La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
FORUM P. A. 2002
(Fiera di Roma 6 - 10 maggio)
Convegno
in collaborazione con
(A.S.M.I.)
Associazione della Stampa Medica Italiana
Gruppo di specializzazione della
Federazione Nazionale Stampa Italiana
(F.N.S.I.)
La comunicazione pubblica in Sanità
Fiera di Roma : 10
maggio 2002
(ore 15,00 – 18,00)
La registrazione degli interventi dei quali non è stato
consegnato il testo è stata riveduta e corretta
da Mario Bernardini per la pubblicazione degli ‘Atti’
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
PROGRAMMA
Moderatore
Mario Bernardini
(Medico e giornalista – Presidente ASMI)
Partecipano
Giuseppe Del Barone
(Presidente Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri)
Ufficio Stampa e Ufficio Relazioni con il Pubblico intermediari tra medici e cittadini per gli aspetti
organizzativi e di assistenza collettiva
Francesco Angelo Siddi
(Presidente Federazione Nazionale Stampa Italiana)
Aggiornamento professionale e risvolti contrattuali del giornalista operante in U. S. e U.R.P.
Gino Falleri
(Presidente Nazionale Gruppo Uffici Stampa)
La Legge 150/2000 e il Regolamento applicativo
Ugo Armati
(Consigliere Nazionale Ordine dei Giornalisti)
La Legge 150/00 e il Codice Deontologico del giornalista operante in U.S. e U.R.P.
Ivano Giacomelli
(Segretario Nazionale CODICI – Centro per i Diritti del Cittadino)
La Carta dei Diritti del Cittadino e l’informazione in sanità pubblica
Luciano Aiazzi
(Responsabile Comunicazione Istituzionale Regione Toscana)
Roberto Salvio
(Direttore Regionale Comunicazione Istituzionale Regione Piemonte)
Pasquale Di Benedetto
(Responsabile Ufficio Stampa ASL Ce/1) – (ASMI)
Esperienza operativa di un Ufficio Stampa di ASL
Interventi dei presenti
Conclusioni del Convegno
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
Mario BERNARDINI
Presidente Associazione Stampa Medica Italiana
Moderatore
Buonasera e grazie per essere venuti a questo Convegno.
Quando mi è stata offerta l'occasione di organizzare, nell'ambito del Forum della Pubblica
Amministrazione, un convegno che si occupasse della comunicazione pubblica in sanità ho
accettato con entusiasmo, ma nello stesso tempo con un certo timore perché affrontare tale
argomento voleva dire aprire una discussione difficile da trattare per la molteplicità di
situazioni che, anche per quanto riguarda la comunicazione, riflette quella che è la situazione
della sanità tout court e quelle che sono le componenti connesse, non soltanto per la
comunicazione, ma di operatività, di organizzazione, di interventi, di richieste e di
soddisfacimenti delle richieste.
Ho così ritenuto che la cosa migliore, trattandosi tra l'altro di Forum della Pubblica
Amministrazione, fosse partire dalle più recenti decisioni adottate per l’informazione nella
pubblica amministrazioni che, in particolare nella sanità rappresentano un punto nodale per
una verifica di qualità ed efficienza, assumendo un'importanza del tutto peculiare.
Riuscire a comunicare le iniziative, i provvedimenti adottati per rispondere alle esigenze di
una società, di una collettività, trasformare il tutto in messaggio di disponibilità per il
cittadino nel momento in cui ne deve usufruire per personali esigenze e, non ultimo,
raccogliere e riassumere il messaggio di gradimento e di critica per future ulteriori iniziative e
modifiche.
Se teniamo presenti questi presupposti per il settore sanitario è facile capire che a quelle che
sono le peculiarità dei vari servizi della pubblica amministrazione vengono sommate a
qualche cosa che è di particolare ed esclusiva delicatezza.
La sanità è un argomento che sta a cuore a tutti, alla collettività, ma soprattutto ai singoli che
si devono avvalere dei mezzi e delle strutture della sanità quando si trovano in stato di
necessità e uno stato di bisogno li colpisce in quello che è uno degli aspetti più delicati per la
persona: la salute, il benessere, lo stato di malattia.
E allora ho detto: affrontiamo il discorso semplicemente chiamando a esporre le proprie idee i
vertici delle professionalità del mondo medico e del mondo dell'informazione.
Per questo, come vedete nel programma, sono stati invitati a formulare quelli che possono
essere dei suggerimenti, dei sistemi per attivare una comunicazione completa e corretta per la
Pubblica Amministrazione in sanità, il Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini
dei Medici, on.le prof. Del Barone, il Presidente della Federazione Nazionale della Stampa
Italiana, dott. Siddi e con lui, per lo specifico aspetto formativo del giornalista chiamato a
operare negli Uffici Stampa che si occupano di sanità,
il dott. Falleri, Presidente del Gruppo Uffici Stampa e quindi chi meglio di lui ci potrà parlare
della legge 150 e del regolamento di applicazione.
Abbiamo anche in rappresentanza del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti il dottor
Armati e, per completare la parte propositiva un rappresentante degli assistiti o, meglio, degli
utenti: il dottor Giacomelli, Segretario Generale del Centro per i Diritti del Cittadino, che ci
potrà parlare delle aspettative, delle attese, del buono e del cattivo nel funzionamento della
Sanità Pubblica e anche delle denunce di cui molto spesso parlano i giornali e che ormai
servono ad etichettare sotto il termine di “malasanità” quello che non funziona.
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La comunicazione pubblica in sanità
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Un termine abusato perché, a mio parere, riguarda la sanità nella sua globalità e non soltanto i
medici, ma anche l'organizzazione, le strutture, la distribuzione delle risorse e così via e
meriterebbe quindi almeno un aggettivo per indicare il settore di disservizio di cui si occupa.
Non poteva mancare, perché per fortuna non siamo all'anno zero della comunicazione
pubblica in sanità, il contributo di esperienze concrete già realizzate e validamente portate
avanti in alcune realtà regionali e .territoriali: il dottor Aiazzi per la Regione Toscana, il dottor
Salvio per il Piemonte e il dottor Di Benedetto della ASL Caserta 1 che ci porta l'esperienza
di quella che rappresenta l’unità territoriale nel disegno della sanità pubblica.
Considerate quest’introduzione una presentazione utile per l’impostazione di questo incontro
dal quale potranno venire conoscenza di esperienze e suggerimenti per quelle situazioni in cui
gli uffici stampa devono ancora entrare in quell'operatività auspicata.
Prima di dare inizio ai lavori mi fa piacere dare notizia che poco fa, subito prima di aprire il
Convegno, l'Associazione Stampa Medica, che istituzionalmente si occupa di informazione
medico-scientifica per la sua divulgazione e i rapporti con i lettori, gli ascoltatori e il
pubblicoin generale, ha siglato un ‘Documento d’intesa’ con un gruppo di specializzazione
non giornalistico, ma di altrettanta importanza, quale è quello dei bibliotecari e documentaristi
italiani.
Un ulteriore contributo di collaborazione finalizzato a promuovere quell'informazione corretta
che è utile sia per chi esercita la professione medica o opera nell'ambito dell' amministrazione
pubblica come per chi, come utente, a queste strutture si rivolge.
E apro senz’altro i lavori dando la parola al presidente della FNOMCeO , Giuseppe Del
Barone, che potrà dirci cosa pensa di questa iniziativa, voluta dal legislatore, di dotare per
legge le strutture sanitarie di un ufficio stampa e di un ufficio per le pubbliche relazioni.
Giuseppe DEL BARONE
Presidente Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri
Ufficio Stampa e Ufficio Relazioni con il Pubblico intermediari tra medici e cittadini
per aspetti organizzativi e di assistenza collettiva
Confesso che non sono venuto preparato a sentirmi porre degli interrogativi, perché agli
interrogativi si possono dare delle risposte, ma qualche volta la risposta si basa su ipotesi
relative a ciò che potrà succedere e non su ciò che succede.
Come Federazione abbiamo un giornale spedito a 340.000 medici, si chiama ‘La Professione’
ed è diretto da un noto giornalista che si chiama Cesare Fassari.
Voglio aggiungere che se consideriamo i 103 ordini che dipendono dalla Federazione ce ne
sono almeno 80 – potrei dire anche 85, ma preferisco dire 80 per essere più vicino alla verità che pubblicano un ‘Bollettino’ con notizie delle rispettive province.
Abbiamo anche una giornalista che segue i lavori del nostro Comitato Centrale e ne riepiloga
lo svolgimento per cui, se dovessi dire che abbiamo un Ufficio Stampa nel significato letterale
della parola, mentirei, ma se dovessi dire che non abbiamo un contatto con i giornali
attraverso nostri comunicati sarei altrettanto inesatto.
Prima di venire qui mi sono recato in Federazione proprio per rilasciare una dichiarazione su
quello che pensa la Federazione in merito alla possibilità di trattare il dolore e alcune malattie
con la marijuana).
Cercherò di essere breve senza lasciarmi prendere dalla foga e dagli stimoli degli argomenti
che sono all'ordine del giorno.
Vorrei dire che il primo interrogativo che mi pongo sui rapporti con la stampa, con ciò che
esce sui giornali, con l’eccessivo spazio alla malasanità, è sul perché se c'è una negatività
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viene folclorizzata e riportata a cinque colonne, mentre il comunicato positivo, all'opposto,
non viene ripreso o riportato in maniera estremamente ridotta.
Se dovessi parlare dello spazio che si dà ai processi giudiziari che riguardano i medici, dovrei
sottolineare che spesse volte si dimentica di dire che queste nostre cause, abbondantemente
seguite sulla stampa nelle tre fasi di giudizio, fino all'appello e alla Cassazione, nel 95% dei
casi si completano con l'assoluzione del medico.
Per cui se dovessi dire, con una frase che può sembrare di folclore, ma che invece corrisponde
a quello che penso, qual è forse il primo interrogativo che mi pongo, è se c'è una
comunicazione etica o se c'è un'etica della comunicazione.
Se riuscissimo ad ottenere un maggiore rispetto dell’etica, probabilmente direi che la maggior
parte delle dissonanze che prendono il sopravvento sulle assonanze sarebbe superato e, di
questo, sarei già contento.
Teniamo sempre presente che il contatto è con il cittadino, portato a recepire le cose come gli
vengono dette, come vengono riportate.
Anche le interviste vengono riferite con una veridicità che qualche volta è del 100%, ma altre
volte è sì e no del 40%, secondo una focalizzazione che spesso avviene più in negativo che
non in positivo delle cose che vengono dette.
Con queste considerazioni rapidissime non voglio assolutamente pensare di fare un tribunale
per la difesa del medico, abbiamo già il tribunale per la difesa del malato; non mi voglio
identificare perché mai, come questa volta, medico e malato dovrebbero percorrere la stessa
strada per un'informazione precisa che informi il cittadino sui fatti di cui vuole essere
informato, ma lo
informi con verità.
Sono un vecchio medico con un trascorso sindacale e ordinistico, ma, dimenticando per un
momento la mia posizione di presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei medici,
e ricordando, invece, che sono il Presidente dell'Ordine dei medici di Napoli, posso affermare
che Napoli rappresentando 21.000 iscritti dei nostri 340.000 a livello nazionale, è il terzo
Ordine d'Italia e, indiscutibilmente, ciò che succede nella nostra città spesso si sovrappone a
ciò che succede altrove, almeno in campo medico.
La mia lunga esperienza mi permette di dire che, in passato, per trovare sulle pagine di un
giornale una virgola che trattasse la sanità si doveva sudare, perché non se ne parlava proprio.
Adesso siamo passati all'opposto: adesso se ne parla probabilmente troppo.
Avrete notato i vari ‘supplementi’ ‘Salute’, pubblicati dai giornali di importanza nazionale e
mi guarderò bene dal dire che sono contrario a che ci sia non una volgarizzazione, ma una
possibilità di dire al cittadino in maniera volgarizzata, ma non esageratamente, cose che forse
il cittadino gradisce sapere.
Non certamente la cura per perdere 20 chili in due settimane, perché, probabilmente, se
esistesse questa cura l'avrei fatta in prima persona.
Non certamente per sapere perché qualche volta si ha una vasculopatia con comparsa di varici
e con dannazione di chi deve presentarsi in bikini sulle spiagge di tutta Italia.
Non per queste cose, ma per sapere che vi sono determinate patologie che conviene
conoscere.
Ma vi è un'aggravante che desidero sottolineare con forza: soltanto qualche volta ci troviamo
davanti ad un'informazione valida e sana e quindi ‘gioco in casa’ del giornalismo scientifico;
altre volte ci troviamo dinanzi a posizioni, soprattutto con Internet, che sane non lo sono per
niente. Basterebbe ricordare l'ultimo episodio di quel signore che è morto perché ha creduto a
una terapia per la cura dei tumori fatta con il bicarbonato per via parenterale.
Che cosa vorrebbe il cittadino da questa informazione? Certezza.
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La comunicazione pubblica in sanità
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Perché le tematiche che vengono sviluppate dalla stampa scientifica e dagli ‘speciali’ dei
grandi giornali d'informazione trattano un argomento vitale come quello che riguarda la
salute.
Naturalmente mi pongo l'interrogativo: è possibile in medicina dare una certezza? Penso che
la cosa sia difficile, perché un farmaco che è utile non è detto che sia un farmaco che fa i
miracoli; un farmaco che non è stato abbondantemente testato non è un farmaco che debba
essere buttato a mare. E’ una considerazione ovvia che quasi mi vergogno di fare adcosì
qualificata. E’ però una considerazione che fa parte dell’intero ragionamento.
D'altronde ricorderete l’episodio del lipobai. Mi trovavo sul Danubio e sono stato tempestato
dalle notizie sul lipobai e dalle interpretazioni estremamente differenziate.
La cerivastatina fa veramente male? Si è parlato di 52, 53 casi avversi causati dal prodotto
somministrato.
Cerco di ragionare, assumendomi la responsabilità totale di quello che dico, come uno che
mimetizza con determinazione la propria età, ma che, comunque, ha avuto un incidente di
natura cardiaca per cui è portatore di quattro bypass, Chi vi parla ha preso il Lipobai per lo
meno per quattro mesi consecutivi e vi posso assicurare che mi sono anche fatto qualche
partita di calcetto e non mi è successo assolutamente niente.
Molti hanno pensato – e anche io l'ho pensato e sono molto sincero – che alla base di certi
ragionamenti ci fossero sottofondi di natura commerciale per cui si diceva: scansiamo questo
per arrivare a quest'altro. Compravendite e altro su cui non mi soffermo per non entrare nei
dettagli.
Penso e mi ricorda la vecchia tesi secondo la quale alla FNOM, all'Ordine del Medici, esiste
una contrapposizione, probabilmente neanche ideologica, ma più semplicemente che è quella
di dire: se da questa sedia ti alzi tu, cerco di sedermi io.
Voglio dire che ad un certo momento si è buttato a mare il concetto della cerivastatina tramite
il Lipobai per arrivare, forse, ad una situazione che avrebbe potuto buttare a mare anche
l’efficacia positiva delle statine, che io ho preso e continuo a prendere, che fanno bene al
cuore se è vero come è vero che le statistiche dicono che dal 33 al 35% dei malati cardiopatici
che prendono queste statine hanno guarigione o ottengono un miglioramento della
sintomatologia rispetto a quello che succedeva prima.
Scusate se è poco.
Su questa divergenza di posizioni ho avuto anche qualche confronto, via radio, con un amico,
il famosissimo farmacologo professor Garattini, ma tra me e lui c'è una differenza di base: io,
per avere fatto assiduamente il medico per tantissimi anni, ho sempre ragionato in vivo, lui,
spesse volte, ha ragionato in vitro. Non so tra le due cose quale possa essere quella più
accreditabile e confacente.
