Gabiano e dintorni
Il mensile dal Nost Munfrà
G&d
Luglio - Agosto 2013
Foto di Enzo Gino
Am vis d’na vira
di Enzo Gino
L’Amarcord
estivo di un
Monferrino
Anche questa prima parte dell’anno se
n’è andata, nel pieno dell’estate chi
può si dedica ad un meritato riposo.
Lo farò anch’io, anche se salvo qualche evasione di pochi giorni, la maggior parte delle ferie le passerò… a
casa mia.
In verità quando sono a casa mia, fra
queste colline, con la famiglia, il mio
Setter irlandese Cris e il mio gatto
Mignin (nome della più classica tradizione Monferrina) sto come un
“puciu”. Per chi come me, per lavoro
si fa ogni giorno Gabiano-Torino e
ritorno (oltre 140 km), tagliare un po’
d’erba, pulire la rete della mia piccola
proprietà dall’assalto dei “brut” o farsi
una grigliata sotto il Caco con la famiglia e gli amici nel giardino è un piacere impagabile.
Come impagabile è la vista delle colline dalle finestre di casa mia.
Sembrerà strano ma è da quando ero
bimbo (tanto, tanto, tanto, tempo fa)
che vedo quel paesaggio che non riesce a stancarmi. Crea sullo sfondo, la
chiesetta ottagonale di Pozzengo e
quella di San Bononio di cui odo anche
il rintocco delle ore del campanile,
quelle case di fronte, sono a Luvara di
Mombello. Una volta vedevo tante
coltivazioni, erba medica, piante di
frutta: pesche in particolare, Salvia
Sclarea usata per gli spumanti e qualche bosco, qua e là. Oggi invece è
tutto un bosco. Ricordo il canto del
gallo e il chiocciare delle galline della
corte adiacente casa mia dove vivevano Elda e Restino. Ricordo gli storni
che davano l’assalto alle piante di fichi
ed io nascosto nei dintorni con il
“flobert” che tendevo loro gli agguati,
salvo dispiacermi sino a piangere
quando ne catturavo qualcuno ferito e
lo vedevo morire fra le mie mani.
Ricordo le sere d’estate dopo cena
seduto coi nonni davanti a casa a parlare, ricordo i giochi, le filastrocche:
Sun la crava dal gambarè
sensa corni e sensa pè,
con in corni uis uis uis
s’è tven-i a nan t-an fris!
Ricordo il faro di Crea là in fondo, che
compariva e scompariva, compariva e
scompariva… e fra una luce e l’altra
2
potevi recitare giusto un’Ave Maria.
Ricordo quando con nonno all’imbrunire si andava a Po a “tendi ji anguili ”,
in lotta con le zanzare che in pochi
minuti coprivano il dorso delle mani
come una fitta peluria, tante ce n’erano; poi lanciavi nelle scure acque del
grande fiume quei lunghi cavi con due
mattoni alle estremità e con 10, 15,
20 lenze attaccate.
E la mattina alle prime luci dell’alba
dopo una notte insonne per paura che
partissero senza di me, ritornare a
raccoglierle; con un gancio artigianale
ripescarle e mentre le tiravi fuori vedere che attaccata a qualcuna di quelle lenze si contorcevano lunghe anguille. Ricordo il vino messo al fresco
calandolo nell’acqua del pozzo, ricordo
Diana, Ras, Brill, i cani da caccia del
nonno.
Ricordo i “friciulin vert” con “l’erba dSan pet” la cicoria “tajaja fin-a fin-a”
con l’aj e l’anciua , ricordo la Soma
d’aj mangiata con l’avgnenga.
Ricordo quando il Silvano portava il
grano nel fienile e dopo qualche giorno veniva la trebbiatrice a batterlo tra
polvere e rumore con tanta gente che
aiutava. Ricordo le persone che non ci
sono più, i loro racconti, le loro
espressioni, le persone di cui loro, a
loro volta parlavano, e che già allora
non c’erano più.
In certi momenti, guardando quel
paesaggio, mi mancano ancora adesso
che è passata una vita. Tra qualche
giorno mio zio Renato di 92 anni verrà
ad abitare con noi, è un “pezzo”, uno
degli ultimi pezzi di quel mondo, anche se è vissuto altrove per una vita,
è un mondo che anche lui ha conosciuto, ha condiviso e, prima ancora di
me, ha vissuto.
Spero di poter passare ancora tanti
anni a ricordare a parlare a rivivere
quel mondo con lui, in attesa che il
cerchio magico delle nostre vite si
sciolga trasformandole in ricordi
(speriamo) piacevoli, emozionanti per
coloro che ci hanno conosciuto, così
come tutto ciò che ho visto, sentito,
conosciuto, qui, nella mia casa, fra le
mie colline hanno saputo dare piacere
ed emozioni a me.
Intervista al sindaco
Il difficile
“mestiere” del
sindaco:
340 abitanti,
per lo più
anziani,
quasi trenta
chilometri di
strade
Comunali con
un cantoniere
part-time e…
un territorio
incontaminato
Paolo Monchietto
Sindaco di Villamiroglio
Continua l’inchiesta sui piccoli
comuni con l’intervista ai loro
sindaci. Dopo Gabiano e Odalengo Piccolo è la volta di Villamiroglio con il suo sindaco
Paolo Monchietto. Ecco cosa ci
ha raccontato.
Non facile fare il sindaco a Villamiroglio come in tutti i piccoli Comuni
del Monferrato. Rispetto alla grande città il sindaco qui è conosciuto
da tutte le persone, e deve dimostrare molta sensibilità rispetto ai
problemi dei compaesani.
Si deve cercare di risolvere i problemi dai più piccoli ai più grandi.
