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INDICE
L’IMMIGRAZIONE STA CAMBIANDO ANCHE L’ASSOCIAZIONISMO
In Italia
p.
In provincia di Bergamo
p.
L’associazionismo degli immigrati
p.
Associazionismo delle donne immigrate
p.
Questioni aperte per un orizzonte comune
p.
4
8
10
12
13
I Parte LA PAROLA ALLE ASSOCIAZIONI
p. 15
IL MONDO DELL’ASSOCIAZIONISMO
La decisione arriva: nasce l’associazione
Il rapporto con Consolati ed Ambasciate
Una nazione, una associazione?
In rappresentanza di… i rapporti con il territorio
Rapporti con le altre associazioni
p.
p.
p.
p.
p.
p.
VITA ASSOCIATIVA
Organizzazione interna
Le quote dei soci non bastano
In azione
p. 46
p. 57
p. 59
QUI E LÀ
p. 69
LA RELIGIONE NON È ESTRANEA
p. 74
E I FIGLI?
p. 78
ALTRI PUNTI DI VISTA
Associazione donne internazionali Bergamo
Associazione Yanapakuna/Aiutiamoci a vicenda Onlus
Associazione WFWP, Women’s Federation
Associazione Nazionale oltre le frontiere - CISL
Associazione Oikos Onlus
Sportello immigrazione “Il Faro”
Associazione volontari aiuto extracomunitario (AVAE)
p.
p.
p.
p.
p.
p.
p.
2
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96
ALTRE PRESENZE
Aschrouk, associazione di sole donne immigrate
La reazione degli uomini
Attività
As-soci-azioni, associazione di associazioni
p. 98
p. 103
p. 103
p. 105
II Parte ALCUNE CONSIDERAZIONI A MARGINE
p. 109
OSSERVAZIONI ED IMPLICAZIONI
Una realtà sempre a parte?
Gli italiani osservano
Oltre il “Noi - Loro”
Gli esami non finiscono mai
Capitale sociale
Le ricerche sull’associazionismo degli immigrati
La partecipazione
L’autonomia
Il rapporto con la religione
La cittadinanza
Società civile
Associazionismo e “Comunità”
Automatismi poco convincenti
p. 115
p. 115
p. 116
p. 119
p. 119
p. 122
p. 122
p. 125
p. 125
p. 126
p. 127
p. 129
p. 129
COSA FARE? ALCUNI ORIENTAMENTI
E PROPOSTE PER L’ AZIONE
Fino ad oggi
Gli attori in campo e le azioni comuni
Le amministrazioni locali
e le associazioni degli immigrati
Il no - profit e la società civile
E i media?
p. 135
p. 136
E NEI PROSSIMI ANNI?
I soci sono adulti
Intanto…
p. 137
p. 138
3
p. 130
p. 131
p. 132
L’IMMIGRAZIONE STA CAMBIANDO ANCHE L’ASSOCIAZIONISMO
Quando parliamo di associazioni, nel linguaggio comune ci riferiamo, in modo indistinto, a gruppi formalizzati, movimenti, associazioni registrate e non registrate.
Donatori di sangue, di organi, chef e scout... sono solo alcune
dell’ampio ventaglio di realtà associative di cui quotidianamente facciamo esperienza, o conosciute direttamente o attraverso i
mezzi di comunicazione.
In Italia
Fino alla seconda metà del Novecento, l’Italia è stato un paese
tradizionalmente povero di legami associativi1. I pochi esistenti
si concentravano nei partiti politici e nelle associazioni a loro
collegate, mentre era debole la presenza e la partecipazione ad
associazioni definibili “civili”.
La situazione è cambiata negli anni del boom economico, nel
nostro paese sono cresciuti notevolmente i livelli di partecipazione sociale; lo rilevano anche i dati delle iscrizioni sia ai tre
principali partiti politici, sia alle associazioni sindacali, che in
quel periodo hanno acquisito maggiore autonomia dai partiti. I numeri però indicano come questa sia stata solo una fase
momentanea: prima gli anni Ottanta, con lo sviluppo dei “nuovi
movimenti sociali” (Melucci) e di altre occasioni di distacco dalle
organizzazioni politiche tradizionali2 e poi gli anni Novanta, con
le inchieste di Mani Pulite e il capitolo Tangentopoli, sono stati
1
Almond e Verba lo avevano dimostrato nella ricerca The Civic Culture
condotta a fine anni ’50, attraverso una survey in cinque nazioni. La partecipazione ad associazioni volontarie risultava molto più bassa in Italia
rispetto a Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, collocandosi a un livello
vicino a quello del Messico.
2
Come per esempio i movimenti degli studenti, delle donne, degli ecologisti, dei gruppi “extra-parlamentari”. Queste esperienze sono riuscite
a togliere ai partiti tradizionali il monopolio sull’azione collettiva, che
avevano ancora negli anni Cinquanta.
4
segnati da un vero e proprio crollo di partecipazione in quelli
che sino ad allora avevano rappresentato i principali contenitori dell’impegno pubblico degli italiani: i partiti politici. Anche
le associazioni tradizionalmente legate alla Chiesa cattolica ne
hanno risentito negativamente.
Nonostante tutto, la fine del secolo lascia in eredità una decisa
tendenza alla crescita del settore associativo, che si caratterizza
dall’essere sempre più variegato. Le uniche due eccezioni sono i
partiti e i sindacati3 che sono investiti da una crisi profonda.
Dal 2000 al 2007 l’associazionismo ha conosciuto fasi altalenanti,
che sottolineano anche una minor partecipazione giovanile4.
Il rapporto Censis 2007 riporta alcune annotazioni interessanti in
merito a quelle che vengono definite “nuove minoranze attive”.
Se da un lato, lo studio conferma un trend economico positivo
di lungo periodo, perché cresce nelle imprese la qualità delle strategie competitive5, dall’altro sottolinea come lo sviluppo
sembra non essere omogeneo a tal punto da costituire anche
uno stimolo di crescita di un processo sociale diffuso. Questo
significa che a fronte di una crescita economica non vi è una
parallela e conseguente traduzione verso un impegno maggiore
nell’ambito sociale e aggregativo. Il Censis per definire il concetto usa una metafora forte: “poltiglia di massa”, un termine
che serve per descrivere la nostra realtà sociale come una vera
e propria “mucillagine”, un insieme inconcludente di “elementi
individuali e ritagli personali” tenuti insieme da un tessuto sociale di bassa lega.
In una società di questo tipo sembra difficile immaginare una
3
L’Eurobarometro, strumento che permette di comparare il nostro paese
con quelli europei, evidenzia come la fiducia nei partiti e nei sindacati in
Italia negli ultimi anni sia bassa, inferiore a quella che si riscontra mediamente nei paesi dell’Unione Europea.
4
L’Istituto IARD con la sesta indagine sulla condizione giovanile in Italia
riscontra che nel 2004 sia ancora solo un giovane italiano su tre a partecipare attivamente ad associazioni o gruppi o partiti.
5
Una visione positiva della congiuntura economica che sembra riuscire
a superare le turbolenze finanziare che hanno caratterizzato gli ultimi
mesi del 2007.
5
capacità di ripresa di massa, “di sviluppo di popolo, come si diceva una volta”. Tale capacità per il Censis, può svilupparsi solo
attraverso nuove minoranze attive, come per esempio:
- la minoranza che vive il rapporto con l’immigrazione come un
rapporto capace di evolvere in termini di integrazione e coesione
sociale;
- le tante minoranze che hanno scelto l’appartenenza a strutture
collettive (gruppi, associazioni, sindacati, ecc.) come forma di
nuova coesione sociale e di ricerca di senso della vita.
“Si tratta senz’altro di una sfida faticosa, che queste diverse
minoranze dovranno gestire da sole. Ma è una sfida realistica,
perché non si tratta di inventare nulla di nuovo, ma di mettersi
nel solco di modernità che pervade tutti i Paesi avanzati”.
Parlare di associazioni, significa far riferimento al Terzo Settore
che, nel nostro paese, è cresciuto notevolmente negli ultimi venti
anni; i dati ISTAT rilevano ben 221.421 organizzazioni. Di queste il
91% è composto da associazioni e organizzazioni di volontariato;
il resto si divide fra fondazioni, cooperative sociali e altre forme
giuridiche (partiti, sindacati, patronati, ecc.).
Si parla quindi di associazionismo in senso lato, comprendendo
sia le associazioni di promozione sociale sia le organizzazioni di
volontariato. Ma queste sono due realtà del Terzo settore distinte
giuridicamente e concettualmente.
Il rapporto Iref 2006 individua e descrive quattro Italie, ovvero
quattro modi diversi di vivere il ruolo di cittadino6 in termini di
pratiche associative e credenze socio-culturali.
Si evidenzia come il nostro paese ha visto nascere alcune forme
innovative di impegno civico e di solidarietà, i cosiddetti “cantieri
6
Cfr. C. Caltabiano, Gli anticorpi della società civile. Nono rapporto
sull’associazionismo sociale, 2006.
Sfera privata, distacco passivo, civismo politico e attivismo solidale: questa tipologia, denominata delle quattro Italie, non è basata su particolari
gruppi, o ceti sociali, né sul loro radicamento in talune zone geografiche.
Si è semplicemente individuato alcuni strati della popolazione caratterizzati da diversi modi di concepire ed “agire” il ruolo di cittadino.
6
sociali”. Ne sono esempi i giovani “precari” e i lavoratori maturi
espulsi dal ciclo produttivo, che si organizzano in reti informali
di sostegno reciproco, oppure le famiglie che progettano i gruppi
di acquisto o, ancora, i media indipendenti della società civile,
che, grazie all’uso delle nuove tecnologie e di internet, contribuiscono a diversificare e rendere più pluralista l’informazione
nel nostro paese.
All’interno del quadro appena tratteggiato va inserito un elemento nuovo che caratterizza il tessuto sociale, definito “associazionismo degli immigrati” che in Italia non è stato oggetto
di studi sistematici e costanti. Le poche ricerche sino ad oggi
realizzate sono comunque concordi nell’individuare la metà degli
anni ’70, il momento in cui si manifesta questo fenomeno nel
nostro paese.
Inizialmente, si trattava di organizzazioni composte da studenti o
da esuli, spesso emanazione di gruppi politici del Paese d’origine; le loro attività si indirizzavano prevalentemente verso azioni
di sensibilizzazione che avevano come riferimento principale, se
non esclusivo, la situazione del loro paese d’origine. Solo negli
anni ’80 si cominciano ad interessare anche alle condizioni di
vita degli immigrati nella società che li ospita.
Anche se è difficile, dal punto di vista numerico, descrivere il
fenomeno nella sua evoluzione storica, si può affermare che
negli ultimi anni si è assistito in Italia ad un incremento delle
associazioni dei migranti.
Alcune ricerche recenti hanno evidenziato il diverso grado di
radicamento nel territorio italiano di queste associazioni; soprattutto chi lavora vicino agli immigrati è in grado di comprendere sia la fragilità che caratterizza le associazioni, sia il diverso potenziale di azione che possono mettere in atto, non più
limitato ai propri soci, ma che interessa e tocca da vicino anche
le politiche locali. Ad esempio la richiesta di locali pubblici per
incontrarsi oppure di finanziamenti per sviluppare progetti sul
territorio. Le amministrazioni locali non possono più affrontare
il fenomeno dell’immigrazione solo attraverso politiche “sociali”
o “assistenziali”, ma devono trovare una risposta concreta alle
7
esigenze che derivano dall’integrazione e dal loro radicamento
territoriale.
Nonostante sia ormai trentennale la presenza delle associazioni
dei migranti sul nostro territorio, si caratterizzano ancora come
realtà fragili, nel senso che svolgono un ruolo “marginale” nella
vita politica del nostro Paese, se paragonate a ciò che avviene
in altre nazioni, in cui a volte alle associazioni di migranti sono
demandati compiti importanti di implementazione di politiche
pubbliche da parte delle istituzioni.
In provincia di Bergamo
Quotidianamente si può osservare come i giornali locali pubblicano notizie riguardanti ricorrenze o eventi legati alle associazioni
presenti sul territorio:
“quarant’anni di canti, balli e musica… l’associazione culturale
“gli Zanni” festeggia oggi le quaranta candeline”, “tre componenti
dell’Associazione nazionale Carabinieri in Congedo, sottosezione
di Terno faranno il servizio di assistenza viabilistica”, “l’entusiasmo dei bergamaschi che tornano oggi dal raduno del centenario
dell’associazione Scout” “lo sportello stranieri ha offerto supporto
all’associazione Assobrasil che segue i connazionali che giungono in Italia”, “l’associazione italiana sommelier ha a Bergamo
una delle delegazioni più importanti”… sono solo alcuni esempi di
quanto si è letto sulla carta stampata negli ultimi mesi in merito
al variegato mondo dell’associazionismo.
Tuttavia non sappiamo se tutte queste associazioni siano ufficialmente registrate, un particolare certo non secondario dato
che l’iscrizione ai registri è una condizione necessaria per poter
usufruire dei benefici previsti dalla legge nazionale e dalle leggi
regionali e provinciali.
Le associazioni e le organizzazioni di volontariato presenti nella
bergamasca si caratterizzano per essere un universo:
• ampio
• articolato in diversi settori
• diversificato a seconda degli scopi.
8
I dati provinciali7 ufficiali indicano la presenza delle associazioni in
moltissimi comuni della provincia. In particolare, si trovano iscritti 133 soggetti nel Registro Provinciale dell’Associazionismo (l.r
28/96 così come modificata dalla l.r. 5/2006)) e 590 nel Registro
Regionale del Volontariato-sezione di Bergamo (l.r. 22/93).
Secondo l’ambito di cui si occupano sono classificate in cinque
sezioni:
A = sociale (riguarda la tutela e promozione del valore della vita
umana, dei diritti dei minori, della tutela della paternità e maternità responsabile, del ruolo della donna nella società e nel
lavoro) e civile (tutela e valorizzazione dell’ambiente, promozione e sviluppo culturale, del patrimonio storico e artistico.
Formazione e ricerca)
B = culturale (animazione ricreativa, turistica e sportiva)
C = ambientale
D = relazioni internazionali (promozione della cooperazione internazionale e delle culture etniche e nazionali degli emigrati
e degli immigrati)
E = sport/tempo libero (attività svolte a sostegno dell’animazione
del mondo giovanile e/o della terza età) e innovazione tecnologica
F= promozione sociale (A-B-C-D-E sono riferite alle precedenti
tipologie).
Nel Registro regionale del volontariato la sezione A è quella più
numerosa.
7
Sono riferiti a fine 2007. La Provincia è l’Ente competente alla tenuta
dei Registri, in cui si iscrivono i soggetti aventi sede legale e operanti nel
territorio bergamasco. E’ importante ricordare che l’iscrizione a questi
registri non è un obbligo, pertanto i soggetti iscritti rappresentano solo
una parte dell’esteso mondo associativo e del volontariato in bergamasca.
Cfr. Bergamo Sociale n°6, 2007- a cura della Provincia di Bergamo.
9
L’associazionismo degli immigrati
Secondo le ultime ricerche dell’ISMU8 ed il Rapporto Immigrazione 2006 realizzato dalla Provincia, a Bergamo e in Provincia gli
stranieri presenti sono almeno 100.0009, circa il 10% della popolazione totale; un numero elevato che è cresciuto rapidamente negli
ultimi anni e che, inevitabilmente, sta cambiando l’assetto della
società. Una novità, a cui si sta assistendo, riguarda la nascita di
associazioni create e dirette da immigrati presenti sul territorio,
etichettata come “associazionismo degli immigrati”, ma che nasconde sotto la superficie apparentemente uniforme una realtà
estremamente variegata.
Gli studi compiuti dalla Provincia e dall’Agenzia per l’integrazione
evidenziano come il numero delle associazioni di immigrati presenti sul nostro territorio sia in costante aumento negli anni.
Ad oggi, infatti, si contano oltre 70 associazioni di immigrati; nel
2000 erano 33 mentre nel 1994 erano solo 15. Non è un “censimento” facile, non tanto per l’insufficienza dei mezzi di rilevazioni,
ma quanto per le forme che questo universo ha assunto.
Anche i media locali riportano la nascita di queste associazioni.
In particolare, le otto pagine a colori di “Bergamondo10, inserto
settimanale de “l’Eco di Bergamo” stanno diventando di fatto, uno
spazio importante di visibilità e comunicazione.
8
Fondazione ISMU: Iniziative e Studi sulla Multietnicità.
A questi 100.000 vanno aggiunti anche gli irregolari, la cui presenza
però è difficile da stimare.
10
“L’inserto è uno strumento che sarà senz’altro in grado di favorire il
dialogo tra i cittadini bergamaschi e gli immigrati, aiutando i primi a
superare pregiudizi e paure e questi ultimi ad integrarsi nella comunità
locale. “Bergamondo” si pone come una finestra aperta su questa nuova
realtà bergamasca, divenuta multiculturale, una voce autorevole che le
istituzioni ed in modo particolare la Prefettura ed il consiglio territoriale
per l’immigrazione, dovranno ascoltare per meglio “governare” un fatto
epocale, qual è quello dell’immigrazione, che, pur tra le molteplici difficoltà, comporta positive ricadute in termini di maggiore crescita sociale
ed economica del territorio” lettera dell’ex-prefetto, pubblicata su L’eco
di Bergamo, il 13/04/07.
9
10
È importante richiamare l’attenzione sulla definizione “associazionismo di migranti”, perché non sempre è chiara, in quanto si
riferisce indistintamente a:
1 - gruppi le cui attività sono portate avanti prevalentemente da
immigrati extra-comunitari;
2 - aggregazioni che non hanno ancora ricevuto un riconoscimento formale, ma che operano già sul territorio;
3 - realtà le cui attività sono portate avanti anche da persone italiane.
Le associazioni contattate in questa ricerca sono tutte registrate;
ma la forma definita normativamente comprende una varietà di
esperienze associative molto ampia, non priva di tratti comuni.
Sulla decisione di intraprendere un cammino associativo le riposte
sono tante, ma il filo conduttore sembra essere unico se si pensa
alla condizione di sradicamento che gli immigrati vivono una volta
lasciata la propria nazione. Lontano dallo spazio geografico, dalla
cultura e dalla società di origine; nel percorso di integrazione nel
paese di accoglienza sono spinte ad associarsi per cercare di trovare soluzioni adeguate a facilitare il loro inserimento nella nuova
società, ma anche per creare spazi/luoghi/tempi, per mantenere
legami con i loro connazionali (regolari ed irregolari) e con il loro
paese d’origine.
Nostro obiettivo, in queste pagine, non è fornire una panoramica
completa sull’associazionismo degli immigrati in bergamasca11,
ma evidenziarne alcune dinamiche, utilizzando gli strumenti concettuali esplicitati nei paragrafi finali del rapporto, e riallacciarsi
al filo conduttore che è la partecipazione dei cittadini alla respubblica… finalizzata alla gestione di un bene comune: la convivenza.
11
Per le indagini precedenti si rimanda a: Consorzio Aaster, Dalle società
chiuse allo scambio. L’immigrazione nella Provincia di Bergamo, 1994;
CD-ROM Rapporto immigrazione 2000, a cura del Settore Politiche Sociali della Provincia di Bergamo e CD-ROM Rapporto sulla integrazione
a Bergamo a cura dell’ Agenzia per l’integrazione, 2003.
11
Associazionismo delle donne immigrate
Un paragrafo a parte riguarda l’associazionismo delle donne
immigrate: tematica in gran parte ancora da studiare nel nostro
paese, anche perché è una realtà recente rispetto all’esperienza
di altri paesi europei. Gli studi a disposizione rilevano come il
passaggio che le donne immigrate fanno, da una rete informale di
relazione di genere a una vita associativa organizzata, rappresenta
“una tappa centrale nei processi di stabilizzazione delle comunità
immigrate”12.
Le associazioni caratterizzate dalla presenza di donne immigrate
sono di diverso tipo. Le monoetniche (es. filippine, somale, nigeriane) non sono molto diffuse. Le donne che appartengono a
alcune etnie, hanno difficoltà a esprimersi nella sfera pubblica,
anche rispetto ai loro connazionali, per una doppia forma di subalternità: di etnia e di genere.
Sembrano invece funzionare meglio i gruppi misti di donne locali
e immigrate, proprio perché le italiane sono meglio inserite nel
contesto locale e riescono più facilmente a sviluppare ruoli di aggregazione e connessioni.
Tuttavia, non va dimenticato che temi occidentali quali il femminismo e l’emancipazione della donna sono condivisi solo da gruppi
elitari di donne immigrate istruite; i riferimenti socio-culturali cui
appartengono le donne immigrate sono molti e, a volte, parecchio
distanti dai nostri modelli di donna. Sicuramente la permanenza
nella nostra realtà segna un punto di svolta: sia che accettino il
modello occidentale, sia che lo rifiutino, diventa un punto di riferimento, per imitarlo o allontanarlo.
“Molte musulmane, spinte da un sentimento di critica dei modelli
occidentali e da una crescente islamizzazione del dibattito politico, rivendicano diritti differenti sia da quelli indicati dai modelli
occidentali sia da quelli consolidati nelle tradizioni locali”. (Renata
Pepicelli)
12
G. Campani, Genere, etnia e classe. Migrazioni al femminile tra esclusione e identità, ETS, Pisa, 2000, pag. 174.
12
L’associazionismo degli immigrati diventa in alcuni casi anche un
fenomeno extra territoriale, parallelo a quello istituzionale. Immigrati senza permesso di soggiorno, fantasmi per le istituzioni
quindi non cittadini, ma destinatari delle iniziative e a volte partecipi della vita associativa vengono “inclusi”. Non sono più solo
“fuori” da tutto ma diventano “dentro” qualcosa, parte di qualcosa. Una situazione paradossale che però esiste e di cui bisogna
tenere conto.
Questioni aperte per un orizzonte comune
La presenza sul medesimo territorio, di diversi gruppi etnici,
ognuno con il proprio patrimonio culturale e le proprie singolarità, porta a percepire e gestire una realtà sociale complessa e
liquida (Bauman).
All’interno di questa cornice va letto il ruolo delle associazioni,
quale collante (o anticorpo?) della società civile. E, in particolare,
il ruolo che possono assumere le associazioni di immigrati. Il loro
esserci, è un semplice stare sul territorio? Sono visibili? Sono un
“elemento” di chiusura o di apertura verso la convivenza civile?
Per comprenderlo dobbiamo uscire dal meccanismo di lettura
noi-loro, vale a dire cosa noi pensiamo di loro; la realtà è molto più
articolata. Aggiungendo altre variabili (altri punti di vista), come
il loro-loro, cioè come i migranti si relazionano fra di loro, oppure
il loro-noi, cioè cosa pensano loro di noi, si possono scorgere esigenze o particolarità che non si riescono a vedere se rimaniamo
ancorati “solo” al nostro punto di vista.
“Il confronto con la differenza mette individui e culture di fronte
alla necessità di dare un nuovo fondamento etico alla convivenza. Quando nulla assicura più a priori la possibilità di vivere insieme, è a una nozione nuova di responsabilità che bisogna fare
ricorso perché il rapporto con l’altro non sia affidato unicamente
alla variabilità delle preferenze o all’arbitrio della sopraffazione”.
(Melucci)
L’immigrazione, che porta vicino il lontano, non è mai un fatto
indolore né per chi emigra, né per chi accoglie. L’immigrazione
13
è infatti l’esempio perfetto del fenomeno sociale globale, perché
attraversa tutte le dimensioni dell’individuo e della società.
In questo quadro, parlare di associazionismo degli immigrati, può
essere da stimolo per incamminarsi con passo più sicuro sul cammino delle integrazioni, non chiudendo certamente gli occhi sulle
difficoltà e sull’andare avanti e indietro rispetto ad un percorso
desiderato, ma convinti che il lavorare insieme su determinati
obiettivi può solo portare ad una maggiore conoscenza reciproca
e quindi a ridimensionare anche il proprio modo di vivere la dimensione sociale”.
Un’annotazione sulla scorta di quanto accennato: forse non bisogna più parlare di integrazione ma di interazione.
Ci sono infatti due modi per intendere l’integrazione di persone
immigrate: il primo attribuisce ai nuovi il compito di conformarsi
ad un’identità locale già data, mentre nel secondo l’integrazione
riguarda tutti, nativi e migranti, perché nessun intervento mirato
solo al migrante può aiutarlo davvero a sentirsi accolto.
Ma se si accoglie quest’ultima modalità l’integrazione va sostituita
con l’interazione e gli spazi relazionali in cui ciò sta avvenendo
non mancano.
14
I PARTE LA PAROLA ALLE ASSOCIAZIONI
Nelle pagine che seguono si è lasciato ampio spazio alle testimonianze raccolte attraverso interviste agli esponenti/rappresentanti
delle “associazioni di migranti”.
L’obiettivo è dare voce ai protagonisti della variegata e complessa
“vita associativa” presente sul territorio bergamasco; una realtà
in continuo cambiamento, di cui conosciamo ancora poco i reali
contorni e, forse, è ancora poco visibile.
Al pari di altre indagini, i dialoghi con gli intervistati sono riportati
in modo letterale, senza interventi di natura stilistica, proprio per
tentare di conservare genuinità e fedeltà alle informazioni.
Tutte le persone contattate si sono dimostrate subito interessate a
partecipare dando la loro disponibilità per l’intervista e lasciando
trapelare, nemmeno troppo velatamente, le motivazioni. Prima
fra tutte l’autorevolezza del committente, la Provincia, da tutti
riconosciuto un interlocutore privilegiato e poi, la prospettiva di
un’iniziativa pubblica finale accolta come occasione per incontrarsi, scambiarsi opinioni e ottenere informazioni.
Le interviste si sono svolte, a seconda della disponibilità degli
intervistati:
- nella sede dell’Agenzia per l’integrazione
- nelle sedi delle associazioni, che spesso coincidono
con le abitazioni degli intervistati
- in un luogo pubblico (bar).
L’uso del registratore è stato accettato quasi da tutti. Nonostante
un’iniziale reticenza originata dalla paura di fare “brutta figura”
nell’uso della lingua italiana, la registrazione è stata accettata di
buon grado, gli intervistati si sono “sciolti”, quasi ignorandone la
presenza e dimostrando nella maggioranza dei casi una buona
dimestichezza con la nostra lingua.
L’eterogeneità dell’oggetto d’indagine è un altro aspetto decisivo
che merita una riflessione: le associazioni di migranti incontrate
sono estremamente diverse fra loro per il livello di organizzazione
interna, per l’importanza del “capo” o di un leader interno, per la
storia della loro costituzione e per i rapporti con il territorio e le
15
istituzioni. Bisogna, quindi, procedere con prudenza nell’individuare tendenze comuni o caratteristiche generali quando si parla
di associazioni dei migranti.
16
IL MONDO DELL’ASSOCIAZIONISMO
Gli immigrati vivono a volte una condizione di sradicamento: lontano dallo spazio geografico, dalla cultura e dalla società di origine.
Nel percorso di integrazione nel paese di arrivo e permanenza
le persone immigrate sono spinte ad associarsi per cercare di
elaborare soluzioni adeguate per facilitare il loro inserimento
nella nuova società, ma anche per creare spazi/luoghi/tempi per
mantenere legami con i loro concittadini e con il loro paese d’origine.
Le associazioni di immigrati richiedono alla società locale la possibilità di sostenere e valorizzare il loro senso di appartenenza, la
tutela, la trasmissione e la messa in comune delle risorse del proprio gruppo nazionale, la rappresentanza collettiva e la partecipazione alla vita pubblica. Sono domande fondamentali, alle quali
si potrebbe rispondere in molti modi; l’essenziale è comprendere
che l’associazionismo degli immigrati non è un elemento esterno
rispetto alla qualità dell’integrazione raggiunta, ma è strettamente collegata ad essa. Discutere di associazionismo degli immigrati
è quindi un’occasione per ragionare rispetto a quali prospettive
dare alla nostra comunità locale per il prossimo futuro.
Quando si parla però di “associazioni di immigrati” dobbiamo tener ben presente che ci si riferisce ad un mondo vasto ed eterogeneo, in cui lo sguardo italiano fatica a capire le particolarità e le
differenze, benché siano spesso notevoli ed accentuate. Vedremo
infatti come, se alcuni elementi comuni esistono per quasi tutte le
associazioni (le motivazioni per cui nascono e gli obiettivi statutari, per esempio), le modalità di gestione e le realtà stesse delle
associazioni sono invece molto diverse.
Da sottolineare anche il fatto che sono considerate “associazioni” - spesso perché registrate in questo modo - anche gruppi di
persone che hanno alla base della loro aggregazione motivazioni
religiose (e quindi sono più da considerarsi movimenti aperti e
non ben definiti rispetto alla partecipazione degli associati), oppure associazioni nate dallo slancio di una persona e che attorno
17
a questa persona vivono ed operano, più come servizio offerto a
soggetti di una certa nazionalità, piuttosto che come associazioni
vere e proprie.
Tenendo quindi presente queste particolarità, si può dire che le
associazioni create dagli immigrati possono, se ben gestite, da un
lato, diventare trampolino per l’integrazione e dall’altro servire da
collegamento con la cultura e l’identità d’origine.
Come sostiene Ambrosini13 “pressoché insostituibile è il contributo delle reti migratorie nel mantenimento di riferimenti
identitari, nell’alimentazione della diversità culturale, nell’organizzazione collettiva ed eventualmente nell’azione politica,
rivolta alla lotta contro la discriminazione e alla tutela dei diritti
degli immigrati. Il passaggio a forme più sviluppate e trasparenti
di rappresentanza è allora auspicabile, ma nessuna associazione formale potrebbe prosperare se non potesse contare su un
senso di appartenenza e un investimento affettivo da parte dei
membri.
Uno dei progressi auspicabili è semmai il consolidamento delle
reti migratorie in forme associative democratiche, trasparenti ed
aperte. La perdurante fragilità, nel caso italiano, del panorama
dell’associazionismo scaturito dall’immigrazione mostra che non
si tratta di un naturale processo evolutivo. Occorrono interventi
appropriati, finanziamenti, appoggi da parte della società civile
per favorire un vero e proprio salto di qualità da parte delle aggregazioni basate sulla comune origine: dalla dimensione informale
a quella formalizzata; dal particolarismo di clan a un relativo universalismo; dall’opacità della gestione interna alla trasparenza
dei meccanismi di funzionamento; dalla leadership carismatica a
procedure democratiche di elezione dei responsabili”.
13
M. Ambrosini, Sociologia delle migrazioni, Il Mulino, Bologna, 2005,
p. 96.
18
La decisione arriva: nasce l’associazione
Questi aspetti, della “appartenenza interna” e del “sostegno
esterno” sono alla base della nascita di quasi tutte le associazioni presenti in bergamasca. Molte di loro hanno avuto lo
stimolo a costituirsi come associazioni, da enti o istituzioni italiane che, in vario modo, si occupano di immigrazione.
Come esplicita il presidente dell’Ass. Burkinabè:
“Perché nasce un’associazione? Nasce per permettere a più persone di raggiungere scopi comuni…
Per tale motivo vengono raggruppate in diversi settori:
- Sociale e Civile
- Culturale
- Ambientale
- Relazioni internazionali
- Sport/tempo libero e innovazione tecnologica
Porto a conoscenza la mia esperienza nell’associazione dei Burkinabè di Bergamo, di cui sono il Presidente e alla quale sono
particolarmente legato…
Della sua nascita dobbiamo ringraziare il Sindacato Cisl che notava un sempre più crescente numero di immigrati africani e non…
i quali trovavano un sacco di difficoltà ad inserirsi nella nostra
società, prima fra tutte l’impossibilità di comunicare per la non
conoscenza della lingua italiana… questo, insieme ad altri motivi
importanti, originarono quindici anni fa la nascita della nostra
associazione.
L’Associazione Burkinabè di Bergamo è nata negli anni ’90, quindi
dai primi burkinabè venuti qui in Italia; è nata sotto una forma
di aiuto rivolto ai nuovi arrivati, cioè i burkinabè nuovi arrivati a
Bergamo, affinchè potessero avere un appoggio, e poi magari col
tempo diciamo che gli obiettivi sono divenuti più variegati.
E’ nata all’interno del sindacato, perché come dicevo, non c’era
ancora un’associazione di immigrati qui a Bergamo. L’idea era
di creare un’associazione degli immigrati africani, che rappresentasse gli immigrati africani, e poi… sai com’è … le persone…
ognuno ha voluto un’associazione di casa sua, nel senso… un’as-
19
sociazione senegalese, burkinabè, Costa d’Avorio, così via… alla
fine noi abbiamo creato questa associazione. Però è un’associazione aperta, anche all’interno dello statuto l’abbiamo scritto e
fino adesso si può verificare che è un’associazione aperta, aperta
a tutti quanti (…)
Bisogna riconoscere che stiamo assistendo ad un forte incremento della nascita di nuove associazioni, purtroppo anche per
incompatibilità tra associati stessi, i quali per contrastarsi ne
creano di nuove…”.
“per essere più espliciti, per permettere a più persone di raggiungere uno scopo comune”.
(Presidente Associazione Bangladesh)
Altre motivazioni emerse per il costituirsi di un’associazione
sono state:
• Spirito d’identita’
“L’associazione è stata costituita nel 2001 con lo scopo di promuovere lo spirito d’identità e di apertura delle Filippine alla comunità
locale e anche con i rapporti con la cultura italiana e anche delle
diverse comunità esistenti nel territorio, doveva essere così lo
scopo generale e principale...”.
(Rappresentante dell’Associazione Maynilad Filippine)
• Rappresentazione sociale
“...l’associazione è nata anche per dare una testimonianza che i
marocchini non sono tutti quelli che si trovano sui giornali...siamo
anche gente che lavora, che vive bene che partecipa alla vita sociale, rispettiamo la legge, paghiamo le tasse quindi c’è una parte
della comunità marocchina che ha queste caratteristiche...
Però i giornali nn mostrano questo aspetto..e questo ci danneggia
molto...
E noi vogliamo dare un altro volto ai marocchini..un po’ ci siamo
riusciti”.
(Rappresentante Associazione Attadamon Marocco)
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• Inserimento nella societa’
“e anche dare voce a tutte le persone di origine filippina ed ai loro
familiari nel territorio nazionale..
Facilitare promuovere rapporti di mutua conoscenza e collaborazione...”.
(Rappresentante Associazione Maynilad)
La situazione per le associazioni del Marocco è invece un po’ diversa: dalle prime, poche associazioni, nate 10/15 anni fa, si sono
sviluppate e se ne stanno sviluppando capillarmente altre, con
l’intenzione di “coprire” il territorio della provincia di Bergamo.
