Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Direttore: Francesco Gui (dir. resp.). Comitato scientifico: Antonello Biagini, Luigi Cajani, Francesco Dante, Anna Maria Giraldi, Francesco Gui, Giovanna Motta, Pèter Sarkozy. Comitato di redazione: Alessandro Albanese, Andrea Carteny, Daniela Falcone, Michela Grani (webmaster), Stefano Lariccia, Francesca Romana Lenzi, Immacolata Leone, Chiara Lizzi, Daniel Pommier Vincelli, Pamela Priori, Vittoria Saulle, Giulia Vassallo. Proprietà: “Sapienza” ‐ Università di Roma. Sede e luogo di trasmissione: Dipartimento di Storia moderna e contemporanea, P. le Aldo Moro, 5 ‐ 00185 Roma tel. 0649913407 – e ‐ mail: [email protected] Decreto di approvazione e numero di iscrizione: Tribunale di Roma 388/2006 del 17 ottobre 2006 Codice rivista: E195977 Codice ISSN 1973‐9443 Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Indice della rivista ottobre – dicembre 2010, n. 17 DOCUMENTI LETTERATURA E POLITICA IN ITALIA NELLʹETÀ DELLA RIVOLUZIONE. UNA RIFLESSIONE SU TESTI DʹEPOCA a cura di Pietro Themelly Presentazione
p. 3 Adesione e dissenso tra Rivoluzione e Impero nell’opera
di Giovanni Pindemonte, letterato e politico veneto (1789-1804).
Con una scelta dei suoi sonetti
di P. T. p. 7 I sonetti
p. 29 Il crepuscolo degli eroi. Nuovi modelli di virtù nelle testimonianze
letterarie di Roma repubblicana (1798-1799).
Tre pièces teatrali da rivisitare in appendice
di P. T. p. 48 Agide La disfatta de’ Macedoni Il filosofo americano
p. 64 p. 82 p. 109 FRA STORIA E LETTERATURA: LA CONTESTAZIONE DEL CONFORMISMO FASCISTA NELLA PIÈCE CENSURATA DI UN ARTISTA DEL REGIME
Rileggendo La scoperta della terra di Marcello Gallian
nella versione integrale
di Silvana Cirillo p. 171 Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Una nota al testo di Achille Castaldo p. 178 La scoperta della terra Dramma in tre atti
p. 182
DIBATTITI E RECENSIONI
Key elements of the Israeli society
di Lorenzo Kamel p. 226 Sergio Zoppi, Umberto Zanotti Bianco patriota, educatore,
meridionalista: il suo progetto e il nostro tempo
di Orazio Fiderio p. 231 Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Letteratura e politica in Italia
nell'età della Rivoluzione.
Una riflessione su testi d'epoca
a cura di Pietro Themelly 2
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Presentazione Il dibattito sui riflessi della Grande Rivoluzione in Italia, sulla questione del nostro “giacobinismo” e sul significato complessivo dell’esperienza napoleonica in relazione al processo di modernizzazione della penisola si è ravvivato in questi ultimi anni. La caduta del muro e il crollo del comunismo ha stimolato gli studiosi a nuove indagini capaci di ripensare il quadro interpretativo fissato, nelle sue coordinate essenziali, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, nelle tesi ormai celebri formulate da D. Cantimori, F. Venturi, A. Saitta, F. Diaz, R. De Felice1. Avanzano oggi nuove ipotesi e inediti filoni di ricerca. Se le suggestioni neoliberali e revisioniste assai diffuse in altri paesi si estendono ormai all’analisi della realtà italiana, i riflessi della crisi epocale che conclude il secondo millennio inevitabilmente arricchiscono e trasformano anche il contributo di quanti, nel nostro paese, si richiamano ancora all’interpretazione “classica” della Rivoluzione. Al di là d’un giudizio di valore sul significato che assume l’evento rivoluzionario nello sviluppo delle vicende storiche italiane che aprono all’età contemporanea (vuoi parentesi inutile tra l’età delle Riforme e la modernizzazione napoleonica, addirittura matrice delle derive totalitarie del Novecento, ovvero alba del nostro Risorgimento e germe della nazione democratica), non si può non osservare che la ripresa del dibattito e il fervore degli studi ha sviluppato una più rigorosa definizione dei problemi a cui si Si indicano qui soltanto i contributi che hanno costituito i riferimenti essenziali per il successivo svolgimento del dibattito: Delio Cantimori, Utopisti e riformatori italiani (1794‐1847), Sansoni, Firenze, 1943; Giacobini italiani, a cura di D. Cantimori, vol. I, in particolare la Nota ai testi, Laterza, Bari, 1956; Franco Venturi, La circolazione delle idee, in «Rassegna storica del Risorgimento», XLI/2‐3 (1954), p. 212 e segg.; Furio Diaz‐Armando Saitta, La questione del “giacobinismo” italiano, Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea, Roma, 1988, I ed., in «Critica storica» (1964‐1965); A. Saitta, Spunti per uno studio degli atteggiamenti politici dei gruppi sociali nell’Italia giacobina e napoleonica, Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea, Roma, 1971‐1972, pp. 269‐292; Renzo De Felice, L’Italia nel periodo rivoluzionario, in Id., Italia giacobina, Esi, Napoli, 1965. 1
Presentazione
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accompagna l’esigenza di una ricostruzione più attenta del processo storico. In quest’ultima prospettiva unʹutilizzazione più estesa dei materiali documentari, anche di quelli meno consueti, tradizionalmente confinati in altri ambiti disciplinari, contribuisce a chiarire e a comprendere il fenomeno. È questo il senso attribuito alle fonti letterarie qui proposte e discusse, utilizzate in questa occasione per la loro inevitabile connessione con la storia politica. Le relazioni fra l’universo politico, la storia della cultura e la storia letteraria sono state riproposte, in termini attuali, sin dalla fine degli anni Sessanta, grazie ai contributi di M. Cerruti2, e successivamente svolte, nei primi anni Novanta, nelle importanti indagini compiute da U. Carpi3. Nel decennio successivo il rapporto letteratura‐politica, lo si ricorda per restituire il senso degli studi, ha ispirato opere di carattere complessivo e monografie volte a delineare, ad esempio, i profili di Ugo Foscolo e di Leopoldo Cicognara4. Sembra essere stata comunque l’attività teatrale a suscitare maggiori interessi negli studiosi. In anni relativamente recenti, tra il 1990 e il 2001, a coronamento di una nutrita serie di contributi, spesso circoscritti ad ambiti locali, ma in alcuni casi centrati sulla produzione di figure di rilevanza nazionale, si segnalavano gli studi di P. Bosisio, L. Bottoni, B. Alfonzetti5. Questi autori riproponevano in termini moderni, seppure con interessi letterari più che storico‐politici, i problemi relativi alla nascita del teatro patriottico italiano, la cui origine e attività era stata comunque già individuata nell’ultimo Ottocento nelle ricostruzioni di E. Masi e di A. Paglicci Brozzi6. Marco Cerruti, Neoclassici e giacobini, Silva, Milano, 1969; Id., L’”inquieta brama dell’ottimo”. Pratica e critica dell’Antico (1796‐1827), Flaccovio, Palermo, 1982; Id. Da giacobini a napoleonici: la vicenda degli intellettuali, in Franco della Peruta ed altri, I cannoni al Sempione. Milano e la “Grande Nation”, Cariplo‐Motta, Milano, 1986.
3 Vedi in particolare Umberto Carpi, Appunti su ideologia postrivoluzionaria e riflessione storiografica dopo il triennio giacobino, in I riflessi della rivoluzione dell’89 e del triennio giacobino sulla cultura letteraria italiana, Atti del Convegno (Portoferraio‐Rio d’Elba, 29‐30 settembre 1989), a cura di Giorgio Varanini, Giardini, Pisa, 1993, pp. 41‐128. 4 Cfr. Duccio Tongiorgi, “Nelle grinfie della storia”. Letteratura e letterati fra Sette e Ottocento, Edizioni Ets, Pisa, 2003; Christian Del Vento, Un allievo della rivoluzione. Ugo Foscolo dal “noviziato letterario” al “nuovo classicismo”, Clueb, Bologna, 2003; Francesca Fedi, L’ideologia del bello. Leopoldo Cicognara e il classicismo fra Settecento e Ottocento, Franco Angeli, Milano, 1990.
5 Paolo Bosisio, Tra ribellione e utopia. L’esperienza teatrale in Italia nelle repubbliche napoleoniche (1796‐1805), Bulzoni, Roma, 1990; Luciano Bottoni, Il teatro, il pantomimo e la rivoluzione, Olschki, Firenze, 1990; Beatrice Alfonzetti, Congiure. Dal poeta della botte all’eloquente giacobino (1701‐1801), Bulzoni, Roma, 2001.
6 Ernesto Masi, Parrucche e sanculotti nel secolo XVIII, Treves, Milano, 1886; Antonio Paglicci Brozzi, Sul teatro giacobino e antigiacobino in Italia (1796‐1805). Studi e ricerche, Tipografia Pirola, Milano, 1887.
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Presentazione
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Le opere letterarie e teatrali presentate e discusse in questo contributo costituiscono una prima riflessione su una più ampia presentazione di testi che presumibilmente verrà ospitata in questa sede, grazie alla sensibilità per questi temi dimostrata dalla rivista «EuroStudium3w». Il ripensamento dell’itinerario culturale e politico di Giovanni Pindemonte, la scelta di alcuni suoi sonetti d’ispirazione politica, unita, sempre in questa occasione, a un quadro del teatro patriottico di Roma repubblicana (supportato dalla riproduzione in Appendice di tre pièces semisconosciute), prelude a considerazioni generali che concluderanno due rassegne, di imminente realizzazione, sul pensiero e sull’opera teatrale di F. S. Salfi e di F. M. Pagano. Le pagine riservate a Giovanni Pindemonte e quelle che contengono i testi letterari romani illuminati dallo spirito della rivoluzione presentano, in un contesto culturale sostanzialmente omogeneo, divergenze e dissonanze. L’opera poetica e teatrale di Pindemonte, allora giovane letterato veronese, documenta, tra il 1789 e il 1804, gli orientamenti dell’opinione moderata italiana, partecipe e al tempo stesso critica nei confronti dei grandiosi eventi (la rivoluzione, l’esperienza napoleonica) destinati a trasformare la realtà sociale e politica della penisola. Il suo rifiuto del radicalismo giacobino e successivamente dell’involuzione autoritaria napoleonica, la sua dottrina dello stato testimoniano, nonostante qualche ambivalenza, la sostanziale tenuta dell’ideale juste‐milieu, delineando, anche in Italia, i contenuti dell’eredità liberale della rivoluzione. Altre sensibilità e altre eredità sembrano suggerire i documenti romani che hanno ispirato la redazione del nostro secondo intervento. Quelle fonti, tutte risalenti al periodo di Roma repubblicana, testimoniano, sotto l’apparente invariabilità dei repertori teatrali utilizzati ancora nell’Italia dell’ultimo Settecento, un mondo che si trasforma, rivelano nuove pratiche di vita e nuovi comportamenti, ma insieme esprimono anche il senso della crisi, avvertita nello sgomento dell’uomo d’Antico regime di fronte alla rivoluzione, al “torrente che tutto arrovescia”. Le tre rappresentazioni teatrali poste in Appendice, a conclusione di queste prime riflessioni su testi d’epoca, possono a loro modo esser prese a simbolo delle larvate speranze di una nuova concezione dell’uomo che nasce da quel conflitto d’idee e sentimenti. Una nuova concezione veicolata, anche questo va ricordato, attraverso quello che costituiva allʹepoca lo strumento di comunicazione di massa, la risorsa insostituibile per coinvolgere il grande pubblico nei mutamenti politici e nei progetti collettivi di trasformazione della società. Nell’Agide, una tragedia redatta nel 1798 da Michele Mallio, ispirata dalla lettura di Plutarco e di Alfieri, il contrasto tra l’auspicato programma radicale‐
egualitario e le incertezze dell’iniziativa politica rilancia, sull’orlo dell’abisso, Presentazione
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nell’imminenza della tragica fine della Repubblica, sia pur attraverso il palcoscenico, il sogno dell’utopia. Uno spirito politico pragmatico, orientato a garantire l’interesse di tutti, svincolato dal precettismo repubblicano e da ogni cristallizzazione dell’etica, sostanzia invece le pagine de Il filosofo americano, una “commedia patriottica” composta, sempre nel 1798, da Giuseppe Giulio Ceroni. La “morale dell’intenzione” sovraintende e regola il ripensamento di tutta un’età, annuncia quella “pacifica rivoluzione” che tuttavia non raccoglie, nel pensiero dell’autore, l’eredità consegnatale da Termidoro. Ne La disfatta deʹ Macedoni i temi eroici e rivoluzionari, l’impegno e la passione civile e politica sono sopraffatti dai problemi della coscienza, intesa ora come esclusivo sentimento individuale, come scoperta di un’altra “libertà”, diversa da quella degli “antichi”. Paolo Emilio, il protagonista di questo melodramma, anticipa nelle sue risolte contraddizioni interiori i tratti del nuovo eroe protoromantico. Una pluralità di suggestioni e al tempo stesso una preziosa gradazione di sensibilità e di aspirazioni che confermano la ricchezza e la specificità della produzione letteraria e teatrale del periodo, nelle sue diverse localizzazioni. E al tempo stesso unʹulteriore incoraggiamento a proseguire nellʹanalisi dellʹinterazione fra l’universo politico, la storia della cultura e la storia letteraria, da tempo iniziata ma che oggi richiede una rivisitazione attualizzata e consapevole dei progressi della ricerca. P. T. Presentazione
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Adesione e dissenso tra Rivoluzione e Impero nell’opera di Giovanni Pindemonte, letterato e politico veneto (1789‐1804). Con una scelta dei suoi sonetti. di Pietro Themelly L’itinerario culturale e politico I sonetti e le poesie politiche che qui si presentano, insieme all’analisi di alcuni componimenti teatrali e degli scritti postumi di Giovanni Pindemonte1, fratello Giovanni Pindemonte (Verona 1751 ‐ ivi 1812), figlio del marchese Luigi e della contessa Dorotea Maffei, nipote del noto Scipione (1675‐1755), erudito e letterato. Alla morte del padre, nel 1765, si trasferì con il fratello Ippolito a Modena, presso il collegio di San Carlo, ove completò la sua formazione. Ritornato, nel 1771, nella città natale, alternava alla quiete degli studi una vita libera e disordinata di ʺscorretti e lascivi costumiʺ, di ʺpoca religioneʺ a cui si univa, si diceva, un ʺcarattere violento e focosoʺ, ʺfacile ad accendersiʺ. Trasferitosi a Venezia intorno al 1780 s’orientava, ben presto, all’attività politica: nell’autunno 1782, non senza qualche espediente, diveniva membro del Maggior Consiglio, nel maggio 1788 era nominato podestà di Vicenza. L’attività letteraria continuava a intrecciarsi con i tratti avventurosi del suo carattere, che si traducevano, sul piano politico, in un impegno spesso controcorrente. Già processato per futili motivi legati a questioni di natura sentimentale, nel maggio 1790 veniva condannato a otto mesi di detenzione da scontare nella fortezza di Palma. ʺNato fra gli aristocratici ma fautore delle idee popolariʺ, il giovane poeta s’affermava, nella seconda metà degli anni Ottanta, anche come drammaturgo. Nel gennaio 1785 il Consiglio dei Dieci vietava ʺdopo cinque sereʺ la rappresentazione dei Coloni di Candia, una pièce che trasportava sul palcoscenico la ribellione “grecaʺ del 1363 contro l’oligarchia della Serenissima. La carica polemica non venne recepita dai contemporanei e ʺle seduzioni, li tradimenti, le ribellioni, dei greci contro i venetiʺ suscitarono ʺmolte ire e molto scandaloʺ, tanto che la tragedia venne stampata solo successivamente, nel 1801, a Verona, con la falsa indicazione di Filadelfia. Sarebbero stati, tuttavia, I Baccanali, rappresentati ʺper diciassette consecutive reciteʺ nel teatro di San Giovanni Crisostomo di Venezia nell’inverno 1788, l’opera destinata, tra scandali e consensi, a celebrare la fama di G. Pindemonte e a divenire, di li a poco, un classico del teatro giacobino. Nello stesso anno ʺle declamazioni del Pindemonte contro la vecchia e decrepita Repubblicaʺ spingevano gli Inquisitori di Stato a sorvegliarlo per le sue idee sovversive. Ammonito dall’autorità, nel 1795 era costretto a riparare a Parigi. Nell’Italia liberata dai francesi, il poeta veneto tentò dapprima 1
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del più celebre Ippolito, consentono di ricostruire l’orientamento del giovane letterato e politico veronese, funzionario della Serenissima, di fronte alle vicende tempestose inaugurate dall’Ottantanove parigino e susseguitesi per più di un decennio. Tali testimonianze delineano, a loro modo, un itinerario che tra difficoltà e incertezze apre le prospettive alla eredità liberale della Grande Rivoluzione. Il pensiero e l’azione dello scrittore veneto interpretano, così, le aspettative di almeno una parte della società italiana allora già orientata in quell’impegno civile e politico che, pur nella varietà delle accentuazioni, sfocerà poi nelle vicende del nostro Risorgimento. L’esigenza nazionale unitaria si concilia, nel disegno pindemontiano, con i compiti dello Stato, ricondotto a funzioni amministrative, a pratica di “buon governo”, una struttura idonea a garantire i diritti dell’individuo. Tuttavia l’ipotesi di uno Stato, sorto a garanzia delle differenze più che fondato sulla legittimazione di una omogeneità, non può che soccombere, anche nella riflessione del nostro autore, di fronte al dramma dei suoi tempi, al clima della guerra civile. La libertà di pensiero e la tolleranza religiosa soggiacciono di farsi eleggere nella municipalità di Verona, per poi entrare a far parte, a Milano cisalpina, del Consiglio degli Juniori. Fuggito nuovamente a Parigi, in seguito all’invasione austro‐russa della pianura Padana, Giovanni fu coinvolto, nell’ottobre 1800, nelle vicende controverse e discusse della congiura di Ceracchi: un complotto antibonapartista organizzato dai patrioti unitari italiani, soprattutto dai fuoriusciti veneti e romani in concerto con l’opposizione neogiacobina francese. Arrestato e processato, G. Pindemonte fu tuttavia prosciolto per insufficienza di prove. Nel 1802, nuovamente a Milano, l’esule veronese tornava ad essere membro del Corpo Legislativo della Repubblica e successivamente del Regno d’Italia. Tuttavia, di lì a poco, nel 1806, abbandonava definitivamente la vita pubblica e l’impegno politico. Tornava a Verona, per trovare, in una realtà ormai divenuta diversa, come Cincinnato, l’eroe dei suoi drammi, nella ʺpoesiaʺ, nella ʺsolitudineʺ, nell’ ʺagricolturaʺ una nuova dimensione esistenziale ed umana. Indicazioni biografiche, unite ad una significativa edizione di versi, lettere, dissertazioni sono in Poesie e lettere di Giovanni Pindemonte raccolte e illustrate da Giuseppe Biadego, Zanichelli, Bologna, 1883. A tutt’oggi risultano ancora utili: Clelia Pugliesi, Giovanni Pindemonte nella letteratura e nella storia, Società Dante Alighieri, Milano‐Roma, 1905 (ristampa anastatica, Barnes and Noble, 2010); Mario Apollonio, Storia del teatro italiano, Sansoni, Firenze 1954, v., IV, pp. 53‐63; Mario Petrucciani, Giovanni Pindemonte nella crisi della tragedia, Le Monnier Firenze, 1966; Guido Nicastro, Il teatro nel secondo Settecento, in Letteratura italiana. Storia e testi, a cura di Carlo Muscetta, v. VI, t. II, Il Settecento, l’Arcadia e l’età delle Riforme, Laterza, Bari, 1974, pp. 516 e sgg.; Nicolò Mineo, Ideologi e letterati tra Rivoluzione e Restaurazione, in Letteratura italiana Storia e testi, cit., v. VII, t. I Il Primo Ottocento. L’età napoleonica e il Risorgimento, Laterza, Bari, 1977, pp. 77 e sgg.; Giorgio Pullini, Il teatro italiano dell’Ottocento, Vallardi, Milano, 1981, pp. 57‐64; Cesare De Michelis, Il teatro durante la municipalità provvisoria di Venezia, in Convegno di studi sul teatro e la Rivoluzione francese, Vicenza 14‐16 settembre 1989, a cura di Mario Richter, Accademia Olimpica Vicenza, Vicenza, 1991, pp. 263‐288; Paolo Bosisio, Tra ribellione e utopia. L’esperienza teatrale nell’Italia delle repubbliche napoleoniche (1796‐1805), Bulzoni, Roma, 1990, pp. 417‐30; 432‐37; Guido Santato, Il giacobinismo italiano. Utopie e realtà fra Rivoluzione e Restaurazione, Vallardi, Padova, 1990, pp. 77‐84. P. Themelly, Adesione e dissenso
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allo spirito e alla prassi della Rivoluzione. Queste incertezze e queste difficoltà dell’ora non impedirono, tuttavia, nei decenni successivi la fortuna dell’opera di Pindemonte. Amato da Sismondi, declamato, in alcune sue pièces celebri, sui palcoscenici italiani in seguito alla prime caute aperture liberali preunitarie, Giovanni con la sua produzione superò progressivamente i confini d’interesse esclusivamente letterario per stimolare già nell’ultimo Ottocento le prime indagini storico‐politiche. I sonetti riprodotti in appendice e, nel loro insieme, presentati nel primo paragrafo di questo contributo, descrivono e documentano le fasi iniziali, solo a tutta prima contraddittorie, dell’approdo alla rivoluzione italiana dello scrittore veneto. Prefigurano, in sostanza, il senso di quell’adesione che, a partire dal 1796, diverrà matura e consapevole, pur con le caratteristiche già accennate. Al tempo stesso, già delineano le ragioni che successivamente scandiranno l’adesione contrastata del patriota a Napoleone e al suo programma politico. Soltanto nella primavera 1796, grazie ad una occasione offerta dalla storia, con la “liberazione” dell’Italia settentrionale compiuta dalle armi francesi, Pindemonte poteva prefigurare in un Discorso sulle cause della decadenza della Repubblica veneta2 la sua concezione della rivoluzione, nello spirito dellʹ89‐ʹ91, beninteso, e le motivazioni di una imminente e attiva adesione. Lontano dall’idea di un rinnovamento radicale, faceva proprio il concetto di perfezionamento dell’esistente. Probabilmente, anche sulla scia delle suggestioni montesquieuiane, contrapponeva all’idea della riforma istituzionale l’esigenza di ritorno ad un modello politico originario. Più precisamente, sovrapponeva al progetto moderato sostenuto nell’Esprit, proprio della monarchia temperata francese, fondata sulla coesistenza del potere centrale regio con le autonomie locali e periferiche3, il modello antico veneziano, la repubblica dei primordi, un sistema equilibrato e bilanciato, garante delle istituzioni rappresentative. Questo modello, consunto e degradato dalla storia, trasformato dalle oligarchie patrizie del basso Medioevo in ʺassolutismoʺ, doveva essere riattualizzato. Tale era il compito della rivoluzione. Tra 1796 e 1797 Pindemonte elaborava in definitiva il suo programma politico, fondato sull’auspicio di garantire istituzioni stabili, capaci di assicurare con la modernizzazione dello Stato la fine degli abusi dell’Antico regime. Sono tuttavia le poesie e le lettere redatte nei primi anni Novanta che contribuiscono, per quel che possono, già a definire il significato che assume il Il Discorso può ora leggersi in Poesie e lettere, cit., pp. 326‐350; ivi, pp. LVII e sgg., Notizie sulla redazione del manoscritto. 3 Cfr. Charles‐Louis de Secondat de Montesquieu, Lo spirito delle leggi, Prefazione di Giovanni Macchia, introduzione di Robert Derathé, BUR, Milano, 1989, libro IX, cap. VIII. Vedi anche l’Introduzione di R. Derathé, cit., pp. 43 e sgg. 2
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concetto di rivoluzione nel pensiero del patriota veronese e a delineare il suo disegno politico. Con l’esplicita condanna del 1793, proclamata nei sonetti, si configura inevitabilmente l’accettazione della sola stagione liberale e legale della rivoluzione, quella dei padri costituenti, conclusasi nel ʺfeliceʺ 1791. Il turbamento del poeta e dei contemporanei verso l’ʺorrore giacobinoʺ prelude alla condanna liberale e romantica del Terrore, le cui vicende sarebbero state considerate, nei primi anni della Restaurazione, come l’esperienza che avrebbe posto fine all’idea della ʺbellezzaʺ, dell’ʺingegnoʺ e a quanto vi è di ʺgrande e generoso nella natura umanaʺ4. Pratica della violenza, rischio del ribaltamento sociale, esercizio coattivo del potere: sono questi, per Pindemonte, i caratteri del giacobinismo. Se non abbiamo testimonianze dirette di una esplicita condanna della “tirannide della libertà”, del ʺdispotismo della volontà” propri delle élites rivoluzionarie nell’anno II, è tuttavia altrettanto certo l’impegno del veronese, in quegli anni, in favore dei diritti dell’individuo e verso i temi dell’autonomia della coscienza e dello Stato limitato e garante. Alcune celebri rappresentazioni, redatte già nel 1788, ovvero ancor prima della tempesta rivoluzionaria, e successivamente, nel 1799, durante gli anni del triennio “giacobino” italiano, quali I Baccanali5 e l’Atto di fede6, sembrano ʺNon si sa proprio come farsi vicino ai quattordici mesi che seguirono la proscrizione della Gironda, il 31 maggio 1793. Pare di discendere come Dante di cerchio in cerchio, sempre più in basso nell’Inferno. All’accanimento contro i nobili ed i preti si vede succedere l’irritazione contro i proprietari, poi contro l’ingegno, poi contro la stessa bellezza: infine contro tutto quanto può rimanere di grande e generoso nella natura umanaʺ. Cfr., [Germaine Necker] Madame de Stael, Considerazioni sui principali avvenimenti della Rivoluzione francese, a cura di Adolfo Omodeo, Ispi, Milano, 1943, p. 376. Sul problema vedi l’Introduzione di Jacques Godechot alla edizione francese delle Considérations, Taillandier, Paris, 1983. 5 I Baccanali. Tragedia di nobile autore rappresentata per la prima volta in Venezia, Firenze, 1788. L’opera venne ripubblicata in Componimenti teatrali di Giovanni Pindemonte veronese, Milano, Dalla Tipografia di Francesco Sonzogno di Gio. Batt. Librajo e Stampatore, 1804, anno III, v. I, pp. 101 e sgg. Sempre per gli stessi tipi seguì, nello stesso 1804, la pubblicazione dei voll. II e III; nel 1805 appariva il IV vol. che completava la raccolta. Il primo volume raccoglie le seguenti tragedie: Mastino I della Scala (ʺufficialmenteʺla prima tragedia scritta da Pindemonte, I ed. 1799) ; I Baccanali; I Coloni di Candia (1785, I ed. 1801). Il secondo contiene le tragedie Agrippina (I ed. 1800) e Il Salto di Lecade (1792, I ed. 1800) a cui si aggiunge la ʺrappresentazione spettacolosaʺGinevra di Scozia (1795, I ed. 1796). Nel terzo volume possono leggersi le tragedie Elena e Gherardo (1796) e Orso Ipato (1797) a cui si aggiunge la ʺrappresentazione spettacolosaʺ Donna Caritea regina di Spagna (1797). Il quarto volume, infine, presenta le tragedie Adelina e Roberto (I ed. con il titolo L’Atto di fede, 1799), Lucio Quinzio Cincinnato (1803, I ed. 1804) e Cianippo (I ed. 1804). 6 Nella Prefazione dell’autore ai Componimenti teatrali di Giovanni Pindemonte, cit., v. I, pp. 3‐16, G. Pindemonte ricorda: ʺNell’anno 1799 diedi alle scene a Milano L’Atto di Fede rappresentazione irregolare ma piena di forza e di verità, e perciò applauditissima per sette sere consecutiveʺ. Il titolo L’Atto di Fede nella nuova temperie politico‐religiosa dell’età napoleonica, era stato sostituito con l’innocuo Adelina e Roberto, i nomi dei due sposi perseguitati dal Tribunale 4
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superare i problemi dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa per affrontare le questioni difficili e drammatiche della libere scelte individuali. L’Atto di fede, in particolare, rievoca il clima delle Fiandre insanguinate dalle lotte di religione nell’età di Filippo II. Nello svolgimento del dramma balena l’intuizione di una concezione nuova della libertà, diversa da quella degli ʺantichi”, che proprio in quegli anni veniva teorizzata7. Tuttavia, nelle vicende dell’opera, come tra poco sarà osservato, convivono due anime, si scontrano due culture. Se emerge con forza l’idea dei diritti inalienabili dell’individuo e si profila, lo si è già accennato, l’ipotesi di uno Stato che potrebbe costruirsi sulle differenze più che sulle omogeneità, in realtà prevale lo spirito della guerra civile, la pratica della rivoluzione. Un nuovo fuoco purificatore provvede in conclusione del dramma, mutatis mutandis, all’eliminazione fisica del diverso. L’Atto di fede, nelle sue evidenti contraddizioni, aiuta a comprendere il pensiero politico e gli sviluppi successivi dell’itinerario di Pindemonte. Malgrado quellʹistintuale tentazione verso lʹeliminazione del diverso, forse dovuta alle estreme tensioni di unʹepoca, il superamento, per certi versi solo parziale, del giacobinismo prelude, tuttavia, almeno sotto il profilo teorico, a quella analoga condanna del sistema napoleonico che, insieme a quella al “terribile” 1793, sarà poi formulata nell’ambito del pensiero liberale francese nell’età della Restaurazione. L’esercizio esclusivo della sovranità si traduce, in ogni manifestazione storicamente determinata, in ʺdispotismoʺ: un potere coattivo che ‐ nella riflessione e nella esemplificazione letteraria pindemontiana ‐ schiaccia l’individuo, trasformandolo in dissidente. Le vicende biografiche, l’itinerario culturale e politico del veronese documentano, lo si vedrà a breve, un atteggiamento di sostanziale, progressivo rifiuto dell’esperienza napoleonica. Insieme affiora, tuttavia, anche una larvata accettazione di quell’età e di quel progetto, con i quali, pensava, era possibile sperare, nonostante le ombre, la modernizzazione della penisola. In quest’ultima direzione si colloca Il Discorso sul teatro italiano8, un opuscolo redatto dal nostro scrittore nel 1804. Pindemonte, pur trovandosi ormai oltre lo spirito della Rivoluzione, attribuiva al ʺPrincipeʺ e a un numero ristretto di collaboratori il dell’Inquisizione. Cfr., Componimenti teatrali, cit., v., IV, p. 3. Sempre con questo titolo il dramma venne pubblicato a Venezia nel !807 nel t. V della Terza raccolta di scenici componimenti di Giovanni Pindemonte. Il dramma venne invece espunto nell’età della Restaurazione dalla raccolta milanese (1827) delle opere teatrali di G. Pindemonte. Cfr., Biblioteca scelta di opere italiane antiche e moderne, Giovanni Pindemonte, voll., 197‐198, s.n.t., Milano, MDCCCXXVII. 7 Questi temi venivano esplicitamente affrontati in Francia nel 1798. Cfr., [Germaine Necker] Madame de Stael, Des circostances actuelles qui doivent terminer la Révolution, éd., Lucia Omancini, Droz, Genève, 1979. 8 Il Discorso venne pubblicato in Componimenti teatrali, cit., v. IV. Nel presente scritto si seguirà il testo pubblicato in Biblioteca scelta di opere italiane, cit., v. 198, pp. 279‐331. P. Themelly, Adesione e dissenso
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compito di realizzare la riforma del sistema teatrale. Il veronese, auspicava ormai un teatro depoliticizzato, privato di ogni funzione critica di contestazione sociale: un teatro che perdeva il carattere di manifestazione culturale di massa per divenire uno strumento esclusivo al servizio delle nuova classe dirigente. L’adesione alla Rivoluzione I sonetti riprodotti in Appendice9 contribuiscono pertanto a ricostruire le vicende della pur originale e contrastata adesione allo spirito della Rivoluzione maturata da Giovanni Pindemonte tra il tumultuoso 1789 e la primavera‐estate 1797. Fanno eccezione, benché presenti in questa pur parziale raccolta, un piccolo numero di testi letterari: due componimenti redatti nell’autunno 1797, a cui vengono aggiunti due ultimi scritti realizzati nel 1800. L’ode La Repubblica cisalpina e il sonetto Alla Repubblica francese, recitati ʺpubblicamenteʺ a Milano nel dicembre 1797, documentano ormai l’esplicita ʺconversioneʺ politica del veronese. Quanto al Sonetto composto sulla vetta del monte Ginevra nel I ventoso anno VIII della Repubblica francese (20 febbraio 1800), dato alle stampe in seguito all’occupazione austro‐russa, esso esprime invece il dramma dell’esilio proprio di tutta una generazione (ʺti lascio, o Italia, e nel lasciarti io sento/Di patrio pianto lagrimosi i raiʺ). I versi dedicati a Bonaparte ritornato dall’Egitto (ʺa te la libertade Itala affidoʺ) rivelano di nuovo i sentimenti contrastanti, le incertezze e le esitazioni, che caratterizzano gli ultimi anni dell’itinerario umano e politico di Pindemonte. Le incongruenze e le oscillazioni evidenziate nei testi poetici che qui discutiamo (adesione alla Rivoluzione sino al 1793 escluso, a cui segue una parentesi controrivoluzionaria, conclusasi solo nella primavera‐estate 1797 con il trionfo delle armi francesi in Italia e la conquista di Venezia) si esasperano nella comparazione con le vicende biografiche del nostro autore. Quale relazione corre, ad esempio, tra la fuga che nell’aprile 1795 conduceva Giovanni a Parigi, un allontanamento motivato sembra, in seguito a contrasti politici con l’autorità locale10, e i sonetti che, invece, negli stessi mesi, proclamavano ʺTienti Gallia infernal l’infausto donoʺ? Al di là di queste contraddizioni, sembrerebbe, I Sonetti nn. I, XX, XXVI, XXVII, XXIX e XXX sono in Raccolta di poesie repubblicane de’più celebri autori viventi fatte da N. Storno Bolognini, Parigi, nella stamperia Galletti, maison des çidevant Capucines, vis‐à‐vis la place Vendome, anno VIII, una copia dell’opuscolo è custodita presso la Biblioteca di Storia moderna e contemporanea, Roma (d’ora in poi abbreviata in B.S.M.C.); i sonetti nn. V e XXIV sono raccolti in Anno poetico ossia Raccolta annuale di poesie inedite di autori viventi, Venezia, dalla Nuova stamperia presso Antonio Fortunato Stella, MDCCXCIII‐MDCCC; una copia in B.S.M.C.; i restanti ventidue sonetti sono tratti da Poesie e lettere, cit. 10 Cfr., Poesie e lettere, cit., pp. LIII e sg. 9
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tuttavia, potersi cogliere una sostanziale coerenza nel pensiero del patriota veronese. L’antico motivo della riforma delle istituzioni che costituisce il trait‐
d’union della riflessione pindemontiana negli anni della crisi dell’Antico regime trova finalmente la sua attuazione pratico‐effettuale nella sperimentazione rivoluzionaria: trasforma cioè la ʺconquistaʺ francese dei domini veneti nella speranza di un possibile rinnovamento autonomo. Tale è il senso dei sonetti composti, di getto, nel maggio e nel giugno 1797 che celebrano con la caduta di Venezia11 (ʺriceve i colpi il Leon vecchio e cade/ e in questo dì manda il ruggito estremoʺ) la proclamazione delle nuove magistrature12 e l’erezione, nella città liberata, dell’albero della libertà, simbolo della vittoria del popolo veneto contro l’oligarchia (ʺQuando la trionfale arbore sacra/ levossi e dispiegò sue fronde sante,/ l’oligarchia con faccia arcigna e macra/ stava in un lato ancor curva e tremanteʺ )13. Entro il quadro appena tracciato è forse utile ripercorrere sinteticamente, tramite i testi allegati, le tappe di questo processo. Un sonetto rimasto inedito sino al 1797, ma in realtà composto ʺnei primordi della Rivoluzione di Franciaʺ, testimonia l’immediata adesione del patriota veronese alla Rivoluzione: ʺraggio di libertà splende e fiammeggia/ sul mondo schiavoʺ14. I versi sono ispirati da un ideale juste‐milieu: la Rivoluzione aveva restituito forza e iniziativa al sovrano, ridotti all’impotenza i cortigiani responsabili del malgoverno, impedito lo scatenarsi del ʺfuror ciecoʺ della plebe. L’illusione del compromesso costituzionale era, comunque, destinata ad un rapido tramonto. Nei versi del 1793, come si è in parte già osservato, possiamo cogliere una significativa testimonianza dello sgomento e della indignazione dei contemporanei davanti al sangue, alle stragi, al regicidio15. In un nucleo significativo di sonetti esplicitamente controrivoluzionari16, alla condanna della violenza Pindemonte aggiunse il rifiuto del moderno filosofismo, la protesta contro la politica scristianizzatrice e contro la propaganda dell’ateismo: ʺParigi, oh a che giungesti! […] e far profano giuoco/ del culto avito il tuo fallir presume?/ E infame tromba in suon ferale e roco/ spande per le tue vie che non v’ha Numeʺ17. Il poeta veronese considerava l’Europa dei suoi anni combattuta da due errori contrapposti: la tirannide arroccata negli stati d’Antico regime, la licenza che da Parigi minacciava di Vedi, Appendice, sonetto n. XXIII. Vedi, Appendice, sonetto n. XXIV. 13 Vedi, Appendice, sonetto n. XXV. 14 Vedi, Appendice, sonetto n. I. 15 Vedi, Appendice, sonetti nn. II, III, VIII. 16 Vedi, Appendice, sonetti nn. II, III, V, VI, VII, IX‐XXII. 17 Vedi, Appendice, sonetto n. V, I. 11
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espandersi nel mondo: ʺAhi qualunque de’ duo vinca o soccomba,/ io veggo, Europa, in te schiusa a la sacra/ verace Libertà perpetua tombaʺ18. Anticipava, dunque, una libertà ʺveraceʺ, diversa da quella della Francia della Convenzione, la libertà che sarà dei liberali. Al punto che, quando i francesi varcarono le Alpi avrebbe incitato i veneziani a prendere le armi contro i ʺrei nemici della stirpe umanaʺ, che minacciavano ʺd’infettareʺ la penisola”di velen stranieroʺ19. Analogamente, nell’estate del 1796 avrebbe esaltato le armi ʺaustriache e slaveʺ che da Mantova sapevano resistere ʺalla Gallia infernalʺ, al ʺturbine struggitor del mondo interoʺ20. Le ultime testimonianze della parentesi controrivoluzionaria possono cogliersi nei due sonetti che, nell’aprile del 1797, celebrano l’insorgenza veneta, le Pasque veronesi, ʺmemorando esempio dell’Italo valor la prova estremaʺ21. Tuttavia, sempre nella primavera del 1797, in un sonetto dedicato a Napoleone ‐ ʺBonaparte chi sei? Chi ti decanta/ un portentoso fulmine di guerra […]/ chi vuolti un mostro […]ʺ ‐, appaiono i primi segni di un ripensamento. Il poeta appare incerto, perplesso: crede di scorgere nell’eroe vittorioso lo strumento dei disegni divini, non tanto ʺl’arcangelo liberatoreʺ della propaganda rivoluzionaria, ma una forza grandiosa e enigmatica capace di chiudere un’era e di aprirne una nuova22. Il sonetto a Bonaparte preannuncia la svolta che si compirà nel maggio di quello stesso anno e che di poco precede, come sappiamo, le vicende che si conclusero a Venezia con la formazione della Municipalità Provvisoria. Alcuni hanno giudicato non esente da opportunismo questo cambiamento di fronte23. Nei versi della primavera‐estate 1797, in ogni caso, il ruolo storico della Francia è pienamente riabilitato: Pindemonte plaude alle forze che hanno ʺspento i re e ribaltato il tronoʺ, esalta la Grande Nazione che ʺconcede all’Italia, una volta patria dei Bruti […] il dono della libertàʺ. Risvegliando dal ʺsonnoʺ la ʺschiava tremanteʺ, la Francia le rivela che la via della liberazione passa Vedi, Appendice, sonetto n. IX. Vedi, Appendice, sonetto n. XII. 20 Vedi, Appendice, sonetto XVII, XVIII. Quest’ultimo sonetto è dedicato a Wurmser l’eroe della difesa di Mantova contro i francesi nell’estate 1796. Il conte Dagobert‐Sigmund von Wurmser (1724‐1797), generale austriaco, dopo aver combattuto sul Reno fu inviato in Italia a contrastare Bonaparte. Battuto a Castiglione e Rovereto fu costretto a chiudersi a Mantova. Dopo alcuni fortunati tentativi di sortita rimase sconfitto a Rivoli. 21 Vedi, Appendice, sonetto n. XX. Si veda, anche, sonetto XXI. Le Pasque veronesi, una rivolta antifrancese duramente repressa avvenuta a Verona tra il 17 e il 23 aprile 1797, costituirono il pretesto per l’occupazione di tutte le città del Veneto e per la successiva conquista di Venezia. 22 ʺIo guardo al cielo; e Dio veggo, ahi spavento!/ che contro il secol empio irato e bieco/ regge il il possente tuo braccio cruento/Esecutor d’alte vendette, cieco/ de lo sdegno divin tu sei strumento/ e lo sterminatore angelo è tecoʺ. Cfr., Appendice, sonetto n. XIX. 23 N. Mineo, cit., pp. 77‐8. 18
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attraverso la distruzione addirittura del ʺsacerdozioʺ e dell’ʺimperoʺ24. Il 16 maggio 1797, il giorno dell’insediamento a Venezia della Municipalità Provvisoria, i versi di Pindemonte celebravano la distruzione dei ʺceppi oligarchiciʺ e la riscoperta da parte dei veneti del loro ʺsacro, vetusto, popolare governoʺ25. Questi temi, che ispireranno in quegli anni la produzione letteraria dello scrittore veronese, sorreggono le riflessioni sulla storia politica della Repubblica, che, come si è accennato, Pindemonte aveva maturato nel corso della sua esperienza di amministratore e svolto, nell’aprile 1796, nel Discorso sulle cause della decadenza della repubblica veneta26. Una ʺpatriottica faticaʺ destinata dall’autore ad ʺessere letta solo dopo la [sua] morteʺ: ʺio son sicurissimo – affermava ‐ che questo scritto qualora in questi momenti si pubblicasse mi costerebbe senza dubbio la vitaʺ27. Il Discorso individuava nella storia remota della Repubblica, nelle vicende che condussero nel 1296 alla Serrata del Maggior Consiglio, l’evento cruciale della trasformazione delle strutture istituzionali cittadine. Poche famiglie patrizie avevano assunto ogni responsabilità di governo e ridotto le istituzioni rappresentative ad organi formali privi d’ogni funzione di controllo, esautorando, di fatto, il legislativo. Le energie dei nuovi ceti dinamici e operosi erano così state soffocate, i loro interessi sacrificati ed una ʺcrisi mortaleʺ gravava sulla Repubblica. Era, dunque, necessario spezzare il cerchio che soffocava la vita pubblica della città e dell’entroterra. Si doveva riformare lo Stato, abbattere l’oligarchia. Nella prima tragedia scritta con ʺlibera pennaʺ nell’Orso Ipato, redatto febbrilmenteʺ nel breve periodo di soli ventitré giorniʺ28 e rappresentato, nel Teatro Civico di Venezia, l’11 settembre di quello stesso anno 1797, sempre nel corso della breve vita della Municipalità provvisoria, Pindemonte cercava nella memoria antica della città la giustificazione delle vicende recentissime e Vedi, Appendice, sonetto XXII. Il programma di liberazione nazionale è scandito chiaramente negli ultimi versi ʺDa me di libertà ricevi il dono/ –esclama la Francia alla vicina Italia‐ Patria de’Bruti e ancor vorrai sagace/Jerfante servir? Né alfin agogni/tirannesco a scacciar scettro straniero?ʺ 25 Vedi, Appendice, sonetto n. XXIV. 26 Vedi, supra, n. 2. 27 Cfr., Discorso, ed. cit., p. 325. 28 Così il poeta nella prefazione alla prima edizione di Orso Ipato. Tragedia del Cittadino Giovanni Pindemonte, in Venezia 1797, Anno I della Libertà Italiana, dalle Stampe del Cittadino Casali. Notizie sulla fortuna e sulle diverse edizioni dell’opera in M. Petrucciani, cit., pp. 74 e sgg.; Cesare De Michelis, Il Teatro Patriottico, Marsilio, Padova, 1966, pp. 30‐3; la tragedia può oggi leggersi nella edizione a cura di Milena Montanile in Ead., I Giacobini a teatro. Segni e strutture della propaganda rivoluzionaria in Italia, Società Editrice Napoletana, Napoli, 1984, pp. 27‐93. 24
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intendeva dimostrare, con l’allegoria dell’uccisione del tiranno, il doge Orso29, la necessità di un rivoluzione antioligarchica. Il poeta, prendendo spunto da un autentico episodio della storia veneta del VII secolo, propone il contrasto tra il potere assoluto e la sovranità popolare cittadina. Orso, ʺingannandoʺ i suoi concittadini e appoggiandosi all’imperatore d’Oriente, tendeva a rendere ʺassolutoʺ e ʺereditarioʺ il potere delegatogli dalle assemblee popolari cittadine. ʺPer sedar le discordie abbiam voluto un Duce – esclama Maurizio, elettore della Repubblica ‐ or siam discordi ed abbiamo un monarcaʺ 30. La figura del doge, simbolo del potere assoluto, esprime tanto i tratti del dispotismo contemporaneo, quanto quelli arcaici e maiestatici della sovranità tardo‐romana e tardomedioevale. Per compiere una grande disegno, per realizzare un nuovo modello di città e di Stato, è necessaria la concentrazione del potere in una sola persona: le supreme decisioni non possono essere ostacolate dal ʺcapriccio del volgoʺ o da ʺincomodi legamiʺ istituzionali31. Ma nel corso dell’azione, anche forse per le esigenze teatrali dell’emotività e della dinamica degli affetti, Orso si rivela come forza integralmente malvagia: innalza le forche sulle piazze, si irrigidisce in una maschera spietata, dichiara di voler conseguire la pienezza del potere percorrendo una strada ʺlastricata di sangueʺ. Gli ʺabominevoliʺ propositi del tiranno giustificano la rivolta dell’eroe, Obelerio, impersonato, per l’occasione, sulle scene veneziane dallo stesso Pindemonte32. Il protagonista, ʺpur vecchio d’anniʺ, ma tuttavia figura simbolica del ʺgiovane repubblicano democraticoʺ33, raccoglie la protesta dei cittadini veneziani, degli abitanti delle ʺadriatiche isoletteʺ, ʺnemiciʺ per motivi di confine, eppur ʺfratelliʺ, e, a capo delle forze popolari, riafferma i temi della sovranità democratica: rivendica la formazione di libere assemblee e la costituzione, dal basso, di magistrature cittadine elettive e temporanee. L’intreccio degli affetti (Obelerio è il padre della tenera Eufrasia, sposa del tiranno e perciò anch’essa combattuta nei suoi sentimenti), la conflittualità psicologica e la diversa fisionomia politica dei personaggi non turbano tuttavia la linearità della trama, nella quale gli studiosi hanno ravvisato ʺuna ʺI Veneziani […] liberi e democratici aborrivano il nome regio e perciò diedero al [loro ] capo il titolo solamente di Duce, la qual denominazione fu corretta col tempo in quella di Doge. […] Il terzo [doge] fu Orso fregiato dall’Imperatore greco del titolo d’Ipatoʺ. Vedi Prefazione dell’Autore, in Orso Ipato ed. cit., p. 31. 30 Ivi, Atto I, 1. 31 Ivi, Atto III, 4. 32 ʺ[…] questa tragedia […] rappresentata da me medesimo, e da altri valorosi cittadini il giorno 25 fruttifero anno I della Libertà Italiana, 11 settembre 1797 v.s. Non avrei potuto desiderare un esito più felice […] e si volle per undeci sere con straordinario concorso pienissimo ripetutaʺ. Prefazione dell’Autore in Orso Ipato, ed. cit. p. 29. 33 M. Apollonio, Storia del teatro, cit., p. 484. 29
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schematizzazione oppositiva di ovvia matrice alfierianaʺ34. Unʹantitesi irriducibile è espressa certamente dai due protagonisti già alla fine del quarto atto: ʺo libertade o morteʺ; ʺo morte o regnoʺ35. Lo scontro politico e il conflitto degli affetti conduce alla morte dell’eroe e del tiranno. Obelerio uccide Orso, ma trova egli stesso nell’impresa la morte. La rivoluzione, dunque, non può essere pacifica, incruenta, è sempre sanguinosa. Diversamente da quanto aveva espresso solo qualche mese prima nei sonetti, Pindemonte giustificava ora il tirannicidio e la tremenda necessità del sacrificio dell’eroe, considerandoli i momenti fondanti di una nuova era capace di garantire il libero governo dei cittadini36. L’inconcludenza ʺpessimistico‐catastroficaʺ della tragedia alfieriana, che valorizzava soprattutto il ʺdiventare liberiʺ più che il ʺrimanere liberiʺ37, sembrava, da Pindemonte, almeno in questa pièce, superata. Nel frattempo, tornando agli avvenimenti di quei giorni, il governo della Municipalità provvisoria risultava destinato a una brevissima esistenza: la pace di Campoformio fu firmata poco più di un mese dopo la rappresentazione dell’Orso Ipato. Ma ormai lʹorientamento dellʹautore, pur con gli austriaci ormai a San Marco, non avrebbe conosciuto nuovi tentennamenti. Già la dedica premessa dal poeta alla prima edizione a stampa della tragedia preannunciava l’orientamento dell’autore. Pindemonte offriva la sua opera ʺperfettamente repubblicana […] all’Italia liberaʺ e si rivolgeva ʺai buoni patriotiʺ di tutta la penisola auspicando la costituzione di ʺuna sola repubblica indivisibileʺ38. Le vicende italiane del 1797 avrebbero mostrato che il centro propulsore del programma unitario sarebbe divenuto la Repubblica cisalpina: ʺecco spuntar Repubblica novella/ nel sen dell’agitata ausonia terraʺ, avrebbe scritto il poeta, nell’autunno 1797, nell’ode già ricordata alla Repubblica cisalpina39. Nella Cisalpina Pindemonte scorge il ʺfoco dei raggiʺ che, prima o dopo, avrebbero rigenerato la penisola: ʺoggi in te la Repubblica nascente/ fonda suo centro e di sua possa il nido/ e finor troppo ignoto Italia sente/ uscir da te di libertade il gridoʺ40. Entro questo nuovo contesto storico, Giovanni Pindemonte, ormai emigrato a Milano e membro designato al Consiglio degli Juniori, poi del Consiglio Legislativo, svolgerà tra 1797 e il 1806 la sua opera di politico e di letterato. M. Montanile, cit., p. 24. Vedi, Orso Ipato, Atto IV, 13. 36 Ivi, Atto V, 10. 37 Sul problema cfr., le grandi tesi di Pietro Gobetti, La filosofia politica di Vittorio Alfieri, ora in Id., Risorgimento senza eroi, Einaudi, Torino, 1969; Umberto Calosso, L’anarchia di Vittorio Alfieri, Laterza, Bari, 1924; Luigi Russo, Alfieri politico, in Id., Ritratti e disegni storici, Laterza, Bari, 1946. 38 Vedi, Prefazione dell’Autore in Orso Ipato, ed. cit., p. 29 e sg. 39 Vedi, Appendice, documento n. XXVI. 40 Ibidem. 34
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Libertà di pensiero, tolleranza religiosa e spirito della Rivoluzione In alcune tragedie celebri rappresentate sui palcoscenici dell’Italia ʺrigenerataʺ (espressione dʹepoca) nel triennio rivoluzionario 1796‐1799, il poeta veronese s’avventurava nelle difficili questioni relative ai rapporti tra lo Stato e la Chiesa e in quelle altrettanto complesse che riguardavano le competenze e le funzioni del primo nelle sue relazioni con l’individuo. Nella tragedia I Baccanali41, composta ʺin età ancor verde42ʺ, rappresentata, lo si è accennato, già a Venezia nel 1788, Pindemonte aveva affrontato esplicitamente i rapporti tra lo Stato e la Chiesa e denunciata, secondo le suggestioni di quegli anni, la pericolosità sociale di una religione ridotta a ʺsuperstizioneʺ. La polemica contro la Chiesa era, tuttavia, rimasta celata dietro lo schermo dei ʺcollegi sacerdotaliʺ che officiavano ʺl’orgiasticoʺ e ʺdelittuosoʺ culto di Bacco43, cerimonie e misteri che Pindemonte aveva amato rappresentare entro una scenografia di ʺtenebrosi boschiʺ, di ʺopache grotteʺ, di ʺsolitari templiʺ. La tragedia pubblicata anonima riscosse grande successo44. ʺNella condanna dei riti che, sfruttando mitici terrori superstiziosi, coprono intrighi ed omicidi, gli spettatori – ha scritto Mario Petrucciani ‐ identificarono la condanna degli spietati metodi assolutistici […], alcuni la interpretarono come una satira antigesuiticaʺ45. A queste considerazioni probabilmente si deve la fortuna dell’opera nel ʺclima liberale del Risorgimentoʺ46. Non ci troviamo, comunque, completamente, di fronte ad una tragedia d’ispirazione dissacrante, volterriana. L’intento dell’autore è quello di recuperare i valori irrinunciabili dell’esperienza religiosa. Fin dal primo atto si fronteggiano, infatti, due diverse concezioni: quella del candido Ebuzio, il protagonista positivo che considera la fede, come Vedi, supra nn. 1, 5. Vedi Prefazione del’Autore, in Componimenti teatrali, cit., v. I, pp. 9‐10. 43 La vicenda si ispira alla lettura di Livio, XXXIX, 8‐19. 44 Vedi, supra, n. 1 e più in generale la Prefazione dell’Autore, cit. 45 M. Petrucciani, cit., p. 83. Dieci anni dopo, nel 1798, I Baccanali furono accolti con entusiasmo dai patrioti della Repubblica romana: anche essi penetrarono la simbologia proposta dall’autore, condivisero una polemica che tendevaʺa far concepire il massimo orrore per il barbaro e fraudolento dispotismo sacerdotale […] chi riconosceva in Mino un tremendo gesuita, chi un ambizioso cardinale, chi un Papa sanguinario […]ʺ. «Monitore di Roma», 26 nevoso, anno VII. 46 Cfr., Teatro e Risorgimento, a cura di Federico Doglio, Capelli, Bologna, 1972, p. 24. 41
