Newsletter della Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” Seraphicum San Bonaventura informa ANNO IV - Nº 37 In questo numero: Editoriale Un abbraccio di fratellanza Per due ore abbiamo tenuto una conversazione aperta, con piena intesa sulla responsabilità verso le nostre Chiese, il nostro popolo credente, il futuro del cristianesimo e il futuro della civiltà umana. È stata una conversazione ricca di contenuto, che ci ha dato l’opportunità di ascoltare e capire le posizioni l’uno dell’altro. E gli esiti della conversazione mi permettono di assicurare che attualmente le due Chiese possono cooperare, difendendo i cristiani in tutto il mondo, e lavorare insieme, con piena responsabilità, affinché non ci sia guerra, la vita umana venga rispettata ovunque nel mondo, si rafforzino le basi della morale personale, familiare e sociale e, attraverso la partecipazione della Chiesa alla vita della società umana moderna, essa si purifichi nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e dello Spirito Santo. Patriarca Kirill Abbiamo parlato come fratelli, abbiamo lo stesso Battesimo, siamo vescovi. Abbiamo parlato delle nostre Chiese, e concordiamo sul fatto che l’unità si fa camminando. Abbiamo parlato apertamente, senza mezze parole, e vi confesso che ho sentito la consolazione dello Spirito Santo in questo dialogo. Ringrazio per l’umiltà Sua Santità, umiltà fraterna, e i suoi buoni auspici di unità. Abbiamo prospettato una serie di iniziative, che credo siano valide e che si potranno realizzare. Perciò voglio ringraziare, ancora una volta, Sua Santità per la sua benevola accoglienza, come ugualmente i collaboratori, e ne nomino due: Sua Eminenza il Metropolita Hilarion e Sua Eminenza il Cardinale Koch, con le loro équipe che hanno lavorato per questo. Non voglio partire senza dare un sentito ringraziamento a Cuba, al grande popolo cubano e al suo Presidente qui presente. Lo ringrazio per la sua disponibilità attiva. Di questo passo, Cuba sarà la capitale dell’unità! E che tutto questo sia per la gloria di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e per il bene del santo Popolo fedele di Dio, sotto il manto della Santa Madre di Dio. Papa Francesco La Habana, Cuba - 12 febbraio 2016 febb r a i o 2 0 1 6 focus del mese: nuove considerazioni sul ddl cirinnà Pag. 2 Santa sede: francesco e kirill, il senso di un incontro pag. 4 giubileo della misericordia: il gesù poco misericordioso pag. 6 speciale tommaso da celano: dopo il convegno un fratello ritrovato - pag. 10 vita brevior per la predicazione itinerante - pag. 13 l’opera della sua vita - pag. 15 beato vox populi - pag. 16 negotium sanctitatis - pag. 18 tommaso cronista - pag. 20 ecclesia: san pio e san leopoldo Pag. 22 IL DIALOGO IN CATTEDRA: nuovo umanesimo e religioni PAG. 24 storia e personaggi : san giovanni paolo ii al seraphicum Pag. 26 cineforum: un di caprio da oscar pag. 28 appuntamenti: incontri e novità editoriali PAG. 30 Francescanamente parlando: festa della facoltà e nomine pag. 35 1 focus del mese Considerazioni sul ddl Cirinnà L’UNIONE UOMO-DONNA COME STABILIZZATORE DELLA società e fattore promotore di una vita buona E bella di Giulio Cesareo* Le ultime settimane del dibattito politico-istituzionale sono certamente segnate dal tema della legge sulle unioni civili e, nello specifico, sulla proposta di legge Cirinnà, che è stata approvata - dopo non poche peripezie - nel dibattito parlamentare al Senato. Come sappiamo, il ddl comprende due argomenti distinti: da un lato le unioni civili per persone dello stesso sesso e dall’altro la regolamentazione delle convivenze di fatto, etero o omosessuali. La questione sulle unioni civili è certamente molto complessa. In fondo l’istituto del matrimonio dal punto di vista civile non è altro che il riconoscimento del valore sociale e degli effetti civili (tra i quali ci sono sì dei doveri, ma anche una serie di tutele) per un’unione elettiva – di per sé fondata sull’amore e sul libero consenso dei coniugi – tra un uomo e una donna. E sin dall’antichità, un po’ in tutte le culture, per quanto mi è dato sapere – l’umanità ha valorizzato con riti (religiosi o civili) questo tipo di unione. E questo perché la società nel suo complesso ha riconosciuto questo tipo di unioni come un bene per tutti, in vista sì della procreazione e dell’educazione delle nuove generazioni, certo, ma non solo: anche come fattore organizzatore, stabilizzatore della società e soprattutto come promotore di una vita buona, bella, migliore. Nel rapporto d’amore di uomo/donna, infatti, nonostante tutte le povertà che la concretezza porta sempre con sé, c’è la scoperta e il permanere nell’esperienza che la vera vita nasce dall’incontro con l’altro da sé, con chi è distinto, con chi è altro. In effetti, la distinzione/diversità è l’ambito all’interno del quale davvero può nascere l’incontro, che può sbocciare nella comunione, un’unità che è l’esperienza di un amore così forte da vincere la morte, generando nuova vita. Ed è proprio per questo che l’amore erotico tra un uomo e una donna, per noi cristiani, è sacro: è in qualche modo l’esperienza primordiale, scritta perfino nella nostra carne, che solo l’Amore vince la morte offrendo la propria vita all’altro da sé - e, morendo per l’amato, risuscita a vita nuova. Inaugura così l’esperienza di una comunione che accoglie definitivamente l’altro in sé e questa è la vita eterna: l’essere per sempre in Cristo. E di tutto ciò l’amore erotico è appunto al tempo stesso il riflesso e un cammino di scoperta. Qualora la proposta diventasse legge dello Stato, «si potrà costituire un’unione civile fra persone dello stesso sesso con una dichiarazione dinanzi all’ufficiale di Stato Civile, in presenza di due testimoni. I soggetti dell’unione potranno scegliere il regime patrimoniale, la loro residenza e il cognome. Di fatto la legge inserisce nel diritto di famiglia un nuovo istituto, che si applica solo alle coppie omosessuali. Dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. febb r a i o 2 0 1 6 2 Tra l’altro, il “mezzo” per “sciogliere” il vincolo civile è quello del divorzio. Ora il ddl Cirinnà – e questo è l’aspetto più controverso della questione – nella sua versione originale prevedeva anche la possibilità di adottare il figlio del partner, mentre le coppie sarebbero rimaste impossibilitate ad adottare bambini che non fossero già figli di uno di essi. La bufera riguardava in particolare proprio la possibilità dell’adozione, che sembra puntasse – di fatto – a una sorta di equiparazione tra l’istituto giuridico delle unioni civili e quello del matrimonio civile. Visto lo stralcio della norma delle adozioni nella legge votata il 25 febbraio al Senato e in attesa del passaggio alla Camera, la senatrice Cirinnà ha dichiarato l’intenzione di proporre una modifica alla legge generale sulle adozioni per permettere “a tutte le famiglie, comunque composte, di poter adottare e tutelare tutti i bambini. Abbiamo fatto un primo passo per cambiare dal Diritto di famiglia al Diritto delle famiglie. Da oggi cambierà la nostra società”. Come è stato ribadito più volte dal Primo ministro Matteo Renzi, il governo ha ritenuto un dovere della presente legislatura portare a termine questo provvedimento , perché pare che l’Italia sia l’unico Paese in Europa a non avere una regolamentazione a riguardo. Rispetto alla legge, sento di non poter non far mie, apprezzandone la grande carità pastorale ma anche la lungimirante chiarezza, le parole di Papa Francesco e del Patriarca Kirill nella dichiarazione congiunta recentemente firmata a Cuba: La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica. E credo che questo testo non abbia bisogno di ulteriori commenti. Tra l’altro ciò non è in contrasto con il principio della laicità dello Stato né si tratta di un’ingerenza della Chiesa nella sfera politica. In effetti, noi cristiani sappiamo bene che non dobbiamo né possiamo pretendere che la nostra visione delle cose sia ratificata come legge dello Stato in maniera automatica e autoritaria. Allo stesso tempo, poi, ci rendiamo conto che in una società plurale lo Stato, per promulgare leggi per tutti, deve partire dalle differenze e costruire mediazioni e sintesi, che non siano né compromessi al ribasso, né espressioni di contrapposizioni ideologiche. E tutto ciò è possibile solo per una paziente e sincera ricerca del bene comune, che per essere tale non può trascurare il tentativo di formulare delle leggi che garantiscano ed estendano quei diritti di volta in volta in questione anche a chi ha altre visioni della vita rispetto a noi. Nello specifico, gli omosessuali sono ovviamente dei cittadini a pieno titolo ed è importante che essi abbiano gli stessi diritti sociali di cui godono gli eterosessuali. Ma tutti questi diritti sociali possono essere raggiunti attraverso leggi che non equiparino la convivenza omosessuale al matrimonio o a una famiglia, che è proprio un’altra realtà. *OFMConv, docente di Teologia morale, Metodologia e Teologia trinitaria. Direttore dell’Istituto “Mulieris dignitatem” per lo studio dell’unidualità uomo-donna febb r a i o 2 0 1 6 3 santa sede “NON CONCORRENTI MA FRATELLI”: IL SENSO DELL’INCONTRO TRA FRANCESCO E KIRILL di Roberto Tamanti* Ci sono eventi che accadono i quali, al di là dei contenuti, pure importanti, che possiedono, e degli effetti che possono avere, certamente benefici, rivestono già di per se stessi una valenza che non è esagerato definire “storica”, per il semplice motivo che si sono verificati: tale è stato l’incontro tra papa Francesco, il Vescovo di Roma, il Patriarca d’Occidente, e il Vescovo Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia. L’incontro, come è noto, si è svolto il 12 febbraio, nell’insolito scenario dell’aeroporto de L’Avana, capitale di Cuba, luogo significativo, come è stato da molti sottolineato, perché simbolicamente e anche storicamente rappresenta un terreno di incontro, di confronto, ma anche di tensione (ricordiamo la drammatica crisi del 1962, che portò l’umanità sull’orlo della guerra mondiale) tra Oriente e Occidente, e tra Nord e Sud del mondo. Ciò che sembrava impossibile e rinviato sine die fino a qualche anno fa, ora si è realizzato, con grande spirito fraterno e veramente evangelico, di cui il primo frutto è stata la gioia provata dai due protagonisti, come testimoniato da papa Francesco. “Non siamo concorrenti ma fratelli” , dice un passaggio della dichiarazione comune (n. 24) del Vescovo di Roma e del Patriarca di Mosca: un’espressione molto suggestiva, forte, coraggiosa, con cui da una parte si deplorano tutti gli atti di proselitismo, di sospetto e diffidenza reciproci, di conflitto, che si sono verificati nella storia, e nello stesso tempo ci si impegna per il futuro a camminare da fratelli, sempre dando il primato a ciò che unisce, e non a ciò che divide, come già suggeriva san Giovanni XXIII. La dichiarazione comune, sopra citata, non è un testo di circostanza, in cui prevale la diplomazia sulla sostanza dei contenuti, ma un documento che veramente tocca temi molto profondi e valori centrali da promuovere come cristiani. Il primo pensiero è rivolto a tutti i cristiani perseguitati nel mondo a motivo della loro fede, a motivo della testimonianza che rendono a Cristo Signore: “Ci inchiniamo – dice il testo – davanti al martirio febb r a i o 2 0 1 6 4 di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all’apostasia di Cristo” (n. 12). La consapevolezza che tanti cristiani soffrono per la semplice ragione che sono discepoli di Cristo non può lasciarci indifferenti, per questo la dichiarazione auspica che la libertà religiosa sia sempre più promossa e garantita in tutto il mondo e cerca di cogliere da questa testimonianza di sangue un motivo forte per camminare sempre più verso l’unità delle chiese (è quello che è stato chiamato dal Papa in altri