Le associazioni intervistate hanno esplicitato infatti motivazioni diverse rispetto alla loro costituzione, dovute all’anzianità di
presenza in Italia del Presidente e dei soci fondatori, alle zone di
ubicazione nel territorio bergamasco nonché alla scissione da
altre associazioni per motivi di contrasti fra connazionali, spesso
anche per questioni “generazionali” e di leadership non più riconosciute.
L’Associazione Primavera, di Sant’Omobono Imagna, nelle parole
del segretario, ci illustra una delle modalità con cui operano le
associazioni del Marocco, lavorando cioè per creare riferimenti
associativi nelle diverse zone della bergamasca, coinvolgendo
anche i marocchini residenti nelle valli:
“Praticamente l’Ass. Primavera è nata quasi per caso, perché sono
venute delle persone di associazioni “vecchie” e ci hanno parlato
delle associazioni, del lavoro che hanno fatto loro, e piano piano ci
hanno messo dentro questa voglia di migliorare e con loro abbiamo
deciso di creare un’associazione nuovissima che si chiama appunto
“La Primavera”. E’ nata da qui , il primo passo è nato da lì.
Voi non eravate agganciati con altre associazioni marocchine?
No, cioè venivano lì perché tramite il mediatore culturale della scuola
media di S. Omobono Imagna, che era all’interno di un’altra associazione, ci ha parlato delle altre associazioni marocchine e quindi
noi, zona Valle Imagna, abbiamo deciso di crearne una rispetto alla
21
zona, semplicemente per comodità di zona. Io non conoscevo altre
associazioni, ma sicuramente altri si. Il nostro Presidente è sempre
stato in comunicazione con loro.
Come avete preso questa proposta?
All’inizio c’era un po’ di difficoltà dovute alle esperienze precedenti,
perché erano state create altre associazioni e avevano chiesto dei
soldi e poi alla fine non si era visto più nessuno, quindi c’era diffidenza ma anche attenzione, però quando hanno visto che quelli che
dirigono l’Associazione sono gente che conoscono da anni e gente del
posto si sono fidati e quindi non abbiamo trovato particolari difficoltà
a crearla.
Dall’intervista al presidente dell’associazione Al Gesr, si riscontrano le motivazioni che indicavamo precedentemente, cioè la necessità di avere associazioni su tutto il territorio per fornire servizi
significativi ai marocchini, come pure il passaggio dei referenti da
un’associazione ad un’altra:
“Al Gesr è una parola in arabo che significa “il ponte” (…)
Io come persona è dal ‘96 che sono dentro queste cose. Ero segretario di un’associazione, poi sono diventato presidente di un’altra
associazione. Dal ‘96 che ero segretario dell’associazione “El Amal”
dopo sono passato a presidente di un’altra associazione, qua di Costa
Volpino…
Mentre invece la prima non era di Costa Volpino
No, la sede era ad Albino. E adesso sono presidente dell’associazione
Al Gesr, che è nata due anni fa, aprile 2003, ed è nata proprio perchè
serviva un’associazione di questo tipo in questa zona, la Valle Camonica e l’Alto Sebino, perchè non c’è niente”.
Anche il presidente dell’associazione El Dialogo, ci conferma la
necessità per le persone marocchine di “esserci” sul proprio territorio:
“L’associazione è nata agli inizi del 2005, dopo ci ha dato l’idea la
Bottega del Volontariato. Siamo 10 persone che siamo registrate,
abbiamo deciso, ci siamo riuniti per creare un’associazione per l’integrazione della nostra comunità, nordafricana, musulmana, con il
territorio del Basso Sebino, dopo in riunione abbiamo scelto il presi-
22
dente, me, il segretario, e altre 3 persone che sono consiglieri...”.
Da altre interviste emerge l’esigenza di colmare un “vuoto”, declinato in maniera diversa:
“L’associazione è nata da un discorso che si faceva tra gli amici,
perché noi siamo tutti amici, nel direttivo poi ci conosciamo da parecchi anni (…) e abbiamo notato che c’è un vuoto e questo vuoto ci
ha spinto a dire: ecco noi dobbiamo essere utili alla società italiana
e alla nostra comunità marocchina per creare questo ponticello di
comunicazione, perché abbiamo notato che manca questo ponticello,
che ci unisce diciamo”.
(Vicepresidente- Es Salam)
“La cosa che ha spinto a far nascere l’associazione è che vedendo
l’ambiente, la società o le associazioni che c’erano prima di noi abbiamo visto un vuoto e noi abbiamo pensato che noi potevamo occupare
quel vuoto
un’altra cosa è che le ass. che ci sono state prima di noi non hanno
creato un immagine che potrebbe essere positiva... soprattutto marocchina..
(Associazione Attadamon)
Sono invece più di una ventina le Associazioni Senegalesi presenti
in provincia di Bergamo.
Fa da coordinamento l’Assosb – Associazione dei senegalesi bergamaschi -, anche se non tutte aderiscono a questa “Associazione Madre”, sia per questioni religiose che per questioni politiche
relative al Paese di origine.
“Assosb è la “madre”, perché io che sto parlando con lei e sono vicepresidente di Assosb sono anche presidente di un’altra associazione.
C’è gente qua che fa parte di altre associazioni. Quelle associazioni
sono molto diverse da Assosb, perché l’Assosb riunisce tutti i senegalesi, invece loro nelle loro realtà magari hanno altre realtà molto
diverse dalla nostra.
La relazione tra l’Assosb e le altre associazioni, anche il riconoscimento dell’Assosb per le istituzioni senegalesi, l’Ambasciatore o
23
il governo del Senegal e il Consolato , è che l’associazione che ha
durato nel tempo, ha perseveranza nella sua esistenza, 18 anni di
vita ed esiste ancora. Come ha detto il presidente noi abbiamo 2.000
persone iscritte e 1720 al primo maggio che sono a norma con le
loro quote. Anche, come ha detto il portavoce, l’intermediare tra il
Consolato, l’Ambasciata e i senegalesi di Bergamo, perché se hanno
delle cose da dire passano da noi come associazione e se oggi noi
siamo in grado di rispondere a questa domanda, a questa esigenza,
è perché noi siamo organizzati. E fra di noi ci sono delle persone che
si raggruppano fra, magari, se sono provenienti dallo stesso villaggio o città e sono membri dell’associazione ma hanno scopi diversi,
di fare un lavoro umanitario o di fare lo sviluppo delle loro località
specifiche. Noi quello che facciamo lo facciamo per tutto il Senegal,
per tutti i senegalesi, non è che ci sono diversità per le località di
provenienza”.
Anche le motivazioni per cui è nata l’Associazione albanese Alba
sono prettamente di sostegno burocratico, economico e “sociale”
dei propri connazionali, sviluppatasi poi con l’aiuto agli studenti
che, in numero sempre maggiore, si iscrivono all’Università di
Bergamo, e ai minori che vengono portati a Bergamo per essere
curati presso gli Ospedali Riuniti. La Presidente e la vice-presidente sottolineano nell’intervista, il loro lavoro sul territorio
bergamasco:
“L’Associazione Alba è nata in agosto del 2001, senza fini di lucro, a
scopo umanitario, per aiutare gli albanesi in difficoltà sia economicamente, e anche nella parte burocratica, per i loro problemi, le loro
pratiche che fanno fatica, ormai si sa, sia con gli assistenti sociali,
per cui noi interveniamo per i casi particolari, che con il Consolato
Generale con cui abbiamo contatti diretti sempre per i problemi....
- perchè quando dobbiamo fare dei certificati che devono essere legalizzati e tutto quanto, e poi anche le file in consolato che non sono
così indifferenti, perciò chi ha delle urgenze...
- poi i certificati scaduti, a cui il Consolato dà un termine entro 6
mesi, il certificato deve essere vidimato, diciamo di lasciare un pò
più tempo perchè la gente non può andare in Albania ogni 6 mesi
24
insomma, e poi con gli ospedali..”.
“Sentivamo il bisogno di creare qualcosa. L’obiettivo principale tra i soci
era la solidarietà fra i soci (…) oltre all’obiettivo della solidarietà abbiamo poi sentito il bisogno di allargare gli obiettivi, di creare qualcosa per
risolvere i problemi legati ai soci qui in Italia, ma anche di contribuire a
risolvere problemi in Senegal, per avere sostegno sociale”.
(Coordinatore- Sebo-Sebe)
• Rimpatrio delle salme
Spiega il referente dell’Associazione Attadamon:
“Poi un’altra cosa che secondo noi è interessante, parlando della
comunità marocchina, dato che la comunità marocchina è numerosa,
sia a Bergamo che altrove, ha delle necessità molto importanti, una
di queste quando muore qualcuno il trasporto delle salme, questa è
stata una spinta forte a creare l’associazione perché non trovavamo
finanziamenti per portare la salma in Marocco…abbiamo sempre
cercato soldi ai centri di cultura e alle moschee…noi siamo gli unici
come associazione che gestiamo questo fenomeno, dato che è un
fenomeno molto importante soprattutto se facciamo una statistica
giornaliera o mensile di quelli che muoiono.. saranno sei o sette
persone, se non di più ogni mese.
Quindi attraverso l’associazione voi finanziate il trasporto?
No, noi aiutiamo a preparare i documenti e gestire la cosa, ma i finanziamenti li cerchiamo da altri…il problema è che quando muore
qualcuno i familiari non sanno cosa fare, come gestire la cosa…quindi
si rivolgono a noi, noi prepariamo la documentazione che serve e li
aiutiamo se hanno bisogno di aiuti economici…”.
Anche l’Associazione dei Senegalesi Bergamaschi conferma questa motivazione:
“L’associazione è nata nel 1989 a Ciserano. All’epoca fu creata da
39 persone… 39 soci fondatori, in un momento che non era molto
piacevole perché era in seguito ad un decesso di un senegalese..
sai che siccome noi siamo molto legati alla patria, le salme in ogni
caso devono tornare sempre in Senegal. In quel momento eravamo
25
in difficoltà a raccogliere tutti i soldi per garantire le spese di questo
funerale. Ci siamo arrivati, grazie ad un aiuto anche di amici italiani
che ci hanno aiutato ad organizzarci per raccogliere i soldi sufficienti
per garantire le spese di questo rimpatrio.
Dopo ci siamo seduti attorno ad un tavolo per prepararci ad un altro
evento del genere, perché sappiamo che il dolore e la morte fanno
parte della vita. Subito abbiamo pensato di creare questa associazione per evitare che lo stesso problema si ripete in un’altra occasione”.
• All’inizio il singolo…
Le associazioni si creano anche grazie alla spinta di volontà individuali; è il caso delle due associazioni boliviane presenti sul territorio bergamasco: ACISBOL e Casa dei boliviani. Ripercorrendo
la loro storia si intuisce come sia fortemente legata alle vicende e
alla volontà individuale delle loro rispettive presidentesse.
“quando io arrivai qui, pensava un incontro con qualcuna associazione
però non aveva nessuna; aveva diversos gruppos che se dedicavano
al ballo, al negozio del ballo (…) e anche altre persone mi dicevano:
ma non c’è un’organizzazione seria? (…) in estrada, o nelle stazioni
trovavo qualche ragazzo dormendo tonse mi dicevo come far questo qua in una città de Italia, che dorman fuori così? (…) così venivo
accumulando tanta gente dietro mia” .
(Presidente-ACISBOL)
“Il lavoro per gli stranieri è cominciato per me, non per l’associazione
nel febbraio ’92…perché per cause di forza maggiori in famiglia ho avuto bisogno di una badante, e da lì, dalle sue prime necessità per essere
regolarizzata, il suo primo ricongiungimento…da lì mi sono interessata…(…) e ho cominciato ad occuparmi di loro. In quegli anni erano 23 i
boliviani a Bergamo, alcune dei quali qui da parecchi anni …nel ’97 per
motivi sempre legati a loro ho conosciuto il Console di Genova che ha
creato all’oratorio di Loreto “Amigos de Bolivia”, un’associazione mai
registrata, quindi un’associazione di fatto”.
(Presidente Casa dei Boliviani)
26
Il rapporto con consolati ed ambasciate
Altro ruolo fondamentale che svolgono le associazioni, è proprio
il contatto con le loro rappresentanze diplomatiche.
Per il Ghana, ad esempio, le associazioni in tutta Italia sono strettamente collegate fra di loro e in continuo contatto con l’Ambasciata; svolgono contemporaneamente un ruolo di “controllo” e riconoscimento dei ghanesi in Italia (succede che persone di alcune
nazionalità che hanno difficoltà ad ottenere un passaporto – per
es. Sudan - , comprino passaporti di altri Stati e si facciano passare per cittadini di uno Stato a cui non appartengono), e un ruolo
di sostanzioso aiuto per le persone che hanno difficoltà burocratiche o richieste di documenti a Roma. Se un ghanese ha bisogno
di qualcosa all’Ambasciata deve passare attraverso il presidente
dell’associazione, che raccoglie tutte le pratiche e, periodicamente si reca a Roma a presentarle ed ottenere risposte.
Nel caso dell’associazione ghanese di Bergamo, inoltre, la spinta
definitiva per la costituzione dell’associazione è avvenuta proprio
dall’Ambasciata, e il contatto fra il presidente dell’associazione e
l’Ambasciatore è continuo e frequente.
Dalle parole del presidente emerge anche una profonda coscienza
politica rispetto alla vita del Paese, e alla capacità dell’associazionismo qui in Italia di influenzare alcune scelte politico/amministrative che vengono fatte in Ghana.
“Fino a un certo punto era lasciato (l’idea di creare un’associazione),
avevamo lasciato praticamente.., sembrava che nessuno fosse interessato; ma piano piano è arrivato il punto quando nella seconda
fase è stato l’Ambasciatore del Ghana, un nuovo Ambasciatore di
Ghana che è arrivato a Roma, che ha cominciato a chiedere a tutti i
Ghanesi di formare l’associazione. Allora con quegli stimoli da parte
dell’Ambasciatore abbiamo detto “l’associazione c’è già, dobbiamo
solo riorganizzare”… E’ per questo che ho ricominciato. In questo
momento abbiamo capito: se l’idea è per trovare casa e trovare lavoro
allora non riusciremo più a portare intorno tutti i Ghanesi perchè
chi ha già casa, chi ha già il lavoro allora non verrà, ma se l’idea è di
raggruppare tutti i Ghanesi intorno all’Ambasciatore come cittadini
27
Ghanesi, allora diventa un’altra cosa e poi con l’Ambasciatore siamo
riusciti ad arrivare ad un accordo che diceva “va bene, uno che deve
arrivare a Roma, invece che viaggiare da Bergamo fino a Roma per le
pratiche, doveva passare attraverso l’associazione”. A volte l’associazione può raccogliere tutte queste pratiche che servono e poi tramite
una persona può mandare uno per venire a Roma per fare tutte queste cose per gli altri. Ma solo l’associazione poteva indicare se questo
che è venuto è una persona genuina, perciò ognuno doveva iscrivere
in queste associazioni prima di..., o anche se lui stesso deve venire a
Roma deve passare dall’associazione per avere una lettera…
Un riconoscimento?
Un riconoscimento. Era basato su questo principio.. hanno capito che
c’erano tanti immigrati con passaporti o documenti ghanesi che non
erano del Ghana. Questa cosa dava un pò di fastidio, allora tramite
l’associazione uno può capire se quello che è arrivato o che ha questi
documenti ghanesi è proprio un ghanese o no.
Quindi l’associazione ghanese fa già da filtro rispetto a tutte le
persone che dovrebbero andare in ambasciata. E come fate a verificare se una persona è effettivamente ghanese o no?
Basta un incontro, parlare con la persona… perchè normalmente
non verrà neanche a iscriversi in associazione, sapendo che non è un
ghanese ma ha documenti ghanesi non verrà neanche a iscriversi,
e allora l’ambasciatore ‘ti devi procurare un riconoscimento dalla
vostra associazione’ diventa già un impedimento.
Quindi c’è già un filtro iniziale. Da parte di tutte le associazioni
ghanesi in Italia?
Sì.
Mi sembra di capire che le associazioni ghanesi in Italia, quindi anche la vostra a Bergamo, rispondono ad alcuni criteri dati
dall’ambasciata.
Sì, per esempio ultimamente abbiamo avuto una serie di incontri con
l’ambasciata, uno per protestare per aumenti di costi dei servizi all’ambasciata, perchè è stato aumentato senza nessun motivo, noi pensiamo senza motivi, però forse ci saranno i motivi, allora questo vuol dire:
non è solo per raccogliere informazioni dell’ambasciatore ai nostri
connazionali, ma per essere proprio mediatori tra le due parti (…)
28
abbiamo formato anche un’associazione nazionale delle associazioni
ghanesi, vuol dire i vari rappresentanti di tutte le associazioni si incontrano ogni due o tre mesi per decidere le cose comuni. In questo
momento le varie associazioni vanno avanti per comunicare con i
governi del Ghana, a volte attraverso l’ambasciatore, a volte, oppure
direttamente, con il parlamento giù in Ghana, infatti stiamo facendo
alcune cose per riuscire anche a portare per le prossime elezioni
in Ghana.. riuscire a portare qui il voto per noi che siamo qui, sono
alcune cose che stiamo facendo...”.
Come per i ghanesi, i contatti con le proprie rappresentanze diplomatiche sono essenziali per la vita delle associazioni e per le
attività che possono e vogliono svolgere. Una conferma ci viene
data anche dall’Associazione burkinabè:
“Noi collaboriamo alla grande soprattutto con l’Ambasciata, perché
le comunicazioni e le mail del Paese passano dall’Ambasciata e l’Ambasciata è un riferimento per noi qua… anzi il nostro ambasciatore
noi lo chiamiamo il “nostro padre spirituale”… perché lui spesso si
sposta per i burkinabè per qualsiasi motivo. E’ la prima persona a
spostarsi e a venirti incontro, poi lo puoi chiamare quando vuoi, è
sempre presente. Per noi è molto forte sapere che c’è la diplomazia
del Paese che ti sta appoggiando, che casa tua ti sta accanto.
Il vostro Consolato qui a Milano ha rapporti con le istituzioni di Bergamo? Ci sono dei momenti di lavoro insieme, di partenariato?
Per ora no. Con Bergamo non ha molto a che fare. È a Milano per
cui per lui è più comodo agganciarsi alle istituzioni milanesi, piuttosto che bergamasche. Lo contattiamo noi quando abbiamo bisogno.
Però quando si tratta di intervenire presso un’istituzione in favore
dell’Associazione burkinabè, lui è sempre presente, perché so che
una volta è venuto qui a Bergamo, è andato alla Questura dietro nostre pressioni… si muove, ma poco nella bergamasca”.
Anche le associazioni marocchine sono costantemente in contatto
ed è fondamentale il collegamento con il Consolato di Milano e
l’Ambasciata, sia per questioni burocratiche che devono essere
sbrigate a favore dei propri associati, sia per questioni “politiche”
29
di riconoscimento delle varie associazioni e per collaborazioni in
iniziative.
Abbiamo potuto verificare, lavorando a stretto contatto con le
associazioni marocchine, il “potere di richiamo” che hanno le
autorità diplomatiche: se in una iniziativa qualsiasi è presente
il Console o qualche suo rappresentante, piuttosto che l’Ambasciatore, sicuramente la presenza della popolazione marocchina
sarà consistente e propositiva, benché non tutti i marocchini e
non tutte le associazioni condividano le linee politiche del loro
governo.
Anche per l’Associazione Alba il lavoro di collegamento con il
loro consolato a Milano è di assoluta importanza, tanto che, proprio in questo periodo anche “L’Eco di Bergamo” nel suo inserto
“Bergamondo” (13 novembre 2007) riportava il coinvolgimento
richiesto da Alba al Consolato nel sostegno delle loro attività.
Questo l’incipit dell’articolo:
“Con la benedizione dei Consoli di Milano, l’associazione nazionale italo-albanese Alba cerca consenso e sostegno per imprimere un cambio di passo all’attività avviata nel 2001 e già preziosa per l’assistenza agli immigrati ma anche per la cooperazione
con il Paese delle Aquile”.
Nell’intervista del 2005 era già emersa la necessità di un sostegno ulteriore richiesto dall’associazione ai propri rappresentanti
in Italia, e il lavoro continuo di stimolo al Consolato per migliorare la burocrazia qui e in Albania:
“Fate voi da tramite con il Consolato per le pratiche, nel senso
che andate voi in Consolato?
No, non è che faccio.. telefoniamo, contattiamo i Consoli, diciamo
di snellire le pratiche, e poi di fare una richiesta al Ministero degli
Interni in Albania, che i tempi non devono essere così brevi sia
per il passaporto, che l’albanese se gli scade entro l’anno non può
aspettare il dicembre, se no loro non devono fare quello dei 6 mesi,
ma di più, come in Albania in 3 mesi prendi il passaporto, perchè
se loro vanno ogni mese qualcuno del Consolato, vanno sempre
i funzionari del Consolato in Albania, possono fare anche questa
cosa, di snellire il lavoro, che anche lì va lento tutto”.
30
Una nazione, una associazione?
Quando si parla di associazioni di immigrati scatta l’automatismo
con la nazionalità, cioè si crede che associazioni sono formate da
un solo gruppo etnico. Molte associazioni invece raccolgono al
loro interno anche altri gruppi etnici, oppure sono espressione di
una regione limitata del paese d’origine o spesso, di un singolo
paese. Per esempio le associazioni senegalesi non rappresentano i senegalesi tout court, ma quei particolari senegalesi di quel
particolare villaggio.
Spesso le associazioni dello stesso Paese aggregano prevalentemente persone originarie della stessa zona ed hanno l’obiettivo
di sostenersi a vicenda e lavorare per lo sviluppo del villaggio o
del quartiere di provenienza, attraverso piccoli progetti di cooperazione. Come per esempio le associazioni senegalesi.
Si tocca il tema della fatica di vivere le diversità anche all’interno della stessa associazione, perché un insieme di persone provenienti dalla stessa nazionalità non sono un “blocco” uniforme
senza diversità interne.
Si tocca anche il tema del regionalismo; spiega, per esempio la
referente Associazione Maynilad che nel formare il nuovo cda
dell’associazione si è tenuto conto della provenienza dei vari soci
per far sì che le varie regioni venissero rappresentate.
Da evidenziare che il tema è stato toccato quando si è chiesto se
l’associazione viveva delle difficoltà:
“...c’è anche regionalismo fra di noi..infatti nel nominare i candidati
per il nuovo consiglio cerchiamo di nominare uno delle diverse regioni delle filippine..e tra di loro si cerca di adattarsi..ci sono diverse
abitudini però spero riusciremo ad andare avanti e di superare le
diversità di vivere il territorio in cui siamo adesso...”.
Anche il presidente dell’Associazione Avd tocca il tema della frammentazione per nazionalità o addirittura, come in questo caso
per etnia:
“Abbiamo creato questa associazione perché facendo parte di altre
associazioni .ho visto che ogni nazionalità fa a sé e quello non favo-
31
risce l’integrazione..
per questo abbiamo combattuto per creare questa associazione che
non c’entra niente con le altre associazione... non è un associazione
di etnia”.
Un’ulteriore conferma viene data dal referente dell’Associazione Attadamon che spiega la realtà della comunità marocchina
e dice:
“Ora vorrei parlare della realtà della comunità marocchina…la composizione del Marocco è suddivisa in 5 etnie: gli arabi 2 frazioni di
berberi (di Atlas e delle montagne del nord del Rif)che sono diverse,
Saharawi Uiti e Sousse.. ogni etnia ha il suo dialetto e la sua cultura..
normalmente doveva essere una ricchezza per la comunità marocchina invece crea sfiducia e divisione. La frazione più numerosa è
quella araba..e la maggior parte di questa frazione è composta da
persone provenienti da una periferia, sono Kemben sala ossia della
parte di Casablanca. Queste persone seguono solo i loro concittadini
e non si fidano degli altri anche se non so per quale motivo e questo
ha danneggiato la realtà della comunità marocchina, quindi le persone delle varie etnie seguono l’associazione della loro etnia, non una
qualsiasi associazione..ed è anche per questo motivo per cui noi non
abbiamo tanti iscritti…”.
Non solo connazionali.
Un punto abbastanza singolare che è emerso in diverse interviste
è che i presidenti di alcune associazioni di immigrati, ci tengono
a sottolineare che la loro è una associazione “mista”, costituita
da italiani e immigrati o immigrati di diverse nazionalità, ma poi,
quando si approfondisce il discorso emerge che l’associazione
è invece composta esclusivamente da persone di un’unica nazionalità, ma che è considerata “mista” perché la costituzione
anni prima è avvenuta con l’adesione di una persona italiana, poi
uscita dall’associazione, e l’augurio e l’obiettivo che ognuno si
pone è che ci possano essere soci di altre nazionalità, in questo
momento, però, difficilmente raggiungibile.
“Come il nome dell’associazione “Il ponte”, noi stiamo cercando di
32
creare un collegamento, una convivenza tra la popolazione che viene da un altro paese, non dico marocchini perchè l’associazione è
multietnica, e gli italiani.. noi siamo ospiti e allora dobbiamo cercare
una convivenza (…).
Lei diceva che la vostra associazione riunisce persone di diversi
paesi; come è nata? E’ nata dalla volontà di più persone che venivano da vari paesi, oppure ha cominciato uno...
Proprio questo è un problema (…).
Ho tirato fuori sette persone, per prima mettere il primo pilastro, e
dopo le altre ... solo il problema che per trovare sette persone di vari
paesi è un pò dura, non riesci a trovarle. I fondatori dell’associazione
sono tutti marocchini e penso anche i marocchini sono i primi che
hanno fondato associazioni dal ‘90, anche dall’86: hanno un pò di
esperienza in questo. Altri paesi io adesso sto lavorando con albanesi
per formare un’associazione e adesso posso dire che sono passati 12
mesi solo per trovare dieci persone che decidano di fondare un’associazione. E’ una cosa un pò dura. Anche con la comunità senegalese
che è a Lovere stiamo lavorando anche con loro per creare un’associazione. Speriamo che va a buon fine”.
(Presidente Associazione Al Gesr)
In rappresentanza di…i rapporti con il territorio
Da un lato le associazioni ambiscono ad essere (e in alcuni casi
lo sono già) interlocutori delle istituzioni, ovvero uno strumento
di mediazione fra le istituzioni locali e i migranti. Dal canto loro
gli attori del territorio appaiono anche disposti a riconoscere tale
ruolo alle associazioni, che semplifica non poco la loro azione in
quegli ambiti che coinvolgono la popolazione immigrata.
Dall’altro lato però c’è da chiedersi a quale titolo le associazioni
di migranti possono prendere parola: a nome dell’intera comunità di appartenenza? L’effettiva rappresentanza delle associazioni
dei migranti è un problema non di poco conto; io attore locale, io
istituzione, con chi parlo, con chi siedo al tavolo se devo parlare,
per esempio, di una questione che riguarda i marocchini?
…e che queste associazioni sono a volte in lotta fra loro per con-
33
tendersi il ruolo di “rappresentante ufficiale” di una comunità e di
interlocutore di riferimento da parte delle istituzioni locali.
Notevole è comunque il lavoro che ogni associazione sta portando
avanti con gli enti e le istituzioni dei paesi dove hanno la sede e
dove operano, i contatti con i comuni e le parrocchie, lo sforzo di
lavorare anche con altre associazioni italiane dei vari territori per
creare momenti comuni di condivisione e riflessione, per essere
sostenuti nelle loro attività (corsi di italiano per immigrati, corsi di
arabo per i ragazzi marocchini e italiani …), per l’organizzazione di
corsi di formazione, ma anche per prese in carico di persone problematiche e per coinvolgere il territorio facendosi conoscere.
In questi ultimi anni sembra che si stia sviluppando un senso di
collaborazione “reale”, non solo strumentale o finalizzata a raggiungere obiettivi specifici delle associazioni di immigrati, anche
se quando si parla di “integrazione” delle associazioni sul territorio i parametri di riferimento concettuale sono molto diversi,
dovuti sia all’esperienza vissuta qui in Italia, ma anche a come
l’associazionismo viene esperito nel Paese di origine.
Un’altra considerazione fondamentale è che spesso la riuscita o
meno di attività sul territorio, o anche a livello regionale o nazionale, è dovuta alla capacità del presidente o di singole persone
all’interno delle associazioni di muovere “le persone giuste”. In
altre parole ai contatti personali e di conoscenza che il referente
riesce a creare e alla modalità di conduzione dell’associazione, più
che ad un lavoro associativo vero e proprio, che coinvolge i singoli
associati e li responsabilizza nelle decisioni e nelle attività.
L’impressione è quindi che si è ancora in una fase iniziale del
rapporto con le istituzioni; fase caratterizzata da disomogeneità
fra le varie associazioni.
Avere e coltivare relazioni con le istituzioni che siano in grado di
generare degli interventi nelle politiche (se non addirittura dei
cambiamenti) sembra ancora un passo lontano.
La rappresentante dell’Associazione Maynilad dichiara che i ri-
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sultati ottenuti sono pochi e che i contatti sono sempre informali
e dipende molto dalla persona che li guida.
“Sta dicendo che non c’è ancora molto riconoscimento dell’associazione?
Con l’istituzione politica poco, forse anche perché è molto legato alla
persona che li guida”.
Quando si parla di rapporti con il territorio le associazioni li riconducono principalmente alla possibilità di avere i rapporti con
il comune e la provincia; questo tipo di incontro è da tutti richiesto, auspicato e non sempre ottenuto. Da molti c’è una lamentela
che la Provincia non fa abbastanza per ascoltare la voce degli
immigrati.
“Se potessi parlare con qualcuno delle istituzioni, cosa chiederesti?
Le chiederesti …per prima cosa dell’integrazione e poi gli chiederò
de…di aiutarsi di darsi una mano, perché(?)
Senti che manca?
Manca tanto, manca. Tanto, tanto.
Sia da parte del Comune che da parte della Provincia. l’associazione è
legalmente riconosciuta. tutti i movimenti che faccio, tutte le lettere,
non ho mai avuto un centesimo.
Riconosciuto dal punto di vista monetari intendi per avere dei fondi?
Sì. tutto quello che faccio, anche se devo fare un mattone devo fare
di tasca mia, allora piuttosto non avere più l’A…se ho dei diritti sullo stato italiano, allora perché ci sono alcuni che ce l’hanno…che
riescono anche a trovare qualcosa, …le scuole…in Senegal, perché
io adesso ho un altro problema abbastanza grosso sulle donne…
Per quanto riguarda il territorio bergamasco...dal punto di vista,
chiamiamolo dell’integrazione…
(a voce alta) Per forza mi interessa integrarmi, per sapere le leggi,
per sapere il mio diritto...voglio integrarmi eh! Però non è casa mia,
se mi chiudono la porta non posso entrare a casa tua!
Infatti volevo sapere se c’erano difficoltà da questo punto di vista.
Le difficoltà è che se non hai le porte aperte non puoi entrare in casa
Perché vi trovate le porte chiuse secondo te?
Sì. Secondo me sì. Al lavoro sì, ciao, è finita lì…
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Di questo ne discutete nell’associazione? perché mi sembra di
capire che lavorate tanto con il vostro Paese di origine
…sì.”
(Presidente Thiel Sebe)
“Quindi avete un buon rapporto col territorio di Montello?
Quel rapporto diciamo l’abbiamo diciamo…posto
Costruito?
Costruito ma anche posto alla giunta comunale perché prima non
credevano a queste cose che facevamo. Adesso c’abbiamo un grande
rapporto con la giunta comunale, con l’assessore, anche con il vigile,
nel senso viene da noi, prende il caffè da noi, magari se c’è qualche
problemino noi interveniamo…magari interveniamo se c’è un ragazzo
che conosciamo che…si comporta male, magari il vigile per evitare
tutte quelle tappe: carabinieri, questura, magari viene da noi e noi
chiamiamo quel ragazzo e diciamo: ascolta!tantissime volte riusciamo a risolvere il problema lì senza andare più...
I famosi ponti di cui parlava prima?
Certo! Quello per noi…evitiamo magari anche qualche cosa …evitiamo
anche di perdere tempo a carabiniere che c’hanno una marea di cosa
da fare..noi magari cerchiamo di chiudere quella problematica, piccola magari, sul posto...e noi ci sentiamo utili perché a noi ci fa molto
piacere quando risolviamo un problema in questo modo amichevole,
perché il nostro lavoro è quello. Purtroppo noi c’abbiamo un po’ di
difficoltà economiche, è un problemino molto grosso, ecco”.
(Vicepresidente, Es salam)
“..se il presidente non può entrare dal questore, come una volta,
perché una volta era diverso..il presidente entrava e spiegava adesso
non può nemmeno entrare…lei chi è? Non puoi nemmeno entrare..
anche se gli spieghi..niente..
Quindi state dicendo che anche ad essere un’associazione non
venite ascoltati?
“Sì, non ti ascolta nessuno…siamo proprio tagliati fuori..in Francia
non è così...”.
(Presidente Associazione El Amal)
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Un elemento da precisare è una certa difficoltà da parte degli
esponenti delle associazioni di capire che il riconoscimento formale, visto dalla maggioranza come una tappa importante per
avvicinarsi alle istituzioni, non implica necessariamente la piena
visibilità agli occhi delle istituzioni. L’iscrizione al registro costituisce infatti un atto formale, ma questo non comporta automaticamente un riconoscimento sostanziale. Le associazioni infatti
si aspettano di più dalle istituzioni, lo reclamano…dopo che l’associazione ha fatto lo sforzo di scrivere uno statuto, di essere in
regola ecc…:
“Sentiamo che manca un tavolo per dialogare
Serve un’altra linea, non solo uni-direzionale, ma creata insieme, per
affrontare i problemi di convivenza
- se vogliamo andare avanti bisogna aprire le porte alle associazioni…
facciamo un passo avanti!!
- chiedo alla provincia di intervenire, anche per ascoltare i tanti altri
progetti che abbiamo. Per esempio abbiamo il problema dei minorenni marocchini al carcere: questi qui quando escono da carcere,
cosa fanno? Noi vorremo fare un progetto piccolino, con altre associazioni e con la provincia, per aiutare questi ragazzi, chi pensa a
loro quando escono?
Bisogna discutere insieme! La provincia deve discutere con noi!
Nelle cose che succedono la colpa la prendono sempre gli immigrati,
ma non tutti sono così. C’è anche gente onesta, che lavora, che ci
tiene a vivere secondo le leggi”
(Esponente Associazione Toubkal)
Rapporti con le altre associazioni
Uno degli elementi che si è cercato di approfondire in questa ricerca è la capacità o meno delle associazioni di entrare in relazione e di collaborare con altre associazioni di immigrati.
Malgrado le buone intenzioni espresse da tutti i presidenti, in realtà esistono pochissime sinergie fra le associazioni di diverse
nazionalità e, come si è già visto, spesso anche fra associazioni
dello stesso Paese.
