Supplemento a : "La Voce"
di Montefiascone ( V T )
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MONTEFIASCONE (VT)
0761/826070
L'Associazione compie dieci anni
Ritornare è Rivivere
" Partire è un pò morire", recita un
vecchio detto alludendo al dolore provocato dall'allontanamento da cose e persone
care.
A questo aggiungerei immediatamente:
" Ritornare è rivivere " riferendomi alla
spontanea ed esplosiva gioia che sprizza
dagli occhi degli ex-alunni del Barbarigo
all'ingresso nel Collegio per l'annuale riunione del 25 aprile. Così è stato negli anni
passati, così questo anno; anche se la
concomitanza della domenica ha dirottato
la parte degli ex-alunni costituita da sacerdoti verso personali e ministeriali
mansioni religiose.
Dalle 9.00 alle 10.00 l'avvicendarsi degli
arrivi, delle effusioni, del chiedere e dare
notizie, dello scambio di pensieri e opinioni.
Eppure il Barbarigo fu un impatto severo e non facile per l'austerità della disciplina, per la serietà degli studi, la cui
difficoltà fu resa meno ardua da un gruppo
selezionato di ottimi superiori e professori
che, con l'esempio e l'incoraggiamento, mai
venuto meno, hannno conferito al Seminario i connotati di una grande e affiatata
famiglia, caratterizzata da solidi vincoli
affettivi che, come l'esperienza dimostra,
durano negli anni.
Alle 10.15 tutti con Mons. Antonio Patrizi,
l'unico sacerdote partecipante, nella
cappellina attigua all'androne d'ingresso,
per soddisfare il precetto domenicale.
Al Vangelo la convinta e convincente
parola del celebrante trae dall'episodio "I
Discepoli di Emmaus" una verità consolante: Gesù si palesa a chi lo cerca, anche se
poi si nasconde di nuovo in attesa di nuove
ricerche e nuovi incontri.
Alle 10.50 nel salone delle riunioni il
presidente Ranucci dà inizio al suo intervento, ripromettendosi di stendere una
"lectio brevis" succosa e concentrata, del cui
testo integrale gli Amici potranno prendere
visione a parte nell'apposita stesura. Il
rammarico accumulato nel suo animo da
alcune assenze e dall'affievolimento di
qualche entusiasmo lo fa ritornare sulla
necessità di ringiovanire il gruppo dell'Or-
1993
Organo dell'Associazione
degli ex alunni del Collegio
r
ORGANIGRAMMA
DIRETTIVO
DELL' ASSOCIAZIONE
Presidente
Francesco RANUCCI
Vice Presidente
Enzo SERAFINELLI
Assistente:
Mons. Antonio PATRIZI
BONITATEM, DISCIPLINAM
ET SCIENTIAM DOCE ME
Rettore:
Don Giampaolo GOUARIN
Don Domenico SEVERI
Comitato di Coordinamento
Chierici:
Agostino BALLAROTTO
Fabio FABENE
Antonio PAPACCHINI
Luigi PICOTTI
Laici:
Vittorio FANELLI
Elio GIRALDO
Girolamo MERLO
Alvise ZINI
Animatori
di zona:
Acquapendente:
Enzo SERAFINELLI
Montefiascone:
Paolo CAGNUCCI
Tarquinia:
Lamberto CROCCHIONI
Valentano: D'ASCENZI
Giustino
Civitavecchia:
Giuseppe FINORI
Soci cooptati nel
La chiamano la Presidentessa
Tutti avvertono il bisogno di un
rinnovamento sociale a tutti i livelli
della vita pubblica ...
Tutti sembrano d'accordo nel ritenere che dovrà essere un rinnovamento
morale.
Fiorino Tagliaferri:
Vescovo di Viterbo
Comitato
gli ex Rettori:
Don Alfredo CENTO
Don Sabatino CORDOVANI
Mons. Luigi MOCINI
ed inoltre:
Lino BARZI
Peppino CAMMILLETTI
Girolamo D'ERAMO
Pietro CONCIOLI
Arturo FABI
Manfredi MORNERI
Ennio PICCIONI
Carlo PILERI
Giovanni PILERI
Cesare TACCONI
J
Il Barbarigo
pag. 2
ganigramma Direttivo. Dare spazio ai giovani in modo che lo spirito del Collegio
funzioni anche quando gli alunni diventano
ex-alunni. A tal riguardo solleva qualche
appunto verso gli ex-Rettori.
Alle 11.00 prende la sua calma parola
Mons. Antonio Patrizi. Secondo il suo parere
la crisi del gruppo ex-Rettori ha iniziato
dalla defezione improvvisa e cicatrizzante
del Rettore Lozzi. Un male a cui va
provveduto per restituire al Seminario e
all'Associazione la forza di continuare senza scoraggiamenti per il cammino intrapreso. Attenti però a non fare d'ogni erba un
fascio. Purtroppo agli abbandoni colpevoli
del campo di lotta si uniscono le fatali
malattie e le morti di chi soccombe innanzi
tempo alle traversie della vita. Per fortuna
non mancano nuove leve.
A questo punto il suo volto si illumina
nel puntualizzare la Prima Messa di un
novello sacerdote a Farnese. Stiamo attraversando un periodo molto critico. Ma nella
storia del Seminario ci sono stati altri
momenti critici, la separazione delle diocesi
Corneto-Montefiascone, lo scoppio di
sollevazioni di alunni.... Ma sempre dopo
le tenebre torna la luce... Speriamo bene
allora per l'attuale situazione.
Segue un breve alternarsi di piccoli
interventi che vanno dal ricordo storico di
alcuni esami fuori sede sostenuti da Pileri,
Ranucci, Picotti, Ranalli, puntualizzati da
successo, dall'ammirazione delle commissioni statali di esame e del Vescovo Rosi
che, come lo stesso Ranalli Giovanni (exalunno, ex-Senatore della Repubblica) ricorda con viva soddisfazione, si premurò
a raggiungere in Collegio gli stessi per le
sue personali felicitazioni.
Per bocca del Presidente, l'Associazione
rivolge a Giusti Vittorio lodi e ringraziamenti per la sua opera presso la Banca
Cattolica
di Montefiascone ed il conseguente aiuto finanziario dalla medesima.
Alle 11.40 il Cassiere Memmo Cruciani
traccia un breve ma completo resoconto dei
movimenti contabili che, nonostante qualche malignità di chi si ostina a chiamarlo
Ministro senza portafoglio, anzi meglio
Ministro con portafoglio vuoto, registra un
avanzo in attivo.
Alla voce "Rinnovo cariche sociali" si
prospetta la possibilità di affiancare al
Presidente un Vice-presidente nella persona
del Prof. Enzo Serafinelli con un graduale
subentro nelle mansioni presidenziali.
Questo per rispondere all'esigenza di un
ringiovanimento
dell'Organigramma
Direttivo.
LA QUOTA SOCIALE È ELEVATA A
L. 50.000 ANNUE, ma i Soci possono, anzi
si spera, che vogliano ampliarla soprattutto
in vista del costo del GIORNALE SOCIALE.
Per arricchire l'indice editoriale si invitano i presenti a scrivere argomenti interessanti quali " i propri Babbi e le loro esperienze"; "i propri Parroci e le relative virtù".
Alle 11.50 Piccioni Ennio ci ragguaglia
che la "Madonna del Ruscello", venerata a
Vallerano per una miracolosa "perdita di
sangue", in data 27 aprile, con l'intervento
di Autorità Religiose e Civili, verrà proclamata PATRONA dell'AVIS
per il Lazio.
Si prospetta la partecipazione alla "Sagra
degli gnocchi" a S. Lorenzo Nuovo tra il
10-15 Agosto p.v. come possibile riunione
per un'allegra mangiata.
Post varias elaboratasque locutìones quid
melius quarti copiosa refectio?
ma dovevamo proprio angustiarci l'animo
con il conteggio delle calorie? Saggiamente
l'abbiamo rimandato al pasto della sera e dei
giorni successivi.
A completare l'epilogo della conviviale
abbuffateli una gradita tazzina di caffè ed
un sorso di ammazza-caffè (a scelta tra
cognac, amari, grappa, brandy)
Poi, sulla riva, come fioriscono bene le conversazioni! I ricordi!
Conclusione
Bene pastus, libenter potus, tantula quin licita
delectamur voluptate?
PERCHE'... non concedersi qualche piccolo
piacere?
Girolamo D'Eramo
r
•
•
•n
I pensieri di
'Seneca'
"
La filosofia ... educa e forma l'animo,
regola la vita, dirige le azioni, fa capire
• ciò che si deve e non si deve fare.
B
La grinta di Cesarino Tacconi, uno dei padri
fondatori dell'Associazione.
Tutti al ristorante, quindi.
Verso Morano al Lago s'incammina
or la truppa famelica dei Soci;
man mano che la meta s'avvicina
s'avvertono richiami, inviti, voci;
dei vari ristoranti la cucina
di fumo al cielo invia spire veloci
di preziosa, segno, arte culinaria
tra paste asciutte, arrosti in arte varia.
Altri gruppi con noi, tante persone
cercano mense a festeggiar bambini
a Cresima appressati o a Comunione;
l'afflusso invita ad attizzar camini.
Ecco allora che ognuno si dispone
ad affrettarsi ai propri tavolini.
Il nostro è già di vino rifornito
non manca che seder: BUON APPETITO!
La Domenica Post-pasquale è stata caratterizzata dalle amministrazioni di Cresime
e Prime-Comunioni ed il ristorante da noi
scelto ospitava anche altri tre gruppi in festa
e golosamente masticatori.
Il refettorio del Seminario portava l'invito:
"Manducate quae apponuntur vobis" cioè
mangiate tutto quanto vi viene imbandito,
anche nell'eventualità non rara di qualche
cibo meno gradito.
Al lago.... la vicina riva sciabordante,
l'accurata ed aromatica cucina, l'appetito ringiovanito, la scelta delle portate hanno sostituito l'invito in latino. Qualche preoccupazione per l'età? Si! Ecco come:
all'Antipasto: prosciutto, capicollo, salame
mangiati senza il pane.
Le paste: (lombrichelli e farfallette) consumate ed assaporate adagio adagio... riprese
regolarmente alle successive passate.
Arrosti, fritti di pesce, carni varie, contorni-
• "Chi percorre una strada ha un punto
• d'arrivo; chi va errando, invece, non si
u ferma mai".
• In battaglia non si bada al caduto; si
2 combatte contro chi è rimasto in piedi.
• "Il saggio non cammina sempre con lo
B stesso passo; ma cammina per la stessa
• via".
• "E' stato buono con voi l'inverno, così
• mite e breve; è stata invece maligna la
B primavera con un freddo fuori stagione".
'
"La vera gioia è sempre
austera".
• "Ognuno ha un amico cui confidare
e
m quanto è stato rivelato a lui stesso:
• siccome ciascuno ha una amico, a poco
" a poco le persone che sanno diventeranno
• folla: e così il seguito diventa un pubblico
• pettegolezzo".
V
J
La Madonna Assunta a Valentano
Il Barbarigo
pag. 3
Un grande messaggio di civiltà
viene dai nostri padri
Mio padre: un fine
Mio padre era un uomo semplice:
molto intelligente, dotato di buon senso, di
buona cultura (per i suoi tempi!), cosciente
dei propri doveri e dei propri diritti, ma
altrettanto rispettoso dei diritti altrui. Aveva fatto la quarta elementare (e non era
poco per allora; mia madre, invece, era
arrivata quasi alla soglia della ...maturità;
aveva fatto la sesta!).
Mio padre aveva un intuito particolare
nel capire gli altri e sapeva trovare tempi
e modi per interpretarne al meglio i pensieri o i propositi. Era, però, fondamentalmente, poco propenso alle novità. Gli piaceva Valentano, ci stava bene; era amico di
tutti, parlava con tutti; conosceva il Piano
come le tasche dei suoi calzoni; ... ma non
gli parlare di uscire fuori del paese! Quasi
si sentiva male quelle poche volte che
doveva andare in città. (E' rimasto famoso
un suo viaggio a Roma, là convocato per
un infortunio alla mano che gli causò una
leggera invalidità tra la falange e la
falangetta dell'anulare, non quantificabile
con una rendita. Dunque: andò a Roma,
passò velocemente la visita e poi altrettanto
velocemente andò a Via Marsala donde,
allora - era circa il 1935 - partivano i
pulmans di Garbini per i paesi Viterbesi.
Arrivato in via Marsala, vide i pulmans
allineati e schierati: ne vide uno con l'etichetta "Montefiascone" e lì vicino si appostò non accertando se, dopo Montefiascone,
il pulman continuasse la sua corsa fino a
Valentano. Si mise a chiacchierare con altro
occasionale viaggiatore e intanto il tempo
passava. Quando, preoccupato per la ritardata partenza, andò a chiederne il motivo,
si accorse dell'errore ma, nel frattempo, il
pulman di Valentano era già partito. Fu
giocoforza partire per Montefiascone e
pernottare colà in albergo per far ritorno a
Valentano il giorno successivo. Con quali
ansie e quali preoccupazioni furono passate
quelle 24 ore a casa mia, ve lo lascio
intuire).
Quando doveva andare a Viterbo per
qualche pratica o a Montefiascone per la
Cassa Mutua faceva prima a ... ripartire che
ad arrivare. Insomma era, come diceva lui,
una starna che, dove nasce, muore.
Io stesso, dopo che mi sposai, ebbi rare
occasioni di averlo ospite in casa mia; una
sola volta a Viterbo, a causa di una sua
visita all'INPS per la pensione; una sola
volta in Ancona, quando subii un grosso
intervento chirurgico.
Lui non si muoveva ma ci aspettava
psicologo
presto, presi la macchina e portai mio padre
a Lavinio dove l'aspettava la vanga e più
di cento m2 da mettere a cultura. L'effeto
fu efficacissimo... anche se le fave, seminate
a gennaio, non è che vennero poi troppo
bene!
Non fu questo, certo, il campo nel
I quale si manifestò l'arte psicologica di mio
padre. Lo specifico campo eccolo presto
I raccontato.
Prima di partire per il predetto viaggio
a Roma bisognava provvedere a trovare
persona adatta a governare le bestie (conigli, maiali e galline) nell'assenza.
Non è che mancassero persone pronte,
disponibili, idonee: i miei cugini, ad esempio. Ma mio padre fu di diverso avviso,
nonostante il parere fortemente contrario di
mia madre.
Questi i fatti. Rare volte capitava che
mancasse all'appello qualche gallina: ma
capitava! Mio padre avanzava delle ipotesi
L'atmosfera associativa... ringiovanisce!
plausibili su chi fosse il ladro; ma mia
madre aveva la certezza; il ladro era un
sempre; diceva: "Io non mi muovo; ma venite
nostro vicino, confinante con la nostra terra,
voi, che siete giovani... e avete la macchina. Io
che faceva il pecoraio per cui aveva orari
vi aspetto sempre con piacere".
di lavoro molto diversi da quelli dei conCome Dio volle un anno riuscii a
tadini.
convincerlo a passare le feste di Natale con
Secondo mia madre non c'erano dubbi;
me a Roma. Lo andai a prendere, lo portai
il ladro era lui: nome e cognome precisi; (o
con me (venne anche mia madre, ovviameglio: il soprannome: il R...!) L'accusa di
mente) e passammo una decina di giorni
mia madre era sommamente azzardata,
insieme: furono, però, i primi e gli ultimi.
infondata, ingiusta perché il R... era una
Riemergono alla memoria, a distanza
brava persona: corretto, gran lavoratore,
di circa 30 anni, due episodi connessi con
onest'uomo. Ma... tant'è! era nostro conquei giorni. Il primo fu quello del genere
finante, veniva a casa la sera molto tardi,
di vita nuovo cui mio padre si dovette
nessuno lo controllava... ergo... il ladro era
abituare e che non riuscì ad assorbire. Mi
lui!
spiego. Lui era abituato ad alzarsi presto,
Mio padre non è che condividesse la
a far colazione con la forchetta, a lavorare
sentenza condemnatoria di mia madre,
8-10 ore con un leggero spuntino a pranzo,
però... sai com'è... "gutta cavat lapidem"l Tra
a cenare, la sera, abbondantemente. Invece,
le ipotesi plausibili c'era anche quella che
a casa mia, ci si alzava presto, certo, ma
il ladro fosse proprio lui: il R....
durante le vacanze natalizie si dormiva un
Quando si trattò di scegliere la persona
po' più per non svegliare i bambini che
cui affidare la custodia delle bestie durante
approfittavano della vancanza per riposarsi
la vacanza romana, mio padre, senza
più compiutamente. La mattina si faceva
preavvisare mamma, chiamò il R..., gli
colazione con il caffè-latte; si mangiava
consegnò le chiavi, gli diede le opportune
abbondantemente a pranzo, ma non a
istruzioni per il "governo" degli animali e
mezzogiorno, bensì alle 14.30... La conclustette tranquillo sulla soluzione presa.
sione di questo mutato genere di vita quale
Quando la sera, a casa, raccontò che le
fu? Fu che mio padre, il quale aveva
chiavi già le aveva date al R..., mia madre
funzioni intestinali perfette, come un ororeagì vivacemente: "O che tu sei matto! Hai
logio, cominciò a non digerire bene: un
dato proprio le chiavi al ladro! Quando torniagiorno, due...
mo quello lì ti ha rubate tutte le galline e i
Allora cercai un correttivo. Presi lui ed
conigli e fors'anche si è ammazzato i maiali!
il mio figlio maschio e camminammo per
Ma come t'è venuta in testa una tale idea... ma
i quartieri periferici della città per 2-3 ore
tu sei proprio matto"!
a passo veloce. II rimedio fu coronato da
Mio padre serafico sentenziò; "Io non
un solo modesto successo. Allora presi una
credo che il ladro sia il R...: ma se fosse lui,
decisione risolutoria. Andai a comprare
proprio per questo dò a lui le chiavi. E sta certa
mezzo chilo di fave da seme, mi alzai molto
che durante la nostra assenza, non mancherà
Il Barbarigo
pag. 4
nessun maiale, nessun coniglio, nessuna gallina. Il fatto che io ho affidato a lui le chiavi,
10 renderà custode attento degli animali e son
certo che rispetterà e onorerà l'incarico che si
è assunto".
E non è che la discussione tra i miei
genitori si esaurì a Valentano. Continuò
anche a Roma; mia madre si guastava il
sangue pensando a quelle povere galline
che sarebbero finite nella pentola del R...
...: "sarebbe stato meglio ammazzarle tutte e
portarle qui a Roma così ce le mangiavamo
noi!" Mio padre lasciava dire... ed era
pronto a scommetterci qualunque somma
che non sarebbe mancata neanche una
gallina.
Finite le vacanze romane e ritornati a
Valentano i miei genitori, dopo qualche
giorno ricevemmo una telefonata che tutti
gli animali godevano ottima salute.
La conclusione quale fu? che mio padre
si dimostrò ottimo psicologo e il suo assunto si dimostrò esatto. Che mia madre si
confermò ancor più nella sua certezza che
11 ladro fosse proprio lui; il R... il quale,
con le chiavi in mano, non poteva certamente scoprire le sue carte... sporche.
"Hai visto - diceva - così ti convincerai
anche tu che il ladro è proprio lui: il R...I".
Ma non finì qui, la storia. Dopo circa
un mese portai i miei figli a Valentano a
salutare i nonni. Mio padre, dopo la Messa
cantata, presa Rosella per mano e la portò
in Piazza a comprare qualche giocattolo per
i tre miei bambini. In piazza c'era il R...
al quale mio padre doveva dire qualcosa
per certi lavori di campagna.
Quando
Rosella sentì nominare il R..., lo guardò
fisso e poi rivolgendosi al nonno gli disse:
"ma non è quello che ti ruba le galline?"
E poco mancò che il R... sentisse! Ma non
sentì e tutto continuò tranquillo e pacifico.
Un dubbio, però, è rimasto alla conclusione della vicenda; ma il ladro chi era?
Franco
Ranucci
Ennio Piccioni: l'uomo ... del Cimino
Ha ragione il ladro
Le Galline della prima Comunione
Mio padre possedeva, in prossimità del
paese ad un tiro di schioppo dalle Mura
Castellane, là dove finisce il pendio della
collina ed incomincia il Piano, in Valentano,
un piccolo appezzamento di terreno, non
più di m 2 1.500, in cui aveva costruito un
casaletto in muratura con un piccolo camino, suddiviso in tre ambienti di ridotte
dimensioni.
Nel primo, il più ampio, c'erano le
gabbie dei conigli d'angora; nel secondo
c'era il pollaio delle galline; nel terzo c'era
lo stanzino dei maiali: entrambi questi
ultimi avevano il relativo recinto all'aria
aperta.
I conigli d'angora erano una cinquantina: belli, candidi, ben tenuti, ben puliti e
ben alimentati. Venivano pelati ogni 3-4
mesi e facevano pena quando rimanevano
senza
lana:
così spelacchiati pareva
morissero di freddo e facessero fatica a
sopravvivere. Ma poi la lana ricresceva
presto e riconquistavano il consueto aspetto
di un grosso gomitolo biancheggiante.
Quella lana veniva venduta a peso
d'oro a Luisa Spagnoli di Perugia che ne
faceva indumenti femminili di particolare
pregio e ricercatezza. A Valentano c'era
allora (parlo dell'immediato dopoguerra;
verso il 1950) una proliferazione di allevatori
di conigli d'angora e tutte le famiglie ne
ricavavano dei bei soldi che bastavano per
le spese correnti di casa. Poi venne la morìa:
fu generale, inguaribile, incurabile. Morirono i conigli e non se ne parlò più.
I maiali erano due: venivano comprati
quando erano ancora piccoli e allevati con
ogni cura ed attenzione; la carne di maiale
(tra grassi e m a g r i ) era elemento
insostituibile per l'economia familiare. A
gennaio, in genere, venivano macellati,
sezionati e poi salati o insaccati a seconda
della qualità delle carni.
II camino, cui sopra si è fatto cenno,
serviva per cuocere, in un vecchio secchione
di ferro, cereali, legumi e verdure per
l'alimentazione dei maiali: patatelle, barbabietole, fave e orzo...
E poi c'erano le galline: erano una
ventina che tra uova e carne fornivano
proteine in abbondanza per tutta la famiglia. Le frittate si sprecavano; le stracciatelle
con il brodo di gallina (le galline venivano
immolate all'appetito quando erano vecchie
e non producevano più ucrva; donde il
proverbio: "gallina vecchia fa buon brodo"!) erano frequenti e spesso i giovani
galletti venivano immolati in una teglia di
ferro affogati in un mare di patate. Tra le
venti galline c'era anche il gallo: solenne,
imponente, variopinto, sempre scattante,
garrulo, scherzoso e prepotente.
Faceva una bella vita: mangiava, beveva, si toglieva... molte soddisfazioni: vita
spensierata e, soprattutto, vita senza con-
trasti né concorrenza: un gallo bastava per
tutto il pollaio! E non ti dico la sua meraviglia quando, all'età di circa 4 anni, una
bella mattina, si trovò tra le grinfie di mio
padre che lo condannava alla pentola a
causa della sua ridotta capacità... amatoria.
Dunque; c'erano quelle venti galline
che razzolavano tutto il giorno in mezzo al
piccolo canneto che circondava il pollaio:
che vuoi, tu? In 50 m 2 c'era poco da
mangiare, ma il ruspare per terra serviva
più a tener allenate gambe e artigli che a
recuperare il cibo: e... già, perché mio
padre, la mattina, prima
di andare al
lavoro sui campi, e la sera, al ritorno,
passava sempre dal casaletto per "governare" gli animali; le galline erano ben
nutrite a base di granturco, verdure e
papponi di semola. Insomma il ... pane che
mangiavano se lo guadagnavano producendo delle belle uova, rosse, saporite... e
sempre fresche, perché mio padre aveva
sempre, lì depositato, un piccolo cestino
dove le raccoglieva e la sera le portava a
casa.