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etica dell’intenzione, come un momento di perfezionamento morale47; l’altra, che invece è propria del malvagio Sempronio, il sommo sacerdote di Bacco, per il quale l’esperienza religiosa si risolve in una precettistica formale. Prevale la meccanica del credere, l’annichilirsi, l’adorare48. Nello svolgimento della pièce, tuttavia, finiscono per trapelare comunque i toni crudi del secolo, la pervasiva condanna senza appello della religione ove degradata a ʺdelittoʺ, superstizione, l’inevitabile primato dello Stato unico garante dei diritti dell’individuo. La tragedia risente del dibattito settecentesco sui rapporti tra la Chiesa e lo Stato. I baccanti rivendicano la separatezza del rito, l’inaccessibilità della religione, negano ai funzionari romani il diritto di penetrare nel bosco sacro: ʺAutoritade in Roma/ non v’ha sopra de’ Numi. In quella selva/ neppur un dittator entrar potrebbeʺ49, dichiara Sempronio al console giunto per porre fine ai misfatti che si celano sotto la copertura dei riti. E ancor più oltre sempre il sommo sacerdote aggiunge: ʺOgnuno piegar qui deve l’orgoglio dell’umana ragioneʺ50. Entro questo quadro insorge il popolo romano, che, adunatosi nei comizi, delibera la distruzione del bosco sacro, ormai considerato come un ʺnido di ladroniʺ. Seguono episodi di disordine e di devastazione, che si concludono con la condanna a morte dei sacerdoti e l’esilio dei baccanti. Il bruciamento della selva sacra e del tempio, che celebra la vittoria dello Stato e della giustizia (ʺlibera è Roma da un interno terribile flagelloʺ51), ribadisce, attraverso il palcoscenico, l’orizzonte mentale di Pindemonte alla vigilia della Rivoluzione. Entro questo steccato invalicabile germoglieranno, nelle prove letterarie seguenti, quelle tensioni e quei fermenti destinati a fiorire in una cultura successiva. I temi espressi larvatamente ne I Baccanali venivano ripresi e svolti nel dramma ʺtragicoʺ L’Atto di fede, rappresentato per la prima volta, lo si è già ricordato, a Milano cisalpina nel 1799 e omesso successivamente dall’edizione milanese del 182752, insieme all’Orso Ipato, per evidenti motivi di censura politica. L’Atto di fede, considerato con perplessità da alcuni studiosi anche a noi Così si presenta Ebuzio al sommo pontefice per essere iniziato ai misteri: ʺSacro ministro un’alma pura,/ come la mia che i dover compie/ del viver sociale e di natura/ che rispetta le leggi dello Stato/ che venera gli Dei, giammai non teme/ […] Bramo di rassodar nella pietà de’ Numi/ il core […]; nella mente ho impresso/ che ogni Dio, benché sia […]/ di maestà tremenda, è sempre mite, benefico, clementeʺI Baccanali, cit., Atto I, 4. 48 ʺDi quanto udrà l’orecchio tuo ti guarda/ dal chiedere ragione. Fede soltanto/ dee l’opre tue guidare e tuoi pensieriʺ. I Baccanali, cit., Atto I, 4. ʺ[…] Non deve/ […] poggiar del servo tuo/ la debol ragione. Gli arcani tuoi/ venero umile e i tuoi misteri adoroʺ. I Baccanali, cit., Atto II,1. 49 Ivi, Atto III, 3. 50 Ibidem. 51 I Baccanali, cit., Atto V, 6. 52 Vedi, supra, n. 6. 47
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contemporanei53, fu invece salutato da S. Sismondi come manifesto della libertà religiosa e dello spirito di tolleranza54. La pièce, come sappiamo, è ambientata nelle Fiandre nell’età della guerra per l’indipendenza delle Province Unite. Nello sfondo si delinea la politica di repressione di Filippo II e del tribunale dell’Inquisizione, ma ancor più risalta la rivolta di tutto un popolo, la cui iniziativa finirà per travolgere il dominio straniero e la Chiesa della Controriforma. Il dramma è ispirato dallo scontro tra libertà e autorità, risolto sul piano religioso, nel contrasto tra libera scelta e controllo istituzionale. Emerge, fortissima, la condanna della Chiesa intollerante e persecutrice, che trova il suo simbolo storicamente determinato nei grandi roghi tardo cinquecenteschi dell’ʺauto da fe’ʺ: l’Atto di fede. Il rogo, questa ʺsolenne e sacra pompaʺ, festa di purificazione e insieme sacrificio umano, incombe ossessivamente e ambiguamente sull’intera rappresentazione. Nonostante i toni forti, il linguaggio crudo, l’ostentazione degli aspetti ʺesecrandiʺ del cattolicesimo controriformato, la pièce non si appiattisce univocamente nello schema della scristianizzazione. Anche in quest’opera si fronteggiano due esperienze religiose diverse. Contro gli orientamenti della Santa Inquisizione, il buon vescovo Odoardo esprime i valori della Chiesa perenne, aperta alla lezione della persuasione e del perdono. L’opposizione tra le due concezioni religiose si precisa nella ricostruzione delle figure di Roberto e dell’Inquisitore. Roberto è il simbolo della libertà di pensiero: non è un eretico, ma un uomo di studi, un filosofo, e forse ancor più, un cristiano libero, consapevole, ragionevole55, sottoposto insieme a sua moglie Adelina, colpevole del solo affetto per il congiunto, a torture e ad estenuanti interrogatori, nel carcere del Sant’Uffizio. Dall’altra parte dell’universo la figura dell’Inquisitore, un personaggio sapientemente costruito da Pindemonte. Il poeta ne traccia il ruolo e la funzione storica, irrigidendone tuttavia i tratti della fisionomia in una fissità di maschera. Orgoglioso di realizzare nel mondo la giustizia di Dio56, il sacerdote sa che è necessaria una ʺsanta severitàʺ quando i tempi sono corrotti57; da ʺbuon coltivatoreʺ della ʺvigna celesteʺ è consapevole di dover ʺsbarbicare dalle radiciʺ i ʺtralci infettiʺ58. Il suo Dio è però, nelle parole e nell’ispirazione, il Dio del Vecchio Testamento, il distruttore dei falsi idoli e degli idolatri59. L’Inquisitore Cfr., M. Petrucciani, cit., pp. 90 e sgg.; G. Nicastro, cit., p. 517. Jean‐Charles Léonard Simonde de Sismondi, De la Littérature du Midi de l’Europe, [Paris 1813], Dumont, Bruxelles 1837, v. I, p. 531. 55 L’atto di fede, ed. cit., in particolare, Atto IV, 8. 56 Ivi, Atto IV, 6. 57 Ivi, Atto III, 1. 58 Ivi, Atto II, 6. 59 Ivi, Atto III, 5. 53
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contrappone agli ideali evangelici di Odoardo il modello della Chiesa gerarchica60; oppone alla ʺcolpevole misericordiaʺ il ʺpurissimo zeloʺ. Il rogo degli eretici rappresenta il coronamento delle sue ʺapostoliche faticheʺ. ʺFestevoleʺ sarà – proclama il Padre Inquisitore ‐ il giorno in cui sulla spiaggia arderanno i grandi roghi, quando ʺnell’esterminio de’ nemici suoi/ di Cristo esulterà mistica sposa/ la Chiesa militanteʺ61. Il quarto atto introduce sin dal suo avvio il lettore tra le volte ʺtenebroseʺ di un ʺvasto sotterraneoʺ, reso ancor più ʺtetroʺ e spaventoso dall’ʺorrore della notteʺ. Al centro, tra gli strumenti di tortura, si consuma il processo a Roberto. I dialoghi e le fasi dell’istruttoria, nel loro svolgersi, esprimono e sintetizzano il significato più profondo del dramma. Il protagonista non respinge le accuse: ʺciò che negai ‐ dichiara ‐ non fu mai vero, ciò che confessai non è delitto. […] il vero sempre io dissi […] io parlo della ragion sempre il linguaggioʺ62. Le parole di Roberto, più che preludere alla conciliazione tra ragione e religione e prefigurare il futuro della Chiesa oltre l’eredità della Controriforma, in unʹembrionale aspettativa della Aufklärung cattolica, ripropongono ancora una volta l’esigenza di un ritorno all’essenza del messaggio cristiano. Roberto si propone come alter Christus, riattualizzandone il sacrificio. Condannato ingiustamente a morte, l’eroe‐vittima si assimila al Redentore: ʺdi Dio senza colpa morendo io seguo l’orme, io l’imito sul Golgota”. Capovolgendo l’accusa dei suoi persecutori, indica il senso e gli orientamenti autentici della vera Chiesa: ʺ[…] Di Dio […] – esclama ‐ voi siete i soli/ veri nemici […] voi l’offendete,/ voi lo disonorate, e mercè vostra/ l’empietà nasce e l’eresia trionfa/ perché insensati, voi d’un Dio benigno/ fate un Dio furibondo, un Dio tirannoʺ 63. L’ultimo atto celebra la ʺsolenne scenografiaʺ del rogo: ovvero, per Pindemonte, la ʺfestaʺ della fede e della monarchia assoluta, un elemento che unifica e struttura la società d’Antico regime. Nella prima scena l’autore descrive la cerimonia, ne ricostruisce i poli di attrazione, gli spazi, i simboli, il messaggio. Di fronte ai roghi, su una ʺspiaggia di mareʺ, al cospetto di una ordinata folla di ecclesiastici, di laici, di militari, Roberto, ormai prossimo al supplizio, rivendica ancora con coraggio i suoi diritti, innalzandosi a giudice dei suoi giudici. L’arrivo improvviso e imprevisto dell’esercito popolare capovolge la sorte e preannuncia il trionfo dei ʺliberatoriʺ di Fiandra su Filippo II e sull’Inquisizione. ʺIte, uccidete,/ inseguite […] sterminate […]/ la tirannide e Ivi, Atto IV, 4 61 Ivi, Atto III, 1. 62 Ivi, Atto IV, 7. 63 Ivi, Atto IV, 8. 60
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i tiranni/[…]ʺ64, grida Guglielmo di Lumey, il condottiero vittorioso, mentre l’Inquisitore viene gettato sul rogo tra il plauso degli astanti. Il rogo assurge così a emblema della Rivoluzione, diviene il simbolo della distruzione del passato. Solo sulle ceneri della società tradizionale sarebbe potuta sorgere la nuova era repubblicana65. All’ombra di Cesare Il crollo delle Repubbliche giacobine nel 1799 costituì un momento cruciale di svolta anche nella biografia politica di Giovanni Pindemonte. Il senso della crisi di un’era, l’idea del sacrificio e della distruzione di una classe dirigente, insieme alla consapevolezza della vittoria delle forze tradizionali, possono già cogliersi in una cantata a tre voci, Partenope, e in un poemetto, Le ombre napoletane66, dedicato dal patriota veronese a quelle amare vicende. Dal tramonto delle speranze emergeva, come si è fatto cenno, la figura di Napoleone, celebrato nei sonetti come l’eroe liberatore e vendicatore67. Sappiamo tuttavia che il nuovo corso politico, ormai incline verso il regime, avrebbe inevitabilmente suscitato nel pensiero del veronese una riflessione articolata e complessa. Si è già fatto cenno al possibile coinvolgimento di Pindemonte nella congiura di Ceracchi68. Tornato a Milano aderì tuttavia, come è noto, alla nuova situazione scaturita dai Comizi di Lione: il 2 giugno 1802 fu nominato membro del Corpo Legislativo della Repubblica italiana, poi anche dell’Istituto nazionale. Ma nel nuovo contesto politico, in una società che tornava ad essere diretta da nuclei ristretti del patriziato illuminato, gli entusiasmi del poeta, ormai inserito in una classe dirigente proiettata in una dimensione aulica, finirono per spegnersi. Non scrisse più versi politici. Le sue lettere lo rivelano interamente assorto negli affetti e nei problemi familiari. I riferimenti all’impegno civile e politico divenivano ormai marginali, distaccati69. Ivi, Atto V, 4. ʺArder per sempre/ potessero così l’intolleranza,/ la superstizione, il fanatismo,/ il falso zel persecutore, e tutte/ queste del germe uman pesti e flagelli./ Libera è […] [la nostra città]. Essa è il primiero frutto/ del nostro compromesso. Esssa fia parte/ di novella repubblica; e più mai/ non turberan questi lontani lidi/ nè la Spagna tirannica, né Roma/ che or fa di poter sacro uso profanoʺ. Ivi, Atto V, 4. 66 Sui testi vedi Poesie e lettere, cit., p. 55; p. 129. 67 Vedi, Appendice, sonetto XXVII: ʺTu Eroe, Tu Console sei. Ne’ tempi antiqui/ a Consoli Romani era serbato/ punir le colpe de’ monarchi iniquiʺ. Vedi, anche, sulla stessa linea d’ispirazione, Appendice, sonetto n. XXX. 68 Vedi, supra, n. 1 69 Cfr., Poesie e lettere, cit., soprattutto pp. 297 e sgg.; pp. 309 e sgg. 64
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Le ultime composizioni teatrali, le rappresentazioni che ʺdispiacquero a Napoleoneʺ70 documentano, con un linguaggio cifrato, il senso di questo travaglio. Nel carnevale del 1803 veniva ʺcoraggiosamenteʺ rappresentato per la prima volta, a Milano, il Cincinnato71, ʺné una tragedia né una commediaʺ a parere di Mario Petrucciani72. L’opera, ambientata nel V secolo a. C. e ispirata, anche in questo caso, alla lettura di Livio73, rievoca l’alta figura morale del vecchio dittatore sessantenne, ormai ritiratosi in esilio volontario nel suo podere di campagna. Cincinnato, richiamato dal Senato, sconfigge gli Equi che minacciano la Repubblica e, dopo aver deposto la dittatura, torna nuovamente alla sua vita agreste. La celebrazione della ruralità è considerata soprattutto come condanna e fuga dalla città, intendendo quest’ultima come il simbolo dalla politica e del mondo corrotto. L’esilio diviene una possibile via d’uscita e un onore per il cittadino virtuoso74. Roma corre pericoli mortali perché si è allontanata dai valori originari repubblicani, dalla ʺprisca virtùʺ. Uomini ʺvanitosiʺ e ʺviliʺ antepongono gli interessi privati a quelli pubblici75. Si avverte la necessità di un recupero di valori, della riscoperta di ideali per così dire umbratili: il lavoro, la frugalità, la famiglia. Nel primo atto, l’opposizione tra il console Minucio76, seduto sulla sedia curule, attorniato dai littori, e Cincinnato, appoggiato sulla stanga del suo aratro, rappresenta l’allegoria di due mondi contrapposti77. Più che con la scontata vittoria militare di Cincinnato – ossia d’un nuovo eroe che si muove controcorrente ‐ Pindemonte esprime il suo messaggio politico con le scene che concludono la rappresentazione. Sconfitti gli Equi e deposta la dittatura, l’eroe rifiuta onori e doni, denaro e terre, torna al suo ʺpiccolo podereʺ, celebra il suo trionfo agreste inghirlandando d’alloro ʺl’aratro, un agnello e un ronzinoʺ. Enuncia la sua M. Petrucciani, cit., p. 95. Lucio Quinzio Cincinnato. Rappresentazione rustico‐eroico spettacolosa, in Componimenti teatrali di Giovanni Pindemonte, cit., v., IV, pp. 117‐232. 72 ʺ[Nell’impostazione dell’opera] si giustifica l’adozione del rustico e dell’eroico e il loro reciproco condizionamento strutturale ai fini di una compatta costruzione teatrale che della tragedia non ha che la facciata (né Cincinnato, né altri sono personaggi di fisionomia o di sorte tragica), preferendo invece, ancora una volta un contenuto e un intento spettacoloso, ma qui assai più sobrio che in altri drammiʺ. M. Petrucciani, cit. p. 95. 73 Livio, III, 19‐29. 74 Lucio Quinzio Cincinnato, cit. Atto I, 9. 75 Ivi, Atto II, 5. 76 Minucio Esquilino Augurino Lucio, console romano. Nel 458, a capo del suo esercito fu circondato sul monte Algido dagli Equi e salvato grazie all’intervento di Cincinnato. 77 Lucio Quinzio Cincinnato, cit., Atto I, 10. 70
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professione lacedemonica: dichiara di voler morire povero nel suo mondo, che è ormai racchiuso soltanto nella cerchia ristretta della sua famiglia78. Ancor più velata che nel Cincinnato, ove pure è presente, risulta la polemica antidispotica sottesa alla tragedia Cianippo79, scritta nel 1804 e rappresentata, sempre in quell’anno, a Verona. Anche se non si può cogliere un solo accenno esplicitamente politico, Pindemonte, penetrando impietosamente nella mitica reggia di Siracusa, rappresenta il dramma esistenziale di un re travolto dal colpevole amore per la figlia Ciane, tormentato dai rimorsi, tentato da volontà omicida, perseguitato dall’ira d’un Nume: ʺquanto son reo; quanto enorme è il mio delitto […] troppa forza del Dio nemico mi traggeʺ80. In una età che inclinava ormai verso la Restaurazione, ritorna nelle parole di Pindemonte un tema antichissimo che in quegli stessi anni ispirava il pensiero di Louis de Bonald e di Joseph de Maistre: la storia è retta da una volontà divina inaccessibile agli uomini: una enigmatica volontà alla quale tutti, anche i sovrani, sono sottoposti81. E forse è questa la vera chiave di lettura dellʹopera, quella di un autore che avverte ormai di contemplare gli eventi con distacco e la consapevolezza dellʹesistenza di forze superiori che governano il mondo e gli uomini in esso. La condanna del sistema napoleonico risulta addirittura assente nel Discorso sul teatro italiano82, un’operetta redatta negli stessi giorni in cui il poeta componeva il Cianippo. Pindemonte tracciava nel Discorso l’amaro consuntivo dell’esperienza teatrale italiana negli anni della Rivoluzione. Il rinnovamento auspicato non si era compiuto: ʺla nostra nazione assolutamente non ha teatroʺ. Nelle rappresentazioni, radicate nel repertorio antico, predominano il suono, il canto, la scenografia: ʺnulla si comprende né delle parole né delle vicendeʺ. Nella tragedia e nella commedia imperversano ʺcompagnie vagabondeʺ, ʺattori grossolani […] arruolati nelle taverne o nelle botteghe de’ sarti o de’ parrucchieriʺ83. Per non dire della mancanza di teatri stabili. Tornavano insomma, ancora irrisolti, i problemi già delineati dai patrioti italiani negli anni del triennio rivoluzionario 1796‐’99. Sin dall’ottobre 1797, lo stesso Pindemonte, insieme a Giuseppe Parini e Lorenzo Mascheroni, era stato membro, a Milano, della Commissione giudicatrice di un ʺConcorso per la riforma nazionale del ʺVoglio qual vissi/ Puro, operoso, povero e Romano/ chiudere ancor le mie pupille in pace/ […] Solo nel seno io godo/ della famiglia mia dolcezze ignote/ de grandi all’albagia […] Sciolto il voto/ a Giove ottimo massimo, depongo/ la dittatura e a’ campi miei ritornoʺ. Ivi, Atto V, 8. 79 Cianippo. Tragedia in cinque atti. L’opera venne pubblicata per la prima volta nei Componimenti teatrali di Giovanni Pindemonte, cit., v. IV, pp. 232‐316. 80 Ivi, Atto IV, 5. 81 Ivi, Atto II, 4. 82 Vedi, supra, n. 8. 83 Discorso sul teatro italiano, ed. cit., pp. 294‐301. 78
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Teatroʺ. Un’occasione, questa, che aveva offerto, a tutti i cittadini, anche fuori della Cisalpina, la possibilità di formulare quel progetto globale di riforma considerato, allora, un momento importante per la fondazione del nuovo Stato84. A quasi dieci anni di distanza, Pindemonte riproponeva un programma di rinnovamento teatrale. Lo adattava, tuttavia, ai tempi e alle circostanze, ai nuovi possibili interlocutori, al punto da rinunciare a certi antichi ideali. Era probabilmente utile sostenere il nuovo regime poiché, se veniva sacrificata la libertà politica, nondimeno venivano garantiti il progresso civile e la modernizzazione sociale. In quello stesso 1804, Pindemonte, chiudendo un’era, si distaccava consapevolmente dal teatro dell’ʺ immortaleʺ Alfieri, un teatro che sarebbe dovuto nascere ʺall’ombra di libere leggi e di popolare reggimento […]ʺ. Ormai pensava che potesse nascere in Italia ʺvero teatroʺ solo grazie all’intervento di una ʺassoluta sovrana volontà: […]ʺ, solo per l’iniziativa di un principe: ʺIo son persuaso e convinto – scriveva ‐ che nella universale corruzione dominatrice oggidì, potrebbe far rinascere il teatro soltanto un Principe […], l’augusto capo d’un governo solido, […] che tutta o una parte considerevole della nostra penisola abbracciasseʺ85. Il sovrano doveva essere coadiuvato, tuttavia, da una élite tecnica competente e energica, di ʺteatrale materia intelligentissimaʺ, e dotata di ʺillimitata autoritàʺ. Una ristretta classe dirigente in grado di promuovere il rinnovamento e di riuscire a colmare il distacco che separava il teatro italiano da quello delle nazioni più colte ed evolute d’Europa. Il veronese auspicava inoltre l’educazione e la professionalizzazione degli attori, un processo formativo promosso e insieme controllato dal ʺdirettore teatraleʺ, una figura inedita ispirata dalla nuova cultura dell’individualismo romantico e capitalistico. Alle tre tornate del Concorso parteciparono accanto ai nomi di alcuni grandi intellettuali del tempo (Melchiorre Gioia, Matteo Angelo Galdi, etc.), anche quelli di personaggi oscuri rappresentativi però della società nazionale: capocomici, parroci, professionisti, semplici cittadini. Nei vari progetti avanza l’esigenza di strappare la gestione del teatro all’iniziativa privata, di affidare il complesso mondo dello spettacolo alle decisioni delle magistrature repubblicane e di creare un corpo di attori professionisti stipendiati dallo Stato. Le proposte sono molto attente al rinnovamento democratico del repertorio, alla dilatazione capillare del teatro anche nei più piccoli centri, alla ʺdemocratizzazioneʺdelle architetture teatrali, a una funzione ʺpopolareʺ e ʺpedagogicaʺdel teatro. Su questi problemi vedi: Antonio Paglicci Brozzi, Sul teatro giacobino e antigiacobino in Italia (1796‐1805). Studi e ricerche, Tipografia Pirola, Milano, 1887; Memoria postuma di Melchiorre Gioia sull’organizzazione dei teatri nazionali commentata e pubblicata da Pietro Magistretti, Tipografia Pirola, Milano, 1878; Pietro Themelly, La riforma nazionale del teatro nelle Repubbliche giacobine, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 1988, 2, pp. 69‐101; P. Bosisio, cit. 85 Discorso, ed. cit., pp. 287 e 315. 84
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Riacceso il circuito teatrale, educati gli attori, era necessario educare gli spettatori ʺdepurando l’uditorioʺ, ovvero escludendo l’ʺinfima plebeʺ86. La rottura con i progetti di riforma del teatro patriottico era ormai insanabile. Il disprezzo per la ʺrozza plebeʺ, per la ʺplebea ciurma spettatriceʺ preannuncia il teatro dell’Ottocento liberale, il teatro per i ceti alti e medio‐alti. Il poeta veronese riproponeva ancora il tema rivoluzionario, per certi versi ʺambiguoʺ87, della funzione pedagogica del teatro; tuttavia la lezione del palcoscenico era riservata ad una parte soltanto della comunità nazionale, a quella che era riuscita vittoriosa dal grande scontro. Dalle scene, peraltro, venivano escluse la satira, la polemica esplicitamente politica, la corrosiva critica della quotidianità: l’eredità più vitale del teatro della Rivoluzione. Non che quello dell’età napoleonica non potesse essere un teatro libero, ma la sua libertà era dominata dall’ombra di Cesare. Testimoniando la fine d’una età, e preannunciando nuove categorie storico politiche, Pindemonte concludeva il suo Discorso con un ʺfervido voto al Principeʺ che ʺla suprema Provvidenzaʺ avrebbe destinato a reggere ʺtutta, o la più gran parte di questa bella penisola88ʺ. L’itinerario sopra tratteggiato, nel suo intreccio di aperture e resistenze, delinea con Pindemonte gli orientamenti dell’opinione moderata italiana di fronte ai grandi eventi che inauguravano le vicende della storia nazionale contemporanea. La sostanziale tenuta dell’ideale juste‐milieu, che percorre e segna, come si è cercato di mettere in evidenza, tutta l’opera pindemontiana, sembra tuttavia, in parte, stemperarsi nell’ultima produzione del nostro autore. Abbandonato l’impegno pubblico e civile, rifugiatosi nella sua Verona, Pindemonte spegneva la larvata polemica antidispotica, che ancora animava il Cincinnato e il Cianippo, nelle pagine conclusive del Discorso sul Teatro italiano. Non senza rassegnazione si mostrava ormai consapevole della funzione complessiva che avrebbe garantito l’esperienza napoleonica per le sorti del paese. Ivi, p. 329. Sui diversi caratteri e sulle diverse interpretazioni della pedagogia rivoluzionaria si veda per tutti Renzo De Felice, Istruzione pubblica e rivoluzione nel movimento repubblicano italiano del 1796‐
99, in «Rivista storica italiana», 1967, ora in Id., Il Triennio giacobino in Italia (1796‐1799). Note e ricerche, Bonacci, Roma, 1990; Francesco Pitocco, La costruzione del consenso rivoluzionario: la festa, in Id., Festa rivoluzionaria e comunità riformata. Due saggi di storia della mentalità, Bulzoni, Roma, 1986; Luciano Guerci, Istruire nelle verità repubblicane. La letteratura politica per il popolo nell’Italia in rivoluzione (1796‐1799), Il Mulino, Bologna, 1999. 88 Discorso, cit., p. 331. 86
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Nota allʹedizione La selezione qui proposta delle “poesie politiche” di Giovanni Pindemonte consente, come già osservato, di tracciare l’evoluzione del pensiero del patriota veronese, ovvero di scandire le fasi di una biografia umana e intellettuale: dall’ adesione alla Rivoluzione già nel 1789, alla successiva condanna del radicalismo, sino al complesso e contraddittorio rapporto con Napoleone. Dagli entusiasmi per il generale liberatore si passa ben presto, fin dai mesi della stipulazione del trattato di Campoformio, alla messa in discussione di tutto un sistema, segnata dalla partecipazione politica alla stagione delle Repubbliche giacobine. Quando poi la vittoria di Marengo e la politica religiosa di Bonaparte coincidono con il distacco di Giovanni dalla politica, in quegli stessi tempi anche la sua poesia perde ispirazione, sino a tacere definitivamente. Nella stesura dei componimenti poetici pindemontiani, tanto nelle poesie “varie”, quanto in quelle “politiche”, gli studiosi hanno ravvisato una scelta linguistica lontana da unʹesasperata ricerca formale. L’Inno all’Ignoranza, uno “scherzo” composto nel 1796, rivela con particolare evidenza gli orientamenti del veronese, esprime il distacco da una cultura retorica e moralistica, avanzando al tempo stesso l’esigenza sociale dell’utile. È dunque folle per il poeta colui che ‐ tanto si legge nella XIII ottava dell’Inno ‐ “perde il tempo, e lo spirto e il corpo fiacca/ per saper quel che poi non vale un acca”. Accanto alla celebrazione di una nuova cultura empirica e pratica, che inevitabilmente si traduce anche in poetica, i sonetti, in alcuni casi, anche quelli esplicitamente politici, intendono rappresentare i caratteri e i comportamenti umani del tempo. Una pluralità di personaggi, maschere, bozzetti, s’affolla tra i versi. Vecchi cavalieri, filosofi astratti, giovani audaci e scettici, poeti insoddisfatti, si animano sullo sfondo di situazioni storiche, ambienti, teatri, salotti, parrucche, ciprie, merletti. Persino nelle prove encomiastiche della poesia d’occasione insorge un carattere ironico, a volte disincantato, che descrive la mentalità e i costumi del secolo, prefigurandone, tuttavia, al tempo stesso, gli elementi inesorabili di un declino. Testimonianze tutte, anche sotto un profilo più latamente culturale, di una sostanziale unità della produzione poetica, che attesta, con la crisi e le insoddisfazioni di unʹera, gli albori di una cultura e di uno spirito politico nuovi. L’orizzonte della cultura pindemontiana è stato indagato dagli studiosi soprattutto per quanto riguarda la produzione drammatica, più che in riferimento al corpus, peraltro minoritario, dei sonetti. Mario Petrucciani ha colto nella produzione tragica del letterato veronese, nella sua percezione del senso della “libertà”, dell’”amore” e della “morte”, la genesi del teatro romantico. L’attento studioso di Giovanni Pindemonte ha inoltre indicato in P. Themelly, Adesione e dissenso
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Ariosto e Shakespeare, in Ossian e, tra i contemporanei italiani, nella figura di Alessandro Verri, sia pure passando attraverso il romanzo seicentesco e la commedia larmoyante, i riferimenti fondanti della sua produzione. Giudizi e fonti di ispirazione che richiedono di essere avvalorati o integrati da unʹanalisi, in gran parte ancora da compiere, sulla produzione poetica, sulle esplicitazioni più emotive dellʹanima dellʹautore. I testi qui riproposti, raccolti nelle collezioni settecentesche e tardo ottocentesche già precedentemente indicate in nota, sono conservati in copia originale presso la Biblioteca Comunale di Verona. Nella presente edizione il testo è stato rispettato nella grafia, nellʹinterpunzione, nell’uso spesso disordinato delle maiuscole. Solo qualche evidente refuso tipografico è stato corretto. P. Themelly, Adesione e dissenso
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I SONETTI
I
(Sonetto senza titolo, composto nei primordi
della Rivoluzione di Francia)
(1789)
Raggio di Libertà splende e fiammeggia
Sul mondo schiavo. In questo secol guasto
Sacro del freddo dispotismo al fasto,
Palpita in trono un re, trema una reggia.
Francia felice! In ogni cor serpeggia
Il patrio amor, che vince ogni contrasto;
S’apre a civiche glorie un campo vasto:
e la risorta umanità festeggia.
Non furor cieco, non plebleo tumulto,
Ma un popol d’eroi contro empio impero
Arman concorde ardir, virtude e pace.
Calcata, o tu, da tirannesco insulto
Scuotiti, Europa, a diradar quel nero
Vapor, che ti circonda; ecco la face.
II
IL GENIO DEMOCRATICO FRANCESE
Fingi, o scultor, d’umano sangue lordo
Sovra carro di piombo il Genio Franco,
E cospiranti in vergognoso accordo
Furore e crudeltà gli poni al fianco
Ai preghi, ai pianti, a la pietà sia sordo
Il ferro cor di stragi unqua mai stanco,
I Sonetti
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Ruoti la spada il destro braccio, e ingordo
All’oro snudi a le rapine il manco.
Sotto il pié vincitor l’iniquo prema
Giustizia e umanità; veli sua fronte
Religione per orrore e gema.
Irto abbia il crine, ed infocati gli occhi
E siengli in volto queste note impronte:
son lo sdegno di Dio, nessun mi tocchi.
III
SULLA MORTE DI LUIGI XVI RE
DI FRANCIA NEL 1793
Vissi lieta in Isparta, ed in Atene,
E m’accolser festosi i sette colli,
E or gli Elvetici gioghi, e l’Angle arene
Veggono i voti miei paghi e satolli.
Sempre guidai giustizia; or fra catene
Qui gemo, e qui gli occhi di pianto ho molli;
Me del delitto, me d’orrende scene
Fan ministra esecranda anime folli.
Oh regicidio, oh colpa! Io, fuggitiva,
Lascio furor licenza in questo lido,
E volo ove virtù meco s’accorda.
Si parla di Libertà di Senna in riva,
E mette nel partir si acuto strido,
Che tutta Europa inorridita assorda.
IV
(Senza titolo)
(1793)
Gran Dio per cui regnano i Re, per cui
Le Repubbliche stan, giù da le nubi
Ve’ come, oppresso un popol pio, gli altrui
Regni possa tirannica derubi.
I Sonetti
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Spento buon Re, ve’ contro i figli tui
Mover brandi e guerrieri aenei tubi
Popol iniquo e ne disegni sui
Peggior di quel che Macon cole e Anubi.
Ah! Se punir le tue folgori ultrici
Den l’empietà, se ridonar consenti
A la terra sconvolta i dì felici,
Su la Vistola, sì, contro i possenti
Re le genti, gran Dio, sien vincitrici,
E su la Senna i re vincan le genti.
V
CONTRO IL MODERNO FILOSOFISMO
Quella sofia che tra gli Egizii saggi
Nacque, e adulta fiorì nel greco acume,
Che in borgate in città gli uomin selvaggi
Giunse, e lor diè leggi e civil costume;
Quella che balenar del vero i raggi
Fe’a l’umana ragion, talchè su piume
Franche levossi oltre le sfere, e omaggi
Porse o a mal noto od a verace nume;
Quella medesma or travisata, e schiava
Di atroci passion, di genio immondo,
Quanto un giorno creò strugge o deprava.
La mole social scuote dal fondo,
L’antica ferità richiama, e brava
Contro del cielo, e torna bruto il mondo.
VI
AL POPOLO FRANCESE
(1796)
Falsa Sofia che a bei color dipinge
La effrenata licenza, insana plebe,
I Sonetti
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L’altare e il trono a rovesciar ti spinge,
E i giorni atroci a rinnovar di Tebe.
Tu mesci (oh enigma di novella Sfinge!)
Elefanti e destrier, pecore e zebe;
Mentre a chi veste toga e spada cinge
Pareggi il nato a coltivar le glebe.
Del viver social la base augusta
Tu abbatti, e, d’ogni culto a infranger l’ara,
Struggi la tua religion vetusta.
Dalla Sarmazia un dì barbara e ignara
D’arte e di leggi, oggi di gloria onusta,
A fondar libertà, misera impara.
VII
(Senza titolo)
(1793)
Parigi, oh a che giungesti! Era ancor poco
L’assassinar buon Re, lo sparger fiume
D’innocuo e sacro sangue, e accender foco
D’ogni ordine struggitor, dritto e costume
Oh a che giungesti! E far profano giuoco
Del culto avito il tuo fallir presume?
E infame tromba in suon ferale e roco
Spande per le tue vie che non v’ha Nume?
Stolta! Dell’esser suo son prove espresse
E dell’alta ira ultrice, che l’infiamma,
Le crescenti ognor più tue colpe istesse.
Che il giusto Iddio di pietà qualche dramma
Sentirebbe per te, se ti piovesse
Sull’adultero crin celeste fiamma.
I Sonetti
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VIII
(Senza titolo)
(1793)
Dopo l’orror di quel feral delitto,
Per cui la nostra età fia sempre infame,
Chi può coprir d’egual libero dritto
La tua malvagità sotto il velame?
Chi fia, s’egli non è fra gli empi ascritto,
Francia, che più t’apprezzi, e che più t’ame?
Ti giunge ad abborrir chi geme affrlitto
In sen di tirannia da inique trame.
L’uomo giusto al gran misfatto avvien si stempre
In pianto, ed odia men le sue catene
Che libertà di sì perverse tempre.
Tien lunge, Europa, dalle sane arene
Sì velenosa peste; e chiudan sempre
La gallica nequizia Alpe e Pirene.
IX
(Senza titolo)
(1793)
Chi quella accende, onde tu sei combusta,
Misera Europa, orrida fiamma e ingorda?
Duo mostri di natura aspra e robusta
Ch’or nel tuo seno avvien l’un l’altro morda.
È Tirannide l’un, che lance ingiusta
Libra, ed opprime, e a l’uman grido è sorda:
L’altro è Licenza di delitti onusta,
Rea d’empietà, di sacro sangue lorda.
Qui la vittoria o iniquità consacra
E strugge ordini e culti; o su te piomba
Con regia forza più pesante ed acra.
Ahi qualunque de’ duo vinca o soccomba,
Io veggo, Europa, in te schiusa a la sacra
Verace Libertà perpetua tomba.
I Sonetti
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X
SOPRA LA FAME DI PARIGI
NEL 1794
Ecco, dall’antro che in geenna occupa,
D’arida pelle, e di spolpato ossame
Coperta esce, e su te già si dirupa,
Francia flagel di Dio l’orrida fame.
Cavi ha gli occhi, irto il crin, digiuna lupa
Sembra che sbuchi a far le mandre grame,
E tra le rughe in sulla fronte cupa
Campeggian tinte le voraci brame.
Inflessibile ai pianti, ai gridi sorda,
Ella su gli egri suoi figli si getta
Con le man scarne, e con la bocca ingorda.
Ella, se invan guerra il tentò, s’affretta,
Francia, del sacro sangue, onde sei lorda,
La tardata compiuta vendetta.
XI
(Senza titolo)
(1795)
D’Unni e Sciti peggior Gallico stuolo
Sbucò forzate le barriere alpine;
Vacilla il Sardo trono; e del gran duolo
Sono all’Italia omai l’ore vicine.
Cesare intento ad arrestare il volo
Di quei ladron sul Belgico confine
Lascia a forza il malfermo Ausonio suolo
In preda alle temute ampie ruine.
Veggo, ahi! Scannati i giusti, in man de gli empj
Vergini e spose, i tetti in fiamma avvolti,
L’are predate, e profanati i tempj.
Rider, scherzar, serbare asciutti i volti
A perigli sì atroci e senza esempj
Ponne soltanto e i scellerati e i stolti.
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
XII
(Senza titolo)
(1795)
Osserva, o donna, o vincitrice o vinta
Sempre fui di virtù seguace, e il sono
Te con la terrà ebbi al mio piede avvinta,
e il consolato or volli, or volli il trono.
Ma a sfrenata anarchia mai non fui spinta
Che chiami Libertà con falso suono.
Di sacro sangue ed innocente tinta
Tienti, Gallia infernal, l’infausto dono.
Fede ha suo seggio in me. Tu con sagace
Sofia l’impugni indarno, e invano agogni
Tu ad infettarmi di velen straniero.
Serberò ognor, del ver ligia alla face,
Ciò ch’empia appelli tu favole e sogni,
Ordini, e dritti, e sacerdozio, e impero.
XIII
(Senza titolo)
(1796)
Popol soggetto del Leone alato
Al dolce fren, vengono i dì lugubri.
Sfuggi gli esempj rei, condanna irato
Gli Allobrogi mal fermi, e i freddi Insubri.
Osa: difendi il tuo felice stato
I tuoi campi, i tuoi tetti, i tuoi delubri.
E schiaccia di valor, di fede armato
Il capo infame ai Gallici colubri.
Solo di novità la voglia insana
Ne gli altri Itali sparsa or dà vittoria
A’ rei nemici della stirpe umana.
Uomini anch’essi son, spenta loro gloria
Fia al tuo confin, se ardisci e se romana
Origine d’aver serbi memoria.
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
XIV
(Senza titolo)
(1796)
Qual fiamma! oh Patria mia, forse davanti
Sta l’oste al tuo finor securo nido?
L’Afro nemico, o il Belga malefido
Forse di trionfarti avvien si vanti?
No, di fumo vegg’io fra i roteanti
Volumi le tue navi arder sul lido,
Ma il militar non odo orrido grido,
Nè d’ostili il fragor bronzi tonanti.
Ah Patria, quei, cui tua grandezza punge
Nel seno ancor di tue pacific’onde,
Guerra atroce così ti fan da lunge.
E oh Dio! piaghe ad aprirti in sen profonde
Qualche veneta man lor si congiunge,
E qualche Catilina in te s’asconde.
XV
ALL’ITALIA
NEL MESE DI MAGGIO 1796
Italia, Italia, i tuoi ben colti campi
Preda son fatti e memorando scempio
D’aspra guerra che avvien rabida avvampi
Fra un monarca ostinato e un popol empio.
Tu sempre ignava al minacciar de’ lampi,
Cieca ognor sull’altrui funesto esempio,
Tutto or soffri; non t’armi, non accampi,
Ma taci sbigottita, e corri al tempio.
In te al fragor di bellicosa tromba
Ogni terra, o cittade, o municipio
Di querele e di pianti alto rimbomba.
Misera Italia! A far di te mancipio
Un novello Annibàl Gallico piomba;
Ma son cenere ed ombra un Fabio, un Scipio
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
XVI
A BUONAPARTE
IL GIORNO I° GIUGNO 1796
Perché, se tutto all’armi tue vittrici
L’Ausonio suol, nuovo Annibal, soggiace,
De’ Veneti alla tua gran patria amici
Vuoi l’innocua turbar tranquilla pace?
Qui del saper sotto i soavi auspici
Marte iracondo da gran tempo tace;
Regnan le leggi, e i popoli felici
Di discordia non agita la face.
Brutta la crudeltà fa la vittoria:
Magnanimo sarai, se prode sei,
E giusto e umano, e a chi ti pregia amico.
Se vera acquistar vuoi perenne gloria
Cesare ed Alessandro imitar dei
Non Attila, Odoacre, o Genserico.
XVII
A MANTOVA
IL GIORNO 25 LUGLIO 1796
Tu ben difesa, alma città di Manto,
Dall’ardir Slavo, e dal consiglio Ibero,
Hai di resister da due lune il vanto
Al turbo struggitor del mondo intero.
Tentossi invan contro i tuoi muri quanto
Puo’ furor Franco per vittorie altero;
E alla Gallia infernal di lutto e pianto
Fia cagion lunga il tuo valor guerriero.
Ah se non cedi infin che giù scendendo
Wurmser della selvosa alpina schiena
Altrove torca il fulmine tremendo,
Darti laude, o città, qual merti, piena
Dalla Partenopea tomba sorgendo
Il gran Virgilio tuo potrebbe appena.
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
XVIII
A WURMSER
IL GIORNO 7 AGOSTO 1796
Se tu dall’Alpi tal discesa festi,
Che d’eterna ognor fia chiara memoria,
Perché non hai saputo i di funesti
Chiamar sui Galli, e riportar vittoria?
Se cerchiati non mai, ma i sciami infesti
Uniti avessi onde scacciarli, gloria
Daria corona a’ tuoi guerrieri gesti,
E grande ti diria l’Itala istoria.
Ma i tuoi qua e là divisi, i suoi furori
L’Oste raccolse, e con l’usato vanto
Dal crin ti svelse i pria mietuti allori.
Così cangia il destino, e gronda intanto
Sul duol presente e sui futuri orrori,
Misto al sangue de’ tuoi, l’Ausonio pianto.
XIX
A BONAPARTE
IL GIORNO 21 MARZO 1797
Bonaparte chi sei? Chi ti decanta
Un portentoso fulmine di guerra
Che, qual la fama d’Alessandro canta,
Fa innazi a’ piedi suoi tacer la terra.
Chi vuolti un mostro che, la chiostra infranta
Di Stige, il mondo a disertar si sferra;
Chi un turbine che strugge i campi e schianta
Gli arbori, e i templi ed i palagi atterra.
Io guardo al Cielo; e Dio veggo, ahi spavento!
Che contro il secol empio irato e bieco
Regge il possente tuo braccio cruento.
Esecutor d’alte vendette, cieco
De lo sdegno divin tu sei strumento,
E lo sterminatore angelo è teco.
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
XX
A VERONA
IL GIORNO 22 APRILE 1797
Sì, perirai, Verona mia; la stolta
Vertigine de’ tempi oggi reina
Ti premerà col ferreo scettro, e involta
Tu pur sarai ne la comun ruina.
Ma da forte cadrai, se, ogni via tolta
Di salute, il tuo fato il Ciel destina;
Che sol ne’ figli tuoi ferve raccolta
La spenta omai prisca virtù latina.
Perirai, sì; ma del tuo flebil scempio
Almen non fia cagion viltade o tema,
O concorde voler col secol empio.
Che tu d’istoria degna e di poema
Al mondo offristi memorando esempio!
De l’Italo valor la prova estrema.
XXI
AL POPOLO VERONESE
IL GIORNO 28 APRILE 1797
Popolo illustre, a l’ire, e l’armi spinto
Da virtù vera e non da voglia insana,
sol da la forza imperiosa vinto
e domo sol da la viltà sovrana,
Ahi ch’io ti veggio di que’ ceppi avvinto
Ch’empia a Italia portò gente lontana,
Di libertà prestando il nome finto
A rea di sangue e d’or sete inumana.
Ben previdi tua sorte, e del Senato
Né fluttuanti ognor pensier di fango
Gli alti decreti io venerai del fato.
Né de’ tuoi guai sorpreso io già rimango,
Chè il tuo presente miserando stato
Undici lune son ch’io guardo, e piango.
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
XXII
(Senza titolo)
(1797)
Vicina Italia, un giorno oppressa e vinta
Io dal Cesare tuo, libera or sono:
Grande lunga stagion, ma in ceppi avvinta
Oggi ho il re spento e rovesciato il trono.
Sofia veggente al grande atto m’ha spinta
Di cui si spande per lo mondo il suono.
Schiava tremante e di vergogna tinta,
Da me di liberà ricevi il dono.
Patria de’ Bruti, e ancor vorrai sagace
Jerofante servir? Né alfine agogni
Tirannesco a scaccciar scettro straniero?
Svegliati al folgorar de la mia face,
ed in te pur, de l’uom favole e sogni,
il sacerdozio crolli, arda l’impero.
XXIII
A VENEZIA
IL GIORNO 1° MAGGIO 1797
Quale or ti regge, o gran Leone alato
Non ne l’arsiccio Libico emisfero
Ma in tranquille paludi un giorno nato
Fuggendo boreal barbaro imperol!
Leon che strinse vincitor del fato
Or pacifico scettro, ed or guerriero
E per quindici secoli serbato
Ad esser lo stupor del mondo intero.
Fiera fanciulla, ed a la verde etade
Giunta appena d’un lustro (io gelo e tremo),
Mille spinge a tuoi danni e mille spade.
Chino il giubato capo e d’ardir scemo
Riceve i colpi il Leon vecchio e cade,
E in questo dì manda il ruggito estremo.
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
XXIV
IL GIORNO 16 MAGGIO 1797
Giunta la gran novella a l’imo Averno
Che da’ ceppi oligarchici disciolto
S’era l’adriaco suolo al suo rivolto
Sacro, vetusto, popolar governo.
E il gran Colosso, che credeano eterno
L’oppressor crudo e il vil reggitor stolto,
Scosso era rotto, e ne la polve involto,
Già di spavento oggetto, oggi di scherno,
L’ombra di Pietro, che il feral lavoro
Già ordì, graffiossi la rugosa fronte,
E ululando sfogò l’alto martoro;
Ma riser, dal destin scordando l’onte,
Simulacri aspettando in mezzo al Foro
Baldovino, Bacconio, e Baiamonte.
XXV
PER L’ALBERO DELLA LIBERTA’
PIANTATO IN VENEZIA
(4 GIUGNO 1797)
Quando trionfale arbore sacra
Levossi e dispiegò sue fronde sante,
L’oligarchia con faccia arcigna e macra
Stava in un lato ancor curva e tremante.
Ma, udito il plauso che il bel dì consacra,
Viste le antiche spoglie arse od infrante,
Di rabbia e di dolor fremente ed acra
A fuggir diessi con veloci piante.
La vide il franco Adriaco Genio, uscito
Dai fieri artigli de le spente Erinni,
Ed a le turbe l’accennò col dito;
e fra le danze, e i lieti canti, e gl’inni,
Al fuggente scagliò mostro abborrito
Il popolo sovran beffe, e cachinni.
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
XXVI
LA REPUBBLICA CISALPINA
(ODE)
(NOV. – DIC. 1797)
Furiar lungo di tempesta bruna,
E spesso d’aquilon fischiante volo
Sabbie volve ed argille, e massi aduna
E ove inonda, ove lascia asciutto il suolo.
Talchè nembo iterato urta e confonde
Quanto pria ne la terra era e nel mare;
E cerchiata talor da torbid’onde
Nuova e non più veduta isola appare.
Così regni e provincie in fra i tumulti
D’irati re, di popoli guerrieri
Cadono e da destin fausto suffulti
Nuovi sorgono stati e nuovi imperi.
Né l’età nostra da la gran procella
Di perigliosa ma propizia guerra
Ecco spuntar Repubblica novella
Nel sen de l’agitata Ausonia terra.
Quel turbo marzial che da l’Alpino
Vertice dispiegò sanguigni vanni
Ove distrusse, ove scemò il domino
A gli abbattuti Italici tiranni.
E i sparsi avanzi di poter vetusto,
Di tronchi scettri e di corone infrante
Si ragunar del sacro arbore augusto
Di Libertà sotto le fronte sante.
E raccolti così formano insieme
Nuovo repubblican stato possente,
Per cui più tutta in servitù non geme
La finor neghittosa Itala gente.
Prima a fruir fu di sua sorte amica
Al primo folgorar de l ‘aurea face
L’oppressa Lombardia, la preda antica
Del ghermitor biteste augel rapace
Oh fortunata, popolosa e vasta
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Città fondata da vetusti Insubri!
In cui rifulse un dì la Sforzesca asta,
E sibilaro i Viscontei colubri!
In cui per tante età con ferro freno
Dominò Boreal barbaro regno,
Che l’adipe succhiò del tuo terreno,
E de’ tuoi figli intorpidì l’ingegno.
Oggi in te la Repubblica nascente
Fonda suo centro e di sua possa il nido;
e finor troppo ignoto Italia sente
Uscir da te di libertade il grido.
Il Mincio istesso nel cui forte aiuto
Il Teutone oprressor vivea tranquillo,
Su le torri ondeggiar vede il temuto
Tricolorato libero vessillo.
E rocche oppone, argini e fosse, e grande
Difesa a libertà prepara intanto,
E dove dal Benaco esce, e ove spande
L’acque in lago novello intorno a Manto.
Oh Manto mia! che non più in preda al truce
Unghero, al fier Crovatto, al German rude,
Scorgi di libertà brillar la luce
In fra le nebbie de l’Ocnea palude.
L’Aquila Estense fuggitiva lascia
Il terreno, il cui piè lambe il Panaro,
Scosso dal soglio, d’or e pieno e d’ambascia,
Il picciolo vicin despota avaro.
Ed il fertile suono è accolto in grembo
Del nuovo Cisalpin libero stato;
Cui s’aggiungono il Mella e l’Oglio e il Brembo,
Antiche spoglie del Leone alato.
Del leon vecchio, che le giube bianche
Mentre chinò sommesso e d’ardir scemo
La nervea coda ritirò fra l’anche,
Senza romor mandò il ruggito estremo.
Ma cresce il nuovo stato, ed altre amiche
Genti e città superbe al di lui seno,
E vasti piani e pingui e vette apriche,
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Offe il basso Eridano e il picciol Reno.
Quel Ren, su le cui sponde erge a le stelle
Felsina dotta le turrite mura,
Che d’aspetto guerrier par che s’abbelle,
E col nuovo splendor l’antico oscura.
E giunge fino al Rubicon famoso
Pel tirannesco esizial tragitto,
Dove, credo, erri ancor, spettro pensoso,
Memore Giulio del civil delitto.
Tolte furo al sagace este contrade
Gerofante Roman, che in carcer tetro
Il loro ardir ne la trascorsa etade
Le abusate chudean chiavi di Pietro.
Salve, o nuova Repubblica, che spandi
Giovinetta così le tue radici.
Dischiuso è a te il sentiero a l’opere grandi,
Per te ruotano in cielo i di felici.
Lascino i figli tuoi l’arti di pace,
Gli odor, la cipria polve, i liscj, il pettine.
De la chiamante patria ogni alma audace
Oda la voce e i sacri inviti accettine.
Di ferro e di virtude ogni tuo figlio
S’armi, e impavido incontro il proprio fato.
Pel vero cittadin non v’ha periglio,
Per la patria è il morir dolce e onorato.
Salve, o nuova Repubblica; se questi
Di tutti i figli tuoi saranno i voti,
Chiamerai sui tiranni i dì funesti,
T’ammireranno i popoli remoti.
Noi fino ad ora tra ceppi oppressi e muti
Potremci ancor del valor prisco accorgere,
E i Camilli, i Catoni, i Fabj, i Bruti,
I Scipj, i Gracchi in noi vedrem risogere.
Ben verrà il tempo, io non ispero in vano,
In cui congiunti a noi fien Taro e Trebbia,
E lo scettrato alunno di Giusmano
Dileguerassi, come al vento nebbia.
Ed il propinquo Allobrogo, che preme
Coronato Falaride, fia sciolto;
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
E imparerà, se il suono oggi ne teme,
Libere voci d’Arno il sermon colto.
E a scatenar andrem L’Adriaco flutto,
Che a schiavi lidi querulo si frange,
E il patrio Adige mio, che il capo brutto
Di loto e fino a l’urna appoggia, e piange.
Ma a rapir volerem prima al pesante
Teocratico giogo il Latin Tevere,
E, debellato il Siculo regnante
Del Sebeto potremo a l’onda bevere.
Tu, fiorente Repubblica, tu cinta
D’allor de’ figli tuoi da le grandi alme,
L’Itala tirannia fugata e vinta,
Riposarti potrai su le tue palme
E regnerai sul bel paese intero,
Che il mar circonda e l’Alpe, ed il Po valica,
E lAppennin parte; e cangerai, lo spero,
Di Cisalpina il nome in quel d’Italica.
XXVII
ALLA REPUBBLICA FRANCESE
(1797)
Etrusci, Eneti, Insubri, ed ogni parte
D’Ausonia aspra premea possa sovrana;
Quando si scosse il popolo di Marte
Per man di Bruto ne l’età lontana.
Ma i molli studi e le sudate carte
Poco curando de la Grecia vana,
Roma sol coltivò la bellic’arte;
E fu libera Italia e fu Romana.
Popolo Cisalpin, se il sacro fuoco
Di libertà t’infiamma, armati e spera:
Dritti e dover son de’ tiranni un giuoco.
Farti grande sol può forza guerriera;
Sol al ferro t’affida e fia tra poco
Libera e Cisalpina Italia intera.
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
XXVIII
A BONAPARTE
PRIMO CONSOLE DELLA REPUBBLICA FRANCESE
(NOVEMBRE 1799)
Se nell’Eliso ad aspettar vendetta
L’ombre Partenopèe pensose stanno,
Compierla integra al tuo valor s’aspetta
E por fin di virtude al lungo affanno.
Rapido più che rapida saetta
Dell’egra umanità ripara il danno;
e sul lor trono a fulminar t’affretta
L’austriaca serpe e il siculo tiranno.
Troppo quel trono fu troppo macchiato
Per vie palesi e per sentieri obliqui,
dal delitto felice e incoronato.
Tu, Eroe, Console sei. Ne’ tempi antiqui
A Consoli Romani era serbato
Punir le colpe de’ monarchi iniqui.
XXIX
SONETTO COMPOSTO SULLA VETTA
DEL MONTE GINEVRA NEL VENTOSO ANNO 8
DELLA REPUBBLICA FRANCESE
(20 FEBBRAIO 1800)
Ti lascio, o Italia, e nel lasciarti io sento
Di patrio pianto lagrimosi i rai.
Oh! In qual ti lascio orribile momento!
E, oh Dio! chi sa se ti vedrò più mai!
A tirannide in preda ed al cruento
Fanatismo e a gli Sciti or tu ti stai:
Io m’espongo a perigli e a lungo stento
E a serie infausta d’infiniti guai.
Tu, culla un giorno de’ Romani eroi,
De’ Barbari accarezzi oggi il tragitto,
E stolta il danno tuo veder non vuoi!
I Sonetti
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Odiato io da te fuggo e proscritto
Dal numero maggior de’ figli tuoi….
E l’amarti soltanto è il mio delitto!
XXX
A BUONAPARTE
RITORNATO DALL’EGITTO
(1800)
Reduce da l’Egitto, o Eroe, t’affretta:
Marte a te nuove offre onorata some.
Un barbaro feroce usurpa il nome
D’Italico, che solo a te s’aspetta.
Già un tuo gran Figlio, a cui vittoria è stretta,
Le servili sue forse in parte ha dome;
Già cade il lauro da le indegne chiome:
Ma tu devi compir la gran vendetta.
Per le Scitiche belve e pei tiranni
No, non è fatto il culto Ausonio suolo:
A te la Libertade Itala affido.
Vanne, restaura i nostri lunghi affanni:
Per te scacciar que’ mostri è un nulla; solo
Basta a fugarli di tua fama il grido.
