazione corretta e una dieta equilibrata”. Pochi sanno di cosa si stia parlando in realtà. Men che mai tante donne, frastornate, confuse e illuse da giornali di fitness sempre più aggressivi, tutti ossessivamente intenti a proporre, paradossalmente, modelle dai corpi levigati, ancora una volta mentendo spudoratamente perché si tratta di immagini ideali (sono per l’appunto solo un’idea!), irrealizzabili e in definitiva virtuali. L’inganno continua come pure il successo di vendite dei prodotti indicati come capaci di “fare il miracolo” tanto sperato: perdere chili con facilità ricorrendo ad una sostanza a un farmaco, a una pasticca. E che opporre del resto a chi, in modo colorato, suadente e amico garantisce un “drenaggio perfetto”, un corpo che si “sgonfia e rassoda in modo naturale”? Le donne, minimamente rendendosi conto di essere trattate alla stregua di un sistema idraulico in avaria o paragonate a delle camere d’aria di una bicicletta, leggono, acquistano prodotti e mettono in pratica per raggiungere, costi quel che costi, il drenaggio” e lo “sgonfiamento” promessi. Tutti propongono, il mercato è ampio e redditizio, incontrollato e incontrollabile, business alle stelle. Ma a questo punto, diciamoci la verità: la folla dei missionari spesso è incompetente, sa poco o nulla di fisiologia del corpo umano, di biochimica dei cibi, delle interazioni tra carboidrati, proteine e lipidi e i nostri geni, di enzimi, di metabolismo, di malattie associate all’‘obesità, parlano di “fitness “(forma fisica) intendendo subdolamente” salute” e cosi a seguire. Nel gran “calderone” c’è posto per tutti e i vincenti son spesso quelli che fanno le promesse più irrealizzabili. Il fatturato dei prodotti dimagranti, degli integratori, dei pasti sostitutivi, degli ordinativi su internet (dove si trova di “tutto e di più”) lo dimostrano chiaramente. La terapia dell’obesità che è una patologia (a differenza del sovrappeso che è una condizione) richiede competenze mediche specifiche. Ecco, bisogna diffidare e muoversi con attenzione al fine di non Aertsen, L’adorazione dei pastori, 1560 www.omceopistoia.it ATTUALITÀ www.omceopistoia.it Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto (particolare), 1595-1596, Roma, Galleria Doria Pamphilj tori di monasteri austeri dove una persona, sola, al centro di una lunga tavola, osserva un misero piatto con dei cibi senza senso e sostanza, amari anche per lo spirito ma che è necessario assumere per onorare e magari partecipare al pantheon delle divinità contemporanee: “Forma fisica”, “Bellezza”, “Immagine”,”Successo”, “Amore”, “Gioventù”, “Vacanze al mare”, “Moda”. Spesso si scappa da questi luoghi claustrofobici anche per l’anima, perchè appunto non c’è senso in tutto questo. Ci si accorge che lasciare la cioccolata, il formaggio, tutti quei cibi che danno “felicità”, pur passeggera, è un assurdo. Perchè privarsi, alla fine, dei “ piccoli piaceri della vita”? “Che ci guadagno a digiunare e per chi?”, sono le domande che molte donne educate a vivere in “funzione” di qualcuno e di qualcosa, mai per se stesse, si pongono. Occorre dimagrire per sé, curarsi nel significato di prendersi cura della propria persona e non per le aspettative di una società che ci vuole consumatori magri e in forma. Basare un regime alimentare sulla privazione del cibo è impresa ardua, destinata al fallimento poiché il concetto stesso di “dieta” è sbagliato sia dal punto di vista psicologico che fisiologico. Le diete attualmente a disposizione sono centinaia. Si è sviluppata una vera e propria concorrenza tra coloro che, pur di accaparrarsi il cliente, divulgano false speranze in una sorta di “lotta all’ultimo Kg”. LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA peggiorare la situazione cercando rimedi e miracoli dietro ogni angolo. A ben pensare, è meglio non delegare(o almeno non completamente) ad altri i nostri problemi perché siamo noi la risorsa più importante per risolvere i nostri problemi. Una frase, non ricordo di chi, è indicata al caso: “Noi siamo la nostra unica speranza” per quanto riguarda il tema “alimentazione e patologie da iperalimentazione”. Per l’obesità non ci si deve chiedere “quanto” peso devo perdere, “come” devo fare, ma “perché” devo dimagrire. Ecco in quel “perché” sta l’inizio di una verità, di una scoperta. Quel “perché” significa individuare innanzitutto gli inganni di chi ha contribuito a farci aumentare di peso. Bisogna setacciare fare una radiografia prima a noi stessi poi agli amici, al marito, ai figli, alla società consumistica, a tutti coloro con i quali abbiamo relazioni sia dirette che indirette. Bisogna pur fare il check up a questa società che si presenta sotto le vesti di una madre onnipotente, benevola, sorridente che però in realtà “è un demone, il demone della società di consumi che riduce gli uomini a bambini bisognosi di tutto, anche di ciò che non serve, non possiede bellezza o dà piacere”(Risè). Occorre passare dall’adorazione dei miti cioè di quello che ci racconta la pubblicità, la TV, i giornali in modo meraviglioso e seducente riguardo ai beni materiali come strumento di felicità e benessere, al logos, al ragionamento alla riflessione. È necessario piegarsi (questo significa riflettere) su se stessi per cercare la vera condizione nella quale viviamo. Bisogna passare dai segni con cui gli altri ci comunicano e ci indicano cosa è meglio per noi e condizionano i nostri comportamenti ai simboli che ci “collegano” alla nostra parte più profonda, che ci relaziona con le ragioni e regioni di noi più vere e naturali. Cosi scopriremo che il consumismo ci fa essere schiavi illudendoci di essere padroni, che riempie la gerla della nostra esistenza di cose inutili, di suppellettili fredde e senza senso, falsi orpelli di felicità che come è ben noto non si acquista né al supermercato né in farmacia. Dobbiamo uscire da questo mondo che è una “metamorfosi” ovidiana dove “tutto è al presente, veloce, fotogrammi che si susseguono cambiano di continuo, che non ci permette di pensare perché la conseguenza è l’horror vacui (orrore del vuoto o della solitudine) che ingoia il nostro spazio e il nostro tempo…”. La prima e più importante e conosciuta terapia del sovrappeso e obesità è la “DIETA” termine che rimanda a stanze fredde e silenziose, quasi a refet- 21 ATTUALITÀ Il mondo occidentale è affetto dal cosidetto dieting. Tutti, in particolare le donne, si autoimpongono un regime alimentare ristretto. Ivan Illich sosteneva che la ricerca della salute è diventata ormai essa stessa un fattore patogeno, un’ossessione. L’aspetto negativo del dieting è che, sempre più spesso, implica il “fai da te” (slogan consumistico che nulla a che vedere con il risparmio) con la conseguente ricerca di sempre nuovi regimi dietetici, di prodotti esotici più o meno costosi, di “negozietti” particolari da consigliare LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 22 alle amiche. Si è cosi diffusa la tendenza compulsiva all’acquisto di alimenti volti a ripulire l’intestino, a rafforzare la flora batterica intestinale, a drenare i liquidi in eccesso e cosi via. Il dieting si è così trasformato in un vero e proprio status symbol. Per finire, vorrei dire alle donne disperate perché non riescono a dimagrire e che vagano di dietista in dietista: ricordatevi che la terapia definitiva esiste: siete voi! (da Perché il 75% delle donne ingrassa, di Vitale Mundula, Edizioni Clandestin, Massa 2009). Hyeronimous Bosch, Trittico dell’Adorazione dei Magi, 1485-1500 ca, Madrid, Museo del Prado www.omceopistoia.it mednews dalla letteratura internazionale a cura di