contesti ecumenismo del sangue: “Per i persecutori – ha detto Francesco – noi non siamo divisi, non siamo luterani, ortodossi, evangelici, cattolici… No! Siamo uno! Per i persecutori siamo cristiani! Non interessa oltre. Questo è l’ecumenismo del sangue che oggi si vive”). Un altro richiamo forte che si trova nel testo della dichiarazione è al valore della giustizia (nn. 1718), visto soprattutto in relazione all’Europa, continente che vede in questi ultimi anni un sempre maggiore afflusso di profughi e immigrati, e una crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, per cui in tempo di crisi economica-finanziaria molti hanno patito sofferenze e disagi, mentre pochi hanno aumentato il loro benessere. I due Pastori poi usano parole molto forti a difesa della famiglia e della vita (nn. 19-21): la famiglia, comunità d’amore tra un uomo e una donna, cellula base della società, cui, dice la dichiarazione, non possono essere equiparate altre forme di convivenza; la vita è un diritto inalienabile, che non può essere violato attraverso legislazioni che permettano l’aborto, l’eutanasia, come anche le tecniche di procreazione assistita, che sono una manipolazione della vita stessa. Infine, troviamo nella dichiarazione l’appello a collaborare fraternamente per l’annuncio della Buona Notizia del Vangelo (nn. 28-29): è la missione affidata da Cristo Signore alla Chiesa, una missione la cui efficacia dipende molto anche dall’essere una cosa sola, come lo stesso Gesù ha chiesto nella preghiera prima della passione (cf Gv 17): “Che siano una cosa sola, affinché il mondo creda”. Un incontro quindi, in cui la semplicità e “ordinarietà” del contesto, del luogo, dei modi, fa emergere ancora di più il suo grandissimo e storico significato, di cui si potrà valutare tutta la portata solo nel corso degli anni. Come ha scritto Enzo Bianchi: “Questo incontro non segna certamente il ristabilimento della comunione, anche se papa Francesco ha dichiarato che non vede ostacoli dovuti a proprie rivendicazioni, ma d’ora in poi non è più come prima nel dialogo tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse. Tutti i primati delle Chiese hanno incontrato il Vescovo di Roma e la sinfonia di un’unità nella diversità può iniziare a farsi sentire”. Il testo della dichiarazione comune *OFMConv, docente di Teologia morale e Bioetica. Direttore di “Miscellanea Francescana” febb r a i o 2 0 1 6 5 giubileo della misericordia La presenza del Gesù poco tenero e misericordioso Per un approfondimento sulla misericordia di Dio di Dinh Anh Nhue Nguyen* L’analisi dell’immagine del Gesù compassionevole e misericordioso nei vangeli non può non prendere in considerazione il fatto che proprio Marco e gli altri evangelisti hanno lasciato nei loro scritti la testimonianza di un Gesù talvolta severo e “poco misericordioso”. In concreto, il Gesù evangelico si mostra in certe circostanze assai duro e addirittura offensivo nell’azione e nelle parole. Tuttavia, questa “contro-testimonianza” del Gesù misericordioso risulta preziosa per una vera comprensione della misericordia di Gesù e meritevole quindi di qualche accenno più approfondito. In effetti, il Gesù severo si incontra assai di frequente in Marco e il suo comportamento e insegnamento si mostra talvolta molto duro, poco paziente e poco misericordioso. Al riguardo basti richiamare i due episodi più conosciuti e più illustrativi, quello della maledizione del fico (Mc 11,12-14), ripreso in Matteo 21,18-19, e quello della cacciata dei mercanti dal Tempio (Mc 11,1517), riportata poi anche dagli altri evangelisti (Mt 21,1213; Lc 19,45-46; Gv 2,13-22). Si può discutere ancora sulla storicità di questi eventi, sui vari livelli redazionali e sul loro significato teologico. Impressionante però rimane sempre la figura di un Gesù che qui si comporta in modo poco tenero, anzi, violento e troppo severo, insomma, politically incorrect! Tale appare il Gesù marciano talvolta anche nelle parole. (...) Così, Gesù ammonisce l’autore degli scandali con un Giotto : Cacciata dei mercanti dal Tempio (Cappella degli Scrovegni - Padova) augurio di morte particolarmente suggestivo: “È meglio per lui che gli sia appesa al collo una grossa pietra e sia gettato in mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli” (Mc 9,42 e par. [Mt 18,6; Lc 17,2]). Egli si mostra poi particolarmente duro con i farisei e altre autorità, con accuse dirette a loro in varie occasioni (cf. Mc 7,6-13; 12,40). Al riguardo, sembrano opportuni due rilievi dalla prospettiva della misericordia. febb r a i o 2 0 1 6 6 Il primo, concernente il sentire o l’agire di Gesù che appare in contrasto con la misericordia, è già all’interno dei primi racconti delle attività di Gesù: l’evangelista in una particolare occasione lo descrive mentre guarda “con collera/sdegno” i farisei, i quali lo spiano per accusarlo (cf. Mc 3,5a). A dire il vero, sempre nella descrizione di Marco, lo sdegno di Gesù va insieme con l’essere “contristato per l’indurimento del loro cuore” (cf. Mc 3,5a). Anche se è da stabilire ancora il senso esatto dell’aggettivo, che si trova solo qui nel Nuovo Testamento, abbiamo in Gesù certamente un sentimento che sembra assomigliare a quella santa collera di Dio che troviamo in Sal 95, proprio di fronte a un popolo dal cuore indurito che non riconosce le sue vie. L’atteggiamento quindi di Gesù, qui come nelle situazioni simili dove egli viene in qualche modo “provocato”, sottolinea la gravità della situazione, di fronte alla quale egli non può rimanere indifferente. Il secondo riguarda le parole severe di Gesù. Particolarmente indicativa al riguardo risulta la dichiarazione di Gesù sul peccato che non sarà mai perdonato: la bestemmia contro lo Spirito Santo (Mc 3,29 e par.; cf. Lc 12,10; Mt 12,32). Prima di menzionare il peccato imperdonabile, Gesù stesso mette in risalto la grandezza della misericordia divina nel perdonare tutti i peccati possibili (cf. Mc 3,28). Tutto il detto di Marco 3,28-29, articolato con una struttura chiastica o circolare dopo un’introduzione solenne, merita di essere riportato per Basilica di San Pietro intero a causa della sua importanza per un’ulteriore riflessione: 28 In verità vi dico che tutto sarà rimesso ai figli degli uomini: i peccati e le bestemmie, per quanto abbiano potuto bestemmiare. 29 Ma colui che avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà remissione in eterno, ma sarà reo di peccato in eterno (...) Senza entrare nella discussione sulle varie interpretazioni dell’espressione chiave in cui “il termine ‘bestemmiare’ denota il peccato contro Dio ed indica il misconoscimento della sua azione nella gloria”, teniamo a segnalare il paradosso: proprio nel rivelare con chiarezza “il limite” della misericordia di Dio o meglio, per usare un’espressione moderna, la situazione off-limits della misericordia divina, Gesù ha dimostrato appunto la sua misericordia nel dire la verità, anzi, tutta la verità su quella misericordia di Dio, che è comunque già in parte tale nell’Antico Testamento. Dalla prospettiva della misericordia, si può facilmente intuire che la bestemmia contro lo Spirito potrebbe avere qualche contenuto simile al rifiuto permanente che l’uomo ha di fronte all’agire di Dio per lui e quindi di fronte alla misericordia divina donata a lui. Logicamente, chi rifiuta la misericordia di Dio, non la riceve mai! febb r a i o 2 0 1 6 7 Questo è vero anche sul piano teologico. Dio invita, chiama, esorta, ma non forzerà o costringerà mai nessuno alla sua misericordia, perché rispetterà sempre la libera scelta dell’uomo, sebbene tale rispetto lo farà soffrire, proprio nella sua misericordia ed amore, per il possibile rifiuto umano. A margine, aggiungiamo che quanto affermato risulta vero anche dalla prospettiva del sacramento della riconciliazione, come fa notare in una conversazione privata p. Francesco Scialpi, docente di liturgia al Seraphicum: Il penitente riceve il perdono offerto da Dio solo quando lui mostra il pentimento, pur piccolo e imperfetto. Sul piano spirituale esistenziale, si tratta della verità proclamata ripetutamente da papa Francesco fin dai primi giorni del suo pontificato: Dio non si stanca mai di perdonarci, solo noi ci stanchiamo talvolta di chiedere il perdono. Post-scriptum A proposito, ci preme richiamare due pensieri di papa Francesco nel suo recente libro-intervista Il nome di Dio è misericordia (Piemme, Milano 2016). 1) Alla domanda “Ci può essere misericordia senza il riconoscimento del proprio peccato”, il Papa esprime la sua preoccupazione di un buon pastore in un testo importante (p.71-72) che riportiamo con qualche nostro commento tra parentesi quadrate: “La misericordia c’è, ma se tu non vuoi riceverla... [i tre punti sono del Papa e sono davvero molto significativi!] Se non ti riconosci peccatore vuol dire che non la vuoi ricevere, vuol dire che non ne senti il bisogno. A volte puoi avere difficoltà a capire che cosa ti è accaduto. A volte puoi essere sfiduciato, credere che non sia possibile rialzarsi. Oppure preferisci le tue ferite, le ferite del peccato, e fai come il cane: le lecchi con la lingua, ti lecchi le ferite [il paragone troppo forte, troppo drastico e quasi offensivo, ma serve forse per svegliare chi deve essere svegliato!]. Questa è una malattia narcisista che porta l’amarezza. C’è un piacere nell’amarezza, un piacere ammalato. Se non partiamo dalla nostra miseria, se rimaniamo perduti, se disperiamo della possibilità di essere perdonati, finiamo col ©Evandro Inetti leccarci le ferite che restano aperte e non guariscono mai. Invece la medicina c’è, la guarigione c’è, se soltanto muoviamo un piccolo passo verso Dio o abbiamo almeno il desiderio di muoverlo. (...) È importante non crederci autosufficienti”. 2) In un momento successivo, il Papa denuncia i corrotti e lo stato di corruzione che, a quanto abbiamo potuto notare, avrà delle caratteristiche simili a quelle del peccato irremissibile di cui parla Gesù. febb r a i o 2 0 1 6 8 Ecco alcune frasi più indicative del Papa a riguardo: “La corruzione è il peccato che invece di essere riconosciuto come tale e di renderci umili, viene elevato a sistema, diventa un abito mentale, un modo di vivere. Non ci sentiamo più bisognosi di perdono e di misericordia, ma giustifichiamo noi stessi e i nostri comportamenti (p. 92)”. “Il corrotto si stanca di chiedere perdono e finisce per credere di non doverlo più chiedere” (p. 93). Foto: www.funzionepubblica.gov.it “La corruzione non è un atto, ma una condizione, uno stato personale e sociale, nel quale uno si abitua a vivere” (p. 94). “Il corrotto spesso non si accorge del suo stato, proprio come chi ha l’alito pesante e non se ne rende conto [un’altra immagine drastica]. E non è facile per il corrotto uscire da questa condizione per un rimorso interiore. Generalmente il Signore lo salva attraverso le grandi prove della vita, situazioni che non può evitare e che spaccano il guscio costruito poco a poco, permettendo così alla grazia di Dio di entrare (p.95)”. “Dobbiamo pregare in modo speciale, durante questo Giubileo, perché Dio faccia breccia anche nei cuori dei corrotti donando loro la grazia della vergogna, la grazia di riconoscersi peccatori bisognosi del Suo perdono” (p.96). Il presente testo rappresenta un’anteprima di un libro di prossima pubblicazione: D.A.N. NGUYEN, “Per un quadro completo della ‘cristologia della misericordia’ nei Vangeli. Rilievi e chiarimenti dall’analisi del vangelo di Mc”, in B. COMMODI – V. GASPERONI PANELLA (ed.), Gesù Cristo Misericordioso e Salvatore. Riflessioni bibliche e teologiche, esperienza mistica, letteratura e arte. *OFMConv, docente di Esegesi e Teologia biblica febb r a i o 2 0 1 6 9 speciale tommaso da celano Un fratello ed un amico ritrovato: Tommaso da Celano, frate minore abruzzese di Domenico Paoletti* Il convegno internazionale su “Tommaso