Fra i maggiori problemi affrontati
nei primi anni di mandato vi sono
state le conseguenze delle avversità atmosferiche, con problemi di
frane lungo le strade, 7-8 strade
comunali erano infatti disastrate.
Nella passata legislatura Monchietto ha fatto l’assessore “ma fare il
sindaco è tutta un’altra cosa, si
deve entrare nel vivo dei problemi,
la gente si aspetta delle risposte e
l’amministrazione deve dare dei
risultati.”
“Tante volte sei costretto a fare i
lavori ancora prima che siano arrivati i fondi o avere messo a bilancio le spese, la strada la devi liberare, devi trovare una soluzione.”
Nel comune di Villamiroglio infatti il
grande problema sono le strade,
“basta pensare che il nostro piccolo
comune ha quasi trenta chilometri
di strade comunali da gestire, con
un cantoniere che dispone di 6 ore
al giorno.”
Il comune aveva una
dipendente che faceva i servizi comunali
a tempo pieno e che
in questo periodo è in
mobilità per problemi
famigliari, un cantoniere che gestiva le
strade e faceva il part
-time, 24 ore mensili
e poi un geometra
che gestisce l’ufficio
tecnico ed è dipen-
dente del comune.
Villamiroglio oggi ha circa 340 residenti ed anche questo comune è
coinvolto nel processo di aggregazione delle unioni collinari (prima
era Comunità Collinare valle Cerrina e adesso Unione Collinare Valle
Cerrina) con altri 8 Comuni:
Cerrina capofila, Gabiano, Mombello Monferrato, Serralunga di Crea,
Odalengo Grande, Ponzano Monferrato, Cereseto, Moncestino. In
tutta l’Unione gli abitanti arrivano a
circa 5400, così si spera di poter
avere più forza con la Regione,
magari portando a casa qualche
contributo. Sono già stati uniti tre
servizi fondamentali, come d’obbligo, entro quest’anno: protezione
civile, vigili urbani e catasto, entro
il 2014 dovranno essere unificati
anche tutti gli altri servizi.
L’economia di Villamiroglio è basata
sull’agricoltura per circa l’80%, anche se in questo settore l’età avanzata porta al pensionamento di
molti agricoltori che comunque
continuano a coltivare soprattutto
ortaggi e qualche vigneto.
Al Mercato della Piagera c’è poi
l’opportunità di vendere i prodotti
agricoli.
Vi sono ancora 4 o 5 produttori
agricoli che vendono i loro prodotti
nei diversi mercati della zona arrivando sino a Crescentino e Chivasso. Grazie a un paio di agricoltori
che coltivano il fieno d’estate e
d’inverno curano i boschi riusciamo
a mantenere in ordine il territorio
tenendo sotto controllo dalle invadenti le aree abbandonate. La
maggior parte della popolazione è
anziana, sopra i 70 anni e quindi
pensionati.
Per quanto riguarda Paolo Monchietto questo è il primo mandato
da Sindaco, la passata legislatura
era assessore ma è da 24 anni che
è in comune.
In passato il Consiglio si riuniva
nella sede “alta” dove è stato mantenuto l’archivio storico, mentre da
alcuni anni gli uffici sono stati tra-
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sferiti nella attuale sede che in
passato era destinata a scuola elementare, risalente agli anni ’70.
Una scelta dettata dalla necessità di
favorire l’utenza, infatti la nuova
sede oltre ad esser più centrale
rispetto all’abitato è anche adiacente ad una piazza per parcheggiare,
anche per coloro che hanno problemi di mobilità, il comune è stato
realizzato nel rispetto delle norme
sulle barriere architettoniche (n.d.r.
ed è l’unico per quanto abbiamo
visto sin’ora).
Domandiamo: ma perché “da fuori” la gente dovrebbe venire a Villamoroglio? “Perché è un territorio
ricco di strade campestri ideali per
trekking a piedi, in mountain bike o
a cavallo; stiamo procedendo alla
segnalazione di questi percorsi.
Quest’anno è stato il turno di quello
di Vallegioliti con le indicazioni,
classificazioni, e corredato di carte
stradali segnalate e descritte con
l’indicazione di cappellette, chiese e
punti che hanno segnato la storia di
questo territorio con eventi come la
resistenza partigiana, o altri fatti
storici. Per la festa patronale di San
Filippo e Michele a fine settembre
verrà inaugurato una altro sentiero
segnalato e classificato. La cartografia verrà trasmessa al Camminamonferrato che provvederà a inserirla nei suoi circuiti di informazione. Per chi poi volesse fermarsi più
giorni, attualmente è presente sul
comune di Villamiroglio un agriturismo che è l’azienda biologica di
Cassina Davide nota come Molino
del Conte. E’ una azienda che produce confetture alimentari biologiche che vende in Italia ed anche
all’estero. In passato c’era anche
un altro agriturismo noto come L’ultima cascina del borgo – e che
si trova a case Curto, che ha chiuso
qualche tempo fa ma che presto
verrà riaperta perché è stata acquistata da due giovani famiglie di
persone provenienti da Torino formate da 5 e 4 unità. Una di questa
arriverà a settembre ed ha già
iscritto i bambini a scuola e l’altra la
prossima primavera. C’è poi l’azien-
da vitivinicola di Giolito Arnaldo ed
una produttrice di miele squisito:
Balzola Annamaria. Per il futuro il
sindaco ha anche in mente di recuperare ciò che resta del vecchio
castello dei Miroglio, situato fra
Varengo e Villamiroglio nella zona
chiamata Bric Mireu. Nel 1400 sorgeva il castello che fu incendiato.
Nella passata amministrazione ed
anche lo scorso anno era stata
ripulita l’area e da lì si facevano
passare le passeggiate. Si vuole
farne un punto storico ben segnalato per consentire alla gente di
poterlo visitare. Oggi ci sono ancora i resti delle vecchie mura fra cui
quella che regge il piazzale principale dove una volta pulito si possono anche tenere manifestazioni.
