Newsletter della Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” Seraphicum
San Bonaventura
informa
ANNO IV - Nº 37
In questo numero:
Editoriale
Un abbraccio di fratellanza
Per due ore abbiamo tenuto una conversazione aperta,
con piena intesa sulla responsabilità verso le nostre
Chiese, il nostro popolo credente, il futuro del cristianesimo e il futuro della civiltà umana. È stata
una conversazione ricca di contenuto, che ci ha dato
l’opportunità di ascoltare e capire le posizioni l’uno
dell’altro. E gli esiti della conversazione mi permettono di assicurare che attualmente le due Chiese possono cooperare, difendendo i cristiani in tutto il mondo,
e lavorare insieme, con piena responsabilità, affinché
non ci sia guerra, la vita umana venga rispettata
ovunque nel mondo, si rafforzino le basi della morale
personale, familiare e sociale e, attraverso la partecipazione della Chiesa alla vita della società umana
moderna, essa si purifichi nel nome di nostro Signore
Gesù Cristo e dello Spirito Santo.
Patriarca Kirill
Abbiamo parlato come fratelli, abbiamo lo stesso
Battesimo, siamo vescovi. Abbiamo parlato delle
nostre Chiese, e concordiamo sul fatto che l’unità si
fa camminando. Abbiamo parlato apertamente, senza
mezze parole, e vi confesso che ho sentito la consolazione dello Spirito Santo in questo dialogo. Ringrazio
per l’umiltà Sua Santità, umiltà fraterna, e i suoi buoni
auspici di unità.
Abbiamo prospettato una serie di iniziative, che credo
siano valide e che si potranno realizzare. Perciò voglio
ringraziare, ancora una volta, Sua Santità per la sua
benevola accoglienza, come ugualmente i collaboratori, e ne nomino due: Sua Eminenza il Metropolita
Hilarion e Sua Eminenza il Cardinale Koch, con
le loro équipe che hanno lavorato per questo. Non
voglio partire senza dare un sentito ringraziamento a
Cuba, al grande popolo cubano e al suo Presidente qui
presente. Lo ringrazio per la sua disponibilità attiva.
Di questo passo, Cuba sarà la capitale dell’unità! E
che tutto questo sia per la gloria di Dio Padre, Figlio e
Spirito Santo, e per il bene del santo Popolo fedele di
Dio, sotto il manto della Santa Madre di Dio.
Papa Francesco
La Habana, Cuba - 12 febbraio 2016
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focus del mese: nuove considerazioni sul
ddl cirinnà
Pag. 2
Santa sede: francesco e kirill, il senso di un
incontro
pag. 4
giubileo della misericordia: il gesù
poco misericordioso
pag. 6
speciale tommaso da celano: dopo il convegno
un fratello ritrovato - pag. 10
vita brevior per la predicazione itinerante - pag. 13
l’opera della sua vita - pag. 15
beato vox populi - pag. 16
negotium sanctitatis - pag. 18
tommaso cronista - pag. 20
ecclesia: san pio e san leopoldo
Pag. 22
IL DIALOGO IN CATTEDRA: nuovo umanesimo
e religioni
PAG. 24
storia e personaggi : san giovanni paolo ii
al seraphicum
Pag. 26
cineforum: un di caprio da oscar
pag. 28
appuntamenti: incontri e novità editoriali
PAG. 30
Francescanamente parlando: festa della
facoltà e nomine
pag. 35
1
focus del mese
Considerazioni sul ddl Cirinnà
L’UNIONE UOMO-DONNA COME STABILIZZATORE DELLA società
e fattore promotore di una vita buona E bella
di Giulio Cesareo*
Le ultime settimane del dibattito politico-istituzionale sono certamente segnate dal tema della legge
sulle unioni civili e, nello specifico, sulla proposta di legge Cirinnà, che è stata approvata - dopo non
poche peripezie - nel dibattito parlamentare al Senato. Come sappiamo, il ddl comprende due argomenti
distinti: da un lato le unioni civili per persone dello stesso sesso e dall’altro la regolamentazione delle
convivenze di fatto, etero o omosessuali.
La questione sulle unioni civili è certamente molto complessa. In fondo l’istituto del matrimonio
dal punto di vista civile non è altro che il riconoscimento del valore sociale e degli effetti civili (tra
i quali ci sono sì dei doveri, ma anche una serie di tutele) per un’unione elettiva – di per sé fondata
sull’amore e sul libero consenso dei coniugi – tra un uomo e una donna.
E sin dall’antichità, un po’ in tutte le culture, per quanto mi è dato sapere
– l’umanità ha valorizzato con riti (religiosi o civili) questo tipo di unione.
E questo perché la società nel suo complesso ha riconosciuto questo
tipo di unioni come un bene per tutti, in vista sì della procreazione e
dell’educazione delle nuove generazioni, certo, ma non solo: anche come
fattore organizzatore, stabilizzatore della società e soprattutto come promotore di una vita buona,
bella, migliore. Nel rapporto d’amore di uomo/donna, infatti, nonostante tutte le povertà che la
concretezza porta sempre con sé, c’è la scoperta e il permanere nell’esperienza che la vera vita nasce
dall’incontro con l’altro da sé, con chi è distinto, con chi è altro. In effetti, la distinzione/diversità è
l’ambito all’interno del quale davvero può nascere l’incontro, che può sbocciare nella comunione,
un’unità che è l’esperienza di un amore così forte da vincere la morte, generando nuova vita. Ed è
proprio per questo che l’amore erotico tra un uomo e una donna, per noi cristiani, è sacro: è in qualche
modo l’esperienza primordiale, scritta perfino nella nostra carne, che solo l’Amore vince la morte offrendo la propria vita all’altro da sé - e, morendo per l’amato, risuscita a vita nuova. Inaugura così
l’esperienza di una comunione che accoglie definitivamente l’altro in sé e questa è la vita eterna:
l’essere per sempre in Cristo. E di tutto ciò l’amore erotico è appunto al tempo stesso il riflesso e un
cammino di scoperta.
Qualora la proposta diventasse legge dello Stato, «si potrà costituire un’unione civile fra persone dello stesso sesso
con una dichiarazione dinanzi all’ufficiale di Stato Civile, in presenza di due testimoni. I soggetti dell’unione
potranno scegliere il regime patrimoniale, la loro residenza e il cognome. Di fatto la legge inserisce nel diritto
di famiglia un nuovo istituto, che si applica solo alle coppie omosessuali. Dall’unione civile deriva l’obbligo
reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione.
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Tra l’altro, il “mezzo” per “sciogliere” il vincolo civile è quello del divorzio.
Ora il ddl Cirinnà – e questo è l’aspetto più controverso della questione – nella sua versione originale
prevedeva anche la possibilità di adottare il figlio del partner, mentre le coppie sarebbero rimaste
impossibilitate ad adottare bambini che non fossero già figli di uno di essi.
La bufera riguardava in particolare proprio la possibilità dell’adozione, che sembra puntasse – di
fatto – a una sorta di equiparazione tra l’istituto giuridico delle unioni
civili e quello del matrimonio civile. Visto lo stralcio della norma
delle adozioni nella legge votata il 25 febbraio al Senato e in attesa del
passaggio alla Camera, la senatrice Cirinnà ha dichiarato l’intenzione di
proporre una modifica alla legge generale sulle adozioni per permettere
“a tutte le famiglie, comunque composte, di poter adottare e tutelare
tutti i bambini. Abbiamo fatto un primo passo per cambiare dal Diritto
di famiglia al Diritto delle famiglie. Da oggi cambierà la nostra società”.
Come è stato ribadito più volte dal Primo ministro Matteo Renzi, il governo ha ritenuto un dovere
della presente legislatura portare a termine questo provvedimento , perché pare che l’Italia sia l’unico
Paese in Europa a non avere una regolamentazione a riguardo. Rispetto alla legge, sento di non poter
non far mie, apprezzandone la grande carità pastorale ma anche la lungimirante chiarezza, le parole
di Papa Francesco e del Patriarca Kirill nella dichiarazione congiunta recentemente firmata a Cuba:
La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna. È l’amore che sigilla
la loro unione ed insegna loro ad accogliersi reciprocamente come dono. Il matrimonio è una scuola di amore e
di fedeltà. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione,
mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio,
santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica.
E credo che questo testo non abbia bisogno di ulteriori commenti. Tra l’altro ciò non è in contrasto
con il principio della laicità dello Stato né si tratta di un’ingerenza della Chiesa nella sfera politica. In
effetti, noi cristiani sappiamo bene che non dobbiamo né possiamo pretendere che la nostra visione
delle cose sia ratificata come legge dello Stato in maniera automatica e autoritaria. Allo stesso
tempo, poi, ci rendiamo conto che in una società plurale lo Stato, per promulgare leggi per tutti, deve
partire dalle differenze e costruire mediazioni e sintesi, che non siano né compromessi al ribasso, né
espressioni di contrapposizioni ideologiche. E tutto ciò è possibile solo per una paziente e sincera
ricerca del bene comune, che per essere tale non può trascurare il tentativo di formulare delle leggi
che garantiscano ed estendano quei diritti di volta in volta in questione anche a chi ha altre visioni
della vita rispetto a noi. Nello specifico, gli omosessuali sono ovviamente dei cittadini a pieno titolo
ed è importante che essi abbiano gli stessi diritti sociali di cui godono gli eterosessuali. Ma tutti questi
diritti sociali possono essere raggiunti attraverso leggi che non equiparino la convivenza omosessuale
al matrimonio o a una famiglia, che è proprio un’altra realtà.
*OFMConv, docente di Teologia morale, Metodologia e Teologia trinitaria. Direttore dell’Istituto
“Mulieris dignitatem” per lo studio dell’unidualità uomo-donna
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santa sede
“NON CONCORRENTI MA FRATELLI”:
IL SENSO DELL’INCONTRO TRA FRANCESCO E KIRILL
di Roberto Tamanti*
Ci sono eventi che accadono i quali, al di là dei contenuti, pure importanti, che possiedono, e
degli effetti che possono avere, certamente benefici, rivestono già di per se stessi una valenza
che non è esagerato definire “storica”, per il semplice motivo che si sono verificati: tale è
stato l’incontro tra papa Francesco, il Vescovo di Roma, il Patriarca d’Occidente, e il Vescovo
Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia.
L’incontro, come è noto, si è svolto il 12 febbraio, nell’insolito scenario dell’aeroporto de
L’Avana, capitale di Cuba, luogo significativo, come
è stato da molti sottolineato, perché simbolicamente e
anche storicamente rappresenta un terreno di incontro, di
confronto, ma anche di tensione (ricordiamo la drammatica
crisi del 1962, che portò l’umanità sull’orlo della guerra
mondiale) tra Oriente e Occidente, e tra Nord e Sud del
mondo.
Ciò che sembrava impossibile e rinviato sine die fino a
qualche anno fa, ora si è realizzato, con grande spirito
fraterno e veramente evangelico, di cui il primo frutto
è stata la gioia provata dai due protagonisti, come
testimoniato da papa Francesco.
“Non siamo concorrenti ma fratelli” , dice un passaggio della dichiarazione comune (n. 24) del
Vescovo di Roma e del Patriarca di Mosca: un’espressione molto suggestiva, forte, coraggiosa,
con cui da una parte si deplorano tutti gli atti di proselitismo, di sospetto e diffidenza reciproci,
di conflitto, che si sono verificati nella storia, e nello stesso tempo ci si impegna per il futuro a
camminare da fratelli, sempre dando il primato a ciò che unisce, e non a ciò che divide, come
già suggeriva san Giovanni XXIII.
La dichiarazione comune, sopra citata, non è un testo di circostanza, in cui prevale la diplomazia
sulla sostanza dei contenuti, ma un documento che veramente tocca temi molto profondi e
valori centrali da promuovere come cristiani.
Il primo pensiero è rivolto a tutti i cristiani perseguitati nel mondo a motivo della loro fede, a motivo
della testimonianza che rendono a Cristo Signore: “Ci inchiniamo – dice il testo – davanti al martirio
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di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte
all’apostasia di Cristo” (n. 12).
La consapevolezza che tanti cristiani soffrono per la semplice ragione che sono discepoli di Cristo
non può lasciarci indifferenti, per
questo la dichiarazione auspica
che la libertà religiosa sia sempre
più promossa e garantita in tutto il
mondo e cerca di cogliere da questa
testimonianza di sangue un motivo
forte per camminare sempre più
verso l’unità delle chiese (è quello
che è stato chiamato dal Papa in altri contesti ecumenismo del sangue: “Per i persecutori – ha detto
Francesco – noi non siamo divisi, non siamo luterani, ortodossi, evangelici, cattolici… No! Siamo
uno! Per i persecutori siamo cristiani! Non interessa oltre. Questo è l’ecumenismo del sangue che
oggi si vive”).
