Direttore: Francesco Gui (dir. resp.). Comitato scientifico: Antonello Biagini, Luigi Cajani, Francesco Dante, Anna Maria Giraldi, Francesco Gui, Giovanna Motta, Pèter Sarkozy. Comitato di redazione: Andrea Carteny, Stefano Lariccia, Chiara Lizzi, Daniel Pommier Vincelli, Vittoria Saulle, Luca Topi, Giulia Vassallo. Proprietà: “Sapienza” - Università di Roma. Sede e luogo di trasmissione: Dipartimento di Storia moderna e contemporanea, P. le Aldo Moro, 5 - 00185 Roma tel. 0649913407 – e - mail: [email protected] Decreto di approvazione e numero di iscrizione: Tribunale di Roma 388/2006 del 17 ottobre 2006 Codice rivista: E195977 Codice ISSN 1973-9443 Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Indice della rivista ottobre – dicembre 2014, n. 33 MONOGRAFIE E DOCUMENTI Il teatro di Antonio Simone Sografi tra cultura dell'Illuminismo e suggestioni della Rivoluzione di Marco Parigini p. 3 Per una Federazione di Stati europei: due modelli costituzionali inglesi agli esordi della seconda guerra mondiale (1940-1941) di Benedetta Giuliani p. 68 L'ordine del giorno Spinelli: origine e approdi di una scelta etico-politica di Giulia Vassallo p. 113 *** CONTRIBUTI Castell'Arcione, un caso di studio dell'area tiburtina di Simone Festa p. 128 2 Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Il teatro di Antonio Simone Sografi tra cultura dell’Illuminismo e suggestioni della Rivoluzione di Pietro Themelly La figura di Antonio Simone Sografi (1759-1818)1, uno degli autori teatrali più eclettici e di maggiore successo della Serenissima nell’ultimo decennio del Settecento sino ai primi anni dell’occupazione asburgica, non ha goduto fino ad oggi di una grande considerazione da parte degli studiosi della storia delle idee di quell’epoca così importante per l’intera vicenda europea. La sua produzione letteraria tra l’età dei Lumi e quella della Rivoluzione giunta fino a Venezia è stata considerata subordinata, anche dagli studiosi più recenti, a superficiali esigenze di gusto, se non opportunistiche, più che a consapevoli motivazioni Su A.S. Sografi vedi: G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, Minerva, Padova, 1836, v. II, pp. 292-98; G. Bonfio, Cenni biografici di Antonio Sografi, Bianchi, Padova, 1854; L. Bigoni, Quattro commedie inedite di S.A. Sografi, Gallina, Padova, 1891; Id., Simone Antonio Sografi, Un commediografo padovano del secolo XVIII, in «Nuovo archivio veneto», 1894, VII, pp. 107-47; B. Brunelli, Un commediografo dimenticato: S.A. Sografi, in «Rivista Italiana del Dramma», 1937, I, pp. 171-88; C. Goldoni, Opere con appendice del teatro comico nel Settecento, a cura di F. Zampieri, Ricciardi, Milano-Napoli, 1954, pp. 1119 e ss.; N. Mangini, voce Sografi, in «Enciclopedia dello Spettacolo» Le Maschere, Roma, 1962, pp. 99 e ss.; C. De Michelis, Il teatro patriottico, Marsilio, Venezia, 1966, pp. 19-29; Id., Antonio Simone Sografi e la tradizione goldoniana in Letterati e lettori nel Settecento veneziano, Olschki, Firenze, 1979, pp. 203-24; Id., Teatro e spettacolo durante la Municipalità provvisoria di Venezia, maggio-novembre 1797, in Il teatro e la Rivoluzione francese, atti del Convegno di Studi, Vicenza 14-16 settembre 1989, a cura di M. Richter, Accademia Olimpica, Vicenza, 1991, pp. 263-88; M. Montanile, I giacobini a teatro, Società Editrice Napoletana, 1984, pp. 17 e ss., ivi il testo de La Rivoluzione di Venezia; R. Turchi, La commedia italiana del Settecento, Sansoni, Firenze, 1986, in particolare pp. 320 e ss; S. Romagnoli, La parabola teatrale del patriota Antonio Simone Sografi, in «Teatro in Europa», 1989, 5, pp. 58-68; N. Mangini, La parabola di un commediografo ”giacobino”: Antonio Simone Sografi (con il testo inedito de La giornata di san Michele), in «Risorgimento veneto», 1990, 6, pp. 21-93; P. Trivero, Commedie giacobine italiane, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1992, pp. 8 e ss. 1 3 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 culturali e politiche. Eppure la sua personalità e la sua vicenda biografica appaiono meritare maggiore attenzione e rilevanza di quanto per ora non sia stato riconosciuto. La rivisitazione di un’esperienza come quella dell’autore delle Convenienze teatrali consente infatti di percepire lo stato degli animi in una realtà come quella veneta, caratterizzata da conservatorismo e diffuso moderatismo, ma al tempo stesso determinata nei protagonisti più avvertiti - e non soltanto in pochi elementi “radicali” - a sortire dalle secche di una tradizione ormai esaurita. In questo quadro, anche Sografi risulta interpretare, non senza originalità, le pur caute esigenze di rinnovamento emergenti anche nei territori della Serenissima. La sua produzione teatrale di quegli anni testimonia senza alcun dubbio l’adesione all’umanitarismo solidale e ottimistico dei Lumi, seppur nel rifiuto di ogni estremismo culturale e politico. Più precisamente, nella produzione teatrale redatta dal nostro Simone nel corso delle vicende della Municipalità provvisoria di Venezia si può cogliere l’eco delle teorie del maestro della giovinezza padovana, Melchiorre Cesarotti. Il progetto politico del grande traduttore d’Ossian, adottato e riproposto dalle rappresentazioni del discepolo, mostrava di potersi aprire, nonostante il suo moderatismo, a una concezione dinamica della storia e della società. L’idea dell’eguaglianza delle opportunità, una tesi maturata in epoca illuministica ed adottata negli anni del rinnovamento rivoluzionario, costituiva il nucleo fondante del programma di Sografi. Pur mostrandosi lontano da ogni radicalismo politico e sociale, il suo progetto culturale si configurava indubbiamente come una sfida all’ordine costituito dell’antichissima Repubblica oligarchica. Nel rimandare ad un prossimo contributo la riflessione su tale esperienza, l’intento della presente trattazione è quello di ricostruire la fase de “l’apprendistato politico” del giovane autore teatrale nei primi anni del decennio rivoluzionario. Una fase esordiente eppure evidentemente influenzata dal pensiero dei Lumi, o più precisamente di alcuni suoi interpreti avvertiti come particolarmente affini e suggestivi. A costoro i primi esperimenti dell’aspirante commediografo mostrano di essersi ispirati con estrema accuratezza e conoscenza dei testi, tanto da accreditare una raffinatezza e competenza della cultura del nostro e, per molti aspetti, dell’ambiente veneto in generale che meritano ancora una volta maggiore considerazione di quanto fino ad oggi siano state riconosciute. Malgrado l’impossibilità oggettiva, almeno allo stato, di riscontri documentari riconducibili direttamente alla mano di Sografi, che possano illustrare ulteriormente l’intenso dialogo intrattenuto con gli esponenti del pensiero e della letteratura illuministica, tuttavia la frequenza e la puntualità dei rimandi a quest’ultimi, e in specie a taluni, riscontrabili nelle scene e nei 4 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 dialoghi della fase de “l’apprendistato politico”, offrono una sicura e suggestiva testimonianza della ricettività del giovane Simone nei confronti del patrimonio intellettuale dell’età che lo aveva preceduto. L’itinerario culturale e politico Il nostro scrittore era giunto giovane nella Dominante, intorno alle metà degli anni Ottanta, per cimentarsi nella pratica forense dopo aver concluso gli studi in diritto nella nativa Padova. Tuttavia una forte e acerba passione artistica ancora lo guidava. Infatti Simone, fin da studente universitario nella città del Santo, si era improvvisato attore declamando La morte di Cesare e il Maometto di Voltaire nella versione, peraltro allora assai celebre, resa da Melchiorre Cesarotti in quegli ultimi anni2. Sembra peraltro che il vivace alunno già allora s’avventurasse in tentativi e abbozzi di precoci melodrammi e cantate. V’erano pertanto motivazioni autentiche per partecipare attivamente, ora che si trovava nel centro propulsivo dello spettacolo italiano, ai dibattiti, alle dispute e più in generale alla vita intellettuale delle accademie e dei circoli culturali marciani. Ben presto rotti gli indugi, Simone ormai trentenne, memore dell’esempio di Goldoni, abbandonava l’avvocatura per votarsi, come il maestro, alla sola “causa” teatrale. In breve sarebbe divenuto un autore fecondo e di successo: bastava l’annuncio di una sua nuova opera per moltiplicare il prezzo dei biglietti e riempire le logge, per renderlo conteso tra le diverse richieste di impresari e capocomici. L’incessante attività e la rapidità d’esecuzione resero così Sografi uno degli autori più prolifici del tempo, capace di produrre, in un trentennio Il Cesare e il Maometto tragedie del signor Voltaire trasportate in versi italiani con alcuni ragionamenti del traduttore, In Venezia presso Pasquali, 1762. L’edizione uscita anonima fu subito inviata dall’autore, tramite Goldoni, a Voltaire. Cesarotti, la cui lezione, è stato osservato, costituiva una delle poche testimonianze dissonanti nel conformismo della cultura ufficiale patavina, aveva accompagnato alla traduzione due importanti Ragionamenti che costituivano, com’è noto, la prima enunciazione della sua dottrina estetica. Il secondo, il Ragionamento sopra l’origine e i progressi dell’arte poetica, è stato considerato dalla critica il più significativo poiché poneva Cesarotti, sulla frontiera tra due mondi e due culture, in bilico tra l’idea d’un bello preesistente e la scoperta della spontaneità creatrice. Il primo invece, il Ragionamento sopra il diletto della tragedia è senz’altro quello su cui si formò Sografi. Per il significato di tale discorso vedi M. Ariani, “Lineamenti di una teoria illuministica del teatro tragico”, in Il teatro italiano del Settecento, a cura di G. Guccini, Il Mulino, Bologna, pp. 121-48. Sui rapporti tra Cesarotti e Sografi circa la produzione poetica e sul carattere della tragedia ci riserviamo di tornare in una prossima occasione. Su M. Cesarotti vedi infra, in conclusione di questo paragrafo. I due Ragionamenti possono ora leggersi in “Dal Muratori al Cesarotti”, a cura di E. Bigi, in Critici e storici della poesia e delle arti nel secondo Settecento, t. IV, Ricciardi, Milano-Napoli, 1960, pp. 27-86. Vedi anche ivi le note introduttive, pp. XI-XXII; 3-25. 2 5 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 d’instancabile lavoro, oltre cento pezzi teatrali3. La cantata a tre voci Deucalione e Pirra aveva inaugurato il suo repertorio, nel settembre 1786 a Venezia, in un palazzo anonimo di San Beneto, mentre il libretto Le Danaidi romane avrebbe posto fine alla sua attività letteraria nel carnevale 1816, presso il più autorevole teatro La Fenice4. “Pochi decenni più tardi - è stato scritto in tempi relativamente recenti, con forse troppa severità - com’era giusto e inevitabile la sua fama e la sua fortuna vennero definitivamente meno”5. Il corpus teatrale di Sografi, un insieme ricco, variegato, forse fin troppo composito, segnato da inevitabili incertezze e contraddizioni impietosamente ricordate dagli studiosi, si è purtroppo in buona parte disperso. Allo stato attuale delle conoscenze, è possibile individuare con certezza soltanto una trentina di opere che rinviano ai soli ricordi dell’autore la memoria della originaria raccolta6. Erano state probabilmente le idee riformatrici di Goldoni, “Tanto è difficile la conoscenza dell’effetto teatrale, che, dopo aver scritto oltre cento commedie, dopo aver usata ogni scrupolosissima diligenza in compor questa, dopo avere ad ogni sua menoma situazione appiccate le più lusinghiere speranze, dov’io men mi credeva, son rimasto a digiuno”. “Ai Leggitori, l’Autore”, in L’ingrato. Commedia dell’avvocato Antonio Sografi, Padova, Tipografia Bettoni, 1816, p. 7. 4 Deucalione e Pirra. Cantata da eseguirsi la sera del giorno 30 settembre nel nuovo casino intitolato d’Orfeo a San Benedetto in occasione dell’apertura del medesimo, in Venezia 1786, nella stamperia Fenzo. Con le debite permissioni; Le Danaidi romane. Dramma del signor Antonio Sografi, Padova per Valentino Crescini, 1816. 5 C. De Michelis, “Antonio Simone Sografi”, in Letterati e lettori nel Settecento veneziano, cit., p. 224. 6 Si indicano qui di seguito, ad esclusione delle opere patriottiche sulle quali vedi infra n. 15, i testi effettivamente rintracciati: Deucalione e Pirra. Cantata da eseguirsi la sera del giorno 30 settembre, cit.; Giovanna D’Arco. Dramma in quattro atti per musica del Signore A. S. Sografi, da rappresentarsi in Vicenza nel nuovo teatro la state dell’anno 1789, In Vicenza, per Antonio Giusto; Gli Argonauti in Colco o sia la conquista del vello d’oro. Dramma per musica del signor A.S. Sografi, da rappresentarsi nel Nobilissimo Teatro di San Samuele il Carnovale del Anno 1790, in Venezia, 1789 appresso Modesto Fenzo. Con le debite permissioni; Pimmalione. Scena drammatica. Tratta dalla Scena Lirica di monsieur J.J. Rousseau per li signori Matteo Babini, e Carolina Pitrot, dal Signor Sografi, da rappresentarsi la sera de’ 26 gennaro 1790 nel nobilissimo teatro di San Samuele in Venezia, 1790 con approvazione; La morte di Semiramide. Tragedia per musica da Rappresentarsi in Bologna nel nobil teatro Zagnoni l’autunno dell’anno 1791, Bologna per le stampe del Sassi, con approvazione; La morte di Cleopatra. Tragedia per musica del signor A.S. Sografi avvocato veneto [I, 1791], In Venezia 1794 nella Stamperia Valvasense con approvazione; Telemaco in Sicilia. Dramma per musica del signor Antonio Simeone Sografi, avvocato veneto, Padova 1792, nella stamperia Penada; Apelle. Dramma per musica da rappresentarsi nel nobilissimo teatro della Fenice del signor Antonio Simon Sografi avvocato veneto, in Venezia l’Autunno 1793; Pietro Il Grande ossia il trionfo dell’innocenza. Dramma eroico del signor Antonio Simon Sografi avvocato veneto, da rappresentarsi nel teatro privato di sua eccellenza Co: Alessandro Pepoli, La primavera dell’anno 1793, Venezia dalla nuova tipografia; La principessa filosofa ossia il contravveleno. Commedia ridotta ad uso melodrammatico da rappresentarsi nel nobilissimo teatro Venier in S. Benedetto, l’autunno dell’anno 1794, in Venezia presso Andrea 3 6 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 più che il costume o l’indole dello scrittore, a spingere Simone a lasciare la copia del testo agli attori o all’impresario senza poi preoccuparsi della eventuale pubblicazione del manoscritto. I nuovi imperativi del teatro riformato, più che le vecchie pratiche della Commedia dell’Arte, orientavano presumibilmente Simone a stabilire un legame empirico e più profondo con gli attori: da ciò scaturiva la necessità di una scrittura per l’immediato più che per la pagina a stampa7. Per queste ragioni oggi non ci resta che il solo titolo di opere di sicuro interesse; altre volte soltanto un breve resoconto desumibile dalle “notizie letterarie”dei periodici d’allora. Il Padre di famiglia, ad esempio, la commedia ispirata all’analogo soggetto indagato da Goldoni e Diderot, è sfuggita alle ricerche di tutti gli studiosi. Non diversamente si è persa ogni traccia degli Allievi della natura, un’operetta di inequivocabile sapore illuministico, rappresentata con certezza a Venezia nella stagione 1795. Di quel manoscritto, ormai disperso, resta soltanto un lontano richiamo di fine Ottocento, ai nostri giorni pressoché inutile8. Si potrebbero con facilità ricordare altri casi. Albrizzi con licenza de’ Superiori; Olivo e Pasquale [I, 1794], in Biblioteca scelta di opere italiane antiche e moderne. Commedie di A.S. Sografi avvocato,Silvestri, Milano, 1831; Ivi Le Convenienze teatrali. Farsa [I, 1794], Ivi Verter. Commedia inedita del signor Antonio Simon Sografi [I, 1794]; Ivi, Le donne avvocate commedia in tre atti; Il marito di quattro mogli. Farsa inedita di Antonio Simon Sografi, in Venezia, 1799 con privilegio [I, 1795]; Gli Orazi e i Curiazi. Tragedia per musica del signor Sografi da rappresentarsi nel Nobilissimo Teatro La Fenice l’autunno 1798, in Venezia nella stamperia Valvasense con permissione [I 1796]; Il Cavalier Woender. Dramma dell’avvocato Sografi [I, 1796], Torino 1816, presso Michelangelo Morano libraio vicino a San Francesco; Il Vitalizio. Commedia in un atto solo [I, 1796], Farsa, Padova per Niccolò Bettoni, 1812; Jarico in Londra. Commedia inedita del signor Antonio Simon Sografi [I, 1796?], In Venezia, 1801. Con Privilegio; Timoleone dramma serio per musica da rappresentarsi per la prima volta nel teatro di Reggio la fiera dell’anno VI Repubblicano, [1798], In Reggio stamperia Davolio; Le nozze in Latino. Commedia in un atto solo di Antonio Simon Sografi [I, 1800], in Milano da Placido Maria Visai Stampatore Libraio, 1830; Le Inconvenienze teatrali. Commedia della’avvocato Antonio Sografi [I, 1800], Padova Tipografia Bettoni, 1816; La distruzione di Gerusalemme. Dramma sacro in due atti da rappresentarsi sul Regio teatro alla Scala nella Quaresima dell’anno 1812 [I, 1803], Milano. Dalla Società Tipografica dei Classici Italiani, Contrada del Cappuccio; La vergine del sole. Dramma per musica da rappresentarsi nel nobilissimo teatro La Fenice nel Carnevale 1805, In Venezia nella Stamperia di Vincenzo Rizzi con Regia Approvazione; Il Genio d’Euganea, Padova Tipografia del Seminario, 1808; La Riconoscenza di Euganea a Napoleone il Grande, Padova per Penada, 1809; Ortensia. Commedia di A.S. Sografi padovano, [I, 1809], Padova, Tipografia Bettoni, 1815; Alessandro ed Apelle. Commedia dell’avvocato A.S. Sografi. Inedita [I, 1810], Venezia 1820 presso Giuseppe Gnoato; L’Ingrato. Commedia, cit.; Il più bel giorno della Westfalia. Commedia dell’avvocato Sografi [I, 1813?], Torino 1817 Presso Michelangelo Morano Libraio vicino a San Francesco; Feste Euganee opera melodrammatica del signor avvocato Sografi, Padova Tipografia Bettoni 1815; Le Danaidi romane, cit. 7 Sul problema vedi, P. Bosisio, Goldoni e il teatro comico, in Storia del teatro moderno e contemporaneo, a cura di R. Alonge e G. Davico Bonino, v. II, Il grande teatro borghese. Settecento e Ottocento, Einaudi, Torino, 2000, p. 148 e ss. 8 L. Bigoni, Simone Antonio Sografi, cit., p. 120. 7 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Gli studi hanno identificato già da tempo gli elementi di continuità che sembrano poter caratterizzare il profilo intellettuale di Sografi9. Commediografo a pieno titolo dal 1793, Simone aveva esordito come librettista: un’attività e un genere musicale che lo scrittore veneto non avrebbe mai abbandonato, tanto da ispirare anche a distanza d’anni la sua produzione, sino alle ultime prove del 1816. Il nostro testimoniava così, in una certa misura, il suo radicamento nella tradizione. Il teatro “comico” stentava ancora ad affermarsi in modo vincente negli anni Ottanta e Novanta, nonostante Goldoni, la cui riforma era ormai alle spalle. Continuava infatti a fargli ostacolo lo spettacolo musicale, una forma scenica, com’è noto, nata nel nostro paese e poi sviluppatasi in modo graduale e prodigioso nel corso Seicento e nel primo Settecento. Allo stato dei fatti, l’assai attivo Sografi risulta esser stato sia innovatore del melodramma, sia promotore del nuovo genere “comico”, all’insegna di una proclamata funzione educativa del teatro, nelle sue diverse espressioni, non priva di echi del messaggio illuministico. Quanto al primo, quel vecchio registro, crocevia di tante e diverse esperienze, si prestava a creative sperimentazioni. Tradizione e novità si fondevano armonicamente nei primi melodrammi dello scrittore padovano. I consueti recitativi, le arie, persino gli allestimenti e la scenografia permettevano al nostro di introdurre a Venezia l’inedito gusto neogotico e preromantico, sia pur conciliato con la tradizione favolistica, storica e classica di più antica memoria. Tuttavia, nonostante quell’eclettismo, forse più superficiale che consapevole, già nel 1793, due opere in musica, Pietro il grande e Apelle10, sembravano poter delineare una significativa svolta nel processo di formazione dell’ancora giovane letterato. Irrompeva, nella stanca reiterazione di stilemi, una inedita esigenza di rinnovamento. La stessa nota introduttiva alla prima delle due opere appena ricordate rivendicava la necessità di una riforma non solo del settore musicale ma dell’intero sistema scenico. Si prefigurava così, all’interno delle strutture espressive più tradizionali, la nuova ipotesi del compito morale e civile del teatro, un esperimento culturale che avrebbe dovuto richiamarsi ai problemi del Vedi per tutti, C. De Michelis, Antonio Simone Sografi, cit.; N. Mangini, La parabola di un commediografo ”giacobino”: Antonio Simone Sografi ,cit. 10 Pietro il Grande ossia il trionfo dell’innocenza. Dramma eroico del signor Antonio Simon Sografi avvocato veneto. Da rappresentarsi nel Teatro privato di S. E. C: Alessandro Pepoli. La Primavera dell’anno 1793, Venezia della nuova tipografia; Apelle. Dramma per musica da rappresentarsi nel nobilissimo Teatro della Fenice del signor Antonio Simon Sografi avvocato veneto. In Venezia l’autunno 1793. 9 8 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 presente ed essere guidato dagli imperativi della “ragione”11. Questa concezione, in definitiva soltanto abbozzata nel 1793, sarebbe stata ripresa e svolta a distanza di pochi mesi, come tra poco si tenterà di evidenziare, anche nelle assai mature e consapevoli Convenienze teatrali12, l’opera “giustamente considerata la più riuscita” tra le commedie di Sografi, almeno per quel che concerne gli aspetti formali e di gusto13. Ciò detto, la luce dei nuovi principi – per utilizzare qui una felice espressione –sembrerebbe tuttavia non riuscire, anche nel caso di Sografi, a pervadere le opacità della storia. Contributi anche recenti hanno tentato di esplicitare le incertezze e le contraddizioni che segnano l’opera di Sografi. L’eclettismo del giovane scrittore e l’indubbia dissonanza di motivi tra loro diversi e eterogenei sono parsi così testimoniare i limiti culturali di un autore sostanzialmente privo di una autentica consapevolezza problematica e solo superficialmente aperto alle tendenze europee. In definitiva tutta la produzione di Sografi, non solo le prove giovanili, resterebbe radicata in una “cultura scolastica e letteraria”, al di là d’una sicura “padronanza della tecnica teatrale”. La sua vicenda personale pertanto parrebbe confluire senza contrasto in un movimento sia pure passivamente riecheggiante i nuovi valori illuministici, ma di fatto caratterizzato da un sostanziale ripiegamento e isterilimento, rispetto all’effervescenza europea, diffuso negli ultimi decenni del Settecento, se non in tutto il nostro paese, almeno nelle province venete. In realtà, a ben vedere, appare difficile negare che in quello scorcio del Settecento veneto Simone Sografi sia stato tra i pochi in Italia a proporre un repertorio teatrale organico e coerente, nonché ispirato a principi innovativi e consapevoli dell’oggettivo progresso indotto dall’età illuministica e più tardi rivoluzionaria. Un apporto già evidente nelle opere dei primi anni Novanta, ma che risulta ancora più esplicito nella produzione teatrale proposta dall’autore nel corso delle vicende della Municipalità provvisoria veneziana, fra il maggio del ’97 e il gennaio ’98. Una produzione capace di portare nel mondo dello spettacolo, tra le pieghe delle vecchie scene, i problemi più urgenti e scottanti dell’ora. Nasceva dunque, anche grazie all’iniziativa del nostro scrittore, quello “[…] mostri coll’esempio l’utilità che potranno ritrarre molti de’ cosi detti celebri Cantori, sì nella parte del canto che in quella della troppo trascurata Drammatica Declamazione, e onde possano convincersi, che declamando musicalmente, si può spiegare a dovere il sentimento, interessare l’anima dello Spettatore, e non calpestare la ragione”. “A sua eccellenza il signor Conte Alessandro Pepoli”, in Pietro il Grande ossia il trionfo dell’innocenza, cit., p. 3. Vedi anche l’Introduzione in Apelle, cit., pp. 3-4. 12 Vedi, infra, n. 85. 13 C. De Michelis, Antonio Simone Sografi, cit., p. 212. 11 9 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 che a vario titolo è stato definito il teatro patriottico italiano 14. Era infatti quella esperienza che contribuiva a rendere noto ben al di fuori di Venezia il nome di Sografi e a sollecitare, in seguito, l’interesse degli studiosi nei suoi confronti. Con le due farse e le tre commedie (vedi in nota) che costituiscono il corpus “patriottico” di Simone, composto di getto nei pochi mesi di vita della Municipalità provvisoria, l’autore padovano diventava un sicuro punto di riferimento per la storia politico-culturale italiana del periodo15. Tuttavia, anche in questo caso i contributi critici hanno lamentato la natura convenzionale e congiunturale di quei testi “democratici” così rapidamente improvvisati, tali da iscriversi in un itinerario culturale e politico contraddittorio e variegato. Operette che rivelerebbero, sotto il profilo ideologico, il riecheggiamento per lo più estrinseco d’un programma formalmente rivoluzionario ma di fatto reso moderato e monocorde, così come in fondo indotto dalla stagione stessa del Direttorio, non meno che dall’ambiente veneziano. Un progetto funzionale, in virtù del suo carattere temperato, a garantire soprattutto la certezza del lavoro e il successo dell’opera del suo autore. Pertanto, anche in questa iniziativa “rivoluzionaria”, Sografi si sarebbe mostrato sensibile ai gusti mutevoli del pubblico e alle convenienze pratiche dell’ora. Erano queste le ragioni per le quali, a seconda delle diverse occasioni, sarebbe stato sempre disposto ad abbracciare ideologie contrastanti16. Pronto di fatto a salutare a fine secolo con tutta l’opera sua (drammi, farse e Sui problemi generali del teatro patriottico oltre ai vecchi studi di E. Masi, Parrucche e sanculotti nel secolo XVIII, Treves, Milano 1886, e di A. Paglicci Brozzi, Sul teatro giacobino e antigiacobino in Italia (1796-1805). Studi e ricerche, Tipografia Pirola, Milano 1887; si indicano qui soltanto: P. Bosisio, Tra ribellione e utopia. L’esperienza teatrale in Italia nelle repubbliche napoleoniche (1796-1805), Bulzoni, Roma, 1990; L. Bottoni, Il teatro, il pantomimo e la Rivoluzione, Olschki, Firenze 1990; P. Themellly, Il teatro patriottico tra Rivoluzione e Impero, Bulzoni, Roma 1991; B. Alfonzetti, Congiure. Dal poeta della botte all’eloquente giacobino (1701-1801), Bulzoni, Roma, 2001. 15 Il Matrimonio democratico, ossia il flagello de’ feudatari. Farsa del cittadino Sografi, scritta per il Teatro Civico di Venezia la state dell’anno 1797, I della libertà italiana. In Venezia 1797. La pièce può ora leggersi in C. De Michelis, Il teatro patriottico, cit., pp. 59-73; L’ex marchese della Tomboletta a Parigi, del testo perduto resta il resoconto in «Il teatro moderno applaudito ossia raccolta di tragedie, commedie, drammi e farse che godono presentemente del più alto favore sui pubblici teatri, così italiani, come stranieri, corredata di Notizie storico-critiche e del giornale dei teatri di Venezia», v. XV. Il resoconto ora anche in C. De Michelis, Teatro e spettacolo durante la Municipalità, cit., pp. 277-78; Il ms de La Rivoluzione di Venezia è pubblicato in M. Montanile, I giacobini a teatro, cit., pp. 95-121; il ms de La giornata di San Michele. Rappresentazione democratica del Cittadino Sografi , è pubblicato in N. Mangini, Parabola di un commediografo giacobino, cit., pp. 53-93; Venzel. Commedia in quattro Atti del Cittadino Sografi scritta per il Teatro S. Angelo l’anno 1797. Il ms. in Biblioteca Civica, Padova C. M. 649/15. 16 L. Bigoni, Simone Antonio Sografi, cit; B. Brunelli, Un commediografo dimenticato, cit.; C. De Michelis, Il teatro patriottico, cit.; Id., Antonio Simone Sografi, cit.; S. Romagnoli, La parabola teatrale del patriota Antonio Simone Sografi,cit.; N. Mangini, La parabola di un commediografo”giacobino”, cit. 14 10 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 cantate) tanto la repubblica democratica quanto l’arrivo degli austriaci 17, per poi mostrarsi non diversamente incline a celebrare, con quello stesso repertorio e la medesima convinzione, tra 1809 e 1815, sia Napoleone che Francesco I18. Queste innegabili contraddizioni hanno finito per svalutare il significato dell’opera di Sografi e probabilmente hanno anche contribuito a condizionare la lettura dei suoi testi. In tal modo, così svalorizzata, la produzione dello scrittore veneto sembra soprattutto configurarsi come una mera testimonianza della variabilità e dell’opportunismo di quei tempi inquieti19. Tuttavia sotto la duttilità del nostro autore si finisce per percepire la continuità di taluni suoi messaggi ed orientamenti. Sia pure ad una prima ricognizione del corpus patriottico sografiano, ancora da investigare ulteriormente, ma già alquanto sicura dei propri risultati, emergono dei dati oggettivi difficilmente contestabili. Quei documenti rivelano, nonostante tutto, una consapevole e coerente volontà pragmatica, volta a realizzare, pur nel mutare dei tempi, degli interpreti e delle circostanze, un possibile programma ritenuto ottimale. L’esigenza cioè di proporre un progetto politico alternativo rispetto a quello vigente nella Venezia tradizionale, ovvero un’ipotesi fondata sull’integrale attuazione dei principi di libertà (individuale) e di eguaglianza (giuridica), così come erano stati fissati nella Dichiarazione dell’agosto 178920. Un disegno, crediamo, delineato larvatamente nelle forme e nelle suggestioni dell’intera comunicazione Ibidem. Il Coro d’Italiani così ricordava Napoleone“Viva il prode, il grande, il forte/ Alto Eroe, che al mondo impera;/Che l’ingrata, menzognera,/Austria infida debellò/ Se contento calma e pace,/Bella Italia, or hai nel petto:/ Opra ell’è dell’almo affetto,/ Che quel nume a te serbò./ Sorgi dunque e l’egra voce/ Sciogli, affida a eterna fama:/ Sorgi, Italia, e lieta esclama…/ Viva il prode, il grande, il forte/ Alto Eroe, che al mondo impera;/Che l’ingrata, menzognera,/Austria infida debellò./” La Riconoscenza di Euganea a Napoleone il Grande, Padova per Penada, 1809, p. 9. Tanto si legge nell’Argomento di un melodramma più tardo: “[…] che questa Provvidenza cogli alti decreti suoi abbia trascelto tra i Monarchi della terra il più grande, il più forte, il più clemente, il più saggio nell’Augusto Imperatore e Re nostro Francesco I a tranquillità dell’universo, a riviviscenza delle Venezie, ad immensa gioia de’ Padovani, che finalmente sel veggono, se lo adorano, se lo ricolmano di benedizioni, questa è tale indubitabil storica candidissima verità, che può esser bensì lievemente accennata, ma non mai abbastanza compresa nel brevissimo presente componimento”. Feste Euganee opera melodrammatica del signor avvocato Sografi, Padova Tipografia Bettoni 1815, p. 7. 19 “Nella sua sovrabbondante produzione teatrale non si riscontra alcun elemento caratterizzante al di fuori di un’agile adesione ai gusti mutevoli del pubblico, insieme ad una disinvolta accettazione di ideologie contrastanti. Figlio di un tempo inquieto nel suo sostanziale, ed inevitabile eclettismo riscontriamo, se non altro, l’innegabile valore di una documentazione di incidenza storica”. N. Mangini, La parabola di un commediografo”giacobino”, cit., p. 37. 20 Il Matrimonio democratico, cit., Atto I, 2, 5, 8, 12; La Rivoluzione di Venezia, cit., Atto I, 2; Venzel. Commedia in quattro Atti, cit., Atto III, 2, 3, 4, IV 3, 13. 17 18 11 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 letteraria, nonché lanciato in modo decisamente più esplicito dai palcoscenici di Venezia nel corso della breve esperienza democratica. Si trattava, probabilmente, di un corpo di convinzioni che risentiva delle idee del maestro della giovinezza padovana, Melchiorre Cesarotti, il celebre traduttore d’Ossian. Una figura dal pensiero complesso e frastagliato ed anche ritenuto da molti, come nel caso di Simone, ambiguo e controverso 21. Le analisi compiute in questi ultimi anni, in particolare quelle di Piero Del Negro e Luciano Guerci, sono riuscite tuttavia ad arricchire le conoscenze sul pensiero politico di Cesarotti. Questi studi hanno ricostruito infatti con maggiore precisione l’itinerario umano e civile del professore di retorica dello Studio patavino, dimostrando l’interiore coerenza del suo percorso intellettuale. In tal modo, un profilo ormai definito e compiuto si sovrappone alla fisionomia ancora incerta e sfocata emersa nel giudizio di Marino Berengo e Sergio Romagnoli22. Grazie ai nuovi contributi della ricerca, si scopre, sin dagli anni Sessanta del secolo illuminato, una personalità animata da uno spirito pragmatico capace di agire sempre “obliquamente” nella storia politica della Serenissima, al fine di garantire con le proprie fortune anche un programma novatore d’interesse generale. Un programma che solo nell’ambito della vicenda patriottica padovana e poi veneziana il professore avrebbe potuto pienamente esplicitare, proponendo il suo modello di “Democrazia ben costituita”. Un progetto che coglieva nell’idea del merito personale il nuovo criterio regolatore di una riscritta giustizia sociale, funzionale a trasformare la fisionomia tradizionale della comunità. Si sarebbe trattato, in altre parole, di un inedito dinamismo sociale, capace di produrre un rimescolamento profondo tra gli antichi gruppi sociali. Tutti motivi ispiratori e obiettivi ideali che allora circolavano e che avevano avuto precedenti teorizzazioni francesi e italiane 23. Melchiorre Gioia, ad esempio, proponeva le stesse questioni nella sua Dissertazione, scritta tra l’autunno 1796 e la primavera-estate 1797, in occasione di un “celebre” concorso, bandito dall’Amministrazione Generale della Lombardia sul tema D. De Camilli, Il cittadino Melchior Cesarotti, in «Italianistica. Rivista di letteratura italiana», XIX, 1990, pp. 79-104. 22 P. Del Negro, Il giacobinismo di Melchiorre Cesarotti, in «Il pensiero politico», XXI, 1988, 3, pp. 301-16; L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane. La letteratura politica per il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Il Mulino, Bologna, 1999, ad Indicem; M. Berengo, La società veneta alla fine del Settecento. Ricerche storiche, Sansoni, Firenze, 1956, pp. 188 e ss.; S. Romagnoli, “Melchiorre Cesarotti politico”, in Id., La buona compagnia. Studi sulla letteratura italiana del Settecento, Angeli, Milano, 1991, in particolare pp. 205, 207-8. 23 L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane, cit., p. 229. 21 12 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Quale dei Governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia?24. Tuttavia anche in Cesarotti, non diversamente da Gioia, la scoperta della naturale eguaglianza delle opportunità non riusciva ad esplorare il terreno ben più insidioso dell’innaturale eguaglianza dei beni, come si può dedurre da un suo opuscolo assai noto a carattere maieutico25. La teoria del traduttore d’Ossian si apriva però, a suo modo, verso il sociale. L’ipotesi della “istruzione universale” e la procedura della “onesta dipendenza26”, una pratica razionale regolativa dei rapporti di lavoro, come i probabili richiami al mandato imperativo rousseauiano mutuati dalla costituzione dell’anno II27 imprimevano un nuovo dinamismo all’idea della “saggia libertà”, una ipotesi che il letterato preromantico aveva ripreso da Necker28. Dal canto suo, Sografi, ispirato dunque a Cesarotti, nelle pièces redatte nella primavera-estate 1797, poteva delineava in modo esplicito il suo “libero sistema”, che si richiamava a un modello di rivoluzione pacifica, moderata, ragionevole29. Una proposta lontana dagli eccessi giacobini e dalle teorie sociali di riforma. Tuttavia nondimeno capace di ridisegnare l’assetto sociale vigente, sia pur con criteri più circoscritti, ma comunque inediti nella storia plurisecolare della antica Repubblica oligarchica30. È il principio dell’eguaglianza, seppure ristretto alla sola sfera giuridica, che struttura il dinamismo dell’intero programma e costituisce l’idea forza che sorregge l’ipotesi sografiana. Se tutti gli uomini sono eguali di fronte alla legge dichiarano i nuovi eroi delle commedie di Simone secondo un registro proprio dell’illuminismo italiano - è compito dello stato risolvere la perenne Dissertazione di Melchiorre Gioia sul problema dell’Amministrazione Generale della Lombardia «Quale dei Governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia» Premiata a giudizio della Società di Pubblica Istruzione di Milano. I omnia ad unum, Milano l’anno I della Repubblica cisalpina. Il Testo può leggersi ora in A. Saitta, Alle origini del Risorgimento: i testi d’un «celebre» concorso (1796), Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea, Roma, 1964. Vedi v. II, pp. 1-130. Sul problema P. Themelly, Melchiorre Gioia e la Rivoluzione. Dalle anticipazioni letterarie del Caligola al programma democratico del 1796, in Eurostudium3w, 2011, 20, pp. 4-37. 25 Istruzione d’un cittadino a’ suoi fratelli meno istrutti, In Padova, a spese di Pietro Brandolese, 1797, p. XXIII. Il testo, uscito anonimo, può ora leggersi in U. Corsini, Pro e contro le idee di Francia. La pubblicistica minore del triennio rivoluzionario nello Stato Veneto e limitrofi territori dell’Arciducato d’Austria. Con appendice di testi, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Roma, 1990, pp. 261-80. 26 Ibidem. 27 L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane, cit., p. 205-6. 28 P. Del Negro, Il giacobinismo di Melchiorre Cesarotti, cit., p. 315. 29 Il Matrimonio democratico, Atto I, 5, 7; La Rivoluzione di Venezia, cit., Atto II, 11; Venzel. Commedia in quattro Atti, cit., Atto I, 2, 7, 8; La giornata di San Michele, cit., I, 4, 5, II, 1. 30 Il Matrimonio democratico, Atto I, 9, 11, 12; La Rivoluzione di Venezia, cit., Atto I, 2, 3, 7, II, 1, 9; Venzel. Commedia in quattro Atti, cit., Atto I, 7, III, 4; La giornata di San Michele,cit., atto i, 5, II, 3. 24 13 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 contraddizione tra l’universale eguaglianza dei diritti naturali e la diseguaglianza sociale dei meriti31. I protagonisti delle sue pièces si battono per la parità delle opportunità, tentano di ridefinire mediante i compiti affidati alle magistrature democratiche l’ambito delle possibilità degli individui. Emerge l’idea di una società in incessante trasformazione, aperta, collaborativa e meritocratica, proiettata oltre il “fissismo” d’Antico regime 32. L’ispirazione riformatrice, che a nostro parere pervade l’opera di Sografi già nei primi anni Novanta, si decanta, nei giorni della Municipalità provvisoria, nello spirito dell’Ottantanove. La cesura con la Repubblica del Leone è ormai compiuta del tutto. Il progetto equilibrato e temperato di Sografi, un disegno che il nuovo patriota esplicitava in seguito alla discesa dalle armi francesi in Italia, si caricava dunque di significati epocali. A tale proposito, in un suo saggio abbastanza recente, Paolo Preto ha messo in evidenza la difficile acquisizione dello stesso concetto di riforma da parte degli intellettuali veneti nel corso del Settecento. Progressivamente e soltanto negli anni Ottanta l’idea del perfezionamento dell’esistente, il criterio cioè dell’accomodamento e della razionalizzazione delle strutture statali vigenti, inizia a distinguersi, se non ad imporsi, sia pure contrapponendosi in modo netto rispetto al criterio di una radicale trasformazione degli organi politici e istituzionali, che continua ad essere pensata come nociva e perniciosa. Pertanto, se non s’incrinava ancora il paradigma della mitica costituzione millenaria, diveniva tuttavia più incisiva la richiesta della “Correzione” degli assetti. Una procedura indubbiamente consueta nella storia della Serenissima, che sembrava peraltro aver ormai dimenticato le antiche paure circa la “precipitosa ruina” dell’intero sistema. Entro questa prospettiva l’idea del mutamento perdeva, a suo modo, l’accezione tradizionalmente negativa che aveva caratterizzato il suo significato nel linguaggio politico sin dal Seicento, inteso come rifiuto delle regole del vivere civile e delle norme naturali. In definitiva, per P. Preto, l’esperienza della Municipalità provvisoria avrebbe consentito, nei suoi programmi politici, la realizzazione di iniziative riformatrici, capaci di perfezionare e portare a compimento, senza peraltro sovvertirlo, un sistema già esistente. Per i patrioti veneti di fine secolo, dunque, attuare la loro rivoluzione significava soprattutto Il Matrimonio democratico, Atto I, 2; La Rivoluzione di Venezia, cit., Atto II, 11; La giornata di San Michele, cit., Atto II, 1. 32 Il Matrimonio democratico, Atto I, 11, 12; La Rivoluzione di Venezia, Atto I, 3, 7; Venzel. Commedia in quattro Atti, cit., Atto I, 7, III, 4; La giornata di San Michele, cit., Atto I, 5, II, 3, 9. 31 14 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 riformare un governo divenuto difettoso, non tentare di trasformarlo radicalmente33. Ben più avanzato sembra quindi essere il significato del programma, per quanto anch’esso “moderato”, di Sografi: un progetto che rimane lontano dall’idea di una rivoluzione intesa semplicemente come riforma. Lo stesso L. Guerci ha colto nella teoria della “diseguaglianza dei meriti” delineata da Cesarotti l’ipotesi “ottimistica” di una società aperta e meritocratica. Una proposta che, pur continuando a mostrarsi incapace di adoperarsi per il concreto miglioramento delle condizioni di vita delle classi inferiori, costituiva l’elemento eminentemente corrosivo della società degli ordini, ovvero il presupposto per la reale liquidazione delle gerarchie d’Antico regime. Così, nell’interpretazione dello studioso torinese, che non poteva non ravvisare l’aspetto dinamico in quel criterio della diseguaglianza, che costituiva anche il cardine delle teorie di Sografi,34. In particolare nella società veneta, l’antico ordinamento costituzionale che “sopravviveva intangibile e intatto a distanza di cinque secoli”35 subiva dalla provocazione di Sografi una sfida di impatto straordinario. Questa diversa possibilità di ricostruire il progetto politico del letterato veneto stimola a rivisitare la produzione prerivoluzionaria di Simone, peraltro generalmente sottovalutata e meno indagata dai suoi cultori. Sarebbe quindi opportuno tentare di esplicitare le probabili premesse delle future scelte del patriota. Ci si riserva pertanto di illustrare in un’altra occasione, in modo più articolato le cinque pièces politiche delle quali si è data qui la sola idea d’insieme. In questo contributo si preferisce approfondire alcuni problemi relativi alla stagione illuminista e prerivoluzionaria dello scrittore padovano. Negli anni che precedono la discesa dei francesi in Italia e l’instaurazione delle Repubbliche patriottiche, il teatro di Sografi non si mostra aperto alle idee rivoluzionarie. In quegli anni, nelle commedie del nostro non vi è mai un richiamo esplicito alle “nuove di Francia”, né un riferimento anche cauto ai valori, agli “immortali principi”, celebrati nelle grandi Dichiarazioni. Tuttavia la produzione dello scrittore padovano tradisce, nonostante tutto, una mentalità sensibile al mutamento e profondamente legata al pensiero dei Lumi. P. Preto, “Le riforme”, in Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, v. VIII, L’ultima fase della Serenissima, a cura di P. Del Negro e P. Preto, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1998, pp. 83-87. 34 L. Guerci, Istruire nelle verità repubblicane, pp. 229-231. Vedi anche Id., “Mente, cuore, coraggio, virtù repubblicane”. Educare il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796-1799), Tirrenia Stampatori, Torino, 1992, pp. 127-129. 35 M. Berengo, La società veneta alla fine del Settecento, cit., p. 5. 33 15 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La polemica letteraria tra Goldoni a Gozzi, avviatasi, com’è noto, negli anni Cinquanta, ma tuttavia ancor viva al tempo della Municipalità provvisoria, aveva richiamato, a suo tempo, anche l’attenzione di Sografi. Il nostro scrittore era stato attratto dalle motivazioni autentiche di quella antica querelle, più che dalle questioni teatrali e tecniche relative alla riforma o alla controriforma dello spettacolo. Riflettendo su quel vecchio dibattito, Simone aveva compreso l’importanza della responsabilità individuale nelle questioni morali. Il nostro tuttavia, profondamente radicato nei valori dei Lumi, rifiutava ogni dottrina meramente individualistica, ogni forma esasperata di soggettivismo. Per Sografi ogni aspirazione personale avrebbe dovuto sempre coincidere con un traguardo sociale. Almeno questo sembra essere il significato prevalente delle pièces sino a oggi esaminate. Individuo e società non compaiono mai come due poli disaggregati o tra loro in conflitto. Se sono intesi come entità autonome e distinte, tuttavia manifestano sempre un carattere complementare che si risolve in un rapporto di cooperazione. Tale orientamento, allo stato attuale della nostra ricostruzione, sembrerebbe essere maturato tra il 1792 e il 1793, probabilmente in seguito alla lettura de Il vero amico di Carlo Goldoni. Quell’opera redatta agli inizi degli anni Cinquanta dal grande commediografo schiudeva dunque a Sografi l’orizzonte della morale sociale: la nuova etica laica che intendeva sostituirsi alla concezione tradizionale della virtù disinteressata. Florindo, l’eroe di Goldoni in quella commedia, aveva insegnato a Simone che il bene di sé acquista significato soltanto in rapporto al bene di tutti. Da questo presupposto nasceva la scrittura delle Convenienze teatrali. Già con la scelta del titolo Sografi voleva orientare lo spettatore e l’eventuale lettore. Giocando sulla polisemia semantica del termine, vedeva nella “convenienza” non un tornaconto, o la realizzazione di un egoistico vantaggio, quanto piuttosto la possibilità di una armonica integrazione tra le diverse parti di un tutto unitario. Il rapporto di unità e distinzione tra parte e tutto, tra persona e compagine sociale, consentiva al letterato padovano di riproporre, sul piano della pratica teatrale, il modello della riforma goldoniana. Una proposta quest’ultima che si era rivelata molto attenta alle relazioni tra i diversi soggetti che nel loro insieme costituivano il sistema dello spettacolo. Tuttavia il principio sotteso alle Convenienze permetteva al nostro di svelare l’incoerenza e la disorganicità della società nella quale viveva. Per lo scrittore padovano le strutture e persino le forme associative tradizionali erano regolate ancora da criteri corporativi e individualistici e pertanto sembravano destinate ad un inesorabile declino non solo economico ma anche morale e comportamentale. Il criterio armonico di “convenienza” lanciava così la sua 16 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 sfida all’ordine esistente. Il teatro diveniva la metafora della vita quotidiana, la sua riforma poteva preludere a una più generale revisione di tutti gli assetti. Sempre nel 1794 Sografi, insieme alle Convenienze teatrali, aveva steso anche il testo del Verter. Queste due operette, redatte a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, sembrano poter avere un carattere complementare e certamente acquistano significato nella lettura congiunta. L’idea del rapporto tra individuo e società ispirava dunque la stesura di entrambe le commedie. Se la prima intendeva definire le relazioni della vita civile, l’altra, invece, privilegiava le questioni e i rapporti della vita privata. Di fatto quest’ultima centrava la sua attenzione sui problemi individuali e poneva inediti interrogativi sul valore della famiglia. Il Verter è stato considerato sino ad oggi, probabilmente a torto, soltanto come un echeggiamento o un fraintendimento del grande romanzo preromantico di Goethe compiuto da un povero letterato di provincia. La lettura del testo sembra testimoniare invece la consapevole protesta di un giovane intellettuale dei Lumi. Il relativismo nichilista che pervadeva il Werther contrastava con l’ideale celebrato nelle Convenienze. Il nesso individuo-società sembrava essere stato da Goethe scomposto e frantumato, i valori sociali di riferimento venivano meno, l’individuo ormai atomizzato restava chiuso e prigioniero di sé stesso. Non è un caso che in corso d’opera il nostro interpreti il Werther alla stregua dell’Antiseneca di La Mettrie. Entrambi i testi gli apparivano in definitiva soltanto come una fucina di valori individualisti e edonistici. In fin dei conti quelle opere non sembravano che rilanciare l’angusto particolarismo che già caratterizzava la società contro la quale Simone intendeva lottare. La commedia del 1794 pertanto voleva ergersi a baluardo contro il “male del vivere” antico e moderno. Esprimeva la protesta contro ogni dottrina che si opponeva alla concezione umanitaria, solidale e ottimistica propugnata dalla cultura dei Lumi. Nel Verter la lezione di Goldoni s’intrecciava a quella di Diderot. Con Le Fils naturel Denis aveva permesso a Sografi di far veramente suo il principio dell’autonomia della volontà che Simone aveva scorto nelle polemiche tra Goldoni e Gozzi. Tuttavia ormai letto anche Goethe, Sografi sentiva il bisogno di arricchire e integrare i suggerimenti etici di Diderot, i richiami alla virtù con le suggestioni altrettanto profonde esercitate dai sentimenti. Ormai il problema del nostro era quello di conciliare i due volti irriducibili dell’Illuminismo. Il cuore con la ragione, i sentimenti con la volontà. Sarebbe dunque valsa la pena rileggere con gli occhi del “nemico” Goethe l’opera di Diderot e di Goldoni. Era utile tentare di scrivere una commedia che non fosse soltanto una nobile rievocazione di esemplari virtù e di alti imperativi morali ma che potesse finalmente divenire anche una storia dettata dai sentimenti. 17 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 L’esame di questo ristretto numero di documenti consente tuttavia di comprendere le ragioni del naturale e consapevole sbocco rivoluzionario di Sografi. Il senso del suo moderatismo certamente dinamico, ma che rimaneva fondato sul rifiuto di qualsiasi estremismo culturale e politico. Un progetto sostanziato nell’età della Rivoluzione dall’antica fiducia illuministica nell’idea di progresso. Sografi e l’ambiente culturale veneziano: continuità o innovazione? A Venezia, nei giorni della Municipalità provvisoria, i nuovi “fogli” democratici sembravano ancora attardati nelle controversie letterarie degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo. Giornalisti e scrittori si accanivano, dalle colonne del «Monitore veneto» e della «Gazzetta urbana», contro l’autore della Tartana, il “funesto” C. Gozzi, l’antico avversario di P. Chiari e C. Goldoni.36 Riemergeva dunque, a distanza di oltre trent’anni, la polemica apparentemente trita contro le “favole” e le “poetiche stregherie”, ovvero contro le “invenzioni” letterarie propugnate a suo tempo dall’irriducibile conservatore. I nuovi patrioti attribuivano a quella produzione la responsabilità di aver mantenuto “il popolo nella più crassa ignoranza” e di aver “stordito” gli “ignoranti senza illuminarli e correggerli”37. Tornavano così, tra le varie questioni, i quesiti insoluti del dibattito settecentesco sugli attori, la scena e i repertori. Si riaccendeva appassionata la discussione sulla funzione morale e civile del teatro e ormai, inevitabilmente, anche sul suo uso politico 38. I vecchi nodi venivano al pettine e la memoria di antichi problemi costituiva di fatto ancora l’orizzonte di riferimento nel quale si muovevano i fondatori del locale Teatro Civico, tra i quali si segnalava, per il radicalismo, un giovanissimo Ugo Foscolo39. In realtà la polemica tra Goldoni e Gozzi non esprimeva soltanto lo scontro tra i novatori e i conservatori in merito alla disputa sulla riforma o la controriforma teatrale settecentesca. La querelle era divenuta, già a metà secolo, il simbolo della divisione tra “due culture, due epoche e due civiltà” che erano sul punto di “succedersi l’una all’altra”40. Gozzi in sostanza aveva scorto nelle commedie di Goldoni uno spirito innovativo volto ad attaccare l’ordine esistente e a proporre principi etici e politici di rottura. Pertanto, per Gozzi, l’iniziativa del grande commediografo, figlia del deprecabile pensiero dei Lumi, P. Bosisio, Carlo Gozzi e Goldoni, Olschki, Firenze, 1979. «Gazzetta urbana veneta», 28 giugno 1797. 38 «Gazzetta urbana veneta», 1 luglio 1797; «Il monitore veneto» 27 maggio; 3 giugno 1797. 39 C. De Michelis, “Nicolò Ugo Foscolo e il teatro giacobino veneziano”, in Letterati e lettori, cit., pp. 225-55. Sui problemi generali, vedi R. Turchi, Il teatro civico, in «Rivista di Letteratura italiana» 1989, VII, 2-3, pp., 289-310. 40 P. Bosisio, Goldoni e il teatro comico, cit., p. 181. 36 37 18 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 una filosofia sovvertitrice delle abitudini e dei valori consuetudinari, andava combattuta con ogni mezzo. Bisognava utilizzare le stesse armi dell’avversario: era opportuno quindi servirsi anche del teatro. In questo caso uno strumento adeguato si rivelava il genere fiabesco, fiorente a quei tempi in Italia in seguito all’affermazione europea del rococò. Il conservatore veneziano aveva dunque ideato e steso le sue Fiabe teatrali tra il 1761 e il 1765, per difendere la tradizione contro gli attacchi di Goldoni e probabilmente ancor più per fronteggiare la cultura francese che ormai, a suo dire, dilagava in Italia 41. L’esotico, il meraviglioso e lo stupefacente ben si prestavano all’impresa. Erano motivi che si innestavano naturalmente e con facilità sul tracciato sicuro di un genere sempre in voga, consolidato dalle nuove tendenze del gusto. La fiaba, racchiusa nel “cerchio magico della pseudo realtà”, rievocava i ricordi e risvegliava le narrazioni dell’infanzia. I sentimenti e la memoria di antiche emozioni potevano radicare nelle coscienze un messaggio volto alla conservazione sociale42. Soltanto la fiaba quindi, nel suo carattere atemporale e destorificato, consentiva di percepire il valore immutabile dei principi e di svolgere così, tramite la scena teatrale, una funzione morale e pedagogica. C. Gozzi, dunque, al di là delle scelte letterarie peraltro innovative43, aveva individuato con chiarezza le ragioni del suo rifiuto della “filosofia”moderna Nel 1772 in seguito a richieste editoriali Gozzi si decise a pubblicare i lavori fiabeschi. Tra 1772 e 1774 l’editore Colombani a Venezia pubblicava otto tomi delle Opere: l’edizione venne completata nei primi anni Novanta. Per la prima edizione critica tardo ottocentesca vedi Fiabe di Carlo Gozzi, a cura di Ernesto Masi, 2 voll., Zanichelli, Bologna, 1884. 42 P. Bosisio, Carlo Gozzi e Goldoni, cit. 41 43 Nella struttura composita, a pastiche, che caratterizza le Fiabe antico e moderno sono inestricabilmente intrecciati. La tradizione seicentesca di Basile si sovrappone al repertorio orale delle favole infantili, alle novelle francesi settecentesche d’ispirazione orientale. I momenti fiabeschi si alternano a quelli realistici. Sul piano della lingua gli endecasillabi tragici s’intercalano alla prosa delle maschere, dialettale e popolare. Il difficile punto di equilibrio ha orientato diversamente il giudizio degli studiosi sino a cogliere nella figura di C. Gozzi tanto il simbolo di una nuova era salutata da Goethe, Schiller, gli Schlegel e Sismondi, quanto l’emblema del radicamento nella tradizione. Se le Fiabe dunque sono parse a Benedetto Croce “scherzi”, altri hanno inteso l’irrazionalismo dell’opera come una precoce testimonianza italiana della protesta contro la ragione. Altri ancora invece, hanno visto nelle ambivalenze delle Fiabe solo un mero strumento a sostegno di una ideologia conservatrice iscritta in una visione provvidenzialistica della storia. Si indicano qui soltanto: B. Croce, “Il carattere delle fiabe di Gozzi”, in La letteratura italiana del Settecento, Laterza, Bari, 1949, pp. 152-65; Letterati, memorialisti e viaggiatori del Settecento, a cura di E. Bonora, Ricciardi, Milano-Napoli, 1951, pp. 182-466; C. Gozzi, Opere, teatro e polemiche teatrali, a cura di G. Petronio, Rizzoli, Milano, 1962; G. Nicastro, “Il teatro nel secondo Settecento”, in La letteratura italiana storia e testi, diretta da C. Muscetta, v. VI, t. II, Il Settecento. L’arcadia e l’età delle riforme, Laterza, Roma-Bari, 1974, pp., 456-83; P. Bosisio, Carlo Gozzi e Goldoni, cit.; R. Turchi, “Un solitario Carlo Gozzi”, in Ead., La commedia italiana del Settecento, Sansoni, Firenze, 1986, pp. 153-165; A. Beniscelli, La finzione del fiabesco. Studi sul teatro 19 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 identificata nel pensiero dei Lumi. L’autore delle Fiabe pensava che gli uomini non avrebbero mai potuto divenire “giudici di loro medesimi” 44. Era infatti proprio il principio di autodeterminazione, che faticosamente si stava allora definendo, ad essere rifiutato da Gozzi. Per lo scrittore veneto il nucleo fondante ed eversivo del nuovo pensiero risiedeva proprio nella possibilità riconosciuta ad ogni individuo di essere sovrano della propria coscienza e libero nell’esercizio della volontà. In particolare Gozzi contestava la concezione sovversiva dello “ius di natura” che ormai ispirava, a suo parere, non solo il linguaggio dei sedicenti filosofi ma addirittura pervadeva la produzione letteraria e teatrale. Il diritto naturale pertanto, pensava l’autore della Tartana, obbediva a leggi universali ed eterne, a un insieme di norme che erano intrinseche, per la loro essenza razionale, allo sviluppo uniforme e congiunto delle diverse civiltà45. Tali principi quindi non potevano essere piegati ad un uso arbitrario, intesi come una sorta di precetti variabili, soggettivi, adattabili ai bisogni e alle situazioni concrete, come d’altronde ben testimoniavano le Fiabe con i loro esempi acronici e permanenti. Gozzi metteva così in evidenza una divaricazione netta nella cultura del tempo: la sua concezione tradizionale non riusciva ad accordarsi con le nuove ipotesi che traevano origine dal pensiero dei Lumi. Questa opposizione che corrisponde all’antitesi tra le idee di “progetto” e di “destino”, per utilizzare l’espressione efficace di G.C. Argan, si trasferiva, dunque, solo apparentemente stemperata, anche sul piano letterario della scrittura teatrale. I nuovi diritti dei sentimenti storicamente determinati iniziavano a contrapporsi sulle scene, dapprima soltanto in Francia e poi in Italia, agli archetipi favolistici di C. Gozzi e al vecchio teatro evasivo e disimpegnato. Il richiamo insopprimibile alla “Legge di Natura”, invocato in alcune pièces del secondo Settecento si trasformava in un appello relativizzato pervaso di esigenze umane, pratiche, empiriche46. Quest’ultimo percorso sembra essere anche quello di Antonio Simone Sografi. Il principio di autodeterminazione ispira la stesura delle commedie che stiamo per esaminare e sovraintende e regola la sua concezione della vita privata e dell’etica della famiglia sino a sostanziarsi nel progetto politico di Carlo Gozzi, Marietti, Casale Monferrato, 1986; E. Sanguineti, L’amore delle tre melarance. Dal canovaccio di Carlo Gozzi, un travestimento fiabesco e gozziano, Il Melangolo, Genova, 2001. 44 Ragionamento ingenuo e Storia sincera dell’origine delle mie dieci Fiabe teatrali, in Opere edite ed inedite del Conte Carlo Gozzi, In Venezia. Dalla Stamperia di Giacomo Zanardi, 1801, p. 27. 45 Ivi, pp. 24 e ss. 46 P. Themelly, Il crepuscolo degli eroi. Nuovi modelli di virtù nelle testimonianze letterarie di Roma repubblicana (1798-1799), in «Eurostudium3w», 2010, 17, pp., 48-169. 20 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 rivoluzionario. Forse, in modo indiretto la polemica con Gozzi era in lui ancora viva. Come si è già ricordato, Simone appena conclusi gli studi universitari era giunto a Venezia per intraprendere l’attività forense. Nel disbrigo della pratica aveva trovato il tempo per scrivere, ventiseienne, nel settembre 1786, la poesia della già menzionata operetta Decaulione e Pirra. Questa “cantata” inaugurava a San Benedetto la nuova sede di una società di dilettanti di musica, canto e ballo, denominata Casino D’Orfeo. L’Associazione era sorta, sembra intorno al 1780, in località Sant’Angelo e sin d’allora voleva essere aperta anche ai forestieri47. Sempre alla fine degli anni Ottanta, il nostro era entrato a far parte, come “accademico onorario”, della Società filodrammatica veneziana, il luogo che gli consentì l’incontro con G. Pindemonte, F. Albergati Capacelli, G. Greppi e A. Pepoli, autori sui quali a breve torneremo48. La Società e alcuni dei suoi soci erano tra i principali promotori di una significativa opera di rinnovamento della cultura letteraria locale che intendeva aprirsi alla produzione d’oltralpe. A partire dagli anni Settanta in città venivano tradotti gli autori teatrali più significativi del secondo Settecento francese, soprattutto per impulso di Elisabetta Caminer Turra49. La giovane, traduttrice e giornalista di indubbio talento, è stata considerata dagli studiosi, non a torto, una delle figure più significative dell’Illuminismo veneto50. Coinvolta dal padre Domenico nelle battaglie di «Europa letteraria», “la più importante rivista veneziana di quegli anni”51, la Caminer avrebbe poi proseguito in modo personale la sua battaglia per il rinnovamento e l’aggiornamento della cultura italiana. Per quel che concerne il versante teatrale, “la bionda giovinetta Elisa” pubblicava nel 1772 a Venezia, presso l’editore Savioni, diciassette testi teatrali francesi raccolti in quattro volumi e da lei tradotti forse fin troppo originalmente. Di lì a due anni, la stessa proponeva al pubblico veneziano una B. Brunelli, Un commediografo dimenticato, cit., p. 171. L. Bigoni, Simone Antonio Sografi, cit., p. 108. 