Comunità parrocchiale
Sacro
Cuore
Busto Arsizio
anno 29 n. 2
aprile 2012
Il lupo di Gubbio
Osservando l’affresco di fr. Costantino ci sentiamo immersi
in una profonda dimensione di pace. L’animale feroce è
trasfigurato, anche nelle sue fattezze (sembra un fedelissimo
cane d’appartamento), e docilmente ascolta Francesco che
parla al suo cuore, ormai reso capace – sembra anche dalla
narrazione – di sentimenti umani. In più occasioni i biografi del
Santo pongono in evidenza il fatto che Francesco, trasformato
dall’amore del Signore, viva nella condizione originaria di
Adamo prima del peccato. Come il primo uomo, infatti, egli è in
dialogo con tutte le creature alle quali si rivolge con semplicità e
amicizia: in una parola Francesco, pur vivendo in questo mondo,
dimora nel paradiso terrestre. Questa condizione di armonia
si respira ammirando l’affresco. In primo piano fanno corona
a Francesco i frati che lo accompagnano in questa avventura
e che sono testimoni della “conversione” del lupo In secondo
piano svettano le arcigne costruzioni della città, addolcite
dalla ritrovata pace dei suoi cittadini con l’animale feroce,
pace sigillata dal Santo nel nome di Gesù Cristo. In verità gli
abitanti di Gubbio non sono rappresentati. Forse sbirciano dalle
finestre e assistono ammirati al singolare patto di alleanza che
Francesco sta stringendo con frate lupo. L’orizzonte si allarga e
sullo sfondo un monte massiccio ed il cielo di un tenue azzurro
fanno da testimoni del fatto prodigioso.
Attraverso questa raffigurazione l’artista ci ricorda il messaggio
profondo del Fioretto XXI (FF 1852): anche il più feroce degli
animali (uomini!) può essere raggiunto e accostato nel nome
del Signore, può accettare la condanna delle sue azioni e
rendersi consapevole della sua malvagità, può cambiare il cuore
e ritornare a vivere in pace con i suoi fratelli!
Ecco la narrazione!
Apparve nel contado di Gubbio un lupo grandissimo, terribile e
feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma anche
gli uomini. I cittadini vivevano nel terrore e giravano armati
per potersi difendere qualora avessero incontrato l’animale.
San Francesco, mosso a compassione di quella gente, decise di
inoltrarsi nel bosco per incontrare il lupo, sebbene tutti glielo
sconsigliassero. Fatto il segno della santissima croce, Francesco
segue in III di copertina
Direttore Responsabile
Massimiliano Taroni
Redazione
fr. Giovanni Rinaldi ofm,
fr. Francesco Metelli ofm,
Benedetta Sarrica, Graziano Facco
Paola Surano, Pietro Solinas
Lidia Ceriotti, Annalisa Rossetti
Iscrizione presso il
Tribunale di Busto Arsizio
n. 3/2005 del 9.2.2005
Distribuzione bimestrale
Proprietario - Editore
Parrocchia Sacro Cuore
di Busto Arsizio
Stampa
Arti Grafiche Baratelli snc
Via Ca’ Bianca 32 - Busto Arsizio
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Sommario
La parola del parroco
Lettera della redazione
Cronaca
Varie
Etica e società
Oratorio
Proposte culturali
Proposte di lettura
Speciale famiglie 2012
Anagrafe parrocchiale
La parola del parroco
Carissimi fedeli:
il Signore vi doni
la sua pace!
Anche quest’anno, ci stiamo incamminando a grandi falcate verso la Pasqua, il
mistero centrale della nostra fede. Un mistero, appunto, ossia qualcosa di nascosto e difficile da comprendere e accogliere; il mistero di una vita
passata nel crogiuolo della sofferenza e della morte e poi
ridonata a chi l’aveva persa.
Tutto questo concentrato di morte e vita, del quale possiamo
parlare all’infinito senza mai venirne a capo, si riassume in una
brevissima sentenza: “Cristo è risorto!” E queste parole noi le
canteremo nella veglia di Pasqua, sottolineando la verità del
loro contenuto: “Cristo è risorto: è veramente risorto!”.
Ma cosa significa celebrare la Pasqua, cantare gioiosamente e
con forza la risurrezione di Cristo? Come possiamo lasciarci coinvolgere da questo evento? Cosa c’entra con noi la possibilità di
farne memoria – ogni anno così solennemente nel santo Triduo e
nella Domenica di Pasqua, ogni settimana alla domenica, e ogni
qualvolta celebriamo l’Eucaristia?
San Gregorio di Nazianzo ci viene in aiuto con le parole di una sua
omelia pasquale:
“Saremo partecipi della Pasqua, presentemente ancora in figura,
ma fra non molto ne godremo di una più trasparente e più vera,
quando il Verbo festeggerà con noi la nuova Pasqua nel regno
del Padre. Offriamo ogni giorno a Dio noi stessi e tutte le nostre
attività. Con le nostre sofferenze imitiamo le sofferenze, cioè la
passione di Cristo. Siamo pronti a patire con Cristo e per Cristo. Se
sei Simone di Cirene, prendi la croce e segui Cristo. Se sei il ladro
e se sarai appeso alla croce, se cioè sarai punito, fai come il buon
ladrone e riconosci onestamente Dio, che ti aspettava alla prova.
Egli fu annoverato tra i malfattori per te e per il tuo peccato, e tu
diventa giusto per lui. Se sei Giuseppe d’Arimatèa, richiedi il cor-
La parola del parroco
Resurrezione.
po a colui che lo ha crocifisso, assumi cioè quel corpo e rendi tua
propria, così, l’espiazione del mondo. Se sei Nicodemo, il notturno
adoratore di Dio, seppellisci il suo corpo e ungilo con gli unguenti
di rito, cioè circondalo del tuo culto e della tua adorazione. E se
tu sei una delle Marie, spargi al mattino le tue lacrime. Fa’ di vedere per prima la pietra rovesciata, vai incontro agli angeli, anzi
allo stesso Gesù. Ecco che cosa significa rendersi partecipi della
Pasqua di Cristo”.
E allora, senza esitazione e con gioia, rendiamoci partecipi del mistero della Pasqua di Cristo, semplicemente così come siamo ma
con tutto quel che siamo: buona partecipazione!
fr. Giovanni
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Lettera della redazione
Il 20 maggio 2012 si celebrerà la 46° Giornata mondiale
della comunicazione sociale e,
accanto a tanti altri interrogativi, siamo invitati a riflettere ed
interrogarci sul senso delle parole
scritte, sulla relazione con il linguaggio mediatico, sulla dipendenza dai
motori di ricerca, sulla nostra indipendenza dai bombardamenti di informazione. È necessario scoprire l’importanza di una serena analisi
critica e di un vivo desiderio di dialogo, basato sul piacere
dell’ascolto nella sua più ampia capacità di partecipazione, in un contradditorio vivace e costruttivo, per poterne
derivare esperienze utili.
La comunicazione sociale come elemento del vivere moderno, ha potenzialità enormi ed enormi problematiche
di interpretazione e di strumentalizzazione e sarà opportuno affrontare questo tema ponendo alla base della nostra riflessione alcune parole tratte dal Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI.
“Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione” ….“Si tratta
del rapporto tra silenzio e parola: due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per
ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra
le persone. Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo
stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato. Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono
parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e cono-
Dobbiamo imparare quindi ad usare equilibrio tra silenzio
e parola, in una dualità che rafforza il senso di ciascuno di
essi, affinchè questo strumento straordinario a disposizione dell’umanità possa generare “vera comunicazione” e non
annientamento del pensiero.
Buon “ascolto” a tutti dalla redazione
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Lettera della redazione
sciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero,
comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come
esprimerci. Tacendo si permette all’altra persona di parlare,
di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza
un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle
nostre idee. Si apre così uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena. Nel silenzio,
ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del
volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che
proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa. Dal silenzio, dunque, deriva una comunicazione ancora più esigente, che chiama in causa la sensibilità
e quella capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la
natura dei legami. Là dove i messaggi e l’informazione sono
abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò
che è importante da ciò che è inutile o accessorio. Una profonda riflessione ci aiuta a scoprire la relazione esistente tra
avvenimenti che a prima vista sembrano slegati tra loro, a
valutare, ad analizzare i messaggi; e ciò fa sì che si possano
condividere opinioni ponderate e pertinenti, dando vita ad
un’autentica conoscenza condivisa” ……..
Domenica 8 Gennaio
Incontro con i battezzati
dell’anno e le loro famiglie
Come mi era già capitato il giorno
del Battesimo della piccola Matilde,
anche durante l’incontro in cui si è ricordato il Sacramento, mi sentivo pervasa
da una sensazione strana. Il fatto che per la
prima volta la mia bambina fosse protagonista
di un evento, pur nell’inconsapevolezza, mi ha riempito il cuore di gioia e di orgoglio, ma nello stesso
tempo ha innescato un meccanismo quasi di difesa, è pur
sempre la mia cucciola...
Durante poi l’assalto al trenino di cioccolato da parte della schiera di bambini pronti a tutto pur di accaparrarsi il pezzo più grande, non ho potuto fare a meno di sorridere, immaginando Matilde, tra qualche anno, in mezzo ai suoi amici, districarsi tra mille
braccia e girarsi verso di me con un sorriso cioccolatoso.
L’ambiente sereno, l’ordine nonostante l’eccitazione per tutto quel
cioccolato, i sorrisi dei bambini e dei genitori, l’amore nei confronti
della vita che si respirava insieme ad un profondo senso di pace, mi
hanno confermato che questo è il posto giusto per far crescere la
mia piccola e per crescere con lei.
Federica
Domenica 29 Gennaio
Festa della Famiglia
Cronaca
Santa Messa ore 10,30 seguita da pranzo comunitario.
Nel pomeriggio incantevole concerto delle “Verdi Note” dell’Antoniano di Bologna con larga e appassionata partecipazione.
Giovedì 2 e 3 Febbraio
Le feste della Candelora e di San Biagio
Ipapante, Candele, Gola e Panettone
Il 2 febbraio la Chiesa Cattolica celebra la Festa della Presentazione di Gesù, anche detta “Festa delle luci”. Quaranta giorni dopo
il Natale, infatti, Gesù fu condotto da Maria e Giuseppe al Tem-
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Cronaca
pio, sia per adempiere quanto prescritto dalla legge mosaica, sia
soprattutto per incontrare il suo popolo credente ed esultante. Al
Tempio Maria e Giuseppe incontrano Simeone e Anna. Simeone,
nel suo celebre “Cantico” riportato dal Vangelo di Luca, definisce
Gesù “luce per rivelarti alle genti e gloria del Suo popolo Israele” (Cfr.
Lc 2,30-32).
Da qui, la festa del 2 febbraio assume il senso di “festa della luce”
ed è tradizionalmente celebrata con il rito della processione e benedizione delle candele (da cui il termine “candelora”).
Un’importante e antica testimonianza di questa festa ci è data da
Egeria (scrittrice romana del IV-V secolo) nel suo Itinerarium Egeriae
(in cui descrive un viaggio in Terra Santa). Egeria ci parla di un certo
“rito del Lucernare” così descrivendolo: “Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima” (Itinerarium 24, 4).
La festa nell’Oriente cristiano si chiamava e si chiama “Festa
dell’Ipapante”, cioè dell’incontro tra Dio, fattosi uomo in Gesù, ed
il suo popolo.
A partire dal VI secolo la festa della Candelora si estese anche in
Occidente: a Roma con carattere più penitenziale e in Francia con
carattere più festoso, grazie alla processione delle candele.
Fino alla recente riforma del calendario liturgico, tuttavia, questa
festa si chiamava “Festa della Purificazione della SS. Vergine Maria”, poiché si poneva l’accento sulla tradizione ebraica secondo la
quale una donna era considerata “impura” (nel senso liturgico del
tempo) per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e
doveva pertanto recarsi al Tempio per purificarsi.
Il Beato Giovanni Paolo II nel 1997 ha istituito per il 2 febbraio la
“Giornata della Vita Consacrata” per ricordare a tutta la Chiesa il
grande dono di tanti uomini e donne che mediante la professione dei
consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza si dedicano totalmente a Dio e ai fratelli.
San Biagio fu un vescovo che visse tra
il III e il IV secolo a
Sebaste in Armenia
(Asia Minore). È venerato come santo dalla
Chiesa cattolica (che
celebra la sua memoria il 3 febbraio) e dalla
Chiesa ortodossa.
Biagio era un medico di origine armena. Divenne vescovo
della città di Sebaste dove operò numerosi miracoli. Arrestato
dal preside Agricolao durante la
persecuzione ordinata da Licinio, fu
imprigionato, lungamente picchiato
e sospeso ad un legno, dove con pettini
di ferro (usati dai cardatori di lana) gli fu
scorticata la pelle e quindi lacerate le carni.
Dopo un nuovo periodo di prigionia, fu gettato
in un lago, dal quale uscì salvo, quindi per ordine
dello stesso giudice, venne decapitato nel 316 insieme
con due fanciulli e dopo l’uccisione di sette donne arrestate
perché raccoglievano le gocce di sangue che scorrevano dal corpo dello stesso martire, durante il suo supplizio. Come santo viene invocato contro i mali di gola, perché durante la sua prigionia,
guarì miracolosamente un ragazzo che stava soffocando dopo
aver ingerito una lisca di pesce.
Durante la sua celebrazione liturgica, in molte chiese i sacerdoti
benedicono le gole dei fedeli accostando ad esse due candele; per
questo è anche patrono degli specialisti otorinolaringoiatri. È anche
protettore dei cardatori di lana, degli animali e delle attività agricole.
