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EDITORIALI
CASO CANCELLIERI / APPELLO AI MINISTRI PDL
Subito la riforma della giustizia o ogni
sacrificio per la stabilità sarà inutile
I
l caso Cancellieri mostra una volta di più, qualora ce ne fosse bisogno, che il potere
giudiziario mediaticamente assistito ha la facoltà di prendere per la gola ogni istituzione e di soffocare la democrazia. Per questo abbiamo scritto una lettera aperta (vedi tempi.it) ai ministri Pdl, invitandoli a reclamare una riforma della giustizia come condizione “sine qua non” per il prosieguo del governo Letta. Volete la stabilità e il rispetto
dei sacrifici degli italiani? Vi chiedete perché “l’Europa riparte e l’Italia no”? Ammettete che non succede in nessun paese d’Europa che gli investitori stranieri siano tenuti alla larga dall’arbitrarietà dell’azione penale e dalla pratica insignificanza della giustizia
civile. Non succede da nessuna parte che autorità e gerarchie siano calpestate dal sistema degli Snowden all’amatriciana, cioè un sistema che invece di servire gli interessi della collettività serve i commerci di un ristretto giro di affiliati alle procure. Non esiste
“sistema delle regole” – almeno nel mondo della divisione dei poteri – che avalli la conduzione di un paese sulla base delle intercettazioni del giorno e delle sortite di funzionari avvezzi a un modo di amministrare la legge che non ha certezza né di procedure,
né di tempi, né di garanzie. Quanto alle favole sull’obbligo penale, autonomia e indipendenza dei magistrati, ci si potrebbe cominciare a credere il giorno che venisse promulgata una legge sulla responsabilità degli stessi e
fosse impedita la partitocrazia interna alle to- nel mondo della divisione dei
ghe. Ecco, se i ministri del Pdl credessero in
poteri, Non esiste sistema Di
ciò che hanno creduto per un ventennio facendosi strada sotto le ali protettive di un se- regole che avalli IL GOVERNO
natore in via di decadenza, questo sarebbe il di un paese SULLA base DElle
momento di darne prova “ufficiale”.
intercettazioni del giorno
CASO CANCELLIERI / PD ALLA DERIVA
La sinistra ridotta a invocare la galera
come ultima arma di lotta sociale
A
difesa del ministro Cancellieri, Luigi Manconi, senatore Pd e presidente della Commissione per i diritti umani, ha scritto tra l’altro che «a leggere i quotidiani e i
commenti di tanti parlamentari viene da pensare che la politica “di sinistra” sia
quella tesa a protrarre la carcerazione in custodia cautelare di una donna diagnosticata come anoressica e che non intende nutrirsi. È all’opera un meccanismo demagogico
feroce: in nome di un presunto egualitarismo si propugna un livellamento delle garanzie verso il basso. Siamo alla torva invocazione del carcere come strumento di giustizia
sociale». È così. I giornali, come le tv e perfino i comici alla Crozza, sono molto impegnati (da molti anni) a promuovere questa bestia che ha nome “giustizialismo” e che non è
certo l’ultimo dei sintomi della decadenza italiana. Già. Perché se un fenomeno da subcultura talebana viene elevato a focus di un sistema di notizie e se i giornali diventano
cloache di intercettazione manettara, da tutto questo vento altro non si può sperare che
l’odierna tempesta. Al contrario, quando i nostri avi illuministi fecero giornali (come Il
Caffè) e fecero cultura giuridica (come i Beccaria), edificarono l’Italia. Mentre ai nostri
giorni, con vero spirito di regresso, i media sembrano lavorare alacremente per restituire
l’Italia alle epoche in cui l’Italia era sotto il tallone dello straniero. Il “dagli alla Cancellieri” è, infatti, né più né meno, l’ultima di quelle ventennali “gride spagnole”, da epoche di
giornali e tv Da molto
“Colonna Infame”, che una sinistra appena
tempo sono impegnati a
decente e un Pd appena dignitoso dovrebbepromuovere una cultura
ro decidersi ad archiviare: in “larghe
manettara che È sintomo
intese” e finalmente libere anche dadella decadenza italiana gli editori col passaporto svizzero.
FOGLIETTO
Emergenza finita?
Qualcuno sa cos’hanno
deciso di fare Roma e
Bruxelles per fermare
le morti in mare?
N
ella distanza, che si accen-
tua drammaticamente, fra la
scena mediatico-politica e la
nostra vita quotidiana, una delle voci
rapidamente tornate nel dimenticatoio
è l’immigrazione. Un mese fa eravamo
atterriti dalle centinaia di morti in mare: oggi conosciamo se e quali decisioni
concrete sono state assunte, in Italia
e in Europa? In Europa, a parte gli
ingenerosi richiami all’Italia per le condizioni dell’accoglienza, si è rimandato
l’insieme al Consiglio dei ministri dei
primi di dicembre. Ma non si comprende quale sarà con esattezza l’ordine del
giorno, e quindi a quali misure si punta.
Nemmeno sono chiare le richieste
che Roma ha rivolto alle istituzioni
europee, al di là di una domanda di
attenzione generica che neanche sfiora
i problemi. In Italia si sono mandate
nel Canale di Sicilia un po’ di navi in
più: è un segnale di buona volontà,
ma non è una scelta strategica. Non
vi è notizia di alcun passo europeo, e
ancor meno italiano, verso gli Stati di
partenza o di transito dei potenziali
rifugiati per ridurre le condizioni che
spingono all’esodo centinaia di migliaia
di persone, né di progetti europei per
il soccorso nel Mediterraneo e per evitare che le imbarcazioni con la nostra
bandiera di fatto aiutino i trafficanti di
uomini a far percorrere ai loro sfruttati
l’ultimo tratto del viaggio. Non vi è
notizia di un’azione comune, anche
solo sollecitata dall’Italia a Bruxelles,
per aprire centri di accoglienza sulla
sponda sud del Mediterraneo. È come
se non fosse successo nulla, come se
non avessimo alle spalle tragedie incredibili. È come se l’Europa, invece delle
dodici stelle, avesse per logo e per
divisa una pesante benda stretta sugli
occhi e l’Italia, invece del tricolore, una
bandiera bianca di resa nell’affrontare
questioni con cui conviviamo da decenni e convivremo a lungo.
Alfredo Mantovano
|
| 13 novembre 2013 |
5
SOMMARIO
08 PRIMALINEA LE RAGIONI DELLA SPERIMENTAZIONE ANIMALE | MICHELA
NUMERO
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45
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In un sistema mediatico
che alimenta ignoranza e
sospetto, tanto di cappello
ad Annamaria Cancellieri,
ministro di umanità
e di responsabilità
LA SETTIMANA
14 COPERTINA FARE IL MINISTRO È REATO? | CASADEI
Foglietto
Alfredo Mantovano...........5
Solo per i vostri occhi
Lodovico Festa........................ 19
Le nuove lettere di
Berlicche............................................... 35
In bocca all’esperto
Tommaso Farina................. 38
Mamma Oca
Annalena Valenti............... 39
Post Apocalypto
Aldo Trento.................................. 44
20 CULTURA A COLLOQUIO CON
SPADARO | BORSELLI
Sport über alles
Fred Perri.......................................... 46
Cartolina dal Paradiso
Pippo Corigliano.................. 47
RUBRICHE
24 CULTURA QUEL PAPISTA DI NAPOLEONE | AMICONE
28 CULTURA BIOGRAFIA DEL COMPAGNO BENITO
L’Italia che lavora............... 36
Stili di vita........................................... 38
Per Piacere.........................................41
Motorpedia........................................42
Lettere al direttore.......... 46
Taz&Bao................................................48
Foto: Getty Images; Olycom; Marka
Reg. del Trib. di Milano n. 332 dell’11/6/1994
settimanale di cronaca, giudizio,
libera circolazione di idee
Anno 19 – N. 45 dal 7 al 13 novembre 2013
DIRETTORE RESPONSABILE:
LUIGI AMICONE
REDAZIONE: Laura Borselli, Rodolfo Casadei
(inviato speciale), Caterina Giojelli,
Daniele Guarneri, Pietro Piccinini
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Manca circa una settimana
alla chiusura della raccolta
firme di Stop Vivisection.
Le sottoscrizioni saranno
portate a Strasburgo per
chiedere di impedire l’uso
di cavie in laboratorio.
Invece, a livello nazionale
è già in fase di discussione
una normativa che rende
più rigide le normative
europee in materia di
sperimentazione e che
renderà sempre più difficile
la ricerca degli scienziati
METODI INSOSTITUIBILI
|
DI EMMANUELE MICHELA
Foto: Getty Images
Balle
bestiali
«Piantiamola di usare la parola “vivisezione”, non
è quello che facciamo». Silvio Garattini, scienziato
e ricercatore farmacologico spiega perché «l’uso
delle cavie è necessario per il progresso della ricerca».
E respinge gli animalisti. «Gridano ma mangiano carne.
Protestano tanto ma usano anche loro le medicine»
|
| 13 novembre 2013 |
9
una precisazione: piantiamola
di usare la parola “vivisezione”.
Non indica più
nulla di ciò che si fa in laboratorio». Non
aspetta nemmeno la prima domanda per
entrare nel vivo del dialogo Silvio Garattini: 85 anni, dirige il centro di ricerche
farmacologiche Mario Negri di Milano, e
spesso viene dipinto da animalisti e contestatori come un torturatore di animali, per l’uso che fa di cavie nei suoi laboratori. Per questo spinge subito per mettere le cose in chiaro su un mondo, quello della ricerca scientifica, cui mai come
adesso si guarda con emotività e sospetto,
e che nelle ultime settimane è stato messo in grossa discussione. Da una parte c’è
la raccolta firme di “Stop Vivisection”,
che sulla spinta degli attivisti green por-
10
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terà a Strasburgo un milione di sottoscrizioni per chiedere al Parlamento Europeo
di impedire l’uso di cavie in laboratorio. E
dall’altra, ben più seria, c’è la minaccia di
una normativa italiana in fase di discussione (è stata approvata la legge delega, si
attende il testo finale), che accoglie le già
rigide direttive europee in materia di sperimentazione animale e le rende ancora
più aspre. E tra gli scienziati c’è chi è già
pronto a volare all’estero per proseguire
le proprie ricerche, messe in serio dubbio dalla norma. «Perché l’uso di cavie è
una pratica indispensabile per progredire nella medicina. Il problema principale è che non si riesce a parlarne in modo
serio e limpido».
A partire proprio dai termini che si usano per indicare questa pratica.
Se usiamo la parola “vivisezione” sono
il primo a essere inorridito. Letteralmente vuol dire “sezionare i viventi”, cosa che
però non avviene nei laboratori, dove gli
animali non vengono affatto aperti in
maniera brutale, bensì sono soggetti ad
analisi ed esperimenti sempre in sicurezza, nel rispetto di tutte le norme. Il
termine giusto sarebbe “sperimentazione
animale”: paradossalmente, sarebbe più
corretto chiamare “vivisezione” qualsiasi
intervento chirurgico facciamo sull’uomo.
E non è una precisazione da poco: tempo
fa abbiamo fatto un’indagine attraverso
l’azienda di sondaggi Doxa. Al quesito “Sei
contro la vivisezione?” tutti dicono di sì; se
invece si chiede “Sei contro l’impiego degli
animali nel progresso della medicina?” le
risposte cambiano radicalmente.
Due settimane fa Jeremy Rifkin sul
Corriere della Sera attaccava la sperimentazione animale: produce sofferenze inutili e porta a risultati poco rilevanti per l’uomo, scriveva il divulgatore
statunitense.
Foto: Getty Images
«V
orrei fare subito
METODI INSOSTITUIBILI PRIMALINEA
Silvio Garattini,
85 anni, è direttore
del centro di ricerche
farmacologiche Mario
Negri di Milano
«il Corriere pubblica le notizie dei movimenti contro
la sperimentazione animale. non ascolta i ricercatori.
così al pubblico arriva un’immagine distorta»
Secondo me bisogna fare una distinzione importante: vogliamo parlare di
questo tema sul piano etico o scientifico? Perché sul piano etico io posso capire le persone che non vogliono che vengano maltrattati gli animali. Però da questi vorrei coerenza: non si dovrebbe mangiare carne, né tanto meno usare farmaci. Ancor di più non si dovrebbe ricorrere a medicinali per i propri cani e gatti,
perché tutti i farmaci che si usano per gli
animali domestici arrivano dalla sperimentazione fatta dagli uomini, attraverso
quelle pratiche che loro stessi contestano.
Foto: Getty Images
E se invece parliamo dal punto di vista
scientifico?
Si è cominciato a dire che usare le
cavie è “cattiva scienza” e porta a dati
poco interessanti perché gli animali sono
troppo diversi dall’uomo. Ma questo non
è vero, significa negare i tanti sviluppi
della medicina di questi decenni. E dato
che non vogliamo eludere il problema
di come curare le sofferenze dell’uomo,
allora viene subito spontanea la domanda: cosa facciamo in alternativa? E qui si
entra nel vago. Computer, cellule, simulazioni… Anche Rifkin nel suo articolo vi
accenna, così come gli animalisti parlano sempre con grande enfasi delle metodolgie alternative. Ma evidentemente non
sanno che queste attività le pratichiamo
già tutti i giorni in laboratorio, e che in
realtà sono complementari al lavoro sugli
animali. D’altra parte, c’è un discorso logico: gli animali, dicono gli animalisti, non
vanno bene perché somigliano poco all’uomo. Ma le metodologie alternative si basano sull’uso di poche cellule in coltura, che
quindi sono ancora meno simili all’uomo.
Chiunque ha un po’ di buonsenso può
capire che un gruppo di cellule isolate è
troppo più semplice rispetto a un organismo vivente, che invece ha una straordinarietà unica. Come posso sapere se un
farmaco diminuisce il dolore per l’uomo
guardando semplicemente un gruppo di
cellule? Come posso sapere se non provoca, ad esempio, mal di stomaco?
Dove sta quindi il vantaggio di sperimentare sulle cavie?
Topi, ratti e tutte le specie animali
hanno in comune con l’uomo molte cose:
gli stessi organi, la stessa circolazione del
sangue, un cervello, un cuore che pompa,
il sistema nervoso, quello endocrinologico, un sistema immunitario fatto con le
stesse componenti… Oggi poi con la genomica sappiamo che il sistema genetico è
fondamentalmente uguale, si differenzia
solo da specie a specie per alcune componenti particolari. La sperimentazione animale va vista non come lo specchio della sperimentazione umana, ma come un
modello. D’altronde, è così in ogni attività scientifica: se uno decide di costruire un aeroplano non va diretto in officina ad assemblare i pezzi, ma prima fa
dei modellini e li sottopone a delle prove.
Gli animalisti contestano ancora il fatto
che vengano sacrificate troppe cavie in
proporzione alle poche informazioni utili cui si arriva e ai troppi dati negativi
recuperati.
Se i dati sono negativi ciò non significa che li buttiamo via. Faccio un esempio: se nel ratto si è scoperto che è difficile ridurre l’arteriosclerosi, allora questo
non vuol dire che il lavoro fatto sul ratto
risulta inutile. Il fatto di capire perché lì
non avvenga la riduzione di arteriosclerosi ci permette di acquisire conoscenze che
poi aiutano a capire le dinamiche di questa malattia nell’uomo. La ricerca scientifica non è come una fabbrica, dove tutto ciò che si produce deve essere immesso sul mercato. Oltretutto, noi ricercatori siamo i primi a non volere sofferenze
per gli animali, per una ragione squisitamente scientifica: incapparvi nei nostri
studi aggiungerebbe un tema da studiare,
e così non ci dedicheremmo più all’argomento prescelto, bensì a questa sofferenza. Quando sui giornali si discute di questi temi, manca ogni riflessione: sentiamo
parlare di metodi alternativi e subito ci
accodiamo dandovi sostegno. Il che crea
non pochi problemi, come dimostrano,
ad esempio, i cosmetici. Dallo scorso marzo non si possono più testare sugli animali, ma di fatto mancano le alternative e
quindi l’inserimento di nuovi prodotti è
stato bloccato. È vero, parliamo di cosmesi, che non ha la stessa rilevanza della
medicina, però il caso è paradigmatico.
E voi scienziati come state vivendo queste settimane in cui si guarda con continuo sospetto a ciò che si fa nei vostri
laboratori?
Ci sentiamo penalizzati, perché i
mass media sono molto attenti a riportare i pareri degli oppositori, ma non i
nostri. Ci sono giornali, penso ad esempio al Corriere della Sera, che pubblicano solo le notizie dei movimenti contro la
sperimentazione animale senza degnar|
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11
PRIMALINEA METODI INSOSTITUIBILI
si mai di ascoltare la voce dei ricercatori. Questo fa sì che poi al pubblico arrivi un’immagine distorta di quanto avviene nei laboratori. Oggi con internet tutti credono di poter dire e sapere tutto: la
rete è una grande conquista, ma è anche
il regno della confusione.