Gianna Mannori IL BRUXISMO Intervista con il Prof. Daniele Manfredini (disponibile anche in video all’indirizzo https://www.youtube.com/user/OrdineMediciPistoia) Il bruxismo è un fenomeno di riscontro comune nella pratica clinica ma, nonostante la sua notevole diffusione, esistono molte incertezze sulle cause che ne sono all’origine. Su questo argomento l’Ordine dei Medici di Pistoia ha voluto interpellare un esperto di chiara fama e di provata esperienza, il prof. Daniele Manfredini dell’Università di Padova. Autore di una lunga serie di pubblicazioni internazionali sul bruxismo e sui disordini temporo mandibolari, il prof. Manfredini associa l’attività di ricercatore a quella di operatore clinico a fianco di chi soffre di dolore orofacciale. Per di più, Daniele è un caro amico del nostro Ordine e questo costituisce un ulteriore motivo per la nostra intervista. Cosa si intende per bruxismo e come lo si può diagnosticare? Troppo spesso, quando si fa riferimento a una patologia complessa, accade che vari specialisti parlino linguaggi differenti fra loro e que- sto è accaduto anche per il bruxismo: fino a non molto tempo fa, infatti, le varie accademie di riferimento proponevano definizioni di bruxismo diverse ed è per questo che si è sentita l’esigenza di parlare una lingua comune. A questo proposito ho avuto l’onore di essere parte del panel di esperti che si è riunito nel 2012 e ha coinvolto odontoiatri, come me, neurologi ed esperti della terapia del dolore con lo scopo di ridefinire il bruxismo. Quanto abbiamo deciso riguarda fondamentalmente due ambiti. Il primo consiste in una nuova definizione, secondo la quale il bruxismo non viene considerato come una condizione necessariamente patologica ma come un’attività muscolare che consiste nel digrignare i denti, nel serrare i denti oppure nel tenere la mandibola in una posizione fissa senza avere i denti a contatto; questo, come vedremo, è importante per le possibili implicazioni cliniche. È una condizione che può essere messa in relazione al ritmo circadiano, connotandosi LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA www.omceopistoia.it 23 dalla letteratura internazionale come bruxismo del sonno o bruxismo della veglia. Il secondo aspetto, assai importante, di questo fenomeno riguarda l’esigenza di chiarire bene le modalità con cui si effettua la diagnosi. Infatti, la letteratura evidenzia che nella maggioranza dei casi la diagnosi è puramente anamnestica, ovvero fondata sul racconto del paziente. In questo modo si ricavano indicazioni su un solo tipo possibile di bruxismo ma, per raggiungere un livello diagnostico di maggior attendibilità è necessaria la ricerca di segni clinici, che sono costituiti da usura dei denti, ipertrofia dei masseteri, indentature sulla mucosa della guancia e della lingua, sensibilità dentale o rottura di ricostruzioni dentali. Comunque, la diagnosi definitiva di bruxismo si può fare solamente misurando l’attività dei muscoli masticatori e questo richiede strumentazioni importanti come la polisonnografia e l’elettromiografia con misurazione continua durante le ore di sonno. LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 24 Quali sono le implicazioni cliniche? Prima ancora di parlare di questo, bisogna intendersi sulla rilevanza sociale del bruxismo, vale a dire sulla sua epidemiologia e prevalenza. Sebbene abbia al mio attivo una quantità rilevante di pubblicazioni sui disordini dell’articolazione temporo mandibolare, negli altri paesi vengo invitato a parlare prevalentemente di bruxismo e credo che questo sia indicativo di come in Italia non si sia ancora compresa l’importanza di studiare la diffusione di questo fenomeno. Revisioni sistematiche della letteratura indicano, in effetti, che fino al 20-30 percento degli individui riferisce di avere attraversato fasi della vita caratterizzate da irregolarità del sonno associate alla percezione di digrignare o di avere le mascelle serrate. Dal punto di vista della diagnosi, va detto che questa è storicamente di appannaggio degli odontoiatri. I pazienti presentano comunemente la dentatura usurata con la possibilità di avere elementi dentali sensibili; talvolta vanno anche incontro a problemi estetici con difficoltà riabilitative, perché può essere difficile ricostruire in maniera adeguata il dente consumato. Ma le conseguenze probabilmente più importanti riguardano il sovraccarico che il bruxismo, soprattutto nella forma di serramento, produce sulle strutture muscolo scheletriche della bocca: si può avere dolore ai muscoli masticatori, come il massetere, il temporale, lo pterigoideo, e anche artrosi precoce a livello dell’articolazione temporomandibolare. Dal punto di vista delle ripercussioni di tipo sistemico, è molto interessante approfondire le più mednews attuali linee di ricerca che vedono il bruxismo sempre più correlato ai fenomeni di attivazione del sistema nervoso centrale implicati nella regolazione del sonno. Mi riferisco a quadri di irrequietezza motoria notturna, tipici soprattutto dei bambini, e a possibili correlazioni con le apnee del sonno di cui andremo a parlare fra qualche minuto. Sicuramente la rilevanza del fenomeno è tale che il bruxismo non riguarda più solamente l’odontoiatra ma deve andare a interessare anche altre tipologie di specialisti. Dall’osservazione clinica e da quanto ritroviamo in letteratura si ricava l’impressione che il bruxismo si associ a peculiarità di tipo emotivo dell’individuo. E’ possibile associare questa condizione a specifici tratti di personalità? In questo caso la letteratura ci aiuta da un lato ma, dall’altro, può essere fonte di incertezze. Sicuramente gli aspetti psichici o psicosociali sono importantissimi nella genesi del bruxismo. Tuttavia, esiste ancora una certa difficoltà nell’abbandonare vecchi preconcetti di natura odontoiatrica, che vedevano la causa del bruxismo in una occlusione dentale non perfetta o nella presenza di precontatti anomali fra le arcate dentarie. Indubbiamente si fa fatica ad abbandonare questi concetti, perché è difficile abbracciare una strada di tipo psicologico, con ovvii problemi di valutazione del paziente, nell’ambito di una disciplina tradizionalmente meccanicistica come quella odontoiatrica. È indubbio che nel bruxismo, e soprattutto nella forma di serramento, la tensione emotiva giochi un ruolo fondamentale. In particolare, nelle nostre ricerche abbiamo evidenziato due aspetti della personalità del paziente che sono chiamati in causa nella patogenesi del bruxismo: la personalità ansiosa e la sensibilità allo stress. Tutti siamo stressati ma agli effetti dell’insorgenza di bruxismo non è rilevante l’importanza dell’evento stressante in sé ma gli effetti che questo stress produce in ciascun individuo; questi effetti, a loro volta dipendono dalla modalità che ciascuno di noi mette in atto per far fronte allo stress. Quindi, è la sensibilità allo stress cumulata con il tratto di personalità, più o meno ansiosa, che portano gli individui a contrarre i muscoli dell’emotività e della mimica durante la notte, sviluppando forze con effetti potenzialmente dannosi. Tutto questo riguarda fondamentalmente il serramento. Il digrignamento invece è un’attività motoria molto più complessa che trae origine da substrati neurologici non necessariamente correlati con l’emotività. www.omceopistoia.it mednews dalla letteratura internazionale Quali sono i meccanismi che sono all’origine del bruxismo del sonno? Molte delle attuali conoscenze derivano da studi recenti. Infatti solo ultimamente si è compreso come questo fenomeno possa avere delle comorbidità