Termino dicendo che, nella prospettiva delle cose che si dovrebbero fare, mi auguro che tutti
tengano presente, per quanto riguarda il rapporto col cittadino utente e paziente, che si
dovrebbe ricordare in primis che si ha a che fare con la vita, la malattia e la morte. In secondo,
con il lavoro, le professioni e le aspettative di quanti lavorano nel sistema salute. Terzo, con
gli equilibri finanziari di uno Stato deputato alla tutela della salute pubblica, con il business di
quanti operano, investono e procurano servizi e con lo sviluppo del sapere e della ricerca
scientifica.
Naturalmente sapere e ricerca scientifica che camminino sul terreno delle certezze, perché se
si ipotizza che la marijuana possa far bene in determinati casi o che possano far bene le
medicine non convenzionali, gradirei che dalle ipotesi si passasse alle certezze.
Quando ci saranno queste certezze mi allineerò con estrema cordialità sulle posizioni legate
alle certezze e non alle ipotesi.
Vi ringrazio.
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
Moderatore
Ringrazio il professor Del Barone che, comunque, è ancora un mio Presidente, essendo io
medico e giornalista; sono nato medico e non posso assolutamente rinnegare questa
primogenitura.
Lo ringrazio anche perché con questa introduzione, in effetti, ha, almeno in parte, evidenziato
quello che è il centro della questione odierna.
Ha chiaramente puntualizzato e focalizzato la situazione del ruolo dell'informazione del
giornalista che diventa l'intermediario tra il medico e il paziente e si è appellato ad un
principio che sicuramente unisce tutte e due el professionalità – quella del medico e del
giornalista – che è il discorso etico: etica dell'informazione. E’ come parlare di etica medica e
di questo lo ringrazio.
Credo che lo sforzo di dar vita a degli uffici stampa, uffici relazioni con il pubblico testimoni
la coscienza, la volontà di riuscire a colmare, in sanità almeno, questa esigenza e a questo
punto si rafforza, in effetti, quello che dovrebbe essere la formazione di personale qualificato,
preparato a rispondere a questa esigenza di essere un intermediario valido, consapevole,
preparato. E questo è proprio quanto, tutto sommato, oggi ci vede affrontare il secondo tema
al quale accennavo all'inizio, della Legge 150 del 2000 e del suo regolamento, che prevede la
formazione del personale che dovrà lavorare in questi Uffici.
Devo anche aggiungere che nei progetti obiettivo del Piano Sanitario Nazionale ci sono
almeno due dei progetti obiettivo che ricordano in qualche modo l'importanza
dell'informazione e della partecipazione della gente a quelle che sono le realizzazioni
ipotizzate come obiettivi principali: in particolare il Progetto 3, che prevede di garantire e
monitorare la qualità dell'assistenza sanitaria e delle tecnologie biomediche e che proprio in
questa direzione non trascura l'intolleranza dell'opinione pubblica verso disservizi ed incidenti
e sollecita il contributo della collettività per l'affidamento di un ruolo ad un osservatorio di
parte terza indipendente; e il Progetto 9 sul quale tornerò in seguito.
Perché mi ha colpito questo aspetto? Perché già da tempo la stampa medica ha voluto mutare
quella che era la sua funzione di comunicatore tra medici per il progresso della conoscenza in
comunicatore tra ricercatori e utenti per quello che è il progresso della conoscenza e oggi, a
maggior motivo, della validazione della qualità dei mezzi, dei presidi che vengono messi a
disposizione della collettività.
Ed è in questa direzione che la stampa medica ha cercato di attivarsi anche per la
realizzazione di un osservatorio proprio per quella che è l'informazione medico scientifica
divulgata in modo corretto e completo.
Rimando ad un secondo intervento il discorso di Internet perché è un discorso sul quale mi
trovo completamente d'accordo.
Per ora anticipo soltanto che un anno fa abbiamo dedicato un Convegno al tema Internet e
Salute ed è nostra intenzione tornare su questo argomento considerato di estrema importanza
anche perché Internet sfugge a qualunque controllo.
A questo punto sarà il dottor Falleri che, come presidente del gruppo Uffici Stampa italiano
potrà parlarci dei contenuti della legge 150 e del regolamento applicativo e come siano, se lo
sono, rispondenti a questa esigenza di essere intermediari validi tra quelle che sono le
disponibilità di un servizio pubblico e quelle che, restando in campo sanitario, possono essere
le attese di un'utenza.
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
Naturalmente il discorso è molto generale: non gli chiedo di entrare nel merito degli
argomenti specifici di sanità, ma l’argomento è certamente trasversale per tutta la Pubblica
Amministrazione e, conseguentemente, può essere facilmente trasferito alla realtà della sanità.
La parola adesso al dottor Armati.
Ugo ARMATI
Consigliere Nazionale Ordine dei Giornalisti
Illustri convenuti,
sono particolarmente grato all’instancabile Bernardini per l’invito rivolo e porto il saluto e gli
auguri di buon lavoro d parte del Presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei
Giornalisti, Lorenzo del Boca, che non può partecipare a causa dei suoi impegni istituzionali e
professionali.
La legge 150/2000 ed il relativo Regolamento di esecuzione, di cui oggi molti pretendono la
paternità, è il frutto di molteplici iniziative poste in essere da un gruppo di colleghi sia
all’interno dell’Ordine e della Federazione della Stampa che a livello istituzionale.
Il legislatore ha finalmente accolto le ragioni di questo sparuto gruppo i giornalisti che per la
quasi totalità si riconosce nel GUS (Gruppo Uffici Stampa), il cui presidente, Gino Falleri, è
seduto a questo tavolo in attesa di svolgere la sua relazione, sic uramente puntuale quanto
interessante.
Il tema prescelto è di grande attualità e di alto spessore sociale, al quale gli organismi pubblici
devono porre la massima attenzione per cogliere ogni utile suggerimento che possa consentire
di assolvere compiutamente il compito loro demandato. Ricercare le necessarie risorse, le
modalità e gli strumenti opportuni per realizzare una comunicazione capillare, continua ed
efficace in grado di raggiungere operatori ed utenti e fornire così il più alto livello di risposta
ai bisogni della salute dei cittadini.
Avrei dovuto parlare della deontologia connessa all’espletamento dell’attività giornalistica
negli Uffici Stampa e a quella di comunicazione negli Uffici per loe Relazioni con il
Pubblico, ma il discorso mi porterebbe lontano se, in abbondanza.
Ma la deontologia deve essere insita nel bagaglio culturale e nella formazione professionale
del singolo quale primo riferimento morale cui rispondere nell’attendere alle prestazioni
professionali.
Questo è in sintesi il nostro pensiero.
Non mi dilungo, ma garantisco che sarò attento cronista, pronto a accogliere tutti gli
approfondimenti, i suggerimenti e le iniziative che sicuramente emergeranno da questo
incontro.
Buon lavoro a tutti.
Moderatore
A questo punto sarà il dottor Falleri che, come presidente del gruppo Uffici Stampa italiano
potrà parlarci dei contenuti della legge 150 e del regolamento applicativo e come siano, se lo
sono, rispondenti a questa esigenza di essere intermediari validi tra quelle che sono le
disponibilità di un servizio pubblico e quelle che, restando in campo sanitario, possono essere
le attese di un'utenza.
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Naturalmente il discorso è molto generale: non gli chiedo di entrare nel merito degli
argomenti specifici di sanità, ma l’argomento è certamente trasversale per tutta la Pubblica
Amministrazione e, conseguentemente, può essere facilmente trasferito alla realtà della sanità.
Gino FALLERI
Vice Presidente Consiglio Interregionale dei Giornalisti del Lazio e Molise
Presidente Giornalisti Uffici Stampa
La Legge 150/2000 e il Regolamento applicativo
Penso che sia doveroso ringraziare il Forum della Pubblica Amministrazione e l'associazione
della Stampa Medica Italiana, presieduta dall'amico Mario Bernardini, per aver voluto
organizzare, qui a Roma, un convegno per confrontarci su argomenti di grande caratura, che
interessano non solo la collettività. Argomenti che costituiscono la materia prima dei discorsi
di tutti i giorni di coloro che frequentano le stanze delle istituzioni giornalistiche. E attraverso
i quali è possibile farsi una idea sul grado delle cognizioni che si hanno, sulle preoccupazioni
insorgenti e sulle delusioni. Ringrazio, inoltre, nella mia veste di presidente nazionale per
l'invito rivolto al Gruppo Giornalisti Uffici Stampa, il GUS, che sull'affrancazione dell'Ufficio
Stampa, quale fonte autonoma dell'informazione e quindi soggetto del moderno sistema dei
media, ha al suo attivo una lunga attività di servizio.
Attestata, per la storia, dai numerosi e propositivi convegni organizzati a Saint Vincent,
Spotorno, Spoleto, Roma e Palmi, nonché dalle ricorrenti iniziative congressuali. L'ultima, a
novembre dello scorso anno, in occasione del XXIII congresso della Federazione nazionale
della stampa svoltosi a Montesilvano. Soprattutto per il contributo fornito alla proposta di
legge Frattini e alla proposta di legge Frattini - Di Bisceglie.
Il tema generale scelto per questo incontro, "La comunicazione pubblica in sanità", è
senz'altro di attualità per le notizie, alcune sensaziona li ed altre sconvolgenti, che vengono
sottoposte all'attenzione ed alla valutazione di chi usufruisce dei vari media, che l'attuale
tecnologia ci offre. Consente pure di poter analizzare e soppesare, sulla base degli spazi e dei
tempi che la carta stampata o la radiotelevisione dedicano e riservano al pianeta sanità, quanto
sia importante per la società contemporanea la comunicazione su di un argomento di grande
caratura quale è appunto la salute.
Nello stesso tempo l'importanza e la rilevanza dell'argomento proposto forniscono lo spunto
per inquadrare ed allargare il campo, rievocare i primi passi e fare qualche considerazione e
riflessione. Un metodo attraverso il quale si potrebbero ristabilire delle gerarchie, al fine, di
ridare al mondo giornalistico quello che è suo da tempo immemorabile e spesso viene
dimenticato. Senza nulla togliere a nessuno. Ognuno al proprio posto. Il confronto delle idee,
la dialettica e l'analisi possono quindi costituire l'idonea piattaforma per spendere anche
qualche parola sui verbi " Comunicare " ed " Informare ". Stabilire quale dei due possa essere
il prevalente. E questo se si considera che i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa,
comprese le testate ori line, non sono altro che strumenti nelle mani dei giornalisti. Senza la
loro professionalità, la mediazione ed i rischi cui spesso vanno incontro ben poco il cittadino
saprebbe su quanto accade intorno a lui. Il nostro tema è " la comunicazione pubblica in sanità
". Sarebbe stato più opportuno titolarlo l'informazione pubblica in sanità. A mio parere è più
rispondente alla legge ordinistica e a chi, in definitiva, è il dominus di tutto quanto viene
messo in pagina o canalizzato per radio e per televisione. E' vero che ci sono i comunicatori.
Ma con quali mezzi e strume nti propri comunicano? Sono nella stragrande generalità soggetti
ai media ed i media sono gestiti dai giornalisti. Loro hanno un dialogo bidirezionale e la Rete.
Quale la conclusione, dunque?
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La comunicazione pubblica in sanità
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L'informazione medico-scientifica, intesa come divulgazione e quindi alla portata di vasti
strati di lettori o radioteleascoltatori, non vanta molta anzianità. Per acquisire precise
indicazioni si dovrebbe fare riferimento agli storici del giornalismo del dopoguerra. Non si è
comunque in errore se si sostiene che i primi esempi siano stati offerti dai periodici femminili
in edicola negli anni Cinquanta e l'informazione affidata a titolati specialisti. Per comprendere
il ritardo, rispetto ad altre materie si potrebbe prendere a prestito una affermazione di Antonio
Gramsci. In uno dei suoi testi affermò che avevamo avuto per molto tempo una "denutrizione
scientifica".
Solo nel decennio successivo il Giornalismo medico-scientifico ha incominciato a trovare
prima collaboratori, poi redattori ed infine proprie pubblicazioni. Per meglio comprendere il
perché della "denutrizione" è bene ricordare quanto ebbe a scrivere Tullio De Mauro,
professore di Filosofia dei Linguaggio all'Università La Sapienza di Roma: "La poca
informazione scientifica era compromessa dal terrorismo terminologico: rigorosamente
scientifico e di conseguenza altamente incomprensibile".
Si deve scrivere per la gente comune. Il linguaggio dovrebbe sempre essere ergonomico, alla
portata di tutti, e non esoterico. L'incomunicabilità è una delle ragioni per le quali la vendita
dei quotidiani è altalenante. Siamo intorno a 6 milioni di copie.
Abbiamo accennato che il tema proposto dagli organizzatori consentiva di poter allargare il
campo e di conseguenza forniva la possibilità di soffermarci su di un aspetto che interessa, da
vicino, i giornalisti. Interessa poiché non esiste ancora una omogeneità di vedute sulle
prospettive future, c'è più di una perplessità, si pensa inoltre che le aspettative sull'annoso
problema degli uffici stampa siano state in parte deluse e c'è infine non poca preoccupazione
per quanto è accaduto dopo il convegno su "Stampa e Potere", organizzato a Palermo, alla
metà dei passato mese di marzo, dalla locale Associazione della Stampa e dal GUS Sicilia.
Tutto al contrario della Regione Molise che ha invece imboccato, senza riserve, la strada dei
pubblici concorsi. E' di questi giorni il bando per due posti di addetto stampa per la
Presidenza del Consiglio. Ma ci sono pure amministrazioni su base elettiva che non
pubblicizzano.
L'apparato burocratico pubblico, è sotto gli occhi di tutti, è in fase di trasformazione. Sta
lentamente uscendo fuori da leggi, regolamenti e circolari vetuste, che ne facevano una
macchina farraginosa e poco ossequiente ai diritti costituzionali del cittadino.
Prima degli anni Novanta tutto, o quasi, era coperto dal segreto ed il cittadino, che è il titolare
dei potere di delega politica, era purtroppo considerato solo un gradino al di sopra dei suddito
di monarchica memoria. La burocrazia concedeva. I provvediment i degli anni Novanta gli
stanno ridando quello che in una società democratica, civile e moderna gli spetta. Comunque,
c'è ancora molto da fare.
Il processo inverso, grazie alle iniziative dei responsabili del Ministero della Funzione
Pubblica, ed in particolare di Franco Bassanini, comincia con la legge dell'8 giugno del 1990,
la numero 142. Con essa viene fissato l'obbligo per le istituzioni pubbliche di comunicare. Un
provvedimento legislativo seguito due mesi dopo dalla legge 241, con la quale il legislatore
ha sancito il principio che gli atti della pubblica amministrazione debbono essere trasparenti e
chi ha chiesto qualcosa ha il diritto di visionare tutto ciò che lo riguarda. A cominciare
dall'essere informato sul nome dell'impiegato o del funzionario a cui è stato affidato I"esame
della sua richiesta.
Un processo evolutivo durato un decennio e che ha il suo apogeo, per quanto interessa i
giornalisti, ma solo per una piccola parte di essi, con la legge 150 del 2000, quella relativa
sulla "Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche
amministrazioni". Applicabile a tutti gli otto comparti in cui è appunto organizzata la Pubblica
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amministrazione. Con essa, inoltre, è stato riconosciuto il diritto del cittadino di vedere
soddisfatte le sue domande di informazione.
Con una siffatta legge si afferma, in maniera chiara e per la prima volta, il diritto di
cittadinanza degli uffici stampa nel mondo dei media, sino allora considerati una specie di
terra di nessuno. E si stabilisce, senza possibilità di dubbio, che le attività d'informazione, per
dare corpo ed autorevolezza al sinallagma offerta e domanda sono riservate solo e soltanto ai
giornalisti. Tutto questo nel rispetto della legge dei 1963 sull'Ordinamento della professione
di giornalista, sebbene il citato provvedimento parlamentare non sia stato condiviso da molti e
sia stato pure oggetto di un ricorso alle autorità dell'Unione europea e di un intervento
dell'Antitrust.
La legge 150, nonostante qualche voce difforme e gli esempi volti ad aggirarla, ha riscosso un
consenso quasi generale ed è un punto di riferimento. Le ragioni sono molteplici.
