N IV ER S oc i O U Ass sm i n o zi a PROVINCIA DI BERGAMO Settore Politiche Sociali r e g b amo a o E NUOVE PR VECCHIE ESEN N O C ZE O T . Vanotti, E. A E , i n L a i g O Torr eg es e T IC D. R , R i A in t , t a O Fr PI . E AM di INDICE L’IMMIGRAZIONE STA CAMBIANDO ANCHE L’ASSOCIAZIONISMO In Italia p. In provincia di Bergamo p. L’associazionismo degli immigrati p. Associazionismo delle donne immigrate p. Questioni aperte per un orizzonte comune p. 4 8 10 12 13 I Parte LA PAROLA ALLE ASSOCIAZIONI p. 15 IL MONDO DELL’ASSOCIAZIONISMO La decisione arriva: nasce l’associazione Il rapporto con Consolati ed Ambasciate Una nazione, una associazione? In rappresentanza di… i rapporti con il territorio Rapporti con le altre associazioni p. p. p. p. p. p. VITA ASSOCIATIVA Organizzazione interna Le quote dei soci non bastano In azione p. 46 p. 57 p. 59 QUI E LÀ p. 69 LA RELIGIONE NON È ESTRANEA p. 74 E I FIGLI? p. 78 ALTRI PUNTI DI VISTA Associazione donne internazionali Bergamo Associazione Yanapakuna/Aiutiamoci a vicenda Onlus Associazione WFWP, Women’s Federation Associazione Nazionale oltre le frontiere - CISL Associazione Oikos Onlus Sportello immigrazione “Il Faro” Associazione volontari aiuto extracomunitario (AVAE) p. p. p. p. p. p. p. 2 17 19 27 31 33 37 83 85 88 91 92 95 96 ALTRE PRESENZE Aschrouk, associazione di sole donne immigrate La reazione degli uomini Attività As-soci-azioni, associazione di associazioni p. 98 p. 103 p. 103 p. 105 II Parte ALCUNE CONSIDERAZIONI A MARGINE p. 109 OSSERVAZIONI ED IMPLICAZIONI Una realtà sempre a parte? Gli italiani osservano Oltre il “Noi - Loro” Gli esami non finiscono mai Capitale sociale Le ricerche sull’associazionismo degli immigrati La partecipazione L’autonomia Il rapporto con la religione La cittadinanza Società civile Associazionismo e “Comunità” Automatismi poco convincenti p. 115 p. 115 p. 116 p. 119 p. 119 p. 122 p. 122 p. 125 p. 125 p. 126 p. 127 p. 129 p. 129 COSA FARE? ALCUNI ORIENTAMENTI E PROPOSTE PER L’ AZIONE Fino ad oggi Gli attori in campo e le azioni comuni Le amministrazioni locali e le associazioni degli immigrati Il no - profit e la società civile E i media? p. 135 p. 136 E NEI PROSSIMI ANNI? I soci sono adulti Intanto… p. 137 p. 138 3 p. 130 p. 131 p. 132 L’IMMIGRAZIONE STA CAMBIANDO ANCHE L’ASSOCIAZIONISMO Quando parliamo di associazioni, nel linguaggio comune ci riferiamo, in modo indistinto, a gruppi formalizzati, movimenti, associazioni registrate e non registrate. Donatori di sangue, di organi, chef e scout... sono solo alcune dell’ampio ventaglio di realtà associative di cui quotidianamente facciamo esperienza, o conosciute direttamente o attraverso i mezzi di comunicazione. In Italia Fino alla seconda metà del Novecento, l’Italia è stato un paese tradizionalmente povero di legami associativi1. I pochi esistenti si concentravano nei partiti politici e nelle associazioni a loro collegate, mentre era debole la presenza e la partecipazione ad associazioni definibili “civili”. La situazione è cambiata negli anni del boom economico, nel nostro paese sono cresciuti notevolmente i livelli di partecipazione sociale; lo rilevano anche i dati delle iscrizioni sia ai tre principali partiti politici, sia alle associazioni sindacali, che in quel periodo hanno acquisito maggiore autonomia dai partiti. I numeri però indicano come questa sia stata solo una fase momentanea: prima gli anni Ottanta, con lo sviluppo dei “nuovi movimenti sociali” (Melucci) e di altre occasioni di distacco dalle organizzazioni politiche tradizionali2 e poi gli anni Novanta, con le inchieste di Mani Pulite e il capitolo Tangentopoli, sono stati 1 Almond e Verba lo avevano dimostrato nella ricerca The Civic Culture condotta a fine anni ’50, attraverso una survey in cinque nazioni. La partecipazione ad associazioni volontarie risultava molto più bassa in Italia rispetto a Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, collocandosi a un livello vicino a quello del Messico. 2 Come per esempio i movimenti degli studenti, delle donne, degli ecologisti, dei gruppi “extra-parlamentari”. Queste esperienze sono riuscite a togliere ai partiti tradizionali il monopolio sull’azione collettiva, che avevano ancora negli anni Cinquanta. 4 segnati da un vero e proprio crollo di partecipazione in quelli che sino ad allora avevano rappresentato i principali contenitori dell’impegno pubblico degli italiani: i partiti politici. Anche le associazioni tradizionalmente legate alla Chiesa cattolica ne hanno risentito negativamente. Nonostante tutto, la fine del secolo lascia in eredità una decisa tendenza alla crescita del settore associativo, che si caratterizza dall’essere sempre più variegato. Le uniche due eccezioni sono i partiti e i sindacati3 che sono investiti da una crisi profonda. Dal 2000 al 2007 l’associazionismo ha conosciuto fasi altalenanti, che sottolineano anche una minor partecipazione giovanile4. Il rapporto Censis 2007 riporta alcune annotazioni interessanti in merito a quelle che vengono definite “nuove minoranze attive”. Se da un lato, lo studio conferma un trend economico positivo di lungo periodo, perché cresce nelle imprese la qualità delle strategie competitive5, dall’altro sottolinea come lo sviluppo sembra non essere omogeneo a tal punto da costituire anche uno stimolo di crescita di un processo sociale diffuso. Questo significa che a fronte di una crescita economica non vi è una parallela e conseguente traduzione verso un impegno maggiore nell’ambito sociale e aggregativo. Il Censis per definire il concetto usa una metafora forte: “poltiglia di massa”, un termine che serve per descrivere la nostra realtà sociale come una vera e propria “mucillagine”, un insieme inconcludente di “elementi individuali e ritagli personali” tenuti insieme da un tessuto sociale di bassa lega. In una società di questo tipo sembra difficile immaginare una 3 L’Eurobarometro, strumento che permette di comparare il nostro paese con quelli europei, evidenzia come la fiducia nei partiti e nei sindacati in Italia negli ultimi anni sia bassa, inferiore a quella che si riscontra mediamente nei paesi dell’Unione Europea. 4 L’Istituto IARD con la sesta indagine sulla condizione giovanile in Italia riscontra che nel 2004 sia ancora solo un giovane italiano su tre a partecipare attivamente ad associazioni o gruppi o partiti. 5 Una visione positiva della congiuntura economica che sembra riuscire a superare le turbolenze finanziare che hanno caratterizzato gli ultimi mesi del 2007. 5 capacità di ripresa di massa, “di sviluppo di popolo, come si diceva una volta”. Tale capacità per il Censis, può svilupparsi solo attraverso nuove minoranze attive, come per esempio: - la minoranza che vive il rapporto con l’immigrazione come un rapporto capace di evolvere in termini di integrazione e coesione sociale; - le tante minoranze che hanno scelto l’appartenenza a strutture collettive (gruppi, associazioni, sindacati, ecc.) come forma di nuova coesione sociale e di ricerca di senso della vita. “Si tratta senz’altro di una sfida faticosa, che queste diverse minoranze dovranno gestire da sole. Ma è una sfida realistica, perché non si tratta di inventare nulla di nuovo, ma di mettersi nel solco di modernità che pervade tutti i Paesi avanzati”. Parlare di associazioni, significa far riferimento al Terzo Settore che, nel nostro paese, è cresciuto notevolmente negli ultimi venti anni; i dati ISTAT rilevano ben 221.421 organizzazioni. Di queste il 91% è composto da associazioni e organizzazioni di volontariato; il resto si divide fra fondazioni, cooperative sociali e altre forme giuridiche (partiti, sindacati, patronati, ecc.). Si parla quindi di associazionismo in senso lato, comprendendo sia le associazioni di promozione sociale sia le organizzazioni di volontariato. Ma queste sono due realtà del Terzo settore distinte giuridicamente e concettualmente. Il rapporto Iref 2006 individua e descrive quattro Italie, ovvero quattro modi diversi di vivere il ruolo di cittadino6 in termini di pratiche associative e credenze socio-culturali. Si evidenzia come il nostro paese ha visto nascere alcune forme innovative di impegno civico e di solidarietà, i cosiddetti “cantieri 6 Cfr. C. Caltabiano, Gli anticorpi della società civile. Nono rapporto sull’associazionismo sociale, 2006. Sfera privata, distacco passivo, civismo politico e attivismo solidale: questa tipologia, denominata delle quattro Italie, non è basata su particolari gruppi, o ceti sociali, né sul loro radicamento in talune zone geografiche. Si è semplicemente individuato alcuni strati della popolazione caratterizzati da diversi modi di concepire ed “agire” il ruolo di cittadino. 6 sociali”. Ne sono esempi i giovani “precari” e i lavoratori maturi espulsi dal ciclo produttivo, che si organizzano in reti informali di sostegno reciproco, oppure le famiglie che progettano i gruppi di acquisto o, ancora, i media indipendenti della società civile, che, grazie all’uso delle nuove tecnologie e di internet, contribuiscono a diversificare e rendere più pluralista l’informazione nel nostro paese. All’interno del quadro appena tratteggiato va inserito un elemento nuovo che caratterizza il tessuto sociale, definito “associazionismo degli immigrati” che in Italia non è stato oggetto di studi sistematici e costanti. Le poche ricerche sino ad oggi realizzate sono comunque concordi nell’individuare la metà degli anni ’70, il momento in cui si manifesta questo fenomeno nel nostro paese. Inizialmente, si trattava di organizzazioni composte da studenti o da esuli, spesso emanazione di gruppi politici del Paese d’origine; le loro attività si indirizzavano prevalentemente verso azioni di sensibilizzazione che avevano come riferimento principale, se non esclusivo, la situazione del loro paese d’origine. Solo negli anni ’80 si cominciano ad interessare anche alle condizioni di vita degli immigrati nella società che li ospita. Anche se è difficile, dal punto di vista numerico, descrivere il fenomeno nella sua evoluzione storica, si può affermare che negli ultimi anni si è assistito in Italia ad un incremento delle associazioni dei migranti. Alcune ricerche recenti hanno evidenziato il diverso grado di radicamento nel territorio italiano di queste associazioni; soprattutto chi lavora vicino agli immigrati è in grado di comprendere sia la fragilità che caratterizza le associazioni, sia il diverso potenziale di azione che possono mettere in atto, non più limitato ai propri soci, ma che interessa e tocca da vicino anche le politiche locali. Ad esempio la richiesta di locali pubblici per incontrarsi oppure di finanziamenti per sviluppare progetti sul territorio. Le amministrazioni locali non possono più affrontare il fenomeno dell’immigrazione solo attraverso politiche “sociali” o “assistenziali”, ma devono trovare una risposta concreta alle 7 esigenze che derivano dall’integrazione e dal loro radicamento territoriale. Nonostante sia ormai trentennale la presenza delle associazioni dei migranti sul nostro territorio, si caratterizzano ancora come realtà fragili, nel senso che svolgono un ruolo “marginale” nella vita politica del nostro Paese, se paragonate a ciò che avviene in altre nazioni, in cui a volte alle associazioni di migranti sono demandati compiti importanti di implementazione di politiche pubbliche da parte delle istituzioni. In provincia di Bergamo Quotidianamente si può osservare come i giornali locali pubblicano notizie riguardanti ricorrenze o eventi legati alle associazioni presenti sul territorio: “quarant’anni di canti, balli e musica… l’associazione culturale “gli Zanni” festeggia oggi le quaranta candeline”, “tre componenti dell’Associazione nazionale Carabinieri in Congedo, sottosezione di Terno faranno il servizio di assistenza viabilistica”, “l’entusiasmo dei bergamaschi che tornano oggi dal raduno del centenario dell’associazione Scout” “lo sportello stranieri ha offerto supporto all’associazione Assobrasil che segue i connazionali che giungono in Italia”, “l’associazione italiana sommelier ha a Bergamo una delle delegazioni più importanti”… sono solo alcuni esempi di quanto si è letto sulla carta stampata negli ultimi mesi in merito al variegato mondo dell’associazionismo. Tuttavia non sappiamo se tutte queste associazioni siano ufficialmente registrate, un particolare certo non secondario dato che l’iscrizione ai registri è una condizione necessaria per poter usufruire dei benefici previsti dalla legge nazionale e dalle leggi regionali e provinciali. Le associazioni e le organizzazioni di volontariato presenti nella bergamasca si caratterizzano per essere un universo: • ampio • articolato in diversi settori • diversificato a seconda degli scopi. 8 I dati provinciali7 ufficiali indicano la presenza delle associazioni in moltissimi comuni della provincia. In particolare, si trovano iscritti 133 soggetti nel Registro Provinciale dell’Associazionismo (l.r 28/96 così come modificata dalla l.r. 5/2006)) e 590 nel Registro Regionale del Volontariato-sezione di Bergamo (l.r. 22/93). Secondo l’ambito di cui si occupano sono classificate in cinque sezioni: A = sociale (riguarda la tutela e promozione del valore della vita umana, dei diritti dei minori, della tutela della paternità e maternità responsabile, del ruolo della donna nella società e nel lavoro) e civile (tutela e valorizzazione dell’ambiente, promozione e sviluppo culturale, del patrimonio storico e artistico. Formazione e ricerca) B = culturale (animazione ricreativa, turistica e sportiva) C = ambientale D = relazioni internazionali (promozione della cooperazione internazionale e delle culture etniche e nazionali degli emigrati e degli immigrati) E = sport/tempo libero (attività svolte a sostegno dell’animazione del mondo giovanile e/o della terza età) e innovazione tecnologica F= promozione sociale (A-B-C-D-E sono riferite alle precedenti tipologie). Nel Registro regionale del volontariato la sezione A è quella più numerosa. 7 Sono riferiti a fine 2007. La Provincia è l’Ente competente alla tenuta dei Registri, in cui si iscrivono i soggetti aventi sede legale e operanti nel territorio bergamasco. E’ importante ricordare che l’iscrizione a questi registri non è un obbligo, pertanto i soggetti iscritti rappresentano solo una parte dell’esteso mondo associativo e del volontariato in bergamasca. Cfr. Bergamo Sociale n°6, 2007- a cura della Provincia di Bergamo. 9 L’associazionismo degli immigrati Secondo le ultime ricerche dell’ISMU8 ed il Rapporto Immigrazione 2006 realizzato dalla Provincia, a Bergamo e in Provincia gli stranieri presenti sono almeno 100.0009, circa il 10% della popolazione totale; un numero elevato che è cresciuto rapidamente negli ultimi anni e che, inevitabilmente, sta cambiando l’assetto della società. Una novità, a cui si sta assistendo, riguarda la nascita di associazioni create e dirette da immigrati presenti sul territorio, etichettata come “associazionismo degli immigrati”, ma che nasconde sotto la superficie apparentemente uniforme una realtà estremamente variegata. Gli studi compiuti dalla Provincia e dall’Agenzia per l’integrazione evidenziano come il numero delle associazioni di immigrati presenti sul nostro territorio sia in costante aumento negli anni. Ad oggi, infatti, si contano oltre 70 associazioni di immigrati; nel 2000 erano 33 mentre nel 1994 erano solo 15. Non è un “censimento” facile, non tanto per l’insufficienza dei mezzi di rilevazioni, ma quanto per le forme che questo universo ha assunto. Anche i media locali riportano la nascita di queste associazioni. In particolare, le otto pagine a colori di “Bergamondo10, inserto settimanale de “l’Eco di Bergamo” stanno diventando di fatto, uno spazio importante di visibilità e comunicazione. 8 Fondazione ISMU: Iniziative e Studi sulla Multietnicità. A questi 100.000 vanno aggiunti anche gli irregolari, la cui presenza però è difficile da stimare. 10 “L’inserto è uno strumento che sarà senz’altro in grado di favorire il dialogo tra i cittadini bergamaschi e gli immigrati, aiutando i primi a superare pregiudizi e paure e questi ultimi ad integrarsi nella comunità locale. “Bergamondo” si pone come una finestra aperta su questa nuova realtà bergamasca, divenuta multiculturale, una voce autorevole che le istituzioni ed in modo particolare la Prefettura ed il consiglio territoriale per l’immigrazione, dovranno ascoltare per meglio “governare” un fatto epocale, qual è quello dell’immigrazione, che, pur tra le molteplici difficoltà, comporta positive ricadute in termini di maggiore crescita sociale ed economica del territorio” lettera dell’ex-prefetto, pubblicata su L’eco di Bergamo, il 13/04/07. 9 10 È importante richiamare l’attenzione sulla definizione “associazionismo di migranti”, perché non sempre è chiara, in quanto si riferisce indistintamente a: 1 - gruppi le cui attività sono portate avanti prevalentemente da immigrati extra-comunitari; 2 - aggregazioni che non hanno ancora ricevuto un riconoscimento formale, ma che operano già sul territorio; 3 - realtà le cui attività sono portate avanti anche da persone italiane. Le associazioni contattate in questa ricerca sono tutte registrate; ma la forma definita normativamente comprende una varietà di esperienze associative molto ampia, non priva di tratti comuni. Sulla decisione di intraprendere un cammino associativo le riposte sono tante, ma il filo conduttore sembra essere unico se si pensa alla condizione di sradicamento che gli immigrati vivono una volta lasciata la propria nazione. Lontano dallo spazio geografico, dalla cultura e dalla società di origine; nel percorso di integrazione nel paese di accoglienza sono spinte ad associarsi per cercare di trovare soluzioni adeguate a facilitare il loro inserimento nella nuova società, ma anche per creare spazi/luoghi/tempi, per mantenere legami con i loro connazionali (regolari ed irregolari) e con il loro paese d’origine. Nostro obiettivo, in queste pagine, non è fornire una panoramica completa sull’associazionismo degli immigrati in bergamasca11, ma evidenziarne alcune dinamiche, utilizzando gli strumenti concettuali esplicitati nei paragrafi finali del rapporto, e riallacciarsi al filo conduttore che è la partecipazione dei cittadini alla respubblica… finalizzata alla gestione di un bene comune: la convivenza. 11 Per le indagini precedenti si rimanda a: Consorzio Aaster, Dalle società chiuse allo scambio. L’immigrazione nella Provincia di Bergamo, 1994; CD-ROM Rapporto immigrazione 2000, a cura del Settore Politiche Sociali della Provincia di Bergamo e CD-ROM Rapporto sulla integrazione a Bergamo a cura dell’ Agenzia per l’integrazione, 2003. 11 Associazionismo delle donne immigrate Un paragrafo a parte riguarda l’associazionismo delle donne immigrate: tematica in gran parte ancora da studiare nel nostro paese, anche perché è una realtà recente rispetto all’esperienza di altri paesi europei. Gli studi a disposizione rilevano come il passaggio che le donne immigrate fanno, da una rete informale di relazione di genere a una vita associativa organizzata, rappresenta “una tappa centrale nei processi di stabilizzazione delle comunità immigrate”12. Le associazioni caratterizzate dalla presenza di donne immigrate sono di diverso tipo. Le monoetniche (es. filippine, somale, nigeriane) non sono molto diffuse. Le donne che appartengono a alcune etnie, hanno difficoltà a esprimersi nella sfera pubblica, anche rispetto ai loro connazionali, per una doppia forma di subalternità: di etnia e di genere. Sembrano invece funzionare meglio i gruppi misti di donne locali e immigrate, proprio perché le italiane sono meglio inserite nel contesto locale e riescono più facilmente a sviluppare ruoli di aggregazione e connessioni. Tuttavia, non va dimenticato che temi occidentali quali il femminismo e l’emancipazione della donna sono condivisi solo da gruppi elitari di donne immigrate istruite; i riferimenti socio-culturali cui appartengono le donne immigrate sono molti e, a volte, parecchio distanti dai nostri modelli di donna. Sicuramente la permanenza nella nostra realtà segna un punto di svolta: sia che accettino il modello occidentale, sia che lo rifiutino, diventa un punto di riferimento, per imitarlo o allontanarlo. “Molte musulmane, spinte da un sentimento di critica dei modelli occidentali e da una crescente islamizzazione del dibattito politico, rivendicano diritti differenti sia da quelli indicati dai modelli occidentali sia da quelli consolidati nelle tradizioni locali”. (Renata Pepicelli) 12 G. Campani, Genere, etnia e classe. Migrazioni al femminile tra esclusione e identità, ETS, Pisa, 2000, pag. 174. 12 L’associazionismo degli immigrati diventa in alcuni casi anche un fenomeno extra territoriale, parallelo a quello istituzionale. Immigrati senza permesso di soggiorno, fantasmi per le istituzioni quindi non cittadini, ma destinatari delle iniziative e a volte partecipi della vita associativa vengono “inclusi”. Non sono più solo “fuori” da tutto ma diventano “dentro” qualcosa, parte di qualcosa. Una situazione paradossale che però esiste e di cui bisogna tenere conto. Questioni aperte per un orizzonte comune La presenza sul medesimo territorio, di diversi gruppi etnici, ognuno con il proprio patrimonio culturale e le proprie singolarità, porta a percepire e gestire una realtà sociale complessa e liquida (Bauman). All’interno di questa cornice va letto il ruolo delle associazioni, quale collante (o anticorpo?) della società civile. E, in particolare, il ruolo che possono assumere le associazioni di immigrati. Il loro esserci, è un semplice stare sul territorio? Sono visibili? Sono un “elemento” di chiusura o di apertura verso la convivenza civile? Per comprenderlo dobbiamo uscire dal meccanismo di lettura noi-loro, vale a dire cosa noi pensiamo di loro; la realtà è molto più articolata. Aggiungendo altre variabili (altri punti di vista), come il loro-loro, cioè come i migranti si relazionano fra di loro, oppure il loro-noi, cioè cosa pensano loro di noi, si possono scorgere esigenze o particolarità che non si riescono a vedere se rimaniamo ancorati “solo” al nostro punto di vista. “Il confronto con la differenza mette individui e culture di fronte alla necessità di dare un nuovo fondamento etico alla convivenza. Quando nulla assicura più a priori la possibilità di vivere insieme, è a una nozione nuova di responsabilità che bisogna fare ricorso perché il rapporto con l’altro non sia affidato unicamente alla variabilità delle preferenze o all’arbitrio della sopraffazione”. (Melucci) L’immigrazione, che porta vicino il lontano, non è mai un fatto indolore né per chi emigra, né per chi accoglie. L’immigrazione 13 è infatti l’esempio perfetto del fenomeno sociale globale, perché attraversa tutte le dimensioni dell’individuo e della società. In questo quadro, parlare di associazionismo degli immigrati, può essere da stimolo per incamminarsi con passo più sicuro sul cammino delle integrazioni, non chiudendo certamente gli occhi sulle difficoltà e sull’andare avanti e indietro rispetto ad un percorso desiderato, ma convinti che il lavorare insieme su determinati obiettivi può solo portare ad una maggiore conoscenza reciproca e quindi a ridimensionare anche il proprio modo di vivere la dimensione sociale”. Un’annotazione sulla scorta di quanto accennato: forse non bisogna più parlare di integrazione ma di interazione. Ci sono infatti due modi per intendere l’integrazione di persone immigrate: il primo attribuisce ai nuovi il compito di conformarsi ad un’identità locale già data, mentre nel secondo l’integrazione riguarda tutti, nativi e migranti, perché nessun intervento mirato solo al migrante può aiutarlo davvero a sentirsi accolto. Ma se si accoglie quest’ultima modalità l’integrazione va sostituita con l’interazione e gli spazi relazionali in cui ciò sta avvenendo non mancano. 14 I PARTE LA PAROLA ALLE ASSOCIAZIONI Nelle pagine che seguono si è lasciato ampio spazio alle testimonianze raccolte attraverso interviste agli esponenti/rappresentanti delle “associazioni di migranti”. L’obiettivo è dare voce ai protagonisti della variegata e complessa “vita associativa” presente sul territorio bergamasco; una realtà in continuo cambiamento, di cui conosciamo ancora poco i reali contorni e, forse, è ancora poco visibile. Al pari di altre indagini, i dialoghi con gli intervistati sono riportati in modo letterale, senza interventi di natura stilistica, proprio per tentare di conservare genuinità e fedeltà alle informazioni. Tutte le persone contattate si sono dimostrate subito interessate a partecipare dando la loro disponibilità per l’intervista e lasciando trapelare, nemmeno troppo velatamente, le motivazioni. Prima fra tutte l’autorevolezza del committente, la Provincia, da tutti riconosciuto un interlocutore privilegiato e poi, la prospettiva di un’iniziativa pubblica finale accolta come occasione per incontrarsi, scambiarsi opinioni e ottenere informazioni. Le interviste si sono svolte, a seconda della disponibilità degli intervistati: - nella sede dell’Agenzia per l’integrazione - nelle sedi delle associazioni, che spesso coincidono con le abitazioni degli intervistati - in un luogo pubblico (bar). L’uso del registratore è stato accettato quasi da tutti. Nonostante un’iniziale reticenza originata dalla paura di fare “brutta figura” nell’uso della lingua italiana, la registrazione è stata accettata di buon grado, gli intervistati si sono “sciolti”, quasi ignorandone la presenza e dimostrando nella maggioranza dei casi una buona dimestichezza con la nostra lingua. L’eterogeneità dell’oggetto d’indagine è un altro aspetto decisivo che merita una riflessione: le associazioni di migranti incontrate sono estremamente diverse fra loro per il livello di organizzazione interna, per l’importanza del “capo” o di un leader interno, per la storia della loro costituzione e per i rapporti con il territorio e le 15 istituzioni. Bisogna, quindi, procedere con prudenza nell’individuare tendenze comuni o caratteristiche generali quando si parla di associazioni dei migranti. 16 IL MONDO DELL’ASSOCIAZIONISMO Gli immigrati vivono a volte una condizione di sradicamento: lontano dallo spazio geografico, dalla cultura e dalla società di origine. Nel percorso di integrazione nel paese di arrivo e permanenza le persone immigrate sono spinte ad associarsi per cercare di elaborare soluzioni adeguate per facilitare il loro inserimento nella nuova società, ma anche per creare spazi/luoghi/tempi per mantenere legami con i loro concittadini e con il loro paese d’origine. Le associazioni di immigrati richiedono alla società locale la possibilità di sostenere e valorizzare il loro senso di appartenenza, la tutela, la trasmissione e la messa in comune delle risorse del proprio gruppo nazionale, la rappresentanza collettiva e la partecipazione alla vita pubblica. Sono domande fondamentali, alle quali si potrebbe rispondere in molti modi; l’essenziale è comprendere che l’associazionismo degli immigrati non è un elemento esterno rispetto alla qualità dell’integrazione raggiunta, ma è strettamente collegata ad essa. Discutere di associazionismo degli immigrati è quindi un’occasione per ragionare rispetto a quali prospettive dare alla nostra comunità locale per il prossimo futuro. Quando si parla però di “associazioni di immigrati” dobbiamo tener ben presente che ci si riferisce ad un mondo vasto ed eterogeneo, in cui lo sguardo italiano fatica a capire le particolarità e le differenze, benché siano spesso notevoli ed accentuate. Vedremo infatti come, se alcuni elementi comuni esistono per quasi tutte le associazioni (le motivazioni per cui nascono e gli obiettivi statutari, per esempio), le modalità di gestione e le realtà stesse delle associazioni sono invece molto diverse. Da sottolineare anche il fatto che sono considerate “associazioni” - spesso perché registrate in questo modo - anche gruppi di persone che hanno alla base della loro aggregazione motivazioni religiose (e quindi sono più da considerarsi movimenti aperti e non ben definiti rispetto alla partecipazione degli associati), oppure associazioni nate dallo slancio di una persona e che attorno 17 a questa persona vivono ed operano, più come servizio offerto a soggetti di una certa nazionalità, piuttosto che come associazioni vere e proprie. Tenendo quindi presente queste particolarità, si può dire che le associazioni create dagli immigrati possono, se ben gestite, da un lato, diventare trampolino per l’integrazione e dall’altro servire da collegamento con la cultura e l’identità d’origine. Come sostiene Ambrosini13 “pressoché insostituibile è il contributo delle reti migratorie nel mantenimento di riferimenti identitari, nell’alimentazione della diversità culturale, nell’organizzazione collettiva ed eventualmente nell’azione politica, rivolta alla lotta contro la discriminazione e alla tutela dei diritti degli immigrati. Il passaggio a forme più sviluppate e trasparenti di rappresentanza è allora auspicabile, ma nessuna associazione formale potrebbe prosperare se non potesse contare su un senso di appartenenza e un investimento affettivo da parte dei membri. Uno dei progressi auspicabili è semmai il consolidamento delle reti migratorie in forme associative democratiche, trasparenti ed aperte. La perdurante fragilità, nel caso italiano, del panorama dell’associazionismo scaturito dall’immigrazione mostra che non si tratta di un naturale processo evolutivo. Occorrono interventi appropriati, finanziamenti, appoggi da parte della società civile per favorire un vero e proprio salto di qualità da parte delle aggregazioni basate sulla comune origine: dalla dimensione informale a quella formalizzata; dal particolarismo di clan a un relativo universalismo; dall’opacità della gestione interna alla trasparenza dei meccanismi di funzionamento; dalla leadership carismatica a procedure democratiche di elezione dei responsabili”. 13 M. Ambrosini, Sociologia delle migrazioni, Il Mulino, Bologna, 2005, p. 96. 18 La decisione arriva: nasce l’associazione Questi aspetti, della “appartenenza interna” e del “sostegno esterno” sono alla base della nascita di quasi tutte le associazioni presenti in bergamasca. Molte di loro hanno avuto lo stimolo a costituirsi come associazioni, da enti o istituzioni italiane che, in vario modo, si occupano di immigrazione. Come esplicita il presidente dell’Ass. Burkinabè: “Perché nasce un’associazione? Nasce per permettere a più persone di raggiungere scopi comuni… Per tale motivo vengono raggruppate in diversi settori: - Sociale e Civile - Culturale - Ambientale - Relazioni internazionali - Sport/tempo libero e innovazione tecnologica Porto a conoscenza la mia esperienza nell’associazione dei Burkinabè di Bergamo, di cui sono il Presidente e alla quale sono particolarmente legato… Della sua nascita dobbiamo ringraziare il Sindacato Cisl che notava un sempre più crescente numero di immigrati africani e non… i quali trovavano un sacco di difficoltà ad inserirsi nella nostra società, prima fra tutte l’impossibilità di comunicare per la non conoscenza della lingua italiana… questo, insieme ad altri motivi importanti, originarono quindici anni fa la nascita della nostra associazione. L’Associazione Burkinabè di Bergamo è nata negli anni ’90, quindi dai primi burkinabè venuti qui in Italia; è nata sotto una forma di aiuto rivolto ai nuovi arrivati, cioè i burkinabè nuovi arrivati a Bergamo, affinchè potessero avere un appoggio, e poi magari col tempo diciamo che gli obiettivi sono divenuti più variegati. E’ nata all’interno del sindacato, perché come dicevo, non c’era ancora un’associazione di immigrati qui a Bergamo. L’idea era di creare un’associazione degli immigrati africani, che rappresentasse gli immigrati africani, e poi… sai com’è … le persone… ognuno ha voluto un’associazione di casa sua, nel senso… un’as- 19 sociazione senegalese, burkinabè, Costa d’Avorio, così via… alla fine noi abbiamo creato questa associazione. Però è un’associazione aperta, anche all’interno dello statuto l’abbiamo scritto e fino adesso si può verificare che è un’associazione aperta, aperta a tutti quanti (…) Bisogna riconoscere che stiamo assistendo ad un forte incremento della nascita di nuove associazioni, purtroppo anche per incompatibilità tra associati stessi, i quali per contrastarsi ne creano di nuove…”. “per essere più espliciti, per permettere a più persone di raggiungere uno scopo comune”. (Presidente Associazione Bangladesh) Altre motivazioni emerse per il costituirsi di un’associazione sono state: • Spirito d’identita’ “L’associazione è stata costituita nel 2001 con lo scopo di promuovere lo spirito d’identità e di apertura delle Filippine alla comunità locale e anche con i rapporti con la cultura italiana e anche delle diverse comunità esistenti nel territorio, doveva essere così lo scopo generale e principale...”. (Rappresentante dell’Associazione Maynilad Filippine) • Rappresentazione sociale “...l’associazione è nata anche per dare una testimonianza che i marocchini non sono tutti quelli che si trovano sui giornali...siamo anche gente che lavora, che vive bene che partecipa alla vita sociale, rispettiamo la legge, paghiamo le tasse quindi c’è una parte della comunità marocchina che ha queste caratteristiche... Però i giornali nn mostrano questo aspetto..e questo ci danneggia molto... E noi vogliamo dare un altro volto ai marocchini..un po’ ci siamo riusciti”. (Rappresentante Associazione Attadamon Marocco) 20 • Inserimento nella societa’ “e anche dare voce a tutte le persone di origine filippina ed ai loro familiari nel territorio nazionale.. Facilitare promuovere rapporti di mutua conoscenza e collaborazione...”