Perché, secondo lei, quando si parla di
sperimentazione animale, e più in generale di scienza, prevale sempre l’emotività sulle ragioni?
Secondo me c’è una ragione profonda: la formazione scolastica in Italia è di
tipo letterario, filosofico e giuridico. La
scienza come forma di cultura è esclusa. Non mi risulta che ci sia alcun tipo
di scuola in cui la scienza venga messa al
pari degli studi di greco antico o latino.
Questa è una carenza della nostra cultu-
to con l’accusa di plagio. Non vi è neppure un protocollo. Solo da noi può succedere che il Parlamento ordini di sperimentare qualcosa che non è ancora pronto
per essere sperimentato, stanzi dei soldi
e dica addirittura di farlo «in deroga alle
regole vigenti». O addirittura che magistrati ordinino che si facciano terapie prive di efficacia, e che anzi possono essere
tossiche. Tutto ciò non ripete altro che il
caso Di Bella: non appena ci si dimentica
di una “ciarlataneria” si comincia a credere ad una nuova.
Anche quando si parla di sperimentazione animale, non mancano ovviamente
illazioni su lobby e gruppi di potere che
spingono perché le cose non cambino
per non perdere i propri vantaggi. Verità o soltanto sospetti?
«guardi che se si blocca la sperimentazione i primi
a essere contenti sono le industrie e noi scienziati.
perché è una pratica economicamente molto costosa»
ra, molto pesante perché oggi la scienza
è una disciplina che condiziona enormemente la nostra società. Il fatto che abbiamo scuole simili determina una carenza
di comprensione di come opera la scienza, di come procede la ricerca e di quanto
abbia a che fare con la vita di tutti i giorni. Basta fare un esperimento molto semplice: se un giornale scrive che Garibaldi
è un pittore dell’Ottocento tutti si accorgono subito dell’errore. Se invece in un
articolo si confonde il midollo osseo con
il midollo spinale nessuno dirà nulla,
perché nessuno si accorge della differenza. Questa è la base: è per questo che poi
accade che persone intelligenti arrivino a
difendere cose come Stamina.
In che senso?
Ci troviamo di fronte a un tipo di trattamento di cui non si conosce la vera
natura: non ha mai avuto un brevetto,
anzi, negli Stati Uniti è stato pure rifiuta12
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|
Guardi, le rispondo senza alcun tipo
di problema. Chi è contento se si blocca
la sperimentazione animale? L’industria,
perché può smettere di portare avanti
una pratica che risulta molto costosa. Qui
al Mario Negri, ad esempio, il mantenimento degli stabulari (gli ambienti in un
laboratorio dove sono ricoverati gli animali, ndr.) è la spesa principale dopo gli
stipendi. Quando parlano di lobby di interessi, gli animalisti non capiscono che i
primi a essere contenti saremmo noi e
le industrie farmaceutiche. Acquistiamo
topi che costano anche 200 euro l’uno,
perché geneticamente modificati: non ne
prendiamo centinaia per il gusto di farli
morire, ma solo il numero sufficiente ai
nostri esperimenti.
Lei è uno degli scienziati più presi di
mira dalle campagne animaliste, talvolta le è stato anche impedito di parlare a
convegni. Come vive questa situazione?
Ci metto sempre la faccia, molto tranquillamente. Mi inseguono dappertutto,
ma non mi faccio troppi problemi. A Sarzana quest’estate c’era il “Festival della mente”, ero stato invitato a parlare dell’invecchiamento cerebrale. Gruppi animalisti e alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle hanno scritto al sindaco dicendo che io, torturatore e assassino, non dovevo neppure entrare in città. Ma ho sufficienti anni per non farmi
intimorire. Questi contestatori rappresentano sempre una minoranza che non ha
idee: sono verbalmente aggressivi, ma poi
quando si tratta di discutere sono niente.
Va però detta una cosa, anche noi scienziati abbiamo le nostre colpe: per molti
anni le società scientifiche e molti ricercatori, per paura di essere impopolari, sono
stati in silenzio e solo adesso che vengono
toccati da questa legge e da queste campagne escono allo scoperto. Il tutto accade con grandi difficoltà da parte loro, perché molte organizzazioni temono di ricevere meno donazioni, o meno sottoscrizioni del 5 per mille.
Raymond Tallis, ricercatore britannico,
un anno fa in un articolo parlava di una
preoccupante «epidemia di biologismo»
che ha contagiato scienza e opinione
pubblica: accusava come per molti non
ci sarebbero sostanziali differenze tra
l’umanità e l’animalità. È d’accordo?
Sì, è anche questo un paradosso: si
dice che l’uomo è superiore, quindi deve
curare gli altri animali e prendersi cura
del pianeta, ma al tempo stesso si spinge
perché gli animali vengano riconosciuti
uguali agli uomini. È un’assurdità, bisogna essere fuori dal mondo per pensare
che un cane possa avere gli stessi diritti
dell’uomo: che poi tutti gli animali abbiano una loro intelligenza è vero, ma non vi
è evoluzione in questo. Un cane di oggi è
uguale a un cane di cento anni fa. Mentre
l’uomo di oggi è diverso da quello di un
secolo fa, basta vedere come vive. n
INTERNI
|
COPERTINA
DI RODOLFO CASADEI
Onore
e applausi
al ministro
«Cancellieri ha svolto il suo compito istituzionale.
Perché doveva astenersi?». Manconi (Pd) difende
il guardasigilli «dal partito del “Più carcere
per tutti” che esige la punizione dei privilegiati»
«S
e non possiamo essere uguali nei
diritti è meglio esserlo nei
non diritti? Tutti sulla forca
pur di essere allo stesso livello? È all’opera un meccanismo demagogico feroce:
in nome di un presunto egualitarismo si
propugna un livellamento delle garanzie
verso il basso». Luigi Manconi, senatore
Pd, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei
diritti umani, è un estimatore di Annamaria Cancellieri, che considera il ministro della Giustizia più attivo negli ultimi anni per quel che riguarda i problemi delle carceri italiane, ma soprattutto è
un critico intransigente dei riflessi condizionati in materia di giustizia e del populismo giustizialista. Sul giornale online
L’Huffington Post ha esposto il suo pensiero sul caso Cancellieri-Ligresti, attaccando chi chiede le dimissioni del ministro della Giustizia.
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Senatore Manconi, alcuni giornali e
alcuni esponenti politici hanno messo
sotto accusa la Cancellieri per il suo intervento in relazione alla detenzione di
Giulia Ligresti, lei invece ha messo sotto accusa il conformismo nazionale e la
cultura del sospetto. Cosa intende dire?
C’è stata una reazione che corrisponde a un riflesso condizionato. Basta evocare la parola o l’immagine del privilegio e
si scatena subito una mobilitazione emotiva che esprime volontà di rivalsa sociale e che esige la punizione dei privilegiati.
È una reazione che si spiega molto facilmente: l’Italia è un paese dove i privilegi
sono tuttora numerosissimi e assai consistenti, e dunque coloro che ne sono esclusi
patiscono la condizione di disparità in cui
vivono; ne chiedono conto e reclamano
per lo meno quella sorta di risarcimento
morale che è la punizione di quanti sono
titolari di posizioni di vantaggio.
TEMPI.IT
LO SCANDALO È MORIRE DI
detenzione preventiva
L’INTERVENTO DI MENICHINI
L’editoriale del direttore di Europa
Se la discussione sul messaggio quirinalizio su amnistia e indulto s’è inabissata presto, arriva adesso a rinfocolare le polemiche lo “scandalo” dell’intervento del ministro Cancellieri per la
scarcerazione di Giulia Maria Ligresti.
(…) Si può capire il fastidio verso
l’intervento di un ministro al quale la
famiglia della detenuta può rivolgersi
con una semplice telefonata e in tono
amichevole. Lo “scandalo” deve però
servire soprattutto a portare sulla
scena – nome, cognome e spiegazioni
sul comportamento seguito – quel gip
torinese che voleva tenere in cella una
donna anoressica e a rischio della vita
nonostante il parere del pm e senza il
minimo rischio di fuga o reiterazione
del reato. Perché l’uso del potere del
ministro è servito a salvare una vita,
mentre l’uso del potere del giudice la
stava stroncando(…). E chi fa politica
dovrebbe trarre dalla vicenda un
solo imperativo: farla finita col vero
colossale scandalo del ricorso indiscriminato alla detenzione preventiva per
sopperire a incapacità investigative
e a inefficienze burocratiche. Gli altri
discorsi, compresi quelli sulle responsabilità del ministro in questa circostanza, contano poco o niente.
Foto: Olycom
Ci ha molto colpito il suo riferimento,
nell’intervento sull’Huffington Post, al
concetto di “utopia regressiva”.
Beh, certo, perché di fronte a un caso
come questo io mi aspetterei – ed è la mia
personale posizione – che ci si battesse e
si chiedesse a gran voce che tutti coloro i
quali si trovano nella condizione di Giulia Ligresti, possano usufruire dello stesso trattamento che in base a precise disposizioni di legge lei ha ricevuto. E invece si
manifesta una sorta di utopia regressiva,
ovvero una domanda di livellamento verso il basso, di equiparazione dei diritti al
più infimo livello. Quasi un azzeramento
delle garanzie e dei diritti, invece che l’innalzamento di tutti al godimento di quelle stesse garanzie e di quegli stessi diritti.
È un’utopia regressiva, l’idea di un mondo di uguali nell’ingiustizia. Se non possiamo essere tutti uguali nei diritti, sembra essere il messaggio, dobbiamo esser|
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INTERNI COPERTINA
Ma non è che forse siamo andati ancora un po’ più in là? In Italia c’è più
speranza di essere liberati per incompatibilità col regime carcerario se si è
un poveraccio che se si è un potente o
considerato tale.
È un po’ paradossale questa interpretazione, ma è un paradosso che contiene
una sua verità. Io sono testimone personale del fatto che Angelo Rizzoli, affetto
da sclerosi multipla e da una grave insufficienza renale, ha dovuto aspettare quattro mesi e mezzo prima di vedere riconosciuto il suo diritto agli arresti domiciliari, e mentre si trovava nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini non ha
potuto usufruire delle stampelle perché
in carcere le stampelle non entrano. Dunque il paradosso che lei propone contiene
una parte di verità. È evidente che Angelo Rizzoli è stato danneggiato dal fatto di
essere persona nota.
Il ministro della Giustizia ha detto che
deve essere responsabile e che ha il dovere di rispettare le leggi, ma deve anche avere il diritto di essere un essere
umano. Come commenterebbe?
Io personalmente non riesco a immaginare un uomo politico, un governante,
un rappresentante delle istituzioni che
annichilisca la sua dimensione umana.
Penso che quanti chiedono al ministro di
rinunciare alla sua dimensione umana
esprimono poca consapevolezza non della dimensione umana del ministro, ma
della loro propria. Se ancora c’è. Lo spero
contro ogni speranza.
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Non c’è profilo penale in quel «farò tutto
il possibile» che la Cancellieri pronuncia
nella telefonata intercettata, però la sua
diffusione sembra mirata a danneggiare
il ministro, a macchiare la sua immagine.
L’effetto ottenuto è stato proprio questo, non c’è dubbio. In Italia c’è una sorta
di morbosa passione per la diffusione delle intercettazioni e dunque la cosa sarebbe probabilmente avvenuta nei confronti di chiunque. Però in questo caso si tratta di un ministro che aveva sin dal primo
momento mostrato la maggiore attenzione per il carcere fra tutti i ministri di cui
io ricordi l’attività. Parlo almeno degli
ultimi vent’anni. Di un ministro che aveva riconosciuto ripetutamente la necessità di amnistia e indulto. Non sto assolutamente dicendo che quella intercettazione è stata pubblicata per tali motivi.
Dico però che certamente il ministro non
è popolarissimo in alcuni settori dello Stato e presso alcune istituzioni.
C’è chi eccepisce sul fatto che, proprio
perché si tratta di amici
ed ex datori di lavoro,
«Chi non ha privilegi patisce la
la Cancellieri si sarebbe
di disparità, ne chiede
condizione
dovuta astenere.
conto e reclama un risarcimento
Astenere da cosa? C’è
morale che è la punizione di chi è
ancora un equivoco che
circola, quello dell’intertitolare di posizioni di vantaggio»
ferenza: la verità è che la
Cancellieri non ha detto una sola parola a
numero di telefono, oppure si deve diun solo magistrato tra coloro che dovevamettere.
no decidere la scarcerazione e il passaggio
Non sono al corrente di questo interai domiciliari di Giulia Ligresti. È interve- vento di Ingroia, ma questo ragionamento
nuta sul Dipartimento dell’amministra- l’ho sentito fare in questi giorni da giornazione penitenziaria (Dap) che dipende listi e politici. Siamo nel campo dello spidirettamente da lei. Ed è intervenuta per rito di patata. È un campo frequentatissiquello che è un suo compito istituzionale, mo. Si tratta di una sciocchezza assoluta.
cioè accertarsi che le condizioni di reclu- I modi per accedere al ministro sono tansione fossero adeguate sia alla figura del- ti, e come è già stato dimostrato, il numela reclusa che al suo stato di salute. Ha fat- ro di e-mail che le giungono è di centinato semplicemente il suo dovere.
ia. Queste e-mail segnalano condizioni di
detenzione alle quali il ministro replica in
C’è chi ne fa un problema di cellulare.
un modo o nell’altro. Oltre a ciò, ci sono
Antonio Ingroia ha detto che o il minitanti canali attraverso i quali si può ragstro mette a disposizione di tutti il suo
Foto: Ansa
lo nello stare allo stesso livello. E lo stesso livello è per esempio quello del palco su
cui si innalza la forca. Nasce da qui lo slogan e il partito del “Più carcere per tutti”.
Una sorta di via giudiziaria alla lotta di
classe che non ha la nobiltà e la grandiosità, non ha quell’orizzonte magari ingenuo
ma luminoso di una rivoluzione universale, ma ha l’orizzonte cupo e tetro dell’ingiustizia generale.
A lato, il senatore
Pd Luigi Manconi,
presidente della
Commissione
per la tutela dei
diritti umani.
A sinistra, Giulia
Maria Ligresti è
stata detenuta
in via cautelare
in condizioni di
salute gravi
DON GINO RIGOLDI AL CORRIERE DELLA SERA
«Se non riesci ad aiutare tutti,
non devi aiutare nessuno?»
In difesa di Annamaria Cancellieri è intervenuto
anche don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile
Beccaria di Milano, con un bel corsivo pubblicato sul Corriere della Sera e rilanciato da tempi.it. Il guardasigilli «ha
aiutato una persona? Non basta. Ha segnalato mille casi?
Non basta. Deve interessarsi di tutti. Non ce la fa? Allora
non si occupi di nessuno». È questo, secondo don Rigoldi, il
ragionamento sbagliato che fa chi in questi giorni ha chiesto le dimissioni del ministro. «Sarà per i miei 40 anni passati a cercare di aiutare i ragazzi del carcere, sarà perché,
come lei, non sono riuscito a dare una mano a tutti, ma mi
sento molto più vicino ai suoi limiti che non a quella sconfinata volontà di potenza che mi sembra animare i critici del
ministro». Altrettanto aberrante, secondo il cappellano,
è lo scandalo di chi pretende lo scalpo del guardasigilli
perché «il ministro si è interessato a una donna ricca, e i
ricchi non soffrono e non possono avere amicizie». Cancellieri appare a don Rigoldi «concreta e competente, (…)
entra nei penitenziari, incontra i detenuti, li ascolta, e poi
decide. Poiché non è ancora venuta a trovarci al Beccaria
dovrei forse dire che non dovrebbe andare da nessun’altra parte?». E quella frase, «contate su di me», detta alla
compagna di Salvatore Ligresti e che ha suscitato tanta
indignazione: «Quante volte l’ho pronunciata io stesso ad
amici e parenti di qualche mariuolo: “Contate su di me,
vostro figlio non sarà lasciato solo”. Oh, certo, è una frase
che deve essere stata pronunciata anche da Totò Riina e
Al Capone. E da Cancellieri». E allora?
Foto: Ansa
giungere il ministro della Giustizia. Esistono associazioni ed esistono i parlamentari, ai quali ci si può rivolgere. Se qualcuno mandasse al Senato una lettera indirizzata a me, qualora contenesse indicazioni utili e denunciasse una condizione
iniqua, io sarei in grado di far giungere la
segnalazione al ministro della Giustizia. E
come me lo può fare quasi un migliaio di
parlamentari di Camera e Senato.