con i disturbi del sonno e anche nel nostro gruppo di ricerca siamo arrivati alla conclusione che possa essere correlato con le apnee notturne. Infatti, certo senza generalizzare, si ritiene che in certi individui l’attività di digrignamento costituisca un meccanismo riflesso atto a proteggere l’individuo dall’episodio apnoico. Secondo queste ricerche, la crisi di ipoventilazione che si produce durante l’episodio di apnea notturna potrebbe cessare grazie proprio al movimento della mandibola, che verrebbe messo in azione come mezzo per restaurare la pervietà delle vie aree. Questi dati, che sono stati ricavati da studi polisonnografici, sono riscontrabili in circa un quarto dei pazienti apnoici. E nei bambini? Altro capitolo interessante che è opportuno affrontare adesso, dopo che abbiamo già discusso dei vari aspetti etiologici del bruxismo: dalla componente psichica alla relazione con gli LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA Tutto questo è molto interessante. Da un punto di vista terapeutico, quali sono le implicazioni del concetto di avanzamento mandibolare? La letteratura dimostra che in molti pazienti sottoposti ad avanzamento mandibolare si riscontra un parallelo miglioramento della pervietà delle vie aree e dell’attività di bruxismo durante le ore del sonno. Questo effetto, per inciso, si riscontra in casi in cui l’avanzamento della mandibola è stato ottenuto sia con metodiche chirurgiche che con l’uso di placche occlusali che, ricordo per chi non lo sapesse, sono apparecchi che costringono il paziente a chiudere la mandibola in posizione avanzata. Le indicazioni della letteratura, quindi, costituiscono un ulteriore suffragio all’ipotesi che il bruxismo notturno, soprattutto nella forma di digrignamento, sia un possibile meccanismo protettivo nei confronti delle apnee del sonno. Purtroppo siamo lontani dal capire quali pazienti presentino naturalmente questo meccanismo protettivo e quali invece non ne siano dotati. Molte delle risposte si troveranno nell’analisi della morfologia facciale. Non siamo tutti uguali: chi è alto due metri non risponde all’attività muscolare esattamente come chi è basso e tarchiato. Dobbiamo iniziare a capire che lo stesso schema si applica ai muscoli masticatori e allo scheletro del volto. episodi apnoici, smontando però l’importanza dell’occlusione dentale. Nel bambino ritroviamo esattamente gli stessi meccanismi. Si tratta di un fenomeno che preoccupa molto i genitori e prima di ogni altra cosa è essenziale tranquillizzare le famiglie perché nella maggior parte dei casi il bruxismo tende a diminuire come intensità e frequenza con il passare degli anni. Una volta si diceva che l’eruzione dei primi molari permanenti, che per i non addetti ai lavori avviene abitualmente tra i cinque anni e mezzo e i sette, facesse da stop agli episodi di digrignamento. Questo è vero ma in realtà i denti non c’entrano nulla. I bambini smettono di digrignare perché a questa età la maturazione del sistema nervoso centrale si avvia a un compimento più o meno completo e quindi si stabilizzano i livelli di dopamina, i cui squilibri sono implicati nella genesi delle alterazioni del sonno che sono tipiche dell’età infantile; di conseguenza, scompare anche il bruxismo. È importante dunque spiegare ai genitori che il fenomeno si attenuerà e andrà ad esaurirsi e poi, magari con l’aiuto dell’analisi ortodontica e dopo aver valutato la morfologia facciale, sarà necessario approfondire la possibilità di una forma di tipo reattivo, cioè protettiva nei confronti delle apnee notturne. Infatti la letteratura scientifica indica che bambini con il palato ogivale, ovvero alto e stretto, vanno incontro ad una riduzione degli episodi di digrignamento dopo intervento di adenotonsillectomia, suggerendo quindi un rapporto fra questo fenomeno e le apnee notturne. L’ultimo aspetto da considerare è che, soprattutto quando il bruxismo si protrae oltre l’età di otto anni, può esistere una componente di tipo psichico. Mia moglie, la dottoressa Debora Rossi che, oltre ad essere un’insegnante scolastica è anche pedagogista, mi ha aiutato nella valutazione di questo aspetto in due studi che prevedevano la distribuzione di questionari a un gruppo di allie- www.omceopistoia.it 25 dalla letteratura internazionale vi. Grazie al suo aiuto e alla sua esperienza, ci è stato possibile evidenziare che certe caratteristiche psichiche del bambino e certe caratteristiche sociali, fra cui prima di tutto l’ambiente familiare, sono importanti per predire una reazione emotiva che si esplica con il digrignamento o il serramento dentale. Tengo a ribadire che questa è una situazione che richiede molta esperienza e sensibilità per poter essere affrontata in modo consapevole e soprattutto condivisibile con le famiglie. LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 26 A conclusione di questa intervista vorremmo ci facessi un excursus su un argomento ampiamente dibattuto e su cui hai una grandissima esperienza. Sto pensando alla relazione fra occlusione e alcune patologie ad insorgenza in sedi diverse dalla bocca, come i disturbi a carico dell’articolazione temporo mandibolare, le disfunzioni posturali, certi quadri algici cronici. Qual è la tua opinione su questo argomento? Sapete non solo come la penso, perché non posso non pensare come indica la letteratura, ma anche quanto mi stia a cuore questo argomento. Credo che chi, come me, è coinvolto in prima linea in ambiti clinici e di ricerca non possa non essere disgustato da quello che sta accadendo; e ritengo anche sia giusto informare chi non ha specifiche conoscenze odontoiatriche, e con questo mi riferisco ai componenti della comunità medica ma anche ai pazienti, che la letteratura scientifica ha smontato da anni la validità delle teorie che chiamano in causa malocclusioni dentali o disallineamenti posturali nell’insorgenza di problemi a distanza quali mal di testa, mal di schiena o dolori a livello dell’articolazione temporo mandibolare. Esistono montagne di pubblicazioni scientifiche a supporto di quanto sto dicendo e mi viene da sorridere pensando a quanto poco sappiamo contare l’occlusione in queste patologie e a quanto, invece, i vari pseudo guru si ostinino a sostenere mednews che essa è implicata nell’insorgenza di fenomeni a distanza (collo, schiena, arti inferiori eccetera). Per non parlare poi della postura corporea. Dalla letteratura sappiamo benissimo che questa è un’entità per definizione variabile e difficile da misurare; sarebbe necessario studiare meglio la postura da un punto di vista neurofisiologico prima di andare solamente a ipotizzare qualche correlato con la fisiopatologia o addirittura con le alterazioni dell’articolazione temporomandibolare. È anche vero però che questi sono fenomeni di mercato affascinanti, che molto spesso costituiscono una grossa fonte di business e che altrettanto spesso le famiglie di soggetti affetti da problematiche di dolore cronico che, come ho detto prima, presentano spesso aspetti di fragilità nella sfera psichica, preferiscono spiegazioni di tipo meccanicistico piuttosto che indagare percorsi inerenti la propria emotività. Questa loro condizione li rende facilmente influenzabili da teorie che potremmo definire divertenti, per usare un termine di tipo eufemistico. Quindi, io invito tutti quelli che partecipano ai miei corsi, i miei studenti e gli stessi pazienti a rimettersi sempre alla letteratura, perché solo così ci si può tutelare da queste false teorie evitando fra l’altro esborsi inutili e facendo infine riscoprire, a tutti noi come categoria medica, il ruolo veramente sociale del curante. Ringrazio ancora per quest’ultima domanda; spero anzi di essere stato esaustivo e mi auguro di poter collaborare ancora con il vostro Ordine. Per approfondimenti: www.disordinitemporomandibolari.com Macedo et al. 2007. Efficacy of oral appliances in bruxers. Svensson et al. 2008. Bruxism and pain. Restrepo et al. 2009. Bruxism management in children. Manfredini and Lobbezoo. 