Anno XXXIV n° 11 Redazione: piazza Duomo, 12 Brindisi
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15 Dicembre 2011 tel. 340.2684464 | fax 0831.524296
editoriale
Una vedova
al nostro
presepe
Angelo Sconosciuto
È
tempo di presepi. È
tempo nel quale ciascuno, anche in modo
visibile, è portato a considerare il Dio-con-noi. Al “tempo del decreto di Cesare Augusto” i primi a presentarsi
furono i pastori; al “tempo del decreto del governo
Monti” proviamo a immaginare chi siano quelli che
attendono...
In questo tempo di indubbie incertezze sulle cose alle
quali forse maggiormente
siamo legati, sembra mancarci quell’orizzonte del
quale più e più volte abbia
parlato, perché avvertiamo
tutto il peso di decisioni assunte da qualcun’altro e che
ricadono su di noi.
Arrendersi? Ribellassi? Rispondere alle regole che
da sempre sono scritte nel
nostro cuore, sapendo che
anche da noi, dalle nostre
condotte dipende il futuro di
tutto.
Crediamo, ad esempio, sia
necessario testimoniare ogni
giorno la nostra solidarietà
e la nostra condivisione con
quanti, da queste settimane
di intensa sofferenza, usciranno con minori certezze
e minori speranze. Ma è altrettanto necessario - in questi frangenti in cui tutti pensiamo a stringere la cinghia
- che ciascuno si impegni
per mettere al centro la famiglia, che non solo è chiesa
domestica, ma è il vero futuro dell’uomo. Da qui l’impegno di ciascuno perché si
vigili, si insista, si porti sempre al centro la dignità di
ciascuna persona nell’unica
istituzione che compendia e
determina i destini personali e collettivi.
È tempo di presepi. Ogni
tradizione, anno per anno,
“aggiorna” le proprie statuine attualizzando la venuta
dell’Emmanuele.
Quest’anno vogliamo aggiornarlo con un giovane
che guarda al futuro con
un abbozzo di sorriso e con
la vedova: quella che nelle
casse del tempio adagiò le
ultime monetine. Lasciò il
necessario e fu esempio per
quelli che volevano intendere. Sentiva i propri doveri verso Dio e nel contempo
verso la società che pure la
considerava ultima, senza
diritti, senza garanzie.
Un esempio anche per noi,
che pure qualche diritto abbiamo, connesso a qualche
dovere. Oggi, in questo tempo di crisi, purtroppo non
solo economica.
€ 1,00
N
el Natale Dio si è fatto uno
di noi, entrando nella storia ha assunto la nostra
condizione umana.
Gesù, “nella pienezza dei tempi”,
nascendo nell’umile grotta di Betlemme, ha condiviso la fragilità
dell’uomo e tutte le sue povertà, da
quelle materiali a quelle spirituali.
Le fragilità, oggi, sono rappresentate dalla “crisi” che coinvolge
la vita dell’uomo in ogni sua dimensione.
La crisi spirituale è l’eclissi di Dio,
la crisi culturale è la perdita dei
valori, la crisi morale è il silenzio
della coscienza, la crisi economica è lo spreco oltre misura, la crisi
educativa è il rifiuto delle regole.
Ogni crisi crea affanno, turbamento, squilibrio, sfiducia e può
Messaggio del Padre Arcivescovo
Natale in tempo di crisi
generare “strutture di peccato” che
rendono l’uomo schiavo di se stesso, della legge, della società…
Dalla crisi, però, ciascuno sente
il desiderio di uscire, perché chiamato a vivere nella gioia, come
quando ci si rialza da una caduta,
che crea immobilismo, pronti a riprendere con slancio il cammino.
La crisi, da momento negativo,
può divenire opportunità di crescita e di rinascita in cui l’uomo può
riconoscersi e riscoprire la sua vera
identità che lo riporta al disegno
originario dell’essere immagine e
somiglianza di Dio.
L’uomo credente, sempre alla ri-
Primo Piano
Vita Diocesana
Il Messaggio
del Papa per la 45ª
Giornata Mondiale
della Pace
A pagina
cerca della Verità, spesso rischia di
perdere Dio e la sua gloria.
Gesù, nascendo nell’umile grotta di Betlemme, fa germogliare la
Speranza.
A Natale nasce il Redentore, viene al mondo un bambino povero,
ma ricco di Dio che dona prospettive sempre nuove.
Non importa se in questo Natale
ci sarà austerità nelle luminarie, o
negli spettacoli o nei concerti. L’austerità nelle cose non ci privi della
ricchezza dello Spirito.
La generosità di chi sta meglio,
insieme all’attenzione da parte
delle istituzioni, diventi condivi-
3
Concattedrale.
La Congregazione
concede il titolo
di Basilica minore
A pagina
5
sione, perché ogni cuore, soprattutto a Natale, sia felice.
Riscopriamo nella nostra vita la
presenza di Gesù Cristo; facciamo
rinascere nel nostro cuore il valore
dell’amore; risvegliamo nel nostro
animo la voce della coscienza, torniamo alla sobrietà nei consumi e
all’impegno nel campo educativo.
Queste “virtù natalizie” ci faranno uscire da ogni crisi.
A tutti auguro di vivere l’esperienza del Natale come rinascita e
resurrezione.
Buon Natale.
Brindisi, 15 dicembre 2011
Vita di Chiesa
Giornata
Mondiale
del Migrante
e del Rifugiato
A pagina
19
Un mare di disperati
Nelle foto di Mario Gioia gli scogli di Santa Sabina, luogo
della tragedia, e nel riquadro alcuni migranti sopravvissuti
«M
entre come sempre la nostra
Chiesa si prepara ad accogliere
i migranti, questa volta dobbiamo prepararci anche a pregare per le loro
anime, oltre che a soccorrere chi è riuscito a
trarsi in salvo». Sono le 20 di sabato 26 novembre scorso, ed all’uscita da una celebrazione,
Padre Arcivescovo viene informato di quanto
accaduto a Santa Sabina. Il bilancio è provvisorio, ma l’affermazione è definitiva riguardo
l’ennesimo capitolo del dramma dell’immigrazione vissuto nei nostri luoghi, che già hanno
conosciuto altre tragedie ed altri morti, con il
mare che, di tanto in tanto, restituendo resti
mortali, rinnova il ricordo senza cadenze fisse,
anche a distanza di molti mesi.
Questa volta, con una barca a vela battente
bandiera americana - e dal nome vagamente
importante «Gloria» - infrantasi sugli scogli di
località Mezzaluna a Santa Sabina, litorale di
Carovigno, diverse decine di uomini dell’Asia
centrale hanno cercato di raggiungere l’Occidente. Ed il bilancio – definitivo? - dice di tre
morti, 43 superstiti, 25 dei quali sono minorenni. Sono afgani e curdi, irakeni, iraniani e
cingalesi: una varia, dolente, umanità che dai
propri luoghi d’origine ha raggiunto la Turchia
in mille maniere, nascosta prevalentemente
nei cassoni di camion. E dalla Turchia sembra
sia partita la barca: tutti hanno pagato; hanno
navigato, per cinque giorni almeno, stipati
come bestiame; hanno visto più volte in faccia
la morte; hanno conosciuto le angherie di chi
avevano pagato per guadagnare, più che un
posto al sole, una speranza di sopravvivenza
, quella che li ha spinti, una volta raggiunta la
costa, a disperdersi nel buio di quel sabato, ad
allontanarsi, se possibile, dal luogo del naufragio. Ecco perché non si saprà mai, precisamente, quanti erano…
Non erano uomini, ma ombre d’uomo, clandestini, non uomini, numeri appunto… Nessuno
aveva documenti, ma schede telefoniche o
telefoni cellulari, il loro unico collegamento
col mondo. Uomini? Numeri, così evidenziato
da quel braccialetto al polso dei cadaveri e
non solo; una sigla per l’anagrafe del ricatto
e della sopraffazione, che forse poco servirà
ad inchiodare alle gravi responsabilità chi ha
organizzato non un viaggio per persone, ma
un traffico indegno per oggetti animati. Ecco:
ora sono nel Centro di accoglienza dei richiedenti asilo a Restinco e la Procura brindisina
procede contro ignoti per diversi reati che
vanno dal naufragio al traffico di clandestini:
se ne occupa il Pm Jacoviello ed il procuratore
capo Dinapoli. Oltre i risultati, ciò che conta,
oltre la vita fisica, è che questi 43 sono tornati uomini: hanno di nuovo un nome, hanno
qualche diritto. Se non avranno diritto all’asilo
torneranno indietro, ma da uomini, non da
cose o da bestie.
15 dicembre 2011
Primo Piano
3
giornata mondiale della pace Reso noto il tradizionale Messaggio di Benedetto XVI
Educare i giovani alla giustizia e alla pace
“C
ari giovani, voi siete un dono prezioso per la società”. È quanto scrive Benedetto XVI, nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, che
si celebrerà il 1° gennaio sul tema: “Educare i giovani alla
giustizia e alla pace”. La parte finale del testo è un appello
diretto ai giovani: “Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false
soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile
per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che
richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete
con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri
che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero!
Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e
piena di entusiasmo”. E ancora: “Siate coscienti di essere
voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete
quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare
per un futuro più luminoso per tutti”. “Non siete mai soli”,
garantisce il Papa: “La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi
incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la
possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace”.
Fiducia e impegno. “Guardare il 2012 con atteggiamento
fiducioso”. È lo speciale augurio del Papa con cui
si apre il messaggio. “È vero – ammette Benedetto XVI – che nell’anno che termina
è cresciuto il senso di frustrazione per
la crisi che sta assillando la società, il
mondo del lavoro e l’economia; una
crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche”. “Sembra
quasi – la suggestiva immagine scelta dal Papa – che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non
permetta di vedere con chiarezza la
luce del giorno”. Tuttavia, “in questa
oscurità il cuore dell’uomo non cessa
di attendere l’aurora”. Un’“attesa”, questa,
“particolarmente viva e visibile nei giovani”,
i quali “con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al
mondo”. “Essere attenti al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare – ammonisce il Pontefice – non è solamente un’opportunità, ma un dovere primario di tutta la società, per la costruzione di un futuro di giustizia e di pace”. Di
qui la necessità di “comunicare ai giovani l’apprezzamento
per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio
di spenderla al servizio del bene”. Un compito in cui, per il
Papa, “tutti siamo impegnati in prima persona”.
I desideri dei giovani. “Il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto
stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo
della politica, della cultura e dell’economia per la
costruzione di una società dal volto più umano e solidale”: questi, secondo Benedetto
XVI, alcuni tra i desideri che i giovani “vivono con apprensione”. “È importante
che questi fermenti e la spinta ideale
che contengono trovino la dovuta
attenzione in tutte le componenti
della società”, l’appello del Pontefice, che ricorda che la famiglia è “la
prima scuola dove si viene educati alla giustizia e alla pace” e chiede
ai genitori di “non perdersi d’animo”.
“Aiutare concretamente le famiglie e le
istituzioni educative ad esercitare il loro
diritto-dovere di educare”, potendo “scegliere liberamente le strutture educative ritenute più idonee per il bene dei propri figli”, e offrire
“ai giovani un’immagine limpida della politica, come vero
servizio per il bene di tutti”. È il doppio appello rivolto dal
Papa ai politici. Benedetto XVI ha rivolto un appello anche
“al mondo dei media, affinché dia il suo contributo educativo” in ordine alla giustizia e alla pace.
La vera libertà. L’autentica libertà “non è l’assenza di vincoli o il dominio del libero arbitrio, non è l’assolutismo dell’io”.
CHIESA E ICIRisposta a una polemica strumentale
Il beneficio esiste anche per lo Stato
T
ra le misure contemplate nella cosiddetta manovra “Salva-Italia” la reintroduzione dell’Ici sulla
prima casa. Puntuale è tornata a farsi sentire la
già nota polemica sui presunti benefici fiscali della Chiesa che si allarga anche ad altri “privilegi”. A rilanciarla,
tra gli alti, è stato un quotidiano nazionale che ha parlato
di “evasione fiscale legalizzata”, e di Chiesa “prodiga di
consigli sull’equità della manovra” ma “attaccata ai suoi
privilegi”. Il SIR ha incontrato il giurista e rettore della
Lumsa, Giuseppe Dalla Torre.
Oggetto di polemica è soprattutto l’esenzione dal pagamento dell’Ici…
«L’esenzione dall’Imposta comunale sugli immobili beneficio fiscale di cui gode non solo la Chiesa, ma anche la pluralità di organizzazioni ed enti ‘laici’, pubblici
o privati, non commerciali e riconducibili al no profit
– ha la sua ragione di essere nel servizio sociale che la
Chiesa garantisce attraverso le sue diverse realtà e che si
traduce in mense per indigenti, scuole materne, case famiglia e di riposo, strutture di accoglienza per studenti e
lavoratori fuori sede. Tutti servizi di alta rilevanza sociale
che lo Stato non è in grado di gestire e, se lo facesse, li sosterrebbe a costi certamente più elevati di questi enti nei
quali è attiva anche una forte presenza di volontariato, o
addirittura in alcuni casi si svolge tutto su base volontaria».
L’esenzione dall’Ici è dunque, in ultima analisi, “van-
taggiosa” anche per lo Stato?
«Senza dubbio. Rappresenta in sostanza un’agevolazione
volta ad assicurare alle fasce più deboli della società, che
diversamente verrebbero ulteriormente marginalizzate,
una serie di servizi altrimenti inesistenti o più costosi. Si
tratta di un sistema vantaggioso sia per la cittadinanza
sia per lo Stato. Sotto il profilo strettamente economico
è interesse di quest’ultimo continuare a consentire agli
enti no profit di farsi carico di questi servizi».
Occorre chiarire l’equivoco secondo il quale la Chiesa
non è mai soggetta a tassazione…
«L’esenzione dall’Ici è riconosciuta solo per gli immobili
non commerciali. Per gli altri la Chiesa o gli enti religiosi
proprietari sono assoggettati, come tutti, a tassazione. A
Roma, ad esempio, a causa del suo consistente patrimonio immobiliare spesso locato a fine di reddito, uno dei
maggiori contribuenti dell’Ici è il Vaticano attraverso la
Congregazione di propaganda fide».
Tra le “accuse” mosse in questi giorni alla Chiesa, anche quella di pretendere dallo Stato “stipendi” per i
cappellani militari, delle carceri e degli ospedali…
«La Costituzione afferma, tra l’altro, che tutti i cittadini
hanno il diritto di professare la propria fede religiosa, e
che lo Stato deve abbattere gli ostacoli – che possono essere di ordine normativo, economico, culturale – che impediscono (art. 3 sul principio di uguaglianza) ad alcune
categorie di cittadini la fruizione o l’esercizio di questo
Così il Papa spiega ai giovani che “l’uomo che crede di essere
assoluto, di non dipendere da niente e da nessuno, di poter
fare tutto ciò che vuole, finisce per contraddire la verità del
proprio essere e per perdere la sua libertà”. In altre parole, “la
libertà è un valore prezioso, ma delicato: può essere fraintesa e usata male”, soprattutto se è confusa con un “orizzonte
relativistico” in cui “non è possibile una vera educazione”,
perché “senza la luce della verità prima o poi ogni persona è
condannata a dubitare della bontà della stessa vita”. In questa
prospettiva, “l’esercizio della libertà è intimamente connesso
alla legge morale naturale”. Anche i giovani, per il Papa, devono “fare un uso buono e consapevole della libertà”.
Andare controcorrente. Nel nostro mondo, “il valore della
persona è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a
ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e
dell’avere”. La giustizia, spiega il Papa, “non è una semplice
convenzione umana”: discorso analogo per la pace, che “non
è la semplice assenza di guerra” ma “opera da costruire”. Per
essere veramente “operatori di pace” dobbiamo “educarci
alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione, alla
fraternità”: di qui l’impegno a “promuovere la giustizia, secondo le proprie competenze e responsabilità”. Ai giovani,
che “hanno sempre viva la tensione verso gli ideali”, spetta il
compito di “avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero,
anche quando tutto ciò può comportare sacrificio e andare
controcorrente”.
diritto. Se i nostri soldati in Afghanistan avvertono l’esigenza di assistenza spirituale, lo Stato, in caso non la garantisse loro, non sarebbe laico e violerebbe il principio
di libertà religiosa, diritto costituzionalmente garantito.
Questo vale anche per i degenti negli ospedali, gli anziani nelle case di cura, i carcerati: tutte persone a diverso
titolo gravemente limitate nella propria liberta personale. Non si tratta di ‘regalie’ alla Chiesa, bensì di remunerazioni per un lavoro svolto. Del resto la figura del cappellano militare a carico dello Stato, perché svolge un
servizio a suo favore, esiste anche in paesi non concordatari come Francia, Germania e Stati uniti».
Quale, allora la risposta che può dare la Chiesa?
«A questa polemica strumentale e mistificatoria e la
Chiesa dovrebbe rispondere in un solo modo: con un
impegno ancora maggiore nell’ambito del venire incontro alle situazioni di sofferenza, disagio, emarginazione;
un’azione che svolge da sempre ma che evidentemente
non è ben conosciuta. Il suo impegno caritativo è a 360
gradi, ma non ostenta medaglie al merito. Verrebbe da
dire: rendiamo pubblico il resoconto di tutte le attività
svolte affinché la gente ne tocchi con mano la consistenza, ma sarebbe contrario al nostro stile e al nostro spirito.
La manovra porterà certamente all’emersione di ulteriori
forme di povertà e bisogno. Tra queste magari l’usura, fenomeno gravissimo al quale lo Stato risponde esclusivamente con l’azione penale, mentre le diocesi hanno dato
vita a Fondazioni in grado di ‘accompagnare’ le persone,
le famiglie o le piccole aziende coinvolte per aiutarle ad
uscirne. Ritengo che la testimonianza più significativa
che la Chiesa e tutte le istituzioni facenti capo al mondo
cattolico possono dare non sia il beau geste di rinunciare
all’esenzione dall’Ici - colpo mortale che le costringerebbe a chiudere attività divenute non più sostenibili - ma
quella di un rafforzamento del proprio impegno».
4
Vita Diocesana
15 dicembre 2011
IL 24 NOVEMBRE In occasione del quarantennale della fondazione in Italia
Caritas, in udienza dal Papa per ripartire di slancio
«L
e Caritas devono
fedeltà alla Chiesa e nel riessere come ‘senspetto dell’identità delle votinelle’, capaci di
stre istituzioni, utilizzando
accorgersi e di far accorgere,
gli strumenti che la storia vi
di anticipare e di preveniha consegnato e quelli che la
re, di sostenere e di propor‘fantasia della carità’ - come
re vie di soluzione nel solco
diceva il beato Giovanni
sicuro del Vangelo e della
Paolo II - vi suggerirà per
dottrina sociale della Chiel’avvenire. Nei quattro desa», Con queste parole il 24
cenni trascorsi, avete potuto
novembre scorso, Benedetto
approfondire, sperimentare
XVI, ha accolto gli operatori
e attuare un metodo di lavoCaritas provenienti da ogni
ro basato su tre attenzioni tra
Operatori e volontari Caritas della nostra Diocesi in piazza San Pietro © S.Licchello loro correlate e sinergiche:
angolo d’Italia, in occasione
dell’udienza concessa alla
ascoltare, osservare, discerCaritas italiana nel quarantenere, mettendolo al servizio
simo di fondazione.
della vostra missione: l’aniAll’importante
appuntamazione caritativa dentro le
mento hanno preso parte ancomunità e nei territori».
che i volontari, gli animatori
«Per tutti noi è stato un bel
e gli operatori Caritas della
momento di fraternità – ha
raccontato Salvatore Licnostra Diocesi, guidati dal
chello. È stato bello vedere
Padre Arcivescovo, dal diretl’entusiasmo per l’udienza
tore della Caritas diocesana e
con il Papa e le significative
da diversi sacerdoti e suore,
testimonianze di semplici
tra cui: don Adriano Miglietvolontari, direttori e gente
ta, don Luciano Chetta, don
che vive la Caritas. BenedetFranco Pellegrino, don Pio
Benedetto XVI attraversa la Basilica Vaticana © S.Licchello
Il Card. Angelo Bagnasco con Papa Benedetto XVI © Sir to XVI ha ricordato che «al di
Conte, don Vanni Bisconti,
sopra dell’aspetto puramente
suor Elena Romano.
materiale della nostra attività, deve emergePrima dell’udienza, i “pellegrini della Cari- naturali imperiosi - come terremoti o allu- Tundo.
tas” hanno partecipato ad una celebrazione vioni - o si debbano fronteggiare fenomeni
«La nostra presenza all’incontro con il Pon- re la sua prevalente funzione pedagogica»,
eucaristica presieduta, nella Basilica Vatica- sociali improvvisi, si pensi all’immigrazione, tefice in San Pietro è stata davvero importan- che è rappresentato dall’importante compina, dal cardinale Angelo Bagnasco, presiden- la Caritas è sempre pronta a rigenerare fidu- te – ha dichiarato Rino Romano. Questi 40 to educativo di «assumere la responsabilità
te della Conferenza Episcopale Italiana.
cia e ancor prima ad offrire una prossimità anni di Caritas, che ci fanno portare addosso dell’educare alla vita buona del Vangelo, che
«A nome dei vescovi italiani e mio persona- mai scontata, in grado di restituire dignità e un grande bagaglio di esperienza, ci radi- è tale solo se comprende in maniera organile - ha detto Bagnasco - desidero ringraziare fiducia».
cano sempre più nella fede, una fede viva, ca la testimonianza della carità».
«Il distintivo del cristiano – ha detto infatdi cuore la Caritas italiana nella felice circoL’incontro con il Papa ha chiuso un lungo energica e piena di vita. Il camino di questi
stanza del suo quarantesimo anniversario, percorso fatto di programmi e appuntamen- 40 anni ci conforta nel momento in cui ci ti il Pontefice - è che la fede si rende operoperché - come ebbe a dire il Papa Paolo VI di ti, iniziati nel mese di luglio e culminato, chiediamo verso quale direzione vogliamo sa nella carità: ciascuno di voi è chiamato a
venerata memoria - il suo aspetto spirituale nel 35esimo convegno nazionale delle Cari- andare, soprattutto in questo periodo di dare il suo contributo affinché l’amore con
cui siamo da sempre e per sempre amati da
non si misura con cifre e bilanci, ma con la tas diocesane tenutosi a Fiuggi dal 21 al 23 grandi difficoltà».
capacità che essa ha di sensibilizzare le Chie- novembre, appuntamento al quale hanno
«Cari amici - ha detto Benedetto XVI - non Dio divenga operosità della vita, forza di serse locali e i singoli fedeli al senso e al dovere partecipato il direttore della Caritas dioce- desistete mai da questo compito educativo, vizio, consapevolezza della responsabilità».
della carità. Nel nostro Paese, - ha sottoline- sana, Rino Romano, il coordinatore dei Ser- anche quando la strada si fa dura e lo sforAntonella Di Coste
ato - laddove ci si trova di fronte e fenomeni vizi, Salvatore Licchello e l’infaticabile Adele zo sembra non dare risultati. Vivetelo nella
formazione P. Sorge ha aperto il nuovo anno della scuola politica
Il ruolo dei cattolici nella vita pubblica di oggi
è “illuminare” il confronto nella società
L
a prima lezione della scuola di formazione all’impegno sociale e politico, che inaugura il suo nuovo anno
accademico, si è tenuta lo scorso 17 novembre presso l’Auditorium “Mons. Antelmi” dell’Istituto Superiore di
Scienze Religiose e ha visto la partecipazione di un relatore
d’eccezione, padre Bartolomeo Sorge, un simpatico gesuita
82enne, famoso per aver diretto una importante rivista teologica (La Civiltà Cattolica), che ha discusso insieme a noi
sul tema dell’incontro, cioè “Il ruolo dei cattolici nella vita
pubblica di oggi”. E lo ha fatto con una grande enfasi, mediante la quale ha ripercorso tutte le tappe dell’evoluzione
della questione sociale, dalla Rerum Novarum alla Caritas
in Veritate, tra citazioni dotte ed esempi di vita concreta,
mettendoci di fronte alla problematicità delle sfide che attendono i cattolici oggi ma, allo stesso tempo, riempiendoci
il cuore di speranza sulla buona riuscita del nostro impegno.
L’intervento introduttivo è stato affidato a Mons. Rocco
Talucci il quale, dicendosi compiaciuto per la numerosa partecipazione a questa prima lezione, ha sottolineato
l’importanza delle scuole di formazione socio-politica, che
si inseriscono in un contesto educativo e propositivo. «Basta con le lagnanze sulla caduta dei valori - ha detto Sua
Eccellenza. I valori camminano con gli uomini: cadono se
cadono gli uomini e si rialzano se si rialzano gli uomini. Il
nostro impegno è quello per il bene comune: la nuova generazione non è quella dei politici cattolici, ma dei cattolici
impegnati in politica».
Subito dopo ha preso la parola padre Sorge il quale, avvalendosi della sua conoscenza della dottrina sociale della
Chiesa, ha ripercorso l’evoluzione della questione sociale,
enciclica per enciclica, partendo dalla prima, la Rerum Novarum, scritta da Papa Leone XIII nel 1891 che rappresentò,
per l’epoca, un vero e proprio «manifesto per la riscossa dei
cristiani, che trovano nel Vangelo le risposte per la soluzione dei gravi problemi sociali». Il Papa, nell’enciclica, prende
chiaramente le distanze dal marxismo e dal liberismo proponendo, con Pio XI, che nel 1931 scrisse la Quadragesimo
Anno, la “terza via” per i cattolici, che è quella della cristianità: cioè la fede e la politica sono su due piani distinti,
che si incontrano sul piano intermedio dell’etica. E, come
affermò trent’anni dopo il Concilio Vaticano II, smentendo
la tesi di Jacques Maritain, spetta ai laici e non alla Chiesa il
compito di mediare tra fede e politica e la laicità è un valore cristiano che ha un fondamento teologico: tale principio
segna la fine della Chiesa clericale.
Quindi la Gaudium et Spes, del 1965, rivoluziona l’approccio dei cristiani alla politica, costruendolo su un metodo
induttivo che propone la seguente sequenza: vedere, giudicare, agire. La codificazione di questo metodo la si ha nella
Octogesima Adveniens, l’enciclica scritta da Papa Paolo VI
nel 1971, che al n. 4 afferma: “Data la molteplicità delle situazioni, ci è difficile pronunciare una parola unica valida
per tutti i casi, non è questa la nostra ambizione e neppure
la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane leggere i
segni dei tempi, giudicarli alla luce del Vangelo e del Magistero della Chiesa, scegliere le cose da fare insieme a tutti
gli uomini di buona volontà”.