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Le collaborazioni, se nascono, sono prettamente funzionali all’organizzazione del torneo di calcio o alla festa, ma non si sviluppano
continuativamente su un livello di collaborazione nella riflessione
e nel coordinamento delle associazioni.
Ogni associazione è impegnata nell’assicurare l’attività e lo sviluppo di se stessa, accettando di “sprecare energie” nel fare qualcosa
con altre associazioni quando ci può essere buona visibilità sul
territorio o quando ci sono particolari affinità con altre associazioni, d’abitudine della stessa zona geografica:
“Il rapporto con altre associazioni di immigrati esiste? Con quali
particolarità?
Abbiamo un rapporto molto forte con l’Associazione degli immigrati
della Costa d’Avorio, perché comunque la Costa d’Avorio e il Burkina
Faso sono due Paesi “fratelli”. Da anni e anni, da secoli, abbiamo
sempre collaborato. Questa cosa è rimasta, anche perché è difficile
trovare un burkinabè che non conosce la Costa d’Avorio e tanti di noi
hanno i parenti ivoriani, magari la mamma, o il padre è ivoriano o
magari ha passato gran parte della sua vita in Costa d’Avorio e dalla
Costa d’Avorio magari si è ritrovato qui in Italia, è strano ma tanti
di quelli all’inizio si dicevano ivoriani, ora invece si sentono burkinabè…
Quindi collaborazione con l’Ass. Ivoriana per questi motivi di vicinanza geografica e “affettiva”
Vicinanza anche storica, come pure per il Mali, il Ghana… però collaboriamo di più con la Costa d’Avorio.
Con altre associazioni di altri Paesi?
Non abbiamo collaborato molto con altre associazioni, a parte quella
volta che abbiamo organizzato un torneo di calcio con i boliviani…
comunque c’è rispetto tra di noi, visto che siamo tutti immigrati e
stranieri qua, ci sentiamo tutti negli stessi panni…
Come vive l’associazionismo degli immigrati a Bergamo?
E’ tradizionale, cioè noi la vediamo più in modo tradizionale come a
casa nostra. Perché siamo qua e siamo stranieri qua, per cui mettiamoci insieme per darci una mano, per starci vicino. Non è che ha
questa connotazione ampia, in modo da farlo diventare una specie
di volontariato internazionale… non siamo ancora a questo livello.
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Anche se può essere chiamato in qualche modo volontariato, quello
che facciamo, però non è così strutturato amministrativamente parlando, come lo sono le altre associazioni italiane.
Lei vede le associazioni immigrate come “ponte” fra il gruppo
nazionale e la società bergamasca? Si vive questa cosa o è solo
un’idea che abbiamo noi italiani?
No, è vera. Si vede che c’è e deve esserci, perchè oramai lavoriamo
insieme, viviamo insieme e bisogna trovare questo “ponte”, questo
dialogo. Finchè non lo troviamo il casino ci sarà spesso. Anche perché
magari i miei ragazzi non hanno la possibilità di accedere al grande
pubblico, ma collaborando con un’associazione italiana le loro idee
vanno, il loro modo di pensare e di vivere va, e accede poi alla fine
al mondo bergamasco , per cui questo passo ci deve essere e noi
dobbiamo lottare perché questa cosa ci sia… c’è e ci sarà… lavoriamo
per sviluppare quello che c’è già in piccole dosi (…).
Ma nel senso che neppure al vostro Paese c’è un senso di appartenenza ad un’associazione? E’ un discorso culturale perché uno
non si impegna, perché non è impegnato socialmente…
Ci si impegna pochissimo socialmente.. finchè non si è toccati personalmente non ci si impegna più di tanto… è culturale, è così!
(Esponente Associazione Burkinabè)
“Ha detto che su questo territorio c’è solo la vostra associazione?
Sì.
Ma secondo lei perchè non ne sono state create delle altre, dato
che è molto più facile con le associazioni?
Quello dipende dalla cultura, la provenienza delle persone, perchè
io ho visto la difficoltà con la comunità albanese che proprio per loro
cultura non sono abituati a questo lavoro, o questo tipo...le associazioni, essere coinvolti dentro le associazioni. Ma il problema è che...
è una cultura. Io la penso così dopo non lo so. Problema anche con
la comunità senegalese Associazione Al Gesr.
Sì, collaborazioni con altre associazioni.. per esempio nei momenti
di organizzare attività sportive; abbiamo partecipato a quasi tutte le
attività sportive che vengono proposte, a volte amichevoli tra Burkina
Faso, Costa d’Avorio, Senegal… Altre attività ricreative come feste e
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tutti questi, normalmente noi non facciamo queste, salvo quelli che
vengono organizzati dal Comune o quelli dove siamo tutti presenti.
Però ricordo di avere avuto contatto con un’associazione di senegalesi, un gruppo di senegalesi, abbiamo già parlato di organizzare alcune iniziative insieme (proprio attraverso lo stesso gruppo senegalese
che mi ha invitato ad assemblee)..... siamo ancora in contatto
Come vede l’associazionismo immigrato a Bergamo?
Associazionismo come immigrati in Bergamo...., finora quando queste associazioni vengono chiamate, io vedo che rimangono su loro
stesse, perchè è difficile per loro uscire fuori dai loro connazionali,
le feste che fanno sono solo fra di loro, è difficile uscire da qui, fino
quando o il comune o un’istituzione una volta all’anno dice ‘va bene
stiamo organizzando questo’.. Vedo che quasi tutte le associazioni
hanno questi problemi, vivono su loro stessi…
Come vede il futuro per le associazioni, quindi anche per quella
ghanese?
Futuro migliore... non so esattamente dire se c’è qualcosa di migliore.
Ma ...qualcosa più aperto, un’associazione che ha la possibilità di dire
“sto organizzando questo”, chiama altre associazioni, dà una proposta
che viene seguita insieme o organizzata insieme con altri. Ma fino a
quando le associazioni stesse hanno difficoltà di partecipazione al loro
interno , diventa sempre più difficile poi. Per presentare o organizzare
qualcosa di grande ci vuole il numero, ci vuole di essere rappresentati.
Però se uno va a chiedere “adesso facciamo questo” domani arriverà
quelli che tu hai chiamato, anche un componente e poi tu trovarti solo o
con un piccolo gruppo intorno a te. Allora sempre diventa molto difficile
mandare avanti qualcosa di questo tipo. Per questo continua ad essere
un pò difficile pensare a un’iniziativa da portare avanti...
(Esponente Associazione Ghanesi)
“Per questo qua… noi adesso, come ho detto prima stiamo facendo
un lavoro nuovo, che vogliamo fare è proprio una… che vogliamo fare
contattando tutte le associazioni senegalesi che sono sul territorio,
non soltanto le associazioni senegalesi, ma tutte le associazioni immigrate e anche italiane, perché veramente per lavorare dobbiamo
vederci a un tavolo, dobbiamo incontrarci. Minima cosa ognuno ce
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l’ha, ogni associazioni ha una minima cosa che sta facendo o che
vuole fare. Visto che l’Assosb è una “associazione madre” – noi la
chiamiamo così – tra noi e altre associazioni senegalesi, per questo dobbiamo farci vedere che siamo in grado di incontrare tutti e
cercare il modo di fare riunire tutti quanti. I Marocchini, abbiamo
giustamente relazioni buonissime con loro, con le associazioni del
Marocco, visto che loro anche sono come noi, sono tantissimi, con
alcuni di loro veramente riusciamo ad avere alcuni contatti. La Costa
d’Avorio, pure.
Interviene M.
Quello che volevo dire, collegato alla domanda, sul rapporto che
abbiamo con le altre associazioni di immigrati che vivono sul territorio. Certo ci sono dei rapporti: l’anno scorso abbiamo organizzato
un torneo di calcio, tipo un “mondialetto” che ha portato la squadra italiana, due squadre marocchine, una squadra senegalese…
quindi i rapporti ci sono, ci confrontiamo dal punto di vista sportivo
e lavoriamo anche quando ci sono delle manifestazioni pubbliche,
insieme. L’altra associazione con cui siamo in relazione è quella
della Guinea. Abbiamo anche tanti rapporti e delle manifestazioni
le facciamo insieme. L’estate scorsa abbiamo fatto una cena etnica a Boltiere, a cui hanno partecipato anche quelli della Guinea.
Il Ghana anche, abbiamo rapporti con il Ghana. Dobbiamo anche
andare da altre, magari per iniziare a coltivare, devi farlo dove hai
i piedi, però dobbiamo andare anche più avanti, oltre l’Africa nera,
dobbiamo anche andare avanti sui paesi dell’America del Sud, e la
Bolivia… io personalmente ho organizzato una manifestazione dove
la Bolivia è arrivata con il suo gruppo di danza, la Casa dei Boliviani,
era veramente fantastica come danza. E poi i pakistani… anche con
loro abbiamo buoni rapporti. Quindi fare un tipo di incontro e di
manifestazione che preoccupa tutte le parti del mondo. E’ questo
qua il nostro… quello che ci auguriamo, un giorno di avere una
comunità di immigrati uniti per mettere questa unione in favore
dello sviluppo economico e sociale del territorio in cui viviamo e
dare la nostra partecipazione allo sviluppo di questo territorio che
è la bergamasca”.
(Esponente Associazione Assosb)
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Ci sono alcuni tentativi, da qualche anno, di creare tavoli di coordinamento per le associazioni di un unico Paese, come per esempio
Marocco e Bolivia, ma vi sono difficoltà e resistenze che potranno
probabilmente essere superate con la spinta dei Consolati.
Parla invece di relazioni con altre associazioni di stampo religioso
i cui soci sono di nazionalità filippina, la referente dell’associazione Maynilad. Dice che tanti soci della loro associazione sono contemporaneamente soci anche delle due associazioni religiose.
Hanno avuto relazioni con altre associazioni in 2 momenti: durante
l’organizzazione della festa di Gorle che era stata pensata per far
incontrare attraverso il “fare” le varie associazioni ed in occasione
di un evento cittadino (parata). Non si è trattato però in questo
caso di un incontro intenzionale, organizzato. Semplicemente si
sono ritrovati in parata insieme ad altre nazionalità.
Parla di associazioni che mettono a confronto le cose che fanno
le altre associazioni e i contatti che vantano, ma non in senso
costruttivo ma più come sguardo che deve in qualche modo misurare la bravura dell’una rispetto all’altra:
“Secondo te quali sono le risorse e i limiti dell’ associazionismo
immigrato a Bergamo?
..per me il protagonismo...
Come risorsa?
Ma..è anche uno svantaggio...
Ma cosa intendi per protagonismo?
Noi..noi..noi..confronto a voi..facciamo questo facciamo quello..
Questo è il limite..anche se può essere anche un vantaggio..
Che vedendo un altro di un’altra associazione e vedendo questo protagonismo può chiudersi o può anche esserne attratto..è un pro e
contro...”.
Il presidente dell’associazione El Amal racconta che dalla prima
associazione se ne sono formate altre e ne è contento:
“Siamo nati quasi 10 anni fa ed ha aiutato molta gente perché prima
ci sono tanti soci che sono andati ed hanno presidenti...
Hanno creato altre associazioni?
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Sì quasi 5..sono contento anche per quello perché così possiamo dare
una mano da un’altra parte..lavoriamo insieme...”
Inoltre dichiara di lavorare con le altre associazioni ma poi nel
prosieguo dell’intervista non risulta che ci sia una vera collaborazione, se non quando c’è qualche notizia importante che può
servire ai marocchini e allora si sentono per avvisarsi fra di loro
Racconta anche di una festa a Colere e a Castione organizzata con
Bolivia e Sud America:
“Abbiamo fatto una festa a Colere...con Bolivia e sud America..sono
3...uniti...abbiamo fatto una festa dall 8 luglio...una festa a Castione...e
abbiamo fatto il nostro mangiare e il loro...per aiutare...”
Il presidente dell’associazione Attadamon racconta della fatica
incontrata a far dialogare le varie associazioni e fa una riflessione
sul perché sia così difficile:
“Ci son più di 10 associazioni di marocchini che hanno quasi la stessa
funzione, tranne il trasporto delle salme di cui ci occupiamo solo
noi...
Ma non troviamo un ambito in cui possiamo lavorare insieme anche
se da parte nostra abbiamo chiamato tutte le associazioni in varie
fasi dell’anno per poter fare qualcosa, mettersi insieme almeno per
cercare di avere una visione unica di come possiamo dirigere questa
comunità che è la più numerosa a Bg.
Certamente 2 anni fa abbiamo chiamato tutte le associazioni almeno
per sedersi insieme e per parlare..siamo riusciti all’inizio..
Abbiamo discusso su alcune cose interessanti della comunità però
dopo una decina di incontri alcuni di loro hanno infiltrato nelle persone il pensiero che ci sono persone che vogliono il potere nella comunità marocchina invece questi incontri sono solo un passo ed era
solo una tavola rotonda dove possiamo discutere le nostre faccende
e cercare una soluzione per poter gestire la comunità marocchina..
Ma è fallito ed alla fine siamo rimasti 3 o 4 ad avere la voglia di
continuare..
E poi nemmeno quelle 3…
Poi abbiamo cercato di organizzare un altro incontro con altre asso-
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ciazioni che non sono del tutto marocchine, abbiamo fatto un incontro
però nemmeno quello è andato bene..
Secondo lei perché?
“Riflette una realtà delle associazioni straniere a Bg..forse sbaglierò
ma dico sinceramente quello che sento e che sentiamo noi..
Quell’ ignoranza che abbiamo nei ns paesi la portiamo anche qui cioè
le associazioni. Portano quella cultura di ignoranza qui a Bg quindi
non hanno imparato nulla della realtà dell’associazionismo…
Per noi l’associazione è un atto di civiltà perché se guardiamo storicamente le altre civiltà troviamo che l’associazionismo è molto importante nella civiltà...
Basta vedere a Bg e in Italia come funzionano le associazioni..
Quando il paese si trova in una situazione di difficoltà tutte le associazioni si danno da fare per poter fare qualcosa..
Invece noi abbiamo una realtà drammatica ma poche associazioni
si muovono..
Magari non è un aspetto che appartiene molto alla vostra cultura...
“È per questo che ho detto che non hanno imparato nulla della civiltà...
Quindi abbiamo solo portato la nostra cultura, identica com’è..
Immagina prima che nascevamo noi esistevano 7-8 associazioni
marocchine…normalmente avrebbero dovuto fare qualcosa..invece
anche adesso ci sono più di 10 associazioni…ma non abbiamo fatto
nulla di concreto..
Cioè non abbiamo fatto niente..che non vuol dire del tutto niente ma
quelle poche cose non sono all’altezza di un associazioni. cioè qualcosa che si possa dire..questa è realmente l’associazioni.
A parte i convegni a cui partecipiamo non si fa nulla di concreto che
possiamo aiutare la comunità marocchina..cioè non è abbastanza
quello che si fa...”.
In sintesi, c’è la consapevolezza che se si lavora uniti la visibilità e
il peso delle richieste è maggiore: però, nella pratica, i contatti e
le occasioni di collaborazione sono pressoché assenti. Ci si rende
conto che i problemi di un immigrato riguardano spesso tutti gli
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altri, di qualsiasi nazionalità si tratti, ma sono ancora molte le
difese e i muri che ci sono fra un’associazione e l’altra.
Sembrerebbe che i vari gruppi nazionali procedano ognuno per
la propria strada, e, salvo pochi casi, lo stesso si può dire per le
componenti dei singoli collettivi.
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VITA ASSOCIATIVA
Organizzazione interna
Il fare associazione costituisce una sorta di “prova” rilevante nella direzione della partecipazione alla vita sociale del territorio
di arrivo e permanenza; oltre che nell’ottica di una “più facile”
integrazione, è emerso come sia di grande aiuto avere contatti
e scambi sul territorio italiano sia istituzionali, sia informali anche quando gli sforzi degli associati sono diretti ad un “là”. Un
“limite” sono però le competenze di chi si impegna per dar vita
all’associazione e, soprattutto, per gestirla: si tratta, innanzitutto,
di avere competenze linguistiche, conoscenze delle dinamiche
istituzionali ed amministrative locali, ma anche delle normative
d’accoglienza dello Stato italiano. Tutte conoscenze non scontate.
Il percorso per accedervi è spesso lungo, a volte tortuoso. Molti
intervistati sottolineano l’importanza di conoscere le norme del
nostro ordinamento, “il come funzionano le cose”.
Un altro elemento che crea differenza, o meglio, che caratterizza
le associazioni intervistate, sono le storie di migrazione, molto eterogenee, dei suoi componenti. C’è un legame diretto tra la
storia dell’associazione e la storia migratoria dei suoi componenti: spesso l’approdo ad una forma associativa, infatti, è il frutto
dell’evoluzione dei flussi migratori che si stabilizzano sul nostro
territorio, altre volte invece rientra nel progetto migratorio stesso.
Quindi, anche rispetto all’organizzazione interna delle varie associazioni ci sono degli aspetti simili – per esempio il lavoro in
commissioni – ma anche grandi differenze di gestione, sia verso
“l’interno” che verso “l’esterno” dell’associazione.
Emerge anche la fatica dei responsabili delle diverse associazioni
a coinvolgere gli associati: l’impegno e la presenza dei connazionali c’è solo in occasioni molto particolari e quasi sempre folkloristiche”, ma non esiste una presenza costante e continuativa dei
soci. Anche questa è una difficoltà comune a tutte le associazioni
intervistate, che riporta anche alla visione che gli immigrati han-
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no rispetto all’associazionismo, sicuramente diversa da quella
italiana.
Vediamo in modo specifico come funzionano alcune associazioni
al loro interno:
Associazione Ghanesi
“Come funziona poi la vita interna dell’Associazione?
Stiamo parlando di associazione ghanesi in Bergamo.... come l’associazione vive.. su una quota di 30 euro annui, quota associativa, abbiamo visto che non possiamo fare tanto, e poi questi 30 euro annui non
sono di tutti i ghanesi intorno, perciò noi siamo limitati in tante cose
che noi facciamo. Uno arriva solo quando ha bisogno. L’associazione
esiste fra alcuni, pochi, che continuano a cercare di tenere il nome
dei Ghanesi sul territorio, ma maggiormente per riuscire ad avere
tutti non è così semplice. Facciamo tanta fatica, però continuiamo a
cercare di essere sentiti fra le varie associazioni bergamasche, così
un domani quando ci sarà una chiamata non saremo lasciati fuori.
Come mai c’è così tanta difficoltà a coinvolgere le persone, i vostri
connazionali? Al di là del fatto che devono poi comunque rivolgersi
a voi per questioni pratiche, come mai i ghanesi non rispondono
a una richiesta di questo tipo?
Un primo problema che ho visto esiste sui vari gruppi di Chiese che
noi abbiamo. Allora ognuno cerca di tenere intorno a se stesso il suo
gruppo. Se oggi abbiamo assemblea, in un gruppo di Chiesa hanno
un battesimo, un altro gruppo sta facendo un matrimonio, un altro
sta facendo un’altra cosa, vuol dire che ogni gruppo ha qualcosa da
fare, allora diventa molto difficile lasciare e venire all’assemblea.
Siccome sono numerosi questi gruppi non possiamo mai avere una
domenica che tutti possano essere liberi quindi loro non riescono
a partecipare a queste cose. Sentono che è necessario, ma in quel
giorno hanno qualcosa da fare, allora continuano ad essere staccati
da un’Associazione nazionale. Questo è il primo problema.
Secondo: se l’Associazione è collegata all’Ambasciata per le documentazioni, per rinnovare i passaporti e tutte queste cose, vuol dire
uno che nel quadro di un anno o di dieci anni (perchè il passaporto
viene rilasciato e poi rinnovato dopo 10 anni) se tu per dieci anni non
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hai bisogno di rinnovare il passaporto allora puoi essere a posto.
Se non ha bisogno di andare dall’ambasciatore per fare tradurre un
documento non serve l’associazione, se ha la sua casa, il suo lavoro...
sono rimasti solo pochi con il buon senso, ad avere queste idee, la
voglia di muovere qualcosa, persone che sono politicamente aperte,
allora loro continuano a spingere l’associazione, a mantenere l’associazione dicendo ‘è una cosa buona’ ma molti altri non hanno …”
(Esponente Associazione Ghanesi)
Associazione Assosb
“Ciò significa che l’Assosb è suddivisa in commissioni?
Si, abbiamo 8 commissioni se non mi sbaglio… è molto organizzato anche quell’aspetto lì, quindi ciascuno di loro avrà una parola da
spendere perché io purtroppo devo scappare…. Soprattutto lui potrà
spiegarvi… comunque l’unica cosa che ti dico che l’Assosb è ritenuta
come interlocutore della comunità sia da parte senegalese che da
italiana… la Prefettura, il Comune, i Comuni con i quali lavoriamo…
questo signore è il nuovo segretario dell’associazione e anche lui è in
grado di rispondere a tutte le domande che volete fare (….).
Queste 8 commissioni … come gestite il rapporto con il territorio,
qui e anche con il vostro Paese e con le vostre istituzioni, Consolato ed Ambasciata. Come funzionano le cose?
Funzionano in modo molto chiaro, perché noi siamo in un campo nel
quale dobbiamo dimostrare ai bergamaschi e agli italiani che siamo
molto più disponibili su un tema o su tanti temi che sarebbero: l’integrazione da favorire perché ha importanza anche sul territorio bergamasco, giustamente come diceva il presidente A. ci siamo incaricati
delle relazioni con le istituzioni che sono sul territorio, che vuol dire
fare il politico con le istituzioni, vuol dire favorire l’integrazione e il rispetto delle persone in generale, non solo l’immigrato ma tutti quanti. Ecco, le nostre relazioni con le istituzioni del Senegal, il Console e
l’Ambasciatore, diciamo che siamo il portavoce dell’ambasciatore e
del console che giustamente comunicano all’Assosb quello che deve
andare dai senegalesi, quello che devono dire ai senegalesi. E poi
anche il nostro governo in Senegal… siamo molto conosciuti e ci ha
anche riconosciuti, perché l’ultima volta ci ha mandato il suo Ministro
degli affari esteri che è venuto a trovarci… quello è più grande di tutte
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le cose e questo qua possiamo anche dire che veramente serve per
favorire comunque l’integrazione e i rapporti con le istituzioni (…).
L’associazione ha un’assemblea generale che raggruppa tutti i membri, soci dell’associazione, che si riunisce tutti i sei mesi, dopo di che
c’è il Comitato Direttore, che ha al suo interno l’Esecutivo che prende
direttive dall’Assemblea. Prima di fare delle cose, un investimento
di più di un miliardo delle vecchie lire è normale che lo portiamo
davanti all’assemblea che l’approva.
E all’interno dell’Esecutivo e del Direttivo ci sono presidenti anche
di altre associazioni, mi sembra di aver capito…
Alcuni si. Il presidente dell’Assosb è presidente di un’associazione
di persone provenienti dalla zona di Louga, nel nord del Senegal.
Il vicepresidente di Assosb è anche presidente dell’ass. Diappo. Io
sono segretario generale dei senegalesi di Kaolak…. Facciamo in
modo che ogni località sia presente, poi noi siamo aperti a tutti, ma
non possiamo fare in modo che 18 o 20 o 30 associazioni che sono
presenti sul territorio facciano parte dell’esecutivo, che è limitato.
Però è aperto a tutti, le persone che hanno volontà e competenze
possono chiedere di far parte dell’esecutivo. L’importante è essere
eletti dall’assemblea (…).
Allora l’associazione, la commissione sociale è quella che si occupa
di questo genere di gente: uno che è malato, non lavora più, come
fare per aiutarlo e farlo andare, mandare qualcosa alla famiglia….
Siamo qua, anche problemi sociali e giuridici, perché, quando diciamo problemi di giustizia… non è che uno fa quello che vuole poi noi
interveniamo; ci sono quelli che… la droga non lo vogliamo, la vendita
dei prodotti falsi non lo vogliamo, non interveniamo… noi interveniamo sui casi che sono casi normali. Il primo scopo dell’associazione
era questo. Poi sono venute altre cose, per esempio comprare questo locale per fare rimanere la gente, perché ci sono sempre quelli
che hanno fatto la scuola e altri non l’hanno fatta… quindi anche
per fare un modulo, per presentarlo alla Questura è un problema,
devono venire dal segretariato per aiutarci. Quindi dobbiamo avere
un locale e qui c’è uno che ha bisogno viene qui e trova qualcuno che
può aiutarlo…” .
(Esponente Associazione Assosb)
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Associazione Alba
“Com’è organizzata la vostra associazione?
E’ più un passaparola…
- non abbiamo una sede, la prima cosa.
- poi gli immigrati si conoscono tra di loro, ed è un passaparola,
per cui non essendoci i soldi per farsi pubblicità, non essendoci la
sede,
- io conosco la tipa, la tipa dice a un’altra…
- c’è questo punto di riferimento perciò è un susseguirsi
- poi a volte ci incontriamo alla casa di una albanese, nostra
associata,che tiene la contabilità dell’Associazione, perchè ha una
casa grande, in via ……
- la tesoriera, sì. Lei corre, poi interviene per il lavoro per gli albanesi, chi ne ha bisogno, guarda è una ragazza eccezionale, anche lei
studentessa, lavora…
Quanti associati avete? E in che modo contattate le persone albanesi per metterle al corrente che esiste la vostra Associazione?
Certo, noi abbiamo fatto così, abbiamo scritto solo il nome, non abbiamo fatto il tesserino, con il numero del cellulare, se c’è qualche
problema ci contattano loro, perchè noi non è che abbiamo soldi per
telefonargli. Abbiamo detto: per chi ha dei problemi diamo il numero
di alcune persone dell’Associazione, siamo in cinque, ci contattate noi
interveniamo sempre entro le nostre possibilità perchè non possiamo
fare…
- poi non è che ci sia questo riscontro fantastico, in questura o in altre
sedi o in alcune associazioni..
- in questura specialmente (…).
Quindi, fatemi capire: la vostra associazione in particolare fa opere
di assistenza e consulenza legali, di accompagnamento rispetto
alle problematiche che hanno gli albanesi. E’ un pò questo lo scopo dell’associazione?
R. Sì, L. è molto informata anche sulle leggi, le cose, e tanti la chiamano anche per… perchè se vai in ufficio per prendere delle informazioni in questura ti dicono due cose e non ti fanno capire bene,
perciò lei sa come funzionano tutte le cose, cosa gli serve da prendere da giù in Albania, la documentazione da portar qua, sa tutta la
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procedura che deve essere seguita e consiglia quello che deve fare,
perchè già uno perde tempo, già i tempi d’attesa sono lunghi poi se
deve perdere anche tempo nell’andare a chiedere a uno che non gli
dà informazioni complete, poi a un altro (…).
Come è organizzata la vostra associazione? Fate degli incontri
periodici, riuscite ad incontrarvi come consiglio direttivo?
Riusciamo ad incontrarci perchè siamo in poche, solo ragazze, ...
anche, anche un ritrovo al bar, un caffè ci si parla di quello che succede.
Voi siete elette dagli associati?
Si dagli associati, 5 anni facciamo…
- sì abbiamo voluto fare ancora perchè scade, e hanno voluto ancora
me ma io non voglio..
Mi avete detto che avete un consiglio direttivo, composto da voi più
alcune altre donne. Poi come fate a gestire la comunicazione con
gli associati, ad informarli delle decisioni che vengono assunte?
Telefonicamente, tutti i numeri di telefono, poi se io conosco la S., gli
dico: io non telefono a quella determinata persona per dirgli, gli dici
te perchè voi vi incontrate, per cui a Bergamo non abbiamo problemi perchè più o meno se io conosco 10, quei 10 fanno passaparola,
invece nelle province contattiamo
- telefonicamente
- o mettiamo i volantini nelle scuole.
Ok, quindi utilizzate un pò il tam-tam, un pò il volantinaggio…
Poi abbiamo messo gli articoli sull’Eco di Bergamo, quando doveva
venire l’altro Console abbiamo messo l’articolo sul giornale che viene
il Console generale, chi vuole riunirsi a noi facciamo una riunione.
E funziona come modalità? Gli albanesi leggono l’Eco di Bergamo?
Sì sì, vengono, sono stati 45 persone, ma quelli 45 fanno poi passaparola agli altri: abbiamo detto questo, fatto questo..
(Esponente Associazione Primavera)
Associazione Primavera
“(…) Tanti non sanno neppure cosa sia un’associazione e a cosa serve e quindi ci vogliono una serie di informazioni per il lavoro che fa
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l’associazione, anche tramite radio o televisione e quindi comunicarlo
un po’ di più, perché poi è davvero difficile dire ad una persona di far
parte di un’associazione senza neppure che sappia cosa sia un’associazione. Ci sono però anche altri limiti, quali la diffidenza che le
persone hanno verso un discorso di associazionismo, perché negli
anni passati ci sono state individui che proponevano di aderire alle
associazioni solo per fregare i soldi, per cui hanno avuto esperienze
negative. Davano i soldi e poi non vedevano più nessuno. Comunque
in Valle Imagna siamo tutti gente del posto, che ci conoscono da tanti
anni e quindi si fidano.
Come pensate di coinvolgere i vostri associati?
Intanto cominciando con la scuola di arabo, che è un buon punto di
partenza. Praticamente se vedranno che i loro figli avranno la possibilità di studiare e imparare la loro cultura, saranno coinvolti e non
si tireranno indietro.
Le risorse: ci saranno in base agli associati. Ogni associato verserà
un tanto al mese, abbiamo definito in Euro 2.50, una cosa simbolica,
per poter almeno creare una base visto che sono tanti (…).
Come fate a contattare le persone e quindi ad invitarle ad associarsi?
Mettiamo annunci al bar, ai phone center e internet-center. Comunque sono stati i marocchini stessi che hanno chiesto di creare un’associazione, quindi sono interessati. Si utilizzano manifesti, annunci,
passaparola, tam-tam della strada, e le partite di calcio, che sono
occasioni che uniscono di più. Se una persona viene a sapere una
cosa riesce a comunicarla agli altri connazionali velocemente.”
(Esponente Associazione Primavera)
Una difficoltà segnalata da più associazioni è la fatica di portare
avanti le attività, perchè a volte i membri anche dei vari comitati
non hanno un permesso di soggiorno, oppure ritornano in patria.
L’instabilità è fonte anche di difficile continuità dei progetti sul
territorio di accoglienza:
“...ecco la grande difficoltà che ho incontrato sia nell’aspetto più
culturale, sia nell’aspetto sociale è la non continuità: uno viene, si
prepara e fa le cose finché non ha un lavoro, o ha un lavoro part-time,
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come trova lavora sparisce..un altro che sembra più…all’improvviso
per motivi x…torna in Bolivia e ci resta! Cioè c’è un alto…
Un turn-over…
Un ricambio! Solo che per questi lavori, come quello del CSA o di
aiuto per lo svolgimento delle pratiche..bisogna ricominciare da capo,
cioè non è mai finita! Non è che dici, adesso fatto questo lavoro e
questo è in grado di sostituirti….io delego, no!..adesso facciamo parte
“juntos per los andes”, cioè le idee sono tante, io sono un vulcano di
idee, vorrei realizzarle tutte…però molto spesso mi manca il materiale umano, perché è nuovo, bisogna ricominciare da capo, prima
di delegarlo bisogna conoscerlo…ho per fortuna, delle persone: uno
che si occupa dei problemi di alcol correlati con un progetto del comune, con l’Acat eccetera, l’ho inserita e porterà avanti il progetto
dell’alcool, c’è qualcun altro di mia fiducia è una persona splendida
sulla quale posso contare quasi quanto su di me che ho delegato per
la fondazione di “juntos per los andes” a Roma che è un’Associazione
di associazioni”.
(Presidente Casa dei Boliviani)
Anche l’associazione Attadamon, nella persona del proprio referente dichiara:
“Se parliamo dell’associazionismo italiano si vede chiaramente come
funziona, sanno dove portare i soldi, sanno come fare a guadagnare
e sanno gestirli e sanno come organizzare un’associazione. Invece le
associazioni straniere non sanno come fare,alcuni enti hanno fatto
della formazione ma formazione morale, non su come si devono fare
le cose, i progetti, non è conosciuto il meccanismo per fare i progetti,
quindi le associazioni non sanno a chi rivolgersi e rimane sempre
un’ignoranza di formazione da cui si possa fare un’associazione(…)
le associazioni straniere hanno bisogno di capire come si fa ad organizzare un’associazione”.
C’è chi tiene formalmente i registri dei soci, ciascuno dei quali, una
volta registrato viene fornito di una tessera, completa di foto, dati
identificativi degli associati e sul retro, delle caselle per i dodici mesi
su cui apporre il timbro quando si paga la quota mensile; è la pras-
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si usata dall’associazione di Sebo Sebe, che è probabilmente la più
grande associazione di villaggio nella provincia di Bergamo, che conta
quasi 400 soci al suo interno. Nata nel 1992 con lo scopo di contribuire ad affrontare simultaneamente i problemi socio-economici del
paese di origine e quelli di integrazione nel paese di approdo:
“Quest’anno abbiamo la riforma nell’organizzazione interna, perché
prima non eravamo istruiti, non sapevamo come fare…
Come siete organizzati?
Abbiamo un comitato esecutivo formato da 7 persone. Solo quelli che
hanno fatto le scuole in Senegal….All’interno del comitato abbiamo
inserito persone istruite…infatti quest’anno è meglio.
Noi come associazione facciamo parte della FADERMI, federazione
di associazioni che vengono dalla regione Nord del Senegal
Il tesoriere della FADERMI sono io (?)…Il segretario generale di questa associazione è nella federazione.
C’è un importo da pagare?
Sì, 10 euro al mese.
Ogni socio ha una tessera; è un rettangolo di cartoncino sottile bianco, più piccolo di una cartolina) con segnati i dati anagrafici, la firma
del socio,il timbro dell’A. Sul retro sono riportati i 12 mesi: ogni mese
viene timbrato se è stato pagato l’importo).
(mostra una specie di quaderno) è il registro delle presenze alle
assemblee. Teniamo tutto registrato, anche se dovessero fare dei
controlli, noi abbiamo tutto segnato quello che facciamo. Se vuoi
venire anche tu alla riunione generale puoi, è interessante. E’ già
venuta altra gente.
Che lingua parlate?
Tra di noi l’arabo. In Senegal il francese è la lingua ufficiale, ma noi
parliamo il dialetto, il Wolof.
La sede è a Bergamo, l’assemblea generale fa facciamo in provincia
di Bergamo. Di tutti i membri dell’A, circa il 70, 80% vive nella bergamasca”.