Tradizione, non specificamente ambrosiana, ma tipicamente milanese è quella di conservare fino al 3 febbraio un panettone, detto
appunto il “panettone di San Biagio” e di consumarlo alla mattina a
digiuno, “per benedire la gola”, come popolarmente si dice.
Domenica 5 Febbraio
Giornata della Vita
Cronaca
Il C.A.V., che anche quest’anno ha venduto le primule sulla piazza
della nostra chiesa, ringrazia per la solidarietà ricevuta e per la consueta generosità dei parrocchiani che ancora una volta ha permesso di sostenere i progetti di assistenza a mamme e bambini.
Giovedì 9 febbraio
Una partenza
Padre Valeriano parte per Lourdes, dove, nell’ambito dell’“anno sabbatico” che sta vivendo, si occuperà dell’accoglienza dei pellegrini
ed in particolare si è reso disponibile per il servizio del Sacramento
della Riconciliazione. Vi capiterà di vederlo su TV 2000 durante la
recita del S. Rosario in diretta alle ore 18 ed in replica alle ore 20. Gli
auguriamo un soggiorno spiritualmente molto ricco ed intenso e a
lui chiediamo di pregare per tutti noi.
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Sabato 11 Febbraio
Beata Maria Vergine di Lourdes: Santa Messa
per gli ammalati con unzione degli infermi
Cronaca
Alle ore tre del pomeriggio.
E...si sentirono molte voci...voci di persone amiche che si salutano,
si videro sguardi di amici illuminarsi e molte persone in attesa... E
si videro pure tanti cuori solidali nell’affetto, nel dono, nella ricerca
di senso...
E si videro tante mani operose, gare di solidarietà reciproca, nella
condivisione, nell’attenzione.
E...si vide pure una “CASA”.
La Parrocchia “Chiesa” Sacro Cuore pronta alle tre del pomeriggio,
per un appuntamento con lei “Maria di Lourdes” l’11 febbraio 2012.
Una data e un’ora per accogliere l’Amore di Dio in Cristo: “S. Messa
per gli ammalati con unzione degli infermi”.
L’Unzione degli infermi è un gesto di presenza, sorgente di forza
del cuore, un cuore amante di Cristo. Unzione è canto, è sguardo che l’uomo vede e riconosce. È contemplazione e domanda di
pace e di gioia che nasce dallo stupore di una Presenza.
Un gesto per costruire un intervento volto sia alla valorizzazione
che al superamento della sofferenza mediante la guarigione
oppure mediante una terapia di natura spirituale che sente in sé tutta la forza del Cristo Risorto.
Ognuno può e deve vivere con la forza del ‘sì’ di
Maria che conservava nel suo cuore una vita
dignitosa e serena.
È nella libertà della dimensione spirituale che superiamo il dolore e creiamo
un rapporto senza confini, cercando
nel cuore, nella storia, nel tempo il
senso del vivere.
Alle tre del pomeriggio ho conosciuto il suono di campane e di
tempo: abbiamo ricevuto l’Amore nel cuore della Vita, nella Parola, nella Liturgia, nella Fraternità.
In questo contesto spirituale c’è
il senso della sofferenza, ed anche
della morte come compimento di
tutto il nostro essere: nasce l’Alleluia.
Solo nell’Alleluia è chiarito il mistero di
esistere, di morire. È il più bell’insegnamento che si può avere e offrire, perché ciò
che importa è solo la risposta che noi cerchiamo
di dare alla Vita.
Riconoscenti per l’appuntamento ‘alle ore tre del pomeriggio’ esprimiamo la nostra gioia per il dono ricevuto/elargito, l’unzione degli infermi, ed esprimiamo il nostro stupore per
l’Amore ricevuto e che riceviamo nella vita di ogni giorno.
Nell’Alleluia Pasquale e nel “sì” di Maria è contenuto il nostro
grazie!
Sr. Aloysia
Cronaca
Sabato 18 febbraio
nasce il Giralibro
Si è svolta, il 18 febbraio scorso, una elegante
presentazione del Giralibro, in una atmosfera non chiassosa ma emozionata, rispettosa
di tanta ricchezza, la lettura, a disposizione di
tutti, senza condizionamenti, senza presunzioni, senza altre aspettative che la condivisione di
una passione, di un bisogno di riconoscere momenti di affascinante compagnia della mente.
Le ragazze del gruppo “Assemblea delle donne” hanno interpretato
la lettura di alcuni brani scelti dai libri a disposizione e la sensazione di “vedere” e “sentire” le parole ha creato un’atmosfera emozionata ed emozionante.
Così come normalmente avviene nel nostro teatro Fratello Sole, il
pomeriggio è stato caratterizzato da una semplicità estrema ed un
intenso coinvolgimento che certamente hanno reso la lettura protagonista assoluta ed i libri compagni preziosi.
Sul sito del Teatro www.fratellosole.it potrete trovare l’elenco dei
libri a disposizione gratuitamente per la lettura e, per chi non naviga, potrete chiedere direttamente in Teatro nelle ore di apertura.
Benedetta Sarrica
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Segnaliamo il regolamento del Giralibro:
• Principi portanti del progetto sono la passione e l’entusiasmo che un libro
ha fatto nascere nel lettore che lo presenta. Non hanno senso inserimenti
di libri non letti e non raccomandati personalmente.
• Chi vuole ritirare un libro deve lasciare il suo nominativo e firmare l’apposito modulo accettando tutte le norme del regolamento. Il modulo in
questione è disponibile in cassa negli orari di apertura del teatro.
• La riconsegna dovrà avvenire entro 30 giorni dal ritiro, salvo richiesta di
proroga. Massimo una proroga per libro.
• Chi ritira un libro è invitato a lasciare un commento sul sito Web del teatro
(www.fratellosole.it/giralibro) o sull’apposita scheda disponibile in teatro.
Anche i commenti scritti sulla scheda verranno riportati periodicamente sul
sito Internet con il solo nome di battesimo.
• Gli utilizzatori del servizio possono proporre nuovi testi fornendo un breve
commento e lasciandone – se possibile – una copia. La direzione si riserva
di accettare o non accettare la proposta di inserimento del libro indicato.
Sabato 18 e Domenica 19 Febbraio
Giornata di sensibilizzazione e raccolta
a favore del Centro giovanile STOA’
I giovani del Centro Giovanile STOA’ ringraziano per la disponibilità
e generosità: per approfondire la conoscenza sul Centro, rimandiamo all’articolo “Cosa ti manca per essere felice?” (v. pag. 34-35).
Domenica 26 febbraio
Prima di Quaresima e Prime Confessioni
Cronaca
La festa del perdono
Domenica 26 febbraio 56 ragazzi e ragazze di quarta elementare
hanno vissuto la prima confessione nella nostra Parrocchia. È stata
davvero una bellissima festa!
Alle ore 15 tutti i ragazzi e le ragazze erano in Chiesa con i propri
genitori. Dopo una breve meditazione sul brano di Zaccheo e dopo
la richiesta comunitaria di perdono, ognuno ha avuto la possibilità
Cronaca
di confessarsi. Al termine della
confessione individuale, ogni ragazzo ha acceso un piccolo cero
davanti al Crocifisso vicino all’altare come segno di ringraziamento
per il perdono dei peccati e poi, aiutati dalle catechiste, ognuno ha indossato la veste bianca, segno di purificazione,
che verrà indossata anche in occasione della Prima comunione il 25 aprile. È stato davvero emozionante quando, accompagnati dal canto
“Grandi cose”, i ragazzi sono entrati in Chiesa tutti “bianchi come la neve” per il ringraziamento comunitario!
Al termine della celebrazione ragazzi, genitori e catechiste hanno festeggiato insieme in Oratorio con una succulenta merenda
a base di pane e nutella e torte varie.
In occasione della prima confessione abbiamo anche celebrato
i riti di accoglienza pre-battesimale di Ana Carolina Ribeiro e di
Gabriele Vella che riceveranno il battesimo nei prossimi mesi: un
altro bellissimo motivo per fare festa insieme!
Ecco ora la testimonianza di una catechista sul cammino che i ragazzi hanno compiuto in vista di questa celebrazione:
“Nel capitolo 15 del Vangelo di Luca si legge che un pastore lascia
nel deserto le sue novantanove pecore e va in cerca di quella perduta finché non la trova. Ritrovatala, se la mette in spalla e, una volta
a casa, chiama gli amici perché si rallegrino con lui. Verso questo
Padre misericordioso che ci aspetta con pazienza e ci introduce alla
gioia del perdono sono stati guidati i nostri ragazzi nel giorno della
celebrazione del sacramento della Riconciliazione.
Il cammino per far comprendere la bellezza di questo sacramento ai ragazzi, preparandoli a vedere nel sacerdote che li accoglie, li
ascolta e dialoga con loro l’atteggiamento comprensivo e di perdono del Signore, è stato bello e impegnativo. La confessione è stato il culmine di un cammino fatto di letture, preghiere, dialogo e
ascolto dei ragazzi nelle ore di catechesi. Hanno sperimentato la
misericordia infinita di Dio che perdona i nostri peccati e ci guida
sulla via della vita”.
Pinuccia Gallazzi
Lunedì 6 Marzo
nuovi confessionali
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In mattinata vengono consegnati i nuovi confessionali, insonorizzati e climatizzati, che vengono installati nella cappella di sinistra,
di recente imbiancata. Avanti, penitenti, fatevi sotto numerosi:
confessarsi è ormai sempre più comodo e confortevole!
Domenica 18 Marzo
dal gruppo Missionario
Cronaca
Nell’ultimo bollettino parrocchiale avevamo promesso che avremmo dato resoconto del ricavato del banco preparato alla fine di novembre dello scorso anno.
Eccolo: abbiamo raccolto in totale 13.465,00 euro che trasformati in
gocce hanno raggiunto due missioni in Bolivia, una in Congo, un’altra in Camerun e ancora Haiti, Gibuti dove opera il Vescovo Padre
Bertin, Aleppo in Siria, una diocesi del Cile e un convento di suore a
Betlemme che ospita bambini abbandonati dalle famiglie. Altre gocce hanno raggiunto il Guatemala dove opera una suora della Casa
della Giovane e alcune famiglie di nomadi seguiti da Padre Franco
Marocchi. Infine abbiamo continuato l’adozione di una bambina
di Makoua in Africa che abbiamo adottato quattro anni fa.
Nei giorni 17 e 18 marzo abbiamo organizzato un altro piccolo
banco di oggetti per la casa il cui ricavato abbiamo destinato a Padre Stefano che opera nel centro di crisi per bambini a San Pietroburgo e a Fra Luigino Belloli che lavora invece in Cina e si occupa
di un lebbrosario da poco riaperto. Tutti e due sono stati ospiti del convento, l’anno scorso in epoche diverse: la loro
testimonianza ci ha regalato una nuova carica ed
aumentato il nostro desiderio di aiutarli. A noi
si sono uniti alcuni fratelli del terzo ordine
francescano che a Milano si occupano di
una casa famiglia conosciuta come Qiqajon (v. pag. 55) e che desideravano
far conoscere questa loro iniziativa e
altre volontarie che invece sostengono un vescovo nello stato dello
Zambia.
Le campane dei Frati
Come sapete, lo scorso mese di
luglio, il campanile della nostra
chiesa ha necessitato di un intervento urgente di restauro, in quanto
per motivi elettrici e statici le campane
non funzionavano più. I lavori sono stati
eseguiti il più in fretta possibile, per evitare
che le campane cascassero in testa a qualcuno...
I Fioeu da Straa Balon e alcuni generosi sono venuti in
nostro soccorso per aiutarci a far fronte alle spese dell’intervento, che sono state ad ora parzialmente coperte.
Ringraziamo tutti per la consueta generosità, affidandoci ancora una volta alla Santa Provvidenza...
fr. Giovanni
QUARESIMA
“Speciale per ragazzi e ragazze”
Per vivere il cammino verso la Pasqua del Signore
ti proponiamo questi momenti:
Varie
MARZO
Venerdì di Quaresima (02-09-16-23-30 Marzo)
ore 7.40 dieci minuti di preghiera in Oratorio
e poi tutti insieme a scuola!
APRILE
Lunedì 2 Aprile
Martedì 3 Aprile ore 17.00 PREGHIERA IN CHIESA
Mercoledì 4 Aprile
Giovedì 5 Aprile ore 15.00 LAVANDA DEI PIEDI
Venerdì 6 Aprile ore 15.00 VIA CRUCIS
Gli appuntamenti
nella settimana
più santa dell’anno
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Domenica 1 Aprile - Domenica delle Palme
h. 10.00
Riviviamo insieme il solenne ingresso di Gesù in Gerusalemme.
Lunedì 2 Aprile
h. 21.00
Confessioni comunitarie per i fedeli delle tre parrocchie
Busto-centro presso la Chiesa S. Giovanni.
Giovedì 5 Aprile - Giovedì Santo
h. 7.00 Ufficio di Letture e Lodi
h. 18.15 S. Messa in Coena Domini
h. 21.00 L’ora del Getsemani
Venerdì 6 Aprile - Venerdì Santo
h. 7.00 Ufficio di Letture e Lodi
h. 18.15 Celebrazione della Passione del Signore
h. 21.00 Solenne Via Crucis dell’Unità Pastorale
(con partenza dalla Chiesa di S. Giovanni)
Sabato 7 Aprile - Sabato Santo
h. 7.00 L’Ora della Madre
h. 22.00 Solenne Veglia Pasquale
Varie
Mercoledì 4 Aprile
h. 21.00
Momento di elevazione musicale a cura del Coro Laus Deo
presso la nostra chiesa.