Infine, a dare ai cristiani le risposte che cercavano, in un
mondo in continua evoluzione, che sperimenta la globalizzazione e i nuovi rapporti tra Nord e Sud, arriva la Caritas
in Veritate, l’ultima enciclica, in ordine cronologico, della
dottrina sociale della Chiesa, alla quale dà una svolta storica: cioè afferma che la questione sociale, con l’avvento della
nuova era tecnologica e tecnocratica, è diventata questione
antropologica; la politica e i partiti, oggi, devono confrontarsi con i problemi etici, con le decisioni che riguardano
la vita e la morte. Per tali ragioni, la sfida più grande del nostro tempo è il relativismo etico, un “virus” che intacca la
nostra cultura e che arriva al punto di voler cancellare le diverse fondamenta della civiltà umana, intaccando la dignità della persona, la quale da “essere in relazione” si riduce
P. Sorge e il direttore della Scuola Cascione © G.Morelli
L’uditorio alla lezione di Padre Sorge © G.Morelli
a “individuo” chiuso in sé e non più membro della famiglia
umana. L’egoismo e il razzismo sono le conseguenze di una
cultura deteriore, che ha tolto valori certi.
ll ruolo dei cattolici nella società di oggi, dunque, è quello
di “illuminare” il dibattito politico e sociale all’interno del
nostro Paese, ispirandolo ai principi cristiani che sono alla
base della nostra fede, al fine di plasmare una società che
ponga al centro dell’azione politica la “tutela della persona
umana”.
Ma, per far ciò, occorre prepararsi, formarsi: quindi, fondamentale è il ruolo delle scuole di formazione socio-politica in questo preciso momento storico, perché «non basta
essere santi per essere dei bravi politici», ma è necessario
che ciascun cittadino, che decide di prender parte attivamente al dibattito politico, abbia con sé un bagaglio di professionalità, che gli consenta di calare, nei meccanismi pratici della politica, i propri principi e le proprie idee.
Francesco D’Onghia
5
Vita Diocesana
15 dicembre 2011
l’annuncioL’Arcivescovo ha reso noto il Decreto della Congregazione per il Culto Divino
La Concattedrale di Ostuni ora è Basilica Minore
È
datato 22 novembre 2011, memoria
liturgica di Santa Cecilia, il Decreto
con il quale la Congregazione per il
Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
concede il titolo di Basilica Minore alla
chiesa concattedrale di Maria Santissima
Assunta in Ostuni.
Nella lettera di accompagnamento, a firma
di J. Augustine Di Noia, O.P., Arcivescovo
Segretario del Dicastero Vaticano, si legge:
“La concessione del titolo di Basilica Minore a codesta importante chiesa, mentre intende intensificare il vincolo con la Chiesa
di Roma e con il Santo Padre, ne promuove
al tempo stesso l’esemplarità quale centro
di particolare azione liturgica e pastorale
nella Diocesi”.
Il Decreto di riconoscimento porta la firma del card.
Antonio Cañizares Llovera,
Prefetto, e fa seguito ad una
precisa istanza avanzata dal
nostro Arcivescovo, il quale,
ricevuto il nulla osta da parte della Conferenza Episcopale Italiana, ha inoltrato
tale richiesta agli uffici della
Congregazione, ottenendo
risposta positiva in merito
al riconoscimento di titolo
e dignità di Basilica minore con tutti i diritti
e concessioni liturgiche previste in tali casi.
Con il riconoscimento alla
Concattedrale di Ostuni,
salgono a quattro le Chiese
della nostra Diocesi che si
fregiano del titolo di Basilica: oltre alla Concattedrale,
infatti, sono Basiliche,
la Cattedrale in Brindisi,
la chiesa di Santa Maria
della Vittoria in San Vito dei
Normanni e la chiesa della
Vergine SS. del Carmelo in
Mesagne.
Tale importante riconoscimento giunge all’indomani di un altro
evento vissuto nella Concattedrale il 16
novembre scorso, giorno della dedicazione, quando S.E. l’Arcivescovo, al termine
della celebrazione, ha benedetto la nuova
nicchia nella quale è stata posta la statua
argentea del santo protettore della città e della Diocesi, Oronzo, che da ora in
poi potrà essere venerata in ogni giorno
dell’anno. La nicchia, che si trova nella
cappella dell’Immacolata, è stata interessata da lavori di restauro, pulizia, pitturazione
e messa in sicurezza. La sistemazione della
nicchia, progettata dall’arch. Carmine Specchia, è frutto dell’accordo tra la Diocesi e
l’Amministrazione Comunale di Ostuni che
ha finanziato l’opera.
gio.mor.
formazione Mons. Crociata a Brindisi per illustrare gli Orientamenti pastorali sulla sfida educativa
A quale vita buona educare oggi?
L’incontro con i giornalisti
L’
Mons. Crociata tiene la sua relazione. Nel riquadro l’auditorium dell’Autorità Portuale gremito di gente © G.Morelli
A
quale vita buona educare oggi?
A tale interrogativo, mons. Mariano Crociata ha voluto dare
risposta nell’incontro di formazione
organizzato dalla nostra Arcidiocesi
e tenutosi il 18 novembre u.s., presso
l’auditorium dell’Autorità portuale di
Brindisi. Un appuntamento definito
dall’Arcivescovo Talucci «esperienza
di Chiesa sinodale», finalizzato a far
risuonare, attraverso la persona del Segretario generale della Conferenza episcopale italiana, il pensiero dei Vescovi
italiani sul tema della educazione, arte
“delicata sublime ”, così come definita
dal cardinale Bagnasco nella presentazione al documento della CEI “Educare
alla vita buona del Vangelo”, che visualizza gli Orientamenti pastorali della
Chiesa italiana per il decennio 20102020.
Le stesse Linee pastorali diocesane
dell’anno in corso puntano l’attenzione
proprio sul tema dell’educazione e, nello specifico, sul ruolo della parrocchia,
quale comunità educata ed educante
nel contempo. Nell’ascolto attento ed
operoso della parola dell’unico suo Maestro, Gesù Cristo, la comunità ecclesiale può e deve, a sua volta, assumere
una responsabilità educativa nei confronti dei credenti e non, rispondendo
primariamente al comando di Gesù di
ammaestrare tutte le nazioni (cfr. Mt
28,19). L’intervento di mons. Crociata
ha offerto la possibilità di rivisitare il
documento dei Vescovi italiani per una
ulteriore riflessione su un tema emergente ed urgente, tema fondamentale
in un contesto sociale che oggi risente
di una carenza educativa a tutti i livelli,
su tutti i fronti e in tutte le direzioni.
Partendo proprio dall’interrogativo
iniziale, mons. Crociata ha delineato
alcuni punti essenziali che riassumono il suo magistrale intervento. Egli ha
anzitutto posto come nucleo centrale
e fondamentale il concetto di persona:
essa è soggetto ed oggetto del percorso
educativo, che mira non semplicistica-
mente alla pretesa di una rettitudine
morale fine a se stessa, bensì ad una
presa di coscienza dell’essere costitutivamente creati ad immagine e somiglianza del Creatore. La persona umana
è buona se riscopre l’identità conferitale da Dio e vive secondo tale originaria natura. Non a caso, nell’incontro di
Gesù con il giovane ricco, il Nazareno
sottolinea che buono è solamente Dio,
perché solo in lui vi è la bontà nella sua
completezza. Educare allora è offrire
la possibilità di andare alla radice di se
stessi, per scoprire l’identità buona di
sé, quell’identità bella, vera e perfetta
che Dio partecipa ai suoi figli. Centralità della persona, dunque, dalla quale
tirar fuori ciò che essa è, la sua interiorità ricca di aspirazioni, da canalizzare
nel migliore dei modi, in vista del bene
proprio e di quello comune. La realizzazione della persona non può non
attuarsi allora nella dimensione della
relazionalità, altro punto importante
della lezione di Crociata.
Richiamando il pensiero di Benedetto
XVI, egli ha ribadito la necessità di un
“tu” dinanzi al quale ritrovare il proprio
“io”. L’educazione abbisogna di un incontro che risvegli nell’altro i desideri
più profondi e più belli. Un educatore
è buono nella misura in cui saprà far
emergere nell’altro le potenzialità insite
in lui e ciò può accadere primariamente
attraverso la testimonianza personale.
L’esempio rende possibile lo sviluppo
nell’altro di ciò che egli saprà leggere in
me, nel mio pensiero e nel mio modo
di agire. Tra i fattori di rischio che minacciano un sano sviluppo della persona umana è stata ricordata proprio la
mancanza di figure adulte autorevoli e
motivate nella loro missione educativa;
figure che aiutino i giovani anzitutto
ad armonizzare ed unificare le diverse
dimensioni costitutive della persona:
la razionalità, l’affettività, la volontà,
l’intelligenza, la spiritualità. L’educatore testimone ha il compito di responsabilizzare l’altro, ossia di aiutarlo a ri-
spondere alla vita ricevuta in dono e a
renderne conto agli altri e a Dio. L’educatore che vive con passione questo
servizio aiuterà l’altro a scoprire la vita
come vocazione, per viverla con impegno e dedizione.
Terzo punto fondamentale per mons.
Crociata è il tema delle alleanze educative. Famiglia, scuola, parrocchia sono
ritenute quelle agenzie che più di tutte
svolgono un’azione educativa diretta e
sostanziale; non vanno però dimenticate le tante realtà entro le quali ci muoviamo ed esistiamo: l’amministrazione
comunale, la provincia, le forze dell’ordine, i sindacati, gli organismi sportivi
e così via. Tutte queste realtà dovrebbero collaborare strettamente, affinché si
generi un mondo accogliente e buono,
che trasmetta valori positivi, che lasci
passare la bellezza della vita e il suo
senso più autentico, che aiuti la persona a fare scelte definitive. Tutto questo
è vera educazione umana e cristiana. I
Vescovi italiani ribadiscono la dimensione trascendente dell’esistenza quale
essenziale per una corretta e piena realizzazione di vita. L’eclissi di Dio non
consente una maturazione umana globale, riduce le prospettive, limita l’orizzonte della speranza alla sola dimensione terrena. Il cristianesimo propone
con coraggio una pienezza di umanità
che vede in Cristo il modello perfetto, il vero uomo che ha condotto una
vita buona, perché aperto a Dio e agli
altri, coniugando dimensione terrena
ed eterna nella unitarietà di una esistenza vissuta con e per gli altri sotto lo
sguardo del Padre. In questa direzione,
la persona può trovare la felicità verso
la quale il suo cuore tende; una felicità
che inizia sulla terra e si compie in pienezza nell’eternità. Per il cristiano non
può esserci vita buona se non alla luce
del Vangelo, dal quale – ha affermato
mons. Crociata – bisogna lasciarsi plasmare, guidare e giudicare.
Anna Rita Lamendola
incontro pubblico con Mons. Crociata, è stato preceduto da una conferenza stampa tenutasi presso il
Palazzo Arcivescovile.
Mons. Crociata, con puntuali riferimenti agli orientamenti pastorali, ha invitato innanzi tutto a non lasciarsi
toccare «da un clima che serpeggia, perché sarà superato fino a quando ci saranno genitori, docenti ed altri
educatori disposti a spendersi per i giovani, per i ragazzi e per tutti coloro che stanno crescendo». Per Mons.
Crociata educare alla vita buona diventa «preoccupazione a coltivare il senso civico, con la convinzione che una
comunità vive dell’apporto del singolo cittadino, che la
considera cosa propria e vive ciò che è proprio in una
dimensione comunitaria». Ed ha quindi ribadito: «C’è
grande bisogno di senso civico. Soprattutto in alcune
parti del Paese – ha ricordato - dove si pensa che fare
i “fatti propri” possa bastare, mentre quando si pensa
solo a sé stessi è là che si danneggia maggiorente la collettività, perché la società vive dell’apporto di tutti e di
ciascuno». Incalzato dai giornalisti, ha detto: «Ci vuole
senso del bene; volontà di dedicarsi al bene per sé e per
gli altri, secondo una scelta di valori».
«Ma si può educare in chat?», gli è stato chiesto. E lui:
«Non è un problema di strumento, ma di come esso
venga utilizzato. La domanda è: Che cosa si cerca e che
cosa si vuole trovare. E gli strumenti che ci circondano
sono tutti straordinari». E alla giovanissima cronista che
registrava con l’i-pad, mons. Crociata chiosava: «Siamo
chiamati, da credenti, a mostrare come dalla fede discenda una visione della vita, che renda responsabili e
spinga ad impegnarsi ancora di più».
Pubblicazione quindicinale
Reg. Tribunale Brindisi n. 259 del 6/6/1978
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Hanno collaborato: Daniela Negro e Cecilia Farina
Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 16 del 15 dicembre 2011
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Vita Diocesana
15 dicembre 2011
PASTORALE GIOVANILE A colloquio con il nuovo incaricato diocesano don Marco Candeloro
Tre piste per essere davvero accanto ai giovani
D
a qualche mese la Pastorale Giovanile diocesana ha
un nuovo Incaricato. Si tratta di Don Marco Candeloro, giovane sacerdote brindisino, attualmente vice
parroco presso la parrocchia San Michele Arcangelo in San
Michele Salentino, il quale da poco ha terminato gli studi in
Teologia Pastorale presso la Pontificia Università Lateranense.
Gli abbiamo posto qualche domanda sul nuovo cammino
appena intrapreso.
Don Marco, operare oggi nell’ambito giovanile è sicuramente una grande sfida. Sei d’accordo?
«Sì e no. Sì, perché il mondo oggi è in continuo cambiamento e la galassia “giovani” è la prima ad essere coinvolta
in queste trasformazioni. La possibilità di comunicare è quasi immediata e molto estesa, la tecnologia consente di ottenere in modo facile e veloce ciò che naturalmente sarebbe
più complicato e richiederebbe maggior tempo. Gli stimoli
provenienti dal contesto sociale sono veramente tanti e assumono fisionomie variegate. Certamente tutto ciò costituisce
una sfida positiva perché richiede conoscenza e competenza
operativa. Tuttavia questi aspetti che costituiscono delle risorse, possono anche diventare freni per la maturazione di
una personalità adulta, autonoma, orientata da riferimenti
sicuri e affidabili. Viviamo nella società complessa e i giovani
sono immersi in questa complessità e a tutto ciò si accompagna un senso di confusione e di spaesamento. Operare
nell’ambito giovanile vuol dire mettersi accanto ai giovani,
camminare con loro nella vita e quindi tuffarsi in questo oceano magmatico in continuo cambiamento. E starci dentro
non è facile, come non è facile accompagnare altri a saperci
stare dentro! È questa la grande sfida, anche se non condivido tanto il termine “sfida”, perché esso indica che ci siano almeno uno sfidato ed uno sfidante, mentre formare i giovani
non vuol dire convincerli delle nostre idee, anche se giuste!
Non vuol dire imporre la propria posizione, men che meno
quella di fede! Vuol dire piuttosto catalizzare dinamiche di
crescita e maturazione condivise. Nell’educazione si vince
insieme, si è alleati per la vita, per il bene, per i valori, per la
fede, per l’amore. Come vivere oggi tutto questo? È questa la
domanda che ci poniamo nell’odierno contesto».
Come vedi la realtà giovanile, in particolare nella nostra
comunità diocesana?
«Innanzitutto credo che ci sia da fare una valutazione sulla presenza dei giovani. La provincia di Brindisi, essendo
sguarnita di un forte polo universitario, tende a privarsi della presenza di giovani adulti, impegnati altrove per lo studio
e il lavoro. Questo naturalmente ha un impatto anche sulle
nostre comunità parrocchiali. Infatti si possono incontrare,
con maggiore frequenza realtà associative giovanili più solide e organizzate che coinvolgono gli adolescenti. Raramente
ci sono gruppi più cospicui di maggiorenni. Questo non esime le nostre Parrocchie dal progettare e realizzare percorsi
formativi adatti anche per questa fascia d’età. Ad esempio,
questa carenza potrebbe trasformarsi in una risorsa se le
Parrocchie avessero la capacità creativa di lavorare in rete e
costruire gruppi interparrocchiali come veri e propri laboratori per la vita e la fede delle persone, coinvolgenti e interessanti. A dire il vero anche i percorsi formativi per gli adolescenti sembrano perdere d’efficacia. Con grande facilità si
incontrano ragazzi che pur frequentando i nostri ambienti,
in poco o nulla si distinguono dagli altri. Questo deve interrogarci e provocarci! Va aumentando il numero di coloro
che, una volta terminato l’itinerario di Iniziazione cristiana,
chiude con la Chiesa, a volte anche con la fede e con Gesù
Cristo. Cresce tra noi la presenza di giovani provenienti da
altri Paesi europei e non. C’è bisogno di saper contattare e
farsi accanto anche a questi fratelli. Come Chiesa abbiamo
la responsabilità non solo di renderli partecipi dello stesso
vangelo, ma anche di favorire la loro integrazione e promozione sociale.
Infine è necessario anche costituire dei gruppi più stabili e
consolidare realtà già presenti di giovani che si preoccupano
di riflettere e agire per la risoluzione dei problemi riguardanti la disoccupazione».
Nelle sue Linee Pastorali, l’Arcivescovo ha esortato la
pastorale giovanile, in collaborazione con le famiglie, a
mettersi in ascolto dei giovani e delle loro problematiche. Come intendi impostare il cammino ?
«Ascolto…Una realtà difficile e poco praticabile oggi! C’è
un’inflazione di parole che rendono faticoso l’ascolto di se
stessi e degli altri. L’Arcivescovo indica due priorità riguardanti i giovani: ascoltare le ragioni della loro assenza e le
loro domande, non sempre poste esplicitamente. È necessario rendere possibile la comunicazione di tutto ciò che
abita il cuore dei giovani, possiamo far sì che i nostri gruppi diventino casa di comunione e condivisione, nel rispetto,
nell’amicizia, nella fiducia. Per quanto riguarda la Pastorale
giovanile, la Consulta diocesana si sta muovendo su tre piste. La prima è quella di una conoscenza più approfondita
della realtà giovanile, ecclesiale e non, del nostro territorio.
La seconda è quella della “formazione dei formatori” per la
Pastorale giovanile. La terza è quella di fornire un supporto
ai gruppi parrocchiali, senza interferenze o sostituzioni, ma
favorendo un senso di unità (non unitarietà!) nello spirito
della Chiesa diocesana».
Secondo te la Chiesa di oggi è vicina ai giovani, risponde
alle loro domande? E se non lo è, quale pensi sia la chiave di lettura per comprendere i giovani e andare incontro alle loro esigenze?
«Da quello che si può constatare in modo diffuso e abbastanza comune forse c’è da rispondere negativamente. Le
ragioni sono tante. Ne accenno semplicemente due. La prima è il mondo cambiato e in cambiamento di cui ho detto
prima. La seconda è la percezione dell’identità della Chiesa
e del suo agire multiforme che è, a mio parere e per così dire,
in assestamento. Dopo il Concilio la Chiesa si è ricompresa
in altro modo rispetto al passato ed ha assunto compiti che
pur essendo già nel suo DNA di “sacramento universale di
salvezza” tuttavia sono nuovi per i nostri tempi. Perciò occorre sano discernimento, spirito positivo e propositivo, senza
“giocare sempre in difesa” come se fossimo continuamente
attaccati, ma giocarci in una prospettiva di realismo e progettualità. Per quanto riguarda i giovani, essi, insieme agli adulti, devono diventare gli interlocutori privilegiati della nostra
azione pastorale. Tante forze vengono messe in campo per
la catechesi e l’iniziazione dei fanciulli e bambini, ma probabilmente non è lo stesso per i giovani. Non si può cedere
allo scoraggiamento per le difficoltà o alla sfiducia per l’an-
damento delle circostanze. Afferma Giovanni Paolo II che i
giovani sono “per la Chiesa un dono speciale dello Spirito di
Dio. C’è talvolta, quando si guarda ai giovani, con i problemi
e le fragilità che li segnano nella società contemporanea, una
tendenza al pessimismo”. (Novo Millennio Ineunte, 9). In
particolare tre situazioni appaiono di una certa impellenza:
una lettura cristiana della complessità sociale; il riscrivere le
grandi narrazioni oggi in crisi; aiutare a scrivere un progetto
nel tempo. La Chiesa, sostenuta dal prezioso tesoro di risorse
del cristianesimo, ha tutte le carte in regola per poter reggere
il confronto con questi processi in atto. È fuori discussione il
primo passo da compiere: quello di cercare i giovani nei luoghi in cui normalmente vivono. Non si può aspettare sulla
porta o peggio tra i muri di una chiesa perché arrivino i giovani. È inevitabile proporre occasioni di incontro, a partire
da quelle meno formali e strutturate, fino alla vera e propria
catechesi. Gradualmente, la comunità cristiana deve fornire
ai giovani uno spazio in cui poter essere se stessi e confrontarsi con l’autenticità della fede. Invece spesso, accostandosi
alla parrocchia, essi sperimentano come un impatto con un
mondo passato e ormai superato che risulta inaccettabile e
non condivisibile. Alcuni strumenti utili possono essere lo
stile dell’animazione, coltivare una profonda e autentica spiritualità, l’attenzione formativa verso occasioni di assistenza
e volontariato, la vicinanza a giovani disagiati, diversamente
abili. Così l’azione pastorale si presenterà attenta alle domande culturali ed esistenziali dei giovani, radicata nella Parola
di Dio, capace di gestire la debolezza e la fragilità, orientatrice di scelte concrete in un contesto pluralistico. Tutto però
dovrà essere inserito dentro una progettualità organica che
sappia trasmettere e concretizzare la cura della Chiesa verso
i giovani e il loro mondo».
Daniela Negro
voci dal seminariO maggioreUn mese di dicembre particolarmente intenso
La celebrazione dei Ministeri inserita nel cammino formativo
L
a III domenica di Avvento, detta Gaudete, così come la IV domenica di
Quaresima, detta Laetare, sono, per
il nostro Seminario di Molfetta, momenti
centrali e di festa per il cammino comunitario. Infatti, in queste domeniche vengono
conferiti ad alcuni di noi i Ministeri del Lettorato e dell’Accolitato; il cammino formativo del Seminario è caratterizzato da tali
tappe, che dicono la bellezza ed anche la
responsabilità di seguire il Signore nella via
del presbiterato.
Dal terzo anno, il cammino personale inizia ad orientarsi verso una scelta tendenzialmente definitiva; quindi, dopo i primi
due anni, propriamente detti di discernimento, (anche se giammai si conclude il
discernimento di una persona che sceglie
di vivere con verità e intensità la propria
vita!), si inizia a focalizzare l’attenzione sui
ministeri e trova al terzo anno un momento
decisivo, quello dell’ammissione agli ordini
del diaconato e del presbiterato, che io definirei quasi “ianua”, porta per iniziare deci-
samente ad essere conformi a Cristo Buon
Pastore. In seguito, il IV anno, che è dedicato alla Parola, trova il suo “compimento”
nel conferimento del ministero del lettorato: difatti, questo ministero, consegnando
nelle mani del candidato la Parola di Dio,
dice che la vita di un seminarista è orientata e plasmata dalla Parola, che interroga ed
è criterio di discernimento per ciascuno di
noi. Così si prega nella benedizione della
liturgia d’istituzione: «Fa’, o Dio, che nella meditazione assidua della tua parola ne
siano intimamente illuminati per diventare
fedeli annunziatori ai loro fratelli». Pertanto, colui che diventa lettore è chiamato ad
“immergersi” nel mistero profondo di Dio,
per testimoniare agli altri lo splendore salvifico della Parola che incontra ogni uomo e
donna. Infine, il V anno, che ha il suo tema
centrale nell’Eucaristia come paradigma di
servizio ai fratelli, è “sigillato” dal ministero
dell’accolitato. Il rito nella benedizione sui
candidati così prega: «Fa’, Padre clementissimo, che, assidui nel servizio dell’altare, di-
stribuiscano fedelmente il pane della vita ai
loro fratelli e crescano continuamente nella fede e nella carità per l’edificazione del
tuo Regno». Inoltre, nei riti esplicativi c’è la
consegna del pane o del vino, per simboleggiare che il candidato si sta accostando
sempre più all’altare che, nell’ordinazione
presbiterale, diventerà “ara” sacra, su cui si
offrirà in comunione con Cristo, unico Sacrificio di salvezza: «Ricevi il vassoio con il
pane per la celebrazione dell’Eucaristia, e
la tua vita sia degna del servizio alla mensa
del Signore e della Chiesa». Ma cosa significa accolito? Il termine deriva da una parola greca che significa seguire/conformarsi;
questo termine lo troviamo in un brano del
vangelo di Luca, nella cosiddetta chiamata
dei discepoli o pesca miracolosa. Al termine
della pericope l’evangelista dice che «lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11): i quattro discepoli da uomini pescatori diventano collaboratori del Maestro, «pescatori di
uomini», ovvero coloro che sottraggono gli
uomini dalla morte eterna portandoli alla
vita. In definitiva, l’accolito è colui che segue
il Maestro e Signore, per poter essere Suo
discepolo e per imparare ad essere segno
vivente di salvezza per chiunque si accosterà alla sua vita; e questo concretamente lo
si evince dal suo collaborare a preparare la
mensa eucaristica e dal distribuire la comunione durante la celebrazione ed anche agli
infermi che non vi possono partecipare.
Concludendo, mi piace sottolineare che il
tutto non è frutto di un avanzamento di carriera, bensì opera della Grazia che opera in
ciascuno di noi. Come scriveva Mons. Mariano Magrassi «Non è il prete che fa alcunché, ma è la grazia dello Spirito che irrompe
su di lui, lo copre con le sue ali, e compie
questo sacrificio mistico.»
Domenica 11 Dicembre due seminaristi
della nostra Arcidiocesi, Alessandro Donno
e, Giulio Andrea Nobile sono stati istituiti
accoliti.
Giulio Andrea Nobile
7
Vita Diocesana
15 dicembre 2011
santi giovani per giovani santi I primi appuntamenti nella Vicaria del Salento
L’Arcivescovo incontra i giovani della Diocesi
L
L’incontro a Guagnano
a sera del 28 novembre, nel salone della Parrocchia “S.
Maria Assunta” di Guagnano, si è svolto il primo incontro di Mons. Talucci con i giovani della diocesi. È
stato un momento vissuto con entusiasmo e partecipazione
dai Gruppi Giovani e Giovanissimi della nostra Comunità e
di Villa Baldassarri, alla presenza dei rispettivi parroci e del
giovane seminarista Pierluigi Ruggiero.
Con un canto abbiamo accolto l’Arcivescovo. Subito dopo è
stato letto un brano della Prima Lettera di San Giovanni Apostolo: “Scrivo a voi giovani, perché siete forti…”.
Subito dopo, l’Arcivescovo si è soffermato a commentare il
brano, esortandoci ad essere forti e saldi nella fede. Mons.
Talucci ha presentato il secondo volume “Santi giovani per
giovani santi”: santi del nostro tempo, alcuni appartenenti
alla nostra Diocesi, vicini a noi, che hanno vissuto le nostre
stesse difficoltà, le nostre stesse situazioni, nelle quali hanno incontrato, seguito e amato Gesù, che hanno scelto come
amico.
Per questo possono essere per noi modelli da seguire sempre ed esempi di vita ed essere utili nel nostro cammino di
fede. Con loro, possiamo esserne certi, siamo in buona compagnia.
Dopo la presentazione è stato possibile conversare con l’Arcivescovo, dare la propria testimonianza di fede, confrontarsi
ed esprimere le nostre difficoltà e speranze per il futuro.
Alla fine dell’incontro, come segno di riconoscenza, di gratitudine e affetto all’Arcivescovo è stato consegnato un cd del
cantautore Luciano Ligabue: un modo per far conoscere al
Pastore i gusti musicali dei suoi giovani.
Credo che le storie raccolte in questo libretto sono uno
strumento prezioso per ciascuno di noi, perché danno messaggi di speranza per il futuro. Dal cielo questi nostri amici
ci guardano e ci invitano ad avere coraggio, a non sciupare il
tempo che abbiamo a disposizione e ad avere la forza di essere testimoni di Cristo.