. (Rappresentante Associazione Maynilad) La situazione per le associazioni del Marocco è invece un po’ diversa: dalle prime, poche associazioni, nate 10/15 anni fa, si sono sviluppate e se ne stanno sviluppando capillarmente altre, con l’intenzione di “coprire” il territorio della provincia di Bergamo. Le associazioni intervistate hanno esplicitato infatti motivazioni diverse rispetto alla loro costituzione, dovute all’anzianità di presenza in Italia del Presidente e dei soci fondatori, alle zone di ubicazione nel territorio bergamasco nonché alla scissione da altre associazioni per motivi di contrasti fra connazionali, spesso anche per questioni “generazionali” e di leadership non più riconosciute. L’Associazione Primavera, di Sant’Omobono Imagna, nelle parole del segretario, ci illustra una delle modalità con cui operano le associazioni del Marocco, lavorando cioè per creare riferimenti associativi nelle diverse zone della bergamasca, coinvolgendo anche i marocchini residenti nelle valli: “Praticamente l’Ass. Primavera è nata quasi per caso, perché sono venute delle persone di associazioni “vecchie” e ci hanno parlato delle associazioni, del lavoro che hanno fatto loro, e piano piano ci hanno messo dentro questa voglia di migliorare e con loro abbiamo deciso di creare un’associazione nuovissima che si chiama appunto “La Primavera”. E’ nata da qui , il primo passo è nato da lì. Voi non eravate agganciati con altre associazioni marocchine? No, cioè venivano lì perché tramite il mediatore culturale della scuola media di S. Omobono Imagna, che era all’interno di un’altra associazione, ci ha parlato delle altre associazioni marocchine e quindi noi, zona Valle Imagna, abbiamo deciso di crearne una rispetto alla 21 zona, semplicemente per comodità di zona. Io non conoscevo altre associazioni, ma sicuramente altri si. Il nostro Presidente è sempre stato in comunicazione con loro. Come avete preso questa proposta? All’inizio c’era un po’ di difficoltà dovute alle esperienze precedenti, perché erano state create altre associazioni e avevano chiesto dei soldi e poi alla fine non si era visto più nessuno, quindi c’era diffidenza ma anche attenzione, però quando hanno visto che quelli che dirigono l’Associazione sono gente che conoscono da anni e gente del posto si sono fidati e quindi non abbiamo trovato particolari difficoltà a crearla. Dall’intervista al presidente dell’associazione Al Gesr, si riscontrano le motivazioni che indicavamo precedentemente, cioè la necessità di avere associazioni su tutto il territorio per fornire servizi significativi ai marocchini, come pure il passaggio dei referenti da un’associazione ad un’altra: “Al Gesr è una parola in arabo che significa “il ponte” (…) Io come persona è dal ‘96 che sono dentro queste cose. Ero segretario di un’associazione, poi sono diventato presidente di un’altra associazione. Dal ‘96 che ero segretario dell’associazione “El Amal” dopo sono passato a presidente di un’altra associazione, qua di Costa Volpino… Mentre invece la prima non era di Costa Volpino No, la sede era ad Albino. E adesso sono presidente dell’associazione Al Gesr, che è nata due anni fa, aprile 2003, ed è nata proprio perchè serviva un’associazione di questo tipo in questa zona, la Valle Camonica e l’Alto Sebino, perchè non c’è niente”. Anche il presidente dell’associazione El Dialogo, ci conferma la necessità per le persone marocchine di “esserci” sul proprio territorio: “L’associazione è nata agli inizi del 2005, dopo ci ha dato l’idea la Bottega del Volontariato. Siamo 10 persone che siamo registrate, abbiamo deciso, ci siamo riuniti per creare un’associazione per l’integrazione della nostra comunità, nordafricana, musulmana, con il territorio del Basso Sebino, dopo in riunione abbiamo scelto il presi- 22 dente, me, il segretario, e altre 3 persone che sono consiglieri...”. Da altre interviste emerge l’esigenza di colmare un “vuoto”, declinato in maniera diversa: “L’associazione è nata da un discorso che si faceva tra gli amici, perché noi siamo tutti amici, nel direttivo poi ci conosciamo da parecchi anni (…) e abbiamo notato che c’è un vuoto e questo vuoto ci ha spinto a dire: ecco noi dobbiamo essere utili alla società italiana e alla nostra comunità marocchina per creare questo ponticello di comunicazione, perché abbiamo notato che manca questo ponticello, che ci unisce diciamo”. (Vicepresidente- Es Salam) “La cosa che ha spinto a far nascere l’associazione è che vedendo l’ambiente, la società o le associazioni che c’erano prima di noi abbiamo visto un vuoto e noi abbiamo pensato che noi potevamo occupare quel vuoto un’altra cosa è che le ass. che ci sono state prima di noi non hanno creato un immagine che potrebbe essere positiva... soprattutto marocchina.. (Associazione Attadamon) Sono invece più di una ventina le Associazioni Senegalesi presenti in provincia di Bergamo. Fa da coordinamento l’Assosb – Associazione dei senegalesi bergamaschi -, anche se non tutte aderiscono a questa “Associazione Madre”, sia per questioni religiose che per questioni politiche relative al Paese di origine. “Assosb è la “madre”, perché io che sto parlando con lei e sono vicepresidente di Assosb sono anche presidente di un’altra associazione. C’è gente qua che fa parte di altre associazioni. Quelle associazioni sono molto diverse da Assosb, perché l’Assosb riunisce tutti i senegalesi, invece loro nelle loro realtà magari hanno altre realtà molto diverse dalla nostra. La relazione tra l’Assosb e le altre associazioni, anche il riconoscimento dell’Assosb per le istituzioni senegalesi, l’Ambasciatore o 23 il governo del Senegal e il Consolato , è che l’associazione che ha durato nel tempo, ha perseveranza nella sua esistenza, 18 anni di vita ed esiste ancora. Come ha detto il presidente noi abbiamo 2.000 persone iscritte e 1720 al primo maggio che sono a norma con le loro quote. Anche, come ha detto il portavoce, l’intermediare tra il Consolato, l’Ambasciata e i senegalesi di Bergamo, perché se hanno delle cose da dire passano da noi come associazione e se oggi noi siamo in grado di rispondere a questa domanda, a questa esigenza, è perché noi siamo organizzati. E fra di noi ci sono delle persone che si raggruppano fra, magari, se sono provenienti dallo stesso villaggio o città e sono membri dell’associazione ma hanno scopi diversi, di fare un lavoro umanitario o di fare lo sviluppo delle loro località specifiche. Noi quello che facciamo lo facciamo per tutto il Senegal, per tutti i senegalesi, non è che ci sono diversità per le località di provenienza”. Anche le motivazioni per cui è nata l’Associazione albanese Alba sono prettamente di sostegno burocratico, economico e “sociale” dei propri connazionali, sviluppatasi poi con l’aiuto agli studenti che, in numero sempre maggiore, si iscrivono all’Università di Bergamo, e ai minori che vengono portati a Bergamo per essere curati presso gli Ospedali Riuniti. La Presidente e la vice-presidente sottolineano nell’intervista, il loro lavoro sul territorio bergamasco: “L’Associazione Alba è nata in agosto del 2001, senza fini di lucro, a scopo umanitario, per aiutare gli albanesi in difficoltà sia economicamente, e anche nella parte burocratica, per i loro problemi, le loro pratiche che fanno fatica, ormai si sa, sia con gli assistenti sociali, per cui noi interveniamo per i casi particolari, che con il Consolato Generale con cui abbiamo contatti diretti sempre per i problemi.... - perchè quando dobbiamo fare dei certificati che devono essere legalizzati e tutto quanto, e poi anche le file in consolato che non sono così indifferenti, perciò chi ha delle urgenze... - poi i certificati scaduti, a cui il Consolato dà un termine entro 6 mesi, il certificato deve essere vidimato, diciamo di lasciare un pò più tempo perchè la gente non può andare in Albania ogni 6 mesi 24 insomma, e poi con gli ospedali..”. “Sentivamo il bisogno di creare qualcosa. L’obiettivo principale tra i soci era la solidarietà fra i soci (…) oltre all’obiettivo della solidarietà abbiamo poi sentito il bisogno di allargare gli obiettivi, di creare qualcosa per risolvere i problemi legati ai soci qui in Italia, ma anche di contribuire a risolvere problemi in Senegal, per avere sostegno sociale”. (Coordinatore- Sebo-Sebe) • Rimpatrio delle salme Spiega il referente dell’Associazione Attadamon: “Poi un’altra cosa che secondo noi è interessante, parlando della comunità marocchina, dato che la comunità marocchina è numerosa, sia a Bergamo che altrove, ha delle necessità molto importanti, una di queste quando muore qualcuno il trasporto delle salme, questa è stata una spinta forte a creare l’associazione perché non trovavamo finanziamenti per portare la salma in Marocco…abbiamo sempre cercato soldi ai centri di cultura e alle moschee…noi siamo gli unici come associazione che gestiamo questo fenomeno, dato che è un fenomeno molto importante soprattutto se facciamo una statistica giornaliera o mensile di quelli che muoiono.. saranno sei o sette persone, se non di più ogni mese. Quindi attraverso l’associazione voi finanziate il trasporto? No, noi aiutiamo a preparare i documenti e gestire la cosa, ma i finanziamenti li cerchiamo da altri…il problema è che quando muore qualcuno i familiari non sanno cosa fare, come gestire la cosa…quindi si rivolgono a noi, noi prepariamo la documentazione che serve e li aiutiamo se hanno bisogno di aiuti economici…”. Anche l’Associazione dei Senegalesi Bergamaschi conferma questa motivazione: “L’associazione è nata nel 1989 a Ciserano. All’epoca fu creata da 39 persone… 39 soci fondatori, in un momento che non era molto piacevole perché era in seguito ad un decesso di un senegalese.. sai che siccome noi siamo molto legati alla patria, le salme in ogni caso devono tornare sempre in Senegal. In quel momento eravamo 25 in difficoltà a raccogliere tutti i soldi per garantire le spese di questo funerale. Ci siamo arrivati, grazie ad un aiuto anche di amici italiani che ci hanno aiutato ad organizzarci per raccogliere i soldi sufficienti per garantire le spese di questo rimpatrio. Dopo ci siamo seduti attorno ad un tavolo per prepararci ad un altro evento del genere, perché sappiamo che il dolore e la morte fanno parte della vita. Subito abbiamo pensato di creare questa associazione per evitare che lo stesso problema si ripete in un’altra occasione”. • All’inizio il singolo… Le associazioni si creano anche grazie alla spinta di volontà individuali; è il caso delle due associazioni boliviane presenti sul territorio bergamasco: ACISBOL e Casa dei boliviani. Ripercorrendo la loro storia si intuisce come sia fortemente legata alle vicende e alla volontà individuale delle loro rispettive presidentesse. “quando io arrivai qui, pensava un incontro con qualcuna associazione però non aveva nessuna; aveva diversos gruppos che se dedicavano al ballo, al negozio del ballo (…) e anche altre persone mi dicevano: ma non c’è un’organizzazione seria? (…) in estrada, o nelle stazioni trovavo qualche ragazzo dormendo tonse mi dicevo come far questo qua in una città de Italia, che dorman fuori così? (…) così venivo accumulando tanta gente dietro mia” . (Presidente-ACISBOL) “Il lavoro per gli stranieri è cominciato per me, non per l’associazione nel febbraio ’92…perché per cause di forza maggiori in famiglia ho avuto bisogno di una badante, e da lì, dalle sue prime necessità per essere regolarizzata, il suo primo ricongiungimento…da lì mi sono interessata…(…) e ho cominciato ad occuparmi di loro. In quegli anni erano 23 i boliviani a Bergamo, alcune dei quali qui da parecchi anni …nel ’97 per motivi sempre legati a loro ho conosciuto il Console di Genova che ha creato all’oratorio di Loreto “Amigos de Bolivia”, un’associazione mai registrata, quindi un’associazione di fatto”. (Presidente Casa dei Boliviani) 26 Il rapporto con consolati ed ambasciate Altro ruolo fondamentale che svolgono le associazioni, è proprio il contatto con le loro rappresentanze diplomatiche. Per il Ghana, ad esempio, le associazioni in tutta Italia sono strettamente collegate fra di loro e in continuo contatto con l’Ambasciata; svolgono contemporaneamente un ruolo di “controllo” e riconoscimento dei ghanesi in Italia (succede che persone di alcune nazionalità che hanno difficoltà ad ottenere un passaporto – per es. Sudan - , comprino passaporti di altri Stati e si facciano passare per cittadini di uno Stato a cui non appartengono), e un ruolo di sostanzioso aiuto per le persone che hanno difficoltà burocratiche o richieste di documenti a Roma. Se un ghanese ha bisogno di qualcosa all’Ambasciata deve passare attraverso il presidente dell’associazione, che raccoglie tutte le pratiche e, periodicamente si reca a Roma a presentarle ed ottenere risposte. Nel caso dell’associazione ghanese di Bergamo, inoltre, la spinta definitiva per la costituzione dell’associazione è avvenuta proprio dall’Ambasciata, e il contatto fra il presidente dell’associazione e l’Ambasciatore è continuo e frequente. Dalle parole del presidente emerge anche una profonda coscienza politica rispetto alla vita del Paese, e alla capacità dell’associazionismo qui in Italia di influenzare alcune scelte politico/amministrative che vengono fatte in Ghana. “Fino a un certo punto era lasciato (l’idea di creare un’associazione), avevamo lasciato praticamente.., sembrava che nessuno fosse interessato; ma piano piano è arrivato il punto quando nella seconda fase è stato l’Ambasciatore del Ghana, un nuovo Ambasciatore di Ghana che è arrivato a Roma, che ha cominciato a chiedere a tutti i Ghanesi di formare l’associazione. Allora con quegli stimoli da parte dell’Ambasciatore abbiamo detto “l’associazione c’è già, dobbiamo solo riorganizzare”… E’ per questo che ho ricominciato. In questo momento abbiamo capito: se l’idea è per trovare casa e trovare lavoro allora non riusciremo più a portare intorno tutti i Ghanesi perchè chi ha già casa, chi ha già il lavoro allora non verrà, ma se l’idea è di raggruppare tutti i Ghanesi intorno all’Ambasciatore come cittadini 27 Ghanesi, allora diventa un’altra cosa e poi con l’Ambasciatore siamo riusciti ad arrivare ad un accordo che diceva “va bene, uno che deve arrivare a Roma, invece che viaggiare da Bergamo fino a Roma per le pratiche, doveva passare attraverso l’associazione”. A volte l’associazione può raccogliere tutte queste pratiche che servono e poi tramite una persona può mandare uno per venire a Roma per fare tutte queste cose per gli altri. Ma solo l’associazione poteva indicare se questo che è venuto è una persona genuina, perciò ognuno doveva iscrivere in queste associazioni prima di..., o anche se lui stesso deve venire a Roma deve passare dall’associazione per avere una lettera… Un riconoscimento? Un riconoscimento. Era basato su questo principio.. hanno capito che c’erano tanti immigrati con passaporti o documenti ghanesi che non erano del Ghana. Questa cosa dava un pò di fastidio, allora tramite l’associazione uno può capire se quello che è arrivato o che ha questi documenti ghanesi è proprio un ghanese o no. Quindi l’associazione ghanese fa già da filtro rispetto a tutte le persone che dovrebbero andare in ambasciata. E come fate a verificare se una persona è effettivamente ghanese o no? Basta un incontro, parlare con la persona… perchè normalmente non verrà neanche a iscriversi in associazione, sapendo che non è un ghanese ma ha documenti ghanesi non verrà neanche a iscriversi, e allora l’ambasciatore ‘ti devi procurare un riconoscimento dalla vostra associazione’ diventa già un impedimento. Quindi c’è già un filtro iniziale. Da parte di tutte le associazioni ghanesi in Italia? Sì. Mi sembra di capire che le associazioni ghanesi in Italia, quindi anche la vostra a Bergamo, rispondono ad alcuni criteri dati dall’ambasciata. Sì, per esempio ultimamente abbiamo avuto una serie di incontri con l’ambasciata, uno per protestare per aumenti di costi dei servizi all’ambasciata, perchè è stato aumentato senza nessun motivo, noi pensiamo senza motivi, però forse ci saranno i motivi, allora questo vuol dire: non è solo per raccogliere informazioni dell’ambasciatore ai nostri connazionali, ma per essere proprio mediatori tra le due parti (…) 28 abbiamo formato anche un’associazione nazionale delle associazioni ghanesi, vuol dire i vari rappresentanti di tutte le associazioni si incontrano ogni due o tre mesi per decidere le cose comuni. In questo momento le varie associazioni vanno avanti per comunicare con i governi del Ghana, a volte attraverso l’ambasciatore, a volte, oppure direttamente, con il parlamento giù in Ghana, infatti stiamo facendo alcune cose per riuscire anche a portare per le prossime elezioni in Ghana.. riuscire a portare qui il voto per noi che siamo qui, sono alcune cose che stiamo facendo...”. Come per i ghanesi, i contatti con le proprie rappresentanze diplomatiche sono essenziali per la vita delle associazioni e per le attività che possono e vogliono svolgere. Una conferma ci viene data anche dall’Associazione burkinabè: “Noi collaboriamo alla grande soprattutto con l’Ambasciata, perché le comunicazioni e le mail del Paese passano dall’Ambasciata e l’Ambasciata è un riferimento per noi qua… anzi il nostro ambasciatore noi lo chiamiamo il “nostro padre spirituale”… perché lui spesso si sposta per i burkinabè per qualsiasi motivo. E’ la prima persona a spostarsi e a venirti incontro, poi lo puoi chiamare quando vuoi, è sempre presente. Per noi è molto forte sapere che c’è la diplomazia del Paese che ti sta appoggiando, che casa tua ti sta accanto. Il vostro Consolato qui a Milano ha rapporti con le istituzioni di Bergamo? Ci sono dei momenti di lavoro insieme, di partenariato? Per ora no. Con Bergamo non ha molto a che fare. È a Milano per cui per lui è più comodo agganciarsi alle istituzioni milanesi, piuttosto che bergamasche. Lo contattiamo noi quando abbiamo bisogno. Però quando si tratta di intervenire presso un’istituzione in favore dell’Associazione burkinabè, lui è sempre presente, perché so che una volta è venuto qui a Bergamo, è andato alla Questura dietro nostre pressioni… si muove, ma poco nella bergamasca”. Anche le associazioni marocchine sono costantemente in contatto ed è fondamentale il collegamento con il Consolato di Milano e l’Ambasciata, sia per questioni burocratiche che devono essere sbrigate a favore dei propri associati, sia per questioni “politiche” 29 di riconoscimento delle varie associazioni e per collaborazioni in iniziative. Abbiamo potuto verificare, lavorando a stretto contatto con le associazioni marocchine, il “potere di richiamo” che hanno le autorità diplomatiche: se in una iniziativa qualsiasi è presente il Console o qualche suo rappresentante, piuttosto che l’Ambasciatore, sicuramente la presenza della popolazione marocchina sarà consistente e propositiva, benché non tutti i marocchini e non tutte le associazioni condividano le linee politiche del loro governo. Anche per l’Associazione Alba il lavoro di collegamento con il loro consolato a Milano è di assoluta importanza, tanto che, proprio in questo periodo anche “L’Eco di Bergamo” nel suo inserto “Bergamondo” (13 novembre 2007) riportava il coinvolgimento richiesto da Alba al Consolato nel sostegno delle loro attività. Questo l’incipit dell’articolo: “Con la benedizione dei Consoli di Milano, l’associazione nazionale italo-albanese Alba cerca consenso e sostegno per imprimere un cambio di passo all’attività avviata nel 2001 e già preziosa per l’assistenza agli immigrati ma anche per la cooperazione con il Paese delle Aquile”. Nell’intervista del 2005 era già emersa la necessità di un sostegno ulteriore richiesto dall’associazione ai propri rappresentanti in Italia, e il lavoro continuo di stimolo al Consolato per migliorare la burocrazia qui e in Albania: “Fate voi da tramite con il Consolato per le pratiche, nel senso che andate voi in Consolato? No, non è che faccio.. telefoniamo, contattiamo i Consoli, diciamo di snellire le pratiche, e poi di fare una richiesta al Ministero degli Interni in Albania, che i tempi non devono essere così brevi sia per il passaporto, che l’albanese se gli scade entro l’anno non può aspettare il dicembre, se no loro non devono fare quello dei 6 mesi, ma di più, come in Albania in 3 mesi prendi il passaporto, perchè se loro vanno ogni mese qualcuno del Consolato, vanno sempre i funzionari del Consolato in Albania, possono fare anche questa cosa, di snellire il lavoro, che anche lì va lento tutto”. 30 Una nazione, una associazione? Quando si parla di associazioni di immigrati scatta l’automatismo con la nazionalità, cioè si crede che associazioni sono formate da un solo gruppo etnico. Molte associazioni invece raccolgono al loro interno anche altri gruppi etnici, oppure sono espressione di una regione limitata del paese d’origine o spesso, di un singolo paese. Per esempio le associazioni senegalesi non rappresentano i senegalesi tout court, ma quei particolari senegalesi di quel particolare villaggio. Spesso le associazioni dello stesso Paese aggregano prevalentemente persone originarie della stessa zona ed hanno l’obiettivo di sostenersi a vicenda e lavorare per lo sviluppo del villaggio o del quartiere di provenienza, attraverso piccoli progetti di cooperazione. Come per esempio le associazioni senegalesi. Si tocca il tema della fatica di vivere le diversità anche all’interno della stessa associazione, perché un insieme di persone provenienti dalla stessa nazionalità non sono un “blocco” uniforme senza diversità interne. Si tocca anche il tema del regionalismo; spiega, per esempio la referente Associazione Maynilad che nel formare il nuovo cda dell’associazione si è tenuto conto della provenienza dei vari soci per far sì che le varie regioni venissero rappresentate. Da evidenziare che il tema è stato toccato quando si è chiesto se l’associazione viveva delle difficoltà: “...c’è anche regionalismo fra di noi..infatti nel nominare i candidati per il nuovo consiglio cerchiamo di nominare uno delle diverse regioni delle filippine..e tra di loro si cerca di adattarsi..ci sono diverse abitudini però spero riusciremo ad andare avanti e di superare le diversità di vivere il territorio in cui siamo adesso...”. Anche il presidente dell’Associazione Avd tocca il tema della frammentazione per nazionalità o addirittura, come in questo caso per etnia: “Abbiamo creato questa associazione perché facendo parte di altre associazioni .ho visto che ogni nazionalità fa a sé e quello non favo- 31 risce l’integrazione.. per questo abbiamo combattuto per creare questa associazione che non c’entra niente con le altre associazione... non è un associazione di etnia”. Un’ulteriore conferma viene data dal referente dell’Associazione Attadamon che spiega la realtà della comunità marocchina e dice: “Ora vorrei parlare della realtà della comunità marocchina…la composizione del Marocco è suddivisa in 5 etnie: gli arabi 2 frazioni di berberi (di Atlas e delle montagne del nord del Rif)che sono diverse, Saharawi Uiti e Sousse.. ogni etnia ha il suo dialetto e la sua cultura.. normalmente doveva essere una ricchezza per la comunità marocchina invece crea sfiducia e divisione. La frazione più numerosa è quella araba..e la maggior parte di questa frazione è composta da persone provenienti da una periferia, sono Kemben sala ossia della parte di Casablanca. Queste persone seguono solo i loro concittadini e non si fidano degli altri anche se non so per quale motivo e questo ha danneggiato la realtà della comunità marocchina, quindi le persone delle varie etnie seguono l’associazione della loro etnia, non una qualsiasi associazione..ed è anche per questo motivo per cui noi non abbiamo tanti iscritti…”. Non solo connazionali. Un punto abbastanza singolare che è emerso in diverse interviste è che i presidenti di alcune associazioni di immigrati, ci tengono a sottolineare che la loro è una associazione “mista”, costituita da italiani e immigrati o immigrati di diverse nazionalità, ma poi, quando si approfondisce il discorso emerge che l’associazione è invece composta esclusivamente da persone di un’unica nazionalità, ma che è considerata “mista” perché la costituzione anni prima è avvenuta con l’adesione di una persona italiana, poi uscita dall’associazione, e l’augurio e l’obiettivo che ognuno si pone è che ci possano essere soci di altre nazionalità, in questo momento, però, difficilmente raggiungibile. “Come il nome dell’associazione “Il ponte”, noi stiamo cercando di 32 creare un collegamento, una convivenza tra la popolazione che viene da un altro paese, non dico marocchini perchè l’associazione è multietnica, e gli italiani.. noi siamo ospiti e allora dobbiamo cercare una convivenza (…). Lei diceva che la vostra associazione riunisce persone di diversi paesi; come è nata? E’ nata dalla volontà di più persone che venivano da vari paesi, oppure ha cominciato uno... Proprio questo è un problema (…). Ho tirato fuori sette persone, per prima mettere il primo pilastro, e dopo le altre ... solo il problema che per trovare sette persone di vari paesi è un pò dura, non riesci a trovarle. I fondatori dell’associazione sono tutti marocchini e penso anche i marocchini sono i primi che hanno fondato associazioni dal ‘90, anche dall’86: hanno un pò di esperienza in questo. Altri paesi io adesso sto lavorando con albanesi per formare un’associazione e adesso posso dire che sono passati 12 mesi solo per trovare dieci persone che decidano di fondare un’associazione. E’ una cosa un pò dura. Anche con la comunità senegalese che è a Lovere stiamo lavorando anche con loro per creare un’associazione. Speriamo che va a buon fine”. (Presidente Associazione Al Gesr) In rappresentanza di…i rapporti con il territorio Da un lato le associazioni ambiscono ad essere (e in alcuni casi lo sono già) interlocutori delle istituzioni, ovvero uno strumento di mediazione fra le istituzioni locali e i migranti. Dal canto loro gli attori del territorio appaiono anche disposti a riconoscere tale ruolo alle associazioni, che semplifica non poco la loro azione in quegli ambiti che coinvolgono la popolazione immigrata. Dall’altro lato però c’è da chiedersi a quale titolo le associazioni di migranti possono prendere parola: a nome dell’intera comunità di appartenenza? L’effettiva rappresentanza delle associazioni dei migranti è un problema non di poco conto; io attore locale, io istituzione, con chi parlo, con chi siedo al tavolo se devo parlare, per esempio, di una questione che riguarda i marocchini? …e che queste associazioni sono a volte in lotta fra loro per con- 33 tendersi il ruolo di “rappresentante ufficiale” di una comunità e di interlocutore di riferimento da parte delle istituzioni locali. Notevole è comunque il lavoro che ogni associazione sta portando avanti con gli enti e le istituzioni dei paesi dove hanno la sede e dove operano, i contatti con i comuni e le parrocchie, lo sforzo di lavorare anche con altre associazioni italiane dei vari territori per creare momenti comuni di condivisione e riflessione, per essere sostenuti nelle loro attività (corsi di italiano per immigrati, corsi di arabo per i ragazzi marocchini e italiani …), per l’organizzazione di corsi di formazione, ma anche per prese in carico di persone problematiche e per coinvolgere il territorio facendosi conoscere. In questi ultimi anni sembra che si stia sviluppando un senso di collaborazione “reale”, non solo strumentale o finalizzata a raggiungere obiettivi specifici delle associazioni di immigrati, anche se quando si parla di “integrazione” delle associazioni sul territorio i parametri di riferimento concettuale sono molto diversi, dovuti sia all’esperienza vissuta qui in Italia, ma anche a come l’associazionismo viene esperito nel Paese di origine. Un’altra considerazione fondamentale è che spesso la riuscita o meno di attività sul territorio, o anche a livello regionale o nazionale, è dovuta alla capacità del presidente o di singole persone all’interno delle associazioni di muovere “le persone giuste”. In altre parole ai contatti personali e di conoscenza che il referente riesce a creare e alla modalità di conduzione dell’associazione, più che ad un lavoro associativo vero e proprio, che coinvolge i singoli associati e li responsabilizza nelle decisioni e nelle attività. L’impressione è quindi che si è ancora in una fase iniziale del rapporto con le istituzioni; fase caratterizzata da disomogeneità fra le varie associazioni. Avere e coltivare relazioni con le istituzioni che siano in grado di generare degli interventi nelle politiche (se non addirittura dei cambiamenti) sembra ancora un passo lontano. La rappresentante dell’Associazione Maynilad dichiara che i ri- 34 sultati ottenuti sono pochi e che i contatti sono sempre informali e dipende molto dalla persona che li guida. “Sta dicendo che non c’è ancora molto riconoscimento dell’associazione? Con l’istituzione politica poco, forse anche perché è molto legato alla persona che li guida”. Quando si parla di rapporti con il territorio le associazioni li riconducono principalmente alla possibilità di avere i rapporti con il comune e la provincia; questo tipo di incontro è da tutti richiesto, auspicato e non sempre ottenuto. Da molti c’è una lamentela che la Provincia non fa abbastanza per ascoltare la voce degli immigrati. “Se potessi parlare con qualcuno delle istituzioni, cosa chiederesti? Le chiederesti …per prima cosa dell’integrazione e poi gli chiederò de…di aiutarsi di darsi una mano, perché(?) Senti che manca? Manca tanto, manca. Tanto, tanto. Sia da parte del Comune che da parte della Provincia. l’associazione è legalmente riconosciuta. tutti i movimenti che faccio, tutte le lettere, non ho mai avuto un centesimo. Riconosciuto dal punto di vista monetari intendi per avere dei fondi? Sì. tutto quello che faccio, anche se devo fare un mattone devo fare di tasca mia, allora piuttosto non avere più l’A…se ho dei diritti sullo stato italiano, allora perché ci sono alcuni che ce l’hanno…che riescono anche a trovare qualcosa, …le scuole…in Senegal, perché io adesso ho un altro problema abbastanza grosso sulle donne… Per quanto riguarda il territorio bergamasco...dal punto di vista, chiamiamolo dell’integrazione… (a voce alta) Per forza mi interessa integrarmi, per sapere le leggi, per sapere il mio diritto...voglio integrarmi eh! Però non è casa mia, se mi chiudono la porta non posso entrare a casa tua! Infatti volevo sapere se c’erano difficoltà da questo punto di vista. Le difficoltà è che se non hai le porte aperte non puoi entrare in casa Perché vi trovate le porte chiuse secondo te? Sì. Secondo me sì. Al lavoro sì, ciao, è finita lì… 35 Di questo ne discutete nell’associazione? perché mi sembra di capire che lavorate tanto con il vostro Paese di origine …sì.” (Presidente Thiel Sebe) “Quindi avete un buon rapporto col territorio di Montello? Quel rapporto diciamo l’abbiamo diciamo…posto Costruito? Costruito ma anche posto alla giunta comunale perché prima non credevano a queste cose che facevamo. Adesso c’abbiamo un grande rapporto con la giunta comunale, con l’assessore, anche con il vigile, nel senso viene da noi, prende il caffè da noi, magari se c’è qualche problemino noi interveniamo…magari interveniamo se c’è un ragazzo che conosciamo che…si comporta male, magari il vigile per evitare tutte quelle tappe: carabinieri, questura, magari viene da noi e noi chiamiamo quel ragazzo e diciamo: ascolta!tantissime volte riusciamo a risolvere il problema lì senza andare più... I famosi ponti di cui parlava prima? Certo! Quello per noi…evitiamo magari anche qualche cosa …evitiamo anche di perdere tempo a carabiniere che c’hanno una marea di cosa da fare..noi magari cerchiamo di chiudere quella problematica, piccola magari, sul posto...e noi ci sentiamo utili perché a noi ci fa molto piacere quando risolviamo un problema in questo modo amichevole, perché il nostro lavoro è quello. Purtroppo noi c’abbiamo un po’ di difficoltà economiche, è un problemino molto grosso, ecco”. (Vicepresidente, Es salam) “..se il presidente non può entrare dal questore, come una volta, perché una volta era diverso..il presidente entrava e spiegava adesso non può nemmeno entrare…lei chi è? Non puoi nemmeno entrare.. anche se gli spieghi..niente.. Quindi state dicendo che anche ad essere un’associazione non venite ascoltati? “Sì, non ti ascolta nessuno…siamo proprio tagliati fuori..in Francia non è così...”. (Presidente Associazione El Amal) 36 Un elemento da precisare è una certa difficoltà da parte degli esponenti delle associazioni di capire che il riconoscimento formale, visto dalla maggioranza come una tappa importante per avvicinarsi alle istituzioni, non implica necessariamente la piena visibilità agli occhi delle istituzioni. L’iscrizione al registro costituisce infatti un atto formale, ma questo non comporta automaticamente un riconoscimento sostanziale. Le associazioni infatti si aspettano di più dalle istituzioni, lo reclamano…dopo che l’associazione ha fatto lo sforzo di scrivere uno statuto, di essere in regola ecc…: “Sentiamo che manca un tavolo per dialogare Serve un’altra linea, non solo uni-direzionale, ma creata insieme, per affrontare i problemi di convivenza - se vogliamo andare avanti bisogna aprire le porte alle associazioni… facciamo un passo avanti!! - chiedo alla provincia di intervenire, anche per ascoltare i tanti altri progetti che abbiamo. Per esempio abbiamo il problema dei minorenni marocchini al carcere: questi qui quando escono da carcere, cosa fanno? Noi vorremo fare un progetto piccolino, con altre associazioni e con la provincia, per aiutare questi ragazzi, chi pensa a loro quando escono? Bisogna discutere insieme! La provincia deve discutere con noi! Nelle cose che succedono la colpa la prendono sempre gli immigrati, ma non tutti sono così. C’è anche gente onesta, che lavora, che ci tiene a vivere secondo le leggi” (Esponente Associazione Toubkal) Rapporti con le altre associazioni Uno degli elementi che si è cercato di approfondire in questa ricerca è la capacità o meno delle associazioni di entrare in relazione e di collaborare con altre associazioni di immigrati. Malgrado le buone intenzioni espresse da tutti i presidenti, in realtà esistono pochissime sinergie fra le associazioni di diverse nazionalità e, come si è già visto, spesso anche fra associazioni dello stesso Paese. 