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Brunello Mantelli
Germania rossa
La sinistra tedesca dal 1848 ad oggi
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A Dino Invernizzi (1947-1994)
In memoriam
La ricerca che ho in corso sulla Germania in età contemporanea, di cui questo
volume è un primo - e parziale - frutto, è stata resa possibile dalla disponibilità
di fondi erogati dal MURST e dall’Università di Torino nell’ambito di progetti di
ricerca di rilevanza nazionale (ex 40%) e di ricerca individuale (ex 60%).
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Avvertenza
Dato il carattere di sintesi ed informazione generale su di una vicenda
storica largamente ignota in Italia di questo testo, ho ritenuto opportuno non
appesantirlo con note di carattere erudito (che avrebbero tra l’altro richiamato
studi pubblicati in gran parte in lingua tedesca), privilegiando un’esposizione il
più possibile scorrevole ed agile. Le poche note nonostante tutto presenti mi
sono servite per fornire al lettore informazioni di quadro, che – se inserite nel
testo - avrebbero appesantito la narrazione, ma di cui non mi pareva giusto
privarlo. Uiteriori curiosità (che mi auguro di stimolare) possono trovare
soddisfazione attraverso la bibliografia essenziale che chiude l’opera; ad essa
rinvio in quei (pochi) casi in cui un autore viene richiamato tra parentesi
quadre. Chi si darà la pena di soffermarsi sulle indicazioni bibliografiche vi
individuerà agevolmente le fonti ed i riferimenti su cui mi sono basato.
Inevitabilmente, il testo è farcito con numerosissimi termini tedeschi
(puntualmente tradotti la prima volta che compaiono!); mi è parso ragionevole
scriverle in tondo, utilizzando il corsivo solo per le parole non italiane di diversa
origine.
Va da sé che di ogni errore, imprecisione, o fraintendimento mi assumo la
totale responsabilità.
Torino, luglio 2001
Brunello Mantelli
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1) Il movimento socialista all’alba del novecento
Nelle prime elezioni per il Reichstag svoltesi nel secolo Ventesimo, nel
1903, il partito socialdemocratico (Sozialdemokratische Partei Deutschlands,
SPD) ebbe poco più di tre milioni di voti (3,01), pari al 31,7% dei votanti ed al
24,1% degli aventi diritto al voto (In quell’occasione infatti si recò alle urne il
76,1% dell’elettorato attivo, da cui erano esclusi – in base alla Costituzione del
Reich – i maschi di età inferiore a venticinque anni, le donne, i percettori
dell’assistenza per i poveri, chi non fosse da almeno tre anni residente nella
circoscrizione elettorale ed infine i membri delle forze armate; questi ultimi
erano però candidabili).
In altre parole, quasi un quarto degli elettori si pronunciò per il partito
diretto da Ignaz Auer (ex operaio, originario della Germania meridionale, dal
1873 nel gruppo dirigente della socialdemocrazia) ed August Bebel (nato a
Lipsia, tornitore e tra i fondatori nel 1869 ad Eisenach del partito operaio
socialdemocratico - Sozialdemokratische Arbeiterpartei, SDAP - uno dei due
rami del movimento operaio tedesco che si sarebbero unificati nel 1875 a
Gotha dando vita al Partito operaio socialdemocratico di Germania –
Sozialdemocratische Arbeiterpartei Deutschlands, SAPD, che nel 1891 avrebbe
definitivamente preso il nome di SPD) e che aveva goduto dell’attiva
collaborazione di Friedrich Engels fino alla morte, nel 1895. In tal modo la SPD
rafforzava il proprio ruolo di maggior partito del Reich per numero di voti,
posizione che aveva raggiunto già nel 1890 (immediatamente dopo l’abolizione
della legislazione “antisocialista”) e confermato nelle successive tornate del
1893 e 1898 (con rispettivamente il 13,7%, 16,8% e 18,2% degli iscritti nelle
liste elettorali).
Alla supremazia nelle urne non corrispondeva però un’adeguata
rappresentanza nel Reichstag: nel 1903 sedettero sui banchi parlamentari
ottantuno socialisti, pari ad appena il 20,4% dei membri dell’assemblea (397 in
tutto). Non si trattava di un caso fortuito, bensì di una costante: tra il 1890 ed il
1912 la media dei voti necessari per eleggere un deputato al Reichstag oscillò
da diciottomila a trentamila, ma per i socialdemocratici da trentasettemila a
settantaseimila.
La sottorappresentazione dell’elettorato socialdemocratico dipendeva da
una serie di fattori riconducibili da un lato alla struttura del sistema elettorale
guglielmino, dall’altro dal costituirsi nel Reich di un sistema tripartito di
subculture - con ovvi riflessi anche sul comportamento elettorale dei propri
membri – al cui interno il milieu socialdemocratico appariva nettamente
separato dagli altri due (rispettivamente l’area cattolica ed il campo cosiddetto
“nazionale”, il più frammentato dal punto di vista dell’articolazione partitica ma
il più omogeneo in termini di culture e valori comuni). Nel Reich vigeva un
sistema elettorale maggioritario con collegio uninominale; qualora nessuno
candidato raggiungesse il 50% dei voti validi, aveva luogo un ballottaggio tra i
due candidati meglio piazzati; nel 1903 in ben centodiciotto collegi un
candidato socialdemocratico prese parte alla seconda tornata, ma solo in
venticinque di essi (pari al 21% del totale) riuscì vincitore. Ciò dimostra da un
lato come la divisione del campo “nazionale” in sinistra liberale,
nazionalliberali, e conservatori di diversa osservanza fosse un confine assai
facilmente valicabile, dall’altro che la pur assai più netta linea di frattura che
divideva cattolici e “nazionali” (di norma evangelici) nascondesse una profonda
consonanza sul piano dei valori civili e politici, che non mancava di proiettarsi
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sulle scelte elettorali nel caso di un ballottaggio.
Inoltre, l’elettorato socialdemocratico era particolarmente radicato nelle
aree urbane (nelle ultime elezioni svoltesi prima dello scoppio della Grande
Guerra, nel 1912, nelle città di oltre centomila abitanti ben il 52,8% degli aventi
diritto al votò optò al primo turno per il partito di Bebel e di Kautsky, di
Bernstein e di Rosa Luxemburg; in quelle la cui popolazione andava da
trentamila a centomila la percentuale scese al 32% e nella classe successiva –
le cittadine da duemila a trentamila residenti – al 30%, per poi calare al 16,1%
nei villaggi inferiori alle duemila persone. Solo in quest’ultimo gruppo,
comunque, i socialisti non rappresentavano il primo partito. Opposta era la
scala per quanto riguarda sia la Zentrumspartei cattolica, sia il campo
“nazionale”, i cui punti di maggior forza (rispettivamente con il 49,8% ed il
45,5% sul totale degli elettori) erano proprio i villaggi. Il fatto che la
suddivisione dei collegi elettorali, basata sulla struttura della popolazione
nell’anno 1867, non fosse mai stata modificata nonostante i grandi
spostamenti di popolazione e la crescente urbanizzazione verificatisi in seguito
allo sviluppo economico nell’ultimo terzo del secolo Diciannovesimo (nel 1903
in ben dodici casi il numero degli elettori iscritti superava i centomila, mentre in
altrettanti era minore di sedicimila) danneggiava inequivocabilmente la
socialdemocrazia.
A ciò si aggiungevano le difficoltà legali frapposte (anche dopo la revoca,
nel 1890, delle leggi antisocialiste entrate in vigore nel 1878) all’attività dei
partiti nell’ambito del Reich, la cui costituzione non ne prevedeva l’esistenza; la
legge elettorale faceva unicamente cenno alla possibilità di formare comitati ed
associazioni elettorali ad hoc in occasione delle singole chiamate alle urne. I
partiti in quanto tali ricadevano perciò sotto le specifiche legislazioni dei singoli
Stati che facevano parte dell’impero, le quali erano non di rado assai differenti
l’una dall’altra. Soltanto nel 1900, con l’abolizione della norma che interdiva la
formazione di coalizioni politiche all’interno del Reich (Verbindungsgebot) fu
ufficialmente possibile integrare pienamente le aggregazioni locali e regionali
(limitate ai singoli Stati) all’interno di partiti strutturati unitariamente ed attivi
in ambito federale. Ci sarebbero voluti altri otto anni perché cadesse la
disposizione che interdiva alle donne l’attività politica e la possibilità di dar vita
a proprie organizzazioni. E’ evidente che misure del genere danneggiavano in
particolare le forze che si ponevano in modo critico nei confronti della
situazione politica e sociale del Reich, e cioè in primo luogo il movimento
socialista, sulla cui organizzazione interna - inoltre - esercitarono un preciso
influsso.
Nonostante ciò, la SPD aveva raggiunto all’inizio del Novecento una forza
politica ed organizzativa di prim’ordine: i suoi ottantun deputati eletti nel 1903
rappresentavano il secondo gruppo parlamentare del Reichstag (il primo era
quello della cattolica Zentrumspartei, che con appena il 19,7% dei voti aveva
ottenuto ben il 25,2% dei mandati; val la pena di sottolineare che i due
maggiori partiti rappresentati alla Camera bassa, che insieme avevano raccolto
il 51,4% dei voti validi ed eletto il 45,6% dei parlamentari esprimevano correnti
politiche, culture e visioni del mondo altre da quelle delle forze che avevano
dato vita all’impero guglielmino); nel 1905 i militanti socialdemocratici erano
trecentottantaquattromila, ed il loro numero sarebbe triplicato in appena nove
anni: nel 1913 sarebbero diventati un milione e centomila (di cui
centosettantaquattromila donne, una percentuale sicuramente bassa , pari al
16,1%, ma con una chiara tendenza all’aumento: nel primo anno su cui si
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abbiano dati circa la composizione per genere degli iscritti alla SPD, il 1907,
erano appena il 5%. Il numero di donne iscritte aumentò di conseguenza di sei
volte in sette anni, con una crescita più che doppia rispetto a quella totale dei
tesserati).
Sempre nel 1905 aderivano ai Sindacali liberi (Freie Gewerkschaften), di
indirizzo socialista, ben un milione e trecentocinquantaquattromila lavoratori,
che sarebbero diventati quasi il doppio nel 1913 (nell’ultimo anno di pace le
altre due confederazioni sindacali tedesche, le Christliche Gewerkschaften
vicine alla Zentrumspartei e il Hirsch-Dunckerschen Gewerkverband di
tendenza
liberale,
potevano
contare
rispettivamente
su
trecentoquarantatremila e centosettemila iscritti). Numerosissime inoltre erano
le associazioni culturali e del tempo libero che facevano riferimento alla SPD:
nel 1913 la Lega operaia di ginnastica e sport (Arbeiter- Turn- und Sportverein)
organizzava quasi centonovantamila persone, l’Associazione delle corali
operaie (Arbeitersängerbund) circa centomila, la Lega ciclistica operaia
(denominata
“Solidarietà”
–
Arbeiterradfahrbund
“Solidarität”)
oltre
centosessantamila. Alle cooperative di consumo (Konsumgenossenschaften)
erano tesserati un milione e quattrocentomila tedeschi, per non parlare del
tessuto di circoli culturali, associazioni giovanili, squadre calcistiche, teatri del
popolo (Volksbühne), associazioni operaie per il libero pensiero (ArbeiterFreidenker) ecc. che innervavano il milieu culturale e politico socialista, a cui
davano voce un’ottantina di quotidiani che complessivamente tiravano ogni
giorno quasi un milione e mezzo di copie, ed un consistente patrimonio
editoriale.
Al centro della multiforme attività della SPD stava una fittissima rete di
responsabili locali, non retribuiti ma che dedicavano al movimento gran parte
del loro tempo libero; erano in gran parte militanti che avevano vissuto il
periodo delle leggi antisocialiste, e perciò portavano su di sé un marchio di
eroismo che li rendeva punti di riferimento ineliminabili in ambito locale. Capaci
di unire la propaganda su principi ed i fini del socialismo al lavoro quotidiano su
questioni sia organizzative, sia di natura rivendicativa, è in primo luogo al loro
impegno quotidiano che si dovette la crescita del movimento operaio nel primo
quindicennio del nuovo secolo.
2) Dalla rivoluzione del 1948 (Vormärz) al congresso di Gotha (1875)
l radicamento sociale della SPD e la diffusione della subcultura socialista
all’inizio del Novecento sono però fenomeni che hanno dietro di sé una lunga
storia e costituiscono la risultante di processi tutt’altro che univoci: tanto dal
punto di vista sociale quanto da quello culturale e politico molti e molto diversi
tra loro furono i mattoni che costrituirono l’edificio della socialdemocrazia.
Negli anni Sessanta dell’Ottocento i processi di sviluppo capitalistico nelle
campagne e nelle città provocarono una forte crescita quantitativa di giornalieri
agricoli e manovali industriali, provenienti spesso dalle zone più povere della
Germania. Con sé essi portavano un bagaglio di tradizioni conflittuali di
carattere insurrezionale; la protesta si esprimeva spesso attraverso l’attacco
diretto ai beni della proprietà, tanto nella forma del saccheggio quanto in quella
del sabotaggio.
La dimensione propriamente politica restava tuttavia di norma estranea
all’orizzonte di questi lavoratori. Diverso è il caso degli apprendisti artigiani;
organizzati in Fratellanze di mestiere (Gesellbruderschaften), erano connotati
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da una forte solidarietà di gruppo ed iniziarono nell’Ottocento a servisi come
strumento di lotta e rivendicazione sia dello sciopero sia della petizione rivolta
all’autorità politica; a loro era estranea la dimensione dell’assalto alla
proprietà. La prima organizzazione operaia tedesca con carattere di massa fu la
Fratellanza operaia (Arbeiterverbrüderung), nata nel 1848 a Berlino e forte di
circa ventimila soci sparsi in numerose località della Germania. Benché
composta quasi esclusivamente da apprendisti artigiani, la Fratellanza cercò di
darsi una dimensione complessiva rivolgendosi a tutti i lavoratori manuali; fu
proprio grazie all’attività dei suoi membri che il termine “operaio” (Arbeiter) si
caricò di forti valenze simboliche, connotando un gruppo sociale omogeneo per
condizioni ed interessi materiali.
Collegata con la sinistra liberale presente nel parlamento di Francoforte
(1848), ed attiva tanto sul piano del mutuo soccorso, quanto su quello della
formazione politica e culturale dei propri membri e parimenti sostenitrice della
necessità per gli operai di essere attivamente presenti sulla scena politica in
difesa dei propri interessi, l’Arbeiterverbrüderung rappresentò una sorta di
ponte tra le vecchie organizzazioni di mestiere ed i partiti e sindacati del futuro,
contribuendo alla politicizzazione in senso democratico radicale dei lavoratori
manuali. Il fallimento della rivoluzione del 1848 in Germania la trascinò con sé
nel baratro; nel 1854 la Fratellanza fu messa fuori legge in tutti gli Stati della
Lega tedesca (Deutscher Bund).
Un peso assai minore sul piano organizzativo ebbe invece la Lega dei
comunisti, costituita nel 1847 sotto la direzione di Karl Marx e Friedrich Engels
e scioltasi nel 1852 dopo che numerosi tra i suoi membri erano stati arrestati e
condannati a Colonia nel 1951; il significato della Lega sta nell’essersi posta
immediatamente come organizzazione internazionale e l’essere stata il luogo di
prima elaborazione delle tesi politiche del marxismo, che in seguito avrebbe
impregnato di sé il movimento operaio, tanto internazionale quanto – in primo
luogo – tedesco.
La possibilità concreta di dar vita ad organizzazioni operaie pantedesche
tornò all’ordine del giorno soltanto all’inizio degli anni Sessanta, allorché le
leggi in vigore nel Deutscher Bund egemonizzato dalla Prussia - le quali
rendevano di fatto quasi impossibile l’aggregazione politica – vennero fatte
decadere. All’interno delle associazioni operaie locali che si erano sviluppate
nel seno della sinistra liberale crebbero le pressioni per la costituzione di
un’organizzazione autonoma; la prima esperienza significativa in tal senso fu la
fondazione a Lipsia, il 23 maggio 1863 dell’Associazione generale degli operai
tedeschi (Allgemeiner Deutscher Arbeiterverein, ADAV) per iniziativa
dell’avvocato Ferdinand Lassalle, che ne divenne il primo presidente.
Le tesi centrali di Lassalle erano la necessità di una rapida unificazione
della Germania sotto la guida prussiana, nella forma di una “Stato popolare”
(Volksstaat) unitario e libero; la costruzione di nuove modalità produttive che
rendessero possibile l’equa distribuzione dei beni prodotti; la costituzione di
cooperative di produzione da parte dei lavoratori, con l’aiuto materiale dello
Stato. Per rendere possibile la realizzazione di quegli obiettivi occorreva
battersi prima di tutto per diffondere tra i lavoratori manuali la coscienza della
loro condizione sociale e dei loro interessi comuni; per il suffragio universale
diretto e paritario (con garanzia del segreto elettorale); infine era necessario
che il movimento operaio si separasse nettamente dalla borghesia, rompendo i
legami anche con la sinistra liberale. L’ADAV si caratterizzò per la decisa scelta
in favore della dimensione politica come terreno privilegiato d’azione, e rifiutò
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di impegnarsi sul piano sindacale (Lassalle fece propria l’idea della “legge
bronzea dei salari”, secondo la quale in un’economia capitalistica la
remunerazione operaia non può superare il livello della mera sopravvivenza;
soltanto associandosi in cooperative di produzione i lavoratori avrebbero potuto
migliorare la propria condizione materiale; assunse inoltre una struttura
fortemente centralizzata in cui al presidente (inizialmente lo stesso Lassalle)
spettavano poteri dittatoriali, in nome della necessità di muoversi in modo
compatto.
Dopo la prematura morte del fondatore (avvenuta nel 1864 in duello)
l’ADAV subì una serie di scissioni che non gli impedirono però di estendere il
proprio seguito tra i lavoratori: dai circa mille iscritti del 1863 si passò infatti
dieci anni dopo a ventimila.
Un secondo e parallelo sviluppo organizzativo si verificò sei anni dopo,
nel 1869, con la costituzione ad Eisenach del Partito operaio socialdemocratico
(Sozialdemokratische Arbeiterpartei, SDAP), in cui confluirono il Congresso
unificato delle associazioni operaie tedesche (Vereinstag der deutschen
Arbeitervereine, VdA, fondato anch’esso nel 1863 sulla base dell’unione di
associazioni operaie orientate in senso democratico radicale e forte in
particolare in Sassonia e nella Germania meridionale); alcune componenti del
Partito popolare sassone (Sächsische Volkspartei, SVP, fondata nel 1866 con un
programma liberaldemocratico); un certo numero di sindacalisti impegnati nella
costruzione di strutture sindacali di base; nonché gruppi lassalliani dissidenti.
Tra le figure di spicco della SDAP troviamo Wilhelm Liebknecht ed August
Bebel, che erano stati attivi nel VdA e nella SVP (nel 1867, come rappresentati
del partito sassone, entrambi sarebbero stati eletti deputati al Reichstag della
Confederazione del Nord). Liebknecht, amico personale di Marx che aveva
conosciuto durante i tredici anni trascorsi in esilio a Londra (dal 1849 al 1862)
per aver partecipato ai moti del Quarantotto, operava in quegli anni come una
sorta di rappresentante in Germania della Associazione internazionale degli
operai (cosiddetta Prima internazionale); trasferitosi nel 1865 a Dresda entrò in
contatto con il giovane August Bebel, allora su posizioni liberalprogressiste, e lo
introdusse al marxismo. Entrambi, al congresso del VdA tenutosi a Norimberga
nel 1868, si adoperarono con successo perché il Congresso facesse proprio il
programma dell’Internazionale.
Il programma della SDAP era simile in molti punti a quello dell’ADAV, in
particolare per quegli obiettivi che riguardavano la piena attuazione dei principi
democratici (come la separazione tra Stato e chiese; l’abolizione di tutte le
leggi limitative dei diritti di associazione e della libertà di stampa; la
concessione ai deputati di un’indennità ecc.) e la realizzazione di basilari diritti
sociali (gratuità ed obbligatorietà dell’istruzione di base; limitazione del lavoro
femminile e divieto di quello infantile; sostegno pubblico alle cooperative, ecc.);
ne differiva però su alcune questioni di principio: la SDAP riteneva utile la
ricerca di alleanze politiche con quei settori della borghesia che si collocassero
su posizioni liberali e democratiche; dava un giudizio assai più negativo della
politica bismarckiana e aveva una posizione molto critica sulla prospettiva di
una unificazione tedesca sotto l’egemonia della Prussia; sottolineava
particolarmente la dimensione internazionalistica del movimento operaio.
Dal punto di vista organizzativo la SDAP era assai meno centralistica
dell’ADAV; a dirigerla era un ufficio di presidenza (Vorstand) composto da
cinque persone. Va comunque detto che le leggi vigenti all’epoca in tema di
“coalizioni” obbligarono entrambi i rami del movimento operaio organizzato a
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strutturarsi in sezioni locali che, almeno formalmente, erano indipendenti dal
centro. L’unità associativa venne garantita, per quanto riguarda l’ADAV, dal
fatto che i responsabili delle singole sezioni erano nominati direttamente dal
presidente; nella SDAP invece dallo sviluppo, nei primi due anni di vita del
partito, di una rete di fiduciari di circondario e di regione che funzionavano
come raccordo tra la presidenza collegiale ed i gruppi locali.
Nel
1873
all’organizzazione
lassalliana
facevano
capo
duecentoquarantasei sezioni territoriali, con circa ventimila iscritti; per i
socialdemocratici i dati disponibili, riferiti al 1874, parlano di centottantasei
sezioni, forti di quattordicimila militanti.
Nel 1870-71 la guerra francoprussiana avrebbe posto i due partiti operai
di fronte ad un nodo cruciale, foriero di future – e assai più gravi – crisi: il
rapporto tra classe e nazione; mentre la totalità dell’ADAV e componenti
significative della SDAP fecero proprie le argomentazioni nazionalistiche che
venivano dal governo di Berlino, Bebel e Lebknecht dichiararono nel Reichstag
della Confederazione del Nord la propria opposizione alla “guerra dinastica” e –
a differenza degli altri deputati sia dell’ADAV sia della SDAP – non votarono i
crediti di guerra, non senza rimproverare alla socialdemocrazia di aver ceduto
alle sirene del nazionalismo.
Censurati dalla presidenza della SDAP, che dichiarò dovere dei
socialdemocratici “impegnarsi, in quanto tedeschi, per la Germania”, e criticati
dagli stessi Marx ed Engels in nome di una Realpolitik che vedeva una vittoria
prussiana come foriera di migliori condizioni di lotta per il movimento operaio,
Bebel e Liebknecht vennero sottoposti nel 1872 ad un processo per alto
tradimento, nel quadro di un’ondata persecutoria antisocialista avviata da
parte delle autorità della Prussia e del neocostituito Reich germanico subito
dopo la conclusione della guerra (anche sotto l’impressione suscitata nelle
élites dirigenti tedesche dalla Comune di Parigi) che si rafforzò ulteriormente
dopo i successi elettorali riportati dai partiti operai nelle elezioni del 1874
(assieme ebbero oltre trecentocinquantamila voti ed ottennero dieci seggi).
Tanto il venir meno, in seguito all’unificazione, delle differenze circa il
ruolo della Prussia, quanto la pressione poliziesca sulle proprie organizzazioni
favorirono il riavvicinamento di ADAV (tuttora maggioritario come seguito
elettorale e numero di iscritti) e SDAP, che al congresso di Gotha del maggio
1875 si fusero nel Partito socialista operaio di Germania (SAPD), dandosi un
programma (il ben noto “Programma di Gotha” oggetto di una severa critica da
parte di Marx1) che era il frutto di un compromesso tra le tesi dei lassalliani e
quelle dei socialdemocratici. Punti centrali erano la socializzazione dei mezzi di
produzione e la riaffermazione dell’indipendenza politica della classe operaia,
rispetto alle quale tutte le altre rappresentavano un’unica “massa reazionaria”;
queste affermazioni di prospettiva
erano seguite da numerosi obiettivi,
concepiti come attuabili nell’ambito dell’ordine sociale esistente, di carattere
democratico radicale.
3) Le leggi antisocialiste di Otto von Bismarck ed i suoi effetti sulla SPD (18761990)
Sarebbe stata proprio questa parte del programma della SAPD a venire
all’ordine del giorno nel periodo immediatamente successivo, quando il
1 Cfr. Karl Marx, Critica al programma di Gotha, Roma, Editori Riuniti, 1990.
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movimento socialista fu oggetto di pesanti misure repressive: nel 1876 il
partito fu dichiarato illegale in tutta la Prussia per violazione della legge sulle
coalizioni; due anni dopo il cancelliere Otto von Bismarck riuscì a far approvare
dal Reichstag una “legge contro le attività pericolose per la collettività ordite
dalla socialdemocrazia”, che metteva fuori legge ogni attività organizzata della
SAPD e dei sindacati ad essi vicini, dando così mano libera alla polizia nella
repressione della stampa e nel divieto di manifestazioni e raduni pubblici,
nonché agli imprenditori nel licenziamento di operai per “propaganda
socialista” e nel loro inserimento in apposite liste di proscrizione. Restava
ancora possibile candidarsi alle elezioni ma soltanto come singoli, non come
espressione di una forza organizzata; allo stesso modo potevano continuare la
loro attività (pur tra mille ostacoli) circoli locali, formalmente indipendenti e
coordinati da fiduciari, vittime non di rado di misure di polizia (dall’arresto al
domicilio coatto).
Nonostante le condizioni di semilegalità a cui il partito fu costretto per
dodici anni (le disposizioni avrebbero dovuto restare in vigore trenta mesi, ma
furono più volte prorogate e decaddero soltanto nel 1890), il suo processo di
crescita non si interruppe né dal punto di vista delle adesioni (i circa
cinquantamila militanti del 1877 si sarebbero quintuplicati nel 1890), né da
quello dei consensi elettorali, che passarono dal 9,1% dei voti validi nel 1877 al
19,7% nel 1890 (e da tredici a trentacinque deputati), tanto che è proprio in
questo periodo che si strutturarono un milieu ed una subcultura socialista
destinate a rimanere sostanzialmente stabili (semmai ad estendersi) fino al
1933 e – per certi versi – a dare ancora segni di vita nei primi anni del secondo
dopoguerra.
Tuttavia la legislazione antisocialista non mancò di esercitare pesanti
effetti sul partito, che avrebbero avuto conseguenze sia di breve, sia di medio
periodo: prima di tutto il fatto che l’unica attività ufficialmente permessa fosse
quella del gruppo parlamentare fece assumere a quest’ultimo un ruolo
centrale, trasformandolo nell’organo decisionale effettivo; in secondo luogo le
caratteristiche della repressione bismarckiana convinsero dirigenti e quadri
socialisti della necessità di attenersi strettamente ad un corso legalistico, da un
lato perché essa non impediva il proseguimento dell’attività organizzata a patto
che non le si contrapponesse l’azione di piazza, dall’altro perché era comunque
sufficientemente soffocante da rendere desiderabile evitare qualunque
pretesto suscettibile di provocarne una riedizione; inoltre le difficoltà frapposte
dai divieti del 1878 allo sviluppo degli apparati del partito e del movimento
sindacale (in una fase in cui entrambi stavano assumendo carattere di massa)
contribuì in modo decisivo a separarli, dando così vita ad una caratteristica
tipica del movimento operaio tedesco.
Di conseguenza l’attività politica finì con l’identificarsi con la propaganda
e la partecipazione alle elezioni (in un contesto in cui al Reichstag erano
delegate quasi soltanto questioni molto specifiche, su cui poteva esercitarsi
un’azione di riformismo spicciolo apparentemente non in contraddizione con i
“fini ultimi” costantemente richiamati), mentre quella sindacale si concentrava
quasi soltanto sugli aspetti concreti delle condizioni di lavoro e della politica
sociale (subendo in quest’ultimo ambito l’influsso delle misure di previdenza
pubblica volute da Bismarck, il cui funzionamento corporatista sotto il controllo
dello Stato2 contribuiva a diffondere tra i lavoratori organizzati l’idea della
2 Sulle caratteristiche del sistema previdenziale ed assicurativo tedesco in epoca bismarckiana
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neutralità della macchina statuale, che avrebbe potuto essere democratizzata
semplicemente conquistando la maggioranza nel Reichstag).
Infine, la legislazione antisocialista radicalizzò la contraddizione presente
fin dal suo nascere nel movimento operaio tedesco tra la sua aspirazione a
rappresentare gli interessi della classe operaia, e la necessità impellente – data
dal contesto in cui agiva – di portare avanti obiettivi di natura democratica
radicale, senza però la possibilità di trovare alleati di qualche consistenza tra le
forze espressione della borghesia, che anzi tendevano nella loro quasi totalità
ad erigere un muro tra sé ed i “rossi”.
Tutti questi fattori non impedirono però che proprio in questo periodo il
marxismo si affermasse come bagaglio teorico centrale del movimento operaio
tedesco, anzi in qualche misura ne favorirono la diffusione; gli elementi
deterministici del marxismo maturo apparivano particolarmente adatti a
funzionare come ideologia d’integrazione di un proletariato in via di forte
sviluppo quantitativo ma nettamente separato dai ceti sociali superiori ed i cui
membri avevano poche se non nulle speranze di ascesa individuale, inoltre la
convinzione dell’inevitabilità del socialismo rendeva possibile la compresenza
di prospettive palingenetiche con pratiche riformistiche. Nonostante ciò occorre
arrivare alla polemica tra Engels ed Eugen Dühring3, nella seconda metà degli
anni Settanta, perché la SAPD si possa definire un partito marxista; in questo
processo giocarono ancora una volta un ruolo centrale Liebknecht e Bebel, ma
il passo decisivo fu la pubblicazione a puntate sul “Vorwärts”, l’organo del
partito diretto da Liebknecht, dell’opuscolo engelsiano Anti-Dühring. Nello
sforzo di contestare le tesi del giovane docente berlinese, che avevano avuto
vasto ascolto tra i militanti socialisti, Engels riassunse per la prima volta in
modo sintetico ed esaustivo e con uno stile polemico e brillante le tesi che egli
e Marx stavano elaborando da alcuni decenni, portando in modo definitivo dalla
propria parte giovani intellettuali socialisti come Eduard Bernstein e Karl
Kautsky; al primo fu affidata nel 1881 la direzione dell’organo ufficiale della
SAPD all’estero, “Der Sozialdemokrat”, pubblicato a Zurigo, mentre il secondo
assunse nel 1884 un ruolo analogo all’interno della redazione della rivista
teorica “Die Neue Zeit”, pubblicata a Stoccarda.
4) La nascita della SPD, il programma di Erfurt, la Bernstein-Debatte
Con la caduta delle leggi antisocialiste nel 1990 la SAPD poté ritornare
alla piena legalità; al congresso di Halle dell’ottobre 1890 mutò definitivamente
il proprio nome in SPD e l’anno successivo, ad Erfurt, approvò un nuovo
programma, intriso di linguaggio marxista (ancorché oggetto della critica
rinvio a Gerhard A. Ritter, Storia dello Stato sociale, Roma-Bari, Laterza, 1996, alla p. 61 e ss.
Utilizzo il concetto di “corporatismo”, desunto – non senza forzature, di cui sono ben
consapevole – dal volume di Charles S. Maier, La rifondazione dell'Europa borghese. Francia,
Germania e Italia nel decennio successivo alla prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1999
per indicare un modello in cui le assicurazioni sociali (casse-mutua, casse-pensioni e così via)
sono cogestite da imprenditori e lavoratori, mentre lo Stato si limita a fornire la tecnostruttura
necessaria al funzionamento quotidiano dell’istituzione previdenziale (direttore, impiegati,
ecc.).
3 Dühring, docente di filosofia all’Università von Humboldt di Berlino, propugnava nei suoi
scritti una forma assai radicale di materialismo d’impronta positivistica. Nel criticare i
presupposti del suo pensiero Engels espose in forma sistematica i principi del “materialismo
dialettico”, desunti dalle riflessioni che aveva sviluppato assieme a Karl Marx.
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serrata di Friedrich Engels4). Il testo era significativamente diviso in due parti,
la prima dovuta alla penna di Karl Kautsky, analizzava il futuro del capitalismo
come segnato dal prevalere dei monopoli e dalla crescente polarizzazione di
classe, nonché dalla tendenza alla pauperizzazione dei lavoratori; l’unica via
d’uscita era individuata nella socializzazione dei mezzi di produzione, per
giungere alla quale era necessario che il partito avesse nelle mani il potere
politico. In attesa di ciò, suo compito principale era incrementare nei lavoratori
la coscienza di classe. La seconda parte, stesa da Bernstein, conteneva un
lungo e dettagliato elenco di obiettivi a breve termine, considerati raggiungibili
nell’ambito del quadro politico e sociale dato, tra cui il suffragio universale
(maschile e femminile) per i maggiori di vent’anni e l’introduzione del sistema
proporzionale, la giornata lavorativa di otto ore, la parificazione giuridica delle
donne, la gratuità dell’istruzione e della sanità.
Sostanzialmente, il programma di Erfurt sarebbe rimasto per lungo tempo
il testo base della socialdemocrazia; nella sua articolazione ne rappresentava
bene, del resto, la particolare natura, che in seguito sarebbe stata definita da
Kautsky come quella di un “partito rivoluzionario”, non di “un partito che
prepara la rivoluzione”.
Come già si è accennato, la costituzione di un milieu, di una subcultura, e
di una base elettorale fortemente legati alla socialdemocrazia può essere fatti
risalire agli anni Settanta, e la sua stabilizzazione coincise con il periodo di
validità delle leggi antisocialiste. A questo processo contribuirono fattori di
diverso genere e di differente natura; ovviamente un ruolo decisivo fu giocato
dall’impetuoso sviluppo capitalistico della Germania; ma un’importanza non
minore ebbe la presenza o meno in loco di militanti e propagandisti del
socialismo, in una fase in cui si verificò un rapido processo di politicizzazione di
massa anche per effetto dell’introduzione del suffragio universale maschile (ne
fu espressione l’aumento sostanzialmente costante della partecipazione al
voto, che passò dal 51% del 1871 all’84,9% del 1912) in un contesto in cui
nessun partito aveva solide radici in tutto quanto il territorio del Reich; non di
rado infine pesò la presenza in un dato ambiente di culture comunitarie
radicate (non importa di quale origine) oppure di tradizioni politiche di matrice
rivoluzionaria consolidatesi in tempi anche recenti (in particolare come eredità
del Quarantotto).
I risultati elettorali della sinistra tedesca, nel corso della sua storia nel
primo terzo del Novecento, possono essere perciò considerati come il frutto
dell’intreccio tra un voto strutturato, proveniente da un milieu tanto complesso
quanto stabile, e un voto fluttuante, risultante dal sommarsi di malesseri sociali
di vario genere (dall’espressione politica perciò assai instabile) e della capacità
di attrazione del milieu strutturato su aree periferiche e gruppi sociali affini ma
territorialmente e/o socialmente ad esso esterni, capacità di attrazione che può
essere più o meno forte a seconda delle diverse fasi politiche. E’ degno di nota
che la consistenza del milieu socialista che si crea nell’ultimo terzo
dell’Ottocento appare relativamente indipendente dalle fratture politiche ed
organizzative che si creeranno del corpo del movimento operaio organizzato
dal 1917 in poi, nonché dal mutamento delle leggi elettorali; nel 1903 la SPD fu
votata dal 24,1% degli iscritti nelle liste elettorali, nel 1933, nelle ultime
elezioni svoltesi prima del consolidamento del regime nazista, la sinistra
4 Cfr. Karl Marx e Friedrich Engels, Critique des programmes de Gotha et d'Erfurt, Paris,
Editions Sociales, 1972.
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tedesca (SPD e KPD) ottenne complessivamente il 26,9% (con un’oscillazione,
nelle tornate comprese in quel lasso di tempo, dal 26% al 32,6%).
Negli anni a cavallo della fondazione del Reich emersero come roccaforti
del movimento operaio la Sassonia, la Ruhr orientale attorno a Düsseldorf,
Amburgo ed il suo circondario, e la zona di Braunschweig. Si trattava di aree
molto diverse tra loro, alcune molto industrializzate, altre assai meno,
caratterizzate dalla presenza di città medie e grandi ma non di grandi città (con
l’eccezione di Amburgo, per altro scarsamente industriale ma dove era molto
forte il lascito del radicalismo democratico quarantottesco). Nel decennio
successivo a questo elenco si aggiunsero Berlino, Monaco, e l’Assia.
Il percorso che portò la SPD dal 5,7% (1877) al 28,9% (1912) degli
elettori può anche essere
letto come un processo di progressiva
nazionalizzazione del partito che, prese le mosse da una base di consenso
essenzialmente regionale, divenne nelle ultime elezioni prima della Grande
Guerra la forza politica distribuita in modo più omogeneo nel Reich. Ciò può
essere ricondotto a più fattori: il recupero da parte della SPD di una quota
significativa di astensioni (esiste infatti una correlazione positiva tra voto
socialista e partecipazione al voto); l’aver assunto la funzione di erede dei
liberali, in particolare delle loro correnti di sinistra5, che persero la dimensione
nazionale che avevano al momento della fondazione del Reich riducendosi a
partito regionale; l’aver superato il carattere di forza prevalentemente
protestante in particolare nelle aree industrializzate della Germania renana e
meridionale.
Se il periodo successivo alla caduta delle leggi antisocialiste si configurò
come una fase di rapida crescita organizzativa del movimento operaio tedesco,
esso fu caratterizzato altresì da una serie di dibattiti, talvolta laceranti, su
questioni di fondo. In una serie di articoli pubblicati nel tra il 1896 ed il 1897 e
poi raccolti nel 1899 nel volume Die Voraussetzungen des Sozialismus und die
Aufgaben der Sozialdemokratie, Eduard Bernstein, uno degli intellettuali
socialisti di maggior spicco, prendeva con nettezza le distanze dal programma
di Erfurt sostenendo che il capitalismo era entrato in un’epoca di sviluppo
progressivo che non sarebbe più stata caratterizzata da crisi ricorrenti; di
conseguenza le ipotesi marxiane sull’impoverimento inarrestabile del
proletariato e sulla crescente polarizzazione della società erano errate, tanto
che oltre ad un tangibile miglioramento della condizione dei salariati si stava
assistendo alla stabilizzazione di un ceto medio di lavoratori autonomi. In
questo quadro compito della socialdemocrazia doveva diventare non più
prepararsi a prendere il potere nel momento in cui il passaggio al socialismo
fosse all’ordine del giorno, bensì mettere al primo posto una prassi riformista
che portasse alla democratizzazione dello Stato e si sforzasse di far
ulteriormente progredire le condizioni di vita e di lavoro degli operai.