Tutto ciò con la certezza che la santità non è un’utopia, ma
qualcosa che si può realizzare nella semplicità di ogni giorno, mettendo Gesù al centro della nostra vita, scegliendo la
vita buona del vangelo, vivendo il presente in amicizia con
Dio, per poter realizzare quel progetto d’amore che Lui ha su
ciascuno di noi.
Maria Pia Castrignanò
U
L’incontro a Cellino
na serata ricca di emozioni e di tanti volti nuovi, quella svoltasi martedì
29 novembre nella parrocchia Ss.
Marco e Caterina di Cellino San
Marco. Sua Eccellenza Mons.
Rocco Talucci, presentando il
nuovo opuscolo, da lui curato,
“Santi giovani per giovani santi
2”, ha voluto incontrare tutti i giovani delle diverse associazioni
presenti sul territorio. Il parroco,
infatti ha esteso l’invito ai cresimandi, ai Giovani dell’Azione
Cattolica, alle Acli, al team del
Cellino Calcio e tutti coloro che
sentono la giovinezza nel cuore.
L’Arcivescovo ha celebrato la
Santa Messa in una chiesa gremita di giovani. Nell’omelia ha
sottolineato che «bisogna allenarsi nello spirito, proprio come ci si allena
nello sport. Come non saltate nessun allenamento e nessuna partita – ha
detto Mons. Talucci - allo stesso modo dovete allenarvi nello Spirito, con
tenacia ed impegno costante.» Si è poi rivolto a tutti gli educatori affermando: «Anche voi educatori, e catechisti, e chiunque di voi educhi, non
perdete mai l’allenamento nello Spirito!»
Subito dopo la celebrazione ha fatto dono dell’opuscolo sui Santi giovani, precisando la differenza tra il primo (presentato circa 2 anni fa sempre
nel periodo di Avvento) e quest’ultimo: “In quell’occasione – ha affermato l’Arcivescovo - ho presentato dei modelli del tempo passato, riconosciuti nel mondo ed elevati agli onori degli altari; oggi, invece,desidero
presentarvi diversi giovani del nostro tempo, alcuni dei quali sono vostri
contemporanei, che hanno vissuto le vostre stesse situazioni, nelle quali hanno incontrato, seguito e amato Dio, oltre ad aver servito con gioia
i fratelli. Alcuni di loro hanno vissuto nella nostra Diocesi e, attraverso
queste brevi biografie, li conosceremo, per meglio scoprire il segreto
della loro santità.» Ed ha concluso: «Vi consegno questo libretto perché,
partendo dal loro esempio, sappiate bene allenarvi nello Spirito, essere
degli ottimi testimoni del Vangelo e dei buoni modelli di santità!».
Mariangela Pede
L’incontro a San Donaci
V
ivere una vita nuova illuminata
dall’esempio di Maria. È questo il
messaggio che mons. Rocco Talucci
ha voluto rivolgere ai giovani della parrocchia S. Maria Assunta di San Donaci. L’arcivescovo ha fatto tappa nel centro salentino il
30 novembre scorso.
Nel momento vissuto insieme al Pastore
della Diocesi, si è approfondito, anche grazie
alla lettura del Magnificat, il tema della chiamata della Madonna ad una vita nuova, nella
quale siamo noi stessi ad essere chiamati alla
riscoperta della testimonianza e della sequela. Si è poi aperto un dialogo in cui i giovani
hanno posto domande sulle iniziative della
Chiesa diocesana per le giovani generazioni – in particolare è stato rivolto un appello
a sopperire alle carenze di locali parrocchiali da destinare all’aggregazione giovanile – e
agli immigrati.
L’Arcivescovo ha spiegato di aver chiesto
alla provincia la gestione dell’ala inutilizzata
di Restinco, subito affidata a volontari che
tuttora assistono immigrati che altrimenti
non avrebbero fissa dimora; poi, pur sottolineando il fatto che «i giovani, per il loro spirito e la loro vitalità, possono riunirsi anche in
mezzo a una strada; se mancano le strutture ci arrangiamo, se mancano i giovani è un
problema», ha rassicurato che la Diocesi sta
facendo di tutto per finanziare la costruzione di un oratorio su terreni di proprietà della
parrocchia.
Un gesto sicuramente gradito quello del
vescovo, di aprire un confronto con i giovani delle parrocchie che saranno i fedeli
di domani e che partecipano alla vita della
comunità in modo significativo, soprattutto
quando vengono promosse iniziative di questo tipo.
Gianmarco Rizzo
INCONTRI Trecento ragazzi dell’Azione cattolica si ritrovano ad Ostuni per “Walk in progress”
Giovanissimi on the road, la festa diocesana
S
abato 26 novembre 300 ragazzi della
nostra diocesi hanno vissuto “… Issimi on the road”, festa diocesana dei
giovanissimi di Azione Cattolica.
L’incontro si è svolto ad Ostuni, nel salone della parrocchia Santi Cosma e Damiano. L’ispirazione è scaturita dalla guida dei giovanissimi “Walk in progress”: il
tema della festa è stato quello della strada.
I ragazzi sono stati accompagnati nella riflessione da diversi contributi: spezzoni di
film, musica, testimoni, artisti,..
L’accoglienza è stata festosa, con musica
a tutto volume, luci soffuse, il nostro fotografo Alessandro Laterza in giro a racchiudere in un click ogni momento della giornata, un “confessionale” dove lasciare un
videomessaggio, una bacheca per scrivere
un pensiero e una montagna di palloncini
coloratissimi che li ha travolti.
Per iniziare la festa non ci siamo fatti
mancare la preghiera, guidata dall’assistente diocesano del settore giovani don
Luciano Chetta, e il saluto del presidente
diocesano Piero Conversano che ha trascorso il pomeriggio insieme a noi.
A questo punto eravamo davvero pronti per partire con la colonna sonora della
nostra festa: il brano di Ligabue “Sulla mia
strada”, cantato da Giulia Tanzarella di Ostuni accompagnata da una bravissima band di
musicisti. Il primo tema sul quale abbiamo
voluto riflettere è stato quello della strada
come luogo per manifestare le proprie idee
e in questo ci ha aiutato Adriano Ciraci, rappresentante d’Istituto del liceo classico “A.
Calamo” di Ostuni, che ci ha spiegato con
l’entusiasmo dei suoi 19 anni cosa significa
partecipazione con la “P” maiuscola. A fare
da collante tra gli interventi dei testimoni
due sorprendenti attori: Monica Buongiorno e Angelo Scalone che ci hanno introdotti
al tema della strada come luogo dove esercitare il senso civico e dove concretizzare
l’amore per la città leggendo un estratto dal
libro “Cuore” di E. De Amicis.
A questo punto il testimone è passato a
Grazia Turco, maglia rosa al giro d’Italia in
handbike che ci ha raccontato la sua esperienza densa di fede, sofferenza e gioia al
tempo stesso. Grazia ha spiegato ai ragazzi
come si possa vivere la strada sulla sedia a
rotelle e riuscire lo stesso a fare grandi cose,
come vincere il Giro d’Italia. Le testimonianze sono arrivate dritte al cuore, ma si
sa la musica parla il linguaggio dei giovani
e allora abbiamo lasciato spazio a Matilde
Ingrosso e alla sua bellissima voce che ha
fatto un po’ cantare e ballare gli “…issimi on
the road”, grazie anche alle splendide coreografie di Simona Mele.
Un altro aforisma dei nostri attori ci ha
presentato il tema della strada come luogo
dove esercitare un servizio e di questo ci ha
parlato Paride Minna, volontario della Protezione Civile di Ostuni. L’ultima testimonianza è stata quella della dottoressa Anna
Palmisano, Vice questore aggiunto di Brin-
disi e capo di Gabinetto. La dottoressa ha
parlato ai ragazzi non solo come adulti di
domani, ma anche come cittadini di oggi,
e ha fatto loro presente che la strada, è sì
luogo per esercitare la propria libertà, non
di certo una libertà senza regole e senza
confini, ma la strada, luogo pubblico per
eccellenza, è espressione del Bene Comune, che lo Stato deve tutelare e i cittadini
rispettare. Parlando di strada non potevamo di certo trascurare gli amici dell’AGESCI che hanno partecipato alla festa e ci
hanno offerto il loro contributo attraverso
le parole di due ragazzi, Francesco Roma e
Chiara Zurlo. Per loro la strada è luogo di
comunione e di servizio, è parte integrante
del loro cammino associativo e hanno provato a farci capire cosa sia una route scout.
Mentre tutti i nostri ospiti offrivano il loro
contributo, in un angolo della sala due artisti lavoravano silenziosi: Diletta Sabato,
pittrice estemporanea che ha realizzato
per noi un bellissimo pannello e Giampiero Leo, vignettista che ci ha strappato una
risata con le sue divertenti vignette.
Al termine di tutti questi interventi in
ogni ragazzo c’era di sicuro una gran voglia
di mettersi in cammino su questa strada,
ma certo il viaggio non si può fare da soli e
quindi abbiamo chiesto a don Rocco Coppolella, assistente regionale dei giovani di
AC, quale potesse essere una guida sicura e
fidata lungo le strade del mondo. Indovinate un po’ da Chi ci ha suggerito di farci accompagnare?
Giovanna Queraiti
8
Parrocchie & Associazioni
15 dicembre 2011
EVENTI Una due giorni intensa nella Vicaria di Brindisi
La Famiglia Paolina ricorda don Alberione
I
l 24 e 25 novembre scorsi in Brindisi si è tenuta una
intensa due giorni di ringraziamento al Signore per la
particolare figura del Beato Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, a quarant’anni dalla sua
nascita al cielo avvenuta il 26 novembre 1971. Ad organizzarla la vicaria di Brindisi e a gli appartenenti agli Istituti
aggregati alla società San Paolo della Diocesi.
La commemorazione ha assunto una peculiare e specifica importanza in quanto questo è il primo dei tre anni che
intercorrono nel percorso di preparazione al “centenario”
della nascita e fondazione dei Paolini avvenuta il 20 agosto
1914 e formata da dieci realtà: 5 Congregazioni Religiose
(Soc. San Paolo, Figlie di San Paolo, Pie Discepole del Divin Maestro, Suore di Gesù Buon Pastore o Pastorelle, Suore dell’Istituto Regina Apostolorum o Apostoline); 4 Istituti
di vita secolare consacrata: (Istituto Gesù Sacerdote, Istituto San Gabriele Arcangelo o Gabrielini, Istituto Maria SS.
Annunziata o Annunziatine, Istituto Santa Famiglia); Un
movimento laicale (I Cooperatori Paolini).
Le manifestazioni e celebrazioni hanno avuto inizio nella
serata di giovedì 24 novembre presso i nuovi locali della Libreria Paoline in Brindisi con l’intervento di don Domenico Soliman, religioso della Società San Paolo attualmente
impegnato presso la Comunità di Bari. Tema dell’appuntamento “Tutto faccio per il Vangelo”… La Libreria Paoline
luogo di incontro e di educazione alla Parola. Il relatore,
con l’ausilio dei mezzi multimediali, ha tracciato la figura
poliedrica e le radici bibliche dell’eredità alberioniana segnata dalla radicalità dell’essere (e del fare) “in Cristo, con
Cristo, come Cristo”, delineando quel lungo processo di
santificazione-cristificazione al quale ognuno deve protendere fino a “donec formetur Christus in Vobis” (Gal 4,19). Il
beato, che nel totale suo annientamento “Kenosis” riconosceva l’opera grandiosa di Dio: “la mano del Signore sopra
di me” (queste sono le sue stesse parole), come San Paolo è
stato animato dalla medesima sua passione: portare Cristo
nel cuore delle masse che vanno cercando ancora il “Dio
ignoto”, e far udire la parola di salvezza a coloro che non
ebbero mai la possibilità di ascoltarla. Per questi motivi, tra
i tanti mezzi predilesse quelli della comunicazione sociale perché sono questi che consentono di arrivare presto a
una grande platea di persone, raggiungendole là dove sono
(se non vanno in Chiesa, andiamo là dove si trovano). Il
fondatore e “primo Maestro” nel suo testamento spirituale
Benedizione della piazzetta intitolata a don Alberione
conferì una consegna a tutti i membri della Famiglia Paolina : vivere ed operare in modo tale da “essere San Paolo
vivo oggi”.
Spinti ed indirizzati da questi principi e propositi di vita, i
paolini esprimono e traducono il loro impegno apostolico
ed educativo di evangelizzazione della cultura moderna attraverso i molteplici compiti cui sono chiamati, non ultimo
quello più tangibile svolto dalla libreria “Paoline”, inserendolo e incarnandolo nelle linee e nell’insegnamento della
Chiesa universale e di quella particolare locale. A tal proposito il relatore ha dato uno speciale risalto a due recenti documenti: gli orientamenti per il decennio 2010/2020 della
Conferenza Episcopale Italiana -“Educare alla vita buona
del Vangelo” e le linee pastorali delineate dall’Arcivescovo
Mons. Rocco Talucci per l’anno 2011/12 -“La Parrocchia:
comunità educata ed educante”, coniugandone e risaltandone le caratteristiche e il comune cammino ecclesiale.
È seguito l’intervento del Vicario Foraneo don Gianluca Carriero che ha ricordato come la comunità brindisina
accolga il sempre attuale messaggio alberoniano, uomo di
Dio e della Chiesa.
Il pomeriggio di venerdì 25, alla presenza di S.E. Rev.ma
Mons. Rocco Talucci si è svolto un breve rito di preghiera e la cerimonia di intitolazione della piazzetta Giacomo
Alberione. Questa, ubicata alla fine del lungomare Regina
Margherita e a stretto contatto con la più grande piazza
dedicata al compatrono della città di Brindisi San Teodoro, ha suscitato singolari e profonde riflessioni da parte del
Padre Arcivescovo che ha accostato le “mura (insieme di
CRISTO RE Incontro, accoglienza, condivisione
pietre disuguali)” sulle quali è stata posta l’artistica targa
toponomastica in ceramica, prodotta dal laboratorio romano delle Pie Discepole del Divin Maestro, alle fondamenta
stesse della Chiesa. La vicinanza e la presenza del “mare”
hanno invece fatto ricordare l’impegno profetico e la grande “apertura” apostolica del beato che, come S. Paolo, nella “Missio ad gentes” ardeva di una duplice fiamma di un
medesimo incendio: lo zelo per Dio ed il suo Cristo, e per gli
uomini d’ogni paese.
Nella Basilica Cattedrale è seguita la solenne celebrazione
Eucaristica nei “Primi Vespri” della Festa liturgica del Beato Alberione. Oltre al Padre Arcivescovo hanno concelebrato don Domenico Soliman SSP, don Piero Tundo, membro
dell’Istituto Gesù Sacerdote, don Adriano Miglietta, parroco della Basilica Cattedrale e don Giuseppe Apruzzi. La cerimonia liturgica è stata accompagnata dal coro dei giovani cantori della parrocchia San Vito martire di Brindisi.
I membri della famiglia Paolina della Diocesi di Brindisi-Ostuni, pienamente consapevoli dei doni di grazia ai
quali sono chiamati, dello stile di vita da costruire giorno
dopo giorno avendo come esempio e modello San Paolo e
dell’impegno apostolico loro affidato, gioendo esprimono
grande riconoscenza e lode al Signore per aver donato alla
Chiesa tutta nella persona del Beato Giacomo Alberione,
un “apostolo del mondo moderno” che nello scrutare il segno dei tempi “visse come se vedesse l’invisibile” (Eb 11,27).
La Famiglia Paolina della Diocesi
OCCHI NUOVI Versi di bambini ostunesi
Il Seminario a Mesagne
Un Natale… speciale
nel Santuario Mater Domini L
a poesia è tra le forme espressive più belle per esprimere la ricchezza che il Natale
porta in sè; ricchezza che i bambini, nella loro semplicità e purezza di cuore, sanno
cogliere e trasmette come solo loro sanno fare. Fermiamoci un attimo a riflettere sulle
parole di questa poesia redatta dagli alunni della 3ª A della Scuola primaria “Giovanni
XXXIII” di Ostuni: esse esprimono i sentimenti più veri per cogliere l’essenza della festa
del Bambino Gesù che viene nella storia di ogni uomo, anche di coloro i cui diritti, stabiliti sulla carta, purtroppo non trovano attuazione. Attraverso un percorso didattico
mirato alla conoscenza dei Diritti che spettano anche ai piccoli, gli alunni così si sono
espressi:
UN NATALE…SPECIALE
L
a solennità di Cristo Re, il 20 novembre
scorso, ha fatto da sottofondo ad una
intensa giornata all’insegna dell’incontro, dell’accoglienza e della condivisione.
La Comunità parrocchiale “Mater Domini”
ha ospitato per un’intera giornata i giovani
seminaristi del Seminario diocesano “Benedetto XVI”, accompagnati dal Rettore, don
Alessandro Ruperto, e dal padre spirituale,
don Cosimo Zecca.
Per una comunità come quella di Mater
Domini, che ha visto la nascita e l’evoluzione
della vocazione di ben cinque dei suoi figli,
ora tutti sacerdoti, e che continua ad essere
“culla” vocazionale, con la presenza di Alessio Leo nel seminario regionale di Molfetta e
di Renato Maizza nei Missionari della Consolata di Fermo, è stato un incontro dal “sapore familiare”, fortemente voluto e sentito. Un
incontro attraverso il quale l’intera comunità parrocchiale ha sottolineato e ribadito la
propria attenzione verso quei giovani della
diocesi che decidono di non ignorare quello
che don Alessandro ha efficacemente definito “disturbo vocazionale”: una chiamata che
significa grazia e dono di Dio .
Nella sua omelia, il Rettore ha evidenziato
quanto sia importante che la Diocesi tutta
senta forte il senso di appartenenza nei confronti del Seminario, incoraggiando tutte le
comunità a coltivare continuamente i rapporti con i giovani che scelgono di intraprendere un percorso di discernimento della propria chiamata vocazionale.
Una provvidenziale coincidenza ha voluto
inoltre che, durante la stessa celebrazione,
i Cresimandi della Comunità ricevessero il
Credo dalle mani del Parroco don Giuseppe
Pendinelli: giovani coetanei che, attorno allo
stesso altare, rispondono ad una chiamata
che è scelta di vita, come dice don Luperto,
“scelta d’amore”.
Ermanna Salamanna
L’Avvento è un periodo speciale
perchè ci accompagna al Natale
la festa più bella dell’anno
quando di Gesù è il compleanno.
Il presepe allestiamo,
l’albero addobbiamo,
frenetica è la corsa
per riempir di regali la nostra borsa.
Tutto ciò si ripete per noi ogni anno da quando siamo nati
perché siamo fortunati…
Una famiglia che ci ama e ci protegge abbiamo
e ogni giorno a scuola andiamo,
se poi siamo ammalati
veniamo subito curati e coccolati.
Ma ciò che per noi è abituale,
per tanti bambini del Mondo non è normale!
È a loro che quest’anno vogliamo pensare
e l’Avvento e il Natale dedicare:
perché l’infanzia sia per tutti ovattata
e non lesa e maltrattata.
Ogni giorno un diritto scopriremo
e col cuore lo invieremo
a tutti i bambini meno fortunati
che VOGLIAMO vengano più rispettati!
Il nostro augurio è che anche loro il Natale possano festeggiare
E la gioia nei loro cuori riesca ad affiorare!
9
Associazioni & Movimenti
15 dicembre 2011
FORMAZIONE Ha preso l’avvio il nuovo anno sociale 2011-12: sarà denso di impegni
Il Serra Club e l’educazione alla vita buona
I
l Serra Club Brindisi ha inaugurato sabato 12 novembre, presso l’Auditorium
del Palazzo Arcivescovile, il nuovo
anno sociale 2011/2012, alla presenza di
S.E:, Mons. Rocco Talucci. È intervenuto
come relatore il presidente del Distretto 73
Puglia-Basilicata, avv. Savino Murro, che
ha presentato una relazione dal tema “Nel
terzo millennio è ancora possibile educare alla vita buona del vangelo?”.
Oltre al vivace dibattito che si è sviluppato tra i numerosi partecipanti, da evidenziare anche l’intervento del presidente nazionale del Serra, avv. Donato Viti, il quale
ha scelto proprio la sede e il Club di Brindisi per dare avvio ufficialmente alle attività
istituzionali del Serra.
Questo, a conferma del buon lavoro svolto
in questi due anni che ha portato un forte
impulso al tesseramento e alle attività spirituali. E, a proposito di queste ultime, da segnalare un ritiro spirituale per mercoledì 30
novembre presso Jaddico, la presentazione
della figura di un sacerdote brindisino: don
Giuseppe Cavaliere già parroco della Cattedrale e la programmazione per il mese di
aprile 2012 di un viaggio spirituale a Roma
“Sulle orme di Pietro e Paolo”.
Anche Mons. Rocco Talucci ha espresso
vivo apprezzamento per il tema scelto dal
Serra Brindisi per l’inizio del nuovo anno
sociale. E ha apprezzato, tra l’altro, la forma
interrogativa del tema, poiché, e sono pa-
role di Mons. Talucci, «chiedersi se nel terzo millennio sia ancora possibile educare
alla vita buona del Vangelo vuol dire, se si
risponde sì, che si possono ricercare varie
e molteplici direttive su cui muoversi per
riportare sulla retta via coloro che hanno
smarrito la via maestra del Santo Vangelo».
E il Vescovo, in questa occasione, ne ha indicate tantissime. «D’altro canto, se si rispondesse no, sarebbe inutile qualsiasi forma di
dialogo e di iniziativa, con un punto senza
ritorno». Quindi, il fatto di porsi quella domanda, indica già la risposta affermativa e,
di conseguenza, l’apertura di un confronto
serio e costruttivo.
Il tutto partendo dalla famiglia, come ha
fatto notare anche il presidente Viti, che
rappresenta la cellula fondamentale per
avviare lo sviluppo formativo dei ragazzi e
degli adolescenti. Per poi arrivare alle varie
fasi della formazione vera e propria, indirizzata agli adulti.
La serata, dopo tanti interventi e tante
testimonianze, tra cui quella del Console
onorario del Guatemala, Claudia De Perez,
si è conclusa con la benedizione di Mons.
Talucci al nuovo gonfalone del Serra Club
Brindisi, che rappresenterà d’ora in poi la
via da seguire per i soci e per tutti coloro
che vogliono avvicinarsi a questa meravigliosa e ricca esperienza di valori.
Angelo Pomes
apostolato della preghiera Il primo incontro di formazione a S. Maria del Casale
Trinità. Le consonanze di un Dio musicale
L’
Apostolato della Preghiera pone nella devozione
al Cuore di Gesù il centro del suo esistere e della sua missione. Nella preghiera dell’offerta quotidiana, ci si abbandona fiduciosi nelle mani di Dio, sapendo che ogni evento della giornata è donato a Gesù,
nella grazia dello Spirito Santo e a gloria del divin Padre.
È un’offerta recitata e vissuta nel nome della Santissima
Trinità, nel nome del Dio amore, per la salvezza degli
uomini.
Proprio la Trinità è stata oggetto di riflessione nel primo incontro formativo diocesano tenutosi nel santuario
di Santa Maria del Casale in Brindisi, il 15 novembre
u.s.; formazione che ha offerto l’opportunità di un arricchimento interiore, di meditazione sui misteri centrali
della nostra fede, di ritrovamento di se stessi in un contesto comunitario di preghiera. Il relatore, don Gianluca
De Candia, giovane sacerdote di Giovinazzo, docente di
teologia fondamentale, ha condiviso con gli associati le
sue riflessioni sul mistero trinitario, felicemente redatte
in un suo recente libro dal titolo Trinità. Le consonanze di un Dio musicale. Nella semplicità dell’esposizione
e nella ricchezza dei contenuti, il relatore ha saputo catturare l’attenzione dei suoi uditori, invitandoli ad entrare in sintonia, anche attraverso la musica, con il mistero
Don Claudio Cenacchi e don Gianluca De Candia
più grande della nostra fede e a saper rileggere il proprio
vissuto spirituale alla luce della comunione di amore
con un Dio unico e tripersonale. È singolare la tesi del
relatore secondo il quale il Dio trinitario sarebbe un Dio
musicale: un Dio in cui le tre persone divine vivono in
sé un’armonia pari a quella udita nelle opere musicali, dove le diverse componenti della melodia sembrano
condensarsi nell’unità del suono. L’uomo è un essere in
relazione e può ritrovare l’unità in se stesso nella misura
in cui stabilisce con gli altri rapporti di comunione, restando se stesso e accogliendo l’altro diverso da se, quale ricchezza di cui far tesoro. Alla luce del mistero della Trinità, anche la preghiera si arricchisce, perché la si
riscopre essenzialmente trinitaria, vivendola dinanzi al
Padre, con Gesù Cristo e nello Spirito Santo. In Dio, la
cui essenza è intessuta di relazioni tra le Persone divine,
il credente impara a vivere l’arte del dialogo, rispettando
l’altro per ciò che è e amandolo a prescindere dalle proprie visioni personali. La Trinità insegna a guardarsi con
gli occhi dell’altro e a saper guardare anzitutto se stessi
nella verità, cogliendone i limiti e le fragilità. Partendo
dall’esperienza umana di Gesù Cristo, don Gianluca ha
evidenziato l’importanza della “solitudine” per entrare
in un rapporto di relazione e comunione autentica con il
prossimo. Il credente è chiamato a coltivare la solitudine
per incontrare il Padre, in unione con Gesù, nel grembo
dello Spirito Santo in cui siamo immersi.
Dalla Trinità si impara ad entrare nella logica del vero
amore: un amore che si dona senza perdersi e che, insieme all’amato, si apre agli altri, valorizzando ed esaltando
tutto il buono presente in essi.
Anna Rita Lamendola
vocazioni Celebrato l’annuale Convegno diocesano dell’Opera Vocazioni Ecclesiastiche
La preghiera per le vocazioni cuore dell’impegno educativo
S
i è svolto sabato 3 dicembre, presso il Seminario Arcivescovile “Benedetto XVI” di Brindisi, il consueto
Convegno diocesano annuale dell’Opera Vocazioni
Ecclesiastiche (O.V.E.) alla presenza del Padre Arcivescovo
mons. Rocco Talucci. Il Convegno aveva come titolo “Pregate il Signore della messe. La preghiera per le vocazioni
cuore dell’impegno educativo della comunità cristiana”.
Il Rettore, don Alessandro Luperto e la presidente
dell’Opera, insieme alla Comunità del Seminario, hanno
accolto con gioia i convenuti, provenienti da tutti i paesi della diocesi: ogni anno, infatti, il Convegno inaugurale
è molto partecipato in quanto è occasione di incontro, di
scambio di esperienze, di ascolto, di arricchimento reciproco. È una Grazia di Dio.
Dopo la preghiera iniziale vi è stato un momento particolarmente toccante che ha interessato e coinvolto fortemente i partecipanti: le testimonianze dei seminaristi. Essi, in
forma dialogica, rispondevano alle domande del Rettore
riguardo alla esperienza comunitaria in seminario, al loro
rapporto con l’Arcivescovo, alla esperienza scolastica con i
loro coetanei, al legame con le parrocchie di provenienza.
Il cuore del Convegno è stato l’intervento dell’Arcivescovo,
seguito da un momento di condivisione e di risonanze da
parte della Assemblea.
Il Padre, commentando il brano del Vangelo di Matteo (9,
35-38) proposto per il Convegno, ha sottolineato magnificamente le due “immagini” che Gesù offre ai suoi Apostoli nel vedere le folle “stanche e sfinite”: il pastore ed il suo
gregge; la messe matura e gli operai.
