Emilio Pistilli
S. vittore del Lazio, l'estre-
AQUILONIA
in co mu n e di
SAN VITTORE DEL LAZIO
COMUNE DI SAN VITTORE DEL LAZIO
1998
mo comune della provincia di
Frosinone, trae origine da insediamenti dell'età del ferro. La possente cinta muraria in opera pseudo poligonale del monte
Sambùcaro, che sovrasta il paese,
testimonia l'importanza del luogo
fin dall'epoca sannitica.
In questo lavoro si sostiene l'attribuzione di quelle mura alla
mitica città di Aquilonia, distrutta
dai Romani nella terza guerra sannitica del 293 a. C., ma si evidenzia anche il cospicuo patrimonio
storico culturale che si è accumulato nel territorio comunale nel
corso dei secoli.
Di particolare interesse la
straordinaria serie degli affreschi
di scuola cassinese (sec. XI-XIII)
conservati nella medioevale chiesa di S. Nicola.
Emilio Pistilli
AQUILONIA
in
San Vittore del Lazio
COMUNE DI SAN VITTORE DEL LAZIO
2003
TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI
© EMILIO PISTILLI
2003
SERVIZIO fOTOgRAfICO: “fOTO VALERIO MASCIO”
Tutte le foto a colori contenute nel volume sono state riprese
nel mese di novembre 1998
L’OPERA è STATA STAMPATA CON CONTRIbUTO EALL S.r.l.
Presentazione
Un ritrovamento di eccezionale interesse storico, come quello di
“un’antica città” situata sul monte che sovrasta San Vittore del Lazio,
merita di essere conosciuto non solo dagli specialisti del settore e dagli
abitanti del luogo, ma da un più vasto pubblico.
Un ritrovamento che, oltre la valorizzazione ed il recupero del patrimonio storico-culturale del territorio, favorirà anche lo sviluppo del
turismo tradizionale.
Ecco perché l’Amministrazione Comunale di San Vittore del Lazio,
non può non compiacersi del fatto che un messaggio di tale portata
venga affidato ad un veicolo di ampia diffusione, come appunto è la
pubblicazione di un libro.
Gli amministratori, pertanto, esprimono a nome di tutti i cittadini, il
massimo apprezzamento al prof. Emilio Pistilli, che si è adoperato per
la realizzazione del presente lavoro.
A lui va il merito di aver segnalato per primo la presenza nel territorio del poderoso circuito megalitico di monte Sambùcaro, identificato con la mitica città sannitica di “AqUiLoniA”, e di averne curato lo
studio e la ricerca fino alla stesura della presente pubblicazione.
L’Amministrazione Comunale ha condiviso pienamente la tesi
avanzata dal prof. Pistilli ed ha giudicato doveroso dare alle stampe
questo lavoro, che lega ulteriormente la figura dello studioso al nostro
paese, nel quale ha trascorso gli anni della sua infanzia.
A nome personale, infine, esprimo di tutto cuore, l’auspicio, che
questa scoperta diventi per i Sanvittoresi motivo ulteriore di apprezzamento, amore ed orgoglio per la propria terra.
Dott. Franco Pirollo
Sindaco di San Vittore del Lazio
Premessa
quando, nel 1972, segnalai il ritrovamento di un imponente circuito murario in opera pseudo poligonale sul monte che sovrasta S.
Vittore del Lazio, per molteplici ragioni ipotizzai che si trattasse dell’introvabile Aquilonia dei Sanniti di cui parla Livio nel Lib. X della
sua storia di Roma.
Allora proposi la questione come un’ipotesi; in realtà avevo buoni
motivi per ritenere che si trattasse di ben più che un’ipotesi. Un mio
articolo-segnalazione1 fu accolto con buona dose di scetticismo: per
questa ragione gli elementi probanti che lì riassumevo passarono quasi
del tutto inosservati.
Successivamente intervenni più volte sulla stampa a riassumere i
termini della scoperta2. Da allora ho raccolto svariate riserve sul tenore della mia ipotesi, anche da chi, per amor di campanile, avrebbe
dovuto trovar conveniente amplificare l’importanza del ritrovamento.
Tutte le obiezioni e le recise smentite, anche da persone autorevoli,
sull’identificazione di Aquilonia, anziché farmi recedere dall’ipotesi,
mi hanno rafforzato sempre più nella mia convinzione, e non certo per
testardaggine: in breve, ciò che doveva demolire la mia tesi risultava,
invece, inconsistente ed incongruente nei confronti del racconto di
Livio e, anzi, mi induceva a riscontrare ancora nuove concordanze.
non sono mancati studiosi, anche di chiara fama, che, pur di sostenere tesi diverse, sono stati costretti a correggere e talvolta stravolgere
il testo di Livio.
Le obiezioni maggiori si possono riassumere in tre punti essenziali:
a) La città di Aquilonia è da collocare in altro sito; e proprio
riguardo al sito abbiamo una vera e propria “antologia” di località individuate negli ultimi cento anni: spaziano dalla Valle di Comino, al
Molise, alla Basilicata.
1 E. Pistilli, Ipotesi sulla città di Aquilonia distrutta nell’anno 293 a.C., in “il
Gazzettino del Lazio”, n. 10 del 15 giugno 1972.
2 Tralasciando i quotidiani basti ricordare solo le riviste: “La voce di Aquino”, iV/72,
n. 34, pag. 4; “Rassegna storica dei comuni”, V/73, n. 2, pag. 67; “Lazio Sud”,
ii/83, n. 4, pag. 17.
6
EMiLio PiSTiLLi
b) le città conquistate dai Romani nella terza guerra sannitica del
293 a. C. (Cominio, Amiterno, Duronia, oltre, naturalmente,
Aquilonia) sono da individuare tra la Valle di Comino, il territorio di
S. Elia Fiumerapido e quello di Roccasecca, lungo il corso del Melfa;
dunque in un raggio di dieci o quindici chilometri, facendo centro su
Atina;
c) il racconto di Livio è fantastico e per questo motivo non fa testo.
naturalmente se è fantastico non ha senso nemmeno porsi il problema
dell’identificazione dell’antica Aquilonia, e ciò vale anche per qualsiasi altra collocazione di località liviane.
non pensavo, dopo tanti anni, di dover riprendere quell’argomento,
ma le accresciute acquisizioni da parte mia e la necessità di dover confutare affermazioni fuorvianti ed interventi privi di ogni senso della
storia e della concretezza da parte di alcuni critici di turno, mi inducono a farlo.
nel 1972, con un articolo su “il Gazzettino del Lazio”3 ed un successivo estratto diffuso ampiamente, descrissi con dovizia di particolari le vicende e l’entità del ritrovamento; oggi potrei ripetere tutto alla
lettera, rivedendo solo alcuni dettagli dovuti alla mia inesperienza del
tempo, come per esempio il numero eccessivo delle porte e la forzata
individuazione dell’acropoli nella parte più alta del complesso archeologico4.
in effetti qui riprenderò gran parte di quel lavoro.
3 op. cit.
4 Fui indotto in tali errori da qualche studioso che godeva della mia piena fiducia.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
7
1 - S. VITTORE DEL LAZIO
1- S. Vittore del Lazio: m. 207 s. l. m.
1.1. Notizie storiche
Le origini dell’attuale centro abitato di S. Vittore del Lazio5 sono da
ricercarsi nel pieno medioevo e precisamente a cavallo dell’anno mille.
Ma ciò non significa che il territorio, precedentemente a quel tempo,
fosse disabitato. La ricerca archeologica, infatti, fornisce (e molto più
potrà ancora fornire) numerose testimonianze di insediamenti umani,
nella zona, già in epoche antichissime.
il primo a darci notizie abbastanza precise di ritrovamenti antichi fu
il dott. Pietro Saroli, medico di 1ª classe nella R. Marina, il quale, in
un suo opuscolo del 18926 informava del rinvenimento di diverse
5 questo paragrafo è stato tratto liberamente da Lineamenti di Storia di S. Vittore del
Lazio, Archeoclub di S. Vittore del Lazio, 1986, pubblicazione alla quale ho dato
un modesto contributo di ricerche.
6 P. Saroli, Di alcune tombe rinvenute nel territorio di San Vittore del Lazio – Nota
archeologica, Venezia, 1892.
8
EMiLio PiSTiLLi
tombe di epoca romana e preromana nel fondo così detto dei “Gentili”,
nel fondo (“masseria”) dei signori Sarnelli, nel fondo “Casadelmo” del
barone Bonanno, nel fondo “Marozze”, nel fondo “olive del
Consiglio” e nel fondo “Bagni”.
in una di quelle tombe fu ritrovata una moneta neroniana, e già questo fatto fornisce una datazione ben precisa. in base alle indicazioni del
Saroli non è possibile stabilire l’epoca reale delle altre inumazioni; né
è accettabile l’ipotesi dell’emerito medico sanvittorese, secondo il
quale esse risalirebbero al periodo volsco, dal momento che pare ormai
accertato che i Volsci poco o nulla ebbero a che fare con il territorio in
questione.
S. Vittore ha pure restituito alcune iscrizioni di epoca romana, due
delle quali furono riportate dal Mommsen nel Corpus Inscriptionum
Latinarum.
La prima:
P. FARACio
C
.F7
La seconda:
Don
PERCEnniA
o. L. PRiMA
. AGR. P . Viii
in . FRonT . P . Viii.8
in
di una terza ci riferisce D. Angelo Pantoni o.S.B. nel Bollettino
Diocesano di Montecassino: questa accenna ad una famiglia dei
“Principii” ed è inserita in un pilastro della chiesa parrocchiale9.
Ritrovamenti ben più importanti si ebbero nel 1972 sul monte
Sambùcaro: ma questo è proprio l’argomento del presente lavoro.
7 T. Mommsen, C.i.L., X, n. 5232, tra le rovine di un’antica casa.
8 id. n. 5273, nella chiesa matrice
9 A. Pantoni, S. Vittore del Lazio, i, “Bollett. Dioces. Di Montecassino”, 1973, n. 3,
pag. 232. Gli articoli comparsi nel citato Bollettino Diocesano tra il 1973 e 1975
sono stati raccolti in un unico volume: “San vittore del Lazio – Ricerche storiche e
artistiche”, a cura di Faustino Avagliano, Montecassino, 2002.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
9
oggi si puó affermare che non vi sia un campo, nel comune di S.
Vittore, che non rechi tracce di antichi insediamenti preromani, romani e medioevali.
Pantoni ritiene che lì fosse uno dei tanti “pagi” o ville che sorgevano ovunque nel Cassinate10. Ma l’abbondanza e l’estensione dei luoghi di ritrovamenti fanno pensare a qualcosa di più di un villaggio: ad
una città, forse sannitica, forse precedente. Se si trattò di Aquilonia la
sua storia si chiuse nel 293 a. C. con la distruzione nella terza guerra
sannitica; se fu altra città sannitica cessò di esistere comunque con
l’occupazione dei Romani, avvenuta nel medesimo periodo.
Se qualche forma di vita continuò dopo quegli avvenimenti fu senz’altro modesta ed irrilevante fino alla totale pacificazione del territorio da parte dei Romani.
il territorio fece parte del Latium Adiectum e godette di tutti i benefici dell’occupazione romana, compreso anche il passaggio della via
Latina, nell’attuale zona di S. Cesario, dove sono ancora presenti
cospicui resti del basolato. Ma alla caduta dell’impero subì gli effetti
disastrosi delle invasioni barbariche con il relativo spopolamento.
Dopo la venuta di S. Benedetto a Montecassino (probabilmente nel
529) seguì le sorti del monastero. Ma solo nell’anno 744 il territorio di
S. Vittore fece parte ufficialmente della Terra Sancti Benedicti (cioè
dei possedimenti dell’abbazia di Montecassino). in quell’anno, infatti,
il duca di Benevento Gisulfo ii, per riparare alle malefatte dei suoi predecessori longobardi, donò al monastero una notevole estensione di
territorio che andava da S. Andrea a S. Pietro infine, al monte Cavallo
(nelle Mainarde), al monte Cairo, ad Esperia, includendo, quindi, per
intero l’attuale comune di S. Vittore11.
Dopo le devastazioni operate dai Saraceni, terminate con la battaglia
del Garigliano nel 915, l’abate Aligerno (ab. 949-986) provvide al
ripopolamento delle contrade abbandonate dai suoi abitanti, facendovi
affluire contadini da altre regioni.
Certamente in quella occasione anche le campagne di S. Vittore –
non ancora esistente come paese – furono abitate da nuovi coloni.
Attorno alle chiese e alle celle monastiche, che erano ormai sorte un
10 ivi, pag. 233.
11 Chronica Monasterii Casinensis (d’ora in poi solo Chron. Cas,), i, 5, M.G.H.,
Scriptores, 1980, a cura di H. Hoffmann.
10
EMiLio PiSTiLLi
po’ dovunque, furono costruite numerose case che costituirono i primi
nuclei dei futuri comuni.
questi nuclei, per volere degli abati di Montecassino, furono fortificati e circondati da mura.
questa fu anche la sorte di S. Vittore, il cui castello viene menzionato per la prima volta nel Chronicon cassinese nel 1045, quando i
normanni, che avevano invaso tutto il meridione d’italia, furono cacciati da S. Germano (oggi Cassino) e da tutta la Terra di S. Benedetto,
asserragliandosi, però, nei castelli di S. Vittore e di S. Andrea12. Dopo
pochi giorni l’abate Richerio, chiesto l’aiuto dei conti dei Marsi e dei
fedeli dei monasteri vicini, riuscì a liberare il castello di S. Vittore.
questo castello doveva essere ben munito, dal momento che ebbe
una cinta muraria fortificata da ben 23 torri13, alcune delle quali sono
ancora visibili.
Lo troviamo ancora menzionato nel 1123, quando si alleò con S.
Angelo in Theodice che era insorto contro Montecassino; ma l’abate
oderisio sedò la rivolta14.
Ancora nel 1139, durante il conflitto tra Ruggero ii e il papa
innocenzo ii; quest’ultimo fu sconfitto e il monastero fu spogliato del
suo tesoro e alcuni paesi furono devastati e incendiati, fra questi S.
Vittore15.
Altra espugnazione del castello si ebbe nel 1199 da parte del tedesco Markualdo16; più tardi, nel 1382, da Luigi ii D’Angiò17; e ancora
nel 1421 dal signore di Capua Braccio da Montone18.
Devastazioni si ebbero ancora tra il 1400 ed il 140119.
12 Chron Cas., cit., ii, 71.
13 S. De Miranda, S. Vittore Mauritano Martire e le memorie ambrosiane nella
Campania, napoli, 1932, pag. 12; anche A. Pantoni, cit., pag. 232; il numero delle
torri sembrerebbe esagerato.
14 Chron Cas., cit., iV, 79.
15 L. Tosti, Storia della badia di Montecassino, Roma, 1899, ii, pag. 107.
16 Ryccardi de Sancto Germano Chronica, ed. Garufi, 1938, R.i.S., t. Vii, p. ii, pag.
20.
17 De Tummolillis, Notabilia temporum, Fonti della Storia d’italia, Vii, ist. St. ital.,
1890, pag. 9.
18 De Tummolillis, op. cit., pag. 33.
19 Per ulteriori notizie sul castello si veda l’Appendice ii, B.5.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
11
2- S. Vittore del Lazio: veduta dalle pendici del monte Sambùcaro.
La tranquillità si ebbe solo un secolo più tardi con la dominazione
spagnola. Ma da allora in poi S. Vittore seguirà le vicende note di tutto
il meridione d’italia.
il paese ebbe nel medioevo un ospizio per i poveri e numerose chiese: S. Maria della Rosa (la principale), S. nicola (che conserva ancora
affreschi del Xiii secolo), S. Salvatore (che fu poi S. Croce), S.
Basilio. nelle campagne: S. Sebastiano, S. Vittore, S. Giovanni, S.
Pietro, S. Angelo (S. Michele), S. Giusta e S. Leonardo.
Va infine ricordato che un’antica tradizione afferma che attorno alla
chiesa di S. nicola sorgeva una vera e propria città (distinta dalla zona
del Castello) di 6.000 famiglie, cioè oltre 20.000 persone: probabilmente si trattava dell’agglomerato dei Greci che nel medioevo avevano popolato in gruppi numerosi le contrade della Terra di S. Benedetto
e la stessa S. Germano (Cassino)20.
Per le notizie relative a tempi più recenti rinvio al ricordato studio
Lineamenti di storia di S. Vittore del Lazio o, meglio ancora a quello
del benedettino Angelo Pantoni nell'edizione del 2002.
20 A. Pantoni, op. cit., pag. 232.
12
EMiLio PiSTiLLi
2 - AQUILONIA
2.1. La “urbs” dei Sanniti
Prima di procedere nella trattazione va messo a fuoco il concetto di
urbs riferito ai centri abitati sannitici.
Dobbiamo subito sgomberare la mente dallo stereotipo della città
romana, con ampie strade, palazzi, monumenti, ecc.
non dobbiamo mai dimenticare che i Sanniti furono per lungo
tempo un popolo a persistente struttura tribale, dedito prevalentemente alla pastorizia e all’agricoltura.
Le abitazioni dei pastori da sempre – oggi come ieri – si sono presentate con un modello di monolocale con annessa stalla, realizzato
con materiale ricavato dallo stesso luogo: per lo più pietra locale (o
tufo), combinata con legname e laterizi a copertura. Locali poveri e
privi di ogni servizio perché la maggior parte del tempo la si trascorreva sui pascoli o tra i campi; per molti mesi dell’anno, addirittura, si
andava in transumanza.
Le strade erano in funzione dell’uomo ma anche degli armenti che
a sera riparavano nelle stalle.
Dunque una città sannitica, specialmente se posta in zona precaria
di confine, fatta di una successione ed un accavallarsi di tal genere di
abitazioni – e che qui chiameremo di primo tipo –, non doveva offrire
un paesaggio tanto elegante. infatti se oggi si va ad effettuare scavi su
siti del genere non ci si possono aspettare strutture imponenti e materiali di pregio.
La strutturazione in tribù, del resto, esclude la presenza di istituzioni pubbliche che dessero inevitabilmente luogo ad opere di edilizia
pubblica e di tipo monumentale. Gennaro Franciosi: « [i Sanniti] vivevano, in poche parole, quali poplazioni di pastori, in una fase assai più
arretrata rispetto alle zone del Lazio raggiunte a quel tempo dall’influenza etrusca.
i secoli Vi e V della civiltà sannita sono conosciuti esclusivamente
in base agli scavi di necropoli che, non affiancate da opere di urbanizzazione, denotano una densità demografica sul territorio, ma non l’esi-
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
13
stenza di agglomerati cittadini »21. Dunque il concetto di città-stato,
che i Romani presero dagli Etruschi, non è applicabile al popolo dei
Sanniti, almeno nel senso descritto da Cicerone: « multa enim sunt
civibus inter se communia, forum, fana, porticus, viae, leges, jura,
judicia, suffragia, consuetudines »22. « Tutto ciò, continua Franciosi,
non si verifica nell’ambiente dell’antico Samnium, nel quale, nonostante le distinzioni sociali, persistono notevoli vestigia di un più antico assetto comunitario tribale, tipico dell’arcaica società italica »23.
questo discorso, naturalmente, non vale per i grandi centri urbani
dell’interno dell’antico Sannio, dove si viveva in strutture organizzate
per una residenza stabile e con tutti i servizi, dalle fogne alle officine,
dagli edifici sacri a quelli per l’amministrazione della cosa pubblica,
fino ai teatri: e di questi abbiamo vari esempi in tutto il Molise: per
tutti si veda Pietrabbondante, presso Agnone.
quest’ultimo genere di città – secondo tipo –, destinato, come già
detto, ad una popolazione residenziale, dedita a molteplici attività, era
posta quasi sempre in posizione piuttosto elevata ma facilmente raggiungibile, sia per la pendenza del terreno, sia per la rete stradale che
le dava accesso – non si puó pensare che i Sanniti amassero complicarsi l’esistenza andando ad abitare in luoghi adatti solo alle capre –,
sia per le possibilità di rifornimento idrico. Era inserita, inoltre, in un
contesto fortificato che garantisse sicurezza a persone e cose. Tali fortificazioni consistevano di solito in un circuito di solide mura di tipo
poligonale, di quelle che Giuseppe Lugli definiva di seconda, di terza
e di quarta maniera: cioè con qualche pretesa estetica e di decoro24.
il più delle volte quelle città hanno continuato ad essere frequentate
anche in epoche successive proprio grazie alla vivibilità conferita dalle
condizioni ambientali particolarmente felici.
La stessa cosa non puó dirsi per le città di primo tipo destinate ad
21 G. Franciosi, Osservazioni sulle strutture sociali dei Sanniti, in Safinim, Atti del
Convegno di Studi del Centro Studi Alto Molise, Agnone, 14 marzo 1992.
22 Cicerone, De officiis, 1.17.53.
23 G. Franciosi, cit.
24 G. Lugli, Studi minori di topografia antica, De Luca Edit., 1965, pag. 27 e sgg. Va
rilevato, però, che la classificazione del Lugli è quasi del tutto riferita ad esperienze dell’area romano laziale, quindi non sempre applicabili alle fortificazioni sannitiche.
14
EMiLio PiSTiLLi
una presenza precaria perché poste in zona di confine o perché utilizzate per attività stagionali. Anche qui, però, dobbiamo immaginare che
la scelta del luogo non potesse prescindere da criteri di vivibilità: facilità di accesso da parte degli abitanti e del bestiame, presenza di acqua
(corsi d’acqua o pozzi) e prossimità ai campi lavorati ed ai pascoli.
La fortificazione, per questi abitati, aveva caratteri di struttura di
emergenza, dunque una semplice sovrapposizione di massi, con scarsa
o nessuna lavorazione; di prima maniera, secondo Lugli, il che non
implica necessariamente una successione temporale o diacronica tra le
varie maniere, ma anche una coesistenza temporale, o sincronica, con
differenziazioni derivate solo dalla loro destinazione.
A conferma di ciò vi è uno studio di una certa importanza sulle mura
del basso Lazio, impropriamente definite “ciclopiche”: è quello di
Dino Ramacci del 197525, il quale riporta diversi pareri sul rapporto
tipologia-antichità delle varie tecniche edilizie – sempre riferiti al
Lazio meridionale – con qualche spunto interessante: « Riprendendo a
dire delle classificazioni in epoche e maniere delle mura poligonali, va
osservato che tale distinzione non puó essere accolta rigidamente.
Piuttosto vanno posti in rilievo i vari modi, il diverso stile seguito, la
migliore costruzione attuata e in questo senso vanno considerate le
epoche e le maniere diverse. E questo va detto perché nella costruzione spesso furono seguiti altri modi che pur vanno considerati, attinti
contemporaneamente alle diverse epoche ». A conferma di ciò lo stesso Ramacci cita il Fonteanive: « … si fa annotare come queste diverse
maniere si ravvisino talvolta in uno stesso bastione le une alle altre
sovrapposte; ed anche disposte in senso perpendicolare, od anche a
scaglioni in ritirata ».
il lavoro di Dino Ramacci è di grande pregio per la ricca documentazione fotografica sulle mura poligonali del basso Lazio.
il più delle volte si è verificato che le mura non cingevano l’abitato,
ma si elevavano attorno alla cima del monte che lo dominava, sfruttando l’asperità del luogo e l’abbondanza di pietre per la costruzione
del circuito murario e dei rifugi interni.
Dunque queste ultime fortificazioni erano destinate solo ad una difesa di emergenza per persone e bestiame e per brevi periodi: lo dimo25 D. Ramacci, Le mura ciclopiche nel Lazio Meridionale. Le città dei Pelasgi,
Staderini, Roma, 1975,
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
15
strano la stessa asperità del sito e le limitate possibilità di sopravvivenza per lunghi periodi, determinate dalla mancanza di acqua abbondante – in quei luoghi di solito si rinvengono solo dei pozzi di acqua
piovana o di raccolta degli scoli nevosi – e di autonome risorse alimentari.
i più recenti studi ci hanno fornito un lungo elenco di fortificazioni
del genere, accanto a quelle del secondo tipo, già note, dei grossi centri dell’interno del Sannio.
2.2. Alcuni esempi
Uno studio fondamentale sulle emergenze archeologiche del Sannio
occidentale (tra Venafro, Campobasso, Telese e Capua) è quello di
Domenico Caiazza26, il quale ci fornisce anche una catalogazione di
54 insediamenti fortificati nel nord di Terra di Lavoro e nel Molise in
base alle loro dimensioni ed importanza. Egli, per esempio, classifica
come urbs o centro di grande dimensione, con acropoli, tracce di strade ed edifici: Casinum, Bovianum, l’odierna Campobasso, Caiatia,
Trebula (Treglia), Montauro; come oppidum, o centro di media dimensione: Frosolone, Monte Saraceno (Longano), Ferrazzano, Monte
Monaco, Monte Alifano, Monte Cila; come castellum o piccola fortificazione di esclusivo o preminente impiego militare: Monte Castellone
(Torcino), Monte Crocella, Colle di Rocco, Monte Caruso, Colle
Vrecciale, Monte Catrevula, Monte Acero, Monte S. Croce
(Roccamonfina).
Già i nomi che richiamano località montane ci rivelano la tipologia
accostabile al nostro primo tipo delle fortificazioni che il Caiazza definisce oppida o castella; invece quelle che egli chiama urbes hanno
assicurato la frequentazione umana fino ai giorni nostri e sono assimilabili al secondo tipo.
Anche nel basso Frusinate si hanno fortificazioni del primo tipo:
monte Cierro o Costalunga in territorio di S. Elia Fiumerapido, Rocca
26 D. Caiazza, Archeologia e storia antica del mandamento di Pietramelara e del
Montemaggiore, Pietramelara, 1986, pag. 102; si vedano anche: Adolfo Panarello,
‘Patenaria’ dall’alba dell’Uomo al V secolo d. C. – Preistoria, protostoria e storia
antica del circondario di Vairano Patenora, 1994; Paolo nuvoli, Ad Aquiloniam e
Cominium – Quadro geostorico della battaglia nel Sannio dei Pentri, Ediz. Vitmar,
Venafro, 2002.
16
EMiLio PiSTiLLi
Malacocchiara in Val di Comino, tanto per citarne alcune.
non si puó concludere questo capitolo senza far cenno all’istituto
del ver sacrum, ampiamente diffuso tra le popolazioni arcaiche italiche
e che consisteva nell’usanza di allontanare, ogni anno, un certo numero di giovani per far fronte all’eccesso di popolazione che determinava gravi problemi di sopravvivenza in luoghi poco ospitali quali erano
quelli del Sannio montuoso. Tale uso, che soppiantò quello crudele del
sacrificio umano, consisteva nel mandare alla ventura i gruppi migranti, destinati, in tal modo, all’estinzione o alla nascita di nuovi gruppi
tribali. nella migrazione del ver sacrum i gruppi venivano guidati da
un mitico animale, che diveniva anche il simbolo tribale, e ciò sarebbe
dimostrato anche dallo stesso nome di alcuni gruppi etnici italici: il
picchio (picus) per i Piceni, il lupo (hirpus) per gli irpini, il bue (bos)
per le genti di Boviano27.
Potremmo arguire che uno di questi gruppi, guidato dall’aquila, si
fosse stanziato tra i monti a ridosso di Venafro: quello dell’Aquilone e
di Montaquila, dando origine agli stessi toponimi?
***
A questo punto ritengo opportuno proporre integralmente all’attenzione del lettore le pagine di Tito Livio, dal suo Ab Urbe condita, limitatamente alla battaglia di Aquilonia ed ai suoi preliminari, con la pregevole versione italiana a fronte di Carlo Vitali28: solo così, infatti
potranno essere chiari tutti i riferimenti che più avanti si faranno al
testo di Livio.
27 E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, 1985, pag. 37 e sgg.; 1ª ediz. in inglese Cambridge University Press, 1967.
28 Livio riserva alla battaglia di Aquilonia i capitoli XXXViii-XLV del libro X della
“Storia di Roma”.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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3- Cassino: le mura dell’antica Casinum guardano quelle di S. Vittore del Lazio
sulle prime pendici del monte Sambùcaro (sullo sfondo indicate dalla freccia).
4- Atina: le mura poligonali di Valle giordana.
18
EMiLio PiSTiLLi
5- Vicalvi: le mura poligonali che contornavano la cima del colle, attualmente
occupato da un castello medioevale.
6- S. Elia fiumerapido: scorcio del circuito poligonale di monte Cierro o
Costalunga, a ridosso della contrada Olivella.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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3 - IL TESTO DI TITO LIVIO
Tito Livio
Storia di Roma
Testo latino, versione e note a cura di Carlo Vitali, ediz. zanichelli, 1973
pag. 282-304
Lib. X, capp. XXXViii - XLV
n. B. - Le note a questa sezione appartengono al traduttore.
Terribili riti di iniziazione tra
i Sanniti
XXXVIII.
Sequitur hunc annum et consul insignis, L. Papirius Cursor,
qua paterna gloria, qua sua, et
bellum ingens victoriaque quantam de Samnitibus nemo ad eam
diem praeter L. Papirium patrem
consulis pepererat. Et forte
eodem conatu apparatuque omni
opulentia insignium armorum
bellum adornaverant et deorum
etiam adhibuerant opes ritu quodam sacramenti vetusto velut initiatis militibus, dilectu per omne
Samnium habito nova lege, ut
qui iuniorum non convenisset ad
imperatorum edictum quique
iniussu abisset caput Iovi sacraretur. Tum exercitus omnis
Aquiloniam est indictus. Ad
sexaginta milia militum quod
roboris in Samnio erat convenerunt. Ibi mediis fere castris locus
Terribili riti di iniziazione
tra i Sanniti
XXXViii.
Si ebbero nell'anno seguente
un console illustre sia per la gloria paterna quanto per la propria,
Lucio Papirio Cursore, una grossa guerra e una vittoria quale
mai nessuno, ad eccezione di L.
Papirio, padre del console, aveva
fino allora riportato sui Sanniti.