I Sonetti
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Il crepuscolo degli eroi. Nuovi modelli di virtù nelle testimonianze letterarie di Roma repubblicana (1798‐1799). Tre pièces teatrali da rivisitare in Appendice di Pietro Themelly Le tre pièces proposte a conclusione di questo contributo, l’Agide dell’abate Michele Mallio ‐ un personaggio quest’ultimo, come più avanti si vedrà, dal profilo politico sfuggente e contraddittorio, dapprima attivo controrivoluzionario, poi nell’Italia “liberata” dai francesi schierato in favore delle tesi più radicali ed estreme ‐ insieme all’anonima Disfatta de’ Macedoni ed a Il filosofo americano, una “commedia repubblicana” composta da Giuseppe Giulio Ceroni, un giovane poeta veneto semisconosciuto, sembrano definire e caratterizzare, pur nella loro apparente marginalità e oscurità che li circonda, la fisionomia del teatro patriottico romano e al tempo stesso formulare i nuovi modelli morali e comportamentali che sorgono con lʹetà rivoluzionaria. Ad un primo sguardo il pur esiguo corpus teatrale repubblicano romano sembrerebbe testimoniare l’inesorabile “tenuta” di una vecchia cultura. Senza dubbio il repertorio allora in voga accoglie marginalmente le nuovissime rappresentazioni ispirate ai problemi del momento e a quei temi esplicitamente politici che avrebbero dovuto peraltro garantire, anche in virtù della funzione culturale di massa attribuita dai patrioti al teatro, l’acquisizione del consenso al nuovo ordine. Tuttavia i vecchi formulari, ancora largamente in uso sui palcoscenici della repubblica, nonostante il loro carattere monotono e ripetitivo, tradiscono una permeabilità, esprimono e insieme accolgono le richieste e le aspettative del tempo. Le convenzionali trame matrimoniali, per fare un solo esempio, contenitori narrativi d’antica memoria, trasportano ormai sulle scene problemi e vicende che pongono in discussione la società d’ordini e insieme definiscono nuovi rapporti familiari e nuovi comportamenti. Anche nelle rappresentazioni romane di genere tradizionale, persino in quelle testimonianze di carattere apparentemente soltanto minore e secondario, si riflette la svolta epocale che allora percorreva l’Europa. Nei testi, quasi ovunque, trionfano nuovi valori e nuove certezze, ma, insieme, affiora e P. Themelly, Il crepuscolo degli eroi
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incombe, sempre in agguato, anche il senso della crisi, che si esprime nello smarrimento dei contemporanei di fronte al declino di un mondo, alla perdita di un antico patrimonio ideale di valori, di pratiche di vita e di comportamenti. In alcuni casi, addirittura, una critica fine a se stessa si estende all’intera società, rappresentandola senza eroi, senza protagonisti positivi. Le tre pièces raccolte in appendice propongono, sia pur a loro modo e nella diversa varietà delle accentuazioni, una possibile via d’uscita al senso di questa crisi. Preludono a nuovi modelli di riferimento morali e politici. Se l’Agide, ad esempio, ripropone ancora il modello dell’eroe classico, pur riattualizzato dalla rivoluzione accentuandone, rara testimonianza nel caso romano, i tratti radicali e celebrandone le istanze politico‐sociali, Beltrame, il protagonista de Il filosofo americano, sembra suggerire, con la sua iniziativa, un itinerario alternativo a quelli consueti. Il nuovo eroe, proposto da Ceroni, è disposto a rinunciare anche all’etica, intesa nell’accezione di ideale morale astratto, per perseguire un disegno pratico, addirittura controcorrente, capace tuttavia di garantire il bene comune. Diversamente, nelle azioni di Paolo Emilio, il vecchio console romano, la cui figura ispira la Disfatta de’ Macedoni, sembrerebbero tramontare persino le tradizionali tentazioni eroiche e antitiranniche. Nella pièces la costruzione psicologica del personaggio, l’analisi delle incertezze e dei dubbi propri del dibattito interiore riducono ormai a sfondo il contesto eroico‐rivoluzionario di natura civile e politica. L’introspezione e la ricerca del dominio di sé, compiuti dal nuovo protagonista, Paolo Emilio, sembrerebbero in tal modo già proiettarsi in una nuova età. Le testimonianze letterarie: una fonte per la storia politica La sera del 10 marzo 1798, al teatro Argentina di Roma, a meno di un mese della proclamazione della Repubblica, la Virginia di Vittorio Alfieri, la tragedia della libertà conquistata con il tirannicidio, e il Matrimonio democratico di Antonio Simone Sografi, una “satira sanguinosa pel passato governo”, inauguravano la nuova stagione del teatro patriottico romano1. In questo esordio sembrava che nulla potesse resistere all’evento rivoluzionario: dalla ribalta irrompevano nuovi messaggi, le rappresentazioni invadevano il tempo “santo” della Quaresima, le attrici tornavano sul palcoscenico dopo una secolare proscrizione. Anche a Roma, in altre parole, i patrioti rivolgevano le loro attenzioni al teatro. Di lì a pochi mesi, nel settembre 1798, ne progettavano una diversa articolazione nello spazio e nel tempo, prevedendone la diffusione capillare fin Vedi, «Monitore di Roma», 17 marzo 1798. 1
P. Themelly, Il crepuscolo degli eroi
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nei centri minori, la dilatazione della stagione, la democratizzazione dei repertori, una politica di bassi prezzi e di recite gratuite2. Se tali erano i disegni degli intellettuali romani, con maggior impegno ‐ vale la pena di ricordarlo incidentalmente ‐ a Milano cisalpina, nella stessa stagione, si avanzava l’esigenza di una riforma integrale delle strutture, che doveva culminare nella fondazione di un “teatro nazionale”: un teatro amministrato, diretto e controllato dallo Stato rivoluzionario. A tal fine si promosse un Concorso pubblico (settembre 1797‐marzo 1799), che, nonostante le difficoltà della congiuntura politica, contribuì a dare al dibattito teatrale larga risonanza3. Basta sfogliare i giornali e la pubblicistica del tempo per rendersi conto del crescente interesse che il teatro suscitava anche nell’opinione. Nel corso del triennio 1796‐1799, il teatro divenne uno strumento soprattutto politico. Grazie ai suoi intellettuali, la classe dirigente scopriva, pur con varie accentuazioni, l’importanza delle masse come protagoniste della storia: da esse dipendeva la sopravvivenza della moderna repubblica. I patrioti si assunsero il compito di rendere intellegibili i processi di trasformazione. Vollero affidare i nuovi messaggi a strumenti collaudati da secoli: era opportuno privilegiare quei canali tradizionali di comunicazione in grado di riuscire a connettere i principi rivoluzionari con gli istinti, le passioni, la sfera irrazionale dell’uomo. Il teatro diveniva, così, un momento dell’educazione e, per la sua particolare natura, poteva giungere là dove non arrivavano gli strumenti privilegiati della ragione, il libro e la grande ipoteca repubblicana sul futuro, la scuola..Del resto, l’idea della funzione pedagogica del teatro era già nota nell’Antico regime, nella stessa Roma, aveva avuto una tradizione consolidata il teatro di Collegio4. Si Sui problemi generali del teatro patriottico oltre ai vecchi studi di Ernesto Masi, Parrucche e sanculotti nel secolo XVIII, Treves, Milano 1886, e di Antonio Paglicci Brozzi, Sul teatro giacobino e antigiacobino in Italia (1796‐1805). Studi e ricerche, Tipografia Pirola, Milano 1887; si indicano qui soltanto: Paolo Bosisio, Tra ribellione e utopia. L’esperienza teatrale in Italia nelle repubbliche napoleoniche (1796‐1805), Bulzoni, Roma, 1990; Luciano Bottoni, Il teatro, il pantomimo e la Rivoluzione, Olschki, Firenze 1990; Pietro Themellly, Il teatro patriottico tra Rivoluzione e Impero, Bulzoni, Roma 1991; Beatrice Alfonzetti, Congiure. Dal poeta della botte all’eloquente giacobino (1701‐1801), Bulzoni, Roma, 2001. Per il teatro della Repubblica romana vedi Renzo De Felice, La vita teatrale nella Reubblica romana del 1798‐’99, in Id., Il Triennio giacobino in Italia, 1796‐1799. Note e ricerche, Bonacci, Roma, 1990. Marina Formica, La città e la Rivoluzione. Roma 1798‐’99, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma, 1994, pp. 378‐94. 3 Pietro Themelly, La riforma nazionale del teatro nelle repubbliche giacobine, in «Dimensioni e problemi della ricerca storica», 1988, 2, pp. 69‐101. 4 Vittorio Emanuele Giuntella, Potere e cultura nella Roma del Settecento: la questione teatrale, in Orfeo e Arcadia. Studi sul teatro a Roma nel Settecento, a cura di Giorgio Petrocchi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1984, pp. 9‐24; Gian Paolo Brizzi, Caratteri ed evoluzione del teatro di Collegio italiano, (sec. XVII‐XVIII), in Cattolicesimo e Lumi nel Settecento italiano, a cura di Mario Rosa, Herder, Roma, 1981, pp. 177‐204. 2
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trattava tuttavia, ora, di trasformare il teatro in una manifestazione culturale di massa5. L’auspicio del Settecento riformatore, di Diderot e di Lessing e, in Italia, di Goldoni, l’auspicio della dilatazione in un ampio spettro sociale di un teatro “vivo”, legato ai problemi della vita contemporanea, veniva caricato dagli uomini della Rivoluzione di valori politici e sociali nuovi6. Comʹè noto, anche in Francia, sin dal 1789, la Rivoluzione s’era impossessata delle scene, dando luogo ad una esplosione creatrice. La liberalizzazione delle rappresentazioni, la rottura del monopolio dei teatri ufficiali protetti dalla monarchia (1791), aveva fatto fiorire, a Parigi, centinaia di piccoli teatri, i teatri dei boulevard7. Nuovi palcoscenici venivano allestiti spontaneamente nei quartieri, nelle case sfitte, a volte persino nelle chiese interdette al culto. Testi inediti e sconosciuti riproponevano le grandi vicende della lotta politica contemporanea. Tuttavia, con il Terrore, poi con Termidoro e, successivamente, ancor più con la riforma “imperiale” voluta da Napoleone, si sarebbe compiuta una restaurazione censoria8. Quanto agli intellettuali delle repubbliche italiane, va notato che essi, pur derivando la loro ispirazione dal modello francese, avanzarono politiche teatrali diverse da quelle della Grande Nation. In primo luogo, si deve riconoscere che lʹattività teatrale italiana non poté essere altrettanto ricca di quella francese. A Parigi, tra il 1789 e il 1795, vennero rappresentate oltre mille pièces. Attraverso l’esame dei soli titoli si possono ripensare le fasi storiche della Rivoluzione nelle sue scansioni oggi canoniche: l’illusione dell’anno felice, il regicidio, la patria in pericolo, il Terrore la Virtù, la reazione termidoriana e lotta antigiacobina, la normalizzazione direttoriale9. Da questo punto di vista, un’analisi comparata dell’attività teatrale parigina e romana consentirebbe di cogliere con precisione le diverse dinamiche politico‐sociali tra le due città. In aggiunta, ma al tempo stesso per medesime ragioni, il panorama generale delle rappresentazioni italiane registra una presenza marginale di temi esplicitamente politici. E Su questi problemi vedi P. Themelly, Il teatro patriottico, cit., capitolo I. Sui rapporti tra riforma teatrale del Settecento e il teatro della Rivoluzione, vedi Giovanna Trisolini, Il Teatro della Rivoluzione. Considerazioni e testi, Longo, Ravenna, 1984; Ead., Rivoluzione e scena. La dura realtà (1789‐1799), Bulzoni, Roma, 1988. 7 Vedi Maurice Albert, Les théâtres des Boulevards (1789‐1848), Slatkine Reprints, Genève 1978. 8 Henri Welschinger, Le Théâtre de la Révolution 1789‐1799. Avec documents inédits, Slatkine Reprints, Geneve, 1968; Marvin Charlson, The Théâtre of French Revolution, Cornell University, 1966. Si è qui consultata la traduzione francese: Id., Le Théâtre de la Revolution française, Gallimard, Paris, 1970. 9 Una ricca antologia della critica del teatro francese rivoluzionario è in G. Trisolini, Rivoluzione e scena, cit. Un giudizio forse troppo severo sul teatro della Rivoluzione è in Jean Duvignaud, Teatro senza Rivoluzione. Rivoluzione senza teatro, in Id., Le ombre collettive, trad., it., Officina Edizioni, Roma 1974. 5
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ciononostante allʹassai meno significativa elaborazione sperimentale corrisponde una grande ricchezza di dibattito teorico. A Roma, ma certamente anche a Milano la situazione non era diversa, il repertorio del teatro tradizionale rimaneva dominante: continuavano a prevalere il teatro evasivo, l’opera buffa e il melodramma. Anche a Parigi le farse, i balli, le commedie in maschera sopravvissero persino nei giorni del Grande Terrore, sovrastate tuttavia dalla continua ascesa del teatro impegnato e politico. A Roma, invece, anche se Giovanni Antonio Sala, il 18 marzo 1798, annotava nel suo Diario romano: “li teatri si moltiplicano”10, le rappresentazioni esplicitamente democratiche restarono molto poche. A questa crisi non erano certo estranei gli interessi di una società incline all’evasione. Nella città, infatti, accanto ai teatri maggiori, pullulava l’universo dei teatrini di via e di quartiere, si segnalavano i banchi dei giocolieri, si diffondevano le leggende dei cantastorie. L’esiguo gruppo degli intellettuali tentò invano di invertire questa tendenza. In questo quadro, «Il Monitore di Roma», un “foglio” patriottico che si muoveva allora tra ufficialità e semiufficialità, registrava la mancanza di “buone” rappresentazioni, l’incapacità repubblicana di riformare il teatro, di professionalizzare gli attori. Si invocava una “provvida legge”, ma insieme si denunciavano le resistenze e i rifiuti degli strati profondi dell’opinione11. In una lettera ai redattori del periodico, gli anonimi firmatari che si definivano come “Accademici Imperiti” così si esprimevano: “Voi accennate in esempio a chi voglia scrivere commedie pe’ nostri giorni. Ma chi vi si azzarderà, chi mai vi porrà la mano? […] Un nostro compagno […] accozzò una commedia dal titolo Scuola de’ Patriotti. Noi l’abbiamo recitata tre sere […] il pubblico in generale l’ha gradita: ma che? […] Ci hanno trattato da empi e da scellerati e hanno bersagliato la commedia e l’autore. Ecco il premio del nostro patriottismo”12. Le citazioni si potrebbero moltiplicare. Evidentemente il pubblica restava ancora legato, per la maggior parte, ai valori tradizionali. Nel complesso, nei diciannove mesi della Repubblica furono rappresentate, con verosimile approssimazione, settanta pièces (tragedie, commedie, farse, melodrammi, opere musicali, intermezzi, balli, etc.), la cui larga risonanza cittadina attenuava solo in parte la voce di altre forme di teatro, clandestino o semiclandestino, delle quali oggi, purtroppo, si sono quasi perse le tracce: il teatro minimo di quartiere, incline allora verso il gusto esotico e il Vedi Giovanni Antonio Sala, Diario romano degli anni 1798‐’99, in Scritti di Giovanni Antonio Sala, Società Romana di Storia Patria, Roma, 1882, v. I, p. 106. 11 «Monitore di Roma», 24 luglio 1798. 12 Cfr., «Monitore di Roma», 9 giugno 1798. 10
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meraviglioso13, e il nuovo teatro popolare e democratico delle filodrammatiche patriottiche. Di quelle settanta rappresentazioni messe in scena dal teatro ufficiale della Repubblica, la maggioranza apparteneva comunque al repertorio tradizionale. Alle quarantasette pièces del vecchio teatro si contrappongono infatti solo dodici adattamenti del repertorio prerivoluzionario (Alfieri, Metastasio, Voltaire), mentre la Rivoluzione ispira esplicitamente solo undici rappresentazioni. Tra gli argomenti delle pièces prevalgono inoltre i temi latamente contemporanei, legati ai problemi della vita quotidiana (quarantadue rappresentazioni); hanno una certa incidenza i soggetti che si ispirano al mondo classico (sedici spettacoli); seguono i motivi favoloso‐esotici, orientali, biblici, medioevali. In Francia alcuni studi relativamente recenti hanno messo in evidenza l’appropriazione rivoluzionaria del repertorio barocco. Gli orientamenti critici e pedagogici, insieme ai tratti favolosi ed esotici di quel genere letterario, costituivano dei “véhicules émotionels” attraverso i quali si potevano sovrapporre e in tal modo diffondere i nuovi messaggi politici14. L’esame dei documenti romani testimonia il valore culturale, più che strumentale, che pervade e caratterizza questa fonte. Il nuovo spirito dei tempi trasforma, non utilizza e adatta, un vecchio repertorio: si impossessa degli argomenti tradizionali, mutandone nella sostanza i contenuti. Ogni messa in scena solo apparentemente convenzionale riflette, così, con intensità e modi diversi, la crisi epocale che percorre allora l’Europa. Seguirà qui solo qualche cenno esemplificativo di questo processo, quale può cogliersi nella variazione dei rapporti interpersonali e sociali in riferimento al matrimonio, nel turbamento della coscienza e degli affetti, nell’emergere di nuove certezze fondate su una progettualità politica pragmatica. Nello specifico, l’esigenza della libera scelta matrimoniale, uno dei temi forti del teatro patriottico italiano, ebbe amplissima accoglienza sulle scene romane. Il matrimonio offriva un argomento nel quale si intrecciavano affetti, facile emotività, interessi, principi. I repubblicani si impossessarono di un tema ricorrente nella letteratura del Settecento, caricando le consuete vicende amorose e le trame matrimoniali di significati politici dirompenti. Il matrimonio interclassista portava il suo contributo alla liquidazione della società di ordini. Vedi, ad esempio, Giulia De Dominicis, I teatri a Roma nell’età di Pio VI, in «Archivio della Società Romana di Storia Patria», 1923, in particolare pp.69‐74; Antonio Bertolotti, Divertimenti pubblici nelle feste religiose del secolo XVIII dentro e fuori le porte di Roma, Tipografia delle scienze matematiche e fisiche, Roma, 1887. 14 Cfr., Michelle Biget, Fantastique et utopie dans l’éspace théatral et lyrique à l’époque révolutionnaire, in Actes du Colloque Théâtre et Révolution, éd., Lucile Garbagnati e Marita Gilli, Annales Littéraires de l’Université de Besançon, Les Belles Lettres, Paris, 1989. 13
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Il rifiuto della giurisdizione patriarcale faceva crollare valori cristallizzati e antichissimi comportamenti. La democratizzazione dei matrimoni inaugurava il sistema dei rapporti familiari fondati sulla legalizzazione delle scelte individuali. Si apriva la traiettoria che troverà la sua conclusione nel Code Napoléon. Sempre a Roma, il tema matrimoniale introduce sulle scene il progetto di una società nuova, fondata sui “diritti dei sentimenti” e sulle “solide virtù” che premiano il lavoro e il talento. Con un’enfasi che non è del tutto caricaturale, in un dramma giocoso rappresentato in città nel 1798, la protagonista, rivendicando il suo diritto di scelta, rinnova in nome della natura, il grido di lotta: “[…] Non rinuncio/ a quella libertà che diemmi in dono/ nel formarmi Natura/ […] lui voglio o pur la morte/ […] ragazze che mi udite,/ aprite gli occhi, aprite,/ non vi lasciate togliere la bella libertà”15. Anche questo tema è segnato da un intreccio di aperture e di resistenze. Accanto alla rappresentazione di una società libera e dissacrante, che celebra nel matrimonio sotto l’albero16 un nuovo patto tra eguali17, in molte altre rappresentazioni, invece, i liberi matrimoni tra classi diverse si concludono in mésalliances. La critica ai “matrimoni scombinati” a volte sfiora la satira contro l’istituzione stessa del matrimonio18. Perfino quelle pièces che scoprono nei matrimoni liberi il superamento della società di ordini mettono in evidenza contraddizioni e resistenze. Il repubblicano non può portare fino in fondo la trasgressione: non può rompere con la tradizione. È quanto emerge con forza ne La Rivoluzione19, una fortunata commedia bolognese rappresentata, sembra, anche a Roma nel 1798. La protagonista, Angelica, promessa sposa di Vittore, Chi si contenta gode. Dramma giocoso per musica a sette voci. Da rappresentarsi in Roma nel Teatro d’Apollo la primavera dell’anno VI dell’era repubblicana. In Roma, presso il cittadino Gioacchino Puccinelli a Sant’Andrea della Valle, Atto I, 8. 16 Tanto lasciano intendere le testimonianze dei contemporanei relative alla irreperita commedia L’entrata dei Francesi e dei Legionari in Faenza, rappresentata a Roma, nel teatro Argentina, il 31 maggio 1798. 17 Vedi, ad esempio, la farsa, peraltro già ricordata, di Antonio Simone Sografi, Il matrimonio democratico ossia il flagello de’ feudatari, rappresentata a Roma, nel teatro Argentina il 10 marzo 1798. La pièce è ora pubblicata in Cesare De Michelis, Il teatro patriottico, Marsilio, Padova, 1966, pp. 59‐73. 18 Si ricordano qui soltanto: I raggiri amorosi. Burletta per musica a sette voci da rappresentarsi nel Teatro Valle nella Primavera dell’anno VII Repubblicano, in Roma presso Michele Puccinelli a Tor Sanguigna; Lo sposalizio villano. Burletta per musica a cinque voci da rappresentarsi nel Teatro Valle nell’anno VII Repubblicano, in Roma presso il cittadino Michele Puccinelli a Tor Sanguigna; Il geloso immaginario. Burletta in musica a sei voci da rappresentarsi nel Teatro Valle nella Primavera del 1798 anno I della repubblica Romana, in Roma presso il cittadino Michele Puccinelli a Tor Sanguigna. 19 La Rivoluzione. Commedia patriottica. Bologna 1797, anno I della Repubblica Cisalpina. 15
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non può portare alle ultime conclusioni la sua disobbedienza, non osa contravvenire alle norme dei padri. La descrizione di una società fondata sulle certezze tradizionali si unisce tuttavia alla celebrazione di nuove virtù. Il teatro rappresenta con i suoi “quadri viventi” un mondo che si trasforma. Le scene descrivono le abitudini, le ambizioni della società cittadina e della famiglia borghese. Nella rappresentazione delle vecchie e delle nuove attività (“l’utilissima professione del computista”, l’artigiano, il pittore, il commerciante, etc.) si esprimono gli ideali di dedizione al lavoro, di competenza, di correttezza, di sobrietà, di responsabilità, che caratterizzano la fisionomia dei gruppi con quali la Repubblica cercava allora nuove intese20. Balena l’immagine di una società dinamica, armonica, meritocratica, che garantisce promozione a chi rispetta le norme. Una società in grado di superare le antitesi tradizionali, aperta senza pregiudizi a tutte le forme di collaborazione. S’inaugurava, così, anche la nuova era degli “aristocratici convertiti”, dei “gentiluomini democratici”, di quanti costituivano una élite prudentemente innovativa, ma fermissima nel rifiuto del passato: nei loro atteggiamenti pragmatici, così ben rappresentati nella produzione di Antonio Simone Sografi, finiva per stemperarsi, tuttavia, il ricordo dei grandi, “immortali”, principi21. A questo quadro rassicurante il palcoscenico, specchio dell’inquietudine dei tempi, contrappone la raffigurazione d’una società senza eroi, senza protagonisti positivi. In alcune pièces di genere convenzionale, a tuttʹoggi semisconosciute, rappresentate per la prima volta a Roma repubblicana, una critica rassegnata, senza prospettive, investe tutta la società: nell’alto, nel basso, nei vecchi e nei nuovi rappresentanti22. Ne La donna di genio volubile23, un Si indicano qui alcune tra le rappresentazioni più significative sotto questo aspetto relative all’intera produzione nazionale: Il repubblicano si conosce alle azioni ossia la scuola de’ buoni costumi. Commedia patriottica di cinque atti del cittadino Gian Battista Nasi Iuniore modenese, in Modena presso la Società tipografica, Anno VI Repubblicano; La figlia del fabbro. Commedia democratica in cinque atti del cittadino Camillo Federici, Torino, dai cittadini Pane e Barbaris. Anno I della Libertà piemontese; Gli artigiani. Burletta per musica a sei voci. Da rappresentarsi nel Teatro Valle nella primavera del 1798 anno I della Repubblica romana. In Roma presso il cittadino Michele Puccinelli a Tor Sanguigna. 21 Una testimonianza di questo orientamento può essare colta nelle pièces di A.S. Sografi, uno degli autori più celebri e rappresentati del teatro patriottico italiano. Il repertorio del commediografo padovano è volto alla costruzione di un sistema di rassicurazioni collettive. Cfr. C. De Michelis, Letterati e lettori nel Settecento veneziano, Olschki, Firenze, 1979, pp. 203‐24; vedi anche Nicola Mangini, Parabola di un commediografo “giacobino”: Antonio Simone Sografi, «Risorgimento veneto», 1990, 6, pp. 21‐93, ivi il testo de La Giornata di San Michele. 22 Questi accenti che ricorrono in diverse pièces sono scanditi con forza in Chi si contenta gode. Dramma giocoso per musica a sette voci. Da rappresentarsi in Roma nel Teatro d’Apollo la primavera dell’anno VI dell’era repubblicana. In Roma presso il cittadino Gioacchino Puccinelli a San’Andrea 20
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dramma giocoso redatto nel 1796, e messo in scena nel 1798, si offre un raro esempio delle pièces che testimoniano lo smarrimento dei contemporanei di fronte alla fine di un mondo, al crollo di un patrimonio di valori. Benché accolte fra le settanta del palcoscenico repubblicano, le vicende dei corteggiamenti e dei matrimoni della protagonista rivelano il crollo dei ruoli tradizionali, mentre, più in generale, viene meno il significato certo dei momenti fondamentali della vita di relazione (matrimonio, famiglia, progettazione del futuro). Poiché, recita la protagonista, “non si può barattare marito come si cambiano i vestiti”24, non rimane che sospendere il giudizio, attendere senza prendere alcuna iniziativa, “senza sperare il meglio”. Nell’ultima scena di questo dramma senza conclusione, il vento della follia sconvolge addirittura le parole dei personaggi e, mentre “tutto, tutto il mondo gira”, i linguaggi si confondono, poi si trasformano in quelli degli uccelli “tororò, toto tororella, tororò, toto, totà”25. La crisi si conclude nella paralisi della volontà, nella regressione all’ineffabile. Altre pièces, invece, auspicano la soluzione della crisi: accanto alle rappresentazioni che propongono il rifugio nella eteronomia della tradizione, non mancano quelle che indicano nell’autonomia della scelta individuale la via per raggiungere un rinnovato equilibrio. Si delineano nuovi e diversi itinerari comportamentali e morali, nuovi modelli di virtù. In definitiva, le tre rappresentazioni teatrali riprodotte in appendice, redatte o rappresentate a Roma nel biennio repubblicano 1798‐1799, testimoniano, come si è in parte già accennato, percorsi e tipologie differenziate. Nuovi eroi e nuovi comportamenti morali e politici La sera del 29 luglio 1798, sempre al teatro Argentina, veniva rappresentata l’Agide26, una tragedia composta, proprio in quegli stessi mesi, dal poeta arcade e abate Michele Mallio, un personaggio, lo si è già osservato, allora controverso e discusso, per ulteriori dettagli sul quale si rimanda alla nota qui di seguito. Acceso controrivoluzionario nei primi anni Novanta, era divenuto poi, nella Roma repubblicana, un deciso sostenitore del nuovo corso sino a della Valle; I supposti deliri di Donna Laura. Burletta in musica a sei voci da rappresentarsi nel Teatro Valle nella primavera 1798 anno I della Repubblica romana, in Roma presso il cittadino Michele Puccinelli a Tor Sanguigna. 23 La donna di genio volubile. Dramma giocoso per musica a otto voci da rappresentarsi nel Teatro d’Apollo la primavera dell’anno VI dell’era repubblicana. Dedicato alla Repubblica Romana, In Roma Presso il cittadino G. Puccinelli a Sant’Andrea della Valle. 24 Ivi, Atto II, 12. 25 Ibidem. 26 Agide. Tragedia di Michele Mallio, Roma anno VI repubblicano, Presso il Cittadino Cannetti Stampatore e Libraro a S. Marcello al Corso. P. Themelly, Il crepuscolo degli eroi
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dirigere un “foglio” periodico dal profilo vivace e battagliero, «Il Banditore della verità»27. Per parte sua, l’Agide, si ispirava, nell’esplicita dichiarazione dell’autore, alla lettura di Plutarco28, ma probabilmente non poteva non risentire anche delle suggestioni esercitate dallʹomonima tragedia alfieriana, ideata e stesa dal grande astigiano nel 1784, per poi essere successivamente verseggiata nel 1786. Entrambi i drammi ci proiettano nel III secolo a. C., nella Sparta degli Agiadi, e descrivono, più o meno liberamente, seguendo il filo dello sviluppo storico, le vicende del contrasto tra i re Leonida II e Agide IV. Le vicende antiche riattualizzavano, con lo scontro tirannide‐libertà, anche i problemi politici della costruzione sociale dello Stato. Leonida, conservatore e antidemocratico, tendeva a ostacolare il programma riformatore di Agide. Quest’ultimo, allontanatosi da Sparta in soccorso degli Achei minacciati dagli Etoli, una volta tornato nella polis veniva abbandonato dai suoi stessi sostenitori e, nel 241, rovesciato da Leonida, fatto prigioniero e di li a poco condannato a morte29. Nell’Agide alfieriano i temi politico‐sociali, la rievocazione delle “sacre leggi […] del gran Licurgo”, che rendono “libera Sparta e i cittadini uguali”30 rimangono tuttavia subordinati al conflitto ideale libertà‐autorità, sino ad essere soffocati per l’insorgere dello scontro etico e psicologico che definisce la fisionomia dei personaggi. Il titanismo di Agide resta l’atto eroico di un singolo, Michele Mallio (1756‐1831), originario di Sant’Elpidio a Mare, un piccolo centro presso Fermo, si trasferì adolescente a Roma per completare la sua formazione. Addottoratosi in legge, si orientava agli studi letterari sino ad essere accolto nel 1779 in Arcadia con il nome di Sileno Meliaco. Nel 1787 pubblicava sempre a Roma la tragedia Saira, rappresentata in quello stesso anno al teatro Capranica con scarso successo. Celebri le sue polemiche con Vincenzo Monti. Autore di numerosi sonetti, canzoni, idilli ed odi non andò oltre un “garbato e levigato convenzionalismo classicheggiante”. Dal 1790 al 1797 diresse gli «Annali di Roma». Con l’arrivo dei francesi ricusò la tesi della rivoluzione intesa come complotto massonico‐filosofico per aderire a posizioni radicalmente democratiche dirigendo il «Banditore della verità». Sostenne il sistema napoleonico e nel corso della Restaurazione si ritirò a vita privata continuando l’attività letteraria e la lotta politica nelle organizzazioni della Carboneria. Anche in quest’ultima fase della sua attività politica si sono riscontrate pesanti ambiguità. Cfr. Carlo Verducci, Michele Mallio tra conservazione e rivoluzione, in «Rassegna Storica del Risorgimento», 1977, 4, pp. 409‐17; vedi, anche la voce redatta da Donatella Fioretti, in «Dizionario Biografico degli Italiani» (d’ora in poi D.B.I.), Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, LXVIII, 2007, pp. 233‐37. 28 Cfr., Agide. Tragedia di Michele Mallio, ed. cit., Prefazione dell’Autore. Ivi il riferimento a Plutarco. Cfr, in particolare, Plutarco, Vita d’Agide e Cleomene. 29 Cfr. Ernest Balltrusch, Sparta, Il Mulino, Bologna, 2002. 30 Vittorio Alfieri, Agide, Atto I, 2; ma anche e soprattutto cfr. IV, 3: “Intere/ restituir le sacre leggi io volli/ del gran Licurgo: elle non fur mai tolte,/ ma inosservate, or da gran tempo […] All’ora spenti/ eran gli inqui crediti; comuni/ feansi allor le ricchezze; allora in bando/ uscian di Sparta il lusso, e i vizi insieme/ e il torpid ozio: e risorgeano, in somma,/ virtude allora, e libertade […]”. 27
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il suo suicidio, invenzione poetica che riadatta la realtà storica, è il sacrificio necessario per impedire la guerra civile31. Si definisce, in tal modo, il carattere prerivoluzionario, probabilmente anche, è stato detto, ʺprepoliticoʺ del dramma. Le istanze democratico‐egualitarie, avanzate larvatamente da Alfieri e solo in parte svolte da Mallio, acquistavano in realtà ben altro significato nel mutato contesto della Repubblica romana: dalla sperimentazione letteraria si passava alle speranze di una rinnovata progettualità politica. Nella tragedia di Mallio scompariva Agesistrata, una figura cardine della rappresentazione alfieriana, la “spartana madre” di Agide, colei che aveva fornito i “ferri” per il suicidio comune. Veniva, invece, introdotto un personaggio nuovo, il sacerdote di Minerva, in cui forse si specchiava il carattere dello stesso autore. Il titanismo di Agide, non più suicida, risultava diminuito. L’eroe rimaneva tuttavia, anche nella tragedia romana, la coscienza critica d’un intero sistema e la voce della pubblica accusa di fronte allʹingiusta condanna del tribunale degli Efori. Più in generale, però, il conflitto dei sentimenti si trasferiva entro una prospettiva sottodimensionata: lo scontro Leonida‐Agide non coinvolgeva più, come in Alfieri, la tremenda lacerazione padre‐figlio‐genero (Agiziade è figlia di Leonida e insieme moglie di Agide) ma si spostava, nella rappresentazione romana, nella competizione, più neutra, che coinvolgeva Chelonide, figlia di Leonida, combattuta tra l’amore filiale e le sorti degli amici Agide e Agiatide, la sposa dell’eroe. La tragedia di Mallio, tuttavia, sembrava abbandonare la dimensione prepolitica per identificare nella storia remota della città quei problemi insoluti che minacciavano nel presente la sopravvivenza della Repubblica. L’opera è ispirata alla consapevolezza del disastro ormai prossimo, ma anche al convincimento che la sconfitta segnerà solo il momentaneo trionfo dellʹingiustizia e del male, che ai giorni della rovina seguiranno quelli della riscossa, l’instaurazione nel mondo del regno della libertà. Agide sa di dover “spezzare le catene” che tengono avvinte “le immense caterve del popolo”. Solo la divisione del latifondo e la legge agraria (un tema che a Roma, va osservato, la Repubblica non ebbe il coraggio di affrontare) darà al nuovo ordine, insieme all’alleanza con le forze popolari, basi solide di consenso: “rimira intorno –
proclama l’eroe spartano‐ spopolate le ville e le campagne;/[…] se questi un palmo solo possedran di terra/ noi li avremo pur anco. Il vedi pure/che ognun ricusa di pugnar. E come/ espor la vita per la patria s’essi/ sol la trovan matrigna? Se non hanno/ cosa che a lei li stringa, un focolare/ un terreno a Ivi, Atto III, 6. 31
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difendere. Sol pochi/ tutto ingoiaro. Tal diseguaglianza […] rende il popol vile”32. Attraverso le immagini e gli esempi della storia antica gli spettatori contemporanei intuivano il dramma dell’isolamento dell’élite, le ragioni profonde della crisi politico‐sociale della Repubblica romana. Leonida, il tiranno, come sappiamo, che soffoca la ribellione di Agide, è il simbolo del potere legittimo, della sovranità assoluta, ma anche dell’inganno e del tradimento. Sotto la patina dell’antico emergono continue allusioni alle vicende contemporanee, sia nel rifiuto del passato, ma anche con larvate critiche alle inadeguatezze presente. Persino il sacerdote di Minerva, consigliere del tiranno, parteggia per gli oppressi e si esprime con un linguaggio roussoiano. La famiglia di Leonida, come le famiglie del tempo, è lacerata da un conflitto che è politico e generazionale insieme e che schiera i figli contro i padri. In conclusione del dramma, quando ormai Agide è condannato a morte, le masse turbate circondano, come nel testo alfieriano, la prigione nellʹintento di liberarlo, ma poi... Di fatto, anche nel rivoluzionario Mallio il popolo resta per lo più un’energia potenziale: il suo coinvolgimento si traduce soprattutto nelle forme del “pianto e [del] lamento”. La giornata rivoluzionaria sbocca sì nell’uccisione del malvagio magistrato Amfare, “trafitto da mille colpi”33, ma tuttavia non riesce ad impedire che l’eroe venga ucciso, non prelude ad una iniziativa politica concreta, costruttiva, non si trasforma in rivoluzione. La tragedia si conclude con quella speranza nel futuro che caratterizza, sempre, i sogni dell’utopia: “…verrà un giorno – esclama accanto alle spoglie dell’eroe il sacerdote di Minerva ‐ in cui vane saran le forze e l’armi/ di tutti i regi collegati insieme/ contro la libertà d’Europa e contro/ dell’uomo i diritti. Un popolo d’eroi/ […] spezzerà i doppi ferri ond’era avvinto:/ e sacri dogmi che natura scrisse/ del patto social, la libertade, l’egualità, la fratellanza/ avranno per lui sulla Garonna e il patrio Senna/ […] ed infin sulla terra immobil sede”34. La disfatta de’ Macedoni35, la cui prima assoluta si tenne a Roma all’Alibert il 7 novembre 1798, ricostruisce, con le pagine di Livio sotto mano, le vicende del console Paolo Emilio, inviato da Roma, nel 168 a. C., a “rintuzzar l’orgoglio” di Perseo, ultimo re dei Macedoni36. La “catastrofe” di Pidna, nel giugno dello stesso anno, preludeva alla conquista romana e alla successiva divisione in quattro province del regno. Paolo Emilio, romano d’antico stampo, uomo probo Agide. Tragedia di Michele Mallio, ed. cit., Atto III, 6. Ivi, Atto V, 6. 34 Ivi, Atto V, 7. 35 La disfatta de’ Macedoni. Dramma per musica da rappresentarsi nel nobil Teatro Alibert detto delle Dame nell’Autunno dell’anno 1798, in Roma presso Michele Puccinelli a Tor Sanguigna. 36 Per il rimando, Livio, XLIV, 33‐XLV, 8. 32
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e amante della cultura, ebbe fama di onestissimo amministratore e di guerriero valoroso. Le vicende storiche e politiche restano, tuttavia, nello sfondo. Scontato e tutto sommato marginale è il tema, allora ricorrente, della libertà donata, di una occupazione militare giustificata sotto la forma di guerra di liberazione. Nella rievocazione dell’antico si riattualizzano i problemi e le vicende contemporanee: Roma diviene la metafora di Parigi, la Macedonia dell’Italia o della giacobina Repubblica romana. Gli eserciti vittoriosi dell’antica Roma depongono la tirannide macedone, restituiscono la “primitiva” libertà, stipulano un patto d’amicizia e d’alleanza tra pari. Paolo Emilio così si rivolge a Perseo ormai prossimo alla sconfitta: “Amico/alleato se il brami/ ma non più re. Deponi/ questo di tirannia spirito audace/”. Sarà successivamente, a guerra vinta e a conclusione della conquista, compito del “Senato” romano “donare” “al Popol […]/ la libertà, la vita”, “lasciando intatte le città,/ gli usi, i riti, le leggi, […]”37. L’anonimo autore del melodramma, sensibile al gusto del tempo, sostanziava lo svolgimento delle vicende con un conflitto di sentimenti. Episodi “verisimili” ‐ si legge nellʹArgomento apposto dallo sconosciuto drammaturgo, che sarebbe interessante individuare, agli esordi del testo ‐ episodi costruiti per “abbellimento del dramma”, poiché, anche agli “eroi” non “disconviene la gentil passione d’amore”38. In realtà v’era ben altro. Il contrasto tra macedoni e romani, tra Paolo e Perseo, s’intreccia a quello che coinvolge negli affetti e nelle passioni lo stesso Paolo, Fenicia e Eumene. Fenicia, figlia di Perseo e promessa sposa dell’attalide Eumene, “principe di Bittinia” e, nella finzione drammatica alleato dei macedoni, è “l’innocente Tortorella”, che seduce, incolpevole, anche l’ormai vecchio condottiero romano. Nel corso dei due atti, tra “deserti lochi”, boschi, torrenti, “antichi monumenti” e “fabbriche dirute”, si susseguono gli incontri, i colloqui, le richieste e i rifiuti che scandiscono l’impossibile amore tra Paolo e Fenicia. Paolo, il vincitore dei Macedoni, ma sconfitto nelle passioni, si dichiara “schiavo d’amore”: “Io solo ho vinto… e qual vittoria è questa/ misero me se amore con pesanti catene/ barbaramente avvinto il cor mi tiene”. E successivamente, rivolgendosi a Fenicia esclama: “Tu sei la vincitrice. Il vinto io sono”39. Superata l’ira e il senso della vendetta, ingenerato anche dalla perfidia dei macedoni e di Perseo “uomo di sua natura finto e mancator di fede”40, Paolo, uscito indenne da un agguato, reduce dalla prigionia, scampato alla congiura, ormai può compiere un gesto magnanimo e unire in matrimonio Fenicia e Eumene. Celebrato il rito, il console romano rivolgendosi ai due sposi La disfatta de’ Macedoni, cit., Atto I, 3. Ivi, Argomento. 39 Ivi, Atto I, 12. 40 Ivi, Argomento. 37
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dichiara: “ […] Voi siete/ di mie vittorie il più bel vanto. […] Or posso/ chiamarmi vincitore/ che ogni affetto domai, che vinsi amore/”41. Questa vittoria dell’io, questa riappropriazione psicologica della coscienza, è stata prospettata, in un contributo relativamente recente, come l’ideale della continenza, come tardiva manifestazione della tradizione retorico‐
umanistica e cattolico‐gesuitica42. Certamente nella figura del console Paolo Emilio, vincitore non solo dei macedoni ma soprattutto delle proprie passioni, si possono cogliere i riflessi della spiritualità cristiana. Si potrebbero, però, anche ravvisare in lui, nella sua esasperata sensibilità, “nel contrasto d’affetti in mezzo al cor”43, i turbamenti d’un eroe protoromantico. Una suggestione, quest’ultima, rafforzata dalla scenografia. Non ultima testimonianza d’un mondo che mutava, in questa, come in altre rappresentazioni; le lineari eleganze del teatro del Settecento cedevano il posto a scenografie, se non ossianiche, quantomeno di memoria piranesiana: paesaggi solitari, mari tempestosi, tuoni, lampi, “orride rupi”, “rovinosi sassi cadenti”, rovine di templi. Nell’autunno del 1798 le «Effemeridi letterarie»44 davano notizia dell’anonima commedia Il filosofo americano o siano i falsi democratici45, un’opera appena rappresentata a Roma, e ne riconoscevano (unica fonte al riguardo, a quanto è dato sapere) lʹidentità dell’autore in Giuseppe Giulio Ceroni. Questi, letterato e politico, uomo d’azione dai tratti avventurosi, scomparso giovane a soli trentanove anni, fu allievo di Melchiorre Cesarotti a Padova. Aderiva ventiduenne, sin dal 1796, alla Rivoluzione, adoperandosi presso le Società patriottiche e i Circoli costituzionali di Verona prima e successivamente di Milano, declamando le sue composizioni rivoluzionarie accanto ai più celebri Ugo Foscolo e Giovanni Fantoni. Nel 1798, a Roma repubblicana, salutava poeticamente la caduta del potere temporale. Schierato a fianco dei patrioti unitari, avverso a Napoleone, visto con sospetto dall’autorità francese, nel 1804 finiva con l’aderire al sistema napoleonico, celebrando, infine, nel 1811, la nascita del re di Roma46. Ivi, Atto II, 12. Vedi, Maria Pia Donato, Immagini e modelli della virtù repubblicana in Roma negli anno di influenza e dominio francese, 1798‐1814, Rotture, continuità, innovazioni tra fine Settecento e inizi Ottocento, a cura di Philippe Boutry, Francesco Pitocco, e Carlo M. Travaglini, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2000, p. 372. 43 La disfatta de’Macedoni, cit., Atto II, 11. 44 «Effemeridi letterarie», 30 Vendemmiale, anno VII (21 ottobre 1798). 45 Il filosofo americano o siano i falsi democratici. Roma, anno VI repubblicano. Dal cittadino Puccinelli Gioacchino a Sant’Andrea della Valle. 46 Su Giuseppe Giulio Ceroni (1774‐1813) vedi la voce di Sergio Cella, in D.B.I., cit., 1979, XXIII, pp. 794‐96. 41
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Il filosofo americano, un testo letterario regolarmente ignorato nelle rapide rassegne biografiche dedicate al rivoluzionario veneto, costituisce tuttavia una testimonianza significativa, lo si è accennato, nel quadro dei nuovi modelli politici e morali‐comportamentali che, in quegli anni, si andavano configurando. Prudenza, saggezza, avvedutezza caratterizzavano la fisionomia del nuovo modello d’eroe proposto, attraverso il palcoscenico, da Ceroni. Una drammatica domanda ricorre nella pièces. La democrazia, in tutte le sue realizzazioni storiche si è conclusa con un fallimento. “Non esiste democrazia sulla terra”47. Gli uomini avrebbero dovuto dunque disperare di un mondo migliore? La Rivoluzione ha saputo soltanto consolidare gli interessi particolari: falsi patrioti, banchieri, ex nobili hanno imparato a cavalcare i tempi, aggiornando il loro linguaggio. Il verbalismo rivoluzionario copre la politica normalizzatrice. Dal quadro di una società disgregata emerge una prospettiva di soluzione. A risaltare, con forza polemica, è il personaggio del “buon democratico”, Beltrame, un coerente patriota, che, proprio per l’avvedutezza delle sue scelte, per il rifiuto delle formule astratte, per la capacità di trovare soluzioni caso per caso, supera lo schematismo dei ruoli contrapposti, incappando paradossalmente nel “sospetto d’aristocrazia”48. Lontanissimo dalla retorica dei “falsi democratici”, come anche dall’arroccamento negli antichi privilegi, è impegnato in un progetto di reale rinnovamento che intende tener conto anche della lezione degli antichi. Il quadro appena tracciato della vita teatrale nella “giacobina” repubblica romana documenta il travaglio di un mondo in trasformazione. Modelli vecchi e modelli nuovi coesistono. Si sgretolano le certezze tradizionali, ma accanto al disorientamento si ipotizzano anche soluzioni morali e comportamentali inedite, capaci di offrire nuove speranze. Una testimonianza esemplare di questo processo, e tuttavia diversa rispetto alle soluzioni qui presentate e discusse per il caso romano, può cogliersi in un dramma redatto a Milano, sempre in quello stesso 1799, nel Pertinace49. Quest’opera anonima esprime, secondo il gusto e le inclinazioni d’allora, tramite l’allegoria dell’antico, il senso della crisi, l’inquietudine dei tempi e insieme propone un modello di virtù differente dagli esempi sin qui analizzati. Nella pièces la rappresentazione di Il filosofo americano, cit., Atto I, 1. Ivi, Atto III, 10. 49 Il Pertinace. Componimento drammatico, Milano anno VII. Presso Pirotta e Maspero stampatori‐
librai. L’opera si ispira alle vicende del disfacimento dell’impero, alla grande crisi del mondo antico, ricostruendo le ultime fasi della vita di Publio Elvio Pertinace (126‐193) imperatore romano del II secolo. Dopo l’uccisione di Commodo (192) il Prefetto Emilio Leto riusciva a imporre come imperatore Pertinace, persona gradita al Senato ma invisa ai pretoriani. Questi, dopo solo tre mesi, veniva assassinato. 47
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P. Themelly, Il crepuscolo degli eroi
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Roma imperiale raffigura il crollo dei valori e dei ruoli tradizionali, la fine di un mondo, di una civiltà. La città ha cessato di essere un riferimento ideale e diviene una visione di incubo. Nella scenografia incombono carceri, templi in rovina, statue della vendetta. Muta la figura tradizionale dell’eroe. Il tirannicida diventa un personaggio negativo ed è giustiziato sulla scena50. Rimossa l’ombra inquietante di Bruto si prefigura un nuovo protagonista capace di cavalcare i tempi: l’uomo saggio, prudente. Irrompe l’esigenza della normalizzazione. Gli ideali repubblicani, il rimpianto della tradizione senatoria si uniscono agli ideali e al conformismo di una società che tende alla pacificazione. A questa concezione di sostanziale ripiegamento sembra dunque contrapporsi con forza quella avanzata ne Il filosofo americano, la cui prospettiva va comunque in senso democratico. In sintesi, benché gli ideali di saggezza, prudenza, moderazione ispirino le rappresentazioni teatrali di quegli anni, tuttavia, i diversi atteggiamenti e le diverse azioni di Beltrame e di Pertinace esprimono nel loro contrasto la dialettica di aperture e resistenze che ispira il pensiero d’allora. Per non dire poi della vera innovazione culturale con cui un fedele del generale ʺVasingtonʺ, con annesse non poche problematiche della nascente democrazia americana, viene acutamente introdotto nel clima di quella che potremmo definire la coeva rivoluzione culturale europea. Unʹirruzione felicemente sorprendente e davvero assai godibile. Le testimonianze letterarie, in particolare quelle raccolte qui in appendice, sembrano manifestare dunque, come si è già osservato, il venir meno dei temi eroici e antitirannici. Se certamente la figura dell’eroe nell’Agide di Michele Mallio rispecchia ancora il modello antico della libertà, il canone classico e insieme rivoluzionario della dedizione assoluta al bene pubblico, nella Disfatta de’ Macedoni la fisionomia di Paolo Emilio, si fa più complessa e articolata, incrinata da esitazioni, cedimenti, affetti umani. Diversa ancora la prospettiva de Il filosofo americano, che costituisce una delle rare testimonianze d’un atteggiamento pragmatico dell’uomo di fronte alla crisi. L’eroismo pratico di Beltrame e la conquista di sé di Paolo Emilio sembrerebbero schiudere a quel senso autonomo della coscienza che tanto spazio troverà poi nella esperienza culturale e morale del primo Ottocento. Il documenti qui riprodotti sono stati trascritti dalle edizioni a stampa custodite presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (Agide; Il filosofo americano) e presso la Biblioteca del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma (La disfatta de’ Macedoni). I testi originari sono stati rispettati rigorosamente anche nellʹinterpunzione e nell’uso forse talora inadeguato delle maiuscole. I refusi tipografici più evidenti sono stati corretti. Ivi, Atto III, 7. 50
P. Themelly, Il crepuscolo degli eroi
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AGIDE
TRAGEDIA
DI
MICHELE MALLIO
Roma, a. VI repubblicano
AL CITTADINO
BREMOND
MINISTRO DI GUERRA, MARINA, ED AFFARI ESTERI
Ecco, Cittadino, la seconda tragedia che esce dalla mia penna. La libertà di scrivere,
figlia della nostra rigenerazione, può forse avere aguzzato il mio ingegno in questa
produzione, onde renderla più cara alla Democrazia ch’essa cerca ispirare, e più degna
di voi, a cui la dedico. Voi conoscete bene la lingua dell’Arno, e siete sensibile alle
dolcezze dell’Italiana Poesìa: voi avete dei talenti, e sapete amarli, ed incoraggiarli negli
altri; voi per carattere siete dolce, e benefico. Saprete dunque distinguere in questa mia
Opera i difetti, ed i pregi, se pur vi sono: saprete passar sopra ai primi, e dar la sua lode
ai secondi: saprete in fine, io lo spero, procacciarmi una più durevole, e comoda
sussistenza per tutto darmi senza cure penose agli ozj amabili delle muse, ed
all’istruzione insieme, e al diletto di un popolo rigenerato dalla gran nazione, da cui
traete l’origine.
Personaggi
AGIDE
Ambo Re di Sparta
LEONIDA
Agide
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AGIATIDE moglie di Agide
CHELONIDE figlia di Leonida
AMFARE
Efori
EUREO
SACERDOTE di Minerva
L’azione è nella Reggia di Leonida
L’argomento tratto da Plutarco, nella “Vita di Agide”
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Leonida, Amfare, Eureo
Leon. Un giuramento, una vendetta; indarno
Giammai parlar Leonida non suole.
Ora da voi chiedo il primo, e sangue io voglio
Che tutto dalle vene Agide versi
Onde l’altra si compia. Egli fu al mondo
Il solo democratico Regnante
Che fra i suoi cittadini indur volesse
E libertade, ed uguaglianza, e gli altri
Informi sogni di Licurgo; ei solo
Ardì d’opporsi, contrastarmi, e vinse;
Tal vittoria è delitto. Io temo, e il germe
Del mio timore è nel suo seno ascoso,
Dunque s’apra, e s’estirpi. Sol per lui
E per Cleombroto il popolo sedotto
Contro me sollevassi, e mi costrinse
Depor le regie insegne, e in altra terra
Nasconder l’onta, e assicurar la vita.
Eur. Ma questo volgo istesso alfin pentito
Da Tegea richiamotti, e a te di nuovo
Della benda real cinse la fronte.
Leon. La tirannìa, mentr’era Agide in guerra,
S’affacciò sul Taigeto, e mise un grido
Di schiavitù foriero: Agesilao,
questo scaltro zio d’Agide, ridendo
Del nepote i consigli, allor che mostra
Agide
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Amf.
Leon.
Amf.
Leon.
Amf.
Leon.
Facea di secondarli, i cittadini
Pien d’arroganza ad insultar si pose,
E cinto di satelliti in Senato
Tiranno si, ma non Spartan sedea:
Laconia allora impallidissi e solo
Me rinvenne in quel punto a cacciar atto
L’orrido mostro. Questo, e non l’amore…
Chi non t’ama, ti tema. Ugual sostegno
Son d’un re somma tema, o sommo amore.
Ercole, l’avo tuo, sol colla forza
Sol col terrore, che ispirar potéo,
Tanti regni domò quanti ne scorse,
Che obbedian muti a un suo volger di ciglio,
Ciglio alle stragi, ed ai perigli avvezzo.
Farò temermi, amico; Lacedemone
Fia, che al mio nome impallidisca, e tremi.
Ma ancor non trema, e rivoltosa, e fiera
Col perdon di Cleombroto esser potrìa.
Egli occupò il tuo seggio, egli il compagno,
Egli l’amico d’Agide, quel desso,
Che sospinto dall’Eforo Lisandro
T’accusò, che fanciullo ancor giurasti
La ruina di Sparta.
E’ sua Consorte
Chelonide mia figlia; il mio cuor cesse
Alle lacrime sue.
Tu regni, e ancora
Non apprendesti a soffogar nel petto
Del sangue i moti, e di natura i gridi?
Lì sentii questa volta a mio dispetto,
Ma nol seppi impedir. I capei sparsa
Sul volto scolorato, e in veste bruna
Mi si fa innanzi, e mi si gitta al piede.
Voleva dir, ma sol di pianto un fiume
Le uscia dagli occhi, e mi bagnava il manto.
Due ch’erano con lei teneri figli
Mi stringean le ginocchia; io duro ancora
Con man severa li respingo indietro.
Volgonsi muti alla madre vicina,
E colla fronte impaurita, e bassa
Fansi d’appresso alla materna veste
Da cui pendeano colle braccia alzate;
Mentr’ella al viso di lacrime pieno
Facea guancial la spalla del marito,
Del marito, che accanto le piagnèa.
In tal punto io li vidi; dentro l’alma
Un non so che di tenero, e soave,
Agide
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Amf.
Eur.
Leon.
Amf.
Leon.
Eur.
Leon.
Eur.
Leon.
Amf.
Leon.
Simil vista m’infuse, e in van frenato
Fuori il pianto sboccò. Ben ella il vide,
E si parlò, che avrebbe un cuor di Tigre,
non che d’un padre impietosito, e domo.
Un re dovèa punirla: è sempre colpa
D’un reo marito domandar la vita,
che il proprio genitor pone in periglio.
E se il cuore d’un re cede a vil pianto
E’ debolezza, e non virtude. in mente
Richiama, o mio Signore, Aulide, e il seno
Per man del padre a Ifigenìa trafitto.
Ma forse a tal severità commosso
Il popolo Amicleo
Vano timore.
Amfare, tu ben parli; e pentimento
Men prese già; ma in avvenir, tel giuro,
Più non avrò di che pentirmi. Il vizio,
L’errore induce e pentimento, e pena;
Questi io sento nel cuor, dunque il perdono
Fu vizio, e lo condanno. E la mia figlia…
Troppo ha su te possanza; è forza il dirlo,
Che la virtù fa rispettarsi ognora.
S’ella mai dall’esiglio, ove Cleombroto
Volontaria seguì, torna, e preghiere
Per Agide a te porge…
Sarian vane,
Egli morrà
Nel tempio di Minerva
Sai che cercò uno scampo: il sacro asilo
Violar è colpa.
Questi tempj augusti
Sono incommodi ai regi. Eureo m’ascolta;
Se di Sparta temuto Eforo or siedi
A me lo devi.
In rammentarlo…
Basta
Tu dell’empio rival, d’Agide amico
Amfare sei?
Lo fui, Signor, ma i tempi
Si son cangiati, ed io con loro; in vano
Chiede amistade, chi al Sovrano è in ira.
Se più nol sei, ti fingi ancora per poco.
Ciò può molto giovarmi, e la tua mano
Può sotto il vel dell’amistà creduta
Servire all’odio, ed alla mia vendetta.
Il giuramento è questo, che da entrambi
Leonida desìa: per la tremenda
Agide
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Amf.
Leon.
Eur.
Leon.
Eur.
Leon.
Eur.
Leon.
Di Tenaro spelonca, onde ritorno
Fece il grand’avo delle morte genti,
Per i possenti Dei della Laconia,
per il trono dei Re…
Per tutto il giuro;
Nettun m’odi invocato, e se mentisce
Fa, che il nero tuo speco Amfare inghiotta.
E tu Euréo?
Merta un giuramento, o Sire,
Lungo consiglio.
Non l’avesti?
E quando?
Quando io tel commandai; quando sedesti
Nel Senato per me; quando i delitti
D’Agide ti fur noti, e la mia sete
Del sangue suo.
(Fra gli empj esserlo è forza)
Ed io lo giuro a te medesmo, e ai Numi.
D’ingannarli tremate, essi vi udiro.
(Atterrir con tai nomi un vil si debbe)
Or s’allontani ognun. Presente ognora
Siavi, che i detti miei chiudono arcani
Consacrati al silenzio, e tu non lunge
Amfare attendi i cenni miei: partite.
(via Amfare con Eureo)
S C E N A II
Leonida solo
Leon. Quanto son mai diversi; Amfare è un empio.
Che l’amor di se stesso arde, e divora.
Non giusto ben, né ben malvagio ancora
E’ l’altro; il cinge di virtude un raggio,
Che timor, che viltade urta, e dilegua
Lo guardo, e parlo; egli ammutisce, e trema.
Euréo quando tu tremi,anche un momento,
Ed empio diverrai.
S C E N A III
Agiatide e detto
Agiat.
Dell’infelice
Agide a piedi tuoi l’afflitta moglie
Sparse abbastanza di vil pianto. Ancora
Ber dovrà le sue lacrime l’editto
Agide
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Leon.
Agiat.
Leon.
Agiat.
Leon.
Agiat.
Leon.
Agiat.
Leon.
Agiat.
Leon.
Che scrivesti per lei? Né a cancellarne
Gl’inumani caratteri bastanti
Fur quelle, che versai, stille dolenti,
Né quelle, che ora spargo?
Io prima tutti
Chiamo a consiglio i miei pensieri, e quando
Scrissi un editto, cancellar sol puossi
Del trasgressor col sangue. Assai decreti
Fan certa fè d’un debole governo;
Pochi, o annullati, o d’ogni effetto vuoti
Mostrano un debol rege; ed io mi sento
Forte abbastanza per volerne tutta
Di quei, che scrivo, l’osservanza eterna.
Dunque è poco, o crudel, ch’Agide sia
Senza regno, e fuggiasco, che la sposa
Di veder gli è interdetto? Dì, qual mai
E d’Agide la colpa?
A lui lo chiedi
Che de’ delitti suoi conscio fuggio.
Non sempre è reo, ma debole, chi fugge.
Lo chiedi a questo popol, che fremendo
Me richiamò.
Non già contro il mio sposo,
Ma contro Agesilao.
Chiedilo a tutta
La Laconia sconvolta.
Di Licurgo
Fra noi cadder le leggi, ed i costumi;
Ei richiamar voleali a nuova vita
Sol perché Sparta sua fosse più grande.
Più grande Sparta!
E dubitar ne puoi?
Puoi tu pensar, che un popolo sia fatto
Per servire ad un sol; che sia retaggio
Dell’uomo schiavitù, non libertade
Rispettata nell’alma, e nel pensiero
Dal nume istesso, che le diè sorella
La divina uguaglianza, ond’hanno vita
Amore, umanità, giustizia, fede,
Fratellanza, amistade, e i dover tutti
Che a vicenda i mortai prestar si denno?
E la Città, che chiuder puote in seno
Si fatti abitatori e quei, che tenta
Rompere i ceppi, che natura aborre,
Com’Agide volèa, grandi non sono?
Gli Efori tel diran, che mentre intenti
Eran di Giove a sostener le veci,
Agide
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Giunse il tuo sposo, rovesciò i sedili,
E cadder essi ricoperti il viso
Di polve, e sangue, e di rossor.
Agiat.
Con lui
V’era Cleombroto, e il perdonasti; opporsi
Ad ambo ardian; del popolo i diritti,
Che si facil s’inganna, ardian gl’infami
Di conculcar d’ipocrisia col manto
Leon. Ma rammentar dovèa, ch’essi ognor sono
Della Spartana libertade custodi.
Agiat. In bocca tua di liberade il nome!
Dì piuttosto oppressori, e dì superbi
Della mal presa autorità, corrotti
Dilli dall’oro, che su questi luoghi
Portò Lisandro della vinta Atene,
E dalle frodi, e dalla tua potenza.
Ed or fors’anco essi giurar la morte…
Ma nò, v’è Giove in cielo, e degli Eroi,
Che somigliano a lui, veglia in difesa.
Leon. Giove non sempre dei mortali ha cura;
E l’eterna catena delle cose
Non si discioglie già, se un cittadino
O cade, o vive in un esilio oscuro,
Qual Leonida un giorno.
Agiat.
Agide allora
Re qual tu sei, delle tramate insidie
Nel cammin di Tegèa ti fè sicuro,
Ed i guerrieri suoi per tua salvezza
E da tergo cingeanti, e dalla fronte.
Or tu ne rendi il cambio: io bramo solo,
Che con questa, che or vedi, desolata
Moglie infelice, e col figlio innocente
In terra estrania possa Agide il resto
Trar della vita, che lasciargli ancora
Agli Dei piaccia, ed alle sue sventure.
Leon. Merta più bella sorte il tuo sembiante;
E tu se saggia sei… Dimmi, che pensi
Del mio figlio Cleomene?
Agiat.
E quale inchiesta!
Leon. Render felice tu il potresti
Agiat.
Io?
Leon.
M’odi
Il figlio, il mio Cleomene, unica, e dolce
Cura di questo sen… Ma alcun s’appressa:
E’ il sacerdote di Minerva istesso,
Che qua vien per mio cenno. In prima m’è forza
D’andar per poco altrove. A te fia noto
Agide
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Il gran disegno in miglior tempo; addio. (via)
S C E N A IV
Agiatide, poi Sacerdote
Agiat. Quale terribile arcano! Almen potessi
Saper dal Sacerdote… Eccolo; oh saggio
Ministro degli Dei, così conservi
I tuoi giorni la Diva a cui son sacri,
Deh dammi tu quale novella amica,
tu mi consola.
Sacer.
Ad un mortale, o donna,
Chiedi che ti consoli? Ad uom terreno
Mal ricerca soccorso un infelice,
Cui porger calma solo è dato all’alte
Benefattrici Deità del cielo.
E tu ben sei da crudi mali oppressa,
Sei sventurata assai, perché tu debba
Tutti chiamare in tuo soccorso i Numi.
Agiat. Ma è salvo il mio consorte, ma lo sposo
Al tempio ancor la sua salvezza affida?
Sacer. Egli è salvo sinor; per spesso i regi
Gioco si fan del Santuario istesso:
Donna, per te, pel tuo consorte io tremo.
Agiat. Oh Cielo! Alcun non v’è, che non ti faccia
Parte del suo timore. Ogni Spartano,
che incontri per la via, col ciglio ingombro
Dell’orror, che la tema in esso aduna,
Muto cammina, ti da un guardo, e passa.
Sacer. Ciò ben parla ad uom saggio, e ben gli si dice,
che dovrà Sparta un fier destin s’aggrava.
Dal tuo consorte l’allontani il Cielo,
O faccia almen, che non s’affretti ei stesso
L’ultimo fato.
Agiat.
Tu d’un freddo orrore
Mi spargi; anch’io s’altro non fora scampo
Saprei di propria man piagarmi il seno.
Ma fra poco del re l’amabil figlia,
La sposa di Cleombroto a cui mi stringe
Tenace nodo di amistà non finta,
Giunger qui deve per placar del padre
L’ira vendicatrice. Che non puote
Chelonide su lui?
Sacer.
Tutto si speri;
Ma ciò ch’Agide tuo femmi palese
Mi dà crudo terror. Egli è già stanco
Agide
71
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Di più soffrir, di rivederti agogna,
Freme al solo tuo nome; e di vendetta
Parmi vedergli passeggiare in fronte
Qualche torbida idea. Guai donna, s’egli
Mai si scosta dal tempio.
Agiat.
Deh se alcuno
Non v’è, che vada a tranquillarlo, io stessa,
Io porterovvi il piè.
SCENA V
Chelonide, e detti
Chel.
Ferma; ove corri.
Agiat. Che mai veggo… Chelonide… Ah che i Numi
Non son sempre crudeli a noi mortali,
giungesti a tempo, amica mia, tu sola
L’anima addolorata mi conforti.
Mi sollevi tu sola, ed è in tua mano
Dell’amica la vita. Un solo abbraccio
Mi sia di sicurtade… un bacio solo…
Ma nel primo momento, in cui ti veggo,
Così fredda ti trovo? E dove sono
Le voci usate a penetrarmi il cuore
D’affetto, e d’amistà? Ma tu stai fisa…
Ma tu non parli… Ma tu fremi…
Sacer.
E quale
Prepari, o donna, a questa sventurata
Cagion nuova di doglia.
Chel.
Hai tu contezza
D’Agide tuo?
Agiat.
Ch’egli è nel tempio ancora.
Chel. Ne altro poi ne sapesti?
Agiat.
Altro…
Chel.
L’apprendi
Dunque da me, ma fa coraggio.
Agiat.
Parla:
Non son che troppo alle sventurate avvezza.
Chel. Pur or vengo dal tempio. Invan richiesta
Feci del tuo consorte: altrove i passi
Egli rivolse, e n’è lontano:
Agiat.
A questo
Preparata io non era orrido colpo.
Or chi m’addita, ov’ei rinviensi; e dove
Potrà salvarsi dall’insidie tese,
Dall’odio di tuo padre. Ah Sacerdote,
Deh va, chiedi, rintraccia: Amica mia
Agide
72
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Salvami per pietà, salva lo sposo,
E salva in lui la tua compagna. Ah forse…
Sacer. L’Eforo verso noi move, t’accheta.
S C E N A VI
Eureo, e detti
Eur. Sei dal re atteso, o Sacerdote.
Sacer.
Addio
Consorte addolorata. Il fiero sdegno
Degli Efori, e del re plachino i Numi,
E ispirino ad Eureo miglior consiglio.