Un altro richiamo forte che si trova nel testo della dichiarazione è al valore della giustizia (nn. 1718), visto soprattutto in relazione all’Europa, continente che vede in questi ultimi anni un sempre
maggiore afflusso di profughi e immigrati, e una crescente disuguaglianza nella distribuzione della
ricchezza, per cui in tempo di crisi economica-finanziaria molti hanno patito sofferenze e disagi,
mentre pochi hanno aumentato il loro benessere.
I due Pastori poi usano parole molto forti a difesa della famiglia e della vita (nn. 19-21): la famiglia,
comunità d’amore tra un uomo e una donna, cellula base della società, cui, dice la dichiarazione, non
possono essere equiparate altre forme di convivenza; la vita è un diritto inalienabile, che non può
essere violato attraverso legislazioni che permettano l’aborto, l’eutanasia, come anche le tecniche di
procreazione assistita, che sono una manipolazione della vita stessa.
Infine, troviamo nella dichiarazione l’appello a collaborare fraternamente per l’annuncio della Buona
Notizia del Vangelo (nn. 28-29): è la missione affidata da Cristo Signore alla Chiesa, una missione
la cui efficacia dipende molto anche dall’essere una cosa sola, come lo stesso Gesù ha chiesto nella
preghiera prima della passione (cf Gv 17): “Che siano una cosa sola, affinché il mondo creda”.
Un incontro quindi, in cui la semplicità e “ordinarietà” del contesto, del luogo, dei modi, fa emergere
ancora di più il suo grandissimo e storico significato, di cui si potrà valutare tutta la portata solo
nel corso degli anni. Come ha scritto Enzo Bianchi: “Questo incontro non segna certamente il
ristabilimento della comunione, anche se papa Francesco ha dichiarato che non vede ostacoli dovuti a
proprie rivendicazioni, ma d’ora in poi non è più come prima nel dialogo tra Chiesa cattolica e Chiese
ortodosse. Tutti i primati delle Chiese hanno incontrato il Vescovo di Roma e la sinfonia di un’unità
nella diversità può iniziare a farsi sentire”.
Il testo della dichiarazione comune
*OFMConv, docente di Teologia morale e Bioetica. Direttore di “Miscellanea Francescana”
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giubileo della misericordia
La presenza del Gesù poco tenero e misericordioso
Per un approfondimento sulla misericordia di Dio
di Dinh Anh Nhue Nguyen*
L’analisi dell’immagine del Gesù compassionevole e misericordioso nei vangeli non può non
prendere in considerazione il fatto che proprio Marco e gli altri evangelisti hanno lasciato nei
loro scritti la testimonianza di un Gesù talvolta severo e “poco misericordioso”.
In concreto, il Gesù evangelico si mostra in certe circostanze assai duro e addirittura offensivo
nell’azione e nelle parole. Tuttavia, questa “contro-testimonianza” del Gesù misericordioso
risulta preziosa per una vera comprensione della misericordia di Gesù e meritevole quindi di
qualche accenno più approfondito.
In effetti, il Gesù severo si incontra assai di frequente in Marco e il suo comportamento e
insegnamento si mostra talvolta molto duro, poco paziente e poco misericordioso.
Al riguardo basti richiamare i due episodi più conosciuti e più illustrativi, quello della maledizione
del fico (Mc 11,12-14), ripreso in Matteo 21,18-19, e
quello della cacciata dei mercanti dal Tempio (Mc 11,1517), riportata poi anche dagli altri evangelisti (Mt 21,1213; Lc 19,45-46; Gv 2,13-22).
Si può discutere ancora sulla storicità di questi eventi,
sui vari livelli redazionali e sul loro significato teologico.
Impressionante però rimane sempre la figura di un Gesù
che qui si comporta in modo poco tenero, anzi, violento e
troppo severo, insomma, politically incorrect!
Tale appare il Gesù marciano talvolta anche nelle parole. (...)
Così, Gesù ammonisce l’autore degli scandali con un
Giotto : Cacciata dei mercanti dal Tempio
(Cappella degli Scrovegni - Padova)
augurio di morte particolarmente suggestivo:
“È meglio per lui che gli sia appesa al collo una grossa pietra e sia gettato in mare, piuttosto che
scandalizzare uno di questi piccoli” (Mc 9,42 e par. [Mt 18,6; Lc 17,2]).
Egli si mostra poi particolarmente duro con i farisei e altre autorità, con accuse dirette a loro in
varie occasioni (cf. Mc 7,6-13; 12,40).
Al riguardo, sembrano opportuni due rilievi dalla prospettiva della misericordia.
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Il primo, concernente il sentire o l’agire di Gesù che appare in contrasto con la misericordia, è
già all’interno dei primi racconti delle attività di Gesù: l’evangelista in una particolare occasione
lo descrive mentre guarda “con collera/sdegno” i farisei, i quali lo spiano per accusarlo (cf.
Mc 3,5a). A dire il vero, sempre nella descrizione di Marco, lo sdegno di Gesù va insieme con
l’essere “contristato per l’indurimento del loro cuore” (cf. Mc 3,5a).
Anche se è da stabilire ancora il senso esatto dell’aggettivo, che si trova solo qui nel Nuovo
Testamento, abbiamo in Gesù certamente un sentimento che sembra assomigliare a quella santa
collera di Dio che troviamo in Sal 95, proprio di fronte a un popolo dal cuore indurito che non
riconosce le sue vie.
L’atteggiamento quindi di Gesù, qui come nelle situazioni simili dove egli viene in qualche modo
“provocato”, sottolinea la gravità della situazione, di fronte alla quale egli non può rimanere
indifferente.
Il secondo riguarda le parole severe di Gesù. Particolarmente indicativa
al riguardo risulta la dichiarazione di Gesù sul peccato che non sarà mai
perdonato: la bestemmia contro lo Spirito Santo (Mc 3,29 e par.; cf. Lc
12,10; Mt 12,32).
Prima di menzionare il peccato imperdonabile, Gesù stesso mette in
risalto la grandezza della misericordia divina nel perdonare tutti i peccati
possibili (cf. Mc 3,28).
Tutto il detto di Marco 3,28-29, articolato con una struttura chiastica o
circolare dopo un’introduzione solenne, merita di essere riportato per
Basilica di San Pietro
intero a causa della sua importanza per un’ulteriore riflessione:
28
In verità vi dico che
tutto sarà rimesso ai figli degli uomini:
i peccati e le bestemmie, per quanto abbiano potuto bestemmiare.
29
Ma colui che avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo
non avrà remissione in eterno, ma sarà reo di peccato in eterno
(...)
Senza entrare nella discussione sulle varie interpretazioni dell’espressione chiave in cui “il
termine ‘bestemmiare’ denota il peccato contro Dio ed indica il misconoscimento della sua azione
nella gloria”, teniamo a segnalare il paradosso: proprio nel rivelare con chiarezza “il limite” della
misericordia di Dio o meglio, per usare un’espressione moderna, la situazione off-limits della
misericordia divina, Gesù ha dimostrato appunto la sua misericordia nel dire la verità, anzi, tutta
la verità su quella misericordia di Dio, che è comunque già in parte tale nell’Antico Testamento.
Dalla prospettiva della misericordia, si può facilmente intuire che la bestemmia contro lo Spirito
potrebbe avere qualche contenuto simile al rifiuto permanente che l’uomo ha di fronte all’agire
di Dio per lui e quindi di fronte alla misericordia divina donata a lui. Logicamente, chi rifiuta la
misericordia di Dio, non la riceve mai!
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Questo è vero anche sul piano teologico. Dio invita, chiama, esorta, ma non forzerà o costringerà
mai nessuno alla sua misericordia, perché rispetterà sempre la libera scelta dell’uomo, sebbene
tale rispetto lo farà soffrire, proprio nella sua misericordia ed amore, per il possibile rifiuto
umano.
A margine, aggiungiamo che quanto affermato risulta vero anche dalla prospettiva del sacramento
della riconciliazione, come fa notare in una conversazione privata p. Francesco Scialpi, docente
di liturgia al Seraphicum: Il penitente riceve il perdono offerto da Dio solo quando lui mostra il
pentimento, pur piccolo e imperfetto. Sul piano spirituale esistenziale, si tratta della verità proclamata
ripetutamente da papa Francesco fin dai primi giorni del suo pontificato: Dio non si stanca mai di
perdonarci, solo noi ci stanchiamo talvolta di chiedere il perdono.
Post-scriptum
A proposito, ci preme richiamare due pensieri di papa Francesco nel suo recente libro-intervista
Il nome di Dio è misericordia (Piemme, Milano 2016).
1) Alla domanda “Ci può essere misericordia senza il riconoscimento del proprio peccato”, il
Papa esprime la sua preoccupazione di un buon pastore in un testo importante (p.71-72) che
riportiamo con qualche nostro commento tra parentesi quadrate:
“La misericordia c’è, ma se tu non vuoi riceverla... [i tre punti sono del Papa e sono davvero
molto significativi!] Se non ti riconosci peccatore vuol dire
che non la vuoi ricevere, vuol dire che non ne senti il bisogno.
A volte puoi avere difficoltà a capire che cosa ti è accaduto.
A volte puoi essere sfiduciato, credere che non sia possibile
rialzarsi. Oppure preferisci le tue ferite, le ferite del peccato,
e fai come il cane: le lecchi con la lingua, ti lecchi le ferite [il
paragone troppo forte, troppo drastico e quasi offensivo, ma
serve forse per svegliare chi deve essere svegliato!]. Questa è
una malattia narcisista che porta l’amarezza. C’è un piacere
nell’amarezza, un piacere ammalato.
Se non partiamo dalla nostra miseria, se rimaniamo perduti, se
disperiamo della possibilità di essere perdonati, finiamo col
©Evandro Inetti
leccarci le ferite che restano aperte e non guariscono mai.
Invece la medicina c’è, la guarigione c’è, se soltanto muoviamo un piccolo passo verso Dio
o abbiamo almeno il desiderio di muoverlo. (...) È importante non crederci autosufficienti”.
2) In un momento successivo, il Papa denuncia i corrotti e lo stato di corruzione che, a quanto
abbiamo potuto notare, avrà delle caratteristiche simili a quelle del peccato irremissibile di cui
parla Gesù.
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Ecco alcune frasi più indicative del Papa a riguardo:
“La corruzione è il peccato che invece di essere riconosciuto come tale e di renderci umili, viene
elevato a sistema, diventa un abito mentale, un modo di vivere. Non ci sentiamo più bisognosi di
perdono e di misericordia, ma giustifichiamo noi stessi e i nostri
comportamenti (p. 92)”.
“Il corrotto si stanca di chiedere perdono e finisce per credere di
non doverlo più chiedere” (p. 93).
Foto: www.funzionepubblica.gov.it
“La corruzione non è un atto, ma una condizione, uno stato
personale e sociale, nel quale uno si abitua a vivere” (p. 94).
“Il corrotto spesso non si accorge del suo stato, proprio come chi ha l’alito pesante e non se ne rende
conto [un’altra immagine drastica]. E non è facile per il corrotto uscire da questa condizione per un
rimorso interiore. Generalmente il Signore lo salva attraverso le grandi prove della vita, situazioni
che non può evitare e che spaccano il guscio costruito poco a poco, permettendo così alla grazia di
Dio di entrare (p.95)”.
“Dobbiamo pregare in modo speciale, durante questo Giubileo, perché Dio faccia breccia anche
nei cuori dei corrotti donando loro la grazia della vergogna, la grazia di riconoscersi peccatori
bisognosi del Suo perdono” (p.96).
Il presente testo rappresenta un’anteprima di un libro di prossima pubblicazione:
D.A.N. NGUYEN, “Per un quadro completo della ‘cristologia della misericordia’ nei Vangeli. Rilievi
e chiarimenti dall’analisi del vangelo di Mc”, in B. COMMODI – V. GASPERONI PANELLA (ed.),
Gesù Cristo Misericordioso e Salvatore. Riflessioni bibliche e teologiche, esperienza mistica,
letteratura e arte.