Lei è favorevole all’amnistia, come il
ministro Cancellieri che pure si rimette
alla sovranità del Parlamento. Le condizioni precarie delle carceri italiane sono
sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere. Ma c’è un pensiero che anche
le persone meno prevenute si fanno:
«Sì, amnistiamo i detenuti. Ma è probabile che molti di loro torneranno a delinquere e dunque torneranno in carcere».
L’impegno per l’amnistia non dovrebbe
andare di pari passo con un impegno per
la rieducazione del detenuto e per il suo
inserimento sociale e lavorativo quando
esce per il fine pena o per un provvedimento di clemenza?
Sicuramente sì. Così deve essere fatto, ed è possibile fare. Ma la frase «tanto
poi tornano tutti in carcere» è l’ennesimo
indecente luogo comune che coincide con
un falso clamoroso. Una ricerca scientifica condotta da me e dal professor Giovanni Torrente ha mostrato con dati ufficiali e non contestabili come la recidiva tra
coloro che hanno beneficiato dell’indulto
del 2006 è esattamente la metà della recidiva registrata tra coloro che scontano
interamente la pena in carcere. Nonostante quell’indulto, sacrosanto e necessario,
abbia avuto effetti positivi meno di quanto sarebbe stato possibile perché non si è
potuta varare anche l’amnistia, in quanto
il governo di allora è durato solo 15 mesi
dopo il varo dell’indulto stesso. Comun-
que ha avuto lo straordinario risultato di
dimezzare la recidiva che ordinariamente
si registra tra coloro che hanno scontato
una pena detentiva.
La soluzione delle residenze a sorveglianza attenuata e la regionalizzazione
di alcune carceri la convincono?
Sì, pienamente. E aggiungo che si
tratta di soluzioni già previste in passato, proposte da altri ministri, ma nessuno
come Annamaria Cancellieri si è prodigata in così pochi mesi perché si creassero
le condizioni per realizzare queste riforme indispensabili.
Lei ha detto che la Cancellieri agli occhi
di alcuni ha il difetto di essersi occupata
troppo di carceri e di essere favorevole
all’amnistia. Forse l’ha danneggiata anche quello che aveva detto a settembre
sulla legge Severino, quando sembrava
avere spezzato una lancia in favore di
Silvio Berlusconi sulla questione della
retroattività?
Io escludo che la pubblicazione di
questa intercettazione risponda a motivi diversi da quello di tirar fuori un elemento che era destinato a rimanere riservato e che getta un’ombra sulla Cancellieri. Io credo che sia tutto qui il motivo
di questa cosiddetta rivelazione. Poi, le
posizioni della Cancellieri contribuiscono
agli attacchi che lei subisce una volta che
l’intercettazione è stata resa nota, fanno
da moltiplicatore. Ma la pubblicazione
dell’intercettazione corrisponde solamente al fatto che si trattava di un’intercettazione, diciamo così, pruriginosa. Quindi
il giornale che la pubblicava sapeva che si
trattava di un fatto di notevole interesse
popolare. Sarebbe piaciuta, sarebbe stata
accolta con entusiasmo in alcuni settori.
Se uno dispone di enormi fascicoli colmi
di registrazioni di intercettazioni, indubbiamente lì troverà materiale degno di
pubblicazione nell’ottica di un’interpretazione invasiva e morbosa della vita privata dei singoli. n
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SOLO PER
I VOSTRI OCCHI
di Lodovico Festa
L
sbandamento dell’amministrazione
ATTENZIONE
Obama fa senza dubbio impressione:
così il fallimento delle primavere arabe; così la confusione sul caso Siria che ha
avuto come risultati di far squilibrare la fedelissima Londra e di dare centralità alla Russia, e insieme di spingerla a cercare un rapporto più stretto con Pechino (pur pericolosa
ma almeno capace di approcci realistici alle
situazioni concrete); così le trattative senza
prospettive chiare con l’Iran che hanno fatto infuriare sia Gerusalemme sia Riyadh; così il caos nella riforma sanitaria e la scarsa capacità di fare proposte ai repubblicani se non
per dividerli; così le assurdità sui matrimoni
gay; così ricevere insulti da parte di Parigi e
Berlino per questioni di cosiddetto spionaggio telefonico su cui tutti sapevano tutto; così la figuraccia della Casa Bianca che dice di
non essere stata informata dalla National Security Agency (peraltro divenuta una sorta di
gruviera pieno di buchi dai quali passa qualsiasi spiffero); così il licenziamento dalla Cia
del miglior militare su cui le amministrazioni americane abbiano poIl presidente non ha
tuto contare da decenni:
David Petraeus. Credo che
offERTO AGLI ELETTORI
neppure Jimmy Carter,
una visione nazionale,
con l’assistere sgomento al
MA SI È ispiratO allo
crescere dell’influenza sostile DELLA politicA di
vietica e le innumerevoli
Chicago, con un SOLIDO
stupidaggini compiute sul
blocco democratico
caso dell’ambasciata amefondato sulla minuta
ricana sequestrata a Teheran, sia arrivato a un puncomposizione delle
to così basso come quello
DIVISIONI etniche
toccato da Obama.
Molti sarebbero i temi da focalizzare per capire da dove derivi questa situazione. Mi interessa in questo articolo sottolinearne uno: le radici del successo dell’attuale presidente in ben due
elezioni nel 2004 e nel 2008. Nel primo caso l’elemento determinante furono le difficoltà della politica di George Bush per lo
sforzo (peraltro rilevante sul terreno geostrategico) della guerra in Iraq e soprattutto per la crisi finanziaria scoppiata nell’autunno del 2008. È nel secondo voto, però, che si può meglio comprendere la natura del consenso a Obama, che gli aveva peraltro
fatto vincere le primarie contro un candidato molto più forte come Hillary Clinton.
Il presidente in carica non ha puntato a offrire una visione
nazionale ai cittadini chiamati a eleggerlo e poi a confermarlo, tutte le sue carte sono state giocate sulla costruzione di un
patchwork di forze nettamente ispirata allo stile della politica
di Chicago. La grande città dell’Illinois, uno degli snodi dello sviluppo americano e ancora elemento centrale della finanza, ha
nel tempo consolidato un granitico blocco democratico fondato
sulla minuta composizione delle rappresentanze etniche: il che,
o
AI MODELLI DI RIFERIMENTO
Ci voleva un Obama per
fare peggio di Jimmy
Carter (capito Renzi?)
specie negli anni Trenta, è stato fonte anche di sbandamento e di
corruzione nei rapporti con la forte mafia locale. Un potere quasi inscalfibile ma proprio per questo tendenzialmente poco dinamico. Si consideri che nel Dopoguerra la città è stata guidata
da Richard J. Daley (1955-1976) e poi dal figlio Richard M. Daley
(1989-2011). Una forza che aveva già consentito l’elezione di John
F. Kennedy nel 1960 con i voti decisivi dell’Illinois assicurati da
Daley al di là dei pettegolezzi sul boss Sam Giancana e l’amante,
Judith Exter, spartita con la Casa Bianca.
I tecnici non bastano, come insegna la nostra storia
È interessante notare come questo modello “municipalismopatchwork senza visione unitaria” sia quello tentato, ma con
troppa salsa ex Pci, dagli emiliani Pier Luigi Bersani e Vasco Errani, e oggi ripetuto con un ben più deciso appoggio americano
da Matteo Renzi. È prevedibile che anche il nostro mix municipalismo+patchwork non possa che riprodurre gli sbandamenti
obamiani in corso. Anche se alla fine potrebbe risultare vincente
su chi come Enrico Letta si inchina alla linea bottegaia di Angela
Merkel. Uno sviluppismo pur confuso è più appetibile di una seppur chiara austerità. D’altra parte gli Stati Uniti hanno un’amministrazione imperiale che tempera gli errori della politica: così lo
splendido Ben Bernanke con la sua capace sostituta Janet Yellen e
il loro collegamento con l’Europa, Mario Draghi. Così un esercito
che grazie alle riforme di Donald Rumsfeld con i suoi droni tiene
a bada i terroristi nonostante gli errori della Casa Bianca.
Però alla fine i tecnici non bastano da soli anche quando sono bravi, figurarsi se sono mediocri come il fu Mario Monti o l’attuale Fabrizio Saccomanni. Alla fine è decisiva la politica. E per
questo motivo servirebbe anche un’Italia che riprendesse il suo
ruolo di mediatrice svolto dai De Gasperi, dai Fanfani, dai Moro,
dagli Andreotti, dai Craxi e dai De Michelis, e poi in parte dagli
stessi Berlusconi e Tremonti prima di litigare, e in qualche occasione da Massimo D’Alema (soprattutto quando lo consigliava
Francesco Cossiga) tra Mediterraneo e Germania, tra Londra e Parigi, affiancando gli Stati Uniti, leali con Israele ma sapendo parlare a Mosca e agli arabi. Se si riflette sul lungo arco del secondo
dopoguerra, Roma ha pesato spesso in modo significativo. Certo
prima che arrivassero inconsistenze come Monti e Letta (con l’altrettanto inconcludente Emma Bonino).
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CULTURA
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quel benedetto limite
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DI LAURA BORSELLI
Scrivere
è riempirsi
di polvere
La letteratura americana come occasione per
uscire dal soggettivismo. Da Flannery O’Connor
a Raymond Carver passando per Jack Kerouac.
Nell’ultimo libro di Antonio Spadaro una
scorribanda fino alle frontiere dell’esistenza
Foto: Getty Images
S
e Antonio Spadaro ha rovistato nella
letteratura americana fino a trovarsi a suo agio nell’eterna frontiera che l’attraversa è un po’ per quel sentimento di fedeltà alla realtà che ben sintetizzava G. K. Chesterton quando sosteneva che «la più grande poesia è un inventario». Spadaro, sacerdote gesuita, critico letterario e oggi direttore de La Civiltà Cattolica, da tempo masticava la narrativa italiana degli anni Novanta ricavandone una sorta di retrogusto amaro, la sensazione che quelle pagine non
illuminassero di una luce nuova la realtà, ma al massimo l’interiorità degli autori. «Percepivo un eccesso di introspezione che mi lasciava insoddisfatto», spiega
a Tempi. Del resto la sua avidità di lettore
non poteva che aumentare dopo aver scoperto “l’ustionante” Flannery O’Connor,
l’autrice che ammoniva gli aspiranti col-
leghi dicendo che «la narrativa riguarda
tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi,
non dovreste tentar di scrivere narrativa».
Di polvere, vento, orizzonti lontanissimi e popoli fieri è invece densa l’America, si tratti delle terre del Sud protestante della scrittrice di Savannah, della casa in cui Emily Dickinson scriveva le
sue lettere e le sue poesie senza mai uscire o delle strade interminabili lungo cui
Jack Kerouac cercava se stesso. Il movimento è una cifra distintiva della letteratura americana anche quando la narrazione è immobile, perché l’anelito a scoprire nuove terre, a varcare la frontiera
subendo il fascino e il timore di un orizzonte sconfinato, resta vivo anche (forse
soprattutto) quando non c’è più nulla di
nuovo da scoprire, nessuna porta da aprire o confine da varcare. Capita così se la
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cultura quel benedetto limite
percorso
nelle vene
d’america
A. Spadaro
Jaca Book
18 euro
frontiera ti scorre nelle vene. Non per una perla preziosa». Il pensiero va all’im- daro – permette alla scrittrice di aprirsi a
nulla Nelle vene d’America (Jaca Book, magine usata spesso dal pontefice secon- intuizioni che rendono quel testo impor335 pagine, 18 euro) è il titolo del libro do cui le nostre chiese devono tornare ad tantissimo. La O’Connor pone un parallein cui Spadaro ripropone al lettore quello avere le porte aperte. «Molti intendono lismo geniale tra lo scritto delle suore, così
che è stato il suo percorso dalla O’Connor questa immagine come un bisogno della imperfetto, e il suo oggetto, cioè il volto
a Walt Whitman passando per Raymond Chiesa di aprire le porte per fare entrare imperfetto e sfigurato della piccola Mary
Carver, Jack Kerouac, Emily Dickinson, le persone; ma non dimentichiamo che Ann. Entrambi risultano ai suoi occhi non
Sylvia Plath e molti altri. «L’esistenza del- prima ancora è il Vangelo che deve uscire “deturpati”, “brutti”, come se la loro fosse una condizione oggettiva, data e chiula frontiera, ha scritto lo storico Frederick da quelle porte».
sa in se stessa irrimediabilmente. No, essi
Jackson Turner, è ciò che ha reso irripetisono “incompiuti”. (...) Mary Ann aveva
bile la storia americana. Ed è proprio la Il volto sfigurato della piccola Mary
cifra che mi ha guidato», spiega Spadaro.
Nel capitolo dedicato a Flannery O’Con- messo a frutto la sua condizione, così il
Esplorare la prateria dei luoghi e quel- nore Spadaro racconta un episodio poco lettore è chiamato a mettere a frutto un
la dell’anima ha una valenza oltre la cri- conosciuto, perché sfociato in uno scrit- testo imperfetto, che però contiene al suo
tica letteraria, che pure in queste pagi- to pubblicato molto tardi in italiano. Un interno un mistero profondo. Il testo lettene non manca. Così Spadaro riconosce giorno l’autrice viene raggiunta da una rario è veramente “compiuto” solo nel dialogo con la coscienza di un lettonell’incontro con gli autori che
cioè fuori del testo stesso. Così,
ha amato e conosciuto «come
«Kerouac provò a vivere una re,
intuisce la O’Connor, il compiin una comunione dei santi»
mento di una vita umana, ancor
la possibilità per tutti di «non
vita ascetica, si avvicinò
più evidentemente incompiuta
chiudersi dentro recinti puraal buddismo. MA capì che era (“unfinished”) a causa di una gramente interiori, soggettivistive malattia, è fuori di essa».
ci». E questo è un momento
segnato dal peccato. Quel
In quel compimento i limitutt’altro che casuale per apripeccato ha gettato le basi per ti hanno un compito prezioso. Lo
re una finestra sulla dimensiopapa Francesco (lo accenna
ne ampia e popolare della lettela grazia. e gli ha fatto dire “I stesso
Spadaro nella conclusione dell’inratura americana. «Non ho mai
guardato a questi autori in senam not a beat, I am a catholic”» tervista su Civiltà Cattolica) invita
so apologetico –riconosce Spaa «non maltrattare i propri limiti».
daro –, né ho fatto una selezione lega- richiesta strana. Scrivere la storia di una «È un’espressione che usa in un vecchio
ta alla loro fede». Il volume accosta infat- ragazzina malata di tumore, accolta da scritto da gesuita», ricorda Spadaro facenti autori dichiaratamente cattolici e altri una congregazione di suore all’età di tre do l’esempio di Jack Kerouac. L’autore di La
provenienti da mondi lontanissimi. D’al- anni e rimasta con loro fino alla morte, strada provò a vivere una vita ascetica, fattronde c’è un altro gesuita che sta stu- sopraggiunta a 12 anni. È la storia di Mary ta di meditazione e di astinenza dall’alcol
pendo (e scandalizzando) con la sua soli- Ann, il viso deturpato da un tumore in e dal sesso. Si avvicinò anche a una sorta
da ricerca di dialogo con chi non crede. una parte del volto e una gioia d’animo di buddismo, convinto che il mondo non
Guardando ai primi passi del pontificato contagiosa. Alle suore che le chiedono di fosse nulla. «Dall’altra parte c’era il cristiadi papa Francesco, padre Spadaro ricor- scrivere di lei Flannery risponde che devo- nesimo, con il suo accento sul mondo reada la lunga intervista concessa dal ponte- no essere loro stesse a raccontare quel- le. Ebbene, quello che mi ha sempre stupifice proprio alla sua rivista. È stato anche la storia di fatti («factual story»). Peccato to studiandolo è che ad allontanare Kerouquello un momento per capire che «il che il risultato sia una narrazione orren- ac dal buddismo fu proprio il peccato. Lui
Vangelo ha senso se si incarna nella sto- da, senza ritmo né mordente. La scrittrice capì che era segnato dal peccato che sentiria. Una dinamica di lettura del Vange- decide comunque di scrivere la prefazio- va nella sua carne. Quel peccato, direbbe
lo che non abbia direttamente a che fare ne. “Colpa” della foto di Mary Ann che le la mia amica Flannery O’Connor, ha gettacon il dibattito della realtà contempora- suore le hanno inviato e che non smette di to le basi per la grazia. Al punto da fargli
nea, anche a contatto con le prostitute e i interrogarla. «La penetrazione del mistero dire, a un certo punto della sua vita, “I am
pubblicani è un cristianesimo che espelle della vita di quella bambina – scrive Spa- not a beatnik, I am a catholic”». n
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CULTURA REVISIONI STORICHE
Napoleone Bonaparte
in esilio a Sant’Elena
(incisione, collezione
De Agostini)
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| Foto: Getty Images
Ei fu papista
E antigiacobino
Crudele, anticlericale, superstizioso. Così è stato raccontato
Napoleone. Ora il cardinal Biffi presenta il memoriale
dell’Imperatore, fatto di dialoghi con i compagni d’esilio.