Eur. Miglior consiglio, o Sacerdote; e come?
Quando m’è tutta in mille guise tolta
La libertade d’abbracciarlo.
Sacer.
Il Cielo,
i numi, il nostro spirito in ciascun opra
Sono liberi sempre e non v’ha forza,
Che costringerli possa; e sappi, e trema,
Che contro di un Eroe mal si congiura.
Se nol foss’ei, del cittadino sangue
Dier la custodia, e non l’arbitro, i Numi
Al Giudice, e al Sovran. Pensaci, andiamo.
(via con Eureo)
S C E N A V II
Agiatide, e Chelonide
Chel. Prima che il genitor sappia, che al tempio
Agide più non vive, e pria che possa
Farlo arrestar per via, lascia ch’io corra
Al Padre mio, che a piedi suoi mi getti,
Che per te, che pel tuo sposo infelice
Io gli chieda pietà.
Agiat.
Si vanne, amica;
Esule, figlia in lacrime disciolta
Strappagli dalla bocca un solo accento
Di pietà figlio, e come Dea t’adoro.
Oh sposo troppo amato, ed infelice,
Dolce oggetto di amore, e di tormento,
Quanti pensieri torbidi, qual fiero
Tumulto svegli non più inteso ancora
Della tua moglie desolata in seno. (via)
FINE DELL’ATTO PRIMO
Agide
73
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Leonida e Sacerdote.
Leon. Dunque strada non v’è, non v’è ragione
Per cui tu il possa allontanar dal tempio?
Sacer. Io non lo deggio, egli nol vuole: troppo
Conosce il tuo desio, desio di sangue.
Leon. Perché il merita, il teme; e perché mai,
Mai cancellar non volle dalla mente
I costumi invecchiati, e i vieti editti,
Né deporne l’idea
Sacer.
Non la depose
L’oracolo neppure, che primiero
A prosperar queste Amiclèe contrade
Le prische leggi, l’uguaglianza antica,
E gli usi austeri richiamar prescrisse.
E tu ben sai, ch’egli è voce de’ Numi
,
Voce, che non inganna
Leon.
Sia pur vero:
Ma negar non mi puoi che a prò del regno,
per il publico ben, pel suo Sovrano,
Quando giustizia li vuol, dee il Sacerdote
Il suo re secondar. Or tu tel vedi
Quanto di ciò abbiam d’uopo. In mezzo al volgo
Sparger tu dei, che gli è sdegnato il Cielo
Sol perché tutto rovesciare ardisce;
Che l’oracolo è falso, o che si debbe
In miglior senso interpretare almeno;
Ch’Agide è un folle…
Sacer.
Di cessar ti piaccia.
Io ministro d’un Nume, io dunque astretto
Esser potrei di dichiarar bugiardo
Di Pasife l’oracolo temuto
Dalla Laconia intera? Annunzia ei forse
False cose, ed assurde? A me permetti
Un libero parlar. È don dei Numi
La libertà morale, e di natura,
Come pur la civile. Allor che entrasti
Nascendo, in societade, uguale nascesti
A tutt’altro mortale, e ugual morrai,
Alle leggi del cielo, e della terra
Sottoposto del pari.
Leon.
Ma d’un rege
Agide
74
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
L’alte prerogative…
Sacer.
Leon.
Sacer.
Leon.
Sacer.
Leon.
Esse non sono
Che usurpati diritti; altro Sovrano
Fuor che il popolo non v’ha; questo è immortale,
Mentre passano i re.
Tra il popol pure
I ricchi, e i grandi son…
Grande è virtude,
Piccolo è tutto il resto. E che! Son gli altri
D’una natura inferior? Non hanno
Tutti un diritto ugual su questa terra,
Ch’è di tutti i mortai madre comune?
E tu mi chiami ad aggravar su loro
Di superstizion, di despotismo
Le duplici catene, e vuoi, che il braccio
Ti presti, onde inviare Agide a morte,
Che spezzar le volea su questo suolo?
Ben comprender mi fai come tu pensi
Dei ministri del Cielo.
E tu qual porti
Opinion d’un re? Sotto al suo scettro,
Sinchè i Monarchi sederan sul trono,
Si curvan anco i Sacerdoti; anch’essi
Rispettar denno lo splendor del serto,
Che a noi cinge le tempia.
Io nol ricuso;
Se con onor reciproco tu queste
Mie sacre bende, il mio Palladio culto,
L’infula bianca a verdi olive intesta
Rispetterai del pari. A te dir deggio,
Che a salvar Lacedemone avvilita
Già l’oracol parlò, gia chiare sono
Le risposte del Nume.
Io non appresi
A udirle mai: l’oracolo dell’alma
È questo cuore, e quest’acciaro è il nume.
(per andare)
S C E N A II
Chelonide, e detti
Chel. Fermati, lascia che abbracciare io possa
Le paterne ginocchia.
Leon.
E tu chi sei?
Sorgi, oh cielo! Chelonide!
Chel.
Ah mio padre!
Agide
75
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Leon. Levati, o figlia; e a che venisti?
Chel.
Io venni
D’un delitto a salvarti.
Leon.
E tu mi credi
Capace d’un delitto?
Chel.
A tutto un’alma
S’abbandona, se l’ange odio, e vendetta.
Leon. Io scevro ho il cuor da tai tiranni.
Chel.
Invano
Credi a me di celarti.
Leon. E ben che vuoi?
Chel. Voglio la gloria tua, padre adorato,
La pace del mio cuor, voglio la vita
D’un amabile amica, e voglio i giorni
Serbar d’un vero cittadin di Sparta.
Leon. Lascia a me la mia gloria; la tua pace
Puoi ricovrar se vuoi; nel mio palagio
V’ha onorevol per te luogo; l’amica
Vivrà, non dubitar: ma il reo marito…
Chel. Ma senza lui tu non mai gloria; pace
Non io più mai; né vita avrà l’amica,
L’infelice Agiatide.
Un più lieto,
E più felice nodo a lei potrebbe…
Chel. Dunque già morto li tieni; ed il tuo cuore
Già il condannò?
Leon.
Non io; gli Efori offesi
Li potrian bene. Una vittima illustre
È qualche volta necessaria.
Chel.
Ah padre
Volgimi un guardo solo. Io pur son quella
Ch’anzi che qui regnar col mio Cleombroto
Ti fui compagna nell’esilio, e teco
Gli stenti dividea, teco le pene
Sol di pane nutrendomi, e di pianto;
E tu sovente mi chiamasti, o padre,
La tua consolatrice; che sol io
Ti stava al fianco, e ti tergèa co’ baci
Le lacrime del duolo. Or tu le vedi
Queste ch’io verso, e a me negar potrai
Lo stesso ufficio, e la pietà che tanto
Parlò in cuor della figlia, sarà muta
Nel sen del genitor?
Leon.
Parlommi assai
Quando a regnar tornato, io tolsi a morte
Il colpevol tuo sposo, e te chiamai
Al paterno mio fianco; ma tu ingrata
Agide
76
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Sacer.
Chel.
Leon.
Chel.
Leon.
Sacer.
Preponesti l’esiglio, ed il marito
Al trono, e al padre tuo.
Tanta pietade
Di rimproveri nò, ma sembra degna
Di rispetto, e di premio.
Non avevi
Di mie cure più d’uopo. Eri abbastanza
E sicuro, e felice. Ben l’avèa
L’esule sposo, e il seguitai, men duro
Rendendo il suo destin. Son nata io sola
A penare, a soffrir. Deh perché mai
Mi generasti tu? Raminga, afflitta
Or tremai per Cleombroto, or per Leonida:
Sol mi restava di veder, che il padre
Cercasse a morte, e dal mio sen strappasse
La mia cara compagna, e il fido amico
Del misero Cleombroto. In seno a fiumi
Mi cade il pianto alla crudele idea
Di mie fiere sciagure.
Qual potere
Ha costei sul mio cuor! Figlia… non io
Forse io potrei… ma tel ripeto, o figlia,
Degli Efori irritati in van si tenta
La giusta ira calmar.
Tu sei commosso;
Deh tu seconda la pietà nascente,
Tel richiede una figlia, una che tanto
Ha sofferto per te. Ratta men corro
Da questi Efori altieri: io mi lusingo,
che sorde non saranno alme Spartane
Alla giustizia, all’innocenza, al cielo. (via)
Qual moto mai non volontario! Ascolta…
Ma già partinne. Sacerdote i passi
Dietro ratto le volgi: esser dee stanca
Dal cammin lungo: fa che prenda pria
Alquanto di risposo: indi che lasci
Fra tante cure, onde siam or premuti,
lasci gli Efori in pace, e il genitore.
Lei m’affretto a seguir. Ma nulla ho speme,
che i tuoi consigli ad appagar si pieghi (via)
S C E N A III
Amfare, e poi Eureo, e detto
Amf. Il tuo cenno eseguìi, Signor, ma in vano;
Dal tempio Agide è lungi, e non v’è alcuno
Agide
77
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Leon.
Amf.
Leon.
Amf.
Leon.
Eur.
Leon.
Amf.
Leon.
Amf.
Leon.
Amf.
Leon.
Amf.
Leon.
Di quei Ministri, che di lui novella
Sappiano ancora.
Esser non può. Che forse
Non ti scordasti tu d’essergli amico?
O tu assai di coraggio non avesti
A strapparlo dal tempio?
Non dovresti
Così parlar ad Amfare; se in seno
Hai sospetto di me, dell’opra mia
Puoi fare a men sin d’ora; e puoi lasciarmi
Più tranquillo, e men reo.
Questo non dico…
Ho l’anima agitata; non ha guari
Mia figlia m’assalì.
Non son presagio?
Due lagrime, un sospir, di figlia il nome
Troppo a te caro…
Si troppo, nel veggo;
Ma non già come prima. A grado a grado
Soffogherolla questa tenerezza,
Che quasi vile mi rendeva.
Udisti
La novella, o Signor? Fuggì dal tempio
Il tuo rivale, ed in estrania terra
Procurossi in asilo. N’è già piena
La Città tutta. Alfin lode agli Dei
Che ogni tema svanì, che il popol folle
Avendol sì d’appresso, a lui potesse
Rivolgersi di nuovo.
Taci; ai Numi
Lode, perché scampò dalle mia mani
Il più fiero nemico? Amfare corri,
Vanne a spiarne il vero, i miei soldati
Di lui mandinsi in traccia.
Io ti obbedisco,
Non trattenerti più.
Ma in quale maniera?
Potremo noi?
Con tutte, agguati, frode,
E satelliti, e guardie…
Ed in quale parte
Inviar si dovranno?
In ogni luogo,
Dove anche segno non apparve mai
D’uman vestigio.
A rintracciarlo io volo. (via)
Io ti seguo a gran passi. Eureo neppure
Agide
78
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Tu dei starti ozioso. A dar contezza
Vanne tosto d’un tanto avvenimento
Al senato degli Efori; e gli scuoti,
E gli aizza di nuovo. Ah perché mai
L’ira mia, il mio furor non hanno in seno!
(via)
S C E N A IV
Eureo, Cleonide, e Agiatide
Agiat. Qual moto io veggo nella reggia! Tutto
È qui sossopra in un momento.
Chel.
Il padre
Forse a quest’ora avrà scoperto… Dinne,
Eforo, sai tu nulla, se Leonida
La fuga apprese d’Agide?
Eur.
Il dicesti;
Nulla ne ignora; e sì crucciato il vidi,
Che ne tremai.
Agiat.
Ma dì, che pensa?
Eur.
Tutto,
Onde ridurlo in suo poter.
Chel.
Ma come
Ma che fè, che ordinò?
Eur.
Tutto ti dissi;
Soldati, esploratori, insidie ascose,
Aperta forza, ei stesso…
Agiat.
Io son perduta
Or chi potrà salvarlo?
Chel.
I Numi, ed io:
Agiatide mia sospendi ancora
Quel timor disperato. E tu frattanto
Cerca Eureo d’esplorar….
Eur.
Fra voi diviso
E Leonida, in me forza non sento
Né d’adoprarmi in vostro prò, né a lui
Risoluto d’oppormi; ed in mio cuore
Io veggo il meglio, ed al peggior m’appiglio.
(via)
SCENA V
Chelonide, ed Agiatide
Agiat. Chelonide l’udisti? E dove mai
Dove volgersi più? Per tutto incontri
Agide
79
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Chel.
Agiat.
Chel.
Agiat.
Chel.
Deboli amici, adulator bugiardi,
Persecutori ingiusti…
Egli è pur vero;
Io già d’alcuni d’esplorar la mente
Cercai; ma ciò ch’intesi, è forza il dirlo,
Mi fa tremar. Ed or qua volsi il piede
Amfare a rinvenir. Non è pur anche
Amico del tuo sposo? Ei sol potrebbe
Eforo, e scaltro, come egli è, di molto
Ad Agide giovar.
Chi può internarsi
Nel profondo suo cuor? Ei ben fu tale,
E andò sovente a visitar lo sposo,
E accompagnarlo al bagno. Ma chi poi,
Chi m’assicura, or che cangiò la sorte
Ch’egli non lo tradisca!
Alfin fa d’uopo
Di qualcun che ci assista; ed un com’egli
È l’uomo solo, in cui fidar ci resta.
Io ne cercai più volte, e non m’avvenne
Mai d’abbattermi in lui.
Corriamo entrambe
Dunque sull’orme sue.
(per andare)
S C E N A VI
Agide, e dette
Agiat.
Cielo, che veggo?
Agid. Io non m’inganno, è dessa. Ah sì tu sei
L’adorata mia Sposa.
Agiat.
Il mio consorte
Che stringo al sen, ma palpitando… Ah fuggi.
Salvati per pietade.
Chel.
Oimè, che tenti?
Agid. Te pur qui ne ritrovo? Al vostro fianco
Io mi sento più forte, e scordo in parte
I mali che m’opprimono.
Chel.
In qual modo
Fin quì sei giunto?
Agid.
Nella scorsa notte
Sotto spoglie mentite a Sparta io venni;
Un amico m’ascose, e poi…
Agiat.
Ma quale
Ha scopo un si gran passo?
Agid.
Amata sposa,
Quello di rivederti, e già l’ottenni.
Agide
80
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Chel. Ed or…
Agid. Mostrarmi al popolo; fors’anco
Io gli son caro. Ei rammentar si debbe,
Che degli avari creditor fei vane
L’ingorde brame consegnando al fuoco
I fogli, ove a caratteri di sangue
I suoi debiti iscritti facean fede
Della ricchezza, e tirannia di pochi,
E dell’inopia, e oppression di molti.
Ei scordar non potè, ch’io gli volea
Dividere le terre, e farlo uguale
In potere, in dovizia, ed in diritti
A ciascun che si fosse, e ricondurlo
Della nativa libertade in braccio.
Esso il sà bene, e se a vedermi ei torna…
Agiat. Esser potrìa la tua ruina: il volgo
Da Agesilao tradito insiem con lui
Nell’odio suo te pur comprese.
Agid.
Allora
Saprò morir per lui.
Agiat.
Deh fuggi.
Chel.
Trema
Per la tua vita, e per la nostra.
Agid.
S’io
Temer potessi, non avrei nel seno
Alma Spartana, e di Licurgo amica.
Si tenta invan d’intimorirmi. Lascia,
Che a questo popol, ch’io volea felice,
Or mi vada a mostrar.
Agiat.
Invan lo tenti.
Chel. Lo speri invan.
Agid.
Non trattenermi amica,
Agide
81
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
LA DISFATTA
DE’ MACEDONI
DRAMMA PER MUSICA
DA RAPPRESENTARSI
NEL NOBIL
TEATRO ALIBERT
DETTO DELLE DAME
Nell’Autunno dell’Anno 1798
________
IN ROMA
Presso Michele Puccinella a Tor Sanguigna
ARGOMENTO.
Che il Console Paolo Emilio Uomo di gran credito, e di straordinario valore, fosse
spedito da Roma alla conquista di Macedonia e a rintuzzar l’orgoglio di Perseo ultimo
Re de’ Macedoni, apparisce da quanto ne narrano diffusamente Tito Livio ed altri
Storici. Come pur è nota la fatale sconfitta, ch’ebbe Perseo medesimo dal Conquistatore
Paolo Emilio, onde meritò dal Senato un Trionfo, a cui fin’allora non erasi veduto
l’eguale. Tutto ciò si ha per vero. Gli amori poi di Fenicia con Eumene Principe alleato
La disfatta de’ Macedoni
82
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
de’ Macedoni: la parzialità per la medesima dimostrata da Paolo Emilio, e il tradimento
usato dallo stesso Perseo, Uomo di sua natura finto, e mancator di fede, sono Episodi
verisimili introdotti per abbellimento del Dramma; giacché non di sconviene agli Eroi la
gentil passione d’amore, ed è troppo naturale, che Perseo discacciato dal Regno,
tentasse tutte le strade per vendicarsi. In quanto a Fenicia, ed Eumene, termina l’azione
con lieto fine mentre lo stesso Paolo Emilio portandosi da generoso Romano, stringe le
nozze fra i medesimi, riserbandosi di condurre il solo Perseo in trionfo.
MUTAZIONI DI SCENE
atto primo
Parte dell’Accampamento Macedone.
Veduta di Mare presso la Città di Tessalonica con detta Città in prospetto.
Atrio di Tempio dedicato ad Ercole annesso al Palazzo Reale.
Piccolo recinto di Bosco con cipressi, ingombro da fabriche dirute, ed antichi
monumenti.
Vasta campagna con veduta in prospetto delle mura di Tessalonica.
atto secondo
Parte dell’accampamento come sopra.
Appartamenti Reali.
Luogo solitario appresso le mura, con Porte praticabili, varie Piante intrecciate, e Grotte.
Appartamenti come sopra.
Orrida Carcere.
Veduta di Mare come sopra.
ATTORI
PAOLO EMILIO Console Romano
FENICIA promessa sposa di Eumene, figlia
PERSEO Re di Macedonia
EUMENE Principe della Bettinia, accorso in ajuto di Perseo
ATTALO Capitano delle Guardie Macedoni
ARGENE confidente di Fenicia
POSTUMIO Tribuno della seconda Legione Romana
Coro di Sacerdoti
Coro di Guerrieri Macedoni
Coro di Guerrieri Romani
Soldati Macedoni
Soldati Romani
La Scena si rappresenta in Tessalonica, Città ben fortificata della Macedonia presso il
Mare.
La disfatta de’ Macedoni
83
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Parte dell’Accampamento Macedone, con Padiglione d’Attalo Capitano delle Guardie.
Si vedranno i Soldati in riposo.
Al suono del Tamburro comparisce Perseo Re de’ Macedoni con seguito di Guardie, ed
esce Attalo dal Padiglione, indi Eumene.
Per.
O Miei fidi al gran cimento si prepari il vostro core
E di un Popol vincitore
Abbia Roma a paventar.
Coro di Macedoni
Siamo pronti in mezzo all’armi
A salvarti e vita, e soglio
Né farà il Romano orgoglio
I Macedoni tremar.
Eum. Ah cessate, in sua difesa
A pugnar men vengo anch’io
Sol l’amanti chiedo. Oh Dio!
Di chi affanno al cor mi da.
Per. Prence illustre a te lo giuro.
Att. Oh virtù d’un core amante!
Eum. Qual piacere in questo istante;
Altra pena il cor non ha.
Att. Sarò sempre a te costante
Sempre fido il cor sarà
Per. Fremere l’alma in seno io sento:
Ma il Romano alfin cadrà.
Coro Non si perda un sol momento
Il Macedon vincerà
Per. Prence conosco appieno
La tua fe, il tuo valor. Vanne, trionfa
De Romani nemici, e di mia figlia
La destra in dono avrai
Così con doppio ardir pugnar potrai.
Att. Già le Latine antenne
Dall’alto io vidi, e già s’appressan.
Per. Venga
Sì venga Emilio io quì l’attendo. Invano
Tenta usurparmi il Trono:
Vedrà chi siete voi, vedrà chi sono.
Att. O magnanimo core!
La disfatta de’ Macedoni
84
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Eum. O gloria, o speme
De’ Macedoni invitti. Or del mio brando
Disponi a tuo voler.
Per. Mentre le schiere
Io corro ad animar tu di Fenicia
Unica, e cara figlia
Vanne guida, e compagno all’Ara innante
A supplicar gli Dei
Perché sieno propizj ai voti miei. (Parte).
Eum. Son pronto al tuo voler. Amico duce
Sulla tua fe riposo… Ah voi reggete
Numi pietosi numi
Nel dubbio Marte incerto
Del gran Monarca sulla fronte il serto. (Parte)
S C E N A II
Attalo solo.
Fenicia adoro anch’io;
Ma di gloria il desio
Sol mi sproda a pugnar: tra i fasti suoi
Il Tarpeo vincitor non vedrai mai,
Che Macedonia doma
Cadde per man della superba Roma.
Non sempre sul Tarpeo
Dai più lontani liti
Spoglie, e trofei rapiti
L’Aquila porterà.
Spesso l’ardir riprende
Un Popolo infelice:
Non sempre vincitrice
Roma trionferà. (Parte)
S C E N A III
Veduta di Mare presso la Città di Tessalonica con detta Città in prospetto.
Al suono di militari istrumenti si vedranno in parte discesi dalle navi i Soldati Romani
in compagnia di Postumio Tribuno, finalmente discende Paolo Emilio, indi Perseo.
Coro di Soldati Romani
Viva Emilio invitto Duce,
Viva il Console di Roma, che con Lauri la sua chioma
Trionfante adornerà.
Pao. Cari amici il campo è questo
Della gloria, e dell’onore
Deh v’infiammi in seno il core
La disfatta de’ Macedoni
85
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Del desio di libertà.
Si distrugga il Regno, e il Trono
Del Macedone tiranno . . .
(Giusti Dei pur sento affanno
Dell’afflitta umanità.)
Coro. Viva Emilio &c.
Pos. Signore al nostro inaspettato arrivo
Trema la Macedonia, impallidisce
Ogni prode guerrier, che dalle torri
L’aquila di Quirino
Spiegare il volo all’improviso vede
Sulla terra, e sul mare, e appena il crede.
Pao. Il Macedon superbo
Dovrà chinare la fronte
Ai comandi di Roma.
Pos. Or chi s’appressa
Qual fasto! Qual’ardire!
Pao. Olà chi sei,
Che sì libero, e audace
Ai Roman ti presenti, e al guardo mio?
Per. De’ Macedoni il Re Perseo son io
Qual vieni a me? Che chiede
Roma, e il Senato? Parla . . .
Pos. (Quale orgoglio!)
Pao. Che tu deponga il diadema, e il Soglio.
Per. Oh Roma ingiusta Roma
Io lasciar d’esser Re! Rapirmi un Trono
Ch’ebbi dagli avi miei, che conservai
Coi miei sudor…
Pao. Ma ti abusasti alfine
Quando rotte le leggi della pace
E gli Ecoli e gli Illirj
Chiamasti in tua difesa
A pugnar contro Roma. I nostri amici
Col ferro, e col veleno
Non uccidesti indegno. . . non son vili
Schiavi i sudditi tuoi? Non sei tiranno?
Rispondi è ingiusta Roma?
Per. (Oh rabbia, oh affanno!)
Pao. Pur il Senato ancora
Ti brama amico. Ei lascia
Intatte le Cittadi,
Gli usi, i riti, le leggi . . . Al Popol dona
La libertà, la vita. . .
Per. E sono?
Pao. Amico
Alleato se il brami
La disfatta de’ Macedoni
86
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Per.
Pao.
Pos.
Ma non più Re. Deponi
Questo di tirannia spirito audace
Scegli quale più t’aggrada. O guerra, o pace
Si sceglierò: non siete
O superbi Romani
Voi sol gli eroi del mondo,
Gli arbitri della terra
Pria che cedere il Trono io voglio guerra.
Indegno morrai
Superbo cadrai. . .
Fra sdegno, e vendetta
M’opprime il furor.
Strage ruina, e morte
Sol ti vedrai d’ intorno;
Vedrai coperto il giorno
Di fosco, e tetro orror. (Parte).
Va pur superbo: t’avvedrai tra poco
Del valor di nostr’armi. (Parte).
Inutil vanto.
Ben compianger si dee: dinanzi al ciglio
Sta purtroppo, e nol vede il suo periglio. (Parte).
S C E N A IV
Atrio di tempio dedicato ad Ercole, annesso al Palazzo Reale, nel mezzo simulacro del
Nume coll’ara avanti.
Al suono di festivi istrumenti preceduti da Soldati coronati di quercia escono i
Sacerdoti, indi attorniata da nobili Guardie Macedoni del seguito di Fenicia, sorte la
medesima in compagnia d’Argene da un lato, ed Eumene dall’altro. S’accende intanto
dai Sacerdoti il sacro fuoco, e quindi intuonano la preghiera.
Coro di Sacerdoti
Nume terribile
Del Ciel tu vendica
Il nostro Popolo
Il nostro Re
Fen. Eum. Nume pietoso
Ti sieno accetti
I nostri affetti
La nostra fe.
Fen. Due cor costanti . . .
Eum. Due fidi amanti . . .
A due Ti chiedon suplici
Grazia e mercè.
Coro. Nume teribile &c.
Terminata la preghiera si vede un lampo Illuminar la scena, e s’ode un tuono in
distanza.
La disfatta de’ Macedoni
87
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Eum.
Per.
Att.
Fen.
Eum.
Per.
Arg.
Eum.
Per.
Fen.
Att.
Arg.
Eum.
Per.
Fen.
Eum.
Fen.
Sacerdoti
Oh ciel quai segni!
Che mai sarà!
No no quel lampo
Non dà terrore
La pace al core
Riporterà.
In sen già sento
Più lieta l’alma,
La dolce calma
Ritornerà.
Cessate i vostri voti
Son grati al Ciel . . . Ma tempo
Or d’indugio non è.
Si pensi solo
All’armi alla difesa.
Oh Ciel!
Che avvenne?
Paolo Emilio qui giunse
E in tuono di minaccia
Sempre altero, e adirato
Espone i sensi del Roman Senato.
(Qual palpito, qual pena
Mi sorprende, m’opprime.)
Che pretende?
Il Console che vuol?
Vuol che al suo piede
Io deponga lo scettro: a questo patto
M’offre la pace.
Oh Dei
Qual torrente improviso
Mi viene ad inondar l’anima e il core.
Oh prepotenza, oh ardir!
(Gelo d’orrore.)
E tu gran Re.
Coll’armi
Intrepido sicuro
Il provocai.
Che ascolto
Misera me.
Sovra quel’ara istessa
Attalo giuri coi compagni suoi
Di difendere il Trono, ed il Regnante.
(Ah perdo il Padre Oh Dio! Perdo l’amante.)
Coro di soldati
Si giuri vendetta
All’ara d’innante
La disfatta de’ Macedoni
88
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Si serbi al Regnante
Lo scettro l’onor. (In atto di partire).
Fen. Ah non partir o sposo. O padre mio
Per ora trattieni Oh Dio
Il cimento fatal. Non sai qual raggio
Di valor sovrauman risplende in fronte
Al fortunato Popol di Quirino.
Eum. Forse quel raggio è a tramontar vicino.
Si combatta da forti
Fen. Ah no; t’arresta
Pensa, ch’io senza te . . .
Per. Pensa che il Trono
Perseo ceder non dee.
Fen. Ma la tua vita. . .
Ma i giorni tuoi. . .
Eum. Non più dei giorni miei
Sicuro io sono … or che tu m’ami o cara
Il Marzial furore,
La morte istessa non mi dan timore.
Son guerriero amor mi guida
Nò non temo alcun periglio
Sol m’arresta oh Dio! quel ciglio
Quell’amabile beltà.
Vado si la gloria sola
Vincer deve in tal momento
Il valor, che ognor mi sento
Più ritegno oh Dio! non ha. (Parte con Perseo ed Attalo).
Fen. Li seguirò.
(In atto di partire).
Arg. Che fai? Non lite esporsi
A Donzella Real. . .
Fen. Ma il caro Padre. . .
Ma l’amante. . .
Arg. T’arresta.
Fen. Correr voglio
Anch’io la stessa sorte
Arg. Misera a morte andrai.
Fen. Morrò da forte. (Partono).
SCENA V
Piccolo recinto di bosco con cipressi all’intorno ingombrato da antichi monumenti e
fabriche dirute.
Paolo Emilio e Postumio
Pos. Signor dove t’inoltri? è solitario
La disfatta de’ Macedoni
89
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Pao.
Pos.
Pao.
Pos.
Pao.
Pos.
Deserto il loco . ..
Il mio coraggio solo
Mi difende abbastanza. Ogni remota
Ascosa parte intorno
Esaminar vogl’io: vo’ de’ nemici
Gli andamenti spiar. La patria io servo
Tutto per lei si tenti. Or qui mi lascia
Solo co’ miei penseri,
Ch’io ti lasci o mio Duce! In van lo speri.
Non più vanne Postumio
Io tel comando.
Ah pensa
Che Perseo t’è nemico, che l’insidie
Forse adesso prepara a’ giorni tuoi.
Vegliano i Numi a custodir gli Eroi.
(Qui d’intorno m’aggiro.) (Parte)
S C E N A VI
Paolo Emilio, indi Fenicia.
Pao.
Fen.
Pao.
Fen.
Pao.
Fen.
Pao.
Fen.
Pao.
Fen.
Pao.
Fen.
Erme romite
Solitudini a voi
Chiedo un brieve riposo
Un momento di pace (siede) al dubio Marte.
Già la gloria m’invita . . . Ah se potessi
Senza versar il patrio sangue . . .
Oh Cieli
(rimane pensieroso)
Dove m’inoltro . . . Ah caro Padre. Ah sposo
Si vuò seguirvi.
Quali voci ascolto. (Scuotendosi)
Numi chi sarà mai; oh fiera vista
Che m’empie di terror. (Volendo fuggire)
Di che paventi?
Fermati o bella ninfa il passo arresta.
(Ah quale incontro!)
(Qual bellezza è questa!)
Guerrier non appressarti
Dimmi chi sei?
Son un che posso o cara
In tua difesa.
Il difensor non curo
Lasciami.
Ma potrei
Salvarti. Deh t’affida
Emilio io sono.
Emilio
La disfatta de’ Macedoni
90
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Pao.
Fen.
Pao.
Il Romano oppressore!
E’ pietoso il Romano, e ha bello il core
Sovviene, non opprime.
Menti iniquo.
Nò, non mentisco ascolta
Cara Ninfa adorata un solo accento.
(Numi pietà di me gelar mi sento). (parte Fenicia)
Paolo Emilio nel partire dal lato opposta vien ritenuto da Postumio
S C E N A VII
Paolo Emilio, e Postumio
Pos.
Pao.
Ah mio Duce deh vieni
Più non tardar. Già fremer sento intorno
Le nemiche falangi. La battaglia
Chiede ciascun.
Son pronto. Gli opportuni
Comandi io diedi. Manca solo o Duce
La tua presenza. Va le nostre squadre
Avvalora, consiglia.
S C E N A VIII
Perseo, Eumene, e detti
Eum. La mia amante dov’è?
Per. Dov’è mia figlia?
Pao. ( E’ sua amante colei
Numi che ascolto.) E il genitor tu sei.
Eum. Rispondi essa pur teco?
Per. L’avviso non menti.
Pao. Forse quà venni
A custodir donzelle? I passi suoi
In van seguii. La vidi
E l’ammirai nol niego. . . in quel sembiante
Vidi splendere un raggio
Di celeste beltà. (che serbo ancora
Entro dell’alma impressa.
Che il misero mio cor piagar non cessa.)
Eum. Fenicia . . . ah dove sei
Da te, da te la cerco.
Per. E’ figlia mia
Tu la rapisti ov’è
Tu me la rendi.
Pos. I follì detti a moderare apprendi.
Pao. Vili che siete. Ad un Roman si parla
La disfatta de’ Macedoni
91
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Con tanta audacia? Non è avvezza Roma
A soffrir questi insulti.
Eum. Tu saprai
Dov’è, dove s’aggira.
Pos. (Fremo di sdegno di vendetta e d’ira.)
Pao. Teco garir non vò. Vanne tu stesso
A ricercar la figlia . . . sappi intanto,
Che il Popol di Quirino
Ha per guida l’onor, che è sol seguace
Di virtù generosa
Non di viltà: d’un temerario affetto
Arrossisce il Roman: difender posso,
non oltragiar l’onore, la virtude, la fama
Di Donzella Real per folle amore.
Questi i miei sensi son. Sappilo, e impara
A moderar quel temerario orgoglio
Che mal soffron gli Eroi del Campidoglio.
Se di Roma i pregi, e il vanto
Re superbo ancor non sai,
Da me sol, da me vedrai
Cosa sia virtude, e onor.
(Mi piagò quel vago aspetto
Mi ferì quel caro ciglio:
Ma la sua beltà rispetto
Benché vinto dall’amor.)
Punirò quei detti audaci.
T’avvedrai chi son, chi sei.
Quanta smania io sento Oh Dei!
Mille affetti ho in mezzo al cor.
S C E N A IX
Perseo, Eumene, poi Argene affannosa.
Per. Misero me!
Eum. Si vada
Si ricerchi . . . ah! deliro . . . dimmi Argene
Vedendola
Fenicia ov’è?
Arg. Fra voi
Venivo appunto a ricercarla . . . o Dio! . . .
Che mai sarà di lei . . . correva in traccia
Dello Sposo, e del padre . . in guerra ancora
Volea seguirvi . . . ah forse
Smarrita in quei boschi . . . deh! si corra
L’infelice si salvi.
Eum. Oh Dei! che pena! (Parte)
La disfatta de’ Macedoni
92
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Arg.
Ah! raccorre il respiro io posso appena.
Innocente Tortorella,
Che smarrì la sua compagna,
Infelice ognor si lagna, e più speme al cor non ha.
Deh! si salvi, si soccorra . . .
Principessa sventurata!
Chi sà dirmi, dove è andata,
Chi sà dirmi dove stà (Parte)
SCENA X
Per.
At.
Per.
Fen.
Eum.
Per.
Fen.
Per.
Fen.
Eum.
Fen.
Eum.
Per.
Fen.
Eum.
Fen.
Per.
Perseo, poi Attalo, che per sicurezza,
e per difesa riconduce tra le Guardie
Fenicia, indi Eumene.
Mancava a tanti affanni
Questo disastro ancor.
Al mio Sovrano
Reconduco una figlia, che smarrita
Fuor di sentiero . . .
Ah figlia!
Ah Padre mio!
Prence.
Qual pena tu mi costi oh Dio!
Ma come in questo loco?
Io vi seguia
Per incognita via, perché volea
Esser compagna de perigli vostri
Amor mi conduceva . . .
Ah sconsigliata! Che ti disse Emilio
Che bramava da te?
Non ben compresi
Cosa dir volle.
El so ben io, rapirti,
E posseder quel core
Come spoglie, e trofei del vincitore.
T’inganni.
Anima ingrata.
Ah se credessi mai
Che senti affetto per Emilio un ferro
Immergerti nel seno io ti vorrei.
Così di me si parla eterni Dei
Udite almen le mie discolpe.
Vanne.
Ascoltarti no degio.
M’ascolti il Genitor.
Che dir potrai
La disfatta de’ Macedoni
93
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Fen.
Per.
Che innocente son io.
Ma il Roman duce
A che seguir?
Fen. O nome
Che abborrisco, e detesto: Il vidi appena
Che fuggi da’ suoi sguardi: ah caro Padre
Deh volgi a me le ciglia,
Credimi non son rea.
Per. Non sei mia figlia.
Fen. Odimi almeno Eumene,
Guardami . . . io son la tua fedele amante
Pietà di me . . .
Eum. Non odo un incostante.
Fen. E a chi ricorre degio
Infelice, ch’io son, se ognun mi scaccia,
Se mi sprezzano tutti . . . oh Dei pietosi,
Voi parlate per me; voi lo sapete,
Se rea son’io, ma il Cielo
Barbaro anch’esso non m’ascolta. Oh Numi,
Dove si vide mai
Una figlia innocente,
Di me più sventurata;
Che può farmi di più la sorte ingrata.
Sventurata i mesti passi,
Dove mai rivolgerò.
Lagrimando all’aere, e ai sassi
Le mie pene io narrerò
Ah crudel tu non m’ascolti
Cari Padre almen deh senti
Ah pietà de’ miei lamenti,
Ah pietà del mio dolor.
Perché mai cosi spietato
Sei con me destin tiranno!
Infelice in tanto affanno
Dite oh Dei che mai farò,
Agitata è l’alma in seno
Dalla smania, e dal terror. (Parte)
Per. Ah corri Eumene: e troppo
Chiara la tua innocenza. Custodita
Sia dai nemici insulti
La Real Principessa. Va difendi
La tua Sposa, il mio Trono. . .
Eum. Vado, non paventar, che teco io sono.
Per. Oh Dei perché voleste
Opprimere la virtude
De Macedoni invitti. Era Alessandro
Di Giove figlio, e immitator son io. . .
La disfatta de’ Macedoni
94
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Del suo gran cor. . . Ma quale ascolto mai
Strepito d’armi. Il ferro
Pronto si ruoti agli inimici intorno
O si vinca, o si mora in questo giorno. (Parte)
S C E N A XI
Vasta campagna con veduta in prospetto delle Mura di Tessalonia. Porta della Città con
torre accanto praticabile, e porticella da un lato della Torre. Salita con ponte, che
conduce alla porta.
All’aprirsi della scena siegue combattimento, nel mezzo del quale passa Paolo Emilio
inseguendo Perseo, terminato poi il combattimento esce dalla porta Paolo Emilio con
Spada nuda in mano seguita da Postumio.
Pao. Vincemmo alfin grazie vi rendo o Numi
Perseo già cadde Macedonia è doma
Lo Stendardo di Roma
Sulle Torri s’inalzi. De feriti
Tu presiedi alla cura, e sappia il mondo
Che in mezzo anche ai nemici
Roma sente pietà degli infelici.
Pos. Vado il tutto a disporre. Vivi o Eroe
Splendor di Roma, e dell’Emilia gente,
Al tuo valor possente
Preparato è il trionfo. Di tua mano
Restò il potere de’ nemici estinto
La gloria a te si dee, tu solo hai vinto.
S C E N A XII
Paolo Emilio, indi Eumene, che conduce Fenicia
della porticella segreta della Torre.
Pao. Io solo ho vinto. . . E qual vittoria è questa
Misero me se amore
Con pesanti catene
Barbaramente avvinto il cor mi tiene. . .
Ah Fenicia idol mio
Ah chi sa dove sei. . .
Il vincer che giovò, s’io ti perdei.
Si cerchi. . . ma qual’odo
Di rugginosi ferri
Strepitoso risuonar. . . Da quella Torre
Parmi. . . tradito lo sono
Mi celarò. . . (Si ritira in disparte)
Fen. Dove mi guidi?
Eum. Vieni
La disfatta de’ Macedoni
95
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Voglio salvarti o cara.
Fen. E il Padre mio ?
Eum. Di lui non paventar.
Fen. Ah dimmi almeno
In quale parte. . .
Eum. Mia vita affretta il passo
Presto li vedrai.
Fen. Ah stelle
Che volete da me, che mai bramate!
Eum. Che tu viva. . .
Fen. Ah qual pena!
Pao. Olà fermate.
Eum. (Numi qual colpo è questo?)
Fen. (Oh Dei son morta!)
Pao. Io sol tua guida, e scorta
Sarò non dubitar. Tutto ti rendo,
E vita, e libertà: Bell’idol mio
Un amoroso sguardo
Sol mi concedi in dono;
Tu sei la vincitrice, il vinto io sono.
Fen. Perfido, che favelli
D’amor! Tu fosti, e sei
Il più fiero odio mio
Eum. Chi è di noi
Più barbaro? Su parla
Malvaggio seduttor.
Paol. Ah scellerati
Quest’ingiuria ad Emilio? E’ tempo al fine
Che si scorga chi sono. A forza indegni
Volete oggi ridurmi al passo estremo.
Eum. Fremi minaccia pur.
Fen. Và non ti temo.
Pao. Perfida a questo segno
In odio a te son io?
Guardami almeno oh Dio
Giacchè mi nieghi amor.
Fen. Eum. Ah qual momento è questo
Di smania eterni Dei
Fen. Si l’odio mio tu sei.
Eum. Non vincerai quel cor.
Pao. Superbo t’avvedrai.
Eum. Non cede il mio valor.
Pao. Vanne.
Fen. Raffrena ormai
L’ingiusto tuo rigor.
Eum. Crudel. . .
Fen. Tiranno. . .
La disfatta de’ Macedoni
96
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Pao.
Indegni
E tempo di furor.
Fen. Deh ti movan le mie lagrime
Deh mi lascia il caro bene
Eum. Deh ti movan le mie pene
Non rapirmi il mio tesor.
Pao. (Eppur sento in tal momento
Che ho pietà del loro dolor)
Cedi alfin
Fen.
Eum.
Pao.
Fen.
Eum.
Fen.
(Qual pena amara!)
Il mio amor rammenta oh cara.
Sarai mia?
Chi mi consiglia. . .
Deh sospendi. . .
(Ah dì funesto
Infelice che farò.)
Si t’aborro, ti detesto
Per un empio amor non ho.
Pao. Tante ingiurie eterni Dei
No non soffre un vincitor.
Le catene. . .
Eum. (Ah d’ira io fremo.)
Pao. Proverai. . .
Fen. D’affanno io tremo.
Pao. Or vedrete il mio rigor.
Eum. Fen. Giusti Dei che affanno è questo
Caro ben dove son io
Ahi qual duol, quale pena oh Dio
Mi si strappa in seno il cor.
Fremer l’alma in seno io sento
Non ho più l’antica pace
Vanne ingrato, vanne audace
Provarete il mio furor.
FINE DELL’ATTO PRIMO
La disfatta de’ Macedoni
97
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
ATTO II
SCENA PRIMA
Parte dell’Accampamento
Postumio, e Coro di Soldati seguaci del medesimo.
Coro
Viva il Duce invitto, e grande
Viva il Popolo Latino,
Che il bel nome di Quirino
Fa d’intorno risuonar.
Spieghi al vento le bandiere
Il Romano Campidoglio:
De’ Macedoni l’orgoglio
Seppe Emilio alfin domar.
Coro. Viva il Duce &c.
Pos. S’ascriva alle vostr’armi,
e alle vostre virtù l’aver domato,
Generosi compagni,
De’ Macedoni il Re: ma sopra tutti
Emilio si distingua. È sua la gloria
Se da vil giogo oppresso
Questo Popol non è. Per lui fiorisce
Quel’aurea libertade
Che l’uomo, all’uomo eguaglia: e per lui solo
Spirò al suolo trafitta
Quella tiranna servitù, che tanto
Costò all’uomo di duol di velen, d’ira e di pianto.
S C E N A II
Appartamenti Reali
Paolo Emilio, e Fenicia
Pao.
Fen.
Pao.
Vedi a qual segno arriva
Bella Fenicia l’amor mio: dai lacci
Il piè ti sciolgo: rendo la primiera
Libertade ad Eumene. . . il Genitore
Lascio libero anch’esso. . . perché dunque
Nemico ognor mi chiami,
Perché ingrata mi sei, perché non m’ami?
E come amar possi io
Il nemico crudel della mia Patria
Del Genitor, del Regno?
E non è illesa
La Patria tua? Qual crudeltà commisi?
Di questa Reggia istessa
L’arbitra tu non sei?
La disfatta de’ Macedoni
98
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Fen.
Pao.
Fen.
Pao.
Fen.
Ad Eumene donai gli affetti miei,
A lui sol son dovuti.
Amal se vuoi. Solo ti chiedo o cara
Che tu non m’odj.
Nò non t’odio il giuro
(non l’irritiam)
Fra poco
Nel vicin bosco ad Ercol sacro i patti
Di sincera alleanza
Rinnovar si dovranno
Fra il Senato, e i Macedoni. . . Verrai
Cara tu ancor?
Nol so: mi daran legge
I comandi del Padre (ah che purtroppo
Prevedo un tradimento:
E’ mio nemico, e pur pietà ne sento).
S C E N A III
Paolo Emilio , indi Eumene.
Pao. Cessa tiranno amore
Cessa di tormentarmi. Si degg’io
Sol pensare alla gloria
Alla fama, al dover! (In atto di partire)
Eum. T’arresta.
Pao. Parla.
Che pretendi? Che vuoi?
Eum. Che tu mi renda o Duce
Il bel cor di Fenicia. Ella è mia Sposa
Ella m’adora. . .
Pao. E’ mia conquista, e posso
Dispor di lei, della sua man.
Eum. M’ascolta. . .
Pao. Trattenermi non deggio
M’attende al sacro bosco
Perseo. Mi chiama altrove
Il mio dover (ah! quanti
Affetti in un momento
Nell’aggitato cor destar mi sento.)
La gloria mi invita
Mi chiama l’onore
(ma sento che amore
tormento mi dà.)
Eum. Deh! ferma crudele
M’ascolta spietato. . .
Son scherno del fato,
La disfatta de’ Macedoni
99
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Ti muovi a pietà.
Pao. L’onore m’affretta.
Eum. Pietà non ti move
Pao. Si vada. . .
Eum. Ma dove?
Pao. L’onore a serbar.
Eum. (Ne posso parlar.)
Che barbaro istante;
Che fiero momento
Nel seno mi sento
Il cor lacerar.
Mi turba all’istante
Funesto pensiere
Non so, che temere,
Non so, che sperar.
(Parte Paolo Emilio ed Eumene si ritira)
S C E N A IV
Attalo, Perseo, ed Eumene.
Att.
Per.
Att.
Siam soli. . .
Non temer. . .
Vicino è il colpo
Mel disse Eumene: pronte
Son le insidie, e gli aguati.
Per. E creder posso?
Eum. Si credilo o gran Re; la trama ordita,
L’effetto avrà. Sulla mia fe’ riposa.
Per. Oh speranza, che il core
Mi lusinga, e m’alletta.
Eum. Empio! Volermi
Rapire il caro bene. Amica schiera
Che in riserba io tenea
Emilio assalirà. Tuo prigioniero
Lo spero alfin.
Per. Ma come
Dal campo allontanarlo
De’ suoi fidi soldati?
Eum. Al vicin bosco
Sacro all’invitto Alcide
Or or verrà. Dinanzi al simulacro
Mentre egli attende il nostro giuramento
Di fedeltà l’assalirem.
Per. Oh grande
Della Patria sostegno.
Att. Ai congiurati
La disfatta de’ Macedoni
100
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Per.
Manca sol la presenza
Del lor Sovran.
Coraggio.
Si tronchi ogni dimora
In questo istante
Si pensi solo a vincere, o morire
De’ Macedoni al cor non manca ardire.
(Parte con Eumene)
SCENA V
Arg.
Att.
Arg.
Att.
Arg.
Att.
Arg.
Att.
Argene ed Attalo
Ove corri? Deh senti. . .
Argene io deggio
Seguire il mio Sovrano.
Fermati. Ah dimmi
Che fia di noi?
Non so
Paventi forse
Che avvinti da catene
Quai schiavi andrem sulle Romane arene?
Oh infelici che siam. . .
Chi sà. . . potrebbe
Cangiar anche la sorte. Qui fra poco
Saprai l’evento. (Ah folle
Ove trascorro?) Argene addio.
V’è forse
Qualche speme per noi?
Tutto saprai.
Breve forse sarà la mia dimora:
Ma l’arcano svelar non posso ancora.
Il fato tiranno
Placato vedrai;
Contenta sarai
Ti fida di me.
Ma deggio partire:
ma deggio tacere
m’aspettan le schiere,
m’attende il mio Re.
(Partono)
S C E N A VI
Bosco presso le mura della Citta, da un lato Monte, Con Ponte praticabile, e sotto
torrente, varie piante intrecciate, e grotte nei lateralj. Paolo Emilio dal Ponte, indi
Eumene, e Perseo con soldati Macedoni
Pao. Numi ove son che miro! Altro non veggio
La disfatta de’ Macedoni
101
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Che tetre orride rupi, e ruinosi
Sassi cadenti. Emilio
Ove t’inoltri? Ah se da rei nemici
In così orrendo loco
Tradito io sono a chi soccorso io chiedo?
Mà nò tanta empietade in loro non credo.
Si vada. . . Ah dove sei
Vieni a sgombrar l’orror di questi boschi
Adorata Fenicia. . . in questo loco
Tu ancor giurar dovrai
Fede, e ammistade a Roma
Ed io giuro, e protesto
Eum. Cedimi il ferro.
Per. Il giuramento è questo.
Pao. (cieli qual colpo mai!
Che risolvo che fò! La Patria, il Mondo
Che diranno di me!) Donna spietata
Forse è d’accordo anch’essa
Nel tradimento oh Dio!
Al sincero amor mio
Corrisponde così? Barbari! E questi
I patti son? Così s’inganna il Nume. . .
L’Onestade, la fede. . . eccovi il ferro
Empj cercate d’avvilirmi in vano
Nò così vil non sono.
Oh Dio come un istante
Per mia fatal sventura
Tutto l’nor delle mie glorie oscura.
Voce d’interno affanno
Celati nel cor mio
Parla di stragi oh Dio!
Non mi parlar d’amor.
Ma paventate indegni
Sprezzo il furore insano.
Ho in petto un cor Romano,
E son l’istesso ancor
Oh Cie! Qual suono è questo!
Che ascolto eterni Dei!
Al suono di lieta marcia viene Postumio con
I soldati Romani, che imprigionano i
Macedoni, e sciolgono Paolo Emilio.
Pos. Il vincitor tu sei
Ritorna in libertà.
Ah! si vada. . . in petto l’alma
Avampar già d’ira io sento:
Tant’oltraggio sul momento
Vendicato resterà.
La disfatta de’ Macedoni
102
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Eppur sento, che l’ingrata
Qualche affanno al cor mi da
Eum. Perché non vieni o morte! (parte)
Per. Ah! perverso destin!
(parte)
S C E N A VII
Pos.
Postumio solo.
Alla vita d’Emilio
(ei torna
Vegliano i Numi. Or sì che lieto
Ai Patrij colli, e a trionfar sul Tebro.
Del magnanimo Eroe
La vittoria è compita,
e pago io son, che gli salvai la vita.
Vanne pur di palme adorno
Duce invitto ai sette colli,
a goder più bello il giorno,
lieta calma a respirar. (parte)
S C E N A VIII
Appartamenti Reali.
Argene, poi Eumene, indi Fenicia.
Arg.
Attalo qui dovria
Esser pur giunto. . . comparire non veggo
La real Principessa. . . Eumene. . . ah dimmi
Fenicia ov’è?
Eum. Fra poco
Tu la vedrai languente, semiviva.
Sospira. . . piange. . . Ah non curarti Argene
Saper più oltre.
Arg. Oh Numi!
Eum. Ecco che viene.
Principessa adorata.
Fen. Eumene oh Dio!
Il Genitor dov’è?
Eum. Dagli occhj miei
Si dileguò poc’anzi,
Ne più lo vidi.
Fen. Ah Padre
Tu non tradisti Emilio,
Ma te stesso tradisti. . . Sì pur troppo
Siam tutti avvolti nel commune orrore,
e in sembianza tu sei di traditore.
Arg. Misera Principessa
La disfatta de’ Macedoni
103
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Miseri noi!
Fen. Si cerchi.
Genitore infelice!
Ah che il core mi dice,
Ch’ei più non vive.
Eum. Placati ben mio. . .
Forse rammingo. . .
Ah! Più non vive oh Dio!
S C E N A IX
Postumio con guardie, e detti
Pos.
Vive sì, ma fra poco
In carcere racchiuso
La pena pagherà del tradimento.
Fen. Oh fulmin che m’opprime! Ohimè che sento!
Pos. Tu pur la stessa sorte seguir dovrai. Vieni…
Arg. (Che ascolto!)
Eum. Chi fu di voi, che diede
Barbari iniqui mostri
Un comando si rio?
Pao. Il Tribuno lo die’, le leggi, ed io.
Fen. Come!
Pao. Tu rea col Padre
Sei del delitto istesso, e dal Senato
Dipende il tuo destino,
Fen. (Sono innocente,
Eppur deggio tacer.) Vengo. . .
Eum. Fermate
Empj inumani o ch’io…
Pao. Le tue minaccie
Modera in mia presenza
Giovine sconsigliato.
Fen. Ah taci Eumene
Non affliggermi più. Sarò contenta
In si misero stato,
se morir posso al Genitore al lato.
Pos. Che più si tarda?
Eum. Un sol momento oh Dio
Vi chiedo almen. Fermate, il reo son io.
Adorato mio ben, ah tu non sai.
A qual segno sia giunto il mio martoro
Ah pria che il mio tesoro
Mi sia tolto o crudel. . .Ohimè! Che pena
Che dico! A chi raggiono?
Il duol m’opprime, disperato io sono
La disfatta de’ Macedoni
104
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
.
Fen.
Pao.
Arg.
Senti. . . vorrei. . . T’arresta
Ohimè, che pena è questa!
Ti muovan le mie lagrime,
Ti plachi il mio dolor.
Cara non piangere,
Che in tal momento
Scemar già sento
Il mio dolor.
Crudel non cimentarmi (a Paolo Emilio)
Soffri o mio bene amato
(Numi più acerbo fato
Chi mai provo finor.)
(parte)
Ritorno alle catene
Ecco a morir m’invio
(parte)
Quante vicende mai soffre il cor mio (parte)
Qual cangiamento mai! Misera Reggia
Principessa infelice
In così dura sorte
Ah non resta sperare altro che morte.
La dolce amica speme
Più nel mio cor non sento:
E’ giorno di tormento,
E’ tempo di penar.
Volubile fortuna,
sei come il vento infido;
Or ci trasporti al lido,
Or ci respingi in mar. (parte)
SCENA X
Orrida carcere che riceve il lume dalla parte superiore.
Perseo appoggiato ad un sasso della prigione,
poi Fenicia disadorna e dolente fra le
Guardie accompagnata da Eumene.
Per. E’ questo il soglio! È questa
La corona Real. . . Ma quale io sento
Appressarsi d’intorno
Lugubra suon. . .
s’ode breve sinfonia lugubre
Fen. Ah caro Padre amato.
gettasi fra le braccia del padre
In qual misero stato
Ti trovo oh Dio! sono questi
Gli esempi di virtù, d’onor, di fama. . .
Che un giorno m’additasti?
Tu reo. Tu traditore. . . Tu lo sposo,
Traesti a forza nel tuo folle errore?
Eum. Ah che pur troppo o cara per te sola
La disfatta de’ Macedoni
105
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Io reo con lui divenni.
Fen. Vuò gettarmi
D’Emilio al piè. . . Gli chiederò perdono
Pregherò, piangerò. . .
Eum. (Chi mi sostiene)
Che barbaro cimento! Emilio vieni.
S C E N A XI
Paolo Emilio, Postumio, e detti.
Io parto. . . A te men vengo,
Ma per l’ultima volta: un vincitore
Può avvilirsi di più? Scegli intanto!
O l’una, o l’altra sorte
In tua mano è la scelta, o Sposa, o Morte
Eum. Cedi a lui la tua destra idolo mio
Perché tu viva.
Fen. Ah invitto Duce, e questi
D’un Roman Cittadino i sensi sono?
Ah dunque tu non sei
Generoso, né grande, come i figli
Dell’Immortal Quirino. Emilio oh Dio
Scordati un folle amor, salvami il Padre
Rendimi al caro Eumene. Ah se pietoso
La mia preghiera ascolti
T’adorerò qual Nume. . . A’ piedi tuoi
Offrirò voti ancor.
Per. Incauta figlia
Scostati.
Eum. Ah crudo affanno!
Per. E così t’avvilisci a un tuo tiranno!
Pao. Io tiranno! E In tal guisa
Meco faveli? Olà sul vicin lido
Si conducan a vista
Delle mie navi. . . Sì morrete tutti.
(Il forsennato affetto
Ricoprasi d’oblio:
Vedrassi alfin, che son Romano anch’io.)
Fen. Oh momento fatal che mi divide
L’alma al sen. Vi lascio
L’ultimo addio. Da forti
Separiamoci una volta. . . a morte io vado
Benché innocente. . . godi pur crudele
E se di sangue hai sete
Saziati pur. Morremo. . . andrai superbo
Di lauri adorno al tuo Senato. Ah forse
Pao.
La disfatta de’ Macedoni
106
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Men crudeli di te tutti vedrai
Piangere ai nostri casi. . . Ma a chi parli
Sventurata Fenicia: un cor di sasso
Pietà non sente. . . Ove è la morte? Andiamo
Non teme un’alma forte. . .
Il rigor del destino, e della morte.
Questo Ciel funesto, e nero
Più spavento al cor non dà:
La maggior felicità.
Ah men vado caro Padre
Caro ben ti lascio addio
Agli Elisi io già m’invio
L’aure liete a respirar.
Resta pur. . . Qual furia atroce
Ti sarò nemica a lato
Perché tardi avverso fato
Tanti oltraggi a vendicar.
Smanie, pene, affanni, orrore
Questo povero mio core
Deh non state a lacerar.
(parte fra le guardie)
S C E N A X II
Paolo Emilio, Postumio, Eumene, e Perseo
Un contrasto di affetti
Sento in mezzo del cor. Crudel Fenicia
Ma adonta ancora de’ rifiuti suoi
Vincere, trionfar deggion gli eroi. (parte)
Pos. Si siegua. . . Ahi che quell’alma
Dubbiosa è ancor.
(parte)
Per. In seno
Tutto […] io sento. (parte)
Eum. Ecco dove conduce un tradimento. (parte)
Pao.
SCENA ULTIMA
Campagna con veduta di mare, come nell’Atto primo
Paolo Emilio, Postumio, Perseo, Eumene,
Fenicia, Attalo, e Argene
Si vedranno molti de’ soldati Romani già saliti sulle Navi, e disposti a partire. Altra nave all’ordine per Paolo Emilio,
La disfatta de’ Macedoni
107
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Postumio, e Perseo
Coro de’ Romani
Viva Emilio invitto Duce
Viva il Popolo di Roma,
Che di lauri la sua chioma
Trionfante adornerà
Pao.
Postumio i prigionieri
Vengano a me. Si vada
Ai trionfi, alla gloria
Roma m’attende. Perseo sol mi siegua
Perseo, che chiude in seno
Feroci sensi, e barbari costumi.
Grazie pietosi Numi
Voi mi salvaste. Un popolo Guerriero
Solo per voi domai
E il mio sudor fur compensati assai.
Eum. Da me che brami o Duce?
Fen. Torni forse
A parlarmi d’amor?
Per. (Barbaro fato!)
Fen. Sappi che ancor non cessa
La mia costanza, e sono ancor l’istessa.
Pao. Ah si copra d’un velo
La debbolezza mia. Solo vi chiedo
I più sinceri segni
Di tenera ammistà. Fedeli amanti
Porgetevi le destre. Voglio io stesso
Accopiar due bell’alme
Pria di partir. Voi siete
Di mie vittorie il più bel vanto. Vieni
Vieni o Perseo tu solo
Ad onorare il mio trionfo. Or posso
Chiamarmi vincitore
Che ogni affetto domai, che vinsi amore.
Bella pace a Roma in seno
Si godete o cari amici
E sian sempre i dì felici
Sotto l’aurea libertà.
Fen. Caro Padre, ahi duro fato!
Per. Cara figlia io già m’invio.
Eum. a 3. Il destia malvaggio, e rio
Consolarmi appien non sa.
I L F I N E.