*OFMConv, docente di Esegesi e Teologia biblica
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speciale tommaso da celano
Un fratello ed un amico ritrovato:
Tommaso da Celano, frate minore abruzzese
di Domenico Paoletti*
Il convegno internazionale su “Tommaso da Celano, agiografo di san Francesco”, celebrato nella
nostra Facoltà Teologica del Seraphicum il 29 gennaio scorso, è stato un evento che ha segnato la
ricerca degli studi del primo biografo e compagno di san Francesco d’Assisi, se non altro per aver
fatto il bilancio degli studi dell’opera del celanese e aperto nuove piste e prospettive per ulteriori
approfondimenti.
A un anno dalla scoperta della nuova Vita beati patris nostri Francisci (Vita brevior), commissionata
al frate abruzzese dallo stesso frate Elia ministro generale (1232-1239) e a lui dedicata, una
scoperta paragonata a quella fatta nel 1922 della Compilatio Assisiensis, la Facoltà ha programmato
e organizzato un convegno convocando i migliori studiosi dell’opera di Tommaso da Celano per
raccogliere elementi nuovi sul francescanesimo delle origini e, indirettamente, sulla personalità
dell’agiografo abruzzese così da riconoscere meglio l’esemplarità del frate coinvolto con convinzione
e con coerenza di condotta nella stessa sequela evangelica del poverello di Assisi.
Il convegno è stato il primo evento che ha approfondito la scoperta della Vita brevior, leggendola
insieme alle altre agiografie del frate della Marsica grazie
alla presenza - tra gli insigni studiosi (Sedda, Accrocca,
Guida, Kumka, Casarin e Bertazzo) - dello scopritore della
Vita ritrovata, il professor Jacques Dalarun, che con la
competenza e la chiarezza riconosciute, ha fatto cogliere e
gustare al numeroso pubblico interessato una decina di novità
che si riscontrano in questo testo.
Siamo in attesa degli Atti, la cui pubblicazione è prevista entro
questa estate, per dare in mano ai vari studiosi e cultori del francescanesimo i contributi presentati al
convegno.
La finalità dell’appuntamento era anche quella di approfondire lo status quaestionis del processo
di riconoscimento canonico della santità di Tommaso da Celano apportandovi nuovi elementi sia
attraverso una ricostruzione della devozione a Tommaso nel corso dei secoli e sia una rivisitazione
della negotium sanctitatis aprendo percorsi per il futuro della causa.
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Come esergo del Convegno infatti è stato riportato quanto confessa frate Tommaso del suo amore
verso Francesco che l’ha coinvolto in una profonda comunione di vita evangelica: «Noi l’abbiamo
potuto conoscere meglio degli altri per lunga esperienza, frutto di assidua comunione di vita e di
scambievole familiarità» (Prologo del Memoriale, 1: FF 578).
Va rilevato il numeroso pubblico composto di studiosi, francescanisti accorsi anche dall’estero, e
una nutrita e significativa partecipazione
di popolo abruzzese, proveniente per la
maggior parte dal territorio della Marsica
con autorità civili e religiose.
Un cinquecento persone hanno riempito
l’auditorium del Seraphicum. Il convegno
ha avuto una larga risonanza anche sui mass
media, in particolare sulla stampa abruzzese,
sul TGR e su varie emittenti locali.
L’attenzione di noi frati, in particolare di
noi frati abruzzesi, custodi del corpo di Tommaso da Celano, è quella che il convegno non resti
fermo all’evento ben partecipato, ma sia un momento significativo di un processo che si vuole
attivare e continuare perché si conosca sempre più e sempre meglio la testimonianza evangelica
del compagno e primo biografo di san Francesco e di santa Chiara.
Come abruzzese ho avvertito nel clima della giornata che la figura di Tommaso, oggettivamente
di primo ordine nel movimento francescano delle origini, è stata ritrovata da noi abruzzesi.
Per una provvidenziale combinazione la Vita ritrovata ci ha fatto ritrovare anche il suo Autore che
era rimasto al ricordo di biografo di san Francesco, senza
che esercitasse un particolare fascino nell’immaginario
popolare.
Gli studi presentati hanno fatto emergere invece un Tommaso
talmente discreto da conservare un costante silenzio su se
stesso per lasciare tutto lo spazio e l’importanza al “beato
padre Francesco”.
La sua non autoreferenzialità è uno dei punti toccati durante
il convegno tanto da far risaltare la sua umiltà come verità
dell’amore e della relazione autentica ed oblativa.
La discrezione di Tommaso ha risvegliato paradossalmente
un certo senso di identità e di appartenenza in noi abruzzesi,
specie tra la gente della Marsica ben rappresentata al
simposio romano.
Sarebbe interessante esaminare i suoi scritti e coglierne
l’abruzzesità per riscoprire Tommaso come rappresentante
Affresco nel chiostro di san Francesco a Tagliacozzo (Aq)
di una certa cultura abruzzese, in particolare marsicana.
©UfficioStampaSeraphicum
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Accenno ad alcuni tratti - in qualche modo rimbalzati nel corso del dibattito congressuale - che
attendono una verifica attraverso lo studio storico critico-letterario delle opere del celanese.
La generosità nel dare importanza agli altri e si traduce nell’accoglienza grata dell’altro; la gentilezza
del tratto rispettoso e attento all’altro, specie se bisognoso; l’eleganza sobria e a tratti asciutta.
Il Nostro nato a Celano, tra il 1185-1190, e morto in S. Giovanni in Val di Varri nel 1260, esprime
l’anima abruzzese naturaliter francescana attraverso l’entrare con entusiasmo nella fraternità
raccoltasi attorno a Francesco nel 1215 come attesta egli stesso: «Il Buon Dio per sua bontà si ricordò
di me» facendomi entrare a Santa Maria degli Angeli “con alcuni uomini letterati e alcuni nobili, ben
felici di unirsi a lui (Francesco)” (VbF 56-57; FF 420-421).
Sembra, da alcuni indizi, che fra Tommaso abbia accompagnato san Francesco in Abruzzo nel 1216.
Nel Capitolo delle stuoie del 1221 fu inviato dal Poverello
missionario in Germania insieme ad altri frati tra i quali
Cesario da Spira.
In Germania ricoprì l’incarico di custode in diversi luoghi.
Verso il 1224 fece ritorno in Italia e probabilmente era in
Assisi quando Francesco morì il 3 ottobre 1226.
Sicuramente era presente alla canonizzazione di
Francesco nel 1228 e il papa Gregorio IX gli diede
l’incarico di scrivere la vita del Santo, la Vita del Beato
Francesco (la cosiddetta Vita Prima) opera che continuò
con la Vita brevior; nel 1247, su richiesta del ministro
generale Crescenzio da Jesi, scrisse il Memoriale nel
desiderio dell’anima (la cosiddetta, erroneamente, Vita
seconda) e, qualche anno più tardi, verso il 1252-1253 lo
completò con il Trattato dei miracoli di san Francesco.
Nel 1255 scrisse la sua ultima opera, su committenza di papa Alessandro IV, la Leggenda di santa
Chiara Vergine.
Dagli scritti e dalla sua attività emerge un Tommaso abruzzese glorificatore ed imitatore del poverello
di Assisi. La ricerca va continuata su fonti storiche e archivistiche.
*OFMConv, docente di Teologia fondamentale
@fraterdominicus
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Vita brevior: UNA SORTA DI “libreria portatile”
PER I FRATI IMPEGNATI NELla predicazione itinerante
di Jacques Dalarun*
Al venerabile e reverendo padre frate Elia, ministro generale dei frati Minori. La Vita del
gloriosissimo padre nostro Francesco che, per ordine del signor papa Gregorio, ma istruito da
te, padre, da un certo tempo già ho composto in un’opera più completa, a causa di quelli che le
rimproverano, forse a ragione, la moltitudine delle parole, su tuo ordine ora l’ho sintetizzata in un
opuscolo più breve e ho procurato di scrivere in un discorso succinto almeno le cose essenziali e
alcune cose utili, ommettendo le più (VB 1).
Una Vita dovuta a Tommaso da Celano e ordinata da Elia era stata finora solo
ipotizzata da me nel 2007, sotto il titolo di Leggenda umbra. Il testo che avevo
faticosamente ricostituito ricucendo diversi frammenti, soprattutto contenuti in
breviari, rappresentava solo il 40% dell’opera oggi tornata a galla. Si capisce ora
che quella, ordinata dal ministro generale e non più dal papa, era destinata a un
uso interno all’Ordine dei Frati minori, contrariamente alla Vita prima. […]
Dal prologo (VB 1), abbiamo anche capito che la Vita prima era stata oggetto di
critiche, assai probabilmente da parte di certi frati, a causa della sua prolissità, ma
anche a causa del suo modo di presentare le cose. Continua, infatti, la lettera di
dedica:
Scheda Edizioni BF
Infatti, benché alcuni vogliano forse che si dicano certe cose diversamente da come son dette,
tuttavia in modo più sicuro deve essere seguito in ciò il tuo solo giudizio, a cui il Santo di Dio più
che ad altri aprì il suo animo e lui stesso confidò più volentieri ciò che doveva fare (VB 1).
[…] Adesso si sa che Tommaso da Celano non stese due Vite di Francesco, ognuna dotata di una
raccolta di miracoli, ma tre biografie con tre raccolte. Opera che fu anche una via crucis. Ci si ricorda
l’amarezza espressa nelle ultime righe dedicate dall’agiografo al suo eroe alla fine del Tractatus de
miraculis:
Non possiamo ogni giorno produrre cose nuove, né mutare ciò che è quadrato in rotondo, e
neanche applicare alle varietà così molteplici di tanti tempi e tendenze ciò che abbiamo ricevuto
come unica verità. Certo non siamo stati spinti a scrivere ciò per vanità, né ci siamo lasciati
sommergere dall’istinto della nostra volontà fra tanta diversità di espressioni; ma ci spinsero al
lavoro le pressioni e le richieste dei confratelli ed ancora l’autorità dei nostri superiori ci condusse
a portarlo a termine (3C 198).
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Tale amarezza non può provenire dal fatto che Tommaso si sarebbe sentito costretto di stendere
miracoli (l’aveva già fatto due volte prima senza lamentarsi), mentre si percepisce già, nella lettera
prologo della Vita brevior, una certa renitenza: “a causa di quelli che le rimproverano, forse a ragione,
la moltitudine delle parole…”; “benché alcuni vogliano forse che si dicano certe cose diversamente
da come son dette…”. Si intuisce che, sin da questo momento, le critiche contro la Vita prima avevano
ferito l’agiografo, mentre l’obbligo di riprendere la penna per dire altrimenti cose che pensava di aver
già perfettamente espresse gli pesava. […]
Siccome la Vita brevior fu ordinata come abbreviazione della Vita prima, poiché, in conseguenza, la
seconda fa solo la metà della lunghezza della prima, è normale che certi episodi della Vita prima non
siano ripresi nel suo riassunto. D’altronde, molte di queste omissioni toccano ad episodi ripetitivi,
non particolarmente salienti, o a commenti aggiunti da Tommaso da Celano alla sua narrazione.
Più significativa mi pare l’omissione della denudazione di Francesco davanti al vescovo di Assisi.
La Vita brevior salta direttamente alla conclusione del conflitto tra
Francesco e suo padre: “Ormai cessata la persecuzione paterna” (VB
7). L’episodio della denudazione fa tanta impressione, fu tanto ripreso
dalle Vite ulteriori che il suo obblio nella Vita brevior non può essere
che voluto. L’unica altra fonte che lo dimentichi è precisamente la
Legenda ad usum chori, perché dipendente dalla Vita brevior. […]
Non escludo che questo ritornare a galla di bolle di memoria sia
spontaneo. Sono sicuro che gli episodi nuovamente registrati sono
autentici. Ma – voglia dei soci, dell’agiografo o del ministro generale
committente – quasi tutte le novità biografiche fattuali spettano alla
Giotto, Rinuncia agli averi
Basilica superiore di Assisi
povertà: e quello non è fortuito. Il richiamo alla povertà del fondatore come
povertà vissuta, materiale, fisica, socialmente collocabile, non simbolica, non meramente spirituale procede
ovviamente da una volontà politica, in contraddizione con certi punti, ad esempio, della Quo elongati del 1230.
Un ultimo aspetto della novità della Vita brevior proviene non da un apporto d’informazioni nuove,
ma da una meditazione intima di Tommaso da Celano. […]
Ho emesso l’ipotesi che tale codice sia il più antico manoscritto di produzione francescana. C’è
ancora molto da capire sulla sua fabbrica, la sua fattura, la sua origine, la sua destinazione e il
suo utilizzo nella lunga durata. Secondo me, fu prodotto ad Assisi, nel decennio 1230, prima del
1239 comunque, da un frate o un gruppo di frati come libreria portatile destinata ad alimentare la
predicazione itinerante di un frate o un gruppo di frati che, con la povertà materiale, la predicazione
penitenziale e l’itineranza, cercavano di conservare la forma vitae delle origini francescane.