49 A. De Paolis, “Una letterata veneta tra giornalismo e traduzioni: Elisabetta Caminer Turra”, in Traduzioni letterarie e rinnovamento del gusto: dal Neoclassicismo al primo Romanticismo. Atti del Convegno internazionale (Lecce-Castro, 15-18 giugno 2005), a cura di G. Coluccia e B. Stasi, Congedo, Lecce, 2006, v. II, pp. 137-148; M. Liuccio, Elisabetta Caminer Turra, La prima donna giornalista italiana, Il Poligrafo, Padova, 2010. 50 Vedi la voce E. Caminer Turra redatta da C. De Michelis, in «Dizionario Biografico degli Italiani», Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, XVII, 1974, pp. 236-41. 51 F. Venturi, Settecento riformatore, v.V, t. II, La Repubblica di Venezia (1761-1797), Einaudi, Torino, 1990, p. 75. 47 48 21 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Nuova raccolta in sei tomi comprendente ventiquattro testi teatrali non solo francesi, ma ormai anche inglesi, tedeschi, russi e danesi52. L’iniziativa non rimaneva isolata: già nel 1762 circolava in città Le père de famille di Diderot. La celebre pièce pubblicata anonima ad Amsterdam nel 1758 e messa in scena a Tolosa nella primavera successiva, sarebbe stata rappresentata solo nel 1761 alla Comédie Française53. Inoltre, tra 1768 e 1772, erano state pubblicate in italiano e rappresentate nei principali teatri cittadini le opere di P. De Marivaux e di L.S. Mercier, insieme a quelle di molti altri. Nel 1774 F.A. Capacelli faceva uscire per i tipi di Pasquali il Nuovo teatro comico, e ben presto F. Gritti stampava i due volumi del suo Teatro tragico francese. Nel 1776 l’edizione italiana dell’opera di Voltaire veniva completata54. Contributi recenti hanno messo in evidenza come l’opera di Voltaire e Mercier era la più richiesta dalle stamperie marciane per formulare i cataloghi delle nuove pubblicazioni55. In seguito a queste scelte editoriali un pubblico più vasto poteva così avere accesso non solo alle tragedie del patriarca dei Lumi ma anche alle nuove comédies larmoyantes. Quest’ultimo genere, sconosciuto ancora in Italia o quantomeno a Venezia, pareva quasi poter rivoluzionare la pratica teatrale in virtù del suo carattere novatore. Mercier, nelle prefazioni ai testi, addirittura aveva osato contrapporre alla “orgueilleuse tragédie” elitaria e accademica riservata ai dotti, il repertorio lacrimoso rivolto, a suo dire, a “le gros de la nation”, a “l’oreille du peuple”56. Inedite esigenze democratiche e pedagogiche si affacciavano così sui palcoscenici della città lagunare. I nuovi drammi “flebili” e “familiari ”, come le commedie umanitarie e filosofiche ispirate al pensiero di Diderot e Rousseau, davano oltretutto l’impressione di voler contestare l’ordine esistente. Non è un caso che proprio in quegli anni Gozzi si scagliasse con la consueta veemenza anche contro la comédie larmoyante, identificata da lui Composizioni teatrali moderne tradotte da Elisabetta Caminer. Venezia a proprie spese e si dispensa dal Colombani. Nella stamperia di Pietro Savioni, 1772, 4 voll.; Nuova raccolta di composizioni teatrali tradotte da Elisabetta Caminer Turra. In Venezia, a spese di Pietro Savioni stampatore e libraio sul ponte de’ Baretteri all’insegna della Nave, 1774-76, 6 Voll. 53 Le Père de Famille. Comédie en cinq actes et en prose. Avec un Discours sur la Poésie Dramatique. A Amsterdam, 1758. Ora in Denis Diderot, Teatro e scritti sul teatro, a cura di M. Grilli, La Nuova Italia, Firenze, 1980. Ivi indicazioni sulle diverse edizioni della pièce. 54 Il nuovo teatro comico del marchese Francesco Albergati Capacelli coll’aggiunta d’alcune tragedie francesi da lui tradotte. In Venezia per Giambattista Pasquali, 1774-78, 5 voll.; [Francesco Gritti] Teatro tragico francese ad uso de’ teatri d’Italia ovvero Raccolta di versioni libere di alcune tragedie francesi. Venezia appresso Modesto Fenzo, 1776, 2 voll. 2.; Teatro del signor di Voltaire trasportato in lingua italiana. In Venezia presso Francesco di Niccolò Pezzana, 1774-76, 6 voll. 55 F. Waquet, Mercier et l’Italie, in L.-S. Mercier (1740-1814). Un hérétique en littérature, éd. par J.-C. Bonnet, Mercure de France, Paris, 1995, pp. 351-74. 56 Théâtre complet de M. Mercier, 4 voll., [1778-1784] Slatkine Reprints, Genève, 1974, p. 10. 52 22 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 soprattutto nell’opera di Mercier57. Quel repertorio serio e insieme sentimentale pareva proporre a Venezia, negli anni della Repubblica oligarchica, con un registro ragionevole e moderato, senza giungere al conflitto e allo scontro, l’ipotesi di una rivoluzione senza sangue. Le vicende degli ultimi e dei perdenti, le situazioni più difficili della vita quotidiana raggiungevano per la prima volta i sette teatri della città. Tuttavia prevedere la Rivoluzione due decenni prima del suo sviluppo non sarebbe stato possibile per nessuno. Gli studi hanno messo in evidenza il carattere sostanzialmente prerivoluzionario del genere e il sicuro radicamento degli autori nella mentalità d’Antico regime. Ciò valeva non solo per Marivaux, la cui produzione era indubbiamente allora già datata, ma anche per Mercier, il futuro girondino avverso al regicidio e poi scampato alla ghigliottina nel 179358. La recezione di questo corpus teatrale nei circoli intellettuali della Dominante è sembrata agli studiosi stimolare una produzione locale sottodimensionata e superficiale, instabile nelle preferenze, in definitiva disorganica e multiforme. In altre parole si sarebbe trattato soltanto di sperimentazioni minori, lontane dalla cultura europea del tempo 59. Questo severo giudizio letterario si è accordato solo in parte con le ricostruzioni storiche volte a indagare la circolazione delle idee nella società veneta dell’ultimo Settecento. Certo, Marino Berengo aveva già lamentato lo squilibrio tra la diffusione dei valori dei Lumi e le difficoltà di una loro reale penetrazione in città e nei Domini. Il nuovo pensiero “ben di rado assorbito nella sostanza è accolto come stimolo a riordinare l’antico mondo tradizionale con tenui e pazienti ritocchi, non a sovvertirne la struttura e le norme in nome dei diritti della ragione”60. C.M. Cederna, “Specchi pericolosi. Carlo Gozzi critico del dramma flebile francese”, in Carlo Gozzi entre dramaturgie de l’auteur et dramaturgie de l’acteur: un carrefour artistique européen, a cura di A. Fabiano, Longo, Ravenna, 2007, pp. 223-42. 58 Vedi l’Introduction in P. de Marivaux, Théâtre complet, éd. par F. Deloffre, Garnier, Paris 1980; R. Tessari, “Tre isole di vera ragione. L’esperienza ‘metafisicomica’ di Marivaux”, in Id., Maschere di cera. Riforme, giochi, utopie: il teatro europeo del Settecento tra pensiero e scena, Costa e Nolan, Milano, 1997, pp. 39-49. Su Mercier si indica qui soltanto R. Darnton, Libri proibiti. Pornografia, satira e utopia all’origine della Rivoluzione francese, Mondadori, Milano, 1997, pp. 120140; Introduzione in L.S. Mercier L’anno 2440, a cura di L. Tundo, Dedalo, Bari, 1993, pp. 7-84; E. Rufi, Louis-Sébastien Mercier, CNRS éditions, Paris, 1996. 59 Per tutti vedi G. Nicastro, “Il teatro nel secondo Settecento”, in La letteratura italiana storia e testi, cit., pp., 483 e ss.; ma anche A. Asor Rosa voce Francesco Albergati Capacelli, in «Dizionario Biografico degli Italiani», cit., I, 1960, pp., 624-7; Vedi anche per la figura di Sografi questo contributo. 60 M. Berengo, La società veneta alla fine del Settecento, cit., p. 134. 57 23 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Questa condanna senza appello pronunciata da Berengo e definita, da altri, una sorta di “schema a catastrofe”61, ha suggerito, sulla scia tracciata da G. Torcellan62, analisi capaci di offrire un quadro più sfumato e articolato. Si è potuto così dimostrare che “gli anni Sessanta furono, anche a Venezia, la primavera del moto riformatore”, un movimento capace di creare “un’atmosfera favorevole ai cambiamenti” e tuttavia frenato dal “carattere bifronte” della classe dirigente, volta “verso il passato e ansiosa insieme di rinnovamento”63. Altri studi più vicini hanno rilevato una sicura ispirazione illuminista che sorregge l’iniziativa di alcuni patrizi e di diversi esponenti del ceto medio. Circolavano ovunque, negli Stati veneti, i grandi classici del Settecento: anche i testi di Voltaire, Montesquieu e Rousseau. Ciononostante il dibattito ideale e politico ristagnava e non decollava, soffocato anche dalla censura e dalla vigilanza repressiva degli Inquisitori di Stato64. Gli intellettuali veneti, esclusi dall’azione di governo , prerogativa del solo patriziato, fruitori nella grande maggioranza dei casi di un Illuminismo moderato e praticorealistico, avrebbero dato la migliore prova di sé orientandosi verso un riformismo tecnico, aperto alla sperimentazione e all’innovazione scientifica, produttiva, imprenditoriale65. Il quadro sopra tracciato ha rivelato un contesto sensibile al mutamento, anche se segnato da un intreccio di aperture, resistenze, contraddizioni. La stessa trama sembra percorrere l’esperienza del teatro minore veneziano di fine secolo. I nuovi principi, ancora sommersi dalle esigenze della moda e del gusto, penetravano nelle accademie locali. Inevitabilmente finivano per essere introiettati dagli individui e contribuivano ad arricchire e trasformare la loro G. Tabacco, Andrea Tron e la crisi dell’aristocrazia senatoria a Venezia, Del Bianco, Udine, 1982, pp. 14, 46, 58. 62 G. Torcellan, Una figura della Venezia settecentesca: Andrea Memmo. Ricerche sulla crisi dell’aristocrazia veneziana, Istituto per la collaborazione culturale, Venezia-Roma, 1963; Id., Un problema aperto: politica e cultura nella Venezia del Settecento, Olschki, Firenze, 1968. 63 F. Venturi, Venezia nel secondo Settecento, Tirrenia Stampatori, Torino, 1980, pp. 33 e ss, 135 e ss, 176. Ma anche Id., Settecento riformatore, cit., v., II, La Chiesa e la Repubblica dentro i loro limiti (1758-1774), Einaudi, Torino, 1976, pp. 152 e ss; Id., La Repubblica di Venezia, cit., Prefazione, pp. X-XI, pp. 37 e ss, pp. 264 e ss. 64 Si indicano qui soltanto: P. Preto, “Le riforme”, in Storia di Venezia, cit.; Id., Girolamo Festari: medicina, lumi e geologia nella Valdagno del Settecento, Comune di Valdagno, Valdagno, 1995; P. Del Negro, Proposte illuminate e conservazione nel dibattito sulla teoria e la prassi dello Stato, in Storia della cultura veneta, v. V, t. II, Il Settecento, Neri Pozza, Vicenza, 1986, pp. 123-145; M. Simonetto, La politica e la giustizia, in Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, v. VIII, cit., pp. 143-190; F. Piva, Cultura francese e censura a Venezia nel secondo Settecento: ricerche storicobibliografiche, Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia, 1973. 65 Per tutti vedi, P. Preto, “L’Illuminismo veneto”, in Storia della Cultura veneta, cit., v. V, t. I, pp. 1-45; Id., “Le riforme”, cit. 61 24 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 fisionomia culturale. Nell’immediato qualcosa di inedito iniziava a delinearsi anche nelle incertezze delle esercitazioni letterarie. In alcuni testi ai quali tra poco faremo cenno balena il nuovo significato attribuito al valore dell’individuo. Una concezione da cui maturava, insieme all’ipotesi dello stato limitato, il corrosivo criterio del merito. Si trattava di un patrimonio ideale che si sarebbe sostanziato nell’89 nell’idea della libertà civile e nel principio dell’eguaglianza giuridica. Il noviziato letterario diveniva così un’occasione per il confronto e per il dibattito e costituiva il sostrato ideale per la futura coscienza politica. Si ricordava poco sopra l’incontro di Sografi, sul finire degli anni Ottanta, con G. Pindemonte, F. Albergati Capacelli, G. Greppi e A. Pepoli. Probabilmente una migliore conoscenza di quei profili consentirebbe di comprendere lo stato d’animo che circolava nelle società letterarie venete prima dell’ingresso dell’ Armée d’Italie nella Pianura padana66. Tra le figure che abbiamo appena ricordato quella di Albergati sembra accostarsi di più alla fisionomia del nostro Sografi. Entrambi condividevano alcune idee e principi destinati poi a sostanziarsi nella loro produzione. Il profilo di Albergati si rivela mosso, variegato e contraddittorio, per certi versi simile a quello di Sografi. Le ambiguità e le incertezze del commediografo bolognese hanno suscitato, anche in questo caso, il diverso giudizio degli studiosi. Per alcuni Albergati è parso così un mero epigono di Goldoni, un modesto letterato di provincia incapace di confrontarsi realmente con i grandi 66 Tra costoro, allo stato attuale delle conoscenze, diverso sembra il caso del conte Alessandro Pepoli. Il giovane patrizio emulo d’Alfieri, per più aspetti un sostenitore del vecchio mondo, era tuttavia una figura inquieta e bizzarra. La sua esaltazione della “vita” e della “libertà repubblicana” lo portava a oscillare tra la scelta democratica e aristocratica. Successivamente a destreggiarsi tra l’adesione al nuovo sistema francese e il rimpianto della repubblica veneta dei primordi. Vedi, M. Berengo, La società veneta alla fine del Settecento, cit., pp. 196-201. Privo di sussulti appare invece l’itinerario del veronese Giovanni Pindemonte, fratello del più celebre Ippolito, la cui vicenda si dispiega tutta all’insegna di un ideale juste-milieu che sa condurlo, senza cedimenti, dalla militanza rivoluzionaria sino ad una contrastata adesione a Napoleone. Vedi, M. Petrucciani, Giovanni Pindemonte nella crisi della tragedia, Le Monnier Firenze, 1966; P. Themelly, Adesione e dissenso tra Rivoluzione e Impero nell’opera di Giovanni Pindemonte, letterato e politico veneto (1789-1804), in «Eurostudium3w», 2010, 17, pp. 7-47. Più incerto resta il profilo del bolognese Giovanni Greppi. Quel che sorprende di più in questo arcade e accademico fiorentino, apprezzato da U. Foscolo e da M. Cesarotti, è soprattutto l’entusiasmo che muove la sua partecipazione politica, che motiva la sua idea di servizio al bene pubblico in quell’età di grandi speranze. Abbandonata Venezia nel 1790 diveniva a Modena minore conventuale. Nel 1796, all’arrivo dei francesi lasciava il convento di San Bartolomeo, per entrare nei quadri locali dell’amministrazione repubblicana. Dopo Marengo si segnalava ancora a Milano tra i redattori del «Giornale dei patrioti».Vedi la voce di L. Rodler, in «Dizionario Biografico degli Italiani», cit., LIX, 2002, pp. 326-28. 25 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 temi della cultura europea dei Lumi67. Per altri, invece, la sua opera è sembrata addirittura una testimonianza inquieta e critica dei tempi, una produzione carica di allusioni e presagi, capace in sostanza di porre in discussione le strutture costitutive della società tradizionale68. La pièce di Albergati, che qui rapidamente ripenseremo, ci consente di cogliere, come si è accennato, alcuni principi costitutivi e ricorrenti che caratterizzano anche il teatro di Sografi. Già nel prossimo paragrafo vedremo riaffiorare nelle sografiane Convenienze teatrali gli spunti e i motivi che strutturano il testo qui ricordato dello scrittore emiliano. I due autori pertanto sembrerebbero testimoniare gli stessi bisogni e le stesse aspirazioni. Tale consonanza di motivi documenta, a suo modo, la diffusione dei nuovi valori negli strati medi dell’opinione italiana. La commedia in tre atti I pregiudizi del falso onore, un testo di Albergati “mai rappresentato sulle venete scene”, stampato tuttavia a Venezia nel 1778 e poi raccolto nel 1783, nel primo volume delle Opere del letterato bolognese69, ci 67 Albergati, “Illuminato e anticonformista”, era stato corrispondente di Voltaire per circa dieci anni, tra 1758 e 1767, e poi d’Alfieri dal 1785 al 1796. Tuttavia si era anche legato, brevemente e non senza ambiguità, a C. Gozzi. Lo scrittore emiliano pertanto è sembrato agli studiosi, forse anche in ragione di un tardo conservatorismo (impedì a inizio secolo una traduzione della Nouvelle Heloise di Rousseau), “uno dei tanti moderati che importavano in Italia dalla Francia temi e battaglieri propositi”. La sua opera dunque, sin dai tempi ormai lontani di E. Masi, è parsa, per quanto aggiornata e ispirata ai grandi classici stranieri, procedere incerta tra generi diversi, “senza che mai la sua coscienza d’artista si determini chiaramente e si fermi”. Queste ragioni avrebbero decretato una adesione del tutto estrinseca agli stimoli della nuova cultura. Anche nelle prove migliori quando lo scrittore emiliano tenta di immettere “nella commedia di carattere un contenuto sociale satireggiando la vecchia nobiltà”, con toni più “radicali di Goldoni”, la sua “partecipazione alle idee illuministiche” sembra rimanere “cauta e superficiale”. La prudenza e l’inclinazione alla medietas avrebbero poi spinto Albergati a rifiutare gli eccessi della Rivoluzione. Si delineava una fisionomia intellettuale funzionale alle “simpatie del governo”, capace di garantirgli, nella Seconda cisalpina, incarichi politici e amministrativi. Vedi E. Masi, La vita i tempi e gli amici di Francesco Albergati commediografo del XVIII secolo, Zanichelli, Bologna, 1878; Id., Parrucche e sanculotti nel secolo XVIII, Treves, Milano, 1886, pp. 119-40; A. Asor Rosa, voce Francesco Albergati Capacelli, cit.; G. Nicastro, Il teatro nel secondo Settecento, in La letteratura italiana storia e testi, cit., pp. 483 e ss. 68 Albergati viene considerato un autore “pienamente al passo” con le istanze più avanzate della cultura europea contemporanea. La sua opera pertanto esprime l’intelligente acquisizione di un inedito patrimonio di principi e valori. Nelle sue commedie accanto al rifiuto della “civiltà di corte” e delle “buone maniere” emerge con altrettanta forza la critica della famiglia patriarcale. I testi del commediografo emiliano sembrano così quasi proiettarsi nel futuro delineando il nuovo tipo di famiglia coniugale-intima nell’Italia di fine del Settecento. Vedi E. Mattioda, Il dilettante “per mestiere”. Francesco Albergati Capacelli commediografo, Il Mulino, Bologna, 1993. 69 I pregiudizi del falso onore. Commedia di tre atti in prosa, in Opere di Francesco Albergati Capacelli, in Venezia, 1783, nella Stamperia di Carlo Palese. A spese dell’Autore con pubblica approvazione, t. I, pp. 3-120. 26 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 consente di isolare alcuni spunti problematici interessanti: l’autodeterminazione morale dell’individuo, la relativizzazione della norma, il riconoscimento pieno della persona solo in virtù del suo reale contributo sociale. In sostanza, i principi più invisi a C. Gozzi ispiravano la scrittura di questo testo. L’opera esprime, con una certa efficacia, il senso di una crisi imminente che sembra percorrere allora la società italiana. La commedia si svolgeva sullo sfondo sbiadito della Rivoluzione americana, rievocata dall’autore tuttavia con un solo trascurabile richiamo. Un evento la cui memoria era stata intesa da Albergati alla stregua di una vicenda “luttuosa” risoltasi in inutili e vane “stragi crudeli”70. Tuttavia il tema centrale dell’opera, il duello e il punto d’onore, si richiamava a un problema realmente sentito e già ampiamente dibattuto anche dai grandi intellettuali dei Lumi. Una questione che di lì a poco sarebbe riemersa nel repertorio del teatro patriottico italiano71. La pièce, priva in sostanza di una vera trama, ruotava intorno al significato di quella sfida e agli interrogativi che poneva quel gesto drammatico ancora così vivo nella memoria dei contemporanei. Il testo calava l’episodio del duello nell’ambito ristretto di una piccola cerchia familiare. L’abituale tranquillità della casa livornese del conte Riccardo Fiorelli era minacciata nel suo interno da una possibile sfida all’ultimo sangue72. L’irrinunciabile e infausta prova avrebbe contrapposto l’incolpevole e sgomento conte a un ignoto avversario 73. Lo sviluppo degli atti svelava, con una certa suspence, l’identità dell’antagonista nella persona di Ridolfo, un ospite della casa, riconosciuto poi, grazie al tradizionale colpo di scena, addirittura come il fratello di Virginia, la moglie dello stesso conte Fiorelli74. Il dramma, sventato nell’ultima scena, impediva così una catastrofe familiare75. L’azione in realtà aveva il suo centro nella operosità di Alfonso Onesti. Costui, il protagonista della commedia, un ricco e attivo mercante, si adoperava per scongiurare il duello. Alfonso, grazie alla sua iniziativa pragmatica e razionale e alla capacità pacata di argomentare e dimostrare le tesi, riusciva a risvegliare la consapevolezza critica di tutti i membri di quell’esiguo nucleo familiare. Ivi, Atto I, 4. E. Mattioda, Il dilettante “per mestiere”, cit., pp. 82 e ss.; P. Themelly, Il teatro patriottico tra Rivoluzione e Impero, cit., p. 85. 72 I pregiudizi del falso onore. Commedia di tre atti in prosa, cit., Atto I, 1. 73 Ivi, atto II, 10. 74 Ivi, Atto III, 8. 75 Ivi, Atto III, 10. 70 71 27 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Il duello, “la grande opera del valore”76, un atto che incombe sempre ossessivamente sul testo, si prestava tuttavia ad una duplice possibilità di lettura. Per un verso schiudeva la prospettiva al teatro dell’assurdo. Diveniva nell’incalzare delle scene un incontro tra sconosciuti, un atto privo di senso, delegittimato anche per l’assenza di un vero movente77. Per l’altro, invece, ribadiva la tesi di fondo della pièce. Nell’idea del duello, inteso come difesa “individuale” del proprio onore, si sostanziavano i valori costitutivi della comunità tradizionale. Per Albergati il duello esprimeva una concezione vacuamente individualistica della persona umana, un senso esasperato e orgoglioso di sé fondato sul rifiuto di ogni considerazione dell’altro e delle regole sociali78. Costituiva, in tal modo, l’atto emblematico che definiva il senso della frantumazione corporativa e particolaristica della società d’Antico regime79. Alfonso di fronte all’antica prova si mostrava incerto, riluttante. Il ragionamento avrebbe dovuto sempre prevalere sulle emozioni e sull’uso della forza80. Forse poteva essere ancora necessario battersi ma solo per uno scopo reale. Ogni scelta autentica avrebbe dovuto conciliare l’interesse personale con quello generale. Bisognava lottare solo per le aspettative nelle quali tutti potevano riconoscersi: “la famiglia, i figli, la pace domestica, gli amici, sono questi i beni preziosi da difendere e sostenere contro i pericoli, né dobbiamo affrontare alcun pericolo se il vero onore non ce lo impone” 81. Alfonso sapeva che tutto ciò non poteva essere insegnato perché derivava da una esigenza interna determinata da motivazioni profonde. Ormai, libero dalla eteronomia della norma, il mercante filosofo ricercava nel continuo duello con sé stesso le leggi costitutive della persona82. Anche per Albergati, dunque, il vero onore inteso come sublimazione della virtù coincideva con gli imperativi della coscienza morale. Per il letterato emiliano, diversamente dunque da C. Gozzi, gli uomini dovevano imparare a divenire “giudici di loro medesimi”, essere cioè in grado di costruire autonomamente le loro leggi, anche quelle definite dalla “Natura”. Albergati non intendeva però attribuire alla operosità del filosofomercante alcun tipo di rivendicazione politica o sociale. Le scene ricostruivano soprattutto con efficacia un dissesto generale che non poteva essere imputato al Ivi, Atto III, 1. Ivi, Atto II, 10, 11, III, 5. 78 Ivi, Atto II, 10, 13, III, 3, 6, 7. 79 Ivi, Atto II, 8, 10, III, 6. 80 Ivi, Atto III, 1, 4, 6, 9. 81 Ivi, Atto III, 10. 82 Ivi, Atto III, 10. 76 77 28 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 solo patriziato, ma che testimoniava la crisi di un’intera società ormai al tramonto. Un sistema inadeguato nei suoi codici comportamentali particolaristici, che non a caso trovavano il loro simbolo in quel “paradosso”del duello. La crisi era dunque una crisi di valori. La protesta di Alfonso diveniva una esigenza per ridefinirne il significato. Era necessario superare la vecchia incompatibilità tra l’interesse particolare e quello generale, riuscire finalmente a trasformare le azioni in atti che fossero insieme utili e buoni 83. L’itinerario percorribile, forse più facilmente condivisibile da tutti, era quello morale non certo quello politico, che, con le sue inevitabili implicazioni sociali, avrebbe turbato gli equilibri già così precari dell’Antico regime. L’intraprendente primo attore lanciava dal palcoscenico il suo progetto di riforma morale. Un disegno centrato sul recupero dei valori privati dell’individuo e sull’idea di famiglia 84. Si trattava solo in apparenza di un programma disimpegnato e depoliticizzato: quei principi costituivano un elemento fondante di una nuova cultura, che avrebbe assunto rilievo nelle grandi Dichiarazioni della Rivoluzione come si è già ricordato e come si osserverà ancora. In tal modo Albergati Capacelli, forse senza neanche accorgersene, tramite il suo eroe domestico, creava i presupposti per minare alle fondamenta il sistema che voleva sorreggere. Le Convenienze teatrali e la lezione di Goldoni Le Convenienze teatrali85, una farsa svolta in ventisei scene, forse la più riuscita delle commedie di Sografi, “il suo capolavoro”, uno scritto “divertente e ben proporzionato nato al di fuori di falsi patriottismi” 86, sopravvisse al suo autore restando in repertorio per oltre cinquant’anni87. Composta e applaudita per la prima volta a Venezia nel 179488, ancora a distanza di quasi due secoli, nel febbraio 1970, la pièce veniva riproposta sui palcoscenici della città lagunare. Si trattava, in realtà, della messa in scena di una rivisitazione musicale dell’opera 83 Ivi, Atto III, 9. 84 Ivi, Atto II, 7, III,10, 11. Il testo de Le Convenienze teatrali, farsa del signor Antonio Simon Sografi apparve a stampa ne «Il teatro moderno applaudito», cit., t. XXXI, pp. 3-44. La pièce venne successivamente riprodotta nelle seguenti edizioni: Milano 1827, Bologna 1827, Torino 1829, Milano 1831, Venezia 1832, Milano 1833, Milano 1875, Milano-Napoli 1954. Più di recente è apparsa l’edizione da noi seguita che riprende, in assenza di testimonianze manoscritte, il testo del 1799. Vedi, A.S. Sografi, Le Convenienze e le Inconvenienze teatrali, a cura di G.F. Malipiero, con una nota biobibliografica di C. De Michelis, Le Monnier, Firenze, 1972. 86 Vedi Le Convenienze, ed. cit., Introduzione, p. 12. 87 G, Costetti, Il teatro italiano nel 1800 (indagini e ricordi). Con elenco di autori e loro opere, Cappelli, Rocca San Casciano, 1901, p. 25. 88 B. Brunelli, Un commediografo dimenticato: S.A. Sografi, in «Rivista italiana del Dramma», I, I, gennaio-maggio 1937, p. 177. 85 29 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 compiuta negli anni della Restaurazione da Gaetano Donizetti sul nuovo testo approntato per l’occasione da Domenico Gilardoni89. La nuova versione sembrava destinata a grande fortuna: ”l’epopea musicale90” romantica pervadeva il vecchio involucro settecentesco delle Convenienze facendo percepire il diverso respiro del tempo. La prima rappresentazione, del novembre 1827, aveva celebrato a Napoli, tra gli applausi del Teatro Nuovo91, il primato ormai accordato all’individuo, scoperto nella sua dimensione interiore e privata. Il senso originario della pièce era pertanto stravolto: l’interesse alla penetrazione psicologica testimoniava, così, la rottura con la tradizione e insieme definiva il rinnovamento del genere operistico92. Tutto, dunque, cambiava in poco più di trent’anni: del disegno sografiano sopravviveva soltanto una gracile trama narrativa svuotata d’ogni precedente contenuto. Nondimeno l’occasione del febbraio 1970 consentiva di rievocare, sia pure indirettamente, il nome di Simone, celebrandone ancora la memoria, nel “suo” teatro La Fenice. La farsa del 1794, poi ripresa dal nostro nelle meno fresche e più involute Inconvenienze teatrali, una commedia in due atti stesa nel 1800 e uscita a stampa Dal 3 al 12 febbraio 1970 presso il Teatro La Fenice si rappresentava l’opera allestita da Helmut Käutner coadiuvato nella regia musicale da Jesus Lopez Cobos. Vedi, «Archivio Storico Gran Teatro La Fenice», Venezia, b. 2010. Ancora nell’ottobre 2009 il Teatro alla Scala ospitava una diversa versione della pièce diretta da Antonio Albanese, vedi «Corriere della Sera», 4 ottobre 2009, p. 16. Per quanto riguarda la questione relativa al primo adattamento del testo sografiano nel 1827 per opera forse dello stesso Donizetti vedi, W. Ashbrook, Donizetti. La vita, EDT, Torino, 1986; Id., Donizetti. Le opere, EDT, Torino, 1987; P. Kaminski, Mille et une opéras, Fayard, Paris, 2003; I. Bonomi, E. Buroni, Il magnifico parassita. Librettisti, libretti e lingua poetica nella storia dell’opera italiana, Franco Angeli, Milano, 2010. 90 G. Mazzini, Filosofia della musica. Nuova edizione integrale, riveduta sulla edizione nazionale delle “Opere Complete”, introduzione e note di Adriano Lualdi, Bocca, Milano 1943, p. 174. 91 W. Ashbrook, Donizetti. La vita, cit., p. 40. 92 Donizetti, tra i primi in Italia, subordinava la melodia e la parola alla mutevolezza di situazioni e stati d’animo. Orchestrazione, declamazione e canto divenivano nella loro fusione armonica strumenti insostituibili per la compiuta caratterizzazione psichica dei personaggi. In questa profonda trasformazione dell’antico testo incideva verosimilmente assai più la regia del grande compositore bergamasco che non il contributo in definitiva modesto dell’autore del libretto. Questi, pur stimato “poeta ufficiale” del San Carlo nella Napoli degli anni Trenta, sembra essere oggi soltanto un letterato semisconosciuto dal profilo incerto e poco studiato, la cui memoria sembra sopravvivere sbiadita in ragione delle sole, episodiche, collaborazioni che tenne con V. Bellini e G. Donizetti. Sul problema vedi F. Cella, L’opera di Donizetti nella cultura europea, Università del Sacro Cuore, Milano 1964; B. Zanolini, G. Barblan, Gaetano Donizetti. Vita e opere di un musicista romantico, SAL, Bergamo, 1983. Utile la voce curata da R. Meloncelli in «Dizionario Biografico degli Italiani», cit., XLI, 1992, pp. 185-200. Su D. Gilardoni vedi, I. Bonomi, E. Buroni, cit., p. 120; Herbert Weinstock, Vincenzo Bellini: his life and his operas, Knopf, New York, 1971 ad Indicem. 89 30 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 a Padova solo nel 181693, si richiamava alla consueta polemica letteraria sullo stato del melodramma, un tema allora in voga e forse fin troppo sfruttato. Già gli stessi contemporanei avevano colto richiami e assonanze del testo con l’opera di Metastasio, anche se la farsa sembrava per lo più rievocare la “lunga e intiera commedia detta l’Impresario delle Smirne”, di Goldoni94. Si pensava tuttavia che fosse stato un opuscolo del primo Settecento, il Teatro alla moda95 di Benedetto Marcello ad essere ricalcato da Sografi nella stesura del suo lavoro e utilizzato alla stregua di un copione. Quel “famoso libello”, apparso a Venezia nel 172096, aveva suscitato un certo scalpore: il tema affrontato in modo audace e le allusioni contemporanee97 avevano gettato qualche ombra sul mondo della scena. La denuncia degli “abusi”, dell’ignoranza e del malcostume finiva tuttavia per dissolversi nelle esigenze consolidate del gusto. Se dunque la carica polemica finiva per essere attenuata vi erano nonostante tutto ragioni sufficienti affinché l’opera venisse pubblicata anonima dal suo autore che proprio in quegli anni stava raggiungendo, da patrizio membro del Gran Consiglio e delle Quarantie, una fama europea di musicista e di poeta98. “Questa mia commedia […] fu per la prima volta rappresentata in Padova la quadragesima dell’anno 1800” Vedi Ai leggitori in Le Inconvenienze teatrali. Commedia della’avvocato Antonio Sografi, Padova Tipografia Bettoni, 1816. Il testo è ora anche in A.S. Sografi, Le Convenienze e le inconvenienze teatrali, ed., cit. pp. 122-256. 94 Notizie storico critiche sopra Le Convenienze teatrali, in «Il teatro moderno applaudito», cit., t. XXXI, p. 46. L’Impresario delle Smirne, commedia in cinque atti “rappresentata per la prima volta in Venezia nel carnovale dell’anno 1760” è ora in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, a cura di G. Ortolani, Mondadori, Milano 1946, v. VII, pp. 481-550. 95 Il Teatro alla moda o sia metodo sicuro, e facile per ben comporre, e eseguire l’opere italiane in musica all’uso moderno, nel quale si danno avvertimenti utili, e necessarii a’ poeti, compositori di musica, musici dell’uno, e dell’altro sesso, impresarii, suonatori, ingegneri, e pittori di scene, parti buffe, sarti, paggi, comparse, suggeritori, copisti, protettori, e madri di virtuose, e altre persone appartenenti al teatro. Dedicato dall’autore del libro al compositore di esso, Stampato ne Borghi di Belisania per Aldiviva Licante all’Insegna dell’Orso in Peata. Si vende nella strada del Corallo alla Porta del Palazzo d’Orlando. Per una edizione recente vedi Il Teatro alla Moda, a cura di R. Manica, Quiritta, Roma, 2001. 96 Sui problemi dell’edizione vedi C. Vitali, Il Teatro alla Moda ha finalmente un editore. E altre spigolature archivistiche, in «Note d’archivio per la storia musicale», I, 1983, 245-50. 97 Vedi a titolo d’esempio G.F. Malipiero, Un frontespizio enigmatico, in «Bollettino bibliografico musicale», V, 1930, pp. 16-19; per significative integrazioni e dissonanze S. Durante, Vizi e virtù pubbliche del polemista teatrale in Benedetto Marcello, la sua opera e il suo tempo. Atti del Convegno internazionale (Venezia, 15-17 dicembre 1986) a cura di C. Madricardo e F. Rossi, Olschki, Firenze, 1988, pp. 415-424. 98 Vedi in particolare i contributi di P. Del Negro, B. M. patrizio veneziano; N. Mangini, B. M. e la vita teatrale a Venezia tra Sei e Settecento, in Benedetto Marcello, la sua opera e il suo tempo. Atti del Convegno internazionale, cit. Vedi anche M. Bizzarini, Benedetto Marcello, L’Epos, Palermo, 2006; e, dello stesso, la voce in «Dizionario Biografico degli Italiani», cit. LXIX, 2007, pp. 517-23. 93 31 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Inserite così nel loro contesto, le Convenienze paiono perdere ogni carattere autonomo e originale fino a stemperarsi nell’alveo di una esercitazione comune e spesso uniforme99. Simone in sostanza si sarebbe limitato a riecheggiare il contenuto di Marcello trasponendolo in dialogo100. Studi relativamente recenti hanno messo in evidenza l’innegabile corrispondenza tra i due testi: una corrispondenza che investe ogni aspetto della struttura e giunge sino alla meccanica sovrapposizione dei personaggi reiterati nei nomi, nei ruoli, nelle funzioni. Riaffiorano così, anche nelle pagine di Sografi, le medesime scelte linguistiche e dialettali che avevano caratterizzato, quasi cento anni prima, la prosa del poeta arcade e che perpetuavano, nell’alternanza di cadenze e battute (in veneziano, napoletano, bolognese), lo stesso senso di una cifra comica e satirica. Non diversamente, la commedia del 1794, si mostrava sensibile a quella rappresentazione variegata del tessuto sociale che, con Marcello, si era avventurata fin nella realtà della bottega, affidando la parola anche ai sarti, ai falegnami, ai calzolai101. Probabilmente nelle Convenienze vi era tuttavia di più d’una ripresa di stilemi e motivi: nuove richieste pervadevano l’involucro ormai consunto e impoverito del vecchio testo di Marcello. Sografi voleva giungere tramite lo strumento letterario ad un giudizio sul suo mondo, ad una ricostruzione empirica e realistica dell’ambiente teatrale contemporaneo102. Venuto meno il tempo della satira di costume, l’eterno cliché del vecchio teatro, l’iniziativa del poeta doveva ora essere volta alla denuncia. Nel caso specifico delle Covenienze doveva tradursi in una sorta di requisitoria dell’autore davanti al tribunale dell’ opinione. Il degrado in cui allora versava il sistema scenico doveva essere reso noto e sottoposto al giudizio di tutti103. Per riuscire nell’impresa lo scrittore padovano doveva mettere a punto le tecniche d’analisi. Seguiva una procedura empirica capace di far scaturire la “verità” dall’esame dell’esperienza, al fine di garantire la messa a fuoco della materia e di restituire certezza scientifica all’indagine. Come da qualche decennio si era auspicato, era necessario lo studio concreto e insieme dinamico delle “condizioni”, più che quello ormai considerato statico e astratto dei “caratteri”, una tipologia quest’ultima che pareva adombrare la fissità delle antiche maschere104. Con le Convenienze Vedi C. De Michelis, Antonio Simone Sografi, cit., p. 213. Notizie storico critiche sopra Le Convenienze teatrali, in «Il teatro moderno applaudito», cit., t. XXXI, p. 45. 101 Vedi, Le Convenienze, ed. cit., Introduzione p. 10. 102 Notizie storico critiche sopra Le Convenienze teatrali, cit., pp. 45-7. 103 Tale il senso della denuncia espressa dal Direttore degli spettacoli a conclusione della farsa. Vedi, Le Convenienze, ed. cit., I, 26. 104 “Le Monde où nous vivons est le lieu de la scène, le fond de son drame est vrai, ses personnages ont toute la réalité possible, ses caractères sont pris du milieu de la société”. Vedi 99 100 32 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Simone si cimentava dunque in un esperimento che aveva come soggetto le vicende del presente, la “storia” più che la ”invenzione”, come rilevava soddisfatto l’abate Dalmistro, recensendo nel 1799 la pièce nell’occorrenza della sua tardiva pubblicazione. L’instancabile redattore del Teatro moderno applaudito equiparava, in quella circostanza, l’iniziativa di Sografi a quella di Goldoni, colui che con successo aveva coniugato la “verità” con “l’arte”105. L’analisi delle condizioni volta alla rappresentazione del “vero sociale”, circoscritto in questo caso all’universo scenico, spingeva dunque lo scrittore veneto alla descrizione particolareggiata della fisionomia dei protagonisti che agivano nel sistema. L’interesse tuttavia non era rivolto alla psicologia dell’individuo. Era orientato soprattutto a rintracciare nelle azioni dei singoli e nella trama delle relazioni umane i comportamenti ricorrenti e consueti che qualificavano un gruppo, una comunità106. Dietro quei comportamenti, dunque, si celavano probabilmente i valori costitutivi della società teatrale. Nelle abitudini e nei costumi, negli atti e nei profili degli uomini di spettacolo si condensavano e si svelavano pertanto le coordinate mentali di un microcosmo. Forse per analogia, sembra lasciarci intendere Sografi, si intuivano i cardini su cui poggiava l’intera società tradizionale. La commedia tuttavia non voleva affrontare le grandi questioni di carattere generale e intendeva rimanere confinata nei soli aspetti della “causa” teatrale. L’obiettivo rimaneva quello di tracciare un consuntivo critico di una esperienza circoscritta e storicamente determinata107. Un doppio registro mai esplicitato, forse neppure pienamente consapevole, governa nonostante tutto il testo: l’assetto scenico diviene in definitiva, nello sviluppo dell’opera, la riproduzione in scala ridotta del sistema sociale. Il teatro del vero, rappresentando sé stesso, diviene la metafora dell’ordine esistente. Tramite gli stampi tradizionali di genere e di gusto, l’autore rappresentava così la fine di un mondo e insieme rivelava la dimensione unitaria di un processo di disfacimento che trovava il suo simbolo e la sua cartina di tornasole nel segmento esaminato108. La critica che colpiva le figure dello spettacolo finiva in realtà per mettere a nudo la forma mentis dell’uomo d’Antico regime. In questa prospettiva lo stesso auspicio della D. Diderot, Oeuvres esthétiques, Garnier, Paris, 1959, p. 1090. Su questi problemi vedi infra la sezione relativa al Verter. 105 Notizie storico critiche sopra Le Convenienze teatrali, cit., p. 45. Su Angelo Dalmistro, arcade e sacerdote, discepolo e amico di Gaspare Gozzi e Ugo Foscolo, dapprima avverso ai francesi e poi, dal 1810, “poeta napoleonico”, celebre traduttore dei classici europei contemporanei, vedi la voce di R. Galvagno in «Dizionario Biografico degli Italiani», cit., XXXII, 1986, 32, pp. 153-157. 106 Le Convenienze, cit., I, 1, 2, 4, 5, 7, 8, 12, 14. 107 Ivi, I, 18, 26. 108 Ivi, I, 26. 33 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 riforma del teatro con cui si conclude la pièce109 sembra potersi intendere come l’esigenza d’una più vasta e significativa richiesta di rinnovamento morale e di costume, che prefigura forse anche una nuova idea di civitas. Pur priva di una reale prospettiva politica, l’opera di Sografi conserva un innegabile valore contestativo che ne tradisce la vocazione di pamphlet ideologico in un’Italia che si apprestava a vivere la sua vigilia rivoluzionaria. Di fatto le Convenienze affrontavano la questione allora ardua e assai dibattuta sulla definizione dei rapporti tra individuo e società 110. L’ottimismo umanitario dei Lumi, le idee di virtù e di ragione, la fiducia nel principio di condivisione preannunciano un patrimonio di valori che non riusciva ad accordarsi più con un modello di civiltà ormai definita antica, logorata nella atomizzazione della persona umana, impoverita nella vacua valorizzazione individualistica del singolo. Nuove qualità sembravano poter determinare l’individuo: l’interesse particolare doveva sublimarsi nell’idea di beneficio sociale, il traguardo personale innalzarsi a strumento volto a massimizzare, con la propria, la felicità collettiva. I nuovi principi esigevano quindi un inedito rapporto delle parti con il tutto. La tradizionale antitesi poteva risolversi in una reciprocità: soggetto e compagine sociale divenivano due enti non più in contrasto ma coordinati e cooperanti. Sembrerebbe essere questo il fine e lo stesso senso della commedia redatta da Simone111: è già la proposta del titolo a indicare la direzione. Il duplice significato implicito nel termine convenienze (norme funzionali a garantire nell’equilibrio delle parti l’efficienza di una struttura; esigenza particolaristica ricondotta a deteriore utilitas) costituisce, nella contrapposizione tra l’interesse di tutti e l’interesse settoriale, la valenza construens e destruens della commedia. Con una certa sorpresa le Convenienze rivelano, forse lo si è già intuito, un quadro volutamente privo d’intreccio, una rappresentazione che ritrova il suo disegno d’insieme nella sola ricostruzione d’ambiente. Ė dunque tramite il confronto tra le diverse voci dissonanti dei protagonisti che si percepisce la “condizione” del teatro italiano di fine Settecento. Le ventisei scene rievocano lo sfascio di tutto un sistema lacerato dal perenne conflitto di tutti contro tutti, in ragione delle “convenienze”, ovvero delle esigenze autentiche o presunte delle figure che tramite i loro ruoli caratterizzano e determinano nel loro insieme l’attività scenica112. Un bieco utilitarismo fine a se stesso guida l’azione di protettori, impresari, sceneggiatori, maestri di musica, prime e seconde donne, attori e attrici, orchestrali, ballerini, cantanti, pittori, Vedi anche C. De Michelis, Antonio Simone Sografi, cit., pp. 212-13. Vedi Le Convenienze, cit., I, 1. 111 Ivi, I, 26. 112 Ivi, I, 21. 109 110 34 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 artigiani113. Il protagonismo personale, una vuota e arrogante percezione di sé, “biliosa e inquieta114”, che si costituisce nel disprezzo dell’altro e nella difesa di un vacuo senso dell’onore115, si accompagna all’incompetenza professionale che a volte sfiora l’ignoranza116, al dilettantismo117, all’indolenza118 che determinano, con il degrado di strutture e rappresentazioni, la sostanziale paralisi della attività scenica119. La crisi del teatro, una crisi di settore, tradiva dunque, come si è solo in parte accennato, un deficit di valori che non poteva non essere inteso, sia pure in forma indiretta, come una denuncia di tutto un sistema. Il nucleo concettuale della commedia - la delegittimazione dell’individuo e la sua perdita di senso, l’eteronomia della norma, l’irriducibilità tra interesse generale e particolare - è un tema che affiora nella letteratura teatrale italiana di quegli anni. La doléance assai spesso si trasformava in rivendicazione. Nelle Convenienze il soggetto affrontato e la militanza professionale orientavano l’autore verso le soluzioni tecniche propugnate da Goldoni. Era dunque il programma riformatore di quel grande che consentiva a Simone di ritrovare, almeno nel nuovo ordine normativo pensato per il sistema teatrale, la tanto invocata relazione tra individuo e società. L’attenzione di Sografi era dunque rivolta, in questa commedia, ai problemi d’interesse pubblico. Sappiamo che in quello stesso 1794, il nostro, nel Verter, avrebbe affrontato le questioni di carattere privato non diversamente da Albergati Capacelli, sul quale ci siamo già soffermati. Nelle ultime sequenze della farsa, Sografi lasciava tracciare al direttore degli spettacoli, a un “cavaliere”, le linee guida della riforma teatrale nei suoi aspetti strutturali e scenici120. Il cerchio si chiudeva: nella stesura delle Convenienze lo scrittore padovano, allora trentacinquenne, aveva seguito fedelmente le idee di Goldoni in merito agli aspetti formali e contenutistici della riforma, stendendo il testo letterario con un rigore che non era solo frutto di diligenza. Tramite una voce fuori dal coro, quella del direttore degli spettacoli, poteva affrontare le questioni che solo indirettamente erano di pertinenza dell’autore, ovvero quelle relative alla costruzione e al radicamento del nuovo edificio teatrale nella società. Ivi, I, 2, 4, 5, 8, 11, 13, 20, 21, 22, 25. Ivi, I, 3. 115 Ivi, I, 1, 2, 3, 4, 5. 116 Ivi, I, 4, 5, 17, 19. 117 Ivi, I, 13, 15, 18, 24. 118 Ivi, I, 14, 15. 119 Ivi, I, 1. 120 Le Convenienze, cit., I, 26. 113 114 35 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Anche Simone, per risollevare le sorti dell’”abbattuto121” sistema italiano, si era richiamato, più che ai classici, ai due soli “libri”indicati dal maestro: il “mondo” e il “teatro”122. Il primo era quello che Goldoni aveva definito della “natura” e della “sperienza”, il grande magazzino dal quale trarre le informazioni per poter svolgere il proprio mestiere123. Il secondo offriva invece quel bagaglio tecnico, metodologico ed anche retorico per ricomporre, in un filtro civile e pedagogico, i “costumi”, le “virtù”, i “vizi” e i “difetti” della “Nazione”124. Al “tornio della natura125” andava dunque sovrapposto quello empirico del metodo: le parti tradizionalmente scisse del sistema (testo, recitazione, realizzazione scenica, pubblico) potevano assumere valore solo nella loro convergenza, in un inedito rapporto di relazione e di reciprocità 126. Il sistema dello spettacolo inteso nella sua funzione unificante poteva divenire uno strumento d’indagine sociale, una procedura d’analisi, con un suo statuto paragonabile a quello di una vera e propria scienza. Era stato pertanto quel “Galile[i] della letteratura”, così F. De Sanctis 127 avrebbe definito Goldoni, a orientare la speranza di Simone. Le Convenienze si concludevano con l’esortazione a non “ingannare il pubblico”128, il reale destinatario del prodotto. Anche in questo caso il cerchio si chiudeva. In quella richiesta probabilmente si rifletteva l’esigenza di un coinvolgimento più autentico e diretto dello spettatore nella vita teatrale. Forse anche la possibilità di una partecipazione degli astanti alla definizione dell’opera. Tanto auspicavano le voci europee allora più autorevoli e lo stesso Goldoni, al quale C. Goldoni, Prefazione dell’Autore alla prima raccolta delle Commedie (1750), ora in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, cit., v. I, p. 765 122 Ivi, p. 767. 123 Ivi, p. 769. 124 Ibidem. 125 Ivi, p. 768 126 Sulla dibattuta questione della riforma goldoniana si indica qui soltanto M. Baratto, Tre studi sul teatro. Ruzante, Aretino, Goldoni, Neri Pozza, Venezia, 1964, Id., La letteratura teatrale del Settecento in Italia. Studi e letture su Carlo Goldoni, Neri Pozza, Venezia, 1985, in particolare pp. 11-45; B. Anglani, Goldoni. Il mercato, la scena, l’utopia, Liguori, Napoli, 1983; N. Jonard, Introduzione a Goldoni, Laterza, Roma-Bari, 1990; S. Ferrone, La vita e il teatro di Carlo Goldoni, Marsilio, Venezia, 2011, in particolare pp. 76 e ss. 127 “La natura ben osservata gli pareva più ricca che tutte le combinazioni della fantasia. L’arte per lui era natura, era ritrarre dal vero. E riuscì il Galileo della nuova letteratura. Il suo telescopio fu l’intuizione netta e pronta del reale, guidata dal buon senso. Come Galileo proscrisse dalla scienza le forze occulte, l’ipotetico, il congetturale, il soprannaturale; Così egli volea proscrivere dall’arte il fantastico, il gigantesco, il declamatorio e il rettorico”. F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1919, v. III, p. 188. 128 Le Convenienze, cit., I, 26. 121 36 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Sografi indubbiamente si richiamava129. Sembrava dunque che il palcoscenico non potesse essere più inteso come una barriera ma come uno spazio comune, un luogo aperto alla comunicazione, che testimoniava nel fervore della sua attività l’idea stessa di un processo in fieri. Il Verter di Sografi Sempre in quello stesso 1794, a fine ottobre, il San Giovanni Grisostomo ospitava a Venezia la prima del Verter, una commedia in cinque atti stesa da Sografi nel corso di quegli ultimi mesi130. La pièce voleva ispirarsi, a vent’anni di distanza, all’omonimo capolavoro di Goethe, conosciuto dal nostro verosimilmente tramite la traduzione italiana del 1781 131. L’ostilità di una parte della critica nei confronti del lavoro di Simone, destinato, come si comprenderà, a suscitare scalpore e le pressioni dei “partiti”, ovvero dei gruppi d’interesse raccolti intorno ai sette teatri cittadini allora attivi e in concorrenza, non impedirono, al di là di “qualche fischio”, il favore del pubblico e la replica dello stesso spettacolo “tra gli applausi” per molte sere132. L’anonimo curatore della tardiva edizione, apparsa a stampa soltanto nel primo Ottocento, evitava tuttavia di ricordare l’esplicito richiamo della commedia all’opera di Goethe. Con una certa sorpresa per il lettore moderno, l’oscuro recensore finiva per definire il lavoro del nostro come un “soggetto comico” destinato a inaugurare una futura e brillante carriera133. Probabilmente l’estensore della nota non aveva tutti i torti: di fatto lo scrittore veneto aveva stravolto il disegno goethiano trasformando e adattando, in ragione dei suoi convincimenti, il senso del testo. Lontanissimo dalla nuova percezione dell’io e insieme sensibile alle tendenze del costume, Simone aveva depotenziato, ma non impoverito del tutto, la ricostruzione del dibattito “E del resto non dipenderà forse dal pubblico l’eliminazione o quanto meno il miglioramento dei difetti che per avventura trovasse nel nostro lavoro? Venga pure, guardi e ascolti, esamini e giudichi: la sua parola sarà sempre tenuta nella giusta stima, il suo giudizio sarà sempre accolto con rispetto”. G.E. Lessing, Drammaturgia d’Amburgo. Introduzione, versione e note di P. Chiarini, Bulzoni, Roma, 1975, p. 6. Vedi anche “Il Teatro Comico”, in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, cit., v. II, pp. 1039-1106. 130 Vedi, “Notizie storico critiche sopra il Verter”, in Verter. Commedia inedita del signor Antonio Simon Sografi. In Venezia, 1800. Con Privilegio, p. 76. 131 Il Werther steso tra il febbraio e il maggio 1774 veniva pubblicato anonimo a Lipsia dall’editore Weygand nell’autunno dello stesso anno per poi diffondersi in quasi tutta Europa tra 1775 e 1779. Vedi S. Sbarra, “Genesi dell’opera”, in W. Goethe, I dolori del giovane Werther, a cura di G. Baioni, Einaudi, Torino, 1998, pp. XXVI-XXX. Ivi anche l’indicazione della prima versione italiana. 132 “Notizie storico critiche sopra il Verter”, ed. cit., p. 75. 133 Ivi, pp. 76-80. 129 37 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 interiore, sovraccaricato l’intreccio e pensato di annullare l’originaria dimensione tragica dello scritto. Con un colpo di scena degno del vecchio teatro (un’esigenza irrinunciabile, nonostante le intenzioni, anche per maître Diderot134) Sografi sopprimeva il suicidio del protagonista proponendo, in chiusura del quinto atto, una sorprendente soluzione burlesca 135. Quella scelta tradiva, si crede, più che la sostanziale incomprensione di Goethe o i facili cedimenti di gusto, come gli studi hanno ricordato136, l’impegno dell’uomo dei Lumi in difesa dei valori costitutivi del suo sistema di riferimento, come si tenterà tra poco di evidenziare. Comunque sia, il Verter sografiano passava alla storia suscitando le perplessità dei contemporanei: dispiacque a Foscolo137 e venne persino irriso da Kotzebue138. L’opera pertanto, schiacciata nel continuo confronto con l’”olimpico”autore del Faust, ha finito per proiettare la sua ombra probabilmente sull’intera produzione di Simone fino a farla sembrare, lo si è peraltro già osservato, incapace di interpretare le tensioni e lo spirito più autentico d’allora139. Sono invece proprio i due scritti del 1794 qui presi in esame (Le Convenienze; Il Verter), che testimoniano, sia pure a loro modo e tramite le forme del linguaggio letterario, le progressive conquiste politico-culturali maturate dal commediografo padovano negli anni che precedono la sua militanza rivoluzionaria. Le due operette acquistano significato nella loro relazione ed hanno probabilmente un carattere complementare. La prima, lo si è appena ricordato, chiarisce la posizione di Sografi sulle questioni di interesse pubblico, sul rapporto tra individuo e società e su quello, altrettanto rilevante, che regola le relazioni tra le parti e il tutto. Forzando il testo il sistema teatrale era sembrato poter divenire la metafora dell’ordine esistente, la sua riforma preludere a una più vasta revisione dell’assetto sociale. La seconda, invece, solo Le Fils naturel ou les épreuves de la vertu comédie en cinq actes, et en prose, avec l’histoire véritable de la pièce, ora in D. Diderot, Teatro e scritti sul teatro, cit., pp. 35-82. Vedi, V, 5. Contra vedi, nella stessa edizione Grilli, gli Entretiens sur le Fils naturel, I, p. 92. 135 Verter. Commedia inedita del signor Antonio Simon Sografi, ed. cit., V, 2; 5; 6. 136 Vedi, ad esempio, L. Bigoni, Simone Antonio Sografi cit., pp. 113-14; B. Brunelli, Un commediografo dimenticato, cit., pp. 176-77. Più misurato il giudizio di C. De Michelis per il quale l’opera di Sografi “pur annullando ogni dimensione tragica della vicenda goethiana […] e proponendo una conclusione addirittura comica resta significativa testimonianza della larghezza di interessi e della [sua] apertura culturale”. Vedi, Antonio Simone Sografi, cit., p. 211. 137 “[in questo dramma] non resta del protagonista che il solo nome e qualunque senso piacevole la commedia potesse destare è già preventivamente distrutto […]”. Vedi la lettera a Spiridione Vordoni datata Brescia 5 giugno 1803 ora in Opere edite e postume di Ugo Foscolo. Epistolario raccolto e ordinato da F.S. Orlandini e da E. Mayer, Le Monnier, Firenze, 1854, v. I, p. 33. 138 L’informazione è in Storia letteraria d’Italia. L’Ottocento, a cura di G. Mazzoni, Vallardi, Milano, 1964, v. I, p. 121; B. Brunelli, Un commediografo dimenticato, cit., p. 176. 139 Vedi per tutti N. Mangini, cit. 134 38 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 apparentemente relegata in una dimensione più circoscritta, affronta i problemi che riguardano la sfera privata, e investono l’etica dell’individuo e il valore della famiglia sino a prefigurare la valenza pubblica e civile di quei sentimenti. L’etica a teatro. Il tema “amore-virtù” nella proposta dei Lumi Prima di ripensare l’incidenza del pensiero di Goethe nel testo qui preso in esame, è opportuno collocare l’opera nel suo contesto, considerarla nell’ambito di un filone letterario di lungo periodo e allora di grande successo. Il Verter, ambientato in una casa ”borghese” d’un “villaggio della Germania” del tempo140, rievocava nello sviluppo delle scene il vecchio stereotipo dell’amico leale e rigoroso disposto a rinunciare persino alla donna amata in favore di colui del quale è ospite. Il motivo della lotta tra l’amore e l’amicizia che stimola la gara di generosità tra amici si prestava ad esprimere, tramite la metafora scenica, l’idea tradizionale della virtù disinteressata, un valore che aveva trovato il suo più alto fondamento nella lezione scritturale141. Il tema, peraltro notevole, aveva caratterizzato per secoli, con le sue inevitabili varianti di forma e di significato, la nostra tradizione letteraria. Comparso, com’è noto, nella novellistica con Boccaccio (Decameron X,8), riaffiorato con Bandello, il soggetto si diffondeva nella commedia erudita e popolare del tardo Rinascimento per poi ispirare la grande letteratura europea del Seicento142. L’argomento, destinato a “esplodere” con i Lumi, s’era tuttavia impoverito nella prassi delle recite all’improvviso, nella redazione dei canovacci dell’Arte, sino a irrigidirsi nella secca trasmissione di uno schema codificato. A solo titolo d’esempio può ricordarsi Il fido amico, un testo si crede a suo modo esemplare, l’abbozzo di Flaminio Scala, il comico veneziano già in auge a Parigi con gli Accesi sulle soglie del Seicento e poi, di lì a un quindicennio, direttore e attore dei Confidenti presso i Medici a Firenze. Più che l’attività letteraria di questo autore di transizione, colpisce tuttavia la sua figura di precoce imprenditore teatrale, un compito che Scala conciliava con la professione di speziale-profumiere nella bottega e nei laboratori, peraltro ben avviati, a Rialto143. Verter. Commedia inedita del signor Antonio Simon Sografi, cit., p. 2. “Nessuno ha amore più grande che quello di dar la sua vita per i propri amici” Giovanni, 15, 13. Vedi anche Paolo, Ai Corinzi, I: 13, 1, 2, 3, 4; Matteo, 5, 43-48. 142 La definizione di questo itinerario è già nella Nota di G. Ortolani in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, cit., v. III, p. 1197 e ss.; sugli sviluppi cinquecenteschi vedi, A.J. McCue Gill, Vera Amicizia: Conjugal Friendship in the Italian Renaissance, University of California, Berkeley, ProQuest, 2008. 143 F. Scala, Il fido amico in Il Teatro delle Favole rappresentative, overo la ricreazione Comica, Boscareccia e Tragica: divisa in cinquanta giornate, composta da Flaminio Scala detto Flavio comico del Sereniss. Sig. Duca di Mantova. In Venezia appresso Gio. Battista Pulciani, 1611. Con licenza de’ 140 141 39 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Lo svolgimento degli atti del Fido amico veniva costruito su quattro figure di riferimento divenute ormai canoniche, due maschili e due femminili, intorno alle quali gravitavano interpreti secondari e di sfondo. I primi attori competono per la stessa donna secondo il fluire di un antico copione destinato a perpetuarsi per altri centocinquant’anni sempre invariato. Le giovani in attesa di marito, fisionomie incerte e dal profilo subalterno, subiscono inerti la propria sorte nella serena attesa del destino, una vicenda collettiva ineluttabile 144. Isabella, un po’ civetta, figlia di Pantalone e promessa sposa del capitano Spavento, ama riamata Orazio, a sua volta desiderato dalla più composta Flaminia, sorella del severo Flavio, l’amico-rivale del primo spasimante145. Nel succedersi degli equivoci e dei colpi di scena, di atti violenti e di sangue 146, la vicenda si conclude con le felici nozze dei giovani amanti147. Sotto la “licenza dei padri”, Orazio si lega a Flaminia, Flavio ad Isabella. Entro questo quadro di maniera, balena qua e là il tema qualificante: Flavio riesce a resistere ai moti del cuore148. Reiterata la sua rinuncia per favorire l’amico, ottiene da Orazio, turbato e commosso, la mano di Isabella149. Ritornava dunque, ancora una volta, il modello tradizionale della virtù disinteressata, un valore che tuttavia sembrava perdere, in questo canovaccio del primo Seicento, i suoi più alti significati. La meccanica delle scelte finiva per soffocare la consapevolezza delle intenzioni. Tale schema, nel suo insieme e sia pur con trascurabili varianti, riaffiorava e persisteva sino a metà del Settecento e costituiva la trama di riferimento all’interno della quale erano ancora costretti a destreggiarsi i novatori dei Lumi150. Pur non scardinando le maglie di quella griglia, Goldoni e Diderot con Il vero amico e Le Fils naturel arricchivano il consueto intreccio di contenuti umani e psicologici, di inediti significati morali e civili, sino a proporre nuovi Superiori e Privilegio, Giornata XXIX. Il testo può leggersi ora in F. Scala, Il Teatro delle Favole rappresentative, a cura di F. Marotti, Il Polifilo, Milano, 1976. Su Scala vedi F. Malara, “Lettura delle Favole rappresentative”, in Ead., Studi teatrali dal Cinque al Novecento, DAMS, Torino, 2002, pp. 37-101; Q. Galli, Gli scenari di Flaminio Scala. Lingua e teoria teatrale, Laveglia, Salerno, 2005; ma cfr. anche l’Introduzione in I canovacci della Commedia dell’Arte, a cura di A.M. Testaverde, Einaudi, Torino, 2007; S. Ferrone, Attori mercanti corsari: la Commedia dell’Arte in Europa tra Cinque e Seicento, Einaudi, Torino, 2011, ad Indicem. 