La prima è rappresentata dalla circostanza, fondamentale, che costituisce un caposaldo dei
nuovi scenari informativi che si stanno schiudendo; in secondo luogo rivaluta, o consente di
far uscire dal “sottoscala”, come qualcuno ha voluto dire, una forma specialistica di
giornalismo, che sino allora aveva contribuito non poco all'elevazione socio- politica della
gente, ma non aveva ricevuto nessun sigillo; in terzo luogo si allaccia a quanto hanno
legiferato le regioni fin dal primo momento: l'informazione, innanzitutto. Tutto doveva e deve
essere come una casa di vetro. Alla vista di tutti.
Esiste anche una diversa chiave di lettura e prende consistenza dalla figura dei giornalista
delle istituzioni di cui dirò prima di concludere.
Nello stesso tempo l'intervento del legislatore ha coronato le aspettative e l'impegno, a volte
non sempre conosciuto, di non meno di due generazioni di giornalisti e su di essa erano state
legittimamente riposte molte speranze, soprattutto sul piano occupazionale. Un obiettivo,
quest'ultimo, su cui il GUS ha richiamato spesso I"attenzione, che per la sua posizione di
referente degli addetti stampa, aveva il termometro della situazione.
Basta ricordarsi i titoli a scatola apparsi sui giornali di categoria. Purtroppo, almeno per ora,
non sembra che sia così. Eppure la nostra categoria registra un alto tasso di disoccupazione e
di precariato. Situazione stigmatizzata da Paolo Serventi Longhi, segretario generale della
Fnsi, nel "Libro bianco sul lavoro nero", e recentemente da Lorenzo Del Boca, presidente del
Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, nel confronto a 360 gradi con l'Ordine dei
giornalisti del Veneto e la locale Associazione della stampa.
Nonostante la non rosea situazione i vertici del nostro sindacato hanno al riguardo una
differente opinione, che non è facile condividere ed inoltre far comprendere. Al fine di meglio
mettere a fuoco non si può omettere di ricordare quanto è emerso nel corso di una riunione del
Dipartimento Uffici Stampa della Fnsi, tenutasi il giorno successivo all'ottimo convegno
organizzato a Siena nel febbraio 2001 dal GUS Toscana, con la presenza di Vannino Chiti,
allora sottosegretario alla Presidenza dei Consiglio dei Ministri. Convegno che aveva lo scopo
di sollecitare il Governo a varare il regolamento di esecuzione della citata legge in forte
ritardo.
La battaglia per gli uffici stampa, a detta dei massimi rappresentanti dei governo federale in
quella riunione, era stata ingaggiata per far iscrivere all'INPGI, che non è più ente pubblico,
chi lavora in tali uffici, e iscritto all'albo e non gode dei contratto di lavoro giornalistico. Per
la completezza dell'informazione è opportuno accennare che il contratto deve ancora venire e
non sembra proprio che l'ARAN sia sulla stessa lunghezza d'onda del sindacato. Tanto è vero,
a riprova di quanto accennato, la convocazione a Napoli per il 18 maggio di una assemblea
nazionale dei giornalisti degli uffici stampa.
Il regolamento di esecuzione, cari amici, ha fornito, nella quasi generale sorpresa, la chiave di
lettura della posizione che aveva assunto, o dovuto assumere, il sindacato e si deve,
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
purtroppo, prendere atto che la difesa degli interessi e delle aspettative di tanti giornalisti, se
c’è stata, non ha fornito i risultati sperati.
Diciamo subito che il regolamento predisposto dal Governo, per la cronaca spicciola, non può
essere condiviso per una somma di ragioni. Inna nzitutto la legge sancisce che gli uffici
stampa rientrano nella competenza dei giornalisti. Invece il governo, nella prima attuazione,
conferma l'esistente. Chi è privo del titolo professionale può frequentare un corso di
formazione e poi tutto è a posto. Anche se il codice penale e la legge ordinistica affermino che
nessuno può esercitare una professione se non è in possesso dei relativi titoli professionali. E'
uno dei tanti misteri del nostro paese.
Quali potrebbero essere le prospettive?
A parte il caso della Regione Sicilia, esiste una legge regionale migliore della 150 assieme a
delle difficoltà applicative, la situazione generale presenta non poche incertezze. Buona parte
di esse scaturiscono dalla discrezionalità che hanno gli amministratori di dotarsi o no di un
Ufficio Stampa ed, a seguire, dalle ragioni di bilancio. Niente Ufficio Stampa se non c'è stato
un preventivo stanziamento. Un tale motivo preclude l'applicazione del contratto giornalistico,
dando invece spazio a contratti atipici quali la collaborazione, la consulenza e nel migliore dei
casi il part time.
Purtuttavia c'è un interesse da parte degli enti locali, a piccola dimensione, di avvalersi della
professionalità di giornalisti, che sappiano costruire una corretta immagine dell'ente stesso,
forniscano una quotidiana informazione, programmino campagne volte a coinvolgere i
cittadini nella gestione pubblica, siano di supporto nella gestione dei rapporti con i media e
siamo infine validi consulenti nel fissare le linee strategiche della comunicazione.
Sull'esempio degli Spin doctors.
Questo, cari amici e colleghi, è il quadro nudo e crudo della situazione. La legge 150, a mio
parere, è la legge per le attività dei comunicatori pubblici, approvata con il forte appoggio
della Fnsi e la collaborazione dei GUS. Il legislatore non ha ritenuto di dover attribuire alle
competenze dei giornalisti il delicato incarico di Portavoce. Chiunque lo può assolvere.
Poiché il piatto delle doglianze è abbastanza colmo, qualche riflessione, qualche
considerazione, anche in via ipotetica, penso che debba farsi. Può essere da insegnamento.
Dobbiamo guardare al futuro e pensare a quali collocazioni per i giornalisti che lavorano negli
uffici stampa. Per gli addetti stampa, che costituiscono nella professione una specializzazione
di notevole caratura.
E' sotto gli occhi di tutti come la nostra professione stia cambiando. Gli organici delle
redazioni si assottigliano mentre cresce il numero di chi lavora in via autonoma e parimenti le
iscrizioni all’INPGI 2. Nello stesso tempo aumenta anno dopo anno il numero complessivo
degli iscritti all'albo. Il praticantato tradizionale è sostituito dalle cosiddette dichiarazioni di
ufficio: i Consigli dell'Ordine surrogano i direttori dei giornali, si sostituiscono con delle
istruttorie da valutare ed iscrivono nel registro dei praticanti. All'ultima sessione per l'esame
di idoneità professionale si sono presentati in 600. Poi c'è il Consiglio nazionale dell'Ordine
dei giornalisti che ha la sua parte quando assolve la giurisdizione.
Per chi non lo sapesse in Italia gli iscritti all'albo, professionista e pubblicisti, sono più o meno
75 mila: più che in Gran Bretagna, Irlanda inclusa, Francia e Germania, che presentano
situazioni editoriali più stabili delle nostre.
Ma il mercato può assorbire un così rilevante numero di professionisti?
E' la formazione, l'aggiornamento a fare la differenza. Ad essere l'arma vincente. Non lo
sostiene il GUS, ma lo affermano le pubblicazioni delle Università americane di giornalismo.
Sia per Columbia Journalism Review che per la American Journalism Review tutto, d'ora
innanzi, dovrà ruotare intorno ad una alta qualificazione professionale, che è assicurata, oltre
che dalla personale cultura, da requisiti formativi, dal rispetto dei canoni etici e dalla
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
competenza nella ricerca su internet e su database. Per concludere una piccola annotazione,
anche se non è per niente marginale.
Un Gruppo di specializzazione, ricco di polivalenti professionalità, come è appunto il GUS,
che ha al suo interno tre anime professionali, potrebbe avere più di un motivo per domandarsi
se non possa essere il caso di pensare in maniera autonoma per la difesa dei propri interessi,
che alle volte non vengono compresi appieno. Come peraltro la professione, allo stato attuale,
viene esercitata dagli iscritti ai due elenchi dell'albo e nessuno dei due è prevalente rispetto
all'altro.
Moderatore
Ringrazio Gino Falleri e intanto do il benvenuto al dottor Siddi, Presidente della Federazione
della Stampa che, reduce da un viaggio di rappresentanza in Cina, ha trovato il tempo per
venirci a trovare.
Devo dire che l'intervento di Gino Falleri è tecnico, è puntuale, riguarda gli uffici stampa in
generale, come del resto mi aspettavo, ma introduce degli elementi che sono comunque
d'interesse e di particolare attenzione anche per quello che saranno e che sono già nella realtà
gli uffici stampa esistenti in campo sanitario.
E si ricollega al discorso fatto prima dal Presidente dei medici: è un discorso di
qualificazione, di professiona lità, che si traduce in quello che è il leit motiv della sanità di
questi giorni, di questi mesi, di questo nuovo corso storico della sanità italiana, quello della
qualità. Esiste una qualità dell'informazione. È stato ricordato prima: la semplicità del parlare,
è stata usata la parola "terrorismo terminologico". Ebbene, una delle caratteristiche della
qualità dell'informazione è proprio quella di rendere comprensibile, facile, alla portata di tutti
quelli che possono essere i messaggi anche di contenuto scientifico, più delicatamente
impegnativi. Basti pensare oggi a tanti termini che spesso possono sembrare di difficile
comprensione (genoma, mappa genetica, mutazione, eterozigote, monozigote, fecondazione
assistita, testamento biologico ed anche direi la differenza tra eutanasia e accanimento
terapeutico, con un confine così difficile e così mal delimitabile), ma questo ci porta a quelli
che sono i discorsi che fanno di un denominatore comune le due professionalità: quello di
essere delle professionalità ad alto, altissimo contenuto etico perché sono rivolte, eticamente,
a un pubblico vasto, multiforme dove ogni componente di questo pubblico multiforme ha una
sua esigenza. Il medico ha il vantaggio di poter essere, nel rapporto medico/paziente
interlocutore unico, 1 a 1; il giornalista questo vantaggio non ce l'ha. Però sono certo e sono
convinto che chiunque faccia del giornalismo di informazione, e in particolare di
informazione medico-scientifica, nel redigere l'articolo ci mette un qualche cosa che mentre
informa tutti, si rivolge a qualcuno in particolare, perché sicuramente tra i suoi lettori ci sarà
qualcuno che di quell'argomento è particolarmente interessato e partecipe.
A questo punto darei senz'altro la parola al dottor Siddi che, come Presidente della
Federazione della Stampa, può sicuramente collegarsi al discorso di Gino Falleri che porta a
quelli che sono i problemi della formazione del giornalista – e io aggiungo del giornalista
medico-scientifico – e che in questo momento, al di là di quella che sarà la formazione e la
preparazione che ritengo peculiare per chi sarà chiamato a svolgere un'attività di informatore,
di giornalista negli uffici stampa, nella pubblica amministrazione, riguarda anche la
prospettiva del lavoro giornalistico in generale, in questo clima di riforma delle professioni, di
riforma dell'accesso alle professioni, partendo da una qualifica di base universitaria, quindi
diversamente da quanto avveniva in passato; di quelle che sono le prospettive delle scuole di
giornalismo e di quelle che saranno poi, secondo un mio parere, e questo è un parere del tutto
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
personale, la necessità anche nel giornalismo di arrivare a delle forme di specializzazione
dell'informazione. Oggi il giornalismo è un giornalismo tout court, chiunque è giorna lista è
giusto e ha il diritto di informare e di fare cronaca di informazione, e in questo modo faccio
una domanda a Siddi, ne discende forse l'esigenza di arrivare ad un giornalismo specializzato
per le varie situazioni e, conseguentemente – Presidente della Federazione della Stampa
Italiana – forse l'opportunità di andare a prevedere anche in campo contrattuale qualche
diversificazione. E questo ci riporta a quanto diceva anche Falleri delle prospettive
contrattuali di chi lavorerà negli uffici stampa della pubblica amministrazione.
Francesco Angelo SIDDI
Presidente Federazione Nazionale Stampa Italiana
Aggiornamento professionale e risvolti contrattuali
Vi ringrazio innanzitutto per questa iniziativa, che è la prima iniziativa nazionale di settore
che si rivolge ai problemi degli uffici stampa. Abbiamo fatto tante iniziative di questo tipo,
ma non ne abbiamo mai fatta alcuna dedicata a un settore dell'informazione specialistica,
come quello della sanità. La questione, quindi da parte nostra merita sicuramente attenzione e
anche qualche riflessione in più perché quando si parla di informazione della sanità, come
capita per poche altre circostanze, si va a fare un tipo di informazione che riguarda e
coinvolge interessi specifici della persona, la salute, al privacy e così via che chiedono sì
certamente già una prima risposta, una capacità specifica di affrontare i problemi, una
conoscenza in più. Non basta essere giornalisti tuttologi per fare bene l'informazione in questo
settore, se si vuol fare bene, se non ci si vuole limitare a ripetere qualche nota preparata da
altri e se la si vuole offrire ai lettori in maniera comprensibile ma allo stesso tempo chiara dal
punto di vista tecnico e scientifico.
La formazione è la base per fare bene questa professione ovunque, per renderla credibile
ovunque, nei giornali innanzitutto e nelle televisioni, negli organi di informazione che sono
destinati alla massa dei cittadini e che vengono bombardati ogni giorno da migliaia di notizie
e spesso perdono l'orientamento, perché non è facile anche in un giornale che pure opera una
gerarchia nella presentazione delle notizie, poi orientarsi bene e orientarsi con chiarezza
rispetto a ciò che viene effettivamente proposto nel prodotto. Questo perché talvolta
l'informazione non appare del tutto attendibile e non appare del tutto credibile, di conseguenza
per ragioni che sono molteplici, che riguardano i tempi di lavoro, che riguardano la possibilità
di approfondire argomenti che arrivano all'ultimo minuto via rete e via comunicato e non c'è il
tempo di approfondirli, perché bisogna chiudere in fretta la pagina e bisogna fare in fretta
altre pagine o preparare in fretta altri servizi, altrimenti non si chiude in tempo utile il
giornale. E anche perché non ci si rende conto che qualche notizia ha un interesse pubblico e
viene magari sottovalutata.
A questi problemi si può ovviare attraverso una formazione vera, che parte dalla
considerazione che ormai è cambiato tutto nel settore dell'informazione.
Falleri ha ricrdato chiaramente qua l è la realtà e come si presenta oggi: è cambiato il livello
culturale, non solo dei lettori ma di tutti i cittadini; la scolarizzazione di massa ha prodotto
effetti notevoli, ha cambiato completamente lo scenario rispetto agli anni in cui venne fatta la
legge ordinistica, quella del '63 per cui si poteva diventare professionisti (e ancora oggi è così)
anche solo con la terza media, facendo un esamino integrativo presso gli ordini regionali e
poi, se superato quell'esamino che in genere con larghezza si supera o si fa superare, si poteva
arrivare a diventare professionisti, ovviamente a condizione che ci fosse un editore che nel
frattempo ti avesse assunto e offerto un posto di lavoro. Quindi i problemi erano diversi.
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
Oggi sono rarissimi i casi di professionisti che arrivano a diventare tali con questo percorso.
La gran parte ci arriva dopo aver frequentato sicuramente una scuola superiore e quasi sempre
anche l'università e avere conseguito una laurea. Fra qualche tempo – noi pensiamo anche in
tempi brevi – bisognerà essere laureati, non solo perché c'è il progetto di riordino degli ordini
professionali, che sicuramente porta verso questa strada, non solo perché c'è stata ieri la
sentenza del Consiglio di Stato che ha riconosciuto definitivamente la valenza dell'esame di
Stato dell'Ordine come esame che accerta una qualificazione professionale, ma anche perché
lo stesso Ordine sta arrivando alla conclusione che l'accesso alla professione, quella dei
colleghi che svolgono questa attività in maniera esclusiva, continuativa e non solo prevalente,
deve avvenire previo corso universitario successivo alla laurea breve o master. È questa una
delle ipotesi che si sta ancora discutendo, il progetto dell'Ordine sta per essere licenziato dal
Consiglio Nazionale dell'Ordine, ma non basta, occorrerà che il Parlamento faccia la legge,
altrimenti occorrerà che nel frattempo l'Ordine proceda, per via regolamentare, alla luce anche
delle sentenze che assumono carattere giurisprudenziale, a introdurre quegli elementi di
aggiornamento che si ritiene essenziali e che risultino possibili anche col quadro normativo
attuale.