da Celano, agiografo di san Francesco”, celebrato nella nostra Facoltà Teologica del Seraphicum il 29 gennaio scorso, è stato un evento che ha segnato la ricerca degli studi del primo biografo e compagno di san Francesco d’Assisi, se non altro per aver fatto il bilancio degli studi dell’opera del celanese e aperto nuove piste e prospettive per ulteriori approfondimenti. A un anno dalla scoperta della nuova Vita beati patris nostri Francisci (Vita brevior), commissionata al frate abruzzese dallo stesso frate Elia ministro generale (1232-1239) e a lui dedicata, una scoperta paragonata a quella fatta nel 1922 della Compilatio Assisiensis, la Facoltà ha programmato e organizzato un convegno convocando i migliori studiosi dell’opera di Tommaso da Celano per raccogliere elementi nuovi sul francescanesimo delle origini e, indirettamente, sulla personalità dell’agiografo abruzzese così da riconoscere meglio l’esemplarità del frate coinvolto con convinzione e con coerenza di condotta nella stessa sequela evangelica del poverello di Assisi. Il convegno è stato il primo evento che ha approfondito la scoperta della Vita brevior, leggendola insieme alle altre agiografie del frate della Marsica grazie alla presenza - tra gli insigni studiosi (Sedda, Accrocca, Guida, Kumka, Casarin e Bertazzo) - dello scopritore della Vita ritrovata, il professor Jacques Dalarun, che con la competenza e la chiarezza riconosciute, ha fatto cogliere e gustare al numeroso pubblico interessato una decina di novità che si riscontrano in questo testo. Siamo in attesa degli Atti, la cui pubblicazione è prevista entro questa estate, per dare in mano ai vari studiosi e cultori del francescanesimo i contributi presentati al convegno. La finalità dell’appuntamento era anche quella di approfondire lo status quaestionis del processo di riconoscimento canonico della santità di Tommaso da Celano apportandovi nuovi elementi sia attraverso una ricostruzione della devozione a Tommaso nel corso dei secoli e sia una rivisitazione della negotium sanctitatis aprendo percorsi per il futuro della causa. febb r a i o 2 0 1 6 10 Come esergo del Convegno infatti è stato riportato quanto confessa frate Tommaso del suo amore verso Francesco che l’ha coinvolto in una profonda comunione di vita evangelica: «Noi l’abbiamo potuto conoscere meglio degli altri per lunga esperienza, frutto di assidua comunione di vita e di scambievole familiarità» (Prologo del Memoriale, 1: FF 578). Va rilevato il numeroso pubblico composto di studiosi, francescanisti accorsi anche dall’estero, e una nutrita e significativa partecipazione di popolo abruzzese, proveniente per la maggior parte dal territorio della Marsica con autorità civili e religiose. Un cinquecento persone hanno riempito l’auditorium del Seraphicum. Il convegno ha avuto una larga risonanza anche sui mass media, in particolare sulla stampa abruzzese, sul TGR e su varie emittenti locali. L’attenzione di noi frati, in particolare di noi frati abruzzesi, custodi del corpo di Tommaso da Celano, è quella che il convegno non resti fermo all’evento ben partecipato, ma sia un momento significativo di un processo che si vuole attivare e continuare perché si conosca sempre più e sempre meglio la testimonianza evangelica del compagno e primo biografo di san Francesco e di santa Chiara. Come abruzzese ho avvertito nel clima della giornata che la figura di Tommaso, oggettivamente di primo ordine nel movimento francescano delle origini, è stata ritrovata da noi abruzzesi. Per una provvidenziale combinazione la Vita ritrovata ci ha fatto ritrovare anche il suo Autore che era rimasto al ricordo di biografo di san Francesco, senza che esercitasse un particolare fascino nell’immaginario popolare. Gli studi presentati hanno fatto emergere invece un Tommaso talmente discreto da conservare un costante silenzio su se stesso per lasciare tutto lo spazio e l’importanza al “beato padre Francesco”. La sua non autoreferenzialità è uno dei punti toccati durante il convegno tanto da far risaltare la sua umiltà come verità dell’amore e della relazione autentica ed oblativa. La discrezione di Tommaso ha risvegliato paradossalmente un certo senso di identità e di appartenenza in noi abruzzesi, specie tra la gente della Marsica ben rappresentata al simposio romano. Sarebbe interessante esaminare i suoi scritti e coglierne l’abruzzesità per riscoprire Tommaso come rappresentante Affresco nel chiostro di san Francesco a Tagliacozzo (Aq) di una certa cultura abruzzese, in particolare marsicana. ©UfficioStampaSeraphicum febb r a i o 2 0 1 6 11 Accenno ad alcuni tratti - in qualche modo rimbalzati nel corso del dibattito congressuale - che attendono una verifica attraverso lo studio storico critico-letterario delle opere del celanese. La generosità nel dare importanza agli altri e si traduce nell’accoglienza grata dell’altro; la gentilezza del tratto rispettoso e attento all’altro, specie se bisognoso; l’eleganza sobria e a tratti asciutta. Il Nostro nato a Celano, tra il 1185-1190, e morto in S. Giovanni in Val di Varri nel 1260, esprime l’anima abruzzese naturaliter francescana attraverso l’entrare con entusiasmo nella fraternità raccoltasi attorno a Francesco nel 1215 come attesta egli stesso: «Il Buon Dio per sua bontà si ricordò di me» facendomi entrare a Santa Maria degli Angeli “con alcuni uomini letterati e alcuni nobili, ben felici di unirsi a lui (Francesco)” (VbF 56-57; FF 420-421). Sembra, da alcuni indizi, che fra Tommaso abbia accompagnato san Francesco in Abruzzo nel 1216. Nel Capitolo delle stuoie del 1221 fu inviato dal Poverello missionario in Germania insieme ad altri frati tra i quali Cesario da Spira. In Germania ricoprì l’incarico di custode in diversi luoghi. Verso il 1224 fece ritorno in Italia e probabilmente era in Assisi quando Francesco morì il 3 ottobre 1226. Sicuramente era presente alla canonizzazione di Francesco nel 1228 e il papa Gregorio IX gli diede l’incarico di scrivere la vita del Santo, la Vita del Beato Francesco (la cosiddetta Vita Prima) opera che continuò con la Vita brevior; nel 1247, su richiesta del ministro generale Crescenzio da Jesi, scrisse il Memoriale nel desiderio dell’anima (la cosiddetta, erroneamente, Vita seconda) e, qualche anno più tardi, verso il 1252-1253 lo completò con il Trattato dei miracoli di san Francesco. Nel 1255 scrisse la sua ultima opera, su committenza di papa Alessandro IV, la Leggenda di santa Chiara Vergine. Dagli scritti e dalla sua attività emerge un Tommaso abruzzese glorificatore ed imitatore del poverello di Assisi. La ricerca va continuata su fonti storiche e archivistiche. *OFMConv, docente di Teologia fondamentale @fraterdominicus febb r a i o 2 0 1 6 12 Vita brevior: UNA SORTA DI “libreria portatile” PER I FRATI IMPEGNATI NELla predicazione itinerante di Jacques Dalarun* Al venerabile e reverendo padre frate Elia, ministro generale dei frati Minori. La Vita del gloriosissimo padre nostro Francesco che, per ordine del signor papa Gregorio, ma istruito da te, padre, da un certo tempo già ho composto in un’opera più completa, a causa di quelli che le rimproverano, forse a ragione, la moltitudine delle parole, su tuo ordine ora l’ho sintetizzata in un opuscolo più breve e ho procurato di scrivere in un discorso succinto almeno le cose essenziali e alcune cose utili, ommettendo le più (VB 1). Una Vita dovuta a Tommaso da Celano e ordinata da Elia era stata finora solo ipotizzata da me nel 2007, sotto il titolo di Leggenda umbra. Il testo che avevo faticosamente ricostituito ricucendo diversi frammenti, soprattutto contenuti in breviari, rappresentava solo il 40% dell’opera oggi tornata a galla. Si capisce ora che quella, ordinata dal ministro generale e non più dal papa, era destinata a un uso interno all’Ordine dei Frati minori, contrariamente alla Vita prima. […] Dal prologo (VB 1), abbiamo anche capito che la Vita prima era stata oggetto di critiche, assai probabilmente da parte di certi frati, a causa della sua prolissità, ma anche a causa del suo modo di presentare le cose. Continua, infatti, la lettera di dedica: Scheda Edizioni BF Infatti, benché alcuni vogliano forse che si dicano certe cose diversamente da come son dette, tuttavia in modo più sicuro deve essere seguito in ciò il tuo solo giudizio, a cui il Santo di Dio più che ad altri aprì il suo animo e lui stesso confidò più volentieri ciò che doveva fare (VB 1). […] Adesso si sa che Tommaso da Celano non stese due Vite di Francesco, ognuna dotata di una raccolta di miracoli, ma tre biografie con tre raccolte. Opera che fu anche una via crucis. Ci si ricorda l’amarezza espressa nelle ultime righe dedicate dall’agiografo al suo eroe alla fine del Tractatus de miraculis: Non possiamo ogni giorno produrre cose nuove, né mutare ciò che è quadrato in rotondo, e neanche applicare alle varietà così molteplici di tanti tempi e tendenze ciò che abbiamo ricevuto come unica verità. Certo non siamo stati spinti a scrivere ciò per vanità, né ci siamo lasciati sommergere dall’istinto della nostra volontà fra tanta diversità di espressioni; ma ci spinsero al lavoro le pressioni e le richieste dei confratelli ed ancora l’autorità dei nostri superiori ci condusse a portarlo a termine (3C 198). febb r a i o 2 0 1 6 13 Tale amarezza non può provenire dal fatto che Tommaso si sarebbe sentito costretto di stendere miracoli (l’aveva già fatto due volte prima senza lamentarsi), mentre si percepisce già, nella lettera prologo della Vita brevior, una certa renitenza: “a causa di quelli che le rimproverano, forse a ragione, la moltitudine delle parole…”; “benché alcuni vogliano forse che si dicano certe cose diversamente da come son dette…”. Si intuisce che, sin da questo momento, le critiche contro la Vita prima avevano ferito l’agiografo, mentre l’obbligo di riprendere la penna per dire altrimenti cose che pensava di aver già perfettamente espresse gli pesava. […] Siccome la Vita brevior fu ordinata come abbreviazione della Vita prima, poiché, in conseguenza, la seconda fa solo la metà della lunghezza della prima, è normale che certi episodi della Vita prima non siano ripresi nel suo riassunto. D’altronde, molte di queste omissioni toccano ad episodi ripetitivi, non particolarmente salienti, o a commenti aggiunti da Tommaso da Celano alla sua narrazione. Più significativa mi pare l’omissione della denudazione di Francesco davanti al vescovo di Assisi. La Vita brevior salta direttamente alla conclusione del conflitto tra Francesco e suo padre: “Ormai cessata la persecuzione paterna” (VB 7). L’episodio della denudazione fa tanta impressione, fu tanto ripreso dalle Vite ulteriori che il suo obblio nella Vita brevior non può essere che voluto. L’unica altra fonte che lo dimentichi è precisamente la Legenda ad usum chori, perché dipendente dalla Vita brevior. […] Non escludo che questo ritornare a galla di bolle di memoria sia spontaneo. Sono sicuro che gli episodi nuovamente registrati sono autentici. Ma – voglia dei soci, dell’agiografo o del ministro generale committente – quasi tutte le novità biografiche fattuali spettano alla Giotto, Rinuncia agli averi Basilica superiore di Assisi povertà: e quello non è fortuito. Il richiamo alla povertà del fondatore come povertà vissuta, materiale, fisica, socialmente collocabile, non simbolica, non meramente spirituale procede ovviamente da una volontà politica, in contraddizione con certi punti, ad esempio, della Quo elongati del 1230. Un ultimo aspetto della novità della Vita brevior proviene non da un apporto d’informazioni nuove, ma da una meditazione intima di Tommaso da Celano. […] Ho emesso l’ipotesi che tale codice sia il più antico manoscritto di produzione francescana. C’è ancora molto da capire sulla sua fabbrica, la sua fattura, la sua origine, la sua destinazione e il suo utilizzo nella lunga durata. Secondo me, fu