144 F. Scala, Il fido amico, cit., Atto III, scena unica. 145 Ivi, Atto I, scena unica. 146 Ivi, Atto II, scena unica. 147 Ivi, Atto III, scena unica. 148 Ivi, Atto II, scena unica. 149 Ivi, Atto III, scena unica. 150 A conferma della sostanziale “tenuta” del modello nella Francia di metà secolo vedi F. Grilli, “Introduzione”, in D. Diderot, Teatro e scritti sul teatro, cit., pp. 9 e ss. 40 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 modelli di virtù, come tra poco si accennerà al fine di comprendere la genesi e il significato dell’opera di Sografi151. Le Fils naturel, più che la pièce di Goldoni, alla quale tuttavia maître Denis si era indubbiamente ispirato, voleva presentarsi come il manifesto di una nuova cultura, come “la prima commedia -tanto si legge negli Entretiens che corredano l’opera - di genere serio, o la prima tragedia borghese che verrà rappresentata”152.Era questa un’esigenza allora comunemente sentita che avrebbe orientato pur nelle diversità i riformatori europei e, in particolare, l’iniziativa di Lessing e Goldoni153. La struttura composita e complessa de Le Fils (cornice narrativa, commedia, dialoghi di approfondimento e discussione del testo) conferiva al lavoro un carattere “sperimentale” volto alla ricerca di quei metodi e tecniche funzionali a inaugurare la poetica del “dramma realistico”. Un modello quest’ultimo, pensava Diderot, che poteva situarsi a un livello intermedio tra i generi tradizionali della commedia e della tragedia154. Pertanto, scriveva sempre l’enciclopedista, l’attenzione doveva essere rivolta ai problemi e ai fatti reali, il “vero” doveva sostituire il “verosimile” 155. Tuttavia era necessario occuparsi di nuovi soggetti, sino a far trionfare, sulla scena, gli eroi della vita quotidiana nei loro atti pubblici e privati: “l’uomo di Il vero amico venne rappresentato la prima volta “a Venezia il carnovale dell’anno 1751”. La prima edizione del 1753 risulta essere “molto diversa” dalla seconda del 1764 riprodotta poi da G. Ortolani in Tutte le Opere di Carlo Godoni, cit., v. III, pp. 567-640. Sul significato delle varianti vedi H. Dieckmann, “Diderot e Goldoni”, in Id., Il realismo di Diderot, Laterza, Roma-Bari, 1977, pp. 73 e ss. Le Fils naturel apparve anonimo a stampa ad Amsterdam nel 1757. Venne subito riprodotto in quattro edizioni successive, peraltro prive di licenza ufficiale. Proposto ben presto alla Comédie Française, veniva di fatto rappresentato una sola volta nel settembre 1771 a Parigi, non senza difficoltà, e d’allora in poi, dimenticato. Ciò nonostante Le Fils aveva suscitato sin dalla primavera-estate 1757 molto scalpore provocando reazioni contrastanti e divenendo allora una sorta di simbolo dello scontro tra novatori e conservatori. Vedi J. Proust, Le paradoxe du Fils naturel, in «Diderot Studies», IV, 1963, pp. 209-20; A.M. Wilson, Diderot: gli anni decisivi, Feltrinelli, Milano, 1984, pp. 267-81. L’opera può ora leggersi in D. Diderot, Teatro e scritti sul teatro, ed. cit., pp. 35-82. 152 Vedi D. Diderot, Entretiens sur le Fils naturel, ed. cit., III, p. 135. 153 Sulle parziali ma significative coincidenze tra Lessing, Diderot e Goldoni vedi G. Petronio, Illuminismo, preromanticismo, romanticismo e Lessing, in «Società» 1957, 5, pp. 1002-20, in particolare pp. 1011 e ss. Sul rapporto Lessing-Diderot, vedi l’ “Introduzione” di P. Chiarini in G.E. Lessing, Drammaturgia d’Amburgo, cit., pp. XLVII-LI. Vedi anche N. Jonard, Goldoni et le drame bourgeois, in «Revue de Littérature Comparée», LI, 1977, 4, pp. 536-52; spunti ripresi in Id., Introduzione a Goldoni,cit.; G. Nicastro, Dalla commedia dell’Arte alla commedia di carattere: l’itinerario di Carlo Goldoni, in «Studi goldoniani», 1982, 6, pp. 131-63. Per una più recente sintesi sulla posizione di Goldoni vedi per tutti supra n. 126. 154 A. Ménil, Diderot et le drame. Théâtre et politique, PUF, Paris, 1995, pp. 77-83 (Un genre intermédiaire ou un genre neutre?). 155 Ivi, pp. 49-53 (Substitution du réel au vraisemlable). 151 41 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 lettere, il filosofo, il commerciante, il giudice, l’avvocato, il politico, il cittadino, il magistrato, il finanziere, il gran signore, l’intendente. […] Il padre di famiglia, lo sposo, la sorella, i fratelli. Il padre di famiglia! Che soggetto in un secolo come il nostro”156. Su queste premesse, nello sviluppo dell’intreccio e nella esecuzione pratica dell’opera si stagliava la figura di Dorval, il protagonista della pièce. Questi, “figlio bastardo della sua era, escluso per nascita dal privilegio d’un qualsiasi nobile lignaggio […], irrompe[va] nel teatro […] per affermare il pieno diritto d’un nuovo soggetto della storia, l’individuo borghese, […]serissimo eroe dei travagli interiori che riguardavano [ormai] le virtutes costitutive non dell’uomo suddito ma del libero cittadino”157. La grande impresa nondimeno era complessa e faticosa: entrambe le opere, tanto il Vero amico quanto Le Fils naturel, rimanevano per certi versi prigioniere, lo si è accennato, dell’involucro narrativo che le aveva generate. Il consueto tema della virtù disinteressata sostanziato nelle vicende delle due coppie che intrecciano i propri destini matrimoniali, un’unità narrativa quest’ultima ancora stabile e permanente, si esauriva nell’insorgere di nuovi modelli morali e comportamentali. Nei testi, tuttavia, ricomparivano con i vecchi ruoli, antichi atti, ripetizioni di scelte, a volte di maniera, altre forse non del tutto conseguenti, che potevano tuttavia apparire come un mero lacerto di una vecchia cultura158. Certo, anche in questo caso, tanto mutava: nell’opera di Diderot, per proporre qui un solo esempio, il modello originario si modificava nella tipologia della coppia di fratelli. Le tranquillizzanti schermaglie e la levigata sensualità del teatro convenzionale si corrodevano nella penosa incertezza di Dorval per Rosalie, la fanciulla contesa del dramma, riconosciuta dal protagonista come figlia del medesimo padre soltanto in conclusione d’opera159. Si svelava così tramite il palcoscenico, nella drammatica vicenda del primo attore, l’abisso oscuro dell’amore inconfessato e inconsapevole per la sorella. La tentazione era però ben presto rimossa: i sublimi imperativi della virtù riuscivano a porre l’eroe al riparo dagli “orrori”dell’incesto 160. Molto dunque era cambiato nell’ambito di quel filone letterario nel giro di pochi anni. Tuttavia una successiva trasformazione avrebbe ancora variato lo schema a distanza di qualche decennio. A suo modo l’opera di Sografi è una Vedi, D. Diderot, Entretiens, ed. cit., III, p. 135. R. Tessari, Dai Lumi della Ragione ai roghi della Rivoluzione francese, in Storia del teatro moderno e contemporaneo, a cura di R. Alonge e G. Davico Bonino, v. II Il grande teatro borghese. Settecento e Ottocento, Einaudi, Torino, 2000, p. 277. 158 Vedi, C. Goldoni, Il Vero amico, ed. cit., Atto III, 25. Vedi anche C. Goldoni, Memorie, a cura di E. Levi, Einaudi, Torino, 1967, pp. 283-86. 159 D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit., Atto V, 5. 160 Ivi, Atto III, 9. 156 157 42 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 testimonianza di questo processo. Se il testo del nostro sembra ancora sovrastato dall’archetipo del Fido amico campione di virtù, il campo d’azione è ormai esteso all’iniziativa di Verter e Carlotta, innalzati da Simone, entrambi, a protagonisti della scena. La loro ferma e reciproca rinuncia non sembra più riguardare l’altro, investire il sentimento d’amicizia, definire l’etica dei comportamenti, riaffermare, in un’età percorsa dal mutamento, i valori funzionali allo sviluppo economico e sociale: la correttezza, la responsabilità, la lealtà. Il loro sacrificio voleva esprimere un nuovo modello di virtù che Sografi aveva mutuato dall’eroismo di Dorval e che tentava di sviluppare come tra poco si cercherà di evidenziare. Ci si distaccava così, o forse meglio si svolgeva anche l’idea morale fissata nel Vero amico da Goldoni, un‘ipotesi quest’ultima che avrebbe orientato tuttavia in modo decisivo la stesura del Verter. Per ritornare un solo istante alla rinuncia maturata da Verter e Carlotta occorre dire che tale privazione consentiva a Sografi di definire il senso dell’unità familiare. È stato recentemente osservato che il “maturo sacrificio dei sentimenti sull’altare dei valori di amicizia e matrimonio” avrebbe garantito anche tramite il teatro in quegli anni “la virtuosa stabilità delle strutture sociali borghesi”161. Forse nella faticosa costruzione di quei principi, che con difficoltà si definivano vi era qualche cosa di più. Da quel processo in fieri nascevano le parole d’ordine intorno alle quali ci si poteva riconoscere e incontrare. Trapela, come si vedrà, anche negli atti della commedia di Sografi la nuova idea di famiglia che allora si delineava. Simone sembra intuirne l’inedita valenza di ricettacolo inaccessibile della sfera privata e insieme di luogo d’aggregazione umana determinato in funzione di scelte condivise 162. In tal modo la decisione morale di Verter e Carlotta preludeva a quell’idea “moderna” di libertà, che era insieme politica e civile, un concetto destinato a storicizzarsi nell’agosto 1789 e a sostanziare la produzione patriottica del nostro nella breve esperienza della Municipalità provvisoria a Venezia. Pertanto la lezione del Vero amico e de Le Fils naturel pareva dunque potersi svolgere nell’opera dello scrittore padovano senza per questo essere dimenticata. Dalla virtù disinteressata alla morale sociale: Il vero amico di Carlo Goldoni Già i contemporanei, e gli stessi Goldoni e Diderot, avevano ammesso la stretta derivazione de Le Fils naturel dal Vero amico: un “echeggiamento” che valse a Diderot, com’è noto, un‘accusa di plagio e provocò un infiammato dibattito 163. È R. Tessari, Teatro e spettacolo nel Settecento, Laterza, Roma-Bari, 2010, p. 182. Verter. Commedia inedita del signor Antonio Simon Sografi, cit., Atto I, 2, 8, II, 9, III, 9, IV, 8, V, 6. 163 Vedi per tutti J. Proust, Le paradoxe du Fils naturel, cit., pp. 212 e ss.; A.M. Wilson, Diderot: gli anni decisivi, cit., pp. 269 e ss.; H. Dieckmann, Diderot e Goldoni, cit., pp. 63 e ss.; ma anche la prefazione di Goldoni alla commedia ora in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, ed. cit., v. III, p. 569. 161 162 43 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 grazie alla testimonianza tardiva dell’allora giovane F.M. Grimm che possiamo conoscere la vicenda puramente occasionale, meramente episodica, che permise il primo incontro tra Goldoni e Diderot. Lo scrittore tedesco ricordava quell’evento nella «Correspondance littéraire» del 15 dicembre 1758, il celebre bollettino culturale di cui fu redattore per più di trent’anni sino alla vigilia della Rivoluzione164. Nella tarda estate 1756 Denis aveva cercato quiete e ristoro a Saint-Germain-en-Laye, nella campagna a ovest di Parigi. Nella “maison” che l’ospitava aveva scorto “sur la chaminée un volume de Goldoni” e, solo allora, in quell’occasione “il se mit à lire Le véritable ami de cet auteur dont il n’avait jamais rien lu”165. Quella pièce di Goldoni, come tutti ricordano, ricostruiva l’amore impossibile, dolente e infelice di Florindo per Rosaura, la promessa sposa dell’amico Lelio, colui che lo aveva accolto, da circa un mese, nella sua casa di Bologna166. Tuttavia il disagio economico di Lelio e l’avarizia di Ottavio, il ricco padre di Rosaura - una sorta di maschera del vecchio teatro, riluttante a concedere la dote e ostinato a conservare le “monete nello scrigno” contribuivano a sfavorire quel matrimonio, ancor più minacciato dal raffreddamento della giovane, incapace ormai di celare la passione per Florindo167. Su questo copione, in buona parte convenzionale, s’innestava la vicenda umana e morale del protagonista. Goldoni esprimeva con efficacia il travaglio tra i moti del cuore e gli imperativi di una virtù che impedisce d’amare168. Con il suo sacrificio in favore dell’amico, Florindo s’innalza a eroe: la rinuncia a Rosaura gli consentiva tuttavia di mantenere l’irrinunciabile dell’idea stessa d’amore: il rapporto con l’altro, con Lelio, un legame rinvigorito, ormai più profondo, che probabilmente arricchiva entrambi. Erano idee e pensieri che circolavano in quegli anni. Non “d’una virtù mezzana” aveva bisogno il nostro teatro - scriveva Goldoni nella prefazione alla prima edizione del 1753 - ma di Su Friedrich Melchior Grimm (1723-1807) vedi J.R. Monty, La critique littéraire de Melchoir Grimm, Droz-Minard, Genève-Paris, 1961; C.L. Pell, The Literary Ideas of Friedrich-Melchior Grimm, University of Wisconsin, Madison, 1949. 165 Correspondance littéraire, philosophique et critique par Grimm, Diderot, Raynal, Meister etc. Revue sur les teste originaux comprenant outre ce qui a été pubblie à diverses époques. Les fragments supprimés en 1813 par la censure. Les parties inédites conservées à la bibliothéque ducale de Gotha et à l’Arsenal à Paris. Notices, notes, table générale par Maurice Tourneux, Garnier frères libraries-éditeurs, Paris, 1878, t. IV, p. 57. La segnalazione dell’articolo si deve a H. Dieckmann, Diderot e Goldoni, cit., p. 59 e a J. Proust, Le Paradoxe du Fils naturel, cit., p. 212. 166 C. Goldoni, Il vero amico, ed. cit., Atto I, 1, 2. 167 Ivi, Atto I, 6, 10, 11, II, 12, III, 1, 3, 14. 168 Ivi, Atto I, 1, 14, II, 3. 164 44 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 quella “che chiamasi virtù rara, virtù sublime”, la sola che “dee mettersi in mostra per risvegliare qualche animo a seguitarla”169. Tali idee finivano tuttavia per stemperarsi nello sviluppo delle scene. Poco si accordavano con i convincimenti di Goldoni in merito ai compiti del teatro, il cui fine era quello di istruire dilettando. Il più “naturale” genere comico doveva quindi prevalere sul serio, le tentazioni patetiche e sentimentali risultare più circoscritte170. Tuttavia le questioni di genere rinviavano a, e s’intrecciavano con quelle di contenuto. La lettura del testo rivela, a tutta prima, un graduale impoverimento del tema morale: il sublime titanismo di Florindo scade in un più prosaico pragmatismo, il primato dei sentimenti soggiace alla logica degli interessi, l’etica dell’intenzione si dissolve in una precettistica di comportamenti171. Questa irruzione di valori ed eroi “d’una virtù mezzana” è parsa caratterizzare il senso autentico della commedia di Goldoni. Gli studi hanno colto, nell’intreccio di interessi e sentimenti, nelle storie “d’amore” e di “soldi”, i tratti qualificanti del nuovo status dei ceti in ascesa. L’ossessione patrimoniale, una “ossessione sociale”, guida l’azione dei protagonisti tanto nel Vero amico quanto ne Le Fils naturel: le leggi ferree dell’impresa impongono sul palcoscenico, come nella pratica degli affari, che ci si sposi badando al sodo, guardando alla dote. Un buon matrimonio deve coincidere sempre con un buon guadagno. L’etica e i valori sembrano ormai sostanziarsi nella figura del mercante 172. Nondimeno, nella crisi dei ruoli tradizionali, i nuovi protagonisti sembravano poter mantenere l’irrinunciabile delle antiche qualità. Se insorgevano, sotto nuova veste, gli ideali del decoro, della reputazione e dell’onore, si riaffermavano con altrettanta forza i principi di onestà, correttezza e responsabilità: un patrimonio da spendere nelle nuove occasioni del lavoro. Qualcosa dell’antico modello sembrava ancora poter sopravvivere173. Nel Vero amico vi è dunque già l’annuncio della nuova etica dei ceti civili settecenteschi: la pièce non a caso venne accolta con favore, di lì a poco, in Vedi “L’Autore a chi legge”, in Il Vero amico in Le commedie del dott. Carlo Goldoni avvocato veneto fra gli arcadi Polisseno Fegejo, appresso gli eredi Paperini in Firenze, 1753, vol. IV. Il testo può ora leggersi in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, cit, v. III, p. 1199. 170 H. Dieckmann, Diderot e Goldoni, cit., p. 73 e s. 171 Vedi, C. Goldoni, Il Vero amico, ed. cit., Atto II, 13, 19, 20, III, 3, 13, 15, 21. 172 R. Alonge, “Un nuovo genere: il dramma borghese”, in Storia del teatro moderno e contemporaneo, cit., v. II, pp. 871 e ss. 173 C. Goldoni, Il Vero amico, ed. cit., Atto II, 3, 10, 17, III, 13, 17, 21. 169 45 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Olanda e in Inghilterra174. Il tema, destinato a trovare sempre maggiore risalto nell’opera di Goldoni, testimoniava il prevalere degli interessi letterari sulle motivazioni sociali e politiche. Florindo, l’eroe del Vero amico, simbolo della nuova morale professionale e familiare, trionfa dunque sotto nuove vesti in tante commedie di Goldoni sino a prendere le sembianze della maschera ormai deformata di Pantalone. Nell’opera di quel grande prevale una irriducibilità di idee e sentimenti: alla nuova si contrappone la vecchia etica incarnata nella forma mentis dei ceti patrizi175. Era quest’ultima una morale ricostruita da Goldoni come un atteggiamento vacuamente individualistico, spia di una irreversibile crisi di sistema; testimonianza dello sgretolamento di un ordine logorato nei suoi assetti strutturali, nelle abitudini esistenziali e comportamentali. Tale contrasto dunque, che non è solo il riflesso dello scontro tra chi si trova in ascesa e chi invece cade in declino, non poteva risolversi, per il commediografo, tramite il conflitto, obbedendo alle motivazioni della forza e della cruda necessità. Poteva essere superato solo con gli strumenti della ratio, tramite la mediazione, con il giudizio, la persuasione. Tuttavia l’ipotesi di un possibile processo dialettico tra le parti sociali si spegneva ben presto tra gli atti delle scene. Prevaleva l’idea di una “responsabile collaborazione” tra i gruppi nell’ambito degli invalicabili assetti tradizionali176: un “giudizio equanime nei confronti degli uomini che vivono in società a prescindere dal ceto”, una sorta di “ottimismo fiducioso nei confronti dell’essere umano”177. Trionfava, in definitiva l’ipotesi depoliticizzata dello sviluppo equilibrato e armonico del corso storico. In ogni caso anche la più ottimistica celebrazione delle nuove virtù non sarebbe stata utilizzata dal commediografo come uno strumento per scardinare l’ordine esistente. Ma come è stato osservato, “l’assenza di prospettiva politica” avrebbe consentito, nonostante tutto, di portare sulla scena, probabilmente per la prima volta in F. Fido, Guida a Goldoni. Teatro e società nel Settecento, Einaudi, Torino, 2000, p. 219. Sul problema vedi A.O. Hirschman, Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Feltrinelli, Milano 1990. 175 “Il lavoro e l’ozio divengono gli emblemi morali della laboriosità produttiva e del nocivo parassitismo di classi diverse; ne definiscono la responsabilità rispetto alla floridezza di uno Stato, e illuminano insieme le ragioni più profonde di un atteggiamento psicologico e di costume sociale”. M. Baratto, “’Mondo’ e ‘Teatro’ nella poetica del Goldoni”, in Id., Tre saggi sul teatro, cit., p. 174. 176 G. Padoan, Putte, zanni, Rusteghi. Scene e testo nella commedia goldoniana, a cura di I. Crotti, G. Pizzamiglio, P. Vescovo, Longo, Ravenna, 2001, p. 65. A conferma e a puro titolo d’esempio vedi l’ “Introduzione” in C. Goldoni, Il padre di famiglia, a cura di A. Scannapieco, Marsilio, Venezia, 2002, pp. 15 e ss. 177 P. Bosisio, Goldoni e il teatro comico, in Storia del teatro moderno e contemporaneo, cit., v. II, p. 153. 174 46 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Italia, “gli interessi, la sensibilità, l’etica, il gusto di una classe rimasta fino ad allora ai margini della letteratura, almeno della letteratura alta”178. La protesta di Goldoni, in definitiva, è sembrata rimanere circoscritta ai soli quesiti del rinnovamento morale, inteso per lo più nella sua accezione interiore e privata. Contributi recenti hanno interpretato il “moralismo prepolitico” del commediografo nella prospettiva di un prudente pragmatismo che, in armonia con i nuovi convincimenti dei ceti civili, aspirava all’affermazione letteraria e al successo personale179. Al di là di queste ragioni, resta il fatto che le dinamiche della storia hanno sempre una notevole incidenza anche su comportamenti e valutazioni morali. La crisi economico-sociale che colpiva Venezia a partire dagli anni Cinquanta si ripercuoteva inevitabilmente anche sui processi interni che definivano la fisionomia dei ceti civili. Cristallizzati i rapporti sociali, inasprita la prassi conservatrice, insorgeva la sfiducia di Goldoni verso i ceti commerciali e mercantili, incapaci, pensava, di elaborare un programma autonomo e di definire una propria cultura almeno a Venezia180. Entro questo quadro può cogliersi, nell’opera del grande riformatore delle scene, con i rischi propri di ogni schematismo, tanto una fase construens quanto una destruens che ispirano tutta la sua produzione. La fase construens dell’opera, commemorativa dei ceti civili e fiduciosa in una loro possibile egemonia nella città lagunare, si afferma subito con forza nel repertorio e trova il suo simbolo nella La locandiera la celebre commedia dei primi anni Cinquanta 181. Forse poi si estende, sia pur con interne contraddizioni, sino alla altrettanto significativa Trilogia della villeggiatura del 1761182. A tale fase succede, o forse meglio, con essa sempre convive e s’intreccia, come si è ricordato, la parte destruens. Il teatro di Goldoni pertanto esprime il trionfo delle nuove certezze ma anche, negli stessi anni, testimonia la messa in discussione e la crisi di quelle stesse certezze. Per proporre qui, in estrema sintesi, il solo esempio della Locandiera, si ripenserà soltanto come Mirandolina, la protagonista, esprima, con un vigore non certo inferiore a quello del nostro Florindo, la possibile relazione tra G. Petronio, “Introduzione”, in C. Gozzi, Opere, cit., p. 19. S. Ferrone, La vita e il teatro di Carlo Goldoni, Marsilio, Venezia, 2011, pp. 26 e ss. 180 Per il punto sulla questione e sul dibattito S. Ferrone, Carlo Goldoni. Vita, opere, critica, messiscena, Sansoni, Firenze, 2001, pp. 125-41. Per gli aspetti generali vedi P. Del Negro, “Introduzione”; P. Preto, “Le riforme”, in Storia di Venezia. Dalle origini alla caduta della Serenissima, v. VIII, L’ultima fase della Serenissima, cit., pp. 1-82; 83-142. 181 La locandiera, commedia di tre atti in prosa venne rappresentata “per la prima volta a Venezia nel Carnovale 1753”. Il testo è ora in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, cit., v. IV, pp. 773-858. 182 Si fa riferimento a Le Smanie per la Villeggiatura; Le Avventure della Villeggiatura; Il Ritorno dalla Villeggiatura, rappresentate a Venezia per la prima volta nell’autunno 1761 e ora in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, cit, v. VII, pp. 1005-1076; 1077-1144; 1145-1215. 178 179 47 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 l’economia e l’etica. La scoperta di questo rapporto avrebbe permesso a Goldoni, e all’utilitarismo settecentesco, di scoprire la dimensione sociale della necessità come tra breve accenneremo, ritornando nell’ambito del nostro discorso, con il caso del Vero amico183. Ma l’opera di Goldoni testimonia, lo si è già osservato, accanto alla rievocazione delle vittoriose certezze, anche il senso di una crisi profonda, che adombra l’idea di una fatale conclusione, l’inesorabile fine di un sistema, forse di tutta un’era. Già La Bottega del Caffè184 e La serva amorosa185 documentano, ha osservato Paolo Bosisio, il travaglio di questo itinerario tra 1750 e 1752. Nella prima commedia tale percezione prende forma nella rappresentazione d’un mondo senza eroi, senza protagonisti positivi. Nell’altra si manifesta, invece, la prima seria messa in discussione dei ceti mercantili ormai colti nella sola difesa dei propri interessi particolari186. Alla celebrazione degli eroi succede l’evocazione degli antieroi187. La superstite apoteosi dei ceti civili che ancora ispira la Trilogia precipita pertanto nel dramma psicologico ed esistenziale dei protagonisti di queste tre commedie, nel senso del rimorso e della colpa che guadagna progressivamente quelle stesse scene e sospinge nel crepuscolo i primi attori188. Il tema era stato già annunciato con vigore l’anno prima, nel 1760 ne I Rusteghi: la storia di “un piccolo universo domestico di rancori e di ossessioni” nel quale sembra “[…] Il segreto di Mirandolina è tutto qui: persegue il mito del denaro, ma accetta di correre non oltre la soglia dell’abisso […] E’ sfrontata, cinica, quasi oscena, nell’uso strumentale che fa della sua bellezza, ma non si concede. Si vende psicologicamente, ma non si vende fisicamente. […] Usa il suo corpo per tenere legati i clienti al suo locale […] C’è un borghese desiderio di ascesa sociale che la predispone, sin da subito, a intendere e ad apprezzare il valore delle cose”. R. Alonge, Goldoni. Dalla commedia dell’arte al dramma borghese, Garzanti, Milano, 2004, pp. 57-9; Id., Approcci goldoniani. Il sistema di Mirandolina, in «Il castello di Elsinore», 1991, 12, p. 13 e ss. 184 La Bottega del Caffè, commedia di tre atti in prosa, rappresentata “per la prima volta a Mantova la Primavera dell’anno 1750”, è ora in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, cit., v. III, pp. 180. 185 La Serva Amorosa, commedia di tre atti in prosa, rappresentata “per la prima volta a Bologna la Primavera dell’anno 1752” è ora in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, cit., v. IV, pp. 439-529. 186 P. Bosisio, Goldoni e il teatro comico, in Storia del teatro moderno e contemporaneo, cit., v. II, pp. 159-60. 187 La delusione si traduce “nei lancinanti ritratti dei mercanti imbolsiti e sordi a ogni segnale di progresso, rinchiusi nell’universo senza luce delle loro botteghe e delle loro abitazioni, dentro alle quali vogliono come recluse le mogli, insieme ai figli, giudicati globalmente insensati e ribelli”. P. Bosisio, Goldoni e il teatro comico, cit., p. 167. 188 Sul significato vedi in particolare R. Alonge, Ritratto di Giacinta, in «Il castello di Elsinore», 1998, 32, pp. 51-68, Id., “Soldi e sentimenti nella Trilogia della Villeggiatura”, in Goldoni. Dalla commedia dell’arte al dramma borghese, cit., pp. 145-69. 183 48 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 mancare “ogni speranza di alternativa” e di “riscatto”. “Un universo autistico”, è stato detto: “la commedia impossibile per la borghesia italiana che non c’è”189. Per riannodare le fila del nostro discorso, dopo aver tentato di collocare il Vero amico nell’opera di Goldoni, è ancora utile insistere su quell’ intreccio di virtù disinteressata e morale utilitaristica che costituisce il tema di fondo della commedia. Questo conflitto che scava l’opera e sembra provocare una sorta di taglio geometrico nella dinamica del testo contribuisce invece, qualificato dall’ età, a trasformare gli schemi plurisecolari di un filone letterario minandone dall’interno la stessa struttura. Se nella commedia trionfa infine la logica dell’utile, la ricerca delle “convenienze”, per utilizzare l’espressione cara a Sografi, tale aspirazione non è mai volta, comunque, a soddisfare un egoistico vantaggio ma è intesa, sempre, quale mezzo per garantire il bene comune, la funzionalità di un intero sistema, forse persino la felicità collettiva. Si prefigurava quindi nel Vero amico quel rapporto tra individuo e società, tra le parti e il tutto, che sarà ripreso dallo scrittore padovano nella sua idea di Convenienze, un nesso destinato poi a riaffiorare nel Verter per ispirare la concezione della vita privata. Il criterio del do ut des guida dunque l’azione di Florindo e lo spinge a razionalizzare in egual misura affari e sentimenti, a valutare persino le proposte di dote con il rigore del contabile, prima di potersi pronunciare in una risoluzione. Tuttavia il richiamo della virtù ancora lo scuote. L’iniziativa del primo attore pertanto non poteva risolversi in un solo vantaggio personale. Doveva invece essere in grado di interpretare e garantire l’interesse di tutti, mostrarsi capace di realizzare le esigenze più autentiche di Clelio e Rosaura190. Il bene di sé acquistava valore nel traguardo del bene comune. Era tuttavia ancora un colpo di scena del vecchio teatro che consentiva di esplicitare i nuovi principi. Florindo, in assenza della dote, sembrava poter trascurare le regole “dell’onore” e “dell’amicizia” e si preparava a sposare Rosaura per garantirle quella realizzazione sociale che il disagiato Lelio non le poteva offrire. Riapparso “lo scrigno” con le sue monete sonanti, quella “bella fortuna” riequilibrava le sorti di un microsistema: salvaguardava la “sicurezza” di Rosaura e di Lelio. L’iniziativa del protagonista era tuttavia sempre necessaria per la tenuta e la funzionalità di un insieme, per guidare razionalmente il corso della vicenda: solo tramite la rinuncia alla donna amata poteva essere tutelato M. Pieri, Per una rilettura de I Rusteghi, in «Il castello di Elsinore», 1992, 15, p. 19. L’opera, rappresentata” per la prima volta a Venezia nel carnovale 1760”, può ora leggersi in Tutte le Opere di Carlo Goldoni, cit., v. VII, pp. 617-96. 190 C. Goldoni, Il vero amico, ed. cit., in particolare Atto II, 20, III, 13, 21. 189 49 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 l’interesse generale. Realizzato il suo compito e soddisfatto di sé, l’eroe si apprestava, quindi, a partire191. Qualche spiraglio s’apriva dunque in una concezione del mondo governata dai soli criteri dell’economia e della necessità. Il pragmatico Florindo, soffocati i sentimenti, finalmente privo di travaglio e ormai risoluto, s’avventurava a esplorare l’universo morale e, così, scopriva il carattere sociale dell’utilità. Probabilmente Goldoni percepiva l’irriducibilità delle due categorie, l’antitesi tra ciò che è utile e ciò che è buono, ma tuttavia intuiva la possibilità di un loro rapporto: la utilitas, illuminata e ormai arricchita dall’etica, si schiudeva al nuovo significato di virtù. “Un atto utile in generale agli uomini si chiama virtù, e l’animo virtuoso è quello che ha desiderio di far cose utili in generale agli uomini”, avrebbe scritto di lì a qualche anno, nel 1765, Pietro Verri192. Non erano certo pensieri nuovi193. Le premesse di questa nozione di virtù caricata di senso utilitaristico e relativistico sembrano risalire, lo confermano gli studi, alla temperie politico-culturale inglese della prima metà del Seicento. Sarebbero poi stati gli intellettuali dei Lumi a elaborare su questi presupposti il modello della morale sociale, la nuova etica laica capace addirittura di dimenticare Dio e di porre al suo posto, in quell’orribile vuoto, la società194. Il modello della virtù disinteressata sembrava giunto al tramonto. L’imperativo di Dorval ne Le Fils naturel La medesima coesistenza di motivi, la dialettica tra l’antico modello della virtù e la nuova morale utilitaristica caratterizza, lo si è accennato, la trama de Le Fils naturel. Anche in questo caso la dinamica degli interessi prevale sulle richieste dei sentimenti e sembra esprimere il senso esclusivo della commedia195. Le spinte della necessità incalzano l’azione dei protagonisti e muovono, come in Ivi, Atto III, 18, 21, 23, 24, scena ultima. P. Verri, Meditazioni sulla felicità, Feltrinelli, Milano, 1997, p. 32. 193 Così, ad esempio si esprimeva La Mettrie nel 1748: “Ecco la nostra virtù. Tutto ciò che è utile alla società è virtù, il resto è solo il suo fantasma”. Vedi Antiseneca, ovvero discorso sulla felicità, ora in J. Offroy de La Mettrie, Opere filosofiche, a cura di S. Moravia, Laterza, Roma-Bari, 1992, p. 323. In linea il giudizio di Voltaire (1764): “Non ammetteremo altre virtù che quelle che sono utili al prossimo? E come potrei ammetterne altre? Noi viviamo in società, dunque non c’è nulla che sia veramente bene per noi, se non è bene per la società. Vedi la voce Virtù in [FrançoisMarie d’Arouet] Voltaire, Dizionario filosofico, a cura di M. Bonfantini, Einaudi, Torino, 1959, p. 452. Così può leggersi anche nell’opera postuma di Helvétius (1773): “Le mot vertu rappelle toujours à l’esprit l’idée confuse de quelque utilité à la société”, cfr., C.-A. Helvétius, De l’Homme, texte revu par G. et J. Moutaux, Fayard, Paris, 1989, p. 367. Le citazioni si potrebbero moltiplicare. 194 J. Domenech, L’Ethique des Lumières. Les fondaments de la morale dans la philosophie française du XVIIIe siècle, Vrin, Paris, 1989, pp. 9-29. 195 R. Alonge, Un nuovo genere: il dramma borghese, cit., pp. 871 e ss. 191 192 50 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Florindo, le preoccupazioni di Dorval, disposto, in una sorta di paradosso, a sacrificare la fortune pur di garantire la sicurezza economica necessaria per celebrare il matrimonio tra l’amico Clairville e la sua amata Rosalie 196. Comunque solo a un primo sguardo l’idea della razionalizzazione delle risorse sembra poter avere ispirato la scrittura del testo. La storia “d’amore” e di “soldi” perde senso e valore, flette e si spegne mentre sempre più cresce la pena interiore del primo attore197. Giustamente H. Dieckmann, in anni relativamente recenti, ha colto in questo “pathos dolente” l’elemento dissonante tra due opere per molti versi simili198. È in particolare l’idea della rinuncia alla donna amata, il pensiero dominante che unifica l’ azione dei protagonisti, a caricarsi di diversi significati. In Florindo, lo si è appena ricordato, quella necessità si concludeva in una esigenza pragmatica e utilitaristica. In Dorval invece diveniva l’occasione per poter ritrovare se stesso, l’opportunità per scoprire la dimensione interiore, l’abisso ancora inesplorato dallo scrittore italiano nella ricostruzione delle medesime vicende. Alla lineare empiria degli interrogativi del primo e alla conseguente facilità di scelta si contrappongono i tormentati quesiti del secondo, le continue “prove” ingaggiate da questo “figlio naturale” del Settecento: esami ardui che conducono il protagonista a scoprire la virtù come coscienza. La morale sociale prefigurata nell’opera di Goldoni sembra stemperarsi nelle pagine di Diderot e cedere il passo all’insorgere di un nuovo primato dell’individuo. È solo grazie a una “azione energica” -dirà l’eroe a Rosalie- che si può conquistare la dimensione morale199. La rinuncia definitiva alla persona amata, tuttavia, se limita il protagonista insieme lo risarcisce. Ritrovata la dimensione interiore e ormai superate le derive più effimere dell’eudemonismo, Dorval può realizzare il migliore se stesso, comprendere le esigenze più autentiche che qualificano e arricchiscono l’individuo e scorgere in quelle ragioni la reale possibilità di un incontro con l’altro: In realtà, che fiducia si può avere in una donna che ha potuto ingannare il fidanzato? O in un uomo – continua sempre Dorval rivolgendosi all’amata - che ha potuto tradire l’amico?... Signorina, bisogna che chi osa legarsi con nodi indissolubili veda nella sua compagna la prima delle donne, ed anche non volendolo, Rosalie vedrebbe in me l’ultimo degli uomini… Questo non può essere… Non saprei mai rispettare abbastanza la madre dei miei figli e non mi sentirei mai considerato troppo da lei200. D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit., Atto III, 9. Ivi, Atto I, 1, 7, II, 3, 5, 7, III, 9, V, 3. 198 H. Dieckmann, Diderot e Goldoni, cit., p. 74. 199 D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit., Atto V, 3. 200 Ibidem. 196 197 51 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Attraverso questa rinuncia Dorval dunque si emancipa: “i miei sforzi mi hanno riscattato, sono libero”201. Scoperto il nesso settecentesco tra la libertà e la legge, Dorval può raggiungere finalmente la tranquillità dell’anima, il traguardo del virtuoso e dell’uomo giusto e forse prepararsi a conoscere la felicità202. Ormai dunque libero e realizzato, il primo attore può realmente incontrarsi con tutti, non solo con Rosalie e Clairville. La sua scelta personale assurge a valore universale, la sua più profonda realizzazione coincide con quella degli altri, ormai persuasi a riconoscere i loro interessi autentici203. Il dramma esistenziale di Dorval prefigurava dunque dal palcoscenico il nuovo modello di virtù intesa come morale autonoma204. Si trattava di un itinerario indubbiamente diverso da quello indicato da Goldoni. L’ipotesi formulata da Diderot, più che quella suggerita dal commediografo veneziano, avrebbe influenzato Sografi nella stesura del Verter. Tuttavia la lezione di Goldoni, come vedremo, non sarebbe stata dimenticata. Nondimeno lo scrittore padovano per maturare e rafforzare i propri convincimenti avrebbe dovuto misurarsi con il Werther di Goethe. La sofferta meditazione su quell’opera gli avrebbe consentito di reintrodursi forse anche personalmente in un tema letterario allora di grande interesse e, soprattutto, di preannunciare principi e valori che avrebbero poi guidato la sua militanza in epoca rivoluzionaria. I due volti dello Sturm und Drang Con i due componimenti stesi a distanza di soli pochi mesi l’uno dall’altro, tra il 1773 e il 1774, il frammento drammatico Prometheus205 e il celebre Die Leiden des jungen Werthers206, Wolfgang Goethe tracciava uno spartiacque che si sarebbe esteso di là dei confini non solo territoriali della cultura tedesca. Il primo di questi, “l’inno forse più famoso dell’intero Sturm und Drang”207, riattualizzava l’antico mito prometeico innalzando l’archetipo greco a simbolo di un nuovo patrimonio di idee e di valori. Il poema sembrava poter interpretare lo stato Ibidem. Si rinvia qui soltanto all’ormai classico R. Mauzi, L’idée du bonheur dans la littérature et la pensée françaises au XVIIIe siècle, Colin, Paris, 1969, ad Indicem. 203 D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit., Atto V, 3. 204 J. Domenech, L’Ethique des Lumières. Les fondaments de la morale dans la philosophie française du XVIIIe siècle, cit., pp. 58-76. 205 Il Prometeo, redatto nell’estate 1773 e apparso a stampa solo nell’edizione definitiva del 1830, rievocato nel XV libro di Poesia e Verità, può leggersi ora in W. Goethe, Opere, a cura di V. Santoli, Sansoni, Firenze, 1970. Meno felice la traduzione proposta in J.W. Goethe, Opere, a cura di L. Mazzucchetti, Sandoni, Firenze, 1949, v. I. 206 Vedi supra, n. 131. 207 G. Baioni, Classicismo e rivoluzione. Goethe e la Rivoluzione francese, Guida, Napoli, 1988, p. 37. 201 202 52 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 d’animo dei Lumi, e costituiva indubbiamente il coronamento ideale e morale di quelle che sono state definite le tre fasi con le quali si era strutturato l’intero movimento dell’ Aufklärung prerivoluzionaria208. L’opera goethiana di fatto valorizzava soprattutto il momento mitico della disobbedienza: la ribellione compiuta dal titanide nei confronti di Zeus209. Goethe aveva scorto in quella ribellione la possibilità di stabilire un confine tra la terra di Prometeo e il cielo degli Dei, di rivendicare la proclamazione di uno spazio autonomo, inaccessibile allo stesso Giove 210. In quella trasgressione e in quella affermazione di sé non v’era tuttavia solo la rivolta del “nuovo umanesimo” contro il principio di autorità e verso l’ordine costituito. La possibilità della lotta, se non addirittura contro Dio, certamente nei confronti del monarca e del padre. In quella autoproclamazione di libertà che affidava ogni autorità a una scelta autonoma -libero è ciò che obbedisce solo alla necessità della propria natura, alla propria legge211- Goethe, tramite l’insegnamento di Spinoza, faceva di Prometeo il simbolo della coscienza moderna212. Il giovane poeta dunque probabilmente già preludendo a Kant -gli anni erano in definitiva quelli- prefigurava, tra 1773 e 1774, l’ipotesi dell’autofondazione dell’io213. Erano idee che allora circolavano: ne abbiamo ricordato una precoce anticipazione nei pensieri e nelle azioni del diderotiano Dorval, tra poco le vedremo riaffiorare nei più tardivi e forse meno consapevoli convincimenti di Sografi tramite le figure di Verter e Carlotta214. Tale concezione e questo modello umano venivano capovolti, com’è probabilmente noto, nel Werther di Goethe, l’opera cui Sografi s’era ispirato, il grande romanzo che nell’arco breve di pochi mesi ribaltava il senso del Prometheus. Il tema della centralità dell’individuo veniva riproposto ancora con altrettanta forza, anche se assurgeva a diversi significati. L’opera, come tutti ricordano, testimoniava il tramonto dei Lumi, la sfiducia nei valori umanitari e sociali costruiti e precisati nel fervore e negli scontri di tutto un secolo, il venir meno della speranza nel progresso e nella felicità universale. Ciò che N. Merker, Introduzione a Lessing, Laterza, Roma-Bari, 1991. La ricostruzione più rigorosa delle fonti utilizzate da Goethe resta quella di E.A. Braemer, Goethes Prometheus und die Grundpositionen des Sturm und Drang, Arion Verlag, Weimar, 1963, p. 171 e ss. 210 “Copri il tuo cielo, Giove, di nubilosi vapori ed esercitati su le querce e le cime dei monti, pari a fanciullo che decapiti cardi: ma lasciarmi tu devi la mia terra e la mia capanna, che non tu costruisti, e il focolare, la cui fiamma m’invidi!” W. Goethe Prometeo ed. Santoli, cit., p. 1302. 211 G. Baioni, Classicismo e rivoluzione, cit., p. 45. 212 Ivi, pp. 19-54. Ma anche Id., Il giovane Goethe, Einaudi, Torino, 1996. 213 E. Kant, Critica della ragion pratica, [I ed., Riga 1788] a cura di F. Capra, Laterza, Bari, 1947, vedi soprattutto p. 193-94. 214 Verter. Commedia inedita del signor Antonio Simon Sografi, cit., Atto V, scena ultima. 208 209 53 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 sopravviveva dell’antica civiltà appariva come consunto e degradato: l’utilitarismo scadeva in edonismo e sembrava risolversi in soggettivismo, egoismo, tedio. Dimenticata la lezione di Prometeo e il valore del nesso libertàlegge, l’individuo irrompeva nel vuoto del mondo moderno: un mondo senza “autorità”, senza “divieti” dove l’uomo restava inesorabilmente solo, chiuso nella “prigione” di se stesso215. L’idea della vita come “prigione”216 costituisce il centro della concezione pessimistica dell’opera. Sono stati in particolare i significativi studi di G. Baioni a proporre una possibile e diversa lettura del Werther. A cogliere nel romanzo la “prima espressione del nichilismo moderno” più che a scorgervi la consueta testimonianza di una cultura sentimentale o preromantica che indubbiamente allora albeggiava e che comunque sostanzia il testo217. Nel secondo libro, nella lettera del 27 ottobre 1772, Werther, prossimo alla morte, identificava nella incomunicabilità il dramma nel quale precipitava la condizione umana218. Rinchiuso nel suo piccolo carcere, ogni individuo finiva per proiettare sulle pareti solo “figure illusorie”: la stessa tensione verso il piacere si rivelava così speranza fugace, forse istantanea, probabilmente inutile219. Il desiderio sembrava muoversi come le navi che tentano di avvicinarsi al “monte magnetico” della fiaba: giunte in prossimità della meta, quelle povere strutture si frantumano, lacerate pezzo a pezzo. Gli oggetti di ferro venivano divelti, “i chiodi volano via attratti dalla montagna, e i poveri infelici naufragano in mezzo al legname che si sfascia”220. Le vicende della storia parevano sovrapporsi e intrecciarsi inestricabilmente con quelle della natura. Nelle lettere si fa strada il convincimento di una trasformazione irreversibile estesa a tutta la realtà nelle sue diverse forme: una teoria che poco si conciliava con la Scrittura e con dottrina newtoniana della perfettibilità naturale, la tranquillizzante ipotesi di Vedi l’Introduzione in W. Goethe, I dolori del giovane Werther, a cura di G. Baioni, cit., pp. VXXIV. 216 W. Goethe, I dolori del giovane Werther, ed cit., I, p. 19, lettera del 22 maggio 1771. 217 Ivi, Introduzione, cit., p. XVII. Ma vedi anche Id., Classicismo e rivoluzione, cit. p. 59 e ss.; Id., Il giovane Goethe, cit. 218 “Spesso […] mi chiedo come mai possiamo avere così poca importanza l’uno per l’altro. Ah, l’amore, la gioia, il calore e la felicità che non possiedo dentro di me nessun altro potrà darmele e con un cuore pieno di beatitudine non potrò far felice un altro che mi stia davanti freddo e inerte”. Ivi, II, p. 193. 219 Ibidem. 220 Ivi, I, p. 87, lettera del 26 luglio 1771. 215 54 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 un sistema in perenne equilibrio governato dai principi di armonia e ordine 221. Un disegno di fatto lontano anche dall’idea classica di metamorfosi celebrata nei versi di Lucrezio e Ovidio 222 e ancor più distante dal vitalismo settecentesco di La Mettrie, D’Holbach e Diderot, i profeti di quell’ottimistico e rozzo protoevoluzionismo dei Lumi223, una sorta di “archeologia della natura”, come era già parso a Kant224. Pertanto la scoperta, ancora giovane, della “storicità della natura” e la teoria del “tempo profondo” che stava per essere intuita, non senza incertezze, da Buffon225 s’inabissavano, nelle pagine di Goethe, nella Il quadro complessivo più lucido e sintetico in P. Rossi, “La scoperta del tempo”, in Storia della scienza moderna e contemporanea, diretta da P. Rossi, v. I, t. II, Dalla rivoluzione scientifica all’età dei lumi, TEA, Milano, 2000, pp. 757-78. 222 “Mutat enim mundi naturam totius aetas,/ ex alioque alius status excipere omnia debet,/nec manet ulla sui similis res: omnia migrant./ Omnia commutat natura, et vertere cogit/ namque aliud putrescit, et aevo debile languet:/ porro aliud concrescit, et e contemptibus exit./Sic igitur mundi naturam totius aetas/ mutat, et ex alio terram status excipit alter./Quod potuit, nequeat; possit quod non tulis ante.” Lucrezio, De rerum naturae, V, 828-34. “nec perit in toto quidquam, mihi credite, mundo,/ sed variat faciemque novat, nascique vocatur/ incipere esse aliud quam quod fuit ante, morique,/ desinere illud idem. Cum sint huc forsitan illa,/ haec translata illuc, summa tamen omnia constant”. Ovidio, Metamorfosi, XV, 254-57. 223 Su La Mettrie vedi L’uomo macchina (1747) e il Sistema di Epicuro (1751) ora in J.O. de La Mettrie, Opere filosofiche, cit., in particolare pp. 210-12, 261-75. Su D’Holbach cfr. la discussa ma penetrante “Introduzione” in P.-H. Thiry d’Holbach, Sistema della Natura (1770), a cura di A. Negri, UTET, Torino, 1978; bibliografia sul problema in G. Cristiani, D’Holbach e le rivoluzioni del Globo, Olschki, Firenze, 2003, pp. 173-206. Le tesi svolte nella Interpretazione della natura (1753) venivano com’è noto riprese da Diderot nel Sogno redatto nel 1769 e pubblicato in edizione completa solo nel 1875. L’dea che “nascere, vivere e passare è un cambiamento di forme” schiude all’ ipotesi della “generazione spontanea”. La scoperta di una storia che si perde nell’”immenso oceano” della materia, una sostanza non inerte ma organizzata, in continuo divenire, capace di produrre funzioni complesse, rischia di lambire l’abisso del relativismo. Vedi Interpretazioni della natura in D. Diderot, Opere filosofiche, a cura di P. Rossi, Feltrinelli, Milano, 1987, specialmente pp. 154 e ss; Id., Il sogno di D’Alembert, a cura di B. Craveri, Rizzoli, Milano, 1996, in particolare pp. 69-95. Non si può tuttavia ignorare la coesistenza di meccanismi ciclici e direzionali nel pensiero, e a volte nella medesima opera, di Buffon, Diderot, d’Holbach, Hutton, etc. Per un quadro bibliografico articolato sul tema si rinvia a L. Ciancio, Autopsie della Terra, Olschki, Firenze, 1995, pp. 325-72. 224 E. Kant, Critica del giudizio, a cura di A. Gargiulo, Laterza, Bari, 1949, pp. 300-5, par. 80. Sulle difficoltà incontrate dalle nuove scienze naturali e biologiche negli anni Sessanta e Settanta, vedi le significative considerazioni nell’Introduzione in P. Thiry d’Holbach, Il Buon senso, a cura di S. Timpanaro, Garzanti, Milano, 2005, pp. XXXI e ss. 225 Si indica qui soltanto P. Rossi, I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico, Feltrinelli, Milano, 2003, in particolare pp. 21-149. J. Roger, L’ idée de nature en France dans la pensée française du XVIIIe siècle, Colin, Paris, 1973; ma anche Id., Les sciences de la vie dans la pensée française du XVIIIe siècle, Colin, Paris, 1963; l’ “Introduction” in G.-L. Leclerc de Buffon, Les époques de la nature, édition critique par Jacques Roger, Editions du Museum National d’histoire naturelle, Paris, 1988. 221 55 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 rievocazione seicentesca e burnettiana di un universo in rovina 226, nel convincimento proprio del poeta di una progressiva, inesorabile, distruzione di tutte le forme di vita227. La lettera del 12 agosto 1771 già costituisce la sintesi di questi pensieri e prefigura ormai nel suicidio “la via d’uscita”, la possibile fuga dal “labirinto” “delle forze confuse e contrastanti”. La soluzione pareva essere più che una scelta eroica, l’ultima, l’ estrema occasione contro il male del vivere, la nuova “malattia mortale” del “sistema moderno”228. La “malattia mortale” in realtà sarebbe stata vinta ben presto dal giovane poeta. Riscoperto con l’impegno e il lavoro il valore della vita, l’ormai “convalescente” Wolfgang si apprestava a inaugurare,sia pur da suddito e appena ventiseienne, a Weimar, nel 1776, la fase classica e neospinoziana di un nuovo itinerario culturale229. Quel “male” tuttavia doveva riemergere in tempi relativamente brevi per poi affermarsi stabilmente nel lungo periodo e aprirsi a significati inediti, dirompenti, di successo e d’indubbio respiro. Nel 1848 era stato Søren Kierkegaard a rievocare, sin dal titolo di una sua celebre opera, la goethiana “malattia” forse anche ispirato dalla lettura del Werther230. Il Verter tra eclettismo e sintesi I prodromi di tale filosofia dell’essere, celebrati poi dai nuovi interpreti della cultura europea, si scontravano a fine Settecento con la concezione del mondo di Simone Sografi, un oscuro letterato di provincia, ancora radicato nei valori dei Lumi. La sua commedia del 1794, qui presa in esame, si ergeva a baluardo contro il morbo del vivere moderno e si preparava a divenire, tramite la rivisitazione del testo di Goethe, una sorta di anti-Werther del teatro minore italiano. In realtà non si trattava di un progetto già definito con chiarezza dall’autore prima della stesura del testo. Lo sviluppo delle scene, la coesistenza di motivi diversi e contraddittori, testimoniavano le difficoltà di un processo in atto. Sografi sembrava procedere a tentoni nel groviglio di stili e idee che emergevano senza apparente legame e senso negli atti del Verter. Il modello del Fido amico si apriva alle nuove interpretazioni di Goldoni e Diderot e si M. Pasini, Thomas Burnet. Una storia del mondo tra ragione, mito e rivelazione, La Nuova Italia, Firenze, 1981. S.J. Gould, La freccia del tempo, il ciclo del tempo. Mito e metafora nella scoperta del tempo geologico, Feltrinelli, Milano, 1989, pp. 33-71. 227 Alla ottimistica celebrazione della natura (Ivi, lettera del 10 maggio 1771, I, p. 9) succede l’idea che “Il cielo e la terra e le loro forze vitali sono intorno a me: io non vedo che un mostro che eternamente divora, eternamente consuma”. Vedi, W. Goethe, I dolori del giovane Werther, ed. cit., I, p. 9 e p. 113, lettere del 10 maggio e del 18 agosto 1771. 228 Ivi, I, pp. 95-105. 229 G. Baioni, Classicismo e rivoluzione, cit., in particolare pp. 62-74. 230 S. Kierkegaard, La malattia mortale, a cura di C. Fabro, Studio Editoriale, Milano, 2008. 226 56 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 scontrava con i contenuti del Werther. La struttura dell’opera, composita più che farraginosa, non era tuttavia il risultato di un superficiale eclettismo di maniera ma invece probabilmente traeva origine da una esigenza pragmatica. Dalla apparente disomogeneità scaturiva un disegno: era necessario recuperare, confrontare e svolgere le precedenti lezioni. Leggere Goethe con gli occhi di Diderot e, Diderot, con quelli di Goethe, senza dimenticare l’insegnamento di Goldoni. Entro questa prospettiva il tema plurisecolare della gara tra amore e amicizia, anche nei suoi ultimi sviluppi settecenteschi, sembrava esaurito e concluso. La commedia di Sografi seguiva pertanto il consueto tracciato. La vicenda si svolgeva, lo si è già accennato, in una generica casa “borghese” di un indeterminato “villaggio della Germania” contemporanea. I tradizionali protagonisti, anche questo è noto, rievocavano, nella nostra lingua, i nomi goethiani di Werther e di Lotte. Nella commedia dello scrittore veneto, tuttavia, il giovane Verter, ancora secondo l’antica consuetudine, era ospite d’Alberto, un uomo d’affari in partenza per Vienna. Il protagonista prometteva all’amico che stava per lasciare di prendersi cura della famiglia sino al suo ritorno, tutelando la giovane moglie Carlotta e i figli Giulietto e Valerio 231. Nell’assenza d’Alberto, tra Verter e Carlotta scoccava qualcosa. Tuttavia entrambi sembravano poter resistere ai moti del cuore. Ancora una volta dunque pareva riproporsi lo stucchevole registro del Fido amico. L’impianto complessivo dell’opera sembrava confermarlo, sovrastato da un intrico ridondante di schermaglie, colpi di scena e digressioni che sovraccaricavano l’intreccio finendo per sfavorire la comprensione del testo232. Entro questo quadro tuttavia il messaggio sorprendentemente si precisava nel più circoscritto ed essenziale dialogo, anche a distanza, tra Verter e Carlotta, che diveniva l’unico vero cardine concettuale dell’opera233. Vecchio e nuovo dunque coesistevano ma i contenuti inediti iniziavano a incrinare le tradizionali strutture formali di riferimento. Il modello goethiano, in qualche misura, pervadeva la commedia. Le figure sino allora funzionali allo sviluppo dell’intreccio si perdevano così nello sfondo, ormai quasi prive di significato234. La storia “d’amore” e di “soldi” veniva meno e tentava di trasformarsi, nella luce del grande romanzo preromantico, in una storia di sentimenti. Probabilmente qualcosa cambiava: non solo mutava la concezione della virtù, come tra poco in parte si accennerà, ma le stesse inclinazioni dei protagonisti ispiravano inediti quesiti. Verter. Commedia inedita, cit., Atto I, 3. Ivi, Atto I, 3, 4, II, 2, 5, 6, 7, III, 1, 5, IV, 2, V, 2, 3. 233 Ivi, vedi in particolare Atto II, 9, V, 6. 234 Ivi, Atto I, 3, 4, 5 II, 1, 2, 3, 5, III, 2, 5, IV, 1, 2, 5. 231 232 57 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La figura di Carlotta, ad esempio, suggeriva un nuovo dinamismo. Apparentemente schiacciata sulla goethiana Lotte235 la prima donna finiva tuttavia con la sua personalità per rafforzare e sostanziare la tesi di fondo dell’opera. Grazie alla sua vicenda, nello svolgimento scenico, un calco ideale prendeva le forme di una concreta esperienza umana. La fisionomia della giovane sembrava riattualizzare l’idea petrarchesca del sentimento amoroso e della purezza femminile e si definiva nell’ossequio perenne di Carlotta verso le leggi dei padri236. Eppure qualcosa incrinava il disegno d’insieme: la felice nostalgia di un passato originario era turbata. Le scelte e ancor più le esitazioni della giovane si rivelavano troppo sofferte. Preludevano a quei dubbi capaci di scavare granitiche certezze e lasciavano intuire una coscienza autonoma, consapevole. Ormai protagonista, la prima donna, si apprestava a infrangere gli archetipi. L’eterna custode del focolare domestico si riappropriava in tal modo del suo compito per “intima persuasione” 237. Lo interiorizzava trasformandolo in una esperienza personale da adattare ai bisogni, ai tempi, alle circostanze. Carlotta scopriva così la sua ipotesi storicamente determinata di famiglia: un progetto da compiere, più che un’idea da ricalcare. Un disegno che la faceva assurgere, nella commedia, a simbolo della donna moderna238. Questa giovane madre dell’ultimo Settecento italiano non ha nulla dunque della civetteria delle maschere dell’arte239, né tantomeno della volubile sensualità che impronta il carattere di Rosaura e Rosalie240. Nulla soprattutto della loro più o meno consapevole passività241. I tratti della perenne subalternità femminile, che caratterizzava da secoli il genere, scompaiono pertanto negli atti coscienti e volontari della prima donna costruita con ingegno da Sografi. Innalzata a eroina sino a divenire alter Verter, Carlotta, la prima vera protagonista femminile di questo filone teatrale, conquista e definisce, anche lei, con le sue continue prove, il valore nuovo della famiglia, una esigenza comune per la quale vale la pena ingaggiare la lotta anche con se stessi242. Sografi pertanto rifletteva su come affrontare l’annosa questione che riguardava il rapporto tra l’amore e la virtù e pensava di poter risolvere il Sulla figura di Lotte vedi “Introduzione” in W. Goethe, I dolori del giovane Werther, ed. cit., pp. XIII e ss. Vedi anche ivi, pp. 71-73, 79-81, lettere del 6 e del 16 luglio 1771. 236 Verter. Commedia inedita, cit., Atto I, 8, II, 9, III, 2, 7, 9, IV, 8, V, 6. 237 Ivi, Atto III, 9. 238 Ivi, Atto II, 9, III, VII. 239 F. Scala, Il fido amico, ed. cit., Atto I, scena unica. 240 C. Goldoni, Il Vero amico, ed. cit., Atto I, 6, 10, 12, II, 11, 12; D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit., Atto I, 6, 7, II, 3, 9, III, 4. 241 F. Scala, Il fido amico, ed. cit., Atto III, scena unica; C. Goldoni, Il Vero amico, ed. cit., Atto II, 18, III, 5, 13, 14,15, 16, 21, scena ultima; D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit., Atto III, 9, V, 3, 5. 242 Verter. Commedia inedita, cit., Atto V, 6. 235 58 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 quesito ricorrendo ai suggerimenti di Diderot. Le Fils naturel era sembrato un esempio pertinente per poter scrivere una storia capace finalmente di coniugare la virtù con i sentimenti. Ciò nonostante, sotto sotto, qualche dubbio rendeva ancora incerto l’autore. Per lo scrittore veneto l’opera del grande Denis, e ancor più la sua tesi di fondo, sembrava risolversi in una intuizione teorica più che tradursi in una ipotesi pratica da verificare e svolgere in modo adeguato nello sviluppo delle scene. Di fatto l’idea di un proficuo rapporto tra gli individui regolato dalla condotta morale non si attualizzava nelle reali abitudini di vita, perlomeno nella esemplificazione proposta da Diderot nella pièce. Si trattava dunque, soprattutto, di una vocazione intellettuale dell’enciclopedista attento peraltro a ricostruire il solo processo di perfezionamento individuale di Dorval, una figura esemplare e priva, almeno sul palcoscenico, di veri interlocutori. In altri termini l’autonomia della volontà, se aveva emancipato l’uomo, non aveva ancora reso possibile la scrittura di una storia dei sentimenti. Invece il romanzo di Goethe poteva stimolare al riguardo la riflessione di Sografi: quell’opera lo sollecitava a sviluppare ciò che era rimasto implicito e non svolto ne Le Fils naturel. Era necessario tuttavia depotenziare l’originaria carica eversiva del testo o quantomeno riequilibrarla. Il Werther aveva scomposto provocatoriamente il nesso tradizionale amore-virtù e faceva apparire quella relazione abituale come un esiguo relitto di una vecchia cultura. D’altra parte il romanzo aveva però scoperto “l’altra faccia dell’individuo dello Sturm und Drang”243 e inaugurato, per quel che sapeva Sografi, una storia profonda dei sentimenti e prefigurato una idea diversa e tragica di eroismo e di virtù. Il tentativo di accoppiare Goethe e Diderot, di riunificare, ormai rivitalizzati, i sentimenti e la virtù, e insieme di scrivere il suo anti-Werther sembra essere il disegno più o meno consapevole, più o meno riuscito di Sografi. Già i contemporanei notarono, ha ricordato A.M. Wilson ormai quasi cinquant’anni fa, i tratti d’innegabile vicinanza che sembravano poter unificare due eroi, Werther e Dorval, e due vicende umane244 che paiono a noi oggi giustamente irriducibili. Era tuttavia il patetismo austero di Dorval, l’intreccio di impegno, passione e virtù, la capacità di sentire e insieme di “prendere sul serio la vita”, che probabilmente aveva colpito maggiormente Sografi. Tanto aveva letto il nostro ne Le Fils naturel a proposito di Dorval: … il suo portamento [era] soffuso di tristezza, a meno che non parlasse della virtù e non provasse i trasporti che essa produce in chi ne è fortemente preso. Allora avreste detto che si trasfigurava. […] Le sue parole diventavano patetiche. Erano un concatenarsi di idee austere e 243 244 Vedi l’Introduzione in W. Goethe, I dolori del giovane Werther, ed cit., p. XV. A.M. Wilson, Diderot: gli anni decisivi, cit., p. 274. 