Ed anche allora, stranezze del
caso, i Sanniti scesero in campo
con lo stesso apparato sfarzoso e
con la stessa ricchezza di armi; e
anche allora fecero ricorso agli
dèi, iniziando con un antico rito
sacro, facendo le leve in tutto il
Sannio secondo una nuova
legge, per la quale quelli che
erano atti alle armi che non si
fossero presentati conformemente all'editto dei capi o si fossero
allontanati senza permesso fossero immolati a Giove. Poi tutto
20
EMiLio PiSTiLLi
est consaeptus cratibus pluteisque et linteis contectus, patens
ducentos maxime pedes in omnes
pariter partes. Ibi ex libro vetere
linteo lecto sacrificatum sacerdote Ovio Paccio quodam, homine magno natu, qui se id sacrum
petere adfirmabat ex vetusta
Samnitium religione, qua quondam usi maiores eorum fuissent
cum adimendae Etruscis Capuae
clandestinum cepissent consilium. Sacrificio perfecto per viatorem imperator acciri iubebat
nobilissimum quemque genere
factisque; singuli introducebantur. Erat cum alius apparatus
sacri qui perfundere religione
animum posset, tum in loco circa
omni contecto arae in medio victimaeque circa caesae et circumstantes centuriones strictis gladiis. Admovebatur altaribus
magis ut victima quam ut sacri
particeps adigebaturque iure
iurando quae visa auditaque in
eo loco essent non enuntiaturum.
Dein iurare cogebant diro quodam carmine, in execrationem
capitis familiaeque et stirpis
composito, nisi isset in proelium
quo imperatores duxissent et si
aut ipse ex acie fugisset aut si
l'esercito venne convocato ad
Aquilonia1. Vi si trovarono
riuniti circa sessantamila, quanti
armati poteva dare il Sannio. Là,
nel mezzo del campo, un'area
lunga e larga quasi duecento
piedi venne chiusa da graticci
sostenuti da pali e coperta da
tele. in essa un sacerdote molto
anziano, ovio Paccio, secondo
un rituale ricavato da un vecchio
libro di tela2, offrì un sacrificio,
che egli diceva una rinnovazione
di quello che, secondo l'antica
liturgia sannitica, era stato offerto dai loro antenati clandestinamente quando avevano deciso di
strappare Capua agli Etruschi.
Compiuto il sacrificio, il comandante in capo faceva chiamare da
un messo tutti coloro che eccellevano o per nobiltà o per imprese compiute e venivano introdotti ad uno ad uno. Per incutere
negli animi un sacro terrore,
oltre le altre attrezzature per i
sacrifici, in tutto lo spazio coperto, si ergevano nel mezzo are e
intorno ad esse giacevano le vittime uccise, e centurioni con le
spade in pugno erano distribuiti
tutto all'ingiro. il chiamato era
fatto accostare all'altare in atteg-
1 Città nel territorio degli irpini, ai confini con l'Apulia, non lontano dall'odierna
Carbonara.
2 Libri lintei: rotoli di tela di Lino sui quali si conservavano scritti i nomi dei magistrati anno per anno; erano custoditi nel tempio di Giunone Moneta.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
quem fugientem vidisset non
extemplo occidisset. Id primo
quidam abnuentes iuraturos se
obtruncati circa altaria sunt,
iacentes deinde inter stragem
victimarum documento ceteris
fuere ne abnuerent. Primoribus
Samnitium ea detestatione
obstrictis decem nominati ab
imperatore; eis dictum, ut vir
virum legerent donec sedecim
milium numerum confecissent.
Ea legio linteata ab integumento
consaepti, in quo sacrata nobilitas erat, appellata est; bis arma
insignia data et cristatae galeae,
ut inter ceteros eminerent. Paulo
plus viginti milium alius exercitus fuit nec corporum specie nec
gloria belli nec apparatu linteatae legioni dispar. Hic hominum
numerus, quod roboris erat, ad
Aquiloniam consedit.
21
giamento più di vittima che di
iniziando ed era invitato a giurare che non avrebbe rivelato nulla
di quanto avesse veduto od udito
in quel luogo. Gli si richiedeva
poi un altro giuramento stilato in
una formula truce con la quale
richiamava la maledizione sul
proprio capo, sulla propria famiglia, sulla discendenza, se non
avesse seguito i suoi duci nel
combattimento a cui essi lo chiamavano, se fosse fuggito dalla
battaglia, se non avesse ucciso
immediatamente chiunque avesse visto fuggire. Alcuni fra i
primi che si erano rifiutati di
prestare quel giuramento vennero massacrati davanti all'altare e
i loro corpi giacenti tra le vittime
dei sacrifici furono di ammonimento agli altri che avessero
voluto imitarli. Tra i più distinti
dei Sanniti vincolatisi con quel
giuramento il comandante supremo ne elesse dieci, ciascuno dei
quali doveva scegliersi un compagno e questi un altro, e così
via via fino a raggiungere il
numero di sedicimila. questo
reparto dalla copertura del recinto in cui la nobiltà era stata consacrata fu chiamato linteato:
ebbero armi distinte, elmi
impennacchiati, in modo che
fossero chiaramente visibili. il
resto dell'esercito, composto da
22
EMiLio PiSTiLLi
poco più che ventimila uomini3,
non era molto al disotto della
legione linteata né per la prestanza degli individui, né per valore
in guerra né per lusso di armi:
questa massa di uomini che
costituiva la forza dei Sanniti si
accampò nelle vicinanze di
Aquilonia.
Operazioni di preparazione
dei consoli
XXXIX.
Operazioni di preparazione
dei consoli
XXXiX.
Consules profecti ab urbe,
prior Sp. Carvilius, cui veteres
legiones, quas M. Atilius superioris anni consul in agro
Interamnati reliquerat, decretae
erant. Cum eis in Samnium profectus, dum hostes operati superstitionibus concilia secreta
agunt, Amiternum oppidum de
Samnitibus vi cepit. Caesa ibi
milia hominum duo ferme atque
octingenti, capta quattuor milia
ducenti septuaginta. Papirius
novo exercitu - ita enim decretum erat - scripto Duroniam
urbem expugnavit. Minus quam
collega cepit hominum, plus ali-
i consoli partirono dall'Urbe;
prima Spurio Carvilio, a cui era
stato dato il comando delle
legioni veterane che M. Atilio,
console dell'anno precedente,
aveva lasciate nella regione di
Amiterno4, giunto nel Sannio
mentre i nemici intenti alle loro
pratiche superstiziose tenevano
conciliaboli segreti, prese loro
d'assalto la città di Amiterno:
vennero uccisi circa duemila
ottocento uomini, fatti prigionieri quattromila duecento settanta.
Papirio con un esercito di nuova
leva, come era stato decretato,
espugnò Duronia. il numero dei
3 questi 20.000 con i 16.000 della legione linteata non raggiungono la cifra di 60.000
data da Livio poco sopra. il resto era probabilmente composto di milizie ausiliarie
e da alleati.
4 Amiterno, patria di Sallustio, non era però nel Sannio, ma in territorio sabino, non
lungi dal fiume Pescara (Aternus). - Duronia, nominata poco sotto, è città sconosciuta, come Cominio, la quale però non doveva essere molto lontana da Aquilonia
(venti miglia).
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
quanto occidit; praeda opulenta
utrobique est parta. Inde pervagati Samnium consules, maxime
depopulato Atinate agro,
Carvilius ad Cominium, Papirius
ad Aquiloniam, ubi summa rei
Samnitium erat, pervenit. Ibi aliquamdiu nec cessatum ab armis
est neque naviter pugnatum;
lacessendo quietos, resistentibus
cedendo comminandoque magis
quam inferendo pugnam dies
absumebatur. Quodcumque
Comini inciperetur remittereturque, omnium rerum etiam parvarum eventus proferebatur in dies.
Altera Romana castra [quae]
viginti milium spatio aberant, et
absentis collegae consilia omnibus gerendis intererant rebus;
intentiorque Carvilius, quo in
maiore discrimine res vertebatur,
in Aquiloniam quam ad
Cominium quod obsidebat erat
L. Papirius, iam per omnia ad
dimicandum satis paratus, nuntium ad collegam mittit sibi in
animo esse postero die, si per
auspicia liceret, confligere cum
hoste; opus esse et illum quanta
maxima vi posset Cominium
oppugnare, ne quid laxamenti sit
Samnitibus ad subsidia
Aquiloniam mittenda. Diem ad
proficiscendum nuntius habuit;
nocte rediit, approbare collegam
consulta referens.
23
prigionieri fu inferiore a quello
del collega, alquanto maggiore
invece il numero degli uccisi: la
preda conquistata fu abbondante
in entrambe le città. i consoli
poi, dopo aver saccheggiato il
Sannio, specialmente la regione
di Atina, si portarono l'uno,
Carvilio, a Cominio, l'altro,
Papirio, ad Aquilonia dove erano
concentrate le forze dei Sanniti.
ivi, per qualche tempo, le ostilità
né mancarono né giunsero a
scontro impegnativo; i giorni si
susseguivano in scaramucce provocatorie contro il nemico quieto, stando sulla difensiva quando
opponeva resistenza, tenendolo
più sotto la minaccia della grande battaglia che non ingaggiandola. Di tutto quello che a
Cominio si faceva o non si faceva, di ogni avvenimento anche di
piccolo conto si teneva informato, giorno per giorno, l'altro
accampamento romano. Esso
distava venti miglia ed il console
lontano partecipava a tutte le
decisioni sulle iniziative da prendere; più vigile l'attenzione di
Carvilio verso Aquilonia quanto
maggiore l'importanza di quel
settore sul suo a Cominio che
egli teneva assediato Lucio
Papirio, che aveva ormai compiuto tutti i preparativi per la
battaglia, manda un messo al
24
EMiLio PiSTiLLi
collega per informarlo che egli
ha deciso di venire alle mani, se
gli auspici saranno favorevoli,
con il nemico nel giorno seguente; molto opportuna sarebbe stata
una azione in gran forza di
Carvilio contro Cominio che
impedisse a quei Sanniti di mandar aiuti ad Aquilonia: il messo
ebbe un giorno intero per il viaggio di andata e ritorno: ritornò
nella notte e riferì che il collega
approvava il piano di Papirio.
Discorso di Papirio ai soldati
Papirius nuntio misso extemplo
contionem hahuit; multa de universo genere belli, multa de
praesenti hostium apparatu,
vana magis specie quam efficaci
ad eventum, disseruit: non enim
cristas vulnera facere; et per
picta atque aurata scuta transire
Romanum pilum et candore tunicarum fulgentem aciem ubi res
ferro geratur cruentari: auream
olim atque argenteam Samnitium
aciem a parente suo occidione
occisam spoliaque ea honestiora
victori hosti quam ipsis arma
fuisse: datum hoc forsan nomini
familiaeque suae ut adversus
maximos conatus Samnitium
opponerentur duces spoliaque et
referrent quae insignia publicis
etiam locis decorandis essent:
5 Vd. Lib. iX, 40.
Discorso di Papirio ai soldati
Congedato il messo, Papirio
chiamò subito a raccolta i soldati: parlò a lungo sulla guerra in
generale, a lungo sulla particolare messa in scena dei nemici per
l'attuale, più vana apparenza che
utile al risultato finale; i pennacchi non dànno ferite, il giavellotto romano trapassa anche scudi
dipinti o dorati, le candide tuniche di una schiera rifulgente si
tingono di sangue quando si
lavora con le spade. " il padre
suo - disse - già una volta aveva
fatto strage di una schiera scintillante d'oro e d'argento, e quelle
spoglie erano state più di onore
per il nemico vittorioso che utili
come armi ai vinti5. Era forse un
dono concesso al suo none e alla
sua famiglia essere designati
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
deos immortales adesse propter
totiens petita foedera, totiens
rupta; tum si qua coniectura
mentis divinae situ nulli unquam
exercitui fuisse infestiores quam
qui nefando sacro mixta hominum pecudumque caede respersus, ancipiti deum irae devotus,
hinc foederum cum Romanis
ictorum testes deos, hinc iuris
iurandi adversus foedera suscepti execrationes horrens, invitus
iuraverit, oderit sacramentum,
uno tempore deos, cives, hostes
metuat.
Auspici falsificati
XL.
Haec comperta perfugarum
indiciis cum apud infensos iam
sua sponte milites disseruisset,
simul divinae humanaeque spei
pleni clamore consentienti
pugnam poscunt; paenitet in
posterum diem dilatum certamen; moram diei noctisque oderunt. Tertia vigilia noctis, iam
relatis litteris a collega, Papirius
silentio surgit et pullarium in
25
duci che tenessero testa ai maggiori sforzi dei Sanniti e ne
riportassero spoglie che fossero
bell'ornamento anche per pubblici monumenti. Gli dei immortali
erano lì presenti per quei trattati
tante volte richiesti e altrettante
volte violati, e, se si poteva far
qualche congettura sul pensiero
divino, nessun esercito essi avevan mai tanto avuto in odio
quanto quello che, macchiato in
un nefando rito dall'uccisione
commista di uomini e di animali,
doppiamente votato all'ira celeste
dovendo paventare da una parte
gli dèi testimoni dei patti stretti
con i Romani, dall'altra la maledizione del giuramento a cui si
era obbligato contro i trattati,
aveva giurato contro volontà,
odiava il giuramento militare
ridotto a temere nello stesso
tempo dèi, cittadini e nemici".
Auspici falsificati
XL.
Codeste informazioni, che egli
aveva avute da rivelazioni di
disertori, comunicate da Papirio
nel suo discorso ai soldati già di
per sé pieni d'ira, crearono un
senso di speranza nell'aiuto celeste e nelle proprie forze così
vivo che un grido unanime eruppe dai petti per chiedere di combattere; il rinvio al giorno
seguente spiace, il ritardo di un
26
EMiLio PiSTiLLi
auspicium mittit. Nullum erat
genus hominum in castris intactum cupiditate pugnae; summi
infimique aeque intenti erant;
dux militum, miles ducis ardorem
spectabat. Is ardor omnium
etiam ad eos qui auspicio intererant pervenit; nam cum pulli non
pascerentur, pullarius auspicium
mentiri ausus tripudium solistimum consuli nuntiavit. Consul
laetus auspicium egregium esse
et deis auctoribus rem gesturos
pronuntiat signumque pugnae
proponit. Exeunti iam forte in
aciem nuntiat perfuga viginti
cohortes Samnitium - quadringenariae ferme erant - Cominium
profectas. Quod ne ignoraret
collega, extemplo nuntium mittit:
ipse signa ocius proferri iubet;
subsidia suis quaeque locis et
praefectos subsidiis attribuerat;
dextro cornu L. Volumnium, sinistro L. Scipionem, equitibus
legatos alios, C. Caedicium et T.
Trebonium, praefecit; Sp.
Nautium mulos detractis clitellis
cum tribus cohortibus alariis in
tumulum conspectum propere
circumducere iubet atque inde
inter ipsam dimicationem quanto
maxime posset moto pulvere se
ostendere .Dum his intentus
giorno e di una notte diventa
odioso. Dopo la mezzanotte,
ricevuta la lettera del collega,
Papirio in silenzio si alza, dà
ordine al pullario di prendere gli
auspici. in tutto l'accampamento
non c'era un solo individuo che
non fosse preso dalla febbre di
combattere; alti graduati e umili
fanti erano in pari stato d'orgasmo: il comandante ammirava lo
spirito battagliero dei soldati, i
soldati quello del comandante: e
tale entusiasmo si era comunicato anche a coloro che prendevano parte alla presa degli auspici,
tanto che, mentre in realtà i polli
rifiutavano il cibo, il pullario osò
falsare l'auspicio sfavorevole e
riferì al console che si era avuto
un tripudio solistimo6. il console
festante annuncia a tutti l'ottimo
auspicio e che si combatterà con
l'approvazione degli dèi: fa alzare il segnale del combattimento.
Già stava per scendere in campo,
quando venne informato da un
disertore che venti coorti dei
Sanniti - erano in tutto circa quaranta - erano partite alla volta di
Cominio. Manda tosto un messo,
perché il collega ne sia informato; dà ordine di accelerare l'avanzata: aveva già dislocato in posi-
6 Tripudium solistimum: l'auspicio più favorevole dato dai polli sacri; e si aveva quando essi uscivano a furia dalle gabbie e si precipitavano tanto avidamente sul cibo
che i grani del becchime cadevano loro dai becchi producendo rumore.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
imperator erat, altercatio inter
pullarios orta de auspicio eius
diei exauditaque ab equitibus
Romanis, qui rem haud spernendam rati Sp. Papirio, fratris filio
consulis, ambigi de auspicio
renuntiaverunt. Iuvenis ante doctrinam deos spernentem natus
rem inquisitam ne quid incompertum deferret ad consulem
detulit. Cui ille: " Tu quidem
macte virtute diligentiaque esto!
Ceterum qui auspicio adest, si
quid falsi nuntiat, in semet ipsum
religionem recipit; mihi quidem
tripudium nuntiatum, populo
Romano exercituique egregium
auspicium est ". Centurionibus
deinde imperavit uti pullarios
inter prima signa constituerent.
Promovent et Samnites signa;
insequitur acies ornata armataque, ut hostibus quoque magnificum spectaculum esset.
Priusquam clamor tolleretur
concurrereturque, emisso temere
pilo ictus pullarius ante signa
cecidit. Quod ubi consuli nuntiatum est, " Di in proelio sunt ";
inquit; " habet poenam noxium
caput ". Ante consulem haec
dicentem corvus voce clara occinuit; quo laetus augurio consul,
adfirmans nunquam humanis
rebus magis praesentes interfuisse deos, signa canere et clamorem tolli iussit.
27
zioni opportune le milizie ausiliarie con propri comandanti;
posto a capo dell'ala destra Lucio
Volumnio, della sinistra Lucio
Scipione, alla cavalleria altri
legati Caio Cecilio e Tito
Trebonio; a Spurio nauzio poi
comanda di guidare rapidamente
i muli, liberati dal basto, su una
altura bene in vista, scortati da
tre coorti, e di mettersi in evidenza durante il corso della battaglia, sollevando nuvole di polvere quanto più sarà possibile.
Mentre il comandante stava
dando tali disposizioni, giunse
alle orecchie di alcuni cavalieri
romani una discussione sorta tra
i pullari a proposito dell'auspicio
di quel giorno: e quelli giudicando che si trattava di cosa da non
prendere alla leggera, informarono Spurio Papirio, figlio di un
fratello del console, che si dubitava della sincerità degli auspici.
i1 giovane, nato in tempi in cui
non si era ancora insegnato a
disprezzare gli dèi, appurò la
diceria per non riferire cosa
incerta e poi ne parlò al console
il quale disse: " Un "bravo" a te
per la tua virtuosa diligenza; ma
sappi che chi assiste ad una
presa di auspici e ne dà una
interpretazione falsa, attira su se
stesso la colpa del sacrilegio; a
me fu dato per certo il tripudio,
28
EMiLio PiSTiLLi
l'augurio più bello per il popolo
romano e per l'esercito ".
Comandò poi ai centurioni di
collocare i pullari tra le primissime file. Anche le avanguardie
dei Sanniti si fanno avanti,
seguono le schiere dalle armi
rifulgenti, spettacolo magnifico
persino ai nemici. Prima che si
alzi l'urlo di guerra e si muova
all'assalto, il pullario colpito da
un giavellotto chissà da chi e da
dove lanciato, cade ucciso
davanti alle insegne. Saputolo, il
console esclamò: " Gli dèi sono
con noi; il colpevole ha pagato il
fio ". E mentre così diceva,
davanti a lui un corvo mandò il
suo grido chiaramente risonante:
ed il console, lieto di quell'augurio, affermando che gli dèi non
erano mai stati più favorevoli
d'allora ad imprese umane, fece
squillare le trombe ed alzare il
grido di battaglia.
Sconfitta dei Sanniti ad
Aquilonia
XLI.
Proelium commissum atrox,
ceterum longe disparibus animis: Romanos ira, spes, ardor
certaminis avidos hostium sanguinis in proelium rapit;
Samnitium magnam partem
necessitas ac religio invitos
magis resistere quam inferre
pugnam cogit. Nec sustinuissent
Sconfitta dei sanniti ad
Aquilonia
XLi.
Violento fu l'inizio dello scontro, ma ben diversa la disposizione degli animi: rabbia, speranza,
ardore di lotta spingono avanti i
Romani sitibondi di sangue
nemico; l'imperioso vincolo religioso induce la maggior parte
dei Sanniti, disanimati, più a
difendersi che ad attaccare. Anzi,
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
primum clamorem atque impetum Romanorum, per aliquot
iam annos vinci adsueti, ni
potentior alius metus insidens
pectoribus ac fuga retineret.
Quippe in oculis erat omnis ille
occulti paratus sacri et armati
sacerdotes et promiscua hominum pecudumque strages et
respersae fando nefandoque sanguine arae et dira execratio ac
furiale carmen detestandae familiae stirpique compositum: iis
vinculis fugae obstricti stabant
civem magis quam hostem timentes. Instare Romanus a cornu
utroque a media acie et caedere
deorum hominumque attonitos
metu; repugnatur segniter, ut ab
iis quos timor moraretur a fuga
Iam prope ad signa caedes pervenerat, cum ex transverso pulvis velut ingentis agminis incessu
motus apparuit; Sp. Nautius
Octavium Maecium quidam eum
tradunt dux auxiliaribus cohortibus erat; pulverem maiorem
quam pro numero excitabant;
insidentes mulis calones frondosos ramos per terram trahebant.
Arma signaque per turbidam
lucem in primo apparebant; post
altior densiorque pulvis equitum
speciem cogentium agmen dabat
fefellitque non Samnites modo
sed etiam Romanos; et consul
adfirmavit errorem clamitans
29
avvezzi da tanti anni alle sconfitte, non avrebbero nemmeno
sostenuto il primo urto e la
impetuosità dell'assalto dei
Romani, se non fossero stati trattenuti dal fuggire da un altro
senso di paura più profondo,
infisso nell'animo. Ché avevano
ancora davanti agli occhi tutta
quella scena del rito occulto e i
sacerdoti armati e la promiscua
strage di uomini e di animali e le
are cosparse di sangue pio ed
empio e la truce maledizione e le
formule infernali imprecanti alle
famiglie, ai discendenti: inchiodati da quei vincoli, resistevano
più per timore dei concittadini
che dei nemici. Grande era la
pressione dei Romani ai fianchi
e al centro e larga la strage dei
nemici svigoriti dal timore degli
dèi e degli uomini; tepida la resistenza, come di gente che non
fugge per paura. E già l'avanzata
stava per raggiungere la retroguardia, quando su di un fianco
fu visto un polverone quale solleva il procedere di una grande
armata: si trattava di Spurio
nauzio - o, secondo altri, di
ottavio Mecio - capo delle coorti
ausiliarie: e sollevavano nuvoli
di polvere molto più intensi in
proporzione al loro numero, perché i bagaglioni a cavalcione dei
muli si strascicavano dietro rami
30
EMiLio PiSTiLLi
inter prima signa ita ut vox
etiam ad hostes accideret, captum Cominiumu victorem collegam adesse; adniterentur vincere
priusquam gloria alterius exercitus fieret. Haec insidens equo;
inde tribunis centurionibusque
imperat ut viam equitibus patefaciant; ipse Trebonio Caedicioque
praedixerat ut, ubi se cuspidem
erectam quatientem vidissent,
quanta maxima vi possent concitarent equites in hostem. Ad
nutum omnia, ut ex ante praeparato, fiunt: panduntur inter ordines viae; provolat eques atque
infestis cuspidibus in medium
agmen hostium ruit perrumpitque ordines quacumque impetum
dedit Instant Volumnius et Scipio
et perculsos sternunt.
Tum iam deorum hominumque
fronzuti. nel lucore offuscato si
intravedevano in prima fila
armati e insegne: dietro, un polverìo più alto e più denso dava
l'impressione di un corpo di
cavalleria che chiudesse la marcia: e ne furono tratti in inganno
non solo i Sanniti, ma anche i
Romani; ed il console avvalorò
l'errore, alto gridando tra le
prime file in modo da essere
udito anche dai nemici, che
Cominio era stata presa e che il
collega vincitore stava per arrivare: vincessero, dunque, prima
che l'altro esercito se ne aggiudicasse l'onore. Così diceva dall'alto del cavallo; ordina poi ai tribuni ed ai centurioni di lasciar
libero tra le schiere il passaggio
alla cavalleria; già aveva detto a
Trebonio ed a Cedicio che non
appena lo avessero visto alzare e
squassare la lancia caricassero a
tutta furia, quanto era possibile,
il nemico. Al segnale dato, tutto
si svolse come era stato prestabilito; tra i manipoli viene lasciato
libero il passaggio, la cavalleria
vi si precipita, a lancia protesa
irrompe nel folto dei nemici,
getta il disordine tra le schiere
dovunque passa: Volumnio e
Scipione con la fanteria le tengono dietro, si fa strage degli sconfitti.
Cadde allora la forza coerciti-
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
victa vis: funduntur linteatae
cohortes, pariter iurati iniuratique fugiunt nec quemquam praeter hostes metuunt. Peditum
agmen quod superfuit pugnae in
castra aut Aquiloniam compulsum est; nobilitas equitesque
Bovianum perfugerunt. Equitem
eques sequitur, peditem pedes;
diversa cornua dextrum ad
castra Samnitium, laevum ad
urbem tendit. Prior aliquanto
Volumnius castra cepit; ad
urbem Scipioni maiore resistitur
vi, non quia plus animi victis est
sed melius muri quam vallum
armatos arcent: inde lapidibus
propulsant hostem. Scipio, nisi
in primo pavore priusquam colligerentur animi transacta res
esset, lentiorem fore munitae
urbis oppugnationem ratus,
interrogat milites satin aequo
animo paterentur ab altero
cornu castra capta esse, se victores pelli a portis urbis.
Reclamantibus universis primus
ipse scuto super caput elato pergit ad portam; secuti alii testudine facta in urbem perrumpunt
deturbatisque Samnitibus quae
circa portam erant muri occupavere; penetrare in interiora
urbis, quia pauci admodum
erant, non audent.
31
va degli dei e degli uomini:
sconvolte le coorti linteate, la
fuga di quelli che hanno giurato
e di quelli che non sono legati da
giuramento diventa generale:
ormai non si teme altri che il
nemico. Le schiere della fanteria
scampate dalla battaglia sono
ricacciate nell'accampamento o
ad Aquilonia, nobili e cavalieri
fuggono a Boviano7; la cavalleria romana insegue la cavalleria,
la fanteria la fanteria; i due corpi
dell'esercito seguono vie diverse,
quello di destra verso l'accampamento sannita, quello di sinistra
verso la città. La presa dell'accampamento da parte di
Volumnio avvenne un poco
prima; Scipione trovò maggior
resistenza, non perché il nemico
avesse ripreso coraggio, ma perché le mura davano possibilità
migliore di tener lontano il nemico che non una palizzata: si
difendevano con lanci di pietre.
Scipione, ben sapendo che se
non avesse ottenuto il suo scopo
prima che i nemici si fossero
riavuti dallo spavento, l'espugnazione della città ben fortificata
sarebbe andata per le lunghe,
chiese ai suoi soldati se volessero permettere con indifferenza
che l'altra ala si impadronisse
7 non si tratta di Boviano vecchio - dei Pentri -; ma di altro detto Undecimanorum,
più al sud, alle falde del Tiferno.
32
EMiLio PiSTiLLi
dell'accampamento e che essi,
vincitori, fossero respinti dalle
porte della città. Tutti protestarono: ed egli per il primo facendosi
schermo con lo scudo al capo si
fa sotto alla porta: altri lo seguono in formazione di testuggine,
fanno impeto contro la città, e
dopo aver dispersi i Sanniti,
prendono possesso del tratto
delle mura collegato con la
porta: non osarono andar oltre,
perché erano troppo pochi.
Presa di Aquilonia
XLII.
Haec primo ignorare consul et
intentus recipiendo exercitui
esse; iam enim praeceps in occasum sol erat et appetens nox
periculosa et suspecta omnia
etiam victoribus faciebat.
Progressus longius ab dextra
capta castra videt, ab laeva clamorem in urbe mixtum pugnantium ac paventium fremitu esse:
et tum forte certamen ad portam
erat. Advectus deinde equo propius, ut suos in muris videt nec
iam integri quicquam esse, quoniam temeritate paucorum
magnae rei parta occasio esset,
acciri quas receperat copias
signaque in urbem inferri iussit.
Presa di Aquilonia
XLii.
il console non era ancora al
corrente di quella situazione e si
dava da fare per chiamare a raccolta l'esercito perché il sole
ormai piegava al tramonto e la
notte incombente induceva a
sospettare ed a temere di tutto.
Avanzando alquanto, vide sulla
destra che il campo nemico era
stato conquistato e dalla sinistra
gli giunse dalla città un grande
clamore: grida di combattenti
confuse con voci di terrore; era
proprio il momento in cui si
combatteva intorno alla porta.
Fattosi più sotto a cavallo, quando ebbe visto che i suoi già
erano sul muro e che la situazione non ammetteva altra decisione, tanto più che il temerario
coraggio di pochi poteva dare la
spinta ad una grande impresa, fa
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
Ingressi proxima ea parte quia
nox adpropinquabat, quievere.
Nocte oppidum ab hostibus
desertum est.
Caesa illo die ad Aquiloniam
Samnitium milia viginti trecenti
quadraginta, capta tria milia
octingenti septuaginta, signa
militaria nonaginta septem.
Ceterum illud memoriae traditur
non ferme alium ducem laetiorem in acie visum seu suopte
ingenio seu fiducia bene gerundae rei. Ab eodem robore animi
neque controverso auspicio revocari a proelio potuit et in ipso
discrimine quo templa deis
immortalibus voveri mos erat
voverat Iovi Victori, si legiones
hostium fudisset, pocillum mulsi
priusquam temetum biberet sese
facturum. Id votum dis cordi fuit
et auspicia in bonum verterunt.
33
accorrere le truppe già radunate
e ordina di passare all'assalto
della città.
Ma dopo aver preso piede nel
quartiere vicino alla porta, per il
sopraggiungere della notte, non
andarono oltre. nel corso della
notte i nemici abbandonarono la
città. in quella giornata intorno
ad Aquilonia i Sanniti ebbero
ventimila e trecento quaranta
morti; i prigionieri furono tremila ottocento settanta, le insegne
militari conquistate novantasette.
Ma ci è stato anche tramandato
che forse non fu visto mai durante un combattimento un comandante più sereno, o fosse questo
effetto del suo carattere, o fosse
la certezza del pieno successo: e
tale forza di carattere dimostrò
nel non lasciarsi distogliere dalla
decisione di combattere per l'incertezza degli auspici, come pure
quando nel punto cruciale della
battaglia, allorché secondo l'uso
si fa voto di templi agli dèi
immortali, egli promise a Giove
vittorioso, che, se avesse riportato vittoria sui nemici, gli avrebbe
offerto un piccolo bicchiere di
vino melato, prima di bere vino
puro8. Gli dèi gradirono il voto e
ritorsero a favore gli auspici.