37 Le collaborazioni, se nascono, sono prettamente funzionali all’organizzazione del torneo di calcio o alla festa, ma non si sviluppano continuativamente su un livello di collaborazione nella riflessione e nel coordinamento delle associazioni. Ogni associazione è impegnata nell’assicurare l’attività e lo sviluppo di se stessa, accettando di “sprecare energie” nel fare qualcosa con altre associazioni quando ci può essere buona visibilità sul territorio o quando ci sono particolari affinità con altre associazioni, d’abitudine della stessa zona geografica: “Il rapporto con altre associazioni di immigrati esiste? Con quali particolarità? Abbiamo un rapporto molto forte con l’Associazione degli immigrati della Costa d’Avorio, perché comunque la Costa d’Avorio e il Burkina Faso sono due Paesi “fratelli”. Da anni e anni, da secoli, abbiamo sempre collaborato. Questa cosa è rimasta, anche perché è difficile trovare un burkinabè che non conosce la Costa d’Avorio e tanti di noi hanno i parenti ivoriani, magari la mamma, o il padre è ivoriano o magari ha passato gran parte della sua vita in Costa d’Avorio e dalla Costa d’Avorio magari si è ritrovato qui in Italia, è strano ma tanti di quelli all’inizio si dicevano ivoriani, ora invece si sentono burkinabè… Quindi collaborazione con l’Ass. Ivoriana per questi motivi di vicinanza geografica e “affettiva” Vicinanza anche storica, come pure per il Mali, il Ghana… però collaboriamo di più con la Costa d’Avorio. Con altre associazioni di altri Paesi? Non abbiamo collaborato molto con altre associazioni, a parte quella volta che abbiamo organizzato un torneo di calcio con i boliviani… comunque c’è rispetto tra di noi, visto che siamo tutti immigrati e stranieri qua, ci sentiamo tutti negli stessi panni… Come vive l’associazionismo degli immigrati a Bergamo? E’ tradizionale, cioè noi la vediamo più in modo tradizionale come a casa nostra. Perché siamo qua e siamo stranieri qua, per cui mettiamoci insieme per darci una mano, per starci vicino. Non è che ha questa connotazione ampia, in modo da farlo diventare una specie di volontariato internazionale… non siamo ancora a questo livello. 38 Anche se può essere chiamato in qualche modo volontariato, quello che facciamo, però non è così strutturato amministrativamente parlando, come lo sono le altre associazioni italiane. Lei vede le associazioni immigrate come “ponte” fra il gruppo nazionale e la società bergamasca? Si vive questa cosa o è solo un’idea che abbiamo noi italiani? No, è vera. Si vede che c’è e deve esserci, perchè oramai lavoriamo insieme, viviamo insieme e bisogna trovare questo “ponte”, questo dialogo. Finchè non lo troviamo il casino ci sarà spesso. Anche perché magari i miei ragazzi non hanno la possibilità di accedere al grande pubblico, ma collaborando con un’associazione italiana le loro idee vanno, il loro modo di pensare e di vivere va, e accede poi alla fine al mondo bergamasco , per cui questo passo ci deve essere e noi dobbiamo lottare perché questa cosa ci sia… c’è e ci sarà… lavoriamo per sviluppare quello che c’è già in piccole dosi (…). Ma nel senso che neppure al vostro Paese c’è un senso di appartenenza ad un’associazione? E’ un discorso culturale perché uno non si impegna, perché non è impegnato socialmente… Ci si impegna pochissimo socialmente.. finchè non si è toccati personalmente non ci si impegna più di tanto… è culturale, è così! (Esponente Associazione Burkinabè) “Ha detto che su questo territorio c’è solo la vostra associazione? Sì. Ma secondo lei perchè non ne sono state create delle altre, dato che è molto più facile con le associazioni? Quello dipende dalla cultura, la provenienza delle persone, perchè io ho visto la difficoltà con la comunità albanese che proprio per loro cultura non sono abituati a questo lavoro, o questo tipo...le associazioni, essere coinvolti dentro le associazioni. Ma il problema è che... è una cultura. Io la penso così dopo non lo so. Problema anche con la comunità senegalese Associazione Al Gesr. Sì, collaborazioni con altre associazioni.. per esempio nei momenti di organizzare attività sportive; abbiamo partecipato a quasi tutte le attività sportive che vengono proposte, a volte amichevoli tra Burkina Faso, Costa d’Avorio, Senegal… Altre attività ricreative come feste e 39 tutti questi, normalmente noi non facciamo queste, salvo quelli che vengono organizzati dal Comune o quelli dove siamo tutti presenti. Però ricordo di avere avuto contatto con un’associazione di senegalesi, un gruppo di senegalesi, abbiamo già parlato di organizzare alcune iniziative insieme (proprio attraverso lo stesso gruppo senegalese che mi ha invitato ad assemblee)..... siamo ancora in contatto Come vede l’associazionismo immigrato a Bergamo? Associazionismo come immigrati in Bergamo...., finora quando queste associazioni vengono chiamate, io vedo che rimangono su loro stesse, perchè è difficile per loro uscire fuori dai loro connazionali, le feste che fanno sono solo fra di loro, è difficile uscire da qui, fino quando o il comune o un’istituzione una volta all’anno dice ‘va bene stiamo organizzando questo’.. Vedo che quasi tutte le associazioni hanno questi problemi, vivono su loro stessi… Come vede il futuro per le associazioni, quindi anche per quella ghanese? Futuro migliore... non so esattamente dire se c’è qualcosa di migliore. Ma ...qualcosa più aperto, un’associazione che ha la possibilità di dire “sto organizzando questo”, chiama altre associazioni, dà una proposta che viene seguita insieme o organizzata insieme con altri. Ma fino a quando le associazioni stesse hanno difficoltà di partecipazione al loro interno , diventa sempre più difficile poi. Per presentare o organizzare qualcosa di grande ci vuole il numero, ci vuole di essere rappresentati. Però se uno va a chiedere “adesso facciamo questo” domani arriverà quelli che tu hai chiamato, anche un componente e poi tu trovarti solo o con un piccolo gruppo intorno a te. Allora sempre diventa molto difficile mandare avanti qualcosa di questo tipo. Per questo continua ad essere un pò difficile pensare a un’iniziativa da portare avanti... (Esponente Associazione Ghanesi) “Per questo qua… noi adesso, come ho detto prima stiamo facendo un lavoro nuovo, che vogliamo fare è proprio una… che vogliamo fare contattando tutte le associazioni senegalesi che sono sul territorio, non soltanto le associazioni senegalesi, ma tutte le associazioni immigrate e anche italiane, perché veramente per lavorare dobbiamo vederci a un tavolo, dobbiamo incontrarci. Minima cosa ognuno ce 40 l’ha, ogni associazioni ha una minima cosa che sta facendo o che vuole fare. Visto che l’Assosb è una “associazione madre” – noi la chiamiamo così – tra noi e altre associazioni senegalesi, per questo dobbiamo farci vedere che siamo in grado di incontrare tutti e cercare il modo di fare riunire tutti quanti. I Marocchini, abbiamo giustamente relazioni buonissime con loro, con le associazioni del Marocco, visto che loro anche sono come noi, sono tantissimi, con alcuni di loro veramente riusciamo ad avere alcuni contatti. La Costa d’Avorio, pure. Interviene M. Quello che volevo dire, collegato alla domanda, sul rapporto che abbiamo con le altre associazioni di immigrati che vivono sul territorio. Certo ci sono dei rapporti: l’anno scorso abbiamo organizzato un torneo di calcio, tipo un “mondialetto” che ha portato la squadra italiana, due squadre marocchine, una squadra senegalese… quindi i rapporti ci sono, ci confrontiamo dal punto di vista sportivo e lavoriamo anche quando ci sono delle manifestazioni pubbliche, insieme. L’altra associazione con cui siamo in relazione è quella della Guinea. Abbiamo anche tanti rapporti e delle manifestazioni le facciamo insieme. L’estate scorsa abbiamo fatto una cena etnica a Boltiere, a cui hanno partecipato anche quelli della Guinea. Il Ghana anche, abbiamo rapporti con il Ghana. Dobbiamo anche andare da altre, magari per iniziare a coltivare, devi farlo dove hai i piedi, però dobbiamo andare anche più avanti, oltre l’Africa nera, dobbiamo anche andare avanti sui paesi dell’America del Sud, e la Bolivia… io personalmente ho organizzato una manifestazione dove la Bolivia è arrivata con il suo gruppo di danza, la Casa dei Boliviani, era veramente fantastica come danza. E poi i pakistani… anche con loro abbiamo buoni rapporti. Quindi fare un tipo di incontro e di manifestazione che preoccupa tutte le parti del mondo. E’ questo qua il nostro… quello che ci auguriamo, un giorno di avere una comunità di immigrati uniti per mettere questa unione in favore dello sviluppo economico e sociale del territorio in cui viviamo e dare la nostra partecipazione allo sviluppo di questo territorio che è la bergamasca”. (Esponente Associazione Assosb) 41 Ci sono alcuni tentativi, da qualche anno, di creare tavoli di coordinamento per le associazioni di un unico Paese, come per esempio Marocco e Bolivia, ma vi sono difficoltà e resistenze che potranno probabilmente essere superate con la spinta dei Consolati. Parla invece di relazioni con altre associazioni di stampo religioso i cui soci sono di nazionalità filippina, la referente dell’associazione Maynilad. Dice che tanti soci della loro associazione sono contemporaneamente soci anche delle due associazioni religiose. Hanno avuto relazioni con altre associazioni in 2 momenti: durante l’organizzazione della festa di Gorle che era stata pensata per far incontrare attraverso il “fare” le varie associazioni ed in occasione di un evento cittadino (parata). Non si è trattato però in questo caso di un incontro intenzionale, organizzato. Semplicemente si sono ritrovati in parata insieme ad altre nazionalità. Parla di associazioni che mettono a confronto le cose che fanno le altre associazioni e i contatti che vantano, ma non in senso costruttivo ma più come sguardo che deve in qualche modo misurare la bravura dell’una rispetto all’altra: “Secondo te quali sono le risorse e i limiti dell’ associazionismo immigrato a Bergamo? ..per me il protagonismo... Come risorsa? Ma..è anche uno svantaggio... Ma cosa intendi per protagonismo? Noi..noi..noi..confronto a voi..facciamo questo facciamo quello.. Questo è il limite..anche se può essere anche un vantaggio.. Che vedendo un altro di un’altra associazione e vedendo questo protagonismo può chiudersi o può anche esserne attratto..è un pro e contro...”. Il presidente dell’associazione El Amal racconta che dalla prima associazione se ne sono formate altre e ne è contento: “Siamo nati quasi 10 anni fa ed ha aiutato molta gente perché prima ci sono tanti soci che sono andati ed hanno presidenti... Hanno creato altre associazioni? 42 Sì quasi 5..sono contento anche per quello perché così possiamo dare una mano da un’altra parte..lavoriamo insieme...” Inoltre dichiara di lavorare con le altre associazioni ma poi nel prosieguo dell’intervista non risulta che ci sia una vera collaborazione, se non quando c’è qualche notizia importante che può servire ai marocchini e allora si sentono per avvisarsi fra di loro Racconta anche di una festa a Colere e a Castione organizzata con Bolivia e Sud America: “Abbiamo fatto una festa a Colere...con Bolivia e sud America..sono 3...uniti...abbiamo fatto una festa dall 8 luglio...una festa a Castione...e abbiamo fatto il nostro mangiare e il loro...per aiutare...” Il presidente dell’associazione Attadamon racconta della fatica incontrata a far dialogare le varie associazioni e fa una riflessione sul perché sia così difficile: “Ci son più di 10 associazioni di marocchini che hanno quasi la stessa funzione, tranne il trasporto delle salme di cui ci occupiamo solo noi... Ma non troviamo un ambito in cui possiamo lavorare insieme anche se da parte nostra abbiamo chiamato tutte le associazioni in varie fasi dell’anno per poter fare qualcosa, mettersi insieme almeno per cercare di avere una visione unica di come possiamo dirigere questa comunità che è la più numerosa a Bg. Certamente 2 anni fa abbiamo chiamato tutte le associazioni almeno per sedersi insieme e per parlare..siamo riusciti all’inizio.. Abbiamo discusso su alcune cose interessanti della comunità però dopo una decina di incontri alcuni di loro hanno infiltrato nelle persone il pensiero che ci sono persone che vogliono il potere nella comunità marocchina invece questi incontri sono solo un passo ed era solo una tavola rotonda dove possiamo discutere le nostre faccende e cercare una soluzione per poter gestire la comunità marocchina.. Ma è fallito ed alla fine siamo rimasti 3 o 4 ad avere la voglia di continuare.. E poi nemmeno quelle 3… Poi abbiamo cercato di organizzare un altro incontro con altre asso- 43 ciazioni che non sono del tutto marocchine, abbiamo fatto un incontro però nemmeno quello è andato bene.. Secondo lei perché? “Riflette una realtà delle associazioni straniere a Bg..forse sbaglierò ma dico sinceramente quello che sento e che sentiamo noi.. Quell’ ignoranza che abbiamo nei ns paesi la portiamo anche qui cioè le associazioni. Portano quella cultura di ignoranza qui a Bg quindi non hanno imparato nulla della realtà dell’associazionismo… Per noi l’associazione è un atto di civiltà perché se guardiamo storicamente le altre civiltà troviamo che l’associazionismo è molto importante nella civiltà... Basta vedere a Bg e in Italia come funzionano le associazioni.. Quando il paese si trova in una situazione di difficoltà tutte le associazioni si danno da fare per poter fare qualcosa.. Invece noi abbiamo una realtà drammatica ma poche associazioni si muovono.. Magari non è un aspetto che appartiene molto alla vostra cultura... “È per questo che ho detto che non hanno imparato nulla della civiltà... Quindi abbiamo solo portato la nostra cultura, identica com’è.. Immagina prima che nascevamo noi esistevano 7-8 associazioni marocchine…normalmente avrebbero dovuto fare qualcosa..invece anche adesso ci sono più di 10 associazioni…ma non abbiamo fatto nulla di concreto.. Cioè non abbiamo fatto niente..che non vuol dire del tutto niente ma quelle poche cose non sono all’altezza di un associazioni. cioè qualcosa che si possa dire..questa è realmente l’associazioni. A parte i convegni a cui partecipiamo non si fa nulla di concreto che possiamo aiutare la comunità marocchina..cioè non è abbastanza quello che si fa...”. In sintesi, c’è la consapevolezza che se si lavora uniti la visibilità e il peso delle richieste è maggiore: però, nella pratica, i contatti e le occasioni di collaborazione sono pressoché assenti. Ci si rende conto che i problemi di un immigrato riguardano spesso tutti gli 44 altri, di qualsiasi nazionalità si tratti, ma sono ancora molte le difese e i muri che ci sono fra un’associazione e l’altra. Sembrerebbe che i vari gruppi nazionali procedano ognuno per la propria strada, e, salvo pochi casi, lo stesso si può dire per le componenti dei singoli collettivi. 45 VITA ASSOCIATIVA Organizzazione interna Il fare associazione costituisce una sorta di “prova” rilevante nella direzione della partecipazione alla vita sociale del territorio di arrivo e permanenza; oltre che nell’ottica di una “più facile” integrazione, è emerso come sia di grande aiuto avere contatti e scambi sul territorio italiano sia istituzionali, sia informali anche quando gli sforzi degli associati sono diretti ad un “là”. Un “limite” sono però le competenze di chi si impegna per dar vita all’associazione e, soprattutto, per gestirla: si tratta, innanzitutto, di avere competenze linguistiche, conoscenze delle dinamiche istituzionali ed amministrative locali, ma anche delle normative d’accoglienza dello Stato italiano. Tutte conoscenze non scontate. Il percorso per accedervi è spesso lungo, a volte tortuoso. Molti intervistati sottolineano l’importanza di conoscere le norme del nostro ordinamento, “il come funzionano le cose”. Un altro elemento che crea differenza, o meglio, che caratterizza le associazioni intervistate, sono le storie di migrazione, molto eterogenee, dei suoi componenti. C’è un legame diretto tra la storia dell’associazione e la storia migratoria dei suoi componenti: spesso l’approdo ad una forma associativa, infatti, è il frutto dell’evoluzione dei flussi migratori che si stabilizzano sul nostro territorio, altre volte invece rientra nel progetto migratorio stesso. Quindi, anche rispetto all’organizzazione interna delle varie associazioni ci sono degli aspetti simili – per esempio il lavoro in commissioni – ma anche grandi differenze di gestione, sia verso “l’interno” che verso “l’esterno” dell’associazione. Emerge anche la fatica dei responsabili delle diverse associazioni a coinvolgere gli associati: l’impegno e la presenza dei connazionali c’è solo in occasioni molto particolari e quasi sempre folkloristiche”, ma non esiste una presenza costante e continuativa dei soci. Anche questa è una difficoltà comune a tutte le associazioni intervistate, che riporta anche alla visione che gli immigrati han- 46 no rispetto all’associazionismo, sicuramente diversa da quella italiana. Vediamo in modo specifico come funzionano alcune associazioni al loro interno: Associazione Ghanesi “Come funziona poi la vita interna dell’Associazione? Stiamo parlando di associazione ghanesi in Bergamo.... come l’associazione vive.. su una quota di 30 euro annui, quota associativa, abbiamo visto che non possiamo fare tanto, e poi questi 30 euro annui non sono di tutti i ghanesi intorno, perciò noi siamo limitati in tante cose che noi facciamo. Uno arriva solo quando ha bisogno. L’associazione esiste fra alcuni, pochi, che continuano a cercare di tenere il nome dei Ghanesi sul territorio, ma maggiormente per riuscire ad avere tutti non è così semplice. Facciamo tanta fatica, però continuiamo a cercare di essere sentiti fra le varie associazioni bergamasche, così un domani quando ci sarà una chiamata non saremo lasciati fuori. Come mai c’è così tanta difficoltà a coinvolgere le persone, i vostri connazionali? Al di là del fatto che devono poi comunque rivolgersi a voi per questioni pratiche, come mai i ghanesi non rispondono a una richiesta di questo tipo? Un primo problema che ho visto esiste sui vari gruppi di Chiese che noi abbiamo. Allora ognuno cerca di tenere intorno a se stesso il suo gruppo. Se oggi abbiamo assemblea, in un gruppo di Chiesa hanno un battesimo, un altro gruppo sta facendo un matrimonio, un altro sta facendo un’altra cosa, vuol dire che ogni gruppo ha qualcosa da fare, allora diventa molto difficile lasciare e venire all’assemblea. Siccome sono numerosi questi gruppi non possiamo mai avere una domenica che tutti possano essere liberi quindi loro non riescono a partecipare a queste cose. Sentono che è necessario, ma in quel giorno hanno qualcosa da fare, allora continuano ad essere staccati da un’Associazione nazionale. Questo è il primo problema. Secondo: se l’Associazione è collegata all’Ambasciata per le documentazioni, per rinnovare i passaporti e tutte queste cose, vuol dire uno che nel quadro di un anno o di dieci anni (perchè il passaporto viene rilasciato e poi rinnovato dopo 10 anni) se tu per dieci anni non 47 hai bisogno di rinnovare il passaporto allora puoi essere a posto. Se non ha bisogno di andare dall’ambasciatore per fare tradurre un documento non serve l’associazione, se ha la sua casa, il suo lavoro... sono rimasti solo pochi con il buon senso, ad avere queste idee, la voglia di muovere qualcosa, persone che sono politicamente aperte, allora loro continuano a spingere l’associazione, a mantenere l’associazione dicendo ‘è una cosa buona’ ma molti altri non hanno …” (Esponente Associazione Ghanesi) Associazione Assosb “Ciò significa che l’Assosb è suddivisa in commissioni? Si, abbiamo 8 commissioni se non mi sbaglio… è molto organizzato anche quell’aspetto lì, quindi ciascuno di loro avrà una parola da spendere perché io purtroppo devo scappare…. Soprattutto lui potrà spiegarvi… comunque l’unica cosa che ti dico che l’Assosb è ritenuta come interlocutore della comunità sia da parte senegalese che da italiana… la Prefettura, il Comune, i Comuni con i quali lavoriamo… questo signore è il nuovo segretario dell’associazione e anche lui è in grado di rispondere a tutte le domande che volete fare (….). Queste 8 commissioni … come gestite il rapporto con il territorio, qui e anche con il vostro Paese e con le vostre istituzioni, Consolato ed Ambasciata. Come funzionano le cose? Funzionano in modo molto chiaro, perché noi siamo in un campo nel quale dobbiamo dimostrare ai bergamaschi e agli italiani che siamo molto più disponibili su un tema o su tanti temi che sarebbero: l’integrazione da favorire perché ha importanza anche sul territorio bergamasco, giustamente come diceva il presidente A. ci siamo incaricati delle relazioni con le istituzioni che sono sul territorio, che vuol dire fare il politico con le istituzioni, vuol dire favorire l’integrazione e il rispetto delle persone in generale, non solo l’immigrato ma tutti quanti. Ecco, le nostre relazioni con le istituzioni del Senegal, il Console e l’Ambasciatore, diciamo che siamo il portavoce dell’ambasciatore e del console che giustamente comunicano all’Assosb quello che deve andare dai senegalesi, quello che devono dire ai senegalesi. E poi anche il nostro governo in Senegal… siamo molto conosciuti e ci ha anche riconosciuti, perché l’ultima volta ci ha mandato il suo Ministro degli affari esteri che è venuto a trovarci… quello è più grande di tutte 48 le cose e questo qua possiamo anche dire che veramente serve per favorire comunque l’integrazione e i rapporti con le istituzioni (…). L’associazione ha un’assemblea generale che raggruppa tutti i membri, soci dell’associazione, che si riunisce tutti i sei mesi, dopo di che c’è il Comitato Direttore, che ha al suo interno l’Esecutivo che prende direttive dall’Assemblea. Prima di fare delle cose, un investimento di più di un miliardo delle vecchie lire è normale che lo portiamo davanti all’assemblea che l’approva. E all’interno dell’Esecutivo e del Direttivo ci sono presidenti anche di altre associazioni, mi sembra di aver capito… Alcuni si. Il presidente dell’Assosb è presidente di un’associazione di persone provenienti dalla zona di Louga, nel nord del Senegal. Il vicepresidente di Assosb è anche presidente dell’ass. Diappo. Io sono segretario generale dei senegalesi di Kaolak…. Facciamo in modo che ogni località sia presente, poi noi siamo aperti a tutti, ma non possiamo fare in modo che 18 o 20 o 30 associazioni che sono presenti sul territorio facciano parte dell’esecutivo, che è limitato. Però è aperto a tutti, le persone che hanno volontà e competenze possono chiedere di far parte dell’esecutivo. L’importante è essere eletti dall’assemblea (…). Allora l’associazione, la commissione sociale è quella che si occupa di questo genere di gente: uno che è malato, non lavora più, come fare per aiutarlo e farlo andare, mandare qualcosa alla famiglia…. Siamo qua, anche problemi sociali e giuridici, perché, quando diciamo problemi di giustizia… non è che uno fa quello che vuole poi noi interveniamo; ci sono quelli che… la droga non lo vogliamo, la vendita dei prodotti falsi non lo vogliamo, non interveniamo… noi interveniamo sui casi che sono casi normali. Il primo scopo dell’associazione era questo. Poi sono venute altre cose, per esempio comprare questo locale per fare rimanere la gente, perché ci sono sempre quelli che hanno fatto la scuola e altri non l’hanno fatta… quindi anche per fare un modulo, per presentarlo alla Questura è un problema, devono venire dal segretariato per aiutarci. Quindi dobbiamo avere un locale e qui c’è uno che ha bisogno viene qui e trova qualcuno che può aiutarlo…” . (Esponente Associazione Assosb) 49 Associazione Alba “Com’è organizzata la vostra associazione? E’ più un passaparola… - non abbiamo una sede, la prima cosa. - poi gli immigrati si conoscono tra di loro, ed è un passaparola, per cui non essendoci i soldi per farsi pubblicità, non essendoci la sede, - io conosco la tipa, la tipa dice a un’altra… - c’è questo punto di riferimento perciò è un susseguirsi - poi a volte ci incontriamo alla casa di una albanese, nostra associata,che tiene la contabilità dell’Associazione, perchè ha una casa grande, in via …… - la tesoriera, sì. Lei corre, poi interviene per il lavoro per gli albanesi, chi ne ha bisogno, guarda è una ragazza eccezionale, anche lei studentessa, lavora… Quanti associati avete? E in che modo contattate le persone albanesi per metterle al corrente che esiste la vostra Associazione? Certo, noi abbiamo fatto così, abbiamo scritto solo il nome, non abbiamo fatto il tesserino, con il numero del cellulare, se c’è qualche problema ci contattano loro, perchè noi non è che abbiamo soldi per telefonargli. Abbiamo detto: per chi ha dei problemi diamo il numero di alcune persone dell’Associazione, siamo in cinque, ci contattate noi interveniamo sempre entro le nostre possibilità perchè non possiamo fare… - poi non è che ci sia questo riscontro fantastico, in questura o in altre sedi o in alcune associazioni.. - in questura specialmente (…). Quindi, fatemi capire: la vostra associazione in particolare fa opere di assistenza e consulenza legali, di accompagnamento rispetto alle problematiche che hanno gli albanesi. E’ un pò questo lo scopo dell’associazione? R. Sì, L. è molto informata anche sulle leggi, le cose, e tanti la chiamano anche per… perchè se vai in ufficio per prendere delle informazioni in questura ti dicono due cose e non ti fanno capire bene, perciò lei sa come funzionano tutte le cose, cosa gli serve da prendere da giù in Albania, la documentazione da portar qua, sa tutta la 50 procedura che deve essere seguita e consiglia quello che deve fare, perchè già uno perde tempo, già i tempi d’attesa sono lunghi poi se deve perdere anche tempo nell’andare a chiedere a uno che non gli dà informazioni complete, poi a un altro (…). Come è organizzata la vostra associazione? Fate degli incontri periodici, riuscite ad incontrarvi come consiglio direttivo? Riusciamo ad incontrarci perchè siamo in poche, solo ragazze, ... anche, anche un ritrovo al bar, un caffè ci si parla di quello che succede. Voi siete elette dagli associati? Si dagli associati, 5 anni facciamo… - sì abbiamo voluto fare ancora perchè scade, e hanno voluto ancora me ma io non voglio.. Mi avete detto che avete un consiglio direttivo, composto da voi più alcune altre donne. Poi come fate a gestire la comunicazione con gli associati, ad informarli delle decisioni che vengono assunte? Telefonicamente, tutti i numeri di telefono, poi se io conosco la S., gli dico: io non telefono a quella determinata persona per dirgli, gli dici te perchè voi vi incontrate, per cui a Bergamo non abbiamo problemi perchè più o meno se io conosco 10, quei 10 fanno passaparola, invece nelle province contattiamo - telefonicamente - o mettiamo i volantini nelle scuole. Ok, quindi utilizzate un pò il tam-tam, un pò il volantinaggio… Poi abbiamo messo gli articoli sull’Eco di Bergamo, quando doveva venire l’altro Console abbiamo messo l’articolo sul giornale che viene il Console generale, chi vuole riunirsi a noi facciamo una riunione. E funziona come modalità? Gli albanesi leggono l’Eco di Bergamo? Sì sì, vengono, sono stati 45 persone, ma quelli 45 fanno poi passaparola agli altri: abbiamo detto questo, fatto questo.. (Esponente Associazione Primavera) Associazione Primavera “(…) Tanti non sanno neppure cosa sia un’associazione e a cosa serve e quindi ci vogliono una serie di informazioni per il lavoro che fa 51 l’associazione, anche tramite radio o televisione e quindi comunicarlo un po’ di più, perché poi è davvero difficile dire ad una persona di far parte di un’associazione senza neppure che sappia cosa sia un’associazione. Ci sono però anche altri limiti, quali la diffidenza che le persone hanno verso un discorso di associazionismo, perché negli anni passati ci sono state individui che proponevano di aderire alle associazioni solo per fregare i soldi, per cui hanno avuto esperienze negative. Davano i soldi e poi non vedevano più nessuno. Comunque in Valle Imagna siamo tutti gente del posto, che ci conoscono da tanti anni e quindi si fidano. Come pensate di coinvolgere i vostri associati? Intanto cominciando con la scuola di arabo, che è un buon punto di partenza. Praticamente se vedranno che i loro figli avranno la possibilità di studiare e imparare la loro cultura, saranno coinvolti e non si tireranno indietro. Le risorse: ci saranno in base agli associati. Ogni associato verserà un tanto al mese, abbiamo definito in Euro 2.50, una cosa simbolica, per poter almeno creare una base visto che sono tanti (…). Come fate a contattare le persone e quindi ad invitarle ad associarsi? Mettiamo annunci al bar, ai phone center e internet-center. Comunque sono stati i marocchini stessi che hanno chiesto di creare un’associazione, quindi sono interessati. Si utilizzano manifesti, annunci, passaparola, tam-tam della strada, e le partite di calcio, che sono occasioni che uniscono di più. Se una persona viene a sapere una cosa riesce a comunicarla agli altri connazionali velocemente.” (Esponente Associazione Primavera) Una difficoltà segnalata da più associazioni è la fatica di portare avanti le attività, perchè a volte i membri anche dei vari comitati non hanno un permesso di soggiorno, oppure ritornano in patria. L’instabilità è fonte anche di difficile continuità dei progetti sul territorio di accoglienza: “...ecco la grande difficoltà che ho incontrato sia nell’aspetto più culturale, sia nell’aspetto sociale è la non continuità: uno viene, si prepara e fa le cose finché non ha un lavoro, o ha un lavoro part-time, 52 come trova lavora sparisce..un altro che sembra più…all’improvviso per motivi x…torna in Bolivia e ci resta! Cioè c’è un alto… Un turn-over… Un ricambio! Solo che per questi lavori, come quello del CSA o di aiuto per lo svolgimento delle pratiche..bisogna ricominciare da capo, cioè non è mai finita! Non è che dici, adesso fatto questo lavoro e questo è in grado di sostituirti….io delego, no!..adesso facciamo parte “juntos per los andes”, cioè le idee sono tante, io sono un vulcano di idee, vorrei realizzarle tutte…però molto spesso mi manca il materiale umano, perché è nuovo, bisogna ricominciare da capo, prima di delegarlo bisogna conoscerlo…ho per fortuna, delle persone: uno che si occupa dei problemi di alcol correlati con un progetto del comune, con l’Acat eccetera, l’ho inserita e porterà avanti il progetto dell’alcool, c’è qualcun altro di mia fiducia è una persona splendida sulla quale posso contare quasi quanto su di me che ho delegato per la fondazione di “juntos per los andes” a Roma che è un’Associazione di associazioni”. (Presidente Casa dei Boliviani) Anche l’associazione Attadamon, nella persona del proprio referente dichiara: “Se parliamo dell’associazionismo italiano si vede chiaramente come funziona, sanno dove portare i soldi, sanno come fare a guadagnare e sanno gestirli e sanno come organizzare un’associazione. Invece le associazioni straniere non sanno come fare,alcuni enti hanno fatto della formazione ma formazione morale, non su come si devono fare le cose, i progetti, non è conosciuto il meccanismo per fare i progetti, quindi le associazioni non sanno a chi rivolgersi e rimane sempre un’ignoranza di formazione da cui si possa fare un’associazione(…) le associazioni straniere hanno bisogno di capire come si fa ad organizzare un’associazione”. C’è chi tiene formalmente i registri dei soci, ciascuno dei quali, una volta registrato viene fornito di una tessera, completa di foto, dati identificativi degli associati e sul retro, delle caselle per i dodici mesi su cui apporre il timbro quando si paga la quota mensile; è la pras- 53 si usata dall’associazione di Sebo Sebe, che è probabilmente la più grande associazione di villaggio nella provincia di Bergamo, che conta quasi 400 soci al suo interno. Nata nel 1992 con lo scopo di contribuire ad affrontare simultaneamente i problemi socio-economici del paese di origine e quelli di integrazione nel paese di approdo: “Quest’anno abbiamo la riforma nell’organizzazione interna, perché prima non eravamo istruiti, non sapevamo come fare… Come siete organizzati? Abbiamo un comitato esecutivo formato da 7 persone. Solo quelli che hanno fatto le scuole in Senegal….All’interno del comitato abbiamo inserito persone istruite…infatti quest’anno è meglio. Noi come associazione facciamo parte della FADERMI, federazione di associazioni che vengono dalla regione Nord del Senegal Il tesoriere della FADERMI sono io (?)