59 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 di immagini toccanti che tenevano l’attenzione in sospeso e l’animo in estasi. Ma come nelle sere d’autunno, quando il tempo è nuvoloso e coperto, si vede una volta un raggio di luce sfuggire da una nube, brillare un istante e quindi svanire in un cielo oscuro, altrettanto presto si spegneva la sua gioia ed egli ricadeva all’improvviso nel silenzio e nella malinconia 245. Su questo registro dunque poteva svolgersi il soggetto italiano. Sin dal primo atto l’eroe di questa commedia, in “cui tutto opera all’eccesso”, travolto dai suoi turbamenti, non dorme, piange, sospira. Trasfigurato “avanza pensieroso e mesto” non diversamente da Carlotta, che si rivela, a volte, “riflessiva e malinconica”, altre incerta, confusa, esitante 246. Ma la “burrascosa agitazione d’affetti” finisce per soccombere di fronte ai richiami della ragione e della “virtù”247. La loro “amicizia “può trasformarsi solo in “amor rispettoso”: un sentimento, ne sono entrambi consapevoli, che rischia però di avventurarsi incontrollato sino a sfiorare i “confini dell’amore”248. Ciò nonostante tanto Verter quanto Carlotta, non senza difficoltà249, riescono a tener fede ai loro impegni, alle scelte nelle quali si sono riconosciuti250. La loro rinuncia, si crede, non deve essere letta nella prospettiva dell’ ideale della continenza, una concezione che trovava una certa risonanza nella letteratura teatrale italiana di quegli anni, quanto piuttosto nell’ambito del tracciato sin qui ricostruito 251. Quell’atto era inteso probabilmente da Sografi come il momento necessario attraverso il quale l’individuo, riscoprendo le sue qualità migliori, poteva realizzarsi soprattutto nella sfera privata. Il nostro contrapponeva così al modello umano rappresentato nel Werther l’umanitarismo illuminista, ottimista e solidale. Pertanto anche l’amore non poteva essere inteso come chiusura individualistica e edonistica ricerca di sé, ma come corrispondenza, colloquio, dialogo. Quel sentire diveniva, in tal modo, l’occasione per trovare, tramite l’altro, la possibilità di definire non solo se stesso, ma la dimensione comune di convincimenti e valori: per Carlotta la famiglia, per Verter l’amicizia 252. D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit, “Prefazione dell’autore all’opera”, p. 35. Verter. Commedia inedita, cit., Atto I, 1, 2, 3, II, 7, 9. 247 Ivi, Atto V, 6. 248 Ivi, Atto I, 3, II, 7. 249 Ivi, Atto I, 3, 8, II, 7, 8, 9. 250 Ivi, Atto III, 9 , V, 6. 251 Sull’ideale della continenza nella letteratura del XVIII secolo vedi, Maria Pia Donato, Immagini e modelli della virtù repubblicana in Roma negli anno di influenza e dominio francese, 17981814, Rotture, continuità, innovazioni tra fine Settecento e inizi Ottocento, a cura di Philippe Boutry, Francesco Pitocco, e Carlo M. Travaglini, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2000, pp. 370 e ss. Sugli aspetti generali, F. de Dainville, L’éducation des jésuites (XVIe-XVIIIe siècles). Textes réunis et présentés par M.M. Compere, Minuit, Paris, 1978, pp. 427 e ss. 252 Verter. Commedia inedita, cit., Atto I, 3, 8, II, 9, III, 8, V, 6. 245 246 60 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Pertanto, lo si è accennato, se Carlotta non può cedere, Verter sulla scia di Florindo253 e Dorval254, deve anche lui fuggire: ci sono […] delle passioni così forti e violente che si possono qualche istante frenare ma vincere mai. Tale è purtroppo la mia –dichiara in chiusura d’opera il primo attore- […]. Io sento […] una voce che s’alza imperiosa dal profondo del cuore e mi ricorda i doveri d’uomo e mi rinfaccia la mia debolezza. Ed è per questa voce medesima […] ch’io vi lascio, ch’io vi abbandono per sempre255. Questo trionfo dell’io inteso come conquista morale della propria coscienza costituisce il comune percorso che conclude e riunifica, nell’ultima scena, la vicenda etica e umana dei due protagonisti. A torto tuttavia può cogliersi nel Verter solo un mero echeggiamento delle tesi di fondo de Le Fils naturel256. La commedia di Sografi testimonia invece una matura acquisizione del testo di Diderot e insieme manifesta la possibilità di un suo sviluppo. Il Verter si rivela così, come si è accennato, un contributo disponibile al dialogo tanto con l’opera di Diderot e Goethe quanto con quella di Goldoni, come tra breve si accennerà. Le Fils naturel consentiva a Sografi di radicare i suoi convincimenti nei valori dei Lumi e di scoprire il carattere autonomo dell’esperienza morale. I protagonisti della commedia di Simone, Verter e Carlotta lo si è peraltro già evidenziato, introiettavano il nesso libertà-legge recepito dai discorsi di Dorval. In altri termini, adattavano il principio di autodeterminazione alle scelte della vita privata. I diritti dell’individuo e il valore della famiglia, innalzati ormai a norma, definivano il terreno sul quale lo scrittore padovano intendeva misurarsi nella sua polemica con il Werther e costituivano molto probabilmente il corredo e il futuro armamentario politico per i difficili anni della Rivoluzione. La centralità di Verter e Carlotta, la definizione dei loro progetti e ancor più il protagonismo della inedita eroina, così radicata nel bisogno di scelte condivise, testimoniano, nonostante le incertezze e le contraddizioni, il carattere tutto sommato innovativo del Verter e la capacità di Sografi di recepire e svolgere i modelli letterari sui quali si era formato per stendere il testo della commedia. Probabilmente la storia dei sentimenti ancora non decollava: tuttavia qualche passo l’autore l’aveva compiuto. Forse illuminato da Goethe, Simone si era distaccato dal suo testo di riferimento che rimaneva, si crede, Le Fils naturel. C. Goldoni, Il Vero amico, ed. cit., vedi Atto I, 2, 6, III, scena ultima. D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit., Atto I, 2, 4, 6, II, 5. 255 Verter. Commedia inedita, cit., Atto V, 6. 256 Cfr. D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit., Atto V, 3; Verter. Commedia inedita, cit., Atto V, 6. 253 254 61 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 È indubbio che negli Entretiens che corredano la commedia Diderot, scavalcando la sua età, aveva pensato di concludere l’opera con il suicidio di Dorval257. Anche Goethe, tuttavia, aveva avuto le sue esitazioni. È certamente nota, non solo agli studiosi, la chiusura di maniera del primo libro del Werther con la convenzionale rinuncia del protagonista alla donna amata258. Tuttavia era stato Denis a non aver osato. L’opera dell’enciclopedista si concludeva con le felici nozze dei giovani amanti, finalmente uniti grazie alla solenne investitura, il necessario assenso di Lysimond, il vecchio padre di Dorval e Rosalie 259. A sorpresa dunque trionfava l’antico schema: ai più o meno larvati richiami all’eteronomia della norma le ultime scene riproponevano il modello mutuato dalla Commedia dell’Arte delle due coppie d’innamorati che intrecciano e scambiano con sostanziale noncuranza i loro destini matrimoniali. Persisteva ne Le Fils naturel, sia pur trasformato nei suoi contenuti, il disegno d’insieme che caratterizzava il canovaccio del primo Seicento di F. Scala260, un modello che nell’ambito della nostra ricostruzione sarebbe stato superato definitivamente con il Verter di Sografi. Le questioni di forma rinviavano, anche in questo caso, a quelle di contenuto. L’alto profilo di Dorval e di Costance, il simbolo della filosofia moderna nella commedia di Diderot, avevano chiuso in un passato senza futuro i caratteri acronici dei personaggi del Fido amico. Tuttavia la pièce non poteva andar oltre. Persino l’isolata tensione prometeica di Dorval non poteva scavalcare l’orizzonte di riferimento della sua età sostanziato nelle esigenze pratiche e morali che abbiamo sopra ricostruito. Sarebbe spettato successivamente ad altri tentare di ricostruire la totalità dell’individuo, o quanto meno far emergere “l’altra faccia” dell’uomo dei Lumi. Era proprio la mancanza di penetrazione psicologica che impediva a Le Fils naturel di liberarsi dalle tradizionali strutture nelle quali rimaneva consegnato. Gli interpreti della commedia, ancora privi di una autentica fisionomia psichica capace di determinare le motivazioni e i comportamenti, continuavano a scambiare tra loro le parti, quasi convenzionalmente. La loro disinvoltura era certo ormai minore rispetto a quella delle figure di Flaminio Scala: le ragioni della necessità come quelle dell’etica pertanto avevano aperto solo qualche breccia. Tuttavia la ludica naturalezza con la quale le due coppie d’innamorati giungevano alle scelte sembrava rievocare l’analoga leggerezza che li aveva visti protagonisti, su altri palcoscenici, negli scambi e nei volteggi dei passi di danza. D. Diderot, Entretiens, ed. cit., pp. 128-30. W. Goethe, I dolori del giovane Werther, ed cit., pp. 121-29, lettera del 10 settembre 1771. Sul problema vedi G. Baioni, Introduzione, cit., p. XVIII. 259 D. Diderot, Le Fils naturel, ed. cit., Atto V, 5. 260 F. Scala, Il fido amico, ed. cit., Atto III, scena unica. 257 258 62 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 È la figura di Giorgio, l’antieroe della commedia, un carattere secondario e un relitto del vecchio teatro solo a un primo sguardo, che aiuta a comprendere la fisionomia dello scrittore padovano nella crisi di fine secolo e a precisare la relazione che corre tra il Verter e il Vero amico di Goldoni. Al personaggio di Giorgio è peraltro legato il finale burlesco dell’opera, che si conclude, come sappiamo, con la soppressione del suicidio dalle scene. Si tratta di un episodio che per completezza qui ricordiamo. Il vino avvelenato, “gettato dalla finestra” e sostituto con una bottiglia di quello buono dal servo Ambrogio improvvisamente “insospettito” 261, viene bevuto, nella penultima scena, non dal protagonista ma da Giorgio, il precettore di Valerio e Giulietto. Costui, sin da subito con Carlotta “nel pensiero e nel cuore”e ben presto da lei rifiutato, si adopera nel terzo atto a perseguitare i due giovani innamorati per il solo “piacere della vendetta”262. Giorgio, sentendosi a torto ormai prossimo alla morte, finisce per confessare pubblicamente le sue colpe tra le risate degli astanti, in un crescendo comico 263. Tuttavia la figura del precettore, più che esprimere lo stereotipo del “traditore”264 caro al pubblico tradizionale, interpreta con l’indeterminatezza propria del linguaggio di Sografi esigenze e bisogni divenuti ormai consapevoli, forse persino incalzanti. Infatti, nello svolgimento dell’opera, si delineano due concezioni del mondo contrapposte. Quella di Verter e Carlotta, supportati, a volte quasi guidati, dai consigli dei servi Federico e Paolina265, che si emancipano sino a stabilire un rapporto tra pari con i loro padroni solo sul piano depoliticizzato di un’eguaglianza dei sentimenti266. L’altra che trova il suo simbolo nel “signor” Giorgio, un personaggio costruito con una certa attenzione da Sografi. Costui, a metà strada tra una vecchia maschera e un nuovo filosofo, propone un modello di virtù che si scontra con quella propugnata da Verter e Carlotta. La sua condotta di vita si esprime in un utilitarismo freddo, filosofico, costrittivo, privo di quel pathos morale o sentimentale che sostanziava il carattere di Dorval e Werther. Il disegno etico dei protagonisti si scontra con l’edonismo libertino dell’antieroe. Il novello Epicuro, chiamata in “soccorso la filosofia”, aspira a una felicità corporea e sensibile, da vivere senza rimorsi, non più ostacolata dal Verter. Commedia inedita, cit., Ivi, Atto V, 2. Ivi, Atto III, 2, 5, 7, 9, IV, 2, 4. 263 Ivi, Atto V, 2, 5, 6. 264 L. Bigoni, Simone Antonio Sografi, cit., p. 112. 265 Verter. Commedia inedita, cit., Atto I, 1, 3, II, 7, III, 2, IV, 7. 266 “Il padrone è il padrone: qui siamo d’accordo, ma credimi che amore la fa ugualmente ai padroni e ai servitori.”, Ivi, Atto I, 1; vedi anche II, 7. 261 262 63 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 ragionevole senso di colpa figlio dell’astrattismo ascetico di Carlotta 267. Più che i larvati e concisi enunciati espressi nei dialoghi, sono le azioni e il comportamento dell’antieroe che sembravano rievocare, nella commedia, la violenta e dissacrante concezione morale delineata da La Mettrie nel suo Antiseneca268. Il celebre opuscolo, com’è noto, aveva diviso a metà secolo gli intellettuali dei Lumi suscitando la ferma reazione di moderati e radicali: non solo aveva acceso la protesta di Voltaire ma aveva anche provocato le riserve critiche di Diderot269. Non è possibile tuttavia stabilire una correlazione certa tra le due opere, tra il Verter e l’Antiseneca, né tantomeno documentare la conoscenza di Sografi dei testi del grande medico bretone. Tuttavia l’opuscolo lamettriano circolava nei Domini sin dagli anni Ottanta e aveva costituito, tra gli altri, un riferimento teorico per l’opera di Girolamo Bocalosi. Questi, anche lui medico e filosofo, una figura minore ma comunque significativa del nostro ultimo Illuminismo che già sfociava nella pratica della Rivoluzione, aveva stampato in quegli anni, tra Padova, Verona e Venezia, la sua opera utopistica, contraddittoria ed estrema270. È noto a tutti l’integrale monismo materialista di La Mettrie, una dottrina che lo portava a rintracciare nella sensibilità l’unità psico-fisica della “organisation” umana, e a scardinare, in misura di tali convincimenti, l’interiore coerenza del discorso morale tradizionale. Infatti per il philosophe ogni soggetto è per natura costretto alla sola ricerca di una felicità sensibile, ovvero, ogni essere “organizzato” tende a un bisogno esclusivamente fisico e organico per la sostanziale identità tra le physique e le moral. “Il n’y a qu’une seule opération dans l’homme: c’est sentir” dirà poi Diderot, con implicazioni più complesse e articolate rispetto a quelle che qui ricordiamo271. Per il bretone, in ragione di questo rigido determinismo, la persona perde la possibilità di esercitare scelte autonome e libere. L’opera di La Mettrie poneva così in discussione lo stesso criterio di responsabilità individuale: cadevano pertanto i parametri Ivi, Atto I, 8. Vedi L’Antiseneca, ovvero discorso sulla felicità, ora in J.O. de La Mettrie, Opere filosofiche, cit., in particolare pp. 302; 357. 269 J.A. Perkins, Diderot and La Mettrie, Voltaire and La Mettrie, in «Studies on Voltaire and the Eighteenth Century», X, 1959, pp. 49-111; A. Vartanian, Le philosophe selon La Mettrie, in «Dixhuitième siècle», I, 1969, pp. 161-78; “Introduzione”, in J.O. de La Mettrie, Il Sommo bene, a cura di M. Sozzi, Sellerio, Palermo, 1993, pp. 9-43. 270 M. Berengo, La società veneta alla fine del Settecento, cit., pp. 207-17; V. Criscuolo, Girolamo Bocalosi tra libertinismo e giacobinismo, ora in Id., Albori di Democrazia nell’Italia in Rivoluzione (1792-1802), Angeli, Milano, 2006, pp. 271-338; P. Themelly, L’Illuminismo radicale di Girolamo Bocalosi. Il problema delle operette giovanili (1780-1783), in «Eurostudium3w», 2010, 15, pp. 86-107. 271 S. Moravia, Il pensiero degli Idéologues. Scienza e filosofia in Francia (1780-1815), La Nuova Italia, Firenze, 1974, pp. 161 e ss. 267 268 64 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 convenzionali della vita pratica e dell’esperienza morale. Svaniva la distinzione tra giusto e ingiusto, tra vizi e virtù. Principi e norme acquistavano un carattere arbitrario, congiunturale, culturale. La contestazione dell’apriorismo inevitabilmente si estendeva anche all’idea, propria di quegli anni, della morale universale: ovvero il convincimento nell’esistenza di una legge naturale, intrinseca alla specie, destinata a svilupparsi nel singolo tramite gli strumenti della ragione e capace di formare nel tempo l’uomo nuovo rigenerato dai Lumi272. Il relativismo etico di La Mettrie, interpretato da taluni come una teoria “umanista” e “empirista,” capace a suo modo di autodeterminare il soggetto, non si sarebbe risolto comunque in una dottrina eversiva dell’ordine costituito. La tesi, peraltro, avrebbe conservato un carattere “esoterico” rimanendo fondata sul convincimento della l’irriducibilità di due “popoli” distinti per attitudini e natura: le élites e le masse inconsapevoli e brute. Autore “lacerato e inquieto”, “tortuoso e complesso”, il filosofo bretone ci ha lasciato un’opera “tutt’altro che lineare” sulla quale gli studiosi si sono interrogati proponendo interpretazioni contrastanti. A ipotesi caute e misurate273 si sono accompagnate letture critiche più severe che aiutano tuttavia, in una certa misura, a comprendere meglio la posizione Sografi sulla questione. Per Lester G. Crocker, ad esempio, la tesi è peraltro celebre, La Mettrie, preludendo a Sade, inaugura con il suo amoralismo nichilista “la crisi etica del mondo moderno”, un’esperienza culturale che si sarebbe storicizzata di li a poco con la Rivoluzione e svolta nelle sue estreme conseguenze “più tardi nella storia dell’Occidente”274. Comunque sia, quelle dottrine etiche, di là delle consapevolezze odierne, venivano richiamate nel Verter. Il commediografo veneto le considerava come una fucina di principi edonistici e individualistici che non si accordavano con i suoi convincimenti. La “filosofia” rievocata dal precettore “non istà bene in questa famiglia”275, ribadiva con fermezza Sografi, tramite la voce della sua Carlotta, sin dal primo atto276. La commedia in sostanza rifiutava tanto la concezione goethiana del Werther quanto i principi identificati nella figura di Giorgio. Si trattava per il nostro di due teorie che potevano essere equiparate in J.A. Perkins, Diderot and La Mettrie, Voltaire and La Mettrie, cit. Vedi l’Introduzione in J.O. de La Mettrie, Opere filosofiche, cit., pp. XXXVII-XLVIII; J. Domenech, L’éthique des Lumières, cit., pp. 172-87; V. Barba, «Bonheur» e «Vertu» nel pensiero di J.O. de La Mettrie, in «Rivista critica di storia della filosofia», III, 1976, pp. 280-92. 274 L.G. Crocker, Un’età di crisi. Uomo e mondo nel pensiero francese del Settecento, trad. it., Il Mulino, Bologna, 1975, p. 11. 275 Verter. Commedia inedita, cit., Atto I, 8. 276 Ibidem. 272 273 65 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 virtù della comune vocazione particolaristica. Ritornava ancora, con l’insegnamento del Vero amico, il tema di fondo delle Convenienze: il bene di sé assumeva valore solo se commisurato al bene di tutti. Il modello della morale sociale auspicato dal goldoniano Florindo dunque trionfava nella commedia. Sappiamo tuttavia che quel criterio si era sostanziato di nuovi significati. Nondimeno era stato proprio il nesso scoperto nelle Convenienze, l’interrelazione dinamica tra individuo e società, a guidare la lettura dei testi di Goethe e Diderot, a consentire di valorizzare e armonizzare gli imperativi etici di Dorval e i turbamenti esistenziali del giovane Werther, sino a tentare di ricomporre l’unità scissa dell’uomo dei Lumi. Le figure di Verter e Carlotta preludevano alla nuova idea di individuo: ripercorrevano l’itinerario di Dorval ma si mostravano in grado di determinare in modo autonomo con loro stessi anche le norme sociali. Per paradosso qualcosa del deprecabile relativismo di Giorgio, l’eversore degli a priori e dei principi costituiti, si trasferiva nel pragmatismo empirico, questa volta dal volto umano, dei giovani eroi. La nuova percezione dell’individuo e della società apriva Sografi, come si è accennato, agli scenari politici della Rivoluzione. In prospettiva della Municipalità provvisoria La pièce prefigura dunque, a suo modo, il futuro orientamento dello scrittore padovano. Il rifiuto del nichilismo moderno e dell’Illuminismo radicale e libertino testimonia, sin dai primi anni Novanta, il progetto moderato e equilibrato di Sografi, un disegno lontano da qualsiasi estremismo culturale o politico. Documenta, tuttavia al tempo stesso, la sostanziale tenuta, nelle sue convinzioni e nella sua proposta, del programma riformatore dei Lumi, nonché la fiducia nell’umanitarismo settecentesco e nell’idea di un irreversibile progresso. Le due opere del 1794, Le Convenienze teatrali e il Verter, risultano dunque acquistare un carattere emblematico per lo sviluppo della successiva produzione teatrale del commediografo padovano. I due testi celebravano insieme, nella loro complementarità, tanto il valore delle scelte pubbliche e civili quanto la scoperta della sfera interiore dell’individuo e la sua realizzazione nella dimensione familiare. Questo corpo d’idee ispirato ai principi temperati ed equilibrati dell’Illuminismo interpretava bene le esigenze e le richieste della società veneta del tempo. La stessa vicenda biografica di Sografi testimoniava così, a suo modo, un itinerario che accomunava una intera generazione, la sua generazione. Oltretutto le nuove idee e gli inediti valori che allora affioravano nelle diverse voci dell’opinione sembravano finalmente poter trovare una reale attuazione pratica grazie ad un’occasione offerta dalla storia. Le notizie provenienti dalla 66 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Francia lo confermavano. Quegli eventi pur drammatici parevano aver tradotto in fatti le idee dei Lumi grazie alla prassi della Rivoluzione, sia pure quella priva di eccessi decisamente non condivisi. Anche la situazione italiana tuttavia era cambiata, soprattutto in seguito alla campagna di Napoleone. Il nuovo corso segnato dall’esperienza direttoriale e ancor più la breve stagione “democratica” veneziana avrebbero dunque potuto recepire di buon grado quei programmi che erano moderati ma insieme aperti all’innovazione. In definitiva era questa la natura del progetto propugnato anche da Sografi nelle sue commedie dell’ultimo decennio. A ben vedere quei testi non apparivano poi così in contrasto con i principi dell’Ottantanove. Anche Simone quindi avrebbe trovato il suo naturale sbocco nella militanza “patriottica”. Non è un caso, anzi, suona a conferma la circostanza che al tempo della Municipalità provvisoria il nostro sarebbe divenuto se non il commediografo ufficiale della nuova repubblica, quantomeno l’autore più prolifico e più rappresentato nei teatri cittadini tra la primavera e l’autunno 1797. A riprova di una certa rispondenza fra gli orientamenti dell’autore e quelli del pubblico veneziano, pur nella relativa attendibilità della documentazione disponibile, in quanto di fonte vicina all’autorità. Ormai l’autore delle Convenienze poteva palesarsi esplicitamente. Presa coscienza della situazione, inserito in un reale dibattito, lo scrittore padovano giungeva ad un’ancor più matura consapevolezza. I diritti dell’individuo, le libere scelte matrimoniali, la lotta contro ogni forma di autoritarismo, l’esigenza del rinnovamento sociale fondato sul criterio del merito sono i temi che avrebbero scandito la produzione teatrale di Sografi in quella fugace e pur significativa parentesi di fine secolo. Anche a Venezia pertanto le diffuse e consapevoli aspettative delle società letterarie e delle singole voci, sia pure “minori”, ispirate alle idealità dei Lumi riuscivano finalmente a tradursi in esortazioni di carattere politico. 67 P. Themelly, Il teatro Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Per una Federazione degli Stati europei: due modelli costituzionali inglesi agli esordi della Seconda guerra mondiale (1940-1941) di Benedetta Giuliani Lo sviluppo di modelli federali nella cultura politica inglese Storicamente la tendenza con cui i britannici hanno considerato l'Europa e i rapporti da intrattenere con essa è sempre stata modellata più su una strategia del divide et impera che non su una politica di reale integrazione. L'Europa continentale era un obiettivo da controllare, da proteggere se necessario dal dinamismo egemonico di uno Stato in particolare, senza mai lasciarsi intrappolare direttamente nella rete delle rivalità europee. Che la Gran Bretagna, nazione dalla vocazione mondiale, potesse retrocedere al rango di prima tra pari in un ipotetico consesso europeo, è stata a lungo un'idea poco recepita dalla maggioranza dell'opinione pubblica britannica. Nel Regno Unito i movimenti europeisti sono stati innegabilmente dei fenomeni elitari e non di massa. La difficoltà nell'accettare le profonde trasformazioni istituzionali che la creazione di una struttura sovranazionale avrebbe comportato sono spiegabili non solo in virtù di un testardo appello alla propria britishness, a un'identità nazionale talmente definita da non poter essere diluita in un più vasto concetto di identità europea, bensì anche alla luce delle profonde differenze storiche che hanno caratterizzato rispettivamente lo sviluppo del sistema costituzionale britannico, che perviene rapidamente già nel XVI secolo ad una forma matura di parlamentarismo capace di mantenere invariate nei secoli alcune 68 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 caratteristiche essenziali277, e i diversi sistemi europei, soggetti a scosse rivoluzionarie almeno fino al XIX secolo. Tuttavia la propensione della Gran Bretagna verso gli eterogenei progetti di integrazione europea che iniziarono ad essere avanzati con una certa continuità tra il 1789 e il 1814, non può essere descritta unicamente in termini di scostante ostilità. L'impegno per una “europeizzazione” delle relazioni internazionali e la costruzione di un'architettura istituzionale sovranazionale comparve straordinariamente presto nella cultura politica inglese. Benché inizialmente circoscritta a gruppi minoritari di radicali e pacifisti aderenti alla Society of Friends, impegnati in una condanna della guerra concepita come principio anti-cristiano, tale attitudine europeista crebbe e maturò nel tempo, dando precocemente origine a progetti innovativi per un'unione politica dell'Europa. Tra questi, la celebre proposta di un Parlamento europeo avanzata dal quacchero William Penn nel Essay Towards the Present and Future Peace of Europe (1693) può essere considerata un importante paradigma innovativo, sia per quanto attiene la valorizzazione dell'istituzione parlamentare come sede di espressione della sovranità, sia, di conseguenza, per quanto riguarda il principio di rappresentanza vigente in essa. Innanzitutto il Parlamento non avrebbe dovuto essere una replica delle tradizionali assemblee di Stati generali, né una variante ampliata di una curia regis, o tanto meno una conferenza diplomatica fra plenipotenziari dei principi. Pur non ipotizzando una complessiva cessione della sovranità nazionale, Penn concepì il Parlamento europeo come uno strumento capace di provvedere una sorta di diritto pubblico internazionale al quale gli Stati avrebbero potuto appellarsi in caso di controversie. La dottrina della Rule of Justice, vigente all'interno dei confini nazionali, avrebbe dovuto assurgere a principio regolatore delle relazioni tra gli Stati europei. Se di una diminuzione della sovranità si poteva parlare, secondo Penn, era solo perché, grazie all'istituzione parlamentare posta al di sopra dei singoli stati, “il pesce grosso non può più mangiare i piccoli, dacché ogni Stato sovrano è parimenti tutelato dalle ingiustizie 278”. Pertanto i membri del Parlamento non sarebbero stati costituiti dai sovrani o dai loro ambasciatori, bensì da un certo numero di deputati scelti tra i sudditi, per quanto qualificati. Il ruolo qui attribuito ai cittadini può essere ricollegato alla concezione del V. Bogdanor, Footfalls Echoing In The Memory. Britain and Europe. The Historical Perspective, in «International Affairs», vol. 81, n. 4, 2005, p. 697. 278 W. Penn, An Essay Towards the Present and Future Peace of Europe, Washington, The American Peace Society, 1912, p. 13. 277 69 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 potere politico di Penn, secondo cui l'autorità politica trae la propria fonte di legittimazione dal consenso dei commons279. Nel concreto, non senza un pragmatismo di matrice protestante, assimilato dagli stessi quaccheri, la quota dei rappresentanti assegnata a ciascuno Stato sarebbe stata proporzionale “al valore della rendita annuale di ciascuno di questi paesi sovrani”, ovvero calcolata in base al valore monetario complessivo dei beni prodotti dagli Stati membri. Di conseguenza, la Germania avrebbe inviato dodici rappresentanti presso il Parlamento, la Francia e la Spagna dieci, le Sette Province Unite quattro e così via. Le votazioni avrebbero poi seguito il principio della maggioranza qualificata, essendo necessario il consenso di almeno tre quarti dell'assemblea per adottare una decisione. Come è stato fatto notare280 il principio di rappresentanza suggerito da Penn, oltre che fondato sulla “volontà federativa dei popoli”, preconizzava il moderno parametro del prodotto nazionale lordo, per cui il numero dei delegati sarebbe stato stabilito in maniera proporzionale alla ricchezza di ciascun territorio. Il modello assembleare contenuto nell'Essay elaborava un piano da una parte pratico e realizzabile, poiché le funzioni del parlamento europeo, pur essendo sufficienti per disporre una soluzione pacifica e ragionevole dei contrasti inter-statali, non avrebbero intaccato le prerogative decisionali degli Stati-membri in fatto di politica interna; dall'altra preannunciava l'avvento di una comunità internazionale nuova, basata su un organo legislativo comunitario, necessario affinché l'Europa ottenesse “la così tanto desiderata e necessaria pace281”. Nel corso del XIX secolo “federalismo” e “federazione” divennero termini sempre più presenti nel dibattito accademico e politico inglese. Il modello federale delineato dal dibattito costituzionale americano post-rivoluzionario iniziò ad essere studiato analiticamente e, in alcuni casi, venne ipotizzata – con una lungimiranza che ai tempi poteva essere facilmente scambiata per utopismo – una sua importazione in Europa. Fu precisamente John Seeley, detentore della cattedra di Storia Moderna a Cambridge, il primo a mettere in relazione il federalismo con la riflessione sulla natura e i limiti della sovranità nazionale. Seeley non solo interpretò il federalismo in maniera estremamente moderna, additandolo come un mezzo per l'integrazione e la pacificazione del continente europeo, ma nel suo studio dell'idea federale non mancò di coinvolgere come soggetto privilegiato, insieme all'Europa, anche l'Impero britannico. Difatti, A.R. Murphy, “William Penn: His Life, His Times, and His Work”, in The Political Writings of William Penn, Indianapolis, Liberty Fund, 2002, p. XVIII. 280 D. Archibugi, F. Voltaggio, Filosofi per la Pace, Roma, Editori Riuniti, 1991, p. XXXVII. 281 W. Penn, An Essay Towards the Present and Future Peace of Europe, Washington, The American Peace Society, 1912, p. 6. 279 70 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 nella sua opera The Expansion of England Seeley mostrò di condividere alcune delle tesi fondamentali del cosiddetto progetto di closer union dell'Impero britannico secondo il quale “la Gran Bretagna avrebbe potuto instaurare una nuova relazione con le colonie bianche dotate di auto-governo, il che le avrebbe garantito il suo futuro di grande potenza282”. I fautori della closer union imperiale, progetto anche noto come federalismo imperiale, rivendicavano dunque l'adozione di un meccanismo simil-federale per la gestione dei rapporti e per la ripartizione degli oneri, in particolar modo degli oneri militari, tra l'Impero e i white dominion. Era una soluzione fortemente auspicata da Seeley, alla quale egli fornì un sostegno non solo teorico ma anche pratico, divenendo membro del Comitato esecutivo della Imperial Federation League, associazione fondata nel 1871 e principale sostenitrice della federazione imperiale. È interessante notare la cronologia dei lavori di Seeley qui menzionati, The Expansion of England e l'intervento titolato The United States of Europe, il primo databile al 1883 (essendo una raccolta di interventi preparati tra il 1881 e il 1882), il secondo al 1871. Nel caso di Seeley l'interesse nei confronti del federalismo sembra sbocciare dalla considerazione sulla situazione europea, prima ancora che sulle preoccupazioni riguardo le sorti dell'Impero britannico. Un fatto curioso, se consideriamo che molti futuri sostenitori di una federazione internazionale (anche impegnati con Federal Union, come ad esempio Lord Lothian e Lionel Curtis) percorsero una strada esattamente opposta: approdarono inizialmente allo studio del modello federale nella speranza di applicarlo ai rapporti tra Impero e dominion, e solo successivamente inclusero il continente europeo nelle loro considerazioni. Veniamo dunque all'intervento tenuto da Seeley nel 1871, durante una conferenza della Peace Society londinese, nel quale viene esposta una articolata riflessione sulle condizioni dell'Europa del XIX secolo. L'intervento dello storico di Cambrigde fu in seguito pubblicato in un saggio dal titolo, come si è visto piuttosto esplicito, The United States of Europe. Seeley, osservando il caso di un'Europa eternamente belligerante, prima coinvolta in dispute dinastiche e poi in rivoluzioni nazionali, sosteneva il bisogno di una rivoluzione politica capace di trasformare in senso pacifico i rapporti di forza tra Stati sovrani. Il contesto in cui il vecchio continente avrebbe potuto raggiungere un certo equilibrio avrebbe dovuto avere carattere federale, essendo la formula del congresso europeo di Stati plenipotenziari decisamente sgradita allo storico britannico. Un qualsiasi concerto europeo di nazioni sovrane era condannato in primo luogo all'inazione e, in secondo luogo, al fallimento. M. Burgess, The British Tradition of Federalism, London, Leicester University Press, 1995, p. 38. 282 71 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Per osservare il successo del modello federale bastava guardare oltreoceano, all'Unione statunitense, attraverso la quale gli americani avevano “scoperto per l'intera umanità una forma più alta di unità politica” e trovato “un nome più alto di quello di Stato”. Il processo di nascita dello Stato americano, il quale aveva sperimentato tanto la soluzione confederale quanto quella federale, aveva fornito la dimostrazione lampante che un congresso frutto di un'intesa tra Stati sovrani, quale era la Confederazione americana, non aveva possibilità di sopravvivere alle rivalità interne dei propri componenti. Viceversa, l'Unione federale, il cui governo centrale era forte e autonomo rispetto ai singoli Stati-membri, aveva mostrato una capacità di sopravvivenza ben diversa: Le due federazioni erano simili: ma evidentemente il segreto del successo va ritrovato in ciò che esse avevano di diverso. Ora, esse differivano soprattutto nel grado di forza e di indipendenza attribuito all'organizzazione federale283. Seeley era consapevole degli sforzi che l'instaurazione di una federazione continentale avrebbe richiesto, nonché degli ostacoli che le si paravano davanti, in un continente come quello europeo in cui lo Stato-nazione costituiva un'entità politica ormai consolidata e apparentemente imprescindibile. Eppure l'Europa aveva il non trascurabile vantaggio di potersi ispirare a diversi esempi di patti federativi tra Stati, non solo il recente caso americano ma anche il modello di unione anglo-scozzese, definito da Seeley un mirabile esempio di “indissolubile concordia” instaurata tra due popoli diversi e un tempo rivali: [Inghilterra e Scozia] hanno combattuto per secoli come cani e gatti e ora sono unite […] Si tratta di un grande risultato della politica […] E in che modo è stata appianata questa secolare contesa? Vi si è giunti avendo forse prima eliminato dagli animi degli Inglesi e degli Scozzesi la loro avversione reciproca? No: prima sono venute l'unione politica e quella economica. La consapevolezza di un interesse comune ha dato origine ad un governo comune e il governo comune […] ha gradualmente fatto scomparire i sentimenti ostili”. 284 Curiosamente, che la Gran Bretagna potesse rivolgersi alla propria storia nazionale, e alla vicenda dell'unione anglo-scozzese in particolare, per trovare esempi positivi di integrazione tra popoli divisi, era stato ricordato anzitempo da John Jay il federalista americano co-autore, insieme ad Alexander Hamilton e John Madison, dei Federalist Papers. Nel saggio numero cinque Jay ricordava infatti che: La storia della Gran Bretagna è quella che, generalmente, conosciamo meglio ed essa ci impartisce molte lezioni utili. Possiamo fare tesoro della loro esperienza senza pagare il prezzo Ivi, p. 176. Ivi, pp. 169-170. 283 284 72 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 che costò ad essi. Sebbene all'opinione comune possa sembrare ovvio che i popoli di una simile isola dovrebbero essere un'unica nazione, scopriamo cionondimeno che questi furono per secoli divisi in tre, e che questi tre erano, quasi costantemente, impegnati in dispute e guerre l'uno contro l'altro. 285 Perciò, seguitava Jay, l'America, anziché accettare di dividersi in “tre o quattro nazioni”, avrebbe dovuto seguire il virtuoso esempio dell'Inghilterra e della Scozia che, nel 1706, avevano dato origine ad una “perfetta unione”. Il progetto per un governo europeo e in particolare per una federazione europea, ovvero un assetto istituzionale in cui i settori fondamentali dell'azione politica (politica estera, monetaria, di difesa ecc.) tradizionalmente gestiti a livello nazionale, fossero sottratti al controllo dei singoli Stati e affidati a istituzioni politiche comuni, guadagnò un notevole consenso nel tormentato periodo che precedette lo scoppio della Prima guerra mondiale. Fu soprattutto con il declinare della potenza navale britannica e con la catastrofe del 1914 che una parte della società britannica iniziò a considerare l'integrazione continentale su base federale come il dispositivo costituzionale più adeguato per preservare l'Europa da nuovi conflitti. Una delle prime iniziative a favore dell'unità europea fu la European Unity League, fondata nel 1909 dall'industriale di origine tedesca Sir Max Waechter, i cui risultati furono tuttavia poco incisivi. Waechter riteneva l'unità del continente come un'esigenza difensiva, volta a contenere la competizione commerciale che l'Europa avrebbe dovuto fronteggiare da parte degli Usa e del Giappone. L'unione politica dell'Europa, un processo la cui leadership Waechter assegnava alla Gran Bretagna e alla Germania, avrebbe dovuto avere come necessaria appendice la creazione di un mercato unico. Paradigma di riferimento, come per molti sostenitori del federalismo dopo di lui, erano gli Stati Uniti: […] I am using the Union of the American States as the most convincing argument for my European federation idea. I am pointing out that the circumstances which have combined to produce the great prosperity of the United States are chiefly their absolute freedom of fear of attack from one another, the consequent lack of the necessity for the maintenance of expensive […] military systems, and lastly and primarily the absolute free trade which exists between the different parts of their enormous territory. 286 Un'altra iniziativa volta a instaurare rapporti di cooperazione pacifica tra gli Stati europei fu la Union of Democratic Control fondata nel settembre del J. Jay, Federalist Papers, a cura di G. W. Carey, J. McClellan, Indianapolis, Liberty Fund, pp. 1720. 286 M. Waechter, The New York Times, 20 settembre 1908. 285 73 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 1914 grazie all'iniziativa del laburista Ramsay MacDonald287 e del liberale Norman Angell (autore, tra l'altro, della prefazione al testo Peace Aims and the New Order, di seguito analizzato). Il movimento, fortemente critico nei confronti dell'imperialismo e della politica dell'equilibrio tra potenze (balance of power), venne fondato con l'intento di promuovere una gestione più democratica e trasparente della politica estera britannica288, riuscendo a guadagnare un consenso trasversale e coinvolgendo non solo esponenti dei partiti liberale e laburista, ma anche guadagnandosi il supporto, anche di natura finanziaria, di alcuni quaccheri della Society of Friends. Per quanto riguarda i socialisti che divennero membri della UDC, vale la pena ricordare l'economista John Hobson, che dedicò più di uno scritto alla questione di un'unione europea o, più in generale, di un governo internazionale289, e il giornalista H. N. Brailsford, futuro sostenitore di Federal Union. Uno dei punti del programma dichiarava che la UDC si sarebbe impegnata per una concreta “partnership europea” affinché: The foreign policy of Great Britain shall not be aimed at creating alliances for the purpose of maintaining the balance of power, but shall be directed to concerted action between the Powers, and the setting up of an International Council, whose deliberations and decisions shall be public, with such machinery for securing international agreement as shall be the guarantee of an abiding peace. 290 L'impegno di un esponente di spicco del partito laburista quale MacDonald, l'interesse di intellettuali socialisti, e di altre organizzazioni politiche legate al panorama laburista291, verso iniziative volte a promuovere una più salda integrazione tra gli Stati nazione, è indice di un positivo interesse (stabile almeno nell'arco cronologico che va dal 1914 al 1940) da parte della sinistra inglese per la problematica dell'integrazione europea. Il che ci porta a supporre che l'impegno federalista di Ronald Mackay, parlamentare socialista e autore di una delle costituzioni federali di seguito riportate, non fosse un caso isolato ed estemporaneo, bensì la manifestazione di una particolare sensibilità MacDonald ricoprì in seguito l'incarico di Primo Ministro dal 1929 al 1931. E. D. Morel, The Union of Democratic Control, in «The Contemporary Review», vol. 108, 1915, pp. 48-51. 289Cfr. J.A. Hobson, The Economic Union of Europe, in «The Contemporary Review», vol. 130, 1926, pp. 290-298 e Towards International Government, London, G. Allen & Unwin, 1916. 290E.D. Morel, The Union of Democratic Control, in «The Contemporary Review», vol. 108, 1915, p. 51. 291L'Independent Labour Party, negli anni del primo conflitto mondiale, si disse favorevole a una “federazione delle nazioni” e ad un modello assembleare sovranazionale simile a quello proposto dalla UDC, cfr. M. Ceadel, “Supranationalism in the British Peace Movement”, in A. Bosco (a cura di), The Federal Idea, vol. I, London, Lothian Foundation Press, p. 176. 287 288 74 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 europeista che una parte del laburismo inglese fu in grado di esprimere, sebbene principalmente in corrispondenza di circostanze drammatiche ed eccezionali come le due guerre mondiali. Durante gli anni Venti del Novecento, la corrente di pensiero europeista, fino ad allora presente con un andamento carsico nella tradizione politica europea, emerse con rinnovata forza in seguito all'incapacità dei governi di realizzare una cornice istituzionale entro la quale gli Stati europei potessero cooperare in pace. La neonata Società delle Nazioni, sorta attraverso un difficoltoso processo di negoziato durante la Conferenza di Versailles, si sarebbe rivelata non molto più autorevole di una tradizionale conferenza diplomatica. Dotata di poteri essenzialmente consultivi e priva di una forza militare autonoma, la Società delle Nazioni si dimostrò impotente davanti alle crisi internazionali degli anni Trenta. Davanti all'inefficienza di tale macchina diplomatica, iniziò a radicarsi in una parte della società britannica il desiderio di un'istituzione internazionale diversa, autorevole e dotata di un potere decisionale da poter opporre agli Stati-nazione. Prima che la variegata massa di pacifisti, transfughi delusi della League of Nations Union e ammiratori del modello costituzionale americano, si riunisse entro uno stesso movimento, coordinando i propri sforzi a favore della federazione europea, un alfiere solitario, benché infaticabile del pensiero federalista292 era stato Lord Lothian, ex segretario del Primo Ministro David Lloyd George e futuro ambasciatore britannico presso gli Stati Uniti dal 1939 al 1940. Lothian aveva partecipato allo svolgimento della Conferenza di Versailles e come altri dopo di lui andò rafforzando le proprie convinzioni federaliste dopo aver assistito alla paralisi della Società delle Nazioni. I sistemi di cooperazione intergovernativa non costituivano nessuna garanzia verso il problema della guerra, poiché non eliminavano la sovranità nazionale, fonte di quell'anarchia internazionale dalla quale, per Lothian, si generava il conflitto. La Società delle Nazioni non faceva eccezione: ricercava la mediazione tramite l'arbitrato, ma non impediva che fosse la violenza “l'arbitro finale degli affari delle nazioni293”. Di conseguenza: La guerra tra Stati continuerà finché non applicheremo al mondo intero le stesse idee fondamentali che sono universalmente applicate all'interno dello Stato. La guerra sarà abolita dal nostro pianeta solo quando tutti i popoli, o almeno i popoli civili, si uniranno sotto una Lothian dedicò al problema dell'anarchia internazionale e alla soluzione federale la maggior parte dei propri scritti, tra i quali vanno menzionati il libro Il Pacifismo non basta, Bologna, Il Mulino, 1986, e gli articoli The Outlawry of War, in «Journal of the Royal Institute of International Affairs», vol. 7, n. 6, 1928, pp. 361-388 e La Sovranità Nazionale e la Pace, in «The Federalist», n. 2, 1984, p. 103 e ss. 293 P. Kerr, The Outlawry of War, cit., p. 364. 292 75 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 costituzione organica, grazie alla quale le controversie siano risolte col ricorso a una legge destinata a promuovere la giustizia internazionale. 294 L'istituzione di un governo sovranazionale a base federale di portata mondiale, ovvero limitato, più realisticamente, a un gruppo di democrazie affini quali quelle euro-americane si presentava come l'unico efficace meccanismo per la prevenzione della guerra. La teoria federalista di Lothian si poneva come l'erede ideale della dottrina federalista americana contenuta negli scritti del The Federalist ad opera di Hamilton, Jay e Madison. Il fallimento della Confederazione americana del 1781, come già osservato da Seeley, costituiva l'esempio più recente dell'inefficacia di una lega di Stati sovrani, laddove invece l'Unione federale aveva impedito che l'elemento ricorrente “nelle relazioni inter-europee, ovvero la politica di potenza295”, devastasse anche le relazioni tra le tredici ex colonie. La Costituzione federale faceva tesoro del principio per cui il cittadino poteva essere autenticamente libero solo all'interno di una società disciplinata dal diritto. Il progetto federale di Lothian, incentrato sull'instaurazione di un duumvirato anglo-americano come punto di inizio per la creazione di una federazione internazionale, si presentava come l'espressione particolare di un indirizzo politico molto diffuso negli ambienti diplomatici inglesi, convinto della sostanziale omogeneità culturale tra il popolo britannico e quello americano, la quale non poteva che avere, come necessario corollario, una solida alleanza politica tra le due nazioni. Considerando la Gran Bretagna e gli Stati Uniti come apparentate da una “grande e comune eredità”, il federalismo di matrice atlantista di Lothian era naturalmente indotto a guardare con favore alle iniziative per un'unione delle democrazie occidentali che si andavano preparando oltreoceano. Di particolare rilievo l'appello lanciato dal giornalista americano Clarence Streit con il suo Union Now del 1938. Clarence Streit era un giornalista americano che in qualità di corrispondente presso Ginevra per il New York Times aveva potuto assistere da vicino al difficile processo di nascita della Società delle Nazioni. Nel 1939 Streit presentò al pubblico americano e inglese il proprio libro Union Now, definito da alcuni come "la risposta americana al Mein Kampf296”, in cui veniva illustrato il progetto di una federazione di quindici democrazie occidentali, modellata su quella americana. Il testo (cui Streit allegò una propria draft constitution) descriveva così il nucleo fondatore della Id., “La sola via verso la pace mondiale”, in Il Pacifismo non basta, cit., p. 99. A. Bosco, “Lord Lothian's political doctrine”, in The Annals of Lothian Foundation, Vol. IV, Lothian Foundation Press, 1994, p. 322. 296 C. K. Streit, Union with the British Empire Now?, in «Current History and Forum», vol. 52, n. 2, 1940, p. 16. 294 295 76 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Federazione: Stati Uniti, Gran Bretagna, Irlanda, Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Francia, Olanda, Belgio, Svizzera, Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia. Esse costituivano un nucleo coerente e potente abbastanza per formare un blocco inattaccabile e con l'autorità necessaria per mantenere la pace senza ricorrere alla guerra. Le loro istituzioni erano simili e tra i rispettivi governi non esistevano grandi rivalità, tanto che, per oltre cento anni, non erano intercorsi conflitti tra di essi. Alla federazione sarebbe stato attribuito il controllo di cinque settori strategici: la cittadinanza, la difesa, il libero mercato, la politica monetaria e il sistema postale297. L'idea che lo spirito della federazione americana potesse essere esteso alle democrazie occidentali e ai white dominion del Commonwealth era destinata ad avere una grande eco nel movimento federalista britannico, in cui molti, alla stregua di Lothian, ritenevano l'America, non l'Europa, il partner destinato della propria nazione. Accanto ai sostenitori della federazione atlantica si era però consolidato nel frattempo uno schieramento federalista convinto del fatto che l'Europa fosse il continente che deteneva “le chiavi della guerra e della pace” e che, di conseguenza, il vero epicentro della federazione avrebbe dovuto essere europeo. Il movimento di Federal Union, fondato a Londra nell'autunno del 1938, fu la prima organizzazione politica del XX secolo a fare dell'instaurazione di uno Stato federale europeo l'obiettivo principale della propria azione. L'inefficienza della Società delle Nazioni, una “assemblea di unità indipendenti” in balia della sovranità assoluta dei propri membri, rappresentò per i sostenitori di Federal Union il paradigma della inutilità della cooperazione tra Stati sovrani 298. Come dimostrato dal manifesto redatto dal gruppo fondatore nel marzo del 1939, la sovranità nazionale era riconosciuta come il fattore che conduceva “alla corsa agli armamenti, all'autarchia in ambito economico, alla irreggimentazione interna e così, inevitabilmente, alla guerra e all'imperialismo”299. Federal Union si proponeva dunque di operare una costante opera di propaganda presso la società britannica e l'establishment governativo in favore di una “Unione costituzionale che instaurerà… organi legislativi, esecutivi e giudiziari rappresentanti di e responsabili verso tutti i cittadini dell'Unione in merito ad affari comuni quali la difesa, l'ordine, la moneta, il commercio...”300. C.K. Streit, Union Now. A Proposal for a Federal Union of the Democracies of the North Atlantic, New York, Harper & Brothers Publishers, 1939. 298 C.M. Joad, “The Philosophy of Federal Union”, in P. Ransome (a cura di), Studies in Federal Planning, London, The Lothian Foundation Press, 1990, p. 62. 299 Federal Union's Statement of Aims, citato in M. Burgess, The British Tradition of Federalism, London, Leicester University Press, 1995, p. 140. 300 Ibidem. 297 77 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Tra il 1939 e il 1940, con l'Europa nuovamente precipitata in un conflitto globale, la rinnovata popolarità dell'idea federale portò all'elaborazione di modelli costituzionali per la Federazione dell'Europa occidentale che si sarebbe dovuta instaurare una volta conclusa la guerra. Sebbene sia possibile leggere dietro agli appelli per una federazione dei popoli il tentativo di lanciare un messaggio di smobilitazione agli altri Stati europei, i progetti federali elaborati allora appaiono meritevoli di essere presi in considerazione anche oggi. Si rischierebbe altrimenti di liquidare come meramente strumentali progetti ambiziosi e coraggiosi, come ad esempio quello della fusione dei parlamenti inglese e francese lanciato dal governo di Winston Churchill301 al governo di Paul Reynaud nell'estate del 1940. La proposta di creare una “Unione franco-britannica”, di istituire una cittadinanza comune per la popolazione dei due Paesi e di cedere il controllo delle forze armate ad un Gabinetto di Guerra anglo-francese, fu elaborata da Jean Monnet per conto del governo britannico ma ebbe la sfortuna di essere ufficialmente presentata pochi giorni prima della capitolazione della Francia alla Germania. Se la proposta di federazione fosse stata accolta, di fatto avrebbe rappresentato uno dei più rigorosi progetti di integrazione sovranazionale mai avanzato da un governo europeo. L'idea della federazione anglo-francese era maturata infatti in un contesto, quale la società britannica degli ultimi anni Trenta, in cui la propaganda attuata dai federalisti era riuscita a guadagnare una notevole popolarità al progetto di unione europea, trasformandolo da argomento di nicchia, riservato a pochi specialisti, ad argomento noto e dibattuto dall'opinione pubblica. Le due draft constitution a confronto I due progetti più esaurienti per una costituzione europea furono pubblicati in Inghilterra rispettivamente nel 1940 e nel 1941, il primo ad opera di Ivor Jennings, autorevole accademico, vice-rettore dell'Università di Cambridge prima e rettore dell'Università di Ceylon poi, sulla cui figura poco conosciuta si auspicherebbero ulteriori ricerche. Il secondo per iniziativa di Ronald William Gordon Mackay, un avvocato e parlamentare laburista che si dedicò costantemente al progetto per una federazione europea anche negli anni del Churchill maturò un interesse precoce verso l'integrazione europea, ben sedici anni prima del celebre discorso di Zurigo in cui il politico britannico si pronunciò a favore dei futuri Stati Uniti d'Europa. Risale infatti al febbraio del 1930 un articolo, pubblicato dal Saturday Evening Post, in cui Churchill si diceva favorevole a qualsiasi iniziativa politica che permettesse di sradicare dall'Europa “odii antiquati e oppressioni ormai superate”. Churchill, tuttavia, si preoccupò anche di specificare che la Gran Bretagna avrebbe potuto essere un'alleata dell'Europa unita, ma non parte di essa. 301 78 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 dopoguerra, partecipando nel 1946 alla fondazione dell'Unione dei Federalisti Europei e divenendo presidente, nel 1949, dell'organizzazione European Parliamentary Union (EPU) fondata dal conte Richard von CoudenhoveKalergi. Quanto all'origine dei due documenti, si ricorda che il Comitato Costituzionale di Federal Union si riunì per preparare i lavori sulla draft constitution nel novembre del 1939. All'incontro erano presenti, oltre ad Ivor Jennings, Sir William Beveridge, Joseph Chamberlain, il costituzionalista Kenneth Wheare e Harold Wilson, all'epoca simpatizzante del movimento federalista britannico. Se la draft constitution di Jennings fu preparata e sottoposta all'attenzione dell'Istituto di Ricerca di Federal Union, operante sotto la supervisione di William Beveridge, viceversa quella di Mackay, allegata in appendice alla sua opera Peace Aims and the New Order302 può essere considerata un lavoro autonomo rispetto a quelli prodotti da Federal Union. Mackay, pur orbitando nella composita galassia federalista, era una figura a sé stante rispetto a Federal Union, di cui probabilmente non apprezzava la fazione atlantista, favorevole a un'unione anglo-americana, che egli tendeva a liquidare come una “idea sbagliata”. In Peace Aims and the New Order si rintraccia difatti un riferimento polemico al movimento federalista britannico, accusato di condurre un'analisi del progetto federale “vaga e che ha poco a che fare con la realtà dell'attuale situazione europea” 303. Nonostante ciò, è possibile stabilire una comparazione tra i modelli costituzionali di Jennings e Mackay, i quali presentano diversi punti in comune. Il primo e più importante è costituito dall'assunto, sul quale si tornerà più avanti, che fa dell'instaurazione di un sistema istituzionale rappresentativo comune, composto da un Parlamento eletto dai cittadini della federazione e da un governo responsabile nei confronti del Parlamento, la cornice fondamentale entro cui collocare la ricostruzione dell'Europa nel dopoguerra. Come affermato da Mackay: Il primo passo verso la Federazione Europea sarebbe quello di assicurare un governo comune per la Gran Bretagna, la Francia, l'Italia e la Germania com'era prima dell'annessione Peace Aims and the New Order fu scritto da Mackay nel 1941. L'opera costituisce una sorta di revisione, relativa ad alcune parti (tra cui il modello costituzionale allegato in appendice), del libro Federal Europe, composto da Mackay appena un anno prima. A quanto pare l'autore si sentì spronato a ritornare sulla questione della federazione europea e dell'assetto post-bellico anche a fronte di una situazione politica molto diversa rispetto al 1940. Il 1941 è infatti il periodo che segna l'apice dell'espansione nazista in Europa. Cfr. “Nota dell'Autore”, in R.W.G. Mackay, Peace Aims and the New Order. Outlining the Case for European Federation together with a Draft Constitution of a United States of Europe, New York, Dodd, Mead & Company, 1941, p.7. 303 R.W.G. Mackay, Peace Aims…, cit., p. 8. 302 79 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 dell'Austria. Queste sono le quattro Grandi Potenze d'Europa, nel cui potere risiede il problema della guerra o della pace tra le nazioni europee. Se queste addivenissero a un accordo su una politica comune, riconciliassero le proprie ambizioni contrastanti […] la pace dovrebbe essere garantita in Europa. Quindi, queste quattro Potenze formano il nucleo intorno al quale potrebbe crescere una più ampia organizzazione. 304 Entrambe le bozze, pur essendo sostanzialmente euro-centriche (nella misura in cui rifiutavano l'idea di una federazione atlantica aperta agli Stati Uniti, facendo dell'Europa occidentale il nucleo territoriale privilegiato della Federazione), non escludevano una possibile partecipazione dei dominion britannici all'unione europea. Ciò spiega perché accanto a Germania, Francia, Danimarca, Olanda ecc. i due federalisti britannici annoverassero tra gli Statimembri della federazione europea anche il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda e il Sudafrica. Una differenza sostanziale, per quanto riguardava i confini geografici della Federazione, derivava dal fatto che Mackay includeva nel nucleo originario tanto i Paesi del Sud e dell'Est Europa quanto la Turchia, mentre la costituzione di Jennings tendeva ad escluderli, per ragioni che saranno analizzate in seguito. In merito al parlamento federale, Jennings prevedeva un modello bicamerale, dato dalla compresenza di una Camera Popolare (People's House) e una Camera degli Stati (States' House). Il sistema elaborato da Jennings sembrava presentare una certa affinità con l'organizzazione del ramo legislativo presente nella Costituzione americana, in cui il potere legislativo federale è assegnato a un Congresso bicamerale, composto da una camera, il Senato, in cui siede un certo numero di rappresentanti per ogni Stato federato, e dalla Camera di Rappresentanti, eletta su base nazionale e formata in modo proporzionale alla popolazione degli Stati305. La Camera Popolare descritta da Jennings sarebbe stata composta da membri “eletti dai cittadini della Federazione e il numero dei membri eletti da ciascuno Stato federale sarà proporzionato al numero degli elettori federali presenti in quello Stato”. La Camera degli Stati, invece, sarebbe stata formata da un numero di rappresentanti per ciascuno Stato determinato e stabilito dalla Costituzione. Al Reich tedesco venivano così assegnati nove rappresentanti, alla Francia e al Regno Unito sette a testa, ai dominion, al Belgio e alla Danimarca cinque a testa, e così via. Rispetto al modello legislativo bicamerale americano notiamo una fondamentale differenza. Se nel definire la composizione del Senato la costituzione americana assegna solo due rappresentanti per ogni Stato federato, quella di Jennings attribuisce una quota maggiore di rappresentanti, Ivi, p. 109. V. Varano, V. Barsotti, La tradizione giuridica occidentale. Testo e materiali per un confronto civil law common law, vol. I, Torino, Giappichelli Editore, 2010, p. 345. 304 305 80 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 che vanno dal massimo di nove per la Germania a un minimo di tre, per il Lussemburgo e l'Islanda. Per quanto riguardava i poteri generali della Legislatura Federale in rapporto ai poteri mantenuti dagli Stati membri, la bozza di Jennings conteneva un principio di gerarchizzazione tra la legislazione federale e le varie legislazioni statali, affermando che “i poteri non esclusivamente assegnati alla Legislatura Federale da questa Costituzione, né sottratti da essa agli Stati federati, possono continuare ad essere esercitati dagli Stati federati; ma laddove una legge di uno Stato sia incompatibile con una legge della Federazione quest'ultima prevarrà e la prima… sarà ritenuta invalida” 306. Rispetto alla draft constitution di Mackay la principale differenza consisteva nel fatto che quest'ultima prevedeva invece un Parlamento monocamerale eletto su base popolare. Mackay riteneva superflua la presenza di due Camere, giacché “se la seconda Camera dev'essere eletta sulla base del medesimo sistema di voto (franchise) è solo una replica della prima. Se dev'essere eletta sulla base di un suffragio ristretto… non è democratica, poiché la volontà del popolo non è suprema. Se non è eletta, ma è nominata, allora consiste in una interferenza con il corretto funzionamento del governo rappresentativo” 307. La Legislatura Federale, perciò, sarebbe stata composta da una sola Camera, detta Camera dei Rappresentanti (House of Representatives), eletta a suffragio universale. Il numero di rappresentanti per ogni Stato-membro veniva così indicato: State Area (in Sq. Kms.) Albania (app.) 28 Adult Population in No. of members to be thousands chosen by each State 700 5 Australia 7704 4825 19 Austria 84 4469 18 Belgium 30 4830 19 Bulgaria 103 2961 12 Canada 9542 6055 24 Czechlosovakia 140 9489 38 Denmark 43 2250 9 I. Jennings, “Rough Draft of a Proposed Constitution for a Federation of Western Europe”, in P. Ransome (a cura di), Towards the United States of Europe. Studies on the making of a European Constitution, London, Lothian Foundation Press, 1991, pp. 142-144. 