Nel progetto di riforma dell'Ordine, così come nei progetti del sindacato, la formazione è un
punto centrale. Siamo stati accusati dai colleghi più garantiti di aver voluto privilegiare questo
aspetto negli ultimi contratti rispetto anche agli stipendi, dimenticando che sugli stipendi
esiste una cornice limitata, stretta, che riguarda i giornalisti come tutte le altre categorie di
lavoratori da quasi dieci anni, quella derivata dalla politica dei redditi che stabilisce che i
contratti si fanno in ragione degli indici del costo della vita, in ragione di tutta una serie di
fattori sui quali si discute con le controparti (editoriale, pubblica e così via) ma si può
discutere se un certo fattore viene considerato fattore di costo del personale oppure no, per
registrare gli scostamenti dello 0,5 o dell'1%, ma l'aspetto economico è quasi sempre già
orientato dalla cornice di quello che è stato l'accordo sulla politica dei redditi, speriamo di
cambiarlo perché ormai è insufficiente e superato, ma sui contratti ci siamo dovuti dedicare
agli aspetti normativi: gli aspetti che riguardano i diritti dei giornalisti nei luoghi di lavoro, di
espressione, di organizzazione e gli aspetti della formazione. Sono dei concetti rimasti finora
quasi fermi, nel senso che non hanno prodotto effetti pratici reali, nel senso che non sono stati
messi a punto progetti di formazione ricorrente e di aggiornamento continuo come dovremmo
cercare di fare sempre di più, anche nelle redazioni, non solo rispetto agli uffici stampa, ma il
fatto che siamo riusciti a portare in normativa contrattuale questi capitoli, io credo sia
importante. È un tassello che serve per considerare che c'è un punto dal quale partire e sul
quale innestare una attività vera di formazione, di aggiornamento e altro rispetto alla quale
dovremmo trovare i convincimento di tutti: dei colleghi che non accettano più lo scambio
della monetizzazione, della formazione, la formazione nei giornali è prevista, è prevista nel
contratto, ma da anni quasi sempre non si fa perché in cambio si vende, si ottiene una piccola
somma di integrativo. I più seri comprano libri, li leggono, mettono in piedi una sorta di
politica di formazione, altri li utilizzano per i consumi più generali e così via.
Se vengo allo specifico, al capitolo che riguarda noi e al tema che mi è stato dato, invece, la
formazione diventa un fatto centrale, se vogliamo anche obbligato da ciò che la legge
prevede. Ma anche qui, prendendo spunto dalle critiche che giustamente ha fatto Falleri, alla
legge e anche alla direttiva del Ministero della Funzione Pubblica dobbiamo dire che la
formazione che prevede la legge è la formazione relativa a quei colleghi che stanno e lavorano
da anni nella Pubblica Amministrazione, svolgendo un'attività reale, di fatto, ma non hanno
avuto il modo di diventare giornalisti professionisti perché non c'era il bollettino, non c'era un
giornale, non c'era una redazione, molti di essi non sono neanche pubblicisti (e questo a mio
giudizio è un problema aperto) e prevede che questi colleghi possono restare a questi posti
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La comunicazione pubblica in sanità
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previa formazione. E questo è il punto che sta diventando un punto molto delicato. Io ho
personalmente un'opinione critica rispetto a una parte di un'attività che noi stiamo facendo
come sindacato, perché ci sono spinte e controspinte sull'attuazione della legge 150 e sembra
in questa fase che il capitolo che interessa di più la pubblica amministrazione e una parte di
colleghi è orientato verso un'ipotesi di business. Diciamolo con molta franchezza e anche
autocritica.
A parte qualche area imprenditoriale, formativa o meno, è il business della formazione.
Se la formazione è il momento centrale di arricchimento, di preparazione, di sviluppo, di
adeguamento della professionalità è una cosa, se la formazione diventa un capitolo necessario
a riempire una posta di bilancio dalla quale attingere per distribuire incarichi e fare un po' di
clientele e sistemare alcune posizioni strategiche, al Formez o ad altri centri, non ci serve più
di tanto, stiamo perdendo di vista lo scopo della legge, lo scopo per il quale noi combattiamo
da decenni (Falleri più di me, ma anche io da quasi 30 anni con lui) per una definizione
giuridica normativa, un riconoscimento contrattuale dei giornalisti degli uffici stampa come
giornalisti a pieno titolo, di primo livello della nostra professione.
Se passa questa linea avremmo fallito lo scopo e la legge, che già ha dei buchi, già presenta
dei problemi, si rivelerebbe una legge che non va bene. Credo che la chiarezza sia necessaria
e sia giusto dire con franchezza queste cose, perché siamo nella fase in cui tutta la spinta che
c'è intorno alla Federazione e intorno all'Ordine è per firmare convenzioni che abilitino questo
o quell'altro istituto a fare formazione, e a fare la formazione degli uffici stampa.
È una situazione che sta diventando incredibile, ma anche incresciosa, perché sta accadendo
che non arrivano convenzioni e accordi.
Nessun accordo finora è stato firmato perché riteniamo che bisogna accordarci prima su
quella che è la formazione, su quali sono i programmi, su cosa ci vogliamo mettere e anche su
chi li fa, la lezione chi la tiene, con quali criteri, quali sono i docenti, che titoli hanno e così
via. E quindi stiamo frenando le cose, ma abbiamo visto che in alcune realtà ci si muove lo
stesso, le cose vanno avanti. Alcune università hanno messo in piedi master e altri corsi per
coprire vuoti che hanno in alcune cattedre; qualche istituto privato, collegandosi con
amministrazioni pubbliche sta promovendo iniziative simili; il Formez sta pressando ogni
giorno la Federazione, il Ministero della Funzione Pubblica e l'Ordine perché vorrebbe
addirittura l'esclusiva, cosa che vedo anche abbastanza problematica, se devo esprimere
un'opinione di merito, perché non possiamo pretendere che gli addetti stampa di Milano, di
Trieste vadano a Roma, Napoli e Cagliari dove c'è il Formez. E’ la stessa legge, oltre tutto,
che dice che dovrebbe essere la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.
Certamente avere previsto un canale di recupero di quei colleghi che a pieno titolo sono
addetti stampa, ma che potrebbero non essere riconosciuti tali era una cosa giusta, ma c'è il
rischio che nel frattempo, fatta la legge, trascorso ormai tanto tempo dalla legge, in alcune
amministrazioni si siano introdotti in questo canale dei colleghi che colleghi non sono e che
rischiano di emarginare chi invece con fatica, capacità e competenza per anni ha svolto questa
attività. Abbiamo ricevuto denunzie di colleghi che hanno lavorato per anni nelle USL, da
quando le USL sono nate, e che col cambio dei direttori generali nell'ultimo anno sono stati
allontanati, spostati a fare altre attività e nel frattempo sono stati destinati a essere non titola ri.
Rischiamo di trovare questi ultimi a fare i corsi e non altri. Su questo dovremmo trovare un
accordo con i sindacati generali e anche con i lavoratori interessati, che segnalino queste
realtà, che ci consentano di intervenire con attività di denunzia non giudiziaria, ma politicosindacale per riportare le cose a posto. In alcune realtà abbiamo già fatto delle diffide, il
sindacato è attivo e presente su questi temi. In linea primaria questo compito spetta
all'Associazione regionale della stampa; in linea secondaria alla Federazione nazionale per i
casi più gravi o comunque come supporto è a disposizione per le attività di tutela e
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Roma, 17 maggio 2002
ovviamente i gruppi di specializzazione che riescono a monitorare queste realtà, segmento per
segmento, sono pregati di essere molto attenti, se possono e di segnalare, di aiutarci in
quest'opera di monitoraggio, anche perché appunto l'applicazione della legge, che già presenta
dei problemi non diventi più problematica anche perché ci sfuggono queste situazioni.
La formazione però, ripeto, resta e deve essere un punto centrale; deve esserlo per tutti i
giornalisti, deve esserlo sempre di più anche per gli operatori degli uffici stampa, perché
possano svolgere con indipendenza la loro attività, perché questo è il punto: al servizio della
pubblica amministrazione, parlando di sanità pensiamo certamente anche agli addetti stampa
delle case farmaceutiche, dei centri di ricerca e così via; pensiamo moltissimo alla pubblica
amministrazione e in particolare alle ASL. Io credo che questo settore è così delicato, che sia
non solo indispensabile ma anche utile che questi organismi abbiano gli uffici stampa e che
questi uffici stampa siano gestiti correttamente da giornalisti qualificati e, aggiungo, preparati.
Il fatto che Ordine e Federazione negli ultimi tempi stiano trovando una grande convergenza
che nel passato non c'era, può aiutare a realizzare insieme dei progetti di formazione, che
possono essere fatti anche con centri e istituti specializzati, con tutti i crismi di quella
formazione che irrobustisce la preparazione culturale, che irrobustisce le competenze, che
irrobustisce la deontologia, perché il capitolo principale che a noi interessa, credo debba
essere quello della deontologia professionale, perché questa non si acquista per caso ed è
l'elemento centrale.
Sul piano contrattuale, invece, io non do grandissime notizie né tantissime buone notizie. Il
cantiere – se dovessi usare il linguaggio della politica – è aperto, nel senso che da mesi
abbiamo iniziato un dialogo preliminare con l'Aran e con il Ministero della Funzione
Pubblica; la trattativa vera e propria non è ancora cominciata e ancora non si capisce bene
quando potrà cominciare perché prima di tutto è stato necessario accertare che la Federazione
della Stampa e il Sindacato dei giornalisti sarebbe stata abilitata a trattare il contratto. Su
questo punto abbiamo, a questo momento un primo risultato raggiunto ma non definitivo né
definito nel senso che quando pensiamo all'amministrazione pubblica, occorre pensare
all'Aran e la legge per i dipendenti pubblici stabilisce che trattano i sindacati che abbiano
almeno il 5% dei dipendenti pubblici associati. È evidente che i giornalisti non saranno mai il
5% della popolazione dipendente del sistema pubblico. Noi non ci arriveremo mai. Noi
stiamo affermando che la legge dice che per i giornalisti degli uffici stampa si deve andare in
un'area contrattuale specifica, e questa area contrattuale chi la deve coltivare se non il
sindacato di quella categoria che si rifà ad un ordine professionale, ad una legge dello Stato
che riconosce chi è giornalista e chi no? Su questo punto c'è un contrasto in parte anche con i
sindacati, che sta creando grossi problemi alla Federazione della stampa e al sindacato
giornalisti in questo momento, che una parte dei colleghi della Federazione della stampa
ritiene siano superati e superabili attraverso un agreement con i sindacati generali e magari
con uno scambio di tessere o di doppia tessera. Personalmente sono contrario, così come molti
di noi. Ieri abbiamo fatto una Giunta su questo capitolo, dopo l'intervista di Cofferati al
Corriere della Sera e devo dire che tutte le correnti sindacali presenti hanno detto no a questa
ipotesi, però l'organismo esecutivo della Federazione ha rinunciato a fare una pronuncia
formale per evitare uno scontro aperto con i sindacati confederali in questo momento e cerca
di tenere un dialogo aperto sul piano istituzionale.
È di tutta evidenza, però, che l'ipotesi che l'Aran ci ha prospettato di fare con noi, sindacato
dei giornalisti, il contratto quadro di carattere normativo e di lasciare la parte economica alla
trattativa che faranno i sindacati confederali nel contratto generale dei dipendenti pubblici,
con un inquadramento secondo le varie categorie, ci lascia abbastanza perplessi in questo
momento. La speciale area contrattuale per noi è un'altra cosa. Certamente non possiamo
immaginare che il contratto per la funzione pubblica possa essere e debba essere il contratto
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La comunicazione pubblica in sanità
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FNSI-FIEG che conosciamo, perché va articolato secondo lo specifico della pubblica
amministrazione, secondo uno specifico di un lavoro che si fa negli uffici stampa, ma non può
essere il contratto che ci fa diventare non più giornalisti ma parificati ai custodi o ai necrofori,
questo non è possibile.
Noi dobbia mo trovare una strada. Il prossimo convegno che faremo a Napoli è per cercare di
trovare questa strada e per mettere al centro questi temi, che sono i temi della specificità, della
specialità non di una ricerca di privilegio corporativo, ma dell'espressione di diritti e di
garanzie, che sono le garanzie di un'informazione libera, di un'informazione corretta, proposta
da operatori professionali qualificati, che deve assicurare a tutti una sorta di certezze.
Le informazioni che arrivano dagli uffici stampa devono essere più certe, se vogliamo più
corrette di quelle che danno i giornali, perché devono essere informazioni di carattere
primario, i giornali possono fare le interpretazioni, gli uffici stampa no: devono dare le notizie
e su questo punto devono assicurare la massima correttezza. Questo deve entrare tutto nel
contratto, il contratto deve fornire la cornice di garanzie che assicuri una serietà e anche una
tranquillità nel lavoro ai colleghi, una dose significativa di certezze ai colleghi che nei giornali
e nei media ricevono quelle informazioni e le devono trattare per offrirle al grande pubblico.
Noi crediamo che questa sia la strada migliore; crediamo che col gruppo di specializzazione il
rapporto possa e debba intensificarsi in questo senso e speriamo anche, piano piano, di aprire
qualche porticina, anche se non tutto quello che appare davanti alle nostre finestre, in questo
momento appare così limpido e chiaro.
Moderatore
Ringrazio il Presidente della Federazione della Stampa, so che il dottor Del Barone deve
allontanarsi, lo ringrazio ancora e penso che abbiamo completato la prima parte di questo
nostro convegno. La sottolineatura, se è il caso che io possa fare delle sottolineature a quanto
ha detto il dottor Siddi, è ancora quello di arrivare a dei corsi di formazione, e in questo è
anche giusto ricordare che l'ASMI, proprio per uno dei suoi fini istituzionali che ho anche
riportato nel comunicato di presentazione, ha il compito proprio di promuovere e favorire il
necessario aggiornamento specialistico negli iscritti per migliorare le loro capacità di
comunicazione e per poter meglio contribuire alla tutela del diritto che ogni cittadino ha di
essere correttamente informato. Stiamo parlando di sanità, il dottor Del Barone si è
allontanato, ma colgo anche in questa situazione un nesso, un parallelismo con quanto accade
nel mondo medico e nel mondo del giornalismo. Ho sentito parlare tranquillamente da Siddi,
lo riprendo e lo faccio mio, di business della formazione e immediatamente ho pensato anche
a quello che sta accadendo in campo sanitario per quello che riguarda l'educazione continua
del medico, con tutto quello che anche questo fiorire dei corsi di formazione, di crediti, di
accreditamento e così via, che riporta anche ad un altro argomento particolarmente
importante, che è quello della formazione attraverso Internet. E proprio su questa parola,
Internet, nell'aprire la seconda parte di questa nostra riunione con l'intervento di Giacomelli,
rappresentante del centro per i diritti del cittadino, chiedendo di dare anche all'ASMI, ai
giornalisti e a tutto il mondo dell'informazione e a tutti i cittadini un aiuto perché Internet, che
ha delle grandissime potenzialità, rappresenta anche tantissimi rischi, specie quando si parla
di salute e di cura di malattie. Lo avevo già detto nell'aprire i lavori, l'ASMI ha fatto un
Convegno, spero di poterlo ripetere entro la fine dell'anno, per vedere a che punto siamo per
quello che può essere definito Internet e Salute 2. è un problema enorme, sfugge ad ogni
controllo l'informazione data su Internet, non esito a denunciarlo. Noi, come ASMI, abbiamo
tentato – è ancora attuale – una proposta di codice di autoregolamentazione per l'informazione
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medico-scientifica e sanitaria, data attraverso Internet, nella quale erano previsti determinate
caratteristiche, non ultima quella di indicare chiaramente che il sito è registrato come testata
giornalistica e che ha un direttore responsabile, come avviene per tutte le testate giornalistiche
al quale eventualmente poter ricorrere e per avere chiarimenti, come è giusto, e per potere
eventualmente denunciare, se ci sono, come succede in tutte le famiglie, dei casi di errore, di
omissione, di cattiva interpretazione e così via.