Questo, appena accennato, è l'ambiente
nel quale si svolse il fatto che "sum
narraturus..."
Le galline, dunque, vivevano una vita
tranquilla fino a quattro anni circa quando
veniva il momento sacrificale; fino ad allora
erano ben servite, pulite, accudite in tutto.
Il loro primo nemico era mia madre
che periodicamente scendeva al controllo
per verificare se c'era qualcuna che mangiava il pane a tradimento; come facesse poi,
a decretare le condanne a morte per quelle
galline infeconde, ancora non l'ho capito.
Certo, lei faceva alcune strane manipolazioni
interanali che le consentivano di giudicare
infallibilmente la sopravvenuta sterilità
dell'animale. In tal caso metteva sulla sua
ala un certo segno con fiocco o spago e poi
dava ordine a mio padre di catturare la
sterile il sabato successivo, di sacrificarla,
spennarla seduta stante, e di portarla a casa
per farne poi stracciatella e bollito di pollo
l'indomani, giorno di festa. Ma mia madre
era un nemico giustificato nella lotta... per
la sopravvivenza.
Il secondo nemico era la volpe; la quale
si aggirava spesso nelle vicinanze del pollaio ansiosa di celebrare pur essa l'atto
sacrificale a ciò spronata dalla fame sua e
da quella dei suo cuccioli.
Ma l'appetito della volpe restava in
genere inappagato sia perché una robusta
recinzione di ramata di ferro circondava
tutto il canneto sia, soprattutto, perché, di
notte, le galline dormivano nel pollaio ed
alla volpe riusciva impossibile superare
quest'ultimo ostacolo. Un paio di volte però
era capitato che una volpe, più furba e
audace delle altre, era riuscita, sul far della
Il Barbarigo
sera, a scavalcare la ramata e ad introdursi
nel canneto. Ma le galline, atterrite dall'intrusa, avevano velocemente guadagnato il
pollaio e soltanto una o due, pigre, troppo
curiose, o ritardatane, avevano consentito
alla volpe di far festa. Quel paio di volte
che la volpe aveva fatto ... fesso mio padre,
in casa, noi bambini, rimanevamo incantati
a sentirne raccontare furbizia e astuzia; ma
mia madre, cedendo poco alle lusinghe e
alle sollecitazioni della fantasia, se la
prendeva con mio padre dando a lui la
colpa dell'accaduto perché era stato sbadato e negligente nel verificare la ramata,
perché aveva lasciato aperto qualche varco;
... insomma pareva, a sentir mamma, che
mio padre con la volpe ci facesse a mezzo...
Il povero uomo si giustificava, non reagiva,
lasciava dire... e in un paio di giorni l'affare
si sgonfiava; finivano le recriminazioni e
non se ne parlava più in casa. Io, però,
spesso, di notte, la volpe la sognavo e non
poche volte mi ritrovavo paladino delle
galline, con un bastone in mano a colpire
l'incauta volpe che si avvicinava strisciando; ma la paura, nel sonno, non era poca.
Dunque; era un venerdì sera del mese
di maggio; forse il secondo del mese perché, la domenica successiva, la terza, a
Valentano i bambini fanno la prima Comunione. Venne a casa mio padre, stanco
come e più del solito e un po' più del solito
con aria assorta e preoccupata. Mia madre,
capì che c'era qualcosa di nuovo e... incominciò l'interrogatorio. E già perché le
novità che riportava, la sera, mio padre al
ritorno dalla campagna erano poche e
sempre le stesse; il tempo, il freddo, il
caldo, l'acqua, la vanga, la zappa, l'aratro,
il somaro oppure qualche veloce chiacchierata con uno dei suoi amici che lavoravano nei campi vicini quando, a mezzogiorno, si interrompeva il lavoro per un
veloce spuntino. Le novità le raccontava
mia madre che stava in paese, usciva per
le spese o per fare quattro chiacchiere con
le sue amiche: e la sera mia madre raccontava, commentava, riferiva fatti e pettegolezzi freschi di giornata.
Però, quella sera, la novità ce l'aveva
mio padre e non era di poco conto; ci volle
poco a tirarla fuori. All'appello serale che
immancabilmente faceva mio padre quando chiudeva il pollaio, mancavano due
galline; sì, proprio mancavano due galline.
Alla comunicazione della notizia seguì
l'interrogatorio che mia madre condusse
con una pertinacia più spietata del solito.
"Ma le hai contate proprio bene?". "Si,
certo; le ho contate e ricontate tre volte" "Hai guardato bene in mezzo al canneto,
se per caso, quelle mancanti, si fossero
impigliate in qualche radice di canna o in
qualche rovo?" - "Ho guardato e riguardato
ma nel canneto non ci sono galline; affatto".
- "Hai veduto se, per caso, ci fosse qualche
buco nella ramata da cui le galline fossero
uscite?" - "Non c'è nessun buco nella ramata;
che se poi anche fosse, le galline avrebbero
dovuto essere nelle vicinanze; ma di galline
non c'era alcuna traccia" - "O fosse stata la
volpe? O che tu hai lasciato aperto il
cancello, o che la volpe sia riuscita a pe-
pag. 5
La sempre cara figura paterna
La richiesta di parlare del mio babbo
non mi è nuova.
Negli anni della scuola, ed in particolare del corso elementare inferiore, frequenti i 'temi' con l'ingaggio dei familiari in
funzione di protagonisti. Babbi e mamme
in particolare, nella fantasia creativa dei
figli, assurgevano a personalità eroiche e le
semplici mansioni di ogni rango lavorativo
(domestico e impiegatizio) come minimo
venivano considerate gesta da proporre
all'esempio.
Ma la critica filiale ha sempre peccato
contro l'imparzialità a favore del congiunto
recensito, influenzata dall'innato rapporto
di casta. Anche la severità dei rimproveri
e delle eventuali punizioni acquisiva una
fisionomia di legge, applicata giustamente,
soprattuto se il volto dei genitori tradiva il
doloroso rammarico di doverla applicare e
nella testolina dei ragazzi il capriccio non
escludeva il buon senso.
"Il mio Babbo è . . . " e nel compito
scolastico seguiva un repertorio di qualità
buone (effettivamente esercitate dal soggetto del tema) e di quelle create dalla filiale
euforia creativa come possibile possesso ed
esercizio paterno.
Il mio babbo di virtù umane, di doti
civili, di sensibilità religiose ne aveva tantissime ma (chi è senza peccato scagli la
prima pietra) qualche difettuccio ... pure.
Ma forse è bene che lo inquadri nell'ambiente in cui è nato e da cui ha acquisito tante dipendenze.
netrare facendo qualche buco nella rete?"
"La volpe non è stata perché la sua
presenza sarebbe documentata dalle penne
abbandonate per terra. No! Non si tratta di
volpe" -"E allora!? Come si spiega?" "Toh! Come si spiega? Le hanno rubate!"
- "E come, e chi, e perché, e quando... 'Sto
disgraziato,
farabutto,
birbaccione,
ladrooo!..."
Il discorso si faceva impetuoso specialmente nella ricerca dell'ipotetico ladro;
Tizio... no, non può essere; Caio,... non è
possibile... "O che fosse stato Sempronio?
- diceva mia madre - quello gode di cattiva
fama... Ma sì! è stato proprio lui, quel
ladro, quel disgraziato... quella razzaccia di
ladro!... Io, lo vedi, vorrei andare domani
o dopodomani a casa sua a vedere se
mangiano la gallina e... che qualche osso
gli andasse ... di traverso...!"
Mio padre taceva, lasciava dire...
ascoltava muto.
Alla fine mia madre si spazientì e lo
prese di petto. "E tu che dici? Chi può
essere stato? Sarà stato qualche tuo amico?..." - Mio padre, serafico, disse solo
poche parola; che furono queste; "Vedi,
dopodomani ci sono le prime comunioni.
In tutte le case dei comunicandi si fa festa.
...chi discute, chi sorride
Un paesino della Maremma laziale dove
i pochi abitanti non sapevano nemmeno a
qual livello scendesse la propria miseria e
allora (come soleva dirsi) ce n'avevano
tanta che potè
o giocarsela a morra.
Terra da lavorare, tanta; salario da
viverci, poco e per lo più insufficiente;
giornate e ore lavorative, tante; ferie, inesistenti; ore di riposo, sufficienti solo per un
pasto affrettato e qualche breve necessità
fisiologica. Iniziative assistenziali? Se ne
parlava con favore nei comizi elettorali e in
qualche ambiente filantropico.
La Scuola? La legge dello Stato la
prevedeva e quindi il paesino anche piccolo
aveva la sua palestra di cultura.
Le scuole del comune paterno non
brillavano per incentivi didattici, ricchezza
e varietà di programmi, disponibilità e
offerta di locali luminosi e piacevoli. Gli
Può farsi che ci sia qualche padre di famiglia che non ha soldi per far degna festa
a suo figlio e allora è andato a prendere un
paio di galline là dove le ha trovate. Chi
ha rubato le nostre galline non è un ladro
ma un uomo bisognoso. Se vuoi sapere il
suo nome, va alla processione dei bambini
comunicandi; guardali tutti: quello il cui
padre non ha il pollaio, quello è il ladro (o
meglio colui che ha preso le nostre galline).
Io però non mi sento di condannarlo: anzi...
sai che ti dico? Ha fatto bene. Cioè ha
sbagliato; me le doveva chiedere, le galline,
ed io gliele avrei date volentieri. Però, se
nella forma ha sbagliato, nella sostanza ha
ragione lui; e che faccia una bella festa a
suo figlio!!!".
Sai quale fu la risposta di mia madre?
Questa: "Senti, questo... dà
ragione ai
ladri! Inaudito" E mio padre commentò;
"Sì, ha ragione il ladro, se così lo vuoi
chiamare e ... buon pranzo della prima
Comunione!".
Quale fu la conclusione? Nessuno andò a
vedere la processione dei bambini comunicandi
... e non si seppe mai chi quelle galline se l'era
mangiate.
Franco
Ranucci
Il Barbarigo
pag. 6
arredi, tutt'altro che comodi e riposanti
erano il paradiso-terrestre di tarli, topi e
scarafaggi.
L'afflusso degli alunni positivo nei
periodi piovosi o freddi, decresceva fino
all'azzeramento nella bella stagione.
Il curriculum degli studi? Non oltre la
terza elementare.
I risultati dottrinali? Analfabetismo per
la
quasi totalità: compitazione sillabica
della lettura per alcuni; per pochi stesura
annaspata con sbuffi e sospiri della propria
firma.
Questa la situazione ambientale e la
preoccupazione che il coraggio di nonna
Lucia doveva affrontare per il suo unico
figlio, Lorenzo; unico per la semplice ragione che la NONNA, la mia cara, anche se
non conosciuta personalmente, NONNA
PATERNA era rimasta vedova in giovanissima età, né si era voluta più risposare.
Per fortuna in quegli anni anche i
piccoli centri avevano più di un sacerdote.
Nel paesino paterno ce ne erano due, parenti
anzi fratelli fra loro ed affiatatissimi. Con
a m m i r e v o l e b o n t à si p r e s e r o cura
dell'orfanello che, così, è cresciuto nell'ambito magnetico della loro bontà e della loro
cultura.
I "zi Preti", come li chiamava il Babbo
(per nessun'altra parentela che un riconoscente e profondissimo affetto) lo hanno
aiutato a crescere nel migliore dei modi. In
particolare hanno colmato le manchevolezze
della Scuola, impartendogli una educazione
religiosa, civile e scolastica al livello di una
sostanziosa scuola media e pure qualcosa
di più.
to... —
Tra le gemme delle citazioni non si
salvava il francese nelle frasi di saluto o di
cortesia. — Bonjour, mon ami! Au revoir ma
cherie! Bornie chance! Quelheure est-il? Merci
bien... Pas de quoi...
Facile a giustificare con se stesso le sue
dotte citazioni, in quelle azzardate dagli
altri era critico severo anche se burlone.
Così con il zi' Checcolino che, in vena di
esplicitazioni culturali, usciva spesso nel
detto: "Chi spera in Deo non tiritippete" e le
persone lo guardavano con ammirazione
come se si fosse espresso correttamente: —
Qui sperat in Deo non interibit — e ne
avessero interpretata la traduzione "Chi
spera in Dio non perirà".
All'età di quarant'anni al Babbo nacque
l'ultimo figlio, finalmente l'erede maschio:
il sottoscritto.
Potevo sfuggire al coinvolgimento in
una dotta citazione?
L'occasione era troppo allettante. Agli
auguri degli amici declamava convinto:
"Uxor tua sicut vitis abundans in lateribus
domus tuae. Filii tui sicut novellae olivarum in
circuitu mensae tuae!".
Preghiera per la
terza età
Insegnami, o Signor, a diventar vecchio.
Aiutami a persuadermi che gli altri non
sono ingiusti con me:
se a poco a poco mi tolgon via ogni
responsabilità
se non mi chiedon più alcun consiglio
se chiamano altri a prendere il mio posto.
Togli via da me quel senso d'orgoglio circa
la mia passata esperienza e quel senso
d'essere indispensabile.
Signore mio, che in questo distacco dalle
cose io veda solo la legge del tempo e in
questo sollievo dal lavoro veda solo la più
interessante manifestazione di znta, che si
rinnova continuamente sotto l'impulso
della tua Provvidenza.
O Signore insegnami a diventar vecchio...
proprio così.
»
Girolamo d'Eramo
V
Briciole
Cultura, onestà, laboriosità, cure agli
ammalati ed ai bisognosi: queste le palestre
ANTROPOMORFISMO
abituali dove mio padre con i "zi Preti" o
con la nonna si è esercitato in prevalenza.
La Divinità viene rappresentata dagli
Con una certa versatilità nel 'leggere, artisti sotto sembianze umane e la storia
scrivere e far di conto' fin da giovane ha delle religioni è piena di episodi, di lotte
potuto sfruttare le sue prestazioni, ricavan- e di guerre promosse da coloro che ritenedone un certo utile che con altri lavori lo vano indegna, indecorosa, blasfema questa
hanno messo in grado di impiantarsi una rappresentazione.
Però l'arte è vissuta prevalentemente
discreta bibliotechina personale. Epica,
su
tale
rappresentazione e, anche se teolonarrativa, contabilità e ragioneria le materie
gicamente errata, essa ha fortemente conche sotto la guida dei sacerdoti più lo
tribuito a creare la civiltà moderna.
hanno attirato. Naturalmente aveva libero
Cinquecento anni prima dell'era volgaaccesso, anzi ne era incoraggiato, all'uso re il filosofo-poeta greco Senofane diceva,
dei testi parrocchiali e di quelli personali in proposito: "Se i buoi, i cavalli e i leoni
dei sacerdoti.
avessero le mani e potessero
disegnare...;
Poi... un pizzichetto di latino non ci cavalli disegnerebbero figure di dèi, simili a,
cavalli, i buoi simili ai buoi..."
stava mica male!
La primitiva tendenza della società
Di quel periodo gli era rimasta una
religiosa
è quella di rappresentare gli Dèi
piccola mania innocua: infiocchettare le sue
a
propria
immagine e somiglianza: gli
espressioni orali con qualche citazione dotta:
antichi Etiopi sostenevano che i loro Dèi
— Salve, Sancta Parens..., Favete
sono camusi e neri; i Traci che hanno occhi
linguis..., Volgus vult decipi..., Vergine cerulei e capelli rossi.
madre, figlia del tuo Figlio..., Pape satan,
pape satan aleppe..., e molti altri prelievi
CORIANDOLI, STELLE
dalla Divina Commedia e dalla poesia
cavalleresca; inoltre — Ovunque il guardo FILANTI, CARNEVALE
io giro, immenso Dio ti vedo..., Se a ciascun
Dal lupo animale, nacque, agli albori della
l'interno affanno si vedesse in fronte scritciviltà romana, il dio Luperco, protettore della
di
nuova società gentilizia, in onore del quale si
celebravano, ai 15 di febbraio di ciascun anno,
le feste dette "Lupercalia".
Una delle celebrazioni caratteristiche della
festa era la corsa che facevano 2 giovani intorno
al Palatino. Essi, vestiti di pelli di lupo e
tenendo in mano alcune strisce di cuoio ritagliate dalla pelle dello stesso animale sacrificato
per la circostanza, percuotevano con quelle
strisce le donne ansiose di fecondità.
Il periodo in cui si festeggia il nostro
Carnevale è lo stesso dei Lupercali romani;
quelle strisele di cuoio sono gli antenati dei
nostri coriandoli e delle nostre stelle filanti.
Per i curiosi di storia e per gli appassionati di filologia si fa rilevare che la
ricorrente etimologia del vocabolo "Carnevale" ("carnem levare") deve essere integrata con altra non meno significativa: quella
del "currus navalis". E cioè in occasione
delle feste di Iside, che si celebravano a
Roma agli inizi di Marzo, alcuni gruppi
burleschi portavano in giro un battello
navale su cui veniva issato il simulacro di
Iside, protettrice dei marinai, i quali, in suo
onore cantavano, danzavano scherzavano.
Da "Currus navalis" a Carnevale il passo
è breve!
Il Barbarigo
pag. 7
IL TURPILOQUIO
Uno dei grandi problemi del linguaggio moderno riguarda il turpiloquio.
Tutti i vocabolari, insieme ai termini
con i quali si individuano le cose o si
descrivano le azioni, hanno una terminologia specifica per indicare certi fatti di sesso
o atteggiamenti di costume che la società
non ignora ma neppure privilegia.
Questi vocaboli, che spesso fantasie e
versatilità verbale arricchiscono con forme
e contenuti diversi, non fanno parte, generalmente, del linguaggio dei dotti e dei
colti, i quali non li ignorano ma non ne
abusano e l'utilizzano soltanto raramente e
in casi particolari di nervosismo o, comunque, di degradazione del pensiero e dell'azione.
Tutti questi vocaboli, che i dotti
catalogano sotto la voce generica ma significativa di "turpiloquio", sono più facilmente e più frequentemente usate da quella
fascia della popolazione meno acculturata
che è più sensibile al fascino delle cose e
che vive con maggiore immediatezza le
vicende della vita quotidiana.
In genere il turpiloquio privilegia alcuni momenti particolari della vita sessuale
e sceglie quei termini con i quali si individuano organi di sesso o alcune
degenerazioni dello stesso atto sessuale.
* * *
La frasologia del turpiloquio è nota in tutte
le lingue; ha origini remote e costituisce fatto
di costume consolidato e accettato: non disturba
neppure le orecchie più pure quando esso è usato
con parsimomia, in momenti di particolare
tensione emotiva o frustrante.
*
*
Si è discusso se il fenomeno del torpiloquio
possa essere qualificante della cultura di destra
o di quella di sinistra.
La soluzione del problema più accreditata
sembra essere questa.
Il turpiloquio non è fatto ideologico: che
anzi, proprio per la sua intima struttura, esso
manifesta una mancanza di ideologia.
Il turpiloquio caratterizza una società (o
un ambiente) che non ha chiari punti di riferimento e, quel che è peggio, non ha idee, non
ha fantasia, non ha valori.
Il turpiloquio è un omicidio della parola,
del vocabolario; è un'offesa al buon gusto;
denota il limite culturale e caratterologico di
una persona.
meccanismi inconsci dell'identificazione,
avvince i più deboli, e cioè i giovani, i quali
sembra non possano fare un discorso serio
e corretto se non lo infarciscono di parole
scurrili.
E' giusto che la gioventù nuova cresca
in un ambiente così degradato? Chi può
porre un rimedio a questa situazione? I
Preti perché, dall'Altare, non affrontano
anche questo problema che, oltre ad esser
fatto di cultura e di civiltà, investe anche
la sfera morale?
Giovanni
Ranucci
P.S.:Aggiungo io una breve chiòsa. Ho
letto da qualche parte che la parola
emblematica del
linguaggio scurrile;
"Vaffanculo" si traduce così in latino: "Ito
in cubiculum tuum".
Tonino Pelosi, è giusta questa traduzione? Ce ne dài, tu, una più efficace e che
meglio renda il senso del vocabolo?
Un mio amico ha detto che lo stesso
vocabolo si traduce in francese così: "Va
chez la gare!" e cioè, "Va alla stazione!"
... era il 30 maggio 1942: Mons. Leonetti era
stato consacrato Vescovo di Ferentino
Esiste la giustizia a
questo mondo ?
Renzo, quello dei Promessi Sposi, minacciò di farsela da solo: tanti, in effetti, da
soli, se la fanno; tanti subiscono la violenza
passivamente; e pare che i prepotenti abbiano ragione loro. Ma... ride bene chi ride
per ultimo!
Mi ritornano alla memoria un paio di
episodi della mia vita quando, giovane
laureato, insegnavo lettere al S. Gabriele in
Roma: scuola media.
* * si-
Tra gli alunni c'erano anche i due figli
di coppia del Principe Borghese; l'uno,
Francesco, molto diligente e studioso; l'altro, Livio, meno (diciamo così) attento; due
bravi e ottimi ragazzi.
Avevano in casa un Istitutore svizzero
con cui, la mattina, parlavano francese e, il
pomeriggio, tedesco. Delle loro vacanze
estive, una parte ne passavano in Francia
e una parte in Germania; tant'è che parlavano correntemente l'una e l'altra lingua.
Oggi sembra che il turpiloquio sia
diventato parte integrante e insostituibile
del linguaggio corrente. La fonte prima
della maleducazione verbale è il cinema.
Registi, sceneggiatori, attori... in mancanza
di messaggi o di provocazioni culturalmente elevate si rifugiano in una
degradazione del linguaggio che, per i
Dunque: un pomeriggio ci radunammo
tutti i Professori per. lo scrutinio del primo
trimestre. Il Preside (persona saggia e autorevole) tiene in mano il grande Registro
e scrive i singoli voti a mano a mano che
i Professori delle varie materia li dettano.
Chiede qualche chiarimento, dà qualche
consiglio, fa poche osservazioni.
Viene il turno di Livio Borghese. Io,
Professore di lettere, detto i voti per le mie
materie e altrettanto fanno gli altri Professori. Qualche insufficienza; ma, insomma,
una situazione niente affatto preoccupante.
Tocca ora al Professore di francese il
quale affibbia a Livio un bel 4. Il Preside,
si ferma e non scrive più: si toglie gli
occhiali e così apostrofa il Professore: "Ma
lei è convinto che Livio merita un 4 ? ...
ma lo sa che Livio ha un Istitutore... che
va a passar le vacanze in Francia... che
parla il francese meglio di lei ? ...come fa
a dargli 4 ? . . . " - Silenzio glaciale nell'aula.
Finita la ramanzina del Preside, il
Professore di francese prende la parola e
dice: "Signor Preside so tutto: e certamente
so che Livio parla il francese meglio di me.
Però il programma scolastico parla di grammatica francese; io insegno grammatica e
Livio la grammatica non la sa. Io debbo
giudicare sulla grammatica e Livio in grammatica merita 4 e il quattro non glielo toglie
nessuno".
Il Preside si fece Una gran risata, scrisse
4 ma invitò il Professore a contattare l'indomani l'Istitutore per chiarire il senso di
quel 4.
La conclusione quale fu? Livio, che
Il Barbarigo
pag. 8
parlava bene il francese, prese 4; gli altri
ragazzi, che sapevano bene appena quattro
regolette, ebbero 7, 8 e anche 9.
Chi aveva ragione? Dalla parte di chi
stava il torto?
E la giustizia ? ...
Ma non è finita: anzi il bello viene
adesso.
Finì l'anno scolastico: ci furono gli
esami di licenza media.