307 R.W.G. Mackay, Peace Aims…, cit., p. 159. 306 81 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Finland 388 2109 8 France 551 28729 115 Germany 469 45593 182 Great Britain and Northern Ireland Greece 244 3965 124 130 3522 14 Hungary 93 5460 22 Ireland 70 1813 7 Italy 310 24888 99 Netherlands 34 4762 19 New Zealand 268 949 5 Norway 323 1740 7 Poland (app.) -- 13160 53 Portugal 93 3963 16 Rumania 275 3792 15 South Africa (white population only) Spain 1222 1037 5 303 12438 50 Sweden 448 4058 16 Switzerland 41 20706 11 Turkey (app.) 1501 10133 41 Yugoslavia 248 70825 31 Mackay definiva questo modello provvisorio e riconosceva che in futuro si sarebbe potuta presentare la necessità di trovare “misure di compromesso” (non esclusa la creazione di una seconda Camera) per tutelare le richieste di rappresentanza degli Stati più piccoli. Inoltre Mackay sottolineava che il sistema partitico, elemento caratteristico dei governi parlamentari nazionali, sarebbe stato replicato nel Parlamento Federale. I gruppi parlamentari non si sarebbero aggregati sulla base di affinità razziali o nazionali, bensì in virtù della tradizionale distinzione tra Destra e Sinistra, che Mackay, tra lo strumentale e l'ingenuo, descriveva così: Una volta che il Parlamento si sia riunito, i membri si divideranno in due partiti, della Destra e della Sinistra, con i Conservatori e i Fascisti da un lato e i Liberali, i Socialisti e i Comunisti 82 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 dall'altro. Questa divisione soprassiederà su qualsiasi divisione di patria, di nazionalità o di razza. 308 Per quanto concerneva le competenze esclusive della Legislazione Federale, sia Mackay che Jennings individuavano determinate aree di competenza affini: la politica estera, la difesa militare della Federazione, il mantenimento dell'ordine e della legge all'interno della Federazione, il regolamento dei flussi migratori, la gestione di servizi essenziali (servizi postali e di comunicazione), la gestione della politica finanziaria e monetaria ecc. Tra i “poteri concorrenti” attribuiti alla Legislatura Federale rientravano, in entrambe le draft, anche alcuni settori del diritto privato, come, ad esempio, il diritto di famiglia e il diritto societario. In materia di esecutivo, sia Jennings che Mackay prevedevano il ruolo del Presidente, nominato dal Parlamento Federale. Nel sistema bicamerale di Jennings, il Presidente sarebbe stato scelto dalle due Camere riunite in sessione congiunta309. Entrambe le bozze costituzionali accordavano al Presidente il comando delle forze armate. Il settore della difesa, come pure della politica estera, veniva perciò annoverato tra le competenze esclusive della Federazione. Agli Stati federati veniva di fatto impedito sia di finanziare o mantenere qualsiasi forza militare, sia di fabbricare o importare equipaggiamenti militari senza il consenso del Presidente310. Occorre tuttavia notare come, in merito al ruolo del capo dell'Esecutivo, ambedue le draft constitution divergano in maniera sensibile dal modello americano, dal momento che l'attenzione conferita alle prerogative del Parlamento Federale risulta essere prioritaria rispetto a quelle del rappresentante dell'Esecutivo. Se il Presidente degli Stati Uniti d'America è una figura politica di primo piano, dotata della facoltà di influenzare gli indirizzi del governo in politica nazionale e di difesa, i poteri di una sua eventuale controparte europea risultavano, nei progetti dei due federalisti inglesi, ridimensionati. Come sosteneva Mackay, il ruolo del Presidente della Federazione “assomiglia a quello della Corona in Inghilterra, e la sua posizione è abbastanza diversa da quella del Presidente americano”, il quale riveste notoriamente un ruolo di maggior spicco anche in virtù del fatto di essere scelto, benché attraverso un meccanismo indiretto, dal popolo americano. Nel caso delle due draft, come visto, è il Parlamento a nominarlo, perciò l'ottica 308 Ivi, p. 156. 309 I. Jennings, Rough Draft…, cit., p. 139. Ivi, p. 148. 310 83 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 giuridica che sembra prediletta dai federalisti inglesi è quella secondo cui il “Parlamento deve restare supremo311”. Passando oltre, la questione del potere giudiziario costituiva un argomento di natura sensibile specialmente all'interno di un sistema federale dotato di una Costituzione scritta, elemento di per sé estraneo alla tradizione costituzionale britannica, nella quale dev'essere sancita la distinzione tra le competenze federali e quelle degli Stati. Il riconoscimento, da parte dei federalisti inglesi, del ruolo della Costituzione scritta come legge suprema della Federazione può essere considerata una interessante eccezione nell'ambito della tradizione storico-giuridica britannica. A ben vedere, l'importanza che il modello federalista americano attribuisce non solo alla Costituzione, ma anche al potere giudiziario, depositario di essa, è stato di fatto l'elemento che più di altri ha indotto gli osservatori europei del XIX secolo a considerare con un certo scetticismo il modello federale. Si possono ad esempio ricordare le considerazioni di Alexis De Tocqueville, secondo cui: Ciò che uno straniero comprende con maggior fatica negli Stati Uniti è l'organizzazione giudiziaria. Non vi è avvenimento politico in cui non s'intenda invocare l'autorità del giudice; l'osservatore ne trae naturalmente la conclusione che il giudice in America è una delle prime forze politiche. Se in seguito esamina la costituzione dei tribunali, a prima vista, scopre solo attribuzioni e abitudini giudiziarie, il magistrato sembra introdursi solo per caso negli affari pubblici; ma è un caso che si ripete tutti i giorni […] La causa sta in questo fatto: gli americani hanno riconosciuto ai giudici il diritto di fondare le loro sentenze sulla costituzione piuttosto che sulle leggi. In altri termini, hanno loro permesso di non applicare quelle leggi che ritengono incostituzionali” 312. Ancor più netto il giudizio del costituzionalista inglese Albert Venn Dicey, il quale affermava nella sua Introduction to the Study of the Law of the Constitution che il federalismo, considerato una forma di governo debole, “significa legalismo – il predominio del potere giudiziario all'interno della costituzione” e di conseguenza “gli interpreti della costituzione sono i giudici” 313. Perciò, l'affermazione della centralità del potere giudiziario rispetto all'interpretazione della Costituzione e alla definizione delle competenze della Federazione e degli Stati federati, così come recepita nelle due draft constitution, costituisce un'importante innovazione e dimostra la capacità della cultura politica britannica di assimilare i caratteri fondamentali del modello federale. Secondo Mackay spettava dunque al potere giudiziario, incarnato nella R.W.G. Mackay, Peace Aims…, cit., p. 166. A. De Tocqueville, La democrazia in America, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1992, p. 101. 313 A.V. Dicey, Introduction to the Study of the Law of the Constitution, Londra, Macmillan and Co., 1889, p. 162. 311 312 84 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Suprema Corte della Federazione, stabilire se una legge fosse “ultra vires o intra vires rispetto alla Costituzione federale314”. Poteri analoghi sembrava conferire all'autorità giudiziaria (rappresentata, parimenti, da una Corte federale suprema) anche Jennings, laddove affermava che “la Corte federale suprema avrà la facoltà di appellarsi in tutti i casi concernenti l'interpretazione di questa costituzione e di tutti i provvedimenti prodotti dalla Legislatura Federale315”. Un ultimo aspetto di rilievo, protagonista non solo dei progetti di Jennings e Mackay, ma dell'intero dibattito successivo alla seconda guerra mondiale circa l'eventuale ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea, era costituto dal problema dei dominion. La preoccupazione di mantenere i rapporti privilegiati con il Commonwealth non era semplicemente legata a una questione di prestigio internazionale o all'incapacità della Gran Bretagna di confrontarsi con il processo incipiente della decolonizzazione. Scegliere di liquidare o mantenere i secolari rapporti con i paesi del Commonwealth costituiva una scelta delicata e con gravi implicazioni strategiche, poiché questi ultimi erano i principali fornitori di materie prime, nonché il principale sbocco per la produzione industriale della madrepatria. Nel 1940 il dibattito sui dominion era ulteriormente complicato dalle urgenze imposte dalla guerra, per cui la possibilità di poter contare sul Commonwealth come bacino di rifornimento per le derrate alimentari e delle materie prime sembrava a molti un vantaggio economico irrinunciabile. All'interno di Federal Union non vi era un giudizio unanime, benché molti condividessero il parere di William Beveridge secondo cui la Gran Bretagna, pur scegliendo d'ora in avanti l'Europa come partner privilegiato, non avrebbe dovuto liquidare i tradizionali impegni militari e commerciali nei confronti del Commonwealth. Le due draft constitution si ponevano in sostanziale sintonia con quest'ultima visione, senza che per questo ci si debba indurre a collocare Mackay e Jennings nello schieramento dei sostenitori di una Federazione mondiale. Le loro costituzioni erano scritte e pensate per quel nucleo composito di popoli e civiltà che erano gli Stati europei. L'idea di una Federazione internazionale era esplicitamente contestata da Mackay, il cui ragionamento sulla possibilità di instaurare un governo globale procedeva da un semplice interrogativo: lo sviluppo politico di ciascuno Stato del mondo è equiparabile al punto tale da consentire la creazione di istituzioni comuni per tutti316? Una attenta analisi della “posizione di alcune grandi potenze e di alcuni dei nostri Stati nazionali nei differenti continenti” avrebbe dimostrato l'irrealtà inerente al progetto federativo globale. Realtà politicoR.W.G. Mackay, Peace Aims…, cit., p. 168. I. Jennings, Rough Draft…, cit., p. 154. 316 R.W.G. Mackay, Peace Aims…, cit., p. 96. 314 315 85 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 istituzionali così radicalmente distanti come lo erano quella occidentale e quella orientale, secondo il federalista inglese, non erano pronte a convergere in una medesima comunità. Argomentazioni simili provenivano da Jennings, secondo il quale le il tentativo di instaurare una forma di unione organica con la Cina, la Russia e l'India, presentava delle difficoltà insormontabili317. La volontà di federare i dominion all'interno di un sistema esplicitamente pensato per l'Europa dimostra l'importanza che i primi avevano per la Gran Bretagna. I dominion non erano semplici protettorati ma una sorta di prolungamento oltremare della Gran Bretagna metropolitana. Nel paragrafo intitolato A Federation of European Nations Mackay osservava quanto gli interessi economici dei dominion e le loro tradizioni culturali (perfino dell'indipendente Canada, uno Stato sì assimilabile a quelli nordamericani, ma in cui tuttavia era ancora forte il retaggio della cultura anglo-francese) fossero talmente in sintonia con quelli della Gran Bretagna e dell'Occidente europeo che risultava difficile stabilire un valido motivo per non includerli nella Federazione europea. Tuttavia, l'ipotesi che i dominion si rifiutassero di partecipare alla Federazione costituiva un'eventualità che, secondo Mackay, non avrebbe dovuto compromettere la partecipazione della Gran Bretagna all'unione federale. A suo avviso infatti: Sembrerebbe che, se si potesse instaurare una Federazione tra Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania, sarebbe meglio per la Gran Bretagna partecipare a una tale Federazione, anche senza i quattro dominion. Ciò implicherebbe la distruzione del Commonwealth britannico, sebbene non vi sia una ragione valida per cui la Gran Bretagna, pur essendo un membro della Federazione, non possa continuare a intrattenere con i dominion rapporti simili a quelli intrattenuti in precedenza. 318 Stando a Mackay, l'obiettivo primario era assicurare la partecipazione della Gran Bretagna alla Federazione, indipendentemente dall'adesione della sua appendice imperiale: Nessuno può immaginare una Federazione europea senza includere la Gran Bretagna […] Da un punto di vista economico, sarebbe impossibile lasciare la Gran Bretagna fuori dalla Federazione europea. Da un punto di vista politico, la Francia non entrerebbe mai nella Federazione europea senza la Gran Bretagna. Con ogni probabilità, la Federazione non sarebbe un successo senza l'esperienza con cui il popolo britannico, allenato nell'arte del governo responsabile, potrebbe contribuire. 319 I. Jennings, A Federation For Western Europe, London, Cambridge University Press, 1940, p. 1. R.W.G. Mackay, Peace Aims…, cit., p. 113. 319 Ivi, p. 111. 317 318 86 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Per quanto riguardava invece la gestione dei territori coloniali veri e propri da parte della Legislatura Federale, le disposizioni previste da Mackay erano le seguenti, come si evince dal capitolo otto del testo costituzionale320: 92. Il Parlamento della Federazione […] ha pieni poteri di fare leggi per la pace, l'ordine e il buon governo delle colonie […] 94. Nell'amministrazione delle colonie la Federazione ambirà a garantire per i popoli delle colonie, al più presto in tempi ragionevoli, l'esercizio dell'auto-governo su basi democratiche così che le colonie diverranno Stati indipendenti all'interno o all'esterno della Federazione. 95. In virtù dello scopo previsto nella precedente sezione, la Federazione […] elaborerà nel frattempo per le colonie una Carta Liberale dei diritti democratici, la quale include: I. Istruzione gratuita. II. Libertà d'espressione, di movimento e associazione. III. Livelli minimi di occupazione e di previdenza sociale. IV. Una qualche forma di rappresentanza in ciascuna legislatura coloniale. V. Forme di suffragio e di partecipazione nell'auto-governo. A un livello operativo si prevedeva l'instaurazione di una Commissione Coloniale Permanente, composta da nove membri, in carica per sette anni, allo scopo di monitorare e di riferire al Parlamento Federale lo stato dell'amministrazione delle colonie. Erano inoltre previsti degli incontri in plenaria fra le autorità federali e la Commissione Coloniale al fine di analizzare i rapporti sulla gestione dei territori coloniali e di discutere qualsiasi altra questione ad essi connessa321. La bozza di Jennings proponeva di offrire ai dominion termini di ingresso favorevoli garantendo la possibilità di secessione dalla federazione, un diritto non accordato invece agli Stati europei. Jennings specificava inoltre che la Costituzione non avrebbe contenuto norme volte ad alterare “le relazioni inter se dei membri del Commonwealth britannico” e che Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica avrebbero disposto della facoltà di ritirarsi dalla Federazione dando un preavviso di un anno al Presidente della Federazione 322. Si trattava tuttavia di una disposizione problematica che il Comitato Costituzionale di Federal Union mise in discussione nell'incontro del marzo del 1940 affermando che “ci si era raccomandati di evitare qualsiasi disposizione che tendesse a perpetuare la condizione parassitaria dei dominion, indotta da un possesso di potere senza responsabilità… I dominion dovrebbero partecipare in Ivi, pp. 269. Ivi, p. 273. 322 I. Jennings, Rough Draft…, cit., p. 137. 320 321 87 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 base alle stesse condizioni [degli altri Stati-membri] o non partecipare affatto323”. Alla fine il Comitato parve optare per la concessione di un “diritto di secessione limitato” in base al quale i dominion avrebbero potuto abbandonare la Federazione solamente dieci anni dopo la nascita della stessa. Il Comitato era del resto concorde sul fatto che il diritto di secessione altro non era che un “esca” per indurre i dominion a federarsi324. In merito all'amministrazione coloniale, un ente simile alla Commissione Permanente proposta da Mackay era presente anche nella costituzione di Jennings sotto il nome, quasi analogo, di Commissione Coloniale. I membri della Commissione, figure esterne alla Legislatura Federale, sarebbero stati scelti congiuntamente dalla Camera degli Stati e dalla Camera popolare325. La Commissione avrebbe dovuto disporre strategie adeguate per assicurare lo sviluppo socio-economico e la tutela della sicurezza nei territori coloniali. Analogamente a quanto sostenuto da Mackay, gli organi federali avrebbero dovuto operare al fine di assicurare “il benessere e lo sviluppo delle colonie”. Le costituzioni di Jennings e Mackay non smisero mai di essere ciò che erano state fin dal principio, cioè dei modelli. Non vennero mai applicate naturalmente né durante la guerra, né dopo la fine della stessa poiché il dibattito sull'integrazione europea dell'immediato dopoguerra si sviluppò seguendo più un approccio di tipo funzionalistico (quando non intergovernativo) anziché federale. Tuttavia le draft constitution costituiscono efficaci rappresentazioni astratte, capaci di riprodurre nel dettaglio la struttura di un'ipotetica federazione di Stati europei. Senza minimizzare le differenze tra i due testi (come ad esempio la preferenza, nel caso di Jennings, per un parlamento bicamerale e, nel caso di Mackay, per un parlamento monocamerale; oppure la scelta da parte del primo di tagliar fuori i paesi del Sud e dell'Est, una porzione d'Europa invece inclusa nel progetto federale di Mackay, il quale si spinge addirittura ad ipotizzare la partecipazione della Turchia alla Federazione) si può affermare che l'ordinamento delle due draft era simile sotto alcuni punti di vista, in particolare per quanto concerneva il ruolo centrale del parlamento federale. Indubbiamente è possibile rintracciare in questa scelta l'influenza della tradizione parlamentare britannica (che, come si vedrà più avanti, viene esplicitamente indicata da Jennings come il modello di riferimento per la propria draft) anziché del sistema federale americano. “Report on the Third Conference of the Constitutional Committee”, citato in P. Ransome (a cura di), Towards the United States of Europe. Studies on the Making of a European Constitution, London, Lothian Foundation Press, 1991, p. 158. 324 Ivi, p. 159. 325 I. Jennings, Rough Draft…, cit., p. 149. 323 88 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Entrambi i federalisti erano concordi nell'includere i dominion nella Federazione, sebbene attribuissero, come si è visto, un diverso grado di importanza al mantenimento dei rapporti col Commonwealth. Entrambe le bozze, inoltre, cercano di affrontare un medesimo interrogativo, una questione che è alla base della loro stessa elaborazione: come riorganizzare l'Europa del dopoguerra? Nei primi anni della guerra, il dibattito interno al governo britannico circa i war aims (le ragioni per cui si stava combattendo la guerra e gli obiettivi che ci si proponeva di raggiungere una volta chiuso il conflitto) non fu affatto dato per scontato326. L'obiettivo principale era – banalmente – la sconfitta militare della Germania nazista, ma la lotta per conseguirlo fu accompagnata dalla consapevolezza che una disfatta dei tedeschi e una riorganizzazione post-bellica analoga a quella del 1919 non sarebbero state sufficienti a garantire un ordine continentale permanente. Il dibattito circa l'assetto futuro dell'Europa, in cui Federal Union tentò di introdursi sforzandosi, ad esempio, di persuadere il governo ad esprimersi a sostegno della soluzione federale inserendola tra gli obiettivi di guerra327, aiuta a comprendere come mai, in entrambe le draft constitution, la Germania figuri come membro a pieno titolo della Federazione. Innanzitutto, secondo i federalisti la guerra non era tanto contro il popolo tedesco quanto contro il fenomeno del nazismo, inteso come espressione di un nazionalismo esasperato; in secondo luogo essi avevano ben chiaro il concetto che la creazione di un ordine europeo nuovo non avrebbe potuto lasciare insoluto il problema tedesco. L'inserimento della Germania all'interno di una federazione di Stati in maggioranza democratici avrebbe potuto certamente facilitare il processo di democratizzazione della Germania stessa. L'inclusione dello Stato europeo con maggior estensione territoriale veniva così motivata da Jennings, nell'introduzione allegata alla draft constitution: Una federazione in cui siano incluse la Germania, la Francia e il Regno Unito includerebbe i principali partecipanti alle tre principali guerre degli ultimi sessant'anni. Inoltre, farebbe anche di più. Preverrebbe la guerra anche in altre parti d'Europa. La forza federale sarebbe di gran lunga la più potente al mondo. 328 Le preoccupazioni circa l'assetto europeo post-bellico e il desiderio di vedere instaurato un sistema istituzionale in grado di prevenire a lungo termine lo scoppio di un nuovo conflitto spiega, almeno in parte, perché i federalisti A. Bosco, Federal Union e l'Unione franco-britannica. Il dibattito federalista nel Regno Unito dal Patto di Monaco al crollo della Francia, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 175 e ss. 327 Ivi, p. 95. 328 I. Jennings, A Federation For Western Europe, cit., 1940, p. 11. 326 89 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 inglesi fossero così disposti a stabilire una forma di unione con un paese che attualmente stava bombardando la Gran Bretagna. 90 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Il testo della proposta costituzionale di Jennings, ovvero: “Rough Draft of a proposed Constitution for a Federation of Western Europe” In questa parte conclusiva si è deciso di dedicare una attenzione specifica al testo di Jennings, tentando di esplicitare il più possibile il modo in cui le condizioni dell'Europa dei primi anni Quaranta, diretta conseguenza delle vicende belliche, finirono con l'ispirare o determinare alcune caratteristiche della draft constitution. Quest'ultima, non risultando attualmente reperibile online, viene di seguito riportato integralmente. Per una completa visione di insieme sui progetti per una federazione sovranazionale, si riportano inoltre i collegamenti ad altri testi degni di interesse, la cui storia e i cui autori si intersecano parzialmente con quella del movimento federalista britannico. Tra questi, la già citata costituzione per una “federazione delle democrazie del Nord Atlantico” di Clarence Streit, e la proposta costituzionale post-bellica, datata 1948, avanzata dal movimento European Parliamentary Union, di cui lo stesso Mackay fece parte. I due testi sono consultabili, rispettivamente, agli indirizzi: http://www.constitution.org/aun/union_now.htm http://www.cvce.eu/en/obj/draft_federal_constitution_for_a_united_states_of_e urope_by_francois_de_menthon_june_1948-en-ede91831-efb7-4cc9-b801977654a7e60f.html. Invece l'opera di Mackay, Peace Aims and the New Order e la bozza costituzionale ad esso allegata, sono consultabili presso l'indirizzo: http://catalog.hathitrust.org/Record/010049581 ARTICLE I The Federation · The Federation of Western Europe (hereinafter called "The Federation") is a federal union composed of such States (hereinafter called the "Federal States") as shall have ratified this Constitution in accordance with this article. · Any of the following States hall become a federated State on giving notice to Her Majesty the Queen of Netherlands that it has ratified this Constitution: the German Reich, Belgium, Denmark, Eire, Finland, the French republic, the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland, Iceland, the Grand Duchy of Luxembourg, the Kingdom of Netherlands, Norway, Sweden and the Swiss Confederation. · Subsequent provisions of this Constitution shall take effect from the date when four of the State mentioned in section 2. of this Article have given notice of ratification, and for the purposes of this Constitution "the establishment of the Federation" is that date: provided that, where a State ratifies this 91 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Constitution after that date, this Constitution shall apply to that State as from the date of such ratification. · A federated States named in section 2. of this Article may not be expelled from the Federation nor shall it withdraw from the Federation, except by an amendment of this Constitution. · Any of the following shall become a federated State on giving notice to Her Majesty the Queen of Netherlands: the Dominion of Canada, the Commonwealth of Australia, the Union of South Africa, the Dominion of New Zealand, Newfoundland and Southern Rhodesia, provided that: · Newfoundland shall not become a federated State until it has become self-governing · Nothing in this Constitution shall forbid the Union of Southern Rhodesia with Northern Rhodesia, or any parts thereof, and the united territory shall succeed to the rights and duties of Southern Rhodesia as a federated State under this Constitution. · Except where a contrary intention appears, nothing in this Constitution shall effect the relations inter se of the members of the British Commonwealth of nations. · Any federated State named in this section of this Article may withdraw from the Federation one year after giving notice to the President of its intention so to do. · Other States may be admitted to the Federation, on such conditions as may be prescribed, by a law assented to by at least two-thirds of the whole number of members in each House of the Federal Legislature (and approved by the Legislatures in at least two-thirds of the federated State?); such States shall then become federated States. · The Federal Legislature may, by a law assented to by at least two-thirds of the whole number of members in each House, extended to any State, not being a federated State, at the request of such State, any of the provisions of this Constitution; and for the purposes of such provision only such State shall be deemed to be a federated State. · Except where the contrary intention appears, "State" in this Constitution includes the Dependencies of the State, and "Dependency" includes a colony, a protected State, a protectorate, a territory in respect of which mandate on behalf of the League of Nations has been accepted by the State or the head thereof, and any other country or territory under the protection or suzerainty of a State or the head thereof. ARTICLE II The Constitution as a Supreme Law 92 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 This Constitution shall be the supreme law of the Federation and of the federated States and shall override such laws, whether constitutional or otherwise, of a federated State as are inconsistent with it: provided that a State law shall not be deemed to be invalid merely because its contrary to the provisions of this Constitution if the President had in respect of that law a power of disallowance. ARTICLE III Federal Guarantee to States The Federation guarantees the territorial integrity of each federated State, undertakes to protect the democratic system of every such State and, subject to this Constitution, undertakes to assist each federated State in the maintenance of public order within the State: provided that · Nothing in this Constitution shall prevent boundary changes by agreement between federated States concerned. · The Federal Legislature may, at the request of a federated State, authorize the division of that State into two or more State, and may amend this Constitution accordingly. · Nothing in this Constitution shall prevent the grant by the Federation or by a federated State to a Dependency controlled by the Federation or the State, as the case may be, of self-government; and such Dependency may be admitted into Federation as a federated State in accordance with section 5. of article I of this Constitution. ARTICLE IV Citizenship · In this Constitution a reference to citizens of a State shall be taken to include a reference to subject of that State or its monarch. · All citizens of the federated States shall also be citizens of the Federation, and are hereinafter referred to as "federal citizens" provided that, British subjects who are citizens or nationals of a British Dominion which is not a federated State or who, being domiciled in a British Dominion which is not a federated State, do not indicate to the government of that Dominion within one year from the establishment of the Federation that they wish to become federal citizens, shall not be federal citizens. · Persons belonging to a Dependency of a federated State who are not federal citizens shall be federal protected persons. · The Federal Legislature shall have exclusive power to make laws for the issue of passports to federal citizens and federal protected persons and for the protection of such persons outside the Federation. 93 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 · Federal citizens within a federated State, not being citizens of that State, shall have the same rights and duties as citizens of that State, provided that the laws of the State may: a) exclude such federal citizens from all or any of the rights and duties directly associated with the operation of the political institutions of that State; and b) Prescribe a reasonable period of residence before any right or any duty of any such federal citizen shall accrue. ARTICLE V The President · On the establishment of the Federation, Her Majesty the Queen of Netherlands shall appoint a person to be acting President of the Federation. · As soon as may be after the first meeting of the Federal Legislature and thereafter as soon as may be after the office of President falls vacant, the two Houses of the Federal Legislature, meeting in joint session, shall elect a person as President of the Federation. · The President shall hold office for three years but may be re-elected, and may resign by message addressed to both Houses of the Federal Legislature. · Whenever the office of President is vacant or the President is unable to act by reason of illness, absence or otherwise the Chief Justice of the Federal Supreme Court shall be Acting President; and in this Constitution a reference to "President" means the President of the Federation or the Acting President of the Federation. · Except where the contrary is expressly stated, the power of the President under this Constitution shall be exercised by the President at the request of the Council of Ministers. · The Legislature of a federated State may enact laws for determining the precedence and the immunities of the President in that State, but legal proceedings in respect of any act of the President in his official capacity may not be brought except in a Federal Court. ARTICLE VI The Council of Ministers · When the office of Prime Minister is vacant, the President may, in his discretion, appoint such person to be Prime Minister as he thinks fit. · The Prime Minister may resign by writing addressed to the President, and he may be dismissed by the President (who shall act in his discretion) if a resolution requesting the President so to do has been passed by the People's House. · Other ministers shall be appointed by the President at the request of the Prime Minister, and such of these ministers as the Prime Minister indicates shall 94 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 be members of the Council of Ministers, of which the Prime Minister shall be chairman. · The Prime Minister and the other ministers shall be, or within six months after appointment shall become, members of the one or the other House of the Federal Legislature. ARTICLE VII The Federal Legislature · The legislative power of the Federation shall be vested in two House, the People's House and the State's House. · A Bill assented to by a majority in each House shall become law on being signed by the President - provided that a money Bill assented to by the People's House and rejected by the States' House, or assented by the State's House with amendments which are rejected by the People's House, or not assented by the State' House within three months of its receipt by the State's House, on again being assented to by the People's House without further amendment (excepting only such amendments as have been accepted by the States' House) and being signed by the President shall become law without being assented to by the States' House. · For the purposes of this Article a money bill is a bill which is certified by the Chief Justice of the Federal Supreme Court for the time being to be a bill which contains only provisions dealing with all or any of the following subjects, namely: · The imposition, repeal, remission, alteration or regulation of taxation. · The raising or guarantee of any federal loan or the repayment thereof. · The expenditure of money on services already authorized by the laws of the Federation. ARTICLE VIII Meeting and Dissolution of the Federal Legislature · The first meeting of the Federal Legislature shall be held as soon as may be after the establishment of the Federation, on a date to be fixed by proclamation issued by the Acting President. · The Federal Legislature may be dissolved by proclamation issued by the President, and such proclamation shall order new elections and shall fix a date for the first meeting of the new Legislature. The President shall not issue a proclamation under this section except at the request of the Council of Minister; 95 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 but he may, in his discretion and subject to section 3. of this Article, refuse to issue such a proclamation. · Such a proclamation must be issued before the expiry of five years from the date of the first meeting of the Legislature being dissolved: provided that the Federal Legislature may prolong this period for one year and no longer. · Where a State accedes to the Federation after establishment of the Federation, the President shall as soon as may be by proclamation order elections in that State for members of both Houses and (in the absence of a federal law to the contrary) the State Legislature shall enact the laws as necessary for this purpose. · Casual vacancies in either House shall be notified to that House by the President and shall be filled in the manner provided by this Constitution for the election of members to that House. ARTICLE IX The People's House · The People's House shall be composed of members elected by the people of the Federation. · The number of members elected from each Federated State shall be in proportion to the number of federal electors in that State; and, until the Federal Legislature otherwise provides, each State shall have one members for every 500,000 federal electors: provided that a federated State shall have at least as many members in the People's House as it has in the State's House. · The Federal Legislature shall have exclusive power to determine the qualification of federal electors and of members of the People's House, the electoral areas for the election of members to that House, and the methods of election. Subject to section 2. of this Article, it shall also have power to determine the number of members of the People's House. · Until the Federal Legislature otherwise provides, the federal electors in any federated State shall be the persons entitled to elect members to the most numerous House of the State Legislature, provided that: · For the purpose of section 2. of this Article, the number of federal electors in any federated State shall be the number of persons entitled to elect members to the most numerous House of the State Legislature at the establishment of the Federation, and the number shall not thereafter be altered for the purposes of that section until the Federal Legislature so provides; and · A federal elector shall not have more than one vote in each electoral area unless the Federal Legislature otherwise provides. · Until the Federal Legislature otherwise provides: 96 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 · Each Federal State shall form a single area for the election of members, and the elections shall be conducted on the principle of proportional representation with a singles transferable vote; but the State Legislature may, with the consent of the Council of Ministers, divide the State into two or more areas for the purpose of the election of members. · Any federal elector may be elected a member · The conduct of federal elections in any federated State shall be under the control and at the expense of the State and the State Legislature shall enact laws accordingly; but such laws may be disallowed by the President. · In this Article "State" does not include the Dependencies of that State but, in the case of a federated State in Europe, does include all the territories of that State in Europe (including Greenland). ARTICLE X The States' House · The States' House shall consist of members from each federated State elected in accordance with the provisions of State laws enacted for that purpose. · The number of members from each federated State shall be as follows: The German Reich nine members; The French Republic and the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland seven members each; The Commonwealth of Australia, Belgium, the Dominion of Canada, Denmark, Eire, Finland, the Kingdom of the Netherlands, New Zealand, Norway, the Union of South Africa, Sweden and the Swiss confederation five members each; Iceland, the Grand Duchy of Luxembourg, Newfoundland and Southern Rhodesia three members each. The Federal Legislature may, by law assented to by at least two-thirds of the whole number of member in each House, provide for the representation in the States' House of any State to which section 7 of Article I of this constitution applies, or of any State which is, or is qualified to be elected, a member of the League of Nations: provided that the representatives from any such State shall have a right to speak but not to vote. Where under this Constitution a certain proportion of the whole number of member of the States' House is required for any purpose, members of the States' House under this section shall be excluded for the purpose of calculating such proportion. 97 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 ARTICLE XI General Legislative power · The Federal Legislature shall have power to make such laws as may be necessary and proper for carrying into execution the powers of the Federation or of the Federal Legislature or other federal institution or officer under this Constitution. · The Federal Legislature shall have power to authorize the application of federal fund for the general welfare of the Federation. · The powers not exclusively vested in the Federal Legislature by this Constitution nor withdrawn by it from the federated States may continue to be exercised by the federated States; but when a law of a State is inconsistent with a law of the Federation the latter shall prevail and the former shall, to the extent of the inconsistency, be invalid. · In this Constitution, "rights" include powers, privileges and immunities, and "duties" include liabilities. ARTICLE XII Disallowance of State Legislation · Where under this Constitution the President has a power to disallow State legislation he shall have power also to disallow administrative acts of the same character; and such power may be exercised within a period of three months from the enactment of the legislation or the coming into operation of the administrative act. Any such disallowance shall be notified by the President by proclamation, and the legislation or administrative act shall, from the date of the proclamation, cease to be law. · Without prejudice to other power set out in this Constitution, the President shall have power to disallow any law of a federated State which, in the opinion of the Council of Ministers: a) tends to interfere with the freedom of elections to the People's House; or b) tend to prevent the formation or constitutional operation of political parties having federal objects; or c) is likely to require the performance by the Federation of its obligations under Article III of this Constitution. ARTICLE XIII External Relations · The conduct of relation between the Federation and States not members of the Federation shall be vested in the President and, subject to this Article, no federated State shall have relations with States not members of the Federation. · The Federal Legislature shall have power to prescribe the subjects on which any federated State may make treaties or otherwise contract obligations 98 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 or enter into relations with States not members of the Federation; and, until the Federal Legislature so provides, such treaties, obligations or relations may extend to any matter not within the exclusive competence of the Federal Legislature nor withdrawn by this Constitution from the competence of a State. A treaty or other arrangement under this section (other than a treaty or arrangement between a federated State which is a member of the British Commonwealth of nations that is not a federated State) shall not be valid or binding on a federated State unless it has been signed or ratified on behalf of the President as well as signed or ratified on behalf of the federated State. · So long as a treaty or other arrangement under section 2. of this Article is in operation, the Federal Legislature shall have power to enact such laws as may be necessary to give effect to such treaty or arrangement. · The obligations of federated State arising under a treaty or other arrangement mad with a State not a member of the Federation before the establishment of the Federation shall, in so far as it deals with matters within the exclusive competence of the Federal Legislature, become at the establishment of the Federation the obligations of the Federation; and, in so far as it deals with matters not within the exclusive competence of the Federal Legislature, but not withdrawn from the competence of the federated State, section 3. of this Article shall apply. Obligations of a federated State dealing with matters not within the competence either of the Federal Legislature or of the federated State shall be deemed to be extinguished. · The obligations of the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland in respect of the defence of other members of the British Commonwealth shall be deemed to arise under an "arrangement" for the purposes of this Article. ARTICLE XIV Relations between Federated States · A federated State may make treaties or otherwise contract obligations with any other federated State in relation to matter which are not within the exclusive competence of the federated State nor withdrawn by this Constitution from the competence of the federated State, but such treaties or arrangements shall be of no effect unless they are signed or ratified on behalf of the President as well as signed or ratified on behalf of the federated States. · Where the treaty or arrangement under section 1. of this Article so provides, the Federal Legislature shall have power to make laws to give effect to the treaty or other arrangements or any part of it. · Treaties and other arrangements between federated States in operation at the establishment of the Federation shall continue in force until they are 99 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 abrogated in accordance with their terms, or until they are declared by the Federal Legislature to be inconsistent with this Constitution. ARTICLE XV Defence · The command of the armed forces of the Federation shall be vested in the President. · From such a date as may be fixed by the Federal Legislature, the armed forces of the federated State, or such of them as may be indicated by the Federal Legislature, shall be transferred to the President and shall become part of the armed forces of the Federation. Within twelve months of that date, armed forces of any federated State not so transferred shall be disbanded and, subject to this Constitution no federated State or authority or person shall establish or maintain armed forces within the Federation: provided that a federated State may authorise the establishment or maintenance of such police forces as may be necessary for the maintenance of order within its own boundaries. · From the establishment of the Federation, no arms, munitions, military equipment or other implements of war shall be manufactured in or imported into the Federation except under the licence of the President. · The President shall, at the request of the appropriate authority in a federated State, authorise the armed forces of the Federation to assist the State authority in the enforcement of the laws of the federated State and the maintenance of order in the federated State. · In section 2. of this article "armed forces" includes the arms, equipment, munitions and other implements of war, and the land and buildings used exclusively for defence purposes. · Laws of any State which, in the opinion of the Council of Ministers, are inconsistent with this Article may be disallowed by the President. ARTICLE XVI Dependencies · There shall be established a colonial commission to exercise the functions conferred upon it by this Constitution and by laws made by the Federal Legislature. · The colonial commission shall consist of such number of person having, subject to this Article, such qualifications as may be provided by the Federal Legislature. Members shall be appointed by the President on the nomination of the two Houses of the Federal Legislature, acting by joint resolution, and shall not be members of either House of the Federal Legislature, nor hold any other office of profit in the Federation or in any federated State. Each member shall 100 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 hold office for six years, but may be reappointed, and may be removed by the President if a resolution to that effect is passed by both Houses of the Federal Legislature. He shall have such salary as may be prescribed by federal law, but it may not be reduced during his term of office. · By agreement with any federated State, the Federal Legislature may provide for the transfer to the Federation of any rights which the federated State exercise in any Dependency. Inhabitants of the Dependency shall not thereby lose their citizenship, but the Federal Legislature may provide for the conferment of federal citizenship upon other inhabitants and, in so far as they are not federal citizens, the inhabitants shall be federal protected persons. · Where rights are transferred to the Federation under section 3. of this Article the Federal Legislature shall have exclusive power to make laws for the exercise of such rights. · In so far as the rights of a federated State are not transferred to the Federation under section 3. of this Article, they shall be exercised subject to the following restriction: · They shall be exercised for the well-being and development of the people of Dependency. · The laws in force in the Dependency shall not discriminate between federated States or the citizens of federated State, but shall apply to the citizens of any other federated State as they apply to the citizens of the federated Stat exercising such rights: provided that this restriction shall not prevent the federated State from prescribing an official language or official languages · Appointments to the governmental services of the Dependency shall be open to the citizens of other federated State as they are open to the citizens of the federated State exercising such rights: provided that the federated State may impose a language qualification. · The federated State exercising such rights shall make an annual report to the colonial commission on the condition of the Dependency. · If the colonial commission reports that, in its opinion, any law is contrary to the provisions of section 5. of this Article, the President may disallow such laws. The colonial commission shall have a similar power in respect of laws in force at the establishment of the Federation, but such power shall be exercised, if at all, within twelve months of the establishment of the Federation. · Without prejudice to the generality of section 2. of Article XI, the Federal Legislature shall have power, if the colonial commission so recommends, to make grants, on such conditions as may be prescribed by the Legislature, to 101 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 assist a federated State in the development of the well-being of the inhabitants of any Dependency. · If the colonial commission so recommends, the Federal Legislature may authorize a federated State to establish and maintain in a Dependency, under such conditions as the law may provide, such armed forces as are, in the opinion of the colonial commission, necessary for the maintenance of order in the Dependency and for the protection of any frontiers of the Dependency that do not about on the territory of, or on the territory occupied by, the Federation or a federated State. · If the colonial commission so recommends, the President shall withdraw from a federated State, for a period recommended by the colonial commission, such assistance in the maintenance of order in a Dependency as may have been granted under section XV of this Constitution. · The colonial commission shall make an annual report, and such other reports as may be deemed necessary, to the President, and such reports shall be laid before both Houses of the Federal Legislature. ARTICLE XVII Most-favoured Nation · On the establishment of the Federation, each federated State shall be deemed to have granted to every other federated State and its citizens, in any matte relating to trade, commerce, shipping, navigation, air traffic, and industry, every privilege, favour or immunity whatever which such State may have granted before the establishment of the Federation to any other State, whether federated or not, or to the citizens of any such State; and the laws of the State shall be deemed to have been amended accordingly. · This Article shall apply to privileges granted to a British Dominion or to any Dependency of a State, as it applies to a State. · This Article shall not impose on Belgium the obligation of extending to other federated States the privileges granted to Luxembourg, nor impose on Luxembourg the obligation of extending to other federated States the privileges granted to Belgium; and for the purposes of this Article Belgium and Luxembourg shall be considered to be one federated State. ARTICLE XVIII Inter-State Trade and Migration · At the expiration of a period of ten years from the establishment of the Federation all laws of any federated State restricting commerce between federated States shall, subject to this Constitution, cease to have effect, and 102 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 thereafter commerce between federated States shall, subject to this Constitution, be free. · In this Constitution, "commerce" includes all movements of commodities across the boundaries and through the ports of a federated State. · The provisions of this Article shall not forbid the making of laws by a federated State designed only: · To prevent the spread of disease, whether in human being, animals, birds, fish or plants. · To prevent the carriage of narcotics, poisons, dangerous articles, or obscene or blasphemous literature. · To prevent the entry into any federated State of persons who have been convicted, or have been charged and not acquitted, of crime in any State, whether federated or not. · To regulate the frontier posts or ports trough which commerce or the movement of persons may be permitted. · To enable the federated State to control the production, supply or distribution of any commodity within the State: provided that such a law shall not exclude or substantially interfere with commerce with any other federated State. · Any such law as is mentioned in section 3. of this Article may be disallowed by the President; but the federated State may refer the law so disallowed to the Federal Supreme Court and, if the Court decides that the law so referred was designed only to effect one or more of the purposes mentioned in section 3. of this Article the disallowance shall operate as a suspension only, and the law shall take effect on a date fixed by the federated State, not being a date earlier than the date of the decision of the Court. · The Federal Legislature shall have exclusive power to regulate the migration of persons to and from the territories in Europe of a federated States. A federated State within section 2. of this Article shall have power to make laws relating to migration in respect of its Dependencies, but such laws may be disallowed by the President on the advice of the colonial commission; and laws relating to migration in respect of such Dependencies in force at the establishment of the Federation may be repealed by the Federal Legislature. · The laws of a federated State within section 5. of this Article of this Constitution shall not, in so far as they relate to migration, discriminate between federal citizens from different federated States in Europe. ARTICLE XIX External Trade 103 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 · After the expiration of a period of ten years from the establishment of the Federation, the Federal Legislature shall have exclusive power to make laws relating to: · Trade and commerce between the Federation and countries or territories outside the Federation. · Navigation and shipping, except on the inland waterways of a federated State. · Traffic by air. · In the exercise of powers under this Article the Federation shall not by law or administrative act give preference to one federated State or any part thereof over another federated State or any part thereof. ARTICLE XX Other Economic Powers · The Federal Legislature shall have power to make laws relating to: · Currency, coinage and legal tender. · Banking, inter-State payments and the transfer of securities. · Weights and measures. · In the exercise of any power under this Article the Federal Legislature shall be entitled to declare that its power is exclusive. ARTICLE XII Trade (transitional) · Until a period of ten years from the establishment of the Federation has elapsed, a federated State shall have full power to make laws relating to trade and commerce, shipping and navigation, and traffic by air. · Laws made under section 1. of this Article shall not give preference to one federated State or a part thereof over another federated State or a part thereof. · Any law made under this Article may be disallowed by the President if, in the opinion of the Council of Minister, it: a) gives preferences contrary to section 2. of this Article; or b) substantially increases the difficulties of trade and commerce within the Federation. ARTICLE XXII The Federal Judiciary · There shall be a Federal Supreme Court which shall have original and exclusive jurisdiction in: a) all disputes between any two or more federated States; b) all disputes between a federated State or federated States and the 104 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Federation; c) Prize; d) Piracy on the high seas; and e) Such other matters within the competence of the Federal Legislature as the Legislature may prescribe. · The Federal Supreme Court shall have appellate jurisdiction in all cases concerning the interpretation of this Constitution and of all legislation made by the Federal Legislature. · The Federal Legislature shall have exclusive power to create such inferior tribunals with such jurisdiction as it thinks fit for the administration of the laws of the Federation. · The Federal Legislature shall have exclusive power to make laws for the exercise of jurisdiction under this Article by Federal Courts and tribunals. · The judges of the Federal Supreme Court shall be appointed by the President on the nomination of a Judiciary Commission. The members of the Judiciary Commission shall be appointed by the States' House and shall be persons who held or have held the office of dean of a Law Faculty, or similar office, in any University in any federated State. A member of the Judiciary Commission shall hold office for three years but may be reappointed, and may resign by notice in writing to the President, who shall communicate such notice to the States' Hose. · A judge of the Federal Supreme Court shall hold office for life, provided that: · The Federal Legislature shall have power to make laws fixing an age for retirement of judges. · A judge may resign on giving notice in writing to the President, who shall communicate it to the Judiciary Commission. · A judge may be removed by the President on receiving a resolution to that effect from both Houses of the Federal Legislature. · The salary of the judge shall be fixed by the Federal Legislature, but shall not be diminished during his tenure of office. · The judges of the Federal Supreme Court shall appoint one of their number to be Chief Justice of the Federal Supreme Court, and he shall hold office until he ceases to be a judge of the Federal Supreme Court, or resigns the office. ARTICLE XXIII Amendments to this Constitution Amendments to this Constitution may be prepared in either House, and any such amendment shall take effect if it is supported by at least two-thirds of the member voting in each House (and by a majority in the Legislature of twothirds of the Federated States): provided that the proportional representation of a federated State in the States' House shall not be diminished without the 105 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 consent of the Legislature of that State, nor shall this Article be so amended as to enable the proportional representation of a federated State in the States' House to be diminished without the consent of the Legislature of that State. SUPPLEMENTARY ARTICLES (These Articles, if adopted, would replace Articles XVIII to XXI) ARTICLE XVIII A Concurrent Economic Powers. · The Federal Legislature shall have power to make laws relating to: · Trade and commerce between the federated States and between the Federation and foreign countries or territories. · Postal, telegraphic, wireless and other form of communication. · Currency, coinage and legal tender. · Banking, inter-State payments and the transfer of securities. · Negotiable instruments. · The incorporation and operation companies. · Bankruptcy and insolvency. · Patents, trade-marks and trade-designs. · Copyright. · Weights and measure · In this Article "commerce" includes the production, transport and distribution of commodities and the provision of services ancillary to commerce, but does not include matters relating only to public safety, public health or conditions of labour: provided that nothing in this definition shall prevent the exercise by the Federal Legislature of power under section 2. of this Article XI. · Any law of a State relating to matters within the powers of the Federal Legislature under this Article may be disallowed by the President. ARTICLE XIX A Exclusive Economic Powers. · The Federal Legislature shall have exclusive power to make laws relating to: · Navigation and shipping, except on the inland waterways of a federated State. · Traffic by air. · The migration of persons to and from the territories in Europe of federated States. 106 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 · The express mention of subjects in this Article shall not be taken to restrict the definition of "commerce" in section 2. of this Article XVIII A which shall, nevertheless, not include matters within this Article. · A federated State within section 2. of this Article of this Constitution shall have power to make laws relating to migration to and from its Dependencies, but such laws may be disallowed by the President to advice of the colonial commission, and laws relating to migration to and from such Dependencies in operation at the establishment of the Federation may be repealed by the Federal Legislature. · The laws of a federated State within section 5. of this Article I of this Constitution shall not, in so far as they relate to migration, discriminate between Federal citizens from different federated States in Europe. 