Altro elemento importante è quello della indicazione, in questi siti, di un Comitato scientifico
e di chi ne fa parte. Credo che siano dei consigli basilari, elementari e li ripeto oggi qui
perché, tutto sommato, non mi dispiacerebbe che, nell'ambito della pubblica amministrazione
sanitaria, dove si creeranno degli uffici stampa e dove, per l'informazione al pubblico
sicuramente, ed è giusto, è opportuno, si dovrà ricorrere a tutti i moderni mezzi informatici,
compreso Internet, si tenga presente anche di questo suggerimento per il quale l'ASMI è
disponibile, così come è disponibile per l'Ordine dei giornalisti, per l'Ordine dei medici e per
la Federazione della stampa a partecipare a quegli eventuali corsi di formazione. Come
gruppo di specializzazione della Federazione della stampa credo che ne potremmo avere quasi
un diritto di primogenitura, per chi dovrà essere impegnato o sanato – se possiamo passare
questo termine – nel compito di responsabile o addetti agli uffici stampa della pubblica
amministrazione in campo sanitario. Naturalmente non voglio invadere campi che non sono di
competenza dell'ASMI.
Avevo parlato in precedenza dei progetti obiettivo del Piano sanitario, per quanto riguarda gli
uffici stampa in sanità avevo detto che i progetti erano due che chiamavano in causa la
comunicazione e chi meglio di Giacomelli potrà aiutarci a entrare in quello che prevede il
progetto n. 9, che investe direttamente la comunicazione pubblica sulla salute, perché prevede
come obiettivo, la promozione di stili di vita e la prevenzione.
Do senz'altro la parola a Ivano Giacomelli.
Ivano GIACOMELLI
Segretario Nazionale Centro per i Diritti del Cittadino
La ‘Carta’ dei diritti del cittadino e l’informazione in sanità pubblica
Un saluto a tutti, ringrazio gli organizzatori e un particolare ringraziamento lo rivolgo al
dottor Bernardini per una serie di ragioni, prima fra tutte perché riesce a fare sempre cose
interessanti e soprattutto mi stimola molto perché ha il coraggio del confronto e quindi al
tavolo chiama sempre operatori qualificati che non dicono tutti le stesse cose, ma permettono
alla platea di ragionare sulle cose che si dicono.
Gli spunti di oggi sono molteplici, io ho cercato di calarmi in una o più possibili risposte
rispetto alla centralità del tema che il dottor Bernardini ha posto con questo incontro e ho
cercato di calare soprattutto la realtà che noi rappresentiamo, quella di un'associazione di
consumatori e di utenti e quindi di soggetti che stanno "dall'altra parte della barricata", di
coloro che ricevono un servizio e che in questo caso, oggi, ricevono anche un'informazione.
Ho cercato quindi anche di tentare di analizzare il problema ponendomi sotto i diversi aspetti
di questo tipo d'informazione.
Ho cercato, anche se in maniera ingenua, di fare una specie di catalogo di questo tipo di
informazioni, e per prima qualificherei l'informazione come informazione di carattere
scientifico, e tratto per primo questo aspetto in quanto sono convinto che in sanità ci sono
tanti e troppi interessi e l'informazione scientifica in sanità è un elemento estremamente
delicato; esiste la necessità che vengano poste anche regole nuove. Sono circa tre anni che
chiediamo al Ministero di costituire una Commissione che prenda in esame le nuove regole
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
sull'informazione scientifica, chiedendo soprattutto che all'interno di questa Commissione
venissero individuati i soggetti dell'intero quadro degli interessi in maniera molto serena, che
quindi ci fossero rappresentanze delle associazioni di consumatori che sono poi soggetti che
debbono ricevere questa informazione, se non altro per individuare quelle regole di carattere
generale che vadano a ricostruire il senso etico. Io ho sentito più volte oggi usare il termine
"etica". Mi sono chiesto, e lancio anche a voi questo elemento di riflessione, se l'etica
significa un insieme di valori condivisi, se ci sono elementi di discussione e di riflessione, il
che vuol dire che questo insieme di valori condivisi, che oggi dichiariamo tali, forse non sono
così condivisi e che quindi bisogna ricominciare a riconoscere quali sono questi valori che ci
accomunano, a cui poter dare un significato etico a un determinato comportamento.
L'altro tipo di informazione, che riguarda più propriamente la nuova figura di ufficio stampa
della pubblica amministrazione, è quella che riguarda l'informazione per quanto riguarda i
servizi, le attività che vengono svolte da quella determinata pubblica amministrazione; uso
anche un termine un po' forte e un po' provocatorio, sostanzialmente un'attività di marketing
perché oggi le pubbliche amministrazioni, con il progetto di aziendalizzazione, si pongono
come un sistema di imprese e lo dico senza volere demonizzare questo termine, nel senso che
all'interno del mercato c'è chi vende un prodotto, e prima di tutto lo offre, la pubblicità è
l'anima del commercio e quindi presentare bene un prodotto è anche dal punto di vista del
consumatore una utilità, perché l'insieme di informazioni più o meno corrette danno
comunque ad un cittadino accorto e attento la possibilità di vagliare e quindi di scegliere
quanto meno consapevolmente.
L'altro aspetto di questa figura riguarda il tema molto trattato negli interventi precedenti della
cosiddetta malasanità. In questo caso la funzione di questa nuova figura è l'informazione di
risposta, cioè limitare i cosiddetti danni all'immagine che vengono prodotti da queste azioni di
malasanità.
Su questo punto io vorrei spendere alcune parole. Quando si parla di malasanità in questi
incontri, viene dato un termine negativo al fenomeno sociale. Come diceva il professor Del
Barone c'è una esagerazione della notizia di malasanità; quando si parla di malasanità si pone
soprattutto l'accento alla presunta esagerazione di alcuni fatti, che secondo l'opinione vengono
rappresentati e ingigantiti rispetto a una percentuale meno importante e meno rileva nte.
Noi che stiamo dall'altra parte in maniera attiva, siamo i cosiddetti produttori di informazione,
perché non va nascosto che storicamente (e poi mi permetterò di riprendere una riflessione
poiché il dottor Bernardini mi ha sollecitato a richiamare Internet e volevo sollecitare
qualcosa in materia) le associazioni di consumatori avevano due grandi strumenti per far
valere la loro posizione: lo strumento giudiziario e lo strumento dell'opinione pubblica, non
essendo le associazioni di consumatori partiti politici e quindi non raccogliendo il consenso
dal punto di vista elettorale aveva soltanto questi due strumenti, per cui lo strumento forte era
quello dell'uso dei mass media per sollevare un determinato problema, utilizzando quelle
tecniche che sono tip icamente dei giornalisti. Noi abbiamo imparato con gli occhi – come si
soleva dire una volta – vedendo quello che i giornalisti di cronaca facevano, un caro amico
giornalista mi diceva ai tempi in cui imparavamo la professione, la notizia ha valore quando
ha le cosiddette tre "s": sesso, sangue e soldi. E quindi le associazioni avevano la necessità di
calcare sulla notizia di cronaca per poi arrivare nel ragionamento e portare a una posizione di
natura politica sociale. Io ricordo che per anni noi abbiamo sollevato la questione del
funzionamento di un determinato reparto in un ospedale romano, andando nel silenzio più
assoluto, una volta capitò che una signora, andando in questo ospedale ha fatto una
mammografia e poiché aveva una protesi al seno la mammografia ha rotto la protesi e poiché
era una bella notizia di cronaca ha bucato e così, grazie a questo ponte, abbiamo potuto
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
portare l'opinione delle associazioni rispetto ad alcuni elementi di prevenzione che avevamo
necessità di sottolineare.
Tutto questo è cambiato perché, come tutti i processi, arrivano a saturazione, chi riceve
l'informazione deve tradurla in un'informazione che va sul mezzo stampato, comincia a
saturarsi di questo modo di fare, ci sono associazioni di consumatori che hanno perso gran
parte della loro visibilità proprio perché hanno capito tutti quanti che stanno sulla moda, per
cui qualunque cosa succede fanno la denuncia, poi non si sa mai che fine fa la denuncia, però
intanto escono sulla stampa. Questa cosa ha saturato un po' il sistema, soprattutto non ha dato
più risposte alle organizzazioni come le nostre, che invece vogliono cercare di incidere
concretamente sul problema. E soprattutto è venuto fuori uno strumento straordinario, che è
quello di Internet, che, è vero è un oceano senza regole, dall'altra parte però permette alle
organizzazioni come le nostre, di poter veicolare le informazioni senza barriere di carattere
tecnico-professionale o quant'altro. E questo era lo spunto per l'elemento di riflessione perché
le associazioni stanno sempre più abbandonando l'attenzione rivolta alla stampa classica
(giornali, radio, televisioni), lo vedo perché non è un processo che capita solo nella nostra
organizzazione ma anche nelle altre organizzazioni, i nostri pseudo-uffici stampa (lasciatemi
passare il termine, ma anche noi abbiamo bisogno di etichettarci in qualche modo), si vanno
sempre più indebolendo come presenza di persone che sono dedicate a questa attività e
sempre più rafforzando il sistema che riguarda la gestione dei siti Interne t e dell'informazione
attraverso questo strumento, proprio perché ti dà la possibilità di porre il problema senza
utilizzare altre scorciatoie.
Tornando al problema della malasanità, io ci tengo a sottolineare un aspetto, che rischia di
farci non valutare correttamente la portata di ciò che rappresenta dal punto di vista
sociologico.
Volevo esporre dei dati che mi sembrano molto significativi, che riguardano un'esperienza nel
Lazio; da due anni a questa parte, sette associazioni di consumatori, tra cui CODICI, hanno
costituito degli sportelli del cittadino. Abbiamo preso in esame e recentemente abbiamo
presentato alla stampa i dati raccolti su segnalazioni ricevute da cinque sportelli.
Dei cinque sportelli, tenuti da cinque associazioni, solo due sono associazioni che si
occupano in maniera prevalente di sanità, una è Codici e l'altra associazione è Focus.
Dalla disaggregazione dei dati nel parametro dei due anni che abbiamo preso in esame, (il
quarto trimestre 2000, l'anno 2001 e il primo trimestre 2002), per entrambe le associazioni la
voce ‘diritti del malato’ è la seconda voce in assoluto. La prima voce è il commercio
(parliamo di associazioni di consumatori, quindi è logico che la maggiore informazione, per
di più veicolata su cinque organizzazioni sia la più alta, quella del commercio); la seconda
voce di segnalazione è quella dei diritti del malato.
Abbiamo annotato 303 segnalazioni in tre mesi.
Questo quanto meno può significare che da parte del cittadino c'è la percezione di una
profonda insoddisfa zione, che di solito ci si aspetta dal Servizio Sanitario. E uso questo
termine per dire, e anche per sfatare questo aspetto, quando si parla di malasanità non si parla
solo ed esclusivamente di errori dei medici, sembra che esistano solo quelli.
Quando arrivano le segnalazioni arrivano non soltanto errori medici che
trovano, tutto sommato, una forma di tutela perché se c'è un errore medico che ha determinato
un danno si va in causa.
La maggior parte delle segnalazioni che trovano poco riscontro e poca efficacia sono quelle
che riguardano il cattivo funzionamento in generale dei servizi sanitari: per esempio i tempi di
attesa o anche l'informazione scientifica negativa. (Il presidente Del Barone parlava prima del
Lipobay).
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
Il problema è che, rispetto a questo tipo di cattiva informazione, i cittadini non hanno uno
strumento di difesa. Stavo prima pensando se era applicabile la disciplina della concorrenza
sleale e della pubblicità ingannevole perché, con tutte le riserve che ci sono, comunque esiste
un quadro normativo.
È un campo su cui lavorare e su cui ragionare.
La verità è che nell'organizzare il servizio sanitario tutto avviene sostanzialmente tra due
soggetti: tra l'amministrazione e le rappresentanze dei lavoratori o di categorie professionali,
dove la pubblica amministrazione, ancora investita dei concetti ottocenteschi, si arroga il
valore di imparzialità e quindi di rappresentanza della generalità, cosa che non è
assolutamente vera.
A maggior ragione oggi che, col processo di aziendalizzazione, la pubblica amministrazione è
un soggetto per il quale, nel momento in cui si vanno a prevedere delle discipline di carattere
generale che debbono regolare questo tipo "di mercato", è necessario che sia rappresentato
anche un terzo soggetto, e cioè i consumatori.
Abbiamo anche una legge in tal senso, per quanto criticata, la 281, che riconosce le
associazioni di consumatori e quindi c'è la possibilità di avere un interlocutore serio, credibile
perché deve avere un numero di requisiti (28.000 iscritti in Italia, la presenza di almeno 5
regioni), comunque elementi di solidità e non di improvvisazione.
E’ necessario che questo soggetto scenda in campo proprio per far sì che le soluzioni
regolamentari che si vanno a individuare siano effettivamente rispettose e rispondano agli
interessi e ai bisogni delle parti che entrano in gioco in questo mercato.
Quale strumento? L'esperienza britannica aveva portato, e noi l'abbiamo raccolta, quella della
‘carta dei servizi’.
Soltanto che questo strumento è stato fatto, permettetemi di dirlo, all'italiana.
In realtà le carte dei servizi sono state proposte con la stessa logica del suddito.
L'amministrazione, ma non tanto l'amministrazione centrale, che pure avrebbe ragione di
calare delle norme di carattere generale (Parlamento o anche la cosiddetta alta
amministrazione), ha fatto applicare le carte dei servizi a livello locale, a livello di quella
singola struttura che deve erogare il servizio, per cui è successo che dietro l'indicazione
generale sui tempi di attesa che dovevano essere al massimo di otto giorni, se vai a vedere le
carte dei servizi e i tempi di attesa delle prestazioni dopo la verifica, sono di 60 giorni, per
cui, successivamente, ne hanno fissati 90 per stare sicuri.
Questo è quello che è accaduto. Questo non è un patto, questa è una concessione a un suddito
che ha avuto l'effetto che ha avuto, cioè è rimasta carta inattuata. Se vogliamo che questo
fenomeno che conosciamo noi oggi di malasanità regredisca, perché è effettivamente un
elemento dannoso, ma, badate bene, non è condannabile perché rappresenta una situazione di
sofferenza, se vogliamo che questa situazione regredisca, è necessario che vengano dati
strumenti che siano in grado effettivamente di rispondere ai bisogno di rivendicazioni di chi di
questo servizio alla fine andrà ad usufruire.
Moderatore
Ringrazio Giacomelli, per fortuna avevo detto che non siamo all'anno 0; prima avevamo
teorizzato quelli che saranno i compiti della comunicazione pubblica in sanità; Ivano è sceso
nel merito di episodi concreti nei quali colgo ancora una volta quel dissidio di termini tra
quanto può essere una mancanza di tipo strutturale organizzativo nei confronti di una richiesta
collettiva, da quelle che invece possono essere delle lagnanze del singolo che si trova di fronte
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
all'errore umano, alla impossibilità di sopperire a un'esigenza strumentale, a un'esigenza
pratica.
Certo, sono delle realtà. Ha citato la carta dei servizi con tutti quelli che possono essere gli
accomodamenti, e qui nessuno meglio delle realtà regionali attive presenti, quali il dottor
Aiazzi per la Toscana e Salvi per il Piemonte potranno intanto dire quanto in effetti già
praticamente viene realizzato nel campo sanitario della comunicazione pubblica.
Darei, quindi senz'altro la parola al dottor Aiazzi.
Luciano AIAZZI
Responsabile Comunicazione Istituzionale – Regione Toscana
Quando ho deciso di partecipare a questo convegno, ho inteso il termine ‘comunicazione’ in
modo diverso da quello della prima parte dei lavori che mi sembra lo abbia trattato più come
un problema di natura sindacale, di presa di posizione sulla legge 150 degli informatori.
Vorrei quindi confrontarmi per un attimo sui concetti di ‘informazione’ e di ‘comunicazione’
che sono sostanzialmente diversi.
Mi aiuta Giacomelli perché quando parlo di marketing e di posizionamento dell'azienda
pubblica nei confronti del territorio devo affrontare contemporaneamente due elementi che
sono la qualità e la soddisfazione dell'utente o cliente e che sono quelli che, nel mondo, fanno
la differenza.
Sono la qualità e quella che viene chiamata in termini di marketing la customer satisfaction,
cioè valutare quanto l’utente che paga le tasse o compra un prodotto, e nel nostro caso compra
un servizio, rimanga soddisfatto e quindi il suo gradimento.
Questo mi consente di dare un consiglio alla vostra Associazione, al vostro Ordine: quando
parlate di formazione professionale per chi dovrà andare a occupare quei posti che sono vuoti
negli Uffici Relazioni al Pubblico, negli Uffici Stampa delle Aziende Sanitarie Locali e nella
Pubblica Amministrazione in genere, credo che non sarà sufficiente avere una buona
familiarità con Internet, ma conoscere i concetti generali del marketing come comunicazione
(non informazione perché l'informazione è solo in uscita), servirà a creare quel rapporto, quel
patto fra il cliente (che poi siamo tutti noi, perché come diceva un signore molto simpatico, la
salute non è altro che quello stato temporaneo che non fa presupporre niente di buono) e il
mercato della salute.
Stanno nascendo due fenomeni concomitanti: le pubbliche amministrazioni non si limitano
più agli Uffici Stampa, la legge 150 è carente dal punto di vista della nuova professione vera,
che è quella del comunicatore pubblico. Non a caso molti servizi di comunicazione
comprendono il servizio stampa, quello che è storicamente nato prima; la comunicazione, sia
d'impresa che pubblica, sono fenomeni più recenti: negli Stati Uniti dal dopoguerra, da noi
soltanto da dieci anni, da quando c'è la legge che ha dato la stura a tutto per la trasparenza
degli atti amministrativi, la 241.
Si sta parlando del 1990, grosso modo dieci anni fa in confronto alla 150. Da allora in Italia
sono nate circa una decina di facoltà nuove in ‘scienza della comunicazione’, con indirizzi
giornalistici, ma dagli ultimi dati non tutti scelgono di fare il giornalista, perché la nuova
professione è il comunicatore. Giustamente si ricordava che ci sono circa 75.000 iscritti
all'Ordine e che le testate giornalistiche, che erano i luoghi in cui si aspirava di entrare a
lavorare, si stanno riducendo perché sappiamo che soltanto un italiano su dieci legge il
giornale.
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
Allora ricordiamo che se si tratta di fare squadra tra l'informatore e il comunicatore, nella
Pubblica Amministrazione, come struttura che deve dare un servizio o un prodotto, noi tutti
siamo utenti.
Cittadino, utente e cliente nella società contemporanea sono sinonimi, perché se io cedo il
40% dei miei redditi a un ente sono in qualche modo diventato socio di quell'ente e quindi
vorrei vedermi soddisfatto. Chiunque fosse in una società al 40% probabilmente tenderebbe
ad essere soddisfatto del suo investimento.
Volevo parlare ancora di pubblica amministrazione che dà una serie di servizi oltre a quelli
soliti, una digressione per riportare al discorso sul versante della comunicazione.
Stiamo parlando del dovere primario della pubblica amministrazione di segnalare in maniera
diffusa le opportunità, che sono diritti. Sono le opportunità di lavoro, opportunità
d'investimento e così via.
A breve si dovrà trasformare quel grado di percezione negativa che generalmente il cittadino
ha nei confronti della pubblica amministrazione.
In questo contesto volevo raccontare, poiché il Presidente del tavolo ce lo ha chiesto
espressamente, l'impostazione su alcuni iniziative di comunicazione, che sono iniziative di
comunicazione di struttura.
Volevo riferire su come si portano a conoscenza del cittadino toscano.
Toscano perché quando si parla di sanità il primo impegno di ogni Regione è quello di parlare
ai propri cittadini: è raro che anche su campagne di comportamento si esca dai confini
regionali anche per la riforma del Titolo V della Costituzione per cui sia l'ordinamento della
comunicazione, sia la politica della salute sono materia squisitamente regionale.
Quindi noi generalmente alla Regione ci rivolgiamo assumendo, insieme al Dipartimento
delle Politiche per la Salute, l'insieme del concetto di marketing e comunicazione, quindi
partendo dalle indagini di gradimento e di soddisfazione dei cittadini, sia nei confronti dei
servizi pubblici che privati. Quindi indagine a campione sulle famiglie, campionature che
siano in perfetta linea con quelli che sono i dettami delle associazioni di categoria: come
saprete ci sono numerosi istituti che fanno ricerche di mercato e sondaggi perché è
conoscendo il mercato di riferimento che facciamo attività di informazione e comunicazione.
Quando prima avete detto etica della comunicazione e comunicazione dell'etica, come pilastro
fondamentale della formazione, io dò per scontato che il giornalista dell'ufficio stampa di una
qualsiasi azienda sanitaria locale tratti la materia con manipolazione neutrale e comunque,
ricordate che qualsiasi addetto stampa non potrà fare altro che fare il comunicato stampa, che
sarà ugualmente mediato dall'organo che lo riceve.
Se facciamo solo informazione ovviamente c'è il filtro della redazione a cui arriva il
comunicato stampa ed ecco perché, per esempio, noi abbiamo adottato sistemi di
coproduzione comunicazionale con i mezzi di comunicazione; abbiamo un ciclo di
trasmissione sulle emittenti locali, che si chiama Informasalute, vale a dire un filo diretto con
chiamate in studio, in cui si vedono immediatamente là dove ci sono i problemi per
intervenire. Abbiamo i format radiofo nici.
Tutto questo per dire che probabilmente l'informazione si deve trasformare di più in qualche
cosa che tocca direttamente l'utente finale, che non passa sempre ed esclusivamente dalla
mediazione giornalistica.
Versante completamente diverso perché risponde a logiche completamente diverse è quello
delle campagne, le campagne ad hoc.
Generalmente le campagne sul sociale e sulla politica della salute sono campagne di
educazione comportamentale, vale a dire fare compiutamente conoscere e assimilare concetti
di un sano stile di vita e comportamento sociale, per poi andare a toccare, ad esempio, la
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
donazione del sangue che sappiamo tutti è un fenomeno nazionale di cui c'è carenza, c'è
annualmente differenza fra la domanda e l'offerta e sta diventandolo permanente.
Senza volere rubare spazio al dibattito volevo presentare la campagna ultima, che terminerà
tra una decina di giorni in Toscana, sull'uso corretto del farmaco.
Siccome è nella cartella che ognuno di voi ha ricevuto all’ingresso, preferisco risparmiare
questo tempo per dare l'opportunità di far parlare chi è presente.
Moderatore
Ringrazio, e vogliamo completare con il Piemonte?
Roberto SALVIO
Direttore Regionale Comunicazione Istituzionale Regione Piemonte
Cercherò di guadagnare il consenso del pubblico accogliendo, a mia volta, la proposta fatta da
Aiazzi.
Avevamo preparato una serie di slides per quello che attiene alle campagne di comunicazione
istituzionale in materia di sanità, che come Regione Piemonte abbiamo portato avanti negli
ultimi tempi.
Se volete, mentre vi parlo su alcuni spunti che ho preso dal dibattito, possono essere mandate
in video in continuo.
Non le commento, ma può servire per far vedere qualche cosa e per vivacizzare l'ambiente.
Credo sia giusto lasciare spazio al dibattito perché da questa Tavola Rotonda, di cui ringrazio
i promotori, sono nati tali e tanti spunti, non sempre coincidenti e non sempre coordinati nel
senso che si è parlato di tutto, per cui è difficile approfondire qualcosa.
Sull'applicazione della legge 150 potremmo fare tranquillamente giornate di convegni e di
dibattiti e probabilmente verranno anche fatti perché l'applicazione della 150 comporta
chiaramente dei problemi anche molto delicati, come è anche emerso in alcuni degli
interventi.
Applicarla non sarà facile né il percorso sarà agevole e breve.
Solo per ulteriore informazione aggiungerei che, tra l'altro, sulla 150 non va dimenticato che
le Regioni non hanno dato il consenso alla attuazione della direttiva di applicazione.
Quindi, in questo momento, paradossalmente, siamo in una situazione in cui c'è una legge
nazionale la cui direttiva dovrebbe consentirne l'applicazione a livello di Enti Locali (province
e comuni), di ASL, ma non di Regioni perché, in termini di Conferenza dei Presidenti delle
Regioni, non hanno dato il consenso.
A questo punto abbiamo come riferimento una legge che il Parlamento ha varato e che vale su
tutto il territorio nazionale delegando alle Regioni stesse il compito di attuarla con propri atti
legislativi.
In questo senso alcune Regioni sono già avanti, hanno già affrontato e studiato il problema
però con l'autonomia che ogni realtà regionale possiede nell'applicazione anche di modelli
organizzativi che possono attenersi ai principi della 150, ma possono calarsi meglio nelle
situazioni e nelle realtà locali.
Sono stato particolarmente stimolato dalla molteplicità dei temi toccati.
Il collega Aiazzi, che dirige una vera struttura di comunicazione istituzionale, lo è stato forse
in modo diverso perché. Infatti, anche se la terminologia è identica, all'interno della mia
struttura di comunicazione istituzionale opera anche l'ufficio stampa, per cui nella Regione
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
Toscana e nella Regione Piemonte abbiamo due situazioni abbastanza disomogenee,
organizzativamente parlando, due situazioni professionalmente da affrontare in termini
diversi.
Colgo solo alcuni brevissimi spunti, che non commento, solo per dire su cosa convengo e su
che cosa non del tutto.
Ad esempio convengo sul fatto che, comunque, e lo dico da giornalista, nel mondo
giornalistico esiste ormai chiaramente e diffusamente una voglia di scandalismo nei confronti
della sanità, e su questo non c'è dubbio.
Qualcuno ha citato la regola delle tre "s" (soldi, sangue, sesso n.d.r.), potrei dire anche la
regola che fa notizia solo l'uomo che morde il cane ed è davvero così. Nelle redazioni
giornalistiche una notizia positiva sul mondo della sanità vede la luce solo se è uno
straordinario intervento scientifico innovativo, ma è impensabile che passi una notizia di
ordinaria buo na sanità.
Con questo non voglio fare il difensore d'ufficio della sanità; come cittadino e come utente
anche io ho visto, verificato, vissuto degli episodi di non perfetto funzionamento della
macchina sanitaria e sono il primo a poterlo denunciare per il Piemonte come per qualsiasi
altra Regione poiché, ahinoi!, per questi aspetti la realtà è abbastanza omogenea sul piano
nazionale.
Però non c'è ombra di dubbio che dal punto di vista dell'informazione immediata (parlo di
giornali e non di altro tipo di informazione) c'è questa inevitabile tendenza a che la notizia che
interessa il pubblico, non si capisce chi lo abbia stabilito come regola generale
comportamentale del mondo giornalistico del terzo millennio, è tale solo se c'è scandalo.
Non sono così convinto che questa sia una regola aurea della pubblica opinione, ma forse i
rappresentanti dei consumatori possono più autorevolmente di me avere uno spaccato della
situazione reale; io sono convinto che la gente, in qualche caso, possa essere anche interessata
a descrizioni oggettive di situazioni non necessariamente negative.
Un'altra considerazione sull'Ufficio Stampa: non c'è dubbio che ogni ASL abbia, o debba
avere, un Ufficio Stampa e non c'è dubbio che il problema dell'autonomia dell'ASL, che
ovviamente va salvaguardata e tutelata, dovrebbe in qualche modo trovare dei momenti di
riferimento organizzativo, comportamentale, di impostazione nei discorsi generali di
comunicazione della Regione nella quale si trova ad operare. La mancanza di questo
coordinamento, secondo me, dal punto di vista informativo ed occupazionale (li metto
assieme tutti e due), crea inevitabilmente degli squilibri addirittura non tanto e non solo tra
regione e regione, ma tra provincia e provincia, tra ASL e ASL.
E’ un valore che si può anche facilmente recuperare con un po' di buona volontà.
Quello che io pavento è che gli Uffici Stampa negli anni cinquanta erano famosi per le
vignette, sul fatto che l'ufficio stampa era sostanzialmente il portaborse del potente di turno,
del sindaco, del presidente della provincia, del presidente della regione, e così via.
Vorrei si potesse evitare che, nel terzo millennio, l'ufficio stampa dell'ASL diventasse il
portaborse del direttore generale dell'ASL.
Credo fermamente, da sempre, in un Ufficio Stampa che abbia un compito istituzionale; non
mi appello a cose che non esistono, tipo l'obiettività dell'informazione, ma quanto meno credo
ad una funzione istituzionale del comportamento informativo di una struttura pubblica
preposta a questo compito.
La credibilità che questo ufficio può conquistarsi in questa logica può migliorare se non altro
il rapporto fiduciario che può e deve stabilirsi nel quotidiano anche con le redazioni
giornalistiche.
Cominciamo a pensare che anche le ASL possono uscire da questa impasse, identificando
accanto a strutture di comunicazione e informazione, la figura del portavoce.
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
Se il meccanismo è che ci deve essere un'informazione personalizzata, di un dominus,
chiunque esso sia, politicamente rilevante o amministrativamente rilevante, credo che a quel
punto è meglio la figura del portavoce che la stratificazione di falsi uffici stampa che in realtà
si assommano uno all'altro. Va ricordato come tanti anni fa ci trovavamo alle prese con
situazioni di amministrazioni pubbliche in cui il cambio repentino del presidente proponeva
semplicemente la sovrapposizione o la cancellazione di strutture che avevano lavorato.
Moderatore
Ringrazio i dottori Aiazzi e Salvio per il loro contributo che ha portato l’esperienza maturata
dalle due Regioni, Toscana e Piemonte, e la valutazione nei confronti di una disposizione che,
per il regolamento di attuazione non ha avuto il formale assenso dell’Organo rappresentativo
delle Regioni.
Il problema del quale ci siamo voluti occupare oggi è quello della comunicazione pubblica in
sanità e quindi ritengo utile sentire quale è il ruolo dell'Ufficio Stampa quando nell'ufficio
stampa è impegnato un professionista della comunicazione a prescindere dal fatto che si tratti
di Regione o di ASL o di azienda Ospedaliera o di altra struttura sanitaria, pubblica o privata,
perché, a mio parere, la corretta informazione e comunicazione in campo sanitario non
riguarda soltanto il servizio pubblico. Mi aspetto che chi opera in tale struttura assolva al
ruolo del giornalista che non fa soltanto cronaca.
Questo è il punto.
Se chi lavora nell’Ufficio Stampa riferisce soltanto fatti di cronaca, se parla soltanto di quello
che succede in quella ASL, in quell’ospedale, può dare anche spunti per alimentare la
‘malasanità’: c'è un caso di errore umano, c'è un caso di macchina che non funziona, c'è un
caso di cattivo approvvigionamento, c'è un caso di illecito amministrativo nell'acquistare
prodotti o nel pagare i fornitori e così via: tutto questo può essere cronaca. Però – e qui
interviene anche la necessità che per chi opera negli uffici stampa e negli URP della sanità sia
prevista una formazione specifica di competenza sanitaria e di informazione medicoscientifica - a tutto questo si deve aggiunge che chi riferisce di ‘sanità’, bene comune di tutti i
cittadini, di ‘salute’, che nella collettività deve essere garantita come bene comune e del
singolo, malato o persona che vuole conservare la salute, deve essere in grado anche di
comunicare che cosa quella struttura, pubblica o privata, è in grado di offrire con
appropriatezza di termini e con completezza di dati anche di contenuto tecnico e scientifico.
E questo che trasforma il fatto che non è più notizia, cronaca di una notizia, ma diventa
informazione.
Questo, secondo me, è il passaggio che mi aspetto dal Regolamento della Legge 150 nella
prospettiva di Corsi di Formazione e di Corsi di Aggiornamento per chi dovrà essere
giornalista e comunicatore della Pubblica Amministrazione Sanitaria.
Nello specifico, visto che la legge 150 (lo abbiamo sentito) parla di Corsi per ‘sanare’, direi
meglio ‘abilitare’, chi già opera in queste strutture, è il sistema utile per toglierli dal ruolo di
portaborse, o come li vogliamo definire, ma li fa diventare dei veri comunicatori, competenti
e conoscitori di quelle che sono le risorse messe a disposizione della collettività e della
singola persona.
Questa, secondo me, è la chiave di volta per cui credo che da questo convegno possa venire la
richiesta pressante a far sì che per la sanità la Pubblica Amministrazione dedichi una parte di
quella preparazione, di quella formazione per chi dovrà operare in queste strutture alla
conoscenza di specifici contenuti d’interesse sanitario, medico scientifico, delle terminologie
da usare, come ho detto prima, per non rendere il parlare difficile da comprendere, ma per
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renderlo qualitativamente accettabile, comprensibile e tale da facilitare e rendere fruibili i
servizi offerti da chiunque ne abbia necessità.
Faccio un esempio: arrivare a potere offrire un'attività anche di servizio, che, partendo da un
fatto di cronaca in cui si parli di ‘anemia mediterranea’ consenta di avere un minimo di
conoscenza di sinonimi come ad esempio ‘microcitemia’ e di sapere dove è ubicato un centro
specializzato per la diagnosi e il trattamento: se c’è nella mia ASL e se non c'è, dove
rivolgersi a livello comunale, o provinciale, o regionale, o addirittura a livello nazionale.
Anche io ho l’impressione che l'informazione stia diventando sempre più un'informazione
‘mascherata’, di ‘portaborse’, di ‘marketing’.
Vedere un telegiornale, ascoltare un giornale radio, leggere un quotidiano o un periodico,
significa quasi sempre avere citazioni di qualcuno che viene ripreso perché ha un ruolo
politico o perché ha un ruolo preminente nell'ambito della società.
Proviamo a dare più spazio anche a qualche ‘benpensante’.
Torno al Convegno e vorrei concludere, prima della discussione, con l'esperienza pratica di un
giornalista, Il dott. Pasquale Di Benedetto, addetto stampa di una ASL, che lavora sul campo
e che ha preparato anche un opuscolo su quello che fanno nella loro realtà territoriale.
Pasquale DI BENEDETTO
Responsabile Ufficio Stampa ASL Ce/1
Esperienza operativa di un Ufficio Stampa di ASL
Avete avuto modo di constatare quanto sia difficile parlare di informazione e di
comunicazione.
Ho preferito mettere su carta quella che è l'esperienza della ASL Caserta 1 che, forse per
prima, ha un Ufficio Stampa istituzionalizzato, non un ufficio stampa portaborse, ma
semplicemente un ufficio stampa al servizio del cittadino e quindi dell'informazione reale,
efficace e quanto più possibile efficiente.
Vi leggo i miei appunti.
Intraprendere un confronto sull'Informazione in Sanità non è cosa semplice come potrebbe
apparire attenendosi ai soli dettami legislativi di recente promulgazione e relativi alla
organizzazione più o meno istituzionalizzata della Informazione nelle Pubbliche
Amministrazioni.
Basta leggere quanto oculatamente evidenziato dal Presidente ASMI, Dr. Mario Bernardini,
nell'ultimo numero de "Il Nuovo Medico d'Italia" da egli stesso diretto. "Anche per la
comunicazione e l'informazione istituzionale, afferma Bernardini, sarà necessaria una
garanzia di qualità che, oltre ad assicurare completezza e correttezza con certezza delle fonti,
confermi anche assoluto rispetto dell'obiettività, comprensibilità e assenza di qualsiasi
condizionamento nell'esposizione del messaggio".
Mai analisi e capacità di sintesi sono state così lucide rispetto ad un argomento tanto
complesso e delicato che, solo chi effettivamente opera quotidianamente sul campo, ha
l’opportunità di saggiarne le “difficoltà di percorso”.
Ed, a questo proposito, ci sovviene un’altra enunciazione altrettanto indicativa del complesso
mondo dell'Informazione
E' del collega Gino Falleri, attraverso una sua pregevole pubblicazione in materia, la
definizione di Ufficio Stampa quale "Una Professione nella Professione".
Una definizione che diviene ancor più intrisa di significati allorquando l'Ufficio Stampa è
deputato alla Informazione istituzionale di un Ente Sanitario, sia esso una Azienda
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La comunicazione pubblica in sanità
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Ospedaliera, sia esso una struttura alquanto complessa quale è una Azienda Sanitaria Locale
dove possono convivere più organizzazioni ospedaliere con più Distretti Sanitari.
E' con i Decreti Leg.vi 502 e 517 che è stato previsto un nuovo assetto per l'assistenza
sanitaria che vede coinvolte realtà territoriali spesso geomorfologicamente diverse, che
contano fino ad un centinaio di Comuni, mezzo milione di abitanti, quattro o cinque ospedali
ed una decina di Distretti Sanitari con relative articolazioni territoriali. Tale, ad esempio, è la
realtà dei fatti dell'Azienda Sanitaria Locale CE/1.
Se a tutto ciò aggiungiamo la presenza massiccia di extracomunitari (circa 20.000 tra regola ri
ed irregolari) a loro volta usufruitori del Servizio Sanitario Nazionale, risulta in tutta la sua
evidenza quanto diventa complessa ed articolata una seria attività di Informazione che,
peraltro, dovrebbe prevedere la conoscenza di almeno una lingua straniera.
Se, poi, la sede dell'Azienda Sanitaria fa riferimento al Capoluogo di Provincia con tutte le
sue estrinsecazioní di carattere Istituzionale, Politico, Economico, Sindacale, Mediatico,
Confessionale ed Imprenditoriale, allora vi è la necessità di una conoscenza della Professione
da parte dell'Addetto Stampa che va ben oltre i canonici confini di un "normale" Ufficio
Stampa.
La conoscenza del territorio, il grado di "alfabetizzazione", la cultura e l'approccio
tradizionale del cittadino nei confronti del Servizio Sanitario; il "condizionamento politicoculturale" (che pur esiste ancora), le patologie "storiche", la molteplicità di testate
giornalistiche, televisive e radiofoniche a carattere provinciale con le rispettivo linee editoriali
e, non meno importante, una tradizione ancora insistentemente in uso nel trattare il mondo
della Sanità con l'onnipresente “sensazionalismo ad effetto" che contribuisce a far vendere
indubbiamente molte più copie di una notizia di "sana sanità”, sono solo alcuni degli aspetti
della eterogeneità del mondo con cui deve necessariamente confrontarsi un Ufficio Stampa di
un Ente Sanitario.
Pertanto, nascono impellenti l’esigenza ed il compito di sollecitare, giorno per giorno, una
trattazione delle notizie in maniera più consona onde evitare quel famoso “terrorismo
psicologico” di cui sono oltremodo vittime i cittadini. Non a caso la Salute risulta essere il
bene primario per eccellenza.
Quel "terrorismo psicologico" che ha provocato e continua a provocare non pochi danni a
pazienti che vengono irrimediabilmente allontanati da strutture od organizzazioni assistenziali
pubbliche di grosso valore, che pur esistono, eccome se esistono, per intraprendere "viaggi
della speranza" facilmente evitabili se non fossero alimentati da una Informazione a volte
dissacrante e rispondente esclusivamente alla legge dei profitto perseguita con il
"sensazionalismo ad effetto".
Capacità, quindi, di trasmettere la notizia decodificata ed epurata da una terminologia medicoscientifica altrimenti incomprensibili da parte di una utenza già mortificata da una atavica e
farraginosa burocrazia e da percorsi labirintici di mitologica memoria.
L'uso costante, ad esempio, di testate giornalistiche, l’intraprendenza professionale nell'ideare
rubriche tele visive di informazione e/o radiofoniche che tengano conto in maniera
determinante delle effettive esigenze del cittadino (orari, percorsi, modalità di accesso ai
servizi, etc.), sono mezzi, tra gli altri, che denotano come un Ufficio Stampa sa interpretare
quel ruolo di Servizio a cui è deputato.
Un ruolo di Servizio che non venga omologato in un semplice atto di trasmissione di notizie
utili, ma che abbia anche la capacità di tornare ad instillare fiducia nei confronti dell'Ente
sanitario.
E fiducia vuol dire saper interpretare in maniera empatica ciò che il cittadino effettivamente
vuol sapere, vuole e deve conoscere. Non ancorarsi a voli pindarici solleticati da accademiche
dimostrazioni di presunta capacità scientifica o ambiziose ricerche di laboratorio. Essere
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animati anche dalla umiltà di informare i cittadini su come si va evolvendo la organizzazione
dell'assistenza territoriale alla luce delle continue ed inarrestabili evoluzioni politicolegislative in materia di Sanità pubblica e pseudo-privata.
Cosa sono i P.S.A., cosa sono e cosa prevedono i DEA di I e II livello, cosa sono i LEA;
perché gli ospedali sono divenuti dei cantieri edili; quindi, cosa prevedono gli adeguamenti
alle norme di sicurezza; cosa prevedono i progetti di screening per la prevenzione dei tumori;
saper informare ad esempio, magari in madre lingua, gli extra comunitari circa l'attivazione
degli Sportelli STP (Stranieri Temporaneamente Presenti) al fine di facilitare loro l'accesso ai
Servizi Sanitari, o prevedere rubriche televisive con la partecipazione di "traduttori" per gli
audiolesi.
Rendere partecipi, insomma, i cittadini- utenti della propria Sanità, affinché sappiano anche
discernere tra una notizia strumentale e deleteria rispetto ad una seppur esistente motivazione
per un determinato "disservizio"; non far sentire loro quel senso di abbandono che, spesso, per
approssimazione o, peggio, incultura sono costretti quotidianamente a subire.
Naturalmente, detta così. Potrebbe sembrare alquanto banale e consunta, ma sta proprio qui la
sfida di chi opera al servizio per Chi (Cittadino-utente) e non di Chi (inteso come Ente,
Amministratore o Dirigente).
Ovvero evitare di rischiare che anche attraverso l'informazione istituzionale il cittadinoutente divenga mero “Utente virtuale".
L'immagine aziendale, non deve essere il principale obiettivo, bensì, una naturale
conseguenza di una Informazione Efficace ed Efficiente.
Per realizzare tutto ciò, però, occorre che anche gli organi di Informazione sappiano adeguarsi
a questi nuovi concetti di Informazione al cittadino, individuando magari nelle proprie
Redazioni, collaboratori in grado di trattare la Sanità con dovuta professionalità ed organica
competenza; usare il Comunicato Stampa come Fonte Ufficiale e non come occasione per
arricchire i propri fogli, corredando, così, di ulteriori ed arbitrari commenti una Informazione
di Servizio.
Si auspicherebbe, pertanto, un postulato legislativo in materia, chiaro ed inequivocabile.
Come, evidentemente, alla luce dei previsti Corsi di Formazione ai sensi del Regolamento
attuativo della legge 15012000, si dovrebbero individuare dei percorsi specifici per gli Uffici
Stampa che operano nel complesso mondo degli Enti Sanitari Nazionali.
Moderatore
Prima di iniziare il dibattito voglio ricordare, perché è doveroso nei confronti degli amici e
colleghi che li hanno preparati, che nella Cartella Stampa che vi è stata consegnata entrando,
oltre alla documentazione regionale dei dottori Aiazzi e Salvio vi sono alcuni ‘Comunicati’
preparati da associati ASMI per quanto riguarda la comunicazione nei confronti dei corretti
stili di vita e il sociale.
Li cito per completezza di documentazione di questo Convegno:
- Antonietta Leoni, giornalista del periodico ‘Salute Europa’ sull'informazione
sanitaria;
- Gino Santini, medico giornalista sulla specializzazione e integrazione delle medicine
non convenzionali;
- Francesco Maria Manozzi, anche lui medico giornalista sugli aspetti sociali del
doping;
- Giacomo Mangiaracina, presidente della Società Italiana di Tabaccologia (SITAB) e
direttore della rivista ‘Tabaccologia’, su ‘La stampa e il tabacco’;
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-
Il ‘Protocollo di intenti’ che l’ASMI ha firmato proprio oggi, in questa occasione, con
l'Associazione bibliotecari, documentalisti della sanità, qui rappresentata dal suo
Presidente, la dottoressa Gaetana Cognetti.
Con questo ritengo esaurito il mio compito di moderatore di questo convegno.
Ringrazio tutti i partecipanti e i presenti aprendo il dibattito con quanti hanno chiesto di
prendere la parola invitandoli a presentarsi per la registrazione.
INTERVENTI
Paola ADINOLFI
Insegno Organizzazione delle aziende sanitarie all'Università di Salerno. Volevo fare due
osservazioni.
La prima è che, per la mia modesta esperienza, mi sembra che il problema principale, rilevato
studiando aziende sanitarie di diversi paesi europei per una ricerca comparativa che abbiamo
fatto, non è tanto quello del comunicare perché, bene o male, tutte le aziende, anche di altri
paesi, hanno tutte un ufficio preposto alla comunicazione; tutte sono in grado di comunicare
all'utente: non solo fare cronaca, ma anche dare comunicazione sui servizi, sulle strutture,
anche se limitatale proprie e non ad altre strutture sanitarie, come sarebbe stato utile.
Tutte, bene o male, avevano una carta dei servizi, anche se quasi tutte la lasciavano nel
cassetto perché non arrivava all'utente; tutte avevano un ufficio, paragonabile all'URP, che
svolgeva anche compiti di ascolto, per cui tutte, o quasi tutte, asoolvono compiti di customer
satisfaction, rilevazione di ascolto dell'utente attraverso personale on- line o attraverso l'analisi
dei reclami.
Quella che mi è sembrata una grossa lacuna, il problema che accomunava un po' tutte le
aziende, era la mancanza dell'agire, nel senso che non si utilizzano le informazioni derivanti
dall'analisi dei reclami, dall'analisi della customer satisfaction, dalle common cards, per
introdurre cambiamenti volti a migliorare la qualità del servizio stesso o a prevenire problemi.
La maggiore carenza mi sembra sia proprio questa, più di quella comunicativa, perché, bene o
male, nella comunicazione quasi tutte si sono in qualche modo attrezzate. Il problema vero è
che la comunicazione non è uno strumento utilizzato per agire.
La seconda osservazione è: quale può essere la forza di traino che può portare veramente a
un'innovazione, da dove può venire la leadership per un'innovazione reale nel fare?
Non può venire, secondo me, dall'interno delle aziende sanitarie.
Non può venire dall'ambiente politico perché i politici sono interessati all'apparenza.
Basta che l'azienda sembri moderna perché ha l'URP, perché ha l'Ufficio Stampa; poi non
interessano i risultati perché piuttosto vi è interesse a intromettersi nella gestione perché tutto
serve per gestire il consenso politico.
Non può venire, secondo me, neanche dalla classe medica, perché i medici, culturalmente,
non sono abituati a utilizzare l'informazione come strumento per migliorare il servizio;
semmai sono interessati all'aspetto della qualità clinica.
Non può venire neanche dai dirigenti perché sono mediatori degli interessi politici
professionali.
Può, invece, venire solo dall'utente. E per venire dall'utente un ruolo forte deve essere svolto
dagli Uffici Stampa che devono comunicare anche i diritti degli utenti, cioè devono
sensibilizzare gli utenti su quelli che sono i loro diritti.
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E’ quindi in questo senso che si deve riconoscere un ruolo molto forte agli Uffici Stampa: non
solo per comunicare cosa sono le idee, ma quali sono i diritti e le procedure per far rispettare i
propri diritti.
Grazie.
Rosaria MAGLIO
Lavoro in una ASL di Napoli, la Napoli 5, e lavoro ad un servizio relazioni con il pubblico.
Mi sembra giusta l'analisi che ha fatto Paola Adinolfi.
Mi sembra corretta per quanto riguarda l’aspetto della comunicazione e quello relativo alla
qualità percepita, nel senso che vengono fatte una serie di indagini sulla soddisfazione
dell'utenza.
Volevo aggiungere una cosa come strumento di ritorno e di partecipazione del cittadino per
rispondere anche a Giacomelli del Centro per i Diritti del Cittadino.
Nella nostra azienda, la ASL Napoli 5, abbiamo creato una commissione mista consultiva e
partecipativa. Questa commissione si riunisce periodicamente - ha un presidente delle
associazioni, in quanto all'interno di questa commissione sono presenti una serie di
associazioni – e, ogni anno, diamo i risultati del monitoraggio dei reclami e dei questionari
delle indagini sulla soddisfazione dell'utenza.
E’ questo, secondo me, uno degli strumenti partecipativi che dovrebbe entrare a fa r parte di
ogni ASL perché attraverso questo strumento abbiamo avuto l'opportunità di modificare
alcune cose, ad esempio il funzionamento della mensa e, quindi, tutta la parte della
soddisfazione relativa al vitto negli ospedali. Sono state rifatte le gare e sono state introdotte
le modifiche.
Sembra poco, ma se cominciamo da questi strumenti, sono degli strumenti di reale
partecipazione del cittadino. E secondo me questa è una cosa che bisogna ricordare, e lo dico
soprattutto per le associazioni dei consumatori, che potrebbero premere proprio in questa
direzione.
Gaetana COGNETTI
Sono la responsabile dei Bibliotecari Documentalisti di Sanità.
Esiste una sponda, che purtroppo nel Servizio Sanitario Nazionale non c'è e che all'estero è
elemento essenziale di informazione per gli operatori e i cittadini ed è costituita dalle
biblioteche biomediche.
È stato fatto uno studio negli ospedali di Rochester, pubblicato tra l'altro e citato dagli Annali
di Medicina Interna in cui si dice che, intervistati i medici di questo ospedale, il 19% della
mortalità dei pazienti era stata evitata grazie al ricorso alla biblioteca ospedaliera. La certezza
della diagnosi si era avuta attraverso la biblioteca ospedaliera.
Quando nell'URP arriva il paziente e chiede un'informazione di tipo sanitario, quale
informazione gli si dà?
Il medico spesso ha informazioni parziali, specialistiche; possiamo inseguire tutti i medici
specializzati?
Esiste oggi in Internet, e sono tra l'altro gratuite grazie a un grosso sforzo del governo
americano che ha reso gratuita la più grande banca dati prodotta da una biblioteca biomedica
che è il Medline, la consultazione di riviste divulgative.
In Italia manca un contenitore di informazione per i pazienti in lingua italiana.
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La comunicazione pubblica in sanità
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Io ho tutto in lingua inglese, quando viene il paziente gli posso anche spiegare che cos'è
quell'elemento del sangue che non va e trovo materiale divulgativo per i pazienti, ma non
trovo materiale in lingua italiana per chi non conosce l'italiano.
Abbiamo fatto un censimento sulle strutture informative del Servizio Sanitario Nazionale
(biblioteche e centri di documentazione): ebbene, su 250 biblioteche censite e su 500 unità di
personale che lavorano all'interno delle biblioteche, solo il 39% ha background bibliotecario,
una formazione bibliotecaria.
La legge 150 ci ha ignorato, come ci ignorano tutte le leggi e le normative che invece
dovrebbero costruire una struttura informativa bibliotecaria, che lavora in collaborazione con
gli uffici stampa perché, secondo me, bisognerà andare verso un dipartimento
dell'informazione e della comunicazione che raggruppi tutti gli operatori.
E’ passato il tempo – e in questo la legge ha avuto il merito di dirlo – in cui si riteneva
l'informazione un fatto che chiunque poteva fare.
Io che ero specializzata in biblioteconomia ricevevo dai medici l'input su come organizzare la
biblioteca. Questa è la realtà che avevamo.
Ritengo sia importante che ci sia questo sforzo comune di tutti gli operatori.
Ecco perché abbiamo firmato con molto piacere questo ‘Protocollo d'intesa’ con l’ASMI e
spero che altri operatori professionali entrino in questo discorso perché le URP da sole non
possono gestire l'informazione e gli uffici stampa neppure: anche noi interveniamo
nell'informazione.
Non si può andare in una banca dati e ricavare 100.000 articoli con molte informazioni che
sono nessuna informazione; bisogna anche sapere come si utilizzano le banche dati per avere
proprio quello che è utile e che serve all'operatore.
Moderatore
Ringrazio per questi interventi che hanno evidenziato diversi aspetti dell’informazione
istituzionale.
Non si può certamente dimenticare o ignorare e trascurare la possibilità che un ufficio stampa
istituzionale oltre a comunicare all'esterno i servizi che si offrono possa assolve re anche al
compito di ricevere le richieste e dare poi risposte mirate ha chi ha fatto le richieste.
Torno a quella distinzione che esiste tra un'informazione di tipo sociale, da quella che invece
può essere la necessità di rispondere a una richiesta personale: credo che sia un’impostazione
che possa essere accettata.
Molto più ampio e impegnativo è l'aspetto sollevato dalla dottoressa Cognetti: purtroppo
siamo ancora alle ipotesi con una prospettiva densa di incognite.
Il Ministero della Salute sta preparando il Dipartimento dell'Informazione e si sta
ristrutturando, ma è anche vero che per la legge 150, come per tutta l’organizzazione della
sanità abbiamo ascoltato dichiarazioni che fanno riferimento al federalismo e ad una possibile
deregulation conseguenza anche dell’influenza del colore politico, delle esigenze locali, delle
possibilità offerte dall’autonomia decisionale.
Ci sono gli Enti Locali, le Regioni che possono agire autonomamente rispetto agli
orientamenti del ministero e anche del governo centrale e quest, obiettivamente, può motivare
grosse difficoltà.
Anche se il dibattito, come gli interventi, si sono dimostratimi estremamente interessanti,
temo fortemente, anzi sono convinto che non sia questa la sede per individuare e tanto meno
suggerir e possibili soluzioni.
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La comunicazione pubblica in sanità
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Oggi ci siamo prefissati di parlare di comunicazione pubblica in sanità, della Legge 150 e
degli accorgimenti da mettere in atto affinché, attraverso il Regolamento si possa realizzare o
una sanatoria o una formazione di personale che dovrà operare nelle previste strutture
rispondendo ai presupposti di una specifica particolare preparazione richiesta per la Pubblica
Amministrazione in sanità.
Se sarà realizzata una centralizzazione al Ministero della Salute di un Dipartimento per la
comunicazione, ricordo soltanto la più volte accennata richiesta dell’ASMI e la disponibilità
per la istituzione di un Osservatorio Permanente per l'Informazione Medico-scientifica.
Potrebbe essere una risposta a molti degli interrogativi sollevati.
Propongo di concludere il nostro Convegno dando la parola per una breve replica a Di
Benedetto che vuole parlare delle biblioteche e a Giacomelli che come rappresentante dei
cittadini vuole fornire alcune precisazioni sulle valutazioni dei ritorni di giudizio da parte
dell'utenza.
Per le biblioteche credo personalmente che dovremo organizzarci anche utilizzando Internet
con criteri di garanzia di sicurezza, di serietà e di controllo del sito per evitare quel rischio di
‘ingovernabilità’ che è proprio di Internet e con una centralizzazione d'informazione che
preluda ad uno smistamento mirato e controllato che favorisca una consultazione che eviti di
‘navigare’ da un sito all’altro (oggi di ‘correre’ da una biblioteca all'altra) alla ricerca di
informazioni che poi spesso non si riescono a trovare.
Pasquale DI BENEDETTO
Per motivi professionali mi trovo spesso a discutere con colleghi sulla differenza tra l'ascolto
e il sentire. È talmente ampio il discorso, che ho voluto puntualizzare in maniera chiara
determinate cose cercando di sintetizzarle, evidentemente l'ascolto non è stato esaustivo.
Il discorso sulla informazione – e in un passaggio ho parlato di informazione in maniera
empatica - nei confronti del cittadino che si riferisce ai nostri servizi aziendali.
Empatico che cosa vuol dire? Cercare di capire che cosa vuole il cittadino, quali sono i suoi
primari interessi per quanto riguarda l'informazione.
Il tutto contestualizzando l'ambiente nel quale opera il mio ufficio stampa, il grado di
alfabetizzazione del target a cui io mi riferisco.
Se ho ritenuto opportuno, a fianco di altre attività d'informazione, descrivere a quei poveretti
che hanno 50, 60 anni, che cosa è un pronto soccorso attivo, un DEA di secondo livello,
perché gli hanno tolto il reparto e lo hanno messo in un altro ospedale, è per cercare di non far
sentire quel senso di abbandono del cittadino preso, sbattuto di qui o di là, senza che lui sia
partecipe di quanto sta succedendo.
Se ho ritenuto opportuno dire al cittadino utente che cosa prevede la legge 626 e perché il suo
ospedale è in cantiere, senza fargli cadere in testa la mannaia di questa legge che gli ha
soppresso un'ala dell'ospedale, oppure addirittura glielo ha chiuso, momentaneamente per due
anni, per l'adeguamento alle norme di sicurezza, è perché, empaticamente, ho sentito che il
cittadino stava soffrendo ulteriormente un altro disservizio.
E allora, proprio per non farlo diventare vittima di sensazionalisti attacchi giornalistici su
quello che non funziona, sugli ospedali che sono dei cantieri, e quindi evitare nel cittadino
utente quella forma di scoramento totale, per fargli sentire che l'azienda è vicina spiegandogli
perché si è chiuso quell'ospedale momentaneamente, ritengo che anche questa è una forma di
informazione che tiene conto delle esigenze del cittadino.
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La comunicazione pubblica in sanità
Roma, 17 maggio 2002
Ivano GIACOMELLI
Mi spiace si sia allontanata la signora della ASL Napoli 5 perché rispetto a quanto ha detto ho
un cruccio: questa storia delle commissioni miste conciliative è nata, purtroppo, da un'idea
della nostra associazione.
All'epoca ero già il Segretario nazionale dell'Associazione e molti volevano sperimentare
questo sistema. Tra gli altri il professor Carlo Anao, comune amico nostro e, nel caso della
ASL Napoli 5 fu il mio rappresentante Gianni Spasiano a portare avanti questa idea della
Commissione mista conciliativa. Personalmente ero contrario, ma poiché si trattava di
un'opinione qualificata, decisa dall’associazione, in qualità di suo rappresentante l’hò fatta
applicare.
Andando avanti col tempo ho avuto solo la soddisfazione di dire: l'avevo detto.
Avevo detto che cose di questo genere non funzionano.
Devo ringraziare la dottoressa Adinolfi, è assolutamente vera l'analisi che lei ha fatto. Questa
compartecipazione, cogestione, commistione è inutile per il cittadino.
Non esiste, in una teoria di mercato, il concetto che si concili.
Che cosa si concilia? O il servizio funziona o non funziona.
Per questo ho i miei dubbi, nonostante comprenda non solo la buona fede, la professionalità
del collega quando dice che va data un'informazione imparziale, trasparente e quant'altro; io
continuo a dire che stiamo in una logica completamente diversa. Io ricevo un'informazione tra
le tante informazioni. Naturalmente questa informazione più è qualificata, nel senso che ha
dei fondamenti scientifici, ed è anche accreditata dal soggetto che emana questa informazione,
più è credibile.
Perché le associazioni di utenti hanno più credibilità rispetto ai politici? Nell'opinione comune
si sa bene che i politici ragionano con determinate logiche, le associazioni di utenti e
consumatori (almeno nella ipotesi, perché poi cattivi funzionamenti all'interno
dell'organizzazione ci sono, io sono sempre il primo a fare il critico nei nostri confronti),
hanno maggiore credibilità perché il cittadino sente il difensore, o quanto meno ha questa
figura di difensore, e quindi lui dice la verità.
Non sempre è vero.
Lui dice comunque una verità di parte.
Il cittadino deve essere messo di fronte a una serie di informazioni credibili, dove per credibili
faccio riferimento alla qualità, dopo di che sceglie: qualche volta sceglie bene, qualche volta
sceglie male.
Soluzioni migliori, a oggi, non ne vedo. Così come in passato ho difeso l'idea che non esiste
un'ipotesi di conciliazione in quel senso.
E’ stato giustamente ricordato lo scarso risultato della Carta dei Servizi anche in Inghilterra,
dove è nata; è rimasta lettera morta anche là, dove il paese anglosassone ha un ordinamento
giuridico ben diverso dal nostro, molto più efficace da questo punto di vista.
Bisogna dire la verità. Anche lì, come negli altri paesi: in Belgio, in Spagna, tutti questi
strumenti non funzionano.
L'unico strumento che funziona è lo strumento forte, giudiziario, dove si arriva a imporre a
quella determinata USL di dare quel determinato farmaco. Questa è la mia opinione sulla
quale potete anche non essere d'accordo.
È però necessario che chiarisca il mio punto di vista, senza correggerlo.
E aggiungo questo elemento, sempre nel pieno rispetto delle rispettive personali opinioni.
I direttori generali non sono altro che rappresentanti di alcune fazioni politiche.
I direttori generali sono designati dal partito di maggioranza o da una delle sue fazioni; una
volta questa operazione veniva chiamata spartizione, oggi è visibilità. Comunque in realtà il
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direttore generale risponde non sulla funzionalità dell'azienda, e quindi sul bisogno del
cittadino che viene risolto, ma in funzione di quella fazione politica, per quell'uomo politico.
Dopo di che le associazioni, come già dicevo prima, hanno due strumenti: una quella
dell'opinione pubblica, che ha efficacia sul politico perché a lungo andare toglie consenso
politico; l'altro strumento, vi piaccia o meno, è solo quello giudiziario.
Moderatore
A questo punto, anc he se con note polemiche che lasciano aperto il dibattito per ulteriori
futuri democratici confronti, vorrei concludere questo Convegno. Parlando a titolo personale,
ma come suo organizzatore, considero le relazioni e gli interventi di grande utilità.
E’ stato possibile approfondire molti concetti in merito all'attività del giornalista, alla
professionalità richiesta e a si prospetta sia in futuro la professionalità del giornalista, come la
professione del medico, in una società che sicuramente sta cambiando.
Una società in cui, al di là di quelle che possono essere – riprendendo l'ultima affermazione di
Ivano Giacomelli – le divisioni o le scelte di tipo politico-partitico, assumono rilevanza anche
condizionamenti di scelte anche per altri fattori contingenti: non posso dimenticare, tra l’altro,
che incombe un grosso condizionamento di natura economica.
Non possiamo trascurare che, di fronte a un discorso di organizzazione pubblica c'è da fare i
conti con quello che costa l'organizzazione pubblica. Qualcuno ha parlato di empatia e
siccome sono portato a fare sempre dei ragionamenti in cui pongo al centro la persona e il
rapporto interpersonale in cui l’empatia gioca un ruolo fondamentale, mi piace sostituire le
parole utente, cittadino, e simili con il sostantivo persona.
Come ho recentemente scritto in un mio ‘fondo’ sta a noi la scelta se essere persone che
vivono in una società o essere una società di persone.
Sono convinto che siamo comunque persone che possono costruire una società.
Lo credo ancora più oggi, alla fine di questo Convegno, convinto che coloro che hanno avuto
la pazienza di seguirlo, quelli che hanno ancora di più avuto la pazienza di fermarsi fino alla
fine di questo Convegno, sono persone interessate a promuovere la salute e a promuoverne la
tutela, perché sono anche loro convinte che attraverso la tutela della propria persona, della
mia persona, della persona di ognuno di noi, possiamo arrivare anche a tutelare la società e la
collettività.
Vi ringrazio e buona sera!
ILTESTO DELLE RELAZIONI E’ STATO REDATTO SEGUENDO LA
REGISTRAZIONE DEI LAVORI DEL CONVEGNO
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