La disfatta de’ Macedoni
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
IL FILOSOFO AMERICANO
O SIANO
I FALSI DEMOCRATICI
Il filosofo americano
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
ROMA ANNO VI REPUBBLICANO DAL
GIOACCHINO A SANT’ANDREA DELLA VALLE
CITTADINO
PUCCINELLI
PERSONAGGI
SPRANGHER, Filosofo Americano alloggiato in casa di LELIO
L’EX MARCHESE ANSELMO padre di ASTOLFO
L’EX MARCHESA MELARANCI
L’EX CONTE TULIPANI
BELTRAME
CAROLINA, Cuffiara
GIULIETTO
SANDRINO
FALCO CAMERIERE della ex marchesa
PIZZICO GIOVANE della Bottega di Caffè
UN GIOVANE del Banco di Lelio
La Scena è in Cosmopoli
Il filosofo americano
110
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Camera con tavola apparecchiata.
Sprangher, e Lelio, i quali stanno sul punto
di terminar di mangiare
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Quando io vi dico, che qui in Cosmopoli
voi trovarete la vera Democrazia, sò
quello ch’io dico.
Sarà.
Con questo vostro tisico sarà, voi dimostrate
di non esserne ben persuaso.
Bravo: l’avete indovinata. Non voglio
contradirvi; ma io ne son poco persuaso.
Allorché principiarete a prender pratica della
Città, spero che ne restarete pienamente convinto.
Oh la sarebbe più bella che dopo esser venuto da Filadelfia opposta fin qui, mi riuscisse
trovare la vera democrazia in Cosmopoli sede
antichissima di un governo Teoaristo–monarchico.
E perché no?
Tutto può essere, ma questo a me sembra
Impossibile.
Riflettendo meglio alla vostra proposizione:
Da Filadelfia fin quì non avete trovata vera
democrazia?
Nò,
E sono tre anni che siete in Europa?
Appunto.
E L’avete voi tutta girata?
Si; ve lo torno a ripetere.
Uh! (stringendosi nelle spalle).
Vi sorprende?
Moltissimo.
Tant’è. (S’alza da tavola, e seco Lelio).
Udite. Vasington, il famoso Vasington, di cui
mi vanto esser discepolo, ha sottratto, nol
niego, dal pesantissimo, ed obbrobrioso giogo tirannico, la parte miglior dell’America,
dove io sono nato. Egli ha creduto sostituir
Il filosofo americano
111
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
delle leggi più miti, più giuste, più analoghe
insomma, alla condizione dell’uomo. Queste leggi, diss’egli, renderanno incontrastabilmente eguale il più rozzo custode del gregge al più agiato possieditor di ricchezze, e faran sì, che si riconoscano a vicenda esser’eglino formati di una sostanza medesima. La sola
virtù potrà far distinguere l’uno dall’altro.
Queste leggi saranno come uno scoglio, dove
tutte vanno egualmente a frangersi e le onde
più placide, ed i cavalloni più arditi. Perfetta eguaglianza; vera democrazia. Così disse
Vasington. Eppure, il credereste? Ad un
aspetto così lusingante, ad un invito, ad un
codice così santo, e prezioso che tutti rivendica i dritti dell’uomo, avvi pur troppo una parte, o per meglio dire, un branco, e no piccolo di sciagurati, i quali tengono pronti ed il
collo e le mani, ed i piedi alle antiche ignominiose catene, contenti di essere considerati
piuttosto nelle classe de’ bruti, che in quella
degli uomini.
Lel. Possibile!
Spran. Così egli non fosse.
Lel. E d’onde credere voi, che possa ciò derivare?
Spran. Da molte sorgenti. L’invecchiato costume,
per esempio, opera in alcuni: in altri in privato interesse: in questi l’esempio altrui: in
Quegli un fanatismo religioso; l’odio, la gelosia, l’invidia; e soprattutto poi l’ambizione. Ah sì l’ambizione penetra nella maggior
parte de’ cuori. Essa è quel maledetto veleno,
che unito eziandrio all’umor necessario, circola occultamente intorno alle radici dell’arbore sacra, e se non la secca del tutto, ne impedisce almeno il suo ingrandimento. Or se tutte queste passioni agiscono tanto in un popolo
non avvezzo (permettetemi che così vi parli)
agli tanti abusi, e vizj europei: in un popolo
risguardato finora da’ suoi tranni, come una
specie al di sotto di quella dell’uomo: in un
popolo, che in mezzo alle sue naturali richezze appena, appena il sole conoscea fatto per
lui: in un popolo insomma, che da una cittadina mano benefica fu per la seconda volta
tratto dal nulla, e posto d’un salto al livello
di tutte le più colte nazioni del mondo; con
Il filosofo americano
112
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
Spran.
Lel.
qual energia non agiranno elleno siffatte pas.
sioni là, dove il lusso, la mollezza, e la crapula spiegano tutto il loro pomposo apparato?
E in America non v’è la vera democrazia?
Nò.
E non l’avete in altre parti trovata?
Nò; ve lo ritorno a ripetere mille volte, nò.
E sono a quest’ora convinto, che tornerò a Filadelfia senz’aver gustato il piacere, che a
viaggiare m’indusse, di ritrovare cioè la vera
democrazia sulla terra.
Siete veramente singolare; ne ciò mi sorprende, giacchè il mio corrispondente Adelfi di
Bologna me ne ha di già prevenuto.
Sono singolare per questo?
E che vi pare? Non avete trovata, e credete
di non trovare la vera democrazia? Per bacco.
Sprangher questa proposizione che non vi esca
di bocca fuori della mia casa, altrimenti..
Che? … Altrimenti che? (risentito).
Amico, non vi alterate.
Io sono tranquillo.
Voglio dire, che qui in Cosmopoli è la forma
del governo presente. Essa è accetta generalmente. Oh se vi foste trovato allorché fu stabilita!... Quali feste! che allegria! Quante benedizioni alla generosa Nazione Francese, che
che ne ha fatto il dono prezioso! Non v’ha un’
alma così sconoscente, che non le ne sappia
buon grado; ed il nome santo di democrazia
risuona in tutte le bocche, principiando da
quella dell’Exnobile, fino a quella del più vile plebeo.
Dio faccia che la vostra Cosmopoli, e la
vostra nascente Repubblica siano prescelte a
gustare pienamente questo nettare celeste; ma
io temo di dover restare nella mia stessa opinione.
Ed io, caro il mio Sprangher, sono sicuro che
voi fra pochi giorni direte ho ritrovato in Cosmopoli un popolo di veri democratici.
Ma sapete voi, caro il mio Lelio, ciò che
voglia significare il titolo di vero democratico?
Oh diavolo! Voi mi offendete.
Ditelo, via, per farmi un piacere.
Ma questa, perdonatemi, questa è una dimanda da farsi appena appena al più zotico
Il filosofo americano
113
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
della piazza.
Spran. Illuminatemi, vi priego,
Lel. Eh che voi mi burlate.
Spran. (Ho capito: non lo sa.) Ebbene?
Lel. Lasciamo di grazia, lasciamo le celie.
Spran. Io non celio altrimenti. Anzi parlandovi
Con tutta la mia ingenuità filosofica, vi dico che sono quasi tentato a credere, che voi nol
Sappiate… ma, lungi un tal dubbio. Converrete voi meco, che buon democratico voglia
dire buon cittadino? Non è così?
Lel. Certamente.
Spran. Già voi sapete, che il termine di buon cittadino
ha un vasto significato.
Lel.
Certamente.
Spran. Io però lo restringo a poche parole, e dico
che buon cittadino è quegli soltanto, il quale
è pienamente convinto, che il proprio interesse
non è mai disgiunto da quello della patria, e
che nel bivio di dover sacrificare o il proprio
bene, o quello della patria medesima, piuttosto quello, che questo sacrifica. Ditemi ad esso, ve ne sono di questa natura in Cosmopoli?
Voi da buon galantuomo vi sentite fatto per
essere tale?
Lel. E perché no? Mi fate un gran torto a dubitarne
Spran. Sospendete, di grazia, sospendete anche un
poco i vostri rimproveri… Ma pria di ogn’altra cosa, e prima che mi esca di mente, voglio
darvi una nuova assai interessante; nuova,
che mi dette jeri sera, mentre insiem cenavamo a Civita Castellana, uno de’ primi Commissarj Francesi, il quale è di ritorno a Parigi.
Lel. Udiamola.
Spran. Mi diss’egli adunque, che tutti i Banchieri,
fra i quali voi siete uno de’ primi, saranno
coattati a fare una vistosa imprestanza alla patria, e…
Lel. Oltre alle contribuzioni, che abbiam già pa
gate?
Spran. Già s’intende.
Lel. Ed a quale oggetto?
Spran. Per alleviare l’indigente Repubblica.
Lel. Pazienza.
Spran. Anzi da voi esige la Repubblica stessa qualche cosa di più.
Lel. Cioè?
Il filosofo americano
114
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Spran. Vi toglierà il vostro Complimentario, per
metterlo alla testa delle finanze, essendo bastantemente nota la sua abilità.
Lel. Pazienza.
Spran. Questo complimentario, che si chiama…
Lel. Ugelli.
Spran. Appunto, appunto. Ha già dato un progetto di abolire tutti quanti i Banchieri.
Lel. Il mio Complimentario?
Spran. Si: ed il suo progetto è stato ben ricevuto,
e sarà ben tosto eseguito.
Lel.
Dopo l’imprestanza?... Ma perché abolire
I Banchieri?
Spran. Perché dannosi allo Stato.
Lel. Mi meraviglio. Il commercio…
Spran. E perché appunto il commercio non ne risenta alcun danno, anzi resti appoggiato ad
una sicurezza maggiore, s’instituirà un banco
nazionale, che…
Lel. Questo sarebbe lo stesso che mettere in terra
tante onorate famiglie.
Spran. La Repubblica pensa più al bene di tutti,
che a quello di pochi privati; e siccome si è per
esperienza veduto, che i Banchieri tutti in poco tempo arricchiscono; così vuolsi piuttosto
impinguare il pubblico Erario, onde…
Lele. Primieramente non è vero che…
Spran. Scusate. Vedete voi chiaro, ch essendo ricca la madre, i figli non possono stare che bene.
Lel. Primieramente, torno a ripetervi, non è vero, che i Banchieri tutti son ricchi, ed i spessi fallimenti lo provano.
Spran. Quì, poi, vi rispondo, che rari son color
che falliscono per cagion di disgrazia, molti
bensì per cagione del lusso, e delle dissolutezze, a cui si abbandonano; ma io non voglio
altercar su ciò. Dico bensì, che cotesto vostro Complimentario dee avere un grand’ingegno.
Lel. Perché tira a ruinare i suoi simili, e specialmente chi gli ha dato il pane finora?
Spran. Egli bada all’universale vantaggio, ed è
perciò buon cittadino.
Lel. Che vantaggio? Che buon cittadino? per bacco! Son uomini nati a posta per fare del male.
Spran. A me sembra tutto all’opposto.
Lel. Vorrei vedervi un poco nelli miei piedi… Io
Il filosofo americano
115
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
fremo di rabbia… un birbante… un’ingrato. .. dopo che ha avuto l’essere dalla mia
casa… machinare un sistema da ruinarla
affatto… Vado adesso a cacciarlo al diavolo
pria che da sé se ne vada… (in atto di partire.)
Spran. Fermatevi…
Lel. Or or ci vedremo. (come sopra).
Spran. Signor Lelio fermatevi. È falso tutto ciò
che del Signor Ugelli vi ho detto; ma è vero
però, che voi non siete un buon democratico.
Vado nella mia camera. (entra).
S C E N A II
Lelio solo
Diavolo! Con qual arte costui mi ha sorpreso
Non importa: saprò rimettermi in sella.
S C E N A III
Gio.
Lel.
Gio.
Lel.
Un giovane del banco, e detto.
Cittadino, siete aspettato al banco.
Chi mi vuole?
Il Cittadino Samuele.
Vado subito. Buon amico: buon cittadino è
costui (entra).
S C E N A IV
Il giovane solo.
Buon amico, buon cittadino, è cotesto Giudeo,
perché recluta monete d’oro, e d’argento; altrimenti non sarebbe né l’uno, né l’altro (entra)
SCENA
V
Strada con bottega di Caffè da un lato.
Il filosofo americano
116
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Astolfo e Beltrame
Come và Cittadino Beltrame?
Sènza quatrini; ma ciò non ostante và bene.
Felice te: sempre di un umore, sempre contento.
Amico, in questo mondo è solamente contento quegli che si sa contentare. Io questa filosofia l’ho adottata fin da gran tempo, e perciò
mi vedi sempre allegro.
Ma come ciò si può fare?
Tu mi dirai, che bisogna aver sortito un anima fatta così: ma io ti rispondo, che il più
delle volte bisogna formarsela da se stesso, e
principiare molto per tempo e prima che le
umane vicende faccino impressione sopra de’
nostri cuori. Ma che? Pretenderesti adesso
che io ti facessi una scuola di filosofia? Dimmi
un poco, come và innanzi il tuo matrimonio?
Faresti assai meglio a non toccar questo tasto
Mutiamo subito tuono. Vincesti jeri sera?
Ho perduto secondo il solito.
E non potrò dirti che sei fortunato in amore?
Se tu ripeti la mia fortuna dall’amore, che
ha per me Carolina, ti dirò che hai ragione.
E che ti pare?
Si, non lo niego, Carolina mi ama moltissimo, ed io altrettanto amo lei; ma questo nostro fortissimo amore per l’appunto forma il
continuo nostro rammarico, la nostra disperazione.
Disperazione poi nò. Sai tu che disperazione
vuol dir cosa, che non ammette rimedio; e tu
puoi sposare la tua bella domani, oggi ancora
se il vuoi ad onta di tutti i rimbrottoli del fumoso tuo parentato. Ma che? Non vogliono
persuadersene ancora cotesti tuoi consanguinei celesti che siam tutti eguali? Eppure l’exMarchese tuo padre passa per uno de’ primi democratici della nostra Repubblica.
Tal’egli è veramente; e come tale è stato decorato di una delle prime cariche; ma sull’articolo del mio matrimonio…
Ho capito: sull’articolo del tuo matrimonio
se gli esalta tutta la quinta essenza del’aristocrazia, ch’egli tiene racchiusa in un picciolo
angoletto del cuore. Eh caro il mio Astolfo,
Il filosofo americano
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
siamo uomini, e difficilmente da noi si rinunzia alle innate passioni. Che pensi dunque
di fare?
Per verità non lo soò nemmen io…
Dunque a rivederci. (in atto di partire)
Senti…
Addio, addio (come sopra).
Beltrame ascolta.
Io voglio esserti amico, e sai tu se tal sono;
ma giacchè ho l’unica fortuna in questo mondo di non essere innamorato, vorrei non essere a parte delle smanie, e dei deliri di coloro
che amano.
E ricuserai di darmi almeno consiglio?
O questo poi nò.
Dunque, che deggio io fare?
Ami veramente Carolina?
Quanto l’anima mia.
Sei tu sicuro, che Carolina ti ama?
Non ne dubito.
Spo.. o spo..sa.a.sa..sposa…el..a..
la… sposala.
E mio padre?
Tuo padre ti darà ciò che di jure ti spetta; e
se egli è veramente un buon democratico si fa
rà un pregio, non che un suo dovere di accogliere cordialmente la sposa, tosto che in essa
altra macchia non trovi, che quella di una
nascita umìle, cosa che in oggi non può riconoscersi, se non con una brava lente aristocratica.
Amico, tu mi dai molto coraggio.
E per prender moglie, specialmente in questi tempi ci vuol coraggio. Da bravo dunque:
risoluzione.
Come!...
Come fanno quelli, che prendono moglie in
commedia. La mano, evviva li sposi, e cala
il sipario.
Non mi abbandonar caro amico.
Non abbandonerò certamente. Noi siamo
stati buoni amici fin da fanciulli, quando andavamo alle scuole, figuratelo adesso. Carolina è una ragazza che merita tutti i riguardi,
e se fa la scuffiara, in vece di essere un exprincipessa, è tutta colpa del fato.
Eccola… (con gran trasporto)
Il filosofo americano
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Chi?
Carolina.
È vero. Mi sembra Diana, che và a caccia.
Oh Dio! Con quest’idea non accrescete il io
foco.
Dici bene: mi sembra Carolina la scuffiara al
Canario tale, e quale.
S C E N A VI
Bel.
Car.
Bel.
Car.
Bel.
Ast.
Car.
Bel.
Car.
Ast.
Car.
Ast.
Carolina con una fanciulla, la quale porta in un
fazzoletto delle cuffie etc, e detti
Carolina, volendo trapassare il Teatro, viene dolcemente arrestata da Beltrame, che le attraversa la via
Dove? … dove così in fretta?
Lasciatemi andare.
Ah… fermatevi. C’è un piccolo arresto.
Cittadino sgombratemi il passo. (non guardando mai Astolfo)
Ben detto. Ingombralo un poco tu, che sarà
meglio. (ad Astolfo prendendolo per un braccio, ed anteponendolo a Carolina).
Adorata mia Carolina…
Di quest’espressioni sono pieni i romanzi, ed
io ne prendo quante ne voglio.
Hai capito mammalucco. La cittadinella vuol
fatti. Avete ragione.
Sono circa due anni, che ce la passiamo in
complimenti. Finora si è attraversato il gran
muraglione della sua nobiltà.
Io…
Questo gran muraglione adesso è caduto; qual
altro ostacolo a superare gli resta? Io sono
stanca delle vostre lusinghe, delle vostre promesse. Ricordatevi, che ho lasciato fuggirmi
tre altri buoni partiti per voi. Riflettete, che
vi ho amato, e vi amo quanto me stessa;
pensate che gli anni delle zitelle non corrono,
ma precipitano, e che io non voglio assolutamente appassirmi qual fiore sul gambo. Andiamo Serpina. (in atto di partire)
Fermatevi Carolina.
Il filosofo americano
119
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Bel.
Car.
Bel.
Ast.
Bel.
Car.
Bel.
Car.
Bel.
Car.
Bel.
Car.
Bel.
Car.
Bel.
Car.
Ast.
Car.
Bel.
Ast.
Via, via, siate bonina. Riduciamo l’affare
a trattato in presenza d’un testimonio: eccomi quà: discorriamola terzo terzo.
Vi par luogo…
Lo so. Non è luogo da effettuare un matrimonio; ma per concluderlo tutti i luoghi sono buoni. Dunque sommariamente. Hai tu promesso a Carolina di sposarla?
Non te l’ho detto?
Siete disposta a prenderlo?
Mi fa nausea il doverlo tante volte ripetere.
Andiamo Serpina (come sopra)
Un momento. Siete contenti di essere marto, e moglie pria di domani?
Anche voi ci volete aggiunger la vostra delle frottole?
Adesso poi dovrei inquietarmi io se sapessi, e
Se potessi farlo, per una cagion così bella.
Siete contenti sì, o nò?
Sì, sì.
Dunque lasciatene a me la cura. Che cosa c’è
Dentro a quel fazzoletto?
È una cuffia della cittadina Pettirossi.
Oh la cittadina Pettirossi ne vada superba, e
se ne tenga ben conto, perché quella cuffia
sarà l’ultima opera delle vostre mani.
Andiamo Serpina.
Ehi, ditemi, ma ditemi la bella verità: siete
Persuasa di quanto vi ho detto?
Così così.
Cara fidatevi dell’amico. Sono sicuro ch’egli
ridurrà a buon partito mio padre, giacchè non
gli manca spirito, ed attività… eccolo appunto.
Andiamo, andiamo Serpina… Vi aspetto
questa sera con qualche buona nuova in mia
casa. Addio caro Astofo. Addio, addio. (parte)
Parti tu ancora. Lasciami solo.
Ti ubbidisco volentieri. Fa pulito.
(parte
Per altra parte)
S C E N A VII
Bel.
L’Exmarchese Anselmo, e detto.
Io non ho provato mai amore, ma sono persuaso, che tutto ciò che si attraversa all’unione di
Il filosofo americano
120
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Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
due cuori veramente innamorati, debba essere
un acerbo supplizio.
Come và? Cittadino Beltrame?
Bene cittadino Anselmo, e benissimo se mi
degnate sempre della vostra cara amicizia.
Io vi amo, perché vi stimo, e voi bene lo
sapete.
Caspita se lo so; non può soffrirmi. (fra sé)
Ma lasciamo queste cerimonie del vecchio stile. Io ho molto bisogno di voi.
Eccomi pronto, parlate.
Non vorrei romperla affatto con Astolfo mio
figlio. Costui, (forse voi lo saprete) costui è
incapricciato di una certa Scuffiara, e sento
che voglia assolutamente sposarla. Vedete voi
bene che questo è impossibile.
Perché lo credete impossibile?
Per mille ragioni; ma di questa la più forte
si è, che io ho di già fissato il suo matrimonio
con la figlia unico-genita dell’ex Barone Stinfalidi.
E questa è la ragione più forte?
Che vi pare?
Dunque l’amico Astofo sposerà la Scuffiaretta.
Che conseguenza è la vostra?
Quella che probabilmente sarà.
E perché appunto non sia, spero che porrete
In opera tutta la vostra buona amicizia.
In qual modo?
Col fare, che Astolfo aderisca a questo matrimonio così vantaggioso, che io voglio questa
sera proporgli.
E credete voi, che vostro figlio si lasci guidare da me?
Io non ne dubito. So quanto egli vi ama.
Ma io credo, che egli ami più la Scuffiara.
Ne siete dunque informato anche voi?
Senza dubbio. Lo sa tutta Cosmopoli,
non ho da saperlo io, che sono suo amico?
Conoscerete voi dunque cotesta Scuffiara?
Sicuramente; e v’assicuro ch’è una bella, e
graziosa figurina, e compatisco assai il povero
Astolfo se si è lasciato incappare; ed perche vi ho detto che il cittadino Astolfo probabilissimamente sposerà la cittadina Scuffiara.
Voi dovete fargliela uscire di mente.
Il filosofo americano
121
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Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Io?
Si.
Non ne faremo niente. (canterellando).
Perché?
Per mille ragioni; ma di queste la più forte
si è che Carolina è infinitamente più bella
della figlia unico-genita dell’ex Barone Stinfalidi; onde….
Onde gliela caccerò io di capo con un bastone.
Mezzo termine veramente democratico. Mi
meraviglio bene, ma bene di voi.
Come?
Sono tempi questi da opporsi così apertamente
ad un matrimonio, che il vandalico linguaggio di tanti secoli donghigiotteschi ha chiamato in eguale? E voi democratico? E voi custode, e vindice della democrazia? La nostra
Repubblica è veramente bene appoggiata.
Questa vostra non equivoca, e luminosa riprova conferma quella opinione, che a forza
di ciarle, e di spacconate, vi siete acquistato.
Evviva il democratico Senatore, Sarete uno de’
Consoli in brieve. Io vado in questo punto
dall’Estensore del Munitore a far che riporti
questo vostro bel tratto democratico. Con
questa archibugiata credo di averlo fermato.
(fra sé e parte).
S C E N A VIII
Ans.
Ascoltate, Beltrame…. Il diavolo se lo
porta. Costui è matto abbastanza per mantenermi la parola. Io dovrò arrendermi perciò,
e lasciar correre un tal matrimonio? Oibò; la
famiglia antelmintici non dee soffrire quest’
onta. Qui niuno m’ascolta: e la democrazia
mel perdoni: la purità d’un sangue fu, e sarà
sempre l’ornamento migliore di una nazione.
Nò, non fia vero, che per mia indolenza si
abbia a dare una sporcata ad una delle prime
famiglie d’Italia. Basta, non l’ha sposata
ancora: d’uopo è raggiunger Beltrame. (parte)
Il filosofo americano
122
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
S C E N A IX
Giulietto, e Sandrino
Di dentro salutando Anselmo.
Giu.
San.
Fuori
Giu.
San.
Giu.
San.
Giu.
San.
Giu.
San.
Giu.
Sen.
Giu.
San.
Giu.
San.
Addio Cittadino.
Citojen.
Che ne dici? eh? Sandrino?
Non ci si possono proprio accomodare. Quantunque costui sia tenuto per un buon democratico, ciò non ostante a sentirsi chiamar cittadino, in vece di Signor Marchese ti saetta cogli occhi. Hanno comandato tanto tempo
loro cotesti Aristocratici: tocca adesso un po’
a noi.
Egli però intanto è Senatore, e noi che abbiamo arrischiata la nostra vita per salvare la
patria, non siamo ancor nulla.
Da tempo. Il primo Ministro mi ha detto appunto questa mattina, che i veri patriotti sono tutti segnati a lettere distinte, e che per
conseguenza saranno proveduti assai bene.
Così dovrebb’essere, anzi così dovrebb’essere
stato; Ma finora si vedono andare innanzi
certe figure, le quali meriterebbero appena
di essere tollerate nei Stati della Repubblica.
Questo ordinariamente accade in tutti i Governi; non è dunque meraviglia se accade
maggiormente nel nostro, che adesso principia.
Come ti ha ricevuto il Ministro?
Bene.
Sei stato più fortunato di me, che per la
quarta volta che mi sono a lui presentato non
ci ho potuto parlare.
Avrei scelto le ore, nelle quali è più che nelle altre impegnato.
Che ne so io: ci sono andato quando ho potuto.
Dillo meglio, quando ho voluto; perché noi
che (lode al cielo) non abbiam da far nulla
possiamo sempre.
Oh la sarebbe pur bella, che noi che siamo
I Sovrani avessimo da stare al comodo del nostro Ministro.
Tu dici bene, caro il mio Giulietto, ma in
Il filosofo americano
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Giu.
San.
Giu.
San.
Giu.
questo caso i Sovrani sono due millioni e mezzo, ed il Ministro per ciò che riguarda il suo
dipartimento è uno solo.
Tu la riprendi per lui, perché ti ha promesso
impiegarti.
Egli ha promesso impiegare i veri patriotti,
e tu hai diritto alla sua promessa egualmente
che a me.
Basta il vedremo: io però ti dico, che poco
più ci ho pazienza.
Che vorresti tu fare?
Quello che ho fatto nel passato governo. Oh
vedi che bella rivoluzione abbiamo noi fatta!
Qui si può dir veramente, che abbiamo fatta
La pappa per gli altri.
SCENA X
Sprangher, e Lelio, i quali escono da fondo del
Teatro, e vanno a sedere fuori del Caffè
senza curare i detti, che sieguono a
discorrere fra loro.
Giovane del Caffè
Lel. Ehi, bottega.
Esce un Giovane.
Lel.
Gio.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Che abbiamo di gelato?
Torrone, pan di Spagna, Cioccolata, Crema
di latte, Butirro, Limone, e Caffè.
Sprangher ordinate.
Limonata
A me una crema di latte.
Ride.
Di che ridete?
Della diversità dei nostri appetiti diametralmente opposti. Voi latte, io limone. Or se
questo accade sovente nel mondo fisico, presso a poco soggetto alle stesse mecaniche leggi,
come non dovrò più frequentemente accadere
nel mondo morale, infinitamente dell’altro
più vasto?
Non potete noi niegarmi però, che vi sono alcuni cibi, i quali piacciono generalmente. Il
pane per esempio, e questo io lo credo il simbolo della democrazia.
Bravo, bravo, bravo. Voi mi avete fatto
Il filosofo americano
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
concepire un’idea, che io non avea, e che
molto mi piace. Si, il pane è il vero simbolo
della democrazia. Notate bene però, che
questo cibo, il quale generalmente a tutti è
omogeneo, viene d’ordinario usato con gran
parsimonia, e talvolta ancora con nausea dai
Grandi, e con eccesso della plebe.
Gio. Restino serviti.
Spra. Dite, che bottega è questa?
Lel. Questo era un giorno il famoso Caffè del’Adria: ora dicesi, e con ragione, il Caffè democratico, perché qui si radunano tutti i veri
democratici.
Spra. Secondo voi?
Lel. Ci riparleremo. (prendendo i sorbetti).
San. Chi è colui con il cittadino Lelio?
Giu. È un forastiero. Egli è molto preciso nell’
abito. Accostiamoci: ascoltaremo qualche
nuova. Citojen. (salutando con gravità).
San. (Fà lo stesso). Cittadini.
Lel. Cittadini.
San. Sedie (sono portate e siedono). Abbiamo
novità cittadino?
Lel. Posso io darvene di commercio, e vi dirò che
questo è nello strato di una massima violenza,
e senza una crisi generale…
Giu. Queste sono cose, le quali a noi poco, o nulla
interessano. Hanno fissati ancora il primo Soprano, e la prima Donna dell’opera per l’autunno futuro?
Spra. (Lo guarda con gran sorpresa).
Lel. Che volete che io ne sappia.
Giu. Si dice di certo, che il saltatore terribile, il
celeberrimo Spaccanebbia, che era di già
stato apocato per il nostro Teatro siasene andato
in Portogallo; onde mancando questo soggetto,
noi staremmo male, malissimo.
San. E l’Impresario, che fa proprio venir la rabbia,
se la passa con una indolenza da stoico.
Lel. Ma se colui è andato in Portogallo, che dovrebbe egli fare?
Giu. Farlo stare a dovere.
San. Dice bene Giulietto: farlo stare a dovere, e
fare che il pubblico non resti defraudato.
Lel. In quale modo?
Spra. Col fargli fare un salto da Portogallo fino a
Cosmopoli.
Giu. Sembra che lei canzoni?
Il filosofo americano
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Spra. Trattandosi di un gran saltatore…
San. Lasciamo le burle. Perché non si ha da interessare la Repubblica a farlo quì venire legato,
occorrendo?
Lel. Non mi par che l’affare meriti poi tanto peso.
San. Non è così. Non è così.
Giu. Per voi altri Banchieri tutto ciò, che non è
maledetto interesse non è nulla; ma il pubblico, e specialmente un Pubblico Sovrano come
è il nostro esigge tutti i riguardi. Bisogna riflettere, e riflettere seriamente, che la mancanza di Spaccanebbia produce un gran vuoto, che questo gran vuoto non si può assolutamente riempire, e da ciò, vedete voi bene
che ne risulta un danno incalcolabile.
Spra. Questo si chiama speculare; questo si chiama
riflettere; questo è vero attaccamento per la
sua patria.
Giu. Non so se costui dice davvero, o mi burla.
(piano a Sandrino)
San. Lascialo dir quel che vuole.
Giu. Io certamente lo farei venir fra catene, e da
questo primo saggio, vorrei che tutto il mondo apprendesse a rispettare la nostra Repubblica.
Spra. Ah, ah (ride).
Giu. Di che cosa ridete?
Spra. Di ciò che mi dà voglia di ridere: e non dovreste voi domandarmelo.
Giu. Ecchessì, che se foss’io primo Ministro reclamerei con tutta la forza possibile le ragioni del
nostro Teatro, il quale finalmente costituisce
una gran parte della pubblica felicità.
San. E qui dice ancor bene il cittadino Giulietto
il Teatro è cosa che interessa moltissimo, ed i
buoni cittadini ci si devono prestare con tutto
l’impegno.
Lel. Un saltatore però….
Giu. Un saltatore è un membro di questo corpo,
e tanto basta.
Spra. Che belle due teste matematiche! (fra se)
Lel. Ecco il cittadino Beltrame.
San. Questi è un ciarlone; mi annoja.
Giu. E la sua aristocrazia mi provoca a sdegno.
Non mi ci vò cimentare. Andiamo a parender aria.
San. Si andiamo, Cittadini. (salutando come
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sopra)
Giu.
Cittadini. (fa lo stesso e partono)
S C E N A XI
Detti.
Spra. Chi sono coloro?
Lel. Il più alto è figlio di uno scultore, quanto abile altrettanto trascurato nel passato governo:
l’altro è figlio d’un chimico. Sono due capi
allegri, ma buoni patriotti, e veri democratici.
Spra. Questo intercalare io già me l’aspettava.
Perché sono buoni democratici?
Lel. Perché odiano a morte l’aristocrazia; perché
Sono stati due de’ capi rivoluzionarj; perché
Hanno sofferto e persecuzioni, ed impriggionamenti, ed esilj per sostenere la loro democratica opinione; e perché nella erezione di
diversi alberi della libertà si sono dati gran
moto, e non hanno risparmiata fatica.
.
Spra. Questo Beltrame è dello stesso calibro?
Lel. Oh! Molto diverso. Egli è un buon causidico, un buon galantuomo, ma è aristocratico
fino alle midolle.
Spra. Fa egli dunque male a frequentar questo luogo dove non vengono che democratici; anzi
fa male a trattenersi in Cosmopoli.
Lel. Lo dico ancor io.
S C E N A XII
Beltrame, e detti
Bel. Giovanotti, datemi la gazzetta (alli giovani del Caffè, e si pone a sedere), Come và
Signor Lelio?
Lel. Bene. (a mezza bocca). Lo sentite? (a Sprangher).
Spra. Che cosa?
Lel. Dà ancor del Signore.
Spra. Ah, ah (ride).
Bel. Non mi par di vederlo gajo secondo il suo solito… già i Banchieri sono momentanei.
Lel. Non voglio attaccarci discorso, per non cadere in sospetto di aristocrazia.
Il filosofo americano
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Bel.
Spra.
Lel.
Bel.
Spra.
Bel.
Lel.
Spra.
Bel.
Lel.
Bel.
Lel.
Bel.
Spra.
Bel.
Lel.
Bel.
Spra.
Bel.
(gli viene recata la Gazzetta). Oh. Leggiamo. Divertiamoci un poco alle spalle degli altri. (Legge, e di tanto intanto farà pantomime a suo piacimento).
Eppure la fisonomia di costui mi va molto
a genio.
Anche la sua compagnia sarebbe da desiderarsi fuori dai tempi presenti, o se pure egli
avesse altra massima.
(Fra se). Ci ho proprio piacere. Bravi. Evviva i Bresciani.
Scusate. Che hanno fatto i Bresciani?
Quello che doveva farsi in Cosmopoli. Hanno
fischiato solennemente la Farsa in titolata il
Matrimonio Democratico. Bravi: evviva.
Lo sentite? Andiamo. (s’alza per partire).
Fermatevi. In che consiste queste matrimonio democratico?
Eccolo. Un Giovane di Caffè per nome, s’io
non m’inganno, Basilio; ma ciò poco importa, era innamorato come un asino di una Exnobile Giovinetta…
Miserabile…
Miserabilissimo.
E questa era innamorata di lui.
Come una miccia: ma la birbanteria non
sta quì.
Lasciatelo dire. (a Lelio). Vi priego. (a
Beltrame).
Frequentava il Caffè di Basilio un Giovane democratico, e l’autore per farlo credere tale,
facea che ostentatamente mangiasse ogni mattina la pulenta per sua collazione, quasichè le
altre cose usitate venghino dalla democrazia
proibite. Basilio comunica al democratico la
sua intensa passione. Questi prende l’impegno di fare il matrimonio. Ad onta della vigilanza del padre si fa nascere un incontro fra
li due innamorati….
Dite che la Giovane era alloggiata di rimpetto
al Caffè in una locanda, dove siffatto incontro è facile a darsi.
Vero, verissimo anche questo: ma la birbanteria non sta nemmen qui.
Ma lasciatelo dire.
Questo incontro succede adunque in una camera della locanda. Il democratico Giovane,
Il filosofo americano
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Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
come se da più anni conoscesse quel Excontessina l’interroga, amate voi veramente Basilio? Essa risponde di si. Dell’amor di Basilio per voi ne rispondo io. Soggiunge, voltato all’una, ed al’altro vi sposereste? An.
che adesso rispondono entrambi. E bene,
senza punto indugiare entrate là dentro….
Dove? In quella camera oscura…. A far che?
A democratizzarvi… Ma come?.... Entrate, democratizzatevi, e zitti. Notaste? Democratizzarsi, e prostituirsi presso l’egregio
compositor della Farsa, sono divenuti sinonimi.
Ah! Ah!
Ascoltate: Signore, vi è ancora di peggio.
Entrano infatti, e vi si trattengono molto
tempo. Sopragiunge finalmente il vecchio
Conte, ricercando la figlia. Il buon democratico gode delle sue smanie paterne; finalmente pieno di vezzi gli dice: vostra figlia si è democratizzata; indi si accosta all’uscio della
camera misteriosa e dice queste precise parole:
Giovinotti siete in ordine? Questi escono stretti
per la mano, e dicono di essere marito e moglie; ed ecco che il matrimonio non è più né
vincolo sacro, né sociale contratto, né….
Basta, basta, non vò ascoltar d’ avantaggio,
questa è un’azione indegna, un’azione iniqua, un’azion da bordello.
Eppure quest’azione indegna, quest’azione
Iniqua, quest’azion da bordello si è veduta,
sulle nostre scene, e lo dirò con rossore, fu anche applaudita.
Ma, come! Non v’è chi presieda alle sceniche rappresentazioni?
Eh! (stringendosi nelle spalle).
Il Teatro è un oggetto assai interessante
Egli è la scuola de’ costumi: l’officina dove si
forma il buon cittadino, ed io sono persuaso
che i Cosmopolitani volendo solidamente fondare la loro Repubblica apriranno assai bene
gli occhi su quest’articolo.
Di ciò non ne dubito anch’io. Tanto più che
per ben modellarsi, non hanno essi bisogno
di ricorrere ad altre nazioni. La loro antica
Repubblica è uno specchio luminosissimo all’
universo intero, e come hanno essi ascoltato
le voci dei Bruti, ascolteranno ancora quelle
Il filosofo americano
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Spra.
Lel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Lel.
Bel.
Lel.
Bel.
Spra.
Lel.
Spran.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
dei Quinzj, e delli Catoni.
E questi è aristocratico? (piano a Lelio)
Conoscetelo bene.
Siete voi Cosmopolitano?
Nò veramente; ma siccome sono quì domiciliato compionsi ormai li venti anni, credo di
avere acquistato il diritto di cittadinanza, e
confesso il vero; tanto è l’amore che ho per
questi abitanti, per questo cielo, per queste
mura, per questi sassi medesimi, che se mi
venisse ciò contrastato morirei di dolore. Sì,
Signore sono Cosmopolitano.
Siete un bravo uomo: vi stimo.
Mi accordate voi la stima senza conoscermi?
Vi ho conosciuto.
Quando?
Quando avete parlato.
Voi siete troppo gentile.
Sono giusto.
Ditemi Signor Lelio, chi è questo Signore?....
E dagliela col Signore.
Fare, vi priego, che io non manchi al mio
dovere, parlando seco.
Egli è un Filosofo Americano: un allievo del
famoso Vasington, e chiamasi Sprangher.
Oh felice abitatore delle più pure contrade del
globo! Oh fortunato alunno di uno de’ più
grandi Filosofi de’ tempi nostri, permettetemi
che al seno io teneramente vi stringa.
Si lo gradisco.
(piano a Sprangher). Sprangher, per amor
del cielo, tutti vi guardano: vi prenderanno
per un aristocratico.
Non ci bado. Accordatemi la vostra amicizia.
La mia amicizia! E che può ridondarvene? Io
non sono un filosofo: in me vedete un seguace
infelice di Bartolo; onde…
Vi ho udito parlare, e mi basta.
Quando vi bastano le mie parole, eccomi qua
Son tutto vostro: disponete di me.
Vi sono veramente obbligato, e lo sono anche molto al nostro Lelio, per avermivi fatto
conoscere.
Il Signor Lelio è un vero galantuomo; il Signor Lelio è un ottimo amico; il Signor Lelio ha molta bontà per me; il Signor Lelio….
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Lel.
Ma per amor del cielo finitela una volta con
questo Signore. Siam tutti eguali, ed il titolo
di Signore non ha più luogo nel Dizionario
democratico. Cittadino, Cittadino, eternamente Cittadino. (il suddetto discorso, lo dirà
con un tuono, che possa essere ascoltato da
quelli che sono dentro al Caffè).
Bel. Ho capito, ho capito. Non gridate. Questo
era dunque il motivo del vostro contegno?
Scusatemi caro cittadino. Assuefatto fino all’
età; in cui mi ritrovo sempre a dire Signore,
civilmente parlando, m’esce di bocca qual
che volta ancor non volendo. A voi per altro
io lo diceva con tutto il sentimento.
Lel. Io non me ne curo. Un buon democratico
parla, ed ascolta il linguaggio fraterno. Avete mai veduto due fratelli darsi del signore, e
cacciarsi il cappello a vicenda?
Bel. È vero: dite benissimo, noi siamo adesso
tutti fratelli in ciò che risguarda gli interessi
comuni….
Lel. In tutto…
Bel. Datemi subito adunque cento delli vostri zecchini ruspi.
Lel. Per qual ragione?
Bel. Perché voi ne avete, ed io non ne ho; perché
mi bisognano; perché….
Lel. Eh tacete con queste buffonate.
Bel. Osereste niegarli ad un vostro fratelli, che per
virtù democratica ha acquistato tutto il diritto
sulli vostri interessi. Come voi siete egualmente entrato a parte della mia indigenza? Osereste contradirvi sì tosto? Mi appello all’amico.
(volgendosi a Sprangher)
Spra. Secondo la democrazia, che avete voi in testa, o che ostentate almeno di mostrare; egli
ha tutta la ragione di pretendere da voi ciò
che gli occorre, e voi non potete, né dovete niegare.
Lel. Oh sapete com’ella è. Continuate a dar del
signore, dell’illustrissimo, dell’eccellenza,
della maestà, non me ne importa niente affatto. Io mi protesto di essere buon democratico; e se per la vostra pece aristocratica, della
quale siete ancor tinto, ve ne verrà male, sarà peggio per voi.
Bel. Signor Lelio, o Cittadin Lelio, come più vi
Il filosofo americano
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piace l’essere buon democratico non consiste
nell’adozione di alcuni termini vuoti totalmente di senso. I Francesi, i quali fanno in
ciò legge si danno dei titoli rispettosi, senza
timore di alterare la democrazia, della quale
sono essi gli acerrimi promotori, ed il sostegno
medesimo. Eh facciamo ad intenderci; se il dirsi
democratico, fosse lo stesso ch’esserlo realmente,
felice la nostra repubblica! Non troverebb’ella alcun
obice al sollecito suo ingradimento. Ditemi
di grazia, perché non mi strascino appresso
una sciabla, terrore e spavento di chi mi
precede, specialmente in tempo di notte, e
che per altro sarebbe quell’appunto d’Achille
in mano di Tersite; perché non porto un cappellaccio a vascello; perché non mi faccio
crescere i baffi e la barba come un caprone;
perché non ho sempre il volto composto a fierezza, sono io aristocratico? Qual’errore
d’intelletto è mai questo? Oh quanti, e quanti sotto un esterior democratico racchiudono
un anima d’Ezelino, e di Dionisio, non ché
di Tarquinio, e di Cesare; ma questi non sono discorsi da tenersi in un luogo, dove possono facilmente alterarsi, ed essere a varj
scopi diretti. Ehi, prendete la Gazzetta (al
Giovane del Caffè). Addio Signor Sprangher.
Cittadino Lelio vi saluto (parte).
Lel. È un vero molino?
Spra. Che macina però del buon grano. (s’alza
Anch’egli e parte)
FINE ATTO PRIMO
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ATTO SECONDO
SCENA I
Car.
Camera con vari piccioli tavolini.
Carolina lavorando intorno ad una cuffia:
altre fanciulle che fanno lo stesso.
Ad una delle fanciulle. Anche qui il cappio
a tre colori; bianco, nero, e rosso, della nostra Repubblica. Ad un altra. Lo capisco anor io, ch’è un pennacchio da cappello; ma dice il proverbio, lega l’asino dove
vuol il padrone. Finalmente la Pipistrelli paga assai bene, bisogna contentarla. Il genio
militare adesso è in gran voga, e mi aspetto di
vedere un giorno o l’altro qualcuna delle no.
stre pazze uscire di casa coi baffi, e colla pippa in bocca. Ad un altra. Sì, sì, sì. Con tutte queste fettuccie bisogna fare un sol cappio,
e porlo in quel cappelletto della Exmarchesa
Melaranci. Tant’è: costei per farsi credere
democratica in grado eroico, vuol combinare
con il bianco, e rosso il nero, il torchino, ed
il verde, e sarà così democratica sul cappello;
ma non mai nel cervello. La volpe muta il pelo …. Eccola per l’appunto.
Il filosofo americano
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S C E N A II
Mar.
La Exmarchesa Melaranci, e detta
Sono passata di qui (che bel comodo è l’andare a piedi) e ho detto fra me stessa, voglio
salire un poco dalla mia Carolina, e senza
sfiatarmi a dire al Cocchiere ferma… ferma…
sono entrata nella vostra porticella, sono salita, ed ho il piacer di vedervi… Che fate ragazze?... Brave; tutte intente al lavoro….
Questo è il mio cappello…. L’ho conosciuto
subito. Ho pensato singolarmente? Tutti, tutti i colori. Voglio che tutti conoscano, che io
sono democratica Francese, Romana, e Cisalpina… dopo la mia comparsa non passeranno due giorni, che tutta Cosmopoli sarà
piena di siffatti cappelli; ma io però avrò sempre l’onore di essere stata la prima che….
non è vero? … Ditemi un poco… a proposito del cappello: c’è stato da me il cittadi.
no Anselmo mio cugino, e mi ha detto: ma
io mi protesto, che non ci ho creduto, e mi ha
detto … cos’è che volevo dire… Ah sì,
or mi sovviene; mi ha detto: sapete cugina?
Astolfo mio figlio s’è messo in testa di sposare… chi? Una certa Carolina scuffiara al
Canario… Tutte le ragazze ridono….
In fatti c’è da ridere, e ci risi ancor io….
Chi vuol sposare? Gli diss’io… Carolina la
Scuffiara, mi replicò egli…. Carolina non è
pazza, gli risposi io. Ella è la mia scuffiara,
e la conosco assai bene. Carolina ha tanta prudenza da non sacrificare tutti i suoi giorni con
quel capo sventato del vostro figlio, e di entrare in una sfera della sua totalmente diversa.
È vero; mi si potrebbe rispondere, che siamo or tutti eguali; ma io soggiungo, che la
tinca del lago non vive bene nel mare, ed è
pesce ancor essa… Dico bene, o dico
male?... Orsù, subito che avete terminato il mio cappello portatemelo…. sapete?.... Giacchè la giornata è bellissima voglio continuare a fare quattro passi….
Benedetta la libertà…. Addio Carolina
Addio cittadinelle… addio…. addio (parte)
Il filosofo americano
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
S C E N A II
Carolina, e dette
Che tu sia maledetta: avesse spusato una
volta (ad una alle ragazze, che accennerà
dirle qualche cosa). Sì: non l’avete ascoltata? Essa viene ad essere per parte di padre zia
cugina del mio Astolfo. Io ho ben capito il
suo misterioso parlare; ma con tutta la similitutine della tinca mi vedrà entrare nel suo
parentato, e più presto di quel che non
pensa.
S C E N A III
Beltrame, e dette
Bel. Avete avuto una brava visita.
Car. L’avete veduta eh?
Bel. Si: la vidi uscire dalla vostra porta.
Car. Con l’occasione che fa un poco di moto a piedi, ordinatole da un medico democratico, si
è compiaciuta venire da me: altrimenti mi
avrebbe secondo il solito mandato cinquanta
ambasciate almeno, per presentarmi ad ascoltar gli suoi ordini. Ma discorriamo di quello
che preme. Qual buona nuova mi recato del
mio matrimonio?
Bel. Buona, il diceste. Ho messo dell’acqua in
Canale, la quale farà senza meno voltare il
Molino.
Car. Ed Astolfo?
Bel. Dovrebb’esser qui a momenti; anzi io mi credea di trovarcelo.
Car.
Bel.
Car.
Bel.
Ditemi; che dice suo padre?
Potete ben figurarvelo. Per quanto egli si mascheri, non sà nascondersi a segno da mostrarsi indifferente in un tal matrimonio; ma
vi si accomoderà, vi si accomoderà.
E come?
Per virtù democratica…. Oh.. Ecco l’amico.
S C E N A IV
Il filosofo americano
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Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Car.
Bel.
Car.
Bel.
Ast.
Car.
Ast.
Astolfo, e detti
Vi saluto Carolina, Beltrame, mio padre
ti cerca con somma premura.
Ah ah… il molino principia già a muoversi.
Girerà, girerà.
Amico ajutaci se ti piace far contente due
anime.
Lasciatevi regolare. Non volete sposarvi pria
di ventiquattr’ore?
Oh cielo!... Ma come?
Per virtù democratica. Ascolta. Una maledettissima paura di esser posto sul Monitore
come antidemocratico, opponendosi a queste
nozze, produsse in tuo padre una emozione
grandissima. E me n’avvidi, e stimai ben di
lasciarlo in una tal situazione, e son persuaso ch’egli adesso di me cerca, per venir meco
a trattato. Vedrete, che io non mi’ingano. Gran Costituzione!... Gran Munitore!...
Oh libertà santa di scrivere a quanti tu aggiusti la testa!...
Andate pur tutte a casa (alle ragazze,
le quali partono.)
E non occorre, che veniate più… Avvisatele.
Avete capito? (verso la scena alle suddette). Ditemi, quale di queste ragazze vi
succederà nei vostri cuffiareschi interessi?
Per ragione di abilità, e di tempo spetterebbe
a Rosina, ch’era quella che siedeva a me
accanto: ma io procurerò di farle tutte contente; intanto però tocca a voi di far contenti
noi due.
Lasciatevi regolar da un amico.
Oh quanto, quanto ti saremo obbligati. Vostra
madre come sta de’ suoi incomodi?
Poverina, al solito: è là sul suo letto immobile come un pioppo.
Va veramente pietà!
SCENA V
Ans.
Ast.
Bel.
Anselmo, la Exmarchesa Melaranci, e detti
di dentro. Ehi di casa.
Oh diavolo! Mio padre.
Possibile?
Il filosofo americano
136
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Ast.
Car.
Ans.
Mar.
Car.
Mar.
Ans.
Mar.
Car.
Mar.
Car.
Mar.
Ans.
Mar.
Tant’è
Non vi sgomentate. Ritiratevi entrambi là in
camera di mia madre, e lasciatemi seco.
(Astolfo, e Beltrame entrano).
(come sopra). Ehi di casa: v’è nessuno?
Ma se ci deve essere.
Chi è?... Avanti.
Voi non ve l’aspettavate un'altra mia visita
cosi presto, è vero Carolina? Ho trovato il
cittadino Anselmo, e mi ha detto: dove andate cugina? Vado a far quattro passi; ed egli
ha soggiunto, dove siete stata? (Eppoi si dice, che noi donne siamo curiose) sono stata dalla scuffiara…. A proposito…
da quella appunto, che quel pazzo di vostro
figlio vorrebbe sedurre, e che io vi dissi essere una giovane molto prudente… parlate non è vero?
Verissimo.
Vi ci voglio proprio condurre (gli ho detto).
Voglio che la conosciate, e che confessiate
voi stesso se è vero quanto di essa vi dissi. Eccoci qui… Fategli intanto vedere un poco
quel mio cappello… Osservate… torchino, verde, e nero… le tre Repubbliche unite… Questa è moda significante, altro che
certe scempiaggini, le quali non concludono
niente… Eh… che ne dite? .. E per eseguir poi certe cose non ci vuol altri che Carolina… Oh vedere se una scuffiara del suo
merito… che (poi bisogna dirla com’è) ha
tutta Cosmopoli in mano… vedete,
dico se una scuffiara del suo merito vuole
andare a soggettarsi ad un pazzo, il quale
dopo due mesi la ridurrebbe a maledire il suo
matrimonio, ed il suo appartamento, e richiamar queste picciole stanze, e le cuffie.
Dico bene o dico male?
Cittadina questo vostro linguaggio….
E’ quello che userete voi stessa, lo so: vi conosco moltissimo…
Ma….
Ma se già l’ho detto a mio cugino, che voi
siete una giovane savissima, è vero? (ad Anselmo), parlate.
Verissimo.
Ciò non ostante cugino, badate a me. Caro-
Il filosofo americano
137
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Car.
Mar.
Car.
Mar.
Car.
Mar.
Ans.
Mar.
Car.
Ans.
lina mi preme assaissimo, e se quello scemo
di vostro figlio si è sbilanciato a darle parola
di sposarla, è ben dovere che questa figliuola resti in qualche modo indennizzata. Dico
bene, o dico male? (a Carolina). Datele
dunque un centinajo di doppie.
Mi meraviglio di voi: io…
Lo so, lo so che non avete di bisogno. Volete che io non sappia? Via, fate così (ad
Anselmo) e vedrete, che Carolina mia farà vedere ch’è docile, e che non vuole assolutamente turbare la pace di una intera famiglia.
Regalatele un anello di un pajo di centinaja
di zecchini, e sarà esso un perpetuo segno di
pace tra voi.
Posso alfine parlare?
Sì, figlia mia, parlate pure. Ricordatevi però che due cento zecchini non si trovano già
in mezzo alla strada. Ricordatevi, che io vi
parlo da sorella, anzi da madre, e ricordatevi
che la tinca non vive nel mare.
Dunque…
Ma voi perché tacete? Finalmente la causa è
Più vostra che mia (ad Anselmo).
Ascoltiamo ciò ch’ella sa dire.
Ella dirà…
Dirò che il parlar sempre voi è una vera soverchieria, ed il tempo delle soverchierie è
finito, ed io molto meno voglio soffrirne in
mia casa. Sì, è vero, anzi verissimo che il
cittadino Astolfo mi ama, ed è pur vero, verissimo che io amo lui. Il nostro amore, lode
al cielo, non ha niente da rimproverarci; onde spero, che quando saremo noi sposi troveremo ogni giorno nuovi motivi di amarci, e di
benedire, non che maledire come voi supponete, le nostre catene. Io sono brieve nei
miei discorsi. Ho terminato.
Ma sapete voi, che sposando mio figlio sposate un miserabile? Io non sono tanto vecchio; e non ho intenzione di morire sì presto;
onde dovendo egli vivere con il semplice
assegnamento, che può da me attendere, ve
la passerete male ambedue, e molto peggio
poi se verrà la famiglia. Aggiungete a tutto
ciò , che l’età di cinquantadue anni, in cui
mi ritrovo, e la buona mia complessione non
Il filosofo americano
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Car.
Ans.
Mar.
Car.
Mar.
Car.
Ans.
Car.
Mar.
Ans.
Mar.
Ans.
Car.
Ans.
Car.
Ans.
escludono un secondo matrimonio, da cui posso avere altra prole, ed allora?
Cittadino, queste vostre riflessioni saranno
giuste, ma per me sono superflue. Io non
amo il vostro figlio per le ricchezze: molto
meno potete voi credere, che mi seduca la
ridicola pretensione di un titolo, che più
non esiste. Amai primieramente in lui quel
che non s’intende, e piace: quest’amore divenne poscia più forte, allorchè principiai
a sviluppare le belle doti dell’anima sua,
e voi potete insuperbirvi della sua educazione.
Un tugurio, si, ve lo giuro, un tugurio, un
pezzo di pane e dell’acqua bevuta ancor sulla mano non altereranno né punto, né poco la
felicità de’ miei giorni, che ritrovare io spero
nella unione con il caro mio Astolfo.
(Costei mi seduce).
Avete letti gran romanzi figlia mia.
Non lo niego, gli ho letti, ed ho procurato
di profittarne leggendoli
Dite piuttosto, di guastarvi il cervello. Ma
come, come signora Eroina, come non sentite ribrezzo a strappare dalle braccia paterne
un unico figlio, che facea la speranza d’un illustre famiglia?
(Sorriderà a quest’ultime parole).
Lasciamo andar quell’illustre
E quell’illustreappunto impegna la signora
Exmarchesa a distruggere il mio matrimonio.
Io fremo di rabbi: le darei quasi uno schiaffo.
(piano ad Anselmo)
Tacete, tacete.
E voi parlate, ed operate ancor se bisogna.
Dunque…
Permettete ch’io prima risponda all’illustre
Exmarchesa. Sono io cosi prepotente, che
possa strappare dalle braccia paterne un figliuolo? Astolfo è forse un fanciullino da latte? Ditemi, sposando egli me, sposa forse
una vecchia, che assolutamente defraudi di
prole, e mandi all’aria le speranze della famiglia Antelmintici?
Ma io ho già compromessa la mia parola
con altra.
Dunque sposatela.
Ecchessì che lo farò.
Il filosofo americano
139
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Car.
Sarebbe in verità una gran bella cosa sposare
E padre, e figlio in un giorno medesimo.
Ans. Costei mi deride (alla Marchesa).
Mar. Fa proprio venire la rabbia.
Ans. Orsù, io veggo benissimo, che amichevolmente trattando quest’affare, nulla si ottiene. Sappiate dunque, per vostra regola, che
Astolfo partirà da Cosmopoli, prima di notte… Egli è già ben custodito, e non mi scappa più certo dalle mani… Lo manderò, se
fa d’uopo fino all’ultima Tule … non
l’avrete così né voi, né io… Si, né voi,
né io; e quel pazzo sarà la vittima.
Car. (Mi vien proprio voglia da ridere). Bel
coraggio! Far arrestare un figlio così virtuoso…
Ans. Virtuoso un figlio, che si oppone alli giusti
voleri di un padre?
Car. Povero giovane!... Vedersi fra soldati…
Mi crepa il cuore… (Questa è una vera
commedia).
Ans. Par che principj ad arrendersi (alla Marchesa).
Mar. Battete il chiodo or che principia ad entrare.
(al Marchese).
Ans. In certi casi bisogna chiudere affatto gli
orecchi alle voci della natura medesima…
Risolvete: o rinunziate alla sua mano, o vado in questo punto a farlo mettere in sedia,
e partire.
Car. (Fingendo di pensare). Ebbene… che parta:
non soffrirò mai di vederlo in braccio ad un
altra. (si getta sopra una sedia, e finge di
svenire).
Mar. Cogliete questo contrattempo: lasciatela in
una tal situazione, e vedrete che si arrenderà.
Ans. Andiamo cugina.
Mar. Si andiamo: non ci vuol pietà.
Carl. Fermate… ah barbari…
Anselmo e la Marchesa dopo un poco di pantomima partono.
Carolina corre a chiudere la porta dicendo:
Car. Ascoltate crudeli. Il diavolo se li porti. Qui
non ci si entra mai più. Venite, venite.
(Verso la camera ove sono Astolfo, e Beltrame).
Il filosofo americano
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Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
S C E N A VI
Car.
Ast.
Bel.
Car.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Bel.
Ast.
Car.
Bel.
Car.
Ast.
Bel.
Astolfo, Beltrame e detta
Se sapeste che curiosa scena…
Abbiamo ascoltato tutto.
Abbiamo veduto tutto dal buco della chiave.
Qui ci vuole una risoluzione.
Senza dubbio.
Dunque sposiamoci adesso…
Piano, piano, bel bello. Ci vuol risoluzione
è vero, ma non precipitanza. Voi vi sposerete, ma con tutte le solennità, e per mano di
tuo padre medesimo.
Amico, tu ti riprometti di troppo.
Diffidaresti di me?
Nò… ma…
Ma lasciatelo fare. Il cittadino Beltrame sa
quel che dice.
In tanto in mano di chi stai? Di tuo padre, o
di Carolina? Ti pare che sia questa la strada
di andare, com’egli dice, all’ultima Tule?
Vi lascio in ottima compagnia. Sollevate
quell’infelice donna della signora Isabella, la
quale sta molto in orgasmo.
Si, entriamo da mia madre, e mettiamola totalmente a parte della scena passata.
Tutto ciò che vi aggrada.
Addio… Ehi, non ti muovere da questa
casa fino al mio ritorno. Addio, ci rivedremo
a più prospero momento. (parte) e gli altri entrano in camera.
S C E N A VII
Strada
Sprangher, e Lelio
Spra. Questa è una città molto ricca.
Lel. Perché?