Gesù, l’unico Maestro, dal quale ogni insegnamento deriva, si commuove, ha “compassione” per la folla smarrita
che considera “come pecore senza pastore”, inoltre chiede
agli Apostoli di essere come Lui, pastori “buoni”, pazienti,
veri educatori, punti di riferimento, per coloro che avrebbero incontrato nella loro missione evangelizzatrice.
Inoltre, invita, esorta i discepoli a pregare il Padre perché
invii al popolo numerosi e santi “pastori” che siano da guida sicura nel cammino incerto della vita.
Con le sue parole il padre Arcivescovo ha riscaldato il cuore dei partecipanti, ha esortato ad amare i pastori ed a riconoscere il dono, alto, del Sacerdozio.
Ha inoltre invitato a pregare costantemente per il cammino spirituale e formativo dei seminaristi della diocesi, quelli
di Brindisi, del Seminario minore, come quelli di Molfetta.
L’incontro si è concluso in prima serata: grati al Signore per la buona riuscita del convegno, ognuno è ritornato
nelle proprie comunità di appartenenza, arricchito spiritualmente e, come il sasso che caduto in uno stagno forma
cerchi concentrici sempre piu larghi, così il dono ricevuto
diventi ricchezza per le nostre comunità.
Anna Maria De Matteis
TESTIMONIANZA La coerenza e l’esempio dei coniugi Beltrame Quattrocchi
Vita di coppia via alla santità
«N
on hanno fondato congregazioni. Non sono
partiti missionari per terre lontane. Semplicemente hanno vissuto il loro matrimonio come
un cammino verso Dio facendosi santi». Giulia Paola Di
Nicola e Attilio Danese , presidenti di “A.Mar.Lui” (Associazione Maria e Luigi), riassumono così il convegno “Cristiani: cittadini autentici. Sulle orme di Luigi e Maria”, che si è
svolto il 25 novembre - giorno del loro matrimonio celebrato
in Santa Maria Maggiore nel 1905, e della loro memoria liturgica - in Campidoglio, sulla figura e l’eredità dei coniugi
Beltrame Quattrocchi, beatificati da Giovanni Paolo II il 21
ottobre 2001, nel ventesimo anniversario della “Familiaris
Consortio”.
«In quell’occasione, per la prima volta nella storia della Chiesa - continuano i coniugi Danese - abbiamo visto elevata alla
gloria degli altari una coppia di sposi, beati non ‘malgrado’ il
matrimonio, ma proprio in virtù di esso», segnando così «una
svolta storica sul modo comune di concepire la santità: non
più soltanto appannaggio di suore, sacerdoti e singoli fedeli,
ma un cammino aperto e praticabile da tutti gli sposi cristiani».
Santi e cittadini. «Quando si parla dei miei genitori, si parla
spesso del matrimonio, della famiglia, dell’educazione ai figli
- ha dichiarato Enrichetta Beltrame Quattrocchi, quarta e
ultima figlia dei due coniugi, ospite d’eccezione del convegno - mai però di quella che è stata la loro vita cittadina, altrettanto intensa».
La coerenza di una testimonianza. Quella dei Beltrame
I coniugi beati Beltrame-Quattrocchi
incontri L’opera P. Mauri a Brindisi
Quattrocchi è stata una «profonda esperienza di cristiani,
cioè di cittadini autentici». Lo ha detto Maria Voce , presidente del Movimento dei focolari, definendo la vita coniugale di Maria e Luigi una vita fatta di «fusione e condivisione». «I figli, più di due genitori che li amano, hanno bisogno
di due genitori che si amano», ha aggiunto, sottolineando
come i due beati hanno sempre tenuto presente che «i figli,
prima di essere dei genitori, sono di Dio»: un «atteggiamento dell’anima», questo, che «assume concretezza nel sano
distacco dalle aspettative dei genitori, per aiutarli a scoprire
il disegno che Dio ha su ciascuno dei figli. Quando, in breve
successione di tempo, tutti e tre i figli più grandi, in assoluta indipendenza, ad uno ad uno, manifestano la volontà di
accogliere con giovanile entusiasmo la chiamata di Dio, i
genitori d’accordo, all’unisono, acconsentono sereni, consci
dell’onore che Dio fa loro».
«Luigi Beltrame Quattrocchi propone un’immagine dell’avvocato forse poco comune oggi», ha detto Antonio Conte ,
presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma,
secondo il quale «il ruolo di mediatore sociale dell’avvocato
lo obbliga ad assumere un ruolo guida nella società», attraverso «competenza, attenzione, ma anche una grande umanità»: tutte doti presenti in Luigi, che ha dimostrato come
l’avvocatura sia un’«istituzione a garanzia e in difesa della libertà», ma anche un’istituzione «fatta di uomini - come Luigi
- che dovrebbero dare un’anima alla libertà, non solo circoscriverne l’esercizio».
benedetto xvi Discorso al Pontificio Consiglio
Sposi in Cristo dal centro sud
Vangelo della Chiesa domestica
L’
a nuova evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa domestica. Nel nostro tempo, come già in epoche passate, l’eclissi
di Dio, la diffusione di ideologie contrarie
alla famiglia e il degrado dell’etica sessuale appaiono collegati tra loro. E come sono
in relazione l’eclissi di Dio e la crisi della
famiglia, così la nuova evangelizzazione
è inseparabile dalla famiglia cristiana»:
lo ha detto Benedetto XVI, ricevendo in
udienza i partecipanti all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la famiglia
in occasione del duplice 30° anniversario
dell’Esortazione apostolica “Familiaris
Consortio” di Giovanni Paolo II e dell’istituzione del dicastero stesso. Il Papa ha tenuto un ampio discorso nel quale ha anzitutto evidenziato gli aspetti teologici riferiti
alla famiglia: «La famiglia fondata sul sacramento del Matrimonio – ha affermato
- è attuazione particolare della Chiesa» ed
«essa è chiamata ad accogliere, irradiare
e manifestare nel mondo l’amore e la presenza di Cristo». La famiglia manifesta tale
«amore divino» con la «dedizione reciproca dei coniugi», la «procreazione generosa
e responsabile», la «cura ed educazione dei
figli», ®nel lavoro e nelle relazioni sociali»,
associazione “Sposi in Cristo” appartenente all’Opera di Padre Mauri in Sestri Levante, ha avuto il primo incontro per gli sposi del centro-sud a
Brindisi, presso il Santuario della Madonna di Jaddico.
A condurre l’incontro sono stati il sacerdote Don Przemokwiatkowski, scelto
dall’Opera come guida e pastore per gli
sposi, e la coppia di giovani presidenti Davide e Nicoletta, sempre scelta dall’Opera.
Anch’essi, come il sacerdote, si occupano di dare delle direttive spirituali e pratiche agli sposi. Il tema del convegno è stato
“Trovate approdo nei vostri corpi, troverete approdo al vostro amore”.
“Non è bene che l’uomo sia solo, i due saranno una sola carne”. “Accogliendo il Sacramento del matrimonio si accoglie Dio
e la corporeità dell’altro”. “Il nostro corpo
è un punto di incontro che ci permette di
guardarci negli occhi.”
Questa proposta formativa ci ha aiutati a
capire l’importanza del corpo e dell’anima
perché tutti e due ci sono stati dati in dono
da Dio. Il nostro corpo, donato al coniuge
attraverso tutti i nostri movimenti e gesti,
per arrivare a quello totale del dono di sè
all’altro. È attraverso i nostri gesti, il nostro
comportamento che noi lasciamo passare
e comunichiamo l’amore di Dio al coniuge
e agli altri.
È da questo nostro cercarci, desiderarci,
toccarci, che capiamo quanto Dio ci desidera; si dona con il suo Corpo e ci ama di
un Amore totale ed infinito. Dio si è fatto
carne per avere un contatto più diretto
con la sua creatura. Perciò prendiamoci
cura dei nostri corpi, dentro e fuori, affinché possiamo esprimere la divinità di Dio
nell’umano.
Le coppie che hanno partecipato, proveniente dalla nostra regione, sono state circa 25. Abbiamo avuto una nutrita adesione
di coppie provenienti da Copertino accompagnate dal loro sacerdote don Salvatore.
L’incontro si è svolto dal pomeriggio di
sabato 12 novembre alla mattina della domenica 13.
La presenza che più ci ha onorato, per
noi coppie di Brindisi, è stata quella di don
Massimo Alemanno che, come responsabile della Commissione diocesana, ha voluto dare a questa associazione un benvenuto per camminare insieme verso l’unica
meta, “Cristo Sposo”.
«L
«nell’attenzione ai bisognosi», nelle «attività ecclesiali» e nell’ «impegno civile».
Il Papa ha quindi messo in relazione la
missione della famiglia con quella dei presbiteri, affermando che «i due Sacramenti
detti ‘del servizio della comunione’, Ordine Sacro e Matrimonio, vanno ricondotti
all’unica sorgente eucaristica». «Entrambi
questi stati di vita hanno, infatti, nell’amore di Cristo, che dona se stesso per la salvezza dell’umanità, la medesima radice;
sono chiamati ad una missione comune:
quella di testimoniare e rendere presente
questo amore a servizio della comunità per
l’edificazione del popolo di Dio». A questo
riguardo ha indicato alcuni «ambiti in cui
è particolarmente urgente il protagonismo
delle famiglie cristiane in collaborazione
con i sacerdoti e sotto la guida dei Vescovi»: «educazione di bambini, adolescenti e
giovani all’amore, inteso come dono di sé
e comunione»; «preparazione dei fidanzati alla vita matrimoniale con un itinerario
di fede»; «formazione dei coniugi, specialmente delle coppie giovani»; «esperienze
associative con finalità caritative, educative e di impegno civile»; «pastorale delle famiglie per le famiglie, rivolta all’intero arco
della vita».
celebrazione L’Associazione Familiari e Vittime della Strada ha ricordato i giovani morti
Il sacrificio, luce che riafferma il valore della vita
I
l 20 novembre scorso è stata celebrata la
Giornata Mondiale Vittime della strada
con una celebrazione in tutte le cattedrali d’Europa in suffragio delle tante vittime
di incidenti stradali. Una Giornata che, ogni
anno, vuole essere un’occasione di riflessione ed un invito al rispetto, non solo, della
propria vita, ma anche di quella degli altri.
Ogni due ore in Italia una persona muore a
causa di un incidente stradale che rappresenta la prima causa di decesso per i giovani
al di sotto dei 30 anni.
Nonostante gli incidenti stiano diminuendo, nel 2010 si sono registrate 4.090 vittime
ed oltre 20 mila persone sono diventate
permanentemente invalide. L’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada
dedica, quindi, la terza domenica di novembre al coinvolgimento sociale e sceglie
il simbolo di una candela che si consuma
producendo luce “perché - come spiega il
Presidente dell'AIFVS Giuseppa Cassaniti
Mastrojeni - la strage non sia sottovalutata,
venga illuminata e perché il sacrificio è luce
che riafferma il valore della vita”.
In occasione di questo annuale appuntamento anche la nostra Diocesi ha voluto
esprimere la sua vicinanza alle famiglie col-
pite da questi gravi lutti, con la Santa Messa
presieduta da Mons. Rocco Talucci, nella
chiesa di San Benedetto in Brindisi, alla presenza di don Massimo Alemanno, delegato
arcivescovile per la Pastorale della famiglia.
Alla celebrazione eucaristica hanno partecipato numerose famiglie rappresentate
dall’Associazione Italiana Familiari e Vittime
della strada, insieme alla Commissione
Famiglia della diocesi e al Gruppo “Genitori
in cammino”.
L’Arcivescovo ha esortato i fedeli presenti
a lasciarsi guidare da Dio che ci attende al
termine del corso della vita guardando a
Maria che ha saputo sperimentare la gioia e,
in seguito, il dolore per la morte del Figlio,
certa, però, di incontrarlo nella risurrezione. «È grande il dolore per la scomparsa
tragica di un figlio – ha detto Mons. Talucci
nell’omelia – ma è grande anche la speranza
perché i vostri figli hanno atteso l’incontro
con il Signore, seppur in maniera così drammatica». Grande incoraggiamento da parte
dell’Arcivescovo a tutti i genitori perché «la
morte in realtà non ci separa da Dio e da chi
amiamo, è nell’incontro con Lui che avviene
l’incontro con i nostri cari».
Daniela Negro
formazionePrimo incontro per gli accompagnatori delle famiglie che chiedono il Battesimo
Chiamati per nome. Alla riscoperta della propria identità
«D
isponetevi pure alla migliore preparazione perché è vero che possiamo essere bravi ad insegnare, ma se non siamo testimoni, il nostro
insegnamento svanisce». Questa è l’esortazione di Mons.
Arcivescovo rivolta ai fedeli laici nell’introduzione al primo
incontro di formazione per le coppie accompagnatrici delle
famiglie giovani che chiedono il Battesimo per i loro figli. La
competenza, la conoscenza, la formazione che devono essere alla base dell’ azione educativa rivolta alle famiglie dei
battesimandi, devono accompagnarsi alla gioia di essere cristiani coerenti e alla capacità di far acquisire la consapevolezza che col Battesimo l’uomo conquista una dignità vera e
la capacità di amare in quanto figlio di Dio.
“Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla” sono le
parole del Salmo con cui si è pregato all’inizio della presentazione del tema “Chiamati per nome”, introdotto da Mons.
Massimo Alemanno e sviluppato dal dott. Luigi Russo, psicologo e ricercatore. Il Salmo esprime la fiducia e l’abbandono
della creatura in Dio che ha donato la vita e si propone come
un progetto di vita a tutti coloro che devono compiere un
cammino per diventare figli di Dio nel mondo. Per questo,
ha sostenuto don Massimo, è importante analizzare il rito
del Battesimo, «non perché si vuole diventare maestri o nel
senso di voler individuare un metodo su come condurre un
incontro, ma perché vogliamo vivere bene la nostra fede sia
nel contesto delle nostre comunità cristiane, sia come testimonianza nel contesto sociale in cui viviamo».
È in questa prospettiva, ha continuato don Alemanno, che
assume una funzione centrale il progetto dell’Iniziazione
Cristiana che, lungi dal considerarsi qualcosa di formale, è
un percorso che coinvolge tutta la vita aprendo alla fede e facendo crescere in essa. Sarà necessario aiutare i fedeli a riconoscere che il Sacramento del Battesimo è un dono e non un
momento qualsiasi, è un dono come un dono è la vita: nessuno ha chiesto di nascere, nessuno di noi ha chiesto di vivere, ma tutto ci è stato donato. Al bambino, inconsapevole nel
giorno del Battesimo, padrini e genitori glielo ricorderanno
con la testimonianza della loro vita; in questo senso educare
non significa tanto preparare ai Sacramenti, «quanto maturare la vita cristiana attraverso i Sacramenti».
Per far comprendere il sacramento del Battesimo, sarà opportuno, ha precisato don Massimo, partire dal nuovo rito
del matrimonio sin dalla fase della preparazione dei giovani
che decidono di sposarsi nel nome del Signore: il primo momento della celebrazione, infatti, è proprio la memoria del
Battesimo, cioè il riconoscersi in Dio e sentirsi amati sempre
da Lui.
Questo cammino, si è augurato Mons. Arcivescovo, saprà
orientare le famiglie e farà scoprire loro la bellezza di appartenere ad una più grande famiglia, nella quale ognuno, riconoscendosi figlio di Dio, si apre alla civiltà dell’amore.
Proprio in riferimento a quest’ultimo obiettivo ha preso
Fisco e famiglia
Un peso ingiusto
“U
n Paese potrà continuare a definirsi civile solo
quando la nascita di un figlio non costituirà un elemento di impoverimento per la sua famiglia, bensì di ricchezza per l’intero Paese”. Così Roberto Falcone, presidente
dell’Associazione nazionale tributaristi (Lapet), al convegno
“Se hai dei figli devi pagare meno. Il Fattore famiglia, strumento di equità fiscale e di rilancio dell’economia” promosso dalla stessa Lapet e dal Forum delle associazioni
familiari. L’incontro è stato l’occasione per presentare la
seconda parte di un’indagine condotta dall’associazione
dei tributaristi in collaborazione con il Forum e l’Università
Telma–La Sapienza di Roma, dedicata agli aspetti economici e all’impatto che l’introduzione del Fattore famiglia (criterio per quantificare l’effettiva capacità contributiva delle
famiglie proposto dal Forum nel novembre 2010) avrebbe
sulla ripresa dell’economia nazionale.
«La famiglia – ha detto ancora Falcone – è un bene primario costituzionalmente riconosciuto; l’art. 32 stabilisce
in maniera inequivocabile che lo Stato la sostenga». Di qui
la logica conseguenza della necessità di una «riforma del
sistema fiscale più equa in cui il prelievo fiscale sia commisurato ai carichi familiari». Il costo del provvedimento è
stimato in 16,9 miliardi ma, sottolinea il presidente Lapet,
«esistono i presupposti economici e finanziari per un suo
autofinanziamento».
«L’Ue non ci ha chiesto solo il pareggio di bilancio ma
anche il rilancio dell’economia», rammenta Francesco Bel-
avvio l’intervento, centrale nella serata, del dott. Luigi Russo, articolato in quattro punti attraverso i quali egli ha voluto
sottolineare il carattere relazionale del percorso formativo,
in cui la responsabilità dell’educatore deve coniugarsi con la
libertà di scelta dell’educando, in quanto l’obiettivo fondamentale del percorso educativo consiste nel mettere l’altro
nelle condizioni di leggere un’alternativa, di comprenderla e di operare una scelta autonoma. Il processo formativo,
secondo il relatore, comincia col «dare un nome», atto che
assume una valenza differente man mano che avanza la crescita sotto la tensione relazionale fra educatore ed educando.
Quest’ultimo viene descritto come il risultato «dell’incontro
originario di due storie», capace però di generare una nuova
creatura, con la quale si entra in relazione sin dal momento
del suo concepimento, fortemente legata al mondo emozionale della famiglia che la accoglie e dalla quale è strettamente dipendente. L’attribuzione del nome, nella fase successiva,
coincide con la scoperta di una nuova persona che diventa
«altro da noi»: il bambino da educare assume una nuova
identità pur conservandosi fedele a quella iniziale; in quanto
“ha un nome” acquista il senso di sé, la percezione di essere amato e di potersi fidare delle persone che lo circondano.
Il suo ingresso nel mondo sarà profondamente influenzato
dalla qualità e dalla complessità del modo di vivere l’esperienza di relazione con l’ambiente familiare perchè il bambino è in grado di cogliere quanto valore egli ha per gli altri e
quanto questi ne hanno per lui: rivela di conseguenza modalità di comportamento che lo portano a relazionarsi con gli
altri negativamente o positivamente.
«Dare il nome» per la famiglia e per l’educatore significa
guardare la persona di cui si ha cura con responsabilità, che
vuol dire mettersi nella condizione di continuare la relazione
tra l’adulto e il bambino senza che la propria azione formativa diventi «un esercizio di potere o di dominio». Richiamandosi alla Scrittura il relatore ha ricordato che a conclusione
della creazione Dio chiamò l’uomo per vedere come avrebbe
chiamato tutti gli animali della terra: “dare il nome” a quelle
creature significava averne cura, sentirne la responsabilità.
Allo stesso modo, al Fonte Battesimale gli adulti sono chiamati a prendersi cura di chi è stato loro affidato, ad essere
presenti giorno dopo giorno nel cammino che la nuova creatura deve compiere per arrivare ad essere matura e relazionarsi correttamente col mondo.
Il relatore non ha riconosciuto alcuna validità all’atteggiamento pedagogico dello “stile esplicativo”, abusato ai nostri giorni, con il quale si da sempre e a tutto, una risposta
risolutiva e vincolante. L’assunzione di responsabilità, ha
continuato, deve invece inaugurare un modo d’essere ben
diverso, uno stile di vita fortemente «esplorativo». Genitori
ed educatori, proprio perché vedono in colui che è stato affidato una «persona altra da sé», hanno il dovere di esercitare
la propria responsabilità semplicemente ponendosi nei con-
letti, presidente del Forum. Per soddisfare le richieste di
Bruxelles «dobbiamo ricominciare ad investire sul tessuto
produttivo ma anche sulla famiglia – sostiene -, e proprio
su questo continueremo ad insistere in joint-venture con la
Lapet sfidando non solo il governo ma anche le segreterie politiche per costruire un grande patto per la famiglia,
luogo che custodisce l’umano e il bene comune, e intorno
al quale ruota la questione sociale che è anzitutto antropologica». Di qui una precisazione: «Agire per un fisco a misura di famiglia non è richiesta di misure assistenziali, ma di
uno strumento di sviluppo economico». Il Fattore famiglia
prevede una no tax area sottratta all’imposizione fiscale
che viene moltiplicata per un fattore (il Fattore famiglia,
appunto) che tiene conto dei familiari a carico e delle situazioni che contribuiscono ad appesantire l’economia familiare (disabilità, monogenitorialità, vedovanza).
Nuovo modello di sviluppo. «Dimmi qual è la tua idea di
famiglia e ti dirò quale società vuoi costruire». Così mons.
Lorenzo Leuzzi, rettore della chiesa di S. Gregorio Nazianzeno alla Camera dei deputati, sintetizza lo spirito che deve
ispirare i decisori politici giacché «il tema della famiglia è
direttamente collegato a quello del bene comune, impossibile da conseguire senza la promozione dell’istituzione
familiare». Per mons. Leuzzi, proprio la «questione della
famiglia, e della vita, costituisce la grande sfida culturale
e antropologica odierna», e per la costruzione «di un nuovo modello di sviluppo occorre recuperare il rapporto fra
famiglia e nuova prospettiva sociale». Concorda il vicepresidente della Camera Rocco Buttiglione, che si sofferma in
particolare sulla crisi demografica legata all’impoverimento e all’insicurezza delle famiglie, e sulla riforma delle pen-
Il Papa amministra il Sacramento del Battesimo
fronti dell’altro come “esploratori” della sua storia e delle sue
risposte, come soggetti capaci di sollecitare nell’altro l’autoconsapevolezza, con pazienza confidando sia sulla “qualità”
del tempo, che si dedica alla relazione, sia sulla “quantità”.
La relazione educativa, che a noi cristiani viene consigliata
nelle Scritture, ha precisato il relatore, si propone un obiettivo importante e prioritario: il diritto e il dovere di far vivere
ai nostri figli, tramite i nostri comportamenti, un’alternativa,
dare cioè l’opportunità, a chi ha un’identità diversa dalla nostra, di effettuare liberamente le sue scelte.
A conclusione dell’intervento del dott. Russo e dopo aver
ascoltato l’esperienza di un ragazzo raccontata dai suoi genitori, don Massimo Alemanno ha illustrato le diverse fasi del
Battesimo e il loro significato e si è augurato che genitori e
padrini possano essere custodi coerenti ed attenti finchè colui che è stato loro affidato non sarà capace di volare con le
proprie ali.
Giuseppe e Maria Carmela De Riccardis
sioni. Tema, quest’ultimo, che
«richiede un segnale forte da
dare alle famiglie. Più di qualsiasi riforma si possa mettere
in campo – afferma -, la ripresa della natalità è elemento di
equilibrio del sistema pensionistico e va pertanto incoraggiata, anche se l’innalzamento
dell’età pensionabile, quantunque duro, rimane un provvedimento necessario».
Costo o investimento? Il Fattore famiglia rappresenta
un costo o un investimento per lo Stato? Secondo Giancarlo Puddu, presidente del Centro studi Lapet, «la riduzione
delle imposte» che il provvedimento comporta «non rappresenta un reale costo per lo Stato perché aumenta la
ricchezza nazionale». Si tratta piuttosto di una sorta di
«anticipazione di cassa». «In presenza di una riduzione
delle imposte stimata in un valore di 16,9 miliardi di euro
(il costo del Fattore famiglia) - spiega -, l’incremento della
ricchezza sarebbe infatti pari a 17,6 miliardi». Ad illustrare l’indagine è Pasquale Sarnacchiaro, docente di statistica
all’Università di Roma. In Italia, spiega, «le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono 1.156mila, il 4,6% del totale. Il 44% si trova al sud». Diminuiti progressivamente negli
ultimi anni, e anche nel secondo trimestre 2011 rispetto al
primo, la propensione al risparmio e il potere d’acquisto
della maggioranza delle famiglie. Sono proprio i nuclei con
uno o più figli a ridurre anche i consumi di beni primari. Di
qui l’importanza del Fattore famiglia
Speciale
12
15 dicembre 2011
15 dicembre 2011
Speciale
13
Il tempo, un patrimonio, un dono, un maestro, il nostro domani
TEMPO DELLA CHIESA Nel 50° di apertura del Concilio
GUARDANDO INDIETRO Appunti per un bilancio del 2011
2012, l’Anno della Fede
guardando alla Famiglia
Un anno importante,
ma problematico
I
l 2012 è ormai alle porte...ed un altro anno si appresta a chiudere i battenti lasciandosi alle spalle
gioie e dolori, cambiamenti ed eventi che andranno ancora a riempire le pagine della nostra storia.
Ma cosa ci lascia il 2011?
È stato un anno che ha visto la cattura e la morte di
due esponenti di spicco nello scenario internazionale: Osama Bin Laden, capo di Al- Qa-ida e il dittatore libico Muammar Gheddafi. Ricordiamo anche la
caduta della dittatura di Ben Ali in Tunisia a seguito
di violente proteste e la liberazione dell’Egitto voluta dal popolo insorto. Innumerevoli vittime si sono
registrate, purtroppo, anche nel terremoto in Giappone che ha provocato la morte di 11 mila persone,
di quello avvenuto in Turchia con quasi mille morti
senza tralasciare l’incidente della centrale nucleare
di Fukushima con la conseguente fuoriuscita di materiale radioattivo. Ed è stato anche l’anno del 10° anniversario dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle del
World Trade Center di New York che si non può e si
non deve dimenticare.
Ma non sono mancati eventi che, in un certo senso,
hanno dipinto di rosa una pagina di questa nostra storia. Due coppie reali hanno infatti pronunciato il tanto
atteso e fatidico sì all’altare: stiamo parlando dell’erede al trono il principe William d’Inghilterra con Miss
Kate Middleton e del principe Alberto II di Monaco
con l’ex nuotatrice e modella Charlene Wittstock.
Per il nostro Paese è stato l’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, celebrato ufficialmente il 17
marzo con una serie di iniziative, durate tutto l’anno,
che hanno coinvolto e, chissà, anche dato quel senso,
a volte smarrito, di unità, al popolo italiano. Ma non
sono stati risparmiati avvenimenti che hanno, invece,
messo in ginocchio alcune zone dell’Italia, come le alluvioni in Liguria, Piemonte e Sicilia. Motivo di grande gioia per tutti è stata la beatificazione di Giovanni
Paolo II proclamata da Benedetto XVI, il 1° maggio,
in una Roma gremita di fedeli giunti da tutto il
mondo. E nello stesso spirito di festa si è celebrata, nel mese di agosto, con migliaia di giovani, la
XXV Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid.
Il Santo Padre, in quest’anno, ha continuato il suo
pellegrinaggio nel mondo, compiendo viaggi apostolici in Croazia, Repubblica di San Marino, Germania e recentemente nel Benin. E dopo 25 anni
dall’ultimo incontro che tutti ricordiamo, voluto
da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ha invitato
nuovamente tutti i capi religiosi del mondo per
una giornata di riflessione, dialogo e preghiera per
la pace, sempre nella splendida cornice di Assisi.