2009. Bruxism and psychosocial factors. Manfredini and Lobbezoo. 2010. Bruxism and TMD. Lobbezoo et al. 2012. Bruxism and the bite. Manfredini et al. 2012. Bruxism and dental implants. Manfredini et al. 2013. Bruxism prevalence in adults. Manfredini et al. 2013. Bruxism prevalence in children. Lobbezoo et al. 2014. Bruxism and genetics. Manfredini et al. 2014. Diagnostic accuracy of instrumental devices. Macedo et al. 2014. Pharmacotherapy for sleep bruxism. www.omceopistoia.it ATTUALITÀ Ripensare la guerra al cancro Dott. Alderigo Di Ienno, Centro Oncologico Fiorentino-Sesto Fiorentino, Firenze www.omceopistoia.it prestato attenzione alla cura del “sintomo tumore”, epifenomeno della malattia, e si è trascurato il “terreno” su cui la malattia tumore si è sviluppata. La dottoressa Patrizia Gentilini in una lettera pubblicata sulla Voce dell’Ordine di Pistoia dello scorso aprile fa riferimento ad un articolo comparso su Lancet del dicembre scorso “Ripensare la guerra al cancro” in cui si ammette la sconfitta e si propone di evitare o ridurre l’esposizione della popolazione agli agenti inquinanti e cancerogeni focalizzando così l’attenzione sul “terreno” sul quale insorgono e si sviluppano i tumori . È noto che i tumori sono maggiormente rappresentati nei paesi occidentali più industrializzati e che il loro incremento si è verificato nella seconda metà del secolo scorso. Questo fenomeno è sicuramente legato al fatto che le migliorate condizioni di vita di questi paesi, grazie allo sviluppo industriale ed a una fiorente economia, fanno si che le persone vivano più a lungo per cui l’incidenza del cancro aumenta in funzione dell’invecchiamento della popolazione. Inoltre, la diffusione dei programmi di screening, introdotti in occidente dopo gli anni 70, anticipa la diagnosi di tumori che si sarebbero resi clinicamente evidenti più tardi o che non si sarebbero mai sviluppati dando la falsa impressione di un loro reale aumento. Quindi è logico pensare che l’incremento dei tumori sia legato all’invecchiamento della popolazione e, per i tumori della mammella, ad un aumentato numero di diagnosi legato ai programmi di screening. Però sempre più giovani si ammalano di tumore tanto che dal 1970 in poi, il maggior incremento si è registrato in bambini ed adolescenti ed inoltre non esistono programmi di screening per quei tumori la cui incidenza è notevolmente aumentata come quelli della prostata, del pancreas, del testicolo, del cervello, dei linfomi. Allora è un reale aumento di incidenza dei tumori. I tumori della mammella, della prostata e del colon frequenti nei paesi occidentali industrializzati erano, agli inizi del secolo scorso, rari in quelli orientali come la Cina ed il Giappone. Si avanzò l’ipotesi che fosse la genetica a salvare LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA ”Non c’è più tempo da perdere nella lotta ai tumori” afferma Franco Cavalli, presidente del World Oncology Forum (WOF) e del Comitato scientifico della European School of Oncology (ESO) in occasione della giornata mondiale contro il cancro del 4 febbraio 2013. “I governi devono farsi carico di promuovere progetti di prevenzione primaria, di prevenzione secondaria, e di ricorrere all’impiego di vaccini per combattere i tumori causati dalle infezioni. Si dovranno prevedere facili accessi alle cure ed un sostegno anche a coloro che convivono col cancro nell’obbiettivo di offrire cure integrate, un ottimo controllo del dolore ed una dignitosa qualità di vita”. Continua ancora Cavalli. “Ciò che il WOF ha evidenziato” conclude Umberto Veronesi, fondatore della ESO “è che nella lotta al cancro finora ognuno si è concentrato sul proprio campo: i ricercatori sullo sviluppo di farmaci, i clinici sull’anticipazione diagnostica e le tecniche terapeutiche, i palliativisti sul controllo del dolore e così via. Quello che emerge è che manca una visione globale del problema tumore e che non esiste un organismo che coordini la molteplicità di interventi che la lotta al cancro richiede. A livello internazionale, per esempio, il cancro rientra genericamente tra le malattie non trasmissibili e non ha un Ufficio specifico neppure all’interno dell’Oms”. Una visione globale del problema tumore non può prescindere da alcune riflessioni di tipo epidemiologico. È suggestivo, infatti, che i tumori abbiano diversa distribuzione geografica e che la loro incidenza aumenti in popolazioni migranti da paesi a bassa incidenza in altri ad alta incidenza di neoplasie. Nei paesi in via di sviluppo poi, fanno comparsa non solo, le malattie croniche tipiche dei paesi industrializzati ma anche i tumori facendo, così, intravedere una certa relazione tra queste patologie. Nonostante gli enormi investimenti fatti nei paesi occidentali per debellare il cancro l’incidenza dei tumori della mammella, della tiroide, della prostata, dei testicoli, del SNC, i linfomi, i mielomi è aumentata. Qualcosa non ha funzionato. Il mondo scientifico si è indirizzato nella ricerca di terapie sempre più mirate, di tecniche chirurgiche innovative, di indagini diagnostiche altamente sofisticate. Si è 27 ATTUALITÀ LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 28 gli orientali da quelle neoplasie. Ma alcuni studi epidemiologi effettuati su coorti di popolazioni, migranti dalla Cina e dal Giappone negli Stati Uniti, dimostrarono la comparsa di tumori della mammella e della prostata ed un loro successivo rapido aumento di incidenza una o due generazioni dopo il loro trasferimento negli U.S.A. Oggi anche in Cina ed in Giappone, paesi in cui si è avuto un notevole sviluppo industriale ed una “occidentalizzazione delle abitudini”, si registra un aumento di incidenza di queste neoplasie. Non era quindi la genetica a salvare le popolazioni orientali dalle neoplasie ma qualcosa legato all’ambiente ed alle abitudini. I fattori genetici sono ritenuti coinvolti nella comparsa di tumori nel 5-10% dei casi. A questo proposito è di particolare interesse uno studio pubblicato su Science che dimostra che le donne portatrici di alterazione a carico dei geni BRCA1 e BRCA2 (rischio genetico elevato di comparsa di tumore mammario ed ovarico)nate dopo gli anni 40 hanno un rischio triplicato di ammalarsi prima dei 50 anni rispetto a quelle nate prima di quel periodo. Ulteriore conferma che anche in soggetti ad alta predisposizione genetica per comparsa di malattia neoplastica fattori esterni possano avere un ruolo importante tanto da influire sull’età di insorgenza. Ci sono anche esempi, in senso opposto, che dimostrano come la riduzione di incidenza di alcuni tumori sia influenzata da eventi esterni. Negli ultimi decenni, infatti, in controtendenza all’incremento dei tumori, si è verificata una sensibile riduzione di quelli dello stomaco e, nell’uomo, del laringe e del polmone. I medici più anziani ricordano come il tumore dello stomaco fosse particolarmente frequente e in Toscana se ne attribuiva la responsabilità all’abitudine di mangiare bistecche alla brace. Nel dopo guerra, però, erano poche le persone che potevano permettersi le bistecche ed ora, che se ne mangiano di più, il tumore dello stomaco è quasi scomparso. Esempio paradigmatico di come fattori esterni