“C’eravamo
tanto amati...”
(terza parte)
Etica e società
La separazione giudiziale
La terza stazione a cui giunge il Bollettino
nel viaggio attraverso la patologia del matrimonio è quella intitolata “separazione giudiziale”. Nel precedente numero si era evidenziato
come la separazione personale potesse essere o consensuale o giudiziale e ci si era soffermati sulla prima. Ora occorre chiedersi: cosa può fare un coniuge che intenda separarsi e
non sia riuscito, per vari motivi, a consensualizzare la separazione?
È evidente che non gli rimane che procedere con la separazione giudiziale che può essere chiesta a) perché si sono verificati
fatti da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o
fatti tali da recare grave pregiudizio all’educazione dei figli (separazione dunque non consensuale ma nella quale non viene
chiesto l’addebito); b) perchè il coniuge si è comportato in modo
contrario ai doveri che derivano dal matrimonio (separazione con
addebito). Si deve a questo punto eliminare un possibile dubbio
del lettore: il diritto alla separazione è ormai considerato un vero e
proprio diritto potestativo il che significa che un coniuge, indipendentemente dalla volontà di separarsi dell’altro, ha diritto di chiedere la separazione e l’altro non può opporsi a questa decisione.
In parole povere un coniuge che abbia comunque deciso di separarsi
nonostante l’opposizione dell’altro può dire a quest’ultimo: “amore
mio, ho deciso di separarmi, è ininfluente che tu non sia d’accordo”.
Per quanto riguarda la separazione giudiziaria “senza addebito” una
recente sentenza del Tribunale di Varese ha stabilito che “l’intollerabilità della convivenza è un fatto e uno stato psicologico squisitamente individuale, collegato alla formazione culturale e alla sensibilità dei
coniugi e ai contenuti esistenziali della loro vita comune. In sostanza
non occorre una specifica istruttoria da parte del Giudice per accertare
se la convivenza sia divenuta realmente intollerabile essendo sufficienti, e per il Giudice vincolante, la valutazione soggettiva e insindacabile
di uno solo dei coniugi che affermi sussistere l’intollerabilità senza che
chi la chiede debba giustificare la propria richiesta dimostrando che
l’asserita intollerabilità sussista e non appaia né occasionale, né di lie-
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Etica e società
ve conto, né reversibile in tempi ragionevolmente brevi”.
La separazione giudiziale “con addebito” è invece quella che una
volta si chiamava “per colpa”.
Si è in presenza di questo tipo di separazione quando, come detto,
il comportamento di uno dei coniugi sia stato contrario ai doveri
derivanti dal matrimonio.
A parte i casi eclatanti (coniuge che tiene un reiterato comportamento violento nei confronti dell’altro, coniuge che si sottrae ai
mezzi di sostentamento a favore dell’altro e dei figli, allontanamento senza giustificato motivo dalla casa coniugale senza il consenso
dell’altro coniuge, espressioni scurrili e offensive, ecc.) non sempre
è facile per il giudice stabilire quando un comportamento è “contrario ai doveri che derivano dal matrimonio” (queste sono le testuali
parole previste dal codice civile). È ormai pacifico in giurisprudenza
che chi formula la separazione giudiziale con richiesta di “addebito”
all’altro coniuge non solo deve provare che quest’ultimo ha violato
i doveri derivanti dal matrimonio ma deve anche provare il nesso di
causalità tra tale violazione e l’intollerabilità della convivenza.
La Corte di Cassazione ha recentemente statuito, ad esempio, che la
violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale non è causa d’addebito
se risulta provato che comunque essa non ha avuto incidenza causale nel determinare la crisi coniugale quando questa già preesisteva
oppure se tale violazione sopravvenga in un contesto già esistente di
disgregazione della comunione spirituale e materiale fra i coniugi. La
casistica in materia di separazione con addebito è vasta: oltre ai casi
eclatanti di cui sopra si è detto si possono ricordare, in modo esemplificativo e non esaustivo, il voler imporre una fede religiosa all’altro coniuge, l’aggressione alla personalità dell’altro coniuge per annientarla,
deprimerla, ecc., il sottoporre il coniuge ad umiliazioni quotidiane, la
continua denigrazione dell’altro coniuge, la violazione del dovere di fedeltà quando si è accertato che è stata la causa della crisi dell’unione.
Una sentenza della Cassazione del gennaio 2011 è arrivata a statuire che “anche un solo episodio di non lieve violenza, con percosse,
consumato dal marito ai danni della moglie, per di più per un banale futilissimo motivo (aver gettato nella spazzatura un tozzo di
pane raffermo), legittima la moglie a chiedere la separazione personale dal coniuge con addebito a quest’ultimo.
L’addebito ad un coniuge non comporta però in linea di principio
conseguenze in ordine ai provvedimenti riguardanti i figli.
L’affidamento della prole, a meno che la condotta del coniuge si riveli
pericolosa, sarà comunque condiviso e il coniuge nei cui confronti è
stata addebitata la separazione potrà anche essere il genitore presso cui i
figli verranno collocati con
conseguente assegnazione
allo stesso della casa coniugale, anche se di proprietà
del coniuge “incolpevole”
(continua a prevalere l’interesse dei minori). Due
conseguenze importanti riguardano invece il coniuge
a cui viene addebitata la separazione. La prima è che la sentenza che
pronuncia l’addebito comporterà per lui la perdita dei diritti ereditari
nei confronti dell’altro coniuge, diritti che viceversa permangono nella
separazione consensuale e in quella giudiziale senza addebito.
La seconda è che il coniuge “in colpa” non avrà diritto ad avere un
contributo al proprio mantenimento.
(Continua) Roberto Porrello
Etica e società
E…da un lettore riceviamo una provocazione….
Il matrimonio perfetto – 200 consigli.
Rilassatevi: non si tratta di un manuale di psicologia, di morale o di
eugenetica, ma è il titolo di un opuscolo in vendita, a prezzo modico,
presso qualunque edicolante, pubblicità di una azienda che organizza la cerimonia delle nozze. Dagli abiti alla torta, dall’ auto di lusso
(o dalla carrozza a cavalli) fino all’ album di fotografie (rigorosamente
digitali), tutto potete scegliere, proprio tutto quello che serve per un
matrimonio perfetto. Salvo l’essenziale: ma le persone non contano …
Siete avvertiti: se dovete sposarvi non state a cercare in fondo al
cuore, ma in fondo al portafoglio. Un esborso adeguato e il vostro
matrimonio sarà “perfetto” – avete 200 opzioni! (non mi sembra vi
si dica qualcosa del divorzio).
Perché la cosa non sembri solo polemica, vi racconto un fatto vero:
incontro una ragazza, che conosco da anni, con due bei bambini. Le
chiedo se sia sposata e se lo sia “in chiesa o in Comune”. Risponde: “in
Comune! Sposarsi in Chiesa costa troppo”.
BCH
…la Redazione domanda: “ e VOI cosa ne pensate?”
Luna di miele o eclissi di fiele?
Cronache dall’alveare
Etica e società
Ero piccolo, negli anni ’60, e la mia mamma era abbonata a una rivista: “La Donna, La Casa, Il Bambino”. Ne ho ancora nostalgia. Oggi
quella rivista si chiama “Mani di Fata”. E la sorte mi volle avvocato,
a rievocare quell’emozione. Non v’è separazione, infatti, ove non si
perda in una sola mano … la donna, la casa, il bambino. Non v’è separazione in cui abili… mani di fata non riescano, quasi per magia,
a formattare le modeste finanze del malcapitato, che – coerente
alla sua marginale funzione biologica – a quel punto andrebbe pietosamente soppresso, se non fosse a tenerlo in vita l’obbligo degli
“alimenti”: unica caratteristica distintiva fra il marito ripudiato e il
povero fuco d’ape, equipaggiato d’un amore monouso che l’uccide
subito dopo l’accoppiamento, evitandogli il dilemma d’un commiato “consensuale” o “giudiziale”. Meraviglie della natura, maestra di sintesi.
I Tribunali traboccano invece di esauste consorti (spesso isteriche
Barbie), che urlano “sono stufa” mentre sopprimono ogni capacità
di irradiare calore. Stufe incagliate nei ghiacci perenni della rabbia,
che chiedono al Giudice (stufa/stufo a sua volta) di ricomporre il
puzzle dei propri residui incombusti.
La rabbia di invecchiare appena attutita dalla soddisfazione (legale) di essere “mantenute”. Quasi che il mantenimento possa
arginare l’incipienza delle rughe. Meraviglie dell’animo umano.
E proliferano per la par condicio piccoli fuchi geneticamente
modificati, opportunamente lampadati, tuttora convinti che la
loro funzione s’esaurisca nel modesto contributo biologico alla
costruzione dell’alveare, liberi subito dopo (così credono) di
assecondare impellenti necessità endoscopiche (devo
guardarmi dentro), di revocare in dubbio i massimi
sistemi (devo capire cosa, o chi, voglio veramente), e sottrarsi così di soppiatto all’impegno
di marito e di padre per rifugiarsi in improbabili pause di riflessione, propedeutiche a inenarrabili rimpasti.
Il tutto condito da paradossale incapacità a comunicare (lui non mi
capisce, lei non mi capisce… capisce avvocato?), in una babele di
sentimenti ridotti in patchwork,
21
Etica e società
dove nidificano e s’ingrassano
stormi di maghi, psicologi, parrucchiere in vena d’introspezione.
L’avventura inizia in luna di miele,
ma termina spesso, ahimè, in overdose di fiele, e spesso l’amaro, in fase
terminale, manda l’alveare in crisi ipoglicemica.
Il protocollo clinico (invero la legge) prescrive allora di sospendere l’alimento (miele)
per somministrare, quasi pappa reale, il mantenimento: concetto esoterico (ancorchè giuridico)
che vale a garantire all’alveare il medesimo tenore di vita…
come se tutto fosse uguale a prima, insomma, anzi meglio di
prima (!) (la giurisprudenza raccomanda infatti il mantenimento del medesimo tenore di vita anche potenziale!).
Una considerazione: una famiglia unita “consuma” (in termini
economici) molto meno che una famiglia disgregata, così come
una persona felice consuma molto meno di un soggetto angosciato, frustrato, insoddisfatto. La soddisfazione, la felicità, la serenità non versano tributi sufficienti alla società dei consumi.
Un dubbio: e se tutto il circo della crisi coniugale fosse finalizzato a
moltiplicare e garantire i consumi? Chi chiederebbe infatti al fallito
il medesimo tenore di vita… di quando era in bonis? Chi pretenderebbe dal non vedente il medesimo tenore di vita di quando ci
vedeva?
Ma allora questa “fiction” del medesimo tenore di vita cos’è se non
l’ossequio alla società dei consumi, che indifferente alle sofferenze
(e alle necessarie “ristrutturazioni” aziendali) d’una famiglia che si
rompe, si preoccupa solo di salvaguardare l’integrità dei “centri di
consumo” che la costituivano? E se fosse proprio questa cultura
dei consumi a generare i passaggi logici, subdoli e subliminali, che
portano inevitabilmente alla disgregazione?
Forse è ora che anche noi avvocati, stufi del ruolo marginale di scafisti impegnati a traghettare i relitti di queste famiglie su spiagge
desolate battute dal risentimento, dove s’ergono (e cito Baricco)
castelli di rabbia, ci rendiamo protagonisti attivi di un mutamento
culturale.
Ai coniugi in crisi avremmo forse il dovere di spiegare, quando ci
chiedono di degradare la Giustizia a corrosivo colluttorio (“avvocato, le (gli) faccia sputare sangue!”) che quanto meno per ragio-
Pochi mesi ci separano dalla Giornata Mondiale della Famiglia, che
quest’anno avremo la straordinaria fortuna di poterci godere senza
troppi spostamenti, dato che sarà organizzata a Milano. Ma chi non
ha famiglia, in particolare i bambini?
Senza famiglia
(Dolce Remi, Heidi, La carica dei 101 e altri falsi storici)
Lavoro da quasi 20 anni nel territorio tra Milano e Varese a stretto contatto con bambini, ragazzi, adolescenti e giovani che non
hanno un’esperienza “normale” di famiglia. Non solo sono lontani distanze siderali dall’idea di famiglia-Mulino-Bianco (la famiglia dove tutto va bene e tutti vivono felici e contenti, di cui si
parlava nello scorso appuntamento: un modello a cui tendere, ma impossibile da raggiungere), ma addirittura dalla famiglia così come è vissuta da ciascuno di noi,
con le gioie, ma anche con le fatiche che la vita
con i nostri congiunti ci dona. Si tratta di ragazzi colpiti da decreti del Tribunale dei
Minorenni, secondo cui il piccolo non
può più vivere presso la famiglia di
provenienza, a causa della insufficiente qualità genitoriale di mamma o papà (sto parlando di maltrattamenti e abusi, o situazioni
23
Etica e società
ni estetiche sono tenuti a dialogare, sia pure nella fase terminale
dell’idillio, con reciproco rispetto, magari per ricomporre piuttosto
che per distruggere.
E raccontiamo con onestà al cliente che la vicenda di cui si crede
attore protagonista ricalca un copione ormai consunto, del quale
siamo ormai stufi e annoiati; e che lo vede misera comparsa a far
capolino dalla nostra comparsa e null’altro. Chissà che l’ego distorto, e comunque affetto da cronico protagonismo, non decida di
modificare, così, la partitura. Un Collega di Milano una volta esclamò nel mio studio: ho separato più di mille coppie… credo fosse un
bluff… ma sarebbe bello, ogni tanto, sentire avvocati vantarsi d’aver
evitato (se non mille) almeno una inutile separazione!