…Il segretario generale di questa associazione è nella federazione. C’è un importo da pagare? Sì, 10 euro al mese. Ogni socio ha una tessera; è un rettangolo di cartoncino sottile bianco, più piccolo di una cartolina) con segnati i dati anagrafici, la firma del socio,il timbro dell’A. Sul retro sono riportati i 12 mesi: ogni mese viene timbrato se è stato pagato l’importo). (mostra una specie di quaderno) è il registro delle presenze alle assemblee. Teniamo tutto registrato, anche se dovessero fare dei controlli, noi abbiamo tutto segnato quello che facciamo. Se vuoi venire anche tu alla riunione generale puoi, è interessante. E’ già venuta altra gente. Che lingua parlate? Tra di noi l’arabo. In Senegal il francese è la lingua ufficiale, ma noi parliamo il dialetto, il Wolof. La sede è a Bergamo, l’assemblea generale fa facciamo in provincia di Bergamo. Di tutti i membri dell’A, circa il 70, 80% vive nella bergamasca”. Una costante emersa in tutte le interviste riguarda quello che possiamo definire la problematica della sede; infatti, poche associazioni possono contare su una propria sede. Ciò è vissuto come 54 un limite ed è una delle richieste più frequenti che si vorrebbero portare al tavolo delle istituzioni. Qualcuno l’ha già fatto (rivolgendosi o direttamente o tramite una lettera al sindaco, alla chiesa, o alla provincia); è’ interessante leggere quali motivazioni gli attori mettono in gioco per reclamare una sede; questa, per esempio, è la bozza usata dalla Casa dei Boliviani: “L’attuale mancanza di una sede per l’associazione, se non crea grossi problemi per quanto concerne le attività svolte in ambito esterno(interventi nelle scuole, nei CRE…) e quella di ascolto e orientamento, che la Responsabile legale continua a svolgere provvisoriamente nella propria abitazione, limita fortemente quelle che richiedono spazi per poter essere ancora realizzati (corsi, seminari, corsi di formazione, conferenze…) La mancanza di spazi adeguati non è un problema indifferente per le associazioni, perché non le agevola nella realizzazione delle loro attività e limita notevolmente la possibilità di costituire un punto di riferimento per l’intero gruppo nazionale di cui sono, almeno in parte, espressione. (…) malgrado il desiderio di tutti i volontari dell’associazione di portare avanti e magari incrementare il lavoro già intrapreso, la Casa dei Boliviani si ritrova senza i mezzi economici per procurarsi una sede nuova (…) ritenendo non solo di avere operato in senso produttivo a favore della numerosa comunità boliviana, ma di aver svolto nel contempo un’azione di sostegno alle Istituzioni cittadine nel difficile lavoro di gestione dell’attuale fenomeno dell’immigrazione di massa, nel rispetto delle sue competenze e secondo i principi di una sana Cooperazione, il Centro ha presentato istanza di richiesta di nuovi locali al Comune e alla Provincia di Bergamo”. Chi invece ha la fortuna di avere una sede, la usa anche come punto di ritrovo e di “convivialità”. Spiegano i membri di Es Salam, come è diventato abituale per loro ritrovarsi alla sera, dopo il lavoro nella loro sede a discutere, giocare a bocce. Anche i loro figli si ritrovano lì. Le associazioni inoltre (ma anche i semplici gruppi nazionali), che contano in alcuni casi centinaia di iscritti, faticano ad ottenere l’utilizzo di locali comunali da adoperare come loro sede. Spesso, infatti, sono obbligate a chiedere in più 55 direzioni prima di poter ottenere uno spazio idoneo per quella determinata attività. Alcune “eccezioni” si sono riscontrate in questi ultimi anni: le associazioni con numerosi associati (per esempio Senegal e Marocco) hanno acquistato dei locali per farli diventare loro sede e portare avanti iniziative sociali o religiose: “Abbiamo una sede che ci costa una barca di soldi come affitto (…) è anche molto bella! Noi c’abbiamo una villetta a Montello, con un terrazzo grande, un magazzino grandissimo e sopra c’abbiamo la sede: però tutto questo ci costa 1.000 euro di affitto! E questi soldi dobbiamo tirarli fuori noi”. (Vicepresidente-Es Salam) Un’altra soluzione è quella intrapresa dell’associazione dei peruviani, che vorrebbe affittare, insieme ad altre associazioni, una stanza o una casa: “Stiamo trattando con due persone, perché possibilmente fra un gruppo di associazioni si affitti una casa. Ora si sta in trattative, poi magari a settembre la risposta. E allora lì inseriremo anche l’associazione dei peruviani, perché avere una sede è importante: devi avere un computer, un telefono, non puoi utilizzare quello di casa tua, se no!!! Sono mille peruviani a cui devi comunicare le cose!”. (Esponente Perù) Altre invece hanno stipulato un contratto d’affitto (per una, due volte al mese, stabilite) con la sala riunione di alcuni hotel. Le associazioni che non hanno optato per queste scelte, soprattutto per motivi economici, si arrangiano invece di volta in volta, a seconda della disponibilità dei propri associati. Ritrovarsi nelle case dei vari membri, infatti, rimane l’unica possibilità: “Prima andavamo in un negozio, adesso non c’è più. A volte andiamo nelle case private dei membri, oppure all’ARCI di via Quarenghi, oppure in via Borgo Palazzo da Rifondazione comunista ..oppure alla Gavazzeni…è un problema non avere la sede. A volte stiamo anche in strada a parlare”. (Esponente Bangladesh) 56 Le quote dei soci non bastano Da tutte le associazioni intervistate emerge, in modo esplicito, la necessità di conoscere quali sono i canali per avere finanziamenti: a chi rivolgersi? In che modo? Come fare per essere ascoltati? Quasi tutte le associazioni, infatti, vivono grazie ai contributi degli associati, ma per tutti è evidente la difficoltà a “far quadrare i conti”: “Non è che noi riusciamo a fare un granché perché fino ad adesso non abbiamo mai avuto un fondo dallo stato italiano. Tutti i costi li abbiamo fatto noi (…) questo è un aspetto negativo…sono andato da tanti, ma non riesco a trovare qualcosa, mi promettono, mi promettono, faccio mille telefonate e dico: Ah, finalmente, ma poi niente!”. (Presidente-Thiel Sebe) Altri invece sottolineano che è difficile organizzare qualcosa, oltre per la scarsità dei fondi, anche perché non si sa come fare, come spiega il presidente dell’associazione Thiel-Sebe: “Sul territorio di Bergamo, non abbiamo mai avuto la possibilità di fare qualcosa, primo perché il tempo è poco, ma dopo perché non è che riesci a trovare qualcuno, a lavorarci insieme. Se non c’è qualcuno che ti accompagna, che ti indica la strada, le vie, non è che puoi fare gran che…ci vuole uno che ti dà un aiuto, che sa le leggi, i diritti”. “Abbiamo intrecciato in questi due anni delle relazioni importanti, cosa che…a me particolarmente, mi implicava moltissimo soldi e tempo!....certo, non siamo stipendiati! Però quello lo sapevo io dall’inizio, non mi ha mai fatto problema, però arriva un momento che dopo le spese sono tante, non riesci a mantenerle e allora, dici, come fai? Devi chiamare al telefono, dopo le bollette salgono…la benzina, e se hai uno stipendio normale medio, cominci ad uscire..e cominci a dubitare di queste situazioni no!” . (Esponente Associazione Peruviani) Parlare di “fonti di finanziamento” nell’ambito associativo è quindi 57 un po’ prematuro; la raccolta fondi, intesa come attività di contatto strutturata con privati disposti a finanziare l’associazione o le sue singole attività, non è svolta da nessuno. Si ricorre all’autofinanziamento tramite: - quote d’iscrizione all’associazione - “i portafogli” dei soci più attivi - attività quali feste, incontri - sponsor privati. L’entità della quota associativa varia nelle associazioni; chi la richiede mensilmente, chi una volta l’anno come quota d’iscrizione e chi la rimanda alla disponibilità dei singoli soci: “È l’amore che abbiamo creato verso l’associazione e vogliamo fare nascere nelle persone, perché..il lavoro di associazione è un lavoro di collaborazione…tu dai qualcosa ad un altro che ha bisogno… aiuti gli altri e questo è il significato che noi vediamo quando uno ha questo amore verso l’associazione…è per quello che a fine mese ci guardiamo negli occhi e ci diciamo: ei ragazzi quest’anno mancano 500 euro, non è ti dobbiamo stare lì a rompere per dieci minuti … sanno che siamo in cinque, tac allora sa che lui che deve dare 100 euro e lui tira fuori 100 euro. Sicuramente non comprerò una maglietta di marca al mio bambino, però magari gli prendo qualcosa dai cinesi che costa meno e siamo a posto: lui c’ha la sua maglietta, la mia associazione …ha aiutato delle persone che magari c’hanno bisogno di cibo, da mangiare, ecc...allora noi abbiamo contribuito a quello, e per quello noi sicuramente (ridono) non diventeremo mai ricchi, perché i nostri soldi li dividiamo tra la famiglia e questi lavori, più altri aiuti che facciamo, per dire con la festa di Ramadan fine anno noi dobbiamo tirare dei soldini, abbiamo aiutato delle persone al Marocco”. (Esponente Es salam) “Come mai non chiedete soldi un po’ per uno a tutta l’associazione… è una scelta di associazione? Non è una scelta..è un problemino grosso questo, perché sono pochissimi quelli che si buttano dentro, che credono in questa cosa, 58 noi abbiamo iniziato e detto:guardate se rimaniamo su questo punto sicuramente non andiamo avanti, sarà sempre questo problema di tessere...allora, noi cerchiamo di sacrificarci per i nostri figli, perché se noi non facciamo questo passo, addirittura a noi ci costa 100, 100 qualcosa in ogni mese!! A parte le altre spese, magari vai a Roma, partecipi, vai a Milano, vai al consolato…e sono spese che tu non lo conti, perchè vai a benzina e tempo..noi abbiamo detto: va beh, dobbiamo fare questi sacrifici, per fare questo salto…sicuramente arriviamo un giorno, perché adesso ci sono difficoltà, però arriverà un giorno dove superiamo questo. La nostra speranza è magari di avere qualche aiutino da qualche comune, provincia, regione…entrare in questo sistema di progettino, che noi stiamo già facendo: abbiamo fatto la scuola di arabo per bambini arabi, non solo marocchini, ma per tutte le altre nazioni arabe. Abbiamo fatto un corso di italiano per le donne marocchine e straniere e quello l’abbiamo finanziato noi, abbiamo fatto un corso di italiano per i maschi, l’abbiamo finanziato noi” . (Vice presidente Es salam) In azione Gli obiettivi dichiarati da ogni associazione sono perseguiti promuovendo un vasto ventaglio di attività, tra le quali spiccano le feste dell’associazione e le scuole di lingua. Attività definibili più “politiche o sindacali” come una mobilitazione generale dei membri, con finalità diciamo rivendicative, non sono quasi mai state citate. anche attività con una forte connotazione religiosa sembrano non aver nulla a che fare con le associazioni. I due campi sembrano essere molto distinti: la religione non c’entra niente con il mio ritrovarmi in associazione. Ogni associazione indirizza i suoi sforzi verso attività specifiche, come l’organizzazione di corsi di lingua italiana per stranieri, tornei di calcio, organizzazione di spettacoli folkloristici. Le attività che si rivolgono al territorio di accoglienza, rimangono circoscritte ad un ambito territoriale ristretto: provinciale o comunale. 59 La comunicazione delle attività viene esplicitata tramite i canali tradizionali della comunicazione: passaparola, volantini, telefonate, riunioni. L’elemento nuovo è costituito dagli sms. Un’altra modalità è la radio, per esempio i senegalesi ascoltano una loro radio che li tieni aggiornati rispetto a quello che succede in Italia e in Senegal. Un aspetto importante è la promozione della loro cultura attraverso la realizzazione di manifestazioni culturali e ricreative, che coinvolgono i cittadini bergamaschi attraverso musiche, danze, cibi, colori, arte… “Quindi l’associazione fu creata nell’89 da queste 39 persone, poi ci sono tanti altri cambiamenti, perché dall’89 fino al ’92 abbiamo raccolto sempre mensilmente le “cotisations”, dopo con tutti i cambiamenti che ci sono adesso la quota è annuale, non è più mensile, quindi abbiamo introdotto anche altre organizzazioni che sono un po’ più complete; certamente l’associazione è nata in quell’epoca lì , ma non si limita soltanto ad intervenire in quel senso lì. Facciamo anche tante altre cose. Nel ’90 mi ricordo che c’erano anche tanti altri problemi per la comunità: orientamento, ricerca lavoro, collocamento.. perché gli stranieri hanno cominciato a lavorare per lo più nel ’90; non sapevano neanche cosa significa il collocamento, il libretto di lavoro, il problema di alloggio; noi abbiamo affrontato tutti questi problemi dal ’90 fino al ’94, arrivando nel ’95 le cose cominciano a migliorarsi, nell’aspetto alloggio, conoscere gli indirizzi utili, come la Questura. Il collocamento, il libretto di lavoro tutte queste cose qua erano già problemi superati. Quindi cosa abbiamo fatto? Abbiamo iniziato un percorso nuovo, di cercare di creare un clima e le condizioni per integrarsi nella società italiana, cominciare ad organizzare corsi di lingua, di formazione… tutte queste cose. Fin dove siamo arrivati oggi. Perché l’immigrazione nel ’90 non è più come nel 2007. Adesso ci siamo più integrati, capiamo meglio le leggi, capiamo meglio anche la situazione, il nostro dovere… purtroppo mancano i diritti, come diciamo sempre noi. Però voglio dirti che c’è stata tanta imitazione diciamo….. fino ad oggi. Adesso abbiamo degli eventi, delle manifestazioni. L’Assosb adesso è diventata grande, abbiamo quasi 2.000 60 soci, siamo anche sparsi nella provincia, al di là anche della provincia… quindi questo è tutto quello che è successo dall’’89 ad oggi”. (Associazione Assosb) “Noi facciamo il lavoro de orientazion, un lavoro de dedicazion, por exemplo io non avevo una scrivania e andato io a S. Lazzaro e parlato con el prete e aiutado e così ho detto: “don Mario Marossi (Missione S. Rosa da Lima) mi da un posto con una scrivania per esplicar al boliviano?” …io soy come una confessora no? Viena con tanto problema la gente, tantissimo problema…io le doi la tranquillià e digo “devi esser forte!”..fuerte, devo escuciare, ma non si parla de lavoro, no!..cadauno save come come prendere lavoro Degli altri aspetti della vita quindi? Sì…solamente l’aspetto della vita, come devon ellos imparar tanta cosa: timbrar, el comportarsi bene, como comportarsi con la gente, come mangiare, come attendersi all’anziano, come dargli amore, se l’anziano esta con problemi di salute...però deve portare la tranquillità, multo amore...così…de questa cosa se parla...y la gente es multa carina…gentile”. (Presidente ACISBOL) Alcune associazioni riescono anche a sviluppare dei momenti di incontri per parlare di tematiche importanti, riguardanti anche l’integrazione: “Ho portato un avvocato italiano per spiegare i permessi di soggiorno, cosa bisogna fare. A livello provinciale abbiamo incontrato le autorità per dialogare con loro. Siamo andati in questura: una delegazione della nostra associazione è andata dal questore per i permessi di soggiorno…perché sono troppo lunghe le code, fuori al freddo… E cosa avete risolto? La risposta negativa è sui permessi di soggiorno…è una cosa che prima va risolta a livello nazionale, il questore non può giudicare sui permessi di soggiorno. La risposta positiva è che sui ricongiungimenti famigliari apriranno 4 sportelli. Ora sono solo due. 61 Le file sono troppo lunghe, al freddo, noi abbiamo chiesto di poter fissare un appuntamento e non fare più file..anche perché si lavora, e stare tanto in fila come fai? Poi abbiamo parlato dei rapporti con il comune, con il territorio, c’era anche l’Eco di Bergamo,siamo stati contenti di essere andati dal questore. Ci avevamo provato già due volte, ma non ci aveva ricevuto. Allora abbiamo fatto manifestazione a Bergamo, dopo il questore ha accettato la delegazione. Conosciamo anche i sindacati della CISL, ci hanno detto che se abbiamo problemi possiamo rivolgerci alle loro sedi di Travaglio, Zingonia e possiamo parlarne insieme. A volte ci rivolgiamo a Bavar Seck di Brescia, la fanno più veloci a fare le cose rispetto a qui a Bergamo”. (Esponente Sebo-Sebe) “Ancora questo mare di problemi, parliamone.. Per esempio il problema con la scuola, la comunicazione tra scuola e genitori marocchini. Le mamme non parlano l’italiano e a volte neanche l’arabo, ma qualche dialetto. E la mediatrice culturale non serve a niente…così ci sono difficoltà col bambino a scuola ,ma non ci si riesce ad intendere..noi abbiamo provato a portare dei nostri mediatori, che conoscono veramente la lingua. In una scuola è stato accettato…chi vuole lavorare veramente con gli immigrati deve essere disposto a lavorare di sabato, domenica, alla sera”. (Segretario associazione Toubkal) Alcune associazioni hanno comunque “spirito imprenditoriale” per cui, quando fanno le loro iniziative hanno sponsor, agganci e sostegno da parte di privati e amministratori pubblici; anche se, il canale privilegiato, rimangono comunque i membri. Come già riportato, alcune associazioni sentono la necessità di farsi conoscere all’esterno utilizzando diverse forme: convegni (Senegal – Marocco – Burkina Faso ), seminari, incontri culturali di vario genere, e presentando anche i progetti di sviluppo che molte di loro hanno con il Paese di origine. Anche al loro interno sviluppano progetti di formazione indirizzati, per esempio, ai ragazzi del 62 proprio Paese (corsi di lingua araba per bambini marocchini etc.) aperti anche alla popolazione italiana. “L’associazione delle Filippine ha svolto attività culturali, ricreative, religiose e degustazione etnico-asiatico e salvaguardia di diritti. Ne ricordo alcune 1994 festival di Viareggio 2004 Multifesta di Gorle 2005 preparazione di piatti tipici filippini e presentazione in diversi oratori 2005 organizzazione torneo di basket In aggiunta a queste attività organizzazione e animazione S. Messa domenicale presso l’oratorio di S.Croce e feste di Natale”. (Associazione Maynilad) Il presidente dell’associazione El Amal racconta di Feste a Colere, Lovere, Parre, una riunione con gli italiani per presentare l’Islam, partite di pallone organizzate dalla CISL, festa multietnica e trasmissione di informazioni importanti tramite biglietti in luoghi frequentati da marocchini “Spieghiamo alla gente quello che esce dalle riunioni così lo sanno anche loro. O magari scriviamo...mettiamo tanti biglietti..nei posti più frequentati dagli extracomunitari”. Il presidente dell’associazione Attadamon parla poco delle attività svolte dall’associazione tranne quando descrive brevemente la conferenza del 2004: “Nel 2004 abbiamo partecipato ad una conferenza, siamo gli unici, davanti alle istituzioni,l’agenzia aveva organizzato un convegno e ci hanno chiamato...eravamo appena nati.. ma abbiamo avuto anche successo...ed in quel momento siamo stati conosciuti dal territorio...” Il presidente dell’Associazione AVD dice: “Siamo in accompagnamento di segretariato sociale e tante altre 63 cose perché stiamo facendo tante cose..anche in Africa.. 2 anni fa abbiamo chiuso un progetto con il comune di Bg e l’ospedale che ci aveva regalato materiale ospedaliero e carrozzelle per handicappati e le abbiamo portate in Africa.. Quest’anno stiamo pensando qualcosa per combattere la malaria in Africa, stiamo pensando al Sudan e abbiamo contattato il governo locale tramite il ministro degli affari esteri e tramite medici senza frontiere che sonoul posto. In Italia…le prime attività fatte..stiamo basando tutto sull’integrazione.. Il 1^anno abbiamo organizzato un convegno sull’integrazione al quale abbiamo invitato il presidente dell provincia e il vs direttore e altre ppersone Il 2^ anno l’abbiamo fatto anche invitando tanta gente per cercare di spiegargli cosa vuol dire integrazione e come dobbiamo fare.. Il 3^ anno abbiamo invitato il ministro degli affari esteri del Senegal per rafforzare l’integrazione sul territorio, magari invitando i più forti possiamo avere la possibilità che la gente ascolta meglio..” “..l’anno scorso abbiamo fatto un we culturale per l’integrazione.. C’era un torneo di calcio di 4 squadre della regione...”. L’elemento di riscatto e dignità culturale è emerso in modo esplicito in due interviste: alla richiesta di spiegare cosa intendesse quando parlava di ritenersi un’associazione culturale, il vicepresidente Es salam spiega che: “Culturale… noi prima di tutto difendiamo... facciamo conoscere la nostra cultura, perché noi crediamo che il muro che separa le due culture… per conoscerci, noi cerchiamo di far conoscere la nostra cultura. Noi facciamo lo sforzo di conoscere la cultura italiana, e questo è già una prova che parliamo l’italiano, vuol dire che abbiamo fatto lo sforzo di imparare la lingua per essere utile e per capire le cose più svariate, magari io… scusate il termine, c’è una parolaccia, dici: vaffanculo, per noi all’inizio quando uno ti manda questa parola ci offendiamo, si credeva che era una parola… Forte? Forte! però col tempo abbiamo capito, no! È solo che magari uno ti 64 manda a quel paese… e dopo due secondi si è fermata la cosa…e tantissimi che magari non conoscono queste battutine crea un po’ di problemi…io ho avuto anche delle esperienze, collaboro anche col sindacato, abbiamo avuto delle denunce”. Spiega poi come al coordinamento degli immigrati di Bergamo arrivano molte denunce di “comportamenti razzisti”; ma quando si indaga un po’ di più si capisce che sono stati dei malintesi culturali: “Penso che diffondere…per fare conoscere la nostra cultura: il modo di vivere, di mangiare, di dormire…perché è anche un’altra cosa, io ho avuto addirittura un problemino quando ho, sono traslocato per cambiare la residenza…quando è arrivato il vigile non è che ha trovato tutti i letti sistemati, magari quando uno compra la casa e gli hanno succhiato anche il conto, allora magari si arrangia in un modo o l’altro per dormire...e questo diceva: come fate a dormire qua? non ci sono letti!e però c’è qualcosa, ci arrangiamo! Perché non è obbligo che io dormo sul letto! Perché nostra cultura, quando si va al Marocco, magari cinque, sei persone dormono nella stessa stanza, con dei tipi di…perchè anche le camere sono addirittura attrezzate in quello modo che possono dormire tante persone, perché si può usare come camera da letto o come camera degli ospiti, o da mangiare, che sono diversi tipi di arredamento che serve in tutte le parti...e questo magari per un italiano non può esistere, ah! Per lui diventa una cosa, dice: come fai? Come noi immigrati abbiamo questo problemino anche per permesso, ti dicono: tu devi avere una certa metratura! Però noi siamo abituati anche a vivere anche quattro o cinque in una stanza e questo c’ha un significato molto forte! Della solidarietà, io non posso avere 120 metri quadri con due persone e gli altri dormono fuori, anche questo è un tipo di solidarietà che si divide con la famiglia o qualcos’altro...per quello quando diciamo culturale è quello di cercare di fare conoscere la nostra cultura, il nostro modo di vivere, di mangiare…più non solo culturale, facciamo anche sport, è una cultura sportiva, perché abbiamo anche una squadra che ha partecipato anche al torneo l’anno scorso”. (Vicepresidente Es Salam) 65 “Il grado di educazione che arrivano è molto basso, molto basso Tu pensi? Sì, molti non arrivano alla conoscenza minima del leggere e scrivere.. allora questo è un handicap. Ma stai parlando solo dei peruviani o dei sudamericani in generale? Questo i peruviani. Intuisco che i boliviani sono peggio ancora, perché ti trovi con casi che proprio non prendono la penna perché non lo sanno. Questa è una limitazione, non per il fatto di non saper leggere e scrivere ..penso che una conoscenza, de qualunque tipo de robe ti porta ad un’apertura mentale per affrontare le cose e per me è un handicap...abbiamo fatto una serata con le poesie peruviane..c’erano 10 persone. Abbiamo proposto di parlare su dei viaggi, di un signore che aveva portato le cose di Macchu Picchu, ma erano più gli italiani che i peruviani! Allora c’è una serie di cose che la gente se ne frega della questione, perché la comunità peruviana è molto più pratica. Devo lavorare! Io devo lavorare alle 8, alle 6 ok, sto in giro fino alle 4, vado a letto poi faccio la doccia e vado a lavorare. Come fai a lavorare?lavori bene? Ma…Smetto alla una, torno a casa, mangio, esco a ballare, torno alle… cioè una vida… per anni così eh...!!!! Ma tu dici che il peruviano è così come mentalità? Eh…io penso che parte dalla,ripeto, dalla non conoscenza...sai la vita non si può limitare soltanto a passare da una situazione ..c’è tanti aspetti diversi…”. (Presidente Associazione Peruviani) “Avevo proposto il viaggio al mare, siamo andati al mare ben due volte… Ma come associazione? Sì, sì. Abbiamo organizzato, preso un pullman, affittato, e lì è stato un esito, perché c’è il divertimento, la birra, la festa, la musica. E i peruviani arrivano… eh sì, però ogni volta che devo essere io il papà che devo gestire la cosa, perché sappiamo che la musica alta dà fastidio agli altri, come con le feste, io ero il primo che ho limitato la vendita di alcol… “la festa sta fino a che ora?” “Ah, alle undici finisce? Allora alle 9 fermi 66 tutti, non vendiamo più niente. Non hai avuto recriminazioni? Certo…uff, figurati”. (Presidente Associazione Peruviani) L’importanza delle festa è vista in due modi diversi dai rappresentati sud americani per il presidente dei peruviani, la festa è un modo per accalappiare le persone. “Abbiamo cercato di fare un opuscolo perché la riunione non funzionava Perché? Non veniva nessuno? No!Ripeto, c’è una specie di…di… non lavoro dietro, perché il menefreghismo, come lo interpreto io…è molto diffuso…perché se le persone vanno, partono con un preconcetto; allora: se tu non le hai le cose, per es. ok c’è questo e se questo è importante per te perché il rinnovo del permesso di soggiorno sarà così, tu devi andare da loro… non è che se scade il permesso e loro vanno da te, tu devi andare da loro. allora abbiamo capito questa formula, no! E l’unica forma per radunare le persone, massicciamente, non era con le riunioni, ma era con le feste. Con le feste, con i quattro grossi eventi che abbiamo fatto, noi prima di iniziare fermavamo tutto e …davamo tutta l’informazione a livello sociale. Avevo trovato anche uno psicologo che aveva studiato in latino america, di origine italiane, che parla spagnolo…che dava supporto gratuito psicologico, una valanga di gente!!! Sì? Sì. Ha funzionato? E un avvocato che adesso …adesso sta trattando dei casi…di espulsi, di gente che ha avuto incidenti…,assicurazioni…tutte queste cose … abbiamo avuto questi contatti” . (Esponente Associazione Peruviani) Di pensiero diverso è invece la presidentessa della Casa dei boliviani, che pensa come i sud-americani, in generale, siano capacissimi di organizzare e fare festa, senza bisogno che qualcuno la organizzi. 67 “Se vogliamo fare una festa alla Malpensata..dobbiamo andare a chiedere i permessi; se vai da solo non ti ascoltano, non ti danno niente…se sei in associazione ci sono più probabilità, se si è uniti in gruppo possiamo fare valere i nostri diritti”. (Esponente Associazione Bangladesh) “Quando fate le feste cucinate peruviano? Cucina peruviana. Ma alla festa vanno sono gli immigrati? O vengono anche bergamaschi? Sì, ci sono tante coppie miste…abbiamo scoperto che ci sono tanti figli adottati, e sono cominciate ad avvicinarsi, con molto piacere, da soli… da soli…i ragazzi dei 16 che avevano questa faccia india però parlando con questo accento bergamasco! allora...questo avvicinamento da loro, della curiosità di dove vengono, come si comportano…ci ha fatto conoscere alcune famiglie molto carine, molto simpatiche…ed è bello perché questi bambini sono bergamaschi, solo con faccia da indio… e quando vedono l’atteggiamento peruviano si sentono un po’ persi no?..e allora è come portarli per mano..allora senti questa musica, ti piaci? Quando viene uno, ciao tu di dove sei? Studi qua?incominciano a bere la birra in un modo che non è il suo…”. (Presidente Associazione Peruviani) 68 QUI E LA’ Una delle possibili “lenti” per guardare all’associazionismo dei migranti è quella di distinguere dove sono diretti gli sforzi e i progetti delle associazioni. C’è un qui, che si declina nei progetti attuati nel territorio d’accoglienza, come è emerso in precedenza…e c’è un là, che richiama uno stretto legame col Paese d’origine, ma non semplicemente in chiave nostalgica. E’ un là attento a quel che succede, in contatto con le agenzie del territorio d’origine (altre associazioni, il consolato, il governo o semplicemente con dei parenti o amici) per creare “possibilità” di portate un aiuto concreto. E’ quello che molti intervistati definiscono il “sociale”: portare l’ambulanza, costruire una scuola elementare, un pozzo, uno spaccio alimentare. Sono le associazioni di villaggio gli attori sociali più intraprendenti nei confronti del contesto d’origine. Esse tendono a svilupparsi nelle zone in cui si riuniscono molti migranti provenienti da uno specifico villaggio e spesso si impegnano in vari tipi di micro-progetti di sviluppo nel contesto di partenza, come la costruzione di scuole, pozzi, acquedotti e ambulatori. Uno dei tanti esempi in questa direzione è l’associazione Thiel Sebe, il cui nome deriva proprio dal villaggio da cui provengono tutti i suoi membri, vicino al confine con la Mauritania, della regione di Matam in Senegal. Il suo giovane presidente spiega come fino agli anni ’70 il villaggio riuscisse a vivere, come tutti i villaggi vicini, di agricoltura e allevamento, ma: “Purtroppo a partire dagli anni ’70 la siccità ha decimato le mandrie di bovini e ovini e ha ridotto drasticamente i raccolti e da allora i capifamiglia del villaggio sono dovuti emigrare prima a Dakar, poi in Francia, quindi in Italia e in Spagna in cerca di fonti di reddito alternative per mantenere in vita il villaggio. La nostra emigrazione infatti non è fatta di persone che cercano fortuna trasferendosi in altra sede con famiglia e affetti, ma di persone che restano profondamente legate al villaggio d’origine e vivono l’emigrazione quasi esclusivamente come mezzo di sostentamento del villaggio stesso”. Altro esempio in tale direzione si ritrova nelle parole del Coordinatore AIPSS: 69 “Veniamo tutti dallo stesso villaggio: Sebo-Sebe, …ha più di 4.000 abitanti..noi vogliamo costruire una scuola elementare e una scuola media perché ce ne sono poche. L’anno scorso abbiamo costruito un collegio per la popolazione giovane. Comunque noi quando siamo andati a scuola abbiamo sperimentato la distanza, quindi sappiamo che è meglio avere una scuola vicina, per questo vogliamo costruirla. Poi ci sono benefici diretti, cioè per la gente del nostro villaggio e indiretti, per quelli dei villaggi attorno”. Caratteristica peculiare delle associazioni immigrate della cosiddetta Africa Nera, è che le associazioni dello stesso Paese aggregano prevalentemente persone originarie della stessa zona ed hanno l’obiettivo di sostenersi a vicenda e lavorare per lo sviluppo del villaggio e del quartiere di provenienza, attraverso piccoli progetti di cooperazione. Secondo un associato di un gruppo senegalese chi partecipa, anche finanziariamente all’associazione, ha la possibilità di ottenere aiuto in Italia in caso di necessità ed anche al villaggio di origine, in quanto, avendo contribuito qui, ha il diritto di vedere aiutata la sua famiglia, che altrimenti si troverebbe senza il sostegno economico necessario in caso di emergenza. Quindi sono le stesse famiglie che, dal villaggio, sollecitano i propri familiari presenti a Bergamo a pagare la quota annuale e a partecipare attivamente alle attività dell’associazione. La stessa situazione la si ritrova nelle associazioni del Burkina Faso: c’è l’ “Association mère”, che fa da tramite con Consolato ed Ambasciata, che raggruppa e coordina tutte le altre piccole associazioni, che fanno riferimento ai clan e ai gruppi familiari di origine: le persone sono “obbligate” a partecipare, almeno economicamente pagando la “tassa” annuale, perché altrimenti, quando l’associazione sviluppa progetti al villaggio, la famiglia della persona che non ha pagato non può usufruire del servizio. Si rileva quindi un legame molto forte con il Paese di origine: se uno qui non paga, dal villaggio lo chiamano rimproverandolo, perché, appunto loro non possono poi utilizzare i progetti fatti con 70 i soldi dell’associazione. “In questi ultimi anni si è creata una situazione particolare, perché esiste una “Association Mère” e altre associazioni di “famiglie”. Finchè eravamo 50/100 persone era più facile gestire la cosa e poi mano a mano le persone sono arrivate numerose ed è nata la necessità di incontrarsi in famiglia e a questo punto si sono creati altri gruppi, gruppi di villaggio. Quindi ora ci sono 3 grandi gruppi (………), che sono delle zone, dei villaggi del Burkina Faso. Comunque l’associazione di base, che è l’Associazione Burkinabè è rimasta, fa il coordinamento tra tutti questi piccoli gruppi. Quali sono le attività che avete fatto, che avete in corso o avete in progetto? Fino ad ora i nostri obiettivi di lavoro sono rivolti ai burkinabè e anche a quelli che sono rimasti a casa. Quindi abbiamo mandato un po’ di roba, quello che serve… ambulanza, medicinali, cioè dei piccoli progetti che sono stati finanziati tramite fondi dei burkinabè o fondi raccolti da spettacoli da canti e balli. Qui collaborate con altre associazioni o enti? Si, qui collaboriamo con molte associazioni di immigrati e bergamaschi, anche quelle di immigrati… abbiamo anche tanti altri progetti, stiamo pensando e ovviamente le cose non sono così facili… speriamo bene, che con il tempo riusciamo a concretizzare uno dei progetti che abbiamo in corso… un progetto di costruzione di una scuola in un villaggio del Burkina Faso. C’è stata una prima costruzione di 3 classi, adesso dobbiamo aggiungerne 3 altre. E poi i primi studenti dopo i 3 anni si sono spostati in un altro villaggio per continuare gli studi, adesso devono andare al liceo, corrisponde alle nostre medie, ma essendo così lontano dal villaggio, quasi 10/15 km., non è dato a tutti i genitori la possibilità di mandare i figli e stiamo pensando alla possibilità di costruire una scuola media all’interno del villaggio, probabilmente con l’aiuto dello Stato se riesce a darci dei professori, per poter almeno sollevare un po’ questi genitori (...). Come fate a scegliere il luogo dove un progetto deve essere fatto? Perché, per esempio, altre associazioni presenti a Bergamo di altri gruppi nazionali, fanno i progetti riferiti esclusivamente al 71 villaggio a cui fa riferimento l’associazione… Noi non abbiamo questi problemi… dove serve noi lo facciamo. Fortunatamente fino ad ora non abbiamo questo problema. Se dobbiamo portare a casa nostra un progetto agricolo, per esempio, e vediamo in una zona dove la cosa può funzionare… senza dire “io sono del Nord, l’altro è dell’Ovest… preferisco che venga fatto a casa mia…” no, non esiste. Questa idea di separazionismo non l’abbiamo. Ma chi identifica dove devono essere fatti i progetti? Nel Consiglio Direttivo dell’Associazione. E poi in modo generale noi riceviamo richieste dal Burkina Faso, li valutiamo e poi introduciamo questi progetti per il finanziamento; magari ci sono in giro 10 progetti, se uno di questi 10 ottiene il finanziamento, verrà fatto questo dove è stato richiesto. Se il progetto viene dal Nord noi lo facciamo al Nord… Ma chi vi fa arrivare i progetti? Delle associazioni presenti in Burkina? Si, delle associazioni dei villaggi in Burkina. C’è partenariato con queste associazioni. In questi giorni per esempio c’è un gemellaggio fra un quartiere della capitale, Ouagadougou, e il paese di Scanzorosciate, dove in questi giorni parteciperemo a delle feste con dei balli”. (Presidente Associazione Burkina Faso) Anche se con modalità diverse, va comunque rilevato che un obiettivo sempre presente negli statuti delle associazioni è quello della cooperazione con il Paese di origine, e tutte le associazioni intervistate lavorano in questa direzione. L’Associazione Alba, anche se in modo meno marcato, ha comunque un occhio di attenzione a questo aspetto: “(…) noi avevamo un progetto. Se abbiamo una sede facciamo con i tesserini scritti in albanese, mettiamo una quota, sai i bambini con le faide sanguinose, che sono chiusi che non riescono a uscire nel nord dell’Albania, uscire di casa per i problemi, ho detto mettiamo lì con queste quote qualcuno che va o con quel che mandiamo con la DHL alle suore che gestiscono questa cosa lì per gli albanesi e gli diamo una mano anche noi ai nostri connazionali, non solo gli ita- 72 liani, insomma perchè, per quello che sono io in riconoscenza, sono bergamaschi quelli che li stanno aiutando perchè non li dobbiamo aiutare noi che siamo albanesi che poi alla fine i problemi sono anche i nostri.” (Esponente Associazione Alba) Anche l’Associazione Ghanese, in forma più “imprenditoriale”, si muove su questa linea: “Le varie associazioni in comunicazione con tutte le altre associazioni cerchiamo di riuscire a contattare alcune cooperative italiane che hanno interessi di investire nel nostro paese, un esempio è Modena coop, che adesso sta cercando di sviluppare...ananas, una coltivazione di ananas per l’estrazione del succo di ananas per importare in Italia. Siamo tutti in comunicazione con questi gruppi; la nostra Assemblea Nazionale sta lavorando per riuscire ad avere tanti di questi contatti, portando Ghana più vicino a Italia. Sono progetti di sviluppo per il Ghana o sono richieste di investimento di imprenditori italiani? E’ un progetto di reciproco aiuto, di partenariato, di sviluppo. Come associazioni noi siamo chiamati ad indirizzare questi gruppi italiani a vari progetti che loro possono fare in Ghana. Però dobbiamo cercare, continuare a cercare chi è interessato a fare questi progetti...”