5 Le vicissitudini del liberalismo tedesco furono assai complesse: nel 1861 venne fondata la
Deutsche Fortschrittspartei (DFP - Partito progressista tedesco), in cui confluirono eterogenee
correnti d’ispirazione liberale. Appena sei anni dopo, nel 1867, la DFP perdeva la sua ala
destra, che dava vita alla Nationalliberale Partei (NLP – Partito nazionalliberale). Perno del
conflitto tra progressisti e nazionalliberali era il rapporto con la politica di Otto von Bismarck,
allora cancelliere prussiano e futuro cancelliere del Reich. La frattura tra detra e sinistra liberali
non si sarebbe più ricomposta. Nel Kaiserreich I progressisti avrebbero vissuto una vicenda
politica complessa, caratterizzata di un’altalena di scissioni e riunificazioni e da frequenti cambi
nella denominazione ufficiale del partito: Deutsche Freisinnige Partei (DFP, Partito liberale
tedesco - 1884), Freisinnige Volkspartei (FVP, Partito liberale popolare - 1893), Deutsche
Fortschrittlische Volkspartei (DFVP, Partito popolare progressista tedesco – 1910).
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Le tesi di Bernstein, che pure trovarono ascolto in alcuni circoli
intellettuali del partito (da cui venne fondata, in aperta contrapposizione con
l’ufficiale “Die Neue Zeit” diretta da Kautsky, la rivista “revisionista”
“Sozialistische Monatshefte”, a cui per altro Bernstein non partecipò) furono
duramente contestate e messe seccamente in minoranza al congresso tenutosi
a Dresda nel 1903, in cui venne ribadita la posizione ortodossa che – pur non
negando l’utilità delle riforme - affermava le necessità di una trasformazione
rivoluzionaria. I successivi congressi ribadirono questa tesi, sostenuta in modo
particolare da Karl Kautsky. Nelo schieramento antirevisionista si trovarono
però riunite tendenze e persone tra loro assai diverse: accanto ad una parte
della direzione del partito, rappresentata dal vecchio August Bebel, c’era una
corrente centrista, a cui appartenevano parecchi tra i più brillanti intellettuali
socialdemocratici, e poi una sinistra, composta più che altro da giovani come
Rosa Luxemburg, Clara Zetkin, August Thalheimer, Franz Mehring.
5) Le Freie Gewerkschaften ed il dibattito sullo sciopero di massa
Se la posizione del vecchio Bebel può essere definitiva come di
“attendismo rivoluzionario” [Dieter Groh], poiché da un lato dava per scontato
che solo la conquista del potere politico avrebbe potuto permettere ai
lavoratori di prendere nelle loro mani il controllo della produzione, dall’altro
riteneva che nulla doveva essere concretamente fatto per accelerare tale
processo, che si sarebbe svolto secondo una necessità storica, quella dei
centristi (tra loro Kautsky ed Hilferding) si traduceva di fatto in una convinta
accettazione del sistema democratico parlamentare (definito, in una lettera di
Hilferding al direttore di “Die Neue Zeit”, come il contesto migliore in cui si
sarebbe potuta realizzare, tramite la conquista della maggioranza da parte
della SPD, la dittatura del proletariato) unito ad un netto rifiuto (motivato con
richiami alla teoria marxista) di ogni ipotesi di alleanza con forze borghesi.
Dal canto suo la sinistra, oltre a criticare la lettura bernsteiniana dello
sviluppo capitalistico ed a soffermarsi sulle caratteristiche contraddittorie di
esso, sottolineava l’importanza dell’azione di massa non solo a fini
immediatamente rivoluzionari, ma anche per la democratizzazione del Reich.
Non per caso parallelamente alla Bernstein Debatte si sviluppò, nel
partito e nel sindacato, una complessa controversia sullo sciopero di massa.
Non si trattava affatto di una discussione astratta, poiché nel primo decennio
del secolo si manifestarono importanti episodi di sciopero di massa, sia in altri
paesi, sia nella Germania stessa (come in alcune aree tessili nel 1903-04, nelle
miniere della Ruhr nel 1905-06 e così via). Al loro quinto congresso, tenutosi a
Colonia nel maggio 1905, le Freie Gewerkschaften si pronunciarono però (sia
pur con una maggioranza risicata) contro ogni ipotesi di sciopero di massa e
contro ogni tentativo di trasformarlo in sciopero generale, definendo anarchici i
suoi sostenitori; al primo posto andava messo il rafforzamento
dell’organizzazione.
Di lì a qualche mese, al congresso di Jena svoltosi a settembre, la SPD
avrebbe parzialmente contraddetto i sindacati, affermando la liceità e
l’opportunità dello sciopero generale ma solo in un contesto difensivo, qualora
cioè le libertà politiche fondamentali, il diritto di associazione (che solo dal
1900 era garantito senza limiti) od il suffragio universale (maschile!) fossero
messi in discussione da un’iniziativa governativa di natura autoritaria. Restava
però esclusa ogni ipotesi di servirsi dello sciopero generale in chiave offensiva.
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L’anno successivo, tuttavia, venne concluso un accordo tra partito e sindacato
in base al quale l’eventuale attuazione pratica di quanto stabilito a Jena era
sottoposta all’approvazione delle FG, il cui gruppo dirigente non faceva per
altro mistero del proprio atteggiamento a priori negativo.
6) Socialdemocrazia e società del Kaiserreich: tra controsocietà ed integrazione
In sostanza, le controversie teoriche che agitavano la socialdemocrazia
tedesca possono essere ricondotte a tre questioni chiave: la questione delle
alleanze politiche; il rapporto tra tattica parlamentare e pressione
extraparlamentare; il nesso tra organizzazione e spontaneità di massa (in altre
parole tra aggregazione politica e conflitto sociale); val la pena di notare come
gli schieramenti interni non furono sempre gli stessi: quanto (come nel 1906 ad
Amburgo e nel 1910 in Prussia: a Berlino manifestarono duecentosessantamila
operai) ci furono tentativi di sciopero di massa con l’obiettivo di introdurre nel
Land il suffragio universale diretto, tra coloro che sostennero la necessità di
intervenire in appoggio agli scioperanti con l’obiettivo di estendere la protesta
ci fu, accanto a Rosa Luxemburg, proprio Eduard Bernstein.
Per comprendere meglio il senso e gli esiti di quei dibattiti occorre tener
conto del contesto in cui essi si svolsero: il Reich gugliemino era un miscuglio
sui generis di Stato parlamentare di diritto e Stato autoritario, per di più con
una struttura federale che lasciava ai diversi Länder una larga autonomia
anche per quanto riguardava l’organizzazione interna e la legge elettorale.
Negli Stati della Germania meridionale, dove ad uno sviluppo industriale
relativamente ritardato si accompagnavano contesti politici più avanzati e dove
erano in vigore Costituzioni di stampo liberale, la SPD era presente in forze nei
parlamenti locali (i quali avevano di norma il potere di sfiduciare il governo
regionale in carica) e collaborava abitualmente con i partiti liberali espressione
della sinistra borghese sia sul piano elettorale, sia per quanto riguardava
l’attività legislativa; la compresenza di una minore polarizzazione sociale e di
una maggiore apertura politica avevano trasformato la socialdemocrazia in una
forza compiutamente riformista e inserita nel sistema, anche per il buon motivo
che esistevano spazi relativamente ampi per il riformismo.
Ben diversa era la situazione nel Nord, ed in particolare in Prussia dove
vigeva ancora il sistema elettorale delle tre classi6 e (il voto non era segreto,
ma espresso di fronte alla commissione elettorale), cosa che impedì alla SPD di
essere rappresentata nel Landtag prussiano fino al 1908; per inciso, ciò
contribuiva a limitare ulteriormente i già scarsi poteri del Reichstag eletto a
suffragio universale maschile, poiché il peso della Prussia nel Reichsrat
(consiglio federale, la seconda camera che rappresentava i Länder, o meglio i
loro governi) era preponderante, essendo essa lo Stato di gran lunga più esteso
e popoloso del Reich.
Di conseguenza, il rifiuto teorico di una prassi riformista da parte della
6 La legge elettorale prussiana, introdotta nel 1949, prevedeva che i deputati al Landag
fossero scelti tramite un sistema indiretto. In ogni circoscrizione elettorale dovevano essere
nominati alcuni “grandi elettori” a cui sarebbe spettata poi la scelta del deputato. A votare i
“grandi elettori”erano i maschi adulti (con alcune limitazioni, come detto poc’anzi), ma
suddivisi in tre curie elettorali sulla base del reddito: della prima faceva parte chi pagava oltre
500 talleri di tasse all’anno, alla terza appartenevano coloro che ne pagavano meno di 10; tutti
gli altri erano collocati nella seconda. Ogni curia eleggeva un terzo esatto dei “grandi elettori”
della circoscrizione. In questo modo il voto di un grande proprietario terriero finiva col pesare
infinitamente di più di quello di un piccolo contadino.
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maggioranza della SPD rifletteva anche il dato di fatto della mancanza di spazi
reali per la sua realizzazione; ciò avrebbe reso necessaria una decisa azione
per l’introduzione anche in Prussia (e negli altri Länder che ne erano privi) del
suffragio universale diretto e per la cosiddetta “parlamentarizzazione” del
Reich. Riforme del genere avrebbero tuttavia potuto essere ottenute solo in due
modi: o attraverso coalizioni con altri partiti (cioè di fatto con la sinistra liberale
– dal 1884 Deutsche Freisinnige Partei e dal 1910 Deutsche Fortschrittliche
Volkspartei – e con la cattolica Zentrumspartei), oppure con una decisa
pressione di massa. La prima via era sbarrata dall’indisponibilità delle altre
forze politiche ad allearsi con i “rossi nemici della nazione”, la seconda da
remore profondamente radicate nella stessa SPD e risultanti dalla mescolanza
di timori del ritorno in vigore di leggi antisocialiste, dalla volontà di dimostrarsi
almeno altrettanto patriottici quanto gli altri, dalla radicata convinzione che
l’organizzazione fosse comunque più importante del conflitto.
Si consideri comunque che un vasto settore di quadri e dirigenti del
partito si tenne lontano dai dibattiti di carattere teorico inerenti la linea
generale (è indicativo, a questo proposito, che nel 1913 la rivista teorica “Die
Neue Zeit” vendeva non più di diecimila copie a numero, mentre nello stesso
anno il foglio satirico socialdemocratico “Der wahre Jacob” ne diffondeva
trecentosettantamila), realizzando nei fatti una politica che metteva al primo
posto l’integrazione della socialdemocrazia nella società guglielmina ed in
particolare in alcuni aspetti della politica statuale del Kaiserreich; già nel 1879
il deputato socialdemocratico Max Kayser aveva rotto la disciplina di partito
votando a favore della proposta governativa circa l’erezione di barriere
doganali.
Sei anni dopo, nel 1885, c’era voluto l’impegno in prima persona di
August Bebel e Friedrich Engels perché la maggioranza del gruppo
parlamentare si pronunciasse contro l’ipotesi governativa di sovvenzioni statali
a favore di compagnie di navigazione private che gestissero collegamenti con
l’Africa, l’Asia e l’Estremo Oriente. Nel 1894 per la prima volta i deputati
socialdemocratici nel Landtag bavarese approvarono il bilancio regionale; la
decisione suscitò molte proteste e venne ufficialmente condannata nel
successivo congresso di Francoforte, ma ciò non impedì che l’esempio bavarese
venisse imitato in seguito in altri Landtage. Nel 1911 il gruppo parlamentare al
Reichstag approvò il progetto di costituzione regionale preparato dal governo
per l’Alsazia-Lorena, e due anni dopo il provvedimento di copertura finanziaria
per le misure in favore delle forze armate, dopo che già nel 1912 i
socialdemocratici Gustav Noske e Albert Südekum, membri della commissione
parlamentare sul bilancio, avevano approvato lo stanziamento necessario
all’invio di “una spedizioni militare a fini di sicurezza “ (Schutztruppe) in Asia
orientale.
Per la socialdemocrazia non era certamente facile, nel clima
accesamente nazionalista creato in Germania dalle élites dirigenti nell’ultimo
decennio dell’Ottocento e nei primi quattordici anni del nuovo secolo (nel 1891
venne fondata le Lega pangermanica – Alldeutscher Verein, seguita nel 1898
dalla Lega per la flotta – Flottenverein, e poi nel 1904 dall’Associazione
nazionale contro la socialdemocrazia – Reichsverband gegen die
Sozialdemokratie7), resistere alle pressioni di chi le imputava una radicata
7 Sulla questione dei gruppi di pressione nella Germania guglielmina cfr. Hans-Ulrich Wehler,
L’impero guglielmino, Bari, De Donato, 1981.
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attitudine antipatriottica, resta però il fatto che nelle file del partito si fecero
spazio posizioni di “comprensione”, se non di aperto appoggio, alla politica
coloniale.
Quanto potente fosse l’ultranazionalismo lo mostrarono le elezioni del
1907, passate alla storia come “le elezioni ottentotte – Hottentottenwahlen”,
perché caratterizzate da un’impressionante campagna antisocialista condotta
dal governo e da tutte le forze borghesi (liberali di sinistra inclusi!) che prese a
pretesto le violente critiche rivolte nel Reichstag e nel paese dalla SPD alla
politica genocida condotta dal Reich nell’Africa di Sudovest (oggi Namibia) per
rovesciare sui socialdemocratici l’accusa di essere nemici della patria. Pur
avendo ottenuto un lieve aumento nel numero dei voti rispetto al 1903 (la SPD
riportò il 24,4% dei suffragi rispetto agli aventi diritto, lo 0,3% in più,
quantunque – essendo aumentata la partecipazione alle urne – la percentuale
ottenuta sui voti validi fosse calata al 29%, pari al 2,7% in meno), il gruppo
parlamentare uscì quasi dimezzato: quarantatré deputati invece di ottantuno,
in notevole parte perché nei ballottaggi si costituì un blocco ancor più
compatto del solito tra elettori del campo nazionale e del campo cattolico.
Nelle successive elezioni del 1912 la socialdemocrazia riuscì non solo a
recuperare tutto il terreno perduto, ma (grazie ad un’alleanza con la sinistra
liberale) a portare al Reichstag un numero imponente di rappresentanti
(centodieci, di cui ben quarantaquattro eletti nei ballottaggio), ma ciò anche al
prezzo di ulteriori passi verso l’assunzione di un’ ottica “nazionale”.
Non per caso l’anno successivo la SPD approvò (non senza un lacerante
dibattito all’interno del gruppo parlamentare: cinquantadue voti a favore,
trentasette contrari, sette astensioni – altri quattordici deputati non
parteciparono al voto) la proposta governativa di introdurre una tassa sulla
proprietà con il cui ricavato finanziare le spese militari. In questo modo, poche
settimane prima della morte di August Bebel, veniva sepolta la formula che egli
stesso aveva coniato: “Per questo sistema né un uomo né un soldo!”.
Formalmente, l’approvazione della tassa era motivata dall’essere il
governo venuto incontro ad una vecchia richiesta socialdemocratica: non
servirsi della tassazione indiretta (giudicata dai socialisti iniqua perché gravava
in maggior misura sui ceti più poveri) per finanziare spese di competenza del
Reich, di fatto però rispondeva anche all’impellente desiderio di larga parte del
gruppo dirigente del partito di allontanare da sé la taccia di antipatriottismo.
A quanto risulta dalle discussioni che si aprirono nel partito e nei
sindacati la posizione della minoranza nel gruppo parlamentare (che votò
comunque con la maggioranza per disciplina di partito) riscosse l’approvazione
di buon parte dei militanti, che al congresso di Jena del settembre 1913
apparvero schierati con il centro e la sinistra. Ma le roventi giornate del luglio
1914 avrebbero ben presto cambiato radicamente le prospettive.
In ogni caso, il voto del 4 agosto 1914 in cui il gruppo parlamentare
socialdemocratico al Reichstag votò a favore dei crediti di guerra non fu in in
alcun caso un fulmine a ciel sereno, ma lo sbocco (in condizioni certo
drammatiche e in un contesto caratterizzato da un paurosa accelerazione del
tempo) di un processo di integrazione della SPD e delle FG nel Reich
guglielmino in cui giocarono un ruolo fattori molto diversi e tra loro distanti, in
qualche caso addirittura opposti.
Oltre a quelli già ricordati va citato anche il peso crescente assunto
all’interno dell’organizzazione partitica e sindacale di uomini d’apparato, tanto
alieni dalle discussioni teoriche quanto convinti dell’assoluta centralità
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dell’organizzazione (e non poco diffidenti di fronte alla spontaneità). Con
l’entrata di Friedrich Ebert nella direzione collettiva (Vorstand) del partito (con
funzioni di segretario), avvenuta nel 1905, i pragmatici colsero una significativa
vittoria, che sarebbe stata confermata ed accresciuta proprio a Jena quando lo
stesso Ebert sarebbe diventato uno dei due presidenti della SPD e un gruppo
importante di quadri a lui vicini avrebbe fatto il suo ingresso nel Vorstand (Otto
Braun, Hermann Müller, Philipp Scheidemann, Otto Wels, personaggi tutti che
avrebbero ricoperto ruoli chiave negli anni successivi).
A questo punto la differenziazione interna alla SPD aveva assunto una
complessa sfaccettatura che non corrispondeva più in alcun modo alla nota
tripartizione tra sinistra, centro “marxista” e destra revisionista; si potevano
infatti annoverare una sinistra socialrivoluzionaria, una sinistra antimilitarista e
repubblicana, una corrente “marxista” che puntava ad avviare una dialettica
positiva tra organizzazione politica e movimenti di massa, una corrente
socialiberale orientata in senso democratico, una linea (di fatto maggioritaria)
poco interessata ad un cambiamento di sistema e mirante essenzialmente a
mutamenti in campo sociale e sindacale, ed infine una corrente che aveva fatto
propria una concezione “nazionale” di socialismo di Stato [Arno Klönne]. La
tremenda prova della guerra avrebbe fatto fatto esplodere l’involucro che
conteneva queste tendenze così diversificate, rendendole di fatto incompatibili.
La contraddizione di fondo della socialdemocrazia tedesca dalla sua
costituzione al 1914 può, forse, essere così sintetizzata: di fatto il terreno di
scontro su cui il partito fu costretto – suo malgrado - a misurarsi fu la radicale
democratizzazione di uno Stato e di una società estremamente impregnati di
autoritarismo, di cui furono prova tanto l’impossibilità per chiunque desse
prova di convinzioni socialiste di assumere incarichi nell’apparato dello Stato
(Berufverbot), quanto il divieto di costituire coalizioni politiche, in vigore fino al
1900, quanto la proibizione alle donne di svolgere attività politica, che cadde
solo nel 1908. Solo allora la SPD fu libera di eleggere una donna, Luise Zietz,
nella sua direzione, e di fissare (nello statuto approvato nel 1912) un sistema di
quote. Al di là degli effetti che una situazione del genere provocò sulla struttura
e sul funzionamento della SPD, le caratteristiche della società e della statualità
del Kaiserreich vennero lette con occhiali marxisti come la prova di una
cristallizzazione di classe tipica del capitalismo e della sua radicale
incompatibilità con forme di democratizzazione spinta.
Ciò contribuì da un lato a depotenziare le spinte, pur presenti tra le
masse dei lavoratori, verso la democrazia, dall ‘altro a sviluppare l’
“attendismo rivoluzionario” [Dieter Groh] come Leitmotiv fattuale della prassi
politica socialdemocratica. Considerando gli eventi in una prospettiva storica,
c’era molto di vero nelle critiche mosse alla SPD nel 1900, durante il congresso
di Parigi della II internazionale, dal socialista francese Jean Jaurès nel corso di
un infuocato duello verbale che lo oppose ad August Bebel; proprio riferendosi
al dibattito avvenuto tra i compagni tedeschi sulle tesi di Berstein, Jaurès
accuso il più forte partito socialista del mondo di non avere alcuna strategia, né
rivoluzionaria né parlamentare, e di nascondere sotto “l’intransigenza delle
formule teoriche” un’impotenza di fatto.
7) Il voto del 4 agosto 1914 e la socialdemocrazia nella Grande Guerra
Più volte, negli anni precedenti, la SPD (come del resto anche la II
internazionale) aveva preso posizioni antimilitariste ed aveva messo in guardia
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dal rischio di un conflitto generale, mai però aveva valutato in termini concreti
come reagire all’eventuale scoppio di una guerra in cui il Kaiserreich fosse
coinvolto. Gli eventi che si sarebbero svolti tra l’ultima decade di luglio e la
primo settimana di agosto 1914 avrebbero messo in luce le contraddizioni ed i
disastri del fatalismo che – ancora una volta – impregnava di sé la
socialdemocrazia tedesca. Tra il 26 ed il 30 luglio si svolsero, in tutte le grandi
città del Reich, gigantesche manifestazioni di massa (oltre mezzo milione i
partecipanti) per la pace e contro la guerra, in risposta ad un appello del
Vorstand del partito. Negli stessi giorni, tuttavia, esponenti significativi del
gruppo parlamentare garantivano al governo che la SPD avrebbe rispettato la
“disciplina nazionale” (così Albert Südekum in una lettera del 29 luglio al
cancelliere Theobald von Bethmann-Hollweg).
Ed infatti, dopo che il 1° agosto da Berlino partì la dichiarazione di guerra
alla volta di San Pietroburgo, la prima reazione significativa del movimento
operaio tedesco, il giorno successivo, fu di totale disponibilità: l’assemblea dei
direttivi di tutti i sindacati che facevano capo alle FG decise di interrompere
ogni vertenza di natura salariale e di togliere l’appoggio agli scioperi in corso.
Contemporaneamente venne garantito al governo il massimo sostegno nel
reclutamento di manodopera per il raccolto autunnale e la piena disponibilità a
risolvere assieme il problema della disoccupazione; in cambio il gabinetto
presieduto da Bethmann-Hollweg aveva promesso di non ostacolare né limitare
in alcun modo la vita sindacale.
Attraverso la proclamazione della “pace sociale” (Burgfrieden) le FG si
impegnavano a collaborare attivamente con lo Stato nella conduzione della
guerra e a sospendere ogni ostilità nei confronti degli imprenditori, in cambio
della salvaguardia delle proprie strutture organizzative. Fu proprio questo il
punto decisivo, che contribuì a far evolvere verso una piena compenetrazione
con l’apparato statuale quell’atteggiamento di collaborazione con le istituzioni
che già aveva contraddistinto, in molti ambiti, il sindacato socialdemocratico.
Abituati a considerare proprio compito il miglioramento delle condizioni dei
lavoratori nel contesto dato (che non veniva di per sé messo in discussione), i
dirigenti delle FG finirono con l’assumere la belligeranza e lo stato d’assedio
come il quadro oggettivo in cui muoversi, e si convinsero che una pace
vittoriosa avrebbe rappresentato un oggettivo vantaggio per il proletariato
tedesco.
Analogamente, sulla stampa sindacale si cominciò a parlare della “pace
sociale” come di un presupposto indispensabile per lo sviluppo di un
“socialismo di guerra” (Kriegssozialismus); la guerra stessa cioè, con il
corollario indispensabile dell’unione di tutti i gruppi e le classi in cui la nazione
era divisa, avrebbe finito col dimostrare la ragionevolezza e l’indispensabilità
del socialismo. Per il bene della patria. Nel frattempo, bisognava impegnarsi
con tutti i mezzi nello sforzo bellico.
Appena due giorni dopo la dichiarazione di patriottismo da parte dei
sindacati, il 4 luglio (il giorno prima la Germania aveva dichiarato guerra anche
alla Francia) il gruppo parlamentare socialdemocratico al Reichstag si
pronunciò a favore delle misure governative circa il finanziamento delle spese
belliche (cosiddetti crediti di guerra), raccogliendo, per la prima volta da
quando la SPD sedeva sui banchi del Reichstag, l’applauso dei deputati degli
altri partiti. Sicuramente l’ovazione deve essere suonata sinistramente ironica
al capogruppo socialista (tra l’altro, uno dei due presidenti del partito),
l’avvocato Hugo Haase, che era personalmente contrario a tale politica e solo
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per disciplina aveva esposto nell’aula la linea della maggioranza del gruppo
(settantotto deputati si erano espressi per l’approvazione, quattordici contro –
tra cui lo stesse Haase – e gli altri diciotto erano tra gli astenuti o gli assenti),
su cui per altro si allinearono in pubblico anche i dissenzienti.
Va detto che la forte maggioranza (ben superiore a quella dell’anno
precedente, quando si era trattato di pronunciarsi sulle spese militari) disposta
ad allinearsi con il governo (e con gli altri partiti rappresentati al Reichstag,
favorevoli ai crediti senza eccezione alcuna)) rifletteva in notevole misura
quanto stava avvenendo nelle file dell’elettorato socialista. Allora, e nelle
settimane immediatamente successive, a tener fede alle tradizionali posizioni
antimilitariste rimasero assai pochi, tanto nella classe operaia quanto nelle
organizzazioni che ad essa facevano riferimento.
Come altrove, la linea che opponeva pacifisti e “socialpatrioti” (come essi
vennero definiti dai loro critici) non riproduceva affatto le vecchie divisioni tra
“revisionisti”, “ortodossi”, e così via. Accanto alla sinistra radicale (che
aggregava sia intellettuali sia quadri operai) si schierarono infatti contro la
guerra centristi come Haase e addirittura il capofila dei revisionisti, Eduard
Bernstein, che in quell’occasione si separò dai suoi adepti favorevoli ad una
politica di annessioni; mentre la composita minoranza si organizzava, dando
vita a nuove riviste (di quelle consolidate solo il foglio dell’organizzazione
femminile della SPD, “Gleichheit”, diretto da Clara Zetkin, era rimasto sotto il
loro controllo) come “Die Internazionale” e “Spartakusbriefe” (Lettere di
Spartaco), ben presto vietate e diffuse in seguito clandestinamente, il 2
dicembre 1914 si verificava il primo atto pubblico di dissenso: Karl Liebknecht
ruppe la disciplina di partito e votò al Reichstag contro un ulteriore
finanziamento dei crediti di guerra. Non solo, ma il deputato di Potsdam
espresse pubblicamente le ragioni del suo comportamento.
Un anno dopo, nel dicembre 1915, ben venti parlamentari
socialdemocratici, guidati da Haase e Bernstein, seguirono il suo esempio. Nel
frattempo molte cose stavano accadendo: nel luglio 1915 i due esponenti
socialdemocratici si erano espressi sull’importante giornale di partito “Leipziger
Volkszeitung” per una pace senza annessioni; il 1° maggio di quell’anno gli
operai berlinesi erano scesi in piazza nonostante il divieto del governo e – ad
onta delle deliberazioni sindacali – scioperi spontanei e manifestazioni contro il
peggioramento delle condizioni di vita delle masse non erano infrequenti.
In seguito al voto di dicembre 1915, nel marzo successivo i deputati
dissidenti furono espulsi dal gruppo parlamentare (misura che era già stata
presa in precedenza contro Liebknecht), e furono perciò costretti a costruirne
un proprio, che prese il nome di Sozialdemokratische Arbeitsgemeinschaft (SAG
- Gruppo di lavoro socialdemocratico). Sarebbe stato nei fatti il primo passo
verso la scissione, anche non furono certo i membri della SAG a forzare la
mano.
Il panorama della dissidenza socialdemocratica si andava popolando di
sigle: dal gruppo raccolto attorno alla rivista “Die Internazionale” era sorto,
all’inizio del 1916, lo Spartakusbund (Lega di Spartaco); nuclei di militanti della
sinistra forti soprattutto ad Amburgo e Brema avevano costituito gli
“Internationale Sozialisten Deutschlands” (ISD); la direzione dell’organizzazione
giovanile, rifugiatasi in Svizzera e là operante sotto la guida di Willi
Münzenberg, pubblicava la rivista “Jugend-Internazionale”; tuttavia per il
momento la prospettiva in cui gran parte delle nuove aggregazioni si
muovevano era di un rinnovamento del vecchio partito.
21
D’altra parte, l’esperienza di cogestione dell’economia di guerra da parte
dei quadri delle FG e l’identicazione del futuro del socialismo con il futuro dello
Stato tedesco che si radicava ogni giorno di più nelle menti e nei cuori dei
funzionari dell’apparato socialdemocratico rendeva la distanza tra maggioranza
ed opposizione sempre meno valicabile; inoltre, la scelta di cooperare
pariteticamente nelle numerose commissioni economiche di guerra con gli
imprenditori sotto la sorveglianza dello Stato (cioè nel contesto specifico dei
militari) e la decisione di considerare ogni sciopero come negativo per
l’interesse della patria in guerra avrebbero contribuito in modo decisivo
all’affermarsi di una mentalità sospettosa della spontaneità ed incline alla
mediazione formalizzata, caratteristiche tutte già presenti nella cultura della
SPD prebellica ma ora decisamente prevalenti su altre.
Se da un lato l’afflusso nelle fabbriche di un nuovo proletariato compensò
in parte il deflusso dovuto alla mobilitazione generale (le FG persero un milione
e mezzo di iscritti), mutò in notevole misura la composizione della classe
operaia: prevalevano ora lavoratori della grande industria che vivevano nelle
maggiori città, e che erano assai meno legati alle tradizioni ed alla cultura del
movimento operaio così come si erano strutturate nell’anteguerra, costituendo
per questo solo fatto un tereno assai adatto alla mobilitazione di massa ed alla
radicalizzazione politica.
8) La nascita di nuove organizzazioni operaie dal basso e la costituzione
dell’USPD
Di fronte all’atteggiamente dei vertici sindacali si sviluppò un movimento
semispontaneo di delegati di fabbrica (Betriebsvertrauensleute-Kader; esso
trovò appoggio anche in settori moderati della SPD, preoccupati di perdere il
contatto con i lavoratori) che organizzava scioperi e proteste, non di rado in
collegamento con alcune frazioni radicali delle FG, che avevano a suo tempo
criticato la posizione assunta dalla direzione nei confronti della guerra ed erano
in particolare attive in grandi città come Berlino, Lipsia, Stoccarda, Brema,
Duisburg, tradizionali roccaforti della sinistra socialdemocratica; un ruolo
specifico lo svolse il Deutscher Metallarbeiter-Verband (Federazione
metallurgica tedesca – DMV), che si caratterizzava da un lato per avere una
struttura da sindacato industriale, dall’altro (in particolare in alcune aree
metropolitane, come quella berlinese) dall’aver mantenuto vive al proprio
interno tradizioni autonomistiche che si rifacevano al filone “localistico”, più
volte contrappostosi negli ultimi decenni dell’Ottocento alle prevalenti
tendenze centralizzatrici, incrociando di volta in volta temi propri
dell’anarchismo e del sindacalismo rivoluzionario.
Dal 1916 al 1918 si verificò un crescendo rapsodico di scioperi e
manifestazioni di protesta, che coinvolse progressivamente gruppi sempre più
estesi di lavoratori intrecciando lotta rivendicativa contro il progressivo e
irreversibile peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita (ne fu una prova
tragicamente tangibile la crescita impressionante della mortalità infantile,
salita di oltre il 50% nel 1918 rispetto a quattro anni prima; il livello dei salari
reali calò costantemente nel corso della guerra, giungendo nel 1918 a perdere
un quarto del potere d’acquisto rispetto al 1914) e protesta politica contro la
guerra.
Fu questo processo il terreno su cui iniziò a realizzarsi un rapporto tra i
nuclei della sinistra socialdemocratica (tanto lo Spartakusbund quanto – e
22
ancor di più – gli ISD, il cui radicamento tra i lavoratori era sicuramente
maggiore, ma anche settori che si riconoscevano nelle posizioni della SAG) e
segmenti della classe operaia organizzata; non va trascurato, in questo quadro,
il peso di singole personalità come quella di Karl Liebknecht, il cui arresto
avvenuto a Berlino durante scontri tra unità della polizia e alcune migliaia di
partecipanti alla manifestazione del 1° maggio 1916, convocata dal solo
Spartakusbund e caratterizzata da slogan contro la guerra e contro il governo,
funzionò come casus belli scatenando, il successivo 28 giugno, uno sciopero a
cui parteciparono oltre cinquantacinquemila metalmeccanici berlinesi, con
l’obiettivo di ottenere la libertà del deputato dissidente (condannato a quattro
anni di carcere per comportamento antipatriottico; nell’agosto sarebbe stato
dichiarato decaduto dal mandato parlamentare) e di protestare contro la
prosecuzione del conflitto. Fu il primo sciopero apertamente politico dal 1914, e
non sarebbe certo stato l’ultimo.
La rottura definitiva tra sinistra antimilitarista e destra “patriottica”
sarebbe seguita di lì a qualche mese: nel settembre 1916 la SAG chiamò a
riunione tutte quante le correnti dell’opposizione socialista del Reich; al
consesso parteciparono oltre ai seguaci di Bernstein ed Haase anche i membri
dello Spartakusbund e degli ISD. La direzione della SPD rispose con un
provvedimento di espulsione dal partito dei deputati che facevano parte della
SAG, che a questo punto fu costretta a dar vita ad una nuova formazione, la
Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands (USPD – Partito
socialdemocratico indipendente di Germania), il cui congresso di fondazione si
svolse nei giorni della Pasqua 1917, simbolicamente di nuovo a Gotha.
Optò per il nuovo partito circa il 40% dei quattrocentotrentamila tesserati
alla SPD; nelle grandi città la percentuale superò il 50%;
nella USPD
confluirono tendenze tra loro assai diversificate, tra cui una parte significativa
dei “revisionisti” e dei “centristi” d’anteguerra (oltre a Haase ed a Bernstein
aderirono anche Karl Kautsky e Rudolf Hilferding) ma anche radicali che si
collocavano a sinistra dello Spartakusbund; quest’ultimo decise dopo qualche
perplessità, dovute alla residua speranza in un rinnovamento della “vecchia”
SPD, di entrare, mentre gli ISD preferirono rimanere esterni, convinti com’erano
che ormai non ci si potesse più aspettare alcunché di positivo da un partito
socialdemocratico.
Presso gli ISD la figura ed il pensiero di Lenin stavano acquisendo sempre
maggior importanza; il suo ruolo nelle conferenze di Zimmerwald e Kienthal,
che nel 1915 e nel 1916 avevano radunato nella Svizzera neutrale quei partiti
socialisti e quelle minoranze radicali schierati su posizioni antibelliciste, gli
avevano conferito un prestigio significativo; lo scoppio, nel febbraio 1917 della
rivoluzione in Russia parevano confermare la bontà delle sue analisi. Da allora
in poi grandi aspettative furono riposte in ciò che stava accadendo ad Est.
Dal punto di vista programmatico la USPD si presentava come un partito
socialista dalla forte accentuazione pacifista, in considerevole misura in
continuità con la SPD degli anni precedenti l’attentato di Sarajevo; voleva una
pace senza annessioni, il ripristino delle libertà politiche e sindacali, la
liberazione dei detenuti politici (tra cui Liebknecht e Rosa Luxemburg),
l’introduzione in tutto il Reich, a qualsiasi livello, del diritto di voto universale
(maschile e femminile), uguale e segreto.
Il punto di maggior polemica con la SPD (da quel momento in poi
denominata Mehrheits-SPD, cioè SPD-maggioranza, MSPD) restava però il
coinvolgimento di quest’ultima nella conduzione della guerra e dell’economia
23
bellica, e la condivisione da parte di numerosi tra i suoi dirigenti dei piani
egemonici propugnati dal cancelliere Bethmann-Hollweg, se non addirittura
delle ipotesi annessionistiche portate avanti dai circoli conservatori e
dall’Alldeutscher Verband. Quanto successo avesse avuto la tattica del
cancelliere, che aveva lucidamente puntato a coinvolgere la socialdemocrazia
nel suo progetto di “imperialismo liberale” [Fritz Fischer], lo dimostrò l’articolo
pubblicato dal “Vorwärts” il 3 aprile 1917, in cui – prendendo le mosse dalla
rivoluzione russa di febbraio – si affermava che la monarchia aveva solide
radici nel popolo tedesco e perciò la SPD, in quanto partito democratico,
doveva prendere atto della situazione e puntare ad una politica di riforme
nell’ambito delle istituzioni vigenti, nelle speranza che – dall’altra parte –
“saggi consiglieri” spingessero la monarchia al rinnovamento.
Di lì a qualche giorno, nel messaggio pasquale dell’8 aprile 1917, il Kaiser
Guglielmo II avrebbe effettivamente dichiarato il proprio consenso, in linea di
principio, all’introduzione del suffragio universale diretto e segreto in Prussia,
ma solo dopo la fine delle ostilità (nello stesso mese gli operai di Lipsia
avrebbero dato vita ad un grande sciopero per l’immediata introduzione della
riforma elettorale); l’11 luglio successivo, pressato dal suo cancelliere, il Kaiser
avrebbe disposto la preparazione di un dispositivo di legge in tal senso, dopo
che al Reichstag si era creata una maggioranza parlamentare tra MSPD,
Zentrumspartei e sinistra liberale (DFVP) che aveva approvato una mozione per
l’immediata apertura di trattative di pace e che – con la sua sola esistenza –
metteva all’ordine del giorno il problema della “parlamentarizzazione” del
Reich.
Va da sé che questi eventi vanno interpretati anche come effetti del
processo rivoluzionario avviatosi nell’impero zarista, che tra l’altro – all’opposto
di quanto ne deducevano i dirigenti della MSPD – aveva riacceso nelle file
dell’opposizione socialista il dibattito sulla possibilità di abbattere la monarchia,
seguendo l’esempio di Pietrogrado. Ma gli accenni di democratizzazione, per
quanto assai timidi (nella mozione prima richiamata la maggioranza “pacifista”
non si peritò di bollare la USPD come partito di traditori della patria), giunsero
troppo in ritardo ed in un contesto ormai deteriorato; dall’autunno 1916 il
potere era di fatto detenuto nel Reich dalla 3ª Oberste Heeresleitung (3°
Comando supremo dell’esercito – OHL, coincidente con le persone di Paul von
Hindenburg ed Erich Ludendorff), che nel luglio 1917 ottenne le dimissioni di
Bethmann-Hollweg per il suo atteggiamento “eccessivamente conciliante”.
In procinto di andarsene, il cancelliere ebbe a dire, in una conversazione
privata, che “il potere dell’Oltr’Elba – cioè degli Junkers NdA – [andava]
spezzato”. Ci sarebbe voluto ancora parecchio tempo, e sarebbero stati altri ad
occuparsene. Alla concentrazione del potere nella mani del blocco militareindustriale-agrario, del resto, aveva contribuito non poco anch’egli, a partire
dal rifiuto, nell’autunno 1914, di rendere il paese partecipe del reale significato
delle battaglie della Marna e di Ypres così come gli aveva consigliato l’allora
capo di Stato maggiore Erich von Falkenhayn, convinto che l’esercito fosse
ormai “uno strumento irrimediabilmente deteriorato” e che non esistesse più
alcuna possibilità per la Germania di vincere una guerra condotta su due fronti
(convinzione condivisa anche dal creatore della flotta d’alto mare, l’ammiraglio
Alfred von Tirpitz).