Avv. Giovanni Galli
Etica e società
pesanti a carico dei genitori che
impediscono a questi ultimi di
esprimere il ruolo al quale sono
biologicamente chiamati in termini di cura e tutela dei propri figli).
Vivono quindi in strutture chiamate
casa-famiglia o comunità per minorenni, in ogni caso strutture che ricevono
l’eredità dei vecchi orfanotrofi o istituti dei
tempi andati, anche se, fortunatamente o per
merito, il clima che le caratterizza ha un sapore
diverso da allora, ispirato ad una cultura ed a una politica di intervento sociale differenti.
Prima di procedere con la lettura (non sbirciate sotto!), rispondete a queste domande: come pensate che siano questi ragazzi?
Come credete che si comportino nei confronti dei volontari che li
ospitano talvolta in casa propria durante il week-end?
Onestamente parlando, cresciuto come sono in una famiglia
piuttosto tranquilla durante lo sbarco in Italia dei cartoni animati giapponesi a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, se non vivessi quotidianamente con questi ragazzi, credo che sarei tranquillamente preda di immagini tendenzialmente ingenue e penserei a
bambini come Heidi o Remi. Avrete già capito che la realtà è diversa: in qualità di educatore e di psicologo, credo di aver conosciuto
non pochi ragazzi di comunità, ma sono sicuro che ho trovato solo
una o due corrispondenze a quegli edificanti stereotipi.
I bambini di comunità non sono esseri teneri, come crede buona
parte della pubblica opinione; sono persone che portano dentro
una rabbia o qualche volta una depressione immensa per l’impossibilità di sentirsi di appartenere al gruppo più importante a cui un
essere umano nella vita ha il diritto di appartenere: la famiglia di
provenienza. Hanno a disposizione solo un surrogato di famiglia,
fatto di educatori simil-genitori che faticano e spesso riescono a
conquistare la loro fiducia, fatto non di fratelli e sorelle, ma di compagni e compagne di comunità la relazione con i quali è frequentemente connotata dall’antagonismo per la conquista di affetti e
vantaggi. Forse solo i ragazzi più cresciuti riescono occasionalmente ad andare oltre e tra il loro repertorio relazionale annoverano
cameratismo per i compagni o, più raramente, affetto. Vogliamo
usare la parola “incattiviti”, per definirli? Certo: usiamola! A scuola
25
Etica e società
sono spesso il grattacapo più spinoso di maestri e professori, che
non hanno a disposizione risorse per mandare avanti contemporaneamente loro e la classe a cui appartengono. Conquistarli è
un’impresa, lo sanno bene i colleghi educatori, e non sempre riesce. Il loro bisogno di amore non si esprime in apertura gentile
verso il mondo, come la bucolica Heidi delle meravigliose montagne di Maienfeld e neppure nel coraggio determinato con cui Remì
cerca e impara il mondo con tre cani e una scimmietta. Il vissuto
più frequente a cui l’impossibilità di trovare amore genitoriale conduce, è la disperazione, tutto il resto è letteratura. E dalla disperazione nasce rabbia o depressione.
La tristezza di chi lavora per loro spesso sta nella consapevolezza
che essi sono veramente incolpevoli della loro situazione. Con le
loro esperienze di vita alle spalle, è inevitabile che temano l’offerta
di aiuto di cui hanno bisogno: sono stati rifiutati o anche peggio
dai genitori da cui istintivamente il piccolo essere umano reclama
protezione, perché dovrebbero fidarsi di adulti diversi, per giunta
non scelti da loro ma imposti da altri adulti?!
Coloro che vogliono avvicinarsi a questa realtà è bene che conoscano ciò a cui vanno incontro: se si tratta di avere a che fare
con bambini molto piccoli, il percorso è relativamente agevole. Il
piccolo riversa spontaneamente i suoi sani bisogni affettivi su
chiunque se ne prenda cura. Non è un caso che adozioni e affidi privilegino i bambini più piccoli, e che invece con l’alzarsi
dell’età la sistemazione di questi fanciulli sia sempre più problematica, per non dire impossibile a partire dai 13-14 anni in poi.
Non appena un bambino di comunità comincia a crescere (e in
comunità iniziano necessariamente a crescere in fretta), spesso si crea aspettative sul mondo esterno in termini molto
utilitaristici. Il volontario che ogni tanto gli dedica
tempo, è una persona da sfruttare al massimo,
magari anche impietosendolo, facendo leva
sulla propria condizione di “bambino sfortunato”. Volontari armati di sole buone
intenzioni, faticano a credere alle indicazioni dell’operatore di comunità di non cedere alle richieste del
piccolo, quando lo affida loro per
un pomeriggio o per un week
end, eppure è la sola ricetta
Etica e società
che funzioni nella gestione di
questi bambini “cannibali” di affetto, che a volte provano anche
esplicitamente a spodestare dalle
attenzioni dei volontari addirittura
i loro figli. Un affetto che essi vedono nelle cose tangibili, prima di fare il
passo difficile di capire che l’affetto può
e deve anche essere una manifestazione
non materiale. Voi cedereste a tutti i capricci
dei vostri figli? Se la risposta, come spero, è “no”,
sappiate che la stessa scelta funziona anche presso
questi bambini. Quando torna a casa con qualche giochino o dono extra concesso dal volontario, il piccolo solitamente
sbandiera subito il fortunato dono sotto il naso dei suoi compagni, quasi fosse un trofeo di guerra. A volte non lo fa, per timore
di venire derubato da essi, qualche rara volta non lo fa perché ha
maturato un suo equilibrio interno che non gli fa neppure porre
la questione.
Non sempre i bambini attendono un volontario o una possibile
coppia genitoriale affidataria con un “anticipate grazie”, non possiamo aspettarci che essi offrano immediatamente un pieno di affetto solo perché l’adulto è disponibile a dare loro (o addirittura ha
la presunzione di pretendere di dare) una speranza di normalità. Se
ci attendiamo questo, meglio andare per altre strade: l’aspirante
volontario o l’aspirante coppia affidataria o adottiva deve invece
mettere in preventivo un percorso faticoso di conquista affettiva
“sana”, non mediata da beni materiali se non concepiti in chiave di
puro strumento provvisorio. Il piccolo all’inizio cerca soprattutto il
benessere materiale come fine, fatica a capire che il benessere definitivo è di tipo affettivo, anche perché è una conquista più a lungo termine. A complicare la situazione c’è il cammino inutilmente
iper-faticoso delle procedure burocratiche, ma questo è un altro
argomento, per quanto non sottovalutabile.
I cuccioli dei canili tendono a scodinzolare appena si avvicina un
possibile padroncino, i bambini senza famiglia non “scodinzolano”,
richiedono più impegno e rispetto per essere conquistati. Qualche
tempo fa, in occasione della riedizione cinematografica di “La carica dei 101”, ci fu un boom di richieste di cani dalmata, come quelli
del film, nell’estate successiva ci fu un incremento del numero di
dalmata abbandonati in estate lungo le autostrade italiane. Trasportando questo dato di fatto nel mondo educativo, è purtroppo
necessario prendere atto come a volte un avvicinamento poco attento all’esperienza dell’affido o dell’adozione porti al fallimento
dell’iniziativa: se per gli adulti la cosa si risolve in possibili sensi
di colpa o poco più, per il bambino, già allontanato dalla famiglia
biologica, l’esito è drammatico, è rivivere il momento del distacco,
è nutrire l’errata convinzione di essere qualcuno con qualcosa che
non va, che non funziona, in breve, di essere “diverso”. Il che costituisce uno dei passi fondamentali per perpetuare nel tempo la sua
condizione, addirittura al di là della sua esistenza personale. Alcuni
studi sociologici affermano che per uscire da queste situazioni di
deriva sociale, ci vogliono mediamente almeno tre generazioni. La
mia personale impressione è che siano dati esageratamente pessimisti, ma c’è del vero nel fatto che questi ragazzi e ragazze crescendo tendano a frequentare ambienti socialmente simili a quelli
di provenienza, dove trovano compagni di vita poco equilibrati con
cui creano a loro volta realtà familiari molto poco solide. I figli di
queste unioni sono esposti al grosso rischio di essere oggetto di
attenzione da parte dei servizi sociali, con possibili esiti di allontanamento. Conosco una ragazza madre, che, cresciuta in comu-
27
Etica e società
Etica e società
nità, ha avuto un bambino a 17
anni, nella probabile speranza di
poter uscire dalla comunità grazie alla sua condizione di madre.
Dopo pochi mesi è stata abbandonata dal padre del bambino, ora corre
il grosso rischio che il piccolo venga inserito a sua volta in comunità! In questa
situazione ho visto tanta buona volontà,
una certa dose di buona fede, ma anche tanta
fragile inesperienza.
Che cosa dedurre da queste impopolari riflessioni?
Che non ne vale la pena? Certo che ne vale la pena, se siamo disposti a non farci ingannare da 101 dalmata, se abbiamo
la pazienza e la speranza di attendere che il seme diventi albero.
Sandro (nome inventato, ma persona vera) è stato il primo ragazzo a cui mi sono affezionato quando ho cominciato a lavorare a
Monza come educatore: seviziato dal padre, da questi gli veniva
vietato di vedere la madre (la coppia si era separata). Passava a
casa gli anni di scuola, chiuso a chiave in una stanza le cui tapparelle avevano le corde tagliate per impedire che la madre e Sandro
potessero vedersi di nascosto mentre il padre era al lavoro. Solita
storia: i vicini si accorgono, i servizi sociali intervengono, Sandro va
in comunità; a 16 anni viene chiamato in tribunale per testimoniare contro il padre, senza riuscirci (paura? Vincolo del sangue? Chi lo
sa?). Smetto di lavorare là e dal ’97 ne passa di acqua sotto i ponti,
lo perdo di vista. Però si sviluppa internet con servizi come Facebook e l’anno scorso, mentre sono con mia figlia Chiara Estelle sul mio
profilo, salta fuori il trentunenne Sandro in chat, incaricandomi di
dire a Chiara che si ritiene fortunato per tutte le volte che i suoi litigi in comunità con gli adulti non si sono conclusi con un abbandono nei suoi confronti (!). E mi dice che dopo qualche giorno sarebbe
diventato padre per la seconda volta, mi mostra la foto della sua
primogenita, di sua moglie. Mi dice di lavorare come falegname.
Non una grande carriera, dopotutto. E niente grandi percorsi formativi. Meno male, almeno non avrà dovuto leggere di certi studi
sociologici che parlano di derive sociali e di tre generazioni….
Graziano Facco, Psicologo
“La pedagogia dello “stare nel mezzo”
Don Colmegna al Liceo Classico “D. Crespi”
Sono partito da quella frase, contenuta nel testo della bellissima
Lectio Magistralis (il Discorso ufficiale in Università) per cercare,
assieme a voi, di fare un ragionamento su cosa vuole dire “Pedagogia dello stare nel mezzo” oppure,
meglio ancora “Educarci a stare tra i
poveri”.
Molte volte noi riduciamo la figura
e l’immagine dei poveri a coloro che
tendono la mano al di fuori delle nostre chiese, o a coloro che chiedono
un panino o il pacco spesa al nostro
convento.
Oltre che a guardare quasi schizzinosamente l’altro.
È vero, e condivido pienamente quan-
Etica e società
“La docenza dei poveri è stata fondamentale per me”.
Non sono parole mie, ma di un grande sacerdote, don Virginio Colmegna, intervenuto in un incontro al Liceo Classico “Crespi” della
nostra città lo scorso 24 gennaio.
Don Colmegna, da anni impegnato nel settore caritativo (è stato
responsabile della Caritas Diocesana di Milano) è impegnato attualmente come Presidente della Casa della Carità a Milano, voluta
nel 2002 dal Card. Carlo Maria Martini, per accogliere le persone in
difficoltà.
Nel suo intervento al Liceo Classico, ha parlato – con profonda
passione – della sua vita, degli studi in seminario e dell’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 28 giugno 1969 (assieme a Don
Isidoro Meschi, martire della carità, e a Don Silvano Brambilla,
attualmente Cappellano del Carcere della nostra città e già Parroco della Parrocchia “Santa Croce”, tutti e due molto conosciuti nel nostro territorio) e della Laurea Honoris Causa in Scienze
Pedagogiche che l’Università Bicocca di Milano gli ha conferito il
9 giugno scorso.
29
Etica e società
to già espresso da qualcuno, che
dare la monetina ai poveri diventa diseducativo, oltre che abituare (e viziare) a ricevere un compenso in modo inappropriato.
Ma ritengo necessario allargare
l’orizzonte del termine “povero” anche
a quelle persone che necessitano di un
nostro aiuto, non solo materiale, ma di una
parola di conforto, di una carezza donata con infinita dolcezza.
Dice don Colmegna: “[…]la sapienza della carità non è soltanto una passione emotiva, ma un’esperienza piena che dà
senso e orientamento al mio vivere la relazione con l’Altro, con il
diverso da me, con chi porta una domanda di giustizia fraterna,
con chi è vittima in un mondo dove non è risparmiato il soffrire e
il subire violenza, dove l’immensa maggioranza di uomini, donne e bambini non ha il necessario per vivere”.
Dovremmo cercare di ripulire il termine carità dalle varie contaminazioni di significato che la nostra società gli attribuisce, di ritornare al suo senso originale.