Insieme agli alunni interni, che io ben
conoscevo nei pregi e nei difetti, si presentarono anche alcuni alunni esterni uno dei
quali, un po' avanti negli anni, ricordo
ancora bene, proveniva da un paese della
Provincia di Rieti.
Ricordo ancora benissimo la prova di
latino orale. I compiti scritti del Reatino
erano stati un mezzo disastro e speravo di
chiarire i limiti della sua cultura nel colloquio. Feci alcune domande cui non seguirono risposte adeguate. Provai con altre
domande più semplici nel tentativo di dare
una mano... Nessun risultato. Provai un'altra strada nel tentativo di salvare la barca
che stava affondando...: "dimmi quel che
tu vuoi... quel che tu sai...". La risposta
fu sbalorditiva: "Professore, io di latino non
so niente: ho cominciato a studiarlo un
mese fa...; a me serve il diploma di scuola
media perché debbo fare lo scopino al mio
paese e senza questa licenza non posso
partecipare al concorso. Se lei mi boccia
sono rovinato... per la vita..."
Così parlò ...
te, chiariamente,
Cosa dovevo
sulla coscienza e
Zaratustra; semplicemenefficacemente.
fare? Mi misi una mano
scrissi 6 in latino: tanto,
dissi tra me, coniugazioni e declinazioni...
sono monnezza...; e monnezza culturale
insieme a monnezza delle strade... fanno
sempre monnezza...
L'aspirante scopino ebbe il suo diploma e forse raggiunse la felicità.
Però è rimasto un dubbio: "Fui io
giusto, in quella circostanza?" E sì; perché,
l'aspirante scopino fu promosso e non sapeva niente. Qualche altro ragazzo, che il
latino non lo sapeva bene ma che, insomma, sapeva molte cose di grammatica e di
sintassi, fu rimandato.
E la giustizia?... al mondo tutto è
relativo. Forse ci salva la coscienza di operare al meglio nelle circostanze in cui ci
troviamo.
Franco
\
Il comitato di coordinamento dell'Associazione
radunato a S. Lorenzo Nuovo
Sabato 27 marzo, su apposito invito del
Presidente Ranucci, si è tenuta la RIUNIONE ORGANIZZATIVA ANNUALE.
A San Lorenzo Nuovo un discreto
numero di Soci ci siamo incontrati nella
Piazza davanti alla Chiesa.
Poco prima ero passato davanti al
Cimitero, dove avevo sostato qualche minuto per rivolgere un pensiero grato e
affettuoso all'indimenticabile prof. Acaste
Bresciani del ginnasio al Barbarigo. (Consegno a parte una lettera a Lui diretta nella
lingua che il suo insegnamento ci ha convinti ad apprezzare ed amare).
Alle dieci, nonostante una giornata
limpida di sole, una leggera ma fresca
ventilazione ci faceva desiderare un po' di
caldo.
Vi ha provveduto don Pompeo Rossi,
parroco di San Lorenzo, ospitandoci nella
Sala Parrocchiale delle riunioni, opportunamente riscaldata.
Si è iniziato a discutere per la conferma
della data dell'Assemblea Annuale dei Soci,
25 Aprile, che quest'anno cade di domenica
e può disturbare la partecipazione dei sacerdoti. Ma la festività del 25 aprile,
qualunque giorno della settimana cada,
permette la partecipazione della totalità dei
volenterosi, liberi dagli impegni di lavoro.
E' quindi confermata anche per il 1993.
Alla voce: rinnovo cariche sociali, c'è
stato un coro unanime di lasciare le cose
come stanno, tenendo presente la favorevolissima disponibilità a cooptare nell'organigramma direttivo tutti quei volenterosi
che ne palesassero l'inclinazione.
Un doloroso r a m m a r i c o è stato
esternato dal Presidente per il costante
disinteresse di qualche socio che dovrebbe
essere all'avanguardia per mantenere all'Associazione la bella e santa finalità di
perpetuare nella vita l'insegnamento del
BARBARIGO. I tanti SOCI che, purtroppo
per noi, sono passati a miglior vita, speria-
mo che con il ricordo della loro assiduità
e con persuasiva ispirazione convincano
qualche temperamento freddino a maggiore disponibilità vefso l'Associazione exAlunni.
Al termine della laboriosa seduta i Soci
intervenuti si sono diretti al ristorante "DA
P L A P P L E " presso il Lago (localitàPonticello) dove hanno consumato un ricco,
vario, sostanzioso, gradevolissimo ed economico pasto.
Ranucci
Nessuno è profeta in Patria;
nessuno è eroe di fronte al
proprio cameriere.
V
)
Fiore gentile
per tutti, Preti e Laici, un cordiale
arrivederci al venticinque aprile.
In presens impotentes cogimur adesse
facinori cum omni scelere obstringimur.
Dilecte latinitatis professor, variaeque
magister probitatis, abilis perutilium
sationibus d o c t r i n a r u m , pulchrarum
salutarumque suasor virtutum, tuis redeas
discipulis BONITATIS, DISCIPLINAE et
SCIENTIAE PRAECEPTOR.
Vale.
* * *
Con gran letizia
venite al Barbarigo che ringrazia
di tanta indefettibile amicizia.
Ad ACASTE illustre tra i dotti (cultori) della
latinità ed umile insegnante innalziamo un ricordo
assai grato.
Girolamo D'Eremo
Gratissimam ACASTI latinitatis praeclaro
inter doctos h u m i l i q u e p r a e c e p t o r i
vovemus memoriam.
Complures a prima Barbadici longeque
remota adulescentia transierunt anni recte
qua, te adiuvante, nostram e g i m u s
iuventutem latinis in litteris.
Quot diluculi coelum sidere dealbavere
nocturno, quot occasus rubra tirrenica
fecerunt litora! Interea quot u n d a e
VOLSINIENSIS
ferventes
LACUS
agitaverunt aquas, aut coeruleum quotiens
speculum pacatum natalia mulsit loca ex
quibus flores tulisti petitos frugesque soaves!
Inevitabili nos quoque aegrotavimus
senectute cui mortalium nemini abdere licet
se ipsum.
Antea vero, progrediente aetate,
perniciosum incidimus in bellum, alluviem
spectavimus,
varia
piane
genera
calamitatum haud optabilium nemo nostrum
potuit vitare.
Tanti anni son trascorsi da quella prima e ben
lontana adolescenza del (Seminario) Barbarigo in
cui, sotto il tuo stimolo, esercitammo la nostra
giovinezza nello studio del latino.
Quante albe hanno rischiarato il cielo dalle
notti stellate! Quanti tramonti hanno dipinto di
rosso l'orizzonte tirrenico! Quante ondate, frattanto, hanno scosso le bollenti acque del Lago di
Bolsena, o quante volte (lo stesso) rabbonito a
specchio ceruleo ha accarezzato il terreno natio, dal
quale hai tratto ambiti fiori e frutta soave!
Anche noi ci siamo ammalati di vecchiaia
inevitabile dalla quale a nessun mortale è lecito
occultare se stesso.
Prima ancora, con il trascorrere degli anni,
incappammo in una guerra disastrosa, fummo
spettatori di alluvioni, nessuno di noi potè evitare
ogni sorta di indesiderabili calamità.
Al presente siamo costretti ad assistere impotenti ad ogni scelleratezza irretiti da tanti delitti.
Caro Professore di latinità, precettore dalle più
multiformi onestà, abile nell'inculcare gli insegnamenti più utili, persecutore delle più belle e
salutari virtù, torna ai tuoi alunni come Maestro
di BONTÀ', DISCIPLINA e SCIENZA.
Addio
Il Barbarigo
pag. 9
Catechismo:
vecchio e nuovo
Chi l'avrebbe mai pensato? Con tanto
menefreghismo che gira intorno, chi
l'avrebbe mai pensato? Eppure è successo.
Pressocché unanime, a cominciare dalla
Francia, si è levato il coro di applausi al
Nuovo Catechismo della Chiesa Universale.
E meritatamente: perché semplice nella
forma, chiaro nel contenuto, completo nella
dottrina, compresi gli aggiornamenti sui
nuovi gravi quesiti della scienza moderna,
ed inoltre un bel riassunto del Concilio
Vaticano II. Naturalmente anch'io mi sono
inteso in dovere, nel mio piccolo, di unire
i miei applausi agli applausi comuni, però
senza perdere di un dito la devota ammirazione al vecchio catechismo di Pio X,
ricco anch'esso di molti meriti. Proposto in
formule brevi e mnemoniche a base di
domande e risposte, si prestava assai bene
a stampare nella mente le principali verità
della fede: di molte io ancora conservo il
ricordo, e con piacere, e a volte me ne servo
come tema di omelia per riuscire breve e
persuasivo. Inoltre si prestava assai bene
per organizzare gare e controlli sia in sede
parrocchiale che in quella diocesana, auspice
l'Ufficio Catechistico Diocesano. Chi non
ricorda ancora quei festosi e rumorosi raduni in Montefiascone presso l'urna della
Maestra Santa in occasione di gare
diocesane? E poi come dimenticare quei
familiari controlli alle scuole parrocchiali?
Figurarsi, da gran maestro, più di una volta
vi ho preso parte anch'io e di quelle graziose esperienze ecco riportati qui alcuni
gustosi aneddoti utili per un po' di ilarità
e per fare un paragone fra vecchio e nuovo.
Un pastorello, abbastanza sveglio, dopo
aver dato le dovute risposte, sentendo
spiegare nella domanda "Chi è l'uomo?"
che l'anima non ha corpo e che il corpo ha
le sue parti: mani, piedi, testa... acceso di
meraviglia esclama: "Ma il corpo non è la
pansa?" "Esatto!" Per chi sente dire ogni
giorno mi duole il corpo, mi duole la pansa,
va di corpo, naturale si fa l'identificazione
fra corpo e pansa, fra pansa e corpo. Scherzi
della cultura.
Una vispa bambina invitata a raccontare una parabola di Gesù, sul momento,
sorpresa tace, poi pronta e sicura: "Vi
racconterò la parabola del ricco culone".
Meraviglioso! Fra epulone e culone il divario è poco come fra entrata e uscita e il
tragitto è breve a patto che non nasca
qualche intoppo, ciò che capita spesso a chi
è troppo epulone e poco culone.
Un maschietto, invitato a raccontare un
miracolo di Gesù, pronto racconta: "Gesù
guarì un cieco, gli bagnò orecchie e lingua
r poi grida: "Nafta". Anche l'autista grida
Nafta e la macchina corre. Miracolo!
In una parròcchia dove per parroco si
trovava un Arciprete, un bambino racconta
così la parabola del buon Samaritano: ar-
rivato al punto del soccorso dice con sicurezza: "Passa un Arciprete, niente, passa un
altro arciprete, niente". Un bell'aggiornamento da fare invidia a Papa Giovanni
XXIII.
A volte però non mancava qualche
risposta inaspettata e imbarazzante. Una
bambina, piena di favole della nonna, sentendo dire che Dio creò tante cose belle:
l'asino, il cavallo, il gatto, l'agnello... improvvisamente scatta in piedi e, occhi
sbarrati, grida: "Però ha fatto anche il
lupo". Terribile la dialettica dei bambini.
Colloqui seri e pensierosi
Don Domenico
Cruciani
VOCAZIONE DI MOSE'
(Esodo
Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?
Mosé pascola il gregge; me lo immagino
tranquillo senza preoccupazioni, poi qualcosa lo colpisce: il roveto che non brucia.
Vuole vedere.
Io cammino per le vie del mio quartiere
(è qui che abito e svolgo molte attività) il
più delle volte con tranquillità parlando con
le persone che incontro; altre volte con
indifferenza osservo il movimento frenetico
in cui sono avvolta. Ma spesso questa mia
indifferenza viene sopraffatta dalla rabbia e
da una pressante domanda: "che senso ha
questa corsa affannata senza fine? Che
senso hanno questi fatti clamorosi che sconvolgono il mondo? E' il roveto che brucia
senza consumarsi?". Forse il roveto: cespuglio con radici, rami, spine e frutti... è il
mondo in cui vivo?. E' qui in questo luogo
che il Signore abita e io non lo sapevo e
insieme con Giacobbe dico: "Quanto è
terrìbile questo luogo! Questa è la porta del
cielo". Quando voglio capire non comprendo perché il luogo è santo e devo togliere
i sandali dai miei piedi.
Cosa sono i
sandali? Le mie verità? Le mie sicurezze?
Di frónte ad un fuoco così grande che non
distrugge il mio e il male altrui, non mi
resta altro che accogliere le nostre non
verità, condividendo le miserie umane che
ne derivano. Non penso sia facile perché io
vorrei che questo fuoco bruciasse tutto ciò
che è male. Qualche volta mi è comodo
pensare ad un Dio solo giudice. Prego e
imploro il Signore perché mi dia ogni giorno
un po' di quella fiamma che non distrugge,
ma che ama le miserie umane.
E' attraverso queste che la vita di ogni
uomo può essere illuminata dalla misericordia di Dio che si serve della mia povera vita
per testimoniare che Lui è veramente vivo
in ognuno di noi.
Maria Selide
Baccelloni
Vittorio Giusti
è morto
Dopo
lattia
lunga
è
morto
Vittorio
ma-
all'Ospedale
Montefiascone
anni
e sofferta
l'il
Giusti,
1993,
ex alunno
degli
'30.
Era
stato
per
lunghi
anni
una delle persone
più
di Montefiascone:
impegnato
Consiglio
autorevoli
nel
Comunale,
membro
del
Banca
attivo
Consiglio
della
Cattolica.
Era
uomo
convincimenti
di
disponibile
al
Schietto,
tivo,
andava
si rendeva
simpatico
e
intorno
a
affetto.
degli
ex-alun-
suo
membro
ni lo ricorda come
attivo, sempre
partecipe,
nel dibattito,
prolifico
di proposte;
generoso,
scrittore,
rievocatore
personaggi
Addio,
corderemo
e nostalgia:
tua pace
di
dovunque
facilmente
L'Associazione
un
at-
conoscitore
e situazioni,
e
dei
festoso,
uomini
sé stima
sempre
soccorso
profondo
coagulava
profondi
religiosi,
sofferenti.
le...
di
ottobre
vero
pronto
di idee
amico;
penna
insigne
e
sensibiottimo
facile,
di fatti e di
passati.
amico
sempre
Vittorio,
ti ri-
con
rispetto
e pregheremo
per la
eterna.
Il Barbarigo
pag. 10
Quaderni del Museo Storico della Guardia di Finanza
La mia vita, quale prigioniero di guerra, vissuta
nei campi di concentramento del terzo Reich
Relazione di
TIRANA
fi settembre
Renato Casacca sul treno che avrebbe dovuto
riportarlo in Italia
Le sue
prigioni
Chi l'avrebbe mai pensato? Una accoppiata
storica; Silvio Pellico, da Saluzzo;
Renato
Casacca, da Gradoli. Quello scrisse "Le mie
prigioni" che fu opera di notevole spessore
umano, letterario, culturale; opera nella quale
si sono formate alcune generazioni di Italiani
che hanno appreso, dalla mitezza di Pellico e
dalla
delicatezza
dei suoi
sentimenti,
nientepopodimeno che... l'odio: sì, l'odio all'Austria, allo straniero, all'ingiustizia di avere
la Patria occupata e vilipesa.
Opera, quella di Pellico, che, come dicevano
i testi di letteratura degli anni '30, costò
all'Austria più di una battaglia perduta.
Ma chi ricorda, oggi, "Le mie Prigioni?"
Chi sa, tra i giovani, chi erano Maroncelli,
Confalonieri... chi era il "mutolino" di cui ci
parlava la Maestra e che ci faceva emozionare?
Ma non basta: oggi degli eroi e dei martiri del
Risorgimento neppure più se ne parla; le vie
delle varie città intitolate ai loro nomi, non
dicono più niente. Chi era Nazario Sauro? Chi
era Oberdan? Chi i Fratelli Bandiera?
Chi
i Martiri di Belfiore? Chi Cesare Battisti? Chi
Carlo Pisacane? ...
Una civiltà è scomparsa: la storia cammina
e le figure leggendarie della nostra giovinezza
oggi sono ombre... che dico?... sono scomparse
dalla storia, dalla cronaca, dalla memoria.
E bene ha fatto Renato Casacca a parlare
delle sue prigioni. Momenti drammatici della
sua storia umana, ricordi amari di una gioventù
vissuta nella sofferenza, nella fame, nel dubbio,
nel rischio della morte imminente;
ricordi,
pensieri... una umanità che cerca la vita, il
benessere... e scopre invece il dolore, il disprezzo
della vita... la morte.
Ha fatto bene Renato a scrivere. Quel che
ha scritto è il dramma della sua vita.
Ci inchiniamo, rispettosi e ammirati.
Noi
non possiamo giudicare l'opera e la fatica di
Renato come un testo letterario (che sarebbe
momento riduttivo) ma valutiamo l'uomo, la
sua vita, il suo esempio, i suoi ideali.
E il giudizio è positivo: molto positivo!
Bravo Renato!
n
Ranucci
794.3
Quel fatidico 8 settembre fu salutato da noi
tutti da vere e proprie esplosioni di gioia. Esso
purtroppo non segnò per noi la fine della guerra
e la pace, attesa con tanta ansia, sarebbe rimasta
ancora a lungo soltanto un sogno...
Il giorno 19 dello stesso mese, venne
l'ordine di partire per l'Italia,
portando al
seguito le cose essenziali e l'armamento individuale, al fine di raggiungere, come prima
tappa, la Bulgaria...
Riprendemmo il cammino e nelle vicinanze
del lago di Ocrita (Bulgaria), non avendo più
niente da mangiare, nel timore che i tedeschi
o i bulgari ci requisissero il cavallo bianco del
Colonnello, lo uccidemmo, lo spellammo e lo
mangiammo, ben arrostito come un maialino
sulla brace ardente.
Per il momento quello fu la nostra salvezza, avendo della carne a disposizione, ben
saporita ed abbondante, in quanto il cavallo era
molto bello, giovane e ben pasciuto. Dopo tale
abbondante mangiata, fummo accerchiati e
catturati dai soldati tedeschi, che sbucarono
furtivamente dal bosco, trattandoci subito come
"traditori e porci badogliani". Essi ci imposero,
con estrema arroganza e decisione, di deporre
tutte le armi, facendoci poi salire su carri
ferroviari, 30 persone su ciascun vagone, con
destinazione
Belgrado...
I rimanenti, tra ufficiali e militari, compreso me, fummo rinchiusi nei vagoni e spediti
come bestie nel campo di concentramento e
smistamento di Deblin (Polonia)...
Nel campo, (una baraccopoli) rimanemmo
ben presto privi di qualsiasi guida e ci sentimmo, tra l'altro, abbandonati e traditi dalle nostre
massime autorità. I tedeschi manifestarono per
noi prigionieri italiani il più profondo disprezzo
e fummo oggetto di un odio implacabile, dal
quale scaturirono continuamente maltrattamenti, sofferenze e umiliazioni di ogni genere...
II vitto che ci veniva distribuito, consisteva
in due etti di pane nero, cinquanta grammi di
margarina, qualche patata ed una scodella di
brodo fatto di crauti acidi...
Un giorno, durante il lavoro in fabbrica,
mi accorsi che una signora tedesca ogni mattina
metteva in un nascondiglio un involucro contenente due grandi fette di pane, imbottito con
grasso di maiale, riservato ad un bel prigioniero
russo.
Egli seguendo le mosse della signora, si
avvicinava pian piano verso il punto stabilito,
lo carpiva e furtivamente si allontanava.
Accortomi di quanto accadeva ogni mattina, feci sempre di tutto per anticipare il russo
rubandogli il panino, senza che nessuno mi
notasse.
Renato Casacca
Trascorso del tempo, il russo scoprì l'autore del furto e, non potendosi allontanare dal
posto di lavoro, mi apostrofò a gran voce, con
queste testuali parole: "Itagliasco cuia". Domandai ad un altro russo, che lavorava con me,
cosa significasse tale esclamazione. Egli mi
suggerì di replicare con altrettanta energia:
"Abaruschi attaccuia". Così io mandavo lui più
volte a quel paese.
Però un brutto giorno la signora non venne
più in fabbrica ed entrambi rimanemmo molto
delusi.
Debbo riconoscere che quel panino imbottito
mi aiutò a superare più agevolmente il primo
anno di prigionia, grazie alla signora e al russo.
BIALA PODLASKA (POLONIA)
12 dicembre
1944
Vagai tutta la notte per la campagna,
intirizzito dal freddo, mangiando qualche patata
cruda ed una barbabietola, che non potei
nemmeno finire per quanto era dolce.
All'alba però, durante un rallestramento
effettuato dalla SS, fui purtroppo nuovamente
catturato e, dopo un sommario interrogatorio,
mi spedirono, a mezzo di carri bestiame, insieme
con altri rastrellati, verso i campi di lavoro,
controllati dall'organizzazione Todt, presso il
Lager di Biala Podlaska (Polonia).
TRIESTE
22 luglio
1945
In quella città fummo accolti dal personale
della Croce Rossa Italiana, che si ricordò solo
allora di noi. Ci fu offerto del latte caldo, con
caffé di orzo e del pane con burro e marmellata.
Cominciai a prendere qualsiasi mezzo diretto al sud e mi capitò verso Bologna un treno
merci, che effettuò fermata ad Orvieto. Chiesi
poi ad un camionista un passaggio ed egli
gentilmente mi accompagnò fino a pochi chilometri dal mio paese (Gradoli, in provincia di
Viterbo). Feci a piedi con gioia ed entusiamo
i rimanenti chilometri che mi separavano dai
congiunti, così potei finalmente riabbracciare i
miei genitori e fratelli, dopo quattro anni di
assenza dalla famiglia.
Essi, commossi per il mio ritorno, piansero
anche nel vedermi così mal ridotto e dimagrito
(pesavo 'allora 42 chili). Passò molto tempo
prima di recuperare il mio normale peso.
Entrato in casa, posai a terra lo zainetto,
regalatomi dal custode del castello, contenente
qualche cianfrusaglia e la copertina, che ho
sempre tenuta con me. Mia sorella ad un certo
punto notò con meraviglia che quest'ultima si
muoveva, spinta da una miriade di pidocchi.
Renato Casacca
pag. 11
Il Barbarigo
Tribuna
aperta
Il futuro del Seminario
pensieri - opinioni,
proposte
Apre il dibattito Giovanni Ranalli, senatore della Repubblica
Giovanni Ramili è stato Senatore della
Repubblica fino al 1992.
E' nato a Civitacchia nel 1924: ha studiato
a Montefiascone per i cinque anni del Ginnasio
dal 1933 al 1938: era bravissimo! Questo è il
suo "Cursus honorum".
1956-1957 Consigliere
comunale
di
Civitavecchia, Capogruppo PCI
1960-1970 Consigliere provinciale di Roma
1970-1983 Consigliere regionale del Lazio
1976-1981 Assessore regionale alla Sanità
1983-1987 IX Legislatura - Senatore della
Repubblica - Segretario della
Commissione Sanità del Senato Membro della Commissione
Bicamerale per le Regioni.
1987-1992 X Legislatura - Senatore della
Repubblica - Vice Presidente della
Commissione Sanità Cessate le funzioni il 22 aprile
1992.
Opinioni di
un ex allievo
Caro Ranucci,
la giornata del 25 aprile u.s. - piacevole e
serena nel tumulto dei ricordi - e la lettura
di due libri: Storia del Barbarigo e del suo
omonimo Seminario e la Vita di Don
In riva al Lago
Venturini, mi consentono di fare alcune
prime riflessioni che voi avrete già fatto più
volte.
— Il seminario - collegio è in evidente e
fatale declino.
Mi sorprende che le autorità religiose non
abbiano finora provveduto con nuove ipotesi di lavoro. Ritengo urgente ragionarne.