abbiano favorito questo fenomeno. È molto più verosimile, infatti, che questa riduzione sia legata alla modificazione di alcune abitudini, ad una migliore conservazione dei cibi grazie ad una efficiente catena del freddo per la conservazione dei cibi, alla riduzione di conservanti alimentari a base di nitriti e sale ed all’eradicazione dell’Helicobacter Pylori. Il cambiamento di abitudini come l’abolizione del fumo di sigaretta ha determinato una riduzione di incidenza dei tumori del polmone nell’uomo mentre nella donna, dapprima raramente colpita da questa neoplasia, si è avuto un aumento di incidenza con l’aumento di fumatrici. Se il tumore dello stomaco era un evento molto frequente, fenomeno rarissimo per gli studenti di medicina dei miei tempi era quello di trovare un tumore della mammella in una donna sui trentacinque anni. Oggi il carcinoma mammario colpisce donne sempre più giovani e non è più una www.omceopistoia.it ATTUALITÀ www.omceopistoia.it nanti cancerogene o pro cancerogene, oggi ubiquitarie. La figura 1 mostra l’elevata incidenza di tumori della mammella e del colon nelle donne DONNE t. Mammella t. Colon-retto t. Polmone t. Stomaco DONNE Tassi x 100.000. Età 0-84. Standard Europeo. Fonte: I Tumori in Italia La figura 2 mostra aumento di incidenza dei tumori della prostata e del colon retto insieme ad una riduzione di quelli del polmone e dello stomaco nell’uomo UOMINI t. Prostata t. Colon-retto t. Polmone t. Stomaco UOMINI Tassi x100.000: Età 0-84. Standard Europeo. Fonte: I Tumori in Italia. Figura 3 Tendenza della mortalità per tumore della mammella, colon-retto, polmone, stomaco. DONNE t. Mammella t. Colon-retto t. Stomaco t. Polmone DONNE Tassi x 100.000. Età 0-84. Standard Europeo. Fonte: I Tumori in Italia. LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA rarità diagnosticarlo anche prima dei trenta anni. Quindi appare ovvio che l’incremento delle neoplasie sia solo in parte legato all’invecchiamento della popolazione, alla diagnosi precoce, all’ottimizzazione degli strumenti diagnostici o tanto meno a fattori genetici ma che, più realisticamente, sia legato all’introduzione di numerose nuove sostanze, avvenuta nel secolo scorso, alle modificazioni dell’ ambiente, all’esposizione della popolazione a numerosi inquinanti di natura chimica o elettromagnetica e al conseguente cambiamento delle abitudini di vita delle persone. Tutto questo si è verificato negli ultimi 70 anni. Il cancro non origina da una cellula improvvisamente impazzita in seguito ad una mutazione del suo DNA ma da modificazioni epigenetiche indotte da sostanze chimiche tossiche che finiscono col danneggiare il DNA. Per vincere la guerra contro il cancro, quindi, è opportuna una nuova strategia perché non si è raggiunto l’azzeramento della mortalità per causa specifica , nonostante la riduzione di mortalità, grazie alle cure ed alla diagnosi precoce e perché si è registrato un aumento di incidenza di molte neoplasie e l’ anticipazione dell’età della loro comparsa. Fenomeni questi ultimi verificatesi nella seconda metà del ’900 quando si è verificato un enorme sviluppo dell’industria chimica ed una trasformazione dell’agricoltura e dell’allevamento. La popolazione è esposta ad una enorme quantità di inquinanti, tossici, cancerogeni, xeno estrogeni (sostanze ad attività estrogeno-simile) che possono avere un ruolo nella genesi o nella progressione del cancro. È in questa direzione che devono essere rivolti gli sforzi per una efficace lotta al cancro. Mettere al bando le sostanze cancerogene e difendere l’ambiente e la popolazione dalla loro esposizione è un obbiettivo prioritario e rappresenta la “Prevenzione Primaria”. Ma la prevenzione primaria cozza spesso con gli interessi della grande industria, dell’economia e anche delle nostre abitudini. È molto più facile dare le merendine confezionate ai nostri bambini per la ricreazione che non preparare un panino da casa. Se auspichiamo che siano i medici ad informare i propri assistiti su quali cibi o quali abitudini evitare o perseguire per mantenere uno stato di buona salute e ridurre il rischio tumore con maggior forza richiediamo che i politici e le Istituzioni Sanitarie si facciano carico di una maggiore sorveglianza sui prodotti dell’industria, dell’agricoltura, dell’allevamento, del controllo e della tutela dell’ambiente e della vigilanza sui luoghi di lavoro per eliminare sostanze inqui- 29 ATTUALITÀ Figura 4 tendenza mortalità per tumori prostata, polmone, colon, stomaco UOMINI t. Polmone t. Colon-retto t. Prostata t. Stomaco UOMINI.Tassi x100.000. Età 0-84 .Standard Europeo. Fonte: I Tumori in Italia. – LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 30 Bibliografia David Servan-Schreiber Anticancer Dinse G.E. et al.,”Unexplained increases in cancer incidence in the United States from 1975 to 1994 : possible sentinel healt indicators ?” , in Annual Review of Public Health ( 1999 ) , 20, pp 173-209. SEER , Cancer incidence public use database, 2006 Sterialova –Foucher E .et al-“ Geographical patterns and time trends of cancer incidence and serviva among childrenand adolescents in Europe since the 1970s ( the ACCIS projet ) : an epidemiological study “, in The Lancet ( 2004 ) , 364 (9451 ) , pp. 2097-105. King M.-C et al., “Breast and ovarian cancer risks due to inherited mutation in BRCA1 and BRCA2“, in science (2003 ) 302 ( 5645 ), pp 643-46. Tintoretto, Adorazione dei pastori, 1579-1581, Venezia, Sala Grande, Scuola di San Rocco www.omceopistoia.it PASSATO E PRESENTE La Medicina degli Uomini (4) Nota sulla storia della chirurgia Pierluigi Benedetti Il testo di riferimento da cui sono tratte la maggior parte delle notizie è il secondo volume di “Histoire de la pensée médicale en Occident” sotto la direzione di Mirko D. Grmak, Editions du Seuil 1997. La crisi del 1500 Con la fine del Medio Evo e l’inizio dell’Età Moderna la figura del chirurgo comincia ad essere giustamente valorizzata. Nel cinquecento cambiarono le basi economiche della società ed iniziò quel mutamento sociale e culturale che in due secoli avrebbe condotto, per un aspetto, alla valorizzazione della libera ricerca scientifica, e, per un altro, alla presa di coscienza dei diritti inalienabili di ogni essere umano (Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino approvata durante la Rivoluzione Francese dall’Assemblea Costituente a Versailles il 26 agosto 1789). www.omceopistoia.it LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA La rottura con il passato fu netta, anche se non immediatamente percepita dai contemporanei, facendo eccezione per la sfera religiosa, cioè la Riforma di Lutero (1517). Principi scientifici per più di mille anni considerati validi, indiscussi ed indiscutibili, furono in un primo momento contestati e poi completamente rifiutati come falsi; e la libera ricerca delle verità scientifiche, vista per secoli dalle Autorità Ecclesiastiche come vana curiosistas e, ancor peggio, come diabolico travestimento moderno del peccato originale di Adamo, fu considerata l’espressione più alta della mente umana. Ben presto, appena le fitte tenebre dell’ignoranza, che avevano avvolto il mondo per mille anni, cominciarono a diradarsi, si videro i frutti concreti della nuova scienza: alla fine del secolo furono disponibili, per l’ingegno e la perizia degli artigiani dei Paesi Bassi, i primi rudimentali microscopi ed i primi telescopi, strumenti indispensabili per allargare le conoscenze del mondo oltre i limiti fisici dell’occhio. Le cause di questo cambiamento di prospettiva furono complesse e molteplici. Nei libri di storia