107 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Annotazioni conclusive sulla draft constitution di Jennings Osservazioni di carattere costituzionale: un originale modello federale europeo Nell'introduzione che Jennings allegò alla draft constitution al momento della pubblicazione, l'autore dimostrò di aver tentato di elaborare un sistema federale originale, diverso dai preesistenti modelli federali della Svizzera e dell'America, il quale potesse essere applicato con successo a un contesto particolare, composto da Stati nazionali fino ad ora divisi, come quello dell'Europa occidentale. Il giurista inglese distingue il federalismo in due modelli: il federalismo presidenziale americano e quello “direttoriale” (directorial) degli svizzeri. In merito al sistema svizzero (la cui costituzione federale risale al 1874) la descrizione di Jennings afferma quanto segue: Il sistema svizzero implica la responsabilità [del governo] nei confronti del potere legislativo, nel senso che il Consiglio federale, o Governo, è eletto dal Consiglio Nazionale, o Camera bassa, e dipende da essa per la finanza e i poteri legislativi. I suoi sette membri non sono, tuttavia, membri di una Camera della legislatura e il loro incarico ha una durata stabilita – quattro anni, esattamente come i membri del Consiglio nazionale. 329 La debolezza di un simile sistema, secondo Jennings deriva dal fatto che esso può condurre a “un costante stallo tra i due Consigli”330. A suo avviso, una simile possibilità è però scongiurata dall'abilità degli svizzeri al compromesso e da una stabilità che sarebbe difficile da replicare in un contesto diverso: In pratica in Svizzera non vi è alcuna difficoltà. Il Consiglio Federale obbedisce alla volontà nazionale quale è rappresentata dal Consiglio Nazionale. Se una proposta è sconfitta, ne viene presentata un'altra […] Se una nazione meno abituata al compromesso politico come la Svizzera e la Gran Bretagna cercasse di adottare tale sistema, probabilmente si creerebbe una impasse permanente […] A dispetto delle loro differenze di lingua e religione, gli Svizzeri hanno raggiunto una rimarchevole unità nazionale. Come i britannici, hanno imparato la capacità di giungere a un compromesso. 331 I. Jennings, A Federation…, cit. p. 62. La disamina sul federalismo svizzero e il rischio di “deadlocks” costanti tra Consiglio Federale (esecutivo) e Consiglio Nazionale (legislativo), appare in verità un po' contratta, innanzitutto perché la Costituzione svizzera è ben attenta nel delimitare le rispettive competenze dei due poteri. L'Assemblea Federale (organo bicamerale costituito dal Consiglio Nazionale e dal Consiglio degli Stati, entrambi dotati delle stesse competenze) “esercita il potere supremo nella Confederazione, fatti salvi i diritti del Popolo e dei Cantoni”, laddove il Consiglio Federale “dirige l'amministrazione federale” e “sottopone all'Assemblea Federale disegni di atti legislativi”. Esso provvede inoltre “all'esecuzione della legislazione, dei decreti dell'Assemblea Federale e delle sentenze delle autorità giudiziarie federali”. 331 Ivi, p. 63. 329 330 108 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 L'adozione di un modello federale direttoriale, sulla falsariga di quello svizzero, avrebbe dato origine, all'interno della Federazione europea, a un sistema di governo molto debole. Debolezza che in un contesto meno pacifico e coeso di quello elvetico avrebbe comportato, secondo Jennings, il rischio di svolte autoritarie nella Legislatura Federale. Il sistema federale americano è invece costruito su un complesso meccanismo di checks and balances che cerca di controbilanciare da un lato il potere esecutivo del Presidente e dall'altro il potere legislativo del Congresso. Il federalismo presidenziale veniva giudicato altrettanto impraticabile in un contesto federale europeo e non è un caso se, nella draft constitution, il ruolo dell'esecutivo sia in subordine rispetto alla Legislatura Federale. Escludendo dunque gli esempi svizzero e americano, su quale sistema di governo si sarebbe dovuta modellare la Federazione europea? L'unica forma adottabile, secondo il giurista inglese, è il sistema parlamentare britannico, in quanto diffuso, benché con caratteristiche peculiari, anche nel resto dei Paesi democratici. Il governo parlamentare era identificato come portatore di un meccanismi istituzionali noti e comprensibili alla gran parte dei popoli europei. Così concludeva Jennings: Il nostro compito è solo quello di stabilire un insieme di principi che evitino frizioni […] Ritengo dunque che il governo responsabile debba essere il principio della Federazione. 332 Osservazioni sul nucleo territoriale della Federazione: l'inclusione dei territori coloniali e l'assenza dell'Europa del Sud e dell'Est Per quanto attiene alla composizione territoriale della Federazione, si nota come Jennings faccia riferimento ad un gruppo di Paesi (con l'eccezione dei dominion) prevalentemente situati nel centro-nord dell'Europa. Non sono invece menzionati tutti i Paesi dell'area del Mediterraneo e dell'area orientale: Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia ecc. Da notare, inoltre, l'assenza dell'Austria, che con l'Anschluss risultava parte integrante della Germania. Cionondimeno, la composizione geografica della Federazione tendeva ad arricchirsi, considerato che nel paragrafo 8 dell'Articolo I si afferma che “[per] Stato si intende in questa Costituzione le Dipendenze di uno Stato e il termine Dipendenze include una colonia, uno Stato protetto, un protettorato, un territorio rispetto al quale uno Stato [federato] abbia un mandato di responsabilità a nome della Società delle Nazioni”. La Federazione dell'Europa occidentale, avrebbe quindi avuto il diritto di governare su tutti i possedimenti coloniali annessi ad uno Stato federato, assumendo di fatto una vocazione più globale che europea. 332 Ivi, p. 69. 109 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Per comprendere la particolare composizione geografica scelta da Jennings bisogna tenere a mente due considerazioni. La prima è che il testo costituzionale non aveva intenzione di porsi come modello concluso e definito, bensì solo come uno schema intorno al quale costruire e ampliare il dibattito sui caratteri costituzionali di un'eventuale Federazione europea. Di conseguenza, non vi era nulla di definitivo in esso. A riprova di ciò, il paragrafo 6 dell'Articolo I afferma che “altri Stati possono essere ammessi alla Federazione, in base alle condizioni che si riterrà di applicare, attraverso un atto approvato almeno dai 2/3 dei membri complessivi di ciascuna Camera della Legislatura Federale”. Perciò l'esclusione dell'area mediterranea non dev'essere intesa come risolutiva. La seconda considerazione è che il testo si preoccupava di tratteggiare un assetto federale post-bellico, pur basandosi, come è naturale, sulle condizioni del tempo presente. Risultava perciò estremamente incerto il ruolo dell'Europa orientale, che nel 1940 era oggetto delle mire incrociate della Germania e dell'Unione Sovietica. Tra il 1938 e il 1939 i territori della Cecoslovacchia erano stati progressivamente incamerati dalla Germania (nel 1938 erano stati annessi i Sudeti, nel 1939 era toccato al resto della Boemia e della Moravia, territori che furono trasformati in un protettorato tedesco e dunque, stando al paragrafo 8 dell'Articolo I della draft constitution, indirettamente considerati parte della Federazione). Nel 1939 era stato il turno della Polonia, spartita tra Germania e Unione Sovietica. Il futuro dell'Europa orientale risultava insomma piuttosto nebuloso, motivo per cui il costituzionalista di Oxford decise di soprassedere sulla loro eventuale partecipazione alla Federazione: Conviene per il momento ipotizzare l'esclusione della Cecoslovacchia e della Polonia. Non sappiamo, al momento, né se i Cechi, gli Slovacchi e i Ruteni decideranno di formare un unico Stato, né il tipo di governo che dovrebbe essere istituito. 333 Osservazioni sul rapporto tra il Commonwealth britannico, la Federazione dell'Europa occidentale e il ruolo della Gran Bretagna nel mondo Il rapporto privilegiato tra la Gran Bretagna e i white dominion del Commonwealth, come visto, costituiva un problema destinato ad influenzare il funzionamento dell'unione federale prevista dal progetto. D'altra parte, sia ipotizzare la partecipazione della Gran Bretagna a un'organizzazione sovranazionale lasciando insoluto il problema del destino del Commonwealth, sia accettare la dissoluzione del Commonwealth pur di entrare a far parte della Federazione europea, secondo Jennings erano due soluzioni inaccettabili. Sul 333 Ivi, p. 23. 110 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 mantenimento dei rapporti tra Gran Bretagna e Commonwealth il giurista di Oxford si mostrava molto più intransigente di Mackay, che era disposto, come visto, a riconoscere la priorità della formazione di un governo sovranazionale europeo rispetto al mantenimento dell'Impero. Al contrario Jennings dichiarava che: Dovrebbe essere sottolineato in via preliminare che non c'è nessuna disposizione all'interno di questa proposta di federazione […] volta a violare il ruolo del Re o ad interferire nei suoi rapporti con i suoi domini. I soggetti britannici resteranno soggetti britannici; le relazioni tra il Re e i suoi numerosi Governi resteranno inviolate. 334 Il mantenimento dell'Impero non era affatto messo in discussione, tanto più che le colonie rimanevano di fatto soggette all'amministrazione britannica. Si trattava di calare i consuetudinari rapporti imperiali in una nuova cornice “comunitaria” europea, creando insomma un meccanismo che permettesse di integrare la nuova legislazione federale con il preesistente corpus giuridico che regolava i rapporti tra Gran Bretagna, il Commonwealth e gli altri possedimenti coloniali. Un esempio di tale compromesso era rappresentato, ad esempio, dal principio secondo cui: I soggetti britannici appartenenti alle parti del Commonwealth incluse nella Federazione resteranno soggetti britannici, ma diventeranno anche cittadini della federazione. 335 Jennings seguitava nel sostenere che l'ingresso dei dominion non avrebbe rischiato di creare un gruppo di interesse all'interno della Legislatura Federale, semplicemente perché essi non avrebbero disposto del peso elettorale per poterlo fare. Osservava infatti che: Canada, Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda sono, rispetto alla popolazione, delle nazioni piccole. Possiedono insieme 21 milioni di cittadini bianchi, più o meno lo stesso numero dell'Olanda, della Danimarca, della Svezia e della Norvegia insieme. 336 La peroratio in favore dell'inclusione dei dominion all'interno della Federazione si concludeva con l'affermazione che l'ingresso avrebbe comportato enormi vantaggi al Canada, al Sud Africa, all'Australia e alla Nuova Zelanda. Da un punto di vista militare, avrebbero goduto di una piena difesa contro eventuali attacchi esterni; da un punto di vista economico, avrebbero tratto immensi vantaggi dall'essere parte di un'area di libero mercato, tutelati dalla competizione dei mercati europei per via della “loro distanza [geografica]”, ma allo stesso tempo avvantaggiati nei confronti dei Paesi extra-federali, poiché le Ivi, p. 34. Ivi, p. 35. 336 Ivi, p. 36. 334 335 111 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 merci dei dominion avrebbero avuto la possibilità di “oltrepassare il muro tariffario dell'Europa occidentale”. Al di là delle considerazioni di ordine strategico ed economico, l'insistenza sull'inclusione dei dominion tradisce la difficoltà con cui la Gran Bretagna cercava di conciliare il tradizionale ruolo di potenza imperiale con la nuova identità di partner europeo che l'eventuale ingresso in una federazione sovranazionale avrebbe comportato. Non va, infine, trascurato il peso che un simile blocco politico ed economico, esteso dal cuore dell'Europa fino alla regione dell'Australasia, avrebbe esercitato a livello della politica globale. La partecipazione dei dominion del Commonwealth alla federazione, in teoria europea, ma che diventava globale de facto, permette dunque di leggere sotto una luce diversa l'impegno europeista dei britannici, o almeno di alcuni, nei primi anni del secondo conflitto mondiale. Una federazione così concepita avrebbe potuto essere sfruttata dalla Gran Bretagna per tornare ad esercitare quel ruolo di potenza arbitrale dell'Europa occidentale detenuto fino all'esaurirsi degli equilibri posti dalla Pax Britannica, disponendo, allo stesso tempo, della forza necessaria per rivaleggiare con gli Stati Uniti d'America. Il voler preservare l'immagine del proprio Stato come una potenza ancora mondiale, capace di mantenere la propria autorevolezza in un mondo destinato a diventare bipolare, può aver influito in una certa misura sull'entusiasmo dei britannici verso la soluzione federale. Per concludere, si può notare come già lo stesso John Seeley avesse considerato la federazione europea come una necessità per far fronte allo sconvolgimento degli equilibri internazionali. Con preveggenza mirabile, egli temeva il ruolo che avrebbero potuto svolgere in un prossimo futuro gli Stati Uniti e la Russia, Stati territorialmente immensi ma ciononostante organizzati in unità coerenti grazie alla “invenzione del sistema rappresentativo”337. Non bisogna dunque sottovalutare il fatto che il sostegno dei britannici alla federazione europea non celasse considerazioni di interesse politico: al di là della sincera presa di posizione contro il nazionalismo e il militarismo esasperati, condivisa dai federalisti inglesi, un'innovazione istituzionale quale la federazione europea poteva rivelarsi funzionale al mantenimento dell'antico status imperiale della Gran Bretagna. 337 J. Seeley, The Expansion of England, London, Macmillan and Co., 1883, p. 348. 112 B. Giuliani, Per una Federazione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 L’ordine del giorno Spinelli: origine e approdo di una scelta eticopolitica di Giulia Vassallo Dell’ordine del giorno Spinelli e delle relazioni attraverso cui di esso fu trasmessa notizia, da Giuseppe (Pippo) Pianezza, al Centro di Basilea, incaricato di trasferirle a Mosca – che pure sono rimasti a lungo sepolti tra le carte dell’Archivio della Fondazione Istituto Antonio Gramsci - si è venuti a conoscenza ormai da tempo. Più precisamente da quando Andreina Borgh, nel 1998, ha scoperto un fondo, il 513, contenente più di qualche annotazione riguardante Altiero Spinelli, negli anni compresi tra il 1926 e il 1937 338. Tuttavia, ancora oggi sono pochi gli studiosi, anche esperti del settore, che vi si sono dedicati, con l’intento di restituire al documento la sua autentica valenza. O, se non altro, a voler verificare se quel testo possa rappresentare un importante tassello nel mosaico, a tratti ancora lacunoso, della complessa vicenda intellettuale e politica di Spinelli. Il presente contributo, che pure non scaturisce da ulteriori ritrovamenti sul piano delle fonti, intende offrire una ricostruzione quanto più possibile sistematica delle interpretazioni finora proposte dagli studiosi, nonché del contesto politico-culturale in cui il documento venne elaborato. Cosa che, nelle intenzioni di chi scrive, potrebbe aprire uno spiraglio sulle possibilità di indagine ancora aperte intorno a tale passaggio, certo determinante, della biografia spinelliana e non solo. A tale proposito, occorre ora elencare la letteratura esistente in argomento. Il primo apporto da segnalare è quello di Francesco Gui, pubblicato nel 2001 su Per una descrizione più dettagliata del fondo si veda A. Borgh, Incapace di recitare questo credo, in «Critica liberale», luglio 2001, pp. 106-112. 338 113 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 «Critica liberale», con il titolo, piuttosto evocativo, La rivoluzione della libertà339. Il secondo è l’interessante e circostanziato commento all’o.d.g. Spinelli presente nella recente biografia di Altiero scritta da Piero Graglia, il quale è contenuto all’interno di un più ampio capitolo sulla detenzione di Ulisse nelle carceri fasciste340. Un ultimo accenno va accordato infine a Chiara Maria Pulvirenti, che nel suo L’Europa e l’isola ricorda “lo scandaloso” documento del ’32 identificandolo come il testo chiave della riflessione spinelliana intorno al concetto di “libertà”341. Eccezion fatta per i suddetti contributi, nessun accenno al documento, neanche a livello degli specialisti del settore. Per non dire del fatto che lo stesso Spinelli omette qualsiasi riferimento a quell’esperienza nella sua autobiografia, che pure non esclude i rimandi alla parentesi viterbese e che peraltro comprende un paragrafo interamente dedicato a Pippo Pianezza342. Forse che Altiero non ritenesse essenziale soffermarsi su un episodio per così dire scabroso, il quale, d’altro canto, non registrò ricadute significative nel dibattito interno al collettivo carcerario? O, viceversa, preferì glissare su quella che percepì come una personale disfatta politica, giacché, come è noto, il suo ordine del giorno ricevette il suo unico voto? Sia come sia, è un dato incontestabile che quella presa di posizione di Ulisse rappresentò al contempo l’avvio e l’approdo di una parabola intellettuale particolarmente densa e senz’altro destinata a lasciare tracce profonde nel lungo periodo. A dare conferma di ciò, del resto, è lo stesso Spinelli, il quale, nel ricordare il proprio rapporto con i compagni di Viterbo, e più in generale con il partito comunista, nel corso degli anni Trenta, afferma quanto segue: Andai assumendo sempre più nei miei interventi un ruolo che a me sembrava socratico ed agli altri sofistico, di chi demoliva premesse accettate ad occhi chiusi o mostrava come questo e quel loro ragionamento, se ben condotto, si cambiava spesso nel suo contrario... Quel che volevo soprattutto far penetrare nella mente dei compagni ai quali mi rivolgevo, era la consapevolezza di quanto numerosi fossero i concetti lacunosi, distorti o addirittura falsi dei quali la cultura comunista faceva uso. Solo dopo una tale catarsi intellettuale, dicevo, ci si sarebbe potuti accingere al vero e proprio rinnovamento ideologico. 343 Fu, in effetti, un processo catartico quello che il giovane detenuto comunista sperimentò nel “cubicolo” viterbese, certo favorito dalla plasticità del Cfr. F. Gui, La rivoluzione della libertà, in ivi, pp. 98-105. Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, Il Mulino, Bologna 2008, pp. 70-75. 341 Cfr. C.M. Pulvirenti, L’Europa e l’isola: genesi del Manifesto di Ventotene, Bonanno, AcirealeRoma 2009, p. 55. 342 Cfr. A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 157-179. Per il paragrafo su Pianezza cfr. ivi, pp. 158-161. 343 Ivi, p. 162. 339 340 114 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 contesto storico, cioè da un clima che era un coacervo di fermenti pronti ad esplodere. Una cornice, questa, da tener sempre presente quando si indagano le sollecitazioni, come pure le ragioni al fondo dell’ordine del giorno in oggetto. E un riferimento essenziale, altresì, per comprendere con maggiore chiarezza il motivo di una scelta così recisa e scomoda da parte di colui che al contrario, prima dell’arresto, nel giugno del 1927, rappresentava uno dei più ferventi e devoti tra i militanti comunisti. Ora, volendo ricostruire in maniera sistematica la vicenda, delineando con maggiore precisione la fisionomia degli interpreti coinvolti e degli ambienti in cui prese forma e si consumò, occorre concentrarsi, in primo luogo, sulla realtà del carcere di Viterbo e sulle dinamiche del collettivo comunista che in esso operava. Nel 1931, quando accolse il detenuto Spinelli, proveniente da Lucca, il penitenziario di S. Maria in Gradi, “nel quale erano raggruppati tutti i politici”344, era una realtà apparentemente tranquilla, composta, come ricorda Altiero, per lo più di “disoccupati” 345 e da poche decine di militanti comunisti, peraltro non affini per famiglia politica e formazione346. Contestualmente all’arrivo di Altiero, Pianezza347, il più navigato tra i detenuti, per militanza comunista e per esperienza carceraria, iniziò ad organizzare un collettivo “regolare e forte”, cosa che gli riuscì in tempi relativamente brevi. Tale struttura di riferimento, almeno nell’ottica del suo promotore, avrebbe garantito lo svolgimento di un dibattito regolare all’interno del penitenziario, la creazione di un fondo comune, ore di studio e di insegnamento condivise, cioè, in altre parole, una vera e propria comunità nella comunità carceraria348. Di là dall’organizzazione in cui erano raggruppati e dal condiviso credo politico, i punti in comune tra Spinelli e gli altri membri del collettivo erano Ivi, p. 158. Ibidem. 346 Osserva Pianezza in una lettera al partito, citata e commentata anche da Piero Graglia (cfr. Id., Altiero Spinelli, cit., p. 69): “Veniamo ora al gruppo dei compagni di qui, siamo circa una quarantina. 6 ex funzionari, Borin ex Deputato - Ghidetti - Spinelli - Zanasi - Fiore ed il sottoscritto; Un ex Federale, adulto, Perucchini - e tre ex federali giovanili, Padovani - Capriolo e Borgese. Vi è pure l'ex federale giovanile Vota di Torino sul quale si dice che al processo si sia comportato pessimamente, io non so nulla di preciso, perciò se potete pigliate informazioni. Gli altri sono tutti elementi di base, in parte giovani di età, in parte anche giovani di vita di Partito. Gli intellettuali sono: Fiore e Spinelli, il resto operai. Vi sono quattro Bordighiani: Zanasi, Fiore, Bussanich e Sandrone”. Cfr. Il pericolo Spinelli – due lettere di Pippo, in «Critica liberale», cit., p. 115. 347 Sulla figura di Pianezza, oltre che il già ricordato paragrafo dell’autobiografia di Spinelli, si veda P.S. Graglia, Altiero…, cit., p. 68. 348 Cfr. A. Spinelli, Come ho tentato…, cit., pp. 160-161. 344 345 115 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 estremamente scarsi, se non del tutto inesistenti. Pianezza a parte 349, infatti, i compagni di Altiero erano per lo più “di origine operaia e contadina” e quasi tutti “autodidatti”. Ulisse, pertanto, rappresentava, sul piano intellettuale e culturale, il fiore all’occhiello di quella “quarantina” di detenuti comunisti. Recita in proposito l’autobiografia spinelliana: Partecipavo attento e volenteroso ai dibattiti in comune, nei quali sotto la paterna guida di Pippo Pianezza qualcuno presentava un libro o commentava un avvenimento. Il livello culturale piuttosto elementare dei compagni che vi partecipavano dava a tutte e discussioni un profilo basso, ma non impediva la vivacità delle tensioni e dei contrasti. 350 Fin dal primo impatto, quell’ambiente apparve ad un ingegno acuto e brillante come quello del futuro padre dell’Europa il bacino ideale per perseguire l’obiettivo che si era ripromesso di raggiungere, vale a dire Intraprendere… l’opera di convincimento… sulla urgente necessità di ripensare… i principi fondamentali sui quali l’Internazionale aveva creduto di poter fondare la lotta per il comunismo. 351 Tale affermazione, in effetti, lascia pensare che Spinelli avesse già iniziato, nei due anni trascorsi in isolamento, nel carcere di Lucca, una personale rivisitazione di tutte le basi, i principi, i dogmi che costituivano il sostrato fondamentale della propria militanza comunista. Certo, nulla che lasciasse presagire un atteggiamento di contrapposizione aperta nei confronti della linea politica del partito, né un proposito di sconfessare la propria adesione al comunismo e ai testi sacri dell’ideologia. Tuttavia, già negli anni trascorsi nel carcere toscano, Altiero realizzò che “non poco di quel che mi era parso verità certa e razionale non reggeva alla critica”. Detto altrimenti, lo studio e la solitudine forzata avevano convertito gli entusiasmi e l’attivismo del giovane militante in desiderio di ritrovare, almeno nel pensiero, quella libertà di cui la dittatura mussoliniana lo aveva fisicamente privato. L’itinerario intellettuale che Ulisse intraprese a Lucca, in effetti, fu talmente aspro e, per alcuni aspetti, drammatico, da contemplare persino, per stessa ammissione di Altiero, la possibilità di “scoprire che il fascismo avesse Anche Pianezza, in realtà, era, per dirla con Graglia, “un vigoroso operaio decoratore”. La sua preminenza nel collettivo viterbese se l’era guadagnata per meriti sul campo della lotta politica, essendo stato, tra le altre cose, “uno degli animatori dell’occupazione delle fabbriche al nord nel settembre del 1920”. Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 68. 350 A. Spinelli, Come ho tentato…, cit., p. 161. Anche Pianezza, in una relazione al Partito sulla composizione del gruppo comunista viterbese, datata 25 giugno 1951, sottolinea che “Gli intellettuali sono: Fiore e Spinelli, il resto operai”. Cfr. ‘il pericolo spinelli’ due lettere di ‘pippo’, in «Critica liberale», cit., p. 115. 351 Ibidem. 349 116 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 ragione, non torto”, nonché, in quest’ultima eventualità, “il dovere di riconoscerlo”352. In altre parole, il passaggio che Spinelli compì negli anni compresi tra la detenzione nel carcere toscano e la parentesi viterbese fu cruciale per gli sviluppi della sua elaborazione, nel breve come nel lungo periodo. E si rivelò al tempo stesso determinante per formare il sostrato teorico in cui venne plasmato l’o.d.g. del ’32. Tanto più perché, come puntualizza opportunamente Piero Graglia, è a questa fase che risale l’incontro, tutt’altro che annunciato e tantomeno prevedibile, tra l’intellettuale marxista e Benedetto Croce 353. Evento che, stando alle memorie di Spinelli, determinò nel giovane dirigente della direzione giovanile comunista lo “sconvolgimento della base storiografica” del marxismo354. Per la precisione, fu il richiamo alla “religione della libertà” Ivi, p. 146. Ha commentato in proposito Piero Graglia: “A Lucca Altiero ha scoperto la libertà, ha studiato e si è appassionato a Croce, ha sentito vacillare le certezze «scientifiche» del marxismo, ma è e resta un orgoglioso membro del partito che crede possibile continuare a stare all’interno del partito per mutarne le posizioni”. Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 70. 353 Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 53. Sempre Graglia precisa che “Di Croce Altiero a Lucca legge Materialismo storico ed economia marxistica e i quattro volumi della Filosofia dello spirito”. Cfr. Id., “Caro Altiero, cara mamma”. Il carteggio familiare di Altiero Spinelli negli anni del carcere 198-1931, in «Eurostudium3w», luglio-settembre 2008, n. 8, p. 33. È interessante notare, sulla base di quanto riferito dallo storico Alessandro Roveri, che nello stesso 1931 Benedetto Croce manteneva contatti frequenti e serrati con la fidanzata di Altiero, Tina Pizzardo. Croce e la Pizzardo, stando sempre alla ricostruzione di Roveri, si sarebbero incontrati in casa della Allason, a Torino, che era diventata “punto di convegno degli antifascisti”. Cfr. A. Roveri, Anni Trenta. Grandezza e illusioni dell’antifascismo comunista, Libreriauniversitaria.it, Padova 2012, p. 44. Sulla base di tali informazioni, peraltro, acquista significato l’affermazione che Spinelli fa in una lettera ai genitori del 9 settembre 1928, ove si legge: “ Ho avuto il libro di Croce. È veramente molto interessante, e quando lo avrò finito ve ne parlerò più estesamente. Avrei molto desiderio di fare uno studio un po’ serio di storia e specialmente di contemporanea, ed è da parecchio tempo che ne ho l’idea, ma appunto perché vorrei farlo sul serio l’ho rimandato a quando starò in libertà perché esigerebbe una disponibilità di opere che si potrebbero trovare solo in una biblioteca. Perciò per ora mi occupo di altri studi e di storia mi limito alla conoscenza delle linee generali. Ma voglio consigliare Tina di incominciare a studiarla lei, così che mi potrà essere di guida quando uscirò e potremo continuare insieme”. Cfr. E. Paolini, Altiero Spinelli. Dalla lotta antifascista alla battaglia per la federazione europea 1920-1948: documenti e testimonianze, Il Mulino, Bologna 1996, p. 124. 354 Cfr. A. Spinelli, Come ho tentato…, cit., p. 145. È da precisare che l’avvicinamento di Spinelli a Croce fu prevalentemente fortuito, nel senso che la rivista che il filosofo abruzzese dirigeva, «Critica», era una delle poche cui ai detenuti politici era concessa la lettura. Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 55. Che Croce, infine, abbia rappresentato un riferimento intellettuale prezioso nel percorso di avvicinamento di Spinelli al federalismo europeo è lo stesso Altiero a confermarlo, in una lettera all’allora senatore della Repubblica, datata 17 maggio 1950. Vi si legge: “Poiché tuttavia questi scritti, pur non essendo noti che ad una piccola cerchia di lettori, non sono rimasti privi d'influenza in Italia, dovendosi ad essi in misura non del tutto trascurabile il sorgere del movimento federalista europeo nel nostro paese, e poiché i concetti 352 117 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 (espressione che Croce riprese per intitolare il primo capitolo della Storia d’Europa nel secolo XIX, uscito poco più tardi, nel 1932355) l’alveo che accolse Ulisse nel solco della riflessione crociana, cioè l’invito forte e deciso all’antidogmatismo che il filosofo di Pescasseroli aveva lanciato e che nutrì il frangente sotto cui naufragò l’adesione di Spinelli alla filosofia marxista. Tale snodo della biografia spinelliana, peraltro ancora poco approfondito dagli studiosi (che pure concordano nel ritenerlo essenziale per delineare compiutamente la caratura intellettuale di Altiero356) si rivela tanto più dirimente nel contesto dell’o.d.g. viterbese, giacché quest’ultimo potrebbe essere considerato come l’approdo ufficiale della riflessione di Ulisse su un terreno affatto distante dal marxismo – soprattutto nella versione predicata dalla dittatura staliniana – e, di contro, la base di partenza per un’elaborazione politica più contigua alle idee che si andavano contestualmente sviluppando in altri contesti dell’antifascismo, pur senza che ci fossero contatti diretti tra Altiero e questi ultimi357. cui si ispirano son nati in me dallo studio dell’opera sua e di quegli altri maestri del pensiero politico che il Burnham chiama ‘Machiavelliani’ mi son fatto coraggio e vengo anch'io a chiedere il Suo appoggio”. Cfr. HAEU, AS 295, Lettera di Spinelli a Croce, 17 maggio 1950. 355 Cfr. B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza, Bari 1964. 356 Si prendano in esame, ad esempio, le osservazioni di Graglia: “Croce, la religione della libertà, la scoperta di un mondo. Le conseguenze, per sua stessa ammissione, sono state superiori alle sue aspettative: non ha trovato solo qualche difetto nella concezione comunista, ma ha messo in crisi tutta la costruzione”. Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 64. A tale proposito, è altresì opportuno precisare che Spinelli non soltanto approfondì la lettura di Croce per tutto il periodo della detenzione e del confino ponzano (è del 2 aprile 1939 l’autorizzazione concessa dal capo della polizia a consegnare ad Altiero “due volumi della Storia della Storiografia italiana nei secolo decimo nono del Benedetto Croce”. Cfr. Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, DGPS, Ufficio Confino Politico, Fascicoli personali, b. 972, Lettera del Capo della Polizia al Direttore della Colonia Confino Ponza, 2 aprile 1939), ma addirittura, intorno al 1934, elaborò uno scritto contenente le sue critiche al pensiero del filosofo napoletano, di cui presero visione, tra gli altri, i fratelli di Ulisse. Riferisce infatti Veniero, in una lettera al fratello Cerilo: “Non so se tu abbia preso visione delle critiche di Primo a Croce. Sono molto importanti e se non hai altro mezzo di procurartele te ne invierò una copia. Noi dovremmo, al più presto metterci in comunicazione con Primo, rispondendo al suo scritto e inviando le nostre suggestioni, affinché egli possa trasmetterci il suo pensiero, la sua concezione filosofica. In questi mesi passati all’estero mi sono convinto che la sua impostazione generale di lotta è l’unica con probabilità di vittoria. Sarebbe un vero peccato se non fossimo capaci di portare alla luce, all’aria libera, quello che egli ha elaborato con santa pazienza. L’opera non è facile. Occorre capacità, perseveranza, fiuto, rapidità e soprattutto segreto con tutti, non esclusi i fratelli; ma se ci mettiamo in buona lena la spunteremo”. Cfr. ACS, CPC, b. 4916, Copia di lettera da Parigi a Signora Corinna presso Belloli, 18 5 1934. 357 Il riferimento va, in particolare, a Carlo Rosselli e, più in generale, al contesto di Giustizia e Libertà, soprattutto in relazione alle critiche che il leader del movimento, socialista per formazione, aveva mosso nei confronti del marxismo in nome della libertà. Tale riflessione era 118 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Certo è che, d’altro canto, Spinelli presumibilmente non sarebbe stato sollecitato a una riflessione tanto caustica ed eterodossa se, oltre alla detenzione, in quello stesso periodo non si fosse scontrato con un repentino ribaltamento della politica sovietica, promosso e fortemente perseguito da Stalin nel 1928 e, con maggior evidenza, nel 1929358, nonché con le ricadute problematiche che il nuovo indirizzo moscovita aveva prodotto sul dibattito interno e sulla linea politica del Pcd’I. A voler ricostruire sinteticamente i fatti, il VI congresso dell’Internazionale comunista, nella convinzione di una imminente crisi generale e di una conseguente radicalizzazione delle masse, e nel tentativo di fare piazza pulita degli oppositori della rivoluzione comunista e della dittatura del proletariato, aveva puntato il dito contro la stessa socialdemocrazia, etichettata come “socialfascismo” e ritenuta fiancheggiatrice delle forze capitaliste e imperialiste. Comunisti a parte, pertanto, gli stessi democratici e socialisti divenivano nemici della classe operaia e andavano quindi messi al bando, insieme a tutti i sostenitori di posizioni trotskiste ed eterodosse all’interno dei partiti comunisti nazionali. Sul Pcd’I - che aprì il dibattito sul “socialfascismo” nel corso del IV Congresso, tenutosi clandestinamente a Colonia, nell’aprile del 1931 - il diktat moscovita ebbe effetti profondamente destabilizzanti: si alternarono scontri violenti ed espulsioni, tra cui quelle illustri di Angelo Tasca e Ignazio Silone. 359 confluita nel saggio Socialismo liberale, uscito nel 1930 a Parigi. E forse non è un caso che, proprio a Viterbo, Spinelli si accosti alla lettura – che Piero Graglia definisce “anomala” – di Piero Gobetti, il quale, come è noto, di Carlo Rosselli era stato l’interlocutore privilegiato per l’elaborazione politica. Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 74. Del resto, sul piano economico, l’influenza del pensiero di Carlo Rosselli e dei «Quaderni di Giustizia e Libertà» su Altiero è accreditata dalla voce autorevole di Alberto Majocchi, che ne puntualizza i contenuti in Id., Altiero Spinelli e il modello economico-sociale europeo, in «Il Federalista» n. 1, 2008, pp. 51-69, qui p. 51. Nell’ottica di chi scrive, questa pur labile consonanza di orientamenti tra Altiero e Rosselli potrebbe aver rappresentato un elemento essenziale nel favorire il dialogo politico tra Spinelli e Ernesto Rossi, quest’ultimo avendo a lungo militato, come è noto, al fianco del leader di G.L. (e di Gaetano Salvemini) negli anni Venti. Per ulteriori approfondimenti si veda P.S. Graglia, Unità europea e federalismo: da Giustizia e libertà ad Altiero Spinelli, Il Mulino, Bologna 1995. 358 In occasione, cioè, del X Comitato Esecutivo dell’Internazionale, tenutosi a luglio. In quella sede, si precisò che “socialdemocrazia e fascismo hanno gli stessi obiettivi e si differenziano soltanto nelle parole d’ordine e, parzialmente, nei metodi”. Cfr. G. Della Casa, La controrivoluzione sconosciuta : problemi delle rivoluzioni russe dell'URSS e del movimento comunista internazionale dal 1905 a Khruscev, Jaca Book, Milano, 1977, pp. 200-201. 359 Stando al documento inviato dal partito a Pianezza, Tasca e Silone, insieme ad altri “loro compagni di dissenso” erano stati “accusati di collusioni con Trotsky e con “gli avventurieri bordighiani” del gruppo di “Prometeo”. Cfr. A Borgh, ‘incapace di recitare…’, cit., p. 108. 119 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 A Viterbo, la notizia della “svolta” arrivò subito dopo il Congresso, trapelata attraverso i comunicati clandestini360, e trovò un’accoglienza più o meno acritica da parte del collettivo361. L’unica voce fuori dal coro fu quella di Spinelli, il quale, parafrasando le parole di Pianezza nella “Relazione sulla situazione dei detenuti”, si lanciò in una serie di critiche a viso aperto, infoltite di “principi revisionisti del Marxismo”, cosa che, agli occhi di “Pippo”, rappresentava una “deviazione di destra molto pericolosa per il numero dei giovani”362. Più precisamente, il referente di Mosca dal penitenziario laziale comunicava a “Jean”363: Lo Spinelli nega la legge del plusvalore, nega la concentrazione del capitale in poche mani e quindi la scomparsa delle classi medie, nega la caduta del saggio del profitto mediante lo sviluppo tecnico ed altro… 364 In pratica, Ulisse contestava tutti gli elementi che sostanziavano la teoria dell’imminente crollo dell’economia capitalistica mondiale e del conseguente approssimarsi della rivoluzione comunista. E questo ancor prima di elaborare l’ordine del giorno sull’accettazione del testo definitivo del congresso di Colonia, la “Relazione” di Pianezza essendo datata 25 giugno 1931. Tutto ciò starebbe ad indicare, pertanto, che la radicalizzazione staliniana agì da detonatore su una coscienza, quella di Altiero, già preparata ad accogliere, da parte del marxismo, un segnale inconfondibile. Ovverosia a riconoscere la contraddizione essenziale dell’ideologia, atta a scardinare tutte le convinzioni sulle quali aveva costruito la propria adesione incondizionata al comunismo. Sicché si potrebbe dire che, per Ulisse, la teoria del “socialfascismo” e la conseguente riflessione, contenuta nell’o.d.g., rappresentò una “svolta nella svolta”? Può darsi. Certo è che, come accennato in precedenza, guardando al materiale cui Spinelli attinse al momento di elaborare la propria posizione ufficiale nei Andreina Borgh ha precisato che esistono due documenti relativi alla svolta e al clima politico da essa generato all’interno del Pcd’I, entrambi conservati nel fascicolo 981 del fondo 513. Cfr. Ivi, p. 107. 361 Nella sua Relazione a Jean, Pianezza riferiva infatti che, Spinelli a parte, “tutti gli altri compagni sono sulle direttive del P.” Cfr. Relazione di “Pippo” Pianezza sulla situazione dei detenuti nel carcere di Viterbo. A.P.C. fasc. 981, ff. 42-45, in «Critica liberale», cit., p. 115. Quanto a Jean, si tratta di Adamo Zanelli, dirigente del Soccorso Rosso internazionale emigrato a Basilea nel 1930, ove operava in un “centro” incaricato di smistare la corrispondenza (per lo più costituita da documenti criptati, cioè scritti in simpatico), di copiarla a macchina e di trasmetterla a Mosca. Per ulteriori dettagli si veda A. Borgh, cit., p. 107. 362 Ibidem. 363 Cfr. supra, n. 22. 364 Cfr. Relazione di “Pippo” Pianezza.., cit. 360 120 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 confronti della linea del partito, balza agli occhi la varietà degli autori per così dire eteorodossi presenti sul suo tavolo di lavoro: il già citato Benedetto Croce, Piero Gobetti365 e soprattutto Umberto Ricci, per i cui scritti Altiero mostra un’insolita curiosità già all’indomani dell’arresto366. In effetti, c’è un filo rosso che sostanzia l’attenzione di Ulisse per tre intellettuali così dissimili, sia tra loro, sia rispetto allo stesso Spinelli, per visione politica e interessi culturali. Si tratta, come si è già visto per Croce, della centralità che nel loro pensiero rivestiva il tema della libertà. La quale, più precisamente, rappresentava una “religione” per il filosofo napoletano, un “metodo” per il liberale torinese aperto alla cultura del movimento operaio italiano367 e un “istinto” per l’economista consanguineo di Altiero. Quest’ultima espressione, in particolare, è pronunciata dallo stesso Ricci, per essere poi commentata in un saggio a cura di Piero Bini, che del professore abruzzese è accreditato studioso: Una parte rilevante delle considerazioni svolte da Ricci in tema di politica economica prende origine e ispirazione dalla sua appassionata adesione all’idea di libertà: “l’amore per la libertà – ebbe a dire – è per me quasi un istinto”. 368 Come ha osservato Fabio Masini, “è plausibile” che, proprio in questo periodo di grande irrequietezza, sia personale che esterna, e mentre il partito incalzava con le proprie imbeccate, la lezione appresa anni prima dallo zio Umberto, specie degli assunti relativi alla “libertà individuale” come “valore centrale nella tutela pubblica”, apparisse ad Altiero come la teoria più efficace per contestare gli apparentemente inossidabili principi economici marxiani369. Per quanto riguarda Gobetti, di cui si è già fatto cenno alla n. 19, è interessante notare che, proprio come per Croce, tale interesse e ammirazione è condivisa da Altiero con la fidanzata Tina Pizzardo. Così almeno riferisce Maria Ricci al figlio in una lettera del marzo 1931, la quale accompagna il volume Paradosso dello spirito russo. Quest’ultimo, sempre stando alla madre di Spinelli, sarebbe stato procurato, dietro richiesta di Altiero, proprio dalla Pizzardo. Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 106, n.112. In proposito, Graglia aggiunge altresì che Ulisse “aveva richiesto alla famiglia il costo dell’opera completa di Gobetti, pregando «di comprarla se non è troppo cara» (alla madre, 21 febbraio 1931)”. Ibidem. 366 La lettera di Altiero a Maria Ricci, in cui è fatta la richiesta delle “dispense di economia politica dello zio Umberto” è datata infatti 20 luglio 1927, laddove, come è noto, l’arresto risale al 27 giugno dello stesso anno. La copia della lettera è contenuta in E. Paolini, Altiero Spinelli. Appunti per una biografia, il Mulino, Bologna 1988, p. 82. 367 Così acutamente suggerisce il titolo del volume di Paolo Bagnoli, Il metodo della libertà, Piero Gobetti tra eresia e rivoluzione, Diabasis, Reggio Emilia 2003. 368 Cfr. P. Bini, Umberto Ricci. Un economista liberale nel primo fascismo, in «Eurostudium3w», luglio-settembre 2008, n. 8, pp. 4-17, qui p. 7. 369 Per ulteriori approfondimenti si veda F. Masini, Umberto Ricci e la cultura economica di Altiero Spinelli (1927-1949), in ivi, pp. 46-67, specie pp. 51-54. 365 121 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Senza dimenticare, naturalmente, gli insegnamenti di Piero Gobetti, il quale, in Paradosso dello spirito russo, riconosceva nella rivoluzione bolscevica una forte componente liberale, destinata inevitabilmente a prevalere, fino a raggiungere un’ideale fusione dei due movimenti370. Tornando ora a ricucire il filo degli eventi, ed entrando quindi nel vivo dei contenuti dell’o.d.g., occorre ricordare che, di fronte allo spessore delle argomentazioni di Spinelli, il collettivo carcerario e lo stesso Pianezza misuravano tutta la propria impreparazione culturale. Per questo “Pippo” infittì la propria corrispondenza con Basilea, chiedendo direttive e chiarimenti che mettessero a tacere non soltanto le raffinate invettive spinelliane, ma anche i dissensi che montavano fra i bordighiani, raccolti nelle rumorose rimostranze dell’altro intellettuale del gruppo, Umberto Fiore. La risposta invocata arrivò alla fine del ’31, in un documento che ribadiva con forza le tesi di Colonia e che si concludeva con la richiesta dell’adesione incondizionata da parte dei detenuti di Viterbo. E questa fu l’occasione che si presentò a Spinelli per redigere un testo, l’o.d.g. “Alcune osservazioni intorno al compito del Pci”, che presto si configurò come la dichiarazione ufficiale di una personale scelta etico-politica. Come accennato, il documento di Altiero – che riceve il suo unico voto venne presentato insieme ad altri due: un ordine del giorno maggioritario, compilato da Iginio Borin e da Emilio Sereni, e uno minoritario, di Fiore. Il fatto che Ulisse avesse deciso di non recedere dalle proprie posizioni di aperto contrasto con la linea del partito non significa comunque che, nel profondo, egli avesse già maturato la consapevolezza di una preannunciata separazione dal Pcd’I. Al contrario, continuava ad auspicare che la formazione nella quale militava si ponesse alla guida di tutte le forze democratiche nella lotta contro il fascismo. E proprio in vista di tale obiettivo riteneva essenziale contrastare la deriva autoritaria su cui la dirigenza si stava avviando, la quale avrebbe trasformato il comunismo nello stesso potere dittatoriale che affermava di voler combattere. Cosa che, al tempo stesso, significava venir meno alla promessa originaria di Lenin e di Trotskij, i quali, tra le altre cose, parafrasando le memorie di Spinelli, predicavano l’affrancamento dell’ “anima umana”, anziché il suo “accaparramento”371. E Altiero era convinto che, all’epoca dei fatti, l’anima umana andasse in direzione della libertà, seppure concepita attraverso un “desiderio confuso”. Per dirla con le parole dell’o.d.g.: … il fascismo è sorto come potere dittatoriale appoggiantesi sulle forze borghesi e appoggiato da esse… Portato dalla sua essenza stessa a diventare sempre più soffocatore di ogni libero Cfr. D. Ward, Piero Gobetti’s New World: Antifascism, Liberalism, Writings, University of Toronto Press, Toronto ; Buffalo 2010. 371 Cfr. A. Spinelli, Come ho tentato…, cit., pp. 66-67. 370 122 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 svolgimento della vita politica esso, come in genere tutte le reazioni, pone in maniera più netta il problema di una più propaganda [sic], e più salda e più viva vita libera di quella crollata. Il movimento che riescirà a comprendere questo monito e saprà dare una espressione concreta al desiderio confuso di libertà che da tutte le parti d’Italia si nutre contro il fascismo, sarà il movimento che uscirà vittorioso nella lotta contro di esso. 372 L’analisi spinelliana, tuttavia, non si limitava a porre il problema della libertà come nodo centrale per la situazione italiana coeva, ma puntava anche a qualificare quel concetto, ancora allo stato, come si è visto, di “desiderio confuso”. A tale scopo, il primo passo da compiere era quello di sciogliere l’equivoco, nel quale era caduto non soltanto il comunismo, ma anche le altre forze democratiche, da G.L. alla Concentrazione antifascista, per cui l’idea del “proletariato della libertà” veniva confinata nella “cosiddetta soprastruttura ideologica”373 e quindi ritenuta di secondo piano. Non solo dalle élites dirigenti, ma anche dal proletariato stesso. Ragione per cui, in secondo luogo, era necessario indurre quest’ultimo a riconoscere come primaria la causa della libertà e a identificarla con la propria causa. Per restare, poi, in tema di errori di valutazione, senza mezzi termini Altiero rivelava al Pcd’I che il ritenere l’afflusso massiccio ma “caotico” di nuovi adepti al partito un segnale di forza equivaleva a un’illusione, giacché si trattava di un afflusso tale da dare sì indizio della gravità del malcontento, ma non già della capacità del partito che l’accoglie… 374 E carattere altrettanto illusorio, nell’ottica spinelliana, aveva la convinzione che la crisi economica era prossima a generare un crollo del fascismo Perché le rivoluzioni son fatte dagli uomini, e vengono fuori quali gli uomini sanno sentirle e volerle, e non sono prodotte dalle crisi economiche che da sole non sanno produrre che sommosse… 375 Ed era proprio attorno a tale considerazione che Ulisse tesseva, in una trama coerente e articolata, l’intero filo delle sue riflessioni degli anni di Lucca e delle suggestioni ricevute, soprattutto di quelle crociane. Non si trattava, infatti, di una semplice idealizzazione della rivoluzione, sebbene gli accenti in tal senso Cfr. ‘criticare la dittatura dell’urss’ l’ordine del giorno spinelli, in «Critica liberale», cit., pp. 113114, qui p. 113. 373 Ibidem. 374 Ibidem. 375 Ibidem. 372 123 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 non mancassero, come opportunamente fa notare Piero Graglia376. Ma al contrario, in questa interpretazione così originale – almeno con riferimento alle posizioni della maggioranza del collettivo – della crisi in corso, si leggeva soprattutto una confutazione, a tratti “storicistica”, dell’impostazione deterministica del marxismo, o, per dirla con Graglia, “una negazione recisa della fiducia nello sviluppo «scientifico» della rivoluzione”377. Cosa che, neanche troppo implicitamente, equivaleva alla messa in discussione non soltanto della linea politica adottata dal Pcd’I, ma degli stessi dogmi costitutivi del comunismo internazionale. E tutto ciò, come si è detto, in nome di una libertà che era innanzitutto affrancatrice dalle velleità dittatoriali del C.C. (Comitato Centrale), nonché autentico germe rivoluzionario in vista dell’instaurazione dello stato operaio. Più precisamente: Solo riuscendo a sviluppare e agitare nelle masse quest’ideale che è abbastanza diverso da quello di dittatura del C.C. del P.C. si riuscirà ad esautorare il movimento democratico, facendo nostro ciò che c’è effettivamente di vivo in esso, a diventare noi veramente il partito del proletariato e non solo una sua frazione… 378 In altre parole, il P.C. avrebbe assunto la guida dei movimenti democratici – allora spaventatati dalle tendenze dittatoriali dei comunisti - soltanto se avesse avuto il coraggio di promuovere un’emancipazione finanche dai dogmi sacri del marxismo. Cosa tanto più vera per gli italiani, che in quel momento, chiamati a fare i conti con una dittatura interna, avrebbero potuto offrire agli altri partiti dell’I.C. “un esempio importantissimo”379. Tuttavia, a costituire il maggiore ostacolo alla realizzazione di tale prospettiva, che peraltro, agli occhi di Spinelli, avrebbe coinciso con la effettiva capacità del comunismo di cogliere l’opportunità che gli veniva offerta dalla storia, era proprio quel dogmatismo liberticida contro il quale fin dall’incipit dell’o.d.g., complici Croce, Gobetti e Ricci, Ulisse, unico del gruppo viterbese, si era schierato. Che il partito si renda tutt’altro che conto di ciò risulta da vari fatti, come ad esempio del dogmatismo che porta a considerare come deviazione da soffocare ogni modi [sic] di pensare diverso da quella volta ortodosso, dogmatico che come oggi è applicato nell’interno del partito domani eventualmente lo sarebbe in uno stato operaio, dogmatismo che stabilisce una specie di stato d’assedio nell’interno del partito, poco degno di un movimento rivoluzionario che è tutt’altro che educativo per il proletariato. 380 Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 71. Ibidem. 378 Cfr. ‘criticare la dittatura dell’urss’…, cit., p. 114. 379 Ibidem. 380 Ibidem. 376 377 124 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La conclusione dell’o.d.g. era a dir poco incandescente, forse provocatoriamente, e al limite della “deviazione pericolosamente trotzskista” 381. Recitava infatti il documento: Ma la mancanza di indipendenza ideologica più grave… è il nostro atteggiamento passivo verso l’U.R.S.S. che mentre può apparentemente sembrare indizio di un benefico accordo, di fatto significa un danno a noi che non sappiamo porre le diversità dei nostri compiti rispetto a quelli Russi, e ci illudiamo che sapremo imitarli benissimo, e danno per i Russi a cui non siamo in grado di dare nella loro tattica il benché minimo contributo di esperienza e di critica nostra autonoma, e per cui siamo perciò come un peso morto. 382 A quanto si legge, Spinelli aveva compreso benissimo il reale pericolo che stava correndo il comunismo, sia italiano che internazionale. Che non era certo rappresentato dalla conflittualità, più e meno accentuata, tra le correnti interne, quanto dall’accettazione passiva della deriva staliniana. La quale, di fatto, stava trasformando i comitati centrali in veri e propri tiranni, intransigenti e autoritari, sia nei confronti del proletariato – cui pure, nella classica concezione del marxismo, sarebbe spettato il ruolo guida della rivoluzione comunista -, sia degli stessi militanti. E tutto ciò in nome di una “verità unica e infallibile”, per dirla con Francesco Gui383, che anziché rappresentare “l’indizio di un benefico accordo” costituiva il segnale d’allarme di un prossimo fallimento del sogno di Marx e di Lenin. Cioè a dire, con lo sguardo rivolto alla realtà italiana, che seppure uno stato operaio si fosse costituito, una volta sconfitto il regime mussoliniano, il settarismo soffocante e l’appiattimento del Pcd’I su una linea politica formulata in una realtà così diversa da quella della penisola, come era quella sovietica, avrebbe impedito la formazione di una classe operaia cosciente ed emancipata e perciò capace di stabilizzare il nuovo regime. Ammesso che, peraltro e per concludere, quest’ultimo fosse riuscito a costituirsi a seguito dell’inevitabile crollo della società borghese, così come dogmaticamente preconizzato dall’Internazionale. Cosa su cui, come si è visto, Spinelli nutriva più di qualche, fondata, perplessità. Tornando all’o.d.g.: Noi dobbiamo criticare la forma che è sempre più venuta ad assumere il governo dell’U.R.S.S. di dittatura del C.C., del P.C.R., il soffocamento sistematico delle opposizioni, a cominciare dall’espulsione di Troschi. Lo stato operaio deve vivere dei contrati che in esso sorgono malgrado essi considerando cioè come un bene e non un male da eliminare. Colla linea politica attuale si corre il rischio che una opposizione proletaria non posa prendere altra via che quella illegale. A noi corre l’obbligo di ammonire i compagni Russi. 384 Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 72. Cfr. ‘criticare la dittatura dell’urss’…, cit., p. 114. 383 Cfr. F. Gui, la rivoluzione…, cit., p. 98. 384 Cfr. ‘criticare la dittatura dell’urss’…, cit., p. 114. 381 382 125 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Certo Altiero si rendeva conto delle difficoltà che tutto ciò avrebbe comportato, giacché era ben cosciente che “non è facile modificare la propria mente”, tanto più di fronte a consapevolezze profondamente e acriticamente radicate. Resta da chiarire tuttavia in quale misura il giovane detenuto comunista avesse valutato l’impatto che la sua sferzante invettiva avrebbe avuto sul partito. O, ancora, se fosse cosciente che quella intemperanza avrebbe potuto offrire alla dirigenza più di qualche ragione per chiedere la sua espulsione dal Pcd’I. A tale proposito, il dato sicuro è che una possibilità di questo tipo era stata seriamente presa in considerazione da Pianezza. Il quale, dopo aver ricevuto una circolare del Soccorso Rosso contenente aspre rimostranze nei confronti sia di Fiore che di Altiero, si affrettò a inviare a “Jean” una “nota” 385, da inoltrare anche al Comitato centrale, per offrire “un più esatto ragguaglio circa le qualità dello Spinelli”386. Quest’ultimo veniva presentato come un ex studente venuto in carcere a 19-anni, condannato a 16-anni di reclusione comportamento al processo e dopo, ottimo. 387 Sarebbe stata quindi “l’influenza della lettura crociana”, unita al distacco forzato dal movimento operaio, a determinare lo sradicamento di quel giovane – peraltro estremamente promettente - dalla filosofia marxiana. Allontanamento che tuttavia non poteva certo dirsi definitivo. Al contrario: Questo abbandono non avviene… senza una viva lotta intima, che è ancora in corso e il processo di revisione del marxismo con lui tutt’altro che compiuto, tanto più che egli serbe [sic] un vivissimo attaccamento al partito e al movimento operaio rivoluzionario. 388 Era quindi plausibile che, tornato a contatto con la vita di partito e con la realtà del mondo operaio, Spinelli recuperasse l’antica fede nei principi del marxismo, anche perché, proseguiva Pianezza: è impossibile giudicare le deviazioni di un compagno che da anni è in carcere, staccato dal partito come quello di un compagno che lavora fuori… Se no si rischia di dare a compagni come Spinelli, per tanti versi ottimi, ma travagliati da queste tendenze revisionistiche la spinta decisiva per l’abbandono definitivo delle posizioni marxiste. 389 Come precisa Graglia, la nota di Pianezza viene inviata insieme all’approvazione dell’ordine del giorno Sereni-Borin. Cfr. P.S. Graglia, Altiero Spinelli, cit., p. 73. 386 Cfr. Lettera di “Pippo” Pianezza a “Jean”, successiva all’o.d.g. Spinelli. A.P.C., fasc. 1070, ff. 64-65, in ivi, p. 115. 387 Ibidem. 388 Ibidem. 389 Ivi, pp. 115-116. 385 126 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Senza per questo intendere, naturalmente, che il revisionismo spinelliano non fosse da contrastare “ribattendo e correggendo naturalmente gli errori”, anche e soprattutto tenendo conto della sua pericolosa influenza sui “giovani compagni”. In particolare su Padovan e Vota che gli sono insieme da molto tempo, e la propaganda continua con la lettura di pubblicazioni crociane. 390 Una precisazione, quest’ultima, che aveva il suono di un segnale d’allarme. Non soltanto rispetto all’attrattiva che la personalità e le posizioni di Spinelli erano in grado di esercitare sui militanti meno esperti, perfino in una realtà così “infiammabile” come quella carceraria. Ma specialmente con riguardo alla gravità della perdita che il partito avrebbe subito, qualora l’élite dirigente avesse deciso di condannare Ulisse per il suo revisionismo. Le parole di Pianezza sembrarono, alla fine, ottenere l’effetto auspicato. Nonostante una nuova replica, peraltro ulteriormente pungente, da parte di Spinelli alla circolare del Soccorso Rosso391 e una serie di “direttive ai collettivi carcerari”392, giunta intorno alla fine del ‘32, la polemica parve spegnersi senza ulteriori strascichi per Altiero. Questo sul piano prettamente politico. Ma era evidente che il rapporto tra Spinelli e il partito, quell’adesione quasi mistica che lo aveva condotto ad intraprendere il cammino del “rivoluzionario professionale” furono, da quel momento in poi, irrimediabilmente compromesse. E non è un caso, pertanto, che, conclusa questa parentesi di grande visibilità e partecipazione attiva, il futuro campione del federalismo europeo decise di ritirarsi nello studio solitario e in una riflessione sempre più autonoma e tormentata. Con sviluppi sicuramente imprevedibili per Spinelli, per il partito e per l’Europa. Ivi, p. 116. È presumibilmente da tali confronti e letture collettive che scaturirono “le critiche di Primo a Croce” cui alludeva Veniero nella sua lettera a Cerilo, citata supra, n. 19. 391 Ibidem. 392 Cfr. A Borgh, incapace di recitare…, cit., p. 111. 390 127 G. Vassallo, L’ordine del giorno Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Castell’Arcione, un caso di studio dell’area tiburtina di Simone Festa Al km 19,500 della Via Nazionale Tiburtina, a circa 200 metri dalla strada, sorge un antico castello medievale: Castell’Arcione. Questa rocca ha acceso in chi scrive una grande curiosità circa la sua origine ed il suo utilizzo passato e presente. La ricerca si è avvalsa quindi di studi di valore relativi all’agro romano, come La Campagna Romana di G. Tomasetti o gli scritti di Nibby e Silvestrelli, senza dimenticare autori come Mari e Carocci. In questo quadro, peraltro, una menzione particolare merita l’opera Scritti di Topografia medievale di J. Coste, ricchissima di interessanti particolari. Queste opere sono state la base dalla quale si è snodato il presente lavoro rivolto, in parte, a chiarire alcune tematiche non ancora ben definite, come il toponimo, ed in parte ad affrontare argomenti mai trattati, come lo sfruttamento del territorio ed alcuni passaggi di proprietà. Per analizzare questi argomenti, la ricerca si è avvalsa di fonti inedite, come alcune pergamene conservate nell’Archivio Capitolino, Fondo Orsini, altre dell’Archivio Colonna, conservate presso il monastero di Santa Scolastica a Subiaco ed altre ancora custodite presso l’Archivio di Stato. Le tematiche affrontate sono così organizzate: 1. Studio del toponimo e delle ragioni che hanno spinto i Capocci ad edificare questa determinata costruzione in questa zona, con un excursus storico che parte dalle invasioni saracene. 2. Analisi della storia del castello durante l’età medievale, descrivendo il possesso dei Capocci e dei Colonna, dei loro interessi nella zona e dei motivi che hanno causato la perdita della proprietà sita in via Tiburtina. 128 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 3. Descrizione della struttura architettonica del castello, analisi delle vicende belliche che portano il castello a trasformarsi, dopo la sua distruzione, in una tenuta agricola. 4. Eventi come passaggi di proprietà, divisioni della tenuta tra parenti, eredi o acquirenti durante l’età moderna e contemporanee fino ad arrivare agli attuali proprietari: i Del Fante. 