. 73 LA RELIGIONE NON È ESTRANEA La religione non ha trovato spazio nelle interviste. Anche se tutti gli interlocutori si dichiarano credenti, parlano dell’associazione e della religione come due campi separati. Rispetto ad una conoscenza sul campo però, si capisce, anche se in modo indiretto , come il discorso religioso non sia così indipendente e faccia bensì da sfondo (filo rosso) alla vita delle associazioni., In particolare, con le associazioni dei paesi islamici abbiamo notato che c’è una sorta di “desiderio” di far conoscere l’Islam, le sue tradizioni, anche attraverso feste, conferenze, momenti in comune di riflessione. Per esempio i marocchini hanno fatto momenti di preghiera in comune con le parrochie della zona. Anche per le feste musulmane si rivolgono a strutture religiose (per esempio per la festa dell’Aid el fitr molti si rivolgono alla Casa del giovane e nel Basso Sebino inizialmente agli oratori). Spiega il presidente dell’associazione El Amal Marocco “…perché per far conoscere gli immigrati bisogna farsi conoscere agli italiani, se facciamo una festa nostra gli italiani sanno come siamo…importante per fare amicizia…altro venerdì scorso abbiamo fato una riunione con gli italiani per presentare l’Islam, è arrivato un prete di Bergamo che ha studiato bene e lui ha spiegato bene tante cose che gli italiani non sapevano”. Una delle poche associazioni che hanno esplicitato chiaramente la componente religiosa è stata Maynilad, dove vi è un forte legame fra questa e altre 2 associazioni religiose filippine: “...dicevo questi 2 gruppi..El Shaddai...cattolici...messe a S. Fermo..è in mano di un prete che è molto all’avanguardia...e loro mangiavano lì e poi la domenica avevano il loro specie di catechismo..poi c’era la messa. Adesso la parrocchia di Santa Croce in Malpensata ci permette di celebrare la messa alle 13.30…la messa è in italiano ed in inglese, è già bello perché gli altri stranieri che parlano inglese possono venire a sentirla. E’ iniziato così, poi in linea dell’integrazione è stato suggerito di farci partecipare anche ad una messa della comunità, quindi è 74 due, tre mesi che la seconda domenica di ogni mese le filippine sono invitate ad animare la messa di mezzogiorno (…) perché gli stessi filippini che sono nostri soci sono anche membri delle 2 associazioni religiose.. Couple of Christe è un altro gruppo che sono o coppie o vedove però sono sposati...e dopo c’è la faccenda che nell’altro gruppo sono sposati e poi hanno rifatto una famiglia qui…Vi è una forte ricerca di legami con la Chiesa attraverso gli oratori ed esce come punto importante la Messa della domenica”. Una particolarità curiosa, che ha destato in passato l’attenzione anche dei media locali riguarda la questione della Madonnina, con l’associzione Acisbol. La storia della madonnina è strettamente legata alla sua presidentessa che l’ha “portata” in Italia: “Sì. La portata qua e avemos una messa in Mozzo e arriva tanta gente y… Allora alla fine è ancora in casa sua? In casa! Però ahora la mia casa es una chiesa, ogni giorno io tengo che star presto a tal ora sono lì, la gente entra piangendo, aman tanto la Madonnina, adesso lei…è in giro, stato in Lovere, in ogni posti donde le chiamano…per esempio se lei le chiama alla sua casa, tutti i boliviani vanno a pregare a lì...ieri le han cambiato di vestito, allora sta elegante, penso che la prossima settimana viene al Moroni e facciamo tutta la riunione! Pregamos, e dopo passa a un otra casa fino alla festa… desde tanto tempo, tutto l’anno e quando sta nella mia casa la mia casa es una cappella!” L’elemento religioso è un motivo di unione per l’associazione: “(il nostro obiettivo) siempre, siempre la integrazione, perché questo es importante, il boliviano deve imparare…anche, se pere esempio io ho portato la Madonnina per fare la integrazione, un oltro gruppo ha portato un’altra Madonnina. Però, qual è il motivo dell’otro gruppo che ha portato la Madonnina? vendere birra, vender per mangiar, tutto quello. E vanno al parco e così. E questo non è giusto! Io non posso…parlar con questa gente che è così. 75 Non ho capito. Han portato la Madonnina per guadagnare soldi? No, noi no Gli altri Ah, Sì, sì! Segurissimo. Han prendido anche vestimenta de tipico e questo vanno in vendita e questo non es giusto! Si io faccio quello sarà per amore alla Madonnina e per il bene alla mia gente, fare un bailo però non per il negozio, per che questo es male…noi regalamos, è quella la differenza…intonse ogni persona che ha fatto il bailo, es un negozio grande, van lontano, prende i soldi..chi controlla, devon controllare, perché el folklore es la dignità de un pueblo, non es un negozio del pueblo... E’ difficile per noi occidentali comprendere il significato di affidare ad una “statua” la soluzione dei problemi, ma se si pensa ai popoli latino-americani con i loro culti religiosi a cui danno molto importanza, quasi mistica, forse in parte si può comprendere. Come ha spiegato il presidente dei peruviani, ricollegandosi all’importanza che i latinoamericani danno i al culto della madonna… ai simulacri religiosi… È fortissima, è fortissima e fa parte secondo me di quella imposizione culturale che ci hanno fatto con l’arrivo degli spagnoli no… e praticamente ci hanno dato una religione che si è mischiata con le credenze popolari no…è uscito questi mix tra le credenze, medicina tradizionali e popolari dei peruviani della montagne dell’Inca mischiati con quello che è la religione cattolica (…) Trovi che anche i peruviani che arrivano qua si portano questo “fardello”?...non si sradica un po’? Non penso che si sradica perché si presenta questa doppia faccia delle grasse religioni del mondo…una cosa è quello che si dice e un’altra quello che si fa… Il vero cattolico che dice che i fratelli siamo noi che siamo tutti uguali è il primo che poi ti sfrutta con il lavoro o che ti affitta la casa e ti fa vivere in 25 e poi è cattolico e va in chiesa ogni domenica e questo è quello che succede perciò tante questioni non sono a livello morale un giudizio giusto non sono di coerenza… Invece qui la chiesa entra… perciò quando vedo queste predisposizioni per le quali i peruviani dicono e si proclamano cattolici…non 76 sono i cattolici che si pensa qua, sono i cattolici di là, che vanno alla processione che si presentano quel giorno con un ramo di fiori che magari costa una barca di soldi, o l’abitudine del vestimento in un colore e si trovano questi mix qua no(…) una cosa è la questione politica e una cosa è la questione di fede che deve essere oggettiva, interiore, molto rispetto penso.. invece no diventa pubblico diventa un pasticcio”. 77 E I FIGLI? In alcune interviste è emersa la preoccupazione dei presidenti rispetto alla realtà che vivono le famiglie immigrate all’arrivo in Italia dei figli, che creano nuovi equilibri o “squilibri” all’interno del nucleo familiare, a volte difficilmente gestibili dai genitori che si trovano a rimpiangere la scelta fatta di ricongiungere i figli e che cercano, anche con l’aiuto delle associazioni, di trovare soluzioni idonee. Anche i bambini e i ragazzi che sono nati in Italia si trovano a confrontarsi e a scontrarsi con le proprie famiglie, perché la cultura da loro vissuta all’esterno della famiglia contrasta con le richieste che invece vengono espresse dai genitori e dai parenti. Per esempio, è stato da più parti esplicitato, con apprensione, il problema dell’alcol tra i sud-americani, che tocca sempre più anche le fasce giovani. Un altro esempio sono i marocchini dell’associazione Es Salam che sono preoccupati e vogliono prendere le distanze dal modello culturale occidentale di permissivismo dei costumi. Da alcuni viene sottolineata la difficoltà a relazionarsi con i servizi sociali, che non aiutano i genitori nel riconoscimento del loro ruolo, ma sollecitano invece i ragazzi – d’abitudine adolescenti – a comportarsi “come i ragazzi italiani”. E’ importante rilevare questo aspetto, perché significa che le associazioni, oltre a rispondere al bisogno contingente che pone una questione del genere, cominciano anche a riflettere sull’impostazione generale della società e sulle possibili “soluzioni” o azioni da mettere in atto, che vadano a beneficio sia delle persone e delle famiglie immigrate, sia della società bergamasca, di cui comunque fanno parte a pieno titolo. Secondo l’esponente dell’Associazione Ghanesi: “(…) Una cosa che preoccupa tanti immigrati: qui ci sono sempre assistenti sociali che si preoccupano specialmente per il bambino, il minore. Allora esistono tanti tra di noi che portano i loro figli già all’età di 10 anni, 14 anni: quando arrivano qui i ragazzi sentono che 78 c’è l’assistente sociale dove tu puoi portare il tuo problema con un genitore, c’è il carabiniere che sono pronti ad intervenire perchè i tuoi genitori ti hanno sgridato a casa, allora arrivano qui e perdono completamente il senso delle cose. E’ una cosa che continua a distruggere varie famiglie. All’età di 13, 14, 15 anni, quando arriva 17 anni, 18 anni i problemi più gravi è perchè un genitore non sa più dove portarli. Alcuni con un pò di calma e intelligenza riusciranno a portare indietro questi figli in fretta, prima che diventa peggio, però quelli che non riescono a farlo rimangono con le mani legate. Secondo lei il fatto che i ragazzi di quell’età arrivino in Italia è comunque per loro negativo Diventa sempre negativo. Per la famiglia è una cosa buona perchè mantenere questi figli giù, mandare soldi, non avere i genitori o altri per tenerli, è una cosa buona portarli, ma una volta arrivati qui perde proprio la sua famiglia. Sono i ragazzi che perdono i riferimenti familiari, non riconoscono la famiglia Non vogliono sentire niente, invece piace andare sulla strada tra ragazzi sulle piazze e poi non vogliono rispettare più. Quando si arriva a questo punto nessun assistente sociale è pronto a intervenire, a dire qualcosa di buono rispetto al lavoro fatto dai genitori, dà più forza a questi bambini a continuare perchè questi bambini già vengono a sentire “qui non puoi picchiare un bambino, qui basta chiamare i carabinieri, qui l’assistente sociale può portarli via” allora questi continuano, ma non solo nel territorio di Bergamo questa cosa abbiamo discusso con l’ambasciatore del Ghana,... da Bergamo, da Modena, da Verona, da Vicenza, tutti hanno portato questi problemi. La richiesta è stata “se esiste questo problema, se gli assistente sociali non possono fare niente, l’ambasciatore cosa può fare?” almeno per aiutare a portare indietro questi ragazzi. Queste sono le discussioni. Allora, se il Comune in situazioni di questo genere può aiutare sarà una bella cosa. Cioè voi state già affrontando il problema della “seconda generazione” in modo peraltro molto problematico , mi sembra… E’ un grave problema perchè a questa età, tra 10 e 14 fino a 18, come arrivano qui è già difficile essere inserito nelle scuole per i problemi 79 di lingua, e tutte queste... è difficile. Allora se la famiglia perde il suo carattere pure, vuol dire non può fare niente. Può arrivare a un punto molto brutto questa situazione. Eventualmente pensare a un sostegno genitoriale alle famiglie. E’ logico che l’assistente sociale pensa alla tutela del minore, però bisognerebbe pensare anche a sostenere la famiglia da subito, da quando il ragazzo arriva in Italia e quindi con la famiglia e il ragazzo fare alcuni passaggi... Perchè il primo incontro che un ragazzo, un bambino di 12, 13 anni avrà con un assistente sociale, se esiste una parola che dice “tu devi stare calmo con tua famiglia, devi rispettare la tua famiglia, devi stare a casa”, ma se tu dici “quella è libertà, non devi fare questo sul tuo figlio etc. etc.” (…). Il ragazzo non riconosce più l’autorità dei genitori. Fare un percorso anche con le famiglie, facendo capire che comunque qua non ci si può comportare con i figli come ci si comporta in Ghana, questo è ovvio… E’ quello invece che sentiamo di più, le famiglie sentono di più: “tu non puoi fare questi come tu facevi in Ghana”… ma se il Comune invece fa qualcosa di concreto sarebbe più facile. Quindi lei proporrebbe di creare un gruppo di lavoro che riflette proprio su questa tematica Sui bambini, sui figli di immigrati che arrivano, che hanno problemi Perchè poi è un problema vostro, ma probabilmente è anche problema di altri gruppi nazionali Perchè prima è problema nostro, ma più avanti diventa problema della società”. Per l’esponente dell’Associazione El Dialogo: “(…)vogliamo organizzare degli spazi e attività per la promozione delle devianze giovanili, anche adesso stiamo preparando per fare qualcosa per i giovani, per dargli un piccolo aiuto per integrarsi bene nella società. Avete riscontrato che è un problema quello dei giovani? I giovani adesso hanno un problema nel senso che sono nati qua, vivono qua, hanno la mentalità di qua però si scontrano con la menta- 80 lità dei genitori che è totalmente diversa. Praticamente il giovane vive una vita italiana, torna a casa e trova una mentalità diversa, allora noi cerchiamo di... in più i giovani adesso si trovano tagliati nella nostra cultura: vogliono sapere delle cose, ma anche le persone che sono anziane non sono in grado di rispondere perchè non sono capaci. Noi forniamo un tipo di riferimento per la nostra cultura: facciamo incontri, ne parliamo. Sia coinvolgendo i genitori che i figli? Sì, per prima cosa noi cerchiamo di rispondere ai figli sulle domande che i genitori non riescono a rispondere”. Accanto al tema della seconda generazione che non riesce a posizionarsi a livello sociale esce il tema dell’identità “..poi i figli sono nati qua è tanti anni che studiano qua e loro dicono:papà com’è la storia della questura?...trovi un casino..anche loro si sentono..dicono.. Siamo italiani o marocchini?” “..allora non ci sono i loro diritti? Anche per i giovani.. Nascono qui e studiano qui (….) “i marocchini fanno studiare i bambini..mia figlia studia ragioneria.. come voi.. Così può andare a lavorare in ufficio..e non sempre operai.. Una cosa bellissima Ora figlia fa esami di 5^superiore e allora speriamo che anche noi piano entriamo con voi.. (Presidente El Amal) Viene accennato anche il tema della classe sociale dove la possibilità di studiare riveste anche un ruolo di possibilità di elevare il livello sociale attraverso un “lavoro in ufficio”, ed anche, a livello emotivo, una sorta di rivincita, dato che, come dichiarato in un altro pezzo dell’intervista..gli stranieri fanno sempre i lavori più pesanti. “Vorrei che anche i ragazzi filippini frequentassero l’oratorio” e poi..”purtroppo tanti stanno a casa” e spiega:”sotto sotto paura che 81 assimilino troppo le abitudini italiane”. “Io ho a cuore il tema dell’integrare con il territorio.. ..ho visto che tante filippine hanno già fatto venire le loro famiglie figli etc..perciò questi figli crescvano qui però in mezzo…troppo attaccati alla ns cultura..nostre abitudini..non andava bene..ma neanche troppo a prendere la cultura italiana, il modo di fare italiano però dovevano anche imparare ad accettare questi… (parla dell’abitudine delle madri filippine di mandare i figli appena nati nelle filippine e farli tornare all’età di circa 12-13 anni) un altro mio sogno è avere un asilo internazionale così le mamme filippine non tengono più i loro figli a casa..cioè..gli fanno finire le vaccinazioni e li rimandano nelle filippine..li mantengono lì fino a 13-14 anni e poi li fanno rientrare in Italia.. Questi ragazzi quando sono nelle filippine vivono da nababbi..perchè lì vivono bene con i soldi che gli arrivano..ma non sanno che lavoro fanno i genitori..purtroppo ancora i domestici nelle filippine no considerati classe b..quando vvengono qui hanno uno shock..vedono il lavoro che fanno i genitori..vivono meno bene..e quindi si isolano.. questo è quello che penso (…). nel CdA c’è un giovane che vorrei rappresentasse i giovani, è venuto qui, studia…una voce giovane”. (Esponente Associazione Maynilad) Nell’ottica di una lettura dinamica del fenomeno “associazionismo degli immigrati” quindi, non dobbiamo dimenticare che stiamo assistendo alla fase “adulti di prima generazione”. Ci si chiede se le generazioni successive continueranno e in che modo, come saranno le seconde generazioni (anche se non è del tutto corretto questo nome)?; saranno così interessate e coinvolte come lo sono stati i loro genitori? Avranno gli stessi obiettivi? Si delinea quindi un fenomeno molto dinamico e difficilmente prevedibile. 82 ALTRI PUNTI DI VISTA Sono numerose, in provincia di Bergamo, le associazioni che, a diversi livelli, si occupano di immigrazione e che in diversi modi collaborano – o cercano di collaborare – con le associazioni di immigrati. Ne abbiamo intervistare alcune che da anni lavorano esclusivamente nel campo dell’immigrazione, per capire il loro punto di vista rispetto a questo “mondo” dell’associazionismo immigrato che spesso faticano a conoscere e a contattare. Alcune di queste associazioni sono nate dalla collaborazione di persone di nazionalità diverse, quindi hanno nel loro DNA la capacità e la voglia di collaborare con persone di altre culture; malgrado ciò si riscontra comunque la difficoltà ad intrattenere relazioni durature con altre associazioni di immigrati o addirittura la fatica ad identificare le associazioni con cui poter lavorare, proprio perché l’associazionismo immigrato risulta essere ancora molto poco visibile e propositivo. Associazione donne internazionali Bergamo “L’Ass. Donne Internazionali nasce esattamente 10 anni fa, nel maggio del 1995 (…)è nata questa associazione ed era fin dall’inizio formata da donne italiane e straniere (…). C’era poi tutto un progetto su “native e migranti” che era un esperimento, un tentativo di uscire da una logica di intervento sul bisogno primario, ma che fosse quello di riconoscere a chi veniva da un altro Paese una cittadinanza, una storia, una propria identità (...). Questo è stato il primo nucleo di donne che ha cominciato a fare alcune cose ed è quello che sta ancora continuando, con donne che si sono avvicendate anche perché la realtà degli stranieri è una realtà ancora di persone che vanno e vengono, nonostante che ora è un po’ più stanziale (…). Assieme a questo primo nucleo di donne, tutte straniere, è nato ed ha continuato a trovarsi questo secondo nucleo di donne legato al discorso dei bambini (…). 83 Alla fine quello che davvero interessa non è più di agire sul “Accolgo la persona straniera e offro un servizio”(…) è anche quello, ma è soprattutto del riconoscere e riconoscersi, accettare e farsi accettare, per cui la realtà è così e devo fare i conti anche io con questa realtà, devo mediare il mio modo di essere; certo chiedo a loro anche di garantire un po’ di continuità, di stare in alcuni nostri parametri, per esempio la dimensione del tempo, completamente diversa dal nostro modo di concepirlo (…). Rispetto all’associazionismo immigrato a Bergamo e provincia: che idea avete e che rapporti avete? Quando siamo partite con lo Spazio Gioco eravamo partite con un grosso entusiasmo anche pensando di poter lavorare insieme agli altri. Per cui avevamo anche invitato in diverse occasioni – avevamo anche fatto alcuni incontri, anche di inaugurazione del luogo etc. – tutti coloro che a quell’epoca conoscevamo: c’è stata una non risposta e in quel momento ci aveva spiazzato molto; ci eravamo dette che in fondo rischiavamo di fare dei doppioni, di fare cose che fanno anche gli altri, magari di fare fatica a fare cose che già facevano altri e già consolidate e che però non conosciamo o qualcun altro che si mette a fare cose che vogliamo fare noi (…) Poi, dopo un po’, in realtà ti rendi conto che il tempo che hai a disposizione è talmente poco e le cose che fai ti assorbono talmente tanto che poi davvero ti rimane poco tempo per riuscire a fare altro (...) Noi abbiamo rapporti con poche associazioni: con l’Oikos, perché ci serviamo a vicenda, con la Caritas, perché sono servizi con i quali fai dei pezzi che sono insieme (…) A me piacerebbe capire la loro storia (di associazioni immigrate ndr) perché loro poi hanno anche dei gruppi grossi di gente, hanno questa modalità un po’ informale(…) però poi ti rendi conto che non ce la fai, che non ci riesci e poi diventi anche un po’ auto-referenziale… Associazioni di immigrati che invece vi contattano o hanno chiesto di collaborare con voi? No, associazioni direttamente che ci contattano no. Noi abbiamo, su 7 bambini, 5 boliviani, però non siamo in contatto con la comunità o gruppi di boliviani, nonostante le donne boliviane arrivino da noi. Rispetto alla vostra esperienza, quale può essere il ruolo delle associazioni immigrate a Bergamo? 84 Me lo domandavo anche le volte che sono venuta al Tavolo delle Associazioni, in cui poi vai via con questa sensazione del dire “E allora? Dove stiamo andando?” e d’altra parte sono una che crede poco alle feste… ci credo poco come senso; può essere un momento ma dentro un’altra cosa che può avere senso. Non lo so, faccio fatica a dare una risposta. Da una parte non so come lavorano le associazioni di immigrati, perché credo che facciano un lavoro diverso da quello che facciamo noi… Io credo che noi in questo momento possiamo essere e possiamo diventare un interlocutore che è in grado di leggere un po’ i cambiamenti e i nuovi bisogni (...). Quali sono le prospettive per il futuro, rispetto all’associazionismo immigrato a Bergamo? Io lo vedo da una parte con questa grande precarietà; io faccio fatica ad andare al di là di qualche mese, però ci si convive con questa dimensione altrimenti non si parte neppure a fare le cose che si fanno, con una fatica comunque a darsi dei pensieri che vanno al di là nel tempo. Credo che il ruolo dell’associazionismo che lavora sull’immigrazione oggi sia proprio quello del riuscire a lavorare su livelli che non sono più quelli della prima accoglienza, ma che sono quelli del lavorare sull’integrazione, ma che non è un’integrazione a senso unico, cioè non è lavorare solo sugli stranieri, ma lavorare sugli italiani. Cioè un’integrazione che deve essere soprattutto capita e accolta dall’altra parte, cioè non posso continuare a dire ad un immigrato che deve integrarsi, che deve capire l’italiano, che deve capire i nostri tempi, che deve capire le nostre regole, che deve capire… perchè questa è casa mia e tu vieni a casa mia e devi imparare questa cosa qua… Credo che il lavoro che uno deve fare adesso è proprio capire che questa è casa “nostra” e che allora “casa nostra” significa anche che la mediazione è necessaria, che su alcuni pezzi è possibile, su alcuni pezzi probabilmente no e continueremo a sentirci diversi, ma va bene (…)”. (Esponente A.D.I. Bg) Associazione Yanapakuna/aiutiamoci a vicenda onlus La nostra associazione nasce alla fine del ‘99 inizialmente con lo scopo di alcune famiglie di sostenere dei bambini in Bolivia… i primi 85 due anni l’associazione . lavora praticamente facendo alcune adozioni a distanza e iniziando un lavoro con questi bambini. Nel 2002 decidiamo con le persone con cui si era iniziato questo lavoro di fondare una Ass. Onlus, con lo scopo di essere un ente ed avere un ente strutturato e legalizzato ed anche allo scopo di poter emettere fatture detraibili per i donatori (…). Sono 5 soci fondatori e una quindicina di ragazzi del gruppo folkloristico e poi le famiglie che sostengono le adozioni a distanza (…). Yanapakuna è un’associazione mista di persone italiane e boliviane… I soci fondatori sono principalmente italiani; quelli che hanno stilato l’atto fondativo sono italiani, ma il lavoro più grosso viene svolto dai ragazzi boliviani o da persone che hanno stretto legame con la Bolivia, o perché hanno uno dei genitori boliviani o perché sono nati in Bolivia ma è tanti anni che sono in Italia. L’idea di creare un’associazione mista c’era già all’origine o è una cosa che si è sviluppata nel tempo? E’ venuta col tempo, più che altro dal momento in cui è stata fatta la scelta di creare un gruppo folkloristico che proponesse alcuni spettacoli di danze tipici, proprio inizialmente per la promozione del progetto delle adozioni più che per altri motivi e dopo pian piano si è trasformata in altre cose, tipo quella di riuscire a mescolare i ragazzi boliviani e italiani in questa attività. Quindi ora lo scopo di Yanapakuna, oltre che il progetto di cooperazione con la Bolivia, è diventato anche altro? Qui l’associazione che tipo di lavoro fa? Sul nostro territorio facciamo un percorso di sensibilizzazione, forse non più solo come all’inizio finalizzato al nostro progetto stesso nel senso che prima ci facevamo conoscere per promuovere il nostro progetto; ora lavoriamo anche sul fatto di dire che ci sono certi valori da portare avanti anche facendo cose che non sono strettamente legate al progetto, promuovere soprattutto la solidarietà in generale, perché comunque solidarietà significa tante cose, solo il fatto di riuscire a stare insieme è già una forma particolare di solidarietà. Il fatto che ci siano ragazzi italiani e ragazzi boliviani che cosa comporta per la vostra associazione? Come riuscite all’interno 86 dell’associazione a gestire questa scelta? Ci sono stati momenti difficili dove ci sono stati scontri, modi diversi di vivere le cose, di fare le cose. Probabilmente adesso siamo arrivati al punto che ognuno si è un po’ adeguato ad accettare il modo di fare e di essere degli altri . Sappiamo che se spesso a tirare il carro sono sempre quei due, però i ragazzi boliviani ci sono, partecipano, alcuni di loro sono delle garanzie in fatto di partecipazione e già questo vuol dire tanto. E credo che adesso sono nate anche delle amicizie, che comunque si finisce per ritrovarsi non solo per quello che concerne l’ambito dell’associazione , l’attività del gruppo, ma ci sono rapporti sicuramente più sinceri dell’inizio, dove è più facile chiarirsi le cose, parlare, e anche di convivere, perché fino a quando prima le scelte erano un po’ per forza di una persona che doveva decidere altrimenti non si andava da nessuna parte, adesso c’è più spazio per condividere anche determinate scelte (…). Coinvolgete persone italiane, boliviane e anche di altre nazionalità, o è una cosa specifica per italiani e boliviani? Non sono mai venute fino ad adesso, ma da parte nostra non c’è una chiusura, la porta è aperta a tutti. Logicamente il discorso del ballo tipicamente boliviano è abbastanza selezionante (…). Abbiamo avuto invece collaborazioni con altre associazioni del nostro territorio: a giugno abbiamo collaborato alla realizzazione di un evento importante. Dopo credo che principalmente non siamo neppure noi che andiamo a cercare collaborazioni, se c’è qualche manifestazione si chiede di partecipare ma il tutto rimane limitato all’attività che si fa in quel momento e basta, si ferma lì. Quando facciamo gli spettacoli o i mercatini poi noi l’importante è pubblicizzare il nostro progetto in Bolivia (…). Come vede l’associazionismo a Bergamo? Quello che noto è che ogni associazione tende a tirare l’acqua al proprio mulino, anche giustamente. Vivendo varie esperienze, anche al Tavolo delle Associazioni o anche con l’oratorio di Leffe che ci siamo incontrati con altre associazioni per organizzare un evento, questo aspetto è emerso, anche giustamente perché ogni associazione ha il proprio obiettivo ben preciso. Vedo che comunque l’associazionismo è molto attivo, soprattutto nell’ambito del volontariato. 87 L’associazionismo immigrato è comunque una realtà completamente differente, sicuramente per l’organizzazione totalmente diversa, forse ho la sensazione che l’associazione degli immigrati è più come un ritrovarsi tra di loro, forse più che un obiettivo altro, lo vedo più come un “ci ritroviamo una volta ogni tanto, facciamo le nostre feste, stiamo insieme”, forse proprio più come socializzazione al loro interno, dopo sicuramente ce ne sono alcune che tentano di fare attività più ampie. E’ comunque una realtà molto variegata secondo la nazione per cui è più difficile capire che tipo di collaborazioni fare; la difficoltà è capire i loro obiettivi, perché non si dice e non si capisce quello.. perché penso che sia proprio solo un modo per ritrovarsi fra di loro. Abbiamo partecipato a qualche attività fatta da associazioni immigrate, ma non siamo riusciti a creare altri collegamenti. Inoltre noi siamo stati sempre visti come quelli che dovevano dare una mano a fare qualcosa utilizzando i nostri mezzi; non c’è mai stato un rapporto paritario di collaborazione. Ci chiamano perché hanno bisogno di qualcosa da noi, non perché ci sia dietro una collaborazione, si parte già da un livello diverso. La volontà di dare una mano comunque c’è”. (Esponente Associazione Yanapakuna) Associazione WFWP Women’s Federation For World Peace - Federazione delle donne Per la pace nel mondo “E’ nata nel 1992 a livello internazionale; in Italia è stata promossa nel 1992; la data di costituzione è il ‘94. La nostra federazione ha uno statuto nazionale, con un direttivo nazionale quindi noi fino a adesso siamo partiti, abbiamo lavorato qua, io sono la referente nominata dal direttivo nazionale però non abbiamo ancora un’autonomia locale perchè fino ad adesso non abbiamo sentito la necessità di avere questa autonomia locale (…). Gli obiettivi sono tanti: quello principale è quello di lavorare, come dice il nome, per la realizzazione della pace… Lavoriamo puntando sulla donna, ecco perchè è una federazione di donne (…). Mi diceva che avete parecchie donne immigrate nell’associazione 88 che sono sposate con italiani.. Alcune delle nostre socie sono donne che o hanno tutte e due le nazionalità oppure magari sono nate una in Germania, l’altra in Austria, l’altra in Finlandia, l’altra in Inghilterra… quelle che mi vengono in mente adesso, però sono donne che hanno sposato degli italiani; quindi in un certo senso straniere, ma si sono integrate perchè stanno facendo un’esperienza di vita che hanno un marito italiano e dei figli che sono nati in Italia. Alcune hanno dovuto scegliere e sono diventate cittadine italiane altre sono riuscite a mantenere tutte due le nazionalità. E che tipo di rapporto c’è con queste persone” immigrate”? Ma.. noi ci troviamo molto bene insieme, forse perchè abbiamo accettato questo ideale comune, lo spirito fondatore, sono i principi che abbiamo un pò accolto dal momento che è nata la federazione, per cui noi all’interno dell’associazione ci troviamo molto bene insieme. Chiaro, in certi momento salta fuori la differenza culturale per esempio con la persona tedesca con cui io collaboro molto... per certi aspetti lei è molto rigida e quindi viene fuori proprio la cultura tedesca… su questo punto dobbiamo trovare un’equilibrio, però lo trovi quando ci lavori insieme (...). Come associazione di Bergamo voi state lavorando con altre associazioni? Noi siamo all’interno del Consiglio delle donne già da parecchio tempo. Quindi lì lavoriamo con le altre associazioni che ne fanno parte. E poi siamo all’interno della Consulta delle politiche familiari, sai la Consulta delle famiglie, quella che ha sede al Centro famiglia… siamo all’interno della consulta già da qualche anno (…). Invece con associazioni immigrate, avete rapporti, avete collaborazioni, avete progetti eventualmente? Guarda, avevo cercato anche.. con i marocchini. Il primo che veniva qua… gli ho detto ‘dai fammi conoscere le tue donne, insieme facciamo un gemellaggio delle nostre donne italiane con le vostre donne musulmane, per me sempre il discorso del gemellaggio, ponti per avvicinare le loro donne alle nostre donne. “Sì sì sì sì ..” sempre mi dice sì e poi ho capito che non devo credere al suo sì, agli appuntamenti non veniva, boh non lo so, non ho altre vie per avvicinare queste donne (…). 