*Testo tratto dalla relazione che sarà pubblicata negli Atti del convegno “Tommaso da Celano-Agiografo di s. Francesco”
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riscoprire NON SOLO la grandezza delle sue opere
ma ANCHE l’opera grande della sua vita.
di Pietro Santoro*
Già nel 2013 apprezzavo lo sforzo di non permettere che la memoria di questo figlio di Francesco e
padre della Biografia Francescana cadesse nell’oblio, e alla luce della giornata di oggi devo lodare
non solo il mantenimento di questo proposito ma il superamento dello sforzo stesso.
Il Santo Pontefice Roncalli, in un discorso nella Papale Basilica Lateranense, metteva in evidenza
come fra Tommaso – mi permetto di aggiungere primo fra tutti – poi emulato da San Bonaventura,
ma entrambi illustratori più attendibili e più devoti, “hanno offerto al mondo il manuale più perfetto
di vita religiosa, eletta e santa, e la forma veramente magistrale per ottenere dallo sforzo collettivo
di tutti i figli di San Francesco successi consolantissimi di rinnovamento religioso e sociale”.
Quando fra Tommaso nel prologo del suo scritto ci riferisce di aver potuto conoscere Francesco
“meglio degli altri per lunga esperienza, frutto di assidua comunione di vita e di scambievole
familiarità” ci da garanzia dell’autorevolezza delle sue parole, ma non senza umiltà, dal momento
che egli si scusa se il frutto del suo lavoro possa risultare manchevole di esattezza.
Ma fra Tommaso cosa ha visto? Cosa e chi ha conosciuto? Cosa ha sentito? Di cosa è stato testimone?
Del Francesco, riduttivo di alcune rivisitazioni cinematografiche, o non piuttosto di un cristiano dalla
schiena dritta, che innanzitutto per sè e poi come esempio agli altri ha compiuto il cammino della
vita fedele alla chiamata alla santità? Di questo è biografo fra Tommaso da Celano: di null’altro che
di quel rinnovamento religioso e sociale che, se pur embrionalmente presente da tempo, era stato
canonicamente sancito dal Concilio Lateranense IV e dalla ferrea volontà di Lotario di Segni e che
autorizzava Francesco e i suoi Frati a vivere il Vangelo “come Cristo gli comandava”.
Dobbiamo anche necessariamente prevenire un altro errore: sebbene noi tutti ormai siamo abituati a
conoscere fra Tommaso come il biografo di San Francesco legandolo indissolubilmente alla sua figura
e con ogni probabilità anche di Santa Chiara, non dobbiamo pensarlo come un semplice trascrittore
di fatti, se pur importanti. […] Ecco cosa siamo chiamati a riscoprire di questo nostro amato figlio: la
grandezza delle sue opere, ma non meno l’opera grande della sua vita.
Fra Tommaso non è un seme messo a caso nella nostra terra, nell’Ordine e nella Chiesa universale;
non è stato posto come oggetto di competizione tra chi lo vuole, chi lo rivendica o chi ne pretende il
copyright. La figura di quest’uomo deve essere segno di nessun’altra gara se non quella che ci viene
riproposta dall’apostolo Paolo: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”.
*Vescovo dei Marsi
Testo tratto dalla relazione che sarà pubblicata negli Atti del convegno “Tommaso da Celano-Agiografo di s. Francesco”
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TOMMASO DA CELANO: UN BEATO VOX POPULI:
TESTIMONIANZE E ANEDDOTI DI UNA PROFONDA DEVOZIONE
di Emil Kumka*
Già nel XIII secolo, accanto all’ammirazione per l’opera agiografica del frate marsicano su san
Francesco, si trovano, nelle prime cronache minoritiche, notizie parziali, ma che testimoniano la sua
spiritualità. Nel secolo successivo a Tommaso vengono attribuite qualifiche di “scientia et sanctitate
praeclarus”, (Clareno) “vir sanctissimus” (Arnaldo da Sarrant). «Il secolo XV-inizio XVI ripete nella
più antica versione della Legenda S. Clarae, il già citato “Santo Frate Tomma da Celano… vero
figliuolo della obbedienza”; e con Mariano da Firenze: “il santo discepolo de santo Francesco, Frate
Tomaso da Celano”» (Odoardi, 18). L’inizio del XVI secolo è legato alla vicenda della traslazione,
per meglio dire, del “sacro furto” del corpo del Celanese dalla chiesa di San Giovanni presso Val di
Varri, effettuato una notte dai frati del convento di Tagliacozzo, e che lo deposero nella loro chiesa
conventuale di San Francesco. […]
La ricorrenza della festività in onore di fra Tommaso, si celebrava a Tagliacozzo il 2 agosto in
occasione dell’Indulgenza della Porziuncola (il Perdono di Assisi),
con l’esposizione e la venerazione delle reliquie, nonché l’invocazione
della preghiera al beato Tommaso, e il Lunedì di Pasqua, con lo stesso
procedimento liturgico.
Inoltre, la sua figura veniva ricordata, insieme con il Serafico Padre
San Francesco, il 4 ottobre. A Celano, invece, si celebrava ogni anno
la seconda domenica di ottobre. La commemorazione a Tagliacozzo
ha subito dei cambiamenti, come testimonia il manifesto religioso
della ricorrenza, stabilita nell’ultima domenica di ottobre, con una
novena di preparazione, il cui testo è stato conservato. Le celebrazioni
legate al mese di ottobre, probabilmente, riflettono la prescrizione
del Martyrologium Franciscanum del 1939, separando, però, la sua
©Ufficio stampa Seraphicum
festività dalla solennità di San Francesco d’Assisi, per dare a fra
Tommaso spazio e tempo autonomo, almeno nella sua terra d’origine. […]
Nella chiesa di san Francesco in Celano, vi è un altare dedicato al beato Tommaso con un quadro che
lo raffigura, realizzato nel 1984 dal pittore avezzanese Gianni Petriccone cultore del beato. Vi è anche
un reliquiario che contiene le sue ceneri donato dai Frati di Tagliacozzo dopo che era stato rubato lo
scrigno originario antico.
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Questa reliquia fu portata processionalmente nel 1991 da piazza Quattro Novembre con la presenza
del parroco don Claudio Ranieri e di fra Amedeo del convento di Padova.
Da una lettera del 26 dicembre 1991 scritta da Camposampiero al Priore della Confraternita Agostino
Morgante risulta che questo p. Amedeo si stava interessando al restauro dei quadri della chiesa di san
Francesco di Celano in modo che essa, affermava, acquisti il necessario decoro anche per il motivo
che probabilmente un soggetto della Sacra Congregazione di Roma potrebbe desiderare un controllo
della continuità del culto verso il Beato Tommaso, anche nella sua patria.
Come accadeva anticamente (Corsignani, Reggia Marsicana, II,170) ancora oggi si celebra la festa
del beato Tommaso nella seconda domenica di ottobre e si bacia la reliquia. Vi è il testo di un Canto
popolare in onore del beato Tommaso da Celano.
Il culto al beato Tommaso, oggi è molto sentito dai Celanesi e non, che frequentano la chiesa di
san Francesco, sostando e pregando presso l’altare, e
lasciando dei fogli con preghiere. A detta dei responsabili
della chiesa, negli ultimi anni vi è stato un incremento.
Vengono distribuite anche delle immaginette del beato con
una Supplica. […]
Il culto a fra Tommaso da Celano si esprime, anzitutto,
©Ufficio stampa Seraphicum
attraverso le preghiere e le celebrazioni in suo onore.
Il numero delle ricorrenze in cui viene commemorato (quattro a Tagliacozzo, durante l’anno liturgico),
testimonia l’importanza e il legame della popolazione a questo frate francescano.
La raccolta delle preghiere, utilizzate negli ultimi decenni, anche oggi in uso, offre una sorprendente
ricchezza di espressioni per il culto, circoscritto alle due località. Sono sei le composizioni che
esprimono la lode, la supplica delle grazie, la supplica di conferma
ufficiale della Chiesa, la preghiera per la popolazione di Tagliacozzo, le
invocazioni per tutti gli stati di vita, per le fasce di età e per le necessità
dei cristiani.
Inoltre la novena, che preparava alla festività annuale, riguarda in
particolare la famiglia religiosa serafica, e implora i doni per i seguaci
del Poverello di tutti e tre gli Ordini francescani. Nelle preghiere si
evidenziano le virtù teologali (fede, speranza, carità) di fra Tommaso, e le virtù della vita consacrata
(povertà, obbedienza). L’impegno missionario è un’altra caratteristica esemplare del frate marsicano,
e la sua familiarità con il Santo d’Assisi, lo costituisce fedele discepolo e divulgatore della sua vita
gloriosa, attraverso gli scritti biografici. Il servizio pastorale, l’esercizio del sacerdozio, la cura per le
Clarisse, la disponibilità e la docilità nella vita religiosa, sono altri perni su cui si basano le preghiere a lui
innalzate. Inoltre esistono almeno due canti in onore di fra Tommaso. Il primo è tipicamente devozionale;
il secondo, invece, esprime, con un linguaggio più teologico, le azioni pastorali del Celanese.
*OFMConv, docente di Francescanesimo e direttore della Biblioteca del Seraphicum
Testo tratto dalla relazione che sarà pubblicata negli Atti del convegno “Tommaso da Celano-Agiografo di s. Francesco”
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Il “negotium sanctitatis” di Tommaso da Celano:
“status quaestionis”
di Giuseppe Casarin*
Riprendere e riannodare il percorso storico e formale della questione della santità del primo biografo
di san Francesco è opera quanto mai complessa e intricata.
Occuparsi, infatti, del negotium sanctitatis di Tommaso da Celano è, secondo l’immagine di un
esperto in materia, come avventurarsi in un «fitto bosco in cui anche un ottimo botanico si smarrisce
se non trova una segnaletica che lo orienti» (F. Veraja). [...]
Lasciando inizialmente sullo sfondo alcuni nodi problematici, che richiameremo nel corso del nostro
contributo, cercheremo di fare il punto della situazione (status quaestionis) con la prospettiva di
abbozzare i passi da fare e le condizioni da determinare verso una futura (e si spera non remota)
dichiarazione della santità del Celano da parte dell’Autorità vaticana.
Hanno certamente restituito speranza e agibilità alla nostra causa alcune recenti
decisioni in materia di papa Francesco, che seguendo una prassi già ripresa dal
suo predecessore, il papa emerito Benedetto XVI, ha esteso alla Chiesa intera il
culto liturgico della Beata Angela da Foligno (9 ottobre 2013), successivamente
del gesuita Pietro Favre (17 dicembre 2013), e ancora del gesuita José de
Anchieta insieme alla mistica missionaria Maria dell’Incarnazione (al secolo
Marie Guyart), e del vescovo Francesco de Laval (2 aprile 2014).
Per il riconoscimento universale della santità di tutte queste figure “di particolare
rilevanza ecclesiale” il papa ha proceduto alla cosiddetta canonizzazione Santa Angela da Foligno
equipollente, secondo la legislazione di Urbano VIII (1623-1644), in seguito definitivamente
teorizzata da Prospero Lambertini, poi papa Benedetto XIV (1740-1758).
Secondo tale dottrina (di Benedetto XIV) risalente al XVIII secolo, per la canonizzazione equipollente,
sono necessarie tre condizioni: il possesso antico del culto esteso; la costante e comune attestazione
di storici degni di fede sulle virtù o sul martirio; la ininterrotta fama di prodigi.
Espletate queste condizioni - sempre secondo la dottrina di papa Lambertini - il Sommo Pontefice,
di sua autorità, può procedere alla canonizzazione equipollente, cioè all’estensione alla Chiesa
universale del culto di un servo di Dio non ancora canonizzato, mediante l’inserimento della sua
festa, con messa e ufficio, nel calendario della Chiesa universale.
Si tratta di una prassi effettuata regolarmente dalla Chiesa, anche se non con frequenza. Una procedura
senza dubbio “straordinaria” che ha subito nei secoli diversi cambiamenti ed è stata poco utilizzata
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e praticamente applicata ai casi antichi (casus excepti), ossia ai quei Beati che erano oggetto di culto
pubblico ecclesiastico prima dei Decreti di Urbano VIII (1625/1634).