5. Analisi dell’utilizzo del territorio, delle sue risorse naturali e della situazione faunistica e floreale attuale. Rappresentazioni cartografiche partendo dalle più antiche arrivando alle immagini satellitari catturate da Google Earth. Sul toponimo e sulla costruzione del Castrum Archionis: La costruzione del Castrum Archionis è indicativa della situazione tipica del Lazio medievale, in particolare del periodo che va dal X al XIII secolo, che vede la trasformazione delle costruzioni presenti da case sparse a villaggi fortificati: i castra. L’agro romano è interessato in maniera sempre più importante da questo fenomeno. Jean Coste393 osserva come questo periodo abbia inizio, in maniera ridotta, nel X secolo per poi crescere con i suoi effetti col passare degli anni fino al culmine raggiunto attorno alla seconda metà del XIII secolo. I motivi che spiegano questa trasformazione delle costruzioni sono in sostanza tre. La prima motivazione è individuabile nel contesto storico che caratterizza i secoli VIII e IV: ossia dalla fine della dominazione bizantina, dalle pressioni longobarde che hanno un termine con l’accordo del 754 tra papa Stefano II e Pipino re dei Franchi e dal conseguente inizio della dinastia carolingia. È un periodo di generale ripresa economica, in particolare dovuta al calo dell’incidenza malarica, alla crescita demografica ed al dinamismo economico ed agrario che porta alla riconquista dell’incolto394 (paludi e selve). La Chiesa in questo periodo, infatti, decide di fondare un nuovo tipo di azienda agricola: le domuscultae. Queste aziende avevano caratteristiche peculiari, erano fondate dal Pontefice e gestite direttamente da funzionari ecclesiastici, erano provviste di chiese e approvvigionavano Roma con le loro coltivazioni di grano, olio, vino e legumi. In particolare le domus si svilupparono sotto i papati di Adriano, di Zaccaria e di Leone III con esempi quali Galeria, Capracorum, Lunghezza, S. Severa ed altri395. L’esperimento però non durò molto, le cause sono da 393 J. Coste, Scritti di Topografia Medievale. Problemi di metodo e ricerche sul Lazio. A cura di C. Carbonetti, S. Carocci, S. Passigli e M. Vendittelli, Roma 1996. 394 J. Coste, Appendice II. Topografia Medievale, in Z. Mari, Tibur, Pars Tertia, Roma 1983, p. 29. 395 Ibidem, p. 30. 129 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 ricercarsi nella situazione economica romana che , unite alle incursioni saracene, hanno portato al declino dell’idea stessa di domusculta e spinsero gli abitanti del contado romano ad unirsi in villaggi fortificati e alla trasformazioni o alla creazione di castra, castelli o semplici torri di guardia. Da sottolineare come alcune fortificazioni sorgano in prossimità delle vecchie domuscultae. La seconda motivazione è individuabile nelle situazioni locali che interessavano Roma, l’agro romano ed i comuni circostanti. Infatti, in particolare nella seconda metà del XIII, hanno luogo nuove fondazioni di tipo militare ma che non hanno nulla di spontaneo, sono in realtà costruzioni che sorgono in prossimità di zone ad alto tasso di instabilità come per esempio Castel Giubileo sulla via Salaria, Capo di Bove sull’Appia e in particolare sulla via Tiburtina nei continui scontri tra Tivoli e Roma. Nella maggioranza dei casi queste strutture fortificate avranno vita breve e subiranno, una volta terminato lo stato di guerra, una trasformazione inversa tornando ad essere semplici casali agricoli o comunque forme intermedie tra castelli o casali. Infine una terza motivazione è da individuarsi nel decentramento del potere voluto dalla Chiesa successivamente al declino delle domuscultae, infatti molti dei possedimenti vennero dati in locazione a vari proprietari che facevano parte, di solito, di alcune tra le famiglie più importanti di Roma: gli Annibaldi (castra a Molara e Montecompatri), i Capocci (castra a Mentana, Sant’Angelo Romano, Castell’Arcione e Monte Gentile), i Colonna (castra a Palestrina, Zagarolo, Genazzano e Salone)396 e molte altre nelle varie zone dell’agro romano. Queste famiglie, oltre a seguire i desideri del pontefice, assecondavano le ambizioni delle proprie famiglie, assicurando il controllo delle zone limitrofe alle loro proprietà con la costruzione di sempre nuovi edifici militari, come torri di guardia o villaggi fortificati. Entrando nello specifico del sito di Castell’Arcione si è analizzata l’origine del toponimo e le motivazioni che hanno portato alla costruzione del castrum di via Tiburtina. Le teorie sull’origine del toponimo non hanno ancora portato ad una conclusione certa, diverse sono le teorie proposte dagli storici che hanno avvicinato la rocca. Tomasetti397 elabora due ipotesi: nella prima afferma che il toponimo Arcione avrebbe origine classica, dovuta alla presenza nelle vicinanze di alcuni acquedotti romani; nella seconda invece, l’autore suggerisce che la costruzione del castello sia stata opera della famiglia Arcioni. Gli Arcioni erano una famiglia 396 S. Carocci, Baroni di Roma. Dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel Duecento e nel primo Trecento, Roma 1993. 397 G. Tomassetti, La Campagna Romana. Vol. 6: Vie Nomentana e Salaria, Portuense, Tiburtina, a cura di L. Chiumenti e F. Bilancia, Roma 1979, pp. 585-594. 130 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 residente romana residente nel rione Monti, che possedeva numerosi beni nella zona sub-tiburtina, come risulta infatti dal documento di Santa Maria Maggiore del 12 Luglio 1224398 dove sono citati come proprietari di “Salon e in monte Secolorum”. Gli Arcioni sarebbero quindi, per Tomasetti, i fondatori del castello, che per parentela sarebbe poi passato ai Capocci. Lo stesso Silvestrelli399 ipotizza nella sua opera una parentela tra le due famiglie ma, per lo storico, il castello non ha alcun legame con la famiglia Arcioni. Silvestrelli infatti afferma che la rocca debba il suo nome ad Arcione Capocci di Giacomo di Giovanni, cittadino romano e che per causa di prossima parentela con la famiglia Arcioni (de Archionibus) quel Capocci si chiamava Arcione per nome di battesimo. Il nome Arcione Capocci compare, infatti, in un documento del 23 Marzo 1255 dove appunto Arcio fa quietanza di 120 libbre alla Repubblica Senese per danni e ruberie subite. A supporto della sua tesi Silvestrelli cita alcuni castelli i cui nomi hanno avuto origine dal nome proprio del fondatore: Castel Mattia, Castel Rolando, Castel di Guido. J. Coste sostiene la tesi di Silvestrelli affermando che il castello deve la sua esistenza ed il suo nome ad Arcio Capocci, figlio di Giacomo di Giovanni, conte di Tivoli all’inizio del 1200400. Per Coste ciò risulta evidente in baso allo studio di due dati sicuri: l’attestazione del 1244 di una proprietà di Arcio ai confini dei possedimenti del Monastero di S. Ciriaco ed al fatto che nel primo documento che nomina il Castrum Archionis, esso appare nelle mani di Giovanni Capocci, pronipote di Arcio. A mio parere la teoria corretta è quella accolta da Silvestrelli e da Coste, per i motivi da loro elencati, che verranno analizzati qui di seguito in maniera più accurata. 1. Nella bolla papale del pontefice Bonifacio VIII del 21.V.1301 ad Anagni401. Il Papa ordina a Giovanni, Francesco e Landolfuccio Colonna di restituire il castello al legittimo proprietario Giovanni di Fiorenzo Capocci. Tramite l’utilizzo del volume di Carocci, Baroni di Roma402, e la voce redatta da A. Paravicini Bagliani per il dizionario biografico degli italiani 403 è stato 398 Archivio di Società Romana di Storia Patria: documento conservato nell’Archivio di Santa Maria Maggiore. Si veda in proposito G. Ferri, le Carte dell’Archivio Liberiano vol. XXVIII, Roma 1905, p. 30, doc. 34. 399 G. Silvestrelli, Città, Castelli e Terre della regione Romana, Roma 1980, p. 315. 400 Voce a cura di A. Paravicini Bagliani, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma 1961, vol. 18, p. 184. 401 G. Digard, Les Registres de Boniface VIII, Parigi 1884. 402 S. Carocci, Baroni di Roma: dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel Duecento e nel primo Trecento, Roma 1993, pp. 339-340. 403 A. Paravicini Bagliani, op. cit. 131 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 possibile risalire alla genealogia della famiglia Capocci, scoprendo che Arcio era il bisnonno di Giovanni. 2. L’atto del 1244404 è la prova definitiva del possedimento di Arcio Capocci già nella prima metà del XIII secolo, infatti il documento è datato 20 Aprile 1244. In esso i senatori Annibaldo e Napoleone diffidano Arcio dal disturbare nell’uso che il monastero di S. Ciriaco fa della propria tenuta chiamata Quartarina. Questo documento ci fa capire inoltre che nel 1244 il castello non era ancora edificato o almeno non riconoscibile come tale. Chiarita l’origine del toponimo della rocca posso rispondere ad altre questioni aperte: chi erano i membri della famiglia Capocci? Quali sono le motivazioni che li spingono a costruire un castello sulla via Tiburtina? I Capocci sono una famiglia famosa del rione Monti, il loro capostipite è Giovanni, che fu senatore unico di Roma e consiliator urbi dal 4 Giugno 1184405. Nella prima metà del 1200 egli è podestà in una città del patrimonio, più precisamente “Romanorum consul et perusionorum potestas”406. Inoltre Giovanni prende possesso di S. Angelo, il loro primo castrum fondato dal senatore sui monti Cornicolani. Tra i figli del senatore il più noto è certamente Giacomo. Egli seguirà le orme paterne impegnandosi in politica a Roma, Spoleto e Perugia. Fu probabilmente il fondatore della rocca di Monte Gentile, che risulta possesso dei Capocci ancora nel 1263407. Aderisce inoltre alla politica papale, ricevendo due possedimenti in Puglia408. 404 F. Bartoloni, Codice Diplomatico del Senato Romano dal 1144 al 1347, Roma 1942. “Facta est prohibitio domno Arcioni domni Iacopi Iohannis Capocie ex parte domnorum sentarorum, scilicet domni Anibaldi et Nepoleonis, quod de posessione illa quam monasterium Sancti Cyriaci acquisivit a Bona matre Romani Iohannis Raynaldi et ab ipso Romano et ab eorum nepotibus, que vocatur Quartartina et est posita prope montem de Sorbo et de qua dictum monasterium habes sententias duas, principalem et sentiantiam confirmationis, not intromittat se nec aliquem inde contractum subscipiat, cum ad ius et proprietatem dicti monasterii perdinead et ipsam possessionem dictum monasterium teneat et possideat et fructus ex ea temporibus suis percipiat e percepit cum actenus colebatur…fuit…prohibiotionis denuntiatio missa per angelum mandatarium”. 405 F. Bartoloni, Per la storia del Senato Romano, Roma 1953, pp. 50-55. 406 V. Ansidei – L. Giannantoni, I Codici delle Sommissioni al Comune di Perugia, Perugia 1975, p. 326, n LXXIII. 407 Archivio di Società Romana di Storia Patria: documento conservato nell’Archivio di Santa Maria Maggiore. Si veda in proposito G. Ferri , le Carte dell’Archivio Liberiano vol. XXX, Roma 1905, p. 119, doc. 122. 408 E. Berger, Les registres d'innocent IV, doc. 5847, Parigi 1884. 132 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Probabilmente in questa fase, ossia tra il XIII e l’inizio di XIV i Capocci vivono il loro apogeo politico con la nomina a cardinale di Pietro, uno dei figli di Giacomo. Gli altri figli di Giacomo, Arcione e Giovanni, daranno vita a due distinte linee dinastiche. Arcione verrà ricordato, oltre che per la fondazione del castello, anche per essere tra i nobili inviati al confine nel 1252 da Brancaleone degli Andalò. Dei due rami dinastici quello che rimarrà più potente sarà quello di Arcione, infatti suo figlio Angelo sarà nominato capitano del popolo nel 1267 e suo nipote Fiorenzo si sposerà con una figlia del potente senatore Giovanni Colonna409. Negli anni successivi perdono lentamente tutti i possedimenti a causa dell’assenza di eredi maschi e della conseguente concessioni di doti per le figlie femmine. 409 F. Bartoloni, Per la storia del Senato Romano, cit., p. 93. 133 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La costruzione del castello da parte di Arcione entra a pieno titolo nel fenomeno dell’incastellamento più tardo, causato dall’ambizione famigliare di controllo di una determinata zona, nella fattispecie quella Tiburtino-Nomentana ma anche da alcune situazione di instabilità politica. Nella mappa qui pubblicata410 si evidenzia come i Capocci, soprattutto nel XIII secolo, abbiano il pieno possesso di quella zona che va dall’estremità settentrionale con il castello di Montefiore fino a quella meridionale con Castell’Arcione sulla Tiburtina, all’interno di quest’area si possono notare numerose fortificazioni, come il castello di Monte Gentile, le fortificazioni di S. Angelo Romano e il castrum 410 S. Carocci, op. cit., p. 338. 134 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Sancti Honesti411. Da sottolineare anche la presenza di Turris Magistris Oddonis (o Tor Mastorta) edificata dal figlio di Arcione, Oddone Capocci. L’altra motivazione che spinge i Capocci alla costruzione di Castell’Arcione è individuabile nella situazione di instabilità dovuta a Tivoli. Tivoli fu una delle poche città vescovili e centri di età precomunale di un comitato, che non solo non riuscì mai a conquistare un proprio contado, ma che venne precocemente sconfitta nelle sua ambizioni egemoniche, tanto che all’epoca di affermazione e di sviluppo dell’organismo comunale vide una drastica riduzione del territorio controllato dalla città 412. Situata a circa 20 km da Roma, in una zona facilmente difendibile e chiave del miglior collegamento, fra pianura romana e zone interne, già sul finire del XI secolo manifestò segnali di crescita ed iniziò ad avanzare rivendicazioni territoriali. Nel XIII secolo le mire espansionistiche tiburtine entrarono in contrasto con la politica di Brancaleone degli Andalò e, nel 1254, le truppe romane assediarono Tivoli. Pur non riuscendo mai ad espugnare la città, Brancaleone firmò accordi vantaggiosi che imbrigliarono Tivoli, la quale di fatto venne sottomessa da Roma. Il dominio Capoccino Escludendo delle brevi parentesi, come l'occupazione voluta da Bonifacio VIII nel 1297 e la temporanea confisca dei feudi di Luigi Capocci, Castell’Arcione rimase in mano alla famiglia romana fino alla sua distruzione che avviene tra il 1406 ed il 1420. Nello stesso periodo il castello verrà venduto da Ludovica, l’ultimo esponente dei Capocci, a Giordano Colonna. In questo capitolo voglio appunto analizzare il periodo durante il quale il Castrum Archionis è stato possesso dei Capocci ed i due brevi periodi in cui è stato in mano ai Colonna. Grazie a Jean Coste413, sappiamo che il castello rimase per ben 9 generazioni in possesso dei Capocci. Il 21 Maggio del 1301 con la bolla papale, ormai ben nota, il castello dopo circa quattro anni, torna in mano a Giovanni di Fiorenzo Capocci. Utilizzando i profili biografici dell'opera del Carocci414, Baroni di Roma, è possibile seguire la storia dei passaggi di proprietà che dal fondatore, Arcio, portano a Cesso Capocci. 411 J. Coste, Il Castrum Sancti Honesti: note per una definizione del suo territorio tra 1257-1259, Roma 1999. 412 S. Carocci, Tivoli nel basso medioevo, Roma 1988, p. 30. 413 J. Coste, “Appendice II. Topografia Medievale”, in Z. Mari, Tibur, Pars Tertia, Roma 1983, p. 35,6 nota 466. 414 S. Carocci, Baroni di Roma…, cit. 135 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Da Arcio a suo nipote Giovanni, la proprietà del fortilizio passa di padre in figlio, mentre, alla morte di Giovanni (avvenuta attorno al 1340), il castrum passa a sua sorella Francesca. Essa era la promessa sposa di Pietro Colonna di Genazzano , ma questo matrimonio non avverrà mai poiché Bonifacio VIII era contrario all'unione dei Colonna di Genazzano con questo ramo dei Capocci. A dimostrazione dell'effettiva proprietà del castello esiste inoltre un documento del 1343 di Sant'Angelo in Pescheria415, in esso sono appunto nominati come titolari del forte i figli di Fiorenzo: l’ormai defunto Giovanni, Nicola, Margherita (anche lei probabilmente defunta) e Francesca. Alla morte della donna, la rocca diventa proprietà dell'altro ramo dei Capocci, quello del fratello di Arcione, Giovanni Medepanis. Infatti secondo il Carocci, il castello è in mano a Cesso (nipote appunto di Giovanni Medepanis) e successivamente a suo figlio Giacomo416. Il 12 Aprile 1367, la proprietà della fortezza viene divisa per la prima volta. Francesca, vedova di Giacomo di Cesso di Processo Capociae de capocinis, lasciò la quarta parte del castrum detto Castrum Arcionis alla cappella di San Lorenzo in S. Maria Maggiore417. Il 30 settembre 1387 ebbe luogo un arbitrato amichevole da parte di Sancti Petri Berte, de regione Columpne, et Nardo Pucii Venectini, a favore delle chiese di S. Maria Maggiore e di S. Prassede contro Buccio di Paolo Capocie de Capoccinis, a proposito della donazione di un quarto di Castell'Arcione, effettuata da Giovanni Capocci, cui il medesimo quarto era stato ceduto da Cesso di Iacobo di Capocci di Cesso Capucie de Capuccinis che era il proprietario delle altre 3 parti418. Del 31 ottobre 1388 è invece una sentenza419 proferita da Angelo de Vallatis, giudice palatino, in favore della chiesa di Santa Maria Maggiore e del Monastero di Santa Prassede contro Buccio di Paolo Capocci, tutore di Buccio, Fiorenzo, Lucia e Cecca di Cesso Capocci riguardo al Castrum Montis Gentilis, Castrum Archionis fuori porta San Lorenzo ed ad una pedica di terra "qua vocatur sacnta Simphorosa, sita in tenimento Castri Archionis". Durante gli ultimi anni del 1300, si può notare come il castello venga progressivamente diviso e queste parti subiscono diversi passaggi di proprietà. Il progressivo declino della famiglia Capocci e la carenza di eredi maschi costringe la famiglia a disfarsi del castello. 415 G. Tomassetti, op. cit., p. 586. S. Carocci, Baroni di Roma…, cit., p. 342. 417 G. Tomassetti, op. cit., p. 586, questi atti di vendita sono conservati negli atti di Santo di Pietro Berte contenuti nella biblioteca Vaticana. 418 Documento conservato nell’Archivio di Santa Maria Maggiore. Si veda in proposito G. Ferri, le Carte dell’Archivio Liberiano vol. XXX, Roma 1905, p. 151, doc. 147. 419 Ivi, p. 151, doc. 148. 416 136 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Tra gli ultimi documenti certi, relativi al periodo di dominio dei Capocci, si può rilevare il testamento di Fiorenzo fu Cesso fu Giacomo Cesso de Capoccinis, padrone e signore di Castro Archionis420 datato 27 Giugno 1400, il quale volendo farsi seppellire presso la chiesa di S. Maria Nuova, lascia la quarta parte del Castro Archionis421 e la sua tenuta con 200 fiorini422. A complicare ulteriormente le cose per il futuro della famiglia Capocci, si registra la scelta di Luigi Capocci di schierarsi con il Re Ladislao, nello scontro di quest'ultimo con il pontefice Innocenzo IV. Il papa, di conseguenza, confisca tutti i suoi beni ed i suoi feudi. Questa requisizione dura fino al 14 luglio del 1411, infatti in una bolla423, così datata, di Papa Giovanni XXIII si rileva che : il castello spettò prima a Cesso Capocci, poi a Fiorenzo, poi a Mabilia e poi a Lello; che nel frattempo vi gravavano sopra vari legati pii a favore della cappella Capocci in S. Maria Maggiore di Roma, di S. Lorenzo e di S. Paolo di Roma; che Lello Capocci ottenne dal papa di poter acquistare le parti spettanti da quei luoghi pii ad un prezzo di favore. Il 17 maggio 1412, lo stesso Giovanni XXIII confermò Castell'Arcione a Lello Capocci ed autorizzò la Reverenda Camera Apostolica a vendere i diritti (un quarto del castello) a chiunque spettanti, in forza dei legati di Fiorenzo e Mabilia Capocci424. Sarà l'ultima volta che i Capocci risultano proprietari del castrum, infatti l'11 aprile 1420 Ludovica Capocci, vedova di Annibale di Lorenzo Annibaldi, vendette a Giordano Colonna 3 parti del castello per 3000 fiorini, esso aveva come confini il casale Turris Pacturis, il castrum diritum San. Honesti ed il casale delle cementare425. Il dominio dei Colonna Nel 1420 il castello è in mano alla famiglia Colonna, più precisamente a Giordano Colonna. Ma prima di affrontare la situazione del 1420 è necessario fare un passo indietro, in realtà questa non è la prima volta che i Colonna possiedono la rocca sita sulla via Tiburtina: nel 1297 (come è stato già detto) Bonifacio VIII fa occupare Castell'Arcione dei Capocci da Landolfo Colonna. Va 420 La parola corretta in latino sarebbe naturalmente Castrum, ma nell’opera del Tomasetti è riportata la voce “Castro”. Siamo infatti nel periodo in cui il latino è in competizione con il volgare italiano. Da questa “sfida” escono spesso termini nuovi che non sono né latini né italiani. 421 Vedi nota n. 42. 422 G. Tomassetti, op. cit., p. 586, questo atto di vendita è riportato negli atti di Nicolò di Cola fu Giovanni fu Giordano, conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana. 423 Subiaco, Monastero di Santa Scolastica, Archivio Colonna, pergamena III, bb. 4, 25. 424 G. Silvestrelli, op. cit., p. 315. 425 Subiaco, Monastero di Santa Scolastica, Archivio Colonna, Instr., Vol. 91, f. 133. 137 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 da sé, stando così le cose, chiedersi come mai Bonifacio VIII diede l'ordine di occupare il castello ad un esponente della famiglia Colonna. Le ragioni sono da ricercarsi nella situazione storica che attraversava Roma con il continuo scontro tra la Chiesa e gli altri poteri esistenti in Italia. Sulla base del saggio di Gregorovius, Storia della citta di Roma nel medioevo426, e della più volte citata opera del Carocci, è possibile tratteggiare la storia della famiglia Colonna ed il quadro della città di Roma negli anni che chiudono il 1200 ed inaugurano il 1300. La famiglia Colonna ha come capostipite Petrus de Columna che, dopo una rivolta contro il pontefice Pasquale II, occupa Palestrina nel 1108. Palestrina sarà la città cardine della famiglia, dalla stessa infatti essi allargheranno i loro domini fino a comprendere una vastissima zona. Negli stessi anni i Colonna entrano in possesso di Zagarolo e Colonna. Le località sono infatti attestate tra i domini familiari nel 1151, quando Oddone, figlio di Pietro, cede al papa in cambio di una notevole somma di denaro e del castello di Trevi, la metà di Tuscolo, il vicino Monteporzio ed i suoi diritti su Montefortino427. Lo stesso Oddone è in grado di controllare tutta quell'area, tra i Colli Albani e i Monti Prenestini, che mette in congiunzione la campagna romana con la valle del Sacco e nonostante la quasi totale mancanza di fonti, è molto probabile che sul finire del secolo i Colonna entrino in possesso di altre zone del Lazio come S. Cesareo, S. Giovanni in campo Orazio e Gallicano. Fino alla metà del 1200 quindi la famiglia resta unita ma, dal 1252428, ha luogo la divisione che porterà la famiglia alla scissione in tre rami: i Colonna di Gallicano, i Colonna di Genazzano ed i Colonna di Palestrina. Il ramo più importante sarà quello dei Colonna di Palestrina; infatti, grazie ad un'intelligente politica matrimoniale e grazie ad una fruttuosa gestione delle risorse economiche, riescono ad avere numerosi territori sotto il loro dominio: Castrum Silicis, Palestrina, Castel del Lago, Pozzaglia, Comunanza, Riopozzo, Normanni, Pisoniano, Castel Nuovo ed altri429. Fino allo scoppio della guerra tra Bonifacio VIII ed i Colonna di Palestrina, che ha inizio nel maggio del 1297, i domini dei Colonna di Palestrina sono saldi e stabili. La politica ereditaria della famiglia tuttavia crea dei dissapori interni. Infatti, secondo la tradizione familiare, la totalità dei possedimenti non va spartita tra tutti i figli del proprietario , ma finisce nella sua integrità nelle mani del primogenito. In questo caso specifico, alla morte di Oddone III, tutto 426 F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medioevo, Torino 1926. S. Carocci, op. cit., p. 354. 428 J. Coste, “I primi Colonna di Genazzano”, in Latium, Vol. III, Roma 1986, p. 64. 429 G. Digard, Les Registres de Boniface VIII, docc. 2298-2352-3410, Parigi 1884. 427 138 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 l'ingente patrimonio colonnese finisce sotto il controllo del cardinale Giacomo. Infatti il primo figlio Giovanni era defunto in precedenza. Il cardinale invece di favorire i proprio fratelli superstiti: Landolfo, Oddone e Matteo; decide di favorire i figli del fratello scomparso. Papa Bonifacio VIII utilizzerà proprio questi contrasti per garantirsi l'appoggio dei figli cadetti di Ottone e per indebolire un nemico potente. Bonifacio VIII infatti era diventato papa nel 1294, in un modo (quasi 430) del tutto inusuale, il suo predecessore infatti aveva abdicato e papa Caetani era stato eletto appunto, come suo successore. Non era stata però una situazione del tutto trasparente, tuttora esistono argomentazioni a favore della teoria secondo la quale Bonifacio VIII, avrebbe spinto Celestino V ad abdicare e poi l'avrebbe fatto uccidere431. Bonifacio era quindi al potere, ma aveva già diversi nemici. Infatti i monaci francescani, oltre ai celestini, erano i fieri oppositori di un papa che era considerato da alcuni addirittura come l'anticristo , cosi è definito per esempio da Jacopone da Todi. A queste opposizioni si aggiunsero anche quelle della Curia romana. Infatti, come ci fa notare Gregorovius, "nella curia sedevano principi romani di nobiltà antichissima, erano uomini superbi ed arroganti. Videro con acerba contrarietà che il pontefice assumeva aria di padronanza"432. Alla guida di queste animosità c’era la famiglia Colonna, in quel momento probabilmente la più potente famiglia romana. Nel maggio del 1297 i Colonna tennero un consiglio a Lunghezza durante il quale redassero un documento meglio noto come Manifesto di Lunghezza433. In esso si dichiarava illegittima l'elezione di papa Caetani, in quanto ritenuta non valida l'abdicazione di Celestino V. Di conseguenza il Pontefice era da considerarsi decaduto. Il manifesto terminava con l'invito ai fedeli a non prestare più obbedienza a Bonifacio. Non tutti i Colonna erano però presenti a questo consiglio, infatti, come già detto, Bonifacio si era inserito nella disputa familiare sull'eredità dei figli cadetti di Ottone III e riuscì a portare dalla sua parte 430 La storia di Celestino V si è in parte ripetuta. Infatti, il 28 Febbraio 2013, papa Benedetto XVI ha lasciato il trono di Pietro esattamente come secoli prima aveva fatto uno dei suoi predecessori. 431 F. Gregorovius, op. cit., vol. II, 2, p. 111. I seguaci di Celestino V, i celestini, mostrano come reliquia un chiodo con il quale, secondo loro, sarebbe stato ucciso il pontefice. L’eco della storia è arrivato fino ai giorni nostri, infatti nella versione online del quotidiano «Il Messaggero», del 23 Febbraio 2013, è uscito un articolo che aveva come titolo Celestino V non è stato ucciso: il foro sul cranio è naturale. Nell’articolo viene raccontata la procedura, all’avanguardia, che ha permesso di chiarire, una volta per tutte, che il Pontefice abruzzese non è stato ucciso su desiderio di Papa Bonifacio VIII, bensì sia morto per cause naturali. 432 Ivi, p. 114. 433 Ivi, p. 116. Insieme ai cardinali Colonna redassero il manifesto anche Jacopone da Todi, alcuni francescani ed alcuni celestini la cui unione fu detta Bizochi. 139 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Landolfo, Oddone e Matteo. In particolare Landolfo guidò le truppe papali assieme a Inghiramo di Bisanzio condottiero dei fiorentini a Orvieto, dove si erano rifugiati alcuni dei nemici papali. Eliminata la resistenza di Orvieto, il pontefice attaccò e vinse successivamente tutte le città in mano ai Colonna di Palestrina: San Vito, Zagarolo e cosi via tutte le altre fino a Palestrina che cadde, grazie ad un tranello tra la fine del 1297 ed il 1298. I Colonna furono costretti a riconoscere Bonifacio VIII come pontefice e furono relegati a Tivoli sotto stretta sorveglianza per un determinato periodo, durante il quale venne presa una decisione sulla controversia. Fu proprio in questo momento e per le ragioni descritte che, Landolfo Colonna, su ordine di Bonifacio VIII, occupò Castell'Arcione. Infatti il castrum era nella posizione perfetta per sorvegliare la città tiburtina e per controllare la via consolare che portava ad essa. A supporto di tutto questo è possibile leggere il testamento del 1300 dello stesso Landolfo434. Nel testamento, la rocca viene riconsegnata al papa (il quale, con la bolla citata in precedenza, la riassegnerà ai Capocci) e Bonifacio è definito da Landolfo come "Benefactor meus". Il Secondo possesso dei Colonna Se il primo possesso del castello da parte dei Colonna durò pochi anni per ragioni contingenti - come si è visto, il castrum era stato fatto occupare per controllare i nemici papali - il secondo durerà poco, perché la confisca dei beni di Luigi Capocci, disposta da Innocenzo VII nel 1406, comporta il conseguente annullamento dei successivi passaggi di proprietà435. Naturalmente, anche in questo contesto è opportuno sciogliere alcuni nodi problematici. Più precisamente: come mai i Colonna erano interessati ad acquistare Castell’Arcione? Quale ramo dei Colonna poteva, dopo la disfatta del 1300, sostenere una spesa del genere? Il rappresentante dei Colonna che irromperà con prepotenza sulla scena romana è Giordano Colonna. Peter Partner, nel Dizionario Biografico degli Italiani436, pure non citando mai Castell’Arcione, ci aiuta a conoscere meglio la figura di quest’uomo ed il perché i Colonna erano interessati alla zona Tiburtina. Giordano Colonna faceva parte del ramo dei Colonna di Genazzano che nel 1400 (anche grazie a Giordano ma soprattutto al fratello Oddone) diventa una delle famiglie più importanti di Roma. Infatti il 14 Novembre del 1417 434 Subiaco, Monastero di Santa Scolastica, Archivio Colonna, Cass. 54, n. 5. G. Silvestrelli, op. cit., p. 318, nota 16. 436 P. Partner, “Giordano Colonna”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, Roma 1982, pp. 214-217. 435 140 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 viene eletto papa, col nome di Martino V, Oddone Colonna. Questa elezione fornì immediatamente a Giordano un importante ruolo politico. Diventa inizialmente un diplomatico del papa, viene mandato a Napoli, per parlare con la regina Giovanna; poi a Roma, dove ottiene la sottomissione del comune dell’Urbe al papato. Il Colonna entra inoltre nelle grazie della regina, essa lo investe del titolo di duca di Amalfi e di Venosa e successivamente gli concede il titolo di principe di Salerno. Per mantenere queste dignità gli viene inoltre assegnata dalla regina una provvisione annua di 12000 ducati, più altri 50000 dalla città dell’Aquila. Lo storico E. Pontieri afferma che “Una nuova potenza feudale, quella dei Colonna, sorgeva allora nella tormentata Italia Meridionale, con amputazioni rilevantissime di territori del patrimonio dello stato”437. Nel 1419 Giordano torna a Roma e viene incaricato di pacificare la capitale ponendo fine allo scontro tra i Savelli e gli Orsini. Nel 1420 il principe di Salerno e, grazie ad un accordo trovato con Raimondo Orsini, entra in possesso dei porti di Ardea e di Nettuno. Fornisce inoltre ingenti prestiti alla S. Sede per sovvenzionare la guerra contro Braccio. Ricevendo in cambio, oltre alla restituzioni del denaro prestato, anche alcune esenzioni fiscali come l’esenzione delle tasse del sale e focatico sui propri possedimenti, come risulta da una bolla, datata 12 Giugno 1420, di Martino V438. Giordano Colonna fu poi abilissimo a sfruttare lo spopolamento dell’agro romano dovuto alla peste. Inoltre egli agiva non soltanto per proprio interesse, ma anche come tutore e procuratore dei membri della famiglia Colonna. Questa sua capacità gli permise di entrare in possesso di diverse proprietà nel zona est di Roma, pagandole molto meno del loro effettivo valore. Proprio in questo contesto si inserisce l’acquisto da parte di Giordano Colonna di Castell’Arcione. Infatti il principe di Salerno ha come obiettivo il controllo delle zone che circondano Roma e ciò è facilmente comprensibile analizzando le carte contenute nell’Archivio Colonna. Nel 1420 i documenti ci mostrano un’intensissima serie di acquisti: Casale di Torre Nova439 il 28 febbraio, castello di Empiglione440 il 13 marzo, Castello di Marcandreola441 il 22 maggio, Casale Novo detto Pietralata442 il 23 giugno e molti altri. 437 E. Pontieri, “Muzio Attendolo e Francesco Sforza”, in Studi Storici in onore di G. Volpe, Firenze 1958, p. 810. 438 Subiaco, Monastero di Santa Scolastica, Archivio Colonna, Perg. III BB, doc. 40. 439 Ivi, Cart. III AA, doc. f 111. 440 Ivi, Cart. III AA, doc. f 119. 441 Ivi, Cart. III AA, doc. f 150. 442 Ivi, Cart. III AA, doc. f 164. 141 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Risultano molto significativi due ulteriori acquisti: il primo è naturalmente quello di Castell’Arcione: dalla pergamena, contenuta nell’Archivio Colonna a Subiaco, si evince che Giordano Colonna acquista l’11 Aprile del 1420 la totalità del castello da Ludovica Capocci, erede del precedente proprietario Lello Capocci e moglie di Annibale Lorenzo Annibaldi, per 3000 fiorini. L’altro acquisto significativo è quello del Castello di Monte Gentile: analizzando la pergamena si può leggere che la stessa Ludovica Capocci e suo marito Annibale Lorenzo Annibaldi vendono il castello sulla via Nomentana per 5000 fiorini. Questi due acquisti ci dimostrano in maniera inconfutabile quali fossero gli obiettivi di Giordano Colonna, ossia quello di inserirsi nel contesto dell’agro romano, ma non solo con intenti militari ma anche, e soprattutto, con interessi di tipo economico. Infatti nel XV secolo i castra hanno ormai perso la loro funzione militare e, nonostante qualcuno sopravviva come tale, essi spesso cambiano padrone e vengono utilizzati soprattutto come aziende agricole 443. Il dominio colonnese dura, come detto in precedenza, molto poco. Infatti nel testamento di Giordano Colonna, morto nel 1424, il castrum non compare tra i beni che finiscono ai suoi nipoti, figli di Lorenzo Colonna444. Castell’Arcione: un sito fortificato a controllo della viabilità Il castrum Per poter approfondire meglio le vicende storiche, in particolar modo quelle di carattere militare che hanno interessato il castello, è necessario innanzitutto descrivere il castrum nella sua struttura architettonica. A tale scopo, centrale è la ricognizione effettuata da E. Amadei, pubblicata nella rivista «Capitolium»445. Altrettanto essenziale l’opera di Daniela Esposito Tecniche costruttive murarie medievali : murature a tufelli in area romana446. L’articolo di E. Amadei fornisce una descrizione accurata dell'interno e dell'esterno della rocca, utilissima come cornice di alcuni documenti reperiti negli archivi, relativi alle strutture presenti all’interno del fortilizio. Il castello, costruito in posizione elevata rispetto alla via Tiburtina, dava la possibilità di dominare e sorvegliare tutta l'area circostante. I materiali utilizzati per la sua costruzione sono diversi e rispettano una pratica che è tipica del periodo, quella del riuso. 443 J. Coste , “Appendice II. Topografia Medievale”, in Z. Mari, Tibur, Pars Tertia, p. 34. G. Silvestrelli, op. cit., p. 318. 445 E. Amadei, Castell’Arcione sulla Tiburtina, in «Capitolium», n. 8, Roma 1931, pp. 396-405. 446 D. Esposito, Tecniche costruttive murarie medievali: murature a tufelli in area romana, Roma 1998, p. 89. 444 142 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La pratica del riuso del materiale antico è abbastanza consolidata nel medioevo laziale, essa interessava sia il riutilizzo di materiali lapidei sia i laterizi. Nel castrum Archionis il recinto esterno del castello è in lava leucitica e tufo litoide447. Questo tipo di elemento costruttivo ci fornisce un' ulteriore prova sulla presenza, in epoca classica, di costruzioni romane. La rocca era maestosa e circondata da una triplice cerchia di poderose e solide mura, erano inoltre presenti le tipiche merlature e le torri per le sentinelle. Era visibile poi una grande torre centrale, detta anche mastio, a pianta quadrata di grande spessore, anch'essa merlata. Essa era, probabilmente, l'abitazione del signore del castrum. La stessa torre era collegata con le altre parti del castello da una ripida scala in legno. Le due cinte di mura erano concentriche e circondavano la torre centrale formando l’elemento architettonico detto cassaro o rivolto. Intorno ad esso sorgeva il villaggio con l'antica chiesa, essa era situata all'interno del recinto fortificato ma in modo che il popolo potesse entrarvi liberamente, anche dall'esterno. Presso la chiesa, probabilmente, sorgeva lateralmente la torre campanaria. La cinta di mura più esterna era, per ovvie ragioni, la più ricca di torri di vedetta, esse erano di diverse dimensioni e le più alte sorgevano in prossimità degli angoli e degli ingressi. La posizione già elevata del castello, in aggiunta alla sopraelevazione delle torri rispetto al castello stesso, permetteva alle sentinelle di poter scorgere il nemico con buon anticipo e consentire l'accesso nel recinto fortificato alla popolazione circostante. Nel Castrum Archionis non esistevano né il fossato esterno né, di conseguenza, il ponte levatoio; entrambe le due tipologie di fortificazione non erano infatti un elemento tipico dei castelli laziali del periodo. L'unico elemento difensivo, oltre alle torri, presente sull'ingresso principale era la bertesca, ossia una piccola prominenza rettangolare fissata, tramite un arco, al muro di un'apertura difensiva, essa era merlata ed era munita di una feritoia e di una caditoia per permettere un’efficace difesa dell'ingresso. Sulle cinte murarie erano presenti dei camminatoi che permettevano il passaggio delle truppe armate e il lancio delle frecce. All'interno delle mura si possono notare alcuni elementi decorativi, sul muro di destra vi erano infatti affrescati due figure di santi protettori. Essi erano probabilmente S. Sinforosa e San Paolo, poiché all’interno della rocca erano attive due chiese dedicate ai due santi. 447 Ivi, pp. 132-133. Inoltre l’autrice ci informa che la tecnica è particolarmente in voga nella zona est di Roma. Infatti anche Tor Mastorta è costruita con la stessa tipologia di materiali. 143 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Le stanze situate al pianterreno erano, molto probabilmente, riservate al corpo di guardia e ai soldati. Osserva inoltre Amadei che probabilmente era il luogo di incontro e di riposo per gli uomini d'arme della rocca. Il primo piano era decorato con stemmi e pitture, vi si trovava una grande cucina ed una sala da pranzo con inoltre un grande camino che occupava un'intera parete. Sempre al primo piano erano site alcune sale di dimensioni più piccole, aventi forse la funzione di alloggio per gli ospiti. Oltre alla rocca centrale venne innalzata una grande torre di vedetta. Essa sorgeva in direzione est, ossia verso il nemico ritenuto più pericoloso dai costruttori della rocca: Tivoli. L'analisi di tre documenti di archivio ci consente di avere altre notizie circa l'esistenza di un terreno dedicato al pascolo nel tenimento. Ma soprattutto ci informa della presenza di ben due chiese all'interno del castrum. Il primo documento è citato da Tomassetti448: il 4 agosto 1388 Buccio di Paolo Capocci, il tutore di Buccio Fiorenzo Lucia e Cecca fu Cesso Capocci, vendette l'erbatico invernale dei tre quarti del casale castri Archionis a Paolo di Stefano Mei del rione Monti. L'erbatico era il tributo corrisposto al signore feudale per la facoltà che concedeva di far pascolare le proprie greggi e di tagliare l’erba sulle sue terre, sintomatico del fatto che sul finire del 1400 la rendita agricola del castello era basata in parte sulla pastorizia e in parte sull’agricoltura. Per quanto riguarda le chiese invece si può analizzare un documento precedentemente citato: il 31 ottobre 1388449 Angelo Vallati, giudice palatino, pronuncia una sentenza in favore di S. Maria Maggiore e di S. Prassede contro i Capocci riguardante il castrum archionis e ad una pedica detta Santa Sinforosa situata in tenimento dicti castri Archionis. Il culto verso questa Santa era molto vivo nella zona tiburtina450, infatti nella zona esisteva in passato una grande 448 G. Tomassetti, op. cit., p. 586. Documento conservato nell’Archivio di Santa Maria Maggiore. Si veda in proposito G. Ferri , le Carte dell’Archivio Liberiano vol. XXX, Roma 1905, p. 151 ,doc. 148. 450 Il culto della santa nasce dalla storia di una donna chiamata Sinforosa madre di 7 figli. 449 Questa donna era vedova e viveva al km 17450 della Tiburtina (dove ora rimangono i ruderi della basilica a lei dedicata), un giorno l’imperatore Adriano le ordinò un sacrificio per ingraziarsi gli dei; Sinforosa, fervente cristiana, si rifiutò. L’imperatore con lusinghe, con minacce e con ricatti, cercò di farla desistere e a sacrificare agli idoli. Visto che la donna non si piegava ai suoi voleri, l’imperatore rinnovò di sacrificarla insieme ai suoi figli agli dei pagani, oppure sarebbero stati sacrificati essi stessi, ma la Santa fu irremovibile, come pure lo furono i suoi sette figli. L’imperatore, visto vano ogni tentativo, ordinò che Santa Sinforosa fosse torturata a sangue. Dalla tortura però l’imperatore non ricavò nulla, e spazientito da quella resistenza, diede ordine alle guardie di legare un grosso sasso al collo di Sinforosa, e di gettarla nel fiume Aniene, affinché annegasse. Poi venne la volta dei figli; furono presi da parte, e 144 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 basilica dedicata alla martire, essa distava dal castello circa 4 km. Questa chiesa venne saccheggiata, probabilmente, dai longobardi durante il loro assedio romano del 756 e successivamente le reliquie della Santa vennero trasferite presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria451. Per quanto riguarda l'altro documento esso è citato in Tomassetti452: il 24 dicembre Cecco di Giovanni di Paolo de Tybure, rettore della chiesa di S. Paolo di Castrum Archionis, locò per tre anni a Paolo di Stefano Mei un pezzo di terra di detta chiesa chiamato Vallis de Nocte, posto in territorio dicti Castri Archionis, che aveva come confini la via pubblica tiburtina ed il casale proprietà di S. Lorenzo in Panisperna (che sorgeva nei pressi dell'antica domusculta di S. Cecilia). J. Coste nella sua opera Scritti di Topografia medievale453 osserva come questa chiesa, con lo scorrere del tempo, sia divenuta un semplice dormitorio. Eventi bellici Una volta descritta la struttura architettonica del castello si prenderanno in esame gli eventi bellici in cui esso è stato coinvolto. In verità il castrum, come già spiegato in precedenza, è stato utilizzato (con funzioni militari) esclusivamente per due ragioni: di Brancaleone degli Andalò contro Tivoli per esempio. veglianza sulla via Tiburtina, il periodo del dominio capoccino, che ne costituisce l'esempio emblematico. Utilizzando l'opera di Gregorovius, quella di Ludovico Gatto Storia di Roma nel medioevo454 e Annali e Memorie di Tivoli di Giovanni Maria Zappi455, a cura di V. Pacifici, è stato possibile ricostruire la storia militare del castello fino alla sua distruzione, avvenuta nei primi decenni del XV secolo. Il primo conflitto che interessa direttamente il Castrum Archionis è quello tra il senatore di Roma Brancaleone degli Andalò e la città di Tivoli. La situazione nell'Urbe era particolare, infatti la morte dell'imperatore Federico II aveva lasciato un vuoto di potere ed il popolo romano temeva che il potere tornasse in mano alle famiglie guelfe della città. Venne cosi eletto l’imperatore chiese a loro di sacrificare agli dei. Vista la resistenza dei ragazzi, l’imperatore ordinò che tutti e sette fossero sottoposti alla tortura, ed infine uccisi, poi li fece gettare in una fossa comune. La zona circostante deve alcuni dei suoi toponimi a questo martirio con i quartieri di Setteville e Settecamini. 451 S. Stevenson, S. Sinforosa, Roma 1878, pp. 90-92. 452 G. Tomassetti, op. cit., p. 587. 453 J. Coste, op. cit., p. 47. 454 L. Gatto, Storia di Roma nel medioevo, Roma 2003. 455 V. Pacifici, Annali e memorie di Tivoli di Giovanni Maria Zappi, Tivoli 1920. 145 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 senatore nell’Agosto del 1252, Brancaleone degli Andalò. Gregorovius presenta cosi il senatore romano "un cittadino di Bologna col suo grande intelletto e col suo vigoroso governo aveva sollevato d'un tratto a eccelso onore l'officio senatorio, e dava eziandio alla Città un breve periodo di splendore. Il suo reggimento e gli ordini che ricevette la repubblica romana, massime al tempo di lui, meritano diligente considerazione" Al momento dell’elezione, al senatore venne fatto pronunciare un solenne giuramento che aveva tra le condizioni fondamentali quella di governare la città con giustizia. Brancaleone mantenne la promessa e difese il popolo dal potere dei signori feudali del periodo appartenenti alle famiglie Annibaldi, Colonna, Orsini e Capocci. Difese il popolo alleandosi con queste casate oppure aggredendole e osserva Gregorovius: "Roma e la Campagna provarono il vigore della sua mano; si fecero sicure le vie, e videsi qualche nobile oltracotante penzolare col laccio alla gola dalle alte finestre della sua torre"456. Come ulteriore dimostrazione di vicinanza al cittadinanza, il senatore si nominò Capitano del Popolo, una nomina nuova per il comune romano e destinata a spostare l'asse della politica capitolina in senso radicalmente antiaristocratico457. Non tutte le famiglie però vennero oppresse e tra le casate che svoltarono verso una politica più amichevole nei confronti di Roma, risulta esserci la famiglia Capocci. Ci sono due documenti a dimostrazione di questo periodo di tregua tra i Capocci, Brancaleone ed il popolo romano: nella quietanza fatta da Arcione Capocci quando è a Siena, documento già citato nel primo capitolo. Il Capocci è infatti nella città toscana per ordine di Brancaleone; mentre un Capocci , più precisamente Angelo, nel 1267 è nominato capitano del popolo. La rocca di Arcione si inserisce inoltre nella politica territoriale perseguita da Brancaleone. Infatti il senatore decide di estendere il potere comunale di Roma su alcuni territori che circondavano la capitale, Terracina prima e Tivoli poi. Se il primo obiettivo non fu raggiunto, a causa dell'opposizione del pontefice Innocenzo IV, diversa fu la situazione di Tivoli. Nel 1254, dopo il fallimento dell'operazione di Terracina nel 1253, Brancaleone pose l'assedio alla città tiburtina. La conclusione della guerra però non giunse velocemente e Gregorovius descrive cosi la scena: "Tivoli, a grande onor suo, era stata sempre repubblica libera: non aveva mai sopportato dominio di baroni e di dinastie; talvolta era stata asilo di pontefici perseguitati, indi sotto 456 457 F. Gregorovius, op. cit., vol. III, 1, p. 451. L. Gatto, op. cit., p. 403. 146 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Federico II aveva sposato la causa ghibellina”458. L'assedio quindi si protrasse, ed è ovvio il bisogno da parte delle truppe di Brancaleone di un zona sicura dove poter far riposare le truppe e dove poter organizzare le nuove fasi della battaglia. In questi anni il castrum è appena stato eretto ed è quindi molto probabile l’utilizzo romano di una struttura cosi importante e cosi recente. Inoltre esiste una lettera dello stesso senatore , datata 10 Maggio 1254 459, che afferma di aver fatto accampare le truppe nelle zone che dividono il territorio romano da quello tiburtino: la zona descritta è appunto quella, già analizzata nei precedenti capitoli, dei possedimenti capoccini nell’agro romano ed in particolare il terreno dove sorge Castell'Arcione. Le operazioni di guerra terminarono, grazie anche alla mediazione del pontefice Innocenzo IV460. La seconda situazione bellica, in ordine cronologico, che interessa il castrum arcionis, è collocabile nel periodo delle lotte tra Bonifacio VIII ed i Colonna di Palestrina. Quest'argomento è stato già analizzato approfonditamente nei capitoli precedenti. L'ultima guerra che vedrà il castello ancora vitale è la scontro che vedrà opposti re Ladislao ed i pontefici romani nei primi anni del 1400. La situazione a Roma all'avvio del XV secolo è molto difficile, la morte di Bonifacio IX (1404) e la successione dell'anziano Innocenzo VII fa sperare i romani di avere concessioni del tutto nuove rispetto al precedente pontificato. In realtà il papa ha dalla sua parte l'energico nipote Ludovico Migliorati, che reprime con la forza delle armi le intemperanze dei cittadini capitolini. Arrivando addirittura ad attirare nel proprio palazzo un gruppo di undici funzionari capitolini ai quali promette di aprire un tavolo di trattative. In realtà una volta avuti in suo potere li farà incatenare ed uccidere461. La situazione precipita, le rivolte popolari costringono Innocenzo VII a lasciare Roma per rifugiarsi a Viterbo. Nel frattempo arriva a Roma il re Ladislao di Angiò-Durazzo che in poco tempo, grazie ad intelligenti acquisti e alleanze, diventa il padrone di Roma462 ed inimicandosi di fatto il papa. In questa situazione di estremo caos, riemergono le vecchie rivalità interne a Roma tra le famiglie guelfe e quelle ghibelline. È di questo periodo la perdita di tutti i feudi subita da Luigi Capocci, proprietario del castrum arcionis. Infatti il 458 F. Gregorovius, op. cit., vol. III, 1, p. 464. Ivi, n. 10. 460 Osserva L. Gatto che la mediazione pontificia era tutt’altro che disinteressata, infatti il papa lascia in sostanza Tivoli ai romani. Quest’azione è motivata in Storia di Roma del medioevo in relazione a future concessioni che il pontefice chiederà a Brancaleone, in particolare il mantenimento di alcune prerogative papali nella capitale. 461 L. Gatto, op. cit., p. 491. 462 Ivi, p. 492. 459 147 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Capocci vede confiscati tutti i propri possedimenti per ordine del pontefice poiché alleato del re Ladislao. Sempre nel contesto delle guerre tra il re angioino ed il papa, nel maggio del 1406 , un capitano di ventura Ceccolino da Perugia, conquista il castello. Ma chi era costui? Pierluigi Falaschi, nella voce redatta per il Dizionario Biografico463, sottolinea come Ceccolino Michelotti da Perugia era appunto un capitano di ventura, che nel corso della sua esistenza aveva combattuto al servizio prima di Perugia contro le vicine città (Todi, Bastia e Assisi) , poi del papa Bonifacio IV, poi di Innocenzo VII e infine del re Ladislao. Nel 1406, anno in cui occupa il Castello, Ceccolino è al servizio di Innocenzo VII. Il papa ingaggia il capitano umbro alla disperata ricerca di una soluzione per non far cadere definitivamente Roma nelle mani del re Ladislao. Una notizia interessante è riportata nelle pagine di Antonio dello Schiavo del Diario di Roma464. In esso si racconta del tranello con cui Ceccolino riesce ad entrare nella rocca. La rocca di Arcione infatti era considerata difficile da conquistare per merito delle fortificazioni ,ma soprattutto delle varie torri che la circondavano. Esse permettevano ai soldati di non essere mai colti di sorpresa ed inoltre le forze di Ceccolino non erano in numero tale da sostenere un lungo assedio. Il capitano fece quindi travestire dodici suoi uomini da frati, i quali grazie alla loro veste sacra vennero accolti all'interno delle mura, dove facilmente poterono eliminare la guardia alla porta e permettere l'ingresso del resto della compagnia. Il castello rimase in mano a Ceccolino ed alla sua truppa, ma lo stesso Capitano fu costretto, per motivi bellici, ad allontanarsi lasciando una parte del suo esercito a sorvegliare il fortilizio. Queste truppe, formate esclusivamente di mercenari, erano però mal pagate465 ed iniziarono a razziare le comunità circostanti. In particolare la più ricca della zona ossia Tivoli. Tivoli in quel momento viveva una situazione di ripresa economica e fungeva inoltre da alloggio per i nobili che si recavano a Roma, e naturalmente mal vedeva la serie di razzie a cui era sottoposta. Infatti, come si può leggere nell'opera Annali di Tivoli: "gli homini dela città (Tivoli) si risolseno infocarlo e lo spianorno quasi tutto; vi si ritrovava una torre altissima et ivi più delle volte si facevano forti, quelli homini dopo fatto lo escesso la brugiorno et si crepò per mezzo si come hoggie giorno si vede manifestamente". La data della distruzione è incerta, ma quasi sicuramente precedente il 1420, anno in cui il 463 Voce a cura di P. Falaschi , Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, Roma 2010, pp. 374-376. A.P. Dello Schiavo, “Il Diario romano”, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, vol. 24, Citta di Castello 1729, p. 104. 465 F. Gregorovius, op. cit., vol. III, 2, p. 133. 464 148 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Nibby nella sua opera466 fa risalire l'attacco tiburtino al castello. Infatti Tomasetti e Silvestrelli non concordano con il Nibby su un soggiorno prolungato del capitano Ceccolino e delle sue truppe. A mio parere il periodo cui va fatta risalire la distruzione del castrum è attorno al 1408, quando Ceccolino era di nuovo in Umbria per difendere Perugia quindi lontano dal suo esercito che era perciò libero di saccheggiare le zone limitrofe al castello. Questo avvenimento segna la fine della rocca come tale, infatti da questo momento in poi verrà destinata ad altri usi, in particolare l’utilizzo primario sarà quello di tenuta agricola. La tenuta di Castell’Arcione nella lunga durata Età moderna Il castello, ormai diruto, subisce dopo il possesso colonnese vari passaggi di proprietà. Grazie alle notizie ottenute da alcuni documenti conservati nell’Archivio Capitolino467 ed altri nell’Archivio di Stato di Roma, è stato possibile illustrare le compravendite che hanno interessato la tenuta. Utilizzando inoltre le opere di Tomassetti e Silvestrelli è stato possibile ricavare alcune informazioni, le quali si sono rivelate chiarificatrici della situazione a tratti intricata sulla proprietà del territorio. Nel 1427 il castrum non risulta più essere una proprietà dei Colonna, come specificato dal già citato testamento di Giordano Colonna468. Chi è quindi ora il proprietario della rocca e del suo territorio? Molto probabilmente il castello entra a far parte del patrimonio della Chiesa, successivamente alla confisca del 1406 comandata da Innocenzo VII nei confronti di Luigi Capocci469. Infatti il primo documento successivo al 1427 che cita il Castrum Archionis è datato 16 Ottobre 1435: in questa bolla papale, il pontefice Eugenio IV definisce la rocca di Arcione ed il castello di Monte Gentile, entrambe poste nel distretto di Roma, come spettanti “pleno iure ad Sacram Romanam Ecclesiam”470. Nella pergamena si può leggere inoltre, che il papa concede i due territori in vicariato a Giovanni Antonio Orsini, conte di Tagliacozzo, e suo fratello Raynaldo come premio dei pericoli e delle fatiche di guerra sostenute dai due Orsini. Le due 466 A. Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' Dintorni di Roma, Roma 1837, p. 418. 467 Roma, Archivio Capitolino, Archivio Orsini. 468 Vedi, supra, n. 66. 469 Colpevole di aver appoggiato Re Ladislao. 470 Roma, Archivio Capitolino, Archivio Orsini, perg. II, A, XIV, 66. 149 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 proprietà hanno un censo annuo di un cane ed una rete da pesca che andavano consegnate nel giorno delle festa dei santi Pietro e Paolo. Una nuova famiglia si inserisce quindi in questa zona dell’agro romano, già in passato gli Orsini avevano provato ad acquistare la quarta parte del castrum archionis. Ciò è dimostrato da una pergamena471. In essa si legge come Giacomo Orsini deleghi a Giacomo de Priscianis di Canemorto la trattativa per l’acquisto di una parte del castello per una somma massima di 1230 fiorini. Una trattativa che, come abbiamo visto, non andrà a buon fine. Le carte degli Orsini ci informano sullo stato del castrum. Esso risulta essere diruto e disabitato come attestato in una pergamena del 16 ottobre 1450472; in essa Giacomo Antonio Orsini, conte di Tagliacozzo ed Albe nomina come procuratore ser Tommaso di ser Antonio da Trevi per vendere o comunque disimpegnare alcuni beni siti a Roma e nell’agro romano. Tra questi vengono nominati il castello di Monte Gentile e “casale seu castrum Archionis, inhabitatum cum iuribus“ con confini il territorio di Tivoli, Torre Pattume e il casale Sordorum. A ser Tommaso viene chiesto di vendere il tutto al prezzo che ritiene migliore. Si può osservare come, a differenza dei suoi predecessori, Giovanni Orsini non ha interesse circa le sue proprietà laziali, infatti è molto più interessato ai suoi territori pugliesi. In Puglia Giovanni Orsini aveva accumulato diversi titoli, era infatti Duca di Bari, principe di Taranto, Conte di Lecce e di Soleto473. Il castello resta comunque invenduto ed anzi è al centro di una controversia con la città di Tivoli474: il 26 ottobre 1451 Johannes de Grassis e Lucas de Tazzolis pronunciano un lodo arbitrale riguardante i confini da porsi tra i due territori. Viene dichiarato che le due parti in causa ponessero entro 8 giorni dei segnali per chiarire i confini, più precisamente in strata antiqua per quam ibatur et rediebatur ad Urbem, et per territorium inter immagine sitam prope aquam, in qua est Crux designata, et dictos terminos usque ad flumen sit dicti communis Tyburis, et a dictis termini set a dicta imagine versus Casale de Surdis sit et esse debeat tenimentus dicti Castri Archionis non pregiudicando pro hoc territorio et tenimento Palazzetti Cole Sancti de Tybure, et aliis habentbus alia iura […]. Il 4 Agosto 1477 la rocca è ancora in possesso degli Orsini, infatti vengono stipulati alcuni accordi tra i familiari per le successioni di alcuni possedimenti 471 Ivi, perg. II, A, XI, 26. Ivi, perg. II, A, XVI, 19. 473 A. Kiesewetter, “Giovanni Orsini”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 79, Roma 2013, pp. 147-148. 474 Roma, Archivio Capitolino, Archivio Orsini, perg. II, A, XVI, 32. 472 150 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 tra i quali il castello di Arcione, esso però viene significativamente chiamato “Arcionis tenutae”475. Gli Orsini evidentemente hanno obiettivi più ambiziosi da perseguire, a maggior ragione quando il nuovo proprietario della tenuta diventa Gentile Virginio di Napoleone Orsini. La figura dell’Orsini è descritta accuratamente nella voce curata da Stefania Camillo476. Gentile Orsini era conte di Tagliacozzo e di Albe ed era inoltre signore di Bracciano. Per di più il Duca era molto attivo dal punto di vista politico-militare servì infatti il re Ferrante della corte aragonese, in seguito combatté il papa ed il re nella lotta contro Lorenzo il magnifico, mentre nella guerra di Ferrara invece si schierò con i pontifici veneziani contro il re Ferrante477; infine, il duca, tornò a lottare accanto al re, motivato anche dalla medesima scelta operata dal papa. Divenne quindi un personaggio di primo piano dello scacchiere militare napoletano ed è quindi evidente come un castello, per giunta diruto, lontano dalle terre di suo interesse, fosse più un peso che altro. Egli decide di utilizzarlo per altri scopi: un’entrata economica immediata piuttosto che un investimento per i suoi discendenti. A dimostrazione di tutto ciò conserviamo due notizie certe: la prima è riportata dal Silvestrelli478 ed è riguardante il distaccamento di circa 116 rubbie che andarono a formare un nuovo tenimento, pur mantenendo la stessa denominazione; l'altra informazione si può ricavare da un atto di vendita datato 9 novembre 1480479 - durante la guerra contro il Magnifico- con il quale il conte di Tagliacozzo vende per 3000 ducati a Gabriele Cesarini, Stefano di Francesco Crescenzi, Mariano di Lello di Stefano Crescenzi e a Paolo Leni, il tenimentum vocatum castello Arcione, avente come confini: Tivoli, la via pubblica ed i casali di Turris Pactume, di Casale Novum, di Mons dello Sorbe e di Cementare. Il tenimento è quindi ora diviso in due parti: la prima di 116 rubbi sempre chiamata Castell'Arcione ma che escludeva il castello diruto e l'altra di 270 rubbi con al suo interno la rocca medievale. La porzione di 116 rubbi viene, per il momento, conservata dagli Orsini che, come vedremo successivamente, sfrutteranno per alcuni guadagni relativamente all’utilizzo delle risorse territoriali. La tenuta di 270 rubbi invece 475 Roma, Archivio Capitolino, Archivio della Camera Capitolina, Cred. XIII, t. 16, f. 93. S. Camillo, “Gentile Virginio di Napoleone Orsini”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 79, Roma 2013, pp. 153-155. 477 Il re Ferrante aveva confiscato le terre di Alba e Tagliacozzo all’Orsini in quella situazione. I due ducati verranno poi restituiti in occasione del ritorno tra le fila delle truppe papali. 478 G. Silvestrelli, op. cit., p. 318. 479 Roma, Archivio Capitolino, Archivio della Camera Capitolina, Cred. XIII, t. 17, f. 357 e t. 35, f. 36. 