89 Come sente il vissuto delle associazioni, soprattutto immigrate, sul territorio di Bergamo? A parte le Donne internazionali che avevo contattato all’inizio, con cui mi ero relazionata con alcune di loro, però mi sembra che le donne arrivano qua però hanno molte aspettative, quindi anche quando si avvicinano a una associazione, in questo caso più di italiani che stranieri, subito vorrebbero trovare la via per non lo so ottenere un riconoscimento subito, facilmente, ma non è così, perchè anche per noi che siamo all’interno, che non siamo stranieri, che lavoriamo come italiani, non è che tutto lo ottieni così, cioè ci devi investire, poi pian piano arrivano un pò i frutti di questo lavoro (…). Il rapporto quindi, secondo lei, è abbastanza strumentale. Ecco, qualche volta ho verificato che... se vedono che possono prendere qualche cosa ti seguono, in un certo senso rimangono legate a te, altrimenti cercano da un’altra parte. Tu offri quello che hai di più (...). Come vive lei l’associazionismo immigrato, come lo percepisce? Al Tavolo vedo un va e vieni di gente, mi piacerebbe con tutti quanti loro avere un rapporto un pò più profondo, conoscerci di più, vedere se ci sono delle vie per poter collaborare. Però siccome oggi li vedi dopo due incontri non li vedi più c’è un via vai di rappresentanti di associazioni.. non lo so cos’è che si aspettano, probabilmente magari ognuno di loro, o ognuno di noi, non soltanto loro, magari hai delle aspettative poi se non trovano quello che cercano in qualche modo si allontanano. Sarebbe interessante capire quali sono le loro aspettative e le motivazioni (...)“. (Esponente Associazione WFWP Women’s Federation for World Peace) Tra le associazioni italiane intervistate alcune offrono servizi alle persone immigrate ed operano in diversi ambiti, anche con sportelli di consulenze burocratiche. Da parte di qualcuna di loro c’è l’obiettivo di lavorare con le associazioni di immigrati e c’è inoltre lo sforzo ragionato di trovare le modalità giuste per creare sinergie e integrazioni, inserendosi anche in percorsi particolari, che esulano dalla loro specificità, 90 ma che portano sicuramente ad una conoscenza più approfondita e ad un pensiero più consapevole sull’associazionismo. Associazione nazionale oltre le frontiere - CISL “Anolf nasce nel 1989 ed è un associazione che ha come scopo l’incontro e la pace tra i popoli, attraverso la ricerca, la formazione, l’informazione e i progetti e attraverso una sua presenza dentro le sedi della cisl…Anolf, infatti, è stata voluta dalla CISL stessa…. “...Abbiamo associati all’Anolf e abbiamo stranieri iscritti alle categorie quindi crediamo che il lavoro vada fatto strutturandoci. Ci siamo dati dei momenti di incontro, dal momento istituzionale con un consiglio generale, che ha al suo interno rappresentanze di 35 nazionalità compresa quella italiana, fatto di uomini e donne... È un organismo importante… c’è un presidente e un copresidente e abbiamo impostato dei laboratori, abbiamo costituito il coordinamento donne straniere. Abbiamo un luogo dove solo con l’incontro e l’avvicendarsi dei volontari e collaboratori stranieri(di tutto il mondo) creiamo un momento importante di formazione e di educazione per la nostra organizzazione su di un piano di reciprocità”. Per quanto riguarda i rapporti con le associazioni di immigrati? … L’associazionismo va bene, ma il problema, la criticità secondo me rispetto all’associazionismo degli stranieri è quella del frazionamento e della riproposizione dei villaggi, delle comunità che hanno al loro paese.. è un bisogno.. ma allora …potremmo pensare a un coordinamento, intanto per evitare la parcellizzazione che non serve a loro e non serve a noi... Registriamo difficoltà di verifica, difficoltà di coordinamento e altre difficoltà.. per cui se si riuscisse a razionalizzare e coordinare questi gruppi e queste associazioni sarebbe una cosa importantissima...”. Quali modalità di lavoro sono utili tra italiani ed immigrati? …Dovremmo chiederci più spesso se loro hanno le intenzioni di lavorare…con chi e per chi... Hanno intenzione di lavorare con noi? In che modo? 91 Perché lavorare con noi significa lavorare per se stessi perché le fatiche anche economiche e gli sforzi che si fanno sono per alleviare i loro problemi,che però diventa sempre di più un nostro interesse... …Mi dispiace ma la verità è che se non si impegnano loro noi possiamo metterci in gioco ma non senza che si mettano in gioco loro.. È questa una delle lacune di tutte le associazioni.. Io ne ho viste passare tante.. Mi da sempre l’impressione che la maggior parte di queste associazioni si muovano su obiettivi troppo circoscritti, sono visibili pochi che fanno il nocciolo dell’associazione e mai un associazione dove si capisca bene le attività e la vita associativa... Un orizzonte più ampio e diverso, quindi? Occorre in primo luogo assumersi un ruolo diverso da quello assunto fino ad ora ed in secondo luogo devono strutturarsi come associazione.. Noi dobbiamo semplicemente esserci, dare supporto organizzativo, incontrarli e farci incontrare...”. (Pelleritti e Alieri, ANOLF CISL) Associazione Oikos Onlus “L’associazione nasce ufficialmente nel ‘97, ed è formata da persone che in quel momento lavoravano all’interno dell’ambulatorio Oikos, che invece ha cominciato a funzionare nel ‘94. (…). L’associazione nasce dalla convinzione e dal desiderio che il diritto alla salute venga riconosciuto a chiunque, a qualunque individuo, indipendentemente dalla nazionalità, dalla condizione giuridica, etc... (…). Rispetto al piano del lavoro con le associazioni immigrate, Oikos ha esperienza, ha creato reti, sinergie, collaborazioni…? Al di là del lavoro che facciamo al Tavolo delle Associazioni dell’Agenzia per l’Integrazione, noi avevamo avuto l’idea di prendere contatto con alcune donne delle associazioni, per affrontare con loro il discorso dell’assistenza sanitaria in generale, della gravidanza in particolare, etc etc. 92 E’ una cosa di cui stiamo parlando da un pò di mesi: l’anno scorso scolastico due delle ragazze che facevano questo master avevano provato anche a coinvolgere, invitare alcune donne che avevano incontrato in ambulatorio, ma poi in realtà non si è presentato nessuno (...) Secondo me sarebbe più possibile con le associazioni, perchè credo che se un gruppo si è costituito come associazione vuol dire che è formato da gente che è in Italia da più tempo, che ha un minimo di conoscenza anche della società civile di Bergamo, quindi potrebbe essere più disponibile, però in realtà non ci siamo ancora mossi. Come vede la realtà dell’associazionismo in generale a Bergamo? Io le conoscenze maggiori rispetto a questo argomento le ho acquisite in Agenzia per l’Integrazione, in questi anni. E’ una realtà strana, forse come lo è tutto il mondo dell’associazionismo, nel senso che sotto la parola associazione ci sta dentro di tutto e di più. E quindi forse, come rispetto ad altre cose, parlare di associazioni straniere è un pò un limite, perchè ti aspetti che le associazioni straniere siano attentissime, sensibilissime, prontissime anche dal punto di vista operativo su tematiche che abbiamo a cuore noi, mentre magari sono più attente ad assistere, seguire le persone della loro nazionalità. E’ una cosa comprensibile ma è un pò un limite secondo me, nel senso che credo che comunque sarebbe molto interessante se anche le associazioni di immigrati si aprissero, perchè come si sta dicendo, probabilmente riuscirebbero anche a fare più bene ai loro soci e sarebbe molto utile anche alla città, nel senso che credo che gli immigrati abbiano realisticamente poca voce. Credo sia brutto che ce l’abbiano sempre per interposta persona, ma credo che possano avere voce soltanto nel momento in cui si dimostrano, come dire, “meno egoisti”: cioè se io bado solamente ai miei, è chiaro che in un contesto pubblico non posso parlare di me come rappresentante degli immigrati, posso dire i problemi delle persone che conosco io. Può darsi che si arrivi, può darsi che qualche associazione soprattutto arrivi, o qualche persona nelle associazioni arrivi a questo passo, così complessivamente è forse anche un pò sbagliato parlarne. Le risorse e i limiti che hanno le associazioni immigrate … Per certe cose che avvengono, per certi discorsi che senti fare, 93 l’impressione è che i primi razzisti siano gli stessi immigrati tra di loro, e allora io non so se è velleitario pensare che qualcuno possa rappresentare tutti, però sicuramente di fronte al niente, se anche soltanto qualcuno incomincia, forse potrebbe essere poi anche in qualche modo lo stimolo perchè altri si mettano in gioco. Ho l’impressione che ci siano tante persone anche molte attive, che fanno tante cose, le vedi dappertutto, sono sempre presenti, ma poca sostanza, o forse poche politiche, che hanno poco l’attenzione all’aspetto politico(…). Resta poi il problema grosso di non sapere come queste cose avvengono nei loro Paesi, nelle loro culture. Io non so che senso abbia, per la cultura araba piuttosto che per la cultura sudamericana, il discorso di avere un’associazione e quindi se io qui mi aspetto di trovare in un’associazione le stesse modalità, gli stessi pensieri che ho io probabilmente sto sbagliando, sto comportandomi da colonialista, eurocentrica. Una cosa che percepisco essere invece molto difficile per quasi tutti loro da accettare, tranne per il solito gruppetto, è il discorso del volontariato (…). E le associazioni nell’ambito dell’integrazione, che ruolo possono avere? Che presenza hanno o che presenza possono avere? In quali dinamiche possono entrare rispetto a questo concetto di integrazione e cosa pensa dei concetti di convivenza, integrazione (…) Io credo che sia una forzatura grossa parlare di integrazione, perchè ho l’impressione che o una società, anche una società civile, è in grado, è disposta, è capace di essere aperta, e allora non c’è bisogno di parlare di integrazione, perchè ognuno trova il suo posto, ma se tu parli di integrazione e ne parli come una cosa che tu devi fare, è una forzatura notevole. Io trovo che integrazione debba essere un incontrarsi a metà strada; tu puoi ben fare la tua metà strada, ma se a metà strada metti un muro tu arrivi al muro e ti fermi e gli altri non potranno mai arrivare all’incontro. In realtà ci sono delle condizioni, delle modalità, che favoriscono l’integrazione. Ma da solo tu non puoi integrare molto e invece senti usare queste espressioni in una marea di contesti diversi: quando io 94 sento uno che dice “abbiamo integrato i lavoratori immigrati” a me viene da ridere e dico “ah sì, e come hai fatto? li hai tirati dentro?” . E’ un problema anche in ambito sanitario”. (Esponente Associazione OIKOS onlus) Sportello immigrazione “Il Faro” “Come prima cosa contestualizziamoci: siamo in un territorio che è composto da 12 comuni e da una Comunità Montana (…). L’attenzione al mondo dell’immigrazione che è molto presente in questo territorio, ma quasi mai gestito... come numeri d’immigrati sul territorio è molto... è sempre stato un territorio fortemente abitato, in particolare da senegalesi, perchè qui c’è questa congiuntura del mercato del lavoro relativa alla gomma, che ha attirato manodopera. Però assolutamente poche cose fatte, non è che qualcuno si è mosso, si è dato da fare. E quindi la Comunità Montana ha cominciato a sviluppare attenzione a questo tema (…). Ha avviato un tavolo di riflessione coinvolgendo diversi soggetti del territorio interessati o interessabili della questione famiglie immigrate, minori immigrati. Questo dice anche che tipo di approccio la Comunità Montana ha e ha sempre cercato di mantenere: no alla gestione di servizi, sì all’attivazione di processi, di riflessioni etc. (…). Allora “Il Faro” si pone a servizio, mette nelle sue progettualità condivise con la Comunità Montana il fatto che parte del suo lavoro, delle sue risorse vadano in questa direzione. Quindi abbiamo “Il Faro” che è lo sportello immigrazione… Quindi facciamo lo sportello e facciamo questa cosa qui, dove noi appunto siamo lo stimolatore, siamo a servizio di queste realtà, un pò le sproniamo, un pò le stimoliamo, perchè si costruisca questo cartellone di eventi. L’idea parte da noi, ma la condividiamo intorno a un tavolo: noi perchè ce l’abbiamo istituzionale, perchè arriviamo con la nostra professionalità e il nostro know-how dove sappiamo che cose di questo genere possono funzionare, e le condividiamo… Quindi se oggi c’è l’associazione El Dialogo che è quella che probabilmente ti interessa di più dal punto di vista della ricerca, che c’è, che ci sono, partecipo, mi muovo, partecipo ai tavoli più ufficiali, mi incontro con te in modo specifico (…). 95 D’altra parte è interessante anche che il cittadino italiano che viene qua trova... è tutta una sorta di funzione pedagogica di questa scelta rispetto al far crescere, ma anche nelle istituzioni, tra colleghi, perchè questa è la cosa, il rischio sempre presente di trovarsi a pensare e a fare per gli immigrati, per l’integrazione e non “con” . Il “fare con” l’abbiamo posto come condizione. adesso dobbiamo riuscire al “pensare con”, che non è così facile (…). Cosa mi può dire delle associazioni presenti? Dicevo già che è importante, per sviluppare questo discorso del “fare con” e del “pensare con”, riuscire ad averli a livello operativo. Allora qui siamo passati da una fase in cui il pensiero, ed era quando parlavamo appunto di famiglie e minori, che l’integrazione passasse attraverso la parrocchia che propone la festa in cui invita gli immigrati, gli immigrati non ci vanno e la parrocchia reagisce dicendo “ecco, abbiamo fatto questa cosa per loro e loro non ci sono” oppure: “abbiamo fatto questa cosa per loro, abbiamo chiamato un complesso dei loro per suonare e questo complesso voleva addirittura i soldi; ma lo stiamo facendo per voi”. E’un pò una distorsione di approccio... Auspichiamo che gli immigrati sul territorio si organizzino, si auto-organizzino, …allora in questa fase provare a sostenere questo processo di auto-organizzazione degli immigrati e di stimolarlo…“. (G. Domenghini, Sportello Il Faro) Associazione volontari aiuto extracomunitari (AVAE) “Nasce nel 1989, inizi ‘90, come gruppo. Era un gruppo per l’ACLI, un gruppo parrocchiale che c’era già; c’eravamo messi assieme perchè c’era un problema; era nato un grosso problema nel comune di Costa Volpino, perchè c’era un agglomerato di extra-comunitari, tutti arrivavano lì e confluivano in quel fabbricato . E c’era proprio un caos: quindi gente ammucchiata, senza condizioni igieniche. Da lì era nato il discorso se riuscivamo a cercare quantomeno di aiutare questa gente , trovando un pò di alloggi, un pò di uno un pò dell’altro. E’ nato così ... Così abbiamo fatto, ci siamo trovati ed è nato il gruppo; dopo 2 anni ci siamo costituiti in associazione, abbiamo fatto il nostro statuto etc. e ci siamo iscritti al registro del volontariato regionale, allora era 96 regionale. La nascita di questa associazione era proprio per l’aiuto agli extracomunitari, noi di formazione cattolica-cristiana, insieme con la parrocchia etc. (…). Avete invece rapporti con associazioni di immigrati che ci sono nel vostro territorio? No, le avevamo all’inizio. Le abbiamo costituite anche noi… Inizialmente promuovevate l’associazionismo immigrato? Promuovevamo sì, ma adesso no perchè non si sono trovati concordi con le nostre direttive, nel senso che non erano tanto favorevoli, non accettano quello che proponevamo… , ma parlo di 7/8 anni fa (…). Cosa pensa invece del ruolo che potrebbero avere le associazioni? Dalla nostra esperienza, in questi anni noi abbiamo visto, non so se è così dappertutto, che gli immigrati tendono a raggrupparsi tra di loro, a fare comunità tra di loro e questo è secondo noi una cosa negativa, dal nostro punto di vista, perchè raggruppandosi tra di loro poi si estraniano ancora di più. Non è che poi quando si trovano fra di loro tendono ad allargarsi, a partecipare ad altre cose, tendono a unirsi fra di loro, trovarsi fra di loro, ma non allargarsi (…). Se sono state fatte, quello che ho visto io per carità, la tendenza loro è fare questo, in città non lo so, almeno qui nei nostri paesi. Non è una risposta in assoluto, è la mia esperienza. Tanto è vero che noi qui in questi anni, perchè prima garantivamo anche per gli affitti, proprio per evitare questi raggruppamenti, cercavamo di distribuire questi soggetti un gruppetto da una parte, un gruppetto dall’altra. Nonostante questo, loro cercavano di riunirsi, trovavano un ambiente un pò più grande, più ampio… ma è anche giusto di ritrovarsi fra stessi compagni, stesse nazionalità. però quando si riunivano, più si riunivano e più rimanevano indipendenti dall’esterno e cercavano di staccarsi”. (Esponente Associazione AVAE) 97 ALTRE PRESENZE Aschrouk, associazione di sole donne immigrate Nell’aprile del 2007 a Verdello un gruppo di donne marocchine ha costituito Aschrouk , una novità nel panorama dell’associazionismo bergamasco14 e un elemento di stimolo per chi è attento alle dinamiche sociali del territorio. L’interesse nasce dal fatto che è l’unica associazione in provincia a raggruppare solo donne immigrate, in questo caso marocchine e tutte velate.15 Quest’ultimo particolare, è giusto esplicitarlo, ha attirato la nostra attenzione: perché un gruppo di donne con il velo hanno deciso di mettersi in gioco “pubblicamente”? Nell’ immaginario di molti la donna musulmana è “relegata” in casa, si occupa solo delle faccende domestiche e della cura dei figli mentre tutto quello che riguarda la sfera pubblica è lasciato all’uomo. Questo “stereotipo”, come lo chiama la referente dell’associazione, è ancora presente nella società, sia italiana sia europea: “Perché sempre in giro noi sentiamo che la donna per esempio marocchina, o diciamo araba in generale è sottomessa sempre sotto il marito, in cucina, i bambini..il suo mondo è sempre limitato in questo…allora abbiamo pensato di farci vedere e dire no, non siamo così, 14 L’Eco di Bergamo ha riportato in un trafiletto la notizia della costituzione e ha pubblicato, dando rilievo, il resoconto della festa per la nascita dell’associazione, organizzata successivamente 15 La pratica del velo attira sempre l’attenzione degli occidentali. La letteratura si divide fra chi lo considera un ritorno al passato e chi invece una espressione identitaria, una strategia di relazione con la modernità che non esclude la partecipazione alla modernità stessa ma la reinterpreta in chiave alternativa a quella occidentale. Secondo Pepicelli “le donne che a Parigi sono scese in piazza a difesa del velo, così come quelle che hanno ripreso ad indossarlo nelle città e nei paesi musulmani, affermano di non esser accomunate, come un certo immaginario le presenta, dall’oppressione e dallo sfruttamento, ma di essere loro stesse a determinare istituti e ruoli che sono il risultato di una complessa interazione tra cultura, religione, sistemi di significati e credenze, reti locali di potere, rapporto con lo Stato e con le comunità maggioritarie” (Donne e diritti nello spazio mediterraneo, Renata Pepicelli). 98 siamo di donne anche…ad un certo livello, anche perché siamo tutti con un diploma o di università”. Le donne di Aschrouk pensano che siano i mezzi di comunicazione a dipingere la donna araba non come una persona, con una propria identità e con propri bisogni, ma come un “qualcosa” sottomesso al volere dell’uomo. Spesso chi si è occupato della donna musulmana, dai media alle istituzioni statali, si è dimenticato che non si può parlare di donna musulmana tout court, perché il rischio è di cadere in banali generalizzazioni. Bisognerebbe almeno contestualizzare geograficamente e fare riferimento alle condizioni delle donne nei loro contesti specifici, visto che ogni Stato riserva un trattamento diverso alle sue cittadine16. Sin dalle prime battute dell’intervista, la presidente sottolinea come Aschrouk sia “un’associazione di donne per le donne” e come questo sia stato il filo conduttore che ha animato il gruppo di amiche nell’impegnarsi per costituire l’associazione. Gli obiettivi che le associate si prefiggono si possono leggere nello statuto, ma appaiono evidenti anche durante la conversazione. “Art.4 dello Statuto di Aschrouk dedicato alle finalità dell’associazione: • Promuovere lo studio e la conoscenza: 16 A volte, anche nei mass-media si parla di “femminismo islamico”: non è facile definire bene questo concetto, ma lo si usa in riferimento a un modello di emancipazione che utilizza i diritti islamici al fine di migliorare le condizioni delle donne. Le femministe islamiche non contestano il messaggio religioso: si oppongono alle interpretazioni che gli uomini preposti a studiare i testi sacri o a scrivere la codificazione giuridica ne hanno fatto a posteriori. Da questa constatazione sono nati dei gruppi di donne che rileggono il Corano e altri testi importanti per la tradizione islamica. C’è anche da chiarire che molte femministe, sia dei paesi occidentali sia di quelli musulmani, criticano il concetto di “femminismo islamico” e non solo, anche idee e pratiche politiche quali il multiculturalismo. 99 - dei valori dell’Islam, - dello statuto e del ruolo delle donne musulmane nel passato e nel presente, dei loro diritti civili, sociali, economici, politici, della loro partecipazione alla vita delle famiglie, alla vita delle città, alle attività delle istituzioni, alle attività lavorative e professionali; - delle prospettive nel futuro nei campi su-elencati integrando i valori dell’islam in una società multi-culturale dove convivono diverse fedi religiose e filosofiche. • Facilitare l’inserimento e la promozione sociale delle donne e dei bambini immigrati; • Aiutare le donne immigrate a imparare la lingua italiana e a formarsi professionalmente per avere migliori opportunità lavorative in futuro; • Favorire l’inserimento dei bambini immigrati nell’ambito della scuola; • Favorire l’apprendimento della lingua araba, in particolare da parte delle donne e dei bambini immigrati che sono nati o vivono in Italia, ma anche di tutta la cittadinanza; • Prevenire il disagio delle donne e dei bambini immigrati attraverso l’ascolto, il sostegno e l’orientamento, in collaborazione con i servizi socio-sanitari pubblici e del privato sociale. Lo spirito dell’associazione è quello di non lasciare soli donne e bambini che si trovano in difficoltà, testimoniando che si può uscire dalla solitudine e che si può agire per stare meglio; • Denunciare tutte le discriminazioni, le sopraffazioni, le violenze, le molestie e i ricatti a danno delle donne, dei bambini e delle bambine, sia nell’ambito familiare che in quello lavorativo o scolastico; • Rinforzare le capacità delle donne di organizzare delle reti associative locali, provinciali, regionali, nazionali, internazionali e di contribuire al dibattito social, giuridico, scientifico, attraverso la sensibilizzazione, l’informazione e la formazione; • Favorire il volontariato di ragazze/i, adolescenti, adulte/adulti e la messa a disposizione di risorse e mezzi per le finalità su indicate.” 100 L’assessore comunale17 evidenzia come queste donne non siano un gruppo chiuso verso l’esterno. Sin dall’inizio della loro esperienza, infatti, si sono rivolte alle Amministrazioni, in particolare a quelle di Verdello e di Arcene, perché “il presidente e le socie più attive abitano qui in zona”: “Sì, loro non si vogliono chiudere, ma collaborare, interagire con le persone e le autorità del territorio, propongono iniziative…sono donne che abitano un po’ qui e un po’ là e comunque vogliono trovare un punto di riferimento”. L’associazione è composta da un gruppo di quattordici donne che risiedono in diversi paesi della bergamasca; nonostante la sede sia a Verdello, ci sono donne che provengono anche dalla Val Seriana, per esempio Leffe e Cene. Con orgoglio la referente spiega che l’associazione è stata registrata proprio con l’intento di non essere rappresentativa solo della “bassa” ma di essere il punto di riferimento per le donne musulmane di tutta la provincia. Le associate provengono da differenti zone del Marocco, “tra cui Rabat e Casablanca” cita ad esempio la referente del gruppo. Sono connazionali ma non si conoscevano prima del loro arrivo in Italia: “Sì, ci siamo trovate qua... Assessore: Magari con incontri per pregare Sì, quello. Ma anche nel mercato ne conosci tante…poi le nostra bambine vanno a scuola insieme. Quindi anche la scuola come luogo per conoscersi? Sì!” Prima di costituirsi in un’associazione queste donne erano amiche; forse anche per questo motivo quando poniamo domande relative alla struttura dell’organizzazione, se esiste un presidente, delle commissioni, per esempio, a loro paiono superflue o comunque non rilevanti. 17 All’incontro ha partecipato l’Assessore alla cultura del comune di Arcene che oltre a aver fatto da tramite per organizzare l’intervista, ha rappresentato un punto di riferimento per la presidente che si rivolgeva spesso a lei per sapere se il termine usato per esprimersi era comprensibile e corretto linguisticamente. 101 La presidente ci spiega che si considerano tutte sullo stesso piano, che non c’è differenza. Gli appellativi “presidente, vice.. ecc.” sono formali, dovevano essere attribuiti, ma nella sostanza, per loro, non hanno alcun valore e rappresentatività. Le decisioni sono prese collegialmente e tutte le socie sono consigliere. “Sì, sì, (il presidente, il rappresentante esterno) ma…l’hanno chiesto anche quando l’abbiamo al registro…ci vuole per l’associazione le sue… Referente: Nell’atto costitutivo c’è tutto, ci sono i consiglieri, il consiglio Presidente: C’è il presidente, il vicepresidente e poi c’è consiglieri. Quanti siete? Presidente: Siamo quasi quattordici Referente: O quindici Assessore: Socie? O consiglieri? Presidente:…Consiglieri e socie Referente: Socie, consiglieri. e’ lo stesso. Assessore: Ah, ok. Perché tutte le socie diventano consiglieri? Presidente: Sì. Assessore: E quindi vi trovate tutte quando dovete decidere? Presidente: Sì. Ecco. Quindi nella vostra associazione siete in quattordici? Presidente: Sì Quindi non è un’associazione di donne marocchine che dice…Ci troviamo fra di noi e basta Presidente: No,no, non è quello il nostro obiettivo. Noi vogliamo aprirci verso gli italiani. Non vogliamo integrarci, vogliamo..come si dice…lasciare questo ostacolo..non voglio essere di ostacolo con voi. Noi vogliamo voi venite da noi come se la vostra casa..noi entriamo da voi…siamo nella nostra casa. Vogliamo avere questo sentimento, per esempio sentiamo che siamo in seconda patria. Per noi Marocco e Italia..siamo divisi (nel senso di diversi), per esempio noi. Referente: Di tradizione, di lingua, di tutto”. 102 La reazione degli uomini La presidente ci racconta come gli uomini non hanno ostacolato per niente il fatto che le loro mogli si impegnassero pubblicamente, anzi: “Hanno accolto quell’idea con molta…come si dice?... gioia!: infatti hanno dato una mano tanto, per fare le cose. Assessore: Anche per la festa anche per la festa, sì, lei ha notato questa cosa i nostri uomini sono con noi e sono contenti,sono felici che noi abbiamo fatto questa cosa …Io per esempio dico a mio marito: eh, io cerco lavoro, e mi dice: eh, il tuo lavoro adesso è di fare conoscere la tua associazione agli altri! (ride)…sai, sono…sono stati disponibili, felici e tutto. Ecco”. Attività Anche se è ancora presto per parlare di attività realizzate, visto la recente data di costituzione di Aschrouk, nelle parole della presidente si possono delineare i progetti che intendono sviluppare: “Allora prima cosa noi vogliamo sai, adesso come adesso l’immigrazione, che noi vogliamo dare adesso non è quella che per esempio è stata negli anni ’60, ’70, quando viene una non sa neanche dove andare, a chi rivolgersi..noi, per esempio quando trovi una, appena arrivata sul territorio italiano, non sa niente neanche parlare ..allora invece di rivolgersi ad un’ italiana, non può esprimesi bene con lei allora si rivolge a noi e poi noi… sempre offriamo una mano”. La presidente si riferisce in particolare al momento del suo arrivo in Italia; ai suoi ricordi e a quelli di altre, nella sua stessa situazione. Ammette come i primi tempi siano stati davvero duri: “Molto! Molto! E’ per quello che noi non vogliamo che gli altri che… poi questa cosa per la donna e poi per i bambini proprio, della scuola. Noi vogliamo che la generazione , quella generazione di questo momento, non posso dire che ha subito ma…ha subito molto il bullismo di tutte queste cose”. Chiediamo cosa intende per bullismo, visto che questo termine 103 è troppe volte abusato per descrivere qualsiasi azione negativa compiuta dai ragazzi; ci viene risposto che tutti sanno cosa vuol dire. Lei parla di bullismo per far riferimento a fatti successi a scuola, ai loro figli o meglio, ci corregge la referente: “Non solo ai nostri. A tutti i bambini stranieri”. Presidente: Sì, noi parliamo in generale, quando diciamo immigrazione non vuol dire solo marocchine..però …allora noi vogliamo che la seconda generazione, per esempio quella dei nostri figli piccoli, non subisce quella che ha subito per esempio mia figlia (adolescente) fino adesso e mio figlio fino ad adesso..vogliamo che questi ragazzi, che questi bambini…infatti quando hanno fatto a Verdello “l’immigrazione degli italiani in America”…una cosa stupenda…una cosa che io voglio che tutti i comuni della zona, della provincia di Bergamo che lo fanno leggere ai loro bambini, perché questa fiera hanno detto tutte le testimonianza di nonne, di zii, di sorelle, di mamme che hanno immigrate in America, in Belgio in tutti…infatti raccontano come sono stati accolti, come hanno vissuto di là.. Assessore: Cosa hanno subito. Presidente: Sì, infatti quando io l’ho letto...quando sono andata per la prima volta. sono andata perché devo farlo con il gruppo, appena ho letto una testimonianza…gli italiani dicono:spaghetti, o questa roba qui che non voglio neanche ricordare mi sono messa a piangere… non vogliamo anche noi, per esempio che grazie a dio che gli italiani.. che non abbiamo subito fino a sto punto queste cose… infatti quando l’amministrazione, il prete della scuola media hanno pensato di portare le classi a vedere questa mostra…l’obiettivo è stato, perché abbiamo fatto una riunione col prete che sono andata e ha detto: vogliamo fare vedere a questi ragazzi: vedete i nonni cosa hanno subito…non fate subire anche voi a questi…ci sono?”