Una costante emersa in tutte le interviste riguarda quello che
possiamo definire la problematica della sede; infatti, poche associazioni possono contare su una propria sede. Ciò è vissuto come
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un limite ed è una delle richieste più frequenti che si vorrebbero
portare al tavolo delle istituzioni. Qualcuno l’ha già fatto (rivolgendosi o direttamente o tramite una lettera al sindaco, alla chiesa, o
alla provincia); è’ interessante leggere quali motivazioni gli attori
mettono in gioco per reclamare una sede; questa, per esempio,
è la bozza usata dalla Casa dei Boliviani:
“L’attuale mancanza di una sede per l’associazione, se non crea
grossi problemi per quanto concerne le attività svolte in ambito esterno(interventi nelle scuole, nei CRE…) e quella di ascolto e
orientamento, che la Responsabile legale continua a svolgere provvisoriamente nella propria abitazione, limita fortemente quelle che
richiedono spazi per poter essere ancora realizzati (corsi, seminari,
corsi di formazione, conferenze…) La mancanza di spazi adeguati
non è un problema indifferente per le associazioni, perché non le
agevola nella realizzazione delle loro attività e limita notevolmente
la possibilità di costituire un punto di riferimento per l’intero gruppo
nazionale di cui sono, almeno in parte, espressione. (…) malgrado
il desiderio di tutti i volontari dell’associazione di portare avanti e
magari incrementare il lavoro già intrapreso, la Casa dei Boliviani
si ritrova senza i mezzi economici per procurarsi una sede nuova
(…) ritenendo non solo di avere operato in senso produttivo a favore
della numerosa comunità boliviana, ma di aver svolto nel contempo un’azione di sostegno alle Istituzioni cittadine nel difficile lavoro
di gestione dell’attuale fenomeno dell’immigrazione di massa, nel
rispetto delle sue competenze e secondo i principi di una sana Cooperazione, il Centro ha presentato istanza di richiesta di nuovi locali
al Comune e alla Provincia di Bergamo”.
Chi invece ha la fortuna di avere una sede, la usa anche come
punto di ritrovo e di “convivialità”. Spiegano i membri di Es Salam, come è diventato abituale per loro ritrovarsi alla sera, dopo
il lavoro nella loro sede a discutere, giocare a bocce. Anche i loro
figli si ritrovano lì. Le associazioni inoltre (ma anche i semplici
gruppi nazionali), che contano in alcuni casi centinaia di iscritti, faticano ad ottenere l’utilizzo di locali comunali da adoperare
come loro sede. Spesso, infatti, sono obbligate a chiedere in più
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direzioni prima di poter ottenere uno spazio idoneo per quella
determinata attività.
Alcune “eccezioni” si sono riscontrate in questi ultimi anni: le
associazioni con numerosi associati (per esempio Senegal e Marocco) hanno acquistato dei locali per farli diventare loro sede e
portare avanti iniziative sociali o religiose:
“Abbiamo una sede che ci costa una barca di soldi come affitto (…)
è anche molto bella! Noi c’abbiamo una villetta a Montello, con un
terrazzo grande, un magazzino grandissimo e sopra c’abbiamo la
sede: però tutto questo ci costa 1.000 euro di affitto! E questi soldi
dobbiamo tirarli fuori noi”.
(Vicepresidente-Es Salam)
Un’altra soluzione è quella intrapresa dell’associazione dei peruviani, che vorrebbe affittare, insieme ad altre associazioni, una
stanza o una casa:
“Stiamo trattando con due persone, perché possibilmente fra un
gruppo di associazioni si affitti una casa. Ora si sta in trattative, poi
magari a settembre la risposta. E allora lì inseriremo anche l’associazione dei peruviani, perché avere una sede è importante: devi
avere un computer, un telefono, non puoi utilizzare quello di casa tua,
se no!!! Sono mille peruviani a cui devi comunicare le cose!”.
(Esponente Perù)
Altre invece hanno stipulato un contratto d’affitto (per una, due
volte al mese, stabilite) con la sala riunione di alcuni hotel. Le associazioni che non hanno optato per queste scelte, soprattutto per
motivi economici, si arrangiano invece di volta in volta, a seconda
della disponibilità dei propri associati. Ritrovarsi nelle case dei
vari membri, infatti, rimane l’unica possibilità:
“Prima andavamo in un negozio, adesso non c’è più. A volte andiamo nelle case private dei membri, oppure all’ARCI di via Quarenghi, oppure in via
Borgo Palazzo da Rifondazione comunista ..oppure alla Gavazzeni…è un
problema non avere la sede. A volte stiamo anche in strada a parlare”.
(Esponente Bangladesh)
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Le quote dei soci non bastano
Da tutte le associazioni intervistate emerge, in modo esplicito, la
necessità di conoscere quali sono i canali per avere finanziamenti:
a chi rivolgersi? In che modo? Come fare per essere ascoltati?
Quasi tutte le associazioni, infatti, vivono grazie ai contributi degli associati, ma per tutti è evidente la difficoltà a “far quadrare
i conti”:
“Non è che noi riusciamo a fare un granché perché fino ad adesso
non abbiamo mai avuto un fondo dallo stato italiano. Tutti i costi li
abbiamo fatto noi (…) questo è un aspetto negativo…sono andato da
tanti, ma non riesco a trovare qualcosa, mi promettono, mi promettono, faccio mille telefonate e dico: Ah, finalmente, ma poi niente!”.
(Presidente-Thiel Sebe)
Altri invece sottolineano che è difficile organizzare qualcosa, oltre
per la scarsità dei fondi, anche perché non si sa come fare, come
spiega il presidente dell’associazione Thiel-Sebe:
“Sul territorio di Bergamo, non abbiamo mai avuto la possibilità di
fare qualcosa, primo perché il tempo è poco, ma dopo perché non è
che riesci a trovare qualcuno, a lavorarci insieme. Se non c’è qualcuno che ti accompagna, che ti indica la strada, le vie, non è che
puoi fare gran che…ci vuole uno che ti dà un aiuto, che sa le leggi, i
diritti”.
“Abbiamo intrecciato in questi due anni delle relazioni importanti, cosa che…a me particolarmente, mi implicava moltissimo soldi
e tempo!....certo, non siamo stipendiati! Però quello lo sapevo io
dall’inizio, non mi ha mai fatto problema, però arriva un momento che
dopo le spese sono tante, non riesci a mantenerle e allora, dici, come
fai? Devi chiamare al telefono, dopo le bollette salgono…la benzina,
e se hai uno stipendio normale medio, cominci ad uscire..e cominci
a dubitare di queste situazioni no!” .
(Esponente Associazione Peruviani)
Parlare di “fonti di finanziamento” nell’ambito associativo è quindi
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un po’ prematuro; la raccolta fondi, intesa come attività di contatto
strutturata con privati disposti a finanziare l’associazione o le sue
singole attività, non è svolta da nessuno. Si ricorre all’autofinanziamento tramite:
- quote d’iscrizione all’associazione
- “i portafogli” dei soci più attivi
- attività quali feste, incontri
- sponsor privati.
L’entità della quota associativa varia nelle associazioni; chi la richiede mensilmente, chi una volta l’anno come quota d’iscrizione
e chi la rimanda alla disponibilità dei singoli soci:
“È l’amore che abbiamo creato verso l’associazione e vogliamo fare
nascere nelle persone, perché..il lavoro di associazione è un lavoro di collaborazione…tu dai qualcosa ad un altro che ha bisogno…
aiuti gli altri e questo è il significato che noi vediamo quando uno ha
questo amore verso l’associazione…è per quello che a fine mese ci
guardiamo negli occhi e ci diciamo: ei ragazzi quest’anno mancano
500 euro, non è ti dobbiamo stare lì a rompere per dieci minuti …
sanno che siamo in cinque, tac allora sa che lui che deve dare 100
euro e lui tira fuori 100 euro. Sicuramente non comprerò una maglietta di marca al mio bambino, però magari gli prendo qualcosa
dai cinesi che costa meno e siamo a posto: lui c’ha la sua maglietta,
la mia associazione …ha aiutato delle persone che magari c’hanno
bisogno di cibo, da mangiare, ecc...allora noi abbiamo contribuito a
quello, e per quello noi sicuramente (ridono) non diventeremo mai
ricchi, perché i nostri soldi li dividiamo tra la famiglia e questi lavori,
più altri aiuti che facciamo, per dire con la festa di Ramadan fine
anno noi dobbiamo tirare dei soldini, abbiamo aiutato delle persone
al Marocco”.
(Esponente Es salam)
“Come mai non chiedete soldi un po’ per uno a tutta l’associazione… è una scelta di associazione?
Non è una scelta..è un problemino grosso questo, perché sono pochissimi quelli che si buttano dentro, che credono in questa cosa,
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noi abbiamo iniziato e detto:guardate se rimaniamo su questo punto
sicuramente non andiamo avanti, sarà sempre questo problema di
tessere...allora, noi cerchiamo di sacrificarci per i nostri figli, perché
se noi non facciamo questo passo, addirittura a noi ci costa 100, 100
qualcosa in ogni mese!! A parte le altre spese, magari vai a Roma, partecipi, vai a Milano, vai al consolato…e sono spese che tu non lo conti,
perchè vai a benzina e tempo..noi abbiamo detto: va beh, dobbiamo
fare questi sacrifici, per fare questo salto…sicuramente arriviamo un
giorno, perché adesso ci sono difficoltà, però arriverà un giorno dove
superiamo questo. La nostra speranza è magari di avere qualche aiutino da qualche comune, provincia, regione…entrare in questo sistema
di progettino, che noi stiamo già facendo: abbiamo fatto la scuola di
arabo per bambini arabi, non solo marocchini, ma per tutte le altre
nazioni arabe. Abbiamo fatto un corso di italiano per le donne marocchine e straniere e quello l’abbiamo finanziato noi, abbiamo fatto un
corso di italiano per i maschi, l’abbiamo finanziato noi” .
(Vice presidente Es salam)
In azione
Gli obiettivi dichiarati da ogni associazione sono perseguiti promuovendo un vasto ventaglio di attività, tra le quali spiccano le
feste dell’associazione e le scuole di lingua.
Attività definibili più “politiche o sindacali” come una mobilitazione generale dei membri, con finalità diciamo rivendicative, non
sono quasi mai state citate.
anche attività con una forte connotazione religiosa sembrano non
aver nulla a che fare con le associazioni. I due campi sembrano
essere molto distinti: la religione non c’entra niente con il mio
ritrovarmi in associazione.
Ogni associazione indirizza i suoi sforzi verso attività specifiche,
come l’organizzazione di corsi di lingua italiana per stranieri, tornei di calcio, organizzazione di spettacoli folkloristici.
Le attività che si rivolgono al territorio di accoglienza, rimangono circoscritte ad un ambito territoriale ristretto: provinciale o
comunale.
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La comunicazione delle attività viene esplicitata tramite i canali
tradizionali della comunicazione: passaparola, volantini, telefonate, riunioni. L’elemento nuovo è costituito dagli sms. Un’altra
modalità è la radio, per esempio i senegalesi ascoltano una loro
radio che li tieni aggiornati rispetto a quello che succede in Italia
e in Senegal.
Un aspetto importante è la promozione della loro cultura attraverso la realizzazione di manifestazioni culturali e ricreative, che
coinvolgono i cittadini bergamaschi attraverso musiche, danze,
cibi, colori, arte…
“Quindi l’associazione fu creata nell’89 da queste 39 persone, poi
ci sono tanti altri cambiamenti, perché dall’89 fino al ’92 abbiamo
raccolto sempre mensilmente le “cotisations”, dopo con tutti i cambiamenti che ci sono adesso la quota è annuale, non è più mensile,
quindi abbiamo introdotto anche altre organizzazioni che sono un po’
più complete; certamente l’associazione è nata in quell’epoca lì , ma
non si limita soltanto ad intervenire in quel senso lì. Facciamo anche
tante altre cose. Nel ’90 mi ricordo che c’erano anche tanti altri problemi per la comunità: orientamento, ricerca lavoro, collocamento..
perché gli stranieri hanno cominciato a lavorare per lo più nel ’90;
non sapevano neanche cosa significa il collocamento, il libretto di
lavoro, il problema di alloggio; noi abbiamo affrontato tutti questi
problemi dal ’90 fino al ’94, arrivando nel ’95 le cose cominciano a
migliorarsi, nell’aspetto alloggio, conoscere gli indirizzi utili, come la
Questura. Il collocamento, il libretto di lavoro tutte queste cose qua
erano già problemi superati. Quindi cosa abbiamo fatto? Abbiamo iniziato un percorso nuovo, di cercare di creare un clima e le condizioni
per integrarsi nella società italiana, cominciare ad organizzare corsi
di lingua, di formazione… tutte queste cose. Fin dove siamo arrivati
oggi. Perché l’immigrazione nel ’90 non è più come nel 2007. Adesso
ci siamo più integrati, capiamo meglio le leggi, capiamo meglio anche
la situazione, il nostro dovere… purtroppo mancano i diritti, come
diciamo sempre noi. Però voglio dirti che c’è stata tanta imitazione
diciamo….. fino ad oggi. Adesso abbiamo degli eventi, delle manifestazioni. L’Assosb adesso è diventata grande, abbiamo quasi 2.000
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soci, siamo anche sparsi nella provincia, al di là anche della provincia…
quindi questo è tutto quello che è successo dall’’89 ad oggi”.
(Associazione Assosb)
“Noi facciamo il lavoro de orientazion, un lavoro de dedicazion, por
exemplo io non avevo una scrivania e andato io a S. Lazzaro e parlato
con el prete e aiutado e così ho detto: “don Mario Marossi (Missione
S. Rosa da Lima) mi da un posto con una scrivania per esplicar al
boliviano?” …io soy come una confessora no? Viena con tanto problema la gente, tantissimo problema…io le doi la tranquillià e digo
“devi esser forte!”..fuerte, devo escuciare, ma non si parla de lavoro,
no!..cadauno save come come prendere lavoro
Degli altri aspetti della vita quindi?
Sì…solamente l’aspetto della vita, come devon ellos imparar tanta
cosa: timbrar, el comportarsi bene, como comportarsi con la gente,
come mangiare, come attendersi all’anziano, come dargli amore,
se l’anziano esta con problemi di salute...però deve portare la tranquillità, multo amore...così…de questa cosa se parla...y la gente es
multa carina…gentile”.
(Presidente ACISBOL)
Alcune associazioni riescono anche a sviluppare dei momenti di
incontri per parlare di tematiche importanti, riguardanti anche
l’integrazione:
“Ho portato un avvocato italiano per spiegare i permessi di soggiorno,
cosa bisogna fare. A livello provinciale abbiamo incontrato le autorità
per dialogare con loro.
Siamo andati in questura: una delegazione della nostra associazione è andata dal questore per i permessi di soggiorno…perché sono
troppo lunghe le code, fuori al freddo…
E cosa avete risolto?
La risposta negativa è sui permessi di soggiorno…è una cosa che
prima va risolta a livello nazionale, il questore non può giudicare
sui permessi di soggiorno.
La risposta positiva è che sui ricongiungimenti famigliari apriranno
4 sportelli. Ora sono solo due.
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Le file sono troppo lunghe, al freddo, noi abbiamo chiesto di poter
fissare un appuntamento e non fare più file..anche perché si lavora,
e stare tanto in fila come fai?
Poi abbiamo parlato dei rapporti con il comune, con il territorio, c’era
anche l’Eco di Bergamo,siamo stati contenti di essere andati dal questore. Ci avevamo provato già due volte, ma non ci aveva ricevuto.
Allora abbiamo fatto manifestazione a Bergamo, dopo il questore ha
accettato la delegazione.
Conosciamo anche i sindacati della CISL, ci hanno detto che se abbiamo problemi possiamo rivolgerci alle loro sedi di Travaglio, Zingonia
e possiamo parlarne insieme.
A volte ci rivolgiamo a Bavar Seck di Brescia, la fanno più veloci a
fare le cose rispetto a qui a Bergamo”.
(Esponente Sebo-Sebe)
“Ancora questo mare di problemi, parliamone..
Per esempio il problema con la scuola, la comunicazione tra scuola
e genitori marocchini. Le mamme non parlano l’italiano e a volte
neanche l’arabo, ma qualche dialetto. E la mediatrice culturale non
serve a niente…così ci sono difficoltà col bambino a scuola ,ma non
ci si riesce ad intendere..noi abbiamo provato a portare dei nostri
mediatori, che conoscono veramente la lingua. In una scuola è stato
accettato…chi vuole lavorare veramente con gli immigrati deve essere disposto a lavorare di sabato, domenica, alla sera”.
(Segretario associazione Toubkal)
Alcune associazioni hanno comunque “spirito imprenditoriale”
per cui, quando fanno le loro iniziative hanno sponsor, agganci e
sostegno da parte di privati e amministratori pubblici; anche se,
il canale privilegiato, rimangono comunque i membri. Come già
riportato, alcune associazioni sentono la necessità di farsi conoscere all’esterno utilizzando diverse forme: convegni (Senegal
– Marocco – Burkina Faso ), seminari, incontri culturali di vario
genere, e presentando anche i progetti di sviluppo che molte di
loro hanno con il Paese di origine. Anche al loro interno sviluppano progetti di formazione indirizzati, per esempio, ai ragazzi del
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proprio Paese (corsi di lingua araba per bambini marocchini etc.)
aperti anche alla popolazione italiana.
“L’associazione delle Filippine ha svolto attività culturali, ricreative,
religiose e degustazione etnico-asiatico e salvaguardia di diritti. Ne
ricordo alcune
1994 festival di Viareggio
2004 Multifesta di Gorle
2005 preparazione di piatti tipici filippini e presentazione in diversi
oratori
2005 organizzazione torneo di basket
In aggiunta a queste attività organizzazione e animazione S. Messa
domenicale presso l’oratorio di S.Croce e feste di Natale”.
(Associazione Maynilad)
Il presidente dell’associazione El Amal racconta di Feste a Colere,
Lovere, Parre, una riunione con gli italiani per presentare l’Islam,
partite di pallone organizzate dalla CISL, festa multietnica e trasmissione di informazioni importanti tramite biglietti in luoghi
frequentati da marocchini
“Spieghiamo alla gente quello che esce dalle riunioni così lo sanno
anche loro.
O magari scriviamo...mettiamo tanti biglietti..nei posti più frequentati
dagli extracomunitari”.
Il presidente dell’associazione Attadamon parla poco delle attività
svolte dall’associazione tranne quando descrive brevemente la
conferenza del 2004:
“Nel 2004 abbiamo partecipato ad una conferenza, siamo gli
unici, davanti alle istituzioni,l’agenzia aveva organizzato un
convegno e ci hanno chiamato...eravamo appena nati.. ma abbiamo avuto anche successo...ed in quel momento siamo stati
conosciuti dal territorio...”
Il presidente dell’Associazione AVD dice:
“Siamo in accompagnamento di segretariato sociale e tante altre
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cose perché stiamo facendo tante cose..anche in Africa..
2 anni fa abbiamo chiuso un progetto con il comune di Bg e l’ospedale che ci aveva regalato materiale ospedaliero e carrozzelle per
handicappati e le abbiamo portate in Africa..
Quest’anno stiamo pensando qualcosa per combattere la malaria in
Africa, stiamo pensando al Sudan e abbiamo contattato il governo
locale tramite il ministro degli affari esteri e tramite medici senza
frontiere che sonoul posto.
In Italia…le prime attività fatte..stiamo basando tutto sull’integrazione..
Il 1^anno abbiamo organizzato un convegno sull’integrazione al
quale abbiamo invitato il presidente dell provincia e il vs direttore e
altre ppersone
Il 2^ anno l’abbiamo fatto anche invitando tanta gente per cercare di
spiegargli cosa vuol dire integrazione e come dobbiamo fare..
Il 3^ anno abbiamo invitato il ministro degli affari esteri del Senegal
per rafforzare l’integrazione sul territorio, magari invitando i più forti
possiamo avere la possibilità che la gente ascolta meglio..”
“..l’anno scorso abbiamo fatto un we culturale per l’integrazione..
C’era un torneo di calcio di 4 squadre della regione...”.
L’elemento di riscatto e dignità culturale è emerso in modo esplicito in due interviste: alla richiesta di spiegare cosa intendesse
quando parlava di ritenersi un’associazione culturale, il vicepresidente Es salam spiega che:
“Culturale… noi prima di tutto difendiamo... facciamo conoscere la
nostra cultura, perché noi crediamo che il muro che separa le due
culture… per conoscerci, noi cerchiamo di far conoscere la nostra
cultura. Noi facciamo lo sforzo di conoscere la cultura italiana, e
questo è già una prova che parliamo l’italiano, vuol dire che abbiamo
fatto lo sforzo di imparare la lingua per essere utile e per capire le
cose più svariate, magari io… scusate il termine, c’è una parolaccia,
dici: vaffanculo, per noi all’inizio quando uno ti manda questa parola
ci offendiamo, si credeva che era una parola…
Forte?
Forte! però col tempo abbiamo capito, no! È solo che magari uno ti
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manda a quel paese… e dopo due secondi si è fermata la cosa…e
tantissimi che magari non conoscono queste battutine crea un po’ di
problemi…io ho avuto anche delle esperienze, collaboro anche col
sindacato, abbiamo avuto delle denunce”.
Spiega poi come al coordinamento degli immigrati di Bergamo
arrivano molte denunce di “comportamenti razzisti”; ma quando si indaga un po’ di più si capisce che sono stati dei malintesi
culturali:
“Penso che diffondere…per fare conoscere la nostra cultura: il modo
di vivere, di mangiare, di dormire…perché è anche un’altra cosa, io
ho avuto addirittura un problemino quando ho, sono traslocato per
cambiare la residenza…quando è arrivato il vigile non è che ha trovato tutti i letti sistemati, magari quando uno compra la casa e gli
hanno succhiato anche il conto, allora magari si arrangia in un modo
o l’altro per dormire...e questo diceva: come fate a dormire qua?
non ci sono letti!e però c’è qualcosa, ci arrangiamo! Perché non è
obbligo che io dormo sul letto! Perché nostra cultura, quando si va al
Marocco, magari cinque, sei persone dormono nella stessa stanza,
con dei tipi di…perchè anche le camere sono addirittura attrezzate in
quello modo che possono dormire tante persone, perché si può usare
come camera da letto o come camera degli ospiti, o da mangiare, che
sono diversi tipi di arredamento che serve in tutte le parti...e questo magari per un italiano non può esistere, ah! Per lui diventa una
cosa, dice: come fai? Come noi immigrati abbiamo questo problemino
anche per permesso, ti dicono: tu devi avere una certa metratura!
Però noi siamo abituati anche a vivere anche quattro o cinque in una
stanza e questo c’ha un significato molto forte! Della solidarietà, io
non posso avere 120 metri quadri con due persone e gli altri dormono fuori, anche questo è un tipo di solidarietà che si divide con
la famiglia o qualcos’altro...per quello quando diciamo culturale è
quello di cercare di fare conoscere la nostra cultura, il nostro modo
di vivere, di mangiare…più non solo culturale, facciamo anche sport,
è una cultura sportiva, perché abbiamo anche una squadra che ha
partecipato anche al torneo l’anno scorso”.
(Vicepresidente Es Salam)
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“Il grado di educazione che arrivano è molto basso, molto basso
Tu pensi?
Sì, molti non arrivano alla conoscenza minima del leggere e scrivere..
allora questo è un handicap.
Ma stai parlando solo dei peruviani o dei sudamericani in generale?
Questo i peruviani. Intuisco che i boliviani sono peggio ancora, perché
ti trovi con casi che proprio non prendono la penna perché non lo
sanno. Questa è una limitazione, non per il fatto di non saper leggere
e scrivere ..penso che una conoscenza, de qualunque tipo de robe ti
porta ad un’apertura mentale per affrontare le cose e per me è un
handicap...abbiamo fatto una serata con le poesie peruviane..c’erano
10 persone. Abbiamo proposto di parlare su dei viaggi, di un signore
che aveva portato le cose di Macchu Picchu, ma erano più gli italiani
che i peruviani! Allora c’è una serie di cose che la gente se ne frega della questione, perché la comunità peruviana è molto più pratica. Devo lavorare! Io devo lavorare alle 8, alle 6 ok, sto in giro fino
alle 4, vado a letto poi faccio la doccia e vado a lavorare. Come fai a
lavorare?lavori bene? Ma…Smetto alla una, torno a casa, mangio,
esco a ballare, torno alle… cioè una vida… per anni così eh...!!!!
Ma tu dici che il peruviano è così come mentalità?
Eh…io penso che parte dalla,ripeto, dalla non conoscenza...sai la vita
non si può limitare soltanto a passare da una situazione ..c’è tanti
aspetti diversi…”.
(Presidente Associazione Peruviani)
“Avevo proposto il viaggio al mare, siamo andati al mare ben due
volte…
Ma come associazione?
Sì, sì. Abbiamo organizzato, preso un pullman, affittato, e lì è stato un
esito, perché c’è il divertimento, la birra, la festa, la musica.
E i peruviani arrivano…
eh sì, però ogni volta che devo essere io il papà che devo gestire la
cosa, perché sappiamo che la musica alta dà fastidio agli altri, come
con le feste, io ero il primo che ho limitato la vendita di alcol… “la
festa sta fino a che ora?” “Ah, alle undici finisce? Allora alle 9 fermi
66
tutti, non vendiamo più niente.
Non hai avuto recriminazioni?
Certo…uff, figurati”.
(Presidente Associazione Peruviani)
L’importanza delle festa è vista in due modi diversi dai rappresentati sud americani per il presidente dei peruviani, la festa è
un modo per accalappiare le persone.
“Abbiamo cercato di fare un opuscolo perché la riunione non funzionava
Perché? Non veniva nessuno?
No!Ripeto, c’è una specie di…di… non lavoro dietro, perché il menefreghismo, come lo interpreto io…è molto diffuso…perché se le
persone vanno, partono con un preconcetto; allora: se tu non le hai le
cose, per es. ok c’è questo e se questo è importante per te perché il
rinnovo del permesso di soggiorno sarà così, tu devi andare da loro…
non è che se scade il permesso e loro vanno da te, tu devi andare da
loro. allora abbiamo capito questa formula, no! E l’unica forma per
radunare le persone, massicciamente, non era con le riunioni, ma era
con le feste. Con le feste, con i quattro grossi eventi che abbiamo fatto, noi prima di iniziare fermavamo tutto e …davamo tutta l’informazione a livello sociale. Avevo trovato anche uno psicologo che aveva
studiato in latino america, di origine italiane, che parla spagnolo…che
dava supporto gratuito psicologico, una valanga di gente!!!
Sì?
Sì.
Ha funzionato?
E un avvocato che adesso …adesso sta trattando dei casi…di espulsi,
di gente che ha avuto incidenti…,assicurazioni…tutte queste cose …
abbiamo avuto questi contatti” .
(Esponente Associazione Peruviani)
Di pensiero diverso è invece la presidentessa della Casa dei boliviani, che pensa come i sud-americani, in generale, siano capacissimi di organizzare e fare festa, senza bisogno che qualcuno
la organizzi.
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“Se vogliamo fare una festa alla Malpensata..dobbiamo andare a
chiedere i permessi; se vai da solo non ti ascoltano, non ti danno
niente…se sei in associazione ci sono più probabilità, se si è uniti in
gruppo possiamo fare valere i nostri diritti”.
(Esponente Associazione Bangladesh)
“Quando fate le feste cucinate peruviano?
Cucina peruviana.
Ma alla festa vanno sono gli immigrati? O vengono anche bergamaschi?
Sì, ci sono tante coppie miste…abbiamo scoperto che ci sono tanti figli
adottati, e sono cominciate ad avvicinarsi, con molto piacere, da soli…
da soli…i ragazzi dei 16 che avevano questa faccia india però parlando
con questo accento bergamasco! allora...questo avvicinamento da
loro, della curiosità di dove vengono, come si comportano…ci ha fatto
conoscere alcune famiglie molto carine, molto simpatiche…ed è bello
perché questi bambini sono bergamaschi, solo con faccia da indio…
e quando vedono l’atteggiamento peruviano si sentono un po’ persi
no?..e allora è come portarli per mano..allora senti questa musica, ti
piaci? Quando viene uno, ciao tu di dove sei? Studi qua?incominciano
a bere la birra in un modo che non è il suo…”.
(Presidente Associazione Peruviani)
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QUI E LA’
Una delle possibili “lenti” per guardare all’associazionismo dei
migranti è quella di distinguere dove sono diretti gli sforzi e i progetti delle associazioni. C’è un qui, che si declina nei progetti attuati nel territorio d’accoglienza, come è emerso in precedenza…e
c’è un là, che richiama uno stretto legame col Paese d’origine, ma
non semplicemente in chiave nostalgica. E’ un là attento a quel
che succede, in contatto con le agenzie del territorio d’origine
(altre associazioni, il consolato, il governo o semplicemente con
dei parenti o amici) per creare “possibilità” di portate un aiuto
concreto. E’ quello che molti intervistati definiscono il “sociale”:
portare l’ambulanza, costruire una scuola elementare, un pozzo,
uno spaccio alimentare.
Sono le associazioni di villaggio gli attori sociali più intraprendenti
nei confronti del contesto d’origine. Esse tendono a svilupparsi nelle
zone in cui si riuniscono molti migranti provenienti da uno specifico
villaggio e spesso si impegnano in vari tipi di micro-progetti di sviluppo nel contesto di partenza, come la costruzione di scuole, pozzi,
acquedotti e ambulatori. Uno dei tanti esempi in questa direzione è
l’associazione Thiel Sebe, il cui nome deriva proprio dal villaggio da
cui provengono tutti i suoi membri, vicino al confine con la Mauritania, della regione di Matam in Senegal. Il suo giovane presidente
spiega come fino agli anni ’70 il villaggio riuscisse a vivere, come
tutti i villaggi vicini, di agricoltura e allevamento, ma:
“Purtroppo a partire dagli anni ’70 la siccità ha decimato le mandrie di
bovini e ovini e ha ridotto drasticamente i raccolti e da allora i capifamiglia del villaggio sono dovuti emigrare prima a Dakar, poi in Francia,
quindi in Italia e in Spagna in cerca di fonti di reddito alternative per
mantenere in vita il villaggio. La nostra emigrazione infatti non è fatta
di persone che cercano fortuna trasferendosi in altra sede con famiglia
e affetti, ma di persone che restano profondamente legate al villaggio
d’origine e vivono l’emigrazione quasi esclusivamente come mezzo di
sostentamento del villaggio stesso”.
Altro esempio in tale direzione si ritrova nelle parole del Coordinatore AIPSS:
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“Veniamo tutti dallo stesso villaggio: Sebo-Sebe, …ha più di 4.000
abitanti..noi vogliamo costruire una scuola elementare e una scuola
media perché ce ne sono poche.
L’anno scorso abbiamo costruito un collegio per la popolazione giovane. Comunque noi quando siamo andati a scuola abbiamo sperimentato la distanza, quindi sappiamo che è meglio avere una scuola
vicina, per questo vogliamo costruirla. Poi ci sono benefici diretti,
cioè per la gente del nostro villaggio e indiretti, per quelli dei villaggi
attorno”.
Caratteristica peculiare delle associazioni immigrate della cosiddetta Africa Nera, è che le associazioni dello stesso Paese aggregano prevalentemente persone originarie della stessa zona ed
hanno l’obiettivo di sostenersi a vicenda e lavorare per lo sviluppo
del villaggio e del quartiere di provenienza, attraverso piccoli progetti di cooperazione.
Secondo un associato di un gruppo senegalese chi partecipa, anche finanziariamente all’associazione, ha la possibilità di ottenere
aiuto in Italia in caso di necessità ed anche al villaggio di origine,
in quanto, avendo contribuito qui, ha il diritto di vedere aiutata la
sua famiglia, che altrimenti si troverebbe senza il sostegno economico necessario in caso di emergenza. Quindi sono le stesse
famiglie che, dal villaggio, sollecitano i propri familiari presenti a
Bergamo a pagare la quota annuale e a partecipare attivamente
alle attività dell’associazione.
La stessa situazione la si ritrova nelle associazioni del Burkina
Faso: c’è l’ “Association mère”, che fa da tramite con Consolato
ed Ambasciata, che raggruppa e coordina tutte le altre piccole
associazioni, che fanno riferimento ai clan e ai gruppi familiari di origine: le persone sono “obbligate” a partecipare, almeno
economicamente pagando la “tassa” annuale, perché altrimenti,
quando l’associazione sviluppa progetti al villaggio, la famiglia
della persona che non ha pagato non può usufruire del servizio.
Si rileva quindi un legame molto forte con il Paese di origine:
se uno qui non paga, dal villaggio lo chiamano rimproverandolo,
perché, appunto loro non possono poi utilizzare i progetti fatti con
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i soldi dell’associazione.
“In questi ultimi anni si è creata una situazione particolare, perché
esiste una “Association Mère” e altre associazioni di “famiglie”. Finchè eravamo 50/100 persone era più facile gestire la cosa e poi mano
a mano le persone sono arrivate numerose ed è nata la necessità di
incontrarsi in famiglia e a questo punto si sono creati altri gruppi,
gruppi di villaggio.
Quindi ora ci sono 3 grandi gruppi (………), che sono delle zone, dei
villaggi del Burkina Faso. Comunque l’associazione di base, che è
l’Associazione Burkinabè è rimasta, fa il coordinamento tra tutti questi piccoli gruppi.
Quali sono le attività che avete fatto, che avete in corso o avete
in progetto?
Fino ad ora i nostri obiettivi di lavoro sono rivolti ai burkinabè e anche
a quelli che sono rimasti a casa. Quindi abbiamo mandato un po’
di roba, quello che serve… ambulanza, medicinali, cioè dei piccoli
progetti che sono stati finanziati tramite fondi dei burkinabè o fondi
raccolti da spettacoli da canti e balli.
Qui collaborate con altre associazioni o enti?
Si, qui collaboriamo con molte associazioni di immigrati e bergamaschi, anche quelle di immigrati… abbiamo anche tanti altri progetti,
stiamo pensando e ovviamente le cose non sono così facili… speriamo
bene, che con il tempo riusciamo a concretizzare uno dei progetti
che abbiamo in corso… un progetto di costruzione di una scuola in
un villaggio del Burkina Faso. C’è stata una prima costruzione di 3
classi, adesso dobbiamo aggiungerne 3 altre. E poi i primi studenti
dopo i 3 anni si sono spostati in un altro villaggio per continuare gli
studi, adesso devono andare al liceo, corrisponde alle nostre medie,
ma essendo così lontano dal villaggio, quasi 10/15 km., non è dato
a tutti i genitori la possibilità di mandare i figli e stiamo pensando
alla possibilità di costruire una scuola media all’interno del villaggio,
probabilmente con l’aiuto dello Stato se riesce a darci dei professori,
per poter almeno sollevare un po’ questi genitori (...).