Spra. Perché io non vedo che oro. Oro su i cappelli;
oro sugli abiti; oro nelli calzoni, e perché più
ve ne sia, arrivano questi fino alli piedi. I gilè
sono tutti ricoperti di oro: da zone, e da pendagli d’oro pendon le sciable dorate, seppur
non son d’oro, e da queste pendono ancora
altri massi d’oro. D’oro sono tutte le ornate le
donne, le carrozze, i cavalli…
Il filosofo americano
141
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Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Spra.
Lel.
Che cosa avreste mai detto prima, che uscisse una certa provida legge? È ben vero però , che la maggior parte di quelli, che
portano l’oro sono addetti alla milizia, ai
quali…
Eh che la vera democrazia si contenta di un
semplice, semplicissimo distintivo, ed una
Repubblica povera in specie, deve esserne
molto sollecita, altrimenti le mancherà sempre la base onde solidamente inalzarsi.
Voi dite bene; ma circa poi le carrozze, ed i
finimenti de’ cavalli, sappiate che sono reliquie del fasto, e della voluttuosità aristocratica.
Scusatemi. Io ho ben osservato, che in alcune botteghe de’ sellari si costruiscono delle
nuove carrozze di una eleganza, e lusso straordinario; onde…
Pur troppo è ciò vero. (fra se)
Ditemi di grazia. Questo metallo, che tutto
il mondo predomina, avrebbe mai trovato in
Cosmopoli il suo avvilimento?
Che dite mai? No v’ha parte del mondo, in
cui sia egli tanto in prezzo.
In verità non capisco.
Capirete bene, quando vi pagherò la cambiale dei due mila fiorini.
Fate conto di pagarmela adesso. Tiratemi
fuori questa curiosità.
Subito. Per due mila fiorini, secondo l’intrinseco valor del fiorino, dovreste voi esiggere a
tutto più scudi mille romani, ed io a norma
del cambio presente ve ne darà quattro mila,
e quattrocento; ma in moneta immaginaria di
carta, cioè…
Ho capito, ho capito. Ditemi, questi scudi
di carta, potrò io qui spenderli?
Malissimamente, e forse ancora fra pochi
giorni non più.
Perché? Non hanno essi il loro fondo?
Lo hanno benissimo.
Dove?
Sui beni nazionali.
E questi beni non equilibransi al debito?
Lo sorpassano d’assai.
Ma se tant’è. Questa carta dovrebbe avere
il pieno suo credito.
Dovrebbe averlo, e non l’ha.
Il filosofo americano
142
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Spra. Che logica è questa! Ma perché?
Lel. Perché, non so per qual fatale destino, viene
screditata da quelli stessi, che accreditar la
dovrebbero.
Spra. Questo è un affar molto serio.
Lel. Serissimo.
Spra. Voi altri Banchieri però saprete approfittar
molto bene di una tal circostanza?
Lel. Il mondo così crede, ma il mondo s’inganna,
perché…
Spra. Noi siamo entrati non volendo, in una vasta
e limacciosa palude; usciamone tosto…
Opportunamente ecco l’amico Beltrame.
S C E N A VIII
Beltrame, e detti
Signor Sprangher vi sono schiavo… Cittadino Lelio (egli fa un inchino di moda con
caricatura).
Spra. Avete voi fatta la vostra passeggiata?
Bel. Ho fatto finora il paraninfo.
Spra. Bravo. Anche questo?
Bel. Onestamente, di tutto. Si, di tutto, quando
si tratta di essere utile alla società.
Lel. Ecchessì, che io indovino a chi l’avete voi fatto?
Bel. Suppongo, che perciò non vi piccarete d’oracolo?
Lel. Dunque il cittadino Astolfo sposerà poi la
Cuffiara?
Bel. Credo certamente di sì.
Lel. Ed il suo padre che dice?
Bel. Ed il suo padre che sente di essere più Marchese che cittadino egre fert questa cosa; ma
ciò non ostante il cittadino Astolfo suo figlio
sposerà la cittadina scuffiara, ed io c’impiego
tutta l’opera mia. Che ne dite signore? Si
tratta niente meno che d’unire due anime fatte dalla natura, per essere unite; due anime
virtuose, dalle quali può attender la patria
altrettanto virtuosi figliuoli; non dee l’uomo
onesto impergnarcisi?
Spra. Senza dubbio. E chi oserebbe mai di frapporcisi?
Bel. Una grazietta di aristocrazia.
Lel. Eppure il cittadino, ossia l’Exmarchese AnBel.
Il filosofo americano
143
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Lel.
Spra.
Bel.
Spra.
Lel.
Bel.
selmo è democratico assai.
Cioè, come voi supponete. Uno di quel popolo de’ democratici. Cittadino (a Beltrame)
io trovo in voi sempre più nuovi motivi da
stimarvi. Quanti anni ha cotesto giovine?
Circa i trenta.
E la giovine?
Su li venti.
Non può darsi età migliore, per unirsi in
matrimonio. Della loro virtù voi ne diceste
abbastanza. Continuate l’impresa.
Un padre per altro…
Un padre deve esser molto sollecito a cattivarsi l’amore d’un figlio, allorchè questi ritrovasi fuori della sua soggezione; ed in ciò molto, ma molto si manca. L’inclinazione che
è il primo agente nel nostro proposito appartiene unicamente al contraente: tutto il resto
è accessorio. Io non pretendo perciò di escludere il concorso de’ padri in così importante
negozio; nò, il matrimonio non cancella dal
cuore d’un figlio la riverenza, la subordinazione, il rispetto verso l’autor de’ suoi giorni; ma non deve poi questi ostinarsi (come
pur troppo succede) a chiudere affatto alle voci di natura le vie del suo cuore, ed aprirle a
quelle soltanto dell’etichetta, ed dell’interesse che sono fonti perenni di continue rimbrotti, di discordie, di risse, di separazione,
di scandalo ai figli; onde accade sovente, che
alcuni infelici sono condannati alla pena di
Mezenzio , che adattava i corpi morti ai viventi, o al letto di Procuste, alla di cui
misura doveva perfettamente rispondere quella di chi coricavacisi, altrimenti il tiranno , se
più lungo, facevalo da ferrea scure troncare,
e se più corto, per mezzo d’argani facealo tanto distendere, fino al punto di strappargli il capo dal busto.
Benedetta democrazia! Se non fosse che per
questo solo motivo, esser dei preferibile a
tutti gli altri governi. Evviva il nostro filosofo.
E questi è aristocratico? A Lelio. Evviva
l’amico della società.
Cittadino Beltrame venite questa sera dalla
cittadina Melaranci?
Voglio venirci appunto, per dar l’ultimo as-
Il filosofo americano
144
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
salto al cittadino Anselmo.
Lel. Fatemi dunque il piacere, di condurre con
voi l’amico Sprangher. Noi ci vedremo colà,
dopo che avrò io sbrigati alcuni miei affari.
Bel. Non potevate incaricarmi di cosa più compiacente.
Lel. Dunque a ben rivederci.
Spra. (Lelio parte ) Addio.
S C E N A IX
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Detti
Come trovate la nostra Cosmopoli?
Molto bella.
E non avete vedute, per quanto io posso supporre, che poche sue strade!
Dalla vastità, buon gusto, e simetria delle
sue fabbriche argomento del resto. Non parlo
delle sue magnificenze, né delle sue rarità,
perché di queste sono prevenuto dai libri, e
sono sicuro che superaranno esse la mia espettazione, quantunque però… basta… non
voglio dire di più.
Senza che voi di più vi spieghiate, io ben vi
comprendo.
Non so.
Non volevate voi dire, che molte di quelle
cose, che avete voi lette su i libri non le trovarete più qui?
Voi avete una gran penetrazione.
Dite piuttosto un po’ di buon senso. Tant’è;
per il destin del più debole, molte di queste
cose hanno per altre parti viaggiato, ed altre
erano già state altrove pacificamente portate
per il destin del più vile. Ciò non ostante però
vi assicuro, che tante ancora ne restano da
superar di gran lunga la vostra espettazione, come ben voi diceste.
Voglio crederlo.
Credetelo pure, senza farvi la minima violenza.
I Cosmopolitani avranno pianto nel veder
partire monumenti si belli; non è così?
Potete voi ben figurarvelo. Io fra gli altri sentii strappare il cuore dal petto.
Qualcuno per altro avrà internamente sor-
Il filosofo americano
145
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
Bel.
Spra.
riso.
De’ stranieri….
Anzi d’e veri patriotti.
Volete dire de’ sciocchi?
Anzi anzi intendo parlar di coloro, che ne
apprendevano in tutta l’estensione la perdita. In somma voglio io dir de’ filosofi.
E questi avean da ridere?
Certamente; se erano eglino veri patriotti,
e filosofi.
Vedete poi, che la mia penetrazione non è
tanto grande, quanto voi credevate. Io non
v’intendo.
Ed io procurerò di farmi capire. Udite. Uno
che sia veracemente penetrato dall’amore della patria, e che vede la miserabile condizione in cui essa è ridotta senza speranza di
poterla attualmente soccorrere, porta più oltre le sue riflessioni, onde trovare compenso
all’agitato suo spirito. Io sono dunque sicuro, che il patriotta filosofo avrà detto certamente così. Oh Cosmopoli, Cosmopoli, questa
terribile scossa che tu adesso ricevi ti richiamerà, spero io, dal profondo letargo in cui
per quattordici secoli ti giacesti ludibrio delle
straniere azioni sommersa. Tergi le sopite
pupille, e riconosciti alfine. Tu arbitra un
giorno del mondo intero, sei adesso ridotta a
soffrire quelle onte medesime, che ad altri
tu stessa facesti un tempo soffrire. Bada,
bada di non seguire il destino di Corinto, d’Atene,
di Megalopoli, di Palmira, di Memfi… tu
divenire com’esse, soggiorno di desolazione….
di miseria…. di lutto!... Ah tolga il cielo
si funesto presagio; ma perché ciò non s’avveri, padri, a voi mi rivolgo (Sempre è la patria che parla) padri, prendete per mano i
vostri teneri figli, con voi conduceteli, e ripetete loro sovente questi entusiastici sentimenti. Figli... (per cagion d’esempio)…
figli, qui furono l’Apollo, ed il Lacoonte,
de’ quali avrete voi tanto sentito, e sentirete,
parlare… là furono l’Ercole, e la Flora…
Colassù s’ammiravano la Niobe, la Venere,
e tante, e tante altre statue famose, dello
quali adesso a noi non rimangono (più per nostro rimprovero, che per nostra istruzione)
Il filosofo americano
146
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
altro che i fragili modelli; e sapete voi figli?
Perché gli originali qui non esistono più? Per
un maledetto e lungo governo, quanto precario, e vile con gli esteri, altrettanto dispotico, tirannico, e fatale con noi.
Bel. Voi siete informato assai bene delle nostre
vicende.
Spra. Ed a chi non son note? con questa spesso
replicata la lezione, che faranno i padri alli figli, e questi ai nepoti, in meno di una generazione Cosmopoli avrà degli alunni, i quali
torneranno a rendere ovunque temuto il suo
nome. Non altrimenti noi facciamo adesso
coi nostri figli in America, e guari non andrà
che l’Europa troverà nell’America una sua
potente rivale.
Bel. Voi mi avete incantato.
Spra. Non sono forse i grandi colpi di maglio, che
fanno deporre la rugine al ferro?
Bel. Così è: così è. Andiamoci avvicinando dalla
Exmarchesa Melaranci, e strada facendo vi
racconterò un aneddoto curioso risguardante
il matrimonio, di cui vi parlava, e vi farò il
carattere della Exmarchesa, e del padre del
mio amico.
Spra. Andiamo pure, vi seguo. (entrano)
SCENA X
Mar.
Fal.
Mar.
Con.
Mar.
Con.
Camera illuminata, dalla quale si passa
a quella della conversazione
L’Exmarchesa Melaranci, Falco,
ed il Conte Tulipani.
Non si vede ancora nessuno. (Guarda la
mostra). Credeva che fosse più tardi. Sono
impaziente di vedere come diavolo andrà
a finire il matrimonio di quel pazzo di mio nipote.
Il signor Conte Tulipani, (entra, poi torna)
Favorisca.
Oh! Sono io il primo!
Il primo a favorirmi, ed il primo a darmi
delle nuove.
Uh! Quali Marchesina mia! Non ve n’è al
cuna, ed è meglio così, altrimenti dovrei
darvene delle cattive.
Il filosofo americano
147
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Mar.
Con.
Mar.
Con.
Mar.
Con.
Fal.
Mar.
Con.
E dite bene mio Conte. Siamo in tempi, che
le nuovità buone non sono fatte per noi.
Questa tempesta alla fin passerà.
Così speriamo. Ma voi qual nuova mi date
delli vostri interessi?
Volete dire delle mie pensioni? Si
Appunto.
Mi si fa sperare, che mi saran confermate.
Io faccio di tutto per farmi credere buona
patriotta. Vado a piedi; mi fermo per le strade a parlar con tutti; la mia famiglia ha
ordine espresso di non darmi alcun titolo in
presenza di gente; la mia porta è aperta per
tutti, non escludo nemmeno quelli, che si
chiamavano un dì pasticcetti: in somma, io
credo di essermi acquistata l’opinione di buona democratica. Che ne dite?
Così è. Faccio ancor io lo stesso, e bisogna
farlo. Oh poveri nostri maggiori, se poteste
adesso aprir gli occhi fuori della tomba, e vedere aboliti quei titoli, che vi costarono tanti
sudori, tornereste a morir per la rabbia.
Il cittadino Giulietto e il cittadino Sandrino.
Falli passare (Falco entra). Per esempio,
questi due ragazzacci volgari una volta non
gli avrei ammessi ed ora…
E ora bisogna goderseli, e far loro buone
grazie.
S C E N A XI
Giu.
San.
Mar.
Con.
Mar.
San.
Giu.
San.
Giulietto, Sandrino, e detti
Cittadini.
Cittojen.
benvenuti cittadini
Io mi sento crepare (fra se). Vedete che figure!
Dateci delle nuove.
Si dice che tutta l’Italia sarà presto democratica, e che poi quanto prima si democratizzerà l’Egitto, e la Persia.
E si dice per cosa certa, che il famoso Spaccanebbia, quel celebre saltatore non verrà più
nel nostro teatro.
Vedete bene, che democratizzata la Persia, e
l’Egitto, l’impero Ottomano è sul confin de’
Il filosofo americano
148
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
suoi giorni.
Giù. E se Spaccanebbia non viene, l’Impresario
può fare a meno di aprire il teatro.
Con. Se non sopraggiunge qualcuno, io vado a
fuoco.
Giu. Che ne dite eh Cittadino?
Con. Dico che…basta…. non so…
Giu. Quest’affare sconcertarebbe chiunque: basta
avere un poco d’amor per la patria.
San. Oh vuol star fresco davero quel signore, che
manda il laccio in regalo.
Fal. Il Signor Marchese Antelmintici.
San. Il Signor Marchese!.. ah ah (ridono)
Mar. Bestia, che Marchese? Qui non vien più
Marchese, né Barone, né Conte. Apprenderai d’esser vivo, allorchè sarai sul punto di
morire. Venga il cittadino Antelmintici.
Fal. Chi diavolo li capisce? Ora vogliono i titoli, ed ora non gli vogliono. (entra)
Mar. Se io non fossi abbastanza cognita per vera
Democratica, questa canaglia domestica con
La sua ignorante maniera mi farebbe creder
Tutt’altra (a Giulietto ed a Sandrino) Conte
mio, che cosa vuoi fare? Con costoro bisogna
usare questo linguaggio. (al Barone) ci siamo,
ci vuol pazienza.
S C E N A XII
Ans.
Mar.
Con.
Giu.
San.
Mar.
Ans.
San.
Giu.
Ans.
San.
Giu.
Ans.
Giu.
Anselmo, e detti
Ben trovati cittadini.
Ben venuto cittadin Cugino.
Vi saluto.
( fanno il solito saluto, portando però sempre
(
(il cappello in testa.
Come và quell’affare?
Non lo ritrovo affatto, e nessuno sa darmene
contezza. Avreste voi mai veduto per sorte
mio figlio?
Io l’ho veduto questa mattina.
Ed io scommetterei di sapere dove sta.
Dove? Compiacetevi dirmelo.
Taci maledetto.
Io schiatto se non lo dico.
Via sù, volete voi dirmelo?
Al vicolo del Canario…
Il filosofo americano
149
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Mar.
Giu.
Mar.
Giu.
Mar.
San.
Giu.
Mar.
Giu.
San.
Giu.
San.
Giu.
Ans.
Giu.
Ans.
Giu.
Con.
Mar.
Fal.
Mar.
Con.
Mar.
Ans.
Con.
Ans.
Mar.
Dalla scuffiara?
Appunto, appunto.
Avreste voi perduta la scommessa.
Non credo.
Certamente. Perché non è gran tempo, che
noi siamo stati da Carolina, ed egli sicuramente non ci era.
Oh ciarla: ci ho proprio gusto.
Il mio lunario questa volta ha fallato: che
mal c’è?
Conoscete dunque ancora voi codesta Cuffiara?
Chi non conosce Carolina al Canario? Ci ho
ballato cento volte al festino. È una brava
cittadina.
E questo è verissimo. Le prime coccarde nazionali furono fatte da lei.
Dilla ancor meglio. Le coccarde francesi in
tempo della nostra paura le aveva ella sola.
È vero, si è vero. N’ebbe una cassettina
da un suo corrispondente di Lione.
A proposito di Lione. Cittadin Senatore si è
parlato niente in Senato del celebre saltator
Spaccanebbia.
Che ha fatto costui?
Ha delusa la nostra Repubblica, non attendendo l’apoca, che….
Eh che in Senato non si parla di queste fandonie.
Si si fandonie, fandonie: ci riparleremo alle sue conseguenze.
Oh che graziosa conversazione. (piano alla
Marchesa).
Ci vuol pazienza.
Il cittadino Beltrame con un forastiero.
Favoriscano. (Falco entra)
Sarà Francese?
Non sò.
Che avete Conte?
Faceva io meglio a non venire.
Pazienza. (tutto fra loro)
Pazienza.
S C E N A XIII
Beltrame, Sprangher, e detti
Il filosofo americano
150
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Bel.
Mar.
Spr.
Bel.
Mar.
Spr.
San.
Spr.
Con.
Ans.
San.
Spr.
Bel.
Spr.
Bel.
Mar.
Spr.
Mar.
Spr.
Mar.
Ans.
Mar.
Spr.
Mar.
Spr.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Cittadina, per parte del cittadin Lelio vi
presento nel signor Sprangher un letterato
Americano.
Grazie agli uni ed all’altro. Ehi (A Falco che torna). Preparate di là.
Costoro sono qui (piano a Beltrame).
La Marchesa li teme. Vi dirò tutto a suo
luogo.
Dunque voi siete d’America?
Nato in Filadelfia.
Oh. Sì… giusto. Voi che siete di quelle
parti potrete voi dirci se è vero che quanto
prima sarà democratizzato l’Egitto, e la
Persia?.
Che hanno che far queste parti con la mia
Patria?
(fra loro) che bestia!
Lo so ancor io che Filadelfia non è soggetta al Gran Turco, ma perché Roma non è
del Re di Napoli, Roma non è nell’Italia?
Ottima conseguenza.
Amico, si soffrono anche le Zanzare.
Io mi ci diverto. (come sopra). Chi sono
coloro?
Ex nobili; e quello è il padre dell’amico
di cui vi parlai.
E’ molto tempo che siete in Cosmopoli?
Sono arrivato jeri.
Poco dunque avete potuto osservare.
È vero. Ma tanto però che forse mi basta.
(queste parole fra se)
Voi altri Americani vi siete democratizzati molto tempo prima di noi.
Ne hanno essi dato all’Europa l’esempio.
E sono stati ben più fortunati ancora di
noi.
Questo non credo.
No! Perché?
Perché a voi l’acquisto della democrazia è
costato sol del denaro, ed a noi molto denaro, e moltissimo sangue.
Cittadino Beltrame sapete ov’è Astolfo?
Cittadin Senatore vi piace scherzare?
Non ischerzo.
Voi che lo tenete ben custodito per man-
Il filosofo americano
151
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
darlo all’ultima Tule domandate a me dov’ei
si ritrova?
Ans. Chi vi ha detto tai cose?
Bel. L’estensore del Munitore.
Ans. Diavolo! Marchesa… piano.
Bel. Guardatelo com’è sconcertato.
Spr. Se gli vede tutta l’aristocrazia sulle ciglia.
(fra loro).
Ans. Volevo per l’appunto parlarvi.
Bel. Sono a vostri commandi.
Giul. Sandrino io prevedo che noi questa sera
con questi Cantarani ci daremo una brava
seccata.
San. Quando è una cert’ora sai come si fa.
(Falco esce, e dice qualche cosa all’orecchio
della Marchesa).
Mar. Passiamo di là che staremo più freschi.
Farò la strada. Entrano la Marchesa, indi
Sprangher poi Anselmo, e Beltrame: vuol
poi passare il Conte ma Giulietto, e Sandrino gli troncano la strada, e volendo entrare contemporaneamente s’urtano sul volto con i loro Cappelloni.
Il Conte Diavolo acciecali.
FINE ATTO SECONDO
Il filosofo americano
152
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Anticamera
Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
Falco e Pizzico
Ecco la vostra sottocoppa, Ma che tempi eh Cittadin Pizzico?
Oh via Cittadin Falco, non possiamo lagnarci.
Non possiamo lagnarci? E che possono andare ancora peggio?
Amico bisogna esser discreto. Sono pure
cinque in sei giorni che non piove.
Se pigliate la cosa per questo verso, avete ragione; ma io intendo parlare di tempi pulitici.
Cioè?
Delle presenti peripezie. Oh chi l’avesse
detto alla Marchesa Melaranci di ridursi a
pigliare il Caffè con il latte alla bottega!
Cittadino, volete voi bene alla vostra padrona?
Non avrei tutta la ragion da volerlene;
ma io sono un galantuomo.
Ebbene consigliatela da quì in poi a prendere il solo Latte, o un bicchierin di Vin
buono con un crostino di pane se vuol
spendere giustificatamente il suo denaro, e
non prendere senz’ordine del Medico o una
purga, o un vomitatorio. Droghe non ne
vengono più: La bottega bisogna tenerla
avviata; come diavolo s’ha da fare? Il
mio Principale si lambicca il cervello per
fare la cioccolata, il Caffè, li Rosoli,
e le paste, e se andiamo di questo passo
verrà ancora la carestia delle fave, del miele, del mosto cotto, della fusaglia, dell’orzo, ed allora abbiano finito davvero di tenere aperto il negozio, ed il Cittadin Pizzico sen’andrò bello a spasso.
Il filosofo americano
153
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Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
Fal.
Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
amico avanti che finischino quei generi,
che voi mi diceste, sapete quant’acqua ha
da passare per il fiume. State pure di buon
animo. Piuttosto mi direte che la democrazia produrrà a lungo giuoco qualche danno
al vostro mestiere.
Fatemi il piacere, caro Cittadino (giacchè
nessuno ci ascolta) di dirmi un poco che
cosa è questa Democrisia.
Democrazia.
Come volete. Sono varj mesi che nella bottega non si parla d’altro: tutti l’hanno
in bocca, ed io in verità non sò che cosa
ella sia.
Ma questa figlio mio, questa è un ignoranza grandissima. Dunque voi non siete
Democratico?
Son democratico certo.
E non sapete che cos’è democrazia?
Ma se vi dico di nò. L’ho domandato a
tanti sul principio, (ora poi me ne vergogno) e chi mi ha riso in faccia; chi mi
ha dato della bestia; chi mi ha burlato dicendomi ch’è l’eguaglianza, e poi mi ha
commandato all’istante di portargli una
sedia; chi mi ha detto ch’è l’albore della Libertà; in somma io non sò che cosa
vuol dire.
E siete democratico?
Per la vita.
Ma come sapete di esserlo?
Vi dico che son democratico, e tanto basta.
(Il bello si è che non lo sò nemenio) Vi
stimo: bravo: bisogna essere buon democratico.
Oh per questo tanto mi ci faccio scannare.
Dunque la democrazia…
La democrazia è la legge, o sia la costituzione, che ordina precisamente la libertà,
e l’eguaglianza; e la libertà sapete in che
cosa consiste? In riconoscersi appunto eguali, cioè tutti figli di un padre medesimo,
e formati egualmente di carne, e di ossa.
Chi non ubidisce a questa legge non è buon
democratico.
Io l’ubbidisco ciecamente; ed in questo ca-
Il filosofo americano
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Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
Fal.
Piz.
so sono stato sempre democratico; ma…
Ma tant’è…
Volevo dire che…
Se ne dubitate…
Io non ne dubito, anzi…
Eccomi: eccomi (fingendo di esser chiamato)
Addio cittadino. (entra)
Uh… Io sono democratico; ma morirò senza sapere che cosa è democra…zia.
(entra)
S C E N A II
Strada
Spr.
Bel.
Spr.
Bel.
Spr.
Bel.
Spr.
Bel.
Sprangher, Beltrame e Lelio
Con questo Munitore avete voi messa
una gran paura al padre del vostro amico.
La sua paura è stata sì grande, che ha superata tutta la sua superbia, che non è piccola. Io bel lo sapeva che l’ambizione era
la sua predominante passione. Per l’ambizione ha rinunziato apparentemente alla sua
aristocrazia, si è fatto (dic’egli) democratico; e presso i creduli recita competentemente la sua parte.
L’udite Signor Lelio? Fra i creduli ci entrate ancor voi. In conclusione il vostro
Amico sposerà pacificamente la sua bella?
Così almeno il Cittadino Anselmo ha promesso; io così mi lusingo; e perché così
accada darete voi l’ultima mano.
Volentieri. In qual modo?
Col mezzo della vostra facondia.
Scarsa, ma la impiegarò volentieri, quando
possa ciò conciliarsi.
Facilissimamente. Ascoltate. Il Cittadino
Anselmo promise a me jeri sera in presenza di tutta la conversazione di prestare finalmente il suo assenso per il matrimonio
del figlio con Carolina. Confessò di sua bocca che la Democrazia ch’egli adesso professa non lo consiglia altrimenti. Dunque perchè non si ritiri dalla sua parola; cosa facilissima in qualunque Ex, io direi, se non
vi rincresce, che nel pranzo che voi darete
Il filosofo americano
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Spr.
Lel.
Spr.
Lel.
Spr.
Bel.
quest’oggi per l’anniversario della democratizzazione della vostra patria, direi che
vi compiaceste invitare anche Astolfo e Carolina, ed allora…
Basta così. Voi pensate assai bene.
Lasciate a me la cura del resto. Signor Lelio avete udito?
Il pranzo è ordinato per venti coperti, onde possono venire ancora degli altri.
Bisogna avvertire però che la tavola sia poi
veramente montata alla democratica.
Cioè?
Voglio dire che i Commensali
occupino quel
posto, che la loro situazione presenta, e
non si riunischino per esempio gli Ex nobili tutti in una parte, come accadeva sovente jeri sera nella conversazione della ExMarchesa. Io ho voluto dirvi ciò non per altro,
sennonché per farvi rimarcare che questi
sono contrasegni non equivoci di una sopita si, ma non estinta forza aristocratica,
e che i veri democratici sono pochi pochissimi. Dunque da bravi. Voi attendete alle vostre incombenze, e noi Signor Beltrame, se non vi spiace, andremo insiem dalli sposi.
Voi non potete fare cosa più grata. Andiamo. (partono Sprangher, e Beltrame)
S C E N A III
Lelio solo
Mi pare che Sprangher abbia ragione. Principio a capire ancor io che i veri Democratici sono assai meno di quelli che io mi credeva. (entra)
S C E N A IV
Camera
Mar.
La Ex Marchesa, ed il Conte Tulipani
Ci avrei scommessa la mia testa che quel
buon uomo di mio Cugino si sarrebbe poi
arreso alle ciarle di quel mozzorecchio di
Il filosofo americano
156
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Con.
Mar.
Con.
Beltrame.
In verità Marchesina, io lo credeva un
poco più estimatore del prezioso suo sangue. La Famiglia Antelmintici è stata
sempre senz’alcuna eccezione una delle più
cospicue della nostra Italia; e l’etimologia del suo nome lo dice abbastanza. Anelmintico vuol dire distruggitor degl’insetti.
E’ verissimo: non ci aveva io mai riflettuto. Ora però non sarà più distruggitrice, ma bensì alimentatrice d’un insetto, qual è appunto una scuffiarettaccia.
Tant’è. Che disordine incalcolabile! Li
Quarti si vanno a far friggere; il dritto alli priorati, ed alle commende và a spasso,
il rimbrotti delli congunti perenne; lo sterile pentimento inevitabile, il rammarico,
la compassione de’ miserabili Cadetti, e le
giuste loro querele… che caos!... che
caos!... Ci vuol’altro che dire la Democrazia eguaglia tutti; la legge della Republica abolisce le primogeniture, dà egual
dritto alli figli sull’asse paterno; la nobiltà resta totalmente soprressa, annientata; ma rispondo io questi figli staranno
eglino sempre confinati dentro la nostra
Repubblica? Non potranno un giorno trovarsi o per combinazione, o per genio in
quei luoghi dove la nobiltà ritrovasi ancora
nel suo pieno vigore?... Che caos!
Marchesina mia, che gran Caos… Ma
viene il marchese… Non gli arrechiamo
cordoglio.
SCENA V
Ans.
Con.
Mar.
Anselmo, e detti
Lo credereste Marchesa? Non ritrovo
ancora mio figlio. La scorsa notte nemmeno è venuto a Casa.
Oh! La sarebbe pur bella ch’egli tornato in se stesso, e conosciuto il passo falso che stava per fare, si fosse asentato da
Cosmopoli.
Sarebbe davero un azione da immortalarsi;
Il filosofo americano
157
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
ma io non lo credo da tanto.
Ans. Se ciò fosse, la mia convenienza democratica sarebbe in salvo, perché io poi finalmente ho prestato il consenso… Basta,
mi rimane ancora qualche speranza.
Con. A buon conto il contraente non ci è: e
senza di questo non si fà certo il matrimonio.
Ans. Mi facesse almeno sapere dov’ei si ritrova;
onde non fargli mancar nulla.
Cons. Mi pareva impossibile che il Marchesino
Astolfo giovane di tanto spirito, e tanto
nobilmente educato si avesse poi da insozzare con un tal matrimonio. Ombre della
Famiglia Antelmintici assistetelo Voi. Un
caso consimile accadde tanti anni sono al
Contino Mazzocchj nipote del Cardinal di
tal nome, che io ebbi l’onore di assitere in qualità di Maestro di Camera fino alla sua morte. S’incapricciò questo Giovane di una certa Lavandaretta, e...
Ans. E la sposò.
Con. Me ne rido io. Il Cardinale fece prendere da man forte la Giovane, e la fece
chiudere in una Casa di correzione finatanto che il suo Nipote diede la mano ad un’
altra.
Mar. Lo sentite per vostra vergogna che cosa
Seppe fare un Cardinale frate.
Ans. Eh Cugina mia erano allora altri tempi.
Certe cose si potevano fare, e riuscivano a meraviglia; ma ora il tutto è cangiato.
Mar. Voglio vedere che duri.
Con. Ah! Non è possibile Marchesina mia,
non è possibile… Ma noi siamo imprudenti a far questo discorso in presenza di
un Senatore (sorridendo).
Ans. Sono io il primo a dubitarne; ma la prudenza m’insegna a non navigar contro
vento.
Con. Fate benissimo.
Mar. Così giovasse anche a me, ed il Cielo sà
se ho spiegate tutte le vele. Se mi levano le pensioni io sono rovinata del tutto.
Ans. Io desidero di cuore che possiate ottenere
l’intento; ma se vogliamo dar luogo al ve-
Il filosofo americano
158
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
ro; le vostre pensioni vengono da un principio un poco sporchetto; onde…
Mar. che diavolo dite, si sà? Vengono da
un tratto di gratitudine, e di vera Amicizia.
Con. Ed io ne son testimonio.
Mar. Eppoi ho da sentir dirmela da voi questa
cosa?
Ans. Io non fo che ripetere ciò, che tutto il
mondo dice, e potete ben credere che non
lo dico per nuocervi.
Mar. E perché dunque.
Ans. Per disporvi nel caso che...
Mar. Non andate innanzi che non voglio sentirlo nemmeno per gioco.
Con. Marchesina non vi ci state a scaldare: vedrete che la cosa non va innanzi: oltre
di che poi quel che si chiama pensione è
sacra presso tutte le genti: L’avrete, l’avrete, vi seguiterà a venire, vi seguiterà a
venire. L’ora di andare a pranzo dall’Americano si va avvicinando. Potressimo principiare a disporci.
Mar. Con queste sue ridicole riflessioni mi ha
messo tanto di cattivo umore, che starei
per non venirci.
Con. Oh! Questa poi non sarebbe da vostra pari. Avete data la vostra parola, bisogna
mantenerla. I Forastieri a queste cose ci
badano molto. Caspita!
Mar. Da un principio sporchetto…
Ans. Ma non dare a questa espressione una interpretazione tanto rigorosa.
Mar. Sì: tiratemi un sasso, colpitemi in fronte, e poi ditemi ch’è stato un fiocco di
bombace.
Ans. Io voleva dire che voi, donna, nel passato governo, senza alcun rapporto di Sangue con il principato, senza aver prestato alcun segnalato servigio alla patria,
senza…
Mar. Ma sentite quanti spropositi, sentite quante bugie.
Con. Oh! Oh! Scusate Senatore Marchese, o
per meglio dire Marchese Senatore, dei
servigi prestati alla nostra Marchesina parlano tutti gli Angoli della Città.
Il filosofo americano
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Mar.
Ans.
Con.
Ans.
Mar.
Ans.
Con.
Mar.
Ans.
Con.
Mar.
Con.
Mar.
Con.
Mar.
Ans.
Con.
Ho io trovato il bravo Avvocato. Fidatevi di un parente.
Sia per non detto: e siate sicura che fuori della vostra presenza io non avrei parlato, nè parlerei certamente così. Voi sapete quanto sono impegnato per li vostri interessi.
Ma sicuramente. Via Marchesina, se
avete da fare qualche cosa, sbrigatevi, e
andiamo.
Ci ho la mia carrozza a quattro lochi,
non occorre che facciate attaccare la vostra.
(S’incamminano. La Marchesa si trattiene
sulla scena, e dirà)
Sapete che vi dico? Io già mi figuro che a questo magnifico pranzo ci sarà
ogni sorta di gente; onde non vi partite
mai ambidue dalli miei fianchi. Non voglio vedermi a tavola un sudicio accanto.
Avete capito? non mi fate inquietare.
Non dubitate.
Io già ci aveva pensato. Sarete in mezzo
a due Sbarre.
Dico la verità che mi rincresce di essermici impegnata.
Bisogna prestarsi.
Eppoi un pranzo di questi tempi.
(fra sé)
Che dite?
Dico che bisogna far tante cose, che non
avressimo mai sognato di fare.
Animo: andiamo a questo sacrificio.
Ben detto. Povera Ifigenia: Verrà poi il
giorno in cui rideremo. (come sopra)
Io direi che per non essere i primi, andassimo a fare una trottata.
Come volete.
Viva la Marchesa. Riflette savissimamente.
S C E N A VI
Strada come nella scena V. dell’Atto Primo.
Giulietto a sedere fuori dalla porta del Caffè,
e Pizzico in piedi.
Il filosofo americano
160
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Giu.
Piz.
Giu.
Piz.
Giu.
Piz.
Giu.
Piz.
Giu.
Piz.
Giu.
Piz.
Giu.
Piz.
Giu.
Piz.
Giu.
Piz.
Giu.
Piz.
Giu.
Ch’è stato? Ch’è stato cittadino?
Oh vedete che legge! Eppoi si dice che uno
Guasta i fatti suoi.
Prudenza con i militari.
Che prudenza… quando è una cert’ora…
Ma che t’ha fatto?
Per avergli detto commandi Cittadino Alfiere, è saltato sù come un gallo, mi ha dato
dell’asino, della bestia del… e poco meno che non m’ha messo le mani addosso.
Abbi pazienza, hai torto. Chiami Alfiere un
Tenente.
L’ho sempre chiamato Alfiere, e non sen’è mai
piccato.
Perché allora era Alfiere, ora è Tenente.
Da quando in qua?
Da jeri mattina.
E per un giorno s’aveva da far tanto chiasso… ma poi, la democrazia non ci fa tutti
eguali?
Sì, ma nel militare si procede con massima
opposta, altrimenti buon giorno. La subordinazione è troppo necessaria. E i militari sono ben gelosi dei loro diritti.
In somma quest’uguaglianza chi la vuole,
e chi non la vuole; a chi giova, a chi nuoce.. Se io non mi c’impazzisco è un miracolo … Ci voleva tanto a dirmelo con buona
grazia.
Hai torto anche in questo. I militari hanno
un linguaggio particolare, ed il tuono imponente è il tuono loro favorito. Sai tu quanti di essi si fanno una violenza per conservar questo tuono?
Oh… io lo capisco a modo mio.
Come?
Dico che il Signor Tenente è un aristocratico
bello e buono.
Niente di più facile.
E’ lesto. (rispondendo a qualcun che di dentro chiama).
In questo credo che Pizzico abbia veramente
ragione.
S C E N A VII
Il filosofo americano
161
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Giu.
San.
Giu.
San.
Giu.
San.
Giu.
San.
Giu.
San.
Giu.
San.
Sandrino, e detto
Credevo che ti fossi rotto il collo. Che diavolo ha fatto finora?
Ho voluto appurare, se il cittadino Pistacchi
(già sai di che mobile io parlo?) sia stato installato nel Commissariato delli Confini, ed
ho trovato ch’è vero pur troppo.
Ebbene?
Ebbene, questa è una carica che stava bene
al mio dosso. Era un pezzo che io ci faceva
l’amore, e mi era stata mezza promessa.
Ma se te l’ho detto io, che abbiamo fatta la
pappa per gli altri. In conclusione non vorrei che avessimo a stare peggio di prima.
Questo è impossibile. Non è però, che questa cosa non mi dia del disturbo. Voglio domani tornar dal Ministro, e glie ne voglio
fare un rimprovero.
Bada che la vipera non si volga al ciarlatano.
Come?
Come! mi fai proprio ridere. Se per esempio ti dicesse il Ministro, così. Cittadino parlatemi del galantuomo. Avete voi una vasta
cognizione degli affari che riguardano le
finanze? Avete voi confidenza con la penna? Tu allora che gli rispondi?
Questo discorso che ci ha che fare? Di tante centinaja che sono stati impiegati credi tu
che siasi badato all’abilità? Quanto sei sciocco. La Repubblica premia il patriottismo, e
senza di questo essa non può andare innanzi.
Che dubbio! E mi meraviglio come sia andata innanzi finora. Sarà cosa d’accostarsi a
pranzo, eh! che ne dici?
Non ci sarà la meglio. (entrano)
S C E N A VIII
Anticamera
Sprangher, e Lelio
Spra. Cotesta Carolina, oltre l’esser dotata di
un avenente figura, mi sembra una giovane
molto accorta, di spirito, e senza affettazione.
Lel. Vaglia il vero, la sua condotta è stata mai
sempre lodevole.
Il filosofo americano
162
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Spra. Chi principia ad innamorarsi di una di queste machinuccie difficilmente la scappa. Astolfo ancora mi sembra un giovane molto savio,
onde la sua risoluzione non può dirsi tutto
capriccio. Bisogna assolutamente vederli contenti, e perché lo siano pienamente fa d’uopo
che il loro matrimonio sia corredato della
benedizione paterna. Sì, questo mi piacerebbe moltissimo, e dobbiam procurare che questo succeda, poco dovrebbero essi tardare a
venire: ...Gran Beltrame!... Mi par di
sentir la sua voce… E’ desso.
S C EN A IX
Beltrame, Carolina, Astolfo, e detti
Bel. Eccoci qua, la nostra cittadinella ad onta
del suo spirito innato resta ancor titubante,
ed incerta. Signor Sprangher fatele coraggio.
Riuscirà tutto felicemente: non è così?
Spra. Tutto questo si fa perché appunto vada bene
l’affare. Restate tranquilla, noi siamo tutti
impegnati per voi, e non siam così stolidi da
compromettere la vostra pace, e molto meno
la vostra convenienza.
Car. Cittadini, mettetevi nelli miei piedi, e vedrete che io non posso essere del tutto sgombra da una certa inquietudine. Io prevedo i
rimproveri che dovrà soffrire il mio Astolfo,
e pensando che dovrà soffrirli per mia cagione…
Ast. Ma Carolina volete voi tormentarvi e tormentare ancor me fuori di tempo. Vi giuro che
tutto ciò che potrebbe accadermi d’infausto
non vale per me il possiedimento della vostra
cara persona.
Bel. Ed io vi assicuro che non ci sarà niente d’in
fausto, e che si farà tutto plenis suffragiis.
Lel. Viene qualcuno.
Spr. Compiacetevi di ritirarvi in queste due Camere divise, voi in questa (a Carolina), e
voi in quest’altra (ad Astolfo) uscirete quando
noi vel diremo.
Car. Cielo, difendi la purità dei nostri cuori (entra
e si chiude la porta)
Ast. Dipendo da vostri voleri. (fà lo stesso)
Il filosofo americano
163
Eurostudium3w ottobre – dicembre 2010
Lel.
Spr.
Lel.
Spr.
Sono Giulietto, e Sandrino.
Quelli due veri Democratici? Quelli due buoni patriotti? (con ironia)
Voi mi andate sempre mortificando.
Nò, caro Amico. Mortificarvi! Non mai.
SCENA X
Giulietto, Sandrino, e Detti
Giu.
San.
Spr.
San.
Cittojen
Cittadini
Viva.
Cittadin Lelio avete saputa la bella scelta
del Cittadin Pistacchi?
Lel. Le ho sapute tutte.
Giu. Come! Come! Ve ne sono anche altre?
Lel. Senza dubbio. Sono state conferite da quaranta e più cariche… Anzi… ho d’aver
qui la nora… Eccola.
San. Dov’è dov’è mostratela. ( Lelio gli dà la
nota)… Guarda… guarda che figure, (a
Giulietto)
Giu. Oh che carogne!... Anche questo?... Tutti aristocratici… Oh povera Repubblica!...
Oh povere nostre fatiche! Sandrino, te l’ho
detto io.
San. Il Ministro mi ha da sentire. Glie ne voglio
Fa una da vero repubblicano.
Bel. Avete verificata la democratizzazione della
Persia, e dell’Egitto? (a Sandrino, il quale
Si stringe nelle spalle in atto di disprezzo).
Lel. Avete saputo altro del saltator Spaccanebbia?
(a Giulietto, il quale farà lo stesso).
Spra. Signor Lelio. Se tali sono i veri democratici, i veri patriotti, o quelli almeno, che voi
tali credete, figuriamoci che cosa mai saranno
coloro, ne quali cade qualche dubbiezza… Ma
voi, cittadino Beltrame, non coprite nessuna
carica nella vostra Repubblica?
Bel. Nò; perché non l’ho ancor meritata, ed io
sono più ambizioso di meritare un impiego,
che di possederlo.
Spra. Sentite che diversa maniera di pensare?
a Lelio . Bravo; siete un buon democratico:
a Beltrame l’unico son per dire, che ho finora
trovato in Cosmopoli. Eppure voi qui siete in
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sospetto di aristocrazia.
Bel. Lo sò, lo sò; ma io conscio a me stesso, mi
son sempre riso, e mi rido di questa falsa opinione: comprendo ancor io, che in un governo popolare, dall’opinione del popolo dipende molte volte il destin d’un privato; ma
che posso far io? Amo più di me stesso la patria, ubbidisco ciecamente alle sue leggi, e
credo di adempire così i miei doveri. Mi appello nel resto all’infallibile tribunale del
tempo.
Spra. Ecco il buon democratico: ecco il vero cittadino; ed eccovi un bacio. Udiste! (a Sandrino, ed a Giulietto). Se nella Repubblica vi
sono certe inevitabili distinzioni, il retto governo non ne sarò prodigo giammai, né la
gente dabbene avrà mai l’ardire di ambirle.
L’onore deve essere sempre la più bella ricompensa, e l’obbrobrio il più crudel supplizio.
Lel. Viene l’Exmarchesa Melaranci con la sua compagnia.
Spra. Oh bravissimi.
S C E N A XI
L’Exmarchesa, Anselmo, il Conte, e detti
Mar. Eccoci a ricevere vostri favori.
Spra. Anzi sono io molto tenuto alla vostra gentilezza.
Con. La nostra Marchesa… la nostra cittadina,
vaglia il vero, non è molto solita di andare a
pranzo fuori di casa, onde creda pure, che le
dà un vero attestato di stima.
Spra. Tanto più cresce adunque la mia obbligazione.
Mar. non vi scostate da me. (piano al Conte, e
ad Anselmo)
Ans. Non dubitate.
Con. Staremo come due cani alli vostri fianchi.
Lel. Come diavolo finirà questa scena.
Spra. Amici: oggi è giorno consacrato all’allegria: vorrei dunque veder tutti allegri.
Bel. Ma senza dubbio. Viva la libertà, viva l’eguaglianza; viva Parigi, viva Filadelfia: viva
Cosmopoli, viva la democrazia. Perbacco! Se
ci fosse un violinaccio vorrei ballare la carmagniuola. A tavola, inter pocula scioglierò la
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Spra.
Bel.
Spra.
Ans.
Bel.
Ans.
Bel.
Ans.
Spra.
Ans.
Spra.
Ans.
Spra.
mia vena.
Anche poeta?
Poesia da tavola. Il dissi, e ve lo proverò.
Siete veramente un capo d’opera. Cittadin
Senatore, che ne dite?
Egli è invidiabile.
Perché sono invidiabile?
E me lo domandate?... Ah! sospira.
Non aveste ancor nuova del figlio?
Affatto.
Povero galantuomo: lo compatisco. Il perdere un figlio, un unico figlio, e nel più bel
fiore degli anni, esse dee un colpo assai tormentoso per il cuore d’un padre.
Potete voi ben figurarvelo.
Ma che direte voi, se io vi rendo all’istante
quest’unico vostro amatissimo figlio?
Mio figlio!
Tant’è. Attendete… Cittadino Astolfo,
venite, venite a consolare il vostro genitore: le braccia paterne sono aperte per voi.
(esce Astolfo, và fra le braccia del padre, e
si fanno tenerezze a viceda).
S C E N A XII
Astolfo e detti
Spra. Oh!... Ecco reso lieto il cuore del padre.
Ma lo sarà egualmente quello del figlio? Non
posso crederlo ancora… Faremo però, che
lo sia… Deh voi tutti, che qui siete presenti, e che sapete egualmente da qual forte
passione sia egli occupato, unitevi tutti meco a pregare il cittadino Anselmo, acciò voglia apprestargli di sua mano il rimedio, che
può renderlo perfettamente sanato.
Ans. Qual sorpresa è mai questa!
Mar. Conte!...
Con. Marchesina!...
Bel. E dubitereste voi Signor Sprangher, che il cittadino Anselmo si potesse ritirare dalla parola datami jeri sera in casa della cittadina
Melaranci?
Spra. Io non ne dubito; ma veggo la necessità
dell’effetto.
Ast. Deh caro padre; se non l’amore, vi parli,
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almeno della compassione in favore di un figlio,
che tutto sente il ramarico di vedervi per sua
colpa turbato.
Ans. Sarà poi vera questa tua espressione?
Ast. Con questo dubbio voi mi uccidete.
Mar. Scommetto che la fa.
Con. (Così pare anche a me). (piano fra loro)
Ans. Alzati.
Ast. Io di qui non mi muovo, se voi pria non
unite la mia destra a quella della mia Carolina.
Ans. Sei tu impazzito! Vuoi stare così fin ch’ella
qui giunga?
Spra. Ella è presente. Cittadina… ove siete?
SCENA ULTIMA
Carolina, e detti
Spra. Venite a compiere colla vostra presenza
un quadro delli più belli, che vanti la scuola democratica.
Bel. Cittadino Anselmo tocca a voi il farci la cornice.
Car. Padre… Sì caro padre… Deh non mi niegate il dolce nome di vostra figlia. Se non l’ho
meritato finora, io vi giuro che farò in appresso di tutto per esserne veramente degna.
Mar. vi dico, che la fa…
Con. Non ne dubito
(come sopra)
Ans. Alzatevi … alzatevi entrambi. Il Cielo vi
benedica.
Mar. L’ha fatta.
Con. E non c’è più rimedio. Poveri quarti!
(come sopra)
Car. Viva la democrazia, che mi ha unita senza
ulteriori ramarici al diletto mio Astolfo.
Ast. Viva.
Tutti. (Fuori della Marchesa, e del Conte). Viva,
viva.
Ans. Cittadino Beltrame potreste dire a quell’amico…
Bel. Non dubitate di nulla. Il Munitore riporterà per extensum questo fatto, e farà di voi
quell’elogio che meritate.
Ast. Carolina mia, di quanto siamo noi debitori
a questi due teneri amici.
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Bel.
Per me tanto, quando mi credete vero amico, avete soddisfatto ogn’impegno.
Spra. Ed io ringrazio voi d’avermi creduto capace di potervi giovare: l’uomo onesto crede
di ricevere un benefizio, allorchè abbia occasione di farlo al suo simile. Vivete dunque,
o conjugi aventurati, e vivete lungamente felici. La concordia sia sempre con voi,
ed il Cielo vi prenda sotto la particolare sua
protezione; egli vi conceda bella, e numerosa prole, qualora però scorga in voi la costanza in democraticamente educarla. Volete
voi per quanto è possibile veder nella vostra
patria dei veri democratici? Fà d’uopo che
ve gli formiate fin dall’infanzia. La maniera non è difficile, ed è breve. Basta che voi
scolpiate (notate bene questa parola) basta
che voi scolpiate nei teneri cuori de’ vostri figliuoli questa massima cioè che uomini sono tutti loro fratelli, e quelli in particolar dalla patria sono come ad essi
congiunti di sangue. Se vi riuscirà (concedetemi questa espressione) se vi riuscirà
d’innestare in essi questi sentimenti di natura, allora questi sentimenti medesimi invece di essere concentrati in oggetti particolari
si diffonderanno copiosamente su quella grande famiglia, che sarà da un solo spirito animata: il cuore spontaneamente adempirà doveri, che ciascuno avrà imposto a se medesimo, e rinunziando ad ogni personale interesse si trasmetteranno a vicenda le loro pene
per diminuirsele, ed i loro piaceri, che communicati si accrescono. Ogni genere di discordia sarà facilmente soffocato da color che
presiedono, ed ogni violenza imprigionata dal
timore di fare oltraggio alla natura. Bel
vedere i nuzziali talami inviolati, le sostanze
sicure, rispettati santamente i contratti, la
frode totalmente distrutta!... Quella tenerezza preziosa inoltre che li terrà uniti in tempo di pace risveglierassi con maggior energia in tempo di guerra, e sarà essa il terror
de’ nemici. Ecco ciò che si chiama vera Democrazia. Così mi ha insegnato Wasington;
così tutti quanti i filosofi, e prima d’ogn’
altro Platone… Ma… (con un sospiro)
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Bel. Hoc opus, hic labor est.
Spra. Favoriscano in tavola.