Inoltre a Vallegioliti nel piazzale
davanti alla chiesa dove a maggio
si tiene la Sagra dei Pois, si intende creare una zona pic-nic dove la
gente il sabato o la domenica può
passare una giornata con i bambini. Una zona corredata anche da
servizi bagno.
I Biscotti Del Lagaccio o Della Salute
a cura di Damiano Gasparetto
Cari amici ben ritrovati, è passato
un po’ di tempo da quando ho
scritto per questa rubrica, mi scuso
con tutti quanti per avervi lasciati
senza nemmeno un avviso, ma un
susseguirsi di eventi mi ha completamente assorbito.
Eccomi comunque nuovamente tra
voi, per parlarvi delle tante bontà
dei nostri territori cercando anche
di spiegarvi come sono nate tali
prelibatezze. Questa volta ho scelto
di parlarvi del più tipico biscotto
genovese, quello del Lagaccio, co-
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nosciuto anche nell’ovadese come
Biscotto della salute.
Dovete sapere che i biscotti del
lagaccio, prodotto tipico dell’omonimo quartiere genovese, nacque
sulle rive dell’omonimo lago artificiale situato tra i colli di Oregina e
Granarolo nella seconda metà del
1600. Ma andiamo con ordine; prima di tutto va detto che questa
diga artificiale venne fatta costruire
dal celebre ammiraglio genovese
Andrea Doria con lo scopo primario
di creare giochi d’acqua nel giardino della sottostante
villa di sua proprietà.
Naturalmente gli abitanti del luogo nonostante
traessero anch’essi beneficio dall’opera non la
videro di buon occhio,
ecco dunque perché il
lago assunse ben presto
il nome di “lagaccio”.
Sebbene l’opera fu voluta quasi per capriccio
da uno dei
più potenti person a g g i
dell’epoca
estese
ben presto i suoi
benefici
anche agli
abitanti
della zona
e nel 1652 per volere della repubblica nacque una fabbrica di polveri
da sparo, che necessitavano per
esser lavorate di grossi quantitativi
d’acqua.
Certo vi starete chiedendo : “cosa
centra tutto questo con i biscotti? “
dovete sapere che di lì a poco, a
quello stabilimento se ne affiancò
un altro, questa volta alimentare
che produceva gallette per lo più
ad uso militare. Il biscotto prodotto
era leggero, friabile e di facile conservazione e ben presto prese il
Un
genovese
noto
anche da
noi
nome di “biscotto del lagaccio”.
In origine si trattava semplicemente di fette di pane biscottate; così
trattate per la conservazione in
barca, divenne ben presto un vero
e proprio biscotto amato e apprezzato in tutta Genova e nelle zone
limitrofe, dove ancora oggi viene
prodotto e commercializzato.
Ad oggi, almeno da queste parti è
uno dei prodotti migliori per la prima colazione, vediamo come prepararli in casa:
Ingredienti per 8 persone:
500 g di farina 00,
200 g di zucchero,
140 g di burro a temperatura ambiente,
25 g di lievito di birra,
15 g di semi di finocchio,
un pizzico di sale
Procedimento:
Con circa 150 g di farina formate
una fontana sulla spianatoia ed al
centro versate lo lievito disciolto in
acqua tiepida, impastate fino ad
ottenere un composto morbido ed
omogeneo e lasciate lievitare in
luogo riparato e coperto con un
panno umido fino a che non raddoppierà di volume.
Disporre dunque la restante farina
a fontana, sbriciolarvi all’interno il
burro ammorbidito, i semi di finocchio ed il panetto lievitato. Impastate poi fino ad amalgamare per
bene il tutto e rimettete a lievitare
nuovamente fino a che non raddoppierà di volume.
Lavorate dunque nuovamente la
pasta, dividetela in 4 parti e formate con esse 4 cilindri, disponeteli
ben distanziati su di una placca con
carta da forno e lasciate nuovamente lievitare; quindi infornate a
180° a forno preriscaldato per una
ventina di minuti.
Lasciate dunque raffreddare completamente e suddivideteli in fettine
spesse all’incirca un dito, rimetteteli
dunque sulla placca e tostateli in
forno già caldo a 160° per 10 minuti per lato.
Naturalmente col tempo sono nate
alcune varianti, nel caso doveste
trovare ricette che contengono del
liquore all’anice sappiate che questa
è la particolarità che contraddistingue il biscotto della salute di Ovada
Come al solito vi saluto e vi dò appuntamento al prossimo mese,
qualora aveste dubbi su quanto
scritto o problemi di altro genere in
cucina non esitate a scrivermi.
Un torta di nocciole un po’ particolare...
Abbiamo già parlato della Torta di
Nocciole tipica della nostra terra,
ora ne riproponiamo un’altra versione che ci è stata suggerita dalla
sig.ra Anna Garimanno della Piagera di Gabiano che a sua volta la
avuta da una ultranovantenne di
nome Alda in quel di Verrua Savoia. Con l’occasione invitiamo tutte le signore (e i signori) che negli
anni hanno appreso un modo personale di cucinare le ricette Monferrine di scriverci. E’ anche questo
un modo per far conoscere le nostre tradizioni in cucina con le trasformazioni e i miglioramenti suggeriti dall’esperienza, dai tempi e
dai gusti d’oggi. Non sarebbe poi
male in qualcuna delle tante feste
che si organizzano, specie d’estate,
prevedere una sorta di festa con la
preparazione della torta (o altro
piatto monferrino) davanti a tutti.
Anna ci racconta che la signora di
Verrua pur avendo spiegato la ricetta a tante amiche, afferma che
nessuna, secondo lei, è riuscita
preparala come si doveva. Da parte nostra abbiamo assaggiata quella preparata da Anna e ci è parsa
veramente buona, tanto da richie-
derne la ricetta per proporla ai nostri lettori.