Come fate a scegliere il luogo dove un progetto deve essere fatto?
Perché, per esempio, altre associazioni presenti a Bergamo di
altri gruppi nazionali, fanno i progetti riferiti esclusivamente al
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villaggio a cui fa riferimento l’associazione…
Noi non abbiamo questi problemi… dove serve noi lo facciamo. Fortunatamente fino ad ora non abbiamo questo problema. Se dobbiamo
portare a casa nostra un progetto agricolo, per esempio, e vediamo in
una zona dove la cosa può funzionare… senza dire “io sono del Nord,
l’altro è dell’Ovest… preferisco che venga fatto a casa mia…” no, non
esiste. Questa idea di separazionismo non l’abbiamo.
Ma chi identifica dove devono essere fatti i progetti?
Nel Consiglio Direttivo dell’Associazione. E poi in modo generale noi
riceviamo richieste dal Burkina Faso, li valutiamo e poi introduciamo
questi progetti per il finanziamento; magari ci sono in giro 10 progetti, se uno di questi 10 ottiene il finanziamento, verrà fatto questo
dove è stato richiesto. Se il progetto viene dal Nord noi lo facciamo
al Nord…
Ma chi vi fa arrivare i progetti? Delle associazioni presenti in Burkina?
Si, delle associazioni dei villaggi in Burkina. C’è partenariato con
queste associazioni. In questi giorni per esempio c’è un gemellaggio
fra un quartiere della capitale, Ouagadougou, e il paese di Scanzorosciate, dove in questi giorni parteciperemo a delle feste con dei
balli”.
(Presidente Associazione Burkina Faso)
Anche se con modalità diverse, va comunque rilevato che un
obiettivo sempre presente negli statuti delle associazioni è quello
della cooperazione con il Paese di origine, e tutte le associazioni
intervistate lavorano in questa direzione.
L’Associazione Alba, anche se in modo meno marcato, ha comunque un occhio di attenzione a questo aspetto:
“(…) noi avevamo un progetto. Se abbiamo una sede facciamo con i
tesserini scritti in albanese, mettiamo una quota, sai i bambini con
le faide sanguinose, che sono chiusi che non riescono a uscire nel
nord dell’Albania, uscire di casa per i problemi, ho detto mettiamo lì
con queste quote qualcuno che va o con quel che mandiamo con la
DHL alle suore che gestiscono questa cosa lì per gli albanesi e gli
diamo una mano anche noi ai nostri connazionali, non solo gli ita-
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liani, insomma perchè, per quello che sono io in riconoscenza, sono
bergamaschi quelli che li stanno aiutando perchè non li dobbiamo
aiutare noi che siamo albanesi che poi alla fine i problemi sono anche
i nostri.”
(Esponente Associazione Alba)
Anche l’Associazione Ghanese, in forma più “imprenditoriale”, si
muove su questa linea:
“Le varie associazioni in comunicazione con tutte le altre associazioni
cerchiamo di riuscire a contattare alcune cooperative italiane che
hanno interessi di investire nel nostro paese, un esempio è Modena
coop, che adesso sta cercando di sviluppare...ananas, una coltivazione di ananas per l’estrazione del succo di ananas per importare
in Italia. Siamo tutti in comunicazione con questi gruppi; la nostra
Assemblea Nazionale sta lavorando per riuscire ad avere tanti di
questi contatti, portando Ghana più vicino a Italia.
Sono progetti di sviluppo per il Ghana o sono richieste di investimento di imprenditori italiani?
E’ un progetto di reciproco aiuto, di partenariato, di sviluppo. Come
associazioni noi siamo chiamati ad indirizzare questi gruppi italiani a
vari progetti che loro possono fare in Ghana. Però dobbiamo cercare,
continuare a cercare chi è interessato a fare questi progetti...”.
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LA RELIGIONE NON È ESTRANEA
La religione non ha trovato spazio nelle interviste. Anche se tutti
gli interlocutori si dichiarano credenti, parlano dell’associazione
e della religione come due campi separati.
Rispetto ad una conoscenza sul campo però, si capisce, anche
se in modo indiretto , come il discorso religioso non sia così indipendente e faccia bensì da sfondo (filo rosso) alla vita delle associazioni.,
In particolare, con le associazioni dei paesi islamici abbiamo notato che c’è una sorta di “desiderio” di far conoscere l’Islam, le sue
tradizioni, anche attraverso feste, conferenze, momenti in comune
di riflessione. Per esempio i marocchini hanno fatto momenti di
preghiera in comune con le parrochie della zona. Anche per le
feste musulmane si rivolgono a strutture religiose (per esempio
per la festa dell’Aid el fitr molti si rivolgono alla Casa del giovane
e nel Basso Sebino inizialmente agli oratori).
Spiega il presidente dell’associazione El Amal Marocco
“…perché per far conoscere gli immigrati bisogna farsi conoscere
agli italiani, se facciamo una festa nostra gli italiani sanno come
siamo…importante per fare amicizia…altro venerdì scorso abbiamo fato una riunione con gli italiani per presentare l’Islam, è arrivato un prete di Bergamo che ha studiato bene e lui ha spiegato
bene tante cose che gli italiani non sapevano”.
Una delle poche associazioni che hanno esplicitato chiaramente la
componente religiosa è stata Maynilad, dove vi è un forte legame
fra questa e altre 2 associazioni religiose filippine:
“...dicevo questi 2 gruppi..El Shaddai...cattolici...messe a S. Fermo..è
in mano di un prete che è molto all’avanguardia...e loro mangiavano
lì e poi la domenica avevano il loro specie di catechismo..poi c’era
la messa.
Adesso la parrocchia di Santa Croce in Malpensata ci permette di
celebrare la messa alle 13.30…la messa è in italiano ed in inglese, è
già bello perché gli altri stranieri che parlano inglese possono venire
a sentirla. E’ iniziato così, poi in linea dell’integrazione è stato suggerito di farci partecipare anche ad una messa della comunità, quindi è
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due, tre mesi che la seconda domenica di ogni mese le filippine sono
invitate ad animare la messa di mezzogiorno (…)
perché gli stessi filippini che sono nostri soci sono anche membri
delle 2 associazioni religiose..
Couple of Christe è un altro gruppo che sono o coppie o vedove però
sono sposati...e dopo c’è la faccenda che nell’altro gruppo sono sposati e poi hanno rifatto una famiglia qui…Vi è una forte ricerca di
legami con la Chiesa attraverso gli oratori ed esce come punto importante la Messa della domenica”.
Una particolarità curiosa, che ha destato in passato l’attenzione
anche dei media locali riguarda la questione della Madonnina, con
l’associzione Acisbol.
La storia della madonnina è strettamente legata alla sua presidentessa che l’ha “portata” in Italia:
“Sì. La portata qua e avemos una messa in Mozzo e arriva tanta gente
y…
Allora alla fine è ancora in casa sua?
In casa! Però ahora la mia casa es una chiesa, ogni giorno io tengo
che star presto a tal ora sono lì, la gente entra piangendo, aman
tanto la Madonnina, adesso lei…è in giro, stato in Lovere, in ogni
posti donde le chiamano…per esempio se lei le chiama alla sua casa,
tutti i boliviani vanno a pregare a lì...ieri le han cambiato di vestito,
allora sta elegante, penso che la prossima settimana viene al Moroni
e facciamo tutta la riunione! Pregamos, e dopo passa a un otra casa
fino alla festa… desde tanto tempo, tutto l’anno e quando sta nella
mia casa la mia casa es una cappella!”
L’elemento religioso è un motivo di unione per l’associazione:
“(il nostro obiettivo) siempre, siempre la integrazione, perché questo
es importante, il boliviano deve imparare…anche, se pere esempio io
ho portato la Madonnina per fare la integrazione, un oltro gruppo ha
portato un’altra Madonnina. Però, qual è il motivo dell’otro gruppo
che ha portato la Madonnina? vendere birra, vender per mangiar,
tutto quello. E vanno al parco e così. E questo non è giusto! Io non
posso…parlar con questa gente che è così.
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Non ho capito. Han portato la Madonnina per guadagnare soldi?
No, noi no
Gli altri
Ah, Sì, sì! Segurissimo. Han prendido anche vestimenta de tipico e
questo vanno in vendita e questo non es giusto! Si io faccio quello
sarà per amore alla Madonnina e per il bene alla mia gente, fare un
bailo però non per il negozio, per che questo es male…noi regalamos,
è quella la differenza…intonse ogni persona che ha fatto il bailo, es
un negozio grande, van lontano, prende i soldi..chi controlla, devon
controllare, perché el folklore es la dignità de un pueblo, non es un
negozio del pueblo...
E’ difficile per noi occidentali comprendere il significato di affidare
ad una “statua” la soluzione dei problemi, ma se si pensa ai popoli
latino-americani con i loro culti religiosi a cui danno molto importanza, quasi mistica, forse in parte si può comprendere. Come ha
spiegato il presidente dei peruviani, ricollegandosi all’importanza
che i latinoamericani danno i al culto della madonna… ai simulacri
religiosi…
È fortissima, è fortissima e fa parte secondo me di quella imposizione
culturale che ci hanno fatto con l’arrivo degli spagnoli no… e praticamente ci hanno dato una religione che si è mischiata con le credenze
popolari no…è uscito questi mix tra le credenze, medicina tradizionali
e popolari dei peruviani della montagne dell’Inca mischiati con quello
che è la religione cattolica (…)
Trovi che anche i peruviani che arrivano qua si portano questo
“fardello”?...non si sradica un po’?
Non penso che si sradica perché si presenta questa doppia faccia
delle grasse religioni del mondo…una cosa è quello che si dice e
un’altra quello che si fa…
Il vero cattolico che dice che i fratelli siamo noi che siamo tutti uguali
è il primo che poi ti sfrutta con il lavoro o che ti affitta la casa e ti fa
vivere in 25 e poi è cattolico e va in chiesa ogni domenica e questo è
quello che succede perciò tante questioni non sono a livello morale
un giudizio giusto non sono di coerenza…
Invece qui la chiesa entra… perciò quando vedo queste predisposizioni per le quali i peruviani dicono e si proclamano cattolici…non
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sono i cattolici che si pensa qua, sono i cattolici di là, che vanno
alla processione che si presentano quel giorno con un ramo di fiori
che magari costa una barca di soldi, o l’abitudine del vestimento in
un colore e si trovano questi mix qua no(…) una cosa è la questione
politica e una cosa è la questione di fede che deve essere oggettiva,
interiore, molto rispetto penso.. invece no diventa pubblico diventa
un pasticcio”.
77
E I FIGLI?
In alcune interviste è emersa la preoccupazione dei presidenti
rispetto alla realtà che vivono le famiglie immigrate all’arrivo in
Italia dei figli, che creano nuovi equilibri o “squilibri” all’interno
del nucleo familiare, a volte difficilmente gestibili dai genitori che
si trovano a rimpiangere la scelta fatta di ricongiungere i figli e
che cercano, anche con l’aiuto delle associazioni, di trovare soluzioni idonee.
Anche i bambini e i ragazzi che sono nati in Italia si trovano a confrontarsi e a scontrarsi con le proprie famiglie, perché la cultura
da loro vissuta all’esterno della famiglia contrasta con le richieste
che invece vengono espresse dai genitori e dai parenti. Per esempio, è stato da più parti esplicitato, con apprensione, il problema
dell’alcol tra i sud-americani, che tocca sempre più anche le fasce
giovani. Un altro esempio sono i marocchini dell’associazione Es
Salam che sono preoccupati e vogliono prendere le distanze dal
modello culturale occidentale di permissivismo dei costumi.
Da alcuni viene sottolineata la difficoltà a relazionarsi con i servizi sociali, che non aiutano i genitori nel riconoscimento del loro
ruolo, ma sollecitano invece i ragazzi – d’abitudine adolescenti – a
comportarsi “come i ragazzi italiani”.
E’ importante rilevare questo aspetto, perché significa che le associazioni, oltre a rispondere al bisogno contingente che pone
una questione del genere, cominciano anche a riflettere sull’impostazione generale della società e sulle possibili “soluzioni” o
azioni da mettere in atto, che vadano a beneficio sia delle persone
e delle famiglie immigrate, sia della società bergamasca, di cui
comunque fanno parte a pieno titolo.
Secondo l’esponente dell’Associazione Ghanesi:
“(…) Una cosa che preoccupa tanti immigrati: qui ci sono sempre
assistenti sociali che si preoccupano specialmente per il bambino,
il minore. Allora esistono tanti tra di noi che portano i loro figli già
all’età di 10 anni, 14 anni: quando arrivano qui i ragazzi sentono che
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c’è l’assistente sociale dove tu puoi portare il tuo problema con un
genitore, c’è il carabiniere che sono pronti ad intervenire perchè i
tuoi genitori ti hanno sgridato a casa, allora arrivano qui e perdono completamente il senso delle cose. E’ una cosa che continua a
distruggere varie famiglie. All’età di 13, 14, 15 anni, quando arriva
17 anni, 18 anni i problemi più gravi è perchè un genitore non sa più
dove portarli. Alcuni con un pò di calma e intelligenza riusciranno a
portare indietro questi figli in fretta, prima che diventa peggio, però
quelli che non riescono a farlo rimangono con le mani legate.
Secondo lei il fatto che i ragazzi di quell’età arrivino in Italia è
comunque per loro negativo
Diventa sempre negativo. Per la famiglia è una cosa buona perchè
mantenere questi figli giù, mandare soldi, non avere i genitori o altri
per tenerli, è una cosa buona portarli, ma una volta arrivati qui perde
proprio la sua famiglia.
Sono i ragazzi che perdono i riferimenti familiari, non riconoscono
la famiglia
Non vogliono sentire niente, invece piace andare sulla strada tra ragazzi sulle piazze e poi non vogliono rispettare più. Quando si arriva a
questo punto nessun assistente sociale è pronto a intervenire, a dire
qualcosa di buono rispetto al lavoro fatto dai genitori, dà più forza
a questi bambini a continuare perchè questi bambini già vengono
a sentire “qui non puoi picchiare un bambino, qui basta chiamare i
carabinieri, qui l’assistente sociale può portarli via” allora questi continuano, ma non solo nel territorio di Bergamo questa cosa abbiamo
discusso con l’ambasciatore del Ghana,... da Bergamo, da Modena,
da Verona, da Vicenza, tutti hanno portato questi problemi. La richiesta è stata “se esiste questo problema, se gli assistente sociali
non possono fare niente, l’ambasciatore cosa può fare?” almeno per
aiutare a portare indietro questi ragazzi. Queste sono le discussioni.
Allora, se il Comune in situazioni di questo genere può aiutare sarà
una bella cosa.
Cioè voi state già affrontando il problema della “seconda generazione” in modo peraltro molto problematico , mi sembra…
E’ un grave problema perchè a questa età, tra 10 e 14 fino a 18, come
arrivano qui è già difficile essere inserito nelle scuole per i problemi
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di lingua, e tutte queste... è difficile. Allora se la famiglia perde il suo
carattere pure, vuol dire non può fare niente. Può arrivare a un punto
molto brutto questa situazione.
Eventualmente pensare a un sostegno genitoriale alle famiglie. E’
logico che l’assistente sociale pensa alla tutela del minore, però
bisognerebbe pensare anche a sostenere la famiglia da subito,
da quando il ragazzo arriva in Italia e quindi con la famiglia e il
ragazzo fare alcuni passaggi...
Perchè il primo incontro che un ragazzo, un bambino di 12, 13 anni
avrà con un assistente sociale, se esiste una parola che dice “tu devi
stare calmo con tua famiglia, devi rispettare la tua famiglia, devi
stare a casa”, ma se tu dici “quella è libertà, non devi fare questo sul
tuo figlio etc. etc.” (…).
Il ragazzo non riconosce più l’autorità dei genitori. Fare un percorso anche con le famiglie, facendo capire che comunque qua
non ci si può comportare con i figli come ci si comporta in Ghana,
questo è ovvio…
E’ quello invece che sentiamo di più, le famiglie sentono di più: “tu
non puoi fare questi come tu facevi in Ghana”… ma se il Comune
invece fa qualcosa di concreto sarebbe più facile.
Quindi lei proporrebbe di creare un gruppo di lavoro che riflette
proprio su questa tematica
Sui bambini, sui figli di immigrati che arrivano, che hanno problemi
Perchè poi è un problema vostro, ma probabilmente è anche problema di altri gruppi nazionali
Perchè prima è problema nostro, ma più avanti diventa problema
della società”.
Per l’esponente dell’Associazione El Dialogo:
“(…)vogliamo organizzare degli spazi e attività per la promozione
delle devianze giovanili, anche adesso stiamo preparando per fare
qualcosa per i giovani, per dargli un piccolo aiuto per integrarsi bene
nella società.
Avete riscontrato che è un problema quello dei giovani?
I giovani adesso hanno un problema nel senso che sono nati qua,
vivono qua, hanno la mentalità di qua però si scontrano con la menta-
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lità dei genitori che è totalmente diversa. Praticamente il giovane vive
una vita italiana, torna a casa e trova una mentalità diversa, allora noi
cerchiamo di... in più i giovani adesso si trovano tagliati nella nostra
cultura: vogliono sapere delle cose, ma anche le persone che sono
anziane non sono in grado di rispondere perchè non sono capaci.
Noi forniamo un tipo di riferimento per la nostra cultura: facciamo
incontri, ne parliamo.
Sia coinvolgendo i genitori che i figli?
Sì, per prima cosa noi cerchiamo di rispondere ai figli sulle domande
che i genitori non riescono a rispondere”.
Accanto al tema della seconda generazione che non riesce a posizionarsi a livello sociale esce il tema dell’identità
“..poi i figli sono nati qua è tanti anni che studiano qua e loro
dicono:papà com’è la storia della questura?...trovi un casino..anche
loro si sentono..dicono..
Siamo italiani o marocchini?”
“..allora non ci sono i loro diritti?
Anche per i giovani..
Nascono qui e studiano qui (….)
“i marocchini fanno studiare i bambini..mia figlia studia ragioneria..
come voi..
Così può andare a lavorare in ufficio..e non sempre operai..
Una cosa bellissima
Ora figlia fa esami di 5^superiore e allora speriamo che anche noi
piano entriamo con voi..
(Presidente El Amal)
Viene accennato anche il tema della classe sociale dove la possibilità di studiare riveste anche un ruolo di possibilità di elevare il
livello sociale attraverso un “lavoro in ufficio”, ed anche, a livello
emotivo, una sorta di rivincita, dato che, come dichiarato in un
altro pezzo dell’intervista..gli stranieri fanno sempre i lavori più
pesanti.
“Vorrei che anche i ragazzi filippini frequentassero l’oratorio” e
poi..”purtroppo tanti stanno a casa” e spiega:”sotto sotto paura che
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assimilino troppo le abitudini italiane”.
“Io ho a cuore il tema dell’integrare con il territorio..
..ho visto che tante filippine hanno già fatto venire le loro famiglie figli
etc..perciò questi figli crescvano qui però in mezzo…troppo attaccati alla ns cultura..nostre abitudini..non andava bene..ma neanche
troppo a prendere la cultura italiana, il modo di fare italiano però
dovevano anche imparare ad accettare questi…
(parla dell’abitudine delle madri filippine di mandare i figli appena
nati nelle filippine e farli tornare all’età di circa 12-13 anni)
un altro mio sogno è avere un asilo internazionale così le mamme
filippine non tengono più i loro figli a casa..cioè..gli fanno finire le
vaccinazioni e li rimandano nelle filippine..li mantengono lì fino a
13-14 anni e poi li fanno rientrare in Italia..
Questi ragazzi quando sono nelle filippine vivono da nababbi..perchè
lì vivono bene con i soldi che gli arrivano..ma non sanno che lavoro
fanno i genitori..purtroppo ancora i domestici nelle filippine no considerati classe b..quando vvengono qui hanno uno shock..vedono il
lavoro che fanno i genitori..vivono meno bene..e quindi si isolano..
questo è quello che penso (…).
nel CdA c’è un giovane che vorrei rappresentasse i giovani, è venuto
qui, studia…una voce giovane”.
(Esponente Associazione Maynilad)
Nell’ottica di una lettura dinamica del fenomeno “associazionismo
degli immigrati” quindi, non dobbiamo dimenticare che stiamo
assistendo alla fase “adulti di prima generazione”. Ci si chiede
se le generazioni successive continueranno e in che modo, come
saranno le seconde generazioni (anche se non è del tutto corretto
questo nome)?; saranno così interessate e coinvolte come lo sono
stati i loro genitori? Avranno gli stessi obiettivi?
Si delinea quindi un fenomeno molto dinamico e difficilmente
prevedibile.
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ALTRI PUNTI DI VISTA
Sono numerose, in provincia di Bergamo, le associazioni che, a diversi livelli, si occupano di immigrazione e che in diversi modi collaborano – o cercano di collaborare – con le associazioni di immigrati.
Ne abbiamo intervistare alcune che da anni lavorano esclusivamente nel campo dell’immigrazione, per capire il loro punto di
vista rispetto a questo “mondo” dell’associazionismo immigrato
che spesso faticano a conoscere e a contattare.
Alcune di queste associazioni sono nate dalla collaborazione
di persone di nazionalità diverse, quindi hanno nel loro DNA la
capacità e la voglia di collaborare con persone di altre culture;
malgrado ciò si riscontra comunque la difficoltà ad intrattenere
relazioni durature con altre associazioni di immigrati o addirittura la fatica ad identificare le associazioni con cui poter lavorare,
proprio perché l’associazionismo immigrato risulta essere ancora
molto poco visibile e propositivo.
Associazione donne internazionali Bergamo
“L’Ass. Donne Internazionali nasce esattamente 10 anni fa, nel maggio del 1995 (…)è nata questa associazione ed era fin dall’inizio formata da donne italiane e straniere (…).
C’era poi tutto un progetto su “native e migranti” che era un esperimento, un tentativo di uscire da una logica di intervento sul bisogno primario,
ma che fosse quello di riconoscere a chi veniva da un altro Paese una
cittadinanza, una storia, una propria identità (...).
Questo è stato il primo nucleo di donne che ha cominciato a fare alcune cose ed è quello che sta ancora continuando, con donne che si
sono avvicendate anche perché la realtà degli stranieri è una realtà
ancora di persone che vanno e vengono, nonostante che ora è un po’
più stanziale (…).
Assieme a questo primo nucleo di donne, tutte straniere, è nato ed
ha continuato a trovarsi questo secondo nucleo di donne legato al
discorso dei bambini (…).
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Alla fine quello che davvero interessa non è più di agire sul “Accolgo
la persona straniera e offro un servizio”(…) è anche quello, ma è soprattutto del riconoscere e riconoscersi, accettare e farsi accettare,
per cui la realtà è così e devo fare i conti anche io con questa realtà,
devo mediare il mio modo di essere; certo chiedo a loro anche di
garantire un po’ di continuità, di stare in alcuni nostri parametri, per
esempio la dimensione del tempo, completamente diversa dal nostro
modo di concepirlo (…).
Rispetto all’associazionismo immigrato a Bergamo e provincia:
che idea avete e che rapporti avete?
Quando siamo partite con lo Spazio Gioco eravamo partite con un
grosso entusiasmo anche pensando di poter lavorare insieme agli altri. Per cui avevamo anche invitato in diverse occasioni – avevamo anche fatto alcuni incontri, anche di inaugurazione del luogo etc. – tutti
coloro che a quell’epoca conoscevamo: c’è stata una non risposta e
in quel momento ci aveva spiazzato molto; ci eravamo dette che in
fondo rischiavamo di fare dei doppioni, di fare cose che fanno anche
gli altri, magari di fare fatica a fare cose che già facevano altri e già
consolidate e che però non conosciamo o qualcun altro che si mette a
fare cose che vogliamo fare noi (…) Poi, dopo un po’, in realtà ti rendi
conto che il tempo che hai a disposizione è talmente poco e le cose
che fai ti assorbono talmente tanto che poi davvero ti rimane poco
tempo per riuscire a fare altro (...) Noi abbiamo rapporti con poche
associazioni: con l’Oikos, perché ci serviamo a vicenda, con la Caritas,
perché sono servizi con i quali fai dei pezzi che sono insieme (…) A
me piacerebbe capire la loro storia (di associazioni immigrate ndr)
perché loro poi hanno anche dei gruppi grossi di gente, hanno questa
modalità un po’ informale(…) però poi ti rendi conto che non ce la fai,
che non ci riesci e poi diventi anche un po’ auto-referenziale…
Associazioni di immigrati che invece vi contattano o hanno chiesto
di collaborare con voi?
No, associazioni direttamente che ci contattano no. Noi abbiamo, su
7 bambini, 5 boliviani, però non siamo in contatto con la comunità o
gruppi di boliviani, nonostante le donne boliviane arrivino da noi.
Rispetto alla vostra esperienza, quale può essere il ruolo delle
associazioni immigrate a Bergamo?
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Me lo domandavo anche le volte che sono venuta al Tavolo delle Associazioni, in cui poi vai via con questa sensazione del dire “E allora?
Dove stiamo andando?” e d’altra parte sono una che crede poco alle
feste… ci credo poco come senso; può essere un momento ma dentro un’altra cosa che può avere senso. Non lo so, faccio fatica a dare
una risposta. Da una parte non so come lavorano le associazioni di
immigrati, perché credo che facciano un lavoro diverso da quello che
facciamo noi… Io credo che noi in questo momento possiamo essere
e possiamo diventare un interlocutore che è in grado di leggere un
po’ i cambiamenti e i nuovi bisogni (...).
Quali sono le prospettive per il futuro, rispetto all’associazionismo
immigrato a Bergamo?
Io lo vedo da una parte con questa grande precarietà; io faccio fatica
ad andare al di là di qualche mese, però ci si convive con questa
dimensione altrimenti non si parte neppure a fare le cose che si
fanno, con una fatica comunque a darsi dei pensieri che vanno al di là
nel tempo. Credo che il ruolo dell’associazionismo che lavora sull’immigrazione oggi sia proprio quello del riuscire a lavorare su livelli che
non sono più quelli della prima accoglienza, ma che sono quelli del
lavorare sull’integrazione, ma che non è un’integrazione a senso unico,
cioè non è lavorare solo sugli stranieri, ma lavorare sugli italiani. Cioè
un’integrazione che deve essere soprattutto capita e accolta dall’altra
parte, cioè non posso continuare a dire ad un immigrato che deve integrarsi, che deve capire l’italiano, che deve capire i nostri tempi, che
deve capire le nostre regole, che deve capire… perchè questa è casa
mia e tu vieni a casa mia e devi imparare questa cosa qua… Credo che
il lavoro che uno deve fare adesso è proprio capire che questa è casa
“nostra” e che allora “casa nostra” significa anche che la mediazione
è necessaria, che su alcuni pezzi è possibile, su alcuni pezzi probabilmente no e continueremo a sentirci diversi, ma va bene (…)”.
(Esponente A.D.I. Bg)
Associazione Yanapakuna/aiutiamoci a vicenda onlus
La nostra associazione nasce alla fine del ‘99 inizialmente con lo
scopo di alcune famiglie di sostenere dei bambini in Bolivia… i primi
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due anni l’associazione . lavora praticamente facendo alcune adozioni
a distanza e iniziando un lavoro con questi bambini. Nel 2002 decidiamo con le persone con cui si era iniziato questo lavoro di fondare
una Ass. Onlus, con lo scopo di essere un ente ed avere un ente
strutturato e legalizzato ed anche allo scopo di poter emettere fatture
detraibili per i donatori (…).
Sono 5 soci fondatori e una quindicina di ragazzi del gruppo folkloristico e poi le famiglie che sostengono le adozioni a distanza (…).
Yanapakuna è un’associazione mista di persone italiane e boliviane…
I soci fondatori sono principalmente italiani; quelli che hanno stilato
l’atto fondativo sono italiani, ma il lavoro più grosso viene svolto dai
ragazzi boliviani o da persone che hanno stretto legame con la Bolivia, o perché hanno uno dei genitori boliviani o perché sono nati in
Bolivia ma è tanti anni che sono in Italia.
L’idea di creare un’associazione mista c’era già all’origine o è una
cosa che si è sviluppata nel tempo?
E’ venuta col tempo, più che altro dal momento in cui è stata fatta
la scelta di creare un gruppo folkloristico che proponesse alcuni
spettacoli di danze tipici, proprio inizialmente per la promozione del
progetto delle adozioni più che per altri motivi e dopo pian piano si è
trasformata in altre cose, tipo quella di riuscire a mescolare i ragazzi
boliviani e italiani in questa attività.
Quindi ora lo scopo di Yanapakuna, oltre che il progetto di cooperazione con la Bolivia, è diventato anche altro? Qui l’associazione
che tipo di lavoro fa?
Sul nostro territorio facciamo un percorso di sensibilizzazione, forse
non più solo come all’inizio finalizzato al nostro progetto stesso nel
senso che prima ci facevamo conoscere per promuovere il nostro
progetto; ora lavoriamo anche sul fatto di dire che ci sono certi valori
da portare avanti anche facendo cose che non sono strettamente
legate al progetto, promuovere soprattutto la solidarietà in generale,
perché comunque solidarietà significa tante cose, solo il fatto di riuscire a stare insieme è già una forma particolare di solidarietà.
Il fatto che ci siano ragazzi italiani e ragazzi boliviani che cosa
comporta per la vostra associazione? Come riuscite all’interno
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dell’associazione a gestire questa scelta?
Ci sono stati momenti difficili dove ci sono stati scontri, modi diversi
di vivere le cose, di fare le cose. Probabilmente adesso siamo arrivati
al punto che ognuno si è un po’ adeguato ad accettare il modo di fare
e di essere degli altri . Sappiamo che se spesso a tirare il carro sono
sempre quei due, però i ragazzi boliviani ci sono, partecipano, alcuni
di loro sono delle garanzie in fatto di partecipazione e già questo vuol
dire tanto. E credo che adesso sono nate anche delle amicizie, che
comunque si finisce per ritrovarsi non solo per quello che concerne
l’ambito dell’associazione , l’attività del gruppo, ma ci sono rapporti
sicuramente più sinceri dell’inizio, dove è più facile chiarirsi le cose,
parlare, e anche di convivere, perché fino a quando prima le scelte
erano un po’ per forza di una persona che doveva decidere altrimenti
non si andava da nessuna parte, adesso c’è più spazio per condividere
anche determinate scelte (…).
Coinvolgete persone italiane, boliviane e anche di altre nazionalità, o è una cosa specifica per italiani e boliviani?
Non sono mai venute fino ad adesso, ma da parte nostra non c’è una
chiusura, la porta è aperta a tutti. Logicamente il discorso del ballo
tipicamente boliviano è abbastanza selezionante (…).
Abbiamo avuto invece collaborazioni con altre associazioni del nostro
territorio: a giugno abbiamo collaborato alla realizzazione di un evento importante. Dopo credo che principalmente non siamo neppure noi
che andiamo a cercare collaborazioni, se c’è qualche manifestazione
si chiede di partecipare ma il tutto rimane limitato all’attività che si fa
in quel momento e basta, si ferma lì. Quando facciamo gli spettacoli
o i mercatini poi noi l’importante è pubblicizzare il nostro progetto
in Bolivia (…).
Come vede l’associazionismo a Bergamo?
Quello che noto è che ogni associazione tende a tirare l’acqua al proprio mulino, anche giustamente. Vivendo varie esperienze, anche al
Tavolo delle Associazioni o anche con l’oratorio di Leffe che ci siamo
incontrati con altre associazioni per organizzare un evento, questo
aspetto è emerso, anche giustamente perché ogni associazione ha il
proprio obiettivo ben preciso. Vedo che comunque l’associazionismo
è molto attivo, soprattutto nell’ambito del volontariato.
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L’associazionismo immigrato è comunque una realtà completamente differente, sicuramente per l’organizzazione totalmente diversa,
forse ho la sensazione che l’associazione degli immigrati è più come
un ritrovarsi tra di loro, forse più che un obiettivo altro, lo vedo più
come un “ci ritroviamo una volta ogni tanto, facciamo le nostre feste, stiamo insieme”, forse proprio più come socializzazione al loro
interno, dopo sicuramente ce ne sono alcune che tentano di fare
attività più ampie. E’ comunque una realtà molto variegata secondo
la nazione per cui è più difficile capire che tipo di collaborazioni fare;
la difficoltà è capire i loro obiettivi, perché non si dice e non si capisce
quello.. perché penso che sia proprio solo un modo per ritrovarsi fra
di loro. Abbiamo partecipato a qualche attività fatta da associazioni
immigrate, ma non siamo riusciti a creare altri collegamenti. Inoltre noi siamo stati sempre visti come quelli che dovevano dare una
mano a fare qualcosa utilizzando i nostri mezzi; non c’è mai stato
un rapporto paritario di collaborazione. Ci chiamano perché hanno
bisogno di qualcosa da noi, non perché ci sia dietro una collaborazione, si parte già da un livello diverso. La volontà di dare una mano
comunque c’è”.
(Esponente Associazione Yanapakuna)
Associazione WFWP Women’s Federation
For World Peace - Federazione delle donne
Per la pace nel mondo
“E’ nata nel 1992 a livello internazionale; in Italia è stata promossa
nel 1992; la data di costituzione è il ‘94. La nostra federazione ha uno
statuto nazionale, con un direttivo nazionale quindi noi fino a adesso
siamo partiti, abbiamo lavorato qua, io sono la referente nominata
dal direttivo nazionale però non abbiamo ancora un’autonomia locale perchè fino ad adesso non abbiamo sentito la necessità di avere
questa autonomia locale (…).
Gli obiettivi sono tanti: quello principale è quello di lavorare, come
dice il nome, per la realizzazione della pace… Lavoriamo puntando
sulla donna, ecco perchè è una federazione di donne (…).
Mi diceva che avete parecchie donne immigrate nell’associazione
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che sono sposate con italiani..
Alcune delle nostre socie sono donne che o hanno tutte e due le nazionalità oppure magari sono nate una in Germania, l’altra in Austria,
l’altra in Finlandia, l’altra in Inghilterra… quelle che mi vengono in
mente adesso, però sono donne che hanno sposato degli italiani;
quindi in un certo senso straniere, ma si sono integrate perchè stanno facendo un’esperienza di vita che hanno un marito italiano e dei
figli che sono nati in Italia. Alcune hanno dovuto scegliere e sono
diventate cittadine italiane altre sono riuscite a mantenere tutte due
le nazionalità.
E che tipo di rapporto c’è con queste persone” immigrate”?