Resta pur vero, d’altra parte, che i recenti atti pontifici (di papa Benedetto XVI e papa Francesco)
hanno riguardato finora casi di canonizzazione equipollente (Beati che sono stati dichiarati Santi),
mentre per una beatificazione equipollente o più precisamente per la conferma di culto di un antico
beato occorre risalire al pontificato di Giovanni Paolo II, di cui ci è gradito ricordare tra gli altri il
riconoscimento del culto di un’altra significativa figura degli inizi dell’Ordine, il Beato Giovanni
Duns Scoto (+ 1308), culto confermato esattamente dieci anni dopo (20 marzo 1993) la pubblicazione
della Costituzione Apostolica Divinus perfectionis Magister (25 gennaio 1983), di cui ci dobbiamo
immediatamente occupare. [...]
Trattandosi di una causa antica, è immediatamente evidente che per dimostrare le virtù eroiche di
Tommaso da Celano occorra risalire alla testimonianze scritte coeve o di poco posteriori al 1260
(anno della presunta morte).
La ricerca storica finora condotta per trovare documenti o prove super virtutibus del Celano non ha
dato esiti soddisfacenti, risultando incompleta e non pienamente adatta
allo scopo da raggiungere, malgrado i molti sforzi compiuti da parte degli
studiosi che se ne sono occupati.
Emerge, quindi, con estrema chiarezza il primo o uno degli aspetti più
critici e discussi di tutta la questione, affrontando il quale ci si imbatte
in non poche difficoltà. Rimane in ogni caso aperta la domanda: come
soddisfare la condizione richiesta dalle nuove procedure canoniche?
Una possibilità potrebbe essere quella di provare le virtù eroiche del
Celano a partire dai suoi stessi scritti, dove si possono trovare non pochi
riferimenti o spunti per la nostra ricerca, come qualche recente studio ha
ben messo in evidenza.
Originale e interessante potrebbe essere la pista che dallo studio e
dall’approfondimento storiografico dei commenti e delle annotazioni
©Ufficio stampa Seraphicum
autobiografiche presenti nelle sue opere si possono ritrovare aspetti
personali e spirituali del Celano che ne rivelino la sua personalità, come attesta questa sua preghiera
di fiducia e aiuto rivolta al Serafico Padre: «Concedi a me misero di seguirti così degnamente nel
presente, da meritare per la misericordia di Dio di raggiungerti nel futuro» (VbF, FF 526).
In questo senso la continua ricerca e l’attività scientifica sulle opere del Celano costituiscono
indubbiamente una valida e preziosa fonte al reperimento di informazioni e notizie utili che possano
attestare le virtù eroiche del biografo di San Francesco.
*Biblista, collaboratore della Postulazione OFMConv
Testo tratto dalla relazione che sarà pubblicata negli Atti del convegno “Tommaso da Celano-Agiografo di s. Francesco”
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il TOMMASO DA CELANO “CRONISTA” COSA PUò insegnare
all’attuale mondo dell’informazione?
di Elisabetta Lo Iacono*
Tra le numerose informazioni emerse dal convegno internazionale “Tommaso da Celano, agiografo di
san Francesco” emerge, certamente, il marcato “spirito di servizio” che ha animato il frate abruzzese
nella sua attività di narratore della vita di Francesco di Assisi.
Un religioso, leggendo le opere agiografiche dei grandi testimoni della fede, si appassionerà alla
loro sequela Christi e, probabilmente, si porrà delle domande sia sull’aderenza del proprio itinerario
di vita sia sul generale contesto storico. Un giornalista può compiere qui un simile processo di
identificazione, per rispecchiare se stesso e la propria professione nel celanese e nelle sue modalità
di narrazione, rinvenendo a distanza di 800 anni uno stile attento alle fonti e al rispetto della verità.
Dunque Tommaso da Celano meriterebbe anche una lettura di
carattere giornalistico o, meglio, l’ambito giornalistico trarrebbe
certamente giovamento da una conoscenza del suo stile e del suo
profondo senso di servizio alla verità. Una suggestione offerta da
alcuni passaggi dei suoi scritti e da uno stile che, mutatis mutandis,
avrebbe tanto da offrire all’attuale contesto dell’informazione.
Tommaso scrittore, biografo, agiografo e quindi Tommaso narratore
degli eventi. Ma cosa ha da insegnare a un “collega” del XXI secolo,
quali sono gli aspetti del suo stile che possono risultare di grande
attualità e utili a una riflessione?
I primi spunti derivano indubbiamente dal prologo alla Vita
Prima, dove Tommaso spiega di aver cercato di raccontare la vita
di Francesco, “con ordine e devozione, scegliendo sempre come
maestra e guida la verità”. Un metodo quindi improntato al rigore e al rispetto dei fatti. Non solo:
“ma poiché nessuno può ritenere a memoria tutte le opere e gli insegnamenti di lui, mi sono limitato
a trascrivere con fedeltà almeno quelle cose che io stesso ho raccolto dalla sua viva voce o appreso
dal racconto di testimoni provati e sinceri…”.
Ne emerge uno degli aspetti più importanti della professione: la scelta delle fonti e la verifica della
loro attendibilità. Tommaso non attinge a informazioni dubbie ma, oltre ad aver vissuto in prima
persona quanto scrive, ricorre a testimoni “provati e sinceri”, quindi a fonti verificate e affidabili.
Anche lo stile sembra avere un importante peso nella considerazione che il celanese ha del suo ruolo,
ai fini della migliore resa possibile di quanto commissionatogli, tanto da auspicare per sé quella
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forma che va all’essenza e senza orpelli, propria del padre Francesco: “potessi davvero essere degno
discepolo di colui che evitò costantemente il linguaggio difficile e gli ornamenti della retorica!”.
Una cronaca che sia accessibile a tutti, asciutta e diretta, “con stile semplice e dimesso - scrive nel
prologo alla Vita Seconda -, desiderosi di andare incontro a chi è meno agile di mente e anche, se
possibile, di piacere ai dotti”. Dunque la scelta di rifuggire dalle formule imbellettate, privilegiando
esclusivamente il rispetto della verità sostanziale dei fatti, diremmo oggi in ossequio a uno dei
presupposti del buon giornalismo.
Se è vero, come è vero, che la testimonianza è un elemento imprescindibile per esprimere compiutamente
quello che si vuole trasmettere, il profilo biografico di fraTommaso ci restituisce indubbiamente un
missionario della verità, senza orpelli e con tanta attenzione a comunicare l’essenza del messaggio.
Ci sono tre elementi, rimarcati durante il convegno dal professor Jacques Dalarun, che caratterizzano la
condotta di Tommaso e che, se ci pensiamo bene, delineano appieno il profilo ideale del buon comunicatore:
la marcata umiltà, la semplicità di espressione e la fedeltà, a Francesco nella fattispecie e al suo messaggio.
In un’epoca caratterizzata dalla incessante proliferazione delle carte deontologiche, come estremo
tentativo di riportare la professione sui binari di un’etica spesso dispersa, il modus vivendi, e quindi
operandi, di Tommaso rappresenta indubbiamente un presupposto sul quale riflettere attentamente.
È indubbio che al suo profilo “pratico” di narratore si aggiunge quello di un modello deontologico cui
guardare con attenzione, leggendo quella triade di umiltà, semplicità e fedeltà come una bussola che
dovrebbe guidare quotidianamente gli operatori del mondo dell’informazione.
L’umiltà di leggere i fatti senza preconcetti e di porsi in ascolto con la curiosità e la sete di conoscere
(piuttosto che di pontificare), la semplicità dello stile che non è povertà di contenuti ma una strada
spianata per consentire a tutti di accedere agevolmente al senso delle notizie e, infine, la fedeltà al
messaggio, senza operare volontari travisamenti e manipolazioni.
Con l’onestà di fermarsi laddove i fatti devono tacere, per l’incapacità di darne spiegazione o,
semplicemente, per una forma di rispetto verso i protagonisti. Un limite cui non siamo più avvezzi
nell’attuale sistema informativo, caratterizzato o da colpevoli reticenze o dal continuo vociare di una
informazione che non conosce soste e limiti di sorta.
È per tutto questo che un giornalista, a disagio con le attuali tendenze, non
può che provare uno sconfinato apprezzamento per la frase con cui Tommaso
chiude il racconto dell’incontro di donna Jacopa con Francesco morente:
“Sollevo la penna, perché non voglio balbettare ciò che non saprei spiegare”.
Anche per questo Tommaso, l’agiografo di Francesco, dimostra di essere
un ammirevole cronista da cui prendere esempio, oggi, per non finire da
cronisti a modesti agiografi dei potenti di turno.
Dal 1923 i giornalisti hanno come patrono san Francesco di Sales. Visti i tempi difficili per il settore,
alla ricerca di una credibilità perduta, potrebbe essere affiancata la figura di Tommaso da Celano, per
offrire ulteriore ispirazione e protezione, alla stampa in generale e a quella francescana in particolare.
*Giornalista e docente di mass media
@eliloiacono
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ecclesia
San Pio da Pietrelcina e san Leopoldo Mandić a Roma,
pellegrini della misericordia
di Felice Fiasconaro*
Li ha voluti papa Francesco, nell’occasione dell’invio dei Missionari della misericordia in tutto il
mondo, perché – ha sottolineato – san Pio da Pietrelcina e san Leopoldo Mandić sono «un segno
di come il Padre accoglie quanti sono in cerca del suo perdono». Sono rimasti in San Pietro nei
giorni 5-11 febbraio, dopo essere passati per la basilica di San Lorenzo fuori le Mura e per la chiesa
giubilare di San Salvatore in Lauro.
Dovunque folle enormi.
Impressionante.
Gente ordinata per strada, ai controlli, in chiesa. Di mattina presto, a fare il turno per entrare in San
Pietro. Anziani, giovani, mamme e papà con figli a seguito, in
braccio. Pazienti, devoti, in preghiera.
Impressionante.
Perché tanta gente?
Se lo sono chiesti in tanti. E in tanti hanno cercato di dare una
risposta, di fare una lettura del fenomeno. Qualcuna di queste
è rimbalzata sui vari mezzi di comunicazione. Presuntuosa,
arrogante, offensiva. C’è stato chi ha ironizzato che i cattolici,
Foto: roma.corriere.it
in quei giorni celebravano, a Roma, «il Giubileo col morto»,
o, con l’aria di chi crede di possedere il monopolio della cultura, ha sentenziato, livido, che questo
costituiva uno di «quei fenomeni di massa sulle cose scadenti dell’esistenza».
Non è nostra intenzione, qui, fare polemica. Vogliamo anche noi dare una nostra lettura del fenomeno,
che, ovviamente, si muove dentro l’ambito della fede. E a noi pare perfino semplice.
Noi crediamo che la motivazione più profonda di quelle centinaia di migliaia di fedeli accorsi, in quei
giorni, a Roma, stia tutta nel fatto che hanno saputo leggere ed accogliere le spoglie dei due santi
(più quella di padre Pio, per la verità) quale «segno di come il Padre accoglie quanti sono in cerca del
suo perdono». A Roma, in quei giorni, c’era un popolo, quello di Dio, che si riconosceva bisognoso
di misericordia. Papa Francesco, nella bolla di indizione dell’anno giubilare, dopo avere denunziato
con parole di Giovanni Paolo II che «la mentalità contemporanea […] sembra opporsi al Dio della
misericordia», aggiunge, continuando nella citazione, che «è per questo che, nell’odierna situazione
della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo senso di fede si rivolgono,
direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio» (MV 11). L’uomo di oggi si scopre, quindi,
bisognoso di misericordia.
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A Roma, di padre Pio e di padre Leopoldo, non c’erano i loro cadaveri, ma le loro reliquie. Ed è cosa
ben diversa. C’erano a Roma, cioè, i resti di due corpi quali segni sensibili di
una vita non conclusa per sempre e in attesa della resurrezione finale. I resti
di due corpi, che nella esistenza terrena si sono lasciati animare dalla forza
dello Spirito e, attraverso di essi, ora che partecipano della sua stessa vita,
Dio «manifesta vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto» (LG
50). E, nella vita di padre Pio e di padre Leopoldo, la
sua presenza e il suo «volto di misericordia».