Il termine carità vuol dire “benevolenza, affetto, amore, qualche
cosa di caro, che ci sta a cuore”; allora tutto cambia, tutto assume
un’altra forma: il nostro modo di fare carità dovrebbe essere contestualizzato. Deve trovare modalità diverse a seconda del contesto
in cui viviamo.
Ha ragione il Papa Benedetto XVI quando scrive, nella Deus Caritas
Est: “Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più
che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di
amore di cui egli ha bisogno.”
Tutte queste persone che hanno bisogno del nostro aiuto, del nostro amore, della nostra gioia, dovremmo sentirle come persone
delle quali ci dobbiamo occupare, perché non sono estranei: li chiamiamo fratelli e sorelle.
Citando Umberto Galimberti, filosofo, psicoanalista e docente universitario, don Colmegna aggiunge: “Educati come siamo alla cultura dell’applauso, rischiamo di non sapere più dove stia di casa la
Pietro Solinas
31
Etica e società
cultura dell’ascolto. Per me ci si educa prima ascoltando, liberando silenzio ed interiorità, e poi frequentando e abitando i luoghi
dell’utopia, dove si alimenta la speranza, si respira la gioia dell’universalità, ovvero di una fraternità senza barriere.[…] C’è una pedagogia dei fatti che nasce dall’ascolto, da un tipo di silenzio interiore che scaturisce quando non si riesce a rimuovere da sé un certo
sguardo, quello di un crocefisso, dei tanti crocefissi che popolano
la nostra storia umana.”
Per stare in mezzo ai poveri, ai bisognosi, ai soli, agli ammalati, abbiamo bisogno di ripartire dal silenzio interiore, per riscoprire la
ricchezza dell’incontro che sfocia nell’ascolto dell’altro, della sua
storia, dei suoi problemi, della sua vita.
Patch Adams, medico clown, dice che bisogna riscoprire la terapia
dell’ascolto, perché non possiamo immaginare quali ricchezze l’altra persona possa trasmetterci, quali cose può dirci, quanto può
farci sentire in grado di essere pronti ad aiutare l’altro.
Forse è quello che dovremmo ricercare e riscoprire noi tutti, in una
società caratterizzata dalla frenesia, dalla corsa, dal rimanere attaccati al cellulare, al computer, dal prendere troppi impegni…senza accorgerci che l’altro ha bisogno di un nostro aiuto, di una mano,
di una parola semplice, ma forte e delicata allo stesso tempo.
Ed ecco che allora sono efficaci le parole di don Virginio: “La relazione educativa con le persone fragili, con gli abitanti dei margini,
non è la rieducazione dei deficienti, ma l’arte di creare condizioni
perché anche un fragile possa dire chi è e cosa vuole realizzare nella vita”.
Nell’incontro al Liceo “Crespi” così don Colmegna diceva: “L’impegno per gli altri deve rientrare nell’ambito del piacere e della gioia
di vivere, più che del sacrificio”.
Se desideriamo ardentemente impegnarci per l’altro, spendere un
po’ del nostro tempo per il prossimo, mettiamoci sì impegno, e non
sacrificio, e aggiungiamoci la gioia di stare insieme, la gioia che
scaturisce dalla consapevolezza di vivere la bellezza dell’umana
avventura.
Sulle orme di
Santa Gianna Beretta Molla
Oratorio
Eravamo un gruppetto di ventuno persone, catechiste e volontari dell’Oratorio;
guidati da fra Raffaele siamo partiti in un
soleggiato sabato di marzo, il 10 del mese
di marzo, sulle orme di Santa Gianna Beretta Molla. La scelta del pellegrinaggio a
Mesero si è rivelata ricca di sorprese, quindi ancor più avvincente ed edificante di
quanto ci potessimo aspettare.
Gianna (1922-1962) fu proclamata Santa da Papa Giovanni Paolo II
il 16 maggio 2004: aveva tante e varie qualità, tutte messe a frutto,
fin da bambina, nell’adesione totale alla volontà di Dio, al quale
fece ritorno dopo aver donato la sua vita per salvare quella della
creatura che aveva in grembo.
Una volontaria preparata e gentile ci ha guidato nel nostro percorso
e ci ha fatto scoprire molte novità sulla vita di Santa Gianna e sui
luoghi della devozione, tra cui l’importanza del Santuario di Mesero,
a lei dedicato, e intitolato alla famiglia, l’unico in tutta Europa.
Qui giungono persone da tutto il mondo, non solo donne che chiedono la grazia della maternità.
Dopo la visita al Santuario, abbiamo avuto la possibilità di visitare
l’ambulatorio dove Gianna riceveva i suoi pazienti, e il cimitero dove
la Santa riposa col marito Pietro. Il nostro pellegrinaggio ha avuto
il momento certamente più importante e forte nella celebrazione
dell’Eucaristia e dei vespri, dove abbiamo pregato in modo particolare per chi soffre nel corpo e nello spirito.
Gianna, una donna dei tempi nostri, amava “il bello” della vita (le
escursioni in montagna, la buona musica e i concerti alla Scala, i vestiti alla moda…) e contemporaneamente era prodiga di ogni tipo di
attenzione verso i sofferenti sia nel corpo che nello spirito. Scelse di
diventare medico, specializzandosi poi in pediatria. Nel 1955 si unì
in matrimonio con l’ingegner Pietro Molla da cui ebbe quattro figli.
Come e quanto ci siamo sentiti interpellati, dopo una tale esperienza, nel nostro cammino di santità!
Potenzialmente siamo tutti santi ma… il valore della gratuità, in
ogni sua sfumatura, quanto prevale sui nostri grandi e piccoli interessi personali?
Loredana Fincati
33
“Cosa ti manca
per essere felice?”
Simona Atzori si racconta
Oratorio
Venerdì 20 gennaio alcuni adolescenti e giovani hanno partecipato
all’incontro-testimonianza con la ballerina Simona Atzori, tenutosi presso la
Scuola di danza Areté. L’incontro è stato organizzato in occasione dell’inaugurazione delle
iniziative del Centro Giovanile Stoà, che ha sede in
via Gaeta 10 e che sarà la nuova sede delle attività culturali e spirituali della Pastorale Giovanile delle tre Parrocchie
di Busto Centro (Sacro Cuore, S. Giovanni e S. Michele). Abbiamo
chiesto a una giovane che ha partecipato all’incontro di raccontarci “ciò che è accaduto...”.
“Simona è una ballerina, una pittrice, una scrittrice. Ed è nata
senza braccia. La incontriamo nel suo ambiente naturale, una
sala della scuola di danza Aretè di Busto Arsizio. Siamo in più di
duecento persone ad attenderla: la scuola è stracolma. Appena arriva ci saluta con un sorriso largo e pulito; questo sorriso non la
lascia mai mentre racconta il viaggio della sua vita. È bella, Simona
e mette entusiasmo in ogni parola; mentre parla viene spontaneo
poggiare lo sguardo sui quei piedi che sono anche le sue mani, con
cui scrive, guida, beve il caffè, si ravviva i capelli, con eleganza e
semplicità.
Simona nella vita ha dovuto affrontare ovviamente molte difficoltà, ma lo ha fatto accompagnata dall’amore di una bella famiglia:
“mia madre mi ha trattato esattamente come mia sorella – spiega –. E anche la mia famiglia è cresciuta insieme a me, accogliendomi”. La sua vita è costellata di successi e di sfide vinte. Una di
queste è quelle con la danza: ha desiderato ballare fin da piccola,
da quando ha visto la sorella iscriversi a un corso, ma ha dovuto
superare non pochi ostacoli: il direttore della scuola che aveva scelto non voleva accettare la sua iscrizione. Ma la madre di Simona
ha replicato chiedendo al direttore: “Lei non ha iscritto sua figlia a
danza? Io voglio dare a mia figlia le stesse possibilità”.
E con la danza ha raggiunto bellissimi traguardi: è arrivata alla Scala a ballare con Roberto Bolle e a incantare le platee di tutto il mon-
35
Oratorio
do. Simona esprime se stessa anche attraverso una pittura intensa
ed emozionante. Ora si racconta a noi con semplicità e franchezza.
Ammette di avere una strana fobia, quella dei bottoni, precisando
che ne soffre una persona su 75 mila e stupendosi poi perché tra i
presenti c’è una ragazza che condivide la stessa antipatia. Per trovare le ragioni di questo terrore si è guardata dentro. Le è venuto
in mente che da bambina, per insegnarle a usare le protesi delle
braccia, la costringevano a frugare dentro una scatola di latta piena di bottoni di diverse forme e grandezze: da questa scatola doveva raccogliere un bottone alla volta e poggiarlo sul tavolo. Simona
non ha mai amato quelle protesi, tanto che dopo anni di convivenza forzata ha scelto di abbandonarle: “Non erano parte di me”,
racconta con serenità. Tra il pubblico c’è anche Andrea, il vulcanico
pilota che Simona ha scelto come compagno.
Simona ora è diventata anche scrittrice; con uno stile lieve nel suo
libro racconta il suo cammino: “Cosa ti manca per essere felice?” edito da Mondadori. “Guardatevi – ci esorta – siamo alti, bassi, grassi
e magri, con gli occhiali, senza occhiali: l’unica cosa che ci accomuna tutti è il fatto che ciascuno di noi è diverso dagli altri… quindi
non importa come sei fatto, se sei alto o basso, bianco o nero... sei
perfetto così, come sei”. Simona spiega ancora, e il suo sorriso si fa
ancora più luminoso: “Io ringrazio Dio non perché mi ha creata, ma
perché mi ha creata esattamente così come sono”.
“Nella nostra società si tende a concentrarsi su quello che non si
ha, trascurando le moltissime cose splendide che invece si possiedono... per questo io non voglio parlare di ‘disabili’ ma di ‘persone’. Io trovo che la felicità non stia nel raggiungere un obiettivo,
un successo, ma nel viaggio che noi facciamo ogni giorno”. Dopo
avere incontrato Simona e aver letto le sue pagine, a ciascuno
di noi dovrebbe essere chiaro che non ci manca niente per
essere felici!
Quello con Simona Atzori è il primo degli incontri organizzato dal neonato Centro Giovanile
Stoà. Per informazioni sulle prossime attività del Centro, visita il sito www.stoabusto.it.
Elena Colombo
Gruppo preadolescenti
La voce dell’entusiasmo!!
Oratorio
2a parte!
Nell’ultimo bollettino parrocchiale
avevo cominciato a raccontarvi qualcosa
circa il gruppetto di preadolescenti presente nella nostra parrocchia di cui sono una delle educatrici.
Dove eravamo arrivati? Ah sì, al pernotto proposto a
novembre e al meeting decanale degli oratori. Qualcuno
magari, leggendo l’articolo, si sarà chiesto cos’è un pernotto e
dove dormono i ragazzi… nelle righe sottostanti cercheremo di
spiegarvelo! Riprendiamo la cronaca di quel week-end ….
Il ritorno in oratorio dopo la serata giocosa con gli altri due oratori dell’Unità Pastorale del Centro ha previsto un appuntamento
ormai diventato una specie di “rituale”: la camomilla di mezzanotte! L’adrenalina che scorreva nel corpo dei nostri baldi giovani dopo tutti i giochi era davvero tanta e la voglia di dormire sotto
i piedi. Una bella tazza di camomilla e quattro chiacchiere hanno
permesso a tutti di riprendersi dopo le fatiche della serata! Dopo
questo “spuntino di mezzanotte”…. il pavimento del primo piano
dell’oratorio “Casa Mia” si è popolato di sacchi a pelo colorati e di
materassini! I ragazzi hanno così avuto modo di sperimentare l’essenzialità e la semplicità delle cose…nessun comodo letto, nessun
gioco alla Play prima di andare a dormire…
Il pernotto è un appuntamento molto amato dai nostri ragazzi….
dormire fuori casa e chiacchierare all’infinito….tanto che il sonno
diventa l’ultimo dei pensieri (per la gioia degli educatori!!!)… non
capita tutti i giorni!!! E per noi educatori è un momento importante perché punta sulla collaborazione, la condivisione, rafforza la
conoscenza e le relazioni nel gruppo!
Quante ore hanno dormito i ragazzi?? Beh, come si può immaginare molto poche, ma l’iniziativa è stata un tale successone, degno della richiesta di replica!!! Come non poterli accontentare in
futuro???
Le avventure del week-end sono poi continuate la domenica mattina. I “nostri eroi” (con delle occhiaie degne di un Oscar!!!!) infatti,
hanno partecipato ad un altro momento molto importante: il me-
eting decanale per l’Avvento, che ha riunito all’oratorio di Madonna
Regina quasi 400 preadolescenti!! Adrenalina allo stato puro!!!
La mattinata ha visto questi ragazzi impegnati in una riflessione sul Natale, sulla famiglia, sull’amicizia, il tutto ben coordinato
e condotto dagli educatori presenti e da alcuni sacerdoti! È stata
un’occasione importante per fermarsi…e pensare! Lontani dal RUMORE continuo in cui questi ragazzi troppo spesso si rifugiano:
musica a tutto volume, videogiochi….. Sfatiamo il mito che non
hanno niente da dire….a volte basterebbe dargli degli spazi di pensiero e non organizzargli ogni attimo della giornata!
Al termine dei “lavori” una Messa sentita e partecipata ha concluso
la due giorni preadolescenti!