se ne trova esauriente trattazione. Poco più di un secolo prima, alla metà del trecento, la società occidentale aveva dovuto fronteggiare la grave crisi demografica che seguì alla peste nera (1348), circostanza in cui la scienza medica fu chiamata a dare risposte, alle quali non poté far fronte in maniera adeguata, ma fu occasione di formidabile stimolo per trovare soluzioni valide per il futuro. Non fu cosa di trascurabile importanza che, in conseguenza di quella catastrofe, le autorità pubbliche facessero investimenti importanti nella ricerca, creando nuove Università e sovvenzionando in modo concreto le più antiche. Per citare solo un esempio l’Università di Padova fu potenziata con cospicui investimenti da parte delle Autorità della Repubblica Veneta. Il quattrocento con l’invenzione della stampa a caratteri mobili, la scoperta di nuove terre e la diffusione delle armi da fuoco, aveva dinamizzato, in maniera diretta e indiretta, la società dal punto di vista economico e sociale tanto che le basi delle conoscenze scientifiche ufficiali, tramandate fino ad allora, erano entrate in una crisi irreversibile. In campo medico cambiarono molte cose, nell’insegnamento delle Università e nella pratica dei singoli medici. Di particolare importanza da questo punto di vista fu la diffusione di nuove malattie sconosciute in Europa, prima fra tutte la sifilide; e furono le guerre continue, in cui, per la devastazione dei corpi feriti dalle armi da fuoco, l’opera dei medici militari, che, sia detto per inciso, erano di necessità chirurghi, fu particolarmente valorizzata. Nell’anno 1543, a pochi mesi l’uno dall’altro, furono pubblicati due libri, destinati a cambiare il mondo: a Basilea “De Humani Corporis Fabrica” di Andrea Vesalio, in cui oltre all’accurata descrizione anatomica di organi ed apparati, si dimostravano false più di duecento affermazioni di Galeno; mentre a Norimberga, a distanza di pochi mesi, vedeva la luce “De revolutionibus orbium celestium” di Niccolò Copernico, che, dimostrando in maniera matematicamente inconfutabile che la Terra non era il centro dell’uni- 31 PASSATO E PRESENTE Naturalmente fu necessario un tempo non breve per stabilire conoscenze anatomo-cliniche sufficienti a definire questa nuova medicina, fra l’altro spesso deludente per i riscontri mai facili fra i quadri anatomo-patologici e i sintomi clinici. Spesso l’indagine autoptica moltiplicava i dubbi e metteva in discussione principi considerati certi; ciò non di meno i medici del tempo capirono che la via giusta era quella e i risultati si sarebbero potuti apprezzare pienamente nel futuro. Due secoli dopo, questa fase era ancora in pieno sviluppo: nel 1761 Giovanni Battista Morgagni, autore del fondamentale testo “De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis” scrisse che “ chi ha fatto dissezione ed ha esaminato molti cadaveri, come minimo, ha imparato a porsi dei dubbi. Gli altri che non sanno niente di anatomia e non si danno pena di impararla, non hanno mai dubbi”. Copernico LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 32 verso, ma ruotava insieme agli altri pianeti intorno al Sole, decretava l’inconsistenza scientifica dell’ipotesi geocentrica di Tolomeo. Con il trattato di Vesalio nel campo della scienza medica la rottura con il passato fu, almeno dal punto di vista teorico, definitiva. Impossibile sarebbe in poche righe ripercorrere questo percorso, complesso e contraddittorio per molti aspetti. Fino a quel tempo nelle Università si insegnava l’anatomia riferita nei testi degli antichi, o meglio nelle trascrizioni di questi, spesso con grossolani travisamenti, operati dagli amanuensi nostrani e soprattutto dagli autori arabi, primo fra tutti Avicenna, autore del Canone della Medicina: il libro di testo più diffuso nelle Università fino al cinquecento, che si rifaceva fondamentalmente all’opera di Galeno. Dopo Vesalio quei libri non bastarono più e si volle “scoprire”la vera anatomia dell’uomo, cioè quella che si poteva imparare soltando facendo autopsie e si vollero leggere direttamente i libri originali degli antichi e non le loro traduzioni altomedievali travisate e non di rado addirittura falsificate. Dall’anatomia normale, che descriveva gli organi sani, il passo successivo fu mettere in relazione le modificazioni ritrovate nei cadaveri dissecati con i sintomi clinici e l’evoluzione della malattia che aveva portato alla morte. Come già si è accennato fondamentale fu, per l’evoluzione della scienza medica cinquecentesca, la diffusione dei libri di medicina stampati. Il primo libro medico a stampa, edito dallo stesso Gutenberg nel 1456, trattava dei giorni più o meno adatti per fare salassi e somministrare purghe. Dopo di quello innumerevoli furono i trattati medici, che per molti decenni ebbero una tira- Vesalio www.omceopistoia.it PASSATO E PRESENTE tura e una diffusione inferiore soltanto a quella della Bibbia. Furono pubblicati testi originali degli Antichi (nel 1478 a Firenze l’opera completa di Celso, nel 1490 a Venezia ci fu la prima edizione in latino di tutte le opere di Galeno) e libri di autori moderni, fra i quali quelle di anatomisti e chirurghi. L’anno della pubblicazione della Fabrica di Vessalio (1543) aprì un capitolo nuovo nella storia del pensiero medico; e, dal momento che metteva alla base delle conoscenze medico l’obbiettività anatomica, fu un punto di partenza per la rivalutazione della chirurgia, poiché nessuno meglio dei chirurghi poteva avere esperienza della morfologia degli organi. In pratica, tuttavia, il cambiamento di mentalità della medicina ufficiale nei confronti dei chirurghi non fu facile, né rapido; il cammino per equiparare completamente la figura del chirurgo a quella del medico fu lungo e accidentato; e poté dirsi concluso solo alla fine del Settecento con il piano di riforma degli studi della Scuola della Sanità di Parigi, nel settembre del 1798, in cui fu stabilito che l’arte di guarire era una e indivisibile, la patologia unica e la medicina e la chirurgia erano come “deux branches du meme tronc” (due rami dello stesso tronco). Nel cinquecento la situazione era ben diversa; ma sapere che nel luglio del 1559, si riunirono a consulto intorno al letto del re di Francia Enrico II ferito a morte, Andrea Vesalio già medico particolare dell’imperatore Carlo V e Ambroise Paré “barbiere-chirurgo” mai divenuto dottore in medicina perché non conosceva il latino, era segno certo che i tempi stavano veramente cambiando. (Vedi alla fine: il consulto di Andrea Vesalio e Ambroise Parè). www.omceopistoia.it quella che fu chiamata la Medicina Chimica. Nel campo medico tradizionale la sua opera fu dirompente e le sue azioni contro il vecchio sistema spettacolari: il 24 giugno del 1527, in nome della nuova scienza e per significare che tutte le conoscenze antiche erano false e andavano distrutte, gettò il Canone della Medicina di Avicenna nel rogo rituale della Festa di San Giovanni, che si teneva nella pubblica piazza di Basilea. Bisogna dire che il pensiero di Paracelso si basava su principi poco razionali. Durante la gioventù, per motivi legati all’attività del padre, aveva acquistato familiarità con il mondo sotterraneo e misterioso delle miniere, vivendo a contatto con i minatori, di cui sapeva le spaventose condizioni di lavoro. Per esperienza diretta conosceva le rocce e i minerali e nel buio di profonde caverne aveva visto, fanciullo affascinato dal mistero, crescere fiori di cristallo, nei quali intuiva il corrispondente terreno dei corpi celesti ed in particolare delle stelle. Concepiva i metalli come forme viventi al pari