prodotto ad Assisi, nel decennio 1230, prima del 1239 comunque, da un frate o un gruppo di frati come libreria portatile destinata ad alimentare la predicazione itinerante di un frate o un gruppo di frati che, con la povertà materiale, la predicazione penitenziale e l’itineranza, cercavano di conservare la forma vitae delle origini francescane. *Testo tratto dalla relazione che sarà pubblicata negli Atti del convegno “Tommaso da Celano-Agiografo di s. Francesco” febb r a i o 2 0 1 6 14 riscoprire NON SOLO la grandezza delle sue opere ma ANCHE l’opera grande della sua vita. di Pietro Santoro* Già nel 2013 apprezzavo lo sforzo di non permettere che la memoria di questo figlio di Francesco e padre della Biografia Francescana cadesse nell’oblio, e alla luce della giornata di oggi devo lodare non solo il mantenimento di questo proposito ma il superamento dello sforzo stesso. Il Santo Pontefice Roncalli, in un discorso nella Papale Basilica Lateranense, metteva in evidenza come fra Tommaso – mi permetto di aggiungere primo fra tutti – poi emulato da San Bonaventura, ma entrambi illustratori più attendibili e più devoti, “hanno offerto al mondo il manuale più perfetto di vita religiosa, eletta e santa, e la forma veramente magistrale per ottenere dallo sforzo collettivo di tutti i figli di San Francesco successi consolantissimi di rinnovamento religioso e sociale”. Quando fra Tommaso nel prologo del suo scritto ci riferisce di aver potuto conoscere Francesco “meglio degli altri per lunga esperienza, frutto di assidua comunione di vita e di scambievole familiarità” ci da garanzia dell’autorevolezza delle sue parole, ma non senza umiltà, dal momento che egli si scusa se il frutto del suo lavoro possa risultare manchevole di esattezza. Ma fra Tommaso cosa ha visto? Cosa e chi ha conosciuto? Cosa ha sentito? Di cosa è stato testimone? Del Francesco, riduttivo di alcune rivisitazioni cinematografiche, o non piuttosto di un cristiano dalla schiena dritta, che innanzitutto per sè e poi come esempio agli altri ha compiuto il cammino della vita fedele alla chiamata alla santità? Di questo è biografo fra Tommaso da Celano: di null’altro che di quel rinnovamento religioso e sociale che, se pur embrionalmente presente da tempo, era stato canonicamente sancito dal Concilio Lateranense IV e dalla ferrea volontà di Lotario di Segni e che autorizzava Francesco e i suoi Frati a vivere il Vangelo “come Cristo gli comandava”. Dobbiamo anche necessariamente prevenire un altro errore: sebbene noi tutti ormai siamo abituati a conoscere fra Tommaso come il biografo di San Francesco legandolo indissolubilmente alla sua figura e con ogni probabilità anche di Santa Chiara, non dobbiamo pensarlo come un semplice trascrittore di fatti, se pur importanti. […] Ecco cosa siamo chiamati a riscoprire di questo nostro amato figlio: la grandezza delle sue opere, ma non meno l’opera grande della sua vita. Fra Tommaso non è un seme messo a caso nella nostra terra, nell’Ordine e nella Chiesa universale; non è stato posto come oggetto di competizione tra chi lo vuole, chi lo rivendica o chi ne pretende il copyright. La figura di quest’uomo deve essere segno di nessun’altra gara se non quella che ci viene riproposta dall’apostolo Paolo: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”. *Vescovo dei Marsi Testo tratto dalla relazione che sarà pubblicata negli Atti del convegno “Tommaso da Celano-Agiografo di s. Francesco” febb r a i o 2 0 1 6 15 TOMMASO DA CELANO: UN BEATO VOX POPULI: TESTIMONIANZE E ANEDDOTI DI UNA PROFONDA DEVOZIONE di Emil Kumka* Già nel XIII secolo, accanto all’ammirazione per l’opera agiografica del frate marsicano su san Francesco, si trovano, nelle prime cronache minoritiche, notizie parziali, ma che testimoniano la sua spiritualità. Nel secolo successivo a Tommaso vengono attribuite qualifiche di “scientia et sanctitate praeclarus”, (Clareno) “vir sanctissimus” (Arnaldo da Sarrant). «Il secolo XV-inizio XVI ripete nella più antica versione della Legenda S. Clarae, il già citato “Santo Frate Tomma da Celano… vero figliuolo della obbedienza”; e con Mariano da Firenze: “il santo discepolo de santo Francesco, Frate Tomaso da Celano”» (Odoardi, 18). L’inizio del XVI secolo è legato alla vicenda della traslazione, per meglio dire, del “sacro furto” del corpo del Celanese dalla chiesa di San Giovanni presso Val di Varri, effettuato una notte dai frati del convento di Tagliacozzo, e che lo deposero nella loro chiesa conventuale di San Francesco. […] La ricorrenza della festività in onore di fra Tommaso, si celebrava a Tagliacozzo il 2 agosto in occasione dell’Indulgenza della Porziuncola (il Perdono di Assisi), con l’esposizione e la venerazione delle reliquie, nonché l’invocazione della preghiera al beato Tommaso, e il Lunedì di Pasqua, con lo stesso procedimento liturgico. Inoltre, la sua figura veniva ricordata, insieme con il Serafico Padre San Francesco, il 4 ottobre. A Celano, invece, si celebrava ogni anno la seconda domenica di ottobre. La commemorazione a Tagliacozzo ha subito dei cambiamenti, come testimonia il manifesto religioso della ricorrenza, stabilita nell’ultima domenica di ottobre, con una novena di preparazione, il cui testo è stato conservato. Le celebrazioni legate al mese di ottobre, probabilmente, riflettono la prescrizione del Martyrologium Franciscanum del 1939, separando, però, la sua ©Ufficio stampa Seraphicum festività dalla solennità di San Francesco d’Assisi, per dare a fra Tommaso spazio e tempo autonomo, almeno nella sua terra d’origine. […] Nella chiesa di san Francesco in Celano, vi è un altare dedicato al beato Tommaso con un quadro che lo raffigura, realizzato nel 1984 dal pittore avezzanese Gianni Petriccone cultore del beato. Vi è anche un reliquiario che contiene le sue ceneri donato dai Frati di Tagliacozzo dopo che era stato rubato lo scrigno originario antico. febb r a i o 2 0 1 6 16 Questa reliquia fu portata processionalmente nel 1991 da piazza Quattro Novembre con la presenza del parroco don Claudio Ranieri e di fra Amedeo del convento di Padova. Da una lettera del 26 dicembre 1991 scritta da Camposampiero al Priore della Confraternita Agostino Morgante risulta che questo p. Amedeo si stava interessando al restauro dei quadri della chiesa di san Francesco di Celano in modo che essa, affermava, acquisti il necessario decoro anche per il motivo che probabilmente un soggetto della Sacra Congregazione di Roma potrebbe desiderare un controllo della continuità del culto verso il Beato Tommaso, anche nella sua patria. Come accadeva anticamente (Corsignani, Reggia Marsicana, II,170) ancora oggi si celebra la festa del beato Tommaso nella seconda domenica di ottobre e si bacia la reliquia. Vi è il testo di un Canto popolare in onore del beato Tommaso da Celano. Il culto al beato Tommaso, oggi è molto sentito dai Celanesi e non, che frequentano la chiesa di san Francesco, sostando e pregando presso l’altare, e lasciando dei fogli con preghiere. A detta dei responsabili della chiesa, negli ultimi anni vi è stato un incremento. Vengono distribuite anche delle immaginette del beato con una Supplica. […] Il culto a fra Tommaso da Celano si esprime, anzitutto, ©Ufficio stampa Seraphicum attraverso le preghiere e le celebrazioni in suo onore. Il numero delle ricorrenze in cui viene commemorato (quattro a Tagliacozzo, durante l’anno liturgico), testimonia l’importanza e il legame della popolazione a questo frate francescano. La raccolta delle preghiere, utilizzate negli ultimi decenni, anche oggi in uso, offre una sorprendente ricchezza di espressioni per il culto, circoscritto alle due località. Sono sei le composizioni che esprimono la lode, la supplica delle grazie, la supplica di conferma ufficiale della Chiesa, la preghiera per la popolazione di Tagliacozzo, le invocazioni per tutti gli stati di vita, per le fasce di età e per le necessità dei cristiani. Inoltre la novena, che preparava alla festività annuale, riguarda in particolare la famiglia religiosa serafica, e implora i doni per i seguaci del Poverello di tutti e tre gli Ordini francescani. Nelle preghiere si evidenziano le virtù teologali (fede, speranza, carità) di fra Tommaso, e le virtù della vita consacrata (povertà, obbedienza). L’impegno missionario è un’altra caratteristica esemplare del frate marsicano, e la sua familiarità con il Santo d’Assisi, lo costituisce fedele discepolo e divulgatore della sua vita gloriosa, attraverso gli scritti biografici. Il servizio pastorale, l’esercizio del sacerdozio, la cura per le Clarisse, la disponibilità e la docilità nella vita religiosa, sono altri perni su cui si basano le preghiere a lui innalzate. Inoltre esistono almeno due canti in onore di fra Tommaso. Il primo è tipicamente devozionale; il secondo, invece, esprime, con un linguaggio più teologico, le azioni pastorali del Celanese. *OFMConv, docente di Francescanesimo e direttore della Biblioteca del Seraphicum Testo tratto dalla relazione che sarà pubblicata negli Atti del convegno “Tommaso da Celano-Agiografo di s. Francesco” febb r a i o 2 0 1 6 17 Il “negotium sanctitatis” di Tommaso da Celano: “status quaestionis” di Giuseppe Casarin* Riprendere e riannodare il percorso storico e formale della questione della santità del primo biografo di san Francesco è opera quanto mai complessa e intricata. Occuparsi, infatti, del negotium sanctitatis di Tommaso da Celano è, secondo l’immagine di un esperto in materia, come avventurarsi in un «fitto bosco in cui anche un ottimo botanico si smarrisce se non trova una segnaletica che lo orienti» (F. Veraja). [...] Lasciando inizialmente sullo sfondo alcuni nodi problematici, che richiameremo nel corso del nostro contributo, cercheremo di fare il punto della situazione (status quaestionis) con la prospettiva di abbozzare i passi da fare e le condizioni da determinare verso una futura (e si spera non remota) dichiarazione della santità del Celano da parte dell’Autorità vaticana. Hanno certamente restituito speranza e agibilità alla nostra causa alcune recenti decisioni in materia di papa Francesco, che seguendo una prassi già ripresa dal suo predecessore, il papa emerito Benedetto XVI, ha esteso alla Chiesa intera il culto liturgico della Beata Angela da Foligno (9 ottobre 2013), successivamente del gesuita Pietro Favre (17 dicembre 2013), e ancora del gesuita José de Anchieta insieme alla mistica missionaria Maria dell’Incarnazione (al secolo Marie Guyart), e del vescovo Francesco de Laval (2 aprile 2014). Per il riconoscimento universale della santità di tutte queste figure “di particolare rilevanza ecclesiale” il papa ha proceduto alla cosiddetta canonizzazione Santa Angela da Foligno equipollente, secondo la legislazione di Urbano VIII (1623-1644), in seguito definitivamente teorizzata da Prospero Lambertini, poi papa Benedetto XIV (1740-1758). Secondo tale dottrina (di Benedetto XIV) risalente al XVIII secolo, per la canonizzazione equipollente, sono necessarie tre condizioni: il possesso antico del culto esteso; la costante e comune attestazione di storici degni di fede sulle virtù o sul martirio; la ininterrotta fama di prodigi. Espletate queste condizioni - sempre secondo la dottrina di papa Lambertini - il Sommo Pontefice, di sua autorità, può procedere alla canonizzazione equipollente, cioè all’estensione alla Chiesa universale del culto di un servo di Dio non ancora canonizzato, mediante l’inserimento della sua festa, con messa e ufficio, nel calendario della Chiesa universale. Si tratta di una prassi effettuata regolarmente dalla Chiesa, anche se non con frequenza. Una procedura senza dubbio “straordinaria” che ha subito nei secoli diversi cambiamenti ed è stata poco utilizzata febb r a i o 2 0 1 6 18 e praticamente applicata ai casi antichi (casus excepti), ossia ai quei Beati che erano oggetto di culto pubblico ecclesiastico