IL FINE
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FRA STORIA E LETTERATURA: LA CONTESTAZIONE DEL CONFORMISMO FASCISTA NELLA PIÈCE CENSURATA DI UN ARTISTA DEL REGIME. 170
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Rileggendo La scoperta della terra di Marcello Gallian nella versione integrale di Silvana Cirillo Trent’anni. (come una rievocazione, di una solenne naturalezza) Trent’anni. Venuti via piccoli da una terra, attaccati al padre e alla madre e il padre e la madre scomparsi nelle rivoluzioni… Dispersi noi di qua e di là, soffocati dal lavoro, assonnati, i paesi e gli uomini ci han cambiato fisonomia… Come eravamo? Chissà.. E la carne affatturata ci ha fatto dimenticare qualcosa che è in noi, sepolto forse per sempre… (Vecchio). Lo dicemmo, lo disse Selmo; soltanto Elisabetta potrà disseppellire e portar alla luce quello che abbiamo dentro di noi dimenticato…(Bianchino). Marcello Gallian, scrittore e drammaturgo nato a Roma nel 1902, cresciuto a Firenze in un Convento di Vallombrosiani, nonostante sia stato un fautore del fascismo della prima ora, abbia seguito a soli diciassette anni D’Annunzio a Fiume e dedicato alcune opere a Mussolini stesso (nel ’33 cura l’opuscoloMussolini nei commenti della stampa del mondo, scrive la sezione ʺStoria del fascismoʺ per il volumetto a firma Mussolini, La dottrina del fascismo, che uscirà nel ’35 e nel ’37, pubblicherà infine, per l’Istituto di cultura fascista, Letteratura vitale fascista), fu in realtà un intellettuale autonomo, un vero anarchico, un personaggio scomodo per il regime, dal quale finì sovente per essere censurato. Artista eclettico e instancabile, critico militante, autore di romanzi, racconti, poesie, testi per il teatro, che si collocano tra realismo magico e surrealismo, oltre che, dalla fine degli anni Trenta in poi, pittore di stile autenticamente espressionista (genere questo assai raro in Italia), Marcello S. Cirillo, Rileggendo La Scoperta
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Gallian fu intellettuale di fede fascista, ma dalla personalità così complessa e orgogliosamente libera che pagò di persona la sua autonomia di pensiero e linguaggio. Attivissimo tra gli anni ’20 e ’30 nel caldeggiare una sorta di politica culturale avanguardista, che sotto l’etichetta fascista, si muoveva polemicamente in direzione antiborghese ed eversiva, con il suo continuo prender di petto filisteismo borghese, fariseismo cattolico (Giovanni Papini fu uno dei bersagli), consumismo dilagante, mitizzazioni perniciose del dio denaro, Gallian disturbò molti intellettuali e politici e subì continue reprimende da parte del regime, soprattutto nei confronti delle sue opere teatrali, in cui denunciava i mali sociali italiani derivati dalla gestione di una sola classe. Sarà opportuno, perciò ‐ nell’attuale momento storico di rilettura di alcune personalità del Novecento lasciate “a margine” del mondo della cultura ufficiale, e di movimenti rivoluzionari quale il Futurismo, sul cui giudizio per decenni ha oggettivamente pesato l’ipoteca dell’ideologia fascista professata – sarà opportuno, dunque, risarcire del silenzio di questi lunghi anni un artista che, al di là della dichiarata adesione politica, assolutamente incondivisibile, nulla aveva da invidiare alla modernità e alla sperimentazione stilistica delle coeve avanguardie europee. Insomma l’artista Gallian fu una presenza vivace e attivissima nel panorama della cultura romana degli anni Venti e Trenta: abbracciò in toto la poetica novecentista bontempelliana, condivise la linea culturale e sperimentale del Teatro degli Indipendenti, si esaltò per l’arte giovane del ’900, il cinema, nella formula non realistica, come quella che Blasetti caldeggiava dalle pagine de «Lo spettacolo d’Italia». Sempre pronto a dire la sua su letteratura, teatro, cinema, o a collaborare con riviste e fogli dei più vari, si tenne continuamente in contatto con i gruppi di intellettuali più all’avanguardia, sia di destra, come i futuristi (lavorò fianco a fianco con Mario Carli e Enrico Settimelli in redazioni e battaglie culturali), sia di sinistra, come Vinicio Paladini e il gruppo degli Immaginisti. Fu proprio assieme agli Immaginisti, infatti, che Gallian condivise la feroce avversione per il filisteismo, i miti e la pochezza dello “spirito borghese” e prese gusto al genere grottesco‐onirico che quello spirito metteva in berlina. Aldilà della pallida ironia delle commedie da salotto, per parafrasare Ionesco. Il borghese ‐ scrive Gallian in Colpo alla borghesia ‐ odia lo stato e cerca di tradirlo in ogni modo, con ogni mezzo, lecito o illecito; pensa alla sua pancia, alla sua casa, ai suoi mobili, ai suoi figli, alle sue donne: il resto, le donne degli altri, i figli degli altri, la casa degli altri, i mobili degli altri gli interessano quando può aspirare a conquistarli. Farli cioè suoi, di sua proprietà. Ma borghese non è una classe, bensì uno stato d’animo, una mentalità che può coinvolgere chiunque. I più, ad orecchio, intendono per borghese S. Cirillo, Rileggendo La Scoperta
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l’impiegato con i gomiti sdruciti e la papalina, l’orologio pronto a mezzogiorno e la camomilla la sera. Son pochi quelli che sanno l’impiegato essere il primo gradino d’una lunga scala, non importa se pulita o imbrattata, che ha sulla cima un Rockefeller o un Gillette. [...] La borghesia è anche il popolo, il popolo tutto [...]. La satira antiborghese si scatenerà, in uno stile esasperatamente barocco ed espressionista, nei romanzi Tre generazioni (’36), Il monumento personale (’37), Tenebra solare, Combatteva un uomo (’39), mentre esemplari saranno pure La donna fatale e i racconti surreali di Quasi a metà della vita. E fu sempre in compagnia degli Immaginasti che lo scrittore figurò tra gli autori scelti dal giovane editore di Atlas, Armando Ghelardini, per lanciare la nuova collana d’avanguardia «Sintesi», che si inaugurò nel ʹ28 proprio con i suoi racconti de La Nascita di un figlio. Ancora con gli Immaginisti, Gallian partecipò alla splendida avventura che fu il Teatro degli Indipendenti, di Anton Giulio Bragaglia, in cui confluì, come sappiamo, il fior fiore dei giovani talenti della drammaturgia italiana più trasgressiva, votati alla ricerca, insieme al loro “mefistofelico capociurma”, di un teatro rigorosamente “antimimetico”. Indiscutibilmente d’avanguardia fu difatti la posizione che Gallian assunse nei confronti del teatro, tanto a livello teorico che operativo, al punto da fondare una Compagnia del Teatro dei Giovani, con cui mise in scena al Teatro Manzoni di Roma il suo La scoperta della terra, che viene pubblicata integralmente per la prima volta in questa sede. Attorno agli anni ’40 collaborerà a «La Capitale», «La Fiera letteraria», mentre negli anni ’50‐’60 sarà raramente ospite di «Momento sera», de «Il giornale della sera» e della rivista anticlericale e antiborghese di ex fascisti anarchici, «Il pensiero nazionale», pubblicando qualche racconto e articoli polemici. Uscirà di scena povero e senza chiasso nel 1968. Come illustrato più specificamente nella nota che segue questa presentazione, la pièce in questione, ultimata nei primi mesi del ʹ30, avrebbe dovuto uscire sulla rivista «Oggi e domani» immediatamente dopo lʹandata in scena. Una sequenza già sperimentata per sue prime opere drammaturgiche, La casa di Lazzaro (1929), Ultimi avvenimenti (1930), che invece avevano colpito favorevolmente gli intellettuali coevi per il coraggio delle scelte tematiche, per il primitivismo tutto corporale dei protagonisti, per il linguaggio immaginifico e insieme materialistico, ʺgrasso e lucidoʺ come lo definì Massimo Bontempelli. In realtà, de La scoperta della terra venne pubblicato soltanto il primo atto: lʹopera “scandalosa” subì infatti lʹintervento della censura non appena venne allestita la rappresentazione, anchʹessa scomparsa immediatamente dai palcoscenici, per la scabrosità di certi personaggi (la figura della prostituta in primis) e situazioni, S. Cirillo, Rileggendo La Scoperta
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ritenuti, in quel ventennio moralista e filisteo, un attentato al concetto tradizionale e rispettabile di famiglia. Un vero paradosso: lʹartista mussoliniano fervente messo a tacere dai mussoliniani stessi (con qualche presumibile suggestione proveniente dʹOltretevere). Certo, Gallian esprimeva una posizione scomoda nei confronti della cultura ortodossa contemporanea, pur professando sempre la sua assoluta fedeltà al regime e un cocciuto attaccamento alla rivoluzione squadrista e ʺselvaggiaʺ. Non abbastanza, di sicuro, per garantirlo dal perbenismo del potere: a chiunque sarebbe balzato agli occhi, a lungo andare, che la sua letteratura era una mina vagante che poteva colpire perfino i compagni di strada. Ma poi, in realtà e al di là delle professioni di fede e dei proclami, chi si poteva riconoscere a pieno in quel misto così inusuale di anarchismo apocalittico e furioso e di fascismo indefettibile, di utopismo sociale di marca cristiana, colorito di un primitivismo francescano, con punte di inequivocabile comunismo e sogni di un mitico stato di natura istintivo e fuori dalle regole, a cui l’artista dava ostinato la paternità fascista? Nessuno, appunto. Un poʹ come i protagonisti dei suoi primi romanzi, ʺgiovani disperatamente anarchici che cercano ai margini della società, lontano dalle abitudini borghesi, i segnali e la presenza di un’umanità incorrotta, di una natura incontaminataʺ da difendere ʺcon gesti estremi e ribelliʺ (Cesare De Michelis), anche Gallian non defletterà mai dalla sua ricerca polemica e utopica, neanche negli anni ’40, quando la linea culturale diverrà quella più permeabile, possibilista di Bottai e del suo «Primato». Perciò Gallian rimase un isolato “enfant terrible”, gran “sperperatore”, come lo apostrofò Emilio Cecchi, di energie, di linguaggio e di se stesso. Difatti la sua unicità la pagò cara allora e l’avrebbe pagata anche in seguito, allorché, nel dopoguerra, qualcuno lo avrebbe visto addirittura vendere le sigarette alla Stazione Termini. In altre parole, l’ipoteca ideologica fascista finì per prevalere a suo danno, tanto durante che dopo il Ventennio, rispetto alla sua modernissima trasgressività e sperimentazione linguistica. E dʹaccordo non gli si è mai perdonata l’ingenuità di identificare con il fascismo il vagheggiato stato di natura, primitivo, vitalistico, irregolare, anticonformista e anticonsumista, sostanzialmente puro e utopistico, che fu il cuore pulsante di tutta la sua narrativa. Ma anche di molto teatro: la pièce in questione ne è testimone inequivocabile. Tuttavia il suo amore sviscerato per una sorta di proletariato offeso e indifeso, per il vagabondo straccione, esiliato e pre‐industriale, protagonista di molti suoi romanzi (Alba senza denaro fu il più rappresentativo) e racconti onirici e che è il nodo dellʹopera teatrale ritrovata S. Cirillo, Rileggendo La Scoperta
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oggi, La scoperta della terra, insieme alla sua quasi rousseauiana riscoperta dello stato di natura, possiede una forza espressiva e una capacità di penetrazione della realtà che merita una pur consapevole rilettura. ʺIo potevo prendere nella capanna l’oro e i vestiti e le armi, non ho preso che questi fiori secchi come se mi avessero abbacinato…ʺ, dice uno dei minatori rivoltosi in fuga dalle baracche miserabili verso la terra madre, la Sicilia. ʺI fiori passano di mano in mano, sono guardati attentamente quasi fossero smeraldi, in silenzio, fino a che capitano nella mani del vecchioʺ. E il vecchio li riconosce: ʺzagareʺ. Il profumo delle zagare, il miraggio degli agrumeti in fiore sarà – e anche qui Gallian si rivela sottilmente polemico ‐ la guida simbolica per Elisabetta, che, come l’animale, ritrova a fiuto la sua casa… Non è difficile rendersi conto infatti che la messa in scena di una rivolta di minatori e baraccati di tutte le razze (!), ambientata in Transvaal e poi in una burrascosa traversata tra oceano e Mediterraneo (il terzo atto è calato in Sicilia), affidata provocatoriamente dallo scrittore alla guida di una prostituta, la passionale e generosissima Elisabetta, facesse sollevare il ciglio severo della censura fascista. Ma non basta: la pièce, ricca di simbologie e allusioni tra il tragico e il parodico, dava un colpo sonoro al colonialismo, sia pure di marca britannica (il console inglese e i suoi aguzzini son fatti muovere e parlare come in una pantomima), al pregiudizio razziale, allo schiavismo (e dei negri e della donna), ai tabù sessuali e linguistici. Il modo elementare, apparentemente ingenuo, di chiamare col loro nome crudo e tangibile, a volte crasso e pure respingente, gesti, sensazioni, desideri, fatti.., in realtà è il modo”chiaro e forte” di esprimere il suo pensiero e di comunicare. La poetica del brutto (Elisabetta è orrida, animalesca, aggressiva, laida, ma bella come una Madonna e ammaliante come una Strega; i minatori neri, sporchi, ubriaconi e disperati, ma profondi, sensibili e intuitivi) nasconde sempre un barlume di riscatto dell’umano veramente umano, forme diverse di ossimorica bellezza che richiedono una lettura non canonica della realtà, anche la più cruda. Elisabetta, tutta corpo e cuore, di volta in volta donna, amante, madre, Madonna salvifica agli occhi dei compagni, ma mai schiava di nessun uomo, ridà ai poveri emigrati il senso e il desiderio di appartenenza, la voglia di ritrovare la propria terra, inventa simbolicamente un solo grande piatto in cui sfamarsi tutti, senza distinzione di razza, tutti accomunati dalla povertà e dalla fame, indiani, gialli, italiani che fossero, e “fare casa, fare famiglia”: un’unica donna con cui fare l’amore, un unico piatto in cui mangiare, un sogno comune da perseguire, la libertà. S. Cirillo, Rileggendo La Scoperta
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Proprio la prostituta, come sappiamo, fu tra i personaggi più amati e proposti dagli espressionisti (da Grosz a Kokocka, a Ecschmidt…) e da Lorenzo Viani, alla cui poetica e scrittura rimanda non poco il nostro autore. Simbolo di una umanità incompresa e sfruttata, che dà più di quanto chiede, la prostituta vive fuori dalle regole e perciò è unʹemarginata, un po’ come il pagliaccio del Circo, anch’esso beniamino di decadenti e avanguardie: una figura cui restituire dignità e spiritualità, chiamata dunque a incarnare non solo la libertà sessuale ‐ e la libertà in genere ‐ quanto lʹuguaglianza profonda e non pregiudiziale e la non discriminazione sociale. Una prostituta non viene più ritratta acconciata e pitturata come il suo mestiere richiede: comparirà senza profumi, senza belletto, senza borsetta, senza gamba che dondoli, ma la natura del suo carattere dovrà risaltare così viva nella semplicità della forma, da riuscire satura di tutti i vizi, le passioni, le bassezze e le tragedie di cui sono fatti il suo cuore e il suo mestiere (Kasimir Edschmid, 1917). A lei Gallian darà un compito maggiore e una consapevolezza inediti per la donna comune dei suoi tempi. Ma non basta. Elisabetta abortisce per non fare un figlio di tutti e Gallian inventa uno spazio teatrale ampio per giustificarne il gesto. La sessualità istintiva e naturale è raccontata diffusamente nel primo atto, senza reticenze ma anche senza aggettivi o vischiosità pruriginose; l’ aborto guadagna i toni cupi della sofferenza, ma anche la perentorietà dell’ineluttabile. Se ancor oggi l’argomentare sull’aborto, di qualunque genere sia, suscita polemiche e grosse critiche “senza se e senza ma” da parte dei benpensanti, figuriamoci allora, quando la donna era vista solo come fattrice e i figli erano considerati doni alla patria! ELISABETTA. ‐ Un mostro doveva nascere, è vero? Un mostro, di cento colori, fatto per il mio dolore e la mia vergogna un poco cinese, un poco negro, un poco indiano, senza terra, senza nessuno, inconsapevole anche di sua madre? È vero? Uno schiavo, no? Uno schiavo da frustate. Attaccato alle macchine dalla mattina alla sera, avido dell’oro, senza Dio. Ecco. No, questo non ho voluto… SELMO. – Lui ti avrebbe salvata e ci avrebbe salvato, allora. GIALLO. – Da lui avremmo capito il tuo mistero. BRUTTO. – E che ve ne importa, alla fine? BIANCHINO. – Andiamocene e sia finita. O si spieghi. ELISABETTA. – Come mi avrebbe chiamato? Come avrebbe parlato? Quali diritti avrebbe avuto? (Pausa). Che rimanga così, come sua madre, figlio non nato… BIANCHINO. – Che dici? (Le si fa sopra). S. Cirillo, Rileggendo La Scoperta
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ELISABETTA. – Io lo vedo qualche volta e non gli so dare una fisonomia, un colore, una voce, una patria, una terra, una casa. Non nato, ecco. Non nato. Come sua madre. Tutti io ho amato, a tutti mi sono data, che non credevo a nulla e a nessuno. E così nulla ho; nell’aria, ecco che cosa doveva dire il console, nell’aria sono, quando è sporca di una stagione misteriosa residuo di piogge e di tempeste passate. Per quanto retoriche siano spesso le pagine teatrali di Gallian, cui potrebbe anche rimproverarsi una certa discontinuità stilistica, un eccesso di enfasi e insieme una elementarità di gesti e passioni, ciononostante privarsi della curiosità di prendere contatto con la sua esuberante vitalità artistica, capace di avvicinarsi al reale con sincera tensione di verità, sarebbe tutto sommato mancanza di coraggio e reticenza pruriginosa. Per non dire che si perderebbe lʹoccasione di studiare gli strali della censura del regime, scoccati stavolta contro opere d’arte come quelle di Gallian, considerate degenerate e pericolose, in qualche analogia con i canoni di ʺarte degenerata” individuati e stigmatizzati dal nazismo. Di qui appunto la decisione di restituire in questa sede al lettore il controverso inedito che segue. Che contribuisce, per un verso, a rendere ancor più precisa la nostra conoscenza dei meccanismi psicologici di adesione alla mitologia fascista da parte di intellettuali e esponenti delle avanguardie artistiche del Novecento e, per lʹaltro, dellʹesercizio del potere ideologico‐
culturale da parte del regime. Un grazie conclusivo a Giampiero Gallian per aver gentilmente concesso lʹautorizzazione a riprodurre lʹopera teatrale di suo padre, rendendone partecipi i nostri lettori. S. Cirillo, Rileggendo La Scoperta
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Una nota al testo a cura di Achille Castaldo* ʺLa cultura è nel fango e nell’insuccessoʺ. Così si esprimeva Marcello Gallian in un articolo pubblicato sulla rivista «Oggi e domani» pochi giorni prima della messa in scena del suo ultimo e più ardito dramma, La scoperta della terra. Di certo vi era già un chiaro sentore di quella che sarebbe stata l’accoglienza della sua opera, degli asti degli scandali e delle maldicenze che essa avrebbe provocato: un clima di sorda ostilità, che del resto infuriava da tempo contro il Teatro dei Giovani, progetto di punta dell’avanguardia romana agli inizi degli anni Trenta, di cui Gallian era stato tra i più accesi promotori. Fu proprio la Compagnia del Teatro dei Giovani, con interpreti principali Carlo Tamberlani e Gemma Bolognesi, a portare in scena La scoperta della terra, alle ore 21 del 27 giugno 1930, presso il Teatro Manzoni di Roma, scatenando immediatamente l’ondata di livorose stroncature già presentite dall’autore, che proprio negli anni Trenta comincerà ad entrare sempre più insistentemente nel mirino della censura. Censura che non a caso, di lì a breve, seppellirà nell’oblio anche quest’importante espressione di rivolta e impossibile redenzione: il primo atto della pièce viene pubblicato nei giorni seguenti alla prima, il 30 giugno per la precisione, sempre sulla rivista «Oggi e domani», che annuncia per i successivi numeri la pubblicazione completa del dramma. L’annuncio non avrà seguito, e la seconda e la terza parte non saranno mai più edite, né qui, né altrove. È dunque questa la prima volta che La scoperta della terra viene recuperata e pubblicata nella sua interezza, grazie al contributo del Centro Manoscritti dell’Università di Pavia, che ha conservato i dattiloscritti originali del secondo e del terzo atto, e della Biblioteca Nazionale di Firenze che ci ha dato copia della rivista «Oggi e domani»». Le carte relative al primo atto sono andate perdute, per cui ci si è attenuti alla versione pubblicata appunto su «Oggi e domani», così come essa andò in stampa, accompagnata dall’introduzione di un giornalista prefatore con pseudonimo “Il parrucchiere”. *Editor del testo, dottorando presso il Dipartimento di studi greco‐latini, italiani e scenico‐musicali, Sapienza Università di Roma. A. Castaldo, Una nota al testo
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Bibliografia essenziale I segreti di Umberto Nobile, Pinciana, Roma 1928. Vita di sconosciuto, Tiber, Roma 1929. La donna fatale, Corbaccio, Milano 1929. Nascita di un figlio, in «A e Z», anno II, n. 9, 10 gennaio 1929, p. 3 (ristampato in Nascita di un figlio e altri scritti, Editori del Grifo, Montepulciano 1990). La casa di Lazzaro, in «900», IV, n. 2, 21 febbraio 1929 – n. 4, 21 aprile 1929 (ristampato in Teatro: La casa di Lazzaro ‐ Museo da camera, L’Angioliere, Roma, 1956). La scoperta della terra, il I atto in «Oggi e domani», n. 11, 30 giugno 1930. Pugilatore di paese, Carabba, Lanciano 1931. Una vecchia perduta, Le Edizioni d’Italia, Roma 1933. Colpo alla borghesia, in «Quaderni di segnalazione», I, n. 1, luglio 1933. Comando di Tappa, Cabala, Roma 1934. Tempo di pace, Circoli, Roma 1934. Il soldato postumo, Bompiani, Milano 1935 (poi Marsilio, Venezia 1988). Bassofondo, Panorama, Milano 1935. Tre generazioni, Panorama, Milano 1936. Racconti per la gente, Le Fonti, Cassino 1936. Quasi a metà della vita, Vallecchi, Firenze 1937. Dopoguerra, Le Fonti, Cassino 1937. Il monumento personale, Edizioni d’arte e di critica, Roma 1937. A. Castaldo, Una nota al testo
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Racconti fascisti, Panorama, Milano 1937. Combatteva un uomo, Vallecchi, Firenze 1939. Tenebra solare, Editrice Jonica, Catania 1939. Primo diario, Scrittori Contemporanei, Roma 1940. Gente di squadra, Vallecchi, Firenze 1941. Alba senza denaro, Azione Letteraria Italiana, Roma 1943. ‐‐‐ Napolitano G. G., Ultima avventura di Marcello Gallian, in «I lupi», n. 3, 29 febbraio 1928, p. 3. Bontempelli M., Introduzione a Gallian M., Nascita di un figlio, Roma, Atlas 1929. Ungaretti G., Prefazione a Gallian M., Tempo di pace, Circoli, Roma 1934. Bilenchi R., Comando di tappa, in «Roma fascista», n. 28, 22 luglio 1934, p. 3. Bilenchi R., Il soldato postumo, in «Il Popolo d’Italia», 20 agosto 1935. Pratolini V., Come esempio, in «Il Bargello», 28 febbraio 1937. Bontempelli M., L’avventura novecentista, Vallecchi, Firenze 1938. Falqui E., Novecento letterario italiano, Vallecchi, Firenze 1969–1971. Jacobbi R., Letteratura italiana. Novecento. I Contemporanei, Marzorati, Milano 1979. Buchignani P., Primitivismo e antiborghesismo nella narrativa di Marcello Gallian, in «Trimestre», n. 3‐4, luglio–dicembre 1979, pp. 311–346. Carpi U., Bolscevico Immaginista. Comunismo e avanguardie artistiche nell’Italia degli anni Venti, Liguori, Napoli 1981. A. Castaldo, Una nota al testo
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Buchignani P., Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico, Bonacci Editore, Roma 1984. Salaris C., Gallian e «900», in «Alfabeta» n. 90, 1986, p. 19. Franchi P. L., Marcello Gallian, in «Studi novecenteschi», XVI, n. 34, dicembre 1989, pp. 207–264. D’Alessio Carlo, Marcello Gallian: un espressionista in nero, in «Critica letteraria», n. 2, 1994, pp. 337–390. Cirillo S., M. Gallian, in Fantastici, surrealisti e realisti magici, in Storia generale della letteratura italiana, Federico Motta Editore, Roma 1999. Stagnitti B., Marcello Gallian tra le pagine di ʺ900ʺ, in «Rivista di Letteratura Italiana», n. 1‐2, 2005, pp. 423‐426. Buchignani P., La rivoluzione in camicia nera, Mondadori, Milano 2006. Cirillo S., L’espressionismo drammatico di Marcello Gallian, in Nei dintorni del surrealismo, Editori Riuniti, Roma 2006. Gigliucci R., Giovinezza, squadrismo e formazione fallimentare (Piazzesi, Gallian, Vittorini), in «Critica letteraria», n. 4, 2006, pp. 657–690. Cirillo S., L’espressionismo tragicomico di Gallian. In fondo al quartiere, in «Retididedalus, estate 2009, con tre quadri dellʹautore. http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/estate/SPAZIO_LIBERO/2_gallian.ht
m ‐‐‐ RIBELLIONE E AVANGUARDIA FRA LE DUE GUERRE I LIBRI E LE CARTE DI MARCELLO GALLIAN Mostra documentaria a cura di Nicoletta Trotta http://www‐3.unipv.it/fondomanoscritti/mostra_gallian_cat.pdf
A. Castaldo, Una nota al testo
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LA SCOPERTA DELLA TERRA
Atto I
(trascrizione da «Oggi e domani», 30 giugno 1930)
Barbe di barbari
Dei tre atti nuovi di Marcello Gallian «Scoperta della Terra», rappresentati al Manzoni dalla
Compagnia del Teatro dei Giovani ne parlerà, al prossimo numero, in sede critica, il nostro Alberto
Simeoni.
I tre atti, per volere del direttore Mario Carli, il quale non dimentica mai se fosse per un minuto, gli
scrittori giovani che non sieno degli ultimi, saranno pubblicati per intero nel nostro giornale.
In quanto a noi, non siamo qui per discutere: non ci mancherebbe altro!
Ma come di già sentiamo odor di bruciato e quel che non ci va a genio, ché da troppo sopportiamo, è
la maldicenza, la calunnia, il doppio senso, l’equivoco nei fatti di letteratura, ci piace ricordare, senza
pressar troppo, quel che soccorse, per il volere di più cretini, a «La Casa di Lazzaro» del Gallian, e
(perché no?) anche a «Gli ultmi Avvenimenti, ovvero la fine del mondo», opere, la prima e la seconda,
rappresentate con grande successo a Teatro degli Indipendenti di Roma nel 1929 e nel 1930, opere tutte e
due, che sono, se non altro (dell’altro non ci preoccupiamo) un inno voracissimo alla vita, vissuta ad ogni
costo, in onore di Dio, con ogni sacrificio, a prezzo di tutto.
Accade, da qualche tempo, un fenomeno interessante: quando, per ingenuità vigliaccheria e
incompetenza, non si sa più a quali mezzi ricorrere per buttare a mare un’opera di tetro, specialmente di
un giovane, allora alla fine, si invocano i fulmini del Cielo, e si ricorre alla Questura.
Sissignori, incredibile ma vero, alla Questura! Alla squadra mobile, insomma o alla squadra del buon
costume. E non si nominano le sopraccennate squadre, nemmeno per sogno, quando si rappresentano ad
esempio, opere come La sacra fiamma o (perché no, a parte la bellezza) Androclo e il Leone di G. B.
Shaw, stroncatura livida della cristianità e della romanità.
Altro fenomeno interessante: la censura. Noi non sindachiamo l’opera della censura, la quale è sacra e
inviolabile. Scrutare sarebbe un delitto e noi siamo gente per bene: non vorremmo macchiarci di una
colpa simile. Ma possiamo constatare un fatto, a mo’ di cronaca: si taglia, si taglia, si taglia. Con le
forbici, col coltello, con l’accetta, con la ghigliottina coi fulmini, con le saette, col lapis bleu, col lapis
rosso.
La morale è diventata bigotteria insulsa, la comprensione un’opinione, la dignità un costume.
Nell’artifizio in tre tempi di Fabrizio Sarazani « La Cattedrale di piume » per dirne una, la censura ha
tolto ipso facto di bocca ad una creatura una frase: « Mostra le gambe, Lisa, mostra le gambe ». Ohè! Che
celiate? «No. Non è vero, non è possibile. Voi ci pigliate per grulli ». Vero. Verissimo. E il caffè
concerto? E il Bal Tabarin? E le riviste che si dànno al Margherita e all’Umberto? E le operette? Altro che
tagliar gambe!! Dovrebbe rimaner sulle scene, di centomila girls, la testa bionda, proprio la testa appena,
al modo dei cherubini, quelli che hanno le ali per orecchie.
C’è sempre nella stessa opera del Sarazani una situazione dolorosa e umana: una madre che è costretta
a portare al figlio cieco e tribolato, la donna di carne. Taglia e taglia. Via la madre, la donna, il cieco e la
situazione. Via la carne. « Porcherie. Immoralità ». Ohè, che celiate? Ma di quale moralità andate
parlando e di quali porcherie, che Dio vi perdoni? Non si tratta di moralità, ma di vegetarianismo spinto,
di digiuno forzoso, di latte e uova, di eterno venerdì, di puritanesimo astemio, di ricetta del dottore.. «Via
la carne ». E tutta la carnaccia delle macellerie polverose dei romanzi d’appendice? Dei libri di pretesi
letterati? Delle novellette per servidorame e per soldati?
Fenomeni tristi, tristi davvero, pericolosi e tipici, di quelli che pregiudicano immancabilmente ogni
opera sana, di quelli che fanno più male che bene, sotto una maschera di decenza e di dignità, un ritorno
alla superficialità, all’ignoranza e alla mancanza di sensibilità.
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E il teatro francese? (Hennequin e Weber, Sacha Guitry, Gander, etc.). Prostituzione, pederastia,
lesbismo, sadismo, etc., non cadono sotto censura? Non è forse vero che la pochade, è una poca cosa nella
quale l’arte non entra, ma soltanto il commercio? E allora?
Non si tratta di moralità, ma di tristezza, di mancanza d’aria, di polvere e di assoluta miopia.
Il parrucchiere
IL PRIMO ATTO
Personaggi: Elisabetta – Selmo – Il vecchio – Il console – Bianchino, Brutto, Giallo (tre
operai) – Un cinese – Un indiano – Un negro – Don Venanzio – Don Maurizio – Donna
Concetta – La Centenaria – Un bambino – Un barbiere – Giacomino – Carmela – Gente
della tana – Il popolo del paese.
(Elisabetta è una donna di tipica razza italiana, bella e selvaggia: avrà tre fisonomie
ben distinte, che muterà di atto in atto.
La recitazione del 1° atto dovrà avere, da parte della donna, un saporaccio esotico,
frammezzato da parole straniere).
Rappresentata dalla Compagnia del Teatro dei Giovani al Teatro Manzoni di Roma,
per la prima volta, la sera del 27 giugno 1930-VIII.
(Direttore: CARLO TAMERLANI)
ATTO PRIMO
La parte sordida di Johannesburg nel Transvaal : un vicolaccio nella prossimità della
grande miniera « Village Mine »; qualche botteguccia degli indiani sbarrata, col tetto
di lamiera ondulata, un fanale sgangherato, poi una specie di stamberga di tavole, latta
e mattoni. Narghilè e samovar. Nel fondo, sotto la luna, le colline formate dalla
quarzite, bianchissime, accumulatesi per decenni, lontane, fantomatiche.
Questo atto deve essere pervaso da una musica continua; quella della miniera
terribile: urlo delle perforatrici, martelli incessanti, stridori, colpi, frastuono sino al
momento dello sciopero annunciato dall’urlo della sirena.
Ancora a sipario calato, s’ode il canto dei negri, triste e lungo, accompagnato dalla
musica della miniera; martelli, ecc. Una specie di fax satanico.
Si apre il sipario; nel vicolaccio è il Console inglese seguito da due gendarmi quasi
nudi, due satelliti.
CONSOLE. – Deve essere in questo luogo. (ai due) Appostati bene gli uomini?
UNO DEI DUE. – Fatto. (un profondo inchino).
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CONSOLE. – Una tigre; e gli operai sentono Elisabetta come miei sudditi sentono
me, console. (a uno dei due) Avanti.
UNO DEI DUE. – (si avvicina alla stamberga e chiama con uno strano gutturale). –
Oooé, oooé.
IL VECCHIO PADRE (un vecchio assonnato dal lavoro, quasi nudo, brutto per la
barba, gli occhi rossi, si presenta sul limitare di una porta che è nella stamberga). –
Che c’è?
UNO DEI DUE. – Il console Sir Edwin Haart ti vuol parlare.
VECCHIO (fa un mezzo inchino). – Salute al Console. Che vuole?
UNO DEI DUE. – Vuole che tu chiami la donna, Betta; console vuole la donna.
VECCHIO. – Aspetta tu; io vado ad avvisarla; suo padre vecchio va ad avvisarla
(sparisce nella porta cautamente).
UNO DEI DUE (al Console). – Padre avvisato, donna venuta subito.
CONSOLE (ride appena con calma). – Padre? Quale padre? Elisabetta padre? Né
padre né madre né fratelli né sorelle; Elisabetta sola, nata nessuno sa come, ecco
Elisabetta. Interessante donna.
I DUE (pieni di meraviglia). – Oh, oh, oh! Figlia diavolo nero.
CONSOLE. – Né diavolo, né nessuno. Interessante.
IL VECCHIO (dopo un vociare sommesso dietro la porta). –Va bene. Va bene.
(entra) Oooè, oooè.
UNO DEI DUE. – Donna dov’è?
VECCHIO. – Dì al console che mia figlia Elisabetta non vuol vederlo.
CONSOLE (avanzando). – Chi non vuol vedermi?
VECCHIO. – Elisabetta, mia figlia.
CONSOLE. – Io console Sir Edwin Haart voglio vedere Elisabetta. Subito. Io
padrone miniera Village Mine. Capito? A tua figlia dì subito console vuol vederla.
VECCHIO. – Mia figlia ha detto: Dì console inglese Edwin Haart che non voglio
vederlo. Capito. (si inchina).
CONSOLE (ride come prima). – Elisabetta non principessa, non moglie, non donna
neppure. Tua figlia è niente, meno che niente, proprio niente. Meno delle donne che
lavorano nella mia miniera. Capito? Neanche schiava. Capito? Niente. Neppure mobile.
Allora io voglio vederla. Subito.
VECCHIO. – Ella non vuole.
CONSOLE. – Due uomini subito a prenderla.
VECCHIO. – Io suo padre allora morire qui sulla porta.
CONSOLE. – Io chiamerò mia gente.
VECCHIO. – Io mia.
CONSOLE (crecendo). – Io manderò in prigione vecchio padre (ride) e figlia.
VECCHIO- – Io non conto nulla: io sono niente del niente Elisabetta. Ma Elisabetta
dice: In prigione sì, ma il Console no.
CONSOLE. – Io a farò fustigare a sangue dai negri. (ai due) Avanti.
VECCHIO. – No, no, no. (si mette in posa di combattimento, ma con visibile paura)
Indietro, via, via.
ELISABETTA (compare sulla porta. È una giovane donna orribile, di una orribile
bellezza; biondastra, feroce e cupa come una cagna; ha il cervello ottenebrato, gli
occhi velati; fa paura e meraviglia). – A chi dài tu le tue frustate, a chi? Ripeti a me,
Elisabetta, quel che hai detto. Yes. Tu dure frustate. Tu hai dit frustate. A chi?
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CONSOLE. – Io volevo vedere Elisabetta e portarla con me. Io console. Io ho
bisogno di te.
ELISABETTA. – Io non vengo con te. No. Perché mi vuoi?
CONSOLE. – Io dirò in mia sede.
ELISABETTA. – Tu vuoi avermi, tu vuoi baciarmi, tu vuoi mordermi per terza volta
e poi frustarmi, in terra, (con terrore) No, la frusta nain. Basta con la frusta. (forte) Io
non schiava. Capito? Suddita console Sir Haart, ma non schiava sua carne inglese.
Capito?
CONSOLE. – Io farò di te quel che voglio.
ELISABETTA. – Io non voglio.
CONSOLE. – Tu hai avuto gran fama e rispetto e gloria e sudditi perché tutti sanno
che tu hai dormito con me. Io distrattamente ti ho preso, pensando mio governo. Tu sei
mia distrazione, come mollica di pane, come pezzo di carta, come cerino spento, ecco.
Yes. Tu razza inferiore.
ELISABETTA. – Io? Io Elisabetta? No, no, no.
CONSOLE. – R di quale razza sei, allora? (ride).
ELISABETTA. – io non so, ma negra no, indiana no, cinese, no, boera no, tedesca
no. Io non so quale razza appartengo, ma schiava no.
CONSOLE. – Tutto il mondo nomina e a quale terra appartieni?
ELISABETTA (tristissima). – Io non so. Io non ricordo. Voilà.
CONSOLE. – Dal cielo discesa.
ELISABETTA. – No.
CONSOLE. – Dal fondo della terra, dal fuoco.
ELISABETTA. – No, no.
CONSOLE. – Strega allora. Strega. Wicht.
ELISABETTA. – Strega mi hanno resa tutti uomini del mondo. Io un giorno partirò e
andrò in cerca tutti uomini che mi hanno avuta, baciata, morsa e loro domanderò…
domanderò… (cambiando) Strega, alors. Yes. Ma tu non mi porterai sui tappeti.
CONSOLE. – E perché, se tutti ti hanno baciata, tutti operai di ogni nazione? Tuo
console ordina venire con lui, via.
ELISABETTA. – Operai e Re. (tutti ridono) Anche console. Ora console basta. Ma
schiava no.
CONSOLE (caparbio). – Perché console basta?
ELISABETTA. – Perché io mi son data a te? Perché? Io non so. E allora io non so
perché non voglio darmi più al console. Voilà.
CONSOLE. – Tu hai paura. Tu sai perché non vieni. Tu parli con gli operai, tu ecciti,
tu vuoi rivolti. Io so. E allora prigione.
ELISABETTA. – Io inganno operai? Io voglio la rivolta? Tu dici bugie, mensonges.
Io no. (con forza) Via. Io povera donna. Tu brutta faccia, tu padrone porco, tu via…
CONSOLE. – Avanti, prendetela e portate via (i due si slanciano; il vecchio si fa
avanti, la donna di difende).
ELISABETTA. – Canaglie, orsi, bruti… Graffio…
UNO DEI DUE. – Morde, morde, ah!
CONSOLE (all’altro dei due). – Chiama. Chiama gente nostra (uno dei due fischia
mentre quelli combattono. La donna è una tigre; la lotta sarà fatta a pantomima,
serrata, ritmata, feroce. Entrano a precipizio soldati inglesi, due, tre, che fanno cenno
ad altri di accorrere).
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ELISABETTA. – Vigliacchi, vigliacchi, cochons, figli di puttana…
CONSOLE. – Portatela alla palazzina. (fa per andarsene. Suono di campana, specie
di gong. Tutti si fermano; ogni rumore cessa per incanto).
VECCHIO (lentamente). – Cambio di turno. Ora vengono.
ELISABETTA. – Mi faccio sgozzare, ma non vengo, no, carogna. (parla fra sé
mugolando). Io schiava, io schiava. Tutti quelli che mi hanno avuta mi devono
difendere, tutti, dove sono, tutti. Io posso dire no al console, ecco tutto, io dico no, e mi
faccio (forte) sgozzare, tagliare la gola, ma frustare no, io non sono negra… Capito?
SELMO (entra coi tre operai italiani. Sono quasi nudi, tatuati, o con cicatrici, neri
delle macchine, pieni della polvere d’oro bianchissima, sudati, lucidi. Si fermano,
guardano la scena. Capiscono). – Che succede? (vedono il console e si inchinano
appena). Che ha fatto la donna?
CONSOLE. – Ho avvertito. Io Sir Edwin Haart di persona, console inglese de la città
di Johannesburg, ho avvertito. Risponderete quando sarà il giorno. (i gendarmi
ringuainano le rivoltelle, gli indiani nascondono i coltelli). Andiamo. Come it. Good
night, missis. (se ne vanno. Tutti fermi per un breve tratto, come statue. Poi lentamente
sembra che si sloghino, come se si stiracchiassero le membra camminano. Pausa.
Canto del nuovo turno sul ritmo dei martelli che riprendono a battere).
SELMO (alla donna distratto e stanco). – Che hai fatto?
VECCHIO (come la donna non risponde). – Non ho capito che voleva il padrone. E
non ho capito Elisabetta. S’è negata.
SELMO. – Voleva che continuasse ad andare con lui, no?
I° OPERAIO (bianchino). – E s’è ribellata?
II° OPERAIO (brutto). – Teme qualcosa il console.
III° OPERAIO (giallo). – Non c’è che un buon colpo di rivoltella nella testa, ecco…
ELISABETTA. – Sicuro… Un colpo di rivoltella… (poi feroce e aggressiva) Di che
colpo parli, tu, Giallo? (Pausa). Prima di asciugarvi, mangiate…
SELMO (con gli altri tre siede in silenzio, stanco).
ELISABETTA. – Non son capace di ricordarmi una certa ricetta… Vi piace ancora
questa orrenda mistura inglese?
SELMO. – Basta mangiare… Ormai abbiamo fatto il palato…
BIANCHINO. – Di che ricetta parli?
ELISABETTA. – Una pietanza che… ci dovrebbero esser dentro certe spezie… una
specie di dolce… Ma dove le troviamo le spezie che dico io? Mi sembra che dovrei
inventarle… (pausa) Vi farò ridere; una pietanza il cui sapore io sento, non in bocca…
non in bocca… ma dentro di me… come dentro di me… Non piace al console
certamente e nemmeno ai negri… Io ne sento il profumo…
BRUTTO. – facci mangiare in fretta che abbiamo fame… Quello che sia…
ELISABETTA. – È pronto… (va nella camera torna con un grosso piatto, un
bicchiere, una boccia di acquavite) Ecco.
SELMO. – Dacci i piatti e i bicchieri…
GIALLO. – Non esistiamo più noi? Proprio bestie ci credi?
ELISABETTA (in faccende). – No, datemi retta. Un grosso piatto per tutti e tutti
prendono a quel piatto… È un mia invenzione… (distratta sempre).
BRUTTO. – Le bestie, ecco. Anche qui, nella catapecchia. Che schifo?
ELISABETTA. – Sta zitto, tu, scimunito. Che vuoi schifare, nero come un carbonaio
sporco di morchia e di polvere d’oro? Mangia e sta zitto, tu scimunito… non sono nera
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anch’io, di voi, sporca di voi, e non ho i capelli sporchi eppure sono bionda e non sono
nella miniera ma qui dentro dalla mattina alla sera ad aspettar uomini? Mangiamo…
(mangiano in silenzio, con una mezza avidità; bevono molto). Non vi sembra d’esser più
uniti, mangiando così e non uno di qua, uno di là, come alle bettole? Nello stesso
piatto… (piano sottovoce). E lui, il vecchio, mettetelo in mezzo, su coraggio, a
capotavola; ci vuol molto?
SELMO. – Ma che ti prende oggi? Si può sapere?
ELISABETTA. – Quel che mi pare? Che ne vuoi sapere tu, muso? (il vecchio va a
capotavola, e gli altri guardano e non hanno la forza di esser curiosi). Così, Bon bon.
Ora raccontaci…
ELISABETTA. – Quando partisti… Tu soltanto sai, e non hai voluto dir mai
niente… Racconta…
VECCHIO. – Ma che ti prende… Tu non hai voluto mai raccontare e tu…
SELMO. – Sì, ha ragione il vecchio tu sai, tu hai dei segreti e non hai voluto mai
raccontarli.
ELISABETTA. – Io non ricordo, ecco, io non ricordo… ma per il solo fatto che oggi
mangiamo allo stesso piatto, tutt’intorno, assieme, allora… mi sembra che… Ah questa
porca acquavite, la fanno con la morchia, col vostro sudore che scorre come un fiume e
con gli sputi della rabbia… io non ricordo. (Disperata). Lo sapete quel che mi fate
quando siete ubbriachi di quella porca cosa?
VECCHIO. – Che cosa?
ELISABETTA. – V’ho detto mai nulla io? Eh v’ho detto mai nulla?
GIALLO. – Facciamo, quel che facciamo? Che te ne importa e che ne importa a noi?
ELISABETTA. – (Prendendolo per i capelli). Zitto tu, scimunito anche tu? Credi di
avere dei diritti?
GIALLO. – (Che ha bevuto). Oh, dico io… (la scuote) Che vuoi da noi? Lasciami i
capelli, hai capito… Che pretendi eh? Che ti salta in testa? Noi facciamo quel che ci
pare. Che cosa vuoi, lo scellino e mezzo che guadagnamo al giorno eh?
ELISABETTA. – Io te lo butto sul muso lo scellino, cretinaccio, ché io sono ricca…
GIALLO. – Lo sappiamo. E che vuol dire? Ti domandiamo come lo hai fatto il
denaro? In un modo o in un altro è lo stesso. Che ti salta in testa di parlare di diritti?
ELISABETTA. – Sicuro. E se mi fate quel che mi avete sempre fatto, quando siete
ubbriachi, vi caccio fuori, a tutti, dalla mia tana…
GIALLO. – Chi cacci fuori? Maledetta, vipera… (tutti continuano a mangiare
indifferenti). Io bevo, allora, tutta la mia paga e faccio quel che voglio. (Beve). Ti si
deve prendere per i capelli così e ti si deve buttare a terra e poi fare il comodo nostro…
tutti hanno gli stessi diritti…
ELISABETTA. – (Si divincola, ritorna la cagna spaurita). Sì, credi che io pianga?
Mica piango. No. Me ne vado, io, invece di cacciarvi… Ecco, me ne vado…
GIALLO. – Dal console (abbassa il tono). Dal console te ne vai… (si vede in lui una
specie di rabbia incosciente). E va’ pure, va’ pure, (torna a sedere lentamente, si
asciuga il sudore nero).
ELISABETTA. – Non dal console oppure anche da lui, sui suoi tappeti. E chi me lo
proibisce?
GIALLO. – E prima non ci sei andata… (sottovoce).
ELISABETTA. – Non mi meraviglio di te, Giallo, no. (Indicando Selmo). Di lui mi
meraviglio, di Selmo… (sogghigna ferocemente e tristamente).
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SELMO. – Di me? Perché? Che cosa c’entro io ora?
ELISABETTA. – Di te, sì. Che non mi difendi, quando mi prendono per i capelli,
che con le frustate addosso, tutta a baleni rossi e gialli mi hai preso ugualmente, come
un negro…
SELMO. – Che vuol dire, negro? Tu stessa hai detto, tutti eguali per me gli uomini.
Non hai amato i negri e gli indiani? E allora? E perché ti devo difendere? Chi sono io?
ELISABETTA. – Io non amo nessuno. È vero. (Disperata). E allora bevetela
quell’acquavite, e il samovar, e fumate l’oppio nel narghilè la brutta cosa che non vi fa
bene, e parlate tutte le lingue…
TUTTI. – Ma che le prende? Ma che dice?
L’INDIANO. – (Entrando). Good night. (È un miserabile straccione, operaio sozzo e
misterioso).
ELISABETTA. – Hai fame Jim?
INDIANO. – Yes, yes, fame.
ELISABETTA. – Allora mangia a questo piatto. (Tutti lo guardano in cagnesco.
Mutismo cupo). Hai anche sete?
INDIANO. – Yes, sete.
ELISABETTA. – Ecco lì. (L’indiano siede in terra vicino agli altri e osa di volta in
volta prendere un boccone). Se hai sete, qui c’è l’acquavite. (Prende il bicchiere di
Selmo). Bevi…
INDIANO. – (Bevendo). Thank jou. Y have deux scelling.
ELISABETTA. – Va bene. Prima mangia e bevi.
SELMO. – Andiamo ad asciugarci il sudore, coraggio. Io non ho voglia di finire in
prigione. (Tutti escono. Pausa. Si sente un grammofono lontano e grida di una danza
negra. Pausa ancora).
VECCHIO. – Che cos’hai Elisabetta?
ELISABETTA. – Non c’è speranza più. Continuiamo così per sempre, fino alla
morte.
VECCHIO. – Non credi tu al tuo vecchio padre, ai tuoi fratelli, al tuo amoroso?
ELISABETTA. – Basta, tu vecchiaccio, con le bugie. Che padre, che fratelli e che
fidanzato? Bel fidanzato? Selmo? Bello davvero. Menzogne. Porcherie. Io non posso
aver nessuno. Ed è giusto. Me lo merito. Chi mi può amare? Chi può essere mio padre e
mia madre? Io non ne ho mai avuti. Non ho nemmeno una terra, chè non ricordo, non so
dove sono nata. E allora? Tutta fatica sprecata.
VECCHIO. – Ma non ti faccio da padre io?
ELISABETTA. – Schifo. Che padre? Basta che io ti carezzi e ti baci, appena appena,
che fai gli occhi rossi e ti vien la saliva sulle labbra… Vattene anche, tu, via, con loro…
VECCHIO. – Non mi disprezzare. Io qualcosa capisco di quel che pensi. Io forse so
quel che vuoi e quel che cerchi. Tu hai un segreto…
ELISABETTA. – Che cosa?
VECCHIO. – Ti racconterò quando saremo soli. C’è qualcosa che ti chiama,
qualcosa che è dentro di te, che vuoi conservare ad ogni costo e che ti sfugge sempre, e
ti sfuggirà sempre più… Neanche io posso dartela la chiave del segreto, neanche io il
modo di capire… Ma ti racconterò.
ELISABETTA. – Niente da fare. Tu non puoi rivelarmi nulla. Basta così- Devo
pensare a Jim.
SELMO. – (Rientrando). Vengo a dirti che noi ce ne andiamo.
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ELISABETTA. – Va bene.
SELMO. – C’era qualcosa che ci chiamava intorno a te, che ci faceva tuoi, ma ora
non comprendiamo più.
ELISABETTA. – Va bene. Chi ti tiene?
SELMO. – Dimenticando te, dobbiamo finalmente dimenticare ogni cosa. (Pausa).
Ma prima, prima di tornare alla miniera e poi ancora a mangiare e a bere e poi nella
miniera ancora per sempre, a me devi spiegare…
ELISABETTA. – Che cosa?
SELMO. – A me devi spiegare che mi sento il più disperato di tutti. La vittima di una
malattia che mi hai messa nel sangue.
ELISABETTA. – (Ride). L’amore.
SELMO. – No, non l’amore. L’incubo. Tu se sporca, laida, una bestia, come noi
siamo bestie e non dovremmo esserlo. Tu hai però una forza che noi non abbiamo. Tu
ami tutti e non ami nessuno. Tu sei di tutti e di tutti vuoi fare una famiglia. Dove arrivi
tu, fai casa, subito, una brutta casa, ma una casa. È vero?
ELISABETTA. – Continua.
SELMO. – Tu credi in Dio e…
ELISABETTA. – Chi Dio?
SELMO. – Ecco. Chi è il tuo Dio?
ELISABETTA. – Iddio.
SELMO. – Non è vero. Il tuo Dio ha un nome. Non si chiama Budda. Non si chiama
Maometto.
ELISABETTA. – Che vuoi sapere tu? Che vuoi sapere? (Si divincola nell’anima
oscurata). Io non dico niente.
SELMO. – Ecco. Perché?
ELISABETTA. – Vattene che Jim mi aspetta. Tu sei un ladro e non ti parlo, non ti
rivelo nulla.
SELMO (sempre crescendo). – Che cos’è che cos’è? Chi ti sorregge? Chi ti fa
vivere?
ELISABETTA. – Io non so. Nemmeno io so.
SELMO. – Tu menti. (Pausa). Anche se ti si dovesse uccidere non parleresti, lo so.
Ma noi ti tortureremo. (Pausa). Un giorno mi dicesti una parola, la prima volta che ci
conoscemmo…
ELISABETTA. – Non ti rispondo più.
SELMO. – Mi dicesti: mi piace il tuo dialetto, Selmo. Parli bene. E sei forte. E baci
in un modo. E hai la pelle scura e gli occhi neri e i capelli neri… (pausa). È vero. Poi,
un altro giorno, quando eri ubbriaca, mi dicesti…
ELISABETTA (si avventa contro di lui). – Zitto.
SELMO (la prende a forza per le braccia). – Ferma. Quando ti si prende, si sente
come mai, più che mai, il tuo incubo, non di carne, ma di sapori unici al mondo, lontani,
e odori, fra i tanti brutti, uno, buono, caldo, quasi di verginità… allora mi dicesti: Da te
lo vorrei un figlio…
ELISABETTA. – Sei cattivo come il console, sei brutto come tutti… Non voglio
sentire… Aiuto, aiuto…
VECCHIO (e gli altri accorrendo sulla porta). – Selmo.
GLI ALTRI. – Che ha, la donna?
La scoperta della terra
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SELMO (continuando a stringerla fra le braccia, a forza). – Mi dicesti: da te lo
vorrei un figlio. Perché non è nato? Perché lo buttasti via? È questo forse il mistero,
gente mia, è questo. S’era attaccato a lui, lo voleva, con le parole me lo aveva fatto
quasi vedere… E dopo? Dopo?
ELISABETTA (si getta in terra, batte i pugni, geme e urla). – Che ne so io? Perché
mi torturate? (Di scatto). È vostra la colpa, vostra e non mia.
TUTTI. – Nostra? È pazza. È ubbriaca.
ELISABETTA. – Vostra. Un mostro doveva nascere, è vero? Un mostro, di cento
colori, fatto per il mio dolore e la mia vergogna un poco cinese, un poco negro, un poco
indiano, senza terra, senza nessuno, inconsapevole anche di sua madre? È vero? Uno
schiavo, no? Uno schiavo da frustate. Attaccato alle macchine dalla mattina alla sera,
avido dell’oro, senza Dio. Ecco. No, questo non ho voluto…
SELMO. – Lui ti avrebbe salvata e ci avrebbe salvato, allora.
GIALLO. – Da lui avremmo capito il tuo mistero.
BRUTTO. – E che ve ne importa, alla fine?
BIANCHINO. – Andiamocene e sia finita. O si spieghi.
ELISABETTA. – Come mi avrebbe chiamato? Come avrebbe parlato? Quali diritti
avrebbe avuto? (Pausa). Che rimanga così, come sua madre, figlio non nato…
BIANCHINO. – Che dici? (Le si fa sopra).
ELISABETTA. – Io lo vedo qualche volta e non gli so dare una fisonomia, un
colore, una voce, una patria, una terra, una casa. Non nato, ecco. Non nato. Come sua
madre. Tutti io ho amato, a tutti mi sono data, che non credevo a nulla e a nessuno. E
così nulla ho; nell’aria, ecco che cosa doveva dire il console, nell’aria sono, quando è
sporca di una stagione misteriosa residuo di piogge e di tempeste passate.
BIANCHINO. – E non sei contenta, che non sia nato? Le sue ricchezze gliele
avremmo rubate, la sua casa gliela avremmo incendiata, il suo Dio lo avremmo deriso,
ecco tutto. Tu con la tua vita bella non hai dimostrato ciò?
ELISABETTA (calma improvvisamente). – È vero. (Pausa). Vi dico che ho fatto
bene e che voi avete ragione.
TUTTI E TRE. – E allora? Se mai, in quale terra lo avresti fatto nascere se la tua
patria è tutto il mondo, senza razze, senza regnanti, tutti eguali per la tua carne e per la
tua bocca, se sei delle nostre idee?
SELMO (come se avesse ricevuto un lampo nel cervello). – Sì, in quale patria? Ecco
rispondi, la patria di tuo figlio potrebbe essere la nostra.
BIANCHINO. – La patria è dove uno vive ed ha i propri interessi.
GIALLO. – La nostra patria è la miniera.
BRUTTO. – Beato tuo figlio che ora non ne ha nessuna. Come noi. Tu quale
preferisci? Ne preferisci forse una?
ELISABETTA. – Basta! (Con un grido disumano).
SELMO. – Te la scoveremo indosso; questo è il tuo segreto. Indosso. A ogni costo.
Compagni… (si fanno tutti sopra la donna). Son tanti anni e tutto abbiamo dimenticato
ma tu ti imponi su noi con qualche cosa che è dentro di te… Sei sciupata…
BRUTTO. – Ha i capelli sporchi. Puliamole i capelli…
GIALLO. – Togliamole le rughe; sono rughe fittizie.
BIANCHINO. – Rischiariamole gli occhi; sono velati apposta.
SELMO. – È in lei. Queste non sono le sue vesti. Canta, canta. Che stanotte
altrimenti è la tua fine. Son vesti negre. La tua voce, dov’è la tua voce?
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ELISABETTA. – No, ho sbagliato, ho sbagliato.
SELMO. – Come se tuo figlio fosse nato, canta per lui la ninna nanna. Come se fosse
nato.
VECCHIO. – Falla qui, se ti riesce, la tua patria, la nostra Patria. Quella vera.
ELISABETTA. – Qui no. Niente. È un errore. (Ride). Non ho la voce che dite voi.
Non può venirmi più dal cuore, dal mio vero cuore. (Suono del grammofono). Ecco la
vostra voce. La nostra voce (Canti negri in lontananza).
TUTTI (lasciandola in malo modo). – Al diavolo. Strega. Ma se noi no, neanche tu
potrai più sognare nulla. Noi te lo proibiremo, andandocene per sempre.
BRUTTO. – Pazza.
BIANCHIANO. – Fa la verginella ed ha gli scrupoli.
ELISABETTA. – Sì, perduta. Voi alle miniere, io nelle tane. Evviva il mondo,
evviva tutto il mondo, tutto, rubiamo, e chi vince vince e tutti eguali…
BIANCHINO. – Ecco, così ci piaci, acquavite a tutti. (Bevono).
GIALLO. – E balliamo come loro che sono allegri. (Ballano. Trasportano la donna
di qua e di là, come pazzi; ballano anche in gruppo).
INDIANO (ad un colpo di gong). – Fra cinque minuti…
TUTTI. – Che cosa?
INDIANO (misterioso). – Fra cinque minuti, al fischio della sirena, la rivolta.
ELISABETTA. – Che dici?
INDIANO (sorridendo calmo). – Prendiamo le miniere; a quest’ora il console è
morto. La donna deve guidarci. La donna.
ELISABETTA. – Io… la rivolta…
INDIANO. – Padroni noi di tutto. Oro, oro, oro… Senza pietà.
TUTTI. – Rivoluzione; ecco, come diceva Elisabetta. Che cosa d’altro possiamo fare
noi?
INDIANO. – Bet ha ragione. Prima melanconia. Poi tutto finito, ora.
VECCHIO (tremante). – Le nostre quattro scarabattole portiamo via; prepariamo la
fuga.
SELMO. – Via tutti, uno di qua uno di là, dispersi per il mondo, senza pace. La
rivolta. La rivolta. Padroni per un solo giorno, non importa, ma padroni, e poi via, via
via.
TUTTI. – Armi, armi, armi! (Si gettano sul pavimento levano le armi).
BRUTTO. – Che ha Elisabetta?
ELISABETTA (inginocchiata). – Madonna, Madonna mia… (Urlo).
TUTTI . – Madonna ha detto. Madonna.
ELISABETTA. – Tutti qui vicini, a me, intorno a me, dentro di me, figli, figli della
Madonna Santissima, di Maria bella…
TUTTI. – Elisabetta…
ELISABETTA. – Qui, intorno alla vostra madre… Pregate con me, la Madonna della
Terra del sole, anche se non vi piace, pregatela… È bella, è bella…
INDIANO (si inginocchia).
GENTE (che accorre. Poi fischio altissimo di sirena, il grammofono cessa di
suonare, le danze smettono, Pausa. Colpi di arma da fuoco).
ELISABETTA. – Qui tutti, intorno a me, nel nome della Madonna. (Colpi ancora di
voci: la sirena non smette di urlare).
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ATTO II
(dattiloscritto inedito corretto a mano dall'autore, per gentile concessione del Centro
Manoscritti "Maria Corti" di Pavia)
(Una piccola nave di quelle che fanno servizio di carbone da un porto a un altro, sempre
gli stessi, da anni. Un boccaporto, poi la prua della nave. Una ciminiera bianca rossa e
verde. È notte. Una specie di fanale rosso, e a sinistra una cabina, che sembra una
cappelletta, con la porta chiusa.
N.B. I Personaggi della precedente scena sono sensibilmente cambiati; Elisabetta ha
assunto la sua seconda fisonomia.
I tre operai sono seduti in terra come ad aspettare.
Brutto
Dice che l’avrebbe fatta la sorpresa stanotte.
Giallo
Che sarà mai? Sorpresa sarebbe smetterla una volta per sempre con questi viaggi da un
porto ad un altro a scaricar carbone e a caricarlo; mi sembra di far sempre la stessa
strada e mi viene come il capogiro.
Bianchino
Volevi forse rimaner laggiù? E poi se Elisabetta non si stanca della strada per mare fatta
e rifatta le mille volte, vuol dire che qualcosa si prepara: che la strada le piace e che un
giorno o l’altro…
Brutto
Così deve essere. (misterioso) Stanotte saremo ad Algeri e sembra che ella conosca i
mari…
Giallo
Sì, come un vecchio lupo! Sciocchezze.
Brutto
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T’assicuro; lo sente al fiuto e si trasfigura come se ad un certo punto l’acqua cambi, si
trasmuti, non sappia più di porti sconosciuti e ci sia, ecco, ci sia, come un nuovo porto,
il suo, che ella sente nel sangue sebbene lontano. Chi la spiegherà mai quella donna?
Bianchino
Certo, è strano... (pausa) Volete negare che non possiamo più abbandonarla?
I due
Che ne sappiamo noi? Può essere. Ma perché?
Bianchino
Io quando sono vicino a lei, mi ricordo di quell’infanzia che non ho avuta e ci trovo
come una falsariga per un gran romanzo; torno bambino, mi piace di sentirmi
bambino…
I due
(ridono) Bambino, bambino scimunito, da prendersi a sculacciate…
Bianchino
Quel che volete ma è così. Bambino terribile con una confusione di sentimenti e di
passioni… Chi ci cava le gambe? Non mi crederete un ingenuo o uno di bocca dolce, vi
pare? Eppure ora la sento madre ora la desidero e ciò mi dà dispetto e piacere insieme…
Brutto
Piacere sì, ancora…
Giallo
Piacere… (pausa) Trent’anni. (come una rievocazione, di una solenne naturalezza)
Trent’anni. Venuti via piccoli da una terra, attaccati al padre e alla madre e il padre e la
madre scomparsi nelle rivoluzioni… Dispersi noi di qua e di là, soffocati dal lavoro,
assonnati, i paesi e gli uomini ci han cambiato fisonomia… Come eravamo? Chissà.. E
la carne affatturata ci ha fatto dimenticare qualcosa che è in noi, sepolto forse per
sempre…
Bianchino
Lo dicemmo, lo disse Selmo; soltanto Elisabetta potrà disseppellire e portar alla luce
quello che abbiamo dentro di noi dimenticato…
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Brutto
Eppure è bello vivere così, senza sapere, senza conoscere, senza pensare… Tanto, per
noi, non v’illudete, non c’è via di salvezza…
Bianchino
Perché?
Brutto
Ciurmaglia siamo senza patria. (comincia a ridere malamente e rompe finalmente
l’incanto e l’incubo) carini tutti, io tu e lui e gli altri a ragionare, noi affogati nel
carbone o nelle miniere e nelle officine, sotto il sole a tagliar foglie di tabacco o sotto il
gelo a rimuovere il ghiaccio, sotto un padrone… Superstiziosi siamo diventati come
zitelle e stiamo cercando da gente per bene, la famiglia, la casa, il padre e la madre che
non ci riconoscerebbero nemmeno più… Vogliamo dare anche un nome al nostro Dio…
come se qualcuno ce ne dovesse domandar conto… Ah, ah, è ridicolo, bambinelli in
fasciola, con quattro cinque cicatrici a testa, tatuaggi da tutte le parti e a cercar la nostra
donna, quella che fa per noi, bisognerebbe rifare il giro della terra nelle bettole, nelle
tane e nelle carceri…
Bianchino
(di colpo, aggressivo) E non t’accorgi che ti sei mutato?
Brutto
Chi? Io? Giovanni detto il Brutto? E in che modo? In che cosa? In serpente, in leone, in
fachiro, o in che cosa altro?
Bianchino
Prima non sopportavi le ingiustizie e quando ti prudeva il naso, fuori il coltello e zaf,
buona notte. Oggi ci pensi e cerchi di convincere, farti valere con certe ragioni… ecco,
più intelligenti direi. Quasi che avessi dietro alle spalle non una razza di schiavi, di
umili, di vigliacchi, ma di gente forte, che sa il fatto suo. Quasi te la fossi creata una
terra forte dove ti difenderebbero, ecco…
Brutto
Appena la penso, cerco di trovarla, la mia terra, vedo, gente che mi caccia fuori a calci
nel sedere e mi ruzzola via chissà dove. Chi mi vorrebbe prendere, a me, al Brutto, me
lo sai dire? Io faccio onore ad un solo genere di persone e tu sai quale… (sputa si alza
passeggia) che, la vogliamo smettere? (pausa) E Selmo?
Giallo
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Non lascia mai Elisabetta… La pedina da mane a sera come un poliziotto…
Brutto
Sempre lei, sempre lei…
Vecchio
(accorrendo) Ehi, ragazzi… Ragazzi…
Tutti
Che c’è? I negri si ribellano alle macchine? Fosse vero, bisogna dimostrar chi siamo. A
me quella gente puzza.
Vecchio
Se fosse quel che tu dici, sarei pronto anche io. Morire dovrò in qualche modo ormai, e
mai di malattia. (misterioso) No. Ho trovato…
Tutti
Dove, che cosa, avanti…
Vecchio
Una vecchia immagine…
Brutto
Di valore? La vendiamo al primo porto per cosa rara…
Tutti
Figurarsi! Una immagine!
Vecchio
Il ritratto di Elisabetta…
Giallo
Il ritratto… e come?
Vecchio
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È una madonna, ragazzi. Vi ricordate la madonna?
Bianchino
Aspetta. Quale? Quella tutta vestita di nero, alta, allampanata, brutta, senza stelle? L’ho
vista in una chiesa su, in alto, nel gelo…
Vecchio
No, ha la faccia bruna come per un gran sole… E i capelli biondi quasi fosse grano
maturo…
Tutti
Fuori l’immagine. Fuori.
Vecchio
(cava fuori un quadretto unto e bisunto)
Bianchino
Elisabetta davvero. Il volto. I capelli. E dove l’hai trovata, vecchio?
Vecchio
Nella sacca di un cinese. Di quelli che girano il mondo. Ecco mettetela qui, in terra, e
guardatela bene. Fissatela. C’è da ricostruire una terra, una gente, c’è da pensare… La
Madonna della terra del Sole. C’è scritto (in ginocchio in terra, guardano trasognati,
pausa)
Bianchino
Che sia lei, la madonna?
Giallo
Cretino, con quel passato…
Brutto
Ma le rassomiglia…
Bianchino
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Con quel passato… Già… (si gratta la testa) È una madonna calda, questa, buona e
misericordiosa, dev’essere ricca e munifica, proprio come Elisabetta…
Vecchio
Lei che conduce i miei passi…
Tutti
Lei che rifà le cucce sempre…
Lei che cucina e ci improvvisa le feste…
Ecco, le feste, l’allegria, non quella di un tempo…
Lei, che canta…
Eccola, eccola…
Vecchio
Non dite nulla, vedremo, lasciatela fare…
Selmo
(entra con Elisabetta sorreggendo una cassa di legno; Selmo è cupo e pensieroso.