Dove emerge un uomo “nuovo”, affascinato dalla fede come
«adesione, non a una teoria, ma a una persona viva, Gesù»
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DI Francesco Amicone
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CULTURA REVISIONI STORICHE
in
un
uomo si è
veduta una
simile combinazione
di crudeltà, tirannia, petulanza, dissolutezza, lusso,
ed avarizia, come in Napoleone». Bonaparte aveva la rogna, piangeva come una fanciulla, soffriva di continui svenimenti, cacciava a pestoni le amanti dal letto, esiliava
gli amici di infanzia, esultava per aver ricevuto una lettera dello Zar. Era faceto, senza religione ma «estremamente superstizioso», «insolente e offensivo nelle conversazioni private». Con queste parole, Lewis
Goldsmith, in The Secret History of the
Cabinet of Bonaparte (1811) inaugurò la
campagna di delegittimazione pubblica
contro l’imperatore dei francesi.
Se la missione propagandistica fu un
fallimento quasi completo, lo si deve al
fascino esercitato dalle sue vittorie e anche
ai molti memoriali che uscirono a distanza di pochi anni dalla sua morte. Uno dei
più interessanti fu pubblicato a Parigi nel
1840 ed è stato recentemente tradotto in
italiano. Si tratta di Sentiment de Napoléon sur le christianisme, Conversations
religieuses. Le Conversazioni sul Cristianesimo, pubblicato dall’editrice Esd, contiene un estratto del memoriale, le testimonianze degli uomini esiliati con lui,
che confermano l’adesione al cattolicesimo di Napoleone, già poeticamente rivelata da Alessandro Manzoni, nella poesia
Il Cinque Maggio. «Quello che esce da queste pagine», scrive il cardinale Giacomo Biffi, che ne ha promosso la pubblicazione,
è un cristiano devoto. Per Napoleone «la
fede e la religione erano l’adesione convinta, non a una teoria o a un’ideologia, ma a
una persona viva, Gesù Cristo, che ha affidato l’efficacia perenne della sua missione di salvezza a “un segno strano”, alla sua
morte sulla croce».
Le testimonianze raccolte dagli uomini
della corte riunita sull’isola di Sant’Elena,
che condivisero con lui gli ultimi 6 anni di
vita, svelano dell’Imperatore l’intimità religiosa. Le conversazioni sono riportate dalle annotazioni dei due medici che l’ebbero in cura e dalle parole del suo esecutore
testamentario Charles Tristan De Montholon. All’approssimarsi della morte, il generale corso si faceva trovare in camera con
il Vangelo sul tavolino, e parlava tranquillamente del cristianesimo e di Dio. Non lo
aveva mai fatto. «Io lo sento, questo Dio, lo
vedo, ne ho bisogno, credo in lui», confida
a De Montholon. Bonaparte si dice affascinato da Gesù, dalla sua persuasione, che
esercita «con un richiamo al cuore, e non
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con uno spiegamento sontuoso di logica».
«Il suo spirito mi supera, e la sua volontà
mi stupisce; tra lui e qualsivoglia altro nel
mondo non può esserci un possibile termine di paragone», afferma. Napoleone, nel
Vangelo, vede la nascita di Gesù, la storia
della sua vita, la profondità del suo dogma come un «mistero insondabile». «Questo mistero – dice – è perennemente sotto i miei occhi, e io non posso né negarlo,
né tanto meno spiegarlo. In tutto ciò non
c’è niente di umano. Più tento di avvicinarmi, di esaminarlo da vicino, più il mistero
mi trascende, e rimane di una grandezza
soverchiante; e più medito, più il mistero
diventa inafferrabile».
Il cardinale
Giacomo Biffi
(nella foto a destra)
leggendo il libro è
rimasto folgorato
dalla scoperta di un
“nuovo” Napoleone:
un Imperatore
non solo credente,
ma addirittura
apologeta della
fede cattolica.
«Ci auguriamo –
scrive il cardinale
nella prefazione –
che il rinnovato
e attento ascolto
di queste
conversazioni
renda onore
alla memoria
di Napoleone
e ottenga frutti
di conversione».
Nella foto a destra,
David Jacques
Louis, Incoronazione
di Napoleone, 1807,
Louvre, Parigi
(Francia)
Il suono delle campane
Nel fare sarcastico e paternalistico di Napoleone, anche il bonapartista Antoine Claire Thibaudeau riscontrò una inclinazione
al misticismo. Lo rileva nelle sue memorie sul Consolato, in un incontro nella residenza di Malmaison, nei pressi di Parigi, a margine del concordato con cui, nel
1801, Napoleone ristabilì il culto cattolico
in Francia. Thibaudeau riporta il colloquio
che avvenne tra l’imperatore e un membro
del Consiglio di Stato. Giustificando il Concordato con la Chiesa, e il ripudio delle dottrine sull’Essere
il generale si faceva
Supremo, figlie del giacobinismo, Napoleone dice: «Dometrovare in camera con il
nica scorsa ero qui, in questo
Vangelo, e parlava di Dio e
giardino, in questa solitudine,
in questo silenzio della natudel cristianesimo. Non lo
ra. Poco lontano la campana
aveva mai fatto. «lo sento
di Rueil risuonò alle mie orecchie: fui commosso; tanto è forquesto Dio, lo vedo, ne ho
te la potenza delle prime abitudini e dell’educazione. Allora
bisogno, credo in lui»
dissi a me stesso: che impressione deve fare questo su uomini semplici lui e per i cardinali, anche se non uscì mai.
e creduli! I vostri filosofi, i vostri ideologi Il papa era esausto per le calunnie in base
rispondano a questo! Abbiamo bisogno di alle quali si pretendeva che io lo avessi maltrattato, calunnie che il papa smentì pubuna religione per il popolo».
Grazie a quel Concordato, Napoleone blicamente». Non sono battute ironiche. A
ricevette la consacrazione del Papa Pio VII confermarne la veridicità ci sono gli scritti
alla Repubblica e la conferma della vendi- del Cardinal Bartolomeo Pacca (che Napota dei beni ecclesiastici, sottratti durante leone fece imprigionare), il quale ricorgli anni rivoluzionari. In compenso, «ono- da la contentezza di Pio VII, dopo le visiri militari, in favore di Gesù, furono inseri- te con il suo persecutore corso. Il vecchio
Papa lo chiamava «caro figliolo», «figliolo
ti nel bollettino delle leggi».
Nelle conversazioni a Sant’Elena, l’im- caparbio». Lo stesso Napoleone confessa ai
peratore si sofferma anche su quegli anni compagni di Sant’Elena di provare per Pio
e sullo strano rapporto che intrattenne VII dell’affetto. Lo ritiene un uomo «buocon Pio VII, che fece “rapire” nel 1811 e no, dolce e bravo», che non ha mai rinunche liberò soltanto in prossimità della sua ciato alla speranza che si confessasse con
fine politica. «Quando il Papa era in Fran- lui: «e me lo ha anche più volte ripetuto,
cia», racconta Napoleone a De Montholon, con innocente dolcezza, mentre discorre«gli assegnai un palazzo magnifico a Fon- vamo da buoni amici: “Prima o poi, lei lo
tainebleau, e 100.000 corone al mese; ave- farà, con me o con qualche altro, e vedrà
vo messo a sua disposizione 15 vetture per quale gioia e felicità ne avrà lei stesso”».
Foto: Marka
«M
ai
Pio VII chiamava il suo
persecutore corso «caro
figliolo», «figliolo caparbio».
Lo stesso Napoleone confessa
ai compagni CHE ERANO
IN ESILIO A Sant’Elena
di provare per quel papa
dell’affetto. Lo ritiene un
uomo «buono, dolce e bravo»
IL LIBRO
Il cardinale Biffi
ha promosso
la pubblicazione
scrivendo
la prefazione
alle Conversazioni
sul Cristianesimo
CONVERSAZIoNI
SUL
CRITIANESIMO
Edizioni studio
domenicano
nando camere, e saloni. Nei momenti di
sconforto aveva infilzato il terreno con il
bastone. Si era mosso per il suo nuovo piccolo regno a cavallo, intrattenendo conversazioni con i suoi nuovi “sudditi”.
Foto: Marka
Napoleone a quella richiesta sempre si sottrasse: «Santità – gli diceva – ora sono troppo occupato; lo farò quando sarò vecchio».
L’educazione religiosa
Bonaparte non fu mai ateo. A Sant’Elena
lo ribadisce: era un corso, aveva ricevuto
un’educazione religiosa. Aveva vissuto a
Parigi negli anni atei rivoluzionari, senza
abbracciare alcuna filosofia. Era un guerriero e vedeva nella religione del popolo, la
sua religione, tanto da difendere la necessità dell’esistenza di un clero, come riferisce
ancora Thibaudeau: «Ci saranno sempre
i preti, finché ci sarà senso religioso nel
popolo»; a chi gli chiede di abolire la casta,
spiega: «Sono andati i tempi buoni», «non
c’è più nulla da prendere al clero».
Napoleone, in seguito, cercando di sottrarre Roma al papato subì la scomunica.
E da quel momento, la fortuna si rovesciò.
In pochi anni, arrivarono sconfitta ed esilio; l’umiliazione e la paura del viaggio che
lo portò all’Elba, mentre il popolo lo inseguiva per metterlo a morte, accusandolo
di essere il peggiore dei tiranni.
Quando giunse in Italia, Bonaparte era
spossato e senza speranza. Ma si commosse dell’accoglienza degli isolani. E, al Te
Deum, nella chiesa di Porto Ferraio, qualcuno lo vide piangere. Nemmeno quando tornò al potere durante i “cento giorni”, le spie straniere riuscirono a risolvere
il mistero di quel comportamento amletico, «commediante», che l’imperatore aveva tenuto durante quei giorni all’Elba.
Sull’isola aveva mangiato la zuppa con i
pescatori di Porto Ferraio, giocato a carte con le signorine dell’isola e si era fatto
beffe dei cortigiani, infilando pesci nelle
tasche. Si era dato alla zappa e alla costruzione della sua nuova “reggia”, immagi-
«Sia fatta la volontà di Dio»
Il secondo esilio, a Sant’Elena, definitivo,
ormai chiude la sua epoca. Napoleone è
consapevole che non rivedrà più la patria e
gli onori. Non ha più nulla da nascondere,
quando inizia la lunga malattia che lo porterà alla morte, e al Generale Bertrand, che
sull’Elba era stato vittima delle sue burle,
dice, lasciandolo di stucco: «Se lei non capisce che Gesù Cristo è Dio, ebbene ho sbagliato io a nominarla generale!». Ai cortigiani, almeno inizialmente stupiti di quella devozione, Bonaparte spiega che la causa della conversione è da rintracciarsi nelle opere della madre e del vescovo di Nantes, i quali lo hanno «aiutato a raggiungere la piena adesione al cattolicesimo». Fra
una lamentazione e l’altra (sostiene di aver
avuto «più traditori di Augusto»), intrattiene discorsi teologici e ordina di costruire
un altare per dire Messa. Gli mancano il
suono delle campane, la moglie, il figlio.
Gli mancano persino i preti, e di tanto in
tanto, pensa di crearne uno: «E se io, Imperatore consacrato, vescovo io stesso – dice
a De Montholon – ne consacrassi uno qui?
Clodoveo e i suoi successori non erano stati consacrati con la formula di Rex Christique sacerdos? Non era quella la vera carica di vescovo?». Alla fine si decide a chiedere allo zio vescovo un prete colto che abbia
meno di quarant’anni.
«Avrei desiderato rivedere mia moglie
e mio figlio; ma sia fatta la volontà di Dio»,
con questo sentimento Bonaparte si avvicina alla morte. Stando alle cronache, chiede
all’abate Vignali di confessarlo, dà disposizioni sulla camera ardente e si fa somministrare il santo viatico. Muore, il 5 maggio
del 1821, secondo testamento, nella religione Cattolica romana e apostolica. n
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CULTURA PRIMA DI ESSERE DUCE
Benito l’italiano
Ateo alla Eugenio Scalfari. Antipartito alla Beppe Grillo.
E finanziato (come lo furono gli antifascisti) dai servizi di Sua
Maestà. Ecco chi era “Il Compagno Mussolini” nell’urticante
biografia scritta dal direttore del Giorno Giancarlo Mazzucca
e da Nicholas Farrell, specialista inglese di storia del fascismo
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DI LUIGI AMICONE
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| Foto: Olycom
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CULTURA PRIMA DI ESSERE DUCE
Sfilata dei fascisti
a Napoli in occasione
del congresso del
partito che precedette
la Marcia su Roma.
Nella foto, da sinistra,
Michele Bianchi,
Benito Mussolini,
Cesare Maria
De Vecchie Italo Balbo
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suo giornale. Il Tenente-Colonnello Hoare, più tardi Viscount Templewood, era
arrivato in Italia nell’estate del 1917 come
comandante della British Military Mission, ovvero l’agenzia dei servizi segreti
inglesi. All’epoca, il titolo abbreviato dei
servizi segreti britannici era “MI5”, cioè:
non c’era la distinzione successiva fra
MI5 (spionaggio domestico) e MI6 (spionaggio agli esteri). La sede della British
Military Mission in Italia era a Roma in
Via delle Quattro Fontane ma aveva uffici
anche a Milano, Genova e Torino. In tutto, aveva un organico di 65 persone (compresi i segretari) e in Italia rimase dal gennaio 1917 all’agosto 1919, quando la Mission fu chiusa. L’archivio privato di Hoare (1880-1959) venne donato dalla sua
famiglia al Manuscripts Department della biblioteca dell’università di Cambridge nel 1960 e contiene centinaia di documenti ufficiali “top secret” riguardo al
Foto: Ansa/Farabola
I
18 marzo 1904, a Ginevra, lungi dall’essere opera del dio teologico
Benito Mussolini tenne una e clericale – non è che la manifestazione
conferenza per commemora- della materia, unica, eterna, indistruttire la Comune di Parigi. Secon- bile, che non ha avuto mai principio, che
do Renzo De Felice, il più noto non avrà mai fine. La vita, dunque, la vita,
biografo di Mussolini, è stata, nel suo significato universale, non è che
questa, l’unica occasione in cui il Duce una combustione perenne d’energie etervide Vladimir Ilic Uljanov Lenin, anche namente nuove […]. Ma ciò che più ripului presente al convegno. Ma Mussolini gna alla Ragione umana è il fatto inconcepotrebbe avere incontrato l’esiliato rus- pibile della potenza creatrice del dio che
so anche a Berna, l’anno prima: era soli- dal “nulla” crea il tutto, dal caos l’Univerto, infatti, pranzare alla mensa Spysi, so. […] L’ipotesi di una creazione dal nulla
dove anche Lenin e Trotsky mangiavano rappresenta l’infanzia del pensiero filosocon regolarità. Dopo la Marcia su Roma, fico ed è in assoluta opposizione con tutil Capo del Cremlino aveva rimprovera- te le leggi della chimica e della fisica […].
to una delegazione di comunisti italia- La Religione è una malattia? Molti emini (c’era anche il romagnolo Nicola Bom- nenti scienziati hanno sostenuto e sostengono che la Religione è una
bacci): «Mussolini era l’unico
illusione, un fenomeno mortra voi con la mente e il tempeIL LIBRO
bido del genere delle nevrosi e
ramento adatti a fare una rivodell’isterismo. Certo che la reliluzione. Perché avete permesso
gione è una malattia psichica,
che se ne andasse?».
del cervello: è una contrazione
La sera del 26 marzo, alla
e una coartazione dell’indiviMaison du Peuple di Losanna,
duo il quale, se profondamenMussolini tenne un contradditote religioso, si presenta a noi
rio con Alfredo Tagliatatela (un
come un anormale […]. Se l’epipastore evangelista di Roma)
demia religiosa non si manifesull’esistenza di Dio davanti a IL COMPAGNO
sta in tutti con forme patologi500 persone. Fu proprio in quel MUSSOLINI
che la causa deve ricercarsi nel
dibattito che egli prese un oro- Nicholas Farrell
Giancarlo
fatto che non tutti hanno allo
logio, dando a Dio dieci minu- Mazzucca
stesso grado d’intensità il sentiti di tempo perché lo fulminas- Rubbettino
mento religioso e non tutti ne
se. Di seguito venne stampato a
ricordo della serata e in poche centinaia fanno la preoccupazione costante della
di copie un opuscolo dal titolo L’Uomo e loro vita. Ma la malattia è allo stato latenla Divinità. Nel testo del discorso, docu- te e può dare, sotto speciali circostanze,
mento ormai quasi introvabile, Mussoli- quelle crisi di cui è piena la storia. Riassuni aveva sottolineato: «Quando noi affer- mendo diremo che l’“uomo religioso” è
miamo che “Dio non esiste” intendiamo, un anormale e che la “Religione” è causa
con questa proposizione di negare l’esi- certa di alcune “malattie epidemiche delstenza del dio personale della teologia; lo spirito” per le quali è necessaria la cura
del dio adorato – sotto vari aspetti e con degli alienisti».
modi diversi – dai devoti di tutto il mondo; del dio che dal nulla ha creato l’uni- Il denaro inglese
verso, dal caos, la materia, del dio degli Fu dopo Caporetto che Mussolini riceassurdi e delle ripugnanze alla Ragione vette anche il denaro inglese, provenienumana. […] Noi pensiamo che l’Universo, te da Sir Samuel Hoare, per sostenere il
l
Gli autori
Nicholas Farrell
È un giornalista inglese.