Il 2 dicembre 1914, di fronte al Reichstag, il cancelliere decise di celare i
dati di fatti, che ben conosceva, e di dar voce ad un ottimismo di maniera, che
sarebbe diventato il suo Leitmotiv fino alle dimissioni; il rifiuto (allora isolato) di
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Karl Liebknecht di votare - in quella stessa seduta - per l’estensione dei crediti
di guerra assume perciò, in prospettiva storica, la dimensione non solo di un
pregevole atto di coerenza politica, ma anche della scelta più razionale
possibile nel contesto dato (anche da un punto di vistra strettamente
patriottico!).
9) La rivoluzione di Novembre 1918
Il peggioramento inarrestabile delle condizioni di vita nel Reich, il
contemporaneo verificarsi in Russia della rivoluzione d’Ottobre (a cui, sia detto
per inciso, aveva dato un suo particolare contributo anche la 3ª OHL quando
aveva deciso – nell’estate del 1917 - di vincolare un’eventuale pace separata
con il governo provvisorio di Pietrogrado all’integrale soddisfazione delle sue
aspirazioni espansionistiche, rafforzando così tra i suoi interlocutori russi del
momento – i bolscevichi erano all’epoca all’opposizione - le tendenze favorevoli
alla prosecuzione del conflitto), nonché la mancanza di una prospettiva di pace
negoziata (le trattative di Brest-Litovsk avevano mostrato ad abundantiam
come le gerarchie militari tedesche non fossero disposte a compromessi)
finirono col creare una miscela esplosiva che si manifestò in modo dirompente
nel 1918, con l’ondata di scioperi avviatasi a gennaio (pochi giorni prima si
erano mossi in modo analogo i lavoratori industriali austriaci).
Il 28 scesero in lotta gli operai di Berlino, Amburgo, Kiel, Norimberga, a
cui si aggiunsero il giorno successivo quelli di Lipsia, Braunschweig, Colonia,
Monaco, Breslavia, Mannheim, Magdeburgo, Bochum, Halle, Dortmund e così
via; ovunque gli scioperanti elessero proprie rappresentanze fabbrica per
fabbrica e costituirono rappresentanze cittadine. Nella capitale un ruolo
cruciale fu svolto dalle cosiddette Revoluzionäre Obleute (avanguardie
rivoluzionarie - RO, un’organizzazione formata da delegati di fabbrica – i
Vertrauensleute-Kader già citati – che si era costituita nei mesi precedenti
all’interno del sindacato metallurgico DMV); il movimento da loro guidato, forte
di circa cinquecentomila lavoratori in gran parte occupati nella produzione di
guerra, fu praticamente padrone di Berlino per quasi una settimana, finche i
neocostituiti comitati operai non decisero, il 4 febbraio, di concludere questa
fase della lotta, che aveva assunto un aperto carattere politico (gli slogan
erano “pace, libertà, pane”). Alle istituzioni statuali non fu possibile venirne a
capo, né con l’arma della trattativa (bloccatasi a causa della richiesta degli
scioperanti che a discutere fosse una delegazione operaia, non parlamentari o
funzionari sindacali), né con quella della repressione.
Di fatto, gli scioperi di gennaio 1918 segnarono l’avvio della rivoluzione
tedesca; in quei giorni gli operai appresero da un lato che solo una
trasformazione politica avrebbe potuto mutare le loro condizioni materiali;
dall’altro di essere in grado di organizzarsi autonomamente attraverso consigli
di fabbrica e comitati d’azione che si dimostrarono capaci, mantenendo però
saldamente la guida del movimento nelle proprie mani, di coinvolgere al
proprio interno le diverse correnti in cui il socialismo si era diviso. I presupposti
sia di una democrazia consiliare, sia di un profondo rinnovamento dal basso di
cui i lavoratori fossero protagonisti erano stati gettati.
Qualche mese prima, nell’estate del 1917, un movimento spontaneo
altrettanto significativo si era manifestato nelle file dei marinai, buona parte
dei quali, nella vita civile, erano operai metalmeccanici. Scesi in sciopero, i
marinai cercarono appoggio nella USPD, che - pur senza rifiutare l’approccio -
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cercò di non compromettersi, temendo di essere messa fuori legge. La protesta
fu stroncata con la forza e due marinai, accusati di esserne i capi, furono
condannati a morte, ma non mancò di lasciare un segno.
Nei mesi successivi allo sciopero di massa di gennaio il sistema politico
del Kaiserreich procedette a grandi passi verso la propria dissoluzione: tanto le
aspirazioni espansionistiche e imperialistiche del blocco militare-agrarioindustriale quanto le speranze di realizzare una forma di socialismo attraverso
la guerra coltivate dai vertici della MSPD e delle FG si erano rivelate
irraggiungibili; la costituzione, nell’estate del 1917, di un partito di raccolta
delle destre (la Vaterlandspartei – Partito della patria – fondato dall’alto
funzionario prussiano Wolfgang Kapp e dall’ammiraglio Alfred von Tirpitz) con
un programma di mobilitazione nazionalista per la “difesa nazionale” mostrò
come anche le élites al potere per quasi mezzo secolo puntassero ad una
trasformazione instituzionale in senso plebiscitario e protofascista (Hans-Ulrich
Wehler); nell’agosto 1918 la 3ª OHL (Hindenburg e Ludendorff), ritenendo la
sconfitta inevitabile, invitò la cancelleria a intavolare trattative di pace con
l’intesa e fece pressioni per la costituzione di un governo a larga base
parlamentare, imperniato sui partiti del centro e sulla MSPD.
Nel Reichstag si sarebbe di lì a poco costituita una larga maggioranza
(alla socialdemocrazia maggioritaria, al partito cattolico ed alla sinistra liberale
si sarebbero uniti i nazionalliberali) favorevole alla trasformazione del Reich in
una monarchia parlamentare. Ma, ancora una volta, la decisione era giunta
troppo tardi. Il 3 ottobre si insediò il nuovo cancelliere, l’aristocratico (ma con
simpatie per il liberalismo britannico) Max von Baden; sostenuto da un’ampia
maggioranza parlamentare, avviò importanti trasformazioni della costituzione
del Reich, eliminando prima di tutto l’anacronistico sistema elettorale
prussiano.
Il soffio rivoluzionario partito da Kiel il 3 novembre travolse il principe del
Baden e le sue riforme, che se attuate qualche anno prima avrebbero forse
impresso un altro corso alla storia della Germania e dell’Europa. A ribellarsi
furono ancora una volta i marinai, che rifiutarono di salpare le ancore per
affrontare in una sorta di Götterdammerung la Home Fleet britannica, scesero a
terra e costituirono comitati di lotta (Räte: consigli, soviet) e presero il controllo
della città; a loro si unirono immediatamente gli operai dei cantieri.
In pochissimi giorni il movimento consiliare dilagò; le autorità tradizionali
(del Reich e degli Stati federati) persero ogni potere (tanto politico quanto
militare), che passò nelle mani degli operai e dei soldati. A Monaco, il 7
novembre, si svolsero contemporaneamente due manifestazioni popolari: la
prima, organizzata dall’USPD e guidata da Kurt Eisner, aveva come obiettivo
l’abbattimento della monarchia dei Wittelsbach, la seconda, promossa dalla
MSPD, chiedeva riforme e non una rivoluzione; la partecipazione fu altissima da
entrambe le parti e, dopo i discorsi degli oratori, si formò un unico, enorme,
corteo che si diresse verso il centro e cacciò sia il re, sia il governo regionale. Si
costituì un consiglio nazionale (bavarese) provvisorio, a cui parteciparono
entrambi i partiti socialisti che formarono assieme un nuovo governo regionale,
sotto la presidenza di Eisner. Fu la prima repubblica consigliare di Baviera.
A Berlino l’ondata giunse due giorni dopo, il 9 novembre: gli operai in
sciopero invasero la città, i soldati di guarnigione si dimostrarono in grande
maggioranza solidali. Il movimento di massa fu sostanzialmente spontaneo e
prese di sorpresa anche i gruppi politici organizzati di tendenza socialista, non
solo le FG e la MSPD, i cui gruppi dirigenti erano ormai diffidenti verso tutto
26
quanto sapeva di mobilitazione dal basso, ma la stessa USPD (che invece si
identificò senza riserve con gli operai ed in soldati in rivolta) lo Spartakusbund,
e le Revoluzionäre Obleute berlinesi, le quali avevano preparato
un’insurrezione operaia per l’11 novembre, ma furono superate dagli eventi.
Andò a finire che la MSPD si trovò a dover gestire un potere fondato su
una rivoluzione che non aveva desiderato e verso la quale non aveva, in fin dei
conti, alcuna simpatia. Ancora dopo i fatti di Monaco la direzione dei
maggioritari si era limitata a chiedere l’abdicazione del Kaiser, ma non la
repubblica; Guglielmo II se ne sarebbe comunque andato, nello stesso
momento cui le strade di Berlino si riempivano di operai e soldati. In quelle
stesse ore Max von Baden consegnava i poteri di governo alla MSPD nelle
persone dei suoi presidenti, Friedrich Ebert e Philipp Scheidemann; con
l’assenso del compagno, Ebert si dichiarò disponibile ad assumere il ruolo di
cancelliere, ma nei fatti per qualche ora in una Germania che non era più
Kaiserreich ma non era ancora Republik ci fu un vuoto al centro del potere.
Nel pomeriggio del 9 novembre Scheidemann, di fronte ad un corrucciato
Ebert (che ancora poche ore prima aveva affermato ad una riunione della
direzione del partito che a nessun costo bisognava far propria la rivendicazione
della repubblica, che in quel contesto avrebbe significato dare via libera al
bolscevismo), proclamò la “libera repubblica tedesca” di fronte ad operai e
soldati radunatisi al Reichstag; quasi contemporaneamente, alla presenza di
masse altrettanto festanti, Karl Liebkneckt annunciava, da un palco collocato
nel giardino del Berliner Schloß, tradizionale residenza berlinese dei monarchi,
la nascita della “libera repubblica socialista di Germania”. Sono riassunte qui,
nella contemporanea proclamazione di due diverse repubbliche e nella palese
contrarietà di colui che poi ne sarebbe stato il primo presidente, tutte le
contraddizioni che avrebbero caratterizzato la Germania weimariana ed
avrebbero altresì attraversato, lacerandolo, il campo della sinistra che
comunque ne era stata la levatrice.
Di fatto una nuova legalità si costituì solo il 10 novembre, quando a
Berlino si radunò il primo congresso cittadino dei consigli degli operai e dei
soldati; oltre ad eleggere un comitato esecutivo il congresso approvò la
costituzione di un “consiglio dei commissari del popolo”, sulla base di un’intesa
avvenuta poche ore prima tra MSPD e USPD. Ne facevano parte sei persone, tre
“maggioritari” (Ebert, Scheidemann, e Otto Landsberg), e tre “indipendenti”
(Haase, Wilhelm Dittmann ed Emil Barth). Lo Spartakusbund, ancora interno
alla USPD, rifiutò di entrare nel consiglio, nonostante lo stesso Ebert avesse
proposto la partecipazione di Liebkneckt.
Sostanzialmente, le sorti della rivoluzione tedesca si giocarono tutte nel
brevissimo periodo intercorso tra il 10 novembre 1918 ed il 19 gennaio 1919,
quando i cittadini tedeschi elessero a suffragio universale (per la prima volta
votarono anche le donne) con voto segreto, uguale e proporzionale,
l’Assemblea nazionale costituente.
Con il 37,9% dei voti espressi e 163 deputati la MSPD si dimostrò il
maggior partito, seguito dai cattolici della Zentrumspartei (18,8% dei voti e 91
seggi) e dalla sinistra liberale (Deutsche Demokratische Partei – DDP, con
rispettivamente il 18,1% e 75). Assai distanziata la destra liberale (Deutsche
Volkspartei – DVP: 4,4% e 19 seggi) e la conservatrice Deutsch-Nationale
Volkspartei (DNVP, 8,6% e 44 seggi), ma debole anche il risultato della USPD
(7,6% e 22 seggi).
Due furono i fattori principali del successo dei “maggioritari”: da un lato,
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anche all’interno del movimento dei consigli (come aveva dimostrato il Primo
congresso generale dei consigli degli operai e dei soldati di Germania, svoltosi
a Berlino dal 16 al 21 dicembre 1918, in cui su 489 delegati ben 291 erano
membri della MSPD e solo 90 della USPD – tra cui 10 legati allo Spartakusbund)
la vecchia socialdemocrazia aveva mantenuto solide radici (potendosi altresì
giovare dell’appoggio delle FG, che nell’estate 1919 si sarebbero rifondate con
il nome di Allgemeiner Deutscher Gewerkschaftsbund – ADGB e in imponente
crescita associativa: circa sei milioni di iscritti nel 1919), dall’altro (pur
all’interno dell’assemblea parlamentare più spostata a sinistra della Repubblica
di Weimar) sulla MSPD si era concentrato in misura significativa un voto
moderato che – obtorto collo - vedeva nel suo gruppo dirigente, raccolto
attorno ai moderati Ebert e Scheidemann un baluardo sicuro di fronte alle
spinte radicali. Significativamente, il profilo elettorale della MSPD cominciò a
differire da quello d’anteguerra: essa si estese in aree, ceti ed ambienti sociali
prima lontani, ma perse alcune roccaforti che passarono alla USPD, fenomeno
che si sarebbe di molto allargato nelle successive elezioni del 1920.
Il movimento dei consigli era fortemente eterogeneo, con forti
componenti localistiche, ma orientato verso la costituzione di una repubblica
democratica dalle forti connotazioni socialiste; nel congresso di dicembre 1918
fu infatti votata a larga maggioranza la convocazione delle elezioni per
l’Assemblea nazionale, ancorché molti delegati pensassero ad una costituzione
che in qualche modo riconoscesse un ruolo ai consigli. La USPD, caratterizzata
fin dalla sua fondazione come partito di raccolta dei socialisti critici (e scontenti
della politica della direzione socialdemocratica), raccolse su di sé buona parte
delle spinte radicali ma non riuscì a dar loro forma politica, mentre il gruppo
dirigente della MSPD possedeva un concetto politico chiaro e preciso (ancorché
intrinsecamente contraddittorio, come gli eventi si sarebbero in seguito
incaricati di dimostrare): costruire una repubblica democratica parlamentare
attraverso un compromesso con le élites tradizionali del Kaiserreich, in
particolare con le gerarchie militari e la burocrazia pubblica (Beamtentum), due
gruppi sociali che per forma mentis, formazione e cultura erano impregnati di
valori autoritari ed antirepubblicani.
Parallelamente, le FG (assieme ai sindacati cristiani ed a quelli liberali)
avevano raggiunto il 15 novembre 1918 con le associazioni imprenditoriali
(guidate dal magnate dell’industria pesante Hugo Stinnes) un’intesa per il
reciproco riconoscimento e la creazione di un sistema concertativo (nacque
così la Zentrale Arbeitszgemeinschaft der industriellen und gewerblichen
Arbeitsgeber- und Arbeitsnehmerverbände Deutschlands - Gruppo di lavoro
centrale delle associazioni degli imprenditori e dei lavoratori industriali di
Germania, comunemente abbreviata in ZAG); ciò rappresentava la
realizzazione di un vecchio sogno del sindacato socialdemocratico, e costituiva
la logica prosecuzione della prassi di collaborazione invalsa nel corso della
guerra, ma contemporaneamente si poneva oggettivamente in contraddizione
con le richieste dei consigli. Tra le più rilevanti conquiste ottenuto con la
costituzione della ZAG ci fu la fissazione della giornata lavorativa di otto ore
(sette per le miniere).
10) Dallo Spartakusbund alla costituzione della KPD
Nelle ultime settimane del 1918 si consumò inoltre la definitiva uscita
dello Spartakusbund dalla USPD, e la costituzione (assieme agli Internationale
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Kommunisten Deutschlands – IKD, come si erano rinominati qualche mese
prima gli ISD) del partito comunista tedesco (KPD); anche qui le posizioni erano
però tutt’altro che univoche. Nonostante l’esempio e l’influsso che provenivano
da Mosca, personaggi influenti dello Spartakusbund come Rosa Luxemburg e
Leo Jogisches (anche Karl Liebknecht aveva molte riserve) avrebbero infatti
preferito continuare a rimanere nel partito “indipendente”; passata nella Lega
la linea della rottura, su pressione degli IKD appoggiati dai bolscevichi russi,
entrambi si batterono al congresso di fondazione della nuova formazione
(svoltosi dal 30 dicembre 1918 al 1° gennaio 1919) perché si scegliesse la
denominazione di Partito socialista, ma vennero, per pochi voti, nuovamente
sconfitti.
All’interno della KPD prevalse una linea di estrema sinistra (contrastata
peraltro anche da Karl Radek, inviato dal partito comunista bolscevico); si
decise infatti (a maggioranza) per l’astensionismo alle imminenti elezioni per
l’Assemblea nazionale e per la fuoriuscita dalle organizzazioni sindacali.
Le tesi della Luxemburg circa l’opportunità di non costituire
immediatamente una nuova Internazionale - come proponevano i bolscevichi per il timore che in essa il loro peso sarebbe stato eccessivo furono invece
accolte; alla conferenza di Mosca svoltasi all’inizio di marzo 1919 Hugo
Eberlein, delegato della KPD, si dichiarò contrario all’immediata fondazione del
Komintern. La posizione dei tedeschi indusse Lenin a pronunciarsi per il rinvio,
ma le pressioni contrarie delle altre delegazioni gli forzarono la mano; Eberlein
coerentemente si astenne. Tuttavia, la KPD accettò il fatto compiuto e fu la
prima formazione comunista ad associarsi.
Il nuovo partito si caratterizzava per una composizione estremamente
giovane ma tutt’altro che priva di radici nel tradizionale milieu
socialdemocratico: oltre la metà dei delegati al congresso di fondazione aveva
militato prima del 1917 nella SPD, e due terzi avevano meno di 35 anni.
Accanto ad intellettuali radicali sedevano operai metalmeccanici e
dell’industria grafica provenienti da zone di consolidato insediamento socialista
(Brema, Amburgo, Berlino), ma anche lavoratori non qualificati espressione
delle realtà produttive massificatesi nel corso della guerra (miniere, industria
chimica e siderurgica della Ruhr e della Germania centrale).
Politicizzatisi nel corso del conflitto, questi ultimi erano attratti da un
attivismo rivoluzionario che non di rado sconfinava nell’insurrezionalismo, e
che si manifestò al congresso nelle contestazioni alla presa di posizione di Rosa
Luxemburg contro il terrorismo individuale. Nel frattempo l’alleanza tra MSPD e
USPD nel consiglio dei delegati del popolo si era spezzata, e tra il 28 ed il 29
dicembre i rappresentanti degli “indipendenti” si erano dimessi dal governo
provvisorio del Reich e da quello della Prussia; occasione della rottura era stata
la violenta repressione della protesta inscenata nella capitale dalla cosiddetta
“divisione popolare di marina ” (Volksmarinedivision), una unità costituita nelle
giornate della rivoluzione di novembre da marinai insorti e spostatasi a Berlino
su invito del movimento dei consigli.
Invocando il pagamento anticipato del soldo, il 6 dicembre la divisione
aveva occupato i palazzi dove aveva sede il governo provvisorio; nonostante
l’azione non avesse alcun carattere rivoluzionario, Friedrich Ebert sollecitò dal
comando supremo dell’esercito la messa a disposizione di truppe da impiegare
contro i marinai, dando contestualmente allo Stato maggiore mano libera su
come impiegare i reparti. Soltanto dopo violenti scontri armati (in cui
intervennero in appoggio alla Volksmarinedivision le unità di polizia della
29
municipalità berlinese e le milizie operaie – Guardia rossa – che si erano nel
frattempo costituite nelle fabbriche) si poté giungere ad un compromesso, che
tuttavia non impedì alla USPD di esprimere violente critiche a quella che era
stata la prima azione armata apertamente diretta contro forze rivoluzionarie.
Il governo provvisorio, a questo punto totalmente nelle mani della MSPD,
fu ricostituito; tra i nuovi commissari fece la sua comparsa Gustav Noske, che –
di concerto con Ebert – diede il suo appoggio aperto alla costituzione di “corpi
franchi” (Freikorps) da parte di ufficiali di carriera che non accettavano di
essere smobilitati. Che agli occhi della direzione “maggioritaria” i Freikorps
venissero visti come uno strumento d’eccezione per il mantenimento
dell’ordine repubblicano in una fase di potenziale guerra civile è ovvio, tuttavia
essi non potevano non essere consapevoli del fatto che gran parte dei loro
componenti (senza distinzione tra comandanti e truppa) era ostile alla sinistra
(comunque connotata) ed alla repubblica.
Uno degli atti più significativi del nuovo corso fu la rimozione, da parte
del ministero degli Interni prussiano, il 4 gennaio 1919, del capo della polizia
berlinese Emil Eichhorn, operaio e militante della USPD, che aveva occupato la
carica in seguito alla rivoluzione di novembre; l’atto, motivato dall’esigenza
della MSPD di togliere dalle mani dell’ormai non più alleata USPD un centro di
potere di grande rilevanza, apparve come un segno drammatico della volontà
dei “maggioritari” di restaurare le fondamenta del vecchio ordine. Il giorno
successivo si svolsero nella capitale gigantesche manifestazioni operaie,
convocate assieme dalla KPD, dall’USPD, e dalle Revoluzionäre Obleute; una
parte dei manifestanti sfuggì al controllo degli organizzatori e – prese le armi –
occupò le redazioni dei quotidiani berlinesi. Nonostante Liebknecht (per la KPD)
e Georg Ledebour (per la USPD) avessero ottenuto il consenso dei dimostranti
ad una mozione che poneva come obiettivo dell’agitazione il richiamo del
popolarissimo Eichhorn, gli eventi furono trattati dal governo provvisorio come
un atto insurrezionale, a cui Noske (responsabile dell’ordine pubblico) rispose
immediatamente con l’impiego dell’esercito e dei Freikorps. Si giunse così al
confronto militare, che si concluse dopo una settimana con la totale sconfitta
degli insorti e con un’ondata di terrore bianco da parte dei Freikorps, le cui
vittime più illustri furono, il 15 gennaio, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.
Non è perciò corretto definire insurrezione spartachista quella che fu in
larga misura un’iniziativa spontanea di massa avvenuta nonostante e contro la
volontà dell’estrema sinistra; è vero che una volta avviatasi l’insurrezione fu
appoggiata dal gruppo dirigente della KPD (da alcuni con convinzione, dalla
maggioranza come scelta obbligata ma in sé foriera di disastri), ma non fu
preordinata in alcun modo [Heinrich-August Winkler]. Gli eventi berlinesi di
gennaio 1919 da un lato segnarono una netta cesura in un processo
rivoluzionario che fino ad allora si era caratterizzato per un basso tasso di
violenza, dall’altro contribuirono in modo decisivo alla divisione nel movimento
operaio, in un contesto caratterizzato dalla ripresa delle azioni di massa.
Il 9 gennaio si avviò nella Ruhr un gigantesco sciopero dei minatori, ben
presto esteso a tutta la Germania, con l’obiettivo di ottenere la socializzazione
del settore. L’obiettivo era già compreso nel programma del movimento dei
consigli, ed era stato accettato anche dal consiglio dei commissari del popolo,
ma di fronte alle esitazioni della direzione della MSPD veniva ora riproposto in
prima persona dai consigli degli operai e dei soldati. In Turingia, Sassonia, e
nell’Anhalt si avviò parallelamente un movimento di lotta a cui prese parte
circa il 75% dei lavoratori occupati nei differenti settori produttivi, per la
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costruzione di un sistema di consigli di fabbrica che avessero poteri di
cogestione delle imprese. Nel contesto dei conflitti si giunse alla costituzione di
repubbliche consiliari (dall’effimera durata) in numerose città; i casi più
importanti furono quelli di Brema (dal 10 gennaio al 4 febbraio) e di Monaco
(aprile-maggio; qui il casus belli fu l’assassinio del capo del governo provvisorio
bavarese, il socialdemocratico “indipendente” Kurt Eisner, da parte della destra
antirepubblicana, che in questi anni fece largo uso del terrorismo individuale
contro esponenti della sinistra e in generale delle forze democratiche.
Si pensi che dal 1919 al 1922 la destra si rese responsabile di 354 omicidi
di avversari politici, mentre nello stesso periodo furono solo 22 gli episodi simili
attribuibili alla sinistra. Le proporzioni si invertono se consideriamo il numero
delle condanne inflitte per tali fatti: 38 colpirono militanti di sinistra, solo 24
quelli di destra. Per ogni assassinio commesso da avversari della repubblica
vennero comminati in media 4 mesi di carcere; viceversa 15 anni. Nessun
terrorista di destra fu giustiziato, sorte toccata a 10 militanti della sinistra).
A svolgere un ruolo direttivo nel movimento di massa furono talvolta i
consigli (al cui interno sedevano ed operavano anche militanti della MSPD),
talvolta la USPD; lo spazio d’azione dei comunisti era limitato sia dal carattere
minoritario del loro seguito (all’inizio del 1919 la MSPD aveva oltre un milione
di iscritti, la USPD all’incirca 300.000, la KPD 90.000), sia dallo scarso
radicamento territoriale dei suoi nuclei. Verso la pressione dal basso e la
spontaneità radicale l’atteggiamento della MSPD, fulcro sia del governo
provvisorio, sia della coalizione di centrosinistra (Weimarer Koalition, che
vedeva assieme ai “maggioritari” i cattolici del Zentrum e la sinistra liberale
della DDP) che l’avrebbe sostituito dopo le elezioni di gennaio, fu, allora come
in precedenza, di netta presa di distanza se non di dura contrapposizione; nel
caso della Ruhr il progetto di socializzazione elaborato dai consigli degli operai
e dei soldati fu rigettato senza appello e le organizzazioni locali della MSPD si
opposero alla continuazione della lotta; allo sciopero generale di Turingia,
Sassonia ed Anhalt si rispose con promesse di introdurre i consigli di fabbrica,
ma anche con l’invio di truppe che occuparono con la forza delle armi Halle
causando decine di morti tra gli operai.
Una sorte ancora più amara attendeva le repubbliche consiliari di Brema
e Monaco; investite da truppe regolari e Freikorps inviate da Noske (ma in
realtà agli ordini del comando supremo dell’esercito), nonostante gli appelli
delle organizzazioni locali della USPD, della MSPD e delle FG ad evitare bagni di
sangue, furono vittime del terrore controrivoluzionario: oltre 300 morti nella
città anseatica, oltre 600 nella capitale bavarese. Tra loro militanti di tutte le
organizzazioni della sinistra. Analogo sbocco ebbe lo sciopero generale di
Berlino, avviatosi il 3 marzo; mentre l’assemblea generale dei consigli degli
operai e dei soldati di Berlino chiedeva il riconoscimento giuridico dei consigli,
la formazione di una milizia operaia di autodifesa, lo scioglimento dei Freikorps,
questi ultimi – con l’avallo del governo – investivano la capitale spegnendo lo
sciopero in un bagno di sangue durato più giorni: oltre 1.000 le vittime tra gli
operai e i quadri della sinistra. Nonostante l’andamento degli eventi avesse
dimostrato come non fosse esistito alcun piano preordinato di insurrezione, in
larga parte del Reich (tra cui la Baviera e la Prussia) la KPD venne posta
temporaneamente fuori legge.
Con le stragi controrivoluzionarie dei primi 100 giorni del 1919 ebbe
termine la rivoluzione tedesca, ma non per questo la repubblica che da essa
era nata poté trovare una propria via alla stabilità, anzi corse i maggiori pericoli
31
proprio nel quadriennio immediatamente successivo, fino al 1923. Scegliendo
l’alleanza con i militari e l’alta burocrazia la MSPD, il partito fondatore della
repubblica, si era posta da sé in una contraddizione insolubile, che l’avrebbe di
lì a qualche anno resa incapace di difendere quella stessa costituzione
democratica parlamentare che aveva fortemente voluto. Il sangue operaio
versato a Monaco come ad Halle, a Brema come a Berlino, avrebbe seminato
sfiducia tra i lavoratori ed incrementato diffidenze che si erano già stratificate
nel corso della guerra, a causa dell’atteggiamento collaborativo che aveva
caratterizzato la socialdemocrazia; le scelte dei gruppi dirigenti dei partiti della
sinistra avrebbero fatto il resto, contribuendo in modo decisivo alla divisione
del movimento operaio tedesco in due schieramenti contrapposti.
Ma allora, nella primavera-estate del 1919 e nel periodo immediatamente
successivo le posizioni erano ancora assai mescolate: in ognuno dei partiti
operai era possibile trovare radicali e moderati, riformisti e rivoluzionari, fautori
dell’azione di avanguardia e sostenitori della più ampia unità delle masse (si
pensi che al momento di votare le Costituzione, considerata dalla direzione
della MSPD come la propria creatura prediletta, ben 43 deputati “maggioritari”,
oltre un quarto del totale, preferirono allontanarsi dall’aula. Dal canto suo il
gruppo parlamentare dell’USPD si pronunciò compattamente contro, ma
dichiarò che – quando essa dovesse essere minacciata – gli unici a difenderla
sarebbero stati i socialisti).
Va da sé che – ad onta delle convinzioni soggettive dei protagonisti – in
Germania tra l’autunno 1918 e la primavera 1919 non era mai stato all’ordine
del giorno alcun “Ottobre” tedesco; l’unica forza politica disposta a far
integralmente proprie le parole d’ordine bolsceviche (la KPD) era
sostanzialmente marginale e nel paese e nel movimento consiliare; tra i
consigli degli operai e dei soldati prevaleva di gran lunga la posizione
favorevole alla convocazione di un’assemblea costituente eletta a suffragio
universale, ancorché i delegati pensassero all’inserimento di strutture consiliari
all’interno degli strumenti tradizionali della democrazia parlamentare e
premessero per la realizzazione di forme di cogestione in ambito economico.
Nell’ordine delle possibilità era invece la radicale democratizzazione del
Reich e l’annullamento dei poteri delle gerarchie militari, dell’alta burocrazia,
dei proprietari terrieri d’Oltrelba, e delle concentrazioni monopolistiche
industriali. Non per caso nei programma elettorali presentati nel 1919 non solo
dai partiti operai ma anche dalla Zentrumspartei e dalla DDP comparivano
ipotesi di socializzazione e di partecipazione operaia alla gestione delle
imprese. Se la USPD era troppo divisa per funzionare come strumento di un
programma del genere, è sulla MSDP che grava la responsabilità di aver scelto
di agire – nei fatti – come custode del vecchio ordine sociale travasato in un
nuovo ordine politico.
Dall’8 al 19 aprile si svolse a Berlino il secondo congresso dei consigli
degli operai e dei soldati, sotto il peso delle sconfitte dei mesi precedenti e
della divisione della classe operaia; assai diminuita era tra i delegati la fiducia
nel governo di centrosinistra ed in particolare nella direzione della MSPD,
ancorché il 56% di loro vi fosse ancora iscritto (militando però quasi
esclusivamente nella sua ala sinistra); la percentuale di socialisti “indipendenti”
era salita al 21,5% (anche qui con una forte prevalenza dell’ala sinistra), gli
altri facevano riferimento a partiti democratici non socialisti oppure erano privi
di affiliazione politica (in particolare delegati dei soldati e dei contadini). Solo
un delegato apparteneva alla KPD.
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Il congresso discusse in particolare i progetti di costruzione di un sistema
consigliare, che secondo i rappresentanti della MSPD avrebbe dovuto sfociare
in forme di cogestione paritaria con gli imprenditori, mentre per i delegati della
USPD avrebbe dovuto assumere funzioni direttamente politiche. L’assemblea si
concluse con una ulteriore divisione: gli “indipendenti” non parteciparono al
voto per l’elezione del consiglio centrale. In segno di buona volontà, venne
tuttavia approvata una mozione che prometteva una collaborazione più stretta
tra i due partiti socialisti in occasione del 3° congresso.
Peccato che quest’ultimo non avrebbe mai avuto luogo. Il 6 febbraio si
riunì a Weimar l’assemblea nazionale, che cinque giorni dopo avrebbe eletto
Friedrich Ebert primo presidente della repubblica; il giorno successivo, il 12, si
insediò il governo, sotto la presidenza di Scheidemann. La MSPD occupava,
questa volta con il sostegno di un parlamento liberamente eletto, le due
maggiori cariche dello Stato. Il suo risultato elettorale, pur notevole, era però
rimasto largamente sotto le aspettative del suo gruppo dirigente, e quello
deludente della USPD aveva reso impossibile un gabinetto di concentrazione
socialista (per altro con ogni probabilità irrealizzabile anche sul piano politico);
tornò di conseguenza all’ordine del giorno l’intesa con cattolici e liberali di
sinistra che si era realizzata negli ultimi mesi di vita del Kaiserreich.
Non era soltanto il conflitto sociale a minacciare la nuova repubblica;
anzi, man mano che esso, nel corso del 1919, progressivamente calò si fece
sentire con forza sempre crescente l’agitazione della destra antirepubblicana,
che scelse come suo terreno privilegiato la protesta contro la pace che si stava
delineando a Versailles. Già in precedenza al consiglio dei delegati del popolo
era toccato firmare l’armistizio appena due giorni dopo la rivoluzione di
Novembre, diventando così il bersaglio della polemica nazionalista alimentata
da coloro (in particolare Paul von Hindenburg, Eric Ludendorff ed il loro
entourage) che della catastrofe erano stati i principali artefici e che, pur
sapendo benissimo che l’esercito imperiale era nell’autunno 1918 incapace di
reggere oltre ed avendo perciò consigliato al Kaiser di chiedere la pace,
preferirono svanire dalla scena politica al momento di trarne le debite
conseguenze, salvo poi trasformarsi in propagandisti della leggenda della
“pugnalata alla schiena”.
Va però detto che la MSPD, pur sostenendo la necessità di sottoscrivere il
trattato di Versailles, lo definì un’imposizione ingiustificata e – mantenendo
fede alla posizione “patriottica” assunta durante gli anni di guerra – rifiutò nei
fatti di aprire un dibattito sulle responsabilità tedesche, contribuendo così alla
diffusione nel paese di un clima di frustrazione e rivalsa. Il 20 giugno 1919
Scheidemann arrivò al punto di dimettersi per protesta contro le condizioni del
trattato, che però il governo immediatamente succedutogli, presieduto
anch’esso da un socialista “maggioritario”, Gustav Bauer, e composto solo da
MSPD e Zentrum, fu comunque obbligato a sottoscrivere. Solo la USPD seppe
sottrarsi al richiamo dell’unità nazionale proponendo di esautorare
immediatamente tutti coloro che avessero avuto responsabilità nella
conduzione del conflitto, unica via per ottenere un alleggerimento delle
condizioni di pace. Una posizione sui generis, che le lasciava le mani libere, fu
assunta dalla semiclandestina KPD, la cui direzione dichiarò che sia
l’accettazione quanto il rifiuto di Versailles avrebbero rappresentato una
catastrofe per la Germania.
Anche nelle nuove condizioni del dopoguerra la scissione, così
caratteristica della socialdemocrazia tedesca, tra analisi teorica e pratiche
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politiche rimase inalterata: il vecchio programma di Erfurt continuò ad essere il
testo di riferimento fondamentale della MSPD, pur con qualche lieve
rielaborazione tra il 1920 ed il 1921. Dal canto suo la USPD nel corso del 1919
conobbe un afflusso incredibile di nuovi iscritti, trasformandosi così in un
partito socialista di massa: dal marzo al dicembre i militanti passarono da
300.000 a 750.000. Come avrebbero mostrato i dati elettorali delle elezioni
amministrative e quelli delle elezioni politiche del 1920, la USPD ereditò in quel
periodo la base elettorale della socialdemocrazia prebellica, con in prima linea
le roccaforti operaie dove era più strutturato il milieu socialista (Klaus
Schönhoven), mentre la MSPD penetrò in aree territoriali e gruppi sociali dove
prima era debole se non del tutto assente.
In molte zone del Reich il partito “indipendente” divenne la prima forza
operaia, surclassando i maggioritari; la crescita di iscritti ed elettori esprimeva
ovviamente lo spostamento a sinistra di socialisti delusi dalla MSPD, ma almeno per quanto riguarda la composizione sociale del tessuto militante - la
USPD differiva non poco dalla MSPD ed assomigliava di più alla KPD; era cioè
un partito di operai giovani, urbanizzati dalla guerra o tornati disillusi dal fronte
e disponibili all’azione diretta. Molti appartenevano a settori produttivi che si
erano enormemente sviluppati nel corso del conflitto, come la chimica; altri a
branche più tradizionali come la metallurgia (il cui sindacato socialdemocratico
era una roccaforte degli “indipendenti), il tessile, le ferrovie, miniere.
La radicalizzazione politica, cioè, aveva coinvolto lavoratori industriali ad
alta ed a bassa qualifica. Nonostante i successi del partito, al suo interno si
riprodusse il conflitto tra un’ala sinistra sostenitrice del potere assoluto dei
consigli (considerati forma storica di realizzazione della dittatura del
proletariato), ed una destra che puntava ad un compromesso tra democrazia
parlamentare e democrazia consiliare; va sottolineato come entrambe le
correnti esprimessero comunque una forte spinta in senso democratico. Nei
congressi straordinari di Berlino e di Lipsia (marzo e dicembre 1919), e nella
conferenza nazionale svoltasi a Berlino nel settembre la supremazia della
sinistra interna apparve chiara, ma poterono ancora essere trovate formule di
compromesso. All’orizzonte però fece la sua comparsa una questione che
sarebbe stata foriera di crisi: le 21 condizioni poste dall’Internazionale
Comunista.
Intanto, nella semiclandestinità la KPD stava intraprendendo una
importante correzione di linea, la prima di numerose che sarebbero seguite.
Privato dei suoi cervelli migliori (alla metà di marzo aveva trovato la morte per
mano dei Freikorps anche Leo Jogisches), il partito trovò una nuova guida in
Paul Levi, sostenitore sul piano organizzativo di una forte centralizzazione e sul
piano politico dell’abbandono di ogni ipotesi avanguardista a favore di un
lavoro di massa di più lunga lena; di conseguenza egli sostenne l’opportunità di
partecipare alle elezioni e di lavorare all’interno delle FG, scontrandosi però con
una forte opposizione interna localizzata in larga parte nei centri operai dove il
partito era più presente (Amburgo, Brema, Dresda, Berlino).
Il conflitto esplose al 3° congresso (svoltosi nuovamente nella legalità nel
febbraio 1920), dove i dissidenti vennero espulsi. All’inizio di aprile si sarebbero
raccolti in un nuovo partito comunista di tendenza radicale, la Kommunistische
Arbeiterpartei Deutschlands (partito comunista operaio – KAPD), che riuscì a
raggruppare nelle sue file circa 40.000 iscritti, quasi la metà dei militanti della
KPD. Il programma della KAPD, che divenne per breve tempo il punto di
raccolta dell’estremo radicalismo operaio, postulava la dittatura del
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proletariato attraverso la costruzione di una democrazia consiliare, rifiutava
ogni partecipazione alle istituzioni dello Stato borghese (dal parlamento al
sindacato) e teorizzava l’azione diretta di massa.