Ai nostri ragazzi questa “full immersion” dell’ultimo week-end di
novembre è piaciuta molto. Il confronto con altri ragazzi della stessa età è stato come un rifornimento di carburante e di entusiasmo
per proseguire nel cammino in oratorio! Anche per noi educatori
è stato un momento importante: alcune riflessioni dei ragazzi ci
hanno aiutato a comprendere quanto l’attenzione educativa verso di loro richieda ancora più sforzi di quanti già non se ne stiano
facendo! Non è retorica dire che il futuro è nelle loro mani! E a noi
adulti spetta il compito di aiutarli in questa crescita!
Qui all’oratorio Sacro Cuore cerchiamo di farlo, coscienti che “Non
voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché
andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. (Gv 15,16)
37
Annalisa
Oratorio
Gruppo adolescenti
Oratorio
2 Giorni a … Rezzato
Sabato 3 e domenica 4 marzo con
fra Raffaele siamo andati al convento di Rezzato, in provincia di Brescia,
per passare due giorni in fraternità e
per confrontarci sul percorso caritativo di
servizio alla mensa dei poveri delle Suore di
Madre Teresa di Milano e alla “Città della gioia” in
Parrocchia, che stiamo facendo insieme da settembre.
Eravamo in 12 e sono stati due giorni davvero molto belli,
ricchi di momenti intensi e profondi, vissuti con grande semplicità e naturalezza e anche con la voglia di divertirci insieme.
Da quando abbiamo iniziato il servizio caritativo alla “Città
della gioia” e alla mensa dei poveri a Milano, questo è stato il primo momento davvero “per noi”, nel quale provare ad
esprimere quello che quest’esperienza significa nella nostra
vita, quello che ci dà e anche le difficoltà che a volte ci si presentano.
Molto importante è stato in questo l’incontro con fra Carlo, che
ci ha rassicurati sull’importanza di quello che facciamo, sul fatto che anche se le cose non sono sempre come le vorremmo,
mettersi in gioco è sempre meglio che non fare nulla per la paura di fare male o di sentire delusioni: le sue parole, semplici e
dirette ci hanno davvero colpito e coinvolto.
Fra Raffaele ha proposto come “colonna sonora” dei due giorni
la canzone di Jovanotti “Mi fido di te” e ci è sembrata davvero
azzeccata (con il suo “cosa sei disposto a perdere?”), per raccontare e accompagnare il nostro desiderio di fare e di rischiare.
Abbiamo avuto modo di sperimentare il silenzio (cosa rara per
noi, di solito): il silenzio in cui è avvolto il convento di Rezzato, e
quello, durato 45 lunghissimi minuti, in cui in solitudine ognuno di noi si è appartato per riflettere e pensare: un’esperienza
nuova e davvero molto bella!
L’atmosfera fraterna e gioiosa tra di noi è stata sicuramente rafforzata la domenica mattina anche dall’accoglienza dei frati del
Ilaria e Chiara
39
Oratorio
convento (Francesco ed io siamo stati “requisiti” da Padre Flaviano che ha voluto sapere tutto di noi e delle nostre famiglie,
sempre nel suo cuore), con i quali abbiamo pranzato e, al pomeriggio, dalla merenda a casa dei genitori di fra Raffaele, molto
gentili e calorosi!
Siamo tornati a casa davvero felici di questa esperienza e tutti
con il desiderio di tornare al più presto da fra Carlo e al convento
di Rezzato … ma, come ci ha detto giustamente Raffaele: “Rezzato è ovunque” e saperlo ci rende davvero tutti più ricchi!
Proposte culturali
La bellezza
salverà il mondo
Carissimi amici eccoci al nostro appuntamento sull’iconografia.
Il Cristo è lo scopo di tutta l’iconografia, anzi, più precisamente, il Volto di
Cristo o più precisamente ancora: centro
dell’iconografia è lo sguardo misericordioso
del Nostro Signore Gesù Cristo. Il Cristo è l’immagine del Dio invisibile. In Lui riposa la gloria di
Dio. Egli ne è riflesso. In Lui si rivela il Padre, sorgente di
vita, creatore di tutte le cose e benevolenza per ogni uomo.
Questo viso, pur avendo i lineamenti di ogni viso umano, possiede anche una bellezza incomparabile, in modo tale che ogni
destino umano si trova misteriosamente incluso in Lui.
Esso è in qualche modo il ‘viso comune’ dell’umanità. In talune
delle sue immagini, esso appare un poco inaccessibile nella sua
maestà sovrana e trionfale. La teologia dell’icona insiste tuttavia sul fatto che Cristo sposa la condizione umana; nella sua
umanità cristica, Dio si umilia e si fa simile a un uomo qualsiasi.
L’ortodossia ama parlare di Dio come di un ‘amico dell’uomo’ (filantropo). L’icona lascia intravedere anche questo: in questo viso Dio
diventa vicino e accessibile.
Vediamo adesso alcune tipologie del Volto di Cristo.
Il Mandylion
L’icona ‘non fatta da mano d’uomo’ (acheiropoieta o Mandylion)
ha Dio per autore, secondo un racconto che la tradizione ha fedelmente trasmesso.
Secondo Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica, libro I cap.XIII) il re
di Edessa, Abgar, malato, avendo sentito parlare del potere di guarigione di Gesù, inviò presso di lui un suo servitore, Anania, per domandargli di venire da lui a guarirlo. Gesù rispose che non si sarebbe recato da Abgar, ma che avrebbe inviato uno dei suoi discepoli,
probabilmente l’apostolo Taddeo, dopo la sua elevazione in gloria.
In aggiunta a questa, un’altra tradizione, riportata da San Giovanni
Damasceno nella sua Esposizione della Fede Ortodossa (Libro IV,
Cap. XVI) così spiega l’esistenza dell’ acheiropoietos: “Abgar, re della
città di Edessa, aveva inviato un pittore per fare un ritratto del Signo-
re, ma quello non vi riusciva perché il viso brillava di uno splendore
insostenibile; il Signore si coprì il Divino Volto col mantello, ed esso
si trovò ad essere riprodotto sul mantello che egli inviò ad Abgar che
lo richiedeva”.
Una versione più tarda (la Dottrina di Addai) aggiunge che l’archivista del re, Hanon, anch’egli pittore, avrebbe eseguito un ritratto
di Gesù. Sempre secondo la tradizione, il Mandylion sarebbe stato
collocato da Abgar al di sopra di una delle porte di Edessa. Poi sarebbe stato murato nella sua nicchia; in seguito ad una rivelazione
questo nascondiglio sarebbe stato riaperto e l’immagine ritrovata intatta al momento dell’assedio di Edessa da parte del persiano Cosroe nel 544. Il mattone sul quale il ritratto era stato posato,
portava anch’esso l’immagine del Signore.
La storia conferma questa leggenda in base a certi fatti accertati benché un po’ differenti. A Edessa vi sarebbe stato un lenzuolo
che recava il ritratto di Cristo, e la sua origine miracolosa è confermata da diverse testimonianze. Per conservare questo lenzuolo, nel VI secolo fu costruita a Edessa la Cattedrale di S. Sofia. Nel
945 Costantino Porfirogenico accolse solennemente il Mandylion
a Costantinopoli. Il lenzuolo sarebbe scomparso dopo il sacco della
città compiuto dai crociati nel 1204.
p. Francesco Vimercati
Proposte culturali
Bene, carissimi, vi invito a volgere lo sguardo al più bello tra i figli
dell’uomo, il Volto adorabile e misericordioso del nostro Salvatore. La nostra tradizione nella Settimana Santa ci parla di un Volto
del Salvatore miracolosamente impresso sul velo
di una donna di Gerusalemme: la Veronica (veraicona?). Un’ultima parola:
non siamo noi a guardare
il Volto del nostro Signore
Gesù Cristo, ma è Lui che
ci guarda pieno di amore e
di misericordia. Lasciamoci
guardare con tenerezza dal
Signore per ricevere da Lui
Spirito e Vita.
A presto
41
Segni e Simboli
della Fede
Durante la Settimana Santa celebriamo gli avvenimenti più grandi
della vita di Cristo: la sua cena d’addio,
l’agonia nell’orto, la salita al Calvario, la
sua morte salvifica, la sua risurrezione. La
grazia della Pasqua la esprimiamo con le letture, le preghiere, i canti... ma anche con segni e
simboli. Dagli olivi della domenica delle Palme fino al
cero e all’acqua battesimale della notte di Pasqua la comunità cristiana esprime la sua fede e la sua esperienza del mistero
pasquale attraverso dei simboli particolarmente significativi.
Proposte culturali
RAMI D’OLIVO
La domenica delle Palme iniziamo la celebrazione con una processione in onore di Cristo, che lo vuole accompagnare nella sua
entrata in Gerusalemme, lungo la via della croce, nella sua morte
e risurrezione. Durante la processione cantiamo a Cristo tenendo
nelle mani rami d‘olivo, come hanno fatto i bambini e gli abitanti di
Gerusalemme. È un momento di festa, di gioia, è la vita che canta,
il verde degli ulivi e delle palme è il verde della speranza per una
vita che vince la morte.
GLI OLI, IL CRISMA
Il mattino del Giovedì Santo in cattedrale il vescovo, accompagnato
dai sacerdoti e dai fedeli, benedice o consacra gli oli e il crisma, che
si useranno durante la celebrazione di alcuni sacramenti:
• l’olio dei catecumeni, per il battesimo,
• l’olio degli infermi,
• il crisma, per il battesimo, la cresima e le ordinazioni.
Gli oli sono un insieme di olio e di balsami profumati. Essi vengono
benedetti in prossimità della Pasqua per indicare che tutti i cristiani (= da Cristo, l’Unto del Signore) partecipano della stessa Unzione
e diventano “consacrati” per annunciare al mondo le opere meravigliose che il Cristo ha compiuto la sua Pasqua.
LA LAVANDA DEI PIEDI
Nell’Eucaristia vespertina del Giovedì Santo rifacciamo il gesto
compiuto nella cena d’addio da Gesù, gesto che voleva insegnare in
modo plastico a chi ha autorità in un gruppo a mettersi al servizio.
Lui è venuto per servire e non per essere servito. Sulla croce si donò
in modo totale, però prima volle fare quel gesto simbolico che ora
ripetono il papa, i vescovi e i parroci nelle loro comunità. Perché
essi devono essere segni viventi del Cristo donatosi per tutti.
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LA SANTA CENA
Mangiare pane e bere vino con gli altri membri della comunità è il
gesto simbolico più grande che Cristo ci ha lasciato ed è quello che
ripetiamo in ogni Eucaristia. Questo pane è il Corpo di Cristo donatosi per noi. Questo vino è il suo Sangue sparso per noi. Il Signore,
ora risorto, ce li offre come alimento per il nostro cammino e come
segno di unione nella comunità. Nella Settimana Santa sono due
i momenti nei quali compiamo tutto questo con una sottolineatura speciale: il Giovedì Santo, nella celebrazione vespertina nella
quale commemoriamo l’istituzione dell’Eucaristia e nella Veglia
Pasquale, la celebrazione principale dell’anno cristiano. Con questo
doppio gesto simbolico partecipiamo dello stesso Cristo facendo
memoria della sua morte e risurrezione.
IL FUOCO E IL CERO PASQUALE
Nella Veglia Pasquale, la notte tra il sabato e la domenica, fuori della chiesa o sulla porta, iniziamo la celebrazione riunendoci attorno
ad un fuoco. Dal fuoco si accenderà il Cero pasquale. che rimarrà
acceso in tutte le celebrazioni delle sette settimane di Pasqua. Il
Cero è simbolo di Cristo, Luce del mondo. Entriamo in chiesa se-
Proposte culturali
LA CROCE GLORIOSA
Il Venerdì Santo, dopo aver ascoltato il racconto della Passione, ci
viene presentata la Croce per adorarla, in segno della nostra profonda gratitudine per essersi Gesù consegnato alla morte di croce
e averci riconciliati con il Padre. Per questo la Croce divenuta strumento di salvezza è ormai Croce gloriosa con Cristo glorioso. Infatti
dalla Croce Cristo regna.
guendo questo Cero e acclamandolo (“Luce di Cristo”). Poi,
da questo Cero che rappresenta
Cristo, man mano accendiamo le
nostre candele. È un simbolo molto
espressivo: ci indica che la Pasqua di
Cristo deve essere anche la Pasqua nostra e che tutti siamo chiamati a partecipare alla sua luce e alla sua vita.
L’ACQUA BATTESIMALE
La notte di Pasqua è il momento più indicato per i battesimi e per ricordare il nostro. Il battesimo è il sacramento con
il quale noi ci incorporiamo radicalmente nella vita di Cristo e
partecipiamo alla sua morte e risurrezione. Per questo si fa con
un senso molto ricco l’aspersione su tutti i fedeli e rinnoviamo le
promesse battesimali.
Proposte culturali
IL COLORE BIANCO
Anche i colori hanno un loro significato. La Quaresima è stata celebrata con il colore viola, un colore serio e austero. Pentecoste, dono
dello Spirito, che è fuoco e amore, la celebreremo con il rosso. A
Pasqua, che inizia nella Veglia del sabato, cominceremo ad usare
il bianco, il colore della festa, della gioia, della novità pasquale (ai
battezzati, che nascono a vita nuova, viene consegnata non a caso
una veste bianca immacolata).
LE CAMPANE
Come segno di festa – accanto all’incenso, ai fiori, alla musica – a
Pasqua risuonano i rintocchi festosi delle campane, che invitano
a gioire e rallegrarsi perché il Signore è risorto e tutto e tutti risorgiamo con Lui. Ecco allora che, dopo 40 giorni, sgorga il canto
dell’Alleluia, canto di gioia incontenibile e di lode al Sommo Re,
Signore della Vita (Alleluia è composto da Hallelu e Yah. Si traduce
letteralmente dall’ebraico “Lodate Yah!”, dove Yah è la forma abbreviata di Yahweh (Dio, il cui nome è indicato con il “Tetragramma biblico”).