. Parole come “non far subire” (alla donna né ai bambini, né alla seconda generazione) “angoscia”, “paura”, sono termini che ritornano spesso nelle parole delle due donne intervistate. Ritornando ai progetti in cantiere in questo momento, ci hanno segnalato: una serie di incontri con dei rappresentanti della medicina e della pediatria, per aiutare la donna a conoscere e poter 104 fare di più. Non solo essere relegate in un ruolo passivo: “Abbiamo pensato anche di fare degli incontri per questa donna che va dal pediatra, che il pediatra sempre si rivolge sempre al papà e il papà è sempre con la testa nel lavoro…dì alla moglie di fare questa medicina, il pediatra sempre è un po’ arrabbiato perché le cose sempre non vanno…non ci si capisce” (…). Per quello allora abbiamo detto, che questi incontri che questo professore viene con la dottoressa...facciamo con queste donne immigrate…Noi vi prepariamo prima e poi viene questo professore e poi ci danno queste lezione e anche le donne, la mamma… sente che è una cosa che partecipa ad una cosa per lei, che serve...non è sempre quella che dà il pane… Referente: Fa la cucina Presidente: Cucinare, fare dolci…fare la compera Assessore: Viene considerata come una persona che può capire che non sempre deve avere bisogno di qualcun altro Presidente: E non stare sempre a chiedere Indipendente…? Ecco brava indipendente! Ecco noi vogliamo darla questo sentimento...Noi stiamo cercando di dare questa cosa, di dare questa …speranza…giusto? Assessore: Sì, sì! Dai che vai bene! Si capisce bene Questa speranza, dare a questa donna…veramente…”. As-soci-azioni, Associazione di Associazioni As-soci-azioni è un’associazione di associazioni nata da un lavoro durato più di 3 anni in cui varie associazioni di diversa nazionalità si incontravano mensilmente presso dell’Agenzia per l’Integrazione per ragionare insieme rispetto a varie tematiche. L’associazione nasce a fine marzo del 2007. I fondatori sono 11 associazioni, tra italiane, straniere e miste. La decisione di costituirci è arrivata dopo che abbiamo provato a fare delle cose insieme e quindi nel 2004 c’è stata la multifesta. Dopo questa esperienza abbiamo ragionato ed emergeva che la 105 necessità era comunque quella di mantenere un livello operativo, nel senso che le associazioni sono estremamente diverse e il piano operativo era quello su cui ci si poteva incontrare, ma d’altra parte diventava importante e significativo dare una forma propria a questa nuova realtà che si stava riunendo abbastanza stabilmente. Quindi abbiamo iniziato a ragionare sulla forma che avrebbe potuto assumere… Una volta fatta la scelta della formula associativa abbiamo pensato un minimo di percorso di formazione interna sull’ associazione gestita da persone che facevano parte del tavolo. Lo statuto non era una questione scontata Si è sviluppata in 3-4 incontri in cui si è cercato di approfondire il significato di statuto,che senso avesse la forma associativa e una serie di argomenti in modo tale che le varie associazioni presenti riuscissero ad avere un terreno comune, un linguaggio comune da cui muovere… Un passaggio fondamentale è stato la stesura dello statuto durante il quale sono emerse una serie di mancanze rispetto al ragionare insieme ed è stato il primo terreno di mediazione per trovare cose su cui tutti fossero d’accordo. ...Poi il passaggio successivo è stato quello della stesura dello statuto,lavoro impegnativo perché nello statuto, anche se è un documento freddo devono però rientrare tutte le caratteristiche che il gruppo vuole dare alla nuova realtà che si costituisce (…). Ci sono tutta una serie di questioni da discutere, affrontare…in modo che ne uscisse un documento condiviso,cioè non scritto da qualcuno e accettato passivamente da altri ma discutendo anche su alcuni nodi (…). ...e facendo questo lavoro sono emerse una serie di mancanze... Mancanza di abitudini a ragionare tenendo presenti questi criteri perché quando si fa un associazione tra italiani ci sono delle formule che sono quasi scontate…invece qui andavano rimesse in discussione e capire che senso avesse per noi utilizzare certi termini e che senso avesse per altre persone lo stesso termine…”. L’adesione è stato un passaggio importante Come la presidente informa, una delle clausole per aderire ad AsSoci-Azioni era la delibera scritta dell’associazione interessata per 106 evitare che vi fossero adesioni di singoli quindi senza che la base sociale fosse d’accordo. Un altro passaggio è stato quello di capire se volevamo che fosse un associazione di volontariato o no... “...per esempio riallacciandomi al discorso di prima un altro passaggio è stato quello di capire se volevamo fosse un’associazione di volontariato o no…perché anche qui non tutte sono associazioni di volontariato non tutte si riconoscono in questa formula quindi abbiamo deciso di non metterlo…quindi alcune cose che non appaiono nello statuto non compaiono per scelta…sarebbero state in qualche modo strettoie che non avevano molto senso rispetto a questa cosa…poi abbiamo scoperto che un associazione di associazioni non può essere onlus quindi di fatto diventa un associazione di promozione sociale… perché quando si parla di associazioni che lavorano con l’immigrazione viene automatico pensare che fa assistenzialismo…ciò che noi non vogliamo…quindi ha comportato un po’ di fatica in questo senso…però a questo punto dovremmo esserci…speriamo che sia fatta…”. Gli ambiti di azione Gli ambiti di intervento sono 3…e rispecchiano le caratteristiche delle associazioni che ne fanno parte…per cui c’è un aspetto che è legato alla socializzazione, quindi l’idea è di organizzare delle iniziative, anche solo tra le associazioni che fanno parte di questa cosa… Un ambito è più che chiamiamolo politico, cioè confronto e contatto con le istituzioni, e poi uno su cui ho insistito molto è un ambito, che dovrebbe occuparsi di riflettere…nel senso che, io e tanti anni che lavoro in questo ambito e secondo me una cosa che manca è quella di trovare dei luoghi dove persone immigrate e persone italiane ragionino insieme sulla stessa cosa, perché anche il concetto di associazione che accomuna divide anche . ..in realtà in questi anni se c’è una cosa che è risultata più che evidente è che pur essendo tutte associazioni gli aderenti hanno esperienze e un concetto di associazione che è molto diverso o comunque è diversa la traduzione operativa.. L’associazionismo è un ponte La presidente ragiona anche rispetto al ruolo che secondo lei hanno le associazioni che sono una realtà assolutamente unica e che definisce come: 107 “...Da una parte quella di raccogliere persone e gruppi che decidono in prima persona di costruire questa realtà e dall’altra di essere una realtà che a quel punto non è un individuo, un singolo non sono istituzioni ma sono lì un po’ a metà strada…quindi hanno anche questo compito di restare a metà strada quindi di potersi confrontare e dialogare sia con i singoli che con le istituzioni... Un ponte …”. Dichiara che bisogna tenere conto della cura delle associazioni a livello interno ed esterno perché sono realtà che vanno gestite, vanno curate nella dimensione interna valorizzando la dimensione del gruppo e la dimensione esterna cioè dei rapporti con le associazioni che non hanno aderito e con la città. In che modo? ...Penso che già il gruppo dell’associazione è un terreno entro il quale si fa cultura in qualche modo e anche lì non è che la si fa per caso… bisogna che si lavori, che vengano approfondite e assunte in prima persona le idee che si portano avanti e quindi è una cosa su cui io insisterò anche in questa nuova realtà (…). E rispetto al territorio? ...Da una parte io spero che verrà percepite dall’ esterno come una realtà nuova che non vuole prendere il posto degli altri…nel senso che ci sono realtà come il coordinamento immigrati per cui noi e loro potremmo essere viste come realtà simili e quindi in competizione tra loro…ma spero che non avvenga perché non è assolutamente così... Spero che non si venga percepiti come antagonisti nemmeno nel momento in cui si dovrà interagire con le istituzioni.. ..detto questo a me piacerebbe che questo gruppo si qualificasse e si caratterizzasse per le riflessioni che vengono fatte all’interno del gruppo.. Perché c’è bisogno di sentire una voce che è di qualcuno che sta provando a ragionare insieme su queste cose…non so se ci sono i margini per farlo, se c’è interesse a farlo però sarà senz’altro uno sforzo che noi faremo...”. 108 II PARTE ALCUNE CONSIDERAZIONI A MARGINE Rispetto al panorama delle interviste fatte e della conoscenza del mondo delle associazioni avuta “sul campo”, si possono fare alcune, schematiche, considerazioni, che ovviamente non “comprendono” tutta la complessità di questa realtà e della sua evoluzione: • molto marcata è la richiesta del “ritorno immediato”: spesso le associazioni di immigrati si accostano alle istituzioni o ad altre enti e associazioni con l’idea di avere un beneficio in termini economici, di immagine o di aiuto a diversi livelli: se questo accade allora inizia e continua la collaborazione; se il lavoro fatto insieme richiede da entrambe le parti impegno e continuità senza un riscontro materiale immediato, in tal caso spesso le associazioni si allontanano ed interrompono la collaborazione; • è ancora presto, per molte associazioni, per affrontare e comprendere il tema del volontariato: una delle difficoltà maggiori che i referenti delle associazioni denunciano è la difficoltà ad avere risorse economiche e per qualcuno è davvero difficile riuscire anche solo a spostarsi dalla provincia a Bergamo per partecipare alle riunioni o per organizzare eventi. La richiesta è quindi quella di una collaborazione “remunerata”, anche solo per i rimborsi spese degli spostamenti. Inoltre fanno presente che nei Paesi di origine non sempre esiste l’idea o lo stile del volontariato, per cui è difficile farlo passare agli associati che spesso si ritrovano e vivono qui con lo stesso stile con cui vivevano al Paese di provenienza; • alcune associazioni si allontanano dai tavoli di lavoro perché si alza troppo il livello di riflessione o perché “si chiacchiera troppo”. Il confrontarsi e il discutere su temi che riguardano a livello teorico l’immigrazione e l’integrazione viene ritenuta una perdita di tempo. E’ più facile coinvolgere facendo che pensando!; • è ancora troppo diffusa la prassi della “delega” ai singoli o alle associazioni più attive, beneficiandone direttamente o indirettamente. Oppure l’attivazione pubblica è finalizzata al raggiungimento di un risultato specifico, il cui soddisfacimento esaurisce poi l’impegno. 109 Altre associazioni conosciute in questi anni, hanno elevato notevolmente il lavoro di riflessione comune e di conoscenza del “mondo” delle associazioni immigrate: alcuni “passaggi” sono stati pensati e vissuti insieme con associazioni italiane. Dal lavoro comune per organizzare la festa folkloristica, si è passati a capire che questo non è più sufficiente (anzi a volte è controproducente!), ma serve che si lavori insieme verso altri obiettivi: • attività pubblica, cioè cercare di mantenere i contatti con le Istituzioni (Comune, Provincia, Ospedali, Prefettura, Questura…) e proporsi come interlocutori per far sentire la voce, il pensiero, il vissuto, le esperienze provenienti dal mondo degli immigrati, senza per questo arrogarsi il diritto di “rappresentare gli immigrati”; • attività ricreativo/socializzante, che ha l’obiettivo di creare momenti di incontro tra le persone attraverso iniziative sportive, culturali, artistiche…; • attività di approfondimento e riflessione perchè le associazioni hanno notato che, quasi mai, a parlare di immigrazione sono gli immigrati stessi. Diviene perciò importante dedicare del tempo e creare occasioni in cui, chi vive il fenomeno migratorio possa riflettere sulla propria esperienza, approfondendone alcuni aspetti, per essere poi capaci di offrire alla città il proprio punto di vista. E’ inoltre emersa fortemente la necessità che le associazioni siano visibili sul territorio. Questo è possibile uscendo all’esterno, creando reti con le varie realtà territoriali, facendosi conoscere nel modo più semplice e “coinvolgente” (anche per chi non ama i convegni o le riunioni) cioè utilizzando gli strumenti della festa, della musica, della danza, del cibo etc. Emerge infatti spesso che una necessità fondamentale delle associazioni è anche quella di mantenere viva la loro cultura e di farla conoscere anche con queste modalità. E’ nata in questi anni anche l’esigenza e quindi la richiesta da parte delle associazioni (sia italiane che immigrate) di una forma- 110 zione a 360°, che approfondisca i modi di gestire l’associazione, sia rispetto alle relazioni interne alle associazioni, quali: • la difficoltà del “leader” ad essere riconosciuto, in quanto un problema, spesso evidenziato dagli stessi referenti/presidenti delle associazioni, è che i leader riconosciuti dagli italiani non rappresentano davvero i loro connazionali, per cui si creano fratture all’interno dei gruppi nazionali e diffidenza con le istituzioni e gli organismi italiani; • la fatica a coinvolgere gli associati perché c’è troppo via-vai all’interno delle associazioni; hanno problemi più urgenti da risolvere; non capiscono l’importanza di lavorare insieme nell’associazione e soprattutto con le altre associazioni… sia rispetto alle relazioni esterne, quali: • rapporti con il territorio; • riconoscimento del loro ruolo; • rapporti con amministrazioni e istituzioni; • fatica ad interagire con altre associazioni, anche all’interno dello stesso gruppo nazionale. E’grande anche il bisogno di conoscere quali sono i canali di finanziamento: quasi tutte le associazioni vivono grazie ai contributi degli associati, ma per tutti è evidente la difficoltà a “far quadrare i conti”. Diverse associazioni hanno comunque “spirito imprenditoriale” per cui, quando fanno le loro iniziative hanno sponsor, agganci e sostegno da parte di privati e amministratori pubblici. La maggior parte di loro però fatica a portare avanti le attività. Oltre a non avere possibilità economiche rilevanti, non hanno neppure peso politico. E’ anche da tener presente che, in questo momento, il non riconoscimento del diritto di voto agli immigrati e, quindi, l’impossibilità di pesare nell’arena politica, spesso rende inutile o quasi irrilevante le richieste fatte alle amministrazioni per ottenere finanziamenti o sostegni. Gruppi nazionali o associazioni, attive già da molti anni, che contano in alcuni casi centinaia di iscritti, non ricevono alcun tipo di contributo esterno e faticano ad ottenere l’utilizzo di locali comunali da adoperare come loro sedi. 111 La mancanza di spazi adeguati è per le associazioni un peso non indifferente. Questa situazione certamente non agevola le associazioni nella realizzazione delle loro attività, e limita la possibilità di costituire un punto di riferimento per l’intero gruppo nazionale di cui sono, almeno in parte, espressione. Spesso sono infatti obbligate a chiedere in più direzioni prima di poter ottenere uno spazio idoneo per quella determinata attività. La richiesta principale che le associazioni fanno ad enti, istituzioni e Comuni è proprio quello di poter ottenere una sede e spesso il fatto che il territorio non risponda a questa loro esigenza viene vista come una discriminazione nei loro confronti, non rendendosi conto che anche molte associazioni italiane sono nella loro identica situazione. Alcune “eccezioni” stanno venendo avanti in questi ultimi anni, in quanto associazioni con numerosi associati (per es. Senegal e Marocco) prendono l’iniziativa di acquistare locali in cui mettono la sede dell’associazione e in cui portano avanti iniziative sociali o religiose. Le associazioni sentono anche la necessità di farsi conoscere all’esterno facendo “formazione” e utilizzando diverse forme: convegni (Senegal – Marocco – Burkina Faso - Eritrea…), seminari, incontri culturali di vario genere, e presentando anche i progetti di sviluppo che molte di loro hanno con il Paese di origine . Anche al loro interno sviluppano progetti di formazione indirizzati, per esempio, ai ragazzi del proprio Paese (corsi di lingua araba per bambini marocchini etc.) aperti anche alla popolazione italiana. Le associazioni sentono il bisogno di avere “più peso” sul territorio. C’è la consapevolezza che se si lavora uniti la visibilità e il peso delle richieste è maggiore. Ci si rende conto che i problemi di un immigrato riguardano spesso tutti gli altri, di qualsiasi nazionalità si tratti, ma sono ancora molte le difese e i muri che ci sono fra un’associazione e l’altra. Infatti un altro aspetto che si è andato via via definendo con la 112 conoscenza del “mondo” dell’associazionismo immigrato è quello dei contrasti fra le molteplici associazioni di immigrati (non si accettano a vicenda per questioni culturali; ci sono vecchi rancori dovuti alla storia dell’associazionismo a Bergamo…) e spesso anche all’interno delle stesse associazioni e dello stesso gruppo nazionale, che porta a volte alla divisione e alla creazione di altre associazioni, con obiettivi simili. Tutte le Associazioni incontrate, hanno lamentato il fatto che le associazioni di immigrati vengono contattate dalle diverse realtà della società bergamasca solo quando servono loro per “dare colore” ad un incontro, oppure vengono invitate a qualche iniziativa quando tutto è già deciso e loro si trovano a dover “obbedire” alle richieste fatte se sono interessate a partecipare. Quasi mai sono contattate nel momento della progettazione e della programmazione delle iniziative, per cui si sentono utilizzate, ma non valorizzate. D’altro canto, quando c’è la possibilità di proporre idee o di aderire a tavoli di programmazione, spesso è difficilissimo avere la loro disponibilità e la partecipazione costante, quindi si riscontra poi difficoltà da parte degli italiani a gestire i rapporti discontinui con le associazioni di immigrati. Solo ultimamente si verifica che sono gli immigrati stessi che prendono l’iniziativa di progettare qualcosa e sono loro che invitano gli italiani a collaborare; stiamo forse arrivando alla fase del “diamo anche noi” e non soltanto del “dovete darci”, equilibrando quindi il rapporto con la società di accoglienza e con le persone singole. Malgrado tutte le difficoltà riscontrate ed esposte, l’associazionismo immigrato in provincia di Bergamo è molto dinamico, vario e vivace e sta cominciando veramente a svolgere funzione di “mediatore” fra la società bergamasca e l’immigrazione: • nel giro di pochi anni le associazioni immigrate sono aumentate e si sono “assestate” all’interno dell’ambiente bergamasco; • svolgono un lavoro di accoglienza e sostegno delle persone immigrate, aiutandole ad inserirsi nella società di permanenza e 113 garantendo anche la salvaguardia della cultura; • hanno creato reti e contatti con enti, istituzioni, associazioni, gruppi dei diversi territori, stimolando la conoscenza reciproca e la collaborazione; • sollecitano in vari modi il discorso della cooperazione e dello sviluppo nei loro Paesi di origine. Ovviamente il lavoro da fare è ancora lungo e complicato. Serve che si delinei chiaramente il quadro dell’impegno che svolgono le associazioni e la ricchezza che apportano alla realtà sociale bergamasca, e d’altro lato le associazioni immigrate devono riuscire a trovare un equilibrio fra il “qui” e il “là” e devono mettersi in gioco per creare qualcosa di nuovo che nasce dall’incontro fra somiglianze e differenze. 114 OSSERVAZIONI E IMPLICAZIONI Una realtà sempre a parte? Le ricerche condotte fino ad oggi su questo tema non hanno esitato nell’uso del lessico e dell’approccio, producendo due effetti: la visione di questa realtà come mondo a parte rispetto all’associazionismo nostrano e l’adozione scontata di termini (etnico) e di approcci, che invece hanno bisogno di argomenti e verifiche per garantirne l’efficacia cognitiva ed analitica. Le considerazioni che seguono provano ad argomentare questa osservazione, proponendo alcune piste di riflessione e corrispondenti proposte di azione. Il ragionamento preleva materiale da un giacimento informativo, l’indagine svolta a Bergamo, e può contare su una riserva aurea, l’esperienza maturata in questo ambito sul campo. Certo ciò può assicurare dei limiti, ma sembrano essere secondari, a parere di chi scrive, rispetto a quelli dell’osservatore esterno (anche o malgrado sia empatico culturalmente o ideologicamente). La ragione è semplice: è grazie alla frequentazione nel tempo, all’esperienza di anni di lavoro, all’ideazione ed organizzazione di azioni ed iniziative, al confronto su eventi ed avvenimenti che è possibile capire modi di pensare, essere e fare che l’osservazione dall’esterno non è in grado, a volte, neanche di cogliere e/o intercettare. Procediamo per punti. Gli italiani osservano Ad oggi mancano lavori di studiosi, esperti e/o addetti ai lavori stranieri che analizzino e parlino del fenomeno che li vede direttamente coinvolti come attori. Questo è il primo dato. Alla registrazione va aggiunto che da alcuni anni è la società italiana (si ricordi il lavoro specifico realizzato dalla Fondazione Corazzin per il CNEL) a produrre ricerche, rapporti e sintesi sul tema (vedi note). L’implicito, ormai sempre meno tale, è l’approccio sottostante: il 115 “noi” che osserva “loro”. Un tale approccio è uno dei lasciti della prima fase degli studi sull’immigrazione (“errore giovanile”, parafrasando la pedagogista M. Santerini), di quella fase in cui il Paese, attraverso le sue istituzioni, centri di ricerca ed un diffuso expertise individuale, a volte improvvisato, guardava ad un realtà inedita generata da un fenomeno a sua volta nuovo. La novità, insomma, informava e motivava gran parte del lavoro di conoscenza. Inoltre, la giovane età dell’associazionismo, creato da immigrati, rafforzava questa attenzione e la sua visione come universo a parte. Oggi, dopo più di venti anni, non è possibile continuare a “vedere” allo stesso modo questa realtà, che, nel frattempo, è lievitata, si è ramificata, intrecciata con molte realtà italiane, istituzioni ed ha maturato una non trascurabile visibilità e protagonismo. L’attributo (etnico) non solo rafforza questa separatezza, ma la connota, creando di fatto una gerarchia tra l’associazionismo degli italiani, non etnico per definizione, e quello degli immigrati che invece è etnico per definizione. Si tratta di una proposizione che non trova argomenti a sostegno e che un esame più ravvicinato(come questa ricerca) ed attento non conferma o almeno non consente di generalizzare. L’attributo contribuisce, inoltre, a rafforzare distanze, differenze e diversità, che vanno invece analizzate facendo anche attenzione all’impostazione che informa lo sguardo dell’osservatore. Una conferma indiretta potrebbe essere rappresentata da quelle associazioni, che vedono la presenza di italiani ed immigrati, che non potrebbero a rigore rientrare nella classificazione duale accennata. Insomma l’analisi richiede che due requisiti vadano rispettati con rigore: il primo è una verifica empirica al posto degli assunti ed il secondo è quello di non rafforzare abitudini classificatorie dal sapore etnocentrico. Oltre il “Noi - Loro” Il cambiamento del modo di osservare deve partire da una posizione che vede come unico universo la fitta rete delle relazioni che 116 interessano gli immigrati e gli italiani. La dicotomia iniziale deve cioè essere vista come parte di un insieme molto più articolato, che le coppie che si riportano di seguito delineano schematicamente: • noi/noi per indicare conflitti e differenze tra gli italiani (anche) in tema di immigrazione; • noi/loro per indicare che questa relazione continua ad esserci; • loro/loro per indicare le relazioni, ancora troppo poco cercate ed in molti casi inesistenti tra gli immigrati di collettivi di passaporto diversi ed in altri conflittuali (non solo nell’ambito della devianza, ma anche del pregiudizio, del disinteresse per rapporti anche sporadici e o temporanei; insomma la condizione giuridica e sociale non è sufficiente per relazioni dense e fiduciarie come fanno credere alcune rappresentazioni ideologiche dell’immigrazione); • loro/noi per indicare le differenti relazioni con gli italiani che variano da gruppo a gruppo oltre che all’interno dei gruppi. Se si assume questo diverso punto di osservazione allora ne consegue che: • l’associazionismo degli immigrati18 non è una realtà a parte rispetto all’universo associazionistico di un determinato territorio (nell’indagine la provincia di Bergamo); • l’associazionismo degli immigrati non ha connotazioni obbligatorie ed uniformanti giustificate dall’omogeneità degli attori (immigrati); • le relazioni tra associazioni di immigrati, anche tra quelle di una stessa nazione di riferimento, vanno esaminate puntando a far emergere uniformità e difformità, potenzialità e disinteresse, ed anche distanza, concorrenza e conflitto. Il rischio però da evitare è quello di passare da un conformismo ad un altro. Al primo abbiamo accennato; il secondo è rappresentato dal fatto 18 Si usa questa espressione con la consapevolezza dei suoi limiti ed implicazioni, come si evince dalla lettura del testo. 117 di non vedere differenze e diversità. E allora, in estrema sintesi: In comune: • l’associazione risponde ad una necessità evidente ( dal mutuo aiuto al sostegno ecc.); • è parte integrante del capitale sociale territoriale. Le differenze: • pochi tra gli aderenti sono cittadini a pieno titolo (cittadinanza acquisita). La maggioranza è costituita da soggiornanti con permesso, breve o lungo, e non è irrealistico pensare che a questi va aggiunto un buon numero di irregolari; • una nazionalità – una associazione. Solo in pochi casi questo rapporto è rispettato; si va dall’assenza, come nel caso dei cinesi in provincia19, ad una numerosità sempre suscettibile di variazioni: per i senegalesi si contano oltre 20 associazioni, e numerose sono anche quelle dei marocchini; • l’insediamento20 per Comuni è lo specchio della presenza sul territorio. Il primo tratto in comune richiede però una precisazione. Il riferimento è ad alcune associazioni che hanno la loro ragion d’essere nella provenienza (ad es. villaggio) e nella scelta di operare (esclusivamente o quasi) per assicurare sostegno e risorse a progetti di sviluppo dello stesso. In alcuni casi è l’adesione all’associazione qui che ne garantisce la fruizione o il beneficio da parte dei familiari a “casa”. Numerosi osservatori hanno etichettato questo orientamento come “volto all’indietro”, una versione della chiusura verso l’esterno (bonding) a favore degli aderenti, a fronte di altre associazioni che vivono in posizione aperta verso l’esterno (bridging). Un caso che racchiude entrambi gli orientamenti potrebbe essere quello dell’associazione del Burkina Faso che è aperta al 19 Questo risulta dall’indagine; è possibile che la realtà possa differire e che non sia stata colta dall’indagine. 20 Il dato di riferimento è la sede denunciata dell’associazione, che ovviamente non coincide con l’orizzonte di azione. 118 territorio pur contenendo una “chiusura interna” che coincide con le appartenenze etniche. In altre parole, i “noi – gruppo” sono interni al “noi – nazionalità”. La distinzione analitica, quindi, va necessariamente adattata nell’esame del caso, perché spesso ci si trova di fronte a pratiche associative di soggetti che hanno progetti migratori nati e avviati in terra di partenza con finalità che in questa origine trovano spiegazione e ad esse “tornano” dopo anche periodi lunghi di permanenza all’estero. Allora nel corso di questa permanenza l’attenzione e l’apertura verso gli altri e il contesto è relativa e funzionale. Non si tratta, quindi, solo di un diverso “punto di vista” tra attori sociali ed esperto, ma anche di una fare associazionismo che trova spiegazione fuori dal contesto di esame dell’osservatore, con la conseguenza di un necessario uso prudente di categorizzazioni “monolocali”. Questa posizione inoltre fa prevalere nel giudizio l’orientamento dell’azione e non tiene nella dovuta considerazione che l’associazione è di fatto un trait d’union tra progetti migratori individuali e/o di piccolo gruppo e lo sviluppo della vita associativa, le relazioni con altre associazioni e con le istituzioni locali italiane (v. le esperienze di cooperazione decentrata realizzate con la partecipazione di associazioni di immigrati e la comune esperienza di soggiornanti alle prese con la temporaneità dello stato giuridico) costituiscono un “traffico relazionale”, che può rendere meno unidirezionale la mission. Gli esami non finiscono mai Il modo di “osservare” trova un corrispettivo nel lessico. Ed anche questo va messo alla prova. Capitale sociale Per poter affrontare questo aspetto occorre qualche osservazione preliminare sul concetto stesso. La letteratura sterminata sul tema impone una selezione degli aspetti più utili alla nostra esposizione, anche perchè le interpre- 119 tazioni sono numerose e da strumento euristico si è passati, con la diffusione e l’uso, ad un concetto ombrello21 Lo confermano, in particolare, gli studiosi22 che hanno operazionalizzato23 il concetto per assicurare efficacia allo strumento scelto per l’indagine. In secondo luogo non va trascurato il suo depontenziamento quando gli attori coinvolti non hanno risorse da mettere in gioco24 e i possibili esiti di riduzione delle opportunità quando la rete è interna ad una “comunità” e tendenzialmente non travalica, anche come reazione all’ostilità esterna, i suoi confini25. Infine, occorre richiamare un’altra distinzione analitica tra associazionismo e capitale sociale, come invita a fare Chiesi: “tuttavia identificare un’associazione… con il CS (Capitale Sociale) tout court significa forse confondere la risorsa con lo specifico meccanismo che la alloca26”. Nello sposare la prudenza analitica, appare, comunque, un dato accertato la relazione stretta tra associazionismo e capitale sociale e che un diffuso ed articolato tessuto associativo non solo è una condizione ed un meccanismo di allocazione, ma anche uno spazio di produzione di legami significativi e di azione sostantiva. Proprio per questo è utile, con l’aiuto delle indagini internazionali27 e di quelle recenti di Cartocci, avere uno sguardo più ampio in cui collocare le specifiche indagini nazionali ed i risultati di quella provinciale. 21 Cfr. la valutazione di A. Bagnasco “…non è un caso, dunque, che il suo uso sia diventato anche una specie di moda analitica...” in A. Bagnasco, Società fuori squadra, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 14. 22 Cfr. in particolare A. M. Chiesi, Problemi di rilevazione empirica del capitale sociale, in Inchiesta, gennaio – marzo 2003. 23 Procedimento che consente di tradurre un attributo dell’oggetto in variabili da verificare tramite strumenti di indagine. 24 A. Andreotti, Strategie di selezione per la mobilitazione di capitale sociale, in Inchiesta, gennaio – marzo 2003. 25 A. Portes, Capital social: origens e aplicações na sociologia contemporânea, in Sociologia, problemas e práticas, n° 33, 2000. 26 A. M. Chiesi, Problemi di rilevazione empirica …, pag. 90. 27 Il riferimento è alle tre indagini (1981, 1990, 1999) sui valori degli europei, tutte promosse e realizzate sotto l’egida di European Value Study (EVS) di Amsterdam. Per i dati italiani dell’ultima si vedano le anticipazioni in R. Gubert (a cura di), La via italiana alla postmodernità, F. Angeli, Milano, 2000. 120 Quelle internazionali analizzano il tasso di adesione (e le sue caratteristiche) rispetto alla popolazione. L’Italia si colloca nel “gruppo mediterraneo, che si configura con la più bassa propensione associativa” unitamente a Francia, Portogallo e Spagna. Ma si riscatta per “l’alta propensione al lavoro non – profit nella membership delle associazioni28”. Il punto importante delle rilevazioni è costituito dalla tipologia, che comprende anche associazioni professionali e di categoria, sindacati, partiti, associazioni sportive29 e religiose. Si tratta di un insieme che ha nella cornice giuridica il punto in comune, ma nelle finalità ( e quindi nella prassi e nell’operatività) forti differenze, che incidono sul tasso che vede l’Italia in buona ripresa. “L’Italia è stata un paese tradizionalmente povero di legami associativi30” questo era emerso con la prima indagine (Almond e Verba) che vedeva al confronto 5 nazioni, l’esito era il frutto di una differenza interna: più partecipazione nelle organizzazioni politiche che in quelle civili. Il trend generale non accenna a migliorare nei decenni successivi,31 come registra l’indagine internazionale richiamata in precedenza, anche se la specificità italiana si attenua. L’IREF, dal canto suo, monitorando per un arco di tempo lungo (dal 1983 ) evidenzia alcune variazioni interne, con una tenuta della partecipazione all’associazionismo sociale.32 Dal canto suo, Roberto Cartocci, aggiornando ed approfondendo l’indagine di Putnam33 conferma la ricchezza dell’associazionismo ed il suo valore per le società locali e per il Paese in generale, registrando , anche in questo caso, la divisione tra Nord e Sud a vantaggio 28 G. Scidà lo definisce “tasso di propensione al lavoro non – profit nella membership delle associazioni”. 29 C. Marilli, E. Torrese, Sport e immigrazione a Bergamo, in A. Aledda, L. Fabris, A. Spallino, Multiculturalità e sport. Atti del XV Congresso del Panathlon International, F. Angeli, Milano, 2006. 30 D. La Valle, Capitale sociale in Italia: l’andamento della partecipazione associativa, in Inchiesta…op.cit. 31 I dati sono rilevati dalla WVS, versione ampliata della EVS. 32 C. Catalbiano, Gli anticorpi della società civile, Carocci, Roma, 2007. 33 R. Putnam, R. Leopardi, R. Nanetti, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano, 1993. 121 del primo. In questo quadro, la provincia di Bergamo si colloca nella fascia 1,20 – 2,59, in una scala che va da -6,43 a 5,4734. Le ricerche sull’associazionismo degli immigrati Le ricerche sull’associazionismo degli immigrati hanno in comune l’esame delle caratteristiche del fare associativo e le difficoltà di un censimento esaustivo. La documentazione raccolta35 non consente di tracciare un quadro completo e ciò dovrebbe invitare ad una prudenza d’obbligo nelle generalizzazioni, anche perché le lenti utilizzate mostrano due limiti. Il primo è rappresentato dalla chiave interpretativa che è centrata sulla partecipazione ed in particolare su quella a carattere socio – politico, “misurando” la forza che questa realtà ha di incidere a livello locale o sovralocale. Il secondo è costituito dal pensare unicamente in termini di immigrazione (A. Sayad), con attenzione esclusiva al qui. Solo in un caso36 è stato chiesto di esperienze maturate nei luoghi di origine ed il risultato (4 sui 10 oggi impegnati non ha mai avuto esperienze precedenti) induce comunque a non sottovalutare questo aspetto, altrimenti resta una parzialità non denunciata. L’esperienza sul campo invita però a vagliare altri aspetti dati per scontati. La partecipazione La partecipazione interna. Con questa espressione si intende l’area dell’adesione e della vita interna. 33 R. Putnam, R. Leopardi, R. Nanetti, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano, 1993. 34 R. Cartocci, Mappe del tesoro, Il Mulino, Bologna, 2007. 35 Cfr. l’accurata rassegna realizzata da C. Mantovan, in C. Mantovan, Immigrazione e cittadinanza. Autorganizzazione e partecipazione dei migranti in Italia, F. Angeli, Milano, 2007. 36 CNELONC, La rappresentanza diffusa. Le forme di partecipazione degli immigrati alla vita collettiva, Ricerca a cura della Codres, Roma, 2000. 