Il partito comunista operaio avrebbe giocato un ruolo non indifferente
fino a tutto il 1921, sottraendo alla KPD parecchie delle sue roccaforti operaie
ed ottenendo di essere ammesso nel Komintern come simpatizzante. Negli anni
successivi la KAPD avrebbe perso ogni peso politico frantumandosi in gruppi
contrapposti espressione di istanze anarchiche e sindacaliste rivoluzionarie (tra
esse le Allgemeine Arbeiter-Unionen – AAU, Unioni generali degli operai), ma
nel 1920 la sua fuoriuscita rischiò di ridurre la KPD alla dimensione di un
partitino insignificante. Al di là dei conflitti di linea, queste divisioni sono ancora
una volta da ricondurre all’estrema eterogeneità sociale e politica che
caratterizzava la sinistra tutta, ala comunista compresa.
11) 1920, il putsch di Kapp-Lüttwitz,, lo sciopero generale, il conflitto nella Ruhr
Proprio in questo momento, per altro, sulla sinistra e su tutta quanta la
repubblica si stava per abbattere la più seria minaccia dalla rivoluzione di
Novembre in poi. La sera del 12 marzo 1920 la brigata di marina comandata
dal capitano di corvetta Hermann Ehrhardt si mosse dai suoi alloggiamenti
presso Berlino verso il centro della capitale; i suoi 5.000 uomini erano
pesantemente armati, come per un’azione di guerra. Davanti a loro sventolava
la bandiera della marina militare dai colori nero-bianco-rosso, gli stessi della
Prussia e del Kaiserreich, mentre la repubblica aveva adottato il tricolore nerorosso-oro della rivoluzione del 1848. I fanti di marina, sul cui elmetto spiccava il
simbolo della croce uncinata8, non stavano facendo manovre, stavano attuando
un colpo di Stato. Ehrhardt si era mosso per ordine del barone e generale
Walther von Lüttwitz (per inciso, nel gennaio 1919 comandante del Freikorps
responsabile dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht), che il giorno
precedente era stato rimosso dal ministro delle forze armate, Gustav Noske,
dalla sua carica di comandante supremo del 1° gruppo d’armate della
Reichswehr. Lüttwitz si era opposto alla riduzione delle forze armate stabilita
dal trattato di Versailles, aveva rifiutato di smobilitare i Freikorps ed aveva
altresì chiesto nuove elezioni per il Reichstag.
Le stesse richieste, assieme ad altre che andavano nella stessa direzione
(tra cui l’insediamento di un generale al vertice del ministero), furono
presentate, in forma di ultimatum, da Ehrhardt a due generali inviatigli da
Noske. In una drammatica riunione notturna il ministro socialdemocratico
chiese ai vertici militari di mobilitare le unità della Reichwehr di stanza a
Berlino e di scagliarle contro la brigata ribelle. Con due sole eccezioni (tra cui il
generale Walther Reinhardt, che aveva sostituito Lüttwitz al comando del 1°
gruppo d’armate) gli alti ufficiali presenti si rifiutarono di obbedire. Alle 3 del
mattino si riunirono sotto la presidenza di Ebert ed alla presenza del cancelliere
Bauer tutti i ministri del Reich e del Land Prussia che era stato possibile
raggiungere; di fronte all’atteggiamento della maggioranza degli alti gradi
militari si decise di rinunciare all’impiego della forza e di trasferire il governo a
Dresda, nella speranza di potervi organizzare una controffensiva.
Appena dieci minuti prima dell’arrivo della brigata Ehrhardt nel cuore di
8 Lungi dall’essere simbolo esclusivo della NSDAP di Adolf Hitler, l’Hakenkreuz era patrimonio
comune di tutta quanta la galssia nazionalpopulista ed antisemita (völkisch).
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Berlino il presidente, il cancelliere e buona parte del gabinetto partirono per la
capitale della Sassonia. I fanti di marina occuparono i palazzi ministeriali, dove
si installò un nuovo governo presieduto dall’alto funzionario prussiano
Wolfgang Kapp, mentre il barone von Lüttwitz prese possesso del ministero
della Reichwehr. A Dresda Ebert, Bauer, Noske e compagni confidavano nella
fedeltà alla repubblica del generale Georg Maercker, che comandava le truppe
di stanza nel Land, ma la loro speranza si rivelò fallace. Maercker si limitò a
proporsi come mediatore con i golpisti di Berlino. Privi di strumenti per
restaurare la legalità, Ebert e i suoi decisero di rifugiarsi a Stoccarda.
Nel frattempo, già nelle prime ore del 13 marzo nelle principali città
tedesche era stato diffuso un appello firmato dal presidente della MSPD Otto
Wels, con ogni probabilità senza il consenso di Ebert e dei ministri
socialdemocratici, che invitava i lavoratori allo sciopero generale. Tra il partito
e i suoi rappresentanti nel governo rischiava di aprirsi un pericoloso fossato,
poiché Ebert e Noske continuavano a puntare sulla fedeltà repubblicana di
questo o quel generale della Reichswehr, ma a salvare la situazione giunse la
direzione dell’ADGB, che si schierò con tutto il suo peso dalla parte dei
sostenitori dello sciopero. Carl Legien, da trent’anni alla testa del sindacato
socialdemocratico, era tutt’altro che un rivoluzionario, ma era consapevole che
solo una risposta unitaria del movimento operaio ai golpisti avrebbe
salvaguardato e la repubblica e il movimento stesso, già lacerato sul piano
politico. Solo l’ADGB, a quel punto, poteva porsi come rappresentante di tutti i
lavoratori, senza preoccuparsi troppo né delle remore degli altri partiti della
coalizione di governo, né dei velati ricatti della Reichswehr.
La fuga di Ebert e del governo a Dresda rese paradossalmente più facile il
compito a Legien, che si sentì l’unica autorità a Berlino a cui spettasse
legittimamente la difesa dell’eredità della rivoluzione di Novembre.
Analogamente, la sfiducia ed il malcontento assai diffusi tra gli operai nei
confronti dell’attività del governo contribuirono a rafforzare l’immagine
dell’ADGB come istituzione autorevolmente rappresentativa del proletariato e
dei suoi interessi immediati.
Il 13 marzo (un sabato) nel palazzo del sindacato si svolse un incontro a
cui parteciparono le direzioni dell’ADGB, del sindacato degli impiegati
(Arbeitsgemeinschaft freier Angestellten - AfA) ad esso collegato, della MSPD,
della USPD, e del sindacato berlinese, con l’obiettivo di ricostruire l’unità del
movimento operaio al di là delle divisioni. Non era un compito facile ed infatti
non fu raggiunto, sebbene tutte le organizzazioni presenti fossero d’accordo
sullo sciopero generale.
Si costituirono così due centrali organizzative, una (Reichszentrale) a cui
faceva capo l’ADGB, l’AfA, e la direzione della MSPD, l’altra
(Zentralstreikleitung von Groß-Berlin) costituita dalla USPD, dal consiglio
centrale degli operai e dei soldati, dai sindacati berlinesi (la ci direzione era
vicina agli indipendenti). Alla Zentralstreikleitung si sarebbe poi collegata
anche la KPD, il cui atteggiamento nelle prime ore dopo l’annuncio del putsch
fu assai oscillante. Ininizialmente la direzione del partito (in assenza di Paul
Levi, in quei giorni in carcere per reati politici) si era pronunciata contro lo
sciopero generale, affermando che la repubblica democratica non era altro che
una maschera della dittatura borghese e che non valeva di pena di impegnarsi
per la salvezza di un governo in cui sedevano gli assassini di Rosa Luxemburg e
Karl Liebknecht, ma dovette presto correggersi perché in Sassonia, in Turingia e
nella Ruhr i suoi militanti operai si erano messi in sciopero senza aspettare le
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direttive del centro; venne allora lanciato lo slogan dell’unità di tutte le forze
operaie contro la reazione.
Di lì a pochi giorni gran parte della Germania era paralizzata dallo
sciopero generale, a cui aderirono anche numerosi pubblici funzionari. Nelle file
dei golpisti attorno a Kapp e Lüttwitz cominciò a diffondersi lo sconcerto, e nei
vertici della Reichswehr il timore della guerra civile, accentuato dal fatto che si
era nuovamente delineata la frattura storica tra un Nordest reazionario ed un
Sudovest democratico (Baviera esclusa), con il fiume Meno a fare da confine.
Cominciò la fase dei contatti e delle trattative, mentre la pressione operaia si
accentuava.
L’ipotesi di una soluzione di compromesso (rientro del golpe ma
accoglimento da parte del governo delle richieste di fondo dei suoi promotori,
tra cui lo scioglimento dell’assemblea nazionale, l’elezione diretta di un nuovo
presidente della repubblica, e l’amnistia per i sostenitori di Kapp e Lüttwitz)
mostrò quanto profonde fossero le fratture all’interno del gruppo dirigente della
MSPD: alcuni socialdemocratici di primo piano (tra cui Albert Südekum, allora
ministro nel governo regionale prussiano) si mostrarono favorevoli temendo
un’insurrezione operaia guidata dai comunisti (i quali, per altro, all’epoca
potevano contare in tutta Berlino su appena 800 iscritti) ed il disintegrarsi della
Reichswehr sotto la pressione della sinistra radicale, altri invece tennero ferma
la richiesta di una resa senza condizioni di Kapp e dei suoi pretoriani.
Il protrarsi dello sciopero generale non tardò a incidere profondamente
sulla tenuta delle forze armate: le unità di stanza nel Sudovest dichiararono la
loro fedeltà al governo legittimo trasferito a Stoccarda, ed in tutto il Reich
ufficiali di simpatie golpiste vennero esautorati dai propri soldati. Kapp e
Lüttwitz si videro perciò costretti a farsi da parte, in cambio della promessa di
un’amnistia. Almeno per quanto riguarda gli equilibri interni alla Reichswehr,
però, la loro azione non rimase senza esito: il barone e generale non riuscì a
ritornare al vertice dell’esercito, ma il suo successore Walther Reinhardt
(dimessosi nella notte tra l’11 ed il 12 marzo dopo che la sua disponibilità a far
marciare unità fedeli alla Repubblica contro i fanti di marina di Ehrhardt si era
scontrata con l’ambiguità dei suoi pari grado e l’indecisione delle autorità
legittime) non fu richiamato. Il governo preferì nominare capo di Stato
maggiore il generale Hans von Seeckt, gradito alle élites conservatrici
prussiane (che avevano simpatizzato per i golpisti), nella speranza di
accattivarsele. Non ci sarebbe riuscito, in compenso avrebbe profondamente
deluso quegli ufficiali (una minoranza, ma non irrilevante) che si erano
dimostrati fedeli servitori delle istituzioni repubblicane.
Il fallimento del colpo di Stato non interruppe però lo sciopero, che aveva
ormai coinvolto dodici milioni di operai; là dove le autorità locali e le
guarnigioni della Reichwehr si erano schierate con Kapp e Lüttwitz la lotta
assunse spesso carattere insurrezionale, con la formazione di milizie operaie
che si scontrarono con l’esercito regolare.
Particolarmente violento fu il confronto nelle zone industrializzate della
Renania e della Ruhr, dove si affrontarono – armi in pugno – operai organizzati
nella cosiddetta “Armata Rossa della Ruhr”, Freikorps kappisti e reparti militari
(fedeli talvolta a Stoccarda, talvolta a Berlino). Che del resto non fosse
pensabile tornare semplicemente allo status quo ante era chiaro anche a Carl
Legien ed ai suoi collaboratori nel direttivo dell’ADGB; il putsch aveva mostrato
la fragilità della repubblica. Per porre termine allo sciopero il sindacato
socialdemocratico pose una serie di condizioni, tra cui le dimissioni di Noske dal
37
ministero delle Forze armate, il proprio coinvolgimento nelle scelte politiche
future del governo, e il soddisfacimento di una serie di richieste nel campo
della politica sociale. In pratica, si chiedeva la radicale democratizzazione (e la
conseguente epurazione) dell’amministrazione pubblica e dell’apparato
produttivo, la socializzazione del settore minerario, l’esproprio dei proprietari
fondiari ostili alla repubblica, lo scioglimento dei Freikorps e l’assunzione da
parte dei lavoratori organizzati del controllo sull’ordine pubblico. Tra le forze di
governo la Zentrumspartei e la DDP respinsero le richieste di Legien, mentre la
MSPD cercò una via di compromesso, nonostante le riserve di Ebert, per altro
ancora a Stoccarda assieme a cancelliere e ministri.
Del tutto concorde con il vecchio sindacalista (da sempre noto per la sua
moderazione) si mostrò invece la USPD. Un’intesa generale venne finalmente
trovata il 20 marzo, alla presenza di Otto Braun, delegato personale di Ebert;
con molte – decisive - attenuazioni il programma sindacale fu accettato e fu
posto fine allo sciopero generale. Numerose questioni restavano però aperte,
tra cui le principali erano la costituzione di un nuovo governo e la situazione
nella Ruhr. Il 17 marzo lo stesso Legien aveva proposto alla USPD la formazione
di un “governo operaio”, senza peraltro chiarirne bene i termini, ma l’ipotesi
era naufragata per il rifiuto degli “indipendenti”; se ne riparlò il 22, e questa
volta la USPD sarebbe stata disponibile ma la MSPD preferiva di gran lunga
perseverare nell’alleanza con Zentrum e DDP. L’ipotesi di una cancelleria
affidata allo stesso Legien in quanto capo di una coalizione socialista e
sindacale si dimostrò non praticabile, per la mancanza di una maggioranza
parlamentare e per le divisioni interne al campo socialista.
Di fatto il rimpasto governativo fu tutto tranne che uno spostamento a
sinistra, se si prescinde dalla definitiva uscita di scena di Gustav Noske;
l’epurazione nell’esercito e nella pubblica amministrazione fu solo di facciata
tranne che in Prussia, grazie al nuovo governo guidato dai socialdemocratici
Otto Braun, Carl Severing e Hermann Lüdemann (e ciò spiega perché da allora
il Land più esteso del Reich sia rimasto un bastione della democrazia fino al
1932); i golpisti di marzo rimasero di fatto impuniti, anche prima che venisse
promulgata l’amnistia che gli era stata promessa da autorevoli esponenti del
governo.
Ben diversa sarebbe stata la sorte dei membri dell’ “Armata Rossa della
Ruhr”; dopo essere riuscite ad espellere i Freikorps dalla zona, le milizie operaie
(composte da anarcosindacalisti, comunisti, socialisti “indipendenti” e
“maggioritari”) si divisero sul giudizio circa gli accordi di Bielefeld del 24 marzo
(tra i governi del Reich e della Prussia da un lato, e le milizie operaie), che
accoglievano buona parte delle loro rivendicazioni sociali e politiche, in
particolare circa la socializzazione delle miniere. Approfittando dell’opposizione
che la componente più radicale faceva al compromesso, il comandante delle
forze della Reichwehr di stanza nella Ruhr (che soltanto poche settimane
avevano espresso in maggioranza le loro simpatie per Kapp e Lüttwitz) le
scagliò, all’inizio di aprile, contro gli operai; a fianco dei soldati marciavano i
membri dei Freikorps. L’ “Armata Rossa” fu sconfitta e disarmata; parecchie
centinaia dei suoi membri (senza distinzione di appartenenza politica) fucilati
sul posto secondo la legge marziale. A cose fatte, da Berlino il governo del
Reich, presieduto dal “maggioritario” Hermann Müller, ed il presidente Ebert
avrebbero dato il loro consenso.
Della trasformazione in legge degli accordi sulla socializzazione non si
sarebbe più parlato. In tal modo la destra antirepubblicana, messa alle corde
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dallo sciopero generale, riacquistò spazio, come avrebbero confermato le
imminenti elezioni, e nei settori più radicali della classe operaia si radicò
profondamente l’idea del “tradimento” socialdemocratico. Gli esiti delle
giornate di marzo non restarono senza effetti anche sull’ADGB, il cui gruppo
dirigente misurò ad un tempo le dimensioni potenziali del proprio potere ma
anche i limiti rigidi che ad esso poneva il quadro politico ed istituzionale; non
essendo stato in grado di spostare in avanti i compromessi che avevano
caratterizzato la nascita della repubblica di Weimar il sindacato ripiegò da
allora in avanti sul terreno salariale e normativo che più gli era consueto. Non
avrebbe mai più indetto scioperi generali di natura politica, nemmeno nel
1932-33. Un qualche peso in questo sviluppo lo ebbe anche l’improvvisa morte
di Carl Legien, il giorno di Santo Stefano del 1920.
12) Le elezioni del 1920 e la crisi della “coalizione weimariana”; la SPD
all’opposizione
Il 6 giugno 1920 i tedeschi furono chiamati alle urne per l’elezione del
primo Reichstag repubblicano. I risultati furono catastrofici per la coalizione di
governo (Weimarer Koalition) che perse la maggioranza assoluta, passando dal
76,2% dei saggi all’Assemblea nazionale al 43,6% del Reichstag; la crisi più
profonda colpì la sinistra liberale (DDP), che perse oltre la metà in voti e seggi
(se ne avvantaggiarono la destra liberale raccolta nella DVP ed i conservatori
antirepubblicani della DNVP). I cattolici mantennero sostanzialmente le
posizioni, mentre a sinistra ci fu ad un tempo un lieve calo complessivo dei
suffragi ed una loro netta redistribuzione: la MSPD quasi si dimezzò, la USPD
andò oltre il raddoppio, la KPD, presente per la prima volta, raccolse quasi
600.000 voti (il 2% dei votanti).
In questa tornata elettorale gli “indipendenti” si affermarono come il
primo partito operaio proprio in quelle zone che negli anni precedenti la Grande
Guerra avevano votato compattamente socialista; la USPD in altri termini
aveva acquisito settori significativi del tradizionale milieu socialdemocratico,
mentre – almeno dal punto di vista socioelettorale [Karl Rohe] – la MSDP si era
radicalmente trasformata. Se un governo puramente socialista era a fortiori
impossibile, l’alleanza di centrosinistra avrebbe potuto resistere nel Reich (altro
è il discorso per la Prussia, dove – a parte una breve parentesi – sarebbe
rimasta al potere fino al 1932) solo estendendosi verso destra fino ad inglobare
la DVP (Große Koalition); ciò non poteva non creare problemi alla direzione dei
“maggioritari”, che già avevano subito pesanti perdite sulla sinistra.
La MSPD passò conseguentemente all’opposizione; a parte due brevi
parentesi nel 1921 e nel 1923 non sarebbe più tornata al governo se non nel
1928, nuovamente con Hermann Müller come cancelliere, questa volta però
alla guida di una Große Koalition. A parte gli effetti sulla stabilità politica (per
otto anni si susseguirono con rare eccezioni governi privi di maggioranza
parlamentare), si creò in questo modo un paradosso: il partito che più aveva
contribuito (nel bene e nel male) a fare della repubblica ciò che era diventata
non partecipò alla sua direzione, senza però essere in grado di trasformarsi in
un oppositore radicale. Rimase, per così dire, preso nel mezzo.
Dal canto suo, la USPD non fu in grado di approfittare del suo
straordinario successo elettorale (il 17,8); alla metà di ottobre 1920 il
congresso straordinario di Halle ne sancì l’irrimediabile spaccatura. Privato nel
novembre 1919 del suo presidente Hugo Haase, caduto vittima di un attentato
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terroristico della destra9, il partito si lacerò sull’accettazione o meno delle 21
condizioni poste dal Komintern; 236 delegati votarono a favore, 156 contro. La
minoranza (di cui facevano parte personaggi di spicco della socialdemocrazia
d’anteguerra, tra cui Karl Kautsky e Rudolf Hilferding) abbandonò l’assemblea.
Nel dicembre successivo i vincitori si fusero con la KPD (che prese allora il
nome di Vereinigte Kommunistische Partei Deuschlands – VKPD, Partito
comunista unificato di Germania); gli sconfitti condussero ancora per due anni
un’esistenza autonoma come partito, per poi rientrare nel settembre 1922 nella
MSPD (che riprese la vecchia sigla SPD). Anche in seguito un piccolo gruppo si
ostinò a mantenere in vita la USPD, che si presentò autonomamente alle due
tornate elettorali del 1924 senza però ottenere alcun deputato; dopo la
scissione di Halle una parte non insignificante degli iscritti (180.000, pari ad un
quinto) si allontanò, disillusa, dalla militanza politica.
La crisi e la conseguente sparizione dalla scena politica della USPD
ebbero l’effetto di cristallizzare la polarizzazione determinatasi nel movimento
operaio tedesco nel corso della guerra, già radicalizzatasi in seguito ad eventi
esterni come la rivoluzione bolscevica e la costituzione del Komintern; la sorte
dei socialdemocratici “indipendenti” non era però scritta in alcun libro del
destino, ma fu il frutto di una costellazione di eventi al cui interno la
soggettività politica giocò un ruolo non irrilevante.
Con l’afflusso di una consistente quota (oltre 300.000) dei militanti della
sinistra “indipendente” il partito comunista si trasformò da gruppo fortemente
minoritario (aveva in tutto 70.000 iscritti) in forza relativamente di massa,
ereditando almeno una parte dell’insediamento sociale tradizionalmente
socialdemocratico: ad esempio nei distretti altamente industrializzati della
Germania centrale (Halle-Merseburg, dove non scese mai sotto il 23%) e del
Basso Reno (Düsseldorf; risultato peggiore il 16%) il voto comunista fu sempre
maggiore di quello socialdemocratico; nella prima area la USPD aveva
raggiunto nelle elezioni del 1920 il 45%.
Nonostante al congresso di unificazione, tenutosi a Berlino, i delegati ex
USPD fossero la maggioranza rispetto a quelli ex KPD (349 a 126), la direzione
fu composta pariteticamente e la presidenza fu divisa tra Ernst Daümig e Paul
Levi. In un primo momento venne confermata la linea moderata di Levi, incline
al lavoro di massa e fautrice dell’unità d’azione con la SPD, la frazione USPD
rimasta autonoma ed l’ADGB, nonché con la KAPD, ma forti pressioni venivano
da altri settori del gruppo dirigente perché venisse rilanciata una linea più
offensiva. Il fatto stesso che ora la (V)KPD fosse un partito di massa
legittimava, agli occhi dei sostenitori di questa tesi, la ripresa dell’iniziativa, ed
incoragiamenti in questo senso venivano dal Komintern.
13) La svolta a sinistra della KPD e l’ “azione di marzo” del 1921
Il conflitto tra l’Internazionale e la direzione comunista provocò, nel
febbraio 1921 le dimissioni dalla centrale berlinese di Levi, Daümig, Clara
Zetkin, ed altri esponenti della “destra”; il loro posto fu preso dai membri della
cosiddetta “tendenza sovietica” (tra cui Heinrich Brandler, August Thalheimer,
Paul Frölich), i quali, d’intesa con i rappresentanti del Komintern, fecero propria
un’ipotesi insurrezionale. L’azione, che avrebbe dovuto partire dalla zona di
9 La stessa sorte che sarebbe toccata all’esponente del Zentrum Matthias Erzberger nel 1921
e al leader della DDP Walther Rathenau l’anno successivo.
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Halle-Merseburg (dove alle elezioni del Landtag prussiano svoltesi il 20 febbraio
1921 la KPD era risultata il primo partito con quasi 200.000 voti) per poi
estendersi all’intero Reich, era programmata per l’inizio di aprile, ma si avviò
due settimane prima per l’improvvisa occupazione del distretto industriale da
parte di unità della polizia, chiamate dalle autorità locali.
La KPD, con il pieno appoggio della KAPD, lanciò le parola d’ordine dello
sciopero generale e dell’insurrezione, che ebbero però un seguito
relativamente limitato: oltre agli operai Germania centrale si mossero soltanto
i lavoratori dei cantieri di Amburgo e quelli della Ruhr, in tutto poco più di
200.000 (meno degli iscritti al partito comunista!). Nel distretto di HalleMerseburg, dove circa 3.000 operai impugnarono le armi, le milizie rosse
ressero lo scontro per una decina di giorni ma poi vennero sconfitte senza
rimedio. I caduti furono 145.
Nonostante il disastro, la direzione comunista perseverò nel considerare
corretta una strategia offensiva, di cui la cosiddetta “azione di marzo” (così
venne chiamata l’insurrezione fallita) non sarebbe stata altro che la prima
tappa; nel partito scoppiò una controversia durissima che porto all’espulsione
di Levi (reo di aver espresso le sue critiche in sedi pubbliche) ed alle dimissioni
di Daümig, Otto Braß, Kurt Geyer ed Adolph Hoffmann (tutti ex dirigenti della
sinistra USPD). Questo gruppo costituì la Kommunistische Arbeitsgemeinschft
(KAG – Gruppo di lavoro comunista), rivendicando una politica più realistica ed
una maggiore indipendenza dal Komintern, trovando nel partito un ascolto
significativo a cui però la direzione rispose con nuove espulsioni nel febbraio
1922, nonostante il Komintern e gli stessi Trockij e Lenin avessero preso le
distanze dalla “teoria dell’offensiva”. La maggioranza dei dissidenti raccolti
attorno a Levi sarebbe in seguito confluita nella USPD (residuale) e con essa poi
nella SPD; Levi sarebbe diventato il leader più brillante della sua ala sinistra.
Il fallimento dell’insurrezione non provocò solo una crisi al vertice, ma
bloccò la crescita organizzativa del partito che nei mesi successivi fu
abbandonato da oltre 100.000 militanti, in gran parte provenienti dalla USPD.
La crisi poté essere arginata solo alla metà del 1922, con il ritorno alla politica
del “fronte unico”; da un lato questa posizione era stata fatta propria dal
Komintern10, dall’altro il quadro politico interno alla Germania - dopo
l’assassinio da parte di terroristi appartenenti alla destra nazionalista ed
ultraconservatrice del ministro degli Esteri, il democratico Walther Rathenau, e
la mobilitazione delle sinistre (con i comunisti questa volta in prima fila) in
difesa della repubblica – appariva favorevole.
Proprio sulle modalità di attuazione del “fronte unico” veniva però ad
aprirsi un conflitto tra la direzione (in cui un ruolo centrale continuava ad
essere ricoperto da Brandler) che godeva dell’appoggio del rappresentante del
Komintern, Karl Radek, e la sinistra di Berlino ed Amburgo (Ruth Fischer, Ernst
Thälmann). Per la prima si trattava di una prospettiva di medio periodo che
doveva permettere di costruire un rapporto stabile con la socialdemocrazia in
10 Al 3° congresso del Komintern, svoltosi nel 1921, venne lanciata la parola d’ordine del
“fronte unico”, che comportava la presa d’atto di come i neocostituiti partiti comunisti non
fossero riusciti ad aggregare la maggioranza del proleteriato, che invece continuava a far
riferimento ai partiti socialisti o socialdemocratici d’anteguerra. Sul concetto di “fronte unito” si
aprì da allora, all’interno del movimento comunista internazionale, un’interminabile
discussione. Materia del contendere (che nascondeva contrapposizioni radicali di linea) era se
esso doveva venire inteso come alleanza tra partiti o come unità “dal basso” tra lavoratori di
diversa tendenza (comunisti e socialedemocratici), e così via.
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vista di un governo democratico borghese avanzato che si appoggiasse su
organismi proletari di massa; per la seconda essenzialmente di uno strumento
tattico tramite il quale “smascherare” la SPD e conquistare le masse.
14) La crisi della Ruhr, l’iperinflazione ed il “nazionalbolscevismo”
La crisi della Ruhr, nel gennaio 1923, piombò nel bel mezzo del dibattito
comunista e contribuì a radicalizzarlo.
Nel frattempo anche la MSPD conduceva una politica assai oscillante di
opposizione a metà in un contesto reso per altro assai difficile dagli ultimatum
posti alla repubblica dalle potenze vincitrici e dalla complessità del quadro
parlamentare. Una ripresa della coalizione weimariana estesa alla USPD
sarebbe stata possibile dopo la fuoriscita da quest’ultima della sinistra alla fine
del 1920, ma venne vanificata dall’opposizione di Zentrum e DDP; una große
Koalition con la DVP fu bloccata dal timore socialdemocratico di lasciare troppo
spazio libero a sinistra nonché dalla scarsa fiducia nei confronti del partito di
Gustav Stresemann, il cui comportamento durante il putsch di Kapp e Lüttwitz
era stato quantomeno assai ambiguo.
Nacquero così i due gabinetti presieduti da Joseph Wirth, esponente
dell’ala sinistra del partito cattolico; privo entrambe le volte di una
maggioranza parlamentare prefissata, il cancelliere sarebbe rimasto in carica
dal maggio 1921 alla fine di novembre 1922. La riunificazione tra USPD
(residuale) e MSPD nel congresso di Norimberga del 24 novembre 1922 (sotto
il nome di Vereinigte SPD – VSPD) avrebbe reso possibile la ricostituzione di un
centrosinistra con una maggioranza, ma ormai i rapporti tra le sue componenti
erano troppo tesi. Il quadro economico e politico nel Reich andava intanto
oscurandosi; la fase di sviluppo avviatasi – in controtendenza con quanto
avveniva nel resto dei paesi ex belligeranti – nel 1920 si stava chiudendo, e
restava sul terreno il problema dell’inflazione.
Eredità della politica di finanziamento della guerra tramite l’aumento
indiscriminato della spesa pubblica attuata dalle autorità del Kaiserreich nei
suoi ultimi anni di vita, l’inflazione era aggravata dal peso delle riparazioni
imposte a Versailles da Francia, Gran Bretagna e Belgio; dal maggio al
dicembre 1922 il cambio col dollaro passò da 69,11 marchi a 1.807,83. I
tentativi di Wirth di stabilizzare il corso della moneta si scontrarono con
l’opposizione del governo francese, alla cui testa era tornato nel gennaio 1922
l’ultranazionalista Raymond Poincaré, che bloccò la concessione di un prestito
estero alla repubblica, nonché con le prese di posizione delle organizzazioni
imprenditoriali (rappresentate da Hugo Stinnes, grande industriale e deputato
della DVP al Reichstag) favorevoli a lasciar precipitare la valuta tedesca,
fenomeno da cui stavano traendo cospicui vantaggi (sotto forma di una secca
riduzione delle esposizioni bancarie ed un considerevole aumento dei profitti),
e decisi ad approfittare della crisi per ottenere l’aumento degli orari di lavoro,
facendo carta straccia dei patti sottoscritti con i sindacati nel novembre 1918
che fissavano in otto ore la durata dei turni. Il Reichsverband der Deutschen
Industrie (RDI – Confederazione dell’industria tedesca) si opponeva con tutte le
proprie forze alle proposte avanzate dalle organizzazioni operaie perché il
marco venisse stabilizzato attraverso l’introduzione di un’imposta sui
patrimoni.
Alle dimissioni di Wirth, dovute all’impossibilità di dar vita ad una
maggioranza che andasse dalla SPD riunificata alla DVP, sarebbe seguita la
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Presidialregierung (governo del presidente) di Wilhelm Cuno, una compagine di
centrodestra che si reggeva sull’ordinanza di emergenza emanata dal
presidente Ebert sulla base dell’articolo 48 della costituzione di Weimar. Per la
prima volta il potere del parlamento veniva esautorato da quello presidenziale.
L’11 gennaio 1923 truppe francesi e belghe penetrarono nel distretto
della Ruhr occupandolo militarmente e proclamando la volontà dei due governi
di servirsi del potenziale produttivo della regione come garanzia delle
riparazioni dovute dalla Germania. Il casus belli fu una questione secondaria, il
ritardo da parte tedesca nel consegnare una quota di legname prevista dalle
riparazioni, preso dalle autorità francesi come esempio della non volontà di
Berlino di adempiere agli obblighi del trattato di pace. Ma gli obiettivi di Parigi
(che agì di concerto con Bruxelles, ma contro l’espressa opinione di Londra) era
di portata assai più generale, strategica: Poincaré puntava a prendere il
controllo della Renania in modo da impedire una volta per tutte che la
Germania potesse ridiventare una pericolosa concorrente e da assicurarsi
l’egemonia in Europa. Ciò avrebbe potuto avvenire o nella forma
dell’annessione diretta, oppure (più probabilmente) tramite un forte appoggio
ai movimenti autonomisti (talvolta francamente separatisti) che già in
precedenza agivano in Renania.
La reazione delle forze politiche tedesche al colpo di mano francobelga fu
apparentemente compatta: il governo Cuno e l’ADGB invitarono cittadini e
lavoratori residenti del distretto della Ruhr alla resistenza passiva; la KPD
propose, senza successo, di indire uno sciopero generale e lanciò inizialmente
la parola d’ordine della lotta su due fronti (contro Cuno e contro Poincaré),
l’estrema destra nazionalpopulista cercò di cavalcare l’ondata nazionalista per
scagliarla più che verso gli occupanti contro la repubblica e le organizzazioni
del movimento operaio, condendo la propria propaganda dei consueti improperi
contro “i traditori di novembre” e, more solito, gli ebrei.
La situazione era però assai più complessa di quanto non apparisse; la
profonda crisi di cui la repubblica – suo malgrado – versava stimolava le
ambizioni di chi non l’aveva mai accettata fino in fondo; ambienti
imprenditoriali, circoli dell’alta burocrazia e dell’ufficialità (compreso lo stesso
comandante supremo dell’esercito Hans von Seeckt) giudicavano fosse ormai
venuto il momento di instaurare un governo autoritario che restaurasse l’ordine
tradizionale mandato in pezzi dalla rivoluzione del 9 novembre 1918. Nei
settori più militanti di quest’area l’esempio della “marcia su Roma” che pochi
mesi prima aveva portato al potere Benito Mussolini suscitava un profondo
fascino, e faceva sognare di una prossima “marcia su Berlino”.
Ciò indusse i settori più moderati della SPD (a cominciare dallo stesso
Reichspräsident Friedrich Ebert) a ulteriori compromessi con le gerarchie
militari, nel tentativo di legar loro le mani; ad esempio, Carl Severing, il
socialdemocratico ministro dell’Interno della Prussia (bastione democratico del
Reich), favorì il reclutamento di reparti volontari della cosiddetta “Reichwehr
nera”11 destinati ad intervenire nel caso di una radicalizzazione del conflitto
11 Con il termine di Reichwehr nera venivano designate quelle formazioni volontarie, ma
inquadrate da ufficiali regolari ed armate dalle alte gerarchie militari, che – formalmente non
facenti parte della Reichwehr, la cui consistenza a norma del trattato di Versailles non poteva
superare i 100.000 uomini – permettevano al comando supremo delle forze armate di disporre,
alla bisogna, di un numero di reparti assai superiori a quanto pattuito negli accordi di pace. Va
da sé che truppa e graduati della Reichswehr nera provenivano in significativa parte dagli
organici dei Freikorps.
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nella Ruhr. Un gioco pericoloso, che col passar del tempo finì col far assumere
proprio a von Seeckt il ruolo di ago della bilancia politica. Inoltre, la parola
d’ordine della “resistenza passiva” si traduceva nei fatti nella necessità da
parte delle autorità di Berlino di pompare fiumi di denaro nella regione sotto
occupazione francobelga, così da rendere possibile la sopravvivenza materiale
della popolazione; da ciò un’ulteriore drammatica impennata dell’inflazione: la
parità con il dollaro passò da 21.000 marchi ad aprile 1923 a 4,6 milioni ad
agosto.
L’aumento stratosferico dei prezzi all’ingrosso ed al minuto determinò un
brusco impoverimento dei lavoratori industriali e dei ceti a reddito fisso, e fece
collassare il commercio. Al rifiuto dei contadini di mettere sul mercato i loro
prodotti gli operai risposero con il moltiplicarsi di atti di saccheggio dei
magazzini. Nel giugno si sviluppò un’ondata di scioperi spontanei nel distretto
occupato della Ruhr, che si concluse positivamente ma diede luogo a scontri
armati tra operai in lotta e truppe d’occupazione; nel conflitto cercarono
d’inserirsi formazioni militari ultranazionaliste, formate da ex aderenti ai
Freikorps, con l’obiettivo di trasformare la resistenza passiva in resistenza
armata.
L’arresto e la condanna a morte da parte dei francesi di uno dei loro capi,
Albert Leo Schlageter, veterano della Grande Guerra, ex membro del Freikorps
Medem che combattè sul Baltico,dal 1922 membro della NSDAP di Hitler,
rinfocolò l’agitazione nazionalista nel resto del Reich. L’esecuzione di
Schlageter offrì il destro ad una parte della direzione della KPD, sollecitata dal
gruppo
dirigente
del
Komintern,
per
lanciare
una
campagna
nazionalrivoluzionaria il cui obiettivo era cercare di aggregare attorno al partito
comunista, presentato come il vero baluardo della nazione, masse di declassati
influenzati dal nazionalismo della destra radicale. La nuova parola d’ordine,
lanciata da Karl Radek, non mancò di creare divisioni all’interno della KPD; non
pochi dei suoi esponenti, tuttavia, la fecero propria, non esitando a servirsi
propagandisticamente della fraseologia antisemita cara ai nuovi interlocutori.
Non ne sortirono però grandi risultati.
Indubbiamente la crisi rappresentava un’occasione favorevole allo
sviluppo ed al radicamento della KPD, sia pur su terreni assai ambigui; in ballo
nella Ruhr non erano soltanto la questione del rapporto classe-nazione, ma
altresì – più concretamente – il dilemma sulla futura collocazione internazionale
della Germania, fattore di cruciale rilevanza per la neocostituita URSS12. Ne
scaturì da un lato il progressivo accostarsi della KPD alla politica di “resistenza
passiva” (da questo punto di vista la campagna nazionalrivoluzionaria non era
altro che una variante estrema di questa tattica), dall’altro l’insistenza sulla
necessità di sviluppare una politica di “fronte unito” verso la SPD (o, quanto
meno, le sue componenti di sinistra). A questa prospettiva si opponeva una
minoranza di sinistra che giudicava invece la situazione favorevole per un
ulteriore tentativo rivoluzionario (paradossalmente, a guidare la frazione erano
gli stessi dirigenti che più si erano impegnati nel tentativo di gettare ponti in
direzione dei nazionalisti radicali).
Nell’agosto 1923 una nuova ondata di scioperi scosse il paese; a
differenza che in giugno, questa volta la direzione del movimento era
saldamente nelle mani della KPD, che indirizzò apertamente il malcontento dei
manifestanti verso il governo Cuno, di cui vennero chieste le dimissioni.