8 Voto irriverente, anche se scherzoso; come poco … ortodossa - secondo la mentalità dell'epoca - la spregiudicatezza di Papirio riguardo agli auspici; ma Livio trova
modo di accomodare tutto per i suoi beniamini.
34
EMiLio PiSTiLLi
Presa di Cominio
XLIII.
Eadem fortuna ab altero consule ad Cominium gesta res.
Prima luce ad moenia omnibus
copiis admotis corona cinxit
urbem subsidiaque firma ne qua
eruptio fieret portis opposuit.
Iam signum dantem eum nuntius
a collega trepidus de viginti
cohortium adventu et ab impetu
moratus est et partem copiarum
revocare instructam intentamque
ad oppugnandum coegit
Decimum Brutum Scaevam legatum cum legione prima et decem
cohortibus alariis equitatuque
ire adversus subsidium hostium
iussit: quocumque in loco fuisset
obvius, obsisteret ac moraretur
manumque, si forte ita res posceret, conferret, modo ne ad
Cominium eae copiae admoveri
possent. Ipse scalas ferri ad
muros ab omni parte urbis iussit
ac testudine ad portas successit;
simul et refrigebantur portae et
vis undique in muros fiebat.
Samnites sicut, antequam in
muris viderent armatos, satis
animi habuerunt ad prohibendos
urbis aditu hostcs, ita, postquam
iam non ex intervallo nec missilibus sed cominus gerebatur res
et qui aegre successerant ex
plano in muros, loco quem magis
timuerant victo facile in hostem
Presa di Cominio
XLiii.
né minor successo riportò l'altro console a Cominio. Alle
prime luci del giorno, fatte accostare tutte le truppe alle mura,
cinse la città con linea ininterrotta, rafforzando poi validamente i
presìdi delle porte per impedire
ogni tentativo di sortite. E già
stava per dare il segnale dell'assalto quando ne fu trattenuto dal
messo trepidante mandatogli dal
collega per informarlo dell'arrivo
delle venti coorti; fu anche
costretto a dislocare parte delle
forze già disposte e pronte per
l'espugnazione della città.
Comandò al legato Decimo
Bruto Sceva di marciare con la
prima legione scortata da dieci
coorti e con la cavalleria contro
quel rinforzo dei nemici, di
opporglisi dovunque lo avesse
incontrato, di arrestarlo e, se il
caso lo richiedesse, di impegnarlo in un combattimento, purché
quelle truppe non potessero avvicinarsi alla città. Fece rizzare
scale lungo tutto il circuito delle
mura e in formazione di testuggine mosse all'abbattimento delle
porte, con azione concordata: si
scalavano le mura mentre si
scardinavano le porte. i Sanniti,
finché non videro armati che
combattevano sulle mura, ebbero
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
imparem ex aequo pugnabant,
relictis turribus murisque in
forum omnes compulsi paulisper
inde temptaverunt extremam
pugnae fortunam; deinde abiectis armis ad undecim milia hominum et quadringenti in fidem
consulis venerunt; caesa ad
quattuor milia octingenti octoginta.
Sic ad Cominium, sic ad
Aquiloniam gesta res: in medio
inter duas urbes spatio, ubi tertia expectata erat pugna, hostes
non inventi. Septem milia passuum cum abessent a Cominio,
revocati ab suis neutri proelio
occurrerunt. Primis ferme tenebris, cum in conspectu iam
castra, iam Aquiloniam habuissent, clamor eos utrinmque par
accidens sustinuit; deinde regione castrorum, quae incensa ab
Romanis erant, flamma late fusa
certioris cladis indicio progredi
longius prohibuit. Eo ipso loco
35
quel tanto di spirito combattivo
che bastava per impedire l'invasione nella città; ma quando la
battaglia non si svolgeva più a
distanza, né con giavellotti, ma a
corpo a corpo, e quelli che dal
basso faticosamente avevano
raggiunto la sommità delle mura
superando difficoltà di luogo
assai temibili, combattevano ora
con tutta facilità e a parità di
condizioni contro un nemico
meno agguerrito, abbandonarono
torri e mura; ricacciati tutti al
centro della città, tentarono per
un poco una disperata resistenza,
ma poi gettarono le armi e si
arresero al console: furono circa
undicimila e quattrocento; i
morti raggiunsero il numero di
quattromila ottocento ottanta.
Tale fu l'azione bellica a
Cominio e ad Aquilonia: invece
non si ebbe una terza battaglia
come si era pronosticato, nel
tratto fra le due città, perché i
nemici non vennero trovati quando erano distanti sette miglia da
Cominio, le venti coorti furono
fatte tornare e così non presero
parte né ad una battaglia né
all'altra. Cominciava quasi ad
annottare, già erano in vista sia
dell'accampamento sia di
Aquilonia, quando un grande
urlio che giungeva intenso dalle
due parti li indusse ad arrestarsi;
36
EMiLio PiSTiLLi
temere sub armis strati passim
inquietum omne tempus noctis
expectando timendoque lucem
egere. Prima luce, incerti quam
in partem intenderent iter, repente in fugam consternantur conspecti ab equitibus, qui egressos
nocte ab oppido Samnites persecuti viderant multitudinem non
vallo, non stationibus firmatam.
Conspecta et ex muris
Aquiloniae ea multitudo erat
iamque etiam legionariae cohortes sequebantur. Ceterum nec
pedes fugientes persequi potuit
et ab equite novissimi agminis
ducenti ferme et octoginta interfecti; arma multa pavidi ac signa
militaria duodeviginti reliquere;
alio agmine incolumi, ut ex tanta
trepidatione, Bovianum perventum est.
poi le alte fiamme che si alzavano e dilagavano dal punto dove
era l'accampamento incendiato
dai Romani più chiaro segno
della sconfitta, li dissuasero dall'avanzarsi di più. Là, gettatisi a
terra confusamente, senza lasciare le armi, trascorsero tutta la
notte, trepidanti, aspettando e
temendo la luce del giorno. E
quando essa apparve, ed erano
ancora incerti sul dove dirigersi,
fuggirono spaventatissimi perché
erano stati scorti dalla cavalleria
che, datasi all'inseguimento dei
Sanniti usciti di notte dalla città,
aveva notato quella massa di
gente non protetta né da terrapieno né da posti di guardia. Ed
anche dalle mura di Aquilonia
era stata vista quella moltitudine
e le coorti legionarie già uscivano ad inseguirla. Ma la fanteria
non poté raggiungere i fuggiaschi ed anche la cavalleria ne
uccise solo circa duecento ottanta della retroguardia. Pieni di
paura, abbandonarono quantità
di armi e diciotto insegne militari; il resto della schiera, data la
confusione generale, raggiunse
incolume Boviano.
Decisione dei consoli.
Premiazioni al valore
XLIV.
Laetitiam utriusque exercitus
Romani auxit et ab altera parte
Decisioni dei consoli.
Premiazioni al valore
XLiV.
La gioia della vittoria nei due
eserciti fu resa più viva perché
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
feliciter gesta res. Uterque ex
alterius sententia consul captum
oppidum diripiendum militi
dedit, exhaustis deinde tectis
ignem iniecit; eodemque die
Aquilonia et Cominium deflagravere et consules cum gratulatione mutua legionum suaque
castra coniunxere. In conspectu
duorum exercituum et Carvilius
suos pro cuiusque merito laudavit donavitque et Papirius, apud
quem multiplex in acie, circa
castra, circa urbem fuerat certamen, Sp. Nautium, Sp. Papirium,
fratris filium, et quattuor centuriones manipulumque hastatorum armillis aureisque coronis is
donavit: Nautium propter expeditionem qua magni agminis
modo terruerat hostes, iuvenem
Papirium propter navatam cum
equitatu et in proelio operam et
nocte qua fugam infestam
Samnitibus ab Aquilonia clam
egressis fecit, centuriones militesque quia primi portam
murumque Aquiloniae ceperant,
equites omnes ob insignem multis locis operam corniculis
armillisque argenteis donat.
Consilium inde habitum iamne
tempus esset deducendi de
Samnio exercitus aut utriusque
aut certe alterius, optimum
visum, quo magis fractae res
Samnitium essent, eo pertinacius
37
era stata reciproca. Per comune
accordo ciascuno dei due consoli
concesse ai propri soldati il saccheggio della città conquistata.
Le abitazioni spogliate di tutto
vennero incendiate; in uno stesso
giorno Aquilonia e Cominio
furono preda delle fiamme e i
consoli, fra le mutue congratulazioni delle legioni, unirono gli
accampamenti. Al cospetto di
entrambi gli eserciti, Carvilio
elogiò e premiò ciascuno secondo il proprio merito, e Papirio,
l'esercito del quale aveva avuto
un compito più gravoso sia in
combattimento, sia intorno
all'accampamento e alla città,
regalò braccialetti e corone d'oro
a Spurio nauzio, a Spurio
Papirio, figlio del fratello, e a
quattro centurioni degli astati e
dei manipoli; nauzio per la condotta della manovra con la quale
aveva incusso timore ai nemici
come se si fosse trattato di un
grande esercito; il giovane
Papirio per il valido aiuto prestato con la cavalleria sia in combattimento sia nella notte in cui
aveva reso tanto rovinosa ai
Sanniti la fuga quando erano
usciti di nascosto da Aquilonia; i
centurioni ed i soldati che per i
primi avevano preso possesso
della porta e delle mura di
Aquilonia; donò poi cornetti e
38
EMiLio PiSTiLLi
et infestis agere cetera et persequi ut perdomitum Samnium
insequentibus consulibus tradi
posset: quando iam nullus esset
hostium exercitus, qui signis
conlatis dimicaturus videretur,
unum superesse belli genus,
urbium oppugnationes, quarum
per excidia militem locupletare
praeda et hostem pro aris ac
focis dimicantem conficere possent Itaque litteris missis ad
senatum populumque Romanum
de rebus ab se gestis diversi
Papirius ad Saepinum, Carvilius
ad Veliam oppugnandam legiones ducunt.
bracciali d'argento a tutti i cavalieri per la loro efficace cooperazione in molte occasioni. Si
tenne poi il consiglio di guerra
per decidere se ormai si dovessero condur via dal Sannio i due
eserciti o almeno uno di essi; ma
parve miglior partito quello di
portare a termine l'impresa con
tanto maggiore intensità e accanimento quanto minore era la
possibilità di resistenza dei
Sanniti, in modo da poter consegnare ai consoli successori un
Sannio completamente pacificato; dal momento che pareva non
esistesse più ormai un esercito
nemico contro cui combattere,
non rimaneva altra forma di
guerra che l'espugnazione delle
varie città: con essa avrebbero
arricchito di preda i soldati e
finito un nemico ridotto a combattere per l'estrema difesa.
Mandarono quindi al senato ed
al popolo romano il rapporto del
loro operato; poi, separatisi,
Papirio condusse le legioni all'espugnazione di Sepino, Carvilio
a quella di Velia9.
Azioni provocatorie degli
Etruschi e dei Falisci
XLV.
Litterae consulum ingenti laetitia et in curia et in contione
Azioni provocatorie degli
Etruschi e dei falisci
XLV.
il rapporto dei consoli letto in
senato e nell'assemblea fu accol-
9 Sepino: a sud di Boviano (nota 7), sul fiume Tamarus. - Velia: di incerta ubicazione.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
auditae, et quadridui supplicatione publicum gaudium privatis
studiis celebratum est.
39
to con grande gioia e venne
festeggiato con una festività pubblica di quattro giorni e dalla
pietà dei privati.
40
EMiLio PiSTiLLi
4 - UNA gUERRA CONTRO CITTÀ SCOMPARSE
***
Non rientra nell’economia di questo lavoro l’esame completo e dettagliato di tutte le notizie contenute nel racconto di
Livio, come ad esempio i rituali prebellici dei Sanniti o il
numero dei morti e dei prigionieri o le successive fasi della
guerra dopo la disfatta dei Sanniti. Qui saranno esaminati
solo quei passaggi attinenti all’individuazione di Aquilonia.
4.1. La strategia dei consoli
Dal racconto di Livio si ha chiara la strategia dei consoli romani nell’affrontare i Sanniti sul loro territorio per un intervento del tipo “soluzione finale”, cioè eliminazione definitiva del “problema” Sanniti:
un’operazione a tenaglia che prendesse il territorio da nord – con il
console Spurio Carvilio che attacca Amiterno, “oppidum de
Samnitibus”1 – e da sud – con Papirio che espugna Duronia –.
Dopo tali successi i consoli attraversano tutto il Sannio (pervagati
Samnium2) dando la caccia ad un nemico che ha deciso di procrastinare lo scontro diretto e decisivo per concentrarsi in luoghi a lui più favorevoli. infine convergono verso i monti delle Mainarde e si incontrano
nell’agro atinate dove la devastazione è pressoché totale (maxime
depopulato Atinate agro3 – e non poteva essere altrimenti, visto l’affollamento dei due eserciti). Le postazioni scelte dai Sanniti sono
Cominio (nell’omonima valle, dunque a ridosso dell’agro atinate) e
Aquilonia, a soli trenta chilometri di distanza (viginti milium spatio
aberant4).
La ragione precipua della spedizione militare romana era certamente quella di assicurarsi il controllo effettivo e definitivo della Valle del
1 Livio, X, 39.
2 ibid.
3 ibid.
4 ibid.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
41
7- Carta del Sannio secondo Salmon.
Rapido, che consentiva i collegamenti tra il Lazio, la Campania ed il
sud della penisola, territori di estrema importanza per i loro scambi
commerciali. i Sanniti, posizionandosi sulle alture di S. Vittore del
Lazio e di S. Pietro infine (come già avevano fatto con Casinum), potevano tenere sotto minaccia permanente tutta l’ampia valle sottostante
– e la scorribanda dell’anno precedente su interamna Lirenas lo dimostra –, rendendo insicure le attività commerciali di Roma: il loro scopo,
invece, era quello di assicurarsi i preziosi pascoli alimentati dal LiriGarigliano e dal Peccia, con possibilità di sbocchi anche commerciali
sulla costa tirrenica, antico sogno dei Sanniti.
Se così non fosse stato – se cioè Aquilonia fosse stata situata all’interno del Sannio – i Romani non avrebbero avuto motivo di ingaggiare una dura guerra contro i Sanniti che se ne stavano nel loro territorio,
sia pure in armi.
i Romani, checché ne dica certa storiografia militaresca, non si
davano alle conquiste fini a se stesse, mossi dallo spirito di “grandeur”
di recente memoria; tendevano, invece, ad espandere i loro “affari” per
necessità interne di natura sociale e politica; e per ottenere ciò erano
spesso indotti ad imporre ai territori confinanti la loro “pacificazione”
o quella che comunemente viene detta Pax Romana; e spesso ciò si
poteva realizzare solo con la conquista militare.
42
EMiLio PiSTiLLi
8- La manovra dei consoli romani contro i Sanniti.
i Sanniti, da parte loro, non potevano accettare passivamente la riduzione progressiva delle aree territoriali delle quali da tempi immemorabili potevano disporre liberamente e sulle quali avevano sempre
potuto esercitare i loro interessi economici senza concorrenti forti. Per
questa ragione non potevano rassegnarsi a starsene racchiusi nel loro
Sannio montuoso senza possibilità di fruire dei vicini pascoli estivi.
Dunque la loro chiamata alle armi in luoghi periferici come quelli qui
esaminati – Aquilonia – avevano una ragione ben precisa; ragione che
Livio, da buon romano, si guarda bene dall’evidenziare.
4.2. gli eserciti consolari
A questo punto occorre mettere a fuoco l’entità reale delle forze
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
43
romane (di quelle sannitiche si è occupato ampiamente lo stesso
Livio).
Al tempo delle guerre sannitiche Roma disponeva stabilmente di
due eserciti consolari; ognuno di essi era composto da due legioni
regolari e da altre due di alleati; queste ultime durante la battaglia venivano disposte alle ali5. Ma quando si parla di eserciti ci si riferisce di
solito ai soli combattenti, mentre si ignora tutto quello che un esercito
in missione richiedeva perché i soldati potessero svolgere agevolmente il loro “lavoro”. il bagaglio personale di un soldato romano in marcia era piuttosto leggero e consisteva essenzialmente nelle proprie armi
personali e in un vettovagliamento minimo. Dunque per una spedizione della durata di diversi giorni era necessario che altri si occupassero
del vettovagliamento e dell’assistenza costante alla macchina da guerra. Per questo l’esercito si portava dietro carriaggi con i rispettivi conducenti, personale “tecnico”, come carpentieri, falegnami, fabbri,
maniscalchi, addetti alle cucine; personale medico per l’assistenza
sanitaria e gli interventi di pronto soccorso ai feriti; scribi e segretari
che sapessero scrivere dispacci, fare relazioni, trascrivere discorsi dei
consoli; consiglieri militari, sacerdoti, aruspici, pullari. A tutti questi
va aggiunta la massa di stallieri, vaccari, pastori addetti alla cura del
bestiame al sèguito – e non solo cavalli – che doveva assicurare il
nutrimento ai soldati ed allo stesso personale. Ad ogni sosta dell’esercito si attivava immediatamente, nelle retrovie, lo stuolo del personale
ausiliario per il foraggiamento delle bestie e per procacciare, preferibilmente nelle malcapitate abitazioni del luogo, cibo a tutti i componenti la spedizione. il transito di un esercito, allora come ora, ha sempre comportato gravissimi danni alle zone attraversate: anche per questo, dunque, leggiamo maxime depopulato Atinate agro.
in considerazione di ciò non era pensabile che due eserciti si muovessero seguendo gli stessi percorsi o con la stessa destinazione. Anche
così, dunque, si giustificava la necessità dell’operazione a tenaglia cui
ho accennato più su.
infine va rilevato che gli eserciti dei nostri due consoli del 293 a.C.
dovevano essere ben consistenti per due buoni motivi: i consoli romani oltre che condottieri erano anche politici, dunque partivano per una
5 A. Bandini, Storia e arte militare; vd. anche Encicl. Ital., XX, pag. 775, s. v.
“Legione”.
44
EMiLio PiSTiLLi
missione militare in “pompa magna”, con adeguata messa in scena e
senza risparmio di mezzi, con una organizzazione ed un potenziale bellico che consentisse loro la massima sicurezza; inoltre l’obiettivo della
spedizione non era da poco: bisognava abbattere una volta per sempre
la potenza sannitica sul territorio nemico; la cosa dunque non poteva
essere affrontata con mezzi limitati.
***
Era necessaria questa digressione per sgomberare subito il campo
dalle azzardate identificazioni di tutte le città ricordate da Livio in
località della Valle di Comino o nelle sue adiacenze: non si inviano due
eserciti consolari per conquistare un “fazzoletto” di territorio ristretto
in un raggio non superiore ai dieci chilometri, quale è quello appena
ricordato.
Più di uno studioso, infatti, ha voluto porre Amiterno nei pressi di S.
Elia Fiumerapido e Duronia sul corso del fiume Melfa al di sopra di
Roccasecca. Al di là delle considerazioni appena fatte sulla consistenza degli eserciti romani, dovremmo pensare che sarebbero stati dei suicidi i consoli se avessero attaccato quelle città così poste lasciandosi
alle spalle la massima potenza sannita che risiedeva in Cominio ed
Aquilonia.
infine proprio l’obiettivo della missione, che era quello di chiudere
la partira coi Sanniti, impedisce di pensare che i Romani volessero
attuarlo limitandosi ad un attacco in zona ristretta e ai limiti, se non al
di fuori, del territorio del Sannio.
4.3. Cominio
Circa la collocazione di Cominio è ormai quasi universalmente
accettata la tesi di Michele Jacobelli che la identifica nelle mura poligonali ancora visibili sul colle di Vicalvi, in Valle di Comino6, confortato dalla vicinanza di Atina, cui si fa riferimento con l’espressione
Atinate agro. Lo stesso toponimo “Comino” è sicuramente da ricondurre al “Cominium” di Livio tramite il medioevale “Cumino”7.
6 Michele Jacobelli, Ritrovate le città di "Aquilonia" e "Cominium", Ediz. Consiglio
della Valle di Comino, 1965.
7 nel diploma di ildebrando, duca di Spoleto, anno 778, si legge: "ecclesiam Sancti
Donati in territorio Cumino".
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
45
9- Vicalvi: particolare delle mura di Cominium.
Purtroppo il merito dell’archeologo Jacobelli, che nell’identificazione di Cominio in Vicalvi, pose un punto fermo nelle ricerche
degli studiosi sulle località liviane, non puó essere esteso all’indicazione di Aquilonia nella località “Rocca degli Alberi”, sempre in Val
di Comino, sia per mancanza di elementi concreti di identificazione,
sia per i motivi più su esposti (spazi troppo angusti per due eserciti
consolari).
Lasciamo per il momento da parte la questione Aquilonia, che
comunque, sappiamo ora, era distante trenta chilometri da Vicalvi.
Poniamo degli altri punti fermi riguardo alla localizzazione di
Amiterno e Duronia.
4.4. Amiterno
Cosa ci impedisce di riconoscere l’Amiternum liviana nella storica
Amiternum, oggi S. Vittorino Amiterno, presso L’Aquila? il fatto, si
dice, che quest’ultima fu anticamente città sabina e non sannitica.
È un problema questo? Una soluzione è proposta da Giacomo
Devoto, che, a proposito della nostra questione, corregge il testo di
Livio “Amiternum oppidum de Samnitibus vi cepit”: « il console del
46
EMiLio PiSTiLLi
293 prende Amiterno de Samnitibus, che sta, forse, in luogo de
Sabineis »8.
Appena due anni prima, nel 295, nel contesto di una serie di turbolenze di popolazioni italiche, animate dai Sanniti, Roma dovette con
molto affanno battere una coalizione degli stessi Sanniti, con gli
Umbri, i Galli e gli Etruschi nella tragica battaglia di Sentino (oggi
Sassoferrato in Umbria), molto più a nord della nostra Amiterno9.
quella parte dell’italia centro meridionale non fu certo pacificata con
la battaglia di Sentino; lo stesso Devoto conferma: « nel cuore della
Sabina, si dovette vincere qualche resistenza nelle valli del nera e
dell’Aterno10 », e infatti appena due anni dopo i Romani dovettero
iniziare proprio di lì l’operazione di “bonifica” o di “pacificazione” del
territorio sannitico con la spedizione del console Spurio Carvilio.
il territorio dei Sabini, le cui principali città erano Reate, nursia,
Amiterno, Trebula Mutuesca, fu annesso solo nel 289 con la deduzione della colonia di Atri – dunque quattro anni dopo la nostra battaglia
–, ed ebbe il diritto di suffragio dal 268.
Ancora: Goffredo Bendinelli definisce Amiterno antica città sabina
presso L’Aquila: “[Amiternum] Città d’origine antichissima, alleata
ancora dei Sanniti nel 299 a. C., occupata dai Romani nel 293”11.
Anche il nostro traduttore Carlo Vitali parla di Amiterno affermando
che non era nel Sannio “ma in territorio sabino, non lungi dal fiume
Pescara (Aternus)12. Sulla stessa linea sono l’archeologo Gianfilippo
Carettoni13 e lo storico Gaetano De Sanctis che rifiuta la possibilità
che esistessero due città con quello stesso nome: « infatti sarebbe singolare che questo nome derivato dal fiume Aterno (Varr. De lingua
latina V, 28: da am(b)-Aternus = attorno al fiume Aterno) si ripetesse
anche altrove »14.
Anche volendo ammettere che vi fossero due città chiamate
8 G. Devoto, Gli antichi Italici, Vallecchi, 5ª ediz., 1977, pag. 245.
9 Livio, X, 27 e sgg..
10 Loc. cit..
11 Encicl. Ital., ii, pag. 981, s. v. Amiterno.
12 Livio, Storia di Roma, X, nota al cap, XXXiX.
13 G. F. Carettoni, Casinum, istituto di Studi Romani, 1940, pag. 48.
14 G. De Sanctis, Storia dei Romani, vol. ii, La nuova italia, 1970, pag. 342, nota 45.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
47
Amiterno, sarebbe singolare, aggiungo io, che Livio non trovasse
necessario precisare che non si trattava della nota e storica Amiterno
dei Sabini, ma di un’altra minore e mai più passata alla ribalta della
storia fino ai suoi tempi. È illuminante, al riguardo, l’esempio delle
citazioni di interamna, che, proprio perché ve ne erano diverse, venivano indicate di volta in volta come Lirenas, nahars, ecc.
Si potrebbe proseguire con altre citazioni, ma conviene far cenno
alle argomentazioni di E. T. Salmon, ritenuto, credo a ragione, il maggior esperto della civiltà Sannitica, il quale sulla questione che qui ci
interessa ha fatto, e continua a fare, proseliti.
il nostro, partendo da tre punti fermi: interamna Lirenas sulla via
Latina (oggi Teramo, contrada di Pignataro interamna, presso
Cassino), Cominium in Valle di Comino e Atina nella stessa valle, ricostruisce una strategia del console Spurio Carvilio basata su località non
attendibili per le ragioni su esposte. L’equivoco parte dalla lettura del
passo di Livio: “Carvilius, cui veteres legiones, quas M. Atilius superioris anni consul in agro Interamnati reliquerat, decretae erant”15,
ritenendo che il console muovesse il suo attacco da interamna Lirenas,
mentre Livio cita quella località solo per ricordare quale esercito fu
assegnato allo stesso console; tutti i movimenti di truppe sopravvenuti tra l’assegnazione e l’inizio delle operazioni, mentre l’altro console
faceva leva, Livio non dice.
Anzi, non è neppure certo che Carvilio prendesse il suo esercito da
interamna Lirenas, presso Casinum, poiché lo stesso Livio riguardo
all’anno 294 afferma che le fonti non sono del tutto concordi16, e riferisce che secondo Fabio Pittore uno dei due eserciti consolari, ma non
chiarisce quale17, fu portato in Etruria. E fu proprio di qui, cioè da
interamna nahars, odierna Terni, secondo Antonio Giannetti18, che
15 L'anno precedente il console Atilio, dopo aver sconfitto i Sanniti a Lucera, dovette
disperdere un altro esercito di Sanniti che avevano attaccato e depredato la colonia
di interamna Lirenas, presso Casinum: qui il console, prima di partire per Roma,
lasciò l'esercito: Livio, X, 36.
16 Livio, X, 37: "Et huius anni parum constans memoria est".
17 ibid: "Sed ab utro consule non adiecit".
18 A. Giannetti, Mura ciclopiche in S. Vittore del Lazio, in Atti dell'Accademia
nazionale dei Lincei, anno CCCLXX (1973), Serie ottava, Rendiconti, estr. dal
vol. XXViii, fasc. 1-2., pag. 112.
48
EMiLio PiSTiLLi
partì il console Carvilio. in questo modo lo sviluppo degli eventi presenterebbe minori problemi.
Dunque non si è obbligati a ritenere che l’itinerario della spedizione prendesse le mosse dalla colonia presso Casinum, cosa che invece
ha fatto Salmon. Se questi, infatti, avesse ragione non si potrebbe che
concordare con lui quando dice: « il console Spurio Carvilio
Massimo, muovendo da interamna Lirenas verso nord lungo il fiume
Rapido19 oltrepassò Casinum, invase e saccheggiò la città sannita di
Amiternum, devastò la zona di Atina e si fermò a Cominium »20.
nella nota aggiunge che Amiterno “era probabilmente la località
attualmente chiamata Sant’Elia Fiumerapido”21.
in questo errore il Salmon fu indotto dalle notizie di ritrovamenti di
mura in quella località segnalate fin dal secolo scorso22. non doveva
trattarsi di opera particolarmente significativa dal momento che oggi
non se ne ha quasi più traccia. Molto più esplicito è Armando Mancini,
autore di studi sulla Valle di Comino, che pone “Amiterno, nella valle
del Rapido, e Duronia, nella valle del Melfa”23.
in territorio di S. Elia G. F. Carettoni, sulla base delle segnalazioni
del secolo scorso, ammette l’esistenza di un pagus, ma precisa che
19 il fiume Rapido nasce al di sopra di S. Elia Fiumerapido e bagna Cassino - n.d.a.
20 E. T. Salmon, op. cit., pag. 283.
21 ivi, pag. 292, nota 66. nei pressi di S. Elia Fiumerapido è stata di recente individuata una fortificazione in opera poligonale, di limitata estensione, sulla cima del
monte Cierro/Costalunga, al di sopra del santuario di Casalucense, ma puó solo
trattarsi di una postazione strategica o di avvistamento simile a tante altre sparse nel
territorio sannitico, o, meglio ancora un'area sacrale protetta, il lucus o bosco sacro
dei Sanniti, un cui esempio è quello che sorgeva sul luogo dell'attuale abbazia di
Montecassino o sul vicino Monte Puntiglio; alla presenza di un lucus, inoltre, farebbero pensare i toponimi Casalucense, Valleluce, Salaùca; l'allineamento in opera
incerta che da tale circuito si diparte ortogonalmente verso il fondovalle ha poco a
che vedere con esso essendo di epoca di gran lunga posteriore; nulla, comunque, fa
pensare ad un antico centro abitato d'importanza tale da essere attacccato dall'esercito consolare.
22 Cfr. Carmelo Mancini in Giorn. Scav. Pompei, iV, pagg. 40 e sgg., in località S.
Maria Maggiore: " Ma la indubbia dimostrazione della remotissima origine di questo Paese S. Elia Fiume Rapido sta certamente nei ruderi delle mura poligone da me
veduti circa un chilometro di distanza presso la vetusta chiesa parrocchiale detta S.
Maria Maggiore […] Colà probabilmente dovea sorgere la obliata Amiternum ".
23 A. Mancini, La Magona di Atina, Forni, 1987, pag. 19.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
49
“attualmente non è più possibile identificare alcun resto di muraglia” e
conclude: “se gli avanzi erano di poca entità è facile che siano andati
distrutti”24. Contraria anche la posizione dello studioso santeliano
Giovanni Petrucci, che ritiene poco probabile l’identificazione di
Amiterno nei resti archeologici presso S. Elia25. il Pais non esclude
che potessero esistere due città con lo stesso nome26, ma gli ribatte
Carettoni che “non abbiamo prove per localizzare detta città nei pressi di S. Elia”27.
All’Amiternum santeliana sarebbe facile obiettare: perché Livio non
nomina Casinum, lì a due passi? Ma più ancora: siamo certi che
Casinum, notoriamente città sannitica28 ma colonia romana già dal
312, in quel frangente di rivolgimenti continui degli equilibri di forze
tra Romani e Sanniti fosse ancora saldamente in mano dei Romani? E
poteva esserlo se l’Amiterno dei Sanniti si trovava a circa sette chilometri da Casinum? E se per caso Casinum fosse stata in mano dei
Sanniti, non doveva, il console, attaccare prima Casinum per non
lasciarsi pericolosi presìdi alle spalle?