Paolo Castelli
Rassegna cinematografica
Fratello Sole
Marzo/Giugno 2012
45
Destini incrociati 2
Accadono cose che sono come domande.
Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita ti risponde
(Alessandro Baricco)
Ohio, Roma, Parigi, Libano, Marsiglia, Parigi, Le Havre,
Hollywood, Mississippi, Londra. Location per destini
che si incrociano e si intrecciano...
22/3 12/4 19/4 26/4 3/5
10/5
17/5
24/5
31/5
7/6 Le idi di marzo
Le nevi del Kilimangiaro
Midnight in Paris E ora dove andiamo?
Scialla!
Hugo Cabret
Miracolo a Le Havre
The Artist The Help
One Day
- A Roma, i destini incrociati di un padre (Fabrizio Bentivoglio) e di
un figlio adolescente (Filippo Scicchitano) in Scialla! Di Francesco
Bruni.
- Il destino/deriva notturno di Gil (Owen Wilson), sceneggiatore
americano di successo ma scrittore frustrato, che ‘viaggia’ nel tempo nella Parigi anni ‘20 delle avanguardie e della lost generation.
Proposte culturali
- I destini incrociati e perversi di un governatore della Pennsylvania,
Mike Morris (George Clooney), candidato Democratico alla presidenza e di un consulente (Ryan Gosling) in Le idi di marzo di George
Clooney.
- In un villaggio medio-orientale, circondato da (simboliche) mine
inesplose, i destini incrociati delle donne di due comunità, una cristiana e l’altra mussulmana, nella frizzante commedia E ora dove
andiamo? della regista libanese Nadine Labaki.
- A Marsiglia, i destini incrociati di due famiglie nell’intensa e partecipe narrazione di Le nevi del Kilimangiaro di Robert Guédiguian.
Ispirato al poema Les pauvres gens di Victor Hugo. - I destini incrociati (e sincronizzati) di un ragazzino orfano e di un
grande regista del cinema delle origini, Georges Méliès, nell’omaggio di Martin Scorsese alla magia del cinematografo, Hugo Cabret
(5 premi Oscar).
- A Le Havre, i destini incrociati di un lustrascarpe (e moglie) e di un
ragazzino migrante nel poetico, minimalista e chapliniano Miracolo a Le Havre del maestro finlandese Aki Kaurismaki. - A Hollywood, 1927, i destini incrociati di George Valentin (Jean
Dujardin), notissimo attore in declino del cinema muto e di Peppy Miller (Bérénice Bejo), attrice parlante in ascesa, nel filologico
e sorprendente The Artist di Michel Hazanavicius (5 premi Oscar).
Proposte culturali
- A Jackson, Mississippi, estate 1962. I destini incrociati di alcune
signore di colore e di alcune signore bianche, viziate e razziste. Dal
bel romanzo di Kathryn Stockett un affresco con un cast al femminile da urlo, tra cui Octavia Spencer (premio Oscar come miglior
attrice non protagonista) in The Help di Tate Taylor.
- I destini incrociati di Emma (Anne Hathaway) e Dexter (Jim Sturgess) che per vent’anni (tra Edimburgo, Londra e Parigi), a partire
dal 1988, si incontreranno, sempre il 15 luglio, tra momenti romantici, liti, matrimoni, divorzi, figli, attese, promesse, in One Day della
regista Lone Scherfig. Dal best-seller di David Nicholls.
Si ricorda infine che giovedì 29 marzo il Fratello Sole ospita il B.A.
Film Festival:
ore 16: incontro con l’attrice Erica Blanc (ingresso gratuito)
ore 21: Film in concorso L’appartamento ad Atene di Ruggero Dipaola (con Laura Morante, dal romanzo omonimo di Glenway Wescott, edito da Adelphi).
Rileggiamoli
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Grazia Deledda
da “Canne al vento”
Proposte culturali
…….Il chiarore della luna illuminava attraverso le
fessure la stanza stretta e bassa agli angoli, ma
abbastanza larga per lui che era piccolo e scarno
come un adolescente. Dal tetto a cono, di canne
e giunchi, che copriva i muri a secco e aveva un
foro nel mezzo per l’uscita del fumo, pendevano
grappoli di cipolle e mazzi d’erbe secche, croci di
palma e rami d’ulivo benedetto, un cero dipinto,
una falce contro i vampiri e un sacchetto di orzo contro le panas: ad ogni
soffio tutto tremava e i fili dei ragni lucevano alla luna. Giù per terra la
brocca riposava con le sue anse sui fianchi e la pentola capovolta le dormiva
accanto. Efix preparò la stuoia, ma non si coricò. Gli sembrava sempre di
sentire il rumore dei passi infantili: qualcuno veniva di certo e infatti a un
tratto i cani cominciarono ad abbaiare nei poderi vicini, e tutto il paesaggio
che pochi momenti prima pareva si fosse addormentato fra il mormorio di
preghiera delle voci notturne, fu pieno di echi e di fremiti quasi si svegliasse
di soprassalto.
…….
All’alba partì, lasciando il ragazzo a guardare il podere. Lo stradone, fino
al paese era in salita ed egli camminava piano perché l’anno passato aveva avuto le febbri di malaria e conservava una gran debolezza alle gambe:
ogni tanto si fermava volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra
le due muraglie di fichi d’India; e la capanna lassù nera fra il glauco delle
canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido. Ogni volta
che se ne allontanava lo guardava così, tenero e melanconico, appunto
come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di
se stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando
su per lo stradone attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola bisaccia
di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un
luogo di penitenza: il mondo. Ma sia fatta la volontà di Dio e andiamo
avanti. Ecco a un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco d’una collina
simile a un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del Castello: da
una muraglia nera una finestra azzurra vuota come l’occhio stesso del
passato guarda il panorama melanconico roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole
dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile
in mezzo come il pistillo nel fiore, i monticoli sopra i paesetti e in fondo la
nuvola color malva e oro delle montagne Nuoresi. Efix cammina, piccolo
Proposte culturali
e nero fra tanta grandiosità luminosa. Il sole obliquo fa scintillare tutta
la pianura; ogni giunco ha un filo d’argento, da ogni cespuglio di euforbia
sale un grido d’uccello; ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte
solcato da ombre e da strisce di sole, e ai suoi piedi il paese che pare composto dei soli ruderi dell’antica città romana. Lunghe muriccie in rovina,
casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade
in pendìo selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua
e là dappertutto danno l’idea che un cataclisma abbia distrutto l’antica
città e disperso gli abitanti; qualche casa nuova sorge timida fra tanta
desolazione, e pinte di melograni e di carrubi, gruppi di fichi d’India e palmizi danno una nota di poesia alla tristezza del luogo………..
Premio Nobel per la letteratura nel 1926, lei sarda di nascita, riesce
a trasmetterci, in lingua italiana, testi di straordinaria intensità realizzando una impressionante ricchezza di descrizioni paesaggistiche ed imprimendo una intensità poetica alla tenera memoria di
una terra incisa nell’anima. Gli spazi respirano un verde selvaggio e
addomesticato nel contempo, una natura indipendente dall’uomo
ma a sua disposizione, nei limiti di un rigoroso possesso e sotto un
cielo di forte fatalismo. Una terra non espansiva ma severa, non
sottomessa ma a disposizione di chi ne rispetta le condizioni.
Le parole accuratamente scelte per descrivere l’isola aspra e i suoi
abitanti, come carezze lievi ed impalpabili, mostrano i luoghi ed i
protagonisti della storia quasi immobilizzati nel tempo, con le ore
e i giorni che scivolano lentamente, con il giorno che ha tutti i suoi
momenti e le ore tutti i suoi minuti. Ne raccoglie i respiri ed i sospiri
mentre aleggia nell’aria un senso profondo di ineluttabilità.
Grazia Deledda appare inizialmente come una pittrice che dipinge
i suoi racconti sulla tela di un pensiero che ci coinvolge, che man
mano acquista un colore tenue ma severo, nonostante i “corpetti
rossi” dei costumi delle fanciulle, e che raggiunge inaspettatamente una dimensione quasi corporea stagliandosi nella mente con
tutta la forza della verità mista a leggenda, con misteriosa intensità ed affascinante potere sull’anima e nei gesti dei suoi personaggi.
Insieme all’autrice entriamo nei sentimenti più riservati, custoditi
con pudore, e con il fiato sospeso ne percorriamo i sogni, le tragedie e la quieta disperazione sotto una apparente calma.
Benedetta Sarrica
e... per un appuntamento al prossimo numero con un articolo sul
pellegrinaggio a piedi, anticipiamo:
Poesia del Pellegrino
originale
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Proposte culturali
Poesia del Pellegrino
Polvere, fango, sole e pioggia
è il cammino di Santiago
migliaia di pellegrini
e più di un migliaio di anni.
Pellegrino, chi ti chiama?
Che forza occulta ti attrae?
Né il cammino delle stelle
né le grandi cattedrali.
Non è la bravura di Navarra
né il vino della Rioja
né i frutti di mare della Galizia
né i campi della Castiglia.
Pellegrino, chi ti chiama?
Che forza occulta ti attrae?
Né la gente del cammino
né le usanze rurali.
Proposte culturali
Né la storia e la cultura
né il gallo di Calzada
né il palazzo di Gaudì
né il castello di Ponferrada.
Tutto io vedo nel passare
ed è una gioia il vederlo
ma la voce che mi chiama
la sento più nel profondo.
La forza che mi spinge
la forza che mi attrae
non so spiegarla nemmeno io
solo Colui che sta in Alto la
conosce.
EUGENIO GARIBAY
traduzione
Giovanni Ruccia
GOCCE CHE RIFLETTONO
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Edizioni Progetto Cultura 2009
Aforismi, Massime, Poesie
Giovanni Ruccia
LA SCENA GIUDIZIARIA
Edizioni Progetto Cultura 2010
Collana La scatola delle parole
Proposte di lettura
L’ Autore, già Presidente del Tribunale di Busto
Arsizio, da tempo offre al pubblico i suoi scritti,
frutto di profonde riflessioni e di grande e sofferta umanità. Vi proponiamo la lettura degli
ultimi due suoi volumi di poesie e aforismi.
Il primo è edito nella collana “La scatola delle parole” della “Edizioni Progetto Cultura”, con prefazione di Francesca Innocenzi. I componimenti sono brevi ed essenziali, “frutto di semplificazione, ma
non di banalizzazione”, come afferma lo stesso Autore nelle note
introduttive, “in cui si dispiega il tessuto esistenziale variegato di
valenze psicologiche non frammentate e isolate ma tra loro coincidenti” Il libro si divide in 15 sezioni, con titoli che ne annunciano
il tema e che si succedono in rigoroso ordine alfabetico – Alternanza, Amicizia, Divenire … Infinito … Libertà … Parola, Temperie, Tempo
– tranne l’ultima – Dell’istante – : in ognuna si trovano profonde,
spesso folgoranti riflessioni (Non basti da te/se non senti/quel che
ti circonda), stupori dell’anima (L’incanto del momento/è misura
del tempo/della vita) , voli di fantasia (L’immaginazione/è straniazione/di fughe solitarie/dal reale), ricami del pensiero (Seguo con la
vista/poi inseguo col pensiero) e vivide impressioni (Di notte attraverso il parco/mi attrae l’acqua gagliarda/che occhieggia/allunata)
Proposte di lettura
che conducono il lettore attraverso i percorsi e le evoluzioni di una
mente in costante ricerca di risposte.
Il secondo testo che proponiamo alla lettura é un volume monotematico –sulla Giustizia, come si capisce dal titolo- ma non per questo di
minore impatto e interesse. Al contrario, la ricchezza degli spunti, tratti dalla vasta esperienza maturata come Magistrato, la composizione
stessa del libro, che accosta aforismi, poesie e narrazioni, e l’intensità
delle riflessioni ne fanno una lettura varia, impegnativa e molto ricca.
I temi sono vari e toccano tutti quelli possibili della “scena giudiziaria”,
appunto. La norma, la verità – idea, l’etica, la politica, la coscienza, le
parti, il rito, la prova, il difensore, la sanzione – per la sezione dedicata
ai luoghi della giustizia – sono gli elementi sui quali l’Autore esprime
pensieri penetranti (non è solo con la legge/che si fa giustizia/se mancano volontà/ e pensiero giusto oppure nella sezione sui Riti “la giustizia dell’uomo/genera mostri/se si inceppa l’apparato/e impazza il rituale”), riflessioni appassionate (la decisione è voce di libertà/solitaria/
autentica/razionale/non è dell’automa/ né del telecomando oppure,
nella sezione dedicata ai difensori “Giudici e Avvocati con compiti/ distinti/ma concordi nel sentire/la norma che s’inietta di energia/di vita/
di etica dei costumi/che non deroga”), e considerazioni umanissime e
toccanti (nella sezione sulle sanzioni, per esempio: lo strazio della colpa/non compensa l’urlo/della vittima/che col tempo si scolpisce/e pietrifica). Solo poesie nella parte intitolata “Le voci” e ancora aforismi e
massime in “Compresenze” che, come lo stesso Autore precisa, è una
sezione che tratta argomenti solo apparentemente avulsi dal tema
della giustizia, poiché, invece, si inserisce “nel tessuto, innervandolo
con una visione che, andando al di là del dato formale, acquista spazi
di più ampio respiro”: d’altronde, le parti del processo si scambiano le
proprie esperienze e la propria individualità! L’ultima sezione affronta,
in prosa, argomenti connessi, quali il rapporto tra giustizia e poesia o
l’etica. Un bell’impianto, uno sguardo complesso e completo sul mondo della giustizia che viene da un uomo che, della propria vita professionale – e non solo – ha colto ogni possibile sfumatura e profondità e
ne ha tratto valutazioni che provocano, insegnano, puntualizzano e si
depositano nell’animo del lettore attento.