12 L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche venne formalmente costituita nel 1922.
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Sull’opportunità di sostituire il gabinetto privo di maggioranza con una
coalizione ampia era concorde anche la SPD, stretta tra l’esigenza di uscire in
qualche modo dal costosissimo stallo che si era creato nella Ruhr, la necessità
di recuperare credibilità tra i lavoratori a fronte dell’offensiva comunista, ed il
bisogno di puntellare le istituzioni repubblicane in pericolo.
15) La prima große Koalition, il “fronte unito” in Sassonia e Turingia, la
ribellione bavarese
Venne aperta in tal modo la strada alla costituzione del primo governo di
große Koalition, retto cioè da una maggioranza che andava dalla SPD alla DVP
passando per la Zentrumspartei e la DDP. A presiederlo andò Gustav
Stresemann, esponente della DVP che aveva progressivamente portato il
partito alla piena accettazione della repubblica. La costituzione del nuovo
dicastero dimostrava da un lato che la maggioranza degli imprenditori era a
questo punto disponibile a soluzioni di compromesso sia sul piano del controllo
dell’inflazione (possibile a questo punto solo attraverso un cambio della
moneta), sia nei confronti delle potenze creditrici. Il 26 settembre Stresemann
proclamò la fine della resistenza passiva.
Il primo segnale di aperta ribellione da parte dei nazionalisti venne dalla
Baviera: il governo di Monaco proclamò lo stato di emergenza e trasferì tutti i
poteri a Gustav von Kahr13, fino ad allora prefetto dell’Alta Baviera, a cui venne
conferito il titolo di commissario generale dello Stato. Von Kahr, cattolico
conservatore, era un noto esponente della destra antirepubblicana, ed un
antisemita militante.
Si noti che la carica assunta da von Kahr non era prevista dalla
Costituzione bavarese (cosiddetta Carta di Bamberga); si era perciò sull’orlo del
putsch, tanto più che il generale Otto von Lossow, comandante delle truppe di
stanza nel Land meridionale, dichiarò di porsi sotto l’esclusiva autorità di von
Kahr. Ancora una volta, come tre anni prima in occasione del putsch di KappLüttwitz, il governo legittimo si trovò alle prese con la non disponibilità del
comando della Reichswehr ad impiegare truppe fedeli per ripristinare l’ordine
repubblicano a Monaco; non solo, ma l’insubordinazione bavarese diede nuove
energie a quanti (von Seeckt in testa) meditavano di seguire l’esempio di von
Kahr instaurando a Berlino un regime nazionalista autoritario.
Per la verità, ad una sospensione sia pure temporanea delle garanzie
costituzionali pensavano in quelle settimane anche importanti esponenti della
SPD (tra essi Rudolf Hilferding), come strumento per far passare le necessarie
misure d’emergenza sul piano finanziario e politico. La questione della Ruhr era
infatti tutt’altro che risolta, e nelle zone occupate dall’armata francobelga
(circa 100.000 uomini) si moltiplicavano le agitazioni separatistiche, finanziate
e stimolate dalle autorità d’occupazione.
Soltanto alla fine di ottobre Poincaré avrebbe inopinatamente cambiato
posizione, dichiarandosi disposto ad una verifica di comune accordo con gli
alleati delle riparazioni dovute dalla Germania. Nei mesi precedenti Londra
aveva continuato a far pressioni su Parigi in tal senso, ma senza particolari
esiti. Ora però era intervenuta un’importante novità: gli USA avevano fatto
sapere alle autorità francesi che ad una maggior moderazione da parte loro
13 In precedenza von Kahr aveva assunto l’incarico di capo del governo regionale bavarese al
momento del putsch di Kapp-Lüttwitz. Il suo gabinetto, assai sbilanciato a destra, rimase in
carica dal marzo 1920 fino al settembre 1921.
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verso i tedeschi avrebbe fatto riscontro una analoga flessibilità nei confronti dei
debiti di guerra a suo tempo contratti dalla Francia. Si era cioè messo in moto il
meccanismo che avrebbe portato alla formulazione del piano Dawes.
Nello stesso mese di ottobre, la politica comunista di fronte unito parve
concretizzarsi in Sassonia ed in Turingia attraverso la costituzione di governi di
coalizione tra SPD e KPD (entrarono in carica rispettivamente il 10 ed il 16
ottobre 1923). Concepiti a suo tempo come passi necessari per la costruzione
di un bastione proletario nell’ipotesi di un ulteriore scivolamento a destra del
governo Cuno, e sentiti come tali anche dall’ala sinistra della SPD, i gabinetti al
potere a Dresda ed Erfurt si insediarono in un momento in cui la direzione del
Komintern (con le sole riserve di Stalin) aveva modificato la propria valutazione
sulla Germania, ritenendo la situazione propizia per una svolta rivoluzionaria, e
quindi aveva dato tutto il suo appoggio all’ala sinistra della KPD (Ruth Fischer,
Ernst Thälmann).
Nonostante ciò, in Sassonia e Turingia – ben diversamente dalla Baviera –
tutto si andava svolgendo nella legalità costituzionale. Il problema per la
direzione della SPD era essenzialmente di natura politica: la nascita di
coalizioni di sinistra in due importanti Länder rendeva più difficile la
coabitazione al centro con i partiti borghesi, tanto più in un contesto in cui da
un lato appariva pressoché obbligato consentire a sia pur circoscritte misure
impopolari (come una qualche forma di prolungamento temporaneo dell’orario
di lavoro), dall’altro la Reichswehr faceva chiaramente intendere la propria
ostilità al protrarsi delle esperienze di fronte unito, che pure trovavano
consenso nell’ala sinistra della socialdemocrazia, ulteriormente rafforzata .
Il palese strabismo dei militari (pollice verso in direzione di Dresda ed
Erfurt, benevola neutralità nei contronti di Monaco) non mancò di suscitare
malcontento nella base socialdemocratica, cosa che – unita all’insoddisfazione
per le richieste della DVP e della Zentrumspartei di una legge abrogativa dei
limiti alla giornata lavorativa e per i ritardi con cui si procedeva ad una riforma
monetaria – indusse i suoi dirigenti a prendere le distanze da Stresemann, per
altro abbandonato quasi nelle stesse ore anche dal suo partito. Nel gruppo
parlamentare della DVP infatti era prevalsa, su pressione di Stinnes, la linea
della rottura con la SPD.
Fu crisi, ma durò appena tre giorni. E si chiuse in modo imprevedibile, con
la riconferma di Stresemann nuovamente alla guida di una große Koalition. Tra
le forze politiche che ne facevano parte era prevalsa la convinzione che non
esistero altre alternative costituzionalmente percorribili.
Facendo seguito alle disposizioni del Komintern, la direzione della KPD
aveva fissato per il 21 ottobre il giorno fatidico della rivoluzione. Avrebbe
dovuto partire dalla Sassonia e dalla Turingia, prendendo spunto dalla
proclamazione di uno sciopero generale contro le ingerenze della Reichswehr,
che in Sassonia aveva avocato a sé il comando sulla polizia del Land, privando
il governo di Dresda del proprio braccio armato. Ma la proposta, avanzata dal
segretario comunista Heinrich Brandler, cadde nel vuoto. Il gruppo dirigente del
partito, già solo in parte convinto, revocò immediatamente le disposizioni
insurrezionali, ma ad Amburgo (roccaforte della sinistra interna) alcune migliaia
di militanti presero le armi e si batterono per due giorni contro la polizia.
Vennero sconfitti, disarmati, in seguito processati.
Le unità della Reichswehr ne approfittarono per prendere il controllo,
manu militari, della Sassonia. In più località le truppe fecero uso delle armi.
L’intervento dell’esercito era avvenuto senza alcuna disposizione delle autorità
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civili del Reich, cosa che non mancò di suscitare reazioni nel Reichstag e nel
governo, dividendo ulteriormente la socialdemocrazia. Tentando di salvare il
salvabile, la SPD propose che il governo centrale invitasse il Landtag sassone a
sfiduciare il governo di fronte unito. Di fronte al no dichiarato di Dresda,
Stresemann, d’intesa con Ebert, intervenne con una ordinanza di emergenza
che sciolse il governo del Land instaurando una gestione commissariale. Fu un
interregno di pochi giorni che si risolse con l’insediamento di un nuovo
gabinetto regionale a guida socialdemocratica, ma senza i comunisti.
Nuovamente, il palese contrasto tra misure punitive verso la Sassonia e
aperta tolleranza verso la Baviera scosse la SPD che, non trovando accolte le
sue richieste di un’ azione immediata nei confronti della cricca
antirepubblicana al potere a Monaco, uscì nuovamente dal governo (3
novembre 1923). Von Seeckt tentò di approfittare della nuova crisi per
indossare le vesti del salvatore della patria, e chiese ad Ebert di congedare
Stresemann. Messo spalle al muro dal Reichspräsident, però, il generale non
portò il gioco fino in fondo, il che avrebbe voluto dire un colpo di stato.
Sostenuto da Ebert, Stresemann sostituì i ministri dimissionari e restò in carica.
Intanto, il 6 novembre raggiunse il suo apice anche la crisi in Turingia:
unità militari, questa volta su disposizione di Ebert, penetrarono nella regione;
tre giorni dopo la SPD locale decise di sciogliere la coalizione con la KPD
piegandosi alle pressioni della centrale berlinese. Quasi negli stessi giorni, a
Monaco la situazione precipitò: l’ala nazionalpopulista (völkisch) dello
schieramento antirepubblicano, guidata da Hitler e Ludendorff, tentò il putsch
prevenendo von Kahr e von Lossow (che per altro coltivavano analoghi piani di
“marcia su Berlino”, puntando però ad attuarli in collaborazione con von
Seeckt). Il commissario ed il generale, convinti che il progetto hitleriano non
avesse speranze, decisero però di sganciarsi, mobilitarono la polizia bavarese e
dichiarono la propria fedeltà al Reich. Il 9 novembre 1921 fu sufficiente
l’impiego di qualche unità di polizia per mettere in fuga il Führer ed i suoi
seguaci. Paradossalmente, l’iniziativa hitleriana mise fuori gioco manovre ben
più pericolose.
Il drammatico 1923 si chiuse lasciando la sinistra profondamente divisa,
sia nei rapporti tra socialdemocrazia e partito comunista, sia all’interno di
ciascuno dei due partiti della classe operaia. Per la KPD la definitiva eclissi di
ogni ipotesi insurrezionale, che si consumò ad Amburgo, ma anche il fallimento
delle coalizioni di fronte unito sperimentate in Sassonia ed in Turingia portò ad
un rimescolamento del suo gruppo dirigente ed un nuovo mutamento di linea,
al cui centro vi era la prospettiva della “bolscevizzazione del partito” ed il
rilancio della parola d’ordine della dittatura del proletariato; posto fuorilegge
dal novembre 1923 al febbraio 1924, il partito comunista radicalizzò
ulteriormente le proprie posizioni e, nel congresso di Francoforte dell’aprile
1924, emerse una maggioranza di sinistra nelle cui parole d’ordine cominciava
a comparire la definizione della socialdemocrazia come forza “socialfascista”,
verso cui si poteva solo condurre una politica di “fronte unito dal basso” allo
scopo di dividere la base dal gruppo dirigente.
Nonostante a quel punto le tensioni interne alla KPD si confondessero e si
intrecciassero strettamente con il conflitto senza quartiere apertosi nel
Komintern e nel partito sovietico tra seguaci di Lev Trockij ed il blocco StalinZinoviev-Kamenev, larga parte delle scelte strategiche della KPD rimasero
farina del proprio sacco.
D’altro canto nella socialdemocrazia, ferma nella sua volontà di difendere
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la repubblica anche se sempre più dubbiosa sulla tenuta dei compromessi a
suo tempo stretti con la Reichwehr, l’imprenditoria ed il ceto funzionariale,
cominciò a farsi strada l’idea che la costituzione di Weimar fosse minacciata da
due parti, dalla destra radicale e populista ma anche dalla sinistra
insurrezionalista. Lo spazio per un’eventuale unità di azione della sinistra
risultava così, per l’effetto convergente delle politiche socialdemocratica e
comunista assai ridotto, e la divisione politica si acuì con effetti dirompenti
anche sulla vita quotidiana dei militanti del movimento operaio organizzato.
16) Il doppio voto del 1924, la morte di Ebert e l’elezione di Hindenburg
Un ulteriore passo in avanti sulla via della contrapposizione sarebbe stata
rappresentato dall’elezione del secondo presidente della repubblica, dopo che il
28 febbraio 1925 Friedrich Ebert morì improvvisamente a soli 54 anni. Nella
seconda e decisiva tornata elettorale del 26 aprile la decisione della KPD (presa
dalla direzione del partito nonostante profondi contrasti interni e contro la
volontà del Komintern) di mantenere la candidatura di Ernst Thälmann favorì la
vittoria del vecchio maresciallo Paul von Hindenburg con il 48,3% dei voti (poco
meno di 15 milioni); il candidato comune della coalizione weimariana, il
presidente della Zentrumspartei Wilhelm Marx, si fermò al 45,3% (quasi 14
milioni). Thälmann ebbe il 6,4% (circa 2 milioni).
Hindenburg, capo della 3ª OHL e di fatto dittatore militare dal 1916 alla
fine della guerra, Junker e monarchico, era stato candidato da uno
schieramento dichiaratamente antirepubblicano, ma il suo trionfo fu permesso
ad un tempo dalla divisione della sinistra e dal costituirsi – nel seno della
Zentrumspartei - di un polo cattolico autoritario ed ostile alla democrazia; la
candidatura di Hindenburg fu appoggiata infatti dalla Bayerische Volkspartei,
ala bavarese dello schieramento cattolico forte di oltre 900.000 voti, e dalle
leghe agrarie cattoliche della Vestfalia guidate da Franz von Papen, esponente
della destra della Zentrumspartei, fautore di una riconversione del partito
cattolico su posizioni antirepubblicane ed irriducibilmente ostile alla linea
centrista di Marx. Il peso elettorale della destra cattolica era di poco inferiore a
quello dei comunisti. Quale significato avrebbe assunto per le sorti del Reich
repubblicano la presidenza Hindenburg lo avrebbero dimostrato i fatti di lì a
pochi anni.
Anche dal punto di vista organizzativo la sinistra era uscita assai
indebolita dal 1923: la KPD crollò dai quasi 300.000 iscritti dell’autunno 1923
agli scarsi 100.000 dell’estate 1924; nello stesso periodo la SPD passò da
1.200.000 a 900.000. La militanza nell’ADGB si dimezzò dal 1920 al 1925: da
quasi 8 milioni a poco più di 4; il calo riguardò per altro l’intero movimento
sindacale (dalle AAU di estrema sinistra alle aggregazioni d’indirizzo cattolico e
liberale), che nel 1920 organizzava oltre il 65%dei lavoratori, cinque anni dopo
solo il 34%.
L’indebolimento complessivo si ripercosse anche sul piano elettorale; alle
elezioni del maggio 1924 la sinistra nel suo complesso raccolse solo il 26%
degli elettori (il 15,7% la SPD, il 9,6% la KPD, lo 0,7% la USPD residua), la
percentuale più bassa in tutta la storia della repubblica, perdendo il 6,6% dei
consensi rispetto al 1920. Il calo fu in parte significativa dovuto alle astensioni,
forma estrema di un malessere sociale che si espresse anche tramite un voto di
protesta polarizzato sulle ali estreme dello schieramento politico: nel Reichstag
fu per la prima volta rappresentata in modo consistente la destra
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nazionalpopulista (völkisch, nazisti compresi) con 32 seggi, ed anche il risultato
positivo dei comunisti va letto parzialmente in quest’ottica: 12,6% dei voti
validi e 62 seggi (la SPD ne ottenne 100 con il 20,5%).
Assolutamente incapace di esprimere una maggioranza, il Reichstag restò
in carica solo pochi mesi; a dicembre i tedeschi tornarono alle urne ed i risultati
furono non poco diversi: una parte degli astenuti di maggio questa volta si
espresse, e la protesta perse peso. La sinistra complessivamente se ne
avvantaggiò, giungendo al 27,4% degli aventi diritto, ma al suo interno furono
penalizzati i comunisti, che persero quasi un milione di voti e 17 seggi, mentre
la SPD vide i propri consensi salire da 6 a quasi 8 milioni (26% dei voti espressi)
ed i propri deputati passare da 100 a 133 (un fenomeno per certi versi analogo
si verificò a destra, con la secca riduzione del voto nazionalpopulista e la sua
redistribuzione all’interno del campo liberale e nazionale).
La sconfitta elettorale non rallentò il processo di bolscevizzazione portato
avanti dalla direzione di sinistra della KPD (tra cui spiccavano le figure di Ruth
Fischer ed Ernst Thälmann), che intendevano la riorganizzazione del partito più
che altro come il suo riallineamento alle proprie tesi; ciò equivalse anche alla
liquidazione di quella tradizione luxemburghiana che pure era stata costitutiva
del comunismo tedesco a favore di un leninismo identificato tout court con il
partito di avanguardia, il centralismo democratico e il riconoscimento del ruolo
guida del partito sovietico. Con la successiva lotta contro il trockismo in cui la
direzione della KPD si impegnò in modo spasmodico assimilandolo al
“luxemburghismo” questo processo si radicalizzò (ovviamente non senza
convulsioni, ulteriori fratture interne e periodiche espulsioni dei non allineati
all’ortodossia del momento).
La linea di aperta contrapposizione alla SPD provocava intanto una
progressiva perdita di peso dei comunisti all’interno dei sindacati, e le elezioni
presidenziali del 1925 avrebbero mostrato come circa 800.000 elettori che nel
dicembre 1924 avevano scelto la KPD non erano stati questa volta disponibili a
seguire le sue indicazioni. Improvvisamente, la direzione comunista decise una
svolta radicale, lanciando nuovamente una linea di “fronte unito” rivolta anche
al vertice della SPD; c’erano molti buoni motivi, non ultimo il rischio di una
restaurazione monarchica che l’elezione di Hindenburg e la permanenza al
governo di una coalizione di centrodestra (con l’antirepubblicana DNVP) sotto
la guida del tecnocrate Hans Luther rendevano non impensabile, ma il
mutamento di linea aveva a che fare anche con la rottura tra Stalin ed i suoi
alleati che si stava verificando a Mosca.
17) La KPD ed i conflitti di potere in atto a Mosca; la SPD ed il congresso di
Heidelberg
Proprio dalla città capitale dell’URSS e sede del Komintern sarebbe di lì a
poco venuta la decisiva pressione verso un mutamento del gruppo dirigente:
Ruth Fischer ed i suoi vennero emarginati e la guida fu assunta da Ernst
Thälmann, il cui gruppo si identificò sempre di più con la frazione staliniana
all’interno del PCUS e dell’Internazionale.
Una frazione di estrema sinistra, espulsa dal partito, cercò nel 1926 di
fondare un nuovo Spartakusbund unendosi a fuoriusciti dalla KAPD; la nuova
organizzazione sarebbe durata poco più di un anno. Altri settori della sinistra
comunista, uno dei quali era guidato dal filosofo Karl Korsch, furono espulsi nel
1926 e confluirono in parte nella KAPD; ulteriori espulsioni avrebbero colpito in
49
seguito quei gruppi della sinistra interna che si erano schierati contro Stalin e
con l’opposizione di Leningrado. Nel 1928 questi ultimi si sarebbero raggruppati
nel Leninbund, su una piattaforma antistalinista. Pur dichiarando di non voler
costituire un autonomo partito, il Leninbund si presentò alle elezioni del 1928,
ma ottenne solo 80.000 voti; restò comunque attivo fino al 1933 cercando di
costruire una piattaforma comune con altri gruppi fuorisciti dalla KPD o dalla
SPD.
Anche per effetto delle lacerazioni e dei conflitti interni il numero degli
iscritti al partito comunista rimase in questi anni relativamente limitato,
oscillando tra i 100.000 ed i 150.000; nonostante ciò la KPD poté cogliere
alcuni significativi successi, grazie alla politica di fronte unito con la SPD, nelle
elezioni dei Landtage (i parlamenti regionali) e delle amministrazioni locali,
nonché rafforzare la sua presenza nell’ADGB.
Il punto più alto della collaborazione tra le due ali della sinistra tedesca fu
raggiunto nel luglio 1926, quando un progetto di legge sostenuto da entrambi i
partiti e dall’ADGB perché venisse negato ogni indennizzo ai monarchi tedeschi
spodestati dalla rivoluzione di Novembre riscosse l’approvazione, in un
referendum popolare, di oltre 14 milioni di elettori, ben 4 in più dei voti ottenuti
nel dicembre 1924. Le offerte di collaborazione provenienti dalla direzione
comunista trovavano in quel periodo orecchie relativamente ben disposte nella
socialdemocrazia anche per alcuni sviluppi interni alla SPD; confinata
all’opposizione dalla politica di “blocco borghese” realizzata dagli altri partiti di
centro e di destra, e sottoposta alla pressione di un’ala sinistra ritornata forte
dopo la confluenza della destra della USPD nonché arricchita dall’apporto
intellettuale di gruppi provenienti dalla KPD, la SPD sottolineò nel congresso di
Heidelberg del 1925 il proprio carattere di partito marxista ed operaio,
recuperando in parte lo strumentario teorico del vecchio programma di Erfurt.
Al successivo congresso di Kiel (maggio 1927) il dibattito fu dominato
dalla questione della tattica, posto che nessuno metteva in dubbio gli obiettivi
socialisti del partito; mentre la sinistra, guidata da Paul Levi, sosteneva la
necessità di una rigorosa opposizione ed il rifiuto di alleanze con le forze
borghesi, l’ala moderata, i cui maggiori esponenti erano il presidente del
partito Wels ed il capo del governo di coalizione prussiano Otto Braun, metteva
in guardia dai rischi di uno scivolamento del paese a destra. Nelle analisi di
Rudolf Hilferding, che tenne la relazione introduttiva, il problema delle alleanze
veniva ridotto ad una pura valutazione di opportunità; secondo Hilferding la
difesa della democrazia era interesse primario del proletariato, ed in un
contesto democratico l’azione politica del partito e la pressione di massa del
sindacato potevano aprire la via a riforme indirizzate verso il socialismo.
Questa analisi fu accettata a grande maggioranza; la SPD impostò la propria
campagna elettorale sullo slogan: “Prosecuzione o blocco della politica
sociale”.
18) Le elezioni del 1928, il ritorno della SPD al governo e la teoria del
“socialfascismo”
Nelle elezioni del 1928, caratterizzate da un alto tasso di astensione
(oltre 10 milioni dei 41 aventi diritto non si recarono alle urne) la SPD ottenne il
29,8% dei voti espressi (oltre 9 milioni), il miglior risultato dal 1919, e la KPD il
10,6% (3.200.000). Con 153 deputati il gruppo parlamentare socialdemocratico
era di gran lunga il più forte del Reichstag; il contemporaneo indebolimento
50
della
destra
(in
particolare
della
sua
componente
apertamente
antirepubblicana) poneva all’ordine del giorno la ricostituzione di un gabinetto
a guida socialdemocratica. Sarebbe stata una große Koalizion formata da SPD,
DDP, Zentrum e DVP, sotto la guida, nuovamente, di Hermann Müller, con alle
finanze Rudolf Hilferding; l’ADGB salutò con favore la nuova maggioranza, da
cui si aspettava l’attuazione della “democrazia economica”, cioè l’introduzione
nelle imprese per legge del meccanismo della cogestione, dopo che il tentativo
di realizzare forme di concertazione su base volontaria e verticale, tentato con
la ZAG, era fallito per l’intransigenza mostrata dalla grande industria una volta
passata l’ondata rivoluzionaria.
La KPD intanto era di nuovo alle prese con un cambiamento di linea; la
rottura dell’alleanza tra Stalin e Bucharin e la lotta intrapresa dal primo contro
la “destra” non mancò di far sentire i suoi effetti anche sul partito tedesco, con
effetti dirompenti dopo la convocazione del VI congresso del Komintern e la sua
affermazione sull’apertura di una nuova fase rivoluzionaria. Il tentativo di una
parte dei dirigenti del partito tedesco di indebolire la sinistra interna sfruttando
il coinvolgimento di Ernst Thälmann in vicende di corruzione ad Amburgo si
rovesciò in una disfatta; cominciò l’espulsione della destra, che in pochi mesi
convolse circa 7.000 militanti.
Il 29 dicembre 1928 gli espulsi si riunirono a congresso, e fondarono la
Kommunistische Partei – Opposition (KPO, Partito comunista d’opposizione), in
cui un ruolo centrale fu svolto da August Thalheimer. Punti programmatici
centrali della nuova organizzazione erano la critica alla burocratizzazione
crescente nel movimento comunista e l’opposizione alla svolta a sinistra, con i
suoi corollari: radicalizzazione dei conflitti nel sindacato e teoria del
socialfascismo.
Quest’ultima tesi ricevette nuovo alimento dagli eventi berlinesi del 1°
maggio 1929, quando la contrapposizione frontale tra KPD e SPD, che trovava
alimento da entrambe le parti, sfociò in una giornata di scontri tra manifestanti
comunisti e polizia prussiana (comandata dal socialdemocratico Zörgiebel) la
quale impiegò senza risparmio armi da fuoco contro i manifestanti: ci furono 33
morti, 189 feriti ed oltre 1000 arresti. Da allora la campagna di massa
comunista contro la “socialfascista” SPD non ebbe più tregua, e fu
accompagnata da iniziative oggettivamente scissionistiche nei confronti
dell’ADGB, nell’ipotesi che fosse più importante puntare all’aggregazione dei
non organizzati. Il 30 novembre 1929 si riunì a Berlino il primo congresso della
Revolutionäre Gewerkschaftsopposition (RGO – Opposizione sindacale
rivoluzionaria, l’organizzazione dei comunisti impegnati a livello sindacale), che
ribadì la teoria del socialfascismo e, pur senza lanciare appelli aperti alla
scissione, affermò la necessità di lottare anche contro l’ “aristocrazia operaia”
che avrebbe dominato i sindacati ufficiali.
Il governo Müller procedeva intanto tra contrasti quotidiani, poiché la
coalizione tra SPD e partiti borghesi era intrinsecamente fragile e la situazione
sociale era tutt’altro che rassicurante; nonostante la congiuntura economica
fosse positiva il tasso di disoccupazione rimaneva alto, e avrebbe raggiunto di lì
a poco quote astronomiche, superando nel gennaio 1930 i 3 milioni. Nella SPD
l’ala sinistra si andava progressivamente rafforzando attorno alla rivista “Der
Klassenkampf”, che, ispirandosi all’austromarxismo, aveva coagulato attorno a
sé vecchi quadri della USPD e giovani socialisti. Al congresso di Magdeburgo
(maggio 1929) la sinistra raccolse su una mozione contraria all’aumento delle
spese militari e fortemente critica verso le forze armate il voto del 40% dei
51
delegati. Della consistenza di queste posizioni nel partito si era già avuta prova
nei mesi precedenti: nell’agosto 1928 il governo aveva approvato all’unanimità
la costruzione di una nave da battaglia corazzata; nelle settimane successive si
avviò dall’interno della socialdemocrazia un’ondata di proteste che portò tre
mesi dopo il gruppo parlamentare a votare contro il progetto, obbligando i
propri rappresentanti nel governo ad adeguarsi.
La coalizione sarebbe definitivamente naufragata tra l’autunno 1929 e la
primavera 1930 sulla questione del risanamento del bilancio dello Stato, su cui
continuavano a pesare tra l’altro le riparazioni di guerra imposte a Versailles.
C’era poco spazio per mediare tra le posizioni opposte della SPD e della DVP: la
prima proponeva di aumentare le tasse, in particolare sul capitale, la seconda
di ridurre drasticamente le prestazioni sociali, tra cui i sussidi di
disoccupazione. La prima vittima del conflitto fu il ministro delle Finanze
Hilferding, che si dimise a dicembre 1929, la seconda il governo stesso, che ne
seguì le sorti nel marzo successivo. La resistenza opposta dalla SPD di fronte al
tentativo di coinvolgerla nella distruzione dello Stato sociale da essa stessa
costruito fu appoggiata con veemenza dall’ADGB, pressata da un lato
dall’agitazione della RGO, cosciente dall’altro dell’insoddisfazione crescente dei
lavoratori anche nei propri confronti.
Del resto, la controversia aveva un significato che trascendeva il
problema in sé; importanti gruppi di potere (la Reichswehr, la grande industria,
la grande proprietà terriera) avevano deciso di puntare ad una svolta
autoritaria, i cui punti cardini erano l’espulsione della SPD dal governo, la secca
riduzione dei poteri del parlamento, la costruzione di un regime autoritario
fondato sui poteri del Reichspräsident. Corollari erano la fine di ogni forma di
collaborazione con i sindacati, il cui ruolo all’interno delle istituzioni doveva
essere annichilito.
Un ruolo cardine in questo quadro lo giocò ovviamente Hindenburg, il
quale incaricò l’esponente della destra del Zentrum Heinrich Brüning di
costituire una Presidialregierung. Per la repubblica di Weimar era scoccata l’ora
finale; mai più ci sarebbe stato un governo dotato di maggioranza
parlamentare, Brüning, Schleicher, von Papen, Hitler si sarebbero tutti
appoggiati sull’interpretazione anticostituzionale dell’articolo 48 che
l’antirepubblicano presidente della repubblica ed il suo entourage avevano
cara.
19) Le elezioni del 1930 ed il boom crescita elettorale della NSDAP
Di fronte all’impossibilità di far approvare il bilancio, Brüning decise di
ricorrere al potere presidenziale di scioglimento del Reichstag, ma le elezioni di
settembre 1930, in una situazione dominata dal crescere della disoccupazione
e dalle continue riduzioni salariali decise dagli imprenditori, nonostante la
strenua resistenza opposta dagli operai, crearono una situazione di
ingovernabilità; la percentuale dei votanti salì all’81%, ma a benificiarne fu
principalmente la destra nazionalpopulista ed antisemita: la NSDAP di Hitler
ottenne il 18,3% dei voti validi, pari a 107 deputati, convogliando su di sé quasi
la metà della base elettorale del campo nazionale (i partiti del centrodestra, ad
eccezione del cattolico Zentrum, subirono infatti un fortissimo deflusso a favore
dei nazisti).
In linea di principio il campo socialista continuava a superare quello
nazionale, con il 30,7% degli aventi diritto contro il 27,3 (anzi, era lievemente
52
migliorato rispetto al 1928, quando si era fermato al 30,1%), ma il contesto
politico rendeva impossibile sommare gli 8.500.000 voti socialdemocratici (il
24,5% dei voti validi) con i 4.500.000 suffragi comunisti (il 10,6%). Il gruppo
parlamentare SPD rimaneva il più forte (143 deputati), ma per fare che cosa?
La direzione del partito finì per scegliere la “tolleranza” nei confronti di
Brüning, convinta che né a destra (vista la deriva verso la NSDAP), né a sinistra
(data la politica di “classe contro classe” sostenuta dalla KPD) fosse possibile
trovare alleati per la difesa della repubblica; l’obiettivo era prendere tempo
nella speranza che l’allentarsi della crisi economica avrebbe indebolito le forze
radicali. Va sottolineato come non soltanto la razionalità politica, ma anche la
cultura profondamente radicata nella SPD spingessero i suoi capi in questa
direzione; trasformarsi da partito della repubblica in partito della (potenziale)
guerra civile andava al di là della loro concezione politica; come dichiarò Erich
Ollenhauer al congresso socialdemocratico di Lipsia, del 1931, la SPD voleva
realizzare il socialismo “per mezzo della democrazia ed attraverso il
convincimento”.
La tolleranza verso Brüning fu duramente criticata dalla sinistra del
partito, che riteneva si dovessero mobilitare le masse contro il cancelliere, il
suo governo e la sua politica deflazionistica puntando ad una soluzione
rivoluzionaria della crisi. Contro alcuni dei suoi esponenti furono avviati dalla
direzione provvedimenti disciplinari, che sfociarono in una scissione capeggiata
da Kurt Rosenfeld e Max Seydewitz; nel settembre 1931 essi fondarono la
Sozialistische Arbeiterpartei Deutschlands (SAPD – Partito socialista operaio),
che raggruppò attorno a sé circa 25.000 militanti concentrati in Sassonia,
Turingia, Assia.
Accanto a molti giovani (tra cui Herbert Frahm, più noto con il nome di
battaglia di Willi Brandt) entrarono nel nuovo partito socialista di sinistra
parecchi ex militanti della USPD e non pochi intellettuali di prestigio, tra cui
Carl von Ossietzky, Lion Feuchwanger ed Albert Einstein; la SAPD non riuscì a
diventare un partito di massa (nelle due tornate elettorali del 1932 ebbe
rispettivamente 72.000 e 45.000 voti), ma assieme ad altre organizzazioni
minoritarie che si collocavano politicamente tra la SPD e la KPD
(l’Internationaler Sozialistischer Kampfbund, i Rote Kämpfer, il Leninbund, la
KPO) costituì una rete che funzionò come un centro di rinnovamento del
pensiero socialista e, attraverso la fase della Resistenza clandestina, giunse ad
impregnare di sé il movimento operaio tedesco del secondo dopoguerra.
Una notevole insoddisfazione per la politica della direzione era diffusa
anche nella destra apertamente riformista della SPD, tra personaggi come
Carlo Mierendorff, Julius Leber, Kurt Schumacher, che sostenevano la necessità
di combattere apertamente il nazionalsocialismo e di rinnovare il partito, la cui
presa sul mondo giovanile era assai ridotta.
Né i rinnovatori di sinistra né quelli di destra ebbero però successo; l’atto
politicamente più importante compiuto in questa fase dalla SPD fu la
costituzione dell’Eiserne Front (Fronte di ferro), una organizzazione militante di
difesa della repubblica che nacque dall’alleanza tra socialdemocrazia, ADGB e
la milizia repubblicana Reichsbanner Schwarz-Rot-Gold (Stendardo del Reich
Nero-Rosso-Oro), costituita nel 1924 dai tre partiti della coalizione weimariana
come strumento di autodifesa dal terrorismo della destra antirepubblicana ma
diventata, nel corso degli anni, un’organizzazione composta sostanzialmente
da socialdemocratici.
L’immobilismo della SPD portò con il passare dei mesi al raffreddarsi dei
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rapporti con l’ADGB, che non poteva permettersi una strategia di attesa in un
momento in cui dovevano fare i conti con la disoccupazione di massa e con la
pressione degli imprenditori per una riduzione dei salari; poiché l’arma dello
sciopero, in un simile contesto, aveva perso molta della sua efficacia, il
sindacato cercò di raggiungere intese di vertice con le organizzazioni
imprenditoriali, invocando il comune interesse al superamento della crisi e
sviluppò un progetto di rilancio dell’economia (cosiddetto piano WTB14)
attraverso forti investimenti pubblici che avrebbe potuto essere realizzato
soltanto attraverso l’intervento dello Stato.
Furono pertanto conseguenti il progressivo allentamento dei legami con
la socialdemocrazia ed il tentativo di trovare interlocutori nei settori populisti
della destra. Per ironia della sorte, molti punti del piano WTB furono poi
realizzati dai nazisti, ma senza il pur sempre scomodo interlocutore sindacale.
Dal canto suo, la KPD valutò l’indubbio successo elettorale del 1930 come
la prova della correttezza della linea “classe contro classe”, che radicalizzò
ulteriormente; la RGO si strutturò come un sindacato di partito e la situazione
politica creatasi dopo le elezioni del 1930 venne definita come foriera di uno
sviluppo rivoluzionario. La SPD rimase il nemico principale, mentre la NSDAP fu
ritenuta un fenomeno passeggero; di conseguenza qualsiasi ipotesi di
collaborazione in funzione antinazista (tutt’altro che infrequente a livello di
organizzazioni di base) venne stigmatizzata.
20) 1932: il “colpo di Prussia”
La rielezione di Hindenburg nel 1932, con l’appoggio anche dei
socialdemocratici che lo considerarono l’unico candidato in grado di
sconfiggere Hitler; la sostituzione alla cancelleria di Brüning con Franz von
Papen (anch’egli proveniente dalla destra del Zentrum ma poi resosi
indipendente), che mise in piedi un gabinetto con ministri provenienti in gran
parte dalla DNVP e che esautorò, con un vero e proprio colpo di Stato, il
governo prussiano guidato da Otto Braun (bastione repubblicano nel Reich), ed
infine le elezioni del luglio 1932 in cui, con il 37,2% dei voti espressi (quasi 14
milioni) e 230 seggi la NSDAP divenne il primo partito del Reichstag segnarono
con un crescendo inarrestabile la svolta a destra e l’inizio della fine per la
sinistra, destinata a seguire le sorti della repubblica che – volente o nolente –
aveva creato.
Dal 1930 l’amministrazione prussiana, saldamente controllata dalla
socialdemocrazia in alleanza con i cattolici del Zentrum, e la sinistra liberale
(nonché, talvolta, la destra liberale) e profondamente democratizzata nelle sue
strutture dopo il putsch di Kapp, era entrata nel mirino delle forze ostili alla
repubblica, che avevano trovano in Hindenburg il loro punto di equilibrio. Esse
avevano ben chiaro che, per distruggere la democrazia weimariana dovevano
prima aver ragione della Prussia. Il primo cancelliere a capo delle
14 Così chiamato dalle iniziali dei cognomi dei suoi estensori, il consulente economico
dell’ADGB Wladimir Woytinski, il presidente del sindacato dei lavoratori del legno Fritz Tarnow
ed il deputato socialdemocratico Fritz Baade, il piano WTB prevedeva l’assorbimento di un
milione di disoccupati da impiegare in lavori pubblici finanziati con un prestito erogato dalla
Reichsbank; ciò avrebbe tonificato la domanda di beni di consumo determinando la ripresa di
altri settori produttivi e dando origine ad un circolo virtuoso. Gli autori ritenevano che il rischio
inflazionistico fosse nullo vista la colossale sottoutilizzazione dell’apparato produttivo a causa
della crisi.
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Presidialregierungen concepite come prodromo di una restaurazione
autoritaria, Heinrich Brüning, non prese però iniziative contro Otto Braun ed i
suoi, non foss’altro perché aveva bisogno – per reggersi al di là degli affari
correnti – della tolleranza della SPD.
Nel 1931 fu lo Stahlhelm, l’organizzazione degli ex combattenti di
orientamento antirepubblicano, a scendere in campo proponendo un
referendum per lo scioglimento del Landtag prussiano; l’iniziativa fu
sottoscritta dalla DNVP (legata allo Stahlhelm da stretti rapporti di
collaborazione), dalla DVP, ed anche – paradossalmente – dalla KPD, sia pure in
un secondo tempo. Le motivazioni del comportamento della direzione
comunista vanno ricercate in forti pressioni giunte da Mosca, che trovarono
accoglienza in quei quadri che più si identificavano con la tesi del
socialfascismo. Nonostante ciò, una parte significativa della base della KPD non
seguì l’indicazione dei vertici, ed il referendum (svoltosi ad agosto) fu un
fallimento.
Evitata allora, la crisi esplose nel 1932, per iniziativa di von Papen.