Domande, queste, a cui si puó fare a meno di rispondere se non
vogliamo complicarci la vita andando a cercare una Amiternum dove
non c’è, anziché riconoscerla in quella che tutti riconoscono.
Ma a chiudere definitivamente la questione è lo stesso Livio quando dice che il console Carvilio partì con le sue legioni per il Sannio29;
dunque ha scarsa rilevanza sapere se il luogo di partenza fosse
interamna Lirenas oppure nahars: è certo che si recò nel Sannio, mentre la valle del Rapido non si puó considerare territorio sannitico a tutti
gli effetti. Si puó concludere ricordando che si impone la necessità di
24 G. F. Carettoni, op. cit., pag. 106.
25 G. Petrucci, Santa Maria Maggiore a Sant'Elia F.R., in "il Golfo", a. iX, n. 1/80,
pag. 11, e S. Maria Maggiore di S. Elia Fiumerapido, in "Spazio Aperto", a. iii, n.
3, pag. 20.
26 E. Pais, Storia di Roma, V, pag. 83, nota 5.
27 G. F. Carettoni, loc. cit., pag. 48. Sulla localizzazione di Amiternum si possono consultare ancora G. De Sanctis, Storia dei Romani, ii., pag. 360; H. nissen, Italische
Landeskunde, ii, pag. 679.
28 M. Terenzio Varrone,De lingua latina, Vii, 27.28.29: "Samnites tenuerunt"; dunque
un possesso solo temporaneo.
29 Livio, X, 39: "Cum eis in Samnium profectus".
50
EMiLio PiSTiLLi
collocare Amiterno nella valle del Rapido solo se si accetta per fermo
che il console muovesse da interamna Lirenas; ma abbiamo già visto
quanti dubbi si possono riscontrare al riguardo.
4.5. Duronia
Per Duronia l’identificazione è più complessa perché l’attuale
Duronia presso Boiano ha tale nome solo dal 1875; fino a quell’anno
si chiamò “Terra Vecchia”; al momento non ci è dato sapere quale
fosse il primitivo nome, né è particolarmente importante riguardo
all’attuale lavoro.
L’ubicazione della Duronia Liviana nei pressi di Roccasecca, proposta dal nissen30 è confutata dallo stesso Salmon, anche se con motivazioni tratte dai noti presupposti errati: « H. nissen […] e altri ritenevano che Duronia si trovasse appena a ovest di Casinum, a
Roccasecca, la cui antichità è provata dal materiale da costruzione
poligonale che vi si trova. Ma la teoria non puó essere esatta, in quanto se lo fosse ciò significherebbe che l’asse di avanzamento di Papirio
Cursore sarebbe passato attraverso quello di Carvilio »31.
Salmon, invece, propone l’ubicazione nel territorio di Cerasuolo,
presso Venafro: « Duronia doveva essere situata in un qualche punto
compreso fra le odierne Venafro e Montaquila […], e la località più
probabile è Cerasuolo, un importante nodo stradale: nell’antichità se ne
irraggiavano strade che portavano a Montaquila, isernia e Venafro32 ».
Uno studioso serio come Salmon non dovrebbe fare storia partendo
da congetture senza alcun fondamento obiettivo.
Antonio Giannetti, sulla scorta dell’atlante De Agostini, che elenca
l’odierna Duronia tra le città di origine sannitica, preferisce rifarsi a
questa, che è “posta sull’alto corso del Trigno33”.
30 nissen, loc. cit.; altri studiosi hanno accettato la tesi del nissen. Va precisato che i
resti archeologici cui si fa cenno non sono tali da far pensare ad una città.
31 Salmon, op. cit. pag. 292-293, nota 68.
32 ibid.
33 A. Giannetti, loc. cit. pag. 112; lo studio del Giannetti si basa essenzialmente sulle
segnalazioni del sottoscritto, per questa ragione esso concorda quasi del tutto con
le mie argomentazioni, salvo qualche difformità di scarso rilievo.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
51
neppure Gaetano De Sanctis si sbilancia definendo la città “ignota”34.
Al di là della quasi totale assenza di notizie certe, pare non vi debbano essere dubbi che la nostra località dovesse trovarsi nel Sannio
centro meridionale, dunque molto distante da Cominio e da Casinum.
il che confermerebbe la nostra iniziale rappresentazione della spedizione sannitica dei consoli Carvilio e Papirio più sopra proposta: cioè
una manovra combinata da nord e da sud per chiudere la partita con i
bellicosi Sanniti35. E questo intento è confortato anche dalle successive scorribande degli eserciti romani nel Sannio, contro Sepino e Velia,
dopo la sconfitta di Aquilonia36.
4.6. Aquilonia
ora si puó cominciare a trattare di Aquilonia, che Livio nomina
sempre senza aggettivi ma che associa a Cominium con l’appellativo
di urbes, come Duronia, mentre Amiternum viene definita oppidum37.
non mi pare il caso di ripercorrere tutti i tentativi di identificazione
di questa località negli ultimi cento anni; basterà ricordare Raffaele
Garrucci, che presuppone l’esistenza di due centri con il nome
Aquilonia, rifiuta la soluzione dell’odierna Lacedonia – che taluni
fanno derivare da Aquilonia tramite il nome AkUDUnniAD letto su una
moneta sannitica – e pone quella ricordata da Livio in località
Civitavecchia, a cinque miglia da Pietrabbondante (che per lui è il
“Bovianum” ricordato ancora da Livio a conclusione della battaglia di
Aquilonia)38; con estrema disinvoltura, poi, ricorda che Aquilonia distava da Cominio, nella Valle di Comino, venti miglia (trenta chilometri)39, il che smentisce clamorosamente la sua tesi.
34 G. De Sanctis, op. cit., pag. 342, nota 45.
35 Vd. supra, par. 4.1
36 Livio, X, 44: "Papirius ad Saepinum, Carvilius ad Veliam oppugnandam legiones
ducunt".
37 Livio, X, 39.
38 P. R. Garrucci, Le monete dell'Italia antica, 1985, pagg. 99-100. Lo stesso Garrucci
ricorda alcuni autori che indicano Pietrabbondante come luogo della nostra
Aquilonia.
39 ibid.
52
EMiLio PiSTiLLi
Adotta Lacedonia, invece, G. Devoto, ma senza darne ragione40.
non si puó tacere, infine, la proposta del Salmon, che mostra di
intuire che la nostra località dovesse essere dalle parti di Venafro, ma
che, facendosi guidare dalla chiara derivazione del toponimo da “aquila”, non puó fare a meno di puntare il dito su Montaquila: « Aquilonia
doveva essere situata nella zona in cui Livio riteneva che essa si trovasse, a circa 20 miglia romane da Cominium (vicino all’odierna
Alvito). Montaquila, dal significativo nome, corrisponde esattamente a
questa descrizione. E il nome non le è stato posto in tempi recenti,
bensì si è conservato per tutto il Medioevo … »41.
Purtroppo per lui con la distanza delle venti miglia non ci siamo.
Peccato che al momento in cui Salmon scriveva (1967) ancora non
era nota la poderosa cinta muraria di S. Vittore del Lazio, sul versante
del Monte Aquilone.
Va sottolineata, infine, la passione con cui varie aree del centro sud
d’italia si contendono la “titolarità” di Aquilonia: soprattutto in Valle
di Comino ed in Irpinis, dove, guarda caso, è possibile ritrovare località con nomi quali Atina o Comino o Aquilonia. Vittima illustre di
queste omonimie fu Gaetano De Sanctis42.
4.7. Alcune certezze
Avendo ormai ampiamente discusso delle varie località ricordate da
Livio a proposito della battaglia di Aquilonia, non ci resta che porre
alcuni punti fermi circa il testo di Livio e lasciarsi guidare dallo stesso
storico.
Primo punto fermo: Aquilonia era distante da Cominio venti
miglia romane, cioè trenta chilometri: « Altera Romana castra [quae]
viginti milium spatio aberant)43.
40 G. Devoto, cit., pag. 175 e 246; fa, tuttavia, cenno alla moneta con la scritta
Akudunniad, e la attribuisce senz'altro a Lacedonia.
41 E. T. Salmon, op. cit., pag. 293, nota 68.
42 G. De Sanctis, op. cit., pag. 342, nota 46: egli identifica con decisione Aquilonia
con l'odierna Lacedonia attribuendo a Livio (che viene tacciato in continuazione di
imprecisioni e duplicazioni di più fatti) anche una Cominio ocritum presso
Benevento.
43 Livio, X, 39.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
53
Secondo: un messo poteva andare dall’uno all’altro accampamento
romano in una giornata: « diem ad proficiscendum nuntius habuit »44.
Terzo: due diversi percorsi stradali dovevano collegare le due città,
uno breve e diretto – quello praticato dai messi romani – ed un altro
più lungo e non visibile dal primo – quello percorso dagli 8000 uomini inviati dai Sanniti da Aquilonia in soccorso di Cominio: « viginti
cohortes Samnitium – quadringenariae ferme erant – Cominium profectas »45.
Quarto: il nome Aquilonia; c’è da osservare che tale toponimo ha
una conformazione “dotta”, cioè romanizzata, mentre non conosciamo
la versione sannitica o volgare, che comunque doveva avere attinenza
etimologica con la forma romanizzata. in ogni caso, proprio a partire
dai tempi che stiamo trattando, Roma cominciò ad estendere la propria
cultura o romanizzazione a tutta l’italia; dunque è facile che il toponimo liviano di Aquilonia abbia finito per restare legato a quei luoghi
giungendo fino a noi.
Quinto: Cominio era protetta da mura, per questo motivo i Romani
la dovettero assediare, assaltare ed incendiare; ad Aquilonia si combatté una battaglia campale, il che presuppone ampi spazi per le manovre dei due eserciti.
Sesto: l’accampamento dei Sanniti ad Aquilonia, visto dalla parte
dei Romani, aveva la città alla sinistra: « diversa cornua dextrum ad
castra Samnitium, laevum ad urbem tendit »46.
Settimo: di fronte all’accampamento romano sorgeva un colle a forma
di tumulo: « Sp. Nautium mulos detractis clitellis cum tribus cohortibus
alariis in tumulum conspectum propere circumducere iubet »47.
Ottavo: Mentre a Comino si dovettero abbattere le porte (refrigebantur portae)48, ad Aquilonia non è certo che lo si dovesse fare, anzi
fu sufficiente fare la testuggine per irrompere nella città: « testudine
facta in urbem perrumpunt deturbatisque Samnitibus quae circa
portam erant muri occupavere »49.
44 ibid.
45 ivi, X, 40.
46 ivi, X, 41.
47 ivi, X, 40.
48 ivi, X, 43.
49 ivi, X, 41
54
EMiLio PiSTiLLi
5 - LE MURA DI AQUILONIA
IN SAN VITTORE DEL LAZIO
5.1. Una scoperta a tavolino
in considerazione delle precedenti indicazioni, una sera della primavera del 1972, studiando la carta topografica al 25.000 del basso
Lazio alla ricerca della misteriosa Aquilonia, facendo centro su Vicalvi
(o Cominio) con un raggio di circa trenta chilometri – considerando gli
antichi percorsi, non le odierne carrozzabili –, attratto dal nome del
Monte Aquilone1 e dal toponimo locale Muraglie, puntai con decisione il dito su S. Vittore del Lazio, territorio che conoscevo molto bene
per avervi abitato per diversi anni.
Tentò di dissuadermi il prof. Antonio Giannetti, preziosa guida ai
miei primi passi nel mondo dell’archeologia in quel tempo, asserendo
che mai in S. Vittore erano stati segnalati ritrovamenti archeologici di
un certo interesse.
non volli dargli ascolto.
L’indomani presi in macchina con me il titubante prof. Giannetti e
mi recai in località Muraglie, frazione di S. Vittore del Lazio2.
1 Così come aveva fatto Salmon con Montaquila, vd. supra par. 4.9.
2 Devo precisare, per amore della verità, che da quel momento tutte le ricerche sul sito
e sull’identificazione di Aquilonia furono condotte dal sottoscritto, che aveva cura,
però, di informare il compianto Giannetti; questi, solo dopo aver preso visione delle
foto da me riprese sul colle Marena/Falascosa, fu indotto a superare il suo scetticismo e a darmi ragione sull’ipotesi di Aquilonia. L’elaborazione dei dati da me raccolti fu fatta insieme a lui fino al momento della relazione finale, sulla quale, però,
sorsero delle discordanze fra noi; per questo motivo ognuno preparò la propria relazione impegnandosi a cercare per proprio conto il canale di divulgazione del ritrovamento. nella mia relazione, che diedi alle stampe attraverso il periodico “il
Gazzettino del Lazio”, per rispetto e sensibilità nei confronti dell’anziano professore e della sua autorità culturale, parlai sempre a nome mio e del Giannetti, anche
quando le cose da me scritte riguardavano solo me stesso. non fece altrettanto l’autorevole professore, che, lungi dal riconoscere al sottoscritto il merito della scoperta, nella sua relazione all’Accademia dei Lincei, parlò sempre a nome proprio, trascurando con cura di citare il mio lavoro e definendomi solo per inciso suo “solerte collaboratore”. Purtroppo per me quella relazione ha fatto il giro degli studiosi
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
55
Lì, presso la fattoria Pezzella, ai piedi del Colle del Pero3, trovammo tracce inequivocabili di manufatti di epoca precristiana (ma di ciò
si parlerà più avanti). Mentre eravamo intenti ad esaminare un tratto di
muro pseudo quadrato formato da due file sovrapposte di enormi
massi, sommariamente sgrossati, a sostegno di un terrapieno, un contadino, quasi con aria di burla, ci disse che quello era ben poco in confronto con la muraglia esistente sulle falde delle ultime propaggini del
Monte Sambùcaro; essa era composta, a detta del contadino, di
grandissime pietre portate lassù « dalle fate » (così gli aveva raccontato la nonna!).
quella muraglia era visibile anche ad occhio nudo. La vedemmo
estendersi per un tratto di circa due chilometri, quasi come una collana, intorno alle due ultime protuberanze del Monte Sambùcaro e
incombeva su di noi. La descrizione del contadino (nicola Vendittelli
da S. Vittore), colorita dalle immagini fantastiche, ci interessò vivamente. Si rendeva necessario un sopralluogo. non persi tempo.
nei giorni successivi (a partire dal 16 marzo 1972) feci delle escursioni sul luogo indicato e i risultati superarono ogni aspettativa.
Dunque per un caso fortuito il toponimo Muraglia, che non si riferiva a quella che cercavo, richiamando la mia attenzione, mi aveva condotto a scoprire quella autentica.
5.2. Il monte Sambùcaro
il Monte Sambùcaro (m. 1205 l.m.) – sulle carte dell’i.G.M. è scritto “Sammucro”: è una evidente trascrizione della pronuncia dialettale
del luogo: Sam(b)ùcrö; d’ora in poi qui si userà la forma Sambùcaro –
troneggia tra i due comuni di S. Vittore del Lazio e S. Pietro infine. Si
estende da est a ovest e sulla sua cima si incontrano le tre regioni del
della materia escludendomi da ogni personale riconoscimento (dopo tanto lavoro
un pizzico di rincrescimento me lo si dovrà pur consentire). questo dovevo precisare, non per mania di autocelebrazione – non ne avrei bisogno in quanto nel mio
ambiente ognuno conosce il reale andamento dei fatti –, ma per la verità storica, pur
serbando ancora un grato e rispettoso ricordo del prof. Antonio Giannetti, scomparso ormai da diversi anni.
3 Pare che il toponimo “Pezzella” debba corrispondere, sia linguisticamente che topograficamente, a quello di “Colle del Pero” attraverso le varianti dialettali Còllë
Përìgliö – Pëzzìglio e Përréllä.
56
EMiLio PiSTiLLi
Lazio, della Campania e del Molise. Si erge quasi come un contrafforte del monte Aquilone, m. 1270, situato più a nord. i due monti sono
divisi dal profondo vallone scavato dal Rio S. Vittore4. il versante sud
del Sambùcaro scende quasi a precipizio, mentre il versante opposto
10- Il monte Sambùcaro visto dalla Rocca Janula di Cassino.
degrada più dolcemente tra una balza e l’altra, fino ad incontrare la
base dell’Aquilone in località Radicosa.
nel crinale occidentale degrada in due riprese (queste ci interesseranno particolarmente): “Croce di Macchia” (m. 702) e il falsopiano
“Marena- Falascosa” (m. 570) che sovrasta S. Vittore. quindi precipita sui dirupi del Rio S. Vittore.
Più a ovest si estendono le brevi pianure di “Campopiano” e “S.
Giusta”, incastonate fra il Sambùcaro e l’Aquilone a nord, il “Colle del
Pero” e il colle “La Chiaia” ad ovest (verso Cervaro) e la collina dove
4 questo ruscello, dalle acque freddissime e trasparenti, oggi è indicato con il nome
del comune che attraversa, insomma non ha un proprio nome. nel passato non era
così: pare che fosse chiamato “Rio Chiaro”. Ciò è intuibile da un reperto toponomastico del paese: Pescoronchiaro è un vicolo che dall’abitato medioevale conduce all’esterno, verso il precipizio che domina il nostro corso d’acqua; il nome, dal
significato misterioso, è chiaramente formato da Pesco - rio - Chiaro, dove “pesco”
è un termine dell’entroterra molisano abruzzese e significa “dirupo”.
57
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
sorge l’abitato di S. Vittore a sud. Contiguo alle pianure precedenti è il
falsopiano di “Montenero” sulle pendici meridionali della Chiaia.
5.3. Le mura
In
fi
ne
Mi sono diffuso su tali particolari per ragioni che vedremo più
appresso.
La muraglia, dicevo, ben visibile anche da Cassino ad occhio nudo
nelle giornate chiare, si estende sul versante settentrionale delle
protuberanze “Marena” e “Croce di Macchia” in direzione est-ovest.
Pie
tro
Strada S. Leonardo
N
S.
Croce di Macchia
falascosa
690
Chiaiale
a
en
ar
S. Vittore
M
St r a d a R a d i c o s a
11- Il circuito poligonale di monte Sambùcaro.
non credo che si possa trovare sul suolo italiano un circuito murario in opera pseudopoligonale, di epoca sannitica, di tale lunghezza ed
imponenza.
Esso parte da un costone roccioso a quota m. 387 del colle “Mare na” dominante la contrada “La Canala” di S. Vittore, compie un lento
giro verso nord-est alla stessa quota e poi si impenna bruscamente
58
EMiLio PiSTiLLi
lungo il ripido versante “Falascosa”, a est, fino a giungere a quota
690, dove si perde fra le rocce di un baratro che si affaccia più ad ovest
di S. Pietro infine, sull’altro versante del monte. nel punto in cui inizia la sua ascesa la muraglia affonda, quasi, nell’avvallamento di confluenza delle due protuberanze.
quel tratto di muraglia misura m. 1315 ed ha l’altezza media di m.
1,60; è interrotto solo in alcuni brevi tratti a causa delle azioni del
vento, della neve e della pioggia. Ha l’aspetto di mura poligonali del
tipo più antico (prima maniera, secondo Lugli); non c’è alcuna preoccupazione di allineamento dei massi che la compongono. questi,
estratti certamente dal luogo stesso, hanno le misure medie di cm.
6 0 x 8 0 x 6 0 , ma taluni hanno la facciata più lunga superiore al metro
e 20 cm.
La parte esterna della muraglia è abbastanza curata; la parte interrata è quasi sempre a una sola cortina, mentre quella più alta, data la forte
pendenza del terreno, è a doppia cortina. Lo spessore medio è di m.
l,65. in nessun punto la cinta muraria conserva la sua altezza originaria; è infatti, quella, una zona sollecitata da fortissimi venti; la neve, la
pioggia e le radici infiltranti hanno completato l’opera di distruzione.
Già è tanto che la muraglia sia giunta in quello stato fino a noi.
Di tanto in tanto lungo il circuito si aprono delle brecce, forse ricavate in tempi recenti dai pastori per il transito delle greggi; alcune di
esse, due in particolare, hanno tutto l’aspetto di antiche porte; la loro
ampiezza va da m. l,40 fino ad un massimo di m. 2,50; ma più che di
porte si puó parlare di varchi, lasciati aperti certamente al tempo della
costruzione della muraglia: lo si deduce dalla sovrapposizione dei
massi; dagli stessi varchi partono dei sentieri che scendono a valle. Al
termine della lunga teoria di mura, sulla Croce di Macchia, là dove
doveva essere la porta principale, si nota un largo lastricato in pietra
scalpellata e levigata. quel luogo viene chiamato comunemente “La
Croce” perché, a detta della gente del luogo, su un punto imprecisato
della cinta era posta una grande pietra con una croce scolpita5: per
5 La croce era il segnale di riferimento della triangolazione per il punto trigonometrico: si veda “Monografie dei punti trigonometrici”, Direzione compartimentale del catasto di napoli, “zona Alvito e Cervaro”, Registro 1, pag.
122, ricognizione eseguita nell’anno 1898; lo stesso registro segnala l’incisione di un triangolo su roccia nel medesimo luogo.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
59
quante ricerche si siano fatte, però, non è stato possibile reperirla; certamente sarà rotolata a valle6. Solo in tempi abbastanza recenti sullo
stesso luogo è stata innalzata una grande croce di ferro.
La muraglia fin qui descritta si interrompe più volte in corrispondenza di alcuni dirupi, che presentano tracce di lavorazione, utilizzati
come parte integrante della fortificazione; il restante tratto del circuito, sul versante opposto, è tutto una serie di precipizi, ma nei luoghi in
cui questi sono più accessibili si notano altri tracciati di mura poligonali, che vanno da m. 50 a m. 100, destinati ad assicurare la continuità dell’intero sistema difensivo; ne ho contati almeno tre. nel tratto più
lungo di questi ultimi, all’altezza della sottostante località “Collecase”,
si apre una porta che chiamerò di S. Vittore. Su quel versante non ci
dovevano essere altre porte, benché numerosi metri della muraglia
saranno certamente rotolati a valle non consentendo più una “lettura”
completa del sito; numerosi massi sono disseminati nell’area sottostante. È importante avvertire che sullo stesso versante si possono
notare ampi tratti di rocce affioranti scalpellate e spianate nel verso del
pendio: probabilmente per ragioni difensive si rendeva necessario assicurare una visuale completa, eliminando la possibilità di ripari per gli
assalitori, ed anche per rendere più scorrevole il rotolamento dei massi
lanciati contro gli stessi. Cosa analoga la si ritrova al di sotto delle
mura di Casinum sul versante sud, tra la città e l’acropoli.
La cinta, da questo
lato, doveva seguire il
crinale roccioso della
montagna e subirne i
dislivelli fino ad
incontrare le due estremità della muraglia
ancora esistente. in tal modo 1a teoria delle mura doveva circoscrivere un piano avente la vaga forma di una piuma di gallina. L’estremità
più stretta coincideva con la Croce di Macchia, mentre si dilatava al
massimo sul pianoro del Marena a quota 570. Tutta la cintura muraria,
dall’una e dall’altra parte, è contornata, all’interno, quasi a segnarne il
perimetro, da una stradella che si interrompe solo per alcuni tratti ed è
segnata sulle carte topografiche.
6 Per la descrizione delle mura si veda anche l’appendice A.1.
60
EMiLio PiSTiLLi
12- Croce di Macchia: la spianata che dà accesso all'interno della fortificazione;
in primo piano un riparo in pietra, innalzato, forse, dai pastori su una trincea
della seconda guerra mondiale.
13- falascosa: tratto di muro poligonale sul versante nord.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
61
14- Versante falascosa.
15- Versante falascosa.
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EMiLio PiSTiLLi
16- La fuga ininterrotta delle mura che si inerpicano verso Croce di Macchia sul
versante falascosa.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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17- Parte bassa del versante falascosa: la vegetazione inizia a non rendere più
visibili le mura.
18- Al termine del versante falascosa: da questo punto si puó intravedere la
spianata di Campopiano (a destra) e parte dell'abitato di Cervaro (al centro in
alto); a destra si scorgono alcuni dei numerosissimi massi rotolati in basso.
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EMiLio PiSTiLLi
19- Colle Marena: lato settentrionale del Chiaiale.
20- Un tratto emergente
dalla folta vegetazione del
Chiaiale.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
65
21- Ogni tanto l'imponenza delle mura ha la meglio sui carpini e querciole infestanti.
22- Scorcio delle mura in fuga
verso valle: lato nord.
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EMiLio PiSTiLLi
23- Prosegue la discesa verso il
basso; lato nord.
24- Dettaglio della zona Marena,
lato nord; notare la sovrapposizione non molto ordinata dei grandi
massi.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
67
25- Uno dei varchi (forse una porta) con tracce di fortificazione sul Chiaiale; lato
nord.
26- Versante di S. Vittore: la sella tra il colle falascosa ed il colle Marena; dal
paese si distingue un tratto delle mura (al centro nella foto) dove si apre la
porta detta di S. Vittore.
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EMiLio PiSTiLLi
27- Colle Marena: versante sud; tratto di muro che riprende dopo un costone roccioso.
28- Roccia a strapiombo inserita nel circuito murario dominante il paese di S.
Vittore.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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29- Lato S. Vittore: la muraglia ricuce i vuoti tra le fortificazioni naturali dei
costoni rocciosi.
30- Lo sperone di colle Marena domina l'intera valle del Rapido-Peccia; a sinistra l'abitato di S. Vittore; in alto a destra è appena visibile l'abbazia di
Montecassino, antica acropoli fortificata di Casinum; al centro della foto si possono distinguere alcuni tratti delle mura e la sottostante scarpata nella quale le
rocce sono state spianate artificialmente.
70
EMiLio PiSTiLLi
31- Colle Marena: veduta sulla piana del Rapido con Montecassino e Cassino, da
dove le mura sono visibili ad occhio nudo.
32- Versante sud: a sinistra si apre la porta di S. Vittore; su questo versante le
mura sono molto danneggiate.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
71
33- Versante sud: particolare delle mura.
34- Colle Marena: tratto delle mura che guardano verso Cervaro e Cassino.
72
EMiLio PiSTiLLi
35- Colle Marena: veduta sulla spianata di Campopiano, sulla frazione Muraglie
e su Cervaro; a sinistra Cassino, al centro in fondo monte Cairo (m. 1.669 s. l. m.)
e a destra la gola di Capo di China che conduce nella Valle di Comino.
5.4. All’interno
insomma tutta la zona ha l’aspetto di un’antichissima area fortificata, di cui restano pochi, ma inequivocabili segni, dei quali i più importanti sono le mura poligonali e, forse più di tutti, i numerosi frammenti di ceramica che è facile rinvenire in alcune ben delimitate zone
all’interno.
Tali ceramiche sono per lo più frammenti di tegoloni, di vasi, ciotole, orci; la loro fattura è certamente precristiana. L’impasto è molto
spesso poroso, talvolta compatto; contiene molta sabbia o granuli di
carbone, di quarzo o sostanza cinerina; sia all’esterno che in frattura i
cocci sono a volte di colore bruno, a volte rosso oppure grigio o giallino; in gran numero quelli senza rivestimento, pochi con rivestimento.
Tali frammenti si possono reperire su terreno erboso ma anche a
pochi centimetri di profondità; i numerosi sgretolamenti della china lo
dimostrano.
Giannetti ne fa una elencazione articolata che preferisco riportare
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
73
integralmente, con l’avvertenza che tali indicazioni si riferiscono solo
ad una prima fase delle ricerche sul nostro sito.
« l) frammenti di mattoni (spess. cm 2,8/4), di coppi (spess. cm 2)
di tegole (spess. cm 3) ad impasto carbonioso o misto a molta sabbia, color nero o giallo in frattura, rosso nella faccia esterna oppure
giallino in tutto lo spessore;
2) frammenti di dolî di impasto molto eterogeneo, impuro per
presenza di grani di quarzo, di carbone e di sabbia con pareti grezze, malcotti, esternamente appena lisciati a stecca (labbri piatti
appena elevati dal corpo del recipiente e distinti da esso con un
solco appena accennato);
3) pesi di forma piramidale, a base quadrata d’impasto grezzo
con pareti lisciate a stecca;
4) due frammenti di basi di lucerne ad impasto grezzo, malcotto
con ansa a lingua molto accentuata applicata sul piano di base; di
labbri di impasto grezzo privi di risvolto ad orlo rotondo; di pareti
di ciotola con decorazione a forma di Croce di S. Andrea incisa a
stecca;
5) gola di vasetto a forma di calice, con labbro piatto d’impasto
grezzo come pomice; labbri con risvolto esterno (ciotole scodelle)
con solco all’attaccatura della spalla, d’impasto poco omogeneo,
spesso ben cotti;
6) frammenti di basi o di pareti di ciotole di impasto omogeneo
ben cotto, internamente coperti da una pellicola vetrosa di colore
bianco o giallo oppure da vernice nera; esternamente sempre in
colore naturale;
7) frammento di fondo di piatto, d’impasto omogeneo, ben cotto
internamente, ornato al centro con grosso disco a vernice rossa
incluso in tre cerchi di color nero, concentrici; altri dischetti rossi
dovevano trovarsi intorno alla superficie interna della parete;
8) frammento di selce lavorata; capocchia di un chiodo in ferro
battuto.
« Circa la zona di reperimento (a parte i frammenti di laterizi –
moltissimi – che si trovano dispersi in tutta l’area chiusa dalle mura
e anche fuori di essa) indichiamo i settori in cui sono stati rinvenuti
gli oggetti più significativi.
74
EMiLio PiSTiLLi
quelli riportati ai numeri 2 e 3 sono stati raccolti nel settore orientale detto Falascosa subito all’inizio dell’erto pendio pietroso; quelli del numero 4 verso il settore occidentale detto Marena; quelli dei
numeri 5 e 6 nel settore centrale detto Chiaiale7; invece il frammento di cui al numero 7 fu raccolto lungo la via d’accesso alla fortificazione, precisamente nei pressi di una cava di gesso. non si è
rinvenuto alcun frammento di ceramica buccheroide o etrusco campana, né di origine greco cumana; sembra infatti che tutti i vasi, a
cui i frammenti suddetti appartenevano, facciano riferimento, sia
per l’impasto, sia per le forme, a un tipo di ceramica subappenninica, ad eccezione forse dei frammenti riportati nei numeri 6 e 7 internamente coperti di pellicola uso smalto o dipinti a vernice »8.