Paola Surano
Speciale famiglie 2012
53
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è gratuito.
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forza maggiore.
Busto Arsiz
dessai.com
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In apertura dello “Speciale
Famiglia” pubblichiamo una
significativa poesia di Elena
Raimondi, giovane autrice di
Busto Arsizio tratta da:
Elena Raimondi
Nulla è già stato scritto se non l’amore
Editrice UNIService, 2009
Agli sposi
Non siate più due,
ma UNO nella bellezza
fatta di due,
Speciale famiglie 2012
non siate più due,
ma TRE, perché il Signore
cammini costantemente
assieme a voi,
non più tre,
ma MOLTI, perché l’amore
non può far altro
che generare amore,
non più molti,
ma UNO, perché fusi
nell’unico abbraccio
dell’ amore di Dio.
E in questo camminare insieme
a riscaldarvi in qualsiasi momento,
vi sia su tutto, come una coperta,
l’ AMORE DI DIO.
Anniversari di matrimonio
55
Celebrate quest’anno un anniversario di matrimonio “significativo” e “tondo”?
Insieme renderemo grazie al Signore per gli anni di vita matrimoniale che vi ha donato.
Vi diamo appuntamento, insieme ai vostri cari,
Sabato 9 giugno 2012
ore 17.45
per celebrare i Vespri e la S. Messa, durante la quale potrete rinnovare le promesse matrimoniali.
Concluderemo con un festoso rinfresco!
Qiqajon (Gio 4,6)
Speciale famiglie 2012
Pianta di ricino! È questa la traduzione di Qiqajon. Detto così assume ben poco significato; ma pensiamo a un deserto con un sole
rovente e noi che camminiamo in cerca di un riparo, un po’ d’ombra
per recuperare le forze per continuare il nostro viaggio. Magari in
quel “deserto” ci siamo finiti, perché non comprendiamo l’amore
che Dio ha per noi; ci spaventano le responsabilità di creare una
famiglia, di diventare genitori oppure ci sentiamo “vuoti” ed abbiamo una enorme “sete” da colmare.
“Allora il Signore Dio fece crescere una pianta di ricino al di sopra di
Giona per fare ombra sulla sua testa e liberarlo dal suo male. Giona
provò una grande gioia per quel ricino”.
Il progetto Qiqajon realizzato da famiglie cristiane che appartengono all’Ordine Francescano Secolare, da ormai sette anni, riesce
ad “alimentare” questa “pianta” mettendo a frutto, ciascuno secondo le proprie capacità, i talenti che Dio ha donato. Con la semplicità e la spiritualità di S. Francesco di Assisi, ogni giorno a Milano
in via Farini 17 vengono accolti bambini in un micronido, accompagnati altri nell’apprendimento scolastico, nell’ascolto delle problematiche adolescenziali, nell’educare a servire, nella formazione
spirituale di giovani coppie per la loro vita da sposi, nell’accompa-
Speciale famiglie 2012
gnamento di chi è genitore ed
ha bisogno di un confronto.
Noi che scriviamo siamo due
collaboratori, amici e fratelli di
Qiqajon. Ci piacerebbe raccontare
in poche righe cosa significa per noi
questo luogo, per testimoniare la bellezza di collaborare ad un progetto in cui
si sente davvero la presenza di Gesù, anche
nei servizi più piccoli. Avendo avuto modo di
vivere e sentire Qiqajon fin dalla sua nascita, anche se da “pendolari”, possiamo raccontare cosa abbiamo trovato qui. Innanzitutto una casa: ogni visita ci fa
pensare ad un ritorno a casa dopo un periodo di lavoro. Questo
significa un abbraccio, accoglienza, attenzione, ascolto …. cose
non da poco di questi tempi!
Inoltre significa disponibilità e, nel nostro caso, nel nostro piccolo, proviamo a renderci utili, sapendo che ogni azione sarà vista
come segno di amicizia ed ogni proposta valutata e tenuta in
considerazione. C’è molto da fare, tante idee da raccogliere, tante
forze da unire e ciascuno può portare il proprio contributo.
Qiqajon per noi, coppia francescana, è il fiore all’occhiello dell’Ofs e
richiede amore, come una pianta che continua a crescere, bisognosa, tuttavia, della cura quotidiana.
Qiqajon sono i volti che amiamo di Gigi, Piera, Alessandro e Chiara
con i loro figli, insieme a fra Luigi (guida spirituale) e a tutta la famiglia di amici che si è creata all’ombra di questo albero.
Questo mondo per noi è Qiqajon, vissuto sempre con i nostri figli.
Piccolo, ma sempre in crescita, sotto lo sguardo di Gesù!
A presto
Andrea ed Emanuela OfS con Francesca e Samuele
Si ringrazia
REA EDILE
l’edilizia che arreda
VENDITA MATERIALI EDILI - NOLEGGIO MACCHINARI - NOLEGGIO ATTREZZATURA - ARREDO BAGNO - VENDITA PAVIMENTI E RIVESTIMENTI
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Area Edile s.r.l. - C.so Sempione 55 A/B - 21052 - Busto Arsizio - VA - Tel: +39.0331.623977 - Fax: +39.0331.333231 - [email protected]
sono tornati alla casa del Padre
sono nati alla vita di figli di Dio
04. 19.02.2012 Filippo Managò
05. 19.02.2012 Chiara Ortelli
06. 17.03.2012 Anxhela Hysa
07. 18.03.2012 Olivia Bettazzi
08. 18.03.2012 Ines Cattaneo
09. 18.03.2012 Emma Gallazzi
10. 18.03.2012 Edoardo Maisano
11. 18.03.2012 Achille Perani
12. 18.03.2012 Rebecca Villani
13. 25.03.2012 Benedetta Perotta
Anagrafe Parrocchiale
03. 11.01.2012 Francesco Corrado - Via Baracca, 14 - di anni 81
04. 14.01. 2012 Elisea Dorta - Via Cellini, 15 - di anni 91
05. 13.01. 2012 Carlo Bernardo Brazzelli - Via Cellini, 14 - di anni 73
06. 20.01. 2012 Maria Luisa Gallazzi - Via Libia, 13 - di anni 92
07. 31.01 2012 Arnaldo Merlo - C.so XX Settembre, 73 - di anni 94
08. 06.02 2012 Elsa Milani - Via Cezanne, 11 Milano - di anni 62
09. 15.02. 2012 Giuseppe Speroni - Via Amalfi, 3 - di anni 73
10. 16.02 2012 Wandina Valentini - Via Cellini, 10 - di anni 84
11. 17.02 2012 Anna Genoni - Viale Cadorna, 16 - di anni 90
12. 24.02 2012 Gaetano Pozzini - Solbiate Olona - di anni 33
13. 10.03.2012 Nicola Carabellese - Via Nigra, 30 - di anni 70
14. 12.03.2012 Mietta Ballarati - Via Teano - di anni 79
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Orari Messe in città
Prefestive
Ore 15.30Istituto La Provvidenza
Ore 18.00SS. Apostoli, Borsano,
Redentore
Ore 18.15Frati, Santa Croce, S. Giuseppe
Ore 18.30S. Giovanni, S. Anna, S. Michele,
Sacconago, S. Edoardo,
S. Maria Regina, Beata Giuliana
Festive
Ore 7.00 Sacconago
Ore 7.30 Frati, S. Maria Regina,
SS. Apostoli, Santa Croce
Ore 8.00 San Michele, Borsano
Ore 8.15 S. Giuseppe
Ore 8.30 S. Giovanni, S. Edoardo, S. Anna,
Sacconago, Beata Giuliana,
Redentore
Ore 9.00 Frati, SS. Apostoli
Ore 9.30 S. Giuseppe, Sacconago,
Istituto “La Provvidenza”
Ore 9.45 Ospedale
Ore 10.00S. Giovanni, S. Michele,
Redentore, S. Edoardo,
S. Maria Regina
Ore 10.15Santa Maria
Ore 10.30Frati, S. Anna, Borsano,
Beata Giuliana
Ore 11.00S. Giuseppe, Sacconago,
Santa Croce, SS. Apostoli
Ore 11.15S. Giovanni, S. Edoardo,
Redentore
Ore 11.30S. Michele, S. Maria Regina
Ore 12.00Frati, Santa Maria
Ore 14.45Ospedale
Ore 15.30Istituto “La Provvidenza”
Ore 16.30S. Carlo
Ore 18.00S. Giovanni, Sacconago,
SS. Apostoli, Redentore
Ore 18.15Frati, S. Giuseppe,
Beata Giuliana
Ore 18.30S. Edoardo, S. Anna, S. Michele,
Borsano, S. Maria Regina
Ore 19.30Frati
Ore 20.00S. Giovanni
PARROCCHIA SACRO CUORE
affidata ai Frati Minori
di Lombardia
Piazza Padre Gentile Mora, 1
21052 BUSTO ARSIZIO
Per contattarci:
Convento/Parrocchia: 0331 633 450
Parrocchia/Ufficio: tel-fax 0331 678 227
Convento e Oratorio: 0331 633 450
E-mail [email protected]
[email protected]
Cinema Teatro “Fratello sole”
Tel. 0331 626 031
[email protected] – www.fratellosole.it
La comunità religiosa è composta da:
fr. Giovanni Rinaldi Guardiano e Parroco
fr. Roberto Mariani Vicario
fr. Giorgio Rizzieri
fr. Valeriano Sandrinelli
fr. Raffaelangelo Radice
fr. Francesco Metelli
fr. Francesco Vimercati
fr. Raffaele Casiraghi Vicario parrocchiale
fr. Davide Radaelli
La chiesa è aperta:
- nei giorni festivi dalle 7 alle 13.00
e dalle 16 alle 20
- nei giorni feriali dalle 6.45 alle 11.30
e dalle 15 alle 19
Le messe sono celebrate:
- nei giorni festivi: alle 7.30 – 9 – 10.30
12 – 18.15 e 19.30
vigiliare alle 18.15
- nei giorni feriali: alle 7 – 8* – 9 – 18.15
*sospesa in luglio e agosto
La preghiera del popolo di Dio:
- nei giorni festivi: alle 8.15 LODI
- nei giorni feriali: alle 7.30 LODI
alle 18.45 VESPRI
Le confessioni:
nel tempo di apertura della chiesa
un sacerdote è sempre a disposizione
NB Non si confessa il mercoledì
mise in atto il suo proposito, accompagnato da alcuni suoi frati.
Ed ecco che il lupo gli si fa incontro minaccioso con le fauci
spalancate. Francesco traccia su di lui il segno della croce, lo
chiama a sé e gli dice: “Vieni qui frate lupo, io ti comando da
parte di Cristo che tu non faccia male né a me, ne a persona
alcuna”. Immediatamente il lupo terribile chiuse la bocca e
smise di correre e, obbedendo, venne, mansueto come agnello,
a porsi ai piedi del Santo. E Francesco gli parlò così: “Frate lupo,
tu fai molti danni uccidendo le creature di Dio e non solo hai
ucciso e divorato gli animali, ma hai avuto l’ardire di uccidere
gli uomini, fatti a immagine e somiglianza di Dio. Per questo
tu meriteresti la morte. Tutti mormorano e gridano contro di te
e ti sono nemici. Ma io voglio, frate lupo, far pace fra te e loro
così che tu non arrechi più danno ed essi ti perdonino ogni
passato errore”. Dette queste parole, il lupo con gesti di corpo,
di coda e di orecchi e chinando il capo mostrava d’accettare
e di voler osservare quanto Francesco gli proponeva. “Io ti
prometto – aggiunse il Santo – che ti farò procurare il cibo
dalla gente di questa città per tutto il tempo della tua vita e
che non patirai mai più la fame. Tu devi promettermi che
non farai del male a nessuna persona e a nessun animale”. E
il lupo mostrò di accondiscendere a questa promessa, levò la
zampa e “domesticamente” la pose nella mano di Francesco a
suggello del patto di amicizia non solo col Santo, ma anche con
gli abitanti di Gubbio. Raggiunta la città Francesco, seguito da
frate lupo, si rivolse alla gente che nel frattempo era accorsa
ad ammirare il miracolo e disse: “Udite, fratelli miei: frate lupo
che è qui dinanzi a voi mi ha promesso e giurato di voler far
pace con voi e di non arrecarvi più alcun danno a patto che voi
vi impegniate a provvedergli ogni giorno le cose necessarie. Io
vi garantisco che il lupo osserverà il patto della pace”. Allora
tutto il popolo promise di nutrirlo ogni giorno. Dinanzi a tutto
il popolo l’animale rinnovò il suo impegno mettendo la zampa
sulla mano di Francesco tra la gioia e la commozione di tutti
i presenti che rendevano grazie al Signore per l’avvenuto
prodigio. Il lupo visse due anni a Gubbio ed entrava nelle case
senza far male a nessuno e senza ricevere male da alcuno e fu
nutrito “cortesemente” dalla gente. Quando morì di vecchiaia fu
rimpianto da tutti poiché la sua mansueta presenza ricordava
loro le virtù e la santità di San Francesco.
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