Nell’aprile le elezioni per il Landtag avevano dato vita ad un’assemblea
pressoché ingovernabile: il governo Braun non aveva più la maggioranza, ma
nemmeno la destra era in grado di esprimere una coalizione maggioritaria.
Uniche possibilità erano un’alleanza tra cattolici del Zentrum e
nazionalsocialisti, accettata obtorto collo dagli stessi socialdemocratici, oppure
un eventuale appoggio esterno della KPD alla vecchia coalizione di
centrosinistra, eventualità quest’ultima assai improbabile ma non del tutto
impossibile, tenuto conto di una certa attenuazione della polemica
antisocialdemocratica che proprio in quelle settimane era riscontrabile nella
propaganda comunista.
Mentre erano in corso complesse trattative, in Prussia si scatenò la
violenza di piazza delle SA, sciolte nei mesi precedenti da Brüning su richiesta
di parecchi governi regionali (Prussia, Assia, Baden, financo Baviera) e
prontamente riammesse nella legalità da von Papen15. Alle milizie brune di
Röhm si opposero manu militari i militanti del Roter Frontkämpferbund
comunista, nonostante la direzione della KPD avesse invitato con fermezza i
membri del partito ad astenersi da atti di violenza individuale.
L’unica, precaria, via d’uscita sarebbe stata, per il governo prussiano
ancora in carica per gli affari correnti dichiarare lo stato di emergenza nel Land
e ripristinare sul suo territorio il divieto contro le SA, contando sulla fedeltà dei
reparti della polizia prussiana, i cui quadri erano funzionari di sicure convinzioni
repubblicane. Mancò la volontà di prendere una simile, drastica, misura, che
sicuramente avrebbe aperto un conflitto assai grave con il governo del Reich,
dando però alla SPD la possibilità di porsi alla guida di un fronte repubblicano e
– forse – mettendo alle strette i comunisti. Anche in un contesto del genere, i
rapporti di forza sarebbero restati sfavorevoli, ma valeva la pena di tentare.
L’alternativa sarebbe stata – e fu – la resa senza condizioni.
Il 20 luglio von Papen informò le autorità del più grande ed importante
Land tedesco che il presidente Hindenburg aveva sottoscritto un decreto
d’emergenza con cui scioglieva il governo regionale, ordinava alla Reichswehr
di prendere nelle proprie mani l’ordine pubblico in territorio prussiano, e
15 Fu proprio il divieto della milizia nazista a deteriorare i rapporti fra Hindenburg e Brüning,
determinando la caduta di quest’ultimo, a cui il Reichspräsident ritirò la fiducia, concessa di lì a
poco a von Papen che si era impegnato con la direzione della NSDAP a revocare la messa fuori
legge delle schiere di Ernst Röhm.
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nominava il cancelliere stesso commissario con pieni poteri in Prussia. La
misura, da tempo nell’aria e frutto di una precisa intesa tra il cancelliere ed il
Reichspräsident, violava ad un tempo le Costituzioni del Reich e del Land, ma
ciò non costituiva certo una remora per il cattolico barone vestfalico ed il
luterano Junker d’Oltr’Elba.
Da pare delle autorità prussiane l’unica possibilità di opporsi sarebbe
stato dichiarare apertamente l’illegittimità del decreto di scioglimento e
lanciare un appello alla resistenza, che avrebbe potuto concretizzarsi in uno
sciopero generale, in un’ondata di manifestazioni di massa, nella mobilitazione
della polizia prussiana e del Reichsbanner Schwarz-Rot-Gold, forte in Prussia di
250.000 membri. Va da sé che ormai i rapporti di forza si erano fatti vieppiù
sfavorevoli, e che una controffensiva militante avrebbe dovuto mettere in conto
la forte probabilità di uno scontro militare con la Reichswehr. Alternative d’altro
genere non erano però all’ordine del giorno.
Come poche settimane prima, alla socialdemocrazia di Prussia mancò il
coraggio e forse anche la fantasia politica (Martin Broszat). L’unica azione
intrapresa da Otto Braun e sodali fu un ricorso alla Corte suprema, che sedeva
a Lipsia. Il 25 ottobre i supremi magistrati l’avrebbero respinto. Nel frattempo
l’autorità commissariale aveva provveduto ad avviare una drastica epurazione
tra i funzionari pubblici di orientamento repubblicano. Non solo dirigenti
socialdemocratici, ma anche cattolici e liberali di sinistra furono cacciati via
senza pietà, e sostituiti con colleghi favorevoli ad un ritorno all’ordine
tradizionale.
21) 1932: la crisi precipita
Nella tornata elettorale del luglio 1932, in cui riscosse il 37,8% dei
consensi sugli aventi diritto, il campo nazionale era tornato sulle posizione che
aveva negli anni Ottanta dell’Ottocento, nel periodo delle leggi antisocialiste,
con in più il fatto che lo svuotamento del centrodestra a favore dei nazisti
aveva fatto passi da gigante; la sinistra resisteva con il 30% degli elettori
(21,5% dei voti espressi, pari a poco meno di 8 milioni di voti e 133 deputati la
SPD; 14,2% con oltre 5 milioni e 89 deputati la KPD), ma non riusciva a
raccogliere il potenziale di protesta che questa volta non si era espresso
nell’astensione ma era stato intercettato dalla destra nazionalpopulista e
antisemita (con una partecipazione dell’83,39%, le elezioni del luglio 1932
registrarono la percentuale di votanti più alta in tutta la storia della repubblica
se si esclude la tornata del marzo 1933, svoltasi già con Hitler al governo).
Con la fine dell’era Brüning cessò anche la tolleranza socialdemocratica
verso le Presidialregierungen, e si passò ad un atteggiamento di ferma
opposizione; dato che dal maggio la KPD aveva sfumato la linea di
contrapposizione frontale con la SPD ed i sindacati, parvero aprirsi spazi per
un’azione comune antifascista, che vennero prontamente utilizzati dalle
strutture locali delle tre organizzazioni per avviare una collaborazione contro le
camicie brune. L’entusiasmo con cui l’aprirsi di uno spazio d’azione unitario era
stato accolto dalla base portò tuttavia la direzione comunista a ribadire la
teoria del socialfascismo; che la socialdemocrazia fosse il nemico principale fu
dichiarato dal comitato centrale comunista ancora nel maggio 1933!
D’altro canto, anche le direzioni della SPD e dell’ADGB erano tutt’altro
che entusiaste verso una politica di fronte unito con una forza politica che a
quel punto annoveravano tra i nemici della repubblica; l’ipotesi riscosse invece
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vasto consenso tra l’intelligencija di sinistra e nelle organizzazioni minoritarie
come la SAPD e la KPO, che però erano troppo deboli per giocare un ruolo
decisivo.
Convinti dell’impossibilità di salvare la repubblica con un’azione decisa di
lotta (come lo sciopero generale del 1920 contro Kapp e Lüttwitz), che a questo
punto avrebbe dovuto mettere in conto la quasi certezza dello scontro militare
(senza contare il fatto che la crisi economica aveva assai ridotto la possibilità
materiale di mettere in campo la forza dei lavoratori organizzati),
socialdemocratici e sindacalisti finirono con riporre tutte le proprie speranze
nella scheda elettorale; gli appelli indirizzati in questi mesi ai propri militanti
dalla SPD si concludevano sempre con l’invito a “mantenere i nervi saldi”, “il
sangue freddo”, la “disciplina”. E nulla più.
E’ difficile valutare quanto la base politica e sociale della movimento
operaio fosse disponibile a scendere in campo aperto; difficoltà tanto di ordine
politico (la divisione in partiti contrapposti), quanto di ordine sociale (gli effetti
della crisi in primi luogo, con la disoccupazione che aveva raggiunto i 6 milioni)
contribuivano a diffondere insicurezza e sfiducia, tanto è vero che non ci fu
alcuna manifestazione spontanea che puntasse a scavalcare le direzioni
politiche.
E’ senz’altro probabile che uno sciopero generale insurrezionale potesse
concludersi con una sconfitta, ma forse avrebbe segnato una cesura ed
accumulato un capitale morale e politico da cui la sinistra avrebbe potuto
ripartire. Ciò non avvenne.
Nella seconda parte del 1932 l’ADGB cercò di liberarsi dai suoi legami con
la SPD prestando orecchio, alla fine dell’anno, anche al nazionalismo populista
del successore di von Papen, il generale Kurt von Schleicher; nella
socialdemocrazia si rafforzarono le posizioni legaliste, nella KPD la linea “classe
contro classe” portò all’elaborazione di una linea propagandistica che
mescolava radicalismo di sinistra con slogan nazionalistici contro “il sistema di
Versailles” e per la revisione dei confini del Reich decisi dal trattato di pace,
con l’obiettivo di conquistare il consenso di quei settori proletari (disoccupati in
particolare) che si erano lasciati attrarre dalla NSDAP.
A
Berlino
la
RGO
e
l’organizzazione
nazista
di
fabbrica
(Nationalsozialistische Betriebszellen-Organisation, NSBO, egemonizzata dalla
“sinistra” della NSDAP guidata dai fratelli Straßer) giunsero ad organizzare
assieme, all’inizio di novembre 1932, uno sciopero dei tranvieri, diretto
principalmente contro la SPD e l’ADGB. Le elezioni, nuovamente anticipate, del
novembre 1932, parvero per certi versi dar ragione sia alla tattica della SPD
che a quella della KPD; una parte del voto di protesta rifluì nell’astensione, la
NSDAP perse 2 milioni di voti e 34 deputati, la sinistra mantenne
sostanzialmente le sue posizioni (con il 29,8% degli aventi diritto), ma con un
travaso di suffragi e seggi dalla SPD (poco più di 7 milioni di suffragi e 121
deputati) alla KPD (quasi 6 milioni di voti e 100 deputati).
Tuttavia a quel punto i giochi erano sostanzialmente fatti: un blocco di
potere che andava dalla Reichswehr alla grande industria, dallo Junkertum
all’alta burocrazia antirepubblicana premeva su Hindenburg perché nominasse
cancelliere Adolf Hitler. Il 30 gennaio 1933 ciò sarebbe diventato realtà. Nei
mesi successivi la sinistra tedesca, in tutte le sue componenti, sarebbe stata
polverizzata dal rullo compressore nazionalsocialista, nonostante nelle elezioni
di marzo 1933, svoltesi sotto la pressione ed il terrorismo delle SA, fosse
comunque riuscita ad ottenere il consenso del 27,1% degli aventi diritto. La
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KPD misurò quanto effimero fosse stato il suo successo di novembre perdendo
oltre un milione di voti (e 19 deputati); la SPD mantenne sostanzialmente i
suffragi di allora e ottenne 120 deputati.
Mentre l’ADGB cercò di trovare un compromesso con il nuovo regime
(sarebbe poi stata messa fuori gioco manu militari il 2 maggio 1933), nella SPD
cominciò a farsi strada la comprensione che non si era di fronte ad una
riedizione delle leggi antisocialiste, ma ad una repressione capillare fino ad
allora mai sperimenta e che si rendeva necessario ricominciare da capo.
Nonostante alcuni tentativi di trovare un modus vivendi con il regime,
nell’ipotesi che si sarebbe attenuto almeno formalmente alla legalità, il partito
fu rapidamente messo in condizione di non poter funzionare ed infine, il 22
giugno 1933, posto fuori legge.
La KPD dovette sostenere fin dal primo momento tutto il peso dell’attacco
nazionalsocialista; al partito fu addossata la responsabilità del tentato incendio
del Reichstag (avvenuto nella notte tra il 27 ed il 28 febbraio 1933) e da allora
ai deputati comunisti fu fisicamente impedito dalle SA di partecipare ai lavori
parlamentari. Formalmente, la KPD fu collocata nell’illegalità il 14 luglio 1933,
per effetto della legge che proibiva l’attività di ogni partito che non fosse la
NSDAP, ma di fatto era stata da mesi ricacciata nella clandestinità.
22) La resistenza comunista e socialdemocratica 1933-1939
Dall’estate del 1933 la storia della sinistra tedesca si intreccia
strettamente (e per una prima - lunga - fase sostanzialmente coincide) con
quella della resistenza antinazista. Di fatto, le forze della sinistra crollarono
come giganti dai piedi di argilla davanti al potere nazionalsocialista; né il
socialdemocratico Reichsbanner, né l’Eiserne Front, né il comunista Kampfbund
gegen den Faschismus furono in grado di opporsi alla violenza di piazza delle
SA.
Al di là delle indubbie differenze di natura politica ma anche sociale (la
KPD ebbe sempre tra i suoi militanti una composizione più giovane rispetto alla
SPD, e nell’ultima fase della repubblica divenne in parte significativa un partito
composto da disoccupati), le due ali del movimento operaio tedesco avevano
molto in comune: entrambi erano partiti solidamente radicati nella classe
operaia (nel 1927 tra i militanti comunisti gli operai erano il 68%, tra quelli
socialdemocratici il 73%; non c’erano differenze tra le due organizzazioni per
quanto riguarda la presenza di lavoratori qualificati e di manovali) che nella
Germania del tempo – caratterizzata da una netta separazione tra i gruppi
sociali e da una scarsissima mobilità sociale – rappresentavano uno strato
molto compatto: nel 1929 gli operai figli di operai erano il 79% del totale, e
costituivano entità fortemente maschili: la percentuale delle donne tra gli
iscritti era, verso la fine degli anni Venti, di un quinto per la SPD, di un sesto
per la KPD.
La socialdemocrazia mantenne e sviluppò ulteriormente nel periodo
weimariano la sua ricchissima rete di associazioni culturali, sportive, musicali,
ginnastiche, cooperativistiche e così via; man mano che approfondivano il loro
divario dal vecchio partito i comunisti provvidero a costruire un analogo
apparato, per quanto di minori dimensioni (il Roter Frontkämpferbund, Lega
rossa degli ex combattenti, aveva nel 1925 100.000 aderenti; nel 1931 il
Verband proletarischer Freidenker – Associazione proletaria dei liberi pensatori
– 102.000 e la Kampfgemeinschaft für rote Sporteinheit – Gruppo di lotta per
58
l’unità sportiva rossa – quasi 80.000).
Un ulteriore elemento comune alle due ali del movimento operaio
tedesco negli ultimi anni di Weimar fu l’insufficiente tematizzazione del
fenomeno fascista così come si era manifestato in Italia all’inizio degli anni
Venti. Eppure Hitler non faceva mistero, nella tattica politica che impiegava
come nell’armamentario simbolico di cui si serviva (divise, saluto, rituali
collettivi), di considerarsi allievo di Benito Mussolini! La propaganda
socialdemocratica faceva bensì uso dell’epiteto “fascista” affibbiandolo ai
nemici della repubblica (i comunisti – come si è detto – ne abusavano
oltremodo), ma all’utilizzo polemico del termine non corrispondeva
l’approfondimento del concetto e l’analisi del regime strutturatosi a Sud del
Brennero. Si tenga presente che ancora l’8 febbraio 1933, quando già da una
settimana Adolf Hitler era cancelliere del Reich, l’organo socialidemocratico
“Vorwärts” uscì con il seguente titolo: “Berlino non è Roma”…
Ben presto la SPD fu costretta a prendere atto che la repressione
nazionalsocialista era ben altra cosa dalle leggi antisocialiste di Otto von
Bismarck; analogamente, la KPD dovette convincersi (sia pur in un arco di
tempo più lungo) che, ben lungi dal rappresentare un’estrema convulsione
reazionaria a cui sarebbe seguita una nuova ondata rivoluzionaria, il regime
hitleriano si sarebbe dimostrato relativamente stabile e – ciò che più conta –
perfettamente in grado di impedire ogni forma stabile di propaganda di massa.
L’effetto più drammatico, per una struttura come il movimento operaio che
traeva la sua forza solo e soltanto dal rapporto quotidiano con i lavoratori,
organizzati e non, fu di tranciare ogni rapporto tra masse ed organizzazioni.
Di conseguenza tra resistenza politica organizzata e conflitto sociale ovviamento tutt’altro che scomparso nella Volksgemeinschaft nazionalsocialista
- si aprì uno iato destinato ad allargarsi col passare del tempo, che finì col
condannare la prima alla mera testimonianza (senza che per questo se ne
possa sottovalutare in alcun modo il profondo significato etico), e per togliere al
secondo qualsiasi possibilità di trovare sbocchi di natura politica. Naturalmente,
la dicotomia è di carattere idealtipico: nella temperie determinata dal
nazionalsocialismo da un lato finirono con l’approdare al Widerstand
(Resistenza) organizzato personaggi prima lontani dal movimento operaio e dal
socialismo, dall’altro quadri sindacali e militanti di base (magari totalmente
sganciati dalle reti antinaziste propriamente dette) furono spesso presenti ed
attivi negli episodi di conflittualità che non mancarono di manifestarsi, in
fabbrica ed altrove, nei primi sei anni di vita del Terzo Reich.
Nel 1932 la KPD era forte di circa 300.000 iscritti, la SPD raggiungeva il
milione, le Freie Gewerkschaften tesseravano oltre 3.500.000 di lavoratori; altre
decine di migliaia erano gli organizzati nei gruppi socialisti minori (definiti dalla
storiografia tedesca linke Zwischengruppen, cioè gruppi di sinistra intermedi,
perché si collocavano politicamente tra i due partiti maggiori, sostenevano la
necessità di realizzare forme di unità tra tutte le istanze del movimento operaio
ed erano nati – quasi tutti – da scissioni di sinistra della SPD o di destra della
KPD, quantunque non mancassero organizzazioni che pur facendo parte di
quell’area avevano avuto origine da correnti di estrema sinistra. Tra questi
ultimi i Rote Kämpfer, che provenivano dalla KAPD, ed i trockijsti).
Ovviamente, la grande maggioranza degli iscritti ai partiti di sinistra ed al
sindacato non ebbe parte attiva nel Widerstand; moltissimi si rinchiusero in una
dimensione rigorosamente privata, altri trovarono forme più o meno
compromettenti di accomodamento col regime, non pochi però continuarono
59
ad incontrarsi regolarmente con amici, compagni di lavoro, vicini di casa con
cui condividevano gli orientamenti politici ed ideali dando vita ad un tessuto di
piccoli gruppi di discussione e dibattito che – per quanto completamente
sganciati dalle reti organizzate – costituirono un ostacolo non irrilevante alla
penetrazione nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari che erano stati
roccaforti del movimento operaio della propaganda nazista ed un freno
significativo all’atomizzazione sociale che era l’altra faccia della
Volksgemeinschaft cara al regime.
Non è facile dar conto di questa realtà che, per sua natura, non ha
lasciato tracce se non nei casi in cui nuclei del genere abbiano attirato su di sé
l’attenzione della Gestapo; ricerche condotte con fonti orali e fonti
memorialistiche prodotte da militanti di base ne attestano tuttavia la
consistenza. Ciò spiega, del resto, l’impressionante rapidità con cui si
ricostituirono, immediatamente dopo l’arrivo degli Alleati, le organizzazioni di
base del movimento operaio tedesco. Ben prima che si riorganizzassero i vertici
dei partiti, i cui leader dovevano tornare dall’esilio, furono le sezioni di villaggio
e di quartiere a rinascere, quasi sempre su iniziativa di reti informali come
quelle appena descritte. Non dimentichiamo che il Terzo Reich durò solo dodici
anni, un tempo troppo breve per spegnere idee, valori, visioni del mondo che in
Germania si erano profondamente radicati nei decenni precedenti.
Se consideriamo invece il Widerstand come tale, si devono fare i conti
con distinte e parallele vicende, in cui le precedenti fratture e contrapposizioni
si prolungarono: ci fu una resistenza comunista, un’altra socialdemocratica,
un’altra ancora che coinvolse i linke Zwischengruppen, ed infine quella
sindacale. Un ulteriore dicotomia, trasversale alle altre, era rappresentata dal
pur necessario sdoppiamento delle strutture organizzative in apparati
clandestini attivi in territorio metropolitano e centrali in esilio collocate
all’estero, preferibilmente nei paesi confinanti con la Germania (in particolare
Praga e Parigi giocarono un ruolo chiave, oltre a Mosca per i soli comunisti).
Non di rado tra militanti dell’interno e dell’estero si aprirono contraddizioni e
conflitti, derivanti in primo luogo dalle esperienze radicalmente diverse che gli
uni e gli altri facevano. Altre volte la caduta di un centro interno da un lato
privava gli esiliati del proprio referente, dall’altro obbligava i gruppi attivi
nell’illegalità a decidere da soli senza poter consultare la direzione esterna.
La KPD continuò fino al VII congresso del Komintern (agosto 1935) a
sostenere la sostanziale equivalenza di fascismo e socialdemocrazia; fino a
tutto il 1934 la tesi prevalente nella direzione del partito valutava il regime
hitleriano come una fase reaziononaria di breve durata, a cui sarebbe seguita
una rinnovata offensiva della classe operaia. Si trattava perciò di reggere l’urto
della repressione impegnando tutte le proprie forze nell’attività di propaganda
e di orientamento delle masse.
Condotta con uno spirito di sacrificio ed una tenacia degne della massima
ammirazione, l’attività clandestina dei militanti comunisti ebbe però esiti
catastrofici: alla fine del 1934 erano ben i 2.000 quadri della KPD morti per
mano della repressione hitleriana, ed altri 60.000 giacevano in carcere od in
campo di concentramento. La miscela di organizzazione clandestina e
propaganda di massa (decine di migliaia di copie di volantini, giornali,
comunicati furono diffusi in quei mesi nelle fabbriche, nelle piazze, nei quartieri
operai) per forza di cose condotta – sia pur con tutte le cautele possibili –
praticamente alla luce del sole impose un prezzo altissimo, a conti fatti
insostenibile, tanto più che di scioperi di massa e proteste insurrezionali non
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compariva il minimo segno.
Prima ancora che la direzione cambiasse linea, era stata la base a
prendere le distanze dall’agitazione indiscriminata riorganizzandosi in piccoli
gruppi sostanzialmente chiusi gli uni agli altri, e perciò in grado di reggere
meglio alle infiltrazioni ed alle investigazioni della polizia. In seguito alla svolta
dell’agosto 1935 la KPD fece propria la linea dei fronti popolari, e
contemporaneamente diede maggiore autonomia alle reti interne ancora non
smantellate invitando i militanti, laddove fosse possibile, ad entrare nelle
organizzazioni di massa del regime, individuate come terreno adatto ad un
lavoro politico molecolare.
Ovviamente, la costruzione di un eventuale fronte popolare poteva
avvenire solo nell’esilio, richiedendo contatti ai più alti livelli. La proposta
comunista doveva fare i conti con l’atteggiamento assai critico di almeno una
parte della direzione socialdemocratica all’estero, ma altresì con la disponibilità
delle organizzazioni minori (linke Zwischengruppen), che dell’unità avevano
fatto la propria bandiera, nonché di prestigiosi intellettuali come Heinrich Mann
che da tempo avevano lasciato la Germania.
Nonostante un proficuo avvio a Parigi, grazie all’impegno di Willi
Münzenberger che nel 1936 era riuscito a costituire un comitato (Lutetia-Kreis)
formato da socialdemocratici, comunisti, intellettuali e rappresentanti dei
gruppi minori (tra i suoi membri Ernst Bloch, Walther Ulbricht, Rudolf
Breitschied, Willi Brandt), il tentativo di dar vita al fronte popolare tedesco
sarebbe fallito nel 1937, di fronte sia alle divergenze di prospettiva, sia
all’irrigidimento provocato nelle file della KPD dai processi di Mosca (grande
purga in cui venne travolta dalla repressione staliniana gran parte della vecchia
guardia bolscevica e non solo). Da parte dei dirigenti comunisti (di Ulbricht in
particolare) venne avviata una campagna contro le componenti di sinistra
critica del comitato (la SAPD e raggruppamenti analoghi), accusati di
“trockijsmo”; d’altro canto gli echi di ciò che stava avvenendo nell’URSS ebbero
un pesante effetto deterrente sulle componenti non comuniste del LutetiaKreis. L’annuncio nell’estate del 1939 della firma del patto di non-aggressione
tra Berlino e Mosca contribuì vieppiù ad approfondire il fossato tra le diverse
organizzazioni, creando inoltre disorientamento e crisi anche in non pochi
quadri della KPD.
La SPD aveva reagito alla costituzione del governo guidato da Hitler con
una linea duplice; da un lato si era affrettata a costituire una centrale in esilio a
Praga (definita in seguito SOPADE, dalla sigla delle prime sillabe del nome del
partito. Era diretta da Otto Wels), dall’altro non aveva tralasciato di esplorare
l’eventuale esistenza di margini di movimento nella nuova situazione politica,
ancorché essa si fosse ben presto caratterizzata dalla messa in mora della
democrazia weimariana. Oltre a rivelarsi totalmente velleitario, il tentativo di
trovare un accomodamento con le camicie brune aveva favorito il diffondersi di
confusione e scoramento tra i militanti, incoraggiandone il disimpegno.
Superata questa prima fase, la SOPADE espresse una valutazione più realistica
cercando di funzionare come cervello di una rete di contatti ed informazioni che
le permettessero da un lato di non smarrire del tutto la percezione di ciò che
stava avvenendo nella società tedesca, dall’altro di fornire notizie sulle sorti
della Germania all’opinione pubblica antifascista mondiale, principalmente
attraverso i canali offerti dall’Internazionale operaia socialista (IOS) e dalla
Federazione Internazionale dei Lavoratori dei Trasporti (ITF), potente struttura
sindacale di orientamento socialista. Nacquero così i SOPADE-Berichte,
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rassegna periodica che si giovava dei rapporti di fiduciari socialdemocratici
clandestini inviati a Praga con mezzi di fortuna dalle più diverse zone del Reich.
Con la pubblicazione, nel 1934, del “Manifesto di Praga” (a cui collaborò
intensamente, tra gli altri, l’esponente della sinistra interna Rudolf Hilferding) la
SOPADE parve avviarsi sulla strada di un rinnovamento anche teorico; il testo
prospettava uno Stato radicalmente democratizzato, che in qualche modo
portasse a termine quanto nella rivoluzione di novembre 1918 era rimasto
incompiuto: le élites conservatrici annidate nella burocrazia, nella
magistratura, nella polizia e nelle forze armate dovevano essere messe fuori
gioco; la grande proprietà terriera, l’industria pesante e le concentrazioni
bancarie dovevano essere socializzate; dovevano essere sviluppate le
autonomie nell’ambito di una Repubblica unitaria. Ciò avrebbe costituito il
necessario contesto per la piena attuazione del socialismo, inteso come unione
di libertà ed uguaglianza e condizione per il pieno sviluppo di ogni individuo.
Sotto il profilo del che fare immediato, prevaleva nella SOPADE lo
scetticismo sulla possibilità di dar vita ad un’organizzazione centralizzata
socialdemocratica che lottasse contro il regime, cosa che non impedì per altro il
costituirsi di un tessuto di nuclei organizzati di militanti sia del partito, sia (anzi,
in misura ancor maggiore) delle organizzazioni collaterali che si impegnarono
sul terreno dell’azione, in genere di tipo propagandistico. Il fatto che si
trattasse di gruppi autonomi l’uno dall’altro (tra i principali la Sozialistische
Front ad Hannover, il Roter Stoßtrupp a Berlino, la Gruppe Winzen a Dortmund)
rendeva più difficile la loro individuazione da parte della Gestapo, sebbene
l’infiltrazione di spie e provocatori fosse un pericolo sempre presente che in
moltissimi casi avrebbe portato alla distruzione delle cellule socialdemocratiche
antifasciste. Era consueta, tra i militanti di tali strutture, la sfiducia verso la
direzione estera di Praga, e l’esigenza di un rinnovamento radicale della cultura
politica e della tradizione socialdemocratica, cosa che li portava su posizioni
analoghe a quelle delle linke Zwischengruppen.
Furono proprio questi ultimi, sia quelli preesistenti all’instaurazione del
regime nazista (SAPD, Internationaler Sozialistischer Kampfbund – Lega di lotta
socialista internazionale, ISK), sia i raggruppamenti sorti a ridosso o subito
dopo la nomina dio Hitler a cancelliere (Rote Kämpfer, Neu Beginnen –
denominazione usata per indicare la Leninistische Organisation, LO), a produrre
l’analisi più lucida sul nazionalsocialismo e le prospettive per la sinistra nel
futuro più immediato. A giudizio dei “gruppi intermedi” il regime era destinato
a durare e consolidarsi, e con ogni probabilità solo una crisi internazionale
poteva abbatterlo, evento tutt’altro che improbabile considerata la carica
aggressiva e destabilizzante che il nazismo aveva in sé. In quest’ottica compito
fondamentale della sinistra era lavorare al proprio rinnovamento,
concentrandosi nella preparazione di quadri in grado di agire al momento
opportuno ricostituendo le organizzazioni di massa smantellate dalla dittatura.
Questa linea, in cui l’attivismo propagandistico giocava un ruolo
secondario, ed il fatto che le linke Zwischengruppen fossero già di per sé
strutture di élite composte in buona parte da militanti esperti li rese
relativamente meno vulnerabili di fronte alla repressione, anche se tra il 1936
ed il 1937 la Gestapo sarebbe comunque riuscita a smantellare la maggior
parte delle organizzazioni di resistenza di orientamento socialista e
socialdemocratico attive in territorio tedesco.
Anche nell’esilio le organizzazioni intermedie avrebbero avuto un peso
significativo, agendo da stimolo sulle forze maggiori perché si arrivasse alla
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costituzione di un’alleanza della sinistra antinazista e sviluppando analisi
innovative sul fenomeno fascista e nazionalsocialista. Tra il 1937 ed il 1938,
una volta constatato il fallimento del tentativo di costruire un Fronte popolare
nell’esilio parigino, si moltiplicarono inoltre gli sforzi per arrivare all’unificazione
di tutte le forze di matrice socialista, nella forma di un partito rinnovato o –
quanto meno – di un cartello che raccogliesse organizzazioni maggiori e minori.
Dal 1938 un contributo significativo al dibattito politico ed organizzativo
venne dai socialdemocratici austriaci, costretti alla clandestinità od all’espatrio
dopo l’Anschluß (13 marzo 1938), i quali erano eredi di una tradizione di
sinistra socialdemocratica in molti punti consonante con le idee dei gruppi
intermedi; venne infatti a prospettarsi l’ipotesi di un’aggregazione che
comprendesse sia loro, sia i tedeschi. Il nodo cruciale, di cui non si poteva non
tenere conto, era rappresentato proprio dalla SOPADE, che da un lato
rappresentava la continuità con la SPD weimariana, dall’altro si stava
dimostrando incapace di analisi e proposte politiche che andassero oltre la
mera conservazione di sé, dopo che allo sforzo di rinnovamento teorico
espresso nel “Manifesto di Praga” aveva fatto seguito una fase di ripiegamento.
Di fatto, tanto i propositi di costruire un nuovo partito socialista, quanto il
più modesto intento di dar vita ad una coalizione di tutti i gruppi tedeschi ed
austriaci fallirono, essenzialmente per le resistenze della centrale praghese,
persuasa – con buone ragioni – che ciò avrebbe voluto dire nei fatti cedere alle
componenti di sinistra dello spettro socialdemocratico, interne ed esterne alla
SPD e confluite quasi totalmente nell’esilio parigino, quel ruolo di
rappresentanza che fino ad allora, bene ho male, aveva mantenuto nelle
proprie mani. D’altro canto, rompere frontalmente con la SOPADE – come pure
era richiesto dalle componenti più intransigenti dello schieramento attivo nella
capitale francese – era cosa che suscitava dubbi in parecchi tra i sostenitori
della ricomposizione.
Al di là dell’insuccesso, va riconosciuto alla rete socialista parigina
l’indubbio merito di aver costantemente e pubblicamente sottolineato, sulla
base di un’analisi sostanzialmente corretta degli eventi in Germania, come le
speranze, diffuse nelle cancellerie occidentali, di poter moderare e controllare
la spinta espansionista tedesca attraverso concessioni diplomatiche fossero
vane, e come fosse necessario fronteggiarla con il massimo di unità.
Come la SPD, anche l’ADGB cercò in una primissima fase di trovare un
accomodamento col regime, spingendosi però ben oltre fino al recupero del
nazionalismo e all’abbandono di qualsiasi richiamo al socialismo
internazionalismo. Con le altre centrali sindacali (cattolica e liberale) l’ADGB
tentò di dar vita ad un cartello sindacale apolitico che salvaguardasse almeno
la capacità contrattuale delle organizzazioni. Fu tutto inutile. Per qualche mese
i nazionalsocialisti si servirono di quel disperato tentativo per seminare
ulteriore confusione tra la base sindacale, già disorientata, poi, il 2 maggio
1933, dopo aver concesso alle organizzazioni dei lavoratori di sfilare il giorno
precedente in quella che era stata ridenominata “giornata del lavoro
nazionale”, vennero chiuse di forza tutte le sedi sindacali. I loro beni incamerati
dallo Stato.
Nonostante sconfitta e sfiducia, da parte di numerosi quadri sindacali si
cercò di dar vita a reti clandestine, con l’obiettivo di mantenere in vita almeno
uno scheletro organizzativo per un futuro in cui si fossero riconquistati spazi
democratici, mentre alcuni dirigenti cercavano di strutturare una centrale
estera in Cecoslovacchia. Lo sforzo organizzativo ebbe particolare successo in
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quelle categorie non legate ad uno spazio fisico ben determinato, come i
lavoratori dei trasporti, per natura soggetti a spostamenti anche oltre frontiera,
e perciò favoriti nel prendere contatto con militanti dell’emigrazione e nello
svolgere attività clandestine, dal trasporto di stampa illegale alla trasmissione
di notizie nei due sensi. Tra marinai, autotrasportatori, ferrovieri poterono così
venir organizzati nuclei sindacali coperti, dalla consistenza non irrilevante: nel
1936 nelle ferrovie tedesche operavano oltre 1.000 quadri sindacali clandestini,
che potevano contare su oltre 100 cellule.
Strutture sindacali di resistenza si radicarono anche tra i metalmeccanici
(storica roccaforte della sinistra) in particolare a Berlino ed in Sassonia; tra i
minatori (dove si tentò dall’esilio parigino di coordinare il lavoro clandestino
all’interno); tra i tessili (con cellule in Turingia, Sassonia ed a Berlino) e tra gli
impiegati dell’industria (Düsseldorf). Tra i militanti si contavano, naturalmente,
socialdemocratici, comunisti e iscritti ai “gruppi intermedi”; da un lato il terreno
dell’azione sindacale (sia pur entro i ristrettissimi limiti imposti dalle regole
della clandestinità) favoriva di per sé la collaborazione tra individui e nuclei dlla
diversa appartenza politica, dall’altro l’andamento altalenante dei rapporti tra
le varie centrali esterne non mancò di riverberarsi all’interno del sindacalismo
clandestino, creando in qualche caso fratture non trascurabili.
Anche le reti di resistenza sindacale furono duramente colpite nel biennio
1936-1937 dalla Gestapo, ed in larga parte distrutte, pur se qualcuna riuscì a
sopravvivere ben dentro il decennio successivo.
Come su quella italiana, pure sulla sinistra tedesca, in esilio ed in
clandestinità, la guerra di Spagna ebbe un impatto notevole; letta come la
manifestazione puntuale di uno scontro generale tra fascismo ed antifascismo,
fu occasione da un lato di forte ripresa dell’attività di propaganda all’interno del
paese (fornendo purtroppo alle forze repressive del regime la possibilità di
distruggere nuclei di resistenza fino ad allora passati inosservati), dall’altro di
attiva partecipazione al conflitto nelle file delle Brigate Internazionali (BI).
Pur mancando dati completamente attendibili, è ragionevole valutare in
almeno 3.000 gli antifascisti tedeschi che combatterono a fianco dei
repubblicani (la cifra più volte citate di 5.000 è sicuramente eccessiva se
riferita ai soli originari della Germania, più vicina al vero – anche comunque
arrotondata per eccesso - se sono inclusi anche gli austriaci). Una fonte coeva16
ci dice l’appartenza politica di 2.318 di loro: 1.440 erano comunisti; 116
socialdemocratici, 156 membri di altre organizzazioni della sinistra (anarchici,
trockijsti, iscritto alla SAPD, alla KPO, ecc; 606 vengono definiti “senza partito”,
con ogni probabilità provenienti dalla diaspora socialdemocratica.
23) La resistenza nella guerra 1939-1945
Le mosse sempre più aggressive del Terzo Reich (occupazione dei Sudeti,
poi smembramento della Cecoslovacchia) e lo scoppio della Seconda guera
mondiale mutarono radicalmente il quadro. Da un lato le centrali estere della
sinistra antinazista furono costrette ad abbandonare le loro sedi collocate in
territori che vennnero occupati dalla Wehrmacht: prima Praga (1939), poi Parigi
(1940), e dovettero cercare rifugio a Londra, a Stoccolma, nonché – per i soli
comunisti – a Mosca, dall’altro la mobilitazione generale e l’arruolamento di
16 Statistica della commissione sui quadri stranieri presso il Comitato centrale del Partito
comunista spagnolo, purtroppo senza data, conservata nella Stiftung Archiv der Parteien und
Massenorganisationen der DDR, presso il Bundesarchiv, Berlino.
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migliaia di giovani maschi (in gran parte operai, impiegati e contadini) nella
Wehrmacht, a cui corrispose – con ritmo sempre più accelerato dalla primavera
del 1942 – l’arrivo di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri arruolati con
metodi molto spesso di pura coazione in tutta l’Europa controllata dal Terzo
Reich, cambiò volto e caratteristiche della classe operaia (nell’estate 1944 tra
prigionieri di guerra e civili erano impiegati praticamente in tutti i settori
produttivi dell’economia tedesca quasi 8 milioni di stranieri).
Dall’estate del 1939 all’estate del 1941 la posizione dei comunisti fu di
una difficoltà estrema: il patto di non aggressione sottoscritto dai ministri degli
Esteri tedesco, Ribbentrop, e sovietico, Molotov, ed il sostanziale allineamento
della direzione della KPD provocarono l’allontanamento dal partito di numerosi
militanti e resero pressoché impossibile la collaborazione con le forze di
orientamento socialista; a parte ciò, le continue vittorie della Wehrmacht, il
fatto che la popolazione civile tedesca non fosse sottoposta a particolari
restrizioni (ed il numero relativamente ridotto delle perdite umane al fronte), e
la vastità dei territori occupati ridussero sensibilmente gli spazi per la
resistenza, comunque ispirata. Lo sforzo principale fu dedicato a tenere
insieme le file di reti e nuclei sopravvissuti, ora scompaginati dai richiami alle
armi.