Ma.. noi ci troviamo molto bene insieme, forse perchè abbiamo accettato questo ideale comune, lo spirito fondatore, sono i principi
che abbiamo un pò accolto dal momento che è nata la federazione,
per cui noi all’interno dell’associazione ci troviamo molto bene insieme. Chiaro, in certi momento salta fuori la differenza culturale
per esempio con la persona tedesca con cui io collaboro molto... per
certi aspetti lei è molto rigida e quindi viene fuori proprio la cultura
tedesca… su questo punto dobbiamo trovare un’equilibrio, però lo
trovi quando ci lavori insieme (...).
Come associazione di Bergamo voi state lavorando con altre associazioni?
Noi siamo all’interno del Consiglio delle donne già da parecchio tempo. Quindi lì lavoriamo con le altre associazioni che ne fanno parte.
E poi siamo all’interno della Consulta delle politiche familiari, sai
la Consulta delle famiglie, quella che ha sede al Centro famiglia…
siamo all’interno della consulta già da qualche anno (…).
Invece con associazioni immigrate, avete rapporti, avete collaborazioni, avete progetti eventualmente?
Guarda, avevo cercato anche.. con i marocchini. Il primo che veniva
qua… gli ho detto ‘dai fammi conoscere le tue donne, insieme facciamo
un gemellaggio delle nostre donne italiane con le vostre donne musulmane, per me sempre il discorso del gemellaggio, ponti per avvicinare
le loro donne alle nostre donne. “Sì sì sì sì ..” sempre mi dice sì e poi
ho capito che non devo credere al suo sì, agli appuntamenti non veniva,
boh non lo so, non ho altre vie per avvicinare queste donne (…).
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Come sente il vissuto delle associazioni, soprattutto immigrate,
sul territorio di Bergamo?
A parte le Donne internazionali che avevo contattato all’inizio, con cui
mi ero relazionata con alcune di loro, però mi sembra che le donne arrivano qua però hanno molte aspettative, quindi anche quando
si avvicinano a una associazione, in questo caso più di italiani che
stranieri, subito vorrebbero trovare la via per non lo so ottenere un
riconoscimento subito, facilmente, ma non è così, perchè anche per
noi che siamo all’interno, che non siamo stranieri, che lavoriamo
come italiani, non è che tutto lo ottieni così, cioè ci devi investire, poi
pian piano arrivano un pò i frutti di questo lavoro (…).
Il rapporto quindi, secondo lei, è abbastanza strumentale.
Ecco, qualche volta ho verificato che... se vedono che possono prendere qualche cosa ti seguono, in un certo senso rimangono legate
a te, altrimenti cercano da un’altra parte. Tu offri quello che hai di
più (...).
Come vive lei l’associazionismo immigrato, come lo percepisce?
Al Tavolo vedo un va e vieni di gente, mi piacerebbe con tutti quanti
loro avere un rapporto un pò più profondo, conoscerci di più, vedere
se ci sono delle vie per poter collaborare. Però siccome oggi li vedi
dopo due incontri non li vedi più c’è un via vai di rappresentanti di
associazioni.. non lo so cos’è che si aspettano, probabilmente magari
ognuno di loro, o ognuno di noi, non soltanto loro, magari hai delle
aspettative poi se non trovano quello che cercano in qualche modo
si allontanano. Sarebbe interessante capire quali sono le loro aspettative e le motivazioni (...)“.
(Esponente Associazione
WFWP Women’s Federation for World Peace)
Tra le associazioni italiane intervistate alcune offrono servizi alle
persone immigrate ed operano in diversi ambiti, anche con sportelli di consulenze burocratiche.
Da parte di qualcuna di loro c’è l’obiettivo di lavorare con le associazioni di immigrati e c’è inoltre lo sforzo ragionato di trovare
le modalità giuste per creare sinergie e integrazioni, inserendosi
anche in percorsi particolari, che esulano dalla loro specificità,
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ma che portano sicuramente ad una conoscenza più approfondita
e ad un pensiero più consapevole sull’associazionismo.
Associazione nazionale oltre le frontiere - CISL
“Anolf nasce nel 1989 ed è un associazione che ha come scopo l’incontro e la pace tra i popoli, attraverso la ricerca, la formazione,
l’informazione e i progetti e attraverso una sua presenza dentro le
sedi della cisl…Anolf, infatti, è stata voluta dalla CISL stessa….
“...Abbiamo associati all’Anolf e abbiamo stranieri iscritti alle categorie quindi crediamo che il lavoro vada fatto strutturandoci.
Ci siamo dati dei momenti di incontro, dal momento istituzionale con
un consiglio generale, che ha al suo interno rappresentanze di 35
nazionalità compresa quella italiana, fatto di uomini e donne...
È un organismo importante… c’è un presidente e un copresidente
e abbiamo impostato dei laboratori, abbiamo costituito il coordinamento donne straniere.
Abbiamo un luogo dove solo con l’incontro e l’avvicendarsi dei volontari e collaboratori stranieri(di tutto il mondo) creiamo un momento
importante di formazione e di educazione per la nostra organizzazione su di un piano di reciprocità”.
Per quanto riguarda i rapporti con le associazioni di immigrati?
… L’associazionismo va bene, ma il problema, la criticità secondo me
rispetto all’associazionismo degli stranieri è quella del frazionamento
e della riproposizione dei villaggi, delle comunità che hanno al loro
paese.. è un bisogno.. ma allora …potremmo pensare a un coordinamento, intanto per evitare la parcellizzazione che non serve a loro
e non serve a noi...
Registriamo difficoltà di verifica, difficoltà di coordinamento e altre
difficoltà.. per cui se si riuscisse a razionalizzare e coordinare questi
gruppi e queste associazioni sarebbe una cosa importantissima...”.
Quali modalità di lavoro sono utili tra italiani ed immigrati?
…Dovremmo chiederci più spesso se loro hanno le intenzioni di lavorare…con chi e per chi...
Hanno intenzione di lavorare con noi?
In che modo?
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Perché lavorare con noi significa lavorare per se stessi perché le
fatiche anche economiche e gli sforzi che si fanno sono per alleviare i loro problemi,che però diventa sempre di più un nostro
interesse...
…Mi dispiace ma la verità è che se non si impegnano loro noi possiamo metterci in gioco ma non senza che si mettano in gioco loro..
È questa una delle lacune di tutte le associazioni..
Io ne ho viste passare tante..
Mi da sempre l’impressione che la maggior parte di queste associazioni si muovano su obiettivi troppo circoscritti, sono visibili pochi
che fanno il nocciolo dell’associazione e mai un associazione dove si
capisca bene le attività e la vita associativa...
Un orizzonte più ampio e diverso, quindi?
Occorre in primo luogo assumersi un ruolo diverso da quello assunto
fino ad ora ed in secondo luogo devono strutturarsi come associazione..
Noi dobbiamo semplicemente esserci, dare supporto organizzativo,
incontrarli e farci incontrare...”.
(Pelleritti e Alieri, ANOLF CISL)
Associazione Oikos Onlus
“L’associazione nasce ufficialmente nel ‘97, ed è formata da persone
che in quel momento lavoravano all’interno dell’ambulatorio Oikos,
che invece ha cominciato a funzionare nel ‘94. (…).
L’associazione nasce dalla convinzione e dal desiderio che il diritto
alla salute venga riconosciuto a chiunque, a qualunque individuo,
indipendentemente dalla nazionalità, dalla condizione giuridica, etc...
(…).
Rispetto al piano del lavoro con le associazioni immigrate, Oikos
ha esperienza, ha creato reti, sinergie, collaborazioni…?
Al di là del lavoro che facciamo al Tavolo delle Associazioni dell’Agenzia per l’Integrazione, noi avevamo avuto l’idea di prendere contatto
con alcune donne delle associazioni, per affrontare con loro il discorso dell’assistenza sanitaria in generale, della gravidanza in particolare, etc etc.
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E’ una cosa di cui stiamo parlando da un pò di mesi: l’anno scorso
scolastico due delle ragazze che facevano questo master avevano
provato anche a coinvolgere, invitare alcune donne che avevano incontrato in ambulatorio, ma poi in realtà non si è presentato nessuno
(...) Secondo me sarebbe più possibile con le associazioni, perchè
credo che se un gruppo si è costituito come associazione vuol dire
che è formato da gente che è in Italia da più tempo, che ha un minimo
di conoscenza anche della società civile di Bergamo, quindi potrebbe
essere più disponibile, però in realtà non ci siamo ancora mossi.
Come vede la realtà dell’associazionismo in generale a Bergamo?
Io le conoscenze maggiori rispetto a questo argomento le ho acquisite in Agenzia per l’Integrazione, in questi anni. E’ una realtà strana,
forse come lo è tutto il mondo dell’associazionismo, nel senso che
sotto la parola associazione ci sta dentro di tutto e di più. E quindi
forse, come rispetto ad altre cose, parlare di associazioni straniere è un pò un limite, perchè ti aspetti che le associazioni straniere
siano attentissime, sensibilissime, prontissime anche dal punto di
vista operativo su tematiche che abbiamo a cuore noi, mentre magari
sono più attente ad assistere, seguire le persone della loro nazionalità. E’ una cosa comprensibile ma è un pò un limite secondo me,
nel senso che credo che comunque sarebbe molto interessante se
anche le associazioni di immigrati si aprissero, perchè come si sta
dicendo, probabilmente riuscirebbero anche a fare più bene ai loro
soci e sarebbe molto utile anche alla città, nel senso che credo che
gli immigrati abbiano realisticamente poca voce. Credo sia brutto che
ce l’abbiano sempre per interposta persona, ma credo che possano
avere voce soltanto nel momento in cui si dimostrano, come dire,
“meno egoisti”: cioè se io bado solamente ai miei, è chiaro che in
un contesto pubblico non posso parlare di me come rappresentante
degli immigrati, posso dire i problemi delle persone che conosco io.
Può darsi che si arrivi, può darsi che qualche associazione soprattutto arrivi, o qualche persona nelle associazioni arrivi a questo passo,
così complessivamente è forse anche un pò sbagliato parlarne.
Le risorse e i limiti che hanno le associazioni immigrate
… Per certe cose che avvengono, per certi discorsi che senti fare,
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l’impressione è che i primi razzisti siano gli stessi immigrati tra di
loro, e allora io non so se è velleitario pensare che qualcuno possa
rappresentare tutti, però sicuramente di fronte al niente, se anche
soltanto qualcuno incomincia, forse potrebbe essere poi anche in
qualche modo lo stimolo perchè altri si mettano in gioco. Ho l’impressione che ci siano tante persone anche molte attive, che fanno tante
cose, le vedi dappertutto, sono sempre presenti, ma poca sostanza,
o forse poche politiche, che hanno poco l’attenzione all’aspetto politico(…).
Resta poi il problema grosso di non sapere come queste cose avvengono nei loro Paesi, nelle loro culture. Io non so che senso abbia,
per la cultura araba piuttosto che per la cultura sudamericana, il
discorso di avere un’associazione e quindi se io qui mi aspetto di
trovare in un’associazione le stesse modalità, gli stessi pensieri che
ho io probabilmente sto sbagliando, sto comportandomi da colonialista, eurocentrica.
Una cosa che percepisco essere invece molto difficile per quasi tutti
loro da accettare, tranne per il solito gruppetto, è il discorso del
volontariato (…).
E le associazioni nell’ambito dell’integrazione, che ruolo possono
avere? Che presenza hanno o che presenza possono avere? In quali
dinamiche possono entrare rispetto a questo concetto di integrazione e cosa pensa dei concetti di convivenza, integrazione (…)
Io credo che sia una forzatura grossa parlare di integrazione, perchè
ho l’impressione che o una società, anche una società civile, è in
grado, è disposta, è capace di essere aperta, e allora non c’è bisogno
di parlare di integrazione, perchè ognuno trova il suo posto, ma se
tu parli di integrazione e ne parli come una cosa che tu devi fare, è
una forzatura notevole.
Io trovo che integrazione debba essere un incontrarsi a metà strada;
tu puoi ben fare la tua metà strada, ma se a metà strada metti un
muro tu arrivi al muro e ti fermi e gli altri non potranno mai arrivare
all’incontro.
In realtà ci sono delle condizioni, delle modalità, che favoriscono
l’integrazione. Ma da solo tu non puoi integrare molto e invece senti
usare queste espressioni in una marea di contesti diversi: quando io
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sento uno che dice “abbiamo integrato i lavoratori immigrati” a me
viene da ridere e dico “ah sì, e come hai fatto? li hai tirati dentro?” .
E’ un problema anche in ambito sanitario”.
(Esponente Associazione OIKOS onlus)
Sportello immigrazione “Il Faro”
“Come prima cosa contestualizziamoci: siamo in un territorio che è
composto da 12 comuni e da una Comunità Montana (…).
L’attenzione al mondo dell’immigrazione che è molto presente in questo territorio, ma quasi mai gestito... come numeri d’immigrati sul
territorio è molto... è sempre stato un territorio fortemente abitato,
in particolare da senegalesi, perchè qui c’è questa congiuntura del
mercato del lavoro relativa alla gomma, che ha attirato manodopera.
Però assolutamente poche cose fatte, non è che qualcuno si è mosso, si è dato da fare. E quindi la Comunità Montana ha cominciato a
sviluppare attenzione a questo tema (…).
Ha avviato un tavolo di riflessione coinvolgendo diversi soggetti del
territorio interessati o interessabili della questione famiglie immigrate, minori immigrati. Questo dice anche che tipo di approccio la
Comunità Montana ha e ha sempre cercato di mantenere: no alla gestione di servizi, sì all’attivazione di processi, di riflessioni etc. (…).
Allora “Il Faro” si pone a servizio, mette nelle sue progettualità condivise con la Comunità Montana il fatto che parte del suo lavoro, delle
sue risorse vadano in questa direzione. Quindi abbiamo “Il Faro” che
è lo sportello immigrazione… Quindi facciamo lo sportello e facciamo questa cosa qui, dove noi appunto siamo lo stimolatore, siamo
a servizio di queste realtà, un pò le sproniamo, un pò le stimoliamo,
perchè si costruisca questo cartellone di eventi.
L’idea parte da noi, ma la condividiamo intorno a un tavolo: noi perchè
ce l’abbiamo istituzionale, perchè arriviamo con la nostra professionalità e il nostro know-how dove sappiamo che cose di questo genere possono funzionare, e le condividiamo… Quindi se oggi c’è l’associazione El
Dialogo che è quella che probabilmente ti interessa di più dal punto di
vista della ricerca, che c’è, che ci sono, partecipo, mi muovo, partecipo
ai tavoli più ufficiali, mi incontro con te in modo specifico (…).
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D’altra parte è interessante anche che il cittadino italiano che viene
qua trova... è tutta una sorta di funzione pedagogica di questa scelta
rispetto al far crescere, ma anche nelle istituzioni, tra colleghi, perchè questa è la cosa, il rischio sempre presente di trovarsi a pensare
e a fare per gli immigrati, per l’integrazione e non “con” . Il “fare
con” l’abbiamo posto come condizione. adesso dobbiamo riuscire al
“pensare con”, che non è così facile (…).
Cosa mi può dire delle associazioni presenti?
Dicevo già che è importante, per sviluppare questo discorso del “fare
con” e del “pensare con”, riuscire ad averli a livello operativo. Allora
qui siamo passati da una fase in cui il pensiero, ed era quando parlavamo appunto di famiglie e minori, che l’integrazione passasse
attraverso la parrocchia che propone la festa in cui invita gli immigrati, gli immigrati non ci vanno e la parrocchia reagisce dicendo
“ecco, abbiamo fatto questa cosa per loro e loro non ci sono” oppure:
“abbiamo fatto questa cosa per loro, abbiamo chiamato un complesso
dei loro per suonare e questo complesso voleva addirittura i soldi;
ma lo stiamo facendo per voi”. E’un pò una distorsione di approccio... Auspichiamo che gli immigrati sul territorio si organizzino, si
auto-organizzino, …allora in questa fase provare a sostenere questo
processo di auto-organizzazione degli immigrati e di stimolarlo…“.
(G. Domenghini, Sportello Il Faro)
Associazione volontari aiuto extracomunitari (AVAE)
“Nasce nel 1989, inizi ‘90, come gruppo. Era un gruppo per l’ACLI, un
gruppo parrocchiale che c’era già; c’eravamo messi assieme perchè
c’era un problema; era nato un grosso problema nel comune di Costa
Volpino, perchè c’era un agglomerato di extra-comunitari, tutti arrivavano lì e confluivano in quel fabbricato . E c’era proprio un caos:
quindi gente ammucchiata, senza condizioni igieniche. Da lì era nato
il discorso se riuscivamo a cercare quantomeno di aiutare questa
gente , trovando un pò di alloggi, un pò di uno un pò dell’altro. E’ nato
così ... Così abbiamo fatto, ci siamo trovati ed è nato il gruppo; dopo 2
anni ci siamo costituiti in associazione, abbiamo fatto il nostro statuto
etc. e ci siamo iscritti al registro del volontariato regionale, allora era
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regionale. La nascita di questa associazione era proprio per l’aiuto
agli extracomunitari, noi di formazione cattolica-cristiana, insieme
con la parrocchia etc. (…).
Avete invece rapporti con associazioni di immigrati che ci sono
nel vostro territorio?
No, le avevamo all’inizio. Le abbiamo costituite anche noi…
Inizialmente promuovevate l’associazionismo immigrato?
Promuovevamo sì, ma adesso no perchè non si sono trovati concordi
con le nostre direttive, nel senso che non erano tanto favorevoli, non
accettano quello che proponevamo… , ma parlo di 7/8 anni fa (…).
Cosa pensa invece del ruolo che potrebbero avere le associazioni?
Dalla nostra esperienza, in questi anni noi abbiamo visto, non so se
è così dappertutto, che gli immigrati tendono a raggrupparsi tra
di loro, a fare comunità tra di loro e questo è secondo noi una cosa
negativa, dal nostro punto di vista, perchè raggruppandosi tra di loro
poi si estraniano ancora di più. Non è che poi quando si trovano fra
di loro tendono ad allargarsi, a partecipare ad altre cose, tendono a
unirsi fra di loro, trovarsi fra di loro, ma non allargarsi (…).
Se sono state fatte, quello che ho visto io per carità, la tendenza loro è
fare questo, in città non lo so, almeno qui nei nostri paesi. Non è una
risposta in assoluto, è la mia esperienza. Tanto è vero che noi qui in
questi anni, perchè prima garantivamo anche per gli affitti, proprio per
evitare questi raggruppamenti, cercavamo di distribuire questi soggetti
un gruppetto da una parte, un gruppetto dall’altra. Nonostante questo,
loro cercavano di riunirsi, trovavano un ambiente un pò più grande, più
ampio… ma è anche giusto di ritrovarsi fra stessi compagni, stesse
nazionalità. però quando si riunivano, più si riunivano e più rimanevano
indipendenti dall’esterno e cercavano di staccarsi”.
(Esponente Associazione AVAE)
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ALTRE PRESENZE
Aschrouk, associazione di sole donne immigrate
Nell’aprile del 2007 a Verdello un gruppo di donne marocchine
ha costituito Aschrouk , una novità nel panorama dell’associazionismo bergamasco14 e un elemento di stimolo per chi è attento
alle dinamiche sociali del territorio. L’interesse nasce dal fatto
che è l’unica associazione in provincia a raggruppare solo donne
immigrate, in questo caso marocchine e tutte velate.15
Quest’ultimo particolare, è giusto esplicitarlo, ha attirato la nostra
attenzione: perché un gruppo di donne con il velo hanno deciso di
mettersi in gioco “pubblicamente”?
Nell’ immaginario di molti la donna musulmana è “relegata” in casa,
si occupa solo delle faccende domestiche e della cura dei figli mentre
tutto quello che riguarda la sfera pubblica è lasciato all’uomo.
Questo “stereotipo”, come lo chiama la referente dell’associazione, è ancora presente nella società, sia italiana sia europea:
“Perché sempre in giro noi sentiamo che la donna per esempio marocchina, o diciamo araba in generale è sottomessa sempre sotto il
marito, in cucina, i bambini..il suo mondo è sempre limitato in questo…allora abbiamo pensato di farci vedere e dire no, non siamo così,
14
L’Eco di Bergamo ha riportato in un trafiletto la notizia della costituzione e ha pubblicato, dando rilievo, il resoconto della festa per la nascita
dell’associazione, organizzata successivamente
15
La pratica del velo attira sempre l’attenzione degli occidentali. La letteratura si divide fra chi lo considera un ritorno al passato e chi invece una
espressione identitaria, una strategia di relazione con la modernità che
non esclude la partecipazione alla modernità stessa ma la reinterpreta in
chiave alternativa a quella occidentale. Secondo Pepicelli “le donne che a
Parigi sono scese in piazza a difesa del velo, così come quelle che hanno
ripreso ad indossarlo nelle città e nei paesi musulmani, affermano di non
esser accomunate, come un certo immaginario le presenta, dall’oppressione e dallo sfruttamento, ma di essere loro stesse a determinare istituti
e ruoli che sono il risultato di una complessa interazione tra cultura,
religione, sistemi di significati e credenze, reti locali di potere, rapporto
con lo Stato e con le comunità maggioritarie” (Donne e diritti nello spazio
mediterraneo, Renata Pepicelli).
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siamo di donne anche…ad un certo livello, anche perché siamo tutti
con un diploma o di università”.
Le donne di Aschrouk pensano che siano i mezzi di comunicazione
a dipingere la donna araba non come una persona, con una propria identità e con propri bisogni, ma come un “qualcosa” sottomesso al volere dell’uomo.
Spesso chi si è occupato della donna musulmana, dai media alle
istituzioni statali, si è dimenticato che non si può parlare di donna musulmana tout court, perché il rischio è di cadere in banali
generalizzazioni. Bisognerebbe almeno contestualizzare geograficamente e fare riferimento alle condizioni delle donne nei loro
contesti specifici, visto che ogni Stato riserva un trattamento diverso alle sue cittadine16.
Sin dalle prime battute dell’intervista, la presidente sottolinea
come Aschrouk sia “un’associazione di donne per le donne” e come
questo sia stato il filo conduttore che ha animato il gruppo di amiche nell’impegnarsi per costituire l’associazione.
Gli obiettivi che le associate si prefiggono si possono leggere nello
statuto, ma appaiono evidenti anche durante la conversazione.
“Art.4 dello Statuto di Aschrouk dedicato alle finalità dell’associazione:
• Promuovere lo studio e la conoscenza:
16
A volte, anche nei mass-media si parla di “femminismo islamico”: non
è facile definire bene questo concetto, ma lo si usa in riferimento a un
modello di emancipazione che utilizza i diritti islamici al fine di migliorare le condizioni delle donne. Le femministe islamiche non contestano
il messaggio religioso: si oppongono alle interpretazioni che gli uomini
preposti a studiare i testi sacri o a scrivere la codificazione giuridica ne
hanno fatto a posteriori. Da questa constatazione sono nati dei gruppi di
donne che rileggono il Corano e altri testi importanti per la tradizione
islamica.
C’è anche da chiarire che molte femministe, sia dei paesi occidentali sia
di quelli musulmani, criticano il concetto di “femminismo islamico” e non
solo, anche idee e pratiche politiche quali il multiculturalismo.
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- dei valori dell’Islam,
- dello statuto e del ruolo delle donne musulmane nel passato
e nel presente, dei loro diritti civili, sociali, economici, politici, della loro partecipazione alla vita delle famiglie, alla vita
delle città, alle attività delle istituzioni, alle attività lavorative
e professionali;
- delle prospettive nel futuro nei campi su-elencati integrando i
valori dell’islam in una società multi-culturale dove convivono
diverse fedi religiose e filosofiche.
• Facilitare l’inserimento e la promozione sociale delle donne e
dei bambini immigrati;
• Aiutare le donne immigrate a imparare la lingua italiana e a
formarsi professionalmente per avere migliori opportunità lavorative in futuro;
• Favorire l’inserimento dei bambini immigrati nell’ambito della
scuola;
• Favorire l’apprendimento della lingua araba, in particolare da
parte delle donne e dei bambini immigrati che sono nati o vivono
in Italia, ma anche di tutta la cittadinanza;
• Prevenire il disagio delle donne e dei bambini immigrati attraverso l’ascolto, il sostegno e l’orientamento, in collaborazione con i servizi socio-sanitari pubblici e del privato sociale. Lo
spirito dell’associazione è quello di non lasciare soli donne e
bambini che si trovano in difficoltà, testimoniando che si può
uscire dalla solitudine e che si può agire per stare meglio;
• Denunciare tutte le discriminazioni, le sopraffazioni, le violenze,
le molestie e i ricatti a danno delle donne, dei bambini e delle bambine, sia nell’ambito familiare che in quello lavorativo o
scolastico;
• Rinforzare le capacità delle donne di organizzare delle reti associative locali, provinciali, regionali, nazionali, internazionali e
di contribuire al dibattito social, giuridico, scientifico, attraverso
la sensibilizzazione, l’informazione e la formazione;
• Favorire il volontariato di ragazze/i, adolescenti, adulte/adulti
e la messa a disposizione di risorse e mezzi per le finalità su
indicate.”
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L’assessore comunale17 evidenzia come queste donne non siano
un gruppo chiuso verso l’esterno. Sin dall’inizio della loro esperienza, infatti, si sono rivolte alle Amministrazioni, in particolare
a quelle di Verdello e di Arcene, perché “il presidente e le socie
più attive abitano qui in zona”:
“Sì, loro non si vogliono chiudere, ma collaborare, interagire con le
persone e le autorità del territorio, propongono iniziative…sono donne che abitano un po’ qui e un po’ là e comunque vogliono trovare un
punto di riferimento”.
L’associazione è composta da un gruppo di quattordici donne che
risiedono in diversi paesi della bergamasca; nonostante la sede sia
a Verdello, ci sono donne che provengono anche dalla Val Seriana,
per esempio Leffe e Cene. Con orgoglio la referente spiega che
l’associazione è stata registrata proprio con l’intento di non essere
rappresentativa solo della “bassa” ma di essere il punto di riferimento per le donne musulmane di tutta la provincia.
Le associate provengono da differenti zone del Marocco, “tra cui
Rabat e Casablanca” cita ad esempio la referente del gruppo.
Sono connazionali ma non si conoscevano prima del loro arrivo
in Italia:
“Sì, ci siamo trovate qua...
Assessore: Magari con incontri per pregare
Sì, quello. Ma anche nel mercato ne conosci tante…poi le nostra bambine vanno a scuola insieme.
Quindi anche la scuola come luogo per conoscersi?
Sì!”
Prima di costituirsi in un’associazione queste donne erano amiche; forse anche per questo motivo quando poniamo domande
relative alla struttura dell’organizzazione, se esiste un presidente,
delle commissioni, per esempio, a loro paiono superflue o comunque non rilevanti.
17
All’incontro ha partecipato l’Assessore alla cultura del comune di Arcene che oltre a aver fatto da tramite per organizzare l’intervista, ha
rappresentato un punto di riferimento per la presidente che si rivolgeva
spesso a lei per sapere se il termine usato per esprimersi era comprensibile e corretto linguisticamente.
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La presidente ci spiega che si considerano tutte sullo stesso
piano, che non c’è differenza. Gli appellativi “presidente, vice..
ecc.” sono formali, dovevano essere attribuiti, ma nella sostanza, per loro, non hanno alcun valore e rappresentatività.
Le decisioni sono prese collegialmente e tutte le socie sono
consigliere.
“Sì, sì, (il presidente, il rappresentante esterno) ma…l’hanno chiesto
anche quando l’abbiamo al registro…ci vuole per l’associazione le
sue…
Referente: Nell’atto costitutivo c’è tutto, ci sono i consiglieri, il consiglio
Presidente: C’è il presidente, il vicepresidente e poi c’è consiglieri.
Quanti siete?
Presidente: Siamo quasi quattordici
Referente: O quindici
Assessore: Socie? O consiglieri?
Presidente:…Consiglieri e socie
Referente: Socie, consiglieri. e’ lo stesso.
Assessore: Ah, ok. Perché tutte le socie diventano consiglieri?
Presidente: Sì.
Assessore: E quindi vi trovate tutte quando dovete decidere?
Presidente: Sì. Ecco.
Quindi nella vostra associazione siete in quattordici?
Presidente: Sì
Quindi non è un’associazione di donne marocchine che dice…Ci
troviamo fra di noi e basta
Presidente: No,no, non è quello il nostro obiettivo. Noi vogliamo
aprirci verso gli italiani. Non vogliamo integrarci, vogliamo..come
si dice…lasciare questo ostacolo..non voglio essere di ostacolo
con voi. Noi vogliamo voi venite da noi come se la vostra casa..noi
entriamo da voi…siamo nella nostra casa. Vogliamo avere questo
sentimento, per esempio sentiamo che siamo in seconda patria.
Per noi Marocco e Italia..siamo divisi (nel senso di diversi), per
esempio noi.
Referente: Di tradizione, di lingua, di tutto”.
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La reazione degli uomini
La presidente ci racconta come gli uomini non hanno ostacolato
per niente il fatto che le loro mogli si impegnassero pubblicamente, anzi:
“Hanno accolto quell’idea con molta…come si dice?... gioia!: infatti
hanno dato una mano tanto, per fare le cose.
Assessore: Anche per la festa
anche per la festa, sì, lei ha notato questa cosa i nostri uomini sono
con noi e sono contenti,sono felici che noi abbiamo fatto questa cosa
…Io per esempio dico a mio marito: eh, io cerco lavoro, e mi dice: eh,
il tuo lavoro adesso è di fare conoscere la tua associazione agli altri!
(ride)…sai, sono…sono stati disponibili, felici e tutto. Ecco”.
Attività
Anche se è ancora presto per parlare di attività realizzate, visto la
recente data di costituzione di Aschrouk, nelle parole della presidente si possono delineare i progetti che intendono sviluppare:
“Allora prima cosa noi vogliamo sai, adesso come adesso l’immigrazione, che noi vogliamo dare adesso non è quella che per esempio
è stata negli anni ’60, ’70, quando viene una non sa neanche dove
andare, a chi rivolgersi..noi, per esempio quando trovi una, appena
arrivata sul territorio italiano, non sa niente neanche parlare ..allora invece di rivolgersi ad un’ italiana, non può esprimesi bene con
lei allora si rivolge a noi e poi noi… sempre offriamo una mano”.
La presidente si riferisce in particolare al momento del suo arrivo
in Italia; ai suoi ricordi e a quelli di altre, nella sua stessa situazione. Ammette come i primi tempi siano stati davvero duri:
“Molto! Molto! E’ per quello che noi non vogliamo che gli altri che…
poi questa cosa per la donna e poi per i bambini proprio, della scuola.
Noi vogliamo che la generazione , quella generazione di questo momento, non posso dire che ha subito ma…ha subito molto il bullismo
di tutte queste cose”.
Chiediamo cosa intende per bullismo, visto che questo termine
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è troppe volte abusato per descrivere qualsiasi azione negativa
compiuta dai ragazzi; ci viene risposto che tutti sanno cosa vuol
dire. Lei parla di bullismo per far riferimento a fatti successi a
scuola, ai loro figli o meglio, ci corregge la referente: “Non solo
ai nostri. A tutti i bambini stranieri”.
Presidente: Sì, noi parliamo in generale, quando diciamo immigrazione non vuol dire solo marocchine..però …allora noi vogliamo che
la seconda generazione, per esempio quella dei nostri figli piccoli,
non subisce quella che ha subito per esempio mia figlia (adolescente)
fino adesso e mio figlio fino ad adesso..vogliamo che questi ragazzi,
che questi bambini…infatti quando hanno fatto a Verdello “l’immigrazione degli italiani in America”…una cosa stupenda…una cosa che io
voglio che tutti i comuni della zona, della provincia di Bergamo che lo
fanno leggere ai loro bambini, perché questa fiera hanno detto tutte
le testimonianza di nonne, di zii, di sorelle, di mamme che hanno
immigrate in America, in Belgio in tutti…infatti raccontano come sono
stati accolti, come hanno vissuto di là..
Assessore: Cosa hanno subito.
Presidente: Sì, infatti quando io l’ho letto...quando sono andata per la
prima volta. sono andata perché devo farlo con il gruppo, appena ho
letto una testimonianza…gli italiani dicono:spaghetti, o questa roba
qui che non voglio neanche ricordare mi sono messa a piangere…
non vogliamo anche noi, per esempio che grazie a dio che gli italiani..
che non abbiamo subito fino a sto punto queste cose… infatti quando l’amministrazione, il prete della scuola media hanno pensato di
portare le classi a vedere questa mostra…l’obiettivo è stato, perché
abbiamo fatto una riunione col prete che sono andata e ha detto:
vogliamo fare vedere a questi ragazzi: vedete i nonni cosa hanno
subito…non fate subire anche voi a questi…ci sono?”.
Parole come “non far subire” (alla donna né ai bambini, né alla
seconda generazione) “angoscia”, “paura”, sono termini che ritornano spesso nelle parole delle due donne intervistate.
Ritornando ai progetti in cantiere in questo momento, ci hanno
segnalato: una serie di incontri con dei rappresentanti della medicina e della pediatria, per aiutare la donna a conoscere e poter
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fare di più. Non solo essere relegate in un ruolo passivo:
“Abbiamo pensato anche di fare degli incontri per questa donna che
va dal pediatra, che il pediatra sempre si rivolge sempre al papà e
il papà è sempre con la testa nel lavoro…dì alla moglie di fare questa medicina, il pediatra sempre è un po’ arrabbiato perché le cose
sempre non vanno…non ci si capisce” (…).
Per quello allora abbiamo detto, che questi incontri che questo professore viene con la dottoressa...facciamo con queste donne immigrate…Noi vi prepariamo prima e poi viene questo professore e poi
ci danno queste lezione e anche le donne, la mamma… sente che è
una cosa che partecipa ad una cosa per lei, che serve...non è sempre
quella che dà il pane…
Referente: Fa la cucina
Presidente: Cucinare, fare dolci…fare la compera
Assessore: Viene considerata come una persona che può capire che
non sempre deve avere bisogno di qualcun altro
Presidente: E non stare sempre a chiedere
Indipendente…?
Ecco brava indipendente! Ecco noi vogliamo darla questo sentimento...Noi stiamo cercando di dare questa cosa, di dare questa …speranza…giusto?
Assessore: Sì, sì! Dai che vai bene!
Si capisce bene
Questa speranza, dare a questa donna…veramente…”.
As-soci-azioni, Associazione di Associazioni
As-soci-azioni è un’associazione di associazioni nata da un lavoro
durato più di 3 anni in cui varie associazioni di diversa nazionalità si
incontravano mensilmente presso dell’Agenzia per l’Integrazione per
ragionare insieme rispetto a varie tematiche. L’associazione nasce
a fine marzo del 2007. I fondatori sono 11 associazioni, tra italiane,
straniere e miste.