prima dei Decreti di Urbano VIII (1625/1634). Resta pur vero, d’altra parte, che i recenti atti pontifici (di papa Benedetto XVI e papa Francesco) hanno riguardato finora casi di canonizzazione equipollente (Beati che sono stati dichiarati Santi), mentre per una beatificazione equipollente o più precisamente per la conferma di culto di un antico beato occorre risalire al pontificato di Giovanni Paolo II, di cui ci è gradito ricordare tra gli altri il riconoscimento del culto di un’altra significativa figura degli inizi dell’Ordine, il Beato Giovanni Duns Scoto (+ 1308), culto confermato esattamente dieci anni dopo (20 marzo 1993) la pubblicazione della Costituzione Apostolica Divinus perfectionis Magister (25 gennaio 1983), di cui ci dobbiamo immediatamente occupare. [...] Trattandosi di una causa antica, è immediatamente evidente che per dimostrare le virtù eroiche di Tommaso da Celano occorra risalire alla testimonianze scritte coeve o di poco posteriori al 1260 (anno della presunta morte). La ricerca storica finora condotta per trovare documenti o prove super virtutibus del Celano non ha dato esiti soddisfacenti, risultando incompleta e non pienamente adatta allo scopo da raggiungere, malgrado i molti sforzi compiuti da parte degli studiosi che se ne sono occupati. Emerge, quindi, con estrema chiarezza il primo o uno degli aspetti più critici e discussi di tutta la questione, affrontando il quale ci si imbatte in non poche difficoltà. Rimane in ogni caso aperta la domanda: come soddisfare la condizione richiesta dalle nuove procedure canoniche? Una possibilità potrebbe essere quella di provare le virtù eroiche del Celano a partire dai suoi stessi scritti, dove si possono trovare non pochi riferimenti o spunti per la nostra ricerca, come qualche recente studio ha ben messo in evidenza. Originale e interessante potrebbe essere la pista che dallo studio e dall’approfondimento storiografico dei commenti e delle annotazioni ©Ufficio stampa Seraphicum autobiografiche presenti nelle sue opere si possono ritrovare aspetti personali e spirituali del Celano che ne rivelino la sua personalità, come attesta questa sua preghiera di fiducia e aiuto rivolta al Serafico Padre: «Concedi a me misero di seguirti così degnamente nel presente, da meritare per la misericordia di Dio di raggiungerti nel futuro» (VbF, FF 526). In questo senso la continua ricerca e l’attività scientifica sulle opere del Celano costituiscono indubbiamente una valida e preziosa fonte al reperimento di informazioni e notizie utili che possano attestare le virtù eroiche del biografo di San Francesco. *Biblista, collaboratore della Postulazione OFMConv Testo tratto dalla relazione che sarà pubblicata negli Atti del convegno “Tommaso da Celano-Agiografo di s. Francesco” febb r a i o 2 0 1 6 19 il TOMMASO DA CELANO “CRONISTA” COSA PUò insegnare all’attuale mondo dell’informazione? di Elisabetta Lo Iacono* Tra le numerose informazioni emerse dal convegno internazionale “Tommaso da Celano, agiografo di san Francesco” emerge, certamente, il marcato “spirito di servizio” che ha animato il frate abruzzese nella sua attività di narratore della vita di Francesco di Assisi. Un religioso, leggendo le opere agiografiche dei grandi testimoni della fede, si appassionerà alla loro sequela Christi e, probabilmente, si porrà delle domande sia sull’aderenza del proprio itinerario di vita sia sul generale contesto storico. Un giornalista può compiere qui un simile processo di identificazione, per rispecchiare se stesso e la propria professione nel celanese e nelle sue modalità di narrazione, rinvenendo a distanza di 800 anni uno stile attento alle fonti e al rispetto della verità. Dunque Tommaso da Celano meriterebbe anche una lettura di carattere giornalistico o, meglio, l’ambito giornalistico trarrebbe certamente giovamento da una conoscenza del suo stile e del suo profondo senso di servizio alla verità. Una suggestione offerta da alcuni passaggi dei suoi scritti e da uno stile che, mutatis mutandis, avrebbe tanto da offrire all’attuale contesto dell’informazione. Tommaso scrittore, biografo, agiografo e quindi Tommaso narratore degli eventi. Ma cosa ha da insegnare a un “collega” del XXI secolo, quali sono gli aspetti del suo stile che possono risultare di grande attualità e utili a una riflessione? I primi spunti derivano indubbiamente dal prologo alla Vita Prima, dove Tommaso spiega di aver cercato di raccontare la vita di Francesco, “con ordine e devozione, scegliendo sempre come maestra e guida la verità”. Un metodo quindi improntato al rigore e al rispetto dei fatti. Non solo: “ma poiché nessuno può ritenere a memoria tutte le opere e gli insegnamenti di lui, mi sono limitato a trascrivere con fedeltà almeno quelle cose che io stesso ho raccolto dalla sua viva voce o appreso dal racconto di testimoni provati e sinceri…”. Ne emerge uno degli aspetti più importanti della professione: la scelta delle fonti e la verifica della loro attendibilità. Tommaso non attinge a informazioni dubbie ma, oltre ad aver vissuto in prima persona quanto scrive, ricorre a testimoni “provati e sinceri”, quindi a fonti verificate e affidabili. Anche lo stile sembra avere un importante peso nella considerazione che il celanese ha del suo ruolo, ai fini della migliore resa possibile di quanto commissionatogli, tanto da auspicare per sé quella febb r a i o 2 0 1 6 20 forma che va all’essenza e senza orpelli, propria del padre Francesco: “potessi davvero essere degno discepolo di colui che evitò costantemente il linguaggio difficile e gli ornamenti della retorica!”. Una cronaca che sia accessibile a tutti, asciutta e diretta, “con stile semplice e dimesso - scrive nel prologo alla Vita Seconda -, desiderosi di andare incontro a chi è meno agile di mente e anche, se possibile, di piacere ai dotti”. Dunque la scelta di rifuggire dalle formule imbellettate, privilegiando esclusivamente il rispetto della verità sostanziale dei fatti, diremmo oggi in ossequio a uno dei presupposti del buon giornalismo. Se è vero, come è vero, che la testimonianza è un elemento imprescindibile per esprimere compiutamente quello che si vuole trasmettere, il profilo biografico di fraTommaso ci restituisce indubbiamente un missionario della verità, senza orpelli e con tanta attenzione a comunicare l’essenza del messaggio. Ci sono tre elementi, rimarcati durante il convegno dal professor Jacques Dalarun, che caratterizzano la condotta di Tommaso e che, se ci pensiamo bene, delineano appieno il profilo ideale del buon comunicatore: la marcata umiltà, la semplicità di espressione e la fedeltà, a Francesco nella fattispecie e al suo messaggio. In un’epoca caratterizzata dalla incessante proliferazione delle carte deontologiche, come estremo tentativo di riportare la professione sui binari di un’etica spesso dispersa, il modus vivendi, e quindi operandi, di Tommaso rappresenta indubbiamente un presupposto sul quale riflettere attentamente. È indubbio che al suo profilo “pratico” di narratore si aggiunge quello di un modello deontologico cui guardare con attenzione, leggendo quella triade di umiltà, semplicità e fedeltà come una bussola che dovrebbe guidare quotidianamente gli operatori del mondo dell’informazione. L’umiltà di leggere i fatti senza preconcetti e di porsi in ascolto con la curiosità e la sete di conoscere (piuttosto che di pontificare), la semplicità dello stile che non è povertà di contenuti ma una strada spianata per consentire a tutti di accedere agevolmente al senso delle notizie e, infine, la fedeltà al messaggio, senza operare volontari travisamenti e manipolazioni. Con l’onestà di fermarsi laddove i fatti devono tacere, per l’incapacità di darne spiegazione o, semplicemente, per una forma di rispetto verso i protagonisti. Un limite cui non siamo più avvezzi nell’attuale sistema informativo, caratterizzato o da colpevoli reticenze o dal continuo vociare di una informazione che non conosce soste e limiti di sorta. È per tutto questo che un giornalista, a disagio con le attuali tendenze, non può che provare uno sconfinato apprezzamento per la frase con cui Tommaso chiude il racconto dell’incontro di donna Jacopa con Francesco morente: “Sollevo la penna, perché non voglio balbettare ciò che non saprei spiegare”. Anche per questo Tommaso, l’agiografo di Francesco, dimostra di essere un ammirevole cronista da cui prendere esempio, oggi, per non finire da cronisti a modesti agiografi dei potenti di turno. Dal 1923 i giornalisti hanno come patrono san Francesco di Sales. Visti i tempi difficili per il settore, alla ricerca di una credibilità perduta, potrebbe essere affiancata la figura di Tommaso da Celano, per offrire ulteriore ispirazione e protezione, alla stampa in generale e a quella francescana in particolare. *Giornalista e docente di mass media @eliloiacono febb r a i o 2 0 1 6 21 ecclesia San Pio da Pietrelcina e san Leopoldo Mandić a Roma, pellegrini della misericordia di Felice Fiasconaro* Li ha voluti papa Francesco, nell’occasione dell’invio dei Missionari della misericordia in tutto il mondo, perché – ha sottolineato – san Pio da Pietrelcina e san Leopoldo Mandić sono «un segno di come il Padre accoglie quanti sono in cerca del suo perdono». Sono rimasti in San Pietro nei giorni 5-11 febbraio, dopo essere passati per la basilica di San Lorenzo fuori le Mura e per la chiesa giubilare di San Salvatore in Lauro. Dovunque folle enormi. Impressionante. Gente ordinata per strada, ai controlli, in chiesa. Di mattina presto, a fare il turno per entrare in San Pietro. Anziani, giovani, mamme e papà con figli a seguito, in braccio. Pazienti, devoti, in preghiera. Impressionante. Perché tanta gente? Se lo sono chiesti in tanti. E in tanti hanno cercato di dare una risposta, di fare una lettura del fenomeno. Qualcuna di queste è rimbalzata sui vari mezzi di comunicazione. Presuntuosa, arrogante, offensiva. C’è stato chi ha ironizzato che i cattolici, Foto: roma.corriere.it in quei giorni celebravano, a Roma, «il Giubileo col morto», o, con l’aria di chi crede di possedere il monopolio della cultura, ha sentenziato, livido, che questo costituiva uno di «quei fenomeni di massa sulle cose scadenti dell’esistenza». Non è nostra intenzione, qui, fare polemica. Vogliamo anche noi dare una nostra lettura del fenomeno, che, ovviamente, si muove dentro l’ambito della fede. E a noi pare perfino semplice. Noi crediamo che la motivazione più profonda di quelle centinaia di migliaia di fedeli accorsi, in quei giorni, a Roma, stia tutta nel fatto che hanno saputo leggere ed accogliere le spoglie dei due santi (più quella di padre Pio, per la verità) quale «segno di come il Padre accoglie quanti sono in cerca del suo perdono». A Roma, in quei giorni, c’era un popolo, quello di Dio, che si riconosceva bisognoso di misericordia. Papa Francesco, nella bolla di indizione dell’anno giubilare, dopo avere denunziato con parole di Giovanni Paolo II che «la mentalità contemporanea […] sembra opporsi al Dio della misericordia», aggiunge, continuando nella citazione, che «è per questo che, nell’odierna situazione della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio» (MV 11). L’uomo di oggi si scopre, quindi, bisognoso di misericordia. febb r a i o 2 0 1 6 22 A Roma, di padre Pio e di padre Leopoldo, non c’erano i loro cadaveri, ma le loro reliquie. Ed è cosa ben diversa. C’erano a Roma, cioè, i resti di due corpi quali segni sensibili di una vita non conclusa per sempre e in attesa della resurrezione finale. I resti di due corpi, che nella esistenza terrena si sono lasciati animare dalla forza dello Spirito e, attraverso di essi, ora che partecipano della sua stessa vita, Dio «manifesta vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto» (LG 50). E, nella vita di padre Pio e di padre Leopoldo, la sua presenza e il suo «volto di misericordia». Senza