Con l’attacco all’URSS e l’assestarsi del fronte davanti a Mosca il conflitto
si trasformava in guerra di usura; da un lato ciò permise alla KPD di rientrare a
pieno titolo nello schieramento della resistenza, dall’altro – in misura sempre
maggiore con il prolungarsi delle ostilità - aprì alla sinistra clandestina spazi per
tentare contatti con queii circoli conservatori ormai convintisi della pericolosità
del regime hitleriano e timorosi di una catastrofe nazionale, che disponevano di
agganci non trascurabili con settori delle forze armate e cominciavano a
ragionare su come liberarsi del dittatore e dei suoi seguaci.
A monte c’era per la sinistra, non importa come orientata, la presa d’atto
– cosciente o meno che fosse – che il regime non sarebbe crollato per effetto di
un’insurrezione popolare o per collasso interno, ma che la fine del
nazionalsocialismo (dei fascismi) sarebbe stata provocata dalla sconfitta
militare o, tuttalpiù, da un colpo di stato messo in atto dai soli che avevano la
forza per realizzarlo: quei gruppi interni all’ufficialità superiore che si erano
ormai staccati dal blocco d’ordine aggregatosi attorno ad Hitler all’inizio del
1933.
Di qui le priorità riconosciute: mantenere ed allargare le reti clandestine,
tentare là dove fosse possibile di costruire rapporti con gruppi di lavoratori
stranieri e di prigionieri di guerra, entrare in contatto con gruppi giovanili
desiderosi di conservare la propria autonomia nei confronti della Hitlerjugend,
infiltrarsi in settori chiave dell’amministrazione, cercare contatti con militari
dissidenti e con gruppi dell’establisment ormai schieratisi all’opposizione.
Su tutti i terreni su elencati la resistenza poté accumulare successi non
trascurabili: nonostante la repressione poliziesca i gruppi organizzati riuscirono
a restare in piedi ed anche ad estendersi (basti citare le vicende dei gruppi
Uhrig-Römer, Bastlein-Jacob, Saefkow-Jacob, attivi a catena fino all’estate
1944). A Monaco la Brüderliche Zusammenarbeit der Kriegsgefangenen
(Cooperazione fraterna dei prigionieri di guerra – BZK), organizzazione di
resistenza creata nel 1943 da prigionieri di guerra sovietici fu appoggiata e
sostenuta dall’Antinazistische Deutsche Volksfront (Fronte popolare tedesco
antinazista – ADV), gruppo costituito già nel 1937 da militanti del Partito
cristiano sociale bavarese (organizzazione minoritaria della sinistra cattolica) a
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cui in seguito si unirono militanti comunisti.
Già nel 1939 a Lipsia si erano manifestate violente proteste da parte di
gruppi di giovani riottosi nei confronti del regime, composti in parte da ex
militanti delle organizzazioni giovanili socialdemocratiche e comuniste, che
avevano allacciato rapporti con nuclei resistenti clandestini; analogamente,
negli anni della guerra si sarebbero formati gruppi giovanili a metà tra la
protesta sociale e l’opposizione politica che, catalogati dalla Gestapo sotto la
comune etichetta di Edelweiß-Piraten (Pirati della stella alpina, dalla
denominazione delle aggregazioni attive nella regione della Ruhr), avrebbero
avuto contatti (di solito sporadici, più consistenti nella zona di Düsseldorf) con
le reti antinaziste vere e proprie.
Attorno all’esigenza di costruire una nuova Germania democratica che
fosse in grado di stabilire con l’URSS rapporti di amicizia ponendo fine a
qualunque avventura bellica pericolosa per la stessa esistenza della nazione
tedesca si unirono funzionari ministeriali, quadri amministrativi ed intellettuali
di varia estrazione, che entrarono in azione all’inizio della guerra unendo
attività di propaganda, contatti estesi con i più diversi ambienti d’opposizione,
ed infine spionaggio a favore dell’URSS nella convinzione che la resistenza
militare sovietica rapresentasse un indispensabile contributo alla crisi del
regime nazista. Quando, nel 1942, la Gestapo li scoprì affibbiò loro il nome di
Rote Kapelle (Orchestra rossa), con cui sono noti nella letteratura sulla
resistenza.
Infine, è nella rete complessa di contatti e relazioni che sarebbe sfociata
nel fallito attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler che vediamo come tutti i fili
si annodino. Promossa dalla resistenza militare e conservatrice, la congiura
vede coinvolti, con modalità e forme diverse, figure di spicco dell’SPD e
dell’ADGB weimariane come Julius Leber (il maestro di Willi Brandt) e Carlo
Mierendorff, il nucleo comunista di Anton Saefkow e Franz Jacob, i cristiani
dissidenti del circolo di Kreisau.
Tuttavia, la presenza diffusa e l’attività indubbiamente cospicua
sviluppata dalle organizzazioni clandestine della sinistra non sarebbero state
sufficienti ad innescare una protesta di massa nemmeno quando, nella
primavera del 1945, il Terzo Reich si sarebbe trovato sull’orlo del collasso. La
saldatura tra scontento di massa, pur riscontrabile da molteplici segni, ed
opposizione politica strutturata in Germania non avrebbe avuto luogo. Il
nazismo sarebbe stato sconfitto dalla soverchiante potenza militare della
coalizione tra potenze occidentali ed URSS, che esso stesso aveva suscitato.
Ciò nondimeno, la presenza di minoranze non trascurabili che seppero dire di
no ad Hitler anche nel momento del suo maggior trionfo ebbe molteplici
significati, tanto sul piano morale quanto su quello politico.
24) La rapida ricostituzione del movimento operaio tedesco dal 1945 al 1949
Perché la sinistra potesse riemergere dalle catacombe alla luce del sole
ci sarebbe voluto il crollo del Terzo Reich e l’occupazione da parte delle potenze
dell’alleanza antifascista, nel 1945. La rinascita doveva però fare i conti con tre
fattori; il primo era l’esperienza weimariana su cui era necessario riflettere (la
questione era già stata a lungo oggetto di discussione nella clandestinità), il
secondo la politica delle potenze vincitrici nelle quattro zone in cui la Germania
occidentale e centrale era stata divisa (i territori orientali sarebbero infatti stati
spartiti tra Polonia ed Unione Sovietica), il terzo era la spinta unitaria che
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veniva dalla base militante del movimento operaio, che – ritiratasi nelle pieghe
della società durante i dodici anni hitleriani – era riemersa subito dopo il
collasso militare del regime costruendo, in particolare nelle città industriali,
comitati antifascisti e consigli di fabbrica.
Promossi in gran parte da quadri che prima del 1933 avevano militato
nelle diverse organizzazioni della sinistra e che dopo erano rimasti privi di
contatti con le direzioni clandestine, i comitati antifascisti puntavano ad una
ricostruzione unitaria dal basso del movimento operaio con l’obiettivo di
rimettere in moto la macchina sociale dopo la crisi, e di presentarsi con una
fisionomia precisa di fronte al prevedibile ricostituirsi delle forze politiche
borghesi ma anche di fronte agli Stati vincitori. Avrebbero avuto vita breve; già
nell’estate 1945 le autorità d’occupazione (occidentali come sovietiche) li
avrebbero o sciolti direttamente o messi nell’impossibilità di svolgere
qualunque funzione, nutrendo scarsa fiducia in organismi largamente spontanei
e scarsamente controllabili. Va detto che la resa senza combattere che le forze
di sinistra avevano concesso nel 1933 al nazismo e l’incapacità di sviluppare –
almeno nell’ultima fase della guerra – una qualche forma di resistenza di massa
giustificavano in parte le prevenzioni dei vincitori.
Ancorché dalla breve vita, i comitati antifascisti permisero di costruire
rapporti e di fondare una mentalità unitaria che sarebbe sopravvissuta,
influendo sulla costruzione di organizzazioni sindacali unitarie; sul piano politico
non sarebbero mancati i tentativi di dar vita in questa o quella località ad un
Partito socialista unificato. Sarebbero falliti per un complesso di motivi, tra cui
vanno sicuramente annoverate le scelte della grande politica e le decisioni dei
gruppi dirigenti comunisti e socialdemocratici, ma anche la difficoltà di
superare le profonde divisioni di mentalità, cultura e formazione politica
radicate nei militanti di base.
Nel caso tedesco non va dimenticata la profonda rilevanza della
questione nazionale, che si intrecciava con le questioni sociali ed i rapporti tra
le diverse anime della sinistra: quale Germania volere? Unita o divisa? Neutrale
o legata da patti di alleanza? A queste domande il movimento operaio non
poteva sottrarsi in alcun modo. Resta comunque un dato di fatto che le radici
profonde del movimento operaio e della sinistra non erano state in alcun modo
spazzate via dal rullo compressore in camicia bruna, tanto che poterono
immediatamente riemergere.
Già il 19 aprile 1945, ad Hannover (zona di occupazione britannica),
l’esponente socialdemocratico Kurt Schumacher lanciò un appello per la
ricostituzione della SPD; il 6 maggio successivo si svolse la prima assemblea,
ben prima che gli occupanti autorizzassero la costituzione di organizzazioni
politiche (il 10 giugno nella zona sovietica, il 13 agosto in quella statunitense, il
15 settembre in quella britannica). Alla metà di giugno a Berlino si sarebbe
formata una commissione centrale della SPD sotto la guida di Otto Grotewohl;
tra l’ufficio di Hannover e la centrale di Berlino i rapporti furono da subito tesi,
e non solo per questioni di potere; a dividere Schumacher e Grotewohl erano
infatti nodi di natura squisitamente politica, in particolare il rapporto da tenere
con i comunisti, verso cui il primo era totalmente chiuso mentre il secondo
assai più disponibile. A far pendere la bilancia verso Schumacher fu la scelta
del vecchio gruppo dirigente socialdemocratico in esilio a Londra di unire le
forze con l’ufficio di Hannover.
Nel mese di giugno riprese le sue attività anche la direzione della KPD, i
cui massimi esponenti fecero ritorno da Mosca (tra essi Walther Ulbricht e
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Wilhelm Pieck); nel primo appello rivolto ai militanti c’era un forte richiamo alle
responsabilità della Germania per aver permesso l’avvento del nazismo. Il
partito non si chiamava fuori, anzi dichiarava di non aver saputo mobilitare
tutte le energie per la costruzione dell’unità antifascista, e proclamava
necessaria non la costruzione del socialismo, bensì l’integrale compimento
della rivoluzione democratica, la costruzione di uno Stato democratico
parlamentare, la completa distruzione del lascito nazista. In campo economico
proponeva la statalizzazione delle industrie chiave e la riforma agraria, ma
affermava di voler garantire il libero mercato, l’iniziativa privata e la proprietà
della terra. In sostanza, appariva come un partito comunista di tipo nuovo
rispetto a quello che aveva operato fino al 1933, e proponeva agli altri partiti
antifascisti, in primo luogo alla socialdemocrazia, la costruzione di un blocco
delle forze democratiche.
Un programma del genere corrispondeva perfettamente alle speranze
che l’URSS allora coltivava di contribuire alla costruzione di una Germania unita
(ma non socialista!) con una costituzione democratica borghese avanzata, in
cui la KPD avesse un ruolo importante nell’ambito di un fronte popolare, e che
assumesse una posizione di neutralità in politica estera, ma incontrò
significative resistenze nella base militante del partito, buona parte della quale
confidava nell’arrivo dell’Armata rossa per avviare la costruzione del
socialismo. In quel momento lo stesso Stalin riteneva assai pericolosa una
Germania divisa in due, e consigliò ai tedeschi di lavorare perché la KPD si
radicasse in tutte quante le zone di occupazione, fidando nel fatto che ciò
avrebbe rafforzato le spinte al mantenimento dell’unità del paese.
n questa prospettiva, politicamente assai moderata, la KPD doveva però
fare i conti con la concorrenza della centrale berlinese socialdemocratica
diretta da Grotewohl, la quale – ispirandosi al manifesto di Praga diffuso nel
1934 dalla centrale in esilio della SPD (Sopade) – proclamava la necessità di
ritornare all’insegnamento marxista e di mettere al primo posto l’unità del
movimento operaio. Nel suo programma la SPD berlinese appariva più radicale
della KPD; oltre a riproporre la socializzazione di numerosi settori produttivi
proclamava la necessità di realizzare una forma di socialismo democratico con
la formula: “Democrazia nello Stato e nelle amministrazioni locali, socialismo
nell’economia e nella società”.
Oltre a comportarsi come l’ala sinistra del movimento operaio, la SPD di
Grotewohl premeva sulla KPD per la costruzione in tempi rapidi di un partito
unificato, scontrandosi però con un atteggiamento dilatorio dei comunisti, che
da un lato preferivano non impegnarsi in una situazione politica generale
ancora tutt’altro che chiara, dall’altro temevano di essere in minoranza in
un’eventuale formazione unitaria data la tradizionale supremazia quantitativa
della socialdemocrazia. Nella seconda parte del 1945 vennero tuttavia costruiti,
su proposta questa volta della KPD, comitati unitari per la conduzione di una
comune politica antifascista; notevoli progressi stavano facendo, intanto, la
costruzione di un movimento sindacale unitario nella zona di occupazione
sovietica, il Freier Deutsche Gewerkschaftsbund (FDGB – Libera confederazione
sindacale tedesca), a cui parteciparono oltre a socialdemocratici e comunisti
anche membri dei vecchi sindacati cristiani (cattolici) e di quelli liberali, e di
una federazione giovanile unitaria della sinistra, che nel 1946 avrebbe preso il
nome di Freie Deutsche Jugend (FDJ – Libera gioventù tedesca).
Nel riprendere i contatti con le altre regioni della zona controllata dalle
truppe sovietiche, le centrali berlinesi comunista e socialdemocratica trovarono
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situazioni assai differenziate; talvolta i gruppi locali dell’uno e dell’altro partito
diffidavano reciprocamente e si guardavano in cagnesco, talaltra si erano già
fusi sic et simpliciter di propria iniziativa (come ad Eisleben, dove il 25 gennaio
1945, poco prima dell’ingresso dei reparti dell’Armata rossa destinati a
prendere il posto delle truppe statunitensi che avevano inizialmente occupato il
circondario, era stata fondata la Partei der Werktätigen (PdW – Partito dei
lavoratori industriali) da parte di comunisti, socialdemocratici, ex membri
dell’ADGB e dei sindacati cristiani; in brevissimo gli iscritti alla PdW superarono
i 10.000. Di lì a poco, però, la nuova formazione fu costretta a sciogliersi per
volontà della direzione della KPD. All’inizio del 1946 la KPD era divenuta nella
zona sovietica un partito di massa, con 450.000 iscritti, superando la SPD che
ne aveva 385.000; il rovesciamento dei rapporti di forza precedenti il 1933,
quando la socialdemocrazia era di gran lunga più forte, fu dovuto in gran parte
all’appoggio aperto che il governo militare sovietico (SMAD) forniva ai
comunisti. Ciò stimolò altresì un’ondata di iscrizioni per motivi di opportunità
(se non di opportunismo puro e semplice), che tra l’altro pose i vecchi quadri
della KPD in minoranza all’interno del loro partito.
La situazione creatasi metteva in non poche difficoltà la centrale
socialdemocratica berlinese, presa tra due fuochi: da un lato l’esigenza di non
diventare una mera appendice del partito comunista, dall’altro la necessità di
difendere il proprio corso unitario di fronte alle pressioni che venivano dalla
centrale di Hannover per l’abbandono di ogni collaborazione con la KPD. La
divisione su questo punto era di decisiva importanza, poiché su su molti punti
programmatici la centrale socialdemocratica berlinese e quella di Hannover
erano sostanzialmente d’accordo; anche Schumacher ed i suoi chiedevano la
socializzazione delle miniere, dell’industria pesante, di gran parte dei settori
chimico ed alimentare in vista della costruzione di una “economia socialista”,
mentre sul piano politico sostenevano la necessità di costruire una democrazia
avanzata e militante.
Il 6 ottobre 1945 i rappresentanti socialdemocratici di tutte le quattro
zone di occupazione si incontrarono per tentare di costruire un coordinamento,
ma senza successo; Grotewohl e Schumacher non poterono trovare un
compromesso, e passò la proposta del gruppo di Hannover di rinviare un
congresso pantedesco del partito perché “la divisione del paese non lo rendeva
attualmente possibile”. Venne inoltre sancita di fatto la divisione del partito in
due sezioni, quella attiva nelle tre zone d’occupazione occidentali con a capo la
centrale di Hannover, e quella invece responsabile per la zona di occupazione
sovietica, che faceva riferimento alla direzione berlinese. In teoria, Berlino ed
Hannover erano tenute a consultarsi reciprocamente, ma ciò rimase sulla carta.
Da un lato Grotewohl ed i suoi poterono vantare un riconoscimento ufficiale,
dall’altro però persero ogni influenza sulle organizzazioni di partito della
Germania occidentale e meridionale, dove invece le loro posizioni avevano fino
a quel momento trovato un certo ascolto.
25) La costituzione di due Stati tedeschi e la divisione del movimento operaio
L’avvitarsi del meccanismo della guerra fredda che in Germania avrebbe
significato il cristallizzarsi della divisione del paese e l’aggregazione dei due
Stati che sarebbero nati nel 1949 all’uno ed all’altro dei blocchi che per il
successivo quarantennio si sarebbero contrapposti portò con sé quasi
inevitabilmente la divisione del movimento operaio. Alla fine di aprile 1946
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nella zona di occupazione sovietica la KPD e la (Ost-)SPD di Grotewohl si fusero
nella Sozialistische Einheitspartei (SED - Partito socialista unitario), destinato a
rimanere al potere in quella che sarebbe diventata tre anni dopo la Repubblica
democratica tedesca (DDR) fino al suo collasso nel 1990; immediatamente
dopo, nel maggio, si svolgeva ad Hannover il primo congresso delle
organizzazioni socialdemocratiche delle tre zone di occupazione occidentali che
ricostituì di fatto la (West-)Spd, di cui Schumacher divenne presidente.
A fare le spese della spaccatura fu prima di tutto la KPD occidentale, nei
cui confronti la SPD avviò una politica di netta discriminazione e che sempre di
più apparve (ed in notevole parte fu) un prolungamento della SED. La nascita di
quest’ultima fu senza dubbio anche il frutto di meccanismi coattivi messi in
atto dalle autorità sovietiche di occupazione, ma almeno una parte della (Ost-)
SPD era effettivamente disposta all’unificazione; le organizzazioni regionali
della Sassonia, della Turingia e del Meclemburgo votarono in tal senso, mentre
un censimento tra i militanti socialdemocratici delle tre zone occidentali di
Berlino diede come risultato che l’82% si espresse contro una immediata
unificazione, ma il 66% si dichiarò favorevole al proseguimento della
collaborazione con la KPD.
26) La SED dal 1948 alla costruzione del muro di Berlino
Fino al 1948 regnò una relativa pariteticità all’interno della SED, che
continuò a proclamarsi partito marxista all’opera per costruire un socialismo
democratico in cui la libertà d’espressione ed il diritto di sciopero erano
garantiti, ma nell’estate di quell’anno – nel momento più acuto della crisi
conseguente al blocco di Berlino – la direzione del partito proclamò la sua
trasformazione in un partito marxista-leninista “di nuovo tipo”, strutturato
secondo il modello sovietico. La costituzione della DDR, entrata in vigore nel
1949, stabiliva bensì un sistema pluripartitico, ma imperniato su di un “fronte
nazionale” formato dalle forze politiche legali e dalle organizzazioni di massa
(sindacato, organizzazioni giovanili, femminili e professionali).
La ripartizione dei seggi all’interno della Volkskammer (Camera del
popolo), il parlamento unicamerale della DDR, era prefissata in modo da
garantire alla SED il predominio, in quanto partito guida. Lo stesso sistema
valeva per tutti gli organi elettivi dell’amministrazione dello Stato, dai comuni
ai distretti. Le elezioni divennero così una sorta di plebiscito. Nonostante la
segreteria del partito disponesse di poteri quasi assoluti, la SED fu attraversata
da molteplici epurazioni; già nel 1950 fu avviata una campagna contro i
“residui della deviazione socialdemocratica” e contro “titoisti” e “sionisti”, che
portò all’espulsione di oltre 150.000 iscritti (su circa 1.750.000) , e tre anni
dopo – per effetto dell’insurrezione operaia di Berlino del 17 giugno 1953, che
fu schiacciata dall’intervento dei carri armati sovietici – oltre il 70% dei dirigenti
locali e distrettuali fu sostituito (per inciso, il drammaturgo e poeta Bertolt
Brecht, da sempre comunista ed uno dei maggiori intellettuali della DDR,
dedicò agli operai insorti il 17 giugno una poesia, dove compaiono i famosi
versi: “Non sarebbe tutto più facile/ se il governo potesse sciogliere il popolo/
ed eleggersene un altro?”).
Tra gli effetti della rivolta di Berlino ci fu però anche la decisione di
diminuire la pressione sui lavoratori nelle officine e di migliorarne le condizioni
di vita, ampliando l’offerta di beni di consumo a loro disposizione. Nel quadro
della destalinizzazione e del XX congresso del PCUS si manifestò anche nella
70
SED una consistente opposizione alla politica della segreteria diretta da
Ulbricht, le cui richiesta andavano nel senso di una maggiore
democratizzazione e di una decentralizzazione dei processi decisionali, in modo
da diminuire il controllo soffocante del partito sulla società. Le crisi ungherese e
polacca offrirono però il destro ad Ulbricht ed ai suoi di aver ragione – con
l’appoggio determinante dell’URSS – dei suoi oppositori, che furono espulsi ed
in parte incarcerati.
All’inizio del 1957 fu deciso di procedere a ritmi accelerati verso la
costruzione delle “basi materiali del socialismo”, cosa che suscitò ancora una
volta resistenze per il timore che la rinnovata pressione sui lavoratori si
traducesse in proteste e tumulti; nel luglio dello stesso anno il V congresso
della SED decise che entro quattro anni sarebbe stato raggiunto e superato il
livello di consumi pro capite della Repubblica federale; contemporaneamente
venne stabilito di procedere sulla strada dell’autarchia economica e di
rafforzare il settore chimico e meccanico, sviluppando ulteriormente la
pianificazione. I progetti di sviluppo, smisurati e sovradimensionati, elaborati
nella seconda metà degli anni Cinquanta dovettero essere messi da parte
all’inizio del decennio successivo, in coincidenza con l’acuirsi del fenomeno
delle fughe attraverso Berlino Ovest od il confine tra le due Germania. La
questione era particolarmente grave perché ad andarsene erano molto spesso
persone altamente qualificate; fu così che la SED decise di costruire il muro di
Berlino e di trasformare la linea di confine con la Bundesrepublik in una terra di
nessuno invalicabile.
27) La progressiva trasformazione della SPD da partito operaio a catch-allparty17 e la messa fuori legge della KPD
Nelle tre zone occidentali, intanto, riunite nella Repubblica federale, le
prime elezioni regionali erano state non molto confortanti per la sinistra: le
speranze della SPD di diventare il primo partito andarono incontro ad una
delusione, tranne che a Berlino e in pochi altri luoghi; alla socialdemocrazia non
riuscì di andare oltre il 35%, nei casi migliori. La KPD ottenne nel 1946, nel
Land altamente industrializzato Nordreno-Vestfalia, il 14% dei voti, e raggiunse
l’anno successivo il tetto massimo di iscritti con 324.000, una cifra non
trascurabile, più di un terzo degli 875.000 militanti socialdemocratici.
Nelle prime elezioni federali, svoltesi nel 1949, la SPD si attestò sul
29,2% dei voti espressi (una percentuale non esaltante, che ricalcava quelle
ottenute nel periodo weimariano), e la KPD – nonostante le gravissime tensioni
tra i blocchi – il 5,7%. Per il partito comunista sarebbe stato un punto mai più
toccato. Privo di ogni spazio d’azione politica per la solidità dei governi
borghesi guidati da Konrad Adenauer da un lato, per il rifiuto opposto dalla SPD
ad ogni proposta di unità d’azione dall’altro, sempre più legato alla SED e
rigidamente bloccato in una difesa indiscriminata del modello politico e sociale
sovietico, il partito comunista tedesco scivolò rapidamente nella marginalità
politica, uscendone soltanto per qualche momento quando – all’inizio degli anni
Cinquanta – si impegnò in campagne per il disarmo e contro la partecipazione
della Repubblica federale alla NATO. In quelle occasioni poté giovarsi
dell’appoggio di aggregazioni pacifiste di matrice cristiana, frutto di scissioni
17 Il concetto di catch-all-party fu sviluppato negli anni Sessanta da Otto Kirchheimer, giurista
e studioso di scienza della politica formatosi nell’ambito della Scuola di Francoforte. Dopo la
chiamata al potere di Hitler Kirchheimer andò in esilio prima in Francia e poi negli USA.
71
della CDU o dell’iniziativa politica di vecchi esponenti del Zentrum cattolico
come l’ex cancelliere Wirth.
Nelle elezioni del secondo Bundestag, nel settembre 1953, alla KPD andò
solo più il 2,2% dei voti, e conseguentemente nessun deputato18; gli iscritti nel
frattempo erano calati a poco più di 70.000. Nel 1956 la KPD cadde sotto la
scure della corte costituzionale federale, che la dichiarò organizzazione
contraria alla legge fondamentale, ordinandone lo scioglimento. Ai suoi
militanti non rimase altra soluzione che l’adesione alla SPD oppure alle
organizzazioni pacifiste con cui la KPD aveva intrecciato rapporti di
collaborazione.
Nonostante il risultato elettorale inferiore alle aspettative, nei primi anni
Cinquanta la SPD tenne fermo il suo orientamento socialista ed anticapitalista,
senza però riuscire ad ottenere risultati concreti per quanto riguardava le
misure di socializzazione e rischiando una sonora sconfitta sulla questione della
cogestione nel settore carbosiderurgico: introdotta dalle autorità d’occupazione
britanniche, stava per essere abolita nel 1951 dal Bundestag. A poco sarebbe
servita l’opposizione parlamentare socialdemocratica se non fosse
pesantemente intervenuto il sindacato unitario DGB (costituito nel 1949)
minacciando lo sciopero e persuadendo così il cancelliere Konrad Adenauer a
frenare la sua maggioranza. Il DGB non riuscì però ad ottenere l’estensione del
modello cogestionale carbosiderurgico (basato sulla rappresentanza paritaria di
lavoratori ed imprenditori) agli altri rami dell’industria; nel 1952 una legge
garantì ai lavoratori una rappresentanza negli organi decisionali delle società
per azioni, ma non tale da fargli assumere un ruolo decisionale.
Per Schumacher ed i suoi la Bundesrepublik non rappresentava che un
intermezzo, un ponte attraverso cui giungere ad una futura Germania
riunificata; per questo la SPD fu per tutto il secondo dopoguerra il partito con
una più forte sensibilità nazionale, ed a lungo si oppose, negli anni Cinquanta,
all’assunzione di legami eccessivi con l’Occidente che rischiavano di rendere
più lontana e più improbabile la riunificazione, fossero alleanze militari come la
NATO od intese economiche come il Mercato comune europeo; non è eccessivo
definire la posizione socialdemocratica come larvatamente neutralistica, in
connessione con la speranza di poter fungere da tramite tra Est ed Ovest; in
questo senso la Ostpolitik perseguita da Willi Brandt nel periodo del suo
cancellierato, all’inizio degli anni Settanta, aveva profonde radici nel patrimonio
politico e culturale della SPD.
Un altro elemento che traeva le proprie origini dalla tradizione del partito
era la critica al federalismo; fin dal Kaiserreich guglielmino la SPD aveva
affermato la propria preferenza per una repubblica unitaria, e l’esperienza
weimariana non aveva fatto che rafforzare questo convincimento; di
conseguenza nel Consiglio parlamentare che ebbe la funzione di preparare la
legge fondamentale della Bundesrepublik19 i rappresentanti socialdemocratici si
18 In base alla legge elettorale vigente nella BRD (un sistema proporzionale personalizzato
con soglia di sbarramento, in cui coesistono collegi uninominali e distribuzione proporzionale
dei seggi), per essere ammessa al Bundestag una forza politica deve ottenere almeno il 5% dei
voti validi a livello federale; la norma di esclusione tuttavia non scatta qualora un partito
ottenga la maggioranza relativa dei voti in almeno tre collegi elettorali uninominali, pur senza
superare lo sbarramento sul piano federale. In talcaso il partito è ammesso a partecipare alla
distribuzione dei seggi in proprzione ai suffragi ottenuti (non può però costituire un proprio
gruppo parlamentare).
19 L’attuale costituzione della BRD fu stesa non da un’assemblea costituente eletta a suffragio
universale, bensì da un “consiglio parlamentare” (Parlamentarischer Rat) composto da delegati
72
batterono – coadiuvati da quelli liberali – per limitare al massimo le istanze
federaliste che venivano dal blocco democristiano CDU/CSU, e per estendere il
più possibile i poteri della Federazione (Bund) rispetto a quelli dei Länder.
Parallelamente, fu proprio Schumacher a sostenere la necessità di
rafforzare i poteri del cancelliere (eletto dal Bundestag) di fronte ad un
presidente della repubblica privato delle legittimazione che gli sarebbe potuta
derivare dall’elezione a suffragio universale; anche in questo caso le
reminiscenze weimariane ebbero un influsso decisivo. Con il procedere degli
anni Cinquanta un nuovo problema si pose alla socialdemocrazia: la strategia di
ricostruzione economica avviata nel 1948, con la riforma valutaria, dal
democristiano Ludwig Erhardt non si risolse in un fallimento, come previsto
dalla SPD, ma in un successo di inaspettate dimensioni, che sfociò in una fase
di crescita durata ininterrottamente fino ai primi anni Sessanta ed in un netto
miglioramento dei salari operai (di quasi quattro volte in termini reali dal 1950
al 1990).
Lo svilupparsi della società dei consumi, con i suoi connessi fenomeni di
mobilità sociale, portò la SPD a distanziarsi progressivamente dal marxismo ed
a stemperarne i concetti in quelli di equità sociale e qualità della vita, fino a
riconoscersi nella formula, dal sapore ossimorico, dell’ “economia sociale di
mercato”. La svolta cominciò a prendere forma nel 1952, e coincise con la
morte di Schumacher e l’elezione del nuovo presidente nella persona di Erich
Ollenhauer; nelle elezioni del 1953 il partito ebbe un relativo calo nella
percentuale dei voti espressi (dal 29,2% del 1949 al 28,8%), che però – grazie
alla partecipazione al voto cresciuta del 7,5% - corrispondeva ad un aumento
dal 22,2% al 23,9% sul totale degli degli aventi diritto. Dal punto di vista dei
rapporti di forza parlamentari però la SPD non era più in grado di impedire
decisioni che richiedevano la maggioranza dei due terzi, come quelle sulla
questione del riarmo; nonostante ciò condusse importanti campagne come
quella del 1956 contro la possibilità che la Bundeswehr venisse dotata di armi
atomiche.
Nelle elezioni per il terzo Bundestag, nel 1957, la socialdemocrazia
migliorò i suoi risultati sia in rapporto ai votanti, sia agli aventi diritto
(rispettivamente 31,8% e 26,8%), ma non poté impedire che il blocco
democristiano conquistasse la maggioranza assoluta dei votanti e dei seggi
parlamentari; nel 1959 venne lanciato il cosiddetto “Piano per la Germania”, in
cui la riunificazione veniva riproposta, sia pure come obiettivo a medio termine,
e si ipotizzava la creazione di un’area relativamente demilitarizzata nell’Europa
centrale. Lo scarso ascolto che il piano ebbe nella pubblica opinione, il
radicalizzarsi della guerra fredda ed il mero dato di fatto che ormai
nominati dai parlamenti regionali (Landtage), in tutto 70 (65 delegati degli 11 Länder ricostituiti
nelle tre zone d’occupazione statunitense, britannica e francese, più 5 delegati di Berlino,
questi ultimi però solo con voto consultivo). I lavori furono ovviamente influenzati dalle
pressioni delle autorità d’occupazione; per esempio l’opzione socialdemocratica e liberale per
una repubblica unitaria (che avrebbe avuto i numeri per imporsi, sia pure di stretta misura)
dovette fare i conti con i timori della Francia che temeva una Germania forte e perciò vedeva
con maggior favore le istanze federaliste fatte proprie dai democristiani. Era invece comune ai
delegati l’idea che il testo in preparazione fosse provvisorio, destinato in un futuro non troppo
lontano ad essere sostituito da una costituzione preparata da una vera assemblea costituente
eletta a suffragio universale che fosse espressione di tutto quanto il popolo tedesco, nell’ottica
quindi di una riunificazione in tempi ragionevolmente stretti delle quattro zone d’occupazione.
Non per caso fu infatti scelta la denominazione di Grundgesetz (Legge fondamentale) al posto
di quella consueta di Verfassung (Costituzione). Le cose poi andarono diversamente.
73
l’integrazione della Bundesrepublik nell’Europa occidentale e nel sistema delle
alleanze guidato da Washington era sostanzialmente irreversibile indussero la
direzione socialdemocratica ad una svolta: nel giugno 1960 Herbert Wehner20
(uno dei più influenti membri della direzione socialdemocratica, tra gli autori
del “piano per la Germania”) dichiarò al Bundestag la piena accettazione del
suo partito della politica militare e della politica estera del governo
democristiano.
L’anno precedente, al congresso di Bad Godesberg, la SPD si era data un
nuovo programma da cui era praticamente sparito ogni accenno al marxismo e,
al posto del socialismo, si indicava come progetto politico la “costante crescita
economica”. Tra i quadri dirigenti del partito si stava intanto facendo largo una
nuova generazione, il cui più brillante esponente era il sindaco di Berlino Ovest,
Willi Brandt, che fu designato dal congresso come candidato cancelliere. Nel
1963, dopo la morte di Ollenhauer, Brandt sarebbe diventato anche presidente
del partito. Nella tornata elettorale del 1961 la SPD, pur senza riuscire a
scalzare il blocco democristiano dal potere, riscosse un importante successo,
nonostante lo shock sull’opinione pubblica causato dalla costruzione del muro
di Berlino (il 36,2% dei voti espressi pari al 30,5% degli elettori).
A questo punto la socialdemocrazia stava diventando “adatta a
governare” (con un tipico termine tedesco, regierungsfähig); prova ne fu che,
nel 1962, lo stesso Wehner intavolò trattative con la direzione della CDU per
verificare la fattibilità di una große Koalition e, nonostante forti proteste
provenienti dal partito, dal sindacato, dalle chiese e dal mondo intellettuale, il
gruppo parlamentare approvò nelle sue linee generali il progetto di leggi di
emergenza presentato dal governo. La svolta politica non fu priva di costi; nel
1961 la lega degli studenti socialisti (SDS – Sozialistischer Deutscher
Studentenbund) venne dichiarata incompatibile con il partito, e gruppi della
sinistra socialdemocratica scontenti verso la linea del gruppo dirigente
cercarono di radicarsi nel sindacato o di dar vita a circoli dissidenti.
28) La SPD al governo: dalla große Koalition al cancellierato di Willi Brandt
Sarebbero dovuti passare ancora quattro anni, e poi per la
socialdemocrazia si sarebbe aperta la strada del governo, dopo il successivo
passo in avanti alle elezioni del 1965 (39,3% dei voti espressi); si trattava di
una große Koalition, con al cancellierato il democristiano Kurt Georg Kiesinger
(dal passato non senza macchia21) e con Brandt agli Esteri. Non si trattò di una
20 Militante della KPD negli ultimi anni della repubblica di Weimar, Wehner andò in esilio in
URSS nel 1935, dove svolse incarichi significativi nell’ambito del Komintern. Incarcerato in
Svezia durante la seconda guerra mondiale (si era recato nel paese scandinavo per
organizzarvi una rete di spionaggio contro la Germania nazista ed a favore dell’URSS), si
allontanò in quegli anni dal comunismo. Tornato in Germania nel 1946 aderì alla SPD.
21 A Kiesinger venne all’epoca rimproverato dalla stampa (tedesca ed internazionale) di
essere stato iscritto alla NSDAP dal 1° marzo 1933 fino al dissolvimento del regime nazista e di
aver lavorato all’ufficio del ministero degli Esteri che si occupava della propaganda radiofonica
dal 1940 alla capitolazione, tanto che nell’immediato dopoguerra gli Alleati gli avevano inflitto
diciotto mesi di carcere per il suo passato nazista. Per la verità il cancelliere non sembrava
(come tanti altri della sua generazione – era nato nel 1904) particolarmente desideroso di fare i
conti con il proprio percorso nel III Reich; chiamato a testimoniare in uno dei processi contro
criminali nazisti svoltosi davanti ad un tribunale tedescofederale, Kiesinger ebbe a dichiarare di
aver all’epoca pensato che le voci – che pure gli erano giunte – sulle persecuzioni contro gli
ebrei fossero frutto della propaganda nemica, ma comunque di non aver mai saputo nulla di
preciso su Auschwitz e dintorni.
74
scelta facile, nel partito era forte l’opposizione all’intesa col moderatissimo
blocco democristiano (di cui faceva e fa parte integrante la conservatrice CSU
bavarese) e non pochi avrebbero preferito l’alleanza con i liberali della FDP,
nonostante il margine di maggioranza fosse assai labile. Comunque, il peso
socialdemocratico nel gabinetto di coalizione fu notevole, con 9 ministri a cui
vennero affidati ruoli chiave in particolare nei settori della politica economica e
della politica estera; Brandt iniziò a sviluppare una linea di distensione nei
confronti della DDR e del blocco orientale, con la formula “cambiamento
attraverso l’avvicinamento”, mentre il ministro dell’economia Karl Schiller
(d’intesa con il ministro delle Finanze Franz-Josef Strauß, massimo esponente
della democrazia cristiana bavarese - politicamente conservatrice ma molto
attenta alle questioni sociali) affrontava con successo la prima crisi economica
della Bundesrepublik realizzando con il DGB e le associazioni imprenditoriali
una forma di concertazione triangolare che permise l’attuazione consensuale
della politica dei redditi (konzertierte Aktion).
Che la große Koalition destinata a durare poco lo mostrò con chiarezza
l’elezione, nel 1969, di Gustav Heinemann alla presidenza della repubblica (la
seconda personalità socialdemocratica ad ascendere alla massima carica dello
Stato dopo Friedrich Ebert) da parte di una maggioranza difforme da quella che
sosteneva il governo: socialdemocratici e liberali. Le elezioni politiche, svoltesi
nello stesso anno, portarono la SPD a superare per la prima volta la soglia del
40% dei voti validi, e resero possibile la formazione di un governo
socialliberale, con Brandt alla cancelleria e il liberale Walter Scheel agli Esteri.
La SPD era nel frattempo profondamente cambiata, in parte seguendo i
mutamenti della società tedesca; da partito operaio si era trasformata in
partito popolare (Volkspartei), in una sorta di catch-all-party con una spiccata
attenzione alle questioni sociali. La quota di lavoratori manuali era in
progressivo calo (dal 45% dei militanti nel 1952 al 34% del 1968), mentre
erano in crescita impiegati, pubblici funzionari, pensionati; per tutti gli anni
Cinquanta gli iscritti diminuirono, passando dagli 875.000 del 1947 ai 590.000
del 1955. In seguito ci fu una ripresa e nel 1970 si tornò quasi al livello
dell’immediato dopoguerra (820.000); la SPD rimane comunque – come già nel
periodo weimariano - un partito maschile: la percentuale delle donne
socialdemocratiche restò attestata a circa un sesto del totale.