delle piante e degli animali e fantasticava del loro stretto rapporto con le potenze astrali, che regolavano il mondo. LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA Parlando della rivoluzione della medicina del Cinquecento accanto a Vesalio e a tutti gli altri medici del tempo meno noti di lui, fra i quali, per citarne solo alcuni, i cui nomi risveglieranno forse in coloro che leggono, il ricordo di antiche veglie di studio : Falloppio, Sylvius, Colombo, Fabrizio d’Acquapendente, Estienne, Eustachio, Lancisi, Aranzio, Varolio, Casserio, Ingrassia, Serveto, Cesalpino e tanti altri, non si può non accennare, ad una fra le più discusse figure del panorama medico di quel tempo: il medico svizzero Philipp Theiphrast Baumbast von Hohenheim, che per fortuna dei posteri cambiò il suo vero nome in Aureolo Paracelso (1493 – 1541), medico, alchimista, filosofo, astrologo “esperto” in scienze esoteriche, a cui si deve la nascita di Paracelso 33 PASSATO E PRESENTE Stella d’antimonio LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 34 A parte le sue fantasie cosmiche di mondi esoterici, occulti e immaginari, Paracelso era l’unico medico nel suo tempo esperto delle proprietà dei metalli, e da alchimista e “chimico” ante litteram, ne sosteneva l’impiego nella cura delle malattie. Paracelso fu considerato dalle scuole mediche ufficiali e dai collegi dei farmacisti un folle ciarlatano, ma dalla sua ebbe l’opinione pubblica e finché fu vivo, lui che non disprezzava di curare i più miseri fra i miseri, fu chiamato nelle corti e nei palazzi nobiliari al capezzale dei più illustri ammalati e considerato il più abile dei medici del tempo. Era un “gran clinico” ed ebbe successo, perché, fra l’altro, nella pratica medica faceva largo uso del laudano, in un’epoca in cui il dolore era molto difficile da trattare. Impossibile dilungarsi sulla sua figura complessa e contraddittoria di scienziato e di “mago” che influenzò in modo sostanziale, per i numerosi seguaci, la medicina per almeno due secoli. A lui vanno riconosciuti, oltre la perfetta buona fede nella pratica della professione medica, meriti indiscutibili, fra i quali possiamo ricordare i seguenti: – portò avanti la rottura completa con il mondo culturale del suo tempo, chiuso alla verità oggettiva e supporto di spaventose disuguaglianze sociali (da approfondire, per chi fosse interessato, il suo rapporto con Lutero, di cui fu contemporaneo); – rivendicò l’importanza della deontologia nell’opera del medico: il medico, per Paracelso, doveva avere uno stile di vita sobrio e il suo imperativo morale era di avere come unico scopo, in pieno spirito ippocratico, la salute del paziente, non prescindendo dal riscatto sociale dei più umili; – combatté la pratica indiscriminata del salasso, che insieme alla purga, in quei tempi e per lungo tempo ancora, fu considerato un rimedio quasi universale; ed era usato anche … nei casi di emorragia (per citare un esempio famoso si legga la cronaca della morte di Moliere il 17 febbraio del 1673, che fu sottoposto a salasso nel corso della grave emottisi, che lo portò a morte ); – introdusse nella pratica medica farmaci “chimici”, completamente sconosciuti alla medicina di allora: per fare due esempi, il mercurio nella cura della sifilide e l’antimonio per i più vari disturbi. Dopo la sua morte per più di un secolo imperversò la cosiddetta “guerra dell’antimonio”, rimedio salutare per i suoi seguaci, veleno per i suoi detrattori: avevano torto e ragione tutti, perché, come Paracelso non si era mai stancato di ripetere, era sempre una questione di dosi (dosis sola facit venenum). www.omceopistoia.it PASSATO E PRESENTE Il consulto di Andrea Vesalio e Ambroise Paré. Il 29 giugno dell’anno 1559 il Re di Francia, Enrico II, sposo di Caterina dei Medici, fu ferito mortalmente alla testa, durante un torneo indetto per festeggiare la fine di una dura guerra fra la Francia e la Spagna, che si era conclusa con il trattato di Cateau–Cambresis. Per la Francia c’era poco da festeggiare, perché a San Quintino, due anni prima, Emanuele Filiberto, comandante dell’ esercito spagnolo, aveva distrutto l’esercito di Enrico II, che solo con una politica di compromessi ed ambiguità era riuscito a contenere relativamente i danni di tale sconfitta e a presentare al suo popolo il trattato di pace come un avvenimento da festeggiare; tanto più che in detta occasione si celebrava il matrimonio della figlia Elisabetta con il Re di Spagna. Nonostante il suo carisma, la sua bravura nel maneggio delle armi e il fascino che esercitava sugli uomini e le donne del tempo, la morte, che lo aveva risparmiato dalle armi dei nemici sui campi di battaglia e dal veleno e dai pugnali dei sicari, lo attese nell’arena del suo giocoso trionfo; come d’altra parte gli aveva predetto un mago anni prima . –(Chi si diverte a questi giochi legga la Centuria 1 Quartina 35 di Nostradamus). In quella giornata del 29 giugno il torneo era stato magnifico: gli scontri duri ed entusiasmanti si concludevano al tramonto in una sostanziale parità fra Enrico e il suo più caro avversario, il conte di Montgomery. Il Re insisté per un’ ultima tornata e nello scontro fu colpito alla testa dalla lancia del conte. La punta di legno della lancia, (di legno, come si usava nei tornei), impegnatasi nella celata dell’elmo, si spezzò e varie schegge penetrarono nell’orbita e nel cervello, provocando lesioni irreparabili. L’agonia durò parecchi giorni e furono chiamati a consulto i migliori fra i medici del tempo, fra i quali Andrea Vesalio e Ambroise Paré, che cercarono prima di tutto di rendersi conto delle lesioni interne al cranio. A questo fine fecero uccidere quattro condannati a morte, sulla testa dei quali tentarono di riprodurre le lesioni riportate da Enrico. Il loro verdetto prognostico fu di morte certa in breve tempo; ed infatti il decesso avvenne il 10 luglio, undici giorni dopo l’incidente. All’autopsia trovarono più di venti schegge di legno nel cervello del Re e non mancarono di descrivere, nella parte del cervello opposta al colpo, una zona di rammollimento giallastro della sostanza cerebrale, definendo il quadro anatomico patologico della lesione cerebrale da contraccolpo e dando inizio a quella pratica della medicina legale, particolarmente diffusa oggi negli Stati Uniti, con la quale si cerca di riprodurre sperimentalmente nel cadavere gli effetti di un ipotetico agente lesivo. Caverna con cristalli fosforescenti LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA www.omceopistoia.it 35 COMUNICAZIONI PUNTO UNICO Nel mese di Ottobre 2014 il Coordinamento di Associazioni di Volontariato e Tutela USL3 (CAVET3) ha costituito un PUNTO UNICO realizzando un progetto che coinvolge 26 associazioni che operano in ambito socio-sanitario nella provincia di Pistoia. Il punto UNICO che si trova presso I’Ospedale S. Jacopo, entrando a piano terra in corrispondenza delle scale mobili, è stato costituito per rispondere alle esigenze del cittadino utente (accoglienza, informazioni e altro). Per informazioni cell 3381006594. COMITATO PARI OPPORTUNITÀ Allo scopo di conoscerci personalmente e di sentirci più vicine, è stata allestita una pagina Facebook “Comitato Pari Opportunità – OMCEO PISTOIA” dove trovare informazioni sulle nuove iniziative del Comitato. Ricordiamo a chi volesse comunicare situazioni di disagio (in atto o pregresse) di intervenire ai nostri incontri, o almeno di illustrarle al Comitato: nella speranza di riuscire a consigliare al meglio e di riuscire a produrre qualche miglioramento della delicatissima condizione della donna come medico e