Nel 2003 ha pubblicato il suo primo libro
Mussolini: A New Life.
Ha lavorato per The
Spectator per cui ha realizzato un’intervista col
primo ministro italiano
Silvio Berlusconi. Poi si è
trasferito a Forlì dove si
è sposato con una donna
italiana. Collabora con
Libero e Il Giornale.
Giancarlo Mazzuca
Giornalista e scrittore
italiano. Inizia la sua carriera come inviato speciale del Corriere della
Sera. Dal 2002 al 2008
è stato direttore de
Il Resto del Carlino.
Lo scorso febbraio
è stato nominato
direttore del Giorno.
Foto: Ansa/Farabola
Lenin rimproverò un gruppo di comunisti italiani:
«Mussolini era l’unico col temperamento adatto a una
rivoluzione. Perché avete permesso che se ne andasse?»
suo soggiorno in Italia. Hoare non doveva tenere questi documenti nel suo archivio personale ma restituirli al War Office
(Ministro di guerra). Nonostante ciò quei
documenti erano coperti lo stesso, fino a
tempi recenti, dal segreto di Stato e perciò non disponibili ai ricercatori. Gran
parte degli archivi dei servizi segreti britannici prima degli anni Venti sono stati distrutti, o persi. Quindi, i documenti
nell’archivio di Hoare, relativi agli anni
in cui era una spia, sono molto preziosi
e per quanto ci risulta, quelli sul periodo
del suo servizio in Italia negli ultimi 18
mesi della Prima Guerra Mondiale sono
rimasti finora inediti.
Il ruolo della British Military Mission
in Italia fu principalmente di minare i
tentativi crescenti per l’abbandono della guerra da parte dell’alleato italiano in
quel momento così critico del conflitto
quando la sconfitta dei poteri democratici e la vittoria di quelli imperiali sembravano davvero essere alle porte – e anche
allo stesso tempo chiaramente di sostenere qualunque forza politica in Italia voleva invece continuare a combattere i tedeschi e gli austriaci.
Ormai aperti agli studiosi, i documenti relativi alle sue attività da capo-spia in
Italia nell’archivio di Hoare a Cambridge
ci forniscono con un ritratto affascinante
l’Italia tra il 1917 e il 1918 e lo stato d’animo del popolo italiano. Già, nei mesi prima del disastro di Caporetto, c’erano stati dei tentativi «molti gravi» in Italia, scri-
ve Hoare al suo capo a Londra MaggioreGenerale Sir George MacDonogh, il Director of Military Intelligence presso il War
Office. Tentativi pilotati da tre forze formidabili– «finanziaria, socialista e clericale» – il cui scopo era di costringere l’Italia
a fare la pace con il nemico. Secondo Hoare, in una nota a Londra in data 7 ottobre
1917, «senza dubbio» questo movimento
era diretto da «personalità del Vaticano»
e delle banche del Vaticano come la Banca Ambrosiana ma anche di quelle sotto controllo tedesco come la Banca Commerciale Italiana. In un’altra nota il capospia inglese liquidò con disprezzo Eugenio Pacelli, il nunzio papale a Monaco,
come «un filo-tedesco convinto».
Così, dal gennaio del 1918, i servizi
segreti inglesi cominciarono a dare un
sostegno finanziario regolare a Il Popolo
d’Italia di Mussolini. Cinquanta sterline
al mese possono sembrare a noi, al gior|
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CULTURA PRIMA DI ESSERE DUCE
LA MOSTRA a PREDAPPIO
Alla scoperta del ragazzo
socialista fino al midollo
La fondazione dell’Antipartito
Mussolini non aveva più fatto parte di
alcun partito politico da quando era stato
espulso dal Partito Socialista nel 1914. Il 9
marzo 1919, su Il Popolo d’Italia, annunciò la decisione di fondare, il successivo 23 marzo, un «antipartito», ovvero un
movimento, i «Fasci italiani di Combattimento». Un movimento aveva una forza
di attrazione più ampia di un partito. Era
più spontaneo – più simile a una folla –
più versatile e meno propenso a diventare corrotto e impotente come tutti i partiti esistenti in Italia. La riunione del 23
marzo, inizialmente destinata a svolgersi
al Teatro Dal Verme, in Via San Giovanni
sul Muro, si tenne invece, considerando la
partecipazione al di sotto delle aspettati32
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In alto, la casa natele
di Benito Mussolini
nella frazione
di Dovia. Negli anni
del fascismo veniva
considerata
la Betlemme
degli italiani
ve, nella sala riunioni del Circolo dell’Alleanza Industriale in Piazza San Sepolcro.
All’epoca a malapena notata dalla stampa, la riunione di San Sepolcro
assunse in seguito fama leggendaria.
Lo scopo dell’incontro era quello di
riunire tutti i gruppi rivoluzionari fautori della guerra in una sola organizzazione. Molti di questi gruppi già si autodefinivano «fasci». Tra le oltre 120 persone
presenti c’erano futuristi (compreso Marinetti), sindacalisti rivoluzionari, ex soldati, un certo numero di nazionalisti e
anche repubblicani – esponenti del partito guidato da Pietro Nenni, il vecchio
amico e avversario faentino di Mussolini.
C’era anche il veronese Aldo Finzi, uno
dei sette piloti che avevano partecipato
al mitico volo su Vienna di D’Annunzio
nell’agosto 1918, che era ebreo non praticante. Inizialmente, Finzi fu un fascista
incallito ed ebbe anche incarichi importanti nei primi governi fascisti negli anni
Venti. Dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti nel 1924 la sua stella precipitò: non
a causa del suo essere ebreo, ma a causa del suo squadrismo a oltranza. Rimase
fascista fino alla sua espulsione dal partito nel 1942 e poi, dopo la caduta di Mussolini nel 1943, collaborò con i partigiani. Venne arrestato a Roma dove viveva e
rinchiuso nel carcere di Regina Coeli. Il
24 marzo 1944 fu tra i 335 italiani (di cui
75 ebrei) fucilati dai nazisti a Roma nella
strage delle Fosse Ardeatine.
Il fascismo, c’è da dire, non fu per
niente antisemita fino alla sua alleanza
fatale con il nazismo nella seconda metà
degli anni Trenta. Anzi. Tantissimi dei
50 mila italiani ebrei, come Finzi, come
la Sarfatti, furono fascisti appassionati –
fino alle leggi razziali del 1938. Quei fascisti della prima ora presenti all’adunata
del 23 marzo provenivano da ogni classe,
anche dalla nobiltà. Non è possibile dire
per certo e con precisione quante persone vi fossero. Una volta che i fascisti ebbero preso il potere, il numero di coloro che
affermavano di essere stati presenti quel
giorno ammontava a varie centinaia.
Nella sua autobiografia del 1928, Mussolini disse che c’erano 54 partecipanti;
la Sarfatti, in Dux del 1926, sostiene, invece, 145. Era presente anche lei quel giorno e avrebbe affermato: «Centoquarantacinque persone riunite in una mediocre sala presa in affitto […] in un palazzo fuori mano della vecchia Milano, nella malinconica piazza del Santo Sepolcro:
simbolico nome di catacomba. Tra quel
centinaio di brava gente, i nomi più noti
non arrivavano ai dieci». n
Foto: Ansa/Alinari
no d’oggi, pochissime ma c’è da ricordare il tasso di cambio fra la lira italiana e la sterlina britannica nel 1918: 30,30
lire alla sterlina (sarebbe salito a 90 lire
nel 1922, e 144 lire nel 1926). Quindi, cinquanta sterline nel 1918 erano 1.515 lire
– al mese. Lo stipendio mensile di Mussolini quando faceva il maestro era di 65
lire, mentre da direttore de La Lotta di
Classe di 120 lire, dell’Avanti! di 500 lire.
Nel 1900 si cantava “Mamma mia dammi
cento lire” (i soldi necessari per andare a
cercare la fortuna in America). Nel 1938
si canterà “Se potessi avere mille lire al
mese”. Il motivo principale dei finanziamenti inglesi agli interventisti in generale nel 1918 e al giornale di Mussolini
in particolare era semplice (come lo era
anche per i finanziamenti francesi agli
stessi gruppi): di tenere l’Italia al loro
fianco, e a quello dei francesi, sul campo
di battaglia contro il Male.
Benito, non il Duce. Il Mussolini che c’era molto
prima della Marcia su Roma, dei fasci di combattimento. Il ragazzo socialista sino al midollo pronto a
giurare, come in una lettera inedita ad Alfredo Polledro del 2 aprile 1905: «Il mio fucile non saprà mai
tradire la causa della rivoluzione». A lui è dedicata la
mostra intitolata “Il giovane Mussolini 1883-1914”
allestita a Dovia, frazione di Predappio, nella casa
natale del futuro dittatore. Più di 200 cimeli, alcuni
dei quali mai esposti al pubblico, che raccontano la
giovinezza di Mussolini. Tra gli inediti spiccano un
olio su tela realizzato da Pietro Angelini che ritrae
Mussolini arrestato dai carabinieri dopo una conferenza. E poi moltissimi altri documenti come la locandina
elettorale del 1913 che pubblicizza la candidatura di
Mussolini alle elezioni nel collegio di Forlì. Si batteva
contro il repubblicano Giuseppe Gaudenzi il quale,
nonostante l’oratoria mussoliniana, trionfò con 4.536
voti contro i 1.425 del futuro Duce.
LE NUOVE LETTERE
DI BERLICCHE
DATAGATE SÌ MA A SUA INSAPUTA
Obama è quello buono
Non dimenticarlo mai
M
io caro Malacoda, ricorda: è il pregiudizio che fa la politica, ed è la stampa che ne traccia il solco. Se preferisci Nietzsche: «Non esistono fatti ma solo
interpretazioni», cioè pre-comprensione, giudizi dati prima. La versione più schietta (certamente cinica ma con il pregio della sincerità)
di questo andazzo è nell’adagio di un vecchio
cronista: «La notizia crea il fatto e lo determina». Informazione, insomma, è quell’attività
di manipolazione delle menti che dà a esse la
“forma” predeterminata che si vuole che esse assumano. D’altronde, non
è solo colpa del giornalista col- È “l’uomo più potente del mondo” EPPURE POTEVA non
lettivo che tutti sovrasta, per es- sapere che cosa facevano GLI SPIONI USA. «È rimasto
sere malleabili e “informabili” senza parole, come me», dice IL FILOSOFO Walzer
è necessaria una qualche complicità, o almeno connivenza, come minimo sione del “non poteva non sapere”. Ci siamo
un po’ di incoscienza da parte dell’informato. battuti per l’universalità di questo principio,
Leggi Tommaso d’Aquino: «Quidquid recipi- ma devi sapere che una legge universale non
tur ad modum recipientis recipitur», una co- vale, contrariamente a come si possa pensasa non entra nella testa di una persona se in re, erga omnes. Anche i princìpi universaqualche modo già non vi alberga. Sembra un li hanno i loro campi di applicazione. O meproblema di intelligenza (e certamente lo è) glio, per qualcuno sono meno universali che
ma è al fondo una questione di libertà, il vero per altri (non pensare a Berlusconi, anche se
amore alla libertà non lascia mai indifferente so che è una tua ossessione). Lo afferma con
il cervello. Tu sei un diavolo, il tuo mestiere è candore, pari solo alla sua sfrontatezza, il filodividere, diffida di chi non separa ragione e li- sofo Michael Walzer per togliersi dal “brutto
imbarazzo per Obama” che il caso Datagate
bertà, mente e cuore, intelletto e affetto.
Ma non ti scrivo per darti una lezionci- costituisce. L’imbarazzo è nel fatto che “l’uona teorica sull’arte della disinformazione, mo più potente del mondo” potesse (curiosi
bensì per ricordarti un metodo. Il segreto è i vari significati del verbo potere) non sapere
sempre nel metodo, le conseguenze seguiran- che cosa facevano gli uomini della Nsa. «È rino. E tutto diventerà un pretesto. Nel mon- masto senza parole, come me», dice un loquado dell’informazione così concepito la realtà cissimo Walzer. Ma non solo Obama, anche
non ha più senso, valore, consistenza; conta il Bush nulla sapeva. Se era tenuto all’oscuro di
tutto uno che pure era cattivo e che avrebbe
perpetuarsi del pregiudizio.
Prendi il caso dello spionaggio america- forse condiviso l’operato della Nsa, che colpe
no nei confronti dei paesi e dei leader politi- può avere Obama che è buono? Chi, «probaci europei. Lascia stare il fatto in sé: cioè che bilmente», sapeva tutto era il cattivo per anesista lo spionaggio, che se devi spiare qual- tonomasia, quello della cui malvagità nessucuno è meglio spiare il capo del governo che no si scandalizza: Dick Cheney.
D’altronde, l’annuale classifica di Forbes
il fornaio di quartiere, che chi è spiato invece di lamentarsi dovrebbe chiedere conto ai l’aveva già stabilito: l’uomo più potente del
responsabili del controspionaggio… Conside- mondo non è più Obama, è il cattivissimo
ra invece un tema caro ai moralisti in stato Vladimir Putin. Possiamo continuare a indidi indignazione permanente effettiva: la re- gnarci tranquilli.
sponsabilità oggettiva, anche nella sua verTuo affezionatissimo zio Berlicche
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L’ITALIA
CHE LAVORA
Vivere dietro
LE SBARRE
«Non solo grembiuli. C’è anche una linea di vestiti per
bambini. E gli accessori: borse, cinture, portafogli».
Tutti realizzati dai detenuti del Bassone di Como,
grazie alla passione di Antonella Capilvenere e alla
sua cooperativa. «Solo lavorando si può ricominciare»
I
l carcere e l’Expo. Esiste un comune denominatore tra questi due elementi apparentemente inconciliabili tra loro e per trovarlo occorre dirigersi alla periferia di Como,
località Bassone, dove sorge l’omonimo penitenziario: una casa circondariale che
“ospita” 450 detenuti, circa il 10 per cento donne, tutte di nazionalità straniera. Ma per
scoprire il legame con Expo occorre oltrepassare gli spessi portoni di ferro. Quando si
chiudono dietro le spalle si ha uno strano effetto, anche se si è lì in qualità di visitatori.
Quel passaggio dà una netta sensazione di separazione con il resto della realtà, come
se lì cominciasse un altro mondo, un altro modo di vedere le cose.
Per fortuna ci sono persone che questa separazione cercano di toglierla di mezzo.
Come Antonella Baldo Capilvenere e la cooperativa di cui è presidente, Impronte di
libertà: una società di volontariato nata per favorire il reinserimento dei detenuti nella società attraverso il lavoro e la formazione professionale. Antonella Capilvenere arriva dal mondo dello spettacolo, vanta un copioso curriculum: attrice, ballerina e coreografa, con esperienze che vanno da Telemike a Fantastico, ma la sua passione rimane il
teatro. Qui esprime tutta la sua sensibilità nella preparazione delle scenografie. Grazie
al suo passato sono potuti nascere numerosi progetti che testimoniano come la dimensione del lavoro sia una componente determinante per garantire il reintegro dei detenuti e di conseguenza ridurre la recidività dei reati.