La decisione di costituirci è arrivata dopo che abbiamo provato a fare
delle cose insieme e quindi nel 2004 c’è stata la multifesta.
Dopo questa esperienza abbiamo ragionato ed emergeva che la
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necessità era comunque quella di mantenere un livello operativo,
nel senso che le associazioni sono estremamente diverse e il piano
operativo era quello su cui ci si poteva incontrare, ma d’altra parte
diventava importante e significativo dare una forma propria a questa
nuova realtà che si stava riunendo abbastanza stabilmente.
Quindi abbiamo iniziato a ragionare sulla forma che avrebbe potuto
assumere… Una volta fatta la scelta della formula associativa abbiamo pensato un minimo di percorso di formazione interna sull’
associazione gestita da persone che facevano parte del tavolo.
Lo statuto non era una questione scontata
Si è sviluppata in 3-4 incontri in cui si è cercato di approfondire il
significato di statuto,che senso avesse la forma associativa e una
serie di argomenti in modo tale che le varie associazioni presenti
riuscissero ad avere un terreno comune, un linguaggio comune da
cui muovere…
Un passaggio fondamentale è stato la stesura dello statuto durante
il quale sono emerse una serie di mancanze rispetto al ragionare
insieme ed è stato il primo terreno di mediazione per trovare cose
su cui tutti fossero d’accordo.
...Poi il passaggio successivo è stato quello della stesura dello
statuto,lavoro impegnativo perché nello statuto, anche se è un documento freddo devono però rientrare tutte le caratteristiche che il
gruppo vuole dare alla nuova realtà che si costituisce (…).
Ci sono tutta una serie di questioni da discutere, affrontare…in modo
che ne uscisse un documento condiviso,cioè non scritto da qualcuno
e accettato passivamente da altri ma discutendo anche su alcuni
nodi (…).
...e facendo questo lavoro sono emerse una serie di mancanze...
Mancanza di abitudini a ragionare tenendo presenti questi criteri
perché quando si fa un associazione tra italiani ci sono delle formule
che sono quasi scontate…invece qui andavano rimesse in discussione
e capire che senso avesse per noi utilizzare certi termini e che senso
avesse per altre persone lo stesso termine…”.
L’adesione è stato un passaggio importante
Come la presidente informa, una delle clausole per aderire ad AsSoci-Azioni era la delibera scritta dell’associazione interessata per
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evitare che vi fossero adesioni di singoli quindi senza che la base
sociale fosse d’accordo.
Un altro passaggio è stato quello di capire se volevamo che fosse un
associazione di volontariato o no...
“...per esempio riallacciandomi al discorso di prima un altro passaggio è stato quello di capire se volevamo fosse un’associazione di
volontariato o no…perché anche qui non tutte sono associazioni di volontariato non tutte si riconoscono in questa formula quindi abbiamo
deciso di non metterlo…quindi alcune cose che non appaiono nello
statuto non compaiono per scelta…sarebbero state in qualche modo
strettoie che non avevano molto senso rispetto a questa cosa…poi
abbiamo scoperto che un associazione di associazioni non può essere
onlus quindi di fatto diventa un associazione di promozione sociale…
perché quando si parla di associazioni che lavorano con l’immigrazione viene automatico pensare che fa assistenzialismo…ciò che noi non
vogliamo…quindi ha comportato un po’ di fatica in questo senso…però
a questo punto dovremmo esserci…speriamo che sia fatta…”.
Gli ambiti di azione
Gli ambiti di intervento sono 3…e rispecchiano le caratteristiche delle
associazioni che ne fanno parte…per cui c’è un aspetto che è legato
alla socializzazione, quindi l’idea è di organizzare delle iniziative, anche solo tra le associazioni che fanno parte di questa cosa…
Un ambito è più che chiamiamolo politico, cioè confronto e contatto
con le istituzioni, e poi uno su cui ho insistito molto è un ambito, che
dovrebbe occuparsi di riflettere…nel senso che, io e tanti anni che
lavoro in questo ambito e secondo me una cosa che manca è quella di
trovare dei luoghi dove persone immigrate e persone italiane ragionino insieme sulla stessa cosa, perché anche il concetto di associazione
che accomuna divide anche . ..in realtà in questi anni se c’è una cosa
che è risultata più che evidente è che pur essendo tutte associazioni
gli aderenti hanno esperienze e un concetto di associazione che è
molto diverso o comunque è diversa la traduzione operativa..
L’associazionismo è un ponte
La presidente ragiona anche rispetto al ruolo che secondo lei hanno
le associazioni che sono una realtà assolutamente unica e che definisce come:
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“...Da una parte quella di raccogliere persone e gruppi che decidono in prima persona di costruire questa realtà e dall’altra di essere
una realtà che a quel punto non è un individuo, un singolo non sono
istituzioni ma sono lì un po’ a metà strada…quindi hanno anche questo compito di restare a metà strada quindi di potersi confrontare e
dialogare sia con i singoli che con le istituzioni...
Un ponte …”.
Dichiara che bisogna tenere conto della cura delle associazioni a
livello interno ed esterno perché sono realtà che vanno gestite, vanno curate nella dimensione interna valorizzando la dimensione del
gruppo e la dimensione esterna cioè dei rapporti con le associazioni
che non hanno aderito e con la città.
In che modo?
...Penso che già il gruppo dell’associazione è un terreno entro il quale
si fa cultura in qualche modo e anche lì non è che la si fa per caso…
bisogna che si lavori, che vengano approfondite e assunte in prima
persona le idee che si portano avanti e quindi è una cosa su cui io
insisterò anche in questa nuova realtà (…).
E rispetto al territorio?
...Da una parte io spero che verrà percepite dall’ esterno come una
realtà nuova che non vuole prendere il posto degli altri…nel senso
che ci sono realtà come il coordinamento immigrati per cui noi e loro
potremmo essere viste come realtà simili e quindi in competizione
tra loro…ma spero che non avvenga perché non è assolutamente
così...
Spero che non si venga percepiti come antagonisti nemmeno nel
momento in cui si dovrà interagire con le istituzioni..
..detto questo a me piacerebbe che questo gruppo si qualificasse e
si caratterizzasse per le riflessioni che vengono fatte all’interno del
gruppo..
Perché c’è bisogno di sentire una voce che è di qualcuno che sta
provando a ragionare insieme su queste cose…non so se ci sono i
margini per farlo, se c’è interesse a farlo però sarà senz’altro uno
sforzo che noi faremo...”.
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II PARTE ALCUNE CONSIDERAZIONI A MARGINE
Rispetto al panorama delle interviste fatte e della conoscenza del
mondo delle associazioni avuta “sul campo”, si possono fare alcune,
schematiche, considerazioni, che ovviamente non “comprendono”
tutta la complessità di questa realtà e della sua evoluzione:
• molto marcata è la richiesta del “ritorno immediato”: spesso le
associazioni di immigrati si accostano alle istituzioni o ad altre
enti e associazioni con l’idea di avere un beneficio in termini
economici, di immagine o di aiuto a diversi livelli: se questo accade allora inizia e continua la collaborazione; se il lavoro fatto
insieme richiede da entrambe le parti impegno e continuità senza un riscontro materiale immediato, in tal caso spesso le associazioni si allontanano ed interrompono la collaborazione;
• è ancora presto, per molte associazioni, per affrontare e comprendere il tema del volontariato: una delle difficoltà maggiori
che i referenti delle associazioni denunciano è la difficoltà ad
avere risorse economiche e per qualcuno è davvero difficile riuscire anche solo a spostarsi dalla provincia a Bergamo per
partecipare alle riunioni o per organizzare eventi. La richiesta
è quindi quella di una collaborazione “remunerata”, anche solo
per i rimborsi spese degli spostamenti. Inoltre fanno presente
che nei Paesi di origine non sempre esiste l’idea o lo stile del
volontariato, per cui è difficile farlo passare agli associati che
spesso si ritrovano e vivono qui con lo stesso stile con cui vivevano al Paese di provenienza;
• alcune associazioni si allontanano dai tavoli di lavoro perché si
alza troppo il livello di riflessione o perché “si chiacchiera troppo”. Il confrontarsi e il discutere su temi che riguardano a livello
teorico l’immigrazione e l’integrazione viene ritenuta una perdita
di tempo. E’ più facile coinvolgere facendo che pensando!;
• è ancora troppo diffusa la prassi della “delega” ai singoli o alle
associazioni più attive, beneficiandone direttamente o indirettamente. Oppure l’attivazione pubblica è finalizzata al raggiungimento di un risultato specifico, il cui soddisfacimento esaurisce
poi l’impegno.
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Altre associazioni conosciute in questi anni, hanno elevato notevolmente il lavoro di riflessione comune e di conoscenza del
“mondo” delle associazioni immigrate: alcuni “passaggi” sono
stati pensati e vissuti insieme con associazioni italiane.
Dal lavoro comune per organizzare la festa folkloristica, si è passati a capire che questo non è più sufficiente (anzi a volte è controproducente!), ma serve che si lavori insieme verso altri obiettivi:
• attività pubblica, cioè cercare di mantenere i contatti con le Istituzioni (Comune, Provincia, Ospedali, Prefettura, Questura…) e
proporsi come interlocutori per far sentire la voce, il pensiero,
il vissuto, le esperienze provenienti dal mondo degli immigrati,
senza per questo arrogarsi il diritto di “rappresentare gli immigrati”;
• attività ricreativo/socializzante, che ha l’obiettivo di creare momenti di incontro tra le persone attraverso iniziative sportive,
culturali, artistiche…;
• attività di approfondimento e riflessione perchè le associazioni
hanno notato che, quasi mai, a parlare di immigrazione sono gli
immigrati stessi. Diviene perciò importante dedicare del tempo
e creare occasioni in cui, chi vive il fenomeno migratorio possa riflettere sulla propria esperienza, approfondendone alcuni
aspetti, per essere poi capaci di offrire alla città il proprio punto
di vista.
E’ inoltre emersa fortemente la necessità che le associazioni siano visibili sul territorio.
Questo è possibile uscendo all’esterno, creando reti con le varie
realtà territoriali, facendosi conoscere nel modo più semplice e
“coinvolgente” (anche per chi non ama i convegni o le riunioni)
cioè utilizzando gli strumenti della festa, della musica, della danza, del cibo etc.
Emerge infatti spesso che una necessità fondamentale delle associazioni è anche quella di mantenere viva la loro cultura e di
farla conoscere anche con queste modalità.
E’ nata in questi anni anche l’esigenza e quindi la richiesta da
parte delle associazioni (sia italiane che immigrate) di una forma-
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zione a 360°, che approfondisca i modi di gestire l’associazione,
sia rispetto alle relazioni interne alle associazioni, quali:
• la difficoltà del “leader” ad essere riconosciuto, in quanto un
problema, spesso evidenziato dagli stessi referenti/presidenti
delle associazioni, è che i leader riconosciuti dagli italiani non
rappresentano davvero i loro connazionali, per cui si creano
fratture all’interno dei gruppi nazionali e diffidenza con le istituzioni e gli organismi italiani;
• la fatica a coinvolgere gli associati perché c’è troppo via-vai
all’interno delle associazioni; hanno problemi più urgenti da risolvere; non capiscono l’importanza di lavorare insieme nell’associazione e soprattutto con le altre associazioni…
sia rispetto alle relazioni esterne, quali:
• rapporti con il territorio;
• riconoscimento del loro ruolo;
• rapporti con amministrazioni e istituzioni;
• fatica ad interagire con altre associazioni, anche all’interno dello
stesso gruppo nazionale.
E’grande anche il bisogno di conoscere quali sono i canali di finanziamento: quasi tutte le associazioni vivono grazie ai contributi
degli associati, ma per tutti è evidente la difficoltà a “far quadrare
i conti”. Diverse associazioni hanno comunque “spirito imprenditoriale” per cui, quando fanno le loro iniziative hanno sponsor,
agganci e sostegno da parte di privati e amministratori pubblici.
La maggior parte di loro però fatica a portare avanti le attività.
Oltre a non avere possibilità economiche rilevanti, non hanno
neppure peso politico. E’ anche da tener presente che, in questo
momento, il non riconoscimento del diritto di voto agli immigrati e, quindi, l’impossibilità di pesare nell’arena politica, spesso
rende inutile o quasi irrilevante le richieste fatte alle amministrazioni per ottenere finanziamenti o sostegni. Gruppi nazionali
o associazioni, attive già da molti anni, che contano in alcuni casi
centinaia di iscritti, non ricevono alcun tipo di contributo esterno
e faticano ad ottenere l’utilizzo di locali comunali da adoperare
come loro sedi.
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La mancanza di spazi adeguati è per le associazioni un peso non
indifferente. Questa situazione certamente non agevola le associazioni nella realizzazione delle loro attività, e limita la possibilità
di costituire un punto di riferimento per l’intero gruppo nazionale
di cui sono, almeno in parte, espressione. Spesso sono infatti
obbligate a chiedere in più direzioni prima di poter ottenere uno
spazio idoneo per quella determinata attività.
La richiesta principale che le associazioni fanno ad enti, istituzioni
e Comuni è proprio quello di poter ottenere una sede e spesso il
fatto che il territorio non risponda a questa loro esigenza viene
vista come una discriminazione nei loro confronti, non rendendosi conto che anche molte associazioni italiane sono nella loro
identica situazione.
Alcune “eccezioni” stanno venendo avanti in questi ultimi anni,
in quanto associazioni con numerosi associati (per es. Senegal e
Marocco) prendono l’iniziativa di acquistare locali in cui mettono
la sede dell’associazione e in cui portano avanti iniziative sociali
o religiose.
Le associazioni sentono anche la necessità di farsi conoscere
all’esterno facendo “formazione” e utilizzando diverse forme: convegni (Senegal – Marocco – Burkina Faso - Eritrea…), seminari,
incontri culturali di vario genere, e presentando anche i progetti
di sviluppo che molte di loro hanno con il Paese di origine .
Anche al loro interno sviluppano progetti di formazione indirizzati, per esempio, ai ragazzi del proprio Paese (corsi di lingua
araba per bambini marocchini etc.) aperti anche alla popolazione
italiana.
Le associazioni sentono il bisogno di avere “più peso” sul territorio. C’è la consapevolezza che se si lavora uniti la visibilità e il
peso delle richieste è maggiore. Ci si rende conto che i problemi
di un immigrato riguardano spesso tutti gli altri, di qualsiasi nazionalità si tratti, ma sono ancora molte le difese e i muri che ci
sono fra un’associazione e l’altra.
Infatti un altro aspetto che si è andato via via definendo con la
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conoscenza del “mondo” dell’associazionismo immigrato è quello
dei contrasti fra le molteplici associazioni di immigrati (non si
accettano a vicenda per questioni culturali; ci sono vecchi rancori dovuti alla storia dell’associazionismo a Bergamo…) e spesso
anche all’interno delle stesse associazioni e dello stesso gruppo
nazionale, che porta a volte alla divisione e alla creazione di altre
associazioni, con obiettivi simili.
Tutte le Associazioni incontrate, hanno lamentato il fatto che le
associazioni di immigrati vengono contattate dalle diverse realtà
della società bergamasca solo quando servono loro per “dare colore” ad un incontro, oppure vengono invitate a qualche iniziativa
quando tutto è già deciso e loro si trovano a dover “obbedire” alle
richieste fatte se sono interessate a partecipare. Quasi mai sono
contattate nel momento della progettazione e della programmazione delle iniziative, per cui si sentono utilizzate, ma non valorizzate.
D’altro canto, quando c’è la possibilità di proporre idee o di aderire a tavoli di programmazione, spesso è difficilissimo avere la
loro disponibilità e la partecipazione costante, quindi si riscontra
poi difficoltà da parte degli italiani a gestire i rapporti discontinui
con le associazioni di immigrati.
Solo ultimamente si verifica che sono gli immigrati stessi che
prendono l’iniziativa di progettare qualcosa e sono loro che invitano gli italiani a collaborare; stiamo forse arrivando alla fase del
“diamo anche noi” e non soltanto del “dovete darci”, equilibrando
quindi il rapporto con la società di accoglienza e con le persone
singole.
Malgrado tutte le difficoltà riscontrate ed esposte, l’associazionismo immigrato in provincia di Bergamo è molto dinamico, vario e
vivace e sta cominciando veramente a svolgere funzione di “mediatore” fra la società bergamasca e l’immigrazione:
• nel giro di pochi anni le associazioni immigrate sono aumentate
e si sono “assestate” all’interno dell’ambiente bergamasco;
• svolgono un lavoro di accoglienza e sostegno delle persone immigrate, aiutandole ad inserirsi nella società di permanenza e
113
garantendo anche la salvaguardia della cultura;
• hanno creato reti e contatti con enti, istituzioni, associazioni,
gruppi dei diversi territori, stimolando la conoscenza reciproca
e la collaborazione;
• sollecitano in vari modi il discorso della cooperazione e dello
sviluppo nei loro Paesi di origine.
Ovviamente il lavoro da fare è ancora lungo e complicato.
Serve che si delinei chiaramente il quadro dell’impegno che svolgono le associazioni e la ricchezza che apportano alla realtà sociale bergamasca, e d’altro lato le associazioni immigrate devono
riuscire a trovare un equilibrio fra il “qui” e il “là” e devono mettersi in gioco per creare qualcosa di nuovo che nasce dall’incontro
fra somiglianze e differenze.
114
OSSERVAZIONI E IMPLICAZIONI
Una realtà sempre a parte?
Le ricerche condotte fino ad oggi su questo tema non hanno esitato nell’uso del lessico e dell’approccio, producendo due effetti:
la visione di questa realtà come mondo a parte rispetto all’associazionismo nostrano e l’adozione scontata di termini (etnico) e di
approcci, che invece hanno bisogno di argomenti e verifiche per
garantirne l’efficacia cognitiva ed analitica.
Le considerazioni che seguono provano ad argomentare questa
osservazione, proponendo alcune piste di riflessione e corrispondenti proposte di azione.
Il ragionamento preleva materiale da un giacimento informativo,
l’indagine svolta a Bergamo, e può contare su una riserva aurea,
l’esperienza maturata in questo ambito sul campo. Certo ciò può
assicurare dei limiti, ma sembrano essere secondari, a parere di
chi scrive, rispetto a quelli dell’osservatore esterno (anche o malgrado sia empatico culturalmente o ideologicamente). La ragione
è semplice: è grazie alla frequentazione nel tempo, all’esperienza
di anni di lavoro, all’ideazione ed organizzazione di azioni ed iniziative, al confronto su eventi ed avvenimenti che è possibile capire
modi di pensare, essere e fare che l’osservazione dall’esterno non
è in grado, a volte, neanche di cogliere e/o intercettare.
Procediamo per punti.
Gli italiani osservano
Ad oggi mancano lavori di studiosi, esperti e/o addetti ai lavori
stranieri che analizzino e parlino del fenomeno che li vede direttamente coinvolti come attori. Questo è il primo dato. Alla registrazione va aggiunto che da alcuni anni è la società italiana
(si ricordi il lavoro specifico realizzato dalla Fondazione Corazzin
per il CNEL) a produrre ricerche, rapporti e sintesi sul tema (vedi
note).
L’implicito, ormai sempre meno tale, è l’approccio sottostante: il
115
“noi” che osserva “loro”.
Un tale approccio è uno dei lasciti della prima fase degli studi
sull’immigrazione (“errore giovanile”, parafrasando la pedagogista M. Santerini), di quella fase in cui il Paese, attraverso le sue
istituzioni, centri di ricerca ed un diffuso expertise individuale, a
volte improvvisato, guardava ad un realtà inedita generata da un
fenomeno a sua volta nuovo. La novità, insomma, informava e
motivava gran parte del lavoro di conoscenza. Inoltre, la giovane
età dell’associazionismo, creato da immigrati, rafforzava questa
attenzione e la sua visione come universo a parte. Oggi, dopo più
di venti anni, non è possibile continuare a “vedere” allo stesso
modo questa realtà, che, nel frattempo, è lievitata, si è ramificata,
intrecciata con molte realtà italiane, istituzioni ed ha maturato
una non trascurabile visibilità e protagonismo.
L’attributo (etnico) non solo rafforza questa separatezza, ma la
connota, creando di fatto una gerarchia tra l’associazionismo degli
italiani, non etnico per definizione, e quello degli immigrati che invece è etnico per definizione. Si tratta di una proposizione che non
trova argomenti a sostegno e che un esame più ravvicinato(come
questa ricerca) ed attento non conferma o almeno non consente
di generalizzare.
L’attributo contribuisce, inoltre, a rafforzare distanze, differenze
e diversità, che vanno invece analizzate facendo anche attenzione all’impostazione che informa lo sguardo dell’osservatore. Una
conferma indiretta potrebbe essere rappresentata da quelle associazioni, che vedono la presenza di italiani ed immigrati, che non
potrebbero a rigore rientrare nella classificazione duale accennata. Insomma l’analisi richiede che due requisiti vadano rispettati
con rigore: il primo è una verifica empirica al posto degli assunti
ed il secondo è quello di non rafforzare abitudini classificatorie
dal sapore etnocentrico.
Oltre il “Noi - Loro”
Il cambiamento del modo di osservare deve partire da una posizione che vede come unico universo la fitta rete delle relazioni che
116
interessano gli immigrati e gli italiani. La dicotomia iniziale deve
cioè essere vista come parte di un insieme molto più articolato,
che le coppie che si riportano di seguito delineano schematicamente:
• noi/noi per indicare conflitti e differenze tra gli italiani (anche)
in tema di immigrazione;
• noi/loro per indicare che questa relazione continua ad esserci;
• loro/loro per indicare le relazioni, ancora troppo poco cercate ed in molti casi inesistenti tra gli immigrati di collettivi di
passaporto diversi ed in altri conflittuali (non solo nell’ambito
della devianza, ma anche del pregiudizio, del disinteresse per
rapporti anche sporadici e o temporanei; insomma la condizione
giuridica e sociale non è sufficiente per relazioni dense e fiduciarie come fanno credere alcune rappresentazioni ideologiche
dell’immigrazione);
• loro/noi per indicare le differenti relazioni con gli italiani che
variano da gruppo a gruppo oltre che all’interno dei gruppi.
Se si assume questo diverso punto di osservazione allora ne consegue che:
• l’associazionismo degli immigrati18 non è una realtà a parte rispetto all’universo associazionistico di un determinato territorio
(nell’indagine la provincia di Bergamo);
• l’associazionismo degli immigrati non ha connotazioni obbligatorie ed uniformanti giustificate dall’omogeneità degli attori
(immigrati);
• le relazioni tra associazioni di immigrati, anche tra quelle di una
stessa nazione di riferimento, vanno esaminate puntando a far
emergere uniformità e difformità, potenzialità e disinteresse,
ed anche distanza, concorrenza e conflitto.
Il rischio però da evitare è quello di passare da un conformismo
ad un altro.
Al primo abbiamo accennato; il secondo è rappresentato dal fatto
18
Si usa questa espressione con la consapevolezza dei suoi limiti ed
implicazioni, come si evince dalla lettura del testo.
117
di non vedere differenze e diversità.
E allora, in estrema sintesi:
In comune:
• l’associazione risponde ad una necessità evidente ( dal mutuo
aiuto al sostegno ecc.);
• è parte integrante del capitale sociale territoriale.
Le differenze:
• pochi tra gli aderenti sono cittadini a pieno titolo (cittadinanza
acquisita). La maggioranza è costituita da soggiornanti con permesso, breve o lungo, e non è irrealistico pensare che a questi
va aggiunto un buon numero di irregolari;
• una nazionalità – una associazione. Solo in pochi casi questo
rapporto è rispettato; si va dall’assenza, come nel caso dei cinesi in provincia19, ad una numerosità sempre suscettibile di
variazioni: per i senegalesi si contano oltre 20 associazioni, e
numerose sono anche quelle dei marocchini;
• l’insediamento20 per Comuni è lo specchio della presenza sul
territorio.
Il primo tratto in comune richiede però una precisazione. Il riferimento è ad alcune associazioni che hanno la loro ragion d’essere nella provenienza (ad es. villaggio) e nella scelta di operare
(esclusivamente o quasi) per assicurare sostegno e risorse a progetti di sviluppo dello stesso. In alcuni casi è l’adesione all’associazione qui che ne garantisce la fruizione o il beneficio da parte
dei familiari a “casa”. Numerosi osservatori hanno etichettato
questo orientamento come “volto all’indietro”, una versione della
chiusura verso l’esterno (bonding) a favore degli aderenti, a fronte
di altre associazioni che vivono in posizione aperta verso l’esterno
(bridging). Un caso che racchiude entrambi gli orientamenti potrebbe essere quello dell’associazione del Burkina Faso che è aperta al
19
Questo risulta dall’indagine; è possibile che la realtà possa differire e
che non sia stata colta dall’indagine.
20
Il dato di riferimento è la sede denunciata dell’associazione, che ovviamente non coincide con l’orizzonte di azione.
118
territorio pur contenendo una “chiusura interna” che coincide con le
appartenenze etniche. In altre parole, i “noi – gruppo” sono interni
al “noi – nazionalità”.
La distinzione analitica, quindi, va necessariamente adattata nell’esame del caso, perché spesso ci si trova di fronte a pratiche associative di soggetti che hanno progetti migratori nati e avviati in terra di
partenza con finalità che in questa origine trovano spiegazione e ad
esse “tornano” dopo anche periodi lunghi di permanenza all’estero.
Allora nel corso di questa permanenza l’attenzione e l’apertura verso
gli altri e il contesto è relativa e funzionale. Non si tratta, quindi, solo
di un diverso “punto di vista” tra attori sociali ed esperto, ma anche
di una fare associazionismo che trova spiegazione fuori dal contesto
di esame dell’osservatore, con la conseguenza di un necessario uso
prudente di categorizzazioni “monolocali”.
Questa posizione inoltre fa prevalere nel giudizio l’orientamento
dell’azione e non tiene nella dovuta considerazione che l’associazione è di fatto un trait d’union tra progetti migratori individuali
e/o di piccolo gruppo e lo sviluppo della vita associativa, le relazioni con altre associazioni e con le istituzioni locali italiane (v. le
esperienze di cooperazione decentrata realizzate con la partecipazione di associazioni di immigrati e la comune esperienza di
soggiornanti alle prese con la temporaneità dello stato giuridico)
costituiscono un “traffico relazionale”, che può rendere meno unidirezionale la mission.
Gli esami non finiscono mai
Il modo di “osservare” trova un corrispettivo nel lessico. Ed anche
questo va messo alla prova.
Capitale sociale
Per poter affrontare questo aspetto occorre qualche osservazione
preliminare sul concetto stesso.
La letteratura sterminata sul tema impone una selezione degli
aspetti più utili alla nostra esposizione, anche perchè le interpre-
119
tazioni sono numerose e da strumento euristico si è passati, con
la diffusione e l’uso, ad un concetto ombrello21 Lo confermano, in
particolare, gli studiosi22 che hanno operazionalizzato23 il concetto
per assicurare efficacia allo strumento scelto per l’indagine.
In secondo luogo non va trascurato il suo depontenziamento quando gli attori coinvolti non hanno risorse da mettere in gioco24 e i
possibili esiti di riduzione delle opportunità quando la rete è interna
ad una “comunità” e tendenzialmente non travalica, anche come
reazione all’ostilità esterna, i suoi confini25. Infine, occorre richiamare un’altra distinzione analitica tra associazionismo e capitale
sociale, come invita a fare Chiesi: “tuttavia identificare un’associazione… con il CS (Capitale Sociale) tout court significa forse confondere la risorsa con lo specifico meccanismo che la alloca26”.
Nello sposare la prudenza analitica, appare, comunque, un dato
accertato la relazione stretta tra associazionismo e capitale sociale e che un diffuso ed articolato tessuto associativo non solo
è una condizione ed un meccanismo di allocazione, ma anche
uno spazio di produzione di legami significativi e di azione sostantiva. Proprio per questo è utile, con l’aiuto delle indagini internazionali27 e di quelle recenti di Cartocci, avere uno sguardo più
ampio in cui collocare le specifiche indagini nazionali ed i risultati
di quella provinciale.
21
Cfr. la valutazione di A. Bagnasco “…non è un caso, dunque, che il suo
uso sia diventato anche una specie di moda analitica...” in A. Bagnasco,
Società fuori squadra, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 14.
22
Cfr. in particolare A. M. Chiesi, Problemi di rilevazione empirica del
capitale sociale, in Inchiesta, gennaio – marzo 2003.
23
Procedimento che consente di tradurre un attributo dell’oggetto in variabili da verificare tramite strumenti di indagine.
24
A. Andreotti, Strategie di selezione per la mobilitazione di capitale sociale, in Inchiesta, gennaio – marzo 2003.
25
A. Portes, Capital social: origens e aplicações na sociologia contemporânea, in Sociologia, problemas e práticas, n° 33, 2000.
26
A. M. Chiesi, Problemi di rilevazione empirica …, pag. 90.
27
Il riferimento è alle tre indagini (1981, 1990, 1999) sui valori degli europei, tutte promosse e realizzate sotto l’egida di European Value Study
(EVS) di Amsterdam. Per i dati italiani dell’ultima si vedano le anticipazioni in R. Gubert (a cura di), La via italiana alla postmodernità, F. Angeli,
Milano, 2000.
120
Quelle internazionali analizzano il tasso di adesione (e le sue caratteristiche) rispetto alla popolazione.
L’Italia si colloca nel “gruppo mediterraneo, che si configura con
la più bassa propensione associativa” unitamente a Francia, Portogallo e Spagna. Ma si riscatta per “l’alta propensione al lavoro
non – profit nella membership delle associazioni28”.
Il punto importante delle rilevazioni è costituito dalla tipologia,
che comprende anche associazioni professionali e di categoria,
sindacati, partiti, associazioni sportive29 e religiose. Si tratta di un
insieme che ha nella cornice giuridica il punto in comune, ma nelle finalità ( e quindi nella prassi e nell’operatività) forti differenze,
che incidono sul tasso che vede l’Italia in buona ripresa.
“L’Italia è stata un paese tradizionalmente povero di legami associativi30” questo era emerso con la prima indagine (Almond e
Verba) che vedeva al confronto 5 nazioni, l’esito era il frutto di una
differenza interna: più partecipazione nelle organizzazioni politiche che in quelle civili. Il trend generale non accenna a migliorare
nei decenni successivi,31 come registra l’indagine internazionale
richiamata in precedenza, anche se la specificità italiana si attenua. L’IREF, dal canto suo, monitorando per un arco di tempo lungo (dal 1983 ) evidenzia alcune variazioni interne, con una tenuta
della partecipazione all’associazionismo sociale.32
Dal canto suo, Roberto Cartocci, aggiornando ed approfondendo l’indagine di Putnam33 conferma la ricchezza dell’associazionismo ed il
suo valore per le società locali e per il Paese in generale, registrando , anche in questo caso, la divisione tra Nord e Sud a vantaggio
28
G. Scidà lo definisce “tasso di propensione al lavoro non – profit nella
membership delle associazioni”.
29
C. Marilli, E. Torrese, Sport e immigrazione a Bergamo, in A. Aledda,
L. Fabris, A. Spallino, Multiculturalità e sport. Atti del XV Congresso del
Panathlon International, F. Angeli, Milano, 2006.
30
D. La Valle, Capitale sociale in Italia: l’andamento della partecipazione
associativa, in Inchiesta…op.cit.
31
I dati sono rilevati dalla WVS, versione ampliata della EVS.
32
C. Catalbiano, Gli anticorpi della società civile, Carocci, Roma, 2007.
33
R. Putnam, R. Leopardi, R. Nanetti, La tradizione civica nelle regioni
italiane, Mondadori, Milano, 1993.
121
del primo. In questo quadro, la provincia di Bergamo si colloca nella
fascia 1,20 – 2,59, in una scala che va da -6,43 a 5,4734.
Le ricerche sull’associazionismo degli immigrati
Le ricerche sull’associazionismo degli immigrati hanno in comune
l’esame delle caratteristiche del fare associativo e le difficoltà di
un censimento esaustivo.
La documentazione raccolta35 non consente di tracciare un quadro
completo e ciò dovrebbe invitare ad una prudenza d’obbligo nelle
generalizzazioni, anche perché le lenti utilizzate mostrano due
limiti. Il primo è rappresentato dalla chiave interpretativa che è
centrata sulla partecipazione ed in particolare su quella a carattere socio – politico, “misurando” la forza che questa realtà ha di
incidere a livello locale o sovralocale. Il secondo è costituito dal
pensare unicamente in termini di immigrazione (A. Sayad), con
attenzione esclusiva al qui. Solo in un caso36 è stato chiesto di
esperienze maturate nei luoghi di origine ed il risultato (4 sui 10
oggi impegnati non ha mai avuto esperienze precedenti) induce
comunque a non sottovalutare questo aspetto, altrimenti resta
una parzialità non denunciata.
L’esperienza sul campo invita però a vagliare altri aspetti dati per
scontati.
La partecipazione
La partecipazione interna. Con questa espressione si intende
l’area dell’adesione e della vita interna.
33
R. Putnam, R. Leopardi, R. Nanetti, La tradizione civica nelle regioni
italiane, Mondadori, Milano, 1993.
34
R. Cartocci, Mappe del tesoro, Il Mulino, Bologna, 2007.
35
Cfr. l’accurata rassegna realizzata da C. Mantovan, in C. Mantovan, Immigrazione e cittadinanza. Autorganizzazione e partecipazione dei migranti in Italia, F. Angeli, Milano, 2007.
36
CNELONC, La rappresentanza diffusa. Le forme di partecipazione degli
immigrati alla vita collettiva, Ricerca a cura della Codres, Roma, 2000.
122
Da tempo gli studiosi hanno messo in evidenza l’ambivalenza del
concetto e la necessità di un’attenta verifica empirica in stretto
rapporto con i fini dell’indagine che si realizza.
In altre parole è necessario essere prudenti nella generalizzazione.
Occorre considerare anche il momento che precede l’iscrizione/
adesione, che, in alcuni casi, riduce le opportunità per le donne a
tutto vantaggio del ruolo dell’uomo e della sua visibilità pubblica.
Un analogo risultato, ma riservato a tutti e due i sessi, può essere
rappresentato dai livelli di istruzione degli aderenti e dei potenziali
associati.
In altri termini, la parola partecipazione non gode di estensione
automatica e non riduce ipso facto alcune divisioni socio- culturali
(tra cui anche quelle di casta come nel caso degli indiani).
La partecipazione esterna. Con questa espressione si intende fare
riferimento alla partecipazione delle associazioni alla vita sociale
del contesto.