476 151 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 viene venduta, il 5 gennaio 1496480, da Gentile Virginio di Napoleone Orsini a Paolo e Giacomo Oricellari, mercanti fiorentini per 13000 fiorini, serviti per dimettere alcune passività contratte con i suddetti. Leggendo la pergamena emerge una particolarità nella vendita, infatti i contraenti concludono la cessione con patto redimendi. Questa particolare tipologia di contratto permetteva al venditore di ricomprare una parte della tenuta ad un prezzo prestabilito. La vendita viene poi ratificata, con un secondo documento del 6 gennaio 1496481 da Bartolomea Orsini, sorella di Virginio. Quindi nel 1496 il territorio di Castell'Arcione è diviso in due parti: una appartenente a Gabriele Cesarini, Stefano di Francesco Crescenzi, Mariano di Lello di Stefano Crescenzi e a Paolo Leni con dimensioni 116 rubbi e l'altra parte in possesso di Paolo e Giacomo Oricellari con dimensioni 270 rubbi. Negli anni tra il 1497, anno in cui avviene la morte di Virginio Orsini 482, e il 1499, il patto redimendi non viene fatto valere. Ma gli Orsini decidono di acquistare invece la parte più piccola, quella senza la rocca. Infatti secondo il Tomassetti, quando il 5 gennaio 1499 Oricellari vende la sua parte di Castell'Arcione a Achille Maffei, gli Orsini sono già in possesso delle 116 rubbi che erano appartenute al gruppo Crescenzi, Leni, Cesarini. All’ inizio 1499 il castello ha quindi un nuovo proprietario è Achille Maffei. Come vedremo la famiglia Maffei sarà co-proprietaria della tenuta per molto tempo, imparentandosi probabilmente anche con la famiglia Orsini. Il 3 novembre del 1528 i proprietari Orsini, Francesco e Girolamo donano metà della platea Castri Arcionis a Valeriano Santacroce per ricompensarlo della fedeltà dimostrata nei confronti della famiglia, probabilmente durante le dispute con Alessandro VI483. La stessa donazione verrà confermata 3 anni più tardi, il 21 gennaio 1531 dagli stessi Orsini a favore di Pompilio Santacroce, figlio di Valeriano484. Nell'altra parte della tenuta invece, il 17 ottobre 1537 Girolamo Maffei impone un censo annuo di s. 80 sul suo casale detto Castello Arcione - avente come confini: il territorio di Tivoli, il casale Pattume ed il casale Torricella - a favore di Giacomo di Mario Capoccini per 800 s485. 480 Roma, Archivio Capitolino, Archivio Orsini, perg. II, A, XIX, 70. Ivi, perg. II, A, XIX, 72. 482 Viene ucciso per ordine di papa Alessandro VI che stava cercando di eliminare nemico degli Orsini. 483 Roma, Archivio di Stato, Pergamene, cass. 1, II, 15. 484 Ivi, Pergamene, cass. 1, II, 16. 485 Roma, Archivio Capitolino, Archivio della Camera Capitolina, Cred. XIII, t. 35, f. 296. 481 152 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Nel 1538 i Maffei arrivano ad un compromesso con i proprietari del Casale Novum, riguardo i confini del casale Castelli Arcioni e appunto il casale Novum di Antonio de Militibus486. Il 19 maggio del 1550, in occasione delle nozze tra Laudomia Maffei e Ludovico Lante, Girolamo Maffei, padre della sposa, ipotecò al genero, come garanzia della corresponsione della dote della donna, il casale detto Arcione487. Il 24 settembre 1567 Mario Maffei, divenuto proprietario del casale o tenuta castello Arcione, e la comunità di Tivoli si accordano sui confini dello stesso casale488. Nell’opera di J. Coste, I casali della campagna romana all’inizio del Seicento489, vi è notizia circa le dimensioni di questa tenuta: Castell’Arcione di Mario Maffei ha un’estensione di circa 300 rubbie. Quali sono le ragioni che rendono possibile un cosi ingente ampliamento del possesso dei Maffei? La risposta è legata ad una parentela che si viene a formare tra gli Orsini ed i Maffei, con la conseguente acquisizione della parte Orsini da parte dei Maffei. La politica matrimoniale tra gli Orsini ed i Maffei è sancita dal matrimonio fra Antonia Orsini e Gerolamo Maffei, proprietario della tenuta490. Probabilmente quindi il castello è stato acquisito dai Maffei in quanto facente parte della dotazione dotale della donna. Sembrerebbe un'ipotesi piuttosto realistica in virtù del fatto che la totalità della tenuta ad inizio 1500 era di 386 rubbie divise , come detto, tra gli Oricellari ed il gruppo Leni-Crescenzi-Cesarini; mentre ad inizio 1600 la tenuta, che sembra essere ancora divisa tra Maffei ed Orsini, risulta misurare 300 rubbie nella sola parte dei Maffei. All'inizio del XVII secolo, la tenuta di arcione è quindi divisa tra Bernardino ed Agostino Maffei che hanno riportato il castello sotto il controllo di un'unica famiglia. Nel 1622 però Bernardino Maffei vende la sua parte del castello al Principe Marcantonio Borghese. 486 G. Tomassetti, op. cit., p. 589. Roma, Archivio Capitolino, Archivio della Camera Capitolina, Cred. XIII, t. 34, f. 19. 488 Ivi, Cred. XIII, t. 35, f. 130. 489 J. Coste, I casali della campagna romana all’inizio del Seicento, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, vol. XCII, Roma 1969, p. 45. 490 T. Amadeyn, La storia delle famiglie Romane, p. 31, n. 16 487 153 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Il principe491 era figlio di Giovanni Battista e Virginia Lante492, era nato a Roma nel 1601. A causa dell'elezione dello zio, eletto papa come Paolo V, accumulò onori insigni e titoli prestigiosi nel chiaro intento del papa Borghese di innalzare la sua famiglia al livello delle più insigni famiglie del momento: Orsini ed Aldobrandini493. Tra i più importanti titoli ricevuti ci fu sicuramente quello di Principe di Sulmona, al quale seguirono poi quello di gonfaloniere della Chiesa e quello di duca di Rignano. Il principe si sposò con Camilla Orsini, figlia di Virginio duca di Bracciano, ricevendo in dote l'ingente somma di 100000 ducati. Un ulteriore arricchimento venne poi dalle eredità ricevute alla morte dello zio cardinale Scipione Borghese Caffarelli e a quella di papa Paolo V. Durante la sua vita ricevette in eredità ed acquistò numerosi terreni e castelli: Montefortino, Norma, Olevano, Mentana, Palombara e numerosi torri minori tra cui appunto la tenuta di Castell'Arcione. L'archivio Borghese conservato nell'Archivio Segreto Vaticano, ci informa che nel 1600 il castello è in efficienza solo come casale agricolo con “buona abitazione” e non attribuisce a questo ex feudo neppure il titolo di “tenuta giurisdizionale”494 L'acquisto di una parte della tenuta di Castell'Arcione segna una nuova divisione della proprietà. Nel 1660 i Borghese acquistarono la parte che fu degli Orsini, la tenuta risulta divisa in due parti: 278 rubbie e 2 quarte appartengono al principe Borghese, non più Marcantonio bensì il figlio Giovanni Battista Borghese; l'altra di 148 rubbie, 3 quarte e 2 scorze appartenenti all'erede Maffei, Agostino 495. Nella pianta disegnata da Giusto Quaranta496 si vede il castello e sono indicati come confini l'omonima tenuta di Agostino Maffei, il territorio di Tivoli, il casale dei padri Bonfratelli, i beni di S. Maria in via Lata ed il casale di Marco Simone dei Cesi. 491 G. De Caro, “Marcantonio Borghese”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 12, Roma 1971, pp. 213-218. 492 La famiglia Lanta era già imparentata con i Maffei, dal matrimonio del 1550 tra Ludovico Maffei e Laudomia Maffei. 493 La famiglia Aldobrandini era un tipico esempio dell’innalzamento famigliare per merito di un pontefice. Nello specifico il papa Clemente VIII, noto anche per le condanne di Giordano Bruno e Beatrice Cenci, aveva portato la sua famiglia nell’élite delle famiglie romane. 494 J. Coste, “Appendice II. Topografia Medievale”, in Z. Mari, op. cit., p. 357. 495 Ciò si evince dalla redazione del catasto Alessandrino. Questo catasto era stato voluto dal pontefice Alessandro VII ai fini di procedere ad un'equa ripartizione delle tasse da pagarsi per la riparazione e manutenzione delle strade consolari, delle quali si servivano i proprietari per raggiungere le loro tenute. 496 Ivi, fig. a p. 63. 154 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 L’area di proprietà dei Maffei confinava, secondo quanto risulta dalla carta disegnata il 28 febbraio 1660 da Bernardino Calamo497, con le pertinenze dei Borghese, con la strada per Monticelli e con Marco Simone; fra la Tiburtina ed il casale di Marco Simone era il quarticciolo di torre Pattume, ricco di anticaglie; ad est della Tiburtina si stendeva il quarto di S. Sinforosa con la chiesa omonima e varie anticaglie; il quale confinava con i prati, il casale ed il procoio degli eredi di Ottavio del Cavaliere; sul medesimo lato della strada era il quarto del coperchio, il prato del fontanile ed un altro praticello; all'estremità della tenuta dalla parte di Tivoli, al di là di un fosso, era l'osteria delle Tavernucole o Tavernelle. Questa pianta ci permette di giungere ad un'ulteriore conclusione: nel 1496 la totalità della tenuta ha come dimensioni totali circa 386 rubbie, divise tra Oricellari e consorzio Leni-Cesarini-Crescenzi mentre nel 1660 il territorio in esame è più esteso, misura infatti più 426 rubbie. Come è possibile questo allargamento? L'ampliamento del territorio di Castell'Arcione è sicuramente dovuto alle dispute territoriali con la comunità di Tivoli, esse erano avvenute in due circostanze ed avevano dato luogo a due sentenze. 1) Il 24 ottobre 1451498 Giovanni Grassi e Luca Tozzoli pronunciarono un lodo arbitrale circa l'appartenenza di un certo terreno al territorio di Tivoli o alla tenuta del castrum archionis, risolvendo in tal modo una disputa insorta tra G.A. Orsini e gli abitanti tiburtini. Questo lodo concede quindi una nuova fetta di territorio al proprietario del castrum. 2) Il 24 settembre 1567499, Mario Maffei, proprietario del casale o tenuta detta castello Arcione, e la comunità di Tivoli arrivano ad un compromesso circa i confini dello stesso casale. In esso appunto quella parte della tenuta viene ampliata di alcune rubbie. La situazione rimane in sostanza invariata fino alla metà del XVIII secolo. In questo periodo, secondo l'Eschinardi500, il principe Borghese cede 8 e q 2 rubbi al convento domenicano della Minerva501, mentre invece il conte Rolandino Maffei aveva ceduto 28,2 rubbi ai padri dei Bonfratelli502. 497 Ivi, fig. a p. 65. Vedi supra, n. 95. 499 Vedi infra, n. 109. 500 F. Eschinardi, Espositione della carta topografica Cingolaana dell’Agro Romano, Roma 1750, p. 318. 501 Il convento e la chiesa dei Padri della Minerva sono situati a Roma, nel rione Pigna e sono famosi per la presenza delle spoglie della S. Caterina da Siena e di quelle del pittore Beato Angelico. 502 Nel catasto annonario del 1783 risulta che queste due parti più piccole confluiscono entrambe nel possedimento chiamato “tenuta del cavaliere”, nei pressi del castello di Lunghezza. 498 155 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Si può quindi affermare che, al termine dell'età moderna, Castell'Arcione dei Borghese aveva un'estensione di 270 rubbie, era confinante con il territorio di Tivoli e con le tenute dei Cavalieri, di Tor de Sordi, di Marco Simone, di Monte del Sorbo e di Castell'Arcione dei Maffei. La tenuta dei Maffei invece era ridotta a 116 rubbi, confinante con la tenuta omonima dei Borghese oltre che con quelle di Marco Simone e dei Cavalieri. Età contemporanea Questo paragrafo è frutto di uno studio quasi del tutto inedito, riguarda infatti un progetto di lottizzazione della zona tuttora in discussione presso il tribunale di Guidonia. Questa parte della tesi è stata elaborata grazie alle informazioni ricavate in diversi luoghi: presso il comune di Guidonia, sia nella forma cartacea sia in quella digitale; presso il catasto di Roma; grazie all’utilizzo di alcuni articoli di giornali e riviste. Nell’anno 1850 i Maffei cessano di essere proprietari di una parte del castello, infatti vendono la loro proprietà al conte Pio Grazioli503. Esso era duca di Santa Croce di Magliano e barone di Castel Porziano, il 15 Aprile del 1847 aveva contratto matrimonio con Caterina Lante Montefeltro della Rovere, imparentandosi quindi con un importante esponente della famiglia, inoltre sua figlia Maria divenne moglie del proprietario dell’altra parte del castello, Felice Borghese. 503 G. Tomassetti, op. cit, p. 592. 156 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La proprietà della tenuta cambia ancora, infatti nei primi anni del 1900 il Tomasetti504 riferisce di una proprietà divisa: Castell’Arcione Borghese in possesso di Francesca Delarouchefoucault, vedova Aldobrandini, avente come dimensioni ha 491,96. L’altra parte del possedimento invece è di proprietà di Adele Borghese in Colonna ed ha dimensioni di ha 212,83. Le due famiglie proprietarie sono ormai imparentate: Francesca Delarouchefoucalt infatti è la cugina di Felice Borghese, il vecchio proprietario della tenuta. Mentre Adele Borghese che sposò Luciano Colonna era la figlia dello stesso Felice Borghese. I proprietari quindi cambiano, rimanendo comunque all’interno delle stesse casate. All’interno dell’opera del Tomassetti, possiamo leggere un commento dello storico sullo stato della tenuta: “Una visita a Castellarcione persuada gli altri medievalisti dall’andare a vederlo”. Siamo attorno al 1910 ed il castello è in stato di quasi totale degrado, utilizzato esclusivamente come terreno per il pascolo. I proprietari si disinteressano completamente delle rovine medievali. La situazione però muta con l’avvento del fascismo ed il nuovo, l’ennesimo, tentativo di recupero dell’agro romano. Il nuovo proprietario, Gaetano Bonatti di Tivoli505, decide di restaurare il castello. Nel 1929 incarica l’architetto Giangiacomo Ferrari di riportare all’antico 504 Ibidem. J. Coste, Scritti di Topografia Medievale, cit. Di esso si hanno pochissime notizie. Le uniche ritrovate nel corso di questo lavoro sono relative ad alcune controversie di carattere fiscale con 505 157 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 splendore la rocca. Il progetto verrà diviso in due fasi, ma la bravura dell’architetto e la splendida riuscita dell’opera vengono già celebrati nel citato articolo del «Capitolium», a firma di E. Amadei: […]sotto la sapiente direzione dell’architetto Giangiacomo Ferrari, Castell’Arcione risorgeva a nuova vita, e ne venivano rimesse in efficienza le parti esistenti, e fedelmente ricostruite le diroccate e le mancanti. Cosi l’ingiuria dei secoli ancora una volta è stata vinta, e gli studiosi medievalisti possono gloriarsi di questa riconquista. L’articolo è del 1931 ed in quell’anno i lavori di restauro non erano ancora completati, ma probabilmente erano in dirittura d’arrivo. Infatti il 21 Luglio 1933, il "Giornale d’Italia” dedica un articolo alla rocca restaurata, Un terreno donato all’opera Balilla per educare i giovanetti all’amore per la terra. La riconquista dell’agro romano era uno dei punti cardine della propaganda fascista ed infatti alla morte del Bonatti, avvenuta nel 1936 per cause accidentali506, il castello entra in possesso di una famiglia legata al partito fascista: i Del Fante. Massimo del Fante nacque il 2 Giugno 1894 in una cittadina nella provincia de L’Aquila, Rocca di Mezzo. Acquista la totalità dell’area di Castell’Arcione, che viene quindi unificata, e completa i lavori di ristrutturazione, sempre condotti dall’architetto Ferrari, che redige un’assonometria del progetto di restauro, pubblicato in Coste e riprodotto qui507. il territorio di Castel Madama e sono utili esclusivamente per collocare cronologicamente il Bonatti, infatti gli atti sono datati negli ultimi anni del 1800 e nei primi del 1900. 506 G. Silvestrelli, op, cit., p. 318. 507 J. Coste, op. cit., p. 346. 158 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Il conte Del Fante è il grand commis del partito, durante la riconquista dell’Agro beneficia di diverse commesse statali che gli avevano consentito di accumulare un’ingente fortuna. Nel 1939 inoltre, la sua società edilizia riceve l’appalto per un immenso lavoro idrico nella zona di Avellino: la realizzazione di una rete di acquedotti che doveva rifornire ben 39 comuni divisi tra il Sannio e l’Irpinia. Dopo la caduta del regime il Del Fante rimane in politica come deputato, è membro infatti del Partito Nazionale Monarchico nel 1953 e dal 1956 nel Partito Nazionale Popolare; riceve inoltre la vicepresidenza della VII Commissione Lavori Pubblici nel biennio 1954-1956; presenta infine diversi progetti di legge, spesso relativi all’ambito agrario. 159 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La zona di Castell’Arcione sotto il dominio Del Fante risorge davvero a “nuova vita” come scritto dall’Amadei. Nel castello abbiamo anche notizia di un evento pubblico, infatti “il Messaggero” del 29 Settembre 1948 508 in un articolo parla di una “grande festa alla quale hanno preso parte artisti oltre ad agronomi e cittadini privati”. L’azienda “Massimo Del Fante & F. snc”, di proprietà del Conte, controlla più di 600 ettari –come si può vedere dalla mappa pubblicata509 -, in un territorio che va dalla zona industriale vicino Setteville, nota come “PIP”, la zona della via del Gualandi fino a ridosso del nuovo casello autostradale. Nel 1961, in prossimità della rocca medievale, i Del Fante inaugurano la “Pista d’Oro”, un grande kartodromo nel quale verranno disputati addirittura due campionati del mondo510. L’inaugurazione è presenziata da Liana Orfei, attrice dell’epoca. La pista divenne in seguito un punto dei ritrovi della “Roma bene” , simbolo sportivo e di bella vita. La tenuta di Castell’Arcione e tutto il territorio limitrofo (ad esclusione del castello), vennero però pignorate dal Tribunale di Avezzano 511. Il 15 Luglio 1969 infatti, l’azienda Del Fante venne dichiarata fallita per un passivo di oltre 508 P. De Ceglie, Una festa campestre a Castell’Arcione, in “Il Messaggero”, 29 Settembre 1948, Roma. 509 La mappa è stata estrapolata dal software Google Earth ed è stata poi modificata. 510 Precisamente nel 1964 e nel 1965, vinti entrambi dall’italiano Guido Sala. 511 L’azienda Del Fante aveva sede legale principale ad Avezzano e sedi secondarie a Castell’Arcione e Rocca di Mezzo. 160 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 15 miliardi di vecchie lire512. Il tribunale di Roma, con la sentenza del 3 Luglio 1969, dichiara anch’esso il fallimento dell’azienda. La famiglia Del Fante però si oppone con tutte le sue forze ed il motivo è da ricercarsi in un ambizioso progetto presentato dal conte Massimo nel 1966: una lottizzazione del territorio. Il conte aveva in mente di costruire un nuovo quartiere, vicino a Guidonia edificata da Mussolini nel 1933. Il progetto avrebbe dovuto creare abitazioni per circa 5000 abitanti in un’area chiamata “Arcioni”. Venne accettato nella delibera n.81 del Consiglio Comunale di Guidonia con le seguenti motivazioni: […] dato atto che da vario tempo pervengono a questa amministrazione richieste di lottizzazione di terreni in considerazione del fatto che la gente tende ad allontanarsi da Roma, per trovare possibilità di sistemazione di una vita più tranquilla, aria meno infetta di gas provenienti da stabilimenti, officine, macchine , cantine di riscaldamento, per cui la necessità di autorizzare la costruzione di abitazioni nel nostro territorio che riesce utile anche per 513 l’incremento della popolazione che nel nostro centro si avvicina ormai ai 30000 abitanti. La sentenza di fallimento quindi inferse un durissimo colpo progetti della famiglia, vanificati anche dalla morte del capostipite Massimo, avvenuta il 10 Giugno del 1971. La rocca, rimasta in possesso dei Del Fante , venne divisa tra i due figli del conte, Massimo Junior e Davide. Davide Del Fante continuò a perseguire la politica commerciale del padre e quando il nuovo piano regolatore di Guidonia datato 10 Febbraio 1976 venne accettato, il Del Fante si oppose impugnando la sentenza di fallimento. Nel nuovo piano infatti i terreni adibiti a lottizzazione sarebbero divenuti in parte terreni agricoli ed in parte servizi, in contrasto con quanto precedentemente approvato. Il consiglio di Stato quindi con la sentenza num. 767/1984 annullava il piano regolatore di Guidonia nella parte relativa alle aree oggetto della lottizzazione. Il Del Fante continuò quindi la sua battaglia per edificare sul territorio di “Arcionia” e per salvare la sua azienda dal fallimento. Cercò quindi acquirenti interessati all’azienda e al progetto di costruzione. In un articolo de “L’Unità” datato 4 Giugno 1989, redatto da Antonio Ciprani, si ha notizia circa un’offerta per acquistare tutta la zona di Castell’Arcione – castello compreso - per circa 80 miliardi di lire. L’offerta era stata fatta da Fininvest controllata da Marcello Dell’Utri, ma facente parte del gruppo Berlusconi. L’articolo afferma che la compravendita è praticamente conclusa e che il proprietario di Mediaset potrà “quantomeno decuplicare l’investimento fatto, date le grandi potenzialità edilizie del territorio“. La trattativa però non andrà in porto, non se ne conoscono con certezza i motivi. 512 513 V. Andrioli, Cinquant’anni di dialoghi con la giurisprudenza 1931-1981, Torino 2007, pp. 609-611. Nel 2014 a Guidonia si sono superati i 100000 abitanti. 161 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La ricerca di Del Fante continua fino al 2005, quando l’azienda edilizia Santarelli S.P.A. formula un’offerta per l’area denominata “Arcionia” (quindi solo l’area edificabile). Il costo dell’operazione è stato di circa 15.000.000 €. La tenuta di Arcione torna quindi ad essere divisa in due parti. Il castello, con l’area delimitata dalle mura medievali ristrutturate nel XX secolo, e la località “Arcionia”. Secondo la visura catastale dell’immobile sito in Via Tiburtina S.N.C. da me richiesta il 26 Novembre 2014, ha descritto la seguente situazione: L’unità immobiliare , il 18 Febbraio 2010 – data dell’ultima variazione immobiliare -, è intestata a Del Fante di Castel Arcione Davide, Ansini Carla, Del Fante Fabio Massimo, Del Fante Pier Davide. Davide detiene i diritti e oneri per 3 parti su 6, mentre tutti gli altri intestatari hanno diritti e oneri per una parte ciascuno. Dalla visura storica si può osservare come siano stati fatti alcuni lavori di ristrutturazione, in particolare viene modificata la consistenza ossia si passa da 5 a 6 vani nel 1982; la classificazione dell’immobile è A/4 quindi è catalogata come “casa popolare. Occorre infine fornire un’ulteriore informazione, appresa da chi scrive nel corso dei sopralluoghi sul posto, riguardante una situazione di tensione familiare in merito all’eredità di Davide Del Fante, deceduto il 1 Gennaio 2014. A causa di tale controversia è stato impossibile approfondire la situazione a livello patrimoniale del castello, come pure scattare fotografie. Di contro, è stata consentita l’osservazione di un castello in condizioni eccellenti, con la struttura delle mura esterne totalmente ricostruite, con tanto di feritoie e merlature, nonché la struttura centrale, ora adibita ad abitazione privata, totalmente restaurata. Per quanto riguarda invece l’area denominata “Arcionia”, il progetto dell’azienda Santarelli è pronto ormai a partire. Nel capitolo seguente, relativo all’utilizzo del territorio, verrà approfondita questa tematica di assoluta attualità. La gestione e la rappresentazione cartografica della tenuta La gestione del territorio Nel corso della sua plurisecolare storia la tenuta di Castell’Arcione è stata utilizzata per diversi scopi. Se nei precedenti capitoli è stata analizzata in maniera più approfondita la funzione militare e politica del castello, in questo paragrafo si affronterà il tema dell’utilizzo del territorio, dall’epoca classica a quella contemporanea, dal punto di vista economico, concentrandosi poi sul modo in cui esso veniva sfruttato. In tale ricerca, particolarmente illuminanti si sono rivelati due studi di J. Coste: I casali della campagna di Roma nella seconda metà del Cinquecento e I casali 162 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 della Campagna Romana all’inizio del Seicento. Per la parte relativa al Lazio, si è fatto largo riferimento a Regioni d’Italia di R. Almagià, a Memorie, leggi ed osservazioni sulla campagna e sull’annona di Roma N.M. Nicolai e al saggio di C. De Cupis, Le vicende dell’agricoltura e della pastorizia nell’Agro Romano. Infine, completano il quadro alcuni documenti originali, tra i quali riveste una grande importanza il progetto del piano di lottizzazione di Arcionia redatto dall’azienda Santarelli S.P.A., in forma cartacea. Il territorio della rocca rientra nella zona definita Comarca di Roma 514, Agro Romano o Campagna di Roma. Sin dall’età romana arcaica il territorio è stato sfruttato per le risorse presenti nella zona: agricoltura e pastorizia in primis, caccia e pesca in maniera ridotta515. Nel periodo della res-publica romana, secondo la già citata Relazione Storico Archeologica, si possono identificare aree riferibili a ville, che si affiancarono in genere a quelle di età arcaica, ma non tutte proseguirono la loro vita sino al tardo periodo imperiale. L’attività principale dei fondi del periodo era la viticoltura. Sono infatti scarsi i resti delle macine per il grano e delle mole olearie. La produzione viticola doveva essere ingente in quanto Plinio parla di due tipi di uva : la tiburtina e la oleaginea per la forma dei chicchi. Non esistono inoltre accenni ne alla raccolta del grano né alla produzione di olio. Nell’opera dell’Ashby La campagna romana in età classica516, si hanno già dei riferimenti alla presenza in età repubblicana relativi all’estrazione del travertino e alla lavorazione dell’argilla. Nell’età imperiale la situazione migliora. Siamo infatti nel momento di massimo splendore e sfruttamento dell’agro romano. In particolare Ashby517 nota come durante l’impero di Adriano la zona tiburtina cresca ancora in splendore ma soprattutto riesca a raggiungere livelli di produzione agricola mai raggiunti prima. L’area è quasi del tutto coltivata ed i terreni, lasciati per il pascolo, sono in numero ridotto. Si può osservare come la rendita di un terreno agricolo sia ben superiore rispetto a quella dello stesso terreno usato per la pastorizia, sfatando cosi un luogo comune che durava da secoli518. Con la caduta dell’impero romano d’occidente e il susseguirsi di incursioni barbariche nell’agro, la situazione diventa drammatica. Il terreno subisce un progressivo abbandono, la pastorizia diventa la pratica più comune 514 C. De Cupis, Le vicende dell’agricoltura e della pastorizia nell’Agro Romano, Roma 1911, p. 23, R. Almagià, Lazio, Torino 1966, pp. 413. Pubblicato successivamente alla collana Regioni d’Italia. 516 T. Ashby, La campagna romana in età classica, Milano 1982, p. 64. 517 Ivi, p. 89. 518 N.M. Nicolai, Memorie, leggi ed osservazioni sulla campagna e sull’annona di Roma, Roma 1803, pp. 23-25. 515 163 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 in quanto richiede poco lavoro. La campagna si spopola e i grandi latifondi entrano in possesso della Chiesa di Roma. Essa aveva sostituito l’impero nelle funzioni assistenziali e di governo e le esercitava, per quanto possibile. Durante l’VIII secolo, come detto in precedenza, la Chiesa elabora un progetto basato sulle domuscultae, delle aziende agricole che avevano il compito di rifornire Roma di prodotti agricoli. In questo periodo la coltivazione tipica è quella del grano e dei cereali in genere. La viticoltura è poco praticata mentre è sempre molto praticata la pastorizia. Il territorio dell'attuale tenuta di Castell'Arcione è stato, come già sappiamo, interessato dal fenomeno medievale dell'incastellamento che ha portato alla trasformazione dell'abitato, passando da una serie di costruzioni sparse all'avvicinamento ed alla costruzione di villaggi fortificati. Lo sfruttamento agrario dei terreni sottoposti al possesso dei signori avveniva per il tramite di abitanti sottoposti alla signoria stessa dei possessori del sito. Beneficiavano inoltre di concessioni fondiarie di tipo consuetudinario, che assicuravano di norma ai contadini il possesso di una abitazione e di terreni ad orto, vigna e seminativo; ne scaturiva un variegato insieme di oneri e poteri, che trovavano il loro primo riconoscimento in quel giuramento di rustica fedeltà vassallatica al dominus richiesto in tutte le signore castrensi del Lazio 519. Il territorio della rocca di Arcione è ricco di risorse naturali. Sono presenti dei piccoli fiumi, diversi laghetti oltre alla presenza di alcune aree boschive, di tutto ciò erano beneficiari i contadini della zona, rispecchiando una situazione tipica del Lazio medievale. Nel medioevo invece la situazione cambia, infatti cambiano i proprietari si passa infatti dal possesso statale a quello privato con l'avvento dei Baroni e delle famiglie di alto lignaggio. La situazione però continua a non essere positiva per l’agro romano, infatti le continue guerre e battaglie non permettono una coltivazione costante del territorio spesso devastato dalle armate in marcia. Le colture che riescono comunque ad essere raccolte sono quelle cerealicole e quelle foraggere , totalmente abbandonata la viticoltura in quanto necessitava di molto tempo e lavoro. Una condizione che il contadino del periodo non può assolutamente rispettare. Durante i secoli XIII, XIV e XV, le autorità cercano un modo per risollevare la situazione agricola di Roma e provincia. Ad esempio il 22 Novembre del 1220, papa Onorio II approvò le leggi pubblicate dall'imperatore Federico II, secondo le quali si comandava, che nei tempi in cui gli agricoltori erano 519 S. Carocci, M. Venditelli, “L’origine della campagna romana. Casali, castelli e villaggi nel XII e XIII secolo”, in Società romana di storia patria, Roma 2004, p. 40. 164 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 occupati nei lavori della terra, nessuno osasse molestarli o sottrargli il materiale necessario all'arte agraria520. Significativo della ricerca di ordine e legalità nell'ambito agricolo è il ritrovamento di un manufatto originale del XIV, è un cippo marmoreo che veniva usato per calcolare la misura legale del grano denominato "rugitella de grano"521. Per la stessa motivazione vennero utilizzati il congio del vino, ricavato da un cippo a base quadrangolare; ed il congio dell'olio, con sottomisure la congitella ed il boccale, rispettivamente la metà e l'ottava parte del congio. Vengono inoltre fondate tredici corporazioni; le più importanti erano quelle dei bovattieri e quella dei mercanti. Queste arti erano regolate da statuti che raccoglievano tutte le norme consuetudinari e gli ordinamenti del periodo. Per l'agro romano sicuramente le regolamentazioni più importanti sono gli Statuti Artis Agricolturae: riformati nel 1402, stampati nel 1521 e poi più volte fino al 1721. Nell'articolo XX dello statuto del 1402 si determina in maniera chiara a chi debba essere rivolto lo statuto, dividendoli in due classi: quelli che avranno qualche possessione, casale, o selva o bosco, o pantano, o monticello di terra, o prato o animali quadrupedi; e quelli i quali impieghino in qualche esercizio della medesima 522 arte il loro travaglio, come per esempio, in seminare, qualsivoglia sorta di biadi di legumi... Tutte queste categorie sono quindi soggette alla giurisdizione dello statuto. Nei capitoli successivi vengono chiariti alcuni aspetti come l'uso civico di pascere che può avvenire soltanto dal giorno di Sant'Angelo di Settembre - il giorno 29 - fino a Sant'Angelo di Maggio – il giorno 8. Vi è poi tutta il sistema sanzionatorio con i vari casi passibili di multe e le relative cifre da pagare. Interessante è il capitolo LXXVI, che recita così: quando si fa la locazione di alcuna tenuta o di erbe, con espressione del prezzo e lo cacio, che c'entra, non altrimenti esprimendo la quantità, che il cacio si intende a pagarsi a ragione di 523 venticinque secchie per casciun centinaro di scudi a giuli dieci per scudo. È importante perché in una vendita di erba della tenuta di Castell'Arcione, più precisamente in quella che riguarda la vendita dell'erbatico invernale a Stefano Mei524, si parla di una certa quantità di cacio. Evidente quindi l'utilizzo di una consuetudine consolidata a tal punto da rendere inutile la citazione della quantità precisa di cacio da fornire. 520 C. De Cupis, op. cit., p. 44. Ivi, p. 46. 522 Ivi, p. 52. 523 Ivi, p. 53. 524 Vedi supra, n. 70. 521 165 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Lo statuto poi descriveva come andavano divisi i prodotti delle varie colture, in che percentuale al padrone ed quale percentuale al colono. Nonostante questi tentativi, l'agro romano tardomedievale è quindi da considerarsi come "un immenso campo di pastura"525. In particolare era molto sviluppato il pascolo ovino, con greggi che arrivavano anche dall'Abruzzo e dalla Campania a pascolare nella campagna laziale. Questa transumanza era rigidamente registrata sia in uscita che in entrata da Roma. Per la zona di interesse di questa ricerca, il punto di controllo per il bestiame era sito presso Ponte Mammolo. Nel secoli XVI e XVII la situazione dell'agro romano migliora, grazie anche ad alcune decisioni del pontefice Pio V, come l'organizzazione del tribunale dell'agricoltura. Vennero abrogate in quel periodo alcune leggi che impedivano la libera coltivazione ; vennero eliminati i pedaggi che i contadini erano costretti a pagare per vendere il grano a Roma; vennero poi inserite nuove leggi a tutela dei contadini più poveri, per esempio venne vietata l'espropriazione del territorio o il sequestro di macchinari agricoli, in quanto beni primari. Le coltivazioni più comuni rimangono comunque le stesse: il grano, le coltivazioni foraggere ed anche la produzione viticola ricomincia a crescere. Sono di questo periodo alcuni atti, riguardanti l’utilizzo del territorio della tenuta di Castell’Arcione. Il 24 Novembre del 1533 vengono emessi alcuni esecutoriali circa l'esazione del pedaggio dei pesci castri et montis Arcioni a favore di Pompilio di Santacroce e dei suoi familiari526. Ciò dimostra come oltre all'agricoltura e alla pastorizia, anche la pesca nei laghi limitrofi al castello era praticata e come il proprietario della tenuta avesse quindi il controllo ed i diritti sulle zone lacustri. Il 4 luglio del 1552 ebbe luogo una transazione tra P.G. Orsini ed i Santacroce, sempre in proposito della gabella del pesce di Castell'Arcione527. Se gli Orsini utilizzano i loro diritti sui laghi, i Maffei sfruttano i loro diritti sulla terra. Impongono infatti in varie fasi dei censi annui ad alcuni affittuari: il 17 ottobre del 1537 Girolamo Maffei impose un censo perpetuo di s. 80 sul casale detto castello Arcione a favore di Giacomo Capoccini528. Il 25 ottobre 1578 Maffei impose censo annuo di s. 105 sul casale a favore di Lavinia Palosi, moglie di Alessio Cipriani, per 1500 s. Il censo viene poi estinto il 17 Marzo 1582529. Il 4 febbraio 1583 Maffei e i fratelli impongono un censo annuo di s. 525 C. De Cupis, op. cit., p. 66. Roma, Archivio di Stato, Pergamene, cass. 7, VI, 46. 527 Roma, Archivio Capitolino, Archivio Orsini, perg.. I, A, III, 92. 528 Ivi, Archivio della Camera Capitolina, Cred. XIII, t. 35, f. 296. 529 Ivi, t. 35, f. 310. 526 166 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 142,79 sopra il loro casale di Castell'Arcione, a favore di Filippo Porcari per soldi 1196,80530. C'è infine un documento che attesta l’acquisto e la successiva donazione di una vigna in territorio Castri Arcioni: il 20 dicembre 1503 Fabrizio Colonna donò appunto questa vigna ad Antonio Buomperti531. Nel castello quindi la situazione non è diversa da quella di gran parte della campagna romana. La situazione del 1700 e del 1800 nell'agro romano è descritta bene da R. Almagià532 che osserva come i grandi proprietari raramente si occupavano direttamente dell'utilizzazione della tenuta, ma la affittavano a loro agenti, i cosiddetti “mercanti di campagna”. La tenuta la cui vigilanza generale era affidata al guardiano a cavallo ed alcuni suoi dipendenti, comprendeva solitamente tre aziende. Anzitutto la parte coltivata, spesso ridotta ad appezzamenti di modesta estensione, meglio provvisti di acqua e con suolo più soffice e fertile: le colture, prevalentemente cereali, erano avvicendate con anni nei quali il terreno era lasciato a riposo ed adibito a pascolo (terziaria o quartaria). Capo dell'azienda del capo era il fattore; le varie operazioni erano diretta o sorvegliate dal capoccia, il tecnico dell'azienda; all'aratura pensavano i bifolchi, con paia di buoi, riuniti in gruppi (gavette), alle semine i sementarelli. Ma più che l'agricoltura, base dell'economia del periodo è, al solito, l'allevamento comprendente due aziende distinte: la masseria, o azienda bovina (procoio) ed equina con a capo il massario e l'azienda ovina diretta dal vergaro con alle dipendenze il caciaro, che sovrintendeva alla manipolazione del latte, il pecoraro sovrintendente all'allevamento e alla custodia delle pecore, con molti aiutanti, tra i quali il biscino. Il buttero, oltre che guardiano degli armenti, era incaricato di portare a vendere a Roma i prodotti, o come si diceva, il frutto (abbacchi formaggi ricotta e pelli); aveva insomma la funzione di collegamento tra azienda e il mercato. Nel finire dell'1800, subito dopo l'unità d'Italia, il governo varò alcune leggi nel 1878 e nel 1883 prevedevano una complessa serie di lavori. Ma l'attuazione procedette con lentezza e con risultati non esaltanti. Dunque le coltivazioni più presenti nel tardo 800 sono: i seminativi asciutti e in prima linea il grano; si assiste ad un'imponente ripresa della coltura della vite ed alla presenza di coltivazioni di fiori e di barbabietola da zucchero. La situazione muta nel 1900, quando il castello entra nelle proprietà dei Del Fante. La famiglia abruzzese inizia ad investire nel territorio, grazie ad 530 Ivi, t. 34, f. 92. Subiaco, Monastero di Santa Scolastica, Archivio Colonna, Perg. XXXVI, 60. 532 R. Almagià, Lazio, cit., pp. 504-507. 531 167 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 alcuni provvedimenti di politica agraria varati dal partito fascista. Nel giro di pochi anni vengono costruiti un tabacchificio, un casale ed un nuovo sistema di irrigazione. Dopo la caduta del regime la crescita della famiglia continua, in un articolo del “Tiburno”533, datato 8 Gennaio 2014, viene descritta brevemente la zona posseduta dai del Fante, vengono descritti i lavori e le edificazioni che hanno effettuato nel secondo dopo guerra. Si parla di un quartiere industriale – tra l’altro ancora oggi operativo - che ha dato lavoro a centinaia di persone. Oltre alla citazione riguardante il kartodromo “Pista D’oro”, c’è un breve riferimento alle coltivazioni “[…] giovani contadini lavoravano la terra producendo cereali, foraggere e tabacco ed allevando animali”. Sebbene non sia stato possibile effettuare una ricognizione nelle aree trattate, pur tuttavia si è potuta elaborare una mappa relativa alla flora presente nel territorio del castello. In essa è possibile osservare come nella zona vi siano: filari di salici e di pini d’Aleppo nella zona esterna alla rocca. Subito dietro il fortilizio vi è una strada interna interpoderale, che conduceva ad altri edifici ora diruti. Vi sono inoltre altri filari di alberi, nello specifico querce ed eucalipti. Esternamente alla rocca infine, è evidenziata la parte relativa al quartiere industriale attuale, 533 M. Santarelli, Go Kart e mondanità addio a Davide Del Fante, l’inventore della pista d’oro, in “Il Tiburno”, 8 gennaio 2014. 168 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 edificata in passato dai Del Fante. All’interno della fortezza invece è presente una piccola coltivazione di oliveti, di nuova seminatura. L’ultimo argomento che si tratta in questo capitolo è di estrema attualità e riguarda il progetto di lottizzazione della zona cosiddetta Arcionia. Il progetto della Santarelli SPA si sviluppa su tre aree immobiliari, con tre piani attuativi autonomi. Il progetto residenziale, in particolare, prevede la realizzazione di palazzine in linea, e per la restante parte, di villini mono e bifamiliari con giardino, forniti di cantine, box e posti auto. Il vasto complesso immobiliare sarà dotato di servizi collettivi, quale scuole, spazi pubblici, esercizi commerciali, uffici ed aree verdi. Le abitazioni saranno posizionate allo scopo di garantire le migliori condizioni espositive ai fini del risparmio energetico. Nel progetto di lottizzazione sono inclusi anche lavori di ampliamento della viabilità, come l’allargamento di Via dei F. Gualandi ed il rifacimento del manto stradale della stessa. La ditta Santarelli è stata inoltre disponibile nel fornire a chi scrive una pianta dell’area dei lavori, che viene di seguito pubblicata. 169 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Rappresentazioni cartografiche della tenuta di Castell’Arcione Le rappresentazioni cartografiche che interessano la tenuta del Castrum Archionis sono diverse, inoltre sono in numero tale da consentire uno studio sulle variazioni di tipologia di riproduzioni. In questo lavoro è stato necessario operare una scelta, ossia quella di analizzare alcune particolari mappe e tralasciarne altre. I motivi alla base della scelta una carta piuttosto che di un’altra sono ascrivibili alle peculiarità di ognuna di esse. Si sono privilegiate opere con toponimi particolari come quella dell’Ameti o del Cingolani, premiando il primato cronologico come nel caso di Eufrosino della Volpaia. oppure la ricchezza di informazioni, come nel caso delle cartine presenti nel catasto alessandrino; arrivando infine alle moderne immagini satellitari per esporre la situazione odierna della zona in questione. La prima mappa, in ordine cronologico, che esamina il castello, è quella di Eufrosino della Volpaia. La sua Mappa della Campagna Romana534 disegnata nel 1547 è una carta topografica disegnata “a volo d’uccello”. Il Nord-Est è in alto ed i punti cardinali sono indicati ai termini di due linee diagonali che si intersecano sul “Monte Tarpio”, sito al centro di Roma. Non è citato l’editore però è visibile lo stemma di Paolo III e la lupa capitolina con la sigla S.P.Q.R. fanno pensare a Roma come luogo di stampa535. La carta è senza una graduazione e inoltre senza scala numerica, essa però risulta essere in scala 1: 41000. L’autore ci informa anche della grande fatica che gli è costata disegnare un’opera di questo genere. Nella mappa Eufrosino ha inserito, grazie ad una conoscenza diretta, la rete stradale (dividendola inoltre tra strade principali e secondarie), l’orografia, l’idrografia, gli abitati indicati inoltre con vedute prospettiche dal vero, ruderi, ponti, fontanili, osterie, pantani, boschi, zone coltivate e rappresentando infine alcune scene di vita campagnola. Questa carta, probabilmente, doveva servire in particolare modo i cacciatori, i quali sono espressamente citati nel foglio numero 1 dell’opera. Castell’Arcione è visibile nel secondo foglio della mappa536. È visibile un arco sormontato da quella che sembra la struttura del castello, spostando lo sguardo a sinistra è rappresentata la torre più alta della rocca, mentre a destra sono raffigurate tre case ed altri tre edifici, difficilmente identificabili, forse dei magazzini. Il fortilizio è rappresentato sulla cima di una piccola collina. La parte esterna all’abitato, quella che era dedicata alla pastorizia o all’agricoltura, è povera di particolari. Vi sono due piccoli fiumi che terminano il loro percorso nel Teverone (il fiume Aniene). Nei dintorni della rocca sono presenti le costruzioni di Tor De Sordi, di una torre senza un toponimo, di Torre Pattume, di Monte del Sorbo e di Tor 534 La mappa è stata divisa in 6 fogli ed è conservata presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. P.A. Frutaz, Carte del Lazio, Vol. I, Roma 1972, p. 18. 536 Ivi, vol. II, tav. 26. 535 170 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Mastroddo (tor Mastorta). Dal punto di vista ambientale invece si possono notare due zone acquitrinose e la presenza di un qualche tipo di piante, probabilmente pini, disegnati nel lato opposto della Tiburtina. Successive, dal punto di vista cronologico, sono le due cartine inserite nel catasto Alessandrino. Le 426 piante di questo catasto vennero consegnate agli uffici della Presidenza delle strade tra il 1660 ed 1661. Il Presidente ed i Maestri della strada avevano infatti emanato un bando, su ordine del Pontefice Alessandro VII, nel quale si prescriveva a tutti i proprietari terrieri situati fuori delle mura urbane di consegnare la pianta delle loro proprietà presso il notaio delle strade. Tutto ciò per riuscire ad arrivare ad un’equa ripartizione delle tasse relative alla manutenzione delle strade consolari. Il bando stabiliva inoltre cosa dovevano contenere le varie piante: nome e toponimo della tenuta, estensione, confini, strada consolare relativa ed inoltre dovevano essere firmate da un pubblico agrimensore e consegnate in trenta giorni. Le unità di misura che furono utilizzate erano espresse in rubbia, quarta e scorzi, corrispondenti rispettivamente a Mq 18484, mq 4621 e mq 72537. Nel periodo in cui veniva compilato il catasto alessandrino Castell’Arcione era diviso in due parti, come abbiamo visto la parte relativa ai Borghese e la parte relativa ai Maffei. 537 A. Martini, Manuale di Metrologia, Roma 1976, p. 589. 171 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La pianta di Castell’Arcione Borghese, la numero 429/13538, qui riportata, presenta una forma poligonale irregolare, circondata parzialmente, in alto a sinistra da una linea di color azzurro a denotare un corso d’acqua; parallelamente ad esso, altri due corsi d’acqua più in basso attraversano l’area. Questa risulta suddivisa in vari appezzamenti di colore differente, con linee sinuose inserite e realizzate da serie di brevi tratti a rappresentare i declivi. Alcune aree sono tagliate di verde con righe parallele ad indicare le coltivazioni, altre di marrone chiaro con striature parallele a suggerire le arature. Tutt’intorno l’area è delimitata da colonnette di confine raffigurate come dei piccoli rettangoli di color marrone, dai quali si dipartono all’interno righe di squadratura accompagnate dalle misure espresse in cifre. Al centro, compaiono due piccoli gruppi di alberi (rispettivamente di 8 e di 5) raffigurati a volo d’uccello, con chiome di forma differente con funzione identificativa (querce, cipressi, olmi), affiancati a destra da un centro abitato raccolto, raffigurato come un insieme di edifici, senza alcun spazio all’interno, dal quale si vedono spuntare una torre campanaria e svariati tetti. Questi sono tutti raffigurati monocromi, con tre chiome arboree svettanti all’interno. Nella parte inferiore sinistra dell’area, sono raffigurati tre bovini al pascolo in modo realistico, secondo uno stile miniaturistico e vicino un pastore seduto sul prato rappresentato con il braccio destro alzato nella loro direzione. A destra, sul limitare dell’area vicino ad un corso d’acqua, compare un edificio visto posteriormente di tre quarti dall’alto, con tetto a doppia capriata, due piani e piccola torre campanaria centrale sul lato anteriore Esternamente all’area vi sono una serie di scritte in rosso su fondo bianco corrispondenti ai confini già noti. In alto a sinistra compare la rosa dei venti, raffigurata come una stella otto punte a due colori – giallo e rosso – su fondo azzurro, inscritta in un doppio cerchio campito di giallo, nel quale è presente la lettera T(ramontana) in alto a sinistra. Sulla destra, al di fuori dell’appezzamento, campeggia la legenda inscritta in una cornice finemente elaborata costituita ai lati da due elementi verticali a volute, in basso da una base a triplo listello aggettante sotteso da un motivo decorativo a doppio festone legato al centro con corolla floreale e sormontata in alto dallo stemma araldico dei Borghese affiancato da due motivi a conchiglia, due festoni e due cornucopie dalle quali fuoriescono due puttini che tengono in una mano una lunga tromba e con l’altra sostengono una corona di marchese. 538 P.A. Frutaz, op.cit , Vol. II, tav. 48. 172 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Nella parte inferiore sinistra, la pianta presenta un compasso aperto poggiato su una banda bicolore (giallo e azzurro) quadrettata con la scritta “Scala di catene cento con la quale si è mesurata la d.(etta) pianta” all’interno di una fascia di color rosso e posteriormente verde che decora, avvolgendolo, il compasso e termina alle estremità con doppie punte serpentiformi. L’autore della pianta è Giusto Quaranta. La pianta catastale della parte di cui erano proprietari i Maffei, la numero 539 429/6 qui riportata, ha un’area dalla forma poligonale irregolare, contornata in alto da una doppia linea campita di color arancione sormontata dalla scritta “strada che và à Monticelli”, unita a sinistra da una banda verticale campita di azzurro e contornata dalla scritta “Fonte Magliarda” e desinente in basso a circondare un riquadro campito di verde scuro dove campeggia la scritta “Praticello”; sempre in alto sulla sinistra, contornano il tratto finale del canale due file di alberi (rispettivamente di n. 7 e di n. 2) raffigurati a volo d’uccello, a sinistra dei quali campeggia la dicitura “Casale di Marco Simone delli Cesi”. In alto a sinistra, la rosa dei venti raffigurata come una stella otto punte inscritta in un doppio cerchio campito di arancione, alle cui quattro estremità sono presenti le lettere P(onente) in alto, M(ezzogiorno) a sinistra, T(ramontana) a destra e L(evante) in basso. Sulla destra, al di fuori dell’appezzamento, campeggia la scritta “Castell’Arcione del P(ri)n(ci)pe Borghese”, sormontata in alto a destra 539 Ivi, tav. 49. 173 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 dalla legenda inscritta in una cornice rettangolare costituita da una doppia linea campita di arancione. Nella parte centrale, la pianta presenta una strada campita di giallo che attraversa orizzontalmente l’intero appezzamento sormontata dalla scritta “Strada di Tivoli”; immediatamente sopra di essa, da sinistra a destra compaiono gli elementi seguenti: due figure di edifici diroccati entrambi contrassegnati dalla scritta “Anticaglia”; un breve corso d’acqua in verticale, parzialmente contornato in basso da file di alberi che finisce al di fuori dell’appezzamento, all’interno della dicitura “Precoio delli Heredi di Ottavio del Cavaliere”; una torre con evidente marcapiano recante sotto la scritta “Torre Patume”; raffigurazione di chiesa con campanile e recinto circondata dalla scritta “Anticaglia/ di/ Santa Sinfo/ rosa”, sottesa da una raffigurazione di complesso edilizio diroccato, recante la dicitura “Anticaglia”; appezzamento di forma poligonale che si stende fino alla parte inferiore della carta, campito di tonalità più scure di verde, contornato e attraversato da canali con figure di alberi sia all’interno che al confine destro, con piccole raffigurazioni di un edificio sotteso dalla scritta “Tor tr…” e di un fontanile sotteso dalla scritta “Fontanella”; figura circolare campita di punteggiatura e recante la dicitura “Coperchio”; corso d’acqua in verticale, campito di azzurro, affiancato dalla figura di un casale frontale, a tre piani con tetto a doppia capriata sormontato dalla scritta “Hostaria” e affiancato sulla sinistra da una vasca con la scritta “Fontanile” e davanti, dall’altro lato della strada, con piccoli campi coltivati. Nella parte inferiore, la pianta presenta i seguenti elementi, da sinistra a destra: compasso aperto poggiato su una banda bicolore (bianco e arancione) quadrettata sottesa dalla scritta “Scala di catene cinquanta”; parte inferiore dell’appezzamento sotteso esternamente dalla scritta “Casale, e precoio delli Heredi di Ottavio del Cavalieri” e a destra dalla dicitura “Castel Arcione del Pri(nci)pe Borghese”. L’autore di questa mappa è Calamo Bernardino. 174 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Successiva al catasto alessandrino, l’opera del Cingolani merita sicuramente una menzione. L’esemplare della sua “Topografia Geometrica dell’Agro Romano” è conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele a Roma. Venne da stampata nel 1692 da Matteo Gregorio Rossi in sei fogli di uguale grandezza di dimensioni di circa 46 X 65,6 cm. Essa è una carta graduata ai margini di minuto in minuto. L’orientamento è come risulta dalla rosa dei venti posta in basso a destra del IV foglio. Nel foglio I si può osservare un’ampia targa dedicata al pontefice Innocenzo XII. La carta è topografica con elementi in alzato prospettico 540: l’orografia prospettica è a monticelli quindi di tipo convenzionale; l’idrografia è riportata in maniera accurata cosi anche la rete stradata e la raffigurazione dei luoghi abitati, che fanno inoltre pensare a possibili ricognizioni eseguite sul luogo: sono indicati i luoghi coltivati e boschivi; lungo le coste si possono osservare le numerose torri di guardia. La peculiarità di questa mappa è presente nel rilievo delle tenute e dei casali dell’agro romano: essi infatti sono indicati con un numero sulla carta che 540 P.A. Frutaz, op. cit., vol I, p. 71. 175 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 trova poi la sua spiegazione nella rubrica del 1704, dove inoltre vengono indicati: La numerazione va da 1 a 411 ed è collocata lungo le vie grandi vie di comunicazione romane che, come nel catasto alessandrino, partono dalle porte di Roma. 176 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 La tenuta di Castell’Arcione – riprodotta sopra541 - è, naturalmente, posta sulla via Tiburtina ed è quindi nella parte relativa alle proprietà che partono da Porta S. Lorenzo. In particolare il castello è riconoscibile con il numero 359 per quanto riguarda la parte dei Borghese mentre con il 358 per quanto riguarda quella dei Maffei. Non vi sono notizie nuove ed originali dal punto di vista agricolo, in quanto la situazione non è diversa da quella presentata dal catasto alessandrino. Il terreno è incolto ed usato in particolare per il pascolo. Si può osservare dal punto di vista architettonico, un edificio nella proprietà dei Borghese, probabilmente il castello con gli edifici adiacenti. Una novità nel toponimo è individuabile in un’altra opera cartografica Il Lazio con le sue più cospicue strade antiche e moderne542 di Giacomo Filippo Ameti, quasi coeva rispetto a quella del Cingolani. Questa carta della regione Lazio si estende dal Garigliano fino al golfo di Terracina, descrivendo quella zona detta “Campagna di Roma” o “Lazio”. L’opera completa consta di 4 tavole; è divisa in due parti terrestri e due marittime. Presenza una buona indicazione delle strade antiche e moderne; l’idrografia è accurata mentre l’orografia è convenzione (a monticelli) e le aree boschive raffigurate ad alberelli. Sono segnalati, insieme ai toponimi, i nomi dei proprietari dei fondi. Per quanto riguarda Castell’Arcione, la novità è proprio nel toponimo. Per la prima volta infatti la tenuta è chiamata “Castell’Arcione diruto di Maffei”. Inoltre nella pianta non è citata la parte della tenuta dei Borghese, situazione inspiegabile in quanto erano ormai proprietari da circa 70 anni. 541 542 Ivi, Vol. II, p. 161. Ivi, p. 176. 177 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Le mappe che seguono cronologicamente quelle analizzate non presentano novità di spessore. Dal punto di vista della cartografia l’innovazione più grande è quella riguardante le scoperte tecnologiche, in particolare le immagini satellitari. Grazie allo sviluppo di queste immense potenzialità è diventato possibile, ed anche piuttosto semplice, mappare la superficie terrestre. L’Istituto Geografico Militare543 ha prodotto delle carte topografiche in scala 1:25000, rappresentando tutta la superficie della nazione. Nel presente lavoro, l’IGM ha provveduto a fornire una dettagliatissima tavola della zona, nel foglio 150 IV- NE, intitolato Settecamini, datata 1949. In questa mappa è possibile vedere la situazione attuale della zona limitrofa al castello. Si possono infatti notare le mura esterne, tuttora basse ma comunque ben visibili; la struttura centrale della rocca che come sappiamo è stata ricostruita ed adibita ad abitazione privata. Si può inoltre notare come la pedica di Castell’Arcione, nella parte centrale della mappa, sia ancora presente. Di dimensioni più piccole rispetto al possesso che fu dei Maffei ma pur sempre significativa. Sono poi presenti alcuni elementi architettonici sorti tra il XIX ed XX secolo, come il tabacchificio o il casal Col Virginia. Sono poi ben visibili i due fossi: Muracciolo e Tavernucole. La zona denominata “ruderi” è, come rilevato da un sopralluogo, una vecchia torre ormai rasa quasi del tutto al suolo, uno di quegli avamposti che avevano fatto la fortuna dei difensori della rocca. 543 L’IGM svolge dal 2 Febbraio 1960 la funzione di supporto “geotopocartografico” alle unità dell’esercito e allo stato italiano. 178 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 L’avvento di Google Maps, Street e View ha inoltre permesso di avere la quasi totalità della superficie del globo alla portata di chiunque; ciò ha reso molto più semplice la ricerca di una mappa che garantisca un quadro dettagliato della situazione attuale. 179 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 Bibliografia Documenti editi G. FERRI, Le Carte dell’Archivio Liberiano vol. XXVIII, Roma 1905; V. FEDERICI, Regesto del Monastero di San Silvestro de Capite vol. XXII, Roma 1899. Documenti inediti Subiaco, Monastero di Santa Scolastica, Archivio Colonna, pergamena III, bb, 4,25; Ivi, Instr. Vol. 91, F133; Ivi, Cass. 54, n5; Ivi, Perg. III BB doc 40; Ivi, Cart. III AA doc f111; f 119; f150; f 164; Roma, Archivio Capitolino, Archivio Orsini, perg. II, A., XIV, 66 Ivi, XI, 26; Ivi, XVI, 19; 32; Ivi, XIX, 70; 72; Ivi, Archivio della Camera Capitolina, Cred. XIII, t. 16, f.93; Ivi, Cred. XIII, t. 17, f 357 e t. 35, f 36; Roma, Archivio di Stato, Pergamene, cass. 1, II, 15; 16; Roma, Archivio di Stato ,Pergamene, cass 1,II, 16 Monografie R. ALMAGIÁ, Lazio, Torino 1966; E. AMADEI, Castell’Arcione sulla Tiburtina, in «Capitolium», n. 8, Roma 1931, pp 396-405; T. AMADEYN, La storia delle famiglie Romane, Bologna 1967; V. ANDRIOLI, Cinquant’anni di dialoghi con la giurisprudenza 1931-1981, Torino 2007; V. ANSIDEI – L. GIANNANTONI, I Codici delle Sommissioni al Comune di Perugia, Perugia 1975; T. ASHBY, La campagna romana in età classica, Milano 1982, F. BARTOLONI, Codice Diplomatico del Senato Romano, Roma 1942; ID., Per la storia del Senato Romano, Roma 1953; E. BERGER, Les registres d'innocent IV, Parigi 1884; S. CAMILLO, “Gentil Virginio di Napoleone Orsini”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 79, (2013), pp. 153-155; S. CAROCCI, Baroni di Roma. Dominazioni signorili e lignaggi aristocratici nel Duecento e nel primo Trecento, Roma 1993; ID., Tivoli nel basso medioevo, Roma 1988; 180 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 ID., M. VENDITELLI, L’origine della campagna romana. Casali, castelli e villaggi nel XII e XIII secolo; Roma 1994; J. COSTE, Scritti di Topografia Medievale. Problemi di metodo e ricerche sul Lazio. A cura di C. Carbonetti, S. Carocci, S. Passigli e M. Vendittelli, Roma 1996; ID. “Appendice II. Topografia Medievale”, in Z. MARI, Tibur, Pars Tertia, Roma 1983; ID., Il Castrum Sancti Honesti : note per una definizione del suo territorio tra 12571259, Roma 1999; ID., “I primi Colonna di Genazzano”, in Latium, vol. III, Roma 1986, p 64; ID., I casali della campagna romana all’inizio del Seicento, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, vol. XCII, Roma 1969, p 45; G. DE CARO, ”Marcantonio Borghese”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 12, (1971), pp. 213-218; C. DE CUPIS, Le vicende dell’agricoltura e della pastorizia nell’Agro Romano, Roma 1911, p. 23; A.P. DELLO SCHIAVO, “Il diario romano”, in L.A. MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores, vol. 24, Citta di Castello 1729,p 104; G. DIGARD, Les Registres de Boniface VIII, Parigi 1884; F. ESCHINARDI, Espositione della carta topografica Cingolaana dell’Agro Romano, Roma 1750; D. ESPOSITO, Tecniche costruttive murarie medievali: murature a tufelli in area romana, Roma 1998; P. FALASCHI,“Ceccolino Michelotti”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, (2010), pp. 374-376; P.A. FRUTAZ, Carte del Lazio, Voll. I e II, Roma 1972; P.L. GALLETTI, De primicerio della Santa Sede Apostolica, Roma 1770; L. GATTO, Storia di Roma nel medioevo, Roma 2003; F. GREGOROVIUS, Storia della città di Roma nel medioevo, Torino 1926; A. KIESEWETTER, “Giovanni Orsini”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 79,(2013), pp. 147-148; A.MARTINI, Manuale di Metrologia, Roma 1976; A. NIBBY, Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' Dintorni di Roma, Roma 1837; V. PACIFICI, Tivoli, Roma 1927; ID., Annali e memorie di Tivoli di Giovanni Maria Zappi, Tivoli 1920; A. PARAVICINI BAGLIANI, “Giovanni Capocci”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 18, (1961), p 184; P. PARTNER, “Giordano Colonna”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, (1982), pp. 214-217; 181 S. Festa, Castell’Arcione Eurostudium3w ottobre-dicembre 2014 E. PONTIERI, “Muzio Attendolo e Francesco Sforza”, in Studi Storici in on. Di G. Volpe, Firenze 1958, p. 810; G. SILVESTRELLI, Città, Castelli e Terre della regione Romana, Roma 1980; S. STEVENSON, S. Sinforosa, Roma 1878; STRABONE, Geografia, Roma. ristampa del 1988; D. THESEIDER Roma dal comune di popoli alla signoria pontificia, 1252-1377, Roma 1952; G. TOMASSETTI, La Campagna Romana. Vol. 6: Vie Nomentana e Salaria, Portuense, Tiburtina, a cura di L. Chiumenti e F. Bilancia, Roma 1979; M. TOSI, La società romana dalla feudalità al patriziato, Roma 1968. 182 S. Festa, Castell’Arcione