Senza dire che la devozione verso le reliquie, per il
credente in Cristo, non è fine a se stessa. Egli intuisce
che attraverso la vita dei santi e il loro esempio «ci è insegnata la via sicurissima
per la quale, tra le mutevoli cose del mondo, potremo arrivare alla perfetta
unione con Cristo» (Lumen gentium, 50). Ma già su questa terra il credente
vive una speciale comunione con i santi. La Chiesa, infatti, non è costituita
solo dagli uomini che vivono su questa terra, ma anche da quelli che questa
terra hanno lasciato e godono, o sono in attesa di godere, della presenza di
Dio. Ecco, in quei giorni, a Roma, era presente una porzione di questa Chiesa,
pellegrina sulla terra ma anche celeste.
Queste verità al credente non è necessario spiegarle né è necessario che sia capace di esporle con una
certa sistematizzazione dottrinale, perché egli, assistito dallo Spirito Santo, possiede il sensus fidei, e
cioè quell’«istinto soprannaturale, che ha un legame intrinseco con il dono della fede ricevuto nella
comunione ecclesiale […], e permette ai cristiani di rispondere alla propria vocazione profetica»
(CTI, Il sensus fidei nella vita della Chiesa, 2) e «di non sbagliarsi nel credere» (LG 12).
Certo, c’era anche molta gente che era a Roma per chiedere a padre Pio una guarigione, una grazia,
il superamento di un momento difficile, la liberazione dalle proprie paure, dalle angosce. E il contatto
con la fisicità delle reliquie gli dava più sicurezza, più speranza. Ma non era sulle reliquie che contava,
ma sulla preghiera rivolta a quei santi, i cui corpi sono il segno tangibile di una presenza luminosa e
ininterrotta di Dio, capace di dare luce e grazia a chi in questa presenza sa riporre ancora la propria speranza.
Queste verità non a tutti è dato di capirle. Gesù ci aveva avvertiti. Il Padre le rivela «ai piccoli». Come
a dire che certe cose, come il fenomeno delle grandi masse attorno alle reliquie di padre Pio e di padre
Leopoldo, nella celebrazione del giubileo della misericordia, possono essere capite solo da chi si
apre al soprannaturale, alla trascendenza. Mi viene in mente, qui, la conclusione della dura lettera di
Bruno Giurato «a quelli che si indignano per l’arrivo delle spoglie del frate di Pietrelcina a Roma»:
«Ditelo […] che lo temete, che temete una qualche forma di giudizio che non sia il vostro pregiudizio
[…] Odiatelo per antiumanesimo, come vendetta dell’ottuso verso ciò che non capisce. Padre Pio vi
fa schifo perché è giustificato solo se c’è una trascendenza. Ma il solo pensare a una trascendenza vi
terrorizza» (IlGiornale.it, 8.2.2016).
Dà speranza, invece, a chi ad essa si apre e in essa sa riconoscere «il volto della misericordia».
*OFMConv, docente di Ecclesiologia e Padre Guardiano del Seraphicum
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il dialogo in cattedra
Il rapporto tra il Nuovo umanesimo e le religioni
di Biagio Aprile*
Si ritorna a parlare di “umanesimo”, un argomento sempre attuale, mai estinto, anzi ciò che è stato
battezzato come “nuovo umanesimo” viene visto come la risorsa preziosa per trovare identità e forza
quando il presente diventa incomprensibile e il futuro si fa incerto. Sono soprattutto le epoche come
la nostra, segnate dalla transizione, dalla perdita di tutto ciò che ha determinato i fondamenti solidi,
le certezze indiscutibili, le sicurezze necessarie dove si sono fondati i vissuti delle società, a far
riemergere, con forza, il bisogno di riappropriarsi delle radici della propria identità, umana e spirituale.
È da parecchi anni ormai che i media e le statistiche in genere descrivono l’Europa, ma anche gli altri
continenti, come Paesi fortemente in crisi, sfilacciati, stanchi, incapaci di trovare assetti ed equilibri
nonostante le eventuali forze positive, non riescono a trovare i canali giusti per poter emergere.
Questa deriva esistenziale continua a porre in essere gravi processi di disumanizzazione e sradicamento,
i quali, per contrasto, invocano il rifiorire di un umanesimo in cui le genuine e vere forze dell’umano
possano contrastare l’imperversare della crisi.
Cosa intendiamo, in questo contesto, per “nuovo umanesimo”? Tutti quei processi che permettono la
cura dell’umano, che nel passato si è espressa particolarmente con il linguaggio della bellezza, della
creazione artistica, della giustizia e della carità e che, in ultima analisi, rimanda a ciò che costituisce
il mondo dell’uomo e il suo destino, ossia il suo mistero più profondo.
L’uomo e l’umano che da lui promana hanno come primo tratto identitario l’essere a immagine e
somiglianza dei Dio, ossia il rimando ad un’esistenza aperta
ad un Altro e ad un Oltre, che ha sì a che fare con l’umano e
quindi con l’uomo, ma che lo supera. E quale realtà potrebbe
superare l’uomo se non Dio? Quel Dio invocato in tutte le
religioni nel cui nome si agisce anche contro l’umanità? Solo
Dio può costituire l’Oltre e l’Altro per l’uomo perché è Lui
che origina l’uomo, lo comprende, lo esprime e lo rigenera.
Ora, se il ritorno di un nuovo umanesimo viene invocato fortemente da più parti come necessario
e indispensabile, come la Chiesa italiana ha ribadito nel quinto convegno ecclesiale nazionale “In
Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, se non può esistere un nuovo umanesimo che non pone Dio come
fondamento e interlocutore di esso; come coniugare certe esperienze religiose che, in nome di Dio, si
esprimono in forme violente e devastanti, fino al punto da destabilizzare, a livello mondiale, le società
con il ricorso a Dio per la costruzione di un “nuovo umanesimo”?
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Il problema si infittisce se prendiamo in considerazione i fatti di Marsiglia, seconda città della
Francia, crocevia di culture e religioni dove la comunità ebraica, da tempo vive in una situazione di
grande preoccupazione e paura. Dal 2012 ad oggi si registrano numerosi episodi di antisemitismo,
fino all’ultimo avvenuto un mese fa in cui un insegnante, che portava la kippah,
è stato accoltellato. Questo ennesimo incidente ha gettato nello sconforto
settantamila ebrei presenti a Marsiglia e ha portato il presidente del Concistoro
israelita, Avi Amar, a chiedere agli ebrei di Marsiglia di non indossare la kippah
in pubblico per ragioni di prudenza e sicurezza in un momento in cui sembra
di essere in guerra. Da più parti si afferma che, oggi, gli ebrei sono identificati
dai terroristi dalla kippah. Questi episodi ricordano la Shoah, quando i nazisti
identificavano gli ebrei per la stella gialla di Davide che portavano al braccio.
Quest’anno ottomila ebrei hanno lasciato la Francia per Israele, il Canada, l’Inghilterra.
Tutto ciò fa parte, purtroppo, del grande tema che riguarda la critica della religione che inizia dagli
stessi scritti biblici e attraversa le diverse epoche della storia fino ad arrivare ai nostri giorni. Ma noi
sappiamo che la critica alla religione non può lasciare indifferente la fede religiosa. L’invettiva critica
può diventare occasione di autoverifica e portare ad un dinamismo dentro le idee religiose, stimolando
ad una critica teologica della religione e mettendo in un rapporto critico le diverse convinzioni di fede.
Un serio esame autocritico sulle proprie convinzioni di fede, pertanto, potrebbe costituire l’inizio di
un percorso risolutivo del conflitto legato alle forme deviate delle religioni e del contrastante ricorso
ad esse per costruire il nuovo umanesimo. In sintonia con questa logica, si può comprendere lo spirito
che ha animato il convegno di Firenze sul nuovo umanesimo fondato in Gesù Cristo e declinato da
papa Francesco in quattro aree di impegno prioritario per la vita degli italiani e del Paese stesso
bisognoso di recuperare la speranza. La famiglia, e in particolare i giovani; le relazioni tra le varie
generazioni e la capacità educativa; i migranti e quanti cercano, spesso invano, di inserirsi nel mondo
del lavoro; il nostro mondo, in cui abitiamo, considerato anche sotto l’aspetto ecologico, contro la
cultura dello scarto, come autorevolmente indicato dall’enciclica Laudato si’.
Ma aldilà degli auspici, di notevole spessore è stata l’omelia pronunciata da papa Francesco a Firenze,
proprio ad apertura del convegno. Il Santo Padre ha invitato a guardare il volto di Dio umiliato, svuotato
sulla croce, per incrociare il quale occorre abbassarsi. Per questo motivo, a detta del pontefice, si
possono ritrovare i tratti di un umanesimo cristiano nei sentimenti di Gesù: l’umiltà, il disinteresse e
la beatitudine. In particolare, sono le Beatitudini predicate sulla montagna a permettere di riconoscere
la presenza di Dio nel mondo, nella cultura, nella gente. In questo abbassarsi, in questo farsi prossimi,
in questo porsi ai margini dove tutto sa di esclusione e povertà, in questo uscire dalle tentazioni
pelagiana e gnostica, che costringono il fedele a riporre la massima fiducia in un’autosalvezza data
dalle strutture ben funzionanti o da una fede chiusa nel soggettivismo intimistico, sarà possibile ritrovare il
mistero dell’incarnazione e ricondurre la Parola alla realtà. Nella consapevolezza che la vera dottrina è Gesù
Cristo, «la sua carne tenera», soprattutto quando si intenerisce nelle ferite e nelle mancanze del fratello.
*OFMConv, docente di Patrologia e direttore della Cattedra di dialogo tra le culture
BiagioAprile
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storia e personaggi
Il 27 febbraio di trenta anni fa la visita alla Facoltà e Comunità dei frati
GIOVANNI PAOLO II, UN SANTO AL SERAPHICUM
TRA SPIRITO DI FRATELLANZA E ANEDDOTI
di Luciano Fanin*
La sua venuta al Seraphicum era stata preparata con molta cura in precedenti sopraluoghi per determinarne
il percorso. Niente doveva restare nella improvvisazione, come avviene in circostanze come queste.
La visita faceva parte di un incontro dei frati del nostro Ordine, radunati in quel periodo a capitolo
generale straordinario, per trattare il tema della “Eredità kolbiana”, svoltosi in via della Pisana (Roma)
presso una casa dei Salesiani. Ormai si era alle ultime battute e come di consueto si era chiesto al papa
un incontro, incontro accordato volentieri.
Si era in un pomeriggio di fine febbraio. L’incontro del papa a tutti i frati capitolari si doveva svolgere
nell’aula magna della Facoltà, preparata a dovere per
l’occasione.
Il clima non era di vera festa, perché il giorno precedente
nello stesso luogo si era celebrato il funerale del
preside della Facoltà, p. Francesco Saverio Pancheri,
morto improvvisamente per un aneurisma addominale,
e pensare che da poco egli stesso aveva tenuto una
relazione su p. Kolbe ai frati radunati a capitolo. Lo
stesso papa nel suo discorso lo avrebbe poi ricordato
con stima e riconoscenza.
In questa occasione il Ministro Generale, p. Lanfranco
Serrini, aveva il compito del saluto ufficiale. Tutto
bene anche se il p. Lanfranco al momento di fare il
suo intervento si era accorto che aveva dimenticato
sul tavolo di casa parte del discorso che aveva con
cura predisposto. Per fortuna la memoria e la capacità
notevoli del p. Lanfranco ebbero la meglio!
In quella circostanza il papa ci fece dono di una quadro di p. Kolbe, che lui stesso aveva ricevuto in
omaggio, usando questa espressione: “I doni devono circolare!”. Quadro che si trova tuttora nella sala
Capitolare della Facoltà (nella foto).
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Il papa dopo l’incontro con i frati, ha potuto visitare i luoghi del complesso del Seraphicum (cappella,
biblioteca, aule scolastiche), manifestando la sua gioia per la
bellezza dell’ambiente e della casa.
In quel periodo i frati docenti e gli studenti erano numerosi e
l’ambiente rispondeva a pieno come spazio alle necessità del
momento. Poi sappiamo come le cose sono cambiate, quanto
a numeri e altro ancora!
Quella sera il papa ha voluto cenare con noi. Ha chiesto però
solo un tè per la circostanza. Per lui era la sua cena normale
(mi viene il dubbio che facesse la quaresima).
Qui due episodi che sanno di fioretti. Le suore, cuoche della casa in quel periodo, avevano predisposto il
tutto con solerzia e amore. Arriva il tè: il papa chiede di aggiungere un po’ di latte e … sorpresa – dato
che la cuoca aveva a nostra insaputa aggiunto un po’ di limone – il tè si trasformava in una bevanda
variopinta.