Come sono giunti fin lassù quei resti? non certo portati dal vento.
Ma, cosa singolare, si rinvengono negli avvallamenti o nei brevi pianori riparati dal vento, e solo sul colle Marena.
Sul pianoro che forma la sommità del Marena ho notato dei segni
appena percettibili di muri congiunti trasversalmente e, all’interno, di
altri muri paralleli: tutto ciò è interrato e difficilmente visibile sul
posto, mentre dall’alto, discendendo lungo il crinale della Croce di
Macchia, appare più chiaramente.
negli altri luoghi in cui si rinvengono materiali fittili si notano (a
fatica, in verità) allineamenti appena affioranti di mura poligonali a
sostegno di alcuni terrazzamenti.
nulla del genere, invece, si riscontra su Croce di Macchia: quest’ultima zona è di difficile lettura perché assolutamente impervia: rocce e
pietrame dappertutto.
questo, per sommi capi, é quanto trovai lassù9.
7 Chiaiale è un avvallamento tra il versante Falascosa ed il poggio Marena. il termine
secondo Giannetti deriva da plateale con trasformazione del prefisso pla in chia. io
aggiungerei: attraverso la forma chianale, che nel dialetto locale sta per luogo o
oggetto piano.
8 A. Giannetti, cit. pag. 107-108.
9 Si puó ricordare anche la descrizione abbastanza dettagliata che fa del nostro complesso Attilio Coletta in Centri fortificati del Lazio meridionale, “Centro Studi
Storici Saturnia, Atina, 1998, pag. 32 e sgg.; però alcune sue soluzioni sono da
prendere con cautela.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
75
5.5. Strade e pozzi
Va ancora detto che stradelle molto antiche consentono l’accesso
dalla Canala – caseggiato a ridosso del Rio S. Vittore – e soprattutto
dalla Radicosa. quest’ultima prosegue sempre in linea retta, a quota
600 circa, fino alla Croce di Macchia – sulle carte catastali è denominata via S. Leonardo – e poi giù a S. Pietro infine vecchia. questo tracciato esistente ancora oggi, collegava il basso Lazio con Conca Casale
e il Molise, ma anche con Viticuso10.
Una sola stradella, invece, é sul versante sud e sbocca proprio presso l’unica porta di quel lato (porta di S. Vittore).
L’approvvigionamento idrico era assicurato dalla presenza di alcuni
pozzi; uno esiste ancora oggi lungo il sentiero che sale dalla Canala ed
é molto antico, anche se si notano dei rifacimenti di epoca posteriore.
Altri pozzi sono segnalati dai pastori in zona La Macchia, in prossimità della “Croce”.
Va infine tenuto presente che accanto all’opera di distruzione effettuata dal tempo c’è stato sempre il continuo lavorìo di smantellamento operato dai pastori. infatti le costruzioni in pietra che certamente
costituivano le abitazioni dei primitivi abitanti sono state sistematicamente smantellate per erigere rozzi ripari per le bestie; ripari che si
incontrano in gran numero all’interno della cinta muraria.
5.6. Senza tempo
Dopo quanto ho sommariamente descritto ritengo non esistano più
ragionevoli dubbi che si trattasse di una antica fortificazione.
quale popolo poteva abitare una simile inaccessibile fortezza?
Certamente un popolo di pastori: data la possibilità di facile transumanza, in poche ore si puó passare dai 40 metri s.l.m. a oltre 1000
metri del Sambùcaro e dell’Aquilone; e non è ciò che fanno ancora
oggi i pastori del luogo? Lì si era in piena zona di influenza sannitica,
e i Sanniti, è noto, erano dei fieri montanari. Dunque niente di più facile che quello fosse un avamposto sannitico a guardia dei pascoli delle
valli sottostanti, anche se la fortificazione sembra guardare più verso il
Sannio che altrove.
10 Vd. Appendice A.6.
76
EMiLio PiSTiLLi
quel circuito, infine, è del tutto simile a tanti altri del centro sud
d’italia classificati sannitici o dell’età del ferro. Somiglianze molto
strette si hanno con quelli esaminati da Domenico Caiazza11.
Ritengo tuttavia azzardato proporre una datazione certa: c’è chi
pone quel genere di costruzioni attorno all’Viii-Vii secolo e c’è chi si
ferma al iV-iii sec. a. C. questi ultimi ritengono che siano state edificate in occasione delle guerre sannitiche. queste tutto al più costituiscono un termine di riferimento per una datazione minima; ma il fatto
che mura del genere si ritrovano in tutto il centro sud d’italia, nella
Grecia micenea e nelle città della costa anatolica, cioè erette da culture diverse e in tempi diversi, ci puó far ritenere che sfuggano ad ogni
datazione certa: le definirei senza tempo. Solo il ritrovamento di manufatti organici, sicuramente connessi con la costruzione di tali fortificazioni, potrà consentire datazioni attendibili tramite le moderne tecnologie di laboratorio.
Fra i vari tentativi di dare una paternità ai grandiosi complessi di
mura poligonali in italia va segnalato Mario Pincherle12, il quale cerca
di ricollegare le tecniche e le tipologie nostrane con quelle minoiche
dell’Asia minore: forse, pur con argomentazioni spesso discutibili,
apre un panorama di speculazione che potrebbe darci interessanti lumi.
5.7. Si tratta di Aquilonia?
Siamo in presenza della mitica Aquilonia?
Per poterlo affermare, secondo gli scettici, bisognerebbe trovare in
loco un cippo con la scritta AQUILONIA; ma a noi è sufficiente riscontrare sul posto tutti i punti fermi elencati più su13. Ed ecco i riscontri.
Primo: il colle Marena dista da Vicalvi/Cominio quasi esattamente trenta chilometri se si percorre l’antico tracciato stradale che
da S. Vittore costeggia il Colle del Pero, passa per Cervaro, di qui
va a S. Michele (frazione di Cassino), a Portella (frazione di S. Elia),
alla piana dell’olivella, a Capo di China, seguendo la vecchia “strada romana”, a Cancello di Atina e, sempre in linea retta, a Vicalvi.
11 Vd. supra par. 2.2.
12 M. Pincherle, La civiltà minoica in Italia. Le città Saturnie, Pacini Editore, 1990.
13 Vd. supra par. 4.7.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
77
questo tracciato, anche se in disuso (perché sostituito dalla recente
strada a scorrimento veloce Cassino-Atina-Sora), è ancora in gran
parte percorribile.
Secondo: la strada appena descritta consente ad un uomo a cavallo di andare e tornare in meno di una giornata.
Terzo: un percorso alternativo e più lungo puó essere costituito
dall’antico tracciato che segue il corso del fiume Melfa (la strada
“Tracciolino”) fino a Roccasecca, s’innesta sulla pedemontana che
conduce a Casinum, segue il fondovalle dell’attuale Casilina fino
alla Taverna di S. Vittore. questa strada consente di andare e tornare da Cominio senza essere avvistati da chi percorre quella precedente; e probabilmente fu scelta dalle coorti dei Sanniti per andare
in soccorso di Cominio14.
Quarto: il toponimo Aquilonia lo si ritrova nel vicino e incombente Monte Aquilone; è noto come i nomi delle località montane si
conservano pressoché invariati per millenni.
Quinto: gli spazi per una battaglia campale si possono ritrovare
ai piedi dei due monti del luogo: il Sambùcaro e l’Aquilone. Sono
due ampie aree in pendenza entrambe verso il Rio S. Vittore: la spianata di “Campopiano”, più a monte, e quella di “S. GiustaMontenero”, più a valle sulle pendici del colle “La Chiaia”. L’una,
tenuta dai Romani, poteva dominare dall’alto l’accampamento dei
Sanniti, l’altra, invece, poteva controllare l’unica possibilità di
accesso alle vie per Aquilonia, cioè il guado del Rio S. Vittore.
Sesto: la fortificazione sannitica di colle Marena era alla destra
dell’accampamento dei Sanniti ed alla sinistra di quello romano.
Settimo: da Campopiano il colle del Pero, ma più ancora il colle
La Chiaia, visto di lato, appare come un perfetto tumulo, anche se la
sua forma è piuttosto allungata. Alle spalle del colle poteva nascondersi un contingente di soldati per comparire all’improvviso dando
14 Si potrà obiettare che quelle coorti dovettero passare al di sotto di Casinum che,
secondo le notizie in nostro possesso, era già colonia romana. Ma l’episodio ricordato del saccheggio di interamna Lirenas ci fa intuire che l’oppidum di Casinum
non costituiva un pericolo per migliaia di soldati che transitassero nei suoi pressi.
Del resto i Romani avevano fatto leva per affrontare i Sanniti e con tutta probabilità avevano sguarnito quella ed altre colonie. Resta, tuttavia, il dubbio se Casinum
fosse ancora in possesso dei Romani.
78
EMiLio PiSTiLLi
36- I luoghi della battaglia: a destra il pianoro di Campopiano; a sinistra il colle
La Chiaia, che, visto da qui, appare come un tumulo, e che domina la spianata di
S. giusta/Montenero; al centro della foto, in alto, il colle del Pero.
l’impressione di provenire dalla strada per Cominio (quella breve
percorsa dai messi romani).
Ottavo: la fortificazione del colle Marena, nonostante l’asperità
del luogo, non si presenta come un complesso particolarmente adatto a sostenere a lungo assedi ed attacchi nemici; niente di più facile,
dunque, che alle porte vi fossero solo delle protezioni di fortuna e
non porte come quelle di Cominio. Ed infatti nelle porte della nostra
presunta Aquilonia non si sono trovate tracce di cardini o altro, né
sui piedritti né sulle soglie.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
79
6 - I LUOgHI DELLA bATTAgLIA
6.1. La battaglia
Dopo aver appurato la concordanza del racconto liviano con i luoghi qui descritti, concordanza che puó apparire addirittura eccessiva,
proviamo ora a calare la descrizione della battaglia sugli stessi luoghi, senza discostarci dal testo di Livio.
nell’anno 293 a. C. il Senato Romano, dopo mezzo secolo di guerre contro i Sanniti, decise di sferrare un’offensiva decisiva contro quel
popolo che, da parte sua, si era messo in armi facendo leva per tutto il
Sannio ed ammassando 40.000 soldati (altri codici riferiscono 60
mila), il fior fiore della gioventù sannitica, nella città di Aquilonia.
i consoli di quell’anno L. Papirio Cursore, figlio del più noto Lucio
Papirio, e Spurio Carvilio si recarono nel Sannio con due eserciti; il
primo, dopo aver fatto leva, andò ad espugnare la città di Duronia, probabilmente tra isernia e Campobasso, il secondo, rilevando l’esercito
già in armi da interamna, prese d’assalto la città di Amiterno, nei pressi di L’Aquila; quindi dopo aver percorso in lungo e in largo il Sannio
si unirono nell’agro Atinate, in Ciociaria, dove, ovviamente, si ebbe il
maggior saccheggio. A questo punto i consoli si divisero di nuovo:
Carvilio assediò Cominio (oggi Vicalvi), nella omonima valle, mentre
Papirio si recò nei pressi di Aquilonia, ubi summa rei Samnitium erat.
quest’ultima località, a detta di Livio, distava circa 20 miglia, cioè 30
chilometri da Cominio.
L. Papirio con il suo esercito seguì la via che passa ad ovest di Atina,
sale a Capo di China, scende lungo il versante occidentale di Monte
Cifalco, fino alla pianura di S. Elia Fiumerapido e risale poi attraverso
la contrada “Portella” fin su a S. Michele, in comune di Cassino,
lungo le estreme propaggini del Monte Aquilone e sempre su quelle
stesse pendici prosegue per Acqua Candida, a nord di Cervaro, fino a
sfociare alle spalle del Colle del Pero sulla pianura di Campopiano su
cui domina la presunta Aquilonia1.
1 questa antichissima strada pedemontana prosegue oggi, sempre in linea retta, fino a
S. Pietro infine, da dove si imboccava l’altra strada che saliva a Croce di Macchia
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EMiLio PiSTiLLi
37- L'abitato di S. Vittore dominato dal monte Sambùcaro con le due protuberanze (a sinistra) falascosa e Marena, protette dalle mura poligonali; in basso si
apre la profonda fenditura del rio di S. Vittore.
Dunque Papirio pose il suo accampamento in Campopiano occupando il Colle del Pero e presidiando la suddetta via per i frequenti
contatti che aveva con il collega Carvilio che si trovava a Cominio.
Alla sua sinistra aveva Aquilonia, da cui era separato dal profondo
dirupo del Rio S. Vittore, alle spalle il monte Aquilone.
i Sanniti invece avevano posto il loro accampamento nel declivio
del colle La Chiaia (S. Giusta-Montenero), là donde si possono ammirare i resti medioevali di S. Vittore, ed erano separati da quest’ultima
località dal rio omonimo.
Era in loro possesso l’unico punto in cui il rio fosse agevolmente
valicabile, onde garantirsi i contatti con la loro città. inoltre da quella
posizione potevano assicurarsi lo sbocco a valle per i rifornimenti ed il
vettovagliamento: non dimentichiamo che i Sanniti erano in quell’area
già da molto tempo e sicuramente controllavano la vasta pianura dominata da Aquilonia. il loro accampamento, però, era stretto ai due lati
(la porta principale di Aquilonia) e continuava verso il Molise col nome di via S.
Leonardo.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
81
38- La zona della presunta battaglia.
dal colle La Chiaia e dal rio: quello che apparentemente doveva costituire una valida difesa risultò, poi, la causa principale della sconfitta,
non avendo avuto essi adeguati spazi di manovra.
Tuttavia il guado del rio consentiva il controllo di un nodo stradale
di notevole importanza. Di lì infatti si dipartivano (e ancora oggi): la
via che, costeggiando il colle del Pero, conduce a Cervaro; la via che,
aggirando la Chiaia da sud, conduce ancora a Cervaro; la via che, passando per La Canala, conduce ad Aquilonia e alla Radicosa, dove esiste un varco per il Molise; la via che collega S. Vittore del Lazio con
S. Pietro infine, quasi certamente una continuazione della
Pedemontana già descritta; infine l’accesso al fondovalle del GariPeccia.
Sulla disposizione dei due eserciti (Romani in alto e Sanniti in
basso) non mi trovai d’accordo con il prof. Giannetti, il quale capovolgeva le posizioni, non riuscendo, però, a spiegare come i Romani
stando nella piana di S. Giusta-Montenero potessero avere la città di
Aquilonia a sinistra, come precisa Livio.
82
EMiLio PiSTiLLi
Avendo, dunque, i Sanniti scelto per primi la postazione2 avrebbero
potuto attestarsi, al posto dei Romani, sulla spianata di Campopiano,
apparentemente più favorevole perché in posizione dominante rispetto
a quella di S. Giusta, ma questo sarebbe stato un errore ancora maggiore perché di lì non avrebbero potuto avere più collegamenti con
Aquilonia, dalla quale sarebbero stati separati dal profondo dirupo del
Rio S. Vittore.
Sempre seguendo il racconto di Livio, Papirio dopo aver temporeggiato per diversi giorni fra scaramucce di nessun conto, decise di attaccare il nemico postero die e mandò un messo al collega per avvertirlo
affinché anche questi attaccasse contemporaneamente Cominio. il
messo, utilizzando il percorso breve su descritto, ebbe un giorno per
andare e tornare. Tornò a notte riferendo che Carvilio approvava i
piani.
Papirio preparò lo schieramento: all’ala destra pose L. Volumnio,
all’ala sinistra L. Scipione. ordinò quindi a Spurio nauzio di togliere
i basti ai muli e di condurli, con alcune coorti delle ali, attorno, forse,
al Colle del Pero, per posizionarsi al coperto di un colle che probabilmente aveva l’aspetto di un tumulo, in tumulum conspectum, (il colle
la Chiaia, appunto; ma forse anche lo stesso Colle del Pero). nauzio
doveva poi comparire nel vivo della battaglia sollevando quanta più
polvere potesse.
Poco prima che il console desse inizio al combattimento un disertore sannita rivelò che 8000 uomini erano stati inviati da Aquilonia a
Cominio per aiutare quest’ultima città nella difesa contro gli assedianti. Probabilmente i Sanniti di Cominio si erano accorti dei preparativi
di attacco da parte degli assedianti e, ignorando la manovra combinata degli eserciti romani, avranno chiesto rinforzi a quelli di Aquilonia;
rinforzi che furono senz’altro inviati.
Papirio mandò subito un messaggero ad avvertire di ciò il collega.
il messaggero spronando la cavalcatura dovette impiegare meno di tre
ore3.
2 i Romani si erano decisi a dare guerra ai Sanniti solo dopo che costoro, da tempo,
avevano fatto leva per tutto il Sannio ed avevano scelto Aquilonia come centro di
raccolta.
3 Cfr. Giorgio Berzero, Ab Urbe condida, Lib. X. pag. 177, nota 2.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
83
39- Collegamenti tra Vicalvi (Cominio) e S. Vittore del Lazio (Aquilonia).
Subito dopo il console, approfittando anche del temporaneo alleggerimento delle forze nemiche, fece avanzare i suoi reparti e diede inizio alla battaglia.
il combattimento fu feroce, la strage immensa; i Romani avanzavano senza tregua fra le schiere nemiche. A far precipitare gli eventi contribuì l’apparizione di fianco (tra la Chiaia e il Colle del Pero) del polverone sollevato dai reparti di Spurio nauzio. Tale visione ingannò i
Sanniti ed i Romani stessi: si credette infatti che si trattasse dell’esercito di Carvilio che giungeva vittorioso da Cominio.
84
EMiLio PiSTiLLi
i Romani moltiplicarono le forze e l’ardore per non vedersi togliere
il merito della vittoria dall’altro esercito; i Sanniti furono atterriti e
finirono per darsi alla fuga.
i nobili e i cavalieri fuggirono alla volta di Boviano (probabilmente
lungo il versante di S. Pietro infine oppure per la via della Radicosa,
sulla sponda sinistra del Rio S. Vittore), i fanti si rifugiarono parte nell’accampamento e parte ad Aquilonia.
6.2. La sconfitta dei Sanniti
il fronte dei Sanniti dunque era stato spezzato al centro in due tronconi, e ciò è spiegabile se si pensa che alle spalle di questi era il profondo dirupo costituito dal Rio di S. Vittore.
L’ala destra dei Romani guidata da Volumnio attaccò e prese l’accampamento incendiandolo, l’ala sinistra con Scipione attraversò il
guado del rio e, inseguendo i fuggiaschi, giunse sotto le mura di
Aquilonia, probabilmente nel lato nord. Gli occupanti la città si difesero lanciando sassi sugli assalitori, e i sassi in quel luogo non mancavano certo. Scipione dopo aver incitato i suoi formò la testuggine con
gli scudi alzati sopra il capo e irruppe nella città (testudine facta in
urbem perrumpunt). S’impadronì della porta, ma, avendo solo pochi
soldati con sé, preferì non addentrarsi nella città.
i1 console, radunando i soldati poiché la sera s’appressava, constatò che alla sua destra l’accampamento dei Sanniti era stato preso e che
alla sua sinistra si combatteva presso le porte della città. Con le truppe
raccolte s’appressò alle mura e penetrò nella porta a lui più vicina. Ma
la notte era sopraggiunta e preferì far riposare gli uomini.
nelle ore notturne la città fu abbandonata dai suoi abitanti; da quale
parte? Forse dal lato più inaccessibile, dove i Romani non erano giunti, dall’unica porta sul versante sud, la porta di S. Vittore. Di lì dovettero scendere nella sottostante pianura tra S. Vittore e S. Pietro infine.
A valle dovettero essere scorti dalla cavalleria nemica ed inseguiti.
nell’inseguimento i cavalieri romani videro anche dei Sanniti sparsi
qua e là senza difesa alcuna. Erano, questi, gli 8.000 soldati inviati in
aiuto di Cominio, ma richiamati poi verso Aquilonia per gli avvenimenti appena descritti.
il console Carvilio a Cominio, avvertito dal collega, aveva mandato
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
85
incontro a quegli uomini – sulla via più breve per Aquilonia – alcune
coorti per fermarli, ma, lungo la strada non ne trovarono traccia; probabilmente quelli avevano attraversato a valle la pianura di Cassino e
seguito poi la via pedemontana in direzione di Roccasecca per risalire
lungo la via Tracciolino fino alla valle di Comino.
Al ritorno da quel loro inutile viaggio quei Sanniti percorsero la
stessa strada aggirando le radici del versante sud-est della Chiaia.
Giunti verso sera in vista dell’accampamento e di Aquilonia, dice
Livio, furono fermati dalle fiamme che dall’accampamento si erano
propagate all’intorno4, ma anche, forse, dalle grida che provenivano
dalla città. Lì si fermarono sbigottiti e passarono la notte senza chiudere occhio. Alle prime luci dell’alba furono sorpresi e messi in fuga
dalla cavalleria romana. Ma erano stati avvistati anche dalle mura della
fortezza. Anch’essi dopo alcune perdite presero la via per Boviano.
Dal luogo dove quei soldati avrebbero pernottato si distinguono nettamente le mura della città da noi indicata.
Aquilonia fu saccheggiata e incendiata. Le fiamme dovettero essere
visibiii per un raggio di molti chilometri: dall’agro atinate (attraverso
la gola di Capo di China), alla valle del Rapido, ai monti degli Aurunci,
all’attuale Mignano Montelungo; tale era la posizione della nostra supposta Aquilonia.
nella battaglia, a detta di Livio, perirono oltre 20.000 Sanniti e poco
meno di 4.000 furono fatti prigionieri. quella strage segnò la capitolazione definitiva dell’indomito popolo del Sannio.
4 Livio, X, 43: « Deinde regione castrorum, quae incensa ab Romanis erant, flamma
late fusa certioris cladis indicio progredi longius prohibuit ».
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EMiLio PiSTiLLi
7 - LO STORICO LIVIO
7.1. L’affidabilità di Livio
questa sommaria ricostruzione evidenzia la stupefacente concordanza tra la descrizione di Livio ed i luoghi di S. Vittore, concordanza
che puó addirittura apparire sospetta perché pone una questione che
vale la pena affrontare: come faceva Livio a descrivere con tanta precisione la battaglia e i luoghi, a distanza di oltre 260 anni1, come se
fosse stato presente a quegli avvenimenti?
Alcuni storici hanno definito Livio più poeta che storico, volendo
con questo affermare che egli non è da prendere alla lettera.
Si potrebbe rispondere semplicisticamente che non si comprende
come Livio possa essere affidabile in taluni casi e non degno di attenzione in tal’altri; non si comprende come si possa essere storiografo
affidabile e nello stesso tempo visionario.
Guido Vitali nella sua prefazione alla Storia di Roma dice del
nostro: « Assai più che uno storico nel significato vero e proprio del
termine, egli è dunque un narratore di storia2 ». E forse questa è la
definizione più giusta dal momento che nell’opera liviana ritroviamo
fatti realmente accaduti accanto a leggende ampiamente diffuse nel
mondo romano; lo stesso Livio, con molta correttezza intellettuale dice
di sé: « quei fatti accaduti prima o durante la fondazione di Roma,
adorni di poetiche favole piuttosto che di sicura documentazione storica, io non penso né a confermarli né a confutarli »3.
Di certo non si puó affermare che Livio abbia fatto tesoro delle
intuizioni di Polibio, storico di razza, il quale sosteneva che compito
dello storico non è quello di stupire il lettore con artifici retorici o con
fatti prodigiosi, ma limitarsi ad esporre i fatti, anche i più insignificanti, secondo verità. Tuttavia va dato atto a Livio che non si è inventato
1 Livio iniziò la sua opera tra il 29 e 27 a. C.
2 G. Vitali, op. cit., Lib. i, pag. XV.
3 « quae ante conditam condendamve urbem poeticis magis decora fabulis quam
incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec adfirmare nec refellere in
animo est », Praefatio, pagg. 4/5.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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nulla, anzi per certi versi dobbiamo essergli grati per averci tramandato tante leggende che fanno parte ormai del bagaglio culturale del
nostro popolo. Un appunto gli si puó muovere: fu storico di parte, perché storico di Roma; caricò di enfasi le gesta delle legioni romane;
quando evidenziò l’eroismo dei nemici fu solo per attribuire maggior
valore ai soldati di Roma. Ma per fare ciò non aveva bisogno di inventarsi personaggi e circostanze: gli era sufficiente far pronunciare un
certo discorso ad un console o ad un tribuno oppure decantarne le doti
umane e militari, oppure celebrare i trionfi ingigantendo i bottini di
guerra.
A parte questi aspetti, che possono considerarsi marginali, va evidenziato che quelle che sono esagerazioni attribuite a Livio sono in
realtà esagerazioni delle sue fonti, specialmente quelle coeve ai fatti
narrati: quelle sì avevano interesse a manipolare la descrizione degli
avvenimenti a scopi propagandistici.
Le fonti del nostro, oltre il più volte citato Fabio Pittore – che a sua
volta si rifaceva a Geronimo di Cardia, a Callia di Siracusa, a Timeo di
Tauromenio e ad altri storici greci – si sa, furono quelle ancora reperibili negli archivi romani dei suoi tempi, e cioè gli acta pubblici e privati, i Libri e i Commentarii magistratuum, gli Annales maximi, i Fasti
calendarii, i Libri e i Commentarii pontificum, le opere degli annalisti,
le iscrizioni incise su colonne, su templi, su tombe, le laudationes
funebres. Accanto a queste bisogna porre le relazioni scritte in tempo
reale dai segretari o scribi prezzolati che i condottieri si portavano
appresso perché decantassero le loro gesta e magnificassero le loro
virtù, insomma qualcosa come gli odierni inviati speciali al fronte; lo
scopo era di tutta evidenza: solo in parte una forma di vanità e di vanagloria, molto, invece, un’operazione di propaganda elettorale per le
imminenti elezioni a Roma, dove con le cariche pubbliche spesso si
costruivano ingenti fortune.
Tali relazioni non sono giunte fino a noi ma, conoscendo l’eccezionale modernità dei Romani in questo genere di cose, non possiamo
dubitarne l’esistenza e tanto meno che ve ne fossero ancora al tempo
di Livio, il quale non si lasciò sfuggire l’occasione di utilizzarle, talvolta integralmente.
Così si puó spiegare l’eccezionale corrispondenza tra i fatti e i luoghi, cosa che si verifica molto spesso nel racconto liviano. Se così non
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EMiLio PiSTiLLi
fosse non potremmo comprendere, per esempio, come mai Livio, nell’accennare alla collina dietro la quale si doveva nascondere Spurio
nauzio con le coorti e i muli, la definisce tumulus anziché semplicemente collis o colliculus, ma soprattutto perché gli avvenimenti sono
visti sempre e soltanto dalla parte dei Romani,
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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8 - DOVE CERCARE AQUILONIA
8.1. fortificazione, non città
Dunque se Livio fa fede, come credo debba farne nel caso nostro,
possiamo analizzare da vicino quella che egli chiama urbs di
Aquilonia.
nell’irruzione del console all’interno delle mura Livio non fa cenno
a strade, palazzi, né ad un incendio come per Cominio. Tutto ciò ci fa
pensare che all’interno delle mura non vi fosse qualcosa che potesse
definirsi città come noi la intendiamo. E allora dobbiamo far ricorso a
quanto ho detto prima circa le città dei Sanniti1.
qui ci troviamo di fronte ad un insediamento di primo tipo: la fortificazione in alto, utilizzata solo per le emergenze e, forse, per le cerimonie religiose; l’abitato a valle, in luogo più accessibile e presso
abbondanti fonti d’acqua, soprattutto per abbeverare il bestiame.
nel circuito poligonale di monte Sambùcaro le condizioni per una
vita residenziale non sono certamente favorevoli: la parte più alta,
presso Croce di Macchia, è battuta da venti spesso di eccezionale violenza; ogni inverno vi si verificano abbondanti nevicate; le zone riparate già descritte sono piuttosto limitate e consentono un certo confort
solo per un limitato periodo dell’anno. Per questo motivo l’area non è
stata più utilizzata nelle epoche successive se non per presenze stagionali.
Va aggiunto che dalla fortificazione Marena-Falascosa si poteva
avvistare quella di Casinum e, attraverso il valico di Capo di China,
quella di Cominio; da quest’ultima si avvistavano le mura di Atina;
insomma una rete di postazioni che si guardavano a vicenda, cosa, questa, tipica del sistema difensivo dei Sanniti.
Se il circuito poligonale di S. Vittore non dovesse essere quello di
Aquilonia, vista la sua eccezionale estensione (complessivamente
circa tre chilometri), si dovrà pur dire a quale città sannitica appartenesse: non si puó pensare, infatti, che quell’opera immane servisse
solo come fortilizio di avvistamento o come luogo sacro (come quello
1 Vd. supra par. 2.1.
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EMiLio PiSTiLLi
di monte Cierro in S. Elia Fiumerapido), o, infine, come riparo per le
pecore. Certamente era connesso, insieme alle contigue mura di S.
Eustachio, con un sottostante centro abitato di qualche importanza. Se
lo si dovesse individuare in funzione di una città diversa da Aquilonia,
si dovrebbero trovare delle motivazioni più convincenti di quelle qui
riportate.
8.2. La città a valle
Dunque, dicevamo, è giù che bisogna cercare tracce dell’abitato,
sulle ultime balze del monte Sambùcaro. E infatti su di esse oggi sorgono due ridenti paesi: S. Vittore e S. Pietro infine.
L’origine di questi due centri è medioevale e fu determinata dallo
stato di insicurezza per le continue scorribande saracene. Ma nulla ci
impedisce di pensare che in epoche molto precedenti quelle zone fossero abitate da popolazioni dedite alla pastorizia o all’agricoltura,
popolazioni che, per la loro economia piuttosto povera, hanno potuto
lasciare scarse tracce della loro frequentazione.
Ma tali tracce non si debbono ricercare necessariamente sotto gli
abitati medioevali dei due paesi. Vi è un’area assolutamente inesplorata proprio tra S. Vittore e S. Pietro infine, quella dove finisce la zona
rocciosa del Sambùcaro e si adagia gradualmente verso la radice del
monte. Lì il dilavamento dei fianchi della montagna ha accumulato
metri e metri di terra e detriti, ciò significa che eventuali ricerche si
dovrebbero fare a notevole profondità.
nonostante ciò da una sommaria ispezione del sito si è notata una
gran quantità di materiale laterizio in superficie.
Ricalcando le orme di Livio non trovo indegno riportare anche … le
“favole”. i più anziani della zona narrano che in quel luogo in tempi
antichissimi sorgeva una grande città che veniva chiamata
Napuluózzö: è evidente la derivazione da Neapolis, cioè nuova città.