Partiamo dagli ingredienti:
250 gr. di nocciole tostate e tritate,
200 gr. di zucchero, 200 gr. di burro che da almeno tre ore deve essere stato tolto dal frigo, 1 uovo
intero, 1 rosso d’uovo e 350 gr. di
farina. Quindi la buccia di un limone grattugiata, sale quanto basta,
mezza bustina di lievito, 1 vasetto
di marmellata rigorosamente di
fragole.
Passiamo alla preparazione:
Amalgamare burro, zucchero, uova
sale, nocciole e da ultimo la farina
con il lievito. Dividere poi la pasta
ottenuta a metà. Una parte stendetela in una teglia del diametro di 30
cm. Ora coprite questo disco d’impasto con la marmellata.
A parte, sopra un foglio di carta da
forno, stendete l’altra metà dell’impasto, spianatela come avete fatto
con la metà precedente, quindi,
delicatamente giratela sopra la
marmellata in modo da formare
una specie di sandwich con la pasta
ed in mezzo la marmellata.
Mettete tutto in forno a 160°C per
15-20 minuti e la delizia è pronta.
5
Imprese, territorio e... committenti
Aziende,
imprenditori,
professionisti,
artigiani
seri e puntuali che
sanno svolgere bene
ed in maniera
professionale
il loro lavoro
sono una
condizione
essenziale per
valorizzare il
territorio
6
Un territorio non è fatto solo di ambiente, bellezze naturali, enogastronomia, storia, cultura, ma anche di
imprese serie e affidabili, che sanno
svolgere bene ed in maniera professionale il loro lavoro, senza approfittarne oltre il lecito, magari perché si
trovano di fronte persone non pratiche nelle complesse materie in cui
invece gli imprenditori operano da
anni.
Ed eccoci qui a descrivere di situazioni negative presenti, in varia misura, un po’ in tutto lo Stivale, e talvolta anche da noi e come non bisogna fare. Crediamo che raccontarlo
può servire ai nostri lettori affinché
siano informati (se già non lo sono)
dei problemi e delle difficoltà che si
possono incontrare se non ci si affida a professionisti validi e seri.
Ed anche segnalare quanto il ben
operare sia condizione essenziale
per favorire oltre che i residente di
vecchia data anche l’insediamento di
coloro che decidono di venire a vivere fra le nostre colline, valorizzando
inoltre le tante aziende serie che
operano con coscienza.
Non vi è infatti niente di più negativo per l’immagine di un territorio,
come talvolta capita per alcune province del sud, che la nomea di avere
attività e servizi scadenti e poco affidabili (sia pubblici che privati) che
richiederebbero maggiore attenzione
da parte di tutti.
A complicare i rapporti intervengono
anche leggi poco chiare adatte più
agli Azzeccagarbugli che ai
cittadini onesti e istituzioni
preposte a tutelare gli abusi
non propriamente efficienti.
Per meglio evidenziare quali
difficoltà si possono incontrare partiamo
da una
esempio, che non ha alcun
riferimento a casi specifici,
ma rappresenta astrattamente una serie di comportamenti da evitare.
Tenteremo di dare qualche
risposta utile, anche se non
ortodossa, per prevenire
imprevisti e situazioni spia-
cevoli, evidenziando come una collettività coesa e con forte senso comunitario può essere di grande aiuto
a tutti.
Immaginate un padre di famiglia che
voglia trasferirsi dalla città nelle nostre colline; acquista una vecchia
casetta, una delle tante in vendita,
per ristrutturala e per farne la sua
residenza o avviare una piccola attività. Si fa fare un progettino, ottiene tutte le autorizzazioni e quindi
sulla base di qualche preventivo dà
poi l’incarico ad una impresa di eseguire i lavori.
Al giorno concordato viene impiantato il cantiere e iniziano i lavori.
Ma passato qualche giorno il nostro
committente si accorge che qualcosa
non va: i lavori cominciano a rallentare, vengono fatti malamente, svogliatamente, le maestranze lavorano
un giorno e non si vedono per settimane. Anche le attrezzature impiegate non sono quelle necessarie,
invece di usare la betoniera, si impasta con la pala, invece di ponteggi
si usano scale; scalpello a mano o
piccone dove sarebbe richiesto invece il percussore o il flessibile assai
più veloci e precisi, ecc… e l’impresario non si vede più.
Ovviamente il committente lo cerca
subito per informarlo che le cose
non vanno bene, ma questi non risponde al cellulare, non si fa sentire,
non richiama.
Il tempo passa, parliamo di mesi, e
il cantiere langue, il nostro amico
comincia a stancarsi della situazione,
vorrebbe mandare via l’impresa ma
non può, perché, gli vien detto, la
stessa dovrebbe firmare un foglio
che autorizzi un'altra impresa a subentrare nel cantiere, ed ovviamente non lo fa… a meno che… non si
paghi il dovuto… più il disagio per
l’interruzione dei lavori, i sovracosti
per le minori opere eseguite, ecc.
ecc.
Poi ci sono talune voci non comprese nel preventivo che il nostro padre
di famiglia credeva marginali, ma
alla fine costano quanto o più delle
restanti opere, perché sono conteg-
giate a ore, e in cantiere, si sa, non
c’è mica la bollatrice.
Così comincia a capire perché l’impresa usava la pala per impastare
invece della betoniera, e tutto il resto, e capisce anche perché il preventivo presentato era più basso di
quello di altre ditte. E scopre anche
che non è sempre facile trovare
un’altra impresa che accetti di subentrare in un cantiere iniziato da
altri.