Qualche accenno è stato già fatto. Ad essi va aggiunto quello che
è possibile esprimere con la seguente domanda: le associazioni
di immigrati partecipano alla vita sociale, culturale e civile del
territorio di insediamento?
La risposta positiva non è generalizzabile allo stesso grado per
la differenza di età nella costituzione delle organizzazioni, la loro
composizione per sesso, per il livello di istruzione, oltre che per
gli interessi e le vocazioni individuali. Ad oggi prevalgono due tipi
di attività: il far conoscere le proprie tradizioni e gli “usi e costumi”
e l’assistenza per la gestione delle incombenze relative alla condizione giuridica. Nel primo caso l’attività è improntata allo scambio, appunto far conoscere, ma in questo modo veicola una forma
di noità bidirezionale: verso gli italiani soprattutto e meno rispetto
agli altri cittadini provenienti da altre nazioni e verso i connazionali
presenti e/o residenti. Nella prima direzione si tratta della messa
in scena di un folklore con tare di esotismo e/o di tipizzazione ,
salvo pochi casi, di un livello di professionalità ancora iniziale
ed incerto quando sono gli aderenti a fare da protagonisti. Nella
seconda direzione si tratta di un intreccio tra conferma (il “nostro”
123
patrimonio culturale) e conoscenza non scontata tra i connazionali
per la provenienza geograficamente diversificata all’interno di una
stessa nazione. Ed infine l’esposizione “confeziona” un’identità,
che diventa noità quando è centrale il momento della socializzazione tra aderenti delle associazioni e tra aderenti e il resto dei
connazionali. L’ultima dimensione è quella politica. In questo caso
sono visibili da tempo posizionamenti ed individualità politiche,
colte dall’osservatore esterno. Le occasioni più significative sono
le elezioni qui per il rinnovo di organi (Presidenza e/o Parlamento) del proprio Paese, alcuni momenti politici nostrani (v. elezioni
politiche del 2006, oltre a consultazioni locali). E’ una dimensione
già in passato emersa quando la società locale ha stimolato la
rappresentanza attraverso i consiglieri aggiunti, le consulte di
immigrati (v. Gandino) e i consigli (v. l’esperienza di Bergamo del
1999 – 2002, quella di Bolzano e quella recentissima di Bologna).
Negli ultimi mesi la dimensione civile/pubblica37 sta assumendo
con più evidenza il segno dell’impegno politico elettorale,38 come
nel caso di Rifondazione Comunista e dell’UDEUR e recentemente
di Forza Italia (Telgate), del PD provinciale e dell’UDC cittadino.39
Si tratta di posizionamenti di tipo individuale che interessano pochi soggetti; il diritto di voto, probabilmente, farà aumentare il
volume e la diversificazione delle traiettorie e delle carriere. Al
momento è possibile ipotizzare, salvo verifiche, che non si assisterà ad una normale e generale evoluzione dall’associazionismo
alla politica, ma si registreranno “movimenti” contraddittori che
faremo fatica a comprendere se non cambieremo il nostro modo
di leggere la politica, se non terremo cioè presente che saranno
protagonisti gli adulti della “prima” “generazione” e che le loro
37
Quando non sono i fatti di cronaca italiana ed internazionale a sollecitare la presa di parola. Nel primo caso è possibile annoverare l’azione
dell’associazione italo – romena “Dacia” che ha agito per respingere stereotipi e immagini negative dei romeni; mentre nel secondo la presa di
posizione dopo l’attentato in Pakistan che è costato la morte di Bhutto.
38
Cfr. lo schema proposto da L. Pellizzoni, Cosa significa partecipare, in
Rassegna Italiana di sociologia, n° 3/2005, pagg. 498 – 503.
39
Cfr. E. della Ratta, L. dell’Olio, Partiti in ritardo: integrazione tutta da
inventare, in Il Sole 24 ore del 12/11/2007.
124
radici sono ramificate in una terra diversa da quella in cui si vive.
Il tempo, l’esposizione qui, gli orientamenti culturali, politici e religiosi e le aspirazioni individuali completeranno il quadro. Questo
tipo di partecipazione avrà certamente ripercussioni sull’associazionismo, rendendolo probabilmente più visibile, ma, forse, anche
più esposto nelle frequenti tornate elettorali e all’attenzione dei
partiti, generando ulteriori differenze e diversificazioni.
L’autonomia
Uno dei tratti caratteristici della società civile è l’autonomia rispetto all’organizzazione statale.40 L’applicazione e/o deduzione
dalla realtà sociale nostrana è abbastanza scontata. L’adesione
alle norme giuridiche relative alla costituzione e gestione (Codice
Civile e normativa ad hoc) è la cornice del fenomeno e una qualsiasi ingerenza dello Stato verrebbe vista con sospetto e rigettata.
Nel caso delle associazioni degli immigrati bisogna allora tener
presente che in alcuni casi il rapporto con i Consolati non solo è
stretto (molte volte è ricercato per motivi diversi: prestigio, visibilità, riconoscimento, potere) ma la direzione è quella che prende
le mosse dal Consolato. Si tratta cioè di un rapporto richiesto con
l’autorità del caso dal Consolato, quale rappresentanza del Governo in Paese straniero, con gli effetti che si possono immaginare
sul piano dell’autonomia, ma senza cadere in una condizione di
totale eterodirezione.
Il rapporto con la religione
Il riferimento non è alle associazioni di ambito religioso, ma a
quelle che sono create da attori per i quali il rapporto con la religione è diretto e fondante per l’azione. Nel panorama delle associazioni degli immigrati è possibile rintracciare la doppia presen-
40
Negli studi postcoloniali questa impostazione è rifiutata, a partire dalla
realtà di Paesi come ad esempio l’India. Cfr. P. Chatterejee, Oltre la cittadinanza. La politica dei governati, Meltemi, Roma, 2007.
125
za. Ci sono associazioni che con e attraverso la fede testimoniano
la loro stessa ragion d’essere ed associazioni il cui operare vede
uno stretto intreccio tra pubblico e religioso (es. associazionismo
del mondo arabo e per gli indiani, ma non solo41). Quanto sia stretta questa relazione non è facile intravedere42, ma è necessario evitare di fare della laicità all’occidentale l’unico modo di osservare
con gli effetti che ne derivano in termini di analisi e valutazione.
Ed infine occorre tenere a mente che il sentire religioso non è
ragione sufficiente per un’agire unitario tra associazioni che sono
“animate” da fedi diverse. O, come nel caso di Zingonia, i collettivi
maggiormente presenti fanno riferimento all’Islam, ma questo
comune riferimento (anche se con diversificazioni interne) non si
trasforma in un collante sociale o in una base per azioni corali.
La cittadinanza
Giovanna Zincone ha tempo fa affermato che “la cittadinanza ha
a che fare con i diritti e la partecipazione è incentivata dalla presenza di robusti diritti di cittadinanza43…”. In generale è possibile
condividere tale posizione, ma occorre anche riconoscere che l’attuale realtà dell’associazionismo degli immigrati non ha questo
requisito alla sua base. Al contrario, non è necessario un esame
ravvicinato per affermare che la maggioranza dei soci non ha la
cittadinanza, ma il permesso di soggiornare, più o meno lungo, e
non di rado partecipano persone che gravitano nell’area dell’irregolarità. Si potrebbe dire in questo caso che l’associazionismo,
come esercizio civico, cioè agire pubblico non a fine privatistico,
mette in atto la cittadinanza di residenza ( se non di presenza),
cioè quella cittadinanza che ha come principio base la residenza
sul territorio ed il rispetto di alcuni doveri, tra cui quello fiscale.
Inoltre, le pratiche associative in terra di emigrazione non traccia-
41
L. Zanfrini, M. M.B. Asis, Orgoglio e pregiudizio, Fondazione Ismu, F.
Angeli, Milano, 2006, pagg. 53 – 56.
42
Babès, L’altro islam, Edizioni Lavoro, Roma, 2000, pagg. 130 – 134.
43
G. Zincone, Da sudditi a cittadini, Il Mulino, Bologna, 1992, pag. 218.
126
no una soluzione di continuità con l’agire politico del Paese di provenienza, come nel caso degli indiani e della loro storia sociale.
Società civile
E’ utile accennare, a questo punto, al rapporto tra associazionismo e società civile44. I motivi sono due: il primo è costituito dal
confronto con le tesi in circolazione, nate e sviluppate pensando
agli italiani, come cittadini, mentre con gli immigrati la cittadinanza non è scontata, per l’esiguo numero dei richiedenti e di
quelli che l’ hanno ricevuta, ed in secondo luogo perché le persone
che fanno l’esperienza associativa sono cittadini di un altro Paese
e l’esperienza associativa nella terra di origine non può essere
considerata a fortiori simile a quella realizzata ( o irrilevante) in
terra di arrivo e permanenza sia per la doppia condizione giuridica, che per le dinamiche culturali, politiche e sociali dei luoghi
di partenza45.
Ci invita in questa direzione la diversità di posizioni di studiosi
sull’uso dello stesso concetto sia qui, che in altri Paesi.
Come spesso avviene la stessa espressione assume connotazioni
diametralmente opposte o distanti.
E’ il caso della posizione dell’intellettuale indiano46 che utilizza il
concetto nella sua versione ottocentesca per segnalare che si tratta
di uno “spazio” sociale distante dall’amplissima platea della popolazione che vive ai margini delle città e che in questo modo non
potrebbe avere una sua posizione sociale, ma che, invece, la tiene
e lo fa con i modi e gli strumenti che individua (società politica).
44
N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Il Dizionario di politica, Utet, Torino, 2004; M. Magatti, Il potere istituente della società civile, Ed. Laterza,
Roma – Bari, 2005.
45
Cfr. A Frisina, P. Gandolfi, O. Schmidt di Frieberg, L’inserimento lavorativo degli immigrati marocchini a Milano, in: M. Ambrosiani, E. Abbatecola, Immigrazione e metropoli, F. Angeli, Milano, 2004; IRER, Tra le due
rive, F. Angeli, Milano, 1994.
46
P. Chatterjee, Oltre la cittadinanza. La politica dei governati, Meltemi,
Roma, 2007. Si vedano inoltre le posizioni divaricanti che hanno preso
forma al momento della sua pubblicazione in Italia.
127
Si pensi anche al mondo arabo47, se è consentita questa forzata generalizzazione, ed alle posizioni diversissime che si confrontano nell’esame
della presenza e ruolo di una società civile nell’ambito delle dinamiche
societarie e si pensi infine anche al ruolo diverso che ha l’associazionismo in Occidente. Insomma la varietà è forte e ai fini delle osservazioni
che qui si stanno sviluppando occorre tenerle presenti per evitare di
utilizzare concetti che assorbono, ma non trattengono.
Infine occorrerebbe iniziare a pensare che il fare associazione
non entra in sintonia con il pensiero della “doppia assenza”48, ma
con quella di doppia presenza, se pensiamo all’associazionismo
dei senegalesi49 e all’esperienza di molti immigrati che per lunghi periodi restano soci di organizzazioni che hanno sedi e vita
nelle due terre, straniere l’una all’altra, fino alla scelta definitiva
o all’esaurimento della significatività di una delle due esperienze
e/o di tutte e due.
47
T. Labib, Società civile e progetti democratici nel mondo arabo e A. Bozzo,
Società civile e democrazie nel mondo arabo, in F. Pizzini (a cura di), L’altro: immagine e realtà, F. Angeli, Milano, 1996; M. Mouaqit, Cambiamento
politico, società civile e globalizzazione: il caso del Marocco, in A Baldinetti, Società globale e Africa musulmana. Aperture e resistenze, Rubettino,
Genova, 2005; F. Mernissi, Karawan. Dal deserto al web, Giunti, 2005; Cfr.
Intervento di N. El Boudali, Università di Casablanca al Convegno “ Affacciati
sullo stesso mare. In dialogo con il Marocco”, Bergamo, 27 maggio 2006 [ videoregistrazione]; F. Cassano, D. Zolo, L’alternativa mediterranea, F. Angeli,
Milano, 2007 (in particolare i saggi di Persichetti, Giolo, Badran e Chefir).
48
Questa posizione non andrebbe impropriamente generalizzata, per la
specificità da cui trae origine: la storia coloniale dell’Algeria e la realtà
degli algerini in Francia. Inoltre, l’autore oppone “presenza che l’immigrato realizza in modo particolare” con “assenza che l’emigrato realizza
in modo altrettanto particolare”, anche se nel libro accenna ad esperienze pregresse nel paese di origine, pag. 170 A. Sayad, La doppia assenza,
Raffaello Cortina editore, Milano, 1999.
49
Si vedano in particolare i lavori di O. Schmidt de Frieberg, B. Riccio ed
il recente lavoro di P.D. Fall, S.M. Tall, V.T. Buzzone, Ch. Gueye, Capitale
sociale e potenziale di investimento nei territori di origine dei senegalesi
d’Italia, in: S. Ceschi, B. Stocchiero, Relazioni transnazionali e co – sviluppo, L’Harmattan Italia, Torino, 2006; E. Castagnone, F. Ciafaloni, E. Donini,
D. Guasco, L. Lanzardo, Vai e vieni. Esperienze di migrazione e lavoro di
senegalesi tra Louga e Torino, F. Angeli, Milano, 2005.
128
Associazionismo e “Comunità”
Spesso i due termini vengono usati operativamente come sinonimi. Naturalmente non è corretto, ma il fatto segnala un modo di
vedere ed allo stesso tempo un’esigenza. Il primo viene esaminato
in questo paragrafo, il secondo in quello seguente.
Gli automatismi non convincono
Molti danno per scontato che le associazioni rappresentino la “comunità” e che un rapporto con le stesse corrisponda ad intrattenere rapporti con la stessa. In via di principio non è corretto perché le associazioni non comprendono la stragrande maggioranza
dei connazionali. Ed il grado di rappresentatività è difficilmente
verificabile all’occhio esterno, perché lo stesso è un capitale da
utilizzare nell’interlocuzione con le istituzioni locali. Inoltre, la nascita di diverse associazioni non è dettata solo dall’appartenenza
nazionale, ma di villaggio o anche di quartiere, come nel caso dei
senegalesi di Dakar (v. associazione ASGRI). In altri casi il numero delle associazioni segnala non solo l’anzianità migratoria che
accomuna gli aderenti, ma anche divisioni di natura geografica
(provenienti dalla città, e o da città diverse, e provenienti dalla
campagna), di natura culturale, di progetto e divisioni dettate da
obiettivi personali, anche di natura politica. Infine, occorre tener
presente che conflitti e divisioni nel Pese di partenza determinano
anche a distanza le scelte dei singoli.
La sinonimia accennata non presenta difficoltà solo nell’uso, ma
denota anche una costruzione attraverso il secondo termine: comunità.
Le vicende dell’associazionismo sono già un primo indicatore utile per evitare costruzioni troppo calde, ma occorre anche avere
consapevolezza che l’origine nazionale non è un fattore naturale
di “comunione”. Questa anzi trova una spinta nel territorio estraneo, ma non è sufficiente per dare vita ad una realtà sociale, che
prescinda da tutte le differenze e diversità vissute nel Paese di
partenza.
129
COSA FARE? ALCUNI ORIENTAMENTI
E PROPOSTE PER L’ AZIONE
Fino ad oggi
Nel corso degli anni si è verificato un movimento di richiesta reciproca (utilizziamo il modello noi – loro): la società italiana attraverso Comuni, istituzioni, grandi e piccole organizzazioni, scuole
ecc. ha sollecitato contatti con le associazioni degli immigrati, ha
pensato che fosse un rapporto da ricercare oppure ha dichiarato
che fosse necessario. I fini sono stati diversi: da quelli funzionali
e/o strumentali, a quelli di promozione a quelli di interlocuzione
(come raggiungere questo o quel collettivo). Da parte delle associazioni degli immigrati si è verificato un analogo “traffico”, che
è stato, però caratterizzato da asimmetria di potere, da non conoscenza reciproca, con tutto quello che ciò comporta (diffidenza
ecc.), da scarsità di risorse sempre crescente.
Si è trattato di un intreccio (o assenza di relazioni) che è nato e
si è sviluppato in modo spontaneo, strada facendo, frutto di strategie brevi o a raggio limitato. E si è trattato nella maggioranza
dei casi di un approccio noi – loro, da parte degli italiani , salvo i
casi di associazioni miste che hanno incarnato un inconsapevole
“loi”, e di uno speculare noi – loro, da parte degli immigrati, con
una connotazione in più, il noi per nazionalità quando erano in
poche50 e successivamente quando il numero per nazionalità è
aumentato, si è trattato di un noi – associazione (o ristretto gruppo
di associazioni) rispetto al loro (gli italiani).
In questo processo vanno segnalati:
• la nascita e radicamento (ai nostri occhi) del coordinamento dei
senegalesi (ASSOSB);
• il tavolo delle associazioni promosso e sostenuto dall’Agenzia
per l’integrazione;
• l’esperienza del consiglio degli immigrati di Bergamo (1999 – 2001);
50
Provincia di Bergamo, Comune di Bergamo, Dalle società chiuse allo
scambio, Bergamo, 1994 [ricerca realizzata dal Consorzio Aaster].
130
• l’esperienza del Comune di Bergamo di cooperazione decentrata con i senegalesi.
Nel rinviare ai documenti editi nel tempo, va segnalato qui che i primi due rientrano pienamente nel tema, anche se occorre precisare
che la prima è l’esperienza del noi senegalese, che oggi è l’unica ad
avere una sede ampia con programmi e progetti da realizzare.
La seconda, invece, è l’azione svolta da un’organizzazione appositamente costituita da pubblico e privato sociale per agire a favore dell’integrazione51, e che fin dall’inizio ha operato nel e con
il mondo dell’associazionismo puntando a fare prima da “ponte”
e poi da “collante” tra associazioni di immigrati, di italiani e miste
per un agire comune52.
Il Consiglio degli immigrati, invece, è stato il tentativo dell’Ente Locale (Comune di Bergamo) di promuovere interlocutori riconosciuti,
a fronte di un associazionismo debole e poco rappresentativo. L’ultima è l’esperienza che il Comune di Bergamo ha iniziato negli anni
novanta e che ha visto la compartecipazione dell’associazionismo
dei senegalesi nella bergamasca e che oggi si è sviluppata all’interno di un progetto nazionale e con partner il Cespi.
La ricerca realizzata si pone quindi come la prima iniziativa volta
a conoscere, ed i destinatari di questo lavoro sono gli italiani e gli
immigrati stessi, e capire questa realtà ed i processi che la caratterizzano, come base necessaria per consentire alle istituzioni
di elaborare politiche locali da un lato e per promuovere tra gli
immigrati e tra gli attori del privato sociale una consapevolezza
diversa rispetto al passato.
Gli attori in campo e le azioni comuni
E’ ragionevole ipotizzare che un fine comune è possibile individuarlo con una formulazione generale: ampliamento e rafforzamento dell’associazionismo.
In altre parole si può condividere l’assunto che l’associazionismo
51
52
www.agenziaintegrazione.org
Cfr. la pagina associazionismo del sito dell’Agenzia per l’Integrazione.
131
(dalla costituzione al fare), sia per la cornice giuridica che le informa e caratterizza53, sia perché non sono di fatto estranee al
sistema societario in cui agiscono, è una risorsa per i soci, per i
beneficiari della loro azione, per la società locale. Alla Cartocci,
potremmo cioè dire che è “un tesoro nascosto”!
Se, quindi, ci troviamo di fronte ad un bene sociale, bisogna a
questo punto essere consapevoli della molteplicità degli attori,
dei punti di partenza, delle relazioni e degli scopi.
In sintesi:
• le amministrazioni locali (singolarmente, consorziate – ad es.
gli ambiti), dalla Regione al Comune;
• il privato sociale e le sue organizzazioni, da quelle di secondo
livello (ad es. i CSV) a quelle che operano direttamente nei vari
settori;
• le associazioni degli immigrati.
La distinzione fatta a fini analitici, non intende contraddire il ragionamento sviluppato nelle pagine precedenti.
Le amministrazioni locali e le associazioni degli immigrati
I comportamenti registrati fino ad ora possono essere compresi in
un continuum che va da dare uno spazio, riconoscere con un patrocinio, dare un contributo diretto (su richiesta) o indiretto (attraverso
partnariati ecc.) a non riconoscere, non sostenere, non finanziare,
non prendere decisioni.
Ci sono, cioè, Amministrazioni (dal livello regionale a quello locale) che hanno emanato leggi, hanno messo a bando fondi ed Amministrazioni che hanno normative di prima generazione54 sull’immigrazione, erogano fondi solo per obbligo di legge. Lo scarto
è imputabile al fattore politico, che, come sostiene Caponio55, è
53
Ci troviamo di fronte ad una relazione tra agire sociale, istituzioni e
capitale sociale, come analizzato da A. Bagnasco, Società fuori squadra,
Bologna, Il Mulino, pagg. 23 - 29.
54
Il riferimento va alle leggi regionali della fine degli anni ottanta, promulgate a seguito della legge Martelli.
55
T. Caponio, Città italiane e immigrazione. Discorso pubblico e politiche
a Milano, Bologna e Napoli, Il Mulino, Bologna, 2006.
132
parte integrante del trinomio politici/politiche/immigrazione. Ma
il fattore politico non incide in modo indifferenziato ed univoco,
perché è possibile verificare (v. la gestione della legge 328/2000)
come lo stesso non generi automatismi e la cautela, dovuta al
“panico elettorale”, attraversa gli schieramenti politici.
Se, invece, si sposa la tesi che vede nell’associazionismo un bene
pubblico, allora è necessario elaborare una politica locale che eviti
la “logica del più”, cioè una politica differenziata tra italiani da
un lato e immigrati dall’altro. Occorre invece essere consapevoli
che è necessario coniugare specificità e generalità e che il tema
immigrazione (ed in questo caso con il corollario delle associazioni) non è appannaggio degli assessori ai servizi sociali56. La
traduzione di questo orientamento, che è stato argomentato nelle
pagine precedenti, chiede che si pensi all’associazionismo degli
immigrati come variegato ed articolato (dal sociale al culturale
allo sportivo) e proprio per questo deve interessare i comparti
diversi dell’amministrazione, che, a sua volta, per evitare di essere
solo destinatario di richieste deve elaborare una politica generale
che riconosca le specificità (la polenta come il cous cous).
Quali passi è possibile fare per una politica del genere?
Due esempi per poter esplicitare l’orientamento.
Il primo è costituito dal Registro dell’associazionismo provinciale: non si tratta di promuovere un registro a parte in none della
differenza, ma di promuovere l’iscrizione delle associazioni di immigrati, curando di assicurare dei supporti adeguati per il superamento delle difficoltà di comunicazione linguistica e della non
conoscenza dei meccanismi e degli iter giuridici (anche in questo
56
Cfr. D. Klaic, Politiche, istituzioni e sviluppo delle competenze interculturali, in: S. Bodo, M. R. Cifarelli, Quando la cultura fa la differenza,
Meltemi, Roma, 2006, quando afferma che “Troppo a lungo, qualsiasi
questione riguardante i migranti e i Gasterbeiter è stata automaticamente
incasellata alla voce “ politiche sociali” e rimossa dall’agenda culturale”
pag. 93. Ed è questo il limite non evidenziato nelle analisi delle politiche
per gli immigrati, come avviene anche nel caso do T. Caponio, Le amministrazioni locali di fronte alla differenza, in A. Colombo, A. Genovese
e A. Canevaro, Immigrazione e nuove identità urbane, Trento, Erickson,
2006.
133
non va generalizzato il discorso).
Il secondo è costituito dall’attività culturale: la presenza di immigrati e nuove culture di riferimento ha reso ormai note le iniziative
a carattere culinario (i piatti tipici) e folkloristico (balli, canti e
musiche, abbigliamento), che sono visti e considerati diversi dai
ristoranti cinesi, ormai familiari nel panorama della ristorazione
e del take away. L’input è arrivato dal sociale ( dal mondo del
no - profit e dagli assessorati ai servizi sociali) con le iniziative
legate all’immigrazione e alle questioni ora sociali, ora culturali
ed identitarie annesse. Questa impostazione è superata e dalla
storia dell’immigrazione57 e rischia di essere rubricata ormai sotto l’egida del “multiculturalismo light58”; inoltre rischia anche di
rafforzare un’accezione esotica della diversità, che nel frattempo,
anche senza che gli interessati se ne accorgano, si trasforma.
L’alternativa, o meglio, lo sviluppo necessario rispetto al passato dovrebbe essere quello di elaborare una politica culturale locale che sia in grado di contenere ed armonizzare le differenze,
attraverso il riconoscimento e la negoziazione. Non si tratta di
un’azione semplice, perché l’approccio interculturale, sostenuto
dall’Unione Europea, richiede apertura ed impegno da parte di
tutti e le esperienze, positive e negative, non mancano59.
L’associazionismo degli immigrati non può, quindi, continuare ad
essere di pertinenza degli assessorati ai servizi sociali, a cui di
volta in volta si affiancano altri assessorati. Pensare, infatti, l’associazionismo (fare/agire/pensare in forma associata) come un
bene pubblico è un punto di partenza e non di arrivo. L’attributo
pubblico, cioè, non espunge ipso facto l’interesse particolare ,
limitato, di corto raggio o ancorato al noi nazionale e allo stesso
non garantisce una volta per tutte i processi relazionali interni ed
57
L’osservazione non è eccessiva se si pensa che i fenomeni migratori studiati dagli storici del novecento non sono più solo quelli in uscita
(emigrazione).
58
M. Martiniello, Modena, Reggio Emilia e la cittadinanza multiculturale,
in: K. F. Allam, M. Martiniello, A. Tosolini, La città multiculturale. Identità,
diversità, pluralità, EMI, Bologna, 2004.
59
S. Bodo, M. R. Cifarelli, Quando la cultura fa la differenza, op. cit.
134
esterni dei gruppi associati. E le stesse istituzioni non sono “per
decreto”, volte all’interesse generale, come dimostra in modo eloquente la molteplicità di approcci del discorso pubblico al tema
immigrazione.
I fronti su cui agire sono quindi due: quello istituzionale e quello
associativo.
Sul primo fronte è necessario che si comprenda che non è sufficiente una politica volta ad aumentare lo stock del capitale sociale, perché questa risulta una condizione indispensabile, ma non
di più. Occorre cioè puntare a realizzare politiche che generino e
rafforzino relazioni di fiducia e cooperazione60, di superamento dei
tanti noi (che fra gli autoctoni si traduce nel piccolo vocabolario
dell’autoreferenzialità), puntando a creare non solo occasioni ed
eventi, ma canali di comunicazione, processi ricchi di interazione
intensa, di interlocuzione di senso e non solo di scambio.
Sul secondo versante, quello associativo, non è più sufficiente
avanzare richieste di spazi, attenzione, sostegno. Questo va garantito, ma resta anch’essa una condizione indispensabile e non di
più. L’interlocuzione si nutre di contenuti e non solo di rivendicazioni, di progetti comuni, non solo di progetti propri, di prospettive,
non solo di navigazione a vista, di destinazioni condivise, non solo
di compagni di viaggio temporanei.
E’ un percorso da iniziare con convinzione, perché non richiede
tanto disponibilità di fondi e strutture, ma anche di imprenditori
pubblici, di tessitori e di pensieri lunghi.
Il no – profit e la società civile
L’Italia ha fin dall’inizio registrato il protagonismo delle organizzazioni grandi e piccole del mondo del no – profit e della società civile
non solo nel campo dell’accoglienza. La varietà delle azioni, delle
specificità locali ed anche dello spessore delle iniziative (si pensi
al Dossier Immigrazione edito annualmente dalla Caritas e quello
della Fondazione ISMU) permettono di considerare questo come
60
A. Mutti, Capitale sociale e sviluppo, Il Mulino, Bologna, 1998.
135
un pilastro dell’agire nazionale. Il rapporto con l’associazionismo
degli immigrati è continuo e va dal sostegno concreto (sedi, spazi,
collaborazioni) alla compresenza in molte associazioni (quelle miste) al ruolo di advocacy nei confronti delle istituzioni. E’ forse utile
cominciare ad agire su questo versante anche in altri modi, senza
escludere gli attuali. Si tratta cioè di promuovere non tanto la creazione di settori specifici nell’associazionismo italiano, con coordinamenti appositi basati sulla differenza immigrato / non immigrato
o con sezioni per nazionalità, ma di promuovere l’adesione all’associazionismo già presente (come intende fare l’AVIS provinciale),
con la consapevolezza, che andando in questa direzione, i dirigenti
dovranno sempre più sentirsi ed agire come gestori di organizzazioni che contengono uniformità e differenze.
E i media?
E’ scontato sottolineare l’importanza dei media in questo processo. La
realtà bergamasca fino agli inizi del 2007 era “in linea” con altre città
e province in cui radio e reti61 locali hanno dato spazio direttamente
(voice) ed indirettamente (articoli ed informazioni).
Dal marzo del 2007 il panorama si è notevolmente arricchito con
“BergaMondo”, inserto settimanale de L’Eco di Bergamo. Si tratta di
un’esperienza unica, presa dal quotidiano locale più letto in Italia62.
E proprio le associazioni, oltre che singole esperienze ed eventi,
occupano uno spazio significativo nelle colonne del “settimanale”,
con le loro iniziative, azioni, progetti, contatti e momenti pubblici.
Il lettore (ormai non solo bergamasco) ha avuto ed ha la possibilità
di conoscere una realtà, fino ad ora nota agli addetti ai lavori ( e
magari non a tutti) ed è in grado di dare volti e nomi ad un universo che altri media comunicano preferibilmente attraverso le
emergenze, gli stereotipi e gli abbinamenti al tema sicurezza. In
61
Si pensi, tra gli altri, a Radio E e Videobergamo, con il notiziario in più
lingue, frutto dell’iniziativa del Consorzio Gerundo e del sostegno della
Provincia di Bergamo.
62
Un discorso a parte va fatto per “Metropoli. Il giornale dell’Italia multietnica” de La Repubblica, che esce ogni domenica da quasi due anni.
136
alcuni casi, anzi, l’apparizione, con l’effetto visibilità pubblica, induce dall’esterno un processo di leadership e/o rappresentanza63.
E’ indubbiamente molto promettente ed utile per immigrati ed italiani, perché grazie ad esso aumentano i canali di comunicazione
e la conoscenza e si favorisce un dialogo, oggi ancora “a distanza”,
che andrà sempre più fatto da vicino ed intrecciato.
E NEI PROSSIMI ANNI?
I soci sono adulti
Per il nostro ordinamento l’adesione richiede il requisito della
maggiore età. Indipendentemente da esso, l’associazionismo degli immigrati ha una netta connotazione non solo di adultità, ma
anche di adulti che sono arrivati venti anni fa e di altri arrivati in
seguito, con un grado di “anzianità migratoria” diversificato.
Tale osservazione impone l’obbligo di pensare ad adulti che rappresentano con un’espressione grossolana la “prima generazione”. Si tratta di un associazionismo fortemente marcato da
questa esperienza, in un Paese che per la prima volta si trova
ad affrontare questo fenomeno e che, per giunta, è molto smemorato, visto che sia nell’opinione pubblica, che tra gli esperti e
studiosi (gli immigrazionisti) non si fa tesoro delle vicende della
nostra emigrazione64, che anche su questi temi permetterebbe di
evitare il “nuovismo” imperante.
Sulla base di quest’ultima considerazione diventa allora legittimo
domandarsi cosa sarà l’associazionismo della seconda generazione
e/o come si trasformerà quello della prima con l’adesione possibile,
63
Quando ad esempio si intervistano immigrati su questioni pubbliche
o politiche come rappresentanti degli altri connazionali immigrati (es.
attentato Bhutto in Pakistan, in L’Eco di Bergamo, 28/12/07, pag. 3).
64
Cfr. i diversi saggi apparsi in A. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina,
Storia dell’emigrazione italiana, 2 voll. Donzelli, Roma, 2001 e 2002; F. J.
Devoto, Storia degli italiani in Argentina, Donzelli, Roma, 2006; i volumi
editi dalla Fondazione Giovanni Agnelli e, tra le altre, la rivista edita dalla
stessa Fondazione: Altreitalie, www.altreitalie.it
137
ma non scontata, degli appartenenti alla seconda.
Si tratta di considerare come possibili tre esiti o sviluppi: l’associazionismo degli adulti coopterà o accoglierà i figli, oppure questi, come in altre parti d’Italia stanno sperimentando, attiveranno forme autonome di “protagonismo” e/o per nazionalità, come
all’Università di Bergamo dove e nata l’associazione di studenti
marocchini, oppure “entreranno spontaneamente” a far parte
di associazioni italiane. Il primo dei tre sviluppi ipotizzati riposa
anche su un sempre più diffuso, preoccupato interesse da parte
degli adulti – genitori nei confronti dei figli, che a stretto contatto
con stili di vita e con diverse modalità di relazione minore – adulto,
si “allontanano” dai modelli dei genitori.
La terza ipotesi ha già un alto tasso di realizzazione, se si pensa
all’associazionismo sportivo fortemente radicato nel territorio
provinciale65.
Intanto...
Oltre all’associazione madre dei senegalesi (ASSOSB) stanno
prendendo forma associazioni di associazioni. E’ il caso dell’associazione di associazioni “As – soci – azioni”, che vede come soci
Oikos, Sesto Sole, Comunità Immigrati Ruah, la missione Santa
Rosa da Lima, Maynilad, Agenzia per l’integrazione, Hermandad
del Senor de los Milagros, Folklor e Cultura Colombiana, Assobrasil, L’Arcobaleno, Attadamon, come sviluppo del tavolo delle
associazioni avviato nel 2002 dall’Agenzia; nel Basso Sebino è
iniziato un percorso del genere tra italiani ed immigrati; tra i Boliviani sembra essere stata avviata la creazione di un’associazione
di associazioni di vario tipo e diversificazione di attività (culturali,
sportive, sociali, religiose) e tra alcune associazioni di marocchini
sta prendendo forma un coordinamento a carattere operativo.
A questa diversificazione va aggiunta infine quella di due associazioni dell’Est Europa (albanesi e rumeni) che hanno, con le deno65
Cfr. C. Marilli, E. Torrese, Sport e immigrazione a Bergamo, in A. Aledda, L. Fabris, A. Spallino, Multiculturalità e sport…op. cit..
138
minazioni66, evidenziato una composizione delle due nazionalità,
con la forte prevalenza di quella straniera e con intendimenti
che sono ben diversi da quelle associazioni che nel passato si
chiamavano allo stesso modo.
Insomma, la situazione è in movimento e ciò richiede non solo
attenzione, ascolto, ma anche dialogo, confronto ed azioni comuni.
66
Il riferimento è a Italia – Albania e Italia – Romania.
139
Scarica

ssociazionismo a bergamo - Rapporto Immigrazione 2006