Ma probabilmente la tradizione nasce dal ricordo della cittadella dei
Greci di cui ho parlato innanzi2.
Però non è favola quanto segnalato dal Giannetti nella sua relazione
già ricordata3. Egli accenna ad un complesso rurale in località
2 Vd. supra par. 1.1.
3 Vd. supra par. 4.4., nota 27.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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“Abbondanza” o “Mura abbandonate” ricco di resti murari molto antichi e di materiale fittile di varie epoche; dovrebbe essere ciò che resta
di un antico tempio pagano frequentato in età preromana e romana. Ma
diamo la parola al Giannetti: « … in località Mura Abbandonate, e
precisamente nel terreno del sig. Luigi Decina, si scoprono segni di
muri di fondazione affossati nel terreno coltivabile o affioranti da esso.
Pare che detti muri siano formati alla base di grossi massi squadrati e,
superiormente, di struttura ad opera incerta. Afferma il Decina che non
è facile arare presso la casa colonica; e mostra due grandi pietre calcari aventi ciascuna una faccia squadrata in modo da combaciare perfettamente se poste in contatto. Ciascuna delle facce ha un incavo semisferico del diametro di circa m 0,50, mentre un lato dei massi misura
circa m 0,80. La cavità sferica che si formava unendo i due massi
comunicava con l’esterno a mezzo di una fessura, larga cm 1 0 x 7
aperta al vertice di una depressione imbutiforme.
« È probabile che le due pietre fossero state così lavorate per formare il thesaurus di un tempio; e messa l’una sull’altra, con i due incavi combacianti, furono rinvenute ed estratte da terra alcuni anni fa. Del
resto che in quel posto vi sia stato un tempio pagano lo si desume
anche dalla numerosa suppellettile votiva (mani, piedi, maschere, testine, vasetti ecc.) che viene estratta da probabili favisse infossate nel terreno adiacente; che tale tempio risalisse ad epoca preromana perdurando fino ad epoca imperiale romana, lo si deduce da frammenti di
ceramica recanti ornamentazioni tipo appenninico (bozze, tacche,
mammelloni); o di ceramica a vernice nera dal Lamboglia classificata
come Campana A e B; o da oggetti vascolari di forme grecizzanti; o
infine da testine muliebri dalla particolare acconciatura dei tempi dell’impero romano. Da notare infine che il luogo suddetto è unito alla
fortificazione di Colle Marena-Falascosa per mezzo di una strada che,
inerpicandosi per un vallone, raggiunge Collecaso »4.
Collecaso (o Collecase) è sul versante meridionale del colle
Marena-Falascosa ed è servito da una comoda mulattiera che parte
dalla località La Canala. A circa metà percorso di detta mulattiera sorgono i resti di una chiesa medioevale dedicata a S. Angelo; quel luogo
è detto anche “Grotta di Annibale”.
4 Loc. cit. pag, 110. Vd. anche qui, Appendice A.3.
92
EMiLio PiSTiLLi
40- Le mura di S. Eustacchio sul versante meridionale del Sambùcaro.
Per numerosi altri ritrovamenti in questa ed altre zone di S. Vittore
rinvio al libro “San Vittore del Lazio – Storia economia e futuro di un
paese”, del 1990, a cura dell’amministrazione comunale (pag. 49 e
sgg.)5.
8.3. Un antico tratturo
A rendere interessante il versante meridionale del Sambùcaro è la
strada mulattiera che origina dall’antico centro abitato di S. Pietro
infine e sale obliquamente verso Croce di Macchia quasi in linea retta,
salvo un solo breve tornante. A circa metà di questo percorso, su una
sporgenza del monte, sorgono resti molto interessanti di mura poligonali, simili a quelli della superiore fortificazione; le mura si dipartono
dallo sperone del Sambùcaro e scendono a valle divaricandosi in modo
da racchiudere una vasta area triangolare simile a quella della vicina
Casinum; sui resti del promontorio sono state sovrapposte altre strutture murarie in epoca cristiana; il luogo è denominato “S. Eustachio”.
5 Anche “Lineamenti di storia di S. Vittore del Lazio”, a cura dell’Archeoclub di S.
Vittore del Lazio, 1986. Si veda anche l’Appendice al termine di questo lavoro.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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41- Particolare delle mura di S. Eustacchio.
A margine del complesso vi è una cisterna6. quelle rovine hanno tutto
l’aspetto di un fortilizio di avamposto e di controllo della nostra mulattiera, che è l’unica via di accesso per il Molise. Ma non si puó escludere una importanza religiosa dal momento che in periodo benedettino
vi fu innalzata la chiesetta di S. Eustachio: i monaci nella loro opera
di evangelizzazione usavano sostituire ai santuari pagani le chiese cristiane.
Della mulattiera mi sono occupato ampiamente in articoli vari7 nei
quali la classificavo come tratturo per la transumanza di breve percorso tra la valle del Rapido-Peccia ed il vicino Molise. questa strada,
che, come già detto, a partire dalla sommità di Croce di Macchia verso
La Radicosa prende il nome “S. Leonardo”, è stata molto frequentata
fino a tempi recenti da chi si muoveva per commercio o semplicemen6 Maurizio zambardi, San Pietro Infine, monumento mondiale della pace, 1998, pag.
38; id., Fortificazioni sannitiche in San Pietro Infine, in “oggi e domani”, bimestrale di S. Pietro infine, anno i, n. 1 (febbraio 1987), pagg. 4-5, dove si trovano
interessanti e condivisibili spunti per la conoscenza del luogo e per la sua destinazione; a quest’ultimo lavoro rinvio per ulteriori approfondimenti.
7 Per tutti rinvio a “I vecchi tratturi per un turismo alternativo”, in “L’inchiesta”,
14.9.97, pag, 13; vd. anche supra, Appendice A.6.
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EMiLio PiSTiLLi
42- Lo sperone di S. Eustacchio con uno dei muri in opera poligonale che scendono a valle.
te per le fiere di bestiame tra il basso Lazio ed il Venafrano. L’unica
alternativa a questo percorso era costituita, fino a qualche decennio fa,
dalla carrozzabile “Tre Torri”, resa malfamata, quest’ultima, dalla presenza dei briganti; ora una moderna galleria risolve ogni problema di
collegamento con il Molise.
Da qualche anno la strada San Leonardo è stata resa percorribile con
fuoristrada.
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9 - UN RICCO PATRIMONIO ARCHEOLOgICO
9.1. Antichità attorno ad Aquilonia
La scoperta della fortificazione di Colle Marena-Falascosa coincise,
nello stesso 1972, con il ritrovamento di numerosi altri resti archeologici.
- nella frazione Muraglie, che chiude la spianata di Campopiano,
oltre l’allineamento pseudo quadrato già ricordato1, vanno
segnalati anche: un alto muro in opus incertum, con canali di
scolo in terracotta di sicura epoca romana, a protezione della
carrozzabile per S. Vittore (ora quel muro è stato abbattuto per
ampliare la sede stradale!); un troncone di muro in opus reticulatum ribaltato dalla sua base.
43- Costruzione nuragica lungo la via S. Leonardo, tra Croce di Macchia e
Radicosa. La foto è del 1972; lo stato attuale del manufatto è notevolmente peggiorato.
1 Vd. supra par. 5.1. e Appendice A.1.
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EMiLio PiSTiLLi
in località Campopiano sono segnalate delle tombe a cappuccina; alcune di esse sono databili al iii sec. D. C. grazie al ritrovamento di una moneta di Gordiano; ma tutta l’area presenta
tracce di lunghi allineamenti murari interrati, mentre i contadini
riferiscono di ritrovamenti di lucerne e “candelieri” in bronzo;
abbondante il materiale fittile.
Spianata di S. Giusta: condotte idriche interrate in muratura,
fornaci per il carbone e per la calce, tegoloni, di fattura molto
antica, “che presentano in una faccia i segni del canniccio su cui
furono messi ad asciugare quando l’argilla era ancora fresca2”.
Sul lato settentrionale del colle Marena-Falascosa, a valle della
strada S. Leonardo della frazione Radicosa, su una spianata frequentata da pastori, sorgono costruzioni di tipo nuragico di
epoca e fattura indefinita3 L’area delle mura, che prima era frequentata solo da pastori e cacciatori, dopo l’annuncio della scoperta è stata meta di svariate escursioni di curiosi e di appassionati di antichità. Alcuni di questi hanno segnalato ritrovamenti
di materiali fittili e qualcuno anche di monete; gli anziani di S.
Vittore e di S. Pietro infine si sono ricordati di cose strane, di
grotte, di sotterranei, visti in quei luoghi durante la fuga dai loro
paesi nel 1943-44. Purtroppo in tali racconti non si sa mai quanto ci sia di vero e quanto sia da attribuire alla fantasia.
E la suggestione di una scomparsa città sannitica di fantasie ne
suscita!
2 A. Giannetti, loc. cit., pag. 110.
3 E. Pistilli, Un “nuraghe” a S. Vittore del Lazio?, in “il Gazzettino del Lazio”,
20.12.1972, pag. 2; vd. anche supra, Appendice A.5.
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APPENDICE A
Appunti di ricerca
Desidero affidare a questa pubblicazione alcuni dei numerosi
appunti da me frettolosamente annotati durante e al termine delle
mie escursioni in territorio di S. Vittore del Lazio in seguito al
ritrovamento delle mura di Aquilonia.
Spero si tenga presente che si tratta solo di appunti, non destinati
ad essere pubblicati, e riferiti alla situazione del momento: se ora
mi decido di inserirli è per non far perdere alcune importanti
annotazioni che si riferiscono, spesso, a luoghi ora totalmente
modificati.
A.1. “Muraglie”
12 marzo 1972
Per giungere a “Le Muraglie” abbiamo dovuto attraversare tutto l’abitato di S. Vittore, imboccare la rotabile per Cervaro e subito dopo
piegare a destra, in direzione nord-est. Da tale diramazione ha inizio la
via Muraglie, quasi interamente lastricata di ciottoli levigati dal diametro medio di una dozzina di cm.
La via è larga circa m. 2 (a detta del prof. Giannetti, che mi ha
accompagnato, è molto antica); dapprima discende verso il torrente
Rio S. Vittore, che attraversa per mezzo di un ponte rifatto in epoca
fascista – nei dintorni è facile reperire mattoni rettangolari, cotti in
modo imperfetto, di apparente epoca precristiana –, poi si inerpica,
sempre in direzione nord-est, verso un colle che si erge dalle ultime
pendici del monte Aquilone.
A poco più di un chilometro dall’inizio della via, al termine di un
breve ma duro strappo, si trovano delle abitazioni agricole (poche unità
a destra e a sinistra). Lì abbiamo dovuto lasciare la macchina. Abbiamo
rivolto poche domande ai contadini che abitano in quelle case.
Abbiamo così appurato che nei campi circostanti, in special modo in
quelli più a monte, è facile reperire un’infinità di cocci di fattura antica. Una donna, dopo una certa reticenza, ci ha dichiarato che tempo
addietro, vangando nel suo podere su alle Muraglie, ha trovato dei resti
di mura antiche abbastanza larghe.
98
EMiLio PiSTiLLi
invogliati da tali notizie abbiamo proseguito a piedi.
La via, dal luogo anzidetto, prosegue ancora nella stessa direzione
per circa 800 metri, sempre con il fondo acciottolato, dopo di che giunge ad un bivio. qui hanno termine i ciottoli; sulla destra ci si affaccia
sul vallone del Rio S. Vittore (sull’altra sponda del vallone si vedono
le case della contrada “Canala” e la via per la “Radicosa”, entrambe
frazioni di S. Vittore del Lazio); proseguendo si percorre una via
mulattiera, che, pare, termina su un dirupo. La via Muraglie, invece,
piega a sinistra in direzione nord-ovest ed è frequentemente attraversata da rigagnoli di acqua che sorge sul lato destro della via; da quello
stesso lato si erge maestoso l’Aquilone e alle spalle il monte
Sambùcaro.
Dopo aver percorso quest’ultimo tratto per altri 500 m. (altrettanta
strada ci rimaneva da fare per giungere alle abitazioni delle Muraglie,
che si intravedevano più su) abbiamo incontrato un contadino che ci ha
rivelato di aver trovato, tempo addietro, una tomba interrata sulla sommità del colle di cui abbiamo percorso le pendici (e di cui ho parlato
prima). La tomba era formata da un letto di tegoloni di terracotta con i
bordi esterni rialzati; sopra di essi poggiavano, a doppio spiovente, due
file di tegoloni sì da formare un abitacolo a sezione triangolare; sulla
sommità di detto abitacolo, a ulteriore copertura, correva una fila di
canali semicilindrici. All’interno il contadino aveva rinvenuto uno
scheletro ed un vasetto di ceramica “come un portacenere”. Lo stesso
contadino ha poi ricordato di aver già notato delle tracce di mura antiche un po’ più su, in direzione nord (nella stessa direzione della
tomba). Altre mura, a detta dello stesso, si trovano sulla via più a
monte, nel piccolo centro abitato delle Muraglie; e proprio a questi
ultimi muri, molto probabilmente, è da far risalire il nome della località.
Dopo il colloquio con il contadino abbiamo abbandonato la via e,
attraversando alcuni campi in direzione della sommità della collina, ci
siamo ritrovati ai piedi di un terrapieno di forma quadrata e alto, sul
lato sud, circa m. 2,50. Su questo lato abbiamo trovato un muro in pietra e calcestruzzo del tipo “opus incertum”, di fattura, però, molto
accurata; il muro, ribaltato verso l’esterno ed in posizione quasi orizzontale, è lungo m. 3,50 circa, spesso oltre un metro; non è possibile
accertarne l’altezza effettiva perché la base affonda nel terrapieno.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
99
Seguendo il muro sullo stesso lato, ma ad alcuni metri verso est,
abbiamo rinvenuto un tratto di muro megalitico dell’altezza massima
di m. 1,50 circa e lungo m. 6 circa, formato da due file sovrapposte di
grossi macigni squadrati; ne abbiamo misurato uno: alt. m. 1, lungh. m.
1,10, profondità m. 1,10
il muro era quasi del tutto ricoperto di arbusti, terra e letame, lì
riversato dalla vicina casa colonica sita nel bel mezzo del terrapieno. È
stato necessario sterrarlo; e ciò è stato possibile
grazie all’intervento del
sig. Antonio Vendittelli,
contadino del luogo. La
zona del terrapieno viene
denominata “Pezzelle”.
Lo stesso Vendittelli
ha poi affermato che
mura megalitiche, dello
stesso tipo di quelle
appena rinvenute, ma 44- Muro di sostruzione in località Muraglie.
formate da massi molto più grandi, si trovano alle spalle del monte
Sambùcaro, in località “Falascosa” e “Marena”, due balze contigue
separate da un avvallamento. La muraglia era possibile osservarla dal
punto in cui ci trovavamo. infatti in direzione sud-est, a qualche centinaio di metri più giù della cima Marena (è strano come questo termine
ritorni spesso nelle montagne del basso Lazio), a partire da un piccolo
dirupo e procedendo verso est, è possibile distinguere nettamente una
muraglia che scende leggermente verso il detto avvallamento per poi
risalire lungo la zona Falascosa e scomparire verso la sommità dopo
aver aggirato il cocuzzolo (che è un po’ più elevato del Marena). A
detta del Vendittelli quei macigni sarebbero stati portati lassù dalle
fate; tale credenza abbiamo riscontrato poi in altre due donne del
luogo.
Alla sommità delle due balze ci sarebbero due notevoli pianori,
mentre un po’ più su del dirupo del Marena, donde ha inizio la muraglia, ci sarebbero i resti (sempre a detta del Vendittelli) di una bellissima “casa” fatta con pietre enormi e lavorate.
Dopo tali interessanti dichiarazioni ci siamo aggirati nella zona del
100
EMiLio PiSTiLLi
terrapieno ed abbiamo rintracciato altri resti di mura in “opus incertum”; taluni ribaltati come il precedente, altri costeggianti la via principale che in quel tratto, tra due brevi file di case, riassume la struttura a ciottolato.
Sullo spiazzo superiore del terrapieno, davanti alla casa anzidetta, si
trova una grossa pietra squadrata, attualmente usata come sedile, ritrovata per caso quasi nel centro di quella che oggi è l’aia della casa colonica.
Da quel luogo si gode di un panorama bellissimo: le falde
dell’Aquilone, il monte Sambùcaro, la valle del Volturno, Mignano
Montelungo, la parte meridionale della valle del Liri, e, più da presso,
S. Vittore; a occidente troneggia minaccioso il corno del colle
“Chiaia”.
Sembra che la via Muraglia prosegua, ma in pessimo stato, fino a
Cervaro aggirando a nord il colle Chiaia.
Sembra inoltre che tra il lato sinistro del Rio S. Vittore, ai piedi del
monte Sambùcaro, e il poggio in cui è abbarbicata la contrada
Muraglie, in prossimità della “Sorgentina” (a est della zona ispezionata), si trovi un ponte che gli abitanti definiscono molto antico.
N. b. – La strada per la frazione Muraglie è stata rifatta dall’amministrazione
comunale in tempi recenti con notevole ampliamento della carreggiata: ciò ha comportato anche l’abbattimento del lungo muro di epoca romana che fungeva da sostruzione nel lato a monte.
A.2. Sambùcaro – Marena
16 marzo 1972
Dopo aver percorso circa due chilometri dalla via Canala in direzione nord-est, costeggiando il Rio S. Vittore, abbiamo seguito un tratturo che si inerpica alla sinistra di un valloncello verso la sommitaà
Marena. il tratturo è impervio e molto spesso scompare per poi ricomparire più innanzi; ma notevoli sono le ramificazioni.
La montagna è molto ripida, rocciosa e, per una larga fascia, ricoperta da una bassa boscaglia di carpini.
Dopo una faticosa ascesa, accompagnato da mio fratello Romano,
esperto fotografo, sono arrivato a circa m. 100 dalla cresta. Lì mi si è
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
101
finalmente presentata una lunga e poderosa muraglia, che, partendo da
un dirupo roccioso che incombe su La Canala, piega verso oriente in
un avvallamento che divide il Marena in due costoni e risale volgendosi a sud-est fino ad interrompersi nella sella tra il Sambùcaro e la
cima Marena: quel punto, mi ha poi detto un pastore, viene denominato “La Croce”; ma vale la pena confermarne l’esattezza.
Anche in tale luogo la muraglia si perde fra le rocce di un baratro
che si affaccia un po’ più a nord di S. Pietro infine.
il percorso della muraglia si puó calcolare attorno ai tre chilometri
di lunghezza.
La muraglia ha l’altezza media di m. 1,50; è interrotta solo in alcuni brevissimi tratti, a causa del vento, della pioggia e della neve; in tali
interruzioni i pastori hanno ricavato dei passaggi per i loro sentieri.
La struttura ha tutto l’aspetto di un gigantesco recinto ed è formata
da un’infinità di pietre e macigni sovrapposti in maniera molto irregolare; la loro facciata esterna, per lo più spianata (ma sempre grezza),
misura in media cm. 60 di altezza e 80 di lunghezza, mentre lo spessore è proporzionalmente molto più ridotto. Si tratta di pietre poste
spesso di taglio, ma è molto facile trovare, nella composizione del
muro, massi molto grandi, di forma tozza (quasi parallelepipedi) posti
45- Appunti per una rappresentazione grafica della cintura muraria di colle
Marena - falascosa.
in senso trasversale, dall’esterno all’interno, destinati, evidentemente,
ad ancorare la struttura alla montagna. Taluni massi hanno la facciata
superiore al metro e 20 cm.
102
EMiLio PiSTiLLi
il lato esterno della muraglia è assai piatto, cioè privo di sporgenze
ed ha tutto l’aspetto di muro poligonale.
46- Appunti presi sul luogo della muraglia.
non è stato possibile accertarne lo spessore perché l’interno è tutto
un riempimento di pietre e massi che vanno a congiungersi col terreno
che sale rapidamente: lo spessore del riempimento va dai due ai tre
metri e talvolta anche di più.
il terreno esterno ai piedi della cinta muraria non presenta residui di
pietre cadute dall’alto. Va tenuto presente al riguardo che un fortissimo vento spira da oriente ad occidente (cioè dall’esterno all’interno);
sulle parti alte del colle il vento è addirittura irresistibile.
Vale la pena riferire che in prossimità del termine sud-est ho trovato un vento tanto forte che minacciava di strapparmi via gli occhiali se
non li avessi trattenuti costantemente con le mani.
Una relativa quiete regnava invece nei rari avvallamenti, in special
modo nel valloncello n. 1 (vedi fig. 45), dove ho trovato residui di mattoni e di vasetti (che ho consegnato al prof. Giannetti affinché li custodisse).
Residui del genere ho trovato anche in prossimità del costone roccioso donde ha inizio la muraglia, sul versante della Canala (n. 2 fig.
45), e più su in un avvallamento (n. 3 fig. 45). Altrove non ne ho trovati.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
103
L’interno della cinta presenta una infinità di rocce affioranti dal terreno; tra esse i pastori hanno costruito, disseminati di qua e di là, una
serie di ricoveri in pietra, ora scoperti, per riparare se stessi e le bestie
dal vento.
Tutta la zona è impervia e non presenta possibilità di agevole accesso se non sulla sella della muraglia (n. 4 fig. 45). Di là, infatti, sarebbe possibile far scendere una stradella con un largo giro verso le falde
del Sambùcaro e alle spalle di un colle di fronte al Marena [collina
“Stoppacciara”], zona, questa che non abbiamo esplorato (n. 5 fig. 45).
Presso la sella, all’esterno del muro, abbiamo trovato una specie di
rozzo lastricato, che potrebbe anche essere naturale; in quel punto il
muro è per brevi tratti interrotto: talvolta ne restano solo singoli macigni poggiati sul terreno. Ma quella è la zona più sollecitata dal vento.
Pochi metri più oltre la muraglia si perde fra le rocce dello strapiombo su S. Pietro infine.
Al ritorno siamo scesi dal monte di fronte al Marena [Stoppacciara]
(ad est), lungo il versante che guarda proprio quest’ultimo. neanche
qui abbiamo trovato tracce di stradelle; cosa del resto impossibile, data
la natura del terreno. Cosa fosse alle spalle del colle dal quale siamo
scesi non so.
A.3. “Mura abbandonate”
21 maggio 1972
in località “Mura Abbandonate” (nel dialetto locale pare si dica
“Abbondanza”) ho ispezionato un campo sito ad ovest della vecchia
via intercomunale che collega S. Vittore del Lazio con S. Pietro infine,
ai piedi del monte Sambùcaro (in basso alla protuberanza Croce di
Macchia).
il terreno, con una casa colonica, è di proprietà di Luigi Decina di
S. Vittore.
Davanti alla casa sono posti due blocchi di pietra, identici, che,
sovrapposti, formano un cubo di un metro con all’interno una cavità
sferica del diametro di circa cm. 60 e perfettamente levigata. in una
delle cavità semisferiche figura un foro comunicante con l’esterno del
blocco.
104
EMiLio PiSTiLLi
47- Ritrovamenti in località Mura Abbandonate.
A detta di Giannetti sarebbe un “tesaurus”. i blocchi sarebbero stati
rinvenuti in loco, sovrapposti come già detto e pare che all’interno vi
fosse della cenere e, forse, dei cocci.
Sul terreno appartenente alla casa (poco più di un tomolo) si nota un
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
105
terrapieno malamente lastricato con pietre irregolari non molto grandi.
Tutto all’interno ho raccolto, con il dott. Franco Galasso, una infinità
di frammenti di ceramiche e laterizi (ne abbiamo riempito due sacchetti, ma ve ne sono ancora tanti, tanti): per lo più vasi di ogni sorta
e di ogni fattura; molti sono anneriti all’interno, altri (pochi) sono verniciati all’esterno con una patina nera e qualche accenno di disegno;
nel fondo di uno di questi vasetti si nota un’incisione a forma di margheritina [la solita “rosetta” di molta ceramica etrusco campana a vernice nera; vd. dis. 1 fig. 47 ].
Ho raccolto anche due tronchi di piramide di terracotta a base rettangolare e alti circa cm 8; verso la sommità vi è un foro orizzontale
[questi manufatti in terracotta oggi vengono identificati come pesi per
telaio]; su uno di questi appare una incisione sul lato largo alta cm. 3,5
[qualcosa tra una S ed un 8; vd. dis. 2 fig. 47]; altri frammenti notevoli sono stati catalogati.
A m. 60 a sud della casa colonica esiste un arco in pietra in opus
incertum, lungo circa m. 2 e affiorante dal terreno circa m. 1,50; sembrerebbe una porta. Al di sopra dell’arco è un forno di epoca più recente.
il proprietario del terreno afferma che esistono
delle fondazioni di muri
interrati (dis. 3 fig. 47).
numerosi cocci sarebbero stati presi da collezionisti di Cassino e di Roma
(testoline, piedi, vasi, ecc., 48- Ricostruzione grafica di un vasetto a vernitutti in ceramica).
ce nera in località Mura Abbandonate.
Pare che nel terreno al di
là della via, a nord dell’abitazione, esista una fontana molto antica, ma
non l’ho visitata.
A sud del terreno ispezionato c’è una cava di argilla abbandonata.
Si puó pensare che tutto il complesso in questione fosse un tempio.
nei giorni successivi altre escursioni sul luogo predetto. Uno del
luogo (non mi si è voluto dire il nome) mi ha mostrato una punta di
lancia, di fattura non comune, in ferro martellato (vd. dis. 4): è stata
trovata all’interno del fondo Decina.
106
EMiLio PiSTiLLi
A.4. “I Passeggeri”
10 giugno 1972
Dalla intercomunale S. Vittore - S. Pietro infine, subito dopo il convento (venendo da S. Vittore), in prossimità di una chiesa abbandonata [“Madonna del Soccorso”], si diparte una via che sale verso
Sambùcaro, in direzione di una cava di stucco. Dopo circa m. 400 dall’inizio della via, si trova un casolare semidiroccato con una stalla.
Adiacente al casolare, verso est, si notano delle arcate interrate, con
pilastri quadrati che terminano a croce. i pilastri, su tre file (ognuna di
tre) sono posti alla distanza tra loro di circa tre metri: potrebbe trattarsi di una chiesa molto antica, ma anche di una cisterna di epoca romana [sul luogo oggi sorge il ristorante L’oliveto].
Davanti a tali resti è stata rinvenuta una colonnina da balaustra in
cemento, sezione quadrata, alta circa un metro, ornata con riquadri
molto precisi sui lati.
questo farebbe propendere per un chiesa.
A.5. Via S. Leonardo – Croce di Macchia
27 agosto 1972
Via mulattiera che, dalla Radicosa, conduce a S. Pietro infine vecchia attraverso il passo di Croce di Macchia – Via S. Leonardo.
La via, segnata sulle carte topografiche, proviene da Conca Casale,
passa poco distante dalla Radicosa, a quota 550 m., e, senza mai perdere quota, sale a Croce di Macchia, a m. 702, distante circa m. 150
dalla porta principale di Aquilonia; di qui precipita trasversalmente sul
versante sud del Sambùcaro e sbocca nella parte alta del vecchio e disabitato caseggiato di S. Pietro infine dopo essere passato ai piedi della
protuberanza su cui sorgono le rovine di S. Eustachio.
il tratto da me percorso è lungo dai sei ai sette chilometri e procede
quasi sempre in linea retta, senza tornanti, fatta eccezione per l’angolazione di Croce di Macchia.
A partire dalle poche abitazioni della zona, in prossimità della
Radicosa, segnate a quota 575 sulla carta topografica militare al
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
107
25.000 del 1942, la via presenta notevoli resti di un ciottolato di media
grandezza. Al centro della via corre una fila di pietre più grandi, come
una spina dorsale. il lastricato si conserva ancora a volte sul lato sinistro della fila centrale, a volte sul lato destro, raramente per l’intera
carreggiata, che varia da m. 1,50 a m. 2,50.
Alla sinistra, procedendo verso sud, corre un terrapieno alto in
media m. 1, da cui si dipartono alcuni sentieri che salgono verso la
base del Sambùcaro (che domina sulla sinistra); alcuni di questi sono
segnati sulla carta. il ciottolato è visibile fino a quota 624 (vedi la cartina allegata). A questo punto si ha l’impressione che la via abbandoni
il primitivo tracciato (che dovrebbe procedere diritto, sia pure in salita) per volgere verso destra alla ricerca di un più agevole passaggio,
con minore pendenza.
Più oltre, appena valicato il colle prospiciente la Falascosa (il colle
“Stoppacciara”), la stradella va quasi a perdersi nella folta macchia che
si estende verso l’alto, sulle pendici del Sambùcaro. in corrispondenza
del declivio della Croce di Macchia scompare del tutto. Riappare poi
all’imbocco del versante sud del Sambùcaro, ma è soltanto un’impervia mulattiera pietrosa che ha subito chissà quanti ritocchi nel suo tracciato a causa delle innumerevoli frane che sconvolgono l’intero versante, assolutamente privo di vegetazione; di lì è indescrivibile il paesaggio che si puó ammirare.
L’intero percorso, dalla Radicosa a S. Pietro infine, si puó dividere
in due tratti: il primo quasi pianeggiante fino a Croce di Macchia e
abbastanza agevole, il secondo fin troppo ripido.
nel primo tratto si possono notare numerose tracce di un antico passato, a parte il fondo stradale che mostra inequivocabilmente quanto
debba essere stato frequentato, nonostante l’assoluta mancanza di abitazioni nel raggio di diversi chilometri. nel punto segnato dal numero
1 sulla carta è posta, sul lato sinistro della via, una vaschetta in pietra
locale lunga cm. 108, larga cm 53, alta da 40 a 30 cm., profonda all’interno cm. 22, con le pareti spesse cm 10, con due spigoli vivi su un lato
lungo e due arrotondati sul lato opposto (come se fosse stata addossata ad una costruzione); nel fondo della vaschetta appare incisa la scritta: 8 S V M ben centrata, con lettere molto grandi. Addossato alla
vaschetta, ma più in là, è un pozzo con l’interno in muratura (la parte
superiore è stata rifatta) di fattura molto antica. L’interno è a forma di
108
EMiLio PiSTiLLi
botte; al livello dell’acqua (a circa tre metri in basso) è largo circa m.