Impronte di libertà si pone come contatto con le imprese del territorio per consentire un definitivo reinserimento dei carcerati a partire dalla formazione nel penitenziario. «Abbiamo scelto il nome Impronte di libertà perché ognuno di noi quando passa
in un posto lascia un segno. L’impronta del detenuto che un giorno uscirà deve rimanere per sempre, tale traccia del passaggio necessita e grida la positività di un’esperienza», chiosa la presidente della cooperativa. L’intento dei volontari trova anche un
importante appoggio: la direttrice della casa circondariale, Carla Santandrea: «Io non
devo garantire solo la gestione del carcere, ma dare la possibilità ai detenuti di cambiare vita una volta usciti da queste mura. Non è semplice, visti i numerosi elementi che
contraddistinguono la realtà penitenziaria, ma abbiamo anche dei buoni esempi che
ci spingono a continuare».
L’interesse nel trovare nuove occasioni di lavoro ha fatto nascere l’opportunità per
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A sinistra, una delle
borse realizzate dai
detenuti del carcere
Bassone di Como
(foto a destra)
i carcerati di Como di contribuire alla realizzazione dell’Expo meneghino del 2015: «Per Expo ci hanno commissionato mille grembiuli che le detenute
hanno già preparato e che sono stati spediti nella
capitale degli Stati Uniti, Washington, per un evento di presentazione della kermesse milanese. Questo
è solo un primo lotto, infatti la commessa completa
riguarda 10 mila pezzi», spiega Antonella Capilvenere. «Siamo tutti molto orgogliosi, perché in America
hanno visto i prodotti realizzati dentro le mura del
Bassone e nella confezione dei grembiuli era ben
evidente la provenienza».
Il progetto “Sigillo”
La commessa è rientrata in Sigillo, un progetto del
Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria
all’interno del ministero della Giustizia. Sigillo è la
prima agenzia nazionale di coordinamento dell’imprenditorialità delle donne detenute e funge da agenzia veicolante per il lavoro e la cooperazione tra le
cooperative aderenti. In questo modo è possibile certificare la qualità dei prodotti realizzati all’interno delle sezioni femminili di alcuni dei più affollati penitenziari italiani. A gestirlo c’è una vera e propria agenzia dedicata, che ne cura le strategie di comunicazione e posizionamento del prodotto sul mercato in una
vera e propria logica di brand. Altro apetto ancor più
importante è che non si lavora gratis. È prevista infatti una forma di remunerazione: a Como le tre detenute che per ora hanno finito il percorso formativo
autonomamente e che sono in grado di svolgere la
produzione nelle sue fasi, percepiscono le borse lavoro. Il compenso è di sei euro l’ora e le ore definite dal
ministero sono 288 per detenuta. Spiega la Capilvenere che «le tre donne sono partite come volontarie,
hanno frequentato i corsi tutti i giorni, si sono impegnate, hanno imparato e ora sono capaci di confezionare i capi in maniera ottima. Le altre hanno iniziato
da poco e sono ancora nella fase formativa».
Il lavoro per Expo 2015 occupa una dozzina di
donne, che nei momenti di bisogno ricevono un aiuto anche dai laboratori della sezione maschile. Ma
non è solo questo il lavoro svolto da Impronte di libertà. La cooperativa, grazie alla fantasia della presidente, realizza una linea di abbigliamento per bambini
che «sta per essere presentata alla grande distribuzione con dei canali molto interessanti che vantano
250 punti vendita solo in Lombardia», spiega Capilvenere. «Se entrassero queste commesse occorrerebbe
rivedere la capacità produttiva e ingrandire le nostre
strutture per poter far fronte alle richieste».
Nella sezione maschile è stata introdotta da poco
un’idea che potrebbe convogliare l’interesse di molte aziende: attraverso la creazione di un laboratorio
di accessori moda fatti con materiali di recupero:
oltre alle stoffe di scarto che vengono dalle varie seterie della zona comasca, si possono utilizzare anche
i sacchetti del caffè usati, camere d’aria di biciclette, buste per il cibo di animali. «Stiamo raccogliendo
tutti questi oggetti, che sarebbero destinati al macero, per creare una linea di accessori che comprende
borse, cinture, portafogli, portaocchiali, portachiavi. Per queste commesse sono coinvolti circa dodici
uomini e abbiamo iniziato i corsi per insegnar loro il
lavoro lo scorso aprile. Bisogna tener presente che la
maggior parte dei detenuti è straniera e quindi all’insegnamento bisogna sommare l’apprendimento della nostra lingua». L’intento della cooperativa è farsi
conoscere dalle aziende perché gli accessori creati,
oltre a togliere il problema della gestione degli scarti dei materiali, potrebbero rivelarsi un’occasione
per fare del buon marketing. Perché se da una parte risiede la partecipazione a un’opera con un nobile
scopo, dall’altra la merce creata mantiene in evidenza le etichette dei prodotti originali. A titolo di esempio, le borse prodotte con le buste del caffè difettate,
mostrano il logo della fabbrica di provenienza.
Massimo Giardina
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STILI DI VITA
CINEMA
IL GATTO E LA VOLPE, CARATE BRIANZA (MB)
Hamburger non solo a pranzo
IN BOCCA ALL’ESPERTO
di Tommaso Farina
B
uoni vini, birre di qualità e ghiotti hamburger per la pausa pranzo. Tutto que-
sto può nascere in un anonimo complesso commerciale di Carate Brianza (Monza e Brianza), paese d’industria e artigianato. Possibile? Sì, grazie
all’intuizione propulsiva di alcuni giovani. Il Gatto e la Volpe decisamente non
sono come quelli di Pinocchio o anche della famosa canzoncina di Edoardo Bennato: qui nessuno vi inganna, nessuno vi frega. Mangerete bene. Poche cose, ben
fatte. E tanti bei vini, di scelta molto oculata. L’ambiente è quello che è: una volta era un baretto anonimo. Oggi, qualche modifica l’ha reso più attraente, ma
non è certo l’attrattiva fondamentale. Qui si viene per le birre: nove spine che
cambiano a rotazione, con grandi classici artigianali italiani ed esteri. E una ricca scelta di bottiglie.
Il cibo predilige ingredienti locali. Ecco dunque il Dionigi Burger, con pane di
un nuovo forno della zona, carne di Chianina affumicata, stracciatella di burrata
(del caseificio Damiano, un mini laboratorio brianzolo in cui una famiglia di origini pugliesi confeziona i formaggi della loro terra natia), guanciale croccante di
Oggiono. A lato, patatine fritte, fresche e non surgelate. Oppure il Valtellina Burger, con polpetta di luganega (salsiccia al formaggio) monzese, caprino, granella
di pistacchio, bresaola, funghi
Qui si viene per le birre:
“famigliola gialla” trifolati.
Oppure, altri piatti: casongrandi classici artigianali
celli alla bergamasca col guanitaliani e NON. E GHIOTTO è IL
ciale; tagliatelle di germe di
CIBO. come il Dionigi Burger:
grano con funghi porcini e borcarne Chianina affumicata,
roeula (pasta di salame alla
stracciatella di burrata
brianzola); pizzoccheri; stick di
pollo panati con salsa BBQ; mie guanciale croccante
nestrone di riso; saltimbocca alla romana. Di dolce, un bel tiramisù fatto in casa. La sera, numerose esibizioni di
gruppi musicali di tutti i generi. Si spende poco: c’è il menù da 11 euro. Un hamburger costa sugli 8-10 euro. Il bello, in ogni caso, è anche scegliere nella ricca lista di birre e vini. Un posticino sportivo, tranquillo e divertente dove fare bisboccia. Ma bisboccia intelligente e golosa, nient’affatto dispersiva.
Per informazioni
Il Gatto e la Volpe
www.gattoelavolpe.it
Via Mascherpa 13
Carate Brianza (Monza e Brianza)
Tel. 0362902320
Chiuso la domenica
stallazione che l’artista giapponese Toshiko Horiuchi MacAdam
si appresta a realizzare al Macro
– Museo d’arte contemporanea
di Roma, nella sede di Via Nizza,
per la settima edizione di Enel
Contemporanea (www.enelcontemporanea.com), fra i più prestigiosi appuntamenti internazionali nel panorama dell’arte
contemporanea, a cura di Francesco Bonami, e che sarà visibile al pubblico a partire dal 4 dicembre. Interamente realizzata
e intrecciata a mano, dal sapore tradizionale che rievoca l’antica lavorazione all’uncinetto abbinata a forme contemporanee
HUMUS IN FABULA
ENEL CONTEMPORANEA
L’installazione per
adulti e bambini
Dal prossimo dicembre e per il
2014, il pubblico potrà ammirare e sperimentare la grande installazione Harmonic Motion
della serie “Air Pocket”, ideata
per un pubblico di tutte le età e
in particolare per i bambini. Giocosa, colorata, interattiva: sarà
un’opera d’arte tutta da scoprire e sperimentare la grande in-
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La vita di Adele,
di Abdellatif Kechiche
Quanta violenza
che non serve
Una liceale alle prese con il
primo amore.
Film parecchio disturbante e non perché le due siano lesbiche ma perché una
delle due è evidentemen-
te minorenne, almeno a inizio film, e nessuno, a partire dal regista, si pone un
problema in questo senso.
E poi perché Kechiche indugia e non poco sulle evoluzioni delle due a letto. Realismo anche psicologico
non vuol dire mostrare tutto di tutto per far vedere –
come in tanti film d’autore
– che la vita non vale nulla.
HOME VIDEO
The Lone Ranger,
di Gore Verbisnki
Non male il flop 2013
Un Ranger e un indiano insieme a caccia dei banditi.
Passerà alla storia come il flop
del 2013 eppure non è malaccio. È spettacolare in alcuni
momenti, come per la sequenza sul treno, ha un fortissimo
impatto scenico e cinematograficamente si ripropone come il Pirati dei Caraibi ambientato nel selvaggio West. Ha un
solo grosso problema che forse gli è valso l’insuccesso: ha
troppe sequenze paurose e
macabre, inadatte per il pubblico dei più piccoli.
dai molteplici colori, l’opera Harmonic Motion (Moto Armonico)
della serie “Air Pocket” sarà un
sorprendente playground interattivo, sospeso nella grande hall
del Museo, a rappresentare un
ideale fil rouge tra l’edificio storico e l’area museale progettata
dalla francese Odile Decq. Harmonic Motion è così allo stesso tempo opera d’arte, scultura
aerea, spazio gioco, rete intrecciata e installazione, dove poter
entrare, saltare, rotolare, arrampicarsi, strisciare, rimbalzare,
oscillare, appendersi e muoversi attraverso livelli successivi, per
vivere un’esperienza insolita.
CONCORSO CONAI
Eroi da riciclare
“I Fantastici Sei” è l’ultima idea
del Consorzio nazionale imballaggi per coinvolgere i ragazzi
sul tema del riciclo. Un concorso
a premi per le scuole secondarie
di primo e secondo grado lanciato dal Conai, con il patrocinio del
ministero dell’Ambiente e del ministero dell’Istruzione. Gli alunni
dovranno realizzare un fumetto
che tocchi i temi della raccolta
differenziata e del riciclo, attraverso storie, personaggi, super
eroi, azioni che compongano una
storia originale e avvincente.
LA PERCEZIONE DI GENERE
I maestri del cinema classico hollywoodiano, anche a
causa di una censura particolarmente attenta, riuscivano a fare erotismo con un
paio di guanti come faceva la Hayworth in Gilda. Kechiche, che altrove è stato
bravo a descrivere il mondo
degli adolescenti, ha qui in
mente di raccontare la solitudine senza speranza della
sua protagonista e in alcuni
momenti ci riesce. Ma i buoni spunti sono schiacciati da
una violenza gratuita nell’esibire il corpo femminile in lunghi, estenuanti rapporti sessuali che non portano (anche
narrativamente) a nulla. visti da Simone Fortunato
SPORTELLO INPS
In collaborazione con
DOMANDA & RISPOSTA
Tutto quello che
bisogna sapere
La Legge 92/2012
Sono un dipendente interessato all’applicazione della legge 92/2012. Volevo capire meglio il punto 8 della circolare
interpretativa Inps: “Accesso alla prestazione con età inferiore
a 62”. Nell’accordo sindacato/
azienda siglato, i contributi versati dall’azienda durante il pe-
invia il tuo quesito a
[email protected]
L’ideologia
nelle fiabe
Il regista
Abdellatif
Kechiche
riodo di sospensione, vengono
definiti “figurativi”. Nonostante questo, sindacato e azienda assicurano (ma soltanto verbalmente) che le penalizzazioni
verranno calcolate alla maturazione dei requisiti previdenziali.
Io, alla luce del virgolettato della circolare, ritengo che partiranno al momento delle dimissioni. L’importo in gioco varia a
seconda dell’età anagrafica del
lavoratore e in qualche caso può
arrivare a cifre consistenti. Chi
ha ragione? Sottolineo che l’accordo riguarda 3.149 persone
nel 2013 e 2.179 nel 2014.
Locatelli L.
MAMMA OCA
di Annalena Valenti
L
C’è qualcosa di più noioso che essere una
principessa rosa? di Raquel D. Reguera. L’ideologia è noiosa. Se usata
con libri per bambini di più. Come se
non fosse un sequel del moderno filone
principessa-autosufficiente-no-principeazzurro che, va bene per Ribelle, ma
non esageriamo! Come se, molto prima
di oggi, non ci fosse stata in letteratura una Fantaghirò comandante e, nella vita vera, un cavaliere Giovanna, che
guidò vittoriosamente i francesi, (ma
forse il fatto che sia santa non depone
a suo favore come leader no-principessarosa). Pubblicizzato a iosa dalle specialiste della liberazione dalla natura
e dai generi, in Spagna il libro è stato
scelto come «strumento dalla Piattaforma dell’infanzia del Governo spagnolo
per lavorare nelle scuole, con i bambini e le bambine delle elementari, sulla
percezione individuale della discriminazione di genere». L’ideologia è contro
la realtà. La domanda finale del libro,
quando le principesse si sono liberate
del rosa, dismesso i panni reali, avuto il
permesso di combattere i draghi e viaggiare; la sconcertante domanda, quella
che si fanno anche le signore Lipperini
e Dandini, che non si danno pace, con
tutto quello che vi abbiamo insegnato,
a voi donne, noi che ne sappiamo di più
e di meglio su stereotipi e uguaglianza; ecco, la domanda finale del libro, incombe reale: «E allora, dimmi, perché le
bambine vogliono essere principesse?».
mammaoca.wordpress.com
ibro di cui non parlerei,
ta riduzione non opererà più.
Si ribadisce che la contribuzione figurativa versata dal datore di lavoro a copertura della
prestazione di esodo, non è legata a prestazione effettiva di
lavoro, stante quanto disposto
dall’art. 6, comma 2-quater,
della legge n. 14/2012; pertanto la stessa non può considerarsi utile per il conseguimento
del trattamento pensionistico, senza la riduzione in parola, da parte di coloro che maturino i requisiti per il diritto alla
pensione anticipata entro l’anno 2017 (punto 8 della circolare n. 119/2013).
Si conferma che nei casi in cui
il lavoratore acceda, ai sensi
dell’art. 4 della legge n. 92/12,
alla prestazione di esodo finalizzata alla pensione anticipata
con un’età inferiore a 62 anni,
su detta prestazione verrà applicata la riduzione percentuale
di cui al comma 10 dell’articolo 24 della legge n. 214/2011,
prendendo a riferimento l’età
anagrafica del soggetto al momento di accesso alla prestazione di esodo stessa. Qualora alla data di decorrenza della
pensione anticipata il lavoratore abbia perfezionato il requisito anagrafico di 62 anni, det|
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PER PIACERE
IL VATICANO IN MANO A “LOBBY” DA BARZELLETTA
Integralisti pure i Focolarini
(e abbiamo detto tutto)
REFUSI E BOIATE
AMICI MIEI
LIBRI/1
Una delle pagine più
segrete e sofferte
della vita di san Pio
A un figlio spirituale che gli
diceva: «Padre, alcuni negano
l’esistenza del demonio», padre
Pio rispose: «Ma come si fa
a dubitarne, quando io me lo
vedo sempre d’attorno?». E in
effetti che cos’è, o meglio, chi
è il diavolo? È semplicemente
la personificazione di alcune
nostre paure, la necessità di
dare un volto al male, oppure ci
troviamo di fronte a un essere
davvero esistente, operante
con la sua intelligenza, che
tutto studia per portare l’uomo
verso il male e il distacco da
Dio? Padre Pio l’ha conosciuto,
il principe delle tenebre. Ed è
stata una lotta, una guerra,
uno scontro all’ultimo sangue
quello che l’umile cappuccino
pugliese ha combattuto, quasi
sempre di nascosto. E che
ora Andrea Tornielli racconta
in Padre Pio e la lotta con il
demonio (Fabbri editori, 205
pagine, 15 euro). Questo libro,
attraverso lettere e testimonianze dirette, racconta una
delle pagine più segrete e
sofferte della vita del santo:
il diavolo, infatti, ha davvero
tormentato padre Pio, anche
con veri e proprio assalti fisici,
per evitare che il frate con le
stimmate diventasse ciò che
poi è diventato: un eccezionale
predicatore, capace di convertire tantissime persone.
libri/2
L’insegnamento della
religione in Europa
Come viene accreditato l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche d’Europa?