Una pace, probabilmente non desiderata da tutti,
come ha dimostrato la manifestazione mondiale
degli Indignados contro le misure economiche
varate dai governi internazionali, e che a Roma,
tra disordine e vandalismo, ha provocato circa 70
feriti. Dolore che si è aggiunto ad altro dolore per
la perdita durante l’anno, di 10 soldati italiani in
Afghanistan. Giovani che perdono la vita per la
patria e giovani che, nella fugacità di un attimo,
rinunciano ai loro sogni, e a volte, per i loro sogni,
come Marco Simoncelli, che l’Italia ha pianto per
la sua morte avvenuta durante la gara di Moto GP
in Malesia, alla guida dalla sua Honda. Insomma,
un anno difficile per il nostro Paese, afflitto anche
dai continui sbarchi clandestini sulle nostre coste
e dalla crisi europea, con la rassegna delle dimissioni del premier Berlusconi e la nascita di un governo tecnico guidato dal Prof. Mario Monti.
Guardando al nostro territorio, il 2011 sarà ricordato da tutti come un anno importante. La nostra
diocesi di Brindisi – Ostuni ha celebrato il Sinodo
diocesano con la pubblicazione del Liber Synodalis; il porto di Brindisi ha ottenuto il riconoscimento
dall’UNESCO come Monumento e sito messaggero
di una cultura di pace. Ed è stato l’anno in cui la città
PROTAGONISTI Michele Conenna e la meteorologia
Il tempo e i suoi segni naturali
A
d Ostuni vive un ragazzo
appassionato del tempo,
visto dal punto di vista
meteorologico. Si chiama Michele Conenna, ha 19 anni e studia
Scienze Geologiche all’Università
di Bari.
Quando gli chiediamo come nasce questa sua passione, Michele ci racconta che una mattina,
quando aveva 8 anni, aveva sentito dalla televisione che quel giorno ad Ostuni avrebbe nevicato. Da
bambino curioso e attento qual
era, non poteva credere che una
giornata così bella si sarebbe potuta trasformare in una giornata di
neve. E invece, ci racconta ancora
con l’emozione di allora Michele,
«con grande sorpresa, mentre ero
a scuola, all’improvviso il tempo
cambiò e, nel giro di qualche ora,
su Ostuni cadde una quantità copiosa di neve, suscitando la gioia
e lo stupore dei tanti bambini che
con il naso appiccicato alla finestra ammiravano quell’insolito
spettacolo».
Da quella imprevista nevicata è
nata in Michele la passione per la
meteorologia, «una vera e propria
“malattia”» - la definisce lui stes-
so. Tra i suoi primi giocattoli un
barometro e un termometro: «li
mettevo fuori di casa e più volte al
giorno uscivo per verificare i dati
registrati». Negli anni successivi
«grazie ai risparmi accumulati con
i regali, ho comprato altra attrezzatura con la quale, sul terrazzo
di casa, ho costruito una stazione
meteo amatoriale tuttora funzionante».
Ma Michele non è l’unico ragazzo della sua età ad avere questa
passione per il “tempo”, perché
sono diversi i suoi coetanei ostunesi con i quali condivide questo
interesse.
Grazie a internet, inoltre, Michele mette in rete il frutto della sua
passione: ha creato il sito www.
meteostuni.it, fa previsioni, scrive articoli, collabora con alcune
emittenti televisive del territorio,
fa parte del gruppo di Ostuni della
Protezione Civile…
Quando gli chiediamo che tempo farà nel 2012, come fosse un
metereologo navigato ed esperto,
Michele ci risponde senza indugio: «Il nuovo anno porterà neve,
tutti i modelli sono concordi
nell’affermare che tale fenomeno
“P
ha celebrato il ventennale dello sbarco degli Albanesi avvenuto nel 1991, quando Brindisi dimostrò una
solidarietà ed accoglienza senza precedenti. Dopo
un lungo periodo di lavori di restauro è tornato agli
antichi splendori il santuario di S. Maria degli Angeli, dove sorgeva la casa di San Lorenzo. E sullo sfondo
vorremmo sia diversa, ma senza la quale non potremmo avere quella speranza, la stessa di sempre che non
delude mai, di vivere un anno migliore, nel bene e nel
male, con la consapevolezza che sarà, comunque, diverso dall’altro...auguri a tutti !!!
Daniela Negro
NOVITÀ Un’esperienza tutta nuova ad Ostuni
Da “Kronos” a “Kairòs” e nasce una banca
N
si potrà verificare dalla seconda
metà di gennaio e fino a marzo».
E poi la chiosa finale: «Per amare la meteorologia si deve essere
amanti della natura. Questa va rispettata così che lei possa rispettare l’uomo, il quale, invece, troppo
spesso la deturpa e la distrugge.
Per gli appassionati di meteorologia anche una nuvola nel cielo è
qualcosa da ammirare: puoi darle
una forma astratta, un significato, seguire l’evoluzione del tempo
nell’arco di qualche ora».
Una passione “inedita per un
giovane dell’età di Michele. Una
passione che lui stesso si augura
possa diventare, un giorno, la sua
professione.
Giovanni Morelli
politico, il 2011 saluta il sindaco di Brindisi Domenico
Mennitti che ha rassegnato le dimissioni per una nuova stagione che, speriamo, continui a contribuire per
la crescita della nostra città.
E così un altro anno se ne va...rendendoci ancora
attori e spettatori principali di una storia che a volte
el mio lavoro di insegnante, quando in prima
classe si doveva iniziare lo studio della storia,
intesa soprattutto come apprendimento dei
concetti temporali più semplici, quali la successione
o la contemporaneità, chiedevo ai miei alunni di domandare ai genitori o ai nonni, se conoscevano proverbi o modi di dire relativi alla parola “tempo”.
Dal contenuto delle risposte spesso veniva fuori la
saggezza popolare comune o particolare come proverbi in dialetto, che riguardavano le varie accezioni della parola “tempo” quali per esempio, il divenire delle
cose, il ritorno ciclico delle stagioni, i sentimenti, il
modo di vivere o più semplicemente gli effetti del tempo inteso meteorologicamente.
Col trascorrere degli anni questo patrimonio di memoria storica è andato sempre più impoverendosi e
ultimamente gli unici proverbi che i giovani genitori
e i nonni, ancor giovani anch’essi ricordavano, erano:
“Chi ha tempo non aspetti tempo” e “Rosso di sera bel
tempo si spera” che rappresentano il modo di vivere
dei nostri tempi, il mordi e fuggi e lo sperare che la gita
fuori porta non sia disturbata dalla pioggia!
Ora che il “tempo” della pensione è arrivato ed ho
molto più tempo a disposizione, sono stata incuriosita
dalla nascita della Banca del Tempo ad Ostuni e così
ho partecipato ad uno dei primi incontri pubblici nel
quale la professoressa Teresa Legrottaglie illustrava sia
il logo che il nome dell’associazione: “Kairòs … vivi il
tempo”.
I greci, per definire il tempo, adoperavano il termine
Kronos che rappresenta il passato, il presente, il futuro,
il trascorrere delle ore, il tempo misurabile, quantificabile, scandito dalle stagioni o dal sole, dalla luna o da
eventi importanti.
C’è però un altro termine Kairòs che indica il contenuto del tempo, ciò che in esso avviene, l’esperienza
personale che in esso si vive.
Spesso, infatti, parlando con gli alunni del tempo
soggettivo, si faceva proprio l’esempio della differenza
che c’è tra un’ora trascorsa in compagnia degli amici
(è già finita?) e una da soli e magari con qualcosa da
studiare (non passa mai!).
Il tempo è sempre lo stesso, ma la sostanza molto diversa.
Può apparire strano parlare della Banca del Tempo
in un mondo in cui molti dicono: “Non ho tempo, mi
manca il tempo!”. Questo mi ha fatto venire in mente alcuni dipinti di Dalì in cui i suoi orologi molli ben
rappresentano, secondo me, il nostro voler dilatare il
tempo per realizzare quante più cose possibili.
Oggi il tempo è diventata una risorsa preziosa da investire con attenzione, da valorizzare anche attraverso nuove modalità e la Banca del Tempo può essere
una di queste, poiché non solo valorizza lo scambio di
tempo tra le persone, ma sviluppa e promuove nuovi
valori.
Nella Banca del Tempo non si deposita denaro e non
si riscuotono interessi, ma si deposita soltanto disponibilità a scambiare, con gli altri aderenti, prestazioni, socialità, attività, servizi, saperi e i propri hobby,
usando il “tempo” come unità di misura gratuita degli
scambi.
Il sistema si basa sul principio della pari dignità delle
attività scambiate. Nella Banca del Tempo si recuperano le abitudini ormai perdute del mutuo soccorso, tipiche dei rapporti di buon vicinato di un tempo, estendendole anche a persone prima sconosciute.
Ogni persona ha qualcosa da offrire agli altri: fare la
spesa, accompagnare in macchina, dare acqua alle
piante, riparare qualcosa ecc…e può aver bisogno di
qualcosa che gli altri possono darle: andare a teatro insieme, ritirare certificati, aiutare nei compiti, tradurre
in lingua straniera, ecc...
La Banca favorisce lo scambio di tempo, garantisce
la parità sociale indipendentemente dalla professione,
dalle condizioni economiche delle singole persone e
dall’attività lavorativa svolta, perché è fondamentale il
principio della “pari dignità” delle attività scambiate.
Un’ora vale sempre un’ora a prescindere dal servizio
scambiato e questo permette di imparare a dare e a ricevere tempo, con fiducia.
Nessuno, quando scambia, perde del tempo!
La Banca del Tempo è il luogo in cui i desideri e la disponibilità si incontrano per consentire a chi ha bisogno di tempo di prenderlo in prestito e, a chi ha tempo
libero, di impiegarlo in attività di cui altri necessitano.
In questo modo il Kronos si trasforma in Kairòs, tempo del fare, delle relazioni, del fare qualcosa di interessante ed utile per me e per gli altri.
Myria Barriera
roprio per dare rinnovato impulso alla
missione di tutta la
Chiesa di condurre gli uomini
fuori dal deserto in cui spesso si
trovano verso il luogo della vita,
l’amicizia con Cristo che ci dona
la vita in pienezza (…) ho deciso
di indire un “Anno della Fede”,
che avrò modo di illustrare con
un’apposita Lettera apostolica.
Esso inizierà l’11 ottobre 2012,
nel 50° anniversario dell’apertura
del Concilio Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’Universo.
Sarà un momento di grazia e di
impegno per una sempre più piena conversione a
Dio, per rafforzare la nostra fede in Lui e per annunciarLo con gioia all’uomo del nostro tempo”.
Le parole di papa Benedetto XVI dicono appieno
l’anno intenso che ci attende, soprattutto perché
egli ha già stabilito il “passo” di marcia: “Il Servo di
Dio Paolo VI indisse un analogo “Anno della fede”
nel 1967, in occasione del diciannovesimo centenario del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo, e in
un periodo di grandi rivolgimenti culturali. Ritengo che, trascorso mezzo secolo dall’apertura del
Concilio, legata alla felice memoria del Beato Giovanni XXIII, sia opportuno richiamare la bellezza
e la centralità della fede, l’esigenza di rafforzarla e
approfondirla a livello personale e comunitario, e
farlo in prospettiva non tanto celebrativa, ma piuttosto missionaria, nella prospettiva, appunto, della
missione ad gentes e della nuova evangelizzazione”.
Valore della testimonianza e riaffermazione del
nostro credere a 50 anni dall’avvio del Concilio, nel-
la nuova temperie ben descritta
dalla Caritas in Veritate, dicono
l’urgenza dell’anno indetto dal
Papa, che certamente lo concluderà con la condensazione del
“Simbolo” di questo Popolo di
Dio davanti al “Cristo di ieri, di
oggi e di sempre”. Egli - che da
docente scrisse la fondamentale
“Introduzione al Cristianesimo”
e ha illustrato il credo apostolico
che è quello dei testimoni diretti
– dovrà riconfermarci testimoni. E lo farà declinando questo
annuncio anche nei viaggi apostolici previsti: America Latina,
Libano ed Ucraina che ha donato l’ albero di Natale per Piazza San Pietro e gli alberi più piccoli per l’ appartamento del Papa e per
la Curia, segno delle differenti Chiese Cattoliche di
Ucraina che hanno piena comunione con il Papa
di Roma e l’una con l’altra.
E quest’anno avremo tutti occasione di essere
testimoni, di scoprire e riaffermare la nostra fede.
Entriamo, da cattolici italiani, nel vivo del progetto
pastorale per questo decennio e lo facciamo guardando all’italianissima Milano, dove dal 30 maggio al 3 giugno si svolgerà il VII Incontro mondiale
delle famiglie. “Nella mia lettera di convocazione
all’Incontro di Milano chiedevo “un adeguato percorso di preparazione ecclesiale e culturale”, perché l’evento riesca fruttuoso e coinvolga concretamente le comunità cristiane in tutto il mondo”, ha
detto di recente il Santo Padre e col “prezioso sussidio con catechesi” sul tema “La famiglia: il lavoro
e la festa”, questo cammino sembra avviato speditamente e i frutti non mancheranno.
Angelo Sconosciuto
UNA LETTERA C’è chi scrive al nuovo anno
Caro 2012,…
C
aro 2012,
presto arriverai con tutte le tue sorprese e il
mio futuro in tasca. E sinceramente ho un po’
paura.
“Dai - mi dico - è solo un altro anno”. No invece, ogni
anno è diverso e tu, tu non sarai come gli altri, tu sarai un anno importante, lo sai, l’anno della maturità e delle grandi scelte, quelle che un po’ segnano la
tua vita e che devi ponderare bene, perché senti che
il “futuro” di cui tutti parlano è alle porte e non puoi
permetterti di fare la scelta sbagliata.
Chissà quante richieste ti sono già arrivate: “quest’anno vorrei un po’ di fortuna”, “vorrei un po’ di felicità”,
“vorrei l’amore”, “vorrei…”, “vorrei…”, “vorrei..”. Nessuno mai si chiede però cosa ti aspetti tu da noi, cosa
possiamo fare noi per renderti unico e indimenticabile.
Io non voglio farti richieste, perché so che, come ogni
anno, le cose belle, come le cose brutte, non saranno
scritte su una lista di propositi fatta a fine Dicembre,
saranno invece quelle che arriveranno all’improvviso e sono certa che tu me ne riservi tante.
Mi piace immaginare che mentre ti fai strada tra la
folla, come un tedoforo che porta in mano la fiaccola per accendere il tripode delle Olimpiadi, arriverai
con in mano la speranza, la speranza che il futuro
non sarà poi così brutto come dicono, che le scelte
che farò saranno quelle giuste, che forse il mondo si
sveglierà dal suo sonno e capirà che deve prendere in
mano la propria vita e non aspettare che un nuovo
anno migliori le cose.
Appena le luci si saranno spente, i festeggiamenti saranno finiti e la vita tornerà quella di ogni giorno, i
dubbi assaliranno la mia mente: “chissà cosa accadrà quest’anno” inizierò a domandarmi, “speriamo
che non succeda nulla di brutto”. È un pensiero che
paralizza, ogni anno ha i suoi momenti bui, e ogni
anno speri che qualcosa cambi e che questi non arrivino mai perché ti senti satura di quei momenti, vorresti, certe volte, premere il tasto “pausa” e vivere solo
quelli belli.
Ma i brutti periodi fanno parte della vita e ogni anno
puntuali arriveranno. E sono proprio quei momenti
che ti fanno davvero apprezzare quegli attimi in cui
senti che tutto è perfetto e che niente potrebbe andare
meglio di così.
Poi penso però, che alla fine ho solo 18 anni e che tu
non sarai solo l’anno delle scelte difficili, della speranza, del futuro ma sarai anche l’anno degli amici,
del divertimento, dell’amore, sarai il mio presente e il
presente va vissuto giorno per giorno, senza preoccuparsi troppo di ciò che accadrà domani.
Quindi 2012, arriva presto perché non vedo l’ora di
viverti.
Ti aspetto con ansia,
Marika Del Zotti
Lettera dell’Arcivescovo agli sposi cattolici in situazioni particolari
Carissimi,
Mi spinge a scrivervi il desiderio di mettermi accanto a voi,
nelle difficoltà che attraversano le vostre famiglie e nelle vostre
ferite personali.
Mi rivolgo a voi con sentimento paterno, con spirito di fede
e senza alcun giudizio, per incoraggiarvi a non abbandonare
il cammino di fede che può aiutare non poco con la sua luce
in ogni situazione d’ombra.
A volte vi siete sentiti non compresi o forse giudicati. Voglio
invece assicurarvi che continuate ad essere amati dalla Chiesa,
che comprende ogni sofferenza umana anche quando deve ricordare che certe scelte sono in contraddizione con il Vangelo
di Gesù Cristo. Proprio in queste situazioni non bisogna isolarsi e, anzi, è necessario sentirsi accompagnati.
Anche durante il Sinodo Diocesano abbiamo pensato a voi
e alle vostre difficoltà e lo abbiamo fatto con delicata fraternità. Le Parrocchie, il Consultorio familiare e la Commissione
famiglia sono a vostra disposizione per ogni necessità, soprattutto per assicurarvi la compagnia, la fraternità e l’aiuto della
fede.
È desiderio mio e dei Parroci venirvi incontro e parlarvi, per
aiutarvi a gustare la Parola di Dio e la preghiera, per invitarvi
alla speranza e alla responsabilità educativa, per esortarvi a
rimanere nell’amore di Dio e del prossimo. Questo assicurerà
un più ampio respiro spirituale in casa, una maggiore serenità
cristiana nel cammino di ogni giorno.
Con questo non voglio nascondere i problemi, ma desidero
porre davanti a voi le possibilità reali che possono continuare
a dare senso cristiano alla vita e farvi coltivare un rapporto filiale con Dio che ha sempre compassione dell’uomo, lo attende per abbracciarlo, lo guida anche nei sentieri difficili.
Abbiamo preparato un sussidio che ha l’intento di aiutarvi
nelle grandi difficoltà che attraversate e di indicarvi il possibile cammino spirituale per voi e per i vostri figli. È a vostra
disposizione di singole persone e di coppie.
Abbiamo poi il desiderio di incontravi, nel dialogo e nel confronto, che non può mai fare a meno della verità nella carità.
Non si deve cioè temere la verità delle situazioni, ma nella
carità del Vangelo dobbiamo sentirci nelle mani di Dio anche
quando la sofferenza tocca la sensibilità delle persone.
Nella ineluttabilità di determinate situazioni, voi non chiedete sconti e non ponete pretese, ma comprensione e fiducia.
Personalmente, a nome di Dio, nostro Padre, e della Chiesa,
nostra Madre, Maestra di vita ed esperta in umanità, desidero
accompagnarvi nel sentiero della fede, da cui non siete lontani.
È vero, in alcune situazioni, è impossibile accostarsi alla comunione eucaristica, ma c’è sempre la comunione della preghiera che da respiro all’anima, l’ascolto della Parola che il-
lumina i nostri passi e la lettura personale del Vangelo che
educa alla vita buona, la carità verso il prossimo che rende il
nostro cuore simile a quello di Dio, l’adempimento dei doveri professionali, educativi e sociali, che rendono serena la coscienza, la fiducia nella misericordia del Signore, Pastore delle
nostre anime, che legge, nella verità e nell’amore, l’intimo di
ognuno.
Questa comunione, grande, bella, serena, trova la sua
espressione più viva, ed anche comunitaria, nella S. Messa domenicale, che è la convocazione dei figli di Dio, santi e peccatori insieme: santi, perché amati da Dio, peccatori, perché
sempre deboli ed esposti a rischi, ma capaci di ritornare sui
propri passi, per dimorare nell’amore del Padre, nelle cui mani
pongono la vita, la storia, le ansie e le speranze.
Nel vostro cammino di fede troverà senso quello dei vostri
figli, che voi indirizzate alla catechesi dell’Iniziazione cristiana, in Parrocchia. Essi comprenderanno che alcune esperienze
critiche da voi affrontate hanno causato, senza volerlo, delle
esclusioni, che vanno comprese nel tempo. In questo clima sereno sentiranno l’appartenenza alla Chiesa e godranno della
identità della famiglia e della loro dignità di figli.
Scrivo questi pensieri nel tempo di Avvento, mentre siamo
prossimi al Natale, che ricorda a tutti noi che è sempre il Signore per primo a venire verso di noi. Noi dobbiamo solo accoglierlo.
D’altra parte ogni tempo è sempre, nel cuore di ogni persona, attesa di cose migliori. La conversione, di cui parla il Vangelo in questo periodo, è già un dono di Dio che ci fa scoprire
il suo venire verso di noi e la possibilità liberante che abbiamo
di andare verso di Lui.
È il suo amore infatti, che ci salva, ci purifica, ci eleva. Il
nostro amore per Lui deve diventare amore verso il prossimo,
qualunque prossimo che ha bisogno di noi. Quello che desideriamo per noi deve essere un bene anche per gli altri. E quel
bene che rendiamo agli altri il Signore Gesù lo riterrà fatto a
Lui. È nell’amore che saremo sicuramente riconosciuti dal Signore.
In questo è la nostra speranza, quella che non delude.
Questa nuova stagione pastorale vorrà segnare maggiormente la nostra vicinanza di Chiesa e, spero anche, la vostra
gioia di riscoprirvi nell’amicizia e nella comunione con Dio.
Dio fa fiorire anche il “deserto” ci ricorda la Bibbia .
Vi formulo i miei migliori auguri di vita.
Di cuore vi benedico.
Brindisi 08.12.2011
Solennità dell’Immacolata Concezione
15 dicembre 2011
15
Attualità
QUESTA ITALIA La decisioni e le modifiche del decreto “salva nazione” del Governo Monti
Lavoro, rapporto tra generazioni, tessuto sociale sempre più fragili?
S
e c’era da salvare l’Italia (così è stata
infatti denominata la manovra approntata dal governo Monti), si fa questo e
altro, figurarsi. C’era da rastrellare una trentina di miliardi di euro in brevissimo tempo,
e i metodi per arrivarci sono sempre i soliti:
aumento della benzina, più tasse, un giro di
vite sulle pensioni.
Le accise sui carburanti sono regolabili nel
tempo; le imposte si possono alzare o diminuire (ultimamente in Italia la seconda leva
è assai arrugginita, siamo arrivati al massimo
del prelievo fiscale di ogni tempo). Ma certe
decisioni sulla previdenza rischiano di fotografare per molti anni una situazione molto
ambigua.
Lasciamo perdere il pur discutibile congelamento dell’adeguamento inflazionistico per una parte - quella sopra i 1.400 euro
- delle pensioni erogate. Inizialmente era
più punitivo, ora sicuramente meno. È una
decisione ingiusta, più nel metodo che nella
logica: andrebbe considerato il reddito complessivo della persona, non il suo assegno
pensionistico.
Puntiamo, invece, l’attenzione sull’innalzamento dei limiti di accesso alla pensione
stessa, limiti che ora sono all’avanguardia
nel mondo occidentale. Lo diciamo senza
alcuna gioia, è un’avanguardia che nessuno
ci invidia.
Nel 1995 - anno della riforma previdenziale
decisa da un altro governo “tecnico”, quello
di Lamberto Dini - si andava mediamente in
pensione a 55 anni. Quel “mediamente” significava che una bella fetta di italiani ci andava ben prima. Si alzarono i limiti: 57 anni.
Quindi, nel corso dell’ultimo decennio, tra
“scaloni” e “quote”, si è arrivati a minimo 62
anni; a qualsiasi età invece con 4 decenni di
contributi.
Quest’estate le manovre governative hanno
peggiorato ancora la situazione: equiparazione tra uomini e donne (verrebbe da dire:
tra nonni e nonne); “finestre” sempre più
lontane; tentativi di cancellare le pensioni di
anzianità, quelle che si maturano somman-
S
metterla di piangersi addosso e «riscoprire la stima che tanti di noi
hanno verso il proprio Paese e i
luoghi in cui vivono”, rendendo visibile
“quell’orgoglio dell’essere italiani» e per
«la bellezza di ciò che abbiamo». Edoardo
Patriarca, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, commenta così il
Rapporto Censis presentato il 2 dicembre
a Roma sulla situazione sociale del Paese
invitando a «raccontare un po’ di più» quel
Paese che sembra sfuggire alle grandi statistiche, «fatto di persone, comunità e famiglie che ancora investono, soprattutto in
ambito locale, nei territori nei quali vivono». Per Patriarca, «i dati raccolgono una
percezione di stanchezza, sfilacciamento,
paura di non farcela che effettivamente è
diffusa» ma «siamo di fronte a una svolta
e quel senso di comunità in grado di superare ogni avversità non è più così scontato». «Però – evidenzia il segretario delle
Settimane Sociali – c’è anche tutto un altro
Paese, fatto di persone, comunità e famiglie
che ancora investono», ed «è lì che si gioca
la novità», con «esperienze d’imprenditoria
profit e non profit legate al territorio». Oggi
«dobbiamo e vogliamo tornare a investire,
a mettere in gioco le risorse. Attenzione,
perciò, a letture rigorose dei problemi del
Paese, che però non vedono la reazione che
pure c’è. Il problema, semmai, è raccontare
tutte queste esperienze, metterle in rete per
dar vita a un’ondata di speranza e di positività, di cui abbiamo estremo bisogno».
Circa la «responsabilità collettiva pronta a
entrare in gioco» cui fa riferimento il Censis, Patriarca nota una diffusa «volontà di
riprendere in mano il governo del territorio,
le politiche a livello locale, non per egemonia, ma per essere protagonisti – conclude
– del proprio futuro».
do un minimo di età (62 anni) con un minimo di contributi (35 anni). E altro ancora.
Già così, si erano in pratica spostati per tutti
i limiti minimi di pensionamento. Non meno
di 60 anni, spesso attorno ai 65 anni.
Infine c’è stato da salvare l’Italia. S’è detto
che non lo dovessero fare i “soliti
noti” (lavoratori e pensionati).
S’è omesso di dire la frase
intera: “Non lo devono
fare solo i soliti noti, ma
anche loro balleranno
questo valzer”.
Sulle pensioni, le
decisioni prese dal
ministro del Welfare
Elsa Fornero hanno
fatto piangere pure
lei nell’annunciarle.
Il giorno dopo, quando sono state comprese
appieno, a farle compagnia
sono stati milioni di italiani. In
particolare quelli della classe 1952:
per effetto delle novità in materia, da pochi
mesi il traguardo s’è spostato di sei anni. Almeno 72 mesi in più di lavoro, alla vigilia dei
60 anni di età.
Ma se loro piangono, i quaranta-cinquantenni certo non ridono. Addio pensioni di
anzianità, di fatto dal 2018; futura età media
di pensionamento delle donne: 66 anni; degli uomini: 67-69 anni. Uno spiffero d’aria e
si arriva ai 70.
Ricapitolando. C’è chi è andato in pensione - non nel Neolitico - a 52-53 anni; chi con
15 anni di contributi versati; e chi ci andrà a
70 con una quarantina d’anni di lavoro alle
spalle come minimo. Tutto qui.
Non è questione di giustizia (lo sarebbe)
o di equità (pure). Né si valuta la diatriba
tra chi ha mangiato e chi alla fine pagherà il
conto. In fondo si tratta di un regolamento di
conti tra padri e figli.