In pratica, la cattiva impresa, vuol
essere pagata non per aver svolto le
opere ed averle svolte secondo le
regole dell’arte, ma per… andarsene.
Non solo il cantiere è stato fermo
per mesi con tutti i disagi del caso
per il committente, non solo sono
stati eseguiti lavori malamente, ma
se vuole “liberare” la proprietà da
quell’ingombrante, trasandato quanto inutile (per lui) cantiere, e soprattutto da quell’impresa, deve pagare
un multiplo di quello che era il preventivo.
Naturalmente, a mero scopo didattico, qui abbiamo rappresentato un
situazione particolarmente sfortunata per il nostro padre di famiglia, di
solito non proprio tutto va così male.
Ma che fare in questi casi?
Non è facile perché come abbiamo
detto seguendo le procedure di legge, con tutti i limiti sopra accennati,
rischiate di spendere altri soldi senza
alcuna certezza di successo.
Ciò che invece crediamo si può, e si
dovrebbe fare, è mettere in comune
queste esperienze in modo che anche altri non abbiano le stesse disavventure; il tempo poi valorizzerà le
imprese serie e coscienziose che
sono la grande maggioranza.
Inoltre è bene non affidarsi nei preventivi solo al prezzo più basso, ma
piuttosto all’esperienza diretta di
persone di vostra fiducia che hanno
già lavorato e si sono trovate bene
con certe imprese.
Un tempo nelle comunità in cui tutti
si conoscevano, la cosiddetta reputazione era fondamentale per godere del rispetto della considerazione e
se necessario, anche dell’aiuto dei
compaesani. Una stretta di mano fra
galantuomini contava più di cento
contratti firmati davanti ad un avvocato. Oggi, in un mondo in cui le
verità legali hanno spesso niente a
che vedere con quelle reali, in cui
chi ha più denaro, chi può pagare
avvocati migliori chi può permettersi
di attendere anni, può farla franca
anche se ha avuto comportamenti a
dir poco scorretti.
L’antidoto agli atavici limiti delle nostre istituzioni può essere il ritorno ai
valori di un tempo basati sulla conoscenza diretta delle persone, su una
fitta rete di conoscenze, sulla valorizzazione dei rapporti interpersonali,
sulla fiducia nelle persone a noi vicine e che conosciamo, tutto ciò si
costruisce parlando, discutendo,
raccontando le cose belle che ci
capitano ma anche le disavventure, i
torti subiti.
Naturalmente bisogna anche saper
ascoltare chi ci parla per farne tesoro, magari diventando tramite anche
con altri amici.
Così, crediamo, si può contribuire a
costruire una comunità migliore e
magari a prevenire qualche problema o qualche ingiustizia.
In passato, prima dell’avvento della
Tv e dell’informazione di massa, le
comunità disponevano di una
“esperienza collettiva” creata passando sempre un po’ di tempo insieme a chiacchierare, magari la sera
prima di coricarsi. Gli uomini privilegiavano i bar o le pro-loco e le feste
patronali come luogo d’incontro, le
signore invece sapevano trovare
momenti d’incontro fra loro ritagliandosi piccole pause fra un lavoro e
l’altro durante la giornata, magari
andando a trovare un’amica con
qualche pretesto. Così si creava una
sorta di coscienza collettiva che univa la comunità, pur nelle sue infinite
diversità.
Fra i soggetti che possono essere
oggetto di “fregature” vi sono non
solo i cittadini ma anche le pubbliche
amministrazioni che spesso non hanno la forza legale di resistere, anche
difronte a richieste palesemente ingiuste. Hanno difficoltà perché sottomesse a una burocrazia debilitante,
perché finanziariamente disastrate,
perché gli amministratori ben difficilmente si imbarcano in cause che
può vederli coinvolti nella responsabilità e, non va trascurato, pagano
con soldi che non sono i loro… Per
non parlare dei casi in cui hanno
invece un… “interesse comune” con
le controparti.
Naturalmente vale per le amministrazioni quanto già detto per le
aziende, così come ci sono ottime e
serie imprese che sono la maggior
parte, ci sono anche ottime e serie
amministrazioni che, oltre a tutelarsi con contratti ben fatti, sanno far
valere i propri diritti e gli interessi,
che sono poi quelli della Comunità
che rappresentano. In proposito
ricordiamo che esiste un ente strumentale della Regione preposto
proprio a supportare gli Enti locali
negli appalti, che si chiama SCR
(Società di Committenza Regionale)
Piemonte.
Nella speranza che la collaborazione, buon senso e soprattutto buona
volontà possono essere la chiave
per risolvere i problemi o meglio
per prevenirli.
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noi, te e loro a far conoscere il
nostro territorio. Se vuoi collaborare, farci avere articoli, suggerimenti o proposte, contatta la redazione. Con l’occasione la Redazione
augura ai suoi lettori e amici
Buone vacanze
A risentirci a settembre.
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Poesie
Tanti sono i poeti Piemontesi che scrivono nel lingua
Piemontese, che non è un dialetto. Meno, anche se ancora numerosi, gli scrittori e poeti in lingua Monferrina.
Poi ci sono i più rari ancora, quelli che scrivono in entrambe gli idiomi. E’ il caso di Guido Cazzani da Castel
San Pietro in quel di Camino; Torinese di origine ma
Monferrino d’adozione, visto che nella sua casa ristrutturata nelle nostre ridenti colline da anni trascorre buona
parte del suo tempo. Classe 1926, per una vita dipendente alla “feroce” da sempre, sia pure a fasi alterne,
scrive poesie. Un hobby che lo ha portato a vincere più
volte il premio del Circolo Rovasenda di Casale, ed a
pubblicare le sue opere. Pubblicazione da cui abbiamo
tratto quelle che leggerete su queste pagine. Tanto ci
sono piaciute queste poesie che anche sui prossimi numeri di G&d ne scriveremo altre.