dire che la devozione verso le reliquie, per il credente in Cristo, non è fine a se stessa. Egli intuisce che attraverso la vita dei santi e il loro esempio «ci è insegnata la via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo» (Lumen gentium, 50). Ma già su questa terra il credente vive una speciale comunione con i santi. La Chiesa, infatti, non è costituita solo dagli uomini che vivono su questa terra, ma anche da quelli che questa terra hanno lasciato e godono, o sono in attesa di godere, della presenza di Dio. Ecco, in quei giorni, a Roma, era presente una porzione di questa Chiesa, pellegrina sulla terra ma anche celeste. Queste verità al credente non è necessario spiegarle né è necessario che sia capace di esporle con una certa sistematizzazione dottrinale, perché egli, assistito dallo Spirito Santo, possiede il sensus fidei, e cioè quell’«istinto soprannaturale, che ha un legame intrinseco con il dono della fede ricevuto nella comunione ecclesiale […], e permette ai cristiani di rispondere alla propria vocazione profetica» (CTI, Il sensus fidei nella vita della Chiesa, 2) e «di non sbagliarsi nel credere» (LG 12). Certo, c’era anche molta gente che era a Roma per chiedere a padre Pio una guarigione, una grazia, il superamento di un momento difficile, la liberazione dalle proprie paure, dalle angosce. E il contatto con la fisicità delle reliquie gli dava più sicurezza, più speranza. Ma non era sulle reliquie che contava, ma sulla preghiera rivolta a quei santi, i cui corpi sono il segno tangibile di una presenza luminosa e ininterrotta di Dio, capace di dare luce e grazia a chi in questa presenza sa riporre ancora la propria speranza. Queste verità non a tutti è dato di capirle. Gesù ci aveva avvertiti. Il Padre le rivela «ai piccoli». Come a dire che certe cose, come il fenomeno delle grandi masse attorno alle reliquie di padre Pio e di padre Leopoldo, nella celebrazione del giubileo della misericordia, possono essere capite solo da chi si apre al soprannaturale, alla trascendenza. Mi viene in mente, qui, la conclusione della dura lettera di Bruno Giurato «a quelli che si indignano per l’arrivo delle spoglie del frate di Pietrelcina a Roma»: «Ditelo […] che lo temete, che temete una qualche forma di giudizio che non sia il vostro pregiudizio […] Odiatelo per antiumanesimo, come vendetta dell’ottuso verso ciò che non capisce. Padre Pio vi fa schifo perché è giustificato solo se c’è una trascendenza. Ma il solo pensare a una trascendenza vi terrorizza» (IlGiornale.it, 8.2.2016). Dà speranza, invece, a chi ad essa si apre e in essa sa riconoscere «il volto della misericordia». *OFMConv, docente di Ecclesiologia e Padre Guardiano del Seraphicum febb r a i o 2 0 1 6 23 il dialogo in cattedra Il rapporto tra il Nuovo umanesimo e le religioni di Biagio Aprile* Si ritorna a parlare di “umanesimo”, un argomento sempre attuale, mai estinto, anzi ciò che è stato battezzato come “nuovo umanesimo” viene visto come la risorsa preziosa per trovare identità e forza quando il presente diventa incomprensibile e il futuro si fa incerto. Sono soprattutto le epoche come la nostra, segnate dalla transizione, dalla perdita di tutto ciò che ha determinato i fondamenti solidi, le certezze indiscutibili, le sicurezze necessarie dove si sono fondati i vissuti delle società, a far riemergere, con forza, il bisogno di riappropriarsi delle radici della propria identità, umana e spirituale. È da parecchi anni ormai che i media e le statistiche in genere descrivono l’Europa, ma anche gli altri continenti, come Paesi fortemente in crisi, sfilacciati, stanchi, incapaci di trovare assetti ed equilibri nonostante le eventuali forze positive, non riescono a trovare i canali giusti per poter emergere. Questa deriva esistenziale continua a porre in essere gravi processi di disumanizzazione e sradicamento, i quali, per contrasto, invocano il rifiorire di un umanesimo in cui le genuine e vere forze dell’umano possano contrastare l’imperversare della crisi. Cosa intendiamo, in questo contesto, per “nuovo umanesimo”? Tutti quei processi che permettono la cura dell’umano, che nel passato si è espressa particolarmente con il linguaggio della bellezza, della creazione artistica, della giustizia e della carità e che, in ultima analisi, rimanda a ciò che costituisce il mondo dell’uomo e il suo destino, ossia il suo mistero più profondo. L’uomo e l’umano che da lui promana hanno come primo tratto identitario l’essere a immagine e somiglianza dei Dio, ossia il rimando ad un’esistenza aperta ad un Altro e ad un Oltre, che ha sì a che fare con l’umano e quindi con l’uomo, ma che lo supera. E quale realtà potrebbe superare l’uomo se non Dio? Quel Dio invocato in tutte le religioni nel cui nome si agisce anche contro l’umanità? Solo Dio può costituire l’Oltre e l’Altro per l’uomo perché è Lui che origina l’uomo, lo comprende, lo esprime e lo rigenera. Ora, se il ritorno di un nuovo umanesimo viene invocato fortemente da più parti come necessario e indispensabile, come la Chiesa italiana ha ribadito nel quinto convegno ecclesiale nazionale “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, se non può esistere un nuovo umanesimo che non pone Dio come fondamento e interlocutore di esso; come coniugare certe esperienze religiose che, in nome di Dio, si esprimono in forme violente e devastanti, fino al punto da destabilizzare, a livello mondiale, le società con il ricorso a Dio per la costruzione di un “nuovo umanesimo”? febb r a i o 2 0 1 6 24 Il problema si infittisce se prendiamo in considerazione i fatti di Marsiglia, seconda città della Francia, crocevia di culture e religioni dove la comunità ebraica, da tempo vive in una situazione di grande preoccupazione e paura. Dal 2012 ad oggi si registrano numerosi episodi di antisemitismo, fino all’ultimo avvenuto un mese fa in cui un insegnante, che portava la kippah, è stato accoltellato. Questo ennesimo incidente ha gettato nello sconforto settantamila ebrei presenti a Marsiglia e ha portato il presidente del Concistoro israelita, Avi Amar, a chiedere agli ebrei di Marsiglia di non indossare la kippah in pubblico per ragioni di prudenza e sicurezza in un momento in cui sembra di essere in guerra. Da più parti si afferma che, oggi, gli ebrei sono identificati dai terroristi dalla kippah. Questi episodi ricordano la Shoah, quando i nazisti identificavano gli ebrei per la stella gialla di Davide che portavano al braccio. Quest’anno ottomila ebrei hanno lasciato la Francia per Israele, il Canada, l’Inghilterra. Tutto ciò fa parte, purtroppo, del grande tema che riguarda la critica della religione che inizia dagli stessi scritti biblici e attraversa le diverse epoche della storia fino ad arrivare ai nostri giorni. Ma noi sappiamo che la critica alla religione non può lasciare indifferente la fede religiosa. L’invettiva critica può diventare occasione di autoverifica e portare ad un dinamismo dentro le idee religiose, stimolando ad una critica teologica della religione e mettendo in un rapporto critico le diverse convinzioni di fede. Un serio esame autocritico sulle proprie convinzioni di fede, pertanto, potrebbe costituire l’inizio di un percorso risolutivo del conflitto legato alle forme deviate delle religioni e del contrastante ricorso ad esse per costruire il nuovo umanesimo. In sintonia con questa logica, si può comprendere lo spirito che ha animato il convegno di Firenze sul nuovo umanesimo fondato in Gesù Cristo e declinato da papa Francesco in quattro aree di impegno prioritario per la vita degli italiani e del Paese stesso bisognoso di recuperare la speranza. La famiglia, e in particolare i giovani; le relazioni tra le varie generazioni e la capacità educativa; i migranti e quanti cercano, spesso invano, di inserirsi nel mondo del lavoro; il nostro mondo, in cui abitiamo, considerato anche sotto l’aspetto ecologico, contro la cultura dello scarto, come autorevolmente indicato dall’enciclica Laudato si’. Ma aldilà degli auspici, di notevole spessore è stata l’omelia pronunciata da papa Francesco a Firenze, proprio ad apertura del convegno. Il Santo Padre ha invitato a guardare il volto di Dio umiliato, svuotato sulla croce, per incrociare il quale occorre abbassarsi. Per questo motivo, a detta del pontefice, si possono ritrovare i tratti di un umanesimo cristiano nei sentimenti di Gesù: l’umiltà, il disinteresse e la beatitudine. In particolare, sono le Beatitudini predicate sulla montagna a permettere di riconoscere la presenza di Dio nel mondo, nella cultura, nella gente. In questo abbassarsi, in questo farsi prossimi, in questo porsi ai margini dove tutto sa di esclusione e povertà, in questo uscire dalle tentazioni pelagiana e gnostica, che costringono il fedele a riporre la massima fiducia in un’autosalvezza data dalle strutture ben funzionanti o da una fede chiusa nel soggettivismo intimistico, sarà possibile ritrovare il mistero dell’incarnazione e ricondurre la Parola alla realtà. Nella consapevolezza che la vera dottrina è Gesù Cristo, «la sua carne tenera», soprattutto quando si intenerisce nelle ferite e nelle mancanze del fratello. *OFMConv, docente di Patrologia e direttore della Cattedra di dialogo tra le culture BiagioAprile febb r a i o 2 0 1 6 25 storia e personaggi Il 27 febbraio di trenta anni fa la visita alla Facoltà e Comunità dei frati GIOVANNI PAOLO II, UN SANTO AL SERAPHICUM TRA SPIRITO DI FRATELLANZA E ANEDDOTI di Luciano Fanin* La sua venuta al Seraphicum era stata preparata con molta cura in precedenti sopraluoghi per determinarne il percorso. Niente doveva restare nella improvvisazione, come avviene in circostanze come queste. La visita faceva parte di un incontro dei frati del nostro Ordine, radunati in quel periodo a capitolo generale straordinario, per trattare il tema della “Eredità kolbiana”, svoltosi in via della Pisana (Roma) presso una casa dei Salesiani. Ormai si era alle ultime battute e come di consueto si era chiesto al papa un incontro, incontro accordato volentieri. Si era in un pomeriggio di fine febbraio. L’incontro del papa a tutti i frati capitolari si doveva svolgere nell’aula magna della Facoltà, preparata a dovere per l’occasione. Il clima non era di vera festa, perché il giorno precedente nello stesso luogo si era celebrato il funerale del preside della Facoltà, p. Francesco Saverio Pancheri, morto improvvisamente per un aneurisma addominale, e pensare che da poco egli stesso aveva tenuto una relazione su p. Kolbe ai frati radunati a capitolo. Lo stesso papa nel suo discorso lo avrebbe poi ricordato con stima e riconoscenza. In questa occasione il Ministro Generale, p. Lanfranco Serrini, aveva il compito del saluto ufficiale. Tutto bene anche se il p. Lanfranco al momento di fare il suo intervento si era accorto che aveva dimenticato sul tavolo di casa parte del discorso che aveva con cura predisposto. Per fortuna la memoria e la capacità notevoli del p. Lanfranco ebbero la meglio! In quella circostanza il papa ci fece dono di una quadro di p. Kolbe, che lui stesso aveva ricevuto in omaggio, usando questa espressione: “I doni devono circolare!”