Il Ministro Generale, che gli stava seduto accanto, intuisce la cosa e con la rapidità suggerita dal
momento, fa sparire la tazza di tè e ne chiede un’altra, ma senza il limone questa volta… Sorrisi e
sguardi di meraviglia e commenti un po’ meno! Chi ci è rimasta sicuramente sorpresa è stata la cuoca
che aveva predisposto il tutto, ma poi, a cose avvenute, penso che ancora oggi si porti dentro con un
semplice sorriso un episodio di normale vita familiare.
In quella cena ci fu un altro particolare, degno di nota. Per l’occasione noi frati eravamo tutti con l’abito
francescano (in quel periodo si portava un po’ di più!), ad esclusione di un fraticello che, ben vestito con
giacca e cravatta, si era collocato fra le tante tonache nere.
A superare il servizio d’ordine gli era stato difficile, ma entrato nella sala da pranzo, non aveva avuto
l’attenzione di porsi in un posto in disparte. Il papa ovviamente nota “l’invito a nozze senza l’abito
nuziale”. Lo indica al ministro generale, che sorpreso pure lui, se la cava con una battuta: “è un docente
laico della facoltà”. A volte alcune risposte ci accorgiamo che non sono proprio vere, ma solo a cose
avvenute o dette!
Questa visita del papa è stata per i frati capitolari, ma soprattutto per la comunità residente al Seraphicum
un’occasione di festa e di salutare incoraggiamento a proseguire con gioia e impegno nel nostro cammino
di formazione e di studio.
Ora tutto questo con la benedizione di colui che aveva per la prima volta varcata la nostra porta di casa,
non una “porta santa”, ma desiderosi che lo diventasse in seguito. A trent’anni dall’evento, possiamo
dire che al momento era stato un “futuro santo” a varcarla, ma in prospettiva sicuramente può essere
oggi un buon auspicio anche per noi!
*OFMConv, ex Padre Guardiano e Rettore del Seraphicum
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Cineforum
REVENANT: IL REDIVIVO DI CAPRIO DA OSCAR
di Vincenzo Laurito*
L’Oscar è stato più volte annunciato, e altrettante volte la certezza che, almeno al quarto tentativo,
il signor Leonardo Di Caprio ricevesse la giusta consacrazione, ha lasciato spazio all’ennesima
delusione per l’acclamato divo (e i suoi numerosi fans). Ma crediamo che stavolta con la quinta
nomination, arrivata quest’anno con il film “Revenant”, ultima fatica del pluripremiato e osannato
regista messicano Alejandro Gonzales Iñarritu, il nostro redivivo Di Caprio possa finalmente
conquistare l’ambita statuetta.
Fatta questa doverosa premessa, chi scrive deve ulteriormente fare mea culpa, il motivo è presto detto.
A una prima visione del film, era sembrato che il talento registico che si rivelò al grande pubblico con
“Amores perros” (2000), questa volta avesse letteralmente “toppato”.
Ma una precisione di merito va fatta. Nulla quaestio poteva, infatti,
essere eccepita di fronte a un’opera dal forte impatto visivo che
ha i numeri e la qualità per essere considerato un capolavoro: dalla
fotografia sontuosa del pluripremiato Emmanuel Lubezki (qui alla
seconda collaborazione con il regista messicano, dopo l’Oscar vinto lo
scorso anno per la fotografia di “Birdman”), ai nove mesi di riprese di
cui soltanto ottanta ore d’effettivo girato, per poter dare giusto risalto
attraverso lo sfruttamento della sola luce naturale, ai già meravigliosi
paesaggi alle sue lande sconfinate di fiumi, di sterminati boschi innevati,
che lasciano sicuramente senza fiato il pubblico per la loro indubbia
bellezza. Ma poi entrando nel vivo della trama vera e propria ci siamo
chiesti il senso ultimo di questo sfarzoso esercizio di stile, al di là dei suoi virtuosismi tecnici.
Il fulcro narrativo non poteva di certo essere soltanto racchiuso nel classico tema della vendetta del
protagonista, alla ricerca affannosa di giustizia per i delitti perpetrati ai danni dei suoi cari. Molti e
altri numerosi temi dovevano essere scardinati e riesumati proprio come il corpo apparentemente
senz’anima del Di Caprio, in versione cacciatore di pelli. Innanzitutto il rapporto tra l’uomo e gli
elementi naturali che via via accompagnano il suo viaggio, all’inizio del film.
Siamo nel 1823 in North Dakota, una spedizione di esploratori viene inviata in quelle terre alla
ricerca di pelli e pellicce. La carovana guidata tra gli altri dal cacciatore Hugh Glass (Di Caprio) trova
sul suo cammino numerosi ostacoli.
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Fra tribù indiane decise a difendere il proprio suolo nativo dall’invasore yankee e da comitive
provenienti dal vecchio continente (francesi in particolare) e mamma orso grizzly che difende i propri
cuccioli – proprio quest’ultima sarà lo spartiacque che dividerà i destini della comitiva d’esploratori
da Glass/Di Caprio, anch’egli padre con figlio nativo al seguito, avuto con un’indiana pawnee (morta
anni prima trucidata dai conquistadores yankees).
Il nostro protagonista, alle prese poco prima con l’aggressione
subita dal Grizzly, viene ritrovato in fin di vita dai suoi compagni
che inizialmente cercano di prendersene cura ma che poi
abbandonano al proprio destino, uccidendone anche il figlio
poiché aveva invano cercato di proteggere l’amato padre.
Ma dalle ceneri, anzi dalle nevi (altro elemento onnipresente nella
narrazione) Hugh Glass risorgerà come moderna fenice, ponendosi
sin da subito alla ricerca smodata dei suoi carnefici.
Il sangue è l’altro elemento che pervade lo schermo – si vede anche quando non è presente – e
rappresenta il legame filiale spezzato dalla crudeltà dell’uomo, l’avidità dell’uomo tracotante che
stupra la natura e i suoi abitanti (come si vede molto bene nella digressione iniziale del film in cui si
spiega la fine tragica della compagna dell’esploratore Glass) e la sete di vendetta del protagonista che
nello scontro finale con il suo antagonista omicida farà schizzare quel sangue anche sulla cinepresa
(ed in questo i lunghi e rinomati piani sequenza di Iñarritu servono a sottolineare egregiamente tale
tensione drammatica).
E quando i morti troveranno finalmente la pace (incluso
lo spirito della moglie di Glass che appare nelle visioni del
protagonista guidandolo verso i suoi assassini durante il suo
percorso) la cinepresa ferma, per un istante interminabile, la
maschera sofferente del redivivo Di Caprio in un’ultima intensa
inquadratura che sembra dirci “Ora che sono sopravvissuto
alla morte, al gelo e alle intemperie, datemi questo maledetto Di Caprio con il regista Inarritu
Oscar!”.
Ma ironia a parte, crediamo che tale struggente intensa e partecipata interpretazione del nostro Di
Caprio vada giustamente premiata, e con essa l’ennesimo felice sforzo creativo d’un regista che, più
d’ogni altro, si conferma genio visionario e fecondo produttore d’immagini che ancora per molto
tempo rimarranno nel bagaglio collettivo di generazioni di spettatori.
*Avvocato, collaboratore del Cineforum Seraphicum
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appuntamenti
CORSO SULLA GESTIONE DEI CONFLITTI
C’è tempo sino al 5 marzo per iscriversi al corso di alta formazione interdisciplinare sul tema “La
gestione dei conflitti nei contesti educativi secondo un approccio interculturale”,
frutto di una sinergia tra la Cattedra di Dialogo tra le culture di Ragusa e il
Centro interdisciplinare di Scienze per la pace dell’Università di Pisa.
Il corso, in programma il 21, 22, 23, 29 e 30 aprile presso il Centro pastorale
francescano per il dialogo e la pace a Comiso (Ragusa), è aperto a un massimo
di trenta partecipanti che ricoprano incarichi educativi e socio-assistenziali
in ambienti esposti a tensioni e conflitti, spesso dovuti a diversità di ordine
culturale e religioso.
L’iniziativa di alta formazione è rivolta a laureati e non laureati, insegnanti,
operatori con incarichi educativi o socio assistenziali, rappresentanti del mondo delle associazioni,
operatori socio-assistenziali o del mondo associativo e del terzo settore. È accolta l’iscrizione anche per
interesse e motivazioni culturali.
L’obiettivo, si legge, “è di analizzare la genesi del conflitto, studiarne lo sviluppo e proporre dei modelli
perché possa essere opportunamente attraversato, gestito e trasformato, non nell’ottica di una sua
rimozione, bensì in quella di una sua consapevole accettazione”.
Verranno presentate alcune dinamiche conflittuali e alcuni modelli di gestione attraverso dei laboratori
e una metodologia attiva rispondente alle esigenze degli educatori in comunità complesse. Dopo il
confronto teorico applicativo fra alcuni modelli, verrà offerta l’opportunità di sperimentare alcuni
approcci concreti, particolarmente idonei per la gestione dei conflitti in ambienti educativi e socioassistenziali.
Il corso, della durata complessiva di 24 ore, si struttura in cinque pomeriggi distribuiti in due fine
settimana, come esplicitato nel calendario, e di 1,30 ore per lo svolgimento delle prove finali (solo per
coloro che ne fanno richiesta).
Per maggiori informazioni, info sul sito della Cattedra di dialogo tra le culture.
SAN KOLBE, MARTIRE DELLA CARITÀ
“San Massimiliano Maria Kolbe, martire della carità” è l’appuntamento che,
domenica 6 marzo, concluderà la rassegna “Deus caritas est - Il magistero di
Benedetto XVI sull’amore nell’anno giubilare della misericordia”. A parlarne
sarà fra Raffaele Di Muro, docente di Teologia spirituale e direttore della Cattedra
Kolbiana della Facoltà.
L’inizio alle 9.15 con l’accoglienza e l’intervento del relatore, dalle 10 alle 12 il
tempo personale di silenzio e di meditazione, alle 12 la celebrazione eucaristica
e alle 13 il pranzo, da prenotare presso la portineria del Seraphicum entro il
giovedì precedente all’incontro (info allo 06 515031).
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APPUNTAMENTI IN POLONIA…
Doppio appuntamento in Polonia per fra Emil Kumka, docente di Francescanesimo e direttore della
Biblioteca del Seraphicum.
Il 9 e 10 marzo terrà a Varsavia, in veste di capo redattore, l’incontro del Comitato
redazionale che sta lavorando alla seconda edizione ampliata e corretta del Dizionario
Francescano in lingua polacca (Leksykon Duchowosci Franciszkanskiej).
Il 12 marzo appuntamento a Torun per il simposio “I volti della misericordia”,
organizzato per il XXV anniversario di erezione della Provincia religiosa di san
Francesco dei Frati Minori (OFM) di Poznan. Tema della relazione che sarà tenuta
da fra Kumka: “Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità né durezza (Am XXVII, 6).
L’intesa e l’attualizzazione della misericordia secondo lo spirito di san Francesco”.
… E IN SPAGNA
Fra Guglielmo Spirito, docente di Spiritualità francescana, parteciperà il 21 e 22 marzo
alla Faculty of Arts - Universidad de Vitoria, al Convegno internazionale “Death and
Immortality in the Words of the Inklings”, tenendo una relazione sul tema “Tolkien’s
‘eucatastrophe’ in C.S. Lewis? Life and Death between Surprised by Joy, Till We Have
Faces, A Grief Observed, and beyond...”.
NOvità editoriali
Scrutare gli orizzonti – La vita consacrata francescana 50 anni dopo il Vaticano II (Edizioni Dehoniane
Bologna) è il titolo della pubblicazione a cura di Luca Bianchi (OFMCap) e con
le conclusioni di fra Domenico Paoletti.
Il volume raccoglie gli interventi della giornata di studio promossa dall’Istituto
francescano di spiritualità della Pontificia Università Antonianum, svoltasi il 20
aprile 2015.
“Scrutare gli orizzonti - scrive fra Paoletti - significa essere profeti di speranza:
con il nostro stile di vita evangelica, con la nostra minorità diciamo al mondo
che Dio ci viene incontro dal futuro. Con il nostro stile affermiamo che il tempo
che passa non è il consumarsi o la perdita di tutto, ma è l’accoglienza del Regno
che già viene. In un tempo come il nostro, frenetico, frammentato, convulso, pagano, testimoniamo e
annunciamo che il tempo è un compimento, non una consumazione.
Con il nostro stile e il nostro annuncio siamo poi chiamati a mostrare che il tempo in realtà non passa,
ma viene a dare pienezza alla nostra umanità. Vivere e testimoniare che Gesù Cristo è il compimento e
che in lui c’è il nuovo umanesimo”.