Elisabetta veste dimessamente) Ha detto che dobbiamo far festa… Oggi, ma che avete?
Vecchio
Vi aspettavamo
Elisabetta
V’ho portato la sorpresa, ragazzi… Mangiamo beviamo e cantiamo… (tutti si
accingono ad aprire la cassa) Io aprirò la cassa che io l’ho trovata e l’ho custodita
gelosamente… (tutti si mettono a circolo in terra) Di porto in porto, di terra in terra, io
ho cercato e ho trovato segni che ho raccolto, come scie che dovranno formare una
strada. Come pezzi portati da un grande naufragio e seminati lungo il mio cammino.
Pezzi che si staccavano dalla terra che io ho sognato che era dentro di me, che mi
chiama e che forse non vedrò mai, che forse non troverò più, ma che so ora, quale sia e
non so dove… sono cose che in terra straniera diventan preziose e non hanno che i
ricchi, ma io le ho trovate, le ho rubate per voi… Ecco, qui tutt’intorno a me…(leva
grosse arance dalla cassa) Arance rosse, di fuoco ancora, frutto munifico per la nostra
sete e per la nostra fame, carne ed acqua, fiume e montagna… Cibatevi di loro, ragazzi
della mia terra ritrovata, mangiate di esse… (dona le arance che essi mangiano
avidamente) con i denti e con la gola…
Tutti
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Buone, buone, rosse, rosse…
Vecchio
(sorridendo e tremando) Mi scende il succo nel petto e non faccio in tempo a tenervi
dietro…
Elisabetta
Come se fosse sangue mio e carne mia, come un giorno mi prendeste e il sangue era
cattivo e la carne miserabile e deturpata…
Tutti
Buone, gustose, sanno di sole, sanno di terra…
Elisabetta
(leva dalla cassa bottiglie di vino) Ecco il vino…
(Tutti)
(gridano e si fanno con le mani sotto il viso della donna)
Elisabetta
Vino rosso d’uva calda e quando l’avrete nel sangue, vedrete la mia terra davvero la
vostra terra, dove siete nati, tutti, terra benedetta, vino unico d’una vigna indiscutibile…
ubriacatevi se volete, che non ho paura di voi ormai più e addormentatevi poi…
Serenamente.
Tutti
Viva, viva il vino rosso… Oh, oh, oh…
Vecchio
Sa di mare, sa di mare…
Tutti
Ancora, ancora… Vino, vino, sangue, sangue di Elisabetta.
Canta, canta…
Giallo
Voglio vederla, la mia terra…
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Brutto
Voglio venirci anch’io… e se mi caccian via pazienza…
Bianchino
Quando, quando potremo?
Tutti
Se tu canti, se tu canti, la nostra terra ci viene incontro…
Elisabetta
(appena appena indecisa) Canterò, canterò…Sorridetemi tutti, con quelle vostre bocche
che le gocce di vino rendono sbavate come quelle dei bambini… Tu Bianchino, (gli va
vicino, lo accarezza, guardami per un momento come si guarda una mamma… Tu
Brutto, brutto davvero e tu Giallo, sfigurati dai paesi e dagli uomini, sorridete a me,
trovate il vostro sorriso di un tempo… (li bacia in fronte) miei fratelli sciagurati,
guardatemi come una sorella che dal fango nasce a poco a poco per la sua terra… E tu
vecchio, tu vecchio, tu che hai visto la terra benedetta non ci hai detto mai nulla, tanto è
confusa nella tua memoria, tu oggi mi puoi esser padre davvero… (va ora a Selmo) Tu
sei cupo oggi, e non vuoi far festa e metti come un’ombra nelle nostre visioni… Perché?
Selmo
Non so… non so… Dimmi, io ho trovato nel saccheggio laggiù pieno di spaventi e di
rimorsi, nella capanna d’un minatore morto, dentro un libro, questi fiori... (leva dal petto
un mazzetto di zagare) questi fiori gialli dal tempo, che dovevan essere luminosi… (tutti
gli si fanno attorno incuriositi) Io non li ho mai visti, non li conosco…
Tutti
Fa vedere.
Che cosa sono? Dove nascono?
Selmo
Io potevo prendere nella capanna l’oro e i vestiti e le armi, non ho preso che questi fiori
secchi come se mi avessero abbacinato…
(i fiori passano di mano in mano, sono guardati attentamente quasi fossero smeraldi, in
silenzio, fino a che capitano nella mani del vecchio).
Vecchio
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Io mi ricordo, ora, improvvisamente, il nome, il nome, di questi fiori. (si alza e tentenna
come un cieco con le mani)
Tutti
Il nome, il nome…
Vecchio
Zagare si chiamano, zagare…
Tutti
(come un grido di guerra) Zagare, zagare…
Vecchio
Nascono in riva al mare e ricoprono le pianure le spiagge e le montagne. Sono ricchi
come le miniere. Non possono nascere, tanto sono d’oro, che nelle terre di Elisabetta…
Elisabetta
( ha preso i fiori e li tiene religiosamente nelle mani come un calice sacro)
Vecchio
Non sentite, c’è un ronzio di api e le api sono ricchissime e fanno il miele più bello e
più forte del mondo…
Selmo
Se tu potessi dare un poco di profumo a quei fiori, Elisabetta, se tu potessi…
Elisabetta
Non posso ma lo immagino… è un profumo eguale alla canzone che io sempre ho
voluto cantare e non ho cantato mai ché non mi veniva alla gola. Chiusa per sempre…
Selmo
Io ti dono quei fiori…
Elisabetta
A tutti ho pensato e stanotte voglio, ora che ho trovato la mia terra, ringraziare Selmo
che mi parlò per primo d’un figlio e che per primo ci credé… (pausa) Su questa nave di
carbone che tornerà per sempre nei suoi continui viaggi, e che contiene come un
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villaggio improvvisato fatto di tutto ciò che viene di laggiù, dinanzi al nostro vecchio e
alla nostra gente raccolta come intorno ad un focolare, (tristemente come se di già
sentisse il distacco inevitabile) ricordarti, Selmo, per un momento, (si inginocchia
dinanzi a lui, gli stringe le ginocchia) quella Elisabetta che non è più… (lo bacia sulla
bocca)
Selmo
(la stringe forte, inaspettatamente, se l’avviluppa attorno e non la lascia, con
disperazione, come un naufrago; ella cerca di divincolarsi, mugola, non ci riesce,
cadono in terra, lottano)
Elisabetta
Che fai, che fai?
Tutti
Che succede? Fermi.
Elisabetta
(torna per un attimo la belva che era, la donna laida di un tempo)
Sporco, sporco sempre… come nella tana…
Tutti
(li dividono, prendono le parti di Elisabetta) Che hai fatto? Perché fai ingiuria alla
donna? Non sai che non è tua? E noi che dovremmo fare?
Selmo
Non le credete. Ci ha resi pazzi. Ci ha illusi. Ci ha avvinti. È una strega. Ci ha fatto
sognare e poi ci abbandonerà. Ci ha fatto vedere quello che non potremo raggiungere
mai. E poi se credete che possa essere anche vostra, allora, allora, dovrete lottare con
me… perché la voglio io. Sempre la stessa megera, sempre la stessa schiava che ha
paura di noi. O mia o di nessuno… (ha il viso stravolto)
Elisabetta
(è tornata come prima) Come puoi dire che mento, se ti ho reso geloso di me, troppo
tardi? Se tanto mi vedi cambiata, che ti ribelli e sai di non potermi più avere? (pausa)
Selmo
Geloso, sì, geloso (cupo abbattuto siede)…
Vecchio
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Buono, non ti rammaricare…
Tutti
Non adirarti con noi…
Elisabetta
Ora non ce n’è più bisogno della tua gelosia: piuttosto che farmi toccare, mi ucciderei…
Io tornerò una bambina, vedrai e tu avrai pace. Se sei geloso, è bene che potrai amare
anche tu una donna, e amando una donna avrai anche tu una casa e dei figli. Ma non me
amare… Tu sei ancora laggiù nella miniera, Selmo e ti costerò fatica riescire a fare
quello che ho fatto io… Tu non puoi deturpare ancora me, che sono la tua terra
abbandonata. Ora pace e allegria, Selmo.
Selmo
Io non ho più pace. (comincia la tempesta. Tuono lontanissimo e vento)
Elisabetta
Io te a darò. Io ti canterò una canzone e se tu sarai buono, mi verrà nella gola… Senti…
(canta prima indecisa poi a poco a poco una canzone siciliana sicura, nostalgica, e tutti
ascoltano, anche Selmo col capo fra le mani. Ad un tratto ecco il suono d’un
grammofono e la canzone negra del primo atto)
Tutti
I negri della stiva.
Io so che congiurano.
Ci vedono di malocchio…
Elisabetta
(tenta di cantare ancora)
Selmo
Vado io a farli star zitti. Mi sentiranno. (esce. Rumore sotto la nave.)
Elisabetta
Ora tacciono. Io vado nella cabina che voi chiamate la cappelletta e quando mi volete,
son là, chiamate. (pausa.)
Vecchio
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Non rimarremo più su questa rotta.
Brutto
Che vuoi fare, vecchio?
Giallo
Che dici?
Bianchino
Che ti prende, se comincia la tempesta? Lo sapevo.
(il vento soffia, il mare si agita a poco a poco)
Selmo
(rientrando) Non c’è da fidarsi di quella canaglia. Io sospetto qualcosa, vecchio. Sono
ubriachi, tutti, o quasi, e mi domandavano della donna… (con gioia, che cerca di celare)
Non ci mancherebbe che un’altra festa; è tanto che siamo nella noia… È tanto che le
mani son buone, tanto che poverine mi sembrano in castigo e mi fan pena.
Brutto
Che dicevi, tu vecchio?
Vecchio
(un lampo) Dico che cambieremo rotta. Io son vecchio e una buona azione la voglio fare
nella mia vita.
Tutti
E dove vuoi andare?
Vecchio
A cercare la terra di Elisabetta…
Giallo
Non ci son carte…
Brutto
E che ne sai tu della nuova rotta?
La scoperta della terra
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Bianchino
E il carico di carbone? (pausa) E verso dove poi?
Vecchio
Vi dirò. (lampo tuono altro tuono) Lo faremo per la donna che amiamo. Soldi non ne
abbiamo per sbarcare e per viaggiare; anche sbarcando e lavorando per far denaro,
passerebbe il tempo e chissà che avverrebbe di noi tutti? La terra seppellisce anche i
vivi. Ora siamo per mare e il mare è generoso e non ci son vizi, non ci son tentazioni,
non ci sono malanni… (tuono tuono)
Tutti meno Selmo
E chi ci guiderà? E del padrone che ne faremo?
Vecchio
Io ho certe carte ingiallite e il cielo lo conosco. (pausa) Del padrone che ce ne importa?
Conquisteremo una terra, la scopriremo nuovamente perché chi se ne ricorda più? È
meglio un gesto da pazzi, finalmente, che una lunga attesa. (tuono vento lampo tuono)
Brutto
E la ciurma?
Vecchio
La terremo a posto noi. Ci vuol molto? E se anche dovessimo fallire, un gesto bello lo
abbiamo compiuto, vivere abbiamo vissuto… Ci pensate?
Brutto
Bene. Pazzi siamo e evviva i pazzi.
Bianchino
È un’avventura come un’altra, più bella… Conquistare la nostra terra…
Giallo
Vederla, vederla per una volta sola, baciarla e poi se mai tornarcene via.
Vecchio
La scoperta della terra
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Io sono vecchio e potrei morire. Ma almeno laggiù… che ne dici, Selmo?
Selmo
Io dico che non vale.
Vecchio
Perché?
Selmo
Così… Anche perché ci metteranno in galera.
Vecchio
Non discenderai; la vedrai appena. Ma io so quel che dici; tu hai paura che ti sfugga
Elisabetta, la donna. Quando sarai laggiù, sarà forse tua, ché ora non ne hai speranza. E
allora? (tuono) Proprio tu rifiuti?
Tutti e tre
Via, Selmo.
Dispersi siamo. E allora?
Tanto, meglio laggiù una volta, almeno e poi via…
Selmo
Vengo con voi. Tanto Iddio non lo permetterà. Non vedete? Non si sta fermi. C’è la
tempesta. Viene a buon’ora.
(urla nella nave. Un colpo di vento spenge il fanale lo getta a terra.) Non pioggia, ma
tuoni e lampi e il mare forte… Bel vento, fulmini! (fulmine forte)
Bianchino
Ce la negano…
Brutto
Non ne siamo degni…
Giallo
Ora, ora che l’avremmo cercata, che l’avremmo vista… Anche il mare contro… (beve)
Voglio morire ubbriaco perché si va a fondo…
La scoperta della terra
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Bianchino
(mangia avidamente un’arancia) Come si chiama, dov’è?
Vecchio
Sicilia, Sicilia… Urlate forte, urlate forte il suo nome…
Tutti
Sicilia, Sicilia…
Vecchio
Coraggio… Coraggio…
Un Negro
(entrando spaventato) Oh, oh, oh… (ubbriaco) Danza, danza, (batte le mani, cade, si
rialza) Dov’è donna? Tutto perduto. E allora negro Jach morire con donna in braccio…
(cade a terra)
(altri accorrono attraversano la scena, scompaiono; urla fra i tuoni)
[ALLUCINAZIONE]
Bianchino
(si getta a terra) Avevo cinque anni, mi rivedo, ma dov’ero, forse in Egitto, e mi
dicevano quando sarai grande tornerai con tanti soldi e metterai su una fattoria e nelle
feste persino il vestito nuovo…
Giallo
(a terra) In Cina, ecco, proprio in Cina, mi dissero che ero di cattiva razza, mi presero e
mi legarono e mi fustigarono; ma uno il capo, lo mandai all’altro mondo; che farà
all’atro mondo, ora, il capo?
Brutto
(come sopra) a piedi, a piedi, sicuro e che non si può camminar sul mare? Ti vedono
spuntare di lontano, alto sulle onde, e gran gente sulla riva che ti acclama e tutti
gridano! Il Brutto, è il Brutto. E suonano tutte le campane. (Suono di campane come in
sogno)
Vecchio
Chiamate, chiamate Elisabetta… E chi corre alle macchine? Chi?
Negro
La scoperta della terra
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(fra le acclamazioni evocate dal Brutto, sempre come in sogno) Quando tutti diventar
negri, come me, tutti negri, oh, oh, oh allora, allora…
Selmo
(accorrendo) Corro alle macchine, io, io solo. Tanto, che vale? Io solo non sogno. Per
me la terra è la morte, lo so, e che altro mi rimane? (saluta il vecchio e fugge)
Vecchio
Chiamate, chiamate…
Tutti
Elisabetta, Elisabetta… (battono alla cabina, battono imperiosamente, nel buio fitto) È
finita.
Ti vogliamo vedere per l’ultima volta almeno.
Elisabetta…
Elisabetta
(appare in un lampo lungo e chiaro sulla porta della cabina; è vestita come nella
immagine, a somiglianza delle Madonne di Paese, di un vecchio vestito di broccato. È
bella e selvaggia.)
Voci
Affonda, affonda…
Voci della scena
Salvaci, salvaci…
Voci fuori
Reggi, reggi forte…
Ancora, ancora…
Voci della scena
La Madonna, la Madonna della terra del sole… del sole… del sole…
Elisabetta
La scoperta della terra
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(camminando come in sogno, si avvicina alla prua, sale, rimane fissa lontano, alta sopra
tutti) Vergine Maria, nata in Sicilia, Vergine, aiutaci, salva i naviganti, manda in porto
la nave…
(di schianto tutti i rumori cadono. Pausa)
Tutti
(sommessamente) Vergine Maria, nata in Sicilia…
Elisabetta
(ecco che sorge come un chiarore d’alba lontana, rossa, nel gran silenzio e il rumore del
mare è calmo, piano.)
[FINE DELL’ALLUCINAZIONE]
Tutti
Benedetta, benedetta… (pausa)
Voci (all’improvviso, con altro tono, a precipizio)
Al lavoro, al lavoro…
Segnare la rotta.
Bene. Avanti a tutta macchina.
Negro
(si alza tentennando) Lavoro, lavoro, povero jak… Carbone e acquavite… carbone e
carbone… Di nuovo verso Algeri…
(improvvisamente la nave ha un movimento brusco, volta in una nuova direzione,
nettamente; il negro traballa, tutti traballano, meno che Elisabetta sempre fissa lontano)
Oh (…) e dove andiamo? (trambusto)
Voci
Tradimento, tradimento…
La strega, la strega…
(tutti balzano in piedi, cavano le armi, il vecchio difende col suo corpo Elisabetta)
Chi, chi ha cambiato la rotta? Chi è alle macchine? Apri, apri! (colpi)
Tradimento, avanti… avanti… Picchia, acqua! Chi è alle macchine.
La voce di Selmo
Fermi tutti… (rumore di lotta; i tre operai si slanciano contro il negro e lo trascinano via
gridando): Terra, terra…
La scoperta della terra
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Vecchio
Ora conduci tu la nave, madonna… Senza carte e senza bussola… Conduci tu; la
sentirai, per i profumi del vento, per il colore del mare, la troverai…
FINE DELL’ATTO SECONDO
La scoperta della terra
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ATTO TERZO
(dattiloscritto inedito corretto a mano dall'autore, per gentile concessione del Centro
Manoscritti "Maria Corti" di Pavia)
(L’angolo d’una piazza in festa in Sicilia, sulla riva del mare. Festoni da tutte le parti,
alle finestre drappi, sopra un tetto ben visibile e praticabile a sinistra un abbaino. A
destra un caffè di quelli che rimangono misteriosamente soli e in poca luce, per un triste
destino. Il popolo ha rovistato nelle cantine, ha svaligiato le dispense, i fondachi e le
riserve, tutto ha portato in piazza per far festa)
Grida
Frutta, frutta bella, frutta rossa, che vulcano, che vulcano, fuoco, fuoco…
La girandola delle frutta belle. Che scoppi, che spari… (spari scoppi)
Voci della chiesa
Santa Maria ora pro nobis.
Rosa mistica, ora pro nobis
Turris eburnea, turris eburnea, ora pro nobis…
Voci
Croccanti, croccanti.
Fichi d’india con le spine, chi li vuole?
Cocomeri, cocomeri…
Voci
Avanti, avanti
Evviva evviva
Spingi, spingi…
Mastro Venanzio
(entra brandendo una fronda di lauro, è grasso e rubicondo, e fa da guida ad una specie
di cataletto portato da due uomini, sul quale è un capretto fumante) Largo, largo a
Mastro Venanzio. La gara è incominciata; mangia tu che mangio io… Sono cotti e
camminan da soli, non li vedete, gente nostra? Ce ne dev’essere, sangue di cani, di
La scoperta della terra
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poveracci che si contenterebbero della testa del vitello e magari del lauro dei fegatelli
ancora profumati. Eccolo qua. Dove sono, si facciano avanti e non abbian timore, nel
Nome di Maria Signora della terra del Sole…
Maurizio
(un giovanotto, è apparso sul tetto e grida) Bene, mastro Venanzio, bene. Chi non
mangia muore e non è dei nostri.
Venanzio
Oh, oh, oh don Maurizio, felicità; ma lo vedete che vitellino? Non gli manca che la
corona… Che ne dite, eh, che ne dite?
Maurizio
Chi non mangia e chi non beve, muore di crepacuore. Ché, Ché!
Venanzio
In onore di Dio, che è festa, lo vendo a poco, all’ingrosso o al minuto, a credito o in
contanti… Eccolo, eccolo, Mastro Venanzio, indietro, piano, piano, uno alla volta, uno
alla volta, che la gara è incominciata. Mangia tu che mangio io… (esce a fatica)
Voci
Avanti, avanti
Urta e spingi spingi e urta.
Giù con la testa, come un toro…
Forza coi pugni.
Mastro Venanzio non cade in miseria per così poco…
Maurizio
(fa segni e dimostra la lotta che avviene) Bene, bene.
Una vecchia
(entra condotta da un bambino; è una vecchia centenaria, di quelle che non muoiono
mai, e sbocconcella a fatica un coscetto di gallina e ne dà a pezzetti anche al bambino.)
Maurizio
Benedicite, nonna Vincenza…
Vecchia
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Chi mi chiama? (alza la testa) O che fate lassù birbante?
Maurizio
Mi godo lo spettacolo. Nonna. Mi sono comprato un palco gratis et amore Dei.
Vecchia
Beato voi, ragazzo…
Maurizio
Ve lo mangiate col sorriso, lentamente, per i secoli, quel pezzetto di pollanca. Vi
piacciono i cibi odorosi? Bene, nonna. Forza.
Vecchia
Sì, che mi piacciono e mi piace veder mangiare; mi piacciono le bestie che diventan
sangue dei miei figli, carne dei figli.
Maurizio
Due volte bene, nonna Vincenza… (si volta agli altri e gesticola)
Bambino
Che cosa sono quelle luci, nonna laggiù?
Vecchia
Sono i vecchi che stanno a guardia del mare con le pipe accese che fan lume. O che non
lo sai? E che marinaio diventerai se non sai queste cose?
Bambino
Andiamo nonna, là in mezzo, che c’è gente…
Vecchia
Ti farebbero danno che sei piccolo. Quando sarai grande, allora sì. Di qui si vede bene,
si sente il chiasso, si gode la girandola…
La signora Concetta
(una grassa signora tutta impennacchiata, tutta rivoli di sudore e di moine, entra seguita
dal Barbiere, proprio un signorino lui, con i calzoni bianchi e le scarpe nere lucide) Oh,
soffoco, soffoco signor Luigi mio…
La scoperta della terra
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Barbiere
Screanzata gente, quando smoda…
Concetta
Se non mi salvava Lei, che come barbiere conosce la cavalleria, creda pure, morivo
annegata in parola mia. Una sete, mi creda, una sete che non mi dispiacerebbe proprio
un gocciolin di vino buono…
Barbiere
Subito, quanto ne vuole, signora Concetta…
Concetta
Come se avessi un solleone in gola, in parola d’onore. A furia di urlare, ho in gola
sapori di vestiti e di carta, e cenere di mortaretti perfino. Mi si stropicciavano indosso in
malo modo, a parte la modestia, e stropiccia, urta, stringi, pizzica di qua e di là, se non
arrivava lei, proprio lei, che ne sa di usanze gentili, morivo soffocata… Non m’han fatto
finire nemmeno i ravanelli, che poverini, si posson mangiare perfin le foglie…
Barbiere
Lo vuol vedere che glieli faccio finire io? Con due dita, con due sole dita, se mi
permette, glieli metto nella bocca come due uccellini in gabbia. Guardi se non è vero…
(eseguisce)
Concetta
Madonna mia che delicatezza… O dove è stato abituato?
Barbiere
In città, lei mi capisce e la città non è il paese… Si figuri che noi non siamo affatto
barbieri come crede la gente ignorante…
Concetta
E cosa?
Barbiere
Coiffeurs (cuaffor)…
Venanzio
La scoperta della terra
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(accorrendo) Corra, corra, signora che il signor assessore ha vinto il capretto… Venga
venga…
Concetta
Ma dove l’ho da mettere, in fede mia? Dove che non c’è proprio un posticino libero? (al
barbiere) Viene anche lei?
Barbiere
Se non la disturbo…
Concetta
Ma si figuri; se non ci fosse stato lei al mio fianco, a quest’ora sarei diminuita di ancora
un po’…
Venanzio
Coraggio, signora… che si fa festa… (via tutti)
Maurizio
(che ha fatto continui gesti) Ecco, così… Musica ora, musica. (l’orchestrina incomincia;
entrano un uomo e una donna seguita da gran gente e incominciano a ballare, il
pescatore a girare girare prima adagio, poi sempre più presto, poi vorticosamente: allora
qualcuno gli butta la moglie fra le braccia; avvinghiata a lui, anche la donna comincia a
girare e quando l’uomo ruzzola in un canto, ella continua la danza mollemente)
Tutti
(Batton le mani, gridano, fan festa)
Vecchia
Figli benedetti, Dio vi dia cent’anni e più…
Maurizio
Donna Vincenza, ballate anche voi…
Vecchia
O che credi che se avessi due anni di meno, non sarei buona?.. (tenta, poi ride
sottovoce; tutti si voltano e le fan festa…)
Tutti
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Viva la nonna, viva la centenaria, viva i quindici figli di nonna Vincenza…
Maurizio
Guardate, ballan tutti… I giri son cominciati qui e si propagano per tutta la piazza…
Forza, forza, guai a chi smette…
Tutti
Andiamo a vedere. A chi vince, a chi vince…
Balla, balla…
Giacomino
(entra accaldato seguito da Carmela, la donna di casa e da Elisabetta. Elisabetta è una
modesta donna, ormai, moglie di Giacomino, proprio umile e silenziosa, con gli ori sul
petto e gli anelli nelle dita, in costume paesano. Giacomino è un bravo provinciale.)
Qui, qui che non c’è calca…
Carmela
Qui si vede tutto, Elisabetta, ci si riposa e si spende poco… Ti piace?
Elisabetta
Si sta bene.
Carmela
(a Elisabetta) Bella, bella, bella…
Giacomino
Ora ci prendiamo un bel caffè, Elisabetta, che bisogna fare economia altrimenti si
rimane quello che siamo, con molto zucchero che non faccia male e un cannolo a testa.
Ti piace la crema?
Elisabetta
Sì che mi piace.
Carmela
La crema per Elisabetta nostra, moglie di Giacomino, la bella della povera Carmela che
le vuol bene come una figlia… Tò, un bel bacione in pubblico, davanti a tutti, tanto non
c’è vergogna…
La scoperta della terra
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Giacomino
Ehi, del negozio. (con prosopopea semplice) Chi c’è?
Il commesso
Ai suoi ordini, signorino.
Giacomino
Sentimi bene, ragazzo e vediamo di servirmi bene; tre caffè con molto zucchero e tre
cannoli nostrani, belli grossi e saporosi, proprio che sieno come si deve…
Commesso
Lasci fare a me…
Carmela
Me la voglio proprio godere la solennità come pare a me…
Giacomino
A noi non ce l’han fatta così, che siamo poveri, quando abbiamo sposato, la cerimonia,
Elisabetta. Un campanino piccolo piccolo che sonava e un pranzetto discreto.
Elisabetta
Che m’importa? Io sto bene vicino a te, Giacomino e nessuno e nessuna cosa
m’interessano.
Giacomino
Sei felice, o no? Stai proprio bene, col tuo marito, no?
Elisabetta
Benissimo. (guardando Venanzio) O che fa lassù, quello? (sorride)
Giacomino
È uno zoticone che s’intrufola dappertutto. Non lo guardare, Elisabetta, e promettimi
che non lo guarderai mai… Turba tutte le donne, hai capito, parla parla parla, grida,
sgambetta, fa il cerimonioso perché è stato in città col barbiere… Ti interessano gli
uomini che hanno visto la città?
Elisabetta
La scoperta della terra
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Non m’interessano. (il commesso porta i caffè e le paste e se ne va.) Questo negozio,
vedi, mi piace, e proprio ti ringrazio di avermici portata…
Carmela
Oh, non è un gran che… Ma per ora tutto è bene; più in là potremo andare nella casa del
farmacista, quando avremo da parte qualcosa, e là sì che ti divertirai. Hanno il
grammofono e certi dischi che vengon di lontano… Ma il caffè…
Elisabetta
È bello. (pausa) Di lontano che cosa?
Carmela
I dischi, avevo detto i dischi… (mansueta)
Elisabetta
Ah, sì. (pausa) Questo negozio è nella piazza ed è come non ci sia, è vero? Non lo
guarda nessuno, non ci viene che poca gente eppure è nella piazza. Ci sono nelle piazze
questi angoli morti. Mi piace.
Giacomino
Perché morti?
Carmela
Sì, morti, si dice così. Oh, non capisci mai, Giacomino? Hai parlato bene, la mia
pupilla, proprio bene.
Giacomino
(che ride confuso, guarda la festa, poi si volta improvvisamente e domanda) Senti,
Elisabetta, ti volevo sempre chiedere una cosa. E non ho potuto mai. Capisci? È strano
che io non ti abbia chiesto mai… Forse il bicchiere di vino mi ha messo la curiosità…
Elisabetta
Domanda. Tu puoi chiedermi tutto.
Giacomino
Orfana così, bellezza mia e t’hanno abbandonata?
La scoperta della terra
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Elisabetta
Sì, abbandonata.
Giacomino
E quando ti vidi sulla spiaggia, di dove venivi?
Elisabetta
Dal lavoro nella campagna e cercavo lavoro. Non è chiaro?
Giacomino
Sì. È chiaro. Ma non ti conosce nessuno…
Elisabetta
Chi vuoi che conosca una povera donna orfana?
Giacomino
È giusto, ma tu sai parlare e certe volte non ti capisco…
Elisabetta
Ho studiato da me, sola, sopra un libriccino piccolo piccolo e ho imparato anche a
leggere…
Carmela
Ma che discorsi fai?
Elisabetta
Lasciatelo parlare.
Giacomino
No, no, non ti chiedo per malizia. Ma così… Perché nel sonno certe volte, ti agiti e parli
e discuti e ti accapigli e dici parole strane, ecco, Elisabetta…
Elisabetta
(appena appena non più tranquilla) Io nel sonno?
La scoperta della terra
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Giacomino
Sì, nel sonno… e ti abbranchi a me, e ti svegli tutta sudata e credi che io dorma, ma io
sono sveglio e sto zitto e attendo che ti sia passato.
Elisabetta
Nel sonno hai detto? Chissà…
(le campane suonano, la festa è per finire, qualche sparo ancora, qualche grida, la
musica sempre)
Carmela
Ma la vuoi finire di tormentare una povera ragazza? Che cosa ti salta in mente? Occhio
mio, cuore mio, non ci pensare, son due o tre bicchieri di vino… Ma lo sai, dico io, in
che stato si trova? Non lo sai? Dio, quando verrà quel giorno, che ho tanto sognato per il
mio Giacomino! Proprio fatta bene, la mia Betta; fianchi forti e latte ne avrai in
abbondanza; devi urlare così forte che ti hanno a sentire per tutto il paese. Devono dire
con rispetto e con invidia: è nato, nel nome di Maria, il figlio di Giacomino, buon uomo
e di Elisabetta, donna di casa e timorata di Dio…
Elisabetta
(con spavento) Sì, lo aspetto anch’io…
Giacomino
E io no? Io no? Tu che c’entri Carmeletta, si può sapere? Ha parlato l’oracolo…
(campane) Alziamoci e segnatevi, donne, che c’è la benedizione… (eseguono)
Selmo
(entra, pezzente, un mantellaccio addosso, scalzo, la barba lunga) La carità a un povero,
oggi che è festa… (si avvicina) Voi siete buono, signore, oggi è festa e pensate anche a
me…
Giacomino
Il giusto, ecco… Anche io non sono ricco, ma l’elemosina porta benedizione…
Selmo
(guarda la donna si ferma, indietreggia, si frena; Elisabetta si alza in piedi, poi
lentamente nuovamente si siede) è vostra moglie, Dio la benedica?
Giacomino
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Sì.
Carmela
È bella e sana che Dio la conservi come avete detto…
Selmo
(freddo) Non mi riconosci?
Giacomino
A chi dite?
Selmo
Alla donna, alla donna vostra. Non mi riconosci?
Elisabetta
No. Chi siete?
Selmo
Io mi chiamo Selmo.
Elisabetta
Non mi ricordo. Non mi ricordo.
Selmo
E so che tu ti chiami Elisabetta.
Giacomino
Come fa a saperlo?
Selmo
Ve lo dico io. Ve lo dico io…
Carmela
Ma che succede… Madonna mia…
La scoperta della terra
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Elisabetta
Che cosa volete dire?
Selmo
Certo che non mi riconosci più, sono affamato, stanco e dormo nella campagna. Ma
aspettavo questo giorno (a Giacomino) Io l’ho conosciuta in un paese lontano…
Elisabetta
Ma che dice?
Selmo
Nel Transvaal, nelle miniere d’oro, dove è stata mia e di tutti…
Giacomino
(che aveva sorriso) Ma chi siete voi…
Elisabetta
(sorride appena, estranea) È pazzo, deve essere pazzo… Andate con Dio buon uomo…
Selmo
Vuoi negare quello che dico, eh? Ha la faccia di madonna ora, ha sposato un uomo
semplice e buono, ha la sua casa, e non si riconosce più… Ma dovete sapere chi era,
quel che faceva, e quel che m’ha messo nel sangue… Lo voglio dire a tutti, a tutto il
paese qui raccolto…
Maurizio
(che era sparito ricompare sul tetto)
Selmo
Tutti qui, intorno a me, gente, che voglio farvi ridere, che voglio farvi piangere…
Carmela
È un pazzo davvero… Vieni qui, povera amore mio…
Giacomino
Io gliela devo far pagare cara anche se è pazzo… (si slancia)
La scoperta della terra
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Maurizio
Gente accorrete che è arrivato il ciarlatano… (viene gente, quella di prima)
Selmo
Ascolta, prima, (a Giacomino) e se ho torto me la farai pagare e io non dirò più parola
né farò gesto…
Tutti
Viva il ciarlatano, ci faccia ridere… Ridere!
Selmo
Che ciarlatano che ciarlatano… La verità dico, la verità, quanto è vero che io sono
vivo… Ella non deve ingannare un uomo buono che porterà alla rovina, lui non sa chi si
è messo in casa, chi ha sposato, una strega, una strega davvero, che andava per le tane a
darsi agli operai, ai negri, alle ciurme, come una cagna…
Tutti
Bene, bene… Bravo…
Di chi parla?
Giacomino
Cerca di fare il mestiere, se non vuoi tutti i denti in gola…
Carmela
(lamentosa) Mandatelo via, cacciatelo…
Selmo
(disperato a Elisabetta) Lo puoi dire tu, in coscienza, che io mento? Lo puoi dire?
Carmela
Non gli rispondere, bellezza… Andiamo via, andiamo via…
Giacomino
La scoperta della terra
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(mentre due lo afferrano per le braccia) Non posso sentirlo parlare così anche se non è
vero, non posso lasciatemi stare, o io…
Maurizio
Continua che ci diverti… E tu don Giacomino, non t’arrabbiare… Non vedi che
scherza…
Tutti
Coraggio, lasciateci divertire… Come aveva incominciato...?
Giacomino
Non è vero, non può essere vero… Ma portatelo via, portatelo via…
Selmo
(visto che non può riescire a far trionfare ciò che dice) Continuerò sicuro, bella gente e
se è festa è giusto che vi devo far divertire… Ne racconto di storie io…
Tutti
E allora coraggio…
I pazzi oggi ci piacciono…
Selmo
Una volta, una donna che rassomigliava a quella, tutta, tutta, bionda così e nera di carne
per il gran sole, (lo trascinano via a forza mentre egli racconta voltato verso Elisabetta)
una donna che non si poteva dimenticare, lavorava nelle miniere nelle capanne dei
minatori nel Transvaal… Inebetita era e si dava, anche per nulla, ad occhi chiusi alla
gente stanca, piena si sudore e di morchia e di polvere d’oro, quella gente che poi si
addormenta e la si può derubare… Era brutta, eppure aveva in sé una bellezza
sconfinata; era fatta apposta per la canaglia, per i dispersi, per le vittime… (via tutti
tranne Giacomino, Elisabetta e Carmela, fermi in piedi, stanchi, inebetiti… Entra la
vecchia col bambino)
Bambino
Presto nonna, dicono che c’è un pazzo che racconta le belle favole di paesi lontani…
Corri, corri… se no, non si capisce poi la fine… (via. Pausa. Poi chiasso, grida di
evviva e battimani)
Giacomino
La scoperta della terra
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Non può esser vero, Elisabetta… So, so che non può esser vero, (sorride) ma in quel
momento, per un minuto, ho creduto, ho creduto che dicesse la verità, la verità…
Elisabetta
(ferma, tranquilla ormai imperterrita) Io non so quel che diceva.
Carmela
Forse chissà quante ne ha passate, poveretto. Sarà un emigrante ecco tutto, tornato in
patria, e chissà quante ne ha vedute… appunto è pazzo…
Elisabetta
Ora andiamo a casa, Giacomino. Ti preparo la cena con Carmela e poi vai a letto e ci
sentirai dire il rosario dinanzi alla Madonna. (ride tristemente) Come si chiamava?
Come ha detto? Selmo, ecco… Selmo… Io sono la tua schiava; tu puoi fare di me ciò
che vuoi…
Giacomino
Andiamo a casa, allora. Ma non sono contento come prima, chissà perché…
(si alzano, pagano, si avviano.)
Cinese
(rivenditore di bocchini e di collane) Venti lille… collane. Vuole per sua sposa
signor…?
Carmela
Oh, il brutto muso…
Elisabetta
Un cinese rivenditore di collane di vetro… Giacomino, Carmela ha avuto paura…
Cinese
Venti lille no? Dieci lille? No dieci lille… (fa finta di andarsene) Allor…
Giacomino
Anche un cinese… (ridendo) Tu sei un ladro caro mio, venti lire una collana di vetro la
mia sposa? Matto, matto anche tu…
La scoperta della terra
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Cinese
Ventaglio vero cinese venti lille…
Giacomino
Via via, che è tardi e il ventaglio non serve alla mia signora. Per chi ci prendi per
inglesi?
Carmela
Siamo intelligenti, carino e a noi non ce la fai… Brutto, brutto…
Giacomino
Andiamo (ridono ridono allegramente e il cinese ride ride anche lui)
Cinese
Venti lille, venti lille, signor…
FINE
La scoperta della terra
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Key elements of the Israeli society di Lorenzo Kamel Each culture has certain “key elements which, in an ill‐defined way, are crucial to its distinctive organization” (Ortner 1979, 93). Elon (1993, 4) claims that Israel’s identity has four constitutive strands: religion, nationalism, the Holocaust, and liberalism. In the following I will elaborate and discuss all four related values or defining themes, i.e. Jewish identity, Zionism, the Shoah, and liberalism in Israel. Even though the remembrance of the Shoah is not a ʺvalueʺ in the strict sense of the concept, it has crucial implications on many aspects, ideas and values of the Israeli society. For this reason it could be opportune to include this aspect in the present topic. a) Jewish identity The distinguished Israeli sociologist Eisenstadt (1974) claims that Israel has a Jewish identity. It is one of the defining themes of the State of Israel. This is determined, first of all, by the fact that according to the Law of Return enacted in 1950 every Jew has an immigration right and the possibility to gain citizenship. So, Israel is not only the state of its citizens but of all members of the Jewish people all over the world. In addition, the State actively pursues to bring Jews to Israel with operations like Flying Carpet in Yemen or Operation Moses in Ethiopia, with the Russian immigration wave or with special benefits for people who immigrate, and with programs like Taglit. Second, the national holidays, the calendar, and the weekend are in line with the Jewish tradition. Also, the national airline – El Al – does not operate on Shabbath and serves kosher food. Third, there is no division between religion and state, on which I will elaborate more in the next section. b) Liberalism Israel not only has a Jewish, but also a democratic identity. Specific liberal values in Israel are laid down in the basic laws of the State. However, these values are sometimes incompatible with the Jewish character of the State, and sometimes they are violated regarding minorities within Israel. L. Kamel, Key elements
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Regarding the first contradiction, in Israel, notoriously a step forward about the preservation of democratic rights within its borders, a Jewish wife cannot decide to divorce without the permission of her husband. Women in fact have the chance to appeal to the religious tribunal which, if conditions for a divorce are satisfied, has the authority to make pressure on the husband, so that he concedes to the divorce, through instruments that range from the withdrawal of the driving license to imprisonment. In fact the existence of religious courts is special to the Israeli legal system. “The Israeli legal system is distinct among liberal democratic legal systems for its use of various personal status laws in the area of family law applied by religious courts. This phenomenon has historical and political roots stemming from the Ottoman rule, and was retained by the British authorities during the Mandatory era” (Shultziner 2009, 23). However, in contrast to this, Justice Aharon Barak claims that “’Jewish and democratic’ does not imply two opposites, but rather their being complementary and harmonious… The fundamental values of Judaism are the fundamental values of the state.” Others, like Justice Haim Cohn think that only principles from the Jewish tradition should be chosen which are in compatibility with democratic values (both quoted in Elon 2008). Second, liberal freedoms are not consistently applied, especially not in relation to the Arab minority. Ben‐Porat shows that the “gradual relaxation of Israeli policies towards Arab citizens has not diminished the social gaps between them and the Jewish majority’s economic, social and political marginalization” (Ben‐Porat 2009, 6). Shultziner (2009) claims that also today the “civil rights of the Arab citizens of Israel are far from equal to that of their Jewish counterparts, even though they are equal de jure.” In certain circumstances the Palestinian citizens of the State of Israel do not receive the same social services as the Jewish citizens. This is connected to military service, which is the main measurement of who is considered a ‘good citizen’ as Ben‐
Porat (2009, 6) shows. c) Zionism Avineri reminds us that Zionism was a revolution in the Jewish diaspora. He enlightens the paradox that before Zionism emerged, there was a paradox in the Diaspora: “on the one hand a deep feeling of attachment to the Land of Israel, becoming perhaps the most distinctive feature of Jewish self‐identity; on the other hand, a quietistic attitude toward any practical or operational consequences of this commitment” (Avineri 1981, 4). The Zionist movement only appeared in the second half of the nineteenth century. Moshe Maor shows that, in contrast to general opinion, anti‐Semitism was the trigger, but not the L. Kamel, Key elements
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cause for Zionism. Zionism stemmed from the “need to construct a Jewish national life in response to modernity” (2009). He also shows the existence of different streams of Zionism, i.e. practical, political, spiritual, cultural, religious, labor and revisionist Zionism. A. B. Yehoshua said that some speak about some Zionism that is “true” and others about a Zionism that is “human” or “big” or “original” (Yehoshua 1996, 40). Thus this is a concept that is not univocal, but often characterized by radically different perceptions. So, what is Zionism and how did the concept develop? Till the foundation of the State of Israel, any person who wanted to found a Jewish state on the land of Israel was considered a Zionist. Today, once that the state has been created, the definition changed and a Zionist is someone who wants to recognize that the State of Israel does not only belong to its citizens, but to the entire Jewish people (see also Yehoshua 1996). In any case, a person who calls himself a Zionist does not reveal much about himself. It does not explain his relationship with religion, with the problematic of the state, with the thematic of social inequalities, with the issue of the occupied territories and so on. However, Zionism has also been subject to challenge and change. In the late 1980s, many intellectuals and scholars, among them the so‐called new Israeli historians, emerged claiming that the Zionist paradigm and the “official historiography” that alimented it gave birth to a selective vision of the Jewish history, which should bring in itself to a teleological end and a linearity that cannot be demonstrated. d) The Shoah145 Elon (1993) describes how there first had been a “stunned silence about the revelations of the Holocaust.” This was also due to the prevailing logic of a relevant stream of Zionism, according to which the Diaspora was a disgrace: “Jewish victims of Nazism were often thought to have gone ‘like sheep’ to the slaughter” (Elon 1993). However, the State of Israel built a national place for 145
It is important to note that many scholars have clarified the intolerability of the term “Holocaust.” It
derives from its ambiguity as a euphemism and an intimation that the events in question could possibly
have sacred meaning. This is mainly due to the etymology of the word “Holocaust” as a burnt sacrifical
offering. However, there is not agreement about the use of a single explanatory term. Commenting a
passage of a book written by Giorgio Agamben, Dominick LaCapra provided the following analysis:
«“The Jews also use a euphemism to indicate the extermination. They use the term so’ah, which means
‘devastation, catastrophe’ and, in the Bible, often implies the idea of a divine punishment”. But what
about the term ‘extermination’? Was this not a term employed by the Nazis – a term that is far from
unproblematic? Is it not a component of the discourse of pest control if not bare or naked life? The point
that I would like to make is that no term is unproblematic for ‘the events in question’. The best (or ‘good
enough’) strategy may be both to recognize that there are no pure or innocent terms (however ‘purified’
by critical analysis) and to avoid fixating on one term as innocent or as a taboo. Instead, while being
especially careful about unintentional repetitions of Nazi terminology, one might employ a multiplicity of
terms (Holocaust, Aushwitz, Shoah, Nazi genocide…) in a flexible manner that resists fixation while
acknowledging the problem in naming» (LaCapra 2004, p. 169).
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remembrance – Yad Vashem ‐ in 1953. Also, in 1951, the national Holocaust remembrance day (Yom Ha’Shoah) was introduced. First it was considered to constitute this day on the day of the Warsaw Ghetto Uprising, but eventually is now eight days before the Israeli Independence Day. We can perceive these initiatives as an “attempt to take back the Shoah from the perpetrators and make it serve the victims (perhaps figured as martyrs) or their descendants” (LaCapra 2004, 147). Today, Asher Arian (1995) claims that Israel suffers from the “people apart syndrome”, which leads them to analyze everything happening to them through the lens of persecution that the Jews suffered in their history. Tom Segev’s (1993) book “The Seventh Million” represented a strong rupture in this respect. He studied how the Holocaust has been molded and used for political ends by the Zionists committed to the process of building a Jewish State, as well as by the leaders who came to power later. He pointed his finger against the instrumentalizations made among others by then Prime Minister Menachem Begin, who by writing to American President Ronald Reagan once said that he would send “the Israeli army to Beirut in order to capture Hitler in his bunker”. The Hitler to which Begin referred was Yassir Arafat. Thus he instrumentalized the Shoah by making it a political argument. Segev’s claim, however, is controversial in Israel and his book was sharply discussed. In addition to this, it is important to note that no other event in history offers such radical resistance to every attempt to uncover some meaning in it. Indeed, as noted by Christian Meier, “every attempt to discern meaning can seem like an after‐the‐fact insult to the millions of victims” (Meier 2005, 137). References Arian, Alan. 2005. Politics in Israel: The Second Republic. Washington, D.C: CQ Press. Arian, Alan. 1995. Security Threatened: Surveying Israeli Opinion on Peace and War. Tel Aviv: Jaffee Center for Strategic Studies, Tel Aviv University. Avineri, Shlomo. 1981. The Making of Modern Zionism: Intellectual Origins of the Jewish State. New York: Basic Books. Ben‐Porat, Guy. 2009. “Multicultural Realities.” Available at: http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/isdf/text/benporat.html L. Kamel, Key elements
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Eisenstadt, S. N. 1974. Shinui Ṿe‐Hemshekhiyut Ba‐Ḥevrah Ha‐Yiśraelit. New York: Humaniṭis pres. Elon, Amos. 1993. “The Politics of Memory.” The New York Review of Books 40(16). Available at: http://www.nybooks.com/articles/article‐
preview?article_id=2447 Elon, Menachem. 2008. “Values of a Jewish and Democratic State.” Available at: http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/judaica/ejud_0002_0020_0_2
0304.html LaCapra, Dominick. 2004. History in Transit: Experience, identity, Critical Theory. New York: Cornell University Press. Maor, Moshe. 2009. “The History of Zionism.” Available at: http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/isdf/text/maor.pdf Meier, Christian. 2005. From Athens to Auschwitz. London: Harvard University Press. Ortner, Sherry B. 1972. On Key symbols, in Lessa, W.A., Vogl, E.Z. 1972. Reader in Comparative Religion: An Anthropological Approach. New York: Harper & Row, p. 92‐98. Segev, Tom. 1993. The Seventh Million: The Israelis and the Holocaust. 1. Aufl. New York: Hill and Wang. Shultziner, Doron. 2009. “Between Basic Norms and Basic Laws.” Available at: http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/isdf/text/shultziner.html#_ft
n40 Yehoshua, Abraham. 1996. Ebreo, israeliano, sionista: concetti da precisare. Roma: Editore e/o. L. Kamel, Key elements
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Sergio Zoppi, Umberto Zanotti Bianco patriota, educatore, meridionalista: il suo progetto e il nostro tempo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009 di Orazio Fiderio Nel novembre del 2010 è stata pubblicata dalla casa editrice Rubbettino una biografia sul filantropo meridionalista Umberto Zanotti Bianco, tra i fondatori dellʹAssociazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia nel 1910, benemerito della tutela dei beni ambientali e culturali, nonché fondatore di Italia Nostra e della Croce Rossa italiana. L’opera è stata realizzata da Sergio Zoppi, a lungo presidente e direttore generale del FORMEZ (Centro Formazione e Studi per il Mezzogiorno), al quale va il merito di aver messo in risalto la straordinaria figura di Zanotti Bianco legandola ai principali avvenimenti che hanno interessato l’Italia nella prima metà del Novecento, il che rende meno ostico, al lettore poco informato su questo protagonista del Novecento italiano, comprenderne lʹampiezza di orizzonti e la grandezza umana. Figlio di un diplomatico piemontese e di Enrichetta Tudin, di origine scozzese, Zanotti Bianco dedicò tutta la sua vita al soccorso e al riscatto del Mezzogiorno. Il suo incontro con il martoriato Sud avvenne nel 1908, in uno degli episodi più tragici della storia della nostra “giovane” nazione, quello del terribile terremoto che rase al suolo Messina e Reggio Calabria, mietendo circa 100.000 vittime. Zanotti Bianco, in quel momento a Zara, si precipitò a Messina e ciò che vide lo trasformò profondamente e ne segnò l’esistenza. In quel terribile episodio si legò per sempre al Sud Italia e al suo destino, decise che qualcosa doveva essere realizzato e cominciò a maturare quel progetto di riscatto delle genti del Sud a cui dedicò la propria vita. Qui nascono due fondamentali domande: perché un nobile del Nord Italia decide di rinunciare ai privilegi che la propria condizione sociale gli assicura per impegnarsi nel Mezzogiorno? E soprattutto, come tentare di ridurre il divario tra Nord e Sud senza sacrificare un ulteriore sviluppo della realtà settentrionale? Interrogativi che interesseranno tutta la vita di Zanotti Bianco e che si elevano al di sopra delle contese tra intellettuali del Nord contro quelli del Sud, in una lotta per certi versi sterile che guarda più a campanilismi regionali piuttosto che agli interessi nazionali. O. Fiderio, Recensione
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Per capire le motivazioni che spinsero Zanotti Bianco verso questa difficile scelta è stato assai utile indagare negli ambienti e fra le amicizie del giovane Umberto. Importante fu per lui l’influenza di padre Giovanni Semeria, conosciuto negli anni trascorsi nel collegio di Moncalieri, il quale lo assisterà nel suo percorso di approfondimento della fede cattolica, che sarebbe rimasta un punto fermo nella sua vita. La sensibilità di Zoppi nel cogliere questo fondamentale aspetto della vita del meridionalista è innegabile. Egli ha saputo cogliere il momento di svolta nell’uomo Zanotti sviluppandolo in modo ampio, coerente e tale da illustrare con efficacia come la spiritualità del fondatore di Italia Nostra sia stata la premessa interiore di una visione della politica condotta laicamente in tutta la sua esistenza. Egli vivrà il Vangelo nel “vero modo”, dedicandosi alla povera gente e senza lesinare critiche alla gerarchia ecclesiastica, anche se ciò non sfocerà mai in una rottura con la Chiesa cattolica, alla quale si sentirà sempre molto legato. Nei primi tempi della sua missione, iniziata, come accennato, a seguito del terremoto di Messina, Zanotti conoscerà uomini di prim’ordine che si faranno notare negli anni a venire, come Tommaso Gallarati Scotti e Gaetano Salvemini, rivelatisi fondamentali per Zanotti e per la sua opera più importante, ossia l’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia. L’ANIMI proponeva lo sviluppo delle genti del Mezzogiorno d’Italia tramite, innanzitutto, la lotta all’analfabetismo, che vedrà Zanotti instancabile nella ricerca di fondi che gli permettessero di finanziare la nascita di scuole e biblioteche, in alcune aree del Sud praticamente assenti. L’opera di Zanotti si dibatterà continuamente tra l’endemica carenza di fondi e le defezioni in termini di personale, cui purtroppo andò periodicamente incontro un’opera così intensa e snervante dal punto di vista umano. Tutte difficoltà che nel tempo finiranno per aumentare. Nel suo arduo e incessante impegno il nobile piemontese sarà coadiuvato soprattutto da Gaetano Salvemini, con il quale svilupperà anche un progetto politico ben delineato. Entrambi comprendono che un vero e proprio sviluppo del Sud (ma non solo) potrà di fatto avvenire con una devoluzione di poteri dello stato alle regioni, affinché queste possano raggiungere autonomamente, e compatibilmente con le loro propensioni, il tanto agognato sviluppo economico. La concreta dedizione alla causa del Sud sarà interrotta dallo scoppio della Prima guerra mondiale. Zanotti era un’interventista, riteneva che la vittoria degli Imperi Centrali avrebbe rafforzato il principio imperiale‐militarista a danno delle libertà individuali e collettive del genere umano. Inoltre, come si legge sempre in una lettera ad Alessandro Favero del 19 marzo 1915 , un O. Fiderio, Recensione
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mancato intervento dell’Italia l’avrebbe esposta, in seguito, ad un conflitto ancor peggiore che l’avrebbe vista sola contro i suoi avversari. Partirà volontario, a dispetto del suo fisico gracile, che gli avrebbe potuto evitare l’arruolamento, ma lo faceva, come scrisse in unʹaltra delle sue lettere, non tanto per le terre irredente, bensì perché non trovava giusto sottrarsi all’immane tragedia di cui tutti, in misura minore o peggiore, si erano resi responsabili. Nell’agosto del 1916 fu ferito gravemente all’addome e la guerra per lui si concluse in quel momento. Ma non certo il suo desiderio di tornare a dedicarsi al Mezzogiorno. Nel 1919 torna in Calabria e da lì osserverà con molta attenzione la brutta piega che stavano prendendo gli avvenimenti fiumani. Di sicuro, con l’avvento del fascismo, per Zanotti tutto si sarebbe fatto più difficile. Ligio alle sue idee, non accetterà né il fascismo, né la sua presunzione di dichiarare la questione meridionale risolta, e questo anche a costo di rischiare di perdere tutto ciò che aveva costruito. Di fatto, egli resterà sempre un sorvegliato del regime. In questi difficili frangenti scoprirà l’amicizia della principessa Maria Josè, la quale riuscirà a evitargli il confino o addirittura la prigione, salvando l’ANIMI e convertendolo in ”Opera Principessa Piemonte”. Ma i suoi movimenti resteranno comunque molto limitati e circondati dal sospetto. Causa le difficoltà incontrate nellʹazione educativa, negli anni del fascismo si dedicherà molto all’archeologia: fonderà infatti la Società Magna Grecia insieme a Paolo Orsi, con il quale scoprirà importanti siti archeologici come l’Heraion, alla foce del Sele. Un impegno che lo avrebbe portato, anche nel dopoguerra, a dare sempre molto risalto all’archeologia e a ciò che essa comporta, mostrandogli un Sud allo stesso tempo come luogo alto della classicità e come confine estremo delle contraddizioni della crescita industriale. Questʹultimo si rivelerà un punto cardine della sua vita, ovvero la difesa del patrimonio artistico italiano contro le spregiudicate realizzazioni edilizie che una parte della politica italiana avrebbe voluto realizzare. Stando al monito di Zanotti, infatti, come si legge nelle sue carte conservate allʹAccademia dei Lincei, ʺi paesi detentori di un vasto patrimonio artistico, la cui sussistenza interessa il mondo civile, ne sono custodi e non proprietari, e come tali responsabili di fronte al mondo interoʺ1. Le sue convinzioni e la sua cultura umanistica lo porteranno a fondare nel 1952 l’associazione Italia Nostra, a difesa del patrimonio artistico e culturale della nazione. Ma il centro della sua preoccupazione saranno sempre il Mezzogiorno e la sua idea d’investire nella formazione delle future generazioni, come avrebbe sostenuto con vigore anche in sede parlamentare. 1
Accademia nazionale dei Lincei, fascicolo personale Umberto Zanotti Bianco.
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A coronamento dellʹimpegno di una vita, sempre nel 1952 accadde un evento che gli diede merito del grande lavoro fino ad allora svolto, ma anche la possibilità di continuare la sua opera con ancor maggiore incisività. In breve, venne nominato senatore a vita dal presidente Luigi Einaudi. L’evento lo colse di sorpresa: con la modestia che distingue i grandi uomini egli si sarebbe dichiarato inadeguato al suo nuovo ruolo. Tuttavia la sua azione di Zanotti divenne ancora più efficace, grazie alla possibilità offertagli di farsi ascoltare dal Senato e di portare in Parlamento le sue preoccupazioni e le sue idee. Riprese l’idea che un vero sviluppo del Mezzogiorno sarebbe stato possibile solo puntando sull’istruzione delle giovani generazioni e che non ci può essere istruzione senza scuole dove poter insegnare. Del resto il ritardo dell’Italia sotto quest’aspetto era evidente e Zanotti non mancava di evidenziarlo. Già nel mese di ottobre del 1952, in un intervento in aula sul bilancio del Ministero della Pubblica Istruzione, il neosenatore denunciava il degrado nel quale versavano le scuole primarie italiane, ma se il Settentrione risultava lavorare alacremente, al contrario, il Meridione annaspava tra mille difficoltà, con percentuali di ritardo altissime. Peraltro Zanotti non è uomo da lamentarsi senza proporre soluzioni: consiglia di affidare la ricostruzione delle scuole meridionali alla “Cassa del Mezzogiorno”, in modo da accelerare i tempi eliminando l’eccessiva burocrazia, che con il suo ritardo, uccide lo sviluppo di uno stato. Assistenza all’infanzia, lotta all’analfabetismo, istruzione professionale e acquisizione di una coscienza civile; il problema dell’istruzione va al di là del mero sviluppo economico, per lui acquisisce una valenza di dialogo sociale e culturale. Un patrimonio di pensiero che non si sarebbe certo esaurito con la scomparsa del grande meridionalista, avvenuta il 28 agosto del 1963. Come suggerisce lo stesso Zoppi, e come rilevato in una recente recensione di Simone Misiani al suo libro, l’impostazione umanistica e lo sviluppo economico non possono essere visti in antitesi, come molti hanno voluto vedere. Se da un lato Zanotti riconosce il valore dell’Umanesimo, dall’altro non si può certo dire che fosse avverso alle politiche di risanamento del territorio e ciò è attestato dal rapporto strettissimo che lo lega a medici, agronomi e urbanisti. Il che rende ancora più grande la sua figura di uomo al passo coi tempi e non di sognatore umanista fuori dal tempo. Del resto, la sua modernità viene attestata dal progetto educativo già menzionato. Zanotti Bianco capì prima dʹaltri che lʹistruzione è fondamentale per lo sviluppo tanto civile che economico di una nazione, che, come è noto, è conquista recente del pensiero economico stesso, ma che molto probabilmente ha le sue radici nel pensiero liberal‐democratico fatto proprio da Zanotti. O. Fiderio, Recensione
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Le trasformazioni a cui l’Italia andò incontro tra gli anni Cinquanta e Sessanta furono determinate da un più largo accesso all’istruzione delle giovani generazioni, che avrebbe reso possibile il passaggio da stato arretrato e colpito dal cancro dell’analfabetismo a stato economicamente avanzato, che ha risolto il problema dell’istruzione, almeno nei suoi aspetti essenziali, pur mantenendo un divario non indifferente tra i due poli del paese. Un progresso comunque incontestabile, che ci consegna unʹItalia molto diversa da quella di fine Ottocento. O. Fiderio, Recensione
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