Non si può parlare di una gloriosa istituzione con la nostalgia dei suoi decenni
migliori, senza capire che, così com'è, è una
struttura senza futuro. Il cambiamento travolge anche i seminari.
La crisi delle vocazioni, la secolarizzazione,
hanno ormai inciso così profondamente
che non lasciano sperare di poter mai più
riempire il seminario di aspiranti al sacerdozio e neppure di ritenere "appetibile" il
collegio, quando ormai sono tante le possibilità offerte a chi vuole studiare.
Non riconoscere questa elementare
costatazione, significa essere ciechi e non
porsi seriamente - 300 anni dopo - quale
ruolo può svolgere il seminario di
Montefiascone.
Ti espongo la mia ipotesi, confrontabile con
la tua e con quella di altri.
— Il seminario contiene 3 punti, oggi
decaduti, che possono viceversa essere rivalutati, riabilitati, per farne una leva capace di rimettere in moto un meccanismo
arrugginito. Parlo, in primo luogo, della
Biblioteca (11.000 volumi + 5.000 della l a
sezione storica), che deve trovare una
collocazione specifica tra le biblioteche
disponibili nel territorio (Provincia, Regione), ma anche in Italia.
Ci vuole un progetto per la Biblioteca, che
riguardi la consultazione dei libri, ma anche
la promozione di convegni legati alla
riscoperta di personaggi famosi, connessi
alla biblioteca.
Ne suggerisco, uno, intanto, capace di richiamare il mondo della letteratura nazionale: il ruolo e il posto di G.B. Casti nella
letteratura italiana - Poetica e tematiche.
Una rivisitazione critica, tra l'altro attesa,
dopo i nuovi segnali di interesse emersi nel
mondo accademico italiano.
In secondo luogo, la c h i e s a di S.
Bartolomeo, sobria e bella, dotata di un
organo apprezzato.
Ci vuole, quindi, un progetto per concerti
di musica, da svolgersi o nel contesto dei
concerti viterbesi (Barocco, settecento, ecc.)
o autonomo che possa svolgersi anche in
epoca diversa.
Potrebbe indirsi un premio per neodiplomati organisti con la esecuzione di
"pezzi", ogni volta diversi.
Infine, il salone: non può essere ridotto a
frettoloso passaggio dal basso verso l'alto
della struttura, ma tornare alla sua funzione
Il senatore Ranalli
di luogo di accademie, di dibattiti, ecc.
Questo vuol dire che il salone deve avere
una sua programmazione, un calendario,
un circuito.
Questa rivitalizzazione può essere possibile.
Ora a chi affidare un compito così culturalmente alto?
Sono convinto che la Diocesi da sola non
può porsi tali progetti, come pure un Rettore, ancorché animato da buone intenzioni.
I piccoli seminari diocesani sono destinati
a scomparire e ad essere assorbiti in seminari regionali, con l'afflusso da tutte le
diocesi.
E' quindi preliminare l'adesione ad un
progetto di trasformazione dell'Autorità
Ecclesiastica che è titolare del diritto di
proprietà del seminario.
Leggendo le prefazioni del Vescovo
Tagliaferri ai due libri che ho ricordato
appare chiaramente il limite che ispira la
sua intenzione di salvare il seminario collegio, nella sua tradizionale funzione,
consacrata dall'antico prestigio. Ritengo che
questo limite sia destinato a danneggiare
irreversibilmente il seminario; quindi considero che bisogna battersi perché diventi
prevalente una ragione culturale che, senza
dimenticare la storia, trasferisca il seminario dall'ambito limitato della sfera ecclesiastica a quello più aperto della società civile,
con una gestione pubblica della struttura.
Essendo convinto di questo mio modo di
pensare, avanzo, quindi, la proposta di
affidare alla Facoltà dei Beni culturali di
Viterbo la gestione del Seminario-Collegio
Barbarigo per le finalità da me enunciate,
che l'Università potrà assai meglio definire.
Un completamento, ad esempio, può essere
Il Barbarigo
pag. 12
l'uso di una parte dello spazio (pareti, aule
ecc.) a fini espositivi (galleria d'arte) e,
comunque, museali.
Si tratta, come vedi, di idee senza pretese,
utili per un dibattito.
L'Associazione può dare un suo autonomo
contributo con un progetto che può essere
meglio definito e presentato.
A questo scopo si potrebbe:
1) — verificare tra noi che cosa intendiamo
fare;
2) — incontrare l'Ordinario della Diocesi di
Montefiascone-Viterbo per esplorare la disponibilità o la contrarietà dell'Autorità
ecclesiastica;
3) — promuovere un incontro presso la
Provincia di Viterbo coll'intervento di esponenti della Facoltà dei Beni Culturali, per
studiare la fattibilità di un progetto riguardante il Seminario.
4) — infine dedicare l'assemblea annuale
(25.4.1994) dell'Associazione alla presentazione di un progetto, alla presenza di
autorità civili, ecclesiastiche e accademiche.
Come vedi, la mia fantasia, è ancora vivace,
ma non vorrei aver precorso troppo i tempi.
Tuttavia quando si hanno idee è meglio
farle circolare.
Colgo l'occasione, da ultimo, per dichiarare
di aver letto con particolare affetto il libro
di Musolino (che non conosco) sulla vita e
l'opera di Mons. Venturini. Il libro mi ha
fatto ripercorrere i 3 anni trascorsi alla
Quercia e durante i quali l'insegnamento di
Venturini è stato per me fondamentale. Tra
i professori che ricordo (Conti, italiano;
Gasbarri, greco; Amatucci, matematicascienze naturali) certamente Venturini, dall'indimenticabile sorriso ironico, ma bonario, ha inciso profondamente facendomi
amare la filosofia e dandomi soprattuto una
struttura concettuale e una metodologia di
studio.
Ho letto con evidente soddisfazione che il
libro ricorda anche la mia disputa su un
argomento filosofico, nel giorno di S.
Tommaso (8.3).
Non vorrei averti tediato; ma adesso ho
tanto tempo e mi è possibile fare tante e
diverse attività (Partito, volontariato, letture, scritture, ecc.) che mi consentono di dare
un senso alla vita, guardando avanti.
Cordialmente.
Giovanni
Ranalli
Benvenuto, Senatore !
E' arrivato per primo, in Seminario, il
25 aprile 1993.
Non c'era ancora nessuno. Era partito
da Civitavecchia ed, essendo domenica,
aveva trovato scarso traffico. Fortuna che
c'era Mons. Antonio il quale - da buon
padrone di casa - attendeva gli ospiti in
portineria. E lui gli ha fatto da guida.
Così il Senatore ha potuto rivedere i
luoghi della sua prima giovinezza; ha rivisto le camerate, i dormitori, le aule scolastiche, i corridoi, il cortile, il giardino e poi
il salone: il gran salone, splendido nelle
dimensioni, nelle alte pareti, nel soffitto
ligneo, nel piccolo museo che ne è ornamento. E poi, il silenzio; il grande silenzio
e il rumore delle scarpe che risuonano al
passaggio; le parole che rimbombano lungo
i corridoi.
Poi siamo arrivati noi ... i Romani;
eravamo i primi; un piccolo gruppo di
avanguardia. In quel preciso momento il
Senatore, fatta la visita, rientrava in portineria. Ci siamo rivisti dopo più di cinquantanni ! Ci siamo salutati, abbiamo
scambiato un lungo, fraterno abbraccio;
abbiamo riscoperto l'amicizia, la consonanza dei pensieri e dei sentimenti. Ci siamo
guardati negli occhi, al di là degli occhiali;
abbiamo capito che non era cambiato niente. Eravamo ritornati ragazzi con i nostri
problemi, le nostre speranze, la fame, il
freddo (che freddo!), gli
scarsi servizi
igienici, i Superiori, i Professori, i compagni
di scuola, i libri, le lezioni, le interrogazioni,
i compiti, gli esami (compresi quelli di
m e z z ' a n n o ) . Sopra le nostre teste
aleggiavano i grandi della nostra giovinezza: Chierichetti e Leonetti, i Rettori;
Cordovani, il Vice; Capozzi matematico e
Ministro; Bresciani, latinista sommo. E poi,
in altri ambienti, altri Professori: Venturini,
Conti, Riposati, Gasbarri, Amatucci.
In pochi minuti abbiamo rivisto il film
della nostra giovinezza.
Poi son venuti tanti altri amici. La
portineria si è riempita. Sono cominciate
le presentazioni... e il momento magico è
finito.
Che dire? Poche cose.
Benvenuto! Caro Giovanni. Il Seminario è ancora la nostra casa. Una casa, per
adesso, quasi vuota che (speriamo!) presto
si riempirà di studio, di preghiera, di giochi, di risate... di problemi perché ognuno
trovi la sua strada nella vita.
Complimenti, caro Giovanni. Il tuo
alto e nobile incarico politico fa certamente
onore a te e corona il tuo impegno nella
società; fa onore anche al Seminario che ti
ha dato le basi della cultura e della moralità; esalta anche noi che ti fummo compagni e, in te, pure noi ci sentiamo gratificati.
Ritorna, caro Giovanni: noi qui ogni
anno ritorniamo per sentirci ancora giovani.
Ricordiamo tante cose, tante altre ne pensiamo, qualche altra ne proponiamo. E ci
sentiamo tutti amici;
il vincolo della
fraternità ci caratterizza. Siamo ormai tutti
uomini maturi abituati a dare il giusto peso
alle cose, ai fatti, alle persone.
I momenti e gli incontri tristi li abbiamo tutti digeriti; ci hanno fatto crescere e
maturare nella personalità, nella cultura,
nella "Humanitas"; ci hanno fatto capire
la vita, ci hanno dato la carica per impegnarci al servizio dei sofferenti.
Se i nostri grandi Professori ritornassero e potessero vederci così come siamo
maturati, forse ci rimprovererebbero perché
abbiamo dimenticato le regole del latino e
del greco ma si complimenterebbero vedendo la strada che abbiamo fatto e le mete
che abbiamo raggiunto.
Caro Giovanni, io più di tutti ho goduto della tua presenza perché forse io solo
so quanto tu eri bravo e come era piacevole
starti accanto. Ci siamo parlati poco è vero,
il 25 aprile; c'era troppa gente che voleva
Bottiglie vuote e bicchieri pieni!
parlarti e sentirti.
Verranno altri 25 aprile e la festa continuerà con identica simpatia, con accresciuta partecipazione.
Ranucci
P.S. — Caro Giovanni, sarebbe
opportuno
e conveniente che tu ti facessi fare un bel
quadro da appendere
ad una parete
del
Salone.
Tra i quadri del Seminario c'è un posto
anche per te!
(
Reditus ad maiorum
oppidulum
vitaeque
agrestis laus
Recordor haec et me studium capit
rursus videndi dulcia «patriae»
loca: herbidos colles lacumque
caeruleum, placidum,
venustum.
Cum feriarum tempus adiverit,
labore tandem et moenibus ac uiis
Romae relictis, rusticatum
oppidulum peto tam cupitum.
Tonino Pelosi
\
Il Barbarigo
CONVEGNO
pag. 13
ANNUALE
Montefiascone
DELL'ASSOCIAZIONE
25 aprile 1993
Speranza di rinnovamento
Relazione del Presidente
"Lectio brevis", quest'anno: ma... non
tanto! Spero, comunque, succosa e concentrata.
La circostanza che il nostro incontro
avvenga in giorno festivo, con una ridotta
presenza di amici, mi spinge a far un volo nel
firmamento sociale e ad alzare il tiro del mio
fucile per fare qualche non inopportuna osservazione sullo "Stato (come dicono - absit
iniuria verbis" - 1 Presidenti degli Stati Uniti
d'America) dell'Unione".
E incomincio così: quest'anno siamo
presenti soltanto i laici: i nostri amici Chierici,
per motivi inerenti il loro ministero sacerdotale, sono quasi tutti assenti; giustificati, certamente.
Questa assenza, mentre da un lato impoverisce il nostro convegno e diminuisce l'allegria e la spensierata giovinezza che ha
sempre caratterizzato i nostri incontri, consente una maggiore libertà di parola e toglie certi
freni inibitori.
Voi che siete presenti ascoltate, vi prego,
con attenzione e con pazienza questa mia
lamentazione; gli assenti, la leggeranno al
momento opportuno e tutti insieme, se avremo il coraggio, meditando, trarremo le conclusioni.
Io mi trovo seduto su questa poltrona di
Presidente e nemmeno so come ci sono arrivato né so chi mi ci ha messo; certo è una
poltrona scomoda, una poltrona che comincia
a scottare. Io non ci sto più comodo come tona
volta e ciò non perché rifiuti di stare in prima
fila ma perché, a forza di mostrare sempre il
mio volto, capisco che la mia immagine si è
offuscata e, dopo più di dieci anni che sto qui,
forse è giunto il momento di cedere le armi
a chi di me è più fresco di idee, di forze e
di intendimenti. Epperò son dieci anni che io
offro questa poltrona a chi vuole occuparla
ma ogni qualvolta pongo il problema all'attenzione e alla discussione, subito il discorso
si inaridisce e si cristallizza: "Se vai via tu dicono - finisce tutto!".
E su questa vostra attestazione di stima,
di simpatia, di fiducia, io ho accettato di fare
il cireneo e come cireneo ho accettato la Croce:
mi accorgo, però, che certi entusiasmi si son
man mano affievoliti e le cadute, lungo la
strada, si sono fatte più frequenti.
Volete sapere il vero motivo, l'ultimo
motivo, di questa disaffezione che pian piano
diventa insofferenza? Ve la dico proprio come
me la sento.
Io sono rattristato e rammaricato per il
comportamento degli ex-Rettori del Seminario nessuno dei quali (con una sola eccezione)
è entrato con intendimenti costruttivi nella
struttura e nello spirito dell'associazione;
nessuno dei quali ha capito la necessità della
loro presenza vigile e attiva in mezzo a noi
per dare un'anima all'associazione e per chiarire quale ruolo l'associazione stessa, nel suo
complesso, e i singoli soci, individualmente,
avrebbero dovuto svolgere nella Comunità
ecclesiale e nella Società civile.
Cli ex-Rettori hanno dato una interpretazione riduttiva del ruolo del Seminario nel
senso che la sua funzione cesserebbe nel
momento in cui gli alunni diventano exalunni. Io, invece, penso ad una funzione
permanente del ruolo del Seminario nei confronti di tutti: alunni ed ex-alunni. Chi qui ha
avuto un certo tipo di formazione morale e
culturale ed ha aderito ai valori su cui quella
formazione si basava, sa che il Seminario
continua ad essere per lui la "casa madre"
nella quale ritorna non solo per vivificare i
ricordi ma anche per rigenerare i propri ideali
e per ricaricare il proprio impegno nella vita.
Questo contrasto sulle finalità del Seminario
è risultato, con il passar degli anni, insanabile;
ed io che ho del Rettore e degli ex-Rettori una
profonda considerazione, una devozione,
quasi, mista a rispetto, mi son sentito solo,
senza conforto e mi son rattristato.
Non posso non notare, e con vivo rammarico, che non sono riuscito ad instaurare
un colloquio, a formulare con i Rettori un
progetto, per operare uniti finalizzati a migliorare e perfezionare questa fragile creatura
che è l'associazione. La quale vegeta, più che
vivere; tira avanti per l'entusiamo di pochi e
per l'attaccamento che altri, non sollecitati ma
istintivamente, hanno verso il Seminario.
Il mio rammarico si fa più acerbo perché
io non posso non rilevare che solo, o quasi,
ho cercato di aggregare gli ex-alunni ricercandoli, motivandoli, confortandoli.
Se insieme a me avessero operato anche
i Rettori con il loro prestigio, con la loro
autorevolezza... forse la nostra associazione
sarebbe cresciuta meglio e avrebbe avuto
momenti più esaltanti di consenso e di efficacia.
Sono poi rimasto mortificato e
disincantato quando ho visto i Rettori insensibili all'appello che io ho lanciato a tutti per
aiutare i due Seminaristi brasiliani (speranza
della loro Chiesa oltreché della loro Diocesi)
a sostener le spese dei loro studi a Roma.
Lo sapete quanto noi ex-alunni abbiamo
dato ad essi in fatto di contributo economico?
circa un milione e ottocentomilalire; ma i
contribuenti sono stati pochi, anche se generosi. Un altro milione circa me l'hanno dato
alcuni miei amici volenterosi che non hanno
avuto difficoltà a metter mano al portafoglio.
Ebbenfe, volete sapere quanto hanno dato gli
ex-Rettori? Qualche decina di migliaia di lire;
ma poche, veramente poche.
Per questo noi abbiamo salutato la nomina di Gianpaolo a Rettore con molta simpatia; e con simpatia continuiamo a vedere la
sua opera. E speriamo che il fondo del pozzo
sia già stato toccato e che la carrucola sollevi
dal fondo il secchio con acqua fresca e...
chiara.
*
*
*
Io, col passar degli anni, ho cambiato
atteggiamento nei confronti della vita e dei
suoi problemi. Prima guardavo più all'apparato esterno, alla facciata - diciamo così - delle
cose. Ora son diventato filosofo; guardo le
vicende umane non più con l'occhio della
cronaca ma con Io spirito dello storico: e mi
sforzo di leggere dentro alle cose, di penetrarne l'essenza, di capire qual è la verità vera
di tutto. E in questo mio tribunale (scusate
l'ardire) della storia noto la pochezza di tanta
gente, l'egoismo, l'ozio, la non idoneità a
rivestire il ruolo nel quale i superiori o la
fortuna li ha chiamati. Noto soprattutto che
quasi a tutti manca attitudine a coagulare
gente, ed affratellare le persone, a costituirsi
punto di riferimento e di aggregazione. Lavorare con gli uomini è faticoso: è più facile
mettersi da parte, chiudersi nella capanna a
vedere il fiume che scorre lì davanti aspettando magari che passino i cadaveri o che
qualcuno ci butti gli scheletri che stavano
negli armadi.
Son diventato triste perché vedo il mondo pieno di egoisti; i processi di tangentopoli
e di mani pulite sono solo un piccolo olezzo
del marciume che ribolle ovunque; marciume
ancor più graveolente perché profumato spesso dall'incenso di Chiesa.
Queste cose le ho dette con molta amarezza e se non sono riuscito a cogliere la verità
assoluta, certamente qualche particolare
aspetto di verità l'ho individuato.
Che fare ora?
Faccio un'altra osservazione.
L'elenco dei soci è composto di circa 150
persone, una metà abbondante dei quali sono
chierici, l'altra metà siamo laici.
Nella storia della nostra aggregazione ci
sono state luci che si sono accese e poi si sono
spente definitivamente: come le comete. Ci
sono state altre stelle che sono apparse nel
firmamento notturno e poi le nuvole le hanno
offuscate. Qualche altra stella è rimasta fissa
nell'orizzonte come il Pianeta Venere ("Lucifer,
stella gravis nobis", ricordate?) o come gli
altri pianeti visibili ad occhio nudo nelle notti
serene. C'è rimasto un Sole che scotta sempre
meno; sono i raggi del Sole calante.
C'è rimasta la Luna che guarda curiosa
dal cielo per vedere che c'è di nuovo, e se c'è,
a Montefiascone.
Fuor di metafora; la nostra aggregazione
ha bisogno di rigenerarsi se vuol continuare
a vivere e ad aver un senso, una funzione.
Tutto oggi nella società si rinnova; l'aspirazione alla pulizia morale, al rinnovamento,
alla riscoperta dei valori non può volare sulle
nostre teste e lasciar tutto immutato.
Oggi scompaiono dalla scena personaggi
famosi che hanno dominato la vita pubblica
per mezzo secolo; oggi affondano nella melma tanti che son rimasti a galla non in virtù
del messaggio di cui erano portatori ma
perché centro di interessi più o meno leciti.
Oggi c'è il disgusto, c'è la nausea del
vecchio. Arriva il momento della pulizia,
della rigenerazione: vanno in pensione (o in
galera) le facce vecchie che hanno fatto la loro
parte e subentreranno - si spera - le facce
nuove; quelle che appartengono ai portatori
di novità, di nuovi ideali, per una società che
si rigenera.
Questa aspirazione al rinnovamento la
vediamo tutti i giorni e in cuor nostro ci
rallegriamo perché la società civile riesce ad
esprimere dal suo interno nuovi valori e
nuovi personaggi che daranno un volto nuovo alla società.
Bene! Benissimo !! '
Ne traggo le conclusioni; io sono il vecchio; ho fatto del mio meglio ma il modello
che io vi ho proposto non è più adeguato ai
tempi; e spero che dalle nostre file emerga un
volto nuovo che proponga un genere diverso
di aggregazione e che ci trascini tutti verso
nuove e più stimolanti avventure.
Franco
Ranucci
Il Barbarigo
pag. 14
La Rivoluzione del 1866 nel Seminario
Relazione dell'Assistente
Mons. Luigi Iona fu il primo Vescovo
di Montefiascone (1854-1863) dopo la separazione da Corneto, fatta da Pio IX, ma
provocata dall'ultimo Vescovo-cardinale,
Parracciani Clarelli Nicola, di Rieti, che era
entrato in Montefiacone il 24 gennaio 1844
"fra la festiva approvazione di tutti, che lo
guardarono come una benevola stella".
Mons. Iona "era quasi sempre in Seminario, in mezzo ai seminaristi e ai Professori: spesso entrava nelle scuole per osservare come si comportavano e distribuire
poi premi convenienti.
E il nostro Seminario, da due secoli
famoso per la Disciplina e gli Studi, non
solo mantenne la sua fama, ma la ingrandì,
come dimostra il moltiplicato numero degli
Alunni, il loro felice riuscimento nelle
pubbliche prove, e la lode che a Roma e
altrove si acquistarono i giovani usciti da
questa dotta palestra". (Cfr Elogio Funebre
del Vescovo Iona, in Bergamaschi II, 705).
Ma il 30 novembre 1863, non ancora
compiuto il decennio dal suo ingresso, colto
da improvviso malore, morì, compianto da
tutti.
Gli successe, come Amministratore
Apostolico, Mons. Paolo Alessandro Spogli.
Don Pietro Federici di Montefiascone, uscito
fresco fresco dal Seminario Pio di Roma, lo
spinse ad invitare i Gesuiti per la Direzione
del Seminario; Padre Carlo Maria Turri,
Rettore; Padre Salvatore de Nicola, Direttore Spirituale; Padre Ippolito Marchetti,
professore.
Il 14 dicembre, il prof. Guglielmo Ricca, lesse l'Orazione inaugurale degli studi,
in cui, fra l'altro, ricorda con gratitudine il
fondatore, il Cardinale Marco A. Barbarigo,
che, diceva, «sarà sempre in benedizione,
in lode e nella più onorata e cara memoria... Fu l'uomo che Dio ... donò a noi quale
Angelo tutelare ... veramente Eminentissimo
per le sue somme virtù... e che concepì la
magnifica e alta idea della fondazione di
questo Seminario".
Il Ricca parlò anche della istituzione di
una "Galleria" per ricordare gli ex-Alunni
Illustri, nel corridoio dell'Ala Gazzola, e
tracciò la storia del glorioso Seminario.
• • •
Ma gli animi
non si placarono, e
l'opposizione dei Professori crebbe sempre
di più, finché, per l'imprudenza del giovane
Vicedirettore, (un prete di Montefiascone,
chiamato per disprezzo "il prete Mori"), si
arrivò ad una vera sollevazione dei
seminaristi contro i Superiori.
Nel Libro delle Congregazioni del Seminario, al giorno 24 febbraio 1866, leggiamo che il giorno avanti, (mercoledì delle
Ceneri, primo giorno di quaresima), il P.