come madre. L’ACCADEMIA EUROPEA DI DERMATOLOGIA E VENEREOLOGIA RICORDA IL PROFESSOR PANCONESI Negli anni il nostro Ordine ha avuto molte occasioni di conoscere e apprezzare il Prof. Emiliano Panconesi come medico instancabile, scrittore appassionato e amico. Ma, al di là di una dimensione di vita locale e cittadina, il Professore è stato anche una figura di prestigio sullo scenario scientifico europeo: fra i fondatori dell’Accademia Europea di Dermatologia e Venereologia, ha dato un respiro internazionale alla dermatologia toscana e per tutto questo l’Accademia lo ricorda in una nota recente (EADV Spring 2014 – N 50). I medici dell’Ordine, cittadini della ‘sua Dublino’, lo ricordano qui come scienziato e accademico. PREMIO AL DOTTOR FILIPPO FASSIO LA VOCE DELL’ORDINE DI PISTOIA 36 Il medico allergologo pistoiese, Filippo Fassio, ha vinto il premio “Molecular Allergology Italian Award”. Il premio, organizzato da Thermo Fisher ha premiato il dottor Fassio per il suo lavoro “Caratterizzazione degli allergeni della nocciola”. Fassio ha lavorato all’ospedale di Careggi di Firenze, ma da poco tempo opera presso l’ospedale San Jacopo di Pistoia oltre che presso gli studi medici Arcobaleno di Pistoia. In una intervista rilasciata al Tirreno Fassio spiega cos’è l’allergologia molecolare: “È un campo di ricerca relativamente giovane. È la nuova frontiera dell’allergologia tradizionale. Si tratta di scomporre in più componenti le varie materie per vedere a quale tipo di allergene il paziente può essere allergico. È uno studio che migliora in termini di qualità e facilità la vita del paziente”. ERRATA CORRIGE Nel numero precedente de “La voce dell’ordine di Pistoia”, l’articolo dedicato al ricordo del Professor Emiliano Panconesi, è stato erroneamente firmato dott. Antonio Troiano invece di Dott. Giovanni Troiano. Ce ne scusiamo con l’autore e con i lettori. www.omceopistoia.it L’ORDINE DEI MEDICI PER L’ARTE E LA CULTURA Il mio orizzonte è il Montalbano Maria Camilla Pagnini Abito in collina da diversi anni. È una collina difficile fatta di muri a secco, olivi e qualche albero da frutto. È una collina che la pazienza dei contadini ha modellato nei secoli e che oggi per la sua difficoltà è in molte zone in stato d’abbandono. È una collina che diventa presto montagna, quella che fu ritenuta una caratteristica peculiare del territorio pistoiese figurato da Giorgio Vasari nella sala di Cosimo I in palazzo Vecchio come una vecchia (la montagna) dalla testa arborata di castagni. Dalla collina dove abito vedo un’altra collina, vicina, con un fitto bosco e qualche cipresso sul crinale, subito dietro vedo altre colline in serie ininterrotta: il Montalbano che s’anima dal valico di Serravalle. Quando sulla mia collina il sole è tramontato dietro il bosco resta ancora in luce la pianura e, d’inverno, il sole basso sull’orizzonte attraversa le torri del castello di Serravalle, arriva lo scuro e la pianura, ormai nera, è trafitta da migliaia di piccole luci ha una cornice morbida che ritaglia il blu del cielo: il Montalbano. Fino al 2013 conoscevo il Montalbano per le architetture medicee della laurenziana villa di Poggio a Caiano con le sue cascine, per la villa Ferdinanda dai cento camini progettata da Bernardo Buontalenti, per la poderosa muraglia del Barco Reale e del Barchetto e per alcune chiese tra cui l’edificio dedicato ai santi Maria e Leonardo ad Artimino, la chiesa di San Giusto al pinone e in fine per aver lavorato a temi architettonici legati a Giovanni Michelucci che progettò e realizzò per la famiglia dei Contini Bonacossi edifici a Seano, Capezzana e a Colle di Tizzana, la chiesa di Santa Maria della Spina. Questo fino allo scorso anno era il significato del mio orizzonte, fino a che non fui invitata da Franco Benesperi a far parte di un gruppo di studiosi che portava a termine un progetto editoriale voluto e sostenuto interamente dalla banca di Vignole e Montagna Pistoiese e articolato in tre focus a cui sono dedicati altrettanti volumi: Ville, giardini e paesaggi del Montalbano (2011), Castelli, torri e borghi murati (2013), e in fine Pievi, chiese e devozioni in stampa per il 2014. Accettai. Sin dalle prime riunioni con Giuseppina Carla Romby e Chetti Barni e in seguito Giovanni Cipriani e Claudio Rosati fu subito chiara la complessità del progetto, articolato nello studio di un gran numero di chiese dal lungo, lunghissimo passato, oratori di grande ricchezza e devozioni fortemente radicate nel territorio che si estendeva in otto comuni e tre diocesi diverse. La ricerca, oltre che con i consueti strumenti che prevedevano nuovi affondi documentari, riscontri iconografici e aggiornamenti della copiosa e qualificata bibliografia editata, prevedevano anche una serie di sopralluoghi per conoscere gli edifici che sarebbero stati schedati. Così quella collina che era il mio orizzonte quotidiano è diventata nei mesi un orizzonte segnato da strade erte, campi coltivati che si alternavano a tratti di bosco, prati battuti da un gelido vento di gennaio nei quali la tessitura muraria della chiesa di San Baronto, accompagnata da alberi spogli e pietre umide dalle piogge e colorate dai licheni dell’inverno, appariva come una costruzione degli Highlands scozzesi. La chiesa di Faltognano l’ho incontrata in primavera inoltrata tra i cipressi di una strada bianca che sembrava non condurre da nessuna parte se non tra piante di malvarosa, sfuggite dalla coltivazione di qualche giardino e cresciute sul bordo della strada. Ho trovato molte chiese aperte, ospitali, con parrocchiani solerti che si affannavano ad accendere le luci perchè vedessi meglio e li lasciavo stupiti a domandarsi il motivo per cui dedicassi più fotografie ai capitelli delle colonne e agli stucchi barocchi degli altari piuttosto che alla statua della Vergine del Rosario in gesso policromo realizzata nel XX secolo. Raggiunto il crinale del Montalbano, oltre il versante boscoso della collina, si apriva una campagna di antichi borghi e coltivi che ho attraversato in primavera tra gli ulivi durante la stagione della potatura che si ripete in quel periodo da molti secoli. Nella tarda sera ho visto il sole tramontare sulla lama d’acqua del lago Padule, dall’alto, seduta sul bordo della muraglia che costituisce il sagrato antistante alla chiesa di San Silvestro a Larciano e da lì ho percepito che il Montalbano non era una serie di colline, non era il confine di una pianura, bensì uno straordinario luogo di passaggio che per secoli ha messo in relazione le genti dell’Appennino e della pianura con i porti sul mare Tirreno. È un orizzonte che è stato attraversato nei secoli da mercanti, monaci, artisti, soldati, scalpellini e architetti i cui passi non sono perduti ma conservati nelle chiese che hanno costruito, nelle pale d’altare che hanno dipinto o che hanno commissionato, nei tessuti che hanno acquistato e donato o ricamato per la realizzare parati liturgici, nelle immagini sacre cui si sono rivolti con fiducia. Alla consegna per la stampa di schede e saggi cui ho lavorato ho pensato che avrei voluto iniziare di nuovo a lavorare il giorno dopo, sfruttando il bagaglio di conoscenze e incontri, discussioni e confronti che avevo accumulato lavorando alla stesura che oggi è il volume: Pievi, chiese e devozioni nel Montalbano, curato da Giuseppina Carla Romby, con testi di Chetti Barni, M.Camilla Pagnini, Giuseppina Carla Romby, contributi di Giovanni Cipriani, Claudio Rosati, fotografie di Serge Domingie, Edizioni Gli Ori, Pistoia, pp.352, formato 24x30 ISBN 978-88-7336-552-5 Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo