La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 FORUM P. A. 2002 (Fiera di Roma 6 - 10 maggio) Convegno in collaborazione con (A.S.M.I.) Associazione della Stampa Medica Italiana Gruppo di specializzazione della Federazione Nazionale Stampa Italiana (F.N.S.I.) La comunicazione pubblica in Sanità Fiera di Roma : 10 maggio 2002 (ore 15,00 – 18,00) La registrazione degli interventi dei quali non è stato consegnato il testo è stata riveduta e corretta da Mario Bernardini per la pubblicazione degli ‘Atti’ 1 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 PROGRAMMA Moderatore Mario Bernardini (Medico e giornalista – Presidente ASMI) Partecipano Giuseppe Del Barone (Presidente Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) Ufficio Stampa e Ufficio Relazioni con il Pubblico intermediari tra medici e cittadini per gli aspetti organizzativi e di assistenza collettiva Francesco Angelo Siddi (Presidente Federazione Nazionale Stampa Italiana) Aggiornamento professionale e risvolti contrattuali del giornalista operante in U. S. e U.R.P. Gino Falleri (Presidente Nazionale Gruppo Uffici Stampa) La Legge 150/2000 e il Regolamento applicativo Ugo Armati (Consigliere Nazionale Ordine dei Giornalisti) La Legge 150/00 e il Codice Deontologico del giornalista operante in U.S. e U.R.P. Ivano Giacomelli (Segretario Nazionale CODICI – Centro per i Diritti del Cittadino) La Carta dei Diritti del Cittadino e l’informazione in sanità pubblica Luciano Aiazzi (Responsabile Comunicazione Istituzionale Regione Toscana) Roberto Salvio (Direttore Regionale Comunicazione Istituzionale Regione Piemonte) Pasquale Di Benedetto (Responsabile Ufficio Stampa ASL Ce/1) – (ASMI) Esperienza operativa di un Ufficio Stampa di ASL Interventi dei presenti Conclusioni del Convegno 2 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Mario BERNARDINI Presidente Associazione Stampa Medica Italiana Moderatore Buonasera e grazie per essere venuti a questo Convegno. Quando mi è stata offerta l'occasione di organizzare, nell'ambito del Forum della Pubblica Amministrazione, un convegno che si occupasse della comunicazione pubblica in sanità ho accettato con entusiasmo, ma nello stesso tempo con un certo timore perché affrontare tale argomento voleva dire aprire una discussione difficile da trattare per la molteplicità di situazioni che, anche per quanto riguarda la comunicazione, riflette quella che è la situazione della sanità tout court e quelle che sono le componenti connesse, non soltanto per la comunicazione, ma di operatività, di organizzazione, di interventi, di richieste e di soddisfacimenti delle richieste. Ho così ritenuto che la cosa migliore, trattandosi tra l'altro di Forum della Pubblica Amministrazione, fosse partire dalle più recenti decisioni adottate per l’informazione nella pubblica amministrazioni che, in particolare nella sanità rappresentano un punto nodale per una verifica di qualità ed efficienza, assumendo un'importanza del tutto peculiare. Riuscire a comunicare le iniziative, i provvedimenti adottati per rispondere alle esigenze di una società, di una collettività, trasformare il tutto in messaggio di disponibilità per il cittadino nel momento in cui ne deve usufruire per personali esigenze e, non ultimo, raccogliere e riassumere il messaggio di gradimento e di critica per future ulteriori iniziative e modifiche. Se teniamo presenti questi presupposti per il settore sanitario è facile capire che a quelle che sono le peculiarità dei vari servizi della pubblica amministrazione vengono sommate a qualche cosa che è di particolare ed esclusiva delicatezza. La sanità è un argomento che sta a cuore a tutti, alla collettività, ma soprattutto ai singoli che si devono avvalere dei mezzi e delle strutture della sanità quando si trovano in stato di necessità e uno stato di bisogno li colpisce in quello che è uno degli aspetti più delicati per la persona: la salute, il benessere, lo stato di malattia. E allora ho detto: affrontiamo il discorso semplicemente chiamando a esporre le proprie idee i vertici delle professionalità del mondo medico e del mondo dell'informazione. Per questo, come vedete nel programma, sono stati invitati a formulare quelli che possono essere dei suggerimenti, dei sistemi per attivare una comunicazione completa e corretta per la Pubblica Amministrazione in sanità, il Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, on.le prof. Del Barone, il Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, dott. Siddi e con lui, per lo specifico aspetto formativo del giornalista chiamato a operare negli Uffici Stampa che si occupano di sanità, il dott. Falleri, Presidente del Gruppo Uffici Stampa e quindi chi meglio di lui ci potrà parlare della legge 150 e del regolamento di applicazione. Abbiamo anche in rappresentanza del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti il dottor Armati e, per completare la parte propositiva un rappresentante degli assistiti o, meglio, degli utenti: il dottor Giacomelli, Segretario Generale del Centro per i Diritti del Cittadino, che ci potrà parlare delle aspettative, delle attese, del buono e del cattivo nel funzionamento della Sanità Pubblica e anche delle denunce di cui molto spesso parlano i giornali e che ormai servono ad etichettare sotto il termine di “malasanità” quello che non funziona. 3 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Un termine abusato perché, a mio parere, riguarda la sanità nella sua globalità e non soltanto i medici, ma anche l'organizzazione, le strutture, la distribuzione delle risorse e così via e meriterebbe quindi almeno un aggettivo per indicare il settore di disservizio di cui si occupa. Non poteva mancare, perché per fortuna non siamo all'anno zero della comunicazione pubblica in sanità, il contributo di esperienze concrete già realizzate e validamente portate avanti in alcune realtà regionali e .territoriali: il dottor Aiazzi per la Regione Toscana, il dottor Salvio per il Piemonte e il dottor Di Benedetto della ASL Caserta 1 che ci porta l'esperienza di quella che rappresenta l’unità territoriale nel disegno della sanità pubblica. Considerate quest’introduzione una presentazione utile per l’impostazione di questo incontro dal quale potranno venire conoscenza di esperienze e suggerimenti per quelle situazioni in cui gli uffici stampa devono ancora entrare in quell'operatività auspicata. Prima di dare inizio ai lavori mi fa piacere dare notizia che poco fa, subito prima di aprire il Convegno, l'Associazione Stampa Medica, che istituzionalmente si occupa di informazione medico-scientifica per la sua divulgazione e i rapporti con i lettori, gli ascoltatori e il pubblicoin generale, ha siglato un ‘Documento d’intesa’ con un gruppo di specializzazione non giornalistico, ma di altrettanta importanza, quale è quello dei bibliotecari e documentaristi italiani. Un ulteriore contributo di collaborazione finalizzato a promuovere quell'informazione corretta che è utile sia per chi esercita la professione medica o opera nell'ambito dell' amministrazione pubblica come per chi, come utente, a queste strutture si rivolge. E apro senz’altro i lavori dando la parola al presidente della FNOMCeO , Giuseppe Del Barone, che potrà dirci cosa pensa di questa iniziativa, voluta dal legislatore, di dotare per legge le strutture sanitarie di un ufficio stampa e di un ufficio per le pubbliche relazioni. Giuseppe DEL BARONE Presidente Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri Ufficio Stampa e Ufficio Relazioni con il Pubblico intermediari tra medici e cittadini per aspetti organizzativi e di assistenza collettiva Confesso che non sono venuto preparato a sentirmi porre degli interrogativi, perché agli interrogativi si possono dare delle risposte, ma qualche volta la risposta si basa su ipotesi relative a ciò che potrà succedere e non su ciò che succede. Come Federazione abbiamo un giornale spedito a 340.000 medici, si chiama ‘La Professione’ ed è diretto da un noto giornalista che si chiama Cesare Fassari. Voglio aggiungere che se consideriamo i 103 ordini che dipendono dalla Federazione ce ne sono almeno 80 – potrei dire anche 85, ma preferisco dire 80 per essere più vicino alla verità che pubblicano un ‘Bollettino’ con notizie delle rispettive province. Abbiamo anche una giornalista che segue i lavori del nostro Comitato Centrale e ne riepiloga lo svolgimento per cui, se dovessi dire che abbiamo un Ufficio Stampa nel significato letterale della parola, mentirei, ma se dovessi dire che non abbiamo un contatto con i giornali attraverso nostri comunicati sarei altrettanto inesatto. Prima di venire qui mi sono recato in Federazione proprio per rilasciare una dichiarazione su quello che pensa la Federazione in merito alla possibilità di trattare il dolore e alcune malattie con la marijuana). Cercherò di essere breve senza lasciarmi prendere dalla foga e dagli stimoli degli argomenti che sono all'ordine del giorno. Vorrei dire che il primo interrogativo che mi pongo sui rapporti con la stampa, con ciò che esce sui giornali, con l’eccessivo spazio alla malasanità, è sul perché se c'è una negatività 4 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 viene folclorizzata e riportata a cinque colonne, mentre il comunicato positivo, all'opposto, non viene ripreso o riportato in maniera estremamente ridotta. Se dovessi parlare dello spazio che si dà ai processi giudiziari che riguardano i medici, dovrei sottolineare che spesse volte si dimentica di dire che queste nostre cause, abbondantemente seguite sulla stampa nelle tre fasi di giudizio, fino all'appello e alla Cassazione, nel 95% dei casi si completano con l'assoluzione del medico. Per cui se dovessi dire, con una frase che può sembrare di folclore, ma che invece corrisponde a quello che penso, qual è forse il primo interrogativo che mi pongo, è se c'è una comunicazione etica o se c'è un'etica della comunicazione. Se riuscissimo ad ottenere un maggiore rispetto dell’etica, probabilmente direi che la maggior parte delle dissonanze che prendono il sopravvento sulle assonanze sarebbe superato e, di questo, sarei già contento. Teniamo sempre presente che il contatto è con il cittadino, portato a recepire le cose come gli vengono dette, come vengono riportate. Anche le interviste vengono riferite con una veridicità che qualche volta è del 100%, ma altre volte è sì e no del 40%, secondo una focalizzazione che spesso avviene più in negativo che non in positivo delle cose che vengono dette. Con queste considerazioni rapidissime non voglio assolutamente pensare di fare un tribunale per la difesa del medico, abbiamo già il tribunale per la difesa del malato; non mi voglio identificare perché mai, come questa volta, medico e malato dovrebbero percorrere la stessa strada per un'informazione precisa che informi il cittadino sui fatti di cui vuole essere informato, ma lo informi con verità. Sono un vecchio medico con un trascorso sindacale e ordinistico, ma, dimenticando per un momento la mia posizione di presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei medici, e ricordando, invece, che sono il Presidente dell'Ordine dei medici di Napoli, posso affermare che Napoli rappresentando 21.000 iscritti dei nostri 340.000 a livello nazionale, è il terzo Ordine d'Italia e, indiscutibilmente, ciò che succede nella nostra città spesso si sovrappone a ciò che succede altrove, almeno in campo medico. La mia lunga esperienza mi permette di dire che, in passato, per trovare sulle pagine di un giornale una virgola che trattasse la sanità si doveva sudare, perché non se ne parlava proprio. Adesso siamo passati all'opposto: adesso se ne parla probabilmente troppo. Avrete notato i vari ‘supplementi’ ‘Salute’, pubblicati dai giornali di importanza nazionale e mi guarderò bene dal dire che sono contrario a che ci sia non una volgarizzazione, ma una possibilità di dire al cittadino in maniera volgarizzata, ma non esageratamente, cose che forse il cittadino gradisce sapere. Non certamente la cura per perdere 20 chili in due settimane, perché, probabilmente, se esistesse questa cura l'avrei fatta in prima persona. Non certamente per sapere perché qualche volta si ha una vasculopatia con comparsa di varici e con dannazione di chi deve presentarsi in bikini sulle spiagge di tutta Italia. Non per queste cose, ma per sapere che vi sono determinate patologie che conviene conoscere. Ma vi è un'aggravante che desidero sottolineare con forza: soltanto qualche volta ci troviamo davanti ad un'informazione valida e sana e quindi ‘gioco in casa’ del giornalismo scientifico; altre volte ci troviamo dinanzi a posizioni, soprattutto con Internet, che sane non lo sono per niente. Basterebbe ricordare l'ultimo episodio di quel signore che è morto perché ha creduto a una terapia per la cura dei tumori fatta con il bicarbonato per via parenterale. Che cosa vorrebbe il cittadino da questa informazione? Certezza. 5 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Perché le tematiche che vengono sviluppate dalla stampa scientifica e dagli ‘speciali’ dei grandi giornali d'informazione trattano un argomento vitale come quello che riguarda la salute. Naturalmente mi pongo l'interrogativo: è possibile in medicina dare una certezza? Penso che la cosa sia difficile, perché un farmaco che è utile non è detto che sia un farmaco che fa i miracoli; un farmaco che non è stato abbondantemente testato non è un farmaco che debba essere buttato a mare. E’ una considerazione ovvia che quasi mi vergogno di fare adcosì qualificata. E’ però una considerazione che fa parte dell’intero ragionamento. D'altronde ricorderete l’episodio del lipobai. Mi trovavo sul Danubio e sono stato tempestato dalle notizie sul lipobai e dalle interpretazioni estremamente differenziate. La cerivastatina fa veramente male? Si è parlato di 52, 53 casi avversi causati dal prodotto somministrato. Cerco di ragionare, assumendomi la responsabilità totale di quello che dico, come uno che mimetizza con determinazione la propria età, ma che, comunque, ha avuto un incidente di natura cardiaca per cui è portatore di quattro bypass, Chi vi parla ha preso il Lipobai per lo meno per quattro mesi consecutivi e vi posso assicurare che mi sono anche fatto qualche partita di calcetto e non mi è successo assolutamente niente. Molti hanno pensato – e anche io l'ho pensato e sono molto sincero – che alla base di certi ragionamenti ci fossero sottofondi di natura commerciale per cui si diceva: scansiamo questo per arrivare a quest'altro. Compravendite e altro su cui non mi soffermo per non entrare nei dettagli. Penso e mi ricorda la vecchia tesi secondo la quale alla FNOM, all'Ordine del Medici, esiste una contrapposizione, probabilmente neanche ideologica, ma più semplicemente che è quella di dire: se da questa sedia ti alzi tu, cerco di sedermi io. Voglio dire che ad un certo momento si è buttato a mare il concetto della cerivastatina tramite il Lipobai per arrivare, forse, ad una situazione che avrebbe potuto buttare a mare anche l’efficacia positiva delle statine, che io ho preso e continuo a prendere, che fanno bene al cuore se è vero come è vero che le statistiche dicono che dal 33 al 35% dei malati cardiopatici che prendono queste statine hanno guarigione o ottengono un miglioramento della sintomatologia rispetto a quello che succedeva prima. Scusate se è poco. Su questa divergenza di posizioni ho avuto anche qualche confronto, via radio, con un amico, il famosissimo farmacologo professor Garattini, ma tra me e lui c'è una differenza di base: io, per avere fatto assiduamente il medico per tantissimi anni, ho sempre ragionato in vivo, lui, spesse volte, ha ragionato in vitro. Non so tra le due cose quale possa essere quella più accreditabile e confacente. Termino dicendo che, nella prospettiva delle cose che si dovrebbero fare, mi auguro che tutti tengano presente, per quanto riguarda il rapporto col cittadino utente e paziente, che si dovrebbe ricordare in primis che si ha a che fare con la vita, la malattia e la morte. In secondo, con il lavoro, le professioni e le aspettative di quanti lavorano nel sistema salute. Terzo, con gli equilibri finanziari di uno Stato deputato alla tutela della salute pubblica, con il business di quanti operano, investono e procurano servizi e con lo sviluppo del sapere e della ricerca scientifica. Naturalmente sapere e ricerca scientifica che camminino sul terreno delle certezze, perché se si ipotizza che la marijuana possa far bene in determinati casi o che possano far bene le medicine non convenzionali, gradirei che dalle ipotesi si passasse alle certezze. Quando ci saranno queste certezze mi allineerò con estrema cordialità sulle posizioni legate alle certezze e non alle ipotesi. Vi ringrazio. 6 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Moderatore Ringrazio il professor Del Barone che, comunque, è ancora un mio Presidente, essendo io medico e giornalista; sono nato medico e non posso assolutamente rinnegare questa primogenitura. Lo ringrazio anche perché con questa introduzione, in effetti, ha, almeno in parte, evidenziato quello che è il centro della questione odierna. Ha chiaramente puntualizzato e focalizzato la situazione del ruolo dell'informazione del giornalista che diventa l'intermediario tra il medico e il paziente e si è appellato ad un principio che sicuramente unisce tutte e due el professionalità – quella del medico e del giornalista – che è il discorso etico: etica dell'informazione. E’ come parlare di etica medica e di questo lo ringrazio. Credo che lo sforzo di dar vita a degli uffici stampa, uffici relazioni con il pubblico testimoni la coscienza, la volontà di riuscire a colmare, in sanità almeno, questa esigenza e a questo punto si rafforza, in effetti, quello che dovrebbe essere la formazione di personale qualificato, preparato a rispondere a questa esigenza di essere un intermediario valido, consapevole, preparato. E questo è proprio quanto, tutto sommato, oggi ci vede affrontare il secondo tema al quale accennavo all'inizio, della Legge 150 del 2000 e del suo regolamento, che prevede la formazione del personale che dovrà lavorare in questi Uffici. Devo anche aggiungere che nei progetti obiettivo del Piano Sanitario Nazionale ci sono almeno due dei progetti obiettivo che ricordano in qualche modo l'importanza dell'informazione e della partecipazione della gente a quelle che sono le realizzazioni ipotizzate come obiettivi principali: in particolare il Progetto 3, che prevede di garantire e monitorare la qualità dell'assistenza sanitaria e delle tecnologie biomediche e che proprio in questa direzione non trascura l'intolleranza dell'opinione pubblica verso disservizi ed incidenti e sollecita il contributo della collettività per l'affidamento di un ruolo ad un osservatorio di parte terza indipendente; e il Progetto 9 sul quale tornerò in seguito. Perché mi ha colpito questo aspetto? Perché già da tempo la stampa medica ha voluto mutare quella che era la sua funzione di comunicatore tra medici per il progresso della conoscenza in comunicatore tra ricercatori e utenti per quello che è il progresso della conoscenza e oggi, a maggior motivo, della validazione della qualità dei mezzi, dei presidi che vengono messi a disposizione della collettività. Ed è in questa direzione che la stampa medica ha cercato di attivarsi anche per la realizzazione di un osservatorio proprio per quella che è l'informazione medico scientifica divulgata in modo corretto e completo. Rimando ad un secondo intervento il discorso di Internet perché è un discorso sul quale mi trovo completamente d'accordo. Per ora anticipo soltanto che un anno fa abbiamo dedicato un Convegno al tema Internet e Salute ed è nostra intenzione tornare su questo argomento considerato di estrema importanza anche perché Internet sfugge a qualunque controllo. A questo punto sarà il dottor Falleri che, come presidente del gruppo Uffici Stampa italiano potrà parlarci dei contenuti della legge 150 e del regolamento applicativo e come siano, se lo sono, rispondenti a questa esigenza di essere intermediari validi tra quelle che sono le disponibilità di un servizio pubblico e quelle che, restando in campo sanitario, possono essere le attese di un'utenza. 7 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Naturalmente il discorso è molto generale: non gli chiedo di entrare nel merito degli argomenti specifici di sanità, ma l’argomento è certamente trasversale per tutta la Pubblica Amministrazione e, conseguentemente, può essere facilmente trasferito alla realtà della sanità. La parola adesso al dottor Armati. Ugo ARMATI Consigliere Nazionale Ordine dei Giornalisti Illustri convenuti, sono particolarmente grato all’instancabile Bernardini per l’invito rivolo e porto il saluto e gli auguri di buon lavoro d parte del Presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Lorenzo del Boca, che non può partecipare a causa dei suoi impegni istituzionali e professionali. La legge 150/2000 ed il relativo Regolamento di esecuzione, di cui oggi molti pretendono la paternità, è il frutto di molteplici iniziative poste in essere da un gruppo di colleghi sia all’interno dell’Ordine e della Federazione della Stampa che a livello istituzionale. Il legislatore ha finalmente accolto le ragioni di questo sparuto gruppo i giornalisti che per la quasi totalità si riconosce nel GUS (Gruppo Uffici Stampa), il cui presidente, Gino Falleri, è seduto a questo tavolo in attesa di svolgere la sua relazione, sic uramente puntuale quanto interessante. Il tema prescelto è di grande attualità e di alto spessore sociale, al quale gli organismi pubblici devono porre la massima attenzione per cogliere ogni utile suggerimento che possa consentire di assolvere compiutamente il compito loro demandato. Ricercare le necessarie risorse, le modalità e gli strumenti opportuni per realizzare una comunicazione capillare, continua ed efficace in grado di raggiungere operatori ed utenti e fornire così il più alto livello di risposta ai bisogni della salute dei cittadini. Avrei dovuto parlare della deontologia connessa all’espletamento dell’attività giornalistica negli Uffici Stampa e a quella di comunicazione negli Uffici per loe Relazioni con il Pubblico, ma il discorso mi porterebbe lontano se, in abbondanza. Ma la deontologia deve essere insita nel bagaglio culturale e nella formazione professionale del singolo quale primo riferimento morale cui rispondere nell’attendere alle prestazioni professionali. Questo è in sintesi il nostro pensiero. Non mi dilungo, ma garantisco che sarò attento cronista, pronto a accogliere tutti gli approfondimenti, i suggerimenti e le iniziative che sicuramente emergeranno da questo incontro. Buon lavoro a tutti. Moderatore A questo punto sarà il dottor Falleri che, come presidente del gruppo Uffici Stampa italiano potrà parlarci dei contenuti della legge 150 e del regolamento applicativo e come siano, se lo sono, rispondenti a questa esigenza di essere intermediari validi tra quelle che sono le disponibilità di un servizio pubblico e quelle che, restando in campo sanitario, possono essere le attese di un'utenza. 8 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Naturalmente il discorso è molto generale: non gli chiedo di entrare nel merito degli argomenti specifici di sanità, ma l’argomento è certamente trasversale per tutta la Pubblica Amministrazione e, conseguentemente, può essere facilmente trasferito alla realtà della sanità. Gino FALLERI Vice Presidente Consiglio Interregionale dei Giornalisti del Lazio e Molise Presidente Giornalisti Uffici Stampa La Legge 150/2000 e il Regolamento applicativo Penso che sia doveroso ringraziare il Forum della Pubblica Amministrazione e l'associazione della Stampa Medica Italiana, presieduta dall'amico Mario Bernardini, per aver voluto organizzare, qui a Roma, un convegno per confrontarci su argomenti di grande caratura, che interessano non solo la collettività. Argomenti che costituiscono la materia prima dei discorsi di tutti i giorni di coloro che frequentano le stanze delle istituzioni giornalistiche. E attraverso i quali è possibile farsi una idea sul grado delle cognizioni che si hanno, sulle preoccupazioni insorgenti e sulle delusioni. Ringrazio, inoltre, nella mia veste di presidente nazionale per l'invito rivolto al Gruppo Giornalisti Uffici Stampa, il GUS, che sull'affrancazione dell'Ufficio Stampa, quale fonte autonoma dell'informazione e quindi soggetto del moderno sistema dei media, ha al suo attivo una lunga attività di servizio. Attestata, per la storia, dai numerosi e propositivi convegni organizzati a Saint Vincent, Spotorno, Spoleto, Roma e Palmi, nonché dalle ricorrenti iniziative congressuali. L'ultima, a novembre dello scorso anno, in occasione del XXIII congresso della Federazione nazionale della stampa svoltosi a Montesilvano. Soprattutto per il contributo fornito alla proposta di legge Frattini e alla proposta di legge Frattini - Di Bisceglie. Il tema generale scelto per questo incontro, "La comunicazione pubblica in sanità", è senz'altro di attualità per le notizie, alcune sensaziona li ed altre sconvolgenti, che vengono sottoposte all'attenzione ed alla valutazione di chi usufruisce dei vari media, che l'attuale tecnologia ci offre. Consente pure di poter analizzare e soppesare, sulla base degli spazi e dei tempi che la carta stampata o la radiotelevisione dedicano e riservano al pianeta sanità, quanto sia importante per la società contemporanea la comunicazione su di un argomento di grande caratura quale è appunto la salute. Nello stesso tempo l'importanza e la rilevanza dell'argomento proposto forniscono lo spunto per inquadrare ed allargare il campo, rievocare i primi passi e fare qualche considerazione e riflessione. Un metodo attraverso il quale si potrebbero ristabilire delle gerarchie, al fine, di ridare al mondo giornalistico quello che è suo da tempo immemorabile e spesso viene dimenticato. Senza nulla togliere a nessuno. Ognuno al proprio posto. Il confronto delle idee, la dialettica e l'analisi possono quindi costituire l'idonea piattaforma per spendere anche qualche parola sui verbi " Comunicare " ed " Informare ". Stabilire quale dei due possa essere il prevalente. E questo se si considera che i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa, comprese le testate ori line, non sono altro che strumenti nelle mani dei giornalisti. Senza la loro professionalità, la mediazione ed i rischi cui spesso vanno incontro ben poco il cittadino saprebbe su quanto accade intorno a lui. Il nostro tema è " la comunicazione pubblica in sanità ". Sarebbe stato più opportuno titolarlo l'informazione pubblica in sanità. A mio parere è più rispondente alla legge ordinistica e a chi, in definitiva, è il dominus di tutto quanto viene messo in pagina o canalizzato per radio e per televisione. E' vero che ci sono i comunicatori. Ma con quali mezzi e strume nti propri comunicano? Sono nella stragrande generalità soggetti ai media ed i media sono gestiti dai giornalisti. Loro hanno un dialogo bidirezionale e la Rete. Quale la conclusione, dunque? 9 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 L'informazione medico-scientifica, intesa come divulgazione e quindi alla portata di vasti strati di lettori o radioteleascoltatori, non vanta molta anzianità. Per acquisire precise indicazioni si dovrebbe fare riferimento agli storici del giornalismo del dopoguerra. Non si è comunque in errore se si sostiene che i primi esempi siano stati offerti dai periodici femminili in edicola negli anni Cinquanta e l'informazione affidata a titolati specialisti. Per comprendere il ritardo, rispetto ad altre materie si potrebbe prendere a prestito una affermazione di Antonio Gramsci. In uno dei suoi testi affermò che avevamo avuto per molto tempo una "denutrizione scientifica". Solo nel decennio successivo il Giornalismo medico-scientifico ha incominciato a trovare prima collaboratori, poi redattori ed infine proprie pubblicazioni. Per meglio comprendere il perché della "denutrizione" è bene ricordare quanto ebbe a scrivere Tullio De Mauro, professore di Filosofia dei Linguaggio all'Università La Sapienza di Roma: "La poca informazione scientifica era compromessa dal terrorismo terminologico: rigorosamente scientifico e di conseguenza altamente incomprensibile". Si deve scrivere per la gente comune. Il linguaggio dovrebbe sempre essere ergonomico, alla portata di tutti, e non esoterico. L'incomunicabilità è una delle ragioni per le quali la vendita dei quotidiani è altalenante. Siamo intorno a 6 milioni di copie. Abbiamo accennato che il tema proposto dagli organizzatori consentiva di poter allargare il campo e di conseguenza forniva la possibilità di soffermarci su di un aspetto che interessa, da vicino, i giornalisti. Interessa poiché non esiste ancora una omogeneità di vedute sulle prospettive future, c'è più di una perplessità, si pensa inoltre che le aspettative sull'annoso problema degli uffici stampa siano state in parte deluse e c'è infine non poca preoccupazione per quanto è accaduto dopo il convegno su "Stampa e Potere", organizzato a Palermo, alla metà dei passato mese di marzo, dalla locale Associazione della Stampa e dal GUS Sicilia. Tutto al contrario della Regione Molise che ha invece imboccato, senza riserve, la strada dei pubblici concorsi. E' di questi giorni il bando per due posti di addetto stampa per la Presidenza del Consiglio. Ma ci sono pure amministrazioni su base elettiva che non pubblicizzano. L'apparato burocratico pubblico, è sotto gli occhi di tutti, è in fase di trasformazione. Sta lentamente uscendo fuori da leggi, regolamenti e circolari vetuste, che ne facevano una macchina farraginosa e poco ossequiente ai diritti costituzionali del cittadino. Prima degli anni Novanta tutto, o quasi, era coperto dal segreto ed il cittadino, che è il titolare dei potere di delega politica, era purtroppo considerato solo un gradino al di sopra dei suddito di monarchica memoria. La burocrazia concedeva. I provvediment i degli anni Novanta gli stanno ridando quello che in una società democratica, civile e moderna gli spetta. Comunque, c'è ancora molto da fare. Il processo inverso, grazie alle iniziative dei responsabili del Ministero della Funzione Pubblica, ed in particolare di Franco Bassanini, comincia con la legge dell'8 giugno del 1990, la numero 142. Con essa viene fissato l'obbligo per le istituzioni pubbliche di comunicare. Un provvedimento legislativo seguito due mesi dopo dalla legge 241, con la quale il legislatore ha sancito il principio che gli atti della pubblica amministrazione debbono essere trasparenti e chi ha chiesto qualcosa ha il diritto di visionare tutto ciò che lo riguarda. A cominciare dall'essere informato sul nome dell'impiegato o del funzionario a cui è stato affidato I"esame della sua richiesta. Un processo evolutivo durato un decennio e che ha il suo apogeo, per quanto interessa i giornalisti, ma solo per una piccola parte di essi, con la legge 150 del 2000, quella relativa sulla "Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni". Applicabile a tutti gli otto comparti in cui è appunto organizzata la Pubblica 10 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 amministrazione. Con essa, inoltre, è stato riconosciuto il diritto del cittadino di vedere soddisfatte le sue domande di informazione. Con una siffatta legge si afferma, in maniera chiara e per la prima volta, il diritto di cittadinanza degli uffici stampa nel mondo dei media, sino allora considerati una specie di terra di nessuno. E si stabilisce, senza possibilità di dubbio, che le attività d'informazione, per dare corpo ed autorevolezza al sinallagma offerta e domanda sono riservate solo e soltanto ai giornalisti. Tutto questo nel rispetto della legge dei 1963 sull'Ordinamento della professione di giornalista, sebbene il citato provvedimento parlamentare non sia stato condiviso da molti e sia stato pure oggetto di un ricorso alle autorità dell'Unione europea e di un intervento dell'Antitrust. La legge 150, nonostante qualche voce difforme e gli esempi volti ad aggirarla, ha riscosso un consenso quasi generale ed è un punto di riferimento. Le ragioni sono molteplici. La prima è rappresentata dalla circostanza, fondamentale, che costituisce un caposaldo dei nuovi scenari informativi che si stanno schiudendo; in secondo luogo rivaluta, o consente di far uscire dal “sottoscala”, come qualcuno ha voluto dire, una forma specialistica di giornalismo, che sino allora aveva contribuito non poco all'elevazione socio- politica della gente, ma non aveva ricevuto nessun sigillo; in terzo luogo si allaccia a quanto hanno legiferato le regioni fin dal primo momento: l'informazione, innanzitutto. Tutto doveva e deve essere come una casa di vetro. Alla vista di tutti. Esiste anche una diversa chiave di lettura e prende consistenza dalla figura dei giornalista delle istituzioni di cui dirò prima di concludere. Nello stesso tempo l'intervento del legislatore ha coronato le aspettative e l'impegno, a volte non sempre conosciuto, di non meno di due generazioni di giornalisti e su di essa erano state legittimamente riposte molte speranze, soprattutto sul piano occupazionale. Un obiettivo, quest'ultimo, su cui il GUS ha richiamato spesso I"attenzione, che per la sua posizione di referente degli addetti stampa, aveva il termometro della situazione. Basta ricordarsi i titoli a scatola apparsi sui giornali di categoria. Purtroppo, almeno per ora, non sembra che sia così. Eppure la nostra categoria registra un alto tasso di disoccupazione e di precariato. Situazione stigmatizzata da Paolo Serventi Longhi, segretario generale della Fnsi, nel "Libro bianco sul lavoro nero", e recentemente da Lorenzo Del Boca, presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, nel confronto a 360 gradi con l'Ordine dei giornalisti del Veneto e la locale Associazione della stampa. Nonostante la non rosea situazione i vertici del nostro sindacato hanno al riguardo una differente opinione, che non è facile condividere ed inoltre far comprendere. Al fine di meglio mettere a fuoco non si può omettere di ricordare quanto è emerso nel corso di una riunione del Dipartimento Uffici Stampa della Fnsi, tenutasi il giorno successivo all'ottimo convegno organizzato a Siena nel febbraio 2001 dal GUS Toscana, con la presenza di Vannino Chiti, allora sottosegretario alla Presidenza dei Consiglio dei Ministri. Convegno che aveva lo scopo di sollecitare il Governo a varare il regolamento di esecuzione della citata legge in forte ritardo. La battaglia per gli uffici stampa, a detta dei massimi rappresentanti dei governo federale in quella riunione, era stata ingaggiata per far iscrivere all'INPGI, che non è più ente pubblico, chi lavora in tali uffici, e iscritto all'albo e non gode dei contratto di lavoro giornalistico. Per la completezza dell'informazione è opportuno accennare che il contratto deve ancora venire e non sembra proprio che l'ARAN sia sulla stessa lunghezza d'onda del sindacato. Tanto è vero, a riprova di quanto accennato, la convocazione a Napoli per il 18 maggio di una assemblea nazionale dei giornalisti degli uffici stampa. Il regolamento di esecuzione, cari amici, ha fornito, nella quasi generale sorpresa, la chiave di lettura della posizione che aveva assunto, o dovuto assumere, il sindacato e si deve, 11 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 purtroppo, prendere atto che la difesa degli interessi e delle aspettative di tanti giornalisti, se c’è stata, non ha fornito i risultati sperati. Diciamo subito che il regolamento predisposto dal Governo, per la cronaca spicciola, non può essere condiviso per una somma di ragioni. Inna nzitutto la legge sancisce che gli uffici stampa rientrano nella competenza dei giornalisti. Invece il governo, nella prima attuazione, conferma l'esistente. Chi è privo del titolo professionale può frequentare un corso di formazione e poi tutto è a posto. Anche se il codice penale e la legge ordinistica affermino che nessuno può esercitare una professione se non è in possesso dei relativi titoli professionali. E' uno dei tanti misteri del nostro paese. Quali potrebbero essere le prospettive? A parte il caso della Regione Sicilia, esiste una legge regionale migliore della 150 assieme a delle difficoltà applicative, la situazione generale presenta non poche incertezze. Buona parte di esse scaturiscono dalla discrezionalità che hanno gli amministratori di dotarsi o no di un Ufficio Stampa ed, a seguire, dalle ragioni di bilancio. Niente Ufficio Stampa se non c'è stato un preventivo stanziamento. Un tale motivo preclude l'applicazione del contratto giornalistico, dando invece spazio a contratti atipici quali la collaborazione, la consulenza e nel migliore dei casi il part time. Purtuttavia c'è un interesse da parte degli enti locali, a piccola dimensione, di avvalersi della professionalità di giornalisti, che sappiano costruire una corretta immagine dell'ente stesso, forniscano una quotidiana informazione, programmino campagne volte a coinvolgere i cittadini nella gestione pubblica, siano di supporto nella gestione dei rapporti con i media e siamo infine validi consulenti nel fissare le linee strategiche della comunicazione. Sull'esempio degli Spin doctors. Questo, cari amici e colleghi, è il quadro nudo e crudo della situazione. La legge 150, a mio parere, è la legge per le attività dei comunicatori pubblici, approvata con il forte appoggio della Fnsi e la collaborazione dei GUS. Il legislatore non ha ritenuto di dover attribuire alle competenze dei giornalisti il delicato incarico di Portavoce. Chiunque lo può assolvere. Poiché il piatto delle doglianze è abbastanza colmo, qualche riflessione, qualche considerazione, anche in via ipotetica, penso che debba farsi. Può essere da insegnamento. Dobbiamo guardare al futuro e pensare a quali collocazioni per i giornalisti che lavorano negli uffici stampa. Per gli addetti stampa, che costituiscono nella professione una specializzazione di notevole caratura. E' sotto gli occhi di tutti come la nostra professione stia cambiando. Gli organici delle redazioni si assottigliano mentre cresce il numero di chi lavora in via autonoma e parimenti le iscrizioni all’INPGI 2. Nello stesso tempo aumenta anno dopo anno il numero complessivo degli iscritti all'albo. Il praticantato tradizionale è sostituito dalle cosiddette dichiarazioni di ufficio: i Consigli dell'Ordine surrogano i direttori dei giornali, si sostituiscono con delle istruttorie da valutare ed iscrivono nel registro dei praticanti. All'ultima sessione per l'esame di idoneità professionale si sono presentati in 600. Poi c'è il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti che ha la sua parte quando assolve la giurisdizione. Per chi non lo sapesse in Italia gli iscritti all'albo, professionista e pubblicisti, sono più o meno 75 mila: più che in Gran Bretagna, Irlanda inclusa, Francia e Germania, che presentano situazioni editoriali più stabili delle nostre. Ma il mercato può assorbire un così rilevante numero di professionisti? E' la formazione, l'aggiornamento a fare la differenza. Ad essere l'arma vincente. Non lo sostiene il GUS, ma lo affermano le pubblicazioni delle Università americane di giornalismo. Sia per Columbia Journalism Review che per la American Journalism Review tutto, d'ora innanzi, dovrà ruotare intorno ad una alta qualificazione professionale, che è assicurata, oltre che dalla personale cultura, da requisiti formativi, dal rispetto dei canoni etici e dalla 12 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 competenza nella ricerca su internet e su database. Per concludere una piccola annotazione, anche se non è per niente marginale. Un Gruppo di specializzazione, ricco di polivalenti professionalità, come è appunto il GUS, che ha al suo interno tre anime professionali, potrebbe avere più di un motivo per domandarsi se non possa essere il caso di pensare in maniera autonoma per la difesa dei propri interessi, che alle volte non vengono compresi appieno. Come peraltro la professione, allo stato attuale, viene esercitata dagli iscritti ai due elenchi dell'albo e nessuno dei due è prevalente rispetto all'altro. Moderatore Ringrazio Gino Falleri e intanto do il benvenuto al dottor Siddi, Presidente della Federazione della Stampa che, reduce da un viaggio di rappresentanza in Cina, ha trovato il tempo per venirci a trovare. Devo dire che l'intervento di Gino Falleri è tecnico, è puntuale, riguarda gli uffici stampa in generale, come del resto mi aspettavo, ma introduce degli elementi che sono comunque d'interesse e di particolare attenzione anche per quello che saranno e che sono già nella realtà gli uffici stampa esistenti in campo sanitario. E si ricollega al discorso fatto prima dal Presidente dei medici: è un discorso di qualificazione, di professiona lità, che si traduce in quello che è il leit motiv della sanità di questi giorni, di questi mesi, di questo nuovo corso storico della sanità italiana, quello della qualità. Esiste una qualità dell'informazione. È stato ricordato prima: la semplicità del parlare, è stata usata la parola "terrorismo terminologico". Ebbene, una delle caratteristiche della qualità dell'informazione è proprio quella di rendere comprensibile, facile, alla portata di tutti quelli che possono essere i messaggi anche di contenuto scientifico, più delicatamente impegnativi. Basti pensare oggi a tanti termini che spesso possono sembrare di difficile comprensione (genoma, mappa genetica, mutazione, eterozigote, monozigote, fecondazione assistita, testamento biologico ed anche direi la differenza tra eutanasia e accanimento terapeutico, con un confine così difficile e così mal delimitabile), ma questo ci porta a quelli che sono i discorsi che fanno di un denominatore comune le due professionalità: quello di essere delle professionalità ad alto, altissimo contenuto etico perché sono rivolte, eticamente, a un pubblico vasto, multiforme dove ogni componente di questo pubblico multiforme ha una sua esigenza. Il medico ha il vantaggio di poter essere, nel rapporto medico/paziente interlocutore unico, 1 a 1; il giornalista questo vantaggio non ce l'ha. Però sono certo e sono convinto che chiunque faccia del giornalismo di informazione, e in particolare di informazione medico-scientifica, nel redigere l'articolo ci mette un qualche cosa che mentre informa tutti, si rivolge a qualcuno in particolare, perché sicuramente tra i suoi lettori ci sarà qualcuno che di quell'argomento è particolarmente interessato e partecipe. A questo punto darei senz'altro la parola al dottor Siddi che, come Presidente della Federazione della Stampa, può sicuramente collegarsi al discorso di Gino Falleri che porta a quelli che sono i problemi della formazione del giornalista – e io aggiungo del giornalista medico-scientifico – e che in questo momento, al di là di quella che sarà la formazione e la preparazione che ritengo peculiare per chi sarà chiamato a svolgere un'attività di informatore, di giornalista negli uffici stampa, nella pubblica amministrazione, riguarda anche la prospettiva del lavoro giornalistico in generale, in questo clima di riforma delle professioni, di riforma dell'accesso alle professioni, partendo da una qualifica di base universitaria, quindi diversamente da quanto avveniva in passato; di quelle che sono le prospettive delle scuole di giornalismo e di quelle che saranno poi, secondo un mio parere, e questo è un parere del tutto 13 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 personale, la necessità anche nel giornalismo di arrivare a delle forme di specializzazione dell'informazione. Oggi il giornalismo è un giornalismo tout court, chiunque è giorna lista è giusto e ha il diritto di informare e di fare cronaca di informazione, e in questo modo faccio una domanda a Siddi, ne discende forse l'esigenza di arrivare ad un giornalismo specializzato per le varie situazioni e, conseguentemente – Presidente della Federazione della Stampa Italiana – forse l'opportunità di andare a prevedere anche in campo contrattuale qualche diversificazione. E questo ci riporta a quanto diceva anche Falleri delle prospettive contrattuali di chi lavorerà negli uffici stampa della pubblica amministrazione. Francesco Angelo SIDDI Presidente Federazione Nazionale Stampa Italiana Aggiornamento professionale e risvolti contrattuali Vi ringrazio innanzitutto per questa iniziativa, che è la prima iniziativa nazionale di settore che si rivolge ai problemi degli uffici stampa. Abbiamo fatto tante iniziative di questo tipo, ma non ne abbiamo mai fatta alcuna dedicata a un settore dell'informazione specialistica, come quello della sanità. La questione, quindi da parte nostra merita sicuramente attenzione e anche qualche riflessione in più perché quando si parla di informazione della sanità, come capita per poche altre circostanze, si va a fare un tipo di informazione che riguarda e coinvolge interessi specifici della persona, la salute, al privacy e così via che chiedono sì certamente già una prima risposta, una capacità specifica di affrontare i problemi, una conoscenza in più. Non basta essere giornalisti tuttologi per fare bene l'informazione in questo settore, se si vuol fare bene, se non ci si vuole limitare a ripetere qualche nota preparata da altri e se la si vuole offrire ai lettori in maniera comprensibile ma allo stesso tempo chiara dal punto di vista tecnico e scientifico. La formazione è la base per fare bene questa professione ovunque, per renderla credibile ovunque, nei giornali innanzitutto e nelle televisioni, negli organi di informazione che sono destinati alla massa dei cittadini e che vengono bombardati ogni giorno da migliaia di notizie e spesso perdono l'orientamento, perché non è facile anche in un giornale che pure opera una gerarchia nella presentazione delle notizie, poi orientarsi bene e orientarsi con chiarezza rispetto a ciò che viene effettivamente proposto nel prodotto. Questo perché talvolta l'informazione non appare del tutto attendibile e non appare del tutto credibile, di conseguenza per ragioni che sono molteplici, che riguardano i tempi di lavoro, che riguardano la possibilità di approfondire argomenti che arrivano all'ultimo minuto via rete e via comunicato e non c'è il tempo di approfondirli, perché bisogna chiudere in fretta la pagina e bisogna fare in fretta altre pagine o preparare in fretta altri servizi, altrimenti non si chiude in tempo utile il giornale. E anche perché non ci si rende conto che qualche notizia ha un interesse pubblico e viene magari sottovalutata. A questi problemi si può ovviare attraverso una formazione vera, che parte dalla considerazione che ormai è cambiato tutto nel settore dell'informazione. Falleri ha ricrdato chiaramente qua l è la realtà e come si presenta oggi: è cambiato il livello culturale, non solo dei lettori ma di tutti i cittadini; la scolarizzazione di massa ha prodotto effetti notevoli, ha cambiato completamente lo scenario rispetto agli anni in cui venne fatta la legge ordinistica, quella del '63 per cui si poteva diventare professionisti (e ancora oggi è così) anche solo con la terza media, facendo un esamino integrativo presso gli ordini regionali e poi, se superato quell'esamino che in genere con larghezza si supera o si fa superare, si poteva arrivare a diventare professionisti, ovviamente a condizione che ci fosse un editore che nel frattempo ti avesse assunto e offerto un posto di lavoro. Quindi i problemi erano diversi. 14 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Oggi sono rarissimi i casi di professionisti che arrivano a diventare tali con questo percorso. La gran parte ci arriva dopo aver frequentato sicuramente una scuola superiore e quasi sempre anche l'università e avere conseguito una laurea. Fra qualche tempo – noi pensiamo anche in tempi brevi – bisognerà essere laureati, non solo perché c'è il progetto di riordino degli ordini professionali, che sicuramente porta verso questa strada, non solo perché c'è stata ieri la sentenza del Consiglio di Stato che ha riconosciuto definitivamente la valenza dell'esame di Stato dell'Ordine come esame che accerta una qualificazione professionale, ma anche perché lo stesso Ordine sta arrivando alla conclusione che l'accesso alla professione, quella dei colleghi che svolgono questa attività in maniera esclusiva, continuativa e non solo prevalente, deve avvenire previo corso universitario successivo alla laurea breve o master. È questa una delle ipotesi che si sta ancora discutendo, il progetto dell'Ordine sta per essere licenziato dal Consiglio Nazionale dell'Ordine, ma non basta, occorrerà che il Parlamento faccia la legge, altrimenti occorrerà che nel frattempo l'Ordine proceda, per via regolamentare, alla luce anche delle sentenze che assumono carattere giurisprudenziale, a introdurre quegli elementi di aggiornamento che si ritiene essenziali e che risultino possibili anche col quadro normativo attuale. Nel progetto di riforma dell'Ordine, così come nei progetti del sindacato, la formazione è un punto centrale. Siamo stati accusati dai colleghi più garantiti di aver voluto privilegiare questo aspetto negli ultimi contratti rispetto anche agli stipendi, dimenticando che sugli stipendi esiste una cornice limitata, stretta, che riguarda i giornalisti come tutte le altre categorie di lavoratori da quasi dieci anni, quella derivata dalla politica dei redditi che stabilisce che i contratti si fanno in ragione degli indici del costo della vita, in ragione di tutta una serie di fattori sui quali si discute con le controparti (editoriale, pubblica e così via) ma si può discutere se un certo fattore viene considerato fattore di costo del personale oppure no, per registrare gli scostamenti dello 0,5 o dell'1%, ma l'aspetto economico è quasi sempre già orientato dalla cornice di quello che è stato l'accordo sulla politica dei redditi, speriamo di cambiarlo perché ormai è insufficiente e superato, ma sui contratti ci siamo dovuti dedicare agli aspetti normativi: gli aspetti che riguardano i diritti dei giornalisti nei luoghi di lavoro, di espressione, di organizzazione e gli aspetti della formazione. Sono dei concetti rimasti finora quasi fermi, nel senso che non hanno prodotto effetti pratici reali, nel senso che non sono stati messi a punto progetti di formazione ricorrente e di aggiornamento continuo come dovremmo cercare di fare sempre di più, anche nelle redazioni, non solo rispetto agli uffici stampa, ma il fatto che siamo riusciti a portare in normativa contrattuale questi capitoli, io credo sia importante. È un tassello che serve per considerare che c'è un punto dal quale partire e sul quale innestare una attività vera di formazione, di aggiornamento e altro rispetto alla quale dovremmo trovare i convincimento di tutti: dei colleghi che non accettano più lo scambio della monetizzazione, della formazione, la formazione nei giornali è prevista, è prevista nel contratto, ma da anni quasi sempre non si fa perché in cambio si vende, si ottiene una piccola somma di integrativo. I più seri comprano libri, li leggono, mettono in piedi una sorta di politica di formazione, altri li utilizzano per i consumi più generali e così via. Se vengo allo specifico, al capitolo che riguarda noi e al tema che mi è stato dato, invece, la formazione diventa un fatto centrale, se vogliamo anche obbligato da ciò che la legge prevede. Ma anche qui, prendendo spunto dalle critiche che giustamente ha fatto Falleri, alla legge e anche alla direttiva del Ministero della Funzione Pubblica dobbiamo dire che la formazione che prevede la legge è la formazione relativa a quei colleghi che stanno e lavorano da anni nella Pubblica Amministrazione, svolgendo un'attività reale, di fatto, ma non hanno avuto il modo di diventare giornalisti professionisti perché non c'era il bollettino, non c'era un giornale, non c'era una redazione, molti di essi non sono neanche pubblicisti (e questo a mio giudizio è un problema aperto) e prevede che questi colleghi possono restare a questi posti 15 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 previa formazione. E questo è il punto che sta diventando un punto molto delicato. Io ho personalmente un'opinione critica rispetto a una parte di un'attività che noi stiamo facendo come sindacato, perché ci sono spinte e controspinte sull'attuazione della legge 150 e sembra in questa fase che il capitolo che interessa di più la pubblica amministrazione e una parte di colleghi è orientato verso un'ipotesi di business. Diciamolo con molta franchezza e anche autocritica. A parte qualche area imprenditoriale, formativa o meno, è il business della formazione. Se la formazione è il momento centrale di arricchimento, di preparazione, di sviluppo, di adeguamento della professionalità è una cosa, se la formazione diventa un capitolo necessario a riempire una posta di bilancio dalla quale attingere per distribuire incarichi e fare un po' di clientele e sistemare alcune posizioni strategiche, al Formez o ad altri centri, non ci serve più di tanto, stiamo perdendo di vista lo scopo della legge, lo scopo per il quale noi combattiamo da decenni (Falleri più di me, ma anche io da quasi 30 anni con lui) per una definizione giuridica normativa, un riconoscimento contrattuale dei giornalisti degli uffici stampa come giornalisti a pieno titolo, di primo livello della nostra professione. Se passa questa linea avremmo fallito lo scopo e la legge, che già ha dei buchi, già presenta dei problemi, si rivelerebbe una legge che non va bene. Credo che la chiarezza sia necessaria e sia giusto dire con franchezza queste cose, perché siamo nella fase in cui tutta la spinta che c'è intorno alla Federazione e intorno all'Ordine è per firmare convenzioni che abilitino questo o quell'altro istituto a fare formazione, e a fare la formazione degli uffici stampa. È una situazione che sta diventando incredibile, ma anche incresciosa, perché sta accadendo che non arrivano convenzioni e accordi. Nessun accordo finora è stato firmato perché riteniamo che bisogna accordarci prima su quella che è la formazione, su quali sono i programmi, su cosa ci vogliamo mettere e anche su chi li fa, la lezione chi la tiene, con quali criteri, quali sono i docenti, che titoli hanno e così via. E quindi stiamo frenando le cose, ma abbiamo visto che in alcune realtà ci si muove lo stesso, le cose vanno avanti. Alcune università hanno messo in piedi master e altri corsi per coprire vuoti che hanno in alcune cattedre; qualche istituto privato, collegandosi con amministrazioni pubbliche sta promovendo iniziative simili; il Formez sta pressando ogni giorno la Federazione, il Ministero della Funzione Pubblica e l'Ordine perché vorrebbe addirittura l'esclusiva, cosa che vedo anche abbastanza problematica, se devo esprimere un'opinione di merito, perché non possiamo pretendere che gli addetti stampa di Milano, di Trieste vadano a Roma, Napoli e Cagliari dove c'è il Formez. E’ la stessa legge, oltre tutto, che dice che dovrebbe essere la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione. Certamente avere previsto un canale di recupero di quei colleghi che a pieno titolo sono addetti stampa, ma che potrebbero non essere riconosciuti tali era una cosa giusta, ma c'è il rischio che nel frattempo, fatta la legge, trascorso ormai tanto tempo dalla legge, in alcune amministrazioni si siano introdotti in questo canale dei colleghi che colleghi non sono e che rischiano di emarginare chi invece con fatica, capacità e competenza per anni ha svolto questa attività. Abbiamo ricevuto denunzie di colleghi che hanno lavorato per anni nelle USL, da quando le USL sono nate, e che col cambio dei direttori generali nell'ultimo anno sono stati allontanati, spostati a fare altre attività e nel frattempo sono stati destinati a essere non titola ri. Rischiamo di trovare questi ultimi a fare i corsi e non altri. Su questo dovremmo trovare un accordo con i sindacati generali e anche con i lavoratori interessati, che segnalino queste realtà, che ci consentano di intervenire con attività di denunzia non giudiziaria, ma politicosindacale per riportare le cose a posto. In alcune realtà abbiamo già fatto delle diffide, il sindacato è attivo e presente su questi temi. In linea primaria questo compito spetta all'Associazione regionale della stampa; in linea secondaria alla Federazione nazionale per i casi più gravi o comunque come supporto è a disposizione per le attività di tutela e 16 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 ovviamente i gruppi di specializzazione che riescono a monitorare queste realtà, segmento per segmento, sono pregati di essere molto attenti, se possono e di segnalare, di aiutarci in quest'opera di monitoraggio, anche perché appunto l'applicazione della legge, che già presenta dei problemi non diventi più problematica anche perché ci sfuggono queste situazioni. La formazione però, ripeto, resta e deve essere un punto centrale; deve esserlo per tutti i giornalisti, deve esserlo sempre di più anche per gli operatori degli uffici stampa, perché possano svolgere con indipendenza la loro attività, perché questo è il punto: al servizio della pubblica amministrazione, parlando di sanità pensiamo certamente anche agli addetti stampa delle case farmaceutiche, dei centri di ricerca e così via; pensiamo moltissimo alla pubblica amministrazione e in particolare alle ASL. Io credo che questo settore è così delicato, che sia non solo indispensabile ma anche utile che questi organismi abbiano gli uffici stampa e che questi uffici stampa siano gestiti correttamente da giornalisti qualificati e, aggiungo, preparati. Il fatto che Ordine e Federazione negli ultimi tempi stiano trovando una grande convergenza che nel passato non c'era, può aiutare a realizzare insieme dei progetti di formazione, che possono essere fatti anche con centri e istituti specializzati, con tutti i crismi di quella formazione che irrobustisce la preparazione culturale, che irrobustisce le competenze, che irrobustisce la deontologia, perché il capitolo principale che a noi interessa, credo debba essere quello della deontologia professionale, perché questa non si acquista per caso ed è l'elemento centrale. Sul piano contrattuale, invece, io non do grandissime notizie né tantissime buone notizie. Il cantiere – se dovessi usare il linguaggio della politica – è aperto, nel senso che da mesi abbiamo iniziato un dialogo preliminare con l'Aran e con il Ministero della Funzione Pubblica; la trattativa vera e propria non è ancora cominciata e ancora non si capisce bene quando potrà cominciare perché prima di tutto è stato necessario accertare che la Federazione della Stampa e il Sindacato dei giornalisti sarebbe stata abilitata a trattare il contratto. Su questo punto abbiamo, a questo momento un primo risultato raggiunto ma non definitivo né definito nel senso che quando pensiamo all'amministrazione pubblica, occorre pensare all'Aran e la legge per i dipendenti pubblici stabilisce che trattano i sindacati che abbiano almeno il 5% dei dipendenti pubblici associati. È evidente che i giornalisti non saranno mai il 5% della popolazione dipendente del sistema pubblico. Noi non ci arriveremo mai. Noi stiamo affermando che la legge dice che per i giornalisti degli uffici stampa si deve andare in un'area contrattuale specifica, e questa area contrattuale chi la deve coltivare se non il sindacato di quella categoria che si rifà ad un ordine professionale, ad una legge dello Stato che riconosce chi è giornalista e chi no? Su questo punto c'è un contrasto in parte anche con i sindacati, che sta creando grossi problemi alla Federazione della stampa e al sindacato giornalisti in questo momento, che una parte dei colleghi della Federazione della stampa ritiene siano superati e superabili attraverso un agreement con i sindacati generali e magari con uno scambio di tessere o di doppia tessera. Personalmente sono contrario, così come molti di noi. Ieri abbiamo fatto una Giunta su questo capitolo, dopo l'intervista di Cofferati al Corriere della Sera e devo dire che tutte le correnti sindacali presenti hanno detto no a questa ipotesi, però l'organismo esecutivo della Federazione ha rinunciato a fare una pronuncia formale per evitare uno scontro aperto con i sindacati confederali in questo momento e cerca di tenere un dialogo aperto sul piano istituzionale. È di tutta evidenza, però, che l'ipotesi che l'Aran ci ha prospettato di fare con noi, sindacato dei giornalisti, il contratto quadro di carattere normativo e di lasciare la parte economica alla trattativa che faranno i sindacati confederali nel contratto generale dei dipendenti pubblici, con un inquadramento secondo le varie categorie, ci lascia abbastanza perplessi in questo momento. La speciale area contrattuale per noi è un'altra cosa. Certamente non possiamo immaginare che il contratto per la funzione pubblica possa essere e debba essere il contratto 17 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 FNSI-FIEG che conosciamo, perché va articolato secondo lo specifico della pubblica amministrazione, secondo uno specifico di un lavoro che si fa negli uffici stampa, ma non può essere il contratto che ci fa diventare non più giornalisti ma parificati ai custodi o ai necrofori, questo non è possibile. Noi dobbia mo trovare una strada. Il prossimo convegno che faremo a Napoli è per cercare di trovare questa strada e per mettere al centro questi temi, che sono i temi della specificità, della specialità non di una ricerca di privilegio corporativo, ma dell'espressione di diritti e di garanzie, che sono le garanzie di un'informazione libera, di un'informazione corretta, proposta da operatori professionali qualificati, che deve assicurare a tutti una sorta di certezze. Le informazioni che arrivano dagli uffici stampa devono essere più certe, se vogliamo più corrette di quelle che danno i giornali, perché devono essere informazioni di carattere primario, i giornali possono fare le interpretazioni, gli uffici stampa no: devono dare le notizie e su questo punto devono assicurare la massima correttezza. Questo deve entrare tutto nel contratto, il contratto deve fornire la cornice di garanzie che assicuri una serietà e anche una tranquillità nel lavoro ai colleghi, una dose significativa di certezze ai colleghi che nei giornali e nei media ricevono quelle informazioni e le devono trattare per offrirle al grande pubblico. Noi crediamo che questa sia la strada migliore; crediamo che col gruppo di specializzazione il rapporto possa e debba intensificarsi in questo senso e speriamo anche, piano piano, di aprire qualche porticina, anche se non tutto quello che appare davanti alle nostre finestre, in questo momento appare così limpido e chiaro. Moderatore Ringrazio il Presidente della Federazione della Stampa, so che il dottor Del Barone deve allontanarsi, lo ringrazio ancora e penso che abbiamo completato la prima parte di questo nostro convegno. La sottolineatura, se è il caso che io possa fare delle sottolineature a quanto ha detto il dottor Siddi, è ancora quello di arrivare a dei corsi di formazione, e in questo è anche giusto ricordare che l'ASMI, proprio per uno dei suoi fini istituzionali che ho anche riportato nel comunicato di presentazione, ha il compito proprio di promuovere e favorire il necessario aggiornamento specialistico negli iscritti per migliorare le loro capacità di comunicazione e per poter meglio contribuire alla tutela del diritto che ogni cittadino ha di essere correttamente informato. Stiamo parlando di sanità, il dottor Del Barone si è allontanato, ma colgo anche in questa situazione un nesso, un parallelismo con quanto accade nel mondo medico e nel mondo del giornalismo. Ho sentito parlare tranquillamente da Siddi, lo riprendo e lo faccio mio, di business della formazione e immediatamente ho pensato anche a quello che sta accadendo in campo sanitario per quello che riguarda l'educazione continua del medico, con tutto quello che anche questo fiorire dei corsi di formazione, di crediti, di accreditamento e così via, che riporta anche ad un altro argomento particolarmente importante, che è quello della formazione attraverso Internet. E proprio su questa parola, Internet, nell'aprire la seconda parte di questa nostra riunione con l'intervento di Giacomelli, rappresentante del centro per i diritti del cittadino, chiedendo di dare anche all'ASMI, ai giornalisti e a tutto il mondo dell'informazione e a tutti i cittadini un aiuto perché Internet, che ha delle grandissime potenzialità, rappresenta anche tantissimi rischi, specie quando si parla di salute e di cura di malattie. Lo avevo già detto nell'aprire i lavori, l'ASMI ha fatto un Convegno, spero di poterlo ripetere entro la fine dell'anno, per vedere a che punto siamo per quello che può essere definito Internet e Salute 2. è un problema enorme, sfugge ad ogni controllo l'informazione data su Internet, non esito a denunciarlo. Noi, come ASMI, abbiamo tentato – è ancora attuale – una proposta di codice di autoregolamentazione per l'informazione 18 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 medico-scientifica e sanitaria, data attraverso Internet, nella quale erano previsti determinate caratteristiche, non ultima quella di indicare chiaramente che il sito è registrato come testata giornalistica e che ha un direttore responsabile, come avviene per tutte le testate giornalistiche al quale eventualmente poter ricorrere e per avere chiarimenti, come è giusto, e per potere eventualmente denunciare, se ci sono, come succede in tutte le famiglie, dei casi di errore, di omissione, di cattiva interpretazione e così via. Altro elemento importante è quello della indicazione, in questi siti, di un Comitato scientifico e di chi ne fa parte. Credo che siano dei consigli basilari, elementari e li ripeto oggi qui perché, tutto sommato, non mi dispiacerebbe che, nell'ambito della pubblica amministrazione sanitaria, dove si creeranno degli uffici stampa e dove, per l'informazione al pubblico sicuramente, ed è giusto, è opportuno, si dovrà ricorrere a tutti i moderni mezzi informatici, compreso Internet, si tenga presente anche di questo suggerimento per il quale l'ASMI è disponibile, così come è disponibile per l'Ordine dei giornalisti, per l'Ordine dei medici e per la Federazione della stampa a partecipare a quegli eventuali corsi di formazione. Come gruppo di specializzazione della Federazione della stampa credo che ne potremmo avere quasi un diritto di primogenitura, per chi dovrà essere impegnato o sanato – se possiamo passare questo termine – nel compito di responsabile o addetti agli uffici stampa della pubblica amministrazione in campo sanitario. Naturalmente non voglio invadere campi che non sono di competenza dell'ASMI. Avevo parlato in precedenza dei progetti obiettivo del Piano sanitario, per quanto riguarda gli uffici stampa in sanità avevo detto che i progetti erano due che chiamavano in causa la comunicazione e chi meglio di Giacomelli potrà aiutarci a entrare in quello che prevede il progetto n. 9, che investe direttamente la comunicazione pubblica sulla salute, perché prevede come obiettivo, la promozione di stili di vita e la prevenzione. Do senz'altro la parola a Ivano Giacomelli. Ivano GIACOMELLI Segretario Nazionale Centro per i Diritti del Cittadino La ‘Carta’ dei diritti del cittadino e l’informazione in sanità pubblica Un saluto a tutti, ringrazio gli organizzatori e un particolare ringraziamento lo rivolgo al dottor Bernardini per una serie di ragioni, prima fra tutte perché riesce a fare sempre cose interessanti e soprattutto mi stimola molto perché ha il coraggio del confronto e quindi al tavolo chiama sempre operatori qualificati che non dicono tutti le stesse cose, ma permettono alla platea di ragionare sulle cose che si dicono. Gli spunti di oggi sono molteplici, io ho cercato di calarmi in una o più possibili risposte rispetto alla centralità del tema che il dottor Bernardini ha posto con questo incontro e ho cercato di calare soprattutto la realtà che noi rappresentiamo, quella di un'associazione di consumatori e di utenti e quindi di soggetti che stanno "dall'altra parte della barricata", di coloro che ricevono un servizio e che in questo caso, oggi, ricevono anche un'informazione. Ho cercato quindi anche di tentare di analizzare il problema ponendomi sotto i diversi aspetti di questo tipo d'informazione. Ho cercato, anche se in maniera ingenua, di fare una specie di catalogo di questo tipo di informazioni, e per prima qualificherei l'informazione come informazione di carattere scientifico, e tratto per primo questo aspetto in quanto sono convinto che in sanità ci sono tanti e troppi interessi e l'informazione scientifica in sanità è un elemento estremamente delicato; esiste la necessità che vengano poste anche regole nuove. Sono circa tre anni che chiediamo al Ministero di costituire una Commissione che prenda in esame le nuove regole 19 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 sull'informazione scientifica, chiedendo soprattutto che all'interno di questa Commissione venissero individuati i soggetti dell'intero quadro degli interessi in maniera molto serena, che quindi ci fossero rappresentanze delle associazioni di consumatori che sono poi soggetti che debbono ricevere questa informazione, se non altro per individuare quelle regole di carattere generale che vadano a ricostruire il senso etico. Io ho sentito più volte oggi usare il termine "etica". Mi sono chiesto, e lancio anche a voi questo elemento di riflessione, se l'etica significa un insieme di valori condivisi, se ci sono elementi di discussione e di riflessione, il che vuol dire che questo insieme di valori condivisi, che oggi dichiariamo tali, forse non sono così condivisi e che quindi bisogna ricominciare a riconoscere quali sono questi valori che ci accomunano, a cui poter dare un significato etico a un determinato comportamento. L'altro tipo di informazione, che riguarda più propriamente la nuova figura di ufficio stampa della pubblica amministrazione, è quella che riguarda l'informazione per quanto riguarda i servizi, le attività che vengono svolte da quella determinata pubblica amministrazione; uso anche un termine un po' forte e un po' provocatorio, sostanzialmente un'attività di marketing perché oggi le pubbliche amministrazioni, con il progetto di aziendalizzazione, si pongono come un sistema di imprese e lo dico senza volere demonizzare questo termine, nel senso che all'interno del mercato c'è chi vende un prodotto, e prima di tutto lo offre, la pubblicità è l'anima del commercio e quindi presentare bene un prodotto è anche dal punto di vista del consumatore una utilità, perché l'insieme di informazioni più o meno corrette danno comunque ad un cittadino accorto e attento la possibilità di vagliare e quindi di scegliere quanto meno consapevolmente. L'altro aspetto di questa figura riguarda il tema molto trattato negli interventi precedenti della cosiddetta malasanità. In questo caso la funzione di questa nuova figura è l'informazione di risposta, cioè limitare i cosiddetti danni all'immagine che vengono prodotti da queste azioni di malasanità. Su questo punto io vorrei spendere alcune parole. Quando si parla di malasanità in questi incontri, viene dato un termine negativo al fenomeno sociale. Come diceva il professor Del Barone c'è una esagerazione della notizia di malasanità; quando si parla di malasanità si pone soprattutto l'accento alla presunta esagerazione di alcuni fatti, che secondo l'opinione vengono rappresentati e ingigantiti rispetto a una percentuale meno importante e meno rileva nte. Noi che stiamo dall'altra parte in maniera attiva, siamo i cosiddetti produttori di informazione, perché non va nascosto che storicamente (e poi mi permetterò di riprendere una riflessione poiché il dottor Bernardini mi ha sollecitato a richiamare Internet e volevo sollecitare qualcosa in materia) le associazioni di consumatori avevano due grandi strumenti per far valere la loro posizione: lo strumento giudiziario e lo strumento dell'opinione pubblica, non essendo le associazioni di consumatori partiti politici e quindi non raccogliendo il consenso dal punto di vista elettorale aveva soltanto questi due strumenti, per cui lo strumento forte era quello dell'uso dei mass media per sollevare un determinato problema, utilizzando quelle tecniche che sono tip icamente dei giornalisti. Noi abbiamo imparato con gli occhi – come si soleva dire una volta – vedendo quello che i giornalisti di cronaca facevano, un caro amico giornalista mi diceva ai tempi in cui imparavamo la professione, la notizia ha valore quando ha le cosiddette tre "s": sesso, sangue e soldi. E quindi le associazioni avevano la necessità di calcare sulla notizia di cronaca per poi arrivare nel ragionamento e portare a una posizione di natura politica sociale. Io ricordo che per anni noi abbiamo sollevato la questione del funzionamento di un determinato reparto in un ospedale romano, andando nel silenzio più assoluto, una volta capitò che una signora, andando in questo ospedale ha fatto una mammografia e poiché aveva una protesi al seno la mammografia ha rotto la protesi e poiché era una bella notizia di cronaca ha bucato e così, grazie a questo ponte, abbiamo potuto 20 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 portare l'opinione delle associazioni rispetto ad alcuni elementi di prevenzione che avevamo necessità di sottolineare. Tutto questo è cambiato perché, come tutti i processi, arrivano a saturazione, chi riceve l'informazione deve tradurla in un'informazione che va sul mezzo stampato, comincia a saturarsi di questo modo di fare, ci sono associazioni di consumatori che hanno perso gran parte della loro visibilità proprio perché hanno capito tutti quanti che stanno sulla moda, per cui qualunque cosa succede fanno la denuncia, poi non si sa mai che fine fa la denuncia, però intanto escono sulla stampa. Questa cosa ha saturato un po' il sistema, soprattutto non ha dato più risposte alle organizzazioni come le nostre, che invece vogliono cercare di incidere concretamente sul problema. E soprattutto è venuto fuori uno strumento straordinario, che è quello di Internet, che, è vero è un oceano senza regole, dall'altra parte però permette alle organizzazioni come le nostre, di poter veicolare le informazioni senza barriere di carattere tecnico-professionale o quant'altro. E questo era lo spunto per l'elemento di riflessione perché le associazioni stanno sempre più abbandonando l'attenzione rivolta alla stampa classica (giornali, radio, televisioni), lo vedo perché non è un processo che capita solo nella nostra organizzazione ma anche nelle altre organizzazioni, i nostri pseudo-uffici stampa (lasciatemi passare il termine, ma anche noi abbiamo bisogno di etichettarci in qualche modo), si vanno sempre più indebolendo come presenza di persone che sono dedicate a questa attività e sempre più rafforzando il sistema che riguarda la gestione dei siti Interne t e dell'informazione attraverso questo strumento, proprio perché ti dà la possibilità di porre il problema senza utilizzare altre scorciatoie. Tornando al problema della malasanità, io ci tengo a sottolineare un aspetto, che rischia di farci non valutare correttamente la portata di ciò che rappresenta dal punto di vista sociologico. Volevo esporre dei dati che mi sembrano molto significativi, che riguardano un'esperienza nel Lazio; da due anni a questa parte, sette associazioni di consumatori, tra cui CODICI, hanno costituito degli sportelli del cittadino. Abbiamo preso in esame e recentemente abbiamo presentato alla stampa i dati raccolti su segnalazioni ricevute da cinque sportelli. Dei cinque sportelli, tenuti da cinque associazioni, solo due sono associazioni che si occupano in maniera prevalente di sanità, una è Codici e l'altra associazione è Focus. Dalla disaggregazione dei dati nel parametro dei due anni che abbiamo preso in esame, (il quarto trimestre 2000, l'anno 2001 e il primo trimestre 2002), per entrambe le associazioni la voce ‘diritti del malato’ è la seconda voce in assoluto. La prima voce è il commercio (parliamo di associazioni di consumatori, quindi è logico che la maggiore informazione, per di più veicolata su cinque organizzazioni sia la più alta, quella del commercio); la seconda voce di segnalazione è quella dei diritti del malato. Abbiamo annotato 303 segnalazioni in tre mesi. Questo quanto meno può significare che da parte del cittadino c'è la percezione di una profonda insoddisfa zione, che di solito ci si aspetta dal Servizio Sanitario. E uso questo termine per dire, e anche per sfatare questo aspetto, quando si parla di malasanità non si parla solo ed esclusivamente di errori dei medici, sembra che esistano solo quelli. Quando arrivano le segnalazioni arrivano non soltanto errori medici che trovano, tutto sommato, una forma di tutela perché se c'è un errore medico che ha determinato un danno si va in causa. La maggior parte delle segnalazioni che trovano poco riscontro e poca efficacia sono quelle che riguardano il cattivo funzionamento in generale dei servizi sanitari: per esempio i tempi di attesa o anche l'informazione scientifica negativa. (Il presidente Del Barone parlava prima del Lipobay). 21 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Il problema è che, rispetto a questo tipo di cattiva informazione, i cittadini non hanno uno strumento di difesa. Stavo prima pensando se era applicabile la disciplina della concorrenza sleale e della pubblicità ingannevole perché, con tutte le riserve che ci sono, comunque esiste un quadro normativo. È un campo su cui lavorare e su cui ragionare. La verità è che nell'organizzare il servizio sanitario tutto avviene sostanzialmente tra due soggetti: tra l'amministrazione e le rappresentanze dei lavoratori o di categorie professionali, dove la pubblica amministrazione, ancora investita dei concetti ottocenteschi, si arroga il valore di imparzialità e quindi di rappresentanza della generalità, cosa che non è assolutamente vera. A maggior ragione oggi che, col processo di aziendalizzazione, la pubblica amministrazione è un soggetto per il quale, nel momento in cui si vanno a prevedere delle discipline di carattere generale che debbono regolare questo tipo "di mercato", è necessario che sia rappresentato anche un terzo soggetto, e cioè i consumatori. Abbiamo anche una legge in tal senso, per quanto criticata, la 281, che riconosce le associazioni di consumatori e quindi c'è la possibilità di avere un interlocutore serio, credibile perché deve avere un numero di requisiti (28.000 iscritti in Italia, la presenza di almeno 5 regioni), comunque elementi di solidità e non di improvvisazione. E’ necessario che questo soggetto scenda in campo proprio per far sì che le soluzioni regolamentari che si vanno a individuare siano effettivamente rispettose e rispondano agli interessi e ai bisogni delle parti che entrano in gioco in questo mercato. Quale strumento? L'esperienza britannica aveva portato, e noi l'abbiamo raccolta, quella della ‘carta dei servizi’. Soltanto che questo strumento è stato fatto, permettetemi di dirlo, all'italiana. In realtà le carte dei servizi sono state proposte con la stessa logica del suddito. L'amministrazione, ma non tanto l'amministrazione centrale, che pure avrebbe ragione di calare delle norme di carattere generale (Parlamento o anche la cosiddetta alta amministrazione), ha fatto applicare le carte dei servizi a livello locale, a livello di quella singola struttura che deve erogare il servizio, per cui è successo che dietro l'indicazione generale sui tempi di attesa che dovevano essere al massimo di otto giorni, se vai a vedere le carte dei servizi e i tempi di attesa delle prestazioni dopo la verifica, sono di 60 giorni, per cui, successivamente, ne hanno fissati 90 per stare sicuri. Questo è quello che è accaduto. Questo non è un patto, questa è una concessione a un suddito che ha avuto l'effetto che ha avuto, cioè è rimasta carta inattuata. Se vogliamo che questo fenomeno che conosciamo noi oggi di malasanità regredisca, perché è effettivamente un elemento dannoso, ma, badate bene, non è condannabile perché rappresenta una situazione di sofferenza, se vogliamo che questa situazione regredisca, è necessario che vengano dati strumenti che siano in grado effettivamente di rispondere ai bisogno di rivendicazioni di chi di questo servizio alla fine andrà ad usufruire. Moderatore Ringrazio Giacomelli, per fortuna avevo detto che non siamo all'anno 0; prima avevamo teorizzato quelli che saranno i compiti della comunicazione pubblica in sanità; Ivano è sceso nel merito di episodi concreti nei quali colgo ancora una volta quel dissidio di termini tra quanto può essere una mancanza di tipo strutturale organizzativo nei confronti di una richiesta collettiva, da quelle che invece possono essere delle lagnanze del singolo che si trova di fronte 22 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 all'errore umano, alla impossibilità di sopperire a un'esigenza strumentale, a un'esigenza pratica. Certo, sono delle realtà. Ha citato la carta dei servizi con tutti quelli che possono essere gli accomodamenti, e qui nessuno meglio delle realtà regionali attive presenti, quali il dottor Aiazzi per la Toscana e Salvi per il Piemonte potranno intanto dire quanto in effetti già praticamente viene realizzato nel campo sanitario della comunicazione pubblica. Darei, quindi senz'altro la parola al dottor Aiazzi. Luciano AIAZZI Responsabile Comunicazione Istituzionale – Regione Toscana Quando ho deciso di partecipare a questo convegno, ho inteso il termine ‘comunicazione’ in modo diverso da quello della prima parte dei lavori che mi sembra lo abbia trattato più come un problema di natura sindacale, di presa di posizione sulla legge 150 degli informatori. Vorrei quindi confrontarmi per un attimo sui concetti di ‘informazione’ e di ‘comunicazione’ che sono sostanzialmente diversi. Mi aiuta Giacomelli perché quando parlo di marketing e di posizionamento dell'azienda pubblica nei confronti del territorio devo affrontare contemporaneamente due elementi che sono la qualità e la soddisfazione dell'utente o cliente e che sono quelli che, nel mondo, fanno la differenza. Sono la qualità e quella che viene chiamata in termini di marketing la customer satisfaction, cioè valutare quanto l’utente che paga le tasse o compra un prodotto, e nel nostro caso compra un servizio, rimanga soddisfatto e quindi il suo gradimento. Questo mi consente di dare un consiglio alla vostra Associazione, al vostro Ordine: quando parlate di formazione professionale per chi dovrà andare a occupare quei posti che sono vuoti negli Uffici Relazioni al Pubblico, negli Uffici Stampa delle Aziende Sanitarie Locali e nella Pubblica Amministrazione in genere, credo che non sarà sufficiente avere una buona familiarità con Internet, ma conoscere i concetti generali del marketing come comunicazione (non informazione perché l'informazione è solo in uscita), servirà a creare quel rapporto, quel patto fra il cliente (che poi siamo tutti noi, perché come diceva un signore molto simpatico, la salute non è altro che quello stato temporaneo che non fa presupporre niente di buono) e il mercato della salute. Stanno nascendo due fenomeni concomitanti: le pubbliche amministrazioni non si limitano più agli Uffici Stampa, la legge 150 è carente dal punto di vista della nuova professione vera, che è quella del comunicatore pubblico. Non a caso molti servizi di comunicazione comprendono il servizio stampa, quello che è storicamente nato prima; la comunicazione, sia d'impresa che pubblica, sono fenomeni più recenti: negli Stati Uniti dal dopoguerra, da noi soltanto da dieci anni, da quando c'è la legge che ha dato la stura a tutto per la trasparenza degli atti amministrativi, la 241. Si sta parlando del 1990, grosso modo dieci anni fa in confronto alla 150. Da allora in Italia sono nate circa una decina di facoltà nuove in ‘scienza della comunicazione’, con indirizzi giornalistici, ma dagli ultimi dati non tutti scelgono di fare il giornalista, perché la nuova professione è il comunicatore. Giustamente si ricordava che ci sono circa 75.000 iscritti all'Ordine e che le testate giornalistiche, che erano i luoghi in cui si aspirava di entrare a lavorare, si stanno riducendo perché sappiamo che soltanto un italiano su dieci legge il giornale. 23 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Allora ricordiamo che se si tratta di fare squadra tra l'informatore e il comunicatore, nella Pubblica Amministrazione, come struttura che deve dare un servizio o un prodotto, noi tutti siamo utenti. Cittadino, utente e cliente nella società contemporanea sono sinonimi, perché se io cedo il 40% dei miei redditi a un ente sono in qualche modo diventato socio di quell'ente e quindi vorrei vedermi soddisfatto. Chiunque fosse in una società al 40% probabilmente tenderebbe ad essere soddisfatto del suo investimento. Volevo parlare ancora di pubblica amministrazione che dà una serie di servizi oltre a quelli soliti, una digressione per riportare al discorso sul versante della comunicazione. Stiamo parlando del dovere primario della pubblica amministrazione di segnalare in maniera diffusa le opportunità, che sono diritti. Sono le opportunità di lavoro, opportunità d'investimento e così via. A breve si dovrà trasformare quel grado di percezione negativa che generalmente il cittadino ha nei confronti della pubblica amministrazione. In questo contesto volevo raccontare, poiché il Presidente del tavolo ce lo ha chiesto espressamente, l'impostazione su alcuni iniziative di comunicazione, che sono iniziative di comunicazione di struttura. Volevo riferire su come si portano a conoscenza del cittadino toscano. Toscano perché quando si parla di sanità il primo impegno di ogni Regione è quello di parlare ai propri cittadini: è raro che anche su campagne di comportamento si esca dai confini regionali anche per la riforma del Titolo V della Costituzione per cui sia l'ordinamento della comunicazione, sia la politica della salute sono materia squisitamente regionale. Quindi noi generalmente alla Regione ci rivolgiamo assumendo, insieme al Dipartimento delle Politiche per la Salute, l'insieme del concetto di marketing e comunicazione, quindi partendo dalle indagini di gradimento e di soddisfazione dei cittadini, sia nei confronti dei servizi pubblici che privati. Quindi indagine a campione sulle famiglie, campionature che siano in perfetta linea con quelli che sono i dettami delle associazioni di categoria: come saprete ci sono numerosi istituti che fanno ricerche di mercato e sondaggi perché è conoscendo il mercato di riferimento che facciamo attività di informazione e comunicazione. Quando prima avete detto etica della comunicazione e comunicazione dell'etica, come pilastro fondamentale della formazione, io dò per scontato che il giornalista dell'ufficio stampa di una qualsiasi azienda sanitaria locale tratti la materia con manipolazione neutrale e comunque, ricordate che qualsiasi addetto stampa non potrà fare altro che fare il comunicato stampa, che sarà ugualmente mediato dall'organo che lo riceve. Se facciamo solo informazione ovviamente c'è il filtro della redazione a cui arriva il comunicato stampa ed ecco perché, per esempio, noi abbiamo adottato sistemi di coproduzione comunicazionale con i mezzi di comunicazione; abbiamo un ciclo di trasmissione sulle emittenti locali, che si chiama Informasalute, vale a dire un filo diretto con chiamate in studio, in cui si vedono immediatamente là dove ci sono i problemi per intervenire. Abbiamo i format radiofo nici. Tutto questo per dire che probabilmente l'informazione si deve trasformare di più in qualche cosa che tocca direttamente l'utente finale, che non passa sempre ed esclusivamente dalla mediazione giornalistica. Versante completamente diverso perché risponde a logiche completamente diverse è quello delle campagne, le campagne ad hoc. Generalmente le campagne sul sociale e sulla politica della salute sono campagne di educazione comportamentale, vale a dire fare compiutamente conoscere e assimilare concetti di un sano stile di vita e comportamento sociale, per poi andare a toccare, ad esempio, la 24 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 donazione del sangue che sappiamo tutti è un fenomeno nazionale di cui c'è carenza, c'è annualmente differenza fra la domanda e l'offerta e sta diventandolo permanente. Senza volere rubare spazio al dibattito volevo presentare la campagna ultima, che terminerà tra una decina di giorni in Toscana, sull'uso corretto del farmaco. Siccome è nella cartella che ognuno di voi ha ricevuto all’ingresso, preferisco risparmiare questo tempo per dare l'opportunità di far parlare chi è presente. Moderatore Ringrazio, e vogliamo completare con il Piemonte? Roberto SALVIO Direttore Regionale Comunicazione Istituzionale Regione Piemonte Cercherò di guadagnare il consenso del pubblico accogliendo, a mia volta, la proposta fatta da Aiazzi. Avevamo preparato una serie di slides per quello che attiene alle campagne di comunicazione istituzionale in materia di sanità, che come Regione Piemonte abbiamo portato avanti negli ultimi tempi. Se volete, mentre vi parlo su alcuni spunti che ho preso dal dibattito, possono essere mandate in video in continuo. Non le commento, ma può servire per far vedere qualche cosa e per vivacizzare l'ambiente. Credo sia giusto lasciare spazio al dibattito perché da questa Tavola Rotonda, di cui ringrazio i promotori, sono nati tali e tanti spunti, non sempre coincidenti e non sempre coordinati nel senso che si è parlato di tutto, per cui è difficile approfondire qualcosa. Sull'applicazione della legge 150 potremmo fare tranquillamente giornate di convegni e di dibattiti e probabilmente verranno anche fatti perché l'applicazione della 150 comporta chiaramente dei problemi anche molto delicati, come è anche emerso in alcuni degli interventi. Applicarla non sarà facile né il percorso sarà agevole e breve. Solo per ulteriore informazione aggiungerei che, tra l'altro, sulla 150 non va dimenticato che le Regioni non hanno dato il consenso alla attuazione della direttiva di applicazione. Quindi, in questo momento, paradossalmente, siamo in una situazione in cui c'è una legge nazionale la cui direttiva dovrebbe consentirne l'applicazione a livello di Enti Locali (province e comuni), di ASL, ma non di Regioni perché, in termini di Conferenza dei Presidenti delle Regioni, non hanno dato il consenso. A questo punto abbiamo come riferimento una legge che il Parlamento ha varato e che vale su tutto il territorio nazionale delegando alle Regioni stesse il compito di attuarla con propri atti legislativi. In questo senso alcune Regioni sono già avanti, hanno già affrontato e studiato il problema però con l'autonomia che ogni realtà regionale possiede nell'applicazione anche di modelli organizzativi che possono attenersi ai principi della 150, ma possono calarsi meglio nelle situazioni e nelle realtà locali. Sono stato particolarmente stimolato dalla molteplicità dei temi toccati. Il collega Aiazzi, che dirige una vera struttura di comunicazione istituzionale, lo è stato forse in modo diverso perché. Infatti, anche se la terminologia è identica, all'interno della mia struttura di comunicazione istituzionale opera anche l'ufficio stampa, per cui nella Regione 25 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Toscana e nella Regione Piemonte abbiamo due situazioni abbastanza disomogenee, organizzativamente parlando, due situazioni professionalmente da affrontare in termini diversi. Colgo solo alcuni brevissimi spunti, che non commento, solo per dire su cosa convengo e su che cosa non del tutto. Ad esempio convengo sul fatto che, comunque, e lo dico da giornalista, nel mondo giornalistico esiste ormai chiaramente e diffusamente una voglia di scandalismo nei confronti della sanità, e su questo non c'è dubbio. Qualcuno ha citato la regola delle tre "s" (soldi, sangue, sesso n.d.r.), potrei dire anche la regola che fa notizia solo l'uomo che morde il cane ed è davvero così. Nelle redazioni giornalistiche una notizia positiva sul mondo della sanità vede la luce solo se è uno straordinario intervento scientifico innovativo, ma è impensabile che passi una notizia di ordinaria buo na sanità. Con questo non voglio fare il difensore d'ufficio della sanità; come cittadino e come utente anche io ho visto, verificato, vissuto degli episodi di non perfetto funzionamento della macchina sanitaria e sono il primo a poterlo denunciare per il Piemonte come per qualsiasi altra Regione poiché, ahinoi!, per questi aspetti la realtà è abbastanza omogenea sul piano nazionale. Però non c'è ombra di dubbio che dal punto di vista dell'informazione immediata (parlo di giornali e non di altro tipo di informazione) c'è questa inevitabile tendenza a che la notizia che interessa il pubblico, non si capisce chi lo abbia stabilito come regola generale comportamentale del mondo giornalistico del terzo millennio, è tale solo se c'è scandalo. Non sono così convinto che questa sia una regola aurea della pubblica opinione, ma forse i rappresentanti dei consumatori possono più autorevolmente di me avere uno spaccato della situazione reale; io sono convinto che la gente, in qualche caso, possa essere anche interessata a descrizioni oggettive di situazioni non necessariamente negative. Un'altra considerazione sull'Ufficio Stampa: non c'è dubbio che ogni ASL abbia, o debba avere, un Ufficio Stampa e non c'è dubbio che il problema dell'autonomia dell'ASL, che ovviamente va salvaguardata e tutelata, dovrebbe in qualche modo trovare dei momenti di riferimento organizzativo, comportamentale, di impostazione nei discorsi generali di comunicazione della Regione nella quale si trova ad operare. La mancanza di questo coordinamento, secondo me, dal punto di vista informativo ed occupazionale (li metto assieme tutti e due), crea inevitabilmente degli squilibri addirittura non tanto e non solo tra regione e regione, ma tra provincia e provincia, tra ASL e ASL. E’ un valore che si può anche facilmente recuperare con un po' di buona volontà. Quello che io pavento è che gli Uffici Stampa negli anni cinquanta erano famosi per le vignette, sul fatto che l'ufficio stampa era sostanzialmente il portaborse del potente di turno, del sindaco, del presidente della provincia, del presidente della regione, e così via. Vorrei si potesse evitare che, nel terzo millennio, l'ufficio stampa dell'ASL diventasse il portaborse del direttore generale dell'ASL. Credo fermamente, da sempre, in un Ufficio Stampa che abbia un compito istituzionale; non mi appello a cose che non esistono, tipo l'obiettività dell'informazione, ma quanto meno credo ad una funzione istituzionale del comportamento informativo di una struttura pubblica preposta a questo compito. La credibilità che questo ufficio può conquistarsi in questa logica può migliorare se non altro il rapporto fiduciario che può e deve stabilirsi nel quotidiano anche con le redazioni giornalistiche. Cominciamo a pensare che anche le ASL possono uscire da questa impasse, identificando accanto a strutture di comunicazione e informazione, la figura del portavoce. 26 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Se il meccanismo è che ci deve essere un'informazione personalizzata, di un dominus, chiunque esso sia, politicamente rilevante o amministrativamente rilevante, credo che a quel punto è meglio la figura del portavoce che la stratificazione di falsi uffici stampa che in realtà si assommano uno all'altro. Va ricordato come tanti anni fa ci trovavamo alle prese con situazioni di amministrazioni pubbliche in cui il cambio repentino del presidente proponeva semplicemente la sovrapposizione o la cancellazione di strutture che avevano lavorato. Moderatore Ringrazio i dottori Aiazzi e Salvio per il loro contributo che ha portato l’esperienza maturata dalle due Regioni, Toscana e Piemonte, e la valutazione nei confronti di una disposizione che, per il regolamento di attuazione non ha avuto il formale assenso dell’Organo rappresentativo delle Regioni. Il problema del quale ci siamo voluti occupare oggi è quello della comunicazione pubblica in sanità e quindi ritengo utile sentire quale è il ruolo dell'Ufficio Stampa quando nell'ufficio stampa è impegnato un professionista della comunicazione a prescindere dal fatto che si tratti di Regione o di ASL o di azienda Ospedaliera o di altra struttura sanitaria, pubblica o privata, perché, a mio parere, la corretta informazione e comunicazione in campo sanitario non riguarda soltanto il servizio pubblico. Mi aspetto che chi opera in tale struttura assolva al ruolo del giornalista che non fa soltanto cronaca. Questo è il punto. Se chi lavora nell’Ufficio Stampa riferisce soltanto fatti di cronaca, se parla soltanto di quello che succede in quella ASL, in quell’ospedale, può dare anche spunti per alimentare la ‘malasanità’: c'è un caso di errore umano, c'è un caso di macchina che non funziona, c'è un caso di cattivo approvvigionamento, c'è un caso di illecito amministrativo nell'acquistare prodotti o nel pagare i fornitori e così via: tutto questo può essere cronaca. Però – e qui interviene anche la necessità che per chi opera negli uffici stampa e negli URP della sanità sia prevista una formazione specifica di competenza sanitaria e di informazione medicoscientifica - a tutto questo si deve aggiunge che chi riferisce di ‘sanità’, bene comune di tutti i cittadini, di ‘salute’, che nella collettività deve essere garantita come bene comune e del singolo, malato o persona che vuole conservare la salute, deve essere in grado anche di comunicare che cosa quella struttura, pubblica o privata, è in grado di offrire con appropriatezza di termini e con completezza di dati anche di contenuto tecnico e scientifico. E questo che trasforma il fatto che non è più notizia, cronaca di una notizia, ma diventa informazione. Questo, secondo me, è il passaggio che mi aspetto dal Regolamento della Legge 150 nella prospettiva di Corsi di Formazione e di Corsi di Aggiornamento per chi dovrà essere giornalista e comunicatore della Pubblica Amministrazione Sanitaria. Nello specifico, visto che la legge 150 (lo abbiamo sentito) parla di Corsi per ‘sanare’, direi meglio ‘abilitare’, chi già opera in queste strutture, è il sistema utile per toglierli dal ruolo di portaborse, o come li vogliamo definire, ma li fa diventare dei veri comunicatori, competenti e conoscitori di quelle che sono le risorse messe a disposizione della collettività e della singola persona. Questa, secondo me, è la chiave di volta per cui credo che da questo convegno possa venire la richiesta pressante a far sì che per la sanità la Pubblica Amministrazione dedichi una parte di quella preparazione, di quella formazione per chi dovrà operare in queste strutture alla conoscenza di specifici contenuti d’interesse sanitario, medico scientifico, delle terminologie da usare, come ho detto prima, per non rendere il parlare difficile da comprendere, ma per 27 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 renderlo qualitativamente accettabile, comprensibile e tale da facilitare e rendere fruibili i servizi offerti da chiunque ne abbia necessità. Faccio un esempio: arrivare a potere offrire un'attività anche di servizio, che, partendo da un fatto di cronaca in cui si parli di ‘anemia mediterranea’ consenta di avere un minimo di conoscenza di sinonimi come ad esempio ‘microcitemia’ e di sapere dove è ubicato un centro specializzato per la diagnosi e il trattamento: se c’è nella mia ASL e se non c'è, dove rivolgersi a livello comunale, o provinciale, o regionale, o addirittura a livello nazionale. Anche io ho l’impressione che l'informazione stia diventando sempre più un'informazione ‘mascherata’, di ‘portaborse’, di ‘marketing’. Vedere un telegiornale, ascoltare un giornale radio, leggere un quotidiano o un periodico, significa quasi sempre avere citazioni di qualcuno che viene ripreso perché ha un ruolo politico o perché ha un ruolo preminente nell'ambito della società. Proviamo a dare più spazio anche a qualche ‘benpensante’. Torno al Convegno e vorrei concludere, prima della discussione, con l'esperienza pratica di un giornalista, Il dott. Pasquale Di Benedetto, addetto stampa di una ASL, che lavora sul campo e che ha preparato anche un opuscolo su quello che fanno nella loro realtà territoriale. Pasquale DI BENEDETTO Responsabile Ufficio Stampa ASL Ce/1 Esperienza operativa di un Ufficio Stampa di ASL Avete avuto modo di constatare quanto sia difficile parlare di informazione e di comunicazione. Ho preferito mettere su carta quella che è l'esperienza della ASL Caserta 1 che, forse per prima, ha un Ufficio Stampa istituzionalizzato, non un ufficio stampa portaborse, ma semplicemente un ufficio stampa al servizio del cittadino e quindi dell'informazione reale, efficace e quanto più possibile efficiente. Vi leggo i miei appunti. Intraprendere un confronto sull'Informazione in Sanità non è cosa semplice come potrebbe apparire attenendosi ai soli dettami legislativi di recente promulgazione e relativi alla organizzazione più o meno istituzionalizzata della Informazione nelle Pubbliche Amministrazioni. Basta leggere quanto oculatamente evidenziato dal Presidente ASMI, Dr. Mario Bernardini, nell'ultimo numero de "Il Nuovo Medico d'Italia" da egli stesso diretto. "Anche per la comunicazione e l'informazione istituzionale, afferma Bernardini, sarà necessaria una garanzia di qualità che, oltre ad assicurare completezza e correttezza con certezza delle fonti, confermi anche assoluto rispetto dell'obiettività, comprensibilità e assenza di qualsiasi condizionamento nell'esposizione del messaggio". Mai analisi e capacità di sintesi sono state così lucide rispetto ad un argomento tanto complesso e delicato che, solo chi effettivamente opera quotidianamente sul campo, ha l’opportunità di saggiarne le “difficoltà di percorso”. Ed, a questo proposito, ci sovviene un’altra enunciazione altrettanto indicativa del complesso mondo dell'Informazione E' del collega Gino Falleri, attraverso una sua pregevole pubblicazione in materia, la definizione di Ufficio Stampa quale "Una Professione nella Professione". Una definizione che diviene ancor più intrisa di significati allorquando l'Ufficio Stampa è deputato alla Informazione istituzionale di un Ente Sanitario, sia esso una Azienda 28 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Ospedaliera, sia esso una struttura alquanto complessa quale è una Azienda Sanitaria Locale dove possono convivere più organizzazioni ospedaliere con più Distretti Sanitari. E' con i Decreti Leg.vi 502 e 517 che è stato previsto un nuovo assetto per l'assistenza sanitaria che vede coinvolte realtà territoriali spesso geomorfologicamente diverse, che contano fino ad un centinaio di Comuni, mezzo milione di abitanti, quattro o cinque ospedali ed una decina di Distretti Sanitari con relative articolazioni territoriali. Tale, ad esempio, è la realtà dei fatti dell'Azienda Sanitaria Locale CE/1. Se a tutto ciò aggiungiamo la presenza massiccia di extracomunitari (circa 20.000 tra regola ri ed irregolari) a loro volta usufruitori del Servizio Sanitario Nazionale, risulta in tutta la sua evidenza quanto diventa complessa ed articolata una seria attività di Informazione che, peraltro, dovrebbe prevedere la conoscenza di almeno una lingua straniera. Se, poi, la sede dell'Azienda Sanitaria fa riferimento al Capoluogo di Provincia con tutte le sue estrinsecazioní di carattere Istituzionale, Politico, Economico, Sindacale, Mediatico, Confessionale ed Imprenditoriale, allora vi è la necessità di una conoscenza della Professione da parte dell'Addetto Stampa che va ben oltre i canonici confini di un "normale" Ufficio Stampa. La conoscenza del territorio, il grado di "alfabetizzazione", la cultura e l'approccio tradizionale del cittadino nei confronti del Servizio Sanitario; il "condizionamento politicoculturale" (che pur esiste ancora), le patologie "storiche", la molteplicità di testate giornalistiche, televisive e radiofoniche a carattere provinciale con le rispettivo linee editoriali e, non meno importante, una tradizione ancora insistentemente in uso nel trattare il mondo della Sanità con l'onnipresente “sensazionalismo ad effetto" che contribuisce a far vendere indubbiamente molte più copie di una notizia di "sana sanità”, sono solo alcuni degli aspetti della eterogeneità del mondo con cui deve necessariamente confrontarsi un Ufficio Stampa di un Ente Sanitario. Pertanto, nascono impellenti l’esigenza ed il compito di sollecitare, giorno per giorno, una trattazione delle notizie in maniera più consona onde evitare quel famoso “terrorismo psicologico” di cui sono oltremodo vittime i cittadini. Non a caso la Salute risulta essere il bene primario per eccellenza. Quel "terrorismo psicologico" che ha provocato e continua a provocare non pochi danni a pazienti che vengono irrimediabilmente allontanati da strutture od organizzazioni assistenziali pubbliche di grosso valore, che pur esistono, eccome se esistono, per intraprendere "viaggi della speranza" facilmente evitabili se non fossero alimentati da una Informazione a volte dissacrante e rispondente esclusivamente alla legge dei profitto perseguita con il "sensazionalismo ad effetto". Capacità, quindi, di trasmettere la notizia decodificata ed epurata da una terminologia medicoscientifica altrimenti incomprensibili da parte di una utenza già mortificata da una atavica e farraginosa burocrazia e da percorsi labirintici di mitologica memoria. L'uso costante, ad esempio, di testate giornalistiche, l’intraprendenza professionale nell'ideare rubriche tele visive di informazione e/o radiofoniche che tengano conto in maniera determinante delle effettive esigenze del cittadino (orari, percorsi, modalità di accesso ai servizi, etc.), sono mezzi, tra gli altri, che denotano come un Ufficio Stampa sa interpretare quel ruolo di Servizio a cui è deputato. Un ruolo di Servizio che non venga omologato in un semplice atto di trasmissione di notizie utili, ma che abbia anche la capacità di tornare ad instillare fiducia nei confronti dell'Ente sanitario. E fiducia vuol dire saper interpretare in maniera empatica ciò che il cittadino effettivamente vuol sapere, vuole e deve conoscere. Non ancorarsi a voli pindarici solleticati da accademiche dimostrazioni di presunta capacità scientifica o ambiziose ricerche di laboratorio. Essere 29 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 animati anche dalla umiltà di informare i cittadini su come si va evolvendo la organizzazione dell'assistenza territoriale alla luce delle continue ed inarrestabili evoluzioni politicolegislative in materia di Sanità pubblica e pseudo-privata. Cosa sono i P.S.A., cosa sono e cosa prevedono i DEA di I e II livello, cosa sono i LEA; perché gli ospedali sono divenuti dei cantieri edili; quindi, cosa prevedono gli adeguamenti alle norme di sicurezza; cosa prevedono i progetti di screening per la prevenzione dei tumori; saper informare ad esempio, magari in madre lingua, gli extra comunitari circa l'attivazione degli Sportelli STP (Stranieri Temporaneamente Presenti) al fine di facilitare loro l'accesso ai Servizi Sanitari, o prevedere rubriche televisive con la partecipazione di "traduttori" per gli audiolesi. Rendere partecipi, insomma, i cittadini- utenti della propria Sanità, affinché sappiano anche discernere tra una notizia strumentale e deleteria rispetto ad una seppur esistente motivazione per un determinato "disservizio"; non far sentire loro quel senso di abbandono che, spesso, per approssimazione o, peggio, incultura sono costretti quotidianamente a subire. Naturalmente, detta così. Potrebbe sembrare alquanto banale e consunta, ma sta proprio qui la sfida di chi opera al servizio per Chi (Cittadino-utente) e non di Chi (inteso come Ente, Amministratore o Dirigente). Ovvero evitare di rischiare che anche attraverso l'informazione istituzionale il cittadinoutente divenga mero “Utente virtuale". L'immagine aziendale, non deve essere il principale obiettivo, bensì, una naturale conseguenza di una Informazione Efficace ed Efficiente. Per realizzare tutto ciò, però, occorre che anche gli organi di Informazione sappiano adeguarsi a questi nuovi concetti di Informazione al cittadino, individuando magari nelle proprie Redazioni, collaboratori in grado di trattare la Sanità con dovuta professionalità ed organica competenza; usare il Comunicato Stampa come Fonte Ufficiale e non come occasione per arricchire i propri fogli, corredando, così, di ulteriori ed arbitrari commenti una Informazione di Servizio. Si auspicherebbe, pertanto, un postulato legislativo in materia, chiaro ed inequivocabile. Come, evidentemente, alla luce dei previsti Corsi di Formazione ai sensi del Regolamento attuativo della legge 15012000, si dovrebbero individuare dei percorsi specifici per gli Uffici Stampa che operano nel complesso mondo degli Enti Sanitari Nazionali. Moderatore Prima di iniziare il dibattito voglio ricordare, perché è doveroso nei confronti degli amici e colleghi che li hanno preparati, che nella Cartella Stampa che vi è stata consegnata entrando, oltre alla documentazione regionale dei dottori Aiazzi e Salvio vi sono alcuni ‘Comunicati’ preparati da associati ASMI per quanto riguarda la comunicazione nei confronti dei corretti stili di vita e il sociale. Li cito per completezza di documentazione di questo Convegno: - Antonietta Leoni, giornalista del periodico ‘Salute Europa’ sull'informazione sanitaria; - Gino Santini, medico giornalista sulla specializzazione e integrazione delle medicine non convenzionali; - Francesco Maria Manozzi, anche lui medico giornalista sugli aspetti sociali del doping; - Giacomo Mangiaracina, presidente della Società Italiana di Tabaccologia (SITAB) e direttore della rivista ‘Tabaccologia’, su ‘La stampa e il tabacco’; 30 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 - Il ‘Protocollo di intenti’ che l’ASMI ha firmato proprio oggi, in questa occasione, con l'Associazione bibliotecari, documentalisti della sanità, qui rappresentata dal suo Presidente, la dottoressa Gaetana Cognetti. Con questo ritengo esaurito il mio compito di moderatore di questo convegno. Ringrazio tutti i partecipanti e i presenti aprendo il dibattito con quanti hanno chiesto di prendere la parola invitandoli a presentarsi per la registrazione. INTERVENTI Paola ADINOLFI Insegno Organizzazione delle aziende sanitarie all'Università di Salerno. Volevo fare due osservazioni. La prima è che, per la mia modesta esperienza, mi sembra che il problema principale, rilevato studiando aziende sanitarie di diversi paesi europei per una ricerca comparativa che abbiamo fatto, non è tanto quello del comunicare perché, bene o male, tutte le aziende, anche di altri paesi, hanno tutte un ufficio preposto alla comunicazione; tutte sono in grado di comunicare all'utente: non solo fare cronaca, ma anche dare comunicazione sui servizi, sulle strutture, anche se limitatale proprie e non ad altre strutture sanitarie, come sarebbe stato utile. Tutte, bene o male, avevano una carta dei servizi, anche se quasi tutte la lasciavano nel cassetto perché non arrivava all'utente; tutte avevano un ufficio, paragonabile all'URP, che svolgeva anche compiti di ascolto, per cui tutte, o quasi tutte, asoolvono compiti di customer satisfaction, rilevazione di ascolto dell'utente attraverso personale on- line o attraverso l'analisi dei reclami. Quella che mi è sembrata una grossa lacuna, il problema che accomunava un po' tutte le aziende, era la mancanza dell'agire, nel senso che non si utilizzano le informazioni derivanti dall'analisi dei reclami, dall'analisi della customer satisfaction, dalle common cards, per introdurre cambiamenti volti a migliorare la qualità del servizio stesso o a prevenire problemi. La maggiore carenza mi sembra sia proprio questa, più di quella comunicativa, perché, bene o male, nella comunicazione quasi tutte si sono in qualche modo attrezzate. Il problema vero è che la comunicazione non è uno strumento utilizzato per agire. La seconda osservazione è: quale può essere la forza di traino che può portare veramente a un'innovazione, da dove può venire la leadership per un'innovazione reale nel fare? Non può venire, secondo me, dall'interno delle aziende sanitarie. Non può venire dall'ambiente politico perché i politici sono interessati all'apparenza. Basta che l'azienda sembri moderna perché ha l'URP, perché ha l'Ufficio Stampa; poi non interessano i risultati perché piuttosto vi è interesse a intromettersi nella gestione perché tutto serve per gestire il consenso politico. Non può venire, secondo me, neanche dalla classe medica, perché i medici, culturalmente, non sono abituati a utilizzare l'informazione come strumento per migliorare il servizio; semmai sono interessati all'aspetto della qualità clinica. Non può venire neanche dai dirigenti perché sono mediatori degli interessi politici professionali. Può, invece, venire solo dall'utente. E per venire dall'utente un ruolo forte deve essere svolto dagli Uffici Stampa che devono comunicare anche i diritti degli utenti, cioè devono sensibilizzare gli utenti su quelli che sono i loro diritti. 31 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 E’ quindi in questo senso che si deve riconoscere un ruolo molto forte agli Uffici Stampa: non solo per comunicare cosa sono le idee, ma quali sono i diritti e le procedure per far rispettare i propri diritti. Grazie. Rosaria MAGLIO Lavoro in una ASL di Napoli, la Napoli 5, e lavoro ad un servizio relazioni con il pubblico. Mi sembra giusta l'analisi che ha fatto Paola Adinolfi. Mi sembra corretta per quanto riguarda l’aspetto della comunicazione e quello relativo alla qualità percepita, nel senso che vengono fatte una serie di indagini sulla soddisfazione dell'utenza. Volevo aggiungere una cosa come strumento di ritorno e di partecipazione del cittadino per rispondere anche a Giacomelli del Centro per i Diritti del Cittadino. Nella nostra azienda, la ASL Napoli 5, abbiamo creato una commissione mista consultiva e partecipativa. Questa commissione si riunisce periodicamente - ha un presidente delle associazioni, in quanto all'interno di questa commissione sono presenti una serie di associazioni – e, ogni anno, diamo i risultati del monitoraggio dei reclami e dei questionari delle indagini sulla soddisfazione dell'utenza. E’ questo, secondo me, uno degli strumenti partecipativi che dovrebbe entrare a fa r parte di ogni ASL perché attraverso questo strumento abbiamo avuto l'opportunità di modificare alcune cose, ad esempio il funzionamento della mensa e, quindi, tutta la parte della soddisfazione relativa al vitto negli ospedali. Sono state rifatte le gare e sono state introdotte le modifiche. Sembra poco, ma se cominciamo da questi strumenti, sono degli strumenti di reale partecipazione del cittadino. E secondo me questa è una cosa che bisogna ricordare, e lo dico soprattutto per le associazioni dei consumatori, che potrebbero premere proprio in questa direzione. Gaetana COGNETTI Sono la responsabile dei Bibliotecari Documentalisti di Sanità. Esiste una sponda, che purtroppo nel Servizio Sanitario Nazionale non c'è e che all'estero è elemento essenziale di informazione per gli operatori e i cittadini ed è costituita dalle biblioteche biomediche. È stato fatto uno studio negli ospedali di Rochester, pubblicato tra l'altro e citato dagli Annali di Medicina Interna in cui si dice che, intervistati i medici di questo ospedale, il 19% della mortalità dei pazienti era stata evitata grazie al ricorso alla biblioteca ospedaliera. La certezza della diagnosi si era avuta attraverso la biblioteca ospedaliera. Quando nell'URP arriva il paziente e chiede un'informazione di tipo sanitario, quale informazione gli si dà? Il medico spesso ha informazioni parziali, specialistiche; possiamo inseguire tutti i medici specializzati? Esiste oggi in Internet, e sono tra l'altro gratuite grazie a un grosso sforzo del governo americano che ha reso gratuita la più grande banca dati prodotta da una biblioteca biomedica che è il Medline, la consultazione di riviste divulgative. In Italia manca un contenitore di informazione per i pazienti in lingua italiana. 32 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Io ho tutto in lingua inglese, quando viene il paziente gli posso anche spiegare che cos'è quell'elemento del sangue che non va e trovo materiale divulgativo per i pazienti, ma non trovo materiale in lingua italiana per chi non conosce l'italiano. Abbiamo fatto un censimento sulle strutture informative del Servizio Sanitario Nazionale (biblioteche e centri di documentazione): ebbene, su 250 biblioteche censite e su 500 unità di personale che lavorano all'interno delle biblioteche, solo il 39% ha background bibliotecario, una formazione bibliotecaria. La legge 150 ci ha ignorato, come ci ignorano tutte le leggi e le normative che invece dovrebbero costruire una struttura informativa bibliotecaria, che lavora in collaborazione con gli uffici stampa perché, secondo me, bisognerà andare verso un dipartimento dell'informazione e della comunicazione che raggruppi tutti gli operatori. E’ passato il tempo – e in questo la legge ha avuto il merito di dirlo – in cui si riteneva l'informazione un fatto che chiunque poteva fare. Io che ero specializzata in biblioteconomia ricevevo dai medici l'input su come organizzare la biblioteca. Questa è la realtà che avevamo. Ritengo sia importante che ci sia questo sforzo comune di tutti gli operatori. Ecco perché abbiamo firmato con molto piacere questo ‘Protocollo d'intesa’ con l’ASMI e spero che altri operatori professionali entrino in questo discorso perché le URP da sole non possono gestire l'informazione e gli uffici stampa neppure: anche noi interveniamo nell'informazione. Non si può andare in una banca dati e ricavare 100.000 articoli con molte informazioni che sono nessuna informazione; bisogna anche sapere come si utilizzano le banche dati per avere proprio quello che è utile e che serve all'operatore. Moderatore Ringrazio per questi interventi che hanno evidenziato diversi aspetti dell’informazione istituzionale. Non si può certamente dimenticare o ignorare e trascurare la possibilità che un ufficio stampa istituzionale oltre a comunicare all'esterno i servizi che si offrono possa assolve re anche al compito di ricevere le richieste e dare poi risposte mirate ha chi ha fatto le richieste. Torno a quella distinzione che esiste tra un'informazione di tipo sociale, da quella che invece può essere la necessità di rispondere a una richiesta personale: credo che sia un’impostazione che possa essere accettata. Molto più ampio e impegnativo è l'aspetto sollevato dalla dottoressa Cognetti: purtroppo siamo ancora alle ipotesi con una prospettiva densa di incognite. Il Ministero della Salute sta preparando il Dipartimento dell'Informazione e si sta ristrutturando, ma è anche vero che per la legge 150, come per tutta l’organizzazione della sanità abbiamo ascoltato dichiarazioni che fanno riferimento al federalismo e ad una possibile deregulation conseguenza anche dell’influenza del colore politico, delle esigenze locali, delle possibilità offerte dall’autonomia decisionale. Ci sono gli Enti Locali, le Regioni che possono agire autonomamente rispetto agli orientamenti del ministero e anche del governo centrale e quest, obiettivamente, può motivare grosse difficoltà. Anche se il dibattito, come gli interventi, si sono dimostratimi estremamente interessanti, temo fortemente, anzi sono convinto che non sia questa la sede per individuare e tanto meno suggerir e possibili soluzioni. 33 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Oggi ci siamo prefissati di parlare di comunicazione pubblica in sanità, della Legge 150 e degli accorgimenti da mettere in atto affinché, attraverso il Regolamento si possa realizzare o una sanatoria o una formazione di personale che dovrà operare nelle previste strutture rispondendo ai presupposti di una specifica particolare preparazione richiesta per la Pubblica Amministrazione in sanità. Se sarà realizzata una centralizzazione al Ministero della Salute di un Dipartimento per la comunicazione, ricordo soltanto la più volte accennata richiesta dell’ASMI e la disponibilità per la istituzione di un Osservatorio Permanente per l'Informazione Medico-scientifica. Potrebbe essere una risposta a molti degli interrogativi sollevati. Propongo di concludere il nostro Convegno dando la parola per una breve replica a Di Benedetto che vuole parlare delle biblioteche e a Giacomelli che come rappresentante dei cittadini vuole fornire alcune precisazioni sulle valutazioni dei ritorni di giudizio da parte dell'utenza. Per le biblioteche credo personalmente che dovremo organizzarci anche utilizzando Internet con criteri di garanzia di sicurezza, di serietà e di controllo del sito per evitare quel rischio di ‘ingovernabilità’ che è proprio di Internet e con una centralizzazione d'informazione che preluda ad uno smistamento mirato e controllato che favorisca una consultazione che eviti di ‘navigare’ da un sito all’altro (oggi di ‘correre’ da una biblioteca all'altra) alla ricerca di informazioni che poi spesso non si riescono a trovare. Pasquale DI BENEDETTO Per motivi professionali mi trovo spesso a discutere con colleghi sulla differenza tra l'ascolto e il sentire. È talmente ampio il discorso, che ho voluto puntualizzare in maniera chiara determinate cose cercando di sintetizzarle, evidentemente l'ascolto non è stato esaustivo. Il discorso sulla informazione – e in un passaggio ho parlato di informazione in maniera empatica - nei confronti del cittadino che si riferisce ai nostri servizi aziendali. Empatico che cosa vuol dire? Cercare di capire che cosa vuole il cittadino, quali sono i suoi primari interessi per quanto riguarda l'informazione. Il tutto contestualizzando l'ambiente nel quale opera il mio ufficio stampa, il grado di alfabetizzazione del target a cui io mi riferisco. Se ho ritenuto opportuno, a fianco di altre attività d'informazione, descrivere a quei poveretti che hanno 50, 60 anni, che cosa è un pronto soccorso attivo, un DEA di secondo livello, perché gli hanno tolto il reparto e lo hanno messo in un altro ospedale, è per cercare di non far sentire quel senso di abbandono del cittadino preso, sbattuto di qui o di là, senza che lui sia partecipe di quanto sta succedendo. Se ho ritenuto opportuno dire al cittadino utente che cosa prevede la legge 626 e perché il suo ospedale è in cantiere, senza fargli cadere in testa la mannaia di questa legge che gli ha soppresso un'ala dell'ospedale, oppure addirittura glielo ha chiuso, momentaneamente per due anni, per l'adeguamento alle norme di sicurezza, è perché, empaticamente, ho sentito che il cittadino stava soffrendo ulteriormente un altro disservizio. E allora, proprio per non farlo diventare vittima di sensazionalisti attacchi giornalistici su quello che non funziona, sugli ospedali che sono dei cantieri, e quindi evitare nel cittadino utente quella forma di scoramento totale, per fargli sentire che l'azienda è vicina spiegandogli perché si è chiuso quell'ospedale momentaneamente, ritengo che anche questa è una forma di informazione che tiene conto delle esigenze del cittadino. 34 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 Ivano GIACOMELLI Mi spiace si sia allontanata la signora della ASL Napoli 5 perché rispetto a quanto ha detto ho un cruccio: questa storia delle commissioni miste conciliative è nata, purtroppo, da un'idea della nostra associazione. All'epoca ero già il Segretario nazionale dell'Associazione e molti volevano sperimentare questo sistema. Tra gli altri il professor Carlo Anao, comune amico nostro e, nel caso della ASL Napoli 5 fu il mio rappresentante Gianni Spasiano a portare avanti questa idea della Commissione mista conciliativa. Personalmente ero contrario, ma poiché si trattava di un'opinione qualificata, decisa dall’associazione, in qualità di suo rappresentante l’hò fatta applicare. Andando avanti col tempo ho avuto solo la soddisfazione di dire: l'avevo detto. Avevo detto che cose di questo genere non funzionano. Devo ringraziare la dottoressa Adinolfi, è assolutamente vera l'analisi che lei ha fatto. Questa compartecipazione, cogestione, commistione è inutile per il cittadino. Non esiste, in una teoria di mercato, il concetto che si concili. Che cosa si concilia? O il servizio funziona o non funziona. Per questo ho i miei dubbi, nonostante comprenda non solo la buona fede, la professionalità del collega quando dice che va data un'informazione imparziale, trasparente e quant'altro; io continuo a dire che stiamo in una logica completamente diversa. Io ricevo un'informazione tra le tante informazioni. Naturalmente questa informazione più è qualificata, nel senso che ha dei fondamenti scientifici, ed è anche accreditata dal soggetto che emana questa informazione, più è credibile. Perché le associazioni di utenti hanno più credibilità rispetto ai politici? Nell'opinione comune si sa bene che i politici ragionano con determinate logiche, le associazioni di utenti e consumatori (almeno nella ipotesi, perché poi cattivi funzionamenti all'interno dell'organizzazione ci sono, io sono sempre il primo a fare il critico nei nostri confronti), hanno maggiore credibilità perché il cittadino sente il difensore, o quanto meno ha questa figura di difensore, e quindi lui dice la verità. Non sempre è vero. Lui dice comunque una verità di parte. Il cittadino deve essere messo di fronte a una serie di informazioni credibili, dove per credibili faccio riferimento alla qualità, dopo di che sceglie: qualche volta sceglie bene, qualche volta sceglie male. Soluzioni migliori, a oggi, non ne vedo. Così come in passato ho difeso l'idea che non esiste un'ipotesi di conciliazione in quel senso. E’ stato giustamente ricordato lo scarso risultato della Carta dei Servizi anche in Inghilterra, dove è nata; è rimasta lettera morta anche là, dove il paese anglosassone ha un ordinamento giuridico ben diverso dal nostro, molto più efficace da questo punto di vista. Bisogna dire la verità. Anche lì, come negli altri paesi: in Belgio, in Spagna, tutti questi strumenti non funzionano. L'unico strumento che funziona è lo strumento forte, giudiziario, dove si arriva a imporre a quella determinata USL di dare quel determinato farmaco. Questa è la mia opinione sulla quale potete anche non essere d'accordo. È però necessario che chiarisca il mio punto di vista, senza correggerlo. E aggiungo questo elemento, sempre nel pieno rispetto delle rispettive personali opinioni. I direttori generali non sono altro che rappresentanti di alcune fazioni politiche. I direttori generali sono designati dal partito di maggioranza o da una delle sue fazioni; una volta questa operazione veniva chiamata spartizione, oggi è visibilità. Comunque in realtà il 35 La comunicazione pubblica in sanità Roma, 17 maggio 2002 direttore generale risponde non sulla funzionalità dell'azienda, e quindi sul bisogno del cittadino che viene risolto, ma in funzione di quella fazione politica, per quell'uomo politico. Dopo di che le associazioni, come già dicevo prima, hanno due strumenti: una quella dell'opinione pubblica, che ha efficacia sul politico perché a lungo andare toglie consenso politico; l'altro strumento, vi piaccia o meno, è solo quello giudiziario. Moderatore A questo punto, anc he se con note polemiche che lasciano aperto il dibattito per ulteriori futuri democratici confronti, vorrei concludere questo Convegno. Parlando a titolo personale, ma come suo organizzatore, considero le relazioni e gli interventi di grande utilità. E’ stato possibile approfondire molti concetti in merito all'attività del giornalista, alla professionalità richiesta e a si prospetta sia in futuro la professionalità del giornalista, come la professione del medico, in una società che sicuramente sta cambiando. Una società in cui, al di là di quelle che possono essere – riprendendo l'ultima affermazione di Ivano Giacomelli – le divisioni o le scelte di tipo politico-partitico, assumono rilevanza anche condizionamenti di scelte anche per altri fattori contingenti: non posso dimenticare, tra l’altro, che incombe un grosso condizionamento di natura economica. Non possiamo trascurare che, di fronte a un discorso di organizzazione pubblica c'è da fare i conti con quello che costa l'organizzazione pubblica. Qualcuno ha parlato di empatia e siccome sono portato a fare sempre dei ragionamenti in cui pongo al centro la persona e il rapporto interpersonale in cui l’empatia gioca un ruolo fondamentale, mi piace sostituire le parole utente, cittadino, e simili con il sostantivo persona. Come ho recentemente scritto in un mio ‘fondo’ sta a noi la scelta se essere persone che vivono in una società o essere una società di persone. Sono convinto che siamo comunque persone che possono costruire una società. Lo credo ancora più oggi, alla fine di questo Convegno, convinto che coloro che hanno avuto la pazienza di seguirlo, quelli che hanno ancora di più avuto la pazienza di fermarsi fino alla fine di questo Convegno, sono persone interessate a promuovere la salute e a promuoverne la tutela, perché sono anche loro convinte che attraverso la tutela della propria persona, della mia persona, della persona di ognuno di noi, possiamo arrivare anche a tutelare la società e la collettività. Vi ringrazio e buona sera! ILTESTO DELLE RELAZIONI E’ STATO REDATTO SEGUENDO LA REGISTRAZIONE DEI LAVORI DEL CONVEGNO 36