Rettore aveva punito l'alunno Gori di
Celleno, studente di Teologia, (che si ri-
fiutava di osservare l'astinenza e il digiuno
prescritti dalla Chiesa, accusando un malessere a cui il Rettore non credeva) colla
reclusione in una camera.
I giovani più grandi, terminata la cena,
si ammutinarono e, facendo dei danni ad
alcune porte e finestre, tumultuariamente
tolsero il Gori dal luogo di punizione.
II Vescovo-Amministratore, saputo il
fatto, la mattina seguente, 24 febbraio, ordinò
che tutti i componenti la prima Camerata
andassero, sino a nuova disposizione, alcuni nel Ritiro dei Padri Minori Osservanti
in Valentano, ed altri nel Convento delle
Grazie di Montefiascone, per un corso di
Esercizi Spirituali. Le altre 4 Camerate, per
solidarietà, si confessarono, a voce e per
iscritto, colpevoli come la prima camerata,
e chiesero di essere rimandati tutti alle loro
case, se i giovani della prima Camerata non
fossero stati richiamati in Seminario da
Valentano e dalla Grazie.
Il Vescovo non cedette, e fece ordire il
processo sull'accaduto, ed incaricò il Vicario Generale di dire ai giovani delle 4
Camerate: chi vuole andare a casa si presenti, ma singolarmente, al Rettore, e gli
significhi la sua risoluzione.
La mattina seguente, 25 febbraio, i
giovani della seconda Camerata, prima della
sveglia, si erano già alzati e parlottavano
fra loro, e avevano già preparato i loro
fagotti per partire. Ed anche le altre Camerate, a quell'esempio, e forse anche per
istigazione, facevano lo stesso.
Il Vicario Generale cercò di calmare i
giovani, assicurandoli che si era scritto ai
loro genitori perché venissero a prenderli.
I giovani si calmarono, ma poi, ripensandoci meglio, decisero: "o tutti dentro o tutti
fuori". Il Vicario li richiamò alle conseguenze che questa decisione avrebbe portato a loro danno, sia da parte del pubblico
che dei loro genitori, e li persuase a scrivere
ai loro genitori che venissero a prenderli,
e che li attendessero con calma.
, La situazione f inanziaria
La relazione economica presentata dal Ministro, Memmo Cruciani,il 25 aprile 1992 è
la seguente:
ENTRATE:
Situazione di cassa al 25.4.92
L.
341.370
Quote sociali
L.
2.087.000
L.
2.428370
Stampa del Giornale
L.
1.600.000
Spese postali - Cancelleria - Varie
L.
406.800
L.
L.
2.006.800
421.570
TOTALE
USCITE:
TOTALE
Rimanenza
La relazione è stata approvata ali 'unanimità con un vivo, particolare elogio al Ministro
per la sua oculata e saggia amministrazione.
\
Vice
ENZO
SERAFINELLI
Presidente
dell'Associazione
Il
25 aprile 1993, l'assemblea dei soci, radunata in
Montefiascone, ha eletto con voti unanimi il Prof. Enzo Serafinelli
di S. Lorenzo -Nuovo, Vice Presidente dell'Associazione.
Complimenti e auguri vivissimi!
pag. 15
Il Barbarigo
Lo stesso Vescovo si prese l'incarico di
andare personalmente in Seminario a dissipare le loro apprensioni e sostituì il Vicedirettore Manzi, che era da loro considerato il primo responsabile di tutto l'accaduto.
Il 27 febbraio giunse una supplica degli
Alunni che erano stati mandati a Valentano,
che chiedevano di potersi accostare ai sacramenti della Confessione e Comunione, e
di poter tornare in Seminario.
Fu loro concessa l'ammissione ai Sacramenti, ma non il ritorno in Seminario:
andassero alle loro case, ed attendessero là
le Superiori indicazioni.
La notizia dell'avvenimento infatti era
giunta anche alle orecchie del Papa Pio IX,
che l'aveva accolta "con somma sorpresa
dell'animo suo..."ed aveva subito ordinato
«alla Sagra Congregazione dei Vescovi e
Regolari... di non più ammettere ad alunni
del Seminario stesso quelli, che, nella suddetta sera, facevano parte della Camerata
dei grandi... e che il Vice-Rettore Sig.
Antonio Manzi fosse... allontanato dal
Seminario, onde rimuovere qualunque
pretesto a nuovi atti d'indisciplinatezza per
parte degli Alunni, che rimangono nel Pio
luogo".
Questa lettera porta la data del 28
Febbraio 1866, ed è firmata dal Card.
Quaglia, Prefetto della Congregazione. Il
Quaglia, nativo di Corneto-Tarquinia, era
uno dei più illustri ex-alunni del Seminario
di Montefiascone, dove aveva studiato dieci
anni, dal 1814 al 1824, e vi aveva fatto
"sommi progressi nella virtù e nelle scienze". Aveva poi fatto una brillante carriera
a Roma, e Pio IX nel 1861 lo aveva creato
Cardinale; un suo ritratto, artisticamente
perfetto, ancora si conserva e spicca fra
quelli dei più insigni ex-alunni del Seminario.
"Tornata la calma, si conobbe che la
cosa non era poi così grave come si concepì
al momento, date poi altre circostanze che
ben spiegavano la sommossa avvenuta, e
che in fondo la colpa dei giovani era un
frutto di passione del momento, date poi
altre circostanze che spiegavano meglio la
sommossa avvenuta.
Anche Pio IX, dopo essere stato minutamente informato, la disse: "una ragazzata",
e non mancò di notare al Vescovo Amministratore che era stato tròppo severo nel
licenziare alcuni giovani, e volle che egli
pure si raccogliesse per alcuni giorni nel
Ritiro di Valentano.
Il giudizio e l'osservazione di Pio IX,
dice il Bergamaschi, era giusta.
(cf.
Bergamaschi, II, 715).
La sollevazione aveva preso occasione
dal "carceramento" di un alunno, che si era
rifiutato di osservare il digiuno e l'astinenza
nel primo giorno di Quaresima, ma, sotto,
c'era la ribellione ai nuovi metodi educativi
e disciplinari dei Gesuiti.
Il Superiore dei Gesuiti richiamò a
Roma il Direttore Spirituale Padre Salvatore
De Nicola, e lo sostituì col P. Luigi Costa,
«che fu un vero Angelo pacificatore, e in
breve tempo seppe guadagnarsi gli animi
di tutti i giovani».
Non dobbiamo dimenticare, che si era
negli anni più caldi del Risorgimento Italiano: il nuovo Regno d'Italia stava ancora
nel suo primo lustro di vita. Dopo qualche
mese Venezia si aggiungerà al Regno, ma
la mancanza di Roma, considerata da tutti
capitale d'Italia, era al primo posto nel
cuore dei "patrioti": e i giovani, si sa, sono
stati sempre molto sensibili alle "cose
nuove" dei loro tempi.
Tra gli espulsi ci fu anche un giovane
di Gradoli che, passato a studiare a Roma
al "Collegio Capranica", farà una brillante
carriera nella D i p l o m a z i a , fino alla
Nunziatura di Parigi. Leone XIII lo nominerà Cardinale, Benedetto XV lo sceglierà
suo Segretario di Stato: è Domenico Ferrata,
che rimarrà sempre affezionatissimo e riconoscente
al
suo
Seminario
di
Montefiascone.
Nei suoi "Memoires", stampati postumi nel 1920, chiama il Seminario di
Montefiascone "il più" rinomato in Italia per
la letteratura Latina" e ne ricorda con
gratitudine il sistema di istruzione e di
educazione "semplice ma efficace".
I Maestri e i Superiori, dice il Ferrata,
usavano verso i giovani una grande
affabilità, si astenevano, senza necessità, da
ogni punizione rigorosa, e si sforzavano di
inculcare profondamente negli animi i nobili
sentimenti del dovere e dell'onore.
Nell'ottobre 1882 il Ferrata indirizzò
davanti a tutto il corpo Diplomatico accreditato in Francia, un discorso in forbito
latino al Presidente della Repubblica
Francese. Mons. Boyer, Vescovo di Clermont
e più tardi Cardinale, ne rimase ammirato,
ed esclamò: Roma è veramente il Parnaso dei
grandi e forti studi!... Quale brillante latinità
nel vostro discorso!
II Ferrata commenta: "Ebbi piacere di
vedere da questi elogi... che la Latinità che io
avevo appreso nel Seminario di Montefiascone
era tanto apprezzata dalle persone colte di
Francia".
Mons. Antonio Patrìzi
E' morto il Dr. Martino Signorelli,
medico in Bagnaia per alcuni
decenni.
Era stato alunno del Seminario
di Viterbo e della Quercia negli
anni '30-40. Pregate per lui.
E' morta a Roma nel mese di gennaio 1993,
vinta dal male del secolo, a 55 anni, la
signora Marcella, moglie di Demo Pulvano,
ex alunno di Acquapendente, il quale la
raccomanda alle preghiere degli amici.
E' morta a Montefiascone la mamma
di Don Luigi Picotti.
Ricordatela nelle vostre preghiere.
DICEBAMUS
In occasione della campagna che vietava
l'uso del "Lei" e imponeva, in sostituzione,
il "Tu" e il "Voi" fu ideato un cartello che
così diceva:
A chi da del "Lei" ancora adesso
non dare il "Tu" né il "Voi":
dagli del fesso.
Si adeguò subito l'Editore Rizzoli che
mutò la testata della sua rivista "Lei" (omaggio
al gentil sesso") nell'altra tuttora esistente
"Annabella".
Si diceva che: "Mussolini ha paura di
prendere il treno; il Re ha paura di perdere
il trono".
Mussolini non aspirava ai grandi gradi
militari: era rimasto Caporale della Milizia.
Il Re invece i gradi alti li aveva tutti ma
preferiva sentirsi chiamare
"Re soldato".
La gente commentava... "proprio così!
da più di ventanni ubbidisce a un Caporale".
Allegrìa, sorrisi, ammiccamenti
Le ristrettezze alimentari della guerra
offrivano queste spiritose interpretazioni: quali
sono gli esercizi atletici più generalizzati? "Il
salto... dei pasti; il tiro... della cintura! tante
che l'ultimo foro della cinta era definito "Il
Foro Mussolini".
Il Barbarigo
pag. 16
Poeti, Poetesse: Poesia, Versi, Rime
La teoria de
Peppe
Frammenti
di
Domenico Bartolaccini
Buon Natale !
Peppe de Borgo diceva l'altra sera
che tra gl'Israeliti e i Mussulmani
l'intesa resterà quasi chimèra
come métte d'accordo due Italiani;
a meno che quer popolo sì vario
e sempre fedelissimo ar Corano
non muterà ner su' vocabbolario
'na paroletta che cià 'n sono strano:
Musa, fammi trovar, nel tuo talento,
che è in fatto di poesia insuperato,
qualche mirabile suggerimento,
da cui trarre lo spunto più adeguato.
miHMT
•
r
ÌMpi
i
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Buon Natale! L'augurio a ogni vivente,
con questi accenti, viene formulato
verso il finir dell'Anno gaiamente
e con affabilità è ricambiato.
*V j p I
MKKmmf' S^i
Buon Anno !
perché quanno s'incontrano pe' strada
"Shalòm!", je fa cortese er Sor Rabbino;
e sai che j'arisponne er Beduino?
"Salàm!"; e l'altro sorpreso e arisentito:
"Salame sarai tu, salunnamìte";
e co' l'insurti attaccheno la lite.
Tonino Pelosi
S'ha a osservare che Peppe, esprimendo da
"romano de Roma" il proprio parere riguardo
a tanto annosa e complessa questione adopera
alcuni termini (p. es. beduino) non in senso
dispregiativo. Infatti è noto che i Romani soglion
celiare, con colorito e schietto linguaggio, su
tutto e su tutti (pure su sé stessi e sui...
Papi)
<v: si pensi alle satire, agli epigrammi,
alle
"pasquinate" o, fra tanti, al tipico epiteto
burino (a Napoli dicon cafóne.), su la cui
etimologìa un tempo s'accapigliarono
insigni
studiosi e che oggi si usa (2> per buzzurro,
ignorante, zotico, etc.
Inoltre, detto popolano, abituato come i
suoi antenati a conviver con stirpi diverse, ha
rispetto sia per gli Arabi sia per gli Ebrei; e
in cuor suo s'augura che fra coteste due
"nationes", le quali han contribuito non poco
al progresso spirituale e civile dell 'Uomo, possa
fiorire una fraterna e stabile amicizia.
NOTE
1) De' quali, in genere, è proverbiale oltre al parlar
chiaro ("dirla papale papale") il "sense of humour".
"Dove non c'è umorismo non c'è umanità", diceva
Eugène Ionesco.
'
2) Era scappato in minuta davanti "si usa" un lo:
"lo si usa": modo di dire errato - tuonano i puristi
nostrani, cavillosetti non men de' Gesuiti. Ci si
scorda sovente che, secondo grammatica, metter col
riflessivo-passivo lo e li nel senso di esso, essi e
ciò, l'è una capestrerìa bell'e buona. Ma quanti "lo
si loda", "li si vede", ecc. circolano a piede libero...
P.S. — Su alcune parole è stato segnato l'accento
per facilitar la lettura a chi non è di lingua italiana.
Si tratta di accento tonico per lo più.
CHRISTYS+REDEMPTOR HOMINIS+LVMEN
MVNDI
NOSTRAEQVE
VITAE+CVIVS
SANCTISSIMVM CELEBRAMVS NATALEM
+AVSPICE
VIRCINE MATRE+TE TVOSQVE+
NOVVM
IN
ANNVM
DITET+
LAETITIA+PROSPERITATE AC PACE
Tonino
Arturo Fabi: il gran Patriarca
MADRIGALE
Se cerchi un fiore
che letizia arrechi alla tua casa
non cercarlo nella serra.
Lì, certo troverai fiori a dovizia:
la rosa profumata
fastosa in ogni suo colore;
il mistico giglio
dalle vesti vellutate di candore;
l'orchidea superba
di plastica eleganza deliziosa;
ma mediar dovrai così
tra le tue perplessità.
Ma se più cura tu riserverai
al prato che circonda casa tua,
di certo scoprirai il fiore
che tutti avanza
e vieppiù rapito
sarai dalla sua bellezza,
se a contemplare la sua struttura
sgombra e serena avrai la mente.
Insuperabil dono di natura
conserva in ogni sua stagione
perenne il suo profumo
e se a sfiorarlo proverai soltanto,
piacevole tepore avvertirai.
E' il solo fiore della speranza
per l'uomo che aspira ad esser lieto,
del cielo il dono che potrà salvare
il mondo inquieto che non sa più amare.
Il nome suo è "donna".
Arturo Fabi
Non c'è nessuno, che non gode tanto
nell 'inneggiare al nuovo tempo giunto
al terminare di Dicembre e accanto
agli amici oppure ad un congiunto,
ciascuno lo spumante gusta intanto,
Buon Anno auspico a tutti a questo punto
e spero che il mio scritto almeno alquanto,
un poco d'avvenenza abbia raggiunto!
Buon Carnevale
Musa, che il primato hai di poesia
ed ogni vate aiuti a poetare,
potente ingegno, dammi, e fantasia
ed il tuo aiuto non mi far mancare
Dell'arte, tu, insegnami la via
ed io son pronto a farmi ispirare;
e versi farò ricchi d'allegria
che tutti poi dovranno rimirare.
Buon
a voi
siano
ed a
Carnevale auguro di cuore
tutti, e lieta ogni giornata;
le siepi ricche di ogni fiore
nessun, la gioia sia negata
Canti e sorrida il lavoratore,
saltino e corrano i bambini;
il Carnevale arrechi tante ore
di pace e di pensieri ... birichini!
Eternità
Quando la relatività del tempo
eclissa il corso della vita
e lumeggia la genesi del cosmo,
vagar vorrei di stella in stella,
contare di sabbia ogni granello
per abbracciar l'eterno
Arturo
Fabi
La Cattedrale vista dall'alto
Il Barbarigo
pag. 17
Poeti, Poetesse: Poesia, Versi, Rime
Cristo h a fame
O bella mia speranza!
Chi offrirà un tozzo di pane
alle genti affamate del mondo,
che vagando vanno
in un coro di lamenti,
profughi senza meta,
girovaghe genti senza patria.
Chi tenderà una mano
ai vecchi stanchi,
abbandonati morenti
lungo il calvario di quelle vie;
ai bimbi innocenti,
aggrappati ai seni
aridi e dolenti,
di spente madri,
mute vestali d'un infanticidio.
Così, nell'immensa vigna del mondo,
la vita nasce e muore
com'acini d'uva
a grappoli consunti
sul tralcio della vite.
Eppur la speranza,
sempre avanti li sospinge,
guisa l'onda che và e che viene
d'approdar bramosa
s'una calda sponda.
E sì l'ammiro!
Così, come mi turba e mi disgusta,
il perdurar dell'ignavia altrui.
Arturo Fabi
I
GRANDI
LATINISTI
Il prof. Luigi Ceccarelli era un ottimo
latinista, "in Seminario Magister", epigrafista
eccellente.
Nel 1930 "in Sanctae Luciae Filippini
sollennibus" scrisse alcune epigrafi di egregia
fattura in cui sintetizzò la vita di S. Lucia e
che poi raccolse in un prezioso opuscolo che fu
stampato "Faliscoduni MCMXXX, Typis Ariani
Apolloni" e che ebbe V "Imprimatur" di "H.
Chierichetti Vie. Gen."
Leggete... e ammirate:
LUClflM FILIPPINI
PVDORIS EXEMPLAR
IMMORTALE FALISCODVNEN. DECVS
MAGISTRARVM MAGISTRAM
X KAL. IVLIAS MCMXXX
PIVS XI PONT. MAX.
IN AEDE VATICANA
SPLENDIDO APPARATV
MAXIMA POPVLI CELEBRITATE
5YMMA OMNIYM LAETITIA
SANCTIS CCELITIBVS ADNVMERAVIT
O bella mia speranza sempre viva!
Siccità non ti turba, non il freddo!
Nasci con noi, compagna ognor fedele,
così amorosa, fin'oltre la morte.
Da te trae forza ed alimento chi
per l'avversa fortuna va in rovina,
e te quel misero, ch'esser sommerso
dai procellosi flutti già temè,
vuol con sé in cuor, nel pericolo, amica.
Per te, Santissima, sarà alla fine,
noi confidiamo, sol placato Dio,
verso color che voglia, dopo morte,
dei beati alla schiera, in Cielo, aggiungere.
Damiano
Bacchi
Traduzione di Augusto Galeotti
"Don Foglietta"
Del prete, solo fu
don Foglietta. La
luce fu il prete, a
privata, e poi nel
copia sbiadita
soprannaturale
tutti, nella vita
campo sociale!
Dal seminario ebbe mente arricchita,
da Cristo, la potenza contro il Male.
La persona di Cristo, rivestita
dal prete, sacro il fé, sacerdotale.
Il prete fu miracolo vivente;
la vita sua come d'angelo vista!
Ma dovè pur mangiar, bere, vestire,
sentir fuggire gli anni a spron battente,
ammalare, invecchiare e poi morire...
solo in croce, del Cielo alla conquista.
Augusto Galeotti
IL BRIGANTE
Di perfido pensiero, occulto e fiero
l'animo a tristi imprese pronto ha sempre:
pietà ed amore dal suo core nero
bandita ha ormai, ed a crudeli tempre
la vita crebbe.
Bieca la faccia, scruta con lo sguardo
indagator d'avida avventura;
ghigna feroce, e lesto come il dardo
è nelle imprese: è sua natura
piombar veloce.
Il pugnale alla ricca cinta adorna,
nell'ampia sacca al ventre, ognor depone
polve omicida: svelta la mano torna
ad impugnar sovente il suo trombone
con ferma idea.
La sua presenza inquieta, terribil lutto
copre il reo brigante, ovunque passa
la strage, incendia, e sopra il tutto
un velo pone di sue nefandezze, e lassa
terrore e pene.
Autore sconosciuto
Giugno 1893
La generosità
Dai poco
se doni le tue ricchezze,
ma se dài te stesso
tu doni veramente.
Vi sono quelli che danno con gioia
e la gioia è la loro ricompensa.
Nelle loro mani Dio parla
e dietro i loro occhi
Egli sorride alla terra.
E' bene dare se ci chiedono,
ma è meglio capire
quando non ci chiedono nulla.
E per chi è generoso
cercare il povero
è una gioia più grande che donare
poiché, chi è degno
di bere al mare della vita,
può riempiere la coppa
alla tua breve corrente.
E voi che ricevete
— e tutti riceverete —
non lasciate
che la gratitudine vi opprima
per non creare un giogo in voi
e in chi vi ha dato.
Piuttosto, i suoi doni
siano le ali
su cui volerete insieme.
Gibran Kahlin Gibran
Il Barbarigo
pag. 18
Cimelio storico
Tanti anni fà, diciamo oltre cento, o
quanto meno in contemporaneità con la
prima fanciullezza di un certo Lorenzino,
i riti religiosi delle pievi rurali venivano
musicalmente accompagnati dal volenteroso
canto gregoriano (o quasi) di un salmodiante
gruppo di anziani parrocchiani fregiati dei
simboli della confraternita di appartenenza.
Le funzioni in chiesa venivano svolte,
di preferenza, nelle prime ore antelucane,
cioè prima dell'alba, o in quelle dopo il
tramonto per lasciare al lavoro agricolo e
artigianale le ore del giorno utilizzabili con
la luce del sole.
In ambedue i casi i cantori dovevano
usare il lume delle candele accese per
leggere e cantare antifone, salmi, letture e
mottetti rituali.
Zi' Virgigno, ciabattino e sellaio, era
l'occhialuto capo-coro di una dozzina di
altrettanto volenterosi modulatori del canto
'in latino'.
Quella notte zi' Virgigno, con i baffozzi
arrotolati, l'indice tozzo e calloso della mano
destra poggiato e scorrente sulle righe del
vecchio messale per non perdere il segno
della lettura, si stava cimentando in un
susseguirsi di figure dei più selezionati
neumi gregoriani (un concentrato di
porrectus flexus, pes subbipunctis, climacus
resupinus, epiphonus liquescens, torculus...
ecc.) Zi' Virgigno non conosceva la musica
né tampoco il gregoriano, ma aveva imparato a tradurre i ghirigori musicali del
salterio in intrecciati vocalizzi baritonali di
efficace effetto parrocchial-popolare.
Ad un certo punto, il dito si fermò e
la voce si fissò sulla emissione incerta della
vocale "Eeee" singhiozzata in qualche
gregoriano neuma di attesa.
Povero zi' Virgigno, il latino alla bene
e meglio lo biascicava; ma
una
bruciatura... non è latino; non è nemmeno... italiano; come si legge? o come si
canta?
Finalmente la sua voce prende una
definitiva intonazione di chiusura salmonica:
"Ehee ... ehee... e c'è un buco!" Ed il coro
...: "Deo gratias".
A distanza di anni 'il buco' ancora c'è;
è una vistosa bruciatura.
Me la mostrò il Lorenzino di un tempo,
divenuto 'sor Lorenzo', dirigente postale
e... padre mio.
Il pesante e sconquassato librone venne
ripescato nel polveroso archivio parrocchiale da un divertito Parroco che all'istante ne
fece un cimelio storico e prezioso nonostante le bruciature (testimonianze delle letture
a lume di candela troppo ravvicinata), gli
strappi, le pagine arrotolate e annerite dalle
pluriennali salive di innumerevoli utenti
succedutisi nei secoli, che voltavano pagina
inumidendo l'indice colla lingua.
Il Parroco burlone inserì il prezioso (?)
tomo nell'indice bibliografico dell'archivio
parrocchiale come: — VETUS FORAMINIS
PSALTERIUM — Antico Salterio del Buco.