122 Da tempo gli studiosi hanno messo in evidenza l’ambivalenza del concetto e la necessità di un’attenta verifica empirica in stretto rapporto con i fini dell’indagine che si realizza. In altre parole è necessario essere prudenti nella generalizzazione. Occorre considerare anche il momento che precede l’iscrizione/ adesione, che, in alcuni casi, riduce le opportunità per le donne a tutto vantaggio del ruolo dell’uomo e della sua visibilità pubblica. Un analogo risultato, ma riservato a tutti e due i sessi, può essere rappresentato dai livelli di istruzione degli aderenti e dei potenziali associati. In altri termini, la parola partecipazione non gode di estensione automatica e non riduce ipso facto alcune divisioni socio- culturali (tra cui anche quelle di casta come nel caso degli indiani). La partecipazione esterna. Con questa espressione si intende fare riferimento alla partecipazione delle associazioni alla vita sociale del contesto. Qualche accenno è stato già fatto. Ad essi va aggiunto quello che è possibile esprimere con la seguente domanda: le associazioni di immigrati partecipano alla vita sociale, culturale e civile del territorio di insediamento? La risposta positiva non è generalizzabile allo stesso grado per la differenza di età nella costituzione delle organizzazioni, la loro composizione per sesso, per il livello di istruzione, oltre che per gli interessi e le vocazioni individuali. Ad oggi prevalgono due tipi di attività: il far conoscere le proprie tradizioni e gli “usi e costumi” e l’assistenza per la gestione delle incombenze relative alla condizione giuridica. Nel primo caso l’attività è improntata allo scambio, appunto far conoscere, ma in questo modo veicola una forma di noità bidirezionale: verso gli italiani soprattutto e meno rispetto agli altri cittadini provenienti da altre nazioni e verso i connazionali presenti e/o residenti. Nella prima direzione si tratta della messa in scena di un folklore con tare di esotismo e/o di tipizzazione , salvo pochi casi, di un livello di professionalità ancora iniziale ed incerto quando sono gli aderenti a fare da protagonisti. Nella seconda direzione si tratta di un intreccio tra conferma (il “nostro” 123 patrimonio culturale) e conoscenza non scontata tra i connazionali per la provenienza geograficamente diversificata all’interno di una stessa nazione. Ed infine l’esposizione “confeziona” un’identità, che diventa noità quando è centrale il momento della socializzazione tra aderenti delle associazioni e tra aderenti e il resto dei connazionali. L’ultima dimensione è quella politica. In questo caso sono visibili da tempo posizionamenti ed individualità politiche, colte dall’osservatore esterno. Le occasioni più significative sono le elezioni qui per il rinnovo di organi (Presidenza e/o Parlamento) del proprio Paese, alcuni momenti politici nostrani (v. elezioni politiche del 2006, oltre a consultazioni locali). E’ una dimensione già in passato emersa quando la società locale ha stimolato la rappresentanza attraverso i consiglieri aggiunti, le consulte di immigrati (v. Gandino) e i consigli (v. l’esperienza di Bergamo del 1999 – 2002, quella di Bolzano e quella recentissima di Bologna). Negli ultimi mesi la dimensione civile/pubblica37 sta assumendo con più evidenza il segno dell’impegno politico elettorale,38 come nel caso di Rifondazione Comunista e dell’UDEUR e recentemente di Forza Italia (Telgate), del PD provinciale e dell’UDC cittadino.39 Si tratta di posizionamenti di tipo individuale che interessano pochi soggetti; il diritto di voto, probabilmente, farà aumentare il volume e la diversificazione delle traiettorie e delle carriere. Al momento è possibile ipotizzare, salvo verifiche, che non si assisterà ad una normale e generale evoluzione dall’associazionismo alla politica, ma si registreranno “movimenti” contraddittori che faremo fatica a comprendere se non cambieremo il nostro modo di leggere la politica, se non terremo cioè presente che saranno protagonisti gli adulti della “prima” “generazione” e che le loro 37 Quando non sono i fatti di cronaca italiana ed internazionale a sollecitare la presa di parola. Nel primo caso è possibile annoverare l’azione dell’associazione italo – romena “Dacia” che ha agito per respingere stereotipi e immagini negative dei romeni; mentre nel secondo la presa di posizione dopo l’attentato in Pakistan che è costato la morte di Bhutto. 38 Cfr. lo schema proposto da L. Pellizzoni, Cosa significa partecipare, in Rassegna Italiana di sociologia, n° 3/2005, pagg. 498 – 503. 39 Cfr. E. della Ratta, L. dell’Olio, Partiti in ritardo: integrazione tutta da inventare, in Il Sole 24 ore del 12/11/2007. 124 radici sono ramificate in una terra diversa da quella in cui si vive. Il tempo, l’esposizione qui, gli orientamenti culturali, politici e religiosi e le aspirazioni individuali completeranno il quadro. Questo tipo di partecipazione avrà certamente ripercussioni sull’associazionismo, rendendolo probabilmente più visibile, ma, forse, anche più esposto nelle frequenti tornate elettorali e all’attenzione dei partiti, generando ulteriori differenze e diversificazioni. L’autonomia Uno dei tratti caratteristici della società civile è l’autonomia rispetto all’organizzazione statale.40 L’applicazione e/o deduzione dalla realtà sociale nostrana è abbastanza scontata. L’adesione alle norme giuridiche relative alla costituzione e gestione (Codice Civile e normativa ad hoc) è la cornice del fenomeno e una qualsiasi ingerenza dello Stato verrebbe vista con sospetto e rigettata. Nel caso delle associazioni degli immigrati bisogna allora tener presente che in alcuni casi il rapporto con i Consolati non solo è stretto (molte volte è ricercato per motivi diversi: prestigio, visibilità, riconoscimento, potere) ma la direzione è quella che prende le mosse dal Consolato. Si tratta cioè di un rapporto richiesto con l’autorità del caso dal Consolato, quale rappresentanza del Governo in Paese straniero, con gli effetti che si possono immaginare sul piano dell’autonomia, ma senza cadere in una condizione di totale eterodirezione. Il rapporto con la religione Il riferimento non è alle associazioni di ambito religioso, ma a quelle che sono create da attori per i quali il rapporto con la religione è diretto e fondante per l’azione. Nel panorama delle associazioni degli immigrati è possibile rintracciare la doppia presen- 40 Negli studi postcoloniali questa impostazione è rifiutata, a partire dalla realtà di Paesi come ad esempio l’India. Cfr. P. Chatterejee, Oltre la cittadinanza. La politica dei governati, Meltemi, Roma, 2007. 125 za. Ci sono associazioni che con e attraverso la fede testimoniano la loro stessa ragion d’essere ed associazioni il cui operare vede uno stretto intreccio tra pubblico e religioso (es. associazionismo del mondo arabo e per gli indiani, ma non solo41). Quanto sia stretta questa relazione non è facile intravedere42, ma è necessario evitare di fare della laicità all’occidentale l’unico modo di osservare con gli effetti che ne derivano in termini di analisi e valutazione. Ed infine occorre tenere a mente che il sentire religioso non è ragione sufficiente per un’agire unitario tra associazioni che sono “animate” da fedi diverse. O, come nel caso di Zingonia, i collettivi maggiormente presenti fanno riferimento all’Islam, ma questo comune riferimento (anche se con diversificazioni interne) non si trasforma in un collante sociale o in una base per azioni corali. La cittadinanza Giovanna Zincone ha tempo fa affermato che “la cittadinanza ha a che fare con i diritti e la partecipazione è incentivata dalla presenza di robusti diritti di cittadinanza43…”. In generale è possibile condividere tale posizione, ma occorre anche riconoscere che l’attuale realtà dell’associazionismo degli immigrati non ha questo requisito alla sua base. Al contrario, non è necessario un esame ravvicinato per affermare che la maggioranza dei soci non ha la cittadinanza, ma il permesso di soggiornare, più o meno lungo, e non di rado partecipano persone che gravitano nell’area dell’irregolarità. Si potrebbe dire in questo caso che l’associazionismo, come esercizio civico, cioè agire pubblico non a fine privatistico, mette in atto la cittadinanza di residenza ( se non di presenza), cioè quella cittadinanza che ha come principio base la residenza sul territorio ed il rispetto di alcuni doveri, tra cui quello fiscale. Inoltre, le pratiche associative in terra di emigrazione non traccia- 41 L. Zanfrini, M. M.B. Asis, Orgoglio e pregiudizio, Fondazione Ismu, F. Angeli, Milano, 2006, pagg. 53 – 56. 42 Babès, L’altro islam, Edizioni Lavoro, Roma, 2000, pagg. 130 – 134. 43 G. Zincone, Da sudditi a cittadini, Il Mulino, Bologna, 1992, pag. 218. 126 no una soluzione di continuità con l’agire politico del Paese di provenienza, come nel caso degli indiani e della loro storia sociale. Società civile E’ utile accennare, a questo punto, al rapporto tra associazionismo e società civile44. I motivi sono due: il primo è costituito dal confronto con le tesi in circolazione, nate e sviluppate pensando agli italiani, come cittadini, mentre con gli immigrati la cittadinanza non è scontata, per l’esiguo numero dei richiedenti e di quelli che l’ hanno ricevuta, ed in secondo luogo perché le persone che fanno l’esperienza associativa sono cittadini di un altro Paese e l’esperienza associativa nella terra di origine non può essere considerata a fortiori simile a quella realizzata ( o irrilevante) in terra di arrivo e permanenza sia per la doppia condizione giuridica, che per le dinamiche culturali, politiche e sociali dei luoghi di partenza45. Ci invita in questa direzione la diversità di posizioni di studiosi sull’uso dello stesso concetto sia qui, che in altri Paesi. Come spesso avviene la stessa espressione assume connotazioni diametralmente opposte o distanti. E’ il caso della posizione dell’intellettuale indiano46 che utilizza il concetto nella sua versione ottocentesca per segnalare che si tratta di uno “spazio” sociale distante dall’amplissima platea della popolazione che vive ai margini delle città e che in questo modo non potrebbe avere una sua posizione sociale, ma che, invece, la tiene e lo fa con i modi e gli strumenti che individua (società politica). 44 N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Il Dizionario di politica, Utet, Torino, 2004; M. Magatti, Il potere istituente della società civile, Ed. Laterza, Roma – Bari, 2005. 45 Cfr. A Frisina, P. Gandolfi, O. Schmidt di Frieberg, L’inserimento lavorativo degli immigrati marocchini a Milano, in: M. Ambrosiani, E. Abbatecola, Immigrazione e metropoli, F. Angeli, Milano, 2004; IRER, Tra le due rive, F. Angeli, Milano, 1994. 46 P. Chatterjee, Oltre la cittadinanza. La politica dei governati, Meltemi, Roma, 2007. Si vedano inoltre le posizioni divaricanti che hanno preso forma al momento della sua pubblicazione in Italia. 127 Si pensi anche al mondo arabo47, se è consentita questa forzata generalizzazione, ed alle posizioni diversissime che si confrontano nell’esame della presenza e ruolo di una società civile nell’ambito delle dinamiche societarie e si pensi infine anche al ruolo diverso che ha l’associazionismo in Occidente. Insomma la varietà è forte e ai fini delle osservazioni che qui si stanno sviluppando occorre tenerle presenti per evitare di utilizzare concetti che assorbono, ma non trattengono. Infine occorrerebbe iniziare a pensare che il fare associazione non entra in sintonia con il pensiero della “doppia assenza”48, ma con quella di doppia presenza, se pensiamo all’associazionismo dei senegalesi49 e all’esperienza di molti immigrati che per lunghi periodi restano soci di organizzazioni che hanno sedi e vita nelle due terre, straniere l’una all’altra, fino alla scelta definitiva o all’esaurimento della significatività di una delle due esperienze e/o di tutte e due. 47 T. Labib, Società civile e progetti democratici nel mondo arabo e A. Bozzo, Società civile e democrazie nel mondo arabo, in F. Pizzini (a cura di), L’altro: immagine e realtà, F. Angeli, Milano, 1996; M. Mouaqit, Cambiamento politico, società civile e globalizzazione: il caso del Marocco, in A Baldinetti, Società globale e Africa musulmana. Aperture e resistenze, Rubettino, Genova, 2005; F. Mernissi, Karawan. Dal deserto al web, Giunti, 2005; Cfr. Intervento di N. El Boudali, Università di Casablanca al Convegno “ Affacciati sullo stesso mare. In dialogo con il Marocco”, Bergamo, 27 maggio 2006 [ videoregistrazione]; F. Cassano, D. Zolo, L’alternativa mediterranea, F. Angeli, Milano, 2007 (in particolare i saggi di Persichetti, Giolo, Badran e Chefir). 48 Questa posizione non andrebbe impropriamente generalizzata, per la specificità da cui trae origine: la storia coloniale dell’Algeria e la realtà degli algerini in Francia. Inoltre, l’autore oppone “presenza che l’immigrato realizza in modo particolare” con “assenza che l’emigrato realizza in modo altrettanto particolare”, anche se nel libro accenna ad esperienze pregresse nel paese di origine, pag. 170 A. Sayad, La doppia assenza, Raffaello Cortina editore, Milano, 1999. 49 Si vedano in particolare i lavori di O. Schmidt de Frieberg, B. Riccio ed il recente lavoro di P.D. Fall, S.M. Tall, V.T. Buzzone, Ch. Gueye, Capitale sociale e potenziale di investimento nei territori di origine dei senegalesi d’Italia, in: S. Ceschi, B. Stocchiero, Relazioni transnazionali e co – sviluppo, L’Harmattan Italia, Torino, 2006; E. Castagnone, F. Ciafaloni, E. Donini, D. Guasco, L. Lanzardo, Vai e vieni. Esperienze di migrazione e lavoro di senegalesi tra Louga e Torino, F. Angeli, Milano, 2005. 128 Associazionismo e “Comunità” Spesso i due termini vengono usati operativamente come sinonimi. Naturalmente non è corretto, ma il fatto segnala un modo di vedere ed allo stesso tempo un’esigenza. Il primo viene esaminato in questo paragrafo, il secondo in quello seguente. Gli automatismi non convincono Molti danno per scontato che le associazioni rappresentino la “comunità” e che un rapporto con le stesse corrisponda ad intrattenere rapporti con la stessa. In via di principio non è corretto perché le associazioni non comprendono la stragrande maggioranza dei connazionali. Ed il grado di rappresentatività è difficilmente verificabile all’occhio esterno, perché lo stesso è un capitale da utilizzare nell’interlocuzione con le istituzioni locali. Inoltre, la nascita di diverse associazioni non è dettata solo dall’appartenenza nazionale, ma di villaggio o anche di quartiere, come nel caso dei senegalesi di Dakar (v. associazione ASGRI). In altri casi il numero delle associazioni segnala non solo l’anzianità migratoria che accomuna gli aderenti, ma anche divisioni di natura geografica (provenienti dalla città, e o da città diverse, e provenienti dalla campagna), di natura culturale, di progetto e divisioni dettate da obiettivi personali, anche di natura politica. Infine, occorre tener presente che conflitti e divisioni nel Pese di partenza determinano anche a distanza le scelte dei singoli. La sinonimia accennata non presenta difficoltà solo nell’uso, ma denota anche una costruzione attraverso il secondo termine: comunità. Le vicende dell’associazionismo sono già un primo indicatore utile per evitare costruzioni troppo calde, ma occorre anche avere consapevolezza che l’origine nazionale non è un fattore naturale di “comunione”. Questa anzi trova una spinta nel territorio estraneo, ma non è sufficiente per dare vita ad una realtà sociale, che prescinda da tutte le differenze e diversità vissute nel Paese di partenza. 129 COSA FARE? ALCUNI ORIENTAMENTI E PROPOSTE PER L’ AZIONE Fino ad oggi Nel corso degli anni si è verificato un movimento di richiesta reciproca (utilizziamo il modello noi – loro): la società italiana attraverso Comuni, istituzioni, grandi e piccole organizzazioni, scuole ecc. ha sollecitato contatti con le associazioni degli immigrati, ha pensato che fosse un rapporto da ricercare oppure ha dichiarato che fosse necessario. I fini sono stati diversi: da quelli funzionali e/o strumentali, a quelli di promozione a quelli di interlocuzione (come raggiungere questo o quel collettivo). Da parte delle associazioni degli immigrati si è verificato un analogo “traffico”, che è stato, però caratterizzato da asimmetria di potere, da non conoscenza reciproca, con tutto quello che ciò comporta (diffidenza ecc.), da scarsità di risorse sempre crescente. Si è trattato di un intreccio (o assenza di relazioni) che è nato e si è sviluppato in modo spontaneo, strada facendo, frutto di strategie brevi o a raggio limitato. E si è trattato nella maggioranza dei casi di un approccio noi – loro, da parte degli italiani , salvo i casi di associazioni miste che hanno incarnato un inconsapevole “loi”, e di uno speculare noi – loro, da parte degli immigrati, con una connotazione in più, il noi per nazionalità quando erano in poche50 e successivamente quando il numero per nazionalità è aumentato, si è trattato di un noi – associazione (o ristretto gruppo di associazioni) rispetto al loro (gli italiani). In questo processo vanno segnalati: • la nascita e radicamento (ai nostri occhi) del coordinamento dei senegalesi (ASSOSB); • il tavolo delle associazioni promosso e sostenuto dall’Agenzia per l’integrazione; • l’esperienza del consiglio degli immigrati di Bergamo (1999 – 2001); 50 Provincia di Bergamo, Comune di Bergamo, Dalle società chiuse allo scambio, Bergamo, 1994 [ricerca realizzata dal Consorzio Aaster]. 130 • l’esperienza del Comune di Bergamo di cooperazione decentrata con i senegalesi. Nel rinviare ai documenti editi nel tempo, va segnalato qui che i primi due rientrano pienamente nel tema, anche se occorre precisare che la prima è l’esperienza del noi senegalese, che oggi è l’unica ad avere una sede ampia con programmi e progetti da realizzare. La seconda, invece, è l’azione svolta da un’organizzazione appositamente costituita da pubblico e privato sociale per agire a favore dell’integrazione51, e che fin dall’inizio ha operato nel e con il mondo dell’associazionismo puntando a fare prima da “ponte” e poi da “collante” tra associazioni di immigrati, di italiani e miste per un agire comune52. Il Consiglio degli immigrati, invece, è stato il tentativo dell’Ente Locale (Comune di Bergamo) di promuovere interlocutori riconosciuti, a fronte di un associazionismo debole e poco rappresentativo. L’ultima è l’esperienza che il Comune di Bergamo ha iniziato negli anni novanta e che ha visto la compartecipazione dell’associazionismo dei senegalesi nella bergamasca e che oggi si è sviluppata all’interno di un progetto nazionale e con partner il Cespi. La ricerca realizzata si pone quindi come la prima iniziativa volta a conoscere, ed i destinatari di questo lavoro sono gli italiani e gli immigrati stessi, e capire questa realtà ed i processi che la caratterizzano, come base necessaria per consentire alle istituzioni di elaborare politiche locali da un lato e per promuovere tra gli immigrati e tra gli attori del privato sociale una consapevolezza diversa rispetto al passato. Gli attori in campo e le azioni comuni E’ ragionevole ipotizzare che un fine comune è possibile individuarlo con una formulazione generale: ampliamento e rafforzamento dell’associazionismo. In altre parole si può condividere l’assunto che l’associazionismo 51 52 www.agenziaintegrazione.org Cfr. la pagina associazionismo del sito dell’Agenzia per l’Integrazione. 131 (dalla costituzione al fare), sia per la cornice giuridica che le informa e caratterizza53, sia perché non sono di fatto estranee al sistema societario in cui agiscono, è una risorsa per i soci, per i beneficiari della loro azione, per la società locale. Alla Cartocci, potremmo cioè dire che è “un tesoro nascosto”! Se, quindi, ci troviamo di fronte ad un bene sociale, bisogna a questo punto essere consapevoli della molteplicità degli attori, dei punti di partenza, delle relazioni e degli scopi. In sintesi: • le amministrazioni locali (singolarmente, consorziate – ad es. gli ambiti), dalla Regione al Comune; • il privato sociale e le sue organizzazioni, da quelle di secondo livello (ad es. i CSV) a quelle che operano direttamente nei vari settori; • le associazioni degli immigrati. La distinzione fatta a fini analitici, non intende contraddire il ragionamento sviluppato nelle pagine precedenti. Le amministrazioni locali e le associazioni degli immigrati I comportamenti registrati fino ad ora possono essere compresi in un continuum che va da dare uno spazio, riconoscere con un patrocinio, dare un contributo diretto (su richiesta) o indiretto (attraverso partnariati ecc.) a non riconoscere, non sostenere, non finanziare, non prendere decisioni. Ci sono, cioè, Amministrazioni (dal livello regionale a quello locale) che hanno emanato leggi, hanno messo a bando fondi ed Amministrazioni che hanno normative di prima generazione54 sull’immigrazione, erogano fondi solo per obbligo di legge. Lo scarto è imputabile al fattore politico, che, come sostiene Caponio55, è 53 Ci troviamo di fronte ad una relazione tra agire sociale, istituzioni e capitale sociale, come analizzato da A. Bagnasco, Società fuori squadra, Bologna, Il Mulino, pagg. 23 - 29. 54 Il riferimento va alle leggi regionali della fine degli anni ottanta, promulgate a seguito della legge Martelli. 55 T. Caponio, Città italiane e immigrazione. Discorso pubblico e politiche a Milano, Bologna e Napoli, Il Mulino, Bologna, 2006. 132 parte integrante del trinomio politici/politiche/immigrazione. Ma il fattore politico non incide in modo indifferenziato ed univoco, perché è possibile verificare (v. la gestione della legge 328/2000) come lo stesso non generi automatismi e la cautela, dovuta al “panico elettorale”, attraversa gli schieramenti politici. Se, invece, si sposa la tesi che vede nell’associazionismo un bene pubblico, allora è necessario elaborare una politica locale che eviti la “logica del più”, cioè una politica differenziata tra italiani da un lato e immigrati dall’altro. Occorre invece essere consapevoli che è necessario coniugare specificità e generalità e che il tema immigrazione (ed in questo caso con il corollario delle associazioni) non è appannaggio degli assessori ai servizi sociali56. La traduzione di questo orientamento, che è stato argomentato nelle pagine precedenti, chiede che si pensi all’associazionismo degli immigrati come variegato ed articolato (dal sociale al culturale allo sportivo) e proprio per questo deve interessare i comparti diversi dell’amministrazione, che, a sua volta, per evitare di essere solo destinatario di richieste deve elaborare una politica generale che riconosca le specificità (la polenta come il cous cous). Quali passi è possibile fare per una politica del genere? Due esempi per poter esplicitare l’orientamento. Il primo è costituito dal Registro dell’associazionismo provinciale: non si tratta di promuovere un registro a parte in none della differenza, ma di promuovere l’iscrizione delle associazioni di immigrati, curando di assicurare dei supporti adeguati per il superamento delle difficoltà di comunicazione linguistica e della non conoscenza dei meccanismi e degli iter giuridici (anche in questo 56 Cfr. D. Klaic, Politiche, istituzioni e sviluppo delle competenze interculturali, in: S. Bodo, M. R. Cifarelli, Quando la cultura fa la differenza, Meltemi, Roma, 2006, quando afferma che “Troppo a lungo, qualsiasi questione riguardante i migranti e i Gasterbeiter è stata automaticamente incasellata alla voce “ politiche sociali” e rimossa dall’agenda culturale” pag. 93. Ed è questo il limite non evidenziato nelle analisi delle politiche per gli immigrati, come avviene anche nel caso do T. Caponio, Le amministrazioni locali di fronte alla differenza, in A. Colombo, A. Genovese e A. Canevaro, Immigrazione e nuove identità urbane, Trento, Erickson, 2006. 133 non va generalizzato il discorso). Il secondo è costituito dall’attività culturale: la presenza di immigrati e nuove culture di riferimento ha reso ormai note le iniziative a carattere culinario (i piatti tipici) e folkloristico (balli, canti e musiche, abbigliamento), che sono visti e considerati diversi dai ristoranti cinesi, ormai familiari nel panorama della ristorazione e del take away. L’input è arrivato dal sociale ( dal mondo del no - profit e dagli assessorati ai servizi sociali) con le iniziative legate all’immigrazione e alle questioni ora sociali, ora culturali ed identitarie annesse. Questa impostazione è superata e dalla storia dell’immigrazione57 e rischia di essere rubricata ormai sotto l’egida del “multiculturalismo light58”; inoltre rischia anche di rafforzare un’accezione esotica della diversità, che nel frattempo, anche senza che gli interessati se ne accorgano, si trasforma. L’alternativa, o meglio, lo sviluppo necessario rispetto al passato dovrebbe essere quello di elaborare una politica culturale locale che sia in grado di contenere ed armonizzare le differenze, attraverso il riconoscimento e la negoziazione. Non si tratta di un’azione semplice, perché l’approccio interculturale, sostenuto dall’Unione Europea, richiede apertura ed impegno da parte di tutti e le esperienze, positive e negative, non mancano59. L’associazionismo degli immigrati non può, quindi, continuare ad essere di pertinenza degli assessorati ai servizi sociali, a cui di volta in volta si affiancano altri assessorati. Pensare, infatti, l’associazionismo (fare/agire/pensare in forma associata) come un bene pubblico è un punto di partenza e non di arrivo. L’attributo pubblico, cioè, non espunge ipso facto l’interesse particolare , limitato, di corto raggio o ancorato al noi nazionale e allo stesso non garantisce una volta per tutte i processi relazionali interni ed 57 L’osservazione non è eccessiva se si pensa che i fenomeni migratori studiati dagli storici del novecento non sono più solo quelli in uscita (emigrazione). 58 M. Martiniello, Modena, Reggio Emilia e la cittadinanza multiculturale, in: K. F. Allam, M. Martiniello, A. Tosolini, La città multiculturale. Identità, diversità, pluralità, EMI, Bologna, 2004. 59 S. Bodo, M. R. Cifarelli, Quando la cultura fa la differenza, op. cit. 134 esterni dei gruppi associati. E le stesse istituzioni non sono “per decreto”, volte all’interesse generale, come dimostra in modo eloquente la molteplicità di approcci del discorso pubblico al tema immigrazione. I fronti su cui agire sono quindi due: quello istituzionale e quello associativo. Sul primo fronte è necessario che si comprenda che non è sufficiente una politica volta ad aumentare lo stock del capitale sociale, perché questa risulta una condizione indispensabile, ma non di più. Occorre cioè puntare a realizzare politiche che generino e rafforzino relazioni di fiducia e cooperazione60, di superamento dei tanti noi (che fra gli autoctoni si traduce nel piccolo vocabolario dell’autoreferenzialità), puntando a creare non solo occasioni ed eventi, ma canali di comunicazione, processi ricchi di interazione intensa, di interlocuzione di senso e non solo di scambio. Sul secondo versante, quello associativo, non è più sufficiente avanzare richieste di spazi, attenzione, sostegno. Questo va garantito, ma resta anch’essa una condizione indispensabile e non di più. L’interlocuzione si nutre di contenuti e non solo di rivendicazioni, di progetti comuni, non solo di progetti propri, di prospettive, non solo di navigazione a vista, di destinazioni condivise, non solo di compagni di viaggio temporanei. E’ un percorso da iniziare con convinzione, perché non richiede tanto disponibilità di fondi e strutture, ma anche di imprenditori pubblici, di tessitori e di pensieri lunghi. Il no – profit e la società civile L’Italia ha fin dall’inizio registrato il protagonismo delle organizzazioni grandi e piccole del mondo del no – profit e della società civile non solo nel campo dell’accoglienza. La varietà delle azioni, delle specificità locali ed anche dello spessore delle iniziative (si pensi al Dossier Immigrazione edito annualmente dalla Caritas e quello della Fondazione ISMU) permettono di considerare questo come 60 A. Mutti, Capitale sociale e sviluppo, Il Mulino, Bologna, 1998. 135 un pilastro dell’agire nazionale. Il rapporto con l’associazionismo degli immigrati è continuo e va dal sostegno concreto (sedi, spazi, collaborazioni) alla compresenza in molte associazioni (quelle miste) al ruolo di advocacy nei confronti delle istituzioni. E’ forse utile cominciare ad agire su questo versante anche in altri modi, senza escludere gli attuali. Si tratta cioè di promuovere non tanto la creazione di settori specifici nell’associazionismo italiano, con coordinamenti appositi basati sulla differenza immigrato / non immigrato o con sezioni per nazionalità, ma di promuovere l’adesione all’associazionismo già presente (come intende fare l’AVIS provinciale), con la consapevolezza, che andando in questa direzione, i dirigenti dovranno sempre più sentirsi ed agire come gestori di organizzazioni che contengono uniformità e differenze. E i media? E’ scontato sottolineare l’importanza dei media in questo processo. La realtà bergamasca fino agli inizi del 2007 era “in linea” con altre città e province in cui radio e reti61 locali hanno dato spazio direttamente (voice) ed indirettamente (articoli ed informazioni). Dal marzo del 2007 il panorama si è notevolmente arricchito con “BergaMondo”, inserto settimanale de L’Eco di Bergamo. Si tratta di un’esperienza unica, presa dal quotidiano locale più letto in Italia62. E proprio le associazioni, oltre che singole esperienze ed eventi, occupano uno spazio significativo nelle colonne del “settimanale”, con le loro iniziative, azioni, progetti, contatti e momenti pubblici. Il lettore (ormai non solo bergamasco) ha avuto ed ha la possibilità di conoscere una realtà, fino ad ora nota agli addetti ai lavori ( e magari non a tutti) ed è in grado di dare volti e nomi ad un universo che altri media comunicano preferibilmente attraverso le emergenze, gli stereotipi e gli abbinamenti al tema sicurezza. In 61 Si pensi, tra gli altri, a Radio E e Videobergamo, con il notiziario in più lingue, frutto dell’iniziativa del Consorzio Gerundo e del sostegno della Provincia di Bergamo. 62 Un discorso a parte va fatto per “Metropoli. Il giornale dell’Italia multietnica” de La Repubblica, che esce ogni domenica da quasi due anni. 136 alcuni casi, anzi, l’apparizione, con l’effetto visibilità pubblica, induce dall’esterno un processo di leadership e/o rappresentanza63. E’ indubbiamente molto promettente ed utile per immigrati ed italiani, perché grazie ad esso aumentano i canali di comunicazione e la conoscenza e si favorisce un dialogo, oggi ancora “a distanza”, che andrà sempre più fatto da vicino ed intrecciato. E NEI PROSSIMI ANNI? I soci sono adulti Per il nostro ordinamento l’adesione richiede il requisito della maggiore età. Indipendentemente da esso, l’associazionismo degli immigrati ha una netta connotazione non solo di adultità, ma anche di adulti che sono arrivati venti anni fa e di altri arrivati in seguito, con un grado di “anzianità migratoria” diversificato. Tale osservazione impone l’obbligo di pensare ad adulti che rappresentano con un’espressione grossolana la “prima generazione”. Si tratta di un associazionismo fortemente marcato da questa esperienza, in un Paese che per la prima volta si trova ad affrontare questo fenomeno e che, per giunta, è molto smemorato, visto che sia nell’opinione pubblica, che tra gli esperti e studiosi (gli immigrazionisti) non si fa tesoro delle vicende della nostra emigrazione64, che anche su questi temi permetterebbe di evitare il “nuovismo” imperante. Sulla base di quest’ultima considerazione diventa allora legittimo domandarsi cosa sarà l’associazionismo della seconda generazione e/o come si trasformerà quello della prima con l’adesione possibile, 63 Quando ad esempio si intervistano immigrati su questioni pubbliche o politiche come rappresentanti degli altri connazionali immigrati (es. attentato Bhutto in Pakistan, in L’Eco di Bergamo, 28/12/07, pag. 3). 64 Cfr. i diversi saggi apparsi in A. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina, Storia dell’emigrazione italiana, 2 voll. Donzelli, Roma, 2001 e 2002; F. J. Devoto, Storia degli italiani in Argentina, Donzelli, Roma, 2006; i volumi editi dalla Fondazione Giovanni Agnelli e, tra le altre, la rivista edita dalla stessa Fondazione: Altreitalie, www.altreitalie.it 137 ma non scontata, degli appartenenti alla seconda. Si tratta di considerare come possibili tre esiti o sviluppi: l’associazionismo degli adulti coopterà o accoglierà i figli, oppure questi, come in altre parti d’Italia stanno sperimentando, attiveranno forme autonome di “protagonismo” e/o per nazionalità, come all’Università di Bergamo dove e nata l’associazione di studenti marocchini, oppure “entreranno spontaneamente” a far parte di associazioni italiane. Il primo dei tre sviluppi ipotizzati riposa anche su un sempre più diffuso, preoccupato interesse da parte degli adulti – genitori nei confronti dei figli, che a stretto contatto con stili di vita e con diverse modalità di relazione minore – adulto, si “allontanano” dai modelli dei genitori. La terza ipotesi ha già un alto tasso di realizzazione, se si pensa all’associazionismo sportivo fortemente radicato nel territorio provinciale65. Intanto... Oltre all’associazione madre dei senegalesi (ASSOSB) stanno prendendo forma associazioni di associazioni. E’ il caso dell’associazione di associazioni “As – soci – azioni”, che vede come soci Oikos, Sesto Sole, Comunità Immigrati Ruah, la missione Santa Rosa da Lima, Maynilad, Agenzia per l’integrazione, Hermandad del Senor de los Milagros, Folklor e Cultura Colombiana, Assobrasil, L’Arcobaleno, Attadamon, come sviluppo del tavolo delle associazioni avviato nel 2002 dall’Agenzia; nel Basso Sebino è iniziato un percorso del genere tra italiani ed immigrati; tra i Boliviani sembra essere stata avviata la creazione di un’associazione di associazioni di vario tipo e diversificazione di attività (culturali, sportive, sociali, religiose) e tra alcune associazioni di marocchini sta prendendo forma un coordinamento a carattere operativo. A questa diversificazione va aggiunta infine quella di due associazioni dell’Est Europa (albanesi e rumeni) che hanno, con le deno65 Cfr. C. Marilli, E. Torrese, Sport e immigrazione a Bergamo, in A. Aledda, L. Fabris, A. Spallino, Multiculturalità e sport…op. cit.. 138 minazioni66, evidenziato una composizione delle due nazionalità, con la forte prevalenza di quella straniera e con intendimenti che sono ben diversi da quelle associazioni che nel passato si chiamavano allo stesso modo. Insomma, la situazione è in movimento e ciò richiede non solo attenzione, ascolto, ma anche dialogo, confronto ed azioni comuni. 66 Il riferimento è a Italia – Albania e Italia – Romania. 139