Quali sono le normative che regolano questo tema nell’ambito delle politiche educative del
di Correttore di bozze
D
i per sé il Correttore di bozze se ne impipa dell’ecosistema. Anzi, da bravo veterocattolico, più vetero che cattolico, egli spadroneggia sul creato dissipando spensieratamente le scarse
risorse rimaste alle generazioni future. Ciò detto, però, perfino ai
suoi occhi cisposi è evidente che la povera selva amazzonica aveva
già abbastanza problemi di diradamento anche prima che l’editrice Chiarelettere mandasse alle stampe questo nuovo volume. In realtà, a parte procurare danni incalcolabili alla foresta pluviale, Le
lobby del Vaticano uno scopo ce l’avrebbe. Per lo meno nell’intento
dell’autrice, Carlotta Zavattiero, il libro vuole essere una requisitoria contro «i gruppi integralisti che frenano la rivoluzione di papa
Francesco». Non a caso la prefazione è di Ferruccio Pinotti, già autore, sempre per Chiarelettere, di un libro dedicato a Comunione e Liberazione intitolato La lobby di Dio (a proposito, complimenti per
la fantasia). E quali saranno mai dunque questi potentissimi talebani cattolici che, scrive Pinotti, «minano l’unità ecclesiale e hanno
generato quella “guerra per bande” che ha portato alle dimissioni
di Benedetto XVI», spingendo altresì «la Chiesa sull’orlo dell’implosione»? Ovvio. Sono Cl, l’Opus Dei e gli altri movimenti puzzoni.
Soliti nomi, solite notizie già lette dozzine di volte, solite ciance, solite scomode denunzie lanciate da ex fidanzate scaricate a un
passo dall’altare da mezze calzette a cui “hanno fatto il lavaggio del
cervello”. Basta chiamare le amicizie “trame”, gli individui “personaggi”, la fede “integralismo”, e il gioco è fatto. E per quanto qualsiasi accusa di lobbismo possa far sorridere se a pronunciarla sono
un paio di giornalisti del Corriere della Sera, al Correttore di bozze
tocca però riconoscere che il giochino funziona. Presentati così, per
dire, perfino i Focolarini e la Comunità di Sant’Egidio – inattese ancorché benvenute new entry nella lista dei cattobrigatisti nemici di
Bergoglio stilata dalla Zavattiero – sembrano veramente dei brutti ceffi, invasati propagandisti del «totalitarismo
del sorriso». C’è scritto proprio così: totalitarismo
del sorriso. Ma anche ammesso che davvero quei
tipacci sorridano così tanto per «adescare i minori» (c’è scritto pure questo), tuttavia, ribatte orgoglione il Correttore di bozze, secondo il catechismo della chiesa di Chiarelettere sarebbe molto
più grave disboscare il Borneo a furia di cazzate.
Consiglio d’Europa e dell’Osce?
A queste domande risponde il
volume pubblicato per Marcianum Press da Massimo Catterin, presbitero della diocesi di
Treviso, dal 2012 nel servizio diplomatico della Santa Sede e
oggi in servizio presso la Rappresentanza pontificia in Bangladesh. A partire dalle prospettive emerse nel 2007 da
un’indagine del Consiglio delle conferenze dei vescovi d’Europa, oggetto del Magistero di
Benedetto XVI, evidenzia lo spirito e le argomentazioni con cui
la Santa Sede opera presso le
organizzazioni internazionali.
che riguardano l’impatto delle
opere d’arte tanto sugli adulti quanto sui bambini. Gli autori dei vari saggi indagano le posizioni filosofiche di maestri come
Gaston Bachelard, Bernard Lonergan, Susan Langer, Abraham
Maslow e Hilla Rebay, cui si devono le scelte orientative che andarono a costituire la collezione di Samuel Guggenheim, oltre
al dibattito sulla concezione che
sottende la costruzione del museo Guggenheim di F.L. Wright,
nel suo costitutivo nesso con la
missione educativa.
eventi/winter school
Imparare a fare
politica si può
Sono aperte le iscrizioni alla “Winter School. L’arte della politica”, con una prima sessione il 15-17 novembre 2013 e
le seguenti a gennaio e febbraio 2014. In un momento storico in cui alla politica si guarda
con sospetto o con la delusione
di un’occasione persa, l’appuntamento torinese sceglie di ripartire dal tema delle communities,
intese come corpi intermedi che
associano gli interessi delle persone singole in vista di ciò che
ritengono bene – e coscienti o
incoscienti del Bene. Alle responsabilità e alle criticità di questa delicata unione, è dedicata
un’edizione a cui parteciperanno
tra gli altri il rettore del St. Peter’s College di Oxford Mark Damazer, ex-direttore della Bbc
cultura, l’economista Stefano Zamagni e il giurista Paolo Grossi.
Tra gli ospiti stranieri, la parlamentare egiziana Malak e il presidente del parlamento tibetano.
Per info: www.winterschool.it.
libri/3
Quando l’arte innesca
percorsi educativi
Come l’arte influisce sulle nostre
vite? Cosa accade quando osservando un’opera abbiamo un’intuizione che mette in moto domande di senso e di significato?
Il volume a cura di Cecilia De
Carli, insegnante di storia dell’arte contemporanea alla Cattolica
di Milano, Attraverso l’arte (Vita
e pensiero, 104 pagine, 14 euro)
intende rispondere a queste domande affiancando importanti
studi filosofici sul tema ad esperienze pratiche di casi di studio
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| 13 novembre 2013 |
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MOTORPEDIA
WWW.RED-LIVE.IT
A CURA DI
DUE RUOTE IN MENO
Honda CB650F
Prezzo competitivo e prestazioni interessanti: così Honda rilancia la propria quattro cilindri di media cilindrata. Si chiama CB650F e si propone come
“ponte” tra le piccole 500 (adatte alla guida con patente A2) e le bicilindriche 750 della serie NC, lanciate proprio in questi giorni a EICMA. Lo stile si ispira ad altri modelli della casa, come ad esempio la
CB1000R, mentre il caratteristico andamento dei
collettori ricorda quello storico della CB400 degli
anni Ottanta. Il 4 cilindri in linea è accreditato per
87 cavalli a 11 mila giri e promette consumi nell’ordi[sc]
ne dei 21 km/l nel ciclo WMTC. 42
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La Honda CB650F ha un
prezzo competitivo e
prestazioni interessanti.
Il 4 cilindri in linea
è accreditato per 87
cavalli a 11 mila giri
e promette consumi
nell’ordine dei 21 km/l
nel ciclo WMTC
CAPACITà DI CARICO e ALLESTIMENTO
COMPETITIVI. parliamo di dacia
Logan a 9 mila eruro
Chi offre di meno?
I
l prezzo è competitivo, la capacità di carico
strabiliante ma la Logan si dimostra vincente anche per una qualità che non ti aspetti da un’auto che parte da 9.000 euro. E che non
ha davvero nulla da invidiare a concorrenti più
blasonate. Tempi di spending review: si cerca di
risparmiare un po’ su tutto, e l’acquisto di una
nuova auto è sicuramente una delle voci di spesa
più significative per una famiglia. Ma a quali rinunce siamo disposti per risparmiare quando si
parla di auto?
Il successo del marchio Dacia (oltre 135.000
auto già vendute) passa anche da queste considerazioni: modelli come Logan o Duster hanno sfondato perché, alla fine, sono semplici, sì, ma non
impongono molte rinunce e sono offerti a un
prezzo a cui non si può dire di no. La seconda generazione delle Dacia sembra voler alzare un po’
il tiro, non tanto per quel che riguarda il prezzo
che resta assolutamente inarrivabile per la maggior parte delle concorrenti, quanto per le dotazioni che sono ancora superiori. Avete problemi
di spazio? La nuova Logan vi convincerà con la
capacità di carico migliore della categoria. Il vano è in grado di passare da 573 a 1.518 litri, una
“pancia” davvero capiente. SotÈ SEMPLICE MA NON to il cofano potrete sceglieIMPONE RINUNCE. IL re tra cinque motorizzazioni,
VANO PASSA DA 573 che partono dal 1.2 16 valvole
LITRI A 1.518, UNA da 75 cavalli. Più interessanti il
PANCIA DAVVERO tre cilindri benzina TCe da 898
CAPIENTE. ACCELERA cc e 90 cavalli e il 1.5 litri DieDA 0 A 100 IN POCO sel dCi da 90 cavalli e 220 Nm,
PIù DI 12 SECONDI che riescono a spingere la Logan fino a 173 km/h e a farla accelerare da 0 a 100 km/h in poco più di 12 secondi.
Migliore allestimento, dicevamo, e la lista degli optional della Logan MCV non è affatto povera:
comprende il cruise control, i sensori di parcheggio e il Media Nav, sistema multimediale integrato che prevede display a colori, tecnologia Bluetooth, navigatore e prese usb. Tutto questo, come
tradizione Dacia, a un prezzo assolutamente competitivo. Si parte con l’allestimento Ambience e
la motorizzazione 1.2 16 valvole da 75 cavalli a
8.900 euro, versione che prevede di serie ABS, ESP,
servosterzo, quattro airbag, sedile posteriore frazionato e l’Eco Mode sulla versione dCi e TCe, oltre agli alzacristalli elettrici. L’allestimento Lauréate in più ha la regolazione in altezza di volante
e sedile, fendinebbia e radio Plug&Play a un prezzo che per la motorizzazione a benzina da 75 cavalli parte da 10.050 euro, per arrivare al tetto
massimo di 12.050 euro. Chi offre di meno? Stefano Cordara
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POST
APOCALYPTO
storia di un ribelle diventato figlio
Non sono stati gli esperti
ma una convivenza
a salvare il mio Gabriel
C
ari amici, voglio condividere con voi l’esperienza del mio convivere quotidiano con Gabriel, 15 anni, Fortunato di 78 e Pablo, un giovane universitario che studia medicina. Gabriel è un adolescente che non ha mai conosciuto suo padre e sua madre. È arrivato nella nostra struttura di accoglienza, la “casetta di Betlemme”, quando aveva da poco
compiuto 8 anni. Fino a quel momento era vissuto in un orfanotrofio, vicino alla prigione femminile denominata “Il Buon Pastore”. Inizialmente mostrava un’aggressività impressionante. Una parola di troppo e diventava subito violento, fino a perdere totalmente la testa. I suoi
occhi ti fulminavano e le sue braccia acquistavano una forza terribile. Spesso non sono riuscito a fermarlo se non per pochi minuti. Scappava, si rifugiava sui tetti, si arrampicava sugli alberi. Lanciava sassi contro le persone che vedeva. Molte volte è fuggito dalla “casetta”. Non
mi poteva vedere, manifestava un odio e una repulsione inspiegabili verso di me, tanto che a
un certo punto è stato evidente che doveva andarsene. Ma come? E dove poteva andare? La
Provvidenza è venuta in nostro aiuto, perché per me si trattava sempre di un figlio mio. Modesta, la cuoca della clinica, decise di portarlo a casa sua per farlo stare in compagnia di suo
figlio che aveva la stessa età. Per qualche mese tutto sembrava andare bene ma poi ha iniziato a creare fastidi e, dopo averne combinate di tutti i colori, è scappato. Dopo alcuni mesi è
stato ritrovato mentre dormiva in una casetta in costruzione, senza tetto e mangiando quello
che gli dava la gente. L’unico posto che non ha mai lasciato è stata la scuola, la nostra scuola. Faceva disperare le maestre ma era molto intelligente e i suoi voti sono sempre stati alti. Un giorno, all’inizio del nuovo anno scolastico, nel febbraio del 2013, mi è venuto a cercare.
Mi ha guardato con un sorriso (non l’avevo mai visto sorridere) e mi ha detto: «Padre Aldo,
voglio venire a vivere con te». Sono rimasto sbalordito, ma vedendo in queste sue parole la richiesta di Gesù gli ho subito risposto: «Sì, figlio mio». È andato a prendere le sue poche cose, le ha messe in uno zaino ed è venuto a casa mia. L’ho messo in una stanza, dove già c’era
un mendicante, don Fortunato, di 78 anni. Con l’aiuto degli amici gli abbiamo comperato tutto quello di cui aveva bisogno. Da quel giorno non solo non ha mai più pensato di fuggi«gabriel non ha mai
re ma è completamente cambiato il suo stile
di vita. Abbracciandolo gli ho detto: «Gasaputo chi FOSSERO
briel, qui sei libero, come ti ho sempre detto,
i suoi genitori, con
fin da quando da piccolo sei arrivato nella
noi era violento E
“casetta”. Potrai andartene quando lo vorrai.
Ma, se rimani, ti chiedo due cose: primo, di
SCONTROSO, è scappato.
essere responsabile dei tuoi doveri (pulizia,
POI UN GIORNO è
scuola, compiti, ecc.) e, secondo, di chiedermi quello che ti serve e dirmi dove vai.
TORNATO E MI HA
Sono passati molti mesi e oggi Gabriel è veCHIESTO DI STARE A CASA
ramente Gabriel. Non l’ho mai portato né da
uno psicologo né da uno psichiatra, come si
MIA. mi sta insegnando
usa anche in Paraguay. Mai uno psicofarmache per vivere occorre
co nelle sue crisi isteriche. L’unico farmaco: la
sua libertà e la certezza che quando lo avesse
sempre convivere»
44
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|
A lato, la scuola
elementare della
missione di
padre Aldo
in Paraguay.
Nella foto piccola,
il certificato
di nascita di
Gabriel, cresciuto
in orfanotrofio
voluto sarebbe potuto ritornare sempre. Tutti siamo sorpresi da questo cambiamento radicale. Mangia con me, guarda la televisione un’ora al giorno, condivide con me quello
che vive. È un ribelle trasparente. Quando sono tornato dall’Italia ha messo sulla porta un
cartello: “Benvenuto a casa tua, Padre.”
«Ora anche io ho un padre»
Parla di questa casa come della “sua casa”.
Gli piace il football, vuole essere un grande giocatore; per questo l’ho iscritto a una
scuola ufficiale di football. Prepara la tavola
e ha un grande rispetto per don Fortunato.
È molto affezionato alle sue compagne della casetta di Chiquitunga che, dato che sono
adolescenti, si innamorano facilmente di lui a
causa della sua forte personalità e arrivano
persino a litigare tra di loro. Quando alcuni
suoi compagni di scuola le prendono in giro
lui interviene, anche pesantemente, per difenderle. Una sera mentre cenavamo insieme
gli ho chiesto perché per tanti anni si fosse
comportato con tanta violenza e lui mi ha risposto: «Quando stavo nella casa dei bimbi
vicino alla prigione femminile, un compagno
mi ha detto: io ho il papà e tu no. Questa fra-
di Aldo Trento
se ha risvegliato in me una violenza che mi
ha sempre accompagnato, fino a febbraio,
quando sono venuto a vivere con te». In quel
momento ho percepito il suo dramma dovuto alla mancanza di un padre, di una figura
adulta con la quale confrontarsi. Inoltre, in
tutte le case in cui aveva vissuto, l’unica figura adulta era quella di una donna. Sono
già passati otto mesi da quando è arrivato a
casa mia e ogni giorno è pieno di sorprese.
Per esempio una notte sono ritornato a casa dopo l’incontro con la mia fraternità e l’ho
trovato alle 22 che lavava le posate e le pentole usate per la cena. L’ho ringraziato e mi
sono seduto vicino a lui. Quando ha finito il
suo lavoro si è seduto al mio fianco e mi ha
chiesto: «Padre, perché in questi giorni non
ho voglia di pregare? Inoltre ho paura che
mi stia prendendo una depressione perché ci
sono momenti in cui sono molto triste… cosa significa?». Ho approfittato del momento
per cercare di capire insieme queste sue preoccupazioni e il dialogo è durato a lungo. Alla fine è andato sereno a dormire.
Durante la catechesi con tutti i docenti della scuola un insegnante mi ha detto: «Padre,
Gabriel è un’altra persona da quando vive
con te, con don Fortunato e Pablo. È sincero.