La vera questione da esaminare è quella
occupazionale e sociologica. Il cosiddetto
ricambio lavorativo, nei prossimi quindici-
vent’anni sarà ridotto ai minimi termini. Già
oggi non è che sia così semplice, per un giovane, trovare occupazione...
Giovani che non piangono né si disperano
per queste manovre semplicemente perché
per loro, di fatto, il sistema previdenziale
così come l’abbiamo conosciuto
nel Novecento è stato abolito.
L’estensione totale del sistema contributivo (tot
versamenti, tot pensione) porta al superamento dei limiti di
età, delle mensilità
di contributi versati: tra trent’anni
una richiesta d’informazioni all’ente
previdenziale farà conoscere seduta stante
all’interessato quale sarà
il suo assegno pensionistico a una data età. Se ridicolo,
avanti a lavorare anche fino a 90
anni. Se giudicato sufficiente per la propria
situazione personale, se ne chiederà l’erogazione.
Spariranno pure i nonni, e quel welfare familiare che permetteva ai giovani di avere
qualcuno a fianco soprattutto nella cura dei
figli. Nonna non c’è, è al lavoro. Nonno pure.
Rivalutiamo i bisnonni?
Ma la preoccupazione più grave è un’altra,
tale da cambiare un intero modo di affrontare la vita. Questa è stata una riforma talmente estrema che, in verità, lascia scontenti
pure gli industriali. Che si troveranno dipendenti ultrasessantenni a carico: cioè poco
aggiornati, meno flessibili, meno produttivi,
soprattutto più cari perché certo più costosi
di un giovane tirocinante.
C’è da scommettere che, nei fatti, un ultracinquantacinquenne diventerà un peso, da
togliere in qualsiasi modo. Da licenziare,
se sarà più facile farlo. Finora, lo sventurato
aveva il problema di tirare avanti quei 3-4
anni che lo separavano dalla pensione. Ma
RAPPORTO CENSIS Più stima di se stessi
Volontà di costruire il futuro
Alcuni dati del Rapporto. Dal 45° Rapporto Censis emerge che “la società è fragile,
isolata e eterodiretta” ma “il passo lento del
nostro sviluppo segue una solida traccia:
valore dell’economia reale, lunga durata,
articolazione socio-economica interna, relazionalità, rappresentanza”. Lo studio evidenzia come nel “picco della crisi 2008-2009
avevamo dimostrato una tenuta superiore
a tutti gli altri, guadagnandoci una buona
reputazione internazionale”; tuttavia, “ora
siamo fragili a causa di una crisi che viene
dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con
un sentimento di stanchezza collettiva e di
inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico. Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali.
E siamo eterodiretti, vista la propensione
degli uffici europei a dettarci l’agenda. I nostri antichi punti di forza non riescono più a
funzionare”. Il Rapporto mostra come negli
italiani, “in tempi difficili come quelli attua-
li, c’è una responsabilità collettiva pronta a
entrare in gioco che, come spesso è accaduto nei passaggi chiave della storia nazionale, può essere decisiva nel fronteggiare le
difficoltà”. Il 57,3% dei cittadini è disponibile
a sacrificare il proprio tornaconto personale
per l’interesse generale del Paese (anche se,
di questi, il 45,7% limita la propria disponibilità ai soli casi eccezionali).
Identità italiana. L’identità italiana è per
sua natura “molteplice”, ma ancora oggi
“i pilastri del nostro stare insieme fanno
perno sul senso della famiglia, indicata
dal 65,4% come elemento che accomuna
gli italiani. Seguono il gusto per la qualità della vita (25%), la tradizione religiosa
(21,5%), l’amore per il bello (20%)”. Tuttavia,
per avere un’Italia più forte le idee di cosa
andrebbe messo al centro dell’attenzione
sono abbastanza chiare: “Per più del 50%
la riduzione delle diseguaglianze economiche. Moralità e onestà (55,5%) e rispetto
quando gli anni mancanti saranno 15, e nessuno più ti vorrà assumere “perché sei vecchio, perché costi?”.
Andate a vedere com’è l’America in recessione di oggi, per capire come sarà l’Italia di
domani.
Nicola Salvagnin
per gli altri (53,5%) sono i valori guida indicati dalla maggioranza degli italiani. Ed
emerge la stanchezza per le tante furbizie
e violazioni delle regole. L’81% condanna
duramente l’evasione fiscale: il 43% la reputa moralmente inaccettabile perché le
tasse vanno pagate tutte e per intero, per il
38% chi non le paga arreca un danno ai cittadini onesti”. Stando al Rapporto, “la reputazione del nostro Paese all’estero è meglio
dell’autostima italiana: siamo uno dei Paesi
al mondo dove è più forte lo scarto tra quello che all’estero si pensa di noi e la reputazione che noi stessi attribuiamo all’Italia”.
Nuovi media e accesso a internet. Per
quanto riguarda la relazione degli italiani
con i nuovi media, secondo il Censis, la televisione “resta sempre il mezzo più diffuso
nel panorama mediatico italiano: il 97,4%
della popolazione la utilizza”. Anche nel
mondo dell’informazione la “centralità dei
telegiornali è ancora fuori discussione, visto che l’80,9% degli italiani li utilizza come
fonte principale. Tra i giovani, però, il dato
scende al 69,2%, avvicinandosi molto al
65,7% riferito ai motori di ricerca su Internet
e al 61,5% di Facebook. Per la popolazione
complessiva, al secondo posto si collocano
i giornali radio (56,4%), poi la carta stampata con i quotidiani (47,7%) e i periodici
(46,5%). Dopo ci sono il televideo (45%),
i motori di ricerca come Google (41,4%), i
siti web d’informazione (29,5%), Facebook
(26,8%), i quotidiani on line (21,8%)”. Circa
l’accesso a Internet, l’Italia – viene registrato
nel Rapporto – “continua a rimanere indietro rispetto a molti Paesi dell’Unione europea, sia per quel che riguarda la diffusione
dell’accesso a Internet, sia per la qualità
della connessione. Il nostro Paese si colloca
al ventunesimo posto in entrambi i casi”.
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Territorio
15 dicembre 2011
giubileo Da 25 anni i Carmelitani Scalzi sono a Santa Maria Madre della Chiesa
Jaddico, rinnovata presenza accanto alla Madonna
I
l santuario «Santa Maria Madre della Chiesa» è officiato
dai Padri Carmelitani Scalzi o Teresiani, da venticinque
anni. Domenica 27 novembre prossimo verrà celebrato
l’evento giubilare , con la solenne liturgia presieduta dall’Arcivescovo, mons. Rocco Talucci. Eventi di grazia per la comunità ecclesiale brindisina e per tutta la terra di Puglia che
dal 1986 avvertono il calore materno della Madonna di Jaddico (Gallico), nuovo faro di luce evangelica irradiato dalla
spiritualità dei figli del Carmelo. Senza enfasi e fuori da ogni
retorica, il riferimento alla luce nasce dalla storia vera compiutasi dal 1962-63 vicino all’affresco sbiadito, rimasto tra i
ruderi della cappella medievale – crollata sul finire del 1700
– eretta dai crociati in partenza dai lidi della città per la Terra Santa. L’icona fu venerata di Cavalieri del Santo Sepolcro
e invocata per la liberazione della patria di Gesù a sostegno
dell’impresa cristiana.
Sì, proprio nella riscoperta della sacra icona della beata Vergine con il bambino, all’inizio degli anni Sessanta del secolo
scorso, nel buio della campagna selvaggia, l’immagine in diverse circostanze volte avvolta da tanta luce davanti alla piccola folla di fedeli in preghiera, raccolta accanto a Teodoro
D’Amici, il primo “chiamato” dalla Madre di Dio a recarsi in
quel luogo sul quale ora sorge il Santuario.
La soave chiamata della Madre celeste raggiunse tanti altri
figli, alcuni testimoni ancora viventi, che, solleciti e fervorosi accorsero, raccogliendosi in preghiera, con il rosario tra le
mani, nel buio della sera inoltrata e nonostante l’inclemenza del tempo. Si congregarono nella Associazione dei Servi
di Maria, per alimentare e diffondere il dono di quella luce
ineffabile, che li avvolse e li inebriò con il fascino dell’amore di Maria, rivelatasi ai loro cuori. Fu Maria a scegliere quei
laici ai quali affidò il messaggio della sua rinnovata presenza
in Brindisi per rinvigorire la fede nella nuova stagione che
si delineava sull’orizzonte della primavera ecclesiale, con il
Concilio Ecumenico Vaticano II.
Uomini e donne del popolo di Dio, mossi dallo Spirito, prima ancora che arrivasse l’accompagnamento della Chiesa
gerarchica, ebbero il dono per primi di vivere il momento di
grazia.
La pietà filiale dei pionieri di Santa Maria di Jaddico ebbe
il suo gradimento il 27 novembre 1986, con la “chiamata”
dei Padri Carmelitani, con una circostanza che sembrerebbe fortuita, ma certamente voluta dalla madre del Signore.
Chi scrive, allora Vicario generale, incrociò davanti alla chiesa l’allora Padre provinciale Innocenzo Parente, accompagnato da Padre Cirillo Di Rienzo, che si recavano a Taranto
al Monastero Gesù Sacerdote. Si parlò degli accadimenti di
Jaddico; auspicai la presenza di una comunità religiosa per
l’incremento della pietà mariana, che vi cresceva di giorno
in giorno… Padre Innocenzo e Padre Cirillo, espressero una
generica disponibilità, che colsi subito, e ne parlai all’Arcivescovo, mons. Settimio Todisco, e il sogno divenne realtà.
Come non leggere in tali avvenimenti, apparentemente casuali, il progetto del buon Dio, con il dono materno della Beata Vergine dei “Figli del Carmelo”? Fu un segno dei tempi
alla nostra comunità, ripensando al ritorno dei Carmelitani
a Brindisi, presenti nella chiesa di S. Teresa, eretta nell’omonima piazza nel sec. XVIII, uno scrigno di arte architettonica
e pittorica, attigua al convento, poi caserma, ora sede dell’Archivio di stato.
Il seme che sembrava soffocato dal turbine massonico-laicista, che soppresse gli Ordini religiosi nell’Ottocento, è rifiorito ai nostri giorni con intenso vigore.
I Padri Teresiani custodiscono, dunque, da 25 anni la presenza di Maria come Cenacolo della Pentecoste, con l’oasi contigua, completata ed ampliata a proprie spese, per gli
incontri di spiritualità, iniziando dal ritiro mensile del clero
diocesano, dal gruppo di preghiera, dalla giornata di spiritualità la seconda domenica del mese, dalla giornata mariana, il 27 di ogni mese, con la processione per i viali del parco
ove sorgono le statue dei misteri del Rosario. E ciò senza dimentica l’adorazione eucaristica del mercoledì e il pellegrinaggio automobilistico dell’8 dicembre per la festa dell’Immacolata. E tra qualche anno, ancora, celebreremo un altro
evento giubilare: l’8 dicembre 1965, infatti, la chiesa fu benedetta dall’allora vicario generale, mons. Armando Franco. Fu
dedicata a «Maria Madre della Chiesa»: il titolo che attribuì
a Maria, papa Paolo VI a conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La coincidenza storica con la conclusione del
Concilio è anche questo un segno di predilezione, che conferisce al nostro santuario il respiro delle ecclesialità cattolica, cioè universale. Un titolo, quello di “Madre della Chiesa”,
che dice come Maria ci sia sempre accanto e grazie ai Padri
Carmelitani di Jaddico, davvero sentiamo la Vergine vicina,
come esprime lo stesso Concilio: «L’opera di Maria continua
fino a che tutti gli uomini non siano condotti nella patria beata».
Angelo Catarozzolo
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Territorio
15 dicembre 2011
meic Il 5 dicembre convegno pubblico organizzato dal gruppo di San Pancrazio Salentino
Per una riforma del sistema finanziario e monetario
I
l gruppo MEIC (Movimento Ecclesiale
di Impegno Culturale) di San Pancrazio
Salentino, lo scorso 5 dicembre, ha dato
avvio alle iniziative dell’anno sociale con la
celebrazione di un Convegno pubblico sul
documento del Pontificio Consiglio per la
Giustizia e per la Pace “Per una riforma del
sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità
pubblica a competenza universale”.
Il Convegno si è tenuto presso l’Aula Consiliare del Comune di San Pancrazio e ad
esso hanno partecipato, fra gli altri, alcuni
esponenti delle associazioni ecclesiali e numerose personalità del mondo della cultura, della politica e
dell’amministrazione comunale.
Dopo i saluti del Presidente del gruppo Meic di San Pancrazio, Pietro Puricella, del Sindaco, Salvatore Ripa, del Parroco, don Pierino Manzo e di don Michele Arcangelo Martina,
già assistente del Meic, ha introdotto i lavori l’Avv. Salvatore Lezzi, delegato regionale Meic per la Puglia il quale ha
evidenziato le ragioni del Convegno nella particolarità del
momento storico, «caratterizzato dalla profondità della crisi economico-finanziaria che acuisce ancor più le disuguaglianze tra cittadini e tra popoli e che per la sua virulenza e
ingiustizia ci interpella, come cittadini e come credenti» ed
obbliga tutti a «sviluppare in maniera approfondita le analisi sulle cause di essa e sulle possibili soluzioni», a coglierne il senso più recondito, secondo le indicazioni contenute
nel Documento, per capire se, insieme alla realtà economica, «non siano entrati in crisi anche altre realtà, - principi e
valori morali, culturali e di civiltà- che stanno alla base della
convivenza umana».
Il Prof. Fortunato Sconosciuto, illustrando la relazione di
base del Convegno, ha definito il Documento un «contributo inatteso, audace e coraggioso, attraversato da una grande
tensione ideale, pervaso da una profonda e forte vicinan-
ha più contatti con l’economia reale, la produzione; ciò è stato reso possibile dall’affermarsi di una pericolosa miscela ideologica
composta dal liberismo, dall’utilitarismo e
dalla tecnocrazia;
• occorre che la globalizzazione sia governata da una autorità pubblica mondiale, non
sostitutiva delle autorità nazionali o regionali;
• è necessaria una riforma del sistema finanziario e monetario il cui presupposto
necessario sia il riconoscimento del primato
Nella foto (da sinistra) Fortunato Sconosciuto, Pietro Puricella, Salvatore Lezzi della politica sull’economia e sulla finanza;
Alla conclusione dei lavori, dopo un inteza all’uomo», un Documento che «ponendosi su un pia- ressante dibattito, l’Avv. Lezzi ha indicato alcuni strumenti
no esclusivamente etico, svolge delle analisi profonde che di lavoro per quanti, ai vari livelli di responsabilità, hanno il
esprimono un sapere sapienziale e globale e costituisce un dovere di proseguire la riflessione.
Sul piano più strettamente culturale e sociale occorre ricontributo offerto alle donne e agli uomini del nostro tempo
prendere «coraggio per la costruzione del futuro», aprendosi
e alla comunità dei credenti».
Il documento pontificio, ha continuato il Prof. Sconosciuto, alla «speranza del domani possibile» in una logica di “imma«ha inteso offrire anzitutto una nota di metodo che potrebbe ginazione prospettica” (Octogesima Adveniens), ossia di una
essere riassunta nella doverosità per tutti, credenti e non, di capacità di percepire nel presente le tracce del futuro, che sia
capire le cause della crisi ed affrontare i temi della sua solu- allo stesso tempo una “immaginazione prospettica comunizione». Un documento che si pone come «lettura approfon- taria” la quale, in quanto tale, si apra alla collaborazione fedita degli ultimi trenta anni di storia e che incrocia, su un conda di tutti e per ciò stesso sia capace di delineare i conpiano mondiale le grandi lotte tra imperialismi finanziari per torni di una nuova democrazia economica”.
Su un piano più specificatamente ecclesiale, occorre riil dominio sui mercati, sul piano nazionale, la crisi di credibilità delle istituzioni politiche, la cultura del declino, secon- prendere una nuova teologia della speranza che sia capace di
do la espressione dell’ultimo rapporto CENSIS, il disincanto tradursi in una nuova pastorale della speranza che dia senso
giovanile, e, nel contesto meridionale e salentino, la evidente e contenuti anche ad una nuova stagione di “politica della
speranza”, intesa come capacità di progettare “cose nuove”,
e crescente marginalità che ne caratterizza la realtà».
Il documento, -ha concluso il Prof. Sconosciuto-, pone l’esi- anche se ciò, - per riprendere testualmente alcune parole del
genza di un nuovo processo di mobilitazione, «capace di ri- Documento- potesse apparire destabilizzante nei confronti
mettere al centro delle azioni, l’idea che il mondo appartiene degli equilibri attuali, creati dalle forze economoco-finana tutti» e a tale scopo esso offre tre fondamentali piste di ri- ziarie che esercitano il dominio sui deboli.
flessione:
Gruppo Meic San Pancrazio S.no
• il mondo finanziario è sempre più autoreferenziale, non
esperienza Inedita presentazione di un libro
Se la cultura entra in carcere
C
hi poteva immaginare che un libro
diventasse uno strumento per un
incontro di umanità, di riscatto, di
speranza.
Chi poteva immaginare che dell’Anno
Europeo del Volontariato si parlasse anche
in un carcere.
Eppure ciò è avvenuto a Brindisi grazie al
CSV Poiesis, all’autore del libro Franco Colizzi, alla Direttrice del carcere Anna Maria
Dello Preite, agli operatori della sicurezza,
agli educatori e agli stessi detenuti che non
hanno fatto mancare a noi relatori, la loro
attenzione ed il loro affetto.
Non nascondo che all’inizio ci siamo sentiti un po’ smarriti o forse non adeguati al
compito al quale eravamo stati chiamati.
Non era la solita presentazione di un libro o il solito intervento sul volontariato,
c’era una responsabilità che segnava i nostri pensieri, c’erano tante storie umane
che non meritavano frasi di circostanza o
ragionamenti che non fossero stati bagnati
nelle acque delle nostre emozioni.
Dopo l’introduzione della Direttrice che
ha speso parole di gratitudine nei confronti del Csv Poiesis e dei “suoi” volontari, è intervenuto il Dott. Franco Colizzi che
ha impresso alla presentazione del libro i
toni della tenerezza e della fermezza, parlando delle strade del male e del dolore,
della nonviolenza, del diventare persone e dell’amore, del confine tipico delle
istituzioni totali (noi di qua, loro di là...),
di questo nostro mondo che ha bisogno
dell’apporto di tutti, anche di coloro che si
trovano in una situazione detentiva.
Quando il microfono è arrivato fra le mie
mani, ho sentito forte il desiderio di portare ai detenuti, il saluto dei volontari della
provincia di Brindisi, unito alla speranza
che dalla temporaneità della restrizione
della libertà, si possa ripartire per un nuovo progetto di vita fondato sui valori della
solidarietà e della legalità.
È stata l’occasione anche per riflettere sul
progetto appena concluso “il carcere degli
innocenti”, con il quale abbiamo iniziato il
rapporto di collaborazione con la Casa Circondariale e che ha visto la partecipazione
responsabile e competente dei volontari e
delle associazioni impegnati in attività di
accoglienza ed animazione dei figli dei detenuti, che attendevano il proprio genitore
in una sala d’attesa, trasformata, in un vero
e proprio laboratorio di giochi e di animazione.
Mi è sembrato doveroso ricordare, infine,
come è nata l’idea di quel progetto, a seguito del vibrante appello lanciato ai volontari da Padre Giovannino durante il Convegno promosso dal CSV e dall’Arcidiocesi
di Brindisi-Ostuni: aiutateci ad alleviare
le sofferenze “ingiuste” di tanti bambini ed
evitare di traumatizzarli ancor di più.
Quella voce fu ascoltata dai volontari e
dagli operatori del CSV che con entusiasmo e serietà hanno intrapreso un percorso di collaborazione che ha portato
a far emergere con semplicità la dimensione creativa della cultura del dono, che
in quanto tale, ha arricchito di umanità i
volontari e le associazioni che hanno reso
possibile la realizzazione di un luminoso
segno di prossimità e di solidarietà.
La serata della cultura e del volontariato
nel carcere di Brindisi, si è conclusa con gli
interventi del Consigliere Regionale Tony
Matarrelli e del Cappellano Padre Giovannino Fabiano.
All’uscita, quel pubblico speciale che
aveva seguito con attenzione le nostre riflessioni, ci ha donato un “tesoro” inaspettato: le loro strette di mano, il loro grazie,
la loro profonda umanità.
Non potevamo immaginare una conclusione di serata così emozionante e calorosa, che ha fatto dire ad ognuno di noi:
“auguri di vita nuova, il volontariato ha
bisogno anche di voi”.
Rino Spedicato
I
Accendi una stella
l carcere, così come è in realtà, aggiunge troppo spesso alla solitudine
del detenuto, la distruzione dei suoi
legami familiari.
L'impatto della detenzione è aggravato
dalla privazione dei rapporti che il padre
o la madre ha con i figli.
Per il detenuto non vederli più, non
sentirli, non poterli abbracciare, è una
sofferenza.
Da parte loro, i figli soffrono per questa
privazione del loro rapporto con il padre
o con la madre, essenziale per il loro sviluppo. I bambini con genitori detenuti
soffrono molte forme di discriminazione. Non solo vengono privati di uno dei
genitori, ma devono sostenere il peso
della prepotenza, le difficoltà economiche, l'esclusione sociale e la vergogna.
Ma questi bambini non hanno fatto nulla di male, e malgrado le numerose sfide
che devono affrontare, non sono visti
come un gruppo con diritti propri. È "il
carcere degli innocenti"!
Siamo ormai vicini al Natale, la festa
per eccellenza dei bambini... A Natale
ogni bambino si aspetta un regalo...anche i bambini, figli di detenuti. Si può
avere il coraggio di rimanere indifferenti
e far subire loro una ulteriore discriminazione? Il carcere di Brindisi, (dirigenti,
volontari, cappellano), anche quest'anno
ha preso l'iniziativa di regalare un dono
ai bambini(da 0 a 15 anni) che vengono
a visitare il loro genitore in carcere nella
settimana prima di Natale.
Per questo facciamo appello al buon
cuore e alla generosità di tutti (parrocchie, ditte, singoli) per poter reperire i
regali da donare ai bambini… È un dono
per Gesù Bambino. È accendere la stella
della solidarietà...
A nome dei bambini e dei loro genitori
"grazie" con l'augurio di buon Natale e
felice anno nuovo.
P. Giovanni Fabiano e i Volontari
Missionaria
da San Pancrazio
ad Haiti
Sono ad Haiti da poco più di due settimane
ma non vi nascondo che ho l’impressione
di essere qui da molto più tempo.
Vado sempre in giro con il mio zaino che
contiene medicine e materiale per le medicazioni e, credetemi, in ogni posto, ovunque mi giro, ci sono malati. Ormai iniziano a conoscermi e quando passo la gente
stessa mi ferma per dirmi “vieni, qui c’è un
malato” .
[…] Con la gente del posto abbiamo organizzato le visite infermieristiche. […] Sono
venuti molti malati, soffrono di malattie
della pelle, di anemia ma soprattutto vedo
che la malattia peggiore è la fame. […] In
questa zona chiamata Los Cacaos non ci
sono medici né infermieri. […] L’ospedale
più vicino si trova a circa 17 Km e non ci
sono mezzi per andare se non asini e cavalli. […]
Ciò che mi commuove e mi da una profonda gioia è vedere che la gente stessa ci aiuta nella missione. […] Trasportano i tubi
e le pietre per costruire l’acquedotto e far
arrivare l’acqua nei villaggi. Noi coordiniamo, lavoriamo con loro, una suora della
comunità è esperta in questo tipo di opere,
ma la manodopera è loro. […]
Mi affido alle vostre preghiere insieme ai
nostri fratelli di Haiti.
Sr. Simona De Pace
18
Territorio
15 dicembre 2011
solidarietà La Fondazione Alessandra Bisceglia “W Ale” opera in tutta Italia
Obiettivo: abbattere le barriere della disabilità
C
on l’obiettivo di studiare e curare le
patologie vascolari del bambino, da
circa due anni opera sul territorio
nazionale la fondazione Alessandra Bisceglia “W Ale” Onlus. L’iniziativa è partita da
amici e colleghi di Alessandra Bisceglia, giovane giornalista di Lavello prematuramente
scomparsa a 28 anni a causa della malattia
che l’ha accompagnata sin dalla nascita.
Obiettivi prioritari della Fondazione:
- abbattere le barriere architettoniche e culturali relative alla disabilità;
- fornire sostegni concreti ai minori, affetti
da patologie vascolari,
- creare punti di riferimento per le famiglie,
che vivono spesso con enorme difficoltà la
malattia del proprio figlio, per le ricadute
che tale patologia ha livello sociale, personale, relazionale ed emotivo.
Per raggiungere tali obiettivi, la Fondazione
opera in sinergia con Amministrazioni Pubbliche, Aziende Sanitarie Locali, Istituti di ricerca scientifica, Università e Associazioni.
Tra le iniziative già realizzate:
- il finanziamento di un dottorato in Chirurgia Rigenerativa presso l’Università Tor Vergata a Roma;
- il finanziamento di una borsa di studio per
la ricerca epidemiologica presso l’Istituto
Superiore di Sanità a Roma;
- la formazione di personale medico e paramedico con la realizzazione di due convegni
su “Angiomi e Anomalie vascolari” presso
l’ASP di Potenza;
- la realizzazione del servizio radio taxi accessibile a Roma;
- la pubblicazione della guida per l’autonomia possibile rivolata alle famiglie di bambini con disabilità.
Significativa, al riguardo, risulta l’apertura
presso l’Ospedale San Francesco di Venosa delle “Stanze di Ale”. Fondazione e Asp
operano insieme per ottimizzare il percorso di diagnosi e cura dei pazienti affetti da
malformazioni vascolari congenite. Si tratta,
infatti, di patologie, poco frequenti, che per
la loro gravità rappresentano spesso motivo
di enorme disagio per la famiglia e per gli
operatori. Attraverso azioni programmate e
coordinate si tenta di ridurre questa criticità
socio-sanitaria.
Sono coinvolte nel progetto diverse figure
specialistiche (pediatri, esperti in malattie
vascolari, psicologi, volontari) che insieme
accompagnano la famiglia, creando una rete
di relazioni positive ed efficaci in grado di
assicurare un intervento mirato e adeguato.
Con l’apertura delle “Stanze di Ale” si vuole
facilitare e sostenere il cammino che la famiglia deve affrontare per trovare risposte adeguate ai suoi bisogni.
All’interno della struttura (aperta il martedì,
dalle 10.00 alle 12.00, e il giovedì, dalle 16.00
alle 18.00) opera il prof. De Stefano, che offre
gratuitamente la sua consulenza medica alle
famiglie che fanno richiesta presso lo spazio
dell’Asp.
Le prenotazioni si possono effettuare
chiamando (nei giorni indicati) i numeri
339/1601371, oppure 0972/39245.
Le varie attività richiedono un grande impegno da parte dei membri della Fondazione,
che mettono a disposizione tempo e risorse.
La realizzazione è subordinata ai contributi
inviati da gente sensibile a queste problematiche, che ha creduto nella possibilità di veder realizzati tanti sogni in pochi anni.
Solo con l’aiuto di tutti è possibile continuare
a far splendere quel sorriso, che Alessandra
sapeva donare con gratuità e forza, insieme
al messaggio che è possibile “farcela nonostante tutto”.