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novità in biblioteca
THE WRITINGS OF ST. MAXIMILIAN MARIA KOLBE
VOLUME i LETTERS - VOLUME II VARIOUS WRITINGS (Nerbini International, 2016)
The publication of the first English critical edition, The Writings oJ St.
Maximilian Maria Kolbe, constitutes a historic event for the English -speaking
readership. The sublime inspiration of the Saint’s Marian thought and
spirituality transpires from every page of his writings, whether it be a treatise
on the relationship between the Holy Spirit and the Immacuiate Conception, an evangelization pIan, a
message of counsel to religious and laity, or a filialletter to his mother.
“His deep personal relationship with the Immaculate Virgin Mary colors and enflames nearly every
page. His leitmotif is love for God, the Church, the world and all its peopies. His goal is the conversion
and sanctification of that world. Under the general editorship of Antonella Di Piazza, FKMI, the text
has meticulous footnotes, comprehensive indices, and a brilliant introduction by Fr. Giuseppe Simbula,
OFM Conv. Because the frenetic pace of St Kolbe’s active ministry afforded him no time to compose a
theological Summa, this edition assembles together the wide scope of his extant writings into a unified
synthesis. It represents a virtual magnum opus of Kolbean thought-at one and the same time pastoral,
anthropological, philosophical, spiritual, ascetical and mystical.
In the person ofSt Maximilian Maria Kolbe (1894-1941), the first half of the twentieth century found a fresh
voice fearlessly defending timeless values in the contemporary context. These two volumes give vigorous
new life to this prophetic voice of truth.» -Fr. James McCurry, OFM Conv. (dalla quarta di copertina)
FRANCISCUS LITURGICUS
(Editio fontium saeculi XIII, a cura di F. Sedda con la collaborazione di J. Dalarun,
Efr – Editrici Francescane, Padova 2015, pp. 552, tav. 8)
Liturgia è un termine che deriva dal greco λειτουργία, composto di λἠιτον «il luogo
degli affari pubblici» (derivato di λαός, «popolo») e ʹέργον «opera». Nell’antica
Grecia stava originariamente ad indicare l’ obbligo che lo stato imponeva ai cittadini
più facoltosi per celebrare iniziative di utilità pubblica.
Parlare dunque di ‘Francesco liturgico’ significa presentare il Santo come l’oggetto di una liturgia, come
colui che deve essere celebrato dal popolo dei suoi figli e figlie e di tutti i fedeli: Francesco diviene
appunto oggetto pubblico di culto, un santo, riconosciuto canonicamente attraverso la canonizzazione.
La liturgia, in quanto celebrazione, non è però una semplice operazione verbale, ma risulta essere una
complessa polifonia di parole, gesti, suoni, silenzi, immagini, vuoti, luci e ombre, che, armoniosamente
combinati, restituiscono la performance liturgica. L’evento Francesco d’Assisi è stato fatto oggetto
di approcci diversi, ma alcuni sono stati, se non del tutto, quanto meno marginalizzati; tra questi vi è
l’aspetto liturgico di san Francesco, ossia quello del Francesco celebrato.
Questo volume vuole essere un primo tentativo per sopperire a questa lacuna, ben consapevole che il sentiero che
ho iniziato a percorrere ha bisogno di essere battuto da molti prima di diventare una strada (dall’introduzione).
Segnalazioni a cura di fra Emil Kumka, direttore della Biblioteca del Seraphicum
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BISAGNO, IL “PRIMO PARTIGIANO D’ITALIA”
Sarà dedicata a Bisagno, il “primo partigiano d’Italia”, la serata di martedì 8 marzo, promossa dal
Cineforum Seraphicum in collaborazione con il Centro culturale di Roma.
L’appuntamento, in programma alle ore 21 all’Auditorium
Seraphicum, sarà introdotto dal giornalista Massimo
Bernardini, cui seguirà la proiezione del film documentario
“Bisagno” e quindi l’incontro con il regista Marco Gandolfo.
“A settant’anni dalla morte, il nome di Aldo Gastaldi continua
a risuonare nella memoria di chi ha preso parte alla lotta di
liberazione.
Sottotenente del XV Reggimento Genio, a pochi giorni
dall’armistizio sale in montagna e nel giro di pochi mesi,
con il nome di ‘Bisagno’, diventa il comandante più amato
della resistenza in Liguria.
Gastaldi interpreta il ruolo non come potere, ma come
servizio; è il primo ad esporsi ai pericoli e l’ultimo a
mangiare, riserva a se stesso i turni di guardia più pesanti.
Si conquista così l’amore e la stima degli uomini e delle
popolazioni contadine, senza il cui sostegno la lotta partigiana
sarebbe stata impossibile.
Cattolico, apartitico, con un carisma straordinario, si oppone con decisione ad ogni tentativo di
politicizzazione della resistenza. È ricordato come ‘primo partigiano d’Italia’. La sua statura umana e
cristiana ha segnato la vita di molti compagni.
A partire dalla documentazione raccolta dalla famiglia e dalle interviste a coloro che l’hanno conosciuto,
Marco Gandolfo ha realizzato un film-documentario in cui l’itinerario umano e spirituale di Aldo
Gastaldi si intreccia alle complesse dinamiche politico-ideologiche che hanno accompagnato le vicende
resistenziali, restituendo lo sguardo di un uomo capace di interrogare anche il presente”.
Costo del biglietto intero 5 euro, ridotto 3 euro.
Per informazioni:
[email protected];
[email protected];
www.bisagnofilm.com
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CINEFORUM SERAPHICUM
Nuovo mese di proiezioni e di dibattiti al Cineforum Seraphicum, ogni venerdì alle ore 21 con replica
il sabato alle 16 cui segue l’incontro con gli ospiti.
Questo il programma delle prossime proiezioni:
venerdì 26 e sabato 27 febbraio: “Leviathan”, regia di Andrej Zvjagincev
venerdì 4 e sabato 5 marzo: “Samba”, regia di Olivier Nakache e Eric Toledano;
venerdì 11 e sabato 12 marzo: “Timbuktu”, regia di Abderrahmane Sissako;
venerdì 18 e sabato 19 marzo: “Inside Out”, regia di Pete Docter e Ronnie del Carmen.
Per rimanere aggiornati sulle attività del Cineforum Seraphicum, su novità, ospiti e dibattiti, si può
seguire il sito web, l’account Twitter, la pagina Facebook e il nuovo canale YouTube.
RASSEGNA “AL DI LÀ DEL CONCERTO”
Appuntamento domenica 20 marzo, alle ore 18 all’Auditorium Seraficum (via del Serafico, 1 a Roma)
con la rassegna “Al di là del concerto – Musica & Letture”, per una originale rivisitazione dei grandi
musicisti di ogni epoca, non solo sotto il profilo del genio artistico ma anche
nella loro quotidianità.
In programma il film-concerto: Nino Rota Live su “La Strada” di Federico
Fellini.
Parteciperanno Antonello Sorrentino, tromba e flicorno; Nico Maraja,
pianoforte, voce e autore; Franco Minissi, contrabbasso; Fabrizio Rota,
batteria e arrangiamenti; Noemi Colitti, gestione contenuti video.
La rassegna, sotto la direzione artistica di Pamela Gargiuto e Paola Pegan,
propone i più grandi compositori, dal Barocco al Romanticismo, dalla
musica per film a quella d’autore, da Vivaldi a Bob Dylan, passando per
Tartini, Haydn, Mozart, Beethoven, Paganini, Nino Rota, ripercorrendo le loro note dal vivo - grazie ad
affermati professionisti - e le loro vite attraverso interventi a carattere storico e critico, con immagini,
filmati e letture tratte dagli epistolari degli stessi compositori così come dalle testimonianza delle
persone a loro più vicine.
I successivi appuntamenti sono in programma il 17 aprile e il 15 maggio, rispettivamente con “Il
Violinista del Diavolo: musica, amori e guai di Niccolò Paganini” e “Bob Dylan: dal Folk all’età della
disillusione”.
Costo di ingresso 10 euro.
Ampio parcheggio interno gratuito
Per info: tel. 06 51 50 31
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francescanamente parlando
FESTA DELLA facoltà
Festa della Facoltà, sabato 12 marzo, con la celebrazione eucaristica e una tavola rotonda sul tema
“Imparare a fare teologia insieme”.
L’appuntamento è alle 9.30 nella cappella “San Bonaventura” per la
celebrazione della santa messa, presieduta dal ministro generale fra
Marco Tasca, cui seguirà il rinfresco e alle 11, in sala Sisto V, la tavola
rotonda che proporrà due esperienze sul fare teologia insieme.
Parteciperanno, nella veste di relatori, monsignor Piero Coda, preside
dell’Istituto Universitario Sophia-Loppiano, sul tema “Abitare uno
stesso luogo”, e p. Marko Ivan Rupnik, direttore dell’Atelier di Teologia
“Cardinal Špidlík” – Centro Aletti di Roma, su “Fare teologia in modo
dinamico per una visione organica”.
Come ormai da tradizione, la Facoltà ricorda san Bonaventura da
Bagnoregio a metà marzo in quanto il 15 luglio, memoria liturgica del
santo, l’anno accademico è ormai concluso. Per questo la festa viene
anticipata a una data vicina al 14 marzo, giorno nel quale si ricorda la ricognizione e traslazione del
corpo di san Bonaventura a Lione.
FRA DI MURO PRESIDENTE M.I. INTERNAZIONALE
Fra Raffaele Di Muro, docente di Teologia spirituale e direttore della Cattedra
kolbiana della Facoltà è il nuovo presidente della Milizia dell’Immacolata
internazionale. Ad eleggerlo, con voto unanime, sono stati i delegati delle
diverse sedi nazionali della M.I. Tra gli obiettivi del mandato, di durata
triennale, il prosieguo di un rinnovato slancio missionario, proprio sulla base
della strada tracciata da p. Massimiliano Kolbe.
NOMINA EpiSCOPALE per il prof. accrocca
Papa Francesco ha nominato Arcivescovo Metropolita di Benevento don Felice Accrocca, del clero della
diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, parroco, vicario episcopale per
la pastorale, docente di Storia medievale alla Gregoriana e grande studioso
di Francescanesimo.
Lo scorso 29 gennaio è stato tra i relatori del convegno, organizzato dalla
nostra Facoltà, sul tema “Tommaso da Celano, agiografo di san Francesco”,
tenendo una relazione su “L’immagine di Francesco negli scritti del
Celanese”.
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NUOVO VESCOVO TRA I CONVENTUALI
Nuova nomina episcopale nella famiglia dei Frati minori conventuali: papa Francesco ha nominato
Vescovo di Ales-Terralba (Sardegna) fra Roberto Carboni, Segretario
Generale per la Formazione dell’Ordine dei Frati minori conventuali ed ex
studente del Seraphicum.
L’ordinazione episcopale è in programma il prossimo 17 aprile ad Ales per
la preghiera consacratoria e l’imposizione delle mani di monsignor Paolo
Atzei Vescovo di Sassari, e di mons. Morfino, vescovo di Alghero- Bosa e
mons. Dettori vescovo emerito di Ales.
“Per caritatem servite invicem - Mediante la
carità siate a servizio gli uni degli altri” è il motto
episcopale scelto (Lettera ai Galati 5, 13) dove “il servite - spiega fra Carboni
- richiama Gesù, il Servo di Dio, che lava i piedi ai suoi, e san Francesco che
vuole che i suoi frati siano servitori di tutti. Il servizio è ai fratelli concreti
(invicem), come identità profonda della vita cristiana.
Infine la carità (per caritatem) richiama Colui che è carità, uno dei nomi di Dio
che san Francesco, nelle Lodi all’Altissimo, utilizza: ‘Tu sei carità, amore’.
È una visione di azione pastorale improntata al servizio, alla relazione, con al centro Cristo Carità e con
un riferimento all’esempio di San Francesco”.
IN PAROLE FRANCESCANE
Il Signore ti benedica e ti custodisca.
Mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te.
Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace.
Il Signore benedica te, frate Leone.
SAN FRANCESCO
Benedizione a frate Leone: FF 262
PONTIFICIA FACOLTÁ TEOLOGICA “SAN BONAVENTURA” SERAPHICUM
Via del Serafico, 1 - 00142 Roma
San Bonaventura informa è a cura dell’Ufficio Stampa del Seraphicum
Responsabile: Elisabetta Lo Iacono ([email protected])
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