. Quadro che si trova tuttora nella sala Capitolare della Facoltà (nella foto). febb r a i o 2 0 1 6 26 Il papa dopo l’incontro con i frati, ha potuto visitare i luoghi del complesso del Seraphicum (cappella, biblioteca, aule scolastiche), manifestando la sua gioia per la bellezza dell’ambiente e della casa. In quel periodo i frati docenti e gli studenti erano numerosi e l’ambiente rispondeva a pieno come spazio alle necessità del momento. Poi sappiamo come le cose sono cambiate, quanto a numeri e altro ancora! Quella sera il papa ha voluto cenare con noi. Ha chiesto però solo un tè per la circostanza. Per lui era la sua cena normale (mi viene il dubbio che facesse la quaresima). Qui due episodi che sanno di fioretti. Le suore, cuoche della casa in quel periodo, avevano predisposto il tutto con solerzia e amore. Arriva il tè: il papa chiede di aggiungere un po’ di latte e … sorpresa – dato che la cuoca aveva a nostra insaputa aggiunto un po’ di limone – il tè si trasformava in una bevanda variopinta. Il Ministro Generale, che gli stava seduto accanto, intuisce la cosa e con la rapidità suggerita dal momento, fa sparire la tazza di tè e ne chiede un’altra, ma senza il limone questa volta… Sorrisi e sguardi di meraviglia e commenti un po’ meno! Chi ci è rimasta sicuramente sorpresa è stata la cuoca che aveva predisposto il tutto, ma poi, a cose avvenute, penso che ancora oggi si porti dentro con un semplice sorriso un episodio di normale vita familiare. In quella cena ci fu un altro particolare, degno di nota. Per l’occasione noi frati eravamo tutti con l’abito francescano (in quel periodo si portava un po’ di più!), ad esclusione di un fraticello che, ben vestito con giacca e cravatta, si era collocato fra le tante tonache nere. A superare il servizio d’ordine gli era stato difficile, ma entrato nella sala da pranzo, non aveva avuto l’attenzione di porsi in un posto in disparte. Il papa ovviamente nota “l’invito a nozze senza l’abito nuziale”. Lo indica al ministro generale, che sorpreso pure lui, se la cava con una battuta: “è un docente laico della facoltà”. A volte alcune risposte ci accorgiamo che non sono proprio vere, ma solo a cose avvenute o dette! Questa visita del papa è stata per i frati capitolari, ma soprattutto per la comunità residente al Seraphicum un’occasione di festa e di salutare incoraggiamento a proseguire con gioia e impegno nel nostro cammino di formazione e di studio. Ora tutto questo con la benedizione di colui che aveva per la prima volta varcata la nostra porta di casa, non una “porta santa”, ma desiderosi che lo diventasse in seguito. A trent’anni dall’evento, possiamo dire che al momento era stato un “futuro santo” a varcarla, ma in prospettiva sicuramente può essere oggi un buon auspicio anche per noi! *OFMConv, ex Padre Guardiano e Rettore del Seraphicum febb r a i o 2 0 1 6 27 Cineforum REVENANT: IL REDIVIVO DI CAPRIO DA OSCAR di Vincenzo Laurito* L’Oscar è stato più volte annunciato, e altrettante volte la certezza che, almeno al quarto tentativo, il signor Leonardo Di Caprio ricevesse la giusta consacrazione, ha lasciato spazio all’ennesima delusione per l’acclamato divo (e i suoi numerosi fans). Ma crediamo che stavolta con la quinta nomination, arrivata quest’anno con il film “Revenant”, ultima fatica del pluripremiato e osannato regista messicano Alejandro Gonzales Iñarritu, il nostro redivivo Di Caprio possa finalmente conquistare l’ambita statuetta. Fatta questa doverosa premessa, chi scrive deve ulteriormente fare mea culpa, il motivo è presto detto. A una prima visione del film, era sembrato che il talento registico che si rivelò al grande pubblico con “Amores perros” (2000), questa volta avesse letteralmente “toppato”. Ma una precisione di merito va fatta. Nulla quaestio poteva, infatti, essere eccepita di fronte a un’opera dal forte impatto visivo che ha i numeri e la qualità per essere considerato un capolavoro: dalla fotografia sontuosa del pluripremiato Emmanuel Lubezki (qui alla seconda collaborazione con il regista messicano, dopo l’Oscar vinto lo scorso anno per la fotografia di “Birdman”), ai nove mesi di riprese di cui soltanto ottanta ore d’effettivo girato, per poter dare giusto risalto attraverso lo sfruttamento della sola luce naturale, ai già meravigliosi paesaggi alle sue lande sconfinate di fiumi, di sterminati boschi innevati, che lasciano sicuramente senza fiato il pubblico per la loro indubbia bellezza. Ma poi entrando nel vivo della trama vera e propria ci siamo chiesti il senso ultimo di questo sfarzoso esercizio di stile, al di là dei suoi virtuosismi tecnici. Il fulcro narrativo non poteva di certo essere soltanto racchiuso nel classico tema della vendetta del protagonista, alla ricerca affannosa di giustizia per i delitti perpetrati ai danni dei suoi cari. Molti e altri numerosi temi dovevano essere scardinati e riesumati proprio come il corpo apparentemente senz’anima del Di Caprio, in versione cacciatore di pelli. Innanzitutto il rapporto tra l’uomo e gli elementi naturali che via via accompagnano il suo viaggio, all’inizio del film. Siamo nel 1823 in North Dakota, una spedizione di esploratori viene inviata in quelle terre alla ricerca di pelli e pellicce. La carovana guidata tra gli altri dal cacciatore Hugh Glass (Di Caprio) trova sul suo cammino numerosi ostacoli. febb r a i o 2 0 1 6 28 Fra tribù indiane decise a difendere il proprio suolo nativo dall’invasore yankee e da comitive provenienti dal vecchio continente (francesi in particolare) e mamma orso grizzly che difende i propri cuccioli – proprio quest’ultima sarà lo spartiacque che dividerà i destini della comitiva d’esploratori da Glass/Di Caprio, anch’egli padre con figlio nativo al seguito, avuto con un’indiana pawnee (morta anni prima trucidata dai conquistadores yankees). Il nostro protagonista, alle prese poco prima con l’aggressione subita dal Grizzly, viene ritrovato in fin di vita dai suoi compagni che inizialmente cercano di prendersene cura ma che poi abbandonano al proprio destino, uccidendone anche il figlio poiché aveva invano cercato di proteggere l’amato padre. Ma dalle ceneri, anzi dalle nevi (altro elemento onnipresente nella narrazione) Hugh Glass risorgerà come moderna fenice, ponendosi sin da subito alla ricerca smodata dei suoi carnefici. Il sangue è l’altro elemento che pervade lo schermo – si vede anche quando non è presente – e rappresenta il legame filiale spezzato dalla crudeltà dell’uomo, l’avidità dell’uomo tracotante che stupra la natura e i suoi abitanti (come si vede molto bene nella digressione iniziale del film in cui si spiega la fine tragica della compagna dell’esploratore Glass) e la sete di vendetta del protagonista che nello scontro finale con il suo antagonista omicida farà schizzare quel sangue anche sulla cinepresa (ed in questo i lunghi e rinomati piani sequenza di Iñarritu servono a sottolineare egregiamente tale tensione drammatica). E quando i morti troveranno finalmente la pace (incluso lo spirito della moglie di Glass che appare nelle visioni del protagonista guidandolo verso i suoi assassini durante il suo percorso) la cinepresa ferma, per un istante interminabile, la maschera sofferente del redivivo Di Caprio in un’ultima intensa inquadratura che sembra dirci “Ora che sono sopravvissuto alla morte, al gelo e alle intemperie, datemi questo maledetto Di Caprio con il regista Inarritu Oscar!”. Ma ironia a parte, crediamo che tale struggente intensa e partecipata interpretazione del nostro Di Caprio vada giustamente premiata, e con essa l’ennesimo felice sforzo creativo d’un regista che, più d’ogni altro, si conferma genio visionario e fecondo produttore d’immagini che ancora per molto tempo rimarranno nel bagaglio collettivo di generazioni di spettatori. *Avvocato, collaboratore del Cineforum Seraphicum febb r a i o 2 0 1 6 29 appuntamenti CORSO SULLA GESTIONE DEI CONFLITTI C’è tempo sino al 5 marzo per iscriversi al corso di alta formazione interdisciplinare sul tema “La gestione dei conflitti nei contesti educativi secondo un approccio interculturale”, frutto di una sinergia tra la Cattedra di Dialogo tra le culture di Ragusa e il Centro interdisciplinare di Scienze per la pace dell’Università di Pisa. Il corso, in programma il 21, 22, 23, 29 e 30 aprile presso il Centro pastorale francescano per il dialogo e la pace a Comiso (Ragusa), è aperto a un massimo di trenta partecipanti che ricoprano incarichi educativi e socio-assistenziali in ambienti esposti a tensioni e conflitti, spesso dovuti a diversità di ordine culturale e religioso. L’iniziativa di alta formazione è rivolta a laureati e non laureati, insegnanti, operatori con incarichi educativi o socio assistenziali, rappresentanti del mondo delle associazioni, operatori socio-assistenziali o del mondo associativo e del terzo settore. È accolta l’iscrizione anche per interesse e motivazioni culturali. L’obiettivo, si legge, “è di analizzare la genesi del conflitto, studiarne lo sviluppo e proporre dei modelli perché possa essere opportunamente attraversato, gestito e trasformato, non nell’ottica di una sua rimozione, bensì in quella di una sua consapevole accettazione”. Verranno presentate alcune dinamiche conflittuali e alcuni modelli di gestione attraverso dei laboratori e una metodologia attiva rispondente alle esigenze degli educatori in comunità complesse. Dopo il confronto teorico applicativo fra alcuni modelli, verrà offerta l’opportunità di sperimentare alcuni approcci concreti, particolarmente idonei per la gestione dei conflitti in ambienti educativi e socioassistenziali. Il corso, della durata complessiva di 24 ore, si struttura in cinque pomeriggi distribuiti in due fine settimana, come esplicitato nel calendario, e di 1,30 ore per lo svolgimento delle prove finali (solo per coloro che ne fanno richiesta). Per maggiori informazioni, info sul sito della Cattedra di dialogo tra le culture. SAN KOLBE, MARTIRE DELLA CARITÀ “San Massimiliano Maria Kolbe, martire della carità” è l’appuntamento che, domenica 6 marzo, concluderà la rassegna “Deus caritas est - Il magistero di Benedetto XVI sull’amore nell’anno giubilare della misericordia”. A parlarne sarà fra Raffaele Di Muro, docente di Teologia spirituale e direttore della Cattedra Kolbiana della Facoltà. L’inizio alle 9.15 con l’accoglienza e l’intervento del relatore, dalle 10 alle 12 il tempo personale di silenzio e di meditazione, alle 12 la celebrazione eucaristica e alle 13 il pranzo, da prenotare presso la portineria del Seraphicum entro il giovedì precedente all’incontro (info allo 06 515031). febb r a i o 2 0 1 6 30 APPUNTAMENTI IN POLONIA… Doppio appuntamento in Polonia per fra Emil Kumka, docente di Francescanesimo e direttore della Biblioteca del Seraphicum. Il 9 e 10 marzo terrà a Varsavia, in veste di capo redattore, l’incontro del Comitato redazionale che sta lavorando alla seconda edizione ampliata e corretta del Dizionario Francescano in lingua polacca (Leksykon Duchowosci Franciszkanskiej). Il 12 marzo appuntamento a Torun per il simposio “I volti della misericordia”, organizzato per il XXV anniversario di erezione della Provincia religiosa di san Francesco dei Frati Minori (OFM) di Poznan. Tema della relazione che sarà tenuta da fra Kumka: “Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità né durezza (Am XXVII, 6). L’intesa e l’attualizzazione della misericordia secondo lo spirito di san Francesco”. … E IN SPAGNA Fra Guglielmo Spirito, docente di Spiritualità francescana, parteciperà il 21 e 22 marzo alla Faculty of Arts - Universidad de Vitoria, al Convegno internazionale “Death and Immortality in the Words of the Inklings”, tenendo una relazione sul tema “Tolkien’s ‘eucatastrophe’ in C.S. Lewis? Life and Death between Surprised by Joy, Till We Have Faces, A Grief Observed, and beyond...”