Raffella Restaino
convegno Ad Ostuni a cura della Società Italiana di Pediatria
Il bambino, l’adolescente e il web
U
na ricorrenza importante quella del 20 novembre scorso, data in cui è stata celebrata
la Giornata Mondiale per i Diritti dell’Infanzia, il 22° anniversario dell’approvazione ONU
sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20 novembre 1989), il trattato più ratificato nella storia
della comunità internazionale (193 Paesi) ed il più
importante strumento giuridico di enunciazione e
tutela dei Diritti di ogni Bambino e Bambina, ragazzo e ragazza.
La Società Italiana di Pediatria (SIP) ha festeggiato tale ricorrenza indicendo in tutte le Regioni Italiane la “Giornata degli Stati Generali della Pediatria”, avente per tema: “Il Bambino, l’Adolescente e
il web”.
In Puglia il consiglio direttivo della SIP ha scelto
Ostuni come location ideale per l’evento, in quanto città nota a livello nazionale ed internazionale
per l’interesse culturale tradizionalmente profuso
nei confronti dell’infanzia e della sua tutela.
La manifestazione si è svolta nella mattinata del
19 novembre presso il Cinema Teatro Roma, con
la formula del “talk show” mediata dal giornalista Francesco Roma, e con la partecipazione delle scuole secondarie di I e II grado e le ultime tre
classi della primari, con un concorso sul tema “Il
Bambino, l’Adolescente ed il web”.
“L’appuntamento svoltosi ad Ostuni ha riscosso
particolare interesse e una significativa partecipazione» - ha dichiarato il dottor Giuseppe Colucci,
della segreteria scientifica e organizzativa. «Con
questa giornata è stato abbiamo inteso promuovere, tra i bambini e gli adolescenti, un uso più consapevole del web, che valorizzi le opportunità e
minimizzi i rischi». L’argomento di strettissima attualità – ha evidenziato il dottor Colucci - ha visto,
medici, pediatri, educatori, insegnanti, giornalisti,
forze dell'ordine, famiglie e istituzioni unite nella
consapevolezza che un mezzo come il web, sia sì
una grande opportunità, ma comporta dei rischi
seri soprattutto per i minori. In questa attività di
convegno A Brindisi a cura della Provincia
Figli si nasce,
genitori si diventa
“F
supporto ai bambini e agli adolescenti ad un uso
più consapevole di internet sono fondamentali le
figure dei genitori e degli insegnanti che dovrebbero avere cura di educare ad un utilizzo conscio
soprattutto per i pericoli e le insidie che si nascondono nel web».
E proprio al mondo della scuola è stato dedicato
un concorso “Il bambino, l'adolescente ed il web”,
al quale hanno aderito numerose realtà scolastiche del territorio.
Nel corso dell'evento, promosso dalla Società Italiana di Pediatria, sono stati assegnati tre premi:
uno per le elementari, uno per le medie ed uno per
gli istituti superiori. Per le Elementari il 1° premio
è stato assegnato alla 5ª D della scuola primaria 3°
Circolo "Giovanni XXIII di Ostuni; premio speciale
alla 1 ª e 2ª C della scuola primaria 2° Circolo “Vitale” plesso “La Nostra Famiglia” di Ostuni; per le
secondaria I grado il 1° premio è andato alla 3ª F
della scuola media “N.O. Barnaba di Ostuni”; premio speciale alla 3ª B della scuola secondaria I
grado “Dante Alighieri” di Villa Castelli; per la secondaria II grado primo premio ex aequo alla 5ª A
dell'Istituto tecnico Commerciale “J. Monnet” di
Ostuni, alla 5ª A del Liceo Polivalente “Don Punzi” di Cisternino, e al Liceo Scientifico “L. Pepe” di
Ostuni.
Antonella Di Coste
igli si nasce, genitori si diventa”, è
stato il tema del convegno organizzato il 24 novembre presso l’Auditorium del Museo Archeologico Provinciale
di Brindisi, dal Centro Risorse Famiglia in
collaborazione con la Regione Puglia e la Cooperativa “F. Aporti” di Brindisi.
All’incontro, avviato dal coordinatore del
Centro Risorse Famiglia Paolo Danza, hanno
partecipato Oliviero Rossi, psicologo e psicoterapeuta, Maria Mancarella, psicologa e docente di Sociologia della famiglia presso l’Università di Lecce e Ada Marseglia, presidente dell’Associazione Italiana degli
Avvocati per la famiglia e i minori.
«Abbiamo scelto questo tema perché è di grande attualità sempre – ha detto Paolo Danza – e l’obiettivo è quello di coinvolgere tutte le figure che ne
fanno parte, dal legale al sociologo allo psicologo, per provare a dare una visione unitaria della complessità della genitorialità».
Essere genitori oggi, infatti, non riguarda solo un aspetto individuale ma
anche la coppia in sé, quindi bisogna assolvere insieme questo compito di
grande responsabilità.
Partendo dal commento del film “Il monello” di Charlie Chaplin è stata
condotta un’analisi del tema dal punto di vista psicoanalitico per definire,
con l’intervento del dott. Oliviero, l’aspetto emotivo nel rapporto genitori –
figli.
La dott.ssa Mancarella ha offerto un contributo sul tempo della genitorialità e la presenza dei figli nella vita dei genitori descrivendo il loro ruolo nel
contesto familiare, contestualizzando il tutto, con l’intervento dell’avv. Marseglia, attraverso una carrellata dei cambiamenti verificatisi in questi anni,
con le nuove leggi, che hanno rivestito di una nuova responsabilità il compito educativo della coppia nella crescita della prole.
Attraverso i contributi degli esperti, l’incontro ha evidenziato la complessità della bi-genitorialità, che non è relativa solo alla nascita biologica: essa
esercita, infatti, un ruolo notevole, a livello individuale e relazione, nella vita
di ogni genitore.
Quanto emerso dal convegno ha sottolineato particolarmente che non
esiste certamente un format per essere un genitore perfetto, né tanto meno
si può adottare sempre lo stesso identico stile educativo senza tener conto
dell’età dei propri figli, dei cambiamenti e dei canali comunicativi e relazionali più giusti che devono essere adottati in merito.
Daniela Negro
15 dicembre 2011
19
Vita di Chiesa
MIGRANTI E RIFUGIATI Messaggio del Papa per la Giornata 2012
Migrazioni e nuova evangelizzazione
“L’
ora presente chiama la Chiesa a compiere una
nuova evangelizzazione anche nel vasto e complesso fenomeno della mobilità umana, intensificando l’azione missionaria sia nelle regioni di primo annuncio, sia nei Paesi di tradizione cristiana”: lo scrive Benedetto
XVI nel messaggio per la 98ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (15 gennaio 2012), sul tema “Migrazioni e
nuova evangelizzazione”. Il testo, presentato il 25 ottobre in
Vaticano dal presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale per i migranti e gli itineranti, mons. Antonio Maria Vegliò, evidenzia “l’urgenza di promuovere, con nuova forza e
rinnovate modalità, l’opera di evangelizzazione in un mondo
in cui l’abbattimento delle frontiere e i nuovi processi di globalizzazione rendono ancora più vicine le persone e i popoli, sia per lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, sia per la
frequenza e la facilità con cui sono resi possibili spostamenti
di singoli e di gruppi”. Il Papa formula in apertura del messaggio un invito ai fedeli: “In questa nuova situazione dobbiamo risvegliare in ognuno di noi l’entusiasmo e il coraggio
che mossero le prime comunità cristiane a essere intrepide
annunciatrici della novità evangelica”.
scorso anno per questa Giornata mondiale”. Aggiunge che “il
nostro tempo è segnato da tentativi di cancellare Dio e l’insegnamento della Chiesa dall’orizzonte della vita, mentre
si fanno strada il dubbio, lo scetticismo e l’indifferenza, che
vorrebbero eliminare persino ogni visibilità sociale e simbolica della fede cristiana”. Quindi gli stessi migranti cristiani
rischiano di “perdere il senso della fede”. Tuttavia, secondo
il Papa “l’odierno fenomeno migratorio è anche un’opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo nel mondo
contemporaneo”.
Aprirsi all’accoglienza. Benedetto XVI incoraggia gli operatori pastorali ad “aggiornare le tradizionali strutture di attenzione ai migranti e ai rifugiati” e invita stampa e media a “far
conoscere, con correttezza, oggettività e onestà, la situazione
di chi ha dovuto forzatamente lasciare la propria patria”. Alle
comunità cristiane chiede di aprirsi alle nuove situazioni,
sostenendo la “promozione di nuove progettualità politiche,
economiche e sociali, che favoriscano il rispetto della dignità
di ogni persona umana, la tutela della famiglia, l’accesso ad
una dignitosa sistemazione, al lavoro e all’assistenza”. Il Papa
richiama poi la situazione di “numerosi studenti internazionali che affrontano problemi d’inserimento, difficoltà burocratiche, disagi nella ricerca di alloggio e di strutture di accoglienza”. Chiede “in modo particolare” di essere “sensibili
verso tanti ragazzi e ragazze che, proprio per la loro giovane
età, oltre alla crescita culturale, hanno bisogno di punti di
riferimento e coltivano nel loro cuore una profonda sete di
verità e il desiderio di incontrare Dio”. Di qui l’invito alle Università d’ispirazione cristiana ad essere “luogo di testimonianza e d’irradiazione della nuova evangelizzazione, seriamente impegnate a contribuire, nell’ambiente accademico,
al progresso sociale, culturale e umano”.
Opportunità per l’annuncio. Benedetto XVI non nasconde che la prospettiva dell’evangelizzazione oggi è alquanto
problematica. “Le attuali ed evidenti conseguenze della secolarizzazione, l’emergere di nuovi movimenti settari, una
diffusa insensibilità nei confronti della fede cristiana, una
marcata tendenza alla frammentarietà, rendono difficile focalizzare un riferimento unificante che incoraggi la formazione di ‘una sola famiglia di fratelli e sorelle in società che si
fanno sempre più multietniche e interculturali, dove anche
le persone di varie religioni sono spinte al dialogo, perché si
possa trovare una serena e fruttuosa convivenza nel rispetto
delle legittime differenze’, come scrivevo nel messaggio dello
mass media e dintorni Un’idea offensiva e demenziale
Indignazione unanime
per la pubblicità su Papa e Imam
L
a foto è stata ritirata, ma la gravità della trovata resta
intatta, come lo scalpore che ha generato. Il riferimento è all’immagine scandalosa che ritraeva papa Benedetto
XVI nell’atto di baciare sulla bocca l’imam di Al Ahzar, Ahmed al-Tayyeb. Nell’ambito della stessa campagna pubblicitaria, sono comparse le gigantografie di altri baci fra i
principali esponenti politici di tutto il mondo: il presidente Usa, Barack Obama, e il presidente cinese, Huu Jintao, il
cancelliere tedesco, Angela Merkel, e il presidente francese, Nicholas Sarkozy, i leader della Corea del Nord e della
Corea del Sud, Kim Jong e Lee Myung Bak, il presidente
palestinese, Mahmoud Abbas, e il premier israeliano, Benjamin Natanyahu... Ma il bacio fra il Papa e l’Imam è stato
raffigurato in maniera ancora più passionale, probabilmente in virtù della connotazione religiosa che avvolge i
due protagonisti, con tanto di mano dell’Imam poggiata
sul collo del Papa per stringerlo a sé.
Più che di sorpresa, la reazione è stata d’indignazione e
di fastidio da parte non soltanto delle gerarchie vaticane
ma del pubblico in genere. Le immagini – ispirate alla famosa fotografia del bacio fra Leonid Breznev, allora presidente dell’Urss, ed Erich Honecker, presidente della Germania Est – sono state ottenute con fotomontaggi e abili
artifici tecnici, ma questo non toglie nulla alla loro potenzialità evocativa.
La campagna pubblicitaria è stata realizzata da Fabrica,
la divisione che cura la comunicazione di Benetton, già
protagonista in passato di altre proposte a effetto anche
con la consulenza di Oliviero Toscani. Quest’ultimo, intervistato da “la Repubblica”, ha dichiarato che non si tratta
di una campagna shock, ma di una campagna “patetica”,
aggiungendo: “Non colgo il messaggio, è solo volgarità”. Se
perfino lui, provocatore nato, ha preso le distanze, qualcosa vorrà pur dire...
Messa sotto accusa, l’azienda produttrice di abbigliamento ha dichiarato che in realtà l’obiettivo della campagna
non era quello di scandalizzare bensì quello di contrastare la cultura dell’odio promuovendo la vicinanza fra popoli, fedi e culture. Ma, “per non urtare la sensibilità dei
fedeli”, ha deciso comunque di ritirare immediatamente
l’immagine da ogni pubblicazione. Intanto, però, l’effetto
mediatico era già stato ottenuto e il clamore suscitato dal
bacio fra il Papa e l’Imam è decisamente superiore a quello generato dalle altre immagini della serie.
Oltre alla figura del Santo Padre e a ciò che essa rappre-
senta per i fedeli e per il mondo intero, anche il significato
di un gesto d’amore così profondo e denso di senso come
è il bacio è stato svilito in maniera ingiustificata, diventando così un elemento di attrazione morbosa dell’attenzione
pubblica, a scopi non certo sociali o educativi ma meramente commerciali.
Non è inutile ricordare le immagini che in passato hanno accompagnato di volta in volta le altre campagne pubblicitarie della Benetton, dalle navi cariche di clandestini
alle uniformi insanguinate di soldati uccisi, dal bacio fra
un giovane prete e una giovane suora al malato di Aids
morente ritratto come fosse un Cristo, dall’immagine della
modella anoressica alle file di profilattici colorati. Che cosa
c’entra tutto questo con un marchio di abbigliamento?
Discutibile è anche il modo in cui la campagna di comunicazione è stata lanciata, con una serie di azioni dal
vivo che hanno portato all’improvvisa esposizione dei manifesti con le foto in luoghi simbolo: la gigantografia del
bacio fra il Papa e l’Imam è stata srotolata a Roma, quella di Obama e Jintao a Milano e l’invasione è continuata
sul web, dove la memoria visiva si mantiene più a lungo
grazie alla possibilità dei supporti elettronici di archiviare
qualunque contenuto rendendolo sempre disponibile agli
utenti con un click.
Oltre alla questione etica e agli obblighi dettati dal buonsenso, c’è anche un preciso risvolto deontologico che ha
a che fare con i doveri dei pubblicitari e di chi si affida
a loro. Il “Codice di autodisciplina della comunicazione
commerciale” (www.iap.it), in vigore dal 1966 e giunto alla
sua 52ª edizione, sancisce nell’art. 7 che la pubblicità “non
deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose” e
“deve rispettare la dignità della persona umana in tutte
le sue forme”. È rivolto a tutti noi l’invito di padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, che
dichiara: «Bisogna esprimere una decisa protesta per un
uso del tutto inaccettabile dell’immagine del Santo Padre,
manipolata e strumentalizzata nel quadro di una campagna pubblicitaria con finalità commerciale. Si tratta di
una grave mancanza di rispetto verso il Papa, di un’offesa
dei sentimenti dei fedeli, di una dimostrazione evidente
di come nell’ambito della pubblicità si possano violare le
regole elementari del rispetto delle persone per attirare
attenzione attraverso la provocazione».
Marco Deriu
Nuovo
Nunzio
per l’Italia
È mons. Adriano Bernardini, finora Nunzio Apostolico in Argentina, il
nuovo nunzio apostolico
in Italia e nella Repubblica di San Marino. Originario della diocesi di
San Marino - Montefeltro, è stato ordinato sacerdote il 31 marzo 1968
e si è incardinato nella
diocesi di Roma. È laureato in teologia e filosofia. Entrato nel servizio
diplomatico della Santa
Sede nel 1973, successivamente ha prestato la
propria opera nelle rappresentanze pontificie in
Pakistan, Angola, Giappone, Venezuela e Spagna. Il 7 gennaio 1989 è
stato nominato incaricato d’affari nella Nunziatura apostolica in Cina.
Il 20 agosto 1992 è stato
eletto alla sede titolare
di Faleri con dignità di
arcivescovo e nominato
nunzio in Bangladesh. Il
successivo 15 novembre
ha ricevuto l’ordinazione
episcopale. Il 15 giugno
1996 è stato trasferito
alle nunziature in Madagascar, Maurizio e Isole
Seychelles, con funzioni
di delegato apostolico
per La Réunion e le Isole
Comore. Il 24 luglio 1999
è divenuto nunzio in
Thailandia, in Singapore
e in Cambogia e delegato apostolico in Myanmar, in Laos, in Malaysia
e in Brunei. Il 26 aprile
2003 è stato trasferito
alla rappresentanza pontificia in Argentina.
Nuovo
Vescovo
a Taranto
Il Santo Padre ha nominato il Vescovo Filippo
Santoro, Arcivescovo Metropolita di Taranto (superficie: 1.056; popolazione: 408.481; cattolici:
405.542; sacerdoti: 236;
religiosi: 384; diaconi
permanenti: 16), Italia.
L’annuncio è stato dato il
21 novembre scorso.
L’Arcivescovo eletto, dal
2004 Vescovo di Petropolis (Brasile), è nato a
Carbonara (Italia) nel
1948 ed è stato ordinato sacerdote nel 1972;
dal 1984 al 1996 è stato
Sacerdote fidei donum
nell’Arcidiocesi di São
Sebastião do Rio de Janeiro (Brasile); nel 1992
è stato Membro della
Delegazione della Santa
Sede per la Conferenza
Mondiale sull’ambiente; nel 1996 ha ricevuto
l’ordinazione episcopale.
Succede all’Arcivescovo
Luigi Papa, O.F.M.Cap.,
del quale il Santo Padre
ha accettato la rinuncia
al governo pastorale della medesima Arcidiocesi
metropolitana, presentata per raggiunti limiti
d’età.
A S.E. Mons. Santoro, che
prenderà il possesso canonico nelle prossime
settimane, l’augurio di
un fecondo lavoro al servizio della Diocesi di Taranto e dell’intera Chiesa
di Puglia.
20
«È
di Michael Davide
necessario tornare continuamente a Betlemme, per ripartire sempre da Betlemme quel
luogo di riconoscimento e di adorazione percepito e vissuto nella piccolezza, nell’inermità, nella marginalità. Si potrebbe dire che, in quel
luogo, per
la
prima
volta l’uomo ha potuto sentire
il profumo
di Dio, riconoscendovi
qualcosa
di simile al
suo proprio
odore di divina umanità. Come un
pane appena “sfornato”, il bambino, adagiato
nella mangiatoia (Lc 2,
16), è là per
essere consegnato allo
sguardo dei
pastori, il cui amore può già mangiarlo, proprio come da credenti
facciamo durante la celebrazione
liturgica e nei momenti di adorazione silenziosa davanti all’eucaristia».
Ci sembra, se non il cuore, una delle pagine più significative scritte da
Fratel MichaelDavide nel suo «Betlemme la casa del pane. Il futuro è
possibile», un agile volumetto di 67
pagine appena che, con prefazione di mons. Marcello Semeraro, è
pubblicato nella collana «Cammini
di Chiesa» nelle edizioni Dehoniane di Bologna. «L’autore, monaco
benedettino - scrive mons. Semeraro -, non è soltanto un maestro
spirituale, ma ha pure il dono di
una forza narrativa essenziale, ma
sempre efficace; mai sganciata dal
racconto biblico e capace di introdurre suggestioni e aprire piste di
meditazione. A Betlemme accadono storie lontane - aggiunge -, che
non soltanto c’interessano, ma ci
coinvolgono, e noi vi entriamo con
le nostre domande, le nostre perplessità, le nostre gioie, le nostre
consolazioni. A Betlemme si vivono
“affetti” e si svelano “fragilità”: sono
gli ambiti di vita nei quali il simbolo
di Betlemme si lega in particolare
all’eucaristia».
Del resto Betlemme è la «casa del
pane» ed il luogo di grido e di lamento - notiamo in queste pagine
pensando a Rut ed a Rachele ed
agli Innocenti - e nel contempo sappiamo che l’eucaristia si pone e ci
pone tra la mangiatoia e la croce.
«La carne del Verbo si è rivelata e
si è donata nella kenosi - leggiamo
- abbassamento e dolore, che è la
vita di ogni discepolo e della Chiesa». E così Fratel MichaelDavide, in
questo approfondimento spirituale
dell’eucaristia, propone prima una
meditazione su «il pane della speranza», quindi su «il forno dell’incarnazione» ed ancora, spezzettandoci
come pane «una brutta storia» ed
«una storie bellissima», invita tutti:
«Andiamo a Betlemme», evocata
come luogo di nascita e di morte. E
ciascuno così è portato a considerare come «l’eucaristia rimane il pane
vero dei poveri e dei viandanti, l’eucaristia annuncia la possibilità di
fare della vita, con le sue contraddizioni e i suoi patimenti, il luogo del
culto “in Spirito e Verità”».
Angelo Sconosciuto
«M
Il «sequestrato
di Dio»
di Edmondo Soave
ons. Giuseppe Vairo - Il
“sequestrato” di Dio», di
Edmondo Soave (Osanna Edizioni,
pp. 291, euro 16), è prima di tutto
un omaggio che l’autore - giornalista nella redazione Rai di Potenza
- ha voluto offrire ad una figura di
vescovo che,
senza questo
libro, sarebbe rimasta
nell’ombr a
in cui è finita quando
ha lasciato
il servizio e
più ancora
dopo la sua
morte.
Monsignor
Vairo
non
è una figura facile da
affrontare e
non è facile muoversi «nel suo
nomadismo
pastorale di
episcopio in episcopio», in Calabria,
in Puglia e in Basilicata. Egli nacque
a Paola nel 1917 e morì a S. Giovanni Rotondo nel 2001, la sua «cifra»
indiscutibile? La scelta (dichiarata)
della povertà: «Cento pezze sui pantaloni e sulle camicie», dice un testimone potentino. E sono almeno
tre i «capitoli» della storia di questo
presule, che Soave ha trasformato
nei capisaldi del suo volume. Primo: la sua partecipazione al Concilio Vaticano II. A Roma, monsignor
Vairo dà un contributo «decisivo
addirittura nella definizione stessa
di Chiesa che andava avanzando tra
i padri conciliari». Il frutto è nella
«Lumen Gentium», la Costituzione
dogmatica sulla Chiesa. Il secondo
tema «forte» del libro è quasi un
saggio nel saggio: la vicenda della
contestazione post conciliare, delle
comunità di base, che ebbe a Lavello un protagonista assoluto in don
Marco Bisceglia. Il terzo «pilastro»
del libro data dall’arrivo di monsignor Vairo a Potenza, dove «non
era desiderato», come dice senza
mezzi termini un altro testimone.
È stato arcivescovo di Potenza dal
1977 al 1993: un certo pregiudizio,
forse anche la fama di «freddo» che
il vescovo si portava dietro dai tempi di Gravina-Irsina, la sua grande
cultura, soprattutto teologica, che
fa pensare che non si faccia capire,
fanno sì che la sua strada a Potenza
sia subito in salita. Bisogna riconoscere - e Soave lo annota - che anche monsignor Vairo aveva le sue
convinzioni su una Basilicata che
«aveva conosciuto solo feudatari»
e su un «peso» della politica, che
è una pagina tutta da approfondire. Vairo - dice il libro - interruppe
il «collateralismo» e ciò non lo rese
«simpatico», in particolare alla Dc.
Nell’intervista in fondo al volume
c’è un giudizio durissimo sul partito
democristiano e sulla sua «involuzione». C’è da domandarsi però (e
qui la storia lucana è stata scritta
solo in piccola parte) fino a dove sia
valida la tesi di un’interruzione del
collateralismo e soprattutto a chi
si limiti. Vi sono state poi le vicende del terremoto del 1980, il sinodo diocesano, convocato nel 1990,
con programmi e progetti rimasti
per lo più sulla carta, il seminario
maggiore di Potenza. Tutte tappe
del percorso di un pastore d’anime:
contributo alla storia della chiesa
italiana del ‘900.
15 dicembre 2011
IL LIBRO
Betlemme
la casa del pane
RIVISTE
IL LIBRO
Libri
Il popolo di Dio
e i suoi pastori
di Michele Pellegrino
A
40 anni dalla pubblicazione della memorabile lettera
pastorale «Camminare Insieme»
ed a 25 anni dalla scomparsa di
un presule così amato, la collana
«Studia Taurinensia» - promossa
dalla Sezione di Torino della Facoltà Teologica
dell’Italia Settentrionale – grazie
alla «Effatà Editrice» (pp. 160, euro
18) si arricchisce
di una sottosezione, che sarà
di sicuro successo, perchè raccoglierà gli «Inediti
Pellegrino», chiamati a dare ulteriore conferma
– ove ve ne fosse bisogno - alla
grande
statura
culturale e morale di quest’uomo
di chiesa, unita
alla sua grande
capacità di «camminare insieme».
Ed il primo volume , significativamente intitolato
«Il popolo di Dio e i suoi pastori»,
presenta «Cinque conferenze patristiche».
Il volume - a cura di Clementina
Mazzucco, che più volte è intervenuta con studi sul cardinale torinese, e con la collaborazione di
Chiara de Filippis - ripropone cinque conferenze tenute dal cardinale Michele Pellegrino presso la
Facoltà autonoma di teologia protestante dell’Università di Ginevra
nel 1978-79, l’ultimo del decanato
di François Bovon, il quale scelse
con il presule, accuratamente, il
soggetto delle conferenze – ricorda il prof. Carlo Ossola, testimone
di questa operazione culturale
prestigiosissima - «nell’intento
di trovare al dialogo ecumenico
un terreno storico, piuttosto che
dottrinale, di meditazione, utile
all’una e all’altra confessione, al
fine di riscoprire – presso i Padri
della Chiesa – la radice e il nutrimento per incrementare quella
speciale “sollecitudine” per il Popolo di Dio che i documenti del
Concilio vaticano II avevano rilanciato e che costituiva una delle
linee pastorali più continue della
tradiziione riformata». E dunque
ecco le conferenze su Ambrogio,
Massimo di Torino, Agostino, Cesario di Arles e Gregorio Magno,
cinque santi vescovi della Chiesa
latina scelti da Pellegrino perchè
«tutti caratterizzati da un’intensa
attività pastorale e dall’aver meditato, parlato e scritto sul ruolo del
pastore e sul suo rapporto con i
propri fedeli».
Il cardinale dimostrò con lo stile
dell’accorto filologo e la sollecitudine del pastore d’anima, «come
da Ambrogio, ad Agostino, a Gregorio, si amplia la realtà “di popolo di Dio” oggetto della loro cura
pastorale e crescono, aggravandosi, le responsabilità del pastore», il
cui asse portante di ogni impegno
«è il “servizio della parola”, ossia la
predicazione, accanto alla celebrazione della liturgia», «e fondamento della predicazione è la Bibbia»,
si aggiunge, che va spezzettata ai
fedeli e che è elemento fondante
«della comunione tra pastore e
popolo di Dio».
(a. scon.)