3, all’imboccatura appena un metro; la parte esterna affiorante è tutto
un ammasso di pietrame, protezione precaria alla fonte d’acqua. A
pochi metri di distanza da questo pozzo, a destra della via, in un breve
pianoro, si notano altri tre pozzi, uno dei quali ha una copertura in
cemento; di questi ultimi non ho potuto esplorare l’interno a causa dell’intenso buio che impedisce di vedere.
Al numero 4 della carta si scorgono altri due pozzi identici al primo
qui descritto (n. 1).
Tutti i pozzi sono ricchi d’acqua e abitualmente usati dai pastori.
Al numero 5, in prossimità del colle prospiciente la Falascosa (colle
“Stoppacciara”), a quota m. 680, ho notato alcune costruzioni in pietra
a secco, di fattura molto strana; un paio di queste hanno la vaga forma
di nuraghi: una specie di tronchi di coni; l’interno (lastricato) è a bottiglia, cioè molto largo alla base, con una stretta apertura alla sommità; c’è una notevole sproporzione tra lo spessore del muro alla base e
quello in alto. La porta d’ingresso è molto bassa: occorre chinarsi per
entrare. Alcune di queste costruzioni sono invece squadrate e addossate alla parete rocciosa. Uno dei “nuraghi” si conserva in ottime condizioni, un altro è semidiroccato; da quest’ultimo si puó notare che le
pietre, non molto grandi e irregolari, sono sovrapposte quasi in cerchi
concentrici; dall’esterno, però, non si nota alcun allineamento. (fig.
43)1.
Che servano da riparo per i pastori ed il bestiame è evidente, ma chi
le ha fatte? A che epoca risalgono? quale tradizione le ha tramandate
a noi in quel luogo? non è certo da tutti realizzare tali costruzioni,
ardite nel loro genere. in tutto il mio girovagare nel basso Lazio e nel
vicino Molise non ne ho mai viste di simili; mentre qualcosa che vi si
accosti in maniera interessante si trova un po’ dappertutto in Puglia,
specialmente nella penisola salentina: lì vengono chiamati furniéddi ed
appartenevano al mondo agro pastorale; ora sono utilizzati soprattutto
per essiccarvi fichi o altri frutti della campagna. L’accostamento non
appare azzardato se ricordiamo che i pastori abruzzesi e molisani da
tempi immemorabili hanno fatto transumanza in terra di Puglia: dunque quella tecnica edilizia puó essere stata acquisita in quelle occasio1 E. Pistilli, “Un ‘nuraghe’ a S. Vittore del Lazio?”, in “il Gazzettino del Lazio”,
20.12.1972, pag. 2.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
109
49- Via S. Leonardo: appunti in escursione.
ni e riprodotta talvolta anche sui nostri monti, anche se va sottolineato
che quelli di S. Vittore strutturalmente hanno qualcosa di diverso.
nel primo tratto della via ho raccolto alcuni frammenti di ceramica,
forse medioevale. nel secondo tratto poco da rilevare.
A metà della discesa verso S. Pietro infine, ai piedi di S. Eustachio,
110
EMiLio PiSTiLLi
si attraversa una muraglia (forse una porta) del tipo poligonale molto
simile a quella di Aquilonia, con massi abbastanza grandi, ma è molto
frammentaria. Discende da S. Eustachio e volge verso ovest. Dall’alto
di Aquilonia è anche visibile.
Da questo punto in poi la via deve aver subito numerose modifiche;
talvolta è anche difficile riconoscerne il tracciato.
Appena valicato il vallone “Strette”, in zona Castellone, il tracciato
riprende ampio e ben conservato, fino alla sommità del paese abbandonato di S. Pietro infine.
A detta di alcuni anziani pastori l’intera via veniva percorsa, forse
fino a prima della 2ª guerra mondiale, molto di frequente; specialmente in occasione di fiere a Conca Casale i mercanti, i contadini e i pastori salivano lungo quella via, che era l’unica praticabile per chi proveniva dalla valle del fiume Peccia.
N. b. – La via S. Leonardo a nord di Croce di Macchia è stata rifatta e resa carrozzabile: molte delle cose qui segnalate non sono più visibili.
A.6. “Muraglie”
8 ottobre 1972
il contadino Vendittelli, fratello di Giuseppe, abitante a S. Vittore,
mi riferisce che quando era piccolo, andando a “Marena”, sul pianoro
vedeva una costruzione circolare in pietre a secco a forma di torre
restringentesi verso l’alto.
Dalla descrizione mi viene in mente il “nuraghe” ritrovato lungo la
via S. Leonardo. Giuseppe Vendittelli, poi, ritiene che potrebbe essere
stato costruito con delle forme interne in legno, forme che, a costruzione ultimata, venivano tolte; ma precisa che si tratta solo di una sua
supposizione.
A.7. S. Pietro Infine
1 dicembre 1972
il signor orlando Compagnone mi segnala tombe non ben precisate
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
111
su monte Sambùcaro e pitture in località “Santuiti” (S. Vito) presso “le
grotte”. inoltre molti laterizi alle spalle del cimitero di S. Pietro infine
in direzione dei “niri” (iannelli), dove dice di aver trovato anche delle
“monete di terracotta”!
50- Il Casalino della Radicosa ed altri ritrovamenti in S. Pietro Infine.
A.8. Vallone Radicosa
30 gennaio 1973
in località Colle Murato, alla Radicosa, ho ispezionato una costruzione, che lì chiamano “casarino”, a pianta rettangolare, lunga m. 3,60
e larga m. 2,20. Le pareti sono alquanto arcuate verso l’interno fino ad
un’altezza di m. 1,60, al di sopra di queste poggia una copertura a volta
la cui freccia misura m. 1,30. La porta d’ingresso è larga un metro ed
112
EMiLio PiSTiLLi
alta m. 1,80. Lo spessore dei muri è di cm. 46.
Sulla parete di sinistra, presso la porta, si apre un canale di scolo circolare lungo m. 1.70; il suo diametro misura cm 10.
L’intonaco interno è di colore rossiccio, forse di cocciopesto.
L’ambiente ha tutto l’aspetto di una cisterna. (Fig. 50.)
A.9. “fauciara”
S. Pietro infine
25 gennaio 1973
Campo antistante il cancello del cimitero, a sinistra della via comunale, di proprietà di olindo Rossi (?).
Durante gli scavi delle vigne sono venuti alla luce numerosissimi
frammenti di ceramiche e laterizi vari; a circa un metro di profondità
si rinvengono grosse pietre squadrate solo su una faccia della larghezza di cm. 42 e lunghezza indefinibile perché interrate: appaiono di traverso (est-ovest circa) nei fossi per le viti; una di quelle pietre è stata
estratta e misura circa m. 1,30. Un altro blocco di pietra è squadrata su
tutte le facce e misura cm. 6 0 x 6 0 x 6 0 ; su un lato si notano dei piccoli incavi rettangolari (n. 1 fig. 50): forse servivano per gli incastri
con altre pietre.
in prossimità di un forno seminterrato, alla profondità di un metro,
si vede un tratto di muro in opus reticulatum in pietra tufacea; numerosi tasselli di reticolato sono sparsi su tutto il campo.
Sul terreno si trovano due basamenti di colonnine in pietra tufacea
(n. 2 fig. 50), settori di cerchio in laterizio (n. 3 fig. 50), grossi mattoni di terracotta.
Su un campo confinante è visibile un frammento di colonna in pietra nera (ma forse è cemento).
Un profondo fossato mostra tracce, nell’interno, di muro in pietra e
calce e gradini che scendono verso un arco in pietra interrato.
i frammenti di ceramiche sono resti di vasellame domestico, ma
taluni sono molto fini. Presenza di frammenti di intonaco con superficie esterna rossastra.
Tutto lascerebbe pensare ai resti di una ricca villa di epoca romana
o forse anche di un tempio (?).
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
113
Sul posto c’è stato l’intervento dei carabinieri di S. Pietro infine e
della Soprintendenza di napoli, che pare abbia intenzione di effettuare degli scavi.
Lungo la via del cimitero, sul muro a secco che la separa dal terreno di Apollonia Morgillo, ho raccolto una pietra spianata solo su un
lato (alto cm. 35) con la scritta:
… 03
… GELo
Lo studioso Benedettino D.
Angelo Pantoni definisce la
scritta settecentesca: potrebbe
leggersi:
1703
S. AnGELo
e riferirsi alla scomparsa
chiesa di S. Angelo di cui parlano le cronache cassinesi
medioevali.
51- frammento di epigrafe in S. Pietro
N, b, - Sul luogo ha effettuato Infine.
degli scavi la Soprintendenza di
napoli.
A.10. “Campopiano”
9 novembre 1987
Accanto ad una tomba a cappuccina,
m. 1 , 8 0 x 0 , 4 0 , orientata nord-sud,
profondità cm. 50-60, ritrovata dai giovani dell’Archeoclub già manomessa,
in posizione parallela a questa e a
distanza di circa cm. 20 sul lato ovest, è
stata individuata un’altra tomba di
uguale fattura ma con doppio letto di
mattoni: numerosi frammenti ossei,
52- Tombe a cappuccina in Campopiano.
114
EMiLio PiSTiLLi
apparentemente di due diversi inumati
(essendovi parti di cranio sia da una estremità che dall’altra); i mattoni apparivano
di due diverse specie: una rossiccia ma
molto friabile, e l’altra giallina, ben cotta e
resistente; il tutto era crollato in seguito a
schiacciamento.
Al di fuori della seconda tomba, presso
l’estremità sud, si è trovata una moneta di
bronzo ben conservata, forse un sesterzio
di Gordiano Pio (Gordianus Pius …), forse
Gordiano iii, 238-244 d. C., e frammenti
di un vasetto a ceramica rossa molto fine e
sottile; sembra che vi fosse anche una
lucerna a ceramica grigio-marrone, ma
poteva anche trattarsi di altro vasetto.
i rilievi dei ritrovamenti sono stati fatti
53- Moneta di gordiano III
dai
giovani dell’Archeoclub.
in una tomba a Campopiano.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
115
APPENDICE b
il patrimonio storico culturale
di San Vittore del Lazio
Con questa sezione desidero evidenziare il contesto storico e culturale dell’area interessata al ritrovamento delle mura di Aquilonia.
Si tratta solo di una breve rassegna dal momento che per maggiori approfondimenti si puó fare riferimento alle pubblicazioni indicate nel testo e in bibliografia.
b.1. La chiesa di San Nicola
il sacro edificio sorge al termine di Via Greci, fuori dell’attuale centro urbano ma fuori anche della cinta muraria dell’antico castello1.
Esso è legato alla presenza, nel territorio comunale, di una colonia di
Greci stanziatasi lì probabilmente attorno al sec. X, nell’ambito di una
capillare diffusione su tutto il territorio dell’abbazia di Montecassino2.
ne sono conferma lo stesso nome S. nicola, come pure quello della
scomparsa chiesa di S. Basilio e il toponimo medioevale “li Greci”
giunto fino a noi con “via Greci”.
Sulle origini della chiesa non abbiamo notizie precise; la si trova
citata per la prima volta nel Regestum II Thomae Abbatis (12851288)3, poi nuovamente nel Registrum censuum et confinium del 1377,
conservato nell’Archivio di Montecassino. Ma la sua costruzione è
certamente di molto anteriore: lo confermano le strutture murarie dell’edificio e le pitture in esso conservate.
All’iniziale unica navata lunga m. 26,90 e larga m. 5,80 furono
aggiunti due corpi laterali, il campanile sul lato destro verso l’altare ed
il coro in sostituzione dell’area absidale4.
1 “ex et prope castrum” si precisa in documenti dell’archivio di Montecassino.
2 Vd. supra par. 1.1.
3 Fol. Vi,v, nel quale risulta come chiesa parrocchiale.
4 Per notizie più dettagliate sulla struttura dell’edificio si veda: S. Vittore del Lazio: La
chiesa di S. Nicola, a cura della cooperativa “Lavorare insieme” di Cassino, in
“Lazio Sud”, i, n. 3 (maggio 1982); per gli affreschi: A. Pantoni, Le pitture di S.
Nicola a San vittore del Lazio presso Montecassino, estr. dal “Bollettino d’Arte”
116
EMiLio PiSTiLLi
i bombardamenti della seconda guerra mondiale hanno gravemente
compromesso l’edificio, tuttavia una serie di provvidenziali interventi
di restauro hanno salvato gran parte del patrimonio più prezioso della
chiesa, gli affreschi medioevali, opera di pittori di scuola benedettina.
Le pitture vanno dal secolo Xi, tempo dell’abate Desiderio che rese
splendida la basilica di Montecassino, al sec. XiV. non mancano, però,
tracce sottostanti di altri affreschi di epoca precedente, dei quali ancora non si sono occupati gli studiosi.
Le decorazioni pittoriche più antiche attualmente visibili sono quelle della navata centrale: sulla parete di destra si riconoscono le figure
di S. Luca e S. Giovanni Battista, del sec. XiV; sul primo arcone della
navatella laterale campeggia il Cristo giudice (mutilato dalle opere di
ristrutturazione) affiancato dalla Madonna e da S. Giovanni Battista,
nonché da altre figure di santi ed apostoli, del sec. Xiii-XiV; sulla
parete del secondo arcone fino al dopoguerra erano visibili pochi resti
di un’ultima cena, accostabile alle pitture di S. Angelo in Formis, sec.
Xi-Xii, e, di questa stessa epoca gli affreschi successivi raffiguranti
una Madonna con il Bambino e S. Michele: questi, gravemente danneggiati dai bombardamenti, furono distaccati e portati a Roma per il
restauro, ma non sono più tornati.
Sulla parete di sinistra è appena riconoscibile un trecentesco S.
Cristoforo, cui seguono le figure di S. Pietro e S. nicola, al quale è
dedicata la chiesa: la loro esecuzione puó essere assegnata al sec. Xii.
in alto, sulla stessa parete, sono tre figure, tra le quali sono riconoscibili S. Giovanni Battista, a destra, ed il Salvatore al centro; riferibili al
sec. Xii; al di sotto della terza figura si scorge un papa, che potrebbe
essere S. Callisto; più a destra è visibile una Madonna che allatta Gesù
e accanto una santa, forse S. Margherita di Antiochia, protettrice delle
partorienti, entrambe di fine Trecento.
Le pitture dell’abside sono andate quasi del tutto perdute, salvo
pochi frammenti che riconducono ad un Cristo centrale affiancato da
due figure, mentre nella parte bassa doveva esserci una serie di persodel Ministero della Pubblica istruzione, nn. 2-3, aprile settembre 1968, pagg. 132135, riportato, con qualche variazione, nel “Bollettino Diocesano di
Montecassino”, anni 1973-1975, e, infine, in “San Vittore del Lazio” dello stesso
autore del 2002, op. cit., ormai fonte primaria per la conoscenza della storia di S.
Vittore del Lazio; E. Pistilli, Chiesa di S. Nicola, San Vittore del Lazio, in “Presenza
Xna, Diocesi di Montecassino”, a. iX, n. 2 (febbraio 1999).
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
117
naggi rappresentanti il collegio apostolico, riferibili all’inizio del sec.
Xii. nel corpo aggiunto del lato destro della chiesa si conserva la parte
più cospicua del patrimonio pittorico di S. nicola.
La rappresentazione delle “sette opere di misericordia” – “dar da
mangiare agli affamati”, “dar da bere agli assetati”, “visita agli infermi”, “vestire gli ignudi”, “ospitare i pellegrini”, “visitare i carcerati”,
“seppellire i morti” – è opera sicuramente del sec. XiV e fu commissionata da nicola da Guererio, rettore della chiesa di S. nicola5.
Della stessa mano è il contiguo ciclo del martirio di S. Margherita
di Antiochia; seguiamo la descrizione che ne fa lo studioso benedettino
Angelo Pantoni: « nella prima scena, partendo da sinistra, è l’incontro
della santa col governatore pagano; nella successiva la santa testimonia, innanzi al medesimo governatore, la sua fede cristiana; seguono
altre due scene, quasi del tutto svanite. nel registro inferiore la santa,
in prigione, alza un martello per colpire, probabilmente, il demonio,
raffigurato nel riquadro successivo all’inferriata della prigione; segue
la scena dell’immersione della santa in una caldaia bollente, e, infine,
la decapitazione e la glorificazione dell’anima trasportata da angeli. [
... ] Manca nel nostro ciclo la flagellazione della santa, ma era certo
presente in una delle due scene ora illeggibili »6.
Lo stile degli affreschi della navatella di destra ha molti caratteri
comuni con l’esperienza giottesca, il che ha dato spunto a diversi studiosi di avanzare le più disparate ipotesi, tra cui la possibilità che in
Terra S. Benedicti sia passato un allievo di Giotto, ma anche, al contrario, che dalla scuola benedettina lo stesso Giotto abbia tratto ispirazione.
Va ancora aggiunto che interessanti affinità si possono riscontrare
con alcuni affreschi della chiesa di S. niccolò di Treviso (sec. Xiii),
specialmente per il gusto decorativo riferito al panneggio sottostante
alla raffigurazione della Madonna con Bambino attorniata da santi,
sotto l’organo della navata di destra, e a quella contigua della Vergine
in trono con S. Domenico (?); entrambe sono assegnate a frescanti operanti tra il XiV ed il XV secolo7.
5 nella scritta dedicatoria ancora si legge: (Hoc opus) fecit fieri per nicola(us) da(?)
guererio rector eccle. sci/ (Nicol)ai post mortê suã p. manu ...
6 A. Pantoni, Le pitture di S. Nicola ..., cit., pag. 134.
7 Per maggior precisione posso aggiungere che gli affreschi in questione furono ritro-
118
EMiLio PiSTiLLi
Al di là di tali questioni resta l’enorme importanza delle pitture di S.
nicola nel panorama artistico dei secoli Xi-XiV, del quale non si conosce ancora abbastanza.
Dalla stessa chiesa è stato recuperata una sola statua lignea, quella
di S. nicola, del sec. Xiii, alta circa m. 1,50; dopo il restauro fu affidata al museo di Montecassino dove attualmente è custodita.
La chiesa, ora monumento nazionale tutelato dalla Soprintendenza
ai Beni culturali, a restauro ultimato, ha assunto l’aspetto austero delle
origini, avendo perduto il corpo aggiunto di sinistra e l’atrio di fine seicento, quando le pitture erano coperte da una mano di bianco8.
54- L'austera facciata della
chiesa di S. Nicola.
vati dal professor Mario Bottar, restauratore di molte opere d’arte di Treviso, nel
1923 sotto uno strato di calce; la Madonna con Bambino è affiancata da S.
Giuliano, S. Giovanni Battista, S. Pietro ed altri tre santi ed è assegnata agli inizi
del ‘400 con residui di bizantinismo, mentre la Madonna in trono, affiancata da S.
Domenico, o forse S. Tommaso D’Aquino, che le porge il plastico della chiesa, è
della prima metà del ‘300; enttrambi gli affreschi sono di autore ignoto.
8 Inventaria ecclesiarum, del 29 luglio 1696, in Archivio di Montecassino, t. iii, S.
Vittore.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
119
55- Il campanile di S. Nicola.
56- La campana di S. Nicola sembra
chiamare quella di S. Maria della
Rosa.
120
EMiLio PiSTiLLi
57- Interno della chiesa di S. Nicola dopo il restauro.
58- S. Nicola: navata centrale e navatella laterale.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
59- S. Nicola: il corpo aggiunto
della navatella laterale.
60- Presso l'ingresso a destra:
S. giovanni battista (a sinistra)
e S. Luca.
121
122
EMiLio PiSTiLLi
61- S. Nicola: al di sopra della prima arcata: serie di sei personaggi che guardano verso sinistra: probabilmente sei apostoli.
62- S. Nicola: al di sopra della seconda arcata: deposizione dalla croce.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
123
63- S. Nicola: navatella di
destra; veduta d'insieme dei
due cicli delle opere di misericordia e di S. Margherita
di Antiochia.
64- S. Nicola: navatella di
destra; le sette opere di misericordia: in alto "dar da mangiare agli affamati" e "dar da
bere agli assetati"; in basso:
"vestire gli ignudi" e "ospitare i pellegrini".
124
EMiLio PiSTiLLi
65- S. Nicola: navatella di
destra; in alto: Cristo benedicente tra due angeli e "visitare
gli infermi"; in basso: "visitare i
carcerati" e "seppellire i morti".
66- S. Nicola: navatella di destra;
il ciclo di S. Margherita di
Antiochia; in alto: S. Margherita
incontra il governatore pagano;
la santa testimonia la sua fede
cristiana dinanzi all'imperatore;
in basso: S. Margherita in prigione alza il martello (a sinistra) per
colpire il demonio (a destra).
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
125
67- S. Nicola: navatella di
destra; in alto: un episodio
della vita della santa e la sua
flagellazione; in basso: S.
Margherita immersa in una
caldaia bollente e la sua decapitazione e glorificazione.
68- S. Nicola: altri riquadri
nella navatella di destra,
verso l'ingresso.
126
EMiLio PiSTiLLi
69- S. Nicola: particolare dell'affresco (foto 68).
70- S. Nicola: l'Annunciazione,
nell'affresco di foto 68.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
127
71- S. Nicola: S. giovanni Evangelista,
nell'affresco di foto 68.
72- S. Nicola: navatella di destra,
verso l'ingresso: figure di santi.
128
EMiLio PiSTiLLi
73- S. Nicola: l'abside con tracce
superstiti di affreschi.
74- S. Nicola: lato destro dell'abside; frammento della raffigurazione del collegio sacerdotale.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
129
75- S. Nicola: lato destro dell'abside; in basso: panneggio con
figure simboliche.
76- S. Nicola: lato sinistro dell'abside; frammento del collegio
apostolico.
130
EMiLio PiSTiLLi
77- S. Nicola: lato sinistro dell'abside; in basso: panneggio con
figure simboliche.
78- S. Nicola: parete sinistra; S.
Cristoforo.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
131
79- S. Nicola: parete sinistra; S.
Pietro (a sinistra) e forse S.
Nicola; sec. XII.
80- S. Nicola: parete sinistra;
figura sacerdotale non identificabile.
132
EMiLio PiSTiLLi
81- S. Nicola: parete sinistra; il Cristo con S. giovanni battista (a destra).
82- S. Nicola: parete sinistra; figura di santa.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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83- S. Nicola: parete sinistra; presso l'ingresso: uno stemma, probabilmente quello di Capodiferro, e tre angeli.
84- S. Nicola: parete d'ingresso; tracce non leggibili di affreschi nella parte
bassa.
134
EMiLio PiSTiLLi
b.2. Chiesa di Santa Maria della Rosa
È la chiesa matrice del paese, presente già nel sec. Xiii-XiV, quando era sotto il titolo di Archipresbiteralis Ecclesia Sanctae Mariae9, in
seguito detta anche S. Maria Maggiore. Acquisì il titolo attuale di S.
Maria della Rosa nel 1561, quando l’altare laterale di S. Maria della
Rosa fu incorporato in quello maggiore.
L’edificio è a tre brevi navate e presenta la particolarità del campanile posto al centro della facciata d’ingresso.
Prima degli eventi bellici del 1943-44 nella chiesa esistevano opere
ed arredi cinque-seicenteschi, come gli otto altari ed il pregevole coro
ligneo, in gran parte distrutti o trafugati. Per fortuna si sono salvati due
confessionali del ‘700 e soprattuto il pulpito cosmatesco del ‘200 ed il
monumento funebre del vescovo Guglielmo Capodiferro del ‘300.
Di particolare interesse, oggi, i due portoni di bronzo: quello centrale intitolato “Mistica rosa”, inaugurato il 7 maggio 1994, e quello
laterale dedicato a S. Vittore Martire, inaugurato il 10 maggio 1998,
entrambi opera dello scultore Alberto Di Campli.
85- Chiesa di S. Maria della Rosa; lato nord.
9 Registrum confinium et Censuum (1278-1410), manoscritto in Archivio di
Montecassino.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
135
86- Il campanile di S. Maria della Rosa e la torre dell'orologio.
87- S. Maria della Rosa; in primo piano l'antico campanile a vela.
136
EMiLio PiSTiLLi
88- Il campanile della chiesa maggiore svetta su tutto il centro abitato.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
137
89- S. Maria della Rosa; porta
centrale di bronzo intitolato
"Mistica Rosa", opera dello scultore Alberto di Campli.
90- S. Maria della Rosa; porta laterale di
bronzo intitolata a S. Vittore Martire,
opera di Alberto di Campli.
138
EMiLio PiSTiLLi
91- S. Maria della Rosa; interno.
b.3. Il pulpito cosmatesco
Posto nella parte centrale della chiesa, verso sinistra – fino a tempi
relativamente recenti era sul lato destro in posizione opposta all’attuale –, costituisce una delle maggiori attrattive del paese per i cultori di
arte antica. La composizione nel suo insieme, leggera e sobria, richiama modelli non presenti nel territorio.
il pulpito, adorno di interessanti sculture e mosaici, poggia su quattro esili colonne, probabilmente provenienti da un riutilizzo, poggianti a loro volta sul dorso di quattro leoni che guardano verso l’interno.
Particolarmente importante è la raffigurazione dell’eone lettorino
che sostiene il leggìo del pulpito: in esso si interpreta il nudo del corpo
umano in maniera totalmente svincolata dai modelli, ancora predominanti in quell’epoca, del nudo classico romano.
Di pregevole fattura anche i mosaici che “con i pavoni affrontati, ai
lati di uno degli archi trilobi di sostegno, mostrano una leggerezza di
fantasia che non si vede nella più ricca Ravello10”.
10 A. Pantoni, San Vittore, op. cit., pag. 91, anche in “Bollettino Diocesano di
Montecassino”, n. s. anno XXX (1975), n. 1, pagg. 82-83; lo studioso benedettino
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
92- S. Maria della Rosa; il pulpito cosmatesco.
139
140
EMiLio PiSTiLLi
La datazione dell’opera si puó far risalire al ‘200, sia per le sculture che per la tipologia dei capitelli.
b.4. Il monumento funebre di guglielmo Capodiferro
(guglielmo di S. Vittore)
nell’ingresso della chiesa di S. Maria della Rosa, sul lato destro,
incassato nella parete, è visibile un monumento marmoreo rappresentante un personaggio disteso in posizione di morte, rivestito dei sacri
paramenti vescovili.
Sulla breve parete di testa è infisso lo stemma di famiglia: il capo di
un guerriero protetto da un’armatura di ferro. Una piccola lapide di
marmo (cm. 23x42) reca la motivazione del monumento:
GUiLLELMo iii CAPoFERREo
qUi EX TURonEnSiS ECCLESiAE
in GALLiA THESAURARio
EPiSCoPUS THEATinUS A BEnEDiCTo
Xii Anno MCCCXL. CREATUS, ET
Anno MCCCLii. MoRTUUS EST
SAnCTi ViCToREnSES ConCiVi SUo
PoSUERE
Anno MDCCXXXVi
Come si vede, l’iscrizione del 1736 si riferisce ad un Guglielmo iii
Capodiferro, vescovo di Chieti a partire dal 1340. La lapide è di gran
lunga posteriore al monumento, che, per caratteristiche tipologiche e
per fattura, è senza dubbio del tardo Trecento11; mentre il testo dell’epigrafe è tratto quasi integralmente dalle brevi note storiche
dell’Ughelli in Italia Sacra del 172012.
La famiglia Capodiferro, o Capoferro, è attestata a S. Vittore fin
si rifà al giudizio espresso da G. nicco-Fasola, Due pulpiti campani del XII e del
XIII secolo, in “L’Arte”, XLi (1938), pag. 10.
11 A. Pantoni, S. Vittore, Viii, in “Boll. Dioc.”, cit., pag. 83.
12 F. Ughelli, Italia Sacra, a cura di n. Ughelli, Venezia, Coleti, Vol. Vi, 1720, coll.
741-742.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
141
dalla metà del 1200. Troviamo infatti un Riccardo Capoferro
(Capuferrus) come testimone in un contratto stipulato a S. Vittore il 4
febbraio 125313.
nel 1273 figura testimone in uno strumento Petrus Capiferrus14.
Ancora gli eredi di Riccardo Capoferro risultano proprietari terrieri
nel 127415.
nel sec. Xiii il cognome Capodiferro o Capoferro era abbastanza
diffuso nel meridione d’italia, in particolare a Benevento, dove attorno al 1252 un Capoferro viene eletto arcivescovo. nei secoli XV-XVi
troviamo a Roma un ramo molto potente dei Capodiferro.
Ma veniamo al nostro Guglielmo Capodiferro, più noto come
Guglielmo di S. Vittore.
non se ne conosce la data di nascita, probabilmente nell’ultimo ventennio del sec. Xiii, né si hanno notizie sulla sua formazione giovani-
93- S. Maria della Rosa; il monumento funebre al vescovo guglielmo
Capodiferro.
13 Regesto di Tommaso Decano, in “Tabularium Casinense” di Montecassino, 1915,
n. LVi, pag. 113.
14 ibid. n. 313, pag. 135 e n. 388, pag. 160.
15 Regesti Bernardi I Casinesis fragmenta, a cura di A. M. Caplet, Roma, Tip.
Vaticana, 1890, n. 431, pag. 184.
142
EMiLio PiSTiLLi
le. Lo si incontra per la prima volta nel 1310 con la carica di “scrittore” alla corte papale di Avignone16.
nel giugno di quello stesso anno risultava come canonico della chiesa di Chieti e denunciò a papa Clemente V l’irregolarità dell’elezione
a vescovo di Chieti di Goffredo di Galluzio.
L’anno successivo era canonico nella chiesa di Agrigento.
La brillante carriera ecclesiastica di Guglielmo continuò anche
durante il papato di Giovanni XXii.
nel 1316 era arcidiacono della chiesa di Aquino e conservò i benefici acquisiti nelle diocesi di Chieti e di Agrigento, nonché nelle diocesi di Palermo e di Terra di Lavoro.
nel 1317 ricevette l’abbaziato del monastero di S. Pietro di Laureto,
però dovette rinunciare al titolo di arcidiacono della chiesa di Aquino;
ma, a riprova dell’influenza della sua famiglia, un suo parente, nicola
Capodiferro di S. Vittore, prese il suo posto nella chiesa aquinate, mentre il fratello Raimondo risiedeva ad Avignone, presso la corte papale
ed era abate a napoli nel monastero di S. Sebastiano, che amministrava per mezzo di procuratori. quest’ultimo fatto non piacque al vescovo di napoli Umberto, che impose dei gravami al monastero di S.