Se lascio il mio borsellino sulla scrivania non
gli passa neanche per la testa l’idea di rubarlo». Una notte Pablo, l’universitario che vive con noi, stava lavando i piatti e Gabriel al
suo fianco li asciugava. Una volta finito Pablo ha proposto di recitare il Rosario ma Gabriel ha risposto che non ne aveva voglia e
se n’è andato a dormire. Poco dopo Pablo,
con grande sorpresa, sbirciando dalla porta
socchiusa, ha sentito Gabriel che pregava da
solo a voce alta.
Un calciatore di talento
I risultati scolastici di questo secondo semestre sono stati molto buoni e ora si sta preparando con impegno per gli esami finali. La
sua passione è il calcio e infatti l’ho iscritto
a una scuola che gli permetta di sviluppare
le sue doti: è un giocoliere della palla, un potenziale campioncino. Nutre un affetto speciale per i suoi amici delle casette di Chiquitunga e di Betlemme. Un giorno mi ha detto:
«Vedi, Padre, io mi sento come il loro paladino, perché a volte ci sono compagni che
vengono presi in giro perché non hanno famiglia o le compagne perché sono state vio-
late». E ancora: «Padre, mi piace una ragazza della casetta di Chiquitunga, che ha la mia
età. Si chiama Nina. Ho parlato con la mia insegnante che è molto felice di questa cosa!».
Un giorno era molto nervoso e voleva spaccare la faccia a un compagno che lo aveva
preso in giro dandogli del gay. Mi ha spiegato: «Padre, ti giuro che se non fosse stato per il professore che, rendendosi conto di
quello che stava per succedere, si è avvicinato dicendomi: “Gabriel, anche Gesù è stato offeso ma ha perdonato”, gli avrei veramente spaccato la faccia. Ma è bastato
questo richiamo del professore per farmi tacere e rimanere seduto al mio posto». Convivere per vivere. È la lezione che questo figlio,
una volta “della strada”, mi sta insegnando.
Non si vive con citazioni, richiami o parlando nell’ufficio degli “esperti” dell’esistenza!
Questo pomeriggio Gabriel mi ha consegnato il suo certificato di nascita. Me lo ha dato guardandomi con il volto pieno di dolore.
È triste leggerlo, mettersi al suo posto. «Animo, Gabriel, ora sei con me e Dio è tuo Padre
e la Vergine la tua mamma». Allego il certificato affinché i lettori si lascino provocare.
[email protected]
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| 13 novembre 2013 |
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LETTERE
AL DIRETTORE
Troppi troll su tempi.it?
Fa parte del gioco
accettare l’invasore
C
ome l’ho contestata una volta
per la caduta di gusto, a mio vedere, di un suo articolo su Berlusconi,
così oggi vorrei complimentarmi con lei per non essersi schierato con i tanti capaci di chiudere gli occhi davanti agli attacchi e alle decisioni palesemente “contra personam” pur di sentirsi accettati nei salotti bene per un
nanosecondo; con i troppi che si sono defilati con mille improbabili distinguo. Sono molto contenta che lei non sia tra
questi, perché non abbandonare gli amici nelle avversità fa
parte di quella minima lealtà che ci
permette di dirci uomini. Adriana Montini via internet
Non sono come certi scrittori, non
ho preso soldi dalla berlusconiana
Mondadori, né dal mio amico Berlusconi. È bello non essere omofobi.
2
Pieno sostegno al direttore a proposito della linea che tiene nei confronti
della situazione politica attuale. Grazie per avere parlato in maniera chiarissima. Spero che i distinguo che
ogni tanto affiorano nei discorsi degli onorevoli Formigoni e Lupi (sempre stati per noi punti di riferimento)
riguardino esclusivamente una diversa valutazione sulla opportunità di
appoggiare o meno il governo. Li capisco, siamo tutti preoccupatissimi
per la situazione economica del paese. Ma non può essere sottovalutata
un’altra questione: la giustizia. È necessario studiare il modo per reagire democraticamente a una situazio-
ne veramente scandalosa provocata
prima di tutto da una parte della magistratura, poi da molta sinistra e da
quasi tutti i mezzi di comunicazione.
Esigere la riforma della giustizia, ma
non solo. Qualcuno deve pagare per
le nefandezze, l’accanimento, l’uso di
due pesi e due misure, i giudizi, l’odio
(difetto tradizionale della sinistra), la
denigrazione anche all’estero dell’av
versario politico. Pietro Ferretti Voghiera (Fe)
A me pare abbastanza chiaro che se
fanno così con Berlusconi cosa faranno con qualsiasi altro oppositore che non ha i soldi e gli avvocati di Berlusconi? Ci faranno il leader
di un partitino satellite al regime. O
raus. Intercettazioni e manette.
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Una volta era un piacere leggere i
commenti dei lettori di Tempi agli articoli online. Da qualche tempo per me
di Fred Perri
DANNATISSIMA ASSUEFAZIONE
I
l problema, compagni e amici, è l’assuefazione. Ormai
siamo talmente abituati al cattivo andazzo di questo povero paese che non ci facciamo neanche più
caso, che non ci facciamo neanche più delle domande
minime. Ogni anno che torno in uno stadio dove non
entro da dodici mesi, c’è qualcosa di cambiato. Sono salito al primo piano di San Siro e mi sono diretto verso
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la sala stampa, che stava lì da quando portavo i calzoni corti. «Scusi dove va?», mi ha chiesto un addetto. «In
sala stampa». «È giù sul piazzale, dentro un container».
Ah, bene. Sono andato dai colleghi che vanno tutte le
domeniche a San Siro. Ma non avete fatto niente? Non
avete sprecato almeno qualche vaffanculo con Moratti
(facente funzione in attesa di Thohir) e Galliani? Nien-
Foto: Ansa
Al Meazza la stampa finisce in un tugurio
e nemmeno un vaffa a Moratti e Galliani
[email protected]
è un continuo fastidio perché è evidente che sono calati in massa i “troll”,
cioè quei funzionari di partito che hanno lo scopo di orientare le masse scrivendo bei commenti al fondo di ogni
articolo. E questo vale per tutti i giornali online che non dicono ciò che vuole il mainstream. Per cui mi domando
se non sia opportuno togliere del tutto
i commenti. Mi piacerebbe iniziare una
riflessione su questo punto. Marcella Magnino via internet
Purtroppo il troll fa parte del gioco.
Se vuoi la bicicletta in rete devi pedalare e accettare anche l’invasore.
Non è bello, lo so. Attendo consiglio.
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Leggendo la vicenda di Angela raccontata da Alfredo Mantovano non ho
potuto non rimanere profondamente
colpito. La cosa più facile è fermarsi
alla reazione, ma poi? Allora mi sono
chiesto: cosa possiamo fare di concreto per aiutarla? L’unica cosa che mi è
venuta in mente è da un lato di denunciare la cosa “pubblicamente”, dall’altro di suggerire una sorta di raccolta
fondi. Io non ho idea di come cominciare, ma Mantovano conoscerà la situazione e saprà se e di cosa ci sia bisogno. Perché non partire da lì?
Gabriele Bonfrate via internet
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Esimio Arcidiavolo Berlicche, le scrivo per confessarle l’innominabile desiderio di avere una di Lei pagina Facebook, come ha già fatto il Suo collega
Correttore di Bozze. Comprendo il Suo
riserbo, giacché il Suo migliore inganno è far credere che Ella non esista,
MAI TRASCURARE LA “COMUNIONE DEI SANTI”
Un vero cristiano sa godersi anche
la compagnia dei propri defunti
CARTOLINA DAL PARADISO
di Pippo Corigliano
U
n mio amico ha perso la moglie dopo sessant’anni di matrimonio.
È una persona di
fede e non dubita che la moglie è in Dio, ma è evidente che avverte il vuoto
dell’assenza. La verità della vita eterna è tra le più ostiche per quella mentalità dominante di cui anche noi siamo impregnati. Per questo ho scritto un libro sul
Paradiso raccogliendo gli elementi di colore che il Vecchio e il Nuovo Testamento riportano in proposito. Mi sono accorto però che ho trascurato un aspetto importante
della vita eterna che è il rapporto tra i defunti e i vivi. Fin dalla prima formulazione
del credo si parlò della “comunione dei santi”: una verità dogmaticamente definita
ma esistenzialmente poco vissuta, o, almeno, così mi pare. La solidarietà fra la chiesa trionfante, purgante e itinerante è chiara, ma ho la sensazione che non si viva in
pratica sufficientemente questa verità. Sappiamo che Gesù ci è vicino e che Maria,
con i santi, è un punto di riferimento, ma i propri cari defunti possono sembrarci distanti, fermi nelle loro tombe. Invece la fede ben vissuta non è così. Il clima di famiglia proprio della Trinità, della famiglia di Nazaret e che Gesù ha vissuto con gli apostoli, continua ad esserci fra i cristiani vivi e dovrebbe esserci anche con i defunti. È
un’esagerazione e un peccato ricorrere alle sedute spiritiche per riascoltare la voce
di un caro defunto, mentre è un atto di fede vera non solo pregare per i defunti ma
sentirsi in loro compagnia, farsi aiutare e sorridere con loro.
ma La invito a considerare la possibilità di esibire al mondo la finezza e l’arguzia delle Sue argomentazioni: non è
forse la vanità, la Sua tentazione preferita? Con tale suggerimento, che mi
auguro sufficientemente diabolico, potremmo conseguire numerosi esiti favorevoli alla nostra causa. Dopo essere riuscito a far perdere le staffe al
buon Luigi Amicone (e l’ira, si sa, è vizio capitale), potremmo mettere un
po’ di gelosia in corpo al Correttore
(con buona pace del 9° comandamento: non invidiare il fan altrui). Nell’impazienza di accelerare la discesa verso il caos, le porgo i miei più untuosi e
servili omaggi. Suo devoto ed incondizionato ammiratore.
Andrea Zambelli via internet
Purtroppo per lei Berlicche è uno
spirito puro. Ma sono certo che non
mancherà di palesarsi a lei anche
soltanto con un like.
Foto: Ansa
SPORT ÜBER ALLES
te. A Parma, ogni anno la tribuna stampa la spostano
di un tot. Tra qualche anno sarà nel palazzo accanto allo stadio. E nessuno dice niente.
I tedeschi, i francesi, gli inglesi si sono incazzati
per la storia degli americani che spiano tutti. Noi abbiamo fatto un’alzata di spalle. Noi ci siamo abituati.
Hanno intercettato il ministro Cancellieri e nessuno
che si sia chiesto: ma si può intercettare un ministro
e sputtanarlo così? Trent’anni fa, per Milano, c’era un
tale che girava con un carrettino su cui campeggiava
una scritta: popolo bue ti uccidono con l’onda. Non
sarà l’onda, sarà quello che volete, ma voi restate sempre un popolo bue.
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taz&bao
Cerco un centro
di gravità politica
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Thomas Masaryk ha compreso nel modo più profondo il significato dell’esperienza religiosa per la prassi politica,
con il suo programma di “lotta per la
religione” come presupposto di una
democrazia reale. La violazione o la
repressione del senso per la religione
chiude l’uomo nell’innaturale mondo
del mero approvvigionamento e lo rende manipolabile. Il più grande pericolo
per la democrazia sta nel fatto che l’uomo perda il senso per la domanda sulla
totalità del mondo.
Vaclav Belohradsky
Il mondo della vita: un problema politico
IL VALORE
DELLA LEGALITÀ
Loro capiscono tutto
In quei momenti scatta un meccanismo
magico, ci ascoltano e partecipano con
noi alla discussione, ci fanno tante domande, si fidano di noi. Non potremmo
mai tradirli, non temiamo il loro giudizio, lo stesso fanno loro con noi raccontandoci cose che non hanno mai svelato
ai genitori o agli insegnanti. Io non avrei
mai il timore di non essere capito da loro,
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DAI “RISTRETTI ORIZZONTI” DEL CARCERE DI PADOVA
Caro Renzi, te lo dico io,
detenuto, come si spiega
l’amnistia ai ragazzi
semplicemente perché con loro ci parlo,
ho imparato a farlo con lealtà, senza timore, e loro lo capiscono.
Ebbene, lei ha detto che i giovani non
capirebbero l’indulto e l’amnistia, non
saprebbe come spiegarglieli. Perché non
prova a spiegargli perché, invece, l’indulto è necessario anche se può non piacere?
Io capisco il fastidio che manifestano per
un atto di clemenza le persone che lavorano da una vita e non hanno risorse per
arrivare a fare la spesa alla fine del mese,
capisco le persone che hanno subìto un
furto in casa, una rapina, capisco quelli
che per questi motivi sono diventati allergici alla parola indulto o amnistia. Per loro la società non ha clemenza!
Capisco, inoltre, perché potrebbe apparire come una sconfitta dello Stato di
diritto, ma non si può tollerare che in nome dello Stato di diritto o per l’avversione
a Silvio Berlusconi non si debba intervenire per porre fine ad una ignominia perpetrata ai danni delle persone più deboli che
stanno rinchiuse nelle carceri italiane in
maniera disumana e in una condizione
perpetua di tortura, solo per l’incapacità
della cosiddetta società civile di garantire
il rispetto della dignità umana soprattutto a chi sta scontando la sua pena.
Sono del parere che nessuno può scaricare sulla classe politica degli ultimi
vent’anni la responsabilità di questo disastro e, quindi, tirarsene fuori. Lei cos’ha
fatto per impedirlo? Lei c’era! Non ci si
può nascondere, non si può speculare sulla tragedia di 70 mila persone che questa
società, nella quale lei ha un ruolo di dirigenza, tiene detenute in una maniera che
tutta l’Europa definisce disumana.
Questa realtà lei ha il dovere spiegarla
ai giovani. Certo, mi rendo conto che è difficile farlo, soprattutto quando si occupa
un ruolo di potere e di responsabilità come il suo. Se poi la sua, invece, fosse una
maniera per sfuggire alle sue responsabilità per ragioni di bottega, per non rischiare
di perdere il consenso elettorale, allora lei
non sarebbe affatto migliore di quelli che
vorrebbe rottamare, in questo caso lei non
si potrebbe chiamare fuori dalle ipocrisie
di quella nomenclatura, come la definisce
lei, di cui vorrebbe essere il fustigatore…
Lei è il sindaco di Firenze, si è candidato alla guida del suo partito e si candiderà alla guida del prossimo governo del paese. È investito di una responsabilità che
le imporrebbe il dovere morale e politico
di non scappare davanti alle sue responsabilità e di non trincerarsi dietro alla convenienza elettorale, anche perché facendo
così, forse guadagnerà i voti persi dalla Lega e da Di Pietro, ma sicuramente ne perderà molti di più nel Pd, il suo civilissimo
partito. La saluto.
Bruno Turci carcere di Padova
Foto: Ansa
E
gregio Signor Matteo Renzi, sono un
detenuto della redazione di Ristretti Orizzonti, mi trovo in carcere da
molti anni. Ho ascoltato al telegiornale
la sua dichiarazione su indulto e amnistia in risposta al presidente della Repubblica. Sono rimasto colpito da una frase
di cui mi sfugge la linearità, la coerenza:
«Sono contrario all’amnistia e all’indulto.
Come faccio a spiegare ai ragazzi il valore della legalità se ogni sette anni facciamo un’amnistia? I giovani non capirebbero, sarebbe un autogol clamoroso».
Beh! La redazione di Ristretti Orizzonti, insieme al Comune di Padova, ha organizzato un progetto che si chiama “La
scuola entra in carcere, il carcere entra a
scuola”, di fatto alcuni detenuti della redazione che possono usufruire dei permessi vanno nelle scuole insieme ai volontari
della redazione e incontrano gli studenti. Successivamente, dopo questo primo
incontro, gli studenti entrano in carcere
per incontrarsi con tutti i detenuti della
redazione. Questo progetto è finalizzato
a informare i giovani e fare prevenzione.
Incontriamo ogni anno circa seimila studenti delle scuole superiori di Padova e
del Veneto e ogni anno crescono le richieste delle scuole per partecipare al progetto. Con la narrazione delle nostre storie
non diamo consigli, non sarebbe opportuno, ma spieghiamo cosa ci è successo e
quali sono stati i vari passaggi che ci hanno portato a commettere i reati, perché le
cose non accadono mai all’improvviso, c’è
sempre la possibilità di cogliere dei segnali e succede spesso in giovane età.
I giovani capiscono sempre tutto, questo accade perché sentono che non gli raccontiamo mai delle balle. Capiscono che
siamo mossi da motivazioni importanti e
se raccontiamo a loro le cose di cui non abbiamo mai parlato con nessuno, si rendono conto che gli diamo molta importanza
e altrettanta fiducia. Capiscono che lo facciamo con serietà e non abbiamo nessuna
voglia di barare. È un modo per riscattarci
da un passato difficile.
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