Il movimento studentesco e giovanile del Sessantotto trovò la SPD al
governo, destinata perciò a diventare uno dei bersagli dei suoi strali polemici;
la risposta della socialdemocrazia (che vinse le elezioni con lo slogan “osare più
democrazia”) fu complessa: da un lato, nel gennaio 1972, Brandt ed il governo
non si opposero all’entrata in vigore di una disposizione, emanata dai
presidenti dei governi dei Länder, che interdiva a coloro che non dessero
garanzie di fedeltà ai principi liberali e democratici della costituzione l’accesso
all’impiego pubblico (Extremistenbeschluß, noto anche come Radikalenerlaß; la
sua applicazione pratica come anche la decisione su fino a quando mantenerlo
in vigore erano ovviamente competenze dei Länder e non del Bund; di fatto la
disposizione, che colpì in particolare i giovani aspiranti all’insegnamento nelle
scuole pubbliche, cessò di essere applicata nella maggior parte degli Stati
federati alla fine degli anni Settanta. Solo il governo monocolore
socialdemocratico del Saarland, però, la abolì anche formalmente nel 1985),
dall’altro cercò di mantenere aperti canali di dialogo con l’opposizione
extraparlamentare (APO – Außenparlamentarische Opposition), ne raccolse in
parte le istanze pacifiste attraverso la Ostpolitik e si dimostrò disponibile a
75
quella riapertura del dibattito pubblico sul passato nazista della Germania che il
movimento giovanile reclamava e che per i primi vent’anni della
Bundesrepublik era stato di fatto una sorta di tabù.
Oltre alla protesta giovanile, tra il 1969 ed il 1974 la Bundesrepublik
conobbe nuovamente, dopo anni, un’ondata di scioperi spontanei, in
particolare nei settori minerario e metalmeccanico. La konzertierte Aktion
aveva sicuramente facilitato la ripresa dell’economia tedesca, ma aveva
contribuito a distanziare i vertici del DGB dalla base operaia, i cui salari erano
sì cresciuti, ma meno dei profitti: la percentuale dei lavoratori dipendenti era
cresciuta nella Bundesrepublik del 16,5% dal 1950 al 1970, ma la loro quota sul
reddito nazionale lordo solo dell’11,4%. Inoltre, la composizione della classe
operaia era mutata; da un lato in fabbrica era entrata una nuova generazione
che non aveva dietro di sé l’esperienza del fascismo e della guerra, e perciò era
portatrice di una maggiore combattività, dall’altro lo sviluppo del dopoguerra
aveva trasformato la BRD in un paese di immigrazione.
Consistenti flussi di manodopera di provenienza europea (italiani,
spagnoli, portoghesi, jugoslavi) ed extraeuropea (turchi) avevano affollato le
officine, portando con sé tutto il disagio delle migrazioni di massa e ponendo
alle direzioni sindacali delle categorie industriali nuovi e complessi problemi.
Tutto ciò aveva conferito una nuova rilevanza all’organizzazione sindacale di
fabbrica, dando spazio alle spinte dal basso ed intrecciandosi con spunti critici
verso la politica della SPD presenti in alcuni settori sindacali, in particolare nella
federazione metalmeccanica IG Metall, che trovavano riscontro nelle posizioni
della sinistra del partito, raccoltasi nel cosiddetto Frankfurter Kreis (circolo di
Francoforte).
Proprio in questa fase di successi elettorali e politici la SPD conobbe
infatti una notevole articolazione interna per gruppi e tendenze: in
contrapposizione al Frankfurter Kreis la destra costituì una propria
organizzazione, detta dei Kanalarbeiter – i costruttori di canali - mentre la
federazione giovanile – Jungsozialisten (Juso), in cui militavano all’epoca tanto
Gerhard Schröder quanto Oskar Lafontaine – si radicalizzava subendo
l’influenza del neomarxismo sviluppato dal Sessantotto.
29) La SED tra sviluppo economico e tentativo di fondare una coscienza
nazionale separata
Nel frattempo, l’altro Stato tedesco aveva conosciuto, dopo la costruzione
del muro ed in buona misura a causa di esso, che aveva bloccato il costante
deflusso di manodopera qualificata a profitto della BRD verificatosi in
precedenza22, un rimarchevole sviluppo economico, con tassi di incremento del
5% annuo ed una parallela crescita dei salari nonché della disponibilità di
merci; nel “primo Stato degli operai e dei contadini in terra tedesca” (così
suonava la definizione della DDR nel linguaggio della SED) poté così svilupparsi
tra la popolazione un senso di appartenenza ed una identità statuale non
irrilevanti.
22 Nonostante si fossero ormai consolidati due Stati tedeschi, le norme sulla cittadinanza in
vigore nella BRD continuavano a considerare come cittadini potenzialmente propri i residenti
nella DDR. Di conseguenza, quansiasi cittadino della DDR si presentasse ad un ufficio di polizia
tedesco federale dichiarando di volersi stabilire nella BRD riceveva immediatamente un
passaporto valido ed un sussidio per i bisogni più immediati, e veniva immediatamente
equiparato ai residenti, senza altre procedure.
76
Il consolidamento della DDR ed al suo interno della SED come pilastro del
regime non furono interrotti dalla successione di Erich Honecker a Walther
Ulbricht, nel 1971. Il nuovo segretario generale cercò di utilizzare al meglio le
opportunità economiche offerte dalla distensione tra i blocchi e dal
riavvicinamento tra i due Stati tedeschi, frutto della Ostpolitik di Brandt, ma
puntò parallelamente a rafforzare la compattezza ideologica del partito e dello
Stato combattendo qualsiasi influsso proveniente dall’Occidente, fosse di
origine socialdemocratica od eurocomunista. Il quadruplicarsi del commercio
intertedesco e l’afflusso di cospicue quantità di capitale tedescofederale non
portarono perciò alcuna apertura politica.
Le crisi petrolifere degli anni Settanta crearono difficoltà anche anche alla
DDR, la cui direzione politica rispose con un ulteriore rafforzamento
dell’autarchia (per ridurre la dipendenza dalle importazioni di greggio furono
riattivate le torbiere di cui il paese era ricco); nonostante ciò, ancora nella
seconda metà degli anni Ottanta le prospettive economiche del paese erano
valutate positivamente dagli osservatori economici occidentali: con un prodotto
pro capite di 10.440 dollari nel 1985 la DDR si collocava non solo di gran lunga
alla testa del blocco orientale, ma alla pari della Gran Bretagna e nettamente
davanti all’Italia. Sebbene i salari fossero non poco inferiori a quelli della BRD, il
sistema di sicurezza sociale era efficiente, come anche buona parte dei servizi.
Proprio negli anni Ottanta si stava sviluppando anche nella Germania del
socialismo reale la società dei consumi.
Nel corso dell’era Honecker si realizzò inoltre un significativo mutamento
di accenti nell’immagine della repubblica che la SED proponeva ai cittadini;
accanto alla caratterizzazione socialista ed antifascista la DDR cominciò a
proporsi come l’erede di tutte le migliori pagine della storia tedesca, dalla
riforma protestante (la figura di Lutero fu esaltata e glorificata) al dispotismo
illuminato (un analogo tributo fu prestato alla memoria di Federico II
Hohenzollern, il “vecchio Fritz” dei berlinesi) e così via. In questo modo la
direzione del partito e dello Stato cercò di contrapporre ad una Germania
presunta occidentalizzata ed americanizzata (la BRD) una Germania legata alle
sue più genuine tradizioni (la DDR), recuperando così più di un motivo
nazionale (se non francamente nazionalistico).
Dal punto di vista della politica estera la DDR raccolse nel ventennio
honeckeriano più di un successo; l’isolamento diplomatico degli anni Cinquanta
era ormai un ricordo. Ancorché nessuno – meno che mai i gruppi dirigenti
tedescofederali – lo prevedesse, si stavano però delineando i prodromi di una
crisi, i cui principali fattori scatenanti erano da un lato il processo di progressiva
disintegrazione che si avviò nel blocco egemonizzato dall’URSS nella seconda
metà degli anni Ottanta (accelerato dal tentativo del segretario generale del
PCUS Mikhail Gorbaciov e del suo ministro degli Esteri Eduard Shevardnadze di
salvare l’Unione Sovietica abbandonando alla loro sorte i partiti comunisti al
governo nei paesi dell’Est europeo ed i loro gruppi dirigenti), dall’altro
l’oggettiva contraddizione tra sviluppo di una società civile basata sui consumi
di massa e abituata ad uno standard di vita relativamente elevata e rigido
controllo politico da parte della nomenklatura di partito.
30) La rapida crisi della DDR, il dissolversi della SED e la nascita della PDS
Casus belli fu l’incrociarsi tra preoccupazioni diffuse nella popolazione per
una certa riduzione dei beni di consumo disponibili e la pressione per ottenere
77
maggiori possibilità di viaggiare verso Occidente, in particolare verso la
Repubblica federale dove oltre un terzo dei cittadini della DDR aveva legami
familiari. I limiti molto rigidi posti dalle autorità al numero di permessi di
espatrio temporaneo (non più di 10.000 all’anno) non erano più considerati
accettabili; le aperture politiche in corso nei paesi socialisti confinanti fecero
saltare la blindatura posta dalla SED ai confini, e costrinsero i suoi dirigenti ad
avviare un processo di riforme. Ma era troppo tardi, e l’impiego della
repressione di Stato era reso molto difficile dal contesto interno ed
internazionale; prevalse perciò la scelta di non farvi ricorso.
La pressione che veniva dall’URSS e l’infittirsi di dimostrazioni popolari
per il ripristino delle libertà politiche e la trasformazione radicale del sistema
costrinsero Honecker alle dimissioni (18 ottobre 1989); gli successero
inizialmente Egon Krenz, di lì a poco il riformista Hans Modrow (ex borgomastro
di Dresda, in fama di “gorbacioviano”), a cui non restò altro da fare se non
avviare trattative con l’opposizione, nel frattempo organizzatasi in gruppi di
vario orientamento (dai conservatori d’ispirazione cristiana, ad una ricostituita
socialdemocrazia; dai democratici attenti alle questioni ambientali ad
aggregazioni analoghe alla nuova sinistra dell’Europa occidentale), e
concordare lo svolgimento di libere elezioni, che si svolsero il 18 marzo 1990 e
portarono alla vittoria della CDU orientale (trasformatasi, in gran fretta, da
partito membro del “fronte nazionale” egemonizzato dalla SED in forza politica
autonoma strettamente legata alla sorella maggiore tedescofederale).
Se all’inizio della crisi la quasi totalità dei movimenti d’opposizione
pensava a riformare radicalmente la DDR senza però metterne in dubbio la
persistenza come Stato, nel corso del 1990 l’esito delle elezioni di marzo e la
crescente pressione dal basso misero all’ordine del giorno l’obiettivo della
riunificazione, che avvenne il 3 ottobre, nella forma della confluenza dei singoli
Länder dell’Est (appositamente ricostituiti) nella BRD.
In questi mesi la SED conobbe un tumultuoso processo di scioglimento /
ricostituzione; nell’autunno 1989 il partito fu in pratica rifondato con il nome di
SED-PDS (PDS sta per Partei des demokratischen Sozialismus, Partito del
socialismo democratico). Gli iscritti erano a quel punto 300.000, sugli oltre 2
milioni che militavano nella SED ancora l’anno prima, ed il gruppo dirigente fu
completamente rinnovato. Lo componevano ora figure che in precedenza
avevano rappresentato correnti dissidenti all’interno dell’area socialista.
31) Il cancellierato di Helmut Schmidt e la crisi della coalizione socialiberale
All’Ovest le elezioni (anticipate) del 1972 portarono per la prima volta la
SPD ad essere il primo partito del Bundestag, con il 45,8% dei voti; in
particolare la Ostpolitik, il cui passo principale fu l’intesa fondamentale
(Grundlagenvertrag) del 1972 in base alla quale i due Stati tedeschi si
riconoscevano reciprocamente affermando allo stesso tempo l’unità della
nazione, contribuì al successo. La coalizione socialliberale venne confermata,
sotto la guida di Brandt che però due anni dopo dovette lasciare il posto di
cancelliere al compagno di partito Helmut Schmidt; causa contingente del
cambio fu il cosiddetto affaire Guilleaume (era costui uno stretto collaboratore
del cancelliere che risultò poi lavorare come spia per i servizi d’informazione
della DDR), ma la sostituzione era da tempo nell’aria: la crisi petrolifera del
1973 e la conseguente recessione mondiale avevano reso irrealizzabili i piani
riformatori di Brandt, provocando altresì un aumento della disoccupazione.
78
Schmidt sarebbe rimasto in carica otto anni superando due difficili
tornate elettorali (1976 e 1980) in cui la SPD sarebbe rimasta sopra la quota
del 40% dei voti espressi ma tornando ad essere il secondo partito; il suo
cancellierato non può essere valutato in modo univoco: nella politica
economica e sociale il bilancio fu sicuramente positivo (la crescita riprese,
entrò in vigore un nuovo e più aperto diritto di famiglia, furono migliorate
numerose prestazioni sociali), meno convincenti i risultati sul piano della
Ostpolitik e della politica estera in generale. Schmidt fu uno dei principali
sostenitori della politica di riarmo della Nato in particolare nel cruciale settore
dei missili a medio raggio, che significò il blocco della distensione e la ripresa di
una politica di confronto tra i blocchi; per fermare la crescente insoddisfazione
tra le file socialdemocratiche il cancelliere fu costretto più volte a minacciare le
proprie dimissioni.
La svolta liberista nelle file dell’alleato partito liberale - che si manifestò
con forza dopo le elezioni del 1980 - creò nuove difficoltà a Schmidt in
particolare nei rapporti con il sindacato, non senza qualche riflesso nella stessa
SPD: i deputati Manfred Coppik e Karlheinz Hansen, esponenti della sinistra
socialdemocratica e critici verso la politica del governo, furono estromessi dal
partito e dal gruppo parlamentare; avrebbero poi tentato, senza successo, di
creare un partito dei socialisti democratici (Partei der Demokratischen
Sozialisten – DS).
La politica di riarmo provocò lo sviluppo di un diffuso movimento
pacifista, a cui diedero un importante apporto le forze che si stavano
aggregando attorno al progetto di un partito “verde”; le iniziative contro il
dispiegamento dei missili a medio raggio fornirono un’ottima occasione agli
esponenti socialdemocratici critici verso Schmidt di venire allo scoperto. Ad
impegnarsi in particolare furono il giovane Oskar Lafontaine e l’ex ministro
Erhard Eppler (che ricopriva inoltre incarichi importanti nella Chiesa
evangelica). Sottoposta ad una tensione eccessiva, la coalizione socialliberale
si ruppe nell’autunno 1982. La FDP tornò ad allearsi con il blocco democristiano
sotto la guida (durata fino al 1998) di Helmut Kohl, e la SPD fu respinta
nuovamente all’opposizione.
32) La ricostituzione del partito comunista (DKP) e la galassia “radicale di
sinistra”23 dopo il Sessantotto
Dai movimenti del Sessantotto si erano intanto sviluppate numerose
iniziative politiche, tra cui il tentativo di ridare vita ad un partito comunista (nel
1968), con il nome di Deutsche Kommunistische Partei (DKP). La DKP riuscì ad
avere un certo insediamento arrivando negli anni Settanta a circa 40.000
iscritti, ma non ebbe mai un significativo richiamo elettorale (il suo risultato
migliore fu lo 0,3% dei voti alle elezioni del 1972); si caratterizzò per una linea
di stretta ortodossia, avendo come punti di riferimento indiscutibili la SED e il
PCUS. Alla metà degli anni Ottanta le riforme gorbacioviane indussero nel
23 Nel lessico politico tedesco (come anche in quello anglosassone) con il termine “radicale” si
connotano posizioni di intransigente critica agli assetti politci e sociali esistenti. Può esistere poi
un radicalismo di sinistra (Linksradikalismus) ed un radicalismo di destra (Rechtsradikalismus).
Nel nostro paese invece il concetto di “radicale” tende ad essere usato secondo l’accezione
francese (il Parti radical della III repubblica, a cui si ispirò in Italia Felice Cavallotti), indicando
cioè posizioni ad un tempo moderate sul piano sociale ed intransigenti sul terreno dei diritti
civili.
79
partito una seria crisi, che portarono il partito, dopo qualche anno, a ridursi alla
dimensione di un gruppo senza alcun peso. Nel decennio successivo buona
parte dei suoi ex militanti si orientarono verso la PDS.
Accanto alla DKP si costituì una galassia di microscopiche formazioni
(spesso con meno di 1.000 militanti ciascuna) di orientamento marxistaleninista, talvolta orientate verso la Cina, talaltra verso l’Albania; tra questi la
KPD-ML, la VSP (Vereinigte Sozialistische Partei), un’altra KPD, la MLPD
(Marxistisch-Leninistische Partei Deutschlands), il KBW (Kommunistischer Bund
Westdeutschlands) ecc. Non mancarono gruppi di tendenza operaista, come il
RK (Revolutionärer Kampf), e nuclei anarchici. Da queste aree fortemente
minoritarie presero vita le formazioni armate come la Rote Armee-Fraktion
(Gruppo Armata Rossa) di Andreas Baader ed Ulrike Meinhoff, le Rote Zellen
(Cellule rosse) ed altri minori.
33) Nasce e si sviluppa una nuova formazione politica: Die Grünen
Dalla fusione di un tessuto militante costituitosi nell’APO con il pullulare
di iniziative civiche (Bürgerbewegungen) per la salvaguardia del territorio e la
difesa dell’ambiente e con la grande ondata antimilitarista e pacifista degli anni
Settanta nacque, alla fine del decennio, il partito verde (Die Grünen). Alla sua
origine troviamo una serie di iniziative locali e regionali; è del 1977 la
fondazione in Bassa Sassonia della Umweltschutzpartei (USP - Partito
dell’ambiente). Nel 1981 il partito prese il nome “Die Grünen” e riuscì ad
entrare nel Landtag con il 6,5% dei voti. Ad Amburgo una Grün-Alternative Liste
(Lista verde-alternativa) riuscì a conquistare nel 1982 il 7,7%. A Brema il primo
nucleo verde fu costituito da un gruppo di militanti della SPD usciti dal partito.
Analoghe vicende ebbero per teatro gli altri Länder.
La prima uscita sul piano statuale dei Grünen furono le elezioni europee
del 1979, in cui presentarono una lista di concentrazione ambientalista,
ottenendo il 3,2% sul piano federale; di lì a poco, nel gennaio 1980, a
Karlsruhe, si tenne il vero e proprio congresso di fondazione, che decise di
tentare la presentazione di proprie liste alle imminenti elezioni per il
Bundestag. Nonostante un rapido sviluppo organizzativo, la cui la costituzione
del partito diede un forte impulso, non fu un successo: appena l’1,5% dei voti
validi. Bastarono appena tre anni per quadruplicare i voti (5,6% nel 1983) e
superare con un sicuro margine lo sbarramento del 5%; con ogni probabilità in
questa tornata sui Grünen si riversò una quota di elettori che in precedenza
avevano votato per la SPD ma che ora trovavano più confacente alla propria
visione del mondo le idee guida del nuovo partito, che nella sua fase di
strutturazione iniziale si presentava come ecologista, socialmente impegnato,
fautore di una democrazia di base, antiburocratico, pacifista e sostenitore
dell’uguaglianza dei diritti, femminista e antifascista, nonché nemico del
nazionalismo e della xenofobia.
Per questo primo periodo, tuttavia, i Grünen presentavano caratteristiche
più da cartello che da partito vero e proprio, quantunque nettamente
caratterizzato a sinistra dopo la fuoriuscita – quasi immediata – dell’ala
ecologista d’ispirazione conservatrice che fondò la Ökologische Demokratische
Partei (ODP). Al di là delle diverse ispirazioni ideali, a dividere i verdi in due
campi contrapposti (cosiddetti “fondamentalisti”, o Fundis, e “realisti”, o
Realos) era una questione squisitamente politica: se cioè chiamarsi
rigorosamente fuori da ogni responsabilità di governo, a livello di Länder o di
80
Bund, e consacrarsi ad una rigorosa opposizione dentro e fuori il Bundestag, o
mettersi nell’ottica di costruire una politica di alleanza con la SPD. Come si
vede, si trattava di un dilemma perfettamente analogo a quello che aveva
travagliato il movimento socialista un secolo prima. Anche questa volta, fu la
seconda posizione a prevalere nel corso del tempo (già nella seconda metà
degli anni Ottanta si costituirono a livello di Länder alcune coalizioni rossoverdi), contemporaneamente ad un processo di istituzionalizzazione che portò i
Grünen ad assomigliare sempre di più ad un partito di tipo tradizionale ed a
abbandonare alcune pratiche antiburocratiche e movimentiste che li avevano
caratterizzati nei primi anni di vita (come la rotazione nel mandato
parlamentare e nelle cariche di partito).
Nelle elezioni del 1987 il partito toccò l’8,7% dei voti validi, e migliorò
ancora di un punto decimale alle europee del 1988; posti però di fronte alle
prospettive nuove create dal collasso della DDR e dall’unificazione, i Grünen
non seppero trovare una loro collocazione nel dibattito che ne scaturì. Si
opposero (con molte buone ragioni) a ciò che nei fatti non era altro che
l’assorbimento della vecchia Germania orientale in una Bundesrepublik più
estesa ma inalterata nei suoi lineamenti più profondi, ma non riuscirono a
formulare credibili proposte alternative.
Per questo, nel 1990 nel territorio della vecchia BRD persero quasi il 4%
dei suffragi, riducendosi al 4,8% e mancando per un soffio l’entrata nel
Bundestag, in cui furono però rappresentati lo stesso perché al movimento loro
alleato, Bündnis ’90 (Alleanza ’90, un’aggregazione di movimenti antiautoritari,
democratici ed ecologisti dell’Est) riuscì invece di ottenere più del 5% sul
territorio della vecchia DDR. La rilevanza dei Grünen dipende prima di tutto
dall’essere stati l’unica forza nuova riuscita ad entrare stabilmente nel sistema
politico tedescofederale, mutandone la forma tripartitica assestatasi alla fine
degli anni Cinquanta e rimasta inalterata per quasi trent’anni.
Dagli anni Ottanta, invece, il panorama parlamentare assunse una
struttura quadripartitica, secondo uno schema che, procedendo da sinistra
verso destra, allineava Grünen, SPD, FDP, blocco CDU/CSU. Alla fine del
decennio risultavano iscritti al partito circa 40.000 tedeschi, tra cui piuttosto
alta la quota delle donne; l’elettorato dei Grünen era molto giovane,
caraterizzato da una scolarizzazione piuttosto alta e con una netta prevalenza
di impiegati, pubblici dipendenti, lavoratori intellettuali. Assai scarsa invece la
penetrazione tra i ceti operai e quasi inesistenti i rapporti con il movimento
sindacale. Per la sua composizione ed il suo radicamento il partito verde è stato
definito una forza liberale di sinistra di nuovo tipo, espressione di un nuovo
ceto medio laico e democratico.
34) La SPD all’opposizione tra crisi e cambio generazionale
Gli anni Ottanta furono un periodo di notevoli difficoltà per la SPD, che
perse consensi scendendo nuovamente ben al di sotto del 40%, ma anche di
rinnovamento; al congresso di Colonia del 1983, liberati dalla necessità di far
quadrato attorno al cancelliere, i delegati si espressero a maggioranza contro il
riarmo ed il dispiegamento dei missili a medio raggio, tanto cari ad Helmut
Schmidt. I successi dei verdi e la costruzione delle prime coalizioni con loro in
alcuni Länder suscitarono, in particolare nell’ala sinistra del partito, speranze di
poter tornare presto al governo, togliendo ai liberali la rendita di posizione che
derivava loro dall’essere l’ago della bilancia.
81
I risultati deludenti ottenuti nelle tornate del 1983 e 1987, assieme a
banali ragioni anagrafiche, ebbero come effetto di spingere il partito al
ricambio generazionale, di cui fu un primo significativo segnale la scelta nel
marzo 1987 di Oskar Lafontaine come vicepresidente. Il giovane presidente del
governo regionale del Saarland, noto per essere l’allievo prediletto di Brandt
(nel partito era chiamato il “nipote”), si presentava come un uomo politico
collocato nella sinistra interna, ma con una notevole capacità innovativa.
Appariva il candidato ideale per contrastare il democristiano Helmut Kohl, che
dopo due mandati come cancelliere appariva ormai logorato, ma il repentino
crollo della DDR cambiò rapidamente le carte in tavola.
Non appena all’Est si profilò un’apertura politica venne fondato un partito
socialdemocratico (SDP, Sozialdemokratische Deutsche Partei), che si legò
subito alla SPD, ma che rivelò tutta la sua debolezza alle elezioni per la
Volkskammer del marzo 1990: appena il 21,9% dei voti! Nonostante la forte
politicizzazione della società tedescoorientale, in quei mesi alla SDP riuscì di
raccogliere appena 30.000 iscritti, ad ulteriore riprova dello scarso spazio
politico esistente tra la SED-PDS, che continuava a raccogliere voti di sinistra di
varia natura e specie, e la Ost-CDU, che in quanto forza moderata e di governo
convogliava su di sé sia il consenso di coloro che non volevano più sentir
parlare di socialismo, sia il suffragio di coloro che ritenevano opportuno
continuare ad appoggiare i detentori del potere, di qualunque colore fossero.
Anche la SPD, come i verdi, pagò un forte prezzo per le critiche mosse
alle modalità dell’unificazione, mettendo in guardia sia dai costi sia dalle
tensioni sociali che sarebbero derivati da un processo troppo rapido, e – con
qualche timidezza – ipotizzò passaggi diversi dalla pura e semplice entrata dei
Länder orientali nel Bund; la costituzione federale infatti avrebbe reso possibile
una diversa procedura, con la convocazione di una costituente che avrebbe
dato vita ad una nuova repubblica tedesca.
Prevalse invece, come è noto, l’allargamento della BRD verso Est. Nelle
prime elezioni pantedesche del dopoguerra, nel 1990, la SPD precipitò al 33,5%
dei voti, tornando al livello degli anni Cinquanta. Per tutti gli anni Ottanta il
numero di iscritti alla socialdemocrazia si mantenne al di sopra dei 900.000;
dalla metà del decennio precedente la percentuale delle donne crebbe
costantemente, superando il 27% nel 1990. Tra i militanti, nel 1990 gli
impiegati superarono per un punto percentuale gli operai (rispettivamente il
26% ed il 25%), mentre continuava la crescita dei funzionari pubblici (ora più
del 10%).
35) La sinistra nella Germania unificata: SPD, Grünen e PDS
La storia della sinistra nella Germania unificata dal 1990 ad oggi è prima
di tutto la storia di una sinistra che appare oggi stabilmente articolata in tre
formazioni: la SPD, i Grünen, e la PDS. Quest’ultima è forse la novità più
rilevante: nata dalla dissoluzione della SED nel crepuscolo della DDR, la PDS
riuscì ad essere rappresentata (da 17 deputati) nel primo Bundestag
pantedesco avendo raggiunto il 16,3% dei voti all’Est (il quorum del 5% venne
allora calcolato separatamente per Est e Ovest), si rafforzò quasi
ininterrottamente nelle elezioni per i parlamenti dei neue Bundesländer
(denominazione corrente delle regioni che facevano parte della DDR). Nel
1994, pur rimanendo al di sotto della soglia (ebbe complessivamente il 4,4%),
poté inviare un cospicuo numero (30) di suoi parlamentari al Bundestag avendo
82
ottenuto la maggioranza assoluta in quattro collegi uninominali (a Potsdam ed
a Berlino), uno in più dei tre necessari per rendere inefficace lo sbarramento.
Nel 1998, infine, si insediò a pieno titolo nel sistema politico
bundesrepubblicano, con il 5,4% (e 36 rappresentanti, a cui poi si aggiunse,
nell’autunno 1999, un transfuga dalla SPD).
Si è venuto così a strutturare sul piano federale un sistema pentapartitico
(PDS, Grünen, SPD, FDP, CDU/CSU), che però si scompone in due sottosistemi
differenti a livello di Länder: un modello quadripartitico ad Ovest (Grünen, SPD,
FDP, CDU o CSU – quest’ultima in Baviera), uno tripartitico ad Est (PDS, SPD,
CDU).
La PDS, diretta fino alla primavera 2000 da Gregor Gysi e Lothar Bisky, ha
oscillato a lungo tra il porsi come partito di raccolta dei tedeschi orientali (i
cosiddetti Ossis, contrapposti ai Wessis, i cittadini della vecchia BRD), e come
forza di sinistra socialista; sembra nettamente prevalere negli ultimi tempi la
seconda tendenza, con l’ovvio corollario di puntare a sviluppare anche all’Ovest
una propria rete organizzativa (finora con scarsi risultati, anche se nelle
elezioni svoltesi nella primavera 2000 nel Land Nordreno-Vestfalia i risultati
sono stati, in alcune aree industriali come Duisburg, relativamente confortanti,
con percentuali attorno al 3%).
All’Est la PDS è non da ora forza di governo, tanto a livello comunale
quanto di Land (nel Meclemburgo-Pomerania anteriore si è costituita nel 1998
una maggioranza organica SPD-PDS; nella Sassonia-Anhalt fin dal 1994 un
monocolore SPD di minoranza si è retto solo grazie all’appoggio esterno della
PDS).
36) Il governo rosso-verde di Gerhard Schröder e Joska Fischer, la crisi
Lafontaine, il rapporto della sinistra tedesca col proprio passato ed il proprio
futuro
Tra i verdi la fusione, intevenuta dopo le elezioni del 1990, con Bündnis
’90 ha portato al rafforzamento dell’ala cosiddetta realista, favorevole cioè alla
partecipazione a governi di coalizione con la SPD; dal canto suo il partito
socialdemocratico, dopo aver intrapreso per tutto il decennio una lenta ma
costante campagna per la riconquista delle posizioni perdute, è riuscito a
vincere le elezioni del 1998, portando uno dei suoi esponenti, Gerhard
Schröder, alla cancelleria, alla testa della prima coalizione rosso-verde della
storia della Bundesrepublik.
La campagna elettorale era stata condotta dalla socialdemocrazia con lo
slogan: “Die SPD: die neue Mitte” (La SPD: il nuovo centro), pensato per
attirare elettori disillusi dalla lunga egemonia democristiana; la scelta del
candidato cancelliere era stata difficile, in lizza erano Oskar Lafontaine,
esponente di una sinistra che puntava ad accoppiare radicalità ed
innovazione24,
e Gerhard Schröder, definito comunemente un politico
“pragmatico” ma dal profilo più incolore. Il congresso designò quest’ultimo, pur
confermando “der Genosse (il compagno) Oskar” alla presidenza del partito.
24 Fecero scalpore, nel periodo precedente la campagna elettorale, alcune dichiarazione di
Lafontaine che suggerivano l’opportunità per i lavoratori dipendenti di accettare riduzioni
salariali in cambio di un orario di lavoro abbreviato, di maggiore occupazione e di una politica
di difesa dell’ambiente. La proposta incontrò l’opposizione del DGB; nonostante ciò rimasero (e
rimangono) solidi i legami tra l’esponente politico del Saarland e le compnenti radicali attive
nel sindacato, in particolare nell’IG Metall.
83
Dopo la vittoria, e la designazione di Lafontaine a ministro dell’Economia,
il conflitto – non solo personale, ma prima di tutto politico – tra i due non
avrebbe tardato a manifestarsi, concludendosi con le dimissioni di Lafontaine
da tutte le cariche di governo e di partito (marzo 1999). Dopo un lungo silenzio,
il pupillo di Brandt sarebbe ricomparso in pubblico il 1° maggio del 2000, come
oratore ufficiale alla manifestazione organizzata dall’IG Metall (la federazione
sindacale metalmeccanica, notoriamente ala sinistra del DGB) a Braunschweig,
per poi eclissarsi nuovamente dalla scena.
Schröder intanto, cancelliere e presidente del partito, ha dovuto
affrontare alcune situazioni non facili, come i rovesci elettorali in alcune
consultazioni regionali e la vertenza nazionale dei pubblici dipendenti, nonché
alcuni passaggi cruciali in politica estera, come l’impegno di reparti della
Bundeswehr nei Balcani nei ranghi della Kfor, che ha posto fine al disimpegno
militare tedesco, protrattosi dal 1945 e diventato per molti cittadini della BRD
un punto di non ritorno.
Tra i temi più discussi dalla pubblica opinione in questi ultimi ventiquattro
mesi ci sono gli effetti a medio termine della rinnovata centralità assunta da
Berlino, dove nel 1999 è stata trasferita anche la sede del governo. Non
mancano le preoccupazioni sul significato che potrà avere la trasformazione
della Bonner Republik (la repubblica di Bonn) in Berliner Republik, con sullo
sfondo l’immagine di un’altra repubblica connotata dal nome di una città: la
Weimarer Republik. La scelta di Bonn come capitale provvisoria della vecchia
BRD aveva voluto dire, infatti, l’occidentalizzazione della Germania, lo
spostamento del suo centro sull’asse renano (e cattolico), lontano dalla Prussia
protestante ed orientato – come la Porta di Brandeburgo – verso l’Est slavo.
Alcuni temono che la Berliner Republik tornerà a collocarsi sul baricentro
mitteleuropeo, a sganciarsi dall’Europa occidentale. Sembrano paure
eccessive, almeno in questo quadro politico ed istituzionale.
Altra questione cruciale è il rilancio, da parte del governo Schröder, di un
patto per l’occupazione che coinvolga imprenditori, sindacati e Stato. Fermo
restando che il modello di capitalismo industriale sviluppato dalla BRD nella sua
storia durata ormai più di mezzo secolo si caratterizza per lo spiccato ruolo
regolatore assunto dalle istituzioni (cosa che è stata vera con qualunque
maggioranza al Bundestag), è tipica della SPD la preferenza per istanze
corporatiste fondate su intese-quadro. Così era accaduto infatti nel decennio
1967-1977, quando la socialdemocrazia per la prima volta nel dopoguerra
aveva avuto funzioni di governo. Allora si era parlato di Konzertierte Aktion (KA
- Azione concertata), ora di Bund für Arbeit (BfA - Associazione per
l’occupazione). Il BfA non è però semplicemente una ripresa della KA, poiché
diverse sono le condizioni e le prospettive: allora il problema era l’inflazione,
ora le difficoltà dello Stato sociale; allora la disoccupazione era bassa, oggi è
alta; allora lo Stato nazionale poteva svolgere una funzione di guida in ambito
economico, oggi le sue possibilità di movimento sono più limitate e deve
puntare sul ruolo di moderatore delle diverse istanze coinvolte, confidando che
esse siano in grado di mantenere gli impegni che si prendono. In ultima analisi,
soltanto l’andamento della disoccupazione ed il suo calo in misura percepibile
ci potrà dire se il BfA sarà stato efficace o meno.
Per quanto riguarda i tre partiti in cui oggi è organizzata gran parte della
sinistra politica, la SPD è ancora un partito solidamente radicato sul piano
sociale, un partito “pesante” e fortemente ancorato al territorio, nonché
attento a valorizzare il patrimonio simbolico che gli viene da un passato più che
84
centenario, dalle bandiere rosse all’appellativo tradizionale di “Genosse”
(compagno) utilizzato correntemente dentro e fuori dal partito. Non mancano, a
dire il vero, segni di debolezza, riconducibili al fatto che la SPD ha vinto le
elezioni nel 1998 senza avere un programma particolarmente innovativo e sulla
base di due parole d’ordine: attuare una politica di risparmio che rendesse
possibile il rilancio della giustizia sociale, che le hanno portato consensi ma
hanno altresì acceso enormi aspettative nella società. Aspettative che
reclamano ora una sia pur parziale soddisfazione.
I Grünen, dal canto loro, sono forzatamente di fronte, proprio essendo per
la prima volta al governo del Bund, ad una alternativa tendenzialmente
drastica: diventare fino in fondo un partito liberaldemocratico, collocandosi
perciò al centro-sinistra dello schieramento politico e contribuendo alla
collocazione della FDP al centro-destra (quasi a riproporre la storia divisione dei
liberali tedeschi tra radicali e moderati), oppure rilanciare le opzioni
ambientaliste e pacifiste intrecciandole con le istanze di maggior uguaglianza
che vengono da consistenti strati sociali. Appare sostanzialmente consumato il
tentivo verde di collocarsi asimmetricamente rispetto all’asse destra/sinistra.
La PDS dal canto suo ha consolidato nelle ultime elezioni regionali la sua
presenza nella tradizionale roccaforte rappresentata dai neue Bundesländer,
superando in due casi la SPD, e ci sono segni di una sua trasformazione in un
partito popolare (Volkspartei, cioè con aderenti provenienti da ogni ceto
sociale) di sinistra. La novità fu colta anche dalla CDU che, nei Länder orientali
in cui la PDS è una forza consistente, si dichiarò disposta a discutere senza
preconcetti sulla base di programmi possibili da realizzare anche con gli “eredi
della SED”, come la stampa conservatrice si ostina a definire i rappresentanti
della PDS.
Allo scopo di consolidare la finora scarsa presa sull’elettorato della
vecchia BRD, i dirigenti del partito, in particolare Gysi, hanno cercato di
approfittare della relativa accettazione da parte della socialdemocrazia di
alcune impostazioni neoliberali riscontrabile nel testo sottoscritto nell’estate
1999 da Gerhard Schöder e Tony Blair per presentarsi come la forza più
coerente nella difesa della giustizia sociale, presentandosi come una sorta di
sinistra socialista con in più una spiccata attenzione per l’ambientalismo. Tale
prospettiva non ha mancato di provocare dibattiti anche aspri tra i militanti, ma
ha dalla sua l’aprirsi di uno spazio politico che la dislocazione assunta da
Grünen e SPD negli ultimi tempi ha lasciato sistanzialmente libero.
Le ormai imminenti elezioni generale del 2002 ci forniranno ulteriori,
indispensabili, elementi di valutazione.
85
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86
Brunello Mantelli, dottore di ricerca, insegna Storia Contemporanea presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Si occupa in particolare di
storia dei fascismi europei e storia della Germania. Ha pubblicato, tra l’altro,
“Camerati del lavoro”. I lavoratori italiani emigrati nel Terzo Reich nel periodo
dell’Asse 1938-1943, Firenze 1992; Il fascismo. L’origine, il regime, la caduta,
Milano, 1996; Kurze Geschichte des italienischen Faschismus, Berlino 1998,
nonché svariati saggi in riviste e volume collettanei italiani, tedeschi, francesi e
britannici.
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Brunello Mantelli - Germania Rossa def