Guido Cazzani con la moglie
Peu dòp
Dopo
Ina roba sula ciam
a chi ch’ijarman,
sa sun stacc bun a famnu,
scrivì:
“a l’hava d’ijamis”
Una sola cosa chiedo
a chi resta,
se son stato capace di farmene,
scrivete:
“aveva degli amici”.
“Ija Stegli”
Le Stelle
L’é nivu, anduma bèn, s’al piov stanöcc
vöi manca andà a drömi, vöi nen sarà in öcc:
n’umbrèla vécc an man, cun dui stival an ti pé,
andanda per lümaghi, fas al gir ad Casté San Pé.
E’ nuvoloso, andiamo bene, se piove stanotte
non voglio andare a dormire, non voglio chiudere un occhio:
un ombrello vecchio in mano, con due stivali nei piedi,
andando per lumache faccio il giro di Castel San Pietro.
Vöi andà livlungh si piardi, vöi girà travers si pra,
cun la ciarr dl’acetilene vöi rujà foss e carsà;
vöi arduimi strach ch’me n’asu sü e ssü per i senté,
v-gghi nun, sènti non, e arman-i sul cun i me pensé.
Voglio andare lungo le scarpate, voglio attraversare i prati,
con la luce dell’acetilene, voglio rovistare fossi e carrarecce;
voglio ridurmi stanco come un asino su e giù per i sentieri,
vedere nessuno, sentire nulla, restare solo con i miei pensieri.
Sun pü nen mi, sun n’at, sö nen an ua chl’é Turin,
al fus-t ch’am bat dadré a l’a scravà i me sagrin.
Sun in uatu an mes d’in camp, sun ch’me, na lervra a giass,
in vol da strurn ‘nt’al cèl: sent nanca pü i me pass.
Non sono più io, sono un altro, non so dov’è Torino,
la roncola che mi batte dietro ha sfrondato le mie pene.
Sono una zolla in mezzo ad un campo, son come la lepre al covo,
un volo di storni nel cielo: sento neanche più i miei passi.
Lu sö ca sun rangià ach’me in pulot,
ad fanga ampatulà, mars ch’me in aniot,
ma mi stagh bèn achsì, l’è din ca sun puilit,
sun vöi ch’me in quà, n’hö bsogn, a l’è al me drit.
Lo so che sono conciato come un barbone,
di fango inzaccherato, fradicio come un anatroccolo,
ma io sto bene così, è dentro che sono pulito,
sono vuoto come un astuccio, ne ho bisogno, è il mio diritto.
Al mund a l’è arvirasi, l’è girasi dal cü an sü,
al cèl l’é al post dl’a tèra, per v-gglu ade uard ssü:
l’é vei, l’é pin da stegli che lüsu ch’me i giai-t,
ijen lurr ijen al lumaghi ch’iö scrubì cun al me rasp-t!
Il mondo si è rigirato, si è rivoltato all’incontrario,
il cielo è al posto della terra, per vederlo adesso guardo giù:
è vero, è pieno di stelle che brillano come lustrini,
sono loro sono le lumache che ho scoperto con il mio raschietto!.
M’an cin, ma snucc per uardà cui bei curnin
e ch’me n’tin specc ijö vist l’och ijö pü crös da din!
Slungh ina man, l’artür, pöss nen, ij lass astà
chi vagu al so destin, chi fasu la so strà.
Mi chino, mi inginocchio per guardare quei bei cornetti
e come in uno specchio ho visto quello che ho più profondo in me!.
Allungo la mano, la ritiro, non posso, le lascio stare
affinché vadano al loro destino, che facciano la loro strada.
S’fa dì, al vachi ij brogiu, ijan fam e ai türa al pecc,
adès vach a ca, sun strach, vöi quatami an t’al me lecc.
Uard al sach-t ch’lé vöi, arman much; ma no va ben,
antant lu sava ssà: “Ija Stegli as cöiu nen!”
Si fa giorno, le mucche muggiscono, hanno fame ed il petto turgido,
adesso vado a casa, sono stanco, voglio sdraiarmi nel mio letto.
Guardo il sacchetto che è rimasto vuoto, resto deluso: ma no, va bene,
intanto lo sapevo già: “le Stelle non si raccolgono!”
8
Ina sèria con ijamis
Una sera con gli mici
I me amis ijen tancc, i me amis ijen tücc
Ij’é nün ca ijeu an ghignun, ann’eu d’amis in mücc;
ma “ijamis mé” ij’en poich, ijen cui chij’en nen falì:
cun lur a stagh bèn ansèma, i me amis ij’en qui.
I miei amici sono tanti, i miei amici sono tutti,
non ce n’è nessuno che abbia in uggia, ne ho di amici un mucchio;
ma “gli amici miei” sono pochi, sono quelli che non sono fasulli:
con loro sto bene insieme, i miei amici sono qui.
Ij’é nün ca l’é al pü furb o chl’è al pü sgnurr,
ina roba ijuma ad bèl, cul poch ad bun imurr
per piassi ch’me ca suma, uardansi bèn an t’ieucc,
sensa cüntà la tara, sensa sèrca i pieucc.
Non c’è nessuno che è il più furbo o che è il più ricco,
una cos abbiamo di bello, quel poco di buon senso
per prenderci così come siamo, guardandoci negli occhi
senza calcolare la tara, senza cercare i pidocchi.
Setà tur d’ina taula cun in bun bicer d’adnan,
ijuma safà ad l’abundansa, l’è sé ina grissia ad pan
per stà ina sèria ansèma discurind an armunia,
perché la vita l’é ssa qui: stà ansèma an cumpania
Seduti intorno ad un tavolo con un buon bicchiere davanti,
non ci interessa l’abbondanza, è sufficiente un pezzo di pane
per trascorrere una sera insieme chiacchierando in armonia,
perché la vita è questa: stare insieme in compagnia.