Girolamo
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Buon appetito
tuttora, di far preti tra i Cinesi, gli Indiani,
gli Africani, imponendo ai loro figli giovani
la legge del celibato; cosa più assurda che
pretendere che pregassero nella lingua latina, come è stato preteso fino al Concilio
Vaticano Secondo! La Chiesa aspetta che si
maturino i tempi... Noi confidiamo nel
Signore che, quando vorrà, non farà mancare gli operai alla "Sua messe" facendo
saltare in aria le futili barriere che
frappongono gli uomini timorosi.
Augusto
Sentir chiamare un prete "don
Foglietta" mi eccita sdegno; eppure ne ho
conosciuti: abito dimesso, andatura insicura,
sguardo abbassato e triste. Di solito "don
Foglietta" non ha incarico onorifico e ben
remunerato; al più è vice-parroco e non ha
casa di proprietà tanto che può finire sul
lastrico! Penso che ce ne siano stati, nel
passato, dal Medievo in poi, in tutte le
generazioni. Oggi se ce ne fosse ancora
qualcuno, sarà sicuramente l'ultimo, per
estinzione naturale, poiché non ci sono più
i benefici ecclesiastici, e così quelli che li
godevano; oggi il prete riceve un tanto
mensile dal Vescovo per il sostentamento:
anche in questo il Medioevo è finito! I
benefici erano beni terrieri affidati ad un
ecclesiastico che li amministrava; e così dal
IV secolo gli ecclesiastici erano sottomessi
anima e corpo ai loro superiori ai quali si
assoggettavano, mani nelle mani, e con la
legge del celibato. Diciamolo chiaro: né
Gesù né i suoi Apostoli hanno imposto il
celibato, se ne sono guardati bene, sapeva-
Galeotti
D'Eramo
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Don Foglietta
•.
no che il fine non giustifica i mezzi! Hanno
però espresso ammonimenti per affermare
l'importanza del Regno dei Cieli, come
quando si legge nel Vangelo: "Se uno viene
a me e non odia suo padre e sua madre
e moglie e figli e fratelli e sorelle e perfino
la sua vita, non può essere mio discepolo
(Luca 14,26).
Gesù e gli Apostoli non si appoggiarono ai potenti del loro tempo, questi anzi
li perseguitarono per trecento anni, finché
Costantino, nel 313, non concesse la libertà
di essere cristiani. Ma quanto spontaneamente fino allora si era diffuso il Cristianesimo, nonostante le persecuzioni, non
accadrà mai più! Fu dunque un male che
la religione cristiana fosse stata riconosciuta
dallo Stato? Questo no, ma certamente,
quando poi essa diventò protetta come
religione di Stato, ne rimase invischiata,
impaludata, frastornata sia in Occidente sia
in Oriente, e si pretese che, sull'esempio dei
monaci, anche i preti fossero celibi, con la
conseguenza che si ostacolava
la
evangelizzazione dei popoli lontani. Gesù
aveva scelto i suoi Apostoli tra la gente
sposata e con figli, altrettanto fecero gli
Apostoli. Si pretese dunque, e si pretende
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Il Barbarigo
pag. 19
Per essere felici
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Pregi e difetti
della Fito-terapia
L'abitudine di curar le malattie con
le erbe medicinali è antica quanto è
vecchio l'uomo. Ma la maggior parte di
queste erbe è uscita dalla scena perché
sostituite dalla farmacologia.
Ora la fitoterapia torna di moda. Le
erboristerie sono frequenti e vi si vendono erbe, foglie e fiori medicinali secchi,
in polvere... provenienti da ogni parte
del mondo: e costano pure cari. Pochi
grammi, e ci vogliono già alcune migliaia di lire.
Il commercio delle erbe è fiorente
e molti ne sono i patiti; c'è, in questi
negozi, un continuo andirivieni di
persone (adulte, la più parte) che
comprano e si scambiano confidenze,
impressioni, certezza e speranza circa la
validità e la funzionalità delle singole
erbe e dei complessi meccanismi delle
dosi, delle tisane...
Il problema sta
diventando un problema di carattere
sociale... Ma il vero problema non è
qui: sta, piuttosto, nella efficacia medicamentosa delle varie erbe. Un rimedio, ci sarebbe... Ma... c'è un grosso
ma!
Coloro che vendono le erbe e ne
garantiscono l'efficacia dovrebbero pagare in proprio gli insuccessi e i danni.
Come succedeva ai tempi degli Imperatori Atzechi. Un ebreo Spagnolo
riferisce che, in Messico, nel 1529, i
ripetuti insuccessi dei guaritori con le
erbe si pagavano cari: una frecciata di
veleno al collo. In Perù erano ancora
più... seri; gli stregoni incapaci venivano sepolti vivi.
Così ... semplicemente!
Giolitti era a letto ammalato in una
uggiosa giornata di pioggia; la moglie
lo assisteva e, contrariata da alcune
mosche fastidiose, aprì la finestra per
cacciarle.
Giolitti la redarguì: "Perché le scacci? Non vedi che fuori piove?"
Viaggio in Tcrrasanta
Mons. Fiorini Tagliaferri guiderà il
pellegrinaggio della Diocesi di Viterbo
in Terrasanta.
Questo è il programma preliminare:
Data: 7-14 maggio 1994
Spesa orientativa: L. 1.400.000
Chi è interessato si metta in contatto
Don Giorgio Basacca
Celleno (VT)
con:
Illustrissimo frugique Viro Doctori
Francisco Ranucci (radii nuntius = solis
nuntius: nomen omen), clarissimo Praesidi
Consociationis
quondam
alumnorum
"Barbadici", Antonius Pelosi, scriptor Ap. cus
salutem.
Ricevo oggi 16 gennaio del novello anno
1993 l'annuale nostra pubblicazione sì cortesemente inviata da Lei, Signor Presidente, in
duplice copia per il P. Foster e per me: grazie
"nomine etiam Patris Reginaldi".
Ho dato una prima letta, "passim" L'è un piccolo tesoretto: di saggezza, di
bello scrivere, di ricordi (che sarebbe l'Uomo
senza la memoria?) di fede, d'ilarità e di vita.
Sì: ogni Uomo ha da dare e da dire qualcosa
agli Altri!
•
,E così leggo: l'incipit del Rettore - breve
("Breve parla chi dice" - Alfieri, Bruto secondo, Attp I, Scena I, Cassio) e "sostanziale"; il
doveroso ricordo dell'ex-alunno Em.mo Guerri
- sì benemerito della universale Chiesa e della
Sede Ap.ca -; la cronaca del Convegno annuale (1992): poetico, il D'Eramo; "Pacelliana"
la relazione del sig. Presidente; "Muratoriano"
il saggio su la civiltà del Fiora di Gavelli; e
ancora: "bibliche" - mi ricordano il libro dei
Proverbi - gli altri scritti - ricordi Tuoi = e
bravi il D'Eramo, il Tacconi, il Cataldi e lepide
le Divagazioni del Casacca - "echiana" (da
Umberto Eco) la dissertazione gastronomica
di Giovanni Ranucci; spassosa l'inserzione
"me fate cacà Filippo"; e ancora delicati i
poeti Amato, Baldi, Galeotti, Bartolaccini,
Bellini, Fabi, Cataldi; ("pulcherrima" la spes
d'uno de massimi nostri latini Vati che tanto
lessi "in iuventute mea" e da cui tanto imparai; il Bacchi che ci ricorda per altri versi
il grande Laterese Vate De Angelis); e sempre
cortese la buona "Suor Marietta" (che fu per
diversi anni in Grotte); e poi il Nostro Decano
Don Angelo, che ha un italiano da antologia
- insieme a Don Domenico e a Don Antonio
sono i migliori "scriptores Clerici";
"sacchettiano" il ricordo del Trombetti e poi,
per tornar in filo iniziale, tanti "radii Nuntii"
(raggi di luce e di sole) sparsi qua e là con
Erasmiana ricerca dal non mai a bastanza
lodato Signor Presidente -; il quale devo "ex
corde" ringraziare anche per i cortesi e
benevolissimi "cenni" ne' miei confronti.
E vorrebbe, qui, ora, la penna mettere le
ali per dire quanto, dentro, detta il cuore; le
cose più belle, che per solito, non si riescono
a dire.
E son voci che si perdono in quelle
nebbie autunnali del nostro dolcissimo lago,
nella nostra antica terra di Etruria: e nelle
serene e profumate sere di maggio; e ora
quando, specie, la vita, o meglio il cammino
e la strada si fa faticosa e si ha voglia di esser
leggeri e liberi come il gabbiano...; ma sì, la
vita è sempre la vita; e sempre bella l'avventura
rimane, se il cuore non si stanca d'amare e
ci si commuove ancora e si ride; perché,
appunto, la vita va presa così come ci è stata
L'ing. Gigi Mei è venuto da Genova!
data; e per essere felici basta poco: la visita
a una persona malata, un sorriso, un grazie,
un saluto.
"Sono felice non perché ho ciò che amo, ma
perché amo ciò che ho" diceva press'a poco
Tolstoi.
E non sai, Francesco mio, quanto dentro
mi dispiace di non poter venire a tanti
incontri, cui Tu, sempre, con gentilezza da
vero signore, m'inviti.
Può sembrare ch'io sia o divenga "omo
selvatico" (ricordi Papini?) - E bene: non è
così, anzi ti chiedo la carità e la comprensione
di scusarmene.
Purtroppo mi son trovato (ma chi non ci
si è trovato?!) a dover essere uomo, quando
appena il "sogno" della giovanezza (permettimi questa grafia - come ben Tu sai - cara
a Leopardi e a Saba) era iniziato...; e in noi
- oh, caro Pascoli - il bambino rimane - e Gesù,
ch'era fine psicologo - lo capì e lo disse: "nisi
efficiamini sicut parvuli". - Ecco; può sembrar un paradosso: la vera Crescita (e la
saggezza, e la poesia ecc.) sta nel rimanere
"parvuli": purtroppo stiamo uccidendo i
"sogni" e il "fanciullo" che è in noi, che siamo
noi.
Ma l'occhio, che m'è andato su un Decreto, mi chiama alla "realtà": per fortuna che
di sabato sera (sono le 18) il Vaticano è quasi
deserto; e c'è un silenzio e una quiete antica
fra le ombre della sera che è scesa: e lassù
nel cielo, silenziosa e amica, la luna: e
dappresso sotto la Cupola di Michelangelo, il
"nume" del Pescatore di Galilea, che anche lui
lasciò le rive del suo lago per venire a Roma;
e così anche per noi, oggi, c'è, si ripete il "Quo
vadis...". E così rimaniamo al nostro posto,
a fare, ciascuno, il proprio dovere ("age quod
agis"); e così nel fare la misteriosa volontà di
Dio che tutto guida a nostro bene, ritroviamo
la trascorsa "gioventù" e una antica, infinita,
dolcissima pace - Ciao! Tonino.
Roma, "e domo Petri" - 16.1.93. Vigilia
di S. Antonio Abate.
Tonino Pelosi
Il Barbarigo
pag. 20
I
della
Segreti
calligrafia
Tutte le volte che ci troviamo di
fronte ad un testo manoscritto di difficile
lettura e interpretazione, ci esce spontanea dalla bocca l'espressione: " m a chi ti
ha insegnato a scrivere...!".
Quando ero giovane io e frequentavo, a Valentano, la scuola elementare,
ricordo che una delle materie scolastiche
era proprio questa: "Bella scrittura" e
ricordo pure che, in quarta e quinta
elementare, la maestra (la povera Suor
Giulia Mezzetti) una volta alla settimana
ci dettava alcune frasi da trascrivere in
bella scrittura; ricordo anche che all'esame
di licenza elementare la frase sulla quale
dovevamo dar prova della nostra abilità
calligrafica fu questa: "Dove entra il sole
non entra il medico" (ripetuta tre volte).
10 non è che allora capii bene senso e
significato di quella frase; m a pare che
scrissi molto bene perché il mio elaborato
fu classificato "Lodevole" (le valutazioni
si esprimevano allora così: "insuff., suff.,
buono, lodevole).
Ciò premesso vengo al fatto.
Un mio compaesano, amico di famiglia, di qualche anno più anziano di me,
durante l'ultima guerra, combatteva in
Libia, sul fronte Cirenaico; gli
inglesi
ruppero le nostre linee; i nostri soldati
furono travolti e, dei soldati, per qualche
tempo non si ebbero notizie. Angosce,
preoccupazioni e sofferenze dei genitori
e dei familiari del mio amico ve le lascio
immaginare. Senonché dopo un po' di
tempo arrivò al loro indirizzo una lettera
11 cui mittente era un soldato di Cellere
che militava nella stessa compagnia del
mio amico e che era ben conosciuto dalla
sua famiglia.
Sorpresa, desiderio, ansia ... nell'aprir
quella lettera, li lascio pure immaginare.
Il testo scritto con incerta calligrafia, fu
letto con molta àttenzione lentamente,
con morte e speranza nel cuore.
Durante un altro attacco inglese vostro
figlio è ... m o r t o . . . "
A questo punto la lettura non andò
più avanti: disperazione, pianti; familiari
e parenti accorsi tutti e tutti a piangere
e a pregare insieme. In un momento tutto
il paese ne fu informato e la tristezza
entrò in ogni casa.
Tutti sapevano di quella morte: solo
il padre, che era in campagna a custodir
le pecore, non ne sapeva niente e nessuno
ebbe il coraggio di mandarlo a chiamare
per comunicargli la triste notizia.
Venne la sera; il padre rientrò a casa;
pianse e si disperò lui pure.
In un momento di relativa calma,
però, il padre chiese di poter leggere
quella lettera per poter almeno capire
come suo figlio era morto. La lettera
stava ancora buttata in un angolo della
cucina e nessuno aveva avuto voglia e
interesse a rileggerla. La lettera fu messa
in mano al padre il quale si avvicinò
all'unica lampada elettrica che c'era in
casa e lentamente, in silenzio, cominciò
a leggere.
Dopo un po', smise di leggere, si
mise a sedere. Comincò a ridere a
crepapelle con le lacrime che gli colavano
dagli occhi. Lo presero per matto: quasi
che il "cervello gli avesse dato di volta"
(come si diceva). Così aumentò l'angoscia: non solo era morto il figlio, m a il
padre era impazzito. Crebbe il silenzio
e quelle risate scomposte preannunciavano
q u a l c h e fatto i m m i n e n t e di gravità
inaudita. Quando le risate si calmarono
e il padre ritornò in atteggiamento più
composto, gli uscirono di bocca queste
parole: "Siete tutti matti! Sieti matti! Ma
imparate a leggere... Che morto e morto.
Mio figlio non è morto per niente, è stato
fatto prigioniero...!".
"Cara signora (diceva più o meno la
lettera) io sono il soldato di Cellere,
amico di vostro figlio, che vi scrivo per
darvi qualche notizia. Come avete saputo
dai bollettini di guerra, gli inglesi hanno
travolto le nostre difese e siamo stati
costretti a ritirarci: tanti chilometri di
marcia nel deserto, la fame, la sete, il
caldo.
Il mistero fu presto svelato. Fu riletta
quella lettera con più attenzione e tutto
fu chiaro. Il soldato che scriveva si era
espresso così: (continuando la lettura del
testo citato precedentemente): "...vostro
figlio è ri = (a capo) masto prigioniero";
quel "ri" che stava alla fine della riga,
non fu capito cosa significasse; quel
"masto" (a capo, sulla riga successiva) fu
letto "morto" e sul quel "morto" si pianse
e si soffrì inultimente.
Io sono stato sempre vicino a vostro
... e poi dice l'utilità della calligrafia.
figlio finché un fatto nuovo si è verificato.
Franco
Ranucci
Valentano: la Torre del Castello
La moglie del Presidente
del Consiglio Amato
va in tram
Alla fine del mese di marzo 1993 sono
andato all'Università di Roma "La Sapienza" per assistere alla discussione della Tesi
di Laurea in Scienze Politiche di una mia
nepote.
Faceva parte della Commissione esaminatrice anche la moglie del Presidente
del Consiglio Amato la quale è docente di
"Politica familiare" nella stessa Facoltà.
Finita la discussione, siamo usciti
dall'Università, sul Viale della Regina e,
mentre stavamo commentando alcune domande fatte dai Professori, nessuna delle
quali, per la verità, era stata fatta dalla
Signora Amato, muta spettatrice, abbiamo
visto passare la stessa, modestamente vestita, senza alcuna scorta, vicino a noi.
L'abbiamo riconosciuta e l'abbiamo
indicata anche a chi non l'aveva prima
vista. L'abbiamo seguita attentamente e
silenziosamente con lo sguardo, per vedere
dove fosse diretta. Ed abbiamo notato, non
senza una qualche sorpresa, che essa andava verso la fermata del tram. Si è fermata
sullo spartitraffico, si è messa a braccia
conserte in paziente attesa senza che nessuno le rivolgesse la parola e, appena è
transitato il primo tram, vi è salita, si è
confusa tra la folla anonima di ragazzi e
ragazze ed è scomparsa.
Io non so se questo comportamento
della signora
Amato sia frutto
di
tangentopoli o di un certo stile di vita.
Comunque è stato un nobile esempio di
modestia e di correttezza.
In questa Italia mortificata dai ladri,
dai furbi, dai profittatori di regime, non
mancano le persone perbene; che son tante
e ci sono dovunque, per fortuna.
I ladri sono una infima minoranza e
speriamo, scaricati e sottoposti alla gogna
gli indegni, di vedere sorgere una nuova
generazione di politici che, privilegiando
valori e ideali, non abbia occhi, orecchie e
mani attenti solo agli interessi e ai soldi.
Brava, signora Amato!!
Ranucci
pag. 21
Il Barbarigo
Avventure e disavventure
di un giovane fotografo
in Russia
Raccontano... Un giovane, bravo fotografo, tecnicamente e professionalmente
esperto, in una fredda notte invernale a
Mosca, fu svegliato da una squadra della
polizia segreta. Spavento, terrore... ve li
lascio immaginare; però, un veloce esame
di coscienza lasciava tranquillo il
malcapitato fotografo; il quale domandò il
motivo di quella visita e il perché e il
percome...
Niente, nessuna risposa, nessuna
spiegazione; solo che facesse in fretta a
vestirsi, che non c'era tempo da perdere...
La macchina sulla quale viaggiavano
raggiunse in poco tempo il Cremlino; tutti
i varchi erano aperti, nessun controllo fu
effettuato.
Due guardie, sempre in silenzio, accompagnarono il fotografo attraverso sale,
saloni, scale e corridoi avvolti dalla penombra.
Giunsero finalmente ad un grande
salone illuminato da un fastoso lampadario.
Fu fatto sedere su una poltrona intorno ad
un tavolo di marmo e gli fu detto che lì
aspettasse immobile, in silenzio, pazientemente. L'attesa fu abbastanza lunga e il
povero fotografo si credette... morto: però
la sua coscienza non gli rimproverava niente; niente aveva fatto né contro lo Stato, né
contro i potenti, né contro il Partito.
Finalmente si aprì una porta e apparve
Stalin... in persona. Il fotografo, terrorizzato, credeva di sognare...; istintivamente
si alzò in piedi, fece una grande riverenza
e quale non fu la sua meraviglia quando
Stalin, con modi dolci e soavi, chiese scusa
del disturbo e lo pregò di perdonare il
modo e il tempo di questo incontro. Il
fotografo fu sollecitato a mantenersi calmo,
a mettersi a suo agio. Stalin disse che era
stato informato della sua grande abilità
professionale e chiedeva la sua collaborazione per un lavoro riservato, tecnicamente
ineccepibile, urgente. Il fotografo garantì
e assicurò professionalità, discrezione, silenzio.
Dopo queste premesse e queste assicurazioni, Stalin aprì una cartellina che aveva
con sé e ne fece vedere al fotografo il
contenuto. C'era una grande foto di Lenin
seduto su una panca di un pubblico
giardino, con una mano appoggiata distesa
sullo schienale della panchina. C'era anche
un'altra foto: quella di Stalin seduto su una
poltrona.
Il fotografo avrebbe dovuto opportunamente miscelare le due foto per ottenerne
una sola nella quale apparissero Lenin e
Stalin seduti insieme in quella stessa panchina e soprattutto la mano di Lenin che
abbracciava amichevolmente Stalin.
Le belle parole:
le lusinghiere espressioni
Stimatissimo e caro PRESIDENTE,
vado rileggendo con molto piacere e con un
pizzico di commozione il nuovo numero, così
ricco e gradito, del nostro "Bollettino Barbarigo",
in particolare le belle e lusinghiere espressioni
di affetto fraterno che Lei si è compiaciuto
Tutto qui.
rivolgere nei miei riguardi, al presente e in
Stalin concordò tre giorni di tempo per
occasione del Raduno sociale dello scorso ottobre
ottenere il prodotto finito; strinse la mano
presso questo "Istituto Sacro Cuore". Le varie
al fotografo, fece un cordiale augurio di
foto di gruppo, annesse alla stampa, me ne
buon lavoro e se ne andò.
rendono sempre più vivo e duraturo il ricordo.
Il fotografo rimase solo per pochi
Io non ho parole degne e sufficienti per
minuti; nella sua mente si rincorrevano
esprimere tutta la mia riconoscenza per tutto
pensieri festosi per l'importanza dell'incaquanto Lei ha detto e fatto per me nella
rico e pensieri angoscianti per la difficoltà
particolare ricorrenza del mio 92° compleanno,
che presentava il problema affidatogli.
che la bontà del Signore mi ha concesso.
L'attesa fu breve. Ritornarono gli uoTutto mi rimarrà sempre impresso nelmini della squadra, fu rifatta indietro la
l'animo e nel cuore. Inoltre ho sentito ancora
strada attraverso le sale del Cremlino: la
più vivo il vincolo di compiacente affetto che
macchina era già pronta nello stesso posto
unisce i cuori nella amata Associazione ex
dove l'avevano lasciata e in pochi minuti
Alunni del "Barbarigo".
il fotografo fu ricondotto nella sua abiGrazie perciò vive e infinite a Lei e a
tazione. Era ancora notte fonda e nessuno
quanti, Sacerdoti e Laici, ebbero la bontà, pur
aveva visto niente.
con sacrificio, di essere presenti al lieto incontro
Appena la famiglia si svegliò, alla cone anche a quelli che ne furono giustamente
sueta ora del mattino, il fotografo chiarì che
impediti. Sentite grazie anche per il dono dei
doveva fare un lavoro urgente e impelibri che mi sono stati inviati per la circostanza.
gnativo che lo avrebbe tenuto occupato per
Affido al BUON DIO l'impegno, per me
tre giorni; che, pertanto, non lo disturbastanto doveroso, di ricambiare con i Suoi doni
sero per nessun motivo. - Nessuno aveva
divini la bontà di tutti e i voti augurali espressi
visto; nessuno sapeva niente. Le condizioni
vicendevolmente, anche per il Nuovo Anno,
di riservatezza imposte da Stalin furono
sereno e fecondo di meriti.
rispettate.
Prego gradire fraternamente questi miei
Allo scadere dei tre giorni si ripetè lo
semplici ma sinceri sentimenti, col proposito di
stesso cerimoniale: stessa squadra, stessa
rimanere sempre uniti nel pensiero,
nella
macchina... stesso salone del Cremlino.
cordialità e nella preghiera confidente.
Venne Stalin; gli fu data la nuova fotografia
Ringraziamenti sentiti
anche alla sua
rielaborata. Il falso era riuscito perfetto.
Signora, sempre tanto gentile e cordiale, con
Stalin sorrise, si complimentò; dette una
ottimi auguri e benedizioni per tutti i suoi Cari.
grande onorificenza al fotografo accompaCon molto piacere ho ammirato l'immagine dei
gnata da un grosso premio in denaro; prese
loro tesori, i baldi nepotini Jonatan e Micol, sui
la foto, strinse la mano e se ne andò.
quali invoco la particolare benedizione del SiL'indomani quel povero fotografo era
gnore, perché crescano buoni e forti, rispondenti
morto.
ai loro biblici Nomi.