. NOvità editoriali Scrutare gli orizzonti – La vita consacrata francescana 50 anni dopo il Vaticano II (Edizioni Dehoniane Bologna) è il titolo della pubblicazione a cura di Luca Bianchi (OFMCap) e con le conclusioni di fra Domenico Paoletti. Il volume raccoglie gli interventi della giornata di studio promossa dall’Istituto francescano di spiritualità della Pontificia Università Antonianum, svoltasi il 20 aprile 2015. “Scrutare gli orizzonti - scrive fra Paoletti - significa essere profeti di speranza: con il nostro stile di vita evangelica, con la nostra minorità diciamo al mondo che Dio ci viene incontro dal futuro. Con il nostro stile affermiamo che il tempo che passa non è il consumarsi o la perdita di tutto, ma è l’accoglienza del Regno che già viene. In un tempo come il nostro, frenetico, frammentato, convulso, pagano, testimoniamo e annunciamo che il tempo è un compimento, non una consumazione. Con il nostro stile e il nostro annuncio siamo poi chiamati a mostrare che il tempo in realtà non passa, ma viene a dare pienezza alla nostra umanità. Vivere e testimoniare che Gesù Cristo è il compimento e che in lui c’è il nuovo umanesimo”. febb r a i o 2 0 1 6 31 novità in biblioteca THE WRITINGS OF ST. MAXIMILIAN MARIA KOLBE VOLUME i LETTERS - VOLUME II VARIOUS WRITINGS (Nerbini International, 2016) The publication of the first English critical edition, The Writings oJ St. Maximilian Maria Kolbe, constitutes a historic event for the English -speaking readership. The sublime inspiration of the Saint’s Marian thought and spirituality transpires from every page of his writings, whether it be a treatise on the relationship between the Holy Spirit and the Immacuiate Conception, an evangelization pIan, a message of counsel to religious and laity, or a filialletter to his mother. “His deep personal relationship with the Immaculate Virgin Mary colors and enflames nearly every page. His leitmotif is love for God, the Church, the world and all its peopies. His goal is the conversion and sanctification of that world. Under the general editorship of Antonella Di Piazza, FKMI, the text has meticulous footnotes, comprehensive indices, and a brilliant introduction by Fr. Giuseppe Simbula, OFM Conv. Because the frenetic pace of St Kolbe’s active ministry afforded him no time to compose a theological Summa, this edition assembles together the wide scope of his extant writings into a unified synthesis. It represents a virtual magnum opus of Kolbean thought-at one and the same time pastoral, anthropological, philosophical, spiritual, ascetical and mystical. In the person ofSt Maximilian Maria Kolbe (1894-1941), the first half of the twentieth century found a fresh voice fearlessly defending timeless values in the contemporary context. These two volumes give vigorous new life to this prophetic voice of truth.» -Fr. James McCurry, OFM Conv. (dalla quarta di copertina) FRANCISCUS LITURGICUS (Editio fontium saeculi XIII, a cura di F. Sedda con la collaborazione di J. Dalarun, Efr – Editrici Francescane, Padova 2015, pp. 552, tav. 8) Liturgia è un termine che deriva dal greco λειτουργία, composto di λἠιτον «il luogo degli affari pubblici» (derivato di λαός, «popolo») e ʹέργον «opera». Nell’antica Grecia stava originariamente ad indicare l’ obbligo che lo stato imponeva ai cittadini più facoltosi per celebrare iniziative di utilità pubblica. Parlare dunque di ‘Francesco liturgico’ significa presentare il Santo come l’oggetto di una liturgia, come colui che deve essere celebrato dal popolo dei suoi figli e figlie e di tutti i fedeli: Francesco diviene appunto oggetto pubblico di culto, un santo, riconosciuto canonicamente attraverso la canonizzazione. La liturgia, in quanto celebrazione, non è però una semplice operazione verbale, ma risulta essere una complessa polifonia di parole, gesti, suoni, silenzi, immagini, vuoti, luci e ombre, che, armoniosamente combinati, restituiscono la performance liturgica. L’evento Francesco d’Assisi è stato fatto oggetto di approcci diversi, ma alcuni sono stati, se non del tutto, quanto meno marginalizzati; tra questi vi è l’aspetto liturgico di san Francesco, ossia quello del Francesco celebrato. Questo volume vuole essere un primo tentativo per sopperire a questa lacuna, ben consapevole che il sentiero che ho iniziato a percorrere ha bisogno di essere battuto da molti prima di diventare una strada (dall’introduzione). Segnalazioni a cura di fra Emil Kumka, direttore della Biblioteca del Seraphicum febb r a i o 2 0 1 6 32 BISAGNO, IL “PRIMO PARTIGIANO D’ITALIA” Sarà dedicata a Bisagno, il “primo partigiano d’Italia”, la serata di martedì 8 marzo, promossa dal Cineforum Seraphicum in collaborazione con il Centro culturale di Roma. L’appuntamento, in programma alle ore 21 all’Auditorium Seraphicum, sarà introdotto dal giornalista Massimo Bernardini, cui seguirà la proiezione del film documentario “Bisagno” e quindi l’incontro con il regista Marco Gandolfo. “A settant’anni dalla morte, il nome di Aldo Gastaldi continua a risuonare nella memoria di chi ha preso parte alla lotta di liberazione. Sottotenente del XV Reggimento Genio, a pochi giorni dall’armistizio sale in montagna e nel giro di pochi mesi, con il nome di ‘Bisagno’, diventa il comandante più amato della resistenza in Liguria. Gastaldi interpreta il ruolo non come potere, ma come servizio; è il primo ad esporsi ai pericoli e l’ultimo a mangiare, riserva a se stesso i turni di guardia più pesanti. Si conquista così l’amore e la stima degli uomini e delle popolazioni contadine, senza il cui sostegno la lotta partigiana sarebbe stata impossibile. Cattolico, apartitico, con un carisma straordinario, si oppone con decisione ad ogni tentativo di politicizzazione della resistenza. È ricordato come ‘primo partigiano d’Italia’. La sua statura umana e cristiana ha segnato la vita di molti compagni. A partire dalla documentazione raccolta dalla famiglia e dalle interviste a coloro che l’hanno conosciuto, Marco Gandolfo ha realizzato un film-documentario in cui l’itinerario umano e spirituale di Aldo Gastaldi si intreccia alle complesse dinamiche politico-ideologiche che hanno accompagnato le vicende resistenziali, restituendo lo sguardo di un uomo capace di interrogare anche il presente”. Costo del biglietto intero 5 euro, ridotto 3 euro. Per informazioni: [email protected]; [email protected]; www.bisagnofilm.com febb r a i o 2 0 1 6 33 CINEFORUM SERAPHICUM Nuovo mese di proiezioni e di dibattiti al Cineforum Seraphicum, ogni venerdì alle ore 21 con replica il sabato alle 16 cui segue l’incontro con gli ospiti. Questo il programma delle prossime proiezioni: venerdì 26 e sabato 27 febbraio: “Leviathan”, regia di Andrej Zvjagincev venerdì 4 e sabato 5 marzo: “Samba”, regia di Olivier Nakache e Eric Toledano; venerdì 11 e sabato 12 marzo: “Timbuktu”, regia di Abderrahmane Sissako; venerdì 18 e sabato 19 marzo: “Inside Out”, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen. Per rimanere aggiornati sulle attività del Cineforum Seraphicum, su novità, ospiti e dibattiti, si può seguire il sito web, l’account Twitter, la pagina Facebook e il nuovo canale YouTube. RASSEGNA “AL DI LÀ DEL CONCERTO” Appuntamento domenica 20 marzo, alle ore 18 all’Auditorium Seraficum (via del Serafico, 1 a Roma) con la rassegna “Al di là del concerto – Musica & Letture”, per una originale rivisitazione dei grandi musicisti di ogni epoca, non solo sotto il profilo del genio artistico ma anche nella loro quotidianità. In programma il film-concerto: Nino Rota Live su “La Strada” di Federico Fellini. Parteciperanno Antonello Sorrentino, tromba e flicorno; Nico Maraja, pianoforte, voce e autore; Franco Minissi, contrabbasso; Fabrizio Rota, batteria e arrangiamenti; Noemi Colitti, gestione contenuti video. La rassegna, sotto la direzione artistica di Pamela Gargiuto e Paola Pegan, propone i più grandi compositori, dal Barocco al Romanticismo, dalla musica per film a quella d’autore, da Vivaldi a Bob Dylan, passando per Tartini, Haydn, Mozart, Beethoven, Paganini, Nino Rota, ripercorrendo le loro note dal vivo - grazie ad affermati professionisti - e le loro vite attraverso interventi a carattere storico e critico, con immagini, filmati e letture tratte dagli epistolari degli stessi compositori così come dalle testimonianza delle persone a loro più vicine. I successivi appuntamenti sono in programma il 17 aprile e il 15 maggio, rispettivamente con “Il Violinista del Diavolo: musica, amori e guai di Niccolò Paganini” e “Bob Dylan: dal Folk all’età della disillusione”. Costo di ingresso 10 euro. Ampio parcheggio interno gratuito Per info: tel. 06 51 50 31 febb r a i o 2 0 1 6 34 francescanamente parlando FESTA DELLA facoltà Festa della Facoltà, sabato 12 marzo, con la celebrazione eucaristica e una tavola rotonda sul tema “Imparare a fare teologia insieme”. L’appuntamento è alle 9.30 nella cappella “San Bonaventura” per la celebrazione della santa messa, presieduta dal ministro generale fra Marco Tasca, cui seguirà il rinfresco e alle 11, in sala Sisto V, la tavola rotonda che proporrà due esperienze sul fare teologia insieme. Parteciperanno, nella veste di relatori, monsignor Piero Coda, preside dell’Istituto Universitario Sophia-Loppiano, sul tema “Abitare uno stesso luogo”, e p. Marko Ivan Rupnik, direttore dell’Atelier di Teologia “Cardinal Špidlík” – Centro Aletti di Roma, su “Fare teologia in modo dinamico per una visione organica”. Come ormai da tradizione, la Facoltà ricorda san Bonaventura da Bagnoregio a metà marzo in quanto il 15 luglio, memoria liturgica del santo, l’anno accademico è ormai concluso. Per questo la festa viene anticipata a una data vicina al 14 marzo, giorno nel quale si ricorda la ricognizione e traslazione del corpo di san Bonaventura a Lione. FRA DI MURO PRESIDENTE M.I. INTERNAZIONALE Fra Raffaele Di Muro, docente di Teologia spirituale e direttore della Cattedra kolbiana della Facoltà è il nuovo presidente della Milizia dell’Immacolata internazionale. Ad eleggerlo, con voto unanime, sono stati i delegati delle diverse sedi nazionali della M.I. Tra gli obiettivi del mandato, di durata triennale, il prosieguo di un rinnovato slancio missionario, proprio sulla base della strada tracciata da p. Massimiliano Kolbe. NOMINA EpiSCOPALE per il prof. accrocca Papa Francesco ha nominato Arcivescovo Metropolita di Benevento don Felice Accrocca, del clero della diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, parroco, vicario episcopale per la pastorale, docente di Storia medievale alla Gregoriana e grande studioso di Francescanesimo. Lo scorso 29 gennaio è stato tra i relatori del convegno, organizzato dalla nostra Facoltà, sul tema “Tommaso da Celano, agiografo di san Francesco”, tenendo una relazione su “L’immagine di Francesco negli scritti del Celanese”. febb r a i o 2 0 1 6 35 NUOVO VESCOVO TRA I CONVENTUALI Nuova nomina episcopale nella famiglia dei Frati minori conventuali: papa Francesco ha nominato Vescovo di Ales-Terralba (Sardegna) fra Roberto Carboni, Segretario Generale per la Formazione dell’Ordine dei Frati minori conventuali ed ex studente del Seraphicum. L’ordinazione episcopale è in programma il prossimo 17 aprile ad Ales per la preghiera consacratoria e l’imposizione delle mani di monsignor Paolo Atzei Vescovo di Sassari, e di mons. Morfino, vescovo di Alghero- Bosa e mons. Dettori vescovo emerito di Ales. “Per caritatem servite invicem - Mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” è il motto episcopale scelto (Lettera ai Galati 5, 13) dove “il servite - spiega fra Carboni - richiama Gesù, il Servo di Dio, che lava i piedi ai suoi, e san Francesco che vuole che i suoi frati siano servitori di tutti. Il servizio è ai fratelli concreti (invicem), come identità profonda della vita cristiana. Infine la carità (per caritatem) richiama Colui che è carità, uno dei nomi di Dio che san Francesco, nelle Lodi all’Altissimo, utilizza: ‘Tu sei carità, amore’. È una visione di azione pastorale improntata al servizio, alla relazione, con al centro Cristo Carità e con un riferimento all’esempio di San Francesco”. IN PAROLE FRANCESCANE Il Signore ti benedica e ti custodisca. Mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te. Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace. Il Signore benedica te, frate Leone. SAN FRANCESCO Benedizione a frate Leone: FF 262 PONTIFICIA FACOLTÁ TEOLOGICA “SAN BONAVENTURA” SERAPHICUM Via del Serafico, 1 - 00142 Roma San Bonaventura informa è a cura dell’Ufficio Stampa del Seraphicum Responsabile: Elisabetta Lo Iacono ([email protected]) Sito web Twitter Facebook YouTube febb r a i o 2 0 1 6 36