Avèj dal fèn
Avere del fieno (in cascina)
Suquì m’an fa visà ad cula vota,
sulà m’an fa visà ad cula vira
chi j’eru andà a fà cula gira,
chi j’eru andà fa cula ribòta.
Questo mi fa ricordare quella volta
quello mi fa ricordare quell’altra volta
che eravamo andati a fare quel giro,
che eravamo andati fare bisboccia.
Sèmp pü suens ad rabata sn sì pensé,
vissi d’ij vècc, arcord chi ven-u e van;
sicume j’è sèmp pü pòch da ‘dvan,
al cünta ch’ai sija quaicòs da drè.
Sempre più spesso si casca in questi pensieri,
vizio dei vecchi, ricordi che vengono e vanno;
siccome c’è sempre più poco davanti,
Conta che ci sia qualcosa dietro.
Ssa tant l’è avèj dal fèn an s’la casin-a:
cul’erba tëndra cüi ja an gioventù
anche da sëcca l’è bèl parala ssù,
rümiandla pian pianin, asciand Catlin-a.
Già tanto è aver del fieno sulla cascina:
quell’erba tenera raccolta in gioventù
anche da secca è bella mandarla giù,
ruminandola pian pianino, aspettando Caterina (vecchiaia morte).
Antand ad loch ch’iö avì an n’ho ssa sé,
e da l’avnì a ciam né sper pü nen:
cun la scorta lugaja dal mè fèn
l’inver ch’al riva an fa nen frëcc i pé.
Intanto di quello che ho avuto ne ho già abbastanza
e dall’avvenire chiedo né spero più niente:
con la scorta accumulata del mio fieno
l’inverno che arriva non mi fa freddo ai piedi (non spaventa).
Adam
Adamo
Qua ch’la vrà vista Adam, ch’lava d’la cugnissiun,
per daje dament a la dona: murdinda an cul rusiun
ija giuntaij la casin-a an an ùa ch’lera semp d’amsun
arduinzi mendich-t a fà pu ammà al garsun.
Pensà ch’la tacà poch, l’ha fach pen-a in bucun,
ma antant l’è stacc a sé chi j’armanijsa an tal gardiun.
Pö dop a s’è pentisi, a l’ha ciamà perdun,
L’ha fin-a pruvà piansi bütansi in ginuiun;
ije staij nen da faji, a l’ava nen rasun!
Alura al Gabriel, mandà dal So Padrun,
ciapaldlu pa i’jur-ggi al l’ha sbatulu in ti fundun
an uà ch’là amprendi a starsuà e a fasi amni la sbanfun.
Adès per culpa ad cul me grand,
ch’le stacc al prüm cuiun,
mi m’an tuca travaià, pös ne andà an pensiun!
Che cosa avrà visto Adamo, che aveva del buonsenso,
per dar retta alla moglie: mordendo in quel torsolo
ci ha rimesso la cascina dov’era sempre tempo di raccolta,
riducendosi poverino a fare solo più il garzone.
Pensare che ha addentato poco, ha fatto appena un boccone,
ma è stato a sufficienza perché gli restasse sul gargarozzo.
Appena dopo si è pentito ha chiesto perdono,
ha persino provato a piangere mettendosi in ginocchio:
non c’è stato niente da fare, non aveva ragione.
Allora Gabriele, mandato dal Suo Padrone,
prendendolo per le orecchie lo ha buttato in fondo alla valle
dove ha imparato a sudare e a farsi venire il fiatone.
Adesso, per colpa di questo mio avo,
che è stato il primo babbeo,
io debbo lavorare, non posso andare in pensione!.
9
Gli Ufo in Monferrato
In tempo di crisi
anche i turisti
extraterrestri
sono i benvenuti.
L’identikit li
descrive come
ingegneri che
vivono in grandi
città marziane...
(un contadino
extraterrestre
non avrebbe mai
calpestato così
un campo di
grano...)
Sotto: Il progetto
10
Da qualche anno a partire dall’Inghilterra si è diffusa la moda dei Crop
Circles. Ossia dei cerchi nei campi di
grano. Anche nel nostro Monferrato,
a Robella d’Asti per la precisione, un
bel mattino di Luglio sono stati scoperti dei cerchi nel grano.
Articoli di giornali, discussioni e visitatori dai dintorni, ma sono stati gli
Ufo o no? Abbiamo fatto una piccola
ricerca su internet ed abbiamo scoperto cose interessanti.
A parte i l s o l i to Wi ki pedi a
(l’enciclopedia di internet) che ne fa
la storia, anche sul sito del CICAP,
una associazione specializzata nella
ricerca dei trucchi sui fenomeni paranormali abbiamo trovato cose interessanti. Ne riportiamo alcune.
Nel 2005 alcuni aderenti al CICAP
hanno realizzato per dimostrazione
cerchi nel grano, come hanno fatto?
Ecco un estratto del resoconto.
Hanno affittato il campo da un contadino di Bra con un piccolo rimborso
per il danno al raccolto che avrebbero causato, hanno avvisato i carabiniere che la notte del 28 giugno sarebbe stati nel campo, ed anche l’aeroclub di fare un sorvolo il giorno
seguente. Materiale usato: corde e
assi. Sopraluogo il giorno precedente
per riconoscere nella notte il campo
e il luogo esatto dove realizzare l’opera, rilevazione col GPS del luogo
esatto. Il progetto studiato prevedeva un cerchio di 30 metri di diametro, con le misure del campo disponibili non si poteva fare di più. La notte, volendo imitare in tutto e per tutto i burloni (circle-maker) che ovviamente operano di nascosto,
hanno usato vestiti scuri
niente luci o quasi.