21
Cinema
15 dicembre 2011
CINEMA E FEDE All’Università Lateranense il convegno internazionale “Film and Faith”
Il sacro attraverso il linguaggio delle immagini
N
ella più recente produzione cinematografica «il sacro emerge nei film a
volte solamente sussurrato, come
fosse una traccia da seguire». A rilevarlo è
mons. Claudio Maria Celli , presidente del
Pontificio Consiglio per le comunicazioni
sociali (Pccs), intervenuto al convegno internazionale “Film and Faith” tenutosi a Roma
(Pontificia Università Lateranense) per iniziativa della Fondazione Ente dello Spettacolo con il patrocinio dei Pontifici Consigli
cultura e comunicazioni sociali. Nell’odierno
«bisogno di spiritualità», secondo mons. Celli il cinema può essere visto come «strumento per avvicinarsi al sacro attraverso il linguaggio privilegiato delle immagini». In particolare quando
i registi «lasciano che sia lo spirito ad esprimersi», spingendo
l’uomo a «confrontarsi con il mistero del mondo e della vita».
Fede invocata o rinnegata. «Vogliamo guardare a una delle
realtà importanti nella vita dei giovani, che è il mondo del cinema», e vedere come «entra in relazione con il mondo della fede». Così mons. Paul Tighe, segretario del Pccs. «Gran
parte del mondo del cinema - spiega - si apre su un mondo
a sua volta aperto alla trascendenza. Vogliamo vedere come
una generazione di bambini cresciuti con Harry Potter e il
Signore degli anelli» sia in grado di «pensare le domande più
profonde della vita». Il rettore della Pul, mons. Enrico Dal
Covolo , rileva la frequenza in molte opere cinematografiche
di «una fede più o meno cosciente, invocata o rinnegata»,
che a volte si esprime in «una volontà anelante a comunicare
con il divino».
Laboratorio etico. «Il cinema resta ancora oggi un linguaggio potente, un medium capace di ri-mediarsi e ridefinire il
suo ruolo e il suo significato anche nell’era digitale. E proprio questa doppia vocazione originaria continua a rendere il cinema sempre più prezioso in un’era come la nostra»
che «ha bisogno di narrazione e di infinito», sostiene mons.
Domenico Pompili , sottosegretario Cei e
direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, per il quale il cinema e la
narrazione in generale hanno due «funzioni
fondamentali: la capacità di offrire una sorta
di laboratorio etico» e «la capacità di costituire un ‘medium’». Il racconto é quindi un
«laboratorio, una ‘palestra etica’» che «aiuta
ad affrontare le questioni estremamente reali
della nostra esistenza». È possibile, con l’arte
cinematografica, narrare la fede nel contemporaneo ma questo non vuol dire necessariamente fare la trasposizione della Bibbia.
Ne è convinto mons. Dario Edoardo Viganò,
preside del Pontificio Istituto pastorale “Redemptor hominis” e presidente della Fondazione Ente dello
Spettacolo. «L’artista rende visibile ciò che spesso non è visibile - spiega -. Il cinema è quel testo che si fa incontro tra una
storia, quella delle grandi strutture della fede custodita dalla
Bibbia, e la vita che il regista con uno sguardo responsabile è
chiamato a raccontare». «Ci sono forme di narrazione cinematografica in cui il fatto religioso trova spazio» e «le grandi
strutture della fede» vengono raccontate «sullo sfondo del
rapporto tra Dio e l’uomo. Più che la mano del regista o la
sua eventuale fede, ciò che conta è il rapporto vitale che l’artista ha con il testo».
LE NEVI DEL KILIMANGIARO
MIDNIGHT IN PARIS
regia: Robert Guediguian
regia: Woody Allen
Robert Guediguian torna al suo cinema: quello ambientato
nella sua Marsiglia, quello che racconta il mondo dei lavoratori, quello che utilizza la sua famiglia di attori feticcio,
prima su tutti Ariane Ascaride, sua moglie. E ha raccontato
di essere tornato al suo cinema per poter indagare come e
cosa fosse cambiato del suo mondo, per fotografare la nuova realtà lavorativa, familiare, umana della nostra complessa società. Lo spunto per “Le nevi del Kilimangiaro”, a breve
nei cinema italiani, è venuto, però, al regista rileggendo una
poesia di Victor Hugo, “La povera gente”, in cui si racconta
di una coppia di pescatori che adotta i figli della loro vicina
morta, dando loro un tetto e una nuova famiglia e offrendo
così solidarietà a chi è meno fortunato. Il film è stato, dunque, costruito all’incontrario, sapendo che la conclusione sarebbe stata come quella raccontata dalla poesia di Hugo e
facendo in modo che il resto degli avvenimenti portasse a
quel finale positivo e aperto alla speranza.
La pellicola racconta la storia di Michel, interpretato da
Jean-Pierre Daroussin, e di sua moglie Claire. Nonostante Michel abbia perso il lavoro vive felice circondato dall’affetto
della moglie, dei figli e dei nipoti. Oltre che da quello dei
suoi ex-compagni di lavoro. La vita di questa coppia viene
però messa alla prova il giorno in cui due sconosciuti irrompono nella loro casa derubandoli. Lo shock è ancora più
forte quando scoprono che l’aggressore è un giovane operaio licenziato come Michel. Quella violenza è opera di uno
come loro. Perché accade tutto ciò? Il regista riflette su un
mondo operaio che è completamente cambiato, in cui non
esistono più i lavoratori di una volta, dove tutti sono ormai
colletti bianchi e ci sono meno morti sul lavoro ma sempre
più suicidi. Una società in cui non si può più parlare di una
coscienza di classe né tantomeno di solidarietà.
È una società atomizzata in cui gli individui lottano per la
sopravvivenza, ognuno per se stesso. In cui si è persa tutta
una serie di valori fondamentali, che un tempo le vecchie
generazioni trasmettevano alle nuove. Il film, infatti, girato
in modo realistico e veritiero, mette di fronte lo scontro-incontro di generazioni differenti di “povera gente” che deve
sopravvivere in una società sempre più desocializzata e in
cui i giovani hanno perso ogni punto di riferimento, forse
anche perché gli anziani non sono stati in grado di trasmettere loro il loro bagaglio di storia. Il regista invita quindi a
ripensare il rapporto fra generazioni nell’ottica di uno scambio valoriale, ponendo l’attenzione sulla comunicazione e
la trasmissione delle esperienze. Se la prima reazione di Michel è quella di denunciare il suo aggressore, poi sia lui sia
la moglie decideranno di farsi carico della famiglia del loro
aggressore (i suoi due fratelli più piccoli rimasti soli) e offrire
loro solidarietà e amore. Dimostrando che in tempi difficili
come quelli contemporanei una speranza è possibile e viene
offerta dalla famiglia, il nucleo primario essenziale della società.
Woody Allen torna ad uno dei suoi sempre eterni amori:
Parigi. Dopo New York, infatti, che è la sua città natale, e il
jazz, che è la colonna sonora della sua vita, la Ville Lumiere è sempre stata la città d’adozione del regista americano.
Anche perché da sempre in Europa, e soprattutto in Francia,
Allen è acclamato come un genio mentre in patria i suoi film
sono ritenuti troppo intellettuali. Non a caso, generalmente,
la distribuzione dei film di Woody Allen viene fatta al contrario: prima escono in Europa e poi negli Stati Uniti (mentre
per tutte le altre pellicole americane è esattamente il contrario).
“Midnight in Paris” ha come protagonista la città di Parigi e
la pellicola è un vero omaggio al fascino, alla storia e soprattutto alla magia di questa eterna città. La storia è semplice
quanto avvincente. Gil è uno sceneggiatore di successo, ma
fortemente frustrato perché vorrebbe essere uno scrittore e,
infatti, cerca disperatamente di finire il suo primo romanzo.
È a Parigi con la fidanzata, nonché futura moglie, e i genitori di lei. Mentre la ragazza e la sua famiglia amano di Parigi
solo lo shopping e i ristoranti di lusso, Gil ama passeggiare
e perdersi per i vicoli della città, anche meglio se sotto la
pioggia. È un sognatore, che ha la nostalgia del passato e
pensa di essere nato nel tempo sbagliato. Un po’ come tutti i
malinconici che si rifugiano nei loro pensieri e non riescono
ad affrontare il presente.
Mentre la ragazza, dopo aver incontrato due amici americani, passa sempre più tempo con loro, Gil preferisce respirare l’aria della città e immergersi nella sua atmosfera.
Soprattutto dopo la mezzanotte. Eh già, perché dopo la
mezzanotte Parigi si trasfigura e il nostro protagonista si
trova catapultato niente di meno che in un’altra epoca: nella
Parigi anni Venti, l’epoca che lui ritiene l’età dell’oro. Qui, tra
un serata passata con Scott ed Ella Fitzgerald, con la musica
di Cole Porter dal vivo, dopo quattro chiacchiere con Hemingway, Edith Stein (che gli dà anche consigli per il suo libro),
Picasso e la combriccola dei pazzi surrealisti (Dalì, Man Ray
e Luis Bunuel), Gil trova il tempo d’innamorarsi di una bellissima donna, musa di tanti pittori, che però crede che la
Belle Époque sia la vera età dell’oro di Parigi.
A questo punto il protagonista si rende conto che, per ogni
generazione, le generazioni precedenti sembrano sempre
migliori, che è tutta una fantasia romantica, che bisogna
vivere il presente, senza però rinunciare ai propri sogni. E,
infatti, Gil rimarrà a Parigi a scrivere il suo libro, lascerà l’insulsa fidanzata americana e troverà il vero amore. Forse...
Woody Allen ritrova con questo film lo smalto di un tempo:
tutta la leggerezza, la comicità, la raffinatezza del suo cinema, aiutato anche da un ottimo cast in cui spicca anche in
una particina la “première dame” Carla Bruni. Una pellicola
meno cupa rispetto alle precedenti, in cui il nichilismo tipico del pensiero alleniano si smorza di fronte alla bellezza di
Parigi e della sua storia, dove, quando si volta un angolo di
una strada qualsiasi, si entra in un mondo parallelo di fantasmi letterari e artistici che l’hanno popolata. Un film in cui
vince la speranza e l’idea che la vita vada vissuta in pieno e
nella sua realtà, senza però perdere uno sguardo romantico.
Paola Dalla Torre
Paola Dalla Torre
22
Sport
15 dicembre 2011
csi brindisiIl nuovo anno tra sport e formazione dei ragazzi
Al via il progetto “coltiva un oratorio”
C
ome si conviene ad un viaggio, si prepara una valigia.
E quella del CSI – Comitato Provinciale di Brindisi
appare già ricca al primo sguardo. Un nuovo anno
di attività sportive parte con un programma che non prende
vita solo sui campi, ma inizia il suo percorso all’interno degli
oratori, da sempre spazi di aggregazione per i giovani.
È proprio con il progetto “Coltiva un oratorio” che si incentra lo sforzo del Centro Sportivo Italiano: far nascere una coscienza sportiva su un terreno fertile come quello degli oratori parrocchiali attraverso un torneo di calcio a 5, dal nome
“Oratorio Cup”. Oltre alla buona riuscita di questa lodevole
iniziativa, prevista anche dal programma nazionale del Centro Sportivo Italiano, il Comitato Provinciale di Brindisi vorrebbe intitolare questa manifestazione alla memoria di don
Saverio Martucci, sacerdote mesagnese che ha sempre creduto nel valore formativo dello sport all’interno delle parroc-
chie.
Un’altra delle proposte fondanti la programmazione è costituita dalla festa polisportiva: per un giorno, le parrocchie
si trasformeranno in un allegro luogo di ritrovo di gente di
tutte le fasce d’età, che potranno così praticare differenti
sport, divertendosi.
Due iniziative che compongono solo una parte del progetto del Comitato Provinciale, che quest’anno vuole incentrare maggiori sforzi sulla fascia Under 12, accettando l’invito
avanzato dalla presidenza nazionale. In tal modo, si lavora
per garantire relazioni educative durevoli tra coetanei, per
creare uno “spazio di crescita” dove si impara a stare insieme
agli altri, imparando a conoscere se stessi.
Lo sport come momento di aggregazione, non solo attività
fisica ma soprattutto emozione, strumento e veicolo di educazione. Una scommessa, quella del CSI, vincente, perché
iniziativeNella Parrocchia S. Leucio col Csi provinciale
Vissuta la 3ª Festa del Catechismo
S
abato 26 novembre si
è tenuta la terza edizione della “Festa del catechismo”, organizzata dalla
parrocchia San Leucio in
collaborazione con il Comitato Provinciale CSI di
Brindisi.
Questo evento ha visto la
presenza di numerosi ragazzi del quartiere e della
parrocchia, che da tre anni
a questa parte non mancano di donarci la loro gioia
e felicità.
La giornata è iniziata con il saluto e
la benedizione del parroco, don Claudio Macchitella, che ha invitato i ragazzi a divertirsi affidando la giornata
alla grazia di Dio.
Il presidente del comitato provinciale CSI, Francesco Maizza, ha dato poi
il via alla festa, che ha visto coinvolti
circa 100 ragazzi dai 6 ai 14 anni, che
hanno potuto divertirsi attraverso i
vari stand offerti dal CSI Brindisi.
Tra pallavolo, calcetto e calcio-tennis, i ragazzi hanno dato sfogo alla
loro gioia.
Momento che ha suscitato maggiore
attenzione e felicità è stato quello dei
balli di gruppo e del divertentismo,
dove piccoli e non solo, hanno danzato accompagnati e seguiti dall’equipe
del CSI e da ragazze che ci hanno aiu-
tato in questa festa.
Un ringraziamento particolare per questa giornata
va a tutte le catechiste e
volontarie della parrocchia.
Un grazie anche a don
Claudio, grande fautore di
questa festa che è diventata ormai tappa fissa nel calendario della parrocchia e
del comitato CSI.
Infine, un ringraziamento
non può mancare per tutta
l’equipe del CSI di Brindisi,
che come ogni anno trovano sempre
il modo di esserci e di offrire la loro
disponibilità per la buona riuscita
della festa.
Il sorriso e la gioia dei ragazzi non
può che essere per noi uno stimolo
per riproporre nel corso degli anni
questo magnifico evento.
Paolo Colucci
punta sull’esperienza maturata in passato e sulle esigenze
dei ragazzi, veri protagonisti delle nostre manifestazioni.
Agnese Poci
al via il Progetto
Estate in Parrocchia
I
l Comitato CSI di Brindisi mette in cantiere il
nuovo progetto formativo
“Estate in Parrocchia”. Il
progetto questa volta parte dalla formazione dei volontari che vorranno diventare educatori/animatori
dei centri estivi. Infatti, sia
pur avvicinandoci sempre
più al cuore dell’inverno, il
CSI Brindisi comincia a programmare l’estate nelle nostre Parrocchie, ovvero preparare in modo adeguato un
gruppo di giovani/adulti a pensare, programmare e realizzare i centri estivi presso le nostre parrocchie. Questa
sarà la novità del programma formativo del Comitato
che vedrà a breve giro di posta la partenza dei tradizionali corsi formativi per le figure necessarie al funzionamento dell’intero comitato, ovvero arbitri, giustizia
sportiva, educatori allenatori. Sarà ripresentato il corso
per dirigenti ed amministratori di società sportive, necessario affinché i già dirigenti e i nuovi si dotino degli
strumenti basilari per meglio navigare nei dedali normativi che ormai attanagliano la gestione delle società
sportive e l’attività sportiva anche di base.
Per ulteriori informazioni contattare il Comitato CSI
BRINDISI (0831/774891 – [email protected]).
Santi giovani per giovani santi 2
a cura di Mons. Rocco Talucci
La storia e la vita santa di:
Antonietta Meo, Carla Ronci, Maria Marchetta,
Maria Orsola Bussone, Maria Letizia Galeazzi,
Mirella Solidoro, Lorena D’Alessandro, Santa Scorese,
Antonella Moro, Chiara Badano, Teresa Lapenna,
Antonio Legrottaglie, Lorenzo Sanna,
Tiziana Semerano, Matteo Farina, Carlo Acutis
La prenotazione dei libretti (costo 1 euro cadauno) può essere effettuata presso:
Curia Arcivescovile di Brindisi, Piazza Duomo 12, Tel. 0831/523053
Libreria Paoline di Brindisi, V.le Commenda 182/184 ,Tel. 0831/430509
Redazione “Fermento” a Brindisi, Piazza Duomo 12, Tel. 340/2684464
15 dicembre 2011
Accadde nel....
CATTOLICI E LEGGE DELLE GUARENTIGIE
I
l 13 maggio del 1871 il Parlamento italiano approvò la legge n. 274, meglio
nota come “legge delle guarentigie”. Nel
1851 già era stato stipulato il concordato
tra Papa e Spagna, che consentì al papato
ritornò nel possesso dei due terzi dei beni
già espropriati ed il cattolicesimo divenne
la sola religione ammessa in Spagna e nelle sue colonie. In Francia poi Napoleone
III (1851-1871) ristabilì il potere imperiale e difese la religione cattolica, firmando
un concordato con il Papa che garantiva
ai vescovi l’ingresso in Senato, le necessità
finanziarie della Chiesa furono messe a carico del bilancio statale e le nomine dei vescovi erano concordate. A Vienna la chiesa
ottenne la fine della legislazione unilaterale dello Stato in materia religiosa, il governo fece un concordato con il Papa e la
religione entrò nell’educazione scolastica.
Roma era ormai capitale del Regno d’Italia,
e lo Stato, di fronte alla dura reazione di Pio
IX avverso alla breccia di Porta Pia, tentò
di normalizzare unilateralmente il rapporto con la Santa Sede. La legge, 20 articoli in
totale, garantiva al pontefice, già all’articolo dell’inviolabilità della persona e il conferimento degli onori sovrani (veniva dunque equiparato ai capi di Stato stranieri),
la possibilità di mantenere guardie armate
al proprio servizio, il possesso dei “sacri
palazzi” (Vaticano, Laterano, villa di Castel Gandolfo nonché relative pertinenze),
cui si garantiva l’extraterritorialità, libertà
di comunicazioni postali e telegrafiche.
All’articolo 4 la legge stabiliva una dotazione annua, a vantaggio della Curia romana,
di 3.225.000 lire, la medesima cifra che,
nell’ultimo bilancio dello Stato pontificio,
era stata iscritta sotto il titolo “Sacri palazzi
apostolici, Sacro collegio, Congregazioni
ecclesiastiche, Segreteria di Stato ed Ordine diplomatico all’estero”. In sostanza, lo
Stato italiano si impegnava a farsi carico
delle spese di mantenimento della corte
papale, ora che venivano a mancare, per i
pontefici, gli introiti derivanti dal possesso
di uno Stato autonomo. Infine la legge si
prefiggeva di regolare i rapporti tra lo Stato
e la Chiesa. Ai membri di questa, lo Stato
garantiva la massima libertà di esercizio
del culto, di riunione, di movimento e di
testimonianza all’interno del Regno d’Italia. Il placet e l’exequatur (privilegi regi)
però venivano aboliti. I vescovi, peraltro,
non erano tenuti al giuramento di fedeltà
al re. Nonostante le molteplici aperture e
concessioni operate dallo Stato, la Chiesa oppose un rifiuto sdegnato della legge
(che, a parere del pontefice, garantiva solo
“futili privilegi e immunità”). Nella realtà
la sinistra liberale, allora all’opposizione,
avrebbe voluto che la Chiesa fosse trattata come un’associazione privata, voleva la
nomina statale dei vescovi, non una libera
Chiesa in libero Stato, ma la supremazia
dello Stato verso tutte le religioni, erano
contro indennizzi e assegni annui al Papa.
Prevalse la via di mezzo della Legge delle
guarentigie, che definì le prerogative del
Pontefice: il Papa aveva diritto ad essere
trattato come un sovrano straniero e non
era responsabile davanti alla giurisdizione
penale italiana, poteva ricevere diplomatici accreditati, disporre di una guardia, di
telegrafo e di corrieri diplomatici; lo Stato
rinunciava al controllo sulla Chiesa, alla
nomina dei vescovi e al loro giuramento di
fedeltà. La Legge delle guarentigie rimase
23
HUMANAE SALUTIS (1961) DONO DI NATALE
H
in vigore per 58 anni, fino al Concordato
del 1929 con Mussolini: al Vaticano fu riconosciuta l’extraterritorialità e una rendita
annua, il Papa si proclamava prigioniero e, per protesta, si chiuse entro le mura
vaticane; Pio IX (1846-1878) era contro le
dottrine moderne e con il non expedit, rimasto in vigore fino al 1904, impedì ai cattolici di partecipare alle elezioni. La Legge
delle guarentigie del 13 maggio 1871 ebbe
risonanza mondiale. Il Papa, senza sovranità territoriale, era dichiarato esente dalla
giurisdizione penale italiana, si punivano
attentati e ingiurie al Pontefice, con garanzie al corpo diplomatico accreditato presso
la Santa Sede; i cardinali potevano partecipare ai conclavi, gli stranieri titolari d’uffici
ecclesiastici a Roma non potevano essere
espulsi, il papa però rinunciò alla dotazione annua. La Legge delle guarentigie del
1871 riconosceva al Papa il diritto a nominare i vescovi in tutta Italia e non solo nel
territorio dell’ex stato pontificio, questo diritto era stato sempre conteso dai principi,
i vescovi non dovevano giurare fedeltà al
re, lo Stato riconosceva al Papa sovranità e
indipendenza in campo internazionale. La
Chiesa respinse il risarcimento, ma accettò
la congrua per i preti, introdotta la prima
volta nel Concilio di Trento (1545-1563),
la cui misura fu ritoccata negli anni dallo
Stato italiano, a richiesta dei papi; in più
lo Stato rinunciava al controllo sulle leggi
ecclesiastiche e sugli atti delle autorità ecclesiastiche ed all’assenso governativo per
i concili. Il terreno era già stato tastato con
forza dal concordato del 1741 tra la Santa Sede e il Regno di Napoli. La biblioteca
pubblica arcivescovile “A. De Leo conserva
una preziosissima raccolta fatta dal Nicola
Fraggianni che fu il Segretario della questione, che offre numerosissimi inediti che
chiariscono tutta la fase preparatoria e le
conclusioni di quel famoso concordato.
Katiuscia Di Rocco
ubert Jedin, uno dei più accorti studiosi delle vicende storiche
della Chiesa, offrendo la «ricostruzione di un evento epocale per la Chiesa
e il mondo», non ha avuto dubbi, quando
ha ripercorso le fasi attraverso cui Giovanni XXIII annunciò il Concilio Ecumenico
Vaticano II e quindi già si procedeva alla
sua preparazione: «Più presto di quanto ci
si aspettasse – ha scritto – il 25 dicembre
1961, con la costituzione Humanae salutis,
il concilio fu convocato a Roma per l’anno
seguente».
Sulla solennità del documento, non c’è
dubbio: il papa che, come capo della Chiesa, promulgava quell’atto, scelse la forma
di documento particolarmente importante
perché da servo dei servi di Dio la emanava «ad perpetuam rei memoriam». E dunque, papa Giovanni partì premettendo
considerazioni che alcuni commentatori
definirono «dolorose». Egli iniziò col notare che la comunità umana aspirava ad
un «totale rinnovamento», ma il progresso non aveva avuto «nei beni dell’animo…
pari passo come nei beni materiali», tanto
che si ricercavano con negligenza «i valori che non vengono mai meno» (3). Ma il
pontefice nutriva motivi di fiducia. Bisognava, su invito del Cristo, «interpretare
“i segni dei tempi” (Mt 6,3)» e scorgervi
«auspici di un’epoca migliore per la Chiesa e per l’umanità», la quale ultima avendo
sperimentati gli orrori di cui era stata capace, sembrava essere più disponibile «a
tenere conto delle indicazioni della Chiesa» (4). E questa, secondo il papa, con «vigile attenzione» aveva seguito il cammino
dell’uomo; aveva contrastato «le ideologie
di coloro che riconducono tutto a materia»; aveva trovato in sé, nei suoi pastori e
nell’«azione di laici che si sono resi sempre
più consapevoli della responsabilità loro
affidata nella Chiesa», la vitalità necessaria per stare nel mondo, per resistere alle
«persecuzioni di ogni genere per l’irriducibile costanza nella fede cattolica», tanto
che agli occhi del Papa Buono si palesava
una Chiesa «dotata… di una più robusta
compattezza nell’unità; potenziata dal
supporto di una più feconda dottrina, più
bellamente fulgida per splendore di santità, sicchè essa appare – diceva il Papa – del
tutto pronta a combattere le sante battaglie
della fede» (5).
Il Papa, insomma, notava da un lato
«un’estrema povertà di valori dell’animo
e dall’altra la Chiesa di Cristo fiorente per
rigoglio di vitalità» e assumeva un dovere:
«fare in modo che la Chiesa si dimostrasse sempre più idonea a risolvere i problemi degli uomini contemporanei». Da qui
la conclusione che erano «ormai maturi i
tempi per offrire alla Chiesa cattolica e a
tutta la comunità umana un nuovo Concilio Ecumenico che continuasse la serie
dei venti grandi Concili, che hanno ottimamente contribuito nel corso dei secoli
all’incremento della grazia celeste negli
animi dei fedeli e al progresso del cristianesimo» (6).
La chiesa doveva dimostrare, cioè, la sua
«perpetua giovinezza» consapevole di essere «sempre presente negli eventi umani», «restando sempre la stessa conforme a
quella immagine a cui volle fosse configurata il suo divino Sposo, cioè Cristo Gesù,
che l’ama e la protegge» (7).
Il tema fondante era dunque cercare
«punti della dottrina» ed «esempi di fraterna carità» dai quali i cristiani separati fossero spinti verso l’unità (8), mentre all’intera comunità umana il Concilio doveva
offrire «l’opportunità di «avviare pensieri e
propositi di pace» (9).
E papa Giovanni prospettava il programma di lavoro: «Tutto ciò tocca le Divine
Scritture, la sacra Tradizione, i sacramenti e le preghiere della Chiesa, la disciplina
morale, le opere con cui viene esercitata la
carità e si provvede ai poveri, l’apostolato
dei laici, le iniziative missionarie» (10) e
proseguendo nelle riflessioni convocava
«per il prossimo anno 1962 il Sacro Concilio Ecumenico ed universale Vaticano II»
(19), invitano ogni fedele e tutto il popolo
cristiano non solo ad avere «ogni attenzione al Concilio», ma a rivolgere «a Dio Onnipotente fervide preghiere» (20).
La Humanae salutis «fu il suo regalo
per il Natale del 1961 e la sua prefazione
al Vaticano», ha sostenuto Marco Roncalli, considerando quella costituzione
«un testo sereno», un momento rilevante dell’intero svolgersi del Concilio e del
pontificato giovanneo, riscontrandovi
«l’espressione-chiave “segni dei tempi”»,
«usata dallo stesso Roncalli già all’alba del
secolo, poi tornata più volte», per essere
«cruciale per anni nella discussione teologica cattolica» e «ripresa dal Concilio in alcuni suoi documenti finali». Essa ci introduce in una serie di riflessioni sul Concilio
a quasi mezzo secolo dal suo svolgersi; ci
porta a considerare come possa declinarsi
quell’«adesione», « che continuasse la serie dei venti grandi Concili, che hanno ottimamente contribuito nel corso dei secoli
all’incremento della grazia celeste negli
animi dei fedeli e al progresso del cristianesimo», come voleva papa Giovanni; ci
guida ad un approccio sereno ed aperto
all’evento considerando che «l’interpretazione delle novità insegnate dal Vaticano II
– ha scritto in questi giorni Fernando Ocárez sull’Osservatore Romano – deve perciò
respingere, come disse Benedetto XVI, l’ermeneutica della discontinuità rispetto alla
tradizione, mentre deve affermare l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento
nella continuità».
(a. scon.)
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Numero_11 dicembre_2011 - Arcidiocesi di Brindisi