Aveva seppellito con sé il segreto di
Un saluto e abbraccio affettuoso in Cristo
quel falso.
Signore.
... hai capito?!?
Don Angelo Ercolani
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Franco
Ranucci
Allegria
per
tutti!
Il Barbarigo
pag. 22
SOTTOVOCE: Nell'orecchio sinistro
SPIGOLATURE
— Rousseau, ginevrino calvinista virtuoso, giustificava le sue trasgressioni sessuali usando la fiorità espressione italiana:... "... se non altro, per non parere troppo
coglione"! (Era il 1743).
— Il Potestà di Torcello (Ve),nel 1745,
si invaghì di una ballerina, lasciò la famiglia, si trasferì nella casa di quella e quando
"alla casa della suddetta meretrice veniva gente
per offendere Iddio benedetto, lui si metteva
dentro un armadio posto in cusina e lì stava
cheto tutte le volte che la medesima donna
andava a nolo".
— Federico Secondo, Re di Prussia,
tollerante in fatto di religione, personalmente miscredente, si immischiava nelle
cose di religione solo ad evitare ... sorprese
politiche.
Al Cardinale di Breslavia che lo informava della necessità di nominarsi un
coadiutore, Federico rispose che condivideva la proposta ma gli indicò lui stesso il
nome del prescelto così motivando: "Lo
Spirito Santo ed io abbiamo convenuto che deve
essere nominato il ..."
Il Cardinale non fu dello stesso parere
e replicò così al suo Re: 'Gli stretti rapporti
tra lo Spirito Santo e Vostra Maestà costituiscono per me una novità assoluta.
Anzi...
ignoravo perfino che vi conosceste!'.
— Diceva la Duchessa di Orleans, sulla
metà del 1700: "Le persone istruite, di solito,
puzzano!".
E già... lei sì che se ne intende...!
— Federico Secondo, Re di Prussia,
aveva un regno formato in prevalenza da
luterani e da cattolici, con qualche aggiunta
di Ebrei. Lui lasciava a tutti completa
libertà di culto così motivandola: "ciascuno
ha diritto di farsi santo a modo suo".
— Se vai con una scimmia, attento ai
morsi!
— "Chi guadagna tempo, vive; chi non
si nasconde, muore" (proverbio riferito ad
avvenimenti conseguenti alle guerre).
— Quando Voltaire accettò l'invito del
Re di Prussia di trasferirsi a Berlino, Luigi
XV commentò così quella partenza; "Ci sarà
un folle di più alla Corte Prussiana, uno di
meno alla mia".
— Federico Secondo, Re di Prussia,
disse a Voltaire questa frase sintomatica;
"Spero che d'ora in poi non avrete più controversie né con l'antico né col nuovo testamento"!
— Lo stesso Federico Secondo, poiché
detestava gli uomini, aveva chiesto di essere sepolto accanto ai suoi cani. E morì,
infatti, come un cane; su una logora poltrona, vegliato da un servo, con in grembo
il levriero preferito; disperatamente solo.
"Chi è dovunque finisce per non essere da
alcuna parte".
(Seneca: Lettere a Lucilio)
"Chi conosce molte persone non avrà mai un
amico"
(Seneca: Lettere a Lucilio)
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f u i ù d e
"... no! io non vado mai da nessuna parte.
Pensi: non sono stato nemmeno al ... mio
funerale!".
Di una persona sempre pessimista dicono in
Sabina così: "A te non ti ha portato la cicugna
ma la civitta".
Dice Seneca nelle lettere a Lucilio:
"Perché - come dicevano i nostri antenati - non
serve chiudere la stalla quando i buoi sono
ormai scappati"!
ISTANTANEA
Quarant'anni di amicizia
Gli Autori — I Libri
Don Angelo Maria Patrizi, circa 15 anni
orsono, ha pubblicato un libro: "Un popolo,
una madre, un tempio" in cui esprime ed
interpreta, con mano felice, con acume
investigativo, larghezza di materiale
archivistico e documentario, l'anima cattolica e mariana dei cittadini di Grotte di
Castro.
E' una storia lunga che, partendo dalle
origini medievali del "Castrum Griptarum",
racconta fatti, episodi, circostanze collegati
alle Chiese Grattane, alla Madonna del
Suffragio, a S. Flavio, alle Confraternite, con
particolare
attenzione
alle
feste
quindicennali in onore della Madonna del
Suffragio stessa.
E' un bel libro che si legge tutto d'un
fiato: interessante e scorrevole.
Gusto fine di scrittore forbito'.
Pastasciutta e bevande
Tutti conoscono gli strozzapreti (che qualche volta fanno effetto!) ma pochi sanno che
esiste anche un 'altra pasta particolare in Pavona
di Albano: "i cecamariti" (che è innocua!).
Tutti conoscono il bar, la gelateria, la
birreria...
ma pochi sanno che, poco distante
dal bivio della Commenda sulla strada per
Viterbo, esiste un "Dissetatolo" dove pochi si
fermano a bere perché ...sa tanto di abbeveratoio!
AL
MERCATO
Un venditore di amuleti vari, con il
banco all'ingresso del mercato settimanale,
così pubblicizza la sua merce.
"Le corna che ci ho io, 'n ce l'ha nessuno"!
I passanti, così, al volo, commentano:
"e te ne sei accorto, finalmente!" — "... e se
vede" - "Attàcchece er cappello"!
Ma il più scanzonato dice: "... e de tu
moie"!
Ottica Fabi:
Contattologia,
cine,
foto-geodesia
Il servizio fotografico pubblicato
in questo numero del Giornale è stato
realizzato, con la consueta perizia
professionale e con il solito gusto
artistico, da Arturo Fabi, titolare
dell'omonima Ditta in R o m a , che
assicura un trattamento economico
molto vantaggioso a tutti gli exalunni.
La Redazione del Giornale ringrazia per la gradita offerta, generosa
e simpatica, ed esprime, a n o m e di
tutti, complimenti e congratulazioni.
pag. 23
Il Barbarigo
SEMPRE SOTTOVOCE: nell'orecchio destro!
PARLIAMO DI ... FRITTELLE !
Lo sapevi che?
— Domenico e Ciriaco significano
la stessa cosa con la sola differenza che
il primo ha chiara derivazione latina
(Dies Dominica) mentre il secondo ha
derivazione greca (Kyriakè eméra).
— L'Italia è nazione di grande
devozione religiosa: da sempre! Il
"Curiosum Urbis" (una specie di guida
antichissima di Roma) dice che, alla
fine del IV secolo, esistevano in città
ben 423 templi pagani.
— Nel 1799, in occasione dell'occupazione di Napoli da parte delle truppe
francesi, i napoletani aspettavano che,
in segno di disapprovazione, S. Gennaro
non operasse il m i r a c o l o della
liquefazione del sangue. Invece il miracolo si verificò regolarmente.
I Borboni non dimenticarono l'affronto del Santo e, al momento della
restaurazione, degradarono S. Gennaro
dal ruolo di generale dell'Esercito Napoletano, lo espulsero e lo sostituirono
con S. Antonio che, pare, fosse stato
meno... condiscendente con i Francesi
in fatto di miracoli... politici!
— Belzebù è parola di origine
ebraica e significa: Signore delle mosche,
Signore dello sterco, Principe dei diavoli.
La prevenzione
(Una barzelletta
seria)
Gli amministratori dei Condomìni godono di
non felice fama: soprattutto di manipolare i
conti e i rendiconti.
Il testo qui riportato è scrìtto da un Amministratore onesto! I suoi Condòmini son tutti
professionisti seri e colti... ma per amministrare
bene un condominio la penna non conta!
COMUNICAZZIONE
URGENTE
I signori condomini, per evitare delle
disgrazzie che sipuole verificarsi, dovete
ristrutorare iprobi balconi che cadano à
pezzi, come sapete bene ibalconi va acconto
del condomino non sono dèi condominio,
pertanto li consiglierei di farli verificare
per ripararli.
Se vimetete da cordo sipuole fare assieme
cosi potete risparmiare. Se noavete del
tempo disponibile intcresare io se volete
basta che mimandate due righe che
miautorizate io sarò pronto per aiutarvi.
Nolaprettdete alla leggiera che ce pericolo
assai grande.
No altro che salutarvi.
Foto di gruppo
La Buona Pasqua
Vivissimi auguri per la Pasqua del
1993 ha mandato a tutti gli amici don
Antonio Papacchini. Così: "nel clima
pasquale di contrasto tra morte e vita,
tra peccato e grazia, tra indifferenza e
impegno, tra sfiducia e speranza...
rifulga la luce che è la speranza del
Risorto".
Mi è stata data, il 25 aprile 1993, in
grazioso omaggio, da Mons. Antonio Patrizi,
una preziosa fotocopia di un documento Falisco
datato 1869, così intitolato:
"Elenco di tutti coloro alli quali per
antica consuetudine il ven. Seminario nel
giorno della Domenica delle Palme manda
le frittelle".
Al vescovo Giuseppe Maria Bovierì, spettavano 12 misure (?) di vino e altrettanti
"maritozzi"; al suo Vicario metà razione; ai
membri della Congregazione economica 6 + 6
ed altrettanti ai membri della Congregazione di
disciplina.
Pure ai "Maestri che non siedono alla
Mensa del Seminario", al Computista, alla
Deputazione dell'Ospedale,
ai Medici, agli
"Impiegati della Cancelleria Vescovile" spetta
una razione di 6 + 6.
Invece una razione di 4 + 4 spetta ai
"Negozianti che servono il Seminario" (sempre
"Venerabile") e agli "Artisti addetti al servizio
del Seminario" (questa volta non più "Venerabile") e cioè: tipografo, falegname,
muratore,
fabro, maniscalco, stiratrice.
E, per concludere, agli "inservienti" (fattore, ospedaliere) spettano solo razioni 2 + 2.
In totale (secondo i calcoli
effettuati
dall'amanuense) le razioni erano complessivamente 368.
Gli auguri natalizi sono questi:
BUON NATALE
Il Signore ti dia l'intelligenza
per
distinguere il bene dal male: il coraggio
di operare il bene; la saggezza di scusare
chi opera il male.
Redde rationem!
Raoul Follerau e Albert Schweitzer si
incontrarono, un giorno, a Lambarané.
L'apostolo dei lebbrosi chiese al Nobel per
la pace; "Dimmi: quando ti incontrerai con
Cristo, cosa gli dirai?".
Schweitzer rispose:
"Abbasserò la testa per la vergogna: ho
fatto tanto poco!".
SOFREDORES
Chi vuole il pesce caro, vada al porto;
chi la verdura cara, vada all'orto.
Piegati, giunco, finché passa la piena
(Proverbio siciliano)
RUA
A prima vista, per chi non conosce il
Portoghese, sembrerebbe doversi intendere
che si tratta di "raffreddore". Invece no!
Il testo tradotto alla lettera vuol dire:
"sofferenti di strada"; questi sofferenti in
Italia vengono detti comunemente "Barboni".
E ' una piaga che coinvolge anche tanta
gente in Brasile al cui soccorso opera una
struttura missionaria Comboniana che raccoglie ampi consensi da parte della popolazione e... molta insofferenza da parte dei
cattolici che frequentano la Chiesa perché i
"Barboni", in Chiesa, puzzano, danno fastidio, distraggono.
... e già HI
ULTIMISSIME
Proverbio maremmano
DE
DELLA
NOTTE
Cesarino Tacconi (pardon! il Dottor
Cesare, farmacista in Marino) è divenuto
nonno per la prima volta.
Non sta nella pelle: ride, gioisce, sprizza
felicità da tutti i pori... cantagiosamente!
E' nata una stella: bellissima, di prima
grandezza. Tra vent'anni avremo una miss
Italia Capodimontana - Castellana.
Auguri al nonno e complimenti alla
mamma. Dr.ssa Ludovica, medico-pediatra.
pag. 24
Il Barbarigo
L'Alba della civiltà nella valle del fiume Fiora
Il vomere di bronzo — L'uomo agricoltore
Solennissima doveva essere la cerimonia di fondazione di una città presso gli
Etruschi che avveniva in un giorno considerato fausto, dopo che gli auguri e gli
aruspici avevano interpretato il volere degli
dei e dopo aver ad essi offerto sacrifici.
Pensiamo al sacerdote che incede, solenne, sul futuro "cardo", appoggiandosi alla
sua lunga verga, il lituus (il bastone degli
antichi pastori, il pastorale dei nostri Vescovi), seguendo un percorso che va da
nord a sud ed indica la posizione del futuro
"decumano", alla sua destra ed alla sua
sinistra (est-ovest), quando, giunto al centro dell'area prescelta, segna il luogo dove
scavare il "mundus" che doveva unire gli
abitanti della città al regno delle tenebre,
dove vivevano le anime dei trapassati. E
per segnare il luogo dove sorgeranno le
mura ed il fossato che sarà colmato d'acqua
perché l'abitato, terra sacra, sia ben separato dal mondo esterno, traccia il solco con
l'aratro dal vomere di bronzo.
Non vi sono documenti attestanti
l'esistenza di tale rito presso i primitivi e
gli scrittori romani ricordando la cerimonia
riguardante la fondazione di una città,
come già rilevato, riferiscono che tali norme
liturgiche erano in uso presso gli Etruschi,
ma gli stessi, è noto, che per lavorare i
campi usassero aratri con vomeri di ferro,
così pure i Romani. Perché nel rito di
fondazione, allora, veniva usato il vomere
di bronzo?
Questo vomere rituale, di bronzo, in
uso ancora in epoca romana, fa sorgere il
dubbio che il rito risalga ai primitivi
abitatori di quella Terra che dagli Etruschi
prenderà il nome di Tuscia.
Nella necropoli di "Crostoleto del
Lamone", le tombe dolmeniche, della facies
società cooperativa a.r.l.
c.c.i.a.a. Viterbo n. 6 0 2 2
Montefiascone
eneolitica, erano ricoperte da collinette
artificiali, ma il mucchio di terra sovrastava
anche la tomba della biga del VI secolo a.C.
nella necropoli di Castro e rimangono
ancora, in tutta la loro imponenza, altre
tombe simili prossime alle rovine della città
di Vulci, chiamate, proprio per questa loro
forma, "Cuccumella" e "Cuccumelletta"
(orientalizzante recente).
Dagli scavi nelle grotte che furono
adibite a dimora dai primitivi e nelle loro
tombe ci sono giunte informazioni veramente interessanti.
Quali animali selvatici vivevano nei
nostri boschi? Quali piante coltivavano i
primitivi della Valle del Fiume Fiora?
Sono domande a cui ha potuto dare
una risposta l'archeologo dopo un lavoro di
ricerche lunghe, pazienti ed, a volte, favorite da un pizzico di fortuna.
La presenza degli animali selvatici nei
nostri boschi era certamente più ricca. Le
specie selvatiche erano più numerose e
molte sono scomparse.
Nel villaggio di "Scarceta", a "Grotta
Misa" e "Grotta Nuova" sono stati trovati
i resti di cervo elapo, di capriolo, di volpe;
a "Grotta Don Simone", "Grotta Misa" e
"Grotta Nuova", l'archeologo ha scoperto i
resti della lepre; a "Grotta Misa" e a "Grotta
Nuova" sono stati esumati le ossa del tasso
e del gatto selvatico; i resti del cinghiale
sono stati trovati nel villaggio di "Scarceta"
e nell'abitato di "Ponte San Pietro Valle",
a "Grotta Misa" e a "Grotta Nuova".
Resti di colomba sono stati rinvenuti
nella "Grotta Don Simone", quelli di tartaruga a "Scarceta"; le ossa di orso bruno
e "Grotta Misa" e a "Grotta Nuova".
Tra gli animali domestici è possibile
elencare il cavallo di cui si sono trovati i
resti nel villaggio di "Scarceta" e a "Grotta
delle Sette Cannelle". Nelle grotte precedentemente citate sono state, invece, trovate
le ossa di bue, di pecora, di capra (di forme
piccole), mentre nel villaggio di "Scarceta"
si è potuta rilevare la presenza degli stessi
animali ma di maggiori dimensioni, tra cui
i resti di maiale.
L'uso di allevare un suino per ogni
famiglia, rimarrà nei centri della Tuscia una
consuetudine che è andata declinando solo
da poco tempo e, nei mesi invernali, la
mattazione del maiale sarà eseguita come
un antico rito, una festa, a cui parteciperanno tutti i componenti la famiglia, ma la
pastorizia rimarrà ancora florida nella regione sino ai nostri giorni.
Sempre dalle grotte, in particolare da
"Grotta Misa", sono giunti
a noi resti
carbonizzati di fave, di miglio, di frumento
e di orzo depositati sul fondo di alcuni vasi:
l'homo sapiens sapiens da nomade è divenuto seminomade, poi stanziale perché è
diventato anche agricoltore.
L'uomo della Valle del Fiora, poi, inizia
a cercare ed a forgiare il ferro, il metallo
più solido del rame e del bronzo che darà
il nome ad una nuova "età", l'età del ferro:
è il metallo del futuro.
Dal ripostiglio da fonditore, scoperto in
località "Selvicciola", vicino a due pani di
fusione di bronzo ed oggetti nuovi dello
stesso materiale, mai usati, pronti per essere venduti, ecco le scorie di ferro.
Quei residui di una fusione senza storia, anche se coperte di ossido opaco rossobruno, davanti agli occhi dello studioso
brillano di una luce vivissima, una luce che
illumina la lunga notte della preistoria e
mostra la via del progresso alle genti della
Valle del Fiume Fiora.
^ ^
R.l. n. 4 5 6
cod. fise. n. 0 0 0 9 2 9 1 0 5 6 1
FONDATA IL 31 MARZO 1928
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La nepotina del Dr. Tacconi:
Elisa Ciccone (16.11.1992)
pag. 25
Il Barbarigo
11 prete dell'oratorio" in Acquapendente:
D o n Angelo Rocchi
nel 60° dalla morte
Per la mia vita di fanciullo, a fine estate
1933 era in corso ad Acquapendente una
svolta grossa ma non traumatica: avendo
undici anni e mezzo ed una bella pagella di
licenza e l e m e n t a r e ero p r o m o s s o da
'sagrestanello' anziano (7 anni di onorato
servizio...) della chiesa parrocchiale di S.
Lorenzo a seminarista in piena regola. La
sarta... di famiglia, Campana Angnese, di via
S. Vittoria, già mi aveva approntato la tonaca
da miniprete che a breve avrei indossato per
ore giornaliere 14 su 24, giorno dopo giorno.
Non ricordo quale effetto mi abbia fatto
quella divisa quando Agnese, per un ultimo
collaudo, me la fece provare prima di consegnarla a Rosa, mia madre.
Ricordo invece, ma in modo assai sfumato,
il nome e la figura di un sacerdote ed il suo
funerale (era morto il 16 settembre 1933): d.
Angelo Rocchi.
Ma a pieno titolo ricordo il 21 settembre
1944.
Ordinato sacerdote da appena tre settimane e destinato dal Vescovo mons. G. Pronti
a collaborare con don Egisto Gobbi (gioventù
cattolica) e con don Giulio Ricci (oratorio
maschile), mi trovo con loro due all'Anfiteatro
Cordeschi di Acquapendente: vi sono adunati
nella platea una ottantina di adolescenti e
giovani - altri 120... non hanno risposto! - per
la rifondazione, sotto il titolo "Gruppo A S
C I don Angelo Rocchi", del movimento
scoutistico disciolto dal fascismo e per il
rilancio dell'oratorio maschile. Fu nel nome di
don Angelo Rocchi che, a distanza di appena
tre mesi dal passaggio del fronte di guerra per
il nostro paese, fu possibile aggregare attorno
all'ideale ispirato al Vangelo quel notevole
numero di giovani e le loro famiglie, creando
in paese un certo inizio di resistenza cristiana
all'orientamento comunista filostalinista repentinamente dilagante.
Don Angelo Rocchi fu in Acquapendente
apostolo di Cristo ed animatore fra i giovani
- seppure in incarichi non parrocchiali - al
tempo del Vescovo mons. Gisleno Veneri, in
Diocesi dal 1878 e dal quale era stato nominato canonico del Duomo (Beneficio Pietretti)
il 15 marzo 1898.
Mons. Veneri, celebrando nel 1912 il 25°
di ordinazione vescovile, aveva indicato, fra
i punti forti del suo programma diocesano, la
proposta degli oratori giovanili. Di quella
proposta - per 20 anni: 1913/1933 - si fece
realizzatore, ad onta della sua età ormai
matura, don Angelo Rocchi che per radunare
i suoi utilizzò inizialmente - accanto al Duomo - un ambiente culturale sino allora servito
per una confraternita: la chiesa (poi distrutta
dai tedeschi in fuga per ostruire la Cassia)
detta S. Maria delle Colonne integrata dalla
vicina grande area di terreno disponibile
davanti allo stesso Duomo. Ma ben presto
seppe ottenere dalla benestante famiglia dei
Cordeschi-Quaranta l'uso di un complesso di
media ampiezza segnato di arcaicità e - per
quei tempi - funzionale; situato al vertice di
Costa S. Pietro e sovrastante il vescovado,
offriva gli ambiti essenziali: una casa con
varie stanze (catechesi, biblioteca popolare),
una vasta aula a tetto-capanna quale salone
al chiuso, attiguo separato spazio per una
cappellina, ed un cortile sufficientemente
ampio per il gioco ed altre gare giovanili. E
da allora, per circa 70 anni, "La Cera" (così
era chiamata in gergo comune) fu umile ma
efficace luogo di amicizia e di formazione.
L'iniziativa oratoriana, durante la guerra
'15/'18 (quando si intensificò per assistere i
ragazzi le cui madri sostituivano nei lavori gli
uomini al fronte) e dopo il ritorno alla tempestosa pace, si realizzò con diversificate
modalità: oltre le ovvie attività catechistiche
e di culto, offrì un doposcuola, una scuola di
francese ed un Riparto di Esploratori cattolici
al quale pose fine il divieto persecutorio del
Governo Mussolini applicato prima (1927)
nelle grandi città e nel 1928 al resto d'Italia.
In quel generoso suo impegno ventennale
- che la morte concluse nel 1933 - don Rocchi
seppe fare spazio a collaboratori laici e del
clero. Fra i laici il rag. Elio Gini e - quale
animatore ed Istruttore del Riparto scoutistico
- un aquesiano che fu col generale Nobile
nelle imprese polari: Mondino Bigerna. E'
andato perduto il diario dell'Oratorio che
veniva compilato (mi è stato detto) dal Gini.
Sacerdoti in aiuto a don Rocchi sono ricordati:
don Giuseppe Benigni, don Giovanni Gelsomini e don Angelo Lucchesi. Preti aquesiani
che vissero, chi sino all'età adulta e chi
soltanto l'età più giovane, sotto la guida del
Rocchi furono: il futuro Vescovo di Orvieto
S.E. mons. Francesco Pieri ed il suo fratello
maggiore don Nazareno; i preti vincenziani
p. Tito Peparaio (ricercato predicatore di missioni al popolo) e p. Giocondo Checconi
docente e poi rettore del famoso Collegio
Alberoni di Piacenza; e don Antonio Agostini
arciprete in Acquapendente per oltre un
ventennio. Dicono che il Rocchi sia stato
efficace anche nell'oratoria sacra in virtù di
due qualità: preparava accuratamente le sue
prediche e sapeva porgerle con forme
appropriate aiutato anche da una eccezionale
facilità di mandarle a memoria. Una sua
personale vasta biblioteca ne sostenne la
spiritualità e la cultura.