Un po’ di attenzione nel camminare
fra le spighe magari seguendo le tracce lasciate dal trattore; appena avviata l’opera il problema non si pone
più, basta avere
l ’accortezza
di
camminare sul graL’opera finita
no “schiacciato” . Tutto qui! Sotto
potete vedere le foto dell’operazione.
Un po’ di storia
I cerchi nel grano (in inglese crop
circles), o agroglifi, sono aree di
campi di cereali, o di coltivazioni
simili, in cui le piante appaiono
appiattite in modo uniforme, formando così varie figure geometriche (talvolta indicate come
"pittogrammi") ben visibili dall'alto. A seguito del numero crescente di apparizioni di queste figure
(soprattutto in Inghilterra) a partire dalla fine degli anni settanta del
XX secolo, il fenomeno dei cerchi
è diventato oggetto d'indagine per
determinare la genesi di queste
figure.
Si sa con certezza che molti cerchi, compresi quelli di complessità
maggiore, sono realizzati dall'uomo, come ad esempio quelli realizzati da Doug Bower, Dave Chorley e John Lundberg. Bower e
Chorley, che diedero l'avvio alla
moda del disegno dei cerchi nel
grano in Inghilterra negli anni ottanta, furono poi insigniti del Premio Ig Nobel nel 1992 per l'ideazione della loro burla.
Non esiste alcuna prova che metta
in dubbio l'origine umana di tutti i
cerchi nel grano, anche se varie
ipotesi, totalmente prive di riscontri ed evidenze scientifiche, sono
state avanzate per cercare di spiegare in modo alternativo la creazione di tali figure: dalla spiegazione paranormale a quella ufologica.
I disegni a Robella (foto di Melania Buriola)
Sopra : i disegni a Robella
A sinistra : uno dei tanti bei disegni nel grano. 56.450 mq composto da 409 cerchi.
Un risultato positivo l’iniziativa
l’ha avuta, ha dimostrato che tanta gente è ancora attirata dall’arte, infatti i crop-circle sono una
vera e propria forma d’arte.
E chissà che il prossimo anno non
ne organizziamo uno noi di G&d...
I circle maker
all’opera
Gli strani effetti
della polvere alla
luce di flash
11
I catechisti di Gabiano e papa Francesco
approfondire la conoscenza del Papa che
in pochi giorni di Pontificato ha già conquistato il cuore e l’affetto del mondo intero,
anche di chi non si
riconosce nella religione cattolica.
Analoghi opuscoli sono stati preparati in
passato su Madre Teresa di Calcutta e su
Giovanni Paolo II. Fra
i titoli molti dedicati ai ragazzi ed ai
bambini. L’iniziativa verrà ripetuta
anche nel periodo natalizio ed il
fondi raccolti andranno a sostenere
le spese per la manutenzione della
chiesa e dell’oratorio.
Biodiversità Monferrina
ovvero gli altri Monferrini... non umani
A destra Libellule: un “galuciu” (in
basso) con le ali strisciate di bruno
e una “sgnur-tta”. Scientificamente
il primo è Sympetrum pedemontanum. Note a tutti soprattutto perché divoratrice di zanzare.
Un tempo diffusissima nelle risaie e
nelle nostre colline oggi quasi
scomparsa a causa dei diversi sistemi di sommersione (alternate)
delle risaie che non ne favoriscono
la riproduzione. Vani i tentativi di
diffonderle ricreando laghetti e
“bule” d’acqua artificiali. Ne esistono numerose varietà diffuse nei
diversi ambienti acquatici. Per la
cronaca il nome Libellula deriva dal
latino "libra", ovvero bilancia, così
detta perché nel volo
tiene le ali orizzontali.
Sopra: il Canapino: è diffuso
nell'Europa occidentale e in Africa
nord occidentale dal Marocco alla
Tunisia. In Italia è presente nel
periodo estivo ed è nidificante in
tutta la penisola e
in Sicilia. Sverna
in Africa tra la
Guinea e la Nigeria. Predilige i versanti collinari ben
esposti al sole, caldi e secchi,
con vegetazione bassa e cespugliosa. Ama anche la vegetazione termoxerofila lungo i
corsi d'acqua, intervallata a
salici e ontani. Il Canapino pesa mediamente 10 - 12 grammi, è lungo 13 cm e nell'aspetto ricorda molto un Luì. Superiormente è di colore olivastro
mentre inferiormente è giallo.
Il sopracciglio è giallo. Rispetto al
Luì presenta una fronte alta che
con il becco forma un angolo mol-
12
to più stretto.
Caratteristico
è il canto che viene emesso dall'alto di un cespuglio o di un arbusto,
e che presenta alcune imitazioni di
alti uccelli in particolare di Rondine
e Passero. Giunge sulle colline del
Basso Monferrato in Aprile - Giugno
e riparte alla fine dell'estate tra
Agosto e Settembre.
Qui è nidificante e la consistenza
numerica della popolazione è soggetta a fluttuazioni piuttosto alte da
un anno all'altro per i continui mutamenti a cui è soggetto il suo habitat naturale.
La bancarella allestita nella chiesa di Gabiano
Interessante iniziativa dei catechisti
della parrocchia di Gabiano, che
durerà sino a domenica 8 settembre prossimo.
E’ stata allestita una bancarella
all’interno della Chiesa con un centinaio fra libri e DVD prodotti dalla
nota casa editrice - Città nuova specializzata in testi sacri.
Fra di essi un opuscolo preparato
proprio dai catechisti sulla vita di
Papa Francesco dalle sue origini
sino alla salita del soglio Pontificio,
il titolo è emblematico: “Papa Francesco un uomo guidato dallo Spirito
Santo” in cui è anche riportata una
utile bibliografia per chi volesse
Scarica

Luglio - Agosto