Sebastiano. Raimondo interpose i buoni uffici del fratello Guglielmo
ed ottenne nel 1319 da Giovanni XXii di essere liberato dai gravami.
nel 1318 Guglielmo chiese la prepositura di S. Pietro della Foresta
in cambio dell’abbazia di S. Pietro di Laureto.
nel 1321 era stato nominato vescovo di Atri e Penne, ma vi rinunciò in favore del fratello Raimondo; in quello stesso periodo risultava
ancora come “scrittore” del Papa.
Ancora nel 1321, insieme al vescovo di Catania e all’abate della SS.
Trinità di Mileto, venne incaricato di favorire la pace fra Roberto re di
napoli e la Chiesa di Cosenza, che si contendevano il possesso del
castello di S. Liceto Calabro. intanto il 2 maggio dell’anno successivo
papa Giovanni XXii, per le esigenze del popolo della Terra S. Bendicti
e in omaggio a S. Benedetto, stabilì che l’abbazia cassinese fosse, per
l’innanzi, sede di episcopato, soggetto alla Chiesa Romana.
16 Le notizie che da questo punto si riportano sono tratte per lo più da Giulia Barone
in Dizionario Biografico degli Italiani, ist. Enc. ital. n. 18, pag. 629 sgg. s. v.
Capodiferro Guglielmo; vd. anche E. Pistilli, Guglielmo Capodiferro, in “Lazio
Sud”, anno Vi (1987), n. 4.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
143
Ma i vescovi venivano nominati ad Avignone e spesso non si recavano neppure sul luogo, preferendo governare per mezzo di vicari17.
Fu così che nel 1323 oddone, patriarca di Alessandria e amministratore della diocesi cassinese, esentò i benefici di Guglielmo
Capodiferro dalla propria giurisdizione. Un altro beneficio ottenne nel
1324 a Wambeke nella diocesi di Cambrai (60 lire tornesi all’anno).
Verso la fine di quello stesso anno venne nuovamente nominato
vescovo di Atri, senza tuttavia occupare la cattedra vescovile. il 10
marzo 1326 fu nominato cappellano del Papa e il 13 di quello stesso
mese rinunciò all’episcopato.
Grazie alla particolare benevolenza di Giovanni XXii ottenne
numerosi altri benefici, a cui però dovette rinunciare nell’ottobre del
1329 in cambio delle cospicue rendite derivanti dalla nuova nomina a
tesoriere della chiesa di S. Martino di Tours; gli restavano soltanto i
benefici siciliani, i cui proventi però non incassava da anni.
Con la morte di Giovanni XXii (1334) non cessò la benevolenza del
papato: anche il successore Benedetto Xii (o Xi) intervenne in suo
favore presso il vescovo di Cassino “affinché questi costringesse tal
Bartolomeo Plumbate a render conto dei benefici – soprattutto siciliani – del C., i cui proventi non erano entrati in possesso del titolare per
molti anni, procurandogli un danno di circa 12.000 fiorini”18.
nel 1340, dopo una presenza trentennale presso la Curia papale,
dove aveva esercitato una notevole influenza – “Papae notarius” lo
definisce Ughelli19 – accettò la nomina a vescovo di Chieti (17
marzo); fu consacrato da Bertrando, vescovo di ostia e Velletri, il 23
luglio, ottenuto il permesso di lasciare la Curia, intraprese effettivamente la nuova attività pastorale, anche se continuò ad esercitare una
certa influenza nell’amministrazione pontificia.
interpose i suoi uffici anche nell’inchiesta sull’elezione del vescovo
di Aversa Giovanni Mathoni, nella quale ci sarebbe stata l’interferenza
del re di napoli Roberto d’Angiò. Di quest’ultimo pare che il nostro
Guglielmo sia stato amico e consigliere20.
17 T. Leccisotti, Montecassino, X ediz., Montecassino, 1983, pag. 73.
18 G. Barone, loc. cit., pag. 630 b.
19 F. Ughelli, loc. cit., col. 741 sgg.
20 ibid.
144
EMiLio PiSTiLLi
non dimenticò “i membri della sua famiglia se nominò quale suo
vicario generale un nipote, Pietro Capodiferro di S. Vittore, canonico
della chiesa teatina”21.
Guglielmo non ebbe vita facile nella diocesi di Chieti: fu aspramente avversato da un suo feudatario, Francesco Della Torre, che aveva
usurpato i beni della Chiesa e ucciso numerosi laici e chierici. nel
1349, anno in cui fu devastata da un violento terremoto la Terra S.
Benedicti e rasa al suolo l’abbazia di Montecassino, lanciò la scomunica contro il Della Torre, ma fu costretto a riparare in esilio. nel 1350
estese la scomunica ai partigiani del suo nemico perché avevano usato
violenza contro i suoi fedeli. La sua brillante carriera veniva amareggiata proprio in prossimità della morte che lo colse tra il 1352 e 1353.
L’ultima notizia della presenza della famiglia Capodiferro in S.
Vittore è riferita all’anno 1454 con un certo Antonello de nofro capo
ferro, menzionato per il pagamento del censo per la franchigia dagli
obblighi feudali22, dopo di che non ve n’è più traccia.
Una persistente tradizione orale, infine, riferisce che la statua giacente del vescovo Guglielmo Capodiferro sia stata traslata nell’attuale
chiesa, non si sa quando, da una precedente sistemazione in un palazzo gentilizio lungo via Castello. in questa via effettivamente sorge un
lungo arco chiamato arco Capodiferro: sulle sue pareti si distinguono
appena delle pitture con stemmi gentilizi.
Sembra confermare in un certo modo la tradizione, quanto si legge
nel volumetto Ricordi del XVI centenario del glorioso martire S.
Vittore Mauritano, del 1903: « Esistono tuttora, quasi nel centro del
castello i ruderi del palazzo di questa nobile famiglia [i Capodiferro],
parte ridotti a nuove abitazioni, parte rimasti testimonio di vetustà »23.
Potrebbe avere attinenza, con detto palazzo, quello della sede rettorale descritto in un inventario del 1534: “in primis un Palazzo dentro
dicto Castello di membri 12, con un cortiglio, et uno orto circuito tutto
di muro intorno, dove si dice La ritta, fine le mura pubbliche, la
Ecclesia di S. Maria, dentro lo quale palazzo c’è una cappella”.
Si tratta comunque di notizie troppo vaghe per avere un serio fondamento di attendibilità.
21 ibid.
22 Registrum II ludovici Abbatis commendatarii, f. 159r.
23 A cura del Comitato dei festeggiamenti, Caserta, Tip. S. Marino, 1903, pag. 10.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
145
b.5. Il castello
nella storiografia cassinese si parla per la prima volta di un castello
di S. Vittore nel 1045, quando i normanni, scacciati un po’ dovunque
dal territorio abbaziale, fecero resistenza solo nel castello di S. Vittore
e quello di S. Andrea24. nella stessa fonte S. Vittore, liberato dopo
pochi giorni, viene poi ricordato come oppidum25. Di nuovo come
castello figura nel privilegio di papa Vittore ii all’abate Federico, dove
si precisa che alcuni castelli o “castra” all’origine furono monasteri26.
Come castrum lo ritroviamo nel 1123, quando i suoi abitanti con giuramento si allearono con i ribelli di S. Angelo in Theodice contro l’abate oderisio27.
il castello di S. Vittore ebbe notevole importanza per la sicurezza
della Terra di S. Benedetto grazie alla sua posizione prossima ai confini, e ciò è dimostrato anche dalle sue numerose vicissitudini a causa di
fatti bellici.
Tra questi basti ricordare la devastazione subita nello scontro tra
Ruggero ii e papa innocenzo ii nel 113928; oppure l’espugnazione ad
opera delle soldataglie di Markualdo nel 119929; o quella di Luigi ii
24 Chron. Cas., ii, cap. 71: « ... universam protinus Terram in circuitu peragrantes, ac
subita formidine captos homines aggredientes, praeter castellum sancti Victoris, et
praedictum arcem sancti Andreae, universa fere eo die, Deo auxiliante, recipiunt ».
25 ibid.: « ... et praedicto sancti Victoris oppido post paucos dies recepto ».
26 E. Gattola, Accessiones, i, pag. 157.
27 Chron. Cas., iV, cap. 79: « interea homines de sancto Angelo Todici, qui omnium
tribolationum, et persecutionum in hoc loco venientium semper caput, et auctores
fuerunt, sociatis sibi his, qui castrum sancti Victoris incolebant, contra eundem
abbatem conspirant, et jurisjurandi nexibus se mutuo alligant, ut nequaquam huic
Casinensi Coenobio, Abbatique fidelitatem faciant, nisi ad suum velle relaxiones
illis, et placita tribuat ».
28 L. Tosti, Storia della Badia di Montecassino, Pasqualucci, Roma, 1889, ii, pag.
107: « in mezzo alle ostilità dei regii e dei pontificii patirono assai le terre cassinesi. Sant’Angelo in Theodice, Cucuruzzo, Mortula, San Vittore e San Pietro-infine andarono miseramente guaste dal fuoco ». Si veda anche qui il par. 1.1.
29 Riccardo da S. Germano, Chronica, a cura di A. Garufi, Bologna, 1938, “Rerum
italicarum Scriptores”, Vii, pag. 20: « Hic per Venafrum veniens maledicus cum
maledictis terram sancti ingressus est Benedicti; et primum castrum sancti Petri in
fine, desertum ab incolis causa metus nullo obstans occupans, igne cremavit;
castrum sancti Victoris vi capiens, bonis propriis spoliavit et movens exinde castra
sua Cervarium et Toroclum, duo scilicet castra ab habitatoribus derelicta, combus-
94- San Vittore del Lazio; veduta generale del paese; la parte più alta era racchiusa nelle mura del castello.
146
EMiLio PiSTiLLi
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
147
D’Angiò che nel 1382 col suo esercito prese con la forza S. Vittore
prendendo in preda beni e persone30; e, non ultima, la conquista di
Braccio da Montone, signore di Capua, nel 142131.
Per i tempi successivi Pantoni ricorda: « Di altre devastazioni nella
zona reca traccia il Registrum dell’abate Enrico Tomacelli, tra il 1400
e il 1401, e, del resto,
una vera tranquillità non
sarà conseguita, se non
un secolo dopo, con
l’affermarsi definitivo
del dominio spagnolo su
tutto il regno »32.
Ma l’ultimo capitolo
delle traversie del castello di S. Vittore, con
tutto il centro abitato, è
quello dei bombardamenti del 1943/44.
Secondo il De Miranda le mura del castello avevano ben 23
torri33; forse si tratta di
un’esagerazione, ma alcune di esse sono ancora
ben visibili.
95- La torre quadrata dell'antico castello domina
via S. Croce.
sit ». Vd. anche A. Pantoni, S. Vittore, i, in Boll. Dioc., cit., 1973, n. 3, pag. 233.
30 A De Tummolillis, Notabilia temporum, a cura di C. Corvisieri, in “Fonti per la
Storia d’italia”, istit. Storico ital., Roma, 1890, Vii, “Scrittori sec. XV”, pag. 9: «
...accessit ad sanctum Victorem quod vi cepit et exposuit in praedam bona omnia
ac homines et mulieres eiusdem, et deinde cepit castrum sancti Petri in fine ».
31A. De Tummolillis, op. cit., iii, pag. 106: « ... et optinuit castrum sancti Victoris, et
Castrumnovum et Pedemontem ».
32 A. Pantoni, loc. cit.
33 S. De Miranda, S. Vittore Mauritano Martire e le memorie ambrosiane della
Campania, napoli, 1932, pagg. 4-6.
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EMiLio PiSTiLLi
96- La torre cilindrica incorporata dalle abitazioni di privati,
visibile da piazza Municipio.
97- L'arco gotico di piazza
Municipio, antico ingresso al
castello.
98- San Vittore del Lazio: l'antico centro storico; il campanile si erge da sempre come sentinella sulla valle.
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
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EMiLio PiSTiLLi
b.6. Il paese oggi attraverso le immagini
99- Il centro storico con i campanili di S. Nicola (in basso), S. Maria della Rosa e
la torre dell'orologio.
100- Il paese è immerso nel verde perenne di fertili oliveti.
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101- Cartina di riferimento delle foto del centro storico di S. Vittore; evidenziato
il circuito delle mura del castello.
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102- La monumentale fontana di piazza Municipio: n. 1
della cartina di riferimento
delle foto.
103- L'arco di via Castello con
veduta sulla chiesa di S. Maria
della Rosa: n. 2 della cartina.
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104- Ingresso al palazzo del
Castello: n. 3.
105- L'arco Capodiferro: n. 4.
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106- Traversa di via Castello:
n. 5.
107- Traversa di via Castello:
n. 6.
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108- Traversa di via Castello:
n. 7.
109- Via Castello; portale del
palazzo giangrande: n. 8.
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110- Via Castello: n. 9.
111- Via Castello: n. 10.
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112- Scalinata su via Castello:
n. 11.
113- Traversa di via Castello:
n. 12.
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114- Via Castello: n. 13.
115- Veduta parziale di piazza
Municipio dall'arco gotico:
n. 14.
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159
116- gli antichi vicoli che si
dipartono da piazza
Municipio: a sinistra traversa di via Roma, a destra via
greci: n. 15.
117- Via greci: n. 16.
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EMiLio PiSTiLLi
118- Traversa di via Roma:
n. 17.
119- Traversa di via Roma:
n. 18.
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120- Via Roma: n. 19.
121- Traversa di via Roma:
n. 20.
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122- Via Roma: n. 21.
123- Traversa di via Roma:
n. 22.
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124- Traversa di via Roma:
n. 23.
125- Il convento delle Suore
della Purità posto all'esterno
del paese.
164
EMiLio PiSTiLLi
126- La chiesa campestre di S.
Sebastiano, detta anche
Madonna del Soccorso.
127- Chiesa di S. Sebastiano:
affresco raffigurante il santo
martire.
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165
128- Affresco della chiesa di
S. Croce, andato perduto
con la demolizione della stessa chiesa.
129- S. Vittore del Lazio in
una cartolina del 1926,
quando era ancora in provincia di Caserta.
166
EMiLio PiSTiLLi
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INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI
1. S. Vittore del Lazio: m. 207 s. l. m . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
2. S. Vittore del Lazio: veduta dalle pendici del monte Sambùcaro.. . . . . . 11
3. Cassino: le mura dell'antica Casinum guardano quelle
di S. Vittore del Lazio sulle prime pendici del monte Sambùcaro. . . . 17
4. Atina: le mura poligonali di Valle Giordana. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
5. Vicalvi: le mura poligonali che contornavano la cima del colle . . . . . . . 18
6. S. Elia Fiumerapido: scorcio del circuito poligonale di monte
Cierro o Costalunga, a ridosso della contrada olivella.. . . . . . . . . . . . . 18
7. Carta del Sannio secondo Salmon.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
8. La manovra dei consoli romani contro i Sanniti.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
9. Vicalvi: particolare delle mura di Cominium. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
10. il monte Sambùcaro visto dalla Rocca Janula di Cassino. . . . . . . . . . . 56
11. il circuito poligonale di monte Sambùcaro. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57
12. Croce di Macchia: la spianata che dà accesso all'interno della
fortificazione; in primo piano un riparo in pietra, innalzato,
forse, dai pastori su una trincea della seconda guerra mondiale.. . . . . . 60
13. Falascosa: tratto di muro poligonale sul versante nord. . . . . . . . . . . . . 60
14. Versante Falascosa.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61
15. Versante Falascosa.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61
16. La fuga ininterrotta delle mura che si inerpicano verso
Croce di Macchia sul versante Falascosa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 62
17. Parte bassa del versante Falascosa: la vegetazione inizia
a non rendere più visibili le mura. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63
18. Al termine del versante Falascosa: da questo punto si puó
intravedere la spianata di Campopiano e parte dell'abitato
di Cervaro; a destra si scorgono alcuni dei numerosissimi
massi rotolati in basso. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63
19. Colle Marena: lato settentrionale del Chiaiale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64
20. Un tratto emergente dalla folta vegetazione del Chiaiale. . . . . . . . . . . . 64
21. ogni tanto l'imponenza delle mura ha la meglio sui carpini
e querciole infestanti. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65
22. Scorcio delle mura in fuga verso valle: lato nord.. . . . . . . . . . . . . . . . . 65
23. Prosegue la discesa verso il basso; lato nord. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66
24. Dettaglio della zona Marena, lato nord; notare la
sovrapposizione non molto ordinata dei grandi massi. . . . . . . . . . . . . . 66
25. Uno dei varchi (forse una porta) con tracce di fortificazione
sul Chiaiale; lato nord. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67
170
EMiLio PiSTiLLi
26. Versante di S. Vittore: la sella tra il colle Falascosa ed il
colle Marena; dal paese si distingue un tratto delle mura dove si
apre la porta detta di S. Vittore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67
27. Colle Marena: versante sud; tratto di muro che riprende
dopo un costone roccioso. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 68
28. Roccia a strapiombo inserita nel circuito murario dominante
il paese di S. Vittore.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 68
29. Lato S. Vittore: la muraglia ricuce i vuoti tra le fortificazioni
naturali dei costoni rocciosi.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
30. Lo sperone di colle Marena domina l'intera valle del
Rapido-Peccia; a sinistra l'abitato di S. Vittore; in alto a destra
è appena visibile l'abbazia di Montecassino, antica acropoli
fortificata di Casinum; al centro della foto si possono distinguere
alcuni tratti delle mura e la sottostante scarpata nella quale le
rocce sono state spianate artificialmente. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
31. Colle Marena: veduta sulla piana del Rapido con Montecassino
e Cassino, da dove le mura sono visibili ad occhio nudo. . . . . . . . . . . . 70
32. Versante sud: a sinistra si apre la porta di S. Vittore; su questo
versante le mura sono molto danneggiate. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 70
33. Versante sud: particolare delle mura. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71
34. Colle Marena: tratto delle mura verso Cervaro e Cassino. . . . . . . . . . . 71
35. Colle Marena: veduta sulla spianata di Campopiano,
sulla frazione Muraglie e su Cervaro; a sinistra Cassino, al centro
Monte Cairo e a destra la gola di Capo di China che conduce nella
Valle di Comino. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 72
36. i luoghi della battaglia: a destra il pianoro di Campopiano;
a sinistra il colle La Chiaia, che, visto da qui, appare come un
tumulo, e che domina la spianata di S. Giusta/Montenero; al
centro della foto, in alto, il colle del Pero. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 78
37. L'abitato di S. Vittore dominato dal monte Sambùcaro con le
due protuberanze Falascosa e Marena, protette dalle mura
poligonali; in basso si apre la profonda fenditura del rio di S. Vittore.. 80
38. La zona della presunta battaglia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 81
39. Collegamenti tra Vicalvi (Cominio) e S. Vittore del Lazio (Aquilonia).82
40. Le mura di S. Eustacchio sul versante meridionale del Sambùcaro.. . . 92
41. Particolare delle mura di S. Eustacchio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 93
42. Lo sperone di S. Eustacchio con uno dei muri in opera
poligonale che scendono a valle. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 94
43. Costruzione nuragica lungo la via S. Leonardo, tra Croce
di Macchia e Radicosa.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95
44. Muro di sostruzione in località Muraglie. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 99
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
171
45. Appunti per una rappresentazione grafica della cintura
muraria di colle Marena - Falascosa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101
46. Appunti presi sul luogo della muraglia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 102
47. Ritrovamenti in località Mura Abbandonate.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 104
48. Ricostruzione grafica di un vasetto a vernice nera
in località Mura Abbandonate. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 105
49. Via S. Leonardo: appunti in escursione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109
50. il Casalino della Radicosa ed altri ritrovamenti in S. Pietro infine. . . 111
51. Frammento di epigrafe in S. Pietro infine. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 113
52. Tombe a cappuccina in Campopiano. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 113
53. Moneta di Gordiano iii in una tomba a Campopiano.. . . . . . . . . . . . . 114
54. L'austera facciata della chiesa di S. nicola.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 118
55. il campanile di S. nicola.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 119
56. La campana di S. nicola sembra chiamare quella di S. Maria
della Rosa.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 119
57. interno della chiesa di S. nicola dopo il restauro.. . . . . . . . . . . . . . . . 120
58. S. nicola: navata centrale e navatella laterale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 120
59. S. nicola: il corpo aggiunto della navatella laterale. . . . . . . . . . . . . . . 121
60. Presso l'ingresso a destra: S. Giovanni Battista e S. Luca. . . . . . . . . . 121
61. S. nicola: al di sopra della prima arcata: serie di sei personaggi
che guardano verso sinistra: probabilmente sei apostoli.. . . . . . . . . . . 122
62. S. nicola: al di sopra della seconda arcata: deposizione dalla croce. . 122
63. S. nicola: navatella di destra; veduta d'insieme dei due cicli delle
opere di misericordia e di S. Margherita di Antiochia. . . . . . . . . . . . . 123
64. S. nicola: navatella di destra; le sette opere di misericordia:
in alto "dar da mangiare agli affamati" e "dar da bere agli
assetati"; in basso: "vestire gli ignudi" e "ospitare i pellegrini". . . . . . 123
65. S. nicola: navatella di destra; in alto: Cristo benedicente tra due
angeli e "visitare gli infermi"; in basso: "visitare i carcerati"
e "seppellire i morti". . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 124
66. S. nicola: navatella di destra; il ciclo di S. Margherita di
Antiochia; in alto: S. Margherita incontra il governatore pagano;
la santa testimonia la sua fede cristiana dinanzi all'imperatore; in
basso: S. Margherita in prigione alza il martello per colpire
il demonio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 124
67. S. nicola: navatella di destra; in alto: un episodio della vita della
santa e la sua flagellazione; in basso: S. Margherita immersa in
una caldaia bollente e la sua decapitazione e glorificazione.. . . . . . . . 125
68. S. nicola: altri riquadri nella navatella di destra, verso l'ingresso. . . . 125
69. S. nicola: particolare dell'affresco (foto 68).. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 126
70. S. nicola: l'Annunciazione, nell'affresco di foto 68. . . . . . . . . . . . . . . 126
172
EMiLio PiSTiLLi
71. S. nicola: S. Giovanni Evangelista, nell'affresco di foto 68. . . . . . . . 127
72. S. nicola: navatella di destra, verso l'ingresso: figure di santi.. . . . . . 127
73. S. nicola: l'abside con tracce superstiti di affreschi. . . . . . . . . . . . . . . 128
74. S. nicola: lato destro dell'abside; frammento della raffigurazione
del collegio sacerdotale. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 128
75. S. nicola: lato destro dell'abside; in basso: panneggio con figure
simboliche. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 129
76. S. nicola: lato sinistro dell'abside; frammento del collegio
apostolico. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 129
77. S. nicola: lato sinistro dell'abside; in basso: panneggio con figure
simboliche. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 130
78. S. nicola: parete sinistra; S. Cristoforo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 130
79. S. nicola: parete sinistra; S. Pietro e forse S. nicola; sec. Xii. . . . . . 131
80. S. nicola: parete sinistra; figura sacerdotale non identificabile. . . . . . 131
81. S. nicola: parete sinistra; il Cristo con S. Giovanni Battista. . . . . . . . 132
82. S. nicola: parete sinistra; figura di santa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 132
83. S. nicola: parete sinistra; presso l'ingresso: uno stemma,
probabilmente quello di Capodiferro, e tre angeli.. . . . . . . . . . . . . . . . 133
84. S. nicola: parete d'ingresso; tracce non leggibili di affreschi. . . . . . . 133
85. Chiesa di S. Maria della Rosa; lato nord. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 134
86. il campanile di S. Maria della Rosa e la torre dell'orologio. . . . . . . . . 135
87. S. Maria della Rosa; in primo piano l'antico campanile a vela. . . . . . 135
88. il campanile della chiesa maggiore svetta su tutto il centro abitato. . . 136
89. S. Maria della Rosa; porta centrale di bronzo intitolato "Mistica
Rosa", opera dello scultore Alberto di Campli. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 137
90. S. Maria della Rosa; porta laterale di bronzo intitolata a S. Vittore
Martire, opera di Alberto di Campli. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 137
91. S. Maria della Rosa; interno. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 138
92. S. Maria della Rosa; il pulpito cosmatesco.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139
93. S. Maria della Rosa; il monumento funebre al vescovo
Guglielmo Capodiferro. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 141
94. S. Vittore del Lazio; veduta generale del paese; la parte più alta
era racchiusa nelle mura del castello.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 146
95. La torre quadrata dell'antico castello domina via S. Croce. . . . . . . . . 147
96. La torre cilindrica incorporata dalle abitazioni di privati, visibile
da piazza Municipio.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 148
97. L'arco gotico di piazza Municipio, antico ingresso al castello. . . . . . . 148
98. S. Vittore del Lazio: l'antico centro storico; il campanile si erge da
sempre come sentinella sulla valle. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 149
99. il centro storico con i campanili di S. nicola, S. Maria della Rosa
e la torre dell'orologio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 150
AqUiLoniA in SAn ViTToRE DEL LAzio
173
100. il paese è immerso nel verde perenne di fertili oliveti. . . . . . . . . . . . 150
101. Cartina di riferimento delle foto del centro storico di S. Vittore;
evidenziato il circuito delle mura del castello.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 151
102. La monumentale fontana di piazza Municipio. . . . . . . . . . . . . . . . . . 152
103. L'arco di via Castello con veduta sulla chiesa di S. Maria della
Rosa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 152
104. ingresso al palazzo del Castello. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153
105. L'arco Capodiferro.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153
106. Traversa di via Castello.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 154
107. Traversa di via Castello.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 154
108. Traversa di via Castello.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155
109. Via Castello; portale del palazzo Giangrande. . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155
110. Via Castello. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 156
111. Via Castello. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 156
112. Scalinata su via Castello. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 157
113. Traversa di via Castello. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 157
114. Via Castello. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 158
115. Veduta parziale di piazza Municipio dall'arco gotico. . . . . . . . . . . . . 158
116. Gli antichi vicoli che si dipartono da piazza Municipio: a sinistra
traversa di via Roma, a destra via Greci. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 159
117. Via Greci. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 159
118. Traversa di via Roma.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 160
119. Traversa di via Roma.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 160
120. Via Roma.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 161
121. Traversa di via Roma. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 161
122. Via Roma.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 162
123. Traversa di via Roma. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 162
124. Traversa di via Roma. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 163
125. il convento delle Suore della Purità posto all'esterno del paese.. . . . 163
126. La chiesa campestre di S. Sebastiano, detta anche
Madonna del Soccorso.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 164
127. Chiesa di S. Sebastiano: affresco raffigurante il santo martire.. . . . . 164
128. Affresco della chiesa di S. Croce, andato perduto con la
demolizione della stessa chiesa. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 165
129. S. Vittore del Lazio in una cartolina del 1926, quando era
ancora in provincia di Caserta. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 165
SOMMARIO
Presentazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag.
3
Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
1 - S. ViTToRE DEL LAzio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
1.1. notizie storiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
2 - AqUiLoniA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
2.1. La "urbs" dei Sanniti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
2.2. Alcuni esempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
3 - iL TESTo Di TiTo LiVio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
4 - UnA GUERRA ConTRo CiTTÀ SCoMPARSE . . . . . . . . . . . . . 40
4.1. La strategia dei consoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40
4.2. Gli eserciti consolari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
4.3. Cominio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44
4.4. Amiterno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
4.5. Duronia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 50
4.6. Aquilonia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51
4.7. Alcune certezze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
5 - LE MURA Di AqUiLoniA in S. ViTToRE DEL LAzio . . . . 54
5.1. Una scoperta a tavolino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54
5.2. il monte Sambùcaro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55
5.3. Le mura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57
5.4. All'interno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 72
5.5. Strade e pozzi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75
5.6. Senza tempo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75
5.7. Si tratta di Aquilonia? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 76
6 - i LUoGHi DELLA BATTAGLiA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79
6.1. La battaglia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79
6.2. La sconfitta dei Sanniti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 84
7 - Lo SToRiCo LiVio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 86
7.1. L'affidabilità di Livio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 86
8 - DoVE CERCARE AqUiLoniA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89
8.1. Fortificazione, non città . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89
8.2. La città a valle . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90
8.3. Un antico tratturo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92
9 - Un RiCCo PATRiMonio ARCHEoLoGiCo . . . . . . . . . . . . . . . 95
9.1. Antichità attorno ad Aquilonia. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95
APPEnDiCE A . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 97
Appunti di ricerca
A.1. "Muraglie" . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 97
A.2. Sambùcaro - Marena . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 100
A.3. "Mura abbandonate" . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 103
A.4. "i Passeggeri" . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 106
A.5. Via S. Leonardo - Croce di Macchia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 106
A.6. "Muraglie" . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 110
A.7. S. Pietro infine . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 110
A.8. Vallone Radicosa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 111
A.9. "Fauciara" . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 112
A.10. "Campopiano" . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 113
APPEnDiCE B . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115
Il patrimonio storico culturale di San vittore del Lazio
B.1. La chiesa di S. nicola . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115
B.2. Chiesa di Santa Maria della Rosa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 134
B.3. il pulpito cosmatesco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 138
B.4. il monumento funebre di Guglielmo Capodiferro . . . . . . . . . . . . 140
B.5. il castello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145
B.6. il paese oggi attraverso le immagini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 150
Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 166
indice delle illustrazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 169
FiniTo Di STAMPARE
nEL MESE Di DiCEMBRE
2003
TiPoGRAFiA UGo SAMBUCCi
ViALE DAnTE
- CASSino
Dello stesso autore:
 1972: Ipotesi sulla città di
Aquilonia distrutta nell'anno 293
a.C., SAIPEM, Cassino.
 1984: La torre campanaria di
Cassino, Lamberti, Cassino.
 1989: Cassino seconda guerra
mondiale (1943-1945): bibliografia generale, A.A.S.T.,
Cassino.
 1990: Il Consorzio di Bonifica
"Valle del Liri" - 40 anni di svilup-po, IN.GRA.C., Cassino.
 1992: Antiche strade per Montecassino, Lamberti, Cassino.
 1994: Cassino dalle origini ad
oggi, Banca Popolare del
Cassinate, Cassino.
 1994: Cassino dalle origini ad
oggi, 1994, con brevi note su
Mon-tecassino, 2ª ediz., IDEA
STAMPA, Cassino.
 1995: Cassino 50° anno: 1943/44
- 1993/94, Comune di Cassino.
 1998: L'Indialetto cassinese Dizionario etimologico cassinese-italiano, Banca Popolare del
Cassinate.
 1999: La battaglia di Cassino
giorno per giorno: settembre
1943 - giugno 1944, Lamberti,
Cassino.
EALL S.r.l.
gruppo TAD
Energia e Ambiente
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Emilio Pistilli, Aquilonia in San Vittore del Lazio, 2003