Tra gli oratoriani, diede vita alla Compagnia del SS.mo Sacramento ed alla Società di
Maria Ausiliatrice: due note che ce lo fanno
collegare al modello oratoriano di S. Giovanni
Bosco. Nel primo dopoguerra del sec. XX, la
sua azione incontrò gli immaginabili affronti
di area sia marxista che di locali personaggi
strafottenti, espressione del partito al potere.
Giovane prete, io raccolsi da un ex-oratoriano
il ricordo di un episodio, minore certamente
come importanza ma significativo anche per
delineare una vena, in don Angelo, di
bonarietà tra semplice e furbesca. Essendo
intervenuto alla celebrazione della vittoria
1918 anche il gruppo oratoriano, un gruppetto
dei suoi ragazzi voleva defezionare - allontanandosi - perché gli ordinatori del corteo li
avevano collocati all'ultimo posto. Don Angelo, timoroso di reazioni violente, li richiamò
e strizzando l'occhio (possiamo immaginarlo)
li smontò momentaneamente, col dire - più
o meno - "non vi muovete... perché questo
è il posto di maggior onore e quelli che ci
hanno messo qui, per fortuna, non lo sanno".
... La storia - anche in negativo - non ha
esitazioni nel ripetersi !
Maggio 1945. Ad Acquapendente, ad otto
mesi dalla convocazione giovanile del 21
settembre ricordata qui agli inizi, si celebrava
la festa del lavoro finalmente "democratica";
e i giovani di parte 'bianca' (oratoriani, gruppo studentesco, esploratori)... si trovano ancora una volta relegati in fondo al corteo,
costretti a cantare l'inno degli scouts per non
accodarsi al "bandiera rossa" che - in spregio
alle garanzie date - vanifica l'inno del Piave
e altre marcie che la banda continua a proporre invano. Pochi giorni dopo - nel corteo
per la guerra cessata in Europa - si potè
ottenere il rispetto dei patti: le squadriglie
dell' ASCI ricostituite aprivano la manifestazione e non ebbe coralità il canto di parte che
giovani comunisti tentarono nuovamente di
imporre.
Giugno 1945. Le opere volute da don
Rocchi sono in confortante ripresa: oratoriani
antichi e nuovi, scoutes di allora e di oggi,
uomini maturi nei quali è viva la memoria di
don Angelo Rocchi salgono a "La Cera" il 24
giugno per la Giornata dedicata al loro prete.
E si rievoca il Fondatore. Parla don Giuseppe
Benigni, venuto da Farnese ove è arciprete.
Con il cuore... sulle labbra ( e talora con
lucciconi agli occhi) ricorda la paterna figura
di don Angelo: le sue aspirazioni, le sue
realizzazioni, le sue sofferenze e quel suo
animo 'grande senza limiti' che si interessò dei ragazzi - allo spirito, al carattere, alla
salute, al vestirli; che fece scuola (più che con
la parola) con la sincerità della sua vita, con
la sua affettuosità capace di commozione; che
diede alla missione fra i ragazzi un tono
ricreativo ed educativo perfettamente equilibrato: dal catechismo settimanale alle gite
scout, dalla quotidiana esortazione serale alla
filodrammatica, dalle ore di adorazione alla
scuola e al doposcuola. Sentimenti e memorie
che un successivo intervento di un ex
oratoriano - Gino Crisanti - conferma parlando dopo don Benigni.
Un 'ricordo' a stampa - offerto alla gente
- volle legare presente e passato. "1915/1945.
Al chiudersi del primo trentennio di vita
dell'oratorio "maschile san Luigi Gonzaga,
ricordando la cara figura del fondatore don
"Angelo can. Rocchi", i giovani oratoriani
desiderosi di emulare gli"antichi esempi, grati
verso quanti sostengono questa opera
"provvidenziale" offrono. Acquapendente.
Festa di S. Luigi Gonzaga".
Ad Acquapendente, l'oratorio ha da tempo
nuova sede, più vicina al centro città, in santa
Vittoria sul terreno che fu per secoli l'orto del
Priore. Il Riparto scouts - nel 1° biennio di
ripresa animato da Carlo Marziali (ora tornato
al Padre), da Arnaldo Bandiera (ora a Roma)
e da me sino alla fine del 1946 quando mi fu
dato un lavoro pastorale fuori dal paese mio
nativo - continuò sino al 1948 a formare
lupetti, esploratori e pionieri; poi si sciolse. La
stessa "Cera", non più utilizzata a fini formativi cristiani, tornò in mano ai donatori che
ne hanno liberamente disposto. Una solenne
lapide marmorea, inaugurata in quel 24 giugno 1945 dopo i discorsi di Benigni e del
Crisanti, ha cessato di rammentare in benedizione don Rocchi alle nuove generazioni
giovanili. Non lo avrei certo immaginato
quando, quasi 50 anni fa, me ne feci promotore.
don
Lino
Barzi
pag. 26
Il Barbarigo
i
Gran
battute * di* *spirito.
Detto tra noi
Cercasi gatto intelligente ed intellettuale
per cacciare *topi
* *di biblioteca.
Torugó. Chi era costui?
Torugó non è altro che l'abbreviativo Francese di Victor Hugo.
Con tale abbreviativo gli amici erano soliti
chiamare il Gran Torugó, l'autore de "I
Miserabili".
»
»
»
»
Ogni uomo è mio fratello, e mio fratello
non lo sa.
»
»
»
Mala tempora currunt
» » »
Quando piove, tu che fai?
A Roma; lasciano piovere
A Viterbo: prendono l'ombrello
A Nettuno: aspettano che spiova
A Valentano: meno male che non piove... la gragnola!
» » »
I detti e i fatti
— Navigamus in mare guaiorum
— Finché la barca va
— Finché c'è vita c'è speranza
— I guai è meglio raccontarli che rimanerne oppressi.
»
»
Era un tipo così pudico che si rifiutava
di guardare le cose
* * *ad occhio nudo.
»
Il vecchio Ford, tanti anni fa, diceva:
"Quando passa un'Alfa Romeo mi levo
il cappello".
E adesso che direbbe?
"Mi scanso... per tutti i difetti che ha
la nuova Alfa".
»
Dialogo tra amici:
- Sai ... mi sono comperato un gommone.
- Ma quante pagine
* * *hai da cancellare?
*
Testa che non parla se chiama cucuzza
(proverbio della Sabina)
nel 1964
Pensieri di Sofocle
da "Antigone"
• Non si conosce l'anima, la mente, il
pensiero d'un uomo, se di sé non dà prova
nel Governo e nelle leggi.
• Non c'è una istituzione rovinosa nel
mondo come l'oro. E' la rovina degli Stati,
caccia via di casa la gente; e poi fa scuola,
travolge menti oneste a imprese turpi, insegna le abitudini perverse e a praticare
qualunque empietà.
• Tutti mi approverebbero, se a tutti non
chiudesse la bocca, la paura.
• La saggezza s'impara da vecchi.
"I PARADOSSI"
L'anima è una* malattia
del corpo.
* *
Una assurdità: *odorare
il deodorante.
* *
Meno tavole rotonde,
* * * più tavole calde.
— Tutto si trasformi
purché nulla cambi
I signori devono vivere da signori sennò
i poveri perdono
* * *lo spettacolo.
— Non si può uccidere il postino
per colpa della lettera.
E' un cretino ... illuminato da lampi di
imbecillità.
* * *
Detti celebri
A Montefiascone
"Semo nati m'ala fuscella e morgaremo
bigonzo".
A Valentano
"Chi nasce tonno nun po' morì
Non amo i miti:* preferisco
i violenti.
* *
Don Bernardino Morotti
m'ar
quadrato".
I PROVERBI
Aiutati, poeta, fino a Pasqua perché, dopo
Pasqua, ogni poeta abbusca.
(Proverbio di Valentano)
A Pasqua ogni poeta abbusca
e ogni morto di fame se ne casca
(Variante Sabina)
Il tempo cattivo non è rimasto mai per aria
(proverbio Sabino)
Io non sono un comunista ...
Non me lo *posso
* * permettere.
Gli italiani sono sempre pronti a correre
in soccorso* *dei* vincitori.
Un uomo che * legge
* * vale per due.
Per essere perfetta le mancava solo
un * difetto.
* *
Il mondo è una prigione dove è preferibile
stare in cella
di * isolamento.
* *
Una giovane coppia ha venduto il suo
bambino ma ne ha devoluto il ricavato in
beneficienza.
* * *
Puliva la sua macchina da scrivere
con dell'alcool ... poi cominciò a fare
La fortuna bussa una sola volta nella vita.
Per giunta mentre
* * * sei in bagno.
Se tu domandi alla vecchia Terra la sua
storia, essa ti risponderà sempre: "col pane
e col vino"; gli elementi più semplici
della natura.
* * * (Claudel)
"Il paese di Cuchagna: dove chi non
lavora più magna".
(Proverbio Padano
* * * del 1700)
In ogni paese del Mondo, la bellezza di
eccezione, quella che fa di una donna la
"Rosa Mundi", ebbe in retaggio quasi
costante la tragedia
* * * e la catastrofe.
Beneficienza e Riconoscenza non si
erano mai conosciute. (Russo proverbio)
pag. 27
Il Barbarigo
Dal Diario del Seminario
(Rettore:
Il canonico
Leonetti)
13 aprile 1939
pag. 172
Gita a Tarquinia
... circa le 7.15 saliamo in macchina pel
ritorno: che per miracolo non fu funestato da
una sciagura orribile.
Eravamo a pochi chilometri da Tarquinia
quando l'alunno Cesare Tacconi, nel tentare di
chiudere il retro dello sportello della sua
macchina, aprì lo sportello e precipitò dall'automobile che filava in quel momento ad
almeno 70 chilometri all'ora. Fortunatamente
rotolò verso il margine destro della strada,
completamento sgombro: fermammo
precipitosamente le tre auto ma il giovane si rialzò da
sé e si diede a correre verso la propria macchina
- la prima del breve corteo..., niente male, una
piccola escoriazione alla palma della mano destra.
Il resto del viaggio andò bene; appena a
casa ci recammo in Cappella a ringraziare il
Signore che per la evidente intercessione di
Maria S.ma (si stava, al momento della disgrazia,
terminando la recita del Rosario), nulla di
funesto aveva permesso si verificasse.
25 giugno 1939
pag. 174
Gli esami
Tornarono da Orvieto, ove dettero presso
il R. Ginnasio l'esame d'ammissione al primo
Liceo, gli alunni Pileri e Picotti: il primo
promosso in tutto fuorché in educazione fisica;
il secondo pure promosso in tutto fuorché in
educazione fisica e cultura militare.
Gli altri 2 alunni della quinta ginnasiale
che han dato gli esami, erano Ranucci, presso
il Regio Liceo di Perugia (promosso in tutto con
buona media di 7+); l'altro, Ramili, presso il
Seminario Reg.le della Quercia, fu lodato come
il migliore di tutti gli aspiranti, e promosso
in tutto con media di 7.
pag. 186
A. S. Lorenzo
14 settembre 1939
Nuovo
In occasione della riapertura della Chiesa
Parrocchiale
dopo i recenti
importanti
abbellimenti e della festa del SS.mo Crocifisso,
ci si reca in gita a S. Lorenzo Nuovo, ove il
Rettore ha preceduto, ieri sera, gli alunni per
tenervi un discorso di circostanza. La spesa delle
automobili la sostenne la Chiesa stessa di S.
Lorenzo. Si giunge circa le ore 10.30: alle ore
10.45 ricevimento di S.E. Mons. Vescovo e
quindi Messa solenne con Assistenza Pontificale. Omelia del Vescovo - Il pranzo ha luogo
nei locali dell'Asilo presso le Maestre Pie
Filippini.
Dopo pranzo, ricreazione in campagna; alle
"Coste" di Mons. Bresciani. Alle 17.30 Vesperi
Pontificali - Processione Eucaristica - Mons.
Bresciani offre agli Alunni un po' di merenda.
Si ritorna alle ore 20.00.
Bartolozzi
Questa mattina è morto serenamente il
Can.co Giovanni Battista Bartolozzi già per
tanti anni Professore, stimato e amato, ed
Economo di questo Seminario.
Da più anni, per l'età (è morto di 82 anni)
e la scossa salute, s'era ritirato dall'insegnamento. Amava tanto il Seminario: attraverso le
sue mani passarono generose offerte per questo
Istituto.
pag. 197
Gli alunni
Anno 1941-42; 16 ottobre
sono
22, divisi
in 2
Camerate
Maggiori
Martinangeli Francesco (Prefetto)
I nostri
Cruciani Mario (Vice Prefetto)
Nicolai Sante (V)
Antolini Vittorio (III)
Baisi Galliano (IV)
Carugno Alfredo (III)
Chiavoni Lamberto (IV)
Cordovani Giuseppe (IV)
Fantera Nazareno (III)
Papacchini Antonio (III)
Perazzi Alberto (III)
Minori
Battisti Francesco (Prefetto)
Pancrazi Angelo (Vice Prefetto)
Bianchi Italo (I)
Bracoloni Alvaro (II)
Butini Claudio (III)
Chiatti Girolamo (I)
Cruciani Luigi (I)
Gigliozzi Edoardo (II)
Mattei Manlio (III)
Piccinetti Macario (III)
Pulicari Angelo (I)
Paesi
Oggi, i nostri Paesi son tutti belli: ripuliti,
bene organizzati, con servizi efficienti, ben frequentati...
Una volta non era così! Ascoltate.
Nel 1893 presso la tipografia dell'INDIPENDENTE a Valentano fu pubblicato un volumetto,
oggi prezioso, nel cui frontespizio così si legge: "IL
BRIGANTAGGIO nel Viterbese. — Cenni storici
di Briganti celebri che hanno scorazzato nel
Viterbese e particolarmente nella Regione Castrense
dal 1800 al 1893 con la descrizione delle operazioni della Polizia negli ultimi tempi".
Gradoli
In questo volumetto, quando si parla dei
Briganti Chiappa e Nocchia, si offre questa descrizione di Gradoli: "A Nord-Ovest del lago di
Bolsena, quasi nascosto, entro accidentalità di
terreno, da ricche macchie, giace Gradoli,
paese di circa duemila abitanti, anch'esso
della regione castrense.
Stante l'animo irrequieto e selvaggio della
sua popolazione, e le sollevazioni successe,
ormai proverbiali, lo dimostrano a meraviglia,
reca stupore se soli due briganti abbia dato
e in tempi remoti.
Paese segregato, si può dire, dal consorzio umano, nonostante il suo decantato
aleatico, privo di strade, poiché l'unica esistente non merita questo nome; dalle case
annerite e cadenti, sprofondato entro un fosso, da cui nella calda stagione esalano fetidi
odori, e che rallegrano il gracidar delle rane,
n o n si p u ò p r e t e n d e r e c h e s o r t a da
quell'abbrutimento in cui è sepolto.
Sarebbe il caso di dire col poeta:
Aria ferma e corrotta, acque stagnanti,
Bisce, zanzare e rane...
e quel che segue.
Ma lasciamo da parte quello che riguarda la bellezza o bruttezza, entriamo ad occuparci in quel che ci siamo prefissi, non senza
dar ragione dell'aver accennato a questa certa
avversione per tal paese.
La ragione è semplicissima, è un paese
che prosegue a vivere nelle memorie medievali, e questo basta.
Ne volete sentire una da farvi cader dalle
Acquapendente: il retro della Basilica
del Santo Sepolcro
nuvole?
In questo paese di circa duemila abitanti,
non vi è farmacia e né armadietto farmaceutico!!
Marta
Quando si parla del Brigante Sassara, il
volumetto così dice:
Marta è uno dei paesi posti sulla sponda
meridionale del lago di Bolsena a 315 metri
sul livello del mare, e presso l'origine del
fiume Marta emissario del lago stesso. L'epoca della sua fondazione non è accertata, vuoisi
farla risalire ai primordi del medioevo, se ci
si attiene ad un residuo di un antico castello
con torre esagonale, rammentata anche da
Dante e da altri scrittori, la quale signoreggia
tutto il paese, che per la ristrettezza delle vie
e per la sua ubicazione, ed in molta parte per
l'inerzia degli abitanti, non è facile vederlo
pulito, tanto che un giornalista in circostanza
solenne ebbe a definirlo una cloaca in
putrefazione permanente. Il territorio è interamente vulcanico. Famosa di questo paese la
pesca delle anguille (capitoni), che non cedono per grossezza e squisitezza di sapore alle
rinomate di Comacchio. Più che per le grosse
anguille, Marta in questi ultimi anni si è resa
famosa per essere stata culla di tre celebri
briganti, i quali per molto tempo hanno infestato queste contrade.
pag. 28
Il
Don Oliviero e il suo caso singolare
Fra Martino campanaro suona bene le
campane, suona bene le campane: din don
dan, din don dan.
Da buon canarino Don Oliviero aveva
cantato spesso quel grazioso ritornello e
spesso, canticchiandolo, da buon campanaro,
ora con le corde, ora con l'orologio, aveva
suonato bene le sue campane.
Quel mestiere di suonare e di cantare
gli era congeniale e per natura e per arte.
L'aveva esercitato per più di cinquant'anni
e con piacere, e con piacere continuava ad
esercitarlo sicuro di sé e del suo campanile.
Ne era tanto preso da non accorgersi che
il mondo intorno a sé era cambiato: cambiati i gusti, gli umori, i nervi della gente.
Il bene cedeva al male, il buon senso al
capriccio, il sacro al profano. Lui però no,
ma i sacri bronzi sì: al soffio del gelido
laicismo avevano perso il sacro e reso rauco
e odioso il dolce suono. Pur tuttavia quella
voce, rimasta ancora amica, ad interpretarla
con mente serena, gemendo ammoniva:
AAA, il nemico alle spalle: chi suona sarà
suonato, così dice il proverbio: suonatore
chiama suonatore. Ma Don Oliviero, tutto
miele per le sue campane, viveva mille
miglia lontano dal sospetto che proprio lì,
in quel suo amabile nido, ci fosse nata
1 insidia, e da beato fra Martino, beatamente
continuava a scampanare. Finché... un bel
giorno, improvvisamente, con aria da
signorotto d'altri tempi, il nuovo suonatore
si presentò al vecchio suonatore e con
severo cipiglio e tono minaccioso: "Signor
Curato, lei ha una voglia matta di suonare
le campane: orbene quel suono non s'ha da
fare più, se ha a cuore di dormire sogni
tranquilli. Uomo avvisato... ehm!... Lei
m'intende". Ma il fiero Curato non mosse
ciglio né piegò sua costa: veterano combattente di ben altre battaglie, non se la intese
affatto. Ci rise sopra. E tranquillamente
continuò a scampanare e a dormire sogni
tranquilli. Fu così che nacque il caso singolare: l'urto fra i due suonatori. Quel turpe
suono indiziato di abuso e di inquinamento
atmosferico, chiamò in causa l'intrepido
suonatore: fu così che il buon Curato, suo
malgrado, si vide costretto a scendere in
campo e a render conto delle sue suonate.
Divenuto nuovo Pier Capponi, con una
scampanata fuori serie, chiamò a raccolta il
popolo: causa comune, lotta comune. Il
caso, fattosi serio, fece notizia. La stampa
si mobilitò, si mobilitò la televisione, si
mobilitò il Comune. L'Italia dei campanili
ne fu scossa e così, senza volerlo, il focoso
battagliero si trovò a far la parte di un eroe
nazionale. Il primo scontro fu fatale. In
pieno colpevole, in pieno condannato. Disarmare? Neppur per sogno. Non c'è forse
giustizia a questo mondo? Giova sperare,
caro Don Oliviero. E giustizia venne in quel
22 aprile, piena e totale, su tutta la linea.
Niente abuso di campane, niente inquinamento atmosferico. Don Oliviero vittorioso
si sentì più Monsignore, il popolo di
Zepponami respirò e respirarono tutti i
campanari d'Italia: libertà di suonare a
piacimento. Per la fausta occasione non
mancò chi, preso da ammirazione, facesse
un brindisi all'eroe vincitore e proponesse
una medaglia
" a d perpetuam
rei
memoriam".
Barbarigo
Pensieri per una
buona notte
Se tutti quelli che parlano male di me
sapessero cosa penso di loro... parlerebbero ancora più male !
Tutto passa nella vita; passa il treno
e l'aeroplano, la lumaca che va piano.
Passa il fiore nella pianta, la farfalla
che t'incanta...; il passante per la via, la
tristezza, l'allegria; e se tutto passa,
passa ... pure questo passerà.
Se non sei tanto forte da sopportare
l'ingratitudine non fare mai alcuna
cortesia.
Dammi, o Signore, serenità per accettare le cose che non posso cambiare,
forza per cambiare quelle che posso,
saggezza per distinguere le une dalle
altre.
Benefica sempre, ma ricorda. Di 100
beneficati: 50 non ti guarderanno più in
faccia, per non ricordare che tu li hai
beneficati; 25 riterranno sia stato tuo
dovere beneficarli; 15 pretenderanno da
te maggiore beneficio; 9 ti rederanno in
male il beneficio ricevuto; 1 solo, forse,
ti sarà grato e, comunque, sarà il più
povero!
Per vivere tranquilli
occorrono cinque cose:
Don Domenico Cruciani
Curiosità e spigolature
nella storia recente
Le consultazioni reali per far il Governo: "...
sono un sommovimento di putredine e il fetore
cresce di ora in ora"
(D'Annunzio)
"Io sono un Duce per modo di dire" (esclamava Giolitti)
Se ogni impiegato lavorasse tre ore al giorno
potremmo dimezzare l'esercito dei burocrati (Vittorio Emanuele III).
Bissolati e Turati andavano alle udienze
Reali senza frac e con il cappello
moscio...
Turati, in una di queste udienze, spiegava al
Re la posizione politica dei socialisti dettagliando troppo i vari problemi. Il Re lo interruppe
dicendo: "questo lo proponga al nuovo governo:
io sono un Re Costituzionale e non posso seguirla
su questo terreno".
Pronta la replica di Turati:
"Allora mi dica come sta S. Maestà la Regina,
se la costituzione glielo permette!".
"La violenza è la levatrice della storia" (Sorel)
Questa strofetta faceva il giro tra i soldati
combattenti ai tempi della guerra d'Abissinia
quando tutti i pezzi grossi volevano arruolarsi per
combattere:
Quando la pugna diventa pugnetta
ogni gerarca a venire s'affretta.
Se spira il più lieve sospiro di vento,
chiedono - ed hanno - medaglia d'argento.
Ma c'è qualcuno (ed è sempre il più Str...)
che pur si contenta di quella di bronzo!
Ai tempi della guerra di Libia un bello spirito
napoletano rivolgendosi ai Libici così disse: "Nun
bastava 'a famme nosta, ce voleva pure 'a
vosta"...!
Una direttiva emanata nel periodo delle
Sanzioni (decretate dalla Società delle Nazioni
contro l'Italia) diceva: "Il caffé fa male, non lo
bere!".
Gli accaniti caffettieri rispondevano irritati:
"Perché ce lo fanno sapere solo adesso che non
si trova?".
1) un bicchiere
di SCIENZA
2) una bottiglia
di SAPIENZA
3) un barile
di PRUDENZA
4) una botte
di COSCIENZA
5) un mare
di PAZIENZA
— S. Alfonso —
Supplemento a «La Voce» di Montefiascone
(VT)
Direttore: Agostino Ballarotto
Autorizz. Trib. di Viterbo n° 272 del 4/12/82
Sped. abbonarli, post.le n° 144 - inf. 70%
Redattore: Franco Ranucci
Stampato nel dicembre 1993
Fotocomposizione e stampa
Tipolitograf
di M. De Angelis-Patrizi
Via Gabrino Fondulo, 23 - ROMA
Tel. 27.15.901 - Fax 27.15.901
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